/ Language: Italiano / Genre:sf_fantasy, / Series: Il Signore degli Enigmi

Il Maestro degli Enigmi di Hed

Patricia Mckillip

La terra di Hed, è risaputo, non è mai stata una fucina di eroi. Tutti i suoi abitanti — compresi i principi che la reggono — sono contadini, ed anche Morgon, Signore di Hed, è un contadino. Ma non solo questo. Perché in un mondo da cui la magia è misteriosamente scomparsa in un remoto passato, e nel quale il sapere esoterico è affidato ai Signori degli indovinelli, Morgon può essere considerato un adepto, il miglior allievo della scuola di Caithnard, unico risolutore di un indovinello rimasto inspiegabile per oltre settecento anni. E poi Morgon ha tre stelle in fronte, identiche a quelle incise su un’arpa che solo lui può suonare e sull’elsa di una spada che solo lui può impugnare. Così, senza volerlo, il principe di Hed viene coinvolto in un viaggio fantastico e in un’avventura misteriosa, nel viaggio verso la montagna di Erlenstar assieme all’arpista del Supremo, per cercare risposta a una domanda che neppure lui ancora conosce. Con l’aiuto di Raederle, la donna che ama e per la quale ha vinto una sfida, Morgon affronterà un difficile cammino esistenziale e avventuroso, cercando la soluzione dell’enigma che lega passato e futuro, e combattendo Ohm, il mago corrotto che vuole alterare gli equilibri del mondo.

Patricia A. McKillip

Il Maestro degli Enigmi di Hed

CAPITOLO PRIMO

Morgon di Hed conobbe l’arpista del Supremo in un giorno d’autunno, quando le navi mercantili attraccarono a Tol per lo stagionale scambio di prodotti. Fu un ragazzino ad avvistare i vascelli panciuti, dalle schioccanti vele a strisce rosse, azzurre e verdi, che in lontananza si facevano strada fra gli snelli scafi dei battelli da pesca, ed a correre su per la costa da Tol fino ad Akren, la dimora di Morgon, Principe di Hed. Egli interruppe una discussione, riferì il suo messaggio, e sedette a un lungo tavolo ormai quasi vuoto per ficcarsi in bocca tutto ciò che era avanzato dalla colazione. Il Principe di Hed, che la sera prima aveva caricato due carri di birra da vendere e ancora stentava a rimettersi dalla fatica, volse due occhi arrossati oltre il tavolo e gridò per chiamare sua sorella.

— Ma Morgon — disse Harl Stone, uno dei suoi fattori, corpulento quanto un sacco di granaglie e con un ciuffo di arruffati capelli, grigi come la pietramola. — E per quel toro bianco di An, che dicevi di volere? Il vino può aspettare…

— E il grano — disse Morgon — che è ancora nel magazzino di Wyndon Amory, nella regione orientale di Hed? Qualcuno dovrà portarlo a Tol per i mercanti. Perché qui intorno nessuno fa mai niente di niente?

— Abbiamo caricato la birra — gli ricordò suo fratello Eliard, con una luce ostile negli occhi chiari.

— Grazie tante. Dove s’è cacciata Tristan? Tristan!

— Insomma! — Seccata, Tristan di Hed comparve dietro di lui, reggendo le estremità ancora scomposte delle trecce scure.

— Adesso pensiamo a procurarci il vino, e lasciamo il toro per la primavera ventura — suggerì Mastro Cannon, che era stato allevato con Morgon. — Siamo maledettamente a corto di vino di Herun; ne abbiamo appena abbastanza per farcelo durare quest’inverno.

Eliard gettò un’occhiata a Tristan e borbottò: — Piacerebbe anche a me non aver altro da fare che sprecare l’intera mattina a spazzolarmi i capelli, e a strofinarmi la faccia col siero di latte.

— Almeno io mi lavo. Voialtri puzzate come il fondo di una botte di birra, dal primo all’ultimo. Chi è stato a insozzarmi di fango tutto il pavimento?

Ciascuno abbassò lo sguardo sulle proprie scarpe. Solo un anno addietro Tristan era stata una fanciulla bruna, snella come una canna, agile nel correre per i campi a piedi nudi e fiera della sua capacità di fischiare fra i denti anteriori. Adesso trascorreva buona parte del suo tempo a scrutarsi la faccia allo specchio, e aggrottava le sopracciglia alle occhiate degli uomini. Trasferì il suo cipiglio da Eliard a Morgon.

— Che cos’hai da muggirmi dietro a questo modo?

Il Principe di Hed chiuse gli occhi.

— Mi spiace. Non avevo intenzione di muggire. Ciò che voglio è semplicemente chiederti di sbarazzare i tavoli, riordinare un po’, mettere tovaglie pulite, riempire boccali di latte e di vino, far preparare in cucina piatti di carne, formaggio, frutta e verdura. Poi sistemati i capelli, mettiti le scarpe, e vedi di togliere questo fango dal pavimento. I mercanti stanno per arrivare.

— Oh, Morgon… — gemette Tristan. Morgon si volse a Eliard.

— Quanto a te, prendi un cavallo, vai sulla costa orientale e di’ a Wyndon di spedire il suo grano a Tol.

— Ma Morgon, è una cavalcata di un giorno!

— Lo so. Dunque mettiti in viaggio.

I due si fissarono immobili, coi volti un po’ arrossati, mentre i fattori di Morgon assistevano fra il divertito e l’impassibile. Non si somigliavano molto l’un l’altro, i tre figli di Athol di Hed e di Spring Oakland. Tristan, coi suoi vaporosi capelli corvini e il piccolo viso triangolare, aveva preso dalla madre. Eliard, due anni più giovane di Morgon, aveva le spalle ampie e l’ossatura massiccia di Athol, e la stessa bella capigliatura folta. Morgon, con occhi e capelli color della birra chiara, aveva invece ereditato le fattezze della nonna, che i più anziani ancora ricordavano come una snella e orgogliosa donna del sud di Hed: la figlia di Lathe Wold. Ella aveva avuto il vezzo di fissare la gente nel modo in cui ora Morgon guardava Eliard, con remoto distacco, come una volpe che sbirciasse da sotto un mucchio di penne di gallina. Eliard gonfiò le guance e ne esplose uno sbuffo mugghiante che terminò con un sospiro.

— Se avessi un cavallo di An, potrei andare là ed essere di ritorno in tempo per la cena.

— Andrò io — disse Mastro Cannon. Sul suo volto era apparso un velo di rossore.

— Ci vado io — mugolò Eliard.

— No. Vorrei… è già un po’ di tempo che non vedo Arin Amory. Andrò io. — L’uomo consultò Morgon con un’occhiata.

— Per me fa lo stesso — disse Morgon. — Basta che non dimentichi quel che vai a fare. Eliard, tu darai una mano a caricare, giù a Tol. Grim, avrò bisogno di te al mercato… l’ultima volta che ho fatto tutto da solo, per poco non barattavo tre cavalli da tiro per un’arpa senza corde.

— Se tu comperi un’arpa — lo interruppe Eliard, — allora io voglio un cavallo di An.

— E io devo assolutamente avere un vestito di Herun — disse Tristan. — Morgon, ne ho bisogno. Una veste arancione. Poi mi occorrono degli aghi sottili, e un paio di scarpe di Isig, e alcuni bottoni d’argento e…

— Ma cosa credete che cresca nei nostri campi? — le chiese Morgon.

— So cosa danno i nostri campi. E so anche, da sei mesi, a cosa deve girare intorno la mia scopa quando vado a spazzare sotto il tuo letto. Io penso che tu debba mettertela in testa, oppure venderla. È già coperta da tanta di quella polvere che non si distingue neppure il colore delle gemme.

Nella sala cadde un breve silenzio carico di perplessità. Tristan aveva incrociato con fermezza le braccia sul petto, continuando a trattenere le estremità scomposte delle trecce. Il suo mento era sollevato in atto di sfida, ma nello sguardo con cui fronteggiò quello di Morgon c’era una luce d’incertezza. La bocca di Eliard era rimasta aperta. La chiuse con un secco scatto di denti.

— Quali gemme?

— È una corona — disse Tristan. — Ne ho visto una, nell’illustrazione di un libro di Morgon. La portano i Re.

— So cos’è una corona. — Meravigliato Eliard fissò Morgon. — Cosa diavolo hai barattato per averla? Metà dell’isola di Hed?

— Non ho mai saputo che tu desiderassi una corona — osservò con stupore Mastro Cannon. — Tuo padre non ne ha mai avuto una. Tuo nonno non ne ha mai avuto una. Tuo…

— Cannon! — sospirò Morgon. Alzò le mani e si poggiò le palme sugli occhi. Un afflusso di sangue gli aveva imporporato la fronte. — Kern ne aveva una.

— Chi?

— Kern di Hed. Sarebbe il nostro bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis bisnonno. No. Mi sono dimenticato un bis. Era fatta d’argento, con una gemma verde a forma di cavolo. Un giorno però la vendette in cambio di venti barili di vino di Herun, sebbene a spingerlo fosse stato…

— Non cambiare discorso — sbottò Eliard, secco. — Dove l’hai avuta? Cosa hai barattato per ottenerla. O forse… — S’interruppe. Morgon si tolse le mani dagli occhi.

— O forse cosa?

— Niente. Piantala di fissarmi così. Stai ancora cercando di sviare il discorso. L’hai comprata, o l’hai rubata, o hai ammazzato qualcuno per averla…

— Suvvia…! — intervenne pacato Grim Oakland, il dignitoso sovrintendente di Morgon.

— O vuoi darci a intendere che un bel giorno l’hai trovata in un setaccio da grano, come un topo morto?

— Non ho ammazzato proprio nessuno! — esplose Morgon. L’acciottolio di stoviglie, in cucina, si interruppe bruscamente. Abbassò la voce, facendosi mordace. — Di cosa mi stai accusando?

— Io non…

— Io non ho fatto del male a nessuno per avere quella corona. Non ho barattato niente che non mi appartenesse; non l’ho rubata…

— Io non stavo…

— È entrata in mio possesso in modo legale. E quale sia stato questo modo, tu non l’hai ancora immaginato. Ti sei posto un enigma, hai dato quattro risposte, e hai sbagliato quattro volte. Se io annaspassi fra gli enigmi a questo modo, oggi non sarei qui a parlare con te. Adesso devo andare a ricevere cortesemente i mercanti, a Tol. Quando avrai deciso che questa mattina puoi permetterti di lavorare, degnati di raggiungermi.

Si avviò all’uscita. Ma era appena giunto ai gradini che dalla veranda scendevano in cortile quando Eliard, col volto arrossato dall’ira, abbandonò gli ospiti allibiti, attraversò il locale con una velocità sorprendente per la sua mole, afferrò Morgon alla vita e lo trascinò in un gran tuffo, facendolo finire sotto di sé, con la faccia nella polvere.

Le galline e le oche si dispersero, starnazzando con indignazione. I fattori, il ragazzino venuto da Tol, la cuoca e la ragazza che lavava i piatti in cucina, corsero sulla veranda mandando esclamazioni sbalordite.

Morgon, senza fiato per il colpo che gli aveva fatto uscire l’aria dai polmoni, giacque immobile mentre sopra di lui Eliard ringhiava fra i denti: — Non te la senti di rispondere a una semplice domanda? Cosa significa, quando dici che oggi non saresti qui a parlare con me? Morgon, cos’hai fatto per quella corona? Dove l’hai avuta? Che hai combinato? Io giuro che ti…

Morgon sollevò la testa, stordito. — L’ho presa in una torre. — Con uno scatto ruotò lateralmente, colse Eliard sbilanciato e lo scaraventò in uno dei cespugli di rose di Tristan.

La zuffa fu breve ma non priva di momenti spettacolari. I fattori di Morgon, che fino all’anno addietro avevano vissuto sotto il placido ed efficiente governo di Athol, osservarono un po’ stupefatti e un po’ sogghignanti il Principe di Hed ruzzolare attraverso una vasta pozza di fango, sollevarsi ancora in piedi, incassare la testa fra le spalle come un toro e caricare muggendo contro il fratello. Eliard si liberò dalla sua presa e replicò con un gancio destro che, colpendo la mascella dell’avversario, risuonò secco quanto un lontano colpo d’accetta in un tronco. Morgon andò giù come un sacco di grano.

Subito Eliard si lasciò cadere in ginocchio accanto al corpo immoto del fratello e ansimò: — Mi dispiace. Mi dispiace. Morgon, ti ho fatto male?

Muta e furiosa Tristan avanzò nel cortile, raccolse un secchio colmo di latte e lo rovesciò in testa ai due.

Sotto la veranda si levarono commenti confusi, gemiti di compatimento, e qualcuno zufolò fra i denti. Mastro Cannon sedette su uno degli scalini e si nascose il volto fra le ginocchia. Eliard abbassò gli occhi sullo sfacelo della sua tunica fangosa. Distrattamente cercò di ripulirsela con le mani, peggiorandone ancora l’aspetto.

— Guarda come mi hai ridotto — si lamentò. — Morgon?

— Hai distrutto la mia pianta di rose — lo rimproverò Tristan. — E guarda cos’hai fatto a Morgon, di fronte a tutti quanti. — Sedette accanto al corpo di Morgon sul terreno bagnato, gli fece girare il volto e glielo asciugò con un lembo del grembiule. Morgon sbatté le palpebre storditamente, le ciglia bagnate di latte. Eliard si spostò a sedere su una pietra.

— Morgon, mi dispiace. Però non credere di poter evitare l’argomento in questo modo.

Morgon sollevò il braccio, ebbe una smorfia e si massaggiò cautamente la mascella. — Che… quale argomento? — mugolò, cupo.

— Non importa — stabilì Tristan. — Non è una cosa per cui due fratelli debbano litigare.

— Cos’è questa porcheria che ho addosso?

— Latte.

— Mi dispiace — ripeté Eliard. Afferrò il fratello per le spalle e fece per tirarlo su, ma lui scosse il capo.

— Lasciami disteso dove sono per un momento. Che ti è preso di saltarmi addosso a quel modo? Prima mi accusi di omicidio, poi cerchi di farmi saltare via la mandibola, e per finire mi inzuppi di latte puzzolente. È disgustoso. Cosa c’era in questo latte, stereo di gallina e fango? Maledetta porcheria…

— Sono stata io — confessò Tristan. — Era il latte dei maiali. Ma tu hai gettato Eliard sul mio cespuglio di rose. — Asciugò delicatamente il labbro inferiore di Morgon, insanguinato. — Davanti a tutti gli ospiti. Sono così umiliata.

— E la colpa di questo è mia? — chiese Morgon. Eliard si massaggiò una costola dolorante e fece udire un grugnito.

— Sei stato tu a farmi perdere la ragione, parlandomi a quel modo. Tu sei scivoloso come un’anguilla. Una cosa però io l’ho capita: questa primavera ti sei procurato una corona, perché prima non l’avevi. E hai detto che se rispondessi agli enigmi male quanto me, oggi non saresti qui. Voglio sapere perché. Avanti, perché?

Morgon restò in silenzio. Dopo qualche istante si alzò a mezzo, sollevò le ginocchia e vi appoggiò il mento. — Tristan, perché hai scelto proprio oggi per tirar fuori questo argomento?

— Avanti prenditela con me adesso — si lamentò passivamente lei. — Io sono qui che vado in giro con le pezze ai gomiti, e tu nascondi perle e gioielli sotto il tuo letto.

— Non avresti le pezze ai gomiti, se avessi detto a Narly Stone di farti qualche vestito che ti vada bene. Stai crescendo, ecco tutto…

— Vuoi piantarla di cambiar discorso!

Morgon risollevò il capo. — Piantala tu di abbaiare. — Spostò lo sguardo da Eliard al gruppetto di ospiti immobili che li fissavano in assoluto silenzio, e sospirò. Si passò le mani sulla faccia e poi fra i capelli. — Ho vinto quella corona in una gara di enigmi che ho fatto ad An, con uno spettro.

— Oh! — La voce di Eliard suonò stridula. — Un cosa?

— Il fantasma di Peven, Nobile di Aum. Quella che sta sotto al mio letto è la corona dei Re di Aum. Essi furono assoggettati da Oen di An seicento anni fa. Peven ha la rispettabile età di cinquecento anni. Fu imprigionato vivo nella sua torre da Oen e dai Re di An.

— Che aspetto ha? — chiese Tristan. La sua voce era un sussurro. Morgon scosse appena le spalle, evitando i loro occhi.

— È un vecchio. Un vecchio nobile, con occhi che sembrano contenere le risposte a mille enigmi. Un tempo scommise che nessuno avrebbe mai potuto vincere una gara di enigmi con lui. Così mi imbarcai su una delle navi dei mercanti, e andai a sfidarlo. Lui affermò che dei grandi nobili di Aum, An e Hel — le tre attuali regioni di An — e perfino dei Maestri degli Enigmi venuti da Caithnard lo avevano sfidato a una gara, ma non gli era mai capitato un contadino di Hed. Io gli risposi che avevo letto molto. Così facemmo questa gara. E la vinsi io. Quindi mi portai la corona a casa e la nascosi sotto il letto, in attesa di decidere cos’avrei potuto farmene. Ora dico, era il caso di sbraitare tanto?

— Costui ha perso, e ti ha dato la corona — riassunse Eliard a occhi socchiusi. — Cosa avresti dovuto dargli, se fossi stato tu il perdente?

Morgon si sfiorò con un dito il labbro ferito. I suoi occhi scivolarono sui campi oltre le spalle di Eliard. — Be’… mormorò infine. — Vedi, dovevo vincere per forza.

Eliard si alzò in piedi di scatto. Volse la schiena a Morgon e fece due passi, a pugni stretti, poi tornò indietro con un secco dietrofront e si mise di nuovo a sedere.

— Tu, dannato pazzo!

— Non ricominciate a picchiarvi — li implorò Tristan.

— Non sono affatto un pazzo — stabilì Morgon. — Ho vinto la gara, o no? — Il suo volto era rigido. Guardò dritto negli occhi di Eliard, come da una grande distanza. — Kern di Hed, il Principe che aveva la corona con la gemma a forma di cavolo…

— Non cercar di cambiare…

— Non lo sto facendo. Kern di Hed, l’unico Principe di Hed oltre il sottoscritto a possedere una corona, un giorno ebbe la dubbia fortuna di essere inseguito da una Cosa senza nome. Forse era soltanto l’effetto del vino di Herun. Questa Cosa chiamava incessantemente il suo nome. Lui fuggì via, corse nella sua casa che aveva sette stanze e sette porte l’una dietro l’altra, e chiuse tutte le porte alle sue spalle finché giunse nella camera più interna, dove fu costretto a fermarsi. Ma subito egli udì il rumore delle porte che si spalancavano, una alla volta, ed ogni volta sentì gridare il suo nome. Sei furono le porte che udì aprirsi, e sei volte il suo nome risuonò, sempre più vicino. E proprio fuori dalla settima e ultima il suo nome fu chiamato ancora. Ma la Cosa non toccò la porta. Egli attese disperato che entrasse, però essa non lo fece. Infine decise di uscire, e aprì la porta lui stesso. La Cosa se n’era andata. Ed egli fu lasciato lì a chiedersi, per tutto il tempo che gli rimase da vivere, cos’era che lo aveva chiamato.

Eliard fissò il fratello, che s’era azzittito. Dopo un po’ domandò, a dispetto di se stesso: — Ebbene, cosa diavolo era?

— Kern non aprì la porta. Questo è l’unico enigma prodotto, per così dire, da Hed. L’interpretazione, secondo i Maestri degli Enigmi di Caithnard, è questa: rispondi a un enigma senza risposta. Io lo proposi.

— Ma questi non sono affari per te! Le faccende di cui devi occuparti sono i campi, non rischiare la vita in una stupida gara di enigmi con un fantasma, e per avere la corona che non vale niente finché te la tieni sotto il letto. Non hai pensato a noi, a quel tempo? Sei partito prima o dopo che loro morissero? Prima o dopo?

— Dopo — disse Tristan.

Eliard sbatté una mano in una pozza di latte. — Lo sapevo!

— Però sono tornato indietro.

— Supponiamo che tu non fossi tornato?

— Io sono tornato! Perché non vuoi cercare di capire, invece di ragionare come se avessi un blocco di legno fra gli orecchi? Il figlio di Athol, coi suoi capelli, i suoi occhi, e le sue visioni…

— No! — gridò Tristan. La mano di Eliard, sollevata e chiusa a pugno, si arrestò a mezz’aria. Morgon abbassò di nuovo il mento sulle ginocchia. Eliard chiuse gli occhi.

— Perché credi che io sia così arrabbiato? — sussurrò.

— Il perché lo so.

— Davvero? Perfino… ancora oggi, a sei mesi di distanza, mi aspetto quasi di sentire la voce di lei in casa, e di vedere lui che esce dal granaio, o che torna dai campi al tramonto. E tu? Come potrò esser sicuro, da oggi in poi, che quando partirai da Hed ti vedremo tornare? Avresti potuto morire in quella torre, per una stupidissima corona, e ci avresti lasciati qui ad aspettare che cosa? Il tuo fantasma? Giura che non farai mai più niente di simile.

— Non posso.

— Sì che puoi.

Morgon sollevò la testa. Fissò Eliard. — Come posso fare una promessa a te ed un’altra a me stesso? Ma ti giuro questo: io tornerò sempre indietro.

— E come sai di…

— Te l’ho giurato.

Eliard abbassò gli occhi nella pozzanghera. — Tutto perché lui ha voluto lasciarti andare a quella scuola. È laggiù che il tuo senso del dovere si è confuso.

— Suppongo che sia così — disse Morgon stancamente. Gettò un’occhiata al sole. — Metà della mattina se n’è andata, e noi siamo qui a sedere nella melma inzuppati di latte marcio fin nei capelli. Perché hai aspettato tanto a chiedermi della corona? — domandò a Tristan. — Questo non è da te.

Lei scosse appena le spalle, senza guardarlo. — Ho visto la tua faccia, il giorno che sei tornato. Cosa pensi di fartene, adesso?

Lui si scostò una ciocca di capelli dagli occhi. — Non lo so. Suppongo che potrei usarla in qualche modo.

— Bene, io ho un piccolo suggerimento.

— Proprio come pensavo. — Si alzò in piedi rigidamente e si volse a Cannon, che sedeva sugli scalini della veranda. — Credevo che tu volessi partire per l’oriente di Hed — disse in tono penetrante.

— Sto andando. Sto andando — annuì Cannon, conciliante. — Wyndon Amory non me l’avrebbe perdonata, se mi fossi perso la fine dello spettacolo. Hai ancora tutti i tuoi denti?

— Credo di sì. — Il gruppetto sulla veranda esitò e cominciò a disperdersi sotto il suo sguardo. Lui si piegò su Eliard e lo aiutò a rimettersi in piedi. — Ti senti a posto?

— Non peggio di come si sentirebbe chiunque, dopo aver attraversato a ruzzoloni un cespuglio di rose. Non so se ho una tunica pulita.

— Ce l’hai — lo informò Tristan. — Ho lavato la tua roba ieri. La casa è sottosopra. Tu… noi siamo sottosopra, e i mercanti saranno qui fra poco. E questo significa che tutte le donne del paese verranno a curiosare fra i loro articoli, nel nostro salone così sporco. Morirò di vergogna.

— Una volta non te ne preoccupavi tanto — commentò Eliard. — Ora non fai che lamentarti. Prima però correvi attorno coi piedi fangosi, e la gonna piena di peli di cane.

— Questo — disse Tristan, gelida, — accadeva quando c’era qualcuno che si prendeva cura della casa. Ora tocca a me occuparmene. — Si allontanò in fretta, con le galline che fuggivano qua e là per togliersi dalla sua strada. Eliard si ravviò i capelli, emise un gemito.

— Mi sembra d’aver ficcato la testa in una latrina. Andiamo. Se tu pomperai per me, io pomperò per te.

I due si spogliarono e si lavarono nella vasca dietro la casa. Poi Eliard andò alla fattoria di Grim Oakland, per aiutare a caricare i carri del grano che andava trasportato nei silos, e Morgon attraversò i campi pieni di stoppie fino alla strada costiera che portava a Tol.

Le tre navi mercantili, con le vele ammainate, avevano appena attraccato al molo. Mentre Morgon si avvicinava sulla banchina, una rampa venne rumorosamente gettata fuori bordo da una di esse, ed egli vide un marinaio condurne giù un cavallo, una elegante giumenta dalle zampe lunghe allevata ad An, ma di pelo nero, con una briglia che nel sole scintillava d’un pulviscolo di gemme. Poi alcuni mercanti lo salutarono dalla prua di una nave, e mentre sbarcavano egli andò loro incontro.

Erano un gruppo d’individui pittoreschi, alcuni abbigliati nei lunghi abiti rossi e arancione tipici di Herun, altri portavano le giacche e i pantaloni di An, o le tuniche strette e fittamente ricamate di Ymris. Erano adorni di anelli e di collane di Isig, e avevano berretti pelosi di Osterland, tutti articoli che generosamente essi donavano, insieme ai coltelli dal manico d’osso e alle spille di rame, ai ragazzini che ammirati e curiosi facevano ressa intorno a loro. Il carico delle navi comprendeva, fra le altre cose, ferro di Isig e vino di Herun.

Grim Oakland comparve sulla banchina poco più tardi, mentre Morgon stava esaminando il vino.

— Ammetto che apprezzo anch’io un buon bicchiere, dopotutto — confessò l’uomo. Morgon ebbe un accenno di sorriso ma tornò subito serio.

— È stato caricato il grano?

— Quasi. Harl Stone sta tirando fuori la lana e le pelli dal tuo magazzino. Sarebbe meglio se tu acquistassi tutto il metallo che hanno portato.

Morgon annuì, e i suoi occhi tornarono ad ammirare la cavalla legata a uno degli anelli sulla banchina. Un marinaio scese dalla nave recando una sella, e la poggiò in equilibrio sulla staccionata accanto all’animale. Morgon accennò in quella direzione con suo boccale.

— A chi apparterrà quella giumenta? Pare che coi mercanti sia venuto qualcun altro. Oppure Eliard ha venduto Akren di nascosto per averla?

— Non lo so — disse Grim, inarcando le sopracciglia rosse e grige. — Ragazzo mio, so che questi non sono affari miei, ma non dovresti lasciare che le tue inclinazioni personali interferiscano coi doveri che per nascita ti competono.

Morgon si versò dell’altro vino. — Non interferiscono affatto.

— Se tu ci lasciassi la pelle, sarebbe un’interferenza eccome!

Lui scrollò le spalle. — C’è Eliard.

Grim fece un sospiro. — Io lo dissi a tuo padre, di non mandarti a quella scuola: ti avrebbe messo strane idee nella testa. Ma niente, non volle darmi ascolto. Gli dissi che era un errore farti stare lontano da Hed tanto tempo: nessuno ha mai fatto niente di simile, e non ne sarebbe mai venuto nulla di buono. E avevo ragione. Non ne è venuto niente di buono. Parlo di questo tuo viaggio in una terra straniera, per fare una gara di enigmi con… con un uomo che avrebbe dovuto avere la decenza di starsene morto e sepolto sottoterra. Questo non è bene. Non è… non è il modo in cui un governante di Hed dovrebbe comportarsi. Non era cosa da farsi.

Morgon tenne il freddo metallo del boccale a contatto con il labbro spaccato. — Peven non poteva fare a meno di andarsene in giro dopo la sua morte. Aveva ammazzato sette dei suoi figli con un uso malaccorto della magia, gettando su se stesso dolore e vergogna. Non poteva riposare in pace sottoterra. Mi disse che dopo così tanti anni aveva qualche difficoltà a ricordare tutti i nomi dei suoi figli. Questo lo tormentava. A Caithnard io avevo però letto i loro nomi, e quindi potei dirglieli. Questo gli risollevò il morale.

La faccia di Grim era rossa come i bargigli di un tacchino. — È una cosa indecente! — sbottò. Si allontanò di qualche passo, andò a sollevare il coperchio di un cestone pieno di sbarre di ferro, poi lo sbatté giù nuovamente. A fianco di Morgon comparve uno dei mercanti.

— Vi sembra buono il mio vino, Signore?

Morgon si volse, annuendo. Il mercante indossava una veste in sottile stoffa verde-foglia di Herun, un berretto di visone bianco, e appesa a una spalla portava un’arpa di legno nero con una tracolla in cuoio candido. Morgon chiese: — Di chi è il cavallo? Dove avete avuto questa arpa?

Il mercante sogghignò, sfilandosela dalla spalla. — Rammentando quanto alla signoria vostra piacciano le arpe, in An mi sono procurato questa per voi. Era l’arpa dell’arpista del Nobile Col di Hel. È piuttosto antica, però guardate com’è ben conservata e bella.

Morgon passò le mani sul legno finemente cesellato. Sfiorò le corde coi polpastrelli, e ne pizzicò una traendone una nota lieve. — Che potrei fare con tutte queste corde? — mormorò. — Devono essere più di trenta.

— Vi piace? Tenetela per un po’ di tempo. Suonatela.

— Io non credo di potermi permettere…

Il mercante lo azzitti sollevando le mani. — Come si può attribuire un prezzo qualsiasi a un’arpa simile? Provatela, prendete dimestichezza con le sue corde. Non fatevi fretta, c’è tutto il tempo per decidere. — Fece scivolare la tracolla oltre la testa di Morgon. — Se vi piacerà, state certo che troveremo con facilità un accordo soddisfacente…

— Non ne dubito. — Colse un’occhiata di Grim Oakland e arrossì.

Morgon portò l’arpa con sé fino alla Sala dei Mercanti di Tol, dove gli uomini venuti dal continente esaminarono la sua birra, il grano e la lana, mangiarono formaggio e frutta, e negoziarono con lui per un’ora mentre Grim Oakland gli stava accanto pronto a dare consigli. Poi sulla banchina furono portati dei carri, vuoti, per caricare il metallo, le botti di vino e i blocchi di sale provenienti dalle saline di Caithnard. Pesanti cavalli da tiro, destinati ai mercanti di An e di Herun, vennero allineati sul molo. I mercanti cominciarono a registrare i sacchi di grano e i barilotti di birra. I carri di Wyndon Amory, del tutto inaspettati, scesero lungo la strada costiera verso mezzogiorno.

Mastro Cannon, che cavalcava dietro uno di essi, smontò di sella accanto a Morgon. — Wyndon li aveva fatti partire ieri, ma uno ha perso una ruota e i conducenti l’hanno riparata alla fattoria di Sil Wold, e hanno trascorso la notte là. Li ho incontrati mentre arrivavano. Ti hanno convinto a comprare un’arpa?

— Quasi. Senti come suona.

— Morgon, tu sai che non distinguo il suono di un’arpa da quello di un secchio sfondato. Hai un labbro che sembra una prugna spiaccicata.

— Allora non farmi ridere — brontolò lui. — Ci pensate tu e Eliard ad accompagnare i mercanti ad Akren? Qui hanno quasi finito.

— E tu cosa resti a fare?

— Voglio comprare un cavallo. E un paio di scarpe.

Cannon inarcò un sopracciglio. — E un’arpa?

— Può darsi. Certo.

L’altro ridacchiò. — Bene. Ora capisco perché vuoi che io porti via Eliard.

Morgon salì su una delle navi e poi scese a curiosare nella stiva, dove una mezza dozzina di cavalli di An erano ancora impastoiati per la traversata. Esaminò zoccoli, denti e pelame, intanto che i marinai accatastavano sacchi di grano nella penombra fra le paratie alle sue spalle. Uno dei mercanti lo raggiunse e chiacchierarono un poco, mentre Morgon lisciava pensosamente il collo muscoloso di uno stallone color del legno appena tagliato. Mezz’ora dopo infine risalì sul ponte, aspirando profonde boccate d’aria pulita. Quasi tutti i carri se n’erano andati; i marinai s’incamminarono verso la Sala dei Mercanti per pranzare. Le onde facevano oscillare le navi, e si frangevano intorno ai massicci tronchi di pino che sorreggevano la banchina. Il giovane andò a sedersi in cima al molo. Distanti dalla riva i pescherecci di Tol si alzavano e abbassavano come anatre sulle onde di un lago. Al di là di essi, sfumato come una linea di carboncino sull’orizzonte, si scorgeva il profilo del continente, il vasto reame del Supremo.

Si appoggiò l’arpa sulle ginocchia e cominciò a suonare una melodia campestre, le cui note imitavano il fruscio della falce nel grano. Poi gli venne in mente una ballata di Ymris, e stava pizzicando allegramente le corde quando un’ombra cadde di traverso sullo strumento. Si volse.

Un uomo che non aveva mai visto prima, e che non era un mercante né un marinaio, stava in piedi al suo fianco. Indossava vesti sobrie, ma la sua elegante tunica azzurra e nera aveva un taglio insolito, e così anche la cintura di borchie quadrate in argento che portava su di essa. Aveva un volto magro, d’ossatura fine, né giovane né vecchio, e i suoi capelli erano un fluttuante casco argenteo.

— Morgon di Hed?

— Sì.

— Io sono Deth, l’arpista del Supremo.

Morgon deglutì. Fece per alzarsi, ma l’arpista lo prevenne e sedette al suo fianco, osservando lo strumento.

— Uon — disse, e indicò a Morgon un nome mezzo nascosto fra gli intarsi. — Era un fabbricante d’arpe a Hel, tre secoli or sono. Soltanto cinque delle sue arpe esistono ancora.

— Il mercante che me l’ha data dice che apparteneva all’arpista del Nobile Col. Siete arrivato…? Dovete essere venuto con loro. Quel cavallo è vostro? Perché non mi avete detto prima che eravate qui?

— Eravate indaffarato; ho preferito aspettare. Questa primavera il Supremo mi ha ordinato di venire a Hed, e di esprimervi le sue condoglianze per la morte di Athol e di Spring. Ma sono rimasto bloccato a Isig dal ritardo del disgelo. A Ymris ho ritardato a causa dell’assedio di Caerweddin. E proprio mentre mi stavo imbarcando per Caithnard mi è stato chiesto di portare un messaggio urgente di Mathom di An, ad Anuin. Mi spiace d’essere arrivato con tanto ritardo.

— Ora rammento il vostro nome — disse lentamente Morgon. — Mio padre usava dire spesso che Deth aveva suonato alle sue nozze. — S’interruppe, come risentendo le parole di lui, e un brivido improvviso lo scosse. — Scusate. Lui lo ricordava con allegria. Amava molto la vostra musica. Mi piacerebbe sentirvi suonare.

L’arpista sedette più comodamente sul bordo del molo e prese l’arpa di Uon. — Cosa preferireste ascoltare?

Malgrado i suoi sforzi per non farlo Morgon fu costretto a sorridere, e sentì una fitta di dolore al labbro. — Suonate… lasciatemi pensare. Suonereste la ballata che stavo cercando di eseguire poco fa?

— Il Lamento di Belu e Bilo — Deth regolò appena una delle corde e cominciò a suonare l’antica ballata.

Belu così chiara e dolce nacque con l’oscuro
Bilo, l’oscuro. Anche la morte li unì.
Piangete per Belu, belle fanciulle,
Piangete per Bilo.

Le dita di lui ricreavano quella tragica storia dalle corde ben tese e scintillanti, e Morgon lo ascoltava immobile, senza distogliere gli occhi dal suo volto calmo e distaccato. L’abilità di quelle mani e la voce addestrata da anni di canti trasformavano in musica il destino di Bilo, la sua sregolatezza e la sua violenza, la morte che aveva lasciato dietro di sé, la morte che lo inseguiva, correndo dietro il suo cavallo, alle spalle di Belu, correndo accanto al suo cavallo come un cane da caccia.

Belu così gentile e fiera seguì l’oscuro Bilo.
E la morte era con loro.
La Morte gridò a Bilo con la voce di Belu,
a Belu, con la voce di Bilo…

Il lungo sospiro sciabordante di un’ondata ruppe il silenzio che era seguito all’ultima nota. Morgon si riscosse. Poggiò una mano sullo scuro profilo dell’arpa ruvido di intarsi.

— Pur di estrarre una melodia simile da questo strumento, sarei disposto a vendere il mio nome e ad andare in giro senza nome.

Deth sorrise. — Questo è un prezzo un po’ troppo alto da pagare, anche per un’arpa di Uon. Quanto vi hanno chiesto i mercanti?

Lui scrollò le spalle. — Si accontenteranno di ciò che potrò offrire.

— E la desiderate molto?

Morgon lo fissò. — Per averla venderei il mio nome, ma non il grano su cui i miei fattori si sono rotti la schiena con le falci, né i cavalli da tiro che hanno allevato e addestrato. Posso pagare soltanto con ciò che mi appartiene.

— Non avete bisogno di giustificarvi con me — disse gentilmente l’arpista. Morgon si umettò la crosta sul labbro ferito, annuendo.

— Mi spiace darvi quest’impressione. Dev’essere perché ho trascorso la mattina a cercare di giustificarmi con me stesso.

— Per quale motivo?

Gli occhi di lui si abbassarono sulle borchie di ferro che fissavano i tronchi del pontile. D’impulso, la calma con cui quello straniero così sensibile lo ascoltava lo indusse a chiedere: — Voi conoscevate i miei genitori. Sapete come sono morti?

— Sì.

— Mia madre aveva sempre desiderato visitare Caithnard. Quando studiavo là mio padre era venuto due o tre volte a trovarmi, alla Scuola dei Maestri degli Enigmi, a Caithnard. Questo sembra facile a dirsi… ma per riuscire a farlo gli occorse un grande coraggio: lasciare Hed, recarsi in una vasta e popolosa città straniera. I Principi di Hed sono radicati alla terra di quest’isola. Quando tornai a casa mia, un anno fa, dopo tre anni trascorsi a Caithnard, trovai mio padre pieno di storie e aneddoti su quel che aveva visto nel continente… i mercati e le fiere, la gente d’ogni razza e provenienza… e quando egli raccontò di un emporio dove vendevano pezze di stoffa e pellicce e vesti dei regni più lontani, mia madre non seppe più resistere al desiderio di andare. Adorava le stoffe fini, dai colori esotici, morbide al tatto. Così questa primavera, al termine degli scambi di stagione, si imbarcarono coi mercanti e partirono. Ma era destino che non rivedessero più Hed. La nave con cui tornarono… andò perduta. Non tornarono, da quel viaggio. — Abbassò una mano sulla testa di un grosso chiodo, tracciandovi intorno lenti circoli. — C’era una cosa che io volevo fare da molto tempo. La feci, allora. Mio fratello Eliard ne è venuto a conoscenza soltanto questa mattina. A quel tempo non gli dissi nulla perché sapevo che sarebbe andato fuori di sé. Trovai una scusa, raccontai a tutti che intendevo andare per qualche giorno nell’ovest di Hed, e segretamente mi imbarcai per An.

— Per An? Ma perché… — L’uomo s’interruppe. La sua voce si abbassò in un sussurro. — Morgon di Hed, voi avete vinto la corona di Peven?

Morgon alzò di scatto la testa. Dopo qualche istante disse: — Sì. Ma come fate a…? Sì.

— Non lo avete riferito al Re di An…

— Non l’ho detto a nessuno. È una cosa di cui preferisco non parlare.

— Auber di Aum, uno dei discendenti di Peven, è andato in quella torre per tentar di riconquistare la corona di Aum al nobile defunto, ed ha scoperto che la corona non c’era più, e che Peven supplicava d’esser libero di lasciare la torre. Invano Auber ha chiesto il nome dell’uomo che aveva preso la corona: Peven gli ha risposto soltanto che non intendeva più rispondere a nessun enigma. Auber ne ha riferito a Mathom. E Mathom, messo di fronte al fatto che qualcuno s’era aggirato non visto nella sua terra, riuscendo a vincere una gara di enigmi che per secoli era costata la vita a molti uomini, e che se n’era poi andato altrettanto furtivamente, mi ha convocato a Caithnar incaricandomi di rintracciare questa corona. Hed è l’ultimo dei posti dove mi aspettavo di trovarla.

— Finora se n’è stata sotto il mio letto — disse vagamente Morgon. — L’unico posto sicuro di Akren. Però non capisco. Forse che Mathom la rivuole? Io non ne ho bisogno. Non le ho neppure dato un’occhiata da quando l’ho portata a casa. Ma credo che Mathom, più di ogni altro, dovrebbe capire…

— La corona vi appartiene di diritto. Mathom sarebbe l’ultimo a contestarvelo. — Fece una pausa; nei suoi occhi c’era un’espressione che confuse Morgon. Poi aggiunse, gentilmente: — È vostra, se così volete, e anche la figlia di Mathom, Raederle.

Morgon deglutì. Si ritrovò in piedi, con gli occhi sbarrati sull’arpista. Ma subito poggiò un ginocchio al suolo perché d’improvviso, invece dell’uomo che aveva davanti, i suoi occhi rivedevano l’immagine di un volto pallido e fine colmo di espressioni inattese, e l’atto con cui quella testa scuoteva indietro una nuvola di luminosi capelli rossi.

Sussurrò: — Raederle. Io la conosco. Rood, il figlio di Mathom, era a scuola con me. Eravamo ottimi amici. Lei era solita fargli visita là. Ma… non capisco.

— Alla sua nascita il Re fece voto di darla soltanto all’uomo che sarebbe stato capace di riprendere a Peven la corona di Aum.

— Lui ha fatto un… Che razza di stupidaggine da parte sua, promettere Raederle a qualunque individuo con abbastanza cervello da superare Peven in sottigliezza. Avrebbe potuto essere chiunque… — Tacque, mentre il suo volto si faceva un po’ pallido. — Sono stato io.

— Sì.

— Ma io non posso… Lei non potrebbe sposare un contadino. Mathom non darebbe mai il suo consenso.

— Mathom dà ascolto ai propri istinti. Vi consiglio di parlare con lui.

Morgon lo fissò. — Volete dire che dovrei attraversare il mare fino ad Anuin, alla corte del Re, entrare a sangue freddo nel suo immenso salone e parlare con lui?

— Siete pur entrato nella torre di Peven.

— Quella era un’altra cosa. Non c’erano nobili di tutte e tre le regioni di An a tenermi gli occhi addosso, allora.

— Morgon, Mathom ha legato a quel voto la sua persona e il suo stesso nome. E i nobili di An, che hanno perduto antenati, fratelli, e perfino figli in quella torre, non potranno che tributarvi onore per il vostro coraggio e la vostra intelligenza. L’unica questione che adesso dovete considerare è questa: volete prendere in sposa Raederle?

Lui si alzò di nuovo, tormentato dall’incertezza. Si passò le dita fra i capelli, mentre il vento che si levava dal mare glieli gettava indietro. — Raederle! — E in quel gesto una fila di piccole stelle, alta su un sopracciglio, lampeggiò vivida sulla pelle della sua fronte. Rivide il volto di lei che da lontano si girava a guardarlo. — Raederle.

Vide la faccia dell’arpista farsi d’un tratto inespressiva, quasi che il vento gli avesse spazzato via dai lineamenti ogni emozione, ogni colore. L’incertezza scivolò via da lui come le ultime note di una canzone.

— Sì…

CAPITOLO SECONDO

Il mattino successivo lo trovò seduto su un barilotto di birra, sul ponte di una delle navi mercanti, con gli occhi fissi sulla scia le cui onde s’allargavano a misurare Hed come le aste di un compasso. Accanto al barilotto giaceva una sacca di indumenti che Tristan aveva riempito innanzi a lui e senza cessare un attimo di discutere, cosicché nessuno dei due avrebbe più potuto dire cos’altro conteneva, insieme alla corona. Era bislaccamente rigonfia, quasi che nel parlare ella vi avesse ficcato dentro tutto ciò che s’era trovata fra le mani. Eliard non aveva quasi aperto bocca. Dopo un poco era uscito dalla camera del fratello. Morgon lo aveva ritrovato nella fucina presso la stalla, che martellava su un ferro di cavallo arroventato.

Rivangando i suoi pensieri del giorno prima, aveva detto: — Ieri stavo quasi per acquistarti uno stallone sauro di An, con la corona.

Ed Eliard aveva scaraventato nell’acqua le pinze surriscaldate e il ferro, e agguantando Morgon per le spalle lo aveva inchiodato contro la parete, con un grido: — Non credere di potermi comprare con un cavallo! — Il che risultò privo di senso per Morgon e, dopo un momento, anche per Eliard. Gli aveva tolto le mani di dosso, chinando il capo con una smorfia triste e perplessa.

— Scusami. È solo che vederti partire mi spaventa, adesso. Credi che qui le piacerà?

— È quel che vorrei sapere.

Tristan, seguendolo nel salone col mantello sulle braccia, mentre lui stava per uscire, s’era fermata a fissarlo con un volto che gli era apparso stranamente nuovo e vulnerabile. La fanciulla aveva lasciato vagare lo sguardo sui muri disadorni, rustici e spogli, spingendo una sedia al suo posto contro un tavolo. — Morgon, spero che lei sia capace di ridere — aveva sussurrato.

La nave accelerava sotto la spinta del vento; Hed rimpiccioliva, si offuscava in distanza. L’arpista del Supremo era venuto ad appoggiarsi alla murata, e il suo mantello grigio svolazzava dietro di lui come una bandiera. Gli occhi di Morgon indugiarono sul suo volto senza rughe, intoccato dal sole. La sua mente fu sfiorata dalla sensazione che in lui ci fosse qualcosa d’incongruente e di paradossale, un enigma che plasmava la chioma argentea e il fine profilo di quel volto.

L’arpista si volse, incrociando il suo sguardo.

Incuriosito Morgon domandò: — Qual è la vostra patria?

— Non ho patria. Sono nato a Lungold.

— La città dei maghi? Chi vi ha insegnato a suonare l’arpa?

— Molte persone. Ho ricevuto il mio nome dall’arpista del Morgol Cron, Tirunedeth, che mi insegnò le canzoni di Herun. Gli chiesi di averlo, prima che morisse.

— Cron — mormorò Morgon. — Ylcorcronlth?

— Sì.

— Lui governava Herun seicento anni fa.

— Io nacqui — disse tranquillamente l’arpista, — non molto dopo la fondazione di Lungold, un migliaio d’anni fa.

Morgon era immobile, a parte le lievi oscillazioni con cui il suo corpo si adeguava al rollio del vascello. Lievi tracce di luce si riflettevano e si spezzavano sul mare, oltre il volto che lo fissava con distacco. Sussurrò: — Non mi meraviglia che sappiate suonare così. Avete avuto mille anni per imparare sull’arpa ogni canzone del reame del Supremo. Non sembrate affatto vecchio. Mio padre appariva più anziano di voi, prima di morire. Siete figlio di un mago? — Poi abbassò lo sguardo sulle sue mani, poggiate sulle ginocchia, e aggiunse: — Scusatemi, non sono affari miei. Ero soltanto…

— Curioso? — L’arpista sorrise. — Voi avete curiosità molto insolite per un Principe di Hed.

— Lo so. È per questo che mio padre si decise a mandarmi a Caithnard… stavo cominciando a far troppe domande. Lui non sapeva come prendere la faccenda. Ma era un uomo saggio, e comprensivo, così mi lasciò andare. — Tacque, bruscamente, e la sua bocca s’increspò in un tremito.

L’arpista si volse a osservare la costa del continente, che si avvicinava. — Io non ho mai conosciuto mio padre. Nacqui senza un nome, nei sobborghi di Lungold, in un’epoca durante la quale i maghi, i Re e perfino lo stesso Supremo talora visitavano la città. E poiché non ho nessun legame con la terra e nessun talento per la magia, ho rinunciato da moltissimo tempo a far congetture su chi poteva essere mio padre.

Morgon tornò a fissarlo, con aria speculativa. — Danan Isig era vecchio quanto una pietra anche a quei tempi, e così Har di Osterland. Nessuno sa quando i maghi siano nati, ma se voi siete figlio di uno di loro oggi non c’è nessuno che possa contestarvelo.

— Non è importante. I maghi se ne sono andati; io non debbo niente a nessuno dei sovrani viventi a parte il Supremo. Al suo servizio io ho un nome, un posto, libertà di movimenti e di pensiero. Sono responsabile solo verso di lui, e lui mi tiene in considerazione per la mia musica e la mia discrezione, entrambe doti stagionate dagli anni. — Sfiorò le corde della sua arpa, che s’era messo a tracolla. — Non manca molto ad arrivare in porto.

Da lì a poco Morgon lo raggiunse, poggiandosi alla murata. La città mercantile di Caithnard, coi suoi moli, le locande e gli empori, era distesa innanzi a loro a semicerchio, terra fra due terre. Vascelli dalle vele arancio e oro dei mercanti di Herun stavano scendendo dal nord verso le ampie banchine. Sulla sommità del promontorio che formava uno dei corni della baia a mezzaluna c’era un insieme di edifici scuri, le cui pesanti mura di pietra e le cui stanze minuscole Morgon conosceva bene. L’immagine del volto magro e scherzoso del fratello di Raederle balenò nella sua mente. Strinse con forza la balaustra.

— Rood. Devo parlargli. Mi domando se sia ancora alla Scuola. Non ci vediamo da un anno.

— Ho parlato con lui soltanto due notti fa, quando pernottai alla Scuola, prima di fare la traversata per Hed. Ha appena preso la Toga d’Oro di Maestro Intermedio.

— Allora può darsi che sia tornato a casa sua per un poco. — La nave beccheggiò un’ultima volta sulle onde prima di addentrarsi nelle acque più lisce della baia, quindi la velocità diminuì mentre i marinai ammainavano le vele gridandosi istruzioni l’un l’altro. La voce di Morgon si assottigliò: — Mi chiedo cosa lui ne dirà…

Gli uccelli marini ondeggiavano sulle acque immobili come foglie che si lasciassero trasportare dal vento. I moli oltre cui la nave scivolava erano pieni di mercanzie che attendevano il loro turno, o in via di carico: rotoli di stoffa, casse, legname, vino, pellicce, animali. I marinai gridavano saluti ai colleghi a terra, i mercanti si chiamavano l’un l’altro.

— La nave di Lyle Orn salperà per Anuin con la marea, al tramonto — disse un mercante a Deth e a Morgon, prima che sbarcassero. — Potrete riconoscerla dalle vele gialle e rosse. Volete il vostro cavallo, signore?

— Andrò a piedi — disse Deth. E mentre il gruppo scendeva per la rampa davanti a loro si volse a Morgon. — C’è un enigma senza risposta nell’elenco dei Maestri, alla Scuola: Chi ha vinto la gara di enigmi con Peven di Aum?

Morgon si gettò la sacca su una spalla. Annuì. — Darò loro la risposta. Venite anche voi su alla Scuola?

— Più tardi.

— Ci vediamo quando sale la marea allora, signori — ricordò loro il mercante mentre scendevano a terra.

I due si separarono sulla strada di ciottoli di fronte al molo, e Morgon, svoltando a sinistra, riprese familiarità con quartieri in cui si era aggirato per anni. Era mezzogiorno, e le stradine tortuose della città brulicavano di mercanti, marinai provenienti dalle terre più diverse, suonatori ambulanti, cacciatori di pelli, studenti dalle toghe ampie i cui colori vividi ne indicavano il rango, uomini e donne di An dalle ricche vesti, forestieri di Ymris e di Herun. Con la sacca che gli oscillava dietro le spalle Morgon s’incamminò fra la folla, senza far caso al bailamme di voci e alle gomitate. Nei vicoli oltre il quartiere portuale trovò più quiete. La strada in cui infine girò tagliava la periferia, lasciandosi indietro le botteghe e le taverne, e saliva verso il promontorio che si stagliava sull’azzurro del mare.

Ogni tanto gruppi di studenti diretti in città lo incrociavano, e le loro chiacchiere vivaci aventi per oggetto gli enigmi, gli riuscirono gradevoli e rassicuranti. Il percorso fece una svolta brusca, alla sommità del colle tornò orizzontale, e l’antica Scuola costruita in pietra scura e massiccia quanto la roccia di cui sembrava far parte fu davanti a lui, silente nella placida cornice degli alberi appena smossi dal vento.

Bussò alla familiare porta a due battenti di spessa quercia. Il portiere, un giovane lentigginoso nella Toga Bianca dei Maestri Inferiori, aprì e gettò un’occhiata fredda su Morgon e sulla sua sacca, quindi proclamò verbosamente: — Bussate e vi sarà aperto. Se avete desiderio di conoscenza, qui verrete ricevuto e ascoltato. I Maestri stanno esaminando un candidato per il Rosso dell’Apprendistato, e non possono essere disturbati se non dalla morte o dal fato. Affidatemi il vostro nome.

— Morgon, Principe di Hed.

— Oh! — Il portiere si grattò la nuca e sorrise. — Entrate. Andrò a cercare il Maestro Tel.

— No, non interromperli. — Entrò e si guardò attorno. — Rood di An è qui?

— Sì, la sua stanza è al terzo piano, sul lato opposto della biblioteca. Vi accompagno io.

— Conosco la strada.

L’oscura penombra dei corridoi a volta era ravvivata soltanto alle estremità da finestre piombate, che si aprivano nei muri esterni spessi tre piedi. Su ogni lato c’erano file di porte chiuse e silenziose. Morgon trovò quella che recava il nome di Rood, inciso su un’elegante targhetta di legno dov’era raffigurato a sbalzo il profilo di un corvo. Bussò, ricevette in risposta un brontolio incomprensibile, ed aprì la porta.

Il letto di Rood, che occupava un quarto della piccola stanza di pietra, ospitava una quantità di libri, un mucchio di vestiti da cui spuntavano oggetti vari, e il Principe di An. Egli sedeva a gambe incrociate in mezzo a quel disordine, mezzo ricoperto da una toga dorata nuova di zecca, con un calice di cristallo quasi pieno di vino in una mano e nell’altra una lettera, che stava leggendo. Alzò lo sguardo, e al secco e orgoglioso moto con cui gli vide sollevare la testa, Morgon ebbe la sensazione che il tempo stesso, e non solo la sua memoria, fosse tornato indietro di un anno. Oltrepassò la soglia.

— Morgon! — Rood si raddrizzò del tutto e scese dal letto, trascinandosi dietro una cascata di libri e di stoffa. Lo abbracciò senza lasciare né la lettera né il calice di vino che aveva fra le mani. — Ah, Morgon! Unisciti a me. Sto celebrando. Sai che mi sembri quasi uno sconosciuto senza la tua toga? Ma già, dimenticavo: adesso sei un coltivatore della terra. È questo che ti ha riportato a Caithnard? Sei venuto per vendere il tuo grano, o il vino, o qualcos’altro?

— Non abbiamo vigneti decenti a Hed. Produciamo solo birra.

— Quale sventura! — Fissò Morgon con occhi un po’ arrossati, curiosi e tristi al tempo stesso. — Ho saputo dei tuoi genitori. I mercanti ne parlavano molto, in primavera. Mi spiace ho provato una gran rabbia.

— Perché?

— Perché questo ti ha incatenato a Hed, ha fatto di te un contadino indaffarato, coi pensieri pieni soltanto di uova e maiali, birra e semenze e aratri. Non tornerai mai più qui, e io sento la tua mancanza.

Morgon poggiò la sacca in un angolo, sentendo la presenza della corona nascosta all’interno come il peso di una colpa. Il sorriso gli riuscì stentato. — Sono venuto a… ho qualcosa da dirti, e non so bene da dove cominciare.

Rood lo lasciò e fece con decisione un passo indietro. — Niente discorsi seri, in un giorno come questo. — Riempì un secondo calice di vino e glielo porse. — Ho ricevuto l’Oro due giorni fa.

— L’ho saputo. Congratulazioni. Da quanto tempo stai qui a celebrare?

— Non me lo ricordo. — Riuscì a ficcare il calice in mano a Morgon, malgrado i tremiti che gli avevano fatto colare il vino lungo l’avambraccio. — Colui che vedi dinnanzi è uno dei figli di Mathom, i cui antenati furono Kale e Oen. Una discendenza in cui anche la strega Madir mise lo zampino. Soltanto un altro uomo in tutta la storia è riuscito a prendere l’Oro in meno tempo di quello occorso a me. Soltanto un altro. E costui se n’è tornato a casa per fare lo zappaterra!

— Rood…

— Hai già dimenticato tutto ciò che imparasti qui? Tu eri bravo a svelare gli enigmi come si aprono le noccioline. Tu avresti dovuto assurgere al rango di Maestro. Tu hai un fratello, avresti dovuto lasciare a lui l’eletto compito di governare le zolle e i pascoli opimi.

— Rood — disse paziente Morgon, — sai bene che era impossibile. E sai anche che io non ero venuto qui per prendere il Nero. Non l’ho mai voluto. Cos’avrei dovuto farmene? Indossarlo per potare le siepi? — La voce di Rood lo interruppe con una veemenza che lo sorprese.

— Rispondere agli enigmi! Tu avevi questo dono, questo talento, questo acume! Una volta dicesti che volevi vincere quella gara. Perché non hai mantenuto la tua parola? Invece te ne sei andato a casa a bollire la birra nei tini, e perciò ecco che è stato un altro uomo, sconosciuto di nome e di faccia, a conquistare e vincere i due più ambiti tesori di An! — Agitò bellicosamente la lettera, che s’accartocciava nella stretta delle sue dita. — E adesso chi può dire cosa lei deve attendersi? Un uomo come Raith di Hel, con una faccia lustra quanto una maschera d’oro ma un cuore simile a un dente cariato? O Thistin di Aum, debole come un pargolo e così vecchio che non riesce a salire sul letto senza aiuto? Se lei fosse costretta a sposare un individuo di questo genere, io non potrò perdonare mai né te né mio padre. Lui perché ha fatto quel dannato voto, e tu perché in questa stessa stanza facesti una promessa che non hai mantenuto. Vuoi sapere una cosa? Quando te ne andasti da qui feci un voto anch’io: giurai che avrei tentato di vincere io la gara di enigmi contro Peven, per liberare Raederle dalla sorte che mio padre le gettò addosso. Ma io non avevo nessuna possibilità. Non ho mai avuto neppure la speranza di una possibilità.

Morgon alzò una mano, scostandosi. — Rood! Vuoi smetterla di urlare e ascoltarmi un momento? Come posso parlare se non fai altro che gracchiare come un corvo ubriaco? Tu credi che Raederle si adatterebbe a vivere in una fattoria? Io devo saperlo.

— Non insultare i corvi; alcuni dei miei antenati erano corvi. È ovvio che Raederle non potrebbe vivere in una fattoria. È una delle due donne più belle delle tre regioni di An. Come puoi supporre che vorrebbe abitare fra i maiali e… — S’interruppe, immobile al centro della stanza, e d’improvviso scoccò a Morgon uno sguardo così penetrante che bastò a ricacciargli in gola quel che stava per dire. — Perché lo chiedi?

Morgon trasse a sé la sacca, e ne allargò l’apertura con dita che tremavano un poco. Mentre ne estraeva la corona, la massiccia gemma frontale, trasparente e cristallina, s’infiammò selvaggiamente di tutti i colori della stanza, sprizzò i riflessi aurei della toga di Rood e balenò di raggi luminosi come un piccolo sole. Abbacinato da quello scintillio Rood trattenne il fiato, poi mandò un urlo che fece vibrare i vetri della finestra.

Morgon depose la corona sulla sacca, sedette coi gomiti sulle ginocchia e si nascose la faccia fra le mani. Agli orecchi gli giunse il tonfo della bottiglia di vino che cadeva sul tavolo, qualcosa s’infranse al suolo con rumore di cocci, la porta della stanza fu sbattuta rumorosamente.

Nel lungo corridoio esterno ci furono grida di protesta, e una voce brontolò qualcosa circa il chiasso e la maleducazione. Morgon, col sangue che gli pulsava forte nelle tempie, raddrizzò il capo e si tolse le dita dagli occhi. — Non era necessario urlare così — mormorò. — Prendi la corona e portala a Mathom. Io me ne torno a casa. — Si alzò in piedi, ma Rood gli afferrò i polsi in una stretta che gli fece scricchiolare le ossa.

— Tu!

Restò immobile. Rood lo lasciò andare, passò alle sue spalle e girò la chiave nella serratura come tutta risposta a coloro che stavano bussando indignati al battente. La sua faccia aveva un’espressione stranita, quasi che l’urlo gli avesse schiarito la mente dall’ebrezza lasciando al suo posto un immenso stupore. Con voce un po’ rauca disse: — Siediti. No, non posso farlo. Morgon, perché non… perché non mi hai detto che andavi a sfidare Peven?

— L’ho fatto. Te lo dissi due anni fa, quando trascorremmo una nottata intera a proporci enigmi l’un l’altro, mentre studiavamo per prendere il Blu degli Aspiranti Inferiori.

— Ma come hai potuto… lasciare Hed senza dir niente a nessuno, passare da Caithnard senza parlare con me, aggirarti invisibile come lo spettro del fato nella terra di mio padre, e affrontare la morte in quella sinistra torre che imputridisce nel vento dell’est? Non sei neppure venuto a dirmi che avevi vinto. Avresti potuto degnarti di farlo. Qualsiasi nobile di An l’avrebbe portata ad Anuin fra uno sventolio di stendardi e squilli di trombe.

— Non era mia intenzione dare delle preoccupazioni a Raederle. Semplicemente, ignoravo tutto del voto di tuo padre. Tu non me ne avevi mai parlato.

— Be’, che ti aspettavi che facessi? Ho visto non pochi grandi nobili partire da Anuin diretti a quella torre, per sciogliere il voto di mio padre, e nessuno di loro ha più fatto ritorno. Credi che volessi dare proprio a te un incentivo per tentare l’impresa? E perché hai voluto cimentarti, se non è stato per conquistare lei, o per l’onore di incedere nella sala del trono portando quella corona. Non è certo stato perché eri orgoglioso della tua sapienza… non lo hai neppure detto ai Maestri.

Morgon prese la corona e se la rigirò fra le mani. Fissò la gemma frontale, ancora impolverata, che rifletteva il verde della sua tunica. — Ho dovuto farlo perché dovevo. Per nessun’altra ragione che questa. E non l’ho detto a nessuno perché era una specie di faccenda privata… e perché non sapevo più, quando all’alba tornai fuori vivo da quella torre, se io fossi un grande Maestro degli Enigmi o un grandissimo idiota. — Gettò uno sguardo a Rood. — Che cosa ne dirà Raederle?

Gli angoli della bocca di Rood s’incresparono in un sorrisetto improvviso. — Non ne ho idea. Morgon, tu hai provocato in An un clamore che non s’era mai visto da quando Madir rubò i branchi di maiali di Hel e li lasciò liberi nei campi di grano di Aum. Raederle mi ha scritto che Raith di Hel le ha promesso di rapirla e di sposarla segretamente, se lei vuole. E che Duac, il quale è sempre stato vicino a nostro padre come la sua ombra, è furioso per il suo voto e in tutta l’estate non gli ha quasi rivolto la parola. I nobili delle tre regioni sono indignati con lui, e insistono che egli non rispetti il voto. Ma è più facile fermare il vento soffiandoci contro, che far mutare l’incomprensibile volontà di nostro padre. Raederle scrive anche di aver fatto dei sogni spaventosi, incubi nei quali un truculento straniero senza faccia e senza nome cavalcava verso Anuin con la corona di Aum in testa, per reclamarla in sposa e portarla via in una ricca ma infelice terra fra le montagne o sotto il mare. Mio padre ha spedito emissari in tutta An alla ricerca dell’uomo che ha preso possesso della corona. Ha mandato messaggeri qui alla Scuola, e ha incaricato i mercanti di indagare ovunque nei loro viaggi nel reame del Supremo. Non gli è venuto in mente di fare ricerche a Hed. E non ci ho pensato neppure io. Ma avrei dovuto. Avrei dovuto immaginare che non si trattava di qualche tremendo personaggio da incubo… ma di qualcuno ancor più imprevedibile. Ci saremmo aspettati chiunque salvo te.

Morgon accarezzò col polpastrello una perla, candida come il dente di un neonato. — Io saprei amarla — sussurrò. — Pensi che conti qualcosa!

— Tu che ne dici?

Morgon raccolse la sacca, nervosamente. — Non lo so, e non lo sai neppure tu. Sono terrorizzato al pensiero dell’espressione che ci sarà sulla sua faccia, quando vedrà che a portare ad Anuin la corona di Aum sono io. Sarà costretta a vivere ad Akren. Dovrà… dovrà familiarizzare col mio guardiano dei porci, Snog Nutt, che viene a far colazione con noi tutte le mattine. Rood, questo non le andrà giù. Lei è nata per lo sfarzo e i privilegi di An, e ne rimarrà inorridita. E questo vale anche per tuo padre.

