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Il fabbricante di universi

Philip Farmer

Il romanzo racconta la storia di Robert Wolff, insegnante universitario in pensione, che seguendo il rumore di uno squillo di tromba apre la porta del ripostiglio e si ritrova in un mondo fantastico, chiamato Mondo dei Livelli. Il Mondo dei Livelli è una specie di gigantesca torre, i cui piani sono abitati da diverse civiltà. Nei piani inferiori vivono le più primitive mentre salendo diventano via via più progredite. In cima alla torre vive una specie di semidei, esseri umani in grado di fabbricare interi universi. Wolff, con l’aiuto di un indigeno di nome Kickaha scopre di essere il creatore di quel mondo, e si trova a dover intraprendere una lotta per scacciare gli usurpatori e riprendere il proprio rango.

Philip José Farmer

Il fabbricante di universi

(The Maker Of Universes, 1965)

CAPITOLO I

Lo spettro di uno squillo di tromba chiamava di là della porta. Le sette note erano deboli e lontane: il prodotto ectoplasmico di un fantasma d’argento, se è il suono la sostanza di cui sono fatte le ombre.

Robert Wolff sapeva che, al di là della porta, non potevano esserci né trombe né suonatori. Un minuto prima, aveva guardato nel ripostiglio. Aveva visto solo il pavimento di cemento, le pareti bianche, le crociere, uno scaffale e una lampadina.

Eppure aveva udito le note di tromba, deboli come se il suono fosse giunto dall’altra parte del mondo. Era solo, così nessuno poteva confermargli la realtà di qualcosa che, lui sapeva, era impossibile. La stanza nella quale si trovava, immobile, incantato, era il posto più assurdo per un’esperienza del genere. Ma lui, come soggetto, era abbastanza adatto. Negli ultimi tempi, sogni spettrali avevano turbato il suo sonno. Durante il giorno, strani pensieri e frammenti d’immagini passavano nella sua mente, fugaci ma vividi e stupefacenti. Erano indesiderati, inattesi e irresistibili.

Era preoccupato. Essere sulle soglie della pensione e soffrire di un esaurimento nervoso era inconcepibile. Comunque, poteva accadere a luì quello che era accaduto ad altri, e così l’unica soluzione restava quella di una buona visita medica. Ma lui non riusciva ad agire secondo ragione. Continuava ad attendere, e non diceva niente a nessuno, meno che mai alla moglie.

In quel momento, si trovava nel soggiorno di una casa, nuova, che faceva parte della Residenza Hohokam, e fissava la porta del ripostiglio. Se il corno avesse suonato ancora, avrebbe aperto la porta e avrebbe controllato se all’interno non si trovava nulla. Allora, sapendo che era stata la sua mente malata a creare le note, avrebbe abbandonato l’idea di comprare quella casa. Avrebbe ignorato le isteriche proteste della moglie, e sarebbe andato prima da un medico generico, quindi dallo psichiatra.

Sua moglie lo chiamò:

«Robert! Non è ora di venire su? Avanti, sei rimasto laggiù abbastanza. Voglio parlare a te e al signor Bresson!»

«Un attimo, cara» disse lui.

Lei chiamò di nuovo, questa volta così da vicino che egli fu costretto a voltarsi. Brenda Wolff era in cima alle scale che portavano nel soggiorno. La donna aveva la sua stessa età, sessantasei anni. La bellezza che aveva posseduto in passato, ormai era sepolta dal grasso, dalle vene grosse, dalle rughe, dai cosmetici, da un paio di occhiali spessi, e dai capelli grigio-acciaio. Wolff batté le palpebre quando la vide, come gli accadeva ogni volta che vedeva la sua immagine riflessa dallo specchio: il cranio calvo, le pieghe amare agli angoli della bocca, gli occhi arrossati e grinzosi. Era questo il suo dramma? Era incapace di adattarsi a ciò che accadeva a tutti gli uomini, piacesse o no? Oppure, quello che odiava in Brenda e in se stesso non era la decadenza fisica, ma la consapevolezza di non avere realizzato, nessuno dei due, i sogni di gioventù? Non c’era modo di evitare l’accanirsi del tempo sulla sua carne, ma il tempo era stato clemente con lui, permettendogli di vivere tanto a lungo. Non poteva accampare come scusa il fatto di non avere avuto tempo, di fronte al suo mancato raggiungimento di una specie di bellezza morale. Il mondo non aveva colpa del suo stato. Lui e lui solo era il responsabile; almeno, aveva la forza di affrontare questo dato di fatto. Non rimproverava l’universo, o quella parte di universo che era sua moglie. Lui non gridava, non piagnucolava, non imprecava come faceva Brenda.

C’erano stati momenti nei quali sarebbe stato facile lamentarsi o piangere. Quanti altri uomini non potevano ricordare nulla, prima dei vent’anni? Lui pensava che fossero stati vent’anni, perché i Wolff, che lo avevano adottato, lo avevano giudicato di quell’età. Era stato scoperto a vagare tra le colline del Kentucky, presso il confine con l’Indiana, dal vecchio Wolff. Lui non sapeva chi era, né come fosse giunto là. Kentucky, e perfino Stati Uniti d’America, erano state per lui parole prive di ogni significato: come, d’altronde, l’intera lingua inglese.

I Wolff l’avevano preso con loro, e avevano notificato il ritrovamento allo sceriffo. Le autorità avevano indagato, senza riuscire a identificarlo. In un altro momento, la sua storia avrebbe polarizzato per settimane l’interesse nazionale; ma in quel periodo, la nazione si era trovata in guerra con la Germania, e aveva avuto cose più importanti cui pensare. Robert, battezzato così in ricordo del figlio morto dei Wolff, aveva lavorato nella fattoria. Era anche andato a scuola, perché aveva perduto completamente il ricordo della sua istruzione.

Ancora peggio della sua mancanza di regolari cognizioni, era stato il fatto che lui non sapeva assolutamente come comportarsi. Ripetutamente aveva messo in imbarazzo o offeso gli altri. Aveva subìto il disprezzo, e, a volte, le selvagge reazioni dei contadini, ma aveva appreso rapidamente… e lavorando sodo, con volontà, e anche per la grande forza fisica che mostrava nel difendersi, aveva guadagnato il loro rispetto.

In un tempo incredibilmente breve, come se per lui si fosse trattato semplicemente di ripassare cose già risapute, aveva studiato e aveva superato l’esame di licenza media e quello di diploma. Sebbene il suo periodo di frequenza fosse inferiore di molti anni a quello richiesto dalla legge, aveva affrontato e superato gli esami di ammissione all’università agevolmente. E così era cominciato il suo grande amore per le lingue classiche, un amore che era durato tutta la vita. Più di tutte, egli amava il greco, perché destava sensazioni profonde in lui: col greco, si sentiva perfettamente a suo agio.

Dopo avere ottenuto la laurea all’Università di Chicago, aveva insegnato in numerose università dell’Est e del Midwest. Aveva sposato Brenda, una stupenda ragazza dall’animo affascinante. Almeno, così aveva pensato all’inizio. In seguito, aveva perduto le sue illusioni, ma si sentiva ancora abbastanza felice.

Sempre, comunque, il mistero della sua amnesia e della sua origine lo aveva perseguitato. Per un lungo periodo non gli aveva cagionato alcun fastidio, ma ora, sulla soglia della pensione…

«Robert» disse forte Brenda. «Vieni subito su! Il signor Bresson ha da fare.»

«Sono sicuro che il signor Bresson ha avuto molti clienti desiderosi di rendersi conto personalmente della casa, e a loro comodo» replicò, in tono blando. «O forse hai deciso di non volere la casa?»

Brenda lo fulminò con un’occhiata, poi scomparve, furiosa. Lui sospirò, pensando che, sicuramente, in seguito lei lo avrebbe accusato di averle fatto fare la figura della stupida, di proposito, davanti all’agente immobiliare.

Si voltò nuovamente verso la porta del ripostiglio. Avrebbe avuto il coraggio di aprirla? Era assurdo restare lì, immobile, come un individuo sotto shock o in uno stato psicotico di indecisione. Ma lui non poteva muoversi, tranne che per un sobbalzo che egli fece nell’udire nuovamente il corno modulare le sette note, lamentosamente, più forte di prima.

Il suo cuore batteva con violenza, come se dall’interno qualcuno tempestasse di colpi il suo petto. Si costrinse a sollevare la mano verso la maniglia della porta del ripostiglio, e a tirare. La porta cominciò a scorrere sui cardini. Il rumore provocato dallo spostamento soffocò il suono del corno.

Le bianche pareti di formica erano scomparse. Erano divenute l’ingresso di una scena che lui mai avrebbe potuto immaginare, sebbene la sua origine dovesse trovarsi nella sua mente.

La luce del sole si riversava dall’apertura, sufficientemente grande da permettergli di passare, piegato, dall’altra parte. Piante che sembravano alberi (ma non alberi della Terra) nascondevano parzialmente il paesaggio. Attraverso i rami e le fronde, poteva distinguere un cielo color verde vivo. Abbassò gli occhi per osservare il terreno sotto gli alberi. Sei o sette creature d’incubo erano radunate intorno a un enorme macigno. Era di roccia rossa, ricca di quarzo, e aveva una forma vagamente somigliante a quella di un fungo. I corpi pelosi e deformi di molte di quelle cose erano girati dall’altra parte, ma una era di profilo, stagliata contro il cielo verde. Il suo volto era brutale, primitivo, e l’espressione malevola. C’erano delle protuberanze sul corpo, sul volto e sulla testa, grumi di carne che davano l’impressione dell’incompiutezza, come se il Creatore avesse dimenticato di levigare le orride creature. Le due gambe tozze e corte somigliavano alle zampe posteriori di un cane. Stava tendendo le sue lunghe braccia verso il giovane uomo che era in piedi sulla cima piatta del macigno.

Quest’uomo indossava soltanto un paio di calzoni corti, di pelle di antilope, e un paio di mocassini. Era alto, muscoloso, dalle spalle larghe; la sua pelle era abbronzata; portava lunghi e folti capelli ramati; il suo viso era forte e virile. Aveva tra le mani lo strumento che doveva avere emesso le note che Wolff aveva udito.

L’uomo, dalla sua posizione dominante, colpì con un calcio una delle cose deformi, che cercava di raggiungerlo. Sollevò alle labbra il corno d’argento, per suonare di nuovo, poi vide Wolff in piedi, oltre l’apertura. Sorrise immediatamente, scoprendo i denti bianchissimi. Chiamò: «Sei venuto, finalmente!»

Wolff non si mosse, né rispose. Riuscì soltanto a pensare: Adesso sono impazzito del tutto! Allucinazioni visive, non solo uditive! E poi? Mi metterò a correre urlando, o uscirò tranquillamente a dire a Brenda che ho bisogno di un medico, subito? Subito! Niente indugi, niente spiegazioni. Zitta, Brenda, devo andare!

Fece un passo indietro. L’apertura cominciava a chiudersi, le pareti bianche stavano riacquistando la loro consueta solidità. O meglio, lui cominciava a rendersi conto della realtà.

«Ecco!» gridò il giovane che si trovava sul macigno. «Prendi!»

Lanciò il corno. Girando vorticosamente su se stesso, riflettendo la luce del sole che colpiva la sua superficie d’argento, il corno volò dritto verso di lui. Nell’attimo prima della chiusura definitiva delle pareti, il corno attraversò l’apertura e colpì Wolff alle gambe.

Emise un grido di dolore, perché non c’era nulla di ectoplasmico nel colpo violento. Attraverso la piccola apertura, vide il giovane dai capelli color rame sollevare una mano, e unire il pollice e l’indice. Il giovane sorrise e gridò: «Buona fortuna! Spero di vederti presto! Io sono Kickaha!»

Come un occhio umano che si chiuda lentamente, scivolando nel sonno, così l’apertura nella parete si restrinse. La luce si affievolì, e gli oggetti cominciarono a confondersi. Ma riuscì a vedere un’ultima scena, e fu allora che la fanciulla fece capolino, dietro il tronco di un albero.

Aveva degli occhi troppo grandi per essere una creatura umana, grandi per il suo volto come, in proporzione, quelli di un gatto. Le sue labbra erano rosse e piene, la sua pelle clorata. I capelli lunghissimi, folti e ondulati, che le scendevano liberi sul volto, erano a strisce, come la pelliccia di una tigre; giungevano quasi a terra mentre era piegata dietro l’albero.

Poi la parete ritornò bianca come l’occhio di un morto. Tutto era come prima, tranne il dolore al ginocchio e il contatto del corno, che giaceva a terra, vicino alla sua caviglia.

Lo sollevò per esaminarlo, nella penombra. Anche se era intontito, non credeva più, comunque, di essere pazzo. Aveva dato uno sguardo a un altro universo, e gli era stato consegnato qualcosa che all’altro universo apparteneva… come e perché, non sapeva.

Il corno era lungo quasi settanta centimetri, e pesava poco più di un etto. Aveva la forma di un corno africano, con la sola differenza costituita dal padiglione, che si allargava notevolmente. C’era un bocchino d’oro o di un materiale dorato; il corno era invece fatto d’argento, o di materiale placcato d’argento. Non c’erano fori, ma rigirandolo vide una fila di sette minuscoli bottoni. All’interno del padiglione, a un centimetro dall’orlo, c’era una rete di fili d’argento. Girando il corno in modo che il padiglione fosse colpito dalla luce, gli parve che i fili si spingessero profondamente all’interno del corno.

Fu allora, quando la luce colpì il corno in pieno, che egli vide una cosa che era sfuggita alla sua prima indagine: a metà del corno era inciso un geroglifico. Non somigliava a nulla che Wolff avesse visto prima, e lui era un esperto di tutti i tipi di alfabeti, ideogrammi e scritture.

«Robert!» disse sua moglie.

«Vengo subito, cara!» Nascose il corno in un angolo del ripostiglio, in alto, e chiuse la porta. Non poteva fare altro, salvo che fuggire dalla casa col corno. Se appariva con il corno in mano, sarebbe stato tempestato di domande da sua moglie e da Bresson. Dato che non era entrato nella casa col corno, non avrebbe potuto affermare di esserne il proprietario. Bresson avrebbe sequestrato lo strumento, dato che era stato scoperto in una proprietà della sua agenzia.

Wolff era terribilmente incerto. Come avrebbe potuto portare via dalla casa il corno? Cosa avrebbe impedito a Bresson di portare laggiù degli altri clienti, anche in giornata, clienti che avrebbero visto il corno non appena aperta la porta del ripostiglio, e che l’avrebbero segnalato a Bresson?

Salì le scale ed entrò nell’ampio soggiorno. Brenda era ancora furiosa. Bresson, un individuo grassoccio, che portava gli occhiali, dell’età di circa trentacinque anni, sembrava a disagio, anche se sorrideva.

«Be’, che gliene pare?» domandò.

«Magnifica!» disse Wolff. «Mi ricorda le case delle nostre parti.»

«Piace anche a me» disse Bresson. «Anch’io sono del Midwest. Capisco benissimo come lei possa desiderare qualcosa di diverso da un ranch. Non che io sia contrario a quel tipo di casa. Vivo in una di esse.»

Wolff si avvicinò alla finestra e guardò fuori. Il sole di un pomeriggio inoltrato di maggio splendeva vivido nel cielo azzurro dell’Arizona. Il prato era coperto di erba, piantata tre settimane prima, nuova come.le case che occupavano il recentissimo quartiere della Residenza Hohokam.

«Quasi tutte le case sono a livello del terreno» diceva Bresson. «Livellare questo terreno calcareo è molto costoso, ma queste case non sono affatto care. Rispetto a quello che valgono.»

Wolff pensò: Se il terreno non fosse stato scavato per fare posto al soggiorno, cosa avrebbe visto l’uomo dell’altro universo, quando l’apertura si è spalancata? Avrebbe visto soltanto terra, e così avrebbe perduto l’occasione di liberarsi di quel corno? Senza dubbio.

«Penso che abbiate letto delle difficoltà che ci hanno fatto ritardare i lavori» disse Bresson. «Mentre stavamo scavando, abbiamo trovato un’antica città degli Hohokam.»

«Gli Hohokam?» domandò la signora Wolff. «E chi erano?»

«Molte persone che giungono nell’Arizona non ne hanno mai sentito parlare» rispose Bresson. «Ma non si vive a lungo nella zona del Phoenix senza imbattersi in qualcosa che può essere collegato con la loro esistenza. Erano gli indiani che vivevano molto tempo fa nella Valle del Sole; si pensa che siano giunti quaggiù circa 1.200 anni or sono. Scavarono canali d’irrigazione, costruirono città in questo territorio, la loro civiltà continuò a progredire. Ma qualcosa accadde loro, nessuno sa che cosa. Semplicemente, scomparvero diverse centinaia di anni fa. Alcuni archeologi affermano che i loro discendenti sono gli indiani Papago e Pima.»

La signora Wolff sbuffò e disse:

«Li ho visti. E mi sembra che non siano capaci di costruire nulla, all’infuori di quei festoni nelle riserve.»

Wolff si voltò e disse, furioso:

«I moderni Maya non sembrano capaci di avere costruito, un tempo, i loro templi, né di avere inventato il concetto di zero. Ma è stato proprio così.»

Brenda annaspò. Il signor Bresson esibì un sorriso ancora più meccanico.

«Comunque, abbiamo dovuto sospendere gli scavi, fino a che gli archeologi non avessero terminato il loro lavoro. Circa tre mesi di blocco, ma non abbiamo potuto muovere un dito, perché lo stato ci impediva di muoverci.

«Però, questa potrebbe essere stata la vostra fortuna. Se non ci avessero fermati, a quest’ora tutte le case sarebbero già state vendute. Così, tutto è bene quel che finisce bene, no?»

Sorrise cordialmente e guardò marito e moglie.

Wolff fece una pausa, inspirò profondamente, sapendo come avrebbe reagito Brenda, e disse:

«La prendiamo. Firmeremo subito i contratti.»

«Robert!» gridò la signora Wolff. «Non mi hai neppure chiesto un parere!»

«Mi dispiace, cara, ma ho deciso.»

«Be’, io no.»

«Andiamo, andiamo, amici, non c’è bisogno di precipitare le cose» disse Bresson. Il suo sorriso era disperato. «Prendete tempo, discutetene insieme. Anche se qualcuno verrà a comprare questa casa, questa in particolare… e potrebbe accadere, prima del tramonto; le vendiamo come il pane… be’, anche se succede questo, ce ne sono abbastanza, perfettamente uguali.»

«Io voglio questa casa.»

«Robert, sei diventato pazzo?» pigolò Brenda. «Non ti ho mai visto agire in questo modo.»

«Ho ceduto a te su quasi tutto» disse lui. «Volevo farti felice. Così, ora, cedi a me su questo. Non ti chiedo molto. Inoltre, stamattina tu stessa mi hai detto che volevi una casa come questa, e la Residenza Hohokam offre i prezzi migliori, i soli a noi accessibili.

«Firmiamo adesso le opzioni. Come acconto, posso dare un assegno.»

«Io non firmo, Robert.»

«Perché non andate a casa a discuterne?» suggerì Bresson. «Mi chiamerete, non appena raggiunta una decisione.»

«Non basta la mia firma?» domandò Wolff.

Conservando il suo sorriso forzato, Bresson disse:

«Mi dispiace. Deve firmare anche la signora Wolff.»

Brenda sorrise, trionfante.

«Mi prometta di non mostrarla a nessun altro» disse Wolff. «Comunque, fino a domani. Se ha paura di perdere un affare, le darò un anticipo.»

«Oh, questo non sarà necessario» Bresson si diresse verso la porta con una fretta che tradiva il suo desiderio di uscire da una situazione imbarazzante. «Non la mostrerò a nessuno fino a che non avrò vostre notizie, domattina.»

Durante il percorso verso le loro stanze al Sands Motel, a Tempe, nessuno dei due pronunciò una sola parola. Brenda rimase rigidamente seduta, e continuò a fissare un punto imprecisato, oltre il parabrezza. Wolff le lanciò qualche occhiata furtiva, notando che il suo naso sembrava più aguzzo e le sue labbra più sottili; se andava avanti così, tra poco avrebbe avuto l’aspetto di un grosso pappagallo.

E quando finalmente sarebbe esplosa in un fiume di parole, avrebbe parlato come un grosso pappagallo. Il solito torrente di rimproveri e di minacce, vecchi e stanchi eppure energici. Lo avrebbe rimproverato di non avere avuto cura di lei, per tutti quegli anni, gli avrebbe rimproverato per l’ennesima volta di avere sempre tenuto il naso tra i libri, o di essersi dedicato al tiro con l’arco, alle esplorazioni, alle scalate di montagne, tutte attività sportive nelle quali lei non lo aveva mai potuto seguire, a causa della sua artrite. Avrebbe dipanato la lunga sequenza di anni di infelicità, o di proclamata infelicità, e avrebbe finito col piangere amaramente e violentemente.

Perché era rimasto con lei? Lui sapeva soltanto di averla amata moltissimo, da giovane, e sapeva anche che le sue accuse non erano del tutto immotivate. Soprattutto, trovava penosa l’idea della separazione, più penosa perfino dell’idea di restare con lei.

Eppure, lui aveva il diritto di raccogliere il frutto delle sue fatiche, come professore d’inglese e di lingue classiche. Ora che possedeva abbastanza denaro e abbastanza tempo libero, avrebbe potuto proseguire quegli studi che il suo dovere professionale gli aveva impedito di approfondire. Con quella casa in Arizona come base, avrebbe potuto anche viaggiare. Ma lo poteva davvero? Brenda non avrebbe rifiutato di accompagnarlo… anzi, avrebbe insistito su questo punto. Ma si sarebbe tanto annoiata, da rendere un inferno la sua vita. E non poteva biasimarla, perché lei non possedeva i suoi stessi interessi. Ma lui doveva rinunciare alle cose che rendevano, secondo lui, la vita degna di essere vissuta, per farla contenta? Soprattutto sapendo che non sarebbe mai stata contenta ugualmente?

Come si era aspettato, la sua lingua silenziosa entrò in attività subito dopo cena. Lui ascoltò, cercò di protestare con calma, cercò di mettere in evidenza la sua mancanza di logica e l’ingiustizia e l’aleatorietà delle sue recriminazioni. Fu del tutto inutile. Lei terminò come al solito, piangendo e minacciando di lasciarlo o di uccidersi.

Questa volta, lui non si arrese.

«Voglio quella casa, e voglio godere la vita secondo i miei progetti» disse con fermezza. «Ecco tutto.»

Indossò il soprabito, e si diresse verso la porta.

«Ritornerò più tardi. Forse.»

Lei strillò, e gli tirò dietro un portacenere. Lui lo schivò; il portacenere colpì lo stipite della porta, ammaccando il legno. Fortunatamente, lei non lo seguì e non fece una scenata fuori, come era accaduto in precedenti occasioni.

Era ormai notte, la luna non era ancora sorta, e le sole luci erano quelle delle finestre del motel, delle lampade stradali, e dei numerosi fari delle macchine che percorrevano l’Apache Boulevard. Guidò la sua auto lungo il viale, poi si diresse a est, poi voltò verso sud. Dopo pochi minuti, era sulla strada che portava alla Residenza Hohokam. Il pensiero di quello che intendeva fare gli faceva battere forte il cuore e accapponare la pelle. Questa era la prima volta in vita sua in cui aveva considerato seriamente la possibilità di commettere un atto criminale.

Le case della Hohokam erano illuminate, rumorose (un sistema di altoparlanti diffondeva un programma di musiche) e si udivano le voci dei bambini che giocavano nella strada mentre i loro genitori guardavano le case.

Lui proseguì, attraversò Mesa, fece un giro vizioso e si diresse di nuovo verso Tempe, passò da Van Buren ed entrò nel cuore di Phoenix. Prese una scorciatoia, verso nord, poi si diresse a est, e finalmente si trovò nella città di Scottsdale. Là si fermò per un’ora e mezzo in una piccola taverna. Dopo essersi concesso il lusso di quattro bicchieri di Vat 69, rinunciò. Non ne voleva più… o meglio, non aveva il coraggio di prenderne di più, perché sarebbe stato spiacevole essere del tutto sbronzo durante l’esecuzione del suo progetto.

Quando ritornò alla Residenza Hohokam, le luci erano spente e il silenzio era tornato. Parcheggiò la sua auto dietro la casa che aveva visitato quel pomeriggio. Infilò il guanto alla mano destra, strinse il pugno e fracassò il vetro della finestra del soggiorno.

Quando entrò nella stanza, ansava e il cuore gli batteva come se avesse corso lungo dieci isolati. Era spaventato, ma riuscì ugualmente a sorridere di se stesso. Vivendo spesso in un mondo immaginario, si era spesso visto nei panni di uno scassinatore… non certo di un volgare delinquente, ma di un raffinato Arsenio Lupin. Adesso sapeva che il suo rispetto della legge era troppo, perché lui potesse mai diventare un criminale, piccolo o grande che fosse. La sua coscienza lo perseguiva per quel piccolo atto criminale, per il quale aveva trovato mille giustificazioni perfettamente valide. Inoltre, l’idea di essere catturato, sorpreso, svergognato lo fece quasi rinunciare al corno. Dopo avere vissuto una vita tranquilla e rispettabile, se lo avessero scoperto, sarebbe stato rovinato. Valeva la pena?

Decise per il sì. Se avesse rinunciato in quel momento, si sarebbe chiesto per tutto il resto della vita che cosa avesse perduto. La più grande delle avventure lo aspettava, un’avventura che mai uomo aveva intrapreso. Se ora agiva da vigliacco, avrebbe anche potuto spararsi, perché non avrebbe sopportato la perdita del corno e le recriminazioni sulla sua mancanza di coraggio.

Era così buio nel soggiorno, che dovette trovare a tentoni la strada per il ripostiglio. Trovata la porta scorrevole, cominciò a spingere lentamente la maniglia. Lentamente, per evitare ogni rumore, e si arrestò per sentire se qualche suono proveniva dall’esterno.

Quando la porta fu completamente aperta, fece qualche passo indietro. Infilò l’imboccatura del corno tra le labbra, e soffiò, piano.

Il rumore che uscì dallo strumento fu così forte che egli lo lasciò cadere. A tentoni, riuscì finalmente a ritrovarlo sul pavimento, in un angolo della stanza.

La seconda volta, soffiò con forza. Ci fu un’altra nota, non più forte della prima. Qualche meccanismo, nell’interno del corno, forse il reticolato di fili d’argento, regolava il volume. Per diversi minuti attese, col conio vicino alle labbra. Stava cercando di ricostruire mentalmente l’esatta sequenza delle sette note che aveva udito. Evidentemente, i sette minuscoli bottoni determinavano i diversi accordi. Ma non avrebbe potuto scoprire l’esatto suono di ognuno, senza suonare e attirare così l’attenzione.

Si strinse nelle spalle, e mormorò: «Al diavolo!»

Soffiò di nuovo, ma questa volta schiacciò i bottoni: per primo, quello più vicino a lui. Uscirono sette note, e il rumore fu notevole. Erano quelle che ricordava, ma non nella sequenza che aveva udito.

Quando l’ultima nota fu emessa, si udì un grido, a una certa distanza. Wolff fu preso quasi dal panico. Imprecò, sollevò il corno alle labbra, e schiacciò i bottoni in un ordine che, sperava, avrebbe riprodotto l’apriti sesamo, la chiave musicale, che apriva la porta dell’altro mondo.

Nello stesso istante, il raggio di una torcia elettrica colpì la finestra dal vetro rotto, e passò oltre. Wolff soffiò di nuovo. La luce della torcia colpì di nuovo la finestra. Si udirono altre grida. Disperato, Wolff tentò diverse combinazioni, schiacciando i bottoni. Il terzo tentativo sembrò la riproduzione esatta del motivo emesso dal corno, quando era stato adoperato dal giovane in piedi sul macigno a forma di fungo.

Il raggio di una lampada penetrò dalla finestra. Una voce profonda grugnì:

«Vieni fuori, tu laggiù! Vieni fuori, se non vuoi che cominci a sparare.»

Nello stesso istante, una luce verdastra apparve sulla parete, si espanse, e aprì un foro. Da esso si sprigionò una luce lunare. Gli alberi e il macigno erano semplici profili oscuri, sullo sfondo di un cielo verde-argenteo, la cui luce era sprigionata da un enorme globo di cui soltanto il bordo era visibile.

Non indugiò. Forse avrebbe esitato, se non lo avessero scoperto, ma adesso doveva scappare. L’altro mondo offriva incertezza e pericolo, ma questo offriva la certezza dell’infamia, dell’ignominia e della vergogna. Mentre il guardiano ripeteva la sua intimazione, Wolff si lasciò alle spalle lui e il suo mondo. Fu costretto a chinarsi per attraversare l’apertura, che già si restringeva. Quando, una volta giunto dall’altra parte, si voltò a dare un’ultima occhiata al suo vecchio mondo, vide un’apertura non più grande dell’oblò di una nave. Dopo qualche istante, essa scomparve.

CAPITOLO II

Wolff si adagiò sull’erba, per riposare finché il suo respiro affannoso non si fosse calmato. Pensò a come sarebbe stato beffardo che l’emozione fosse troppo grande per il suo vecchio cuore. Morto all’accettazione. Loro… chiunque «loro» fossero… lo avrebbero dovuto seppellire, e sulla sua tomba avrebbero dovuto scrivere: TERRESTRE SCONOSCIUTO.

Poi, si sentì meglio. Quando si rimise in piedi, riuscì perfino a ridacchiare. Preso così un po’ di coraggio, si guardò intorno. La temperatura era abbastanza confortevole, circa venti gradi, secondo un giudizio approssimativo. Nell’aria aleggiavano dei profumi strani e piacevolissimi. Richiami d’uccelli (per lo meno, sperava che si trattasse soltanto di qualche richiamo d’uccelli) venivano da ogni parte, intorno a lui. Da una certa distanza, giungeva un basso brontolio, ma egli non si spaventò. Era certo, senza avere alcuna base razionale sulla quale fondare la sua certezza, che si trattava soltanto del suono della risacca, trasformato dalla distanza. La luna era piena ed enorme, due volte e mezzo più grande di quella della Terra.

Il cielo aveva perduto il colore verde brillante che aveva avuto durante il giorno, ed era diventato, a parte l’irradiazione lunare, nero quanto il cielo notturno del mondo che lui aveva lasciato. Una moltitudine di grosse stelle si muoveva con una velocità e in direzione che lo intontirono, per la paura e la confusione. Una delle stelle scese verso di lui, divenne sempre più grossa, sempre più luminosa, per compiere un elegante passaggio a pochi metri dalla sua testa. Alla luce giallo-arancio che veniva dalla sua parte posteriore, riuscì a vedere quattro grandi ali ellittiche, molte zampe sottili e, per un attimo, la forma di una testa con delle antenne.

Era una strana forma di lucciola, con una larghezza d’ali di circa tre metri.

Wolff seguì con lo sguardo lo spostamento, l’espansione e la contrazione delle costellazioni viventi, fino a che non riuscì ad abituarsi. Si chiese quale direzione avrebbe dovuto prendere, e il rumore della marea finalmente lo decise. Una spiaggia, una linea costiera, per lo meno gli avrebbero offerto una base di partenza definita, dalla quale scegliere poi la sua meta, qualsiasi essa fosse. La sua marcia fu lenta e prudente, con numerose soste per ascoltare ed esaminare le ombre.

Si udì un possente grugnito, molto vicino. Wolff si appiattì al suolo, sull’erba che si trovava all’ombra di un grosso cespuglio, e cercò di trattenere il respiro. Si udì un fruscio. Un ramo scricchiolò. Wolff sollevò il capo di quel tanto che bastava a permettergli di vedere la radura illuminata dalla luna. Una forma enorme, eretta, bipede, oscura, e pelosa, era a pochissimi metri di distanza da lui.

Si arrestò di colpo, e il cuore di Wolff perse un battito. Il capo della creatura si muoveva avanti e indietro, così Wolff poté vedere un muso simile a quello di un gorilla. Però, non si trattava di un gorilla… in ogni modo, non di un gorilla terrestre. Il suo pelo non era di un nero uniforme. Il suo corpo era coperto di strisce a zigzag, bianche, che spiccavano sul nero che predominava. Le braccia erano molto più corte di quelle dei gorilla terrestri, e le gambe non solo erano più lunghe, ma più diritte. Inoltre, la fronte, a parte le enormi arcate sopraccigliari, era alta.

Brontolò qualcosa, e non si trattò di un verso animalesco o di un mugolio senza significato, ma di una sequenza di sillabe modulate chiaramente. Il gorilla non era solo. La luna verdastra mise in mostra della pelle nuda, dalla parte opposta a quella in cui si trovava Wolff. Apparteneva a una donna che camminava accanto al gorilla e le cui spalle erano circondate dall’enorme braccio della creatura.

Wolff non poteva vedere il volto della donna, ma le lunghe gambe sottili, le anche morbide e rotonde, le braccia formose, e i lunghi capelli neri gli fecero domandare a se stesso se la donna fosse tanto bella e perfetta anche vista dal davanti.

Lei parlò al gorilla con una voce che somigliava al suono di un campanello d’argento. Il gorilla le rispose. Poi i due uscirono dalla radura illuminata dalla luna verde, e scomparvero nell’oscurità della giungla.

Wolff non si alzò subito, perché era troppo scosso.

Finalmente, si levò in piedi e ricominciò a procedere tra i cespugli del sottobosco, che non era così impenetrabile e fitto come quello di una giungla terrestre. Anzi, i cespugli erano separati da ampie radure. Se il paesaggio non fosse stato così esotico, non avrebbe neppure pensato a una giungla. Somigliava molto di più a un giardino pubblico, compresa l’erba soffice, che era così corta da suggerire l’idea di essere stata tagliata di recente.

Dopo pochi altri passi, rimase sorpreso udendo un grugnito e vedendo un animale balzare davanti a lui. Riuscì a scorgere un paio di corna, un muso bianchiccio, dei grandi occhi acquosi, e un corpo pezzato. La cosa gli passò accanto e sparì, ma dopo pochi secondi udì dei passi vicino a lui. Si voltò, e vide quella specie di cervo a diversi metri di distanza. Quando la bestia si rese conto di essere stata notata, trotterellò verso Wolff e gli lambì la mano. Poi, cominciò a fare le fusa e cercò di strusciarsi contro il fianco dell’uomo. Dato che pesava probabilmente un quarto di tonnellata, Wolff cercò di dissuadere l’animale, con le buone maniere.

Poi si appoggiò alla bestia, le diede una grattatina dietro l’orecchio, e una pacca sul fianco. Quella specie di cervo lo leccò diverse volte con una lunga lingua umida, ruvida come quella di un leone. Le speranze di Wolff che la bestia si stancasse delle manifestazioni di affetto si avverarono in breve tempo. Se ne andò con uno scatto improvviso come quello che l’aveva fatta apparire.

Dopo la sua scomparsa, Wolff si sentì più sicuro. Un animale sarebbe stato così amichevole, con un essere del tutto sconosciuto, se ci fossero stati animali carnivori o cacciatori da temere?

Il ruggito della risacca divenne più forte. Nel giro di dieci minuti Wolff arrivò ai margini della spiaggia. Là si acquattò sotto un cespuglio enorme e ricco di fronde ed esaminò la scena illuminata dalla luna. La spiaggia era bianca e, tendendo la mano, scoprì che era fatta di sabbia finissima. Si perdeva in lontananza, da entrambe le parti, ed era ampia, tra la foresta e il mare, circa duecento metri. Da entrambe le parti, a una certa distanza, c’erano dei fuochi intorno ai quali si vedevano forme di uomini e donne. I loro scoppi di risa, le loro grida, sebbene trasformati dalla lontananza, rafforzarono la sua impressione di trovarsi di fronte a esseri umani.

Poi, si voltò a osservare la spiaggia che si stendeva davanti a lui. In un angolo, a circa trecento metri di distanza, quasi nell’acqua, c’erano due esseri. Quando li vide, gli si mozzò il respiro.

A colpirlo non fu quello che essi stavano facendo, ma la struttura dei loro corpi. Dalla cintola in su, l’uomo e la donna erano perfettamente umani, ma nel punto in cui avrebbero dovuto cominciare le gambe, iniziavano delle pinne.

Fu incapace di contenere la sua curiosità. Nascose il corno in un letto di erbe soffici come piume, e strisciò fino ai margini della giungla; quando fu davanti ai due, si fermò a guardare. Dato che il maschio e la femmina ora giacevano fianco a fianco, e parlavano, la loro posizione gli permise di studiarli in maniera più dettagliata. Si convinse del fatto che essi non avrebbero potuto assolutamente inseguirlo, sulla terraferma, e che non avevano armi. Poteva avvicinarli. Forse sarebbero stati amichevoli.

Quando fu a meno di venti metri dalla coppia, si fermò per studiarli di nuovo. Se erano un tritone e una sirena, non erano certo per metà pesci. Le pinne, al termine delle loro lunghe code, erano su un piano orizzontale, contrariamente a quelle dei pesci, che sono verticali. E sembrava che sulla coda non ci fossero scaglie. I loro corpi ibridi erano coperti di pelle bruna e liscia dalla testa alle pinne.

Tossì. I due sollevarono lo sguardo, e il maschio gridò e la femmina strillò. Con rapidità incredibile si sollevarono sulle loro code, fecero un balzo e si tuffarono in acqua. La luna illuminò brevemente una testa bruna che si sollevava dalle acque e una coda che si agitava.

Le onde rotolavano e si frangevano sulla sabbia bianca. La luna era immensa e verde e splendente. Un venticello spirava dal mare e accarezzava il suo volto sudato e andava a rinfrescare l’aria della giungla. Dall’oscurità alle sue spalle uscivano rare grida spettrali, e di lontano, lungo la spiaggia, veniva il suono di allegre grida umane.

Per qualche tempo, restò immerso nei suoi pensieri. La parlata delle due creature marine aveva avuto qualcosa di familiare, come quello dello zebrilla (così aveva battezzato il gorilla) e della donna. Non aveva riconosciuto nessuna parola, separatamente, ma i suoni e le combinazioni fonetiche avevano risvegliato qualcosa, nella sua memoria. Ma cosa? Certo, quelle creature non parlavano nessuna lingua che lui avesse mai sentito. Era forse simile a una delle lingue vive della Terra, che lui magari aveva ascoltato in un disco o al cinema?

Una mano gli strinse la spalla, lo sollevò e lo fece girare su se stesso. Il muso minaccioso e gli occhi cavernosi di uno zebrilla erano rivolti su di lui, e un alito greve d’alcool gli giunse alle nari. Lo zebrilla parlò, e la donna uscì dai cespugli. Si avvicinò lentamente, e lui, in un altro momento, avrebbe trattenuto il respiro di fronte a quel corpo stupendo e a quel volto meraviglioso. Disgraziatamente, in quel momento tratteneva il respiro per un altro motivo. Lo zebrilla avrebbe potuto scaraventarlo in mare, da un momento all’altro, con la massima facilità. Oppure, quella mano gigantesca avrebbe potuto stringerlo, riducendolo un ammasso di ossa fracassate e di carne sanguinante.

La donna disse qualcosa, e lo zebrilla rispose. Fu allora che Wolff comprese diverse parole. La loro lingua era simile al greco preomerico, al miceneo.

Non cominciò subito a parlare per rassicurarli sulle sue buone intenzioni e sulla sua mancanza di mezzi di offesa. Per prima cosa, era troppo stordito per riuscire a schiarire le idee. E poi, la sua conoscenza del greco di quel periodo era forzatamente limitata, anche se era abbastanza vicino a quello di Omero.

Finalmente, riuscì a pronunciare qualche frase inappropriata, ma a lui non interessava tanto la proprietà del linguaggio, quanto il fare comprendere chiaramente che non aveva cattive intenzioni. Udendolo, lo zebrilla disse qualcosa alla fanciulla, e posò sulla sabbia Wolff. Lui sospirò di sollievo, ma il dolore alla spalla lo richiamò subito alla realtà. L’enorme mano del mostro era incredibilmente forte. A parte le dimensioni e il folto pelo, la mano era perfettamente umana.

La donna strinse tra le dita un lembo della sua camicia. Il suo volto rifletteva un vago disgusto: più tardi Wolff avrebbe scoperto che le faceva schifo. Lei non aveva mai visto un uomo grasso prima di allora. Inoltre, i vestiti la sconcertavano. Continuò a tirare il lembo della camicia. Piuttosto che farsela togliere dallo zebrilla, dietro richiesta della fanciulla, Wolff preferì togliersela da solo. Lei la guardò con curiosità, la fiutò, disse: «Ugh!» e poi fece dei gesti.

Sebbene lui avesse preferito non capire, e non avesse avuto la minima intenzione di obbedire, decise di non opporsi. Non c’era ragione alcuna di deluderla, e magari di provocare l’ira dello zebrilla. Si tolse i vestiti, e aspettò altri ordini. La donna emise una risata acuta; lo zebrilla squittì e colpì la coscia di Wolff con la sua enorme mano, e parve che un’ascia stesse tagliando un tronco d’albero. Donna e zebrilla si abbracciarono strettamente e, ridendo istericamente, si avviarono allacciati insieme lungo la spiaggia.

Infuriato, umiliato, vergognoso, ma pure lieto di essersela cavata senza danni, Wolff tornò a infilarsi i calzoni. Raccolse la canottiera, le calze e le scarpe, e trotterellò sulla sabbia fino a raggiungere la giungla. Riprese il corno dal nascondiglio, chiedendosi cosa avrebbe dovuto fare e, finalmente, si addormentò.

Si svegliò al mattino, coi muscoli doloranti, affamato e assetato. La spiaggia brulicava di vita. Oltre i tritoni e le sirene che aveva visto la notte prima, diverse grosse foche dal mantello arancione correvano avanti e indietro, sulla sabbia, inseguendo grosse palle che venivano gettate da sirene e tritoni, e un uomo con corna caprine che gli spuntavano sulla fronte, gambe pelose e una corta coda caprina, inseguiva una donna che somigliava molto a quella che lui aveva visto con lo zebrilla. Questa, comunque, aveva i capelli biondi. Continuò a correre finché l’uomo con le corna non balzò su di lei e la fece cadere, ridendo, sulla sabbia. Quello che poi seguì gli dimostrò che quelle creature erano innocenti da qualsiasi senso del peccato, e prive di inibizioni, come dovevano esserlo stati Adamo ed Eva.

Questo era più che interessante, ma la vista di una sirena che mangiava gli ricordò delle necessità più impellenti e tassative. La sirena stringeva in una mano un grosso frutto giallo, ovale, e un emisfero che somigliava al guscio di una noce di cocco nell’altra. La corrispondente femminile dell’uomo con le corna caprine era seduta davanti a un fuoco, a pochi metri di distanza, e arrostiva un pesce infilato in un lungo bastone. L’odore gli fece venire l’acquolina in bocca, e il suo stomaco brontolò, imperiosamente.

Per prima cosa, doveva bere qualcosa. Dato che la sola acqua in vista era quella dell’oceano, si diresse verso la spiaggia e poi verso le onde.

L’accoglienza fu quella che si era aspettato: sorpresa, diffidenza, una certa apprensione. Tutti cessarono le loro attività, per quanto fossero interessanti, per guardarlo. Quando si avvicinò ad alcuni di loro, fu accolto da occhi spalancati, da bocche spalancate, e da una subitanea ritirata. Alcuni maschi rimasero fermi dov’erano, ma dal loro aspetto pareva che il minimo gesto di Wolff sarebbe bastato a farli scappare a gambe levate. Non che lui si sentisse di sfidarli, dato che il più gracile aveva dei muscoli che avrebbero facilmente spezzato il suo vecchio corpo stanco.

Si immerse nell’acqua, fino a quando questa non gli arrivò alla cintola, e assaggiò il liquido che lo circondava. Aveva visto che altri bevevano dal mare, e così sperava di trovare l’acqua accettabile. Era fresca e pura, e aveva un aroma che non aveva mai sentito prima. Dopo averne bevuta a sazietà, gli parve di avere ricevuto una trasfusione di sangue giovane. Uscì dall’acqua, e tornò sulla spiaggia, la attraversò e si rituffò nella giungla. Gli altri avevano ripreso a mangiare e a divertirsi, e, sebbene lo fissassero con occhiate penetranti, non gli dissero nulla. Lui sorrise, ma lasciò perdere, quando si accorse che li sconcertava. Nella giungla, cercò e trovò frutti e «noci di cocco» simili a quelli che aveva visto nelle mani della sirena. Il frutto giallo sapeva di pesca, e la polpa della pseudonoce sapeva di carne di manzo, delicatissima, condita con noce moscata.

Dopo, si sentì perfettamente soddisfatto, tranne che in un particolare: sentiva la mancanza della sua pipa. Ma il tabacco era una cosa che sembrava mancare, in quel paradiso.

Nei giorni seguenti, girò per la giungla e passò qualche tempo nell’oceano, o nelle sue vicinanze. Ormai, la popolazione della spiaggia si era abituata alla sua presenza, e molti avevano perfino cominciato a ridere, quando al mattino lui faceva le sue apparizioni. Un giorno, alcuni uomini e donne balzarono su di lui, e, ridendo a squarciagola, gli tolsero i vestiti. Lui corse dietro alla donna che stringeva i suoi pantaloni, ma lei scomparve nella giungla. Quando ritornò, era a mani vuote. Ormai, parlava abbastanza bene da essere compreso, se pronunciava le parole lentamente. I suoi lunghi anni di studio e di insegnamento gli avevano fornito un vasto vocabolario di greco, e doveva soltanto apprendere la cadenza, la pronuncia esatta e un certo numero di parole che non si trovavano nel suo dizionario.

«Perché hai fatto questo?» chiese alla bellissima ninfa dagli occhi neri.

«Volevo vedere quello che nascondevi sotto quegli orribili stracci. Nudo, sei brutto, ma quelle cose addosso ti facevano sembrare anche più brutto.»

«Osceno?» domandò, ma lei non comprese il significato della parola.

Lui si strinse nelle spalle, e pensò, Quando uno è in ballo… Solo che questa non era una sala da ballo, ma sembrava piuttosto il Giardino dell’Eden. La temperatura, diurna e notturna, era dolcissima, e variava al massimo di quattro o cinque gradi. Non era difficile trovare ogni varietà di cibo, non si doveva lavorare, niente tasse, niente politica, nessuna tensione, tranne una tensione sessuale facile a venire soddisfatta, nessun problema razziale o nazionalistico. Non c’erano conti da pagare. Oppure no? Il fatto che non si ottiene niente per niente è il principio basilare su cui si fonda l’universo della Terra In quel luogo succedeva lo stesso? Qualcuno avrebbe dovuto saldare i conti.

Di notte, dormiva su un comodo tappeto d’erba, in un albero cavo. Era uno dei tanti, perché la particolare configurazione di quegli alberi forniva centinaia di comodi asili. Wolff non restava a letto al mattino, comunque. Per alcuni giorni si alzò poco prima dell’alba, e osservò l’arrivo del sole. Arrivo era un termine migliore di sorgere, perché il sole, e questo era sicuro, non sorgeva. Dall’altra parte dell’oceano si levava un’immensa catena montuosa, così alta che non si vedeva la sua fine. Il sole appariva sempre da dietro la montagna, e quando giungeva era già alto sull’orizzonte. Procedeva diritto attraverso il cielo verde, e non calava, ma scompariva quando raggiungeva l’altra estremità della catena montuosa.

Un’ora dopo, appariva la luna. Anch’essa girava attorno alla montagna, appariva alla stessa altezza nel cielo, e scompariva dietro l’estremità opposta della montagna. Una notte sì e una no, pioveva a torrenti per un’ora. Wolff, di solito, si svegliava durante l’acquazzone, perché l’aria si faceva leggermente più fresca. Allora affondava vieppiù nella sua coltre d’erba, rabbrividiva e cercava di riaddormentarsi.

Ogni volta, trovava più difficile farlo. Si metteva a pensare al suo mondo, agli amici e al lavoro e agli svaghi che aveva avuto laggiù… e a sua moglie. Cosa stava facendo Brenda? Senza dubbio, era in pena per lui. Era sgradevole e piagnucolosa e spiacevole, ma, malgrado tutto ciò, lo amava. La sua scomparsa sarebbe stata una perdita e un duro colpo. Comunque, non avrebbe avuto preoccupazioni di ordine finanziario. Aveva sempre voluto fargli sottoscrivere più assicurazioni di quanto fossero le sue disponibilità; era stato un perenne pomo di discordia, questo, tra di loro. Poi, lui si ricordò che la donna non avrebbe ricevuto un centesimo di assicurazione per molto tempo, dato che non sarebbe stato breve il tempo necessario a legalizzare una dichiarazione di morte presunta. Eppure, anche se lei doveva aspettare quel giorno, avrebbe potuto sopravvivere con i sussidi previdenziali. Certo, sarebbe stato uno sbalzo notevole nel suo tenore di vita, ma avrebbe avuto di che sopravvivere.

Una cosa era certa, e cioè che lui non aveva la minima intenzione di tornare indietro. Stava recuperando la sua giovinezza. Sebbene mangiasse in misura notevole, stava perdendo peso, e i suoi muscoli si facevano più forti e più solidi. Aveva una forza nelle gambe e una sensazione di felicità perduta prima dei trent’anni, Il settimo giorno, passandosi una mano sulla testa, scoprì che i capelli gli stavano rispuntando. Il decimo giorno si destò con un forte dolore alle gengive. Si passò un dito sulle gengive, e si chiese se non fosse stato colpito da qualche malanno. Aveva dimenticato l’esistenza delle malattie, perché lui si era sentito incredibilmente bene, e nessuno del popolo della spiaggia, come lui lo chiamava, aveva mai l’aspetto malato.

Le gengive continuarono a dolergli per una settimana, e allora cominciò a bere il liquore fermentato naturalmente nelle «noci di cocktail». Queste crescevano in grossi agglomerati, in cima a un albero dai rami piccoli e gracili, e dalle foglie gialle simili a tabacco da pipa. Quando il guscio simile ai cuoio di una noce veniva spaccato da un sasso acuminato, si sprigionava un odore simile a un cocktail di frutta. Aveva il sapore del gin, con una punta di sherry e un vago sentore di tequila. Serviva benissimo ad alleviare sia il dolore alle gengive che il nervosismo causato dal dolore.

Dieci giorni dopo l’inizio del dolore alle gengive, spuntarono dieci piccoli denti bianchi e sanissimi. Inoltre, le otturazioni d’oro degli altri cominciavano a essere eliminate dal ritorno del materiale naturale. E il suo cranio precedentemente calvo era coperto di folti capelli neri.

E non era tutto. Il nuoto, le corse e le scalate degli alberi avevano cancellato tutto il grasso superfluo. Le vene varicose della vecchiaia erano scomparse, e la sua carne era liscia e solida. Poteva correre a lungo, senza che il respiro gli diventasse affannoso o il cuore gli balzasse in gola. Di questo ne era felice, ma si domandava anche come e perché accadesse.

Chiese a diversi rappresentanti del popolo della spiaggia qualcosa sulla loro giovinezza apparentemente eterna. Avevano tutti una sola risposta:

«È il volere del Signore.»

Dapprima, pensò che parlassero del Creatore, e questo gli parve strano. Per quanto ne sapeva, non avevano religione. Certo, nessuna religione con un culto organizzato, riti e sacramenti.

«Chi è il Signore?» domandava. Pensava che, forse, poteva essersi sbagliato sul significato della loro parola, wanaks, che forse aveva un significato lievemente diverso da quello inteso da Omero.

Ipsewas, lo zebrilla, il maschio più intelligente che avesse finora conosciuto, rispose:

«Vive sulla cima del mondo, oltre Okeanos.»

Ipsewas indicò un punto al di là del mare, in alto, verso la catena montuosa che sorgeva dall’altra parte.

«Il Signore vive in un palazzo stupendo e inespugnabile sulla cima del mondo. Fu lui che creò questo mondo e noi. Noi facciamo quello che ci dice il Signore e giochiamo con lui. Ma siamo sempre spaventati. Se lui si infuria, o se è deluso, può ucciderci. O peggio.»

Wolff sorrise e annuì. Così Ipsewas e gli altri non avevano spiegazioni, sulla propria origine e sull’origine del loro mondo, più razionali di quelle che la gente della Terra possedesse. Ma il popolo della spiaggia possedeva qualcosa che i terrestri non avevano. L’uniformità di opinioni. Tutti coloro ai quali rivolse la sua domanda, gli diedero la stessa risposta dello zebrilla.

«È il volere del Signore. Lui ha creato il mondo e tutti noi.»

«Come lo sapete?» domandò Wolff. Non si aspettava più di quanto non avrebbe ottenuto sulla Terra, formulando la medesima domanda. Ma rimase sorpreso.

«Oh!» rispose una sirena, Paiawa. «Ce lo ha detto il Signore. E poi, me l’ha detto anche mia madre. Lei doveva saperlo: il Signore ha fabbricato il suo corpo; lei si ricorda di quando lo fece, sebbene questo sia accaduto tanto, tanto tempo fa.»

«Davvero?» disse Wolff, domandandosi se lo stesse prendendo in giro o no, e pensando che sarebbe stato difficile controbattere con le sue stesse armi. «E dov’è tua madre? Mi piacerebbe parlarle.»

Paiawa indicò l’occidente.

«Laggiù, da qualche parte.»

«Da qualche parte» poteva anche trovarsi a migliaia di chilometri di distanza, dato che lui non aveva la minima idea dell’estensione della spiaggia.

«Non la vedo da molto tempo» aggiunse Paiawa.

«Da quanto?»

Paiawa batté le sue lunghe ciglia, e strinse le labbra. Labbra da baciare, pensò Wolff. E quel corpo! Il ritorno della giovinezza stava riportando un pungente desiderio sessuale.

Paiawa gli sorrise e disse:

«Tu stai davvero mostrando interesse per me, vero?»

Lui arrossì, e avrebbe voluto andarsene, ma voleva una risposta alle sue domande.

«Da quanti anni non vedi tua madre?» domandò di nuovo.

Paiawa non fu in grado di rispondere. La parola «anno» non era nel suo vocabolario.

Lui si strinse nelle spalle e si allontanò in fretta, per scomparire dietro le foglie dai colori violentissimi che racchiudevano la spiaggia. Lei lo chiamò, dapprima mollemente, poi, quando si rese conto che lui non si sarebbe voltato, con rabbia. Formulò alcune osservazioni pungenti, paragonandolo agli altri maschi. Lui non discusse con lei… sarebbe stato indecoroso, e poi, quanto lei diceva era vero. Anche se il suo corpo stava rapidamente riguadagnando forza e gioventù, era ancora imperfetto in confronto ai superbi esemplari che lo circondavano.

