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Lo Scarabeo Nel Formicaio

Arkadij Strugackij


Arkadij e Boris Strugackij

LO SCARABEO NEL FORMICAIO

Raccolta di due romanzi:

Tentativo di fuga

(Žuk v muravejnike, 1962)

Lo scarabeo nel formicaio

(Popytka k begstvu, 1980)

Cura e traduzione di Claudia Scandura

Editori Riuniti, 1988

Indice

Introduzione

LO SCARABEO NEL FORMICAIO

TENTATIVO DI FUGA

Introduzione

La fantascienza russa nasce all’incirca nella seconda metà del XIX secolo, quando i rapidi progressi della scienza, lo sviluppo dell’industria, le possibilità di esplorazione della terra e dei mari fanno nascere grandi speranze per un migliore avvenire dell’umanità.

Il primo vero racconto di fantascienza, L’anno 4338 di Vladimir Odoevskij, fu pubblicato nel 1840.[1] L’autore, che immagina l’ipotetica vita quotidiana dell’anno 4338, scrive un’opera utopica sotto forma di lettere. Dopo un intervallo di quasi ottanta anni, ripresero questo tipo di narrazione Valerij Brjusov con La repubblica della Croce del Sud (1907) e Aleksandr Bogdanov con l’utopia socialista La stella rossa (1908). Il padre della fantascienza e della cosmonautica russa è però senza dubbio Konstantin Eduardovič Čolkovskij (1857–1935), autore fra il 1893 e il 1920 di romanzi che trattano i problemi della conquista del cosmo. Ciolkovskij, allievo del filosofo Fëdorov,[2] lavorò ad una sua teoria dei viaggi interstellari e creò un’utopia sulla trasformazione della natura e sull’amicizia interpianetaria che ebbe una grande influenza su tutta la fantascienza sovietica.

A partire dal 1911 si pubblica in Russia il mensile Il mondo delle avventure, con traduzioni (Jules Verne, H.G. Wells, ecc.) ed inediti di autori russi (fra gli altri il racconto di Kuprin[3] Il sole liquido, basato sull’idea della liquefazione della luce). Dopo la rivoluzione, la letteratura prende accenti cosmici con Majakovskij,[4] — grande ammiratore di Wells, — Oleša[5] e Chlebnikov.[6] Appaiono le prime riviste di fantascienza e si moltiplicano i romanzi. Di questo periodo sono da ricordare soprattutto quattro nomi importanti: Aleksej Nikolaevič Tolstoj, Aleksandr Romanovič Beljaev, Michail Afanas’evič Bulgakov ed Evgenii Ivanovič Zamjatin. Aleksej Tolstoj pubblica Aelita nel 1923 e L’iperbolide dell’ingegner Garin nel 1925. Il primo è il racconto di un viaggio su Marte compiuto dall’ingegner Loss e dal soldato dell’Armata Rossa Gusev, e del loro incontro con una civiltà in declino retta da un vecchio asceta dispotico, Tuskub, della cui figlia, Aelita, Loss si innamora; il secondo racconta la lotta che si svolge intorno a un’invenzione che ricorda da vicino il «raggio infuocato» di Wells. Il protagonista, Garin, è uno scienziato amorale che vuole diventare, grazie a questa sua diabolica invenzione, il padrone del mondo.

A. Tolstoj introduce così, con questo romanzo, una tematica antimperialista e antifascista ante litteram, che d’ora in poi sarà ricorrente nella fantascienza sovietica. I romanzi di A. Beljaev, La testa del professor Dowell (1925), L’uomo anfibio (1928), che tratta delle difficoltà di adattamento biologico, affrontano tematiche nuove mantenendo però la concezione del romanzo di Verne. Come l’opera di Verne, anche quella di Beljaev è infatti basata su anticipazioni concrete del progresso scientifico. I temi sono quelli classici del bene e del male, dei limiti della scienza, dell’alternanza di sogno e realtà. L’unico argomento non affrontato da Beljaev è quello del viaggio nel tempo. I romanzi di Michail Bulgakov, Le uova fatali e Cuore di cane, entrambi del 1925, sono essenzialmente delle satire grottesche della società del tempo, in cui l’elemento fantascientifico è funzionale a quello satirico. Il primo è una parodia della scienza, della sua cattiva utilizzazione nonché di una burocrazia incapace e ignorante. Il secondo unisce alla satira della scienza anche quella della vita quotidiana in Russia subito dopo la rivoluzione. Il romanzo di Evgenij Zamjatin, Noi — utopia negativa, scritto nel 1928 e pubblicato solo ora in URSS sulla rivista Znamja, 4/5, 1988, come conseguenza della glasnost’ gorbacioviana) — ha avuto una grande influenza sulla letteratura anglosassone, soprattutto su Aldous Huxley e su George Orwell. A questi nomi si potrebbe forse ancora aggiungere quello di Ivan Kremnev che pubblicò nel 1920 il romanzo Il viaggio di mio fratello Aleksej nel paese dell’utopia contadina, utopia che propone un modello di società contadina nella Russia del 1984. Sotto lo pseudonimo di Kremnev si nascondeva Aleksandr Vassilevič Čajanov, noto economista, che poteva così mettere in pratica, almeno sulla carta, le sue idee.

Da quel poco che si è detto finora sugli esordi della fantascienza russa, si è visto come essa abbia sempre avuto una particolare predilezione per l’utopia e la satira. Gli autori venivano in prevalenza dal mondo scientifico: Aleksej Tolstoj e Zamjatin erano ingegneri, Bulgakov era medico, Kremnev economista, Beljaev consigliere giuridico, secondo una tradizione tipica, del resto, anche della fantascienza occidentale.

Al periodo postrivoluzionario segue, per la letteratura fantastica, un lungo periodo di stasi che va approssimativamente dal 1928 al 1956. Vi pone fine il XX Congresso del PCUS o, più precisamente, la pubblicazione del romanzo di Ivan Antonovič Efremov, La nebulosa di Andromeda, nel 1957. La nebulosa di Andromeda del titolo è la galassia più vicina alla Terra. Gli eroi del romanzo tentano di abolire le barriere del tempo e dello spazio per poter aprire nel cosmo una porta che conduca direttamente ad essa. Alla fine ci riusciranno, ma a prezzo di una catastrofe. Il romanzo ebbe un grandissimo successo, specie fra i giovani, e segna la “seconda nascita” della fantascienza sovietica. La società utopica descritta nella Nebulosa è una società comunista in cui le nozioni di nazionalità e di razza sono abolite; le decisioni vengono prese in comune e, in caso di parere discorde, dal Consiglio dei Saggi; nessun posto di responsabilità è occupato dalla stessa persona per più anni di seguito, perché ciò sarebbe a tutto svantaggio della creatività; la biologia ha già risolto i grandi segreti della vita e le macchine sono quasi intelligenti. Efremov racconta insomma contemporaneamente l’epopea dello spazio, con le sue avventure spesso pericolose, e l’epopea della terra utopica, con le sue realizzazioni e i suoi progressi. Il romanzo fu anche molto criticato perché si svolgeva in un futuro talmente lontano che le attuali contese politiche e i nomi dei grandi uomini della nostra epoca vi apparivano ormai dimenticati. Solo i nomi degli dèi greci erano sempre presenti sulle labbra e nella memoria degli uomini, perché la bellezza e l’ideale sono immortali.

Il periodo che va dal 1956 alla fine degli anni Sessanta è l’età d’oro della fantascienza, né potrebbe essere altrimenti nel momento in cui la conquista dello spazio diventa una realtà: il successo del primo Sputnik[7] (1957) e l’impresa di Jurij Gagarin[8] (1961) contribuiscono a fare della fantascienza il punto di incontro fra presente e futuro. Gli scrittori si rendono conto che la proiezione nel tempo e nello spazio di mondi meravigliosi o terribili permette sì la presentazione di una realtà parallela, ma, grazie ad un gioco di distorsione, consente anche di gettare uno sguardo nuovo e critico sul mondo contemporaneo. È un artificio, questo, usato anche da uno scrittore dissidente come Jurij Daniel’[9] che, riallacciandosi alla letteratura fantastica, e trasponendo i suoi racconti in un ipotetico futuro socialista, si sforza in realtà di ritrarre l’uomo moderno. È proprio questo gioco di proiezione l’aspetto più interessante della fantascienza sovietica, che la differenzia da quella occidentale, legata tout court al ruolo di letteratura di evasione. È questa la caratteristica fondamentale dei nuovi autori sovietici: Gennadij Gor, Olga Larionova, Ariadna Gromova, Georgij Gurevič, e soprattutto i fratelli Strugackij, oggi gli autori di fantascienza più popolari dell’URSS.

Arkadij Natanovič Strugackij, il maggiore, è nato nel 1925, ha studiato lingue straniere, ha lavorato come traduttore dall’inglese e dal giapponese, ed è stato dei due il letterato a tempo pieno. Muore nel 1991. Boris Natanovič Strugackij è nato nel 1933, vive a Leningrado dove lavora come astronomo in un istituto di ricerca scientifica. Insieme hanno esordito come scrittori nel 1959 con il romanzo Il paese delle nuvole purpuree e da allora hanno pubblicato più di due dozzine fra romanzi e racconti.

I due romanzi qui tradotti, Tentativo di fuga e Lo scarabeo nel formicaio, appartengono a due diversi momenti creativi dei fratelli Strugackij. Il primo è del 1962 e segna l’introduzione di tematiche di tipo morale e sociale nella fantascienza sovietica, il secondo è del 1980 e, se da una parte rivela una nuova fase di sviluppo nell’opera dei due scrittori, dall’altra marca l’inizio di quella che pare essere la seconda fioritura della fantascienza sovietica. Se, infatti, gli anni Sessanta sono stati un’età d’oro per questa letteratura, gli anni Settanta hanno costituito invece un periodo di grave crisi, in cui si è tentato di emarginarla, bollandola in toto come letteratura di pura evasione e negandole spessore e problematicità. Anzi, forse proprio l’essere troppo problematica, il continuo interrogarsi su presente e futuro non hanno reso questo genere letterario troppo gradito in era brežneviana. Non a caso gli Strugackij pubblicano in quegli anni le loro opere solo su riviste periferiche, di scarsa diffusione, o addirittura all’estero (il romanzo I brutti cigni del 1972 è tuttora inedito in URSS). E solo a partire dal 1980, proprio con la pubblicazione di Lo scarabeo nel formicaio, che la fantascienza ricomincia a farsi largo nel consesso letterario. Nel 1981 viene anche istituito il premio Aelita per la migliore opera di questo genere pubblicata in URSS (premio ricevuto nella sua prima edizione proprio dallo Scarabeo), e giornali e riviste dedicano sempre più spazio alla fantascienza, che è sempre stata particolarmente apprezzata dai lettori sovietici.

I romanzi dei fratelli Strugackij possono essere riuniti in cicli, in cui ricorrono gli stessi eroi, si ripetono dei particolari, si ricordano avvenimenti descritti già in altre opere. Ciò crea un’illusione di omogeneità, di coerenza interna, di logica e di verisimiglianza ipotetica. La critica sovietica ha spesso interpretato le loro opere come una riflessione sugli aspetti reali del futuro. E in realtà, per ammissione degli stessi autori, il loro mondo (per lo meno quello che appare nella produzione dal 1962 in poi) è quello che essi vorrebbero si realizzasse nel futuro: un universo senza conflitti, senza guerre, senza divisioni, che si colloca al di fuori del tempo. Al centro delle loro opere c’è sempre un problema profondamente attuale. E i cicli appaiono nel momento in cui gli scrittori, in realtà degli sperimentatori, stanno studiando una precisa questione. Leggendo alcuni dei loro libri (La lumaca sui pendio, I brutti cigni, Lo scarabeo nel formicaio) si ha l’impressione che gli autori lottino con tutte le loro forze contro il proprio pessimismo. Alla fine prevale però la speranza, ma non perché Arkadij e Boris Strugackij vogliano compiacere la censura (potrebbe essere — ma non è — il caso dei romanzi degli anni Settanta!), ma perché vogliono opporre al mondo della realtà il loro utopico mondo.

Tentativo di fuga fu pubblicato nel 1962, nella prima edizione dell’almanacco Fantastika. Recensendo l’almanacco, i critici sovietici sottolinearono come i temi sociali e psicologici fossero divenuti predominanti nella letteratura fantastica. Al centro delle narrazioni c’era un problema (sociale, psicologico, filosofico) che veniva analizzato con mezzi letterari diversi da quelli classici della letteratura fantastica. In pratica, per tutti gli anni Sessanta non è l’utopia, ma l’antiutopia a determinare lo spirito della fantascienza sovietica. Gli scrittori scrivono opere in cui si tratta di società tiranniche, di catastrofi, di una tecnica che si rivolta contro l’uomo, di un soggetto drammatico o tragico, ma in ogni caso sempre dinamico. È questo il caso in particolare di tre romanzi dei fratelli Strugackij: Tentativo di fuga, È difficile essere un dio (1964), L’isola abitata (1968).

Anton e Vadim, i protagonisti di Tentativo difuga, accettano di prendere a bordo della loro astronave Saul, uno storico specialista della società del XX secolo. Si recano su un pianeta che si suppone disabitato e si ritrovano in un mondo che è in realtà un enorme campo di concentramento e in cui domina una tirannia di tipo medioevale. Vadim e Anton, cresciuti in una società comunista, sono indignati e rifiutano istintivamente ogni forma di male. Nonostante gli avvertimenti di Saul, desiderano porre rimedio alle cose, ma non riusciranno a concludere nulla, anzi, tutte le loro buone intenzioni si risolveranno in un fallimento o si ritorceranno contro coloro che volevano aiutare. Alla fine del racconto, Saul, lo specialista di storia, sparisce. Da un biglietto apprendiamo che si trattava in realtà di un ufficiale sovietico catturato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale, e che in qualche modo è riuscito a scappare dal campo di concentramento in cui si trovava e si è rifugiato nel futuro. Il simbolismo evidente del “tentativo di fuga” di Saul illustra l’idea principale del racconto. Vari sono gli interrogativi che gli autori si pongono attraverso i loro personaggi. Il primo è il problema dell’intervento, che presenta per lo meno due aspetti: si può intervenire dall’esterno, pur con le migliori intenzioni, nella vita di una società? Tentativo di fuga, È difficile essere un dio e L’isola abitata sono romanzi interamente dedicati a questo problema. La risposta degli Strugackij è univoca: cambiare la storia dall’esterno equivale a spezzare la spina dorsale dell’umanità; un’ingerenza, armata o non violenta, è sempre un’aggressione e può condurre ad una catastrofe. Il secondo aspetto del problema (simbolizzato particolarmente in Tentativo di fuga) è: può una società, durante il suo sviluppo, bruciare le tappe, fare un salto nel futuro prima di aver terminato i compiti del passato? Anche a questa domanda gli autori rispondono negativamente. In tutte le loro opere essi affermano la necessità di uno sviluppo organico.

Un altro tema spesso presente nelle pagine degli Strugackij è quello del fascismo, che ricorre come un leit-motiv nei tre romanzi già citati. In queste opere gli eroi abbandonano il loro mondo utopico e si ritrovano in un mondo tragicamente reale, fascista. L’abbandono della Terra può essere volontario, come in È difficile essere un dio, dove Anton-Rumata viene mandato in missione; oppure accidentale, come nel caso de L’isola abitata, dove Maksim fa naufragio su un altro pianeta; o per errore, come nel caso di Anton e Vadim in Tentativo di fuga. Venendo tutti dallo stesso mondo, la Terra, Anton-Rumata, Maksim, Anton e Vadim devono obbedire alle stesse leggi dell’utopia, vale a dire non intervenire e contentarsi di osservare. Se in È difficile essere un dio gli eroi dell’utopia vivono sei anni in un’epoca fascista medioevale, quindi assai anteriore alla loro, ne L’isola abitata i due pianeti sono contemporanei, ma completamente separati nello spazio; in Tentativo di fuga il tempo gioca un ruolo molto più sottile, perché se i due eroi principali, Anton e Vadim, sono uomini del futuro, il terzo, Saul, è invece un uomo del XX secolo — un nostro contemporaneo — cosa che permette un’alternanza presente/passato con il futuro. Fra l’altro, la proiezione nel futuro del campo di concentramento in cui si trova Saul permette, attraverso le reazioni di Anton e Vadim, lontani discendenti di Saul, di denunciare con ancora maggior vigore il sistema.

Lo scarabeo nel formicaio, l’ultimo in ordine di tempo dei romanzi del ciclo “futuro”, iniziato dagli Strugackij con Mezzogiorno — XXII secolo (1967), si riallaccia anche ai romanzi a tematica “storico-sociologica” come Tentativo di fuga, attraverso L’isola abitata, prima parte di una trilogia su Maksim Kammerer, di cui Lo scarabeo costituisce il seguito. Dal primo romanzo proviene non solo Kammerer, ma anche l’altro protagonista, Rudolf Sikorski, Sua Eccellenza, entrambi con venti anni in più e ora non Progressori (specialisti per l’accelerazione dello sviluppo di civiltà arretrate di altri pianeti), ma collaboratori della Commissione di Controllo, il COMCON, che vigila perché la scienza, nel suo sviluppo, non rechi danno all’umanità della Terra. I due autori riprendono qui il tema del progresso già affrontato in altre opere (La lumaca sul pendio, I brutti cigni) e approfondiscono la loro posizione: si oppongono apertamente al progresso obiettivo e necessario e fanno della morale il criterio supremo della storia. Il romanzo verte su una dicotomia: da una parte c’è il diritto del protagonista, Lev Abalkin, ad una vita normale, dall’altra il bene della civiltà terrestre. Per Arkadij e Boris Strugackij, anche nella società comunista del XXII secolo, è fondamentale la salvaguardia della singola vita umana. E a questo proposito i due autori formulano nel romanzo tutta una serie di interrogativi non meno attuali per noi che per gli uomini del futuro. È sempre un vantaggio per l’umanità la realizzazione di tutte le idee scientifiche? Come esercitare la funzione di controllo in un assetto sociale di autogoverno? Come si possono infine conciliare nella pratica gli interessi della società con i diritti e le libertà del singolo individuo? Contrariamente ad altre opere, Lo scarabeo non offre risposte precise, apre piuttosto il campo alla discussione e al dibattito.

Il romanzo ruota intorno alla figura di Lev Abalkin e al segreto della sua personalità. Nato da un’ovocellula abbandonata dai Nomadi dello Spazio, Abalkin potrebbe essere un automa, o, per lo meno, avere in sé un programma che si metterà in moto in un momento imprecisato. La minaccia rappresentata dai Nomadi risulta tanto più inquietante quanto più incomprensibili sono i loro scopi: la rovina o il bene dell’umanità o proprio l’uccisione di Abalkin!

Maksim Kammerer nega il diritto di uccidere in nome del progresso, mentre Rudolf Sikorski Sostiene la necessità di eliminare ogni pericolo, anche se potenziale. Per lui, la sicurezza della Terra è al di sopra di tutto, per cui l’uomo Abalkin passa in secondo piano rispetto al pericolo che può rappresentare. Inoltre, Sikorski odia i Nomadi dello Spazio e non sopporta di non poter sapere quali sono i fini che questa ultra-civiltà si propone. Il senso ultimo del romanzo è forse proprio nella situazione di Sikorski, nel suo vivere da quaranta anni come una formica terrorizzata perché nel formicaio è entrato uno scarabeo. La sua unica possibilità di tornare ad essere una persona libera sarebbe di accettare il suo ruolo di formica e di convincersi dell’innocuità dello scarabeo.

In questo romanzo i fratelli Strugackij riversano le inquietudini e le incertezze degli anni Ottanta, lasciando al lettore ogni possibile interpretazione. Non si sa se Abalkin sia veramente un automa programmato dai Nomadi, o semplicemente un uomo esasperato cui sia stata coscientemente rovinata la vita. Certo, potrebbe non essere solo un uomo, ma è indubbiamente anche un uomo. Non ha dubbi in questo senso Maja Glumova, che lo conosce dall’infanzia, non ha dubbi Maksim Kammerer, che ha letto i suoi rapporti sull’operazione “Il mondo morto”, non ne ha nemmeno Rudolf Sjkorski, anche se ciò è per lui di secondaria importanza rispetto al bene dell’umanità.

Lev Abalkin è il fattore risolutivo e, in ultima analisi, la vittima di una tragedia di cui è osservatore, narratore e commentatore Maksim Kammerer. Il ruolo del detective non sufficientemente informato è preso in prestito dagli Strugackij dalla letteratura poliziesca, e Kammerer lo esegue puntualmente, arrivando alla verità solo appena prima della catastrofe, e non riuscendo perciò a scongiurarla. Rudolf Sikorski è l’eroe di questo dramma che inizia nel momento stesso in cui egli accetta le regole del gioco dei Nomadi, nel momento in cui decide di lasciare i “trovatelli” all’oscuro delle loro origini e di manipolare il loro destino, allo stesso modo in cui ritiene che i Nomadi manipolino il destino degli uomini. In realtà Sikorski diffida non tanto dei “trovatelli” e dei Nomadi, quanto dei suoi stessi conterranei, della loro capacità decisionale, della loro lungimiranza, e perciò assume su di sé la maggior parte di responsabilità — un peso sotto cui è destinato a soccombere — per cui non gli rimane altro da fare che liberarsi di una parte del fardello, nella fattispecie, di Abalkin. Tutta la lunga catena di compromessi per evitare di giungere a una soluzione drastica (fin dall’inizio il Consiglio Mondiale aveva infatti escluso decisamente la possibilità di distruggere le cellule) porta alla fine proprio a un atto irreversibile. L’uccisione di Abalkin è in realtà una non-soluzione, che ha un carattere liberatorio per la vittima e non per l’assassino. Abalkin potrebbe essere stato spinto proprio dalle circostanze create da Sikorski a cercare di impadronirsi del detonatore, oppure potrebbe essere effettivamente un automa azionato dai Nomadi. È il lettore che deve scegliere la spiegazione che più gli piace: vedere i due eroi del dramma come un giustiziere e un emissario dell’ignoto oppure come una formica ed un innocuo scarabeo.

LO SCARABEO NEL FORMICAIO

1° giugno dell’anno 78. Il collaboratore del COMCON-2 Maksim Kammerer

Alle 13.17 Sua Eccellenza mi ha chiamato. Non ha alzato gli occhi su di me, perciò ho visto soltanto il suo cranio calvo, coperto di lentiggini di vecchiaia. Quest’accoglienza denotava grande preoccupazione e scontentezza. La cosa, comunque, non mi riguardava.

— Siediti.

Mi sono seduto.

— Bisogna trovare una persona, — ha detto, e ha fatto una pausa. Lunga. Ha corrugato la fronte con rabbia, formando delle grosse pieghe. Ha sbuffato. Si poteva pensare che non gli fossero piaciute le sue stesse parole. O la forma o il contenuto. Sua Eccellenza ama la precisione assoluta nelle formulazioni.

— Chi, precisamente? — ho chiesto, per tirarlo fuori dal suo torpore filologico.

— Lev Vjačeslavovič Abalkin. Progressore. È atterrato l’altro ieri sulla Terra proveniente dalla base polare di Sarakš. Ma sulla Terra non è stato registrato. Bisogna trovarlo.

Tacque di nuovo e per la prima volta sollevò su di me i suoi occhi rotondi, di un verde innaturale. Era chiaramente in difficoltà, e perciò capii che si trattava di una cosa seria.

Un Progressore che non ritenga necessario registrare il proprio ritorno sulla Terra compie, se vogliamo esser severi, un’infrazione alle regole, ma da questo a suscitare l’interesse della nostra Commissione, e addirittura di Sua Eccellenza, ce ne corre. E inoltre Sua Eccellenza era palesemente a disagio, tanto che avevo la sensazione che da un momento all’altro si sarebbe appoggiato allo schienale della poltrona, avrebbe sospirato di sollievo e avrebbe detto: «Tutto bene. Scusa. Me ne occuperò io stesso». Casi del genere si erano già verificati. Raramente, ma si erano verificati.

— Ci sono ragioni per credere — disse Sua Eccellenza — che Lev Abalkin si nasconda.

Quindici anni fa avrei chiesto avidamente: «Da chi?», ma sono passati appunto quindici anni, e l’epoca della curiosità è passata da tempo.

— Devi trovarlo e riferire a me, — continuò Sua Eccellenza. — Nessun ricorso alla forza. Anzi, nessun contatto in assoluto. Devi trovarlo, tenerlo sotto controllo e riferire a me. Niente di più e niente di meno.

Cercai di cavarmela annuendo con l’aria di chi aveva capito, ma lui mi fissò in tal modo che ritenni indispensabile ripetere l’ordine lentamente e con ponderazione.

— Devo trovarlo, tenerlo sotto controllo, e riferire a lei. Non devo in nessun caso cercare di fermarlo, farmi vedere e men che meno parlargli.

— Esatto, — disse Sua Eccellenza. — Ora viene il seguito.

Infilò la mano nel cassetto laterale della scrivania, laddove un qualsiasi addetto ai lavori tiene la cristalloteca informativa, e ne tirò fuori un oggetto enorme, il cui nome all’inizio mi venne in mente in lingua honti: zakkurapi, che tradotto esattamente significa “contenitore di documenti”. E solo quando posò questo contenitore davanti a sé sul tavolo e vi poggiò sopra le dita lunghe e nodose, mi venne in mente:

— Cartella!

— Non ti distrarre, — disse severo Sua Eccellenza. — Ascoltami bene. Nessuno della Commissione sa che mi interesso a quest’uomo. E non deve saperlo in nessun caso. Di conseguenza, lavorerai solo. Niente aiutanti. Tutto il tuo gruppo lo passerai a Clavdij, e farai rapporto a me e soltanto a me. Senza eccezioni.

Devo confessare che rimasi molto colpito. Una cosa del genere non era mai successa. Sulla Terra non mi ero mai imbattuto in un tale livello di segretezza. E, per esser sinceri, non potevo nemmeno immaginare che fosse possibile. Per questo mi permisi una domanda piuttosto sciocca:

— Cosa vuol dire «senza eccezioni»?

— «Senza eccezioni» in questo caso vuol dire semplicemente «senza eccezioni». Ci sono ancora alcune persone al corrente della faccenda, ma, visto che non le incontrerai mai, praticamente è come se solo noi due ne fossimo al corrente. Ovviamente, nel corso delle ricerche, dovrai parlare con molta gente. Ogni volta dovrai raccontare qualche storiella. Vedi di inventartele da solo. Solo a me non dovrai dire storielle.

— Sì, Eccellenza, — risposi mite.

— Andiamo avanti, — continuò. — È chiaro che dovrai stabilire un contatto con lui. Tutto quello che sappiamo si trova qui, — batté il dito sulla cartella. — Non è molto, ma è sufficiente per cominciare. Prendi.

Presi la cartella. Sulla Terra non ne avevo mai vista una simile. La copertina di plastica sbiadita era chiusa da un lucchetto metallico, e sopra era tracciato in rosso carminio: LEV VJAČESLAVOVIČ ABALKIN. E più giù, chissà perché, 07.

— Ascolti, Eccellenza, — dissi. — Perché in questo modo?

— Perché è l’unico, — rispose lui freddamente. — A proposito, non permetto la riproduzione cristallina. Altre domande?

Era chiaro che non si trattava di un invito, ma semplicemente di un lieve sarcasmo. Di domande ce ne erano tante; ma, senza aver preso visione del contenuto della cartella, non aveva senso farle. Tuttavia me ne permisi due.

— Tempo a disposizione?

— Cinque giorni. Non di più.

«Bisogna farcela a tutti i costi», pensai.

— Posso essere sicuro che si trovi sulla Terra?

— Puoi.

Mi alzai per andarmene, ma non si decideva a congedarmi. Mi fissava da capo a piedi con quei suoi occhi verdi, e le pupille gli si restringevano e si allargavano, come quelle di un gatto. Certo, vedeva chiaramente che non ero contento dell’incarico affidatomi, che mi sembrava non solo strano ma, per esprimermi con delicatezza, assurdo. Tuttavia, per qualche ragione, non poteva dirmi più di quanto già mi avesse detto. E, nello stesso tempo, non voleva congedarmi senza aggiungere ancora qualcosa.

— Ricordi, — disse infine, — sul pianeta Sarakš, un certo Sikorski, alias il Nomade, inseguiva un vivace sbarbatello di nome Mak…

Me lo ricordavo.

— Allora — disse Sua Eccellenza, — Sikorski non ce la fece. Noi due invece ce la dobbiamo fare. Perché il pianeta ora non si chiama Sarakš, ma Terra. E Lev Abalkin non è uno sbarbatello.

— Parla per indovinelli, capo? — dissi, per nascondere l’inquietudine che mi aveva invaso.

— Mettiti al lavoro, — rispose lui.

1° giugno dell’anno 78. Qualcosa sul Progressore Lev Abalkin

Andrej ed Aleksandr mi stavano ancora aspettando e si meravigliarono molto quando li informai che avrebbero preso ordini da Clavdij. Cercarono addirittura di ribellarsi, ma io mi sentivo ancora inquieto, li rimproverai aspramente, ed essi si allontanarono brontolando offesi e lanciando sguardi meravigliati e allarmati alla cartella. Quegli sguardi suscitarono in me una preoccupazione nuova ed assolutamente inattesa: dove avrei tenuto quel mostruoso “contenitore di documenti”?

Sedetti al tavolo, mi misi la cartella davanti e guardai automaticamente il registratore. C’erano sette comunicazioni per il quarto d’ora che avevo passato da Sua Eccellenza. Confesso che non senza piacere passai tutto il mio lavoro a Clavdij. Poi mi occupai della cartella.

Come mi aspettavo, non conteneva che carte. Duecentosettantatré fogli numerati, di vario colore, varia qualità, vario formato e vario stato di conservazione. Da molti decenni, ormai, non avevo a che fare con la carta, e il mio primo impulso fu di infilare tutto quel mucchio nel trasformatore ma, ovviamente, mi fermai in tempo. Carta è e carta rimanga.

Tutti i fogli erano fermati in un modo assai poco comodo ma solido, per mezzo di un ingegnoso congegno metallico a saliscendi magnetici, ed io non notai subito la comunissima radioscheda, infilata sotto la graffa superiore. Questa radioscheda Sua Eccellenza l’aveva ricevuta quel giorno stesso, sedici minuti prima di convocarmi nel suo studio. Ecco quello che diceva:

0106-13.01. DA ELEFANTE A NOMADE

RIGUARDO ALLA VOSTRA RICHIESTA DI INFORMAZIONI SU TRISTAN DEL 01.06–07 COMUNICO: IL 31.05, ALLE 19.34 ABBIAMO RICEVUTO INFORMAZIONI DA PARTE DEL COMANDANTE DELLA BASE SARAKŠ-2.

CITO: DEBACLE DI GURON (ABALKIN DECIFRATORE CAPO DELLO STATO MAGGIORE DEL GRUPPO «Ž» DELLE FLOTTE DELL’IMPERO INSULARE). IL 28.05 TRISTAN (LOFFENFELD, MEDICO ESTERNO DELLA BASE) È PARTITO PER UNA REGOLARE VISITA MEDICA A GURON. OGGI 29.05 ORE 17.13 GURON È ARRIVATO ALLA BASE SUL BATTELLO DI TRISTAN. HA RIFERITO CHE TRISTAN IN CIRCOSTANZE SCONOSCIUTE È STATO PRESO ED UCCISO DALLO STATO MAGGIORE CONTROSTELLARE DI «Ž».

CERCANDO DI SALVARE IL CORPO DI TRISTAN E DI RIPORTARLO ALLA BASE, GURON SI È RIVELATO. NON È RIUSCITO A SALVARE IL CORPO. GURON FISICAMENTE NON HA SOFFERTO DEL COLPO, MA SI TROVA AL LIMITE DEL COLLASSO NERVOSO. DIETRO SUA RICHIESTA SI TRASFERISCE SULLA TERRA CON IL VOLO 611. FINE DELLA CITAZIONE.

INFORMAZIONE: IL VOLO 611 È ATTERRATO SULLA TERRA IL 30.05 ALLE 22.32. ABALKIN NON SI È MESSO IN CONTATTO CON IL COMCON. OGGI ALLE 12.52 NON SI È ANCORA REGISTRATO SULLA TERRA. ALLE FERMATE INTERMEDIE DEL VOLO 611 (PANDORA, STAZIONE TERMALE) AL MOMENTO ATTUALE NON È STATO REGISTRATO.

ELEFANTE.

Progressori. Così è. Confesso con tutta sincerità di non amare i Progressori, sebbene io stesso sia stato uno dei primi, quando ancora il concetto veniva utilizzato solo in ipotesi teoriche. Del resto, devo ammettere di non essere un originale nel mio atteggiamento verso i Progressori. Non c’è da meravigliarsi: la maggior parte dei terrestri non è organicamente adatta a capire che ci sono situazioni in cui il compromesso è escluso. O loro o io, e non si può stare a vedere chi ha ragione. Per un terrestre normale la cosa suona mostruosa, e questo lo capisco; anche io la pensavo così, prima di finire su Sarakš. Ricordo benissimo quella visione del mondo in cui qualsiasi essere ragionevole viene recepito a priori come pari, eticamente, in cui non è possibile porsi la domanda: è migliore o peggiore di te, anche se la sua etica e la sua morale sono diverse dalle tue…

E non sono sufficienti né la preparazione teorica, né i condizionamenti. Bisogna passare da soli attraverso il tramonto della morale, con i propri occhi vedere bruciare le proprie dita e soffocare in decine di ripugnanti ricordi, per capire finalmente, e addirittura non solo per capire, ma per farsi entrare in testa un’idea banalissima: sì, esistono al mondo degli esseri ragionevoli che sono assai peggiori di te, chiunque tu sia… E solo allora acquisti la capacità di distinguere gli amici dai nemici; decidi rapidamente nelle situazioni difficili e impari che bisogna prima agire e solo dopo capire.

Secondo me, in questo consiste l’essenza stessa del Progressore: la capacità di separare nettamente gli amici dai nemici. Proprio per questo, a casa gli si rivolgono con timorosa ammirazione, con ammirato timore, a volte addirittura con cautela. E a questo punto non c’è niente da fare. Bisogna sopportare: sia noi che loro. Perché o i Progressori, o la Terra non deve immischiarsi in affari extraterrestri… Del resto, per fortuna, noi del COMCON-2 abbiamo a che fare piuttosto raramente con i Progressori.

Lessi tutto il radiogramma, lo rilessi attentamente ancora una volta. Strano. Ne viene fuori che Sua Eccellenza si interessa particolarmente di un certo Tristan Loffenfeld. Proprio per sapere qualcosa su questo Tristan, oggi si è alzato prestissimo e non si è vergognato di buttar giù dal letto il nostro Elefante che, come sanno tutti, va a letto quando il gallo canta…

C’è ancora una cosa strana: verrebbe da pensare che sapesse già prima quale sarebbe stata la risposta. Aveva avuto bisogno solo di un quarto d’ora per prendere la decisione di cercare Abalkin e di preparare per me la cartella con le sue carte. Si potrebbe pensare che avesse questa cartella già sotto mano…

E la cosa più strana di tutte: certo Abalkin è l’ultimo che ha visto almeno il cadavere di Tristan, ma se Sua Eccellenza vuole Abalkin solo come testimone dell’affare Tristan, allora a che pro la lugubre parabola del Nomade e dello sbarbatello?