— Ne dubito — disse Rood con calma. — I nobili di An forse, ma ci vorrebbe il giorno del giudizio per far inorridire mio padre. Per quel che ne so, quando fece quel voto diciassette anni fa aveva appena conosciuto te. La sua mente è una specie di palude e nessuno, neppure Duac, sa quanto sia profonda. Non so cosa ne penserà Raederle. So solo che non vorrei perdermi questa scena neanche se fossi certo che ad Anuin mi aspetta la morte. Comunque, io sto andando a casa per un po’ di tempo. Mio padre ha mandato una nave a prendermi. Tu verrai con me.

— Ho preso accordi per partire su un vascello dei mercanti che salpa questa sera; dovrò informarli. Con me c’è Deth.

Rood inarcò un sopracciglio. — Saprà rintracciarti. Quell’uomo riuscirebbe a trovare la cruna di un ago nella nebbia. — Sentendo che qualcuno bussava alla porta alzò la voce, seccato: — Andatevene! Qualunque cosa io abbia rotto, là fuori, mi dispiace!

— Rood! — La fragile voce del Maestro Tel era incrinata da una nota d’inconsueta severità. — Hai fatto cadere i libri di magia di Nun, e ne hai spaccato le serrature!

Rood si alzò con un gemito e andò ad aprire la porta. Alle spalle dell’anziano Maestro, una piccola folla di studenti irritatissimi accolse la sua comparsa con una cacofonia di proteste e di commenti, simile al gracchiare di un branco di corvi. La voce di Rood battagliò invano contro le loro.

— Oh, insomma! So che il Grande Urlo è proibito, ma è una questione di impulsi piuttosto che di premeditazione, e io ero sopraffatto da un impulso. Per favore, state zitti!

D’improvviso tutti tacquero. Morgon s’era fatto accanto a Rood con in mano la corona, la cui gemma frontale rifletteva il nero della toga del Maestro Tel, e senza dir parola fronteggiò lo sguardo dell’anziano individuo.

Il Maestro Tel, sul cui volto liscio come vecchia pergamena l’irritazione aveva lasciato il posto allo sbalordimento, ruppe quel repentino silenzio col tono di chi propone un enigma: — Chi ha vinto la gara di enigmi contro Peven di Aum?

— L’ho vinta io — disse Morgon.

Più tardi egli fece un resoconto dell’accaduto ai principali studiosi della Scuola, seduti nella biblioteca fra gli scaffali alti fino al soffitto dove riposavano intere collezioni di testi antichi. Gli otto Maestri lo ascoltavano con calma, avvolti nelle loro toghe nere, mentre Rood spiccava fra essi col suo brillante abito dorato. Nessuno disse parola finché egli non ebbe terminato. Poi il Maestro Tel si agitò sulla sua poltroncina e mormorò con meraviglia: — Kern di Hed!

— Come potevi saperlo? — chiese Rood. — Come hai fatto a sapere che dovevi proporgli quell’enigma?

— Non sapevo niente — puntualizzò Morgon. — Mi è venuto in mente di proporlo soltanto quando ero ormai così stanco che non riuscivo a pensare a niente altro da domandargli. Credevo che tutti quanti conoscessero quell’enigma. Ma quando Peven ha urlato: «Nessun enigma è mai venuto da Hed!» ho saputo che avevo la vittoria in pugno. Non fu un Grande Urlo il suo, ma mi resterà impresso nella mente finché vivrò.

— Kern! — La bocca di Rood si curvò in un lieve sorriso. — Da questa primavera i nobili di An si stanno ponendo due domande sole: chi sposerà Raederle, e qual è l’enigma a cui Peven non è stato capace di rispondere. Re Hagis di An, il nonno di mio padre, morì nella torre di Peven perché non era al corrente di quell’enigma. I nobili di An avrebbero dovuto prestare maggiore attenzione alla tua piccola isola. Adesso lo faranno.

— Proprio così — disse pensosamente il Maestro Ohm, un uomo magro e quieto la cui voce non mutava mai di tono. — Forse, nella storia del reame, si è sempre prestata troppo poca attenzione a Hed. Tuttavia c’è ancora un enigma privo di risposta. Se Peven di Aum ti avesse proposto quello, malgrado la tua notevolissima erudizione oggi non saresti qui.

Morgon lo fissò negli occhi, grigi come la nebbia e incolori quanto la sua voce. — Senza una risposta e un’interpretazione, esso non sarebbe stato valido.

— E se Peven avesse conosciuto la risposta?

— Come poteva conoscerla? Maestro Ohm, voi ci aiutaste nelle ricerche per un intero inverno, il primo anno, quando venni qui per avere una risposta a quell’enigma. Peven ha tratto la sua erudizione dai libri di magia che erano appartenuti a Madir, e prima di lei ai maghi di Lungold. E in tutte le loro opere, che voi avete qui, non c’è neppure un accenno alle tre stelle. Io non saprei dove cercare una risposta. E io non… ma quell’enigma non m’interessa più.

Rood si tese verso di lui. — E questo è l’uomo che ha gettato la sua conoscenza su un piatto della bilancia e la sua vita sull’altro? Guardati dagli enigmi senza risposta!

— La sola è questa: non esiste risposta. E per quel che mi riguarda esso non ha bisogno di una risposta.

Rood ebbe un gesto violento che fece fluttuare la manica della sua toga. — Ogni enigma ha una risposta. Anche tu ti stai nascondendo dietro le sette porte chiuse della tua mente, contadino testardo. Da qui a cento anni, gli studenti col Bianco dei Maestri Inferiori si gratteranno la zucca cercando di rammentare il nome di un oscuro Principe di Hed che, come un altro oscuro Principe di Hed, ignorò la prima e ultima regola dei Maestri degli Enigmi. Credevo che tu avessi più buonsenso.

— Tutto ciò che io voglio — disse pacatamente Morgon, — è andare ad Anuin, sposare Raederle, e poi tornare a casa mia a piantare il grano e a fare la birra e a leggere libri. È così difficile da capire?

— Sì! Perché vuoi chiuderti in questa ottusità? Proprio tu, fra tutti quanti?

— Rood — disse il Maestro Tel con gentilezza. — Tu sai bene che una risposta alle stelle che ha sul volto venne cercata, sospirata, ma non fu mai trovata. Cos’altro vorresti suggerirgli di fare?

— Io suggerisco — disse Rood, — che lui la chieda al Supremo.

Il breve silenzio caduto sui presenti fu rotto dal fruscio della toga del Maestro Ohm, che alzò le mani. — Il Supremo, infatti, dovrebbe conoscere la risposta. Tuttavia presumo che dovrai fornire a Morgon ben altro incentivo che la semplice brama di conoscenza, prima che egli affronti un così lungo e duro viaggio in una terra lontana dalla sua.

— Non ce n’è bisogno. Presto o tardi, lui stesso verrà indotto a recarsi là.

Morgon sospirò. — Vorrei che tu fossi più ragionevole. Io desidero andare ad Anuin, non al Monte Erlenstar. Non voglio proporre altri enigmi a nessuno. Sudare un’intera notte, dal tramonto all’alba, in una torre desolata e putrida, a spremermi il cervello in cerca di domande e di risposte, mi ha tolto per sempre la voglia delle gare e degli enigmi.

Dal volto di Rood era scomparsa ogni traccia di allegria. Lo fissò con durezza. — Questo luogo ti renderà onore, e il Maestro Tel ha detto che ti verrà conferito il Nero oggi stesso, per essere riuscito in ciò che costò la vita perfino al Maestro Laern. Andrai ad Anuin, e i nobili di An, e mio padre e Raederle ti mostreranno quindi il rispetto dovuto alla tua erudizione e al tuo coraggio. Ma se tu accetterai il Nero, sarà un’impostura. E se offrirai la tranquillità di Hed a Raederle, anche questa sarà un’impostura: una promessa che tu non potrai mantenere, perché c’è una domanda a cui non avrai risposto. E allora scoprirai, come Peven, che è l’unico enigma a te sconosciuto, non le migliaia che conosci, quello che ti distruggerà.

— Rood! — protestò Morgon a denti stretti. Le sue mani si contrassero sui braccioli della sedia. — Cosa cerchi di dimostrare? Cosa stai tentando di fare di me?

— Un Maestro… per la tua stessa salvezza. Come puoi essere così cieco? Come puoi ignorare così ostinatamente, delittuosamente, che tutto ciò che hai appreso è vero? Come puoi lasciare che loro ti chiamino Maestro? Come puoi accettare da loro il Nero dei Maestri, quando chiudi gli occhi alla verità?

Morgon sentì il sangue affluirgli alle guance. Rigido, mentre il volto di Rood diveniva all’improvviso l’unico volto nella sala, dichiarò: — Io non ho mai voluto il Nero. Ma pretendo il diritto di fare le mie scelte di vita. Cosa siano queste stelle sulla mia fronte, io non lo so, e neppure voglio saperlo. È questo che volevi farmi ammettere? Tu hai ereditato gli occhi che tuo padre, e Madir, e il cambiaforma Ylon ti hanno dato, ed ora esplori con fredda decisione il tuo personale cammino verso la verità. E quando prenderai il Nero io verrò a festeggiarlo con te. Ma tutto quel che voglio io è la tranquillità.

— La tranquillità — disse gentilmente il Maestro Tel, — non è mai stata una delle tue caratteristiche, Rood. Noi possiamo giudicare Morgon soltanto in base ai nostri princìpi, e secondo questi egli ha meritato il Nero. In quale altro modo potremmo rendergli onore?

Rood si alzò in piedi, poi si sciolse i lacci della toga e la lasciò cadere al suolo, restando mezzo nudo dinnanzi agli sguardi sbalorditi dei Maestri. — Se voi gli darete il Nero, io non indosserò mai più una toga da Maestro!

Un muscolo si contrasse sul volto rigido di Morgon. Si appoggiò indietro alla spalliera, lasciando i braccioli, e la sua voce suonò fredda: — Rimettiti la toga, Rood. Ho dichiarato che non voglio il Nero, e non intendo accettarlo. Occuparsi di enigmi non è cosa per un contadino di Hed. D’altra parte, quale onore potrebbe essere per me indossare la stessa toga che Laern indossava e perse in quella torre, e che adesso è portata da Peven?

Rood raccolse con una mano il suo abito dorato, e si mosse verso la sedia di Morgon. Vi si piegò sopra, appoggiando le mani ai braccioli, mentre il suo volto magro ed esangue fronteggiava quello di lui. Poi sussurrò: — Per favore. Pensaci!

I suoi occhi trattennero quelli di Morgon, così come la tensione del suo corpo immobile sembrava trattenere e congelare il silenzio nel salone. Infine si raddrizzò e si volse, dirigendosi all’uscita. Solo allora le membra di Morgon si rilassarono, come se quello sguardo oscuro le avesse prosciugate di ogni energia. Sentì la porta chiudersi e chinò il capo, passandosi una mano sugli occhi.

— Mi spiace — sussurrò. — Non intendevo dire ciò che ho detto di Laern. Avevo perduto il controllo.

— La verità — mormorò il Maestro Ohm — non ha bisogno di scuse. — I suoi occhi grigio-nebbia, fermi sul volto di Morgon, ebbero un lampo di curiosità. — Neppure un Maestro presume di sapere tutto… salvo che in rari casi, come quello di Laern. Accetterai il Nero? Non c’è dubbio che tu lo meriti e, come ha detto Tel, non abbiamo altro da darti per renderti onore.

Morgon scosse la testa. — Lo vorrei, e vi sono grato. Ma Rood lo ambisce molto più di me. Lui ne farà uso migliore di quanto potrei farne io, e preferisco che sia lui a riceverlo. Mi spiace aver litigato con lui qui… non so bene come sia potuto accadere.

— Parlerò io con lui — promise Tel. — Si è mostrato piuttosto irragionevole, e inutilmente aspro di propositi.

— Ha le visioni di suo padre — disse Ohm. Dopo qualche istante lo sguardo di Morgon si volse su di lui.

— Voi credete che abbia ragione?

— In linea di principio sì. E così anche tu, sebbene tu abbia scelto di non agire… il che, conformemente alla tua etica non certo ben definita, è tuo diritto. Ma io presumo che un viaggio verso la dimora del Supremo non sarebbe inutile come pensi.

— Ma io voglio sposarmi. Perché mai dovrei accollarmi il destino, qualunque esso sia, che secondo Rood è mio dovere caricarmi sulle spalle, a rischio d’esserne schiacciato? Io non vado attorno cercando il mio destino come un vitello smarrito.

Un angolo della bocca sottile del Maestro Ohm s’inarcò appena. — Chi era Ilon di Yrye.

Morgon represse un sospiro. — Ilon era un arpista alla corte di Har di Osterland. Un giorno, con una canzone, offese Har così tremendamente che fuori di sé per la paura decise di fuggire. Da solo si recò sulle montagne, senza portarsi dietro nient’altro che la sua arpa, e là visse in pace, lontano da ogni essere umano, coltivando la terra e suonando il suo strumento. In quella desolazione la sua arpa risuonava così melodiosa che essa divenne la sua voce, e le sue note dicevano le cose che egli non poteva dire rivolgendosi agli animali e agli uccelli di quella terra. E da creatura a creatura la notizia di ciò volò lontano, finché un giorno giunse agli orecchi del Lupo di Osterland, il quale era lo stesso Har, che in quella forma si aggirava nella sua terra. La curiosità lo condusse agli estremi confini del regno, e là egli trovò Ilon, che suonava sull’orlo del mondo. E allora Ilon, quando terminò la canzone e risollevò lo sguardo, dinnanzi a sé ritrovò il terrore da cui aveva voluto fuggire.

— E l’interpretazione?

— L’uomo che fugge la morte deve per prima cosa fuggire da se stesso. Ma non vedo cosa questo abbia a che fare con me. Io non sto fuggendo: semplicemente non sono interessato alla cosa.

L’enigmatico sorriso del Maestro si smorzò un poco. — Allora io ti auguro la pace del tuo disinteresse, Morgon di Hed — disse sottovoce.

Morgon non riuscì a rivedere Rood, sebbene fosse uscito sulle terrazze di roccia prospicienti il mare e lo avesse cercato in tutta la collina per metà del pomeriggio. Cenò alla mensa coi Maestri, e quando più tardi uscì nella fresca brezza del tramonto incontrò l’arpista del Supremo che risaliva lungo la strada.

Deth si fermò davanti a lui. — Mi sembri preoccupato.

— Non sono riuscito a trovare Rood. Dev’essere andato giù a Caithnard. — Si passò una mano fra i capelli in uno dei suoi rari gesti di sconforto, poi s’appoggiò con le spalle al tronco di una quercia. Sopra uno dei suoi sopraccigli luccicavano tre stelle, mute nella penombra serotina. — Abbiamo avuto una discussione; neanche adesso sono certo di sapere precisamente su che cosa. Vorrei che venisse con me ad Anuin, ma adesso si sta facendo tardi e ancora non so cosa intenda fare.

— Dovremmo imbarcarci.

— Lo so. La marea non aspetta, e se tardiamo la nave salperà senza di noi. Probabilmente è ubriaco in qualche taverna, senza nient’altro addosso che i suoi stivali. Forse preferirebbe vedermi intraprendere un lungo viaggio verso il Supremo, piuttosto che sposato con Raederle. E può darsi che abbia ragione. Lei non si adatterebbe mai a Hed, ed è questa consapevolezza che lo abbatte. Forse dovrei andar giù anch’io e ubriacarmi con lui, e poi tornarmene a casa. Non lo so. — Notò l’espressione paziente e vagamente perplessa dell’arpista, e sospirò. — Vado a prendere la mia sacca.

— Prima di partire devo parlare un momento al Maestro Ohm. Certo che, fra tutti, sicuramente Rood ti avrebbe detto chiaramente ciò che pensa di questo matrimonio.

Con un colpo di spalla Morgon si scostò dall’albero. — Suppongo che sia così — disse tristemente. — Ma non capisco perché abbia voluto mettermi tutto a un tratto sottosopra a questo modo.

Recuperò la sua sacca dal caos della stanza di Rood, e poi scese a salutare i Maestri. Il cielo si stava già riempiendo di ombre quando lui e l’arpista s’incamminarono sulla lunga strada che scendeva in città, e sulla cima dei due promontori fra cui era chiusa la baia brillavano i fuochi di segnalazione. Le piccole luci delle taverne e delle case disegnavano un firmamento di stelle sulla costa immersa nel buio. La marea saliva con onde che sciabordavano sulle scogliere, e la brezza marina soffiava sempre più forte portando l’odore di salmastro fin sui colli. Quando i due salirono a bordo il vascello dei mercanti ondeggiava vistosamente nelle acque fonde del bacino, e il vento teso faceva svolazzare una piccola vela, lasciata sciolta, come un fantasma sotto la luna. La nave salpò l’ancora. In piedi sulla poppa, Morgon restò a fissare le luci del porto finché palpitarono sulla scura distesa di onde e svanirono.

— Saremo ad Anuin domani pomeriggio, vento permettendo — gli disse un mercante dall’aria affabile, la cui barba rossiccia era tagliata da una cicatrice verticale sulla mandibola. — Potete dormire sul ponte o sottocoperta, come preferite. Piuttosto che coi cavalli che abbiamo impastoiato nella stiva, starete meglio qui al vento. E c’è un bel po’ di pelli delle vostre pecore, con cui potrete tenervi caldo.

— Grazie — rispose Morgon. Sedette su un rotolo di canapi, con un braccio sulla spalletta, e osservò la pallida scia che si incurvava in risposta al lento giro di barra del timoniere. I suoi pensieri scivolarono su Rood. Riprese i capi del loro litigio fin dal suo inizio, cercò di ricostruire la discussione, si confuse, ricominciò daccapo. Il vento gli portava le parole dei marinai intenti alla manovra, mescolandole alle voci dei mercanti che chiacchieravano delle loro merci. L’albero e i pennoni scricchiolavano sotto la spinta della velatura; la nave, appesantita dal carico ma ben bilanciata, tagliava con un beccheggio ritmico e facile le onde lunghe degli alti fondali. Il freddo vento dell’est cominciò a intorpidire le guance di Morgon, che cullato dall’ondeggiare dello scafo e dai cigolii poggiò la testa sulle braccia incrociate e chiuse gli occhi. Stava dormendo quando il vascello si scosse come se i dodici venti l’avessero assalito tutti insieme, e destandosi bruscamente sentì il frenetico cigolio del timone incustodito che girava a vuoto.

Si alzò in piedi, e il grido d’avvertimento che stava gettando gli morì in gola nell’accorgersi che il ponte era deserto. Con le vele gonfie di vento in tempesta la nave s’ingavonò a dritta, scaraventandolo contro la murata. Per restare in equilibrio dovette fare uno sforzo disperato, e imprecò. La cabina di poppa, dove i mercanti avevano acceso lampade per lavorare sui loro libri maestri, era al buio. Il vento ululava sforzando oltre ogni limite di sicurezza la velatura, e quando la nave s’ingavonò di nuovo Morgon fu investito da un’ondata che lo inzuppò da capo a piedi. Si aggrappò all’albero, a denti stretti, così sbigottito da non avvertire neppure i gelidi spruzzi che gli frustavano la faccia.

Da lì a poco vide che il boccaporto si sollevava a fatica, lottando contro la spinta del vento, e nella scarsa luce lunare riconobbe i capelli argentei della testa che ne sbucò. Si mosse in quella direzione, accecato dal salmastro e aggrappandosi a tutto ciò che si trovava fra le mani. Per farsi udire dovette gridare due volte.

— Cosa diavolo stanno combinando, là sotto?

— Nella stiva non c’è nessuno — disse Deth. Morgon lo fissò esterrefatto, incapace di dare un senso a quelle parole.

— Cosa?

Seduto sul bordo del boccaporto, Deth allungò una mano ad afferrargli un braccio. Qualcosa in quella stretta, e nello sguardo cupo che l’uomo girò sul ponte, mozzò il fiato in gola a Morgon.

— Deth…

— Sì. — L’arpista sistemò più saldamente la tracolla del suo strumento musicale.

— Deth, dove sono i mercanti e l’equipaggio? È impossibile che siano… spariti come schiuma al vento. Loro… che fine hanno fatto? Sono caduti fuori bordo?

— Se pure sono scomparsi, prima di farlo hanno pensato bene di lasciarci alle prese con tutta la velatura spiegata.

— Dobbiamo ammainare le vele!

— Credo proprio — disse Deth, — che non ne avremo il tempo. — In quello stesso istante lo scafo sussultò rigidamente dal basso in alto, facendoli cadere all’indietro. Nella stiva i cavalli nitrirono terrorizzati. Il ponte stesso parve inarcarsi sotto di loro, come se si stesse squarciando; una gomena schioccò sopra la testa di Morgon cadendo sul tavolato; il fasciame gemette e ci fu lo schianto delle assi che si spezzavano. La voce di lui suonò stridula per l’emozione:

— Siamo fermi! In mare aperto, e siamo fermi!

Alle sue spalle un’ondata aggredì il ponte e sciabordò nel boccaporto spalancato; la nave s’inclinò su un fianco. Deth si allungò ad afferrare Morgon che stava scivolando attraverso il ponte; un altro cavallone li ricoperse entrambi, ed egli si sentì soffocare dall’amara acqua salmastra che gli aveva chiuso la gola. Sputacchiando si tirò in piedi, tenne con forza Deth per un polso, ed allorché si trovò davanti l’albero vi si aggrappò circondandolo con le braccia. Col volto schiacciato contro quello dell’arpista e i piedi che slittavano sul ponte inclinato, gridò raucamente:

— Chi era quella gente?

Ma se l’arpista gli diede una risposta, egli non riuscì a sentirla. La figura di Deth venne sommersa dalla schiuma di un’ondata; l’albero si stroncò con uno schiocco che vibrò fin nelle ossa di Morgon; poi le vele lacere appesantite dal sartiame e da un pennone piombarono su di lui, con un colpo che lo strappò via dal suo sostegno e lo scaraventò in mare come un fuscello.

CAPITOLO TERZO

Riprese i sensi, gettato come uno straccio in mezzo a sparsi cumuli di alghe secche, con la faccia immersa nei detriti e la bocca piena di sabbia. Sollevò la testa: uno dei suoi occhi gli rivelò una distesa di sabbia candida, cosparsa di erbe marine e di legni sbiancati dal salmastro; l’altro occhio era cieco. Lasciò ricadere la testa, chiuse nuovamente gli occhi, e dietro di lui qualcuno gli poggiò una mano su una spalla.

Ebbe un sussulto. Due mani lo afferrarono rudemente e lo girarono sulla schiena. Aprì le palpebre e si trovò a fissare gli occhi azzurro-ghiaccio di un gatto selvatico dal pelo bianco. Gli orecchi del felino erano minacciosamente abbassati. Una voce perentoria ammonì: — Xel!

Morgon cercò di parlare ma emise soltanto rauchi e strani versi che avrebbero potuto uscire dal becco di un corvo.

La voce disse: — Chi sei? Cosa ti è successo?

Egli tentò di rispondere. La sua voce non volle saperne di articolarsi in parole. Fu consapevole con sconfortante certezza che comunque non esistevano parole adatte, né in lui né altrove, per formulare risposta a quella domanda.

— Chi sei?

Egli chiuse gli occhi. Nella sua mente nacque come un vortice un gran silenzio, che lo trascinò giù sempre più giù in un abisso di tenebra.

Si risvegliò di nuovo sentendo un sapore di acqua fresca. Ciecamente protese la bocca, bevve finché la crosta di sale che gli copriva il palato si fu sciolta, poi si abbandonò all’indietro e la tazza sfuggì dalle sue mani prive di forza. Qualche istante più tardi aprì ancora il suo unico occhio buono.

Un giovanotto dai flosci capelli nivei, con gli occhi bianchi, era inginocchiato al suo fianco sul pavimento polveroso di una casupola. La stoffa del vestito che indossava, ampio e adorno di eleganti ricami, era bucherellata e consunta; la pelle del suo strano e orgoglioso volto era molto tesa, incavata sulle ossa.

Mentre Morgon lo fissava storditamente, disse: — Chi sei? Puoi parlare, adesso?

Morgon aprì la bocca. Simile a una lieve onda di pensieri che retrocedevano e svanivano, qualcosa che un tempo egli aveva conosciuto scivolò via del tutto dalla sua mente, lasciando il silenzio dietro di sé. Il fiato gli esplose fuori dai polmoni in un improvviso e violento colpo di tosse, e disperato si coprì il volto con le mani.

— Fai attenzione. — L’uomo gli fece scostare le dita dalla faccia. — Sembra che tu abbia battuto la testa contro qualcosa; il sangue e la sabbia ti si sono impastati su un occhio. — Glielo lavò con cautela. — E così, non riesci a ricordare il tuo nome. Sei caduto in mare da una nave durante la burrasca di ieri notte? Vieni da Ymris? O da Anuin? O da Isig? Sei un mercante? Forse vieni da Hed, o da Lungold? Sei un pescatore di Loor? — Il silenzio di Morgon gli fece scuotere la testa, perplesso. — Sei muto e incomprensibile come le sfere d’oro, vuote all’interno, che scavai fuori sulla Piana del Vento. Riesci a vederci, ora?

Morgon annuì, e l’uomo sedette a gambe incrociate scrutandolo in faccia come se sperasse di trovare il nome nascosto nei suoi lineamenti. D’un tratto il suo cipiglio si schiarì. Allungò una mano e grattò via lo strato di sale che s’era seccato sulla fronte di Morgon. La sua voce divenne un sussurro. — Tre stelle.

Morgon alzò le mani a toccarsele. L’uomo lo osservò incredulo. — Tu non ricordi neppure questo. Sei uscito dal mare con tre stelle sulla faccia, senza nome e senza voce, come un prodigio venuto dal passato… — Tacque, mentre una mano di Morgon scivolava ad afferrargli un polso e dalla sua bocca usciva un grugnito interrogativo. — Oh! Io sono Astrin Ymris. — Poi aggiunse, in tono secco e formale: Sono il fratello e l’erede di Hereu, Re di Ymris. — Infilò un braccio sotto le spalle di Morgon. — Se ti metti a sedere ti darò dei vestiti puliti.

Gettò in un angolo la tunica lacera e bagnata di Morgon, gli ripulì il corpo dalla sabbia, e lo aiutò a infilarsi un lungo saio di bella stoffa scura, fornito di cappuccio. Uscì a prendere un po’ di legna, ravvivò le braci sotto un pentolone di zuppa, ma ancor prima che questa fosse calda Morgon era ripiombato nel sonno.

Si risvegliò al crepuscolo. La casupola era deserta, ed egli si tirò a sedere guardandosi attorno. C’era pochissimo mobilio: due scaffali, un largo tavolo ricoperto da oggetti disparati, un alto sgabello, e il giaciglio su cui lui aveva dormito. Alla porta di legno erano appesi alcuni utensili: un piccone, un martello, uno scalpello e una spazzola, sporchi di terriccio. Al di là della soglia una grande pianura spazzata dal vento si stendeva verso ovest a perdita d’occhio. Non lontano dalla casa, scure rovine di pietra senza forma si stagliavano nella penombra violacea. A meridione si scorgeva, simile a una linea di confine fra le terre, il nero profilo di una foresta. Il vento che spirava dal mare sembrava parlare un vuoto linguaggio senza requie. Odorava di sabbia e di notte, e per un momento, nell’ascoltarlo, alcuni ricordi affiorarono nella tenebra della sua mente: acqua, freddo, un vento selvaggio. Fu costretto ad aggrapparsi allo stipite della porta per non cadere. Ma quelle memorie svanirono senza che egli riuscisse a dar loro un senso, né a trasformarle in parole.

Si volse. Sul tavolo di Astrin giacevano molte cosette abbastanza strane. Le toccò, incuriosito. C’erano frammenti di bellissimo vetro colorato, pezzi d’oro, cocci di stoviglie dipinte con arte, alcuni anelli di una pesante catena di rame, un flauto spezzato di legno e oro. Un riflesso di colore lo indusse ad allungare una mano verso un oggetto. Era una gemma sfaccettata, grossa quanto il suo pugno, e mentre se la rigirava fra le dita attraverso di essa balenarono tutti i colori del mare.

Sentendo uno scalpiccio si volse. Era Astrin. Con Xel alle calcagna l’uomo entrò e depose una borsa pesante e malridotta presso il camino.

Attizzando il fuoco borbottò: — È bella, non è vero? L’ho trovata ai piedi della Torre del Vento. Nessun mercante a cui l’ho mostrata ha saputo dirmi che razza di pietra è, così l’ho portata a Isig, allo stesso Danan Isig. Mi ha detto di non aver mai visto una gemma di quel genere sulle sue montagne, e che non conosceva nessuno, a parte lui e suo figlio, che sarebbe stato capace di tagliarla con quella perfezione. È stato lui a darmi Xel, per compagnia. Io non avevo niente con cui contraccambiare, ma egli disse che gli avevo già regalato un mistero, il che talvolta può risultare prezioso. — Appese il pentolone sul fuoco, aprì la sua borsa, e prese un coltello che pendeva da un chiodo. — Xel ha ammazzato due lepri; le cucinerò per la cena… — Quando Morgon gli toccò un braccio sollevò lo sguardo. Gli lasciò prendere il coltello. — Sei capace di spellarle? — Morgon annuì. — Dunque sai come si fa. Puoi ricordare qualcos’altro di te stesso? Pensaci. Cerca di… — Vedendo l’espressione tormentata di Morgon tacque. Gli poggiò una mano su una spalla. — Non importa. Prima o poi la memoria ti tornerà.

Mangiarono lo stufato alla luce del fuoco, con la porta ben chiusa contro il vento che s’era all’improvviso rinfrescato. Astrin cenava tranquillamente, col bianco cacciatore Xel accovacciato ai piedi, e finché non ebbero terminato parve esser tornato ai suoi solitari silenzi di uomo abituato a vivere coi propri pensieri. Poi andò ad aprire la porta un istante. Fuori aveva cominciato a piovere forte. La richiuse, e il gatto sollevò la testa con un lamentoso miagolìo. Quando Astrin tornò al tavolo i suoi movimenti s’erano fatti nervosi, irrequieti: tastava libri e documenti senza aprirli, univa fra loro cocci che non si appaiavano in nessun modo e li lasciava ricadere, e il suo volto era inespressivo come se stesse ascoltando qualcosa oltre il fruscio della pioggia. Seduto accanto al caminetto Morgon aveva mal di capo e lo fissava senza pensare a nulla, tastandosi il taglio sopra l’occhio. Astrin smise di andare avanti e indietro e si fermò davanti a lui, osservandolo coi suoi strani occhi bianchi pieni di misteri finché egli distolse lo sguardo.

Con un sospiro Astrin sedette al suo fianco. Improvvisamente disse: — Sei enigmatico quanto la Torre del Vento. Io mi trovo qui da cinque anni, esiliato da Caerweddin. Parlo con Xel, con un vecchio di Loor da cui compro il pesce, con occasionali mercanti, e con Rork, Alto Nobile di Umber, che viene a farmi visita qualche volta. Di giorno, per curiosità, vado a fare scavi nell’immensa città in rovina dei Signori della Terra, sulla Piana del Vento. Di notte invece scavo in altre direzioni, talvolta nei libri di magia che ho imparato ad aprire, talvolta nelle tenebre oltre Loor, sul mare. Prendo Xel con me, e andiamo a guardare qualcosa che viene costruito sulle spiagge di Ymris nel segreto della notte, qualcosa per cui non c’è nome… Ma questa notte non posso farlo. Il mare sarà agitato con un vento come questo, e Xel odia la pioggia. — Per qualche istante tacque. — I tuoi occhi mi fissano come se tu capissi tutto ciò che dico. Vorrei sapere il tuo nome. Vorrei… — La voce gli si smorzò; i suoi occhi si fermarono, indagatori, sul volto di Morgon.

Improvvisamente come s’era seduto l’uomo si alzò, e da uno scaffale tolse un pesante tomo con un nome stampato in oro sulla copertina: Aloil. Era chiuso con due flange, di ferro in apparenza prive di ogni giuntura o fibbia. Le toccò, mormorando una parola, ed esse si aprirono. Morgon si alzò e gli andò accanto, lui alzò lo sguardo. — Sai chi era Aloil? — Morgon scosse la testa. Poi i suoi occhi si allargarono un poco, come se ricordasse, ma Astrin continuò: — Molti lo hanno dimenticato. Egli era il mago in servizio presso i Re di Ymris, e lo fu per novecento anni finché andò a Lungold; poi scomparve del tutto insieme all’intera scuola dei maghi, settecento anni fa. Io ho acquistato il libro da un mercante; mi sono occorsi due anni per scoprire la parola che lo apre. Parte delle poesie che Aloil scrisse erano dedicate alla maga Nun, in servizio a Hel. Tentai di aprire il libro usando il suo nome, ma non funzionò. Poi ricordai il nome del suo maiale favorito, un maiale davvero notevole fra tutti quelli di Hel: il maiale parlante, Hegdis-Noon… e quel nome aprì il libro. — Poggiò sul tavolo il pesante tomo, sfogliandolo con aria pensosa.

— Qui da qualche parte c’è l’incantesimo che fece parlare la pietra a Pian Bocca di Re. Tu conosci quella storia? Aloil era furibondo con Galil Ymris poiché il Re aveva rifiutato di seguire i suoi consigli durante l’assedio di Caerweddin, e come risultato di ciò la torre di Aloil era stata data alle fiamme. Così Aloil fece in modo che una pietra della pianura dietro Caerweddin parlasse per otto giorni e otto notti, con voce talmente forte che gli uomini la udirono anche nella lontana Umber e in Meremont, e la pietra recitò tutti i segreti di Galil. Fu da questo episodio che Pian Bocca di Re prese il nome. — Gettò un’occhiata da sotto in su a Morgon e lo vide sorridere. Si raddrizzò. — Non ho parlato tanto in tutto il mese. Xel non può ridere. E tu mi ricordi che sono sempre un essere umano. È una cosa che talvolta rischio di dimenticare; salvo quando Rork Umber è qui in visita perché allora son costretto a ricordare fin troppo bene chi sono. — Riabbassò gli occhi, girò una pagina. — Ecco, è qui. Adesso, se mi lasci leggere il manoscritto… — Per qualche minuto tacque, mentre Morgon si sporgeva a leggere oltre la sua spalla alla luce giallastra che la candela spandeva sulla pagina. Infine Astrin si volse a guardarlo, lo prese gentilmente per le braccia e sottovoce disse: — Se questo incantesimo è riuscito a dare voce a una pietra, penso che possa far parlare anche te. Non ho mai fatto molta penetrazione mentale; sono entrato nella mente di Xel, e una volta in quella di Rork, col suo permesso. Se hai paura preferisco non farlo. Ma forse, se andrò abbastanza in profondità, riuscirò a trovare il tuo nome. Vuoi che ci provi?

Una mano di Morgon si alzò a sfiorargli la bocca. Annuì, con gli occhi fissi in quelli di Astrin, e l’uomo fece un sospiro. — Molto bene. Siediti. Stai calmo e immobile. Il primo passo consiste appunto nel divenire come la pietra…

Morgon sedette sullo sgabello. Di fronte a lui Astrin, scuro come un’ombra nella vacillante luce della candela, si congelò nel silenzio più assoluto. D’un tratto Morgon notò uno strano tremolio nel locale, come se una seconda visione della stessa stanza si fosse sovrapposta alla sua, e rimise a fuoco gli occhi con uno sforzo. Incomprensibili frammenti di pensieri rotearono nella sua mente: la pianura che egli aveva visto all’esterno, il muso di Xel, le pelli che aveva appeso a seccare. Poi ci fu soltanto una lunga tenebra, e infine un senso di rinuncia.

Astrin si mosse, con le braci del focolare che gli creavano strani riflessi negli occhi. — Non c’era niente. È come se tu non avessi alcun nome. Non ho potuto penetrare fino allo strato in cui hai nascosto a te stesso il tuo nome e il tuo passato. È profondo, occulto… — Nel vederlo alzarsi tacque. Le mani di Morgon si chiusero intorno alle spalle di Astrin, lo strinsero, lo scossero con insistenza, e l’uomo borbottò: — Io ho tentato. Ma non ho mai trovato un altro individuo che si nasconda tanto a se stesso. Devono esserci degli altri incantesimi; li cercherò. Però non vedo perché tu debba prendertela così. Il fatto di non avere nome né memoria dovrebbe essere la quintessenza della pace… D’accordo. Ci studierò sopra. Porta pazienza.

Il giorno successivo, all’alba, Morgon lo sentì che si alzava e abbandonò anch’egli il suo giaciglio. La pioggia era cessata, sparsi cumuli di nuvole si spostavano sulla Piana del Vento. I due fecero colazione con lo stufato di lepre freddo, pane e vino, poi presero gli attrezzi di Astrin e con Xel alle calcagna s’incamminarono attraverso la piana verso le rovine dell’antica città.

La zona era un labirinto di colonne spezzate, muri crollati, stanze prive di soffitto, scale che non portavano in nessun posto, arcate abbattutesi al suolo, il tutto costruito in lisci e pesanti blocchi di pietra colorati in ogni sfumatura di rosso, verde, oro, azzurro, grigio e nero, strisciati o punteggiati di altre tinte in mescolanze policrome. Una larga strada pavimentata in pietre bianche e dorate, fitta di erbacce che crescevano negli interstizi, prendeva inizio sul lato orientale della città e la tagliava in due, terminando ai piedi dell’unico edificio rimasto apparentemente intatto: era un’altissima torre, intorno alla quale rampe di scale spiraleggiavano dal nero e irregolare basamento su fino a una piccola costruzione d’un azzurro intenso che si scorgeva sulla sommità. Svoltando sulla strada centrale fianco a fianco con Astrin, Morgon si arrestò bruscamente e alzò gli occhi a guardarla.

— La Torre del Vento — lo informò Astrin. — Sulla sua cima non è mai salito alcun essere umano… maghi compresi. Aloil ci provò; arrancò su per le scale per sette giorni e sette notti, e non riuscì mai a raggiungerne la fine. Ho tentato anch’io, molte volte. Sono convinto che sulla cima di questa torre debba esserci la risposta a domande così antiche che tutti abbiamo smesso di farcele. Chi erano i Signori della Terra? Quale fu lo spaventoso avvenimento che distrusse loro e le loro città? Io inganno il tempo come un bambino fra questi scheletri di pietra, raccogliendo qui una bella pietruzza, là un piatto rotto, sempre sperando di trovare un giorno la chiave di questo mistero, l’inizio di una risposta… ho portato un frammento di quei grossi blocchi di pietra anche a Danan Isig; mi ha detto che non è a conoscenza di nessuna cava nel reame del Supremo dove si estragga materiale di quel genere. — Toccò un braccio di Morgon per richiamare la sua attenzione. — Io vado laggiù, in quel locale privo del tetto. Mi troverai là, quando ne avrai voglia.

Lasciato a se stesso nella risonante immensità della città di macerie, Morgon si aggirò fra edifici crollati e locali aperti alla pioggia, scavalcando mucchi di pietre profondamente infossati nel terriccio e cespi di erbacce. Il vento soffiava con la forza di un cavallo selvaggio, ululando lungo la strada, torcendosi in furibonde spirali attorno alla torre e gemendo nelle sue misteriose stanze. Lasciandosi spingere da esso Morgon si accostò all’immensa e lucente struttura, poggiò una mano sulla parete azzurra e nera e salì sul primo gradino della scala. Erano gradini dorati, che salivano curvando a destra fino a sparire alla vista. Alle sue spalle il vento premeva con violente raffiche, come per incitarlo a salire. Dopo qualche istante si volse e andò a cercare Astrin.

Lavorò per tutto il giorno accanto all’uomo, scavando in una piccola stanza il cui pavimento era sepolto sotto strati di tufo, ed a mani nude spostò il terriccio in cerca di pezzi di metallo, di vetro, di stoviglie. Dopo qualche tempo, sporco di fango nerastro fino ai gomiti, s’accorse d’annusare con piacere l’odore intenso del terriccio, e in lui qualcosa reagì con un fremito di desiderio. Quando se ne accorse gli sfuggì un mugolio. Astrin si girò a guardarlo.

— Che c’è? Hai trovato qualche oggetto?

Lui abbassò gli occhi nella fossa e scosse il capo, mentre le lacrime gli offuscavano lo sguardo senza che ne capisse il motivo.

Al crepuscolo, mentre tornavano a casa coi loro reperti accuratamente avvolti in un vecchio telo, Astrin osservò: — Ti comporti con molta pazienza e calma, qui. Chissà che tu non sia nativo di queste parti, e che non abbia già lavorato in silenzio fra queste cose dimenticate. E accetti la mia strana vita senza far domande, come se tu avessi scordato com’è l’esistenza altrove, dove gli uomini vivono insieme… — Tacque un istante. Poi mormorò, come se lo ricordasse a se stesso: — Io non ho sempre vissuto da solo. Sono cresciuto a Caerweddin, con Hereu, e coi figli degli Alti Nobili di nostro padre, nella rumorosa e splendida casa che Galil Ymris fece costruire con le pietre dei Signori della Terra. A quel tempo Hereu ed io eravamo molto uniti, l’uno l’ombra dell’altro. Questo era prima che litigassimo. — Accorgendosi che Morgon lo fissava scosse le spalle, sbuffando. — Vivere qui non fa nessuna differenza per me. Non tornerò mai più a Caerweddin, e in quanto a Hereu lui non verrà mai da queste parti. Ho già dimenticato che una volta non conoscevo la solitudine. Dimenticare è facile.

Quella sera, subito dopo cena, Astrin lo lasciò solo in casa. Morgon lo attese pazientemente, ripulendo dal fango i frammenti di vasellame che avevano trovato. Qualche ora dopo il tramonto il vento cominciò di nuovo a soffiare con forza, e a disagio egli ebbe l’impressione che scuotesse la piccola costruzione come se volesse sradicarla dal suolo. Il tetto cigolava, all’esterno si sentivano rotolare oggetti pesanti. Pur sapendo che era inutile aprì la porta nella speranza di veder tornare Astrin; il vento gli strappò il battente dalle dita, lo mandò a fracassarsi quasi contro il muro, ed egli fu costretto a lottare con la violenza delle raffiche per poter richiudere.

Quando infine, come accadeva spesso, l’aria tornò improvvisamente immobile, un immenso silenzio scese sulla Piana del Vento nella debole luce lunare. La torre si ergeva fra i cumuli di pietre abbattute, intatto e solitario monolito che si lasciava contemplare muto dalle stelle. Morgon gettò altri ceppi sul fuoco, si fece una torcia con un ramo di quercia e uscì. Ma aveva fatto appena due passi che udì un ansito oltre l’angolo della casupola, e ci fu un lento e strascicato scalpiccio. Si volse e vide comparire Astrin, che con una mano si appoggiava al muro.

Mentre Morgon gettava al suolo la torcia e correva a sostenerlo, l’uomo ansimò: — Sto bene. — Nella luce che usciva dalla finestra la sua faccia appariva grigiastra. Poggiò un braccio sulle spalle del giovane e si lasciò condurre all’interno, poi sedette sul giaciglio. Aveva le mani ricoperte di graffi e abrasioni, ed i capelli incrostati di salsedine. Con una smorfia si poggiò la mano destra sulle costole e restò immobile, sfinito, finché Morgon s’accorse del sangue che gli scorreva fra le dita e gli si accostò con un gemito di cordoglio. Astrin si lasciò ricadere all’indietro sul pagliericcio, la mano gli scivolò via dal fianco. Non fu lieto, quando Morgon strappò la cucitura per aprirgli l’abito.

— No. Sono a corto di vestiti — sussurrò. — Lui mi ha visto per primo, ma io l’ho ucciso. Poi è rotolato in mare, e ho dovuto andare a riprenderlo fra gli scogli e le onde, altrimenti loro lo avrebbero ritrovato. L’ho seppellito nella sabbia. Loro non potranno trovarlo, adesso. Lui era fatto di… ha preso forma dalle alghe e dalla spuma e dalla madreperla bagnata, e la sua spada era fatta di tenebra e di acqua d’argento. Mi ha colpito e gettato a terra come un ranocchio, e se Xel non mi avesse avvertito a tempo ora sarei morto. Se non mi fossi girato… — Ebbe un sussulto allorché Morgon gli toccò il fianco con un panno umido. Poi tacque, ad occhi chiusi, stringendo i denti intanto che lui gli lavava la profonda ferita e strappava strisce della tunica per bendarlo. Infine chiese un po’ di vino, bevve ed i tremiti del suo corpo si placarono. Parve rilassarsi alquanto. — Grazie. Xel… grazie. Se Xel ritorna fallo entrare.

Per il resto della notte l’uomo giacque senza riaprire gli occhi, esausto. Solo verso l’alba si svegliò, sentendo Xel che grattava alla porta. E Morgon, che era rimasto sveglio a sedere davanti al caminetto, si alzò per aprire al felino, bagnato fradicio e infangato.

Il giorno successivo Astrin non disse quasi nulla dell’accaduto. Insistette per alzarsi e si mosse attorno rigidamente, con un’espressione cupa e triste che si rischiarava soltanto quando i suoi occhi incontravano quelli muti e preoccupati di Morgon. Trascorsero la giornata in casa, Astrin sui libri di magia fra le cui pagine sembrava annusare come un animale, e Morgon cercando di lavorare e rammendare i vestiti di lui, mentre tutte le domande a cui non riusciva a dar fiato gli si contorcevano in gola come uccelletti in gabbia.

Infine, verso il tramonto, Astrin emerse dalle sue fosche riflessioni. Con un sospiro chiuse un libro, la cui serratura di ferro si bloccò da sola, guardò la piana attraverso la finestra e dichiarò: — Dovresti dirlo a Hereu. — Batté le mani sul libro e le strinse a pugno, sussurrando: — No. Lasciamo che veda coi suoi occhi. Il regno è affar suo. Lasciamo che impegni il suo nome su questo. Cinque anni fa mi ha cacciato da Caerweddin per aver detto la verità; perché dovrei tornare indietro?

Seduto davanti al caminetto, con le dita che lottavano con l’ago e il filo, Morgon emise un grugnito interrogativo. Astrin si premette una mano sul fianco e aggiunse legna al fuoco per scaldare la cena. Si fermò un attimo accanto a Morgon per dargli una pacca affettuosa su una spalla. — Sono contento che tu fossi qui ieri notte. Se c’è qualcosa, qualsiasi cosa, che io possa fare per te, la farò.

Da allora, per un po’ di tempo, egli non uscì più la notte. Morgon lavorò con lui in città ogni giorno, a scavare fra le macerie, e nelle quiete lunghe serate provò a rimettere insieme frammenti di vetro e di altri materiali, mentre Astrin scartabellava fra i suoi libri. Ogni due o tre giorni andavano a caccia con Xel, nell’intricata boscaglia di querce che a meridione ricopriva la costa fin oltre i confini di Ymris.

Un giorno, mentre camminavano sul morbido tappeto di foglie morte del sottobosco, Astrin disse: — Potrei portarti a Caithnard. È ad appena un giorno di viaggio verso sud, oltre la foresta. Forse laggiù qualcuno ti conosce. — Ma Morgon si limitò a guardarlo senza espressione, come se Caithnard fosse il nome di qualche misteriosa terra al di là del mare, e Astrin non ne riparlò più.

Pochi giorni dopo Morgon rinvenne un insieme di frammente di vetro rossi e porpora, d’aspetto interessante, in un angolo del locale in cui stavano scavando. Li portò alla casupola di Astrin, li ripulì dal terriccio e li studiò incuriosito. Il mattino successivo pioveva a dirotto; non poterono tornare in città. Nella piccola casa l’aria era umida e pesante, e il fuoco emetteva molto fumo. Xel si agitava inquieto, fermandosi ogni tanto a miagolare lamentosamente in direzione di Astrin, il quale borbottava parole e frasi su un libro di incantesimi che non era ancora riuscito ad aprire. Morgon, con una dura colla che l’altro aveva miscelato in una ciotola, s’ingegnava a mettere insieme i cocci di vetro pezzo dopo pezzo.

Alzò lo sguardo nell’udire Astrin esclamare, seccato: — Xel, mettiti calmo. Sto impazzendo alla ricerca delle parole. Yrth era il più potente dei maghi, dopo il Fondatore stesso, e ha chiuso la serratura di questo libro fin troppo bene.

Morgon aprì la bocca, riuscì ad emettere un lieve suono e sul suo volto vi furono stupore ed emozione. In fretta si guardò attorno, trovò un rametto mezzo carbonizzato nel camino e lo ripulì. Con l’estremità nera scrisse sul tavolo, in lettere di cenere: «Ti occorre la sua arpa».

Stupito Astrin si alzò subito dallo sgabello, e lesse da sopra la spalla di Morgon. — Mi occorre la sua cosa? Hai una calligrafia più incomprensibile di quella di Aloil. Oh… Arpa! — Gli afferrò le spalle con energia. — Sì. Forse hai ragione. Forse egli chiuse il libro con una serie di note dell’arpa che aveva costruito… o con quella corda in chiave di basso che, come si narra, fracassava le armi. Ma dove mai potrei trovarla? Tu lo sai dove si trova?

Morgon scosse la testa. Poi poggiò il ramoscello sul tavolo, fissandolo con meraviglia come se esso avesse scritto di sua iniziativa. Dopo un poco girandosi incontrò lo sguardo di Astrin. Bruscamente l’uomo aprì uno dei libri di magia di Aloil, e mise una penna in mano a Morgon. — Chi ha pagato per la sua forma con le cicatrici sulle sue mani, e a chi?

Morgon prese a scrivere con cura sul margine di uno dei libri d’incantesimi di Aloil. Quando ebbe terminato la risposta a quell’antico enigma di Osterland e cominciò a scrivere l’interpretazione, Astrin emise fra i denti un fischio di stupore.

— Tu hai studiato a Caithnard. Ma nessun individuo senza voce ha mai studiato in quella scuola… io lo so. Io stesso ho trascorso un anno là. Puoi ricordartela? Rammenti qualcosa della scuola?

Morgon lo fissò a occhi sbarrati. Si alzò di scatto, facendo rovesciare lo sgabello dietro di sé; Astrin lo raggiunse mentre già apriva la porta come per andarsene seduta stante.

— Aspetta! Fra poco sarà buio. Domani io verrò a Caithnard con te, se hai pazienza di aspettare un poco. Ci sono alcune domande che voglio porre di persona ai Maestri.

Il mattino dopo si alzarono all’alba, con la pioggia che ticchettava leggermente sul tetto. Il cielo si schiarì assai prima che il sole spuntasse dalle montagne. Lasciarono Xel addormentato davanti al camino e si avviarono sull’umida pianura erbosa verso il confine di Ymris. Il sole si levò fra nuvole gravide di pioggia che veleggiavano sul mare come vascelli aerei. Il vento frusciava fra gli alberi scrollando via la brina dalle foglie quando essi entrarono nel sottobosco, diretti alla grande strada dei mercanti che attraversava Ymris da un capo all’altro unendo le antiche città di Lungold e Caithnard.

— Dovremo giungere alla strada verso mezzogiorno — disse Astrin.

Morgon, con l’orlo della lunga tunica fradicio di brina, gli occhi fissi sugli alberi come se potesse vedere al di là di essi una città che non conosceva, gli rispose con un borbottio assente. Numerosi corvi neri svolazzavano fra i rami di alberi lontani; i loro versi rauchi gli suonarono derisori, offensivi. D’un tratto udì delle voci umane: due mercanti che ridacchiavano indicandosi l’un l’altro i corvi appollaiati su un albero. Viaggiavano a cavallo nell’umidità del primo mattino, e avevano grossi involti rigonfi dietro le selle. I due cavalieri raggiunsero Morgon e Astrin, e rallentarono. Uno di essi abbassò cortesemente il capo.

— Nobile Astrin. È una combinazione incontrarvi qui. — Si girò a sciogliere il laccio di una bisaccia. — Ho un messaggio di Mathom di An a Heren di Ymris. Concerne, almeno credo, l’uomo che ha conquistato la corona di Peven. Per il vero, ho messaggi per metà dei sovrani di tutto il reame. Stavo per fermarmi a casa vostra e consegnarlo a voi personalmente.

Astrin aggrottò le bianche sopracciglia. — Tu sai che non vedo Hereu da cinque anni — disse piuttosto freddamente. Il mercante, un robusto individuo rosso di capelli, con una cicatrice che gli tagliava la barba sulla mandibola, lo fissò con ironia.

— Ah, sì? Ma vedete, il problema è che devo imbarcarmi a Meremont, cosicché non avrò occasione di passare per Caerweddin. — Frugò nella bisaccia. — Dovreste essere così gentile da portargli voi questo messaggio.

L’acciaio di una lama schizzò fuori dalla bisaccia in un lampeggiante semicerchio, abbattendosi con un fruscio addosso ad Astrin. Ma il cavallo del mercante ebbe uno scarto, e l’acciaio affilato mancò di un palmo il volto di Astrin, stracciando la manica del braccio che Morgon aveva proteso per difendere l’amico. Dopo un primo istante di sbalordita incredulità il giovane balzò avanti, e afferrò il polso del mercante prima che questi potesse risollevarlo per colpire ancora. L’altro mercante gli aveva però già incitato il cavallo addosso, e costui roteò la spada in un colpo di taglio che raggiunse Morgon su un lato del torace, sotto il braccio alzato.

La lama non trovò altro ostacolo che la scura e pesante stoffa della tunica. Col fiato mozzo per la sciabolata che gli aveva tolto la luce dagli occhi Morgon vacillò, sentì Astrin ringhiare ferocemente, poi per qualche istante non vide e non sentì più niente. Nella sua mente si diffuse uno strano torpore drogato, l’impressione di qualcosa di verde e di familiare, il cui odore non era dissimile da quello delle erbacce della radura. Quell’immagine si dileguò prima che egli potesse nominarla, ma non prima che avesse capito che in essa c’era il suo nome. Poi si ritrovò in ginocchio sull’erba, ansante, con un labbro stretto fra i denti, gli occhi confusi fissi su qualcosa che per un poco credette fosse sangue, finché si rese conto che era soltanto la pioggia, fitta e improvvisa.

Un cavallo senza nessuno in sella galoppava via fra gli alberi; Astrin, con in pugno una spada lorda di sangue, stava slacciando la sella dell’altro animale. La tolse via e afferrò il cavallo per il morso conducendolo verso Morgon. Sul suo volto c’era una striscia di sangue; i due mercanti giacevano scompostamente al suolo fra le loro selle e gli involti.

L’uomo aveva il fiato mozzo. — Ce la fai ad alzarti? Dove sei stato ferito? — chiese. Vide il sangue che inzuppava la tunica di Morgon sotto l’ascella e imprecò. — Lasciami dare un’occhiata.

Morgon scosse la testa. Si strinse il braccio sulla ferita con l’altra mano e si alzò, mentre in distanza i corvi sembravano deridere anche il suo doloroso vacillare. Astrin gli passò un braccio intorno alla cintura. Il suo volto, già pallidissimo per natura, nella pioggia che lo rigava appariva cadaverico.

— Pensi di farcela a tornare a casa?

Lui annuì, si lasciò aiutare a salire sul cavallo e prese le redini. Ma sulla piana la vista gli si confuse nuovamente.

Riprese conoscenza mentre Astrin, che smontava dietro di lui, lo tirava con cautela giù dalla groppa del cavallo per condurlo in casa. L’uomo spalancò la porta con un piede, e Xel, comparso sulla soglia ad annusarli, mandò un miagolio stridente. Morgon piombò privo di forze sul giaciglio, e Astrin prese a tagliare la sua tunica col coltello, ignorando la sua muta opposizione. Quando vide la ferita, che dalla morbida carne dell’ascella scendeva mettendo a nudo tre costole, sussurrò qualcosa in tono fra sgomento e compassionevole.

In quel momento bussarono alla porta. Astrin ruotò di scatto su se stesso, allungando la mano ad impugnare la spada, e balzò in piedi. Per alcuni secondi indugiò dietro il battente, quindi lo spalancò e con lo stesso movimento puntò la lama insanguinata sullo sterno dell’uomo che stava in piedi dinnanzi alla soglia. Si trattava di un mercante.

— Signore… — La voce del visitatore s’incrinò in un farfugliare sbigottito alla vista dell’arma.

— Cosa vuoi?

Il mercante era alto, abbigliato con le vesti larghe di Herun, barbuto e dall’aria mite. Fece un passo indietro. — Ho un messaggio da… — Ma di nuovo la voce gli morì in gola, perché Astrin aveva sollevato la spada puntandogliela dritta in faccia. In un sussurro concluse: — Da Rork Umber. Signore, voi mi conoscete…

— Ti conosco.

Morgon sollevò la testa con uno sforzo e vide il suo compagno rigido come un serpente pronto a colpire. Astrin disse gelidamente: — Ti conosco, e questo è il solo motivo per cui, se ti volti e te ne vai immediatamente, ti concederò di lasciare vivo questo luogo.

— Ma Signore… — Gli occhi dell’uomo abbandonarono quelli di Astrin e frugando nell’interno della casupola incontrarono lo sguardo di Morgon. Si lasciò sfuggire un’esclamazione. E Morgon vide lampeggiare il proprio nome sul volto stupefatto di lui. Il mercante deglutì saliva. — Che cosa gli è successo?

— Vattene! — La voce rauca di Astrin s’incrinò in una nota disperata che stupì perfino Morgon. Il mercante, benché fosse impallidito, rimase testardamente dov’era.

— Ma l’arpista del Supremo, a Caerweddin, ha scoperto…

— Ho appena ammazzato due mercanti e, nel nome del Supremo, giuro che ne spedirò all’inferno un terzo se non te ne vai da qui!

Il mercante si allontanò sul sentiero sabbioso. Astrin attese finché lo scalpiccio dei suoi passi non si udì più. Poi, con mano che tremava ancora, appese la spada dietro la porta e tornò a inginocchiarsi accanto a Morgon.

— Va tutto bene — sussurrò. — Ora riposa. Io farò quel che potrò.

Due giorni più tardi l’uomo fu però costretto a lasciar solo Morgon per cercare aiuto dalla moglie di un vecchio pescatore di Loor, che si intendeva di erbe medicinali e acconsentì di vegliare accanto al ferito mentre Astrin era fuori a caccia o dormiva. Cinque giorni dopo la donna poté tornare a casa sua, con in mano alcuni dei pezzi d’oro recuperati nella città dei Signori della Terra; e Morgon, sebbene troppo debole per camminare, riuscì a sedersi a tavola e a scaldarsi il brodo da solo.

Astrin era spossato per le notti quasi insonni e le preoccupazioni. Dopo una mezza giornata di cupo silenzio mormorò, come se fosse giunto a una travagliata decisione: — E va bene. Non puoi stare qui. Non me la sento di portarti a Caithnard o a Caerweddin. Ti condurrò a Ùmber. E là Rork potrà mandare ad avvertire Deth. Ho bisogno di aiuto.

Da quel momento non lo lasciò più solo. Mentre Morgon recuperava le forze, essi trascorsero ore ed ore ingegnandosi a rimettere insieme i frammenti di cristallo color porpora rosso che Morgon stesso aveva trovato. L’oggetto che cominciò a prender forma era una fragile coppa splendidamente incisa, e quelle che erano parse soltanto striature divennero le figure di un’istoriazione circolare che narrava di un antico avvenimento. Eccitato Morgon usò ancora la penna sul margine di un libro d’incantesimi di Aloil, per comunicare i suoi pensieri ad Astrin, e lo convinse a ricercare i frammenti che ancora mancavano. Trascorsero una giornata fra le rovine della città, rinvennero altri tre pezzi, e quando tornarono incontrarono la moglie del pescatore che li attendeva sulla soglia della casupola di Astrin. La donna aveva portato un cestello di pesce fresco; incitò Morgon a mettersi a letto, rimproverò Astrin e poi cucinò la cena per loro.

Il mattino dopo essi completarono la ricostruzione della coppa. Astrin incastrò al suo posto con cura l’ultimo frammento, con Morgon che senza quasi tirare il fiato lo osservava da sopra la spalla. Le figure rosse dell’incisione sembravano muoversi sullo sfondo di porpora, intente a una misteriosa occupazione. Astrin era così assorto nel tentativo di decifrarne il significato, senza toccare la colla ancora fresca, che quando sentì bussare alla porta emise un brontolio spazientito. Poi il suo volto s’irrigidì. Andò a prendere la spada e tenendola davanti a sé aprì lentamente la porta. Esclamò: — Rork…! — E non fu capace di dir altro.

Tre uomini oltrepassarono Astrin ed entrarono in casa. Indossavano armature argentee sotto pesanti e bellissimi mantelli ricamati, e al fianco avevano spade appese a cinturoni adorni di gemme.

Uno di essi, il mercante che Astrin aveva cacciato via giorni addietro, indicò Morgon e disse: — Eccolo. Il Principe di Hed. Guardatelo, è ferito. E non può parlare. Non mi ha neppure riconosciuto, sebbene io abbia acquistato grano e pecore da lui appena cinque settimane fa. Conoscevo bene suo padre.

Morgon si alzò lentamente. Altri individui entrarono: un uomo alto dai capelli rossi, riccamente vestito e dall’espressione altera, un soldato, un arpista dai capelli candidi. Morgon fissò il volto di Astrin in quella confusione di altri volti, e vide in lui lo stesso incredulo sgomento che c’era negli occhi dei nuovi venuti.

Astrin ebbe un ansito. — Rork, non è possibile! Io l’ho trovato sulla riva, sbattuto a terra dal mare in burrasca… non poteva parlare, e non è riuscito a…

Lo sguardo dell’Alto Nobile di Umber si volse a interrogare l’arpista, ebbe in risposta un cenno d’assenso e disse stancamente: — Egli è il Principe di Hed. — Si scostò i capelli dalla fronte con un sospiro e continuò: — Lo avevate voi, dunque. Deth lo ha cercato per cinque settimane, e infine ecco che questo mercante si precipita a corte, a Caerweddin, e riferisce al Re che voi avete assassinato due mercanti, che avete ferito il Principe di Hed e che lo tenete imprigionato, e che in qualche modo… con un incantesimo probabilmente, gli avete rubato la voce. Potete immaginare cos’abbia pensato Hereu? Fra i nobili della costa, a Meremont e Tor, sta prendendo forma una strana rivolta della quale neppure l’Alto Nobile riesce a comprendere le ragioni. Siamo costretti a prendere le armi per la seconda volta in un anno, e al culmine di questa tensione ecco che l’Erede di Ymris viene accusato di omicidio e di aver imprigionato un sovrano. Il Re ha mandato questi soldati nel caso che vogliate opporre resistenza; il Supremo ha inviato il suo arpista per mettervi sotto condanna se tenterete di fuggire, e io sono venuto… sono venuto per ascoltare quel che avete da dire.

Astrin si coprì gli occhi con una mano. Morgon, che stava fissando attonito quei volti, nell’udire il nome che gli apparteneva e di cui tuttavia non aveva il ricordo emise un gemito.

Il mercante trasse un gran respiro. — Ascoltatelo. Cinque settimane fa poteva parlare benissimo. Quando io venni qui e lo vidi era disteso sul giaciglio e si lamentava, con un fianco lordo di sangue. E il Nobile Astrin era sulla soglia con una spada insanguinata in mano, e minacciava di uccidermi. Ma ora tutto è finito — aggiunse rivolto a Morgon. — Ora voi siete salvo.

Morgon cercò di trasformare in voce il suo fiato. Ma il suono con cui aveva tentato di farsi udire fu solo un ansito che gli si strozzò in gola; allora afferrò la coppa che aveva ricostruito con tanta pazienza e la sbatté sul tavolo mandandola in pezzi. Questo gli ottenne l’attenzione dei presenti, ma sebbene essi lo fissassero con stupefatta sorpresa egli non riuscì ad emettere verbo. Sedette di nuovo, angosciato, portandosi le mani alla gola.

Astrin fece un passo verso di lui. Si fermò. Guardò Rork. — Egli non può cavalcare da qui a Caerweddin; la sua ferita non è ancora ben guarita. Rork, voi certo non crederete… l’ho trovato gettato sulla spiaggia, senza nome, senza voce… Non potete credere che sia stato io a ferirlo!

— Non lo credo, infatti — disse Rork. — Ma chi è stato, allora?

— Lo stavo conducendo a Caithnard, per vedere se i Maestri lo avrebbero riconosciuto. Ma abbiamo incontrato due mercanti, e costoro hanno tentato di ucciderci entrambi. Nella lotta li ho colpiti a morte. Poco più tardi è giunto costui, quando avevo appena riportato qui il Principe di Hed senza sapere se sarebbe morto o vissuto. Potete biasimarmi se non mi sono mostrato ospitale?

