/ Language: Italiano / Genre:sf_fantasy,

Una culla in fondo al mare

Patricia Mckillip

Fiord ha quindici anni ed è sciatta e scontrosa. Di giorno fa la sguattera e di notte, dalla sua solitaria capanna, guarda con odio il mare che le ha portato via il padre. Ma Fiord è anche una piccola maga: sarà lei a trovare l’antica via che unisce la terra agli abissi, e che ha permesso a una creatura del mare di sostituire l’erede al trono con un figlio suo, il malinconico Kir. Un’affascinante storia di magia la cui protagonista, però, è una ragazza vera, che va in cerca di se stessa e per la prima volta riflette sull’amore.

Patricia A. McKillip

Una culla in fondo al mare

Capitolo primo

Nessuno sapeva con certezza dove abitasse Fiord in quell’ultimo anno, dopo che il mare s’era preso suo padre e ne aveva scaraventato sulla spiaggia la barca — povera conchiglia vuota, avvolta da un intrico di reti come in un sudario. Tornava a casa quando lo decideva lei, e se ne stava seduta al focolare di sua madre, senza parlare, volgendo uno sguardo corrucciato per la piccola stanza silenziosa, coi galleggianti di vetro trovati da suo padre — variopinte bolle di luce — ancora sull’impolverato davanzale; e la stessa coperta a scacchi ancora posata sul letto dove lui dormiva; e l’uscio aperto, nelle sere tranquille, sullo stesso scorcio del villaggio e del porto, coi pescherecci che rientravano ai sollevarsi della marea. Certe volte la madre si riscuoteva e preparava la cena; certe volte Fiord si fermava a mangiare, certe volte no. Odiava l’espressione perduta sul volto della madre, i suoi gesti stanchi. I suoi capelli cominciavano a ingrigire; non sorrideva mai, non cantava mai. Il mare, pensava Fiord, s’era preso anche sua madre, così come s’era preso suo padre: e aveva lasciato un’estranea a vagare disperatamente fra i tegami.

Quell’anno Fiord compiva quindici anni. Lavorava come sguattera alla locanda del villaggio — badava a stufe e caminetti, puliva le camere, strofinava i pavimenti e correva su e giù dalla cucina con i pasti degli avventori. Il villaggio era piccolo, povero, uno dei tanti villaggi insinuati tra le pieghe rocciose dell’isola. Questa era la più grande dell’arcipelago: sette isole sparpagliate nel tempestoso mare nordico, e governate da oltre quattrocento anni dalla stessa famiglia. Il re era solito trascorrervi l’estate, e la sua sontuosa dimora sorgeva su un picco sovrastante il porto del villaggio. Durante i mesi del suo soggiorno i ricchi dell’isola venivano a stabilirsi nella locanda per condurre i loro affari alla corte estiva o anche solo per dare un’occhiata al re, quando, in compagnia del figlio — il bruno, taciturno principe Kir — usciva a cavalcare sulle lunghe spiagge scintillanti. D’inverno la locanda tornava tranquilla, frequentata solo dai pescatori: venivano la sera, prima di rientrare nelle loro case, a bere birra e raccontarsi storie di pesca. Ma anche allora il padrone della locanda, un uomo corpulento e gioviale, s’impermaliva e dava in escandescenze se individuava la più piccola ragnatela in qualche remoto angolo del soffitto, o delle impronte di sabbia bagnata sul pavimento. Ci teneva che il suo locale fosse sempre tirato a lucido e pieno di buoni odori.

E in modo particolare sorvegliava Fiord, perché c’era in lei una certa aria di trascuratezza. Era cresciuta, senza rendersene conto, coi vestiti che le pendevano flosci in certi punti e stringevano troppo in altri. I suoi capelli, di una strana tinta tra il sabbia chiaro e il color fango, erano spesso sporchi e scarmigliati: quasi si fosse messa a testa in giù, pensava l’oste, per usarli come scopa. Qualche volta, la sera, le regalava degli avanzi: una forma di pane fresco, una dozzina di arselle, un paio di cefali. Ma non si era mai preoccupato di chiederle dove li portasse.

La madre, che aveva semplicemente smesso di pensare e passava le giornate ad ascoltare il flusso e riflusso della marea, ogni tanto si scuoteva e allungava una mano sull’aggrovigliata chioma di Fiord, mormorando: «Vai e vieni come una bestiola selvatica, bambina. Certe volte, quando alzo gli occhi, ti vedo. Certe volte no…»

Fiord sedeva muta come un pesce, e ben presto l’attenzione della madre si volgeva di nuovo all’incessante richiamo del mare.

Sua madre era stregata, pensava Fiord. Stregata dal mare.

Conosceva quella parola perché gliene aveva parlato la vecchia che fino a qualche tempo prima abitava nella capanna sulla spiaggia, dove ora Fiord s’era stabilita. Le aveva raccontato storie di incantesimi e magie; le aveva insegnato cosa fare con specchi, ciotole di latte, rami di salice sepolti al chiaro di luna, svariati tipi di nodi, acqua di mare spruzzata lungo la riva, nel sentiero del vento. Sembrava che i suoi incantesimi non funzionassero mai; come quelli di Fiord, del resto. Ma per qualche ragione lei ne era affascinata, come se annodando uno spago si potessero legare insieme due pezzi di vita, o gettare un ponte magico tra cose oscure e lontane.

La casa della vecchia era a un paio di miglia dal villaggio, addossata a uno sperone della scogliera, lontana dalla linea della marea: una capanna costruita con legname di recupero, tronchi e rifiuti gettati a riva dalle onde. Era protetta dai rigidi venti invernali grazie agli scogli e a fitte siepi di ginestroni che invadevano i campi nell’autunno e ricadevano giù dalle rocce, fino a circondarne le pareti. La vecchia si guadagnava da vivere col suo lavoro di tessitrice; spesso, da bambina, Fiord le sedeva accanto e guardava la navetta saettare nel telaio, avanti e indietro. E intanto lei le raccontava strane, meravigliose storie di un paese sotto il mare, dove le case erano fatte di perle, e dai relitti delle navi naufragate pioveva nelle acque profonde una costante polvere d’oro, come luce. Era molto, molto vecchia: occhi e capelli avevano il fragile colore argenteo della sabbia sotto la luna. Un giorno, poco tempo dopo la morte del padre di Fiord, era scomparsa, lasciando sul telaio un pezzo di stoffa incompiuta, l’uscio aperto e gli scaffali pieni di quelle strane cose che lei chiamava “fatture”.

Sera dopo sera, Fiord era andata alla capanna ad aspettare il suo ritorno. Non tornò mai. La gente del villaggio aveva fatto delle ricerche, per qualche tempo, e poi aveva smesso: «Era molto vecchia» dicevano. «È uscita a fare un giro, e si è dimenticata la strada per tornare.»

«Certe volte la vecchiaia ti riduce così» le aveva detto l’oste. «Un mattino mia nonna era uscita per farsi aggiustare la zappa: be’, è stata via tre giorni, e poi ce la siam vista tornare su un carro di passaggio. Non ci ha mai detto dov’era stata, ma la zappa era a posto.»

E Fiord, ormai abituata ad aspettare nella capanna deserta, aveva deciso di rimanerci. In ogni caso quello era un periodo molto difficile per lei: era sempre nervosa e brusca con tutti, e in quella casa non c’era nulla che le ricordasse i suoi genitori, entrambi, in un modo o nell’altro, perduti nel mare.

Poteva sedersi sul gradino, fuori dall’uscio, e ascoltare la risacca o lanciare sguardi astiosi agli spruzzi delle onde che si infrangevano contro le “guglie”, come venivano chiamati i due grandi, frastagliati picchi di roccia che emergevano dall’acqua, nel punto dove si faceva più profonda. Sembravano i pilastri di un cancello scomparso. Erano rimasti solo quelli, dell’antica scogliera che un tempo abbracciava gran parte della baia: il mare aveva continuato a rosicchiare la costa, senza tregua, spingendola sempre più indietro. E non aveva ancora finito, Fiord lo sapeva. Prima o poi avrebbe eroso anche questa spiaggia, questa scogliera, e la capanna della vecchia sarebbe stata sommersa. Non c’era nulla che potesse salvarsi dalla sua lenta, inesorabile opera di demolizione. Certe volte Fiord preparava strani miscugli con ingredienti presi dallo scaffale delle fatture, e li gettava nel mare, con la vaga speranza che potessero disturbare il suo incessante lavorio.

«Se lo detesti così tanto, il mare, perché non te ne vai?» le disse Marli un giorno.

Marli lavorava con lei alla locanda: di pochi anni più vecchia, era molto graziosa, e ogni mattina veniva al lavoro con un sorriso segreto negli occhi. Lo stesso sorriso che guizzava sul viso di un giovane pescatore, giù al porto. Marli era linda ed energica; tutto l’opposto di Carey, la terza ragazza, sempre immersa nelle fantasticherie, sempre a sognare che un giorno o l’altro il figlio del re sarebbe capitato nella locanda e si sarebbe innamorato follemente dei suoi occhi verdi, delle sue trecce di corvo. Carey era lenta, sbadata, maldestra. Quanto a Fiord, aggrediva il lavoro con ferocia, come se andasse alla guerra armata di strofinacci e secchi del carbone.

«Andarmene?» disse, vagamente, in ginocchio nell’acqua saponata.

Marli la guardava aggrottando la fronte: «Sono mesi che non ti vedo sorridere. A malapena apri bocca. Non fai altro che fissare con odio le onde, tutte le volte che passi davanti a una finestra. Potresti trasferirti all’interno, nei villaggi dei contadini. O addirittura in città. Sarà magari un’isola, questa, ma non mancano i posti dove il mare non si sente neanche.»

Fiord volse la testa di scatto, come a respingere la voce bonaria di Marli e il suono della marea incombente.

«No!» rispose seccamente, senza saper bene perché.

Carey fece una risatina: «Te la immagini Fiord in città? Con le sue sottane troppo corte e i capelli che sembrano ciuffi di alghe secche? Fiord le scoccò un’occhiata truce.»

«No» sospirò Marli. «Davvero non ce la vedo. Fiord, dovresti proprio…»

«Lasciatemi in pace!»

«Ma, ragazza mia, tu sembri…»

«So benissimo cosa sembro!» sbottò lei, anche se non ne aveva la più pallida idea.

«Chi potrebbe innamorarsi di te, con l’aspetto che ti ritrovi?» ridacchiò Carey.

L’occhiataccia di Fiord si mutò in uno sguardo così stupefatto che entrambe scoppiarono a ridere. In quel momento l’oste s’affacciò nella stanza.

«Vi voglio al lavoro nelle ore di paga» grugnì. «Nelle ore libere ridete quanto vi pare.»

«Vecchio brontolone!» sbuffò Carey.

«Ha ragione Carey» insisté Marli. «Hai due occhi così belli, Fiord! Ma nessuno può vederli, con i capelli come…»

«Non voglio che nessuno li veda!» l’interruppe Fiord. «Lasciatemi in pace, ho detto.»

Ma quella sera, alla capanna — dopo aver preparato un impasto di cocci e schegge di vetro e seghettati frammenti di conchiglie da gettare nel mare, per procurargli un’indigestione — Fiord prese dallo scaffale delle fatture un vecchio specchietto incrinato e si esaminò con una certa curiosità. Da sotto un cespo di capelli ispidi e sporchi, colse lo sguardo di due grandi occhi grigi punteggiati d’oro. A stento riconobbe la propria faccia: il naso troppo grande, le guance scavate, la bocca imbronciata. Un’estranea che abitava nel suo corpo.

«Che me ne importa» mormorò, abbassando lo specchio. Poco dopo lo riprese e si guardò un’altra volta. Tornò a posarlo, accigliata. Poi uscì dalla capanna e raggiunse una piccola macchia di ginestroni, dove la vecchia aveva scoperto un ruscello sotterraneo che serpeggiava verso il mare, e aveva scavato una buca per intrappolarlo. S’inginocchiò sul bordo del pozzo e tuffò la testa nell’acqua. Rabbrividendo rientrò nella capanna e gettò altra legna sul fuòco. E lì rimase, per oltre un’ora, a tirarsi i capelli con una spazzola fino a scioglierne tutti i nodi. A quel punto erano asciutti, ma continuò a spazzolarli, stanca e mezzo addormentata, finché le scivolarono crepitando sulle spalle, in una morbida massa striata di luce e buio. Ricordò che tanto tempo prima, quand’era piccola, la vecchia le spazzolava i capelli cantando:

Esci dal mare e vieni nel mio cuore,
mio nero, mio scintillante amore.
Prometti che nulla ci potrà separare,
mio nero, mio scintillante amore.

Fiord udì la propria voce che cantava nel silenzio. S’interruppe bruscamente, sorpresa, e udì allora il sottile, frusciante sussurro della marea che inondava la spiaggia. Strinse le labbra. Posò la spazzola e prese una pallottola di creta, trafitta di vecchi chiodi e frammenti di vetro come un puntaspilli. Spalancò l’uscio, e la luce del fuoco le guizzò davanti, scivolando sul gradino. Qualcosa, in fondo alla spiaggia, la fece indugiare sulla soglia, perplessa.

C’era una strana massa d’ombra lungo la battigia. Aggiustando gli occhi al chiarore lunare, Fiord cominciò lentamente a ricomporne i pezzi, la testa di un cavallo, nera contro lo scintillio delle onde; un lungo mantello scuro, qua e là luccicante di fili argentati, o acciaio, o perle… Non distinse nessuna faccia. Poi il misterioso cavaliere sentì il suo sguardo. D’improvviso un volto pallido, dai lineamenti confusi, si volse verso di lei, ancora immobile nella luce delle fiamme, i piedi nudi e la chioma che le fluiva leggera sulle spalle, come una nube aureolata di fuoco.

I due si fissarono a vicenda, attraverso la spiaggia. Poi il cavallo ebbe uno scarto, investito da un veloce ricciolo d’onda, e il cavaliere scostò il mantello per liberare le braccia (di nuovo quel luccichio… qualcosa di ricco, di insolito). Un colpo di redini, e il cavallo uscì dal mare, allontanandosi. Fiord richiuse la porta.

«Il re è tornato nella sua residenza estiva!» annunciò Carey, trafelata, la mattina dopo. Le ragazze erano nel ripostiglio sul retro, a infilarsi i grembiuli e a prendere secchi e scope. «Ho visto le sue navi nel porto.»

Sbadigliando, con le dita che s’impigliavano nei legacci del grembiule, Fiord mugugnò stizzosamente.

«È presto!» commentò Marli, stupita. «Siamo appena in primavera. La stagione delle piogge non è ancora finita!»

«C’è anche il principe Kir.»

«Come io sai?»

«Ho chiesto a un marinaio.» Gli occhi di Carey brillavano. Strinse il secchio tra le braccia, in preda a chissà quali fantasticherie. «Pensa a quanti bei vestiti, e gioielli, e cavalli, e giovanotti…»

«Pensa al lavoro, piuttosto…» sospirò Marli «… se restano qui finché finisce l’estate!»

«Non me ne importa!»

«Gioielli?» ripeté Fiord, mentre le tornava in mente un’ombra nera luccicante di luna.

«Ragazze, volete svegliarvi?» Impaziente, Marli afferrò il grembiule di Fiord, annodandole i legacci. «Questo posto sarà pieno zeppo, prima che venga notte!»

Già i primi stranieri erano nella locanda, a lasciare impronte di sabbia sui pavimenti, a esigere i caminetti accesi, a far confusione. Alla fine della giornata le ragazze erano troppo esauste per parlare. L’oste incontrò Fiord nel retrocucina e le diede delle ostriche da portare a casa; la studiò un attimo, inarcando le sopracciglia: «Ti sei lavata i capelli!»

Era poi così sorprendente?, si chiese Fiord, seccata, mentre infilava una viuzza del villaggio. Un momento dopo non ci pensava più. Stava scavalcando un muricciolo che dava sul cortile di Marl Grey: voleva infilargli dei sassolini aguzzi nelle tasche posteriori dei calzoni da pesca, stesi ad asciugare sul filo del bucato. Un paio di giorni prima il ragazzo l’aveva presa in giro, deridendo i suoi capelli in disordine, le sue sottane troppo corte.

«Vedremo come sarai buffo tu» borbottò tra i denti «quando ti siederai nella barca con questa roba.»

Poi andò a casa della madre. Non che l’avesse deciso di sua volontà: ci si era avviata quasi inconsciamente, passo dopo passo, attraverso il villaggio. Non voleva andarci. Odiava la casa silenziosa nell’ora in cui rientravano i pescherecci. Per quanto aguzzasse gli occhi, non avrebbe visto la barca azzurra di suo padre, che dondolava pigramente in fondo al molo, vuota, come sempre. E tuttavia Fiord sapeva che avrebbe guardato. Apri il cancello del giardinetto. Una zappa era appoggiata al muro, fra tormentate zolle di terra; già cominciavano a spuntarvi i cardi.

Entrò in casa, rovesciò le ostriche sul tavolo e sedette in silenzio accanto al fuoco. Una zuppa di pesce bolliva piano in un paiolo. Sua madre sedeva alla finestra, a scrutare il porto illuminato dal sole del tramonto. Volse la testa per un attimo, disturbata dal crepitare delle ostriche sul tavolo, ma subito la sua attenzione dileguò. Rimasero sedute a lungo, senza muoversi, senza parlare. A un certo punto la madre alzò una mano, ma subito la lasciò ricadere in grembo, sospirando. Poi si alzò a mescolare la zuppa.

«Il re è tornato» disse Fiord, bruscamente, spinta da un insolito bisogno di dire qualcosa. Inoltre, scoprì con sorpresa, voleva sentire la voce di sua madre.

«È presto» commentò lei, senza interesse.

«Stai lavorando in giardino?»

La madre si limitò a scrollare le spalle; quella zappa era tra le erbacce da mesi. Entrambe volsero di nuovo gli occhi alla finestra.

Sospeso sull’orizzonte, il sole incendiava le acque. I primi pescherecci erano già in porto; gli altri erano ancora prigionieri di quella fantastica luce d’argento. La madre sospirò piano. Il suo viso mutò, divenne delicatamente vivo, sembrò più giovane, più simile a quello che Fiord ricordava.

«È proprio come nel mio sogno…»

«Cosa?» esclamò Fiord, stupefatta.

«Ho sognato che guardavo il sole al tramonto. Poco prima che affondi dietro il banco di nebbie, quando brucia tra le nuvole e le barche sembrano navigare sulla luce… come se venissero da una terra che si può raggiungere a piedi, se solo si potesse camminare sulla superficie dell’acqua. È un paese che sta sotto il mare, ma nel mio sogno ho visto il suo riflesso, pallido e infuocato, in quella luce. E poi il sole è andato giù.»

Fiord aveva le guance rosse di rabbia: «Non c’è nessun paese!» esplose, e l’espressione segreta, sognante di sua madre svanì: il suo viso tornò ad essere quello di un’estranea. «Non c’è nessun paese magico sotto il mare! Smetti di cercarlo!»

Ma la madre si era di nuovo voltata a scrutare le onde. Fiord corse fuori e sbatté l’uscio così forte che un piccolo stormo di gabbiani, appollaiati sul tetto a godersi l’ultimo sole, si levò in volo stridendo. Alla finestra, la madre aveva di nuovo la faccia di chi dorme, e non sente altro, nei suoi sogni, che il sussurro del mare.

Capitolo secondo

Il pomeriggio seguente Fiord s’inerpicò sulla scogliera che incombeva sopra la capanna della vecchia. In cima c’era una mezzaluna di sabbia orlata di ginestroni: qui, nei giorni liberi, poteva sdraiarsi al sole, rimuginando il suo odio per il mare e sentendosi, in quel rassicurante cerchio verde, protetta dal mondo. I ginestroni cominciavano a sbocciare qua e là, minuscole corolle dorate che la facevano starnutire. Ma per il momento il suo magico cerchio era ancora d’un verde quasi compatto, con poche tracce d’oro.

Si strinse le ginocchia tra le braccia, osservando i gabbiani che volteggiavano intorno alle guglie. Più in là, al largo, sciami di nuvole correvano sul mare, creando un misterioso tessuto di luci e ombre. Mordicchiandosi un pollice, cominciò a riflettere su quel mistero. Cosa mai giaceva sotto quell’intreccio di colori, sotto quell’arabesco d’ombre? Pesci, semplicemente? O qualche mondo segreto, nascosto fra le alghe, che a volte saliva fin troppo vicino alla superficie, inquietando gli abitatori della terraferma? Come poteva impedirgli di turbare sua madre? Continuò a rosicchiarsi le unghie, poi tracciò sulla sabbia un sottile ghirigoro.

Lo esaminò criticamente, poi ne disegnò un altro. Malefici, li chiamava la vecchia. L’aveva vista, qualche volta, piegare dei flessibili rametti di salice, curvandoli in ghirlande dalle forme strane, spigolose, e poi intrecciarvi ragnatele di fili. Appese a porte e finestre, proteggevano le case dagli gnomi cattivi, dai vicini fastidiosi; tenevano alla larga i folletti maligni che venivano di notte a mungere le mucche. Forse, pensò Fiord, avrebbero saputo intrappolare sott’acqua la misteriosa magia del mare. Sì, decise, avrebbe preparato qualche sortilegio coi fusti secchi delle alghe, e poi avrebbe preso la barca per gettarli al largo. Doveva controllare la barca di suo padre, per vedere se c’erano falle nello scafo e se il timone era a posto, e procurarsi nuovi remi. Non l’aveva più ispezionato, il “Riccio di mare”, da quando i pescatori l’avevano ripulito dalla sabbia e dalle alghe, ormeggiandolo poi in fondo al molo. Qualcuno l’aveva coperto con una tela cerata, altrimenti sarebbe affondato sotto il peso delle piogge invernali. Probabilmente aveva il fondo tutto incrostato di gusci e teredini.

Disegnò un altro maleficio, un motivo contorto, sbilenco. Una folata di vento vi posò una piuma di gabbiano. Fiord se l’infilò sopra l’orecchio; poi strappò un getto di fragola selvatica che strisciava sulla sabbia e se l’intrecciò ai capelli, distrattamente. Il vestito — il suo vestito più vecchio — le copriva a malapena le ginocchia; largo alla cintura e così stretto di spalle che le cuciture minacciavano di saltare. Ma nel cerchio dei ginestroni non aveva importanza. Distese le gambe, seppellendo i piedi nella sabbia calda, ed escogitò un altro maleficio.

Chissà se doveva pronunciare qualche formula speciale, si chiese, perché funzionasse. Improvvisamente le mancò il respiro. Una strana sensazione le serpeggiava lungo la spina dorsale: lentamente, cautamente, girò la testa, per vedere chi la stava osservando.

Ai piedi della scogliera, il cavaliere bruno della notte precedente alzava gli occhi su di lei. Fiord trattenne il respiro, paralizzata, come se il mare stesso fosse strisciato furtivamente attraverso la spiaggia, per rovesciarsi nel suo cerchio magico. Poi batté le palpebre, e lo riconobbe. Era il giovane principe, uscito per una cavalcata in quel pomeriggio di sole. Il cavaliere bruno era Kir. Kir era il cavaliere bruno. Le due frasi continuavano a turbinarle nella mente. Un’onda s’infranse alle spalle del giovane, con un boato, e ruzzolò per mezza spiaggia, frugando, frugando; poi si ritrasse piano, poderosa, catturata nel bruno sguardo del cavaliere; per un attimo i suoi occhi assunsero tutti i colori del mare al crepuscolo, e per un attimo, guardandolo, Fiord si sentì come catturata dalla risacca.

Poi la faccia del giovane mutò di nuovo: semplicemente il figlio del re, fuori per una cavalcata. Fiord avvampò di vergogna.

«Ragazza» disse lui, bruscamente, col tono perentorio dei vecchi aristocratici che venivano alla locanda, anche se non doveva avere neppure l’età di Marli. «Dov’è la vecchia che abita in questa casa?»

Fiord si scostò i capelli dal viso; il getto di fragola le penzolava da un orecchio.

«La conosci?» gli domandò a sua volta, sorpresa.

«Dov’è?»

«È andata via.»

«Dove?»

Fiord avvertì un improvviso nodo alla gola. Quanta gente scomparsa, tutta in una volta…

«È andata via e non è più tornata» disse. Il dolore la rendeva rabbiosa. Aggiunse, aspramente: «Sicché, se vuoi un incantesimo, sei in ritardo.»

«Un incantesimo?» ripeté lui, palesemente sconcertato. «Era una strega? E tu chi sei? Il suo folletto domestico?»

Fiord sbuffò. Una folata di polline si levò dai fiori dei ginestroni, solleticandole le narici. Starnutì violentemente, e il getto di fragola le cadde su un occhio.

«Pulisco le camere alla locanda» disse, in tono annoiato. «E tu, dove lavori?»

Il giovane fece per parlare, ma subito richiuse la bocca, con espressione indecifrabile. Il cavallo si spostò di fianco, irrequieto. Fiord notò che la camicia del ragazzo, sotto la giacca di cuoio nero, aveva bottoni di perla. Al dito gli scintillava un anello, con una gemma del medesimo colore dei suoi occhi. Aveva sopracciglia nere, leggermente oblique verso le tempie. L’ombra degli zigomi sulle guance incavate lo faceva sembrare, in quella luce chiara, pallido come perla, pallido come spuma di mare.

«Io pulisco le scuderie» disse infine. «Mia madre alleva cavalli marini.»

Una lunga onda scura si srotolava sull’acqua, interminabile; finalmente raggiunse la riva, incupendosi poco prima di rovesciarsi sulla spiaggia. Il principe si girò a guardarla, e quando si rivolse di nuovo a Fiord, parve che i suoi occhi racchiudessero, per un attimo, un riflesso del mare.

«Non c’è nessun paese, in fondo al mare» disse Fiord, a disagio. «Nessun paese.»

Il giovane inarcò le sopracciglia, guardandola fisso: «Perché dici così?» chiese, bruscamente. «L’hai visto?»

«No!» Con un rametto prese a far buchi nella sabbia, esaminandoli con ferocia; poi, quasi con riluttanza, aggiunse: «Mia madre l’ha visto. In sogno. E così getterò un maleficio sul mare, una maledizione.»

«Una maledizione!» Il principe sembrava troppo sorpreso per mettersi a ridere. «Sull’intero mare! Perché?»

«Perché il mare ha strappato mio padre dalla barca e ha stregato mia madre, che adesso sa soltanto contemplare l’acqua, in cerca di quel paese nascosto…»

«Il paese in fondo al mare…» mormorò lui. Nella sua voce affiorava un desiderio che Fiord conosceva fin troppo bene.

«Non c’è nessun paese!» ripeté, caparbia, mentre lacrime di dispetto le pungevano gli occhi.

«Cos’è che vede tua madre, allora? E contro che cosa intendi gettare il tuo maleficio?»

Fiord rimase in silenzio. Folate di vento tiepido s’insinuavano tra i ginestroni, spargendo sabbia sui suoi ghirigori, gettandole indietro i capelli. L’espressione del principe mutò di nuovo, improvvisamente incuriosita.

«Eri tu, allora.»

«Io cosa?»

«Nella capanna della vecchia, ieri notte. Eri ferma sulla porta, con la luce del fuoco nei capelli.»

«E allora eri tu, quello che guardava il mare» disse lei.

«Per un momento ho pensato… non lo so cosa ho pensato. La luce ti scivolava sui capelli come la marea.»

«Per un momento ho avuto paura… Ho pensato che fossi uscito dal mare.»

«E come potevo? Non c’è nessun reame, sotto il mare.»

La guardò ancora, intensamente. Poi, in silenzio, smontò di sella, lasciando il cavallo a scacciare i moscerini con la coda; trovato il sentierino tra i ginestroni, s’inerpicò in cima alla scogliera. Quando raggiunse il cerchio di Fiord, lei s’agitò, nervosa, perché quel suo spazio privato le pareva troppo piccolo per contenere tanta ricchezza, tanta inquietudine. Il principe restò in piedi a guardare i suoi “malefici”, sempre in silenzio; poi s’inginocchiò davanti a lei.

«Come ti chiami?»

«Fiord.»

«Come i fiordi?»

«Sì. Mio padre li ha visti quand’era ragazzo, in una terra lontana. Erano le impronte di un gigante, diceva, che aveva appoggiato le dita sulla costa per uscire dal mare.»

«Il mio nome è Kir.»

«Lo so.»

Le lanciò un’altra di quelle sue occhiate penetranti, insondabili. Fiord si chiese se sorridesse mai; e comunque non sorrideva di certo alle sguattere della locanda. Curvo sul suo disegno, Kir ne seguì le linee con un dito, delicatamente: «Cos’è? Uno dei tuoi malefici?»

«Sì.»

«E sarà in grado di terrorizzare un eventuale regno acquatico nascosto sotto le onde?»

«Non mi viene in mente nessun altro sistema» ribatté lei, scorbutica. «Cerco di ricordarmi gli incantesimi della vecchia. È questo che volevi da lei? Un incantesimo?»

«No.» Il giovane stava ancora fissando il disegno; il suo volto pareva distante, adesso, remoto. Non gliel’avrebbe detto, pensò Fiord. Invece si decise: «Volevo chiederle una cosa. L’ho conosciuta un giorno, tanto tempo fa. Ero laggiù a guardare il sole che affondava dietro quelle due guglie, e la luce sull’acqua formava come un sentiero, dalle rocce al sole. E lei è uscita a guardare con me. E ha detto delle cose. Strane cose. Favole, forse. Sembrava… sembrava che l’amasse, il mare. Era così vecchia che pensavo dovesse sapere tutto. Lei… bene, sono venuto qui a parlare… volevo parlare con lei.»

Aveva lo sguardo di nuovo perduto sull’orizzonte, mentre con un dito — il dito con l’anello — tracciava nella sabbia un suo privato maleficio. Gli occhi di Fiord si spostarono dallo scarabocchio alla gemma, e poi salirono alle perle del polsino, e alla finissima stoffa color latte della camicia, e infine, cautamente, al viso. Sull’incarnato pallido le ciglia spiccavano nere come penne di corvo.

Fiord diede uno strattone improvviso alla gonna, cercando di tirarla sulle ginocchia callose; chiuse le mani, a nascondere le screpolature. Ma era inutile cercare di nasconderle: eccola lassù, in pieno giorno, seduta accanto al figlio del re, con le mani logorate dal lavoro, le ginocchia rosse, l’abituccio così sbiadito che non ricordava più il colore originale. Sospirò, e subito si stupì di se stessa. Che le importava, in fin dei conti? Cosa le stava succedendo?

Il principe udì il suo sospiro sotto il sospiro del mare, e volse la testa. Le chiese, incuriosito: «Come farai a portar via dalla sabbia questi tuoi malefici, per gettarli in mare?»

«Li rifarò con sterpi e alghe secche. Li piegherò come ghirlande e vi intreccerò del filo, in modo che mantengano la forma. Poi prenderò la barca di mio padre, e mi spingerò al largo, e li getterò nell’acqua.»

«Vorresti…» disse lui, ma subito s’interruppe, distogliendo bruscamente lo sguardo. Poi riprese, le mani avvinghiate alle ginocchia: «… Vorresti dare al mare un messaggio per me? Puoi legarlo a una delle tue ghirlande?»

Sbigottita, Fiord annuì con un cenno: «Quale messaggio?» chiese.

«Te lo porterò qui. Quand’è che intendi gettare la tua maledizione?»

«Il mio prossimo giorno libero. Tra una settimana.»

«Te lo porterò appena possibile.» Diede un’occhiata al sole, e poi alla casa del re, che si vedeva a breve distanza in cima al suo levigato trespolo verde, alto sul mare. «Devo andar via. Lascerò il messaggio nella capanna, se non ci sei.»

«Non ci sarò» disse Fiord, alzandosi. «Voglio dire, sarò al lavoro.»

«Ma io tornerò a trovarti. Per vedere che cosa ha fatto al mare la tua maledizione.» Sorrise, un sorriso dolce-amaro che la stupì; e Fiord rimase ferma a guardarlo, mentre scendeva dalla scogliera e rimontava a cavallo. Le gettò un ultimo sguardo e partì al galoppo: il bruno cavaliere, figlio del re, che avrebbe bussato alla porta di Fiord come un qualunque figlio di pescatore, con un messaggio per il mare.

Quattro giorni dopo trovò il messaggio sul tavolo, tra i suoi “malefici”: cerchi e quadri irregolari di alghe e rametti, che trasmettevano, a giudizio di Fiord, un messaggio decisamente ostile.

Il messaggio del principe era inatteso, imprevedibile: minuscoli oggetti avvolti in un fazzoletto di stoffa così fine, che solo a sfiorarla s’impigliava nelle rozze dita di Fiord. In un angolo della tela candida, ornata di pizzo sfarzoso, erano ricamate una corona e una sigla: QV. Non le iniziali di Kir. Perplessa, Fiord sciolse il nastro che legava l’involto.

Si sedette a palpare, una per una, le piccole cose che conteneva. Un corto ricciolo di capelli neri. Di Kir? Una perla nera, dalla forma strana: non sferica, ma oblunga, tormentata. Una seconda ciocca di capelli, neri con stilature grigie. E infine un anello d’argento purissimo, su cui erano cesellate delle iniziali: KUV. Kir? Ma chi era Q? Lasciò cadere l’anello, come se bruciasse, e s’irrigidì sulla sedia come se il re in persona fosse entrato in casa sua.

Q, K. Queen, regina; e King, re. King Ustav Var. il padre di Kir. E lì sul tavolo c’era una ciocca dei suoi capelli, ormai ingrigiti.

Con dita tremanti, rimise ogni cosa nel fazzoletto e riannodò il nastro; poi distolse lo sguardo, quasi avesse sorpreso il re in qualche suo piccolo gesto privato, come contemplarsi i piedi nudi, per individuare i segni dell’età. Poi infilò l’involto in un vaso d’argilla, sullo scaffale delle fatture, e chiuse accuratamente il coperchio.

Dopo averci ragionato su, dovette riconoscere che le era impossibile raggiungere il largo da sola, col “Riccio di mare”. Benché avesse braccia e schiena robuste, a furia di portare secchi d’acqua e fastelli di legna, ci voleva qualcuno ben più forte di lei per controllare due pesanti remi in mare aperto, con l’acqua che tumultuava sotto la chiglia. Sarebbe stato un incubo anche solo uscire dal porto, con quelle onde violente che spumeggiavano sopra i frangiflutti. Avrebbe perso i remi, senz’altro, e ai pescatori sarebbe toccato venire in suo soccorso: e chissà quanto l’avrebbero sgridata e presa in giro! Le uniche donne del villaggio che uscivano a pescare — Leith, e Bel, e Ami — erano due volte lei, quanto a stazza, con muscoli di pietra e mani incallite dai remi, dure come assi.