Ovviamente, avevo delle ipotesi. Una ventina di ipotesi diverse. E fra di esse si stagliava, come un fulgido brillante, questa: Guron-Abalkin, reclutato dai servizi segreti imperiali, uccide Tristan-Loffenfeld e si nasconde sulla Terra, allo scopo di introdursi nel Consiglio Mondiale…

Rilessi di nuovo il radiogramma e lo misi da parte. Bene. Lista n. 1. Abalkin Lev Vjačeslavovič. Numero di codice tal dei tali. Codice genetico tal dei tali. Nato il 6 ottobre dell’anno 38. Istruzione obbligatoria: scuola-internato 241, Syktyvkar. Insegnante: Fedoseev Sergej Pavlovič. Istruzione superiore: scuola per Progressori n. 3 (Europa). Istruttore: Gorn Ernst-Julij. Attitudini professionali: zoopsicologia, teatro, etnolinguistica. Indicazioni professionali: zoopsicologia, xenologia teorica. Lavoro: dal febbraio 58 al settembre 58 addestramento pratico sul pianeta Sarakš, tentativo di contatto con i Testoni, una razza di cinoidi, in un ambiente naturale…

Qui mi fermai. Ecco! Me lo ricordo! Giusto, è stato nel 58. Arrivò tutto un gruppo: Komov, Rawlingson, Marta… e quel giovane apprendista un po’ scontroso. Sua Eccellenza (allora, il Nomade) mi ordinò di lasciar perdere tutto e di guidarli attraverso il Serpente Azzurro alla Fortezza, spacciandoli per una spedizione del Dipartimento della scienza… Quel ragazzo aveva la faccia molto pallida e dei lunghi capelli neri lisci come quelli di un indiano d’America. Giusto! Lo chiamavano tutti (tranne Komov, naturalmente) Singhiozzo, non perché fosse un piagnucolone, ovviamente, ma perché aveva una voce tonante, singultante proprio come quella di un tachorg… Piccolo il mondo! Va bene, guardiamo che ne è stato poi di lui.

Marzo 60-luglio 65: pianeta Sarakš, responsabile dell’operazione “L’uomo e i Testoni”. Luglio 62-giugno 63: pianeta Pandora, responsabile dell’operazione “Il Testone nel Cosmo”. Luglio 63-settembre 63: pianeta Speranza, partecipazione insieme al Testone Ščekn[10] all’operazione “Mondo morto”. Settembre 63-agosto 64: pianeta Pandora, corsi di perfezionamento. Agosto 64-novembre 66: pianeta Higanda, prima esperienza di lavoro autonomo — contabile in un allevamento di cani da caccia, custode dei cani del maresciallo Nagon-Gig, capocaccia del duca di Alajsk (vedi foglio n. 66)…

Andai a guardare il foglio n. 66. Si trattava di un pezzo di carta strappato da chissà dove e che ancora conservava pieghe di sgualcitura. C’era scritto, in caratteri chiari: «Rudi! Non ti preoccupare. Dio ha voluto che su Higanda due nostri gemelli si incontrassero. Ti assicuro, è un puro caso, senza conseguenze. Se non ci credi, dà un’occhiata a 07 e a 11. Misure sono già state prese». La firma era incomprensibile. La parola “puro” era sottolineata tre volte. Sul verso c’era un testo stampato in caratteri arabi.

Mi accorsi che stavo grattandomi la nuca, e tornai al foglio n. 1. Novembre 66-settembre 67: pianeta Pandora, corsi di perfezionamento. Settembre 67-dicembre 70: pianeta Sarakš, infiltrato nella repubblica di Honti, combattente clandestino dell’Unione. Inizio del rapporto con i servizi segreti dell’Impero Insulare (prima fase dell’operazione «Stato Maggiore»). Dicembre 70: pianeta Sarakš, Impero Insulare. Prigioniero in campo di concentramento (fino al marzo 71 senza contatti), traduttore del comando del campo di concentramento, soldato dei reparti organizzativi, soldato anziano della Guardia Costiera, traduttore dello Stato Maggiore della Guardia Costiera, traduttore-decifratore dell’ammiraglio della seconda flotta sottomarina del gruppo «Ž», decifratore dello Stato Maggiore del gruppo di flotte «Ž». Medico osservatore: dal 38 al 53, Lekanova Jadwiga Mičaiovna; dal 53 al 60, Crasescu Romuald; dal 60 Loffenfeld Kurt.

Tutto. Sul foglio n. 1 non c’era nient’altro. Però, sul verso era tracciato a grandi linee, in marrone sfumato (sembrava acquarello), qualcosa di simile a una lettera «Ž» stilizzata.[11]

A noi, dunque, Lev Abalkin, detto Singhiozzo. Ora so già qualcosa di te, ora posso cominciare a cercarti. So chi è il tuo insegnante. So chi è il tuo istruttore. So chi sono i tuoi medici personali. Quello che non so è: a che cosa e a chi serve questo foglio n. 1? Perché se qualcuno avesse bisogno di sapere chi è Lev Abalkin potrebbe chiamare l’informatore (chiamai il GSI), comporre il nome o il numero di codice (composi il numero di codice) e dopo… uno-due-tre… quattro secondi avrebbe ogni possibile informazione che un uomo ha diritto di avere su un estraneo.

Prego: Abalkin Lev, numero di codice, codice genetico, nato il, da (a proposito, come mai nel foglio n. 1 non sono indicati i genitori?): Abalkina Stella Vladimirovna e Ziurupa Vjačeslav Borisovič, scuola-internato a Syktyvkar, insegnante, scuola per Progressori, istruttore… Tutto coincide. Allora. Progressore, lavora dal 60: pianeta Sarakš. Non è molto. Solo i dati ufficiali. Evidentemente, in seguito ha deciso di non incomodarsi a comunicare nuove informazioni al servizio GSI… E cos’è questo? «Indirizzo sulla Terra: non registrato».

Composi una nuova richiesta: «Sotto quali indirizzi è registrato sulla Terra il numero di codice tal dei tali?». Dopo due secondi venne la risposta: «L’ultimo indirizzo di Abalkin sulla Terra è la scuola per Progressori n. 3 (Europa)». Anche questo è un particolare curioso. Delle due l’una: o Abalkin negli ultimi diciotto anni non è mai venuto sulla Terra, oppure è un individuo estremamente poco socievole, non si registra mai e non desidera dare nessuna informazione su di sé. Sia l’una che l’altra cosa sono possibili, tuttavia appaiono abbastanza insolite…

Come è noto, nel GSI ci sono solo le informazioni che ognuno desidera dare su di sé. E che cosa c’è nel foglio n. 1? Decisamente non vedo niente in quel foglio che Abalkin si sarebbe dovuto dar pena di nascondere. Tutto li è esposto in modo assai più particolareggiato, ma sono particolari per cui a nessuno sarebbe venuto in mente di rivolgersi al GSI. Rivolgiti al COMCON-1, e loro ti raccontano tutto. E quello che non sanno al COMCON, si può appurare facilmente facendo su Pandora un giretto fra i Progressori, che si trovano là per il ricondizionamento, oppure che oziano semplicemente sulla Spiaggia dei Brillanti, ai piedi delle dune sabbiose più grandi che ci siano nel Cosmo abitato…

Va bene, basta con questo foglio n. 1. Anche se, fra parentesi, devo dire che non sono riuscito a capire a che servisse, e così particolareggiato poi… E se è tanto particolareggiato, perché non c’è nemmeno una parola sui genitori?

Stop. Probabilmente, non mi riguarda. Ma perché, tornando sulla Terra, non si è registrato al COMCON? Si può spiegare: collasso nervoso. Ripulsa per il suo lavoro. Un Progressore sull’orlo del collasso nervoso torna al suo pianeta natale, da dove mancava da perlomeno otto anni. Dove può andare? Secondo me, in queste condizioni non si va dalla mamma. Abalkin non sembra un moccioso o, più esattamente, non dovrebbe esserlo. L’insegnante? O l’istruttore? Questo è possibile. Anzi è probabile. Piangere un po’ sulla spalla. Lo so per esperienza. È più probabile l’insegnante che l’istruttore. L’istruttore è in un certo senso un collega, e lui prova ripulsa per il suo lavoro… Stop. Stop, ho detto! Che mi sta succedendo? Guardai l’orologio. Su due documenti avevo passato trentaquattro minuti. Inoltre non li avevo nemmeno studiati, ne avevo soltanto preso visione.

Mi costrinsi a concentrarmi e capii all’improvviso che era una brutta faccenda. Mi accorsi che non mi interessava affatto pensare al modo di trovare Abalkin. Mi interessava molto di più capire perché fosse tanto necessario trovarlo. Ovviamente, ero furioso con Sua Eccellenza, sebbene la logica mi suggerisse che il capo indubbiamente mi avrebbe fornito tutte le spiegazioni indispensabili se solo avessero potuto aiutarmi nelle mie ricerche. E se non mi aveva spiegato perché bisognava cercare e trovare Abalkin, significava che il perché non aveva nessun rapporto con il come.

A questo punto capii ancora una cosa. Cioè, non capii, ma sentii. Anzi, più precisamente sospettai. Questa enorme cartella, tutta questa massa di carte, questa scrittura ingiallita non mi darà niente altro che, forse, ancora un paio di nomi e una gran quantità di nuove domande, che di nuovo non hanno niente a che fare col problema come.

1 ° giugno dell’anno 78. In breve sul contenuto della cartella

Alle 14.23 terminai l’inventano del contenuto.

La maggior parte delle carte erano documenti, scritti, capii, dallo stesso Abalkin.

In primo luogo, c’era il suo rapporto sulla partecipazione all’operazione “Mondo morto” sul pianeta Speranza: settantasei pagine scritte con una calligrafia grossa e chiara, quasi senza cancellature. Diedi una scorsa a quelle pagine. Abalkin raccontava come insieme al Testone Ščekn fosse andato alla ricerca di un certo oggetto (quale precisamente, non riuscii a capirlo), avesse attraversato la città abbandonata e fosse stato uno dei primi ad entrare in contatto con i superstiti dei disgraziati aborigeni.

Quindici anni fa il pianeta Speranza e la sua terribile sorte erano, sulla Terra, sulla bocca di tutti, e lo sono ancora, come minaccioso avvertimento a tutti i mondi abitati dell’Universo e come testimonianza della più recente e della più colossale ingerenza dei Nomadi dello Spazio nel destino di altre civiltà. Ora è stato definitivamente appurato che negli ultimi cento anni gli abitanti del pianeta Speranza avevano perduto il controllo sullo sviluppo tecnologico e praticamente avevano distrutto in modo irreversibile l’equilibrio ecologico. La natura era stata distrutta. I rifiuti dell’industria, insieme ai rifiuti prodotti da esperimenti folli e temerari compiuti nello sforzo di aggiustare la situazione, avevano inquinato il pianeta a un tale livello che gli abitanti, colpiti da tutta una serie di malattie genetiche, erano condannati a un totale inselvatichimento e a morte sicura. Le strutture genetiche erano impazzite sul pianeta Speranza. Per la verità, per quanto ne so, finora nessuno di noi è riuscito a capire il meccanismo di questo impazzimento. In ogni caso, finora nessuno dei nostri biologi è riuscito a ricreare il modello di questo processo, l’impazzire delle strutture genetiche. Esteriormente appariva come un’impetuosa, disuguale nel ritmo, accelerazione dei tempi di sviluppo di ogni, anche minimo, organismo complesso. L’uomo, per esempio, fino a dodici anni si sviluppava nel modo solito, normale, e poi cominciava a crescere con ritmi frenetici e a invecchiare ancora più freneticamente. A sedici anni pareva che ne avesse trentacinque, e a diciannove, di regola, moriva di vecchiaia.

È chiaro che questa civiltà non aveva nessuna prospettiva storica, ma a questo punto arrivarono i Nomadi dello Spazio. Per la prima volta, a quanto risulta, intervennero attivamente negli avvenimenti di un altro mondo. È certo che riuscirono a far passare la gran maggioranza degli abitanti di Speranza attraverso dei tunnel interspaziali e, evidentemente, a salvarli. (Dove furono portati questi miliardi di infelici malati, dove si trovano ora e che cosa sia avvenuto di loro, non lo sappiamo e non lo sapremo tanto presto.)

Abalkin prese parte solo all’inizio dell’operazione “Mondo morto”, ed il suo ruolo fu piuttosto modesto. Però, se si osservano le cose dal lato del principio, egli fu il primo (e finora l’unico) Progressore terrestre a cui toccò di lavorare in coppia insieme ad un rappresentante di una razza raziocinante di non umanoidi.

Scorrendo il rapporto, mi resi conto che Abalkin vi menzionava molti nomi, ma ebbi l’impressione che l’unico da prendere in considerazione fosse quello di Ščekn. Sapevo che stava arrivando sulla Terra un’intera delegazione di Testoni, ed era il caso di appurare se per caso fra di loro non ci fosse anche Ščekn. Abalkin ne scriveva con tale calore che non esclusi la possibilità di un loro incontro. Del resto, mi ero già accorto che Abalkin aveva una particolare simpatia per i “fratelli minori”: dietro a loro aveva perso alcuni anni della sua vita, su Higanda aveva fatto il custode di cani…

Nella cartella c’era ancora un rapporto di Abalkin, quello sull’operazione su Higanda. A parer mio l’operazione era stata di poco conto: il capocaccia di sua altezza il duca di Alaj aveva sistemato come fattorino in una banca un suo parente povero. Il capocaccia era Lev Abalkin, ed il parente povero un certo Kornej Jašmaa. Come immaginavo, questo materiale mi fu del tutto inutile. Oltre a quello di Kornej Jašmaa, per quanto mi fu possibile notare ad una lettura veloce, il rapporto non conteneva nessun altro nome di terrestri. Qua e là ricorrevano degli Zoggi, Nagon-Gig, scudieri, direttori di conferenze, altezze serenissime, maestri di armature, dame di corte… Mi annotai questo Kornej, sebbene sapessi che difficilmente mi sarebbe servito. In tutto, il rapporto era di ventiquattro pagine, e nella cartella non c’erano altri rapporti di Lev Abalkin sul suo lavoro. Mi sembrò strano, e cominciai a riflettere sul perché, fra tutti i numerosi rapporti di un Progressore professionista, nella cartella 07 ce ne fossero solo due e perché proprio quei due.

Entrambi i rapporti erano scritti in stile “archivista” e, a mio parere, avevano forti affinità con i temi scolastici del tipo «come ho passato le vacanze dal nonno». Scrivere rapporti così è un piacere, ma leggerli è un tormento. Gli psicologi (seduti nel loro quartier generale) pretendono che i rapporti contengano non solo dati obiettivi sugli avvenimenti e i fatti, ma anche sensazioni soggettive, impressioni personali e il flusso della coscienza dell’autore. Secondo loro, lo stile del rapporto (“archivista”, “generale”, “artista”) non lo sceglie l’autore, ma gli viene imposto, viene regolato da misteriose considerazioni psicologiche. In verità, si tratta di menzogna, una menzogna imperdonabile, e di statistica, ma non dobbiamo dimenticare anche la psicologia!

Non sono uno psicologo, per lo meno non di professione, ma pensai che forse mi sarebbe riuscito di tirar fuori da questi rapporti qualcosa di utile sulla psicologia di Lev Abalkin.

Continuando a dare un’occhiata al contenuto della cartella, avevo intanto scoperto dei documenti assai simili, pressoché uguali e per me assolutamente incomprensibili: dei fogli azzurri di carta spessa con la rifilatura verde e con inciso nell’angolo in alto a sinistra un emblema, raffigurante qualcosa di mezzo fra un drago cinese ed uno pterodattilo. Su ciascuno di questi fogli, con la calligrafia ampia che già conoscevo, c’era scritto, a volte con la stilografica, a volte con il pennarello, e una volta chissà perché con la matita a elettrodi da laboratorio: «Tristan 777». In basso c’era la data e questa firma senza senso. Per quanto si potesse giudicare dalle date, questi fogli erano stati inseriti nella cartella dall’anno 60, approssimativamente una volta ogni tre mesi, per cui costituivano circa un terzo della cartella.

E ancora ventidue pagine occupava la corrispondenza intrattenuta da Abalkin con i suoi capi. Questa corrispondenza mi portò a fare alcune riflessioni.

Nell’ottobre dell’anno 63 Abalkin inviò al COMCON-1 una lettera in cui esprimeva, seppur timidamente, le sue perplessità per non essere stato consultato a proposito dell’operazione “Testone nel Cosmo”, nonostante che l’operazione avesse avuto successo e promettesse ricche prospettive.

Non si sa che cosa gli venisse risposto, ma nel novembre di quello stesso anno, Abalkin inoltrò a Komov una disperata richiesta di riprendere l’operazione “Testone nel Cosmo” e contemporaneamente un’aspra lettera al COMCON, in cui protestava contro il suo, di Abalkin, invio ai corsi di riqualificazione. (Facciamo notare che tutto questo avveniva stranamente in forma scritta e non secondo la prassi usuale.)

Come risulta chiaro dagli avvenimenti successivi, questa corrispondenza non produsse alcun effetto, e Abalkin fu mandato a lavorare su Higanda. Tre anni dopo, nel novembre del 66, scrisse di nuovo al COMCON da Pandora e chiese di essere inviato su Sarakš, in modo da continuare il suo lavoro con i Testoni. Questa volta la sua richiesta venne accolta, ma solo in parte: lo mandano sì su Sarakš, ma non al Serpente Azzurro, bensì ad Honti, come militante clandestino degli unionisti.

Durante i corsi di aggiornamento nel febbraio e nell’agosto del 67 scrive due volte al COMCON (a Bader, e poi addirittura a Gorbovskij), facendo notare quanto fosse inutile usarlo come residente, essendo lui un buon specialista di Testoni. Il tono delle sue missive diventa sempre più brusco; la lettera a Gorbovskij non saprei definirla in altro modo che offensiva. Sarebbe interessante sapere cosa rispose quel tesoro di Leonid Andreevič a questa esplosione di ira e di sprezzante indignazione.

E ancora da residente a Honti, nell’ottobre del 67, Abalkin manda a Komov la sua ultima lettera: un piano dettagliato di incremento dei contatti con i Testoni, che comprende lo scambio di regolari delegazioni, l’impiego dei Testoni nei lavori di zoopsicologia effettuati sulla Terra, eccetera, eccetera. Non mi sono mai occupato in modo particolare di questo settore, ma ho l’impressione che questo piano ora sia accettato e realizzato. E se è così, allora la situazione è paradossale: il piano viene realizzato, e il suo iniziatore ciondola ora ad Honti ora nell’Impero Insulare.

Nel complesso questa corrispondenza mi lasciò un’impressione penosa. Va bene, non sono uno specialista di Testoni, mi è difficile giudicare, è probabile che il piano di Abalkin sia banalissimo, e usare parole altisonanti come “iniziatore” non ha senso. Ma il problema non è questo, o perlomeno, non solo questo! Il ragazzo è chiaramente uno zoopsicologo nato. «Attitudini professionali: zoopsicologia, teatro, etnolinguistica… Indicazioni professionali: zoopsicologia, xenologia teorica…». E ciò nonostante fanno del ragazzo un Progressore. Non discuto, esiste un’intera classe di Progressori per i quali la zoopsicologia sia il pane quotidiano. Per esempio quelli che lavorano con i leonidiani o con gli stessi Testoni. Ma no, al ragazzo tocca lavorare con gli umanoidi, fare il residente, il combattente, nonostante che per cinque anni gridi a tutto il COMCON: «Che state facendo di me?». E poi si meravigliano che abbia l’esaurimento nervoso!

Certo, il Progressore è un tipo di professione per cui è indispensabile una disciplina ferrea, oserei dire militare. Il Progressore è costretto, sempre e comunque, a fare non quello che vuole lui, ma quello che gli ordina il COMCON. Per questo è un Progressore. E probabilmente il residente Abalkin è molto più prezioso per il COMCON dello zoopsicologo Abalkin. Tuttavia in questa storia si è in un certo qual modo passata la misura, e non sarebbe male parlarne con Gorbovskij o con Komov… E qualsiasi cosa abbia combinato questo Abalkin (ed è chiaro che qualcosa ha combinato), io sono dalla sua parte.

Comunque tutto questo, evidentemente, non ha niente a che fare con il mio compito.

Notai ancora che mancavano tre pagine numerate dopo il primo rapporto di Abalkin, due pagine dopo il secondo, e due pagine dopo l’ultima lettera di Abalkin a Komov. Decisi di non attribuirvi un significato.

1° giugno dell’anno 78. Quasi tutto sui possibili legami di Lev Abalkin

Compilai un elenco preliminare dei possibili legami di Lev Abalkin sulla Terra, e risultò che in questo elenco avevo in tutto diciassette nomi. Concretamente mi interessavano solo sei persone, e le elencai in ordine decrescente, secondo le probabilità (a parer mio, ovviamente) che Lev Abalkin le andasse a trovare. Questo era l’elenco:

l’insegnante Sergej Pavlovič Fedoseev

la madre Stella Vladimirovna Abalkina

il padre Vjačeslav Borisovič Ziurupa

l’istruttore Ernst-Julij Gorn

il medico osservatore della scuola dei Progressori Romuald Crasescu

il medico osservatore della scuola-internato Jadwiga Michailovna Lekanova.

Nel secondo gruppo rimasero Kornej Jašmaa, il Testone Ščekn, Jakob Vanderchuze e ancora cinque persone, dei Progressori. Per quanto riguardava persone come Gorbovskij, Bader, Komov, le aggiunsi più che altro pro forma. Rivolgersi a loro era infatti impossibile, perché non avrebbero bevuto nessuna storiella, e di raccontar loro la verità io non avevo il diritto, anche se essi stessi si fossero rivolti a me per questa faccenda.

In dieci minuti l’informatore mi diede le seguenti, poco consolanti informazioni.

I genitori di Lev Abalkin non esistevano, per lo meno non nel senso corrente della parola. Probabilmente non esistevano in assoluto. Più di quaranta anni prima Stella Vladimirovna e Vjačeslav Borisovič avevano fatto parte del gruppo Jormala, sull’astronave Tenebre, e avevano compiuto un’immersione al Buco Nero EN 200056. Non c’erano stati contatti con loro, e non ce ne potevano essere, considerate le conoscenze di allora. Lev Abalkin, a quanto pare, era il loro figlio postumo. Ovviamente, il termine “postumo” in questo contesto non è del tutto esatto: è infatti possibile che i suoi genitori siano vivi e che vivranno ancora milioni di anni secondo la nostra cronologia, ma dal punto di vista di un terrestre è la stessa cosa che se fossero morti. Non avevano figli, e prima di lasciare per sempre il nostro universo depositarono all’Istituto della vita un’ovocellula materna fecondata dal seme paterno, come hanno fatto prima di loro e dopo di loro molte coppie in una situazione simile. Quando fu chiaro che l’immersione era riuscita e che non sarebbero più tornati, la cellula venne attivata e Lev Abalkin venne alla luce: figlio postumo di genitori vivi. Perlomeno ora mi era chiaro perché nel foglio n. 1 i genitori di Abalkin non venissero nemmeno menzionati.

Ernst-Julij Gorn, l’istruttore di Abalkin alla scuola dei Progressori, non era più fra i vivi. Nell’anno 72 era perito su Venere durante un’ascensione al picco di Strogoff.

Il medico Romuald Crasescu si era trasferito sul pianeta Lu ed era assolutamente irraggiungibile. Non avevo nemmeno mai sentito parlare di questo pianeta, ma siccome anche Crasescu era un Progressore, bisognava supporre che fosse un pianeta abitato. È curioso, però, che il vegliardo (centosedici anni!) avesse lasciato nel GSI il suo ultimo indirizzo privato, accompagnandolo con questo messaggio: «Mia nipote e suo marito saranno sempre lieti di ricevere a questo indirizzo i miei ex pazienti». Bisognava supporre che i pazienti continuassero a voler bene al loro vegliardo e che spesso lo andassero a trovare. Dovevo tener presente questa circostanza.

Con gli altri due ebbi maggior fortuna.

Sergej Pavlovič Fedoseev, l’insegnante di Abalkin, viveva e godeva buona salute sulle rive del lago Ajatskij, in una tenuta dall’eloquente nome «Le Zanzare». Anche lui aveva ormai più di cento anni, ed era, evidentemente, una persona o molto modesta o molto chiusa, perché non aveva comunicato niente altro che l’indirizzo. Tutti gli altri dati erano quelli ufficiali; terminato questo e quello, archeologo, insegnante. Tutto qui. Come si suol dire, tale padre… In tutto uguale al suo alunno Lev Abalkin. Ma, quando posi al GSI ulteriori domande, risultò che Sergej Pavlovič era autore di oltre trenta articoli di archeologia, aveva preso parte ad otto spedizioni archeologiche (nell’Asia del nord-ovest) e a tre congressi eurasiatici di insegnanti. Inoltre a casa sua, alle «Zanzare», aveva organizzato un museo privato di paleoliti degli Urali del nord di importanza regionale. Ecco che tipo di uomo era. Decisi di mettermi in contatto con lui al più presto.

Invece con Jadwiga Michailovna Lekanova mi attendeva una piccola sorpresa. I pediatri raramente cambiano professione, e io già mi figuravo questa vecchietta curva, come un dente di leone, sotto il peso inimmaginabile di esperienze specifiche e, per la loro essenza, preziosissime, che sgambettava arzilla sempre per il territorio della scuola di Syktyvkar. Altro che sgambettare! Per un certo periodo aveva effettivamente esercitato come pediatra e proprio a Syktyvkar, ma poi si era riqualificata come etnologo, e inoltre si era successivamente occupata di: xenologia, patoxenologia, psicologia comparativa e sinistrologia, e in tutte queste scienze così diverse tra loro aveva avuto chiaramente successo, a giudicare dalla quantità di lavori pubblicati e dalla responsabilità degli incarichi che aveva ricoperto. Nell’ultimo quarto di secolo aveva lavorato in sei diverse organizzazioni e istituti, e ora lavorava nel settimo, un istituto itinerante di etnologia terrestre nel bacino del Rio delle Amazzoni. L’indirizzo non c’era, chi desiderasse mettersi in contatto con lei doveva rivolgersi alla sede dell’istituto di Manaos. Mille grazie, sebbene fosse improbabile che il mio cliente, nello stato in cui si trovava, si trascinasse da lei fino a quelle foreste primordiali.

Era chiarissimo che bisognava cominciare dall’insegnante. Mi misi la cartella sotto il braccio, salii in macchina e partii in volo per il lago Ajatskij.

1° giugno dell’anno 78. L’insegnante di Lev Abalkin

In barba ai miei timori, la tenuta «Le Zanzare» si trovava su un alto burrone proprio sopra il lago, in un punto molto ventoso, e non c’erano zanzare. Il padrone di casa mi venne incontro senza mostrare meraviglia e fu abbastanza cordiale. Ci sistemammo in veranda su delle sedie di vimine intrecciato, accanto a un tavolino ovale di antiquariato su cui stavano una coppa con lamponi freschi, una brocca di latte e alcuni bicchieri.

Mi scusai nuovamente per l’intrusione, e nuovamente le mie scuse furono accolte con un muto cenno del capo. Mi guardava calmo con aria di attesa, quasi con una certa indifferenza, e il suo viso era assai poco espressivo, come quello, probabilmente, di quei vecchi che con i loro cento anni e passa conservano una mente chiara e un corpo sano. Aveva un viso triangolare, abbronzato dal sole, quasi senza rughe, con delle folte sopracciglia che sporgevano all’infuori sopra gli occhi proprio come delle visiere parasole. È curioso che il sopracciglio destro fosse nero come la pece ed il sinistro bianco bianco come la neve.

Mi presentai con dovizia di particolari e cominciai a raccontare la mia storiella. Ero un giornalista, di professione zoopsicologo, e ora stavo raccogliendo materiale per un libro sui contatti dell’uomo con i Testoni. — Lei sa, probabilmente, — dissi, — che il suo alunno Lev Vjačeslavovič Abalkin ha avuto una parte importante in questi contatti. Io stesso ho avuto modo di conoscerlo, molto tempo fa, ma da allora ho perduto ogni contatto. Ora ho provato a cercarlo, ma al COMCON mi hanno detto che Lev Vjačeslavovič non si trova sulla Terra, e che non si sa quando vi farà ritorno. Fra l’altro mi piacerebbe sapere tutto quello che è possibile sulla sua infanzia, sui suoi inizi, sul perché ha fatto una Certa cosa e non un’altra; l’evolversi della psicologia del ricercatore: ecco quello che più di tutto mi interessa. Purtroppo, il suo istruttore è morto, i suoi amici non li conosco, e la mia unica possibilità è di parlare con lei, il suo insegnante. Personalmente sono convinto che nell’uomo tutto inizi nell’infanzia, e soprattutto nella prima infanzia…

Devo confessare che per tutto il tempo avevo accarezzato la speranza che all’inizio del mio vaneggiare sarei stato subito interrotto dall’esclamazione: «Mi scusi! Mi scusi! Ma Lev è stato qui da me ieri!». Però nessuno mi interruppe e mi toccò dire tutto fino alla fine; esporre con l’aria più intelligente possibile tutte le mie acerbe considerazioni sul fatto che la personalità creativa si forma nell’infanzia, proprio nell’infanzia, e non nell’adolescenza o nella giovinezza e, ovviamente, non in età matura, e che proprio si forma e non viene semplicemente impostata o fatta nascere… Quando alla fine tacqui, completamente esausto, il vecchio rimase in silenzio ancora per un minuto buono e poi mi chiese improvvisamente chi fossero questi Testoni.

Mi meravigliai sinceramente. Risultava che Lev Abalkin non fosse tipo da vantarsi dei suoi successi con il suo insegnante! Sapete, bisogna essere proprio un tipo chiuso e poco socievole per non farsi bello dei propri successi davanti al proprio insegnante.

Spiegai con prontezza che i Testoni sono una razza cinoidale dotata di ragione, che si è creata sul pianeta Sarakš come risultato di mutazioni radiali.

— Cinoidi? Cani?

— Sì. Una razza di cani raziocinanti. Hanno teste enormi, per questo si chiamano Testoni.

— Dunque, Lev si occupa di una razza di cani… Ce l’ha fatta…

Obiettai che non sapevo affatto di che cosa si stesse attualmente occupando Lev, ma che venti anni fa si occupava dei Testoni, e con grande successo.

— Ha sempre amato gli animali, — disse Sergej Pavlovič. — Sono sempre stato convinto che avrebbe dovuto diventare zoopsicologo. Quando la Commissione per la ripartizione negli studi lo assegnò alla scuola dei Progressori, io protestai come potei, ma non mi stettero a sentire… Comunque, tutto sarebbe stato più difficile, forse, se non avessi protestato…

Tacque e mi versò un bicchiere di latte. Era un uomo molto, molto chiuso. Niente esclamazioni, niente «Lev! Come no! Era proprio un ragazzo in gamba!». Ovviamente, può essere benissimo che Lev non fosse affatto un ragazzo in gamba…

— Allora, cosa vorrebbe sapere da me in concreto? — chiese Sergej Pavlovič.

— Tutto! — risposi in fretta. — Che tipo era, cosa gli piaceva, di chi era amico, in che cosa andava bene a scuola, tutto quello che lei ricorda.

— Bene, — disse Sergej Pavlovič senza il minimo entusiasmo. — Proverò.

Lev Abalkin era un ragazzo chiuso, fin da quando era bambino. Questa era la prima cosa di lui che balzava agli occhi. Però questa sua riservatezza non era la conseguenza di un senso di inferiorità, della consapevolezza della propria debolezza o di insicurezza in se stesso. Era invece la riservatezza della persona sempre occupata. Come se non volesse perder tempo con i suoi simili, come se fosse costantemente e profondamente occupato dal suo mondo. Questo mondo pareva fosse costituito solo da lui, e da tutto ciò che era vivo, ad eccezione però degli uomini. Si tratta di un fenomeno non molto raro fra i ragazzini, con la differenza che lui era veramente geniale in questo, e inoltre c’era anche un’altra stranezza: nonostante tutta la sua riservatezza, si esibiva volentieri, addirittura con piacere, in ogni genere di gare e nel teatro della scuola. Particolarmente nel teatro. Però sempre in monologhi. Rifiutava categoricamente di prender parte a commedie. Di solito declamava, addirittura cantava, ispirato, con un luccichio negli occhi insolito per lui, come se sbocciasse sulla scena, ma poi, appena sceso in platea, ritornava di nuovo quello di prima, evasivo, taciturno, inaccessibile. Ed era così non solo con i suoi insegnanti ma anche con i compagni, e non se ne riuscì a capire mai il motivo. Si può solo supporre che il suo talento nello stabilire un rapporto con la natura viva superasse talmente tutti gli altri moti del suo animo che i ragazzi che lo circondavano, e in genere tutti gli umani, erano per lui semplicemente poco interessanti. Nella fattispecie è chiaro che tutto era molto più complesso. Tutta questa riservatezza, questo immergersi nel proprio mondo non erano altro che il risultato di migliaia di microavvenimenti, che erano rimasti fuori del campo visivo dell’insegnante, il quale insegnante ricordava questa scena: dopo un acquazzone Lev era andato per i sentieri del parco in cerca di vermi da ributtare nell’erba. Agli altri ragazzi questa sembrava una cosa ridicola, e fra di loro ce ne erano alcuni che sapevano non solo ridere, ma anche deridere con cattiveria. L’insegnante, senza dire una parola, si era unito a Lev e aveva cominciato a raccogliere i vermi insieme a lui…

— Ma temo che non mi abbia creduto. Difficilmente sarei riuscito a convincerlo che quello che mi interessava fosse il destino dei vermi. E lui aveva anche un’altra qualità: una sincerità assoluta. Non ricordo nemmeno una occasione in cui abbia mentito. Persino in quell’età in cui i bambini mentono spesso e senza motivo, solo perché la menzogna dà loro un piacere puro e disinteressato. Ma lui non mentiva. E inoltre disprezzava chi mentiva. Anche se mentiva disinteressatamente. Sospetto che nella sua vita si sia verificato un avvenimento, in cui per la prima volta si sia reso conto, con orrore e disprezzo, che gli uomini possano mentire. Anche questo momento mi manca… Comunque, non credo che le servirebbe. A lei interessa molto di più sapere come sia maturato in lui il futuro zoopsicologo…

E Sergej Pavlovič cominciò a raccontare.

Quando si è in ballo, bisogna ballare. Ascoltai con estrema attenzione, e al momento giusto esclamai: «Ma davvero!», e una volta mi permisi perfino un’esclamazione un po’ volgare: «Il diavolo mi porti! Questo è proprio quello di cui avevo bisogno!». A volte odio la mia professione.

Poi chiesi:

— E amici non ne aveva molti?

— Amici non ne aveva affatto, — disse Sergej Pavlovič. — Non lo vedo dall’esame di maturità, ma gli altri ragazzi del suo gruppo mi hanno detto che nemmeno loro l’hanno più visto. Non ne parlano volentieri, ma mi è sembrato di capire che lui eviti ogni incontro.

E all’improvviso esplose:

— Ma perché le interessa proprio Lev? Ho portato al diploma centosettantadue persone. Perché fra tutti le occorre proprio Lev? Vede, io non lo considero uno dei miei alunni! Non posso considerarlo tale! Lui è stato un mio fallimento! Il mio unico fallimento! Fin dal primo giorno, e per dieci anni di seguito, ho cercato di stabilire un contatto con lui, di gettare un filo, anche sottile, fra di noi. Ho pensato a lui dieci volte più che a qualsiasi altro mio alunno. Mi sono dato da fare, ma tutto, proprio tutto quello che ho fatto si è risolto in niente…

— Sergej Pavlovič! — dissi. — Ma cosa dice? Abalkin è un ottimo specialista, uno studioso di alta classe, io l’ho incontrato personalmente…

— E come l’ha trovato?