Lasciò perdere questi pensieri, e cercò di riflettere sulle parole di Paiawa. Se fosse riuscito a trovare sua madre, o una delle contemporanee di sua madre, avrebbe potuto scoprire qualcosa di più sul Signore. Non intendeva dubitare della storia di Paiawa, che avrebbe potuto sembrare incredibile sulla Terra. Quella gente non era capace di mentire. Le storie fantasiose, per loro, erano ancora più inconsuete. Questa sincerità aveva i suoi vantaggi, ma significava anche una limitazione nell’immaginazione e nel senso dell’umorismo. Ridevano spesso, ma di cose ovvie e banali. Tutto il loro senso comico era basato su fatti semplici ed evidenti. La loro comicità era grossolana, fatta di burle.

Imprecò, perché trovava difficile seguire il filo logico del suo ragionamento. Trovava difficile concentrarsi, sempre di più ad ogni giorno che passava. Dunque, a che cosa stava pensando quando aveva cominciato a meditare sui difetti della società locale? Ah, sì, la madre di Paiawa! Alcuni, tra i più anziani, sarebbero stati in grado di illuminarlo… se fosse riuscito a trovarli. Come poteva identificarli, se tutti gli adulti parevano della stessa età? C’erano pochissimi bambini, forse tre tra le diverse centinaia di esseri che aveva finora incontrato. Inoltre, tra gli uccelli e gli animali (alcuni piuttosto strani, e comunque, numerosissimi) solo una mezza dozzina non erano adulti.

Se c’erano poche nascite, l’equilibrio era mantenuto dall’assenza di morti. Aveva visto tre animali morti, due uccisi incidentalmente, e il terzo rimasto vittima di un duello per una femmina. Anche quello era stato un incidente, perché il maschio sconfitto, un’antilope color limone con quattro corna curvate a forma di otto, si era voltata per fuggire e si era rotta l’osso del collo saltando un tronco d’albero.

La carne dell’animale morto non aveva avuto la minima possibilità di imputridirsi e puzzare. Diverse creature onnipresenti, che somigliavano a piccole volpi bipedi dal naso bianco, dalle lunghe orecchie pendenti, e dalle zampe di scimmia, avevano mangiato il cadavere nel giro di un’ora. Le volpi pattugliavano la giungla e individuavano qualsiasi cosa… frutti, noci, bacche, cadaveri. Avevano il gusto del marcio; ignoravano la frutta fresca, e sceglievano quella avariata. Ma non rappresentavano una nota sgradevole nella sinfonia della bellezza e della vita. Anche ne! Giardino dell’Eden, i raccoglitori di rifiuti erano necessari.

A volte Wolff guardava oltre l’oceano azzurro, dalla bianca spuma, verso la catena montuosa, chiamata Thayaphayawoed. Forse il Signore viveva lassù. Forse valeva la pena di tentare di attraversare l’oceano, e poi di scalare quella montagna, nella speranza che alcuni dei misteri di quell’universo venissero svelati.

Ma più tentava di valutare l’altezza della Thayaphayawoed, meno riusciva ad averne un’idea, seppur vaga. Le cime oscure si levavano sempre più in alto, fino a che l’occhio non si stancava e la mente arretrava, confusa. Nessun uomo avrebbe potuto vivere lassù in cima, perché non ci sarebbe stata aria da respirare.

CAPITOLO III

Un giorno Robert Wolff tolse il corno d’argento dal suo nascondiglio nel cavo di un albero. Attraverso la foresta, si diresse verso il macigno dal quale l’uomo che si era definito Kickaha gli aveva gettato il corno. Kickaha e le orribili creature erano scomparsi, come se non fossero mai esistiti, e nessuno di coloro ai quali aveva rivolto domande li aveva mai visti né mai aveva sentito parlare di loro. Aveva deciso di ritornare nel suo mondo di origine, e di provare a vivere laggiù. Se avesse deciso che i suoi vantaggi erano superiori a quelli del pianeta Giardino dell’Eden, sarebbe rimasto là. O, forse, avrebbe potuto viaggiare avanti e indietro, traendo così il meglio da entrambi. Quando si fosse stancato di uno, avrebbe passato un periodo di vacanza nell’altro.

Lungo la strada, si fermò un momento per accettare l’invito di Elikopis a bere qualcosa e parlare. Elikopis, il cui nome significava «Occhi splendenti», era una stupenda e formosa driade. Era più vicina alla «normalità» di qualsiasi altra creatura lui avesse incontrato fino a quel momento. Se i suoi capelli non fossero stati purpurei, avrebbe, vestita nel modo adatto, attirato sulla Terra l’attenzione riservata alle femmine dall’aspetto più leggiadro.

Inoltre, era una delle poche capaci di affrontare una conversazione degna di essere portata fino in fondo. Non aveva della conversazione il concetto comune di chiacchierare allegramente e di ridere forte senza ragione e di ignorare le parole di coloro che avrebbero dovuto parlarle. Wolff era rimasto deluso e disgustato, scoprendo che quasi tutti gli abitanti della foresta e della spiaggia si dedicavano ai monologhi, per quanto sembrasse intensa la conversazione, e per quanto sembrassero adoratori dello spirito di gruppo.

Elikopis era diversa, forse perché non apparteneva a nessun «gruppo», sebbene fosse più che probabile che la causa fosse esattamente l’inverso. In quel mondo davanti al mare, che mancava perfino della tecnologia degli aborigeni australiani (e non ne aveva neppure la necessità), si era sviluppato un sistema alquanto complesso di relazioni sociali. Ogni gruppo aveva territori di spiaggia e di foresta ben definiti, con livelli di prestigio interni. Erano in grado di recitare nei particolari (e amavano farlo) la propria posizione rispetto ad ogni altro individuo del gruppo, che di solito si componeva di circa trenta individui. Potevano e volevano recitare le discussioni, le riconciliazioni, i difetti e le virtù, la forza atletica o la sua mancanza, l’abilità nei loro svariati giochi infantili, e valutare le virtù sessuali di ciascuno.

Elikopis aveva un senso dell’umorismo vivido come i suoi occhi, ma possedeva anche una certa sensibilità. Quel giorno aveva un ulteriore motivo di attrazione, uno specchio di vetro incastonato in un cerchio d’oro tempestato di diamanti. Era uno dei pochissimi manufatti che Wolff avesse visto fino a quel momento.

«Dove l’hai preso?» domandò lui.

«Oh, me l’ha dato il Signore» rispose Elikopis. «Una volta, molto tempo fa, ero una delle sue favorite. Quando scendeva dalla cima del mondo per visitarci, passava molto del suo tempo con me. Chryseis e io eravamo quelle che lui preferiva. Ci crederesti? Le altre ci odiano ancora per questo. Ecco perché sono così sola… non che il restare con gli altri valga molto.»

«E che aspetto aveva il Signore?»

Lei rise e disse:

«Dal collo in giù, aveva l’aspetto di qualsiasi uomo alto e ben fatto, come te.»

Lei gli circondò il collo col braccio, e cominciò a baciarlo sulla guancia, lentamente dirigendosi verso l’orecchio.

«Il suo volto?» chiese Wolff.

«Non lo conosco. Potevo toccarlo, ma non vederlo. Un alone di luce si sprigionava da esso e mi accecava. Quando si avvicinava a me, dovevo chiudere gli occhi, tanto era forte.»

Lei gli chiuse le labbra coi suoi baci, e dopo qualche istante Wolff dimenticò le sue domande. Ma quando lei fu sdraiata accanto a lui, sonnolenta, sull’erba soffice, lui prese lo specchio e lo guardò. Il suo cuore fu pervaso dalla felicità. Aveva l’aspetto dei suoi venticinque anni. Lo aveva saputo, ma non se ne era reso conto appieno, fino a quel momento.

«E se ritorno sulla Terra, invecchierò con la stessa rapidità con la quale ho riguadagnato la mia gioventù?»

Si alzò, e rimase in piedi immobile, per qualche tempo, immerso nei suoi pensieri. Poi disse:

«Ma chi voglio ingannare? Non tornerò indietro.»

«Se adesso mi lasci» disse Elikopis, languidamente, «cerca Chryseis. Le è accaduto qualcosa: fugge ogni volta che qualcuno le si avvicina. Anch’io, la sua unica amica, non posso avvicinarla. Le è accaduto qualcosa di spaventoso, qualcosa di cui non vuole parlare. Ti piacerà. Non è come le altre; è come me.»

«Benissimo» rispose con aria assente Wolff. «Lo farò.»

Camminò, finché non si trovò solo. Anche se non intendeva servirsi del passaggio dal quale era giunto, voleva fare degli esperimenti col corno. Forse c’erano degli altri passaggi. Era possibile che, in qualsiasi punto si suonasse il corno, venisse aperto un passaggio.

L’albero sotto il quale si era fermato era una delle numerose cornucopie. Era alto sessanta metri, aveva uno spessore di dieci, una corteccia azzurrina, liscia, levigata, e rami grossi come la sua coscia e lunghi venti metri. I rami erano privi di foglie e di germogli. Alla fine di ciascun ramo si trovava un fiore dal calice coriaceo, lungo due metri e mezzo, e dell’esatta forma di una cornucopia.

Dalle cornucopie scendevano, a intervalli regolari, flussi di una sostanza simile alla cioccolata. La sostanza aveva il sapore del miele, con un leggero sentore di tabacco… un miscuglio strano, che però gli piaceva moltissimo. Ogni creatura della foresta ne mangiava.

Sotto l’albero della cornucopia, soffiò nel corno. Non apparve nessun «passaggio». Cercò ancora, a cento metri di distanza, ma senza successo. Così, decise, il corno funzionava soltanto in certe zone, forse soltanto in quel luogo vicino al macigno a forma di fungo.

Allora scorse la testa della fanciulla che si era affacciata tra le fronde quando il passaggio si era aperto per la prima volta. Aveva sempre quel volto a forma di cuore, gli occhi immensi, le labbra piene e scarlatte, e i lunghi capelli tigrati.

Lui la salutò, ma lei fuggì. Il suo corpo era stupendo: le sue gambe erano le più lunghe, in proporzione al corpo, che mai avesse visto in una donna. Inoltre, era più snella delle altre femmine di quel mondo, dai fianchi troppo abbondanti, dalle curve troppo evidenti e dai seni troppo pieni.

Wolff la seguì, di corsa. La ragazza si voltò un istante, emise un grido di disperazione, e continuò a correre. Allora lui fu sul punto di fermarsi, perché nessuno degli indigeni aveva avuto reazioni del genere. Una ritrosia iniziale, sì, ma non panico completo e fuga disperata.

La ragazza corse fino a che le forze l’aiutarono. Singhiozzando, respirando affannosamente, si appoggiò a un piccolo macigno coperto di muschio, vicino a una cascata. Era circondata da fiori gialli, a forma di punto interrogativo, che le arrivavano alla coscia. Un uccello dagli occhi di civetta, dalle penne dritte e dalle lunghe zampe ricurve era appollaiato in cima al macigno, e li fissava. Emise dei deboli squittii.

«Non avere paura di me. Non ti farò del male. Voglio soltanto parlarti.»

La fanciulla indicò con un dito tremante il corno. Con voce malferma, domandò:

«Dove l’hai preso?»

«L’ho avuto da un uomo che ha detto di chiamarsi Kickaha. Tu l’hai visto. Lo conosci?»

Gli occhi enormi della fanciulla erano color acquamarina; Wolff li giudicò gli occhi più belli che mai avesse visto. Questo malgrado, o forse a causa, delle pupille feline.

Lei scosse il capo:

«No! Non lo conosco. L’ho visto per la prima volta quando quelle…» deglutì e impallidì e sembrò sul punto di vomitare «… cose lo hanno respinto fino al macigno. E ho visto che lo trascinavano via dal macigno.»

«Allora non è stato finito?» domandò Wolff. Non disse ucciso o morto o assassinato, perché si trattava di parole tabù.

«No! Forse quelle cose volevano fargli qualcosa di peggio che… finirlo?»

«Perché sei fuggita da me?» domandò Wolff. «Io non sono una di quelle cose.»

«Io… non posso parlarne.»

Wolff meditò sulla sua riluttanza a parlare di cose sgradevoli. Quella gente aveva così pochi fenomeni sgradevoli o repellenti nella vita, che non era in grado di affrontare neppure quelli. Era condizionata completamente al bello e al facile.

«Non mi importa che tu voglia parlarne o meno» disse luì. «Devi farlo. È molto importante.»

Lei voltò il capo.

«No!»

«Da che parte sono andati?»

«Chi?»

«Quei mostri. E Kickaha.»

«Ho sentito che lui li chiamava gworl» disse lei. «Non ho mai sentito prima questa parola. Loro… i gworl… devono venire da… qualche altro posto.» Indicò un punto in alto, verso il mare. «Devono venire dalla montagna. Di lassù, da qualche parte.»

Bruscamente, si rivolse a lui e gli si avvicinò. I suoi occhi immensi fissavano quelli di Wolff, e anche in quel momento lui non poté fare a meno di considerare quanto fossero squisiti i suoi lineamenti e quanto fosse liscia e appetibile la sua pelle.

«Andiamocene di qui!» gridò lei. «Andiamocene lontano! Quelle cose sono ancora qui. Alcune possono avere portato via Kickaha, ma non se ne sono andate tutte! Ne ho viste un paio, qualche giorno fa. Si nascondevano nel cavo di un albero. I loro occhi splendevano come quelli degli animali, e hanno tutte un odore orribile, come frutti marciti e imputriditi!»

Posò la mano sul corno.

«Credo che vogliano questo!»

Wolff disse:

«E io ho suonato il corno. Se c’è qualcuno di loro nelle vicinanze, lo avrà sentito per forza!»

Si guardò intorno. Qualcosa brillava dietro un cespuglio, a circa cento metri.

Tenne gli occhi sul cespuglio, e dopo qualche tempo vide tremare le foglie, e di nuovo un lampo di luce. Strinse la mano sottile della fanciulla, e disse:

«Andiamocene. Ma cerca di camminare come se non avessi visto nulla. Fa’ finta di niente.»

Lei gli strinse la mano, e disse:

«Cosa succede?»

«Non allarmarti. Mi sembra di avere visto qualcosa, dietro un cespuglio. Potrebbe non essere niente, ma potrebbe anche trattarsi di un gworl. Non guardare! Sarebbe un disastro.»

Ma le sue parole erano giunte in ritardo, perché lei aveva già voltato il capo. Ansimò, e si avvicinò ancora di più all’uomo.

«Loro… loro!»

Lui guardò nella direzione indicata dal dito affusolato della fanciulla, e vide due figure nere e tozze che uscivano dai cespugli. Ciascuna stringeva in mano una lunga lama d’acciaio, grossa e ricurva. Facevano ondeggiare le lame e gridavano qualcosa con voce raspante. Non indossavano vesti sui neri corpi pelosi, ma un’ampia cintura intorno alla vita portava armi da taglio delle più svariate fogge.

Wolff disse:

«Non allarmarti. Non credo che possano correre molto forte, con quelle buffe gambe. Dov’è un buon rifugio, un posto in cui non possano raggiungerci?»

«Oltre il mare» disse con voce tremula. «Non credo che possano ritrovarci, se fuggiamo laggiù. Potremmo servirci di un histoikhthys.»

Si riferiva a uno dei grossi molluschi che abbondavano nell’oceano. Avevano dei corpi ricoperti da gusci sottilissimi ma solidi, simili alla chiglia di un’imbarcazione da turismo. Una cartilagine sottile ma robusta usciva verticalmente dalla parte esterna di ciascuna valva, e una vela triangolare di carne, sottile fino al punto di sembrare trasparente, cresceva intorno all’asse cartilagineo. L’angolazione della vela era controllata dai movimenti muscolari, e la forza del vento sulla vela, oltre all’espulsione di getti d’acqua, permetteva alla creatura di muoversi rapidamente in acqua, sia che ci fosse vento o meno. Le sirene e le creature che vivevano sulla spiaggia si servivano spesso di quelle creature, pilotandole a volontà, esercitando una pressione sui centri nervosi esposti.

«Pensi che i gworl dovranno usare un’imbarcazione?» domandò lui. «In questo caso, dovranno fabbricarsene una. Non ne esistono, qui intorno.»

Wolff si guardava continuamente alle spalle. I gworl avevano accelerato l’andatura, e i loro corpi si muovevano come quelli di un marinaio ubriaco, ad ogni passo. Wolff e la fanciulla raggiunsero un torrente ampio circa venti metri e che, nel punto di maggiore profondità, arrivava loro alla vita. L’acqua era fresca, ma era una frescura gradevole, limpida, e si vedevano guizzare dei pesciolini argentati. Quando giunsero sull’altra sponda, si nascosero dietro un grosso albero della cornucopia. La ragazza insisteva perché continuassero a fuggire, ma lui le rispose:

«Saranno in difficoltà, quando raggiungeranno il centro del torrente.»

«Che vuoi dire?» domandò lei.

Lui non rispose. Nascose il corno dietro l’albero, e si guardò intorno, fino a che non riuscì a trovare una pietra. Era piuttosto grossa, rotonda, e scabra quel tanto che bastava a permettergli di maneggiarla agevolmente. Sollevò una cornucopia, caduta a terra, e la soppesò. Era grossa, ma vuota all’interno, e pesava circa dieci chili. Quando ebbe finito queste operazioni, i gworl avevano già raggiunto la sponda opposta del torrente. Fu allora che scoprì un punto debole di quelle spaventose creature. Camminavano avanti e indietro, lungo la sponda, e agitavano furiosamente le loro lame, e grugnivano con tanta violenza, nel loro linguaggio gutturale, che egli poté sentirle a quella distanza. Finalmente, una di esse mise un piede nell’acqua. Lo ritirò quasi immediatamente, lo scosse come un gatto si scuote una zampa bagnata, e disse qualcosa all’altro gworl. Questi si fece indietro, e gridò qualcosa.

Il gworl con il piede bagnato gridò a sua volta, ma avanzò verso l’acqua, e, riluttante, cominciò a procedere. Wolff lo seguì con lo sguardo, e notò che l’altro era deciso a restare di guardia, finché il suo compagno non avesse compiuto la traversata sano e salvo. Wolff aspettò che la creatura avesse superato il centro del torrente; poi sollevò con una mano la cornucopia, il sasso con l’altra, e corse verso il corso d’acqua. Alle sue spalle, la fanciulla gridò. Wolff imprecò, perché il grido avvertiva i gworl del suo arrivo.

Il gworl si fermò, con l’acqua fino alla cintola, gridò qualcosa a Wolff e brandì la sua lama. Wolff risparmiò il fiato, perché voleva tesaurizzare ogni energia. Corse verso la sponda del torrente, mentre il gworl riprendeva la sua avanzata verso il medesimo punto. Il gworl che si trovava dalla parte opposta si era immobilizzato, all’apparizione di Wolff; subito dopo, si era tuffato nell’acqua per soccorrere il suo compagno. Questo rientrava nei piani di Wolff. Sperava soltanto di riuscire a sistemare il primo, prima che il secondo fosse riuscito a raggiungerlo.

Il gworl più vicino lanciò il coltello; Wolff sollevò la cornucopia davanti a sé. Il coltello affondò sulla superficie sottile ma solidissima del frutto con una forza incredibile, e quasi glielo fece saltar via di mano. Il gworl fece per estrarre un altro coltello dalla sua cintura. Wolff non perse tempo a estrarre il primo coltello dalla cornucopia; continuò a correre. Nel momento in cui il gworl sollevò il coltello per colpire Wolff, Wolff mollò la pietra, sollevò il grande frutto a forma di campana, e lo sbatté sulla creatura.

Un guaito attutito si udì giungere dall’interno della cornucopia. La cornucopia si rovesciò, insieme al gworl, ed entrambi cominciarono a galleggiare, portati verso il mare dalla corrente. Wolff corse nell’acqua, riprese il sasso, e afferrò il gworl per una gamba. Diede un’occhiata frettolosa all’altro, e vide che stava per lanciare il coltello. Wolff afferrò il manico del coltello che sporgeva dalla cornucopia, lo tirò fuori, e poi si gettò giù, al riparo della cornucopia. Fu costretto a lasciare la presa, abbandonando il piede peloso del gworl, ma riuscì a evitare il coltello. Rimbalzò sul bordo della cornucopia e si piantò fino all’impugnatura nella fanghiglia della sponda.

Nello stesso tempo, il gworl dentro la cornucopia cercò di uscirne, annaspando. Wolff lo colpì al fianco; il coltello scivolò su una delle protuberanze cartilaginee. Il gworl urlò e si voltò ad affrontarlo. Wolff si alzò e colpì allo stomaco la creatura, con tutte le sue forze. Il coltello affondò fino all’impugnatura. Il gworl cercò di afferrarlo; Wolff arretrò d’un passo; il gworl cadde nell’acqua. La cornucopia, galleggiando, si allontanò, lasciando esposto Wolff, senza coltello, e solo con la pietra in mano. Il gworl superstite stava avanzando verso di lui, stringendo il coltello all’altezza del petto. Evidentemente, non intendeva tentare un secondo lancio. Voleva affrontare Wolff direttamente.

Wolff si costrinse ad attendere, fino a quando la cosa non fu a tre metri da lui. Aspettando, si raccolse, tanto che l’acqua gli arrivò al petto e nascose la pietra, che aveva passato dalla mano sinistra alla destra. Ora poteva vedere chiaramente il volto del gworl. Aveva una fronte bassissima, una doppia arcata sopraccigliare, delle sopracciglia spesse e folte, occhi giallo-limone vicinissimi l’uno all’altro, un naso appiattito, con una sola narice, delle labbra bestiali nere e sottili, una mascella sporgente che si curvava all’esterno e dava alla bocca un aspetto da rospo, niente mento, e i denti aguzzi e spaziati dei carnivori. La testa, il volto e il corpo erano coperti di un pelo lungo, folto e nero. Il collo era grossissimo, e le spalle erano curve. Il pelo bagnato puzzava come un frutto marcito.

Wolff fu spaventato dall’orribile deformità della creatura, ma non arretrò d’un passo. Se avesse ceduto, e si fosse messo a correre verso la salvezza, si sarebbe trovato con un coltello infilato nella schiena.

Quando il gworl, alternando sibili e suoni raschianti nel suo sgradevole linguaggio, fu giunto a due metri da lui, Wolff si eresse. Sollevò la pietra, e il gworl, vedendo le sue intenzioni, sollevò il coltello per lanciarlo. La pietra partì velocissima, diritta, e colpì alla fronte il gworl. La creatura barcollò, lasciò cadere il coltello, e cadde all’indietro nell’acqua. Wolff annaspò in quella direzione, si tuffò alla ricerca della pietra, la trovò, e uscì dall’acqua mentre il gworl si stava rimettendo in piedi. Sebbene conservasse un’espressione di stordimento, non era fuori combattimento. E impugnava un altro coltello.

Wolff sollevò la pietra e la fece piombare con forza sul cranio della creatura. Si udì uno schianto. Il gworl tornò a cadere, sparendo nell’acqua, e apparve a diversi metri di distanza, galleggiando bocconi.

Allora subentrò la reazione. Il suo cuore batteva così forte che sembrava dover cedere da un momento all’altro, e lui tremava in ogni fibra, e una violenta nausea lo attanagliava. Ma ricordò il coltello piantato nel fango, e andò a riprenderlo.

La fanciulla era ancora dietro l’albero. Aveva un aspetto terrorizzato, era ammutolita dallo spavento. Wolff raccolse il corno, strinse con una mano il braccio della fanciulla, e la scosse con violenza.

«Scuotiti, avanti! Pensa a quanto sei stata fortunata! Avresti potuto morire tu, al posto loro!»

Lei cominciò a lamentarsi fiocamente, poi scoppiò in lacrime. Lui attese che lo sfogo si fosse esaurito, poi riprese a parlare.

«Non so neppure il tuo nome.»

I suoi occhi enormi erano arrossati, e il volto sembrava invecchiato. Malgrado ciò, nessuna donna della Terra che Wolff avesse mai visto avrebbe potuto paragonarsi a lei. La sua bellezza rese lontano l’orrore della lotta.

«Sono Chryseis» disse lei. Come se ne fosse orgogliosa, e nel contempo si vergognasse del suo orgoglio, aggiunse. «Sono la sola, qui, cui sia permesso portare questo nome. Il Signore l’ha proibito a tutte le altre.»

Lui brontolò:

«Di nuovo il Signore. Sempre il Signore. Chi diavolo è il Signore?»

«Non lo sai davvero?» rispose lei, come se non riuscisse a credergli.

«No, non lo so.» Rimase in silenzio per un momento, poi ripeté il suo nome, come se lo stesse assaporando. «Chryseis, eh? Criseide. Non è ignoto sulla Terra, sebbene io tema che l’università nella quale insegnavo sia piena di analfabeti che non lo hanno mai sentito nominare. Sanno soltanto che Omero ha composto l’Iliade, e le loro nozioni si fermano qui.

«Criseide, figlia di Crise, sacerdote di Apollo. Fu catturata dai greci durante l’assedio di Troia, e data ad Agamennone. Ma Agamennone fu costretto a restituirla a suo padre, a causa della pestilenza mandata da Apollo.»

Chryseis rimase in silenzio per un periodo così lungo che Wolff si spazientì. Era deciso ad andarsene il più lontano possibile con lei, ma non sapeva quale fosse la direzione migliore da prendere.

Chryseis, aggrottando la fronte, disse:

«È successo tanto, tanto tempo fa. Lo ricordo a stento. È tutto così vago, ormai.»

«Di che cosa stai parlando?»

«Di me. Di mio padre. Di Agamennone. Della guerra.»

«Be’, e allora?» Stava pensando che avrebbe fatto bene ad andare fino ai piedi della montagna. Laggiù avrebbe potuto farsi un’idea dell’entità della scalata.

«lo sono Chryseis» disse lei. «Quella di cui stavi parlando. Parli come se fossi appena giunto dalla Terra. Oh, dimmi, è vero?»

Sospirò. Quella gente non mentiva, ma non era detto che le storie che raccontavano, e che secondo loro erano vere, lo fossero davvero. Aveva sentito abbastanza cose incredibili per rendersi conto che essi non solo avevano delle informazioni parziali ed erronee, ma ricostruivano il passato in modo assolutamente personale. Lo facevano in tutta sincerità, ovviamente.

«Non voglio spezzare il tuo bel mondo di sogno» disse lui. «Ma quella Chryseis. se è mai esistita, morì almeno 3000 anni or sono. Inoltre, era una creatura umana. Non aveva capelli tigrati e occhi dalle pupille feline.»

«Neppure io… allora. È stato il Signore che mi ha presa, mi ha portata in questo Universo, e ha mutato il mio corpo. Ed è stato lui che ha preso gli altri, li ha cambiati, oppure ha messo le loro menti all’interno di corpi da lui fabbricati.»

Indicò verso il mare e verso l’alto un punto lontano.

«Ora vive lassù, e non lo vediamo molto spesso. Alcuni dicono che è scomparso da molto tempo, e che un nuovo Signore ha preso il suo posto.»

«Andiamocene di qui» disse lui. «Di questo, possiamo parlarne dopo.»

Avevano percorso quasi mezzo chilometro, quando Chryseis gli fece un segno, e gli indicò di nascondersi con lei dietro un arbusto dai grossi rami purpurei e dalle foglie dorate. Si nascose vicino a lei, aprì un poco le fronde, e vide quello che aveva allarmato la fanciulla. A diversi metri di distanza c’era un uomo dalle gambe pelose, con delle grosse corna caprine sulla fronte. All’altezza degli occhi dell’uomo, appollaiato su un ramo d’albero, c’era un corvo gigantesco. Era grande come un’aquila reale e aveva una fronte altissima. Il cranio era di dimensioni capaci di ospitare un cervello grande come quello di un fox-terrier.

Wolff non fu sorpreso delle dimensioni del corvo, perché aveva già visto altre enormi creature. Ma fu sbalordito nel vedere che uomo e pennuto stavano conversando.

«L’Occhio del Signore» mormorò Chryseis. E puntò un dito in direzione del corvo, in risposta alla sua muta domanda. «È una delle spie del Signore. Volano sul mondo e vedono quanto vi accade e poi vanno a riferire tutto al Signore.»

Wolff ripensò all’affermazione, sincera in apparenza, a proposito della possibilità che il Signore aveva di porre cervelli umani all’interno di corpi da lui fabbricati. Lui formulò la domanda, e la fanciulla rispose:

«Sì, ma non so se ha messo cervelli umani nelle teste dei corvi. Può darsi che abbia fabbricato dei piccoli cervelli, servendosi del cervello umano come modello, e che poi abbia istruito i corvi. O potrebbe essersi limitato a usare parti di un cervello umano.»

Disgraziatamente, sebbene tendesse al massimo i suoi sensi, Wolff riuscì a cogliere solo qualche parola qua e là. Passarono diversi minuti. Il corvo, gracchiando forte un arrivederci in un greco distorto ma comprensibile, spiccò il volo dal ramo. Le sue grandi ali cominciarono a sbattere velocemente, ed esse lo sollevarono verso il cielo, e presto scomparve oltre la folta cupola vegetale. Dopo qualche istante, Wolff colse una rapida visione del corvo, attraverso una breccia del fogliame. Il gigantesco uccello nero stava salendo sempre di più, e il suo volo lo portava verso le montagne di là dal mare.

Si accorse che Chryseis stava tremando. Le disse:

«Cosa potrebbe dire il corvo al Signore, per spaventarti tanto?»

«Non sono spaventata tanto per me, quanto per te. Se il Signore scopre che tu sei qui, vorrà ucciderti. Non ama che nel suo mondo si trovino degli ospiti non invitati.»

Lei posò la mano sul corno, e tremò di nuovo.

«So che è stato Kickaha a dartelo, e che non è colpa tua, se ora lo possiedi. Ma il Signore potrebbe non sapere che non è colpa tua. E, anche se lo sapesse, potrebbe non curarsene affatto. Si adirerebbe spaventosamente, se sospettasse che tu hai avuto qualcosa a che fare col suo furto. Ti farebbe delle cose spaventevoli; meglio sarebbe che tu ti finissi ora, piuttosto che permettere al Signore di mettere le mani su di te.»

«Kickaha ha rubato il corno? Come fai a saperlo?»

«Oh, credimi, lo so. È del Signore. E Kickaha deve averlo rubato, perché il Signore non l’avrebbe mai dato a nessuno.»

«Sono confuso» disse Wolff. Ma forse un giorno potremo aggiustare tutto. Adesso sono preoccupato di più per Kickaha: dove si trova?

Chryseis indicò la montagna, e disse:

«I gworl l’hanno portato lassù. Ma prima di farlo…»

Si coprì il volto con le mani; tra le dita filtrarono delle lacrime.

«Gli hanno fatto qualcosa?» domandò Wolff.

Lei scosse il capo.

«No! Hanno fatto qualcosa a… a…»

Wolff le strinse le mani, e con fermezza le tolse dagli occhi di lei.

«Se non riesci a parlarne, potresti mostrarmelo?»

«Non posso. È… troppo orribile. Mi fa star male.»

«Mostramelo, comunque.»

«Ti porterò laggiù. Ma non chiedermi di… guardarla… un’altra volta.»

Lei cominciò a camminare, e Wolff la seguì. Spesso lei si fermava, ma subito lui con dolcezza la faceva procedere. Dopo un percorso fatto per vie tortuose, circa un chilometro, lei si fermò. Davanti a loro c’era una piccola boscaglia di arbusti bassi. Le foglie dei rami di uno erano strettamente allacciate a quelle dell’arbusto vicino. Le foglie erano larghe e a forma di orecchio di elefante, color verde pallido con venature rossastre, e terminavano in una specie di fiordaliso rugginoso.

«È là dentro» disse Chryseis. «Ho visto i gworl… prenderla e portarla tra gli arbusti. Li ho seguiti… Io…»

Wolff, stringendo il coltello in pugno, si aprì un varco tra gli arbusti. Si trovò in una radura naturale. Al centro, sull’erbetta bassa e verde, giacevano le ossa disseminate di una femmina umana. Le ossa erano grige e prive di carne, e portavano dei segni di piccoli denti, dai quali seppe che i piccoli bipedi volpini si erano occupati di lei.

Non rimase gelato dall’orrore, ma riuscì a immaginare quello che aveva dovuto provare Chryseis. Doveva avere visto parte della scena, probabilmente uno stupro, e poi l’uccisione, fatta sicuramente con metodi barbari e crudeli. Doveva avere reagito come gli altri abitatori del Giardino. La morte era una cosa tanto orribile, che la parola stessa era divenuta tabù da molto tempo, e quindi era caduta dalla lingua. In essa venivano contemplate soltanto le cose piacevoli, e tutto il resto doveva essere escluso.

Ritornò da Chryseis, che lo fissò con i suoi grandi occhi, quasi supplicandolo di dirle che non c’era nulla nella radura. Lui disse:

«Ormai ne restano soltanto le ossa, e lei non può più soffrire.»

«I gworl pagheranno per questo!» disse ferocemente lei. «Il Signore non permette che le sue creature soffrano! Questo Giardino è suo, e tutti gli intrusi sono puniti.»

«Buon per te» disse lui. «Cominciavo a credere che la scossa ti avesse paralizzata. Odia i gworl finché vuoi; lo meritano. E hai bisogno di sfogarti.»

Lei gridò, e balzò contro di lui e gli martellò il petto coi suoi piccoli pugni. Poi cominciò a piangere, e dopo qualche tempo lui la strinse tra le braccia. Le sollevò il capo e la baciò. Lei rispose al bacio appassionatamente, anche se le lacrime scendevano ancora.

Dopo, lei disse:

«Ho corso fino alla spiaggia per dire alla mia gente quello che avevo visto. Ma non hanno voluto ascoltare. Mi hanno voltato la schiena e hanno fatto finta di non avermi udita. Ho cercato di farli ascoltare, ma Owisandros… l’uomo dalle corna d’ariete che parlava al corvo… Owisandros mi ha colpita con un pugno e mi ha detto di andarmene. Dopo questo, nessuno di loro ha più voluto avere qualcosa a che fare con me. E io… avevo bisogno di amicizia e di amore.»

«Non puoi ottenere amicizia o amore dicendo alla gente quello che la gente non vuole sentire» rispose lui. «Né qui, né sulla Terra. Ma tu hai me, Chryseis, e io ho te. Penso di cominciare a innamorarmi di te, sebbene possa trattarsi solo di una reazione alla solitudine e alla bellezza più strana che mai io abbia visto. E alla mia rinnovata giovinezza.»

Si sollevò, mettendosi a sedere sull’erba, e indicò la montagna.

«Se i gworl sono intrusi, qui, da dove vengono? Perché cercavano il corno? Perché hanno portato con loro Kickaha? E chi è Kickaha?»

«Viene anche lui di lassù. Ma penso che sia un terrestre.»

«Che vuoi dire con «terrestre»? Hai detto di venire anche tu dalla Terra.»

«Voglio dire che si tratta di un nuovo arrivato. Non lo so. Mi è sembrato che fosse così, ecco tutto.»

Lui si alzò, e l’aiutò a rialzarsi.

«Andiamo a cercarlo.»

Chryseis trattenne il respiro e, portando una mano al seno, si ritrasse da lui.

«No!»

«Chryseis, potrei restare qui con te ed essere molto felice. Per qualche tempo. Ma mi domanderei sempre che cosa si nasconde dietro al Signore e a Kickaha. L’ho visto solo per pochi istanti, ma mi è piaciuto moltissimo. Inoltre, non mi ha gettato il corno solo perché io mi trovavo per caso davanti a lui. Penso che l’abbia fatto per una buona ragione, e io devo scoprire qual è. E non posso riposare, mentre lui si trova nelle mani di quegli orribili gworl.»

Le tolse la mano dal seno, e baciò la mano.

«È tempo orinai che tu lasci un paradiso che non è il paradiso. Non puoi restare qui per sempre, per sempre fanciulla.»

Lei scosse il capo.

«Non ti potrei aiutare affatto. Ti intralcerei soltanto. E… partendo… partendo… io… bene, finirei.»

«Devi cominciare ad apprendere un nuovo vocabolario» le disse lui. «La morte dovrà essere una delle tante parole che potrai pronunciare senza rabbrividire né tremare. Ti renderà una donna migliore. Rifiutare di pronunciare questa parola non può impedirle di esistere, lo sai. Le ossa della tua amica sono là, che tu possa parlarne o meno.»

«È orribile!»

«Spesso la verità lo è.»

Le voltò le spalle, e si diresse verso la spiaggia. Dopo cento metri, si fermò e si voltò indietro. Lei aveva cominciato a corrergli dietro, proprio in quel momento. L’attese, la strinse tra le braccia, la baciò, e disse:

«Troverai il cammino difficile, Chryseis, ma non ti annoierai, non dovrai suggere il loto per sopportare la vita.»

«Lo spero» mormorò lei. «Ma ho paura.»

«Anch’io, ma ormai siamo in cammino.»

CAPITOLO IV

Le prese la mano, e avanzarono fianco a fianco verso la continua canzone delle onde. Non avevano percorso cento metri, che Wolff vide il primo gworl. Uscì dal riparo di un tronco, e sembrò stupito quanto loro. Gridò, estrasse il coltello, poi si voltò a gridare qualcosa ad altri, dietro di lui. Dopo pochi secondi, un gruppo di sette gworl si era raccolto, e ciascuno impugnava un lungo coltello ricurvo.

Wolff e Chryseis avevano un vantaggio di cinquanta metri. Sempre stringendo la mano di Chryseis, e il corno nell’altra mano, Robert Wolff corse il più velocemente possibile.

«Dove possiamo rifugiarci?» domandò.

«Non lo so!» rispose lei. con voce disperata. «Potremmo nasconderci nel cavo di un albero, ma se ci scoprissero saremmo in trappola.»

Continuarono a correre. Di quando in quando, lui si voltava; gli arbusti erano fitti e nascondevano alcuni gworl, ma ce n’erano sempre due o tre in vista.

«Il masso!» disse lui. «È proprio davanti a noi. Potremo fuggire di lì!»

Si rese conto improvvisamente di quanto non volesse ritornare nel suo mondo natale. Anche se rappresentava una via di scampo e un nascondiglio temporaneo, lui non voleva tornare indietro. La prospettiva di restare intrappolato là e di non potere più ritornare in quel nuovo mondo era così terrificante che fu sul punto di decidere di non suonare il corno. Ma doveva farlo. Quale altro rifugio gli si offriva?

La possibilità di scelta gli fu tolta dopo pochi secondi. Quando lui e Chryseis corsero verso il masso, egli vide diverse figure nere acquattate intorno a esso. Si alzarono, e divennero gworl dai coltelli lampeggianti e dai canini aguzzi.

Wolff e la fanciulla fecero una svolta, mentre i tre che si trovavano ai piedi del masso si univano agli inseguitori. Questi tre erano più vicini degli altri, a soli venti metri dai due fuggiaschi.

«Non conosci nessun posto?» ansimò lui.

«Oltre il bordo» disse lei. «È il solo posto in cui non possano seguirci. Sono stata di sotto un’altra volta; ci sono delle caverne. Ma è pericoloso.»

Lui non rispose, risparmiando il fiato per correre. Le sue gambe erano pesanti e i polmoni e la gola bruciavano. Chryseis sembrava in condizioni migliori; correva con scioltezza, le sue lunghe gambe si muovevano armonicamente, e respirava profondamente, ma non con sforzo.

«Ci saremo tra due minuti» disse lei.

I due minuti sembrarono molto più lunghi, ma ogni volta che egli sentì di doversi fermare, si voltò a dare un’occhiata dietro di sé e le energie gli si rinnovarono. I gworl, sebbene ancora più distanziati, erano dietro di loro. Barcollavano sulle loro gambette tozze e arcuate, coi volti bitorzoluti fissi in un’espressione di determinazione.

«Forse, se tu dessi loro il corno» suggerì Chryseis, «se ne andrebbero. Penso che vogliano il corno, e non noi.»

«Lo farò se sarà necessario» ansimò lui. «Ma solo come ultima risorsa.»

Bruscamente, si trovarono a salire una ripida ascesa. Le sue gambe erano pesanti, ma aveva superato il primo momento e poteva farcela ancora per un poco. Poi si trovarono in cima a una collina, sul bordo di un dirupo.

Chryseis gli fece segno di non superare il bordo. Avanzò fino ad esso, precedendolo, si fermò, guardò, e gli fece segno di raggiungerla. Quando fu accanto a lei, anche lui guardò in basso. Il suo stomaco si contrasse bruscamente.

Composta di roccia nera e lucida, la discesa era a strapiombo per diversi chilometri. Poi, più nulla.

Nulla, all’infuori del cielo verde.

«Così… questo è il bordo… del mondo!» disse lui.

Chryseis non rispose. Avanzò, precedendolo, sporgendosi a intervalli regolari a guardare di sotto e a esaminare il bordo.

«Altri sessanta metri, più o meno» disse lei. «Oltre quegli alberi che crescono proprio sul bordo.»

Lei continuò a procedere speditamente, e lui le rimase alle calcagna. Nello stesso istante, un gworl sbucò dai cespugli che crescevano sul bordo interno della collina. Si voltò a gridare, ovviamente per segnalare ai suoi compagni di avere trovato la preda. Poi attaccò senza aspettarli.

Wolff corse verso il gworl. Quando vide che la creatura si preparava a lanciare il coltello, le scagliò contro il corno. Questo sorprese il gworl… o forse, il corno rifletté la luce del sole, abbagliandolo. Qualunque fosse stata la causa, l’esitazione fu sufficiente a Wolff per passare all’attacco. Si avventò, mentre il gworl arretrava e sollevava una mano per prendere il corno. Le enormi dita pelose si strinsero intorno al corno, e un grido di felicità uscì dalla gola della creatura, e Wolff fu su di lui. Mirò allo stomaco rigonfio; il gworl sollevò il suo coltello; le due lame cozzarono l’una contro l’altra con clangore.

Avendo fallito il primo colpo, Wolff desiderò di fuggire di nuovo. Quella creatura era indubbiamente esperta nel maneggiare quei coltelli. Wolff conosceva la scherma molto bene, e non aveva mai cessato di allenarsi. Ma c’era una bella differenza tra la scherma e le lotte a corpo a corpo col coltello, e lui lo sapeva. Eppure non poteva scappare. In primo luogo, il gworl lo avrebbe colpito alla schiena prima che lui avesse potuto fare quattro passi. Inoltre, c’era il corno, stretto nella mano sinistra del gworl. Wolff non poteva lasciarlo.

Il gworl, vedendo la brutta situazione di Wolff, sogghignò. I suoi canini erano lunghi, viscosi, gialli e aguzzi. Con quelli, pensò Wolff, non aveva bisogno di un coltello.

Una forma abbronzata, con una scia di capelli tigrati, passò come un lampo accanto a Wolff. Gli occhi del gworl si spalancarono, ed egli fece per rivolgersi a sinistra. L’estremità di un palo, un lungo bastone privo delle foglie e di parte della corteccia, si affondò nel petto del gworl. All’altra estremità c’era Chryseis. Aveva corso velocissima, con il ramo secco impugnato come l’asta di un saltatore, e appena prima del colpo lo aveva abbassato e aveva colpito la creatura con una velocità, e di conseguenza con una forza, tali da farla cadere all’indietro. Il corno sfuggì di mano al gworl, ma il coltello rimase stretto nell’altra mano.

Wolff balzò avanti e infilò la lama del suo coltello tra le due gibbosità cartilaginee e nel robusto collo del gworl. I muscoli del collo erano duri e grossi, ma non tanto da fermare la lama. Si fermò soltanto quando recise la carotide.

Wolff porse a Chryseis il coltello del gworl.

«Prendi questo.»

Lei lo accettò, ma la sua espressione rimase attonita. Wolff la schiaffeggiò con forza, fino a che ella non si riscosse.

«Hai agito magnificamente!» le disse. «Chi avresti preferito vedere morto, me o lui?»

Staccò la cintura dal cadavere e se l’allacciò intorno alla vita. Adesso possedeva tre coltelli. Infilò nella guaina l’arma macchiata di sangue, prese il corno in una mano, strinse con l’altra la mano di Chryseis, e ricominciò a correre. Dietro di loro, si udì un ululato, quando il primo gworl superò il ciglio dell’altura. Comunque, lui e Chryseis avevano un vantaggio di una trentina di metri, e lo mantennero fino a quando raggiunsero il gruppo di alberi che sorgeva accanto al bordo. Chryseis lo precedeva. Si sdraiò sul ciglio del precipizio, poi lo superò. Wolff si guardò alle spalle, poi la seguì alla cieca, e vide una stretta striscia di terra a circa due metri sotto il bordo. Lei era già scesa sulla striscia di terra, e dopo un istante rimase sospesa nel vuoto, appoggiandosi al terrapieno con le mani. Scese di nuovo, questa volta su una striscia più esigua. Ma essa non terminava; scendeva con un’angolazione di quarantacinque gradi lungo il fianco del precipizio. Potevano servirsi di quel passaggio, appiattendosi contro la parete di roccia, e servendosi delle mani come appoggio.

Anche Wolff si servi di entrambe le mani; si era infilato il corno alla cintura.

Si udì un grugnito, proveniente dall’alto. Sollevò lo sguardo e vide il primo gworl che si calava sul primo terrapieno. Allora, Wolff si voltò a guardare Chryseis, e per la sorpresa fu sul punto di cadere nel vuoto. Era scomparsa.

Lentamente, girò il capo per guardare verso il basso. Si attendeva di vederla cadere nel vuoto, accanto alla parete rocciosa, se non di scoprirla già fluttuante nell’immenso nulla verde.

«Wolff!» disse lei. La sua testa spuntava dalla roccia. «Qui c’è una caverna. Svelto!»

Tremando, sudando, avanzò lentamente lungo il costone verso di lei, e dopo qualche tempo si trovò all’interno di un’apertura. La volta della caverna era sufficientemente alta; riusciva quasi a toccare le pareti con le mani, da entrambe le parti, se spalancava le braccia; il fondo scompariva nell’oscurità.

«Quanto è profonda?»

«Non molto. Ma c’è un’apertura naturale, un pozzo nella roccia, che porta in basso. Si apre sul fondo del mondo; non c’è nulla di sotto, solo cielo e aria.»

«Non può essere» disse lentamente Wolff. «Ma è vero. Questo è un universo basato su princìpi fisici diametralmente opposti a quelli del mio universo. Un pianeta piatto, coi suoi bordi. Ma non riesco a capire come funzioni qui la forza di gravità. Dov’è il suo centro?»

Lei si strinse nelle spalle, e disse:

«Credo che il Signore me lo abbia spiegato, molti anni fa. Ma l’ho dimenticato. Avevo perfino dimenticato che lui mi aveva detto che la Terra è rotonda.»

Wolff si tolse la cintura di cuoio, ne staccò le fondine, e raccolse una pietra ovale nera che pesava circa cinque chili. Infilò nel passante l’estremità della cintura, e poi sistemò la pietra all’interno del cappio. Praticò un foro nella cintura, poi la strinse. La fermò, e fu armato di uno staffile alla cui estremità si trovava una solida pietra.

«Tu seguimi, di fianco» disse lui. «Se ne manco uno, se uno riesce a superarmi, tu spingi mentre lui è sbilanciato. Ma non seguirlo per troppa foga. Pensi di potercela fare?»

Lei annuì, ma evidentemente non aveva il coraggio di parlare.

«Ti chiedo molto, lo so. Capirei, anche se tu cedessi completamente. Ma, in fondo, tu sei dell’antica e ferrea tempra achea. A quei tempi, non si facevano certo complimenti; non puoi avere perduto la tua forza, neppure in questo debilitante pseudo-Paradiso.»

«Io non ero achea» disse lei. «Ero smintea. Ma, in un certo senso, hai ragione. Non provo il terrore che temevo. Solo…»

«Solo, bisogna abituarsi» disse lui. Si sentiva rincuorato, perché si era aspettato una reazione diversa. Se lei riusciva a farcela, avrebbero potuto cavarsela insieme. Ma se lei perdeva il controllo dei suoi nervi, e lui avesse dovuto anche preoccuparsi di una donna isterica, sarebbero entrambi caduti sotto gli attacchi dei gworl.

«Quando si parla del diavolo…» brontolò, quando vide delle dita nere, pelose e adunche profilarsi sul bordo della caverna. Fece roteare la cinghia con forza, in modo che la pietra colpisse la mano. Si udì un grido di sorpresa e di dolore, poi un lungo ululato, mentre il gworl cadeva. Wolff non aspettò che apparisse il secondo. Si avvicinò al bordo della caverna, e fece roteare la cinghia, che colpì qualcosa di soffice, all’esterno. Si udì un altro grido di dolore, e anche questo svanì in un ululato che si allontanava nel vuoto.

«Tre fuori combattimento, sette da affrontare! Sperando che non abbiano ricevuto dei rinforzi.»

Disse a Chryseis:

«Può darsi che qui non ci possano raggiungere.Ma possono prenderci per fame.»

«Il corno?»

Lui rise.

«Adesso non ci farebbero scappare, neppure se andassi a offrire loro il corno. E non voglio che se ne impadroniscano. Piuttosto che darglielo, lo getterò nello spazio.»

Una figura apparve nell’apertura della caverna, mentre piombava dall’alto. Il gworl. con un balzo prodigioso, cadde in piedi e barcollò per un istante. Ma si lanciò in avanti, rotolò come una palla pelosa, e fu di nuovo in piedi. Wolff rimase tanto sorpreso da non reagire immediatamente. Non aveva pensato che essi potessero essere capaci di arrivare fin sopra la caverna, e poi di lasciarsi cadere, perché la roccia al di sopra della caverna gli era sembrata levigata. Ma, chissà come, uno di loro ce l’aveva fatta, e adesso si trovava in piedi, all’interno, con un coltello stretto in pugno.

Wolff lanciò il sasso attaccato alla cintura verso il gworl; questi gli lanciò contro il coltello. Wolff lo scansò ma mancò il bersaglio. Il sasso sfiorò la testa bitorzoluta e pelosa della creatura; il coltello colpì di striscio Wolff alla spalla. Cercò di prendere il suo coltello, che era a terra, e vide una seconda figura pelosa cadere dall’alto all’interno della caverna; una terza creatura girò l’angolo ed entrò.

Qualcosa lo colpì al capo. La vista gli si annebbiò, i sensi si affievolirono, le ginocchia gli si piegarono.

Quando si svegliò, con un forte dolore alla tempia, provò una sensazione spaventevole. Gli sembrò di essere a testa in giù, e di galleggiare al di sopra di un grosso disco nero levigato. Un cappio era stretto intorno al collo, e le mani erano legate. Era appeso a piedi in su nell’aria vuota, eppure, dal nodo scorsoio che aveva intorno al collo, avvertiva soltanto una lieve tensione.

Piegando il capo, riuscì a vedere che la corda scompariva in un’apertura del disco, e che all’estremità opposta del pozzo si vedeva una debole luce.

Grugnì, e chiuse gli occhi, ma li riaprì subito. Il mondo sembrava girare. Subito, riacquistò il senso dell’orientamento. Ora sapeva di non essere sospeso a testa in giù contro tutte le leggi della gravità. Era appeso a una corda che doveva essere assicurata a un punto che si trovava sul fondo del pianeta. Il verde sotto di lui era il cielo.

Pensò: Avrei già dovuto soffocare. Ma non c’è la gravità ad attirarmi verso il basso.

Scalciò, e la reazione lo portò verso l’alto. La bocca del pozzo si avvicinò. La sua testa entrò in essa, ma qualcosa oppose resistenza. Il suo moto rallentò, si fermò, e, come se ci fosse una molla invisibile compressa contro il suo capo, cominciò a muoversi verso il basso. Si fermò solo quando la corda tornò a tendersi.

Erano stati i gworl a fargli questo. Dopo averlo messo fuori combattimento, lo avevano calato nel pozzo, o, molto più probabilmente, lo avevano portato giù. Il pozzo era stretto, un uomo avrebbe potuto appoggiare la schiena a una parete e puntare i piedi contro l’altra. La discesa avrebbe strappato la pelle a un uomo, ma la pelle pelosa dei gworl era parsa abbastanza coriacea, ed essi avrebbero potuto sopportare senza danni la discesa e la risalita. Poi era stata calata una corda, era stata messa intorno al suo collo, ed egli era stato calato attraverso il foro sul fondo del mondo.

Non c’era alcun modo di risalire. Sarebbe morto di fame. Il suo corpo avrebbe galleggiato sui gorghi dello spazio, finché la corda non fosse marcita. E neppure allora sarebbe caduto, ma avrebbe continuato a galleggiare nell’ombra del disco. I gworl che lui aveva fatto cadere dal costone erano precipitati, ma era stata la loro accelerazione a farli proseguire verso il basso.

Sebbene la sua situazione fosse disperata, non poté fare a meno di ipotizzare sulle caratteristiche gravitazionali del pianeta piatto. Il centro doveva trovarsi sul fondo; tutta l’attrazione era rivolta verso l’alto, nella massa del pianeta. Da questo lato, l’attrazione non esisteva.

Cosa avevano fatto a Chryseis, i gworl? L’avevano uccisa, come avevano ucciso la sua amica?

Si rese conto allora che, qualunque cosa le avessero fatto, avevano di proposito evitato di appenderla vicino a lui. Avevano escogitato, come ultimo tocco della loro raffinata tortura, un modo perché lui si tormentasse per il suo destino. Fino a quando fosse sopravvissuto, alla estremità della corda, avrebbe pensato a quanto poteva esserle accaduto. Avrebbe immaginato una moltitudine di possibilità, tutte orribili.

Per un lungo periodo, rimase sospeso con una lieve inclinazione nei confronti della perpendicolare, in posizione costante. Laggiù, dove non esisteva gravità, non poteva oscillare come un pendolo.

Sebbene restasse nell’ombra del disco nero, poté rendersi conto dei movimenti del sole. Il sole era invisibile, nascosto dal disco, ma la luce di esso cadeva sul bordo della grande curva e lentamente avanzava su di essa. Il cielo verde, sotto il sole, splendeva vivido, mentre le parti non illuminate, davanti e dietro, diventavano oscure. Poi una luce più fioca, lungo il bordo del disco, apparve, ed egli capì che la luna stava seguendo il sole.

Deve essere mezzanotte, pensò. Se i gworl la stanno portando da qualche parte, può darsi che siano già in mare. Se l’hanno torturata, forse è morta. Se le hanno fatto del male, spero che sia morta.