Il mercante scostò il mantello e si passò una mano fra i capelli. — No, non posso biasimarvi — ammise. — Ma Signore, avreste dovuto ascoltarmi. Chi erano quei mercanti? Non c’è mai stato un mercante rinnegato negli ultimi cinquant’anni. Dovremo occuparcene. È cosa dannosa per i nostri affari.

— Non ho idea di chi fossero. Ho lasciato i loro corpi nella boscaglia, non molto addentro, come potrete constatare se andate dritti a sud verso la strada dei mercanti.

Rork fece un cenno a uno dei soldati. — Trovateli. Conducete con voi anche il mercante. — Quando gli uomini furono usciti si volse. — Meglio che prendiate le vostre cose. Ho portato due cavalli da sella e uno da carico per voi, da Umber.

— Rork! — Gli occhi bianchi di Astrin erano supplichevoli. — È proprio necessario? Vi ho detto quel che è successo; il Principe di Hed non può parlare ma può scrivere, ed egli mi è testimone dinnanzi a voi e all’arpista del Supremo. Io non ho nessuna voglia di rivedere Hereu, e non ho fatto nulla di cui debba rispondere a lui.

Rork sospirò. — L’avrò fatto io, se non vi porto con me. Metà degli Alti Nobili di Ymris riuniti a Caerweddin hanno udito di questa faccenda, e vogliono delle risposte precise. Voi avete occhi bianchi e capelli bianchi, frugate nelle antiche rovine e nei libri di magia, e nessuno vi ha visto in Caerweddin negli ultimi anni. Per quel che ne sa la gente, chi può escludere che voi siate impazzito ed abbiate fatto quello che il mercante ha detto di voi?

— Ma loro vi crederanno.

— Non necessariamente.

— Allora crederanno all’arpista del Supremo.

Rork sedette sullo sgabello e si passò le dita sugli occhi. — Astrin, per favore. Venite con noi a Caerweddin.

— A quale scopo?

Le spalle di Rork s’incurvarono. L’arpista del Supremo disse allora, con voce piatta: — Non è così semplice. Voi siete sotto accusa da parte del Supremo, e se decidete di non rispondere a Hereu Ymris dovrete rispondere dinnanzi al Supremo.

Astrin appoggiò con forza le mani sul tavolo, fra i cocci di cristallo. — Rispondere di cosa? — Fissò l’arpista con durezza. — Il Supremo deve aver saputo che il Principe di Hed era qui. Di cosa potrebbe ritenermi responsabile?

— Io non posso rispondervi per il Supremo. Posso soltanto darvi questo avvertimento, come sono stato incaricato di fare. La condanna per la disubbidienza è la morte.

Lo sguardo di Astrin si abbassò sui cocci fra le sue mani. Lentamente si sedette. Toccò Morgon su una spalla. — Il tuo nome è Morgon, dunque. — Si volse stancamente a Rork. — Dovrò imballare i miei libri; volete darmi una mano?

I soldati e il mercante fecero ritorno un’ora dopo. Il mercante, col volto contratto da una cupa perplessità, rispose in modo molto vago alle domande di Rork.

— Li avete riconosciuti, almeno?

— Uno di loro, sì. O così credo. Ma…

— Conoscete il suo nome? Potreste testimoniare sulla sua onestà?

— Ebbene, sì. Suppongo. Ma… — Scosse la testa, con sguardo stranito. Non era ancora smontato da cavallo, quasi che non volesse restare più a lungo del necessario in quel desolato e selvaggio angolo di Ymris. Rork gli volse le spalle, mosso da un’identica impazienza.

— Andiamo. Dobbiamo essere a Umber prima del buio. E… — Alzò gli occhi al cielo, mentre le prime gocce di pioggia gli cadevano sul volto. — Non sarà una cavalcata riposante, da qui a Caerweddin.

Xel, troppo selvatico per poter vivere a Caerweddin, restò accovacciato sulla soglia mentre essi si allontanavano, fissandoli curiosamente. Il gruppo cavalcò in direzione est attraverso la piana, mentre le nuvole si scurivano sulle macerie dell’antica città ed il vento, come un invisibile esercito che passasse sulla terra, schiacciava le erbe al suolo. Miracolosamente il cielo trattenne la pioggia fino al pomeriggio, quando essi attraversarono il fiume che chiudeva a settentrione la Piana del Vento. Da lì presero la strada che tagliava le aspre colline ed i boschi di sempreverdi fino alla dimora di Rork, in Umber.

Trascorsero la notte lì, nella grande magione costruita con le pietre rosse e marroni delle colline, nel cui vasto salone sembravano essersi riuniti improvvisamente tutti i nobili minori di Umber. Morgon, che conosceva soltanto il silenzio della casupola di Astrin, si sentiva a disagio fra uomini le cui voci risuonavano come le onde del mare parlando della guerra, e fra donne che lo trattavano con sorprendente e sofisticata cortesia, parlandogli di terre che egli non conosceva affatto. Solo il volto un po’ fosco di Astrin, l’unico che gli era familiare fra quella strana gente, servì a rassicurarlo; e l’arpista del Supremo, suonando al termine della cena, fece echeggiare fra le pareti di pietra rossa una scala di note che gli ricordò la quieta voce della brezza marina. Quella notte, da solo in una camera più larga dell’intera casupola di Astrin, giacque a lungo incapace di addormentarsi, ascoltando il vento che soffiava monotono, brancolando ciecamente intorno al suo nome.

Lasciarono Umber all’alba, addentrandosi a cavallo in una nebbia mattutina che avvolgeva di umide spire i rami neri e spogli dei frutteti. La nebbia lasciò il posto a una fredda pioggia che ticchettò sui loro cappucci per tutta la lunga strada da Umber a Caerweddin. Morgon, che stava aggobbito sulla sella, sentì l’umidità addensarglisi sulle ossa come una muffa. La sopportò seccato, vagamente conscio del turbamento di Astrin, mentre qualcosa sembrava volergli trascinare fra i pensieri frammenti incomprensibili di ricordi, lottando con la tenebra della sua ignoranza. Ad un tratto, scosso da un violento colpo di tosse, sentì la ferita ancora semiaperta dilaniargli il fianco come un ferro rovente, e con uno strattone alle redini rallentò l’animale. L’arpista del Supremo allungò una mano a stringergli una spalla. Fissando il suo volto austero e calmo Morgon trattenne bruscamente il respiro, ma quel momentaneo e strano ritorno di memoria si estinse e svanì. Astrin, che cavalcava dietro di loro con faccia rigida e scostante, disse: — Siamo quasi arrivati.

L’antica dimora dei Re di Ymris sorgeva sul mare, alla foce del fiume Thul, che da uno dei sette laghi di Lungold scorreva a oriente attraverso Ymris. Le navi dei mercanti erano ancorate a decine nelle acque profonde del bacino; una flotta di vascelli dalle vele dorate e scarlatte di Ymris sostava alla foce del fiume, come uno stormo di uccelli multicolori. Mentre cavalcavano sul ponte, un messaggero che stava uscendo nel vederli fece dietro front, e rientrò in gran fretta nel portone di una cerchia di mura massicce e irregolari. Al di là di essa, sopra un’altura, c’era il palazzo che Galil Ymris aveva edificato, la cui orgogliosa facciata e le ali e le torri si ornavano di bellissimi mosaici policromi, fatti con le brillanti pietre dei Signori della Terra.

I cavalieri oltrepassarono i cancelli, avviandosi su per la lieve salita pavimentata in ciottoli. Gli spessi battenti di quercia sotto un’arcata di una seconda cinta di mura vennero aperti per dar loro il passo; entrarono in un cortile dove gli stallieri presero le redini dei cavalli, mentre essi smontavano, affrettandosi a gettare spesse coperte pelose sulla groppa sudata degli animali. In silenzio attraversarono il vasto cortile, con la pioggia che rigava i loro volti.

La sala del trono, costruita in levigate e scintillanti pietre scure, conteneva un ampio camino che campeggiava al centro della parete più interna. Rabbrividendo, gocciolando acqua, essi furono attratti come falene dalle fiamme del camino, quasi inconsci dei cortigiani silenziosi che sostavano intorno a loro. Un vivace echeggiare di passi nel corridoio li indusse a voltarsi.

Hereu Ymris, un uomo pesante e dall’ossatura massiccia i cui capelli scuri apparivano lucidi di pioggia, accennò un cortese inchino della testa in direzione di Morgon e disse: — Siate il benvenuto nella mia casa. Io ebbi il piacere d’incontrare vostro padre non troppo tempo fa. Rork, Deth, vi sono debitore. Astrin… — Subito tacque, quasi che il nome appena pronunciato gli avesse riempito la bocca di un sapore amaro.

Il volto di Astrin era chiuso e impenetrabile come uno dei libri di Yrth; nei suoi occhi bianchi non c’era alcuna espressione. Pallido e teso nelle sue vesti malconce, girò uno sguardo estraneo sulla lussuosa sala. Morgon, sentendosi attribuire un padre che egli non conosceva, desiderò futilmente e disperatamente che lui ed Astrin fossero ancora nell’unico luogo a cui sentiva di appartenere, nella piccola casa sul mare, a rimettere insieme pezzi di vetro e cocci. Volse gli occhi attorno, sui silenziosi estranei che lo fissavano. Poi il suo sguardo fu attratto da qualcosa in fondo alla sala, qualcosa che scintillava fino a lui da quella distanza e che lo costrinse a girarsi da quella parte come in risposta a un cenno.

Un lieve ansito gli uscì di bocca. Nella mutevole luce delle torce, una grande arpa troneggiava su un tavolo. Era di fattura antica e stupenda, con intrecci d’oro ribattuti nel levigatissimo legno chiaro intarsiato con lune e mezze lune, d’avorio e d’osso. Sulla faccia anteriore del montante, in basso, fra un serto di lune piene in oro, c’erano tre perfette stelle rosso-sangue.

Morgon si avvicinò ad esse, sentendosi come se la sua voce e la sua identità e i suoi ricordi fossero stati strappati via da lui una seconda volta. Nulla esisteva più nella sala, se non quelle lampeggianti stelle ed il suo accostarsi ad esse. Le raggiunse, le toccò. Le sue dita scivolarono via da loro seguendo la traccia del bel disegno d’oro profondamente sepolto nel legno. La sua mano si mosse lungo le corde, e alla ricca, dolce cascata di note che si sparse nell’aria, in lui nacque per quell’arpa un amore che soverchiò tutte le sue traversie, tutti i ricordi delle ultime oscure settimane. Si volse, tornò a fissare il gruppo silenzioso dietro di lui. Il volto sereno dell’arpista ebbe una lieve contrazione nella luce del fuoco. Morgon fece un passo verso di lui.

— Deth!

CAPITOLO QUARTO

Nessuno si mosse. Morgon, sentendo il mondo scivolare di nuovo al suo posto normale con semplicità, come se si ridestasse allora da un sogno, girò una seconda volta lo sguardo sulle antiche e massicce mura del salone, sugli sconosciuti che lo fissavano, sulle collane nobiliari a doppi anelli che scintillavano sui loro petti. I suoi occhi tornarono sull’arpista. — Eliard…!

— Sono andato a Hed per informarlo… in qualche modo… che forse eri affogato; lui ha replicato che tu dovevi essere ancora vivo, dal momento che il governo della terra non era ancora passato affatto a lui. Così ho cercato di ritrovarti, da Caithnard a Caerweddin.

— Come avete…? — Tacque, ricordando il vascello vuoto inclinato su un fianco, l’ululare del vento. — Come abbiamo potuto sopravvivere?

— Sopravvivere a cosa? — chiese Astrin. Morgon lo fissò senza vederlo.

— Quella notte stavamo navigando verso An. Portavo ad Anuin la corona di Peven di Aum. L’equipaggio è svanito di colpo. Siamo stati travolti da una burrasca.

— L’equipaggio è… che cosa? — domandò Rork.

— Sono svaniti. I marinai, i mercanti, in mare aperto… In mezzo a una tempesta, la nave si è fermata d’improvviso ed è affondata, con tutto il carico di grano e di animali. — Tacque ancora, risentendo la frusta del vento scatenato e carico di spruzzi, ricordando qualcuno che era lui e che tuttavia non era lui disteso semi-affogato su una spiaggia, senza nome, senza voce. Si girò a sfiorare l’arpa. Poi, abbassando gli occhi sulle tre stelle che bruciavano sotto la sua mano come le stelle che aveva sulla fronte, ansimò stupefatto: — Da quale angolo del mondo viene quest’arpa?

— Alcuni pescatori l’hanno trovata la scorsa primavera — rispose Hereu Ymris, — non lontano da dove vi trovavate voi e Astrin. Era stata gettata a riva dal mare. La portarono qui poiché pensarono che fosse stregata. Nessuno la può suonare.

— Nessuno?

— Nessuno. Le corde erano mute finché voi non le avete toccate.

Morgon allontanò la mano dall’oggetto. Vide il lampo di timore negli occhi di Hereu riflettersi identico in quelli di Astrin mentre i due lo guardavano, e si sentì di nuovo, per un momento, uno straniero per se stesso. Volse le spalle all’arpa, tornò di fronte al camino. Dinnanzi ad Astrin si fermò; i loro occhi s’incontrarono in un breve, familiare silenzio. In un sussurro Morgon disse: — Grazie.

Per la prima volta da quando Morgon lo conosceva, Astrin sorrise. Poi guardò Hereu, oltre la spalla di Morgon. — Questo è sufficiente? O intendi ancora portarmi a giudizio per aver tentato di uccidere un sovrano?

Hereu strinse i denti. — Sì! — La sua espressione testarda era il riflesso oscuro di quella di Astrin. — Lo farò, se cercherai di andartene da questa sala senza avermi dato una spiegazione del motivo per cui hai ucciso due mercanti, e poi hai minacciato di ucciderne un terzo quando egli vide il Principe di Hed ferito in casa tua. Qui ad Ymris ci sono già state fin troppe chiacchiere infondate su di te: non voglio che se ne aggiunga un’altra di questo genere.

— Perché dovrei dare spiegazioni? Tu desideri credermi? Poni le tue domande al Principe di Hed. Cosa ne avresti fatto di me, se egli non avesse ritrovato la voce?

Hereu esplose, esasperato: — Cosa credi che avrei dovuto fare? Mentre tu te ne stavi all’altro capo di Ymris a scavare cocci di bottiglia, Meroc Toc ha messo a ferro e fuoco metà delle terre costiere di Ymris. Ieri ha attaccato Meremont. A quest’ora potresti essere morto, se non avessi mandato Rork e Deth a toglierti da quella baracca a cui stavi attaccato come un’ostrica!

— Tu li hai mandati per…

— Cosa credi che io sia? Pensi forse che io creda a ogni voce che sento su di te… inclusa quella secondo cui ogni notte ti trasformi in un animale e vai in giro a scannare i gatti?

— Cos’è che farei io?

— Tu sei l’Erede di Ymris, e sei mio fratello, col quale io sono cresciuto. Ne ho abbastanza di mandare messi in Umber ogni tre mesi, per sapere da Rork se sei vivo o morto. Ho per le mani una guerra che non capisco, e ho bisogno di te. Ho bisogno delle tue capacità e della tua intelligenza. E voglio sapere questo: chi erano i mercanti che hanno cercato di ammazzare te e il Principe di Hed? Erano uomini di Ymris?

Astrin scosse la testa. Sembrava stordito. — Non ne ho idea. Noi eravamo… io lo stavo portando a Caithnard per scoprire se i Maestri lo conoscessero, quando siamo stati aggrediti. Lui è stato ferito; io ho ucciso i mercanti. Non credo che fossero davvero mercanti.

— Non lo erano — si azzardò ad affermare il mercante che era venuto con loro, accigliato. E Morgon intervenne improvvisamente: — Aspettate! Ora ricordo. L’uomo coi capelli rossi… quello che ci ha rivolto la parola. Era sulla nave.

Hereu lo guardò, perplesso. — Non capisco. — Astrin si volse al mercante.

— Tu lo conoscevi.

Il mercante annuì. Nella luce del fuoco appariva pallido, a disagio. — Lo conoscevo. Ho ripensato notte e giorno alla faccia di quel cadavere che ho visto là nella boscaglia, e ho detto a me stesso che la rigidità della morte forse mi confondeva. Ma non posso ingannarmi. Lo stesso incisivo mancante, la stessa cicatrice, che si fece quando un canapo spezzato lo frustò sulla faccia… era Jarl Aker, di Osterland.

— Perché avrebbe dovuto aggredire il Principe di Hed? — chiese Hereu.

— Già, non avrebbe dovuto. E non lo ha fatto. È morto due anni fa.

Hereu sbottò: — Questo non è possibile.

— È possibile — ringhiò Astrin. Tacque, lottando coi propri umori, mentre Hereu non gli toglieva gli occhi di dosso. — I ribelli di Meroc Tor non sono i soli individui che hanno preso le armi in Ymris.

— Che intendi dire?

Astrin gettò un’occhiata alle facce curiose di quanti s’erano radunati nel salone. — Preferisco parlartene privatamente. A questo modo, se tu non… — S’interruppe di colpo. Una giovane donna s’era silenziosamente accostata a Hereu. I suoi occhi scuri, riservati, percorsero il gruppetto dei nuovi venuti, indugiarono un poco sul volto di Morgon, quindi si volsero ad Astrin.

Inarcando le sopracciglia, con voce morbida nel lieve crepitio del fuoco, disse: — Astrin, sono felice che tu sia tornato. Ora rimarrai?

Con le mani poggiate sui fianchi Astrin incollò lo sguardo sul volto di Hereu. Fra loro ci fu un breve ma teso scambio di parole inespresse. Il Re di Ymris, pur senza muoversi, parve scivolare maggiormente accanto alla donna.

— Mia cara, questi è Morgon, Principe di Hed. — Hereu si volse a lui. — Vi presento la mia sposa, Eriel.

Morgon le rivolse l’inchino che si usava fra sovrani. — Onorato di conoscervi, signora.

— Voi non rassomigliate affatto a vostro padre — commentò ella, incuriosita. Poi il suo volto s’imporporò. — Mi dispiace… non riflettevo.

— Prego, non siate imbarazzata — disse con gentilezza Morgon. I riflessi del fuoco percorrevano come lievi ali di luce e ombra il volto di lei, incorniciato dai capelli corvini. Le sue sopracciglia s’innalzarono ancora, con viva preoccupazione.

— Ma voi non state bene! Hereu…

Il Re di Ymris si riscosse. — Scusatemi. Tutti voi avete bisogno di abiti asciutti e di cibo; il viaggio a cavallo è stato duro. Astrin, rimarrai qui? La sola cosa che ti chiedo è che, se mai vorrai riparlare di quella questione che vi fu fra noi cinque anni fa, tu mi fornisca una prova definitiva e irrefutabile. Sei stato assente da Caerweddin fin troppo; ora non c’è nessuno che mi sia necessario più di te.

Astrin chinò il capo. Fra i polsini lisi della tunica le sue mani erano ancora strette a pugno. Mormorò: — Sì.

Un’ora più tardi Morgon, lavato e ripulito, coi capelli ritoccati dalle abili cesoie del barbiere di corte e lo stomaco pieno di cibo caldo, controllò la morbidezza del letto coperto da una trapunta pelosa nella camera che gli era stata assegnata e vi si distese senza spogliarsi. Gli parve poi che fossero trascorsi appena pochi momenti, quando alla porta ci fu un lieve bussare; si alzò a sedere, sbattendo le palpebre. La stanza, eccetto per i riflessi del fuoco semispento, era buia. I muri di pietra sembrarono vacillare, ondeggiare e tornare fermi a stento intorno a lui quando si alzò in piedi. Si accorse che non riusciva a individuare la porta. Considerò il problema; mormorò l’interpretazione di uno degli antichi enigmi di An:

— Guarda con il cuore ciò che i tuoi occhi non vedono, e troverai la porta che non c’è.

La porta si spalancò improvvisamente proprio davanti a lui, lasciando entrare la luce del corridoio. — Morgon!

La torcia esterna gettava strane ombre sul volto e sui capelli argentei dell’arpista. Con un torbido senso di sollievo Morgon disse: — Deth. Non riuscivo a trovare la porta. Per un momento ho creduto d’essere ancora nella terra di Peven. O nella torre che Oen di An costruì per imprigionare Madir. Stavo giusto rammentando che ho promesso a Snog Nutt di fargli riparare il tetto, prima che comincino le piogge. È un tale semplicione che non penserà di parlarne a Eliard; se ne starà seduto in casa tutto l’inverno con la pioggia che gli gocciola giù per il collo.

L’arpista gli poggiò una mano su un braccio. Era accigliato. — Sei malato?

— Non credo, no. Grim Oakland è convinto che dovrei assumere un altro guardiano dei porci, ma Snug si sentirebbe inutile fino a morirne se gli togliessi i suoi maiali. Farei meglio a tornare a casa e ad aggiustare quel tetto. — Ebbe un sussulto quando un’ombra si stagliò sulla soglia.

Astrin, quasi irriconoscibile nella corta e aderente tunica che indossava e coi capelli tagliati più corti, si rivolse bruscamente a Deth. — Devo parlarvi. A tutti e due. Per favore. — Andò a prendere una delle torce del corridoio; le ombre si dileguarono dalla stanza o si acquattarono negli angoli fra i mobili.

Astrin chiuse la porta dietro di sé e fissò Morgon. — Tu dovresti andartene da questa casa.

Morgon sedette sulla cassapanca degli abiti. — Lo so. Lo stavo giusto dicendo a Deth. — D’un tratto si accorse di tremare, incontrollabilmente, e si accostò al fuoco che Deth stava ravvivando.

Andando su e giù per la camera come Xel, Astrin domandò a Deth: — Hereu vi ha detto perché noi litigammo cinque anni fa?

— No. Astrin…

— Per favore. Ascoltatemi. So bene che voi non potete far niente, non potete aiutarmi, però almeno potete starmi a sentire. Io abbandonai Caerweddin il giorno in cui Hereu sposò Eriel.

Un’immagine del volto riservato di lei, su cui le fiamme gettavano ombre cangianti, balenò alla mente di Morgon. — Anche tu eri innamorato di lei?

— Eriel Meremont è morta cinque anni fa a Pian Bocca di Re.

Morgon chiuse gli occhi. L’arpista, inginocchiato davanti al caminetto con le mani piene di legna, era così immobile che i riflessi di luce sulla sua lunga collana non tremolavano neppure. La sua voce suonò pacata come sempre: — Ne avete le prove?

— Naturalmente no. Se avessi una sola prova, credete che la donna che si fa chiamare Eriel Meremont sarebbe ancora sposata a Hereu?

— E allora chi è la moglie di Hereu?

— Non lo so. — Astrin si gettò a sedere accanto al fuoco. — Il giorno prima delle nozze io feci una passeggiata a cavallo con Eriel fino a Pian Bocca di Re. Era stanca per i preparativi, voleva qualche ora di tranquillità, e mi chiese di andare con lei. Eravamo sempre stati molto vicini; ci eravamo conosciuti da bambini, ma fra noi non c’era niente di più che una profonda amicizia. Cavalcammo fino alla città in rovina che c’è sulla pianura, e là ci separammo. Lei andò a sedersi su uno dei tanti muretti diroccati presso la riva, e restò a guardare il mare, ed io mi avviai a piedi entro la città, domandandomi come sempre quali misteriose forze avessero scaraventato attorno quelle pietre come foglie sull’erba. A un certo punto, mentre passeggiavo, tutto divenne all’improvviso stranamente silenzioso: il mare, il vento. Guardai in alto. C’era un uccello bianco che volava su di me, stagliato contro il cielo azzurro. Era assai bello, e ricordo d’aver pensato che tanto silenzio doveva essere simile a quello che c’è nell’occhio dell’uragano. Poi sentii un’onda infrangersi in distanza, e il vento tornò a soffiare. Udii uno strano grido; pensai che lo avesse emesso l’uccello. E poco dopo vidi Eriel arrivare a cavallo e oltrepassarmi, senza voltarsi a gettarmi un’occhiata e senza dirmi una parola. Le gridai di aspettare ma lei non girò neanche la testa. Andai a riprendere il mio cavallo, e quando passai accanto alla grossa pietra su cui lei si era seduta vidi un uccello bianco che giaceva morto sopra di essa. Era ancora caldo, ancora sanguinante. Lo presi in mano, e d’un tratto un senso di lutto e di terrore s’impadronì di me al ricordo del silenzio, e di quel grido di uccello, e del fatto che Eriel se n’era andata senza guardarmi. Seppellii il volatile là. Fra le antiche pietre in riva al mare. Quella sera dissi a Hereu ciò che avevo visto. Finimmo per metterci a gridare l’uno contro l’altro, e io giurai che finché egli fosse rimasto sposato con quella donna non sarei mai più tornato a Caerweddin. Credo che Rork Umber sia il solo uomo a cui Hereu abbia detto la vera ragione per cui me ne andai. Non ne ha mai parlato a Eriel, ma lei deve sapere. Io cominciai a capire chi lei fosse in realtà soltanto quando vidi l’esercito che si riuniva, le navi che venivano costruite, le armi che di notte venivano scaricate là da Isig e da Anuin… Io ho visto, in piena notte, ciò che Meroc Tor non ha visto: una parte dell’esercito che lui stesso ha radunato, non è umana. E quella donna è una di questo popolo, potente e senza nome. — Fece una pausa. I suoi occhi si spostarono da Deth a Morgon. — Ho stabilito di restare a Caerweddin per una sola ragione: cercare qualcosa che provi cos’è lei in realtà. Io non so cosa tu sia, Morgon. Gli uomini che sono venuti nella mia casupola ti hanno dato questo nome, ma non ho mai sentito di un Principe di Hed che abbia vinto una gara di enigmi con in palio la morte, e che riesca a suonare un’antica arpa costruita soltanto per lui chissà quando, da qualcuno che ha inciso un segno del destino fra gli intarsi di quello strumento.

Morgon si appoggiò indietro sulla sedia. Stancamente disse: — Non posso usare un’arpa per aggiustare il tetto di Snog Nutt.

— Cosa?

— Non ho mai sentito dire che un segno del destino possa essere di qualche utilità a un Principe di Hed. Mi spiace che Hereu abbia sposato la donna sbagliata, ma questo è affar suo. È molto bella, e lui la ama, così non vedo perché tu debba prendertela tanto. Io stavo andando ad Anuin per prender moglie a mia volta, quando per poco non sono stato ucciso. Secondo logica sembrerebbe infatti che qualcuno mi voglia eliminare, ma questo è affar suo; io non ho intenzione di lambiccarmi il cervello nel tentativo di immaginarne i motivi. Non è che io mi sia rimbecillito; è che se solo comincio a pormi delle domande… ad esempio come: cosa sono queste tre stelle?… allora m’imbarco in una gara di enigmi che non vorrò mai lasciare interrotta. Dunque preferisco non conoscere. Preferisco andarmene a casa mia, aggiustare il tetto di Snog Nutt, e poi bere un bicchiere di birra in buona compagnia.

Astrin studiò il suo volto per alcuni secondi, ma fu a Deth che si rivolse: — Chi è questo Snog Nutt?

— Il guardiano del suo porcile.

Astrin allungò una mano a sfiorare il volto di Morgon. — Avresti fatto meglio a morire nella boscaglia, visto come ti ha ridotto questa cavalcata interminabile sotto la pioggia. Sarei disposto a portarti in spalla a Hed e poi ad aggiustare con le mie mani il tetto del tuo lavorante, pur d’essere certo che lascerai vivo questa camera. Io temo per la tua vita, in questa casa, specialmente ora che hai scoperto quell’arpa così opportunamente sistemata qui, e sotto gli occhi di Eriel Ymris. Deth, tu hai quasi perso la vita a causa di quel popolo misterioso; il Supremo ti ha detto chi sono costoro?

— Il Supremo, oltre al fatto d’aver salvato la mia vita e senza dubbio anche quella di Morgon, per ragioni sue personali, non mi ha detto assolutamente nulla. Ho dovuto scoprire per conto mio se Morgon fosse vivo o no, e dove fosse finito. Tutto ciò era imprevisto per me, ma il Supremo segue i suoi propositi e solo lui li conosce. — Piazzò un ceppo fra le braci e restò a fissarlo. Ai lati della sua bocca s’erano formate delle sottili e rigide rughe. Proseguì: — Voi sapete che io non posso fare niente senza le sue istruzioni. Devo guardarmi bene dall’offendere in qualche modo il Re di Ymris, visto che agisco nel nome del Supremo.

— Lo so. Avrete notato che non vi ho chiesto se mi credete o no. Ma avete qualche consiglio da darmi?

Deth gli indicò Morgon. — Vi consiglio di far chiamare la dottoressa del Re.

— Deth…

— Non c’è altro che si possa fare, se non attendere. E vegliare. Malato com’è! Morgon non può esser lasciato solo.

Qualcosa si rilassò sul magro e pallido volto di Astrin. Si alzò con decisione. — Convincerò Rork a stare in guardia, come noi. Può darsi che non mi creda, ma mi conosce abbastanza da intuire qualcosa di losco in questa faccenda.

La dottoressa del Re, Dama Anoth, un’anziana e simpatica donna dalla voce secca, diede un’occhiata a Morgon e ignorando le sue proteste lo costrinse a bere un liquido che lo fece piombare in un sonno drogato. Si risvegliò molte ore dopo, lucido e inquieto. Astrin, rimasto a sorvegliarlo, aveva ceduto al sonno accanto al caminetto, esausto. I suoi pensieri tornarono all’arpa nel salone, ne udì ancora la limpida e ricca voce, risentì sotto le dita la tensione delle corde perfettamente registrate. Nella sua mente prese poi forma una riflessione inquietante, un’interrogativo su ciò che stava dietro l’antica origine e la magia di quell’arpa. Si alzò con qualche fatica, si avvolse attorno alle spalle la coperta pelosa del letto e uscì di camera senza far rumore. Nelle ampie sale vuote e nei corridoi silenziosi, le torce illuminavano la muta levigatezza delle porte chiuse. Con strana sicurezza egli individuò il percorso e trovò le scale che scendevano nella sala del trono.

Le tre stelle balenavano come occhi nell’ombra. Sfiorò l’arpa, la sollevò fra le mani e fu sorpreso nel sentirne la leggerezza, in contrasto con le sue dimensioni. L’antico ed elegante intreccio di intarsi in oro sembrava bruciare sotto le sue dita. Toccò una corda, e al delizioso vibrare di quella nota solitaria sorrise. Poi un violento accesso di tosse lo fece piegare in due, e nella ferita gli esplose una fitta di dolore; si tappò la bocca con la coperta per non far rumore.

All’improvviso una voce dietro di lui mormorò: — Morgon!

Dopo qualche istante egli si raddrizzò, pallido, esausto. Eriel Ymris stava scendendo le scale, seguita da una ragazza che portava una torcia. La vide avvicinarsi con calma attraverso la sala, affascinante, coi capelli sciolti che la rendevano ancora più giovane. In tono di blanda curiosità le disse: — A quanto mi ha raccontato Astrin, voi siete morta.

Lei si fermò. La sua espressione, nell’ombra, era impossibile da decifrarsi. In tono quieto sussurrò: — No. Lo siete voi.

Le mani di lui scivolarono sulle corde dell’arpa, senza però farle vibrare. Da qualche parte dentro di lui, troppo lontana per preoccuparsi, una voce gli stava gridando un avvertimento. Scosse la testa. — Non ancora. Chi siete voi? Siete Madir? No, lei è morta. E a lei non piaceva uccidere gli uccelli. Siete Nun?

— Anche Nun è morta. — Lei lo fissava senza sbattere le palpebre, gli occhi colmi di strani fuochi. — Non siete andato abbastanza indietro nel tempo, Signore. Potreste tornare con la mente al passato più lontano, ai primi enigmi che furono pronunciati, e non basterebbe. Io sono ancora più antica.

Lui si costrinse a ricordare tutto ciò che aveva studiato, esplorò enigma dopo enigma, ma non la trovò da nessuna parte. Disse, incredulo: — Voi non esistete nei libri dei Maestri… e neppure nei libri di magia che si sono potuti aprire. Chi siete?

— L’uomo saggio sa dare un nome al suo nemico.

— L’uomo saggio sa di avere dei nemici — replicò lui, con un filo di asprezza. — Quali sono? Le stelle? Vi aiuterebbe sapere che l’ultima cosa che voglio fare è di combattervi? Tutto ciò che desidero è di essere lasciato in pace a governare Hed.

— Allora non avreste dovuto lasciare la vostra terra, per mettervi a frugare fra gli enigmi a Caithnard. L’uomo saggio conosce il proprio nome. Voi non conoscete il mio nome, non conoscete il vostro. E per me è meglio che moriate così, nell’ignoranza!

— Ma perché? — si stupì lui.

Lei fece un altro passo nella sua direzione. Al suo fianco l’altra ragazza si trasformò improvvisamente in un muscoloso mercante dai capelli rossi, con una cicatrice sulla faccia, che al posto della torcia impugnava una spada di metallo sottile color cenere. Morgon indietreggiò, sentì la parete alle sue spalle. Vide la lama sollevarsi con lentezza da incubo, la sentì sfiorargli la pelle della gola in un contatto bruciante, e s’irrigidì.

— Perché? — La vicinanza della lama rese atone le sue corde vocali. — Almeno ditemi il perché.

— Guardati dagli enigmi senza risposta — Lei gli volse le spalle, annuì al mercante.

Morgon chiuse gli occhi. Disse: — Guardati dal sottovalutare un altro esperto di enigmi! — E fece vibrare la corda più bassa dell’arpa.

La spada che gli stava piombando addosso si frantumò a mezz’aria, ed egli udì un evanescente grido di uccello. Nello stesso istante intorno a lui esplose una tremenda cacofonia di rumori, mentre gli antichi scudi appesi in fila alle pareti esplodevano con vuoti clangori metallici ed i loro frammenti schizzarono ovunque. Morgon si accorse molto vagamente che le sue gambe si piegavano; stordito cadde sul pavimento, e seppellì il gemito di sofferenza nella spessa coperta pelosa che attuti l’impatto della sua testa. Al tintinnare e al rotolare dei pezzi di metallo seguirono alcune voci lontane, vaghe e indistinte.

Qualcuno venne a scuoterlo per una spalla. — Morgon, alzatevi. Potete alzarvi? — Lui sollevò la testa. Rork Umber, vestito quasi soltanto del mantello e armato di pugnale, lo aiutò a rimettersi in piedi.

Hereu, che li fissava dall’alto delle scale con Eriel al suo fianco, esclamò stupefatto: — Che sta succedendo? Sembra quasi che qui dentro ci sia stata una battaglia!

— Mi dispiace — disse Morgon. — Ho distrutto i vostri scudi.

— Voi? E come avete fatto, in nome di Aloil?

— A questo modo. — Sfiorò di nuovo la corda: il pugnale di Rork e le picche delle guardie che erano accorse si sminuzzarono in frammenti. Hereu mandò un ansito di sbigottimento:

— L’arpa di Yrth!

— Sì — annuì Morgon. — Ho pensato che doveva essere quella. — I suoi occhi si spostarono sul volto di Eriel, che accanto a Hereu s’era portata le mani alla bocca. — Poco fa ho creduto… ho sognato che voi foste qui con me.

La testa di lei ebbe un lieve, rigido, cenno di diniego. — No. Io ero con Hereu.

Egli annuì. — Era un sogno, allora.

— Voi perdete sangue — intervenne Rork. Fece girare Morgon verso la luce. — Come vi siete fatto questo taglio sulla gola?

Morgon se lo toccò. Un lungo tremito allora lo scosse, e poi vide, oltre quella di Eriel, la faccia scarna ed esangue di Astrin.

Tornato a letto, sotto l’effetto di un altro sedativo, sognò di vascelli che beccheggiavano in preda a un nero mare selvaggio, coi ponti deserti, le vele ridotte a strisce lacere. Sognò di una bella donna dai capelli neri che cercava di ucciderlo suonando la corda di basso di un’arpa stellata, e che scoppiava in lacrime quando lui la malediva. Sognò di una gara di enigmi senza fine, contro un uomo di cui non aveva mai veduto il volto e che proponeva enigmi su enigmi, pretendendone le risposte e tuttavia senza mai rispondere a sua volta. E su quella scena fosca apparve Snog Nutt, che con la pioggia che gli sgocciolava sul collo sedette pazientemente ad aspettare la fine della gara, ma essa non aveva fine. Ad un tratto però lo strano enigmista si trasformò in Tristan, che gli disse di tornare a casa. Si ritrovò a Hed, su un campo dove lui passeggiava quieto nel tramonto, aspirando l’odore della terra. E proprio mentre stava per aprire la porta di casa sua, si svegliò.

Nella camera dalle belle pareti di pietra azzurra e nera fluiva una grigia luce pomeridiana. Qualcuno che sedeva davanti al caminetto si stava chinando a sistemare meglio un ceppo fra le braci. Morgon riconobbe la magra mano protesa, i lisci capelli d’argento.

Lo chiamò: — Deth.

L’arpista rialzò il capo. Il suo volto era inespressivo, appesantito dalla stanchezza, ma la voce calma come al solito non ne conteneva traccia. — Come ti senti?

— Vivo. — Cambiò posizione e borbottò, dopo aver alquanto esitato: — Deth, ho un problema. Può darsi che me lo sia sognato, ma penso che la moglie di Hereu abbia tentato di uccidermi.

Deth considerò quelle parole in silenzio. Nell’elegante tunica scura a maniche lunghe aveva quasi l’aspetto di un Maestro di Caithnard, con lo sguardo affilato da anni di studio. Si sfregò gli occhi con la punta delle dita e venne a sedersi sul bordo del letto.

— Parlamene.

Morgon gli raccontò ciò che ricordava. La pioggia che a tratti aveva udito anche nei suoi sogni riprese a ticchettare leggermente contro i vetri della larga finestra; quand’ebbe finito di parlare restò ad ascoltarla per qualche istante, poi aggiunse: — Non riesco a immaginare ch’i lei possa essere. Non viene menzionata nelle storie e negli enigmi di nessun regno… proprio come non vengono nominate le stelle. Non posso accusarla; non ho prove, e poi basta che lei mi guardi con quei suoi occhi scuri ed io non so più di cosa sto parlando. Così credo proprio che mi convenga andarmene da qui, quanto prima.

— Morgon, da quando sei sceso nel salone sono trascorsi due giorni, e sei stato male. Presumendo che tu abbia la forza di lasciare questa stanza, cosa vorresti fare?

Morgon ebbe una smorfia. — Me ne andrò a casa. L’uomo saggio non scuote un nido di vespe per scoprire cos’è che ronza all’interno. Ho lasciato Hed senza un sovrano per sei settimane; voglio rivedere Eliard e Tristan. Io sono responsabile verso il Supremo per i doveri legati al nome con cui sono nato a Hed, non per quelli di chissà quale strana identità che pare io abbia fuori di Hed. — Tacque un poco, fissando i vetri su cui la pioggia aveva preso a battere con forza. — Sono curioso — ammise. — Ma questa è una gara di enigmi da cui ho abbastanza buonsenso per stare fuori. Che se la giochi il Supremo.

— Non è il Supremo colui che viene sfidato.

— Il reame è suo; io non sono responsabile dei giochi di potere in Ymris.

— Potresti esserlo, se le stelle sulla tua fronte si mettessero in movimento.

Morgon lo fissò. Le sue labbra si strinsero; si volse dalla parte opposta in cerca di una posizione più comoda, inquieto, cercando di ignorare la sofferenza. Deth gli mise una mano su una spalla. — Riposa. — disse gentilmente. — Se vuoi, quando starai meglio, potrai tornare a Hed, e se il Supremo non mi darà istruzioni diverse io viaggerò con te. Così, se sparirai ancora fra Ymris e Hed, ci penserò io a cercarti.

— Tante grazie. Comunque, non capisco perché il Supremo ti ha lasciato all’oscuro su dove ero finito. Tu gliel’hai domandato?

— Io sono un arpista, non un mago capace di proiettare la mente da qui al Monte Erlenstar. È lui che viene nella mia mente a suo piacere; io non posso contattare la sua.

— Be’, lui deve aver saputo che tu mi stavi cercando. Perché non ti ha detto niente?

— Posso solo fare supposizioni. La mente del Supremo è come una grande rete che comprende le menti di ognuno nel suo reame. Egli va verso i suoi fini, come la spola del tessitore che va avanti e indietro fra i fili, azione dopo azione, per costruire un disegno, ed è per questo che spesso le sue reazioni agli eventi sono imprevedibili. Cinque anni fa Hereu Ymris si sposò, e Astrin Ymris lasciò Caerweddin portando il peso d’un ricordo come una pietra dentro di lui. Forse il Supremo ha usato te per riportare Astrin e il suo ricordo qui, ad affrontare Hereu.

— Se questo è vero, allora egli sa chi è lei. — Esitò. — No. Lui potrebbe aver agito quando Hereu si sposò, il che sarebbe stato più semplice. I figli di lei saranno gli Eredi di Ymris; se lei fosse davvero così potente, così senza legge, di certo il Supremo avrebbe agito a quel tempo. Astrin dev’essere in errore. Io devo aver sognato, quella notte. E tuttavia… — Scosse il capo, passandosi una mano sugli occhi. — Io non lo so. Sono felice che tutta questa faccenda non sia affar mio.

La dottoressa del Re tornò a visitarlo, gli proibì di metter piede fuori dal letto, e quella sera gli diede un’inebriante mistura bollente di vino e erbe che lo fece scivolare in un sonno senza sogni. Si svegliò soltanto una volta, nel mezzo della notte, e vide Rork Umber che accendeva il fuoco. I lucidi capelli dell’Alto Nobile ondeggiavano sullo sfondo delle fiamme quando gli occhi di Morgon tornarono a chiudersi nel sonno.

Hereu ed Eriel vennero a fargli visita il pomeriggio successivo. Astrin, che aveva rilevato Rork, andò alla finestra e si mise a osservare la città; Morgon notò che gli occhi del Re e del suo Erede s’erano incontrati un istante, privi di ogni espressione. Hereu avvicinò due poltroncine al letto e si sedette.

La sua voce suonò stanca: — Morgon, Anoth mi ha ordinato di non disturbarvi, ma ci sono costretto. Meroc Tor ha messo sotto assedio l’Alto Nobile di Meremont; entro due giorni io dovrò partire con un esercito radunato in Ruhn, Caerweddin e Umber, per contrastarlo. Mi è giunta notizia che sulla costa di Meremont c’è una flotta di navi da guerra, pronte a salpare per Caerweddin se Meremont dovesse cadere. Se queste navi sbarcassero truppe intorno a Caerweddin, voi rischiereste di restare bloccato qui indefinitamente. Per la vostra sicurezza, penso che dovreste essere portato più a nord, alla dimora dell’Alto Nobile di Marcher.

Per qualche momento Morgon non rispose. Poi disse, lentamente: — Hereu, io vi sono grato per avermi fatto curare, e per la vostra cortesia. Ma preferisco non allontanarmi da Hed più di quanto lo sia già. Potete fare a meno di una nave e rimandarmi a casa?

Il volto cupo dell’uomo si schiarì un poco. — Sì, posso. Ma credevo che avreste fatto obiezioni a tornare a Hed via mare, da qui. Posso mandarvi con una delle mie stesse navi mercantili, e sotto scorta. Conosco bene i miei mercanti, ho navigato con loro.

— Avete navigato?

— Ad Anuin, Caithnard, perfino a Kraal… — Al ricordo sorrise. — Questo fu quand’ero più giovane, e mio padre era ancora vivo. Astrin andò a studiare a Caithnard, ma io decisi di apprendere com’era il mondo fuori da Ymris in un modo diverso. Mi piaceva, ma da quando ho assunto il governo di Ymris ho viaggiato di rado.

— È stato allora che avete conosciuto mio padre? In uno dei vostri viaggi?

Hereu scosse la testa. — No. Ho incontrato i vostri genitori solo la primavera scorsa, quando Eriel ed io visitammo Caithnard.

— La primavera scorsa. — Gli sfuggì un sospiro. — Non sapevo che li aveste incontrati allora.

— Non potevate saperlo — disse Eriel sottovoce, e Astrin, alla finestra, si volse. Le sue soffici sopracciglia parvero corrucciarsi ansiosamente, ma lei proseguì: — Ci accadde d’incontrarli quando… quando Hereu piombò addosso a vostra madre, Spring, in una strada affollatissima, e mandò in pezzi una coppa di cristallo che lei aveva in mano. E lei allora… le vennero le lacrime agli occhi. Credo che fosse intimorita da tutta quella ressa, e dal frastuono. Vostro padre cercò di consolarla, anzi ci provammo tutti, ma lei s’era coperta il viso con le mani e ci volle del bello e del buono per riconfortarla. Fu così che avemmo occasione di parlare un poco. Ci presentammo, e poi vostro padre cominciò a parlarci di voi, dicendo che eravate stato a scuola là. Era molto orgoglioso di voi. E com’era naturale, vostra madre finalmente dimenticò ogni sconforto, perché stavamo parlando di suo figlio. — Sorrise un attimo al ricordo. Poi corrugò ancora le sopracciglia e distolse lo sguardo dal suo. — Cenammo assieme, e quella sera parlammo a lungo. Vostra madre… io avevo… avevo avuto un bambino, che purtroppo era morto pochi mesi prima, e non era più riuscita a parlare di questo con nessuno fino a quella sera, con lei. Così quando fummo tornati a Caerweddin e sentimmo ciò che era loro accaduto, io provai… fui profondamente addolorata.

Morgon deglutì un groppo di saliva nell’udire il suo tono. Gettò uno sguardo ad Astrin, ma gli occhi bianchi di lui erano insondabili. Hereu le prese una mano, gliela strinse dolcemente. Disse: — Morgon, vostro padre mi riferì una cosa che mi è tornata in mente solo questa notte. Disse che aveva acquistato un’arpa per voi, uno strumento molto bello e dalla linea antica, che era certo vi sarebbe piaciuto. Non l’aveva pagata quasi niente, perché il mercante girovago di Lungold da cui la trovò diceva che era maledetta, e che non suonava. Vostro padre dichiarò che nessun uomo pratico crede nelle maledizioni. Io gli chiesi allora in che modo voi avreste potuto suonarla; egli sorrise e disse che secondo lui ne sareste stato capace. Non poté mostrarmela perché era già imballata con altre cose sulla nave. Solo adesso capisco che vostro padre doveva sapere che potevate suonare quell’arpa perché aveva su di sé le tre stelle, le stesse che portate in fronte.

Morgon cercò di parlare, ma s’accorse di non avere voce. Di scatto si alzò dal letto, vacillò, si fermò dinnanzi al camino con gli occhi fissi nella fiamma, dimentico di tutto fuorché di un sospetto terribile. — Questo è accaduto, dunque? Qualcuno aveva visto quelle tre stelle, e mandò per loro una nave della morte, il cui equipaggio svanì, li lasciò soli e senza aiuto, con lo scafo che si spaccava sotto di loro, senza che sapessero, senza che capissero il perché? È così che morirono? È stato per… — Si volse bruscamente, vide la brocca del vino sul tavolino accanto al camino, i calici d’oro e di cristallo, e con un pugno furibondo li spazzò via mandandoli a fracassarsi sul muro. Dopo qualche istante la vista dei frammenti e del liquido sparso sul pavimento lo fece tornare in sé. Pallidissimo, ansante, mormorò: — Scusatemi, io non… io non faccio che spaccare oggetti, qui.

Hereu si era alzato; prese Morgon per le spalle con fermezza e la sua voce suonò distante: — Avrei dovuto pensare un momento, prima di parlarvene… sì, avrei dovuto pensarci. — Poi cambiò tono. — Tornate a stendervi, prima di far del male a voi stesso. Io chiamerò Anoth.

Morgon li udì appena andar via. Si coprì la faccia con le mani, sentendosi gli occhi colmi di lacrime brucianti come il salmastro.

Si svegliò più tardi, poco per volta, al mormorio di due voci basse e intense: Astrin ed Hereu. Il tono angosciato della voce del Re spazzò via il confuso intreccio dei suoi sogni come una folata d’aria gelida.

— Pensi che io sia uno sciocco, Astrin? Non ho certo bisogno di domandare dove siete tu e Rork Umber, o anche l’arpista del Supremo, neppure nel mezzo della notte. Ciò che fa Deth è affare del Supremo; ma se tu e Rork occupaste il vostro tempo interessandovi della nostra situazione, invece di consumare le vostre energie in questa stanza a far la guardia contro un’illusione, io mi sentirei più tranquillo sulla sorte di Caerweddin.

La voce di Astrin gli replicò, fredda e tesa: — In questa terra ci sono molte illusioni identiche alla donna che hai sposato. Chiunque potrebbe entrare qui, mostrarci una faccia così familiare che nessuno di noi penserebbe di guardare dietro di essa…

— Che cosa vuoi che faccia? Che diffidi di ogni uomo e donna della mia corte? È questo che ti ha fatto fuggire nell’angolo più lontano di Ymris… un sospetto così terribile? Ho visto come la guardi, come le parli. Provi gelosia nei confronti dei suoi figli non ancora nati? Desideri il governo così pervicacemente? Ho udito anche chiacchiere di questo genere, ma non mi sono mai degnato di crederle vere prima d’ora.

Silenzioso e rigido Astrin lo fissava, il volto simile a una maschera. Poi qualcosa s’incrinò nella sua espressione. Gli volse le spalle e sussurrò: — Da te non potevo aspettarmi nient’altro che questo. Ritornerò alla Piana del Vento. Quella donna ha quasi ucciso il Principe di Hed nella tua stessa casa, tre notti fa; non starò qui ad assistere al suo trionfo. Goditelo tu, che l’hai sposata.

Uscì, lasciando Hereu a guardare la porta spalancata. Morgon vide nascere nei suoi occhi un inizio di spiacevole dubbio, di tormentosa incertezza, prima che anch’egli se ne andasse.

Sotto le coltri si agitò inquieto. Quel litigio irrisolvibile, gli interrogativi senza risposta, l’oscuro e schiacciante ricordo della morte dei suoi genitori, stagnavano come un’escrescenza morbosa in fondo alla sua mente. Cercò di alzarsi, gemette, ricadde indietro e cedette ancora alla sonnolenza. Si ridestò soltanto nell’udire il cigolio dei cardini della porta. Astrin venne accanto al letto.

Morgon borbottò: — Sognavo di quella coppa che ho rotto: le figure si stavano muovendo attorno ad essa in uno strano schema, un enigma che ero ormai sul punto di risolvere quando s’è frantumata, e con essa le risposte a tutti gli enigmi del mondo sono andate in frantumi. Perché sei tornato? Non avrei potuto biasimarti se te ne fossi andato da qui.

Invece di rispondere, Astrin gli tolse di dosso il copriletto, lo ripiegò con movimenti metodici, ne fece un fagotto peloso, e lo abbassò sul volto di lui premendovelo con tutta la sua forza.

Il grido di Morgon fu assorbito dal pelame che gli riempiva la bocca. L’invincibile peso che gli schiacciava la coperta sul volto forzava quella peluria nei suoi occhi, fra le sue labbra spalancate. Afferrò le mani che lo stavano soffocando, si contorse disperatamente per liberarsene e rotolare giù dal letto, mentre la pressione del sangue sembrava fargli esplodere il cranio e una nebbia lo trascinava in circoli di oscurità sempre più nera.

Poi la sua bocca ritrovò l’aria, un ansito fresco gli penetrò nei polmoni ed egli finì in ginocchio sul pavimento, con la gola spezzata dai rantoli e dai gemiti inarticolati. A lato del camino Hereu, con le mani artigliate al petto della tunica di Astrin, lo stava schiacciando rabbiosamente con le spalle al muro, mentre la spada di Rork Umber si puntava come una lingua di fiamma contro un fianco dell’uomo.

Morgon si alzò in piedi. Hereu e Rork dardeggiavano sguardi sbalorditi sul silenzioso individuo dagli occhi bianchi. Rork sussurrò, come se non avesse voce per esprimere quell’accusa: — Non riesco a crederlo! Non posso credere che…

Un movimento della porta attrasse gli occhi di Morgon. Fece per parlare ma il fiato gli si strozzò in gola, e dalle sue corde vocali paralizzate emerse un rauco lamento che indusse gli altri due a volgere le loro facce rigide e stupefatte.

— Hereu!

Il Re sussultò come a una scudisciata. Sulla soglia della camera c’era Astrin. Per un interminabile istante nessuno si mosse, poi Hereu socchiuse le palpebre duramente. Ringhiò: — Bada! Io non ho il tuo dono per le visioni. E se ti ho smascherato, questa non la capisco!

Rork esclamò allarmato: — Hereu!

L’individuo dinnanzi alla sua spada protesa stava svanendo. Roteò come una colonna di fumo nello spazio fra i loro corpi e la parete, in un istante si smaterializzò del tutto, e un grosso uccello bianco schizzò nell’aria dritto verso Astrin.

L’uomo alzò le braccia, ma non riuscì ad impedire al volatile di sbattergli con violenza in faccia. Entrambi gridarono, lui con voce umana e l’uccello con uno stridio furioso. Astrin cadde al suolo premendosi le mani sugli occhi. Morgon fu il primo a soccorrerlo, gli passò un braccio dietro le spalle e vide il sangue colare fra le dita con cui si copriva l’occhio destro. Nella stanza risuonò uno schianto; il vento freddo sibilò all’interno fra gli spunzoni policromi del vetro della finestra, nello squarcio che l’uccello aveva lasciato fuggendo per quella via.

Hereu s’inginocchiò accanto al fratello. Con un mormorio impietosito, che l’emozione rendeva incoerente, gli fece scostare le dita dall’occhio ferito. Ansimò un’imprecazione, poi si volse a un servo dal volto bianco come un cencio che era comparso nel corridoio:

— Chiama Anoth!

Astrin, col capo riverso contro una spalla di Morgon, a occhi chiusi, disse aspramente: — Stavo per andarmene, ma non ho potuto. Sono tornato nella camera di Morgon per vedere se tu eri ancora qui, e mentre scendevo le scale ho visto… ho visto me stesso in fondo al corridoio, entrare in questa stanza. Allora ho fatto qualcosa che non ero mai stato capace di fare prima. Ti ho lanciato un richiamo attraverso le pietre dei muri, nella tua mente… il richiamo dei maghi. E ho atteso… sì, ho atteso. È stato terribile doverlo fare, ma tu volevi una prova.

— Lo so. Ora non muoverti. Tu hai fatto… — Tacque. Per qualche istante nulla di lui si mosse, né il suo respiro, né le sue mani, né i suoi occhi, mentre il suo volto si faceva esangue. Sussurrò: — Cinque lunghi anni fa. Un uccello bianco! — Con un ginocchio a terra fissò il fratello, e nessuno dei due disse altro. Hereu si alzò di scatto; subito Rork lo afferrò per le spalle.

— Hereu!

Il Re si staccò le sue mani di dosso, uscì e si allontanò a passi lunghi nel corridoio deserto e silenzioso. Morgon chiuse gli occhi. Dama Anoth arrivò, accigliata e col fiato grosso, e dopo aver curato l’occhio di Astrin glielo bendò. Rork lo aiutò a rialzarsi. Quando furono usciti, Morgon, rimasto solo con se stesso, constatò che il peso del malessere fisico l’aveva abbandonato. Andò alla finestra e sfiorò gli spunzoni di vetro dello squarcio. Fu allora che vide in distanza, oltre la periferia di Caerweddin, le pietre della città in rovina di Pian Bocca di Re, disperse lungo la costa come lo scheletro di un gigante senza nome.

Si vestì, uscì in corridoio e scese nel grande salone. La luce del fuoco continuava a trarre riflessi dalle stelle intarsiate nel montante dell’arpa. La sollevò dal tavolo e se l’appese a una spalla con la cinghia ingioiellata. Sentendo un passo dietro di sé si volse. L’arpista del Supremo, con espressione che la morbida luminosità rendeva più assorta, allungò una mano a toccare le tre stelle.

La sua voce fu un mormorio: — Io ero là, quando Yrth costruì quest’arpa. Ho udito la prima canzone delle sue corde…

L’uomo gli strinse con gentilezza la spalla, e Morgon sentì placarsi il tremito che lo aveva scosso. — Voglio andarmene — disse.

— Chiederò al Re di metterti a disposizione una nave e la scorta. Mi sembra che tu stia abbastanza bene da poter viaggiare fino a Hed, a patto che ti riguardi.

— Non andrò a Hed. Voglio andare a Monte Erlenstar. — Girò il capo a fissare le tre stelle, ed esse parvero il riflesso di quelle che aveva sulla fronte. — Io posso ignorare il fatto che si attenti alla mia vita. Posso sopprimere le mie curiosità. Posso rifiutare perfino il sospetto, o la certezza, che in me ci sia, da qualche parte, un uomo il cui nome non conosco. Ma non posso negare che queste tre stelle sulla mia fronte potrebbero essere mortali per coloro che amo. Così andrò a Monte Erlenstar, per domandare al Supremo il perché.

L’Arpista restò in silenzio; Morgon non riuscì a decifrare l’espressione dei suoi occhi. Poi chiese: — Andrai via mare?

— No. Voglio essere sicuro di arrivarci vivo.

— La stagione è troppo avanzata per viaggiare verso nord. Sarà un viaggio lungo, solitario e pericoloso; starai assente da Hed per mesi.

— Stai cercando di dissuadermi? — disse Morgon, sorpreso.

La mano sulla sua spalla si strinse un poco. — Sono ormai tre anni che non vado a Monte Erlenstar, e, in mancanza di altre istruzioni del Supremo, vorrei tornare a casa mia. Posso viaggiare con te?

Morgon annuì, sfiorò l’arpa e le docili corde vibrarono dolcemente in una scala che salì e s’interruppe in tono d’attesa, quasi che nella mente di lui risuonasse l’inizio di una ballata epica. — Ti ringrazio. Ma non hai timore di viaggiare con un uomo che ha la morte alle calcagna?

— Non quando quest’uomo ha con sé l’arpa dell’Arpista di Lungold.

Partirono all’alba del mattino successivo, così silenziosamente che soltanto Hereu e il semiaccecato erede di Ymris seppero che se n’erano andati. Cavalcarono a settentrione attraverso Pian Bocca di Re, col sole basso che allungava le loro ombre sulle massicce pietre abbattute delle rovine. Un gabbiano che veleggiava alto nell’aria fredda rivolse loro un grido acuto, simile a una sfida, poi si lasciò portare dal vento nel cielo terso verso sud, sopra la fila di vele azzurre delle navi da guerra che sfruttavano la lenta corrente del Thul per uscire in mare aperto.

CAPITOLO QUINTO

Viaggiarono senza fretta attraverso Ymris, mentre Morgon si rimetteva dalle ultime conseguenze della sua ferita, ed evitarono le grandi dimore dei nobili del regno, fermandosi dopo ogni placida giornata a cavallo nei piccoli paesi che sorgevano in mezzo ai campi coltivati o nelle anse dei fiumi. Era sempre Deth a pagare per il vitto e l’alloggio con la musica della sua arpa. Morgon, sopportando il freddo e trincerato in un angolo in un mogio silenzio, beveva il brodo bollente che le contadine preparavano per lui; ed i suoi occhi indugiavano sui loro uomini affaticati dal lavoro, sui ragazzini spettinati e malmessi, che sedevano senza quasi osare muoversi quando nelle loro case risuonavano gli elaborati e affascinanti arpeggi di Deth e la sua esperta voce di cantore. Si lasciarono proporre con animo lieto qualunque tipo di canzone e di ballata, e chiedevano poi musica per i loro balli semplici. Di tanto in tanto capitava che uno di loro tirasse fuori la sua arpa, per solito uno strumento ereditato di generazione in generazione, e ne illustrasse la storia curiosa o singolare, oppure suonasse una variante locale di una qualche canzone, che invariabilmente Deth riusciva a ripetere dopo averla ascoltata soltanto una volta. E Morgon, gli occhi fissi sul volto senza età inclinato sulla lucidissima arpa di quercia, si sentiva sfiorare dal familiare contatto di una domanda che giaceva nel fondo della sua mente.

Fra le campagne sassose ed i bassi colli sul confine di Marcher, dove la terra improduttiva ospitava pochissimi villaggi e fattorie, essi si videro costretti per la prima volta a pernottare all’aperto. Si fermarono presso un fiumiciattolo, sotto la chioma di tre grandi querce. Gli ultimi raggi del sole che attraversavano il cielo d’un limpido e profondo azzurro illuminavano alti spunzoni di roccia rossastra, e spargevano toni dorati sull’erba delle colline. Morgon, alimentando il fuoco appena acceso, s’interruppe un momento e si guardò attorno. L’aspra piana ondulata saliva verso antichi e consunti colli, che nei loro nudi tondeggianti profili facevano pensare a vecchi giganti addormentati. Con un po’ di meraviglia disse: — Non ho mai visto una terra simile a questa.

Deth tirò fuori dalla bisaccia la loro provvista di cibo: formaggio, vino, frutta e noci che un fattore aveva venduto loro. Gli sorrise. — Aspetta di arrivare a Passo Isig. Questa è una zona accogliente.

— È immensa. Se avessi viaggiato così a lungo e in linea retta attraverso Hed, starei passeggiando sul fondo dell’oceano già da una settimana. — Depose i rami sul fuoco, e osservò le fiamme divorare in rapidi bagliori le foglie secche. La pesantezza del mal di capo e della febbre lo avevano finalmente abbandonato, lasciandolo lucido e curioso, capace di apprezzare il vento freddo e i colori del paesaggio. Deth gli prese la borraccia del vino; ne bevve una sorsata. Le fiamme si innalzarono, ondeggiarono nell’aria come strani e brillanti frammenti di tessuto. Tornando a riflettere sui suoi ricordi Morgon mormorò: — Dovrei scrivere a Raederle.

Era la prima volta che pronunciava il nome di lei da quando avevano lasciato Caithnard. I frammenti della sua memoria si riunirono nell’alone ramato dei capelli di lei, in un’immagine delle sue mani dalle unghie dipinte d’oro, nell’ambra dei suoi occhi. Sentendo lo sguardo dell’arpista su di sé gettò un altro ramo sul fuoco. Sedette con la schiena appoggiata a un albero e afferrò ancora la borraccia del vino.

— E anche a Eliard. I mercanti probabilmente gli diranno abbastanza da fargli venire i capelli grigi per la preoccupazione, prima che una mia lettera lo raggiunga. Se dovessi perdere la vita in questo viaggio, sarebbe un brutto colpo per lui.

— Se aggireremo Herun, non avrai la possibilità di spedire lettere fino al nostro arrivo in Osterland.

— Avrei dovuto pensarci prima. — Passò la borraccia all’arpista e si tagliò una fetta di formaggio. I suoi occhi indugiarono sul fuoco. — Dopo la morte di nostro padre, siamo stati così vicini che qualche volta sognavamo gli stessi sogni… Io ero unito allo stesso modo con mio padre, come suo Erede. L’ho sentito morire. Non sapevo come, né perché, né dove. Semplicemente fui certo, in quel momento preciso, che lui stava morendo, e poi che era morto, e che il governo della nostra terra era passato a me. Per un attimo vidi ogni foglia, ogni seme, ogni radice di Hed… Io ero ogni foglia, ogni seme appena piantato… — Si chinò in avanti, raccolse il pane. — Non so perché te ne sto parlando. Tu devi averlo sentito dire migliaia di volte.

— Il passaggio del governo della terra? No. Da quel poco che ho sentito, tuttavia, il passaggio non è così semplice e tranquillo in altre terre. Mathom di An mi ha nominato alcuni dei vari legami che richiedono la costante attenzione di chi governa la terra di An: il legame dei libri d’incantesimi di Madir, il legame degli antichi nobili ribelli di Hel nelle loro tombe, il legame di Peven nella sua torre.

— Rood me ne ha parlato. Mi chiedo se Mathom abbia lasciato libero Peven, ora che io ho la corona. O piuttosto — aggiunse tristemente, — ora che la corona di Peven è in fondo al mare.

— Ne dubito. I legami di un Re non vengono sciolti alla leggera. E neppure i suoi voti.

Morgon, staccando un pezzo di pane dalla pagnotta, sentì un lieve flusso di sangue imporporargli il viso. Gettò al compagno un’occhiata un po’ timida. — Sì, credo anch’io. Ma non potrei mai chiedere a Raederle di sposarmi, se non avesse altro motivo che il voto di Mathom per accettarmi. La decisione spetta a lei, non a Mathom, e lei potrebbe decidere di non voler vivere a Hed. Ma se c’è una possibilità, allora è bene che io le scriva per dirle che andrò da lei, nel caso… che voglia aspettarmi. — Mandò giù un boccone di pane e formaggio, poi cambiò bruscamente discorso: — Quanto ci metteremo ad arrivare a Monte Erlenstar?