— Un ragazzo notevole, un entusiasta… È stato durante la prima spedizione fra i Testoni. Tutti lo stimavano molto, lo stesso Komov riponeva in lui grandi speranze… E queste speranze si sono poi avverate, badi bene!

— Ho dei lamponi squisiti, — disse. — I primi lamponi di tutta la regione. La prego, li assaggi…

Mi fermai di botto e mi servii.

— I Testoni… — sbottò lui con amarezza. — È possibile, è possibile. Ma vede, che ha talento lo so pure io. Solo, in questo io non ho alcun merito…

Per un po’ mangiammo in silenzio i lamponi con il latte. Sentivo che da un momento all’altro avrebbe portato il discorso su di me. Era chiaro che non aveva intenzione di continuare a parlare di Lev Abalkin, e la semplice cortesia esigeva che ora si parlasse di me. Dissi in fretta:

— Le sono molto grato, Sergej Pavlovič! Mi ha fornito moltissimo materiale interessante. È solo un peccato che non abbia avuto amici. Contavo molto di trovare qualche suo amico.

— Se vuole, le posso dare i nomi dei suoi compagni di classe… — Tacque e aggiunse all’improvviso: — Ecco qua. Provi a trovare Maja Glumova.

L’espressione del suo viso mi colpì. Era assolutamente impossibile immaginare che cosa gli fosse venuto in mente in quel momento, quali associazioni avessero richiamato in lui quel nome, ma si poteva supporre, con ogni probabilità, che fossero estremamente sgradevoli. Si coprì addirittura di macchie violacee.

— Una compagna di scuola? — chiesi, per nascondere il mio imbarazzo.

— No, — disse. — Cioè, ha studiato nella nostra scuola. Maja Glumova. Mi pare che sia diventata uno storico.

1° giugno dell’anno 78. Un piccolo incidente con Jadwiga Michailovna

Alle 19.23 tornai a casa e cominciai a cercare Maja Glumova, storico. Non passarono nemmeno cinque minuti e già la scheda informativa mi stava davanti.

Maja Tojvovna Glumova era di tre anni più giovane di Lev Abalkin. Dopo la scuola aveva frequentato i corsi per il personale di approvvigionamento del COMCON-1 e poi aveva preso parte alla tristemente famosa operazione “Arca”; successivamente si era iscritta alla facoltà di storia della Sorbona. Si era specializzata all’inizio sull’epoca della Prima Rivoluzione Tecnico-scientifica, in seguito si era occupata della storia delle imprese spaziali. Aveva un figlio di undici anni, Tojvo Glumov, ma sul marito non aveva dato informazioni. Al momento attuale — o meraviglia! — lavorava come addetta al fondo speciale del Museo delle Civiltà Extraterrestri, che si trovava a tre isolati da noi, in Piazza della Stella. E abitava lì vicino, nel Viale degli Abeti Canadesi.

Le telefonai subito. Sullo schermo apparve la faccia seria di un biondino dal naso all’insù, circondato da tantissime lentiggini. Indubbiamente, doveva essere Tojvo Glumov junior. Fissandomi con trasparenti occhi chiari, mi spiegò che la mamma non era in casa, che doveva tornare ma poi aveva telefonato e aveva detto che sarebbe rientrata l’indomani prima di andare al lavoro. Cosa doveva riferirle? Dissi che non doveva riferire niente e salutai.

Dunque, bisognava aspettare fino al mattino, e allora lei avrebbe cercato a lungo di ricordare chi fosse questo Lev Abalkin, e poi, quando se lo fosse ricordata, avrebbe detto sospirando che erano venticinque anni che non aveva sue notizie.

Va bene. Nella mia lista dei più probabili c’era rimasta ancora una persona su cui, per altro, non osavo riporre nessuna particolare speranza. In fin dei conti, dopo una separazione di un quarto di secolo, gli uomini si incontrano volentieri con i genitori, molto spesso con il proprio insegnante, a volte con i compagni di scuola, ma solo in casi particolari, particolarissimi, con il medico della scuola. A maggior ragione se il medico della scuola partecipa a una spedizione in un posto lontanissimo, dall’altra parte del pianeta, e il sistema di trasporto-zero, come risultava dal bollettino, già da due giorni funzionava male a causa della fluttuazione del polo del neutrino.

Ma non mi rimaneva niente altro. Adesso a Manaos era giorno e, se dovevo telefonare, era il caso di farlo ora.

Ebbi fortuna. Jadwiga Michailovna Lekanova era sul posto e potei parlarle subito, cosa su cui non contavo affatto. Jadwiga Michailovna aveva la faccia grassa ed abbronzatissima, delle fossette civettuole sulle guance, splendenti occhi azzurri e un folto colbacco di capelli d’argento. Aveva un piccolo difetto di pronuncia, peraltro molto simpatico, e una voce profonda e vellutata, che suscitava pensieri frivoli, assolutamente fuori luogo, come, per esempio, che fino a poco tempo prima la signora avrebbe potuto far girare la testa a chiunque avesse voluto. E, con ogni probabilità, l’aveva fatta girare.

Mi scusai, mi presentai e raccontai la mia storiella. Lei socchiuse gli occhi, cercando di ricordare, aggrottò le sopracciglia nere e folte.

— Lev Abalkin?… Lev Abalkin… Scusi, lei come si chiama?

— Maksim Kammerer.

— Scusi, Maksim, non ho ben capito. Lei parla a livello personale o rappresenta un’organizzazione?

— Come dirle… Ho degli accordi con una casa editrice, che si è dimostrata interessata…

— Ma lei è proprio un giornalista o lavora da qualche parte? Non esiste di per sé la professione di giornalista…

Annuii deferente, cercando febbrilmente di decidere come comportarmi.

— Vede, Jadwiga Michailovna, è piuttosto difficile da spiegare… La mia professione… dunque, faccio il Progressore… veramente, quando ho cominciato a lavorare, questa professione non c’era ancora. Fino a poco tempo fa ero collaboratore del COMCON… e anche ora, in certo qual modo…

— Lo ha lasciato per fare il libero professionista? — chiese Jadwiga Michailovna.

Sorrise di nuovo, ma ora nel suo sorriso mancava qualcosa di importante, e nello stesso tempo di molto comune.

— Senta, Maksim, — disse, — parlerò volentieri con lei di Lev Abalkin, ma, se permette, solo fra un po’. Le telefono io, fra un’ora, un’ora e mezzo…

Continuava a sorridere, e ora capii cosa mancava nel suo sorriso: la benevolenza.

— Certamente, — dissi. — Come preferisce…

— Mi scusi, per favore.

— Ma no, sono io che devo scusarmi…

Prese nota del numero del mio canale, e ci separammo. Che strana conversazione! Chiaramente lei si era accorta, per qualche ragione, che mentivo. Mi strofinai le orecchie. Le orecchie mi bruciavano. Maledetta professione… «E cominciò la più appassionante delle cacce, la caccia all’uomo…» O tempora, o mores![12] Quante volte si sono sbagliati questi classici! Va bene, aspettiamo. E vedrai che mi toccherà andare fino a Manaos. Ascoltai il bollettino. Il sistema di trasporto-zero continuava ad essere poco affidabile. Allora prenotai il viaplano, aprii la cartella e mi misi a leggere il rapporto di Lev Abalkin sull’operazione “Mondo morto”.

Feci in tempo a leggere cinque pagine, non di più. Bussarono alla porta e sulla soglia comparve Sua Eccellenza. Mi alzai.

Capita raramente di vedere Sua Eccellenza in modo diverso che seduto alla scrivania, e ci si dimentica sempre di come sia alto e ossuto. Un impeccabile camice bianco gli penzolava addosso, come sulla stampella, e aveva, nel complesso, qualcosa dell’attore da circo che cammina sui trampoli, sebbene i suoi movimenti non fossero affatto rigidi.

— Siediti, — disse, piegandosi a metà e accomodandosi nella poltrona davanti a me.

Mi affrettai a sedermi.

— Riferisci, — ordinò.

Riferii.

— Tutto qui? — chiese con un’espressione sgradevole.

— Tutto per ora.

— Male, disse.

— Ma, Eccellenza… — dissi.

— Male! L’istruttore è morto! E i compagni di scuola? Vedo che non li hai proprio presi in considerazione! E i suoi compagni di classe alla scuola dei Progressori?

— Purtroppo, Eccellenza, non aveva amici. Per lo meno all’internato, ma per quanto riguarda i Progressori…

— Per favore, risparmiami queste divagazioni. Controlla tutto. E non ti distrarre. Che c’entra, per esempio, il pediatra della scuola?

— Mi sforzo di controllare tutto, — dissi, cominciando ad arrabbiarmi.

— Non hai tempo per andartene in giro in viaplano. Studia gli archivi e non i voli.

— Mi occuperò anche degli archivi. Non lascerò da parte nemmeno il Testone Ščekn. Ma ho stabilito un certo ordine… Non mi pare che il pediatra sia una perdita di tempo…

— Zitto, — disse. — Dammi il tuo elenco.

Prese il foglio e lo studiò a lungo, di tanto in tanto arricciando il naso ossuto. Scommetterei la testa che si era soffermato su una riga e la guardava senza aprire gli occhi. Poi mi restituì il foglietto e disse:

— Ščekn, non è una cattiva idea. E anche la tua storiella mi piace. Tutto il resto non va. Hai creduto che non avesse amici. Non è vero. Tristan era suo amico, anche se nella cartella non hai trovato niente a questo proposito. Cerca. E anche questa… Glumova… è una buona idea. Se ci fosse di mezzo l’amore, sarebbe una possibilità. La Lekanova lasciala perdere. Non ti serve.

— Ma tanto mi deve telefonare!

— Non ti telefonerà, — disse.

Lo fissai. I rotondi occhi verdi non vacillarono, e io capii che la Lekanova non avrebbe telefonato.

— Senta, Eccellenza, — dissi. — Non le pare che lavorerei tre volte più in fretta se sapessi di che si tratta?

Ero sicuro che avrebbe ribattuto: «No, non mi pare». La mia era una domanda retorica. Volevo semplicemente fargli capire che l’atmosfera di mistero che circondava Lev Abalkin non mi era sfuggita e che mi infastidiva.

Ma lui rispose diversamente:

— Non so. Penso di no. Comunque ora non posso dirti nulla. E non voglio, anche.

— Segreto professionale? — chiesi.

— Sì, — disse. — Segreto professionale.

Dal rapporto di Lev Abalkin (operazione “Mondo morto”)

Alle dieci l’ordine di movimento viene fissato in modo definitivo. Camminiamo in mezzo alla strada: Ščekn avanti, al centro della strada, a sinistra, dietro di lui, io. Avevamo dovuto abbandonare il solito ordine di marcia — a ridosso dei muri — perché i marciapiedi erano invasi da calcinacci, mattoni rotti, schegge di vetro delle finestre, lamiere arrugginite, e per ben due volte dei pezzi di cornicione, senza una ragione apparente, per poco non ci erano caduti sulla testa.

Il tempo non era cambiato, il cielo come prima era coperto di nuvole. A tratti soffiava un vento caldo che faceva svolazzare sul lastricato sconnesso rifiuti imprecisati, e increspava l’acqua puzzolente nelle pozzanghere nere stagnanti. Si alzavano in volo, si abbassavano e di nuovo si alzavano miriadi di zanzare. Orde di zanzare. Veri e propri turbini di zanzare. Moltissimi ratti. Frusciano fra le immondizie, a branchi color rossiccio sporco corrono per la strada da un portone all’altro, a colonne sbucano fuori dalle cornici vuote delle finestre. Hanno occhi grossi come i grani di una collana che lampeggiano trepidanti. Non si capisce di che cosa si nutrano, in questo deserto di pietra. Forse di serpenti. Anche serpenti ce ne sono molti, specialmente nelle vicinanze dei tombini, dove si radunano e formano degli aggrovigliati cerchi semoventi. Non si capisce anche di cosa si nutrano i serpenti. Forse di ratti. I serpenti, inoltre, sono apatici, niente affatto aggressivi, ma nemmeno timorosi. Si occupano delle loro cose, e non prestano attenzione a niente altro.

La città è stata abbandonata da moltissimo tempo. L’uomo incontrato in periferia era, chiaramente, un folle e si aggirava li per caso.

Comunicazione dal gruppo di Rem Zeltuchin. Finora non ha incontrato nessuno. È entusiasta del suo letamaio e giura che in tempi brevi sarà in grado di determinare l’indice della civiltà locale con un’approssimazione di secondo grado. Cerco di immaginare questo letamaio gigantesco, senza inizio e senza fine, che invade mezzo mondo. Divento di cattivo umore, e smetto di pensarci.

La tuta mimetica non funziona in modo soddisfacente. Il colore difensivo, corrispondente allo sfondo, compare sulla tuta con un ritardo di cinque minuti, a volte non compare affatto, e al suo posto appaiono delle bellissime macchie dagli incredibili colori spettrali. Suppongo che qui, nell’atmosfera, ci sia qualcosa che turba, dal punto di vista dell’autoregolazione, la reazione chimica di questa sostanza. Gli esperti della commissione di tecniche di mimetizzazione hanno perso la speranza di mettere a punto la tuta a distanza e mi danno consigli su cosa fare. Seguo questi consigli, ma il risultato è che la mia tuta ormai non è più regolabile.

Comunicazione dal gruppo di Espada. A quanto pare, durante l’atterraggio nella nebbia, hanno mancato il bersaglio di alcuni chilometri: non hanno visto né i campi coltivati, né i centri abitati individuati quando ancora erano in orbita. Vedono l’oceano e la costa ricoperti per chilometri di una crosta nera, simile a mazut[13] rappreso. Di nuovo divento di cattivo umore.

Gli esperti protestano energicamente contro la decisione di Espada di eliminare del tutto la mimetizzazione. Piccola baruffa rumorosa nell’etere. Ščekn borbotta:

— La famigerata tecnica umana! Ridicolo…

Non porta la tuta e nemmeno il pesante casco con i trasformatori, nonostante fosse stato preparato apposta per lui. Ha rifiutato tutto, come al solito, senza spiegarne il motivo.

Corre per la linea mediana del viale, mezzo cancellata, dondolandosi, buttando leggermente da una parte le zampe posteriori, così come fanno a volte i nostri cani; è grasso, peloso, ha un’enorme testa rotonda, girata sempre verso sinistra, così che con l’occhio destro guarda sempre avanti, e con il sinistro sembra fissarmi. Non presta nessuna attenzione ai serpenti e nemmeno alle zanzare, invece i ratti lo interessano, ma solo da un punto di vista gastronomico. Comunque, ora è sazio.

Mi sembra che lui abbia già tratto delle conclusioni, sia per quanto riguarda la città sia, probabilmente, per quanto riguarda tutto il pianeta. Ha rifiutato con aria indifferente di visitare una villa splendidamente conservata, nel 7° rione, assolutamente fuori posto per pulizia ed eleganza, tra edifici coperti da rampicanti selvatici, corrosi dal tempo, ciechi. Ha fiutato soltanto, con disprezzo, la ruota, dal raggio di due metri, di una macchina militare blindata, che puzzava forte di benzina fresca, mezza sepolta dalle macerie di un muro crollato, e senza alcuna curiosità ha osservato la danza folle di un poveraccio di aborigeno che ci è balzato davanti con un tintinnio di sonagli, e che ballonzolava con addosso degli stracci colorati o dei nastri. Tutte queste stranezze lasciavano Ščekn indifferente. Non desiderava, chissà perché, staccarle dallo sfondo generale della catastrofe, nonostante che all’inizio, nei primi chilometri di cammino, fosse stato chiaramente colpito, avesse cercato qualcosa, infrangendo di continuo l’ordine di movimento, fiutato qua e là, sbuffando e sputacchiando, borbottando qualcosa di incomprensibile nella sua lingua…

— Ecco qualcosa di nuovo, — dico.

Era qualcosa che assomigliava alla cabina di una doccia ionica, un cilindro alto due metri, dal diametro di uno, di un materiale trasparente, simile all’ambra. La porta ovale, alta quanto il cilindro, era spalancata. Verosimilmente, una volta questa cabina era verticale, ma una carica di esplosivo posta sotto un fianco aveva fatto sì che si inclinasse fortemente, e che il fondo si sollevasse insieme all’asfalto su cui era attaccato e alla terra argillosa. Per il resto non aveva subìto danni, anche perché non c’era niente che potesse essere danneggiato: all’interno era vuota come un bicchiere vuoto.

— Un bicchiere, — dice Vanderchuze. — Ma con la porta.

— Una doccia ionica, — dico io. — Ma senza attrezzature. Oppure una cabina di regolazione. Ne ho vista una molto simile su Sarakš, solo che era fatta di ferro e vetro. Fra l’altro nel dialetto locale si chiamano proprio così: “bicchiere”.

— E che funzione hanno? — si informa con curiosità Vanderchuze.

— Regolano il traffico stradale agli incroci, — rispondo.

— Da qui all’incrocio è un po’ lontano, non ti pare? — dice Vanderchuze — Allora si vede che è una doccia ionica.

Gli detta il rapporto. Ascoltato il rapporto, si informa:

— Ci sono domande?

— Due: perché hanno messo qui questo affare e a chi dava fastidio? Prego di fare attenzione: non ci sono né cavi né fili. Ščekn, hai tu delle domande?

Ščekn si dimostra più che indifferente, si gratta, con il sedere girato verso la cabina.

— Il mio popolo non conosce oggetti simili, — mi informa con alterigia. — Al mio popolo non interessa. — E di nuovo continua a grattarsi con aria di sfida.

— È tutto, — dico a Vanderchuze, e Ščekn si alza e prosegue. Al suo popolo dunque non interessa, penso, camminando dietro di lui a sinistra. Mi viene da ridere, ma non si può ridere per nessuna ragione. Ščekn non sopporta nessun genere di sorrisi, la sua acutezza per quanto riguarda il minimo accenno di mimica umana è straordinaria. Strano, come mai i Testoni abbiano questa acutezza? Infatti le loro fisionomie (o i musi?) sono quasi del tutto prive di mimica, almeno per un occhio umano. Un qualsiasi cane da guardia ha una mimica di gran lunga più ricca. E capisce benissimo il senso dei sorrisi umani. In genere i Testoni capiscono gli uomini cento volte meglio che gli uomini i Testoni. E so perché. Noi ci vergogniamo. Loro sono dotati di ragione e noi ci sentiamo in imbarazzo a studiarli. Loro invece non provano imbarazzo. Quando vivevamo da loro nella Fortezza, e loro ci avevano offerto un rifugio, ci davano da mangiare, da bere, ci proteggevano, quante volte mi accorsi che stavano facendo degli esperimenti sudi noi! E Marta si era lamentata della stessa cosa con Komov, e anche Rawlingson, solo Komov non se ne lamentò mai; penso che non lo facesse solo perché è troppo orgoglioso per farlo. Ma Tarasconer alla fine scappò via. Se ne andò a Pandora, dove si occupa dei suoi mostruosi tachorg ed è felice… Perché Ščekn si interessava tanto a Pandora? Accampava ogni scusa, vera e falsa, pur di non partire. Bisognerà controllare se è vero che un gruppo di Testoni abbia chiesto un mezzo di trasporto per trasferirsi su Pandora.

— Ščekn, — gli dico, — vorresti vivere su Pandora?

— No. Devo stare con te.

Deve. Il guaio è che nella loro lingua c’è solo un tempo. Non c’è differenza fra “devo”, “dovrei”, “vorrei”, “potrei”. E quando Ščekn parla in una lingua non sua, utilizza questi concetti a casaccio. Non si può mai sapere che cosa abbia inteso veramente. Forse voleva dire che mi vuole bene, che starebbe male senza di me, che gli piace stare solo con me. Ma può anche essere che stare con me sia solo il suo compito, che gli sia stato ordinato di rimanere con me, e che voglia solo adempiere con onestà al suo dovere, anche se desidererebbe sopra ogni altra cosa infilarsi nella giungla color arancione, cogliendo ogni fruscio, beandosi di ogni profumo, tutte cose che su Pandora abbondano…

Davanti a noi, sulla destra, da un balcone color bianco sporco del terzo piano si stacca un pezzo di intonaco e cade con rumore sul marciapiede. I ratti squittiscono sdegnati. Una colonna di zanzare si alza da un mucchio di immondizie e volteggia nell’aria. Attraverso la strada si è allungato un enorme serpente, come un sottile nastro metallico; si è avvoltolato a spirale intorno a Ščekn e ha sollevato minaccioso la testa romboidale. Ščekn non si è neppure fermato. Agita con noncuranza la zampa anteriore, la testa romboidale vola sul marciapiede, e lui continua per la sua strada, lasciando dietro di sé un corpo aggrovigliato senza testa.

E pensare che avevano paura di lasciarmi andare solo con Ščekn! Un combattente di prima classe, intelligente, con un incredibile senso del pericolo, assolutamente privo di paura, perlomeno non nell’accezione umana… Ma… ovviamente, c’è anche un “ma”. Se occorresse, mi batterei per Ščekn come per me stesso. Ma Ščekn? Non lo so. Certo, su Sarakš si sono battuti per me, hanno combattuto, hanno ucciso e sono stati uccisi per difendermi, ma chissà perché ho avuto sempre l’impressione che combattessero non per me, per un amico, ma per un principio astratto, anche se a loro molto caro… Sono amico di Sèekn da cinque anni, quando ci siamo conosciuti non gli erano ancora cadute le membrane fra le dita, gli ho insegnato la nostra lingua e ad utilizzare la linea di approvvigionamento. Non l’ho mai lasciato quando era ammalato di quelle sue strane malattie di cui i nostri medici non sono riusciti a capir niente. Ho sopportato le sue cattive maniere, le sue espressioni brusche, gli ho perdonato cose che non ho mai perdonato a nessuno. E nonostante questo, non so ancora cosa sono io per lui… Ci richiamano dall’astronave. Vanderchuze informa che Rem Zheltuchin ha trovato nel suo letamaio un fucile. Un’informazione di nessuna importanza. È solo che Vanderchuze non vuole che io me ne stia zitto. È una brava persona, si preoccupa se sto zitto. Parliamo del più e del meno.

Intanto che parliamo, Ščekn si infila nel portone più vicino. Si sente un tramestio, uno squittio, scricchiolii e grufolare. Ščekn appare di nuovo sulla porta. Mastica energicamente e si toglie dal muso le code dei topi.

Tutte le volte che sono occupato con i collegamenti, lui comincia a comportarsi da cane: mangia, si gratta, si mette a darla caccia a qualcosa. Sa perfettamente che è una cosa che non mi piace, e lo fa apposta, come se volesse vendicarsi del fatto che sono distolto dalla nostra solitudine a due.

Si scusa dicendo che era veramente troppo allettante e che non si è potuto trattenere. Io gli rispondo freddamente.

Comincia a cadere una pioggerellina gelida. Il viale davanti a noi è come velato da una foschia ondeggiante. Oltrepassiamo il 17° rione (la traversa è lastricata), passiamo davanti ad un furgone arrugginito con le gomme a terra, davanti a un edificio ben conservato, rivestito di granito, con grate arabescate alle finestre del primo piano; alla nostra sinistra comincia un parco, separato dal viale da un basso muretto.

Nel momento in cui ci troviamo a passare davanti allo sbilenco arco del cancello di ingresso, dai cespugli bagnati, ormai inselvatichiti, accompagnato da un gran rumore e da un suono di campanelli, salta sul muretto un uomo grottesco, lungo lungo e tutto colorato.

È magro come uno scheletro, ha le guance cascanti e gli occhi vitrei. Foglioline bagnate di cerfoglio gli spuntano da tutte le parti, traballano le braccia indebolite e disarticolate; le gambe nude invece si contorcono di continuo e saltellano sul posto, tanto che da sotto gli enormi gradini svolazzano da ogni parte foglie cadute e briciole di cemento bagnato.

Indossa, dalla testa ai piedi, una specie di tuta di maglia di vari colori — rosso, giallo, blu e verde — e i campanelli che porta cuciti qua e là sulle maniche e sui pantaloni suonano in continuazione mentre le dita affusolate schioccano forte e ripetutamente secondo un ritmo scoordinato. Un pagliaccio. Un Arlecchino. I suoi gesti sarebbero buffi, se non fossero così terrificanti: in quella città morta, sotto una pioggia grigia, sullo sfondo di un parco solitario, diventato ormai un bosco. Si tratta, senza dubbio, di un pazzo. Ancora un pazzo.

In un primo momento mi era sembrato lo stesso che avevamo incontrato in periferia. Ma quello aveva dei nastri colorati e uno stupido cappello a punta con la campanella in cima, era molto più basso, e non sembrava così macilento. Semplicemente erano tutti e due variopinti e tutti e due pazzi, e sembrava incredibile che i primi due indigeni incontrati su questo pianeta fossero dei clown impazziti.

— Non è pericoloso, — dice Ščekn.

— Dobbiamo aiutarlo, — rispondo.

— Come vuoi. Ci darà fastidio.

Lo so pure io che ci darà fastidio, ma non si può farci nulla, e comincio ad avvicinarmi al pagliaccio in lacrime, preparando nel guanto la ventosa con il tranquillante.

— Pericolo alle spalle! — grida Ščekn.

Mi giro di scatto, ma in quella parte della strada non c’è niente di particolare: una villetta a due piani con resti di vernice di un sinistro color viola, colonne false, nemmeno un vetro intero, l’arco di una porta al secondo piano è spalancato nelle tenebre. Una casa è solo una casa, tuttavia Ščekn la guarda fisso, la punta con un’attenzione carica di tensione. Si accoccola sulle zampe, pronto a scattare, abbassa la testa e drizza le piccole orecchie triangolari. Sento dei brividi alla schiena: dall’inizio della marcia non avevo ancora visto Ščekn in questa posizione. Dietro di noi risuonano lamentosi i campanelli, poi all’improvviso si fa silenzio. Si sente solo il fruscio della pioggia.

— In quale finestra? — chiedo.

— Non lo so. — Ščekn sposta lentamente la grossa testa da destra a sinistra. — In nessuna finestra. Vuoi che diamo un’occhiata? Ma ora è già di meno… — La testa si solleva lentamente. — È tutto. Come prima.

— Che cosa?

— Come prima.

— C’è pericolo?

— C’era pericolo fin dall’inizio. Debole. Ma poi è diventato più forte. E ora è come all’inizio.

— Uomini o animali?

— Un odio fortissimo. Non si capisce cosa sia.

Mi giro a guardare il parco. Il pagliaccio folle non c’è più e non si riesce a distinguere nulla attraverso il verde fitto e bagnato.

Vanderchuze è terribilmente preoccupato. Dètto il mio rapporto. Vanderchuze teme che sia stata un’imboscata e che il pagliaccio dovesse distrarmi. Non riesce a capire che in questo caso l’imboscata è riuscita, perché il pagliaccio mi ha effettivamente distratto a tal punto che oltre a lui non ho né visto né sentito niente. Vanderchuze propone di inviarci un gruppo di sostegno, ma io rifiuto. Il nostro è un compito da poco, e con ogni probabilità saremo noi che andremo a far da sostegno al gruppo di Espada.

Comunicazione dal gruppo di Espada: li hanno bombardati con proiettili traccianti. A quanto pare un bombardamento di preavviso. Espada continua a muoversi, noi anche. Vanderchuze è agitatissimo, ha una voce terribilmente lamentosa.

Col capitano non abbiamo proprio avuto fortuna. Il capitano dell’Espada è un Progressore, il nostro è Vanderchuze. Ovviamente c’è una ragione: Espada è un gruppo di contatto, Rem è la principale fonte di informazioni, ed io e Ščekn siamo semplicemente degli esploratori a piedi in una zona deserta e priva di pericoli. Un gruppo di appoggio. Ma se dovesse accadere qualcosa, — e qualcosa succede sempre, — ci toccherà contare solo su noi stessi. In fin dei conti il vecchio e caro Vanderchuze è solo un astronauta, una vecchia volpe del cosmo. Ha nel sangue il paragrafo 06/3 del regolamento: «In caso di scoperta, sul pianeta, di tracce di vita umana partire IMMEDIATAMENTE, dopo aver fatto sparire, nei limiti del possibile, ogni traccia della propria presenza…». E qui c’è addirittura un bombardamento di preavviso, un chiaro segno che non desiderano entrare in contatto, e ciò nonostante nessuno si prepara a partire, ma anzi continuano ad avanzare e si cacciano chissà dove…

Smette di piovere. Le rane saltellano sull’asfalto bagnato. È chiaro cosa mangino i serpenti. Ma che mangiano le rane? Le zanzare. Le case diventano sempre più lussuose. Un lusso spelacchiato e ammuffito. Una lunga colonna di camion di varie dimensioni è ferma lungo il ciglio della strada, sul lato sinistro. Evidentemente qui si teneva la sinistra. Molti camion sono aperti, nei cassoni sono accatastate masserizie domestiche. Sono le tracce di un esodo di massa, solo non è chiaro perché si siano mossi in direzione del centro cittadino. Forse si dirigevano al porto?

Sbuchiamo in una piazza e ci fermiamo subito, perché vediamo un cannone. È sistemato dietro l’angolo, è tozzo, sembra quasi saldato all’asfalto: la lunga bocca da fuoco con la pesante maniglia del freno, l’ampio scudo ricoperto di disegni mimetici a zigzag, il grande affusto, le pesanti ruote gommate… Da questa posizione aveva sparato spesso, ma molto, molto tempo prima. I bossoli dei proiettili sparati sono sparsi intorno, completamente corrosi dall’ossido verde e rosso, i ganci dell’affusto hanno squarciato l’asfalto e affondano ora nell’erba fitta, e persino un alberello è riuscito a spuntare oltre la fiancata sinistra. La culatta arrugginita pende da una parte, l’alzo manca completamente, e dietro giacciono in disordine casse di munizioni putrefatte, semidistrutte, tutte vuote. Qui hanno sparato fino all’ultimo proiettile.

Guardo al di sopra dello scudo e vedo dove hanno sparato. Cioè, prima vedo un’enorme breccia ricoperta di edera, nella parete della casa di fronte, e solo dopo mi balza agli occhi un’incongruenza architettonica. Ai piedi della casa, proprio come un cavolo a merenda, sta un piccolo padiglione di un color giallo opaco, a un piano solo, con il tetto basso, e ora mi è chiaro che hanno sparato proprio contro di esso, mirando dritto, quasi con ostinazione, da una cinquantina di metri, e gli squarci nella parete della casa non sono altro che colpi a vuoto, sebbene, da quella distanza, mancare il colpo sembrasse impossibile. Del resto, i colpi a vuoto non sono poi molti, e ci si può solo meravigliare della solidità di quella squallida costruzione gialla che, nonostante i tanti colpi ricevuti, non è diventata un mucchietto di spazzatura.

Il padiglione è assolutamente fuori posto, e da principio mi sembra che siano stati i terribili colpi dei proiettili a spostarlo dal suo posto, a farlo cadere all’indietro, a trascinano per il marciapiede e quasi a piantarlo ad angolo Contro il muro della casa. Ma, chiaramente, non è andata così. I proiettili hanno provocato sulla facciata gialla dei fori dai bordi fusi e anneriti e sono esplosi all’interno, così che gli ampi battenti del grande ingresso si sono aperti verso l’esterno e, contorti, ora pendono appesi a fili invisibili. All’interno è ovviamente scoppiato un incendio, e tutto quello che c’era è bruciato, e le lingue delle fiamme hanno lasciato nere tracce sull’ingresso, di qua e di là dalla breccia. Ma il padiglione si trova proprio là, dove l’avevano messo fin dall’inizio degli architetti strampalati, ostruendo completamente il marciapiede e occupando parte della sede stradale, cosa che doveva indubbiamente disturbare il movimento dei trasporti.

Tutto questo è avvenuto molti, moltissimi anni fa, e ormai è scomparso da tempo l’odore degli incendi e degli spari, ma l’atmosfera di odio viscerale, di rabbia, di follia, che allora spingeva gli sconosciuti artiglieri si è stranamente conservata e opprime l’anima.

Ricomincio a dettare il rapporto e Ščekn, allontanatosi un po’, con il labbro sprezzantemente all’ingiù brontola a bella posta a voce alta, storcendo l’occhio giallo: «Uomini… Ci può forse essere dubbio… È chiaro, sono uomini… Ferro e fuoco, rovine, sempre lo stesso…». Evidentemente sente anche lui questa atmosfera e, probabilmente, in modo ancora più intenso di me. Inoltre gli vengono in mente le contrade natie, i boschi disseminati di tecniche assassine, le radure arse fino ad essere ridotte in cenere, dove sporgono mortali i tronchi degli alberi carbonizzati e radioattivi e la terra stessa è intrisa di odio, di paura e di morte…

In questa piazza non abbiamo più niente da fare. Si possono solo fare ipotesi e immaginare quadri uno peggiore dell’altro. Proseguiamo e penso che, al momento della catastrofe totale, le civiltà fanno venire in superficie tutta la malvagità, tutte le lordure che si sono accumulate durante i secoli nei geni dell’intelletto. Le forme di questo tartaro sono straordinariamente varie, e da esse si può giudicare quanto disgraziata fosse quella civiltà al momento del cataclisma, ma molto poco si può dire sulla natura del cataclisma, perché i più vari cataclismi — si tratti di un’epidemia totale o di una guerra mondiale o di una catastrofe geologica — portano in superficie sempre lo stesso tartaro: odio, egoismo bestiale, crudeltà, che sembrano giustificati, ma non hanno invece nessuna giustificazione…

Comunicazione da Espada: è riuscito a entrare in contatto. Ordine di Komov: tutti i gruppi preparino gli apparecchi traduttori per lo scambio di informazione linguistica. Sposto la mano sulla schiena, trovo a tastoni l’interruttore del traduttore portatile e lo faccio scattare…

2 giugno dell’anno 78. Maja Glumova, amica di Lev Abalkin

Non persi tempo ad avvertire Maja della mia visita, e alle nove precise mi recai alla Piazza della Stella.

All’alba aveva leggermente piovuto, e l’enorme cubo di marmo non lucidato del museo luccicava tutto bagnato sotto il sole. Da lontano vidi davanti all’ingresso principale una piccola folla e, avvicinandomi, sentii delle esclamazioni scontente e deluse. Pare che dal giorno prima il museo fosse chiuso ai visitatori perché si stava preparando una nuova mostra. Non stetti a perder tempo all’ingresso. Ero già stato nel museo e sapevo dove si trovava l’ingresso del personale. Feci il giro dello stabile e per un vialetto ombroso arrivai a una porticina bassa, che si notava appena dietro il muro ininterrotto di rampicanti intrecciati. Questa porta, di una plastica che imitava il legno di quercia, era anch’essa chiusa. Sulla soglia si dava da fare un robot pulitore. Aveva un’aria proprio abbattuta: durante la notte, poveraccio, si era completamente scaricato, e ora, lì, all’ombra, aveva poche possibilità di caricarsi di nuovo.

Lo scansai con un piede e bussai furiosamente. Risuonò una voce d’oltretomba:

— Il Museo delle Civiltà Extraterrestri è temporaneamente chiuso per la sistemazione delle sale centrali per la nuova mostra. Ci scusiamo e vi preghiamo di tornare fra una settimana.

— Avanti marsch! — dissi ad alta voce, contando su una certa sorpresa.

Intorno non c’era nessuno, ovviamente, solo il robot strideva inquieto intorno alle mie gambe. Evidentemente, lo interessavano le mie scarpe.

Gli diedi una spinta e di nuovo bussai col pugno alla porta.

— Il Museo delle Civiltà Extraterrestri… — ricominciò la voce d’oltretomba e all’improvviso tacque.

La porta si spalancò.