Ma come poteva gettare i suoi malefici così al largo che il mare non glieli risputasse subito a riva?

Il problema continuò ad assillarla anche il giorno dopo, alla locanda. In silenzio, la fronte aggrottata, strofinava avanti e indietro il pavimento, mentre Carey, poco più in là, cicalava senza tregua, descrivendo le meraviglie che aveva visto scaricare dalle navi del re: forzieri intarsiati e laminati d’oro, cavalli bianco-latte, cani grigi alti come pony, con fianchi sottili, musi aguzzi, occhi grigio-argento, vitrei e pieni di panico, come belle dame che emergono da una lunga e burrascosa crociera.

«E i collari, se vedeste, tempestati di smeraldi!»

«Smeraldi un corno!» esplose Marli, fulminandola con un’occhiataccia. «Vetro, ragazza mia, vetro. Questo non è un paese così ricco da permettere al re di ornare i suoi cani di smeraldi… Ehi, Fiord, hai i capelli nel secchio!»

Fiord strattonò vigorosamente la testa, e una massa di capelli bagnati le ricadde sulle spalle; si asciugò il naso col dorso della mano, pensando alle perle sulla camicia di Kir, al suo anello d’argento.

«Io voglio smeraldi!» ripeté Carey, in tono sognante. «E abiti di merletto, e anelli d’oro e…»

«Non li otterrai di certo standotene con le ginocchia nella schiuma di sapone!»

«Ieri, mentre portavo gli asciugamani puliti in una delle stanze, un signore in velluto verde mi ha detto che ero bella, e mi ha baciata.»

«Carey!» Marli era scossa. «Stai attenta! In autunno quei bei signori migreranno come oche selvatiche, e tu resterai inchiodata qui, con la pancia grossa!»

Carey continuò a fregare il pavimento, imbronciata. Fiord emerse dai suoi pensieri, e alzò gli occhi: «È stato bello?» le chiese, incuriosita.

Per un attimo Carey non rispose; poi piegò la bocca in una smorfia e scosse le spalle: «Aveva i baffi che sapevano di birra.»

«Velluto verde…» borbottò Marli. «Spero proprio che prima o poi finisca a mollo, sotto un’ondata come si deve.»

Mentre tornava alla capanna, quel pomeriggio, Fiord notò che la marea era singolarmente bassa, così bassa che perfino le grandi guglie si rizzavano nude dal fondale, esponendo i fianchi coperti di anemoni, ricci e stelle marine. Si vedeva di rado una marea così bassa. Oltre le guglie il mare sognava dolcemente, un azzurro lattiginoso che il sole del tramonto punteggiava di vampe improvvise. Le scarpe appese per i legacci a una spalla, Fiord camminava lentamente, osservando le bollicine che sbocciavano sulla sabbia umida, là dove si erano nascosti i molluschi.

Fiord alzò gli occhi, scrutò la lunga scia luminosa che il sole morente disegnava sull’acqua, una lucentezza così piatta e immobile che sembrava di poterla calpestare. Rallentò il passo, le labbra socchiuse, gli occhi colmi di luce, incantati. Poteva avviarsi sul sentiero del sole, con la stessa semplicità con cui camminava sulla terraferma, fino a trovare… laggiù, nel cuore della luce… il reame dorato, il reame di…

Si fermò, scrollando dalla testa i pensieri come un cane si scrolla dall’acqua; poi cominciò a correre.

Scaraventò le scarpe in un angolo della capanna, afferrò le ghirlande dal tavolo, pescò dal vaso il messaggio di Kir e attraversò di corsa la spiaggia, verso le guglie, verso il sole, che creava tra esse un’illusione tentatrice, come se quelle fossero i pilastri spezzati di un antico cancello d’ingresso al paese, nascosto sotto le onde.

La marea s’acquattava pigra poco oltre le guglie, dove il fondale scendeva bruscamente in una ripida scarpata. Qui si fermò Fiord: sollevò le ghirlande, legate insieme e intrecciate al messaggio di Kir, e le lanciò in acqua con tutte le sue forze.

«Ti maledico!» gridò, cercando le parole più pungenti, acri come il salmastro. «Mi fai orrore! Ti detesto! Ti odio! Getto su di te la mia maledizione, Mare, così che si sciolgano tutti i tuoi incantesimi, e la tua magia si confonda, e tu non possa mai più impadronirti di cose o persone che ci appartengono, e lasci libero tutto ciò che hai…»

S’interruppe, perché le ghirlande, che prima galleggiavano leggere sulla cresta di un’onda, erano improvvisamente scomparse. Restò in attesa, scrutando l’acqua, desiderando che non accadesse nulla, desiderando che accadesse qualcosa. Una bollicina scoppiò in superficie, come un singhiozzo, a pochi metri di distanza.

Fiord s’accostò all’umido fianco di una guglia, cosparso di stelle marine. Era finalmente riuscita, si domandava inquieta, ad attrarre l’attenzione del mare?

Ed ecco il mare gonfiarsi davanti a lei, fiammeggiando. Fiord mandò un debole grido: con gli occhi sbarrati, lo vide dilatarsi e sollevarsi ancora, come una rossa, gigantesca muraglia d’acqua scrosciante, sempre più alta, fino a nascondere il sole: al suo posto ora brillavano due grandi pozze di luce, così enormi da poterci navigare dentro. E vide affiorare lunghi, lunghissimi filamenti di fuoco, che vorticavano elegantemente tra le onde. E poi lampi d’oro le riempirono gli occhi, più abbacinanti del sole.

Sbatté le palpebre, ansimando, e le tonde pozze di luce parvero ammiccare. Sull’acqua alitò un sospiro che sapeva di gamberi e alghe.

Fiord indietreggiò, cercando di aggrapparsi allo scoglio, come una patella. «Oh!» mormorò, la gola così riarsa dal terrore che quasi non ne usciva alcun suono. «Oh!»

Nell’acqua profonda, di là delle guglie, la fissava un fiammeggiante mostro marino, grande come una casa, come due case; le fauci fitte di fanoni, come la bocca di una balena; i traslucidi filamenti di fuoco che si srotolavano e arrotolavano languidamente nella spuma. Due pinne sopracciliari davano ai suoi grandi occhi un’espressione sorpresa.

Intorno al collo portava, a mo’ di collare, una colossale catena d’oro massiccio.

Capitolo terzo

Quella notte Fiord rimase con sua madre. Era convinta che il mare, seccato dalle sue continue molestie, avesse mandato un mostro degli abissi a divorarla. La madre non le chiese perché fosse rimasta con lei, ma la presenza di Fiord sembrava stimolarla, strappandola alla sua eterna contemplazione. Prese a osservare la figlia. Di quando in quando una domanda le tremava negli occhi; pareva sul punto di parlare. Ma Fiord distoglieva lo sguardo. Benché avesse la mente piena di draghi marini inghirlandati d’oro, Fiord serbava il suo segreto, come un’ostrica la perla: non voleva ammettere che la madre potesse avere ragione, che davvero esistesse un regno di luci e ombre nascosto fra gli ondeggianti banchi di alghe, in fondo al mare.

E Kir. Prima di addormentarsi evocò nitidamente la faccia del giovane: pallida e bruna e irrequieta, spiccava contro la selvaggia vastità azzurra del mare. Quale messaggio aveva mandato? si chiedeva nel sonno. E a chi?

Le promesse di primavera non si rivelarono altro che sogni, il mattino dopo. Erano cominciate le piogge d’aprile.

Mentre raggiungeva la locanda, inzuppandosi fino al midollo, Fiord continuò a riflettere sul drago, e in quel grigiore malinconico sentì che le sue paure si andavano vìa via dileguando. Al mondo non poteva esistere una creatura così gigantesca, ne era certa; né l’oro che le cingeva il collo poteva essere reale. E se davvero avesse voluto divorarla, l’avrebbe strappata allo scoglio come un anemone, paralizzata e impotente com’era. Un altro ricordo contribuì a rinfrancarla: il mostro non aveva denti. Attraverso i fanoni delle fauci potevano passare soltanto minuscoli granchi e frammenti d’alga — era destinato a una dieta liquida, o quasi. In definitiva, concluse, non era altro che una creatura marina di passaggio, emersa a prendere una boccata d’aria; e adesso, probabilmente, stava già terrorizzando le navi nelle Isole del Sud. Ma chi mai gli aveva messo al collo quella catena?

Il pensiero del mostro continuò a ossessionarla mentre spazzava le scale e rifaceva i letti e rovesciava secchi di cenere nei bidoni, dietro la cucina. La pioggia rendeva tutti irritabili e di cattivo umore. I clienti seminavano sui pavimenti scie d’acqua e di sabbia, e non la finivano di lamentarsi per questo o quel motivo. Alcuni pescatori rientrati anzitempo — il mare era così gonfio, così rabbioso! — passavano alla locanda, trascinandovi altra acqua, altra sabbia. Alla fine della giornata Fiord si sentiva a pezzi, strapazzata come le piastrelle del pavimento, e non meno fradicia. Carey scoppiò in lacrime.

«Le mie mani!» gemette. «Sembro un vecchio gambero decrepito!»

«Non preoccuparti» sospirò Marli. «Magari troverai un vecchio e ricchissimo gambero che s’innamora di te.»

«Non succederà! Mai! Non uscirò mai da questo buco! Continuerò a fregare pavimenti fino a novant’anni, e a pulire camini e rifare letti fino al giorno della mia morte! Le uniche perle che vedrò saranno sulle dita degli altri, e non indosserò mai velluti, non dormirò mai tra lenzuola di pizzo e seta! E mai…»

Oh, per piacere, Carey! Già ho la testa che mi scoppia, non ti ci mettere anche tu!

«E mai…»

«Non indovinerete mai…» esclamò il ragazzo di Marli, Enin, affacciandosi all’uscio del ripostiglio, dove le tre appendevano i grembiuli e riponevano secchi e strofinacci. Poi vide le lacrime di Carey e arretrò nervosamente. «Oh!»

«Enin!» lo chiamò Marli. Anche lui grondava acqua; era appena rientrato in porto e indossava ancora l’incerata. Fiord tuffò strofinaccio e spazzolone in un secchio vuoto, spingendolo contro il muro; poi fece qualche piegamento per sgranchirsi le ossa. Riapparve la testa di Enin: una morbida barba bionda gli incorniciava il viso abbronzato, lucido di pioggia. Gli occhi, azzurro chiaro, apparivano tondi come monete. Carey sbatté il suo spazzolone nel secchio, irritata e lacrimosa. Enin la scrutava con cautela.

Marli sorrise, perché la faccia di Enin era la cosa più allegra che avesse visto in tutto il giorno: «Allora» domandò «che cos’è che non indovineremo mai?»

«Non indovinerete mai che cosa c’è laggiù sul mare!»

«Affascinanti sirene, immagino, in una barchetta di vimini.»

«No.» Il giovane scosse la testa. Esitò, come se non trovasse le parole. «No. È…»

«Un mostro marino?»

«Sì!» disse. Una scopa piombò sul pavimento. «Ehi, ragazze, tutto a posto, qui?… Marli, è enorme! Grande come la locanda! Se n’è venuto dritto verso le nostre barche, la mia e quella di Tull Olney… eravamo i più lontani… e ci ha guardati pescare!»

«Oh, Enin!» mormorò Marli, toccandosi la fronte.

«Rosso come il fuoco! Lo potevamo vedere benissimo, anche attraverso la nebbia e la pioggia. E c’è un’altra cosa… che non potrai mai indovinare…»

«Porta una catena d’oro intorno al collo» disse Fiord.

«Ha una catena d’oro… oro massiccio, Marli, giuro! Piantala di ridere, e ascolta!…» Di colpo smise di parlare, e Marli smise di ridere, e Carey smise di tirar su coi naso: tutti gli occhi si puntarono su Fiord.

«L’ho visto» disse lei, imbarazzata dall’improvviso silenzio. «L’ho visto, sì. Ieri. Dietro le guglie. L’oro mi accecava.»

Il lungo, lento sospiro di Carey parve un rifluire di marea: «Oro.»

«Ma cos’è?» Marli era sconcertata. «Un grande pesce? Un leone marino con un segno più chiaro sul collo?»

«No, no! Molto più grosso. Più simile a… a un drago, sì. È la cosa che più gli assomiglia. E l’oro è… oh, Marli, non ci crederesti…»

«Hai ragione, Enin. Non ci crederei» sospirò la ragazza. «Probabilmente una povera creatura marina che si è persa, con una catena d’ancora impigliata al collo, magari una catena dorata della flotta regale.»

«No.»

«No» gli fece eco Fiord. «È veramente oro. Ho visto il sole che ci si specchiava, come… come burro fuso.»

«Perché non ce ne hai parlato?» sbottò Carey.

«Perché mi spaventava» rispose Fiord, stizzosamente. «Tutto incatenato a quel modo! Come un cane. Non volevo pensare a chi poteva avergli messo quel collare. Gli anelli sono così larghi che ci si può passare attraverso con la barca.»

Cadde il silenzio. D’improvviso Carey disse: «Entra, Enin, e chiudi.»

Aveva un tono di voce così stridulo e secco che il ragazzo obbedì prontamente. Il brusio della locanda svanì dietro la porta.

«Perché?» le chiese, perplesso.

«Perché è nostro» disse lei, fieramente. «È il nostro oro. Appartiene a noi, al villaggio. Non al re, non agli ospiti estivi. A noi. Dobbiamo trovare un modo per impadronircene.»

Enin la fissava, respirando pesantemente. Marli si coprì gli occhi con le mani: «Oh, Carey!»

«Però ha ragione» disse Enin, lentamente. «Ha ragione.»

«Sarà il nostro segreto» insisté Carey.

«Sì.»

Marli si volse di scatto a prendere il mantello dall’attaccapanni e se lo gettò addosso così rapidamente che si gonfiò come una vela: «Secondo me…» disse, con voce tesa «… sarebbe meglio che tu gli dessi un’altra occhiata, a questo drago, prima di metterti a contare i tuoi pezzi d’oro. Secondo me…»

«Oh, Marli…»

«Penso che tu e Tull avete bevuto troppa birra, a colazione, e siete finiti nel punto dove il cielo tocca il mare, e avete sentito cantare nella nebbia, e le vacche marine si sono trasformate in sirene, e vascelli fantasma. Ecco dove siete stati. Altro che draghi. Altro che catene d’oro.» Spalancò bruscamente la porta. «Ho mal di testa e svengo dalla fame. L’unico oro che voglio vedere adesso è un bel boccale di birra fresca.»

«Ma… Marli…» disse Enin, correndole dietro.

Carey guardò Fiord, con occhi improvvisamente tristi: «Cos’è stato? Un sogno? Un’allucinazione?»

Fiord si passò le dita tra i capelli: «Non avevo bevuto nessuna birra, quando l’ho visto» sospirò. «Non so cosa fosse. Ma non è il nostro oro. E non vorrei certo essere sorpresa a rubarlo da chi gli ha fatto quella catena, chiunque sia.»

Rimasero entrambe in silenzio. Visioni d’oro riempivano i loro occhi, tanto oro che l’aria umida sembrava illuminarsi íutt’intorno. Poi, allungando una mano a prendere il mantello, Carey sbottò: «Sciocchezze. Chiunque sprechi tutto quell’oro per mettere in catene il suo cucciolo marino, non si accorgerà neppure che manca.»

Tornando alla capanna, Fiord tenne gli occhi ben aperti, per individuare l’eventuale ricomparsa del misterioso animale. Ma non v’erano fuochi, in quel mondo grigio, né oro: solo il mare, che si gonfiava imbronciato tra le guglie. Nubi cariche di pioggia nascondevano il sole del tramonto, e non ne trapelava il più pallido barlume. Una luce ingannevole distolse dall’acqua l’attenzione di Fiord: erano i ginestroni, che accendevano di lampi dorati la scogliera, sopra la capanna. E, tutto solo davanti alla capanna, un cavallo nero.

Il suo cavaliere, evidentemente, era dentro. Meravigliata, Fiord attraversò di corsa l’ultimo tratto di spiaggia che la separava dalla casa, notando che la metà superiore dell’uscio era aperta. Kir era appoggiato alla metà inferiore, così assorto a scrutare l’orizzonte che non si accorse di lei finché non fu quasi sulla soglia.

Volse la testa, gli occhi ancora pieni di mare, e i suoi pensieri la investirono come un’onda, rovesciandole addosso un senso pungente, selvaggio, di inquietudine e disperazione. Fiord si fermò a fissarlo, un piede sul gradino. Ma Kir stava già aprendo la porta, ed era come se il suo viso si fosse improvvisamente chiuso.

Non disse nulla. Fiord entrò in casa e si tolse il mantello, posando sul tavolo un mucchio di molluschi — erano dei pettini — che le aveva dato il locandiere. Il principe aveva acceso il fuoco, notò con sorpresa: con le sue mani regali aveva raccolto i pezzi di legna sparsi sulla spiaggia e li aveva accatastati sulla griglia del focolare. Ma evidentemente non aveva mai visto un pettine, dalla bella conchiglia a forma di pinna raggiata.

«Cos’è?» domandò, giocherellando con uno dei gusci.

«La mia cena.» Fiord si avvicinò al fuoco, per strizzarsi l’acqua dai capelli. Poi, ricordando un minimo di buone maniere, aggiunse, goffamente: «Sei invitato, se ti va.»

Il giovane lasciò cadere la conchiglia: «Allora cucini, anche.»

«Devo pur mangiare» disse lei, semplicemente. Continuò a ravviarsi i capelli tra le dita, mentre Kir camminava su e giù per la stanza, dal focolare all’uscio e viceversa.

«Hai dato al mare il mio messaggio?» le chiese bruscamente. Fiord annuì, fece per parlare, ma lui s’era di nuovo allontanato; e prima che potesse rispondere aggiunse, con amarezza: «Che stupido. Sono solo un gioco da bambini, i tuoi malefici, il mio messaggio. Probabilmente se ne stanno là fuori, sul ciglio della marea, tra i detriti. Non è gettandogli delle cose che si può parlare al mare.»

Fiord corrugava la fronte, nello sforzo di capirlo. Era stupita.

«Perché volevi che il mare avesse l’anello di tuo padre?» gli chiese.

«Perché, secondo te?» replicò Kir.

«Non lo so.» Anche lei si sentiva stupida. Qualcosa nella sua voce indusse Kir a guardarla di nuovo, come se non l’avesse vista veramente quand’era entrata, fradicia di pioggia, con le mani rosse e gli occhi stanchi. Una nuova espressione gli si dipinse sul volto, e Fiord vi scorse una tale infelicità che si affrettò ad aggiungere, debolmente: «Non lo so, se il mare ha ricevuto il tuo messaggio. Ma dopo che l’ho gettato in acqua, è emersa la più grossa creatura marina che io abbia mai visto. E ha sollevato la testa a guardarmi. Intorno al collo aveva una massiccia catena d’oro…»

«Cosa?»

«Una catena. D’oro. Io…»

«Ti stai prendendo gioco di me?» l’interruppe Kir, con voce così bassa e glaciale che Fiord sentì l’impulso di avvicinarsi ancor di più alle fiamme.

Scosse la testa, ricordando la gigantesca muraglia color fuoco che sorgeva dalle onde ed eclissava il sole, e i liquidi riflessi d’oro che diffondeva tutt’intorno: «Era una specie di drago. Ma al posto delle ali aveva le pinne e lunghi filamenti simili a nastri. Era più grande di questa casa, e la catena d’oro veniva dall’acqua come se… come se cominciasse laggiù… in fondo al mare.»

Alla luce delle fiamme, la pallida faccia del giovane assunse bagliori madreperlacei. Corse alla porta; la spalancò e ne entrarono fiotti di pioggia e vento. Rimase immobile, in silenzio, gli occhi puntati sul mare vuoto oltre le guglie. Fiord, coi vestiti ancora fradici, cominciò a rabbrividire. Alla fine si mosse, per fermare quei brividi. Versò dell’acqua in un paiolo e vi gettò i molluschi, perché il bollore ne aprisse i gusci; poi appese il paiolo sul fuoco e s’inginocchiò ad aggiungere altra legna. Kir chiuse la porta e le venne vicino, lasciandosi dietro una scia d’impronte bagnate.

Lo sguardo di Fiord ne era come attratto, irresistibilmente. Sentì Kir che bisbigliava: «Tutto quell’oro per incatenare in fondo al mare un essere marino…»

«Ma perché…» disse lei. «Perché mai… Chi può…»

«Dev’esserci un modo. Dev’esserci!» bisbigliava Kir, i pugni stretti. Fiord alzò gli occhi a guardarlo.

«Per fare cosa?»

«Per andare là.»

«Là dove?»

«In quel paese… in fondo al mare.»

Fiord si alzò, mentre lui si riavvolgeva nel mantello.

«Adesso?»

«Non adesso» rispose Kir, impaziente. «Adesso devo andar via.»

«Non ti fermi a cena?»

Scosse la testa, l’attenzione già lontana da lei, rivolta alla marea della sera.

Fiord si grattò la testa con un cucchiaione, aggrottando la fronte: «Tornerai?» gli chiese improvvisamente, ansiosamente.

Kir la guardò come da una distanza remota: più lontana del sonno, sembrava, più lontana del luogo dove iniziavano le maree.

«Da dove?»

Fiord si sentì avvampare: «Qui» disse, con voce roca. «Tornerai qui?»

«Oh!» sembrava sorpreso. «Ma sì, naturalmente.»

Uscì. Fiord sentì nitrire il cavallo, e poi il tonfo degli zoccoli che s’allontanavano lungo la spiaggia, nella notte ormai incombente. Fissò la porta, cercando di immaginare la figura del giovane: nero e umido come la notte in cui galoppava, irrequieto come i gabbiani e il vento, con un cenno di spuma nel colore della pelle. Uno strano turbamento le affiorò negli occhi. Fece qualche passo, posando il piede su una delle impronte. Aveva lasciato acqua dappertutto. Poi si bloccò, trattenendo il respiro: le era parso di intravedere un’immagine, fugace, elusiva come i guizzi di luna sul mare. Una ciocca di capelli venati di grigio… una perla… un messaggio.

Sbatté le palpebre, scuotendo la testa finché quegli strani pensieri, quelle bizzarre immagini si confusero in una massa informe e senza senso, innocua. Prese la scopa e spinse le impronte verso il focolare: e qui s’offuscarono, e infine svanirono.

Capitolo quarto

La pioggia si ritrasse, acquattata all’orizzonte; i pescatori ebbero un intervallo di cielo azzurro che li tentò a prendere il mare, e poi nuovi scrosci, nuove folate di vento rabbioso che li risospinsero in porto. Fuori, dentro, fuori, dentro, continuarono così per svariati giorni. E sempre avvistavano il drago: i racconti sul drago divennero comuni come ostriche. Poi quel tempo capriccioso culminò in una burrasca violentissima, che gettava sulla spiaggia un susseguirsi di cavalloni spumeggianti e strappava le barche dagli ormeggi. Non riuscirono più a oltrepassare i marosi che assediavano la bocca del porto, e il drago rimase a cavalcare la tempesta in solitudine. Stipati nella locanda, i pescatori bevevano birra e fissavano cupamente il cielo. I clienti, disdegnando l’odore di lana bagnata e salmastro, si ritiravano nelle loro stanze e lasciavano agli abitanti il focolare e lo spinotto della birra. Passando nell’atrio con le braccia cariche di lenzuola o entrando ad aggiungere legna, Fiord percepiva, senza neppure ascoltare, il filo dorato, magico e scintillante, che s’intrecciava nelle loro conversazioni.

«Anelli d’oro. Ogni anello ha il suo punto d’apertura, altrimenti come si potrebbe inserirlo in una catena? Sicché basterebbe procurarci una leva, qualcosa di grosso, e forzare una maniglia…»

«E cosa credi che farebbe, il mostro, mentre tu gli stai a cavalcioni sul collo, cacciandogli una leva nella catena? Rosicchiare gamberetti e contemplare gabbiani? S’immergerà, amico, e ti trascinerà giù con sé!»

«Il fuoco, allora. Il fuoco fonde l’oro, no? Costruiremo un crogiolo galleggiante e lo spingeremo sotto la catena, nel punto dove affonda nell’acqua. Quanto al mostro, lo distrarremo con pesci, o qualsiasi altra cosa gli piaccia mangiare…»

«Gamberetti. Esserini microscopici. E come diavolo fai a distrarre un bestione grande come una stalla con delle cose che non riesci neppure a vedere?»

«Allora canteremo. Gli piacciono le canzoni.»

«Canzoni!»

«Oppure Tull può suonare il suo violino. E lui resterà in ascolto. Così noi spingeremo il crogiolo sotto la catena, fonderemo un anello, e poi…»

«Oro» sospirò Marli, spazzando nell’atrio l’eterno rivolo di acqua e sabbia. «Non parlano d’altro, in questi giorni. Perfino Ami e Bel. E peggio di tutti Enin. Ci stanno perdendo la testa tutti quanti, tutti quanti…»

«Be’, se è là fuori, perché non prenderselo?» ribatté Carey. «E poi non credo che quella catena gli piaccia granché, al drago.»

«D’accordo, ma il fatto è che non usano il cervello. Nessuno di loro. Non esistono esseri umani capaci di fare una catena come quella, ed è la cosa che dovrebbero considerare per prima. E invece…» Marli diede una nervosa strizzata allo strofinaccio «… e invece si preparano a fare qualcosa di stupido. Lo so, già me lo vedo…»

Fuori, il vento continuava a fischiare e investire le finestre di folate impetuose.

«Ma a pensarci bene, c’è un altro problema» aggiunsero i pescatori. «Anche se ce la facessimo a forzare un anello, a cosa ci servirebbe? Come impedire alla catena di scivolare giù, sul fondo? Sarebbe come tirare a bordo una balena. Ci colerebbe a picco, se cercassimo di trattenerla.»

«Allora taglieremo un anello sott’acqua. Poi uccidiamo il mostro e aspettiamo che sia il mare a trascinarcelo a riva.»

«Ucciderlo! Il minimo che può capitare è che solo a toccarlo quello ci sparisce sotto gli occhi. O peggio ancora, può rivoltarsi contro di noi e affondarci le barche.»

«E allora? Ditemi voi come facciamo a prendere l’oro!»

Carey continuava a soffermarsi sulla porta, indugiando ad ascoltare. Fiord era tentata di imitarla. Quel drago fiammeggiante, con la sua luminosa catena, forniva l’unica nota di colore in un mondo dove ogni cosa — sabbia, mare, cielo — era illividita nel grigio della pioggia. Appariva come una favola meravigliosa per i vuoti giorni di noia; un’elaborata storia di pesca, da raccontarsi sui boccali di birra accanto a un bel fuoco caldo.

Ma Marli, entrando a portare dei bicchieri puliti, intervenne con rabbia: «Che bravi! Pensate all’oro e subito vi viene l’idea di uccidere, eh? Tipico! Tipico di voi tutti!»

Imbarazzato, Enin cercò di calmarla: «Andiamo, Marli, si sta solo chiacchierando, via! Che altro possiamo fare, in una giornata come questa?»

«Ma non state usando il cervello!»

«Oh be’…» ridacchiò Ami, divertita. «Nessuno ci paga, per questo.»

«Avete mai conosciuto uomo o donna capace di fabbricare una catena come quella? Metti caso che chi l’ha costruita abbia qualcosa da ridire sul fatto che gliela rubate. O che liberate quel mostro.»

«Oh, probabilmente è vecchissimo, Marli. Probabilmente è…»

«Ah, ah! E allora perché è così luccicante da lasciare il suo riflesso nei vostri occhi ingordi? In tutti i vostri racconti sul drago non vi ho mai sentiti dire che avesse incrostazioni di alghe o altro… se è così vecchio come dite. A mio giudizio, dovreste andarci più cauti con chi tratta come il suo cucciolo personale un bestione di quella stazza! Ecco cosa penso, e non c’è bisogno che mi paghino, per questo!»

Continuarono a parlare, perché ancora il vento infuriava e sferzava l’acqua, sollevando ondate di spuma, e ancora la pioggia scrosciava in raffiche impetuose. Ma l’intervento di Marli aveva dirottato la conversazione su temi leggermente diversi, notò Fiord. Adesso non era più “Come?”, ma “Chi?”; non più mostri marini, ma terre incantate e stregonerie.

Presero a inventarsi paesi misteriosi su isole lontane, o in fondo al mare, o galleggianti a pelo d’acqua.

«Un po’ come i banchi di alghe. Solo che possono guizzare sulla superficie più veloci dei gabbiani, e svanire di colpo come svanisce la luce sull’acqua, senza lasciare tracce. Enormi, bellissime isole galleggianti, fatte di perle e corallo e oro… Il popolo del mare tiene il mostro come un bambino il suo cucciolo. E l’ha incatenato a quell’isola invisibile.»

«No, non è un cucciolo. È qualcuno che ha commesso una diavoleria, o ha fatto arrabbiare un mago cattivo, e lo tengono incatenato al fondale per punirlo.»

«Vorrà liberarsi, allora.»

«Vorrà che gli spezziamo la catena.»

«Supponiamo di farcela: credete che quel mago cattivo ci lascerà prendere l’oro?»

«Bah, dovremmo prima prendere l’oro e poi preoccuparci.»

Fiord continuava a passare avanti e indietro il suo strofinaccio, distrattamente, perduta in mille fantasticherie. Isole lontane in cima al mondo, oltre i ghiacciai e gli iceberg, oltre le terre dell’inverno, oltre l’inverno stesso, le splendevano nella mente come luce d’estate. Paesi sommersi in fondo al mare, dove intere città erano fatte di perle, e gli abitanti indossavano vestiti di squame, fluttuanti come nuvole argentate. E uno di loro aveva costruito quella catena d’oro, per uno specialissimo…

«Marli» disse bruscamente.

«Sì?»

«Perché la gente fa le cose?»

«Perché? I motivi sono tanti quanti sono i pesci nel mare.»

«Voglio dire, se tu avessi fatto una catena per un drago, sarebbe perché lo amavi e non volevi che ti sfuggisse? O perché l’odiavi e gli volevi togliere la libertà? Oppure perché ne avevi paura?»

«Mah, per ciascuno di questi motivi, forse. Perché?»

«Stavo solo chiedendomi… Sarà stato l’amore o l’odio o la paura che ha costruito una catena come quella?»

Marlì appariva sorpresa: di rado Fiord usava concetti così complessi. «Non lo so. Ma a giudicare da come ne parlano quelli di là, credo che lo scopriremo presto.»

Finito il lavoro, Fiord tornò alla capanna, stanca e pensierosa; camminando lungo la spiaggia scrutava l’orizzonte, per cogliere il minimo accenno di luce nel monotono, uniforme grigio del cielo e del mare. La pioggia le pungeva gli occhi; si calò sulla fronte il cappuccio del mantello. No, decise, nient’altro che i pesci, agili e muti, potevano dimorare in quelle onde. Non c’erano mirabolanti paesi sprofondati negli abissi, pieni di castelli fatti di perle e ossa di balena. Né esistevano isole galleggianti dall’estate perenne. La catena del drago non era altro che un anello d’alghe, luccicante di minuscoli, fosforescenti organismi marini. Quanto al drago, si era perduto, probabilmente, e veniva da calde acque lontane, da un mare dove non era un mostro. Tutto qui. Nessun mistero. Nulla di strano, era tutto spiegato…

Eppure eccolo là, oltre le guglie, che emergeva dai flutti tumultuosi, sfavillante come il fuoco, con la luce del sole annodata intorno al collo.

I grandi occhi erano puntati a riva, verso l’unico movimento sulla spiaggia: Fiord.

Fiord si fermò, a bocca aperta. La creatura indugiava a guardarla, massiccia e curiosa, coi fiammeggianti filamenti che turbinavano irrequieti sull’acqua. Le delicate pinne sopracciliari guizzavano su e giù, a segnalare sorpresa e interesse. Sottili filamenti gli orlavano il labbro superiore, come baffi. Galleggiava tra le onde, i grandi occhi sospesi sul mare come due soli scarlatti; sembrava che si lasciasse trascinare dalla corrente, avvicinandosi sempre più alla spiaggia. Fiord cominciò a indietreggiare, spaventata, e andò a sbattere contro qualcosa, qualcosa che le soffiò gentilmente tra le scapole.

Si voltò di scatto, in preda al tenore. Il nero cavallo di Kir sbuffò di nuovo, mentre Kir, senza distogliere gli occhi dal drago, le porgeva una mano: «Sali.»

Fiord posò il piede sul suo stivale e si issò goffamente dietro di lui. Il principe non aggiunse altro: fermo sulla sella, gli occhi stretti per escludere la pioggia, continuava a contemplare il drago. E il drago pareva osservarli altrettanto intensamente, con tutte le pinne e i filamenti che vorticavano per sostenerlo nella burrasca.

E poi scomparve, scivolando con fluidità di pesce nel suo mondo segreto.

Kir trasse un lungo sospiro silenzioso; poi sollevò le redini e spronò il cavallo ad un improvviso galoppo. Fiord si avvinghiò a lui, freneticamente. Al suo tocco, Kir ebbe un sussulto, e rapidamente rallentò l’andatura.

«Scusami… Dimenticavo che eri qui.»

«Posso tornare a piedi» suggerì Fiord, ansimando.

«Ti ci porto io.» Ma continuò ad avanzare nella pioggia, al piccolo trotto, la faccia sempre rivolta al mare.

«Cos’è?» domandò Fiord. «Dove comincia, quella catena?»

Per un lungo momento Kir non rispose, e Fiord si sentì come una patella che parla allo scoglio cui è attaccata. Poi, bisbigliando così piano che Fiord dovette aguzzare l’orecchio per distinguere le parole tra il boato del vento e delle onde, disse:

«Io credo che cominci nel cuore di mio padre.»

Fiord si sentì improvvisamente fragilissima, come una stella marina rinsecchita dal sole. Apri la bocca, ma non ne uscì alcun suono; poi avvertì i brividi che scuotevano il corpo di Kir, stretto fra le sue braccia, e poté di nuovo muoversi, la mente colma di pensieri vaghi ed elusivi come forme guizzanti in acque profonde.

«C’è un paese, sotto il mare» disse Fiord.

«Deve esserci» bisbigliò lui.

«Ed è quello che tu cerchi, quando guardi il mare.»

«Sì.»

«E pensi al modo di arrivarci. Laggiù, dove… dove tu vuoi vivere.»

«Nessun altro…» sussurrò Kir, in un soffio «… nessun altro lo sa, tranne te.»