— Se raggiungeremo Passo Isig prima dell’inverno, forse sei settimane. Ma se a Isig nevicasse prima del nostro arrivo, dovremo stare là fino a primavera.

— Non faremmo prima aggirando Herun da occidente, e poi attraversando le terre deserte su fino a Erlenstar, senza valicare il Passo?

— Dalla porta posteriore di Erlenstar? Dovresti essere un lupo per poter sopravvivere nell’entroterra in questa stagione. Io ho percorso quella strada soltanto poche volte in vita mia, e mai in questo periodo così avanzato dell’anno.

Morgon appoggiò la nuca al tronco dell’albero. — Un paio di giorni fa, quando ho ricominciato a usare il cervello — disse, — mi è venuto da pensare che se tu non fossi con me io non avrei la minima idea di quale direzione prendere. Tu ti muovi in questa terra come se l’avessi attraversata mille volte.

— Può essere. Ho perso il conto. — Deth riattizzò il fuoco, e le braci gli si rifletterono negli occhi quieti. Il sole era tramontato; un vento rigido strappava mormorii incomprensibili alle fronde sopra di loro.

D’un tratto Morgon chiese: — Da quanto tempo sei al servizio del Supremo?

— Quando Tirunedeth morì io lasciai Herun, e il Supremo mi convocò al Monte Erlenstar.

— Seicento anni… cosa facevi prima?

— Suonavo l’arpa, viaggiavo… — Tacque, con gli occhi sul fuoco; poi riluttante aggiunse: — Avevo studiato a Caithnard. Ma non volevo insegnare, così lasciai la scuola prima di prendere il Nero.

Morgon si stava portando la borraccia alla bocca; la riabbassò senza bere. — Non avevo idea che tu fossi un Maestro. Qual era il tuo nome a quel tempo? — Ma ancor prima d’aver terminato la domanda il volto gli s’imporporò, e in fretta disse: — Scusami. Dimentico spesso che parecchie delle cose che m’incuriosiscono non sono però fatti miei.

— Morgon… — S’interruppe. I due mangiarono in silenzio, poi Deth prese la sua arpa e la tolse dalla custodia. Fece scorrere le dita sulle corde tambureggiandole lievemente. — Non hai ancora cercato di suonare il tuo strumento?

Morgon sorrise. — No. Mi fa paura.

— Prova.

Morgon estrasse l’arpa dalla morbida custodia di cuoio che Hereu gli aveva regalato. Lo sfavillante intreccio di fili d’oro, le lune d’avorio candido e il legno liscio lo lasciarono muto un istante con la loro bellezza. Deth pizzicò le corde più alte del suo strumento; Morgon gli fece eco dolcemente con le sue corde, perfette nel loro registro. Deth eseguì una scala completa per consentirgli di controllare la tonalità complessiva, ed egli lo seguì ripetendo esattamente le stesse note. Soltanto due volte il suono vibrò diverso, e ogni volta fu Deth che s’interruppe per accordare la propria arpa.

Vedendo poi Morgon poggiare le dita sulla corda più bassa, disse: — Non ho nessuna corda da intonare con quella.

Morgon fece risalire le dita sulle note più alte. Il cielo era nero su di loro, il vento s’era placato. La luce del fuoco danzava sulle arcate di rami contorti che fornivano loro riparo. Meravigliato osservò: — Come può essere ancora accordata dopo tutti questi anni, e perfino dopo essere stata ripescata dal mare?

— Yrth legò la tonalità a queste corde con la sua stessa voce. Non esiste un arpa più bella in tutto il reame del Supremo.

— E né tu né io possiamo suonarla. — Soffermò lo sguardo sui candidi intarsi dell’arpa di Deth. Non era adorna di gemme o di metalli preziosi, ma la sua struttura in quercia era stata scolpita e intarsiata da una mano d’artista. — Hai costruito tu stesso il tuo strumento?

Deth sorrise, sorpreso. — Sì. — Accarezzò il profilo dell’arpa con inaspettata tenerezza. — La feci quand’ero ancora giovane, modellandola sulle caratteristiche delle mie mani, dopo anni trascorsi a suonarne altre di vario genere. Scolpii un pezzo dopo l’altro, usando quercia di Ymris, seduto accanto al fuoco da campo in terre lontane e solitarie dove l’unica voce che potevo udire era la mia. E in ogni pezzo mi divertii a ricavare la forma di foglie, di fiori, e di uccelli che vedevo nei miei vagabondaggi. Ad An cercai per tre mesi prima di trovare le corde che volevo, e quando vidi quelle adatte vendetti il mio cavallo per poterle comprare. Erano state tolte dall’arpa spezzata di Ustin di Aum, che era morto di crepacuore dopo la conquista di Aum. Al momento del decesso il suo dolore penetrò nel legno dell’arpa, schiantandolo, e permeò anche le corde dando loro un’intonazione funerea. Dovetti lottare con esse nota per nota, nel riaccordarle. E infine con mia soddisfazione riacquistarono la tonalità primitiva.

Morgon fece udire un sospiro e abbassò la testa. Per alcuni lunghi minuti tacque, senza guardare il compagno, mentre Deth ravvivava il fuoco pensosamente e con un ramoscello faceva sollevare nell’aria nugoli di effimere scintille. Infine rialzò lo sguardo.

— Perché Yrth mise sulla sua arpa queste stelle?

— L’ha fatta per te.

Morgon trasalì leggermente. — Nessuno poteva conoscermi. Nessuno!

— Forse — disse Deth con calma. — Ma quando ti vidi a Hed, io ripensai a quest’arpa; e le stelle che vi avevo visto incidere si unirono a quelle sulla tua fronte come un enigma e la sua risposta.

— Allora chi… — La sua voce ebbe un tremito e s’interruppe. Con una smorfia di disagio s’appoggiò all’indietro. — Io non posso ignorare tutto questo, e non posso capirlo, sebbene abbia tentato disperatamente una cosa e l’altra. Io sono un Maestro degli Enigmi. Perché devo essere così spaventosamente ignorante? Perché Yrth non ha mai menzionato le tre stelle nei suoi libri? Chi c’è alle mie spalle, che cerca di trascinarmi alla morte, e da dove veniva quella donna? Se queste stelle provocano una tale reazione in quella gente strana e potente, perché gli stessi maghi erano all’oscuro sia delle stelle che di quel popolo? A Caithnard ho speso un interno inverno con il Maestro Ohm, cercando riferimenti a queste tre stelle nella storia, nelle poesie, nelle leggende e nelle canzoni del reame. Yrth stesso, descrivendo la sua costruzione dell’arpa a Isig, non parlò mai delle stelle. E tuttavia i miei genitori sono morti, Astrin ha perso un occhio, ed io per tre volte ho rischiato d’essere ucciso a causa loro. È una cosa tanto insensata che talvolta ho l’impressione di cercar di decifrare un sogno, se non fosse per il fatto che nessun sogno è così mortale. Deth, ho perfino paura di cominciare a intravedere la verità.

Deth smise di frugare nel fuoco col ramoscello. — Chi era Sol di Isig, e perché morì?

Morgon distolse lo sguardo. — Sol era il figlio di Danan Isig. Fu inseguito attraverso le miniere delle Montagne di Isig, un giorno, da dei mercanti che volevano derubarlo di una gemma senza prezzo. Giunse così dinnanzi alla porta di pietra nel meridione del regno, al di là della quale giaceva un orrore più antico di Isig stesso. Ma egli non poté decidersi ad aprire quella porta, che nessuno mai aveva aperta, per paura di quel che poteva esserci nelle tenebre dietro di essa. Così i suoi inseguitori lo trovarono lì, preda della sua indecisione, e lo uccisero.

— E l’interpretazione?

— Fai un passo avanti nell’ignoto, piuttosto che un passo indietro verso la morte. — Lasciò vagare gli occhi nelle tenebre, poi imbracciò l’arpa e le sue dita si mossero sulle corde, estraendone il ritornello di una ballata popolaresca di Hed.

Dopo qualche nota Deth osservò: — È la Canzone di Hover e Bird… conosci le parole?

— Tutte e diciotto le strofe. Ma non posso suonare davvero questa…

— Aspetta. — Deth impugnò la propria arpa. — Non devi aver paura di un oggetto. Se gli apri la mente e le mani e il cuore, imparerete a conoscervi a vicenda.

L’uomo insegnò a Morgon gli accordi e i cambiamenti di chiave dell’arpa stellata, e seduti accanto al fuoco suonarono insieme fino a notte tarda, mandando refoli di note nelle tenebre come stormi di uccelli.

Trascorsero in Ymris un’altra notte ancora, poi valicarono le colline scoscese e deviarono a oriente, per aggirare la bassa catena di montagne oltre la quale si stendevano le piane e i colli di Herun. Le piogge d’autunno ripresero a cadere, insistenti e monotone, ed essi cavalcarono in silenzio lungo quell’inospitale territorio di confine, intabarrati nei larghi mantelli col cappuccio, sotto i quali tenevano al riparo le custodie in cuoio delle arpe. Si fermarono a dormire nelle grotte che trovarono asciutte, o sotto le spesse chiome degli alberi, lottando col vento e con la legna umida per accendere il fuoco, imprecando contro la pioggia. Nei luoghi dove trovarono un riparo migliore Deth, per tenersi in esercizio, suonò canzoni che Morgon non aveva mai sentito, di Isig e di Herun, di Osterland e della corte del Supremo. Ciò malgrado lui s’impegnò a seguire l’arpa di Deth con la sua, talvolta sbagliando il tempo, talaltra facendo stecche, per poi d’improvviso appaiarsi perfettamente a lui nel controcanto o raddoppiandone la melodia, quasi a sfidarlo; e in quei momenti le voci delle due arpe s’incontravano in un coro dolce e intonato, finché lui s’imbrogliava su un passaggio difficile e abbassava lo strumento, frustrato, rivolgendo un sorrisetto melenso al volto divertito del compagno. E in qualche modo la musica delle loro arpe raggiunse gli orecchi della Morgol, nella sua lontana corte di Herun.

Per un giorno intero spinsero i cavalli in un territorio tutto roccia e fango, e alla sera si accamparono sul tardi, troppo stanchi per dedicarsi ad altre attività che non fossero il fuoco e la cena. Mangiarono, srotolarono i loro giacigli umidi, e vi si stesero dentro rabbrividendo. Su quel terreno irregolare Morgon non riuscì a trovare una posizione comoda, e per un po’ non fece che chiudere gli occhi e riaprirli, brontolando contro le pietre sotto di lui. Quando s’addormentò sognò della zona che avevano appena attraversato, desolata, buia, con la pioggia che la martellava incessantemente. E oltre il ticchettio della pioggia un rumore simile a uno scalpiccio di stivali gli raggiunse la mente. Si contorse, dolorante a causa di uno spunzone che gli tormentava la schiena, e aprì di nuovo gli occhi. Nella debole luce arancione delle braci ancora accese vide una figura umana china a fissare Deth, e una lancia puntata sul petto dell’arpista.

Con un ansito Morgon raccolse il primo sasso che gli capitò sottomano, e lo scagliò con forza. Sentì un tonfo, un gemito rauco, e subito la figura scomparve dietro una roccia. Deth si svegliò con un sussulto. Sedette, volse a Morgon uno sguardo interrogativo; ma prima che potesse parlare nell’aria saettò un pezzo di roccia, scagliato con estrema precisione da qualcuno acquattato nel buio. Morgon ne fu colpito al braccio, e la pietra che aveva in mano gli cadde al suolo.

Una voce irritatissima sbottò: — Dobbiamo proprio tirarci sassi l’un l’altro come bambini?

Deth esclamò: — Lyra!

Morgon si mise a sedere con un grugnito. Una ragazza di quattordici o quindici anni avanzò e venne a chinarsi sul fuoco semispento, ravvivò le braci e vi gettò sopra dei ramoscelli. Indossava un liscio e pesante mantello color della fiamma, e i suoi capelli neri erano riuniti in due trecce che portava arrotolate sul capo come corona. Quando il fuoco ebbe ripreso si raddrizzò, tenendosi un braccio come se le dolesse. In una mano reggeva una leggera lancia di frassino dalla punta argentata. Morgon scivolò fuori dal giaciglio. Qualcosa nell’espressione di lui non dovette piacerle, perché la ragazza gli puntò minacciosamente la lancia addosso, con un’occhiataccia.

— Non ne hai abbastanza?

— Chi sei? — chiese Morgon.

— Io sono Lyraluthuin, figlia della Morgol di Herun. Tu sei Morgon, Principe di Hed. Abbiamo l’ordine di portarti dalla Morgol.

— Nel mezzo della notte? — ribatté lui. — Io e Deth?

La ragazza sollevò una mano di scatto, e come un circolo di colore scarlatto dall’oscurità sbucarono altre giovani donne abbigliate nella stessa foggia elegante, armate di lance dalla punta scintillante. Sfregandosi il braccio colpito Morgon le fissò con ostilità. Con un rapido sguardo interrogò Deth. L’arpista scosse la testa.

— No. Se questa fosse una trappola di Eriel, tu saresti già morto.

— Io non so chi sia questa Eriel — disse Lyra altezzosamente. Poi la sua voce si fece franca, rassicurante. — E questa non è una trappola. È una richiesta.

— Hai uno strano modo di fare richieste — commentò Morgon. — Apprezzerei molto l’onore d’incontrare la Morgol di Herun, ma non posso azzardarmi a sprecare tempo proprio ora. Dobbiamo raggiungere il Passo Isig prima che cada la neve.

— Vedo. Vuoi entrare a Corona sul tuo cavallo come si conviene a un sovrano, o preferisci arrivarci legato di traverso sulla sella come un sacco di grano?

Morgon la fissò, seduto sul giaciglio. — Che razza di accoglienza è questa? Se la Morgol venisse a Hed, non si vedrebbe certo ricevuta…

— A sassate? Sei stato tu ad attaccarmi per primo.

— Stavi puntando la lancia addosso a Deth. Avrei dovuto chiedertene educatamente il perché?

— Avresti potuto immaginare che non avrei mai toccato l’arpista del Supremo. Per favore, alzati e sella il tuo cavallo.

Morgon si distese all’indietro e incrociò le braccia. — Non andrò da nessuna parte — disse fermamente. — A quest’ora di notte io dormo.

— Non siamo in piena notte. È ormai l’alba — disse Lyra con freddezza. Con un movimento svelto brandì la lancia verso di lui e gli strappò di dosso la coperta, poi la passò sotto la cinghia dell’arpa e la sollevò. Lui si alzò per afferrare lo strumento, ma la lancia ruotò allontanandolo dalla sua portata. La ragazza ne sfilò via la cinghia, si mise l’arpa a tracolla. — La Morgol mi ha messo in guardia contro quest’arpa. Avresti dovuto distruggere le nostre lance se ci avessi pensato prima. E ora che ti sei alzato, avanti, sella il cavallo.

Morgon sbuffò impermalito. Poi vide uno scintillio negli occhi limpidi che lo sfidavano, un sorrisetto segreto che stranamente gli ricordò Tristan. L’irritazione gli scivolò via dal volto, ma sedette di nuovo sul terreno scabro e dichiarò: — No. Non ho il tempo di andare a Herun.

— Allora tu verrai…

— E se mi porterete in ceppi nella Città dei Cerchi, i mercanti ne porteranno notizia per tutto il reame in pochi mesi, ed io me ne lamenterò prima con la Morgol e poi col Supremo stesso.

Lei tacque per qualche istante, poi sollevò fieramente la testa. — Io faccio parte della Guardia della Morgol, e ho un dovere da compiere. Tu verrai, in un modo o nell’altro.

— No.

— Lyra — disse Deth. C’era una sfumatura divertita nella sua voce, che tuttavia suonò abbastanza distaccata. — Dobbiamo essere a Isig prima dell’inverno. Non possiamo permetterci di perdere tempo.

Lei chinò il capo rispettosamente. — Io non cerco affatto di far ritardare voi. Non volevo neppure svegliarvi. Ma se la Morgol richiede la presenza del Principe di Hed.

— Il Principe di Hed intende recarsi dal Supremo.

— Io ho un dovere…

— Il tuo dovere non ti esenta dal rispetto dovuto ai sovrani.

— Rispettosa o meno — aggiunse Morgon, — non andrò con lei. Perché stai a discutere con lei? Ordinaglielo. Dovrà ascoltarti. È una bambina, e noi noi possiamo perder tempo coi giochi da bambini.

Lyra lo fronteggiò sdegnosa. — Nessuno che mi conosca osa chiamarmi così. Io ti dico che verrai, volente o nolente. La Morgol ha delle domande che si compiacerà di porti, sulle stelle che hai in fronte e su quest’arpa. Sono cose che lei ha già visto. Te lo avrei detto fin dall’inizio, ma ammetto d’aver perso la calma quando mi hai colpito con quel sasso.

Morgon la osservò con interesse. — Dove? — chiese. — Dove le ha già viste?

— Te lo dirà lei. Inoltre c’è anche un enigma di cui sono autorizzata a parlarti, ma soltanto quando avremo attraversato le montagne e le paludi e saremo in vista di Corona. Lei dice che concerne il tuo nome.

Nella debole luce del fuoco il volto di Morgon parve arrossire di colpo. Si alzò in piedi. — Verrò con te.

Cavalcando dall’alba al tramonto i due uomini seguirono Lyra attraverso le antiche montagne, lungo un valico poco frequentato, e la notte successiva si accamparono oltre le loro pendici. Morgon, avvolto nel mantello e seduto accanto al fuoco, lasciò vagare lo sguardo sull’umido respiro di nebbia che gli acquitrini esalavano verso di loro e su per le montagne. Deth, con le mani un po’ intirizzite dal freddo, cominciò a suonare una canzone senza parole che con la sua dolcezza finì per danzare nei pensieri di Morgon e lo costrinse ad ascoltare, dimentico delle sue preoccupazioni.

Quando la musica si spense, chiese: — Com’è intitolata? È deliziosa.

Deth sorrise. — Non le ho mai dato un titolo. — Restò in silenzio per qualche istante, poi allungò una mano a prendere la custodia dell’arpa. Lyra apparve senza far rumore nel lieve alone irradiato dal fuoco. — Non smettete — lo pregò. — Tutte vi stavamo ascoltando. Quella era la canzone che avete composto per la Morgol.

Stupito Morgon guardò l’arpista. Deth sospirò: — Sì. — Le sue dita scivolarono sulle corde in una scala di note lievi. Lyra si sfilò dalla spalla l’arpa di Morgon e la poggiò accanto a lui.

— Avrei voluto ridarvela prima. — Sedette, protendendo le mani sul fuoco. La luce calda ombreggiava il suo volto giovane, arrotondandolo; Morgon la studiò per un poco e poi borbottò: — Ti capita spesso di tendere agguati ai viandanti sul confine di Herun, per trascinarli in città?

— Io non ti sto trascinando — precisò lei, imperturbabile. — Hai scelto tu di venire. E tanto perché tu lo sappia… — Tirò un lungo respiro, con un lampo negli occhi. — Di solito, io guido i mercanti attraverso le paludi. I visitatori da altre terre sono rari e, quando arrivano, talora non sono al corrente del fatto che devono aspettarmi, e finiscono nelle sabbie mobili oppure si perdono. Inoltre io proteggo la Morgol quando viaggia oltre i confini di Herun, e m’incarico di ogni sua eventuale necessità. Sono stata addestrata all’uso del coltello, dell’arco e della lancia; e l’ultimo uomo che ha fatto lo sbaglio di sottovalutarmi è morto.

— Lo hai ucciso tu?

— Mi ha costretto a farlo. Intendeva derubare dei mercanti sotto la mia protezione, e quando l’ho avvertito di rinunciare mi ha ignorato, il che non è stato saggio. Era sul punto di tagliare la gola a uno dei mercanti, e io gli ho piantato la lancia in un fianco.

— Perché la Morgol ti lascia andare in giro sola, se ti capitano cose di questo genere?

— Faccio parte della Guardia, e ci si aspetta che io sappia badare a me stessa. E tu, perché vai in giro disarmato come un bambino nel reame del Supremo?

— Io ho l’arpa — le ricordò lui seccamente, ma ella scosse il capo.

— Non ti serve a niente, chiusa nella custodia. Puoi trovare ben altri avversari che me nelle terre di confine: predatori selvaggi che assaltano i mercanti in zone dove non c’è legge, esiliati… dovresti portare un’arma.

— Io sono un contadino, non un guerriero.

— Non c’è uomo nel reame del Supremo che oserebbe toccare Deth. Ma tu…

— Io posso cavarmela da solo. Grazie.

Lei inarcò un sopracciglio. Con voce dolce osservò: — Stavo soltanto cercando di offrirti il beneficio della mia esperienza. Senza dubbio Deth potrà prendersi cura di te se avrete dei guai.

L’arpista parlò senza smettere di suonare: — Il Principe di Hed è fin troppo esperto nell’arte della sopravvivenza… Hed è un’isola rinomata per la sua pace, un concetto spesso difficile da capire.

— Il Principe di Hed — replicò Lyra, — non è più in Hed!

Morgon le lanciò un’occhiata fredda, da oltre il fuoco. — Un animale non cambia pelle e i suoi istinti per il solo motivo che sta cambiando località.

La ragazza sbuffò a quell’affermazione. In tono blando propose: — Io potrei insegnarti a maneggiare una lancia. Non è difficile. E ti sarebbe utile. Con quel sasso hai avuto buona mira.

— Quell’arma era già la migliore che potessi usare. Se avessi avuto una lancia avrei potuto ammazzare qualcuno.

— Il suo uso è proprio questo, infatti.

Lui sospirò. — Cerca di vedere la cosa dal punto di vista di un contadino. Forse che tu falceresti il grano prima che sia maturo? O abbatteresti un albero pieno di pere ancora verdi? Nello stesso modo, perché dovresti spezzare nel pieno del suo sviluppo l’esistenza di un uomo, il lavoro della sua mente…

— I mercanti — disse Lyra, — non vengono sgozzati da un albero di pere.

— Non è questo il punto. Se tu prendi la vita di un uomo, egli non ha più niente. Puoi levargli la terra, il suo rango, i pensieri, il nome, ma se gli rubi la vita resta senza nulla. Non ha più speranza.

Lei lo ascoltava con una calma smentita dalle fiammelle che le brillavano negli occhi. — E se dovessi fare una scelta fra la tua vita e la sua, tu quale sceglieresti?

— La mia vita, naturalmente. — Poi ci ripensò e si accigliò un poco. — Almeno credo.

Lei sbuffò rumorosamente. — Questo è assurdo!

Morgon sorrise suo malgrado. — Suppongo di sì. Ma se mai io ammazzassi qualcuno, con che coraggio potrei poi dirlo a Eliard? O a Grim Oakland?

— Chi è Eliard? Chi è Grim Oakland?

— Grim è il mio sovrintendente. Eliard è mio fratello, il mio Erede.

— Oh, hai un fratello? Anche a me piacerebbe averne uno. Ma ho soltanto dei cugini, e la Guardia, che è come una famiglia di sorelle. Hai sorelle tu?

— Sì, una. Tristan.

— Che tipo è?

— Oh, è un tantino più giovane di te, bruna come te. Ti assomiglia un poco, salvo che non è altrettanto brava nell’irritarmi.

Con sua sorpresa, lei rise. — E io ci sono riuscita, vero? — Si alzò in piedi con un unico movimento flessuoso. — Penso che la Morgol non si mostrerà molto compiaciuta di come ho agito con te. Ma tu non potevi pretendere una riverenza, dopo avermi presa a sassate.

— E come potrà venirne a conoscenza, la Morgol?

— Lei sa. — La ragazza rivolse loro un cenno col capo. — Grazie per la vostra musica, Deth. Buona notte. All’alba dovremo essere a cavallo.

Uscì dall’alone di luce rosata, svanendo nella notte così silenziosamente che i due uomini non riuscirono a udire neppure il suo scalpiccio. Morgon srotolò il suo giaciglio. La nebbia delle marcite era salita fino all’accampamento, e con quell’umidità il freddo tagliava come una lama di coltello. Mise un altro ramo sul fuoco e vi si distese il più vicino possibile. Ripensando poi alla loro breve conversazione non seppe trattenere un sogghigno un po’ amaro.

— Se questa mattina le fosse arrivata una lancia in corpo, invece di una sassata, difficilmente si sarebbe congratulata di vedermi girare armato. E vuol anche farmi lezione!

Il mattino successivo poté farsi un’idea di Herun, una terra non molto vasta cinta da catene di montagne, colma come una coppa delle foschie perlacee dell’alba. La nebbia mattutina si addensò a livello del suolo mentre avanzavano sui terreni pianeggianti, dai quali emergevano enormi spunzoni di roccia simili a bizzarre facce deformi. Depressioni erbose, alberi che oscillavano al minimo soffio di vento, e tratti fangosi che risucchiavano gli zoccoli dei cavalli arrivavano e sparivano alle loro spalle, nei banchi di nebbia. Di tanto in tanto Lyra si fermava, in attesa che dalla foschia sbucasse un punto di riferimento con cui controllare la loro posizione.

Morgon, abituato a territori tanto noti che per orizzontarvisi bastava un niente, cavalcò senza la minima preoccupazione finché Lyra, fermandosi per attenderlo un momento, gli disse: — Queste sono le Grandi Paludi di Herun. La città di Corona è dall’altra parte. La sola via attraverso queste sabbie mobili è un dono della Morgol, che pochi conoscono. Perciò, se tu dovessi entrare o uscire da Herun in fretta, passa per le montagne settentrionali e non da questa parte. Molta gente incauta è scomparsa qui senza lasciar traccia.

Morgon osservò con interesse assai maggiore il terreno su cui il cavallo procedeva. — Grazie per avermelo detto.

Ogni tanto i banchi di nebbia si spostavano del tutto, rivelando un cielo azzurro e senza una nuvola, sotto cui la verde pianura umida prendeva improvvisamente vita. Case coloniche e piccoli villaggi sorgevano sulle rare alture del territorio, spesso affastellati ai piedi di picchi granitici isolati come immensi denti sporgenti dal suolo. Quando l’aria si schiarì fu visibile in distanza una strada che biancheggiava in numerose curve sul terreno ondulato. Poi sotto le montagne indistinte che chiudevano l’orizzonte apparve una chiazza violacea. Da un’altura furono in grado di vederla meglio: era una città i cui edifici apparivano geometricamente allineati in numerosi cerchi concentrici, tutti costruiti in pietra rossa, come altrettante sentinelle disposte intorno a un grande palazzo centrale, nero e di forma ovale. Mentre si avvicinavano poterono poi scorgere il fiume, che sgorgava da sorgenti poste nelle montagne settentrionali e scintillava azzurro sulla piana, tagliando in due il grande centro abitato.

— Corona — annunciò Lyra. — Anche conosciuta come la Città dei Cerchi. — Tirò le redini del cavallo, e dietro di lei le ragazze della Guardia si fermarono.

Con gli occhi fissi su quelle lontane file di edifici Morgon disse: — Ho sentito parlare di questa città. Cosa significano i sette cerchi di Herun, e chi li costruì? Rhu, il quarto Morgol, strutturò così la città, costruendo un cerchio di case per ognuno degli otto enigmi che volle porre a sé stesso, e ai quali cercò le risposte. Ma non esaudì del tutto i suoi propositi: il viaggio che intraprese alla ricerca della soluzione dell’ottavo enigma lo uccise. Quale fosse questo enigma, nessuno lo seppe mai.

— La Morgol lo sa — disse Lyra. La frase lo fece voltare di scatto, e qualcosa nelle profondità della sua mente si agitò come un groviglio di spine. La ragazza continuò: — L’enigma che uccise Rhu è quello che la Morgol mi ha detto di proporti: Chi è il Portatore di Stelle, e qual è il legame che lui scioglierà?

Morgon restò senza fiato. Scosse la testa, mentre dalla sua bocca usciva una parola senza suono. Poi riuscì a gridare, con una veemenza che la lasciò sbigottita: — No!

Strattonò le redini per far girare il cavallo, lo spronò e l’animale balzò avanti passando al galoppo sul solido terreno erboso. Morgon si piegò sul suo collo fremente, spronandolo verso la distesa di acquitrini che in distanza apparivano ingannevolmente simili a una piana incolta, ai piedi delle basse montagne. Non udì il tambureggiare di zoccoli dietro di lui finché una massa in movimento non lo costrinse a voltarsi di lato. Rigido per l’ira imprecò, e scosso dai sobbalzi diede ancora di sprone all’animale per incitarlo allo sforzo massimo; ma lo stallone nero continuò ad affiancarlo come un’ombra, senza rallentare né accelerare l’andatura, mentre sotto di loro scorreva la pista piena d’impronte che avevano percorso poc’anzi. Ad un tratto s’accorse che il cavallo non reggeva più il galoppo e lo sentì passare al trotto irregolare con un ansito sfiatato. Qualche istante dopo Deth riuscì ad accostarlo e afferrò con decisione le sue redini, costringendolo a fermarsi bruscamente.

L’arpista aveva il fiato mozzo. — Morgon…!

Lui gli strappò le redini di mano e fece indietreggiare il cavallo. — Io torno a casa! — disse con voce spezzata. — Non sono obbligato ad andare avanti. Decido io il mio destino!

Deth alzò di scatto una mano, come per placare un animale spaventato. — Sì. Puoi fare la tua scelta. Ma non è cavalcando alla cieca fra le paludi di Herun che raggiungerai Hed. Se vuoi tornare alla tua isola, io stesso ti accompagnerò. Ma Morgon, prima rifletti un momento. Tu sei stato addestrato a riflettere. Io posso guidarti attraverso gli acquitrini, ma poi cosa farai? Intendi attraversare di nuovo Ymris? O ti imbarcherai a Osterland?

— Aggirerò Ymris e raggiungerò Lungold… prenderò la strada dei mercanti per Caithnard. Mi travestirò da mercante e…

— E forse sarai così fortunato da approdare vivo a Hed, va bene, ma poi? Rimarrai là, senza nome, legato a quell’isola per il resto della tua vita.

— Tu non capisci! — Gli occhi di lui lampeggiavano come quelli di un animale inseguito. — La mia vita è stata predeterminata… costruita per me da qualcosa… da qualcuno che ha visto ciò che avrei fatto, molto prima che io capissi perché lo stavo facendo. Come poteva Yrth, centinaia di anni fa, vedermi nitidamente al punto di fare quest’arpa per me? e duecento anni fa, chi fu a vedermi ed a proporre al Morgol Rhu l’enigma che lo uccise? Sono stato costretto in un intreccio di avvenimenti di cui non vedo il disegno, che non posso controllare… mi è stato dato un nome che non voglio… ma ho il libero arbitrio! Io sono nato per governare Hed, e quella è la terra a cui appartengo… quello è il mio nome e il mio posto.

— Morgon, tu puoi vedere in te soltanto il Principe di Hed, ma ci sono altri che cercano le risposte alle stesse domande che tu ti poni, e costoro ti hanno dato questo nome: Portatore di Stelle. E non avranno pace finché tu non sarai morto. Ti seguiranno anche là. Vuoi forse aprire a Eriel le porte di Hed? Vuoi che ti cerchino là quelli che hanno ucciso Athol e Spring, e fatto naufragare la nostra nave? Credi che avrebbero pietà dei tuoi contadini, del tuo guardiano dei porci e degli altri? Se adesso torni a Hed la morte cavalcherà con te, e forse la troverai già la ad aspettarti, dietro la porta fracassata della tua casa.

— Allora non andrò a Hed. — Lo sforzo con cui pronunciò quelle parole gli deformò il volto in una smorfia. Evitò gli occhi di Deth. — Andrò a Caithnard, per prendere il Nero e insegnare…

— Insegnare cosa? Quegli enigmi che per te non sono più verità, ma soltanto vecchie favole ingiallite dagli anni…

— Questo non è vero!

— E che ne sarà di Astrin? E di Hereu? Anch’essi sono legati all’enigma della tua vita; e hanno bisogno della tua lucidità, del tuo coraggio…

— Io non ne ho! Non per questo! Mi è accaduto di vedere la morte, ho potuto guardarla e darle il suo nome, ma questa… questa strada che è stata costruita perché io la segua… non posso neanche vederla! Non so chi io sia, né cosa sia nato per fare. In Hed, almeno, ho un nome!

Deth lo fissò con calma. Aveva fatto riavvicinare il cavallo al suo, e allungò una mano a stringergli un braccio. — C’è un nome per te fuori di Hed. Morgon, a che servono gli enigmi di Caithnard e le loro interpretazioni se non per questo? Stai facendo come Sol di Isig, paralizzato dalla paura fra la morte e una porta che era stata chiusa per centinaia di anni. Se non hai fede in te stesso, abbila nelle cose che hai studiato e che definisci verità. Tu sai ciò che deve essere fatto. Può darsi che tu non abbia il coraggio, o la fede, o la comprensione, o la volontà difarlo, ma sai cosa va fatto. Non puoi tornare indietro. Non ci sono risposte dietro di te. Temi ciò di cui non conosci il nome? Allora affrontalo e cerca di saperne il nome. Tieni lo sguardo rivolto innanzi a te, e impara. Fai ciò che deve essere fatto.

Il vento che cominciava a soffiare con forza giù verso la pianura li investì con una raffica, piegando al suolo le erbe. Dietro di loro, fulgide come fiori scarlatti messi in fila, le guardie della Morgol attendevano.

Morgon fissò le redini che stringeva in pugno, come se fossero le redini della sua vita. Rialzò poi lentamente lo sguardo. — Non fa parte delle tue mansioni, come arpista del Supremo, darmi questi avvertimenti. O mi parli come a uno che abbia il diritto d’indossare il Nero dei Maestri? Nessun maestro degli enigmi a Caithnard mi ha mai dato questo nome, Portatore di Stelle; non sanno neppure che esso esista. E tuttavia tu lo hai attribuito a me con naturalezza, come se ti fossi aspettato di doverlo fare. Quale speranza che nessuno salvo te ha mai visto, quale enigma, scorgi dentro di me? — L’arpista, distogliendo all’improvviso gli occhi dai suoi, non rispose. Morgon parlò con voce più alta: — Io ti chiedo questo: chi era Ingris di Osterland, e perché morì?

Deth gli tolse la mano dal braccio, con espressione un po’ stranita. Dopo un momento rispose: — Ingris di Osterland fece adirare Har, il Re di Osterland, poiché una notte egli apparve sotto le spoglie di un vecchio alla porta di Ingris, il quale rifiutò di farlo entrare. Così il Lupo-Re gettò su di lui questa maledizione: se il prossimo sconosciuto che avrebbe bussato alla porta di Ingris non gli avesse detto il proprio nome, Ingris sarebbe morto. E il primo sconosciuto che giunse, dopo che Har se ne fu andato, era… un certo arpista. Questo arpista diede a Ingris tutto ciò che lui gli chiese: canzoni, racconti, gli prestò la sua arpa, gli disse dei suoi viaggi… tutto, salvo il nome che Ingris voleva sentire e che gli chiese disperatamente. Ma ogni volta che Ingris gli domandava il suo nome l’arpista riusciva a rispondergli solo con un sussurro, e quando infine egli riuscì a capire il suo sussurro credette di udire questa parola: Morte. Così, intimorito da Har e disperato per la maledizione, egli sentì che il suo cuore si stava fermando e morì. — Deth tacque a disagio.

Il volto di Morgon s’era fatto più calmo mentre ascoltava. Accigliato mormorò: — Io non ho mai voluto pensare… Ma avresti potuto dare a Ingris il tuo nome. Il nome completo. L’interpretazione è: dai agli altri ciò che essi ti chiedono per poter vivere.

— Morgon, c’erano cose che io non potevo dare a Ingris, e cose che non posso dare a te adesso. Ma ti giuro questo: se porterai a termine questo tuo duro viaggio a Monte Erlenstar, ti darò tutto ciò che mi chiederai. Sarei disposto a darti la mia vita.

— Perché? — sussurrò lui.

— Perché tu porti tre stelle.

Morgon rifletté qualche momento; scosse la testa. — Non avrei mai il diritto di chiederti una cosa simile.

— La decisione spetterà a me. Hai pensato che quell’interpretazione si applica anche a te? Devi dare agli altri ciò che ti chiedono.

— E se io non potessi?

— Allora, come Ingris, tu morirai.

Morgon lasciò vagare gli occhi sul terreno molle, mentre il vento sembrava trarre lievi vibrazioni d’arpa dalle fronde degli alberi e gli faceva svolazzare il mantello e i capelli. Infine fece girare il cavallo e lo diresse lentamente verso il luogo dove aspettavano le Guardie. Senza far commenti le ragazze in uniforme rossa ripresero a scortarli verso la Città dei Cerchi.

CAPITOLO SESTO

La Morgol di Herun li attendeva nel cortile per dar loro il benvenuto. Era una donna alta, con capelli neri dalle sfumature azzurre che portava tirati all’indietro per lasciar scoperto il volto, sciolti sulle spalle di un largo abito verde-foglia. La sua dimora era il grande palazzo ovale di pietra nera. Canaletti alimentati dal fiume scorrevano un po’ ovunque nel cortile; l’acqua germogliava da fontane di pietra, formava sussurranti rigagnoli, scorreva in polle ombreggiate da alberi nelle quali nuotavano pesci rossi, verdi e dorati. La Morgol si accostò a Deth, che stava smontando, e gli sorrise. Morgon notò che era alta quanto l’arpista, e che aveva luminosi occhi d’oro.

— Mi spiace che Lyra abbia dato disturbo a voi — gli disse. — Spero che fermarvi qui non vi sia d’incomodo.

L’arpista la rassicurò con un sorrisetto. Quando parlò, nella sua voce c’era una nota che Morgon non gli aveva mai udito. — El, voi sapevate che avrei seguito il Principe di Hed dove lui avrebbe deciso di andare.

— E perché avrei dovuto saperlo? Voi avete sempre scelto da solo la vostra strada. Ma sono lieta che abbiate deciso di venire. Adoro la vostra musica.

I due vennero fianco a fianco verso Morgon, mentre donne silenziose ed efficienti conducevano i cavalli alle scuderie ed altre portavano i loro scarsi bagagli nel palazzo. Gli strani occhi dorati della Morgol erano fissi su di lui. Gli porse la mano. — Io sono Elrhiarhodan, Morgol di Herun. Potete chiamarmi El. Sono felice che siate qui.

Lui fece un lieve inchino, soltanto col capo, improvvisamente conscio d’essere sporco e malmesso. — Non mi avete dato molta scelta.

— No. — La voce di lei suonò gentile. — Non ve l’ho data. Avete l’aria piuttosto stanca. Per varie ragioni mi ero attesa che foste più anziano. Se avessi immaginato la vostra giovane età avrei preferito parlarvi di quell’enigma io stessa, invece di rischiare di spaventarvi a quel modo. — Si volse a salutare Lyra con un cenno. — Grazie per avermi condotto il Principe di Hed. Ma era proprio necessario tirargli un sasso?

Stupefatto Morgon vide Lyra sorridere appena. Poi la ragazza si fece seria. — Madre, è stato il Principe di Hed a colpirmi con una sassata per primo, e ho perso la calma. Inoltre gli ho detto cose… non esattamente diplomatiche. Ma non credo che sia ancora irritato con me. Non ha affatto l’aspetto di un guerriero, di nessun genere.

— No, ma è dotato di un’ottima mira, e se con te avesse usato un’arma ora non saresti qui a compiacere i miei occhi. Gli abitanti di Hed, secondo i loro costumi, non prendono mai le armi contro altri, il che è una restrizione lodevole. Forse non è stato saggio penetrare nel loro accampamento al buio; dovresti imparare a evitare gli equivoci. Ma hai saputo scortarli qui senza inconvenienti, e per questo ti ringrazio. Ora mangia qualcosa, figlia mia, e poi vai a dormire. — Lyra si allontanò, e la Morgol poggiò una mano su un braccio di Deth. — È cresciuta dall’ultima volta che l’avete vista. Ma è un po’ di tempo che non vi fermate a Herun. Venite.

Li precedette su per la breve scala d’ingresso, e attraverso le porte di legno bianco, borchiato d’argento. Nell’interno molti corridoi ad arco s’intrecciavano, apparentemente senza uno schema, collegando una quantità di locali; quelli per cui passarono, tappezzati in stoffe pregiate, ornati con strane piante, eleganti mobili e infissi di metallo lavorato, si susseguivano l’un l’altro come stanze del tesoro. La Morgol si fermò finalmente in una camera riscaldata da pannelli color arancio e oro, e li invitò a sedere su enormi cuscini morbidissimi ricoperti di lana candida. Subito dopo uscì.

Rendendosi conto che quella era una stanza da letto, Morgon si distese e rilassò muscolo dopo muscolo sul soffice giaciglio. Chiuse gli occhi e sospirò: — Non ricordo più da quanto tempo non toccavo un letto. Credi che… entrerà nella nostra mente?

— La Morgol ha il dono della vista totale. Herun è una terra piccola ma molto ricca; i morgol svilupparono questo loro potere fin dall’Anno dell’Insediamento, quando un esercito venuto dal nord di Ymris attaccò Herun per impossessarsi delle miniere. Herun è cinta da montagne, e i morgol impararono a vedere attraverso esse. Credevo che lo sapessi.

— Non m’ero reso conto che la loro vista giungesse a tanto. Mi ha lasciato di sasso. — Qualche secondo più tardi Morgon si addormentò, così profondamente che quando poco dopo entrarono delle cameriere con vassoi di cibarie e le loro borse, non si svegliò neppure.

Dormì a lungo, ed allorché riaprì gli occhi notò che Deth era uscito. Si lavò in un bacile, poi indossò gli abiti di stoffa arancione e dorata che la Morgol aveva fatto disporre lì per lui, leggeri e sciolti. Alla cintura era appeso un bel pugnale di metallo biancastro, con l’impugnatura in corno, che lui però lasciò in camera. Una serva gli fece da guida fino in un’immensa sala, bianca dal soffitto al pavimento, in fondo alla quale le ragazze della Guardia in uniforme rossa sedevano su cuscini intorno a un caminetto circolare, ciascuna con dinnanzi a sé un basso tavolino con vassoi di cibi fumanti. Deth, Lyra e la Morgol sedevano a un tavolo di lucida pietra bianca, su cui erano disposti calici e piatti in argento scintillante di ametiste. La Morgol, vestita in una tunica bianco-argentea e coi capelli riuniti in due trecce sulla sommità del capo, sorrise a Morgon e gli fece cenno di accomodarsi al loro tavolo. Lyra si spostò per fargli posto accanto a lei, quindi gli servì carne aromatizzata, frutti di stagione e verdure, formaggi diversi e un vino molto scuro. Deth, un po’ discosto dal tavolo, stava traendo arpeggi vellutati dal suo strumento. Concluse la lenta melodia senza parole e poi, con voce divertita, cantò una strofa della canzone che aveva composto per la Morgol.

Lei si volse come se l’arpista l’avesse chiamata per nome, e gli sorrise. — Vi ho costretto a suonare anche troppo. Sedete qui vicino a me, e mangiate un boccone.

Deth depose l’arpa e le si accostò. Indossava una tunica di stoffa argentata come i suoi capelli, e una collana di metallo lucido con incastonati alcuni fuochibianchi gli pendeva sul petto.

Morgon, che indugiava a studiare i loro volti mentre la Morgol serviva l’arpista, fu distolto dai suoi pensieri da Lyra: — Il tuo piatto sta diventando freddo. Dunque lui non te lo ha detto?

— Che cosa? No. — Assaggiò un fungo color verde oliva. — Almeno, non in parole. L’ho intuito da quella canzone. Non so perché me ne sono sorpreso. Ora capisco meglio perché ti ha permesso di condurci qui.

Lei annuì. — Voleva venire. Però la scelta doveva essere tua, naturalmente.

— E lo è stata? Come ha fatto la Morgol a sapere quale fosse l’unica cosa che mi avrebbe convinto a venire a Herun?

Lyra sorrise. — Tu sei un Maestro degli Enigmi. Disse che saresti corso dietro a un enigma come un cane da fiuto su una pista.

— Come poteva sapere questo?

— Quando Mathom di An stava cercando l’uomo che aveva conquistato la corona di Peven, i suoi messaggeri, vennero anche a Herun con quella storia. E così, essendo curiosa, lei volle incaricarsi di scoprire chi era costui.

— Ma lo sapevano in pochissimi: Deth, Rood di An, i Maestri…

— E anche i mercanti che viaggiarono con voi da Hed a Caithnard. La Morgol ha un vero talento per scoprire le cose.

— Già. — Spostò il suo boccale di un pollice sulla superficie del tavolo, fissandolo accigliato; poi si volse alla Morgol, attese che ella avesse terminato quel che stava dicendo a Deth. — El… — Gli occhi d’oro di lei si spostarono verso di lui. Morgon si schiarì la voce e chiese: — Dove avete appreso l’enigma che mi avete proposto? Non è annoverato negli elenchi dei Maestri, eppure dovrebbe esserlo.

— Dovrebbe, Morgon? Sembra che sia un enigma così pericoloso che un solo uomo potrebbe tentare di trovare la risposta. Che cosa se ne sarebbero fatti, i Maestri?

— Avrebbero cercato la risposta. Questo è il loro compito. Gli enigmi sono spesso pericolosi, ma un enigma senza risposta può essere mortale.

— Vero, come Dhairrhuwyth scoprì a sue spese… e questa sembra una ragione in più per tenerlo segreto.

— No — disse lui. — L’ignoranza è mortale. Vi prego. Dove lo avete trovato? Io ho… ho dovuto venire a Herun per trovare il mio nome. Perché?

Lei abbassò lo sguardo, come a nascondergli gli occhi per un momento. Lentamente disse: — Ho trovato l’enigma anni fa, in un vecchio libro che il Morgol Rhu lasciò come diario dei suoi viaggi. Il libro era stato chiuso a voce dal mago Iff l’Innominabile, che a quell’epoca era di servizio a Herun. Ho avuto qualche difficoltà ad aprire il libro. Iff lo aveva chiuso col suo nome.

— E voi lo avete pronunciato?

— Sì. Un vecchio studioso della mia corte suggerì che forse il nome di Iff avrebbe potuto essere suonato, invece che pronunciato, e lavorammo insieme molte ore per trovare le note musicali che suonassero come le sillabe del suo nome. Finalmente, aiutata dalla fortuna, riuscii a suonare il nome nel modo giusto, quasi come se a parlare fosse stata una voce umana, e il libro si aprì. L’ultimo appunto che il Morgol aveva scritto riguardava l’enigma, e la sua decisione di partire per cercarne la risposta: l’enigma del Portatore di Stelle. Scrisse che si sarebbe recato al Monte Erlenstar. Danan trovò il suo cadavere a Isig e lo riportò a casa. Lo studioso che mi aiutò è morto, e io… senza una vera ragione, a parte l’istinto, tenni l’enigma solo per me.

— Perché?

— Oh… perché è pericoloso; perché avevo sentito dire dai mercanti che a Hed era nato un bambino con tre stelle sulla fronte; e perché chiesi a un Maestro di Caithnard se sapeva qualcosa di tre stelle, ed egli disse di non averne mai sentito parlare; e perché il nome di quel Maestro era Ohm.

— Il Maestro Ohm? — si stupì lui. — È stato un mio insegnante. Perché il suo nome bastò a fermarvi?

— Una piccolezza, forse, ma scatenò nella mia mente una ridda di pensieri. Io… vidi nel suo nome una tipica abbreviazione di un nome di Herun: Ghisteslwchlohm.

Morgon la fissò a occhi sbarrati. S’era fatto pallido. — Chisteslwchlohm. Chi fu il fondatore di Lungold, e quali sono le nove interpretazioni dei suoi insegnamenti? Ma egli è morto. Settecento anni fa, allorché i maghi scomparvero da Lungold.

— Forse — disse lei. — Ma mi chiedo… — Esitò, poi si distolse da quei pensieri e gli batté una mano su un polso. — Sto disturbando il vostro pranzo con le mie sciocche congetture. Ma sapete, mi accadde una cosa strana che in seguito non mi sono mai spiegata. Io ho la vista totale; posso vedere attraverso tutto ciò che desidero, sebbene generalmente io eviti di vedere attraverso la gente con cui sto parlando: è una cosa che mi distrae troppo. Ma mentre ero col Maestro Ohm, nella Biblioteca dei Maestri, a un certo punto lui si volse a cercare un libro su uno scaffale, e quando lo prese io automaticamente guardai attraverso di lui per vedere il titolo. Però non potei vedere niente. Riuscivo a vedere attraverso i muri della Scuola, attraverso le colline e nel mare… ma la mia visione non passava attraverso il Maestro Ohm.

Morgon deglutì un groppo di saliva. — Voi volete dire… — La voce gli tremò. — Cosa state dicendo, insomma?

— Ebbene, mi occorsero mesi per mettere insieme alcuni pezzi del mosaico. Visto che, come voi, avevo assoluta fiducia nell’integrità dei Maestri di Caithnard. Ma adesso, specialmente da quando voi siete arrivato ed ho potuto unire a quell’enigma un nome e un volto, tendo a credere che forse il Maestro Ohm è Ghisteslwchlohm, il fondatore della Scuola dei Maghi a Lungold, e che fu lui a distruggere Lungold.

Morgon mandò un mormorio inarticolato. Lyra protestò stancamente: — Madre, è impossibile mangiare quando dici cose di questo genere. Perché dovrebbe aver distrutto Lungold, dopo aver affrontato tante difficoltà per fondarla?

— Perché egli fondò la Scuola dei Maghi, un migliaio d’anni fa?

Lyra scosse le spalle. — Per insegnare ai maghi. Lui era il mago più potente nell’intero reame del Supremo, e gli altri maghi erano dei mezzi selvaggi, indisciplinati; essi erano incapaci di usare i loro poteri pienamente. Così, perché Ohm avrebbe dovuto insegnar loro a divenire più potenti se in realtà desiderava solo distruggere il loro potere?

— Lui li riunì là per istruirli? — chiese la Morgol. — Oppure… per controllarli?

Morgon ritrovò la voce. Con le mani artigliate al bordo del tavolo domandò: — Su quali fatti evidenti basate le vostre conclusioni?

La Morgol emise un sospiro. Dinnanzi a tutti loro il cibo era diventato freddo. Deth si limitava ad ascoltare con calma, a capo chino; Morgon non poteva vederlo in faccia. Dai tavoli delle ragazze della Guardia giungevano mormorii di chiacchiere e qualche risatina; il fuoco nel camino circolare ogni tanto schiantava il cuore di un ceppo, estraendone sibili e scoppiettii. — L’unico fatto evidente è un’ignoranza che non mi piace — disse la donna. Strinse le palpebre. — Perché i Maestri non hanno potuto dirvi nulla sulle stelle che avete in fronte?

— Nei loro documenti non sono menzionate.

— E perché?

— Nella storia dei vari regni, nelle loro canzoni e poesie, non se ne fa cenno. I libri dei maghi, che i Maestri hanno preso da Lungold, sono altrettanto muti al riguardo.

— Perché?

Morgon tacque, chiedendosi se c’era una risposta vera e propria. Poi si accigliò. — Iff, almeno, sapeva a quale enigma Rhu stava cercando la risposta — mormorò. — Deve averlo saputo. Egli parla di Rhu e della sua ricerca, nei libri che i Maestri hanno aperto a Caithnard. Ed elencò tutti gli enigmi a cui Rhu riuscì a rispondere, salvo uno…

— Perché?

— Io non… be’, non so il perché. State dicendo che Ohm, o Ghisteslwchlohm, li riunì per controllare le loro conoscenze, per insegnare loro soltanto ciò che voleva che sapessero? Che quanto riguarda le stelle è cosa di cui voleva tenerli nell’ignoranza… o forse perfino scalzarla via dalle loro menti?

— Credo che sia possibile. Da ciò che ho saputo oggi da Deth sul vostro conto, penso che sia abbastanza probabile.

— Ma perché? Per quale scopo avrebbe fatto questo?

— Io non lo so. Tuttavia — continuò lei sottovoce, — supponete di esser stato un mago dalle capacità ancora incolte, attirato a Lungold dai poteri di Ohm e dalla sua promessa di una grande abilità ed esperienza. Voi mettereste il vostro nome nella sua mente; confidando nelle sue capacità, fidando del tutto nei suoi insegnamenti, fareste senza troppe domande qualunque cosa vi chiedesse, ed in cambio egli incanalerebbe le vostre energie in poteri che non avete mai sognato di avere. E poi supponete di scoprire un bel giorno che questo mago, la cui mente controlla la vostra così abilmente, sia falso nei suoi insegnamenti, falso con voi, falso con tutti, studiosi, contadini e Re che aveva servito. Cosa fareste se scopriste che egli ha progetti pericolosi e terribili scopi, per voi fin’allora inimmaginabili, e che la vera base dei suoi insegnamenti è una menzogna? Cosa fareste?

In silenzio Morgon fissò le sue mani, poggiate sul tavolo e chiuse a pugno, come se appartenessero a qualcun altro. — Ohm! — sussurrò. Ebbe una smorfia. — Vorrei che fosse possibile fuggire via, in un posto dove nessuno, uomo o mago, potesse trovarmi. E allora forse potrei cominciare a pensare.

— Io vorrei ucciderlo — disse Lyra sottovoce. Morgon allargò le mani.

— Vorresti? E con cosa? Svanirebbe come una nebbia prima che la tua lancia potesse sfiorarlo. Non si possono risolvere gli enigmi ammazzando la gente.

— Allora, se il Maestro Ohm è Ghisteslwchlohm, cosa pensi di fare nei suoi confronti? Devi pur fare qualcosa.

— Perché io? Di lui può occuparsene il Supremo… e il fatto che non se ne sia occupato è una buona prova che il Maestro Ohm non è il Fondatore di Lungold.

Deth sollevò la testa. — Ricordo che hai usato la stessa argomentazione a Caerweddin.

Morgon sospirò. Riluttante ammise: — Suppongo che tu abbia ragione, ma non riesco a crederlo. Non posso credere che Ohm, o Ghisteslwchlohm, sia un demonio, sebbene questo possa spiegare la strana e improvvisa scomparsa dei maghi, e i racconti sulla violenza di quell’avvenimento. Ma Ohm… io ho vissuto con lui per tre anni. E mi ha sempre trattato con grande gentilezza. Questo non ha senso.

La Morgol lo fissò pensosamente. — Non lo ha, no. Tutto questo mi ricorda un enigma di An, credo. L’uomo chiamato Re, di Aum.

— Chi era Re di Aum? — chiese Lyra, e la Morgol, vedendo che Morgon taceva, rispose con calma: — Un tempo Re di Aum offese il Nobile di Hel, e poi s’impauri, tanto che volle costruire una grande muraglia intorno alla sua casa per timore della vendetta. Egli ne incaricò uno straniero il quale gli promise di edificare una muraglia che nessuno avrebbe potuto distruggere o scalare, se non con la forza della magia. La muraglia fu costruita, lo straniero ebbe il suo compenso, e infine Re si sentì al sicuro. Un giorno, quando si fu convinto che il Nobile di Hel aveva rinunciato ai propositi di vendetta, decise di uscire di casa per avventurarsi fuori dalle sue proprietà. Raggiunse dunque la muraglia e ne fece il giro tre volte, ma non trovò in essa una porta che gli consentisse di uscire. E solo allora cominciò a capire che era stato lo stesso Nobile di Hel a costruire la muraglia. — Fece una pausa. — Ho dimenticato l’interpretazione.

— Mai lasciare che uno straniero costruisca un muro intorno a te — disse Lyra d’intuito. — Dunque Ghisteslwchlohm ha costruito il suo muro d’ignoranza a Caithnard come fece a Lungold, ed è per questo che Morgon non ha mai saputo chi egli fosse. È troppo complicato per me. Io preferisco problemi che si possano risolvere con un colpo di lancia.

— Cosa sapete dirmi di Eriel? — cambiò discorso Morgon. — Deth vi ha parlato di lei?

— Sì — rispose la Morgol. — Ma questo, credo, è un problema del tutto diverso. Se Ohm avesse voluto uccidervi, avrebbe potuto farlo facilmente quando studiavate con lui. Egli non ha reagito alle stelle che avete in fronte nello stesso modo di… di quel popolo senza nome.

— Quella donna — disse Morgon, — ha un nome.

— Voi lo conoscete?

— No. Non ho mai sentito parlare di nessuno come lei. E il suo nome segreto mi spaventa, più di un uomo di cui io conosca il nome.

— Forse Ohm ha nascosto anche il nome di lei — disse Lyra. Si agitò, a disagio. — Morgon, dovresti lasciare che io ti insegni a difenderti. Diteglielo anche voi, Deth.

— Non tocca a me mettermi a discutere col principe di Hed — disse blandamente l’arpista.

— Questo pomeriggio avete addirittura litigato con lui.

— Non ho litigato affatto. Gli ho semplicemente fatto notare l’illogicità di un suo ragionamento.

— Ah! Ebbene, perché mai il Supremo non fa qualcosa? È compito suo. Sulle coste del suo reame c’è della strana gente, che ha tentato di uccidere il Principe di Hed… potremmo combatterli. Ymris ha un esercito; gli abitanti di An sono armati; da Kraal ad Anuin il Supremo potrebbe radunare un esercito. Non capisco perché non lo faccia.

— Osterland sa difendersi — disse Morgon. — E così Ymris, Anuin, e perfino Caithnard, ma quella gente potrebbe passare su Hed come un’onda di marea, spazzandola via in un giorno. Ci dev’essere un modo migliore per affrontarli.

— Arma la tua isola!

Morgon riabbassò di scatto il boccale sul tavolo. — Hed?

— Perché no? Credo che dovresti almeno metterli in allarme.

— E come? I pescatori di Tol vanno fuori ogni giorno, e la sola cosa che abbiano mai trovato nel mare è il pesce. Non sono neanche sicuro che i contadini di Hed credano che esista qualcosa al mondo, all’infuori di Hed e del Supremo. Di tutti e sei i regni, Hed è l’unico in cui i maghi non abbiano mai prestato servizio… là non c’era niente da fare per loro. Una volta il mago Talies visitò l’isola e disse che era inabitabile: era senza una storia, senza una sua poesia, e del tutto priva d’interesse. La pace di Hed è passata, come il governo della terra, da sovrano a sovrano; è legata alla terra dell’isola, ed è compito del supremo, non mio, rompere questa situazione di pace.

— Ma… — lo interruppe testardamente Lyra.

— Se mai io tornassi armato a Hed, e dicessi alla gente di armarsi, mi seguirebbero come se io fossi uno straniero… e questo sarei: uno straniero nella mia stessa terra. Come una peste, l’arma farebbe avvizzire ogni pianta viva di Hed. E se lo facessi senza il permesso del Supremo, egli potrebbe togliermi il governo della terra.

Le sopracciglia scure di Lyra s’aggrottarono. — Io non capisco — disse ancora. — Gli abitanti di Ymris hanno sempre combattuto, anche fra di loro. An, Aum e Hel hanno avuto terribili guerre in passato. I vecchi nobili di Herun si sono battuti l’uno contro l’altro. Hed è tanto diversa? Perché al Supremo dovrebbe importare se vi armate o meno?

— L’isola si è evoluta a questo modo. Ha stabilito le proprie leggi nell’Anno dell’Insediamento, e le leggi legano anche il Principe di Hed. Là non c’è nulla per cui qualcuno dovrebbe combattere: non ci sono ricchezze, non ci sono vaste estensioni di territorio, né miniere, né luoghi di potere occulto o di mistero. Ci sono soltanto buona terra da arare e buon clima, in un’isola così piccola che neppure i Re di An, negli anni delle loro guerre di conquista, ne furono tentati. Gli uomini vollero governanti che mantenessero la pace, il cui istinto di pace fosse profondo come un seme nella terra fertile. Io ce l’ho nel sangue. Per cambiare questa parte di me, dovrei cambiare il mio nome…

Gli occhi scuri di Lyra lo studiarono in silenzio, mentre beveva. Deponendo il boccale egli sentì la mano lieve di lei toccargli una spalla. — Ebbene, dal momento che non vuoi proteggere la tua persona, verrò con te e sarò la tua guardia del corpo. — dichiarò. — Non c’è nessuna nella Guardia della Morgol che saprebbe farlo meglio di me… nessuno in tutta Herun. — Si volse a guardare El. — Ho il tuo permesso?

— No — disse Morgon.

— Dubiti delle mie capacità? — La ragazza estrasse il coltello, prese la lama fra il pollice e l’indice. — Vedi la cordicella che sorregge quella torcia, in fondo alla sala?

— Lyra, sei pregata di non incendiare il locale — mormorò la Morgol.

— Madre, voglio solo dimostrargli…

— Ti credo sulla parola — la rassicurò Morgon. Con le sue mani prese quella di lei, che stringeva il coltello. Calde e lisce le dita di Lyra ebbero un fremito, dandogli l’impressione di tenere un morbido uccellino fra le sue, e qualcosa che in quelle lunghe e dure settimane aveva quasi dimenticato lo sfiorò inaspettatamente. Mantenere un tono calmo e gentile gli costò uno sforzo. — Ti ringrazio. Ma se tu restassi ferita o uccisa nel tentativo di difendermi, non me lo perdonerei mai. Il mio solo desiderio è di viaggiare quanto più in fretta possibile, e senza attrarre l’attenzione di nessuno; soltanto a questo modo garantirò la mia sicurezza.

Lesse il dubbio negli occhi di lei, ma Lyra non volle replicare e rinfoderò il coltello. — Va bene, però ti proteggerò finché starai in questa casa. Neppure tu potrai trovar da ridire su questo, spero.

Quando ebbero terminato di cenare, Deth suonò per la Morgol: dolci e antiche canzoni senza parole di An, ballate di Ymris e di Osterland. Più tardi, allorché depose l’arpa, nella sala erano rimasti soltanto loro quattro; nei candelabri le candele s’erano ridotte al lumicino. La Morgol si alzò da tavola con riluttanza.

— Si è fatto tardi — disse. — Farò rifornire le vostre bisacce, così non avrete bisogno di fermarvi in Osterland, se domattina mi direte di cosa avete bisogno.

— Grazie. — Deth si mise l’arpa a tracolla. La guardò un momento in silenzio, ed ella sorrise. Poi le disse: — Voglio restare. Tornerò qui.

— Lo so.

La donna li accompagnò attraverso il sorprendente intreccio di corridoi fino alla loro camera. Caraffe d’acqua e di vino erano state preparate lì per loro, con una pila di soffici coperte; nel caminetto il fuoco scoppiettava allegramente, spandendo nell’aria un profumo indefinibile ma piacevole.

Prima che El si voltasse per uscire, Morgon disse: — Posso lasciarvi alcune lettere da consegnare ai mercanti? Mio fratello non ha idea di dove io sia.

— Naturalmente. Vi farò portare carta e inchiostro. E se me lo permettete, avrei anch’io qualcosa da chiedervi. Posso vedere la vostra arpa?

Lui la tolse dalla custodia e gliela porse. La donna se la rigirò fra le mani, toccò le stelle e passò le dita sui delicati intarsi d’oro e sulle lune bianche. — Sì — mormorò. — Quando la vidi per la prima volta, la riconobbi. In passato Deth mi aveva parlato dell’arpa di Yrth, e quando l’anno scorso un mercante giunse qui con questo strumento fui certa che Yrth ne era stato l’artefice: un’arpa chiusa da un’incantesimo, dalle corde mute. Cercai con ogni mezzo di acquistarla, ma non era in vendita. Il mercante disse che era stata già promessa a un uomo, in Caithnard.

— Quale uomo?

— Non me lo disse. Perché? Morgon, ho detto qualcosa che vi ha addolorato?

Lui trasse un respiro. — Vedete, mio padre… Io credo che mio padre l’abbia acquistata a Caithnard per me, la scorsa primavera, poco prima di morire. Così, se riusciste a ricordare l’aspetto del mercante, o scopriste il suo nome…

— Capisco. — Gli poggiò gentilmente una mano su un braccio. — Capisco. Sì, scoprirò il suo nome per voi. Buona notte.

Mentre la Morgol se ne andava Lyra comparve nel corridoio, abbigliata in una corta tunica nera e con una lancia in mano. La ragazza diede le spalle alla soglia della camera e si piazzò di guardia con aria decisa. Da lì a poco si spostò per far passare una serva, che portava carta e penna, inchiostro e ceralacca. Morgon sedette davanti al caminetto. Per alcuni lunghi minuti non fece che fissare le fiamme, mentre l’inchiostro si seccava sulla punta della penna. — Cosa mai posso scriverle? — mormorò fra sé. Poi tornò ad aprire il calamaio e stese il bel foglio di pergamena gialla sul piccolo scrittoio portatile.