— Guarda, guarda, — dissi ed entrai.

Il robot rimase fuori.

— Beh? — gli dissi. — Entra.

Ma lui indietreggiava, non si decideva e all’improvviso la porta si richiuse.

Nei corridoi c’era un odore non molto forte, ma molto particolare. Avevo notato già da tempo che ogni museo ha il suo odore. C’è un odore particolarmente forte nei musei zoologici, ma anche qui puzzava parecchio. Di civiltà extraterrestri, bisogna supporre.

Diedi un’occhiata nella prima sala che capitò, e vi trovai due ragazze molto giovani che, con in mano dei saldatori molecolari, si davano da fare nelle viscere di una specie di costruzione che ricordava una gigantesca matassa di filo spinato. Chiesi dove potessi trovare Maja Tojvovna, ricevetti indicazioni precise, e continuai a vagare per i corridoi e le sale del settore specializzato in oggetti materiali di uso sconosciuto. Non incontrai nessuno. La maggior parte degli impiegati era, evidentemente, nelle sale centrali, dove ci si occupava della nuova mostra, e qui non c’era niente e nessuno, oltre agli oggetti di uso sconosciuto. Ma di questi oggetti ne avevo ormai visti a sazietà, e fra l’altro mi ero formato la convinzione che il loro uso sarebbe rimasto sconosciuto per i secoli dei secoli, amen.

Trovai Maja Tojvovna nel suo studio. Quando entrai, sollevò verso di me il viso. Era bella, anzi molto bella: aveva magnifici capelli castani, grandi occhi grigi, il naso leggermente all’insù, forti mani nude con le dita affusolate, un’ampia camicetta senza maniche a righe verticali bianche e nere. Una donna affascinante. Sul sopracciglio sinistro aveva un piccolo neo scuro.

Mi guardò con aria distratta, cioè guardò non me ma attraverso me. Taceva. Sul tavolo non c’era niente, solo le sue braccia giacevano sulla scrivania, come se lei ce le avesse messe e se ne fosse poi dimenticata.

— Chiedo scusa, — dissi. — Mi chiamo Maksim Kammerer.

— Sì, l’ascolto.

Anche la sua voce era distratta e non diceva la verità: lei non mi ascoltava affatto. Ed era chiaro che per oggi non aveva proprio voglia di starmi a sentite. Una persona educata al posto mio si sarebbe scusata e se ne sarebbe andata in silenzio. Ma io non mi potevo permettere di essere una persona educata. Ero un collaboratore del COMCON-2 al lavoro. Perciò non mi scusai, e nemmeno me ne andai, ma semplicemente mi sedetti nella prima poltrona che capitò e, cercando di assumere un’espressione di bonaria cordialità, chiesi:

— Cosa succede oggi al museo? Non fanno entrare nessuno…

Parve meravigliarsi.

— Non fanno entrare? Davvero?

— Proprio così! Sono riuscito ad entrare solo dalla porta di servizio…

— Ah, sì… Scusi, ma lei chi è? Posso fare qualcosa per lei?

Ripetei che ero Maksim Kammerer e cominciai a raccontare la mia storiella.

A questo punto avvenne qualcosa di straordinario. Appena pronunciai il nome di Lev Abalkin, lei si svegliò subito. L’aria distratta scomparve, il suo volto si accese e mi divorò letteralmente con i suoi occhi grigi. Ma non disse nemmeno una parola e mi stette ad ascoltare fino alla fine. Sollevò solo lentamente dal tavolo le mani, incrociò le lunghe dita e vi poggiò sopra il mento.

— Lo ha conosciuto? — chiese.

Raccontai della spedizione alla foce del Serpente Azzurro.

— E scriverà di tutto questo?

— Ovviamente, — dissi. — Ma è ancora poco.

— Poco, per che cosa? — chiese.

Sul viso le era apparsa una strana espressione, come se si sforzasse di non scoppiare in una risata. Persino gli occhi le luccicavano.

— Vede, — cominciai di nuovo, — vorrei mostrare come Abalkin sia diventato il più importante specialista nel suo campo. Nell’ambito della zoopsicologia e della sociopsicologia ha prodotto qualcosa del tipo…

— Ma lui non è diventato uno specialista nel suo campo, — disse. — Hanno fatto di lui un Progressore. Loro…

No, non era riso quello che stava trattenendo, ma lacrime. E ora non riuscì più a trattenerle. Si coprì il viso con le mani e scoppiò a piangere. Oh Signore! Le lacrime delle donne sono sempre una cosa terribile, e in questo caso per di più non ci capivo niente. Singhiozzava impetuosa, dimentica di tutto, come un bambino, sussultando in tutto il corpo, e io me ne stavo seduto come un cretino e non sapevo che fare. In questi casi si offre sempre un bicchier d’acqua, ma in quello studio non c’era né un bicchiere né l’acqua, né niente altro del genere, c’erano solo vetrine zeppe di oggetti di uso sconosciuto.

Ma lei continuava a piangere, le lacrime le scorrevano a torrenti fra le dita, cadevano sul tavolo; ansava febbrilmente, singhiozzava, continuava a tenere nascosto il viso, e poi cominciava all’improvviso a parlare, e parlava come se pensasse a voce alta, interrompendosi da sola, senza ordine e senza uno scopo.

Lui l’aveva percossa, e come l’aveva percossa! Appena lei sollevava la coda, lui subito le faceva una scenata. Se ne infischiava del fatto che lei fosse una ragazza e che avesse tre anni di meno, lei apparteneva a lui e basta. Lei era una cosa sua, di sua proprietà. Lo era diventata subito, quasi il primo giorno che si erano conosciuti. Lei aveva cinque anni e lui otto. Lui correva con i cerchi e gridava una filastrocca che aveva inventato lui: «Accanto all’uscio gli animali stavano, ululavano, ma via li cacciavano!». Dieci, venti volte di seguito. A lei venne da ridere, e allora lui la vide per la prima volta…

Era stato bellissimo — essere una cosa sua — perché lui la amava. Non amò mai nessun altro. Solo lei. Tutti gli altri gli erano indifferenti. Non capivano nulla e non potevano capire. E lui appariva in scena, cantava canzoni e declamava versi solo per lei. Proprio così. Le diceva: «Questo è per te. Ti è piaciuto?». E saltava in alto, per lei. E di notte scriveva versi, per lei. Aveva una grande stima di lei, della cosa di sua proprietà, e cercava sempre di essere degno di una cosa così preziosa. E nessuno ne sapeva niente. Lui aveva sempre fatto in modo che nessuno se ne accorgesse. Fino all’ultimo anno, quando lo venne a sapere il suo insegnante…

Lui aveva anche molte altre cose sue. Tutto il bosco intorno all’internato era suo. Ogni uccello del bosco, ogni scoiattolo, ogni rana del fossato. Dettava legge ai serpenti, dava inizio e fine alle guerre fra le formiche, sapeva curare i cervi, e tutto era di sua proprietà, eccetto un vecchio alce di nome Rex, che ammetteva come pari, ma poi litigò con lui e lo cacciò via dal bosco…

Sciocca, che sciocca era stata! All’inizio andava tutto bene, ma poi lei crebbe e decise di essere libera. Gli aveva dichiarato in faccia che non desiderava più essere una cosa sua. Lui l’aveva picchiata, ma lei era decisa, ferma nella sua convinzione, maledetta sciocca. Allora lui l’aveva picchiata di nuovo, crudelmente e implacabilmente, così come picchiava i suoi lupi, quando cercavano di prendergli la mano. Ma lei non era un lupo, lei era più ostinata di tutti i suoi lupi presi insieme. E allora lui aveva tirato fuori dalla cintura il coltello, che affilava personalmente su un osso che aveva trovato nel bosco, e con un sorriso folle si era lentamente e terribilmente squarciato il braccio dal polso fino al gomito. Stava davanti a lei con un sorriso folle, il sangue gli colava dal braccio come l’acqua dalla conduttura, e chiedeva: «E ora?». Non fece nemmeno in tempo a cadere, che lei aveva capito che lui aveva ragione. Aveva sempre avuto ragione, fin dall’inizio. E lei era stata una sciocca, una sciocca, una sciocca, e non aveva voluto ammetterlo…

E l’ultimo anno, quando lei era tornata dalle vacanze, non c’era stato più nulla. Era successo qualcosa. Probabilmente, lo avevano messo sotto controllo. Oppure avevano saputo tutto e, ovviamente, erano inorriditi, gli idioti. Maledetti cretini. Lui guardava attraverso di lei e se ne andava. E non la vedeva più. Lei smise di esistere per lui, così come gli altri. Aveva perso una cosa sua, e aveva accettato la perdita. E quando lui si ricordò di lei, fu tutta un’altra cosa. La vita non era più un bosco misterioso, in cui lui era il padrone, e lei la cosa più preziosa che avesse. Avevano già cominciato a cambiarlo, era ormai quasi un Progressore, si trovava a metà della strada verso un nuovo mondo, dove si tradisce e si soffre. Ed era chiaro che era ben deciso a percorrere questa strada, era un buon alunno, coscienzioso e capace. Lui le scrisse, ma lei non rispose. Lui la chiamò, ma lei non si fece viva. Avrebbe dovuto non scrivere o chiamare, ma venire lui stesso, e picchiarla come ai vecchi tempi, e allora, forse, tutto sarebbe tornato come prima. Ma lui non era più il padrone. Era diventato un uomo come ce ne sono tanti altri, e smise di scriverle…

La sua ultima lettera, scritta come sempre a mano (ammetteva solo le lettere scritte a mano, niente cristalli, né registrazioni magnetiche, solo a mano), la sua ultima lettera era venuta proprio da li, dal Serpente Azzurro. «Accanto all’uscio gli animali stavano, ululavano, ma via li cacciavano.» E non c’era scritto niente altro nella sua ultima lettera…

Diceva tutto in modo febbrile, singhiozzando e soffiandosi il naso negli stracci sgualciti del laboratorio, e io all’improvviso capii, ed un secondo dopo lo disse lei stessa: si erano visti il giorno prima. Proprio mentre le telefonavo e parlavo con il lentigginoso Tojvo e mentre telefonavo a Jadwiga e mentre parlavo con Sua Eccellenza e mentre me ne stavo a casa a leggere il rapporto sull’operazione “Mondo morto”, tutto questo tempo lei era stata con lui, l’aveva guardato, l’aveva ascoltato, e fra loro era avvenuto qualcosa, per cui lei adesso piangeva sulla spalla di uno sconosciuto.

2 giugno dell’anno 78. Maja Glumova ed il giornalista Maksim Kammerer

Lei tacque, come se si riprendesse, e anch’io mi ripresi, solo qualche secondo prima. Del resto, stavo lavorando. Il dovere. Il senso del dovere. Ciascuno è tenuto a fare il suo dovere. Parole stantie, aspre. Dopo tutto quello che mi era toccato ascoltare. Avrei voluto infischiarmene del dovere e fare tutto il possibile per tirar fuori quella donna infelice dal pantano della sua incomprensibile disperazione. Forse, era proprio questo il mio dovere.

Ma sapevo che non era così, che non era così per molte ragioni. Per esempio, perché non so tirar fuori la gente dal pantano della disperazione per il semplice motivo che non so come si fa. Non so nemmeno da che parte si comincia. E perciò più di tutto desideravo ora alzarmi, scusarmi e andarmene. Ma, ovviamente, non potevo farlo, perché dovevo assolutamente sapere dove si erano incontrati e dove si trovava ora lui…

Lei chiese di nuovo all’improvviso:

— Ma lei chi è?

Pose questa domanda in tono secco, e anche i suoi occhi erano freddi e lucenti, quasi febbricitanti.

Fino al mio arrivo se ne era stata là da sola, nonostante che intorno ci fossero tanti suoi colleghi e, con ogni probabilità, anche degli amici. Comunque era rimasta sola, forse qualcuno si era avvicinato e aveva anche cercato di farla parlare, ma poi era rimasta sola, perché nessuno qui sapeva né poteva sapere niente dell’uomo che riempiva il suo animo di una terribile disperazione — di una cocente delusione che la rendeva debole — e di tutto quello che si era accumulato in lei durante quella notte, che voleva esplodere ma non trovava via d’uscita. Ed ecco che ero arrivato io e avevo fatto il nome di Lev Abalkin. Avevo proprio messo il coltello nella piaga. E allora gli argini si erano rotti e per un po’ lei si era sentita sollevata, era riuscita finalmente a gridare, a liberarsi dal dolore; la sua ragione si era liberata, e allora io smisi di essere un guaritore, e diventai quello che ero in realtà, un estraneo incontrato casualmente. E però ora le era chiaro che, in realtà, non potevo essere capitato per caso, perché non esistono casi come questo. Perché non esiste che ci si lasci con l’innamorato venti anni prima, non si sappia per venti anni nulla di lui, non si senta per venti anni il suo nome e poi, dopo venti anni, lo si incontri e si passi la notte con lui, una notte amara e terribile, più amara e terribile di qualsiasi addio, e il mattino dopo, per la prima volta in venti anni, si senta il suo nome da un estraneo, incontrato casualmente…

— Ma lei chi è? — chiedeva lei in tono secco.

— Mi chiamo Maksim Kammerer, — risposi per la terza volta, cercando di fare la faccia sbigottita. — Sono una specie di giornalista… Ma, per l’amor di Dio… Evidentemente, non càpito a proposito… Vede, raccolgo materiale per un libro su Lev Abalkin…

— Che cosa sta facendo qui?

Non mi aveva creduto. Forse aveva capito che non stavo cercando materiale su Lev Abalkin, ma Abalkin in persona. Dovevo adeguarmi. E in fretta. Ovviamente, mi adeguai.

— In che senso? — chiese il giornalista Kammerer, un po’ perplesso e addirittura allarmato.

— Che compito ha?

Il giornalista Kammerer si mostrò stupito.

— Compito? Non capisco proprio… — Il giornalista Kammerer era pietoso. Senza dubbio, non era pronto a un incontro del genere. Stava facendo la figura dello stupido e non sapeva proprio come tirarsi fuori da questa situazione. Più di tutto il giornalista Kammerer avrebbe voluto scappar via. — Maja Tojvovna, ma io… Per amor di Dio non pensi che… Faccia conto che non ho sentito niente… Ho già dimenticato tutto!… È come se non ci fossi mai stato!… Ma se posso aiutarla…

Il giornalista Kammerer balbettava parole sconnesse ed era violaceo per l’imbarazzo. Non stava più seduto, ma proteso sul tavolo in una posa servizievole e scomodissima e cercava, per farle coraggio, di stringere il gomito di Maja Tojvovna. Probabilmente era disgustoso a vedersi, ma assolutamente innocuo e stupido.

— … Vede, il mio modo di lavorare… — borbottava nel misero tentativo di giustificarsi — probabilmente è discutibile, non so, ma prima mi era sempre andata bene… Comincio dalla periferia: i colleghi, gli amici… gli insegnanti, gli istruttori, naturalmente… E poi, tutto il resto, affronto l’oggetto principale del mio studio… Mi sono informato al COMCON e mi hanno detto che Abalkin sta per tornare sulla Terra… Con l’insegnante ho già parlato, con il medico pure… Poi ho deciso di parlare con lei… ma non era il momento giusto!… Mi scusi ancora… Non sono cieco, vedo che si è verificata una spiacevolissima coincidenza…

Ed in qualche modo quello sciocco e goffo giornalista Kammerer riuscì a tranquillizzarla. Lei si rilassò sulla poltrona e si coprì il viso con le mani. I sospetti sparirono, sopraggiunsero la vergogna e la stanchezza.

— Sì, — disse. — È una coincidenza…

Ora il giornalista Kammerer avrebbe dovuto girare i tacchi e sparire in punta di piedi. Ma non era un tipo così, questo giornalista. Non poteva lasciar così da sola quella donna estenuata e sconvolta, che senza dubbio aveva bisogno di appoggio e sostegno.

— Naturalmente si tratta solo di una coincidenza… — borbottò lui. — Dimentichiamo tutto, non è successo niente… Poi, quando lei vorrà… quando le sarà comodo… le sarò molto grato, naturalmente. Non è la prima volta che mi capita di parlare all’inizio non con il mio oggetto principale, ma solo dopo… Maja Tojvovna, forse è il caso di chiamare qualcuno? Faccio in un istante…

Lei taceva.

— No, non c’è bisogno, va bene così… E perché poi? Starò io qui con lei… per ogni evenienza…

Finalmente lei si scostò la mano dagli occhi.

— Non deve star qui con me, — disse con voce stanca. — Se ne vada piuttosto dal suo oggetto principale…

— Ma no! — protestò il giornalista Kammerer. — C’è tempo. L’oggetto è pur sempre un oggetto, e non vorrei mai lasciarla sola… Ho tutto il tempo che voglio… — Guardò l’orologio con una certa ansia. — Ma il mio oggetto non scappa certo! Ora lo prendo… E sicuramente adesso non sarà in casa. Li conosco questi Progressori in ferie… Ora se ne va in giro per la città e si dedica ai ricordi sentimentali…

— Non è in città, — disse Maja Tojvovna, che si controllava ancora. — Per andare da lui ci vogliono due ore di volo…

— Due ore di volo? — Il giornalista Kammerer si mostrò spiacevolmente sorpreso. — Scusi, ma avevo avuto l’impressione…

— Si trova sulle colline di Valdai! Casa di riposo «I Pioppi»! Sul lago Vel’! E si ricordi che il trasporto-zero non funziona!

— M-m-m! — disse forte il giornalista Kammerer.

Un viaggio aereo di due ore, evidentemente, non rientrava nei suoi programmi della giornata. Si poteva addirittura pensare che fosse un nemico dei viaggi aerei.

— Due ore… — borbottò. — Così, dunque… Mi immaginavo tutto diversamente… Le chiedo scusa, Maja Tojvovna, ma forse ci si può mettere in contatto con lui da qui?

— Probabilmente, si può, — disse Maja Tojvovna con voce spenta. — Non so il numero… Senta, Kammerer, mi lasci sola, Tanto, da me ora non ne caverà fuori niente.

E solo ora il giornalista Kammerer notò fino in fondo l’imbarazzo della sua posizione. Balzò in piedi e si precipitò verso la porta. Si riprese, ritornò indietro. Borbottò delle scuse incomprensibili. Di nuovo corse alla porta, facendo cadere la poltrona. Continuando a borbottare delle scuse, rialzò la poltrona e la rimise a posto con grande cautela, proprio come se fosse stata di cristallo e porcellana. Indietreggiò, si inchinò, spalancò col sedere la porta e sparì nel corridoio.

Chiusi piano la porta e rimasi fermo per un po’ a massaggiarmi col dorso delle mani i muscoli intorpiditi del viso. Avevo la nausea e mi vergognava di me stesso.

2 giugno dell’anno 78. «I Pioppi». Il dottor Goannek

Dalla riva sinistra, «I Pioppi» appariva come una distesa di tetti bianchi e rossi, sprofondati nella boscaglia rosso-verde del sorbo selvatico. C’era anche una stretta striscia di spiaggia e un approdo di legno, a cui erano attraccate numerose barche variopinte. Sul pendio illuminato dal sole non si vedeva un’anima, e saio sull’approdo stava seduto, con le gambe nude penzoloni, un tizio vestito di bianco che, probabilmente, stava pescando, vista l’immobilità assoluta.

Lasciai i vestiti sul sedile e senza far rumore entrai in acqua. Era bella l’acqua del lago Vel’, trasparente e dolce, nuotare era un vero piacere.

Quando mi arrampicai sull’approdo e feci uscire l’acqua dalle orecchie, saltellando su un piede solo sulle assi di legno roventi per il sole, l’uomo in bianco finalmente si distrasse dalla pesca, e gettandomi un’occhiata di traverso si informò interessato:

— È venuto da Mosca in mutande?

Era un vegliardo di quasi cento anni, magra e allampanato come la sua canna da pesca di bambù, solo non giallo in viso, ma piuttosto marrone se non addirittura quasi nero. Forse, dipendeva dai vestiti bianchi immacolati. Però, aveva occhi giovani, piccoli, azzurri e vivaci. Un baschetto di un bianco accecante, con una visiera parasole gigantesca, gli copriva la testa indubbiamente calva e lo faceva assomigliare a un fantino a riposo, oppure allo scolaro di Mark Twain scappato dalla scuola domenicale.

— Dicono che ci sia molto pesce, — esordii, e mi accoccolai accanto a lui.

— È una bugia, — ribatté in modo forte e deciso.

— Pare che qui si passi bene il tempo.

— Dipende dalle persone.

— Questo è un posto di villeggiatura alla moda.

— Lo è stato.

Non seppi più cosa dire. Tacemmo tutti e due.

— Un posto di villeggiatura alla moda, ragazzo mio, — cominciò in tono ammonitore, — lo è stato tre stagioni fa. O, come dice mio pronipote Brjaceslav, «tre stagioni indietro». Ora, vede, ragazzo mio, non riusciamo a concepire le vacanze senza acqua ghiacciata, senza zanzare, senza carne cruda e foreste vergini… «Le rupi selvagge, ecco il mio rifugio», vede… Conosce la penisola del Taimyr e la Terra di Baffin… È un cosmonauta? — chiese all’improvviso. — Un Progressore? Un etnologo?

— Lo sono stato, — risposi non senza una gioia maligna.

— Io invece sono medico, — disse senza batter ciglio. — Suppongo che lei non abbia bisogno di me? Le ultime tre stagioni raramente qui qualcuno ha avuto bisogno di me. Del resto l’esperienza mi ha insegnato che il paziente fa di testa sua. Per esempio, ieri hanno avuto bisogno di me. Mi chiedo: e perché non oggi? Lei è sicuro di non aver bisogno di me?

— Solo come piacevole interlocutore, — dissi sincero.

— Va bene, grazie lo stesso, — rispose prontamente. — Allora andiamo a bere il tè.

E andammo a bere il tè.

Il dottor Goannek abitava in un grande cottage di legno accanto al padiglione medico. Il cottage era completo di tutto: terrazzino con balaustra, cornici intagliate alle finestre, banderuola a forma di galletto, stufa russa ad ultrasuoni con dispositivo automatico, vasca da bagno incassata nel pavimento e panchina per due persone accanto alla stufa; e inoltre una dispensa a due piani, collegata addirittura con la linea di approvvigionamento. Nel retro, in mezzo a folti cespugli di ortica, trovava posto una cabina per il trasporto-zero, artisticamente eseguita, a forma di latrina di legno.

Il tè del dottore consisteva in una minestra ghiacciata di barbabietole, polenta di miglio con zucca e kvas[14] spumeggiante con l’uvetta. Per la verità, tè non ce n’era affatto: secondo la profonda convinzione del dottor Goannek, l’uso di tè forte contribuiva alla formazione del tartaro, ed il tè leggero non era altro che un nonsenso culinario.

Il dottor Goannek era un vecchio abitante dei «Pioppi», di cui era diventato medico condotto dodici stagioni prima. Aveva visto «I Pioppi» sia quando era un posto di villeggiatura simile a mille altri, sia durante il suo momento d’oro, quando nella balneologia per un certo periodo ritornò l’idea che solo la pianura fa bene al villeggiante. Non l’aveva lasciato nemmeno ora, nel periodo del suo, a quanto pare, irrimediabile declino.

La stagione attuale, iniziata come sempre in aprile, aveva portato ai «Pioppi» tre persone in tutto.

A metà maggio erano arrivati in due: marito e moglie, entrambi spazzini di rifiuti inquinanti, provenienti dal Nord Atlantico, dove avevano rastrellato un’enorme quantità di rifiuti radioattivi. Questa coppia — un negro bantu ed una malese — si era sbagliata di emisfero ed era arrivata lì per sciare. Per un po’ di giorni avevano girovagato per i boschi dei dintorni, poi una notte erano scomparsi per destinazione ignota, e solo dopo una settimana era arrivato un telegramma con le loro scuse.

Sì, e di nuovo ieri mattina è arrivato inatteso ai «Pioppi» uno strano giovane. Perché strano? Innanzi tutto, non si capisce come sia arrivato fin qua. Non aveva un mezzo di trasporto né terrestre né aereo; questo il dottor Goannek poteva garantirlo grazie alla sua insonnia ed al suo udito sensibile. Non è arrivato qui nemmeno a piedi; non ha l’aria di un uomo che viaggi a piedi: i turisti che si spostano a piedi il dottor Goannek li riconosceva infallibilmente dall’odore. Rimaneva il sistema di trasporto-zero. Ma, come si sa, da qualche giorno il trasporto adimensionale funzionava male per via della fluttuazione del campo del neutrino, e dunque solo per un puro caso si poteva finire ai «Pioppi» per mezzo del trasporto-zero. Allora si domandava: se quei giovane era finito lì per un puro caso, perché si era gettato addosso al dottor Goannek, proprio come se per tutta la vita avesse avuto bisogno del dottor Goannek?

Quest’ultimo punto sembrò un po’ oscuro al turista Kammerer che viaggiava in calzoncini, e il dottor Goannek non si fece pregare per dargli adeguate spiegazioni. Allo strano giovane non serviva proprio il dottor Goannek personalmente. Aveva solo bisogno di un dottore, e al più presto possibile, perché soffriva di esaurimento nervoso, e di un esaurimento talmente forte da essere immediatamente riconoscibile per un medico esperto come il dottor Goannek. Il quale dottore ritenne indispensabile procedere a un esame medico accurato che, per fortuna, non aveva rilevato nessuna patologia. E straordinario quale effetto benefico ebbe sul giovane questa diagnosi positiva. Rifiorì letteralmente davanti agli occhi del dottore e già dopo due-tre ore riceveva ospiti, come se nulla fosse avvenuto.

No-no, gli ospiti arrivarono nel modo più comune, con un normale bioplano, per la verità non gli ospiti, ma l’ospite. E faceva proprio bene: per un giovanotto non c’è psicoterapia migliore di una giovane e bella donna. Nella ricca esperienza del dottor Goannek c’erano stati abbastanza spesso casi analoghi. Ecco, per esempio… il dottor Goannek citò l’esempio numero uno. Oppure… il dottor Goannek citò l’esempio numero due. Allo stesso modo, anche per le giovani donne la migliore psicoterapia è… E il dottor Goannek citò gli esempi numero tre, quattro e cinque.

Per non esser da meno il turista Kammerer si affrettò a rispondere con un esempio tratto dalla sua esperienza personale quando, nella sua qualità di Progressore, si era trovato una volta sull’orlo dell’esaurimento nervoso, ma questo esempio pietoso e poco felice fu respinto dal dottor Goannek con indignazione. Con i Progressori, a quanto pare, le cose stavano in tutt’altro modo, molto più complesso ma, in un certo senso, molto più semplice. In ogni caso, il dottor Goannek non si sarebbe mai permesso di adottare un qualsiasi metodo psicoterapeutico senza aver consultato uno specialista, se io strano giovane fosse stato un Progressore…

Ma, ovviamente, lo strano giovane non era un Progressore. Fra parentesi, non sarebbe potuto diventare Progressore: non aveva il tipo di organizzazione nervosa adatta. No, non era un Progressore, ma un artista, un pittore che aveva subìto un grosso insuccesso creativo. E non era il primo e nemmeno il decimo caso nell’ampia casistica del dottor Goannek. Si ricordava… E il dottor Goannek cominciò ad enumerare un caso più bello dell’altro, ovviamente sostituendo i nomi originali con tutti i possibili X, Beta ed addirittura Alfa…

Il turista Kammerer, ex Progressore e uomo di natura piuttosto rozza, interruppe alquanto scortesemente questo istruttivo racconto, dichiarando che lui personalmente non sarebbe stato d’accordo a vivere nello stesso posto di un artista matto. Era un’osservazione avventata, e il turista Kammerer venne rimesso subito al suo posto. Innanzi tutto, fu analizzata la parola “matto”, fu esaminata fin nei minimi particolari e fu rilevato che si trattava di un termine scorretto in senso medico e per di più approssimativo. E solo dopo il dottor Goannek, con tono insolitamente sarcastico, comunicò che il summenzionato artista “matto”, presentendo, evidentemente, l’arrivo del Progressore Kammerer e tutti i problemi legati a questo arrivo, si era anche lui rifiutato di convivere nello stesso posto, e la mattina presto se ne era andato coi primo bioplano che era capitato. Inoltre, aveva avuto tanta fretta di non incontrare il turista Kammerer che non aveva fatto neppure in tempo a salutare il dottor Goannek.

L’ex Progressore Kammerer non mostrò però alcun segno di astio, accettò per buono quello che gli si diceva ed espresse la sua piena soddisfazione per la circostanza che il luogo era adesso privo di artisti dai nervi esauriti e che perciò ora poteva senza problemi scegliersi il posto più adatto per il soggiorno.

— Dov’è che abitava questo nevrastenico? — chiese, e subito si affrettò a spiegare: — Lo chiedo, per non andare là pure io.

La conversazione ormai avveniva sul terrazzino con la balaustra. Il dottore, un po’ scioccato, indicò in silenzio un pittoresco cottage con un grande numero sei blu, leggermente discosto dalle altre costruzioni, proprio vicino alla scarpata.

— Magnifico, — annunciò il turista Kammerer. — Allora, non andremo là. Invece andiamo tutti e due da questa parte… Mi piace perché il sorbo selvatico per di qua è più folto…

Era chiarissimo fin dall’inizio che il cordiale dottor Goannek aveva intenzione di proporre e, in caso di rifiuto, anche di imporre la sua persona in qualità di accompagnatore e guida dei «Pioppi». Il turista ed ex Progressore Kammerer si era però rivelato una persona poco cortese e grossolana.

— Certo, — rispose freddamente. — Le consiglio di andare per questo sentiero. Da li si arriva al cottage numero dodici…

— Come? E lei?

— Mi scusi, ma di solito dopo il tè ho l’abitudine di fare un riposino sull’amaca…

Indubbiamente sarebbe bastato un unico sguardo avvilito perché il dottor Goannek si ammorbidisse subito e cambiasse le sue abitudini in nome delle leggi dell’ospitalità. Perciò il grossolano e coriaceo Kammerer si affrettò a dare l’ultima pennellata.

— Maledetti anni, — esclamò pieno di comprensione. Era il tocco finale.

Ribollendo di muta indignazione, il dottor Goannek si diresse verso la sua amaca, e io mi tuffai in mezzo ai cespugli di sorbo, aggirai il padiglione medico e, tagliando obliquamente il pendio, mi diressi al cottage del nevrastenico.

2 giugno dell’anno 78. Nell’isba numero sei

Era abbastanza chiaro che, con ogni probabilità, «I Pioppi» non avrebbero più rivisto Lev Abalkin e che, nella sua temporanea residenza, non avrei trovato niente di utile. Ma due cose non mi erano del tutto chiare. Come aveva fatto Lev Abalkin a finire proprio ai «Pioppi», e perché? Dal suo punto di vista, se si stava nascondendo sarebbe stato molto più logico e meno pericoloso rivolgersi ad un medico in una grande città. Per esempio, a Mosca, che distava dieci minuti di volo, oppure a Valdai, che distava appena due minuti di volo. Probabilmente era finito lì per puro caso: o non aveva fatto caso alla previsione della tempesta di neutrini, oppure per lui un posto valeva l’altro. Aveva bisogno di un medico, con urgenza, a ogni costo. Perché?

E un’altra cosa era strana. Possibile che un medico centenario e dalla lunga esperienza si fosse sbagliato al punto di giudicare un esperto Progressore come non adatto a questa professione? È difficile. Tanto più che la questione dell’orientamento professionale di Abalkin non è la prima volta che me la trovo davanti… Sembra una cosa senza precedenti. Una cosa è inviare alla scuola dei Progressori una persona nonostante le sue inclinazioni professionali, tutt’altra è far diventare Progressore una persona che non ha il sistema nervoso adatto. In un caso del genere bisognerebbe allontanarlo dal lavoro, e non temporaneamente, ma per sempre, perché puzza non di inutile spreco dell’energia umana, ma di morte… A proposito, Tristan è già morto… E pensai che, trovato Lev Abalkin, dopo avrei dovuto assolutamente trovare le persone per colpa delle quali è successo questo pasticcio.

Come mi aspettavo, la porta del temporaneo rifugio di Lev Abalkin non era chiusa. Il piccolo ingresso era vuoto, su un basso tavolino tondo, sotto la lampada a gas, troneggiava un giocattolo: un orsetto panda che chinava con solennità la testa, facendo lampeggiare gli occhietti color rubino.

Diedi un’occhiata a destra, nella camera da letto. Evidentemente, qui da almeno due o tre anni non entrava nessuno; persino l’impianto automatico di illuminazione non era stato messo in funzione, e sopra il letto rifatto pendevano, scure nell’angolo, le ragnatele intessute da ragni ormai stecchiti.

Aggirai il tavolino e mi diressi in cucina. Questa era stata utilizzata. Sul tavolo ribaltabile c’erano dei piatti sporchi, la finestrella della linea di approvvigionamento era aperta, e nella cassetta di ricevimento faceva bella mostra di sé un pacchetto non ritirato con alcune banane. Evidentemente, là nel quartier generale «Ž», Lev Abalkin era abituato a valersi dei servigi di un attendente. Però, poteva essere benissimo che non sapesse come far funzionare l’automa pulitore.

La cucina in un certo qual modo mi preparò a quello che avrei trovato in salotto. Per la verità, solo in parte. Il pavimento era completamente ricoperto di pezzi di carta, l’ampio divano in disordine, i cuscini colorati buttati qua e là, sul pavimento, negli angoli più lontani della stanza. La poltrona era rovesciata; sul tavolino, in disordine, piatti col cibo ormai secco e piatti sporchi; al centro svettava una bottiglia stappata di vino, mentre un’altra bottiglia, che aveva lasciato dietro di sé, sul tappeto, una scia appiccicosa, era appoggiata ad una parete. C’era, chissà perché, un solo boccale con residui di vino, ma poiché la tenda della finestra era strappata e rimaneva appesa solo per un pelo, pensai subito che il secondo boccale fosse volato fuori, attraverso la finestra aperta.

Carta spiegazzata se ne trovava non solo sul pavimento, e non tutta era spiegazzata. Alcuni fogli biancheggiavano sul divano, pezzi stracciati erano finiti nei piatti con il cibo, e piatti e vassoio erano stati spostati un po’ da una parte per far posto a un’intera risma di carta.

Feci cautamente qualche passo avanti, e subito qualcosa di duro mi rotolò sotto la pianta nuda del piede. Si trattava di un pezzetto di ambra, simile a un dente con due radici. Era stato traforato. Mi accoccolai, mi guardai in giro e trovai altri pezzettini uguali, e resti di una collana di ambra si trovavano sotto il tavolo, vicino al divano.

Sempre rimanendo coccoloni, presi il più vicino pezzo di carta e lo spiegai sui tappeto. Era la metà di un comune foglio di carta da lettere, su cui era stato tracciato con una stilografica un volto umano. Un viso di bambino. Un ragazzino dalle guance tonde sui dodici anni. Secondo me, una spia. Il disegno era stato eseguito con brevi tratti precisi e sicuri. Proprio un ottimo disegno. All’improvviso mi venne in mente che forse mi sbagliavo, che non Lev Abalkin, ma proprio un pittore professionista, vittima un insuccesso creativo, aveva lasciato quel caos dietro di sé.

Raccolsi tutta la carta sparpagliata, raddrizzai la poltrona e mi accomodai.