Bruscamente, mentre pendeva nell’oscurità sotto il fondo del mondo, sentì uno strattone al collo. Il nodo si strinse, anche se non tanto da soffocarlo, e lui fu trascinato verso l’apertura del pozzo. Poi la sua testa attraversò la rete della gravità (come la tensione di superficie dell’acqua, pensò) ed egli fu libero dall’abisso. Delle braccia forti e vigorose lo circondarono e lo strinsero contro un petto forte, caldo e peloso. Un alito alcoolico gli sfiorò il volto. Una bocca cuoiosa gli scalfì la guancia, mentre la creatura lo stringeva di più e cominciava a risalire il pozzo con Wolff tra le braccia. Quando la cosa fece forza con le gambe, si udì il fruscio del pelo sulla roccia. Ci fu uno strattone, quando le gambe si sollevarono di colpo, e le mani strinsero un nuovo appiglio, poi un altro.

«Ipsewas?» domandò Wolff.

Lo zebrilla rispose:

«Ipsewas. Non parlare, adesso. Devo risparmiare il fiato. Non è facile.»

Wolff obbedì, sebbene gli fosse molto difficile non fare domande su Chryseis. Quando raggiunsero il culmine del pozzo, Ipsewas gli tolse la corda dal collo.

Finalmente, osò parlare.

«Dov’è Chryseis?»

Ipsewas uscì a sua volta dal pozzo, rigirò Wolff e gli slegò le mani. Ansimava per la fatica, ma riuscì a parlare lo stesso:

«I gworl l’hanno portata con loro in una grossa canoa e hanno preso il mare, in direzione della montagna. Lei gridava verso di me, mi supplicava di aiutarla. Poi un gworl l’ha colpita, penso che le abbia fatto perdere i sensi. Io ero seduto sulla spiaggia, ubriaco come il Signore, stordito dal succo di noce, e mi divertivo con Autonoe… sai, la akowile dalla bocca grande.

«Prima di perdere i sensi, Chryseis mi gridò qualcosa su di te appeso al Foro nel Fondo del Mondo. Non capivo di che stava parlando, perché sono venuto qui l’ultima volta molto, molto tempo fa. Quanto, non vorrei dirlo. Anzi, non lo ricordo affatto. Ormai, tutto è piuttosto nebuloso, vedi.»

«No, non vedo» disse Wolff. Si alzò e si fregò i polsi. «Ma temo che, se restassi ancora per molto in questo posto, anch’io finirei stordito da una nebbia alcoolica.»

«Ho pensato di seguirla» disse Ipsewas. «Ma i gworl hanno agitato contro di me quei loro grandi coltelli, e mi hanno minacciato di morte. Hanno tirato fuori dagli arbusti la loro canoa, e in quel momento ho pensato che anche se mi uccidevano, cosa me ne importava? Non avrei permesso che se la cavassero, minacciandomi, e portando via quella povera piccola Chryseis solo il Signore sa dove. Ai vecchi tempi, nella Troade, io e Chryseis eravamo amici, anche se non ci frequentiamo molto, da un po’ di tempo in qua. Anzi, da molto tempo in qua, credo. Comunque, bruscamente mi era venuto il desiderio di una vera avventura, di un’eccitazione autentica… e ho sfidato quelle mostruose creature deformi.

«Mi sono messo a correre, ma quando ebbi preso la mia decisione, loro erano già in mare, con Chryseis a bordo. Allora mi sono guardato intorno, cercando un histoikhthys, immaginando di speronare con esso la loro canoa. Quando fossero stati in acqua, sarebbero stati nelle mie mani, coltelli o no. Dal modo in cui si comportavano a bordo, deducevo che la loro confidenza col mare non era eccessiva. Dubito che sappiano nuotare.»

«Anch’io ne dubito» disse Wolff.

«Ma non c’era nessun histoikhthys a portata di mano. E il vento stava portando lontano l’imbarcazione: avevano issato una grande vela. Ritornai da Autonoe, e bevvi ancora. Avrei potuto dimenticarmi di te, come tentavo di dimenticare Chryseis. Ero sicuro che le sarebbe stato fatto del male, e non riuscivo a sopportare l’idea, e così volevo ubriacarmi per dimenticare. Ma Autonoe. sia benedetto il suo cervellino, mi ricordò quello che Chryseis aveva detto di te.»

«Partii in fretta, e per un po’ rimasi in giro a cercare, perché non riuscivo a ricordare dove si trovasse il costone che conduceva alla caverna. Fui sul punto di rinunciare, e di ricominciare a bere. Ma qualcosa mi impose di continuare. Forse, il desiderio di fare una cosa, una sola cosa buona, in questa eternità in cui non si fa nulla, né in bene né in male.»

«Se non fossi giunto, sarei rimasto appeso fino all’eternità, a morire di fame e di sete. Ora, Chryseis ha una possibilità di salvezza, sempre che riesca a trovarla. La seguirò, e andrò a cercarla. Vuoi venire anche tu?»

Wolff si aspettava il sì di Ipsewas, ma non pensava che Ipsewas avrebbe conservato la sua determinazione, una volta di fronte all’oceano. E così rimase molto sorpreso.

Lo zebrilla si gettò a nuoto, afferrò una parte di guscio quando un histoikhthys gli passò accanto, e si issò sul dorso della creatura. La guidò fino alla spiaggia, schiacciando i grossi centri nervosi, chiazze rosso-scuro ben visibili sulla carne esposta.

Wolff, sotto la guida di Ipsewas, mantenne la pressione su un certo punto per trattenere il pesce-barca (questa era la traduzione letterale di histoikhthys) sulla spiaggia. Lo zebrilla raccolse diverse bracciate di frutta e noci e una buona quantità di noci da cocktail.

«Dovremo mangiare e bere, soprattutto bere» spiegò Ipsewas. «Può essere un lungo viaggio attraverso Okeanos fino ai piedi della montagna. Non ricordo.»

Dopo aver stivato le ultime provviste in uno dei ricettacoli naturali che si trovavano nel guscio del pesce-barca, essi partirono. Il vento spinse la sottile vela cartilaginea, e il grosso mollusco inghiottì acqua dalla bocca e la sprigionò da una valvola muscolare che si trovava nella sua parte posteriore.

«I gworl hanno un certo vantaggio» disse Ipsewas. «Ma non possono sostenere la nostra velocità. Non raggiungeranno l’altra sponda molto prima di noi.» Aprì una noce da cocktail e ne offri il contenuto a Wolff. Wolff accetto. Era esausto, ma teso. Aveva bisogno di qualcosa che lo stordisse e lo facesse dormire. C’era una nicchia nel guscio, nella quale entrò. Rimase sdraiato contro la pelle nuda del pesce-barca, che era calda. Dopo qualche tempo si addormentò, ma prima colse un’ultima immagine del corpo massiccio di Ipsewas. vicino a uno dei centri nervosi. Ipsewas stava sollevando un’altra noce da cocktail sopra il suo capo, e si versava tra le spesse labbra da gorilla il contenuto.

Quando Wolff si svegliò, scoprì che il sole stava uscendo dalla curva della montagna. La luna piena (era sempre piena) stava scivolando in quel momento dall’estremità opposta della montagna.

Riposato, e famelico, mangiò qualche frutto s ie noci ricche di proteine. Ipsewas gli mostrò come si poteva variare la dieta coi «sanguinacci». Erano bacche color marrone scuro, che crescevano a grappoli da peduncoli che uscivano dal guscio del pesce-barca. Ciascuna era grande come una palla da baseball e aveva una pellicola, che si apriva facilmente, dalla quale usciva un liquido che aveva l’aspetto e il sapore del sangue. La carne, all’interno, sembrava carne di manzo, con un lieve profumo di gamberetti.

«Quando sono mature cadono, e i pesci le mangiano quasi tutte. Ma alcune giungono fino alla spiaggia. Sono migliori quando le stacchi dal peduncolo.»

Wolff si sedette accanto a Ipsewas. Mangiando, disse:

«L’histoikhtys è molto comodo. Sembra troppo buono per essere vero.»

«Il Signore li ha progettati e fabbricati per il nostro piacere, e per il suo.»

«Il Signore ha creato questo universo?» disse Wolff, che non si sentiva più di giurare sul fatto che si trattasse di una leggenda.

«È meglio che tu ci creda» replicò Ipsewas, bevendo di nuovo. «Perché in caso contrario il Signore ti finirà. Anzi, dubito che ti permetta di continuare, comunque vada. Non gli piacciono gli ospiti non invitati.»

Sollevò la noce e disse: «Ti auguro di poter sfuggire alla sua vigilanza. E morte e dannazione al Signore.»

Lasciò cadere la noce e balzò su Wolff. Wolff fu preso del tutto di sorpresa, e non ebbe la minima possibilità di difendersi. Cadde nella nicchia del guscio nella quale aveva dormito, con Ipsewas sopra di lui.

«Buono!» disse Ipsewas. «Rimani dentro finché non ti dirò di uscire. C’è un Occhio del Signore.»

Wolff scivolò nell’ombra della nicchia, e cercò di confondersi in essa. Comunque, guardò fuori di sbieco, e vide l’ombra del corvo avvicinarsi, seguita dal corvo stesso. L’uccello passò su di luì una volta, compì una voltata, e cominciò a scendere per posarsi sul pesce-barca.

«Accidenti a lui! Non potrà fare a meno di vedermi» brontolò tra sé Wolff.

«Niente paura» disse Ipsewas. «Ahhh!»

Ci fu un tonfo, uno sciaquio, e un grido che fece balzare di scatto Wolff, col risultato di sbattere la testa contro il guscio. Attraverso lampi di luce e di oscurità, vide il corvo stritolato da artigli giganteschi. Se il corvo era grande come un’aquila, l’uccisore che era sceso come un fulmine dal cielo verde sembrò, in quel primo istante di sorpresa, immenso come un roc. Wolff superò gli effetti del colpo, la vista gli si schiarì, e vide un’aquila dal corpo verde chiaro, una testa rosso chiaro, e un becco giallo chiaro. Era grande sei volte più del corvo, e le sue ali, grandi ciascuna almeno dieci metri, sbattevano maestosamente per sollevare l’uccello dal mare nel quale era stato gettato dalla violenza del suo stesso attacco, assieme alla sua preda. Dopo qualche istante, riuscì a sollevarsi completamente, e si alzò sempre più, ma prima di allontanarsi troppo, si voltò e permise a Wolff di vedere i suoi occhi. Erano neri scudi che riflettevano le fiamme della morte. Wolff tremò; non aveva mai visto una brama di uccidere così vivida e nuda.

«Puoi rabbrividire» disse Ipsewas. Il suo volto sorridente apparve sopra la nicchia del guscio. «Quella era una prediletta di Podarge. Podarge odia il Signore e lo attaccherebbe da sola, se ne avesse la possibilità, anche sapendo che questo potrebbe significare la sua fine. E così sarebbe. Sa di non potersi avvicinare al Signore, ma può dire alle sue predilette di attaccare gli Occhi del Signore. E loro eseguono, come hai visto.»

Wolff lasciò la nicchia e rimase immobile per un poco, seguendo con lo sguardo la figura lontana dell’aquila e della sua preda.

«Chi è Podarge?»

«È, come me, uno dei mostri del Signore. Anche lei, una volta, viveva sulle coste dell’Egeo; era una fanciulla bellissima. Questo accadde quando il grande re Priamo e il divino Achille e lo scaltro Ulisse vivevano. Li ho conosciuti tutti; essi sputerebbero sul cretense Ipsewas, una volta coraggioso marinaio e abile lanciere, se adesso potessero vedermi. Ma stavo parlando di Podarge. Il Signore la portò nel suo mondo e fabbricò un corpo mostruoso e mise in esso il suo cervello.

«Vive lassù, non so dove, in una caverna sulla montagna. Lei odia il Signore; odia anche ogni essere umano normale, e lo divora, se non ci pensa prima una delle sue pupille. Ma sopra ogni cosa, lei odia il Signore.»

Sembrava che questo fosse tutto ciò che sapeva su di lei Ipsewas, oltre al fatto che Podarge non era stato il suo nome, prima che il Signore l’avesse presa. Ricordava anche di averla conosciuta bene. Wolff gli fece altre domande, perché gli interessava quello che Ipsewas poteva dirgli di Agamennone, Achille e Ulisse e degli altri eroi dell’epica omerica. Disse allo zebrilla che si pensava che Agamennone fosse stato un personaggio storico. Ma Achille e Ulisse? Erano realmente esistiti?

«Certo che sì» disse Ipsewas. Grugnì, poi continuò: «Immagino che tu sia curioso di conoscere qualcosa su quei tempi. Ma ti posso dire ben poco. È passato troppo tempo. Troppi giorni inutili. Giorni? Secoli, millenni… solo il Signore lo sa. E c’è stato anche troppo alcool.»

Durante il resto del giorno, e parte della notte, Wolff cercò di far parlare Ipsewas, ma riuscì a ottenere ben poco. Ipsewas, annoiato, bevve metà della sua provvista di noci, e finalmente cominciò a russare. L’alba giunse, verde e dorata, dal fianco della montagna. Wolff guardò l’acqua, così limpida che egli poteva vedere le centinaia di migliaia di pesci, dalle forme fantastiche e dai colori splendidi. Un pesce color arancio carico uscì dagli abissi, con in bocca una creatura simile a un diamante vivo. Un polpo dalle chiazze purpuree, arretrando di scatto, fece una brusca giravolta. Molto, molto in basso, una cosa enorme e bianca apparve per un istante, poi tornò a scendere verso il fondo.

Dopo qualche tempo, udì il rombo della risacca, e una sottile linea bianca apparve sulla base della Thayaphayawoed. La montagna, così levigata in lontananza, ora appariva rotta da crepacci, fessure e guglie, da dirupi e scarpate e immobili fontane di pietra. La Thayaphayawoed saliva e saliva e saliva; sembrava incombere sul mondo.

Wolff scosse Ipsewas finché, lamentandosi e brontolando, lo zebrilla non si alzò in piedi. Socchiuse gli occhi arrossati, si grattò, tossì, poi allungò la mano verso una noce da cocktail. Finalmente, dietro pressione di Wolff, guidò il pesce-barca, in modo che la sua rotta fosse parallela alla base della montagna.

«Una volta conoscevo questa zona» disse lui. «Una volta pensavo di scalare la montagna, di trovare il Signore, e di cercare di…» Fece una pausa, si grattò il capo, ammiccò, e disse: «Ucciderlo! Ecco! Sapevo di poter ricordare la parola. Ma non è servito a niente. Non ho avuto il coraggio di tentare, da solo.»

«Adesso sei con me» disse Wolff.

Ipsewas scosse il capo, e bevve ancora.

«Adesso non è allora» rispose. «Se allora tu fossi stato con me… bene, a che serve parlare? Allora tu non eri neppure nato. Non era ancora nato il tuo bis-bis-bis-bis-bis-bisnonno. No, adesso è troppo tardi.»

Rimase in silenzio, occupato a dirigere il pesce-barca in un’apertura nella montagna. La grande creatura, improvvisamente, sobbalzò: la grande vela cartilaginea si ripiegò intorno all’albero osseo; il corpo si sollevò, portato da un’enorme ondata. E poi si trovarono nelle acque calme di un fiordo stretto, scosceso e scuro.

Ipsewas indicò una serie di costoni.

«Prendi quella strada. Puoi andare lontano. Quanto, non so dirtelo. Io mi stancai ed ebbi paura e ritornai nel Giardino. Non ritornerò mai più, avevo pensato.»

Wolff supplicò Ipsewas di restare. Gli disse che aveva molto bisogno della sua forza, e che Chryseis aveva bisogno di lui. Ma lo zebrilla scosse il capo.

«Ti darò la mia benedizione, per quello che vale.»

«E io ti ringrazio per quello che hai fatto per me» disse Wolff. «Se non avessi deciso di venire a cercarmi, sarei ancora appeso a una corda. Forse, ti rivedrò. Con Chryseis.»

«Il Signore è troppo forte» replicò Ipsewas. «Pensi di avere una sola possibilità di successo, contro un essere che può crearsi un universo privato?»

«Ho una possibilità di successo» disse Wolff. «Finché combatto e uso il mio ingegno e ho un po’ di fortuna, avrò una possibilità di successo.»

Scese dalla conchiglia, e quasi scivolò sulla roccia bagnata. Ipsewas gli disse:

«Un cattivo auspicio, amico mio!»

Wolff si voltò, gli sorrise e gridò:

«Non credo negli auspici, mio superstizioso amico greco! Arrivederci!»

CAPITOLO V

Cominciò a salire, e non si voltò a guardare indietro finché non fu trascorsa un’ora. Allora il grande corpo bianco dell’histoikhthys non fu che una chiazza sbiadita e lontana, e Ipsewas era un punticino nero su di essa. Sebbene sapesse che lo zebrilla non poteva vederlo, agitò la mano in segno di saluto, e ricominciò a salire.

Dopo un’ora di faticosa scalata, si trovò fuori del fiordo, davanti a un ampio sentiero sul fianco della montagna. Il sole splendeva, lassù. La montagna pareva più alta che mai, e l’ascesa era sempre difficile. D’altra parte, non sembrava più difficile di prima, anche se questa non era una cosa di cui esultare. Le mani e le ginocchia gli sanguinavano, e la scalata lo aveva affaticato. Dapprima, aveva deciso di passare la notte in quel punto, ma aveva cambiato poi idea. Fino a che durava la luce, doveva approfittarne.

Si domandò di nuovo se Ipsewas aveva visto giusto, dicendo che i gworl dovevano avere scelto quella strada. Ipsewas affermava che esistevano degli altri passaggi, dal mare, ma che erano molto lontani. Aveva cercato dei segni del passaggio dei gworl, e non ne aveva trovato alcuno. Questo non voleva dire che avessero preso un’altra strada… se si poteva chiamare strada quella linea verticale contorta.

Dopo pochi minuti raggiunse uno dei tanti alberi che spuntavano dalla stessa roccia. Sotto i suoi rami grigi e attorcigliati, e le sue foglie scure e verdi, si trovavano dei gusci di noce rotti e vuoti, e i torsoli di molti frutti. Erano tracce fresche. Qualcuno si era fermato a mangiare, da poco tempo. La vista gli rinnovò le forze. Inoltre, nei gusci di noce era rimasta polpa sufficiente a soddisfare, seppure parzialmente, i morsi del suo stomaco. I resti dei frutti gli diedero qualcosa per alleviare la sua sete bruciante.

Per sei giorni salì, e per sei notti riposò. C’era vita sulla faccia del dirupo, piccoli alberi e bassi cespugli crescevano sulla roccia, dalle caverne, e dai crepacci. Abbondavano uccelli di ogni genere, e molti piccoli animali. Questi si nutrivano di noci e bacche o dei loro simili. Lui uccise con dei sassi degli uccelli, e ne mangiò la carne cruda. Trovò della selce, e con essa si costruì un coltello rozzo ma efficiente. Con esso, intagliò un ramo di legno e, aggiungendo un’altra selce, fabbricò una lancia. Dimagrì e si irrobustì e le mani, i piedi e le ginocchia si coprirono di callosità. La barba gli si allungò.

Il mattino del settimo giorno, si sporse da uno sperone di roccia e giudicò di trovarsi a circa quattromila metri sul mare. Eppure, l’aria non era né più fresca né più rarefatta di quanto non fosse stata all’inizio della scalata. Il mare, che doveva essere largo almeno trecento chilometri, sembrava un grande fiume. Più oltre, si trovava la fascia ai margini del mondo, il Giardino dal quale era partito alla ricerca di Chryseis e dei gworl. Era stretto come il baffo di un gatto. Più oltre, c’era soltanto il cielo verde.

A mezzogiorno dell’ottavo giorno, si imbatté in un serpente che mangiava i resti di un gworl morto. Il serpente era lungo dodici metri, coperto di punti neri e di scarlatti sigilli di Salomone. I piedi che uscivano da entrambi i fianchi, uscivano direttamente dal corpo, senza gambe, ed erano spaventosamente umani. Le fauci avevano una chiostra di denti aguzzi, da squalo.

Wolff lo attaccò direttamente, perché aveva visto che dal centro del suo corpo usciva il manico di un coltello, e che dalla ferita usciva del sangue fresco. Il serpente sibilò, si srotolò, e cominciò a ritirarsi. Wolff lo colpì più volte, e il serpente cercò di morderlo, sibilando. Wolff infilò la punta di selce in uno dei grandi occhi verdastri. Il serpente sibilò ferocemente e si ritrasse, scalciando con le sue due dozzine di piedi con cinque dita. Wolff ritirò la lancia dall’occhio sanguinante, e la immerse nella zona bianca, sotto le fauci del rettile. La lancia si immerse in profondità; il serpente si contorse così violentemente, che la lancia fu strappata di mano a Wolff. Ma la creatura cadde sul fianco, soffiò rumorosamente, e dopo qualche istante morì.

Si udì un grido sopra di lui, seguito da un’ombra. Wolff aveva già udito quel grido, quando si era trovato sul pesce-barca. Si tuffò di lato, e rotolò su se stesso. Raggiunse una fessura nella roccia, vi penetrò, e si voltò a guardare la minaccia. Si trattava di una delle enormi aquile dalle immense ali, dal corpo verde, la testa rossa e il becco giallo. Si era posata sul serpente, e ne lacerava il corpo col rostro, aguzzo come i denti del rettile. Tra un boccone e l’altro, guardava ferocemente Wolff, il quale cercava di immergersi ancora di più nella fessura.

Wolff fu costretto a restare nel crepaccio fino a quando l’uccello non ebbe terminato il suo pasto. Dato che ci volle tutto il giorno, e l’aquila non era intenzionata ad abbandonare i due cadaveri, quella notte, Wolff divenne affamato, assetato e stanco. Al mattino, cominciava a diventare furibondo. L’aquila era appollaiata accanto ai due cadaveri, con le ali chiuse e il capo ciondoloni. Wolff decise che, se stava dormendo, era giunto il momento di tentare la sortita. Uscì dal crepaccio, e il dolore ai muscoli irrigiditi lo fece quasi svenire. Mentre faceva questo, l’aquila sollevò il capo di scatto, aprì le ali, e gridò. Wolff batté in ritirata nel crepaccio.

A mezzogiorno, l’aquila mostrava di non avere ancora nessuna intenzione di andarsene. Mangiò poco, e sembrò assetata. Il sole batteva sull’uccello e sulle due carcasse. Puzzavano tutti e tre. Wolff cominciò a disperare. Per quanto ne sapeva, l’aquila poteva restare finché non avesse divorato fino alle ossa gworl e rettile. E allora, lui, Wolff, sarebbe stato distrutto dalla fame e dalla sete.

Lasciò la fessura e raccolse la lancia. Era caduta quando l’uccello aveva divorato la carne intorno a essa. La agitò minacciosamente verso l’aquila, che lo guardò ferocemente, soffiò, e gridò. Wolff gridò a sua volta, e lentamente, a ritroso, si allontanò dall’uccello. Esso avanzava a piccoli passi, dondolando leggermente. Wolff si fermò, gridò di nuovo, e balzò verso l’aquila. Sorpresa, la bestia balzò indietro e gridò a sua volta.

Wolff ricominciò la sua lenta ritirata, ma questa volta l’aquila non lo seguì. Solo quando la curva della montagna sottrasse il rapace al suo sguardo, Wolff riprese l’ascensione. Si assicurò che ci fosse sempre un rifugio disponibile a portata di mano, nel caso l’uccello avesse deciso di inseguirlo. In ogni modo, nessuna ombra calò su di lui. A quanto sembrava, l’aquila aveva voluto soltanto proteggere il suo cibo.

Il mattino del giorno seguente trovò un altro gworl. Questo aveva una gamba rotta e sedeva con la schiena appoggiata al tronco di un albero basso. Brandiva un coltello e una dozzina di animali rossi e furiosi, simili a maiali, ma con zoccoli caprini, lo attaccavano. Andavano avanti e indietro, davanti al gworl ferito, e grugnivano. A intervalli, uno di loro caricava, ma si fermava a pochi passi dal coltello.

Wolff salì su un macigno, e cominciò a lanciare dei sassi ai carnivori. Dopo un minuto, si pentì di avere attirato l’attenzione su di sé. Le bestie si arrampicarono sul macigno levigato, come se ci fossero stati degli scalini. Lavorando abilmente di lancia, riuscì a respingerli. La punta di selce penetrava nella loro pelle cuoiosa leggermente, non tanto da ferirli gravemente.

Squittendo, caddero sullo spiazzo sottostante, e dopo un attimo tornarono alla carica. Le loro mascelle si chiusero a pochi centimetri di distanza da lui; un paio di animali quasi lo raggiunsero. Era impegnato a tenerli a distanza, quando a un certo momento si trovarono tutti sull’esiguo spiazzo sotto il macigno, insieme. Lasciò la lancia e raccolse una grossa roccia, e la gettò contro uno degli animali. L’animale gridò e cercò di fuggire, servendosi delle zampe anteriori, ancora sane. L’orda fu sulle gambe posteriori paralizzate, e cominciò a divorarle. Quando l’animale ferito si voltò per difendersi, fu azzannato alla gola. Dopo un istante, era morto, e gli altri lo stavano divorando.

Wolff tirò su la lancia, discese dall’altro lato della roccia, e si avvicinò al gworl. Tenne d’occhio i carnivori, ma questi lo degnarono soltanto di uno sguardo, e poi ripresero voracemente a disputarsi la carcassa.

Il gworl grugnì e tenne pronto il coltello. Wolff si fermò a distanza di sicurezza, in modo da potersi ritrarre se il coltello fosse stato lanciato. Dalla gamba spappolata del gworl usciva addirittura qualche frammento osseo. Gli occhi del gworl, affondati tra i cuscinetti cartilaginei della fronte bassa, avevano un’espressione vacua.

Wolff ebbe una reazione inattesa. Aveva pensato di uccidere selvaggiamente e senza indugio ogni gworl che gli fosse venuto a tiro. Ma ora desiderava parlargli. Si era sentito così solo, in quei giorni e in quelle notti di ascesa, che provava il desiderio di parlare a qualcuno, perfino a quella creatura repellente.

Disse, in greco:

«Posso fare qualcosa per te?»

Il gworl pronunciò qualcosa, nella sua lingua gorgogliante, e sollevò il coltello. Wolff si avviò verso di lui, poi balzò di lato quando il coltello fu lanciato, e gli passò sibilando accanto. Raccolse il coltello, poi si avviò nuovamente verso il gworl, e gli parlò ancora. La cosa gorgogliò, ma in tono più debole. Wolff, chinandosi su di lui per ripetere la domanda, fu colpito da un fiotto di saliva in pieno volto.

Questo risvegliò tutto il suo odio e tutta la sua paura. Affondò il coltello nel grosso collo; il gworl scalciò violentemente a più riprese, e morì. Wolff pulì il coltello sul pelo nero e frugò nella borsa di cuoio appesa alla cintura del gworl. Conteneva carne essiccata, frutta essiccata, un po’ di pane nero e duro, e una borraccia con un liquore fortissimo. Wolff aveva dubbi seri sulla provenienza della carne, ma si disse che aveva troppa fame per essere schizzinoso. Mordere il pane fu una vera e propria esperienza; era duro quasi come la pietra ma, una volta ammollito dalla saliva, era accettabile.

Wolff continuò a salire. Passarono i giorni e le notti senza altro segno dei gworl. L’aria era calda e densa come su! livello del mare, eppure, secondo una sua stima approssimativa, doveva trovarsi a diecimila metri di altezza. Il mare sotto di lui era un sottile anello d’argento intorno al mondo.

Quella notte si svegliò sentendo sul suo corpo dozzine di piccole mani pelose. Si dibatté, e scoprì che le mani erano troppo forti. Lo tenevano fermo mentre altre mani gli legavano insieme piedi e mani con una corda ruvida. Dopo qualche tempo, fu issato in alto e portato davanti alla lastra di pietra che fronteggiava l’ingresso della caverna nella quale aveva trovato asilo per la notte. La luce della luna gli mostrò una moltitudine di piccoli bipedi, alti ognuno settanta centimetri. Erano coperti da un pelo grigio, come quello dei topi, ma con un collarino bianco. I volti erano neri e sgradevoli e simili a quelli dei pipistrelli. Avevano orecchie enormi e appuntite.

Silenziosamente, lo trasportarono sul lastrone, e all’interno di un nuovo crepaccio. Questo conduceva in una grande caverna, ampia circa dieci metri e alta sei. La luce lunare filtrava da una crepa della volta, e mostrava quello che il suo olfatto aveva già scoperto, una pila di ossa alle quali erano rimasti attaccati solo dei brandelli di carne imputridita. Fu lasciato vicino alle ossa, mentre i suoi catturatori si ritiravano in un angolo della caverna. Cominciarono a parlare, o meglio, a squittire tra loro. Uno si avvicinò a Wolff, lo guardò un momento, e si adagiò al suolo all’altezza della gola di Wolff. Dopo un istante, stava mordendo la gola con denti sottili ma aguzzi. Degli altri lo seguirono; dei denti cominciarono a immergersi in tutto il suo corpo.

Venne fatto tutto in un silenzio mortale, nel senso letterale della parola. Neppure Wolff fece rumore, all’infuori del respiro affannoso, provocato dai suoi tentativi di opporsi alla macabra operazione. Il dolore acuto provocato dai morsi svanì immediatamente, come se un anestetico fosse stato iniettato nel suo corpo.

Cominciò a sentirsi la gola secca. Si sentì sonnolento. Contro la sua volontà, smise di combattere. Una piacevole sonnolenza si impadroni del suo corpo. Non gli sembrava conveniente lottare per la propria vita; perché non morire in modo piacevole? Per lo meno, la sua morte non sarebbe stata inutile. C’era qualcosa di nobile nel dare il suo corpo in dono a quelle piccole creature, in modo che esse potessero riempire i loro ventri e sentirsi ben nutrite e soddisfatte per qualche giorno.

Una luce penetrò nella caverna. Tra le ondate di sonnolenza, vide i musi di pipistrello allontanarsi da lui e correre all’estremità opposta della caverna, ammucchiandosi l’uno sull’altro. La luce divenne più forte, ed essa si sprigionava da una torcia fiammeggiante e odorosa di resina. Il volto di un vecchio seguì la luce, e si chinò su di lui. Aveva una lunga barba bianca, una bocca piccola e sgradevole. un naso aguzzo e ricurvo, ed enormi sopracciglia. Il suo corpo decrepito era ricoperto da un abito bianco, sporchissimo. La sua mano, solcata da grosse vene bluastre impugnava un bastone, sulla cui impugnatura c’era uno zaffiro, grosso come il pugno di Wolff, tagliato a forma di arpia.

Wolff cercò di parlare, ma riuscì a farfugliare solo poche frasi senza senso, come se fosse appena uscito dall’anestesia, dopo un intervento in sala operatoria. Il vecchio fece un gesto col bastone, e diversi musi di pipistrello si distaccarono dalla massa dei loro simili. Si avvicinarono, fissando con sguardo pieno di paura il vecchio. Rapidamente, slegarono Wolff. Lui riuscì ad alzarsi in piedi, ma era così debole che il vecchio dovette aiutarlo a uscire dalla caverna.

Il vecchio lo apostrofò in greco miceneo:

«Ti sentirai meglio subito. Il veleno non dura per molto.»

«Chi sei? Dove mi porti?»

«Fuori da questo pericolo» rispose il vecchio. Wolff meditò sull’enigmatica risposta. Quando la sua mente e il suo corpo tornarono a funzionare normalmente, erano giunti all’ingresso di un’altra caverna. Attraversarono una serie di grotte che li portavano gradualmente in alto. Quando ebbero percorso circa tre chilometri, il vecchio si fermò davanti a una caverna con una grande porta di acciaio. Diede la torcia a Wolff, aprì la porta, e gli fece segno di entrare. Wolff entrò in una grande caverna, illuminata da diverse torce. La porta si chiuse con fragore dietro di lui, e si udì subito dopo il rumore di un chiavistello che si chiudeva.

La prima cosa che colpì Wolff fu l’odore di chiuso. La seconda, furono le due aquile verdi dalla testa rossa che gli arrivarono subito addosso. Una parlò con la voce di un pappagallo gigante, ordinandogli di andare avanti. Lui eseguì, rendendosi conto in quel momento che i musi di pipistrello dovevano avergli preso il coltello. L’arma, certamente, non gli sarebbe servita a molto. La caverna era piena di uccelli, e ognuno torreggiava su di lui.

Contro una parete c’erano due gabbie fatte di sottili sbarre di ferro. In una, si trovava un gruppo di sei gworl. Nell’altra c’era un giovane alto e prestante, che indossava dei pantaloni di pelle d’antilope. Sorrise a Wolff, e disse:

«Così, ce l’hai fatta! Come sei cambiato!»

Solo allora i capelli rosso-bronzo, le labbra decise, e il volto irregolare e ilare gli furono familiari. Wolff riconobbe l’uomo che gli aveva lanciato il corno dal macigno, assediato dai gworl, e che diceva di chiamarsi Kickaha.

CAPITOLO VI

Wolff non ebbe il tempo di rispondere, perché la porta della gabbia fu aperta da un’aquila, che si serviva della zampa con la stessa disinvoltura di una mano. Una testa possente e un becco affilato lo spinsero nella gabbia; la porta si chiuse dietro di lui.

«E così, eccoti qui» disse Kickaha, con voce baritonale. «La domanda è questa: che facciamo, adesso? Il nostro soggiorno può essere breve e spiacevole.»

Wolff, guardando attraverso le sbarre, vide un trono scolpito nella roccia, e su di esso una donna. Anzi, una donna a metà, perché invece di braccia ella aveva delle ali, e la parte inferiore del suo corpo era quella di un uccello. Le gambe, comunque, erano molto più grosse, in proporzione, di quelle delle aquile terrestri. Dovevano sostenere un peso maggiore. Wolff trasse subito le sue conclusioni, e capì che si trattava di un altro dei mostri prodotti in laboratorio dal Signore. Doveva trattarsi di quella Podarge della quale aveva parlato Ipsewas.

Dalla cintola in su, era una donna quale pochi uomini hanno mai avuto la fortuna di vedere. La sua pelle era bianca come l’opale più lattescente, i seni superbi, il collo un altare alla bellezza. I capelli erano lunghi e neri e lisci e scendevano a incorniciare un volto che era anche più bello di quello di Chryseis, un’ammissione che Wolff aveva pensato fosse impossibile strappargli.

Comunque, c’era qualcosa di orribile in quella bellezza; una ventata di pazzia. Gli occhi fiammeggiavano come quelli di un falco ridotto alla disperazione più nera.

Wolff distolse gli occhi da quelli della creatura, e perlustrò con lo sguardo la caverna.

«Dov’è Chryseis?» mormorò.

«Chi?» rispose nello stesso tono Kickaha.

Con poche frasi appropriate, Wolff la descrisse e gli spiegò quanto gli era accaduto.

Kickaha scosse il capo.

«Non l’ho mai vista.»

«Ma i gworl?»

«Ce n’erano due gruppi. L’altro deve essere in possesso del corno… e di Chryseis. Non preoccuparti di loro. Se non riusciamo a trovare qualche spiegazione brillante per uscire di qui, siamo finiti. E in un modo piuttosto orribile.»

Wolff chiese notizie sul vecchio. Kickaha rispose che, un tempo, era stato l’amante di Podarge. Era un aborigeno, uno di coloro che erano stati portati in questo universo subito dopo che il Signore aveva terminato di fabbricarlo. L’arpia ora lo teneva per eseguire i lavori più vili, che richiedevano mani umane. Il vecchio era andato a salvare Wolff per ordine di Podarge, senza dubbio perché l’arpia aveva avuto da lungo tempo notizia della presenza di Wolff nel suo regno, dalle sue protette.

Podarge si muoveva incessantemente sul suo trono, e ripiegava e spiegava le ali.

«Voi due laggiù!» gridò. «Smettete di mormorare! Kickaha, cos’altro hai da dire in tuo favore, prima che dia via libera alle mie aquile?»

«Posso soltanto ripetere, col rischio di diventare monotono, quello che ho detto prima!» rispose ad alta voce Kickaha. «Sono un nemico del Signore, almeno quanto te, e lui mi odia, e mi ucciderebbe, se potesse! Sa che gli ho rubato il corno e che rappresento un pericolo per lui. I suoi Occhi perlustrano i quattro piani del mondo e salgono e scendono dalla montagna per cercarmi. E…»

«Dov’è questo corno che hai detto di avere rubato al Signore? Perché adesso non l’hai con te? Credo che tu menta, per salvare la tua indegna carcassa!»

«Ti ho detto che ho aperto un varco con l’altro mondo, e che ho gettato il corno a un uomo che è apparso al di là del varco. Adesso, si trova davanti a te.»

Podarge girò il capo con una mossa più da aquila che da donna, e fissò Wolff.

«Non vedo nessun corno. Vedo un po’ di carne dura e decrepita dietro a una barba nera!»

«Mi ha detto che un’altra banda di gworl glielo ha rubato» replicò Kickaha. «Li stava inseguendo, per riaverlo, quando i musi di pipistrello lo hanno catturato e tu lo hai salvato con tanta magnanimità. Liberaci, graziosa e bella Podarge, e noi ritroveremo il corno. Con esso, potremo combattere il Signore. Egli può essere sconfitto! Può essere il possente Signore, ma non è onnipotente! Se lo fosse, avrebbe trovato da molto tempo noi e il corno!»

Podarge si alzò, aprì le ali, le richiuse, e scese gli scalini del trono, avvicinandosi alla gabbia. Camminando, non dondolava come un uccello, ma avanzava rigidamente.

«Vorrei poterti credere» disse con voce più bassa, ma altrettanto intensa. «Se solo lo potessi! Ho aspettato per anni e per secoli e per millenni, oh, tanto che il mio cuore soffre al solo ricordo del tempo! Se credessi che l’arma per restituirgli il colpo fosse veramente giunta nelle mie mani…»

Lei li fissò, aprì le ali, e disse:

«Guardate! «Le mie mani», ho detto. Ma non ho mani, né il corpo che un tempo fu mio. Quel…» Ed esplose in un’invettiva così furibonda e selvaggia, che Wolff fu costretto suo malgrado a tremare. Non furono le parole ma la furia, che poteva essere soltanto folle o divina, che lo fecero gelare.

«Se il Signore può essere rovesciato… e credo che sia possibile farlo… ti sarà restituito il tuo corpo umano» disse Kickaha, quando lei ebbe terminato.

Lei ansimò, soffocata da un impeto d’ira, e li guardò con evidente brama di sangue. Wolff pensò che tutto fosse perduto, ma si rese conto dalle parole di lei che la furia incredibile non era per loro.

«Il vecchio Signore se ne è andato da molto tempo, così dicono le voci. Ho mandato una delle mie dilette a indagare, e lei è ritornata con una strana storia. Mi ha detto che c’è un nuovo Signore, ma che lei non sapeva se si trattava o no dello stesso in un nuovo corpo. L’ho mandata nuovamente dal Signore, che ha rifiutato la mia supplica di restituirmi il corpo che fu mio. Così non importa che ci sia o no un nuovo Signore. È maligno e crudele come il vecchio, se non è veramente lui. Ma devo sapere!

«Per prima cosa, chiunque sia, il Signore deve morire. Poi, scoprirò se era in un nuovo corpo, o no. Se il vecchio Signore ha lasciato questo universo, lo inseguirò per tutti i mondi, e lo troverò!»

«Non puoi fare questo senza il corno» disse Kickaha. «Esso ed esso soltanto apre il passaggio senza un apparecchio collegato nell’altro mondo!»

«Cosa ho da perdere?» domandò Podarge. «Se menti e mi tradisci, alla fine ti avrò, e la caccia potrebbe essere divertente. Se dici il vero, allora vedremo quello che potrà succedere.»

Parlò all’aquila che si trovava accanto a lei, ed essa aprì la gabbia. Kickaha e Wolff seguirono l’arpia per la caverna, fino a un grande tavolo con delle sedie intorno. Soltanto allora Wolff si rese conto che la caverna era una stanza del tesoro; bottino di valore inestimabile, il bottino di un mondo, era ammucchiato ovunque. C’erano delle grosse ceste piene di gioielli splendenti, collane di perle, e recipienti d’oro e d’argento di squisita fattura. C’erano miniature d’avorio e di uno strano legno nero e lucido. C’erano quadri stupendi. Armature e armi di ogni sorta, tranne che armi da fuoco, erano ammucchiate disordinatamente in ogni angolo.

Podarge ordinò loro di sedersi su delle sedie elaborate e artistiche, coi braccioli che terminavano con delle zampe di leone. Fece segno con un’ala, e dall’ombra uscì un giovanotto umano. Portava un vassoio d’oro finemente cesellato, sul quale c’erano tre tazze di cristallo di squisita fattura. Erano state fatte a guisa di pesci guizzanti dalle bocche spalancate; le bocche erano piene di un saporito vino rosso.

«Uno dei suoi amanti» mormorò Kickaha, rispondendo alla muta domanda di Wolff, che fissava il bel giovane biondo. «Portato dalle sue aquile dal piano conosciuto come Drachelandia, o Teutonia. Povero ragazzo! Ma è meglio che essere mangiato vivo dalle sue pupille, e ha sempre la speranza di fuggire.»

Kickaha bevve, ed emise un rumoroso sospiro di soddisfazione, mentre il vino gli scaldava il corpo. Wolff sentì che il vino si muoveva nel suo corpo, come se fosse stato vivo. Podarge prese la tazza tra le punte delle ali, e la sollevò alle labbra.

«Alla morte e dannazione del Signore! Di conseguenza, al vostro successo!»

I due bevvero di nuovo. Podarge posò la tazza sul tavolo, e carezzò lievemente Wolff con la punta dell’ala.

«Raccontami la tua storia.»

Wolff parlò a lungo. Mangiò fette di carne arrostita di maiale-capra, pane bianco, e frutta, e bevve il vino. La testa cominciò a girargli, ma continuò a parlare, interrompendosi solo quando Podarge gli faceva una domanda su qualche particolare. Delle nuove torce sostituirono quelle di prima, ed egli continuò a parlare.

Bruscamente, si svegliò. Il sole penetrava coi suoi raggi da un’altra caverna, illuminando la tazza vuota e il tavolo sul quale aveva posato il capo, dormendo. Kickaha, sorridente, era in piedi accanto a lui.

«Andiamo» disse lui. «Podarge vuole che partiamo presto. È ansiosa di vendetta. E io voglio andarmene, prima che cambi idea. Non sai quanto siamo fortunati. Siamo i soli prigionieri ai quali ella abbia concesso la libertà.»

Wolff si sollevò, e mugolò per il dolore alle spalle e al collo. Aveva la testa confusa e pesante, ma aveva avuto dei postumi da sbronza ben peggiori.

«Cosa hai fatto, dopo che io mi sono addormentato?» domandò lui.

Kickaha sorrise allegramente.

«Ho pagato il prezzo finale. Ma non è stato male, no, niente male. Piuttosto strano, dapprima, ma io sono un tipo adattabile.»

Uscirono dalla caverna per entrare in quella contigua, e di là uscirono sull’ampia lingua di pietra che dava sul fianco della montagna. Wolff si voltò a dare un’ultima occhiata, e vide diverse aquile, statue verdi, immobili davanti all’ingresso della caverna interna. Si vide un lampo di pelle candida e di ali nere, quando Podarge passò rigidamente davanti ai giganteschi uccelli.

«Andiamo» disse Kickaha. «Podarge e le sue dilette hanno fame. Non hai visto, quando lei ha cercato di fare in modo che i gworl supplicassero misericordia. Devo dire una cosa a loro favore, non si sono lamentati, e non hanno gridato. Le hanno sputato addosso.»

Wolff sobbalzò, quando un urlo spaventoso si levò dalla caverna. Kickaha afferrò il braccio di Wolff, e lo costrinse ad affrettarsi. Molte altre grida allucinanti uscirono dai becchi delle aquile, mescolate agli ululati di esseri in preda alla paura e al dolore della morte.

«Avrebbe potuto toccare a noi» disse Kickaha. «Se non avessimo avuto qualcosa da dare in cambio, per le nostre vite.»

Cominciarono ad arrampicarsi e quando cadde la notte si trovarono mille metri più in alto. Kickaha aprì la borsa di cuoio che portava alla cintura, e ne trasse diversi articoli. Tra essi c’era una scatola di fiammiferi, con uno dei quali accese un falò. Carne e pane e una piccola bottiglia di vino rosso. La sacca, e il suo contenuto, erano un dono di Podarge.

«Dobbiamo arrampicarci per altri quattro giorni, prima di giungere al prossimo piano» disse il giovane. «Poi, troveremo il mondo favoloso di Amerindia.»

Wolff cominciò a formulare delle domande, ma Kickaha disse che prima doveva spiegargli la struttura fisica del pianeta. Wolff ascoltò pazientemente, e una volta udite le spiegazioni di Kickaha, non se ne pentì. Inoltre, la spiegazione di Kickaha corrispondeva a quanto aveva visto finora. L’intenzione di Wolff, di domandare a Kickaha come lui, evidentemente nativo della Terra, fosse arrivato laggiù, finì nel nulla. Il giovane, lamentandosi di non avere dormito per troppo tempo e di avere passato una notte particolarmente sfibrante, si addormentò.

Wolff fissò per qualche tempo le fiamme del fuoco morente. Aveva visto e subito troppo in troppo poco tempo, ma aveva da affrontare molte altre prove. Questo sarebbe accaduto se fosse riuscito a sopravvivere. Un grido lamentoso si levò dall’abisso, e una grande aquila verde strillò, nascosta nell’aria, sul fianco della montagna.

Si domandò dove fosse Chryseis in quel momento. Era viva, e, in caso affermativo, cosa stava facendo? E dov’era il corno? Kickaha aveva detto che dovevano trovare il corno se volevano avere qualche speranza di vittoria. Senza di esso, sarebbero stati inevitabilmente perduti.

Con questi pensieri, anch’egli si addormentò.

Quattro giorni dopo, quando il sole si trovava a metà del suo percorso intorno al pianeta, si issarono sul ciglio del dirupo. Davanti a loro si parò una pianura ondulata, che si sviluppava per più di duecento chilometri prima di sparire oltre l’orizzonte. Da entrambi i lati, a circa centocinquanta chilometri di distanza, si levavano delle catene montuose. Dovevano essere tanto alte da fare sfigurare l’Himalaya. Ma erano minuscoli topolini, accanto al monolito, Abharhploonta, che dominava quel settore del pianeta dai molti piani Abharhploonta era, così affermava Kickaha, a 2500 chilometri dal bordo, eppure sembrava a soli cento chilometri di distanza. Torreggiava come la montagna che avevano appena scalato.

«Adesso ti sei fatto un’idea» disse Kickaha. «Questo mondo non è a forma di pera. È una torre di Babele su scala planetaria. Una serie di colonne contorte, ciascuna più piccola di quella sottostante. All’apice di questa torre grande come la Terra si trova il palazzo del Signore. Come vedi, abbiamo davanti a noi ancora una lunga strada.»

Fece una pausa, poi proseguì:

«Ma è una vita degna, finché dura! Ho passato degli anni selvaggi e meravigliosi! Se il Signore mi colpisse in questo momento, non potrei lamentarmi. Sebbene, ovviamente, essendo umano compiangerei il mio destino di morire nella giovinezza! Perché credimi, amico mio, questi sono gli anni della mia giovinezza.»

Wolff non poté fare a meno di sorridere al giovane. Aveva un aspetto così allegro e accattivante, come una statua di bronzo toccata improvvisamente dalla vita, e desiderosa di trasmettere all’universo intero la sua gioia di vivere.

«D’accordo!» gridò Kickaha. «La prima cosa che dobbiamo fare è di trovare degli abiti adatti a te! La nudità è molto elegante nel piano sottostante, ma non su questo. Dovrai indossare per lo meno un perizoma, e una penna tra i capelli; altrimenti, i nativi ti disprezzeranno. E qui il disprezzo significa morte o schiavitù per l’oggetto di disprezzo.»

Cominciò a camminare sul bordo, seguito da Wolff.

«Osserva quanto è alta e verde e rigogliosa l’erba. Arriva al ginocchio, Bob. Offre pascolo agli animali. Ma è anche abbastanza alta da nascondere le bestie che si nutrono degli animali che vengono al pascolo. Sta’ attento! I puma della pianura e il lupo predatore e il cane cacciatore a strisce e la donnola gigante vagano tra le erbe. E poi c’è il Felis atrox. Una volta esso vagava nelle pianure del Sudovest nordamericano, e si estinse laggiù diecimila anni or sono. Qui è vivo e vegeto, più grosso di un terzo del leone africano, e feroce due volte tanto.

«Ehi, guarda laggiù! Dei mammut!»

Wolff voleva fermarsi a guardare le grosse bestie grige, che si trovavano a circa mezzo chilometro. Ma Kickaha lo spinse a proseguire.

«Ce ne sono molti in giro, e delle volte avrai il desiderio di non trovarne. Passa il tempo a sorvegliare l’erba. Se si muove in senso contrario al vento, dimmelo.»

Procedettero rapidamente per tre chilometri. Durante questo periodo, si avvicinarono a una banda di cavalli selvaggi. Gli stalloni partirono al galoppo per andare a vedere di chi si trattava, poi si fermarono, sbuffando e nitrendo, finché i due non furono passati oltre. Erano animali stupendi, alti, snelli, e neri o rossi o chiazzati.

«Qui non ci sono pony indiani» disse Kickaha. «Penso che il Signore abbia importato solo i prodotti migliori.»

Poco dopo, Kickaha si fermò davanti a una pila di rocce.

«La mia boa» disse lui. Da quel punto, si inoltrò nella pianura, procedendo diritto per un chilometro. Arrivarono davanti a un alto albero. Il giovane fece un salto, afferrò il ramo più basso, e cominciò ad arrampicarsi. Quando fu a metà del tronco, raggiunse un’apertura nello stesso, e ne tirò fuori una grossa borsa. Di nuovo a terra, Kichaha aprì la borsa e ne estrasse due archi, due faretre piene di frecce, due perizomi di pelle di antilope, e una cintura con una guaina di pelle, nella quale si trovava un lungo coltello d’acciaio.

Wolff indossò perizoma e cintura e prese l’arco e la faretra.

«Sai come usarli?» domandò Kickaha.

«Mi sono esercitato per tutta la vita.»

«Bene. Avrai più di una possibilità per mettere alla prova la tua abilità. Andiamo. Dobbiamo percorrere diversi chilometri.»

Cominciarono ad andare, col passo dei lupi: cento passi di corsa, cento passi ad andatura normale. Kickaha indicò la catena di montagne che si trovava a destra.

«Laggiù la mia tribù, gli Hrowakas, il Popolo dell’Orso, vive e caccia. A centoventi chilometri di distanza. Una volta là, possiamo passarcela bene per qualche tempo, e prepararci per il lungo viaggo che ci attende.»

«Non hai l’aspetto di un indiano» disse Wolff.

«E tu, amico mio, a tua volta non hai l’aspetto di un uomo di sessantasei anni. Ma eccoci qui. Bene. Ho atteso prima di raccontarti la mia storia, perché volevo sentire la tua. Stanotte parlerò.»

Quel giorno, non si scambiarono molte altre parole. Di quando in quando, Wolff vedeva qualche animale e lanciava un’esclamazione. C’erano grandi mandrie di bisonti, neri, pelosi, e molto più grossi dei loro cugini terrestri. C’erano bande di cavalli e una creatura che somigliava al cammello. Molti mammut, e una famiglia di mastodonti. Un’orda di sei lupi predatori corse accanto ai due uomini, a distanza ragionevole, per qualche tempo. Erano molto grossi.

Kickaha, vedendo la preoccupazione di Wolff, rise e disse:

«Non ci assaliranno, se non hanno fame. Con lutto quello che hanno intorno, è molto improbabile. Sono semplicemente curiosi.»

Poco dopo, i lupi giganteschi si allontanarono, e aumentarono l’andatura vedendo una mandria di antilopi uscire da una macchia d’alberi.

«Questo è il Nord America, com’era molto tempo prima della venuta dell’uomo bianco» disse Kickaha. «Nuovo, grande, ricco di spazio e di animali, con poche tribù che vagano in esso.»

Uno stormo di cento anatre volava su di loro. Dal cielo verde scese un falco, colpì come un fulmine, e lo stormo diminuì di un’unità.

«I Felici Territori di Caccia! gridò Kickaha.» Ma, a volte, non sono così felici!

Diverse ore prima che il sole scomparisse dietro la montagna, si fermarono vicino a un laghetto. Kickaha trovò l’albero sul quale aveva costruito una piattaforma.

«Stanotte dormiremo qui, a turno. L’unico animale che può attaccarci quassù è la donnola gigante, ma è quanto basta a preoccuparci. Inoltre, e questa è la cosa peggiore, potrebbero esserci dei gruppi di guerrieri.»

Kickaha se ne andò, con l’arco in pugno, e ritornò dopo quindici minuti con un grosso scoiattolo. Wolff aveva acceso un fuoco fumigante; arrostirono lo scoiattolo. Mangiando, Kickaha spiegò la topografia del paese.

«Puoi dire tutto del Signore, ma non che non abbia fatto un buon lavoro, disegnando questo mondo. Prendi questo piano, Amerindia. Non è esattamente piatto. Ha una serie di curve dolci, ciascuna lunga circa duecentocinquanta chilometri. Queste permettono alle acque di scorrere, ai laghi, ai torrenti e ai fiumi di formarsi. Non c’è neve su questo pianeta… non può esistere, essendo assenti le stagioni ed essendo il clima notevolmente uniforme. Ma piove ogni giorno… le nuvole vengono dallo spazio.»

Terminarono il pranzo e spensero il fuoco. Wolff fece il primo turno di guardia. Kickaha parlò per tutto il turno di guardia di Wolff. E Wolff rimase sveglio, durante il turno di guardia di Kickaha, ad ascoltare.

In principio, molto tempo prima, più di 20.000 anni, i Signori abitavano in un universo parallelo a quello della Terra. Allora, quelle creature non erano conosciute come Signori. Non erano molti, allora, perché erano i sopravvissuti di una millenaria lotta contro un’altra specie. Erano in tutto forse diecimila.

«Ma ciò che mancava loro in quantità, lo possedevano più che abbondantemente in qualità» disse Kickaha. «Possedevano una scienza e una tecnologia che rendono le nostre, quelle della Terra, simili alla cultura degli aborigeni della Tasmania. Erano in grado di costruire questi universi privati. E così fecero.