Firmata e sigillata la lettera a Raederle, scrisse alcune note e raccomandazioni per Eliard, chiuse anche quella, e si distese sul giaciglio con gli occhi fissi sui familiari e sempre mutevoli giochi della fiamma fra i ceppi, conscio soltanto con una parte della mente dei gesti di Deth che preparava il loro bagaglio. Dopo un po’ risollevò il capo e si volse all’arpista.

— Deth… tu hai conosciuto Ghisteslwchlohm?

L’uomo s’irrigidì un istante, le sue mani parvero annaspare sulla cinghia che stava slacciando. Senza guardarlo rispose: — Ho parlato con lui soltanto due volte, assai brevemente. Era un personaggio altero che incuteva molto timore, nell’antica Lungold, negli anni precedenti alla scomparsa dei maghi.

— Non ti è mai capitato di pensare che il Maestro Ohm potrebbe essere il Fondatore di Lungold?

— Non avevo prove o indizi che potessero farmi venire un sospetto di questo genere.

Morgon allungò una mano a risospingere fra le braci un frammento di legno che ne era rotolato fuori; le ombre oscillavano rosate sulla tappezzeria, addensandosi più scure verso il soffitto. Mormorò: — Mi chiedo perché la Morgol non abbia potuto vedere attraverso Ohm. Non so da quale terra egli venga; forse è nato, come Rood, con una qualche stregoneria nel sangue… non ho mai pensato di domandare dove sia nato. Per noi era semplicemente il Maestro Ohm, e sembrava che fosse a Caithnard da sempre. Se El gli domandasse a bruciapelo se il suo nome è Ghisteslwchlohm, probabilmente scoppierebbe a ridere… a parte il fatto che non ricordo d’averlo mai visto ridere. È trascorso ormai tanto tempo dalla distruzione di Lungold, e non si è più sentito parlare di maghi in attività dalla loro scomparsa. È da escludere che qualcuno di loro possa essere ancora vivo. — La sua voce s’era smorzata pian piano, per la sonnolenza. Si girò su un fianco e chiuse gli occhi. Poco più tardi gli parve di udire le vellutate note dell’arpa di Deth, e con quel suono negli orecchi scivolò del tutto nel sonno.

A strapparlo dai sogni fu la musica di tutt’altro arpista. Le vibrazioni sonore sembravano attraversargli le carni intessendosi al battito sordo e disordinato del suo cuore, pulsandogli nel sangue, schizzandogli nella mente con note alte e stridenti che gli graffiavano l’interno del cranio come artigli di uccelletti impazziti. Cercò di muoversi ma qualcosa gli schiacciava le braccia e il torace. Aprì la bocca per chiamare Deth, e il suono che gli scaturì dalla gola fu ancora il rantolo del corvo senza voce.

Aprì gli occhi e si accorse che non riusciva a svegliarsi da quel sogno. Li richiuse, li aprì ancora e ciò che vide fu soltanto la tenebra davanti a lui. Un improvviso terrore gli attanagliò la gola, trasformando i suoi pensieri in un groviglio di rovi. Immobile, annaspando all’interno di se stesso, si sforzò di raggiungere la superficie del mare di oscurità e sonnolenza che lo sommergeva, come se nuotasse disperatamente per non affogare. E infine udì la voce dell’arpista, ed attraverso le corde vibranti vide il lampo oscuro dei suoi ardenti occhi d’ambra.

La voce era secca e robusta, profonda, e le parole che cantava lo paralizzavano e lo legavano come in un incubo:

Inaridendo sta la voce tua
come seccan le piante alla tua terra.
Fermandosi va il sangue nel tuo cuore
simile all’acqua che prosciuga, stagna,
mentre ogni fiume in Hed rallenta e muore.

E disseccandosi vanno i tuoi pensieri
come gialle le vigne avvizziranno
e sabbia diverrà l’erba sotto al piede.
Ecco, ogni vita da te è risucchiata
per marcir come grano non raccolto…

Morgon spalancò gli occhi. L’oscurità e le rosse braci agonizzanti rotearono intorno a lui, finché il buio s’infranse come un’onda sul suo volto ed il focolare sembrò svanire in distanza. In quel pozzo di tenebra vide l’isola di Hed trascinata come il relitto di una nave sul mare furioso, sentì le foglie delle vigne accartocciarsi crocchiando, mentre nelle sue vene i fiumi rallentavano, si facevano esili, e i loro letti divenivano fango secco al suono orribile di quell’arpa. Emise un gemito rauco, incredulo, e finalmente oltre il caminetto vide l’arpista, il cui strumento era fatto di strane ossa e conchiglie lisce, il cui volto era una chiazza pallida nell’ombra. La misteriosa faccia parve alzarsi un poco, al grido di Morgon, ed egli scorse un lampo d’oro in quegli occhi sconosciuti.

Secca, polvere secca è la tua terra,
del deserto tu sei governatore,
Principe dei morenti. Lutto nei campi tuoi.
Appassisce il tuo corpo, e orrido geme
sul tuo mondo perduto solo il vento
che ulula su ogni landa arida e morta
nella desolazione sterile di Hed.

Un’ondata sembrò risucchiarlo via dall’oscura costa di cenere, trascinando con lui anche l’ultimo flusso d’acqua dei fiumi, strappando il liquido vitale dalla terra di Hed, lasciando le sue rive spoglie, trasformando l’isola in una desolazione di sabbia arida e sale nerastro oltre i confini del mondo. Morgon sentì la terra fredda e secca, sentì la vita stessa di Hed agonizzare in quel mare morto, agonizzare dentro di lui, e mandò un ansito. Con le ultime energie cercò di gridare una protesta, ed essa non fu una parola, ma un gracidio da uccello che stridette contro l’oscena impossibilità di quella canzone. Il grido lo riportò dentro il suo stesso corpo, quasi che le sue membra ormai sul punto di sgretolarsi nelle tenebre si fossero rimesse insieme.

Si alzò in piedi, tremando, così stordito che inciampò nell’orlo della sua lunga tunica e cadde contro il caminetto. Le sue dita sprofondarono nella cenere, e prima di rialzarsi afferrò follemente rami carbonizzati e braci roventi, scagliandoli verso il volto dell’arpista. Lui girò la testa per evitare d’esser colpito agli occhi, e si alzò di scatto. Nelle sue pupille vibravano scintille dorate. Rise, una sua mano biancheggiò nel buio e colpì Morgon alla fronte. Debole, istupidito dal pugno, Morgon restò in ginocchio ai piedi dell’arpista. Le sue dita artigliarono ciecamente le corde dell’arpa creando una cacofonia di suoni. Un attimo dopo lo strumento roteò nell’aria, sfiorò la testa di Morgon mentre lui si spostava e gli impattò sulla spalla con tale violenza da farlo piegare al suolo.

Il dolore che gli saettò dietro il collo lo fece gridare ancora. Malgrado ciò, e con la vista annebbiata dalle lacrime e dalla sofferenza, riuscì in quel momento a vedere Lyra nel corridoio: la ragazza era in piedi e gli dava le spalle, come se non udisse il più piccolo rumore e se lui stesso fosse più silenzioso di un sogno. Senza alzarsi in piedi si proiettò contro le gambe dell’arpista, riuscì a colpirlo con la spalla sana e lo sbilanciò, mandandolo a cadere su uno dei grandi cuscini. Di nuovo si trovò le dita aggrovigliate nelle corde dell’arpa, che risuonarono; sollevò lo strumento, lo fece roteare e lo scaraventò verso la testa dello sconosciuto. Ci fu un tonfo sordo, un vibrante disarmonico di note, e dal buio provenne un rantolo di rabbia e di dolore.

Morgon si lanciò a braccia protese addosso all’arpista, che si contorse e rotolò al suolo con lui, lottando e divincolandosi. Nella scarsa luce che entrava dal corridoio vide del sangue su quella faccia sconosciuta. Poi un coltello sembrò materializzarsi nell’aria e lampeggiò abbassandosi su di lui. Morgon afferrò disperatamente il polso dell’arpista; l’altra mano dell’uomo gli artigliò in una morsa la spalla ferita, causandogli una fitta di sofferenza accecante.

Gridò, scosso da tremiti convulsi, ma con una testata nel petto riuscì a schiacciare l’avversario a terra. Gli si buttò sopra con tutto il corpo per immobilizzarlo e lo sentì divincolarsi sotto il suo peso, poi gli attanagliò le mani alla gola. Strinse i denti, mentre le sue dita si sforzavano di mantenere la presa, e soltanto allora si rese conto che non lottava più con un uomo, ma contro qualcosa che per liberarsi dalla sua stretta mutava fattezze e dimensioni sotto di lui.

In seguito non seppe mai ricordare quante volte ciò che si agitava fra le sue mani cambiò forma disperatamente per sfuggirgli. Sentì l’odore selvatico e muschioso di una pelliccia d’animale; poi s’accorse che fra le sue dita c’erano penne e piume; poi qualcosa che puzzava di palude ed era viscido come fango. D’un tratto si trovò fra le gambe la groppa di un cavallo che scalpitava furiosamente, e subito dopo un enorme pesce guizzante dalle scaglie oleose che per poco non gli slittò via dalle braccia. Un gatto selvatico soffiò, col pelo ritto e gli artigli sfoderati. Si trovò a dover mantenere la presa su animali così antichi che non avevano nome, e li riconobbe soltanto per averli visti raffigurati su vecchissimi libri. Sbalordito sentì la cosa sotto di lui diventare di roccia, una grossa pietra delle città dei Signori della Terra, su cui quasi si spezzò le unghie; ebbe fra le mani una enorme farfalla, così bella che fu sul punto di lasciarla andare piuttosto che rischiare di spezzarle le ali. La farfalla divenne una rigida corda d’arpa, e da essa scaturì una vibrazione che gli penetrò negli orecchi e nel cranio così a fondo da dargli l’impressione d’essere lui stesso una creatura fatta di suono. E d’un tratto ciò che teneva in mano si mutò in una spada.

Le sue dita ne stringevano la lama, bianco-argento, lunga circa metà del suo corpo; strani intrecci di disegni la ornavano, delicatamente incisi, e in essi si rifletteva il rosso delle braci. L’impugnatura era di rame e d’oro. E sempre in oro, pulsanti di luce, sull’elsa erano intarsiate tre stelle.

La sua stretta s’indebolì. Nella sua gola secca il respiro si fermò, finché nella stanza rimase un silenzio assoluto. Poi, con un grido di rabbia, scaraventò la spada lontano da sé e fuori dalla porta. L’arma andò ad arrestarsi quasi fra i piedi di Lyra, che sobbalzò sbigottita.

La ragazza si chinò a raccoglierla e la soppesò, ma essa prese vita fra le sue mani: all’istante la lasciò ricadere, indietreggiando di corsa fino all’estremità opposta del corridoio. Mandò un grido, e da lontano le risposero alcune voci allarmate. La spada svanì in uno sbuffo di nebbia, e al suo posto comparve il maestro delle forme.

L’individuo si mosse rapidamente verso Morgon; la lancia di Lyra, scagliata una frazione di secondo troppo tardi, gli sorvolò una spalla e volò in camera da letto, piantandosi in uno dei cuscini. Morgon non ne fu colpito per miracolo; rialzò gli occhi e vide la figura dell’avversario avvicinarsi nella penombra. I suoi capelli oscillavano neri e lunghi, aveva un volto irregolare bianco come la madreperla, occhi verde-blu dalle palpebre pesanti che sembravano brillare di luce propria, ed il suo corpo era adesso stranamente fluido e mutevole, del colore della spuma e dell’acqua marina. Si muoveva in silenzio, avvolto in un indumento che sembrava fatto d’alghe, d’erbe tolte da un fondale oceanico e di conchiglie. Mentre avanzava nella camera, inesorabile come un’onda di marea, Morgon sentì la presenza di un potere enorme, indefinibile, inquieto e profondo come il mare, misteriosamente impersonale come la luce in quei due occhi fissi su di lui.

Il grido d’avvertimento di Lyra lo riscosse come da un sogno: — La lancia! Morgon, la lancia accanto a te. Colpiscilo!

Allungò una mano a impugnare l’arma.

In quegli occhi di mare e di luce ci fu un bagliore, il lontano e sardonico accenno di un sorriso. Morgon si alzò e indietreggiò lentamente con la lancia fra le mani, protendendola fra loro. Sentì il grido disperato di Lyra: — Morgon! — Un tremito violento gli indebolì le dita, la punta dell’arma si abbassò, il sorriso in quegli occhi strani assunse una luce di disprezzo. Con una delle più inconsuete imprecazioni di Ymris, che dalla sua bocca parve un gemito, Morgon sollevò il braccio all’indietro e scagliò la lancia.

CAPITOLO SETTIMO

— Torno a casa mia — disse Morgon.

— Io non ti capisco — sospirò Lyra. Sedeva al suo fianco davanti al fuoco, con un leggero mantello cremisi gettato sulle spalle della sua tunichetta da guardia, e il suo volto era teso per la mancanza di sonno. Con una mano sfiorava la lancia, poggiata accanto a lei. Altre due ragazze della Guardia, appostate nel corridoio, ne sorvegliavano ciascuna delle estremità, e nella debole luce del mattino le punte delle loro lance scintillavano come triangoli d’argento. — Ti avrebbe ucciso, se non fossi stato tu a uccidere lui. Mi sembra chiaro. A Hed ci sono forse leggi che ti proibiscono di ammazzare per autodifesa?

— No.

— E allora perché? — gemette quasi lei. Morgon evitò il suo sguardo, continuando a fissare le fiamme. Aveva le spalle curve, il volto teso, imperscrutabile come un libro chiuso da una serratura a voce. — Sei arrabbiato perché qui, in casa della Morgol, non abbiamo saputo darti protezione? Morgon, a causa di quanto è accaduto poco fa ho chiesto alla Morgol di sostituirmi nel servizio di guardia, ma lei ha rifiutato.

Finalmente sentì su di sé l’attenzione di lui. — Non c’era alcun motivo che tu chiedessi questo.

La ragazza sollevò la testa. — Il motivo c’era. Non solo me ne sono stata lì senza far niente mentre tu lottavi per la tua vita, ma quando mi sono decisa a scagliare la lancia contro il cambiaforma ho sbagliato. E io non avevo sbagliato mai.

— Lui aveva creato un’illusione di silenzio. Non è stata colpa tua se non hai sentito niente.

— Ho fallito nel sorvegliarti. Questo è evidente.

— Niente è evidente.

Morgon si appoggiò all’indietro sui cuscini e si agitò un poco, di nuovo accigliato. Vedendolo trincerarsi nel silenzio lei attese; poi domandò, incerta: — Ebbene, allora è con Deth che sei arrabbiato, perché era con la Morgol quando tu sei stato aggredito?

— Deth? — La fissò con occhi vacui. — No di certo.

— Allora perché sei così adirato?

Lui abbassò gli occhi sul calice di vino che la ragazza gli aveva servito, lo sfiorò. Quando infine si decise a parlare la voce gli uscì lenta e controvoglia, colma di disagio. — Tu hai visto la spada.

Lei annuì. — Sì. — La ruga di perplessità fra le sue sopracciglia si approfondì. — Morgon, io sto cercando di capire.

— Non ti sarà facile. Da qualche parte nel reame c’è una spada stellata, in attesa che il Portatore di Stelle la reclami per sé. E io mi rifiuto di reclamarla. Tornerò a casa, alla terra cui appartengo.

— Ma Morgon, è soltanto una spada. Non sarai mai obbligato a usarla, se non vorrai. D’altra parte, forse potresti averne bisogno.

— Ne avrò bisogno. — Le sue dita s’irrigidirono intorno al calice argentato. — Questo sarà inevitabile. Il cambiaforma lo sapeva. Lui sapeva. Stava ridendo di me quando l’ho ucciso. Lui sapeva esattamente ciò che stavo pensando, mentre nessuno eccetto il Supremo avrebbe potuto saperlo.

— Che cosa stavi pensando?

— Pensavo a come possa un uomo accettare il nome che le stelle su quella spada gli danno, e tuttavia mantenere il governo della terra a Hed.

Lyra tacque. La luce che filtrava dalle nuvole impallidì, lasciando la stanza immersa in un tetro grigiore; le foglie agitate dal vento ticchettavano come dita sul vetro della finestra. Infine la ragazza si abbracciò strettamente le ginocchia ripiegate, e disse: — Non puoi volgere le spalle a tutto questo e tornartene a casa.

— Io posso.

— Ma tu… tu sei un maestro degli enigmi, dopotutto… non puoi rinunciare così a rispondere a un enigma.

Lui la fissò. — Posso fare tutto ciò che dovrò fare, per mantenere il nome con cui sono nato.

— Se torni a Hed, loro verranno là ad ammazzarti. Non hai neppure guardie a Hed.

— Se non altro, morirò nella mia terra. Sarò sepolto nei miei campi.

— È tanto importante questo? Perché affrontare la morte a Hed ti sembra diverso che affrontarla a Herun?

— Perché non è della morte che ho paura… vorrebbe dire perdere tutto ciò che amo per un nome e una spada e un destino che non ho scelto io, e che non accetto. Preferirei morire che perdere il diritto al governo della terra.

Il tono di lei si fece ansioso. — E che ne sarà di noi? Che ne sarà di Eliard?

— Eliard?

— Se loro ti uccidono a Hed, forse resteranno sull’isola. Forse non sarai il solo a morire. E noi, qui, seppure vivi, non faremo che rivolgerci domande a cui tu solo potresti rispondere.

— Il Supremo vi proteggerà. — Ebbe una smorfia acre. — Questo è compito suo. Io non posso farlo. Non ho intenzione di seguire la sorte, qualunque essa sia, che qualcuno ha sognato per me migliaia di anni fa, come una pecora che va a farsi tosare. — Bevve un sorso di vino, scrutando il volto incerto e angosciato di lei. Il suo tono si addolcì. — Tu sei l’Erede di Herun. Un giorno il governo della terra passerà su di te, e i tuoi occhi diverranno d’oro come quelli della Morgol. Questa è la tua patria; saresti disposta a morire per difenderla; il tuo posto è qui. Quale prezzo, quale offerta potrebbe indurti ad abbandonare Herun, volgendo per sempre le spalle a tutto ciò?

Lei rifletté su quelle parole. Fece un gesto vago. — E dove altro potrei andare? Io non appartengo a nessun altro posto. Ma per te è diverso. — Prima che lui protestasse, aggiunse: — Tu hai un altro nome e un altro posto. Tu sei il Portatore di Stelle.

— Preferirei essere un guardiano dei porci a Hed — sbottò lui. Lasciò ricadere stancamente la testa sul guanciale, massaggiandosi la spalla con una mano. All’esterno cominciò a cadere una pioggerellina sottile che subito s’infittì, facendo frusciare le piante nel giardino della Morgol. Chiuse gli occhi e gli parve di sentire l’odore delle piogge autunnali sui campi di Hed. Nel caminetto c’era lo scoppiettio della legna fresca, sfrigolante, familiare. Le fiamme avevano voci sottili che nei suoi orecchi si sommavano, richiamando altre voci: risentì quelle di Tristan e di Eliard che presso il focolare, ad Akren, discutevano pacatamente o scherzavano mentre Snog Nutt, una manciata di ossa e di ragnatele, seduto su una panca, russava facendo da contrappunto alla pioggia. Quasi gli sembrò di udire i discorsi che s’intrecciavano allo scoppiettar del fuoco, finché le voci cominciarono a svanire, si fecero vaghe e scomparvero lontano, e riaprendo gli occhi egli vide i vetri rigati dalla fredda e grigia pioggia di Herun.

Deth era seduto al lato opposto della camera e stava parlando sottovoce con la Morgol, mentre sostituiva alcune corde spezzate della sua arpa. Nel vederlo alzarsi a sedere i due si volsero. El s’era sciolta i lunghi capelli neri e appariva stanca. — Ho mandato Lyra a letto — disse. — Ho messo guardie a ogni porta e fessura della casa, ma è difficile sospettare della nebbia che scivola sul terreno o di un ragno che passa sotto una porta. Come vi sentite?

— Benissimo. — Lo sguardo gli cadde sull’arpa di Deth. Emise un fischio fra i denti. — Ora ricordo. Ho sentito delle corde che si spezzavano, quando ho colpito il cambiaforma. Dunque quell’arpa era la tua.

— Soltanto cinque corde — disse Deth. — Un piccolo prezzo pagato a Corrig per la tua vita. El mi ha dato delle corde provenienti dall’arpa di Tirunedeth per rimpiazzarle. — Depose al suolo lo strumento.

— Corrig! — Morgon trattenne il respiro. La Morgol stava fissando Deth con meraviglia. — Deth, come fai a conoscere il nome di quel cambiaforma?

— Ho suonato con lui una volta, anni fa. Lo incontrai ancor prima di entrare al servizio del Supremo.

— Dove? — chiese la Morgol.

— Venivo da Isig e stavo scendendo a cavallo lungo la costa settentrionale, da solo, in una zona che non apparteneva né a Isig né a Osterland. Una sera mi accampai sulla spiaggia, e sedetti a suonare accanto al fuoco fino a tarda notte. E… d’un tratto sentii una musica d’arpa che rispondeva alla mia, affascinante, selvaggia, perfetta… apparve nella luce del fuoco scivolando su un’onda, con la sua arpa di conchiglie e di ossa e di madreperla, e mi chiese qualche canzone. Suonai per lui come avrei suonato per un Re; non avrei osato fare di meno. In cambio mi insegnò alcune canzoni; restò con me fino all’alba, e poi per giorni e giorni la sua musica continuò a bruciarmi nel cuore. Quando sorse il sole egli scivolò come una nebbia sulla spuma del mare, ma prima di andarsene mi diede il suo nome. Chiese il mio. Io glielo dissi, e lui rise.

— Ha riso anche di me, questa notte — sussurrò Morgon.

— Ha suonato per te, a quanto ci hai detto.

— Ha suonato la mia morte. La morte di Hed. — Distolse gli occhi dal cuore delle fiamme. — Che razza di potere può far questo? Era realtà? O illusione?

— Ha qualche importanza?

Lui scosse la testa. — No. Era un grandissimo arpista… Il Supremo lo conosceva?

— Il Supremo non mi ha detto niente, a parte l’ordine di lasciare Herun con te il più presto possibile.

Morgon tacque. Si alzò in piedi con una certa difficoltà e andò alla finestra. L’aria era così limpida che, quasi avesse anch’egli la vista totale della Morgol, ebbe l’impressione di poter vedere la vasta e umida costa di Caithnard, dove le navi mercantili alzavano le vele per far rotta verso An, Isig e Hed. Sottovoce disse: — Deth, domani, se potrò cavalcare, andrò a est, al porto mercantile di Hlurle, e m’imbarcherò per tornare a casa. Dovrei andare sul sicuro; nessuno se lo aspetta. Ma perfino se loro mi sorprendessero in mare, preferisco morire come un governatore della terra di ritorno a casa sua che come un uomo senza nome, senza terra, costretto a una vita che io non posso capire né controllare.

Non ci fu risposta; soltanto l’impersonale scrosciare della pioggia contro la finestra. Poco dopo, mentre il temporale conosceva un attimo di pausa, sentì l’arpista alzarsi e venire a mettergli una mano su una spalla. In silenzio fronteggiò il suo sguardo calmo. Deth disse gentilmente: — C’è di più che la morte di Corrig. Vuoi dirmi cosa ti angoscia?

— No.

— Desideri che io ti accompagni a Hed?

— No. Non c’è ragione che tu rischi la vita di nuovo.

— Come riconcilierai il fatto di tornare a casa con ciò che hai imparato a Caithnard?

— Ho fatto una scelta. — Morgon strinse i denti, e la mano ricadde dalla sua spalla. In bocca sentì un sapore amaro, la tristezza di qualcosa che finiva, e aggiunse: — Sentirò la tua mancanza.

Qualcosa mutò sul volto dell’arpista, incrinandone la compostezza senza età, e Morgon avvertì per la prima volta le preoccupazioni, le incertezze, l’esperienza incommensurabile che scivolava attraverso la mente di lui come acqua sotto il ghiaccio. Deth non replicò; la sua testa accennò a chinarsi come di fronte a un Re o all’inevitabilità del Fato.

Morgon lasciò la Città dei Cerchi due giorni più tardi, prima dell’alba. Per proteggersi dalla nebbia gelida e fitta indossò un pesante mantello ricamato che la Morgol gli aveva regalato. Un arco da caccia, datogli da Lyra, era appeso alle bisacce della sua sella. Lasciò a Deth il cavallo da carico, poiché Hlurle, un piccolo porto usato solo dai mercanti che scaricavano merci per Herun, era ad appena tre giorni di strada da lì. E Deth gli consegnò tutto il denaro che aveva con sé, nel caso che egli non trovasse subito un imbarco, poiché con le burrasche dell’autunno inoltrato i vascelli che navigavano nel settentrione erano costretti a frequenti ritardi.

L’arpa ballonzolava sulla schiena di Morgon, chiusa nella custodia a prova di umidità; gli zoccoli del cavallo tambureggiavano con soffice ritmo sulle grasse erbe dei pascoli. Il cielo si schiarì nelle ultime ore del giorno, e proseguendo dopo il tramonto egli poté regolarsi con la luce dura e fredda delle stelle. In distanza le minuscole luci di qualche fattoria erano lucciole gialle immobili nelle tenebre. I campi che circondavano la città lasciarono il posto a una pianura, dove pesanti macigni, senza origine come i maghi, si levavano intorno a lui. Mentre li aggirava sentì le loro ombre nel buio, come nere presenze silenziose. Poi la nebbia scese dalle colline in banchi impenetrabili; seguendo il consiglio di Lyra si fermò, trovò rifugio sotto un albero isolato, e attese.

Trascorse la prima notte alle pendici delle colline orientali. Dopo cena, seduto in un boschetto e solo per la prima volta in molte settimane, guardò malinconicamente la nebbia chiudere la notte in una muraglia grigia; e alla luce del suo piccolo solitario focherello prese l’arpa stellata per strimpellarla un poco. Le sue dita trassero dalle corde un suono ricco e profondo, fatto per mani assai più esperte e delicate. Un’ora più tardi, stanco di fare musica, esaminò l’arpa come non aveva mai fatto in precedenza; seguì col polpastrello gli intarsi in oro e si meravigliò del candore delle lune, intatto malgrado i secoli, il mare e l’uso. Toccò le stelle con leggerezza, cauto come se stesse sfiorando la fiamma.

Trascorse il giorno successivo tagliando per un sentiero attraverso le basse colline semideserte. Oltre la dorsale trovò un torrente e ne seguì il corso, che scendeva fra boschetti di pallidi frassini e querce dai rami anneriti. La corrente, ingrossandosi, gorgogliava fra radici sporgenti e rocce verdi di muschio, e ad un tratto sfociò sulle pendici orientali. Da lì la sua vista poté spaziare all’improvviso su una piatta terra di nessuno, la lunghissima spiaggia che scorreva da Ymris fino a Osterland; a nord erano visibili le cime bianche di montagne lontane, quasi al confine dei ghiacci eterni che delimitavano il reame del Supremo, e ad oriente lo sguardo si perdeva sull’immensità del mare.

Il torrente sfociava in un largo fiume che girava intorno alla parte settentrionale di Herun; riesaminando una mappa mentale del territorio capì che si trattava del Cwill, le cui ruggenti acque schiumose nascevano dal Lago della Dama Bianca, l’enorme e profondo bacino dell’entroterra che alimentava anche i sette Laghi di Lungold. Hlurle, ricordò, si trovava proprio a nord della foce. Quella sera si accampò nella striscia di terra fra il torrente e il fiume, e i suoi pensieri furono cullati dalle loro due voci: una poderosa, veloce, piena di mistero, l’altra cristallina e rassicurante. Si distese nella quieta luce del fuoco, con la testa poggiata sulla sella, tenendo a portata di mano rami secchi e pigne da gettare sulle fiamme. Lievi come passeri vennero ad appollaiarsi nella sua mente quelle domande a cui aveva preferito rinunciare a rispondere; le esaminò l’una dopo l’altra con curiosità nuova, spassionatamente, quasi che la loro soluzione non avesse nulla a che fare con lui, né con l’ormai mezzo cieco Erede di Ymris, né col Re di quella nazione alle prese con una strana guerra lungo le sue coste, né con la Morgol, la pace della cui casa era stata scossa dall’intervento di un potere non bene identificabile e d’origine sconosciuta. Vide con gli occhi della mente le stelle sulla sua fronte, sull’arpa e sulla spada. Guardò a se stesso come al personaggio di un qualche antico racconto: un Principe di Hed a cui era stato insegnato a mietere a schiena nuda nel sole ardente, a districarsi alla meglio fra le varie malattie degli animali e delle piante, a prevedere il tempo dal colore di una nuvola o dalla tensione dell’aria immobile nei pomeriggi afosi, fatto per la semplice vita ottusa e senza curiosità di Hed. Vide la stessa figura vestita nella larga toga di uno studente di Caithnard, capace di far le ore piccole sulle pagine di libri antichi mentre sulle sue labbra si formavano parole senza suono, enigmi, risposte, interpretazioni, enigmi, riposte e interpretazioni ancora; un giovane che un giorno, per pura scelta personale, era entrato in una fredda torre di Aum per cercare sé stesso, faccia a faccia con la morte, senza un nome, senza un destino, senza nulla che lo proteggesse salvo che la sua stessa mente. Vide un Principe di Hed che lasciava la sua terra, che trovava ad Ymris un’arpa stellata, e che ad Herun trovava un nome, una spada e l’alito della morte. E vide queste due figure come protagonisti di una vecchia storia: il Principe di Hed e il Portatore di Stelle, distanti l’uno all’altro, diversi e privi, ai suoi occhi, di elementi capaci di accomunarli.

Spezzò un ramo e lo gettò nel fuoco; e i suoi pensieri si volsero al Supremo, la cui dimora era nel cuore di una lontana montagna del settentrione. Il Supremo, fin dall’inizio, aveva lasciato gli uomini liberi di trovar da soli il loro destino. La sua unica legge era la legge della terra, la legge che passava come l’alito della vita da Erede della terra a Erede della terra; se il Supremo fosse morto, o se avesse rinunciato ad esercitare il suo potere così immenso e intricato, ciò avrebbe trasformato il reame in una desolazione. Le manifestazioni della sua potenza erano sottili e inattese; la gente pensava a lui con timore e insieme con ingenua fede; i suoi rapporti coi governanti, mantenuti in genere tramite il suo arpista, erano invariabilmente cortesi. La sua sola preoccupazione era la terra; la sua sola legge era quella istillata più profondamente dei pensieri, più profondamente dei sogni, nei suoi governatori della terra. Morgon ripensò all’agghiacciante storia di Awn di An che, nel tentativo di scoraggiare l’invasione di un esercito di Hel, aveva fatto terra bruciata davanti ad esso, mettendo a fuoco oltre metà del suo regno, bruciando i raccolti, i frutteti, trasformando in distese di cenere le colline e le foreste. Scongiurato infine il pericolo egli s’era destato, il mattino successivo, solo per scoprire d’aver irrimediabilmente perduto tutte quelle cose fatte di pensiero e di dolce consapevolezza, le cose che aveva visto con l’occhio della mente e sentito nel cuore dal momento della morte di suo padre. E il suo Erede, precipitandosi affannato nella camera, s’era fermato di colpo dinnanzi a lui, sbalordito nel trovarlo ancora in vita…

Le fiamme si abbassavano, come animaletti che stanchi di guizzare s’accovacciassero in cerca di riposo. Morgon le nutrì con qualche manciata di stecchi e ghiande secche. Awn si era suicidato. Il mago Talies, metodico e dalla lingua tagliente, che in seguito mise per iscritto quella storia, parlò dell’accaduto a un mercante di passaggio e nel tempo di tre mesi, pur precarie com’erano le comunicazioni in quei giorni turbolenti, ogni discordia armata nel reame del Supremo era cessata. La pace non era durata a lungo, le guerre fratricide o per questioni di confine non erano certo finite, ma s’erano fatte più rare e meno restrittive. Poi i porti e le città principali avevano cominciato a crescere: Anuin, Caithnard, Caerweddin, Kraal, Kyrth…

E adesso uno strano e oscuro potere, mai sospettato in ogni contrada, forse sconosciuto allo stesso Supremo, si stava facendo forte sulle coste orientali. Fin dal tempo in cui esistevano ancora i maghi non c’era mai stata gente dai poteri così misteriosi; i maghi stessi, benché potenti e irrequieti e individualisti, non s’erano mai sognati di cercare d’uccidere un sovrano. E se non fossero scomparsi, se negli ultimi secoli ci fosse stato un indizio della loro esistenza nelle storie e nelle dicerie dei vari regni, certo avrebbero cercato d’incontrare il Portatore di Stelle a Caithnard. Una faccia fluttuò nel fuoco davanti agli occhi di Morgon: occhi di spuma bianchi e imperscrutabili, luminosi come braci, occhi di madreperla… occhi che sorridevano, consci di quel che lui stava pensando, e che sapevano…

Fu costretto a tornare al nocciolo della questione; le sue labbra si aprirono a sussurrare quella domanda: — Perché?

Dal fiume giungeva una fredda brezza notturna che faceva vacillare le fiamme. D’un tratto fu colpito dal pensiero di quanto fosse piccolo quel fuoco, opposto all’enorme tenebra circostante. In un impeto d’apprensione si guardò attorno, rabbrividendo, e tese gli orecchi per identificare oltre il fruscio dell’acqua lo scricchiolio d’un ramoscello calpestato, lo stormire di fronde al passaggio di un corpo. Ma il gorgogliare della corrente assorbiva ogni altro rumore notturno, e il vento trovava troppo fogliame da far stormire. Morgon si distese all’indietro. Il fuoco continuò a nutrirsi di sé stesso; le stelle appese ai rami spogli della quercia sopra di lui sembravano tremolare e scuotersi ai venti delle grandi altezze. Caddero poche isolate gocce di pioggia, pesanti come ghiande. E come se il vento gli portasse un’eco tranquilla dalla distesa oscura che lo circondava, la sua paura sfumò. Si girò su un fianco e cadde in un sonno senza sogni.

Il giorno successivo, seguendo la riva del Cwill, giunse fino al mare. Hlurle, poco più che un molo con annessi magazzini, locande e piccole case malridotte, era annebbiata da una fitta e sottilissima pioggia che veniva dal mare. Fra i battelli da pesca erano ormeggiate due navi, dalle vele azzurre ammainate. Nella zona non si vedeva anima viva. Morgon mise il cavallo al passo sulla strada fangosa che girava verso il molo, rabbrividendo sotto l’acquazzone. Era già buio, e i soli rumori della cittadina erano il tintinnio di qualche catena d’ancora, il cigolare del sartiame e l’occasionale tonfo di un battello contro la banchina. Davanti a lui la luce di una taverna filtrava sul terreno bagnato. Smontò davanti alla porta e lasciò il cavallo al riparo della grondaia sporgente, con una coperta sulla groppa.

All’interno i banchi di mescita ed i rozzi tavoli, illuminati da torce fumose e da un enorme focolare, erano pieni di marinai, mercanti incappucciati e dalle dita fitte di anelli, ingrugniti pescatori giunti lì sotto la pioggia e fra il fango. Morgon ignorò gli occhi che al suo ingresso s’erano girati a scrutarlo blandamente, si slacciò il mantello con dita irrigidite dal freddo e lo appese ad asciugare. Sedette al tavolo di fronte al caminetto, e quasi subito il gestore apparve al suo fianco.

— Signore! — lo salutò l’uomo, in attesa dell’ordinazione. Poi gettò un’occhiata al suo mantello. — Siete lontano dalla vostra casa.

Morgon annuì stancamente. — Birra — disse. — E… cos’è questo profumo?

— Uno stufato denso e davvero ottimo, con agnello tenerissimo e funghi di prima scelta. E c’è il vino… ve ne servirò una coppa.

Mangiò e bevve in silenzio, ogni tanto sospirando sfinito, cullato dal calore e dalle chiacchiere degli avventori che gli giungevano vaghe come la voce del mare. Poi sedette più eretto e bevve la birra, che dal sapore riconobbe come quella esportata da Hed, storcendo il naso all’odore dei panni di lana messi ad asciugare al fuoco. Un mercante che portava un elegante berretto di pelo inzuppato di pioggia sedette al suo fianco. Morgon si sentì addosso i suoi occhi attenti.

Dopo un momento l’uomo si rialzò, si tolse il berretto e il mantello con un copioso sgocciolio d’acqua che investì la panca, e in tono contrito disse: — Scusatemi, Signore. Siete già abbastanza bagnato senza il mio aiuto.

L’uomo indossava un elegantissimo abito di pelle nera e velluto, aveva un volto rude e benevolo, occhi e capelli neri come l’ala di un corvo. Già semiaddormentato per la stanchezza e il calore, Morgon cercò di schiarirsi la mente e di badare al concreto: non c’era nessun modo di sapere se stava parlando a un uomo o all’illusione di un uomo. Comunque accettò il rischio e disse: — Dite, sapete per dove faranno rotta quelle due navi?

— Sì. Stanno per tornare a Kraal, dove andranno in bacino per l’inverno. — L’uomo tacque un attimo, fissandolo con occhi penetranti. — Non volete andare a nord, vero? Cosa vi serve?

— Un passaggio per Caithnard. Sono atteso alla Scuola.

L’uomo scosse il capo, aggrottò le sopracciglia. — La stagione è troppo avanzata… Lasciatemi pensare. Noi veniamo giusto ora da Anuin, via Caithnard, Tol e Caerweddin.

— Tol! — esclamò involontariamente Morgon. — Perché vi siete fermati là?

— Abbiamo portato Rood di An da Caithnard a Hed. — Si volse a chiamare il gestore e ordinò del vino. Morgon si appoggiò alla spalliera della panca, accigliato, sperando che Rood non avesse altro motivo che il semplice desiderio di cercare lui per avere intrapreso il viaggio. Il mercante bevve un lungo sorso di vino e s’appoggiò all’indietro anch’egli. Il suo tono si fece malinconico: — Non è stato un viaggio molto allegro. A Hed abbiamo trovato tempesta, e sottocosta per poco non siamo andati a rischio di perdere la nave e Rood di An… La sua lingua è una frusta rovente, quando ha il mal di mare. Mai ho sentito bestemmiare in tal modo — aggiunse pensosamente, e Morgon represse un sorriso. — A Tol, sul molo, c’erano Eliard di Hed e la fanciulla, Tristan, ansiosissimi di avere notizie di loro fratello. Tutto ciò che ho potuto dir loro è che è stato visto in Caerweddin, ma che ignoravo cosa stesse facendo là. Abbiamo perso una vela in quella tempesta, e poi abbiamo scoperto che non potevamo approdare a Meremont; c’erano le navi da guerra del Re in quel porto, così abbiamo proseguito alla meglio fino a Caerweddin. Là ho sentito dire che la giovane moglie del Re era sparita, e che suo fratello era tornato a casa, ma pare abbia perso un occhio. Nessuno sa cosa sia accaduto di preciso. — Il mercante bevve ancora. Morgon, con gli occhi persi nel fuoco, aveva la mente colma di volti: quello di Astrin, dagli occhi bianchi, pallido e addolorato; quello di Dama Eriel, affascinante e segretamente spietato; quello di Hereu nell’istante in cui aveva cominciato a capire che razza di creatura aveva sposato… Ebbe un fremito. Il mercante lo fissò.

— Siete bagnato fino alle ossa. Da Herun a qui è stata una lunga cavalcata. Mi chiedo se conosco vostro padre.

Morgon sorrise alla domanda inespressa. — Probabilmente. Ma ha un nome così lungo che neppure io saprei pronunciarlo per voi.

— Ah! — Negli occhi scuri dell’uomo vi fu un lampo divertito. — Scusate. Non volevo essere indiscreto. Ma ho bisogno di qualche chiacchiera oziosa per scaldarmi meglio le ossa. A Kraal ho una moglie che mi aspetta, e due bambini che non vedo da un paio di mesi, ma il vento ci costringe a indugiare qui. Dunque volete un passaggio per Caithnard… Le sole navi possibili sono quelle che scenderanno da Kraal, e non ricordo di chi possono essere. Aspettate. — Si volse e gridò verso un gruppetto di altri mercanti: — Joss! Chi è rimasto a Kraal?

— Tre navi di Rustin Kor. Aspettano un carico di legname da Isig — tuonò una voce in risposta. — Non le abbiamo incrociate, risalendo la costa; dovrebbero essere ancora lassù. Perché?

— Questo gentiluomo di Herun deve tornare alla Scuola. Credi che si fermeranno qui?

— Rustin Kor ha qui un magazzino pieno di vino di Herun. Se non si ferma a caricarlo dovrà pagare l’affitto del locale per tutto l’inverno.

— Si fermerà — disse il mercante a Morgon. — Ora ricordo. È Mathom di An che vuole del vino. E così, vi piacciono gli enigmi? Sapete chi è un grande esperto di enigmi? Il Lupo di Osterland. L’estate scorsa ero nella sua corte a Yrye, e stavo cercando di interessarlo a un paio di coppe d’ambra, quando arrivò lì un uomo da Lungold e lo sfidò a una gara di enigmi. Har ha lanciato una scommessa permanente, secondo la quale chi vince una gara con lui può avere la prima cosa che domanda subito dopo il termine della partita. Ma è un premio che riserva strane sorprese, a volte. Ho sentito dire di un uomo, parecchio tempo fa, il quale vinse contro di lui una gara di enigmi durata un giorno e una notte, e al termine era tanto assetato che la prima cosa che chiese fu un bicchier d’acqua. Non so se la storia sia vera. Comunque quest’uomo… un tipetto magro e arrogante, che a vederlo sembrava non avesse mangiato altro che enigmi da anni… impegnò Har per due giorni filati, e questo al vecchio Lupo piacque. Tutti quelli che assistettero alla gara non fecero che bere e ubriacarsi, e io vendetti più stoffe e gioielli in quei due giorni che in tutto l’anno precedente. Alla fine il Lupo-Re propose un enigma a cui il piccoletto non seppe rispondere… non ne aveva mai sentito parlare, disse. Si irritò, dunque, e contestò l’enigma. Har gli disse di andare a verificarlo dai Maestri di Caithnard, e poi gliene tirò fuori altri dieci di fila a cui l’uomo non poté rispondere, l’uno dietro l’altro… vidi la faccia di questo tipo diventare verde dalla bile, parola mia. Ma Har lo consolò, e dichiarò che da anni non giocava una gara così impegnativa.

— Quale fu il primo enigma a cui l’uomo non seppe rispondere? — domandò Morgon incuriosito.

— Oh… lasciatemi pensare. Cos’è che una stella chiama… No. Cos’è che una stella rievoca dal silenzio, che una stella rievoca dalle tenebre, e una stella rievoca dalla morte?

Morgon si sentì mozzare il respiro. Rigido in faccia, pallido, si volse di scatto a fissare il mercante con occhi socchiusi. Per un momento il volto abbronzato ondeggiò come distorcendosi sotto il suo sguardo, inespressivo quanto una maschera; poi si rese conto che l’uomo lo stava guardando con assoluto sbalordimento.

— Signore, cosa ho detto? — Ma subito la sua espressione cambiò, e allungò una mano a sfiorargli un braccio. — Oh! — sussurrò. — Credo che non siate un nobiluomo di Herun.

— Voi chi siete?

— Signore, il mio nome è Ash Stag di Kraal; ho moglie e due figli, e preferirei tagliarmi una mano che offendervi. Ma vi rendete conto di come vi stanno cercando?

Morgon aveva stretto i pugni. Li riaprì. Dopo un momento, con gli occhi incollati alla faccia ansiosa dell’altro, disse: — Lo so.

— Adesso state tornando a casa? Da Anuin a Caerweddin ho sentito sempre la stessa domanda: avete notizie del Principe di Hed? Ditemi, che vi succede? Siete in difficoltà? Posso aiutarvi? — Fece una pausa. — Voi non avete fiducia in me.

— Mi spiace di…

— No. Ho saputo. Ho sentito ciò che ha raccontato Tobec Rye, il mercante che vi ha trovato a Ymris col Nobile Astrin. Mi ha detto cose abbastanza incredibili: che voi e l’arpista del Supremo avete rischiato di affogare, che l’equipaggio della vostra nave è svanito, e che uno dei mercanti a bordo era Jarl Acker. Io vidi morire Jarl Acker due anni fa, durante un viaggio da Caerweddin a Caithnard. Si era preso una febbre maligna, e chiese d’essere sepolto in mare. Così noi… è quanto facemmo. — Abbassò ancora la voce in un sussurro. — Qualcuno ha rubato la sua forma, dal mare?

Morgon si appoggiò alla spalliera. Il suo cuore pulsava sempre furiosamente. — Voi non… non ne avrete parlato a mio fratello?

— Naturalmente no. — L’uomo tacque un poco, studiando il volto di Morgon con aria pensosa. — È vero che quei mercanti sono svaniti? Qualcuno vuole uccidervi? Dunque è per questo che diffidate di me. Ma non avevate alcun timore finché non ho parlato delle stelle. Quelle stelle. Signore, è per causa delle stelle sulla vostra fronte che stanno cercando di uccidervi?

— Sì.

— Ma perché? Chi mai al mondo potrebbe guadagnarci, assassinando un Principe di Hed? È irrazionale.

Morgon trasse un lungo respiro. Il tranquillizzante vocio nella taverna era immutato; non c’era nessuno abbastanza vicino da udirli, né occhi curiosi che li spiassero. Gli avventori sapevano che se ci fosse stato qualche pettegolezzo da fare sulla presenza di Morgon, questo sarebbe avvenuto solo in sua assenza. Si passò le mani sulla faccia. — Sì. Har ha dato la risposta all’enigma delle tre stelle?

— No.

— Come stanno Eliard e Tristan?

— Sono preoccupatissimi, angosciati. Mi hanno chiesto se avevate lasciato Caerweddin per tornare a casa, e io ho detto col maggior tatto possibile che forse stavate seguendo una strada più lunga, perché nessuno sapeva dove foste. Non mi sarei mai aspettato di trovarvi a Hlurle, tanto a nord.

— Sono stato a Herun.

Ash Strag scosse il capo. — È inaudito. — Bevve un sorso di vino, accigliato. — Non mi piace. Gente dagli strani poteri che impersona dei mercanti… che siano maghi?

— No. Sospetto che i loro poteri siano perfino maggiori.

— E vi stanno inseguendo? Signore, io andrei dritto dal Supremo.

— Hanno cercato di ammazzarmi quattro volte — disse stancamente Morgon. — E non sono ancora andato più lontano di Herun.

— Quattro volte. Una è stata in mare…

— Due volte a Ymris, e poi ancora a Herun.

— Caerweddin! — Gli occhi dell’uomo ebbero un lampo. — Voi siete andato a Caerweddin, e la moglie del Re è sparita, e Astrin Ymris, che tornò là con voi, ha perso un occhio. Cos’è successo mentre stavate là? Dove è finita Eriel Ymris?

— Questo bisogna domandarlo a Hereu.

Il mercante emise un fischio fra i denti. — Non mi piace — ripeté sottovoce. — Ho sentito raccontare cose che non ripeterei neppure a mio fratello, ho incontrato uomini che avevano il cuore fatto con resti di animali, ma non ho mai udito niente del genere. Mai ho sentito parlare di gente che mirasse a uccidere i governatori della terra, così subdolamente, e usando poteri simili. E tutto questo per le vostre stelle?

Morgon scosse le spalle. — Tornerò a casa mia — disse, come a se stesso. Il mercante agitò i loro boccali in aria per richiamare l’attenzione del taverniere, se li fece riempire e restituì a Morgon il suo. Poi mormorò, impensierito: — Signore, è saggio tornare via mare?

— Non posso attraversare nuovamente Ymris. Sarebbe rischioso.

— Perché? Siete a mezza strada per Isig… più che a metà strada. Signore, venite con noi a Kraal… — Si accorse del lieve irrigidirsi di lui e cambiò tono. — Lo so. Lo so. Non vi rimprovero se non vi fidate. Ma io conosco me stesso, e non c’è un uomo in questo locale di cui io diffidi. Per voi sarebbe meglio rischiare e venire a nord con noi, piuttosto che prendere una… strana nave, per Hed. Se indugerete qui troppo a lungo, i vostri nemici potrebbero trovarvi.

— Devo tornare a casa mia.

— Ma Signore, a Hed vi uccideranno! — Accorgendosi di aver alzato la voce si guardò attorno, tornando cauto. — Come potete aspettarvi che i vostri contadini sappiano difendervi? Andate dal Supremo. A Hed riuscirete forse a trovare risposte ai vostri problemi?

Morgon lo fissò un attimo, poi scoppiò improvvisamente a ridere. Si coprì gli occhi con una mano. Sentendosi toccare una spalla dal mercante mormorò: — Scusate, ma è la prima volta che un mercante mi tartassa con tanti enigmi così azzeccati.

— Signore…

Lui tornò a fissarlo con calma. — Non verrò con voi. Lasciamo che sia il Supremo a rispondere a qualche enigma; io non lo farei altrettanto bene. Il reame è affar suo. Il mio è Hed.

La mano che gli stringeva la spalla lo scosse un tantino, quasi per svegliarlo. — Hed va avanti bene così com’è, Signore. — La voce del mercante suonò come un sospiro: — È il resto della gente, è il mondo fuori di Hed che voi avete sconvolto col vostro passaggio, a preoccuparmi.

Le due navi salparono con la marea il mattino successivo. Morgon le osservò allontanarsi veleggiando in un’incantevole alone di luce color lavanda che filtrava dalle nuvole, sempre mutevoli. Aveva sistemato in una stalla il cavallo, e aveva preso alloggio al piano superiore della taverna in attesa delle navi di Rustin Kor; dalla finestra, già rigata di pioggia, aveva una vista completa del molo semideserto e del mare che andava agitandosi, mentre i due vascelli ondeggiavano con la grazia di uccelli marini sospinti dalla brezza. Restò a guardarli finché la luce scemò di nuovo e le loro vele divennero ali scure e lontane. Poi tornò a stendersi sul letto, infastidito da qualcosa che si agitava in fondo alla sua mente, qualcosa che non riuscì a identificare sebbene vegliasse strato dopo strato i suoi pensieri per arrivare a stringerlo. Il volto di Raederle balenò improvvisamente dentro di lui, e fu sorpreso dal senso di tranquilla gioia che gli dava il ricordo della fanciulla.

Una volta, anni addietro, aveva fatto una gara di corsa con lei fino in cima alla collina della Scuola, e ancora gli sembrava di rivedere lo svolazzare della lunga gonna verde che ella teneva un po’ sollevata fra le mani per non inciampare nell’orlo. L’aveva lasciata vincere. E alla sommità dell’altura Raederle, felice, ansimante, lo aveva preso in giro per la sua galanteria. Subito dopo era sopraggiunto Rood, con una manciata di spille ingioiellate che le erano cadute dai capelli; gliele aveva tirate in grembo, scintillanti come uno strano sciame d’insetti verdi, ambra, purpurei e scarlatti. Troppo stanca per afferrarle ella le aveva lasciate rotolare attorno, ridendo, i capelli rossi che ondeggiavano al vento come una criniera di fiamma. E Morgon s’era incantato a guardarla dimenticando le risa, dimenticando perfino di muoversi, finché non s’era trovato dinnanzi gli occhi neri di Rood, canzonatorii, una volta tanto quasi gentili. I suoi ricordi scivolarono sull’espressione tesa di Rood l’ultima volta che s’erano visti, e risentì la sua voce dura, venata di pietà: Se offrirai la tranquillità di Hed a Raederle, sarà un’impostura. Una promessa che non potrai mantenere.

Si alzò a sedere sul letto, finalmente conscio di ciò che lo tormentava. Rood lo aveva saputo fin dall’inizio. Lui non poteva andare ad Anuin a ricevere gli onori, meritati vincendo una gara di enigmi in una torre di Aum, quando tutto intorno a lui stavano prendendo la forma altri enigmi, mortali e coercitivi, per una sfida che egli rifiutava di raccogliere. Poteva voltare le spalle agli altri regni, poteva chiudere dietro di sé le porte di Hed e della sua pace, ma non avrebbe potuto mai volgere lo sguardo a lei senza aver risolto il mistero e l’incertezza legati al suo secondo nome, perché sarebbe stato suo dovere offrirle se stesso interamente, e non di meno.

Scese dal letto, andò a sedersi sul davanzale della finestra e restò lì a lungo, fissando il mondo esterno velarsi di pioggia e di oscurità davanti a lui. Intorno al suo nome gli enigmi si stavano intrecciando in un’impossibile ragnatela; se n’era strappato fuori a forza, ma se avesse appena allungato una mano a sfiorarla ne sarebbe stato nuovamente irretito. Per il momento aveva una scelta: tornare a Hed, vivere serenamente con Raederle, evitare di far domande, attendere il giorno in cui la tempesta che minacciava il continente avrebbe scatenato la sua piena furia anche su Hed… e quel giorno, lo sentiva, sarebbe venuto fin troppo presto. Oppure avrebbe potuto applicare la sua volontà a una gara di enigmi che non aveva speranza di vincere, e il cui premio, in caso di vittoria, era un nome che poteva tagliare d’un colpo ogni legame fra lui e Hed.

Quando si rese conto che la stanza era immersa nel buio si riscosse. Andò a cercare una candela e la accese. Alla luce della fiammella la vista del suo volto, riflesso nel vetro della finestra, lo stupì. La fiamma stessa era una piccola stella fra le sue mani.

Gettò la candela al suolo, schiacciò la fiammella sotto un piede e si gettò disteso sul letto. A notte tarda, quando la pioggia smise di crepitare sul tetto e la voce del vento si abbassò ad un mormorio, cadde in un sonno inquieto. Si svegliò all’alba, scese al piano di sotto e acquistò cibo e una borraccia di vino dal gestore della taverna. Poi sellò il cavallo, lasciò Hlurle senza voltarsi indietro e si diresse a settentrione verso Yrye, per chiedere un enigma al Re di Osterland.

CAPITOLO OTTAVO

Due settimane dopo la sua partenza da Hlurle la neve invernale cominciò a cadere. L’aveva prevista, ne aveva annusato l’odore nell’aria, aveva sentito il suo arrivo nella voce del vento selvaggio e incessante. S’era diretto lungo la costa fino alla foce dell’Ose, il grande fiume le cui sorgenti erano nel cuore del Monte Erlenstar. Scorrendo attraverso Passo Isig il fiume aggirava le pendici delle montagne, e nel suo percorso diretto al mare formava il confine meridionale di Osterland. Morgon ne risalì il corso verso occidente, passando su terre mai reclamate da nessuno, foreste dimenticate che solo i mercanti scesi via fiume da Isig avevano visto, aspri colli sassosi dove s’arrampicavano branchi di daini, di alci e di capre di montagna nel loro spesso vello invernale. Una volta gli parve d’aver visto muoversi oltre un bosco lontano un branco di vesta, con le loro leggendarie corna punteggiate d’oro, luccicanti fra gli alberi. Ma sullo sfondo del cielo vuoto e bianco avrebbe potuto trattarsi di semplici refoli di nebbia, e non ne fu certo.

Attraverso quella terra selvaggia si spostò il più rapidamente possibile, sentendosi incalzato dalla neve, cacciando ogni tanto, chiedendosi in un angolo della mente se una tale desolazione avesse mai fine, se c’erano rimasti degli esseri umani nel reame del Supremo, o se il fiume che stava costeggiando non fosse affatto l’Ose ma un altro, mai cartografato, che nasceva a ovest nell’immenso e disabitato entroterra del reame. Quel sospetto lo tenne sveglio più di una volta la notte, quando si domandava cosa stesse facendo lì nel mezzo del nulla, dove una frattura ossea o un animale spaventato, o un’improvvisa bufera di neve, avrebbero potuto ucciderlo facilmente come i suoi nemici. I continui timori scorrevano come una corrente nel suo subconscio. Una torpida pace scendeva tuttavia in lui la notte, quando non c’era nessun colore oltre quello del fuoco e del cielo nero, e nessun suono oltre quello della sua arpa. In quei momenti apparteneva alla notte, era un essere senza nome e senza corpo, come se potesse mettere radici e diventare un albero, alla deriva in un mondo di sensazioni notturne e silvestri.

Finalmente cominciò a scorgere in distanza delle fattorie, greggi di pecore, bestiame che s’abbeverava al fiume, e seppe che da qualche parte aveva oltrepassato il confine di Osterland. Ma in parte per cautela, in parte per l’abitudine al silenzio che nelle ultime settimane era cresciuta in lui, preferì evitare i casolari e i paesetti lungo il fiume. Si fermò soltanto una volta ad acquistare pane, formaggio e vino, e per farsi indicare la strada per Yrye. Gli sguardi curiosi lo mettevano a disagio; si rendeva conto di quanto doveva apparire insolito, né mercante né cacciatore, proveniente dalle terre incolte, vestito con un elegante quanto sporco abito di Herun, e capelli e barba da eremita.

Yrye, la città dove dimorava il Lupo-Re, si trovava a nord, nell’abbraccio delle gelide propaggini di Monte Fosco, il massiccio centrale di una bassa catena montagnosa; da uno dei villaggi una strada conduceva in quella direzione. Morgon aggirò la cittadina e si accampò per la notte in un bosco poco più oltre. Il vento ululava come un lupo fra i castagni e le betulle; fu costretto a star sveglio fino all’alba dal gelo che gli penetrava nelle ossa, accanto a un fuoco che agonizzava come un uccello ferito fra i rami umidi. Le raffiche di vento continuarono a scuotere sia lui che il cavallo per tutto il giorno successivo, ringhiando e frusciando con voce ostile. Solo a sera si placarono; il cielo era un cappa di nuvole fittissime, oltre la quale il sole aveva vagato inosservato ed inosservato tramontava. Quella notte la neve cominciò a cadere, e al mattino si svegliò sotto una spessa coperta bianca.

Il vento freddo s’era però placato del tutto, e la neve scendeva in lievi fiocchi cotonati. Morgon cavalcò dall’alba al tramonto in un silenzio di sogno, rotto soltanto dal frullio delle ali di un merlo, dalla fuga di una lepre nella sua tana, dal mormorio d’un torrente. Quella sera, quando si fermò, mise insieme una tenda usando le pelli conciate di cui era fatto il suo giaciglio, e s’aggirò in cerca di sterpaglia asciutta con cui innescare il fuoco. I suoi pensieri indugiarono, mentre mangiava, su quello strano e antico Re che nel suo repertorio di enigmi ne aveva uno anch’esso sconosciuto ai Maestri di Caithnard. Har, il Lupo-Re, era nato ancor prima dei maghi stessi; regnava in Osterland fin dall’Anno dell’Insediamento. Gli aneddoti che lo riguardavano erano numerosi e spesso spaventosi. Era dotato della facoltà di mutare forma. Il suo tutore era stato il mago Suth, durante gli anni in cui Suth conduceva una vita selvaggia. Sulle sue mani vi erano cicatrici identiche alle corna dei vesta, e s’intendeva di enigmi quanto un Maestro. Morgon sedette con la schiena poggiata a un tronco e sorseggiò lentamente il vino dalla borraccia, chiedendosi dove quel Re poteva aver appreso tali nozioni. In lui tornavano a balenare interessi e curiosità che la solitudine aveva sopito, e provava la nostalgia dei luoghi frequenti e civili. Finì il vino, si volse per cercarne dell’altro, e in quel momento vide oltre il chiarore del bivacco due occhi che lo fissavano.

Si sentì raggelare. L’arco era dall’altra parte del fuoco; il coltello era conficcato verticalmente nel grosso pezzo del formaggio. Lentamente allungò una mano verso di esso. Gli occhi lampeggiarono. Ci fu un movimento, uno stormire di fronde; poi un vesta avanzò nella luce rosata della fiamma.

Morgon deglutì un groppo di saliva, pesante come una pietra. L’animale era poderoso, grosso quanto un cavallo da tiro, con un muso da cervo triangolare e delicato. Aveva il vello d’un bianco scintillante; i palchi delle sue corna erano del colore dell’oro battuto. Lo fissò con occhi di rubino liquidi e imperscrutabili, quindi si avvicinò e allungò il collo a mordicchiare un rametto di pino proprio sopra la sua testa. Trattenendo il fiato come se stesse facendo qualcosa di proibito Morgon alzò una mano verso la lucida pelliccia di neve. Il vesta non parve accorgersi del suo tocco lievissimo. Dopo qualche istante Morgon osò di nuovo respirare, staccò un angolo della pagnotta. Il vesta abbassò la testa incuriosito dall’odore, annusò il pane. Lui gli accarezzò il muso affilato; l’animale ebbe un fremito sotto la sua mano ed i grandi occhi purpurei, misteriosi e lontani, si fissarono in quelli dell’uomo. Poi il vesta abbassò la testa e addentò la pagnotta, sbocconcellandola, mentre lui gli accarezzava dolcemente la sommità del cranio fra le corna. Finito il pane, il suo muso tornò ad annusargli la mano per averne dell’altro. Lui lo tolse dal cartoccio e glielo mise in bocca, un pezzo dopo l’altro, finché non ce ne fu più. L’animale esplorò le sue mani vuote, gli annusò il vestito un momento, quindi si volse e quasi senza rumore tornò a scomparire nella notte.

Morgon emise un lungo sospiro. Aveva sentito dire che i vesta erano timidi come bambini. Assai raramente se ne vedeva una pelle negli empori cittadini, poiché si tenevano alla larga dagli uomini, e il timore dell’ira di Har tratteneva chiunque, mercante o cacciatore, dall’intrappolarli. Essi seguivano la neve, e durante l’estate vagavano nelle zone più impervie delle montagne. Con improvviso disagio Morgon si domandò cosa avesse annusato l’animale, nell’aria della notte, da condurlo così lontano dalle montagne.

Era destinato a scoprirlo ancor prima del mattino. Una raffica di vento, furiosa come uno sciame d’api, gli strappò via la tenda da sopra la testa e la scaraventò nel fiume. Stringendosi al fianco del cavallo, accecato dalla neve che gli si incrostava sulla faccia, sopportò il gelo in attesa di un’alba che sembrava non arrivare mai. Quando finalmente sorse il sole, esso tramutò le tenebre della notte in un caos lattiginoso attraverso il quale Morgon non riusciva neppure a vedere il fiume, che scorreva a dieci passi da lì.

Un devastante senso d’angoscia gli attanagliò il cuore. Paralizzato dal freddo malgrado il mantello col cappuccio che si stringeva addosso, con le raffiche della bufera che gli ruggivano attorno come branchi di lupi, incapace perfino di capire dove fosse il fiume, sentì il mondo perdere solidità e diventare un caotico inferno senza forma. Con uno sforzo cercò di ricordare la posizione del fiume. Vacillò in piedi accanto al cavallo, che tremava sotto la coperta gettata sulla sua groppa, e gli mormorò qualche parola con labbra semicongelate; mentre gli voltava le spalle lo sentì scuotersi e ansare nervosamente. Abbassando la testa contro il nevischio pungente si mosse in una direzione a caso, chiedendosi dove fosse il fiume. Se lo trovò dinnanzi all’improvviso, scintillante e rapido sotto i turbini di neve; per poco non rischiò di piombare nell’acqua a capofitto. Tornò indietro a prendere il cavallo, mezzo chino in avanti per non perdere di vista le sue impronte. Quando giunse al punto in cui esse avevano inizio, scoprì che il cavallo era scomparso.

Per un po’ di tempo non fece che guardarsi attorno e chiamarlo; il vento gli ricacciava la voce in gola. Fece qualche passo verso una forma scura nella neve, ma la vide confondersi e svanire nel biancore. Si volse, raggiunse il cumulo di neve pestata e s’accorse che fra quel dedalo d’ombre confuse l’arpa e la bisaccia non c’erano più.

Barcollò qua e là ciecamente, affondando le mani nella neve, frugando fra i cespugli e gli alberelli che emergevano come scheletri nudi da quel candore. Ogni volta che alzava la testa il vento gli ficcava negli occhi nugoli di aghi di ghiaccio. Disperato e furibondo continuò a cercare, smarrendo anche lo scarso orientamento che era riuscito a recuperare, e vacillò vagando a caso, ansimando imprecazioni al vento che ululava contro di lui.