E di nuovo tutto mi sembrò piuttosto strano. Qualcuno, velocemente e con sicurezza, aveva disegnato sui fogli dei volti — soprattutto infantili — degli animaletti, chiaramente terrestri, edifici, paesaggi; persino, così mi sembrava, delle nuvole. C’erano degli schemi e degli abbozzi, tracciati dalla mano di un professionista: boschetti, ruscelli, paludi, incroci di strade, e lì, in mezzo a quegli scarni segni topografici, chissà perché, delle minuscole figurine umane, sedute, sdraiate, che correvano, e minuscole raffigurazioni di animali, cervi, alci, lupi, cani, e chissà perché alcune di queste figure erano cancellate con una croce.

Tutto ciò era incomprensibile ed in ogni caso si legava male col caos della stanza e con l’immagine dell’ufficiale di stato maggiore dell’Impero, che non aveva passato il ricondizionamento. Su uno dei fogli trovai il ritratto, mirabilmente eseguito, di Maja Glumova, e mi colpì l’espressione perplessa e sconcertata che era stata colta con grande maestria su quel viso sorridente e, nel complesso, allegro. C’era anche uno schizzo dell’insegnante, di Sergej Pavlovič Fedoseev, uno schizzo da maestro: proprio così doveva essere Sergej Pavlovič un quarto di secolo prima. Vedendo questo schizzo, capii finalmente cosa erano gli edifici raffigurati nei disegni. Un quarto di secolo fa questa era l’architettura tipica delle scuole-internato euroasiatiche… E tutto era stato disegnato con sveltezza, precisione, sicurezza, e quasi all’istante era stato strappato, accartocciato, buttato via…

Misi da parte le carte e ricominciai a osservare il salotto. Attirò la mia attenzione uno straccio azzurro, finito sotto il tavolo. Lo raccolsi. Era un fazzoletto da naso da donna, spiegazzato e lacero. Mi venne subito in mente il racconto di Akutagawa[15] e immaginai Maja Tojvovna, seduta proprio su quella poltrona davanti a Lev Abalkin, che lo guardava, lo ascoltava, e sul suo viso vagava quel sorriso, dietro cui solo come una pallida ombra trapelava quell’espressione perplessa e sconcertata, mentre le mani sotto il tavolo spiegazzavano e strappavano il fazzoletto…[16]

Vidi chiaramente Maja Glumova, ma non potei proprio immaginare che cosa lei avesse visto e sentito. Era tutto racchiuso in quei disegni, senza i quali avrei visto facilmente davanti a me, su quel divano in disordine, un qualsiasi ufficiale dell’Impero, appena uscito dalla caserma e che si gode il meritato riposo. Ma c’erano i disegni, e qualcosa di molto importante, molto complesso e molto oscuro si nascondeva dietro di essi…

Qui non c’era più nulla da fare. Mi avvicinai al videofono e feci il numero di Sua Eccellenza.

2 giugno dell’anno 78. L’inattesa reazione di Sua Eccellenza

Mi ascoltò senza interrompermi, cosa che era di per sé un brutto segno. Provai a consolarmi pensando che la sua insoddisfazione non fosse legata a me, ma a circostanze che nulla avevano a che fare con me. Ma, dopo avermi ascoltato fino in fondo, disse accigliato:

— Con la Glumova non hai combinato quasi niente.

— Avevo le mani legate dalla mia storiella, — risposi freddo.

Non ribatté.

— Cosa pensi di fare adesso? — mi chiese.

— Secondo me, qui non ci torna più.

— Anche secondo me. E dalla Glumova?

— È difficile dirlo. Anzi, non so proprio che dire. Non capisco. Ma naturalmente, la possibilità esiste.

— Secondo te, perché si è incontrato con lei?

— Ecco, questo non lo capisco, Eccellenza. Stando alle apparenze, tutto lascia supporre che si siano amati e abbandonati ai ricordi. Solo che l’amore non era proprio amore e i ricordi non solo ricordi. Altrimenti la Glumova non sarebbe stata in quello stato. Certo, se lui si fosse ubriacato come un maiale avrebbe potuto offenderla… Specialmente se si tiene presente quali strani rapporti avevano avuto nell’infanzia…

— Non esagerare, — berciò Sua Eccellenza. — Non sono più dei bambini. Poniamo così la questione: se lui la chiama di nuovo, oppure va da lei, lei lo accoglie oppure no?

— Non so, — dissi. — Probabilmente sì. Lui è ancora molto importante per lei. Lei non avrebbe potuto trovarsi in uno stato di tale disperazione per un uomo che le fosse indifferente.

— Questa è letteratura, — brontolò Sua Eccellenza e all’improvviso gridò: — Tu dovevi cercare di sapere perché lui l’ha chiamata! Di che cosa hanno parlato! Che cosa lui le ha detto!

Mi arrabbiai.

— Non potevo sapere niente, — dissi. — Lei aveva un attacco isterico. E quando è ritornata in sé, le sedeva davanti un giornalista idiota con la sensibilità di un elefante…

Mi interruppe:

— Devi incontrarla di nuovo.

— Allora permettetemi di cambiare la storiella!

— Cosa proponi?

— Per esempio questo. Sono del COMCON. Su un pianeta è accaduta una disgrazia. Lev Abalkin ne è stato testimone. Ma la disgrazia lo ha così colpito che è scappato sulla Terra e ora non vuol vedere nessuno… La sua salute psichica è rimasta scossa, forse è malato. Noi lo stiamo cercando per sapere che cosa sia avvenuto precisamente…

Sua Eccellenza taceva, evidentemente la mia proposta non gli piaceva. Fissai per un po’ la sua faccia scontenta, calva e lentigginosa, che invadeva io schermo, e poi dissi di nuovo, un po’ sulle mie:

— Cerchi di capire, Eccellenza. Non si può più mentire come prima. Ormai ha avuto il tempo di capire che non sono capitato da lei per caso. Forse sono riuscito a farle cambiare idea, ma se le compaio di nuovo davanti, sarà un chiaro richiamo al suo buon senso! Delle due l’una: o lei ha creduto che sono un giornalista, e allora non ha più nulla da dirmi, e manderà semplicemente al diavolo questo idiota privo di tatto; oppure non ci ha creduto, e allora a maggior ragione lo manda al diavolo. Io al suo posto lo farei. Ma se, invece, sono un rappresentante del COMCON, allora ho il diritto di fare domande, e cercherò di domandare in modo che lei risponda.

Secondo me, tutto ciò suonava abbastanza logico. In ogni caso non riuscivo a farmi venire in mente niente di meglio. Ed inoltre non avevo nessuna intenzione di tornare da lei nella parte del giornalista idiota. In fin dei conti, per Sua Eccellenza era più chiaro cosa fosse più importante. trovare l’uomo o mantenere il segreto sull’indagine.

Chiese senza sollevare la testa:

— Perché stamattina sei andato al museo?

Mi stupii:

— Come perché? Per parlare con la Glumova…

Sollevò lentamente la testa e vidi i suoi occhi. Aveva le pupille iridescenti. Indietreggiai. Evidentemente, avevo detto qualcosa di terribile. Balbettai come uno scolaretto:

— Ma è li che lavora… Dove dovevo parlare con lei? A casa non l’ho trovata…

— La Glumova lavora al Museo delle Civiltà Extraterrestri? — chiese scandendo chiaramente le parole.

— Sì, ma cosa è successo?

— Nel settore specifico degli oggetti di uso sconosciuto, — aggiunse piano. Un po’ chiedeva e un po’ informava. Sentii freddo lungo la spina dorsale, quando vidi l’angolo della sua bocca, le labbra sottili che si storcevano a Sinistra e in basso.

— Sì, — dissi in un sussurro.

Di nuovo non vedevo i suoi occhi. Di nuovo tutto lo schermo era invaso dalla sua calvizie lucente.

— Eccellenza…

— Sta’ zitto! — urlò. Ed entrambi tacemmo a lungo.

— Allora, — disse alla fine con la solita voce. — Ritornatene a casa. Resta a casa e non ti muovere. Posso avere bisogno di te in qualsiasi momento, più probabilmente di notte. Di quanto tempo hai bisogno per tornare?

— Due ore e mezzo.

— Come mai tanto?

— Devo anche attraversare a nuoto il lago.

— Va bene. Torna a casa e fammi rapporto. Sbrigati.

E lo schermo si spense.

Dal rapporto di Lev Abalkin (operazione “Mondo morto”)

Piove di nuovo più forte, la nebbia diventa sempre più fitta, tanto che non si riesce più a distinguere le case ai lati della strada. Gli esperti sono in preda al panico. Hanno paura che i trasformatori biottici non funzionino. Li tranquillizzo. Appena si sono tranquillizzati cominciano a far gli sfacciati e insistono perché io accenda il proiettore antinebbia Lo accendo. Gli esperti esultano, ma a questo punto Ščekn si mette seduto in mezzo alla strada e annuncia che non farà più un passo finché non spengo quello stupido arcobaleno, per colpa del quale gli fanno male le orecchie e gli è venuto prurito fra le dita. Lui, Ščekn, ci vede benissimo anche senza questi insulsi proiettori, e se gli esperti non ci vedono, non fa niente, tanto non hanno bisogno di vedere niente. Piuttosto sarebbe meglio che si occupassero di qualcosa di utile; per esempio potrebbero preparare per il suo ritorno, suo di Ščekn, una zuppa d’avena con le fave. Esplosione di sdegno. In genere gli esperti hanno paura di Ščekn. Ogni terrestre che faccia la conoscenza dei Testoni, presto o tardi comincia a temerli. Ma allo stesso tempo, per quanto sia paradossale, quello stesso terrestre non riesce a comportarsi con un Testone diversamente da come si comporterebbe con un grande cane parlante (come per esempio al circo, o con qualche prodigio della zoopsicologia, ecc.).

Uno degli esperti commette l’imprudenza di dire a Ščekn che se continua a ostinarsi così rimarrà senza pranzo. Ščekn alza la voce. Risulta chiaro che lui, Ščekn, tutta la vita se l’è cavata benissimo senza esperti. Inoltre qui eravamo stati benissimo fino a che esperti non se ne erano visti né sentiti. Per quanto riguarda personalmente quell’esperto che, a quanto pareva, ora ce l’aveva con lui, Ščekn, pensasse piuttosto alla zuppa di avena con le faveEccetera, eccetera.

Sto in piedi sotto la pioggia, che diventa sempre più forte, ascolto tutte queste sciocchezze e non riesco proprio a scrollarmi di dosso una certa sonnolenza. Mi sembra di far da spettatore a una stupidissima rappresentazione teatrale senza capo né coda, dove tutti i personaggi si sono dimenticati la parte e si mettono a improvvisare nella vana speranza di arrivare in qualche modo alla fine. Questa rappresentazione veniva tirata per le lunghe in mio onore, per tenermi fermo il più a lungo possibile, per non farmi fare nemmeno un passo, e nel frattempo qualcuno dietro le quinte fa in modo che mi sia definitivamente chiaro: è tutto inutile, non si può fare nulla, bisogna tornare a casa…

Mi riprendo con enorme difficoltà e spengo quel maledetto proiettore. Ščekn interrompe a metà una lunga ingiuria, pensata con cura, e come se niente fosse si slancia in avanti. Lo seguo, e nel frattempo ascolto Vanderchuze che ristabilisce l’ordine a bordo:

«Vergogna!… disturbare un gruppo di ricognizione!… Lo allontanerò immediatamente dalla torretta di comando… Lo destituirò… Questo non è un mercato!…».

— Ti diverti? — chiedo piano a Ščekn.

Lui mi getta un’occhiata in tralice, con i suoi occhi sporgenti.

— Intrigante, — gli dico. — Del resto tutti voi Testoni siete degli intriganti e dei litigiosi…

— È bagnato, — risponde a sproposito Sèekn. — È pieno di rane. Non si sa dove passare.

Alle due del pomeriggio il quartier generale diffonde il primo comunicato. C’è stata una catastrofe ecologica, ma la civiltà è perita per un’altra ragione. La popolazione è scomparsa, per così dire, su due piedi, ma non è stata eliminata in guerra e non è nemmeno stata evacuata attraverso il cosmo: la tecnologia non è abbastanza avanzata, e il pianeta non è un cimitero ma piuttosto un mondezzaio. Sparuti gruppi di aborigeni vegetano nelle campagne, coltivano in qualche modo la terra, sono del tutto privi di cultura, se la cavano però benissimo con i fucili a ripetizione. Io e Ščekn deduciamo che la città deve essere assolutamente vuota, anche se nutriamo qualche dubbio.

La strada si allarga, le case e le file di macchine, da entrambi i lati, spariscono completamente nella nebbia, e ora sento davanti a me lo spazio aperto. Ancora alcuni passi e nella nebbia si disegna una massiccia sagoma quadrata. Si tratta di nuovo di un’autoblindo del tutto uguale a quella che è finita sotto il muro crollato; ma questa è stata abbandonata molto tempo fa, è sprofondata sotto il proprio peso e si è come radicata nell’asfalto. I portelli sono spalancati. Due corti cannoni, che non avevano mai mirato minacciosamente contro chi entrava nella piazza, sono tristemente afflosciati, gocciolano di ruggine e pigramente scolano sulla parte frontale inclinata. Passando, spingo automaticamente il portello laterale spalancato, ma è ormai arrugginito per l’eternità.

Non vedo niente davanti a me. La nebbia in questa piazza è particolare, innaturalmente densa, come se qui si fosse fermata per molti anni e in tutti questi anni si fosse rappresa come il latte, e fosse sprofondata sotto il proprio peso.

— Giù! — ordina Ščekn all’improvviso.

Guardo giù, ma non vedo niente. Però mi accorgo all’improvviso di non avere più l’asfalto sotto le suole, ma qualcosa di morbido, elastico, scivoloso, proprio come un folto tappeto bagnato. Mi accoccolo.

— Puoi accendere il tuo proiettore, — ringhia Ščekn.

Ma ormai anche senza proiettore vedo che qui l’asfalto è ovunque ricoperto da una crosta piuttosto spessa e disgustosa, una specie di massa umida pressata, abbondantemente ricoperta di muffa multicolore. Tiro fuori il coltello, sollevo uno strato di questa crosta, dalla massa ammuffita si stacca qualcosa a metà fra un cencio e un frammento di cinturino, ma sotto questo cinturino di un verde opaco fa capolino qualcosa di rotondo (un bottone? una fibbia?), e lentamente si raddrizzano delle specie di molle o di fili di ferro…

— Sono venuti tutti qui… — dice Ščekn in uno strano tono.

Mi rialzo e proseguo, camminando su quello strato morbido e scivoloso. Mi sforzo di tenere a freno l’immaginazione, ma ora non mi riesce. Sono venuti tutti qui, per questa strada, hanno abbandonato le loro inutili macchine e i furgoni, centinaia di migliaia, milioni di persone si sono rovesciate dal viale in questa piazza, aggirando l’autoblindo con le sue mitragliatrici minacciose e inutili, lasciando cadere quel poco che cercavano di portarsi dietro.

Camminavano a stento, a volte cadevano e allora non riuscivano più a rialzarsi, e tutto quello che cadeva veniva calpestato e ricalpestato da milioni di piedi. E chissà perché, mi sembrava che tutto questo dovesse essere accaduto di notte, che questa poltiglia umana dovesse essere illuminata da una fioca luce di morte, e dovesse esserci silenzio, come in sogno…

— Una buca… — dice Ščekn.

Accendo il proiettore. Non c’è nessuna buca. Per quanto il raggio arrivi a illuminare, la piazza è liscia e piatta, costellata dagli innumerevoli fuocherelli opachi della muffa luminescente, e due passi più avanti nereggia un grande rettangolo, all’incirca venti per quaranta, di nudo asfalto. Sembra proprio ritagliato accuratamente in quello scintillante tappeto ammuffito.

— Gradini! — urla disperato Ščekn. — Con dei buchi! È profondo! Non vedo…

Mi sento i brividi per la schiena: non avevo mai sentito parlare Ščekn con una voce così strana. Senza guardare, abbasso la mano e le mie dita si posano sulla grande testa, e sento il tremito nervoso dell’orecchio triangolare. L’impavido Ščekn ha paura. L’impavido Ščekn si stringe alla mia gamba, proprio come i suoi antenati si sono stretti alla gamba dei loro padroni, sentendo al di là della soglia della caverna l’ignoto e il pericolo…

— Non ha fondo… — dice disperato. — Non riesco a capire. C’è sempre il fondo. Sono andati tutti là, ma non c’è il fondo, e nessuno è tornato… Dobbiamo andare là?

Mi accoccolo e lo abbraccio al collo.

— Non vedo nessuna fossa, — dico nella lingua dei Testoni. — Vedo solo un rettangolo liscio di asfalto.

Ščekn respira affannosamente. Tutti i muscoli sono tesi, e si stringe sempre di più a me.

— Non puoi vedere, — dice. — Non puoi. Ci sono quattro scale con i gradini consumati. Luccicano per l’usura. Sono sempre più profonde. E non hanno fine. Non voglio andar là. Non me lo ordinare.

— Amico mio, — gli dico, — cosa ti succede? Come potrei darti degli ordini?

— Non me lo chiedere, — dice. — Non mi chiamare. Non mi invitare.

— Ora ce ne andremo via di qui, — dico.

— Sì. E in fretta!

Dètto il rapporto. Vanderchuze aveva già collegato il mio canale allo Stato Maggiore, e quando ho finito, la spedizione al completo sa già tutto. Comincia un gran baccano. Si fanno ipotesi, si propongono misure. C’è trambusto. Ščekn poco a poco ritorna in sé: strabuzza l’occhio giallo e nello stesso tempo si lecca. Alla fine si intromette Komov. Il baccano cessa. Ci viene ordinato di continuare la ricognizione e noi ubbidiamo.

Aggiriamo il terribile rettangolo, attraversiamo la piazza, sorpassiamo la seconda autoblindo, che chiude il viale dalla parte opposta, e ancora una volta ci troviamo fra due colonne di macchine. Ščekn riprende a correre baldanzosamente in avanti, è di nuovo energico, litigioso e arrogante. Ridacchio fra me e me e penso che, al suo posto, indubbiamente adesso mi tormenterei per l’imbarazzo di quell’attacco di panico, quasi di terrore infantile, che non era riuscito a trattenere là, nella piazza. E invece Ščekn non si tormenta affatto. Sì, è vero, ha avuto paura e non è riuscito a dominarsi, ma non vede in questo niente di vergognoso o imbarazzante. Ora ragiona a voce alta:

— Se ne sono andati tutti sotto terra. Se lì ci fosse un fondo, allora ti assicurerei che ora vivono tutti sotto terra, in profondità, dove non li sente nessuno. Ma lì non c’è un fondo! Non capisco dove possano essere. Non capisco perché non ci sia fondo.

— Cerca di spiegarlo, — gli dico. — È importante.

Ma Ščekn non può spiegarlo.

— È molto strano, — continua. — I pianeti sono rotondi, ragiona, — e pure questo pianeta è rotondo, l’ho visto io, ma in quella piazza non è rotondo per niente. Sembra un piatto. E nel piatto c’è un buco. E questo buco porta da un vuoto, dove ci troviamo noi, dritto in un altro vuoto, dove noi non siamo.

— Ma perché io non l’ho visto questo buco?

— Perché è chiuso. Tu non puoi. L’hanno chiuso perché quelli come te non lo vedessero, e quelli come me lo vedessero…

Poi avverte all’improvviso che c’è di nuovo pericolo. Un pericolo piccolo, comune. Prima non c’era, e ora c’è.

Qualche minuto dopo, dalla facciata della casa sulla destra si stacca e frana a terra il balcone del terzo piano. Chiedo in fretta a Ščekn se il pericolo non sia diminuito, e lui, senza pensarci su, mi risponde che è diminuito ma non di molto. Voglio chiedergli da che parte ora ci minacci, ma in quel preciso momento mi colpisce un’aria densa, mi fischia nelle orecchie, a Ščekn si drizza il pelo.

Sul viale pare che si scateni un piccolo uragano. È caldissimo e puzza di ferro. Ancora un paio di balconi e di cornicioni franano su entrambi i lati della strada. Da una lunga casa tozza si stacca il tetto, e la casa, vecchia, piena di buchi, fatiscente, si attorciglia lentamente su se stessa e cade in pezzi, invade la strada e sparisce in una nuvola di polvere giallo marcio,

— Che sta succedendo lì da voi? — si informa Vanderchuze.

— C’è uno spiffero… — rispondo fra i denti.

Un nuovo colpo di vento mi costringe a correre avanti, contro la mia volontà. Mi sento umiliato.

— Abalkin! Ščekn! — tuona Komov. — Tenetevi nel mezzo! Il più lontano possibile dai muri. Faccio ripulire la piazza, c’è pericolo di crolli…

E per la terza volta un breve uragano caldo soffia lungo il viale, proprio nel momento in cui Ščekn cerca di girarsi col naso al vento. Lo stacca da terra e facendolo slittare. Lo trascina lungo la strada con l’umiliante compagnia di uno sbalordito ratto.

— Finito? — chiede arrabbiato, quando l’uragano si acquieta. Non cerca nemmeno di rialzarsi in piedi.

— Finito, — dice Komov. — Potete proseguire la perlustrazione,

— Molte grazie, — risponde Ščekn, velenoso come un serpente.

Nell’etere qualcuno ridacchia, ma cerca di trattenersi. Mi pare sia Vanderchuze.

— Mi scuso, — dice Komov. — Ma dovevo spazzar via la nebbia.

Per tutta risposta Ščekn se ne esce con l’improperio più lungo e significativo che ci sia nella lingua dei Testoni, si rialza, si scrolla furiosamente e all’improvviso resta fermo in una posizione molto scomoda.

— Lev, — dice, — non c’è più pericolo. Assolutamente. È stato spazzato via.

— Almeno questo, — rispondo io.

Informazione da Espada. Descrizione molto pittoresca del Futurorecchio capo. Me lo vedo davanti: incredibilmente sporco, puzzolente, coperto di tigna, un vecchiaccio a cui daresti almeno duecento anni e che afferma di averne ventuno. Parla con voce arrochita, tossisce, scatarra e si soffia il naso, tiene sempre sulle ginocchia un fucile a ripetizione e di tanto in tanto fa fuoco sopra la testa di Espada, alle domande non vuole rispondere, però gli piace farle; ma non sta a sentire le risposte e una risposta si e una no afferma che è una bugia…

Il viale finisce in un’altra piazza. Per la verità non è proprio una piazza. Semplicemente, sulla destra si trova un giardino semicircolare, dietro cui si intravede un lungo edificio giallo con la facciata concava, ornata da finte colonne. La facciata è gialla e i cespugli nel giardino sono di uno smunto color giallo, come se si fosse alla vigilia dell’autunno, e perciò non noto subito nel mezzo del giardino un altro “bicchiere”.

Ma questa volta è tutto intero e brilla come se fosse nuovo, come se l’avessero messo qui solo stamattina, in mezzo ai cespugli gialli. Il cilindro è alto circa due metri, ha il diametro di uno ed è fatto di un materiale trasparente simile all’ambra. Sta in posizione verticale, e lo sportello ovale è ben chiuso.

A bordo, da Vanderchuze, c’è un’esplosione di entusiasmo, ma Ščekn ancora una volta dimostra la sua indifferenza e addirittura il suo disprezzo per tutti questi oggetti «che non sono interessanti per il suo popolo»: comincia subito a grattarsi, dando la schiena al “bicchiere”.

Faccio il giro del “bicchiere”, poi afferro con due dita la maniglia sullo sportello ovale e do un’occhiata all’interno. Uno sguardo mi è sufficiente: riempiendo con le sue mostruose ossa articolate tutto lo spazio, tenendo avanti a sé le chele spinose lunghe mezzo metro, mi fissa, ottuso e minaccioso, con due file di albugini verde-opaco, un gigantesco granchio-ragno di Pandora in tutto il suo splendore.

In me scatta non la paura, ma un positivo riflesso davanti a qualcosa di assolutamente inatteso. Non faccio in tempo nemmeno ad aprir bocca, che già con tutte le mie forze spingo con le spalle la porta subito richiusa e punto i piedi contro il terreno. Bagnato di sudore da capo a piedi, mi tremano le vene.

Ma Ščekn è subito al mio fianco, pronto alla mischia. Si dondola sulle zampe tese ed elastiche, spostando da un lato all’altro, in segno di attesa, la testa dall’ampia fronte. I denti, di un bianco accecante, brillano e rivoli di saliva gli scendono agli angoli della bocca. Il tutto dura un paio di secondi, dopo di che chiede in tono litigioso:

— Che cosa è successo? Chi ti ha fatto del male?

Trovo con le dita l’impugnatura del disintegratore, mi costringo a staccarmi da quella maledetta porta e comincio a indietreggiare, tenendo il disintegratore pronto. Ščekn indietreggia insieme a me, sempre più irritato.

— Ti ho fatto una domanda! — dice sdegnato.

— Ma come, — gli dico fra i denti, — non hai ancora sentito nulla?

— Dove? In quella cabina? Là non c’è niente!

Vanderchuze e gli esperti schiamazzano agitati alle mie orecchie. Non li sto a sentire. So anche senza di loro che si può, per esempio, puntellare la porta con delle assi — ammesso che se ne trovino — oppure darle fuoco con il disintegratore. Continuo a indietreggiare, senza levare gli occhi dalla porta del “bicchiere”.

— Nella cabina non c’è niente! — insiste Ščekn. — E non c’è nessuno. E sono anni che non c’è nessuno. Vuoi che apra la porta e ti mostri che là non c’è nessuno?

— No, — dico, riuscendo a spuntarla sulle mie corde vocali. — Andiamocene.

— Apro solo la porta…

— Ščekn, — dico. — Ti stai sbagliando.

— Noi non ci sbagliamo mai. Vado io. Vedrai.

— Ti sbagli! — ruggisco. — Se ora non vieni via con me, significa che non sei mio amico e che te ne infischi di me!

Mi giro deciso sui tacchi (con il disintegratore in mano, la sicura levata, il regolatore sulla scarica continuativa) e me ne vado. Mi sembra di avere una schiena enorme, occupa il viale in tutta la sua ampiezza, ed è assolutamente priva di difese.

Ščekn, con aria scontenta e sprezzante, striscia verso sinistra e all’indietro. Brontola e vuole attaccar briga. Quando ci siamo allontanati di unì duecento passi e mi sono ormai completamente tranquillizzato e comincio a cercare il modo di far pace, Ščekn scompare all’improvviso. Solo le sue unghie picchiettano l’asfalto. Ed ecco è di nuovo accanto al cilindro, ed è ormai tardi per slanciarmi dietro di lui, per afferrano per le zampe posteriori e trascinare indietro quello sciocco, e il mio disintegratore ormai non serve a niente. Quel maledetto Testone socchiude la porta e a lungo, infinitamente a lungo, guarda dentro il “bicchiere”.

Poi, senza emettere il minimo suono, chiude di nuovo la porta e ritorna indietro. Ščekn è umiliato. Ščekn è annientato. Ščekn ammette senza parlare la sua completa inutilità e perciò è pronto in futuro ad accettare qualsiasi impiego si vorrà fare di lui. Ritorna da me e si siede accanto ai miei piedi, con la testa china. Stiamo zitti. Evito di guardarlo. Guardo il “bicchiere”, sentendo i rivoli di sudore sulle tempie, che si asciugano e si raggrinziscono sulla pelle; sento che quel tremito tormentoso, subentrato a un dolore molesto e noioso, si allontana dal muscolo e più di tutto al mondo ora vorrei sibilargli: «Bestiaccia!» e, di slancio, ripreso fiato, picchiarlo con rabbia sul testone mesto, sciocco, ostinato e scervellato. Invece dico soltanto:

— Abbiamo avuto fortuna. Chissà perché qui non attaccano…

Comunicazione dallo Stato Maggiore. Si suppone che il rettangolo di Ščekn sia l’ingresso in un tunnel interspaziale, attraverso cui è stata evacuata la popolazione del pianeta. Probabilmente dai Nomadi dello Spazio…

Procediamo per un quartiere insolitamente deserto. Nessun segno di vita, perfino le zanzare sono sparite. Questo non mi piace, in Ščekn invece non suscita nessun allarme.

— Questa volta siete in ritardo, — ringhia.

— Sì, sembra proprio così, — rispondo prontamente.

Dopo l’incidente del granchio-ragno è la prima volta che Ščekn parla. Sembra che abbia voglia di discorrere del più e del meno. È un’inclinazione che non ha spesso.

— I Nomadi, — borbotta, — l’ho sentito molte volte: i Nomadi, i Nomadi… Non sapete proprio niente di loro?

— Molto poco. Sappiamo che è una superciviltà e che sono molto più potenti di noi. Supponiamo che non siano umanoidi. Pensiamo che abbiano colonizzato tutta la nostra Galassia, molto, molto tempo fa. Pare, inoltre, che non abbiano una casa, nella nostra o vostra accezione di questo termine. Per questo li chiamiamo Nomadi…

— Volete incontrarli?

— Come dirti… Komov darebbe volentieri la sua mano destra per una cosa del genere. Io, invece, preferirei non incontrarli mai…

— Hai paura di loro?

Non ho voglia di parlarne. Specialmente ora.

— Vedi, Ščekn, — dico, questo è un lungo discorso. Sarebbe meglio che ti guardassi intorno, perché mi sembra che tu sia diventato un po’ distratto.

— Sto guardando. Tutto calmo.

— Hai notato che qui non c’è più segno di vita?

— Dipende dal fatto che qui c’è spesso gente, — risponde Ščekn.

— Davvero? — dico. — Beh, mi sento più tranquillo.

— Ora non c’è nessuno. Quasi.

Il 42° rione termina, arriviamo ad un incrocio. Ščekn annuncia all’improvviso:

— Dietro l’angolo c’è un uomo. Uno.

È un vecchio barbogio con un cappotto nero che gli arriva fino ai calcagni, un berretto di pelliccia con i paraorecchie legati sotto una barba sporca e arruffata, con dei guanti di un vivace giallo chiaro, delle enormi scarpe con la tomaia in tessuto. Si muove con difficoltà, trascina a stento le gambe. E a circa trenta metri, ma anche a questa distanza si sente chiaramente che respira a fatica, con un fischio, e di tanto in tanto geme per lo sforzo.

Carica della roba su un carretto con alte rotelle sottili, qualcosa come una carrozzina per bambini. Si infila in una vetrina infranta, sparisce e poi ritorna indietro lentamente, tenendo stretti al petto due o tre barattoli con etichette vistose. Ogni volta, appena torna alla sua carrozzina, si lascia cadere sfinito sul seggiolino triangolare, per un po’ rimane seduto immobile, si riposa, poi comincia piano piano e con cautela a togliersi i barattoli da sotto il braccio e a sistemarli sul carretto. Poi si riposa di nuovo, come se dormisse seduto; e di nuovo si rialza sulle gambe tremanti e si dirige verso una vetrina, lungo, nero, piegato quasi a metà.

Noi rimaniamo fermi all’angolo, senza nasconderci, perché è chiaro: il vecchio non vede e non sente nulla intorno a sé. Secondo Ščekn, è completamente solo, non c’è più nessuno, tranne, forse, qualcuno molto lontano. Non ho il minimo desiderio di entrare in contatto con lui ma, evidentemente, bisognerà farlo, se non altro per aiutarlo con tutti quei barattoli. Ma ho paura di spaventano. Chiedo a Vanderchuze di mostrarlo a Espada, in modo che Espada possa precisare chi sia: uno “stregone”, un “soldato” od un “uomo”.

Il vecchio ha scaricato per la decima volta i suoi barattoli e ora si riposa, raggomitolato sul sellino triangolare. La testa gli trema leggermente e si china sempre più in basso sul petto. Chiaramente, si sta addormentando.

— Non ho mai visto niente del genere, — annuncia Espada. — Parli con lui, Lev…

— Sembra molto vecchio, — dice dubbioso Vanderchuze.

— Ora muore, — brontola Ščekn.

— Proprio, — dico. — Specialmente se ora gli compaio davanti in questo mio saio arcobaleno.

Non faccio in tempo a finir di parlare. Il vecchio all’improvviso scivola in avanti e cade dolcemente sul selciato.

— È finita, — dice Ščekn. — Puoi andare a vedere, se ti interessa.

Il vecchio è morto, non respira, e il polso non si sente. A quanto pare, ha avuto un infarto e inoltre l’organismo è molto deperito. Ma non per la fame. È, semplicemente, molto vecchio, incredibilmente vecchio. Sto in ginocchio e guardo la sua faccia ossuta, di un colore bianco-verdastro, le ispide sopracciglia grigie, la bocca sdentata dischiusa, le guance cascanti. È un viso molto umano, proprio terrestre. Il primo uomo normale in questa città. Ed è morto. E non posso far nulla perché ho con me solo l’apparecchiatura da campo.

Gli inietto due fiale di necrofago e dico a Vanderchuze di mandare un medico. Non ho intenzione di trattenermi qui. Non ha senso. Lui non parlerà. E anche se lo farà, non sarà presto. Prima di andarmene, rimango fermo ancora un minuto accanto a lui, guardo la carrozzina, carica per metà di barattoli di conserve, il sedile capovolto, e penso che il vecchio, probabilmente, si è trascinato dietro il suo sgabello dappertutto e a ogni momento ci si sedeva per riposare…

Intorno alle diciotto comincia a far buio. Secondo i miei calcoli, alla fine del nostro percorso mancano ancora due ore di cammino, perciò propongo a Ščekn di riposarci e di mangiare. Ščekn non sente il bisogno di riposarsi, ma come sempre non si lascia sfuggire l’occasione di mangiare ancora una volta.

Ci sistemiamo al bordo di un’ampia fontana asciutta, sotto la protezione di un mostro mitologico con le ali di pietra, e io apro i pacchetti dei generi alimentari. Intorno a noi spiccano opache le mura delle case morte, c’è un silenzio mortale, e fa piacere pensare che a una decina di chilometri da noi non c’è più un deserto di morte, ma ci sono persone che lavorano.

Durante il pasto Ščekn non parla mai, però, appena è sazio, gli piace chiacchierare.

— Quel vecchio, — inizia, leccandosi accuratamente la zampa, — l’hanno veramente fatto rivivere?

— Sì.

— È di nuovo vivo, cammina, parla?

— È difficile che parli ed ancor meno che cammini, ma è vivo.

— Peccato, — borbotta Ščekn.

— Peccato?

— Sì. Peccato che non parli. Sarebbe interessante sapere com’è là…

— Là dove?

— Là dov’è andato quando era morto.

Mi metto a ridere.

— Pensi che là ci sia qualcosa?

— Ci deve essere. Devo andare da qualche parte, quando non ci sarò più.

— Dove va a finire la corrente elettrica, quando la spengono? — chiedo.

— Non sono mai riuscito a capirlo, — confessa Ščekn. — Ma il tuo ragionamento non è esatto. È vero, non so dove vada a finire la corrente elettrica, quando la spengono. Ma non so nemmeno da dove venga quando la accendono. E, invece, da dove sono venuto io lo so e lo capisco.

— E dove eri, quando ancora non esistevi? — domando maliziosamente.

Ma per Ščekn questo non è un problema.

— Ero nel sangue dei miei genitori. E, prima ancora, nel sangue dei genitori dei miei genitori…

— Allora, quando non esisterai più, sarai nel sangue dei tuoi figli…

— E se non avrò figli?

— Allora sarai nella terra, nell’erba, negli alberi…

— Non è così! Nell’erba e negli alberi ci sarà il mio corpo. Ma io dove sarò?

— Anche nel sangue dei tuoi genitori non c’eri tu, ma il tuo corpo. Tu non puoi ricordare come eri nel sangue dei tuoi genitori.

— Come non me lo ricordo? — si meraviglia Ščekn. — Lo ricordo benissimo!