Un nodo le chiudeva la gola, soffocandole la voce. Lasciato senza guida, il cavallo s’era fermato nella pioggia; Kir sollevò il viso al pungente scrosciare dell’acqua.

«È per questo che siamo venuti prima, quest’anno. Io non posso… non posso più stare troppo lontano dal mare. Mio padre… lui pensa… gli ho lasciato credere di essermi follemente innamorato della figlia di un nobile che abita da queste parti. Non sospetta che darei il mio cuore a chiunque sappia mostrarmi Sa strada per quel paese segreto sotto le onde.»

«Ma come…» mormorò Fiord con voce roca.

«Oh, Fiord, devo proprio dirtelo parola per parola? Sei davvero così ingenua?»

Fiord rifletté un momento; si sentiva la faccia gelata, di un freddo che le veniva da dentro, che non aveva nulla a che vedere con la pioggia. Poi annuì: «Sì, probabilmente lo sono.»

«Mio padre ha avuto un’amante… una creatura del mare.»

«Un’amante» bisbigliò lei.

«Sì.»

«Il re.» Pensò alla ciocca dei suoi capelli grigi, che cadeva nel mare.

«E lei mi ha concepito, e mi ha dato a lui.»

«Allora tuo padre sa di te.»

«No. Non lo sa.»

«Non capisco.» Si sentiva confusa, stordita.

«Neanch’io l’ho saputo, per molto tempo… Eppure… perfino in mezzo all’isola, nel punto più lontano dalla costa, io sento la marea, so quando cambia. Sogno continuamente il mare, ho bisogno di respirarlo come l’aria, di indossarlo come una pelle. Ma mio padre dice che mia madre era una nobildonna delle Isole del Nord, con capelli biondi e voce dolcissima, ed è morta nel darmi alla luce… Ma come poteva aver partorito un figlio che vorrebbe cambiare il suo posto con ogni pesce che vede? Non so dove sia quel suo figlio. Ma non sono io.»

Un’onda ruggì sull’acqua e s’infranse, srotolando attraverso la sabbia un merletto di spuma, fin quasi a sfiorare gli zoccoli del cavallo; si ritrasse prima di toccarli. In silenzio, il principe la guardava ritirarsi verso il ciglio della marea. Fiord fu invasa da brividi incontrollabili. Kir trasalì, ricordandosi di lei. Raccolse le redini, e in pochi minuti la condusse sulla porta della capanna.

Fiord scivolò a terra. Per una volta gli occhi di Kir erano sul suo viso, e non sulle onde. «Tornerò» le disse, e Fiord annuì, senza parlare: ma la sollevava sapere che non l’avrebbe lasciata sola, con la sua magica, terribile storia. Poi, vedendo che non accennava a partire, alzò lo sguardo su di lui, e anche nei suoi occhi lesse un improvviso, strano sollievo. A quel punto la lasciò, e Fiord rimase sulla soglia a guardarlo finché non venne ingoiato dalla foschia.

Fu così taciturna e quieta il giorno dopo, alla locanda, che Marli osservò con stupore: «Fiord, si direbbe che cerchi di inghiottire un pensiero, o lasciartene strozzare, Sei innamorata, per caso?»

Fiord le lanciò uno sguardo stupefatto, come se parlasse una lingua sconosciuta: «Mi sto raffreddando» borbottò, tanto per dire qualcosa. «Con tutta quella pioggia. Me la sono presa ieri sera, guardando il drago.»

«L’hai visto?» squittì la voce di Carey. «Perché non ce l’hai detto?»

«L’ho dimenticato.»

«Dimenticato!» Carey si strinse al petto lo spazzolone, fremendo di curiosità. «Allora è vero? C’è davvero quella catena d’oro? Non è un sogno?»

«È reale.»

«È pericoloso?» intervenne Marli, preoccupata. «Credi che aggredirebbe le barche?»

Fiord scosse la testa, spingendo avanti il secchio: «No, sembra amichevole.»

«Amichevole!»

«Be’, si direbbe che gli piace osservare la gente.»

«Enin ha detto la stessa cosa. Dice che gli piace sentir parlare i pescatori. Affiora dall’acqua col suo gran testone, e si ferma ad ascoltarli. E intanto i gabbiani gli atterrano sul cranio, a beccare i pesciolini impigliati tra i filamenti.»

«Scommetto che la catena non gli mancherebbe per niente» mormorò Carey.

«Già, ma come fare a levargliela? Si direbbe gigantesca. E chiunque gliel’abbia infilata voleva che rimanesse.»

«Ma devono togliergliela! Devono!» protestò Carey. «Diventeremo tutti ricchi! Se gli è stata messa, può benissimo essergli tolta.»

Fiord si tuffò nel lavoro, pensando allo sguardo di Kir, affascinato e tormentato dalla fredda, inafferrabile lusinga delle onde; e pensando alla catena d’oro, che si perdeva giù, giù in un luogo segreto. «È magica» mormorò, e si sorprese a udire la propria voce.

Carey la fissò sbalordita: «Cos’è che è magico?»

«La catena. Dev’esserlo per forza.»

«Che cosa vuoi dire: stregoni, incantesimi, roba così?»

Inginocchiata accanto a Fiord, Marli si rizzò lentamente, facendole un cenno d’intesa: «Hai ragione, Fiord. Hai senz’altro ragione» disse. Una porta sbatté nella sala del bar, e frettolosamente Marli raccolse lo strofinaccio. «Se è stata un’opera di magia a mettergli al collo la catena, solo la magia gliela può togliere.»

In quel momento s’affacciò l’oste: «Non c’è nessuna magia che possa fare il lavoro per voi» grugnì, stizzito «per quanto possiate desiderarlo.» Spazzoloni e strofinacci si rimisero in movimento, al ritmo dei suoi passi che attraversavano l’atrio.

«Avevo appena pulito, lì!» gemette Carey.

Dalla porta d’ingresso spuntò la testa di Enin: «Marli» disse, e lei gli rivolse uno stiracchiato sorrisetto. «In piena attività, vedo?»

«Vattene!»

«No, no, resta!» gridò Carey, bloccandolo sulla porta. «Fiord, digli quel che ci hai detto. A proposito della magia. Fiord dice che la catena è magica, e allora Marli ha detto che bisogna toglierla con la magia.»

«E dove la peschiamo, la magia? Tra i merluzzi che troviamo nelle reti?»

«Cerca qualcuno che la pratichi. C’è gente esperta, in questo campo.»

Il giovane si strofinò in silenzio la barba, guardando Carey inginocchiata nell’acqua saponata: «Un mago…» disse. «Uno stregone.»

«Sì.»

«Potremmo offrirgli dell’oro. Ne avremo più che a sufficienza.»

«Con quel tipo di paga possiamo procurarci un mago di prim’ordine. Il migliore. Uno che sappia spezzare quella catena, e impedirle di sprofondare sott’acqua…»

«Uno che vi impedisca di lasciarci le penne, su quell’oro» l’interruppe Marli, sarcastica.

«Be’» ammise Enin «ci siamo lasciati un po’ trascinare, è vero. Ma se tu capissi, Marli, se solo tu potessi…»

Fiord si scostò i capelli dagli occhi, nervosa: «Forse non dovreste farlo» disse.

«Fare cosa?»

«Disturbare quel che c’è in fondo al mare. Forse la catena inizia in un luogo pericoloso.»

La guardarono in silenzio, immaginando i possibili pericoli, come se li vedessero in agguato fra la schiuma del sapone. Poi Carey gridò: «Ma no, Fiord, non c’è nulla da temere!»

La porta si aprì di nuovo. Pesanti stivali varcarono la soglia. Enin volse la testa, tornando allegro: «Ami! Vedrai che ce lo prendiamo, quell’oro!»

«E come?»

«Assumeremo un mago.»

Maghi, pensava Fiord, camminando lungo la spiaggia. Re. Mostri marini. Com’era successo, si domandava, che simili parole fossero venute ad abitarle nella testa insieme alle semplici parole di tutti i giorni, come zuppa di pesce, e secchi, e strofinacci? I gabbiani volteggiavano nel vento, lanciando strida lamentose. Fiord si sentiva le dita quasi paralizzate dal freddo; in un angolo del mantello stringeva i mitili che le aveva dato l’oste. Quel mantello, si disse, cominciava a puzzare come una catasta di vecchie alghe. Al primo giorno di sole, l’avrebbe…

Uno scalpitare di zoccoli interruppe le sue riflessioni: scrutò nella pioggia. Un cavallo senza cavaliere galoppava lungo la spiaggia, verso di lei; contro il cielo del crepuscolo non riusciva a vedergli gli occhi, ma solo la testa nerissima, e il corpo, come un lucido frammento di notte. Un lungo nastro d’alghe si era impigliato a uno zoccolo. La raggiunse e passò oltre, mentre la risacca s’insinuava tra le sue impronte.

Fiord emise un grido strozzato e subito cominciò a correre, senza sapere esattamente perché e dove. Il mondo sembrava fatto di due soli colori: il grigio cupo di cielo, scogli, acqua, e il bianco brumoso della spuma e delle ali di gabbiano. I mitili si sparpagliarono sulla spiaggia; il vento le strappò dalla testa il cappuccio, scompigliandole i capelli. Finalmente vide la capanna: non c’era il barlume del fuoco, alla finestra, e la porta era chiusa. Rallentò il passo, con gli occhi che frugavano la spiaggia. Sul ciglio del mare, metà dentro l’acqua, metà fuori, individuò una striscia scura. Riprese a correre.

Era Kir, faccia in giù nella sabbia. Cadde in ginocchio accanto a lui, lo rovesciò sulla schiena. Aveva un volto spettrale, inerte. Non lo sentiva respirare; si alzò, afferrandolo per le mani, e cercò di strapparlo all’abbraccio insidioso della marea. Tirò con tutte le sue forze, una, due volte. Aveva gli abiti appesantiti d’acqua e sabbia: non riusciva quasi a smuoverlo. Spostò la presa sui polsi, e diede un energico strattone. E Kir riprese i sensi, mentre fiotti d’acqua salata gli sgorgavano dalla bocca. Fiord gli lasciò i polsi e lui si piegò su un fianco, il corpo ansimante. D’improvviso i suoi respiri affannosi, rauchi, si trasformarono in singhiozzi: «Non so cosa fare! Non so cosa fare!» gridava. «Cosa devo fare? Io appartengo al mare, e il mare non mi vuole; non riesco a sopportare questa terra, e la terra non mi lascia andar via!»

«Oh!» bisbigliò Fiord, mentre lacrime ardenti le rigavano il viso. «Oh!» Tornò ad inginocchiarsi su di lui, e lo cinse tra le braccia, tenendolo stretto a sé, goffamente. Sentiva raspare sulla guancia la sabbia dei suoi capelli, avvertiva l’odore di mare delle sue vesti. La marea ribolliva intorno a loro, sollevandosi adagio.

«Dev’esserci un modo, deve! E lo troveremo» disse Fiord, d’impulso. «Ti aiuterò a trovare quel sentiero, te lo prometto, te lo prometto…»

Lo sentì acquetarsi contro di lei, quasi abbandonarsi. Poi, lentamente, Kir si volse, si mise in ginocchio, stancamente le posò le braccia intorno al collo, le mani intrecciate ai suoi capelli, il viso premuto al suo viso. Non parlò più: si tenne stretto a lei finché la marea ruggì intorno a loro, tra loro, costringendoli a scegliere fra terra e mare, se andar via o rimanere per sempre.

Capitolo quinto

Per svariati giorni Enin e Tull rimasero assenti dal villaggio. Gli altri pescatori uscivano in mare per brevi, pericolosi intervalli, e quando si ritrovavano alla locanda le loro storie erano piene di allarmanti descrizioni: le nuove, violente burrasche cui erano scampati; le strane, incredibili cose che avevano tratto dagli abissi. Ogni tanto, passando tra loro, Fiord udiva rapidi accenni a incantesimi e stregonerie, seguiti da improvvisi silenzi, come se tutti quanti si disegnassero, dietro i boccali di birra, il grande, potentissimo mago che in quel preciso momento Enin e Tull stavano convincendo a lasciare la città. Non si parlava più di oro, adesso, per timore che quella parola filtrasse da sotto la porta finendo negli avidi, curiosi occhi degli ospiti esterni. L’oro era a portata di mano, e i pescatori aspettavano, fiduciosi.

Poi, per qualche tempo, il villaggio fu invaso dalla gente più stramba. Carey si prese la briga di contare quattordici prestigiatori, sei indovini, nove sedicenti alchimisti, i quali (osservò acidamente) non sapevano neppure trasformare in spiccioli una moneta d’oro; quattro maldestre fattucchiere e un numero imprecisato di cenciosi stregoni, che coi loro sortilegi non avrebbero saputo forzare un chiavistello di porta, figuriamoci una catena magica.

I pescatori li accolsero con palese ostilità; e quelli, a loro volta, dopo aver scrutato i flutti tumultuosi senza discernere tracce d’oro né segno di draghi, non esitarono a sbeffeggiarli, trattandoli da visionari ubriachi. Uno dopo l’altro si trascinarono di nuovo in città; e i pescatori tornarono a ingobbirsi sui loro boccali di birra, deridendo la stupidità di Enin e Tull, e continuando a fantasticare sul luccicante tesoro che li aspettava da qualche parte, oltre gli spruzzi della risacca.

Persa com’era nei suoi pensieri privati, Fiord si era a malapena accorta di quell’eterogenea marmaglia di città, salvo quando le toccava scansare la palla di un giocoliere, o lo scheletrico gatto di una strega. E il mattino in cui cessarono finalmente le burrasche, a malapena si accorse dell’improvviso silenzio. Il sole gettava sui pavimento una chiazza di luce ormai insolita, e lei vi passava e ripassava il suo strofinaccio, come se fosse un’ennesima pozzanghera da ripulire. Era assorta a immaginare quel mondo subacqueo che Kir desiderava così disperatamente. Dove sarebbe andato, quella notte, se avesse trovato l’ingresso al freddo cuore del mare? In che cosa si sarebbe trasformato? Una creatura d’acqua e di perla, figlia della marea… Aggrottando la fronte, spazzò via il ricordo: le sue dita fra i capelli, il suo gelido bacio sulla guancia, il suo bisogno di lei, di un essere umano cui aggrapparsi.

In terraferma, se non altro, lei lo poteva toccare.

«Fiord!» disse Marli, e Fiord, sussultando, emerse dalle profondità dei suoi pensieri. «Sono venti minuti che lavori sulla stessa piastrella. Cerchi forse di arrivare dall’altra parte del mondo?»

«Oh!» Automaticamente spinse avanti il secchio, trovando Marli sulla sua strada.

«Tutto bene, ragazza?» chiese lei, immobile.

«Sì, sì, sto benissimo!»

«Sei così silenziosa, ultimamente.»

«Sto bene, ho detto!» ripeté Fiord.

«Pene d’amore, eh?» sorrise Marli, e si decise a spostarsi. «Quando hai finito l’atrio, vieni su ad aiutarmi nelle camere.»

Con un grugnito d’assenso, Fiord spinse avanti il secchio e tornò ad aggrottare la fronte, perdendosi di nuovo nei suoi pensieri: l’ondata d’acqua saponata che spedì lungo il pavimento si trasformò in spumeggiante marea.

Ci fu uno schianto improvviso. La porta si era spalancata per una vigorosa folata di vento, nel momento esatto in cui qualcuno vi si stava appoggiando per entrare. Alzando gli occhi, Fiord vide uno sconosciuto che perdeva l’equilibrio sulla viscida schiuma del sapone. Per un po’ si tenne in piedi, tra goffe piroette (e alle sue spalle, dietro la porta spalancata, Fiord notò finalmente le luminose schiere di nuvole e l’azzurro brillante del cielo), poi, con un ultimo frenetico annaspare di braccia, cadde lungo disteso per terra e scivolò lungo l’atrio, finché andò a sbattere contro il secchio, rovesciandolo, e fermandosi sotto la faccia sbigottita di Fiord.

Si fissarono l’un l’altra, naso a naso. Lo straniero giaceva supino, ansimando. Ammutolita, Fiord si accoccolò sulle ginocchia, con lo spazzolone a mezz’aria che gli gocciolava sulla testa.

Dopo un momento lo straniero sorrise. Era un giovanotto smilzo e dinoccolato, con lunghi capelli scuri e la pelle di un bruno lucente. Aveva occhi stranissimi: un vivido azzurro-verde-grigio, come le cangianti tonalità delle pietre sotto il sole. Si girò di fianco, sul pavimento inondato d’acqua, appoggiando il mento ad una mano.

«Chi sei?»

«Fiord.» Era così stupefatta che la voce le uscì quasi d’un balzo.

«Fiord? Come il fiordaliso?»

«Fiordaliso?» Era irresistibilmente attratta dai suoi occhi, come a volerne stabilire il colore. Ma sfuggivano a ogni definizione. «Cos’è?»

«Un fiore. Un bellissimo fiore azzurro.»

«Mai visto. Non sapevo neppure che esistesse.»

«Capisco.» La voce dell’uomo era ad un tempo profonda e leggera, e non aveva la tipica cadenza dei dialetti locali. Continuava ad osservarla con curiosità, senza badare all’acqua di cui era inzuppato. Il suo corpo era sottile ma muscoloso, e le mani, agili e forti, apparivano bizzarramente versatili, come se sapessero annodare una fune d’ormeggio o fare il fiocco ad un nastro con eguale disinvoltura. Vestiva con sobria semplicità, ma non come un pescatore né un contadino né un cortigiano del re — il cuoio della sua giubba era piuttosto logoro, e il bel mantello di lana mostrava macchie d’unto. Fece scoppiare una bolla di sapone, e aggiunse: «Da quel che ho sentito, gira voce che qui c’è bisogno di un mago.»

Fiord annuì stancamente, ricordando gli sbrindellati indovini e gli alchimisti, nei loro variopinti, sudici costumi. Poi, con un improvviso sospiro, lo fissò di nuovo negli occhi: ecco spiegata, pensava, la loro mutevolezza, quell’impressione di aver visto chissà quali paesi, chissà quali portenti. Il giovane le ricambiava lo sguardo senza batter ciglio. E mentre Fiord si chinava su di lui, quasi a voler cercare quei portenti, udì aprirsi una porta, come all’estremità del mondo.

«Fiord!»

Fiord fece un salto. Sospirando, lo straniero si alzò lentamente e rimase a gocciolare davanti allo sguardo allibito dell’oste.

«Buongiorno!» disse. «Io sono…»

«È tutto bagnato!»

«Sono tutto bagnato. Vero.» Passò una mano sugli abiti fradici, e immediatamente cessò lo sgocciolio; in un attimo fu asciutto anche il pavimento. E così la pozzanghera sulla soglia. «Mi chiamo Lyo. Sono un…»

«Sì» l’interruppe l’oste. Si precipitò a stringergli la mano, come se temesse di vederlo scomparire insieme all’acqua saponata di Fiord. «Sì. Lo è sul serio. Da questa parte, prego. Fiord, scendi in cucina e fa preparare la colazione per questo gentiluomo.»

«Non ho appetito, grazie» disse il mago.

«Una birra?»

«No» ripeté lui, inflessibile. «Voglio solo Fiordaliso… Fiord.» E al silenzio dell’oste aggiunse: «Provvederò che il suo lavoro sia fatto.»

«Ci conto» commentò l’oste con improvvisa ferocia. «Ma quella è una brava, innocente fanciulla, e ai maghi noi abbiamo promesso di pagarli in oro, e non in fiordalisi.»

Fiord strinse gli occhi, desiderando ardentemente che il pavimento si sollevasse sotto i suoi piedi, facendola sprofondare. Poi udì la risata di Lyo, e vide l’improvviso rossore che gli strisciava sotto la pelle bruna.

Il mago tese la mano all’oste: aveva una catenella d’oro al polso.

«Voglio solo che mi porti a vedere il drago.»

L’oste deglutì, fissando il braccialetto. E il braccialetto divenne una moneta d’oro nel palmo del mago.

«Ho bisogno di una stanza.»

«Certo, sua signoria. Qualcos’altro? Tutto quel che desidera.»

«Una barca.»

«Ci sarebbe il “Riccio di mare”» suggerì Fiord, come in una nebbia. «Ma gli servono i remi.»

Gli strani occhi del giovane scintillarono su di lei, sorridenti, curiosi: «E perché mai un “Riccio di mare” non possiede i remi?»

«Li ha persi quando mio padre è naufragato.»

Il mago restò in silenzio, per un attimo: pareva in ascolto di cose che lei non aveva detto. Poi le sfiorò gentilmente un braccio, l’accompagnò fuori: «Avrà i suoi remi» disse.

Fiord stringeva ancora tra le mani lo spazzolone; lui glielo tolse e io trasformò in un bel fiore azzurro: «Questo» disse il mago offrendoglielo «è un fiordaliso.»

Fece comparire due remi da chissà dove, con un gesto della mano staccò il fitto strato di incrostazioni che copriva lo scafo della barca, vi appoggiò l’orecchio in cerca di eventuali falle, e la dichiarò in grado di prendere il mare. Remando agilmente la condusse al largo, i lisci capelli che si arricciavano tra gli spruzzi, la faccia che ardeva più bruna sotto il sole. Un paio di foche balzarono dalle onde, inarcandosi con grazia; uccelli color della spuma giravano in lenti cerchi su di loro. Il mago salutò festosamente le foche, fischiò agli uccelli e alzò i remi per permettere a una medusa di fluttuare davanti alla prua. Pareva entusiasta della vita marina, come se fino allora ne avesse vissuta ben poca, e tuttavia si spinse audacemente molto più lontano di quanto Fiord fosse mai andata; così si avventurarono, sulla piccola fragile barca, varcando la soglia di quel mondo la cui vera vita, la cui autentica bellezza giacevano sotto la superficie, in luoghi proibiti ai loro occhi.

I pensieri di Fiord andavano a Kir, un altro segreto del mare. Gli aveva fatto una promessa: aiutarlo a trovare il sentiero per uscire dal mondo, per allontanarsi da lei. Ma dov’era il ponte fra terra e acqua, tra l’aria e gli abissi marini? Si chiuse nei suoi pensieri come in un mantello, vi si rannicchiò dentro, e quando finalmente ne emerse trovò gli occhi del mago, ora di un verde-bottiglia come l’acqua, posati sul suo viso.

Si agitò, in preda ad uno strano turbamento, quasi che le potesse cogliere i pensieri dalla mente come fiori di campo. Ma lui si limitò a chiederle, preoccupato: «Che c’è? Non ti piace il mare?»

«No.»

«Oh, scusami. Non dovevo chiederti di venire con me.»

«Non è quello. A starci così, in barca, non ho problemi. Quello che non mi piace sta sotto…» s’interruppe.

Fu lui a concludere la frase: «Sta sotto il mare.» Pareva sorpreso. «Cosa c’è sotto il mare, a parte i pesci, le balene, le alghe?»

«Nulla» mormorò Fiord, improvvisamente spaventata all’idea di raccontargli una storia che per il momento era poco più di un segreto nel cuore di un re.

«Allora cos’è che tu…» s’interruppe anche lui, e lasciò i remi per scompigliarle i capelli. Ritti a mezz’aria, i remi aspettavano pazientemente. «Capisco. È un segreto.»

Fiord annui, gli occhi sbarrati sui remi: «Stai forse… stai remando con le arti magiche?»

Parve offeso, mentre la prua del “Riccio” virava verso la costa e i remi sembravano tuffarsi nell’aria. Fiord scoppiò a ridere; e il mago sorrise, divertito. Afferrò i remi e li immerse nell’acqua: «No, Fiordaliso, non sto usando la magia… anche se la schiena, le spalle, le mani, ogni mio muscolo mi urla di uscire e camminare…»

«Sei in grado di farlo?» mormorò lei, trattenendo il fiato. «Potresti camminare sul mare?»

«Se potessi, non sarei qui a riempirmi le mani di vesciche. E poi, camminare sul mare è una faccenda molto speciale, da quel che so. Si cammina fuori dal tempo, si cammina fuori dal mondo, ci si trova in strane contrade: parole e frasi diventano solide, sott’acqua, come i rami del corallo, e si possono leggere le colonie di madrepore così come in terraferma si legge la storia» rise, cogliendo la sua espressione incantata.

«È vero?»

«Non lo so. Non ci sono mai stato.»

«Dove?»

«Nel paese in fondo al mare» tacque, osservandola con occhi stranamente malinconici. «Perché…» aggiunse poi, adagio «… perché vuoi sapere di quel paese?»

Fu quasi tentata di dirglielo, perché se lui conosceva quel paese, poteva conoscere il sentiero per raggiungerlo. Ma non era un segreto suo, era di Kir. «No» disse, bruscamente. Il mago si limitò ad annuire, accettando la sua risposta. Ma certamente non le credeva: Fiord ne era certa, e di nuovo dovette resistere all’impulso di raccontargli tutto. «Posso remare un po’ io» suggerì, invece. «Ho braccia forti, sai?»

Si scambiarono di posto. Non appena tuffati i remi nell’acqua, le onde parvero sollevarsi pigramente e il “Riccio” vi balzò leggero, senza fatica. Sorpresa, Fiord diede un altro colpo: era come remare in uno stagno tranquillo. Intuì allora che Lyo aveva gettato un pizzico di magia sui remi, per aiutarla, e non gliel’aveva detto.

Sì, avrebbe saputo spezzarla, quella catena.

«Com’è che sei diventato mago?» gli chiese, improvvisamente curiosa. «Sei nato con gli occhi già pieni di magia?»

Seduto di fronte al sole, Lyo aveva gli occhi pieni di luce. Sorrise: «La magia è come la notte, la prima volta che l’incontri.»

«La notte?» commentò Fiord, dubbiosa. Un colpo di remo le andò a vuoto, e il “Riccio” girò di mezzo cerchio.

«Un vuoto tenebroso, pullulante di forme…» fece scorrere le dita nell’acqua e il “Riccio” tornò a rivolgere la prua verso l’orizzonte. «Piano piano impari a convertire il buio in forme, in colori… Vedi cose che la maggior parte della gente non vede, e tuttavia sembrano nitide come il naso che hai sulla faccia. Non c’è nulla, al mondo, che non abbia la sua parte di magia: anche una conchiglia vuota, un grumo di piombo, una vecchia foglia morta… tu le guardi e impari a vederle, e poi a usarle, e dopo un po’ non ricordi più di aver mai visto il mondo in modo diverso. Ogni cosa si connette a qualcos’altro. Come quella catena d’oro, che congiunge l’aria con l’acqua. Dov’è che comincia, realmente? Sopra il mare? Sotto il mare? Chi lo sa, a questo punto? E quando l’avremo scoperto, non saremo più in grado di guardare il mare nello stesso modo. Capisci qualcosa, delle mie chiacchiere?»

Fiord annuì. Poi scosse la testa, e avvampò, pensando alle sgangherate ragnatele di filo e rametti che aveva gettato nel mare. Come aveva potuto illudersi che possedessero un briciolo di potere magico? Non c’era più magia in lei che in una scopa.

«Dov’è che hai imparato?» chiese, con tono aspro.

Gli occhi del mago erano di nuovo fissi su di lei, curiosi, come se le frugassero nella testa, in cerca di quei suoi puerili “malefici”.

Lo vide aprire la bocca per rispondere, e poi bloccarsi, spostare gli occhi in un punto alle sue spalle, le mani strette ai bordi della barca, la faccia immobile. Fiord capì quel che stava guardando. Ritrasse i remi sugli scalmi, e si voltò.

Poi Lyo si mise in piedi, sotto il vasto sguardo infuocato del drago. La flottiglia dei pescherecci distava un quarto di miglio, ma il drago era uscito a salutare loro due, la gran testa lucente a pelo d’acqua, il corpo che ondeggiava sotto la superficie come una fiamma.

Lyo mandò un fischio, e le pinne sopracciliari del mostro ebbero un fremito, a quel suono. «Ignus Dracus» mormorò. «Il drago di fuoco dei Mari del Sud. Sembrerebbe che si sia perso. No…» Tacque altri momenti, pensieroso. Il drago continuava a fissarlo, nel fulgore accecante della sua catena d’oro, un fulgore che faceva impallidire il sole di mezzogiorno.

Il mago tornò a sedersi, lentamente. La sua faccia aveva assunto un colore nuovo: probabilmente per i riflessi dell’oro, pensò Fiord. I pescatori stavano tirando a bordo le reti; conoscevano il “Riccio di mare”, e sapevano che solo qualcosa di terribilmente importante poteva spingere Fiord a una tale distanza dalla costa.

Nell’imminenza della magia. Fiord si sentì invadere da un fremito d’eccitazione: «Puoi spezzarla, quella catena?»

Lyo la guardò, senza vederla.

«La catena…» mormorò, dopo una lunga pausa. «Oh, sì. La catena è semplice.»

«Davvero?»

«È solo…» agitò una mano, stranamente floscia. «C’è solo un paio di… Qualcuno di voi ha pensato di chiedersi dove ha inizio quella catena? Chi l’abbia fatta, e perché?»

«Sì.»

«Allora?»

Fiord si strinse nelle spalle, evitando il suo sguardo: «Vogliono l’oro.»

«E il re? L’ha vista?»

Fiord lo fissò, sorpresa. Lo vide turbato: il colore dei suoi occhi aveva assunto una tonalità cupa. Kir, pensò, e mentre cercava di nascondere il pensiero le tornarono alla mente le sue parole: «La catena comincia nel cuore di mio padre». Ma era un segreto di Kir: non poteva rivelarlo.

«No» rispose, brevemente. La faccia del mago tornò a irrigidirsi, gli occhi puntati su di lei. Come faceva a sapere? si chiese Fiord, rituffando i remi nell’acqua; diede qualche colpo, per tenere la barca in posizione. Perché le aveva fatto quella domanda?

«Fiord» sussurrò Lyo. «Certe volte due grandi reami che dovrebbero esistere in tempi separati, su piani separati, s’intrecciano l’uno all’altro. È lì che iniziano le leggende. Si cantano canzoni, si ricordano nomi… Questa non è la prima volta.»

Fiord distolse lo sguardo, lasciando che il vento le soffiasse i capelli sul viso, la nascondesse agli occhi magici di Lyo. Pensò a Kir, al suo sangue che cercava di palpitare coi palpitare della marea, al suo segreto dolore, al segreto bisogno che tremava nei suoi occhi…

«Spezza quella catena, ti prego.»

«E poi?»

«Non lo so…» E aggiunse: «Ti pagheremo.»

Lyo la studiò a lungo, mentre i pescherecci si avvicinavano adagio, circondandoli: «È soltanto l’oro che vogliono, dunque?»

Fiord annuì, lo sguardo perso su un gabbiano di passaggio.

«Così diventeremo ricchi… E anche tu» gli ricordò, e Lyo ebbe uno strano gorgoglio nella gola.

Poi, in tono grave, disse: «Farò del mio meglio per renderci ricchi tutti quanti.» Si alzò di nuovo e cominciò a cantare: al drago.

I pescherecci si erano ormai raccolti intorno al “Riccio”, vicinissimi. I grandi, tondi occhi del drago non si mossero un momento dal viso di Lyo. Gli uccelli gli atterravano sulla testa, si tuffavano a cercare i pesci che costantemente l’accompagnavano: ma lui sempre immobile, ad ascoltare Lyo. Un paio di ondate investirono il “Riccio”, facendolo oscillare paurosamente: ma Lyo si limitò a spostare i piedi, come se fosse nato sulla barca e non l’avesse mai lasciata.

Le sue canzoni erano in strani linguaggi, parole e melodie che s’intrecciavano misteriosamente col vento e le onde e le strida degli uccelli. I pescatori aspettavano in silenzio, e di quando in quando davano di piglio ai remi, per non entrare in collisione tra loro: perché il fondale s’era inabissato, lontanissimo dal mondo in cui galleggiavano, e non c’era altro che il buio a cui ancorarsi.

A poco a poco i canti si fecero comprensibili. Erano filastrocche per bambini, notò Fiord, stupefatta. Filastrocche per insegnare l’alfabeto, le paiole, i versi degli animali. í pescatori si scambiavano occhiate dubbiose. Il drago scivolò più vicino: e ora i suoi occhi incombevano sul “Riccio” come tondi portali scarlatti.

E infine il mago tacque, rauco e sudato. Bevve un bicchiere di birra materializzatosi dal nulla, e i pescatori sorrisero: costui non era certo un pidocchioso indovino da quattro soldi.

«Il mio nome è Lyo» disse. «Quanto a lui…» indicò il mostro «… supporremo per il momento che si tratti di un Ignus Dracus, una specie di draghi che hanno origine nelle acque dei Mari del Sud, dove abbondano alghe e plancton. Questo esemplare, presumibilmente, è stato risucchiato nei gorghi del maelstróm che si forma per l’incontro fra le correnti calde provenienti da sud e quelle fredde che scendono dal nord» s’interruppe per bere un sorso di birra. I pescatori l’ascoltavano rispettosamente: alcuni si erano addirittura tolti il berretto. «In altre parole s’è perso… o almeno così supporremo per il momento: e questo spiegherebbe perché si trova da queste parti. Quanto alla catena, non è certo un tratto distintivo dell’Ignus Dracus; così come, del resto, non è una normale caratteristica di nessun tipo di animale marino che io abbia mai visto. Dato che ci tenete, provvederò a levargliela. Per un modesto compenso, naturalmente. Un compenso nominale. Un quarto del peso complessivo di quanto riuscirò a recuperare.»

Tornando a calcarsi i berretti sulla testa, i pescatori protestarono vigorosamente: «Un quarto di tutto quell’oro! Ma è… è…»

«Fino a questo punto è un quarto di nulla.»

«È un furto!»

«No» disse Lyo, cordialmente «è semplice avidità. L’oro mi piace molto. Prendere o lasciare. E ricordate: tre o quattro anelli da soli basterebbero ad arricchire l’intero villaggio. Non posso spingermi più di così.»

Altro silenzio.

«Un anello» grugnì qualcuno. «Un anello è per te. Il resto è nostro.»

Curva sul parapetto della barca, il mento appoggiato alle braccia, Fiord osservava il drago. Quella contrattazione sembrava divertirlo: volgeva pesantemente la testa a ogni nuova voce, attentissimo. Chi era, veramente? si chiedeva Fiord. Che cosa aveva visto il mago in quei suoi grandi, placidi occhi? Qualcosa che aveva a che fare con Kir?

Come poteva saperlo, il mago?