«In principio, ogni universo fu una specie di campo da gioco, un circolo di ritrovo cosmico per alcuni gruppi. Poi com’era inevitabile, dato che questi esseri erano esseri umani, non importa quanto fossero divini i loro poteri, essi litigarono. Il senso della proprietà era, in un certo senso, forte in loro quanto negli esseri umani. Ci fu una lotta, tra loro. Penso che si verificassero anche morti accidentali, e suicidi. Inoltre, l’isolamento e la solitudine dei Signori li rese megalomani, cosa naturalissima se consideri che ciascuno giocava la parte di un dio in sedicesimo e arrivava a credere nel suo ruolo.

«Per ridurre una storia durata molti eoni in poche parole, ti dirò che il Signore che ha fabbricato questo particolare universo, a un certo punto, è rimasto solo. Jadawin, così si chiamava, non aveva neppure una compagna della sua stessa razza. Non voleva compagni, comunque. Perché doveva dividere questo mondo con una creatura uguale a lui, quando poteva essere Giove con un milione di Europe, con le più leggiadre delle Lede?

«Aveva popolato questo mondo con delle creature catturate in altri universi, soprattutto quello della Terra, o create nei laboratori del palazzo in cima alla vetta più alta. Aveva creato delle bellezze divine e dei mostri esotici a volontà.

«L’unico guaio era che questi Signori non si accontentavano di governare un solo universo. Così cominciarono a fare piani di conquista per i mondi degli altri. E così la lotta prosegui. Essi eressero delle difese quasi inespugnabili, e concepirono armi d’offesa quasi invincibili. La battaglia divenne un gioco mortale. Questa fatale partita è inevitabile, se tu consideri che la noia e la stanchezza sono due nemici dai quali i Signori non possono difendersi. Quando sei quasi onnipotente, e le tue creature sono troppo basse e deboli per interessarti per sempre, cosa ti rimane di eccitante, se non rischiare la tua immortalità contro un altro immortale?»

«Ma come sei entrato, tu, in tutto questo?» domandò Wolff.

«Io? Il mio nome sulla Terra era Paul Janus Finnegan. Il secondo nome è il cognome della famiglia di mia madre. Come tu sai, è l’equivalente inglese del nome del dio bifronte latino, del dio dell’anno vecchio e nuovo e dei passaggi, il dio con due volti, uno che guarda davanti a sé, l’altro che guarda dietro.»

Kickaha sogghignò e disse:

«Giano è un nome molto appropriato, non trovi? Io sono un uomo di due mondi, e ho attraversato il passaggio che li divide. Non che sia mai ritornato sulla Terra, o che ne provi il desiderio. Qui ho avuto delle avventure e ho guadagnato una reputazione che non mi sarebbe mai stato possibile raggiungere su quel vecchio globo provinciale. Kickaha non è il mio solo nome, e su questo piano sono un capo, e negli altri ho una vasta influenza. Come scoprirai tu stesso.»

Wolff cominciava a dubitare dell’amico. Era stato così evasivo che Wolff sospettava che Kickaha avesse un’altra identità, della quale non voleva parlare.

«So quello che pensi, ma non crederci» disse Kickaha. «Sono un imbroglione, ma con te mi comporto onestamente. A proposito, sai da che cosa mi è venuto il nome che porto nella Tribù dell’Orso? Nella loro lingua, un kickaha è un personaggio mitologico, un imbroglione semidio. Qualcosa di simile al Vecchio Coyote degli Indiani delle Pianure, o Nanabozho degli Ojibway, o Wakdjunkaga dei Winnebago. Un giorno o l’altro ti dirò come ho guadagnato questo nome, e come ho fatto a diventare un membro del consiglio degli Hrowakas. Ma adesso ho da raccontarti delle cose più importanti.»

CAPITOLO VII

Nel 1941, a ventitré anni, Paul Finnegan si era arruolato volontario nella Cavalleria statunitense, perché gli piacevano i cavalli. Dopo qualche tempo, si trovò a pilotare un carro armato. Era nell’Ottava Armata, così alla fine gli toccò di traversare il Reno. Un giorno, dopo avere contribuito a espugnare una cittadina, scoprì un oggetto straordinario tra le rovine del museo locale. Era una mezzaluna di metallo argenteo, così duro che il martello non lo ammaccava e la torcia ad acetilene non lo scalfiva.

«Interrogai alcuni abitanti in proposito. Sapevano tutti che si trovava nel museo da molto tempo. Un professore di chimica, dopo avere fatto alcuni esperimenti su di essa, aveva cercato senza riuscire di interessare l’Università di Monaco.

«La portai a casa con me, dopo la guerra, con altri souvenir. Poi, ritornai all’Università dell’Indiana. Mio padre mi aveva lasciato danaro sufficiente per vivere tranquillo per qualche anno, così mi comprai un grazioso appartamento, una macchina sportiva, e così via.

«Avevo un amico che faceva il cronista. Gli parlai della mezzaluna, e delle sue straordinarie qualità, e della sua composizione sconosciuta. Lui ne trasse un articolo, che fu pubblicato a Bloomington, e l’articolo fu diffuso da un’agenzia d’informazione. Non provocò un grande interesse tra gli scienziati… anzi, loro non volevano entrarci per nulla.

«Tre giorni dopo, un individuo che disse di chiamarsi Vannax fece la sua comparsa nel mio appartamento. Lo giudicai olandese, a causa del suo nome e del suo accento straniero. Lui voleva vedere la mezzaluna. Io lo accontentai. Lui si emozionò moltissimo, sebbene tentasse di apparire calmo. Disse che voleva comprarmela. Io gli chiesi quanto fosse stato disposto a pagare, e lui rispose che avrebbe potuto darmi diecimila dollari, non un centesimo di più.

««‘Lei può certamente alzare la sua offerta», dissi io,» continuò Kickaha. ««Perché, in caso contrario, lei non otterrà nulla».

««Ventimila?» domandò Vannax.

««Alziamo un poco» dissi io.

««Trentamila?».»

Finnegan decise di lanciarsi. Domandò a Vannax se fosse stato disposto a pagare centomila dollari. Vannax divenne ancora più rosso in volto, e inghiottì. Ma rispose che avrebbe avuto la somma nel giro di ventiquattro ore.

«Allora scoprii di possedere qualcosa di veramente importante» disse Kickaha a Wolff. «Mi domandai di che cosa si trattasse. E poi, perché quel Vannax voleva entrarne in possesso, così disperatamente? E che tipo era? Nessun altro individuo, in possesso di buon senso, nessun essere umano normale, avrebbe abboccato così completamente all’esca. Sarebbe stato più cauto.»

«Che aspetto aveva Vannax?» domandò Wolff.

«Oh, era un tizio grosso, sessantacinque portati bene. Aveva un naso aquilino e degli occhi da aquila. Indossava degli abiti classici e costosissimi. Aveva una personalità notevole, ma cercava di contenersi, per mettermi a mio agio. E faceva una fatica del diavolo. Sembrava un tipo disabituato a vedersi contrariato, anche nelle minime cose.

««Per trecentomila dollari è sua», dissi. Non avrei mai sperato che potesse dire di sì. Credevo che si sarebbe infuriato, se ne sarebbe andato sbattendo la porta. Perché non avevo la minima intenzione di vendere la mezzaluna, neppure se avesse offerto un milione.»

Vannax, sebbene fosse furioso, disse che avrebbe pagato trecentomila dollari, ma Finnegan avrebbe dovuto concedergli un’altra dilazione di ventiquattro ore.

««Prima di tutto, lei deve dirmi a cosa le serve la mezzaluna, e perché la vuole» dissi io.

««Niente da fare!» gridò lui. «Ti è sufficiente derubarmi, tu, lurido mercante, verme… della Terra!».

««Se ne vada, prima che la cacci via a pedate. O meglio, prima che io chiami la polizia,» gli risposi.»

Vannax aveva cominciato a urlare in una lingua straniera. Finnegan era andato in camera da letto, ed era tornato con una calibro 45. Vannax non sapeva che era scarica. Se ne andò, imprecando e brontolando tra sé per tutta la strada che lo divideva dalla sua Rolls-Royce del 1940.

Quella notte, Finnegan fece fatica ad addormentarsi. Vi riuscì dopo le due, e fu una specie di dormiveglia agitato. Durante uno dei momenti di veglia, udì un rumore nel soggiorno. Silenziosamente, scese dal letto e prese la calibro 45, che adesso era carica, di sotto il cuscino. Avviandosi verso la porta, prese una torcia elettrica dal comodino.

Il raggio colse Vannax piegato in due, al centro del soggiorno. Aveva in mano la mezzaluna argentea.

«Fu allora che vidi la seconda mezzaluna sul pavimento. Vannax ne aveva portato un’altra con sé. Lo avevo colto nell’atto di mettere insieme le due mezzelune, per formare un circolo completo. Non sapevo perché lo stesse facendo, ma lo scoprii un attimo dopo.

«Gli dissi di alzare le mani. Lui obbedì, ma sollevò il piede, per entrare nel circolo. Gli dissi di non muoversi neppure di un millimetro, se non voleva che gli sparassi. Comunque, lui mise un piede nel circolo. Così, sparai. Mirai alto, e la pallottola gli passò sul capo e andò a conficcarsi nella parete opposta. Volevo soltanto spaventarlo, immaginando che, se lo avessi spaventato abbastanza, avrebbe cominciato a parlare. E spaventato lo era: balzò subito indietro.

«Avanzai, mentre lui indietreggiava, verso la porta. Stava balbettando come un maniaco, minacciandomi con una frase e offrendomi mezzo milione in quella seguente. Pensavo di farlo indietreggiare fino alla porta, e di piantargli allora nello stomaco la canna della calibro 45. Allora avrebbe parlato, e mi avrebbe detto tutto della mezzaluna.

«Ma, mentre lo incalzavo verso la porta, entrai nel circolo formato dalle due mezzelune. Lui vide quello che stavo facendo, e mi gridò di non farlo. Era troppo tardi. Lui e l’appartamento sparirono, e io mi trovai ancora nel circolo… solo, non si trattava esattamente dello stesso… e in questo mondo. Nel palazzo del Signore, in cima al mondo.»

Kickaha disse che, in quel momento, avrebbe potuto lasciarsi prendere da uno shock. Ma lui si era nutrito di racconti fantastici e fantascientifici fin dalla quarta elementare. Il concetto di universi paralleli, e di passaggi tra di essi, gli era familiare. Era stato condizionato ad accettare questo assunto. In effetti, quasi vi credeva. Di conseguenza, era abbastanza flessibile da piegarsi senza spezzarsi, e poi da ritornare nella posizione normale di equilibrio. Era spaventato, ma nello stesso tempo era pure eccitato e curioso.

«Immaginai perché Vannax non mi aveva seguito al di là del passaggio, le due mezzelune, messe insieme, formavano un «circuito». Ma non erano attivate finché un essere vivente non entrava nel «campo» da esse creato, di qualsiasi natura fosse. Allora un semicerchio restava sulla Terra, mentre l’altro veniva trasportato in questo universo, dove si univa a un altro semicerchio che lo attendeva. In altre parole, ci vogliono tre mezzelune per creare un circuito. Una nel mondo nel quale sei diretto, e due in quello che stai abbandonando. Tu entri nel «campo»; una mezzaluna si trasferisce accanto alla sola presente nell’altro universo, lasciando nel mondo di partenza una sola mezzaluna.

«Vannax doveva essere venuto sulla Terra per mezzo di queste mezzelune. E non avrebbe potuto farlo se non fosse esistita una mezzaluna anche sulla Terra. Chissà come, e forse non lo sapremo mai, lui perse una di esse sulla Terra. Forse gli fu rubata, da qualcuno che non ne conosceva l’esatto valore. In ogni modo, doveva averla cercata, e quando quell’articolo illustrativo della mia scoperta gli capitò sotto gli occhi, capì di avere terminato la sua ricerca. Dopo avere parlato con me, concluse che io non l’avrei venduta. Così penetrò nel mio appartamento con la mezzaluna che già possedeva. Stava per completare il circolo ed entrarvi, quando io ero entrato nel soggiorno.

«Deve essere prigioniero sulla Terra, impossibilitato a venire qui, finché non riesce a trovare un’altra mezzaluna. A quanto mi consta, devono essercene altre sulla Terra. Quella che ho trovato in Germania potrebbe anche non essere la sola da lui perduta.»

Finnegan aveva vagato per il «palazzo» per molto tempo. Era immenso, incredibilmente bello ed esotico e pieno di tesori, gioielli e lavori d’arte. C’erano anche dei laboratori, o forse, camere di bioprocesso era un termine migliore. In esse, Finnegan vide delle strane creature formarsi lentamente all’interno di enormi cilindri trasparenti. C’erano diversi quadri di comando, con diversi apparecchi in funzione, ma lui non aveva la minima idea del loro funzionamento. I simboli erano ignoti.

«Fui fortunato. Il palazzo è pieno di trappole, che stordiscono e uccidono l’ospite non invitato. Ma non erano in funzione… perché, non so, come non so come mai allora il palazzo era deserto. Ma fu la mia fortuna.»

Finnegan lasciò il palazzo per qualche tempo, per visitare gli stupendi giardini che lo circondavano. Giunse sul ciglio del monolito sul quale poggiavano il palazzo e i giardini.

«Hai già visto abbastanza, per immaginare quello che ho visto quando ho guardato dal ciglio. Il monolito deve essere alto almeno dieci chilometri. Sotto di esso c’è il piano che il Signore ha chiamato Atlantide. Non so se la leggenda terrestre di Atlantide sia fondata su questa Atlantide, o se il Signore si sia ispirato direttamente alla leggenda.

«Sotto Atlantide, c’è il piano chiamato Drachelandia. Poi. Amerindia. Mi bastò un’occhiata per vedere tutto, come tu puoi vedere da un’astronave la faccia della Terra. Niente particolari, naturalmente, soltanto grandi nubi, grandi laghi, mari, e profili di continenti. E una buona parte di ogni piano più basso era coperta da quello sovrastante.

«Ma potei distinguere la struttura di Torre di Babilonia di questo mondo, anche se, in quel momento, non capivo ciò che stavo vedendo. Era tutto troppo inatteso e sconosciuto perché riuscissi a trovarvi uno schema logico. Per me, era tutto incomprensibile.»

Finnegan fu in grado, comunque, di comprendere che si trovava in una situazione disperata. Non aveva alcun mezzo per lasciare la cima del mondo, tranne che tentare di ritornare sulla Terra tramite le mezzelune. A differenza dei fianchi degli altri monoliti, la faccia di questo era levigata come una palla da bigliardo. E lui non aveva intenzione di servirsi di nuovo delle mezzelune, soprattutto considerando che Vannax lo stava certamente aspettando.

Sebbene non corresse il rischio di morire di fame (c’erano acqua e cibo in quantità tale da bastare ampiamente per diversi anni) non poteva e non voleva restare lassù. Temeva il ritorno del proprietario, perché avrebbe potuto trattarsi di un individuo dal carattere piuttosto tempestoso. C’erano diverse cose, nel palazzo, che mettevano a disagio Kickaha.

«Ma vennero i gworl» disse Kickaha. «Penso… so… che vennero da un altro universo, attraverso un passaggio simile a quello che avevo attraversato. Allora, non avevo modo di immaginare come e perché si trovassero nel palazzo. Ma fui lieto di essere arrivato per primo. Se fossi caduto nelle loro mani…! Più tardi, immaginai che si trattasse di agenti di un altro Signore. Li aveva mandati a rubare il corno. Ora, avevo visto il corno durante le mie peregrinazioni attraverso il palazzo, e lo avevo perfino suonato. Ma non sapevo come schiacciare le combinazioni di tasti che lo facevano funzionare. Anzi, non conoscevo neppure la sua vera funzione.

«I gworl arrivarono nel palazzo. Cento, o giù di lì. Fortunatamente, li vidi per primo. Subito dopo, la loro smania di uccidere li mise nei pasticci. Cercarono di uccidere alcuni Occhi del Signore, i corvi grandi come aquile che popolavano il giardino. Non mi avevano dato fastidio, forse perché pensavano che io fossi un ospite, o forse perché non mi avevano considerato pericoloso.

«I gworl cercarono di tagliare la gola a un corvo, e i corvi li attaccarono. I gworl si ritirarono nel palazzo, dove i grandi uccelli li seguirono. Ci furono sangue e penne e grumi di pelo nero sanguinante e cadaveri da ambo le parti, in tutta quella sezione del palazzo. Durante la battaglia, notai che un gworl usciva da una stanza col corno. Attraversava i corridoi come se cercasse qualcosa.»

Finnegan aveva seguito il gworl in un’altra stanza, grande come due hangar. In essa si trovava una piscina, e una serie di apparecchi interessanti ma enigmatici. Su un piedistallo di marmo si trovava un grande modello dorato del pianeta. Su ogni piano si trovavano dei gioielli. Come Finnegan avrebbe poi scoperto, i diamanti, i rubini e gli zaffiri erano sistemati in modo da formare dei simboli. Questi indicavano diversi punti di risonanza.

«Punti di risonanza?»

«Sì. I simboli erano degli appunti codificati delle combinazioni di note richieste per aprire dei passaggi in certi punti. Alcuni passaggi si aprono su altri universi, ma altri sono semplici porte tra piano e piano di questo mondo. Queste permettevano al Signore di viaggiare istantaneamente da un piano all’altro. Associati ai simboli c’erano minuscoli modelli delle caratteristiche particolari dei punti di risonanza ai vari piani.»

Il gworl col corno doveva avere saputo dal Signore il modo in cui leggere i simboli. A quanto pareva, stava facendo una prova, per il suo Signore, per assicurarsi di avere il corno giusto. Soffiò sette note verso la piscina, e le acque si divisero per rivelare una lingua di terra asciutta con alberi scarlatti intorno e, al di là, un cielo verde.

«Era il passaggio di cui si serviva il Signore originario per entrare, attraverso la piscina, nel piano di Atlantide. Io non sapevo, in quel momento, dove conducesse il passaggio. Ma compresi che mi si offriva una possibilità unica di fuggire dalla trappola del palazzo, e l’afferrai al volo. Arrivai alle spalle del gworl, gli strappai il corno di mano, e lo spinsi di fianco nella piscina, non sul passaggio, ma nell’acqua.

«Non avevo mai sentito in vita mia un fracasso e delle urla di disperazione e di angoscia simili. Tutta la paura che non hanno per le altre cose, è concentrata per loro in poche gocce d’acqua. Quel gworl andò a fondo, risalì gridando e sputando, e poi riuscì ad afferrare l’orlo del passaggio. Un passaggio ha dei bordi definiti, capisci, tangibili, anche se in continuo mutamento.

«Udii urla e ruggiti alle mie spalle. Una dozzina di gworl, che stringevano coltelli grossi e sanguinanti, stavano entrando nella sala. Mi tuffai nel buco, che cominciava a rimpicciolirsi. Era così piccolo, che mi sbucciai le ginocchia, attraversandolo. Ma lo traversai, e il passaggio si chiuse. Tagliò netto le braccia del gworl che cercava di uscire dall’acqua e di seguirmi. Io avevo il corno in mano mia, e per il momento mi ero sottratto alla loro caccia.»

Kickaha sogghignò, come se il ricordo lo divertisse ancora. Wolff domandò:

«Il Signore che ha mandato avanti i gworl è l’attuale Signore, vero? Chi è?»

«Arwoor. Il Signore scomparso era noto come Jadawin. Deve trattarsi dell’uomo che aveva detto di chiamarsi Vannax. Arwoor arrivò su questo mondo, e da allora ha continuato a cercare me e il corno.»

Kickaha riassunse quello che gli era capitato, dopo essersi trovato sul piano atlantideo. Durante i venti anni passati su quel mondo (anni terrestri), aveva vissuto su un piano o sull’altro, sempre travestito. I gworl e i corvi, ora al servizio del nuovo Signore Arwoor, non avevano mai cessato di cercarlo. Ma c’erano dei lunghi periodi di tempo, a volte due o perfino tre anni, durante i quali Kickaha non era stato disturbato.

«Aspetta un istante» disse Wolff. «Se le porte tra i piani erano chiuse, come hanno fatto i gworl a discendere il monolito per darti la caccia?»

Neppure Kickaha era stato capace di comprenderlo. Comunque, quando era stato catturato dai gworl nel piano del Giardino, li aveva interrogati. Sebbene di malagrazia, gli avevano fornito alcune spiegazioni. Erano stati calati sul piano di Atlantide per mezzo di corde.

«Diecimila metri?» disse Wolff.

«Certo, perché no? Il palazzo è un meraviglioso magazzino dai mille depositi. Se avessi avuto la possibilità di cercarle io stesso, per un tempo sufficiente, avrei trovato le corde. Comunque, i gworl mi hanno detto che il Signore Arwoor aveva dato ordine di non uccidermi. Perfino se questo avesse significato la mia fuga, a un certo momento. Voleva che io godessi di una serie di squisite torture. Il gworl mi ha detto che lui ha lavorato su delle tecniche nuove e più sottili, oltre ad avere perfezionato quelle più solide e consacrate. Puoi immaginarti quanto mi sia divertito, durante il viaggio di ritorno.»

Dopo la sua cattura nel Giardino, Kickaha era stato portato, attraverso Okeanos, alla base del monolito. Mentre si stavano inerpicando, un Occhio li aveva fermati. Aveva portato al Signore la notizia della cattura di Kickaha, e il Signore aveva rimandato in missione il corvo, con gli ordini. I gworl dovevano dividersi in due gruppi. Uno doveva continuare, con Kickaha. L’altro doveva ritornare nel Giardino. Se l’uomo che ora possedeva il corno fosse tornato con esso attraverso il passaggio, doveva essere catturato. Il corno doveva essere riportato al Signore.

Kickaha disse:

«Immagino che Arwoor volesse anche te. Probabilmente si è dimenticato di impartire anche quest’ordine ai gworl, per mezzo del corvo. Oppure, ha immaginato che ti avrebbero portato da lui, dimenticando che i gworl sono creature prive d’immaginazione e pedisseque nelle esecuzioni.

«Non so perché i gworl abbiano catturato Chryseis. Forse intendono servirsene come di un regalo di pace al Signore. I gworl sanno che il Signore è sdegnato con loro perché io ho condotto una caccia così lunga e a volte sprezzante. Pensano forse di placarlo con il capolavoro più bello del Signore precedente.»

Wolff disse:

«Allora, l’attuale Signore non può viaggiare tra i piani, servendosi dei punti di risonanza?»

«Non senza il corno. E scommetto che in questo momento starà sudando freddo. Non c’è nulla che impedisca ai gworl di servirsi del corno per andare in un altro universo a offrirlo a un altro Signore. Nulla, tranne la loro ignoranza a proposito dell’ubicazione dei punti di risonanza. Se ne trovassero uno… comunque, non l’hanno usato accanto al macigno, così immagino che non lo useranno affatto. Sono perversi, ma non certo intelligenti.»

Wolff disse:

«Se i Signori sono degli scienziati così eccelsi, perché Arwoor non si serve di un aereo, per spostarsi di piano in piano?»

Kickaha rise a lungo. Poi disse:

«Questo è il bello. I Signori sono gli eredi di una scienza e di un potere che sorpassano di molto quelli della Terra. Ma gli scienziati e i tecnici del loro popolo sono morti. Quelli che adesso vivono sanno come manovrare le loro macchine, ma sono incapaci di spiegare i princìpi sui quali esse si basano.

«La lotta per il potere, durata millenni, ha ucciso quasi tutti. Sono rimasti in pochi, e questi pochi, malgrado i loro immensi poteri, sono ignoranti. Sono dei sibariti, dei megalomani, dei paranoici, scegli la definizione che preferisci. Tutto, ma non certo scienziati.

«È possibile che Arwoor sia un Signore privato del suo universo. Ha dovuto fuggire per salvare la vita, e solo perché Jadawin se ne era andato, per chissà quale motivo, è stato capace di impadronirsi di questo mondo. È entrato nel palazzo a mani vuote; gli unici poteri cui ha avuto accesso sono stati quelli del palazzo, molti dei quali lui non sapeva come controllare. È salito di un gradino nel gioco cosmico di questi Signori, nei loro universi, ma è ancora in una posizione di svantaggio.»

Kickaha si addormentò. Wolff guardò nella notte, perché a lui toccava il primo turno di guardia. Non torvava incredibile il racconto, ma gli sembrava di vedere delle crepe in esso. Kickaha doveva spiegare molte altre cose. E poi, c’era Chryseis. Ripensò a un volto stupendo, di una bellezza che lo faceva soffrire, dagli immensi occhi da gatto. Dov’era Chryseis, cosa stava facendo, e lui sarebbe mai più stato in grado di rivederla?

CAPITOLO VIII

Durante il secondo turno di guardia di Wolff, una cosa nera e lunga e svelta scivolò nella luce della luna tra due arbusti. Wolff lanciò una freccia contro il predatore, che emise un grido lamentoso e si impennò sulle gambe posteriori, mostrandosi alto il doppio di un cavallo. Wolff infilò un’altra freccia nell’arco, e mirò allo stomaco bianco della creatura. L’animale non morì neppure stavolta, ma fuggì lamentandosi e provocando un grande fragore tra gli arbusti.

In quel momento Kickaha, con il coltello in pugno, fu accanto a lui.

«Sei stato fortunato» disse lui. «Non ti accorgi sempre della loro presenza, e allora… paff!… ti ritrovi con la gola spezzata.»

«Avrei dovuto usare un fucile da elefanti» disse Wolff. «E non sarei ancora stato sicuro che lo avesse fermato. Fra parentesi, perché i gworl… o gli indiani, da quello che mi hai detto… non si servono di armi da fuoco?»

«È strettamente proibito dal Signore. Vedi, il Signore non ama certe cose. Vuole mantenere il suo popolo a un certo livello di popolazione, a un certo livello tecnologico, e con certe strutture sociali. Il Signore governa un pianeta piuttosto chiuso.

«Per esempio, egli ama la pulizia. Devi avere notato che gli abitanti di Okeanos sono pigri e amano godersi la vita comoda. Eppure, puliscono sempre tutto. Non ci sono rifiuti, in giro. Lo stesso succede su questo piano, su ogni piano. Gli Amerindi amano anche la pulizia personale e così pure gli abitanti di Drachelandia e gli atlantidei. Il Signore vuole che le cose vadano in questo modo, e i trasgressori sono puniti con la morte.»

«Come costringe a obbedire alle sue leggi?» domandò Wolff.

«In gran parte, per averle instillate nei costumi degli abitanti. In origine, ha conservato uno stretto contatto con i sacerdoti e i medici, e servendosi della religione… mettendo se stesso nel posto destinato alla divinità… ha modellato e rafforzato le abitudini della popolazione. Gli piaceva la pulizia, odiava le armi da fuoco, e qualsiasi forma avanzata di tecnologia. Forse si trattava di un romantico, non so. Ma le diverse società di questo mondo sono quasi esclusivamente conformiste e statiche.»

«Così non esiste progresso?»

«Così cosa? Il progresso è necessariamente desiderabile, e una società statica è necessariamente da condannare? Personalmente, sebbene io detesti l’arroganza, la crudeltà e la mancanza di umanità del Signore, approvo alcune cose che egli ha fatto. Con certe eccezioni, questo mondo mi piace, sicuramente molto più della Terra.»

«Anche tu sei un romantico!»

«Può darsi. Questo mondo è vivo e abbastanza pericoloso, come già tu sai. Ma è libero da scorie e sudiciume, da malattie di ogni genere, dalle mosche e dai moscerini e da altri insetti. La gioventù dura per tutta la vita. Dopotutto, non è un posto così spiacevole, in cui trascorrere la propria vita. Non per me, in ogni modo.»

Wolff fece l’ultimo turno di guardia, e il sole girò l’angolo del mondo mentre lui vegliava. I punti luccicanti delle stelle impallidirono, e il cielo si riempì di verde e di luce. Il vento sfiorò con dita fresche e solleticanti i due uomini, e ripulì i loro polmoni con delle correnti che davano vigore. Si stirarono e poi discesero dalla piattaforma e si misero alla caccia della colazione. Più tardi, pieni di arrosto di scoiattolo e di bacche succulente, ripresero il viaggio.

La sera del terzo giorno dopo il loro arrivo sul piano di Amerindia, mentre il sole era a pochissima distanza dal fianco del monolito che l’attendeva per inghiottirlo, essi uscirono dalla pianura. Davanti a loro c’era un’alta collina, oltre la quale, così diceva Kickaha, si trovava un piccolo bosco. Uno degli alberi altissimi che si trovavano laggiù avrebbe offerto loro rifugio per la notte.

Improvvisamente, un gruppo di circa quaranta uomini scese dalla collina. Tutti erano a cavallo. Erano di pelle scura, e portavano i capelli divisi in due grandi trecce. I loro volti erano dipinti a strisce bianche e rosse, e ornati da X nere. Portavano dei bracciali simili a scudi, e stringevano in pugno lance e archi. Alcuni portavano in capo delle maschere d’orso; altri avevano delle penne in capo, in svariate acconciature.

Vedendo i due uomini a piedi davanti a loro, i cavalieri gridarono e lanciarono al galoppo le loro cavalcature. Furono sollevate delle lance dalle punte acuminate. Le frecce furono infilate negli archi, asce d’acciaio e daghe furono sollevate al di sopra del capo.

«Resta immobile!» disse Kickaha. Stava sorridendo. «Sono gli Hrowakas, il Popolo dell’Orso. Il mio popolo.»

Avanzò d’un passo, e impugnando l’arco con entrambe le mani, lo sollevò al di sopra del capo. Gridò agli uomini che caricavano, nella loro lingua, una lingua ricca di suoni gutturali e di vocali nasali.

Riconoscendolo, essi gridarono:

«AngLungawas TreKickaha!»

Gli galopparono vicino, sfiorandolo con la punta delle lance, agitando sul suo capo asce e bastoni, e molte frecce si infilarono nel terreno, davanti ai piedi di Kickaha, o anche tra di essi.

Wolff ricevette lo stesso trattamento, che subì senza batter ciglio. Come Kickaha, esibì un sorriso, ma secondo lui non era calmo come quello dell’amico.

Gli Hrowakas arrestarono i loro cavalli, compirono una breve giravolta, e tornarono alla carica. Questa volta, fermarono bruscamente le loro cavalcature davanti ai due. Gli animali si impennarono, nitrirono, scalciarono: Kickaha scattò, e buttò giù di sella un giovane con molte penne tra i capelli. Ridendo e ansimando, i due rotolarono a terra, finché Kickaha non ebbe immobilizzato l’Hrowakas. Allora Kickaha si alzò, e presentò a Wolff lo sconfitto.

«NgashuTangis, uno dei miei cognati.»

Due Amerindi scesero di sella e diedero il benvenuto a Kickaha con lunghi abbracci e discorsi concitati. Kickaha attese che si fossero calmati, quindi cominciò a parlare a lungo, con voce ansiosa. Frequentemente, puntava il dito contro Wolff. Dopo quindici minuti di discorso, interrotto di quando in quando da una rapida domanda, si voltò sorridente verso Wolff.

«Siamo fortunati. Si dirigono verso un villaggio degli Tsenakwa, che vivono abbastanza vicino agli Alberi dalle Molte Ombre. Ho spiegato il motivo della nostra presenza, sebbene abbia conservato il segreto su alcuni particolari. Non sanno che stiamo sfidando il Signore in persona, e non ho intenzione di spiegarlo. Ma sanno che siamo sulle tracce di Chryseis e dei gworl, e che tu sei un mio amico. Sanno anche che Podarge ci aiuta. Hanno un enorme rispetto per lei e le sue aquile, e se possono, le fanno qualsiasi favore.

«Hanno molti cavalli di riserva, come puoi vedere. Mi dispiace soltanto che tu non possa visitare le case del Popolo dell’Orso, e che io non possa andare a trovare le mie due mogli, Giushowei e Angwanat. Ma in questo mondo non si può ottenere tutto.»

La pattuglia di guerrieri cavalcò quel giorno e il giorno seguente, cambiando di cavalcatura ogni mezz’ora. Wolff si abituò alla sella… anzi, alla coperta che si trovava sulla schiena del cavallo. Dopo tre giorni, si era talmente abituato che c’era ben poca differenza tra lui e qualsiasi altro componente del Popolo dell’Orso. Poteva cavalcare per un giorno intero senza fatica.

Il quarto giorno, la pattuglia rimase bloccata per otto ore. Una mandria di giganteschi bisonti barbuti marciava sulla loro strada; gli animali formavano una colonna lunga quindici chilometri e larga tre, una barriera che nessuno, uomo o animale, poteva superare. Wolff era furioso, ma gli altri non sembravano molto disturbati, perché cavalli e cavalieri avevano bisogno di riposo. Poi, alla fine della colonna, passò un centinaio di cacciatori Shanikotsa: gli indiani erano intenti a pungolare i bisonti, e ad affondare nelle loro carni le lance. Gli Hrowakas volevano piombare su di loro e sterminare l’intero gruppo, e solo il discorso logicissimo di Kickaha li trattenne. Dopo, Kickaha disse a Wolff che il Popolo dell’Orso credeva che ciascuno di loro valesse dieci guerrieri di altre tribù.

«Sono grandi combattenti, ma un po’ troppo fiduciosi in se stessi e arroganti. Se sapessi quante volte ho dovuto convincerli a non cacciarsi in situazioni dalle quali non avrebbero potuto uscire!»

Continuarono a cavalcare, ma si fermarono un’ora dopo accanto a NgashuTangis, uno degli esploratori della giornata. Costui era arrivato al galoppo, gridando e facendo cenni frenetici. Kickaha gli fece delle domande, poi disse a Wolff:

«Una delle aquile di Podarge si trova a due chilometri da qui. È scesa su un albero, e ha domandato a NgashuTangis di portarmi da lei. Non può venire da sola: è stata sconfitta da uno stormo di corvi, ed è in condizioni disperate. Sbrighiamoci!»

L’aquila era appollaiata sul ramo più basso di un albero solitario, con le zampe strette intorno al ramo, che si piegava sotto il suo peso. Le sue penne verdi erano coperte di sangue rappreso, e un occhio le era stato strappato. Con l’altro, fissò torvamente il Popolo dell’Orso, che si mantenne a una rispettosa distanza. Parlò in greco miceneo a Kickaha e a Wolff.

«Io sono Aglaia. Ti conosco da molto tempo, Kickaha… Kickaha l’imbroglione. E ti ho conosciuto, Wolff quando tu eri ospite di Podarge dalle grandi ali, mia sorella e regina. Fu lei che mandò molte di noi a cercare la driade Chryseis e i gworl e il corno del Signore. Ma io. io sola, ho visto loro entrare tra gli Alberi dalle Molte Ombre, all’altro capo della pianura.

«Sono scesa in picchiata su di loro, sperando di sorprenderli e di impadronirmi del corno. Ma mi hanno vista, e hanno formato un muro di coltelli contro il quale non potevo fare a meno di impalarmi. Così ho volato in alto, così in alto che essi non potevano più vedermi. Ma io, dominatrice dei cieli dalla vista acutissima, potevo vederli.»

«Conservano la loro arroganza anche mentre muoiono» disse piano Kickaha a Wolff, in inglese. «È degno di loro.»

L’acqua offerta da Kickaha fu bevuta dall’aquila, e la dominatrice dei cieli continuò il suo racconto.

«Quando la notte cadde, si accamparono ai bordi di una macchia d’alberi. Io atterrai sull’albero sotto il quale la driade dormiva sotto una coperta di pelle d’antilope. Su di essa, vidi che c’era del sangue rappreso; era un vestito, e penso appartenesse all’uomo ucciso dal gworl. Lo stavano macellando, e si preparavano a cuocerlo sui loro fuochi.

«Scesi a terra, dalla parte opposta dell’albero. Avevo sperato di parlare alla driade, magari anche di permetterle di fuggire. Ma un gworl, seduto vicino a lei, aveva udito il battito delle mie ali. Guardò dall’altra parte dell’albero, e questo fu il suo errore, perché i miei artigli lo colsero in mezzo agli occhi. Calò il suo coltello, e cercò di liberarsi della mia presenza. E così fece, ma gran parte della sua faccia ed entrambi gli occhi mi rimasero negli artigli. Dissi allora alla driade di fuggire, ma lei allora si alzò e la veste le cadde. Vidi allora che aveva mani e piedi legati.

«Entrai nel sottobosco, lasciando il gworl a lamentarsi per i suoi occhi. Anche per la sua morte, perché i suoi compagni non avrebbero mai sopportato il peso di un guerriero cieco. Fuggii tra i boschi e tomai nella pianura. Là fui in grado di spiccare di nuovo il volo. Volai verso il nido del Popolo dell’Orso, per avvertire voi, Kickaha, e Wolff, amato della driade. Ho volato per tutto il giorno, dopo un’intera notte.

«Ma una pattuglia da caccia degli Occhi del Signore mi individuò per prima. Erano sopra e davanti a me, in un lampo di luce. Si abbatterono su di me, quegli indegni uccelli, e mi colsero di sorpresa. Io caddi, trascinata dal loro peso, con dozzine di speroni sul mio corpo. Io caddi, vorticando su me stessa e sanguinando dalle ferite inferte dai loro becchi aguzzi.

«Allora io, Aglaia, sorella di Podarge, mi riscossi e ripresi i sensi. Affrontai gli insidiosi corvi e staccai loro la testa e dilaniai le loro ali e le loro zampe. Da sola uccisi i dodici che erano su di me, solo per trovarmi attaccata dal resto dell’orda. Combattei contro di essi, e la storia fu la stessa. Essi morirono, ma morendo causarono la mia morte. Solo perché erano così tanti.»

Ci fu una pausa. L’aquila li fissò con l’occhio che le restava, ma la vita stava rapidamente sollevando da esso il sipario che copriva l’abisso oscuro della morte. La gente del Popolo dell’Orso era caduta in un silenzio mortale; perfino i cavalli avevano cessato di sbuffare. Il vento mormorante tra i rami era il rumore più forte che si udiva.

Bruscamente, Aglaia parlò con voce bassa, ma ancora altera:

«Dite a Podarge che non deve vergognarsi di me. E promettimi, Kickaha… non usare con me i tuoi imbrogli… promettimi che Podarge sarà avvertita.»

«Lo prometto, Aglaia» disse Kickaha. «Le tue sorelle verranno qui e porteranno il tuo corpo lontano dai bordi del mondo, nel cielo verde e tu sarai mandata a galleggiare per sempre nell’abisso, libera nella morte come lo sei stata in vita, fino a quando non cadrai nel sole, o troverai il luogo del tuo riposo sulla luna.»

«Uomo, ti ritengo legato alla tua parola» disse lei. La sua testa ricadde, e il suo corpo cadde in avanti. Ma gli artigli d’acciaio erano richiusi sul ramo, e così l’aquila cominciò a muoversi come un pendolo. Le immense ali si aprirono, e la loro punta sfiorò l’erba alta.

Kickaha esplose in un fiume di ordini. Due uomini furono inviati a cercare delle aquile a cui riferire le parole di Aglaia e la notizia della sua morte. Lui non disse nulla, naturalmente, a proposito del corno, e fu costretto a sprecare un certo periodo di tempo per insegnare ai due esploratori un breve discorso in miceneo. Dopo essersi assicurato che i due avevano imparato a memoria il discorso in maniera soddisfacente, li mandò via. Poi ci fu un altro ritardo, per sollevare il corpo di Aglaia, in modo che fosse raggiungibile soltanto dal cielo, o dai puma.

Fu necessario tagliare il ramo al quale era appoggiata, e sistemare il suo grosso corpo su un ramo più alto. Qui fu assicurata indissolubilmente al tronco, in posizione eretta.

«Ecco!» disse Kickaha, quando il lavoro fu terminato. «Nessuna creatura le si avvicinerà, fino a che sembrerà viva. Tutti temono le aquile di Podarge.»

Il pomeriggio del sesto giorno dopo l’incontro con Aglaia. il gruppo fece una lunga sosta a una sorgente. I cavalli poterono riposare e riempire lo stomaco della lunga erba verde. Kickaha e Wolff si sedettero fianco a fianco in cima a una collinetta, e mangiarono delle bistecche di antilope. Wolff stava guardando, con estremo interesse, un piccolo gruppo di mastodonti, che si trovava ad appena quattrocento metri di distanza. Vicino a loro, nascosto nell’erba, c’era un leone maschio a strisce, un esemplare di 400 chili di Felis atrox. Il leone stava speranzosamente seguendo le mosse degli altri animali.

Kickaha disse:

«I gworl sono stati maledettamente fortunati, ad avere percorso la foresta senza lasciarci la pelle, soprattutto essendo a piedi. Tra qui e gli Alberi dalle Molte Ombre ci sono i Tsenakwa. e diverse altre tribù. E i Khing-GatawriT.»

«I Mezzi Cavalli?» disse Wolff. Nei pochi giorni passati tra gli Hrowakas, era riuscito a imparare un numero straordinario di parole, e cominciava a comprendere anche la sintassi incredibilmente complicata di quella gente.

«I Mezzi Cavalli. Hoi Kentauroi. Centauri. Il Signore li ha creati, come ha creato gli altri mostri di questo mondo. Nelle pianure di Amerindia ne esistono numerose tribù. Quasi tutti sono di lingua scita o sarmatica, dato che il Signore ha fabbricato quasi tutti i centauri servendosi di quegli antichi abitatori delle steppe. Ma altri hanno adottato la lingua dei loro vicini umani. Tutti hanno adottato la civiltà tribale delle Pianure… con alcune varianti.»

La pattuglia raggiunse il Grande Sentiero di Scambio. Era distinguibile dal resto della pianura solo in virtù di paletti segnalatori piantati nel terreno a intervalli di un paio di chilometri, e sormontati da una statuetta raffigurante il dio del commercio dei Tishquetmoac, Ishquettlammu. Kickaha spinse al galoppo i suoi uomini, quando furono vicini, e non li fece rallentare fino a che il Sentiero non fu alle loro spalle.

«Se il Grande Sentiero di Scambio entrasse nella foresta, invece che costeggiarla, lo avremmo percorso» disse a Wolff. «Finché lo percorriamo, siamo al sicuro. Il Sentiero è sacro: perfino i selvaggi Mezzi Cavalli lo tispettano. Tutte le tribù ottengono le loro armi d’acciaio, le coperte, gli indumenti, i gioielli, la cioccolata, il tabacco raffinato e così via, dai Tishwuetmoac, l’unica popolazione civilizzata di questo piano. Ho fatto percorrere il Sentiero al galoppo, perché altrimenti non sarei stato in grado di impedire agli Hrowakas di fermarsi a mercanteggiare per diversi giorni, se ci fossimo imbattuti in una carovana di mercanti. Avrai notato che i nostri amici hanno più pellicce del necessario sui loro cavalli; le portano con loro, nel caso si presenti qualche buon affare. Adesso, però, siamo a posto.»

Passarono sei giorni, senza alcun segno di tribù ostili, tranne i tepee a strisce nere e rosse degli Irenussoik, a una notevole distanza. Nessun guerriero uscì da essi a sfidarli, ma Kickaha non si tranquillizzò se non dopo molti chilometri. Il giorno seguente, la pianura cominciò a cambiare: l’erba alta e verde era interrotta da chiazze di erba azzurrastra e più corta. Ben presto, il gruppo cavalcò su un tappeto sterminato di azzurro.

«Il territorio dei Mezzi Cavalli» disse Kickaha. Inviò degli esploratori avanti, a distanza maggiore del solito.

«Non lasciarti prendere vivo» raccomandò a Wolff. «Soprattutto dai Mezzi Cavalli. Una tribù umana della pianura potrebbe decidere di adottarti, invece di ucciderti, se tu avessi il coraggio di cantare allegramente e di sputar loro in faccia mentre ti arrostiscono a fuoco lento. Ma i Mezzi Cavalli non hanno neppure degli schiavi umani. Ti manterrebbero in vita, tra feroci torture, per settimane e settimane.»

Il quarto giorno dopo il consiglio di Kickaha, giunsero sulla cima di una piccola altura e videro una striscia nera, davanti a loro.

«Alberi che crescono lungo il fiume Winnkaknaw» disse Kickaha. «Siamo quasi a metà strada dagli Alberi dalle Molte Ombre. Sproniamo i cavalli fino al fiume. Ho idea che la nostra fortuna ci abbia già fatto troppi doni.»

Tacque, mentre lui e gli altri videro il sole battere per un istante su una cosa bianca, a diversi chilometri sulla loro destra. Poi il cavallo bianco di Coltello Ricurvo, un esploratore, scomparve in una conca tra due collinette. Pochi secondi dopo, una massa nera apparve sulla collina dietro di lui.

«I Mezzi Cavalli!» gridò Kickaha. «Andiamo! Cercate di raggiungere il fiume! Possiamo sostenere un attacco tra gli alberi che crescono laggiù, se riusciremo mai a raggiungerli!»

CAPITOLO IX

All’unisono, tutti i guerrieri indiani partirono al galoppo. Wolff si piegò sul suo cavallo, uno stupendo stallone roano, spronandolo, sebbene la bestia non avesse bisogno di incoraggiamento. La pianura passava accanto a loro come un lampo, mentre il roano galoppava alla disperata. Malgrado la velocità, Wolff continuò a guardare verso destra. La giumenta bianca di Coltello Ricurvo era visibile a intervalli, quando percorreva velocissima un tratto di pianura. L’esploratore la spronava lungo un percorso che lo avrebbe portato a raggiungere la sua gente, di lato. A meno di mezzo chilometro dietro di lui, guadagnando rapidamente terreno, si vedeva l’orda dei Mezzi Cavalli. Dovevano essere almeno centocinquanta, e forse di più.

Kickaha guidò il suo stallone, un animale dorato con coda e criniera lievemente argentate, accanto a quello di Wolff.

«Quando ci raggiungeranno… e accadrà senz’altro… resta accanto a me! Sto organizzando una fila per due, una manovra classica, collaudata e risaputa! In questo modo, si potranno sorvegliare entrambi i lati!»

Rallentò lievemente, per impartire gli ordini agli altri. Wolff manovrò per accodarsi alla coppia formata da Zampe di Lupo e Dorme In Piedi. Dietro di lui, Orso dal Naso Nero e Grossa Coperta stavano cercando di mantenersi a una regolare distanza. Il resto del gruppo era disseminato in un disordine che Kickaha e un membro del consiglio, Zampe di Ragno, stavano cercando di organizzare.

Dopo qualche tempo, i quaranta uomini furono organizzati in una collana accettabile, e Kickaha si affiancò a Wolff, e gli gridò, sopra lo scalpitare degli zoccoli e il soffiare del vento:

«Sono stupidi come porcospini! Volevano voltarsi a caricare i centauri! Ma sono riuscito a renderli un po’ più sensati!»

Altri due esploratori, Orso Ubriaco e Troppe Mogli, stavano arrivando al galoppo da sinistra. Kickaha indicò loro di accodarsi. Al contrario, i due tagliarono la rotta della colonna, e proseguirono.

«Gli idioti vogliono andare a salvare Coltello Ricurvo… si illudono!»

I due esploratori e Coltello Ricurvo si avvicinavano a un punto d’incontro. Coltello Ricurvo era a soli quattrocento metri dagli Hrowakas, mentre i Mezzi Cavalli erano a diverse centinaia di metri, alle sue spalle. Stavano diminuendo le distanze a ogni istante, galoppando a una velocità che nessun cavallo con il peso di un cavaliere in groppa avrebbe potuto uguagliare. Avvicinandosi, i loro particolari divennero più distinguibili, e Wolff si rese pienamente conto della loro natura.

Erano proprio centauri, sebbene non fossero come i pittori della Terra li avevano immaginati. Questo non costituiva sorpresa. Il Signore, quando li aveva creati nei suoi biolaboratori, aveva dovuto fare certe concessioni alla realtà. La modifica maggiore era dovuta all’adattamento alla necessità di ossigeno. La grande parte animale di un centauro doveva respirare, fatto ignorato dalle convenzioni dell’arte terrestre. L’aria doveva essere fornita non solo alla parte superiore, al torso umano, ma al corpo inferiore, quello teriomorfico. I polmoni relativamente piccoli della parte superiore non potevano offrire il fabbisogno desiderato.

Inoltre, lo stomaco del tronco umano avrebbe bloccato ogni rifornimento di cibo al grosso corpo sottostante. Oppure, se il piccolo stomaco era collegato agli organi digestivi più grossi della parte equina, il problema alimentare, non sarebbe stato risolto neppure in questo caso. I denti umani si sarebbero rapidamente consumati, a causa del logorio provocato dall’erba.

Così le creature ibride che galoppavano così minacciosamente e rapidamente verso gli uomini non somigliavano molto alle mitiche creature che erano servite da modelli per la loro creazione. La bocca e il collo erano più grossi in proporzione, per permettere l’assorbimento di ossigeno sufficiente. Al posto dei polmoni umani c’era un organo simile a un mantice, che inspirava l’aria attraverso un’apertura simile a una gola, e poi l’immetteva nei polmoni sviluppatissimi del corpo equino. Questi polmoni erano più grandi di quelli equini, perché la parte verticale aumentava il fabbisogno di ossigeno. Lo spazio richiesto dai polmoni più grandi era stato ottenuto eliminando il grosso organo digerente da erbivoro, il quale era stato sostituito da uno da carnivoro, più piccolo e funzionale. I centauri mangiavano la carne, compresa quella delle loro vittime amerinde.

La parte equina era grossa come un pony indiano della Terra. Il pelo era rosso, nero, bianco, grigio e pezzato. Il pelo ricopriva tutto il corpo, all’infuori del volto. Questo era il doppio di un normale volto umano ed era largo, dagli zigomi alti e dal naso enorme. Erano, su scala maggiore, i lineamenti degli indiani delle pianure della Terra, i volti di Toro Seduto, Cavallo Pazzo e Nuvola Nera. I volti erano coperti di disegni di guerra, e la testa era coperta da piume o da elmetti di pelle di bisonte, con grosse corna sporgenti.

Le loro armi erano le stesse degli Hrowakas, tranne che in un particolare: le piccole bolas. Due sassi rotondi, ciascuno fermato al termine di una corda. Mentre Wolff si chiedeva quello che avrebbe dovuto fare, se gli avessero lanciata contro le bolas, le vide in azione. Coltello Ricurvo e Orso Ubriaco e Troppe Mogli si erano uniti, e stavano galoppando con circa venti metri di vantaggio sui loro inseguitori. Orso Ubriaco si voltò, e lanciò una freccia. La freccia affondò nel grosso mantice sotto la cassa toracica umana di un Mezzo Cavallo. Il Mezzo Cavallo cadde e rotolò a terra e poi giacque immobile. Il torso umano era piegato con un’angolazione possibile solo con la spina dorsale spezzata. Questo malgrado la estrema flessibilità del torso dei centauri, dovuta alla loro particolare natura.

Orso Ubriaco gridò e agitò l’arco. Aveva fatto la sua prima vittima, e la sua impresa sarebbe stata cantata per molti anni nella Sala del Consiglio degli Hrowakas.

Se qualcuno fosse rimasto per raccontarla, pensò Wolff.

Una pioggia di bolas, fatte girare vorticosamente, tanto da rendere indistinguibili le due pietre, fu lanciata. Girando sempre vorticosamente su se stesse, le bolas sibilarono nell’aria. La pietra di una colpì alla nuca Orso Ubriaco, disarcionandolo, interrompendo a metà il suo canto di vittoria. Un’altra bola si attorcigliò intorno alla zampa posteriore sinistra del suo cavallo, facendolo rovinare a terra.

Wolff, unitamente agli altri Hrowakas, lanciò una freccia. Non seppe mai se avesse colpito il bersaglio, perché era difficile prendere la mira in quella posizione e alla velocità con cui il suo cavallo galoppava. Ma quattro frecce colpirono il bersaglio, e quattro Mezzi Cavalli caddero. Wolff prese subito un’altra freccia, notando nello stesso tempo che Troppe Mogli giaceva a terra con una freccia infilata nella schiena.

Ormai, Coltello Ricurvo era sopraffatto. Invece di travolgerlo, i Mezzi Cavalli si divisero per prenderlo in mezzo.

«No!» gridò Wolff. «Bisogna impedirlo!»

Coltello Ricurvo, comunque, non aveva guadagnato immeritatamente il suo nome. Se i Mezzi Cavalli avessero trascurato la possibilità di ucciderlo per prenderlo vivo onde torturarlo, avrebbero dovuto pagare il prezzo del loro errore. Coltello Ricurvo lanciò il suo coltello contro il Mezzo Cavallo più vicino. Questi si impennò e cadde. Coltello ricurvo estrasse un altro coltello e, mentre il suo cavallo veniva colpito da un colpo di lancia, si gettò sul centauro che aveva vibrato il colpo.

Wolff riuscì a scorgerlo, in una massa di corpi. Era atterrato sulla schiena del centauro, che era quasi caduto sotto il suo peso, ma era riuscito a riprendersi. Coltello Ricurvo affondò il suo coltello nella schiena umana del centauro. Lampeggiarono degli zoccoli; la coda del centauro si sollevò al di sopra della massa dei suoi compagni, seguita dagli zoccoli posteriori.

Wolff pensò che per Coltello Ricurvo fosse arrivata la fine. Ma no, era ancora in piedi, miracolosamente, e poi, di colpo, sul dorso equino di un altro centauro. Questa volta, Coltello Ricurvo tenne la lama della sua arma sulla gola del nemico. A quanto sembrava, stava minacciando di tagliare al centauro la vena iugulare, se questi non lo avesse portato via dall’orda dei suoi compagni.

Ma una lancia, proveniente da dietro, affondò la sua punta nella schiena di Coltello Ricurvo. Non, comunque, prima che egli avesse messo in atto il suo proposito, squarciando il collo del Mezzo Cavallo su cui si trovava.

«L’ho visto!» gridò Kickaha. «Che uomo, quel Coltello Ricurvo! Dopo quello che ha fatto, neppure i selvaggi Mezzi Cavalli avranno il coraggio di mutilarlo! Essi onorano il nemico che si è battuto da eroe contro di loro, anche se, naturalmente, lo mangiano lo stesso!»

Ormai, i Khing-GatawriT erano vicini alla coda della colonna degli Hrowakas. Si divisero e aumentarono l’andatura, per accerchiare gli indiani. Kickaha disse a Wolff che i Mezzi Cavalli non avrebbero attaccato subito in maniera massiccia gli Hrowakas. Avrebbero cercato di divertirsi coi loro nemici, dando nel contempo ai loro più giovani guerrieri, non ancora messi alla prova in combattimento, la possibilità di dimostrare la loro perizia e il loro ardimento.

Un Mezzo Cavallo a chiazze bianche e nere, che portava una singola penna di falco sul capo, si staccò dal grosso del gruppo che veniva da sinistra. Agitando una bola nella mano destra, stringendo nella sinistra una lancia adorna di piume, cercò di stringere su Kickaha. Le pietre della bola vorticarono fino a diventare indistinguibili, poi l’arma partì, verso il basso: evidentemente il centauro mirava alle zampe del cavallo.