— Sì, certo… — borbotto io, ormai vinto. — Voi avete una memoria genetica…

— Puoi chiamarla come vuoi, — brontola Ščekn. — Ma veramente non capisco dove andrò a finire quando morirò. Inoltre, non ho figli…

Decido di tagliar corto con questa discussione. Ormai è chiaro: non riuscirò mai a dimostrare a Ščekn che là non c’è niente. Per questo incarto in silenzio il pacchetto con i viveri, lo metto nello zaino e mi sistemo più comodamente, allungando le gambe.

Ščekn si lecca con cura l’altra zampa, si mette in ordine il pelo sulle guance e di nuovo si mette a far conversazione.

— Mi meravigli, Lev, — annuncia. — E tutti voi mi meravigliate. Ancora non vi siete stancati di stare qui?

— Stiamo lavorando, — ribatto pigramente.

— Perché lavorare senza un senso?

— Perché senza un senso? Lo vedi da solo, quante cose siamo venuti a sapere in un giorno.

— È proprio questo che chiedo: perché dovete sapere cose che non hanno un senso? Che cosa ve ne farete? Volete sapere sempre di più e non vi serve a niente quello che sapete.

— Cioè, per esempio? — chiedo.

Ščekn è un grande amante delle discussioni. Ha appena avuto una vittoria e ora brucia chiaramente dalla voglia di averne un’altra.

— Per esempio, la fossa senza fondo che ho trovato. A chi e perché può servire una fossa senza fondo?

— Non è proprio una fossa, — dico. — È piuttosto la porta di ingresso in un altro mondo.

— Potete entrare in quella porta? — si informa Ščekn.

— No, — ammetto. — Non possiamo.

— A che vi serve una porta attraverso cui non potete entrare?

— Oggi non possiamo, ma domani potremo.

— Domani?

— In senso lato. Dopodomani. Fra un anno…

— Un altro mondo, un altro mondo… — brontola Ščekn. — State forse stretti in questo?

— Come dirti… È stretto per la nostra immaginazione.

— Figuriamoci! — esclama Ščekn velenoso. — Vale proprio la pena, andare a finire in un altro mondo per cercare di rifarlo il più simile possibile al proprio. E naturalmente, anche questo diventerà stretto per la vostra immaginazione, e allora ne cercherete ancora un altro e di nuovo cercherete di rifarlo…

Interrompe bruscamente la sua filippica, e nello stesso istante sento la presenza di un estraneo. Qui. Vicino. A due passi. Dall’altra carte del basamento con il mostro mitologico di pietra.

È un aborigeno assolutamente normale — a giudicare da tutto — della categoria “uomini”. Un giovanotto forte e ben fatto, con pantaloni e giubbotto di tela cerata incatramata sul corpo nudo, e un fucile a ripetizione portato ad armacollo. La chioma spettinata gli cade sugli occhi, le guance e il mento sono lisci e sbarbati. Sta accanto al basamento assolutamente immobile e solo gli occhi, senza fretta, passano da me a Ščekn e viceversa. A quanto pare, al buio non vede peggio di noi. Non capisco come abbia fatto ad avvicinarsi così silenziosamente e senza farsi notare.

Porto cautamente la mano dietro la schiena e accendo il traduttore.

— Avvicinati e siediti, siamo amici, — dico solo con le labbra.

Dal traduttore con un ritardo di mezzo secondo vengono dei suoni gutturali non privi di fascino.

Lo sconosciuto ha un tremito e fa un passo indietro.

— Non aver paura, — dico. — Come ti chiami? Io mi chiamo Lev e lui Ščekn. Non siamo nemici. Vogliamo parlare con te.

No, non ne viene fuori nulla. Lo sconosciuto indietreggia ancora e si nasconde per metà dietro il basamento. Il suo viso continua a non esprimere nulla, e non è nemmeno chiaro se capisca quello che gli viene detto.

— Abbiamo buon cibo, — non mi voglio arrendere. — Forse hai fame o vuoi bere? Siediti con noi, ti offrirò volentieri qualcosa…

All’improvviso mi viene in mente che per l’aborigeno deve essere un po’ strano sentire “noi” e “con noi”, e passo in fretta al singolare. Ma non serve. L’aborigeno si nasconde del tutto dietro al basamento, e ora non si vede e non si sente.

— Se ne va, — ringhia Ščekn.

Ed ora vedo di nuovo l’aborigeno. Con passo lungo, leggero, senza fare alcun rumore, attraversa in strada, cammina sul marciapiede di fronte e, senza girarsi indietro nemmeno una volta, sparisce in un portone.

2 giugno dell’anno 78. Lev Abalkin in persona

Intorno alle 18.00 capitarono da me (senza preavviso) Andrej e Aleksandr. Nascosi la cartella nella scrivania e subito annunciai severo che non avrei tollerato discorsi di lavoro, tanto più che ora non dipendevano da me ma da Clavdij. Inoltre, ero occupato.

Loro cominciarono a lamentarsi perché non erano affatto venuti per ragioni di lavoro, ma perché avevano sentito nostalgia di me e perché così non andava proprio. Furono bravi a far la lagna. Cominciai ad ammorbidirmi. Aprimmo il bar e, per un po’, chiacchierammo animatamente dei miei cactus. Poi, all’improvviso, mi accorsi per caso che non stavano più parlando dei cactus ma di Clavdij, e la cosa era anche giustificata perché Clavdij era un tipo così spinoso e bernoccoluto che faceva subito venire in mente un cactus, ma non feci in tempo a dire «ah» che quei giovani provocatori Con grande abilità e naturalezza erano passati a parlare del caso dei bioreattori e del “Capitano Nemo”.

Facendo finta di niente, li lasciai riscaldare, e poi, proprio nel momento culminante, quando ormai avevano deciso che il loro capo era bello e spacciato, li pregai di levarsi di torno. E stavo per cacciarli via, perché ero proprio arrabbiato, con loro e con me stesso, quando (pure lei senza preavviso) apparve Alena. È il destino, pensai, e me ne andai in cucina. Tanto era ormai ora di cena, e persino i giovani provocatori si rendevano Conto che non era il caso di parlare di cose di lavoro davanti agli estranei.

La cena fu molto piacevole. I provocatori, ormai dimentichi di tutto, fecero la ruota davanti ad Alena. Quando lei tagliò corto, mi misi io a far la ruota, se non altro per mantenere animata la conversazione. Questo pavoneggiarsi sfociò in una lunga discussione: dove andare? Aleksandr pretendeva di andare all’Octopus, ed al più presto, perché le cose migliori lì sono all’inizio. Andrej si infervorava, come un vero critico musicale; i suoi attacchi contro l’Octopus erano appassionati e sorprendentemente privi di contenuto, la sua teoria sulla musica contemporanea colpiva per la sua freschezza e si riduceva al fatto che, quella notte, era proprio il momento giusto per provare le vele del suo nuovo yacht «Il saggio». Io ero per le sciarade o, al limite, per il gioco dei pegni. Alena, avendo capito che io quella sera non intendevo uscire e che avevo da fare, si risentì e cominciò a far casino. «Al diavolo l’Octopus! — gridava. — Ammainiamo le vele! Facciamo baldoria!» E così via.

Nel pieno di questa discussione, alle 19.33, fischiò il videofono. Andrej, che era il più vicino all’apparecchio, premette il tasto. Lo schermo si illuminò, ma l’immagine non apparve. E non si sentiva nulla, perché Aleksandr gorgheggiava a piena voce: «Le isole, le isole, le isole!…», accompagnando il canto con dei movimenti del corpo nel tentativo di imitare l’inimitabile V. Tuareg, mentre Alena gli contrapponeva la Canzone senza parole di Glière[17] (ma forse non è di Glière).

— Silenzio! — berciai, raggiungendo il videofono.

Ci fu un po’ più di calma, ma l’apparecchio continuava a tacere e lo schermo rimaneva vuoto. Difficilmente si trattava di Sua Eccellenza, perciò mi tranquillizzai.

— Aspetti, sposto l’apparecchio, — dissi rivolto allo scintillio azzurrino.

Nello studio misi il videofono sulla scrivania, mi accomodai in poltrona e parlai:

— Ecco qui c’è un po’ più di silenzio… Solo, tenga presente che io non la vedo.

— Mi scusi, ho dimenticato… — fece una bassa voce maschile, e sullo schermo apparve un volto stretto, bluastro-pallido, con delle profonde pieghe ai lati del naso fin giù ai mento. Un’ampia fronte bassa, grandi occhi profondamente infossati, capelli neri lisci che arrivavano fino alle spalle.

È curioso: lo riconobbi, ma non capii subito chi fosse.

— Salve, Mak, — disse. — Mi riconosce?

Ebbi bisogno di qualche secondo per riprendere il controllo. Ero assolutamente impreparato.

— Certo, certo… — tirai per le lunghe, pensando febbrilmente a come mi dovevo comportare.

— Lev Abalkin, — mi ricordò lui. — Si ricorda? Sarakš, il Serpente Azzurro…

— Signore! — esclamò il giornalista Kammerer, in passato Mak Sim, residente della Terra sul pianeta Sarakš. — Lev! Ma mi avevano detto che non era sulla Terra e che non si sapeva quando ci sarebbe venuto… Oppure è ancora là?

Sorrise.

— No, sono qui… Ma forse l’ho disturbata?

— Lei non mi disturba affatto! — disse sincero il giornalista Kammerer. Non quel giornalista che era andato a trovare Maja Glumova, ma piuttosto quello che era andato dall’insegnante. — Ho bisogno di lei! Sto scrivendo un libro sui Testoni!

— Sì, lo so, — mi interruppe. — È per questo che l’ho chiamata. Ma, Mak, ormai è molto tempo che non ho a che fare con i Testoni.

— Questo non ha importanza, — ribatté il giornalista Kammerer. — Ha importanza che lei sia stato il primo ad avere a che fare con loro.

— Veramente, il primo è stato lei…

— No. Li ho semplicemente scoperti e basta. E su di me ho già scritto. Ed ho raccolto i materiali degli ultimi lavori di Komov. Come vede, il prologo e l’epilogo ci sono già, manca una sciocchezza: il contenuto fondamentale… Senta, Lev, dobbiamo assolutamente incontrarci. Starà molto sulla Terra?

— Non molto, — disse. — Ma ci incontreremo senz’altro. Per la verità, oggi non vorrei…

— Ma certo, oggi anche per me non va bene, — afferrò al volo il giornalista Kammerer. — Cosa ne direbbe di domani?

Per un po’ mi fissò in silenzio. Mi accorsi all’improvviso che non riuscivo a capire di quale colore avesse gli occhi, perché erano troppo profondamente infossati sotto le sopracciglia spioventi.

— Straordinario, — disse alla fine. — Lei non è affatto cambiato. Ed io?

— Devo esser sincero? — chiese il giornalista Kammerer, tanto per dire qualcosa.

Lev Abalkin sorrise di nuovo.

— Sì, — disse. — Sono passati venti anni. E sa, Mak, ricordo quel periodo come il più felice. Tutta la vita era davanti, tutto era appena all’inizio… E sa, ora ricordo quel periodo e penso: che fortuna ho avuto a cominciare con capi come Komov e come lei, Mak…

— Ma no, Lev, non esageri, — disse il giornalista Kammerer.

— Che cosa c’entro io?

— Come che cosa c’entra lei? Komov dirigeva, Rawlingson ed io eravamo gli esecutori, ma il coordinamento lo faceva lei!

Il giornalista Kammerer fece tanto d’occhi. E così pure io, ed in più mi misi sulla difensiva.

— Ma Lev, — disse il giornalista Kammerer, — lei, mio caro, era molto giovane e, evidentemente, non ha capito nulla del rapporto di subordinazione di allora. L’unica cosa che feci per voi fu di assicurare la sicurezza, il trasporto e i generi alimentari… Tutto qua…

— E forniva le idee! — insisté Lev Abalkin.

— Quali idee?

— L’idea della spedizione al Serpente Azzurro non è sua?

— Beh, in un certo qual modo…

— Vede! Questa è una. E l’idea che con i Testoni dovessero lavorare non gli zoopsicologi ma i Progressori: questa è un’altra!

— Aspetti, Lev! Questa è un’idea di Komov! Ed inoltre io non mi interessavo affatto di voi! In quel periodo c’era la rivolta su Pandea! Le prime operazioni di sbarco dell’Impero Insulare. Lei sa bene che… Oh, Signore! Se devo essere sincero, allora mi dimenticai addirittura di voi! Di voi si occupava Zef, e non io! Ricorda un aborigeno dai capelli rossi?

Lev Abalkin si mise a ridere, scoprendo i denti bianchi.

— Non c’è proprio niente da ridere! — esclamò arrabbiato il giornalista Kammerer. — Lei mi mette a disagio. Che assurdità! No, mio caro, si vede che mi sono messo giusto in tempo a lavorare a questo libro. Guarda che razza di idiozie giravano!…

— Va bene, va bene, non lo farò più, — disse Abalkin. — Continueremo questa discussione di persona…

— Ecco, proprio così, — disse il giornalista Kammerer. — Solo che non c’è niente da discutere. E non ci sarà nessuna discussione. Allora…

Il giornalista si mise a giocare con i bottoni del suo bloc-notes da tavolo.

— Domani alle 9.00 da me… Oppure, forse, le fa più comodo…

— Facciamo da me, — disse Lev Abalkin.

— Allora, mi dia l’indirizzo, — ordinò il giornalista Kammerer. Era ancora su di giri.

— Stazione balneare «I Pioppi», — disse Lev Abalkin. — Cottage numero sei.

2 giugno dell’anno 78. Alcune congetture sulle intenzioni di Lev Abalkin

Ordinai ad Aleksandr e ad Andrej di andarsene. In modo molto ufficiale. Mi toccò fare una faccia ufficiale e parlare in tono ufficiale, cosa che mi riuscì senza la minima difficoltà, perché volevo rimanere solo e riflettere.

Ritornai subito di buon umore. Alena si calmò e promise ubbidiente di non entrare nello studio e di far sì che non mi disturbassero. Per quanto ne so, lei ha un’idea assolutamente errata del mio lavoro. Per esempio, è convinta che sia un lavoro pericoloso. Ma alcune cose le ha capite, e precisamente: se all’improvviso sono occupato, non significa che ho avuto un’ispirazione istantanea o che all’improvviso mi abbia illuminato una fulgida idea, ma significa semplicemente che c’è un problema urgente da risolvere immediatamente.

Le diedi una tiratina d’orecchi e mi chiusi nello studio, lasciandola che metteva ordine nel soggiorno.

Come aveva fatto a sapere il mio numero? È facile. Lo avevo lasciato all’insegnante. Inoltre gli aveva potuto raccontare di me Maja Giumova; o si era incontrato di nuovo con Maja Glumova o aveva deciso di andare a trovare l’insegnante. Nonostante tutto. Per venti anni non aveva fatto sapere niente di sé, ed ora all’improvviso aveva deciso di vederlo. Perché?

A che scopo mi aveva telefonato? Forse, per un impulso sentimentale. Ricordando il suo primo lavoro. La gioventù, il periodo più felice della vita… Hmm… Ho qualche dubbio. Il desiderio altruistico di aiutare un giornalista (e primo scopritore dei suoi amati Testoni) nel suo lavoro, in aggiunta, diciamo, a un po’ di sano amor proprio? Sciocchezze. Allora perché mi dà un indirizzo falso? O forse non è falso? Ma se non è falso, allora vuol dire che non si nasconde. Allora, Sua Eccellenza si sta sbaghando… Ma in effetti, da che cosa si deduce che Lev Abalkin si stia nascondendo?

Chiamai in fretta l’informatore, chiesi il numero e telefonai ai «Pioppi», cottage numero sei. Non rispose nessuno. Proprio come dovevo aspettarmi.

Va bene, lasciamo da parte questo problema, per ora. Qual è stata la cosa più importante della nostra conversazione? Fra l’altro, in un caso per poco non mi ero tradito. Mordermi la lingua sarebbe stato poco. «Lei sa cosa significhi lo sbarco della flotta “Ž”!» «Sarebbe interessante sapere, Mak, come mai lei sia a conoscenza dello sbarco della flotta “Ž”, e, soprattutto, perché pensa che io ne sappia qualcosa?» Ovviamente, non ha detto niente del genere, ma lo ha pensato e ha capito tutto e, dopo un simile scivolone, mi rimarrebbe soltanto di andare a fare veramente il giornalista… Ma anche lui non ha poi così tanto tempo da mettersi ad analizzare e a valutare ogni mia parola. È chiaro che sta perseguendo un suo scopo, e tutto ciò che non è attinente, probabilmente, gli scivola davanti alle orecchie…

Dove voleva arrivare? Perché aveva cercato di attribuirmi i suoi meriti e i meriti di Komov, per di più? E quel che è più importante, subito, di botto, quando avevamo fatto appena in tempo a salutarci… Si potrebbe veramente pensare che io vada mettendo in giro voci su una mia priorità, proprio come se tutte le idee fondamentali sui Testoni mi appartenessero e le attribuissi a me stesso, e lui, venuto a saperlo, mi volesse far capire che sono un mascalzone. In ogni caso la sua presa in giro era a doppio senso… Ma è un’assurdità! Che sia stato proprio io a scoprire i Testoni, ormai lo sanno solo gli specialisti, e anche quelli probabilmente se lo sono già dimenticato…

Sono sciocchezze, Certo. Ma i fatti rimangono: mi ha appena telefonato Lev Abalkin e mi ha informato che, secondo lui, il fondatore ed il luminare della scienza contemporanea che si occupi dei Testoni sono io, il giornalista Kammerer. Nella nostra conversazione non c’è stato niente altro di importante. Tutto il resto non era che chiacchiere mondane. No, alla fine c’era anche l’indirizzo falso (con ogni probabilità)…

Certo, c’è anche un’altra possibilità. Per lui l’oggetto della conversazione era indifferente. Poteva permettersi di parlare di qualsiasi cosa perché aveva telefonato solo per vedermi. L’insegnante o Maja Glumova gli avevano detto: «Di te si interessa un certo Maksim Kammerer». «Davvero? — pensa Lev Abalkin che si nasconde. — Molto strano! È bastato che arrivassi sulla Terra perché di me si interessasse Maksim Kammerer. Ma io lo conoscevo Maksim Kammerer. Che cos’è? Una coincidenza?» Lev Abalkin non crede nelle coincidenze. «Ora telefonerò a quest’uomo e vedrò un po’ se è proprio Maksim Kammerer, in passato Mak Sim… E se è veramente lui, vediamo un po’ come si comporterà…»

Sentivo che avevo colto nel segno. Telefona e, ad ogni buon conto, spegne l’immagine. Nel caso che io non sia Maksim Kammerer. Mi vede. Non senza meraviglia, probabilmente, ma con chiaro sollievo. È proprio Maksim Kammerer, da lui c’è una festicciola, si sente del chiasso allegro, niente di sospetto. Ma sì, ci si può scambiare qualche frase insignificante, fissare un appuntamento e sparire…

No! Questa non è tutta la verità e non è l’unica verità. Ci sono due cose che non tornano. Primo: perché aveva bisogno di mettersi a parlare con me? Mi ha visto, mi ha sentito, si è convinto che ero proprio io, e avrebbe potuto chiudere il contatto. Un collegamento errato, qualcuno ha sbagliato numero. E basta.

Secondo: anche io non sono nato ieri. Ho visto bene che non stava semplicemente facendo conversazione con me. Era molto attento alla mia reazione. Voleva assicurarsi che sia proprio io e che reagisca in un certo modo a certe sue parole. Dice una sciocchezza e sta bene attento per vedere come reagisco… Però è strano. Davanti a quella che è chiaramente una sciocchezza tutti gli uomini reagiscono nello stesso modo. Ne consegue che o io ragiono in modo sbagliato, oppure… oppure dal punto di vista di Abalkin non si trattava affatto di sciocchezze. Per esempio, per delle ragioni che non mi sono affatto chiare, Abalkin ritiene veramente che il mio ruolo nello studio dei Testoni sia stato molto importante. Mi telefona per controllare questa sua opinione, e dalla mia reazione si convince che è un’opinione sbagliata.

Del tutto logico, ma alquanto strano. Che cosa c’entrano qui i Testoni? Parlando in generale, i Testoni hanno avuto nella vita di Lev Abalkin un ruolo addirittura fondamentale. Stop.

Se ora mi chiedessero di esporre in breve la biografia di quest’uomo, probabilmente risponderei così: gli piaceva lavorare con i Testoni, più di tutto al mondo voleva lavorare con i Testoni, con cui aveva già lavorato con grande successo, ma, chissà perché, non glielo permisero… Ma insomma, cosa ci sarebbe di strano se ora avesse finalmente perso la pazienza e avesse mandato al diavolo tutto lo Stato Maggiore «Ž», il COMCON, la disciplina, avesse mandato tutti al diavolo e se ne fosse tornato sulla Terra per cercare di chiarire, una volta per tutte, perché mai non gli abbiano permesso di occuparsi di quello che gli piaceva; chi, personalmente, gli sta rovinando la vita; a chi deve chieder conto per il crollo dei suoi ideali, per la sua amarezza nel non riuscire a capire ciò che èavvenuto, per quindici anni persi dietro un lavoro non amato e incredibilmente pesante… Ecco perché era tornato!

Era tornato, e subito si era imbattuto nel mio nome. E si era ricordato che ero stato, in sostanza, il curatore del suo primo lavoro con i Testoni, e aveva avuto voglia di sapere se per caso non avevo preso parte a questo allontanamento, senza precedenti, di un uomo dalla sua occupazione preferita, e ha saputo (con l’aiuto di un semplice trucco) che no, non vi avevo preso parte. Mi ero occupato, invece, di respingere le truppe di sbarco e non c’entravo per niente…

Ecco come, per esempio, si sarebbe potuta spiegare la conversazione odierna, e niente altro. Né l’oscura Storia con Tristan, né l’oscura storia con Maja Glumova, né, a maggior ragione, il motivo per cui Lev Abalkin dovesse nascondersi potevano spiegarsi con questa ipotesi. Sì, per tutti i diavoli, se questa mia ipotesi era giusta, Lev Abalkin ora doveva trovarsi proprio al COMCON a dar botte a destra e a sinistra a chi gli aveva fatto del male, proprio come si conveniva ad un uomo impulsivo e con un sistema nervoso di tipo artistico… Però, qualcosa di giusto in questa mia ipotesi c’era, e sorgevano allora delle domande concrete. Decisi di porle a Sua Eccellenza, ma prima bisognava telefonare a Sergej Pavlovič Fedoseev.

Guardai l’orologio: 21.51. Sperai che il vecchio non fosse ancora andato a letto.

Risultò che, in effetti, il vecchio non era ancora andato a letto. Con un po’ di perplessità, come se non lo riconoscesse, guardò dallo schermo il giornalista Kammerer. Il giornalista Kammerer si profuse in scuse per la chiamata ad un’ora così insolita. Le scuse furono accolte, tuttavia l’espressione perpiessa non svanì.

— Avrei proprio una o due domande da farle, Sergej Pavlovič, — disse il giornalista Kammerer inquieto. — Lei si è incontrato con Abalkin?

— Sì. Gli ho dato il suo numero.

— Mi scusi, Sergej Pavlovič… Mi ha appena telefonato… Ed ha parlato con me in modo un po’ strano… — Il giornalista Kammerer sceglieva le parole con difficoltà. — Ho avuto una strana impressione… Mi rendo conto che probabilmente è solo una stupidaggine, ma non si sa mai quel che può succedere… In fin dei conti potrebbe non averla capita bene.

Il vecchio si mise sulle difensive.

— Di che cosa si tratta? — chiese.

— Lei ha parlato con lui di me… cioè della nostra conversazione…

— Certo. Non la capisco. Non avrei dovuto parlarne?

— Ma no, non si tratta di questo. Evidentemente, lui non l’ha capita nel modo giusto. Si immagini, non ci vedevamo da quindici anni e subito, dopo esserci salutati, comincia con pesante sarcasmo a lodarmi per… In breve, mi ha praticamente accusato di aspirare al suo primato nel lavoro con i Testoni! Glielo assicuro, non c’è il benché minimo fondamento… Mi capisca, io intervengo nel problema solo come giornalista, come divulgatore, e niente altro…

— Certo, certo, giovanotto! — il vecchio alzò una mano. — Si calmi, la prego. Naturalmente non gli ho detto niente di simile. Se non altro perché non me ne intendo affatto…

— Beh… forse… non è stato abbastanza chiaro nella sua esposizione…

— Guardi che non ho esposto proprio niente. Gli ho detto che un certo giornalista Kammerer sta scrivendo un libro su di lui e che si è rivolto a me. Il numero del giornalista è questo. Telefonagli. Ecco tutto quello che gli ho detto.

— Beh, allora non capisco, — disse il giornalista Kammerer quasi disperato. — All’inizio ho pensato che lei fosse stato frainteso, ma se non è andata così, allora non so… Allora c’è qualcosa di morboso. Una mania. In genere questi Progressori si comportano bene quando lavorano, ma a volte, sulla Terra, perdono completamente il controllo… Saltano loro i nervi, chissà…

Il vecchio aggrottò le sopracciglia.

— Beh, sa… In fin dei conti non è da escludere che Lev mi abbia veramente frainteso… o, per esser precisi, che non mi abbia ascoltato attentamente… È stata una conversazione veloce. Avevo fretta, c’era un vento forte che scuoteva i pini, e mi sono ricordato di lei proprio all’ultimo momento…

— Ma no, non volevo dire niente del genere… — fece marcia indietro il giornalista Kammerer. — È probabile che sia stato io a fraintendere Lev… Sa, oltre al resto, mi ha colpito il suo aspetto… È molto cambiato, è diventato cattivo… Non ha avuto anche lei questa impressione, Sergej Pavlovič?

Sì, anche Sergej Pavlovič aveva avuto questa impressione. Sollecitato e spinto dall’offesa non troppo nascosta del sempliciotto-bonario giornalista Kammerer, a poco a poco ed in modo confuso, vergognandosi per il suo alunno e per certi suoi pensieri, raccontò com’è che si erano incontrati.

Circa alle 17.00, S.P. Fedoseev lasciò in bioplano la sua tenuta «Le Zanzare» e fece rotta verso Sverdlovsk, dove doveva partecipare alla riunione di un club. Dopo quindici minuti era stato letteralmente attaccato e costretto ad atterrare in un folto bosco di pini da un bioplano sbucato da chissà dove, il cui guidatore risultò essere Lev Abalkin. Nella radura, fra i pini che stormivano al vento, ebbe luogo una breve conversazione organizzata da Lev Abalkin secondo uno schema a me già noto.

Appena si furono salutati, senza dare praticamente al vecchio insegnante la possibilità di aprire bocca, e senza perder tempo in abbracci, aveva rovesciato addosso al povero Sergej Pavlovič una serie di ringraziamenti sarcastici e velenosi per gli incredibili sforzi profusi nell’intento di convincere la Commissione per la ripartizione negli studi a inviare Abalkin non all’Istituto di Zoopsicologia, dove il liceale sciocco e senza esperienza intendeva iscriversi, ma alla scuola per Progressori, sforzi che erano stati coronati da successo e avevano reso la vita di Lev Abalkin così tranquilla e felice.

Il vecchio, colpito da un così sfacciato travisamento della verità, mollò un ceffone al suo ex alunno. Avendolo così costretto a stare zitto e attento, gli spiegò con calma che, nella realtà, le cose erano andate esattamente al contrario. Era stato proprio lui, S.P. Fedoseev, a destinare Lev Abalkin alla zoopsicologia, si era già messo d’accordo, a questo riguardo, con l’istituto e aveva presentato alla commissione le relative lettere di raccomandazione. Proprio lui, S.P. Fedoseev, saputo dell’assurda — così la riteneva — decisione della commissione, aveva protestato, a voce e per iscritto, fino al Consiglio d’Istruzione della regione. E proprio lui, S.P. Fedoseev, era stato alla fine convocato dal Settore Eurasiatico e là punito come un ragazzino per aver tentato di sconfessare come non sufficientemente qualificate le decisioni della Commissione per la ripartizione negli studi. («Mi presentarono le conclusioni di quattro esperti e, come due più due fa quattro, mi dimostrarono che io ero un vecchio scemo, e che aveva invece ragione il presidente della Commissione per la ripartizione, dottor Serafimovič»)

Giunto a questo punto, il vecchio tacque.

— E lui? — osò chiedere il giornalista Kammerer.

Il vecchio muoveva triste le labbra.

— Quello scemotto mi ha baciato la mano ed è corso al suo bioplano.

Tacemmo. Poi il vecchio aggiunse:

— Proprio allora mi sono ricordato di lei… Sinceramente, mi è sembrato che non vi prestasse nessuna attenzione… Forse, avrei dovuto parlare di lei più nel dettaglio, ma non ci ho pensato… Mi sembrava, chissà perché, che non l’avrei rivisto più…

2 giugno dell’anno 78. Una breve conversazione

Sua Eccellenza era a casa, paludato in un austero kimono nero, sedeva al tavolo da lavoro e si dedicava al suo hobby preferito: guardava attraverso la lente di ingrandimento un’orribile statuetta dalla sua collezione…

— Eccellenza, — dissi, — avrei bisogno di sapere se Lev Abalkin si sia messo già in contatto con qualcuno sulla Terra.

— Sì, si è messo in contatto, — disse Sua Eccellenza e mi guardò, mi parve, con interesse.

— Posso sapere con chi?

— Puoi. Con me.

Mi azzittii di botto. Sua Eccellenza aspettò un po’ e ordinò:

— Fai rapporto.

Feci rapporto. Entrambe le conversazioni, parola per parola, — le mie conclusioni in breve, e alla fine aggiunsi che, secondo me, c’era da aspettarsi che Abalkin al più presto si recasse da Komov, Rawlingson, Gorjacëv e da tutte quelle persone legate, in un modo o nell’altro, al suo lavoro con i Testoni. E anche da questo dottor Serafimovič, l’allora presidente della Commissione per la ripartizione. Visto che Sua Eccellenza taceva e non alzava la testa, mi permisi ancora una domanda:

— Si può sapere di che cosa ha parlato con lei? Mi meraviglia molto che abbia cercato proprio lei.

— Ti meraviglia molto… Anche me. Ma fra noi non c’è stato alcun dialogo. Mi ha fatto lo stesso scherzo che ha fatto a te: non ha acceso l’immagine. Mi ha guardato, mi ha riconosciuto e, probabilmente, ha spento.

— Ma perché pensa che fosse proprio lui?

— Perché si è messo in contatto con me attraverso un canale che era noto a una sola persona.

— Allora, forse, era quella persona…

— No, non può essere… Per quanto riguarda la tua ipotesi, non regge. Lev Abalkin era diventato un eccellente residente, amava il suo lavoro e non avrebbe acconsentito a cambiarlo per niente al mondo.

— Sebbene secondo il suo sistema nervoso fare il Progressore…

— Questa non è cosa di tua competenza, — disse brusco Sua Eccellenza. — Non ti distrarre. Al lavoro. Annullo l’ordine di trovare Abalkin e di tenerlo sotto osservazione. Va’ sulle sue tracce. Voglio sapere dove è stato, con chi si è incontrato, e di che cosa ha parlato.

— Capito. Ma se mi capita di imbattermi in lui?

— Fagli un’intervista per il tuo libro. E poi riferisci a me. Né più, né meno.

2 giugno dell’anno 78. Qualcosa sui misteri

Intorno alle 23.00 feci in fretta una doccia, diedi un’occhiata nella stanza da letto e mi convinsi che Alena stesse dormendo. Allora tornai nello studio.

Decisi di cominciare da Ščekn. Ščekn, ovviamente, non è un terrestre e nemmeno un umanoide, e poi ci voleva tutta la mia esperienza — e tutta la mia abilità, non lo dico per vantarmi — nell’uso dei canali di informazione, per avere le informazioni che riuscii ad avere. Faccio notare, fra parentesi, che la stragrande maggioranza dei miei compagni di pianeta non ha la minima idea delle reali possibilità di questa ottava (o forse è già la nona) meraviglia del mondo — Il Grande Servizio di Informazioni Interplanetarie. Ammetto, del resto, che nemmeno io, nonostante la mia grande esperienza ed abilità, posso pretendere di riuscire completamente ad utilizzare la sua immensa memoria.

Posi undici domande — tre risultarono superflue — e alla fine ottenni le seguenti informazioni sul Testone Ščekn.

Il suo nome completo era Ščekn-Itrč. Dall’anno settantacinque a tutt’oggi faceva parte della missione permanente del popolo dei Testoni sulla Terra. A giudicare dalle sue funzioni nelle relazioni con l’amministrazione terrestre, era una specie di traduttore-relatore della missione. La sua reale funzione non era chiara, poiché i rapporti all’interno del collettivo della missione rimanevano per i terrestri un assoluto mistero. Stando ad alcune dichiarazioni, Ščekn era a capo di una specie di cellula familiare all’interno della missione, cellula di cui non si conosceva, però, né l’entità né la composizione, sebbene questi siano dati molto importanti per risolvere tutta una serie di problemi di natura diplomatica.

Nel complesso, informazioni su Ščekn, come su tutta la missione, ce n’erano in gran numero. Alcune erano sorprendenti, ma tutte, con il passare del tempo, entravano in contraddizione fra loro, oppure venivano completamente smentite da nuove osservazioni. Pareva che la nostra xenologia tendesse ad alzare (o ad abbassare, a piacimento) le braccia davanti a tanta segretezza. E molti xenologi in gamba avrebbero condiviso il parere di Rawlingson, che dieci anni prima, in un minuto di debolezza, avrebbe detto: «Secondo me, ci stanno semplicemente prendendo in giro!..».

Del resto, tutto ciò mi interessava poco. Solo non dovevo dimenticare in futuro le parole di Rawlingson.

La missione si trovava sul fiume Thelon in Canada, a nordovest del lago Baker. I Testoni, a quanto pareva, godevano della massima libertà di movimento, e la sfruttavano ampiamente, sebbene si rifiutassero di utilizzare qualsiasi mezzo di trasporto, eccetto il trasporto-zero. La residenza della missione era stata costruita seguendo scrupolosamente un progetto presentato dagli stessi Testoni, i quali, tuttavia, avevano gentilmente declinato l’invito ad abitarla, e si erano sistemati lì intorno in alcuni locali sotterranei da loro stessi costruiti; per dirla in altre parole, delle tane. Non riconoscevano il valore delle telecomunicazioni, e a nulla erano valsi gli sforzi dei nostri ingegneri, che avevano costruito delle apparecchiature speciali per il loro udito e la loro vista, facili da manovrare. I Testoni riconoscevano il valore solo dei contatti personali. Dunque, bisognava volare al lago Baker.

Terminato che ebbi con Ščekn, decisi di trovare anche il dottor Serafimovič. Mi riuscì senza difficoltà, cioè mi riuscì di avere informazioni su di lui. A quanto pare, era morto da dodici anni, all’età di centodiciotto anni. Dottore in pedagogia, membro permanente del Consiglio Eurasiatico di Istruzione, membro del Consiglio Mondiale di Pedagogia, Valerij Michailovič Serafimovič. Peccato.

Mi occupai allora di Kornej Jašmaa. Il Progressore Kornej Janovič Jašmaa abitava da due anni nella tenuta «Il campo di Jan», una decina di chilometri a nord da Antonov, nella steppa del Volga. Seguiva un lungo elenco di meriti, da cui risultava che tutta la sua attività professionale era legata al pianeta Higanda. Evidentemente era un elemento importante, dotato di qualità pratiche, ed un teorico fuori del comune nel campo della Storia sperimentale, ma tutti i particolari relativi alla sua carriera mi uscirono subito di mente, non appena mi imbattei in due dati di scarsa evidenza.