«Benissimo» lo sentì dire, alla fine. «Il primo anello è mio, e poi uno ogni cinque. Siamo d’accordo?» Aspettò. Alto nel cielo, un gabbiano lanciò un grido sgraziato. «D’accordo. E adesso… state zitti per un paio di minuti, non mi serve altro. Voglio solo… silenzio…»

Piano piano il “Riccio” si avvicinava al drago. Un’avanzata che appariva leggera, senza sforzi, eppure era contro corrente: guardando alle spalle di Lyo, Fiord vedeva all’opera una spinta magica.

Era intensamente concentrato: la pelle del viso sembrava sbiancare sotto l’abbronzatura. Gli occhi del drago erano diritti davanti a lui, portoni gemelli dal fuoco incessante, in cui il “Riccio” sembrava deciso a penetrare. Nel lucente riverbero dell’oro, gli occhi del mago ardevano come gemme.

La barca urtò adagio contro la catena. Non si levava un suono, intorno a loro, neppure di gabbiani. Lyo si protese verso il collo del drago, posò il palmo della mano sulla massiccia, sfavillante catena. Mano e faccia parevano trasfigurate: come se indossasse un guanto e una maschera d’oro.

E poi l’oro svanì. Fiord batté le palpebre, una volta, due volte. Era come se il sole fosse scomparso dal cielo. Il drago emise un suono, un rapido, sordo muggito; poi tuffò la testa sott’acqua, e si dileguò.

Tutt’intorno alle barche galleggiavano migliaia e migliaia di fiordalisi.

Capitolo sesto

«Oops… Scusate» fu l’unico commento del mago, e in un attimo anche lui si dileguò.

Un pescatore prese a bordo Fiord, provvedendo a rimorchiare il “Riccio”, e restò assorto in un tetro silenzio per tutto il viaggio di ritorno, fin quando ebbe ricondotto il “Riccio” al suo placido ormeggio. A quel punto sputò nell’acqua.

«Ci sono uomini nati per fare i maghi. E ci sono maghi nati per essere vermi da esca» disse, e cupamente lasciò la barca, diretto alla locanda.

Fiord legò il “Riccio” e si soffermò un momento sul molo, sentendosi come svuotata; nella testa le fluttuava un’immensa, azzurra foschia di fiordalisi. Niente più oro, e il drago scomparso…

«Fiordalisi» disse, e la sua stessa voce la fece trasalire. S’incammino verso la locanda, ma subito preferì cambiare strada: non aveva nessuna voglia di sentire i commenti di Carey in fatto di oro trasformato in fiori. C’era tutto il tempo, per quello, nei giorni futuri. Mesi, probabilmente. Ma dov’era andato il mago? si chiese.

E dov’erano spariti il drago e l’oro? Là dove finivano i sentieri di luce sul mare? Ne! paese celato sotto le onde? O in quel remoto paese chiamato memoria?

Sospirò. Nel chiaro, ventoso pomeriggio, ecco fuggita tutta la magia, proprio quando cominciava a credere che esistesse. E ora un brusio di voci le raggiunse l’orecchio, attraverso le acque del porto, dal molo dov’erano attraccate le belle navi della flotta regale.

Si fermò a guardare, sorpresa. C’era un gran movimento, su una delle navi: marinai che spazzavano il ponte, fischiettando; altri che caricavano a bordo casse e bauli e gabbie di galline bianche.

Qualcun altro era in partenza.

Continuò a guardare, tormentandosi i capelli tra le dita, sentendosi pungere gli occhi: «Bene, cosa ti aspettavi?» si disse, con voce così bassa e gonfia che non sembrava appartenerle. «Un cavallo che torna senza cavaliere, un principe che se ne arriva mezzo annegato… anche il più distratto dei padri non potrebbe fare a meno di notarle, quelle cose.»

Distolse gli occhi dalla nave e stancamente si trascinò via dal porto. A lungo vagabondò per le strade, fra i suoni pomeridiani del villaggio: cicalecci di donne attraverso i muriccioli degli orti, giochi di bambini tra gli alberi, grida, richiami. Il suo vagare la condusse, come sempre, al cancelletto di casa. C’era ancora la zappa, ritta fra le erbacce. Si fermò a guardarla, accigliata. Dov’erano i solchi, dov’erano le semenze per la primavera? Sua madre doveva pur nutrirsi.

Ignorando la faccia che appariva pallida e trasognata dietro i vetri, Fiord afferrò la zappa e attaccò le zolle ammorbidite dalla pioggia.

Diverse ore dopo, seduta sul muretto, esaminava il suo lavoro. Era sporca, sudata, le dolevano tutti i muscoli; aveva strisce di fango fin sui capelli. Ad un lato dell’orto si ammucchiava una grossa catasta di erbacce; e la terra smossa era pronta a ricevere patate, cavoli, carote, zucche. Il sole s’abbassava alle sue spalle, riempiendo l’orto di una luce pastosa, e la brezza marina le rinfrescava il viso accaldato. Per qualche tempo ignorò il mare, ma poi si arrese e si voltò. Le barche rientravano al porto, avanzando su una lunga striscia di fuoco d’argento.

Il cuore le doleva di nuovo, acutamente. Avvertì un tocco leggero sulla spalla: sua madre, in piedi dietro di lei. Rimasero ferme, in silenzio, l’arruffata testa di Fiord adagiata sulla spalla della madre. Il mare aveva attirato entrambe nel suo sogno, pensava Fiord, e forse non c’era modo di uscirne: prigioniere per sempre, all’inseguimento di un segreto che non era mai completamente reale né completamente illusorio.

«Vado.» Fiord scese dal muretto.

«Entra a mangiare, Fiord» disse la madre, sottovoce.

Lei scosse la testa: «Non ho fame. Procurati delle semenze, e verrò a piantarle.»

«Prima di andar via pensa a lavarti, per lo meno» insisté la madre, in tono più familiare.

Attingendo al barile dell’acqua piovana, Fiord riempì bacinelle su bacinelle, rovesciandosele sulla testa, sulle gambe, sulle braccia, finché fu perfettamente pulita. Poi, scrollandosi i capelli fradici, scivolò via attraverso il villaggio, diretta alla spiaggia.

Seguì la linea della risacca, senza mai guardare il mare tranne una volta: alzò gli occhi sulla luce accecante che affondava dietro le guglie, spargendo una pioggia d’oro sulle acque vuote. Riabbassò la testa, arrancando nella sabbia verso la capanna. Apri l’uscio e trovò Kir, seduto su uno sgabello coi piedi sul davanzale, che osservava il tramonto.

Vedendola ferma sulla soglia le andò incontro. Senza parlare, le mise le braccia intorno alle spalle; dopo un momento, le mani di Fiord salirono timide a toccargli la schiena. Chiuse gli occhi, e sentì che le carezzava i capelli.

«Sei bagnata tu, questa volta» commentò Kir.

«Ho lavorato nell’orto.»

«Oh!» Trasse un lungo sospiro; si sciolse dall’abbraccio, fissandola col suo strano sguardo, chiaro, implacabile. «Sto per partire. Sarò via qualche tempo.»

«Lo so» bisbigliò lei. «Ho visto la nave.»

«Mio padre…» s’interruppe; un muscolo gli si contraeva sulla mascella. «Mio padre mi porta in visita da certi nobili, nelle Isole del Nord. Hanno una figlia.»

«Oh.»

«Tornerò.»

«Sei sicuro?»

Gli occhi di Kir lasciarono il suo viso, rivolti all’ultimo tremolante sentiero di luce che ancora attraversava il mare. «Tornerò. E tu lo sai, perché» mormorò. «Lo sai.» Le sfiorò la bocca con le labbra: erano fredde, e tuttavia Fiord sapeva che le stava dando proprio tutto il suo calore. «Se potessi amare qualcuno, amerei te. solo te» aggiunse, in un bisbiglio. La vide sorridere. «Lo trovi così strano?»

«Se tu potessi amare non sceglieresti me» disse lei, con la sensazione di compiere un passo enorme, un passo che l’allontanava da se stessa, dalla sua semplice vita, proiettandola in un mondo infinitamente complesso.

Si sedette, sfinita, e subito rimpianse di non averlo più accanto a lei. In silenzio, Kir camminava su e giù per la stanza, guardando fuori. Poi si fermò alle sue spalle, si chinò ad abbracciarla, stringendola forte, la testa sepolta fra i suoi capelli.

Fiord gli prese le mani, se le portò al viso. Disse: «Promettimelo.»

«Cosa?»

«Abbi cura di te, dovunque tu vada. Non annegare.»

«No. Non volevo annegare, quella notte. Nuotavo oltre le guglie, cercando di seguire la luce: ma più nuotavo, più mi sfuggiva, si allontanava da me. L’ho seguita finché è scomparsa, e mi sono trovato solo in quelle acque profonde, nel mare sempre più buio. Penso… penso che per la prima volta, quella notte, mio padre… ha avuto il sospetto di quale figlio io sia. L’ho visto guardarmi con occhi diversi. Occhi che per un momento mi hanno visto davvero. Ma rifiuta di crederci» tacque. Fiord gli sentiva battere il cuore. «Quella notte tu mi hai tirato fuori dall’acqua… prima di quella notte non avevo mai pianto. Nemmeno da piccolo. Mai vere lacrime. Tu mi hai fatto ricordare che per metà sono umano.» S’inginocchiò davanti allo sgabello dove lei sedeva, le prese le mani e se le portò alla bocca.

Fiord chiuse gli occhi, con un sospiro: un istinto irresistibile, disperato, la spingeva verso di lui.

Kir era alla finestra, a guardare i riflessi della marea. Fiord rimase seduta ad osservarlo, confusa. Emozioni ancora incerte salivano dentro di lei — amore, paura, senso di abbandono — ma prima di poterle sentire compiutamente, Kir la guardò di nuovo. «Tu mi conosci» dicevano i suoi occhi. «Tu sai chi sono.» Niente di meno. Niente di più.

Finalmente Fiord si alzò, apri l’armadio, prese una forma di pane, il burro, un coltello. «Sono fortunata» disse, e si sentì tremare la voce.

«Perché?»

Si volse a guardarlo, i capelli neri contro il crepuscolo, gii occhi di un azzurro più cupo del crepuscolo. «Che tu abbia preso solo per metà da tua madre» bisbigliò. «Perché sarebbe molto difficile dire di no al mare.»

I suoi occhi mutarono, non più occhi di mare. Lasciò la finestra, avvicinandosi a Fiord, le tolse il coltello, le prese la mano, se l’appoggiò alla guancia:

«Sì» disse, con voce roca «sei fortunata. Perché io emergerei dalla marea portandoti in dono perle e coralli, e non avrei pace finché non conquistassi il tuo cuore, e quello lo porterei via con me, e ti lascerei così come sono io adesso, immobile su una spiaggia nuda, a piangere per quel che il mare si è preso, sapendo di non poterlo riavere se non in un unico modo.» Le lasciò la mano e le diede un rapido bacio sulla guancia, senza lasciarle vedere gli occhi. «Devo andare. Salperemo al sollevarsi della marea. Tornerò.»

Uscì. Improvvisamente la casa parve troppo silenziosa, troppo vuota. Fiord si sedette al tavolo, occhi spalancati, corpo immobile, a sentire Kir, passo dopo passo, che le portava via il cuore.

Qualche ora dopo, in piedi sulla soglia, guardava la luna nei suo lento vagare in un cielo indaco, guardava il continuo spezzarsi e ricomporsi del sentiero di luce sull’acqua: la strada verso i sogni, verso le isole d’estate. Ascoltava il respiro del mare e udiva, nella memoria, il respiro di Kir.

«Che cosa hai fatto?» si chiese, a voce alta. «Che cosa hai fatto?» E poco dopo si rispose: «Mi sono innamorata del mare.»

«Lo immaginavo» disse una voce accanto alla soglia, e Fiord si sentì pungere la pelle come da un’infinità di aghi.

«Lyo!»

Il mago uscì dall’ombra, o smise di essere un’ombra. Sapeva di erica e salvia; il chiaro di luna indugiava ora qua ora là sulla sua figura, imprevedibilmente.

«Dove sei andato?» gli chiese Fiord, sbigottita.

«Su per la scogliera.»

«Come… come sei riuscito ad arrivarci, quando ti trovavi con me sul “Riccio”, in mare aperto?»

«Come? Il più rapidamente possibile.» Un angolo della bocca gli si incurvò in un breve, obliquo sorriso. Poi, bruscamente, il sorriso si spense. Il suo viso era una maschera pallida, sotto la luna; gli occhi, pozze d’ombra. «Più facilmente di come hai fatto tu a lasciare il mare.»

In silenzio, Fiord rinunciò a cercargli gli occhi e si sedette sul gradino, rosicchiandosi un’unghia. Annodò i capelli sulla nuca, poi li sciolse di nuovo, irrequieta. «Credevo di avere più buon senso» disse infine. «Lo sai cosa vuol dire essere innamorati?»

«Sì.»

«È come avere dentro di te uno sciame di zanzare.»

«Oh!»

«Non stanno mai ferme, e non se ne vanno… Cosa ci fai, qui? Credevo che te la fossi squagliata…»

Lyo fece una risatina: «Aspetto di essere pagato» si sedette accanto a lei; Fiord sentì le sue dita, leggere come ali di falena, sfiorarle la guancia. «Hai pianto. È una cosa terribile essere innamorati del mare.»

«Sì» bisbigliò Fiord, gli occhi che vagavano sull’acqua. Le onde si raccoglievano e s’infrangevano invisibili nel buio, spingendosi verso di lei, ritraendosi. Non erano mai silenziose, né mai parlavano… Con la coda dell’occhio guardò il mago: «Tu sai di Kir.»

«So.»

«E come? Come puoi sapere una cosa così?»

Lyo si chinò a raccogliere un luccicante sassolino e con gesto distratto lo lanciò nell’acqua: «Io ascolto» disse, enigmatico. «Se ascolti con sufficiente attenzione, cominci a sentire le cose… il dolore che si nasconde dietro il sorriso, la voce che risuona dentro il drago di fuoco, il segreto nella voce della giovane sguattera e dietro a tutti i discorsi sull’oro…»

«Oro, già» disse lei, cupamente. «Non farti vedere dai pescatori.»

«No.»

«Se non altro ci hai provato. Se non altro hai fatto vedere un po’ di magia.»

«Forse» disse Lyo, ridacchiando di nuovo. «Ma non mi aspetto certo di essere soverchiato dalla loro gratitudine… Ma non solo so trasformare l’oro in fiordalisi, so anche pensare. E ciò che penso è: «Qui c’è qualcosa che manca».»

«Cioè?»

«C’è Kir. C’è suo padre, il re. Ci sono due mogli. Supponi questo: supponi che entrambe, nello stesso periodo, abbiano concepito un figlio del re. Il figlio della regina terrena le fu rapito alla nascita e un altro bambino, un figlio del mare, messo di nascosto nella sua culla. Poi la regina è morta. Ma che ne è stato del suo vero figlio? Il fratellastro di Kir?»

In silenzio, Fiord cercò di immaginarsi un’ombra riflessa di Kir. Un brivido le serpeggiò lungo la schiena: da qualche parte, nella notte, un figlio di re vagava senza nome, erede del mondo che Kir voleva così disperatamente lasciare…

«Forse è morto.»

«Forse. Ma io penso che sia vissuto. E penso che stia tuttora vivendo, unica prova dell’amore segreto del re. Lo sospetta, Kir, che potrebbe avere un fratello?»

Fiord scosse la testa, stancamente: «Non ci ha ancora pensato. Ha appena intuito chi è lui.»

«Perché te l’ha detto?» le chiese il mago, curioso.

«Non lo so. Perché continuavo a pensare al mare, e anche lui. Perché…» la voce le morì in gola; seppellì la testa fra le braccia, soffocando un singhiozzo. «… Una sera è quasi annegato. Appena in tempo l’ho tirato fuori dalla risacca. E un’altra sera ha lasciato impronte bagnate per tutta la casa… Perché aveva bisogno di parlarne con qualcuno, e c’ero io invece della vecchia. Perché io lavoro alla locanda, e lui può andare e venire quando vuole, e nessuno si sognerebbe di cercarlo qui. Qualche settimana fa tutto quel che facevo era sfregare pavimenti. Non so come mai le cose si siano così complicate.»

«Succede a volte, quando non si fa attenzione. Mi permetterai di aiutarvi entrambi?»

«Per il momento va tutto bene. Sta partendo per conoscere la figlia di un lord.»

«Tornerà.»

«Quasi vorrei che non lo facesse. Quasi vorrei che si spingesse il più lontano possibile e non tornasse più…» Vide la faccia di Kir nell’acqua scura; sentì il tocco delle sue mani, delle sue labbra, invitarla negli abissi con baci gelati e promesse di perle e fiori marini; e lo rivide, abbandonato nella risacca, piangere e aggrapparsi a lei sulla terraferma, così come lei gli si sarebbe aggrappata nel mare.

Ricordando il suo tormento, gli occhi le si riempirono di nuove lacrime.

E Lyo ripeté gentilmente: «Mi permetterai di aiutarvi?»

«Sì» bisbigliò Fiord. «Ma fai attenzione. Bisogna sempre fare attenzione, col mare.»

E ancora lo stava guardando, il mare, molto tempo dopo che Lyo l’aveva lasciata. La luna adesso era sospesa sulle dune, regina dei pesci in un cielo fitto di stelle. La marea s’era acquetata. Lunghe, lentissime onde le sussurravano di magie nascoste in quelle tenebre: grandi isole galleggianti che scivolavano appena sotto la superficie, aguzze torri d’avorio percorse da spirali, come il corno del narvalo. Il mondo di Kir, il mondo tanto desiderato che sempre gli sfuggiva, elusivo come il chiaro di luna, come l’acqua…

«Oh!» Un nodo le pungeva la gola, le stelle si appannavano nei suoi occhi. «Vorrei che tu fossi un po’ più umano!» Cercò di scacciare le lacrime. «No» sospirò, parlando alle onde, visto che non aveva nient’altro di Kir. «No, se tu fossi umano non mi avresti mai dedicato un pensiero. Una ragazza che lavora alla locanda… non avresti neppure saputo il mio nome. Vorrei… ecco, vorrei solo che tu fossi un po’ più umano. Perché tu non continui a staccarti da me per rivolgerti al mare…»

Qualcosa si mosse nel buio. Qualcosa saliva dall’acqua, le invadeva il campo visivo fino a coprire una stella, e poi un’altra. La pelle percorsa da brividi pungenti, Fiord sgranò gli occhi: era il paese del mare che sorgeva dagli abissi? Era un’isola che vagava nella notte? Era un’onda, una nera onda colossale che ingigantiva sul ciglio della marea? No, le onde della risacca continuavano a infrangersi uniformi, serene, sulla sabbia. E quella massa di tenebre saliva, saliva… finché, dal nero profilo stagliato contro le stelle e la spuma, Fiord capì che cos’era.

Si alzò lentamente. Il drago nuotava nella risacca, più vicino alla riva di quanto l’avesse mai visto. Lyo l’aveva liberato, e tuttavia indugiava, solo nella notte, con la nostalgia dei pescatori. L’aveva forse attirato la lampada della capanna? Di colpo si ritrovò a correre attraverso la spiaggia: uno strano impulso la spingeva verso il mostro, desiderosa di vederlo più chiaramente. Eccolo inghiottire altre stelle. Dietro la sua schiena gigantesca spari una guglia, poi l’altra. Fiord continuava a correre: e poi, bruscamente, si fermò.

Il drago stava uscendo dal mare.

Dalla gola le sfuggì un gemito, ma rimase ferma, incapace di muoversi, come paralizzata. Vedeva il riflesso della luna nei suoi grandi occhi, la montagna del suo dorso, le enormi pinne laterali che lo spingevano attraverso le acque basse. «Lyo!» mormorò, ma come in un sogno, senza voce. Stava uscendo per morire, si chiese, come talvolta facevano le balene? O usciva come i leoni marini, solo per allungare il grande corpo sulla sabbia asciutta, e dormire?

Puntava diritto verso di lei: i suoi occhi fiammeggianti l’avevano vista. Fiord cominciò ad arretrare, passo dopo passo; il mostro lanciò un grido lamentoso, come una sirena da nebbia, e lei si fermò di nuovo. “Non può divorarmi” pensava freneticamente. “Potrebbe travolgermi, ma io sono più svelta. Che cosa vuole?”

Sorretto dalle grandi pinne laterali, si rizzò sull’acqua. Le onde giocavano coi suoi filamenti, li arrotolavano, li distendevano, delicati nastri di fumo. E ancora avanzava, spinta dopo spinta, finché nella risacca non rimase che l’enorme, piatta pinna caudale, e poi solo le ultime volute dei filamenti posteriori.

E infine, con un ultimo strappo, fu completamente fuori. A meno di sei metri da lei. Fiord aveva le mani premute sulla bocca, pronta a gridare, pronta a correre verso il villaggio, se lui avesse deciso di acquattarsi sulla capanna. Ma il drago afflosciò le pinne, ritrasse i filamenti: era completamente immobile, tranne il soffio di immensi respiri che gli uscivano dalle fauci.

Poi chiuse gli occhi, e scomparvero le due grandi lune scarlatte. E poi tutto scomparve.

Un giovane, nudo come un pesce, se ne stava carponi sul sentiero che il drago aveva tracciato uscendo dal mare.

Capitolo settimo

Fiord mandò un grido. O meglio, cercò di gridare: ma aveva ancora le mani premute sulla bocca, e ne uscì un suono soffocato. Il drago-uomo sollevò la testa. La fissò come stordito, battendo le palpebre, l’acqua che gli ruscellava dai capelli. Si scrollò selvaggiamente, e riprese a fissarla. Fiord restò immobile come una delle guglie, come una roccia su cui molluschi e ricci potevano abbarbicarsi. Ma lui non la scambiò per uno scoglio; volse lentamente la testa a scrutare le stelle, le onde, la sabbia, e infine si guardò le mani.

Si toccò la bocca con le dita. E rapidamente, come se saggiasse le proprie corde vocali, disse: «Un pesce sta nella tana, due pesci filan la lana, tre pesci…» esitò. «Tre pesci… tre pesci…» sembrava spaventato, e poi addirittura disperato, come se si stesse dimenticando una formula magica essenziale per tenere in vita quel nuovo corpo. I suoi occhi tornarono su Fiord. Dopo un momento lei scostò le mani dalla bocca: si sentiva le ossa fragili come corallo secco. Il cuore le batteva disordinatamente.

«Tre pesci guardan la luna» disse. La voce sembrava provenire da qualche altra parte, dal pozzo sotto i ginestroni, forse. Le parve di varcare la soglia di un sogno, dove poteva accadere di tutto: la sua testa volar via e perdersi nella luna, le stelle marine rizzarsi sulla sabbia e danzare un minuetto…

Il terrore svanì dal volto del drago-uomo.

«Tre pesci guardan la luna, quattro pesci salgon la duna…» Era una delle filastrocche per bambini che Lyo gli aveva salmodiato quel mattino. «Cinque pesci restano a palla…» Cominciò a rabbrividire.

«A galla…» mormorò Fiord. «Cinque pesci restano a galla.»

«Sei pesci giocano a palla.»

Fiord avanzò d’un passo, sciogliendosi da quell’incantesimo che lui stava tessendo intorno a loro con la sua filastrocca: «Hai freddo!»

A quelle ignote parole il drago-uomo restò silenzioso, gli occhi sgranati. In quel momento, con la sua faccia immobile, i capelli neri d’acqua, assomigliava spaventosamente, misteriosamente a Kir.

Fiord chiuse gli occhi: improvvisamente anche lei si sentì di ghiaccio, il figlio perduto del re. Era strisciato fuori dal mare, faticosamente, aveva ritrovato il proprio corpo e la propria voce, e ora se ne stava carponi sotto le stelle, nudo come un verme, a contar pesci.

«Sette pesci entrano in stalla…» la sua voce appariva di nuovo tesa, come se il silenzio di Fiord lo sgomentasse «… otto pesci montano in sella, nove pesci…»

Fiord fece un altro passo, e lui smise di parlare. Avanzò ancora, e lui smise di respirare: irrigidito nella sabbia, la guardava avvicinarsi.

E infine lo raggiunse. Lui si accoccolò sulle ginocchia, alzando gli occhi. Raggi obliqui di luna gli illuminavano il viso: non sembrava spaventato. Quando era nel suo grande, massiccio corpo subacqueo, non poteva aver appreso la paura. La mano di Fiord si mosse automaticamente — un altro frammento di sogno — e gli sfiorò una spalla.

Al suo tocco, riprese a respirare. Aveva la pelle gelata. E ancora la scrutava, con faccia curiosa, tranquilla. Ma quando lei sollevò la mano, qualcosa gli guizzò negli occhi: e il drago posò la mano nel punto dov’era stata la sua.

Fiord rabbrividì di nuovo: come in un lampo, intuiva i complessi, misteriosi eventi che avevano imprigionato questo figlio di re dietro quei grandi occhi inumani, dentro quel corpo che aveva filamenti al posto delle dita, pinne al posto dei piedi, ed era coperto di squame, dimora per ogni crostaceo di passaggio. «Laggiù in fondo al mare, nessuno ti aveva mai toccato?» bisbigliò. «Come hanno potuto… come hanno potuto fare questo a te e Kir? Cos’è che può indurre la gente a fare queste cose?»

Lui l’ascoltava così come, in mare, il drago ascoltava i pescatori: attento a ogni modulazione della voce, a ogni mutamento di tono. Avvertendo una nota più intensa, colse inaspettatamente una parola nuova.

«Kir» ripeté.

Fiord si torturava i capelli tra le mani, profondamente incerta: «Dovrei portarti dal re…» disse, e fu inorridita all’idea. «Ma come… come posso entrare neìia sua grande casa insieme a te, nel cuore della notte, e spiegargli… io, Fiord, quella che lava i pavimenti alla locanda… che tu sei il suo figlio umano e Kir il suo figlio marino… No, non posso. E non potrei comunque…» aggiunse, con enorme sollievo «… il re è andato via con Kir!… Lyo. Lyo può suggerirmi cosa fare di te!» Il drago ascoltava paziente, battendo i denti. Fiord gli mise un braccio intorno al corpo, l’aiutò ad alzarsi. «Se non altro, posso trovarti una coperta. Riesci a camminare? Non molto bene, vero? Ma non c’è da stupirsi: sei appena nato.»

Lo condusse alla capanna, l’avvolse in una vecchia trapunta e riattizzò il fuoco sotto un paiolo di zuppa d’ostriche. La luce delle fiamme gli balzò sul viso, riempiendolo di stupore. Aveva i capelli d’oro come la catena del drago e gli occhi azzurri, sotto sopracciglia bionde. Come Kir, era alto, snello, ampio di spalle; come il drago, era in costante movimento. Continuò a camminare avanti e indietro per la stanza, mordicchiando una fetta di pane. Si bruciò le dita sul fuoco, si punse con un ago, sussultò a vedersi nello specchio, inciampò in un lembo della coperta, e lasciò cadere tutto quel che prendeva in mano, compreso il pane e la ciotola di zuppa. Fiord lo convinse a sedersi, alla fine, gli strinse le dita intorno ad un cucchiaio, e gl’insegnò a mangiare. Il suo primo boccone di zuppa — latte caldo, ostriche, burro fuso, sale, pepe — parve meravigliarlo enormemente; davanti alla sua espressione stupefatta, Fiord scoppiò a ridere. Un sorriso di risposta gii guizzò sul viso, riflettendo il sorriso di Fiord. Era un sorriso sorprendentemente diverso da quello di Kir: gaio e dolce, e privo di ogni amarezza. Fiord rimase a fissarlo, silenziosa, dimenticando di mangiare. Lui aspettava, allarmato dal suo silenzio, ma curioso e paziente com’era stato il drago, quando affiorava dalle onde e protendeva il suo corpo massiccio fra le barche dei pescatori, per ascoltarli.

«Mi chiedo se tu abbia mai avuto un nome» bisbigliò infine Fiord. «Mi chiedo come ti chiamava tua madre, prima di morire. Devi assomigliarle molto. Mi chiedo se in fondo al mare ti abbiano mai tolto la catena, ti abbiano mai fatto riprendere la tua forma d’uomo… Mi chiedo se ti abbiano mai insegnato qualcosa, foss’anche un semplice “sì” e “no”.»

«Sì e no» ripeté il drago, prontamente. «Buio e luce, sole e luna, giorno e notte; dentro e fuori van pel mondo, zitti zitti in girotondo.»

«Oppure ti han tenuto in catene fin dal giorno che sei stato sottratto alla tua culla? È davvero la prima volta che torni ad essere umano?»

«Umano.»

«Come me. Come i pescatori.»

Era così assorto a seguire le sue parole, a scrutare ogni movimento delle sue labbra, che dimenticò di avere la ciotola: la teneva inclinata in avanti e Fiord dovette raddrizzargliela tra le mani, prima che ne rovesciasse il contenuto. Lo persuase a mangiarne qualche altro cucchiaio. Aveva gli occhi gonfi di stanchezza: la fatica di uscire dal mare doveva averlo stremato. Mangiò lentamente, la testa ciondoloni, e di colpo, posata la ciotola, ruzzolò giù dalla sedia. Fiord lo fece sdraiare su una coperta stesa accanto al fuoco: e già dormiva, quietamente, prima ancora che gli gettasse addosso un’altra coperta.

Restò a guardare la luce del fuoco che stendeva braccia protettive su di lui. “Due volte in un solo giorno” pensò “due principi sono entrati in casa mia. Uno nero, uno luminoso, uno il giorno, uno la notte…” Anche lei era esausta, e si lasciò cadere sul letto senza neppure spogliarsi.

Si svegliò nel buio, al rombare dell’alta marea; attraverso la soglia, i raggi della luna formavano una pozzanghera di luce. Sorpresa, guardò l’uscio aperto: cigolava, e d’improvviso si chiuse con un tonfo, facendola trasalire.

Vide le coperte sparpagliate davanti al focolare, vuote. Era sola. Scese dal letto e andò alla finestra: la luna inondava il mare di un bagliore lattiginoso, abbacinante. Battendo le palpebre, Fiord aguzzò lo sguardo, e infine lo vide: il drago, in un turbinio di filamenti, prendeva il sentiero argentato tra le guglie per tornare ai suoi abissi.

Quel giorno, alla locanda, lavorò come ubriaca. Carey continuava a parlare della catena d’oro e a lamentarsi di averla perduta per sempre, e le sue incessanti recriminazioni finirono per diventare, alle orecchie di Fiord, un rumore di fondo mescolato alle stridule voci dei gabbiani. Anche Marli, con tutto il suo buon senso e il suo umorismo, appariva arrabbiata.

«Come ha potuto essere così stupido?» ripeteva Carey. «Com’è possibile che uno capace di trasformare l’oro in quel che vuole, l’abbia trasformato in una dannata distesa di fiordalisi? Tutto quell’oro, Marli!… Fiord, tu eri con lui. Ti è passato per la mente che potesse fare una cosa tanto idiota?»

Fiord scosse la testa, reprimendo uno sbadiglio. Carey si piazzò davanti a lei, come ad esigere qualcosa, una parola di spiegazione, di speranza; non ricevendo nulla, fece un sospiro esasperato e si volse a fissare la finestra. «Credo proprio che scapperò via di qui» disse.

«Oh, per favore!» sospirò anche Marli. «Smettila una buona volta di blaterare su quell’oro! È sparito, finito, chiuso! Ne abbiamo fatto a meno fino adesso, no?, e se avere una vita tranquilla non ti rende felice, non credo che ci riuscirebbe la ricchezza, visto come sei fatta.»

«Ma anche a te dispiace, ammettilo.»

«D’accordo, mi dispiace. Sarebbe fantastico non dover strofinare pavimenti e ascoltare le tue lagne tutti i santi giorni. E se intendi andartene, fallo, ragazza mia, per amor del cielo, e dacci un po’ di pace!»

«Benissimo, lo farò» sbottò Carey. Fiord alzò gli occhi a fissarla: c’era in lei un atteggiamento così teso, così rigidamente freddo, che le faceva ricordare la disperazione di Kir, la sua rabbia impotente.

«Non andartene» mormorò. Carey posò su di lei il suo sguardo infelice, furibondo. «Forse tornerà. È un mago. Ha grandi poteri.»

La rabbia si dileguò dal viso di Carey. Si avvicinò a Fiord, le strappò di mano la scopa: «Sì, hai ragione. Se ha potuto trasformare l’oro in fiordalisi, perché non può ritrasformarli in oro? Può, non è vero? Se solo potessimo trovarlo, se solo potessimo chiederglielo…»

«Quei fiori saranno già finiti nelle Isole del Sud, a questo punto» obiettò Marli. «E così il mago, se ci tiene alla pelle. Li hai sentiti i pescatori, ieri, quando sono venuti qui: se avessero potuto acciuffarlo, l’avrebbero messo in un barile di birra e scaraventato in mare.»

«Ma…» insisté Carey, caparbia.

«Ma cosa?»

«La magia era reale. Era reale, Marli!» riprese ancora Carey.

Marli aggrottò la fronte, incerta. Fiord chiuse gli occhi, col pazzo desiderio di acciambellarsi sotto il tavolo e farsi una dormita; le balenò nella mente la figura del drago che solcava le onde luminose. E mentre risentiva la sua voce — sì e no, buio e luce — per un attimo afflosciò la testa sulla scopa, rialzandola poi di scatto.

«Fiordi» esclamò Marli. «Stai crollando dal sonno!»

«Scusa.»

«Cos’è che hai fatto stanotte, ragazzina? Un appuntamento con amanti fantasma?»

«Sì» disse lei, sbadigliando. Inaspettatamente, Carey scoppiò a ridere.

La capanna era vuota quando Fiord vi fece ritorno, quel pomeriggio. Seduta sul gradino del focolare, fece una frugale cena a base di pane e formaggio, e ancora prima che il sole tramontasse s’infilò a letto, con un sospiro di sollievo. Dormì profondamente, senza sognare, e riapri gli occhi nel cuore della notte, convinta che fosse già mattino. Si chiese come mai fosse ancora buio.

Udì qualcuno che si muoveva nella casa. «Kir?» domandò. «Lyo?»

Insonnolita, si guardò intorno; l’uscio era aperto e la luna pendeva sulla soglia come una lanterna. A quel punto si svegliò completamente.

Una mano le sfiorò il viso in una leggera carezza: «Uccellin che vai sul mare, che paese vuoi cercare? Vado al sol di Gibilterra. Facciamo un salto e tutti giù per terra!»

«Sei tornato!»

«Sei tornato!» ripeté il drago. Aveva già provveduto ad avvolgersi nella coperta; e ora, con un lembo, si asciugava i capelli. «Fiord!» disse, e lei ebbe un sussulto.

«Chi ti ha insegnato questo nome?»