Kickaha abilmente mirò con la punta della sua lancia in direzione della bola in arrivo. La punta era stata manovrata così destramente che prese in pieno la corda della bola. Kickaha sollevò la lancia, e la bola si arrotolò intorno a essa, poi si chiuse. Buona parte della forza della bola era stata assorbita dalla lunghezza della lancia. Comunque, la lancia si impennò, descrivendo un arco a destra di Kickaha, e quasi colpì Wolff, che fu costretto a piegarsi. Kickaha fu quasi costretto a mollare la lancia, perché gli fu quasi strappata di mano, a causa della violenza dell’impatto. Ma egli conservò la stretta e scosse la lancia, con la bola arrotolata in cima.

Il Mezzo Cavallo, deluso, agitò furioso il pugno, e volle caricare Kickaha con la sua lancia. Un ruggito di acclamazione e ammirazione si sollevò dalle due colonne di centauri. Un capo uscì dalla colonna, per fermare il giovane. Gli disse alcune parole, che lo fecero ritornare, vergognoso, nel gruppo dei suoi simili. Il capo era un grande roano adorno di molte penne.

«Leone Furioso!» gridò Kickaha, in inglese. «Mi giudica meritevole della sua attenzione!»

Gridò qualcosa, nella lingua del capo, e poi scoppiò in una fragorosa risata, mentre la pelle scura del centauro diventava più scura. Leone Furioso gridò qualcosa, e galoppò in avanti, per affiancarsi a colui che lo aveva insultato. La lancia che impugnava con la destra fu scagliata contro Kickaha, che parò con la sua. Le due armi cozzarono insieme. Kickaha staccò immediatamente dal braccio sinistro il suo piccolo scudo di pelle di mammut. Parò un altro colpo di lancia con la sua; poi lanciò lo scudo come un disco. Lo scudo partì e colpì la zampa anteriore destra di Leone Furioso.

Il centauro scivolò e cadde sulle zampe anteriori e giacque sull’erba. Quando tentò di alzarsi, scoprì che la zampa anteriore destra si era spezzata. Un grido si levò dal suo gruppo; una dozzina di capi adorni di piume partì in direzione di Leone Furioso, con le lance sollevate. Si alzò e attese la morte a braccia conserte, coraggioso e grande, anche se sconfitto e impotente.

«Passa parola di rallentare!» disse Kickaha. «I cavalli non possono sostenere ancora per molto questa andatura; i loro polmoni sono già esausti. Forse potremo risparmiarli e guadagnare tempo, se i Mezzi Cavalli vogliono mettere alla prova qualcuno dei loro giovani. In caso contrario, be’, che differenza c’è?»

«È stato divertente» disse Wolff. «Se non ce la faremo, potremo almeno dire di non esserci annoiati.»

Kickaha si avvicinò tanto da battere una mano sulla spalla di Wolff.

«Parola mia, tu sei un vero uomo! Sono felice di averti conosciuto. Oh, oh! Ecco che arriva un pivellino! Ma sta cercando di attaccare Zampe di Lupo!»

Zampe di Lupo, uno dei cognati di Kickaha, era in testa alla colonna Hrowakas, davanti a Wolff. Stava gridando insulti al Mezzo Cavallo che stava attaccando, agitando la bola, e poi scagliò la sua lancia. Il Mezzo Cavallo, vedendo la lancia venire verso di lui, lanciò la bola prima del tempo. La lancia gli colpi una spalla; la bola partì bene, comunque, e si attorcigliò intorno a Zampe di Lupo. Stordito dal colpo di una delle pietre, Zampe di Lupo cadde da cavallo.

I cavalli di Wolff e Kickaha saltarono sul corpo, che giaceva proprio davanti a loro. Kickaha si piegò sulla destra, e colpì con la lancia Zampe di Lupo.

«Non si divertiranno a torturarti, Zampe di Lupo» disse Kickaha. «E tu hai fatto pagare loro una vita per una vita.»

A questi episodi seguì un periodo di combattimenti corpo a corpo. Di continuo, un giovane che doveva ricevere il battesimo delle armi usciva dalla massa dei centauri, per sfidare uno degli esseri umani. A volte vinceva l’uomo, a volte il centauro. Alla fine di trenta minuti d’incubo, i quaranta Hrowakas erano diventati ventotto. A Wolff toccò un grosso guerriero armato di una mazza piena di aculei. Portava anche un piccolo scudo rotondo, col quale cercò di imitare il trucco di Kickaha. Non funzionò, perché Wolff sviò lo scudo con la punta della lancia. Comunque, la sua guardia rimase aperta per un momento, del quale il centauro approfittò. Si avvicinò tanto che Wolff non fu più in grado di usare la lancia.

La mazza fu sollevata; il sole brillò sulle punte degli aculei. Wolff non aveva il tempo di schivare, e se avesse cercato di fermare la mazza, si sarebbe ritrovato con una mano spappolata. Senza riflettere, fece una cosa che sorprese tanto lui quanto il centauro. Forse era stata ispirata dall’azione coraggiosa di Coltello Ricurvo. Con un balzo poderoso, si lanciò dal suo cavallo, passò sotto la mazza, e afferrò per il collo il Mezzo Cavallo. Il suo nemico squittì per la delusione. Poi caddero a terra entrambi, pesantemente.

Wolff balzò su, sperando che Kickaha avesse fermato il suo cavallo, in modo da potervi risalire. Kickaha lo teneva fermo, infatti, ma non faceva il minimo sforzo per mandarglielo vicino. Anzi, sia gli Hrowakas che i Mezzi Cavalli si erano fermati.

«Leggi di guerra!» gridò Kickaha. «Chiunque raggiunga per primo la mazza avrà vinto!»

Wolff e il centauro, di nuovo in piedi, si precipitarono verso la mazza, che era a circa dieci metri. La velocità del quadrupede era troppa per un bipede. Il centauro raggiunse la mazza con tre metri di vantaggio su di lui. Senza rallentare, il centauro piegò il suo tronco umano e raccolse la mazza. Poi rallentò e si girò, così velocemente che fu costretto a fare la giravolta sulle zampe posteriori.

Wolff non aveva smesso di correre. Arrivò davanti e poi in groppa, al Mezzo Cavallo, mentre questi si girava. Si sollevo uno zoccolo, ma lui evitò il colpo, prendendolo solo di striscio. Cadde sul torso del centauro, e caddero di nuovo insieme.

Malgrado il colpo, Wolff tenne il braccio destro intorno al collo del centauro. Rimase appeso, mentre il centauro faceva forza sugli zoccoli. Il centauro aveva perduto la mazza, e ora cercava di sopraffare l’uomo con la forza bruta. Sogghignò di nuovo, perché era più pesante di Wolff di almeno trecento chili. Il suo torso, petto e braccia comprese, era molto più grosso di quello di Wolff.

Wolff spinse coi piedi il corpo del centauro, sotto sforzo, e non cedette. La stretta intorno al collo si intensificò, e a un tratto il Mezzo Cavallo scoprì di non poter respirare.

Allora il Mezzo Cavallo cercò di estrarre il coltello, ma Wolff afferrò il polso con l’altra mano, e lo torse. Il centauro gridò di dolore, e lasciò cadere il coltello.

Un ruggito di sorpresa giunse dai Mezzi Cavalli che stavano assistendo alla scena. Non avevano mai visto tanta forza in un semplice uomo, fino a quel momento.

Wolff spinse, torse il braccio, e fece inginocchiare il suo avversario. Colpì con il pugno sinistro l’apparato respiratorio, tra le costole. Il Mezzo Cavallo emise un lamento disperato. Wolff lasciò la presa, fece un passo indietro, e colpì col pugno sinistro la grossa mascella del centauro già stordito. La testa si arrovesciò, e il centauro cadde. Prima che potesse riprendere i sensi, il suo cranio fu fracassato dalla sua stessa mazza.

Wolff risalì in sella, e le tre colonne proseguirono. Per qualche tempo, i Mezzi Cavalli non attaccarono i loro nemici. Sembrava che i loro capi stessero discutendo. Qualsiasi fosse stata la loro intenzione, persero la mossa un momento più tardi.

Le tre colonne salirono una collinetta, poi discesero in un’ampia conca. Questa era profonda quel tanto che bastava a nascondere il gruppo di leoni che vi si trovava nascosto. A quanto pareva, i venti Felis atrox avevano mangiato un protocammello la notte prima, e non avevano prestato orecchio al rumore di zoccoli in arrivo, forse per pigrizia. Ma adesso che gli intrusi si trovavano in mezzo a loro, i grossi felini agirono immediatamente. La loro furia fu aumentata vieppiù dal desiderio di proteggere i loro cuccioli.

Wolff e Kickaha furono fortunati. Sebbene si vedessero ombre minacciose ovunque, nessuna di esse si avventò su di essi. Ma Wolff si avvicinò a un leone maschio quel tanto che gli bastò a scorgerne tutti gli spaventosi particolari, e a farlo tremare di paura. Il felino era grosso come un cavallo e, sebbene gli mancasse la criniera del leone africano, non difettava di maestosità e ferocia. Passò accanto a Wolff e si avventò sul più vicino centauro, che cadde urlando. Le mascelle si chiusero sulla gola del centauro, e la mitologica creatura morì. Invece di preoccuparsi del cadavere, cosa che normalmente avrebbe fatto, il leone si avventò su un altro Mezzo Cavallo, che cadde con la medesima facilità.

La scena era un caos di grida feline, umane, equine e centauriane. Ciascuno combatteva per sé; al diavolo la battaglia che si era svolta fino a poco prima.

Ci vollero solo trenta secondi per Wolff. Kickaha e gli Hrowakas che erano stati fortunati, per uscire dalla conca. Non avevano bisogno di incitare i loro cavalli, ma faticavano a impedire loro di correre disperatamente incontro alla morte.

Dietro di loro, ma a una certa distanza, i centauri che erano sfuggiti ai leoni uscirono dalla conca. Invece di inseguire subito gli Hrowakas, fuggirono a distanza di sicurezza dai leoni, e poi si fermarono a valutare le loro perdite. A dire il vero, non avevano perduto più di dodici unità, ma la scossa era stata molto forte.

«Una pausa vitale!» gridò Kickaha. «Però, se non riusciamo a raggiungere i boschi prima che ci abbiano raggiunto di nuovo, sarà la fine per noi! Non continueranno più gli attacchi individuali. La prossima volta, sarà un assalto massiccio!»

I boschi che rappresentavano la salvezza sembravano più lontani che mai. Wolff pensò che il suo cavallo, benché fosse uno stupendo animale, non avrebbe mai potuto farcela. Il suo pelo era madido di sudore, e stava ansando pesantemente. E continuava a correre, motore perfetto di carne e spirito indistruttibili, che si sarebbe fermato solo quando il cuore gli si fosse spezzato in petto.

I Mezzi Cavalli stavano ora galoppando a tutta velocità, e riguadagnavano terreno a vista d’occhio. Pochi minuti dopo, erano già a tiro di freccia. Gli inseguiti lanciarono alcuni dardi, che si piantarono tra l’erba. Poi, i centauri si trattennero dallo scagliare frecce, considerando che la distanza era troppa per prendere decentemente la mira, in movimento e con un bersaglio in movimento. Improvvisamente, Kickaha emise un grido di gioia.

«Correte!» gridò, rivolto a tutti. «Che lo Spirito di Akjaw-Dimis vi sia propizio!»

Wolff non capì finché non guardò il punto indicato dal dito di Kickaha. Davanti a loro, seminascosti dall’erba alta, si trovavano centinaia e migliaia di monticelli di terra. Di fronte a essi sedevano delle creature che sembravano cani della prateria a strisce.

Il momento seguente vide gli Hrowakas entrare nella colonia, con i Mezzi C’avalli alle spalle. Grida e urla si levarono quando cavalli e centauri, posando gli zoccoli sui buchi, caddero a terra. Gli animali e i Mezzi Cavalli che erano caduti a terra si rotolavano, urlando per il dolore degli arti spezzati. I centauri che venivano subito dopo la prima ondata si fermarono, e quelli che venivano dopo si scontrarono con loro. Per un minuto, una massa di corpi a quattro zampe scalcianti e aggrovigliati si agitò ai margini del campo dei cani della prateria. I Mezzi Cavalli che avevano avuto la fortuna di trovarsi a una certa distanza si fermarono a guardare i loro compagni caduti. Poi procedettero cautamente, badando a dove mettevano gli zoccoli. Tagliarono, passando, la gola ai compagni con braccia e gambe spezzate.

Gli Hrowakas, sebbene consapevoli di quanto succedeva alle loro spalle, non erano rimasti a guardare. Procedettero, ma ad andatura ridotta. Ora erano rimasti dieci cavalli e dodici uomini; Ronzio d’Ape ed Erba Alta cavalcavano insieme a due compagni le cui cavalcature non si erano spezzate una gamba nel terreno insidioso dei cani della prateria.

Kickaha, fissandoli, scosse la testa. Wolff sapeva ciò che pensava l’amico. Avrebbe dovuto ordinare a Ronzio d’Ape e a Erba Alta di scendere e procedere a piedi. Altrimenti, non solo loro ma i due uomini che li avevano accolti in sella sarebbero stati sopraffatti. Poi Kickaha, dicendo: «All’inferno, non voglio abbandonarli!» si avvicinò a parlare brevemente alle due coppie, poi si riportò accanto a Wolff. «Se finisce per loro, finisce per tutti» disse lui. «Ma tu non devi restare con noi, Bob. La tua lealtà è riposta altrove. Non c’è ragione di sacrificarti per noi, perdendo Chryseis e il corno.»

«Io rimango» disse Wolff.

Kickaha sorrise, e gli diede una pacca sulla spalla.

«Speravo di raggiungere i boschi, ma non ce la faremo. Ci riusciremo quasi… ma non del tutto. Quando raggiungeremo quella collina alta, laggiù, a mezzo chilometro di distanza, saranno già piombati su di noi. Peccato. I boschi sono soltanto a mezzo chilometro di distanza dalla collina.»

La colonia dei cani della prateria scomparve bruscamente alle loro spalle come bruscamente era apparsa davanti a loro. Gli Hrowakas spinsero al galoppo i loro animali. Dopo un minuto, i centauri avevano superato indenni il campo, e anche loro avevano ripreso la piena velocità. Gli inseguiti salirono la collina, e si fermarono in cima, formando un circolo.

Wolff indicò, alle pendici della collina, un fiumiciattolo che interrompeva la pianura. Sul suo corso crescevano degli alberi. Sulla riva del fiume, seminascosti dagli alberi, rilucevano dei tepee bianchi.

Kickaha guardò a lungo, poi disse:

«I Tsenakwa. I mortali nemici del Popolo dell’Orso, come tutti, d’altronde.»

«Eccoli che arrivano» disse Wolff. «Devono essere stati avvertiti dalle sentinelle.»

Indicò un gruppo di cavallerizzi disorganizzati, che stavano uscendo dai boschi, mentre il sole splendeva sui loro cavalli bianchi, e sulle loro penne bianche, e traeva scintille dalle punte delle loro lance.

Uno degli Hrowakas, vedendoli, cominciò a cantare una canzone lamentosa. Kickaha gli gridò qualcosa, e Wolff capì abbastanza per scoprire che gli ordinava di tacere. Non era il momento del canto della morte; avrebbero potuto sconfiggere ancora i Mezzi Cavalli e i Tsenakwa.

«Stavo pensando di sostenere qui il nostro ultimo assalto» disse Kickaha. «Ma adesso ho cambiato idea. Ci dirigeremo verso i Tsenakwa, poi ci allontaneremo da loro e cercheremo di raggiungere i boschi lungo il fiume. La nostra riuscita dipende dalla decisione dei nostri nemici: se combatteranno, potremo salvarci. Se uno rifiuta, l’altro ci prenderà. In caso contrario… Andiamo!»

Spronarono i cavalli. Discesero le pendici della collina, puntando dritto sui Tsenakwa. Wolff si voltava di frequente, e vedeva i Mezzi Cavalli discendere la collina a loro volta, a tutta velocità.

Kickaha gridò:

«Non credo che lasceranno perdere. Ci saranno molte donne che si lamenteranno nelle loro tende, stanotte, ma non sarà solo nella Tribù dell’Orso!»

Ormai gli Hrowakas erano abbastanza vicini da scorgere gli ornamenti degli scudi dei Tsenakwa. Erano svastiche nere, un simbolo che Wolff non si stupì di vedere. La croce uncinata era antica e diffusissima sulla Terra: era conosciuta dai troiani, dai cretesi, dai romani, dai celti, dai normanni, dagli indiani, buddisti e bramini, dai cinesi, e in tutta l’America precolombiana. Né si stupì vedendo che gli indiani ostili avevano i capelli rossi. Kickaha gli aveva detto che i Tsenakwa si tingevano i capelli neri.

Sempre in una massa disordinata, ma più vicini tra loro, i Tsenakwa sollevarono le lance e alzarono il loro grido di guerra, l’imitazione del grido di un falco. Kickaha, in testa al gruppo, sollevò la mano, la tenne immobile per un momento, poi l’abbassò bruscamente. Il suo cavallo voltò a sinistra e corse via, e tutti i sopravvissuti del Popolo dell’Orso lo seguirono, sviluppandosi come un serpente.

Kickaha aveva agito all’ultimo momento, ma la sua scelta del tempo e della distanza era stata perfetta. Mentre i Mezzi Cavalli e i Tsenakwa si scontravano, e venivano coinvolti in un groviglio d’inferno, gli Hrowakas si allontanarono. Raggiunsero i boschi, rallentarono entrando tra gli alberi e gli arbusti, e poi guadarono il fiume. Eppure. Kickaha fu costretto a discutere con diversi guerrieri. Questi volevano discendere il fiume e andare a saccheggiare i tepec dei Tsenakwa, mentre i loro guerrieri erano impegnati contro i Mezzi Cavalli.

«La cosa mi pare sensata» disse Wolff, «solo se ci tratteniamo per il tempo necessario a impadronirci di qualche cavallo. Ronzio d’Ape ed Erba Alta non possono continuare così.»

Kickaha si strinse nelle spalle, e impartì gli ordini. Il saccheggio richiese cinque minuti. Gli Hrowakas tornarono ad attraversare il fiume, e uscirono dagli alberi per trovarsi tra i tepec dei nemici, emettendo urla selvagge. Le donne e i bambini gridarono e trovarono rifugio sugli alberi e nelle tende. Alcuni degli Hrowakas volevano non solo i cavalli, ma anche altro bottino. Kickaha disse che avrebbe ucciso con le sue mani il prime che avesse scoperto a rubare qualcosa di diverso da un arco e da delle frecce. Ma si piegò e si protese a baciare una donna bella ma battagliera.

«Di’ ai tuoi uomini che ti avrei portata a letto, e dopo tu saresti stata insoddisfatta per sempre degli imbelli maschi della tua tribù!» le disse Kickaha. «Ma abbiamo delle cose più importanti da fare!» Ridendo, lasciò andare la donna, che corse nella sua tenda. Si fermò quel che bastava a orinare nella grossa pentola al centro del campo, nella quale la tribù cuoceva i propri cibi: un atto che costituiva un insulto mortale. Poi, ordinò ai suoi uomini di partire.

CAPITOLO X

Cavalcarono per due settimane, e finalmente si trovarono ai margini degli Alberi dalle Molte Ombre. Là Kickaha diede un lunghissimo arrivederci agli Hrowakas. Questi, a loro volta, vennero uno a uno da Wolff, e, posandogli le mani sulle spalle, gli fecero un lungo discorso di commiato. Ormai, era uno di loro. Quando fosse ritornato, avrebbe preso una casa e una moglie tra loro, e sarebbe andato a caccia e in guerra con loro. Era KwashingDa, il Forte; aveva fatto le sue vittime fianco a fianco con loro; aveva battuto un Mezzo Cavallo alla lotta; gli sarebbe stato dato un cucciolo d’orso da allevare come suo; sarebbe stato benedetto dal Signore e avrebbe avuto molti figli e molte figlie, e così di questo passo.

Gravemente, Wolff rispose che l’onore più grande cui lui potesse pensare era quello di venire accettato da! Popolo dell’Orso. E parlava sul serio.

Molti giorni dopo, avevano lasciato alle loro spalle gli Alberi dalle Molte Ombre. Persero entrambi i cavalli, una notte, per colpa di qualcosa che lasciava delle impronte larghe dieci volte quelle di un uomo, con quattro dita ciascuna. Wolff si sentì rattristato e furioso, perché si era molto affezionato al suo cavallo. Avrebbe voluto inseguire il WaGanassit per vendicarsi. Kickaha sollevò le mani, terrorizzato, nel sentire quel proposito.

«Puoi stimarti fortunato, se non sei stalo portato via anche tu!» disse lui. «Il WaGanassit è coperto di scaglie che sono semisilicee. Le tue frecce rimbalzerebbero. Dimentica i cavalli. Un giorno possiamo tornare a dargli la caccia. Quegli esseri possono essere catturati e arrostiti col fuoco, e mi piacerebbe farlo, ma dobbiamo essere pratici. Andiamo.»

Usciti dagli Alberi dalle Molte Ombre, costruirono una canoa e discesero un ampio fiume che attraversava diversi laghi di diverse dimensioni. Il paesaggio era collinoso, con delle alture notevoli. Wolff ricordò il Wisconsin.

«Paese magnifico, ma ci vivono i Chacopewachi e gli Enwaddit.»

Tredici giorni dopo, giorni durante i quali per tre volte avevano dovuto remare furiosamente per sfuggire a delle cariche di guerrieri che li avevano inseguiti, essi abbandonarono la loro canoa. Dopo avere attraversato una catena di colline, quasi sempre di notte, raggiunsero un grande lago. Costruirono una nuova canoa. Dopo cinque giorni raggiunsero la base di un grande monolito, l’Abharhploonta. Cominciarono la loro lenta scalata, pericolosa come la prima. Quando giunsero in vetta, avevano esaurito la loro scorta di frecce, e soffrivano a causa di diverse ferite.

«Capisci, adesso, perché il traffico tra i diversi piani è così limitato» disse Kickaha. «In primo luogo, il Signore lo ha proibito. Comunque, questo non impedisce agli empi e agli avventurieri, e soprattutto ai mercanti, di tentarlo.

«Tra l’orlo e Drachelandia si stendono diverse migliaia di chilometri di giungla, intervallata da numerosi altipiani. Il fiume Guzirit si trova a centocinquanta chilometri di distanza. Andremo là, e chiederemo un passaggio a un battello fluviale.»

Adoperarono rami secchi e punte di selce come frecce, e riempirono le faretre. Wolff uccise un animale simile a un tapiro. La sua carne sapeva un po’ di rancido, ma servì a saziarli. A questo punto, notando la riluttanza di Kickaha, incitò l’amico a continuare il cammino.

Kickaha fissò il cielo verde e disse:

«Speravo che una delle aquile di Podarge ci trovasse e ci portasse notizie. Dopotutto, non sappiamo quale direzione hanno preso i gworl. Devono dirigersi verso la montagna, ma ci sono due strade da scegliere. Attraverso la giungla, una strada niente affatto sicura; o discendendo con un battello il Guzirit. Anche questa strada presenta i suoi pericoli, soprattutto per creature straordinarie come i gworl. E Chryseis sarebbe quotata a un prezzo molto alto, nel mercato degli schiavi.»

«Non possiamo aspettare un’aquila per l’eternità» obiettò Wolff.

«No, e neppure dovremo farlo» disse Kickaha. Indicò il cielo, e Wolff, sollevando lo sguardo, vide un lampo giallo. Scomparve, per poi ritornare in vista un attimo dopo. L’aquila stava scendendo velocemente, con le ali ripiegate. Bruscamente, frenò la sua caduta e scese accanto a loro.

Phthie si presentò, e subito dopo disse che era portatrice di buone notizie. Aveva individuato i gworl e la donna, Chryseis, a soli seicento chilometri di distanza, davanti a loro. Avevano ottenuto un passaggio su un battello mercantile, e stavano discendendo il Guzirit. verso la Terra delle Grandi Armature.

«Hai visto il corno?» domandò Kickaha.

«No!» replicò Phthie. «Ma senz’altro esso è stato nascosto in una delle sacche di pelle che essi portano. Ho strappato al volo una di quelle sacche a un gworl, sperando che potesse contenere il corno. Purtroppo, il corno non c’era, e per poco non sono stata colpita da una freccia.»

«I gworl hanno degli archi?» domandò Wolff, stupito.

«No! Mi hanno presa di mira gli uomini del fiume.»

Wolff domandò se c’erano dei corvi, e l’aquila rispose che ce n’erano molti. Sembrava che il Signore avesse loro ordinato di scortare i gworl.

«Brutto affare» disse Kickaha. «Se ci scoprono, saranno guai seri.»

«Non vi conoscono» disse Phthie. «Sono riuscita a cogliere qualche frammento di conversazione dei corvi, nascondendomi mentre desideravo affrontarli e squartarli. Ma la mia padrona mi ha dato degli ordini, e io obbedisco. I gworl hanno tentato di descrivervi agli Occhi del Signore. I corvi sono in cerca di due uomini che viaggiano insieme, alti entrambi, l’uno dai capelli di bronzo, l’altro dai capelli neri. Ma è tutto ciò che sanno, e molti uomini si adattano a questa descrizione. I corvi, però, sono in attesa di due uomini che seguono la strada presa dai gworl.»

«Mi tingerò la barba, e indosseremo degli abiti Khamshem» disse Kickaha.

Phthie disse che doveva proseguire. Stava andando a fare rapporto a Podarge, e aveva lasciato un’altra sorella a sorvegliare i gworl: e solo per caso si era imbattuta nei due viaggiatori. Kickaha la ringraziò, e le domandò di portare i suoi omaggi a Podarge. Quando il gigantesco volatile fu scomparso nel cielo, i due uomini entrarono nella giungla.

«Cammina piano, parla sottovoce disse Kickaha.» Ci sono delle tigri. Diciamo che la giungla ne è piena. Ci sono anche dei giganteschi divoratori. Sono uccelli privi d’ali, tanto feroci che perfino le aquile di Podarge li temono. Ho visto una volta un divoratore affrontare due tigri, e ci volle poco per convincere le tigri che era meglio filarsela.

Malgrado gli avvertimenti di Kickaha, videro poche forme di vita, eccezion fatta per una moltitudine di uccelli dai colori più vari, di scimmie, di scarafaggi grossi come topi e con lunghissime antenne. Per gli scarafaggi, Kickaha usò una sola parola: «velenosi». Da quel momento, Wolff prima di coricarsi o piegarsi si assicurò che non ce ne fosse nessuno in vista.

Prima di raggiungere la loro prima destinazione, Kickaha si mise a cercare una pianta, il ghubharash. Dopo una ricerca lunga mezza giornata, ne trovò una macchia, staccò la corteccia, l’arrostì, e ne estrasse un liquido nerastro. Con esso, si tinse i capelli, la barba e la pelle, da capo a piedi.

«Spiegherò i miei occhi verdi, dicendo che mia madre era una schiava di Teutonia disse lui.» Ecco. Usane anche tu un poco. Puoi farti più scuro.

Raggiunsero una città in rovina, fatta di pietra e di idoli dalle enormi bocche. Gli abitanti erano bassi, magri e neri, che indossavano delle cappe marrone e perizomi neri. Uomini e donne avevano i capelli lunghi e unti di burro, che ricavavano dal latte di strane capre che saltavano di maceria in maceria, e si nutrivano delle erbe che crescevano tra di esse. Quella gente, i Kaidushang, tenevano dei cobra dentro piccole gabbie, e spesso tiravano fuori quegli animaletti da compagnia. Masticavano il dhiz, una pianta che ingialliva i denti e instupidiva lo sguardo e dava loro un aspetto pigro e sonnolento.

Kickaha, servendosi dello H’vaizhum, la lingua delle popolazioni fluviali, mercanteggiò con gli anziani del villaggio. Vendette la coscia di un animale simile all’ippopotamo, che lui e Wolff avevano ucciso, e ne ebbe in cambio degli abiti Khamshem. I due uomini indossarono i turbanti verdi e rossi, adorni di penne di kigglibash, le camicie bianche senza maniche, i pantaloni purpurei e rigonfi, e le fasce di stoffa che dovettero arrotolare intorno alla vita innumerevoli volte, oltre le soffici scarpe nere dalle punte ricurve.

Malgrado la loro mente obnubilata da dhiz, gli anziani erano abili nel mercanteggiare. Finché Kickaha non ebbe estratto dalla borsa un minuscolo zaffiro… uno dei gioielli che gli erano stati donati da Podarge… non vollero vendergli le fondine tempestate di perle e le scimitarre.

«Credo che un battello debba passare presto» disse Kickaha. «O, almeno, lo spero. Adesso che sanno che ho delle gemme, potrebbero tentare di tagliarci la gola. Mi spiace, Bob, ma dovremo montare la guardia a intervalli, la notte. Questa gente ha la simpatica abitudine di mandare, molto spesso, i suoi serpenti a fare il loro sudicio lavoro.»

Ma quel giorno, un mercantile apparve sul fiume. Vedendo i due uomini in piedi sulla banchina marcita, che agitavano dei fazzoletti bianchi, il capitano ordinò di calare l’ancora e di ammainare le vele.

Wolff e Kickaha salirono sulla scialuppa che era venuta a prenderli, e furono portati a bordo del Khrillquz. Il battello era lungo una quindicina di metri, basso al centro ma con i castelli di prua e di poppa torreggianti, ed era a vela. I marinai erano quasi tutti della razza Khamshem chiamata Shibacub. Parlavano una lingua le cui caratteristiche Kickaha aveva già spiegato a Wolff. Wolff era sicuro che si trattasse di una forma arcaica di semitico, alterata dai linguaggi degli aborigeni.

li capitano. Arkhyurel, li accolse cordialmente sul cassero di poppa. Sedeva a gambe incrociate su una catasta di cuscini, e beveva da una bottiglia di vino nero.

Kickaha. presentandosi sotto il nome di Ishnaqrubel, gli fornì la storia che già aveva accuratamente elaborato. Lui e il suo compagno, che aveva fatto il voto di non parlare fino a quando non fosse ritornato da sua moglie, nella remota terra di Shiashtu, erano stati per diversi anni nella giungla. Avevano cercato la favolosa città perduta di Ziquooant.

Il capitano sollevò un sopracciglio, e si carezzò la lunga barba scura che gli scendeva fino alla cintola. Domandò loro di sedersi e di accettare una tazza di vino Akhashtum, mentre gli narravano la loro storia. Gli occhi di Kickaha brillarono, ed egli sorrise, iniziando il suo racconto. Wolff non lo comprendeva, ma era sicuro che il suo amico si divertiva infinitamente a narrare le sue menzogne lunghe, ricche di particolari e avventurose. Sperava che Kickaha non si lasciasse trasportare troppo dalla sua fantasia, fino a destare l’incredulità del capitano.

Le ore passarono, e il battello discendeva il corso del fiume. Un marinaio, che indossava solo un perizoma scarlatto, suonò dolcemente un flauto, a prua. Fu loro portato del cibo, in vassoi d’argento e d’oro: scimmia arrosto, uccello arrosto, del pane nero, e della gelatina. Wolff trovò il cibo troppo piccante, ma mangiò ugualmente.

Il sole si avvicinò ai margini della montagna, e il capitano si alzò. Li portò verso un tempietto, dietro il timone: vi si trovava un idolo di giada, Tartartar. Il capitano cantò una preghiera, la prima preghiera al Signore. Poi Arkhyurel si inginocchiò davanti al dio minore della sua nazione, e fece le riverenze. Un marinaio versò un po’ di incenso sul fuoco che ardeva nell’apertura praticata nel grembo di Tartartar. Mentre i fumi d’incenso si diffondevano nella nave, i compagni di fede del capitano pregarono. Più tardi, i marinai di religioni diverse avrebbero pregato i loro dèi.

Quella notte, i due dormirono sul ponte di mezzo, su una pila di pelli che erano state fornite dal capitano.

«Non posso dirti niente su Arkhyurel disse Kickaha.» Gli ho detto che non siamo riusciti a trovare la città di Ziquooant, ma che abbiamo scoperto un piccolo tesoro. Niente di clamoroso, ma sufficiente a farci vivere modestamente, senza preoccupazioni, al nostro ritorno a Shiashtu. Lui non mi ha chiesto di vedere le gemme, anche se gli ho promesso un grosso rubino come prezzo del passaggio. Questa gente prende tempo negli affari, cercare di affrettarli costituisce un insulto. Ma la sua avidità può vincere il suo senso dell’ospitalità e la sua etica degli affari, se crede di ottenere un grosso guadagno, tagliandoci la gola e gettando i nostri cadaveri nel fiume.

Si interruppe per un istante. Dai rami degli alberi che costeggiavano il fiume giungevano le strida di molti uccelli; di quando in quando, un grosso sauriano urlava dalla riva o dalle acque.

«Se ha intenzione di fare qualcosa di disonorevole, lo farà nei prossimi mille chilometri. È un tratto del fiume solitario; dopo, le città e i villaggi cominciano a infittirsi.»

La sera dopo, comodamente seduto, Kickaha donò al capitano il rubino, enorme e tagliato stupendamente. Con esso, Kickaha avrebbe potuto comprare il battello con i suoi uomini. Sperava che Arkhyurel ne fosse soddisfatto; il capitano, se voleva, poteva ritirarsi dagli affari, vendendo la gemma. Kickaha fece subito dopo ciò che avrebbe voluto evitare, ma che sapeva di dover affrontare. Mostrò il resto dei gioielli: diamanti, zaffiri, rubini, tormaline e topazi. Arkhyurel sorrise e si leccò le labbra e soppesò i gioielli per tre ore.

Quella notte, mentre riposavano sul ponte, Kickaha gli mostrò una carta geografica che aveva ottenuto dal capitano. Essa indicava una grande curva del fiume, e Kickaha indicò un circolo tracciato nella contorta scrittura Khamshem.

«La città di Khotsiqsh. Abbandonata dal popolo che l’ha costruita, come quella che abbiamo raggiunto prima di salire a bordo, e abitata da una tribù semiselvaggia, i Weezwart. Lasceremo la nave di nascosto, di notte, quando arriveremo in porto, e prenderemo una scorciatoia. Può darsi che siano in grado di intercettare la nave che trasporta i gworl. Se no, ce ne andremo lo stesso da questa nave. Prenderemo un altro mercantile. E se non ne troveremo nessuno, noleggeremo una nave con equipaggio Weezwart.»

Dodici giorni dopo, il Khrillquz gettò l’àncora davanti a una banchina massiccia, ma ricca di crepe. I Weezwart affollarono la banchina, gridarono in direzione dei marinai, e mostrarono loro giare di dhiz, uccelli parlanti dentro gabbie di legno, scimmie e artifatti, oggetti presi dalle città nascoste della giungla, e merci di ogni genere, tra i quali borsette fatte della pelle dei giganteschi sauriani del fiume, e mantelli di pelle di tigre e di leopardo. Avevano anche un piccolo divoratore, un animale che il capitano avrebbe potuto rivendere con un buon profitto al re Bashishub di Shibacub. Le loro merci più pregiate, comunque, erano le loro donne. Queste, rivestite da capo a piedi di abiti di cotone verde e scarlatto, sfilavano avanti e indietro sulla banchina. Aprivano per un istante le loro vesti, poi le richiudevano, gridando in continuazione il prezzo per una notte offerta ai marinai desiderosi di compagnia femminile. Gli uomini, che indossavano solo turbanti bianchi e perizoma, stavano in un angolo, masticavano dhiz, e sorridevano. Portavano tutti delle cerbottane lunghe due metri, e dei coltelli lunghi, sottili e ricurvi, infilati tra i capelli, che si intrecciavano elaboratamente sul capo.

Durante il mercato tra il capitano e i Weezwart. Kickaha e Wolff si insinuarono tra le rovine ciclopiche della città. Bruscamente, Wolff ruppe il silenzio:

«Hai i gioielli con te. Perché non prendiamo una guida Weezwart e ce ne andiamo subito? Perché aspettare fino a notte?»

«Amico, mi piace il tuo stile» disse Kickaha. «Bene, andiamocene.»

Trovarono un uomo alto e allampanato, Wiwhin, che accettò con mille salamelecchi la loro proposta, quando Kickaha gli ebbe mostrato un topazio. Insistettero perché l’uomo non dicesse neppure alla moglie del suo viaggio: e l’uomo li condusse direttamente nella giungla. Conosceva i vari sentieri alla perfezione, e, come promesso, li condusse alla città di Cirruqshak in due giorni. Una volta giunto, domandò un altro gioiello, dicendo che non avrebbe detto niente a nessuno, se gli fosse stato concesso quel premio.

«Non ti avevo promesso nessun premio» disse Kickaha. «Ma mi piace lo spirito di libera impresa che ti anima, amico. Così, ecco un’altra gemma. Ma se cercherai di averne un’altra, ti ucciderò.»

Wiwhin sorrise e si inchinò e prese il secondo topazio e scomparve nella giungla. Kickaha, seguendolo con lo sguardo, brontolò:

«Avrei dovuto ucciderlo davvero. I Weezwart non hanno neppure la parola onore nel loro vocabolario.»

Penetrarono nelle rovine. Dopo mezz’ora di faticoso procedere tra i detriti, si trovarono nella parte della città che dava sul fiume. Qui erano radunati i Dholinz, una popolazione dello stesso ceppo linguistico dei Weezwart. Ma qui gli uomini avevano dei lunghi baffi cascanti, e le donne si dipingevano di nero il labbro superiore e portavano un anello al naso. Con essi c’era un gruppo di mercanti della terra che aveva dato a tutte le popolazioni di lingua Kamshem il suo nome. Non c’era nessun battello ormeggiato alla banchina. Kickaha, vedendo questo, si arrestò e fece per ritornare tra le rovine. Era troppo tardi, perché i Khamshem lo avevano visto, e stavano gridando qualcosa.

«Sarà meglio affrontarli» mormorò Kickaha a Wolff. «Se va male, scappa! Quei tipi sono trafficanti di schiavi.»

C’erano circa trenta Khamshem, tutti armati di pugnale e scimitarra. Inoltre, avevano una cinquantina di soldati, uomini alti dalle spalle larghe, di carnagione più chiara dei Khamshem, con il volto e le spalle ricoperti di tatuaggi. Quelli, disse Kickaha, erano i mercenari Sholkin di cui spesso si servivano i Khamshem. Erano lancieri famosi, gente di montagna, pastori di capre, nemici delle donne, buone solo ai lavori di casa, contadine, e madri.

«Non farti prendere vivo» fu l’ultimo consiglio di Kickaha, prima che il giovane avventuriero si avvicinasse con sorrisi e convenevoli al capo dei Khamshem. Questi era un individuo altissimo e muscoloso, chiamato Abiru. Aveva un volto che sarebbe stato bello se non fosse stato troppo largo e ricurvo come una scimitarra. Rispose a Kickaha con una certa cortesia, ma i suoi occhi neri li soppesarono come se essi fossero soltanto libbre di mercanzia commerciabile.

Kickaha gli raccontò la storia che aveva narrato ad Arkhyurel, ma l’abbreviò notevolmente, e lasciò fuori le pietre preziose. Disse che avrebbero aspettato l’arrivo di un mercantile che li potesse trasportare a Shiashtu. E che cosa andava facendo il grande Abiru?

(A questo punto, Wolff era riuscito, con la sua sbalorditiva facilità di apprendimento delle lingue, a impadronirsi del khamshem, tanto da comprendere quasi tutte le parole, se la conversazione si manteneva a un livello puramente colloquiale.)

Abiru rispose che, grazie al signore e a Tartartar, il suo viaggio d’affari era stato molto profittevole. Oltre i soliti tipi di schiavi, aveva catturato un gruppo di stranissime creature. E inoltre, una donna di incredibile bellezza, quale mai era stata vista. Non, per lo meno, su questo piano.

Il cuore di Wolff cominciò a battere più forte. Era mai possibile?

Abiru domandò se sarebbe stato di loro gradimento dare un’occhiata ai prigionieri.

Kickaha lanciò un’occhiata di avvertimento a Wolff, ma rispose che gli sarebbe assai piaciuto vedere le curiose bestie e la donna favolosamente bella. Abiru fece segno al capitano dei mercenari di avvicinarsi, e ordinò a lui e a dieci dei suoi uomini di accompagnarlo. Allora Wolff fiutò il pericolo di cui Kickaha era stato consapevole fin dall’inizio. Sapeva che avrebbero dovuto fuggire. anche se questo non sarebbe stato di molto giovamento. Sembrava che i Sholkin fossero abituati ad abbattere i fuggitivi con le loro lance. Ma desiderava disperatamente rivedere Chryseis. Dato che Kickaha non gli faceva alcun segno, Wolff decise di non agire di testa sua. Kickaha, dato che aveva una maggiore esperienza, probabilmente sapeva come meglio comportarsi.

Abiru, con piacevoli conversari sulle attrattive della capitale di Khamshein, li condusse lungo strade coperte d’erba, fino a un edificio enorme, circondato da statue in rovina. Si fermò davanti a una porta sorvegliata da altri dieci Sholkin. Anche prima di entrare Wolff capì che dentro c’erano i gworl. Al di sopra del puzzo di carne umana sudata e sporca si sentiva l’odore di frutta marcia delle creature bitorzolute.

La stanza nella quale entrarono era enorme e fredda e buia. Sulla parete opposta, acquattati sul sudiciume ammucchiato sul pavimento di pietra, c’era una fila di circa cento tra uomini e donne, e trenta gworl. Erano tutti uniti l’uno all’altro da lunghe e sottili catene d’acciaio, che passavano per dei collari d’acciaio stretti intorno al collo dei prigionieri.

Wolff cercò con lo sguardo Chryseis. Non c’era.

Abiru, rispondendo alla muta domanda, disse:

«Ho tenuto da parte la donna dagli occhi di gatto. Ha un’inserviente femmina, e una guardia speciale. Riceve tutta l’attenzione e la cura che si danno a un prezioso gioiello.»

Wolff non riuscì a frenarsi. Disse

«Mi piacerebbe vederla.»

Abiru lo guardò, e disse:

«Hai uno strano accento. Il tuo compagno non ha detto che anche tu vieni dalla terra di Shiashtu?»

Fece un segno ai soldati, che si fecero avanti, con le lance sollevate.

«Non importa. Se vedrai la donna, la vedrai attaccato a una catena.»

Kickaha gridò, indignato:

«Siamo soggetti alle leggi di Khamshem, e siamo uomini liberi! Non puoi farci questo. Ti costerà la testa, dopo certe torture legali, naturalmente!»

Abiru sorrise:

«Non intendo riportarti a Khamshem, amico. Stiamo andando a Teutonia, dove voi, essendo uomini forti, anche se un po’ troppo loquaci, sarete pagati bene. Del piccolo problema di cui ho parlato prima potremo occuparci con molta semplicità, tagliandovi la lingua.»

Ai due amici furono tolte le scimitarre e la borsa. Spinti dalle lance, si avvicinarono al termine della fila, subito dopo i gworl, e furono assicurati a dei collari di acciaio. Abiru, versando il contenuto della borsa sul pavimento, bestemmiò alla vista del mucchio di pietre preziose.

«Così avete trovato qualcosa, nelle città perdute! Una fortuna per noi. Sono quasi tentato di liberarvi… ma non lo farò… per avermi procurato un simile guadagno.»

«Quanto puoi sopportare?» brontolò in inglese Kickaha. «Parla come il cattivo di un film di terz’ordine. Accidenti a lui! Se ne avrò la possibilità, gli taglierò qualcosa di più della lingua.»

Abiru, soddisfatto della sua fortuna, se ne andò. Wolff esaminò la catena attaccata al collare di acciaio. Era fatta di piccoli anelli. Avrebbe potuto spezzarla, se l’acciaio non fosse stato di qualità eccezionale. Sulla Terra, di nascosto, si era divertito a spezzare catene di quel tipo. Ma non avrebbe provato fino a notte.

Accanto u lui, Kickaha mormorò:

«Con questo travestimento i gworl non ci riconosceranno: così lasciamo che le cose seguano il loro corso.»

«E il corno?» domandò Wolff.

Kickaha, parlando l’elaborato tedesco di Teutonia, cercò di iniziare una conversazione coi gworl. Dopo essere riuscito a stento a evitare una pioggia di saliva, rinunciò. Riuscì a parlare a un soldato Sholkin e ad alcuni degli schiavi umani. Da essi, ottenne delle informazioni.

I gworl erano stati passeggeri del Qaqiirzhub, capitanato da un certo Rakhhamen. Fermandosi a quella citta, il capitano aveva incontrato Abiru, e lo aveva invitato a prendere una tazza di vino a bordo. Quella notte (la notte prima del loro arrivo) Abiru e i suoi uomini si erano impadroniti del battello. Durante il combattimento, il capitano e parte dei suoi uomini erano stati uccisi. I superstiti erano attaccati alla lunga catena. Il battello aveva risalito il corso di un affluente del fiume, con equipaggio a bordo, per essere venduto a un pirata del fiume di cui Abiru aveva sentito parlare.

In quanto al corno, nessuno dell’equipaggio del Qaqiirzhub ne aveva sentito parlare. E il soldato non forni la minima informazione. Kickaha spiegò a Wolff che senza dubbio Abiru non ne avrebbe parlato a nessuno. Doveva averlo riconosciuto, perché tutti avevano sentito parlare del corno del Signore. Faceva parte della religione universale, ed era stato descritto nelle diverse letterature sacre.

Venne la notte. Entrarono dei soldati, con torce e cibo per gli schiavi. Dopo mangiato, rimasero nella stanza due Sholkin, e fuori rimase un numero imprecisato di guardie. I servizi igienici erano inesistenti; il puzzo divenne asfissiante. A quanto sembrava, Abiru non rispettava l’ordine delle cose stabilito dal Signore. Comunque, alcuni dei Sholkin più religiosi dovevano essersi lamentati, perché entrarono a pulire diversi Dholinz. Furono versati sugli schiavi dei secchi d’acqua, e numerosi secchi di acqua da bere furono lasciati ai prigionieri. I gworl ulularono, quando fu gettata loro addosso l’acqua, e si lamentarono e imprecarono per molto tempo. Kickaha spiegò a Wolff che i gworl, come certi animali del deserto della Terra, non dovevano bere acqua. Avevano un apparato biologico, simile a quello degli abitatori del deserto, che trasformava il loro grasso nell’acqua necessaria.

Salì la luna. Gli schiavi giacevano sul pavimento, o si appoggiavano alla parete, e dormivano. Kickaha e Wolff finsero di fare lo stesso. Quando la luna fu visibile dalla porta, Wolff disse:

«Cerco di spezzare la catena. Se non avrò tempo di spezzare la tua, dovremo fare i gemelli siamesi.»

«Va bene» mormorò Kickaha.

Tra ogni collare si stendevano circa due metri di catena. Wolff si avvicinò silenziosamente al gworl più vicino, per avere spazio maggiore a disposizione. Kickaha lo seguì in silenzio. Ci vollero circa quindici minuti, per evitare che le sentinelle che si trovavano nella stanza si accorgessero del loro procedere. Poi Wolff, voltanto la schiena alle guardie, prese con entrambe le mani la catena. Tirò, e le maglie si tesero. Una tensione graduale non avrebbe giovato: meglio uno strattone violento. La catena si spezzò rumorosamente.

I due Sholkin, che parlavano a voce alta e ridevano per tenersi svegli, tacquero bruscamente. Wolff non osò voltarsi a guardarli. Rimase in attesa, mentre i Sholkin discutevano sulle possibili origini del rumore. Apparentemente, non pensarono alla catena. Passarono un minuto a osservare il soffitto, tenendo alte le torce. Uno disse una battuta, l’altro rise, e ripresero la loro conversazione.

«Devi riprovare?» domandò Kickaha.

«Non vorrei, ma è necessario. Uniti, saremmo svantaggiati» rispose Wolff.

Fu costretto ad attendere ancora, perché il gworl a cui era stato unito dalla catena, si era svegliato nell’udire il rumore. La creatura alzò il capo e disse qualcosa, nella sua lingua raschiarne, Wolff cominciò a sudare ancora più copiosamente. Se il gworl si alzava, o cercava di alzarsi, il suo gesto avrebbe rivelato il danno.

Dopo un minuto di tensione, il gworl tornò a sdraiarsi, e riprese a russare, Wolff si calmò un poco. Riuscì perfino a sorridere, perché i gworl gli aveva fornito un’idea.

«Avvicinati, come se volessi scaldarti vicino a me» disse piano Wolff.

«Scherzi?» rispose Kickaha. «Mi sento come in un bagno turco. Va bene, comunque. Vengo.»

Si avvicinò, finché la sua fronte non sfiorò le ginocchia di Wolff.

«Quando spezzo la catena, non agire subito» disse Wolff. «Ho un’idea per attirare le guardie senza che diano l’allarme a quelle che sono fuori.»

«Spero che non cambino le guardie proprio quando entriamo in azione» disse Kickaha.

«Prega il Signore» rispose Wolff. «Quello della Terra.»

«Quello aiuta chi si aiuta» replicò Kickaha.

Wolff tirò con tutte le sue forze: la catena si spezzò, rumorosamente. Questa volta, le guardie tacquero e il gworl si sollevò bruscamente. Wolff diede un colpo notevole alla creatura. La creatura non disse niente, ma cominciò ad alzarsi. Una delle guardie gli ordinò di restare a terra, ed entrambi i soldati si diressero verso di lui. Il gworl non comprese le parole. Comprese il tono di voce, e le lance puntate contro di lui. Cominciò a strofinarsi la parte colpita, imprecando contro Wolff.

Le guardie si avvicinarono alla parete. Wolff disse:

«Via!»

Lui e Kickaha si alzarono all’unisono, si girarono, e affrontarono i Sholkin sbalorditi. La punta di una lancia era a portata di mano di Wolff. L’afferrò appena sotto la punta, e tirò. La guardia spalancò la bocca per gridare, ma la richiuse quando l’impugnatura della lancia colpi il soldato alla mascella.

Kickaha non era stato così fortunato. Il soldato aveva fatto un passo indietro, e stava per lanciare la lancia. Kickaha esegui un perfetto placcaggio da rugby; la lancia cozzò contro la parete.

A questo punto, il silenzio era terminato. Una guardia cominciò a gridare. Il gworl raccolse l’arma che era caduta ai suoi piedi, e la scagliò con violenza. La punta penetrò nella gola della guardia, e uscì dalla nuca.

Kickaha si impadronì della lancia, la tirò fuori dal collo del soldato, tolse il pugnale della guardia dalla sua fondina e lo lanciò. Il primo Sholkin che entrò dall’esterno ricevette il colpo al plesso solare, e, vedendo cadere il compagno, gli altri si ritirarono. Wolff prese il coltello dell’altra guardia, e disse:

«E adesso, dove scappiamo?»

Kickaha tolse il pugnale dal plesso solare della sua vittima, e lo ripulì sul cadavere.

«Non da quella porta. Ce ne sono troppi.»

Wolff indicò una porta, dalla parte opposta, e cominciò a correre verso di essa. Si fermò a raccogliere la torcia caduta al soldato, e Kickaha lo imitò. La porta era quasi interamente bloccata dai detriti, ed essi furono costretti a strisciare per entrarvi. Dopo poco tempo, si trovarono nel punto da cui erano caduti i detriti. La luna rivelava un’apertura nel soffitto di pietra.

«Devono essere al corrente di questa apertura» disse Wolff. «Non possono essere tanto incauti. Sarà meglio procedere.»

Avevano appena superato il punto che si trovava sotto l’apertura nel soffitto, quando dall’alto scese la luce di molte torce. I due amici corsero lungo il passaggio, e un attimo dopo una lancia si conficcò a terra, sfiorando la gamba di Wolff.

«Adesso ci seguiranno per la stessa strada» disse Kickaha.

Continuarono per quella strada, addentrandosi nelle diramazioni che parevano condurre alla parte posteriore dell’edificio. Improvvisamente, il pavimento mancò sotto i piedi di Kickaha. Egli cercò di saltare, prima che la pietra che lo sosteneva cadesse, ma non riuscì a farcela. Una parte del pavimento si sollevò, e quella che aveva ceduto sotto il peso di Kickaha si abbassò, facendo precipitare l’uomo in una grossa fossa. Kickaha gridò, lasciando contemporaneamente la torcia. Uomo e torcia caddero insieme.

Wolff rimase a guardare la fossa. Da essa non usciva luce, così che la torcia doveva essersi spenta, oppure la fossa era tanto profonda da assorbire completamente la luce. Ansiosamente, strisciò in avanti e tenne la torcia sospesa sulla fossa. Era una specie di pozzo, ampio circa tre metri e profondo quindici. Il fondo era un gorgo di macerie. Ma non c’era Kickaha, e neppure una depressione a indicare il punto della sua caduta.

Wolff gridò il nome dell’amico, e nello stesso tempo udì le grida dei Sholkin che si avvicinavano.

Non ricevendo risposta, si protese per quanto possibile sul bordo della fossa, cercando di vedere qualcosa di più. Agitò la torcia intorno più volte, ma vide solo detriti, e la torcia di Kickaha, che si era spenta cadendo.

Sembrava che ci fossero delle aperture, all’interno della fossa. L’unica conclusione possibile era che Kickaha fosse finito in una di esse.

Il rumore delle voci si fece più forte, e si vide, in fondo, il chiarore delle torce. Non poteva sostare più a lungo. Doveva continuare. Lanciò la torcia dall’altra parte e saltò con tutte le sue forze. Cadde disteso, e le gambe annasparono sul bordo della fossa: ma era in salvo.

Raccolse la torcia, che era rimasta accesa, e prosegui. Al termine della galleria trovò una diramazione completamente ostruita dal pietrisco. La seconda era ostruita da un grosso macigno, ma c’era uno stretto pertugio, e, faticosamente, egli riusci a penetrarvi. Oltre l’apertura c’era un’immensa stanza, più grande di quella degli schiavi.

C’era una serie di rozze terrazze, formate dallo slittamento delle pietre, dalla parte opposta. Si arrampicò su di esse, e raggiunse un pertugio dal quale si vedeva la luce della luna. Era la sola via di scampo. Se i Sholkin stavano pattugliando il tetto dell’edificio, avrebbero visto la luce della sua torcia. Rimase immobile nell’apertura, in ascolto. Se la torcia era stata vista, sarebbe stato catturato al momento di uscire, e non avrebbe potuto difendersi. Alla fine, udendo solo delle grida lontane, e rendendosi conto che quella era la sola via d’uscita che gli veniva offerta, vi penetrò.