Finalmente, senza saper come, trovò l’arpa nella sua custodia, già mezzo sepolta, e quando poté stringerla fra le mani riuscì a rimettere un po’ d’ordine nei suoi pensieri. Lo strumento era sempre nel punto in cui lo aveva lasciato, presso il cespuglio accanto al quale egli aveva trascorso la notte; il fiume, dunque, si trovava alla sua sinistra. La bisaccia e la sella dovevano essere sotto il cumulo che vedeva di fronte a sé; ma per non rischiare di perdere ancora la posizione del corso d’acqua non osò mettersi a cercarle. Si infilò l’arpa a tracolla e lentamente, passo dopo passo, tornò sulla riva del fiume.

Il suo cammino lungo il corso d’acqua fu un calvario di fatica. La necessità di non perdere di vista lo scintillio della corrente lo costringeva a stare pericolosamente vicino alla scarpata della riva; non di rado, allorché davanti ai suoi occhi tutto si confondeva in un abbacinante biancore, dovette fermarsi smarrito, chiedendosi se non si stava addentrando in un’illusione dove nulla esisteva più. La faccia e le mani, intorpidite, erano insensibili come suole di scarpa, i capelli erano diventati una crosta di ghiaccio intorno ai bordi del cappuccio. Poi perse anche il senso del tempo, e fu incapace di dire se, da quando aveva cominciato a camminare, erano trascorsi minuti o ore, né se fosse mattina o pomeriggio. Lo spettro della notte che gli si preparava bastava a farlo gemere.

A un certo punto andò a sbattere dritto contro un albero invece di girargli attorno, sebbene l’avesse visto; con la fronte poggiata al tronco scabro rimase lì, incapace di muoversi. Vagamente si domandò quanto ancora avrebbe potuto resistere, cosa sarebbe successo quando non avrebbe più saputo mettere un piede dietro l’altro, e col buio non sarebbe rimasto neppure il fiume a fargli da guida. La presenza solida dell’albero, che oscillava ritmicamente nel vento, era rassicurante. Morgon sapeva che avrebbe potuto proseguire, ma le sue braccia avevano circondato il tronco e rifiutavano di lasciarlo. Improvvisamente, poiché i suoi pensieri erano caotici come la bufera, vide il volto di Eliard davanti al suo, iroso, angosciato, e risentì la propria voce uscire da un lontanissimo passato: Ti giuro questo: io tornerò sempre indietro.

Il suo abbraccio intorno all’albero si allentò con riluttanza. Rammentò la fiducia che c’era stata negli occhi di Eliard. Se Eliard avesse dubitato di quelle parole, egli avrebbe potuto adesso radicarsi insieme a quell’albero nella bianca desolazione di Osterland; ma Eliard, testardo contadino uso a prendere alla lettera le promesse, avrebbe preteso che lui mantenesse fedelmente la parola. Riaprì gli occhi; il mondo senza colore era ancora lì, davanti al suo naso, così ostile che avrebbe voluto mettersi a piangere per la stanchezza.

Impercettibilmente, l’universo che lo circondava cominciò a farsi più scuro. Dapprima non lo notò, intento a fissare l’acqua, e poi rifletté stordito che la bufera si stava portando via anche il fiume stesso. Nell’avanzare inciampava di continuo su radici e rocce rese scivolose dal ghiaccio, e trovava sempre più faticoso agitare le braccia per riprendere l’equilibrio. Quando un sasso si mosse sotto ai suoi piedi, precipitando nell’acqua, soltanto la provvidenziale vicinanza di un alberello lo salvò dall’andargli dietro a ruzzoloni. Aggrappato al tronco si rimise in piedi, scosso da tremiti convulsi come una bestia ferita. Poi sollevò lo sguardo al cielo con un sospiro e il colore del vento lo lasciò sbigottito.

A denti stretti, schiaffeggiato dal vento, cercò di pensare. Non sarebbe sopravvissuto a una notte come quella. Avrebbe potuto trovar riparo in una grotta, in un albero cavo, o fare un tentativo d’accendere il fuoco; le probabilità di riuscire in una o l’altra di quelle cose erano ridicolmente basse. Di seguire il corso del fiume nell’oscurità non se ne parlava neppure: l’avesse perso di vista avrebbe di certo vagabondato senza meta per qualche ora, poi si sarebbe semplicemente fermato e sarebbe svanito nella neve e nel vento, trasformandosi, col suo scomparire, in un’altra curiosità di Hed, come Kern, che i Maestri avrebbero messo nella loro lista di enigmi. Considerò la sua situazione con pensieri che faticavano a prender forma, volgendo le spalle al vento per tenere almeno gli occhi aperti. Un rifugio e un fuoco, pur impossibili come apparivano, erano la sua sola speranza. Si raddrizzò contro il punto d’appoggio, rendendosi conto che era stato l’albero, non le sue gambe, a permettergli di stare in piedi. Un odoroso vapore tiepido, che lo spaventò più di quant’altro gli era accaduto quel giorno, gli investì il lato destro del volto. Sussultò e si girò: la testa candida di un vesta lo stava fissando da meno di un palmo di distanza.

Morgon non seppe mai quanto tempo restò a guardare vacuamente quegli occhi purpurei. Il vesta era immobile sotto la neve, e il vento gli scompigliava la folta pelliccia. Le mani di lui si mossero come per volontà propria, accarezzandogli il muso e il collo, mentre mormorava qualcosa più per rassicurare se stesso che l’animale. Seguendo con le mani il collo arcuato e il dorso si scostò dall’albero, vacillando contro il fianco peloso. Il vesta si mosse appena in avanti per mordicchiare un ramoscello. Lui strinse fra le dita la folta criniera, fece un profondo respiro, e con le ultime forze di cui disponeva gli saltò in groppa.

Nulla lo aveva preparato all’improvvisa, incredibile esplosione di velocità che lo trascinò come un fuscello nel cuore della bufera di neve. Chiuse gli occhi e a denti stretti si aggrappò alle corna, con l’arpa che gli sbatteva con forza contro le reni, quasi incapace di respirare nel vento divenuto simile a un muro di ghiaccio. Un grido di protesta gli uscì infine di bocca; come in risposta il selvaggio e terrorizzato galoppo rallentò, mutandosi in un trotto liscio e regolare che senza sforzo riusciva ad essere più rapido di quello di un cavallo di razza. Morgon aderì disperatamente al gran corpo tiepido dell’animale, senza domandarsi dove questi stava andando, né per quanto tempo gli avrebbe permesso di restargli in groppa, e il solo pensiero su cui si concentrò fu di rimanergli abbarbicato il più a lungo possibile, a ogni costo.

Ben presto cadde in uno stato di sonnolenza ipnotica, oltre la quale avvertiva soltanto l’ondeggiare di quel trotto sciolto. Poi le sue mani attanagliate alle corna persero la presa; sbilanciato scivolò di lato e precipitò sul duro terreno. I suoi occhi si sbarrarono sul cielo nero e splendente; il silenzio in cui era sepolta ora la zona innevata sembrava concreto come un elemento naturale. Si alzò in piedi fissando stancamente le stelle, e riabbassando il capo seguì con lo sguardo la curva del firmamento, che in distanza confinava con un orizzonte bianco. S’accorse che il vesta s’era fermato a osservarlo, immobile, candido sulla neve candida. S’incamminò verso di esso. Per un momento il quadrupede parve fissarlo come se vedesse in lui uno strano animale. Poi, con passi che sgualcivano appena il tessuto della neve, gli venne incontro. Lui gli risalì in groppa, tremando in tutte le membra per lo sforzo. Il trotto riprese, diretto all’orizzonte stellato.

A risvegliarlo dalla sonnolenza fu ancora il solletico del nevischio sul volto. Il vesta stava procedendo al passo lungo la strada deserta e coperta di neve di una città. Eleganti case di legno e botteghe dai colori vivaci erano allineate lungo le vie, con porte e finestre chiuse nel lucore dell’alba. A fatica Morgon si mise a sedere, spazzando via la crosta di ghiaccio dal mantello. Il vesta girò un angolo; dinnanzi a sé Morgon vide un grande edificio privo di recinzioni, le cui alte strutture erano costruite in varietà di legno provenienti dai più lontani angoli del reame: quercia, pallida betulla, cedro sfumato di rosso, scuro e liscio mogano; le grondaie, le finestre e le doppie porte erano intarsiate da spirali e intrecci d’oro puro.

Il vesta avanzò senza alcuna paura nel cortile e si fermò. L’oscura magione giaceva immersa nel sonno e nella neve. Morgon la contemplò apaticamente, stordito, per qualche istante; il vesta ebbe uno scarto impaziente sotto di lui, quasi che finito il suo lavoro adesso fosse ansioso di andarsene. Morgon scivolò giù dalla sua groppa. I suoi muscoli rifiutarono però di sostenerlo e cadde subito in ginocchio, con l’arpa contro un fianco. Sotto lo sguardo intenso e incuriosito del vesta cercò di rialzarsi, cadde misteriosamente a sedere e ansimò esausto, tremando. L’animale lo sfiorò col muso, alitandogli il fiato caldo in un orecchio. Lui gli passò un braccio sul collo, gli appoggiò la fronte alla mandibola pelosa e lo sentì restare immobile in quell’abbraccio. Poi il robusto collo si scostò da lui con un movimento improvviso, la testa scattò verso l’alto, il palco di corna d’oro si sollevò in un lampo che parve il sorgere del sole sullo sfondo del cielo; un attimo dopo il vesta si dissolse nell’aria, e al posto dell’animale comparve un essere umano.

Era alto e snello, bianco di capelli, e stava in piedi seminudo sulla neve. Nel suo volto magro e angoloso erano incastonati due occhi azzurro-ghiaccio; le sue mani, tese verso Morgon, recavano cicatrici bianche la cui forma era quella delle corna di un vesta.

Morgon sussurrò: — Har! — Un lieve sorriso balenò in quegli occhi luminosi. Il Lupo-Re si chinò a cingere le spalle di lui con un braccio fortissimo, e lo aiutò a mettersi in piedi.

— Benvenuto — disse l’uomo, sostenendolo con pazienza su per gli scalini. Aprì la grande porta e Io introdusse in un salone largo quanto il granaio di Akren, a un lato del quale campeggiava un enorme caminetto. La voce di Har esplose in quel silenzio, facendo sobbalzare e starnazzare una coppia di corvi appollaiati su una finestra: — Questa casa è forse andata in letargo per l’inverno? Portate cibo, vino, abiti asciutti, e presto. Non voglio diventare un vegliardo sdentato nell’attesa.

Numerosi servi assonnati e mezzo spogliati comparvero di corsa nel salone, inciampando in cinque o sei cani uggiolanti che si precipitavano al richiamo del padrone. Un mezzo tronco d’albero e fasci di sterpi vennero piazzati sulle braci semispente del camino, e nuvole di scintille rombarono su per la canna fumaria. Sulle spalle di Har venne deposto un mantello di lana bianca; Morgon si vide letteralmente strappare di dosso gli abiti fradici prima ancora d’essersi potuto guardare attorno: dalla testa gli fu infilata una lunga tunica di lana, e qualcuno gli coprì le spalle con un mantello di pelliccia multicolore. Vassoi di cibo furono piazzati a scaldarsi sulle apposite grate del camino; Morgon quasi ansimò nel sentire l’odore del pane caldo e della carne arrosto. Gli parve di sognare mentre Har lo fece sedere al tavolo dinnanzi alle fiamme scoppiettanti e gli avvicinò un boccale alle labbra; il vino, freddo e secco, gli fu quasi forzato in bocca. Lo ingoiò avidamente, sforzandosi di non soffocare, e subito sentì il sangue tornare a scorrergli lentamente, dolorosamente, nelle membra intorpidite.

Una donna entrò e si avvicinò al tavolo, mentre cominciavano a servirsi del cibo. Era anziana, con un volto energico e piacevole, e capelli color dell’avorio riuniti in due trecce lunghe fino alle ginocchia. Davanti al fuoco rallentò il passo, terminando di allacciarsi la cintura dell’abito, ed i suoi occhi esplorarono con calma sia il volto di Har che quello di Morgon.

Sorrise, si chinò a baciare dolcemente Har su una guancia e poi gli poggiò una mano su una spalla. — Bentornato a casa. Chi hai portato con te, questa volta?

— Il Principe di Hed.

Morgon si volse a fissarlo di scatto, e i suoi occhi catturarono quelli di Har in una domanda senza parole. Il sorrisetto del Lupo-Re si attenuò un poco. Disse: — Ho uno speciale talento per i nomi. Lo insegnerò anche a te. Questa è la mia sposa, Aia. — Si volse a lei. — L’ho trovato che vagava a piedi nella tempesta, sulla riva dell’Ose. Quando assumo le spoglie di un vesta me ne capitano di tutti i colori; una volta un cacciatore mi ha perfino preso in una rete, a Monte Fosco, prima di capire chi ero; ma non m’era mai accaduto che un uomo, ricercato da metà dei mercanti del reame e smarrito fra la neve, mi nutrisse col suo ultimo pezzo di pane. — Tornò a osservare Morgon, che aveva smesso di mangiare. La sua voce suonò morbida nel crepitare del fuoco: — Voi e io siamo maestri degli enigmi; non intendo fare nessuna gara con voi. So qualcosa di voi, ma non abbastanza. Ad esempio, non so cosa vi conduce al Monte Erlenstar, né da chi vi state nascondendo. Ma voglio saperlo. Vi darò tutto ciò che mi chiederete, informazioni o aiuto, in cambio di una cosa sola. Se voi non foste venuto nella mia terra sarei stato io a cercarvi, in una forma o nell’altra: magari come un vecchio corvo, o sotto le spoglie di un mercante disposto a barattare oggetti per un’informazione. Vi avrei cercato.

Morgon abbassò il cucchiaio nella scodella. Le energie gli stavano tornando, e con esse i suoi ricordi, i suoi scopi, come se le parole di Har avessero risvegliato in lui la capacità di pensare. Mormorò: — Se voi non mi aveste soccorso, là sul fiume, sarei morto. Vi darò tutto ciò che volete.

— Questa è una promessa pericolosa, se fatta incautamente in casa mia — commentò Har.

— Lo so. Ho sentito parlare un poco di voi. Vi darò tutto quello di cui avete bisogno.

Har sorrise. Gli mise una mano su un braccio, leggermente. — Stavate andando per la vostra strada passo dopo passo, là sull’Ose, a dispetto del vento e della tormenta, abbarbicato alla vostra arpa come alla vita stessa. Ho fiducia negli uomini come voi. I contadini di Hed sono famosi per la loro caparbietà.

— Forse. — Si appoggiò allo schienale, socchiudendo gli occhi nel bagliore del fuoco. — Ma quando ho lasciato Deth a Herun fu per tornare a Hed. E invece sono venuto qui.

— Perché avete cambiato idea?

— Voi avete fatto filtrare un enigma fuori da Osterland, per cercarmi… — La sua voce si smorzò. Udì Har dire qualcosa, ma gli parve che quelle parole si perdessero nel crepitio del focolare. Vide le fiamme danzare e nei suoi occhi esse divennero i turbini della bufera, roteanti, informi, scuri, sempre più scuri…

Si risvegliò in una piccola e lussuosa camera, pervasa dalle ombre della sera. Giacque con la mente del tutto vuota, incapace di aprire gli occhi, finché un fruscio metallico nel caminetto non lo indusse a voltarsi. C’era qualcuno che si occupava del fuoco e, all’improvvisa vista di una capigliatura argentea, Morgon esclamò stupito: — Deth!

La testa bianca si volse. — No. Sono io. Har mi ha chiesto di badare a voi. — Un ragazzo giovane e snello si alzò in piedi davanti al camino, e venne ad accendere la torcia a fianco del letto. Era qualche anno più giovane di Morgon, solidamente costruito, e con capelli bianchi come il latte. Il suo volto era impassibile, ma Morgon captò in lui una timidezza da animale selvatico. Alla luce della torcia i suoi occhi scintillavano rossi come rubini, e sotto lo sguardo stupito di Morgon la sua voce vacillò e parve incrinarsi, quasi che per lui parlare fosse cosa insolita: — Lui ha detto… Har ha detto di darvi il mio nome. Io sono Hugin… figlio di Suth.

Morgon non riuscì a trattenere un fremito. — Suth è morto.

— No.

— Tutti i maghi sono morti!

— No. Har conosce Suth. Har mi ha… mi ha trovato tre anni fa, insieme a un branco di vesta. Lui guardò nella mia mente e vide Suth.

Morgon lo fissò, ammutolito. Poi si tirò a sedere e si alzò, sentendosi come se gli avessero preso a bastonate ogni osso e muscolo del corpo. — Dove sono i miei vestiti? Devo parlare con Har.

— Lui lo sa — disse Hugin. — Vi sta aspettando.

Quando si fu lavato e rivestito Morgon seguì il ragazzo nel salone della dimora di Har. Era pieno di gente, uomini eleganti e ricche dame della città, mercanti, cacciatori, musicisti, un gruppetto di contadini vestiti poveramente, e alcuni bevevano vino accanto al grande camino, altri giocavano a scacchi, chiacchieravano, leggevano. L’informalità di quella riunione rammentò a Morgon i pomeriggi festivi ad Akren. Har, con al fianco Aia che accarezzava un cane stretto alle sue ginocchia, sedeva sul suo pesante scranno davanti al fuoco e stava ascoltando un arpista. Nel vedere Morgon che si faceva strada fra la gente verso di lui, gli diresse un sorriso.

Morgon sedette su una panca accanto a loro. Il cane lasciò Aia per annusarlo incuriosito, e soltanto allora comprese, con un sussulto, che si trattava di un lupo. Davanti al fuoco erano accovacciati altri animali: una volpe rossa, un tasso grassoccio, una coppia di donnole bianche come la neve nei riflessi della fiamma.

Aia diede una grattatina energica agli orecchi del lupo, e notando l’espressione di lui disse: — Sono amici di Har, e vengono qui a ripararsi dal freddo. Talvolta trascorrono qui tutto l’inverno, e non di rado vengono a portare notizie di uomini o di animali di Osterland. A volte sono i nostri figli a mandarceli, quando non possono venire a farci visita di persona… quel falcone bianco che dorme lassù fra le travi, lo ha mandato nostra figlia.

— Voi riuscite a parlare con loro? — domandò Morgon. Lei scosse la testa.

— Io posso solo entrare nella mente di Har, e quando è nella sua forma umana. Ed è meglio così, altrimenti sarei già morta per le preoccupazioni, specie quando ero giovane e lui se ne andava in giro dappertutto, a mettere alla prova i suoi sudditi.

La musica dell’arpa si spense; l’arpista, un individuo magro di pelle scura, fornito di un sorrisetto severo, si alzò per andare a bere un po’ di vino. Il lupo si accostò ad Har, mentre il Re allungava una mano verso il suo boccale. Har mescé vino anche per Morgon, e mandò un servo a prendergli del cibo. Poi parlò a voce alta per farsi udire attraverso le chiacchiere altrui: — Mi avete offerto il vostro aiuto. Se foste un altro uomo non vi riterrei legato a questa promessa, ma voi siete un Principe di Hed, la meno fantasiosa delle terre. Ciò che vi chiedo potrà essere molto difficile, ma è importante per me. Voglio che troviate Suth.

— Suth? Har, come può essere vivo? Come, dopo settecento anni?

— Morgon, io ho conosciuto Suth. — La voce del Re era cortese, ma vi si era infiltrata una nota dura. — Siamo stati ragazzi insieme, un’eternità di tempo fa. Eravamo avidi di conoscenza, e non importava come la raggiungevamo, né quel che facevamo a noi stessi, l’un l’altro. Ancor prima che Caithnard esistesse facevamo gare di enigmi, gare che potevano durare anni mentre cercavamo le risposte. Lui perse un occhio in quegli anni turbolenti; e fu lui a segnare le mie mani con le corna di vesta quando mi insegnò come cambiar forma. Allorché scomparve con tutta la scuola dei maghi, pensai che fosse morto. Ma tre anni fa, quando un giovane vesta si trasformò in un ragazzo davanti ai miei occhi, e quando guardai nei suoi pensieri e nella sua memoria, vidi l’uomo che lui conosceva come suo padre. E quel volto era impresso da secoli nella mia mente: Suth. Ed è vivo. Fuggì e si tenne nascosto per settecento anni. Nascosto. Una volta, allorché gli chiesi come aveva perso l’occhio, lui rise e disse soltanto che non c’era nulla che non potesse essere esplorato. Tuttavia egli vide qualcosa che lo fece fuggire, e se ne andò, svanì come una palla di neve in una tormenta. Non ebbe torto a nascondersi. Lui mi conosce. Sono stato alle sue calcagna come un lupo per tre anni, e lo ritroverò.

Le congetture si formavano e si frantumavano nella mente di Morgon, lasciandolo irritato e confuso. — La Morgol di Herun ha suggerito che Ghisteslwchlohm, il Fondatore di Lungold, sia vivo anch’egli. Ma è soltanto un’ipotesi, mancano le prove. Da cosa sta fuggendo Suth?

— Cos’è che vi conduce al Monte Erlenstar?

Morgon rimise il boccale sul tavolo. Con una mano si tirò indietro i capelli, mostrando le tre stelle che rosseggiavano sul pallore della sua fronte. — Queste.

Le mani di Har ebbero un brevissimo tremito che fece scintillare i suoi anelli. Aia ascoltava immobile, con occhi pensosi. — Così — disse il Re, — le mosse di questa grande gara di poteri coinvolgono Hed. Quando ve ne siete reso conto?

Lui rifletté un attimo. — A Ymris. Trovai là un’arpa con tre stelle, che richiamavano quelle sulla mia fronte, e che nessun altro poteva suonare. Conobbi la donna sposata a Hereu Ymris, ed ella tentò di uccidermi per queste stelle che io porto, e disse d’essere più antica del più antico degli enigmi…

— Com’eravate arrivato a Ymris?

— Stavo portando ad Anuin la corona di Aum.

— Ymris — puntualizzò Har, — è nella direzione opposta.

— Har, voi dovete aver saputo cos’è successo. Perfino se tutti i mercanti del reame fossero finiti in fondo al mare insieme alla corona di Aum, voi lo avreste probabilmente saputo, in qualche modo.

— So cos’è accaduto — confermò Har, imperturbabile. — Ma non conoscevo voi. Siate paziente con un vecchio come me, e cominciate dal principio.

Morgon lo prese alla lettera. Quando il resoconto dei suoi viaggi giunse al termine, gli ospiti se n’erano andati. Nel salone restavano soltanto il Re, Aia, l’arpista che ascoltava sfiorando le corde del suo strumento, e Hugin, che era venuto a sedersi ai piedi di Har e gli aveva poggiato la testa sulle ginocchia. Le torce ardevano debolmente; gli animali dormivano accovacciati davanti al camino. La sua voce aveva finito col farsi rauca. Har osservava le braci e restò in quella posizione, silenzioso e immobile per interminabili minuti.

— Suth… — cominciò Morgon. Il volto di Hugin si volse di scatto nell’udire il nome. Lui scosse le spalle stancamente. — Perché Suth dovrebbe sapere qualcosa? La Morgol pensa che ogni informazione sull’esistenza delle stelle sia stata strappata via dalla mente dei maghi.

Har lo guardò pensosamente. Come se non avesse sentito quelle parole, disse: — Voi odiate l’idea di uccidere. Ci sono altri modi per difendersi. Io posso insegnarvi a guardare nella mente di un uomo, a vedere dietro le illusioni, a chiudere la porta dei vostri pensieri contro la curiosità altrui. Siete vulnerabile come un animale privo della sua pelliccia invernale. Potrei insegnarvi a farvi beffa dell’inverno stesso…

Morgon gli restituì lo sguardo. Nel fondo della sua mente si agitava qualcosa, l’accenno di un ingrato sospetto. — Non capisco — mormorò, sebbene cominciasse a intuire.

— Vi ho avvertito: non dovreste mai promettere qualcosa alla cieca in casa mia — continuò Har. — Credo che Suth si stia spostando con un branco di vesta, dietro al Monte Fosco. Vi insegnerò ad assumere la forma di un vesta; potrete muovervi fra loro liberamente e trascorrere l’inverno come un vesta, senza tuttavia essere un vero vesta. Il vostro corpo e i vostri istinti saranno animaleschi, ma la vostra mente apparterrà a voi; Suth potrà forse nascondersi al Supremo stesso, ma finirà per rivelarsi a voi.

La schiena di Morgon fu percorsa da un brivido. — Har, io non ho neppure in minima parte il dono di cambiare forma.

— Come lo sapete?

— Io non… nessun abitante di Hed è mai nato con facoltà simili. — Ebbe una smorfia acre, immaginando se stesso fornito di quattro zampe poderose, la testa appesantita da un palco di corna d’oro, niente mani per toccare, niente voce per parlare.

Hugin intervenne, esitante: — È una cosa piacevole… essere un vesta. Har lo sa.

A Morgon parve di vedere la faccia di Grim Oakland e quella di Eliard, che lo fissavano con sbigottita disapprovazione e senza capire: Tu puoi fare cosa? E perché vorresti fare una cosa del genere? Sentì lo sguardo di Har pesargli addosso. Con riluttanza mormorò: — Tenterò, poiché ve l’ho promesso. Ma dubito che funzionerà; è contrario a tutti i miei istinti.

— I vostri istinti. — Gli occhi del Re riflettevano il fuoco come quelli di un animale, mettendo Morgon a disagio. — Siete un uomo testardo. Con la faccia volta al Monte Erlenstar, mille miglia più lontano di quanto un Principe di Hed abbia mai osato andare, con un’arpa e un nome in vostro possesso, vi abbarbicate ancora al vostro passato come un uccellino al nido. Cosa ne sapete dei vostri istinti? Cosa sapete di voi stesso? Vorreste condannarci tutti col vostro rifiuto di guardare dentro di voi e di dare un nome a ciò che vedete?

Le mani di Morgon erano attanagliate al bordo del tavolo. Rigido, cercò di dare un tono fermo alla sua voce: — Io sono un governatore della terra, un maestro degli enigmi e un portatore di stelle, in quest’ordine esatto…

— No. Voi siete il Portatore di Stelle. Non avete altro nome che questo, e nessun altro futuro. Siete nato con un dono ignoto a qualsiasi altro governatore della terra di Hed; voi avete occhi che vedono, una mente che sa immaginare. I vostri istinti vi hanno portato fuori da Hed ancor prima che ne capiste il perché: a Caithnard, ad Herun, in Osterland, terre i cui Re non hanno pietà per coloro che sfuggono la verità.

— Io sono nato per…

— Siete nato come Portatore di Stelle. Il saggio conosce il proprio nome. Voi non siete uno sciocco; voi potete vedere chiaro quanto me quale caos si agita sotto la superficie della nostra esistenza. Tagliate il legame col vostro passato; è privo di senso. Potete vivere anche senza il governo della terra, se necessario; non è cosa indispensabile…

Morgon si ritrovò in piedi senza accorgersi d’essersi mosso. — No!

— Avete un Erede capace, che baderà alla casa e alla terra invece di lasciarsi attrarre da oscuri enigmi. La vostra terra può continuare a esistere senza di voi. Ma se insistete a sfuggire al vostro destino, potreste essere l’uomo che ci distruggerà tutti quanti.

Har tacque. Dalla bocca di Morgon uscì un ansito rauco e doloroso come un singhiozzo senza lacrime. Il volto di Aia e quello di Hugin sembravano rigidi come il marmo nei riflessi del fuoco; la faccia di Har parve torcersi, aliena, quasi non fosse né di uomo né di animale. Morgon si portò una mano alla bocca come per cancellarne il gemito e sussurrò: — Che valore date alle leggi? Quale incentivo mi offrirete per ripudiarle? Che prezzo potete pagarmi per tutto ciò che io ho amato?

Gli occhi di Har restarono fermi come cristalli di ghiaccio. — Cinque enigmi — disse. — Una buona moneta, per un uomo che ha la borsa vuota. Chi è il Portatore di Stelle, e qual è il legame che solo lui scioglierà? Cos’è ciò che una stella evoca dalle tenebre, e una stella evoca dalla morte? Chi verrà alla fine del tempo, e cosa porterà? Chi suonerà l’arpa della terra, silenziosa fin dal Principio? Chi porterà stelle di fuoco e di ghiaccio al Termine dell’Era?

Morgon strinse involontariamente i pugni. Il salone era immerso in un silenzio profondo. Sentì le lacrime che gli scorrevano calde sugli zigomi. — Quale termine? — Il Lupo-Re non rispose. — Quale termine?

— Rispondere agli enigmi è il vostro compito. Un giorno Suth mi diede questi cinque enigmi, come se mi mettesse il cuore in mano perché glielo conservassi al sicuro. Li ho tenuti per me, senza risposta, fin dal tempo della sua scomparsa.

— E lui dove li apprese?

— Questo lo sa lui.

— Allora glielo domanderò. — Il suo volto era esangue nella luce rosata; i suoi occhi, scuri come braci spente, fissarono con durezza quelli chiari e scintillanti di Har. — Risponderò a questi enigmi per voi. E credo che, quando lo avrò fatto, vi troverete a desiderare per quanto avrete vita che io non abbia mai messo piede fuori da Hed.

Il mattino successivo trovò Morgon seduto su una pietra circolare, in una stanzetta sul retro della dimora di Har, in attesa che Hugin accendesse il fuoco per spandere un po’ di calore sul pavimento gelido. Indossava una leggera tunichetta di lino, i suoi piedi erano nudi. In un angolo c’erano brocche di vino annacquato e boccali, ma nient’altro, né cibo né giacigli. La porta era chiusa e la sola apertura del locale, privo di finestre, era il foro nel tetto da cui il fumo usciva per mescolarsi ai turbini di neve che biancheggiavano all’esterno. Har sedeva di fronte a lui, col volto che sembrava torcersi e deformarsi alla luce della fiamma. Hugin si accoccolò alle sue spalle a gambe incrociate e restò immobile, osando a stento respirare.

— Ora entrerò nella tua mente — disse il volto al di là del fuoco. — Dentro di essa vedrò anche pensieri che tu hai sempre tenuto segreti. Non opporti alla mia curiosità. Se vorrai eluderla, limitati a lasciare che i ricordi fluiscano via da te come acqua e svaniscano informi, perdendosi nel vento.

Morgon avvertì un tocco incorporeo rimescolargli i pensieri, sceglierli, esaminarli, scartarli. Immagini di momenti che facevano parte del suo passato nacquero e ripresero vita nella sua mente: Rood che studiava con lui a tarda notte alla luce di una candela consunta; Dama Eriel che gli parlava con voce morbida in un salone oscuro, mentre le dita di lui scivolavano verso l’ultima corda di basso dell’arpa; Tristan, con le scarpe infangate, che annaffiava i suoi cespugli di rose; Lyra mentre raccoglieva una spada che fra le sue mani prendeva vita, mutando forma. Sentì l’ingresso di una conoscenza estranea, di ricordi che non gli appartenevano e s’intrecciavano ai suoi, e non contrastò quelle dita che lo frugavano così intimamente. D’un tratto, dalla parete buia dei suoi pensieri scaturì l’immagine di un uomo, che s’allontanava da lui con un guizzo. Ci fu il lampeggiare di una lancia dinnanzi a quei lineamenti fluidi e mutevoli, color del mare, e il volto divenne nitido per un istante mentre egli cadeva. Morgon trasalì con un mormorio stupito. Gli occhi di Har oltre le fiamme si fissarono impassibili nei suoi.

— Non c’è niente che non possa essere affrontato, niente che non possa essere esplorato. Continuiamo.

I ricordi della sua vita gli passarono dinnanzi agli occhi in una serie di scene che sfumavano l’una nell’altra, e Har indugiò a lungo su quelle che lo incuriosivano maggiormente. Le ore si susseguirono lente, senza nulla che segnasse il loro trascorrere salvo le ceneri del fuoco che si consumava; Morgon sopportò quella prova con pazienza, cedendo senza protestare anche le memorie più profondamente sepolte in lui. Infine, stanco, cominciò a sfuggire a quell’incessante ricerca interiore, lasciò che i suoi pensieri si confondessero e che il passato divenisse una nebbia informe in cui la mente vagava senza captare più nulla di preciso. Ad un tratto si ritrovò in piedi: stava camminando avanti e indietro nella minuscola stanza, col cervello vuoto di tutto, la fame che gli urlava nello stomaco come un animale, il freddo che gli irrigidiva i piedi come due blocchi di marmo, e tutte le cellule del suo corpo gemevano per la sfinitezza invocando il sonno. Continuò ad aggirarsi nel locale senza ascoltare la voce di Har che stava parlando, senza far caso a Hugin che lo fissava, e quando il giovane uscì per cercare altra legna non si accorse neppure che all’esterno era notte. Poi sentì che la mano incorporea di Har sfiorava l’angolo più remoto della sua mente, dov’erano riposti i pensieri più intimi e segreti: un disagio asfissiante misto a un senso di terrore salì in lui, scuotendolo come una mazzata a cui fu sul punto di cedere. Sgomento tentò di sfuggire a quell’indagine impietosa che metteva a nudo la sua personalità, si ribellò, lottò furiosamente contro il bisturi di Har che scavava in lui, ma senza alcun successo. Improvvisamente fu conscio della fissità con cui lo scrutavano gli occhi dell’uomo, fermi e indagatori nella debole luce del fuoco, e intuendo che gli restava una sola via di fuga si protese verso quello sguardo; lasciò dietro di sé i suoi pensieri e gettò tutto se stesso oltre il sipario di un’altra mente umana.

Fu come se fosse piombato di colpo in un mondo alieno e sconosciuto. Vide l’interno del locale attraverso gli occhi di Har, e vide se stesso, immobile nell’ombra, in atteggiamento sorpreso. Esitante saggiò il continuo rivolo di ricordi che fluiva dalle profondità della mente di Har. Vide una giovane donna coi capelli schiariti dal sole, intenta ad osservare i falegnami che piegavano e intarsiavano i pannelli di legno destinati alla sua nuova casa, e seppe che era Aia. Vide un mago dai bianchi capelli lunghi e scarmigliati, a piedi nudi nella neve, che rideva mentre si mutava nella magra forma di un lupo. Vide tratti delle regioni più interne di Osterland: la tana di una volpe scavata nella terra calda, sotto il candido manto invernale, colma di piccoli cuccioli rossi; il nido di un gufo delle nevi nella forcella di un’alta betulla; una mandria di cervi che brucavano la scarsa erba di un pianoro desolato; una rustica casa di contadini nella cui cucina fumosa ogni genere di utensili pendevano dalle pareti scabre, e bambini che giocavano dinnanzi al focolare. Seguì i percorsi abituali di Har attraverso il suo regno, talvolta in forma di animale, talaltra sotto le spoglie di un vecchio dall’aria danarosa che ostentava atteggiamenti sciocchi, celando una mente indagatrice dietro due occhi sonnolenti. Quando riconobbe alcuni dei luoghi presenti in quei ricordi capì che Har non aveva limitato le sue peregrinazioni alla sola Osterland. Dalla mente dell’uomo emerse d’un tratto una casa d’aspetto quanto mai familiare, e con un sussulto di sorpresa che lo fece rientrare di nuovo nel suo corpo Morgon riconobbe la soglia di casa sua.

— Ma quando… — ansimò, con voce rauca e impastata, quasi che si svegliasse in quel momento dal sonno.

— Andai a Hed per conoscere Kern. Avevo sentito delle voci che mi avevano incuriosito molto, riguardo a lui e a una Cosa senza nome. Me n’ero quasi dimenticato. Tu hai fatto buon uso di quell’enigma.

Morgon si rimise a sedere sul pavimento di pietra. Le necessità del suo corpo gli giungevano ora come sensazioni vaghe, non più urgenti che se fossero appartenute alla sua ombra. Il fuoco si abbassò fra le braci, scomparve, tornò a danzare sui ceppi e riprese forza. Il suo calore si sparse in lente onde pulsanti. Morgon penetrò nella mente di Hugin, scoprì il suo linguaggio senza parole, condivise il verde e freddo mondo della sua infanzia, la fame, le immensità desolate, il sorriso negli occhi di un vesta. Poi Har s’impadronì ancora dei suoi pensieri, tornò a sondarli incessantemente, lo mise alla frusta, gli insegnò a infrangere gli sbarramenti di una mente chiusa e a difendere l’intimità della sua, attaccandolo, replicando ai suoi assalti, aggredendo senza sosta, finché Morgon fu sul punto di esplodere per la rabbia e la stanchezza. Svuotato, incapace perfino di odiarlo, sentì d’essere giunto al limite delle sue possibilità fisiche. Soltanto allora Har lo lasciò. Il sudore gli colava sulla faccia e sulla schiena in rivoli gelidi, ed egli s’accorse di tremare malgrado la vicinanza del fuoco.

— Quanto tempo… per quanto abbiamo… — La gola gli si bloccò, rigida come una corteccia.

— Ha forse importanza per noi? Hugin, porta del vino.

Il ragazzo s’inginocchiò accanto a Morgon e gli porse un boccale. Il suo volto giovane era tirato, intorno agli occhi aveva scure ombre di stanchezza, ma riuscì ugualmente a piegare la bocca in un accenno di sorriso. Nel minuscolo locale stagnava denso il fumo della legna, e alzando gli occhi verso il foro del soffitto velato di caligine Morgon non riuscì a capire se fuori fosse giorno o notte. Hugin aprì la porta per dare aria; raffiche di vento taglienti come lame balzarono nell’interno, trascinando refoli di nevischio. Il mondo era immerso in un’oscurità gelida e ostile, la cui vista bastò a farlo rabbrividire. Accorgendosi dei suoi tremiti Hugin s’affrettò a chiudere il battente.

— Ancora! — ordinò Har con voce ingannevolmente lieve, e s’insinuò nella mente di Morgon con artigli che graffiavano e assalivano i suoi pensieri, costringendolo a reagire con un automatismo che solo in quel momento egli scoprì di avere. Di nuovo s’intrecciarono fra loro duelli interminabili e violenti, durante i quali Morgon si sforzava con ogni mezzo di bloccare la ficcante sonda psichica di Har e, nello stesso tempo, escogitava stratagemmi per penetrare nelle difese della sua mente. Hugin era accovacciato al suo fianco silenzioso come un’ombra. A tratti Morgon riuscì a notare vagamente che dormiva, steso per terra. A tratti, quando poté liberarsi per qualche istante di Har e si volse esausto, vide i rossi occhi del ragazzo che lo fissavano e scorse nelle loro profondità l’immagine di un vesta. Poi cominciò a vedere il corpo snello e robusto di un vesta là dove avrebbe dovuto trovarsi seduto Hugin, e stupito si chiese se fossero soltanto i pensieri del ragazzo a penetrare in lui oppure se erano le sue sembianze fisiche a mutare realmente, alterando la forma umana a quella animale. A un certo punto, tornando a guardare oltre il fuoco, scorse al posto di Har un grosso lupo grigio che lo osservava con un freddo sorriso nelle iridi giallastre.

Si sfregò gli occhi col dorso delle mani, li riaprì, e dinnanzi a lui Har ebbe una smorfia secca. — Proviamo ancora.

— No — sussurrò egli, conscio che la mente e il corpo non gli rispondevano più. — No, basta.

— Allora rinuncia!

— No.

L’alito del fuoco s’impadronì di lui come un vento. Gli parve d’esserne sollevato e di vedere se stesso da grande altezza, quasi che la spoglia di carne che era stato il suo corpo non avesse più nulla a che fare con lui. Hugin e Har erano immagini di fumo, talora con le sembianze di un Re e del figlio di un mago, talaltra con quelle di un lupo e di un vesta, e parevano fissarlo con aria d’attesa. Il lupo si alzò e gli venne accanto, facendosi sempre più vicino; gli girò intorno lentamente con occhi di brace e poi gli si fermò di fronte. Morgon sentì le sue mani aprirsi, sporche di cenere umida, calde, sudate.

— Ora! — esclamò improvvisamente il lupo.

Il repentino dolore lo riportò di nuovo in se stesso. Sbarrò gli occhi, offuscati da un effluvio di cocenti lacrime salate, e le rosse pupille del vesta si confissero profondamente nelle sue. Una lama balenò minacciosa nel vortice della sua mente, dalla gola gli emerse un rantolo di protesta. Girò la testa sconvolto, desideroso soltanto di sfuggire al fumo soffocante, all’agonia della sua stanchezza, al bruciore di quella lama, e senza un grido precipitò nel mondo che c’era al di là degli occhi del vesta. D’un tratto tutto fu luce.

I muri di pietra s’erano dissolti, lasciando il posto alla piatta e desolata linea del bianco orizzonte invernale. Intorno a lui c’era l’intima e sterminata solitudine della neve e del cielo terso, e le sue narici fiutavano il vento analizzando gli odori che portava. Da qualche parte dentro di lui un viluppo di pensieri si contorse, cercando di emergere alla superficie; li evitò e li tenne lontani, preferendo esplorare più a fondo il piacevole silenzio bianco che aveva scoperto. Sotto la cupola azzurra del cielo scivolava una brezza frizzante, carica di profumi e odori a cui s’accorse di poter dare un nome: l’acqua, una lepre, un lupo, i pini, un branco di vesta. Ascoltò la voce dura e insistente del vento, e s’accorse che soffiava con forza, ma non vi fece troppa attenzione e la sentì divenire sempre più insignificante e vuota. Trasse un lungo respiro, assaporò l’aria invernale e la voce svanì. Il vento divenne qualcosa che gli attraversava le membra, pulsava nel suo cuore, gli fluiva nelle vene, tonificava i muscoli col suo impatto forte e fremente. Avvertì la sua pressione che lo incitava, lo sfidava, e d’istinto le sue membra robuste si tesero per scattare in corsa, in una gara contro il vento.

I muri di pietra balzarono fuori dal nulla intorno a lui. Stupefatto si arrestò scalpitando, ansò in cerca di una via di fuga e fu conscio delle strane e silenziose figure che lo fissavano. Il fuoco lo morse con zanne lingueggianti, indietreggiò e si volse spaurito. Le sue corna urtarono contro la pietra scabra. E fu in quel momento, mentre il panico esplodeva in lui, che s’accorse di avere alti palchi di corna. Un attimo più tardi si ritrovò nel suo vecchio corpo familiare, scosso da tremiti, con le mani rigate di cenere e di sangue, gli occhi sbarrati in quelli di Har.

Hugin aprì la porta. La morbida luce del pomeriggio scintillava sullo strato di neve oltre la soglia. Quando Har si alzò in piedi stava tremando anch’egli. Non disse una parola, e Morgon, che ormai conosceva la mente del Re quanto la propria, sentì l’ondata di panico ritrarsi da lui lasciando il posto a una spossatezza greve come una malattia. Vacillò fino alla soglia e si appoggiò allo stipite, avido d’aria pulita, sfregandosi le mani sporche sulla tunica malconcia. Stranamente si sentiva invaso da un inspiegabile senso di malinconia, come se avesse voltato le spalle per sempre a qualcosa che era una parte di lui. Har gli mise una mano su una spalla.

— Riposa, adesso. Devi dormire. Hugin…

— Lo so. Lo accompagno io.

— Fasciagli le mani. Resta con lui. Riposatevi, tutti e due.

CAPITOLO NONO

Mentre le mani di Morgon guarivano, Har continuò ad addestrarlo; egli imparò così a mantenere la forma-vesta per lunghi periodi di tempo. Hugin gli fece da guida nei dintorni di Yrye, gli insegnò a nutrirsi dei teneri germogli di pino nella boscaglia che circondava la città, e si arrampicò con lui sulle pendici rocciose e ammantate d’alberi di Monte Fosco, che si levavano a settentrione di Yrye. Dapprima gli istinti da vesta non fecero che confondere Morgon; combatté contro di essi come se si sentisse affogare in una palude, e il solo risultato fu che si ritrovò di nuovo in forma umana e mezzo nudo nella neve gelida, con Hugin che lo annusava e gli inviava mentalmente consigli seccati.

Devi rilassarti, Morgon, devi correre. Tu ami galoppare come un vesta; non c’è nulla che possa spaventarti in questo. Esci da quel mucchio di neve, Morgon!

Galopparono fianco a fianco sulla neve per miglia e miglia, senza stancarsi, sfiorando appena la coltre bianca con gli zoccoli, i cuori possenti che pompavano linfa vitale nei loro muscoli agili e veloci. Spesso tornarono a Yrye soltanto a sera, talvolta a notte tarda, portando sui loro mantelli di pelo la neve e il silenzio delle solitudini invernali dove avevano vagato. Har li attendeva nel salone della sua dimora, dove si attardava a chiacchierare con Aia o ad ascoltare pigramente la musica dell’arpista accanto al grande focolare. Durante questo periodo di apprensione Morgon non parlò molto con Har, quasi che nella sua mente vi fossero cicatrici che stentavano a guarire più delle mani. Har lo osservava tornare e si limitava a fissarlo, taciturno anch’egli. Vi fu infine una notte in cui Eliard e Hugin rientrarono quand’era buio da un pezzo, e il suono inatteso delle loro risate che si spensero soltanto sulla soglia del palazzo fece comparire un sorriso negli occhi di Aia. Morgon si diresse senza esitare verso Har e si gettò a sedere accanto a lui, mentre Hugin andava in cucina in cerca di cibo. Sollevò le mani aperte e contemplò pensosamente le bianche cicatrici a forma di corna di vesta rimaste sulle palme.

Har inarcò un sopracciglio. — Essere un vesta non è poi una cosa tanto spiacevole, in fondo. No?

Lui dovette sorridere. — No. Ho imparato a goderne. Amo il silenzio che mi porta dentro. Ma come potrò mai spiegarlo a Eliard?

— Questa — disse freddo Har, — dovrebbe essere l’ultima delle vostre preoccupazioni. Altri sono venuti a cercarmi da quando regno in Osterland, supplicandomi d’insegnar loro i segreti della mente che consentono di mutar forma; e soltanto pochissimi hanno lasciato questa casa con il marchio del vesta sulle mani. Voi avete grandi doti. Hed era un mondo troppo piccolo per voi.

— È un fatto senza precedenti. Come potrò spiegarlo al Supremo?

— Perché dovreste giustificare con altri le vostre capacità?

Morgon lo fissò con calma. — Har, anche voi, malgrado gli argomenti che avete usato con me, sapete che devo sempre rispondere al Supremo dei miei doveri come sovrano di Hed, non importa quanti strani arpisti usciti dal mare vogliano chiamarmi Portatore di Stelle. Preferisco vedere le cose a questo modo, finché possibile.

Il sorrisetto scomparve dallo sguardo di Har. — Forse soltanto il Supremo potrà schiarirvi le idee su questo. Siete pronto a mettervi alla ricerca di Suth?

— Sì. Ho alcune domande da fargli.

— Benissimo. Presumo che si aggiri nella zona dei laghi a nord di Monte Fosco, sul confine delle immense terre bianche settentrionali. Sull’alto lato della montagna c’è un grande branco di vesta; li ho avvicinati assai di rado. È il solo angolo del mio regno in cui non abbia frugato in lungo e in largo, e altrove non ho mai trovato traccia di lui. Hugin vi condurrà lassù.

— Venite con noi.

— Impossibile. Da me sfuggirebbe, come ha fatto in questi settecento anni. — Tacque, e Morgon ebbe l’impressione di vedere i suoi pensieri scivolare verso qualche ricordo lontano e per lui sgradito.

— Capisco — disse. — Questa spina è piantata anche nella mia testa: perché? Voi conoscete Suth. Da cosa sta fuggendo?

— Un tempo ero convinto che avrebbe preferito morire piuttosto che sfuggire a qualcosa. Siete sicuro di sentirvi pronto? È un’impresa per cui potrebbero occorrervi dei mesi.

— Sono più che pronto.

— Allora partite domani all’alba con Hugin, e senza farvi notare troppo. Cercate oltre Monte Fosco; e se non troverete segno della presenza di Suth spostatevi a esplorare lungo l’Ose… ma attento alle trappole dei bracconieri. Avvicinate più vesta possibile: loro sentiranno che siete in parte uomo, e se Suth è in contatto coi branchi verrà a sapere di voi. Se la cosa dovesse rivelarsi pericolosa, lasciate perdere e tornate immediatamente a Yrye.

— Farò così — mormorò Morgon, distratto. Nella sua mente era scivolata all’improvviso la visione delle lunghe monotone settimane che lo attendevano oltre le nevi della montagna, nelle desolazioni dell’entroterra, dove avrebbe vissuto ai lenti ritmi del giorno e della notte, del vento, della neve, e del silenzio che aveva cominciato ad amare. Gli occhi di Har che lo fissavano con insistenza lo trascinarono fuori da quelle fantasie. In essi c’era una fredda luce d’avvertimento.

— Se trovaste la morte sotto forma di vesta nella mia terra, non potrò evitare che il vostro amico arpista venga a bussare alla mia porta, pieno di domande imbarazzanti. Perciò badate a voi.

Partirono alle prime luci del giorno, entrambi in forma di vesta. Hugin guidò Morgon su per i versanti di Monte Fosco, attraverso immense gole granitiche dove le capre di montagna li fissavano incuriosite da lontano, mentre i falchi veleggiavano alti nel vento in cerca di preda. Quella notte dormirono fra le rocce; il giorno dopo valicarono un passo e cominciarono a scendere verso la zona dei laghi freddi oltre Monte Fosco, dove non viveva nessuno salvo pochi cacciatori, che tendevano trappole e vendevano le pelli ai mercanti disposti a spingersi sui confini delle desolazioni settentrionali. Mandrie di vesta si spostavano come banchi di nebbia su quelle terre, senza che nessuno li disturbasse. Morgon e Hugin si unirono a loro tranquillamente, agendo in modo da non provocare la sfida del capobranco, e gli animali li accettarono come già avevano accettato Har: una creatura strana ma non minacciosa. Si spostarono seguendo l’uno o l’altro branco nella zona impervia fra i laghi, nutrendosi di germogli di pino, dormendo ogni notte all’aperto senza timore del vento, che non penetrava nelle loro spesse pellicce. Ogni tanto accadde loro di vedersi seguiti dai lupi, bestie magre, caute quanto affamate, e Morgon cominciò a sentire i loro ululati perfino nei sogni. Durante la marcia li fronteggiava però senza paura, conscio che i soli a dover temere le loro zanne erano i vesta molto giovani o quelli vecchi e malati, isolati dal gruppo. Morgon e Hugin restavano con un branco per il tempo necessario a cercare in esso un animale guercio, che corrispondesse in qualche modo all’immagine di Suth, e quindi si mettevano sulle tracce di un altro gruppo nelle profondità della foresta o lungo le rive dei laghi ghiacciati che scintillavano argentei sotto la luna. E finalmente Morgon vide qualcosa che corrispondeva all’immagine che s’era costruita nella mente: l’immagine di un vesta con un occhio solo, purpureo, mentre l’altro era bianco come fosse occluso da una cataratta.

Viaggiava da solo quando scoprì quel branco. Si avvicinò, pascolò con gli altri animali, e frugando nei loro pensieri trovò il ricordo: essi avevano conosciuto quella presenza. Li seguì lungo i bordi di una foresta e si accovacciò a dormire fra loro, nella speranza che il vesta guercio prima o poi si riunisse al branco. Hugin era lontano oltre le colline, e vagava fra i laghi anch’egli alla ricerca della stessa immagine. Il tempo trascorse, venne la luna piena, calò fino all’ultimo quarto e fu la luna nuova, e ad ogni notte insonne e agitata che trascorse in quell’attesa Morgon tornò a vederla crescere nel cielo, spicchio dopo spicchio, senza che nulla accadesse. Innervosito prese ad aggirarsi da solo più a settentrione, sul confine delle terre gelate. Un giorno oltrepassò le ultime basse colline e spinse lo sguardo sulla piatta immensità nordica, bianca e senza vita. Il vento sollevava refoli di neve e li trascinava in grigi turbini attraverso quella sterminata desolazione, dove null’altro sembrava muoversi fino all’orlo del mondo. Nessuna creatura dal sangue caldo si avventurava verso quell’orizzonte piatto, su cui perfino il cielo appariva immoto e incolore. Volgendosi a ovest vide, lontanissimo, il profilo del Monte Erlenstar che sovrastava terre altrettanto gelide e inospitali. Con un brivido di sconforto abbassò il capo, annusò quella neve ostile e senza tracce, poi tornò indietro e si diresse di nuovo nell’interno di Osterland.

Fu mentre scendeva da quelle alture che scorse per caso un vesta dietro un boschetto. Aveva il mantello chiazzato di bianco per l’età avanzata, e le sue grandi corna erano intrappolate da qualcosa entro un mucchio di neve. A testa bassa, sbuffando, inarcava il collo e cercava di far forza con le zampe, nel tentativo di liberare le corna dal garbuglio che le aveva imprigionate, e nel far ciò non s’era accorto della presenza di alcuni lupi che vedendolo in difficoltà gli si stavano portando alle spalle. Sottovento rispetto a loro Morgon sentì nell’aria l’odore acre e ferino dei predatori. Un attimo dopo, spinto da un impulso che sorprese lui stesso, si trovò a galoppare furiosamente verso le belve mentre dalle sue nari scaturiva un mugolio che mai si sarebbe creduto capace di emettere.

Sotto l’attacco delle sue lunghe corna i lupi ringhiarono e scattarono qua e là, disperdendosi fra i cespugli e le rocce. Ma il capobranco, folle di rabbia, balzò ad azzannare il muso di Morgon e poi si gettò ancora sul vesta intrappolato. In un impeto di cieca furia Morgon roteò su se stesso, con uno scatto delle corna scaraventò via un lupo che balzava su di lui dall’alto di un macigno e si precipitò sul capobranco. Il suo zoccolo anteriore destro colpì il cranio del lupo con la violenza di un’accetta, facendogli schizzare le cervella sulla neve, ed egli ansò soddisfatto. Ma l’emozione e l’odore del sangue sconvolsero i suoi istinti, un’improvvisa confusione mentale lo travolse e lo trascinò fuori dalla forma-vesta. E subito dopo si ritrovò a piedi nudi nella neve, vacillante, stordito e in preda alla nausea.

La repentina apparizione di un essere umano aveva spaventato i lupi, che disparvero nella boscaglia. Morgon imprecò, si massaggiò le braccia infreddolite e andò ad inginocchiarsi davanti al vesta. Frugando con dita intirizzite nella neve trovò i rami del cespuglio che gli avevano imprigionato le corna. Sospirò, alzò una mano ad accarezzare il capo dell’animale per tranquillizzarlo, e scoprì di guardare un occhio cieco e bianco.

Si fece indietro e sedette sui talloni. Il vento s’infiltrava sotto il leggero tessuto della sua tunichetta, raggelandolo, ma quasi non se ne accorse. Incuriosito spinse la mente oltre quell’occhio velato, e un breve contatto in cui sfruttò con destrezza la sua capacità di sondare i pensieri bastò a confermargli quel che voleva sapere.

— Suth? — chiese. Il vesta lo fissò, immobile. — Ti stavo cercando.

Qualcosa di oscuro dilagò nella sua mente, annichilendo i sensi. Era una tenebra contro cui lottò spaventato, disperato, conscio solo che da essa emergeva un comando perentorio, una volontà che cercava di dominarlo infilandosi in lui come una lama. Si accorse che le sue mani si muovevano da sole, scavando freneticamente la neve intorno ai rami. E solo allora l’impulso che l’aveva fatto agire alla cieca si smorzò. Avvertì una sonda psichica che si calava nei suoi pensieri, e la presenza di una strana mente sconosciuta intenta a frugare la sua in profondità, ma non si mosse finché non la sentì ritrarsi. Poi l’ordine silenzioso echeggiò di nuovo in lui: Liberami!

Spezzò i rami aggrovigliati sotto la neve. Il vesta diede alcuni strattoni e quando finalmente le sue corna si districarono indietreggiò, sollevando di scatto la testa. Il corpo del quadrupede si dissolse come fumo. Un istante dopo dinnanzi a Morgon c’era un uomo, magro ma robusto, con una criniera di capelli bianchi che ondeggiavano al vento ed un solo occhio, grigio con riflessi d’oro.

Con un gesto brusco l’individuo scostò i capelli dalla fronte di Morgon, mettendo allo scoperto le tre stelle. Poi gli afferrò le mani, le volse a palmo in su e sfiorò le cicatrici sulle sue palme, e qualcosa che poteva essere il barlume di un sorriso lampeggiò nel suo unico occhio.

Lo agguantò per le spalle con energia, quasi per accertarsi della sua concretezza umana, e la sua voce suonò incredula: — Hed?

— Morgon di Hed.

— La speranza che io vidi più di mille anni fa è dunque un isolano… un Principe di Hed? — La sua voce era profonda, rauca come avesse taciuto per secoli, fremente. — Tu hai conosciuto Har; è stato lui a lasciare questo marchio su di te. Bene. Avrai certo bisogno di tutto l’aiuto che riuscirai a trovare.

— L’aiuto che io cerco è il vostro.

La bocca sottile del mago si contrasse. — Io non posso darti niente. Har avrebbe dovuto saper far di meglio che mandarti da me. Ha sempre avuto occhi acuti; dovrebbe aver visto.

— Non vi capisco. — Il freddo stava cominciando a farlo soffrire. — Voi avete dato ad Har degli enigmi; io ne voglio le risposte. Perché avete lasciato Lungold? Perché vi siete sempre tenuto nascosto da Har?

— Secondo te, perché mai qualcuno dovrebbe nascondersi da uno che ama? — Le mani adunche lo scossero. — Non riesci a vedere? Neppure tu? Io sono chiuso in una trappola. Parlarti vuoi dire la morte, per me!

Morgon lo fissò sbalordito, in silenzio. La risata amara del mago lo fece rabbrividire, come se dietro di essa vi fosse una desolazione più fredda di tutti i ghiacci del nord. Scosse il capo. — Non riesco a capire. Voi avete un figlio, ed è Har che si prende cura di lui.

L’occhio del mago si chiuse. Emise un lungo sospiro. — Mi fa piacere. Contavo che Har lo trovasse, prima o poi. Ma sono così stanco, così stanco di tutto questo… Chiedi ad Har d’insegnarti a resistere alla costrizione. Cosa credi di poter fare tu, con le tue stelle sulla fronte, in questa partita di morte?

— Non lo so — sbottò lui, offeso dal suo tono. — So solo che non posso cancellarmele dalla faccia.

— Vorrei vedere la fine di tutto questo. Vorrei vederti… Al diavolo! Sei così incredibile che potresti perfino vincere questa partita!

— Di che partita parlate? Suth, cos’è successo in questi settecento anni? Cos’è che vi intrappola qui, in una vita da animale braccato? Che posso fare per aiutarvi?

— Niente. Io sono già morto.

— E allora fate voi qualcosa per me. Ho bisogno di aiuto! La terza interpretazione di Ghisteslwchlohm è questa: il mago che nel sentire un grido d’aiuto volge la faccia altrove, il mago che nell’osservare un demone non parla, il mago che cercando la verità se ne allontana: questi sono i falsi maghi del falso potere. Io capisco che un uomo fugga, ma non quando non resta più nessun posto dove fuggire davvero.

Una luce dolorosa brillò nell’occhio d’oro che lo fissava. Suth ebbe un sorriso acre che ricordò a Morgon i sorrisi di Har. La sua voce si raddolcì stranamente. — Metto la mia vita nelle tue mani, Portatore di Stelle. Coraggio, chiedi.

— Perché siete fuggito via da Lungold?

— Me ne andai da Lungold perché lui… — La voce gli si strozzò d’improvviso. Annaspò verso Morgon, mandando rantoli di fiato bianco dalla bocca spalancata, e cadde sulle ginocchia. Mentre si rovesciava al suolo Morgon lo afferrò per le spalle con un grido, chinandosi su di lui.

— Lui? Suth!

Le mani del mago si chiusero come morse al colletto della sua tunica, costringendolo a piegarsi col volto sopra il suo. Dalla gola gli uscì un ansito penoso, debolissimo, che soltanto con uno sforzo disperato riuscì a deformarsi in un’ultima parola, quasi inudibile:

— Ohm…!

Portò il corpo senza vita del mago da lì fino alla città di Yrye. Hugin procedette al suo fianco, talora in forma di vesta, talaltra, per uno o due miglia, nelle sue sembianze umane, un ragazzo alto e taciturno dallo sguardo sofferente, che camminando teneva fermo il corpo del padre sulla groppa del vesta accanto a lui. Ma mentre attraversavano le impervie gole di Monte Fosco Morgon provò una recondita ostilità, un disagio, verso la sua forma-vesta, come per un vestito ormai indossato troppo a lungo. La pianura si spalancò perlacea davanti a loro, fredda sotto un cielo d’avorio invernale. Yrye era a tal punto coperta di neve che soltanto i tetti scuri delle abitazioni ne emergevano. Quando annasparono nella profonda coltre bianca verso il palazzo di Har, il Re di Osterland era fermo sulla soglia ad attenderli.

L’uomo non disse parola. Tolse il cadavere dalla groppa di Morgon e restò a fissarlo mentre egli riprendeva la sua forma umana, con la barba e i capelli di due mesi e le cicatrici ormai grinzose e dure sul palmo delle mani. Morgon fece per dire qualcosa, poi richiuse la bocca e si limitò a un sospiro. La voce di Har suonò incolore: — È stato morto per settecento anni. Lo seppellirò io. Andate dentro.

— No — protestò debolmente Hugin. Appesantito dal corpo di Suth, Har si volse a fissarlo.

— Allora aiutami.

I due scomparvero sul retro della grande dimora, portando con loro la salma irrigidita. Morgon entrò nel salone. Due mani gli misero una pelliccia sulle spalle subito oltre la soglia, ed egli se la aggiustò addosso distrattamente, quasi senza accorgersene, quasi senza vedere le facce incuriosite che s’erano girate a osservarlo in silenziosa attesa. Sedette davanti al camino e si versò un boccale di vino. Aia venne a sederglisi accanto, sulla panca, e con gentilezza gli poggiò una mano su un braccio.

— Sono contenta che siate tornati salvi, voi e Hugin, il mio ragazzo. Non rammaricatevi per Suth.

Lui ritrovò la voce. — Come siete venuta a saperlo?

— I pensieri di Har non sono un segreto per me. Si cancella il dolore dalla faccia solo per appenderselo dietro la schiena. Non abbandonatelo.

Morgon abbassò gli occhi sul fondo del boccale. Poi lo depose sul tavolo e si passò le mani sugli occhi. — Avrei dovuto intuirlo — sussurrò. — Avrei dovuto pensarci. Un mago, ancora vivo dopo sette secoli, e io l’ho costretto a venire allo scoperto, solo perché morisse fra le mie braccia… — Sentendo Har e Hugin che rientravano si tolse le mani dalla faccia. Har sedette sul suo scranno. Hugin si accovacciò ai suoi piedi e gli poggiò una tempia contro un ginocchio, poi chiuse gli occhi. La mano di Har indugiò un momento a carezzargli i capelli candidi, ma il suo sguardo cercava il volto di Morgon.

— Raccontatemi.

— Leggetelo nei miei pensieri — borbottò stancamente lui. — Voi lo conoscevate bene. Forse dovreste esser voi a parlarne a me. — Girò gli occhi sul focolare e lasciò che i ricordi di quei giorni e quelle notti trascorressero sullo schermo della sua mente, fino al momento dell’assalto dei lupi e agli ultimi istanti di vita del mago. Finito che ebbe, Har smise di leggere in lui e lo fissò con calma, impassibile.

— Chi è Ohm?

Morgon ebbe una smorfia. — Ghisteslwchlohm, o almeno credo… il Fondatore della Scuola dei Maghi, di Lungold.

— Il Fondatore è ancora vivo?

— Sempre che sia veramente lui — precisò cauto Morgon.

— Cos’è che vi preoccupa? C’è qualcosa che non mi avete detto, vero?

— Ohm… a Caithnard c’è un Maestro degli Enigmi con questo nome. Io ho… mmh, studiato anche sotto di lui. Ne ho sempre avuto un grande rispetto. La Morgol di Herun ha suggerito che egli potrebbe essere il Fondatore.

— La Morgol di Herun non farebbe un’affermazione di questo genere senza averne una prova.

— Se così la si può chiamare… c’è appena la faccenda del suo nome, e il fatto che lei non è riuscita a… uh, guardare attraverso di lui.

— Il Fondatore di Lungold è a Caithnard? E ha ancora il controllo di eventuali maghi rimasti in vita?

— È appena un’ipotesi. Null’altro. Perché mai avrebbe dovuto mantenere il suo vecchio nome, quando tutto il mondo potrebbe sospettare…

— Chi volete che sospetti, dopo sette secoli? E anche se fosse, chi avrebbe abbastanza potere da controllare il suo?

— Il Supremo…

— Il Supremo! — sbottò Har. Hugin sussultò. Il Lupo-Re si accostò di più al fuoco. — Il suo silenzio è perfino più misterioso di quello di Suth. Certo, non è mai stato tipo da metter bocca nelle nostre faccende, ma questo suo riserbo ha dell’incredibile.