Seppellendosi nella coperta, il drago allungò una mano sul focolare freddo. Fiord scese dal letto e accese il fuoco: le fiamme servirono a snebbiarle la mente e a scacciare le tenebre dalla stanza. «È stato Lyo!» esclamò, mentre il drago s’inginocchiava a scaldarsi. «È stato con te sul mare?»

Il drago si toccò la bocca, come a tastarvi le parole. Poi, con voce solenne, da studioso, disse: «Un Ignus Dracus, una specie di draghi che hanno origine nelle calde, luminose acque dei Mari del Sud… Oops! Scusate.»

Fiord sorrise: «È per opera sua che hai ripreso la forma umana? Se è così, non si può certo dire che il suo incantesimo abbia funzionato molto, ieri notte… Ma forse questa volta conserverai il tuo corpo d’uomo…» Appena in tempo gli tolse di mano la spazzola, che stava per gettare tra le fiamme. «Ma io non posso fare molto per te, sai: posso solo insegnarti delle parole…» esitò, come stentando lei stessa a trovare parole in grado di spiegargli quel che intendeva. «Come potrai capire quel che significano? Come potrai usarle per dirmi dove sei stato? Cosa mi potrai dire?»

«Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare» sentenziò. «Dire, fare, baciare, lettera, testamento…»

Fiord si voltò a guardarlo, e il drago s’interruppe. Ma qualcosa parlava, nei suoi occhi: quando le avesse insegnato il linguaggio, dicevano i suoi occhi, lui avrebbe avuto ben altro da raccontarle che non parlare d’alghe e gamberi o snocciolare filastrocche infantili. Improvvisamente si cinse il collo tra le mani.

«Catena» disse Fiord.

«Catena.» E vide nei suoi occhi un lampo di umana sofferenza.

Gli prese le mani, avvicinandole al bagliore delle fiamme: «Questo è il fuoco.»

«Fuoco.»

Lo fece alzare, lo condusse sulla soglia: «Quelle sono le stelle. E quella è la luna.»

«Stelle. Luna.»

«Sabbia» disse ancora, indicando la spiaggia. «Mare.»

«Sabbia» ripeté lui. Fece una pausa, scrutando l’irrequieta risacca, e poi bisbigliò: «Mare.» Un’onda di fuoco gli comparve negli occhi, e Fiord si chiese se nascondesse odio o amore.

Continuò a vagare per la stanza toccando tutto quel che vedeva e ricordando gran parte delle parole che Fiord gli diceva. A un certo punto, volgendosi a guardarla con la stessa attenzione con cui esaminava il resto, le posò una mano sull’aggrovigliata massa di capelli.

«Capelli» disse lei.

«Capelli.» Si chinò a scrutarla negli occhi, e poi le studiò il naso con tale serietà da strapparle una risata. Ebbe un sussulto, e guizzò via con l’eleganza di un pesce. Poi sorrise anche lui.

«Naso.»

«Naso.»

«Occhi.»

Si avvicinò di nuovo. Anche le ciglia erano d’oro, notò Fiord, su una pelle color latte che il sole non aveva mai sfiorato.

Con un sospiro, la fanciulla cercò di staccarsi da quel suo azzurro sguardo d’estate, e richiamò la sua attenzione sul pavimento: «Piedi.»

Non rispose. Stava ciondolando dal sonno, come la notte prima. Metteva a dura prova le sue forze spingere sulla terra asciutta quel suo colossale corpo di drago, intuì Fiord. Lo fece sdraiare accanto al fuoco; e lui, prima di addormentarsi, le raccontò una storia.

«C’era una volta un re» disse, con la voce di Lyo. «Un re che aveva due figli: uno avuto da una giovane regina, sua sposa, e l’altro da una donna del mare. I due bambini nacquero nello stesso tempo, e la regina mori poco dopo aver dato alla luce il suo figlio umano: e questo venne rapito dalla culla, e al suo posto fu messo il figlio marino… Perché? Nessuno lo sa veramente: solo la donna nascosta in fondo al mare, e il re. E forse neppure il re lo sa. Perché?… Perché c’è il vento, perché c’è il mare, perché c’è tutto da imparare…» Tacque, notando l’espressione mutata sul viso di Fiord. Allungò una mano a toccare la sua, e subito s’addormentò.

Quando Fiord si svegliò, il mattino dopo, il drago non c’era più. Andò al lavoro con la mente in subbuglio: non riusciva a capire quella sua strana metamorfosi che durava solo poche ore.

Camminando lungo la spiaggia, verso la locanda, continuò a cercare segni del drago; e così fece la sera, rincasando. Lasciò la porta spalancata, perché vi entrasse la mite brezza primaverile, e si accinse a preparare la cena. Poco dopo un’ombra si disegnò sulla soglia, cadendo sulla padella dove friggevano patate e salsicce.

«Lyo!»

Il mago s’appoggiava allo stipite, sorridendo: «Continuava ad arrivarmi un odorino fantastico. Ho seguito il mio naso.»

Fiord lo vide più magro e sottile di come se lo ricordava, e si domandò che cosa e dove mangiasse. Certo non al villaggio. Levò la padella dal fuoco e gliela porse. Lyo prese una patata sfrigolante, la fece saltellare tra le dita e se la mise in bocca.

«Hmm… è così buona che dev’essere magica.»

«Lyo, dov’è il drago?»

«In m-mare» farfugliò lui, a bocca piena. Fiord gli gettò uno sguardo perplesso, giocherellando col forchettone.

«Bene, e perché, per una volta, non potresti fare un incantesimo che funziona?»

Lyo inarcò le sopracciglia, sorpreso; non disse nulla, perché stava masticando una salsiccia. «Cos’è che mi stai chiedendo?» disse poi, quando poté parlare.

«Ti chiedo perché non riesci a trasformarlo in principe per più di due o tre ore di seguito.»

«Perché non…»

«Prima trasformi l’oro in fiordalisi, poi trasformi il drago in uomo. Solo che…»

«Non sono stato io.»

«Non sei stato tu a trasformarlo?»

Lyo scosse la testa, allungando le dita a catturare un’altra salsiccia. Allora Fiord si decise a posare sul tavolo la padella, e si sedettero entrambi.

«Ma allora… chi è stato?»

Scosse di nuovo la testa. «Non ne ho idea. Non capisco. Anzi, è proprio questo che sono venuto a chiederti, in realtà.» Lyo appariva sconcertato quanto lei.

«Chiederlo… a me?»

«Volevo chiederti se sapevi come mai si fosse trasformato così di colpo. E in un momento così strano, di notte. Hai per caso visto qualcuno? Hai sentito qualcosa?»

«Ero sulla spiaggia, quand’è successo. Stavo guardando il mare… e lui se n’è uscito, semplicemente. Nessuna magia. E… paff… eccolo trasformato. È un ragazzo… oh, Lyo…» esitò, come a cercare le parole «… è così… così…»

Lyo pescò un’altra salsiccia: «Sua madre era molto bella, a quanto dicono.»

«E allora perché il re amava una donna del mare? Se aveva una moglie così?»

«Be’…» Lyo masticò per qualche momento, pensieroso. «Da quel che ho saputo, quasi non si conoscevano, prima di sposarsi. Mentre sospetto che da tempo il re conoscesse l’altra… la creatura del mare. Non era un semplice capriccio, credo, e lei l’amava veramente. E il re non immaginava, allora, che si sarebbe profondamente innamorato di sua moglie… Bene, si sposò e dimentico la donna del mare. Ma prima… poco prima del matrimonio, ebbero un ultimo incontro. Un incontro di troppo… Nove mesi dopo la regina morì, e il suo bambino fu portato negli abissi, e l’altro bambino… il figlio del mare… messo al posto suo, nella culla regale.»

«È triste.»

«Sì, molto triste.»

«Il drago non ha neppure un nome» Fiord si mise a bucherellare le patate con la punta del forchettone, meditando su quella storia incredibile. Lyo l’osservava, un sorriso segreto negli occhi. «Vorrei che il re e Kir tornassero. E allora…» abbassò il forchettone. «Che cosa dirà, Kir? Non ha una casa, né sulla terraferma né dentro il mare. E il drago… è umano solo per qualche ora della notte…»

«Uno strano paio di figli, per un re.»

«Lyo, devi fare qualcosa.»

«La sto facendo» si chinò di nuovo sulla padella. «Intendo finire la tua cena.»

Si distribuirono i compiti: Lyo insegnava al drago durante il giorno; e di notte, quando il drago usciva dal mare per venire alla capanna, Fiord gli faceva ripetere le parole che aveva apprese, e gliene insegnava di nuove.

Il ritmo delle sue giornate s’era fatto così singolare che le sembrava di vivere in una sorta di sogno, dove le cose si confondevano in un unico impasto. Certe volte, mentre rovesciava secchi d’acqua saponata sul pavimento della locanda, si sorprendeva a borbottare “strofinaccio”, oppure “sapone”; e continuamente le ronzavano nella testa brani di filastrocche infantili.

Una mattina Carey si presentò al lavoro con una quantità di pettegolezzi freschi freschi: «Ho saputo che il re ha portato Kir alle isole del Nord per fargli sposare la figlia di un aristocratico locale.»

Fiord era assorta a contemplare una gigantesca bolla di sapone, in cui tremava un arcobaleno. Cercò di immaginarsi Kir sposato; immaginava la sua frustrazione, il suo panico, e si sentì percorrere come da un nero soffio di vento. Poteva anche sposarsi, ma non avrebbe mai saputo amare: e ci sarebbe stato un secondo bambino, intrappolato in un mondo non suo e desideroso di un altro. E un’altra giovane donna, crudelmente tradita dal mare. La bolla scoppiò. La storia si sarebbe ripetuta, ancora e poi ancora…

«Dov’è che l’hai sentito?» chiese Marli.

«Da una delle sguattere di cucina. Stava portando la cena a dei clienti, e li ha sentiti conversare. Dicevano che Kir era irrequieto e infelice, e il re pensava che il matrimonio l’avrebbe messo tranquillo.»

«Povero Kir!» disse Marli. Sorpresa, Fiord alzò gli occhi dal caminetto che stava pulendo.

«Perché dici così?»

«Perché non c’è magia in un matrimonio del genere. Certo, se poi si amassero, sarebbe diverso. Ma è ben difficile che le teste coronate facciano matrimoni d’amore. Devono sposare il potere, o la ricchezza, o la terra…»

«Be’, quello l’ottengono, se non altro» commentò Carey, mestamente.

Marli scoppiò a ridere: «Oh, Carey! Sei impossibile!»

«È più forte di me» ribatté Carey, ostinata. «Voglio diventare ricca. Voglio l’oro di quel drago. Solo allora sarò felice.»

Fiord cenò da sola, quella sera, e s’infilò a letto subito dopo il tramonto. Il drago la ridestò dai sogni per immergerla nel ruggito del mare, col vento che sbatacchiava l’uscio.

«Padella» gli insegnò «parete, cucchiaio, pane, sale.» Quando la casa non ebbe più oggetti da nominare, passò ad insegnargli delle frasi: «Ho fame. Ho sete. Dove sei? Sono qui. Cosa stai facendo? Mescolo le cipolle in un tegame, mi pettino i capelli…» Via via che la notte passava e il drago divorava parole come gamberetti, trasformarono la lezione in un sorta di gioco.

«Cosa stai facendo?» le chiese il drago, vedendola bere.

«Bevo dell’acqua. E tu cosa stai facendo?»

Il drago andò alla porta: «Apro la porta. E tu cosa stai facendo?»

«Metto legna sul fuoco. E tu cosa stai facendo?»

«Guardo le tue conchiglie. E tu cosa stai facendo?» chiese ancora, guardandola con un’espressione così buffa che Fiord si mise a ridere.

«Saltello su e giù. E tu cosa stai facendo?»

«Cammino a te.»

«Verso di te» lo corresse.

«Cammino verso di te. E tu cosa stai facendo?»

«Saltello ancora. E tu cosa stai facendo?»

«Cammino più vicino verso a te.»

«Più vicino a te.»

«A te. Più vicino. Sempre più vicino.»

Fiord s’irrigidì, silenziosa, guardandolo venire: drago in corpo di principe, con l’oro nei capelli e la luce del fuoco che gli scivolava sul viso.

«Vengo vicino. Molto vicino. Fiord deglutì:» Molto vicino.

«Ora ti sto toccando» le mise le mani sulle spalle. E Fiord vide nei suoi occhi una tale necessità di calore che lo cinse tra le braccia. «Ti sto toccando.»

«Sì» mormorò lei, e avvertì il lungo sospiro che gli attraversava il corpo. «Mi stai toccando.»

Lo guardò addormentarsi davanti al fuoco, così innocente e smarrito, e la sua solitudine le diede un gran senso di pena. Come Kir, era legato al mare — col corpo se non col cuore — e a lei era impossibile amarlo quanto le era impossibile amare suo fratello, che aveva corpo d’uomo ma in cuore un terribile desiderio di inseguire la marea.

«Oh, Lyo!» bisbigliò. «Cosa dobbiamo fare?»

Ma nessuna risposta le venne dal mago, addormentato chissà dove.

Capitolo ottavo

Poi il mare, forse perché gli mancava il suo oro, cominciò a giocare strani scherzi ai pescatori. Il primo episodio io raccontò Enin, venendo una sera alla locanda con un Tull Olney stralunato che si trascinava dietro di lui. Pallidissimo, fradicio dalla testa ai piedi, gli occhi arrossati dall’acqua, Enin si fermò al bancone del bar a tracannare una birra dopo l’altra, come se dovesse togliersi strati di sale dalla gola. E Tull appariva altrettanto malconcio. Fiord, che saliva dalla cucina con una grossa pagnotta appena sfornata, si bloccò sull’ultimo gradino a sentire le parole di Tull: «Succede qualcosa di strano, nel mare.»

«Nella tua testa, se mai!» lo rimbeccò Enin. «Datemi un’altra birra.»

«Li hai sentiti anche tu, i canti!»

«Ho sentito qualcuno che strombazzava in una conchiglia. Tutto qui» si rivolse agli altri pescatori, nonché all’oste e a Marli, che era scivolata nella stanza sentendo la sua voce. «Tull e io stavamo fuori a pesca, con le barche vicine. Lui dice di aver sentito cantare, io dico che era una conchiglia…»

«Un canto!» borbottò Tull da dietro il suo boccale.

«Era un suono profondo, pastoso, voi sapete come. Una conchiglia, insomma, di quelle che usano nei villaggi del nord per chiamare a raccolta i pescatori. Be’, subito dopo ho sentito un tonfo. Mi volto, ed ecco Tull che nuotava a tutto spiano, con tanto di stivali addosso, all’inseguimento di una foca!»

«Non era una foca!»

«L’ho chiamato, ma lui niente, sempre dietro la foca. Poi quella si è immersa, e Tull si è trovato ad annaspare nell’acqua con gli stivali che lo tiravano giù. Be’, indovinate un po’ chi ha dovuto tuffarsi per riportarlo indietro?» tracannò un lungo sorso di birra, gettando a Tull un’occhiataccia. Ma dietro quello sguardo feroce Fiord vide un’ombra di paura.

Tull sbatté il boccale sul bancone: «Era un canto. E quella era una donna!»

«Una foca, ti dico! Una foca bianca…»

«Una donna con i capelli bianchi e…»

«E gli occhi scuri.»

«E gli occhi scuri.» Tull si guardò intorno nella stanza improvvisamente silenziosa. Sembrava allucinato «Cantava. Era una creatura piccola, graziosa, bianca come una conchiglia, e giocava nell’acqua come se fosse il suo elemento naturale. Mi ha spruzzato d’acqua, ridendo, e io… Come ha detto Enin, mi son tuffato a capofitto senza preoccuparmi di niente, neanche fossi una foca…» rabbrividì. «Poi lei è svanita, lasciandomi tutto solo nell’oceano vuoto. Il suo canto… non so… sembrava che venisse da un sogno dove io volevo a tutti i costi entrare. Ho cominciato a ingollare acqua… era come se cercassi di bere il mare… e poi Enin mi ha tirato su.»

I pescatori lo fissavano a occhi sgranati, le facce immobili. Qualcuno accennò una risatina. Seduta a un tavolo, Ami piegò la testa sulle braccia e rise fino alle lacrime.

«Una foca! Razza di balordo col cervello di gambero, tuffarsi in alto mare per far capriole con una foca!»

«Non era una foca!»

«La prossima volta sarà il Re dell’Oceano in persona che ti soffia la sua conchiglia diritta nell’orecchio…»

«Per poco non annegavo!» protestò Tull, sdegnato: ma a quel punto stavano tutti ridendo così forte che non lo sentivano neppure.

Stringendosi al petto la pagnotta calda, come per trarne conforto, Fiord sgusciò via rapidamente: e nello sguardo che lanciò a Tull ed Enin, prima di uscire, non c’era barlume di sorriso.

Poi fu la volta di Bel e Ami. Se ne arrivarono una sera litigando furiosamente per una rete persa: da quanto si riuscì a capire, avevano pescato qualcosa che Ami si era rifiutata di tirare a bordo.

«Era un vecchio pesce martello, morto stecchito!» dichiarò Bel con una smorfia di disgusto.

«Era un bambino!» gemette Ami. «Un sirenotto luccicante, con le squame bianco-verdi, catturato nella rete insieme agii altri pesci. Pensavo che fosse morto, ma lui ha aperto gli occhi e mi ha sorriso…»

«E quella scema ha lasciato ricadere la rete!» sbottò Bel. «Era così pesante che da sola non ce la facevo a trattenerla, come se qualcuno la tirasse giù. Ami stava strillando a più non posso, e così ho dovuto mollare anch’io. Sirenotto un cavolo! Non era altro che un vecchio squalo morto. Col bel risultato che adesso ci serve una rete nuova!»

Nel corso della settimana successiva, a una buona metà dei pescatori capitò qualche brutta avventura durante le battute di pesca: e nessuno aveva più voglia di ridere, adesso. Ce n’era uno che aveva quasi sfasciato la barca sugli scogli nel tentativo di raggiungere due incantevoli sirenette che si asciugavano al sole le lunghe chiome. Un altro, seguendo i cenni d’invito di una vaga figura che da una barca lo guidava verso un favoloso banco di pesci, si era spinto pericolosamente lontano dalla costa, e qui aveva visto la misteriosa imbarcazione dibattersi tra i flutti e poi affondare: nello stesso punto dove, molti anni prima, era naufragata una barca straniera.

I misteriosi avvistamenti si susseguivano giorno dopo giorno: candidi mostri marini che da un groviglio di alghe protendevano lunghi tentacoli; grandi navi fantasma di un passato ormai dimenticato, che emergevano silenziose dalle onde per veleggiare tra i pescherecci come ombre gelide e nebbiose. I pescatori uscivano in mare sempre più di rado; la locanda era più che mai frequentata, e l’oste faceva fatica a mantenere sufficienti scorte di birra. Peggio di tutto, gli ospiti estivi avevano avuto sentore di quelle storie, e se le passavano l’un l’altro fra grandi risate.

«Diventeremo gli zimbelli dell’isola» osservò cupamente Enin, affacciandosi a salutare le ragazze. «Ancora un po’, e saremo talmente spaventati che non oseremo neppure bagnarci i piedi nella risacca, figuriamoci lasciare il porto!»

«Rivogliono indietro l’oro» disse Marli, con tranquillo buon senso.

«Ma noi non l’abbiamo!»

«Lo so.»

«Quello zuccone di mago l’ha trasformato in fiordalisi…»

«Lo so.»

«Be’? E allora cosa pensi che dobbiamo fare?»

Marli stava pulendo la griglia del camino; sospese un attimo il lavoro e alzò gli occhi: «Secondo me bisogna scovare il mago prima che il mare vi respinga sulla terraferma una volta per tutte. Ma visto che non avete dato retta a quel che dicevo…» aggiunse, e riprese furiosamente a spalettare, sollevando una nuvola di cenere.

«Andiamo, Marli…» disse Enin, tossicchiando.

«… Mi sembra improbabile che cominciate a farlo adesso.»

«Dove pensi che sia finito, il mago?»

«L’hai trovato una volta, no? Puoi benissimo trovarlo un’altra volta.»

Enin sospirò: «Diventeremo la favola del paese. Tutti ci rideranno dietro.»

«Dici? Chi è che sta più ridendo, al villaggio? Era davvero l’oro, la causa di tutto? si chiedeva»

Fiord tornando alla capanna. O non era piuttosto il figlio del re che il mare rivoleva indietro, di nuovo incatenato, e ignaro di ogni linguaggio umano? E quella notte sarebbe venuto da lei, come ogni notte. Si stava ormai abituando, Fiord, a farsi svegliare nel buio dalla sua voce gentile che diceva le cose più imprevedibili. Un brivido gelato le serpeggiò lungo la schiena, anche se l’aria era tiepida e dolce. Il mare stava tormentando i pescatori, adesso. Quanto tempo doveva passare, prima che trovasse la strada della sua capanna?

Lyo aveva liberato il drago dalla catena d’oro, ma non dal mare. E il drago non poteva vivere sulla terra più di quanto il suo fratellastro potesse vivere nell’acqua.

Chi poteva aiutarli? C’era una soluzione, per l’uno o per l’altro? Dov’era Lyo?

Si fermò in mezzo alla spiaggia: non riusciva più a pensare, da quanto si sentiva impotente e preoccupata. Poteva solo gridare, con tutte le sue forze, disperatamente, senza aspettarsi risposta.

«Lyo!»

«Che c’è?» disse la voce del mago, al suo fianco. Il grido divenne un urlo, e Fiord sobbalzò così violentemente che parve librarsi in aria, agli occhi di Lyo. I molluschi che teneva nel grembiule si sparpagliarono sulla sabbia. Lyo si chinò a raccoglierli, e quando Fiord ricadde a terra e abbassò lo sguardo su di lui, lo vide tremare tutto.

«Lyo, dov’eri?»

«Qui» rispose, con una strana tensione nella voce. S’acquattò di nuovo, come a sfuggirla, mentre un gorgoglio strozzato gli usciva dalla gola.

«Be’? Perché non me l’hai detto?»

«E tu perché non mi hai chiamato prima?»

«Come facevo a sapere che saresti venuto?»

«Scusami…» si rimise in piedi, passandosi una mano sugli occhi; poi sorrise. «Eri così… Oh, Fiord, per un attimo ti si sono rizzati tutti i capelli: sembravi un istrice gigante. Non avevo mai visto una cosa simile!»

«Un istrice! Figuriamoci!» ma anche lei sorrideva, rinfrancata dalla sua voce allegra e dalla danza segreta dei suoi occhi. Allargò il grembiule perché Lyo vi gettasse i molluschi appena raccolti. «Lyo, sta succedendo qualcosa, nel mare.»

«Lo so. Ho sentito le storie che si raccontano.»

«Hai notato qualcosa, mentre stavi col drago?»

«No.»

«È lui, il drago, che il mare rivuole indietro.»

«Dici?»

«Che cos’altro potrebbe aver provocato il suo sdegno? I pescatori pensano che tutto questo sta succedendo perché hanno cercato di rubargli l’oro.»

«Già» un ironico sorrisetto gli incurvò un angolo della bocca. «E adesso vogliono me, perché rimetta al suo posto la catena…»

«Ma se lo fai…»

«Non intendo farlo.»

«Ma se non lo fai, finirà che i pescatori saranno così terrorizzati che non usciranno più a pesca. E devono pur guadagnarsi da vivere.»

«Lo so.»

«E allora? Cosa farai?»

Attorcigliandosi i capelli tra le dita, il mago sorrise. Poi lasciò vagare lo sguardo sulle onde che sciabordavano pigre contro le guglie: «Be’, sappiamo che esistono dei sentieri tra la terra e il mare. La madre di Kir ne ha trovato uno. E io ho passato un po’ di tempo a studiare un modo perché gli uomini possano raggiungere quel paese segreto in fondo al mare…»

«Andare fin laggiù?» sussurrò Fiord, sgomenta e affascinata al tempo stesso.

«C’è gente che lo fa. Qualche volta. Ma non senza fatica, e spesso a un prezzo straordinario. Il tempo scorre diversamente, nel mondo sotto il mare. Gli uomini possono perdere anni, memorie, amori, e tutte le cose più preziose. E tornare indietro è ancor più difficile.»

«Oh!» le sfuggì un sospiro, lento e sommesso. «Ma allora che cosa…»

«C’è una sola cosa che potrebbe esserci d’aiuto, o per lo meno è l’unica che riesco a immaginare: e cioè parlare con la madre di Kir.»

«Sua madre» mormorò Fiord, guardandolo di sottecchi.

«Ha rapito e incatenato il figlio umano del re. E ha concepito il figlio marino del re. Forse è lei la responsabile di quanto sta accadendo ai pescatori: forse questo è il modo in cui cerca di parlare al re, di mandargli un messaggio, di attirare la sua attenzione sul mare.»

«Solo che lui non c’è.»

«Ma ci siamo noi. Noi la stiamo ascoltando.»

«Credi che accetterebbe di parlare con te?»

«Con noi.»

«Con te. Non ha mai parlato neppure con Kir.»

«A volte la gente è così arrabbiata che non sa udire altro che la propria rabbia.»

«Con chi è arrabbiata?»

«Col re.»

«Ancora? Dopo tutti questi anni?»

«Suppongo che lo ami ancora.»

«Come può amarlo ed essere arrabbiata con lui allo stesso tempo?» chiese Fiord, sconcertata.

«Accade spesso» disse Lyo. S’interruppe per raccogliere un piccolo frammento d’agata e l’alzò davanti agli occhi, guardando il sole attraverso la sua delicata superficie. «Amore e rabbia sono come la terra e il mare: s’incontrano in molti luoghi diversi. Dunque, il re ha due figli. Quello che conosce e quello che non sa di avere. È tempo che conosca il figlio della sua vera moglie.»

«Ma assume l’aspetto umano solo per un paio d’ore ogni notte! Per il resto appare in forma di drago. Non puoi mettere in barca un re e portarlo in alto mare per presentarlo a un drago!»

«Effettivamente no.»

«E allora? Come pensi di…» la voce le morì in gola. «Oh, no, Lyo. No!»

«Non c’è altro modo.»

«Lyo, ti prego!» l’afferrò per un braccio, supplichevole. «No… non puoi portare il re a casa mia!»

«Fiord, deve saperlo che ha un secondo figlio. E se non facciamo subito qualcosa, i pescatori non usciranno mai più in mare. Oppure il drago sarà di nuovo incatenato, e ricacciato in abissi così profondi che sarà perso per sempre. O credi forse di potergli insegnare abbastanza parole perché trovi da solo la strada per andare da suo padre?»

Fiord scosse la testa, confusa: «Non lo so. Non ci ho mai pensato. Ma chissà quando torneranno, Kir e il re!»

«Kir non lo sa ancora che ha un fratello?»

«Se n’è andato prima che il drago si trasformasse. Non ha ancora intuito quella parte della storia.»

Lyo annuì, pensieroso: «Diglielo, quando torna. E io lo dirò al re.»

Fiord sgranò gli occhi: «Non hai paura? Entrare difilato nella reggia e dirgli che ha un figlio segreto in forma di drago marino?»

imperturbabile, Lyo si strinse nelle spalle: «Qualcuno deve pur dirglielo. Tre persone lo sanno: tu, io e la madre di Kir. E così tocca a me.»

Altri fatti enigmatici continuarono a susseguirsi, il giorno dopo e quello successivo. Ci fu il caso del pescatore che aveva trovato nella rete una strana creatura viva: e questa gli si era avvinghiata al collo in un abbraccio amoroso, quasi trascinandolo sott’acqua. Oppure la grande nuvola che era comparsa misteriosamente in un cielo limpidissimo, inghiottendo alcune barche, e i pescatori, accecati dalla foschia, si erano persi e avevano vagato per ore e ore, senza meta, e nel buio udivano rintocchi di campane, piccoli scrosci di risate e addirittura un dolce, incredibile suono d’arpa, fioco e leggero come un improvviso picchiettare di pioggia. Uscirono dalla nuvola quand’era già sera inoltrata: senza un solo pesce nella rete, e così lontani dal porto che vi approdarono solo a notte fonda.

Dopo tali episodi si diffuse nel villaggio un vero terrore: i pescatori si sentivano perseguitati da chissà quali stregonerie, e mandarono frenetici messaggi su e giù lungo la costa, invocando il ritorno del mago.

«È come se riprendessero vita tutte le vecchie leggende del mare» osservò Marli, pensierosa. Avevano finito la loro giornata di lavoro, e le tre ragazze si trovavano nel ripostiglio a riporre scope e strofinacci. «Mi chiedo chi è che abbiamo offeso, facendo scomparire quella catena…»

«Senza ricavarne una soia moneta d’oro, fra l’altro» sospirò Carey. «Non è giusto. Probabilmente è il mago che l’ha rubata; probabilmente ha raccolto dall’acqua tutti quei fiordalisi e li ha di nuovo trasformati in oro. Figuriamoci se si farà vivo!»

«Oh, non dirlo neppure per scherzo! È la nostra unica speranza…»

«Forse. O forse il re può fare qualcosa, quando torna.»

«E cosa potrebbe fare? Anche ammesso che creda ai racconti dei pescatori? Non me lo vedo proprio, a saltar giù dalla sua grande nave, con tanto di stivali addosso, per nuotare all’inseguimento di una foca! Lui le onde le osserva dall’alto della sua bella casa; lui naviga di isola in isola sulla sua comoda nave, e gli unici pesci che vede sono coperti di salsa, nel suo piatto. Cosa ne sa, lui, del mare?»

«Qualcosa» mormorò Fiord, senza pensarci.

«Che cosa?»

«Qualcosa, ho detto. Forse qualcosa la può fare. Forse.»

Ci fu una gran burrasca, quella notte. Nere nubi gonfie di pioggia si radunarono sull’orizzonte, al calar del sole, e rapidamente mossero verso la costa. Poco dopo già diluviava. Svegliata nel cuore della notte dallo scoppio di un tuono, Fiord si alzò giusto in tempo per vedere il drago che si dibatteva tra le onde selvagge; il mare lo depositò a riva più in fretta del solito. E quando raggiunse l’uscio della capanna era fradicio d’acqua.

«Ho visto una barca» disse.

«Una barca?» ripeté Fiord, inorridita. «Una barca di pescatori? Con una simile burrasca?»

Lui scosse la testa, strizzandosi l’acqua dai capelli: «No barca. La parola è troppo piccola. Era più grande di una barca. Dopo calato il sole. Lontana lontana. E io nuotavo così lontano che la terra era sottile.»

«Una nave?»

«Una nave» convenne lui. «Nella pioggia. E io ho nuotato vicino, per ascoltare le voci.»

«Notte tremenda, per starsene in alto mare. Anche per una nave» disse Fiord, accigliandosi. Si preparava a fargli una domanda difficile, e ciò la rendeva nervosa. Improvvisamente il drago le posò una mano sulla fronte, dove le sopracciglia tendevano ad avvicinarsi.

«Cosa stai facendo?»

«Cosa sto… Oh!» le sopracciglia si distesero di colpo. «Stavo aggrottando la fronte.»

Cercò di imitarla, con la mano che ancora indugiava sul suo viso. Scoppiò a ridere. Poi, vedendo che lei non rideva, prese a scrutarla intensamente: «La tua faccia parla. Ma io non posso sentire cosa dice.»

Fiord respirò profondamente, come per farsi coraggio, e gli chiese: «Quando tu… quando tu nuoti nel mare, hai un nome?»

Il drago s’irrigidì, lasciando cadere la mano, e spostò gli occhi sul fuoco. Si strinse nelle coperte.

Comprendendo che non voleva o non poteva rispondere, Fiord tentò un’altra strada: «Chi è che ti ha messo al collo quella catena?»

Ancora non rispose. Tenne gli occhi fissi sulle fiamme, come se ne ascoltasse la voce. Lentamente, la fronte di nuovo aggrottata, lei aggiunse: «È questo il mondo che ti appartiene. Non il mare. Tu fai parte di questo mondo, fatto di aria e di fuoco; tu sei nato per camminare su questa terra. Tu appartieni a tutto ciò che si trova sopra il mare. Rispondimi. Se puoi. Se ricordi. Chi ti ha incatenato al mare?»

Si volse a guardarla, finalmente, in silenzio. Lacrime venate di fuoco gli rotolavano sul viso. Straziata, la gola stretta in una morsa, Fiord gli posò le mani sulle spalle. Dopo un momento, lui sollevò una mano, se la passò sulla guancia, e poi restò a fissare le dita inumidite. Era sorpreso: «Cosa sto facendo?» domandò.

«Piangi» bisbigliò Fiord. «Stai piangendo lacrime. I figli del mare non piangono.»

«Lacrime.»

«Sei triste. Qui» si mise una mano sul cuore. «Cos’è che ti fa piangere?»

Il drago tornò a scrutare il fuoco, come se nel lento turbinio delle fiamme vedesse un mondo che lei non poteva immaginare: «Non ho le parole» sussurrò. «Tu insegnami.»

«Quali… quali parole ti servono?»

«Tutte le parole che ci sono in fondo al mare.»

Non sapendo come risolvere il problema, la sera dopo Fiord si fermò sulla spiaggia e chiamò il mago dal suo segreto nascondiglio; l’aveva sorpreso nel mezzo di uno spuntino, evidentemente, perché quando apparve stava ancora masticando. Le offri un pezzo di pane e formaggio.

«Lyo» disse Fiord, a bocca piena.

«Sì?»

«Dove stai, quando non sei qui?»

«Oh…» indicò la scogliera. «Da quelle parti. C’è un boschetto dietro i ginestroni. Dimmi, che c’è?»

«Ho bisogno di qualcosa.»

«Cosa ti serve?»

«Qualcosa che contenga parole.»

«Un libro?» suggerì Lyo. Fiord gli gettò uno sguardo dubbioso. Allora lui aggiunse, delicatamente, cercando di trattenere il sorriso: «Sai leggere?»

«Naturale che so leggere» ribatté Fiord, con un’occhiataccia. «Tutti sanno leggere. È solo che… dopo che hai imparato, è una cosa che non fai più.»

«Oh!»

«Non in questo villaggio, per lo meno. Mia madre ha un libro, e lo usa per metterci dentro i fiori da appiattire. Ma non è quello che mi serve.»

«Cosa…»

«Mi serve qualcosa per il drago. Lyo, la mia casa è troppo piccola. Non ci sono più parole. Lui vuole dirmi qualcosa del paese sotto il mare, ma non sa le parole, e io non posso insegnargliele, perché non so che cosa sta vedendo.»