Era vicino alla cima della montagna di detriti che copriva la parte posteriore dell’edificio. Sotto di lui c’erano delle torce. Nella luce, si trovava Abiru, che agitava i pugni contro i soldati, e gridava.

Wolff guardò la terra che si trovava sotto i suoi piedi, immaginò la pietra e i passaggi che esistevano in essa, e il pozzo nel quale Kickaha si era sfracellato.

Sollevò la lancia e mormorò:

«Ave atque vale, Kickaha!»

Avrebbe voluto uccidere degli altri Sholkin… e soprattutto Abiru… per vendicare la morte di Kickaha. Ma doveva agire logicamente. C’era sempre Chryseis, e c’era il corno. Ma si sentiva stanco e svuotato, come se avesse perduto una parte della sua anima.

CAPITOLO XI

Quella notte, si nascose tra i rami di un alto albero che cresceva a una certa distanza dalla città. Aveva deciso di seguire i trafficanti di schiavi, e di salvare Chryseis e il corno alla prima opportunità. I mercanti di schiavi avrebbero dovuto prendere la strada vicino alla quale lui aspettava; era la sola che conducesse verso l’interno, a Teutonia. L’alba giunse e lui aspettava, assetato e affamato. A mezzogiorno, divenne impaziente. Non lo stavano certamente ancora cercando! A sera, decise che avrebbe dovuto almeno bere un po’ d’acqua. Discese dall’albero e si diresse verso un torrente. Un grugnito lo fece salire sull’albero più vicino. Una famiglia di leopardi stava avanzando tra gli arbusti. Gli animali si fermarono vicino al torrente, e cominciarono a bere. Quando ebbero terminato, e furono di nuovo scomparsi tra gli arbusti, il sole era già vicino ai margini della montagna.

Ritornò sulla pista, sicuro che i mercanti di schiavi non avrebbero potuto passare mentre lui si trovava vicino al torrente, senza che lui li avesse uditi. E non passò nessuno. Quella notte, tornò tra le rovine, e si avvicinò all’edificio dal quale era fuggito. Nessuno in vista. Ormai certo della partenza dei mercanti di schiavi, vagò tra i viali ricoperti di erbacce e tra le enormi macerie, fino a quando non si imbatté in un uomo seduto a terra, appoggiato al tronco di un albero. L’uomo era instupidito dal dhiz, ma Wolff lo risvegliò, schiaffeggiandolo violentemente. Puntandogli il coltello alla gola, Wolff gli estorse delle informazioni. Malgrado il suo limitato vocabolario Khamshem, e la sua ancor più incompleta conoscenza del Dholinz, riuscì a comunicare. Abiru e i suoi uomini erano partiti al mattino, su tre grosse canoe da guerra, con un equipaggio di rematori Dholinz assoldati sul posto.

Wolff stordì l’uomo con un pugno, e si avviò verso la banchina. Era deserta, e tutte le imbarcazioni erano a sua disposizione. Rubò un minuscolo battello a vela, e salpò quasi subito.

Tremila chilometri dopo, era sul confine tra Teutonia e il Khamshem civilizzato. Aveva percorso per cinquecento chilometri il fiume Guzirit, poi aveva proseguito a piedi. Avrebbe dovuto raggiungere la carovana, che procedeva lentamente, già da molto tempo: ma incidenti di vario genere, non esclusa la presenza di tigri e divoratori, gli avevano fatto perdere per tre volte la pista.

Gradualmente, il paesaggio saliva. Di colpo, un altipiano interruppe la giungla. Una scalata di appena duemila metri non era nulla per un uomo che per tre volte aveva scalato cime di dieci chilometri. Una volta in vetta, si trovò in un territorio diverso. Sebbene l’aria non fosse più fredda, ovunque crescevano querce, sicomori, castani, noci e così via. Anche gli animali erano diversi. Aveva percorso circa tre chilometri, nella penombra di una foresta di altissime querce, quando fu costretto a nascondersi.

Un drago gli passò lentamente vicino, lo guardò una volta, sibilò, e se ne andò per la sua strada. Aveva l’aspetto delle rappresentazioni convenzionali dell’Occidente, era lungo circa dieci metri, alto tre, ed era coperto di scaglie. Non lanciava fiamme. Si fermò anzi a trenta metri dall’albero su cui si era rifugiato Wolff, e cominciò a brucare l’erba. Wolff concluse che dovevano esistere almeno due tipi di draghi. Scendendo dal suo riparo, Wolff si chiese come avrebbe potuto fare a distinguere il tipo erbivoro da quello carnivoro, senza prima essere salito sul ramo più alto dell’albero più vicino. Il drago continuò a riempirsi la pancia, e, soddisfatto, ruttò rumorosamente.

Ancora più prudentemente di prima, Wolff avanzò tra gli altissimi tronchi e le cascate di muschio che formavano quella sinfonia di verde. L’alba del giorno seguente lo trovò ai margini opposti della foresta. Davanti a lui, il paesaggio era ondulato. Si poteva avere una visione di parecchi chilometri. Alla sua destra, sul fondo di una valle, scorreva un fiume. Dalla parte opposta, in cima a una collina impervia, sorgeva un castello. Ai piedi della collina c’era un minuscolo villaggio. Dai comignoli si alzava del fumo, e questo gli fece avvertire un morso allo stomaco. Quanto gli sarebbe piaciuto sedere accanto al fuoco, davanti a una tazza di caffè, insieme ad amici, dopo una buona notte di riposo! Dio! Quanto gli mancava un luogo in cui tutto non fosse contro di lui!

Il suo viso si bagnò di lacrime. Le asciugò, e proseguì per la sua strada. Aveva fatto la sua scelta, e doveva accettarne vantaggi e svantaggi, come avrebbe dovuto fare sulla Terra a cui aveva rinunciato. E quel mondo, per lo meno ora, non era poi tanto male. Era fresco e verde senza linee telefoniche, conti da pagare, giornali e lattine disseminate ovunque, senza fumo e senza paura della bomba. C’era molto da dire a suo favore, a prescindere dalle sue condizioni attuali. E lui aveva ottenuto quello per cui molti uomini avrebbero venduto la propria anima: la giovinezza e l’esperienza dell’età.

Appena un’ora dopo, si domandò se quel dono lui l’avrebbe potuto conservare. Stava percorrendo una stradicciola stretta e sporca, quando un cavaliere apparve da una curva, seguito da due armigeri. Il suo cavallo era nero e immenso e parzialmente corazzato da lamiere di ferro. Il cavaliere indossava una maglia di ferro nera che, secondo Wolff, somigliava a quella usata dai cavalieri tedeschi del tredicesimo secolo. L’elmo era sollevato, e rivelava un volto aguzzo, da falco, dai vividi occhi azzurri.

Il cavaliere fece arrestare il suo cavallo. Apostrofò Wolff in un tedesco arcaico che Wolff aveva imparato sia da Kickaha che dai suoi studi compiuti sulla Terra. Il linguaggio era, naturalmente, mutato, ed era pieno di corruzioni e di voci Khamshem: ma Wolff riuscì a comprendere quasi tutto ciò che l’inaspettato collega di viaggio gli stava dicendo.

«Fermati, marrano!» gridò l’uomo. «Che vai facendo con un arco?»

«Se così piace alla tua augusta signoria» replicò in tono ironico Wolff, «io fo il cacciatore, e perciò porto regolare licenza del re.»

«Tu sei un mentitore! Conosco tutti i cacciatori legali di queste contrade. In fede mia, tu sembri un saraceno, o perfino un giudeo, tanto sei scuro. Getta il tuo arco e arrenditi, o ti abbatterò come merita un’erba maligna quale sei tu!»

«Vieni a prenderlo» disse furioso Wolff.

Il cavaliere sollevò la lancia, e il suo cavallo parti al galoppo.

Wolff resistette all’impulso di gettarsi da una parte, davanti allo sfolgorio della lancia. Nel momento che ritenne esalto, si gettò avanti. La lancia si abbassò per infilzarlo, gli passò a meno di un centimetro, e si conficcò a terra. Come un saltatore con l’asta, il cavaliere saltò di sella e, sempre stringendo la lancia, descrisse un arco. Alla fine dell’arco, fu l’elmo a colpire per primo la terra: il colpo doveva averlo stordito, o, peggio, doveva avergli spezzato l’osso del collo, perché egli giacque immobile al suolo.

Wolff non voile perdere tempo. Tolse la cintura che reggeva la spada al cavaliere, e se la infilò. Il cavallo del morto, uno stupendo roano, era tornato indietro e si era fermato accanto a colui che era stato il suo padrone. Wolff montò in sella, e fuggì.

Teutonia doveva il suo nome alla conquista di un gruppo di Cavalieri dell’Ordine Teutonico di Santa Maria di Gerusalemme. Questo ordine era nato durante la Terza Crociata, ma in seguito aveva deviato dai suoi primitivi scopi. Nel 1229 der Deutsche Orden aveva iniziato a conquistare la Prussia per convertire i baltici pagani e per preparare la colonizzazione da parte dei tedeschi. Un gruppo di essi era entrato nel mondo del Signore, su quel piano, o per cause accidentali, la qual cosa pareva improbabile, o perché il Signore aveva aperto un passaggio e li aveva costretti a entrare.

Qualunque fosse stata la causa, i Cavalieri Teutonici avevano soggiogato gli aborigeni e avevano fondato una società basata su quella che avevano lasciato sulla Tetta. Essa, naturalmente, era poi stata mutata sia da un’evoluzione naturale che dal volere del Signore. Quello che in origine era stato il regno unito del Gran Maresciallo si era trasformato in un insieme di staterelli indipendenti. Erano regni, ciascuno diviso in piccole zone d’influenza di baronetti locali, e di baronetti fuorilegge o briganti.

Un altro aspetto dell’altipiano era costituito dallo stato di Giudaica. I fondatori di questo stato erano entrati da un passaggio che si era aperto nella stessa epoca nella quale avevano vissuto i Cavalieri Teutonici. Neanche in questo caso si sapeva se ciò fosse avvenuto casualmente o per volere del Signore. Ma un certo numero di ebrei di lingua tedesca si era stabilito ai confini orientali dell’altipiano. Pur essendo in origine dei mercanti, avevano soggiogato la popolazione locale. E avevano dovuto adottare l’ordinamento feudale dei Cavalieri Teutonici… probabilmente per sopravvivere. Era stato a questo gruppo che il cavaliere aveva alluso, quando aveva accusato Wolff di essere giudeo.

Pensando a questo, Wolff ridacchiò. Poteva essere stato un caso anche il fatto che i tedeschi fossero entrati in un piano in cui già esistevano i Khamshem, di antico ceppo semitico, contemporaneamente agli odiati ebrei. Ma Wolff vedeva l’ironico sorriso del Signore dietro a questa situazione.

In verità, non c’erano né cristiani né ebrei a Drachelandia.

Anche se le due religioni si avvalevano degli antichi nomi, ormai si erano pervertite. Il Signore aveva preso il posto di Yahweh e di Gott, ma a lui ci si rivolgeva chiamandolo Dio o Yahweh. Le cerimonie, i riti, i sacramenti, e le scritture erano stati abilmente trasformati. Le fedi originarie, sulla Terra, avrebbero chiamato eretici quei discendenti che vivevano sul mondo del Signore.

Wolff si dirigeva verso la baronia di Von Elger. Non poté procedere come desiderava, perché fu costretto a evitare strade e villaggi, lungo la strada. Dopo essere stato costretto a uccidere il cavaliere, non osò neppure attraversare la baronia di Von Laurentius, come aveva inizialmente progettato. L’intero paese doveva essere alla sua ricerca; uomini e cani potevano nascondersi ovunque. Le colline che segnavano il confine erano il passaggio più sicuro; ed egli scelse quella strada.

Due giorni dopo, giunse in un punto dal quale poteva discendere senza trovarsi nel territorio di Von Laurentius. Scendendo da un’altura ripida, ma non particolarmente difficoltosa, compì una larga curva: sotto di lui si stendeva un’ampia pianura. C’era una prateria, alle cui estremità opposte sorgevano due accampamenti. Intorno alla grande tenda, con pennone e insegne, che sorgeva al centro di ogni accampamento, si trovavano diverse altre tende più piccole, molti fuochi, e molti cavalli. Quasi tutti gli uomini erano radunati in due gruppi. Stavano guardando i loro campioni che stavano per scontrarsi, con le lance sollevate. Mentre Wolff guardava, i due s’incontrarono al centro del campo, con un clangore assordante. Un cavaliere arretrò, con la lancia dell’avversario piantata nello scudo. L’altro, comunque, perse l’equilibrio e cadde subito dopo, con fragore.

Wolff studiò la scena. Non era uno dei soliti tornei cavallereschi. I villici e i paesani che avrebbero dovuto affollare i bordi dell’arena, e i nobili eleganti con le loro dame, erano assenti. Era un luogo solitario, vicino alla strada, dove alcuni cavalieri avevano piantato le tende e sfidavano chiunque passasse a singoiar tenzone.

Wolff scese dalla collina. Pur essendo visibile a quelli che si trovavano in basso, era sicuro che in quel momento non si sarebbero interessati di un viaggiatore solitario. Aveva ragione. Nessuno uscì dai due accampamenti per rivolgergli delle domande. Riuscì a raggiungere i margini del campo, e a darsi un’occhiata intorno.

La bandiera sulla tenda centrale alla sua sinistra mostrava un sigillo di Salomone in campo giallo. Da ciò comprese che era stato un campione giudeo a piantare le tende in quel luogo. Sotto la bandiera nazionale si trovava una bandiera verde con un pesce e un falco d’argento. L’altro accampamento esibiva bandiere di diversi stati e di diverse casate. Una di esse balzò agli occhi di Wolff, e lo fece gridare di sorpresa. Su campo bianco, spiccava una testa d’asino rossa, con una mano sotto, con tutte le dita strette a pugno tranne il medio. Kickaha gliene aveva parlato, una volta, e allora Wolff aveva riso di gusto. Era davvero degno di Kickaha scegliersi un simile emblema.

Poi Wolff si calmò, sapendo che era probabilissimo che la bandiera fosse portata dall’uomo che si occupava del territorio di Kickaha mentre egli era assente.

Cambiò la decisione che aveva preso, e cioè di passare oltre. Doveva sapere con assoluta certezza che l’uomo che portava quella bandiera non fosse Kickaha, anche se sapeva che le ossa del suo amico dovevano in quel momento marcire su un mucchio di rifiuti, sul fondo di una fossa che si trovava in una città in rovina circondata dalla giungla.

Senza incontrare ostacoli, attraversò il campo e raggiunse l’accampamento che si trovava a occidente. Armigeri e servi lo fissarono, distogliendo lo sguardo quando lui li guardava direttamente. Qualcuno brontolò: «Cane giudeo!» ma quando lui si voltò, nessuno reclamò la paternità dell’insulto. Passò oltre un gruppo di cavalli, e raggiunse il cavaliere che stava cercando. Questi indossava un’armatura rossa e splendente, con l’elmo abbassato, e teneva sollevata un’enorme lancia, aspettando il suo turno. La lancia portava quasi sulla punta un pennone sul quale si trovavano la testa d’asino rossa e la mano umana.

Wolff si fermò vicino al cavallo sbuffante, innervosendolo ancora di più. Gridò in tedesco:

«Barone Von Horstmann?»

Si udì un’esclamazione soffocata, una pausa, e la mano del cavaliere salì verso l’elmo. Wolff fu sul punto di piangere di gioia; il volto ilare di Finnegan-Kickaha-Von Horstmann gli apparve davanti.

«Non dire niente» lo avvertì Kickaha. «Non so come diavolo tu abbia fatto a trovarmi, ma ne sono più che felice. Ci vediamo tra un istante. Sempre che ritorni indietro vivo. Quel funem Laksfalk è un osso duro.»

CAPITOLO XII

Si udì uno squillo di tromba. Kickaha cavalcò verso il punto indicato dai cerimonieri. Un prete dal cranio rasato e dalla lunga veste lo benedisse, mentre, dall’altra parte del campo, un rabbino stava dicendo qualcosa al barone funem Laksfalk. Il campione giudeo era un individuo robusto, che indossava un’armatura argentea, con un elmo a testa di pesce. Il suo cavallo era un superbo animale nero. La tromba squillò di nuovo. I due contendenti sollevarono le lance, in segno di saluto. Kickaha sollevò la lancia per un istante con la mano sinistra, mentre si segnava con la destra: per lui era un punto d’onore osservare rigidamente il protocollo religioso della popolazione tra la quale si trovava.

Un altro squillo di tromba fu seguito dal tuono degli zoccoli dei cavalli, e dalle grida degli spettatori. I due si scontrarono esattamente al centro del campo, come pure la lancia di ognuno si conficcò esattamente al centro dello scudo dell’altro. Caddero entrambi con un fragore che spaventò gli uccelli che cantavano sugli alberi vicini, come già era accaduto più volte nel corso della giornata. I cavalli rotolarono a terra.

Gli uomini dei due cavalieri accorsero sul campo, per sollevare i propri padroni e per portare via i cavalli, che si erano spezzato l’osso del collo entrambi. Per un attimo, Wolff pensò che il giudeo e Kickaha fossero entrambi morti, perché rimanevano immobili. Comunque, dopo essere stato riportato indietro, Kickaha riprese i sensi. Sorrise debolmente, e disse:

«Dovresti vedere l’altro.»

«Sta benissimo» disse Wolff, dopo avere dato un’occhiata all’altro accampamento.

«Peccato!» replicò Kickaha. «Speravo che avesse smesso di darci fastidio. Mi ha trattenuto per troppo tempo.»

Kickaha ordinò a tutti, meno che a Wolff, di lasciare la tenda. I suoi uomini parvero riluttanti a lasciarlo, ma obbedirono, dopo avere lanciato occhiate ammonitrici in direzione di Wolff. Kickaha disse:

«Stavo andando dal mio castello a quello di Von Elgers, quando sono passato accanto alla tenda del funem Laksfalk. Fossi stato solo, gli avrei fatto uno sberleffo e me ne sarei andato. Ma laggiù c’erano anche dei teutonici, e dovevo considerare anche i miei uomini. Non potevo permettermi di crearmi una reputazione di codardo; i miei stessi uomini mi avrebbero tirato in faccia uova marce, e avrei dovuto affrontare a singoiar tenzone tutti i cavalieri del paese, per provare il mio coraggio. Pensavo di non faticare troppo a far capire al giudeo chi fosse il migliore, e di poter proseguire in fretta.

«Non è andata così, invece. I cerimonieri mi hanno collocato al numero tre. Questo significa che dovevo affrontare tre uomini per tre giorni prima di arrivare allo scontro decisivo. Ho protestato, ma non c’è stato niente da fare. Così, imprecando, ho superato le prove. Hai visto il mio secondo scontro col funem Laksfalk. Siamo stati disarcionati entrambi anche al primo scontro. Ma è sempre più di quanto abbiano fatto gli altri. Sono furiosi perché un giudeo ha sconfitto tutti i teutonici, tranne me. Inoltre, quello ha già ucciso due avversari, e ne ha mutilato un altro irreparabilmente.»

Ascoltando Kickaha, Wolff gli aveva tolto l’armatura. Kickaha si sollevò bruscamente, grugnendo e ammiccando, e disse:

«Ehi, come diavolo sei arrivato qui?»

«Quasi esclusivamente a piedi. Ma pensavo che tu fossi morto.»

«Le previsioni non erano tanto sballate. Quando sono caduto in quella fossa, sono disceso su una lingua di roccia, a mezza strada dal fondo. La lingua di pietrisco si è spezzata, e ha dato il via a una piccola frana che mi ha seppellito sul fondo Ma non sono rimasto svenuto per molto, e lo strato di terriccio era sottile, così non sono asfissiato là sotto. Sono rimasto zitto e immobile per un bel pezzo, perché i Sholkin in quel momento stavano guardando nella fossa. Hanno anche scagliato una lancia sui fondo, ma mi ha mancato per un capello.

«Dopo un paio d’ore, sono riemerse. Ti assicuro che uscire da quel buco è stato un’imptesa. Il terriccio continuava a cedere sotto i piedi, e io continuavo a ricadere. Devo averci messo dieci ore, ma ho avuto fortuna. E adesso, come diavolo hai fatto tu a capitare qui, razza di filibustiere che non sei altro?»

Wolff glielo disse. Kickaha corrugò la fronte e disse:

«Così, avevo ragione a pensare che Abiru sarebbe andato da Von Elgers seguendo questo percorso. Senti, dobbiamo andarcene di qui, e presto. Che ne diresti di sistemare tu il giudeo?»

Wolff protestò, dicendo che lui non conosceva nulla delle regole cavalleresche, che ci voleva una viva intera per imparare. Kickaha rispose:

«Se dovessi incrociare la lancia con lui, ti darei ragione. Ma lo sfideremo a un duello alla spada, senza scudi. Lo sai, il duello alla spada non è una questione di perizia: ma di forza bruta, e direi che tu ne sei fornito abbondantemente!»

«Non sono un cavaliere. Gli altri mi hanno visto entrare come un volgare villico.»

«Idiota! Pensi che questi cavalieri non vadano in giro travestiti quasi sempre? Dirò loro che tu sei un saraceno, un pagano Khamshem, ma che sei un mio eccellente amico, che una volta io ho salvato da un drago, o da qualche altro pericolo del genere. Ci cascheranno tutti. Ti assicuro! Tu sei Wolff il Saraceno… c’è un cavaliere famoso che porta questo nome. Hai viaggiato travestito, sperando di trovarmi e di pagarmi il debito d’onore contratto quando io ti ho salvato dal drago. Sono troppo a malpartito per affrontare nuovamente il funem Laksfalk… e non dico bugie, sono veramente a pezzi!… e così tu accetti la sfida a nome mio.»

Wolff gli domandò con quale scusa avrebbe potuto rifiutarsi di usare la lancia.

Kickaha rise:

«Racconterò qualche frottola. Per esempio, possiamo dire che un cavaliere ladro ti ha rubato la lancia, e che tu hai giurato di non usarne più una, finché non avrai ritrovato la tua. Ci cascheranno subito. Non passano un’ora senza formulare qualche giuramento cretino. Si comportano come cavalieri della Tavola Rotonda del vecchio re Artù. Sulla Terra non sono mai esistiti dei cavalieri del genere, ma il Signore deve essersi divertito a farli agire come se fossero appena usciti da Camelot. Era un romantico, qualsiasi cosa tu possa dire contro di lui.»

Wolff disse di essere riluttante, ma che voleva guadagnare tempo, e che avrebbe fatto qualsiasi cosa per raggiungere la baronia di Von Elgers al più presto. L’armatura di Kickaha era piccola per Wolff, così fu portata l’armatura di un cavaliere giudeo che Kickaha aveva ucciso il giorno prima. I servi lo vestirono di maglia di ferro e di piastre azzurre, poi lo portarono fuori della tenda, al suo cavallo. Era una stupenda giumenta che era stata anch’essa del giudeo ucciso da Kickaha, un certo Ritter oyf Roytfeldz. Wolff montò in sella senza difficoltà. Gli era parso che l’armatura fosse tanto pesante da rendere necessaria una gru, per farlo salire sul quadrupede. Kickaha gli spiegò che forse un tempo era stato così, ma ora i cavalieri si servivano di piastre più leggere, e di una maglia di ferro più pesante.

L’araldo giudeo venne ad annunciare che il funem Laksfalk aveva accettato la sfida, malgrado la mancanza di credenziali del saraceno Wolff. Se il valente e onorevole predone barone Horst von Horstmann giurava su Wolff, questo bastava al funem Laksfalk. Il discorso era una formalità. Il campione giudeo non avrebbe pensato neppure per un momento di non accettare una sfida.

«La reputazione qui è la cosa più importante» disse Kickaha a Wolff. Zoppicando, era uscito dalla tenda, e dava le ultime istruzioni all’amico. «Amico, sono felice che tu sia arrivato. Non avrei sopportato un’altra caduta, e non avrei mai potuto ritirarmi.»

Le trombe squillarono di nuovo. La giumenta e lo stallone nero partirono al galoppo. Si incontrarono a tutta andatura, agitando le spade. Le spade cozzarono: una vibrazione paralizzante formicolò nella mano e nel braccio di Wolff. Comunque, quando voltò la sua cavalcatura, vide che la spada dell’avversario era nella polvere. Il giudeo stava scendendo da cavallo in fretta, per raccogliere la sua spada prima di Wolff. La fretta gli giuocò un brutto scherzo: scivolò, e cadde lungo disteso nella polvere.

Wolff fece trotterellare il suo cavallo, e scese lentamente, per dar tempo al suo avversario di recuperare. A questo atto cavalleresco, entrambi gli accampamenti esplosero in un’ovazione. Secondo le regole, Wolff avrebbe potuto restare in sella, e infilzare il funem Laksfalk senza permettergli di raccogliere la spada.

A terra, si affrontarono. Il cavaliere giudeo sollevò la visiera, rivelando un volto bello e virile. Aveva dei baffi folti, e degli occhi celesti. Disse:

«Ti prego di lasciarmi vedere il tuo volto, nobile signore. Tu sei un vero cavaliere, perché non mi hai colpito mentre ero indifeso.»

Wolff sollevò la visiera per pochi secondi. Poi avanzarono entrambi, e incrociarono le spade. Ancora una volta, il colpo di Wolff fu così possente che la lama dell’avversario volò via.

Il funem Laksfalk sollevò la visiera, questa volta con la mano sinistra. Disse:

«Non posso usare il braccio destro. Mi permetti di usare quello sinistro?»

Wolff salutò, e fece un passo indietro. Il suo avversario strinse l’impugnatura della spada, e colpì con tutte le sue forze. Anche questa volta, la forza del colpo di Wolff fece volar via l’arma del giudeo.

Il funem Laksfalk sollevò la visiera per la terza volta.

«Tu sei un campione quale mai ho incontrato. Detesto di doverlo ammettere, ma tu mi hai sconfitto. E questo mai l’ho detto a nessuno, né mai avrei pensato di dirlo. Tu hai la forza del Signore.»

«Puoi tenere la tua vita, il tuo onore, la tua armatura e il tuo cavallo» replicò Wolff. «Voglio solo che al mio amico Von Horstmann e a me sia concesso di proseguire senza ulteriori sfide. Abbiamo un appuntamento.»

Il giudeo rispose che così sarebbe stato. Wolff ritornò al suo accampamento, dove fu accolto con esplosioni di giubilo, anche da coloro che lo avevano considerato un cane Khamshem.

Bruscamente, Kickaha ordinò di togliere le tende. Wolff gli chiese se, per caso, non avrebbe fatto più in fretta senza il peso di una carovana.

«Certo, ma qui non succede spesso» rispose Kickaha. «Oh, al diavolo, hai ragione. Li mando subito a casa. E adesso togliti questo dannato scatolame.»

Non avevano percorso molta strada, quando udirono il rumore di un cavallo che si avvicinava. Dietro di loro stava galoppando il nero quadrupede del funem Laksfalk, anch’egli privo della sua armatura. I due amici si fermarono, onde permettergli di raggiungerli.

«Nobili cavalieri» disse il giudeo, sorridendo. «So che vi cimentate in un’impresa. È troppo se vi domando di unirmi a voi? Mi sentirei onorato. Sento anche che soltanto aiutandovi potrò redimere la mia sconfitta.»

Kickaha diede un’occhiata a Wolff, e disse:

«Tocca a te decidere. Ma personalmente posso dire che mi piace il suo stile.»

«Vorrai piegarti ad aiutarci in qualsiasi cosa noi faremo? Sempre che essa non sia disonorevole, certo. Potrai liberarti dalla tua promessa in ogni momento, ma devi giurare su tutto ciò che è sacro che non aiuterai mai i nostri nemici.»

«Lo giuro, per il sangue di Dio e la barba di Mosè.»

Quella notte, piantate le tende, Kickaha disse:

«Il fatto di avere con noi il funem Laksfalk potrebbe complicare un problema. Dobbiamo ripulirti di quella tintura e anche la barba deve sparire. Altrimenti, se ci imbatteremo in Abiru, lui potrebbe riconoscerti.»

«Una bugia tira l’altra» disse Wolff. «Be’, digli che io sono il figlio minore di un barone che mi ha scacciato perché il mio fratello maggiore, indegno e geloso, mi ha accusato falsamente. Da allora ho vagato di impresa in impresa, travestito da saraceno. Ma intendo tornare al castello di mio padre… che ora è morto… e sfidare a singoiar tenzone mio fratello.»

«Favoloso! Tu sei un secondo Kickaha! Ma come giustificheremo l’esistenza di Chryseis e del corno?»

«Ci penseremo. Forse potremo dirgli la verità. Può sempre ritirarsi, quando scoprirà che combattiamo nientemeno che il Signore.»

Il mattino dopo cavalcarono fino al villaggio di Etzelbrand. Qui Kickaha acquistò delle pozioni dallo Stregone Bianco del luogo, e lece un miscuglio per togliere la tinta dalla pelle di Wolff. Quando ebbero lasciato il vOlaggio, si fermarono al piccolo accampamento. Il funem Laksfalk guardò con interesse, poi con stupore, infine con sospetto, la barba che cadeva e la tintura che spariva.

«Per gli occhi di Dio! Prima eri un Khamshem, ora potresti essere un Giudeo.»

Allora Kickaha si lanciò nella narrazione di una storia dettagliatissima, lunga tre ore, nella quale Wolff era il figlio bastardo di una nobile vergine giudea e di un cavaliere teutonico impegnato in una ricerca. Il cavaliere, che si chiamava Robert Von Wolfram, era rimasto nel castello giudaico dopo essersi coperto di gloria durante un torneo. Lui e la vergine si erano innamorati, troppo innamorati. Quando il cavaliere era partito, giurando di ritornare dopo aver completato la sua ricerca, aveva lasciato incinta Rivke. Ma Von Wolfram era stato ucciso e la ragazza aveva dovuto portare il piccolo Robert nella vergogna. Suo padre l’aveva scacciata, e l’aveva mandata in un piccolo villaggio Khamshem, per sempre. La ragazza era morta dando alla luce Robert, ma una vecchia serva fedele aveva rivelato al ragazzo il segreto della sua origine. Il giovane bastardo aveva giurato allora che, una volta uomo, sarebbe andato al castello di suo padre a reclamare la sua giusta eredità. Il padre di Rivke ora era morto ma suo fratello, un vecchio perverso, era padrone del castello. Robert era deciso a strappargli la baronia, se egli non l’avesse ceduta.

Il funem Laksfalk aveva lacrime negli occhi, alla fine della storia. Egli disse:

«Verrò con te, Robert, e ti aiuterò a vincere il tuo crudele zio. Allora avrò redento la mia sconfitta.»

Più tardi. Wolff rimproverò a Kickaha di avere elaborato una storia così fantastica, tanto dettagliata da potere essere smontata con la massima facilità. Inoltre, non gli piaceva ingannare un uomo degno come il cavaliere giudaico.

«Assurdo! Non potevamo dirgli tutta la verità, ed è più facile inventare una completa bugia che una mezza verità! E poi, ti assicuro che si è goduto un mondo le sue lacrime! E io sono Kickaha, il kickaha, l’ingannatore, il creatore di fantasie e di realtà, io sono l’uomo che i confini non possono trattenere. Scivolo da uno all’altro, sono Finnegan e non lo sono più. Sembra che mi uccidano, ed ecco, appaio di nuovo, allegro e pericoloso! Sono più veloce degli uomini più forti di me, e più forte di quelli più veloci! Sono fedele a pochi, ma per quei pochi la mia fedeltà è incrollabile! Sono il prediletto di ogni donna, dovunque io vada, e molte lacrime vengono versate quando io scompaio nella notte come un fantasma dai capelli rossi! Ma le lacrime non mi possono trattenere, come non mi possono trattenere le catene! Me ne vado, e dove appaio e quale sarà il mio nome, lo sanno in pochi! Sono la persecuzione del Signore, che non dorme di notte perché io sfuggo ai suoi Occhi, i corvi, e ai suoi cacciatori, i gworl!»

Kickaha tacque, e scoppiò a ridere. Wolff fu costretto a sorridere a sua volta. Era evidente che Kickaha si prendeva gioco di sé. Comunque, un po’ ci credeva, e come si poteva dargli torto? Le sue parole non erano affatto esagerate.

Questo pensiero condusse a una serie di ipotesi che fecero corrugare la fronte a Wolff. Era possibile che Kickaha fosse addirittura il Signore travestito? Per lui avrebbe potuto essere divertente fare da preda e da cacciatore a un tempo. Quale divertimento migliore per un Signore, un uomo che doveva continuamente cercare il nuovo per non morire d’inedia? In lui c’erano molte cose inspiegate.

Wolff, scrutando il volto di Kickaha. cercando di scoprire qualche indizio, senti svanire i propri dubbi. Quel viso allegro non era certo la maschera dietro alla quale si nascondeva l’essere freddo e spietato che giocava con la vita degli esseri umani. E c’era l’inconfondibile accento americano di Kickaha, con tutte le voci dialettali: un Signore avrebbe potuto recitare così bene?

Bene, perché no? Kickaha era padrone di molti altri dialetti e di molte altre lingue, e sembrava cavarsela alla perfezione.

Così pensò Wolff durante quel lungo pomeriggio, mentre cavalcavano. Ma la cena e i liquori e la cordialità della loro amicizia dissiparono l’incantesimo e, prima di dormire, già aveva dimenticato i suoi dubbi. I tre si erano fermati in una taverna del villaggio di Gnazelschist, e avevano mangiato e bevuto di gusto. Wolff e Kickaha si mangiarono insieme un intero porcello arrosto. Il funem Laksfalk, che si radeva e prendeva con una certa liberalità molti altri dettami della sua religione, rifiutò però il maiale proibito. Mangiò del vitello… anche se sapeva che non era stato macellato à la kosher, cioè secondo il rito giudaico. Tutti e tre inghiottirono numerosi bicchieri dell’ottima birra nera locale, e durante la conversazione che si sviluppò tra le libagioni, Wolff raccontò al funem Laksfalk una edizione riveduta e corretta della sua ricerca di Chryseis… una impresa davvero nobile, convennero insieme, e poi traballando se ne andarono a letto.

Il giorno dopo presero una scorciatoia tra le colline, che avrebbe abbreviato la strada di tre giorni… se fossero riusciti a passare. La strada era pochissimo usata, e con ottime ragioni, perché la zona era infestata da draghi e predoni. Un orribile mostro uscì da un riparo nella roccia a poche decine di metri da loro, ma scomparve subito dopo, ansioso quanto loro di evitare un combattimento.

Scendendo dalla collina, Wolff disse:

«Un corvo ci segue.»

«Già, lo so, ma non perdere la testa. Sono da tutte le parti. Credo che non sappia chi siamo. Lo spero sinceramente.»

Il giorno seguente, a mezzogiorno, entrarono nel territorio della Contea di Tregyln. Ventiquattro ore dopo, furono in vista del castello di Tregyln, il feudo del Barone Von Elgers. Si trattava del castello più grande che Wolff avesse visto. Era di pietra nera, si trovava sulla cima di un’alta collina che sorgeva a un paio di chilometri dalla città di Tregyln.

I tre, indossando l’armatura, tenendo alti i pennoni, cavalcarono decisamente verso il munitissimo castello. Un armigero uscì da una garitta davanti al ponte levatoio, e domandò gentilmente cosa desiderassero.

«Riferisci al nobile signore che tre cavalieri di buona fama vorrebbero essere suoi ospiti» disse Kickaha. «I baroni Von Horstmann e Von Wolfram e il famoso barone giudeo, funem Laksfalk. Cerchiamo un nobile che ci assoldi per combattere o che ci dia una missione da compiere.»

Il sergente gridò qualcosa a un caporale, che attraversò il ponte levatoio. Pochi minuti dopo, uno dei figli di Von Elgers, un giovane stupendamente vestito, venne loro incontro ad accoglierli, a cavallo. All’interno del grande cortile, Wolff vide qualcosa che lo disturbò. Numerosi Khamshem e Sholkin stavano passeggiando e giocando tra loro.

«Non ci riconosceranno» disse Kickaha. «Sta’ tranquillo. Se sono qui, ci saranno anche Chryseis e il corno.»

Dopo essersi assicurati che i loro cavalli avrebbero ricevuto un buon trattamento, i tre si recarono nei quartieri loro assegnati. Si lavarono e indossarono i vestiti dai colori sgargianti mandati loro da Von Elgers. Wolff notò che questi abiti non erano molto diversi da quelli usati nel tredicesimo secolo. Le sole innovazioni, disse Kickaha, erano dovute a influenze aborigene.

Quando entrarono nel grande salone da pranzo, la cena era in pieno svolgimento. Era una vera esplosione, perché il frastuono era assordante. Metà degli ospiti erano quasi sbronzi, e gli altri avevano passato da tempo quel punto. Von Elgers riuscì ad alzarsi per dare il benvenuto agli ospiti. Amabilmente, chiese scusa per essersi fatto trovare in simili condizioni a un’ora così inconsueta.

«Da molti giorni abbiamo intrattenuto il nostro ospite Khamshem. Ci ha portato un’inattesa ricchezza, e già ne abbiamo speso un poco per festeggiare.»

Si voltò per presentare Abiru, si mosse troppo velocemente, e per poco non cadde. Abiru si alzò per ricambiare il suo inchino. I suoi occhi neri passarono su di loro come la punta di una spada; il suo sorriso era ampio, ma meccanico. A differenza degli altri, pareva sobrio. I tre si sedettero in tre sedie che erano vicine a quelle del Khamshem, perché coloro che le avevano occupate in precedenza erano già nel mondo dei sogni, sotto il tavolo. Abiru sembrava ansioso di parlare con loro.

«Se cercate lavoro, avete trovato l’uomo giusto. Pago il barone perché mi scorti nell’entroterra, ma la strada è lunga e difficile, e delle spade in più sono sempre le benvenute.»

«E qual è la tua destinazione?» domandò Kickaha. Chiunque lo avesse guardato, avrebbe pensato che l’interesse del giovane per la destinazione di Abiru era soltanto vago e accademico, perché Kickaha stava guardando con occhi avidi la bionda bellezza che sedeva davanti a lui, dall’altra parte della tavola.

«Non è certo un segreto» rispose Abiru. «Il signore di Kranzelkracht è reputato uomo molto strano, ma si dice anche che le sue ricchezze siano più grandi di quelle del Gran Maresciallo di Teutonia.»

«Lo so per certo» rispose Kickaha. «Sono stato là, e ho visto i suoi tesori. Molti anni or sono, così si dice, egli sfidò l’ira del Signore e scalò la grande montagna che porta sul piano di Atlantide. Depredò il palazzo del tesoro dello stesso Rhadamanthus, e se ne andò con gioie e preziosi. Da allora, Von Kranzelkracht ha aumentato le sue ricchezze, conquistando gli stati che circondano il suo. Si dice che il Gran Maresciallo sia preoccupato di questo, e che stia progettando di organizzare una crociata contro di lui. Il Maresciallo afferma che quell’uomo è un eretico. Ma se lo fosse, il Signore non lo avrebbe incenerito con un fulmine già da molto tempo?»

Abiru chinò il capo e si toccò la fronte con la punta delle dita.

«Il Signore agisce per vie misteriose. Inoltre, chi se non il Signore conosce la verità? In ogni modo, io porto i miei schiavi e certi miei beni a Kranzelkracht. Penso di ottenere un immenso guadagno dalla mia impresa, e quei cavalieri che avranno l’ardire di aiutarmi riceveranno molto oro… per non parlare della gloria.»

Abiru si interruppe, e bevve un bicchiere di vino. Kickaha, avvicinandosi ancora a Wolff, disse:

«Quel tipo è bugiardo quanto me. Intende servirsi di noi per arrivare a Kranzelkracht, che è proprio ai piedi del monolito. Poi porterà Chryseis e il corno ad Atlantide, dove sarà pagato con montagne d’oro e gioielli.

«Questo è il suo progetto, a meno che il suo piano non sia più sottile di quanto io pensi.»

Sollevò il calice e bevette a lungo, o per lo meno, finse di farlo. Poi posò con violenza il calice, ed esclamò:

«Che io sia dannato se non c’è qualcosa di familiare in Abiru! Ho avuto una strana sensazione, la prima volta che l’ho visto, ma dopo sono stato troppo impegnato per occuparmene. Ma adesso sono sicuro di averlo già visto.»

Wolff rispose che questo non era sorprendente. Quanti volti aveva visto, nei suoi vent’anni di vagabondaggio?

«Forse hai ragione» mormorò Kickaha. «Ma non penso che si sia trattato di una conoscenza occasionale. Sarei felice di potergli staccare la barba.»

Abiru si alzò e si scusò, dicendo che era l’ora della preghiera al Signore e alla sua divinità personale, Tartartar. Sarebbe ritornato dopo le sue devozioni. A queste parole, Von Elgers richiamò due armigeri e ordinò loro di accompagnare l’ospite nei suoi appartamenti e di assicurarsi che tutto fosse a posto, Abiru s’inchinò e lo ringraziò per la sua premura. Ma a Wolff non sfuggi l’intenzione che si celava dietro l’apparente cortesia del barone. Non si fidava del Khamshem, e Abiru lo sapeva. Von Elgers, malgrado fosse ubriaco, capiva perfettamente quanto accadeva, e non avrebbe perduto per un istante solo il controllo della situazione.

«Già, hai proprio ragione» disse Kickaha. «Non sarebbe arrivato dov’è adesso, voltando la schiena ai propri nemici. E tu cerca di nascondere la tua impazienza, Bob. Abbiamo una lunga attesa davanti a noi. Comportati da ubriaco, spingi un poco i tuoi rapporti con le dame… se non lo facessi, ti considererebbero anormale. Ma non scomparire con una di esse. Dobbiamo restare in vista, in modo di potercela filare assieme, quando verrà il momento giusto.»

CAPITOLO XIII

Wolff bevette abbastanza per allentare i fili che sembravano tendersi intorno a lui. Cominciò a parlare con Madonna Alison, moglie del barone di Wenzelbricht. Era una donna dai capelli neri e dagli occhi azzurri, di bellezza statuaria, e indossava una veste bianca e aderentissima. Era così scollata, che la gentildonna avrebbe potuto contentarsi dell’effetto esilarante che provocava sugli uomini: ma Madonna Alison continuava a lasciar cadere il suo ventaglio, e a chinarsi a raccoglierlo. In qualsiasi altro momento Wolff sarebbe stato felice di rompere la sua lunga astinenza sessuale con quella donna. Era evidente che non avrebbe avuto il minimo fastidio, perché lei era lusingata delle attenzioni che le rivolgeva il grande Von Wolfram. Aveva sentito parlare della sua vittoria su Von Laksberg. Ma lui riusciva a pensare solo a Chryseis, che doveva trovarsi in qualche punto del castello. Nessuno aveva parlato di lei, e lui non osava parlare. Eppure provava un desiderio irrefrenabile di formulare la domanda, e più volte fu costretto a contenersi a fatica.

Dopo qualche tempo, e proprio al momento per lui più opportuno… dato che non avrebbe potuto ulteriormente rifiutare le scoperte allusioni di Madonna Alison senza offenderla… Kickaha giunse al suo fianco. Kickaha aveva portato con sé il marito di Alison, per fornire all’amico un pretesto per filarsela in maniera onorevole. Più tardi, Kickaha gli rivelò di avere sottratto Von Wenzelbricht a un’altra donna, col pretesto di una chiamata da parte di sua moglie. Kickaha e Wolff se ne andarono insieme, lasciando il barone ubriaco a spiegare alla donna quello che voleva. Dato che né lui né sua moglie lo sapevano, avrebbero avuto una conversazione interessante, anche se piuttosto caotica.

Wolff fece segno al funem Laksfalk di raggiungerli. Insieme, i tre finsero di cercare, traballando, un luogo di decenza. Quando si furono sottratti alla vista di coloro che si trovavano nella sala da pranzo, i tre percorsero rapidamente un lungo corridoio. Senza che nessuno li notasse, salirono quattro rampe di scale. Erano armati solo di pugnale, perché sarebbe stato un insulto indossare armature e spade a pranzo. Wolff, comunque, era riuscito a sottrarre una corda dalle tende del suo appartamento. Teneva la corda intorno alla vita, sotto la veste.

Il cavaliere giudaico disse:

«Ho sentito che Abiru parlava al suo attendente, Rhamnish. Parlavano nella lingua dei mercanti di H’vaizhum, certo non sapendo che io avevo viaggiato sul fiume Guzirit e nella giungla. Abiru ha domandato a Rhamnish se egli aveva scoperto dove Von Elgers aveva portato Chryseis. Rhamnish ha risposto che aveva impiegato tempo e oro per estorcere informazioni ai servi e alle guardie. Era riuscito a scoprire soltanto che la fanciulla si trovava nella parte orientale del castello. I gworl, tra parentesi, sono nelle segrete.»

«Perché Von Elgers ha nascosto Chryseis?» domandò Wolff. «Non appartiene ad Abiru?»

«Può darsi che il barone abbia fatto dei progetti su di lei…» disse Kickaha. «Se è bella e straordinaria come tu dici…»

«Dobbiamo trovarla!»

«Non perdere la testa. La troveremo. Oh, oh, ecco una guardia in fondo al corridoio. Cammina verso di lui… e traballa di più.»

La guardia sollevò la lancia, quando essi si fermarono, dondolando su se stessi, davanti a lui. Con voce gentile ma ferma, disse loro che dovevano tornare indietro. Il barone aveva proibito a chiunque, sotto pena di morte, di avanzare oltre.

«Così sia» disse con voce strascicata Wolff, fingendo di voltarsi. Con un balzo felino saltò contro l’armigero e afferrò la lancia. Prima che la sbalordita sentinella potesse gridare, l’uomo fu buttato contro la parete, e l’impugnatura della lancia fu premuta contro la sua gola. Wolff continuò a premere. Gli occhi della sentinella si dilatarono, il volto divenne scarlatto, poi bluastro. Dopo un minuto, cadde come un sacco di patate, morto.

Il giudeo trascinò il corpo lungo il corridoio, e lo gettò in un ripostiglio. Quando ritornò, disse di avere nascosto il cadavere in una cesta.

«Peccato!» disse allegramente Kickaha. «Forse era un bravo ragazzo. Ma se dobbiamo combattere per aprirci la strada, avremo d’ora in poi un nemico di meno.»

Purtroppo, il morto non aveva chiavi.

«Von Elgers probabilmente è l’unico a possedere la chiave, e sarà piuttosto difficile estorcergliela» disse Kickaha. «Va bene. Ce la faremo.»

Discesero il corridoio, ed entrarono in un’altra stanza. Si arrampicarono sulla sua finestra. Lungo la parete esterna c’erano diverse decorazioni, teste di leone, di drago, d’orso, e di mostri inimmaginabili. Gli ornamenti non erano stati preparati per favorire una scalata, ma un uomo coraggioso o disperato poteva farcela. Quindici metri sotto di loro, la superficie del fossato rifletteva la luce delle torce che illuminavano il ponte levatoio. Fortunatamente, la luna era coperta da grosse nuvole di tempesta, e quelli che si trovavano sotto non avrebbero visto la loro temeraria impresa.

Kickaha abbassò lo sguardo, e vide Wolff, che stringeva un grondone di pietra, con un piede su una testa di serpente.

«Ehi, ho dimenticato di dirti che il barone ha riempito il fossato di draghi d’acqua? Non sono molto grossi, sono lunghi solo sette metri e non hanno zampe. Ma, di solito, sono denutriti.»

«A volte trovo il tuo spirito di cattivo gusto» disse furioso Wolff. «Zitto e andiamo avanti.»

Kickaha emise una risatina soffocata, e continuò a salire. Wolff lo seguì, dopo avere abbassato lo sguardo per assicurarsi che il giudeo li stesse seguendo sano e salvo. Kickaha si fermò e disse:

«Qui c’è una finestra, ma è sbarrata. Non credo ci sia nessuno dentro. È buio.»

Kickaha continuò a salire. Wolff passò davanti alla finestra, e si fermò a guardare. Era buio come in un pozzo senza fondo. Infilò la mano tra le sbarre, e andò a tentoni, finché non trovò una candela. Sollevandola con cautela, in modo che potesse uscire dalla sua custodia, la fece passare attraverso le sbarre. Con un braccio stretto intorno a una sbarra d’acciaio, rimase sospeso mentre con l’altra mano cercava un fiammifero nella sacca che portava alla cintura.

Dall’alto giunse la voce di Kickaha:

«Che stai facendo?»

Wolff glielo disse, e Kickaha rispose:

«Ho chiamato per due volte Chryseis; non c’è nessuno lì dentro. Smettila di perdere tempo.»

«Voglio essere sicuro.»

«Sei troppo minuzioso; presti troppa attenzione ai particolari. Devi dare dei colpi molto forti, se vuoi buttare giù un albero. Vieni.»

Senza rispondergli, Wolff accese il fiammifero. Si accese e si spense quasi, per il vento, ma lui riuscì a infilarlo tra le sbarre con sufficiente rapidità. La luce mostrò una stanza vuota di occupanti.

«Sei soddisfatto?» disse la voce di Kickaha, più debole, perché stava continuando a salire. «Abbiamo un’altra possibilità, la bertesca. Se non c’è nessuno… Comunque, non so come… ugh!»

Più tardi, Wolff fu lieto di essere stato tanto riluttante a rinunciare alla speranza che Chryseis si trovasse in quella stanza. Aveva lasciato bruciare il fiammifero, fin quasi a scottarsi le dita, e solo allora lo aveva lasciato cadere. Immediatamente dopo, e dopo l’esclamazione soffocata di Kickaha, fu colpito da un corpo che cadeva. Il colpo per poco non gli staccò il braccio. Emise un grugnito che faceva il paio con quello che veniva dall’alto, e rimase appeso al sostegno con una sola mano. Kickaha rimase attaccato a lui per diversi secondi, rabbrividì, poi sospirò profondamente e riprese a salire. Nessuno disse una parola sull’episodio, ma se non fosse stato per la cocciutaggine di Wolff, la caduta di Kickaha avrebbe fatto perdere l’equilibrio a Wolff, che si sarebbe trovato in posizione precaria su un grondone, e forse anche il funem Laksfalk sarebbe stato coinvolto nella caduta, perché si trovava proprio sotto Wolff.

La bertesca era piuttosto vasta. Dalle sue finestre a forma di croce filtrava della luce.

Si udì un ruggito sotto di loro, e un rumore più debole dall’interno del castello. Wolff si fermò e abbassò lo sguardo, pensando di essere stato visto. Però, sebbene ci fossero molti ospiti e armigeri sul ponte levatoio, e molti impugnavano delle torce, nessuno aveva lo sguardo sollevato. Sembrava che cercassero qualcuno tra gli arbusti e gli alberi.

Wolff pensò che fosse stata notata la loro assenza, e scoperto il cadavere della guardia. Avrebbero dovuto aprirsi la strada con le armi. Ma prima dovevano trovare e liberare Chryseis: dopo si sarebbe pensato alla lotta.

Kickaha. davanti a lui. disse:

«Vieni, Bob!»

La sua voce era così eccitata che Wolff fu sicuro del fatto che l’amico aveva trovato Chryseis. Salì in fretta, più in fretta di quanto permettesse il buon senso. Era necessario adoperare prudenza, per la particolare conformazione della bertesca, che sporgeva dalla parete del castello. Kickaha giaceva sul tetto della bertesca, e fece segno a Wolff di avvicinarsi.

«Devi restare appeso a testa in giù per guardare dalla finestra. Bob. È là dentro, ed è sola. Ma la finestra è troppo stretta per entrarvi.»

Wolff strisciò avanti, mentre Kickaha gli teneva le gambe. Si protese sempre di più, e vide il fossato sotto di lui, e si piegò tanto che sarebbe caduto, se Kickaha non gli avesse tenuto strette le gambe. La fessura nella pietra mostrava il volto di Chryseis, capovolto. Sorrideva, ma le sue guance erano bagnate di lacrime.

Dopo non ricordò quanto si fossero detti, perché la emozione fu immensa, subito seguita da un brivido di sconforto e frustrazione, poi seguita da un’altra emozione febbrile. Sentiva di poter parlare all’infinito, e allungò le mani per sfiorare quelle di lei. Lei tese le mani invano, cercando di raggiungerlo.

«Non importa, Chryseis» disse lui. «Sai che siamo qui. Non ce ne andremo senza di te, lo giuro!»

«Chiedile dov’è il corno!» disse Kickaha.

Udendo la domanda, Chryseis disse:

«Non lo so, ma credo lo abbia Von Elgers.»

«Ti ha dato fastidio?» domandò con ira Wolff.

«Non fino a ora, ma non so quanto tempo possa passare, prima che mi porti a letto» rispose lei. «Si trattiene solo perché non vuole abbassare il prezzo che potrà ottenere dalla mia vendita. Dice di non avere mai visto una donna come me.»

Wolff imprecò, poi rise. Era degno di lei parlare con tanta franchezza, perché nel mondo del Giardino il narcisismo era un atteggiamento abituale.

«Piantala con le chiacchiere inutili» tagliò corto Kickaha. «Ci sarà tempo per tutto, se riusciremo a uscire di qui.»

Chryseis rispose alle domande di Wolff con la massima semplicità possibile. Gli descrisse la strada che si doveva percorrere per raggiungere la sua stanza. Non sapeva quante guardie erano appostate all’esterno e lungo le scale.

«So una cosa che il barone non sa» disse lei. «Lui crede che Abiru mi stia portando da Von Kranzelkracht. Non è vero. Abiru vuole scalare la Doozvillnavava per raggiungere Atlantide. Mi vuole vendere al Rhadamanthus.»

«Non ti venderà a nessuno, perché lo ucciderò» disse Wolff. «Adesso devo andare, Chryseis, ma sarò di ritorno il più presto possibile. E non da questa parte. Sappi intanto che io ti amo.»

Chryseis gridò:

«Nessun uomo me l’ha detto da mille anni! Oh, Robert Wolff, io ti amo! Ma ho paura! Io…»

«Non devi avere paura di niente» disse lui. «Non finché io sarò vivo, e non ho affatto intenzione di morire.»

Disse a Kickaha di tirarlo su. Quando fu sul tetto, per poco non svenne: il sangue gli era salito alla testa, e lo stordimento fu tale da sopraffarlo.

«Il giudeo sta già scendendo» disse Kickaha. «Lo ho mandato a vedere se possiamo discendere dalla stessa strada, e se è possibile scoprire cosa ha provocato quel frastuono.»

«Noi?»

«Non credo. La prima cosa da farsi, in questo caso, sarebbe stato andare a vedere da Chryseis. E non è venuto nessuno.»