Primo: Kornej Janovič Jašmaa era un figlio postumo.

Secondo: Kornej Janovič Jašmaa era nato il 6 ottobre dell’anno 38.

L’unica differenza con Lev Abalkin consisteva nel fatto che i genitori di Kornej Jašmaa non erano stati membri del gruppo “Jormala”, ma una coppia che era perita tragicamente durante l’esperimento “Lo specchio”.

Non volli credere alla mia memoria e diedi un’occhiata alla cartella. Era tutto uguale. E ovviamente c’era anche l’appunto sull’altro lato del testo arabo: «Si sono incontrati due nostri gemelli. Te lo assicuro, un puro caso…». Un caso. Beh, può essere, che lì su Higanda sia stato un caso: Lev Abalkin, figlio postumo, nato il 6 ottobre dell’anno 38, si è incontrato con Kornej Jašmaa, figlio postumo, nato il 6 ottobre dell’anno 38… Ma anche per me è un caso? «I gemelli». Di genitori diversi. «Se non ci credi, guarda lo 07 e l’11.» Allora, 07 è davanti a me. Dunque, da qualche parte nelle viscere del nostro dipartimento c’è anche l’11. Ed è logico supporre che ci sia anche 01, 02 e così via.. A proposito, mi devo dare un meno, perché non ho fatto subito attenzione a questa strana cifra: 07. Di solito le nostre schede (ovviamente non in cartelle ma in registrazioni a cristalli) sono contrassegnate o da parole di fantasia oppure dal nome di oggetti…

A proposito, che cos’è questo esperimento “Lo specchio”?

Mai sentito… Questo pensiero passò come in secondo piano, ed io posi quasi macchinalmente la domanda al GSI. La risposta mi colpì. INFORMAZIONE SOLO PER GLI SPECIALISTI. PER FAVORE, ESIBIRE IL LASCIAPASSARE. Composi il codice del mio lasciapassare e ripetei la domanda. Questa volta il cartellino con la risposta venne fuori con un ritardo di alcuni secondi: INFORMAZIONE SOLO PER GLI SPECIALISTI. PER FAVORE, ESIBIRE IL LASCIAPASSARE. Mi appoggiai alla spalliera della poltrona. Ma guarda un po’, per la prima volta mi capitava che il lasciapassare del COMCON-2 risultasse insufficiente per ottenere informazioni dal GSI.

A questo punto mi accorsi con grande chiarezza che ero uscito dai confini di mia competenza. Capii all’improvviso di avere davanti un enorme e oscuro mistero; che il destino di Abalkin, con tutti i suoi misteri e le sue incongruenze, non si risolveva soltanto nel mistero della personalità di Abalkin, ma era intrecciato al destino di molti altri uomini; che io non potevo immischiarmi in questi destini, non ne avevo il diritto, né come lavoratore, né come uomo.

Il problema non consisteva ovviamente nel fatto che il GSI si rifiutasse di darmi informazioni circa l’esperimento “Lo specchio”. Ero assolutamente certo che questo esperimento non avesse niente a che fare con il mistero. Il rifiuto del GSI fu semplicemente la molla che mi costrinse a guardarmi indietro, che mi rischiarò la vista. E subito collegai tutto: lo strano comportamento di Jadwiga Lekanova, l’insolito livello di segretezza, questo inconsueto «contenitore di documenti», la strana cifra, il rifiuto di Sua Eccellenza di mettermi completamente al corrente della situazione, e persino la sua iniziale disposizione di non entrare in contatto con Abalkin… Ed ora ecco anche la fantastica coincidenza di situazioni e di date di nascita fra Lev Abalkin e Kornej Jašmaa.

Era un mistero. Lev Abalkin era solo una parte di questo mistero. E capii perché Sua Eccellenza avesse affidato questo caso proprio a me. Probabilmente c’erano persone che sapevano tutto di questo mistero, ma probabilmente non erano adatte ad un’indagine. C’era un sufficiente numero di persone che avrebbe condotto quest’indagine non peggio, e forse meglio di me, ma Sua Eccellenza aveva indubbiamente capito che l’indagine prima o poi avrebbe condotto al segreto, e quindi era importante che si trattasse di una persona con la delicatezza sufficiente a fermarsi in tempo. Ma anche se nel corso dell’indagine il segreto fosse stato svelato, era importante che si trattasse di una persona in cui Sua Eccellenza avesse fiducia come in se stesso.

E poi il segreto di Lev Abalkin era per di più il segreto di una personalità! Molto male. Il segreto più vago fra tutti quelli immaginabili, di cui l’interessato non deve sapere niente… L’esempio più semplice: la notizia di una malattia incurabile. Un esempio più complesso: un atto compiuto senza sapere e che ha portato con sé conseguenze irreversibili, come è avvenuto, in tempi dimenticati, con Edipo…

Va bene, Sua Eccellenza ha fatto la scelta giusta. Non amo i misteri. Ammetto che molti sono sensazionali e capaci di colpire l’immaginazione, ma a me personalmente non è mai piaciuto venirne a conoscenza, e ancora meno farne partecipi persone che non c’entrano per niente. Da noi nel COMCON-2 la maggior parte dei collaboratori la pensa così, ed è per questo, probabilmente, che molto raramente si verificano fughe di notizie. Ma il mio disgusto per i misteri è, ciò nonostante, al di sopra della norma. Cerco persino di non utilizzare mai il termine «svelare un segreto», dico di solito «far venire alla luce un segreto», e mi sembra di essere in questo caso un vuotacessi nel significato letterale della parola.

Ecco, ora, per esempio.

Dal rapporto di Lev Abalkin (operazione “Mondo morto”)

Nell’oscurità la città sembrava piatta, come un’antica stampa. La muffa luccicava opaca nel profondo dei neri antri delle finestre, e nei rari giardinetti e sulle aiuole balenavano piccoli e smorti arcobaleni: si sono dischiusi nella notte boccioli di fiori sconosciuti. Si è colpiti da aromi lievi ma irritanti. Da sotto i tetti scivola fuori e si libra sul viale la prima luna, un’enorme falce coperta di tacche, che diffonde sulla città una sgradevole luce arancione.

In Ščekn questa luminosità suscita un disgusto inspiegabile. Gli getta ogni momento sguardi di disapprovazione e ogni volta apre e chiude convulsamente le fauci, proprio come se avesse voglia di ululare e si trattenesse. Questo è ancora più strano, perché nel suo pianeta natale, Sarakš, non si può vedere la luna per via della rifrazione atmosferica, e con la luna terrestre ha sempre avuto un rapporto di completa indifferenza, almeno per quanto ne so io.

Poi notiamo i bambini.

Sono due. Tenendosi per mano, vagano silenziosi per il marciapiede, come se cercassero di nascondersi nell’ombra. Vanno nella stessa direzione in cui andiamo io e Ščekn. A giudicare dai vestiti sono dei maschietti. Uno è più alto, sugli otto anni, l’altro è molto piccolo, avrà quattro o cinque anni. Evidentemente hanno appena svoltato, provenienti da una stradina laterale, altrimenti li avrei già visti da lontano. È già parecchio che camminano, sono molto stanchi e muovono a stento le gambe… Il più piccolo non cammina più, si trascina soltanto, appoggiandosi alla mano del più grande. Il più grande porta a tracolla una borsa, e la sistema continuamente, perché gli sbatte sulle ginocchia.

Il traduttore traduce con una voce secca e indifferente:

«… Sono stanco, mi fanno male i piedi… Cammina, ti ho detto… Cammina… Non sei buono… Pure tu non sei buono, scemo… Serpente con le orecchie… Tu sei una coda di topo velenoso…». Così. Si sono fermati. Il più piccolo leva la mano da quella del più grande e si siede. Il più grande lo solleva per il bavero, ma il piccolo si siede di nuovo, e allora il grande gli dà uno schiaffo. Dal traduttore arrivano di nuovo parole come «topo», «serpente», «animale puzzolente» e così via. Poi il più piccolo si mette a singhiozzare forte, ed il traduttore tace incerto. È ora di farsi avanti.

— Salve, ragazzi, — dico con le sole labbra.

Mi ero avvicinato molto, ma solo ora loro si accorgono di me. Il più piccolo smette all’istante di piangere, mi fissa con la bocca spalancata. Il più grande mi fissa pure lui, ma di sottecchi, con ostilità, e tiene le labbra strette. Mi accoccolo davanti a loro e dico:

— Non abbiate paura. Sono buono. Non vi farò niente di male.

So che i canali di traduzione non ridanno l’intonazione, e perciò cerco di scegliere parole semplici, che li tranquilllizzino.

— Mi chiamo Lev, — dico. — Vedo che siete stanchi. Volete che vi aiuti?

Il più grande non risponde. Continua a guardarmi di sottecchi, con molta diffidenza e accortezza, mentre il più piccolo si interessa subito di Ščekn e non gli leva gli occhi di dosso. Evidentemente lo trova strano e al tempo stesso interessante. Ščekn, con l’aria più mite del mondo siede un po’ in disparte, con la grande testa girata.

— Siete stanchi, — dico. — Volete bere e mangiare. Ora vi do qualcosa di buono…

Ed a questo punto il più grande sbotta. Loro non sono affatto stanchi, e non hanno bisogno di niente di buono. Ora sistema quel serpente dalle orecchie di topo, e poi proseguiranno. E chi li disturberà, si prenderà una pallottola nella pancia. Ecco.

Molto bene. Nessuno li vuole disturbare. Ma dov’è che vanno?

Vanno dove è necessario andare. Ma dove? Forse facciamo la stessa strada? Allora si potrebbe portare sulle spalle il serpente dalle orecchie di topo…

Alla fine tutto si sistema. Mangiano quattro tavolette di cioccolata e bevono due bottiglie di tonico. Nelle piccole bocche entra anche mezzo tubetto a testa di frutta compressa. La tuta arcobaleno di Lev viene osservata con attenzione e (dopo breve, ma estremamente energica discussione) è permesso di accarezzare una volta (solo una!) Ščekn (assolutamente non sulla testa, ma solo sul dorso). A bordo, da Vanderchuze, piangono tutti di commozione, e si sente un gran chiasso. Poi si chiarisce quanto segue.

I ragazzi sono fratelli. Il più grande si chiama Ijadrudan, il più piccolo Pritulatan. Vivono piuttosto lontano da qui (dove precisamente non si riesce a capire), con il padre, in una grande casa bianca con la piscina in cortile. Fino a poco tempo fa con loro stavano due zie ed un fratello più grande — di diciotto anni — ma ora sono morti tutti. Da allora il padre non li prese più con sé quando andava a procurarsi il cibo, cominciò ad andare solo, mentre prima la famiglia andava tutta insieme. Intorno c’erano molte cose da mangiare; là c’era quello, lì c’era quell’altro (non si riuscì a precisare). Ogni volta che usciva il padre lasciava quest’ordine: se prima di sera non fosse ritornato, dovevano prendere il Libro, arrivare a questo viale e andare sempre dritti finché non fossero arrivati a una bella casa di vetro, che brilla nell’oscurità. Ma non dovevano entrare nella casa, dovevano sedersi lì accanto ed aspettare, finché non fosse arrivata gente che li avrebbe condotti là dove avrebbero trovato il padre, la madre e tutti. Perché di notte? Perché di notte per la strada non si fanno brutti incontri. Si fanno solo di giorno. «No, noi non abbiamo visto nessuno, ma abbiamo sentito spesso che fanno suonare dei campanelli, cantano canzoni e ci vogliono far uscire di casa. Una volta papà e il nostro fratello maggiore avevano preso i fucili e avevano cacciato loro una pallottola nella pancia…». No, non sanno altro e non hanno visto altro. Per la verità, tanto tempo fa erano venuti a casa degli uomini con i fucili e tutto il giorno erano stati a discutere con papà e con il fratello maggiore, ma poi la mamma e le zie si erano intromesse. Si erano messi tutti a gridare forte, ma alla fine papà aveva avuto la meglio, quella gente se ne era andata, non si era fatta più vedere…

Il piccolo Pritulatan si addormenta subito, non appena lo prendo sulle spalle. Ijadrudan, invece, rifiuta qualsiasi aiuto. Mi permette solo di sistemare meglio la sua borsa con il Libro ed ora, con aria indipendente, mi cammina accanto con le mani infilate nelle tasche. Ščekn corre avanti, senza prender parte alla conversazione. Con il suo atteggiamento vuoi dimostrare la sua completa indifferenza a quello che accade, ma anche lui come noi è incuriosito dalla logica supposizione che la meta dei bambini — un edificio luminoso — non sia altro che il nostro obiettivo “Macchia-96”.

Che cosa sia scritto nel Libro Ijadrudan non lo sa dire. In questo libro tutti gli adulti scrivevano ogni giorno quello che succedeva. Che Pritulatan era stato morso da una formica velenosa. Che l’acqua all’improvviso era cominciata ad uscire dalla piscina, ma che papà era riuscito a fermarla. Che la zia era morta aprendo una scatola di conserve, la mamma la guardava, ma la zia era già morta… Ijadrudan non aveva letto il Libro, sa leggere male e non gli piace, non è molto portato per la lettura. Invece Pritulatan è molto portato, ma è ancora piccolo e non capisce niente. No, non si sono mai annoiati. Come ci si può annoiare in una casa dove ci siano cinquecentosette stanze? E ogni stanza è piena delle cose più curiose, cene sono persino di quelle che nemmeno papà sa dire che ci stanno a fare. Solo non avevamo nemmeno un fucile. I fucili ora sono una rarità. Forse nella casa accanto avrebbero potuto trovare un fucile, ma papà aveva assolutamente proibito di uscire in strada… «No, papà non ci faceva sparare col suo fucile. Diceva che non era una cosa per noi. Ecco, quando arriveremo alla casa che splende e le brave persone che incontreremo là ci avranno condotto dalla mamma, allora potremo sparare quanto vorremo… Ma forse sei tu che ci porti dalla mamma? Allora perché non hai il fucile? Sei una brava persona, ma non hai il fucile, e invece papà diceva che tutte le brave persone hanno il fucile…».

— No, — rispondo. — Non ti so portare dalla mamma. Sono straniero qui e anch’io vorrei incontrare delle brave persone.

— Peccato, — dice Ijadrudan.

Arriviamo in piazza. L’obiettivo “Macchia-96” da vicino assomiglia ad una gigantesca, antica scatola di cristallo azzurro in tutto il suo barbaro splendore, che luccica di pietre preziose e di pietre dure. Una luce uniforme di colore bianco-azzurro proviene dal suo interno e rischiara l’asfalto screpolato, dove fra le crepe sono spuntate nere erbacce, e le facciate morte delle case che circondano la piazza. Le pareti di questo straordinario edificio sono del tutto trasparenti, e all’interno brilla e si rimescola l’allegro caos del rosso, dell’oro, del verde, del giallo, tanto che non ti accorgi subito della grande porta spalancata che invita a entrare, a cui conducono alcuni bassi gradini…

— Giocattoli!… — mormora con venerazione Pritulatan e comincia a dimenarsi, scivolando giù dalle mie spalle.

Solo allora mi accorgo che la scatola è piena non di pietre preziose ma di giocattoli multicolori, centinaia e migliaia di giocattoli coloratissimi, di pessimo gusto: enormi bambole dipinte a colori vivaci, mostruose automobiline di legno e un’enorme quantità di minutaglia colorata, che è difficile distinguere a questa distanza.

Il piccolo Pritulatan comincia subito a pregare e a fare la lagna, per entrare in quella casa incantata: «Non vuol dire niente che papà l’ha proibito, entriamo solo per un minuto, ecco prendiamo quel camion e poi ci mettiamo ad aspettare le brave persone…». Ijadrudan cerca di interromperlo, dapprima con le parole, e poi, quando si accorge che non serve, torcendogli un orecchio, e alla fine non si capisce più quello che dice. Il traduttore getta con indifferenza nello spazio che ci circonda un sacco intero di «serpenti dalle orecchie di topo», a bordo da Vanderchuze fanno baccano, esigono che ritorni la calma, e all’improvviso tutti, compreso il bravo Pritulatan, si azzittano.

Dall’angolo più vicino appare all’improvviso l’aborigeno armato di prima. Camminando piano e silenziosamente sugli sprazzi azzurri, tenendo la mano sul fucile, che gli pende a tracolla, si dirige proprio verso i bambini. Non guarda nemmeno me e Ščekn. Prende saldamente per la mano sinistra Pritulatan che si è acquietato, e il raggiante Ijadrudan per la destra, e li conduce, attraverso la piazza, dritti fino all’edificio luminoso: alla mamma, al papà, all’infinita possibilità di sparare quanto si vuole.

Li seguo con lo sguardo. Pare che tutto vada come deve andare, ma allo stesso tempo c’è un particolare, un dettaglio insignificante che rovina il quadro. Un piccolo punto oscuro…

— L’hai riconosciuto? — chiede Ščekn.

— Che cosa? — rispondo irritato, perché non riesco a liberarmi da questo invisibile bruscolino che mi rovina tutto l’effetto.

— Spegni la luce in quell’edificio e spara una decina di cannonate…

Quasi non lo sento. All’improvviso ho capito cos’è questo bruscolino. L’aborigeno si allontana, tenendo i bambini per mano, e vedo il fucile che oscilla sul suo petto, al ritmo dei suoi passi, come se fosse un pendolo. Destra, sinistra… Non può oscillare così. Non può ondeggiare così facilmente di qua e di là un grosso fucile, che non pesa meno di otto chili. Così può oscillare solo un fucile giocattolo, di legno o di plastica. Quel “brav’uomo” non ha un fucile vero…

Non faccio in tempo a finire il mio pensiero. L’aborigeno ha un fucile giocattolo. Gli aborigeni tirano di precisione. Forse è un fucile giocattolo che proviene dal padiglione… Spegni la luce in quel padiglione e spara con il cannone… È proprio un padiglione così… No, non faccio in tempo a finire nessuno di questi pensieri.

Da sinistra cadono giù mattoni, con un crepitio frana sul marciapiede una cornice di legno. Dall’orribile facciata di una casa a sei piani, la terza dall’angolo, sottosopra, di traverso, dalle nere orbite delle finestre scivola una grande ombra gialla, scivola così leggera, così impalpabile, che non si può credere che dietro di lei franeranno dalla facciata lastre di intonaco e frammenti di mattoni. Vanderchuze grida in modo terribile, a due voci strillano sulla piazza i bambini, ma l’ombra è già sull’asfalto, pure essa impalpabile, semitrasparente, enorme. Il folle movimento di una decina di zampe quasi non si distingue, e in questo guizzare si oscura, gonfiandosi e cadendo, un lungo corpo articolato, davanti a sé, in alto, le chele prensili, su cui sta un immobile sprazzo di luce laccato…

Mi accorgo di avere in mano lo skorcer, il revolver disintegratore. Passo al telemetro automatico, preoccupato solo di misurare la distanza fra il granchio-ragno e le figurette infantili, che scappano di traverso per la piazza. (Da qualche parte c’è anche l’aborigeno con il suo fucile giocattolo, lui pure corre a tutta birra, rimanendo un po’ indietro rispetto ai bambini, ma non gli bado) La distanza diminuisce rapidamente, tutto è chiaro, e quando il granchio-ragno si trova sulla mia traiettoria, sparo.

In quel momento è a una distanza di venti metri. Non mi è capitato molto spesso di sparare con lo skorcer, e sono emozionato dal risultato. Il lampo rosso violetto mi acceca per un istante, ma faccio in tempo a vedere che il granchio-ragno esplode. In un attimo. Tutto intero, dalle chele fino alla punta delle zampe posteriori. Come una caldaia a vapore surriscaldata. Si sente un breve tuono, l’eco si riflette e rotola per la piazza, e al posto del mostro si gonfia una nube compatta, a vederla si direbbe dura, di vapore bianco.

Tutto è finito. La nuvola di vapore si scioglie con un fischio leggero, le grida di panico e il calpestio si smorzano in fondo a una stradina buia, mentre la preziosa scatoletta del padiglione, come se niente fosse stato, continua a splendere al centro della piazza nella sua barbara grandiosità…

— Lo sa il diavolo, che razza di bestiaccia sia, — borbotto. — Da dove è sbucata, a cento parsec[18] da Pandora? E tu di nuovo non hai fiutato niente?

Ščekn non fa in tempo a rispondere. Esplode un colpo di fucile, l’eco arriva fino alla piazza, e subito dopo il primo, un secondo. In un punto molto vicino. Si direbbe quasi da dietro l’angolo. Beh, è chiaro, da quella stradina, dove sono corsi tutti…

— Ščekn, tieniti sulla sinistra, non ti sporgere, — ordino correndo.

Non capisco che cosa sia successo in quella stradina. Probabilmente un altro granchio-ragno si è avventato sui bambini… Allora, il fucile non era giocattolo? E in questo istante dall’oscurità emergono e si fermano, sbarrandoci la strada, tre persone. E due di loro sono armate di fucili veri, e due canne sono puntate proprio contro di me.

Si vede tutto molto bene nella luce bianco-azzurra: un vecchio canuto di alta statura, con un’uniforme grigia dai bottoni scintillanti, e ai suoi fianchi, un po’ indietro, due vigorosi giovanotti con i fucili spianati, anche loro in uniforme grigia, e cartucciere in vita.

— Molto pericoloso… — sussurra Ščekn nella lingua dei Testoni. — Ripeto: molto pericoloso!

Rallento il passo e con un certo sforzo mi impongo di far sparire lo skorcer nella fondina. Mi fermo davanti al vecchio e chiedo:

— Cosa è successo ai bambini?

Le canne dei fucili sono puntate proprio contro il mio stomaco. Contro la pancia. I giovanotti hanno delle facce dure e spietate.

— I bambini sono al sicuro.

Ha gli occhi chiari e addirittura allegri. Non ha in volto quella pesante cupezza che hanno invece i giovanotti armati. Il viso è rugoso, tipico delle persone anziane, ma non privo di una certa dignità. Però, potrebbe essere solo un’impressione; forse invece del fucile ha in mano un bastone lucido e tornito con cui si dà dei leggeri colpetti sul gambale dell’alto stivale.

— A chi avete sparato?

— Ad una persona cattiva. — La radiotrasmittente traduce la risposta.

— Siete voi allora le brave persone con i fucili? — chiedo.

Il vecchio marca le sopracciglia.

— Le brave persone? Che cosa significa?

Gli riferisco quello che mi ha spiegato Ijadrudan. Il vecchio annuisce.

— Capito. Sì, siamo noi quelle brave persone. — Mi squadra da capo a piedi. — Ma a voi le cose, vedo, non vanno male… Un apparecchio traduttore sulle spalle… Anche noi ce li avevamo, ma enormi, grandi come una stanza… Ed armi come le vostre non ne abbiamo mai avute. È stato bravo a fare a pezzi quell’essere cattivo! Come con un cannone. Siete atterrati da molto?

— Ieri, — rispondo.

— Noi invece non siamo riusciti a mettere in moto le nostre macchine volanti. Non c’era nessuno che lo sapesse fare. — Di nuovo mi guarda fisso. — Sì, siete stati proprio bravi. Ed invece qui da noi, come vede, è un disastro. Come ci siete riusciti? L’avete respinta? Oppure avete trovato un rimedio?

— Qui il disastro è proprio totale, — dico tenendomi sulle difensive. — Sono qui da un giorno intero e ciò nonostante non capisco nulla…

Mi rendo conto che mi sta prendendo per qualcun altro. Per ora, forse, è la cosa migliore. Solo bisogna stare molto, molto attenti…

— Non capisce nulla, — dice il vecchio. — È molto strano… Davvero da voi non è successo niente del genere?

— No, — rispondo. — Non è successo.

Il vecchio se ne esce all’improvviso con una lunga frase, a cui il traduttore risponde lentamente: «Lingua sconosciuta».

— Non capisco, — dico.

— Non capisce… Eppure mi pareva di non parlar male la lingua di Transmontania.

— Non vengo da lì, — ribatto. — Non ci sono mai stato.

— Da dove viene?

Prendo una decisione.

— Per ora non ha importanza, — dico. — Non parliamo di noi. Da noi va tutto bene. Non abbiamo bisogno di aiuto. Parliamo di voi. Ho capito poco, ma una cosa è evidente: avete bisogno di aiuto. Di quale aiuto, precisamente? Di che cosa avete bisogno per prima cosa? E che cosa sta succedendo qui? Ecco quello di cui ora dobbiamo parlare. Sediamoci, è tutto il giorno che sto in piedi. Possiamo trovare un posto dove sederci a parlare tranquillamente?

Per un po’ mi scruta in viso in silenzio.

— Non vuole dire da dove viene… — esclama alla fine. — Va bene, è un suo diritto. Lei è più forte. Però è una sciocchezza. Tanto io so: lei viene dall’Arcipelago del Nord. Non vi hanno toccato solo perché non si sono accorti di voi. Avete avuto fortuna. Ma vorrei chiederle: dove eravate, quando ci facevano marcire vivi?

— Non siete i soli a cui sia capitata una disgrazia, — ribatto con sincerità. — Solo, ora è il vostro turno.

— Che bellezza! — dice. — Andiamo a sederci e parliamo.

Entriamo nell’androne della casa di fronte, saliamo al primo piano e ci ritroviamo in una stanza sporca, dove ci sono solo: un tavolo al centro, un enorme divano alla parete e due sgabelli accanto alla finestra. Le finestre danno sulla piazza, e la stanza è illuminata dalla luce bianco-azzurra del padiglione. Sul divano c’è qualcuno che dorme avvoltolato in un cappotto lustro. Sul tavolo ci sono dei barattoli di conserve e una grande borraccia metallica.

Appena entrato nella stanza, il vecchio si mette a far ordine. Fa alzare quello che dorme e lo caccia via di casa. Uno degli accigliati giovanotti riceve l’ordine di fare la guardia e si mette sullo sgabello accanto alla finestra, dove poi rimane seduto tutto il tempo, senza perder mai d’occhio la piazza. Il secondo giovanotto accigliato apre abilmente i barattoli di conserve, e poi si mette accanto alla porta, appoggiandosi con la schiena allo stipite.

Vengo invitato a sedermi sul divano, poi avvicinano il tavolo e vi dispongono sopra i barattoli. Nella borraccia c’è acqua comune, abbastanza pulita, che sa però di ferro. Anche S&kn non viene dimenticato. Il soldato che è stato sbattuto giù dal divano gli mette davanti, sul pavimento, un barattolo aperto. Ščekn non rifiuta. Per la verità, non mangia le conserve, ma va alla porta e, previdente, si mette accanto alla sentinella. Poi si gratta con cura, bofonchia, si lecca, per farsi credere un cane comune.

Intanto il vecchio prende l’altro sgabello, si siede di fronte a me e comincia il colloquio.

Prima di tutto il vecchio si presenta. Naturalmente è un pezzo grosso, e non un pezzo grosso qualunque, ma un dirigente, qualcosa del tipo «governatore di tutto il territorio e delle regioni annesse». Sotto la sua giurisdizione si trovano tutta la città, il porto ed una dozzina di tribù, che vivono nel raggio di cinquanta chilometri. Che cosa avviene al di là dei confini di quest’area lui lo sa poco, ma immagina che sia più o meno lo stesso. Il numero complessivo di abitanti della sua regione ora non è più di cinquemila persone. Nella regione non esiste industria, e nemmeno una parvenza di agricoltura organizzata. C’è, è vero, un laboratorio in periferia. Un buon laboratorio, un tempo uno dei migliori del mondo, e lo dirige a tutt’oggi Draudan in persona («… strano che lei non ne abbia sentito parlare… anche lui ha avuto fortuna. È longevo come me…»), ma là non sono arrivati a nulla in questi quaranta anni. Ed è chiaro che non combineranno nulla.

— E perciò, — conclude il vecchio, — non continuiamo a girare intorno alle cose, e non mettiamoci a contrattare. Pongo solo una condizione: se possono esser curati, allora che lo siano tutti. Senza eccezione. Se questa condizione vi sta bene, tutto il resto potete stabilirlo voi. Come volete. Accetto senza discutere. Se no, allora è meglio che ci lasciate in pace. Certo, noi periremo tutti, ma anche voi non avrete pace fintanto che uno di noi sarà ancora vivo.

Taccio. Aspetto ancora che il Quartier Generale mi suggerisca qualcosa. Ma anche lì pare che non ci capiscano nulla.

— Vorrei ricordarle — dico alla fine — che continuo a non capire che cosa succeda qui.

— Allora faccia delle domande! — esclama brusco il vecchio.

— Lei ha detto: curare. Qui c’è un’epidemia?

La faccia del vecchio si fa di pietra. Mi fissa a lungo negli occhi, e poi estenuato si appoggia con i gomiti sul tavolo e si strofina con le dita la fronte.

— Gliel’ho già detto: non giri intorno alla questione. Non abbiamo intenzione di contrattare. Dica in modo chiaro e semplice: avete una medicina? Se l’avete, dettate pure le condizioni. Se no, non abbiamo niente da dirci.

— Così non faremo un passo avanti, — dico. — Partiamo invece dal presupposto che io non sappia assolutamente nulla. Sono stato in letargo per quaranta anni, per esempio. Non so che malattia avete, non so che medicina vi serve…

— E anche dell’Invasione non sa nulla? — chiede il vecchio, senza aprire gli occhi.

— Quasi niente.

— E del Rapimento Generale non sa niente?

— Quasi niente. So che se ne sono andati tutti. So che vi sono coinvolti in qualche modo dei forestieri venuti dallo spazio. Niente altro.

— Fo-re-stie-ri… dallo Spa-zio… — ripete con difficoltà il vecchio in russo.

— Uomini venuti dalla Luna… dal cielo… — dico.

Digrigna i forti denti giallastri.

— Né dal cielo e né dalla Luna. Da sottoterra! — dice. — Allora, qualche cosa la sa…

— Ho attraversato la città. E ho visto molto.

— E da voi non è successo proprio nulla? Nulla?

— Non c’è mai stato niente di simile, — affermo deciso.

— E non si è accorto di niente? Non si è accorto della fine dell’umanità? La smetta di mentire! Che cosa si propone di ottenere con queste menzogne?

— Lev! — mi sussurra sotto il casco la voce di Komov. — Fai la parte del cretino!

— Sono un subalterno, — annuncio seccamente. — So solo quello che mi spetta sapere! Faccio solo quello che mi viene ordinato di fare! Se mi ordinano di mentire, mento, ma ora non mi è stato dato nessun ordine del genere.

— E quale ordine le è stato dato?

— Fare una perlustrazione nella sua regione e comunicare tutte le circostanze.

— Che sciocchezza! — esclama con stanco disprezzo il vecchio. — Va bene. Facciamo come vuole lei. Chissà perché vuole che le racconti cose che già sa… Va bene. Stia a sentire.

Pare che colpevole di tutto fosse la razza di schifosi Non-uomini, che si era sviluppata e moltiplicata nelle viscere del pianeta. Quattro decenni prima questa razza aveva dato inizio all’invasione della popolazione locale. L’invasione iniziò con una pandemia senza precedenti, che i Non-uomini diffusero contemporaneamente su tutto il pianeta. Finora non erano ancora riusciti ad identificare il microbo della pandemia. I sintomi della malattia erano questi: a cominciare dall’età di dodici anni, bambini assolutamente normali cominciavano ad invecchiare velocemente. Il tempo di sviluppo dell’organismo umano fino al raggiungimento del punto critico di accrescimento aumentava in progressione geometrica. Ragazzi e ragazze di sedici anni sembravano dei quarantenni, a diciotto anni cominciava la vecchiaia, e pochissimi erano quelli che arrivavano ai vent’anni.

La pandemia infuriava da tre anni, quando i Non-uomini per la prima volta resero nota la loro esistenza. Proposero a tutti i governi di organizzare il trasferimento della popolazione nel “mondo confinante”, cioè da loro, nelle viscere della Terra. Promisero che là, nel mondo confinante, la pandemia sarebbe scomparsa da sola, e allora milioni di persone spaventate si precipitarono in pozzi speciali da dove, ovviamente, nessuno era più tornato. Così, quaranta anni prima, era perita la civiltà locale.

Certo, non tutti credettero e non tutti si spaventarono. Rimasero intere famiglie e gruppi di famiglie, intere comunità religiose. Nelle tremende condizioni della pandemia continuarono la loro lotta senza speranza per l’esistenza e per il diritto di vivere così come avevano vissuto i loro antenati. Tuttavia, i Non-uomini non lasciarono in pace neanche questa misera percentuale della popolazione. Organizzarono una caccia continua ai bambini, a quest’ultima speranza dell’umanità. Invasero il pianeta di “gente cattiva”. All’inizio erano delle imitazioni di uomini, dall’aspetto di zii ridanciani e tutti dipinti, con campanelli tintinnanti e che cantavano allegre canzoncine. I bambini sciocchi li seguivano con gioia e sparivano per sempre nei “bicchieri” d’ambra. Nelle piazze principali apparvero negozi di giocattoli che brillavano nella notte. Il bambino vi entrava e spariva senza lasciar traccia.

— Abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Ci siamo armati: negli arsenali abbandonati c’erano molte armi. Insegnammo ai bambini a temere “la gente cattiva”, e poi a spararle contro con il fucile. Distruggemmo le cabine e sparammo contro i negozi di giocattoli, finché non ci rendemmo conto che era più saggio mettere a guardia delle sentinelle che bloccassero i bambini poco accorti sulla soglia. Ma questo fu solo l’inizio… I Non-uomini, con inesauribile inventiva, buttavano alla superficie sempre nuovi tipi di caccia-bambini. Apparvero “i mostri”. È quasi impossibile colpirli quando calano su un bambino. Apparvero gigantesche farfalle a vivaci colori; calavano sul bambino, lo avvolgevano con le ali e sparivano con lui. Queste farfalle non possono essere colpite dalle pallottole. Infine, l’ultima novità: sono apparse delle canaglie che non si distinguono in nulla da un comune combattente. Queste prendono semplicemente per mano il bambino che non sospetta nulla e lo portano con sé. Alcune di loro sanno persino parlare…

— Sappiamo benissimo che non abbiamo praticamente speranza di sopravvivenza. La pandemia non si arresta, e noi all’inizio speravamo proprio in questo. Solo un uomo su centomila non viene contagiato. Ecco, io, per esempio, e Draudan… e ancora un ragazzo. Lo conosco da quando è nato, ora ha diciotto anni e ne dimostra diciotto… Se non lo sapevate ora lo sapete. Se lo sapevate, allora tenete presente che noi capiamo perfettamente la nostra posizione. E siamo pronti ad accettare qualsiasi vostra condizione. Siamo pronti a lavorare per voi, siamo pronti a sottometterci a voi… Qualsiasi condizione, tranne una: curare tutti o nessuno. Niente élite, niente prescelti!

Il vecchio tace, tira a sé il boccale con l’acqua e beve avidamente. Il soldato che sta alla porta si appoggia ora su una gamba ora sull’altra e sbadiglia, coprendosi la bocca con il palmo della mano. A vederlo si direbbe che abbia venticinque anni. Ma in realtà? Tredici? Quindici? Un adolescente…

Siedo immobile, cercando di mantenere un volto impassibile. Inconsciamente mi aspettavo qualcosa del genere, ma quello che ho sentito da un testimone oculare che ha sofferto tutto questo, chissà perché, non mi entra in testa. I fatti che il vecchio mi ha esposto non li metto in dubbio, ma è come in sogno: ogni elemento preso singolarmente ha senso, ma tutti insieme sembrano proprio assurdi. Forse il problema Sta nel fatto che mi turbinava dentro un’idea preconcetta sui Nomadi in carne e ossa, incondizionatamente accettata da noi sulla Terra?