«Oh!» esclamò Lyo, illuminandosi. Poi i suoi pensieri s’allontanarono da Fiord, e gli occhi s’incupirono in un’espressione remota. «Ma…» aggiunse, tornando a lei «… ma devi stare molto attenta.»

«Attenta a cosa?»

«Al libro.»

«Quale libro?»

«Zitta un po’… Fai molta attenzione, Fiordaliso. È il libro degli incantesimi. Non leggerlo, guarda solo le figure. Dovrebbero aiutarti. E promettimi che non cercherai di pronunciare le formule magiche.»

«Te lo prometto» disse lei, sgomenta ma affascinata.

«Guarda che parlo sul serio. Potresti farti cadere tutti i capelli, o trasformarti in chissà che.»

«Un fiordaliso?»

Lyo scoppiò a ridere, dimenticando la gravità con cui l’aveva esortata: «Forse.»

«A proposito, Lyo. L’hai fatto apposta, a trasformare quell’oro in fiordalisi?»

Gli occhi del mago si fecero chiari, scherzosi, e lei non poté fare a meno di sorridere. «Be’… in effetti avevo il tuo nome in mente.»

«L’hai fatto apposta, allora.»

«Che luogo noioso sarebbe il mondo se venissero rivelati tutti i suoi misteri!… Aspettami un momento.» Svanì, lasciando sulla sabbia la sua ombra, o almeno così sembrò agli occhi sbigottiti di Fiord. Quando ritornò, poco dopo, aveva un grosso libro nero sotto il braccio: «Elementi introduttivi per un approccio al mare» disse, porgendole il volume. Le loro mani parvero offuscarsi un poco, sul nero della copertina. Poi Lyo mormorò alcune parole, e nel libro apparve un confuso tremolio di righe, che subito si fermarono, facendosi nitide: «Ecco, ora è aperto. È una specie di abbecedario per apprendisti stregoni.»

«Oh.»

«Non preoccuparti» la rassicurò. «Ci sono una quantità di illustrazioni.» Parve sul punto di aggiungere qualcosa, ma s’interruppe; scostò col piede una medusa morta sulla sabbia. «Chiamami, quando hai bisogno di me.»

«Come fai a sentirmi, da lassù?»

«Facilissimo. La tua voce viene dal nulla, mi aggancia per il colletto come un amo da pesca, e mi trascina da te.» Fiord rise, sentendosi improvvisamente avvampare. Lui la ricambiò col suo rapido, obliquo sorriso, poi tornò serio. «Fai molta attenzione» ripeté. E scomparve.

Il libro aveva disegni fantastici. Seduta sul gradino del focolare, Fiord passò la serata a sfogliarne le pagine, una dopo l’altra, lentamente. Cerano formule misteriose, ciascuna accompagnata da un’illustrazione. A una prima occhiata sembravano semplici disegni, ma guardandoli più a lungo cominciavano a muoversi. Creste d’onda che si gonfiavano, vento che sollevava spruzzi di spuma e li rovesciava come pioggia sulla superficie del mare: «Come ottenere una piccola burrasca». Sirene che nuotavano tra languide foreste d’alghe: «Come attrarre l’attenzione di taluni abitanti del mare». Tra un mare immobile come vetro e un caldo cielo senza vento si gonfiava una vela di nave: «Come suscitare una brezza nella bonaccia». Un elegante cavallo nero galoppava sul ciglio della marea: «Come riconoscere taluni pericoli del mare». Kir, pensò Fiord, riconoscendolo. Il bruno cavaliere uscito dal mare…

Si addormentò su quella pagina. Si svegliò alcune ore dopo, intorpidita, col focolare ormai freddo; inginocchiato davanti a lei, il drago le domandava perplesso: «Cosa stai facendo?»

Rapidamente accese il fuoco, e nella luce tremolante delle fiamme mostrò al drago le strane, mobili immagini del libro.

«Guarda» gli disse. «Il libro di Lyo.»

«Libro.»

«Questi sono disegni. Queste sono parole.» Il drago guardò con espressione dubbiosa le formule scritte nel libro, caratteri evanescenti che per lui non significavano nulla: ma sembrava affascinato dalle illustrazioni. Nuotavano tra le pagine infiniti pesci e creature marine. Ogni tanto ridacchiava, riconoscendoli, e li indicava a Fiord perché ne dicesse il nome.

«Medusa. Balena. Delfino…»

Voltò una pagina che a prima vista sembrava semplicemente rappresentare i fondali marini, con alghe giganti, colonie di coralli, molluschi, variopinte chiocciole di mare sparpagliate sulla sabbia. Poi il disegno mutò, come se un’onda improvvisa avesse sollevato i banchi d’alghe, rivelando una foresta di pallide, luminose torri di conchiglie e perle; sentieri di perle si ramificarono sulla sabbia e i brillanti gusci dei molluschi divennero monete d’oro e gemme sparse lungo i sentieri, come se fossero cadute da antiche navi naufragate e poi imprigionate, ne! loro freddo affondare, tra le pieghe di grandi scogli subacquei. Sbigottita, Fiord si chinò a scrutare quel nuovo paesaggio. C’era qualcuno che camminava su uno dei sentieri? Una figura di donna, forse, in abito di perle, lunghe chiome ondeggianti, adorne di minuscole stelle e anemoni marini?

Bianco in volto, il drago mandò un gemito, e la sua mano aperta calò sulla pagina, come per nasconderla alla vista.

«Catena» bisbigliò. Guardò Fiord, disperatamente, lottando per trovare le parole: ma erano ancora intrappolate dietro i suoi occhi, malgrado gli sforzi di Fiord. «Qui.» La donna avanzò di un passo, lentamente; e l’acqua di nuovo inondò il disegno, nascondendo il magico reame. Ma il drago lo vide ancora, celato dietro la nera cortina d’alghe: «Qui. Cominciava qui.»

Capitolo nono

Il mattino dopo, Fiord trovò sulla soglia una perla nera.

Il suo grido fece accorrere Lyo, allarmatissimo, dal boschetto segreto dietro i ginestroni: in un lampo fu da lei, spazzandosi sterpi e foglioline dai capelli, gli occhi così cupi che sembravano neri come la perla. Gliela tolse di mano, silenziosamente, mentre Fiord farfugliava parole sconnesse, e la esaminò con attenzione. Aveva le dimensioni di una ghianda, la forma perfettamente sferica e una bruna lucentezza di seta.

«È bellissima!» disse, facendo un fischio.

«Lyo!»

«Be’, prova a immaginarti come doveva essere grande l’ostrica che s’è affannata a costruirla, ciecamente, nel silenzio del suo guscio, intorno a un granello di sabbia…» La gettò in aria, pensosamente, e la riprese al volo, gli occhi stretti sul luminoso mare del mattino.

«Lyo, non era certo un’ostrica quella che se n’è uscita dall’acqua per portarla da me! Era lei! Lei sa che il drago viene qui ogni notte! Lo troverà, lo rimetterà in catene…»

«No, non lo farà.»

«Ma…»

«Ti ha mandato un messaggio.»

«Sì?!»

«Un messaggio per dirti: «Io so di te, tu sai di me». Se voleva indietro il drago se lo sarebbe ripreso, senza preoccuparsi di lasciare perle sulla porta di casa tua. Lei consente che il drago venga qui. Anche se…» aggiunse, deviando dai suoi stessi pensieri «… anche se resta un mistero perché mai debba trasformarsi in uomo solo per poche ore ogni notte. È inspiegabile. La magia appare così confusa…»

Anche Fiord era confusa: «Ma allora… cosa vuole? Oh, Lyo, cos’è che vuole? Il drago l’ha riconosciuta, stanotte… lei, o una creatura come lei… Camminava in uno dei disegni del tuo libro. Qualcuno deve averla vista, per poterla ritrarre in quel modo: dev’essere sceso negli abissi, per poi tornare su! E allora perché non può farlo Kir? Perché non puoi farlo tu? Scendi, Lyo, e chiedile che cosa vuole.»

«Hai mai visto una sirena?»

«No.»

«Ma sapresti disegnarla?»

«Be’, sì.»

«E come? Se non ne hai mai viste?»

«Non lo so. Tutti sanno com’è fatta una sirena. E adesso» sospirò «… continuano a vederne…»

«Ma già conoscevano la parola, prima di vedere la sirena.»

Fiord annuì, perplessa: «La gente racconta tante storie…»

«E parole» aggiunse Lyo. «Come tesori che si tramandano attraverso il tempo. Sono poche, pochissime le persone che penetrano davvero negli abissi del mare. È un viaggio fuori dal mondo. Ma chi racconta, o ascolta, la storia di un simile viaggio, può scendere laggiù e poi tornare indietro senza correre rischi. Perciò non è necessario supporre che il pittore sia sceso di persona a vedere quel mondo coi propri occhi: forse ha dipinto il viaggio che ha compiuto con la mente, la prima volta che ne ha udito la storia.»

«Sì, ma… Lyo, il drago l’ha riconosciuta!»

Lyo grugnì un breve assenso. Si passò le dita fra i capelli, nervoso, raccogliendone un ultimo residuo di sterpi. «Bene» ammise «forse hai ragione. Tanto tempo fa, il disegnatore è sceso negli abissi, portandone indietro un tesoro di strane conoscenze… Ma né a te né a me toccherà fare altrettanto.»

«E allora come potrai parlare con la madre di Kir?»

«Tutti e due le parleremo, non io soltanto. Be’, andremo a fare una piccola battuta di pesca coi pescatori.»

«Non c’è quasi più nessuno disposto a prendere il mare, adesso come adesso» obiettò Fiord. «Diranno che è scoppiata una burrasca, e aspettano che passi.»

«Qualcuno ha subito danni, finora?»

«No, ma…»

«Allora andiamo. A meno che tu non preferisca aspettare, per vedere che cosa troverai domattina sulla tua porta.»

«No» bisbigliò lei. «Non lo farò.»

Quando raggiunsero il porto, i pochi pescatori disposti ad affrontare i capricci del mare erano già usciti. Nessuno vide arrivare il mago — tanto sospirato dall’intero villaggio — tranne una mezza dozzina di gabbiani che sonnecchiavano sulle bitte.

Dopo aver pronunciato una breve formula per eliminare eventuali incrostazioni, Lyo sciolse il “Riccio” e tuffò i remi nell’acqua. Fiord capì subito che questa volta avrebbe fatto ricorso alla magia: e infatti uscirono dal porto e si trovarono al largo molto più rapidamente di quanto fosse normale per una piccola barca da pesca. Ma invece di ricongiungersi ai vaghi puntolini dei pescherecci, sparsi sull’orizzonte, Lyo seguì una propria rotta, parallela alla riva: puntava verso le guglie.

Fradicia di spruzzi e un tantino stordita, Fiord osservava i due affilati scogli che spuntavano alti dall’acqua e sembravano avvicinarsi sempre più. Non li aveva mai visti da quella angolazione. Li aveva sempre guardati dalla spiaggia, aveva sempre guardato le onde che s’insinuavano tra loro: non li aveva mai visti incorniciare la costa come pilastri spezzati di un antico cancello fra terra e mare. Man mano che Lyo si avvicinava, il paesaggio compreso tra le guglie pareva trasformarsi: ora una vuota, scintillante distesa d’acqua; ora un’onda che si frangeva su uno sgretolato spuntone di roccia; ora candida sabbia e verde muraglia di ginestroni; ora la capanna della vecchia, minuscola e sbiadita ai piedi della scogliera, così come poteva apparire a un drago… o a qualcuno che nuotasse in direzione delle guglie, portando una perla nera quale messaggio del mare… Fiord batté le palpebre, incerta. Quelle guglie erano una porta d’ingresso alla terraferma o al mare? Su che cosa s’affacciavano, verso l’interno o verso l’esterno? Qual era il vero paese?

Batté ancora le palpebre, e in quell’attimo calò su di loro una nuvola bianco-perla, abbagliante. Lyo smise di remare. Si scambiarono un lungo sguardo, i capelli imperlati di nebbia.

Il mare, che poco prima rifletteva un cielo azzurro e terso, adesso era di seta grigia. Si udì una lieve risatina, quasi il suono che potrebbe fare l’acqua frusciando sotto la chiglia. Fiord si acquattò sul fondo della barca, tremando di freddo. Qualcosa fece vibrare la prua del “Riccio”, come una mano di gigante che giocasse con una barchetta giocattolo. Fiord si appiattì ancora, cercando di farsi piccola piccola. Lyo era impallidito: un bizzarro pallore, come di latte, che pareva confondersi con quella strana foschia. In silenzio si alzò, e gettò in mare la perla nera.

Una mano affiorò a prenderla. Un viso di donna li guardava da sotto la fredda, tranquilla superficie dell’acqua. Lunghe chiome si avvolgevano e svolgevano, morbidamente; erano ornate di piccole stelle marine e anemoni e lunghe, sinuose collane di perle multicolori. In quel viso, pallidissimo, spiccavano due ardenti occhi a mandorla: occhi bruni, di madreperla scura… Gli occhi di Kir.

Era molto vicina, e tuttavia più remota di un sogno, con le onde che scivolavano leggere sul suo viso. Teneva la perla nel palmo aperto della mano, sott’acqua, e parve a Fiord che fosse in attesa di qualcosa. Non accadde nulla. Lyo sembrava pietrificato. Ondeggiando nell’acqua, lei continuava a scrutarli, gli occhi inespressivi, o troppo strani per poterli decifrare. Finalmente disse qualcosa: colonne di bollicine salivano verso l’alto. E le parole schioccarono in superficie, lievissime, come se provenissero anche quelle da remote lontananze. Lyo sorrise. Dalla nebbia raccolse dei fiordalisi, e li sparpagliò sull’acqua. Alcuni affondarono lentamente, altri si posarono sui capelli della donna. Sorrise anche lei, allora, un piccolo, guardingo sorriso senza allegria.

«Cosa ha detto?»

«Ha detto che sono molto forte» spiegò Lyo.

«Che cosa strana da dire» commentò Fiord, cupamente.

«Non proprio» la voce di Lyo tremava. Quella che gli imperlava la faccia non era soltanto nebbia, notò Fiord: era sudore. «Al momento stiamo discutendo che cosa fare del “Riccio”…»

Fiord chiuse gli occhi: «Vorrei essere al lavoro» bisbigliò. «Vorrei essere alla locanda, a strofinare pavimenti. Vorrei essere…»

«Dov’è il tuo senso dell’avventura?»

«Mai avuto. Che succede, se perdi?»

«Non credo certo che sarò io a vincere…»

Un pensiero improvviso folgorò la mente di Fiord. Aprì gli occhi, fissando la piccola pozzanghera d’acqua che s’era formata sul fondo della barca; stava ancora tremando di freddo, ma non aveva più alcuna paura. Si rivolse a Lyo: «Chiedile…» disse, con fermezza «chiedile se ha mai provato a distruggere questa barca. Chiedile se la riconosce.»

Lyo spostò lo sguardo su di lei, sbalordito. Un gabbiano dagli occhi rosso-sangue era sbucato dal nulla, appollaiandosi sulla sua spalla. «Chiediglielo tu» disse.

Sporgendosi dal fianco della barca, Fiord si chinò a scrutare la donna, quella strana donna con gli occhi di Kir, che ondeggiava nel mare con la leggerezza di un raggio di luna: «L’hai fatto?» bisbigliò. In quell’immobile densa foschia, anche una lacrima, cadendo nell’acqua, avrebbe suscitato un’eco. «Sei tu che hai sbalzato mio padre dalla barca, mentre era fuori a pescare? Mia madre pensa di sì. Mia madre cerca il paese sotto il mare. Pensa che lui si trovi lì, adesso, e che sia stata tu a trascinarlo laggiù, mandandoci a casa la sua barca, vuota.»

La donna le ricambiava fermamente lo sguardo, gli occhi segreti, senza fremiti. Parlò di nuovo: la sua voce pareva un gocciolio d’acqua che cadesse in un luogo nascosto.

«Cos’ha detto?»

«Dice che da molti anni nessuno del mondo dell’aria è sceso nel regno del mare.» Il gabbiano intanto gli stava beccando l’orecchio; Lyo scosse la spalla, irritato, e l’uccello volò via con una risatina beffarda.

«È uscito in mare, e non è più tornato.»

«Succede a molti pescatori» disse Lyo, dolcemente. «Sono rischi che sanno di correre.»

La donna aggiunse qualcos’altro, continuando a chiudere e aprire la mano con la perla. Fiord non riusciva a dipanare le sue parole dal mormorio delle onde.

«Dice che se tuo padre avesse gettato il cuore nel mare, in questo reame vagherebbe anche il suo corpo» tradusse Lyo. «Ma il suo cuore torna ogni notte nel porto, con la barca. Le sue ossa possono trovarsi nel mare, ma il suo cuore rimane là dov’è sempre stato, tutta la vita.»

Fiord restò in silenzio. La donna continuava a studiarla intensamente, anche lei silenziosa. Il “Riccio” era sempre fermo nello stesso punto, la prua rivolta verso lo stesso groviglio di ginestroni, sulla lontana scogliera: era la donna a tenerla ferma. Un’ondata di spuma le offuscò il viso, per un attimo, e i capelli ondeggiarono come una pallida fiamma. Parlò di nuovo.

«Dice che non ha alcun motivo d’astio con i pescatori.»

«Neanche se volevano il suo oro?»

«Dice che nel suo paese l’oro cade da navi perdute, così come sulla terra cade la pioggia. Per lei conta ben poco: è opera di uomini, e appartiene al mondo che sta sopra il mare.»

«Dunque non lo rivuole indietro?»

Spuntò dall’acqua la mano fino allora nascosta, e lanciò nella barca un piccolo oggetto d’argento: cadde ai piedi di Fiord, facendola sussultare. Fu Lyo a raccoglierlo.

«Un anello…» disse. La sua voce era di nuovo tesa. «Ci sono delle lettere…»

«KUV» mormorò Fiord, in un soffio. «È l’anello del re. Sono io che l’ho gettato nel mare.»

«Ma naturalmente! Avrei dovuto immaginarmelo! Le giovani sguattere se ne stan sempre lì a gettare in mare anelli di re…»

«È stato Kir a portarmelo…» Spalancò gli occhi, e affannosamente aggiunse: «Lyo, dille di Kir!»

«Sa di Kir. È sua madre, no? È lei che l’ha dato al re, quando è nato… Per cosa credi che siano scoppiate tutte le burrasche di questi ultimi giorni?»

«Ma dille…» s’interruppe; d’impulso, sporgendosi dalla barca fino a inclinarla su un fianco, gridò: «Si tratta di Kir! Kir vuole venire da te! Ti prego, lascialo venire! Ti prego…»

«Fiord!» urlò Lyo. Pallide mani si erano protese ad afferrarla per i polsi, e la trascinavano giù, giù, finché il “Riccio” fu quasi rovesciato: e i suoi capelli fluttuavano nelle onde, e il suo viso era sommerso nell’acqua gelida. Fiord cercò di divincolarsi, cercò di gridare, ma inghiottì altra acqua. Poi il “Riccio” ebbe un brusco sobbalzo all’indietro, e Fiord rotolò sul fondo della barca, boccheggiando e grondando acqua dagli occhi, dal naso, dai capelli. La prua era libera, adesso, e la nebbia sembrava assottigliarsi. Fiord rimase rannicchiata sul fondo della barca. Sbalordito, Lyo le stava fissando le mani.

«Cos’è che stringi fra le mani?»

Fiord batté le palpebre, abbassò gli occhi… Ragnatele di luce sottile, attaccate a cerchi e quadri irregolari di sterpi e alghe secche… Si asciugò il naso nella manica, e guardò ancora, incredula. Nel cuore di ogni ragnatela brillava una minuscola luna bianca, chiara come cristallo… Le mancò il respiro.

«I miei malefici!»

«I tuoi… cosa?»

«I miei malefici. Erano ghirlande che avevo fatto per maledire il mare. Lyo, guardale!»

«Le sto guardando» disse Lyo, sconcertato.

«Le avevo cucite con filo nero, e lei l’ha trasformato in raggi di luna!»

«Aspetta un momento…»

«E non c’era dentro nessuna luna, quando le ho gettate in mare, legate all’anello del re… Pensavo che il drago se le fosse mangiate!»

La nebbia s’era dissolta, e la barca dondolava pericolosamente vicina alle guglie. Lyo si gettò sui remi, lottando contro la marea. Gabbiani stridevano sopra di loro, volteggiando in cerchio; una lontra marina, che schiacciava una conchiglia col ventre premuto alla roccia, si fermò un attimo a guardarli, curiosa. Lyo le fece un amichevole cenno di saluto, poi si rivolse a Fiord: «Sarà meglio che tu cominci dal principio. Cominciamo con la parola malefici. Chi ti ha insegnato a farli in quella forma?»

«La vecchia.»

«Quale vecchia?»

«La vecchia che è scomparsa, quella che stava nella casa dove ora abito io. È lei che me l’ha insegnato. Li ho fatti per maledire il mare, perché mi aveva preso mio padre… ed è stato allora che ho visto il drago per la prima volta…»

«Quando…»

«Quando li ho gettati nell’acqua. Anche Kir la stava cercando; la vecchia, voglio dire… e un giorno mi ha trovato sulla scogliera mentre disegnavo sulla sabbia i miei… ecco, i malefici…»

Lyo ritrasse i remi sugli scalmi e vi appoggiò le braccia: la barca continuò ad avanzare per conto proprio. «Kir conosceva la vecchia?» domandò.

«Dice che una volta era uscita a guardare il mare insieme a lui. Voleva parlarle; dice che lei conosceva le cose. Ma lei era già andata via.»

«Via dove?»

«Via. È andata via e non è più tornata.» Fece un breve sospiro, guardando la capanna nella sua cornice di ginestroni.

«Quanta gente ti ha lasciata, in quest’ultimo anno!» mormorò Lyo, dolcemente.

«Sì» annuì Fiord. «Anche mia madre. Non che sia proprio partita, ma… È come dicevi tu: è andata a fare un viaggio nel mare, con la mente. Ma non è ancora tornata indietro. Ad ogni modo, quando Kir mi ha trovata a far ghirigori sulla sabbia, mi ha chiesto di gettare in mare un messaggio, a nome suo.»

«Che messaggio?»

«C’erano delle piccole cose, tra cui l’anello di suo padre.»

«Ah…» sussurrò il mago, quasi tra sé. Aveva ancora le braccia puntellate ai remi; e gli occhi, per chissà quale motivo, erano grigi come ali di gabbiano. «E adesso il mare ti ha reso l’anello del re, e le tue ghirlande malefiche…»

«Ma le ha cambiate. Erano bruttissime, prima, tutte contorte e nere… orrende, proprio come volevo che fossero. E adesso sono piene di magia!»

Lyo ne toccò una, curiosamente: «È vero» bisbigliò, scacciando alcuni uccelli che si erano posati sui remi.

«Ma perché? Perché le ha restituite?»

«Perché il vento, perché il mare…? Te le ha rese per un’ottima ragione.»

«Quale ragione?»

«Non ne ho la più pallida idea» disse lui, e tornò a tuffare i remi nell’acqua. Poi i suoi occhi fissarono qualcosa alle spalle di Fiord, si strinsero, mutarono colore: «Guarda!»

Fiord si voltò e vide all’orizzonte la grande nave del re, le vele bianco-oro spiegate nel vento, la prua puntata verso il villaggio.

Capitolo decimo

Bar venne con la marea della notte.

Immersa in un sonno inquieto, l’orecchio teso a individuare un crepitio di perle sulla soglia, Fiord si destò lentamente, nel sordo boato delle onde. Alla finestra era sospesa una luna quasi piena, obliqua, venata di cristallo: le ricordò le piccole, misteriose lune che la donna del mare aveva intrecciato alle sue ghirlande. Una luna che plasmava la notte in forme magiche: grovigli d’alghe e detriti d’un colore perlaceo. Un principe in groppa ad un cavallo nero, sul ciglio della marea…

Affascinata, Fiord si gettò una coperta sulle spalle e aprì la porta: la luna la sbirciava dall’alto, curiosa. Attraversò la fredda spiaggia d’argento, col fruscio della risacca che le cantava nella testa. Al suo avvicinarsi, il principe bruno volse lo sguardo su di lei. Non disse nulla: semplicemente allungò una mano, per aiutarla a salire. Un’onda le spumeggiò intorno ai piedi e Kir la sollevò dall’acqua, facendola sedere davanti a sé. La cinse tra le braccia, la guancia premuta sui suoi capelli. Così rimasero a lungo, in silenzio, guardando l’acqua inarcarsi e spezzarsi sulle rocce.

«Mi sei mancata» disse infine Kir. Sembrava sorpreso. «Pensavo a te, nelle Isole del Nord.»

«E io a te» bisbigliò Fiord. Tacque, per inghiottire un nodo che le chiudeva la gola. «Kir…»

«Ho visto il drago, ieri notte… era ieri notte? Nella burrasca. Ci ha seguiti per lungo tempo.»

«Kir, ho qualcosa da dirti.»

«E allora dimmela.»

«Ho visto tua madre.»

Kir non disse nulla, e Fiord intuì che quelle parole non dovevano avere alcun significato per lui, al momento; poi lo sentì vibrare, scosso dall’improvvisa comprensione: «Cos’hai detto?» esclamò.

«Kir, strane cose sono accadute ai pescatori, in questi ultimi giorni. Vedono sirene, sentono cantare, si perdono in nebbie improvvise…»

«Fiord» l’interruppe Kir, bruscamente.

«Ed ecco cos’è successo a noi…»

«Voi chi? Che cosa stai…»

«Lyo. Il mago. Ci siamo spinti con la barca oltre le guglie, per cercare tua madre, per parlarle di te. Era un mattino sereno, e una nuvola è scesa su di noi. E tua madre ha fermato la barca.» Un’onda luccicò intorno a loro, lambì gli zoccoli del cavallo, si sciolse. «Aveva i tuoi occhi. E l’anello di tuo padre.»

Kir la strinse fino a farle male: «L’ha raggiunta…»

«Ha ricevuto il tuo messaggio, sì. E il mio. Mi ha reso le ghirlande.» Lo sentiva respirare, un respiro affannoso, discontinuo; si divincolò dalla sua stretta, per guardarlo in faccia. «Lyo dice che è arrabbiata con tuo padre. Ha gettato il suo anello nella barca. Ma Lyo dice che l’ama ancora.»

«Lyo? Il mago che ha trasformato la catena d’oro in fiori?»

«Fiordalisi.»

«Fiord…» s’interruppe di colpo, come se la lingua gli si inceppasse su quel nuovo significato del suo nome. «Fiordalisi… Mi era parsa una gran sciocchezza, per un mago. Fino ad ora. E mia madre… cosa ha… lei…»

«Ti ha mandato una specie di messaggio, credo. Io cercavo di chiederle di te, e lei mi ha quasi trascinato sott’acqua, per darmi le ghirlande. Non capisco che messaggio sia, però.»

«E io non capisco…» proruppe Kir, con asprezza «… non capisco perché sei stata tu a vederla, e non io. Ho aspettato così a lungo!» si staccò da lei, rabbiosamente.

«Lo so, Kir. Dovevi essere tu.» Gli catturò le braccia, per farsi stringere di nuovo: si sentiva invadere da un gelo che solo lui le poteva dare, o togliere. «Ma Lyo ha detto che bisognava uscire a cercarla.»

«Perché?»

«Perché mi ha lasciato una perla nera sulla porta di casa.»

«Perché sulla tua porta?» quasi gridava. «Perché tu?»

Un nodo le serrava la gola; deglutì, affannosamente, tenendogli strette le mani nelle sue: «Kir, c’è dell’altro. Ma devi aspettare.»

«Ho già aspettato abbastanza» disse lui, con voce pericolosamente sottile.

«Voglio dire, solo pochi minuti. E allora capirai perché mi ha lasciato quel messaggio sulla porta. Ti prego.» Si rannicchiò sul suo petto, di nuovo invasa dal gelo. «Ti prego, Kir.»

«Verrà qui?»

«No. Non posso controllare i suoi movimenti. Ma… aspetta un poco, Kir, ancora un poco, ti scongiuro. E intanto dimmi cos’hai fatto, mentre eri via.»

Kir rimase in silenzio; e in quel silenzio, come nell’attimo sospeso che precede l’abbattersi di un’onda, Fiord percepì tutta la sua frustrazione, la sua rabbia, il suo smarrimento. Il mare rombava intorno a loro, scuotendo un lembo della coperta penzoloni nell’acqua. Il cavallo prese a scalpitare, in una protesta irrequieta. Con un guizzo di redini, Kir lo pilotò sulla sabbia asciutta.

«Ho conosciuto una giovane donna, nelle Isole del Nord» disse. Parlava con voce stanca, quasi trasognata. «La figlia di un nobile del luogo. Era bellissima. Non aveva i capelli tutti aggrovigliati, né camminava a piedi nudi sulla spiaggia…»

«… Né strofinava pavimenti» mormorò Fiord, appoggiandosi a lui.

Con gesto delicato, Kir le carezzò i capelli, li scostò dal viso.

«No. Era dolce e intelligente. Parlavamo, uscivamo a cavallo, qualche volta danzavamo. Mio padre era compiaciuto. Ma di notte, quando tutti dormivano, io scendevo ai piedi della rupe dove sorgeva il castello di suo padre, e mi fermavo su uno scoglio, e mi lasciavo investire dal mare, come se anch’io fossi uno scoglio. Aspettavo che mi trascinasse con sé. Non l’ha mai fatto.»

«Kir…»

«Né quella ragazza mi ha trascinato nel suo mondo. Avrei voluto che ci riuscisse… Poi siamo tornati. Dal giorno della partenza non ho più parlato con mio padre. Non posso. Lo farei solo per dirgli che deve lasciarmi libero. Ma non ho nessun mondo dove andare, nessun luogo. Così non posso lasciarlo.»

«Ti amava? Quella giovane nobildonna del Nord?»

«Non lo so. Forse, se fossi diverso da come sono, potrei essere ancora là a danzare, a guardare il suo viso sotto la luna…» si chinò su di lei, sfiorandola con le labbra fredde.

Fiord lo strinse fra le braccia, con forza, ad occhi chiusi: come se potesse proteggerlo, non guardando il mare. Kir le insinuò le dita fra i capelli, le sollevò il viso, e Fiord sentì che la sua bocca sapeva di sale. Poi si staccò da lei, mormorando qualcosa. Riluttante, Fiord aprì gli occhi, e lo vide con lo sguardo fisso sul mare, come sempre.

«Cos’è quello?» lo sentì dire, in un bisbiglio.

Stava sorgendo dalle onde una forma gigantesca, nera come la notte.

«È il drago marino» sussurrò lei, tremando, col cuore che le batteva tumultuosamente in petto; si sentì invadere da un gelo improvviso.

Quella gran massa di buio si avvicinava sempre più, attraverso la spuma.

«Cosa fa?» chiese Kir, facendo arretrare il cavallo di qualche passo.

«Sta uscendo.»

Gli occhi del drago riflettevano la luna come due grandi, pallidi falò, e i filamenti vorticavano nella risacca, sinuosi nastri di luce. Kir restò in silenzio a guardarlo.

«Perché?» chiese poi, bruscamente. «Perché esce?»

Fiord scosse la testa, troppo nervosa per rispondere. Il drago continuava ad avanzare, inesorabile, finché raggiunse il lento pendio di sabbia luccicante, sul ciglio della risacca; e con strattoni poderosi sottrasse l’intero suo corpo all’abbraccio della marea. Era così vicino, così immenso, che i suoi occhi sembravano alla stessa altezza della luna, come due lune supplementari. Il cavallo ebbe uno scalpitio spaventato, e Kir tirò le redini per tenerlo fermo.

Poi le due lune svanirono dal cielo. E mentre i loro occhi ancora scrutavano il buio, a cercarle, un giovane si alzò dalla sabbia e chiese: «Cosa state facendo?»

Finalmente Fiord poté rispondere alla domanda di Kir: «Esce per imparare le parole.»

Kir rimaneva immobile, come una pietra. Poi si mosse, scese da cavallo, e Fiord si sentì circondare da un freddo improvviso. Il drago li guardava placidamente, con la luna che gli accendeva vampe dorate sui capelli.

All’avvicinarsi di Kir, la sua espressione mutò, le sopracciglia s’inarcarono di scatto: «Cosa stai facendo?» bisbigliò. Ebbe un lungo brivido, col freddo della notte che penetrava nella sua forma umana. «Ti stai avvicinando a me.» Poi la sua faccia si distese, assumendo un’espressione di meraviglia che Fiord non gli aveva mai visto. Come un mago, evocò dal nulla una parola: «Kir!»

Kir si fermò. Fiord lo vedeva tremare. Le loro facce, di profilo contro lo scintillio delle onde, sembravano l’una lo specchio dell’altra. Poi Kir si portò le mani alla gola, sganciò la fibbia del mantello e lo posò sulle spalle del drago.

«Cosa stai facendo?» ripeté il drago: sembrava supplicarlo, sembrava invocare la voce di Kir, una voce umana che rispondesse alla sua, in tutto quel silenzio.

E allora Kir parlò, con voce rotta: «Guardo mio fratello.»

Fiord chiuse gli occhi. Si sentì come tirare da mani invisibili e scivolò a terra; corse da Kir, nascose il viso sul suo petto, tremando di sollievo: «Non sei arrabbiato.»

«Da quanto tempo… da quanto tempo…»

«Dalla notte che sei partito. Il drago… lui… è uscito dal mare, per la prima volta. La catena era scomparsa. Io… non ho avuto modo di dirtelo.»

«No» bisbigliò Kir. Stava ancora tremando. «Avrei dovuto immaginarlo. La catena…»

«Catena» ripeté il drago. Incerto, indugiava sul ciglio della marea, osservandoli.

«Come si chiama?» domandò Kir.

«Non penso che nessuno gli abbia mai dato un nome. Può restare fuori dall’acqua solo per poche ore, la notte, e poi deve riprendere la sua forma di drago.»

«Lo sa, mio padre?»

«Lyo si prepara a dirglielo.»

La guardò un momento. «Lyo» disse, asciutto. «Lyo. Ma chi è, esattamente, questo mago che ama i fiordalisi e non ha paura di raccontare a mio padre una storia come questa?»

«Non lo so» rispose lei, nervosamente. «Venite in casa. Accenderò il fuoco.»

Seduti davanti al focolare — il drago ancora avvolto nel mantello di Kir, chiuso alla gola da una fibbia di perle — i due principi si studiavano l’un l’altro, in silenzio; Fiord li osservava entrambi, uno biondo, uno bruno, e notava tra loro una somiglianza sorprendente. Avevano identica struttura fisica, identica statura. Ma gli occhi del drago erano azzurri, mentre Kir li aveva d’un colore blu cupo. Sì, gli occhi erano diversi, pensò Fiord, come diversa era la loro espressione. Dopo anni di burrasche invernali, affrontate senza paura dal suo corpo possente, avendo come unico ostacolo una catena, il drago appariva molto più placido e disteso. Il volto di Kir, invece, era mutevole come il mutevole volto di una fiamma.