La discesa fu anche più lenta e pericolosa della salita, ma riuscirono a farcela senza passi falsi. Il funem Laksfalk li stava aspettando davanti alla finestra dalla quale erano partiti.

«Hanno scoperto la guardia che tu hai ucciso» annunciò il giudeo. «Ma non immaginano che noi c’entriamo. I gworl sono fuggiti dalle segrete, e hanno ucciso diversi uomini. Si sono impadroniti delle loro armi. Alcuni sono fuggiti all’esterno, ma non tutti.»

I tre lasciarono la stanza e ben presto si unirono a coloro che perlustravano il castello. Non ebbero la minima possibilità di salire le scale in cima alle quali si trovava la stanza dove era prigioniera Chryseis. Senza dubbio, Von Elgers aveva raddoppiato la sorveglianza.

Vagarono per il castello per diverse ore, esplorandolo. Notarono che, sebbene la fuga dei gworl avesse svegliato i cavalieri teutonici, erano tutti ancora ubriachi. Wolff suggerì di tornare nella loro camera, e di discutere i piani possibili. Forse sarebbero riusciti a trovare qualcosa.

La loro stanza era al quinto piano, e dava su una finestra che si trovava sotto la finestra della prigione di Chryseis. Per raggiungerla furono costretti a superare molti uomini e donne che puzzavano tutti di birra e di vino, che blateravano e traballavano e gridavano e non combinavano nulla di buono. La loro stanza non avrebbe dovuto essere stata perquisita, perché solo loro e il capo delle guardie ne possedevano la chiave, e il soldato era stato troppo occupato altrove per pensare a entrare là dentro. E poi, come potevano i gworl passare attraverso una porta chiusa?

Nel momento in cui Wolff entrò, seppe che, in un modo o nell’altro, i gworl c’erano riusciti. L’odore di frutta marcia era quasi insopportabile. Spinse dentro gli altri due, e rapidamente chiuse e sprangò la porta alle loro spalle. Poi si voltò, stringendo il pugnale. Anche Kickaha, con le narici dilatate e gli occhi stretti, sfoderò la lama. Solo il funem Laksfalk non capiva che c’era qualcosa di più di un odore sgradevole.

Wolff gli mormorò qualcosa; il giudeo si diresse verso la parete, per prendere le spade. Poi si fermò. Non c’erano.

Lentamente e silenziosamente Wolff entrò nell’altra stanza. Kickaha, dietro di lui, portava una torcia. La fiamma tremolò e lanciò ombre bitorzolute contro la parete, ombre che fecero sobbalzare Wolff. Si sentì sicuro di avere visto i gworl.

La luce avanzò; le ombre sparirono, o divennero forme inoffensive.

«Sono qui» disse Wolff. «O se ne sono andati appena. Ma dove sono andati?»

Kickaha indicò i pesanti tendaggi tirati davanti alla finestra. Wolff si avvicinò a essi, e cominciò a vibrare colpi attraverso il velluto purpureo. La sua lama incontrò soltanto l’aria e la pietra della parete. Kickaha aprì la tenda e vide ciò che il pugnale aveva detto: non c’erano gworl.

«Sono entrati dalla finestra» disse il giudeo. «Ma perché?»

In quel momento Wolff alzò lo sguardo e bestemmiò. Fece un passo indietro, per avvertire i suoi amici, ma loro avevano già sollevato gli occhi. Lassù, appesi per le gambe ai pesanti sostegni delle tende, c’erano due gworl. Entrambi stringevano delle lunghe lame coperte di sangue. Inoltre, uno stringeva il corno d’argento.

Le due creature irrigidirono i muscoli delle gambe non appena si accorsero di essere state scoperte. Riuscirono entrambe a compiere una complicata piroetta, e a cadere in posizione eretta. Quello di destra scalciò. Wolff si gettò da una parte, poi si rialzò, ma Kickaha aveva fallito il colpo col suo pugnale e il gworl invece aveva mirato giusto. La lama si affondò nel braccio di Kickaha.

L’altro lanciò il suo coltello al funem Laksfalk. Colpì il giudeo al plesso solare, con una violenza che lo fece barcollare. Pochi secondi dopo, il giudeo si rialzò, e così si vide perché il pugnale non lo aveva colpito: indossava la maglia di ferro sotto l’abito normale.

Ma ormai il gworl col corno era giunto sulla finestra. Gli altri non poterono inseguirlo, perché il gworl rimasto stava combattendo furiosamente. Riuscì ad abbattere nuovamente Wolff, ma stavolta con un pugno. Si gettò contro Kickaha come un ariete, coi piedi in avanti, e abbatté anche lui. Il giudeo, con il pugnale in mano, balzò su di lui e cercò di colpirlo allo stomaco, ma la creatura gli afferrò il polso e strinse fino a farlo urlare di dolore.

Kickaha, a terra, sollevò il piede e colpì con un calcio il gworl alla caviglia. La creatura barcollò, ma non cadde perché Wolff lo afferrò. Avvinghiati, girarono intorno, in una danza mortale. Ognuno cercava di spezzare la schiena dell’altro. Wolff riuscì ad avere il sopravvento. Urtarono contro la parete, e fu il gworl ad avere la peggio, perché colpì la parete con la nuca.

Per un millesimo di secondo il gworl rimase stordito. Questo bastò a Wolff. Lo strinse contro di lui, e pigiò con tutte le sue forze la spina dorsale della creatura malevola, puzzolente e bitorzoluta. Troppo muscoloso e troppo robusto, il gworl resistette alla stretta mortale. Ma gli altri due uomini erano già su di lui, con i pugnali sfoderati. Colpirono e colpirono e avrebbero continuato a cercare un punto vitale nella massa cartilaginea della coriacea creatura, se Wolff non avesse detto loro di fermarsi.

Fece un passo indietro, e mollò il gworl, che cadde sanguinante a terra. Wolff lo ignorò per un istante, e andò a guardare dalla finestra, dalla quale era fuggito il gworl che stringeva il corno. Un gruppo di cavalieri, che impugnavano delle torce, stava percorrendo il ponte levatoio, diretto verso la campagna. La luce mostrava solo le acque immobili del fossato; non c’erano gworl in vista. Wolff si voltò a guardare il gworl che era rimasto.

«Si chiama Diskibibol, e l’altro è Smeel» disse Kickaha.

«Smeel deve essere annegato disse Wolff.» Anche se fosse stato capace di nuotare, i draghi d’acqua lo avrebbero divorato. Ma lui non era capace di nuotare.

Wolff pensò al corno che giaceva tra la melma, sul fondo del fossato.

«A quanto sembra, nessuno ha visto cadere Smeel. Così per il momento il corno è al sicuro laggiù.»

Il gworl parlò. Sebbene usasse il tedesco, la sua voce riusciva a modulare con difficoltà i suoni.

«Morirete, uomini. Il Signore vincerà; Arwoor è il Signore; non può essere sconfitto da creature sudicie come voi. Ma prima di morire, soffrirete delle più… delle più…»

Cominciò a tossire, sputò sangue, e continuò a dibattersi, finché morì.

«Faremo meglio a sbarazzarci del cadavere» disse Wolff. «Potremmo trovare difficile spiegare il motivo della sua presenza qui. E Von Elgers potrebbe collegare alla loro presenza in questa stanza il corno mancante.»

Un’occhiata dalla finestra gli mostrò che i cavalieri erano già lungo la strada che conduceva al villaggio. Per il momento, almeno, non c’era nessuno sul ponte. Sollevò il pesante cadavere, e lo spinse fuori dalla finestra. Dopo avere fasciato la ferita di Kickaha, Wolff e il giudeo eliminarono le prove della lotta.

Il funem Laksfalk parlò solo quando ebbero terminato. Il suo volto era pallido e cupo.

«Quello era il corno del Signore. Vi chiedo di dirmi come è giunto qui e qual è la vostra parte in questa… in questa apparente empietà.»

«È giunto il momento della verità» disse Kickaha. «Parla tu, Bob. Per una volta, non mi sento in grado di sostenere la conversazione.»

Wolff era preoccupato per Kickaha, perché anche il suo viso era pallido, e il sangue stava uscendo dalla ferita, e macchiava la pesante fasciatura. Malgrado ciò, disse al giudeo quanto poteva, nel minor tempo possibile.

Il cavaliere ascoltò attento, sebbene non potesse fare a meno di porre delle domande di quando in quando, e di imprecare in qualche punto particolarmente sorprendente.

«Per Dio!» disse quando gli parve che Wolff avesse finito. «Questa storia di un altro mondo mi avrebbe indotto a chiamarti mentitore, se i rabbini non mi avessero già detto che i miei antenati, e quelli dei teutonici, sono giunti da un mondo simile. Poi c’è il Libro del Secondo Esodo, che dice la stessa cosa e afferma che anche il Signore è giunto da un mondo diverso.

«Malgrado ciò, ho sempre pensato che queste storie fossero il genere di fantasticherie preferito dai santi uomini, che sono sempre un po’ pazzi. Non avrei mai immaginato di dirlo forte, perché non avrei voluto venire lapidato per eresia. E poi, c’era sempre la possibilità che si trattasse della verità. E il Signore punisce coloro che lo negano; su questo non c’è dubbio.

«Ora, voi mi mettete in una situazione che nessuno potrebbe invidiare. Vi conosco per i due cavalieri più grandi e gloriosi che abbia mai avuto la fortuna d’incontrare. Siete uomini che non direbbero mai una menzogna, in questa situazione; su questo, potrei giurarci. E la vostra storia sa di verità come l’armatura del grande uccisore di draghi, il funem Zilberbergl. Eppure, non so.»

Scosse il capo:

«Cercare di entrare nella cittadella del Signore, cercar di colpire il Signore! Questo mi spaventa. Per la prima volta in vita mia, io, Leyb funem Laksfalk, ammetto di avere paura.»

Wolff disse:

«Tu ci hai dato la tua parola. Ti liberiamo da essa, ma ti chiediamo di restare fedele al tuo giuramento. Non devi dire nulla a nessuno della nostra impresa.»

Rabbioso, il giudeo disse:

«Non ho detto che vi avrei abbandonato! Non lo farò, almeno non ancora. C’è una cosa che mi fa credere che diciate la verità. Il Signore è onnipotente, eppure il suo corno sacro è stato prima nelle vostre mani, poi in quelle dei gworl, e il Signore non ha fatto nulla. Forse…»

Wolff rispose che non aveva tempo di aspettare che lui prendesse una decisione. Il corno doveva essere ritrovato ora, mentre ce n’era l’opportunità. E Chryseis doveva essere liberata appena possibile. Li portò fuori dalla stanza, in un’altra che, per il momento, non era occupata; là presero tre spade in sostituzione delle loro, che i gworl dovevano avere gettato fuori dalla finestra nel fossato. Dopo pochi minuti, erano fuori dal castello, fingendo di cercare i gworl tra gli alberi.

Ormai quasi tutti i teutonici che erano usciti erano ritornati nel castello. I tre attesero che i ricercatori decidessero che non c’era nessun gworl nei paraggi. Quando l’ultimo degli audaci fu passato oltre il ponte levatoio, Wolff e i suoi amici spensero le loro torce. Due sentinelle rimasero nella garitta alla fine del ponte levatoio. Costoro, comunque, si trovavano a cento metri di distanza, e non potevano vedere nell’ombra dove i tre si nascondevano. Inoltre, erano troppo occupati a discutere gli eventi della notte e a guardare nell’oscurità dei boschi. Non erano le sentinelle regolari, perché queste erano state uccise dai gworl quando essi si erano conquistati la libertà, passando dal ponte levatoio.

«Il corno deve trovarsi nel punto immediatamente sottostante la nostra finestra» disse Wolff. Solo che…

«I draghi d’acqua» disse Kickaha. «Avranno portato i corpi di Smeel e Diskibibol nelle loro tane, dovunque siano. Ma potrebbero essercene degli altri nei paraggi. Io andrei, ma la mia ferita li attirerebbe subito.»

«Stavo semplicemente parlando da solo» disse Wolff. Cominciò a togliersi i vestiti. «Quanto è profondo il fossato?»

«Lo scoprirai» rispose Kickaha.

Wolff vide brillare qualcosa di rosso al riflesso della luce delle torce del ponte levatoio. L’occhio di un animale, pensò. Un attimo dopo, lui e gli altri furono presi all’interno di qualcosa di puzzolente e cedevole. La sostanza, qualsiasi cosa fosse, gli coprì gli occhi.

Lottò disperatamente, ma silenziosamente. Sebbene non sapesse chi fossero i suoi assalitori, non intendeva svegliare la gente del castello. Qualunque fosse stato l’esito della lotta, non era affare per quelli del castello: Wolff lo sapeva bene.

Più si dibatteva, più strettamente la rete si appiccicava e lo imprigionava. Alla fine, furioso, ansimante, si trovò completamente avvolto. Soltanto allora una voce parlò, bassa e raschiante. Un coltello tagliò la rete, per lasciare esposto il viso. Alla fioca luce delle lontane torce, egli vide altre due figure avviluppate da quel bozzolo, e una dozzina di forme bitorzolute. Il puzzo di frutta marcia era soffocante.

«Io sono Ghaghrill, lo Zdrrikh’agh di Abbkmung. Voi siete Robert Wolff e il nostro grande nemico Kickaha, e il terzo non lo conosco.»

«Il barone funem Laksfalk!» disse il giudeo. «Liberami, e scoprirai subito se io sia un uomo buono da conoscere o no, marciume puzzolente!»

«Zitto! Sappiamo che avete ucciso in qualche modo due dei nostri migliori uccisori, Smeel e Diskibibol, anche se loro non dovevano poi essere così tremendi, se sono riusciti a farsi sconfiggere da gente come voi. Abbiamo visto cadere Diskibibol dal nostro nascondiglio nei boschi. E abbiamo visto Smeel saltare col corno.»

Ghaghrill fece una pausa, poi proseguì:

«Tu, Wolff, andrai a cercare il corno nelle acque e lo porterai da noi. Se lo farai, giuro per l’onore del Signore che vi lasceremo liberi tutti e tre. Il Signore vuole Kickaha, ma non quanto il corno, e ha detto che non dovevamo ucciderlo, anche se per non farlo avessimo dovuto lasciarlo scappare. Noi obbediamo al Signore, perché è il più grande degli uccisori.»

«E se rifiuto?» disse Wolff. «Con i draghi d’acqua, nel fossato per me sarebbe morte quasi certa.»

«Sarebbe morte certa, se rifiutassi.»

Wolff ci pensò su. Era logico che scegliessero lui, fu costretto ad ammettere. La tempra e la fedeltà del giudeo non erano conosciute dai gworl, e Kickaha, che costituiva un prezzo inferiore solo al corno, era anche gravemente ferito, e la ferita avrebbe subito attirato su di lui i draghi d’acqua. Wolff, se era amico di Kickaha, sarebbe tornato. Certo, non potevano giurare sulla profondità dei sentimenti di Wolff per Kickaha. Questo era un rischio che avrebbero dovuto correre comunque.

Una cosa era certa. Nessun gworl si sarebbe avventurato in acque così profonde, se poteva fare in modo che un altro compisse il lavoro.

«Benissimo» disse Wolff. «Liberatemi, e andrò a prendere il corno. Ma almeno datemi un coltello per difendermi dai draghi.»

«No!» disse Ghaghrill.

Wolff si strinse nelle spalle. Quando fu libero dalla rete, si tolse tutti gli indumenti, tranne la camicia. Questa copriva la corda arrotolata intorno alla vita.

«Non farlo, Bob» disse Kickaha. «Non puoi fidarti di un gworl, come non puoi fidarti del suo padrone. Ti prenderanno il corno e poi ci faranno quel che vorranno. E rideranno di noi, per essere stati i loro strumenti.»

«Non ho scelta» disse Wolff. «Se trovo il corno, sarò di ritorno. Se non ritornerò, saprai che sono morto tentando.»

«Morirai comunque» disse Kickaha. Si udì il colpo di un pugno. Kickaha bestemmiò sottovoce.

«Di’ ancora un’altra parola, Kickaha» disse Ghaghrill, «e ti taglierò la lingua. Questo il Signore non lo ha proibito.»

CAPITOLO XIV

Wolff guardò la finestra, dalla quale filtrava ancora il chiarore di una torcia. Entrò nell’acqua, che era fresca ma non gelida. I suoi piedi affondarono nella viscida melma che evocava l’immagine degli innumerevoli cadaveri che di quella melma dovevano fare parte integrante. E non riuscì a non pensare ai sauriani che stavano nuotando nel fossato. Se era fortunato, non ne avrebbe trovati nelle immediate vicinanze. Se avevano portato via i corpi di Smeel e Diskibibol… Era meglio smettere di preoccuparsi, e cominciare a nuotare.

In quel punto, il fossato era largo quasi duecento metri. Si fermò a metà percorso, voltandosi indietro a guardare. Nessuno del gruppo era visibile.

D’altra parte, nemmeno loro potevano vederlo. E Ghaghrill non gli aveva dato limiti di tempo per il ritorno. Comunque, sapeva che, se non fosse ritornato prima dell’alba, non li avrebbe trovati.

Si immerse in un punto immediatamente sottostante la luce che veniva dalla finestra. Scese, e a ogni centimetro l’acqua si faceva più fredda. Sentì un fastidio alle orecchie, che divenne presto un dolore lancinante. Emise qualche bolla d’aria per diminuire la pressione, ma questo non gli fu di grande giovamento. Quando capi di non potere scendere per un altro millimetro senza che le orecchie esplodessero, incontrò una melma soffice e vischiosa. Lottando contro l’impulso che lo spingeva a risalire immediatamente per alleviare la pressione, cominciò ad andare a tentoni intorno, imbattendosi soltanto in fango e in un osso. Continuò a cercare fino a quando comprese di non potere più resistere.

Emerse due volte alla superficie, e due volte si immerse di nuovo. Ormai, sapeva che, anche se il corno si fosse trovato sul fondo, avrebbe potuto non trovarlo mai. Cieco nell’acqua fangosa e limacciosa, poteva passare a un capello dal corno, e non riuscire a trovarlo. E poi, era possibile che Smeel avesse gettato lontano il corno, durante la caduta. Oppure un drago d’acqua avrebbe potuto portar via il corno, o addirittura averlo inghiottito.

La terza volta, nuotò a poca distanza sulla destra del punto delle sue precedenti immersioni, prima di immergersi. Scese sul fondo a quello che sperava fosse un angolo di novanta gradi col fondo. Nell’oscurità, non aveva modo di determinare la direzione. La sua mano pescò nel fango; cominciò a cercare e le dita si chiusero su del freddo metallo; passandole rapidamente su di esso, individuò sette piccoli tasti.

Quando raggiunse la superficie, sputò acqua e cercò di respirare affannosamente. Adesso doveva tornare indietro, sperando di farcela. Potevano esserci sempre i draghi in giro.

Poi dimenticò i draghi, perché non poté vedere niente. La torcia sul ponte, il debole chiarore della luna tra le nubi, la luce della finestra sopra di lui, si erano spenti tutti insieme.

Wolff si costrinse a considerare con calma la sua situazione. Per prima cosa, non c’era vento. L’aria era immobile. Così, poteva trovarsi solo in un posto, ed era stata una fortuna che quel posto fosse proprio sopra al punto della sua immersione. Inoltre, era stato fortunato a essere risalito dal fondo ad angolo obliquo.

Comunque, non riusciva a vedere da quale parte fosse la riva e da quale il castello. Scoprirlo fu questione di poche bracciate. Le sue mani incontrarono la pietra… mattoni di pietra. La seguì a tentoni, fino a che si incurvò verso l’interno. Seguendo la curva, finalmente raggiunse quello che aveva sperato. Era una rampa di scale di pietra, che si sollevava dall’acqua e saliva.

Salì lentamente, tendendo le mani per premunirsi da eventuali ostacoli. I suoi piedi scivolarono su ogni gradino, pronti a fermarsi se appariva un’apertura o un gradino pareva cedere. Dopo venti gradini, giunse in cima alle scale. Si trovò in un corridoio scavato nella pietra.

Von Elgers. o chiunque fosse stato a costruire il castello, aveva costruito un passaggio segreto per entrare e per uscire nascostamente. Un’apertura sotto il livello delle acque portava in una stanza, un piccolo porto, e di qui nel castello. Adesso, Wolff aveva il corno e il modo di entrare inosservato nel castello. Avrebbe dovuto restituire subito il corno ai gworl? Dopo, lui e i suoi amici avrebbero potuto tornare da quella strada per ritrovare Chryseis.

Ma dubitava che Ghaghrill avrebbe tenuto fede alla parola data. Comunque, anche se il gworl li avesse liberati, avrebbero dovuto nuotare fino al passaggio segreto, e la ferita di Kickaha avrebbe senza dubbio attirato tutti i draghi del fossato e tutti e tre sarebbero stati perduti. Chryseis non avrebbe più potuto essere libera. Kickaha non poteva essere lasciato ad attenderli, mentre gli altri due nuotavano fino al castello. Sarebbe stato esposto allo spuntare dell’alba. Poteva nascondersi tra i boschi, ma era probabile che un’altra pattuglia di cavalieri andasse laggiù in esplorazione, al mattino. Soprattutto quando fosse stato scoperto che i tre cavalieri stranieri erano scomparsi.

Decise di discendere il corridoio. Lra un’opportunità troppo buona per lasciarla perdere. Avrebbe fatto del suo meglio prima dell’alba. Se falliva, allora sarebbe tornato indietro col corno.

Il corno! Era inutile portarlo con lui. Se fosse stato catturato senza di esso, conoscendone il nascondiglio avrebbe potuto farsi forte.

Ritornò dove i gradini cominciavano, sotto il livello dell’acqua. Si immerse a una profondità di tre metri e lasciò il corno nel fango.

Risalì nel corridoio, e avanzò fino a imbattersi in una nuova rampa di scale. Era una scala a chiocciola, molto ripida. Contando i gradini, fu sicuro di essere salito almeno al quinto piano. Ad ogni piano, secondo i suoi calcoli dei gradini, si fermò alla ricerca di porte nascoste o di pietre scorrevoli, senza trovarne alcuna.

A quello che avrebbe dovuto essere il settimo piano, vide un sottile raggio di luce uscire da un foro nella parete. Piegandosi, vi guardò attraverso. Al capo opposto della stanza, seduto dietro un tavolo, con una bottiglia di vino davanti, c’era il barone Von Elgers. L’uomo seduto davanti al barone era Abiru.

Il volto del barone era paonazzo, e questo non era dovuto alle libagioni. Ringhiò ad Abiru:

«È tutto quello che intendo dire, Khamshem! Ti farai restituire il corno dai gworl, o ti taglierò la testa! Prima, però, ti farò portare nelle segrete. Ho dei curiosi apparecchi di ferro che ti potranno interessare!»

Abiru si alzò. Il suo volto, sotto la pigmentazione scura, era pallido quanto quello del barone era rosso.

«Credimi, sire, se il corno è stato preso dai gworl, esso sarà ricuperato. Non possono essere andati lontano con esso… se ce l’hanno… e possono essere ritrovati facilmente. Non possono passare per esseri umani, lo sai bene. Inoltre, sono stupidi.»

Il barone ruggì, si alzò, e diede un violento pugno sul tavolo.

«Stupidi! Sono stati tanto furbi da uscire dalla segreta in cui li avevo confinati, e avrei giurato che nessuno sarebbe stato in grado di farlo! E hanno trovato la mia stanza e hanno preso il corno! Questa tu la chiami stupidità!»

«Per lo meno» disse Abiru, «non hanno rapito anche la ragazza. Vendendola, guadagnerò qualcosa. Vale una cifra favolosa.»

«Non guadagnerai niente da lei! È mia!»

Abiru apparve sdegnato, e disse:

«È di mia proprietà. L’ho ottenuta con grave rischio e l’ho portata con me a prezzo di grandi spese. Ho tutti i diritti su di lei. Chi sei tu, un uomo d’onore o un ladro?»

Von Elgers lo colpi, e Abiru cadde a terra. Strofinandosi il volto, il mercante di schiavi si alzò subito. Fissando con fermezza il barone, con voce dura, chiese:

«E i miei gioielli?»

«Si trovano nel mio castello!» gridò il barone. «E quello che si trova nel mio castello, appartiene ai Von Elgers!»

Camminando, sparì dal campo visivo di Wolff, e aprì una porta. Chiamò le guardie, e quando esse giunsero presero in mezzo Abiru.

«Sei fortunato che io non ti abbia ucciso!» urlò il barone. «Ti permetto di conservare la vita, cane miserabile! Dovresti ringraziarmi in ginocchio per questo! Adesso, vattene subito dal mio castello. Se non saprò che ti dirigi di corsa verso un altro stato, ti farò appendere all’albero più vicino!»

Abiru non rispose. La porta si chiuse. Il barone camminò avanti e indietro per qualche tempo, poi bruscamente si voltò verso la parete dietro la quale era nascosto Wolff. Wolff lasciò il suo punto di osservazione, e si ritirò giù dalle scale. Sperava di avere scelto la giusta direzione. Se il barone scendeva, avrebbe potuto ricacciare in acqua Wolff. Ma non credeva che il barone volesse prendere quella strada.

Per un secondo la luce si spense. Una sezione di parete si aprì, quando il dito del barone si infilò nel foro. La torcia stretta da Von Elgers illuminò le scale. Wolff si nascose nell’ombra. Dopo qualche tempo, la luce divenne più debole, mentre il barone saliva. Wolff lo seguì.

Non poteva tenere sempre gli occhi su Von Elgers, perché doveva compiere degli strani giri per mantenersi nascosto, in modo di non essere scoperto se il barone guardava in basso. Così non vide quando il barone lasciò le scale, e non se ne accorse finché la luce non si spense di colpo.

Seguì subito il barone, fermandosi solo accanto al foro nella parete. Infilò in esso il dito, e spinse verso l’alto. Una piccola sezione di parete si aprì, si udì uno scatto, e una porta si apri davanti a lui. La parte interna della porta faceva parte dell’appartamento del barone. Wolff entrò nella stanza, scelse un pugnale affilato appeso tra molte altre armi alla parete, e tornò sulle scale. Dopo avere chiuso la porta, riprese a salire.

Questa volta non ci fu luce a guidarlo. Né fu sicuro di essersi fermato nello stesso punto scelto dal barone. Aveva compiuto mentalmente un calcolo dell’altezza, quando il barone si era fermato. C’era solo da cercare a tentoni il meccanismo che il barone aveva azionato per aprire l’altra porta. Quando appoggiò l’orecchio al muro per ascoltare delie voci, non udì nulla.

Le sue dita scivolarono sui mattoni e sulla muffa, e poi incontrarono del legno. Fu tutto quello che riusci a trovare: pietra e legno, un’incastellatura nella quale era sistemato un alto pannello di legno. Non c’era niente a indicare la presenza di qualche «apriti sesamo».

Sali di qualche altro gradino, e tentò ancora. I mattoni non nascondevano pulsanti né appigli. Ritornò nel punto davanti alla porta, e tastò la parete in quel punto. Nulla.

Ora la disperazione aveva fatto presa su di lui. Era certo che Von Elgers fosse andato nella stanza di Chryseis, e non per parlare. Ridiscese, e tastò le pareti. Ancora niente.

Tentò di nuovo la zona intorno alla porta, senza successo. Spinse su un lato della porta, solo per scoprire che non era mobile. Per un istante, pensò di picchiare alla porta, attirando così l’attenzione di Von Elgers. Se il barone fosse uscito a vedere, avrebbe potuto essere sorpreso da un attacco dall’alto.

Lasciò perdere il progetto. Il barone era troppo astuto per cadere in una trappola così elementare. Era improbabile che chiamasse aiuto, ma avrebbe potuto uscire dalla porta normale della stanza di Chryseis. Sì, la guardia all’esterno avrebbe potuto chiedersi da dove venisse il barone: ma avrebbe senz’altro pensato che egli si trovava là dentro da prima dell’inizio del suo turno di guardia. E, in ogni modo, il barone avrebbe potuto far tacere per sempre la guardia sospettosa.

Wolff spinse la porta dall’altro lato, ed essa piegò verso l’interno. Non era chiusa; c’era bisogno solo di premere dalla parte giusta.

Imprecò sottovoce, perché aveva ignorato la cosa più elementare per tanto tempo; entrò. Era buio all’interno; Wolff si trovò in una stanza minuscola, quasi un ripostiglio. Era composta di muratura, tranne che da un lato. In quel punto, una sbarra di metallo usciva dalla parete di legno. Prima di azionare la sbarra, Wolff appoggiò l’orecchio alla parete. Delle voci soffocate giunsero dall’interno, troppo fievoli per essere riconosciute.

La sbarra metallica doveva essere tirata, per azionare la porta. Pugnale in mano, Wolff vi passò attraverso. Si trovò in una grande stanza. Vi si trovava un grande letto di pregevole fattura, con un enorme baldacchino. Oltre il letto si trovava la finestra a forma di croce attraverso la quale aveva visto Chryseis qualche ora prima.

Von Elgers gli voltava la schiena. Il barone stringeva tra le braccia Chryseis, e la spingeva verso il letto. Gli occhi di lei erano chiusi, e il capo piegato per evitare i baci del barone. Entrambi erano ancora completamente vestiti.

Wolff percorse la stanza a lunghi passi, afferrò alla spalla il barone, e lo tirò indietro. Il barone lasciò Chryseis per raggiungere il pugnale che portava alla cintura, poi ricordò di non averlo portato con sé. A quanto pareva, non aveva voluto offrire a Chryseis la possibilità di sopraffarlo e di ucciderlo.

Il suo volto, prima così fiammeggiante, adesso era grigiastro. La sua bocca si aprì per gridare alle guardie che si trovavano fuori di soccorrerlo, ma la paura e la sorpresa lo paralizzavano.

Wolff non gli offri la minima possibilità di chiedere aiuto. Abbassò il pugnale, per colpire col pugno il mento di Von Elgers. Il barone, svenuto, si afflosciò a terra. Wolff non voleva perdere tempo, così passò accanto a Chryseis, che era pallidissima e aveva gli occhi spalancati. Strappò due strisce di stoffa dalle lenzuola del letto. La più piccola la infilò nella bocca del barone, la più grande la usò come bavaglio. Poi prese un pezzo di corda dalla cintura e legò le mani di Von Elgers. Issandosi in spalla il corpo del barone, disse a Chryseis:

«Andiamo. Avremo tempo per parlare, dopo.»

Si fermò a impartire delle istruzioni a Chryseis, la quale, seguendole, chiuse la porta interna alle loro spalle. Era assurdo permettere ad altri di scoprire il passaggio segreto, quando fossero giunti a indagare sul motivo della lunga assenza del barone. Chryseis tenne sollevata la torcia, alle sue spalle, mentre lui scendeva davanti col barone in spalla. Quando furono giunti sul livello delle acque, Wolff le impartì le ultime istruzioni per la fuga. Per prima cosa, era necessario riprendere il corno. Dopo averlo fatto, si scrollò l’acqua di dosso, ne raccolse nel palmo della mano, e la gettò sul viso del barone. Quando questi aprì gli occhi, lo informò su quanto egli doveva fare.

Von Elgers scosse il capo negativamente. Wolff disse:

«O vieni con noi come ostaggio e affronti il pericolo dei draghi d’acqua, oppure scegli di morire subito. Allora, qual è la tua risposta?»

Il barone annuì. Wolff gli sciolse le mani, ma attaccò la corda alla caviglia. Si immersero tutti e tre. Immediatamente, Von Elgers nuotò verso il muro, e si immerse. Gli altri passarono sotto il muro a loro volta: arrivava soltanto a un metro di profondità. Risalendo dall’altra parte. Wolff vide che le nuvole cominciavano a diradarsi. La luna ben presto avrebbe cominciato a risplendere della sua vivida luce verde.

Come ordinato, il barone e Chryseis nuotarono verso la sponda opposta del fossato. Wolff veniva dietro, col capo della corda legata alla caviglia del barone stretta in mano. Con quel peso morto, non potevano procedere rapidamente. Tra quindici minuti la luna sarebbe scomparsa dietro il monolito, e il sole sarebbe apparso poco dopo. Non c’era molto tempo per portare a termine il piano di Wolff, ma era impossibile controllare il barone, se si voleva guadagnare tempo.

Il punto d’arrivo dall’altra parte del fossato era a cento metri dal luogo in cui i gworl aspettavano con i loro prigionieri. Dopo pochi minuti, furono dall’altra parte del castello, celati agli occhi dei gworl e delle guardie del ponte levatoio, anche se la luna avesse cominciato a risplendere. Quella strada era un male necessario… un male, perché ogni secondo in più nell’acqua costituiva una probabilità maggiore di venire individuati dai draghi.

Quando furono a venti metri dalla loro meta, Wolff intuì, più che vedere, il movimento dell’acqua. Si voltò e vide la superficie incresparsi, e un’onda quasi impercettibile avanzare verso di lui. Allungò i piedi, e scalciò. I piedi colpirono qualcosa di duro e di solido, tanto da costituire una base d’appoggio per prendere lo slancio. Balzò indietro, lasciando l’estremità della corda nello stesso tempo. La forma passò tra lui e Chryseis, colpi Von Elgers, e scomparve.

Così pure l’ostaggio di Wolff.

Abbandonarono ogni tentativo di non provocare rumore. Nuotarono con tutte le loro forze. Si fermarono solo quando ebbero raggiunto la sponda, ebbero percorso un tratto scoperto, di corsa, e furono giunti tra gli alberi. Ansimarono, e si appoggiarono al tronco.

Wolff non attese di riprendere del tutto fiato. Il sole sarebbe apparso dalla Doozvillnavava entro pochi minuti. Disse a Chryseis di aspettarlo. Se non fosse tornato poco dopo l’apparire del sole, sarebbe stato assente per molto tempo… se non per sempre. Lei avrebbe dovuto andarsene e nascondersi nei boschi e cercare di cavarsela nel miglior modo possibile.

Lei lo supplicò di non andare, perché non poteva sopportare l’idea di restare sola in quel luogo.

«È necessario» disse lui, dandole un pugnale che era riuscito a nascondere tra le vesti prima di abbandonare il castello.

«Se tu verrai ucciso, lo userò su di me» disse lei.

Lui soffriva al pensiero di lasciarla sola, ma non c’era nient’altro da fare.

«Uccidimi adesso, prima di andare» disse lei. «Ho passato troppe prove; non posso sopportarne altre.»

La baciò dolcemente sulla bocca, e disse:

«Puoi, invece. Sei più forte di quanto non credessi, e sarai sempre più forte di quanto tu non creda. Guarda come sei ora. Puoi dire uccidere e morte senza battere ciglio.»

Se ne andò, correndo verso il punto in cui si trovavano i gworl e i suoi amici. Quando giudicò di trovarsi a venti metri dal punto, si fermò ad ascoltare. Non udì niente, a eccezione del canto di un uccello e di un grido soffocato proveniente dal castello. Carponi, con il pugnale tra i denti, avanzò verso il punto che dava sul fossato, davanti alla finestra illuminata del suo appartamento. Si aspettava da un momento all’altro di percepire l’odore di frutta marcia, e di vedere una forma più oscura stagliarsi nell’oscurità.

Ma non c’era nessuno là. Solo i resti grigiastri della rete che li aveva intrappolati gli dimostrò che i gworl c’erano stati davvero.

Girò per qualche tempo nei paraggi. Quando gli fu chiaro che non esistevano tracce e che il sole lo avrebbe ben presto rivelato alle guardie del ponte levatoio, ritornò da Chryseis. Lei si strinse a Wolff e pianse.

«Visto! Dopotutto, sono di ritorno» le disse. «Ma adesso dobbiamo andarcene.»

«Ritorniamo a Okeanos?»

«No, andiamo a cercare i miei amici.»

Si allontanarono, lasciandosi alle spalle il castello e dirigendosi verso il monolito. L’assenza del barone sarebbe stata notata presto. Intorno al castello, per molti chilometri, nessun nascondiglio sarebbe più stato sicuro. E anche i gworl, sapendolo, dovevano dirigersi a tutta velocità verso la Doozvillnavava. Per quanto potessero bramare il corno, non potevano indugiare. Inoltre, potevano credere che Wolff fosse annegato, o fosse stato divorato da un drago. Per loro, adesso il corno doveva essere perduto, ma avrebbero potuto ritornare quando fosse stato sicuro il farlo.

Wolff non voleva perdere tempo. Tranne che per brevi periodi di riposo, non si fermarono finché non raggiunsero l’intricata foresta del Rauhwald. Là avanzarono nel groviglio di alberi e di arbusti e di viticci e di spine, spellandosi le ginocchia e le braccia, martoriandosi i piedi. Chryseis cedette. Wolff raccolse molte bacche, e mangiarono quelle. Dormirono tutta la notte, e al mattino ripresero la loro faticosa avanzata. Quando ebbero raggiunto l’estremità opposta della foresta del Rauhwald, erano coperti di ferite. Nessuno li stava aspettando dall’altra parte, come invece lui aveva temuto.

Questo lo rese soddisfatto, insieme a un’altra cosa. Si era imbattuto nella prova che i gworl erano passati da quella parte. C’erano ciuffi di pelo gworl sulle spine, e pezzi di stoffa. Senza dubbio, questi ultimi erano stati fatti cadere da Kickaha, per fornire a Wolff una traccia, se egli li avesse seguiti.

CAPITOLO XV

Un mese dopo, finalmente arrivarono ai piedi del monolito, la Doozvillnavava. Sapevano di essere sulla pista giusta, perché avevano sentito voci che parlavano dei gworl, e avevano interrogato persone che li avevano visti da una certa distanza.

«Non so perché si sono tanto allontanati dal corno» disse lui. «Forse pensano di nascondersi in una caverna sulla montagna, e di tornare dopo che le acque si siano quietate.»

«Potrebbe darsi disse Chryseis, che il Signore abbia loro ordinato di portargli per primo Kickaha. È stato per tanto tempo una pulce nell’orecchio del Signore, che il Signore potrebbe essere esasperato solo a pensarci. Forse vuole essere sicuro dell’eliminazione di Kickaha, prima di mandare di nuovo i gworl alla ricerca del corno.»

Wolff ammise che la donna poteva avere ragione. Era possibile perfino che il Signore fosse deciso a calarsi dal suo palazzo con le stesse corde che erano servite ai gworl. Però questo non pareva probabile, perché il Signore doveva essere cauto. Poteva fidarsi dei gworl? Avrebbero potuto lasciarlo giù per sempre.

Wolff guardò la contorta montagna, grande come un continente. Secondo Kickaha era alta almeno due volte il monolito dell’Abharhploonta, sul quale poggiava il piano di Drachelandia. Era alta più di ventimila metri, e le creature che dimoravano sulle sue pendici erano crudeli, avide e feroci quanto quelle che si nascondevano nelle caverne degli altri monoliti. La Doozvillnavava era terrificante; la sua faccia contorta aveva un’enorme depressione, che le dava l’aspetto di una bocca spalancata; il gigante sembrava pronto a inghiottire tutti coloro che osavano disturbarlo.

Chryseis, esaminando l’agghiacciante monolito, rabbrividì. Ma non disse nulla; già da qualche tempo aveva cessato di dare voce alle sue paure.

Forse non si preoccupava più di se stessa, ma della vita che era dentro di lei. Infatti, la donna era sicura di essere incinta.

L’abbracciò e la baciò e le disse:

Vorrei partire subito, ma dobbiamo fare diversi preparativi. Non possiamo attaccare quel mostro senza riposo e senza cibo sufficiente.

Tre giorni dopo, indossando abiti adatti e portando corde, armi, attrezzi da scalata, e borse di cibo e acqua, essi cominciarono l’ascesa. Wolff portava ii corno in una borsa di pelle legata alla cintola.

Novantun giorni dopo, erano a circa metà del percorso. E ogni passo era stato una battaglia contro le pareti levigate, i punti insidiosi, i crepacci e i dirupi e i massi scivolosi, e i predatori. Questi comprendevano il serpente dai molti piedi che già aveva incontrato sulla Thayaphayawoed, lupi dai lunghi artigli capaci di fare presa sulla roccia, la scimmia gigante, enormi divoratori, e altri esseri più piccoli ma ferocissimi.

Quando i due giunsero in cima alla Doozvillnavava, erano passati 186 giorni dalla loro partenza. Né l’uno né l’altra erano uguali, fisicamente e mentalmente, a come erano stati prima del viaggio. Wolff era dimagrito, ma era più forte e resistente. Sul volto e sul corpo portava cicatrici che testimoniavano terribili lotte contro gli animali rapaci. Il suo odio per il Signore era ancor più feroce, perché Chryseis aveva perduto il feto quando erano arrivati a 3000 metri di altezza. Era una cosa prevista, ma lui sapeva che questo non sarebbe accaduto, se non fosse stato per il Signore.

Chryseis era stata rafforzata nel corpo e nello spirito dalle esperienze sopportate prima di affrontare la Doozvillnavava. Ma le esperienze e le situazioni che aveva dovuto sfidare durante la scalata erano state ben peggiori di ogni precedente avversità, e avrebbe potuto cedere. Questo non accadde, confermando così l’idea originaria di Wolff, a proposito della sua forza morale costituzionale. Gli effetti dei millenni di torpore nel Giardino erano stati spazzati via. La Chryseis che aveva soggiogato il monolito era molto più simile a quella che aveva affrontato le avversità della vita sull’Egeo. Solo che adesso era molto più saggia.

Wolff attese diversi giorni, che passò riposando e cacciando e riparando gli archi e fabbricando nuove frecce. Rimase inoltre a scrutare il cielo, sperando nell’arrivo di un’aquila. Da quando aveva parlato a Phthie nella città in rovina sul fiume Guzirit, non ne aveva più vista una. Non apparve nessuna creatura dal corpo verde, così egli decise, seppure riluttante, di addentrarsi nella giungla. Come su Drachelandia. un anello dello spessore di 1500 chilometri circondava completamente il margine del piano. All’interno della cintura si trovava la terra di Atlantide. Questa, escluso il monolito che sorgeva al centro, copriva un’area uguale a quelle sommate di Francia e Germania.

Wolff aveva cercato di vedere la colonna sulla quale sorgeva il palazzo del Signore, dato che Kickaha gli aveva detto che poteva essere visto dal ciglio del precipizio, anche se era molto più sottile degli altri monoliti. Riuscì a vedere soltanto un grande e oscuro continente di nubi, contorto e interrotto dai lampi. Idaquizzoorhruz era nascosto. E non riuscì a vederlo neppure scalando una collina o salendo sulla cima di un albero. Una settimana dopo, le nuvole tempestose continuavano a cingere la colonna di pietra. Questo lo preoccupava, perché, trovandosi su quel pianeta da tre anni e mezzo, non aveva mai visto una tempesta del genere.

Passarono quindici giorni. Il sedicesimo, trovarono sullo stretto sentiero bordato di verde un cadavere decapitato. Tra gli arbusti, a un metro di distanza, c’era il capo sormontato dal turbante di un Khamshem.

«Anche Abiru sta inseguendo i gworl» disse Wolff. «Forse i gworl gli hanno rubato i gioielli abbandonando il castello di Von Elgers. O, e questo è più probabile, lui pensa che siano loro adesso i padroni del corno.»

Dopo due chilometri si imbatterono in un altro Khamshem, con lo stomaco squarciato e le budella riversate all’esterno. Wolff cercò di strappargli delle informazioni, prima di convincersi che ormai era troppo tardi. Allora Wolff pose fine alle sue sofferenze, notando che Chryseis non distoglieva neppure lo sguardo dalla scena. Poi si infilò il pugnale alla cintura, e impugnò con la destra la scimitarra del saraceno. Sentiva che presto ne avrebbe avuto bisogno.

Mezz’ora dopo, udì delle grida e degli schianti in fondo al sentiero. Lui e Chryseis si nascosero nel fogliame, ai margini del sentiero. Abiru e due Khamshem vennero correndo con la morte alle loro spalle, rappresentata da tre negroidi dai volti pitturati e le lunghe barbe tinte di rosso. Uno lanciò la sua lancia: questa filò nell’aria e andò a colpire la schiena di un Khamshem. Questi cadde sul terreno soffice senza rumore, e rimase immobile come un vascello fantasma, il cui albero maestro era la lancia. Gli altri due Khamshem si voltarono per affrontare l’assalto.

Wolff fu costretto ad ammirare Abiru, che combatteva con grande perizia e coraggio. Sebbene il suo compagno fosse caduto con una lancia nello stomaco, Abiru continuò a vibrare colpi con la sua scimitarra. Infine due dei selvaggi morirono, e il terzo preferì darsela a gambe. Dopo la scomparsa del negroide, Wolff si avvicinò silenziosamente ad Abiru. Colpì col taglio della mano per paralizzare il braccio del saraceno e far cadere la scimitarra.

Abiru fu tanto impaurito e sorpreso che non riuscì a parlare. Vedendo Chryseis uscire dai cespugli, i suoi occhi si spalancarono ancora di più. Wolff gli chiese quale fosse la situazione. Dopo una breve lotta, Abiru ritrovò la parola, e cominciò a parlare. Come aveva immaginato Wolff, Abiru si era messo all’inseguimento dei gworl con i suoi uomini e un certo numero di Sholkin, A poche miglia da quel punto, aveva trovato i gworl. O meglio, erano stati loro a trovare lui. L’imboscata aveva ottenuto un parziale successo, perché un buon terzo dei Khamshem era stato ucciso o gravemente ferito. Tutto questo era avvenuto senza perdite da parte dei gworl, che avevano lanciato i coltelli dagli alberi o dai cespugli.

I Khamshem erano fuggiti, disperdendosi, nella speranza di potersi concentrare in un posto migliore, sul sentiero… se fossero riusciti a trovarne uno. Poi cacciati e cacciatori si erano imbattuti in un’orda di selvaggi negri.

«E presto ce ne saranno molti altri sulle tue tracce» disse Wolff. «Cosa è accaduto a Kickaha e al funem Laksfalk?»

«Non so niente di Kickaha. Non era con i gworl. Ma c’era il cavaliere giudeo.»

Per un istante, Wolff prese in considerazione l’opportunità di uccidere Abiru. Però non gli piaceva farlo a sangue freddo, e inoltre voleva fargli delle altre domande. Pensava che l’uomo nascondesse molte cose, e non fosse quello che fingeva di essere. Spingendo avanti Abiru, con la scimitarra alle costole, ripresero a discendere il sentiero. Abiru protestò, dicendo che sarebbero stati uccisi; Wolff gli disse di tacere. Dopo pochi minuti udirono le grida e le urla di uomini che combattevano. Attraversarono un torrentello e si trovarono ai piedi di un’impervia collina.

Questa era tanto rocciosa da sembrare quasi brulla. Sulle pendici della collina si sviluppava la lotta… c’erano gworl morti e feriti, Khamshem, Sholkin, e selvaggi. Verso la cima della collina, con le spalle contro una parete di roccia e sotto una specie di tettoia formata da due enormi macigni, tre combattenti respingevano i negri. Questi erano un gworl, un Khamshem, e il barone giudeo. Quando Wolff e Chryseis cominciarono a salire, il Khamshem cadde, crivellato di lance. Wolff disse a Chryseis di tornare indietro. Come risposta, lei infilò una freccia nell’arco e vibrò il colpo. Un selvaggio cadde, con una freccia infilata nella schiena.

Wolff sorrise amaramente, e cominciò a scagliare frecce a sua volta. Lui e Chryseis scelsero solo quelli che si trovavano in ultima fila, sperando di abbatterne un buon numero prima che gli altri si accorgessero dell’attacco Ebbero successo fino alla caduta del dodicesimo. Per caso un selvaggio si voltò e vide il compagno vicino a lui cadere. Gridò e attirò l’attenzione di coloro che si trovavano vicino a lui. Questi immediatamente brandirono le lance e scesero di corsa dalla collina, lasciando il gruppo principale ad attaccare i gworl e il giudeo. Prima di giungere a metà della collina, altri quattro erano stati uccisi.

Altri tre caddero colpiti dalle frecce. I sei superstiti persero ogni ardore. Fermandosi, lanciarono le loro armi, ma da una tale distanza che non fu difficile per gli arcieri evitarle. Wolff e Chryseis, agendo freddamente e razionalmente, come aveva loro insegnato la lunga pratica, ne abbatterono altri quattro. I due sopravvissuti, urlando, cercarono di correre verso i loro compagni in alto. Non ci riuscirono, sebbene uno fosse soltanto ferito alla gamba.

In quel momento, il gworl cadde. Il funem Laksfalk rimase solo contro quaranta. Aveva un leggero vantaggio, e cioè che i selvaggi potevano piombare su di lui soltanto a due per volta, a causa della particolare conformazione del luogo prescelto per l’assedio. Il funem Laksfalk, con la scimitarra roteante e coperta di sangue, cantava forte delle canzoni di guerra giudaiche.

Wolff e Chryseis riuscirono a trovare un certo riparo dietro due macigni, e altri cinque selvaggi caddero. Ma a questo punto, le frecce erano terminate. Wolff disse:

«Tirane fuori dai cadaveri, e usa quelle. Io vado a soccorrerlo.»

Raccolse una lancia e corse sulle pendici della collina, seguendo una scorciatoia, sperando che il grosso dei selvaggi fosse troppo occupato per vederlo. Quando fu dall’altra parte, vide due selvaggi in agguato sulla tettoia naturale del riparo di Laksfalk. Non potevano piombare su di lui, per la particolare conformazione dei macigni. Ma aspettavano il momento in cui il giudeo si fosse avventurato troppo avanti.

Wolff lanciò il suo proietto, e colpì uno dei selvaggi nelle natiche. Il selvaggio urlò e cadde in avanti dalla roccia, probabilmente sui suoi compagni che stavano attaccando. L’altro si alzò e si girò in tempo per ricevere il coltello di Wolff nello stomaco. Cadde in avanti.

Wolff sollevò un piccolo macigno, e lo issò in cima a uno dei grossi macigni, e si arrampicò. Poi sollevò di nuovo il piccolo macigno, lo sollevò al di sopra del capo, e avanzò fino sul ciglio del grande macigno. Gridò e lo gettò sulla folla di attaccanti. Questi sollevarono il capo giusto in tempo per vedere Sa roccia scendere su di loro. Ne travolse almeno tre, e rotolò dalla collina. A questo punto, i sopravvissuti fuggirono, in preda al panico. Forse pensavano che Wolff non fosse solo. O, visto che erano selvaggi indisciplinati, erano stati terrorizzati dalle troppe perdite subite t’inora. La visione di tutti i loro compagni uccisi alle loro spalle doveva avere contribuito al crearsi del panico.

Wolff sperò che non ritornassero. Per aggiungere fuoco all’incendio della loro paura, lanciò giù dalla collina un altro grosso macigno. Il macigno ballonzolando e saltando li inseguì, simile a un mostro d’incubo e ne colpì anche uno, prima di perdersi sul fondo.

Chryseis, dietro il suo riparo, uccise altri due selvaggi con le frecce.

Wolff si chinò sul barone, e lo trovò a terra. Il suo volto era grigiastro, e il sangue usciva dalla ferita di lancia che gli squarciava il petto.

«Tu!» disse con voce debole. «L’uomo di un altro mondo. Mi hai visto combattere?»

Wolff si chinò a esaminare la ferita.

«Ho visto. Hai combattuto come uno dei guerrieri di Giosuè, amico mio. Hai combattuto come mai ho visto combattere. Devi averne uccisi almeno venti.»

Il funem Laksfalk riuscì persino a sorridere:

«Erano venticinque. Li ho contati.»

Poi sorrise normalmente, e disse:

«Entrambi stiamo tirando un poco la verità, come direbbe il nostro amico Kickaha. Ma non troppo. È stato un grande combattimento. Rimpiango solo di avere dovuto combattere senza amici e senza armatura e in un luogo solitario dove nessuno saprà mai che un funem Laksfalk ha aggiunto gloria al suo nome. Anche se è stato contro un’orda di selvaggi nudi e urlanti.»

«Lo sapranno» disse Wolff. «Sarò io a dirlo, un giorno.»

Non gli stava dando delle false parole di conforto. Lui e il giudeo sapevano benissimo che la morte era dietro l’angolo, e fiutava la preda con ansia famelica.

«Sai cosa è accaduto a Kickaha?» domandò.

«Ah, quel demonio! Si è tolto le catene, una notte. Ha cercato di aprire anche le mie, ma non ce l’ha fatta. Poi se ne è andato, con la promessa di ritornare a liberarmi. E così farà, ma sarà troppo tardi.»

Wolff guardò giù dalla collina. Chryseis stava salendo, con diverse frecce recuperate dai cadaveri. I negri si erano radunati nella pianura, e stavano discutendo animatamente tra loro. Degli altri uscivano dalla giungla e si univano a loro. I nuovi arrivati erano circa quaranta. Erano guidati da un uomo abbigliato con penne multicolori, che portava una spaventosa maschera di legno. Agitava un bastone, e sembrava arringarli.

Il giudeo chiese a Wolff cosa stava accadendo. Wolff glielo disse. Il giudeo parlò con voce così fioca, che Wolff fu costretto a mettere l’orecchio quasi sulle iabbra del moribondo.

«Era il mio sogno più grande, barone Wolff, di combattere un giorno al tuo fianco. Ah, quale nobile coppia di cavalieri avremmo fatto, con le armature e agitando le nostre… S’iz kalt.»

Le labbra divennero mute e bluastre. Wolff si alzò, per guardare di nuovo alle pendici della collina. I selvaggi stavano salendo a raggera. Wolff si mise a raccogliere i cadaveri e ad ammucchiarli, per fare una trincea. L’unica speranza, una speranza assai debole, era di permettere il passaggio solo a uno o due uomini per volta. Se perdevano molte unità, potevano scoraggiarsi e decidersi ad andare via. Non ci credeva neppure lui, perché quei selvaggi mostravano una notevole pervicacia, malgrado quelle che pet loro avrebbero dovuto essere delle perdite notevolissime. Inoltre, potevano allontanarsi di quel tanto che bastava a prendere per fame e per sete Wolff e Chryseis, che prima o poi, in caso di assedio, avrebbero dovuto uscire dal loro rifugio.

I selvaggi si fermarono a metà strada, per dare tempo a coloro che erano saliti dall’altra parte di occupare i propri posti. Poi, a un grido dell’uomo dalla maschera di legno, salirono con la massima rapidità possibile. I due assediati non si mossero finché le lance non rimbalzarono sulle pareti di roccia o si conficcarono nella barricata di cadaveri. Wolff lanciò due frecce, Chryseis tre. Nessuna mancò il bersaglio.