— Ha lasciato morire Suth.

— Suth aspettava soltanto la morte. — Il tono di Har era stato così brusco che Morgon replicò rabbiosamente:

— Era vivo! Vivo, finché non l’ho trovato!

— Smettetela di incolpare voi stesso. Era morto. L’uomo con cui avete parlato non era più Suth, ma un involucro senza nome.

— Questo non è vero…

— Cos’è che voi chiamate vita? Direste che io sono un essere vivente se vi evitassi tremando di spavento, rifiutando di darvi un aiuto che potrebbe salvarvi la vita? Direste che io sono ancora Har?

— Sì. — La voce di lui suonò calma. — Il grano ha questo nome quando è ancora un seme nella terra, e poi quando è un verde germoglio, e poi quando è una spiga matura che sussurra al vento d’estate i suoi enigmi. E allo stesso modo Suth ha tenuto fede al suo nome di uomo, fino all’ultimo enigma che mi ha mormorato col suo sospiro di morte. Ed è perciò mia la colpa se al mondo non c’è più l’uomo che portava quel nome. Ha preso la forma di un vesta, ha avuto perfino un figlio in quelle terre; e in qualche modo, malgrado la paura e la disperazione, c’erano ancora cose che lo rendevano capace di amare.

Hugin lasciò ricadere la fronte sulle sue ginocchia. Har chiuse gli occhi e restò davanti al fuoco senza parlare, senza muoversi, mentre rughe di stanchezza e di dolore si accumulavano sulla dura maschera del suo volto.

Morgon incrociò le braccia sul tavolo e si chinò ad appoggiarvi la faccia. — Se il Maestro Ohm è Ghisteslwchlohm — mormorò, — il Supremo lo saprà. Io glielo domanderò.

— E poi?

— E poi… non lo so. Ci sono troppi pezzi del rompicapo che non vanno al loro posto. È come… i frammenti di vasi che tempo fa cercavo di rimettere insieme, a Ymris, senza sapere se li avevo tutti, o se appartenevano a dieci vasi diversi.

— Non potete viaggiare da solo da qui alla residenza del Supremo.

— Sì, posso. Voi me ne avete insegnato il modo. Har, nessun essere vivente m’impedirà di portare a termine questo viaggio, adesso. Se mi ammazzassero, sarei capace di trascinar fuori le mie ossa dalla tomba e di portarle a Monte Erlenstar. Ci sono domande a cui devo avere risposta.

Sentì una mano di Har poggiarglisi su una spalla, con insospettata gentilezza, e risollevò la testa.

Il Re disse, sottovoce: — Proseguite il vostro viaggio; nessuno di noi può far nulla, senza quelle risposte. Ma poi non azzardatevi più a stare scioccamente solo. Da Anuin a Isig vi sono Re che saranno lieti di darvi aiuto, e a Monte Erlenstar c’è un arpista le cui capacità vanno ben oltre la sua arpa. Volete farmi questa promessa? Se il Maestro Ohm è davvero Ghisteslwchlohm, non dovreste essere così pazzo da tornare di corsa a Caithnard a dirgli che lo avete smascherato.

Morgon scosse le spalle stancamente. — Non credo che sia lui. Comunque ve lo prometto.

— E tornate qui a Yrye, invece di andare dritto filato a Hed. Più la vostra ignoranza si dissolverà, e più sarete in pericolo. E a quel punto, credo che le forze che si muovono contro di voi agiranno molto più rapidamente.

Morgon avvertì la fitta dolorosa dei ricordi che tornavano a tormentarlo. Strinse i denti. — No, non andrò a casa mia… Ohm, i cambiaforma, perfino il Supremo, tutti sembrano stagnare in una calma ingannevole, in attesa di un segnale di qualche genere che preannunci l’uragano. E quando questo accadrà, io non voglio dar loro motivo di volgersi a Hed. — Si volse a fissare Har. I loro occhi si conoscevano ormai al punto che sapevano parlare in silenzio. Poi chinò il capo. — Domani partirò per Isig.

— Vi accompagnerò fino a Kyrth. Hugin potrà cavalcare uno di noi, portando la vostra arpa. In forma-vesta impiegheremo solo un paio di giorni.

Morgon annuì. — D’accordo. Vi ringrazio. — Esitò, guardò ancora Har ed ebbe un gesto di sconforto come se non gli venissero altre parole.

— Grazie — ripeté sottovoce.

Lasciarono Yrye il mattino dopo, verso l’alba. Morgon e il Lupo-Re avevano assunto la forma-vesta; Hugin cavalcava in groppa a Har, con l’arpa a tracolla e alcuni abiti che Aia aveva impacchettato per Morgon. Approfittando del tempo buono trottarono veloci verso ovest, lungo campagne seppellite sotto una dura crosta di neve immacolata, aggirando paesetti irti di camini da cui correnti di fumo affluivano come ruscelli al grande mare del cielo color cenere. Viaggiarono anche nelle ore notturne attraversarono foreste scarsamente illuminate dalla pallida luce lunare, e intorno ai versanti di basse colline rocciose, finché raggiunsero l’Ose che scendeva a sud dalle strette valli di Isig. Sulla riva si fermarono a mangiare e a dormire, poi si alzarono prima dell’alba per risalire il fiume all’intreccio di alture all’ombra del Monte Isig. L’immensa cima della montagna incappucciata di neve torreggiava sopra di loro mentre trottavano nelle profonde valli ricche di minerali, di giacimenti di ferro e rame, e di miniere da cui si estraevano pietre preziose. La città mercantile di Kyrth comparve in distanza ai piedi dei monti, distesa lungo la riva dell’Ose le cui fredde acque s’ingrossavano dirette al mare. A occidente di Kyrth si levava una distesa di rocce frastagliate come onde selvagge, che si spartivano a formare il passo ventoso oltre il quale era possibile viaggiare verso il Monte Erlenstar.

I tre si fermarono poco prima di entrare in città. Morgon riassunse la sua forma umana, indossò la pesante pelliccia che Hugin aveva portato per lui, e si mise a tracolla la custodia dell’arpa e la sacca da viaggio. Esitò, aspettando che il massiccio vesta accanto a lui riprendesse le fattezze di Har, ma l’animale si limitò a fissarlo con occhi che nelle prime ombre del tramonto sembravano elargirgli un ultimo ironico, familiare sorriso. Allora gli passò un braccio intorno al collo e appoggiò brevemente la fronte contro la bianca e fredda pelliccia. Si volse poi ad abbracciare Hugin.

— Scopri chi ha ucciso Suth — mormorò il ragazzo. — E torna indietro vivo. Torna indietro.

Si allontanò dai due senza voltarsi a guardarli, seguendo la riva del fiume che penetrava in Kyrth. Giunto in città trovò che la via principale era affollata perfino in quella stagione di mercanti, di cacciatori di pellicce, di marinai del fiume e di minatori. La strada proseguiva tagliando il fianco della montagna sopra la città, libera dalla neve e solcata dalle profonde tracce dei carri. Nella penombra serotina l’abitato aveva un’apparenza tranquilla, e gli abeti cominciavano a confondersi in un’unica massa scura. In distanza, parzialmente nascoste dalle sporgenze del monte, Morgon vide le scure mura della grande dimora di Danan Isig, irte di merli e di torrette, e gli parve che quella fortezza fosse antica come la roccia su cui sorgeva e il vento che soffiava gelido sulle sue pietre. Da lì a poco scorse, con la coda dell’occhio, un uomo che camminava nella sua stessa direzione silenzioso come un’ombra.

Morgon si fermò bruscamente. L’individuo era alto, robusto quanto un tronco d’albero, e dal candido cappuccio che gli nascondeva la testa spuntavano ciocche di capelli sfumati di grigio, e una barba dai toni rossicci. Si arrestò subito anch’egli, e lo fissò con occhi verdi piuttosto vivaci.

— Non sono armato — s’affrettò a dire. — Sono soltanto curioso. Voi siete un arpista?

Morgon esitò. Gli occhi verdi e l’espressione dell’uomo erano cordiali. Infine, con voce che i mesi di solitudine avevano quasi disabituata alle chiacchiere, rispose: — No, sono un viaggiatore. Contavo di chiedere a Danan Isig ospitalità per la notte, ma ora non so… Ditemi, tiene aperta la sua dimora agli stranieri?

— In pieno inverno ogni viaggiatore è ben accolto. Voi venite da Osterland?

— Sì. Da Yrye.

— Il covo del Lupo-Re… Io sto giusto andando ad Harte per i miei affari. Posso accompagnarmi a voi?

Morgon accennò di sì. Per un poco camminarono in silenzio, ascoltando soltanto il crocchiare della neve crostosa sotto i loro stivali. L’uomo aspirò una profonda boccata d’aria odorosa di abeti, emise una nuvola di fiato bianco e disse in tono discorsivo: — Mi è capitato di conoscere Har, anni fa. Stava venendo a Isig travestito da mercante, con un carico di ambra e di pellicce. In via confidenziale mi rivelò che cercava un bracconiere colpevole d’aver venduto ai mercanti pelli di vesta, ed era senz’altro così, ma ebbi l’impressione che fosse soprattutto curioso di esaminare la zona del Monte Isig.

— Trovò poi quel bracconiere?

— Credo di sì. Prima di lasciare Isig ne esplorò ogni roccia e ogni sentiero. Sta bene?

— Sì.

— Sono lieto di saperlo. Dovrebbe essere un vecchio lupo, adesso, così come io sono un vecchio albero. — Si fermò. — Ascoltate. Da qui si può udire la voce dell’acqua che scorre attraverso Isig, sotto di noi.

Morgon tese gli orecchi. Il mormorio incessante del fiume era un sottofondo di musica su cui le raffiche di vento cantavano la loro aspra e mutevole canzone. Accanto a loro si levavano alture scarsamente innevate, le cui cime svanivano lontano nella nebbia, mentre più indietro Kyrth sembrava essersi rimpicciolita, chiusa nell’immensa curva della montagna.

— Mi piacerebbe visitare l’interno di Isig — disse d’un tratto.

— Davvero? Ve lo mostrerò io. Conosco quella montagna meglio delle mie tasche.

Morgon lo fissò. Su quel volto già anziano, barbuto, le rughe si contrassero in un lievissimo sorriso. — Chi siete voi? Siete forse Danan Isig? Non riesco a sentire i vostri pensieri. È perché siete appena uscito dal vostro mutamento di forma?

— Come se fossi stato un albero? Certo, a volte mi capita di stare tanto a lungo fermo nella neve a guardare gli alberi, chiusi nei loro pensieri silenziosi, che dimentico me stesso e divento un loro simile. Qui ci sono alberi vecchi come me, vecchi come Isig… — Tacque. Il suo sguardo corse sugli abiti di Morgon, sui suoi capelli scompigliati, sulla sua arpa, poi aggiunse: — Ho sentito i mercanti dire qualcosa circa un Principe di Hed che viaggia verso Monte Erlenstar, ma questa potrebbe essere soltanto una chiacchiera; sapete quanto siano pettegoli…

Morgon sorrise. Gli occhi verdi gli restituirono un’espressione cordiale. Ripresero a camminare, e dal cielo cominciò a scendere un nevischio sottile che si appiccicava alla peluria dei loro mantelli. La strada girò intorno a un’ultima alta sporgenza rocciosa e si allargò, diretta alla fortezza di Harte che ora appariva in tutta la sua estensione, sormontata da torrette coniche, come cime di abeti. Le finestre, dai vetri colorati come mosaici, brillavano alla luce interna delle torce. La strada s’immergeva dritta in un’immensa arcata.

— Questa è la porta di Isig — disse Danan Isig. — Nessuno può entrare e uscire dalla montagna senza che io lo sappia. I più grandi artisti di Isig sono stati addestrati nella mia dimora, e hanno lavorato i metalli e le gemme della mia terra in questo luogo. Mio figlio Ash li istruisce, come un tempo faceva Sol, prima d’essere ucciso. Fu Sol a intagliare le stelle che Yrth inserì nella vostra arpa.

Morgon sfiorò la cinghia dell’arpa. Le parole di Danan avevano fatto penetrare in lui una sensazione di antichità, di inizi radicati nelle profondità del passato. — Perché Yrth incastrò le stelle nell’arpa?

— Non lo so. Non me lo chiesi, a quel tempo… Yrth lavorò sull’arpa per mesi, incìdendola ed elaborando i disegni degli incastri; disponeva dei miei artigiani per tagliare l’avorio, le pietre preziose e i lavori in argento. E poi salì a isolarsi all’ultimo piano della più antica torre di Harte per accordare le corde. Restò là sette giorni e sette notti, e durante quel periodo feci chiudere la fonderia in cortile perché il fracasso dei fabbri non lo disturbasse. Infine si decise a scendere e suonò per noi. Non c’era arpa più bella in tutto il mondo. Ci disse che per essa aveva rubato la voce del vento e delle acque di Isig. E ci lasciò senza fiato, l’incanto di quell’arpa e del suo arpista… Quando terminò di suonare rimase immobile un istante, con gli occhi fissi sullo strumento. Poi passò lentamente una mano sopra le corde, ed esse divennero mute. Allorché noi tutti protestammo egli rise, e disse che sarebbe stata l’arpa stessa a scegliere il suo arpista. Il giorno dopo se ne andò, portandola con sé. Quando fece ritorno al mio servizio, un anno più tardi, non menzionò l’arpa mai più. Fu come se tutti avessimo soltanto sognato di vederla costruire.

Morgon si fermò. La mano con cui stringeva la cinghia dell’arpa ebbe un tremito mentre il suo sguardo scorreva sulla lontana parete d’alberi velati di nebbia, quasi che per un attimo fugace avesse scorto la misteriosa figura di quel mago prender forma nel crepuscolo. — Mi domando…

— Che cosa? — lo interrogò Danan.

— Niente. Mi piacerebbe parlare con lui.

— Anche a me. Era al mio servizio fin quasi dall’Anno dell’Insediamento. Giunse qui da qualche strano posto a occidente del Reame, di cui non avevo mai sentito parlare, e ogni tanto se ne andava da Isig per un anno intero, a esplorare altre terre, a conoscere altri maghi, altri Re… ogni volta che faceva ritorno dava l’impressione d’essere più potente, e anche più gentile. Aveva la curiosità di un mercante e una risata che rimbombava fin nelle cantine. Fu lui a scoprire la Caverna dei Perduti. E quella fu l’unica volta in cui lo vidi completamente serio. Mi disse che io avevo costruito la mia dimora su un’ombra oscura, e che sarei stato saggio a dimenticare la presenza di quest’ombra. Così i miei minatori son sempre stati attenti a starne alla larga, specialmente dopo che trovarono il cadavere di Sol dinnanzi a quella porta… — Tacque un poco, poi come se intuisse la domanda inespressa di Morgon aggiunse: — Yrth mi condusse là una volta, per mostrarmela. Non si è mai saputo chi fu a costruire la porta di quella caverna; era laggiù prima che io giungessi qui, fatta di marmo verde e nero. L’interno della caverna era incredibilmente bello e prezioso, ma… non c’era niente là dentro. Niente che io potessi vedere.

— Niente?

— Soltanto le pietre, il silenzio, e la spaventosa sensazione di qualcosa che giaceva oltre la portata degli occhi, come l’angoscia della morte in fondo al cuore di un uomo. Domandai a Yrth cosa fosse quell’impressione, ma egli non me lo disse mai. Laggiù accadde qualcosa, prima della fondazione di Isig, molto tempo prima della venuta dell’uomo nel Reame del Supremo.

— Forse durante le guerre dei Signori della Terra.

— Suppongo che debba esserci un nesso. Ma quale, non so dirlo. E il Supremo, seppure sa quel che è successo, non ne ha parlato mai.

Morgon ripensò alla bellissima città in rovina sulla Piana del Vento, ai frammenti di cristallo che aveva trovato in una delle vuote stanze prive di tetto, e che gli erano parsi contenere un accenno di risposta a certe domande. E all’improvviso quel ricordo fece nascere in lui la gelida paura di quella che poteva essere la risposta, costringendolo a fermarsi ancora sulla neve, gli occhi fissi sulle montagne nude e bianche come ossa spolpate che aveva di fronte. La sua voce fu un sussurro: — Guardati dagli enigmi senza risposta!

— Cosa?

— Nessuno sa chi o cosa distrusse i Signori della Terra. Chi può esser stato ancor più potente di loro, e in quale forma questo potere si è scatenato…

— Ma accadde migliaia di anni fa — obiettò Danan. — Cosa può avere a che fare questo con noi?

— Niente. Forse. Ma noi abbiamo dato per certa questa considerazione per migliaia di anni, e il saggio sa che non deve dar nulla per certo.

Il Re della montagna lo fissò con stupore. — E cos’è che voi vedete incombere su di noi nelle tenebre, e che nessun altro può vedere?

— Non lo so. Qualcosa senza nome…

Giunsero alla grande arcata dell’ingresso di Harte proprio mentre la neve cominciava a cadere più fitta. Il cortile interno, dove si aprivano le fonderie e i laboratori degli artigiani, era deserto; qua e là strisce di luce giallastra si allungavano fuori da porte semiaperte; le ombre di alcuni artigiani al lavoro si stagliavano sulla soglia di qualche bottega. Danan condusse Morgon attraverso il cortile e lo fece entrare in un salone le cui pareti scabre erano come filigranate di gemme preziose multicolori, incastonate nella pietra. Un ruscello artificiale seguiva un percorso curvilineo attraverso il pavimento, passando di fronte a un enorme caminetto le cui fiamme lingueggiavano specchiandosi nell’acqua scura. Numerosi minatori, artigiani dalle vesti semplici e quasi incolori in uso sulle montagne, mercanti nei loro ricchi abiti esotici, cacciatori vestiti di cuoio e pellicce, si volsero nel vedere Danan entrare, e Morgon d’istinto si spostò in una zona d’ombra dove la luce delle torce giungeva meno intensa, per evitare i loro sguardi.

Danan gli accennò di seguirlo con un gesto cortese. — Nella torre orientale c’è una camera tranquilla dove potrete lavarvi e riposare; scenderete più tardi, quando ci sarà meno gente. Molti di quelli che vedete lavorano qui, e torneranno a Kyrth dopo cena. — Usciti dal salone, Danan gli fece strada in un corridoio e su per una rampa di scale che spiraleggiava nell’interno di una grande torre. — Questa è la torre in cui abitava Yrth. Talies era solito fargli visita qui, e un paio di volte venne anche Suth. Suth era scontroso e selvatico, e ricordo che aveva una gran massa di capelli bianchi anche da giovane. Evitava i minatori come se avesse paura, ma una volta lo vidi cambiare una forma dopo l’altra per divertire i miei figli. — Si fermò su un pianerottolo e scostò una tenda di pelliccia bianca oltre la quale c’era un corridoio. — Manderò un servo ad accendervi il fuoco. — Poi ebbe una lieve esitazione. — Se non è domandarvi troppo, mi piacerebbe udire ancora la musica di quest’arpa.

Morgon sorrise. — Non domandate troppo, no. Vi sono molto grato per la vostra cortesia.

Entrò nella camera e depose l’arpa e la bisaccia. Le pareti erano tappezzate di pellicce d’animale e di arazzi, ma nel caminetto pulitissimo non c’erano ceppi pronti e faceva freddo. Sedette sulla pesante seggiola di fronte ad esso. Le mura, circolari, erano una prigione di silenzio intorno a lui. Non udiva né una risata né un fil di voce giungere dalla parte del salone, né il soffiare del vento all’esterno. Un senso di solitudine, ancor più profondo di quello che l’aveva accompagnato nel suo viaggio in terre così desolate, lo sommerse. Chiuse gli occhi, colto da una stanchezza che gli sorgeva dall’anima più che dal corpo, e per vincerla fu costretto ad alzarsi, innervosito. Giusto allora alcuni servi comparvero portando legna da ardere, acqua, vino, e un vassoio di cibarie miste; restò a osservarli mentre accendevano il fuoco, sistemavano sottili torce alle pareti e mettevano acqua a scaldare nel camino. Quando se ne andarono sedette a lungo senza far altro che guardare il fuoco, con gli occhi fissi nelle fiamme. L’acqua cominciò a bollire. Si spogliò lentamente e si lavò. Mangiò senza quasi sentire il sapore delle vivande, si versò un boccale di vino, poi invece di bere s’appoggiò allo schienale della sedia e ascoltò la notte chiudersi come una mano oscura intorno alla torre, mentre l’inspiegabile inquietudine si torceva e si addensava sempre più nel fondo del suo cuore.

Lasciò che le palpebre gli si chiudessero. Per un poco galoppò con i vesta che conosceva sulla superficie dei suoi sogni, finché non si ritrovò sprofondato nella neve in forma umana e il branco svanì in distanza. Poi, odiando quella solitudine insopportabile, attraversò lo spazio e il tempo con l’abilità di un mago e riprese solidità ad Akren. Eliard e Grim Oakland stavano chiacchierando davanti al caminetto; si accostò a loro con passi ansiosi e chiamò il fratello per nome. Eliard si volse, e nel vuoto stupore dei suoi occhi Morgon vide rispecchiato se stesso, i suoi capelli sciolti, la sua faccia segnata, le livide cicatrici del vesta pulsanti sulle sue mani. Sono Morgon! gridò. Ma Eliard scosse il capo perplesso e rispose: Devi essere in errore. Morgon non è un vesta. Morgon si volse allora a Tristan, che era immersa in una divagante e sconnessa discussione con Snog Nutt. Lei gli sorrise speranzosa, con ansia, la ma speranza morì subito nei suoi occhi e fu sostituita da una gran delusione. Snog Nutt brontolò tristemente: Lui disse che mi avrebbe aggiustato il tetto prima della stagione delle piogge, ma non lo ha fatto e se n’è andato, e non è più tornato. Bruscamente si ritrovò a Caithnard, nell’atto di bussare a una porta. Rood la spalancò, facendo svolazzare una larga manica nera, ed esclamò: Arrivi troppo tardi. E comunque, lei è una delle due donne più belle di An; non può certo sposare un vesta. Girandosi Morgon vide uno dei Maestri che usciva dalla biblioteca. Corse a raggiungerlo. Alle sue preghiere la testa abbassata e cespugliosa finalmente si volse; gli occhi gravi e colmi di rimprovero del Maestro Ohm lo fissarono accusatori, ed egli si arrestò terrorizzato. Il Maestro si allontanò senza una parola, mentre lui lo seguiva gemendo: Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace!

D’un tratto fu a Piana del Vento. Era scuro, e la superficie verde-blu del mare stagnava pigra in una notte senza luna, balenante di luci ultraterrene, ma la mole del Monte Isig si levava così vicina che riusciva a vedere le finestre illuminate della dimora di Danan. Qualcosa stava crescendo in quella tenebra; non avrebbe potuto dire se fosse il vento o il mare; tutto ciò che sapeva era che una cosa immane stava costruendo se stessa, poderosa, senza nome, inesorabile, e risucchiava entro di sé tutte le energie, tutte le leggi e i progetti umani, tutte le canzoni e gli enigmi e le leggende, per farle poi esplodere nel caos sulla Piana del Vento. Cominciò a correre in cerca di un rifugio, disperatamente, sferzato da spaventose raffiche di tempesta mentre il mare distante oltre mezzo miglio sollevava ondate così alte che gli spruzzi arrivavano a schiaffeggiarlo. Fuggì verso le luci della fortezza di Danan. Ma pian piano, mentre correva, cominciò a capire che anche Harte era una rovina, distrutta e vuota come la città dei Signori della Terra, e che quelle bianche luci simili a riflessi di ossa scarnificate provenivano da profondi recessi sotto l’Isig. Si fermò. Dalla montagna provenne una voce, echeggiando da una caverna la cui porta di marmo verdastro non veniva aperta da secoli, e, al di sopra della nera furia del cielo e del mare, gridò il suo nome:

— Portatore di Stelle!

CAPITOLO DECIMO

Si svegliò con un sussulto, il cuore che gli batteva forte, gli orecchi ancora feriti dall’eco della voce che lo aveva strappato al sonno; gli parve che indugiasse strana, né di uomo né di donna, fra le pareti della torre. Qualcuno lo stava scuotendo per una spalla e pronunciava il suo nome, qualcuno tanto a lui familiare che la reazione di Morgon non fu per nulla sorpresa: — Mi hai chiamato? — chiese. Poi le sue mani si sollevarono di scatto, attanagliando le braccia dell’arpista.

— Deth!

— Avevi un incubo.

— Sì. — I muri della stanza, il fuoco e il silenzio tornarono solida realtà intorno a lui. Le sue mani si rilassarono lentamente e ricaddero. L’arpista aveva uno spolverio di neve sul mantello e sui capelli; allentò la cinghia dell’arpa che portava a tracolla e la appoggiò contro il muro.

— Ho preferito aspettarti anonimamente a Kyrth, piuttosto che qui ad Harte; Danan non sapeva che io fossi ancora in città, così non te l’ha detto. — La sua voce, sempre così flemmatica, si addolcì. — Ci hai messo molto più tempo di quanto mi sarei atteso.

— Mi sono sperduto in una tormenta. — Si raddrizzò e si passò le mani sulla faccia. — È stato allora che ho incontrato Har, e… — Sollevò bruscamente lo sguardo in quello dell’arpista. — Tu mi stavi aspettando? Tu aspettavi che… Deth, da quanto sei qui?

— Due mesi. — L’uomo si tolse il mantello; grumi di neve sfrigolarono nel fuoco. — Ho lasciato Herun il giorno successivo alla tua partenza, e ho risalito il corso dell’Ose senza mai fermarmi fino a Kyrth. Ho detto a Danan che probabilmente saresti arrivato in città, e l’ho pregato di indirizzarti dove ho preso alloggio, poi… ho aspettato. — Tacque un istante. — Ero molto preoccupato.

Morgon studiò il suo volto. — Avevo tutte le intenzioni di tornare a Hed — mormorò. — Questo ti avevo detto. E tu non potevi sapere che io sarei invece venuto qui; non dopo due mesi, non in pieno inverno.

— Ho preferito confidare che avresti preso questa decisione.

— E perché?

— Perché se tu avessi voltato le spalle al tuo nome, agli enigmi cui devi rispondere… se fossi tornato a Hed da solo, indifeso, per rassegnarti alla morte che sapevi sarebbe presto arrivata… allora non avrebbe avuto nessuna importanza dove fossi io, se al Monte Erlenstar o sul fondo del mare. Ho vissuto per mille lunghi anni, e riesco a riconoscere una condanna quando me la vedo davanti.

Morgon chiuse gli occhi. Quella parola, rimasta a fremere nell’aria fra di loro come una nota d’arpa, parve sciogliere qualcosa dentro di lui. Le sue spalle si abbassarono. — Condanna! Anche tu la vedi. Deth, io ho toccato il suo teschio e la sua falce a Osterland. Io ho ucciso Suth.

Per la prima volta da quando lo conosceva, la voce dell’arpista fu un ansito sbalordito: — Tu hai fatto cosa?

Lui riaprì gli occhi. — Scusami. Intendevo dire che è morto per colpa mia. Har mi aveva salvato la vita in quella tormenta, così io ricambiai con una promessa, sorvolando sul fatto che è poco saggio promettere incautamente qualcosa al Lupo-Re. — Gli mostrò le palme delle mani; le cicatrici biancheggiarono nella luce del fuoco. — Ho imparato ad assumere la forma-vesta. E ho vagato insieme ai vesta per due mesi, con Hugin, il figlio di Suth, che ha capelli bianchi e occhi rossi. Infine ho trovato Suth dietro il Monte Fosco, sotto forma di un vecchio vesta, sempre privo dell’occhio che perse in una gara di enigmi. È morto là.

— Com’è morto?

Le mani di Morgon si strinsero con forza sui braccioli della sedia. — Gli ho domandato perché fuggì da Lungold. Gli ho citato la terza interpretazione del Fondatore, chiedendogli di aiutarmi, visto che lui sapeva… lui sapeva… E Suth ha fatto la sua scelta: ha tentato di rispondermi. Ma in quel tentativo è morto. Con le sue ultime forze ha attirato il mio volto contro il suo, là ai confini del mondo, dove c’è soltanto un eterno niente fatto di neve e di vento… e là è morto, assassinato, l’unico mago mai visto da un essere umano in sette secoli. Io ho sentito sulla faccia il suo ultimo respiro, e con esso la sua ultima parola, come un enigma la cui risposta mi riempie di terrore.

— Quale parola?

— Ohm. Ghisteslwchlohm. Il Fondatore di Lungold ha ucciso Suth.

Morgon sentì di nuovo l’ansito con cui l’arpista trattenne il respiro. Gli occhi dell’uomo s’incupirono, la sua faccia era rigida. Disse: — Io ho conosciuto Suth.

— Conoscevi anche il Maestro Ohm. E hai detto di aver incontrato Ghisteslwchlohm. — Lo afferrò per un braccio, con forza. — Deth, il Maestro Ohm e il Fondatore di Lungold sono la stessa persona?

— Ti condurrò a Monte Erlenstar. Poi, se non sarà il Supremo a rispondere a questa domanda, e sempre che egli me ne dia il permesso, ti dirò ciò che mi hai chiesto.

Morgon annuì. In tono più calmo disse: — Mi sto domandando quanti altri maghi siano ancora vivi, e come i poteri di Ghisteslwchlohm possano controllarli. Mi chiedo anche perché mai il Supremo non fa niente.

— Forse perché i suoi interessi sono volti al Reame, e non alla scuola dei maghi di Lungold. O forse ha già cominciato a fare qualcosa in proposito, ma con metodi per noi imperscrutabili.

— Spero che sia così. — Prese il boccale di vino che Deth aveva riempito per lui e bevve un sorso. Dopo un po’ riprese: — Deth, Har mi ha dato cinque enigmi che a sua volta aveva avuto da Suth. E ha suggerito che ne cercassi le risposte, visto che non avevo niente di meglio in cui impegnare la mia vita. Uno di essi è: chi verrà alla fine del tempo e cosa porterà? Io presumo che colui che verrà sia il Portatore di Stelle. Dunque io sono venuto, anche se non ho la minima idea di cosa dovrei portare. Tuttavia ciò che mi tormenta non è chi, o cosa, ma quando. La fine del tempo. Mentre salivo fin qui ad Harte a piedi, con Danan, ho ripensato alle città in rovina sulla Piana del Vento ed a Pian Bocca di Re, e al fatto che nessuno sa cosa fu a distruggere i Signori della Terra. La cosa è successa molto prima dell’Anno dell’Insediamento. Noi abbiamo trovato quelle immense rovine già sconnesse dalle radici delle piante che vi crescevano in mezzo, e abbiamo fatto l’ipotesi che una guerra sia scoppiata e poi terminata, lasciando come prova di sé soltanto le pietre sparse ovunque. E abbiamo data per certa anche l’ipotesi che i maghi fossero morti. A quanto ne so io, l’unica cosa che potrebbe distruggerci tutti sarebbe la morte del Supremo. E qualunque sia la forza che ha annientato i Signori della Terra, la mia paura è che essa stia aspettando l’occasione di sfidare l’ultimo di loro… l’ultimo dei Signori della Terra.

— Penso anch’io che sia abbastanza probabile — disse tranquillamente Deth. Si chinò sul focolare e aggiustò la posizione di un ciocco fra le fiamme. Un nugolo di scintille si levò nell’aria sotto i colpetti dell’attizzatoio.

— Il Supremo non ha mai spiegato cosa distrusse quelle due città?

— Mai, da quando posso ricordare. Una volta, a Caithnard, uno dei Maestri mi disse d’aver viaggiato fino alla dimora del Supremo per fargli proprio questa domanda, dal momento che è compresa nella loro lista degli enigmi senza risposta. Il Supremo si limitò a dirgli che le città erano già deserte e in rovina ancor prima che egli imponesse le leggi relative al governo della terra nel Reame.

— Sarebbe come dire che lui non lo sa, oppure che non vuole parlarne.

— È molto difficile che egli non lo sappia.

— Allora perché… — S’interruppe. — Soltanto il Supremo potrebbe spiegarci il Supremo. Dunque dovrò domandarlo a lui.

Deth lo fissava pensosamente. — Avrei anch’io una domanda — disse sottovoce. — A Herun te la feci, e preferisti non rispondermi. Ma adesso tu porti sulle mani il marchio dei vesta, hai riconosciuto il tuo nome, e ti stai applicando a questo mistero come un Maestro. Mi piacerebbe fartela ancora.

Al ricordo, Morgon si strinse nelle spalle. — Oh, quella?

— Qual è stato il motivo che ti ha convinto così all’improvviso a lasciare Herun per tornartene a casa?

— È stato qualcosa di cui Corrig aveva preso la forma. E la risata che vidi nei suoi occhi quando lo uccisi. — Innervosito si alzò e andò alla finestra, fissando gli occhi nel buio che circondava Isig.

Alle sue spalle l’arpista chiese: — Quale forma?

— Una spada. Con tre stelle sull’elsa. — Si volse, a denti stretti. — Ci ho pensato, e la conclusione a cui sono giunto è che nessuno, neppure il Supremo stesso, può costringermi a reclamarla.

— Questo è vero. — Il tono dell’arpista era impassibile, ma c’era una ruga fra le sue sopracciglia. — Non hai mai pensato di chiederti dove Corrig possa averla vista?

— No. Non m’interessa.

— Morgon. I cambiaforma sanno che ti appartiene, e che inevitabilmente finirai per trovarla, come hai trovato l’arpa, perfino se tu non volessi mai reclamarla. E quando questo accadrà essi saranno là, in attesa.

Nel silenzio della stanza si udiva solo il lieve scoppiettio della legna nel camino. Morgon scosse le spalle. — Ormai sono vicino al Monte Erlenstar… e quella spada può essere dovunque.

— Forse. Ma una volta Danan mi ha detto che Yrth forgiò segretamente una spada, e che non la mostrò mai a nessuno, secoli prima di costruire l’arpa. Dove poi la nascose, è un mistero. Una sola cosa è certa: disse di averla sepolta sotto lo stesso luogo in cui la forgiò.

— E dove… — Tacque. Nella sua mente balenò nitida l’immagine di quell’arma, e fu costretto a riconoscere il tocco di un maestro nella forma pura della lama. Non c’era nulla di casuale, di meramente decorativo, nella sicurezza con cui le tre stelle splendevano sull’elsa. Erano gravide di significato. Il suo sguardo s’incupì come se conoscesse già la risposta. — Dove fu forgiata?

— Qui. Sul Monte Isig.

Poco dopo Morgon si mise l’arpa a tracolla e scese insieme a Deth, per parlare con Danan. Seduto presso il camino del grande salone silenzioso, con accanto a sé i suoi figli e i suoi nipoti, il Re della montagna accolse il loro ingresso con un sorriso.

— Venite a sedervi qui, Deth. Oggi, quando vi ho mandato a chiamare, non sapevo se foste ancora a Kyrth o se aveste deciso di sfidare il Passo. Non si può dire che vi piaccia mettervi in mostra. Morgon, vi presento mia figlia Vert. Questo è mio figlio Ash, e i piccoli… — S’interruppe, facendo sedere sulle ginocchia una bambinetta che gli era venuta accanto. — Sono i loro figli. Non vedono l’ora di ascoltare la vostra arpa.

Morgon sedette, un po’ imbarazzato. Ash era alto ed elegante, con gli stessi occhi del padre; snella, delicata, la sorella aveva lunghi capelli del colore della corteccia di pino; i loro bambini erano una dozzina, di tutte le età. E ognuno di loro lo fissava con grande curiosità.

La donna, Vert, si volse a lui con tono di finta disperazione. — Mi dovete proprio scusare, ma Bere ha voluto venire, e dopo di lui anche tutti gli altri. E dove vanno i miei ragazzi va anche Ash, e così… spero che non vogliate farci caso. — Poggiò una mano su una spalla di un ragazzo dagli occhi grigi simili ai suoi, con nerissimi capelli ribelli. — Questo qui è Bere.

Un’altra testa nera apparve d’un tratto accanto alle ginocchia di Morgon: una bambinetta alta un soldo di cacio e appena in età di camminare da sola. Lo fissò con grandi occhi seri, ma subito inciampò goffamente e gli si aggrappò ai pantaloni. Mentre la mano di lui si affrettava a sorreggerla, rispose con calore al suo sorriso.

Ash disse: — Questa piccoletta è di Vert, si chiama Suny. Mia moglie è a Caithnard; e il marito di Vert, che fa il mercante, è in viaggio di affari ad Anuin, cosicché dei nostri bambini ne facciamo un sol mucchio. Non so come faremo a separarli senza confonderli, dopo.

Morgon s’era quasi incantato a carezzare la testa della piccola, che gli stava ostinatamente aggrappata alle ginocchia. Sollevò lo sguardo, perplesso. — Siete venuti tutti quanti per sentirmi suonare?

Ash annuì. — Ve ne prego. Se a voi non spiace. Quell’arpa e la storia della sua costruzione sono una leggenda, qui a Isig. Quando ho sentito che eravate qui e che l’avevate con voi, quasi non volevo crederci. Mi sarebbe piaciuto portare tutti gli artigiani di Kyrth a vederla, ma mio padre è riuscito a impedirmelo.

Morgon sciolse i lacci della custodia dell’arpa, e le piccole dita di Suny li afferrarono con curiosità; Bere le sussurrò: — Suny… — Poi, vedendo che la bambina non lo ascoltava venne accanto a Morgon e la prese in braccio. Conscio dell’intensa aspettativa dipinta sui loro volti, Morgon mormorò con lieve imbarazzo: — Sono due mesi e più che non la suono.

Nessuno aprì bocca. Mentre estraeva l’arpa dalla custodia le tre stelle avevano raccolto la luce del fuoco emettendo un magico bagliore; le lune d’avorio sembravano parlare un loro linguaggio silenzioso, nei liquidi riflessi degli intarsi d’argento. Sfiorò una corda; la nota echeggiò pura e dolce nel silenzio, esitante come una domanda. Sentì qualcuno trattenere il respiro con un piccolo ansito.

Una mano di Ash si mosse quasi involontariamente verso le stelle; la riabbassò. — Chi ha fatto questo intarsio?

— Zel di Hicon, a Herun… non ricordo il suo nome completo — rispose Danan. — Era un allievo di Sol. Ma il disegno era stato eseguito da Yrth.

— E Sol intagliò queste stelle. Posso vederle? — pregò Ash. Morgon gli passò l’arpa. Le parole dell’uomo avevano fatto risvegliare qualcosa in un angoletto della sua mente, ma non fu capace di definire quella fuggevole sensazione. Bere si sporse sulla spalla di Ash, a bocca aperta, mentre l’uomo esaminava lo strumento; Suny riuscì finalmente ad allungare una mano sulle corde, e il ragazzo indietreggiò tenendola in braccio con più fermezza.

Vert protestò: — Ash, smettila di contare tutte le sfaccettature delle pietre preziose. Vogliamo sentirla suonare.

Riluttante Ash restituì l’arpa a Morgon, che la imbracciò senza molto entusiasmo. Il tono di Vert si fece dolce, come se gli avesse letto nel pensiero: — Suonateci qualcosa che voi amate. Suonate una canzone di Hed.

Morgon si sistemò l’arpa sulle ginocchia. Per qualche istante le sue dita restarono inerti a contatto delle corde, quindi corsero su di esse negli accordi iniziali di una delle ballate che conosceva meglio. Il tono ricco e caldo delle note che lui solo poteva suonare riuscì a rilassarlo; perfino quella semplice ballata d’amore, mille volte cantata dalle fanciulle di Hed, sembrava aureolarsi di un’antica dignità. Mentre suonava gli giunse alle nari il profumo del legno di quercia che bruciava nel camino davanti a lui, e per un attimo esso divenne ai suoi occhi il caminetto della sua casa ad Akren. La canzone gli dava un tal senso di pace che fu certo, d’istinto, della tranquillità che regnava anche in Hed quella notte: la quiete delle campagne addormentate sotto la neve, le case silenti, e il placido sonno degli animali nelle loro calde stalle. Quella sensazione gli distese i lineamenti, scacciando dal suo volto la tensione e la stanchezza. Poi due pensieri si riunirono sulla superficie della sua mente, come pezzi di un incastro che andassero a posto con ineluttabile semplicità, e si fermò. Le sue dita s’irrigidirono immobili sulle corde dell’arpa.

Uno dei presenti ebbe un mormorio di protesta. Poi attraverso l’ombra che lo aveva rinchiuso d’improvviso come in un bozzolo udì la voce di Deth: — Che ti succede?

— Sol. Non fu ucciso dai mercanti perché la paura gli impedì di nascondersi a loro nella Cava dei Perduti. Fu assassinato… nello stesso modo in cui vennero assassinati i miei genitori, e anche il Morgol Dhairrhuwyth… dai cambiaforma! Sol entrò nella caverna e poi ne uscì di nuovo, per morire sulla soglia a causa di ciò che aveva visto. E ciò che i suoi occhi videro là dentro fu la spada stellata di Yrth.

Gli altri lo fissarono immobili, perfino i bambini, con occhi resi inespressivi dallo stupore. Vert rabbrividì come se una corrente gelida l’avesse sfiorata, a Ash, già dimentico della gioia che gli aveva dato l’ascolto dell’arpa, esclamò: — Quale spada?

Morgon si volse a Danan. Il Re aveva aperto la bocca ma taceva, con lo sguardo offuscato da lontane memorie. — Quella spada… ora ricordo. Yrth la forgiò in segreto; disse di averla seppellita. Io non la vidi mai, né la videro altri. Questo accadde moltissimo tempo fa, prima della nascita di Sol, quando avevamo appena aperto le miniere più alte. Non ripensai più a quell’arma. Ma voi come potete sapere dov’è? O che aspetto abbia? O che Sol fu ucciso a causa sua?

Le dita di Morgon strinsero con forza il legno dello strumento; i suoi occhi si abbassarono sulle corde come se loro linee dritte ordinassero i suoi pensieri. — So che esiste una spada che ha sull’elsa tre stelle, identiche alle stelle di quest’arpa; so anche che i cambiaforma l’hanno vista. I miei genitori vennero fatti annegare nella traversata da Caithnard a Hed mentre mi portavano questo strumento. Il Morgol Dhairrhuwyth fu ucciso quando viaggiò attraverso Passo Isig per trovare la risposta a un enigma riguardante tre stelle. Il mago Suth è morto a Osterland una settimana fa perché sapeva troppo su quelle stelle e cercava di parlarne con me… — Ash sollevò le mani per interromperlo.

— Suth è stato ucciso? Suth?

— Sì.

— Ma come? Chi l’ha ucciso? Io ero convinto che fosse morto.

Morgon ebbe un gesto vago. I suoi occhi cercarono quelli di Deth. — Questa è una domanda che dovrò fare al Supremo. Credo che Yrth decise di nascondere la spada nella Caverna dei Perduti perché sapeva che nessuno avrebbe mai osato metter piede in quel posto. E sono convinto che Sol non venne assassinato dai mercanti, bensì dai cambiaforma o… o da chiunque fosse quello che ha ucciso Suth, perché anch’egli sapeva troppo su quelle stelle. Io non conosco la vostra montagna, Danan, ma potete scommettere che un uomo inseguito da degli assassini non fuggirebbe mai da quella parte.

Il silenzio che seguì fu incrinato soltanto dal crepitio del focolare, e dal sospiro di uno dei bambini che s’era addormentato sul tappeto. A parlare, inaspettatamente, fu Vert:

— Questa è una cosa che ha sempre stupito anche me — disse sottovoce. — Perché Sol fuggì in quel vicolo cieco, quando conosceva la montagna tanto bene che avrebbe potuto dileguarsi come nebbia lungo sentieri ignoti a qualsiasi straniero? Tu ricordi, Ash, che da bambini noi…

— Il modo di scoprirlo c’è! — ringhiò Ash, scattando in piedi. Ma l’immediato — No! — di Danan precedette quello di Morgon.

Il Re della montagna stabilì, secco: — Lo proibisco! Non intendo perdere un altro Erede. — Ash lo fronteggiò un istante, rigido, con le labbra serrate, poi la sua decisione si dissolse in una smorfia e tornò a sedersi. Danan emise uno stanco borbottio: — D’altra parte, cosa potrebbe venircene di buono?

— La spada, sempre che sia là, appartiene a Morgon. Lui vorrà…

— Io non la voglio affatto — dichiarò Morgon.

— Ma è tua — insisté Ash. — Se Yrth l’ha fatta per te…

— Non ricordo che mi sia mai stato domandato se volevo una spada. O un destino. Tutto ciò che desidero è di arrivare a Monte Erlenstar senza essere ammazzato… e questa è una ragione in più per non scendere in quella caverna. Inoltre, poiché si da il caso che io sia il Principe di Hed, non voglio presentarmi armato davanti al Supremo.

Ash aprì la bocca, e poi la richiuse. Danan mormorò: — Suth… — Uno dei bambini cominciò a piangere, in tono triste e capriccioso. Vert si volse a cercarlo con gli occhi.

— Sotto la tua sedia, è Kess — la informò Ash. Esaminò le facce stanche e annoiate degli altri. — Faremmo meglio a metterli a letto. — Si chinò ad afferrare uno dei pargoletti, che seduto sul tappeto si sfregava gli occhi insonnolito, e se lo mise in spalla come un sacco.

Mentre il figlio si voltava, Danan lo ammonì: — Ash!

I loro sguardi s’incrociarono ancora. Ash disse, con calma. — Hai la mia promessa. Ma credo che sia ormai tempo di aprire quella caverna. Non avrei mai detto che ci fosse una trappola mortale nel cuore di Isig — aggiunse rivolto a Morgon, mentre Vert lo affiancava trascinando via quanti più bambini poteva. — Comunque, grazie per aver suonato.

Morgon li seguì con lo sguardo intanto che si allontanavano coi più piccoli in braccio. Il gruppo svanì oltre la debole luce delle torce. Abbassò gli occhi sull’arpa, tornando ad avvertire un sapore amaro in bocca, quindi con gesti meccanici ripose lo strumento nella custodia. Deth e Danan avevano cominciato a chiacchierare sottovoce fra loro. Allorché lui si volse di nuovo il Re della montagna disse: — Morgon, Sol… non importa chi l’abbia ucciso, è nella tomba da trecento anni. C’è qualcosa che io possa fare per aiutarvi? Se volete quella spada, ho un esercito di minatori a vostra disposizione.

— No. — Il volto di lui s’indurì, pallido nella luce del focolare. — Lasciate che io me la veda da solo col mio destino, finché posso. Da Caithnard a Isig tutti non hanno fatto che spingermi avanti, e non mi pare che ne sia venuto nulla di positivo.

— Sarei disposto a prosciugare tutto l’oro dei filoni di Isig per aiutarvi.

— Lo so.

— Oggi pomeriggio, mentre camminavo con voi, non mi sono accorto che portavate le cicatrici-vesta. È cosa rarissima da vedere in chiunque, soprattutto in un Principe di Hed. Galoppare coi vesta dev’essere un’esperienza affascinante.

— Lo è. — Il suo tono s’era raddolcito, al ricordo della tranquillità e del silenzio delle nevi, nella zona dei laghi freddi. Poi rivide il volto contratto di Suth, gli parve di risentire le mani che lo attraevano verso il suo respiro di morente, e con una smorfia cercò di scacciare quelle immagini.

— È in quella forma che prevedete di valicare il Passo?

— Questa era la mia idea, supponendo che sarei stato solo. Ora… — Gettò un’occhiata interrogativa a Deth.

— Per me non sarebbe facile — ammise l’arpista. — Ma neppure impossibile.

— Credi che potremmo partire domani?

— Se vuoi. Ma, Morgon, penso che dovresti riposare qui un giorno o due. Viaggiare sul Passo di Isig in pieno inverno sarebbe faticoso anche per un vesta, e a guardarti direi che in Osterland hai dato fondo alle tue energie.

— No. Non posso perdere altro tempo. Non posso.

— E allora andremo. Ma fatti una buona nottata di sonno. Lui annuì. Poi si volse a Danan con un sospiro. — Vi prego di scusarmi.

— E di cosa, Morgon? Per avermi ricordato un dolore vecchio di trecento anni?

— Anche per questo. Ma mi spiace di non aver suonato per voi nel modo in cui quest’arpa meritava d’esser suonata.

— Non eravate dell’umore adatto.

Morgon risalì lentamente le scale della torre, sentendo per la prima volta da che la possedeva il peso dell’arpa sulla schiena. Mentre girava sull’ultima rampa si domandò se Yrth s’era adattato ad arrampicarsi fino in cima a quelle scale ogni notte, o se invece sapeva praticare l’arte invidiabile del trasferimento istantaneo per muoversi da un luogo all’altro magicamente. Raggiunto il pianerottolo scostò la tenda, entrò in camera, e qui scoprì che qualcuno lo stava attendendo davanti al caminetto.

Era Bere, il figlio di Vert. E prima che Morgon si riprendesse dalla sorpresa gli propose, senza preamboli: — Io vi guiderò alla Caverna dei Perduti.

Morgon lo fissò ammutolito. Il ragazzo era giovanissimo, non dimostrava più di dieci o undici anni, ma con spalle robuste e un volto così composto da apparire grave. Lo sguardo scrutatore di cui venne fatto oggetto non lo mise minimamente in imbarazzo. Infine Morgon oltrepassò la soglia, lasciando ricadere la tenda dietro di sé; si tolse l’arpa dalle spalle e sedette.

— Non dirmi che sei già stato là! — borbottò.

— So dov’è. Una volta ho perso la strada, mentre esploravo. Ho cominciato a scendere dentro la montagna, sempre più in basso, un po’ perché prendevo tutte le curve sbagliate, e un po’ perché avevo deciso che se m’ero perduto tanto valeva vedere cosa c’era laggiù.

— E non avevi paura?

— No. Avevo fame. Sapevo che Danan o Ash mi avrebbero ritrovato. Io posso vedere nel buio, è un dono che mi viene da mia madre. Voi e io possiamo andarci senza luce, tranquillamente… salvo che nella caverna. Là avrete bisogno di una torcia.

— Perché sei così ansioso di portarmi laggiù?

Il ragazzo fece un passo verso di lui, corrugando le sopracciglia. — Voglio vedere quella spada. Non avevo mai visto niente di simile alla vostra arpa. Elieu di Hel, il fratello di Raith, Nobile di Hel, venne qui due anni fa; ora sta cominciando un lavoro un po’ dello stesso genere, come intagli e disegni, ma la vostra arpa è la cosa più bella su cui io abbia posato gli occhi. Devo vedere a tutti i costi il lavoro artistico che Yrth ha fatto sulla spada. Danan fabbrica spade per nobili o Re di An e di Ymris, e sono anche molto belle. Io sto imparando il lavoro con Ash e con Elieu; e Ash dice che un giorno sarò un maestro artigiano. È per questo che voglio imparare tutto ciò che posso.

Morgon si appoggiò allo schienale. D’improvviso non riuscì a negare un sorriso divertito a quel giovane artista così serio e deciso. — Tutto questo suona molto ragionevole. Ma tu hai sentito cosa ho detto a Danan di Sol.

— Sì. Ma io conosco ogni uomo di questa fortezza; nessuno ha qualche motivo per cercare di ammazzare voi. E se ci andiamo con cautela, nessuno lo verrà mai a sapere. Non sarà necessario che prendiate la spada… se volete, potrete stare sulla porta ad aspettarmi. Dentro, voglio dire, perché… — Un angolo della sua bocca si contrasse nervosamente. — Ammetto che l’idea di entrare là da solo mi fa paura. Ma fra tutti quelli che conosco voi siete l’unico che potrebbe venire con me.

Il sorriso scomparve dagli occhi di Morgon; si alzò di scatto, a disagio. — No. Tu sbagli. Io non voglio venire con te. Mi hai pur sentito quando ho spiegato a Danan le mie ragioni.

Bere tacque qualche istante, cercando con lo sguardo quello di lui. — Vi ho sentito. Ma Morgon, questo è… è importante. Per favore! Non ci vorrà molto ad andare e tornare…

— Tornare com’è tornato Sol?

Bere si morse le labbra. — Quella è una storia di molto tempo fa.

— No. — Vide che il suo tocco secco aveva fatto apparire un lampo disperato negli occhi del ragazzo, e lo raddolcì. — Sii ragionevole. Ascolta: io sono stato sempre mezzo passo davanti alla morte fin da quando ho lasciato Hed. Quelli che hanno cercato di uccidermi sono dei cambiaforma; potrebbero esser stati alla stessa tavola di Danan anche stasera, insieme a te, sotto le spoglie di minatori o mercanti che conosci benissimo. Nulla esclude che siano già qui, in agguato, in attesa che io faccia proprio questa mossa: se reclamassi il possesso della spada di Yrth, e se tu ed io fossimo sorpresi da loro nella caverna, ci ucciderebbero. E io ho troppo rispetto per la mia intelligenza, e per la mia vita, per farmi intrappolare così stupidamente.

Bere scosse la testa, quasi per scuotere via le parole di Morgon. Fece ancora un passo verso di lui, e nell’ombra la sua faccia si contrasse supplichevole. — Non è giusto lasciarla là, non è giusto ignorarla. Appartiene a voi, è vostra di diritto, e se assomiglia in qualche modo all’arpa nessun nobile del reame ha mai avuto una spada più bella.

— Io detesto le spade.

— Non è la spada che conta — disse Bere, pazientemente. — È l’abilità artigianale. È l’arte che c’è dentro. La prenderò io, se voi non la volete.

— Bere…

— Non è giusto che io non possa neanche vederla. — Strinse i denti. — Quand’è così, andrò laggiù da solo.

Morgon fece un passo verso di lui e lo afferrò per le spalle. — Io non posso impedirtelo — disse sottovoce. — Però devo chiederti di aspettare almeno finché non me ne sia andato da Isig, perché quando ti troveranno morto in quella caverna non voglio vedere la faccia di Danan.

Bere chinò il capo; le sue spalle si aggobbirono nella stretta di Morgon, poi si scostò e andò all’uscita. — Credevo che voi avreste capito cosa significa dover far una cosa.

Il ragazzo scomparve verso le scale. Stancamente Morgon tornò verso il caminetto, aggiunse legna al fuoco e si gettò sul letto. Per oltre un’ora, con gli occhi fissi sulla fiamma e il peso delle fatiche di quei giorni che gli doleva nelle ossa, non riuscì a prender sonno. Infine la sua mente scivolò in una tenebra dove bizzarre immagini si formavano e scoppiavano come pigre bolle in un calderone.

Rivide le alte pareti del salone di Harte, che le torce screziavano di bagliori argentei, dorati, neri e metallici. Vide, nei segreti cunicoli della montagna, pietre preziose grezze, cristalli di fuoco e di ghiaccio, blu-notte e giallo-topazio, emergere dalle loro nicchie di roccia. Gallerie col soffitto a volta e interminabili passaggi s’intrecciavano in un labirinto d’ombra. Stalattiti la cui estremità superiore si perdeva nell’oscurità scendevano in forme solidificate dal tempo. Lui si fermò ad ascoltare la voce del silenzio. Muovendosi leggero ed etereo come l’aria seguì una scura corrente sotterranea, viscida quanto una lastra di vetro, che nascendo da fenditure segrete andava a ruscellare in un vastissimo lago senza confini, dove sottili esseri sconosciuti agli uomini vivevano in un mondo privo di colori. Alla foce di uno di quei fiumicelli si trovò in un locale di pietre candide come il latte e venate di azzurro. Tre scalini emergevano da una polla d’acqua verso una superficie piatta su cui stavano due sarcofagi, d’oro massiccio e coperti di gemme bianche, che scintillavano alla luce di una torcia. Una grande tristezza entrò in lui al pensiero della morte degli Isig: Sol e Grania, la moglie di Danan. Attraversò la polla e si avvicinò a una delle bare. Il coperchio si spalancò improvvisamente, spinto dall’interno. Una faccia evanescente e irriconoscibile, né di uomo né di donna, lo fissò e dalla bocca uscì il nome: Portatore di Stelle.

Bruscamente si trovò di nuovo nella sua camera, vestito di tutto punto, mentre una voce mormorante nei corridoi di Harte lo chiamava, sottile e insistente come il lamento di un bambino nella notte. Fece per uscire, rifletté un istante e si mise l’arpa a tracolla. In punta di piedi scese per le scale deserte della torre e attraversò il salone dove il fuoco si stava estinguendo. Senza esitazioni trovò le porte di pietra del passaggio segreto oltre il locale, che si apriva nel ventre della montagna e conduceva giù negli umidi e freddi cunicoli delle miniere. Orizzontandosi con istintiva naturalezza trovò le gallerie principali, le rampe e le scale dirette in fondo al pozzo dove i carrelli di minerali riposavano sulle rotaie, e giunto là staccò una torcia dalla parete. Al termine di una galleria una fenditura nella solida roccia luccicò davanti a lui; il richiamo che continuava a udire usciva da lì, ed egli lo seguì senza porsi domande. Più oltre la pavimentazione era irregolare, consunta e polverosa. Masse di roccia calcarea simili a teste deformi crescevano al suolo strato dopo strato, scivolose per l’incessante sgocciolio dell’acqua. Il soffitto brillò all’improvviso così basso che dovette chinarsi, e poi si sollevò a un’altezza incredibile, mentre le pareti si restringevano invece al punto che per procedere fu costretto a girarsi di traverso sollevando la torcia sulla testa. Il silenzio era una cosa solida come la roccia stessa; e nel sogno sentì, lieve e acre, l’odore della pietra e delle acque sotterranee senza vita.

Aveva smarrito il senso del tempo, e non esistevano né il freddo né la stanchezza; c’era soltanto il vago susseguirsi delle ombre, lo sconfinato irretirsi di passaggi che egli seguiva con ottusa sicurezza. Si addentrò nelle viscere profonde della montagna protendendo una torcia che non si consumava mai, che nessuna corrente d’aria faceva oscillare; ad un tratto, percorrendo uno stretto cornicione, ne vide il riflesso in una superficie liquida molto più in basso. Il sentiero in discesa tornò finalmente orizzontale e intorno a lui vi furono pareti di pietra lavorata, ricurve, che si univano in alto ad arco acuto. Erano massi squadrati a mano ma consunti, e spezzati come da qualche antichissimo terremoto. Dovette scavalcarne alcuni che s’erano staccati dal soffitto. Il tunnel terminò improvvisamente con una porta chiusa.

Per un po’ non fece che esaminarla, immobile come la sua ombra proiettata sul muro. Qualcuno pronunciò il suo nome; allungò una mano per aprire il battente. E in quell’istante, quasi che il contatto lo avesse riportato alla superficie del sogno, Morgon fu scosso da un tremito e si svegliò. E s’accorse d’essere di fronte alla porta della Caverna dei Perduti!

Quella vista gli fece sbattere storditamente le palpebre, ma ciò che la torcia illuminava era indubbiamente una grande porta di marmo verde, percorso da sottili venature nere. Poi, mentre il freddo che nel sogno non aveva avvertito gli penetrava sotto la tunichetta, comprese la realtà delle enormi masse di roccia che lo opprimevano, nel silenzio e nella tenebra, e con un grido strozzato fece un passo indietro. Con uno scatto si volse: la torcia vacillava, e intorno a lui c’era un buio così impenetrabile che la luce sembrava ritrarsene con spavento.

Il fiato gli si mozzò in gola; corse avanti quasi alla cieca e urtò con un ginocchio in un macigno abbattuto, sbandando contro una parete umida e scivolosa. Il ricordo dei caotici labirinti di roccia che aveva percorso esplose nella sua mente; vacillò come ubriaco per il panico improvviso, col cuore che gli pulsava follemente e un gemito raggelato chiuso fra le corde vocali.

Poi udì ancora la voce del sogno, la voce che lo aveva guidato fuori dalla dimora di Danan e giù per le budella della montagna:

— Portatore di Stelle!

Proveniva da oltre la porta, ed era una voce strana, poiché malgrado la limpidezza non aveva un timbro definibile. Il suo suono lo spaventò ancor di più; come se avesse un terzo occhio vide la presenza del pericolo che stava al di là della porta, e seppe cosa avrebbe potuto costargli mettere le mani su una conoscenza proibita. Appoggiato con una spalla alla parete restò a fissarla a lungo, ogni tanto scosso da tremiti di freddo, cercando di pesare il pro e il contro di ogni sua eventuale decisione. Antica di millenni, mai sfiorata dalla pioggia e dal vento, la porta stava lì fin dalla sua ignota origine e rispondeva allo sguardo di lui solo col silenzio. Infine egli si decise a passare una mano su quella superficie marmorea. Quel tocco bastò per far spalancare il battente su un panorama di tenebra. Si mosse nell’interno, e muovendo la torcia a destra e a sinistra vide pareti di roccia scabra punteggiate di cristalli verdi e azzurrini. Poi qualcuno avanzò di fronte a lui nell’alone luminoso, ed egli si arrestò con un sussulto.

L’emozione gli impediva di respirare. Una mano esile e affusolata si alzò a sfiorargli la fronte, come avrebbe fatto Suth, quasi per convincersi della sua realtà. Con gli occhi fissi su quel volto finemente modellato Morgon riuscì ad ansimare: — Tu sei un bambino!

Gli occhi simili a stelle bianche, incastonati nei lineamenti pallidi, si sollevarono nei suoi. — Noi siamo i figli. — La voce era la stessa da lui udita, fanciullesca, chiara e sognante.

— I figli?

— Noi siamo tutti i figli. I figli dei Signori della Terra.

Morgon stava per fare un’altra domanda, ma non ne fu capace. Il panico che gli aveva stretto la gola se ne stava andando, e tuttavia lo stupore lo lasciava altrettanto incapace di pensare chiaramente. Ma quello che gli stava di fronte era senza dubbio un ragazzino. Allungò una mano a toccargli una spalla e lo sentì esile ma concreto.

— Siamo divenuti pietra nella pietra. La terra ci ha sottomessi.

Sollevò la torcia. Tutto intorno a lui molte figurette sottili, eteree e fanciullesche, stavano emergendo dall’oscurità, ed i loro sguardi erano curiosi, privi di timore, quasi che egli fosse qualcosa facente parte dei loro sogni. La luce gli rivelò volti pallidi e lisci come la pietra delle stalattiti.

— Quanto tempo… da quanto siete qui?

— Dal tempo della guerra.

— La guerra?

— Prima dell’Insediamento. Aspettavamo te. Tu ci hai risvegliati.

— Siete stati voi a svegliarmi. E non so cosa… no, non capisco.

— Tu ci hai risvegliati, e noi ti abbiamo chiamato. Tu hai le stelle. — L’esile mano gli sfiorò la fronte. — Tre per la vita, tre per il vento, e tre per… — D’un tratto il fanciullo sollevò l’altra mano, e Morgon vide che reggeva una spada. L’elsa stellata gli venne offerta. — Tre per la morte. Questo ci fu promesso.

Le dita di lui si chiusero intorno alla lama; nella bocca aveva un sapore così acido che anche le parole gli uscirono amare: — Chi vi ha fatto questa promessa?

— La terra. Il vento. La grande guerra ci ha distrutti. Così ci venne promesso un uomo di pace.

— Vedo. — La sua voce tremava. — Vedo. — Tacque, e poggiò un ginocchio a terra per portarsi alla stessa altezza del fanciullo. — Qual è il tuo nome?

Lui esitò a lungo, come se non riuscisse a rispondere. Il suo volto si contrasse. Poi quasi stupito esclamò: — Io ero… io ero Tirnon. Mio padre era Tir, Signore della Terra e del Vento.

— Io ero Ilona — intervenne una bambinetta. Si accostò a Morgon con fiducia, anch’essa pallidissima nella cornice di capelli candidi. — Mia madre era… mia madre era…

— Trist — disse un bambino dietro di lei. I suoi occhi fissavano Morgon come se avesse letto in lui il proprio nome. — Io ero Trist. Io potevo assumere ogni forma della terra, uccello, albero, fiore… io li conoscevo. Potevo anche prendere la forma-vesta.

— Io ero Elore — disse con impazienza una snella ragazzina. — Mia madre era Rena… ella poteva parlare ogni linguaggio della terra. Mi stava insegnando la lingua dei grilli.

— Io ero Kara…

I bambini gli si affollarono intorno, ignorando la vicinanza della torcia accesa, e il coro delle loro voci era ingenuo e sognante. Lui li lasciò parlare, fissando incredulo i loro volti senza vita; poi esclamò bruscamente, sovrastando quel diluvio di parole: — Cos’è accaduto? Perché voi siete quaggiù.

Nella caverna cadde il silenzio. Tirnon si fece avanti. — Loro ci distrussero.

— Loro chi?