Fiord aprì il libro di Lyo e mostrò a Kir gli opalescenti giardini del mare: la donna si allontanava adagio lungo il sentiero di perle finché le correnti sollevarono un turbinio d’alghe, mutando il disegno in un nuovo paesaggio. Il drago emise un breve mugolio, e Kir si volse a guardarlo:

«Tu conosci questo posto.»

«Quando… quando ero piccolo, catena era piccola» disse il drago, faticosamente. «Poi catena diventata grande, più grande. Ma sempre cominciava qui.»

Kir guardò di nuovo la pagina: Fiord non gli vedeva gli occhi, ma leggeva sul suo viso un desiderio struggente.

«È come il chiaro di luna» bisbigliò, mentre il disegno mutava un’altra volta. «Puoi vederlo, ma non puoi catturarlo: traccia un sentiero attraverso il mare, ma non puoi camminarci. Potrei cercare tutta la vita e poi morire, prima di trovare questo posto, e lui… lui vuole fuggirne.»

Il drago l’ascoltava attentamente, sforzandosi di comprenderlo. Gli occhi di Kir vagarono sulle parole scritte che accompagnavano l’illustrazione; il drago le copri con una mano: «Che cosa vedi?» gli chiese.

«Un mondo che voglio.» Il viso di Kir si addolcì, vedendo la sua espressione meravigliata. «Non capisci, vero?»

«Io capisco tue parole. Non capisco…» fece un piccolo gesto d’impazienza «… non capisco tuoi occhi. Tu guardi sempre il mare. Anche con Fiord, tu guardi il mare.»

Kir non rispose; forse cercava di vedere se stesso sulla spiaggia, attraverso gli occhi del drago.

«Sì» mormorò infine. «Io lo guardo. Io voglio essere qui» batté col dito sulla pagina, dove di nuovo tremava il misterioso fondale di perle. Un guizzo di dolore attraversò il volto del drago.

«Tu non devi. Tu…» scosse la testa, sbigottito. Poi una folla di ricordi parve turbinargli nella mente, a formare un quadro: e nel vederlo, sgranò gli occhi. «C’era una volta un re. Un re che aveva due figli: uno avuto da una giovane regina, sua sposa, e l’altro da una donna del mare… Tu» disse a Kir, improvvisamente. «Tu» e gii sfiorò il viso, vicino agli occhi. Poi toccò la donna con le stelle marine nei capelli e gli ardenti occhi blu-neri: in quegli occhi aveva guardato, quando dimorava negli abissi. «Tu sei il figlio venuto dal mare.»

«Sì» bisbigliò Kir. «Sì.»

«Io no.»

«No. Non lo sei.»

Il drago parve di nuovo sbigottito: «Allora perché io sono nel mare?»

Kir alzò gli occhi su Fiord, come a cercare il suo sostegno. «Sono successe delle cose» disse. «Non le capisco tutte, neppure io. So solo che tu appartieni alla terra e io appartengo al paese in fondo al mare, con la donna che cammina su quei sentieri di perle.»

Il drago rimase in silenzio. Spostò lo sguardo sul fuoco: lo fissò a lungo, finché Fiord lo tirò per un braccio, lo fece voltare. Appariva turbato: una nuova espressione, un nuovo movimento per il suo corpo d’uomo.

«Kir» disse, gli occhi sul viso del fratello. Fece una pausa, lottando per trovare le parole; poi si protese verso di lui, gli posò una mano sulla spalla. «Io posso vederti. Posso parlare con te. A te. Io vengo… io sono venuto dal mare per te. Resta. Qui con Fiord. In questo mondo dove posso vederti.»

«Non posso restare.» La sua faccia era bianca, rigida. Fiord, che lo scrutava ansiosamente, vi colse un represso luccichio di lacrime. Poi si ricompose, e afferrò il drago per i polsi. «Tu puoi vedermi» disse, con voce roca. «Fiord può vedermi. Nessun altro al mondo può vedere chi sono, realmente. Ma non posso restare con voi, qui. Morirò se non trovo la mia strada per raggiungere il mare.»

«Morire?»

«Non più vivere. Non più vedere.»

Il drago si sciolse dalla stretta delle sue mani, quasi con riluttanza: «Come?» chiese. Erano tante le domande che poneva, una dopo l’altra, che Kir dovette sorridere.

«Non lo so, come» rispose. «Forse il mago mi troverà un sentiero. Sembrerebbe la sua specialità, trovare le cose…» Il disegno del mare gli vibrò sotto le dita: abbassò gli occhi sul libro, come se avesse percepito il mutamento. «In queste pagine» aggiunse in un soffio «in queste pagine c’è scritto il modo.»

«Ma Lyo ha detto di non…»

«Lyo non ha bisogno di scendere nel mare.»

«No» ammise Fiord, paziente. «Ma dice che gli incantesimi sono pericolosi.»

«Tu credi che m’importi?» ribatté lui, con altrettanta pazienza, e Fiord si sentì agghiacciare le mani.

«Tu non sei un mago.»

«Ma so leggere» disse, troncando la discussione. E così fece, a voce alta, mentre il drago lo guardava meravigliato, e Fiord si metteva a sbatacchiare pentole e cucchiai, sperando di disturbare la sua lettura. Alla fine si arrese e lo raggiunse, chinandosi sulla sua spalla a vedere ciò che stava leggendo.

«Per trovare il sentiero che sprofonda negli abissi del mare, trova prima il sentiero dei tuoi desideri» diceva misteriosamente il libro degli incantesimi. L’illustrazione mostrava una giovane donna, immobile nella risacca, gli occhi fissi sul mare; aveva i capelli lunghi, agitati dal vento; i piedi nudi; una lacrima scivolava sul suo viso disperato. Fiord ebbe un sussulto. Così sarebbe stata lei, una volta che Kir l’avesse lasciata? Il suo sguardo tornò alla didascalia: lesse muovendo le labbra, sforzandosi di memorizzare la formula magica, nel caso le fosse servita.

«Chiamare o essere chiamati» diceva la formula. Poi: «Sono molti i sentieri che conducono ai mare. Il sentiero della marea, il sentiero della foce, il sentiero della luna. Può essere imitato il sentiero a spirale che disegna il guscio del nautilo. Chiamare o essere chiamati, ricevere o dare risposta. Per chi viene invitato, il sentiero apparirà chiaro ai suoi occhi. Per gli altri, voi, che avete certe conoscenze, che avete certi poteri, voi che per scopi disinteressati volete discendere negli abissi del mare: è imperativo che siate pronti ad offrire un dono. Il dono dev’essere prezioso — o sembrare prezioso — quanto la vita del viaggiatore. Deve valere la sua vita. Una tale offerta può rendersi necessaria, per poter tornare al tempo dell’uomo…».

«Io non voglio tornare» mormorò Kir. Cominciava a scoraggiarsi.

«Aspetta» disse Fiord. Continuò a leggere, affascinata: ««Possedendo un tale dono, il viaggiatore deve trovare il sentiero della luna piena sull’acqua dell’alta marea, nel punto dove il sentiero della luna incontra la terra». Ma non c’è luna piena, adesso…» aggiunse Fiord.

«Manca poco. È luna di tre quarti.»

««Qui il viaggiatore deve esibire il suo dono e poi, con voce chiara e cortese, chiederà al mare di concedergli l’ingresso. Il consenso può essere dato da un cavallo nero che emerge dalla spuma, e il viaggiatore dovrà salirgli in groppa; o da una foca bianca, che il viaggiatore dovrà seguire; o dalla stessa regina del mare, che guiderà il viaggiatore fino al paese sotto le onde. Il dono dovrà essere offerto al momento più opportuno, per averne in cambio un sicuro ritorno. È un viaggio gravido di rischi e pericoli, e non è consigliato se non quando siano esaurite tutte ie possibili alternative.»»

«Un dono» ripeté Kir, cupamente.

«Già gliel’hai offerto, un dono: l’anello di tuo padre.»

«Non valeva la mia vita. E lei l’ha reso.»

«Una volta hai cercato di darle la tua stessa vita!» proruppe Fiord. Gli occhi le si riempirono di lacrime, a ricordare la disperazione di quella notte.

Kir fissava il fuoco; nel suo volto pallidissimo si leggeva una sconfinata amarezza.

«Forse lei non mi vuole» disse.

«Io credo di sì. Secondo Lyo…»

«Come puoi saperlo?» esplose Kir. «Come potete saperlo, voi due?»

Allarmato dalla sua voce vibrante, il drago sussurrò: «Cosa stai facendo?»

Kir tacque. Fiord si allontanò dal tavolo, tormentandosi i capelli tra le dita; improvvisamente si chiese se avesse capito qualcosa della madre di Kir, del mondo in cui dimorava. Il suo sguardo cadde sullo scaffale dei sortilegi: come spinta da un impulso disperato, afferrò le ghirlande rese dal mare, e le sparse sulla pagina che Kir stava leggendo.

«Guarda! Quando ho detto il tuo nome, tua madre me le ha restituite. Devono pur significare qualcosa! Devono!»

Kir fissò con stupore la ragnatela di perle e cristallo e raggi di luna intrecciata ai vecchi sterpi e steli d’alga. Ne sollevò una: l’imperlava una rugiada di fuoco. Il tondo cristallo nel centro fiammeggiava come l’occhio del drago.

«Cosa sono?» mormorò.

«I miei malefici. Le ghirlande con cui volevo maledire il mare.»

«Sono bellissime! Come hai fatto…»

«È lei che l’ha fatto. Io le avevo legate con filo nero, e tua madre le ha riempite di magia…» le mancò il respiro. «Oh, Kir, guarda!»

Tutt’intorno a loro, sulle pareti e sul soffitto, il riflesso della ghirlanda tremava come una grande, scintillante ragnatela di fuoco.

Il drago ansimava, sgomento e affascinato.

Lentamente, Kir girò la ghirlanda nella mano: e la ragnatela ruotò intorno a loro. Aprì le labbra, in muta esclamazione. Poi, con l’altra mano sfiorò uno dei fili e ne percorse il tracciato: e l’ombra delle sue dita seguì il fiammeggiante disegno riflesso sul muro.

«Ma cosa…» bisbigliò. «Ma come…?»

Si sentì bussare. Due rapidi colpi.

Di scatto volsero gli occhi sull’uscio, ansiosi, smarriti, come se quei colpi venissero da un altro mondo. L’uscio si apri. E il re varcò la soglia, penetrando nella ragnatela di fuoco.

Capitolo undicesimo

Si fermò bruscamente, nel vedere le loro facce silenziose, luccicanti di fuoco. Era vestito con semplicità: un lungo mantello di lana scura che nascondeva abiti più scuri. Ma nulla poteva dissimulare il suo corpo possente, la fierezza della testa, la figura maestosa. A Kir aveva dato i suoi capelli neri, le sopracciglia arcuate come ali, i lineamenti del volto, e l’espressione, perfino: ma i profondi occhi grigi erano colmi di un’umanità che Kir non possedeva. E ora il suo sguardo correva da Fiord a Kir, per poi posarsi sul drago. Trame d’ombra e di fuoco guizzavano sui capelli d’oro del giovane, sui chiari occhi azzurri: il re chiuse gli occhi, come sopraffatto dal tormento.

Dietro di lui apparve Lyo. Per un attimo il suo sguardo indugiò, estatico, a contemplare l’arabesco di fuoco che palpitava sulle pareti; poi vide il libro degli incantesimi aperto sul tavolo, e i suoi occhi si volsero a Fiord, in muta, sorpresa interrogazione. Kir lasciò cadere la ghirlanda che ancora teneva in mano, e la ragnatela si dissolse.

Si alzò in piedi; e così fece il drago. Rannicchiata vicino al focolare, Fiord avrebbe voluto che un incantesimo la facesse scomparire tra le pagine del libro. Kir e il padre si guardavano in silenzio, come se non trovassero le parole.

Finalmente il re parlò: «Il mago mi ha detto che ti avrei trovato in questa casa. È qui che tu vieni, dunque.»

«A volte vengo qui…» s’interruppe, la gola riarsa. «E a volte vengo solo per guardare il mare.»

Il re annuì, di nuovo silenzioso. I suoi occhi si posarono sul drago, sbalorditi, increduli. Kir strinse i pugni, e Fiord vide un improvviso dolore invadergli il volto.

«È tuo figlio» disse, aspramente. «Il tuo vero figlio. Prendilo con te, e rendimi al mare.»

Il re tacque ancora, immobile. Poi, in due passi, raggiunse Kir e lo prese per le spalle: «Anche tu sei mio figlio!» lo scosse leggermente con le grandi mani; poi allentò la stretta. «Sei così simile a tua madre…» aggiunse, con voce roca. «Così simile! Ho cercato di non vederlo, in tutti questi anni. Non capivo come fosse possibile. Hai i suoi occhi. Ogni volta che ti guardavo, vedevo il suo viso. E tuttavia… com’era possibile?» Guardò di nuovo il drago. «E questo, quest’altro figlio, ha il volto della giovane regina, la donna che ho sposato e che cominciavo appena a conoscere, quando morì.»

Inquieto, il drago si avvicinò a Kir: quell’improvvisa, sconcertante tensione sembrava metterlo a disagio. Gli occhi del re si muovevano increduli dall’uno all’altro giovane — uno biondo, uno bruno — entrambi riflessi di un confuso passato.

«Cosa stai facendo?» azzardò il drago, e il re ebbe un sussulto.

Intervenne Lyo, delicatamente: «Non conosce ancora molte parole. Fiord gliene insegna ogni notte, quando assume la forma umana.»

«Perché solo di notte?» domandò il re. «Perché continua a tenerlo in quella forma di mostro? C’è un prezzo da pagare, per portarlo via dal mare? C’è un prezzo?»

Lyo attraversò la stanza, sedendosi accanto a Fiord: «Non lo so» si limitò a dire. «Penso che dovrebbe chiederlo a lei.»

Il re afflosciò le spalle, come sopraffatto dalla stanchezza; d’improvviso appariva smarrito, impotente. Guardò Fiord, che si acquattava vicino al fuoco, cercando di nascondersi dietro Lyo. E di colpo Fiord si rese conto d’essere terribilmente sciatta: il selvaggio groviglio dei capelli, le mani callose, la coperta rattoppata con cui copriva la stinta camicia da notte.

«Tu sei l’amica di mio figlio» le disse il re.

Il volto di Fiord riprese colore, si sollevò con fierezza: come se con quella parola il re avesse conferito un’improvvisa dignità a lei e alla sua logora coperta.

Incuriosito, il drago ripeté la parola: «Amica.»

Il re si sedette: «Il mago mi ha portato un anello» disse, stancamente. «Il mio anello. Mi ha detto chi l’ha gettato in mare. E chi l’ha restituito.» Scrutò il viso di Kir come se di nuovo vi scorgesse lunghe chiome pallide adorne di perle, ondeggianti nella marea. La voce gli si addolcì: «Pensavo che ti fossi innamorato della figlia di un pescatore.»

«È così» commentò lui, rigidamente.

«Pensavo che fosse questo, a tormentarti» continuò il re. «Speravo che fosse solo questo. Il mago ha detto che se volevo fare qualcosa di saggio, per una volta, dovevo chiederti cos’è che vuoi. Ha detto…»

«Come lo sapevi?» l’interruppe Kir, rivolto a Lyo.

La sua voce era tesissima; il drago si dimenò, nuovamente inquieto. Lyo alzò gli occhi dalle ghirlande sparpagliate sul libro. Parlò con calma, ma parve a Fiord che scegliesse con estrema cura ogni parola, come se pronunciasse un incantesimo per scongiurare una burrasca: «Strane cose hanno attratto la mia attenzione. Felicità, dolore s’intrecciano attraverso il mondo come fili dai colori bizzarri, che conducono in luoghi imprevedibili. Anche quando sono nascosti, profondamente segreti, lasciano segni, lasciano messaggi, perché ciò che non viene espresso in parole si manifesta in altri modi. In città mi era giunta voce che i pescatori di un piccolo villaggio desideravano l’intervento di un grande mago, per togliere una catena d’oro ad un mostro marino. Prima ancora di vedere la catena, sapevo che l’oro era la cosa meno importante. Molto più importante era il legame che qualcuno aveva forgiato tra acqua e aria, tra un luogo misterioso sotto le onde e il luogo dove dimorano gli uomini. E quando ho visto il drago, quando mi sono tuffato nei suoi grandi occhi per penetrargli nella mente, allora ho capito…»

«Che cosa… cosa hai capito?» mormorò il re.

«Perché fosse tanto attratto dai pescherecci, dalle voci umane. Perché emergesse dalle onde per scrutare la terraferma. E allora ho cominciato a sospettare come mai il re e suo figlio fossero venuti così presto, quest’anno, e come mai così spesso si vedesse il giovane principe galoppare sul suo cavallo, nelle ore più strane del giorno e della notte, lungo la riva del mare… Ancora non sapevo, allora, quanto di tutto ciò comprendessero il re o il principe o il drago. E tuttora non so perché al drago fosse finalmente consentito di comparire sulla superficie dell’acqua. Ma io l’ho liberato, e ho trasformato in fiori la catena d’oro… in parte per disturbare il mare, per mandargli un messaggio. E in parte perché, se l’oro affonda, i fiordalisi possono galleggiare. E poi ho cercato di insegnargli alcune cose. E poco dopo lui ha ripreso la sua forma d’uomo… ancora non capisco come e perché. E ha trovato Fiord. Ha un nome?» chiese al re.

Il re scosse la testa, pallidissimo: «Ho battezzato mio figlio dopo la morte della regina. Mio figlio venuto dal mare. Non ricordo di aver mai visto il vero bambino di mia moglie. Il bambino che ho visto nella culla, l’ho chiamato Kir: e ricordo di aver notato quanto fossero scuri i suoi occhi, il blu cupo del crepuscolo, e di essermi detto che sarebbero cambiati, per assumere il colore estivo degli occhi di sua madre. Ma non sono cambiati.»

«Ma giù in fondo al mare, prima di metterlo nella culla del principe, la madre di Kir deve averlo chiamato in qualche modo. Così Kir ha un doppio nome…»

«Perché doveva darmi un nome…» sussurrò Kir «… per poi abbandonarmi? Deve averci odiati entrambi, per incatenare lui a quel modo, e gettar via me…»

«Non ti ha gettato via. Ti ha dato a me!» ribatté il re. «Sapeva che ti avrei amato. Io l’amavo, tua madre.»

Kir rimase in silenzio; continuava a chiudere e aprire le mani.

Il re si alzò adagio, si mise davanti a lui: «È così terribile?» domandò, con dolore. «È così terribile stare con me sulla terra?»

«È terribile» rispose lui, con voce rotta. Sollevò il viso, perché il re vedesse i suoi occhi di mare. «Non posso farne a meno. Non riesco a trovar pace in questo mondo. Solo nel mare potrei trovar pace. E non posso amare, in questo mondo. Neppure Fiord.»

«Tu mi hai amata» disse lei, con voce tremante.

«No.»

«Sì, invece. Ti sei preoccupato per me. Hai pensato a me.»

Kir tacque di nuovo, guardandola; e un guizzo di luce gli trasformò il viso per un attimo. Poi si rivolse al padre, gli sfiorò un braccio in atteggiamento di supplica: «Ti prego. Devi lasciarmi andare.»

«Come puoi…» il re s’interruppe. A fatica riprese: «Come puoi esser certo che una volta nel mare non avrai nostalgia di questa terra?» Il fuoco gli illuminava il viso, rivelando un luccichio di lacrime trattenute. Fece una nuova pausa, come per trovare la forza di proseguire. E le parole gli venivano con difficoltà, quando aggiunse: «Se tu non lo desiderassi con tanta passione, non ti lascerei mai andar via.»

«Ti prego, vorrai… vorrai parlare con mia madre?»

Gli occhi del re lasciarono il figlio, per scivolare in una lontana memoria. Le linee severe del suo volto si spianarono, si ammorbidirono, come se guardasse il mare azzurro d’un giorno d’estate: «Un tempo» bisbigliò «un tempo ero in grado di comprendere il suo strano linguaggio marino.»

Di nuovo balzò intorno a loro la ragnatela di fuoco. Giocherellando con le ghirlande, Lyo aveva creato un tale groviglio di fili che pareva di trovarsi in un fiammeggiante labirinto.

«Stai mettendo a fuoco il mondo» mormorò il drago.

«Già, non è acqua…» commentò Lyo, pensosamente. «È una cosa che non può esistere nell’acqua… Strano, strano…»

«Di che si tratta?» chiese il re. «Un altro messaggio?»

«Sono i malefici di Fiord. Le sue ghirlande di sterpi. La madre di Kir gliele ha restituite così, trasformate in lune e sentieri di luna, sentieri di fuoco.»

«Perché?»

«Perché ce ne servissimo.»

«Come?»

Lyo scosse la testa: «Non lo so» bisbigliò, come incantato dall’intreccio di luce. «Non lo so proprio.»

Immobile accanto al padre, Kir osservava in silenzio. Sembrava placato, notò Fiord: già era più simile a sua madre, come se cominciasse a spogliarsi della sua esperienza umana. Volgendo gli occhi su Fiord, colse il suo sguardo malinconico, e le rivolse un sorriso. Fiord inghiottì un nodo di tristezza, un nodo che sapeva di salmastro. Kir la stava già lasciando.

Il drago si agitava, irrequieto: la marea lo chiamava, invitandolo a riprendere la sua forma di mostro.

«Fiord» disse «devo andare.»

Fiord annuì.

Il re si rivolse al mago: «Cosa possiamo fare, per lui?» Rughe profonde gli solcavano di nuovo il viso. «I miei due figli vivono in un mondo a metà. Non voglio perderli entrambi nel mare.»

Il drago si avvicinò a Kir, le dita che annaspavano sulla fibbia del mantello. Kir lo fermò, dolcemente: «Tienilo» disse. «Fuori fa freddo. Aspetta, vengo con te sulla riva.»

Il drago scosse la testa: «No. Rimani.»

Nel silenzio della stanza si udiva soltanto la marea. Ascoltando, il drago s’illuminò di un sorriso: il suo sorriso sereno, senza conflitti, come se anche le onde, i pesci, i gabbiani fossero cose che amava, insieme a tutte le parole imparate e al tocco umano di Fiord. Fiord gli apri l’uscio, lo salutò con un abbraccio affettuoso. Il drago fece per avviarsi, poi si voltò a guardare il re, incerto, come folgorato da qualcosa che finalmente vedeva ma non riusciva a comprendere: «Io voglio…» Esitò, misurandosi con quel suo nuovo pensiero. «Io devo rivederti.»

Il volto del re si distese in un immenso sollievo: «Sì» disse. «Sì.»

Fiord lasciò aperta la metà superiore dell’uscio, affacciandosi a guardare la vaga figura inondata di luna, che attraversava la spiaggia. Inaspettatamente Kir le venne vicino, cingendola tra le braccia, il viso premuto sui suoi capelli, e guardò con lei. Alle loro spalle, anche il re guardava. Il drago raggiunse il limitare della marea; lasciò cadere il mantello di Kir e avanzò nudo nella risacca, pallida figura inondata di luna, che diventava via via più grande e buia.

Nel profondo silenzio un rametto scricchiolò, facendoli sobbalzare. Rivolgendosi impetuosamente a Lyo, il re gridò: «Fa’ qualcosa!»

Lyo annuì: appariva deciso, ma vagamente perplesso.

«Ci vuole la luna piena» osservò Fiord, ricordando la formula magica letta nel libro, e Lyo le scoccò un’occhiata severa.

«Non funzionerà, con me» mormorò Kir, di nuovo scoraggiato.

«Dovrebbe funzionare, invece» disse Lyo. «Quelle formule si trovano nel libro degli incantesimi proprio perché funzionano. Ecco perché…» chiuse il libro e lo fece scomparire: presumibilmente, pensò Fiord, in qualche cespuglio segreto.

Kir aveva gli occhi inchiodati sul mago: «Un dono… C’è scritto che devo…»

«Ah!» Lyo scosse la testa. «Questo vale per i maghi. Tu hai il desiderio del tuo cuore: dovrebbe essere quello, il tuo sentiero. Tu stesso sei il dono.»

«Ma lei non ha… non vuole…»

Lyo prese a scompigliarsi i capelli, nervosamente: «Lo so. É una cosa che non capisco. Quelle ghirlande! Ci ha restituito le ghirlande perché potessimo servircene. Sono vitali, sono necessarie…»

«E come…»

«Non lo so. Non lo so ancora, per il momento» sospirò. «Posso solo tentare.»

«Quando?» chiese il re.

«Tra cinque notti. Quando la luna sarà piena. Mi troverete davanti alle guglie.»

Kir annuì, senza parlare. Stancamente, il re gli posò una mano sulla spalla: «Vieni a casa, figliolo, finché mi rimangono ancora questi pochi giorni con te» disse. «Sarai magari consumato dal desiderio di tornare ai tuoi abissi, ma io ti ho avuto per diciassette anni, e lasciandomi ti porterai via ciò che ho di più caro. Se il mare esige un dono, sarò io a offrirglielo.»

Kir abbassò la testa. Sempre in silenzio, si avvicinò a Fiord e la baciò sulla guancia; poi le sollevò il viso tra le mani, scrutandola negli occhi. “Non sarà facile” dicevano i suoi occhi “non sarà facile lasciarti”. «Ma devo» disse, e uscì con suo padre.

«Il mago è tornato» annunciò Fiord, con noncuranza, mentre riempiva il secchio alla pompa del cortile, il mattino dopo.

Marli fece un sospiro di sollievo: «Grazie al cielo! I pescatori potranno riprendere il lavoro.»

Carey saltellava tutta eccitata: «Farà qualcosa per renderci l’oro?»

«Quanto all’oro, non saprei» disse Fiord. «Ma penso che metterà fine alle strane cose che succedono sul mare.»

«E l’oro?»

«Non ne ha parlato.»

«Ma perché non…» Carey s’interruppe, fissandola con sorpresa. «Perché è venuto da te? Dov’è che l’hai visto?»

Fiord finì di riempire il secchio e lasciò il posto a Marli: «Siamo usciti insieme col “Riccio” ieri mattina. Sì, credo che fosse ieri mattina.» Improvvisamente le pareva trascorsa un’infinità di tempo. Si rivolse a Marli: «Puoi riferire a Enin che il mago è tornato.»

«D’accordo.» Anche Marli la stava scrutando incuriosita, come se cominciasse a intravedere la magica foschia in cui Fiord si muoveva: una foschia dove i draghi si trasformavano in principi ai suoi piedi, e i re bussavano alla sua porta. «Non so perché, ma ho la buffa sensazione che tu ne sappia più di quanto dici, in fatto di oro, e maghi, e mostri marini…»

Fiord le ricambiò lo sguardo in silenzio, afferrando il secchio; già aveva le scarpe e l’orlo del vestito inzuppati d’acqua.

Marli scosse adagio la testa, come a respingere l’inquietante visione che s’era insinuata nei suoi pensieri: «No, lascia perdere» disse. «Era un’idea stupida.» Riempì a sua volta il secchio.

Fiord fissava il luminoso mare del mattino, la gola stretta in un nodo di sofferenza: pensava a Kir, e alla sua vita senza Kir, senza il drago. Un’interminabile successione di secchi e strofinacci… Per la prima volta capì Carey. Un luccicante sentiero dorato s’allontanava dalla locanda, per portare a… a cosa? A dove? Ma era da lei che erano venuti, i due principi, dalla piccola sguattera senza oro: e nessun oro al mondo le avrebbe mai comprato quella cosa: il magico bacio del mare.

«Sveglia, ragazzina!» disse Marli.

Con un sospiro, Fiord sollevò il secchio.

Capitolo dodicesimo

Cinque notti dopo Fiord sedeva alla finestra, le braccia piegate sul davanzale, ad aspettare la luna, ad aspettare Kir. Piano piano abbandonò la testa sulle braccia e cedette al sonno; si svegliò bruscamente, ore dopo, inondata di luce. Una gran luna piena veleggiava alta sopra le guglie, e onde pigre spumeggiavano in cascatelle d’argento prima di rovesciarsi sulla sabbia.

Scorse il cavaliere bruno in fondo alla spiaggia, e una lama di fuoco le bruciò la gola. “Forse…” una voce sottile le bisbigliava nella mente “… forse l’incantesimo di Lyo non funzionerà, forse Kir sarà costretto a rimanere… Ma anche se fosse rimasto, sarebbe sempre tornato sul ciglio della marea, fra le conchiglie vuote, a cercare il suo cuore perduto negli abissi.”

Un secondo cavaliere lo raggiunse: il re. Entrambi fissavano l’abbacinante sentiero di luce che s’insinuava tra le guglie.

Fiord apri la porta, trovando Lyo fermo davanti alla capanna. Anche lui fissava il mare. Aveva le mani piene di piccole ghirlande.

«Cosa ne pensi?» le chiese. «Una sola? Tutte?»

«Una di che?»

«Le ghirlande.»

«Non avrai mica intenzione di gettare un altro maleficio sul mare?» ribatté lei, perplessa.

Lyo sorrise.

«Spero di no.»

Fiord tornò a guardare Kir, lasciandosi sfuggire un breve sospiro silenzioso. Lyo le diede una pacca gentile sulla spalla: «Su, vieni» disse, e s’incamminò verso i due cavalieri.

Il tratto di spiaggia fra la capanna e il mare, tra lei e Kir, sembrava essersi dilatato, e la sabbia, cosparsa di alghe e detriti, le ostacolava il passo; quando raggiunse l’orlo della risacca le parve di aver compiuto un lungo, lungo viaggio.

Kir distolse lo sguardo dal mare e scivolò da cavallo, venendole incontro. La tenne stretta fra le braccia, in silenzio; e Fiord s’abbandonò al suo abbraccio, mentre le lacrime le rigavano il viso. Poi Kir si staccò da lei, le prese una mano e vi posò un piccolo oggetto.

«Cos’è?» domandò Fiord. La sua voce era roca, spezzata, come se avesse pianto a lungo.

«È la perla nera» mormorò lui. «La perla che non oserò mai portarti quando sarò nel mare.» Le raccolse i capelli tra le mani, e la baciò sulle guance, sulla bocca. Fiord sollevò il viso, a incontrare i suoi occhi scintillanti di luna.

«Sii felice» bisbigliò. Percepiva acutamente il fruscio delle onde, che rotolavano verso di lei, si ritraevano, di nuovo s’avvicinavano, ammiccanti. E di nuovo le salì nella gola quell’affilata lama di sofferenza. «Quando sarò vecchia…» aggiunse «… più vecchia della donna che mi ha insegnato i malefici, torna da me.»

«Lo farò.»

«Promettimelo. Promettimi che quando sarò vecchia mi porterai perle nere e canterai per me.»

Con dita tremanti gli sfiorò il viso, gli occhi: ma già i pensieri di Kir s’allontanavano da lei, si ritraevano insieme alla marea.

Lasciò cadere le mani: vuote, a parte la perla nera. Kir le diede un ultimo bacio, e Fiord fu sola.

Arretrò d’un passo, barcollando, e Lyo fu pronto a sostenerla.

Lentamente il re li raggiunse e smontò da cavallo: «Non so se verrà» disse a Lyo.

«Come faceva a chiamarla, prima?»

«Non è che la chiamassi… o almeno, non coscientemente. Ci chiamavamo l’un l’altra, penso. Camminavo lungo la riva, desiderandola, ed ecco che la vedevo scivolare tra le onde, con quei suoi lunghi, pallidi capelli che brillavano sotto la luna.» Guardò il figlio, immobile nella risacca. «Se ora non può più sentire me, forse potrà sentire lui. Forse il suo desiderio potrà raggiungerla.»

«Sì» disse Lyo, gentilmente. Una delle ghirlande parve incendiarsi: un fuoco bianco gli divampava fra le dita.

Il re ne fu sorpreso: «Cosa intendi farne?»

«Non lo so ancora con certezza… Penserò a qualcosa.»

«Sei giovane, per essere così esperto di arti magiche.»

«Sono attento alle cose. Tutto qui» disse lui. Fiord e il re lo fissavano, in un silenzio trepidante.

“Deve accadere qualcosa” pensò Fiord, e di nuovo volse lo sguardo al mare, incantata dal sentiero di luna che scintillava sull’acqua e s’allungava, s’allungava, per andare… dove? Sì, qualcosa sarebbe accaduto, ne era certa.

Lyo fissava l’intreccio di luce che gli tremava tra le mani. «Non è fuoco» bisbigliò. «Qui c’è luce. Qui ci sono lune e chiari di luna.» Improvvisamente sollevò una ghirlanda e la gettò in aria: volò verso le guglie, trasformandosi in una enorme ruota sfolgorante che si specchiava sull’acqua. Poi cadde in mare, ma non affondò: galleggiava, ancora irradiando il suo riflesso sulle onde. E poi l’angolo di luce mutò; qualcuno l’aveva afferrata, pensò Fiord. Il riflesso non seguiva più il movimento del mare: s’infilava tra le guglie, sollevandosi in una gigantesca ragnatela sospesa tra l’uno e l’altro scoglio, appena sopra la superficie. E dalla spiaggia non si vide più il sentiero di luce.

Lyo fece un borbottio di sorpresa. E il re, sbigottito, gli domandò: «È opera tua?»

«No.»

Kir si stava muovendo; incurante degli spruzzi che gli turbinavano sui piedi e poi sulle ginocchia, avanzava verso la ragnatela. Già sembrava averli lasciati, pensò Fiord, lei, suo padre, tutti. Se il mare non l’avesse accolto, sarebbe comunque cambiato; anche in terraferma, la marea avrebbe continuato a ruggirgli nella mente, col suo incessante invito, più forte di ogni voce umana. Lo seguì con lo sguardo, e un brivido improvviso le gelò il sangue: qualcosa si agitava attraverso la fiammeggiante ragnatela sospesa ira le guglie, qualcosa scivolava oltre i flutti…

Il re mandò un grido soffocato. Le onde continuavano a rotolare, ad avvicinarsi in lunghe volute d’argento, a infrangersi fremendo sulla spiaggia, a ritirarsi. L’acqua spumeggiava intorno a Kir, torcendogli il mantello; Kir se lo tolse e lo gettò sul mare come un’ombra. Continuò ad avanzare, in acque sempre più profonde. Nella risacca appariva e spariva una testa di donna: un baluginare di capelli pallidi, lisci; un luccichio di perle, di squame… Lyo gettò un’altra ghirlanda. Cadde sulla sabbia, formando un vibrante labirinto di luce, che la marea non poté cancellare. E verso il labirinto avanzò la misteriosa figura: affiorarono le spalle, e la lunga chioma lucente, fradicia d’acqua. L’abito, che prima fluttuava vaporoso nelle correnti, le ricadeva ora sul corpo, appesantito. E la donna emerse dalla risacca, lentamente.