Wolff lanciò la sua ultima freccia. Colpì la maschera del capo, che rotolò a terra. Dopo un istante, si tolse la maschera. Sebbene il suo volto fosse ridotto a una maschera di sangue, fu lui a guidare il secondo assalto.

Un ululato spettrale si levò dalla giungla. I selvaggi si fermarono, si girarono, e tacquero osservando la giungla che circondava la collina. Di nuovo, il grido lamentoso rimbalzò tra gli alberi.

Improvvisamente, un uomo dai capelli di bronzo, che indossava soltanto un perizoma di leopardo, uscì come un bolide dalla giungla. In una mano aveva una lancia, e nell’altra un lungo coltello. Dalla spalla gli pendeva un laccio, e alla cintura aveva infilato un arco e una faretra. Dietro di lui, una massa di scimmie dalle lunghe braccia, pelose e dalle spalle larghe si riversò dagli alberi.

Alla vista delle scimmie, i selvaggi urlarono e cercarono di fuggire dall’altra parte della collina. Delle altre scimmie apparvero dall’altra parte; come mascelle fameliche, le due colonne di quadrumani si chiusero sui negri urlanti.

Ci fu una breve lotta. Alcune scimmie caddero con una lancia nel petto, ma quasi tutti i negri abbandonarono le loro armi e cercarono di fuggire o si buttarono a terra tremanti. Ne scamparono soltanto dodici.

Wolff, sorridendo di sollievo, disse all’uomo che indossava la pelle di leopardo:

«E come ti chiamano su questo piano?»

Kickaha gli restituì il sorriso.

«Prova a indovinare.»

Il sorriso scomparve, quando vide il barone.

«Maledizione! Ho impiegato troppo tempo a trovare le scimmie, e poi a trovare voi! Era un brav’uomo, il giudeo; mi piaceva il suo stile. Accidenti! Comunque, gli ho promesso che, se lui moriva, avrei portato le sue ossa nel castello dei suoi padri, e la promessa la manterrò. Non subito, però. Abbiamo alcune cose da sistemare.»

Kickaha chiamò alcune scimmie, che presentò:

«Come vedi» disse a Wolff, «hanno una struttura più simile a quella del tuo amico Ipsewas che a quella delle vere scimmie. Le loro gambe sono troppo lunghe e le loro braccia troppo corte. Come Ipsewas, e a differenza delle grandi scimmie dell’autore preferito della mia adolescenza, hanno un cervello umano. Odiano il Signore per ciò che ha fatto loro: non vogliono solo vendetta, vogliono anche ritornare in un corpo umano.»

Fu soltanto allora che Wolff si ricordò di Abiru. Era scomparso. Probabilmente, era fuggito quando Wolff era corso in soccorso del funem Laksfalk.

Quella notte, intorno al fuoco, Wolff e Chryseis, mangiando arrosto di daino, sentirono parlare del cataclisma che avveniva in Atlantide. Era iniziato col nuovo tempio che il Rhadamanthus di Atlantide aveva iniziato a costruire. Doveva levarsi più in alto di qualsiasi edificio mai sorto su quel pianeta. Il Rhadamanthus aveva radunato tutti i suoi sudditi per la costruzione. Aveva continuato ad aggiungere piano su piano, finché non era parso che volesse raggiungere addirittura il cielo.

Gli uomini si domandavano quando ci sarebbe stato un termine a quel lavoro. Erano tutti schiavi con un solo scopo nella mente: costruire. Eppure non osavano parlare apertamente, perché i soldati del Rhadamanthus uccidevano chiunque si opponesse o non lavorasse. Poi divenne evidente che il Rhadamanthus, nella sua folle mente, aveva concepito qualcosa di ben diverso da un tempio. Il Rhadamanthus intendeva costruire un mezzo per invadere il cielo, il palazzo del Signore.

«Un edificio di diecimila metri?» domandò Wolff.

«Sì. Era impossibile, naturalmente, con la tecnologia di Atlantide. Ma il Rhadamanthus era pazzo; credeva davvero di farcela. Forse era incoraggiato dal fatto che il Signore non appariva da tanti anni, e pensava che forse la diceria sulla scomparsa del Signore era la verità. Naturalmente, i corvi dovevano avergli detto il contrario, ma lui aveva pensato che stessero mentendo per salvarsi.»

Kickaha disse che il fenomeno devastatore che avveniva nell’Atlantide era una prova solare della vendetta del Signore contro il folle piano del Rhadamanthus. Il Signore doveva avere scoperto finalmente i segreti di alcuni apparecchi che si trovavano nel suo palazzo.

«Il Signore che è scomparso doveva avere preso le sue precauzioni, nell’eventualità che un estraneo fosse entrato nel suo palazzo. Ma il nuovo Signore è riuscito finalmente a scoprire il segreto dei comandi degli apparecchi delle tempeste.»

Prova: i giganteschi uragani, tornados, e continue piogge torrenziali che martoriavano il paese. Il Signore doveva essere deciso a eliminare ogni vita da quel piano.

Prima di raggiungere i margini della giungla, incontrarono l’ondata continua dei fuggiaschi. Essi raccontavano storie di tremende catastrofi, di palazzi e colline inghiottiti dalla terra, di uomini spazzati via come fuscelli dai venti, di inondazioni tremende che portavano via ogni traccia di vita e spianavano perfino le alture.

A questo punto, Kickaha e i suoi furono costretti ad affrontare la furia del vento. Le nuvole si chiusero intorno a loro; la pioggia li colpì; i lampi li accecavano, e i fulmini si abbattevano intorno a loro, ovunque.

C’erano anche dei periodi nei quali i fenomeni cessavano. Le energie scatenate da Arwoor dovevano essere compensate, e una tregua era necessaria. In questi periodi relativamente calmi, il gruppo progredì, sia pure a fatica. Incontrarono fiumi tempestosi che trasportavano i resti della civiltà: case, alberi, mobili, carri, cadaveri di uomini, donne, bambini, cani, cavalli, uccelli e animali selvaggi. Le foreste erano sradicate oppure schiacciate dalle scariche dei fulmini. Ogni valle era un ribollire d’acqua; ogni depressione era colma. E un puzzo soffocante riempiva l’aria.

Quando ebbero percorso metà del loro cammino, le nubi cominciarono a diradarsi. Si trovarono di nuovo nel sole, ma in una terra silenziosa nella morte. Solo il ruggito delle acque o il lamento di un uccello che era riuscito a sopravvivere interrompevano l’allucinante silenzio. A volte l’ululato di un essere umano impazzito li faceva rabbrividire: ma questi erano eventi assai rari.

L’ultima nuvola scomparve dal cielo. E il bianco monolito di Idaquizzoorhruz risplendette davanti a loro, a cinquecento chilometri di distanza sulla pianura senza orizzonte. La città di Atlantide… o meglio, quanto restava di essa… era a 150 chilometri di distanza. Ci vollero venti giorni per raggiungerne la periferia, attraverso inondazioni e detriti.

«Il Signore può vederci, adesso?» domandò Wolff.

Kickaha disse:

«Credo di sì, con una specie di telescopio. Sono lieto, comunque, che tu me lo abbia chiesto, perché faremo meglio a cominciare a viaggiare di notte. Anche in questo caso, saremo individuati da loro.»

Indicò un corvo che volava nel cielo.

Attraversando le rovine della capitale, passarono vicino allo zoo imperiale di Rhadamunthus. Alcune gabbie tra le più robuste erano rimaste in piedi, e una di esse conteneva un’aquila. Sul fondo melmoso della gabbia c’era un buon numero di ossa, di piume e di becchi. Le aquile in gabbia avevano superato la fame divorandosi l’un l’altra. La sola sopravvissuta era magra, debole e miserabile, sul trespolo più alto.

Wolff aprì la gabbia, e lui e Kickaha parlarono all’aquila, Armonide. Dapprima, Armonide voleva soltanto attaccarli sebbene fosse indebolita dalle privazioni. Wolff le gettò alcuni pezzi di carne, poi i due nomini continuarono nel loro racconto. Armonide disse che mentivano e che avevano dei progetti umani, e perciò maligni. Quando ebbe però udito per intero il racconto di Wolff, nel quale era doverosamente evidenziato il fatto che l’avevano liberata, mentre avrebbero potuto benissimo passare oltre senza badare a lei, lei cominciò a credere. Quando Wolff le spiegò di avere un piano per vendicarsi del Signore, negli occhi dell’aquila brillò una vivida luce. La idea di attaccare davvero il Signore, forse con successo, era un cibo migliore della stessa carne. L’aquila rimase con loro tre giorni, mangiò, riguadagnò forza, e imparò a memoria, esattamente, quanto avrebbe dovuto riferire a Podarge.

«Vedrai la morte del Signore, e avrai un nuovo corpo di vergine, giovane e bello, come tutte le altre» disse Wolff. «Ma solo se Podarge farà quanto le domando.»

Armonide si lanciò dalla cima di una collina, agitò le potenti ali, e cominciò a salire. Il cielo verde assorbì dopo qualche tempo il verde delle sue piume. L’aquila sparì.

Wolff e i suoi uomini restarono al riparo di un gruppo di alberi caduti fino a notte, prima di andare avanti. Ormai, attraverso un sottile processo, Wolff era diventato il capo della spedizione. Prima, con l’approvazione di tutti, Kickaha aveva tenuto le redini dell’impresa; ora qualcosa era accaduto, e Wolff aveva ottenuto il potere di prendere le decisioni. Non sapeva cosa fosse accaduto, perché Kickaha era vigoroso e deciso come non mai. E il passaggio di comando non era stato causato da uno sforzo cosciente di Wolff. Era come se Kickaha avesse aspettato che Wolff si fosse impadronito di tutte le nozioni che lui poteva fornirgli. Allora Kickaha gli aveva consegnato il bastone del comando.

Viaggiarono esclusivamente nelle ore notturne, durante le quali essi videro pochissimi corvi. A quanto pareva, non c’era bisogno di loro in quella zona, dato che era sotto l’influenza diretta del Signore. Inoltre, nessuno avrebbe osato penetrarvi, dopo che l’ira del Signore si era manifestata in maniera così tremenda.

Arrivando alla grande massa contorta della torre di Rhadamanthus, essi trovarono rifugio tra le rovine. C’era metallo più che sufficiente per il piano di Wolff. Gli unici due problemi erano il cibo e la segretezza del lavoro. Il primo fu risolto dalla scoperta di un magazzino di cereali e di carne essiccata. Quasi tutte le riserve erano state distrutte prima dal fuoco e poi dall’acqua, ma era rimasto quanto bastava a nutrirli per diverse settimane. Il secondo problema fu risolto lavorando nelle profondità delle camere sotterranee. Il periodo di scavo fu di cinque giorni, un periodo che non preoccupò Wolff, perché sapeva che ci sarebbe voluto del tempo prima che Armonide raggiungesse Podarge… se riusciva, ovviamente, ad arrivare a destinazione. Molte cose le potevano accadere lungo la strada, soprattutto un attacco dei corvi.

«E se non ce la fa?» domandava Chryseis.

«Allora dovremo escogitare qualcos’altro» rispondeva Wolff. Carezzò il corno, e schiacciò i sette tasti. «Kickaha conosce la combinazione usata per lasciare il palazzo. Possiamo tornarvi servendoci di essa. Ma sarebbe pura follia. L’attuale Signore non sarà tanto stupido da non lasciare nel punto d’arrivo una guardia munitissima.»

Passarono tre settimane. La riserva di cibo era diminuita, tanto che dovettero essere mandati in giro dei cacciatori. Questo era pericoloso anche di notte, perché non si poteva mai sapere se un corvo fosse in agguato o in perlustrazione. Inoltre, per quanto ne sapeva Wolff, il Signore poteva avere degli strumenti per vedere di notte bene come di giorno.

Al termine della quarta settimana, Wolff fu costretto a rinunciare alle speranze che aveva riposto su Podarge. O Armonide non era riuscita a raggiungerla, o Podarge aveva rifiutato di ascoltare.

Quella stessa notte, mentre sedeva al riparo di una enorme piastra d’acciaio e fissava la luna, si udì il battito di molte ali. Wolff scrutò nelle tenebre. Improvvisamente, la luce della luna risplendette su qualcosa dalle mille sfumature nere e bianche, e Podarge fu davanti a lui. Dietro di lei c’erano molte forme alate, e la luce splendeva sui becchi gialli e sugli occhi rossi.

Wolff le condusse nelle gallerie, e le portò in una grande sala. Alla luce delle torce, guardò nuovamente il volto tragicamente bello dell’arpia. Ma ora che lei pensava di poter veramente colpire il Signore, la sua espressione era lieta. Le sue compagne avevano portato con loro del cibo, e così, mentre tutti mangiavano, Wolff spiegò all’arpia il suo piano. Mentre discutevano i diversi aspetti del piano, una delle scimmie, lasciata di guardia, portò nella sala un uomo che era stato sorpreso a curiosare tra le rovine. Si trattava di Abiru il Khamshem.

«Questo per te è un peccato, e per me un dispiacere» gli disse Wolff. «Non posso legarti e lasciarti qui. Se tu fuggissi e trovassi un corvo, il Signore sarebbe avvertito. Così, devi morire. A meno che tu non sappia convincermi del contrario.»

Abiru si guardò intorno, e vide soltanto morte.

«Molto bene» disse allora. «Non volevo parlare, né parlerò davanti a qualcuno, se potrò evitarlo. Credimi, devo parlarti da solo. È per la tua vita quanto per la mia.»

«Non c’è nulla che tu debba dire che non possa essere udito da tutti» replicò Wolff. «Parla.»

Kickaha avvicinò le labbra all’orecchio di Wolff, e mormorò:

«Fa’ come ti dice. È meglio.»

Wolff rimase sbalordito. I dubbi sulla vera identità di Kickaha ritornarono. Le due richieste erano così strane e inattese che per un istante provò una strana sensazione di dissociazione. Gli parve di galleggiare, isolato da tutti, solo.

«Grande Signora, ora è il tempo della fiducia. Devi credere in noi, avere fiducia. Vuoi perdere la tua sola possibilità di vendetta e di ottenere il tuo corpo umano? Devi fidarti di noi in tutto. Se interferisci, tutto è perduto» disse Kickaha.

Podarge disse:

«Non so cosa significa tutto questo, e sento di essere tradita, in qualche modo oscuro. Ma farò come tu dici, Kickaha, perché ti conosco e so che tu sei un nemico giurato del Signore. Ma non abusare troppo della mia pazienza.»

Allora Kickaha mormorò nell’orecchio di Wolff una cosa ancora più strana:

«Adesso lo riconosco. Quella barba e la tintura del suo corpo mi avevano ingannato, oltre al fatto di non avere udito la sua voce da più di venti anni.»

Il cuore di Wolff batteva tumultuosamente, pieno di un’ignota apprensione. Prese la sua scimitarra e condusse Abiru, le cui mani erano legate strettamente, in una saletta laterale. E là egli ascoltò.

CAPITOLO XVI

Un’ora più tardi, ritornò dagli altri. Appariva stordito.

«Abiru verrà con noi» disse. Potrà esserci prezioso. Abbiamo bisogno di ogni aiuto possibile, e di ogni uomo capace.

«Non ti chiedo troppo se ti domando una spiegazione?» disse Podarge. Aveva gli occhi stretti, e sul suo volto si formava la maschera della follia.

«No, non voglio e non posso» rispose lui. «Ma sento più che mai che la vittoria è a noi vicina. Dimmi, Podarge, quanto sono forti le tue aquile? Hanno volato tanto, stanotte, che ora sia necessaria una notte di riposo per loro, rimandando così a domani l’impresa?»

Podarge rispose che erano pronte per la loro missione. Non voleva perdere altro tempo.

Woiff impartì gli ordini, che furono portati da Kickaha alle scimmie, dato che esse obbedivano soltanto a lui. Portarono all’esterno le funi e le traverse, e gli altri le seguirono.

Nella vivida luce della luna, sollevarono le traverse, che erano sottili ma solide. Gli esseri umani e le cinquanta scimmie allora si sistemarono nelle nicchie simili a tele di ragno che si trovavano sotto le traverse, e si assicurarono con delle cinghie. Le aquile afferrarono le funi attaccate a ognuno dei quattro angoli delle traverse, e un’altra aquila afferrò la fune legata al centro delle traverse. Wolff diede il segnale. Sebbene non ci fosse stato tempo per impartire le istruzioni, ogni uccello partì allo stesso tempo, agitando le ali, e lentamente innalzandosi nel cielo. Le corde erano lunghe quindici metri, per permettere alle aquile di alzarsi abbastanza, prima che il peso delle traverse e degli uomini si facesse sentire.

Wolff senti uno strattone improvviso, e distese le gambe piegate, per dare una spinta addizionale. La traversa si piegò da una parte, facendolo roteare. Podarge, che volava sopra le altre, diede degli ordini. Le aquile regolarono la lunghezza delle funi, per trovare un punto di equilibrio. Dopo pochi secondi, le traverse erano tutte al giusto livello.

Sulla Terra questo piano non avrebbe potuto funzionare. Un uccello grosso come un’aquila non avrebbe potuto lanciarsi nell’aria, se non buttandosi da un alto precipizio. E anche in questo caso il volo sarebbe stato lentissimo, forse talmente lento da non permettere un’ascesa. Però il Signore aveva dato alle aquile una muscolatura degna delle loro proporzioni.

Si sollevarono sempre più in alto. La pallida superficie del monolito, che si trovava a un chilometro di distanza, risplendeva debolmente sotto la luce lunare. Wolff strinse le cinghie della sua traversa e guardò gli altri. Chryseis e Kickaha gli fecero un cenno di saluto. Abiru era immobile. Le contorte vestigia della torre di Rhadamanthus divennero più piccole. Non c’erano corvi in vista, per avvertire il Signore. Le aquile che non trasportavano traverse volavano seguendo larghi cerchi, per prevenire questa possibilità. L’aria era percorsa da un’armata; il battito delle grandi ali tambureggiava nel cervello di Wolff, così forte che gli parve che il rumore dovesse essere udito fin nel palazzo del Signore.

Venne il momento in cui la parte devastata di Atlantide poté essere compresa in un solo sguardo. Poi apparvero i bordi, e parte del piano sottostante. Drachelandia divenne visibile, una nera mezzaluna di tenebra. Le ore passavano. Apparve la massa di Amerindia, crebbe e venne bruscamente tagliata ai bordi. Il Giardino di Okeanos, così in basso rispetto ad Amerindia, e così piccolo, non era visibile.

Ora sia il sole che la luna potevano essere visti, per la relativa piccolezza del monolito. Malgrado ciò, le aquile e il loro carico erano ancora immersi nelle tenebre, all’ombra dell’Idaquizzoorhruz. Non sarebbe durata a lungo. Presto anche quel lato sarebbe stato nella vivida luce del giorno. Qualsiasi falco avrebbe potuto vederli, a distanza di molle miglia. Gli attaccanti, comunque, si erano portati vicinissimi alla taccia del monolito, in modo che, per essere visti dall’alto, l’osservatore avrebbe dovuto sporgersi sul bordo.

Finalmente dopo circa quattro ore, quando il sole li ebbe toccati, furono a livello della cima. Accanto a loro c’era il Giardino del Signore, un luogo di fiammeggiante bellezza. Oltre il Giardino si alzavano le torri e i minareti e le strutture incredibili, snelle e raffinate del palazzo del Signore. Era alto venti piani e copriva, secondo Kickaha, un’area di più di un chilometro quadrato.

Non ebbero il tempo di apprezzare queste meraviglie, perché i corvi del giardino cominciarono a strillare. Centinaia di aquile di Podarge erano piombate su di loro, e li stavano uccidendo. Altre aquile stavano dirigendosi verso le numerose finestre, per entrare a snidare il Signore.

Wolff vide che ne entrarono diverse, prima che le trappole del Signore potessero venire attivate. Subito dopo, quelle che tentavano di entrare scomparivano con un lampo e uno scoppio. Completamente bruciato, il loro scheletro ricadeva nel giardino, o sui tetti sottostanti.

Gli esseri umani e le scimmie si attestarono sul terreno, proprio davanti a una porta a forma di losanga, fatta di pietra rosa tempestata di rubini. Le aquile lasciarono le funi e si radunarono intorno a Podarge, in attesa di ordini.

Wolff slegò le corde dagli anelli metallici saldati alla traversa. Poi sollevò le sbarre che componevano la traversa al di sopra del capo.

Raggiunse un punto a pochi metri dalla porta a forma di diamante, e lanciò contro di essa la croce d’acciaio. Una sbarra attraversò l’ingresso; le due ad angolo retto cozzarono contro gli stipiti della porta.

Si susseguirono numerosi lampi di fuoco. Si udì un tuono assordante. Lingue di fiamma azzurrina si allungarono verso di lui. Improvvisamente, del fumo uscì dal palazzo, e i lampi cessarono. L’apparecchio di difesa era saltato, o era temporaneamente scarico.

Wolff si diede un’occhiata intorno. Dagli altri ingressi si levavano lampi di fuoco; quelli che apparivano calmi, erano già stati resi inoffensivi. Le aquile avevano preso molte traverse, e le stavano scagliando dall’alto attraverso le finestre. Lui superò con un balzo il ruscello d’acciaio fuso della traversa che aveva lanciato, e passò oltre la porta. Chryseis e Kickaha lo raggiunsero da un altro ingresso. Dietro Kickaha veniva l’orda delle scimmie giganti. Ciascuna stringeva in mano una spada.

Kickaha domandò:

«Ricordi qualcosa?»

Wolff annuì.

«Non tutto, ma spero che basti. Dov’è Abiru?»

«Podarge e un paio di altre aquile lo tengono d’occhio. Potrebbe tentare qualcosa a suo uso e consumo.»

Wolff li guidò lungo un corridoio le cui pareti erano dipinte con tale gusto che anche il critico più severo della Terra avrebbe esternato la sua ammirazione. In fondo ad esso si trovava un cancelletto armonioso e assai bello, fatto di un metallo bluastro. Avanzarono verso di esso, ma si fermarono quando un corvo, in fuga disperata, passò accanto a loro. Dietro di lui veniva un’aquila.

Il corvo passò sopra il cancello, e così facendo andò a picchiare contro uno schermo invisibile. Improvvisamente, il corvo divenne un mucchietto di cenere. L’aquila inseguitrice strillò nel vedere l’accaduto, e tentò di frenare il suo volo, ma era troppo tardi. Anche lei fu ridotta in cenere.

Wolff tirò verso di sé la sezione sinistra del cancello, invece di spingere, come avrebbe fatto normalmente. Disse:

«Adesso è tutto a posto. Ma sono felice che il corvo ci abbia mostrato la trappola. Io non la ricordavo.»

Malgrado ciò, lanciò la spada per controllare, poi si ricordò del fatto che solo la materia vivente attivava la trappola. Non c’era altro da fare che sperare nella sua buona memoria. Avanzò per primo, incontrando soltanto l’aria, e gli altri lo seguirono.

«Il Signore sarà intrappolato al centro del palazzo, dove si trova la sala di comando delle difese» disse lui. «Alcune difese sono automatiche, ma ce ne sono certe che lui può manovrare personalmente. Certo, se ha scoperto come farle funzionare: e il tempo per imparare non gli e mancato.»

Percorsero un chilometro di corridoio e di stanze, ognuna delle quali avrebbe trattenuto chiunque fosse stato in possesso di senso artistico per giorni e giorni in estatica ammirazione. Di quando in quando, un boato o un grido annunciavano la scoperta di una trappola.

Una dozzina di volte, essi furono fermati da Wolff. Wolff restava per qualche istante con la fronte corrugata, infine sorrideva. Allora muoveva un quadro di qualche centimetro, o toccava una decorazione murale: l’occhio di un uomo dipinto, il corno di un bisonte in una scena delle pianure americane, l’elsa di una spada di un cavaliere in un quadro teutonico. E allora procedevano.

Finalmente, egli chiamò un’aquila:

«Va’ a chiamare Podarge e le altre» disse. «È inutile che si sacrifichino ancora. Mostrerò io la strada.»

Poi disse a Kickaha:

«La sensazione di déjà vu si fa più forte di minuto in minuto. Ma non ricordo tutto. Solo certi dettagli.»

«Finché si tratta dei dettagli importanti, è quello che importa, per il momento» rispose Kickaha. Sorrideva ampiamente, e il suo volto era illuminato dal piacere del conflitto. «Adesso capisci perché non osavo rientrare da solo. Il coraggio l’avevo, ma mi mancava la conoscenza.»

Chryseis disse:

«Io non capisco.»

Wolff la strinse a sé.

«Capirai presto. Certo se ce la faremo. Ho molte cose da dirti, e tu hai molte cose da perdonarmi.»

Una porta davanti a loro scivolò nella parete, e un uomo rivestito di armatura avanzò fragorosamente su di loro. Stringeva in mano un’ascia immensa.

«Non è un uomo» disse Wolff. «È un talos del Signore.»

«Un robot!» disse Kickaha.

Wolff pensò: Non proprio nel senso in cui Kickaha l’intende. Non era fatto tutto di plastica e d’acciaio e di fili elettrici. Metà del suo corpo era fatto di proteina, fabbricata nei biolaboratori del Signore. Aveva un istinto di sopravvivenza che nessuna macchina con tutte le sue parti inanimate avrebbe mai potuto avere. Questa era una forza, e nello stesso tempo, una debolezza.

Parlò a Kickaha, che ordinò alle scimmie di obbedire a Wolff. Una dozzina di esse avanzarono, fianco a fianco, e lanciarono simultaneamente le asce che portavano. Il talos si gettò di lato, ma non poté evitarle tutte. Fu colpito con una forza e una precisione che l’avrebbero ridotto in mille pezzi, se non fosse stato protetto dalle piastre metalliche. Cadde all’indietro e rotolò su se stesso, poi si alzò subito in piedi. Mentre si trovava a terra, Wolff gli corse incontro. Lo colpì con la scimitarra nella giuntura tra la spalla e il collo. La lama si spezzò senza penetrare il metallo. Comunque, la forza del colpo abbatté di nuovo il talos.

Wolff gettò la sua arma, afferrò il talos alla vita, e lo sollevò. Silenziosamente, perché non era provvisto di corde vocali, l’essere metallico scalciò e si abbassò per afferrare Wolff. Lui lo scagliò contro la parete, e la cosa si abbatté fragorosamente al suolo. Quando fece per rialzarsi in piedi, Wolff calò il suo pugnale e lo affondò in una delle cavità orbitali. Si udì uno schianto, quando la plastica che copriva la pupilla venne fracassata. La punta del pugnale si ruppe, e Wolff fu scaraventato indietro da un pugno metallico. Fu sulla cosa quasi immediatamente, afferrò il pugno teso, lo torse, e lo piegò dietro la schiena. Prima che la cosa potesse alzarsi, si trovò in balia di Wolff. Wolff corse verso la finestra, e gettò l’essere metallico da essa.

Quattro piani più sotto, dopo avere girato su se stesso più volte, il talos si schiantò al suolo. Per un istante rimase immobile, poi cominciò a rialzarsi. Wolff gridò degli ordini a quattro aquile appostate all’esterno. Esse calarono in picchiata, e afferrarono le braccia del talos. Si sollevarono, trovarono la creatura troppo pesante, e tornarono ad abbassarsi. Ma riuscirono a tenere il corpo metallico a qualche centimetro da terra. Volarono verso il bordo del monolito, dal quale avrebbero gettato il talos. Neppure la sua armatura avrebbe resistito a una caduta di oltre diecimila metri.

Dovunque fosse nascosto il Signore, doveva avere visto la sorte del talos che aveva lanciato contro gli invasori. Infatti si aprì un pannello nella parete, e ne uscirono venti talos, ciascuno con un’ascia in mano. Wolff parlò alle scimmie. Queste scagliarono di nuovo le loro asce, abbattendo numerosi esseri metallici. Gli antropoidi giganteschi attaccarono i talos in massa. Sebbene la forza meccanica di ogni androide fosse superiore a quella di una singola scimmia, ì talos vennero sopraffatti dal numero. Mentre una scimmia combatteva con un androide, la compagna afferrava la testa metallica, e torceva. Il metallo s’incrinava, sotto la stretta; bruscamente, i meccanismi del collo si spezzavano con uno schianto. Le teste caddero al suolo, mentre dai tronchi decapitati usciva un liquido denso. Gli altri talos furono abbattuti e passati di mano in mano fino alla finestra, dalla quale venivano gettati, per essere accolti al suolo da due aquile che li andavano a gettare dal monolito.

Eppure sette scimmie morirono, uccise dalle asce, o con la testa spezzata. I rapidi cervelli proteici dei semi-automi imitavano le azioni dei loro assalitori, se queste potevano rivolgersi a loro vantaggio.

Più avanti, nel corridoio, grosse piastre di metallo scesero dal soffitto, dietro e davanti a loro, per bloccare sia l’avanzata che la ritirata. Wolff se ne era dimenticato fino a un istante prima che accadesse. Esse scesero velocemente, ma non troppo, e lui riuscì ad abbattere una colonna di marmo. La colonna caduta impedì alle piastre di scendere completamente. Le forze che spingevano le piastre erano così potenti, però, che il metallo cominciò a scavare la pietra. Gli attaccanti strisciarono ventre a terra sotto il passaggio che diveniva sempre più esiguo. Nello stesso tempo, la zona semi-isolata veniva invasa dall’acqua. Se non fossero riusciti a ritardare la chiusura delle piastre, sarebbero rimasti annegati.

Percorsero il corridoio, immersi nell’acqua fino al ginocchio, e salirono per un’altra rampa di scale. Wolff allora si fermò davanti a una finestra, dalla quale lanciò un’ascia. Vedendo che non succedeva niente, si affacciò e chiamò dentro Podarge e le sue aquile che erano state bloccate dalle piastre.

«Siamo vicini al cuore del palazzo, alla stanza nella quale deve trovarsi il Signore» disse lui. «Ogni corridoio, a partire da questo punto, ha nelle sue pareti dozzine di proiettori laser. I raggi possono formare una rete, attraverso la quale nessuno può passare vivo.»

Fece una pausa, poi disse:

«Il Signore può restare là dentro all’infinito. Il combustibile per i proiettori non si esaurirà, e lui ha cibo e acqua sufficienti a sostenere qualsiasi assedio, Ma c’è un antico assioma militare che dice come nessuna difesa, per quanto sia formidabile, può resistere allo scatenarsi dell’attacco giusto.»

Disse a Kickaha:

«Quando hai preso il passaggio per ii piano di Atlantide, hai lasciato la mezzaluna. Ti ricordi dove?»

Kickaha sorrise e disse:

«Sì! L’ho messa dietro una statua, in una stanza vicina alla piscina. Ma se i gworl l’avessero trovata?»

«Allora dovrò studiare un altro attacco. Andiamo a vedere se troviamo la mezzaluna.»

«Qual è il tuo piano?» domandò a bassa voce Kickaha.

Wolff gli spiegò che Arwoor doveva avere una via di fuga dalla sala di comando. Se Wolff ricordava bene, c’era una mezzaluna incastonata nel pavimento, e molte altre sciolte. Ciascuna di esse, se messa in contatto con la mezzaluna fissa, apriva un passaggio nell’universo col quale quella sciolta era sintonizzata. Nessuna di esse dava accesso agli altri piani del pianeta che si trovava in quell’universo. Solo il corno poteva aprire dei passaggi tra i piani.

«Certo» disse Kickaha. «Ma a cosa ci servirà la mezzaluna, se la troviamo? Deve essere unita a un’altra, e dov’è l’altra? E poi, chiunque la usi sarà trasportato sulla Terra, e basta.»

Wolff indicò la borsa di cuoio legata alla cintura, nella quale teneva il corno.

«Io ho il corno.»

Imboccarono un corridoio. Podarge venne dietro di loro.

«Cosa volete fare?» domandò.

Wolff le rispose che stavano cercando un mezzo per entrare nella sala di comando. Podarge doveva restare indietro, per occuparsi di qualsiasi caso di emergenza. Lei rifiutò, dicendo che voleva tenerli d’occhio, adesso che erano così vicino al Signore. Inoltre, se riuscivano a raggiungere il Signore, avrebbero dovuto portarla con loro. Ricordò a Wolff la sua promessa di lasciarle il Signore, per farne quanto voleva. Lui si strinse nelle spalle, e proseguì.

Localizzarono la stanza in cui si trovava la statua dietro la quale Kickaha aveva nascosto la mezzaluna. Ma la statua era stata rovesciata nel corso della battaglia tra scimmie e gworl. I cadaveri giacevano sparpagliati ovunque. Wolff si fermò, sorpreso. Non aveva visto gworl, dal momento in cui era entrato nel palazzo, e aveva dato per scontato il fatto che tutti erano morti nel corso della lotta con i selvaggi. Il Signore non li aveva mandati tutti all’inseguimento di Kickaha.

Kickaha gridò:

«La mezzaluna non c’è più!»

«O è stata trovata da tempo, o qualcuno l’ha scoperta quando la statua è stata rovesciata» disse Wolff. «E io sospetto il nome dell’autore dello scherzo. Hai più visto Abiru?»

Nessuno aveva più visto Abiru, dal momento in cui era iniziata l’invasione del palazzo. L’arpia, che teoricamente avrebbe dovuto sorvegliarlo, l’aveva perduto.

Wolff corse verso i laboratori, con Kickaha e Podarge, con le ali semiaperte, subito dietro di lui. Quando ebbe percorso i mille metri che lo separavano dai laboratori, Wolff era senza fiato. Ansimando, si fermò davanti all’ingresso.

«Vannax deve già essersene andato nella sala di comando» disse lui. «Ma se sta ancora lavorando sulla mezzaluna, là dentro, dovremo entrare silenziosamente, nella speranza di sorprenderlo.»

«Vannax?» domandò Podarge.

Wolff imprecò mentalmente. Lui e Kickaha avevano deciso di non rivelare l’identità di Abiru, per il momento. Podarge odiava tanto ogni Signore che lo avrebbe ucciso immediatamente. Wolff voleva tenerlo in vita, perché Vannax, se non avesse tentato di tradirli, avrebbe potuto essere utile nella conquista del palazzo. Wolff aveva promesso a Vannax di mandarlo in un altro mondo a tentare la sua fortuna, se li aiutava a sconfiggere Arwoor. E Vannax aveva spiegato il modo in cui era riuscito a tornare in questo universo. Dopo che Kickaha (allora Finnegan) vi era giunto accidentalmente, portando con sé una mezzaluna, Vannax aveva continuato a cercarne un’altra. L’aveva trovata nel posto più improbabile, un negozio di prestiti su pegno a Peoria, nell’Illinois. Come fosse arrivata là, e quale Signore l’avesse perduta sulla Terra, nessuno l’avrebbe mai saputo. Senza dubbio, in oscure plaghe della Terra erano nascoste delle altre mezzelune. Comunque, la mezzaluna che aveva trovato lo aveva portato sul piano di Amerindia. Vannax aveva scalato la Thayaphayawoed e aveva raggiunto Khamshem, dove aveva avuto la fortuna di catturare i gworl, Chryseis, e il corno. Poi aveva deciso di dirigersi verso il palazzo, sperando di riuscire ad entrarvi.

Wolff borbottò:

«Il vecchio detto raccomanda di non fidarsi dei Signori.»

«Cosa stai dicendo?» domandò Podarge. «E te lo chiedo per la seconda volta, chi è Vannax?»

Wolff fu sollevato, notando che lei non conosceva quel nome. Rispose che Abiru a volte si era fatto chiamare così. Deciso a non rispondere a ulteriori domande, e comprendendo che il tempo era vitale, entrò nel laboratorio. Era una sala alta e vasta quanto bastava a contenere dodici aerei di linea. Però decine e decine di tavoli, quadranti, apparecchi e campane di vetro davano un’impressione di affollamento. A cento metri di distanza, Vannax era piegato su un grosso tavolo, intento a manovrare leve e bottoni.

Silenziosamente, i tre si avvicinarono a lui. Presto furono abbastanza vicini da vedere che due mezzelune erano posate sul tavolo. Sul grande schermo che si trovava sopra Vannax si vedeva l’immagine spettrale di un terzo semicerchio. Linee ondeggianti di luce l’attraversavano.

Vannax emise improvvisamente un ah! di soddisfazione, quando sullo schermo, accanto alla prima mezzaluna, ne apparve un’altra. Manipolò diversi quadranti per fare avvicinare tra loro i due semicerchi, fino a unirli di nuovo.

Wolff sapeva che la macchina emetteva una chiamata di frequenza, e aveva individuato quella della mezzaluna posta sul pavimento della sala di comando. Vannax avrebbe ora sottoposto le mezzelune poste sul tavolo a un trattamento che avrebbe mutato la loro frequenza di risonanza, sintonizzandola su quella della sala di comando. Dove Vannax avesse trovato le due mezzelune fu un mistero fino a quando Wolff non ricordò che, nel passaggio che lo aveva portato sul piano di Amerindia, Vannax aveva conservato le mezzelune che gli avevano permesso di giungere su quel mondo. Era riuscito malgrado tutto a conservare i preziosi strumenti, attraverso la lotta e la cattura. Doveva averli nascosti tra le rovine, prima che la scimmia lo avesse catturato.

Vannax alzò lo sguardo dal suo lavoro, vide i tre, guardò lo schermo, e prese le due mezzelune dal tavolo. I tre corsero verso di lui mentre lui sistemava sul pavimento prima una mezzaluna e poi l’altra. Egli rise, fece un gesto osceno, ed entrò nel circolo, con un pugnale stretto in pugno.

Wolff emise un grido di disperazione, perché erano troppo lontani per fermarlo. Allora si fermò e si posò una mano sugli occhi, troppo tardi per evitare il bagliore accecante. Sentì gridare Podarge e Kickaha, anch’essi accecati. Udì il grido di Vannax, e sentì il puzzo della carne e degli abiti bruciati.

Cieco, avanzò fino a toccare col piede il cadavere bruciato.

«Che diavolo è accaduto?» disse Kickaha. «Diavolo, spero che non siamo permanentemente ciechi!»

«Vannax sperava di penetrare, attraverso il passaggio di Arwoor, nella sala di comando» disse Wolff. «Ma Arwoor aveva piazzato una trappola. Poteva essere soddisfatto nel distruggere l’apparecchio, ma deve avere trovato più divertente uccidere l’uomo che avesse tentato di passare.»

Si fermò ad attendere, sapendo che il tempo era sempre più limitato, e che sopportare la cecità non serviva né alla sua causa né a quella degli altri. Ma non c’era altro da fare. E, dopo quello che parve un tempo eterno, la vista cominciò a ritornare.

Vannax giaceva sul dorso, bruciato e irriconoscibile. Le due mezzelune erano sempre sul pavimento, intatte. Wolff le separò, servendosi di una sonda che si trovava sul tavolo.

«Era un traditore» disse Wolff sottovoce a Kickaha. «Ma ci ha reso un grande servizio. Volevo tentare la stessa cosa, impiegando il corno per attivare la mezzaluna che tu avevi nascosto, dopo averne mutato la risonanza.»

Fingendo di esaminare gli altri tavoli del laboratorio alla ricerca di nuove trappole, riuscì ad allontanare Kickaha, assieme a lui, dalle orecchie di Podarge.

«Non volevo farlo» disse. «Ma vi sono costretto. Il corno deve essere usato, se vogliamo stanare Arwoor dalla sala di comando, o catturarlo prima che si serva delle sue mezzelune per fuggire.»

«Non ti seguo» disse Kickaha.

«Quando ho costruito il palazzo, ho incorporato una sostanza termica nel rivestimento plastico della sala di comando. Può entrare in azione solo dietro l’impulso di una certa sequenza di note emesse dal corno, combinata con un altro piccolo espediente. Non voglio azionare la sostanza, perché allora la sala di comando sarebbe perduta, e questo palazzo sarebbe d’ora in poi alla mercé di qualsiasi altro Signore.»

«Devi farlo» disse Kickaha. «Ma, in sostanza, cosa impedirà ad Arwoor di fuggire con le mezzelune?»

Wolff sorrise, e indicò il tavolo.

«Arwoor avrebbe dovuto distruggerlo, invece che indulgere alla sua immaginazione sadica. Come tutte le armi, è a doppio taglio.»

Attivò i comandi, e, di nuovo, la visione della mezzaluna apparve sullo schermo. Linee di luce ondulate correvano su di essa. Wolff si diresse verso un altro tavolo, e aprì uno sportello che rivelò un quadro di comando senza alcuna scrittura. Manovrò due leve, poi schiacciò un bottone. Lo schermo divenne vuoto.

«La risonanza della sua mezzaluna è stata cambiata» disse Wolff. «Quando cercherà di usare quella, con una delle altre in suo possesso, avrà una bella sorpresa. Non del genere di quella ricevuta da Vannax. Solo che non avrà nessun passaggio.»

«Voi Signori siete una razza di abili truffatori» disse Kickaha. «Però devo ammettere che mi piace il vostro stile.»

Lasciò la stanza. Dopo un istante, le sue grida giunsero dal corridoio. Podarge fece per lasciare la sala, poi si fermò a guardare sospettosamente Wolff. Lui cominciò a correre. Podarge, sicura della sua venuta, corse davanti a lui. Wolff si fermò e tolse il corno dalla sacca. Infilò un dito nella sua parte terminale, lo infilò nella sola apertura della rete fittissima abbastanza grande da contenere il dito. Uno strattone fece cadere la rete. Lui girò il corno e infilò di nuovo la rete, a rovescio. Allora rimise il corno nella sacca, e corse dietro l’arpia.

Lei era con Kickaha, il quale spiegava di avere creduto di avere visto un gworl, che si era poi rivelato semplicemente un’aquila in caccia. Wolff disse che dovevano ritornare dagli altri. Non spiegò che era necessario che il corno si trovasse a una certa distanza dalle pareti della sala di comando. Quando furono ritornati nel corridoio esterno della sala di comando, Wolff aprì la sacca. Kickaha si mise dietro Podarge, pronto a mandarla nel regno dei sogni, se avesse creato qualche difficoltà. Cosa poi avessero potuto fare alle aquile, oltre a scatenar loro addosso le scimmie, era un’altra faccenda.

Podarge esclamò alla vista del corno, ma non fece gesti ostili. Wolff sollevò il corno alle labbra e sperò di ricordare l’esatta sequenza di note. Da quando aveva parlato con Vannax, molto era ritornato, ma molto era ancora perduto.

Aveva appena portalo il corno alle labbra, quando si udì ruggire una voce. Sembrava venire dal soffitto, dalle pareti e dal pavimento, da ogni punto. Parlava nella lingua dei Signori, e Wolff ne fu lieto. Podarge non conosceva quella lingua.

«Jadawin! Non ti ho riconosciuto, finché non ti ho visto col corno! Mi sembrava che avessi un aspetto familiare… avrei dovuto immaginarlo. Ma è passato tanto tempo! Quanto?»

«Molti secoli, o millenni, dipende dalla misura del tempo. Così, i due vecchi nemici si incontrano di nuovo. Ma questa volta non hai via di scampo. Morirai come è morto Vannax.»

«E come?» ruggì la voce di Arwoor.

«Farò fondere le pareti della tua fortezza, apparentemente inespugnabile. O resti dentro ad arrostire, o esci a morire in un altro modo. Non credo che tu rimarrai.»

Bruscamente, fu preso da un senso di ingiustizia. Se Podarge uccideva Arwoor, non avrebbe ucciso l’uomo che era responsabile della sua condizione attuale. Non importava il fatto che Arwoor si sarebbe comportato allo stesso modo, se fosse stato allora il Signore di quel mondo.

D’altra parte lui, Wolff, non era il vero colpevole. Non era il Signore Jadawin che aveva fabbricato questo universo e poi lo aveva manipolato così crudelmente per molte delle sue creature e dei terrestri condotti là con la forza. L’attacco di amnesia era stato completo; aveva tolto da lui tutto di Jadawin, l’aveva trasformato in una pagina bianca. Da quel nulla era emerso un uomo nuovo, Wolff, incapace di agire come Jadawin o qualsiasi altro Signore.

Ed era sempre Wolff, tranne che ora ricordava ciò che era stato. Il pensiero lo rendeva disperato e pentito e ansioso di riparare nel modo migliore. Era questo il modo più degno per iniziare, far morire Arwoor così orribilmente per un delitto che non aveva commesso?

«Jadawin!» gridò Arwoor. «Puoi credere di avere vinto con questa mossa! Ma ti ho dato di nuovo scacco! Ho un’altra pedina da muovere, e vale molto di più di quanto possa valere il tuo corno!»

«E di che si tratta?» domandò Wolff. Aveva la tremenda sensazione che Arwoor non stesse bluffando.

«Ho innescato una delle bombe che ho portato con me quando mi è stato tolto Chiffaenir. È sotto il palazzo, e quando lo vorrò, esploderà e farà saltare la cima del monolito, completamente. È vero che morirò anch’io, ma coinvolgerò nella mia morte il mio vecchio nemico! E moriranno pure la tua donna e i tuoi amici! Pensa a loro!»

Wolff stava pensando a loro. E soffriva.

«Quali sono le tue condizioni?» domandò. «So che non vuoi morire. Sei così infame che dovresti desiderare la morte, ma ti sei avvinghiato alla tua indegna vita per diecimila anni.»

«Basta con gli insulti! Vuoi o non vuoi? Il mio dito è a un centimetro dal bottone.» Arwoor ridacchiò e proseguì: «Anche se stessi bluffando, la qual cosa non è, tu non potresti correre il rischio di venire a controllare.»

Wolff parlò agli altri, che erano rimasti ad ascoltare senza capire, ma sapevano che stava accadendo qualcosa di essenziale. Spiegò tutto quello che osava spiegare, omettendo ogni collegamento tra se stesso e i Signori.

Podarge, col volto trasformato in una maschera di delusione e di follia, disse:

«Chiedigli quali sono le sue condizioni.»

E aggiunse:

«Dopo che tutto questo sarà finito, avrai molte cose da spiegarmi, Wolff.»

Arwoor rispose:

«Devi darmi il corno d’argento, il lavoro unico e preziosissimo del maestro Ilmarwolkin. Lo userò per aprire il passaggio nella piscina e per raggiungere il piano di Atlantide. È tutto quello che voglio, oltre alla tua promessa che nessuno mi inseguirà finché il passaggio non sarà richiuso.»

Wolff rifletté per qualche secondo. Poi disse:

«Molto bene. Puoi uscire adesso. Ti giuro sul mio onore, come Wolff, e sulla Mano di Detiuw, che ti consegnerò il corno e non manderò nessuno al tuo inseguimento, finché il passaggio non sarà richiuso.»

Arwoor rise e disse:

«Sto uscendo.»

Wolff attese che la porta in fondo al corridoio cominciasse ad aprirsi. Sapendo che allora Arwoor non avrebbe potuto sentirlo, disse a Podarge:

«Arwoor pensa di averci battuti, e può essere tranquillo. Emergerà dal passaggio in un punto a sessanta chilometri da qui, vicino a Ikwekwa, un sobborgo della città di Atlantide. Sarebbe alla mercè tua e delle tue aquile, se non esistesse un secondo punto di risonanza a quindici chilometri da Ikwekwa. Questo passaggio si aprirà al suono del corno, e trasporterà Arwoor in un altro universo. Ti mostrerò dov’è quando Arwoor avrà attraversato il passaggio nella piscina.»

Arwoor avanzò sicuro. Era un uomo alto, dalle spalle larghe e dall’aria simpatica, dagli occhi azzurri e dai capelli biondi e ricci. Prese il corno da Wolff, si inchinò ironicamente, e discese il corridoio. Podarge lo guardò con tanta furia che Wolff temette che saltasse su di lui subito. Ma le aveva detto che doveva mantenere le sue promesse, lui, Wolff: quella fatta a lei e quella fatta ad Arwoor.

Arwoor passò tra due file di attaccanti, immobili e con lo sguardo fiammeggiante, simili a un’interminabile teoria di statue di marmo. Wolff non aspettò che Arwoor avesse raggiunto la piscina, ma entrò nella sala di comando. Un rapido esame gli mostrò che Arwoor aveva innescato un dispositivo che avrebbe fatto esplodere la bomba. Senza dubbio, si era concesso tempo sufficiente per fuggire. Malgrado ciò, Wolff sudò freddo finché non fu riuscito a disinnescare il terribile ordigno. Kickaha era già ritornato, dopo avere seguito Arwoor.

«Se ne è andato, certo» disse. «Ma non è stato facile come aveva pensato. Il passaggio di emergenza si trovava sott’acqua, a causa del flusso da lui stesso scatenato. Ha dovuto immergersi nell’acqua, a nuotare. Quando il passaggio si è chiuso, stava ancora nuotando.»

Wolff portò Podarge in una immensa sala, che presentava una mappa dettagliatissima del pianeta, e le indicò la città vicino alla quale si trovava il passaggio. Poi, su uno schermo, le mostrò il passaggio a distanza ravvicinata. Podarge studiò per un minuto mappa e schermo. Diede un ordine alle sue aquile, ed esse sfilarono dietro di lei. Anche le scimmie furono spaventate dalla luce di odio che brillava nei grandi occhi dei pennuti.

Arwoor era a sessanta chilometri dal monolito, ma doveva percorrerne altri quindici. Inoltre, Podarge e le sue fide si lanciavano da un’altezza di diecimila metri. L’angolazione di discesa era tale da far loro accumulare una velocità impressionante. Sarebbe stata una corsa disperata tra Podarge e la sua preda.

Mentre aspettava davanti allo schermo, Wolff ebbe il tempo sufficiente per riflettere. Alla fine, avrebbe detto a Chryseis chi era e come era diventato Wolff. Avrebbe saputo che lui era andato in un altro universo, per visitare uno dei rari Signori amichevoli. I Vaernirn erano molto soli, malgrado i loro grandi poteri, e volevano avere contatti, di quando in quando, con i loro pari. Ritornando nel suo universo, era caduto in una trappola sistemata da Vannax, un Signore derubato del suo universo. Jadawin era stato scagliato nell’Universo della Terra, ma aveva portato con sé lo sbalordito Vannax. Vannax era fuggito con una mezzaluna, dopo una selvaggia battaglia sulle pendici della collina. Cosa fosse accaduto all’altra mezzaluna. Wolff non lo sapeva. Ma Vannax non l’aveva, questo era certo.

Allora era venuto l’attacco di amnesia, e Jadawin, aveva perduto tutti i suoi ricordi… era diventato, in effetti, un neonato, una tabula rasa. I Wolff lo avevano adottato, ed era iniziata la sua educazione terrestre.

Wolff non conosceva il motivo dell’amnesia. Poteva essere stata causata da un colpo alla testa, durante la lotta con Vannax. O avrebbe potuto derivare dal terrore di trovarsi isolato e abbandonato su un pianeta straniero. I Signori dipendevano tanto dalla loro scienza ereditaria che, togliendola loro, essi diventavano meno che esseri umani.

Oppure, questa perdita di memoria poteva essere stata provocata dalla lunga lotta contro la sua coscienza. Per anni, prima di essere gettato volente o nolente in un altro mondo, era stato insoddisfatto di sé, disgustalo del suo comportamento e intristito dalla sua solitudine e dalla sua insicurezza. Nessun essere era più potente di un Signore, però nessun essere poteva essere più solo e più conscio dei fatto che ogni minuto poteva essere l’ultimo per lui. Altri Signori complottavano contro di lui; doveva stare in guardia continuamente.

Qualunque fosse stato il motivo, lui era diventato Wolff. Ma, come aveva detto Kickaha, c’era un’affinità tra lui e il corno e i punti di risonanza. Non era stato per caso che lui si era trovato nel ripostiglio di quella casa nell’Arizona, quando Kickaha aveva lanciato il corno. Kickaha aveva avuto il sospetto che Wolff fosse un Signore privato della sua memoria.

Wolff ora sapeva perché aveva appreso le lingue di quel pianeta con tanta facilità e straordinaria prontezza. Le stava ricordando. E aveva avuto un’attrazione così rapida e possente per Chryseis, perché lei era stata la sua favorita, tra tutte le donne del suo regno. Aveva perfino pensato di portarla nel palazzo e di farne la sua Signora.

Lei non lo aveva riconosciuto, incontrandolo sotto le spoglie di Wolff, perché non aveva mai visto il suo volto. Quel trucchetto della luce sul volto aveva celato i suoi lineamenti. In quanto alla voce, aveva usato uno strumento per ampliarla e trasformarla, per incutere timore ai suoi adoratori. Né la sua grande forza era naturale, perché si era servito dei procedimenti biologici studiati nei suoi laboratori per ottenere un’energia da semidio.

Avrebbe cercato di riparare per quanto possibile all’arroganza e ai delitti di Jadawin, un essere che ora costituiva soltanto una parte trascurabile di lui. Nei biocilindri avrebbe creato dei nuovi corpi umani, e vi avrebbe messo i cervelli di Podarge e delle sue suddite, delle scimmie di Kickaha, di Ipsewas, e di tutti coloro che lo avessero desiderato. Avrebbe permesso al popolo di Atlantide di ricostruire, e non sarebbe stato un tiranno. Non avrebbe interferito negli affari interni dei piani di quel mondo, se non fosse stato assolutamente indispensabile.

Kickaha lo chiamò davanti allo schermo. Arwoor era riuscito a trovare un cavallo, in quella landa di desolazione, e stava galoppando furiosamente.

«La fortuna del diavolo!» disse Kickaha, e grugnì.

«Credo che il diavolo sia dietro di lui» disse Wolff. Arwoor si era voltato, e aveva sollevato lo sguardo, e ora stava frustando a sangue il cavallo.

«Sta per farcela! disse Kickaha. C’è un Tempio del Signore a meno di un chilometro!»

Wolff guardò la grande struttura di pietra bianca, in cima a un’alta collina. All’interno del tempio si trovava la stanza segreta che lui aveva usato quando era stato Jadawin.

Scosse il capo e disse:

«No!»

Podarge apparve nel campo visivo. Stava scendendo a grande velocità: le grandi ali battevano, e il volto si tendeva avanti, bianco sullo sfondo del cielo verde. Dietro di lei venivano le sue aquile.

Arwoor cavalcò sulla collina, finché poté farlo. Poi le zampe della giumenta cedettero, e l’animale cadde. Arwoor cominciò a correre. Podarge si tuffò su di lui. Arwoor corse a zig-zag, come uno scoiattolo che cerca di sfuggire al falco. L’arpia lo segui nelle sue evoluzioni, indovinò uno dei suoi movimenti, e piombò su di lui. Gli artigli lo colpirono alla schiena. Sollevò le mani in aria, e la sua bocca divenne una O attraverso la quale usciva un urlo che gli osservatori davanti allo schermo non potevano sentire.

Arwoor cadde con Podarge su di lui. Le altre aquile scesero e si radunarono a guardare.

FINE