— Quelli venuti dal mare. Edolen. Sec. Essi ci distrussero, affinché non potessimo più vivere sulla terra; noi non possiamo dominarla. Mio padre allora ci difese e ci fece venire qui, lontani dalla guerra. Qui trovammo l’estremo rifugio.

Morgon rifletté su quelle parole. Abbassò la torcia lentamente, e le ombre tornarono a chiudersi sui bambini che lo circondavano. — Capisco. Cosa posso fare per voi?

— Libera i venti.

— Sì. In che modo?

— Una stella chiamerà fuori dal silenzio il Signore dei Venti; una stella chiamerà dalla tenebra il Maestro delle Tenebre; una stella richiamerà dalla morte i figli dei Signori della Terra. Tu hai chiamato; essi hanno risposto.

— Chi è…

— La guerra non è finita, ma soltanto interrotta per radunare le forze. Tu porterai le stelle di fuoco e di ghiaccio al Termine dell’Era del Supremo…

— Ma noi non potremmo vivere senza il Supremo.

— Questo ci è stato promesso. Questo sarà. — Il fanciullo sembrava non udire la sua stessa voce, quasi che quelle parole uscissero da ricordi sepolti in lui millenni addietro. — Tu sei il Portatore di Stelle, e tu scioglierai dal loro ordine i…

Improvvisamente tacque. Morgon lo scrutò, perplesso. — Continua.

Tirnon abbassò la testa. Si afferrò a un polso di Morgon con dita gelide, e nella sua voce esplose una nota di angoscia: — No!

Morgon sollevò di nuovo la torcia. Al di là di quel cerchio di volti nivei, di snelle figure fanciullesche e immobili, un’ombra più alta scivolò fuori dal buio. La luce si riflesse su un viso aureolato da lunghi capelli neri: una donna, affascinante e bellissima, che fissandolo con strana calma gli sorrise.

Si alzò di scatto, mentre i bambini balzavano qua e là disperdendosi come foglie al vento. Tirnon era caduto in ginocchio abbassando la fronte sulle cosce nude, e Morgon poté vedere i contorni del suo corpo cominciare a dissolversi e rimescolarsi in una massa unica, quasi calcarea. Si volse e corse disperatamente fuori dalla caverna. Ma aveva appena oltrepassato la porta marmorea che vide venire verso di lui, nel lungo tunnel in discesa e alla luce di lampade azzurrine, un gruppo di individui dalle membra verdastre e mutevoli, i cui movimenti erano fluidi come le acque del mare.

Un attimo di cieco panico lo fece irrigidire, finché a stento s’accorse che sulla sua destra la roccia presentava una spaccatura alta un paio di metri. Con un’imprecazione scaraventò via la torcia, e la vide rimbalzare fin tra i piedi dei suoi inseguitori. Poi trovò alla cieca la fessura e vi si cacciò dentro ansimando, con le braccia protese nell’oscurità, sbattendo a ogni passo contro spigoli e pareti di roccia. Si allontanò più in fretta che poté, lungo un budello che faceva continue curve, scivolando, urtando le spalle e la faccia, annaspando avanti coi piedi a ogni passo. Dinnanzi a lui c’era una tenebra identica a quella in cui erano precipitati i suoi pensieri. Alle sue spalle non si scorgeva alcuna luce; l’ignoto più completo lo circondava. D’un tratto il timore lo costrinse a voltarsi, e tese gli orecchi: a parte l’ansito del suo respiro, attorno aveva soltanto l’immenso silenzio delle viscere dell’Isig. Continuò a procedere, e le sue dita si ferirono sul granito e sui nidi di cristalli; uno spigolo gli aprì sulla fronte un taglio da cui un rivolo caldo gli scese su entrambi gli occhi, e sbattendo le palpebre ebbe l’impressione di piangere sangue. E poi, senza preavviso, sotto i suoi piedi ci fu il vuoto: precipitò in basso, e il suo grido di spavento si spense in un gelido stagno d’acqua nera.

Agitò le braccia, e l’elsa della spada che stringeva nella mano destra urtò nella roccia. Riemerse, sputacchiando, e senza lasciare l’arma si trascinò su per una superficie inclinata finché non fu di nuovo all’asciutto. Qui si fermò, bocconi, dolorante e senza riuscire a far altro che ansimare penosamente. Più tardi, quando i suoi rantoli si furono acquietati, udì uno scalpiccio e il respiro di qualcun altro, vicinissimo, e trattenne il fiato. Una mano lo toccò.

Con uno scatto repentino Morgon balzò in piedi, indietreggiando. Udì un sussurro concitato: — Morgon, attento! L’acqua…

A denti stretti s’immobilizzò e tese una mano in cerca di un appiglio, aguzzando gli occhi nel tentativo di scorgere la figura dello sconosciuto; ma l’oscurità era assoluta. Poi riconobbe la voce:

— Morgon! Sono io, Bere. Non muovetevi da lì, o cadrete ancora nell’acqua. Aspettate, vengo io verso di voi.

Per restare fermo su quel terreno scivoloso, col sangue che gli riempiva la bocca, gli occorse tutto il suo coraggio. Mai l’oscurità gli era parsa così ostile. Una mano di Bere gli afferrò un gomito. Poi sentì la spada muoversi fra le sue dita, e gli sfuggì un brontolio.

— Dunque era là! Avevate ragione, io lo sapevo. L’avrei giurato che lui aveva intarsiato la lama. È… non riesco a vederla bene. Avrei bisogno di… — Tacque un istante. — Ma che avete fatto? Vi siete tagliato la mano, stringendo la lama a questo modo.

— Bere, io non posso vederti. Non vedo niente. Ma ci sono dei cambiaforma che mi inseguono.

— Erano dei cambiaforma, allora? Li ho visti. Mi sono nascosto in una fenditura, e subito dopo voi mi siete passato davanti. Che devo fare? Volete che vi lasci qui e vada…

— No. Puoi aiutarmi a uscire da questo labirinto?

— Credo di sì. Se seguiamo il torrente sotterraneo, ci porterà quasi certamente a una delle miniere inferiori. Morgon, sono contento che siate venuto a prendere la spada; ma cosa vi ha convinto ad avventurarvi qui senza parlarne a Danan? E come avete trovato la strada? Tutti vi stanno cercando. Io ero salito da voi a vedere se non avevate cambiato idea, e non vi ho trovato. Così sono andato a cercarvi nella stanza di Deth, che stava dormendo e si è svegliato nel sentirmi entrare. Quando gli ho detto che eravate sparito è andato ad avvertire Danan, e Danan ha tirato giù dal letto i minatori. Vi stanno cercando dappertutto. Io li ho preceduti. Però non capisco…

— Se riusciamo a tornare vivi in casa di Danan, te lo spiegherò. Racconterò tutto. Ma non ora.

— Va bene. Lasciate che vi porti io la spada. — Il ragazzo lo prese per un polso. — Attento, c’è una stalattite alla vostra sinistra. Dovreste bendarvi la testa.

Si avviarono in fretta nelle tenebre, senza scambiarsi parola salvo a tratti qualche mormorio di avvertimento. Malgrado lo scampato pericolo Morgon era teso, nervoso, e si sforzava di scorgere davanti a sé il riflesso di un cristallo, lo scintillio dell’acqua, ma i suoi occhi non trovavano nulla su cui posarsi. Alla fine li chiuse, e lasciò che Bere lo conducesse dietro di sé ubbidendo passivamente alla sua mano. Il percorso cominciò a salire, irregolare, fra svolte continue. Sotto le sue dita le pareti mutavano come fossero vive, talora stringendosi al punto che rendevano difficoltoso il passaggio, talaltra allargandosi oltre la portata del suo braccio mentre il soffitto invece si faceva così basso da costringerli a piegarsi in due. Finalmente Bere si fermò, in un luogo non meno buio degli altri.

— Qui c’è una scala. Conduce al pozzo principale della miniera. Volete riposarvi un po’?

— No. Vai avanti.

Gli scalini di pietra si susseguivano interminabilmente. Tremante di freddo, con le dita incrostate di sangue, Morgon cominciò a vedere ombre e chiazze di colore dinnanzi agli occhi, ma li tenne chiusi. Agli orecchi gli giungeva l’ansito di Bere, stanco quanto il suo. Da lì a poco il ragazzo emise un sospiro: — Bene. Siamo in cima. — Si fermò così bruscamente che Morgon gli urtò addosso. — C’è luce nel pozzo. Dev’essere Danan. Andiamo!

Morgon spalancò gli occhi. Bere era di fronte a lui, sotto un’arcata di mattoni le cui pareti erano soffuse di una pallida luce azzurrina. Il ragazzo chiamò, incerto: — Danan?… — Poi fece un balzo indietro e mandò un ansito di spavento. Una lama di colore grigio-verde balenò fuori dall’oscurità e gli sfiorò la testa. Bere finì lungo disteso al suolo, mentre la spada gli sfuggiva rimbalzando sonoramente, sbatté il capo e svenne.

Sbigottito Morgon fissò il corpo immobile del giovinetto, e la sua sorpresa si mutò in un impeto di rabbia animalesca. Con un ringhio scattò indietro evitando la spada che era saettata verso di lui come un serpente metallico. Si chinò, e un’altra sciabolata gli strappò un lembo della tunica; poi corse a raccogliere la spada dall’elsa stellata. Il suo assalitore lo aveva seguito con la velocità di un felino, e per schivare due fendenti successivi fu costretto a gettarsi contro la parete; ne arrestò un terzo, violentissimo e dall’alto in basso, opponendogli la sua lama, e vide scaturire dall’impatto una lingua di scintille simile a un lampo. Ma era riuscito a far ruotare la spada in semicerchio, e indietreggiando vide il sangue ruscellare sulla faccia del suo assalitore, bianca come la madreperla. Magicamente una seconda lama si materializzò in mano al cambiaforma, ed egli si trovò costretto a fronteggiarne due; con una sciabola schiacciò al suolo una di esse, evitò un affondo, fu sul punto di scivolare e imprecò furente. L’altra lama tornò ad abbattersi in cerca delle sue carni. Stavolta Morgon la evitò con un guizzo laterale e proiettò avanti la sua: sentì un contraccolpo vibrargli nel braccio fino alla spalla, e vide la spada stellata affondarsi come una scheggia di luce nel petto dell’avversario. Il cambiaforma si rovesciò all’indietro, strappandogli l’elsa dal pugno, e cadde senza un grido sull’umido e polveroso suolo della galleria.

Solo quando il silenzio fu tornato a pesare nel freddo che lo circondava Morgon s’accorse d’essere stato ferito a un braccio. Il sangue gli colava fino al polso. La sua spada, conficcata fra le costole del cambiaforma, si muoveva al ritmo dei suoi ultimi penosi ansiti di morte, e poi si immobilizzò. C’era sangue anche sull’elsa, e sulle tre stelle. La strana lampada azzurrina, rotta ma ancora accesa, era caduta a terra accanto a una mano del cambiaforma. Morgon fissò la spada stellata ed un brivido violento lo scosse da capo a piedi. Qualche istante dopo si mosse, schiacciò la lampada con un ansito di furia e vacillò fino alla parete. Appoggiò la fronte contro i mattoni scabri e chiuse gli occhi.

CAPITOLO UNDICESIMO

Il taglio lungo il suo braccio non si sarebbe rimarginato prima di due settimane, e sulle cicatrici-vesta della sua mano sinistra vi sarebbero state altre cicatrici, causate dalla lama della spada stellata. Morgon non pronunciò parola quando infine i minatori di Danan, muniti di torce fumose, scesero nella galleria e lo trovarono accanto al cadavere del cambiaforma, con gli occhi ancor fissi sulle tre stelle arrossate di sangue. Tacque anche quando Bere, con una chiazza nerastra e insanguinata sulla faccia, vacillò verso i soccorritori per tranquillizzarli, sebbene il suo sollievo nel vederlo alzarsi fosse stato grande. Risalendo lungo la miniera in compagnia di Danan si limitò a scuotere il capo alle sue domande, preferendo tacere. Senza guardare nessuno, muto e angosciato, si lasciò condurre fuori dalla montagna e su nella torre, in casa di Danan Isig.

Ruppe il silenzio soltanto il giorno dopo, a letto in camera sua e col braccio fasciato dal polso alla spalla, mentre Bere ricopiava le incisioni sulla lama della spada con aria intenta e grave quanto tranquilla. Ubbidendo alla sua richiesta il ragazzo si alzò e scese a chiamare Deth e Danan. Morgon riferì loro con voce piatta ciò che volevano sapere, in ogni particolare.

— Bambini… — mormorò Danan. — Quando Yrth mi condusse laggiù io vidi soltanto pietre. Come poteva sapere cosa fossero in realtà?

— Glielo domanderò.

— A Yrth? Credete che sia ancora vivo?

— Se è vivo, lo troverò. — I suoi occhi si fecero pensosi, imperscrutabili. — C’è qualcun altro coinvolto in questa faccenda, oltre al Fondatore e ai cambiaforma. Mi sono stati fatti dei nomi strani… Edolen, e Sec. E qualcuno che essi chiamavano il Signore dei Venti. Forse intendevano riferirsi al Supremo. — Si volse a Deth. — Il Supremo è anche un Signore del Vento?

— Sì.

— E c’è poi un Signore delle Tenebre, che senza dubbio si farà conoscere anch’egli quando gli parrà meglio. L’Era del Supremo sta volgendo al termine…

— Ma com’è possibile? — protestò Danan. — Le nostre terre moriranno, senza il Supremo.

— Io non so come possa o non possa essere. So che ho toccato la faccia del figlio di un Signore del Vento, mentre mi parlava, e che era di pietra. Credo che se è possibile una cosa del genere, allora tutto è possibile, compresa la distruzione del Reame. Questa non è la nostra guerra, non siamo stati noi a cominciarla, non possiamo essere noi a finirla… ma non possiamo evitarla. Non c’è scelta.

Danan fece per borbottare qualcosa ma poi tacque. La matita di Bere s’era immobilizzata, e i suoi occhi seri li stavano scrutando. Danan emise un lungo sospiro: — Il termine dell’era… Come può qualcuno mettere termine a una montagna? Morgon, dovete aver frainteso. Quelli che cominciarono questa guerra, migliaia di anni fa, non sapevano che avrebbero dovuto fare i conti con uomini che si battevano per ciò che amavano. Questi cambiaforma possono essere distruttì; lo avete dimostrato.

— Sì, l’ho fatto. Ma dobbiamo evitare la guerra con loro. Se riuscissero a uccidere il Supremo, per noi sarebbe la fine.

— Allora perché hanno tentato di uccidervi? Perché hanno mirato a voi invece che al Supremo? Questo non ha senso.

— Ce l’ha. Ogni enigma ha una risposta. Quando avrò cominciato a mettere insieme le risposte alle domande che intendo fare, avrò anche un principio di soluzione per la vostra domanda.

Danan scosse la testa. — E come potete riuscirci voi? Neppure i maghi ne furono capaci.

— Devo farlo. Non ho alternativa.

Deth non aveva parlato molto. Dopo che essi furono usciti, portando Bere con loro, Morgon si alzò dal letto con una smorfia di dolore e andò davanti a una delle finestre. Era il tramonto; i fianchi candidi della montagna pullulavano d’ombre azzurrine fra cui non si scorgeva alcun movimento. Soltanto gli abeti fremevano lievemente nel crepuscolo mentre l’immensa mole dell’Isig si stagliava contro un cielo sempre più scuro, senza stelle.

Poco dopo udì dei passi che risalivano le scale, e il fruscio della tenda che veniva tirata. Senza voltarsi disse: — Quando partiremo per il Monte Erlenstar?

— Morgon…

Lui si girò di scatto. — Questa è una cosa che ho udito pochissime volte nella tua voce: un tono di protesta. Siamo sulla soglia del Monte Erlenstar, e ci sono mille domande a cui voglio una risposta.

— Il Monte Erlenstar — disse con calma Deth. — È un luogo dove tu potresti trovare le risposte che cerchi, e potresti non trovarle. Sii paziente. I venti che soffiano dalle terre di ghiaccio giù attraverso il Passo Isig possono essere spaventosi, in pieno inverno.

— Ho già assaggiato il morso di quei venti, e l’ho sopportato bene.

— Lo so. Ma se affronterai quel gelo prima d’esserti rimesso in forze, non sopravviverai per due giorni dopo aver lasciato Kyrth.

— Sopravviverò! — esclamò ferocemente Morgon. — Questa è una cosa che so far bene… sopravvivere a ogni costo, con tutti i mezzi. Per essere un Principe di Hed ho delle qualità davvero insolite. Non hai visto le facce dei minatori quando ci hanno trovati là in quel tunnel? E con tutti i mercanti che ci sono qui, quanto tempo credi che passerà prima che il racconto di quell’avvenimento raggiunga Hed? Non solo sono diventato un bravo apprendista assassino, ma ho anche una spada col mio nome praticamente inciso sopra pronta a fare di me un maestro in quest’arte. Una spada datami da un bambino dalla faccia di pietra. Una spada forgiata da un mago il quale dava per certo il fatto che avrei accettato sia quella lama che il mio destino. Sono in trappola. Se non c’è altro che possa fare, salvo quello che ho ormai deciso, allora voglio farlo il più presto possibile. Fuori non spira un alito di vento. Se parto stanotte posso arrivare al Monte Erlenstar in tre giorni.

— Cinque — lo corresse Deth. — Anche in forma di vesta. — Andò al caminetto e si chinò a prendere altri ceppi. Mentre la fiamma si alzava più vivace il suo volto rivelò una rete di sottilissime rughe, che Morgon non gli aveva mai visto prima. — Quanta strada credi che possa fare un vesta con una zampa anteriore ferita?

— Mi stai suggerendo di restare qui ad aspettare che mi ammazzino?

— I cambiaforma hanno tentato un colpo di mano qui, e hanno fallito. Con la fortezza di Danan piena di sentinelle, con ogni spada pronta, e sapendo che quei bambini dalla faccia di pietra non possono averti detto molto, forse i cambiaforma decideranno di aspettarti là fuori.

— E se io restassi qui, tanto per deluderli?

— Non lo farai, lo sai benissimo.

— Sì, lo so — mormorò lui. Cominciò a camminare avanti e indietro per la stanza. — Mi chiedo come puoi essere tanto tranquillo. Tu non hai mai paura, nulla ti sorprende mai. Hai vissuto per mille anni, e hai preso il Nero dei Maestri… quanti di questi fatti ti aspettavi che accadessero? Tu fosti il primo a darmi il mio nome, a Herun. — Vide lo sguardo dell’arpista, dapprima stupito, velarsi di riserbo, e questo lo fece accigliare. — Che ti aspettavi da me? Forse che, una volta immerso fino al collo in questo gioco, io avrei osato lasciarti fuori dalle mie domande? Tu conoscevi Suth… non ti ha mai parlato degli enigmi sulle tre stelle? Conoscevi Yrth, mi hai detto tu stesso che eri a Isig quando costruì l’arpa. Non ti ha mai rivelato ciò che aveva visto nella Caverna dei Perduti? Tu sei nato a Lungold: eri là quando la Scuola dei Maghi fu abbandonata? Hai studiato là anche tu?

Deth si erse, fissandolo dritto negli occhi. — Io non sono un mago di Lungold. Non ho mai servito nessuno salvo il Supremo. Per un breve periodo ho studiato alla Scuola dei Maghi, ma soltanto perché vidi che gli anni passavano e io non invecchiavo. Fu perciò che ipotizzai che mio padre fosse un mago. Ma non avevo alcun talento per la magia, cosi lasciai perdere… e questo riassume l’esperienza che ebbi coi maghi di Lungold. A Ymris ti ho cercato per cinque settimane; qui a Kyrth ti ho aspettato due mesi senza mai toccare la mia arpa, per evitare che qualcuno capisse chi ero e chi stavo aspettando. Quando i minatori di Danan si sono dispersi in quei budelli di roccia alla tua ricerca, io mi sono infilato un paio di stivali e ho corso con loro dappertutto. Credi davvero che se potessi far qualcosa per te mi rifiuterei di farla?

— Sì, lo credo. — La frase parve raggelarli entrambi, e ciascuno evitò lo sguardo dell’altro. Morgon allungò una mano ad afferrare la spada, che Bere aveva deposto sul piano sopra il caminetto, la sollevò in un largo semicerchio e poi, a denti stretti, la abbatté rabbiosamente contro la nuda pietra della parete. Alcune scintille schizzarono sul pavimento, e la lunga lama emise una vibrazione sonora come una nota d’arpa. Morgon ignorò il dolore che gli era saettato nella mano, e la sua espressione rimase cupa. — Tu potresti rispondere alle mie domande!

Quattro giorni più tardi Morgon mise fine al suo volontario isolamento nella torre e scese nel cortile degli artigiani. Il suo braccio era pressoché guarito; un’energia fisica da tempo quasi dimenticata tornava a fremergli piacevolmente nelle membra. Coi piedi piantati nella neve colma d’impronte allargò i polmoni a respirare l’odore di legna e di metallo delle fonderie. Il mondo sembrava un’oasi di tranquillità sotto il mantello grigio-bianco del cielo. La voce di Danan chiamò il suo nome, ed egli si girò. Avvolto in una spessa pelliccia il Re della montagna venne a mettergli amichevolmente una mano su una spalla.

— Sono felice di vedere che state meglio.

Lui annuì. — Oggi si sta bene all’aperto. Dov’è Deth?

— È sceso a cavallo a Kyrth questa mattina, con Ash. Torneranno verso sera. Morgon, ho riflettuto… pensavo che mi sarebbe piaciuto darvi un aiuto di qualche genere, e mi sono spremuto il cervello senza tirarne fuori niente, finché poi mi sono detto che potreste aver bisogno di un buon sistema per nascondervi, se nel viaggio che vi attende foste inseguito dai vostri nemici. Per nascondervi da tutti, se volete, dagli amici e dal resto del mondo, e riflettere un po’… E non c’è niente che sia più invisibile di un albero in una foresta d’alberi identici.

— Un albero? — I suoi occhi ebbero un lampo d’interesse. — Danan, voi potreste insegnarmi questo?

— Il talento per cambiar forma non vi manca. E tramutarsi in un albero è molto più facile che assumere la forma-vesta. Tutto ciò che dovete imparare è il segreto dell’immobilità totale. Voi sapete quale genere d’immobilità c’è in una pietra, o in una manciata di terra, vero?

— Una volta lo sapevo.

— Lo sentite ancora, dentro di voi — affermò Danan. Esplorò il cielo con lo sguardo, poi girò una rapida occhiata sui lavoranti indaffarati nelle botteghe. — Non è difficile starsene fermi in un giorno come questo. Venite. Nessuno sentirà la nostra mancanza, per un po’.

Morgon lo seguì fuori dalle mura di Harte, giù per la ricurva strada sterrata e poi nella foresta che dominava la città di Kyrth. Le loro impronte si fecero sempre più profonde nella neve alta, e nel passare fra i cespugli e gli alberi ne scossero i rami, che balzarono in alto liberati dal loro carico. La corteccia degli abeti era umida e nera, il solo colore che vi fosse in tutto quel candore intatto. Procedettero in silenzio finché, girandosi, non videro più la strada né la città, né le mura di Harte, ma soltanto gli alberi coperti di neve. Si fermarono e tesero gli orecchi. Il cielo era una cappa soffice e impenetrabile; gli abeti sembravano plasmati da un’immobilità che risaliva dalle radici alle cime appuntite, quasi che l’essenza stessa della loro vita fosse nella mancanza di moto, nello stagnare della forma. Un falco che veleggiava più in alto sorvolò gli alberi con un lievissimo fruscio e scomparve verso la valle. Morgon, che lo aveva seguito con gli occhi, si volse in cerca di Danan e stupito s’accorse d’essere solo. Là dove terminavano le impronte del Re di Isig sorgeva un abete, perfetto, svettante e silenzioso sotto la sua veste di neve.

Rimase dove si trovava, più fermo che poté. Dopo un poco il freddo dovuto alla sua stessa immobilità si fece tormentoso, poi quella sensazione svanì ed il tempo divenne qualcosa che egli poteva misurare col suo respiro, col battito del cuore, e che rallentava a mano a mano che rallentavano i suoi pensieri. Si concentrò nello sforzo di far divenire linfa il suo sangue, e rami le sue ossa, finché gli parve di svuotarsi e di essere un ottuso particolare di quel panorama invernale. Gli alberi che lo circondavano cominciarono a dargli la sensazione di sicurezza e di calore, come le mura di pietra di un rifugio di montagna, come una casa. Protendendo la mente fu sorpreso di avvertire il sussurro dei loro vasi linfatici, che estraevano la vita dal duro terreno coperto di neve. Nella montagna c’era una forza che lo attirava in basso e gli imponeva di radicarsi al suolo, c’era un ritmo vitale, e quel ritmo si mescolava al suo smorzandogli l’energia, la memoria, i pensieri, mentre il silenzio stesso diveniva la mano di un artigiano che plasmava la sua forma. In lui subentrò una conoscenza senza parole, fatta di antichità e di attese, di venti che sussurravano o urlavano, di stagioni che cominciavano e finivano, di paziente sete per ciò che si trovava intorno alle profonde radici, di lunghi sonni e lentissimi risvegli…

Qualcosa mise termine alla sua immobilità. Si stiracchiò, e una buffa difficoltà nel contrarre la faccia gli diede la sensazione d’avere la pelle di corteccia. Aveva le dita rigide come rami. Il respiro, quando ricordò di emetterlo, gli scaturì dalla bocca in una rapida nuvola di vapore. A scuoterlo era stata una mano.

Con voce che sembrava appartenere ancora al silenzio, Danan disse: — Quando avrete un po’ di tempo fate pratica, così potrete mutarvi da uomo in albero nello spazio di un pensiero. Ma attento a conservare un legame col mondo. Talvolta io dimentico di tornare uomo: guardo la montagna svanire nel crepuscolo, e le stelle spostarsi in lenti archi che smarriscono ogni significato, finché Bere deve venire a chiamarmi, o finché qualche movimento casuale nelle vicinanze mi costringe a ricordare chi sono. Quando saprò di essere stanco della vita salirò più in alto che potrò sull’Isig, poi mi fermerò e diventerò un albero per sempre. Se il cammino che avete intrapreso vi divenisse intollerabile, potrete semplicemente sparire un po’, e nessun mago o cambiaforma di questo mondo potrà trovarvi finché non sarete pronto.

— Grazie. — Stupito s’accorse che aveva faticato un istante per ricordare di possedere ancora una voce.

— Voi avete poteri notevoli. Ho guidato la vostra mente sulla giusta strada, ma avete imparato più in fretta dei miei stessi figli.

— È stato facile. Così facile che mi sembra strano di non averlo mai fatto prima d’ora. — S’incamminò a fianco di Danan, seguendo le tracce che avevano lasciato dopo essere usciti di strada, ancora conscio della tranquillità che c’era in quell’immobile foresta invernale. La voce di Danan era così pacata che non lo disturbava affatto.

— Ricordo che una volta, da giovane, trascorsi un intero inverno in forma di albero, tanto per capire quell’esperienza. Non mi accorsi neppure del tempo che scorreva. Grania mandò fuori i minatori a cercarmi, poi venne anche lei stessa, ma io non notai affatto la sua presenza, così come lei non notava la mia. In questa forma potrete sopravvivere alle tormente più terribili, se ve ne fosse bisogno, nel vostro viaggio al Monte Erlenstar. Perfino i vesta cedono, a volte, contro quei venti.

— Io ce la farò. Ma Deth? Sa mutare la sua forma?

— Non lo so. Non gliel’ho mai chiesto. — Danan si fece pensoso. — Ho sempre sospettato che abbia altri talenti, oltre l’abilità di arpista e il tatto, ma se devo esser sincero non ce lo vedo a trasformarsi in un albero. C’è qualcosa in questa forma che non gli si addice.

Morgon lo fissò. — Quali talenti sospettate in lui?

— Nessuno in particolare, ma non sarei sorpreso nel vedergli fare anche cose impensabili. In lui c’è un silenzio che, per quante volte abbiamo parlato insieme, non ha mai infranto. Probabilmente voi lo conoscete meglio di chiunque altro.

— No. Conosco quel suo silenzio… talvolta ho pensato che fosse la calma di chi ha imparato a riflettere con cura, altre volte mi è parso soltanto il silenzio dell’attesa.

Danan annuì. — Vero. Ma l’attesa di cosa?

— Non lo so — ammise Morgon. — Vorrei poterlo capire.

Raggiunsero la strada. Da Kyrth stava risalendo un carro, mezzo carico di pellicce, e il conducente nel riconoscerli fece arrestare i due robusti cavalli da tiro. Morgon e Danan salirono sul retro e si misero a sedere sulle pelli. Accarezzando una bella coda di volpe il Re della montagna mormorò: — Deth mi ha incuriosito fin dalla prima volta che lo vidi entrare nel mio cortile, un inverno di settecento anni fa. Suonò per noi, e in cambio chiese che gli insegnassimo certe vecchie canzoni di Isig. Il suo aspetto era più o meno lo stesso di adesso, e la sua abilità di arpista… anche allora non aveva rivali.

Morgon si volse, perplesso. — Settecento anni fa?

— Sì. Ricordo che fu allora, pochi anni dopo la scomparsa dei maghi.

— Io credevo… — S’interruppe, mentre una ruota rimbalzava violentemente su un sasso nascosto nella neve. — Allora non era qui a Isig quando Yrth costruì la mia arpa?

— No — dichiarò Danan, sorpreso. — Come avrebbe potuto esserci? Yrth fabbricò l’arpa circa cent’anni prima della fondazione di Lungold, e Lungold è la città dove Deth nacque.

Morgon sentì un peso in gola, come se deglutisse una pietra. La neve stava riprendendo a cadere, leggera e futile; d’improvviso sollevò gli occhi verso la grigia coltre del cielo, disperato e impaziente. — Ecco che ricomincia!

— No. Non siete riuscito a sentirlo sotto di voi, nel terreno? Il tempo cambia…

Quella sera Morgon sedette in camera sua, da solo e immobile, con gli occhi fissi nel fuoco. Le pareti della stanza e le pareti della notte lo circondavano col loro silenzio familiare e sconsolante. Fra le mani aveva l’arpa ma non la suonava; le sue dita si muovevano lente e pensose sugli spigoli e sulle superfici delle stelle. Infine udì i passi di Deth sulle scale, la tenda frusciò aprendosi e lui sollevò la testa; all’ingresso dell’arpista cercò il suo sguardo, poi tentò di spingere i suoi pensieri oltre quegli occhi oscuri e impenetrabili.

In lui balenò un senso di sorpresa, come se, aprendo la porta di unatorre solitaria e sconosciuta, si fosse accorto d’essere entrato in casa sua. Ma subito qualcosa di simile a una saetta di fuoco bianco rimbalzò nella sua mente; sconvolto e accecato balzò in piedi, e l’arpa rotolò sul pavimento. Per qualche istante non poté vedere né udire nulla, finché, quando la sfolgorante palla di luce si ritrasse dai suoi globi oculari, sentì accanto a sé la voce di Deth:

— Morgon… mi spiace. Siediti.

Morgon si tolse le mani dagli occhi e sbatté le palpebre; barbagli di colore stavano guizzando per tutta la stanza. Fece un passo e inciampò nel tavolo con la bottiglia del vino; Deth lo aiutò a sedersi sulla sedia.

Lui sussurrò: — Cos’è successo?

— Una variazione del Grande Urlo. Morgon, avevo dimenticato il lavoro mentale che hai imparato da Har; mi hai colto di sorpresa. — Versò del vino in un boccale e glielo porse. Rigido e a pugni stretti, con le vibrazioni dell’urlo mentale che gli sciabordavano nella testa come onde, Morgon riuscì ad aprire un mano e lo prese. Una convulsione non del tutto involontaria gli fece scattare il braccio di lato, il boccale volò attraverso tutta la stanza e si fracassò nel muro, schizzando attorno vino e cocci.

Si volse a fronteggiare l’arpista, controllando la voce. — Perché hai cercato di darmi a bere che eri a Isig quando Yrth ha fabbricato l’arpa? Danan ha detto che fu fatta prima che tu nascessi.

Nello sguardo dell’arpista non ci fu alcuno stupore, soltanto un barlume di rassegnazione. Abbassò la testa, poi si versò del vino e ne bevve un sorso. Sedette sull’altra sedia, cullandosi il boccale fra le mani.

— Tu pensi che io ti abbia mentito?

Morgon tacque. Poi con sua stessa sorpresa disse: — No. Tu sei un mago?

— No. Io sono l’arpista del Supremo.

— E allora, vuoi spiegarmi com’è possibile che tu fossi a Isig cento anni prima della tua nascita?

— Ti accontenti di una mezza verità, o la vuoi tutta?

— La verità!

— Quand’è così dovrai fidarti di me. — La sua voce, più morbida del fruscio del fuoco, parve mescolarsi al silenzio e alla penombra. — Al di là di ogni logica, al di là della ragione, al di là della speranza. Dovrai fidarti.

Morgon si appoggiò all’indietro, con la testa che gli doleva. — Quello scherzetto, l’hai imparato a Lungold?

— Fu una delle poche cose che riuscii a imparare. Una volta venni colpito accidentalmente dall’urlo mentale del mago Talies, che aveva avuto un’esplosione d’ira. M’insegnò lui a farlo, per farsi perdonare.

— Pensi di potermelo insegnare?

— Adesso?

— No. Per il momento la mia testa è un groviglio, non sopporterei un altro urlo. Lo usi spesso?

— No. Può essere pericoloso. Per istinto, sentendo un’altra mente che entrava nella mia, ho reagito. Ci sono espedienti più semplici per schermarsi; se avessi capito che eri tu mi sarei ben guardato dal colpirti. — Fece una pausa. — Ero salito per dirti che il Supremo ha scolpito il suo nome in ogni roccia e in ogni albero del Passo Isig. La terra al di là di Isig è sua, e lui può sentire ogni passo che la calpesta come i battiti del suo cuore. Soltanto a noi concederà di attraversarla. Danan mi ha suggerito di partire appena il ghiaccio dell’Ose comincierà a sciogliersi. E questo accadrà presto; il tempo sta cambiando.

— Lo so. L’ho sentito. Oggi pomeriggio Danan mi ha insegnato ad assumere la forma-albero. — Si alzò e andò a prendere un altro boccale, poi se lo riempì. — Ho fiducia in te, col mio nome e con la mia vita. Ma la mia vita è stata tolta al mio controllo, e io sono diventato uno strumento che deve correre avanti cercando risposte, inseguendo enigmi. Tu questa sera me ne hai dato uno; io troverò la risposta.

— Questo — disse con calma l’arpista, — è proprio il motivo per cui te l’ho dato.

Pochi giorni più tardi, mentre risaliva sull’Isig per far pratica del cambiamento di forma, Morgon riprese contatto con la corrente di silenzio assoluto e d’immobilità delle piante; e poco dopo trovò in essa un’inattesa scintilla di calore che risaliva dalle profondità del suolo per risalire come linfa nei suoi rami, finché, tornato di nuovo se stesso, gli parve d’avvertirla ancora nei polpastrelli e nel cuoio capelluto. Un soffio di vento scivolò sulle pendici della montagna; egli lo annusò e vi sentì l’odore della terra di Hed.

Trovò Deth e Danan nel cortile, che parlavano con uno degli artigiani. Nel sentirlo arrivare Danan si volse e sorrise, quindi si frugò in una tasca interna del mantello. — Morgon, oggi è arrivato un mercante da Kraal… cominciano già a svolazzare dappertutto, come uccellini all’inizio della primavera. Ha portato una lettera per te.

— Da Hed?

— No. Ha detto che se l’è portata dietro per mesi. Da Anuin.

— Anuin… — sussurrò Morgon. Si tolse i guanti e ruppe il sigillo di ceralacca. Lesse in silenzio, mentre gli altri lo osservavano. Il tiepido vento del sud che lo aveva sfiorato sulla montagna agitava il foglio fra le sue dita. Quand’ebbe finito non rialzò subito lo sguardo; stava cercando di ricostruire dentro di sé un volto che il tempo e la distanza avevano trasformato in un vago insieme di sensazioni piacevoli. Poi sollevò la testa.

— Lei vuole vedermi. — Le due facce davanti a lui gli apparvero per un momento nebulose. — Mi scrive di tenermi alla larga dalle navi. E di tornare a casa.

Quella notte, mentre dormiva, sentì il rumore dei ghiacci dell’Ose che si frantumavano e ne fu svegliato. Al mattino la superficie gelata del fiume era irretita da profonde crepature; due giorni dopo la corrente scura e turbinosa trascinava lastroni di ghiaccio grossi come carri dinnanzi alla città di Kyrth, in direzione del mare. Ad Harte i mercanti cominciarono a imballare le loro merci da portare a Kraal, sulla costa. Danan diede a Morgon un cavallo da carico e una giumenta irsuta proveniente dagli allevamenti di Herun. Regalò a Deth una collana d’oro e di smeraldi per compensarlo d’aver suonato in quelle sere quiete e interminabili. All’alba del mattino successivo il Re della montagna, i suoi due figli e Bere, uscirono a salutare Morgon e Deth. Mentre il sole si alzava in un cielo azzurro e senza nubi i due viaggiatori scesero a Kyrth, poi presero la piccola strada poco frequentata che conduceva attraverso il Passo di Isig e verso il Monte Erlenstar.

Nudi picchi granitici scintillavano umidi sopra di loro, nella luce che pian piano si spingeva giù lungo i fianchi della montagna. La strada, che per tre stagioni all’anno era tenuta sgombra dagli uomini al servizio del Supremo, serpeggiava ricoperta da pietre cadute, alberi stroncati dal vento e mucchi di neve. Per un poco seguì il corso di un fiume, poi si alzò fra le pendici e gli strapiombi dei monti. Grandi cascate su cui soffiava il tiepido e persistente vento del sud mormoravano in angoli nascosti fra l’alta vegetazione, e altre ancora congelate scintillavano argentee fra spogli picchi rocciosi. Nel silenzio assoluto gli zoccoli dei cavalli strappavano sonori clangori al sentiero sassoso.

Trascorsero la prima notte accampati sulla riva del fiume. Sopra di loro il cielo, pieno di bagliori accecanti durante il giorno, era d’un nero straordinariamente intenso. La luce del fuoco sembrava espandersi all’insù in riflessi e aloni che offuscavano le stelle. Il fiume scorreva pigro in quel tratto, profondo e silenzioso. Durante la cena non parlarono quasi, ma più tardi Morgon, mentre lavava le stoviglie nell’acqua, senti le note di un’arpa che tintinnavano nell’oscurità leggere e veloci come le sonanti cascatelle fra cui erano passati. Restò in ascolto, inginocchiato sui sassi, finché le mani cominciarono a bruciargli per il gelo pungente; poi tornò presso il fuoco. Deth suonava una melodia dolce e vivace come la voce del fiume, gli occhi fissi nelle fiammelle che delineavano i lucidi contorni del suo strumento. Morgon gettò altri rami sul bivacco. Mandò un’esclamazione di protesta, quando l’arpista s’interruppe.

— Ho le dita mezzo congelate — disse Deth. — Mi dispiace. — Raccolse la custodia dell’arpa. Morgon sedette con la schiena appoggiata a un tronco caduto, rovesciò la testa indietro e fissò i rami del pino sopra di lui, trapunti di stelle.

— Quanto tempo impiegheremo?

— Con la buona stagione occorrono dieci giorni. Se questo tempo tiene non dovremmo metterci molto di più.

— È bello qui. È la terra più bella che abbia mai visto in vita mia. — I suoi occhi tornarono sul volto dell’arpista che s’era disteso accanto al fuoco, seminascosto da un suo avambraccio. La calma e i misteri che c’erano in lui di nuovo infastidirono Morgon. Con uno sforzo mise da parte le domande che gli ronzavano nella mente, e disse: — Hai detto che mi avresti insegnato l’urlo mentale. Potresti insegnarmi anche il Grande Urlo?

Deth sollevò l’avambraccio, se lo passò dietro la nuca. Il suo volto era disteso, e una volta tanto tranquillissimo. — Il Grande Urlo del corpo non si può insegnare; è una cosa che deve venirti spontanea. — Tacque, poi aggiunse pensosamente: — L’ultima volta che mi accadde di udirlo fu al matrimonio di Mathom di An e di Cyone, la madre di Raederle. Cyone emise un Urlo che falciò via dagli alberi un intero raccolto di noci già mezze mature, e spaccò le corde di tutte le arpe che c’erano nel salone. Io lo udii da oltre un miglio di distanza; quel giorno fui l’unico arpista in grado di suonare.

Morgon fu costretto a ridere. — E perché mai aveva gridato?

— Mathom non lo ha mai detto a nessuno.

— Mi chiedo se anche Raederle possa farlo.

— Probabilmente. Fu un Urlo formidabile. L’urlo del corpo è qualcosa d’incontrollabile e di molto personale. A te sarebbe più utile l’urlo mentale. Emette in un solo istante tutta l’energia della mente, concentrata in un unico suono. I maghi lo usavano per chiamarsi l’un l’altro da distanze enormi, da diversi reami se ne avevano la necessità. Entrambi gli urli possono essere usati per difesa, sebbene l’urlo del corpo sia debole quando non è spontaneo. Se uno è psichicamente scosso può invece essere molto efficace. L’urlo mentale è solitamente il più pericoloso; se tu urli con tutta la forza nella mente di un uomo che ti sta accanto, puoi fargli perdere i sensi. Così dovrai andarci cauto. Prova. Urla il mio nome.

— Ho paura di farlo.

— Se ci metti troppa forza ti fermerò. Occorre tempo per imparare a radunare l’energia mentale. Concentrati.

Morgon isolò la mente dall’esterno. Il fuoco parve immobilizzarsi davanti ai suoi occhi, come un cristallo di luce nelle tenebre. Il volto del compagno divenne un oggetto anonimo, come un albero o una pietra. Poi egli s’insinuò oltre la maschera di quei lineamenti e lasciò che i suoi pensieri esplodessero col nome di lui in un lampo improvviso. La sua concentrazione si dissolse, e vide il volto e il fuoco e le ombre degli alberi riprendere forma solida.

Pazientemente Deth osservò: — Morgon, ti ho sentito come se tu fossi dall’altra parte della montagna. Prova di nuovo.

— Non so bene cosa sto facendo…

— Pronuncia il mio nome, con naturalezza ma usando la tua voce mentale. Poi gridalo.

Lui tentò ancora. Questa volta dimenticò di applicare gli insegnamenti di Har, e l’urlo non fu più che un innocuo pensiero dentro di lui. Cercò di schiarirsi la mente, riprovò, e il suono telepatico che produsse gli parve il soffice esplodere di una bolla in un pentolone. Trasalì.

— Mi spiace. Ti ho fatto male?

Deth sorrise. — Questo era un tantino più forte. Di nuovo.

Lui tentò e ritentò. Quando poco più tardi sorse la luna era esausto e non riusciva più a concentrarsi. Deth si alzò in cerca di altra legna.

— Ciò che stai facendo è di emettere un’illusione di suono senza suono. Non è facile, ma dal momento che riesci a trasmettere i tuoi pensieri a un uomo dovresti anche essere capace di gridarglieli.

— Dov’è che sbaglio?

— Forse sei troppo cauto. Pensa ai Grandi Urlatori di An: il Nobile Col di Hel e la strega Madir, che contendendosi il possesso di una foresta di querce dove si nutrivano i loro maiali fecero un duello di urla rimasto leggendario. E Kale, il primo Re di An, che per la disperazione mandò un urlo tale da disperdere l’esercito mandatogli contro da Aum. Dimentica che tu sei Morgon di Hed e che io sono un arpista di nome Deth. Nel più profondo di te stesso c’è un enorme potere che non stai usando affatto. Sfruttalo, e riuscirai a emettere un urlo mentale che non sembrerà soltanto il miagolio d’un gatto in fondo a una buca.

Morgon sospirò. Provò a schiarirsi i pensieri, ma in lui scivolarono le immagini di Col e di Madir nell’atto di scambiarsi urla che crepitavano come fulmini nel cielo azzurro di An. Di Cyone, vestita di porpora e d’oro nel giorno del suo sposalizio, che emetteva un incredibile e misterioso urlo dai leggendari risultati. Di Kale, la cui figura era come perduta nell’ombra dei secoli, che sconvolto e disperato urlava nel vedere l’esercito venuto a distruggerlo. Fu immedesimandosi in Kale che Morgon, quasi senza pensarci, mandò un urlo telepatico nitido come la freccia scagliata da un arco contro una belva che lo stesse aggredendo.

Il volto di Deth tornò concreto dinnanzi a lui, rigido e pallido al di là del fuoco.

Un po’ stordito Morgon si rilassò. — Era migliore?

Deth non rispose subito. Poi mormorò, cautamente: — Sì.

Morgon si raddrizzò. — Ti ho fatto male?

— Un poco.

— Avresti dovuto… perché non mi hai fermato?

— Mi hai colto di sorpresa. — Fece un respiro profondo. — Sì. Questo era molto meglio.

Il giorno dopo la strada si scostò dal corso del fiume e risalì tagliando i fianchi scoscesi delle montagne, lungo immense scarpate biancastre che molto più in basso precipitavano direttamente nell’acqua. Per un po’ persero di vista il fiume, cavalcando attraverso una foresta. Morgon lasciò vagare gli occhi sulla lenta processione d’antichi alberi che gli sfilavano ai lati, ripensò a Danan, e gli parve di vedere scolpito in quelle rugose cortecce il volto del Re della montagna. A metà del pomeriggio sbucarono di nuovo sui costoni di roccia nuda; il loro sguardo poté di nuovo spaziare sulle curve rapide e scintillanti del fiume e sulle montagne, avvolte nel loro candido mantello invernale.

Il cavallo da carico, che procedeva all’esterno, staccò dal ciglio della strada una pietra che rotolò e rimbalzò fino al fiume. Morgon trasse l’animale più all’interno. Il sole intenso sfavillava sui picchi che li sovrastavano, trasformando i lunghi ghiaccioli in pendule dita di luce. Ogni volta che Morgon alzava gli occhi sulla parete gelida accanto a cui s’inerpicavano ne restava abbagliato.

Strinse le palpebre, e si volse a Deth. — Se io volessi mietere un raccolto di noci dagli alberi di Hed con il Grande Urlo, come dovrei agire?

Preso nei suoi pensieri l’altro rispose, distrattamente: — Devi attingere alla stessa sorgente di energia che hai sfruttato ieri notte, ma bada a tenere alla larga tutti i tuoi animali, che a un urlo del genere si disperderebbero ai quattro venti. La difficoltà sta nel produrre un suono molto alto al di là delle possibilità fisiche. Ciò richiede sia una causa che ti scuota, sia un grande abbandono psichico. Di conseguenza ti converrebbe piuttosto aspettare che sia una bufera a scrollare i tuoi alberi.

Morgon ci pensò sopra. Il lieve scalpiccio degli zoccoli e la lontana voce del fiume erano fragili suoni in quel silenzio, così immenso da sembrare capace di assorbire qualunque urlo. Rifletté sui suoi tentativi della sera prima, cercando d’identificare la sorgente di quell’energia così intima e indefinibile, che l’aveva sopraffatto nel momento di emettere il suono silenzioso. Il sole balzò fuori da dietro un’enorme roccia e all’improvviso cosparse la strada di bagliori. Nell’immenso azzurro del cielo tremolava un’altrettanto immensa nota di suono senza suono. Aspirò un profondo respiro, fece appello a ogni sua risorsa nascosta e mandò un urlo, più forte che poté.

Le montagne che li circondavano echeggiarono in risposta. Per qualche istante ascoltò con calma quelle grida, poi s’accorse che davanti a lui Deth s’era voltato stupefatto. L’uomo balzò giù di sella e afferrò le redini del cavallo da trasporto, e Morgon, allarmato dall’espressione del compagno lo imitò e si affrettò a tirare la propria cavalcatura a ridosso della parete rocciosa. Fece appena in tempo a schiacciarvisi contro, perché sopra di loro ci fu un tramestio, quindi una valanga di pietre rimbalzò sulla strada precipitando giù per il pendio.

Il tuono di echi stava scuotendo i picchi spogli e le sottostanti foreste. Un macigno grosso quanto un cavallo passò di poco sopra le loro teste, fece vibrare il terreno col suo tonfo e rotolò per la scarpata fino al fiume, stroncando numerosi alberi al suo passaggio. Pian piano i rumori si spensero, e nella zona tornò a calare il silenzio.

Inchiodato alla parete come se vi si fosse congelato contro Morgon osò sollevare cautamente la testa. Gli occhi di Deth incontrarono i suoi, privi di espressione. Poi nelle pupille gli passò un lampo.

— Morgon… — disse.

Richiuse la bocca. Accarezzò gli animali per tranquillizzarli e li riportò al centro del sentiero. Morgon fece scostare il suo cavallo dalla roccia. Per un poco gli restò accanto, all’improvviso troppo stanco per montare, e il vento gelò il sudore che gli aveva imperlato la fronte.

Dopo un poco riuscì a dire: — È stata una cosa stupida.

Deth abbassò la testa dietro il collo del suo cavallo. Morgon, che non lo aveva mai sentito ridere da quando lo conosceva, restò immobile coi piedi in mezzo alla neve, sconcertato. L’eco di quel suono rimbalzò sul picco di fronte a loro, finché la risata dell’uomo e della parete rocciosa sì miscelò in una vibrazione discordante che a Morgon parve quasi inumana. Fece un passo avanti, stranamente disturbato. Appena Deth captò il movimento di lui, tacque. Le sue mani, immerse nella criniera del cavallo, stavano tremando. Le sue spalle erano rigide.

— Deth! — lo chiamò Morgon, sottovoce.

L’arpista risollevò la testa. Prese le redini e montò in sella lentamente, senza guardare Morgon. Poco più in basso un grande albero, mezzo sradicato e col tronco spaccato verticalmente, cigolò inclinandosi sulla scarpata nevosa. Morgon lo fissò, scosso da un brivido. — Mi spiace. Non avevo idea di quel che significa un Grande Urlo fra le montagne piene di neve alta. Per poco non ho causato la nostra morte.

— Già. — L’arpista si schiarì la voce, che aveva avuto un tremito. — Sembra che il Passo sìa fortificato contro i cambiaforma, ma non contro di te.

— È per questo che ridevi in quel modo?

— Non so per cos’altro dovrei ridere. — Finalmente si volse a guardarlo. — Te la senti di proseguire?

Morgon si tirò stancamente in sella al suo cavallo. Ormai prossimo al tramonto il sole si stava abbassando in direzione del Monte Erlenstar, e sul Passo le ombre si stagliavano lunghe.

Deth disse: — La strada scende di nuovo al fiume fra un paio di miglia; potremo accamparci laggiù.

Morgon annuì. Batté una mano sul collo del cavallo, accorgendosi che sembrava tremare ancora. — Non è stato poi un urlo molto forte.

— No. È stato debole, anzi. Però ugualmente notevole. Se mai tu riuscissi a fare il Grande Urlo con tutta la sua potenza, credo che rischieresti di spaccare il mondo in due.

Impiegarono otto giorni per seguire il fiume fino alla sorgente: le immense scarpate e il ghiacciaio della montagna che sovrastava il reame del Supremo. Il mattino del nono giorno videro il termine della strada, che attraversava l’Ose e sembrava immergersi in un’immensa parete del Monte Erlenstar. Morgon tirò le redini e spinse per la prima volta lo sguardo verso la soglia della dimora del Supremo. Al di là del fiume la strada era sgombra dalla neve, e fiancheggiata da grandi alberi biancheggiava liscia e dritta. Il portone d’ingresso era una frattura nella roccia nuda della montagna sagomata e scolpita a forma di una poderosa arcata. Mentre Morgon guardava, ne vide uscire un uomo, che scese lungo la strada colma di luce e si fermò ad aspettarli al ponte.

— Seric — disse Deth. — La Guardia del Supremo. È stato addestrato a Lungold dai maghi. Andiamo.

Ma non si mosse. Morgon, attanagliato da un misto di timore e di eccitazione, lo fissò in attesa. L’arpista sedeva in sella immobile, il volto atteggiato alla calma consueta, osservando il portale che conduceva all’interno di Erlenstar. Poi si volse bruscamente. Fermandosi sul volto di Morgon i suoi occhi ebbero una strana espressione, fra indagatoria e interrogativa, quasi che stesse soppesando dentro di sé un enigma e una risposta. Poi, mettendo da parte quel pensiero, spronò avanti il cavallo. Morgon gli tenne dietro lungo la discesa fino al fiume e poi al di là del ponte. Qui giunti Seric, che indossava un lungo abito sciolto da cui il sole traeva riflessi multicolori, li fermò.

— Questo è Morgon, Principe di Hed — disse Deth, smontando.

Serie sorrise. — Dunque Hed è venuta al Supremo, infine. Tu sei il benvenuto. Lui vi sta aspettando. Prenderò io i vostri cavalli.

Fianco a fianco con Deth Morgon s’incamminò sulla strada, sulle cui pietre lisce scintillavano frammenti di grosse pietre preziose non tagliate. All’interno del portale si apriva un’immensa anticamera, nel cui centro ardeva un fuoco. Serie condusse i cavalli sulla destra. Deth guidò invece Morgon verso i due battenti di una porta ad arco. Li spinse ed essi si aprirono senza rumore. Alcuni uomini vestiti negli stessi eleganti abiti di stoffa luminosa s’inchinarono lievemente a Morgon, e chiusero la grande porta scolpita alle loro spalle.

Nella penombra brillavano dozzine di torce, i cui riflessi scintillavano sulle gemme che coprivano il pavimento, le pareti, l’arcuato soffitto di roccia, quasi che la dimora del Supremo fosse al centro di un firmamento stellato. Tenendolo leggermente per un gomito Deth condusse Morgon verso l’estremità opposta del salone tondeggiante. Su una piattaforma a cui salivano tre scalini c’era un trono dall’alta spalliera, intagliato in un unico enorme cristallo giallo, e ai suoi lati ardevano due torce. Morgon si arrestò ai piedi degli scalini. Deth lo lasciò e salì, andando a fermarsi a lato del trono. Il Supremo, nella sua veste dorata come il sole, i lunghi capelli candidi tirati indietro a rivelare le placide e austere fattezze del viso, tolse le mani dai braccioli del trono e se le poggiò sulle ginocchia, unendo le punte delle dita.

— Morgon di Hed, tu sei il benvenuto — disse dolcemente. — Come posso esserti d’aiuto?

Morgon si sentì tremare le vene per la violenza insopportabile con cui il sangue gli pulsava nella testa e nel petto. Le pareti ingioiellate che lo circondavano erano muri di luci che battevano al ritmo folle del suo cuore. Spostò lo sguardo su Deth. L’arpista lo fronteggiava con calma, studiandolo con occhi imperscrutabili e spassionati. Tornò a fissare il Supremo, ma il volto che aveva di fronte continuò a restare lo stesso: il volto di quel Maestro di Caithnard che per ben tre anni egli aveva conosciuto senza conoscerlo affatto.

La voce gli uscì in un rantolo: — Maestro Ohm…

— Io sono Ohm di Caithnard. Io sono Ghisteslwchlohm, il Fondatore di Lungold, e… come hai già compreso, il suo distruttore. Io sono il Supremo.

Morgon scosse la testa, deglutendo a vuoto, stordito. Guardò nuovamente Deth e ai suoi occhi la figura di lui apparve velata, immobile, taciturna e lontana come il silenzio e il ghiaccio che per giorni avevano pesato intorno a loro sul Passo Isig. — E tu…? — sussurrò.

— Io sono il suo arpista.

— No! — ansimò lui. — Oh, no! — Poi sentì che la parola s’immergeva nella terribile sorgente d’energia oscura dentro di lui, per tornare a scaturirgli follemente dalle labbra spalancate, e la grande porta chiusa della dimora del Supremo si spaccò dalla base fino alla sommità sotto la violenza sconvolgente dell’Urlo.

PERSONAGGI E LUOGHI

ACOR DI HEL — Terzo Re di Hel.

AIA — Moglie di Har di Osterland.

AKER, JARL — Mercante di Osterland.

AKREN — Dimora dei Principi di Hed.

ALOIL — Mago anticamente al servizio dei Re di Ymris.

AMORY, WYNDON — Fattore sull’isola di Hed.

AN — Vasto reame del sud, con capitale Anuin. Mathom ne è il Re.

ANOTH — Curatrice, alla corte di Hereu di Ymris.

ARYA — Donna del regno di Herun, soggetto di un enigma.

ASH — Erede della terra e figlio di Danan Isig.

ASTRIN — Erede della terra di Ymris, fratello di Hereu.

ATHOL — Defunto padre di Morgon, di Tristan e di Eliard. Principe di Hed.

AUBER DI AUM — Un discendente di Peven di Aum.

AUM — Antico regno. Attualmente una delle tre parti di An.

AWN DI AN — Antico sovrano di An, suicida dopo aver deliberatamente distrutto parte del regno per salvarlo dai nemici.

BERE — Figlio di Vert. Nipote di Danan Isig.

CAERWEDDIN — Capitale di Ymris, sulla costa, e sede di Hereu.

CAITHNARD — Porto franco fra Ymris e An, di fronte all’isola di Hed. Sede della Scuola dei Maestri degli Enigmi.

CANNON — Sovrintendente, sull’isola di Hed.

COL — Antico nobile di Hel.

CORBETT, BRI — Capitano di nave, al servizio di Mathom di An.

CORONA — Detta anche La Città dei Cerchi, sede della Morgol di Herun.

CORRIG — Un cambiaforma.

CROEG, CYN — Nobile dell’est di Aum, discendente degli antichi Re.

CROEG, MARA — Il Fiore di Aum. Moglie di Cyn.

CYONE — Moglie di Mathom di An. Madre di Raederle e di Rood.

DANAN ISIG — Governatore della terra e Re di Isig.

DETH — L’arpista del Supremo.

DHAIRRHUWYTH — Un antico Morgol di Herun.

DUAC — Figlio di Mathom, erede della terra di An.

EDOLEN — Un Signore della Terra.

EL — Nome intero: Elrhiarhodan. La Morgol, sovrana di Herun.

ELIARD — Principe di Hed, fratello minore di Morgon.

ERIEL MEREMONT — Una cambiaforma, già sposa di Hereu, parente di Corrig e di Raederle.

EVERN — «Il Falconiere», defunto Re di Hel.

FARR — L’ultimo dei Re di Hel.

GALIL — Antico Re di Ymris, al tempo di Aloil.

GHISTESLWCHLOHM — Fondatore della Scuola dei Maghi, a Lungold.

GRANIA — Moglie, defunta, di Danan Isig. Madre di Sol.

HAGIS — Nonno di Mathom di An.

HALLARD (Albanera) — Nobile di An, con terre nell’est di Hel.

HAR — Governatore della terra, e Re, di Osterland. Detto il Lupo-Re.

HARTE — Dimora di Danan Isig, sul Monte Isig.

HED — Piccola isola, agricola, governata dal Principe Morgon.

HEL — Antico regno, attualmente una delle tre parti di An.

HERUN — Regno settentrionale con capitale Corona, governato dalla Morgol.

HEREU — Re di Ymris.

HLURLE — Piccolo porto mercantile presso Herun.

HUGIN — Figlio del mago Suth.

HWILLION, MAP — Giovane nobile del sud di Aum.

IFF L’INNOMINABILE — Mago in servizio a Herun ai tempi del Morgol Hru.

ILON — Vecchio arpista di Har di Osterland.

IMER — Guardia, al servizio della Morgol.

ISIG — Regno del settentrione governato da Danan Isig.

KALE — Primo Re di An. Vinse una battaglia disperata col suo Grande Urlo.

KERN — Antico Principe di Hed, soggetto dell’unico enigma di Hed.

KIA — Guardia al servizio della Morgol.

KRAAL — Porto del settentrione, alla foce dell’Ose.

KIRTH — Città mercantile presso la fortezza di Harte, sotto il Monte Isig.

LAERN — Maestro degli Enigmi, perse la vita in una gara di enigmi contro Peven di Aum.

LEIN — Parente del Supremo Nobile di Marcher.

LUNGOLD — Antica città fondata e distrutta da Ghisteslwchlohm, sede della scomparsa Scuola dei Maghi.

LOOR — Villaggio di pescatori sulla costa di Ymris.

LYRA — Figlia della Morgol di Herun, ed erede della terra.

MADIR — Antica maga del regno di An.

MARCHER — Territorio nel nord di Ymris.

MATHOM — Governatore della terra, e Re, di An. Padre di Rood, di Raederle e di Duac.

MEREMONT — Territorio sulla costa di Ymris.

MEROC, TOR — Supremo Nobile di Tor, soggetto a Hereu di Ymris.

MONTE ERLENSTAR — Sede della dimora del Supremo.

MONTE FOSCO — Sorge presso Yrye, capitale di Osterland.

MORGON — Il Portatore di Stelle, Principe dell’isola di Hed.

NEMIR — Detto «Nemir dei maiali», un antico Re di Hel.

NUN — Antica maga di Lungold al servizio dei nobili di Hel.

NUTT, SNOG — Guardiano dei porci, sull’isola di Hed.

OAKLAND, GRIM — Sovrintendente di Morgon di Hed.

OEN — Antico Re di An, conquistatore di Aum, costruì una torre per imprigionarvi la maga Madir.

OHM — Maestro degli Enigmi a Caithnard.

OHROE — Antico Re di Hel, detto «Il Maledetto».

OSTERLAND — Regno settentrionale governato da Har, con capitale Yrye.

PASSO ISIG — L’unica strada fra il sud del reame e il Monte Erlenstar.

PEVEN — Antico nobile di Aum, da cinquecento anni prigioniero in una torre ove sorveglia la corona di Aum.

PIAN BOCCA DI RE — Vi sorgeva una città dei Signori della Terra, ora ridotta a un cumulo di misteriose rovine.

PIANA DEL VENTO — In Ymris, vi sono le rovine di un’antica città dei Signori della Terra, e la Torre del Vento.

RAEDERLE — Figlia di Mathom di An, venne promessa in sposa a chi avesse saputo conquistare la corona vegliata da Peven di Aum.

RAITH — Nobile di Hel, soggetto a Mathom.

RE — Nobile passato alla storia per una sua contesa con un altro nobile di Hel, da cui fu astutamente intrappolato.

RHU — Quarto Morgol di Herun, morì mentre cercava la risposta a un enigma.

ROOD — Erede della terra di An, figlio di Mathom, amico di Morgon.

RORK — Nobile di Umber, soggetto a Hereu.

RYE, TOBEC — Un mercante.

SEC — Un Signore della Terra.

SERIC — Guardia al servizio del Supremo.

SOL — Figlio di Danan Isig, morì alla porta della Caverna dei Perduti.

SPRING — Della famiglia Oakland, madre defunta di Morgon di Hed.

STONE, HARL — Fattore sull’isola di Hed.

STRAG, ASH — Un mercante di Kraal.

SUPREMO — Legislatore e governatore di ogni terra e regno, sin dal tempo della scomparsa dei Signori della Terra.

SUTH — Antico mago, amico di Har di Osterland.

TALIES — Antico mago della Scuola di Lungold.

TEL — Uno dei Maestri degli Enigmi alla Scuola di Caithnard.

TIR — Uno dei Signori della Terra.

THISTIN — Un nobile di Aum, sottoposto a Mathom.

TIRUNEDETH — Arpista in Herun ai tempi del Morgol Cron.

TOL — Porto di pescatori sull’isola di Hed.

TORRE DEL VENTO — L’unica struttura intatta fra le rovine della Piana del Vento. La sua cima non può essere raggiunta.

TRISTAN — Sorella minore di Morgon di Hed.

UMBER — Territorio dell’interno di Ymris, governato dal nobile Rork.

UON — Antico fabbricante d’arpe, a Hel.

USTIN — Antico Re di Aum, morto di crepacuore dopo essere stato sconfitto dal Re di An.

VERT — Figlia di Danan Isig, moglie di un mercante.

WOLD, LATHE — Antenato di Morgon di Hed.

WOLD, SIL — Fattore sull’isola di Hed.

XEL — Gatto selvatico appartenente ad Astrin, dono di Danan Isig.

YLON — Un antico cambiaforma, Re di An, figlio di una Regina di An e del cambiaforma Corrig.

YMRIS — Regno centrale, con capitale Caerweddin, governato da Hereu.

YRTH — Il più potente mago di Lungold dopo il Fondatore stesso. Talvolta detto «L’arpista di Lungold».

YRYE — Capitale di Osterland e sede di Har.

ZEC DI HICON — Artigiano che collaboro alla costruzione dell’arpa stellata.

FINE