Il re le andò incontro, fermandosi sull’orlo della grande ragnatela di fuoco; un’onda vi rotolò sopra, e, quando si ritrasse, la donna era ferma nel centro luminoso del labirinto.

Dal mare, Kir si volse a guardarla. Lyo gli gettò un’altra ghirlanda: cadde davanti a lui, dilatandosi, proprio mentre si accingeva a tornare sulla spiaggia per raggiungere sua madre. Ma invece di aiutarlo parve chiuderlo in una trappola, e imprigionarlo, impotente e sbigottito, nel cuore di quel nuovo labirinto. Lyo mormorò qualcosa. In preda all’orrore, Fiord gii afferrò un braccio: «Lyo!»

Il mago borbottò qualcos’altro, esasperato; poi parve placarsi. «Sshh…» bisbigliò, un dito sulle labbra. «Aspettiamo. Il mare sta creando e sciogliendo i propri incantesimi.»

La donna del mare aveva i capelli lunghi fino ai piedi, e le spalle curve sotto il peso delle perle. Mentre studiava il re, i suoi grandi occhi blu-notte parevano inespressivi. Poi mormorò qualcosa, e Fiord avvertì il respiro di sollievo di Lyo.

«Cos’ha detto?»

«Ha detto «Sei cambiato».»

«Succede» disse il re «agli esseri umani.»

La donna parlò ancora. Fiord guardò Lyo, e con sorpresa vide che si chinava a raccogliere una conchiglia.

«Prendi.»

«Cosa dovrei…»

Pazientemente, Lyo si toccò un orecchio: «Ascolta.»

Fiord si accostò all’orecchio la conchiglia, e udì la voce del mare.

«Allora è da molto tempo che sono arrabbiata» disse la madre di Kir. Passando nelle circonvoluzioni interne del guscio, la sua voce sembrava lontana, come in un sogno.

«Sì.»

«Non mi sono resa conto di quanto tempo fosse trascorso finché non ho sentito il grido di mio figlio, il suo desiderio di tornare nel mare… È molto, secondo il tempo degli uomini?»

«Sì» bisbigliò il re. «Molti anni.»

«Allora, molti anni fa, per molte notti, io ti ho aspettato nella marea, ma tu non sei venuto né mi hai detto perché.»

«Per me eri come un sogno. Dovevo lasciarti, dovevo tornare al mio mondo. Lo so, avrei dovuto dirtelo.»

«Sì.»

«Avrei dovuto dirti che allontanarmi da te era come rinunciare al vento e alla luce. Ma dovevo farlo. Puoi perdonarmi?»

La donna sollevò un poco le mani e le apri, come se lasciasse cadere degli oggetti invisibili: «Ho rapito il tuo bambino nato sulla terra perché volevo che al posto suo tu avessi il mio, il nostro bambino. Perché tu amassi lui, visto che non potevi più amare me. E perché tu potessi ricordarti sempre di me, ogni volta che lo guardavi.»

«Così è stato» sussurrò il re.

«Ma ho preso l’altro tuo figlio. Ero arrabbiata con te, e ho fatto della mia rabbia una catena, e ho trasformato il tuo biondo bambino in qualcosa che tu non avresti mai visto, mai riconosciuto. Puoi perdonarmi, per questo?»

«Come potrei non perdonarti, quando io stesso ti ho aiutata a forgiare quella catena? Anello dopo anello, la mia colpa, la tua colpa…»

«L’ho tenuto così a lungo in quella forma che quasi mi ero dimenticata chi fosse. Solo la catena mi ricordava la mia rabbia. Ma un giorno la catena si è allungata oltre i confini della mia magia, affiorando sulla superficie del mare. Non potevo più nascondere il tuo figlio-drago. Nuotava fra i pescatori, finché i loro occhi ingordi furono attratti dall’oro. E poi svanì anche l’oro, scomparve la catena.»

«E così hai consentito che il drago venisse in terraferma a riprendere la sua forma d’uomo?»

«No. Non ho fatto nulla. La magia mi era ormai sfuggita dalle mani: era diventata confusa, inestricabile. E proprio allora avevo cominciato a sentire mio figlio che mi chiamava, mi chiamava, e io lo cercavo, ma non riuscivo a raggiungerlo. Non potevo far altro che disturbare i pescatori con piccoli incantesimi, sperando che si rivolgessero a te per avere un aiuto, e che tu finalmente mi trovassi.» Sospirò una piccola onda lontana. «E finalmente sei venuto.»

«Per ridarti tuo figlio. E per prendere il mio dal mare, e riportarlo nel mondo al quale appartiene.»

«Spero di non averlo trattenuto troppo a lungo, che per lui non sia troppo tardi per entrare nel vostro mondo.»

«Non credo. Ma…» la sua voce lenta, sommessa, s’insinuava nell’alterno fruscio delle onde «… ho molto amato il tuo irrequieto figliolo: e ora, prendendolo, tu mi prendi un altro pezzo di cuore. Se c’è un prezzo da pagare, per questo passaggio, non ho altro da darti.»

«Non c’è nessun prezzo» la voce della donna parve incrinarsi. «Il suo desiderio è il suo sentiero. Ma tu devi lasciarlo libero…»

«Lo mando a te liberamente…» s’interruppe, accarezzando con lo sguardo il suo volto lunare, il pallido luccichio di seta delle perle. «Ero così giovane, pochi anni più di Kir, la prima volta che ti ho vista…»

«Ricordo.»

«Sembra strano, adesso, guardando il tuo viso immutato, che io non sia più quel giovane che camminava lungo il mare, in una notte d’estate, quando l’intero firmamento pareva caduto nell’acqua, e tu mi sei apparsa tra la spuma, scuotendo dai capelli grappoli di stelle…»

La donna sorrise: un delicato, guardingo sorriso in cui, questa volta, c’era più calore. «Sì, ricordo. Il tuo cuore cantava, quella notte, cantava al mare. E quel canto è arrivato fino a me, nella mia torre di corallo, e sono salita a raggiungerlo. Gli uomini dicono che il mare leva il suo canto verso di loro per incantarli, ma certe volte è il canto umano che imprigiona il mare. Chi lo sa dove finisce la terra e comincia il mare?»

«La terra inizia dove inizia il tempo» disse il re. «Ed è tempo che Kir mi lasci. Riuscirà a penetrare nei tuo mondo, o per lui è troppo tardi?»

La donna volse la testa, e per la prima volta posò gli occhi su suo figlio. Kir vacillava un poco, come se lo sguardo della madre gli facesse perdere l’equilibrio; o forse era l’urto della risacca? Ancora non riusciva a liberarsi dal magico labirinto. E il sorriso s’era spento sulle labbra della donna, quando tornò a guardare il re.

«A malapena scorgo la sua forma umana, tanto è già viva in lui la sostanza dei mare. Il suo corpo è un’ombra, e le sue ossa fluide come l’acqua.»

«È troppo tardi?»

«No, non è tardi. Ma è urgente per lui lasciare il vostro tempo. Ora capisco perché il suo grido mi arrivava come un canto di marea.» Parve afflosciarsi, stremata dalla gravità terrestre; anche i capelli sembravano troppo pesanti, e l’avvolgevano come una cappa appena sopportabile. «Devo andarmene — sussurrò.»

«Portalo via con te.»

«Sì. Ma tu devi lasciarlo libero» indugiò ancora, mentre le onde frusciavano ai suoi piedi, coprendo e scoprendo il labirinto.

Per un attimo, parve a Fiord che il re si avvicinasse, o che si avvicinasse la donna, o forse era soltanto il turbinio della marea a creare l’impressione che si accostassero l’uno all’altra: ma per un attimo i loro volti furono pieni di pace. La donna bisbigliò qualcosa, ma la sua voce era troppo bassa per varcare la soglia del labirinto. Poi si voltò, entrò in mare e si dissolse nella spuma.

Kir lanciò un tale grido di strazio e disperazione che Fiord si sentì fermare il cuore. Lottava furiosamente per uscire dalla ragnatela, ma ancora ne sembrava intrappolato: immerso nell’acqua fino alla cintola, le onde io investivano e lo sommergevano tutto, senza trasformarlo: era ancora umano.

«Fa’ qualcosa, Lyo!» gemette Fiord, il viso rigato di lacrime.

«Fa’ qualcosa, mago» ordinò il re con voce aspra d’angoscia. «Ha detto che dovevamo liberarlo. Lascialo libero, dunque.»

Lyo abbassò gli occhi sull’ultima ghirlanda che gli rimaneva in mano: «Sono così imprevedibili…» mormorò, sconcertato. «Dimmi, Fiord, mentre le facevi hai per caso pronunciato qualche formula magica? Hai detto qualcosa, mentre le gettavi in acqua?»

«N… non lo so. Io…» balbettò lei, sconvolta. «Io credo… sì, ho gridato. Ho gridato contro il mare.»

«E che cosa hai gridato?»

«Non lo so. Qualcosa… ero così arrabbiata!» s’interruppe. Il mondo tacque improvvisamente intorno a lei, tanto era concentrata a pensare… Una bassa marea, onde pigre che s’acquattavano dietro le guglie… un mare perfido che bisognava maledire… Come la madre di Kir, anche lei aveva dato una forma alla sua rabbia… Sentì freddo, un gelo che sapeva di notte, che sapeva di magia. «L’ho fatto!» bisbigliò. «Oh, Lyo, ci sono riuscita!»

«A far che cosa?» domandarono insieme Lyo e il re.

«A maledire il mare!» Inspirò a fondo e poi gridò a pieni polmoni: gridò così forte che pareva dovessero aprirsi tutti gli usci e le finestre del villaggio, e la gente affacciarsi insonnolita: «Sciolgo la mia maledizione, Mare! Ti libero dai miei malefici! Riprendo tutto ciò che ti ho gettato mentre ero preda dell’odio!» cercò disperatamente di ricordarsi il resto del sortilegio. «Che i tuoi incantesimi possano di nuovo intrecciarsi, e la tua magia torni limpida, non più confusa! Spalanca la porta fra la terra e il mare, e prendi con te quest’ultima cosa che amo, che appartiene alla terra e al mare, a noi e a te!»

Volò nell’aria l’ultima ghirlanda. Cadde sulla grande ragnatela sospesa tra le guglie, i cancelli del mare: i fili cedettero, si strapparono, rivelando una manciata di stelle, una porzione di luna, sbrindellati frammenti del sentiero di luce. Un’onda si rovesciò su Kir, sommergendolo, si arricciò sopra di lui, si ritrasse. Quando lo rividero, stava nuotando, libero, in direzione delle guglie.

Non si voltò a guardarli. S’immerse, e quando riaffiorò in superficie aveva movimenti di foca, agili, eleganti, aggraziati. Si tuffò di nuovo e rimase sott’acqua così a lungo che anche Fiord e gli altri, sulla spiaggia, trattennero il respiro. Caddero altre maglie della ragnatela, disfacendosi come una vecchia rete marcia: nodo dopo nodo, filo dopo filo, si sgretolavano nel mare, e la bianca luce di fuoco era sempre più tenue.

Poi Kir riapparve, pericolosamente vicino alle guglie. Poteva essere scaraventato contro le rocce, sballottato dai flutti impietosi: e invece scivolava leggero di onda in onda, lontra, o pesce, non più umano. Guardò i residui della ragnatela sulla sua testa, sospesi tra lui e l’ampio oceano nero. Cadde un altro filo, bianco, palpitante: Kir si protese ad afferrarlo e s’immerse un’ultima volta, trascinandolo con sé negli abissi. I lembi della ragnatela si staccarono dalle guglie, in un selvaggio dipanarsi, e la ghirlanda cadde con un’ultima vampata nell’ardente sentiero della luna.

A lungo frugarono il mare — Fiord, Lyo, il re — cercando Kir, ma non lo rividero più. Di tutte quelle luci di cristallo rimaneva solo la luna, che ancora tesseva la propria ragnatela fra le guglie.

Erano immersi nella risacca, come se avessero tentato di seguire Kir in quel suo ultimo viaggio. Fiord si trovò stretta fra le braccia di Lyo; era intorpidita dal freddo, troppo intorpidita per provare dolore, e le parve che il freddo non l’avrebbe mai più lasciata. Lentamente uscirono dall’acqua. Il re chiuse fra le mani il viso di Fiord, e le baciò la fronte.

«Grazie» disse. Poi guardò Lyo: «Grazie anche a te.»

Non c’era molta felicità nella sua voce: solo una vuota stanchezza, che Fiord comprendeva acutamente. Kir era partito. Kir era… Un movimento improvviso nella risacca la fece sussultare.

Era il drago, che affiorava tra le onde.

«Sta camminando!» bisbigliò Fiord. «Sta uscendo dal mare!»

Il principe camminava adagio nel suo corpo d’uomo, emergendo dall’acqua passo dopo passo, paziente come quando trascinava fuori il suo corpo di drago; si fermò una volta a raccogliere qualcosa — pareva un frammento di spuma, o una scheggia di luce. Finalmente li raggiunse, scosso dai brividi, le sopracciglia aggrottate.

«Kir è andato via» disse. Il re si tolse il mantello e lo adagiò sulle spalle del principe.

«Sì.»

«L’ho guardato andar via. E ora vado anch’io.»

«No» disse Fiord. «Tu hai lasciato il mare per sempre. Ora sei qui.»

«Sono qui.» Guardò il padre, con espressione incerta, complessa. «I tuoi occhi vogliono vedere Kir.»

«Kir desiderava partire. Era necessario, per lui.»

«Tu sei il re che aveva due figli.»

«Sì.»

Il drago scrollò lievemente le spalle, come se per un’ultima volta avvertisse il peso della catena: «Il mare non mi voleva. Se tu non mi vuoi, forse Fiord mi vuole.»

Fiord annuì, mentre Lyo scuoteva la testa. Il re sorrise, sfiorando la guancia del drago in una breve carezza: «Quanto assomigli a tua madre! I suoi occhi gentili, il suo sorriso… Potrà essermi utile, quando mi toccherà spiegare dov’è andato Kir, e perché ci sei tu al posto suo.»

«E perché non possiedo nessun nome al mondo» aggiunse il drago. Poi tacque, fissando il mare: il freddo, semplice mondo che non avrebbe più rivisto.

«Ti mancherà, il mare?» chiese bruscamente il re. «Anche tu, come Kir, indugerai sull’orlo della risacca, sognando di mutare la tua forma, di tornare negli abissi?»

Il drago lo fissò. Un’espressione compiutamente umana gli era affiorata sul volto: una forza, un lampo di dolore, una solitudine che nessuno avrebbe mai condiviso: «Ho lasciato il mare» disse. Allungò la mano e mostrò la ghirlanda che aveva raccolto nella spuma: uno sbrindellato groviglio di fili neri, dove non ardeva più quella luce misteriosa. Ma c’era ancora, al suo interno, la minuscola luna di cristallo, da cui si sprigionava un fioco barlume.

Lyo prese la ghirlanda dalle mani del drago, e toccò la piccola luna: e quella si ravvivò, per un attimo, divenne luminosa, incandescente. Allora Lyo si rivolse a Fiord: «Ti rendi conto di cosa hai fatto? Sei riuscita a sciogliere, confondere, o comunque ingarbugliare la potente magia degli abissi…»

Fiord aveva il volto in fiamme: «Mi dispiace» sussurrò. «Non avrei mai creduto che funzionasse.»

«Ti dispiace? Quando hai gettato la tua maledizione e hai confuso la magia del mare, hai fatto sì che la catena si svincolasse dai suoi confini e spezzasse la superficie fra la terra e il mare, e il drago ha potuto finalmente dare un’occhiata al mondo.»

«Ma ho intrappolato Kir sulla terra; non poteva più raggiungere il mare.»

«Fiord…» insisté Lyo, pazientemente. «Non mi stai ascoltando.»

«Certo che ti ascolto.»

«Ma non fai attenzione.»

«Lyo, cosa intendi…» s’interruppe, guardandolo di sottecchi. «Non faccio attenzione» ripeté, in un bisbiglio.

«Brulichi di magia come un alveare, Fiordaliso.»

«Devo essere… Sarà il caso che controlli bene ciò che maledico.»

«È il minimo che tu possa fare.» Lyo abbozzò un sorriso. Poi i suoi occhi si strinsero un poco, scintillando nel chiaro di luna; Fiord ne fu quasi ipnotizzata. «E ora rispondimi. La notte che il drago è uscito dal mare per la prima volta, mentre tu lo guardavi, hai forse detto qualcosa per provocare la sua metamorfosi?»

«Ma no!» esclamò lei, sorpresa.

«Pensaci, Fiord.»

«Be’, stavo solo guardando il cielo e le onde, e pensavo a Kir, e desideravo…»

«Desideravi cosa?»

«Desideravo che fosse…» spalancò gli occhi su Lyo, senza vederlo: vedeva solo il mare nero, punteggiato di stelle. «L’ho detto! Ho detto: «Vorrei che tu fossi un po’ più umano». Ma intendevo Kir, non il drago!»

«Ecco spiegato» mormorò il re. «Il drago passava di lì, in quel momento, ed è uscito dal mare, e ogni notte diventava più umano…» Stava sorridendo, un sorriso simile a quello di Kir, un sorriso che non era mai completamente libero. «Possiedi strani e portentosi doni, Fiord. Con la tua magia hai aiutato entrambi i miei figli. E ancor di più li hai aiutati con la tua amicizia.» Sospirò. «Vorrei solo che tu fossi stata così potente da trattenere Kir qui con me: ma forse non esiste magia sufficiente, per questo, né sulla terra né in fondo al mare. Ma almeno mi hai ridato questo figlio.» Mise una mano sulla spalla del drago, e il drago sussultò.

«Mi stai toccando» disse, ansiosamente.

Con un sorriso, il re se lo tirò fra le braccia. «Sì, ti sto toccando» disse, e la sua voce era roca, commossa. «Ti sto abbracciando. Gli uomini lo fanno, sai. Se sono folli abbastanza, o saggi abbastanza. E ora vieni a casa con me, prima che tu cambi idea e torni a inseguire le onde.» Si rivolse a Lyo: «Mi servirà il tuo aiuto, per lui. Puoi rimanere?»

Lyo annuì, le labbra che s’incurvavano nel suo privato, obliquo sorriso: «Oh, sì. Ho ancora un affaruccio incompiuto, riguardo a certi fiordalisi.»

«Fiordalisi» ripeté il drago, senza capire.

«Piccoli fiori azzurri» spiegò Lyo. «Non sono pesci.»

E per la prima volta, tanto il re quanto il drago scoppiarono a ridere.

Capitolo tredicesimo

I giorni successivi parvero a Fiord incolori e deprimenti come l’acqua che rovesciava dal secchio ogni sera. Il cielo splendeva d’azzurro, ma lei non lo vedeva; i ginestroni, in piena fioritura, coprivano le scogliere d’una nuvola d’oro. I pescatori uscivano in mare regolarmente, ormai, e nessuno parlava più di incontri con sirene o vascelli fantasma. Per la prima volta, dopo settimane, Fiord poteva concedersi notti intere di sonno.

Ma ancora si svegliava nel buio, l’orecchio teso a individuare l’arrivo del drago, ancora cercava Kir sul ciglio della marea, e ancora il suo sguardo frugava le onde tra le guglie, aspettando inconsciamente un messaggio dagli abissi. Sentiva un gran vuoto dentro di sé: ogni magia era scomparsa, nulla le sarebbe mai più accaduto. Le era rimasta solo la perla nera, a ricordarle i misteri apparsi nella sua vita e poi svaniti, lasciandola a struggersi di nostalgia sulla riva del mare.

Il mistero aveva toccato anche il villaggio, e anche il villaggio pareva sentirne la mancanza: e tutti, come Fiord, desideravano che rientrasse nella loro vita.

«Non avevi detto che il mago era tornato?» chiese Enin un pomeriggio, mentre Fiord riponeva secchio e strofinacci.

«Certo.»

«E allora dov’è?»

Cupa in volto, Fiord scrollò le spalle: «Dal re, immagino.»

Marli le gettò un’occhiata strana: «E cosa ci fa, dal re? Siamo noi che l’abbiamo assunto, no?»

«L’aiuta con suo figlio.»

«Che cosa non va, con Kir?»

«Nulla» esitò un momento. «Nulla, adesso… Non si tratta di Kir» aggiunse. Del resto l’avrebbero saputo, prima o poi. «Kir è nel mare.»

«Annegato?» esclamarono insieme Enin e Carey, increduli.

«No.» Fiord si tolse il grembiule e l’appese al gancio. Poi continuò, quasi automaticamente: «Kir è tornato nel mare. Sua madre è una creatura marina. Il vero figlio del re, quello che ha avuto dalla sua vera moglie, è il drago. Ecco perché la donna del mare l’aveva messo in catene: era arrabbiata con il re. Ma l’amava, anche, e perciò gli ha dato Kir. E lui veniva a casa mia di notte, nella sua forma umana, per imparare le parole. Il drago, intendo. E adesso sta col re.» Gli altri la fissavano ad occhi sgranati, senza muoversi, senza parlare. Stancamente, Fiord si scostò i capelli dagli occhi. «E probabilmente c’è anche Lyo, con lui.» Tolse di tasca la perla nera. «Me l’ha data Kir, prima di andarsene.»

«Kir?» proruppe Carey, e subito tacque: era troppo stordita per dire altro.

Fiord rimase in silenzio, gli occhi abbassati sulla perla, la mente ricolma di ricordi: la luna, le mani di Kir nei suoi capelli, la promessa che le aveva fatto. Sollevò la testa, ma tutto si appannava dietro un velo di lacrime che inutilmente cercava di scacciare.

«Veniva da me, e parlavamo…» infilò in tasca la perla e prese il mantello.

In un bisbiglio, Carey chiese: «Com’è? Il nuovo principe?»

«Ha i capelli biondi e gli occhi azzurri. Come sua madre. Non sa ancora parlare molto bene, ma impara alla svelta.» Mise il mantello sul braccio e fece per uscire.

Impetuosamente Marli la bloccò sulla soglia: «Ragazza, un altro passo e ti scaravento una secchiata d’acqua. Ora tu vieni su con noi e ci racconti per filo e per segno tutta quanta la storia. Non credere di poterci lasciare a becco asciutto, dopo quel po’ po’ di guazzabuglio che hai tirato fuori: donne del mare, figli segreti, principi che piombano in casa tua di notte, regalandoti perle…»

«Non capisco perché debba essere successo proprio a lei!» frignò Carey. «Ma guardatela!»

Tutti le piantarono addosso gli occhi, gettandola nel più vivo imbarazzo. Nervosamente, Fiord cercò di difendersi: «Be’? Mi sono lavata i capelli giusto ieri!»

Marli emise un gemito sconsolato, mentre Enin scoppiava a ridere.

Il pomeriggio seguente, finito il lavoro, Fiord si sorprese a camminare verso la casa di sua madre. Le giornate cominciavano ad allungarsi, e l’aria era colma di profumi delicati, impalpabili. Il crepuscolo tingeva il mare di colori tenui, cangianti come seta. Il regno marino sembrava quasi affiorare in superficie, nascosto da un sottile velo d’ombre. Fiord trovò la madre appoggiata al cancelletto, gli occhi fissi sull’orizzonte. Alle sue spalle, l’orto si allineava in ordinati filari di germogli verdi; stranamente, non si notavano erbacce.

Vedendola arrivare lungo il viottolo, la madre sorrise e aprì il cancello; e per un po’ rimasero entrambe in silenzio a guardare il mare. Poi gli occhi di Fiord scivolarono sulle mani di sua madre: aveva le dita sporche di terriccio, e una striscia di fango sulla guancia.

«Hai lavorato nell’orto!»

«Be’, ho pensato di cavar via un po’ di cardi. Mi sembrava una bella giornata per un lavoretto del genere.» La sua voce appariva meno stanca del solito e le rughe sul viso meno profonde. Un pensiero improvviso s’insinuò nella mente di Fiord: che il mare avesse lasciato libera anche lei?

Seguirono insieme il rientro dei pescherecci, e quando anche l’ultimo ebbe varcato la bocca del porto, la madre sospirò: non di tristezza, parve a Fiord, ma di sollievo, perché tutti erano tornati sani e salvi.

«Mi manchi, bambina» disse la madre. «Di colpo la casa mi sembra terribilmente vuota. Pensi che ti piacerebbe tornare a vivere qui?»

Fiord alzò gli occhi a guardarla. Anche la capanna della vecchia, in quegli ultimi giorni, le dava la stessa impressione: troppo silenziosa, troppo vuota, vuota come il suo cuore.

«Tornar qui?» mormorò.

«Non ti ho mai chiesto dove abitavi, in tutto questo tempo.»

«Nella capanna della vecchia, sotto la scogliera. Mi ci sono stabilita dopo che lei è scomparsa.»

«L’avevo intuito» annuì la madre. «Certe volte mi capitava di pensarci, e immaginavo appunto che tu fossi là. Chissà dov’è andata, la vecchia!»

«Forse…» bisbigliò Fiord «… forse nel mare. Forse qualcuno… qualche creatura degli abissi, le ha lasciato una perla sulla porta di casa e le ha fatto sentire il suo canto. E lei ha seguito quella voce.»

«Non c’è nessun paese in fondo al mare, l’hai detto tu.»

«Be’…» sospirò Fiord, la mente immersa nei ricordi. «Non è che io sappia proprio tutto, non ti pare?»

«Credi che ti piacerebbe tornare qui?»

Fiord si voltò a guardare la casa. L’uscio era aperto, e un’ultima chiazza di luce si allungava attraverso la soglia. Sarebbe stato bello avere qualcuno con cui parlare, pensò, adesso che sua madre parlava di nuovo.

«Forse» disse. «Per un po’.»

«Ti servono dei vestiti nuovi, bambina.»

«Lo so. Non ci penso mai, a queste cose.»

«Stai ancora crescendo.»

«Lo so.» Staccò una scheggia dal cancello e prese a rigirarsela tra le dita, distrattamente, con gli occhi che vagavano sul mare.

S’era dissolta anche l’ultima luce, e lungo l’orizzonte si stendeva una sottile fascia azzurra, l’ombra della notte.

Sospirò di nuovo. Cosa le importava dove vivere? «D’accordo» decise. «Del resto cominciavo a stufarmi di cucinare.» Si sentì bruciare la gola, improvvisamente. «Che importa?» bisbigliò, inghiottendo quel nodo di fuoco.

In silenzio, sua madre la strinse fra le braccia. Il mare cominciava a imbrunire, l’ombra della notte si dilatava in un blu profondo, catturando le tonalità più cupe della madreperla…

Qualcuno fischiò nel buio. Fiord trasalì; le era sembrato che il fischio balzasse dalla strada al cancello, in un lampo.

«Lyo!»

«Santo cielo!» esclamò la madre, allarmata.

Ritto sul mucchio di erbacce, Lyo le dedicava un compitissimo inchino.

«Questo è Lyo» spiegò Fiord. «Il mago che ha trasformato in fiordalisi la catena d’oro.»

«Quale catena d’oro? Quali fiordalisi?» la madre era stupefatta.

«Dove hai preso quel vestito?» chiese Fiord. Lyo non indossava più la sua logora giubba di pelle macchiata di ginestroni, né il mantello di lana, ma una lunga tunica da mago, ricamata d’oro. Lo faceva apparire più alto, più imponente; anche i capelli sembravano più lisci e composti.

«È stato il re a darmela. Ha detto che cominciavo a odorare un po’ troppo di salmastro.»

«Oh. Ti dà un’aria molto… molto…»

Il giovane annuì, imperturbabile: «Grazie. Per il momento la tengo. Anche se mi sarà d’impaccio, prevedo, quando dovrò remare.»

«Hai intenzione di farlo?»

«Cosa?»

«Tornare in mare a riprendere l’oro. í pescatori continuano ad assillarmi.»

«Oh» commentò lui, ridacchiando.

«Allora, lo farai?»

«Non esattamente.»

Fiord lo scrutò perplessa. I suoi occhi continuavano a mutare misteriosamente colore, il verde tenero dei germogli, il bruno della terra… L’attraevano in modo irresistibile, ma riuscì a distogliere lo sguardo. «Come sta il drago?» gli chiese, visto che non intendeva parlarle dell’oro.

«Aidon» disse Lyo. «Il re ha deciso di chiamarlo Aidon.»

«Ha imparato a parlare senza fatica?»

«Migliora di giorno in giorno. Adesso gli sto insegnando a leggere. Ieri abbiamo fatto lezione di aritmetica, addizionare e sottrarre fiordalisi. Ed è appunto per questo che io…»

«Un drago parlante di nome Aidon!» l’interruppe la madre. «Ma che cosa dite? Un drago che legge?»

Lyo inarcò le sopracciglia: «Non gliel’hai detto?»

«No.»

«Dirmi cosa? Quale drago? Quale catena d’oro?» Era più che mai allibita. Scrutò la figlia; poi scrutò il mago dagli strani occhi cangianti. Vide che i due si scambiavano uno sguardo incerto. «Fiord, che cosa hai combinato mentre io non facevo attenzione?»

Fiord sospirò profondamente: «Ecco… è un po’ difficile da spiegare.»

«Allora sarà il caso che entriate in casa tutti e due, e mentre preparo la cena mi spiegherete l’intera faccenda» disse la madre, in tono perentorio: era tornata quella di una volta, pensò Fiord, e le salì nella gola un improvviso gorgoglio di risatine.

Mentre la madre affettava carote e cipolle, Lyo si sedette al focolare e cominciò il lungo racconto. Fiord continuava a interromperlo, ad aggiungere dettagli, finché Lyo si arrese e lasciò che fosse lei a proseguire. La madre ascoltava a bocca aperta, il coltello in una mano, una cipolla nell’altra. Il suo volto era acceso, mobilissimo. I vari episodi della storia la fecero ridere, o piangere, e quando Fiord descrisse l’ultimo incontro fra il re e la donna del mare, sotto la luna, una gran pace le si adagiò sul volto, come l’acqua che torna tranquilla dopo una burrasca. Aveva concluso il suo viaggio nel mare, intuì Fiord: era tornata al suo mondo quotidiano, quel mondo familiare in cui cantava vecchie ballate marinaresche e conosceva il nome di tutte le conchiglie sulla spiaggia.

Finita la storia, rimase assorta in un lungo, lungo silenzio. Fiord capì cosa stava vedendo: il vivido, sconfinato, fugace sentiero del tramonto, che scintillava tra le guglie.

Poi la madre abbassò gli occhi sulla cipolla che teneva in mano e finalmente si scosse: «Ma guarda» mormorò. «Ma guarda.»

«In parte è per questo che sono venuto qui» disse Lyo. «Il drago sente la mancanza di Fiord.»

«Posso indovinare il motivo. È la prima ragazza che ha visto in vita sua.»

«Sì» ammise Lyo, con una smorfia bizzarra. «Sì. Perciò il re desidera che Fiord prenda in esame l’idea di venire alla residenza estiva, per far lezione a suo figlio.»

«Dopo il lavoro, vuoi dire?» domandò Fiord, sbalordita.

«Puoi anche dimenticarteli, Fiord, secchi e spazzoloni. Il re ti pagherà profumatamente. E il dra… cioè Aidon, sarà felicissimo di rivederti. È contento di essere umano, ma tu gli manchi molto. Ha dovuto rinunciare a suo fratello; non vorrebbe perdere anche te. Allora, accetti?»

«Insegnare al drago nella casa dei re? Oh, sì!» annuì vigorosamente, pensando all’azzurro sorriso del principe, al suo bisogno di lei. «Ma il re vuole che rimanga anche tu, vero? Non sono poi molto istruita, dopo tutto: arrivo a malapena alle addizioni e sottrazioni…»

«Oh, mi tratterrò ancora un po’ di tempo… Per insegnarti un pizzico di magia» aggiunse, con aria sorniona. «Se sei d’accordo, beninteso. Giusto perché tu non ti cacci nei guai…» fece una pausa, fissando così intensamente un chiodo dell’impiantito che pareva dovesse venir fuori da solo. Poi si scosse, si arruffò i capelli e incrociò lo sguardo di Fiord: «Lo farai?» chiese.

«Che cosa?»

«Intendi innamorarti di altri principi?»

Senza distogliere gli occhi dai suoi, Fiord meditò sull’idea. Poi, con un profondo sospiro, la mano le scivolò nella tasca, a carezzare la perla che racchiudeva tutti i suoi ricordi: «Non credo. Un solo principe basta e avanza, in una vita.»

«Bene» disse lui con sollievo. Fece apparire dal nulla un bicchiere di birra, e un mazzo di narcisi, e una forma di pane fresco che sembrava appena sfornata dalle cucine dell’oste.

«Lyo!» la madre scoppiò a ridere, il viso sepolto tra i fiori.

«Non si preoccupi, sarà pagato domani» rovesciò nel grembo di Fiord un cestello di fragole. «Arriverà una tale messe di fiordalisi, con la marea di domattina, che il villaggio non potrà mai dimenticarsela.»

Sbigottita, Fiord vide cascatelle di fiordalisi rovesciarsi dal mare e riempire tutta la spiaggia, trasformandosi in oro.

«Renderà felice Carey» bisbigliò.

«Forse» disse Lyo. «Ma forse neppure quello saprà renderla felice. È una strana cosa, la felicità. Alcuni la ricavano dall’oro. O dalle perle nere. E altri, di gran lunga più fortunati, trovano la loro felicità nei fiordalisi.» Si chinò su Fiord, come spinto da un impulso misterioso, e la baciò teneramente. «È da un po’ di tempo che desideravo farlo» disse. «Ma avevi sempre tra i piedi questo o quell’altro figlio di re.»

Come lui, anche Fiord era avvampata fino alla radice dei capelli: «Be’, adesso no.»

«Adesso no» ripeté Lyo. La guardò con un sorriso incerto. Poi, ancora incerto, si sedette accanto alla madre per aiutarla a pulire i gamberetti. Gli occhi di Fiord scivolarono verso la finestra. Ma la magra, bruna faccia del mago, sempre sospesa tra riso e magia, continuava ad insinuarsi tra lei e il mare della notte. Allora si volse a guardar lui, dopo un poco, e cominciò a sorridere.

FINE