— Come fa a sapere che si tratta di Non-uomini? — chiedo. — Li ha visti? Lei personalmente?

Il vecchio ansima. Ha una faccia terribile.

— Darei metà della mia inutile vita per vedermene davanti almeno uno, — geme con voce rauca. — Ecco, con queste mani… Io stesso… Ma, ovviamente non li ho visti. Sono troppo accorti e vigliacchi… E forse non li ha visti nessuno, eccetto quei maledetti traditori del governo quaranta anni fa… Ma, secondo quanto si dice, non hanno nessuna forma, sono come l’acqua o come il vapore…

— Allora non si capisce, — dico. — Perché degli esseri che non hanno forma debbono attirare alcuni miliardi di persone nel sottosuolo?

— Maledizione! — il vecchio alza la voce. — Sono NON UOMINI! Come possiamo decidere noi due di che cosa abbiano bisogno i Non-uomini? Forse, di schiavi. Forse, di cibo… Forse, di materiale da costruzione per le loro canaglie. Che differenza fa? Hanno distrutto il nostro mondo! E anche ora non ci danno pace, ci avvelenano come topi…

E a questo punto il suo viso si contorce in modo terribile. Con agilità notevole per la sua età scatta verso la parete opposta, facendo rovesciare con rumore lo sgabello. In un batter d’occhio, tiene già con entrambe le mani un grosso revolver nichelato puntato proprio contro di me. I guardiani assonnati si svegliano e, con la stessa espressione di incredulità e di terrore in viso, sembrano all’improvviso proprio dei bambini e, senza perdermi d’occhio, si aggirano disordinatamente alla ricerca delle loro armi.

— Che cosa succede? — chiedo, cercando di non muovermi.

La canna nichelata traballa, e le sentinelle, trovate alla fine le armi, all’unisono riempiono i caricatori.

— Il tuo sciocco vestito è riuscito a funzionare, — sussurra Ščekn nella sua lingua. — Non ti si vede quasi. Solo il viso. Non hai forma, come l’acqua od il vapore. Comunque il vecchio non ha più l’intenzione di sparare. Lo levo di mezzo comunque?

— Non c’è bisogno, — dico in russo.

Il vecchio finalmente ritrova la voce. È più bianco della parete e parla balbettando, non per la paura, naturalmente, ma per l’odio. È proprio un vecchio possente.

— Maledetto lupo mannaro sotterraneo! — dice. — Metti le mani sul tavolo! La destra e la sinistra! Ecco, così…

— C’è un equivoco, — dico arrabbiato. — Non sono un lupo mannaro. Ho un vestito speciale, che mi può rendere invisibile. Solo che funziona male…

— Ah, il vestito? — esclama ironico il vecchio. — Nell’Arcipelago del Nord hanno imparato a fare vestiti invisibili!

— Nell’Arcipelago del Nord hanno imparato a fare molte cose, — ribatto. — Mettete via, per favore, le armi e cerchiamo di chiarire le cose con calma.

— Sei uno stupido, — dice il vecchio. — Anche se sei riuscito a vedere le nostre carte. Non c’è nessun Arcipelago del Nord… Ti ho capito subito, solo non riuscivo a capacitarmi di una tale sfacciataggine…

— Quanto intendi sopportare ancora? — sussurra Ščekn. — Tu occupati del vecchio, e io dei due giovani…

— Spara al cane! — ordina il vecchio alle guardie, senza staccarmi gli occhi di dosso.

— Te lo faccio vedere io il “cane”! — sbotta Ščekn nella più pura parlata locale. — Vecchio testardo chiacchierone!

A questo punto i nervi dei ragazzi non reggono, e comincia la sparatoria.

3 giugno dell’anno 78. Di nuovo Maja Glumova

Avevo esagerato molto con il volume del videofono. L’apparecchio mi ruggiva melodiosamente all’orecchio, come lo sconosciuto in calzoncini corti nel pieno del corteggiamento di Mrs. Nickleby. Come un razzo saltai su dalla poltrona, trovando al volo il tasto dell’apparecchio.

Chiamava Sua Eccellenza. Erano le 07.03.

— Basta dormire, — disse in tono abbastanza bonario. — Alla tua età non avevo l’abitudine di dormire.

Interessante, fino a quando dovrò sentirlo parlare della mia età? Ho già quarantacinque anni… Ed inoltre, alla mia età dormiva pure lui. E anche ora gli piace dormire.

— Non stavo dormendo, — mentii.

— Tanto meglio, — disse. — Significa che ti puoi mettere immediatamente al lavoro. Trova questa Glumova. Devi farti dire se da ieri si è più incontrata con Abalkin; se Abalkin le ha chiesto del suo lavoro; se glielo ha chiesto, che cosa lo interessava in particolare; se ha espresso il desiderio di andare a trovarla al museo. Tutto. Niente di più e niente di meno.

Rispondo a questa frase in codice:

— Farsi dire dalla Glumova se si sono visti di nuovo, se hanno parlato di lavoro e, in caso affermativo, che cosa lo interessava; se ha espresso il desiderio di visitare il museo.

— Esatto. Hai proposto di variare la storiella. Non ho niente in contrario. Il COMCON cerca il Progressore Abalkin per avere da lui le prove relative a un incidente. Le indagini sono legate ad una personalità misteriosa e perciò vengono condotte in segretezza. Nessuna obiezione. Hai domande?

— Vorrei sapere che cosa c’entra questo museo… — borbottai fra me e me.

— Hai detto qualcosa? — si informò Sua Eccellenza.

— Poniamo che non abbiano affatto parlato di questo stramaledetto museo. Posso in questo caso cercare di chiarire che cosa sia avvenuto fra loro durante il primo incontro?

— Ti interessa?

— E a lei?

— A me no.

— Molto strano, — dissi, guardando dall’altra parte. — Sappiamo che cosa voleva Abalkin da me, sappiamo cosa voleva da Fedoseev, ma non abbiamo idea di cosa volesse dalla Glumova…

Sua Eccellenza disse:

— Va bene. Cerca di saperlo. Ma solo se non è di intralcio al chiarimento dei punti importanti. E non dimenticare di mettere il radio-braccialetto. Mettitelo subito, così lo vedo…

Tirai fuori con un sospiro il braccialetto dal cassetto del tavolo e me lo infilai al polso sinistro. Il braccialetto mi stava stretto.

— Ecco, così, — disse Sua Eccellenza e chiuse la comunicazione.

Andai a fare la doccia. In cucina si sentiva tuonare e sferragliare. Alena faceva funzionare il condotto delle immondizie. C’era odore di caffè. Dopo la doccia facemmo colazione. Alena, nella mia veste da camera, troneggiava di fronte a me e assomigliava ad una divinità cinese. Annunciò che doveva tenere una relazione e propose di leggermela ad alta voce. Di fare la prova generale. Declinai, accampando come pretesto le circostanze.

— Di nuovo? — chiese lei con simpatia ma allo stesso tempo con aggressività.

— Di nuovo, — ammisi non senza un tono di sfida.

— Maledizione, — disse lei.

— Non discuto, — dissi io.

— Per molto tempo? — chiese.

— Ho ancora tre giorni di tempo, — dissi.

— E se non fai in tempo? — chiese.

— Allora sarà la fine di tutto, — risposi.

Mi gettò un’occhiata in tralice, e capii che lei di nuovo si immaginava chissà quali orrori.

— Ne ho abbastanza, — dissi. — Appena mi sono liberato di questa faccenda, ce ne andiamo io e te in qualche posto lontano da qui.

— Non posso, — disse lei triste.

— Ma non ne hai abbastanza anche tu? — chiesi. — Di occuparti di stupidaggini… — Ecco come si doveva fare con lei. All’istante si riscosse e cominciò a dimostrare che non si occupava di stupidaggini ma di cose necessarie e tremendamente interessanti. Alla fine ci mettemmo d’accordo che fra un mese saremmo andati a Novaja Zemlja. Ora è molto di moda…

Tornai nel mio studio e, senza sedermi, composi il numero di casa della Glumova. Non rispose nessuno. Erano le 07.51. Una bella mattinata di sole. Con un tempo simile solo il nostro Elefante poteva dormire fino alle otto. Maja Glumova, probabilmente, si era già recata al lavoro, ed il lentigginoso Tojvo era tornato al collegio.

Compilai il mio programma per la giornata. In Canada ora era sera tardi. Per quanto ne so, i Testoni conducono principalmente un tipo di vita notturna, per cui non dovrebbe esserci niente di male ad arrivare lì fra un tre-quattro ore… A proposito, come funziona oggi il trasporto-zero? Lo chiesi all’informatore. Il servizio di trasporto-zero aveva ripreso a funzionare normalmente dalle quattro del mattino. Per cui oggi avrei fatto in tempo ad andare a trovare sia Ščekn che Kornej Jašmaa.

Andai in cucina, bevvi ancora una tazza di caffè e accompagnai Alena al bioplano, sul tetto. Ci salutammo con affettuosità esagerata: lei già pensava solo alla sua relazione. Agitai la mano in segno di saluto, finché non scomparve alla vista, e poi tornai nello studio.

Interessante, che cosa avrà questo museo? Un museo è un museo… Un certo rapporto con il lavoro dei Progressori, in particolare con Sarakš, certo ce l’ha… A questo punto ricordai le pupille dilatate di Sua Eccellenza. Possibile che si fosse spaventato? E perché? L’informazione banale e del tutto casuale che l’amica di Abalkin lavora al Museo delle Civiltà Extraterrestri… nel settore specializzato degli oggetti di uso ignoto… Pardon! Il settore è lui che l’ha nominato. Io ho detto che la Glumova lavora al Museo delle Civiltà Extraterrestri e lui mi ha detto: nel settore specializzato degli oggetti di uso ignoto… Ricordai la sequela di sale, ingombre, addobbate, separate con tramezzi, riempite di oggetti curiosi, simili a sculture astratte o a modelli topologici… E Sua Eccellenza non esclude che ad Abalkin, ufficiale di stato maggiore dell’Impero, che ha combinato qualcosa a centinaia di parsec da qui, possa interessare qualcosa che si trova in quelle sale…

Feci il numero dell’ufficio della Glumova e rimasi di sale. Dallo schermo mi sorrideva cordialmente Griša Serosovin, soprannominato Acquario, del quarto sottogruppo del mio reparto. Nel giro di pochi secondi osservai i successivi cambiamenti di espressione sulla faccia rubizza di Griša. Un sorriso cordiale; sbigottimento; e di nuovo un sorriso cordiale. Però leggermente più sforzato. Del resto si poteva capire, il ragazzo. Se pure io avevo provato un certo stupore, lui solo con l’aiuto di Dio era riuscito a mostrarsi leggermente sbigottito. Ovviamente, vedere sullo schermo il capo del suo reparto era l’ultima cosa al mondo che si aspettava ma, nel complesso, se l’era cavata in modo più che soddisfacente.

— Salve, — dissi. — Vorrei parlare, se è possibile, con Maja Tojvovna.

— Maja Tojvovna… — Griša si guardò intorno. — Mi spiace, non c’è. Mi pare che oggi non sia ancora arrivata. Le devo dire qualcosa?

— Ditele che ha telefonato Kammerer, il giornalista. Dovrebbe ricordarsi di me. Ma lei è nuovo lì? Mi pare che…

— Sì, sono qui solo da ieri… Qui, per la verità, sono un estraneo, lavoro con gli oggetti da esporre…

— Aha, — dissi — Va bene… Grazie. Richiamerò.

E così Sua Eccellenza prende le sue precauzioni. A quanto pare è proprio sicuro che Lev Abalkin si farà vivo al museo. E proprio nel settore di quegli oggetti. Proviamo a capire perché ha scelto proprio Griša. Griša è con noi da quasi un anno. Ha buone reazioni, è un tipo sveglio. Ha studiato da esobiologo. Forse, sta proprio qui il punto. Un giovane esobiologo comincia la sua prima ricerca indipendente. Qualcosa del genere: «Dipendenza fra la topologia dell’artefatto e la biostruttura dell’essere razionale». Tutto bene, tranquillo, bello, ordinato. Fra l’altro, Griša è anche campione del reparto di pesca subacquea…

Bene, mi pare di aver capito. La Glumova, a quanto pare, è impegnata chissà dove. Forse a discutere con Lev Abalkin. A proposito, mi ha fissato un appuntamento per oggi alle 9.00. Probabilmente un trucco, ma se veramente mi tocca volare a questo appuntamento, ora è il momento migliore per telefonargli e sapere se, per caso, non ha cambiato idea. E, senza perder tempo, telefono ai «Pioppi».

Il cottage numero sei rispose subito, e vidi sullo schermo Maja Glumova.

— Ah, è lei… — disse con disgusto.

Non è possibile descrivere l’offesa, la delusione impresse sul suo viso. In quelle ventiquattro ore aveva subìto un vero e proprio crollo: le guance si erano incavate, aveva delle profonde occhiaie, gli occhi tristi e febbricitanti erano spalancati, le labbra screpolate. E solo qualche secondo dopo, quando si allontanò lentamente dallo schermo, mi accorsi che i suoi magnifici capelli erano pettinati con cura e non senza civetteria e che portava, sull’austero, elegante abito grigio con il colletto chiuso, proprio quella collana di ambra.

— Sì, sono io… — disse distratto il giornalista Kammerer. — Buon giorno. Veramente… è in casa Lev?

— No, — disse.

— Il fatto è che mi ha fissato un appuntamento… Volevo…

— Qui? — chiese lei vivacemente, avvicinandosi di nuovo allo schermo, — Quando?

— Alle dieci. Volevo semplicemente sapere… Ma lui, pare che non ci sia…

— Ma le ha dato un appuntamento preciso? Come le ha detto? — chiese lei infantilmente, guardandomi avidamente.

— Come ha detto? — ripeté lentamente il giornalista Kammerer. Anzi non il giornalista Kammerer, ma io. — Allora, Maja Tojvovna. Non stiamo a ingannarci. Probabilmente, non verrà.

Ora lei mi guardava come se non credesse ai suoi occhi.

— Come sarebbe?… Come fa a saperlo?

— Mi aspetti, — dissi. — Le racconterò tutto. Fra qualche minuto sarò lì.

— Che cosa gli è successo? — gridò con voce stridula e terribile.

— È sano e salvo. Non si preoccupi. Aspetti, ora arrivo…

Due minuti per vestirmi. Tre minuti fino alla più vicina cabina di trasporto-zero. Accidenti, c’era la fila davanti alla cabina… «Amici, vi prego, fatemi passare, è una cosa molto importante… Grazie, grazie mille!…». Un minuto per cercate il numero di codice. Che razza di numeri di codice hanno in provincia!… Cinque secondi per comporre il numero di codice. Esco dalla cabina e mi trovo nel vestibolo vuoto del club della stazione climatica. Ancora un minuto, sono sull’ampia veranda e mi guardo intorno. Aha, è di là che devo andare. Mi butto in avanti fra i cespugli di sorbo selvatico e di ortica. Speriamo di non incontrare il dottor Goannek…

Lei mi aspettava in anticamera; sedeva sul tavolino basso con l’orsacchiotto, tenendo sulle ginocchia il videofono. Entrando, gettai involontariamente un’occhiata alla porta socchiusa del soggiorno, e lei subito si affrettò a dire:

— Parleremo qui.

— Come vuole, — le risposi.

A bella posta, senza fretta, passai in rassegna il soggiorno, la cucina e la camera da letto. Dappertutto era pulito e ordinato e, ovviamente, non c’era nessuno. Con la coda dell’occhio, vidi che lei sedeva immobile, con le mani appoggiate al videofono, e guardava fisso davanti a sé.

— Chi cercava? — chiese freddamente.

— Non so, — confessai onestamente. — Semplicemente, visto che la nostra sarà una conversazione riservata, volevo assicurarmi che siamo soli.

— Chi è lei? — domandò. — Ma non mi racconti bugie!

Le esposi la storiella numero due. Spiegai che si trattava di un mistero della personalità e aggiunsi che non mi scusavo per le menzogne che le avevo raccontato, perché avevo solo cercato di fare il mio lavoro, senza causarle turbamenti inutili.

— Ed ora, invece, ha deciso di non stare più a far cerimonie, — fece lei.

— E che cosa dovrei fare?

Lei non rispose.

— Lei sta qui e aspetta, — dissi. — Ma è chiaro che lui non verrà. Lui la mena per il naso. Sta menando tutti noi per il naso, e non si vede la fine di tutto questo. E intanto il tempo passa.

— Perché lei pensa che non verrà qui?

— Perché si nasconde, — risposi. — Perché mente a tutti coloro con cui gli capita di parlare.

— Perché lei ha telefonato qui?

— Perché non riesco a trovarlo! — dissi imbestialito. — Mi tocca cogliere ogni possibilità, anche la più idiota…

— Che cosa ha fatto?

— Non so cosa abbia fatto. Forse niente. Lo sto cercando non perché abbia fatto qualcosa. Lo sto cercando perché è l’unico testimone di una grande catastrofe. E se non riusciamo a trovarlo, non sapremo mai che cosa sia successo lì…

— Dove lì?

— Non ha importanza, — dissi impaziente. — Lì dove lavorava. Non sulla Terra, sul pianeta Sarakš.

Dalla sua faccia si capiva che sentiva nominare per la prima volta il pianeta Sarakš.

— Perché si nasconde? — chiese lei piano.

— Non lo sappiamo. È ai limiti del collasso psichico. Forse, è malato. Probabilmente ha qualcosa in mente, una specie di idea fissa.

— Malato… — disse lei, scuotendo piano la testa. — Forse sì. E forse no… Che cosa vuole da me?

— L’ha visto di nuovo?

— No, — rispose. — Aveva promesso di telefonarmi, ma non lo ha fatto.

— Perché lo aspetta qui?

— E dove dovrei aspettarlo?

Nella sua voce c’era tanta amarezza che distolsi gli occhi, e per un po’ tacqui. Poi chiesi:

— E dove avrebbe dovuto telefonarle? In ufficio?

— Forse…, non so. La prima volta mi ha telefonato in ufficio.

— Le ha telefonato al museo e le ha detto che sarebbe venuto a trovarla?

— No. Mi ha invitato subito qui. Ho preso il bioplano e sono venuta.

— Maja Tojvovna, — dissi. — Mi interessano tutti i particolari del vostro incontro. Lei gli avrà raccontato di sé, del suo lavoro. Lui le avrà raccontato del suo… Cerchi di ricordare come è andata.

Lei scosse la testa.

— No. Non abbiamo parlato affatto di questo. Certo, è veramente strano… Non ci vedevamo da tanti anni… Ci ho pensato dopo, quando ero già a casa, che non avevo saputo niente di lui… Eppure io gli ho chiesto: «Dove sei stato, cosa hai fatto?…», ma lui tirava via, e gridava che erano tutte sciocchezze, stupidaggini…

— Allora, le ha fatto lui delle domande?

— Ma no! Non lo interessava affatto… Che cosa faccio, come vivo… se sono sola o se ho qualcuno… che lavoro faccio… Era proprio come un ragazzino… Non ne voglio parlare.

— Maja Tojvovna, non deve parlare di cose di cui non desidera parlare…

— Non voglio parlare di niente!

Mi alzai, andai in cucina e le portai un bicchier d’acqua. Bevve avidamente fino in fondo, versandosi l’acqua sul vestito grigio.

— Non riguarda nessuno, — disse, restituendomi il bicchiere.

— Non parli di quello che non riguarda nessuno, — dissi, sedendomi. — Che cosa le ha domandato?

— Gliel’ho già detto: non mi ha domandato niente! Ha raccontato, ricordato, disegnato, litigato… come un ragazzino! A quanto pare, ricorda tutto! Quasi ogni giorno! Dove era lui, dove ero io, che cosa ha detto Rex, come guardava Wolf… Io non ricordavo niente, e lui mi ha sgridato e mi ha costretta a ricordare, e ho ricordato… E come è stato contento, quando mi sono ricordata qualcosa che nemmeno lui ricordava!

Tacque.

— Sempre sull’infanzia? — chiesi, in attesa.

— Ma certo! Gliel’ho già detto, non riguarda nessuno, solo me e lui!.. Era come pazzo… Non ce la facevo più, mi si chiudevano gli occhi, e lui mi svegliava e mi gridava all’orecchio: «E quella volta chi è caduto dall’altalena?». E se me lo ricordavo, mi prendeva per la vita, correva con me per la casa e gridava: «Giusto, è andata proprio così, giusto!».

— E non le ha chiesto dell’insegnante, dei compagni di scuola?

— Ora le spiego: non ha fatto domande su niente e su nessuno Lo vuoi capire? Lui ha raccontato, ricordato, e pretendeva che anch’io ricordassi…

— Sì, capisco, capisco, dissi. — E che cosa si proponeva di fare, secondo lei?

Mi fissò come se fossi il giornalista Kammerer.

— Lei non capisce proprio niente.

E nel complesso, certo, aveva ragione lei. Avevo avuto le risposte alle domande di Sua Eccellenza: ad Abalkin NON interessava il lavoro di Maja Glumova; Abalkin NON intendeva usarla per intrufolarsi nel museo. Ma veramente non riuscivo a capire che scopo avesse Abalkin ad organizzarsi queste ventiquattro ore di ricordi. Sentimentalità… omaggio ad un antico amore… ritorno all’infanzia… Non ci credevo. Il fine era pratico, ponderato bene in anticipo, e Abalkin lo aveva raggiunto senza suscitare nella Glumova alcun sospetto. Era chiaro che la stessa Glumova non ne sapeva niente. Nemmeno lei aveva capito di che cosa si trattasse…

E mi rimaneva ancora un punto da chiarire. Va bene. Avevano ricordato, si erano amati, avevano bevuto, di nuovo avevano ricordato, si erano addormentati, si erano svegliati, di nuovo si erano amati e di nuovo si erano addormentati… Ma allora perché lei si era così disperata, ai limiti dell’isterismo? A questo punto, c’è spazio per le più varie supposizioni, per esempio quelle legate alle abitudini dell’ufficiale di Stato Maggiore dell’Impero Insulare. Ma poteva anche trattarsi di qualcos’altro. E questo qualcos’altro avrebbe potuto essere molto prezioso per me. Qui mi fermai indeciso: o lasciare nell’ombra qualcosa che, forse, era molto importante, oppure decidermi ad un’odiosa mancanza di tatto, rischiando di non venire a sapere niente di essenziale…

Mi decisi.

— Maja Tojvovna, — dissi, cercando con tutte le mie forze di pronunciare le parole con durezza, — mi dica: che cosa ha provocato quella disperazione di cui sono stato involontario testimone durante il nostro primo incontro?

Pronunciai questa frase senza avere il coraggio di guardarla negli occhi. Non mi sarei meravigliato se a questo punto mi avesse ordinato di levarmi dai piedi o mi avesse semplicemente sbattuto il videofono in testa. Tuttavia, non fece né l’una né l’altra cosa,

— Sono stata una sciocca, — disse in tono abbastanza calmo. — Una sciocca isterica. Allora avevo avuto l’impressione che lui mi avesse strizzata come un limone e gettata via. Ora invece capisco: ha altro per la testa. Per la delicatezza non gli rimane né il tempo né la forza, Mi aspettavo una spiegazione da lui, ma lui non poteva spiegarmi niente. Lui sa probabilmente che lei lo sta cercando…

Mi alzai.

— Mille grazie, Maja Tojvovna, — dissi. — Secondo me, lei ha frainteso le nostre intenzioni. Nessuno vuoi fargli del male. Se dovesse incontrarlo, cerchi, per favore, di farglielo capire.

Lei non rispose.

3 giugno dell’anno 78. Qualcosa sulle impressioni di Sua Eccellenza

Dal burrone potevo vedere che il dottor Goannek per mancanza di pazienti si dedicava alla pesca. Era una buona cosa, perché il suo cottage era vicino alla cabina del trasporto-zero più del club della stazione balneare. Sulla strada, però, si trovavano delle arnie di cui non mi ero accorto durante la mia prima visita, perciò mi toccò mettermi in salvo, saltando qua e là fra canestri ornamentali e travolgendo nella corsa decorativi vasi e orci di terracotta. Comunque, andò tutto bene. Arrivai di slancio sulla veranda con la balaustra, mi intrufolai nella stanza che già conoscevo e, senza sedermi, telefonai a Sua Eccellenza.

Pensavo di cavarmela con un breve rapporto, ma la conversazione risultò piuttosto lunga, tanto che mi toccò trasportare il videofono sulla veranda, perché il ciarliero e permaloso dottor Goannek non mi prendesse in castagna.

— Ma perché sta lì? — chiese Sua Eccellenza, pensieroso.

— Aspetta.

— Le ha dato un appuntamento?

— Per quanto ho capito, no.

— Poveraccia… — brontolò Sua Eccellenza. Poi chiese: — Sei tornato?

— No, — dissi. — Mi sono ancora rimasti quel Jašmaa e la residenza dei Testoni.

— Perché?

— Alla residenza ora si trova un Testone di nome Ščekn-Itrč, quello stesso che prese parte insieme ad Abalkin all’operazione “Mondo morto”.

— Allora?

— Da quanto ho capito dal rapporto di Abalkin, fra loro si sono creati dei rapporti un po’ insoliti.

— In che senso insoliti?

Faticai a trovare le parole giuste.

— Oserei chiamarla amicizia, Eccellenza… Lei ricorda il suo rapporto?

— Lo ricordo. Capisco quello che vuoi dire. Ma rispondi a questa domanda: come hai fatto a sapere che il Testone Ščekn si trova sulla Terra?

— Beh… è stato abbastanza complicato. Per prima cosa…

— Basta così, — mi interruppe e tacque con aria di attesa.

Per la verità, non ci arrivai subito. In effetti, per me, collaboratore del COMGON2, nonostante la mia solida esperienza di lavoro con il GSI, era stato abbastanza difficile trovare Ščekn. Che dire allora del semplice Progressore Abalkin che, per di più, da vent’anni vagava per il profondo Cosmo e del GSI non ne capiva più di uno scolaretto!

— D’accordo, — dissi. — Naturalmente ha ragione lei. E però deve ammetterlo: è un problema risolvibile, se c’è la voglia di farlo.

— Sono d’accordo. Ma il punto non è questo. Non ti è venuto in mente che stia gettando polvere negli occhi?

— No, — risposi con sincerità.

Gettare polvere negli occhi significa mettere su una falsa traccia, seminare indizi falsi, in breve: far scervellare la gente. Teoricamente, poteva essere benissimo che Lev Abalkin avesse un fine ben preciso, e che tutto questo falso materiale, organizzato da maestro, sul cui significato dovevamo infruttuosamente romperci la testa, servisse solo a farci perdere tempo e forze, distraendoci nello stesso tempo dalle cose importanti.

— No, non è verosimile, — dissi deciso.

— Invece io ho l’impressione che sia verosimile, — disse Sua Eccellenza.

— Lei, naturalmente, può rendersene Conto meglio, — risposi secco,

— Indubbiamente, — concordò. — Ma purtroppo è solo una mia impressione. Non ho in mano dei fatti. Perciò, se NON mi sbaglio, mi pare poco probabile che nella sua situazione si ricordi di Ščekn, perda un sacco di energie per trovano, si precipiti nell’altro emisfero, si metta li a far la commedia, e tutto questo solo per gettare di nuovo polvere negli occhi. Sei d’accordo?

— Vede, Eccellenza, io non conosco la situazione, e probabilmente proprio per questo ho un’impressione diversa.

— E quale sarebbe? — chiese con inatteso interesse.

Cercai di formulare le mie impressioni.

— Certo, non gettare polvere negli occhi. In quello che fa c’è una certa logica. Tutto è collegato. Inoltre, usa sempre lo stesso trucco. Non perde tempo e fatica per escogitare un trucco nuovo. Lascia di stucco il suo uomo con una qualche affermazione, e poi sta a sentire che cosa borbotta in risposta la sua vittima… Lui vuole sapere qualcosa, qualcosa della sua vita… più precisamente del suo destino. Qualcosa che gli è stata nascosta… — Tacqui e poi aggiunsi: — Eccellenza, in qualche modo è venuto a sapere che a lui è legato un mistero della personalità.

Ora tacevamo entrambi. Sullo schermo oscillava la calvizie lentigginosa. Sentivo che stavo vivendo un momento storico. Era uno di quei rarissimi casi in cui le mie deduzioni (non fatti da me raccolti, ma proprio deduzioni, conclusioni logiche) avevano costretto Sua Eccellenza a rivedere le sue idee.

Sollevò la testa e disse:

— Va bene. Va’ a trovare Ščekn. Ma tieni presente che più di tutto mi servì qui.

— Agli ordini, — dissi, e chiesi: — E per quanto riguarda Jašmaa?

— Non è sulla Terra.

— Ma no, — dissi. — È sulla Terra. Si trova nel «Campo di Jan» presso Antonov.

— È da tre giorni sul pianeta Higanda.

— Chiaro, — dissi. Doveva esser cosi. Che coincidenza! È nato lo stesso giorno di Abalkin, è anche lui un figlio postumo, anche lui compare sotto il numero 07.

— Va bene, va bene, — berciò Sua Eccellenza. — Non ti distrarre.

Lo schermo si spense. Riportai al suo posto il videofono e scesi in cortile. Là mi inoltrai con cautela attraverso i giganteschi cespugli di ortica e dalla latrina di legno del dottor Goannek uscii sotto una pioggia notturna sulle rive del fiume Thelon.

 giugno dell’anno 78. Posto di confine sul fiume Thelon

3

Attraverso il fruscio della pioggia si udiva il mormorio del fiume che scorreva in fondo al burrone, e proprio davanti a me luccicava, bagnato, Un leggero ponte metallico, su cui faceva bella mostra un grande cartello con la scritta: Territorio del popolo dei Testoni. Era un po’ strano vedere che il ponte iniziava nel bel mezzo dell’erba alta. Non solo non c’era un accesso, ma nemmeno uno schifo di gradino. A due passi da me splendeva la finestrella solitaria di un edificio rotondo interrato, che sembrava una specie di caserma. Da lì proveniva l’inconfondibile odore del pianeta Sarakš, un odore di ferro arrugginito, di muffa, di morte. Sembra strano imbattersi in posti del genere sulla Terra. Si ha l’impressione di essere a casa, di conoscere tutto, e che tutto sia familiare e abituale, e invece no: prima o poi incappi in qualcosa che non lega con il resto… Bene. Che cosa penserebbe a proposito di questo edificio il giornalista Kammeter? Oh! Lui avrebbe già un’opinione ben precisa.

Il giornalista Kammerer cercò nella parete rotonda la porta, la spinse con decisione e si ritrovò in una stanza col tetto a volta dove non c’era niente, eccetto un tavolo a cui sedeva, con il mento appoggiato sui pugni, un giovane dai lunghi capelli, paludato in un vivace poncho messicano, che assomigliava, per i riccioli ed il viso dolce e affilato, al poeta Aleksandr Blok.[19] Gli occhi azzurri del giovane incontrarono il giornalista Kammerer con uno sguardo del tutto privo di interesse e leggermente sorpreso.

— Ma guarda che architettura qui da voi — esclamò il giornalista Kammerer, levandosi dalle spalle gli schizzi di pioggia.

— A loro piace, — ribatté Aleksandr B., senza cambiare posizione.

— Possibile! — fece sarcastico il giornalista Kammerer, cercando con lo sguardo dove sedersi.

Nella stanza non c’erano sedie libere e nemmeno poltrone, divani, sofà o panche. Il giornalista Kammerer fissò Aleksandr B. Aleksandr B. lo fissò sempre con la stessa indifferenza, non mostrando nemmeno l’ombra dell’intenzione di essere gentile o appena cortese. Era strano. Cioè, inconsueto. Ma si capiva che qui era nell’ordine delle cose.

Il giornalista Kammerer aveva già aperto la bocca per presentarsi, ma a questo punto Aleksandr B., con stanca rassegnazione, abbassò sulle pallide guance le folte ciglia e… con la meccanica emozione di un robot cominciò a dire a memoria il suo testo:

— Caro amico! Purtroppo, lei è venuto fin qui del tutto inutilmente. Tutte le dicerie che le sono giunte e che l’hanno condotta fin qui sono oltremisura esagerate. Il territorio del popolo dei Testoni non può assolutamente essere considerato come una specie di complesso per l’istruzione ed il tempo libero. I Testoni — un popolo notevole e originale — dicono di se stessi: «Siamo per la conoscenza ma non per la curiosità». La missione dei Testoni rappresenta qui, in veste diplomatica, il suo popolo e non costituisce oggetto di contatti non ufficiali e, ancor meno, di inutile curiosità. Stimato amico! La cosa migliore che lei ora può fare è di ritornarsene indietro e di spiegare in modo convincente a tutti i suoi conoscenti come stiano veramente le cose.

Aleksandr B. tacque e alzò languidamente le sopracciglia. Il giornalista Kammerer continuò a rimanergli davanti, e questo, evidentemente, non lo meravigliò affatto.

— Naturalmente, prima di salutarci, risponderò alle sue domande.

— E non è per caso tenuto ad alzarsi in piedi? — si interessò il giornalista Kammerer.

Qualcosa di simile alla vivacità guizzò negli occhi azzurri…

— Per esser sincero, sì, — confessò umilmente Aleksandr B. — Ma ieri mi sono slogato una caviglia, mi fa ancora male, per cui mi deve scusare…

— Ma certo, — disse il giornalista Kammerer e si sedette sull’orlo del tavolo. — Vedo che i curiosi non le danno tregua…

— Da quando ho iniziato il turno lei è il sesto gruppo.

— Ma io sono solo! — ribatté il giornalista Kammerer.

— Gruppo è un concetto collettivo, — spiegò Aleksandr B., diventando ancora più vivace. — Come cassa per esempio. Una cassa di birra. Una partita di stoffa. Oppure una scatola di cioccolatini. Può anche succedere che nella scatola non sia rimasto che un cioccolatino. Come lei.

— Le sue spiegazioni mi soddisfano completamente, — disse il giornalista Kammerer. — Ma io non sono un curioso. Sono venuto per affari.

— L’ottantatré per cento dei gruppi — reagì immediatamente Aleksandr B. — viene qui proprio per affari. L’ultimo gruppo — formato da cinque esemplari, compresi un bambino piccolo ed un cane — voleva mettersi d’accordo con il capo della missione per delle lezioni di lingua dei Testoni. Ma nella stragrande maggioranza sono dei raccoglitori di xenofolklore. È un’epidemia. Tutti si occupano di xenofolklore. Ma i Testoni non hanno folklore — È una fandonia! Il burlone Long Müller ha pubblicato un libriccino alla maniera di Ossian,[20] e tutti sono impazziti… «O arbori frondosi, dalle migliaia di code, che celate i vostri tristi pensieri nei tronchi pelosi e caldi! Migliaia e migliaia di code avete e nemmeno una testa!…» E i Testoni, fra l’altro, non hanno affatto il concetto di coda! La coda per loro è l’organo di orientamento, e se si dovesse tradurre in modo adeguato allora si dovrebbe tradurre non coda, ma bussola… «O arbori dalle migliaia di bussole!» Ma lei non mi pare sia un folklorista…

— No, — confessò sincero il giornalista Kammerer. — Sono molto peggio. Sono un giornalista.

— Sta scrivendo un libro sui Testoni?

— In un certo senso. Perché?

— No, così. Prego. Lei non è né il primo né l’ultimo. Ha mai visto dei Testoni?

— Sì, certo.

— Sullo schermo?

— No, sono io che li ho scoperti sul pianeta Sarakš…

Aleksandr B. addirittura fischiò.

— Ma allora lei è Kammerer?

— Al suo servizio.

— Ma no, sono io al suo servizio, dottore! Ordini, esiga, faccia a suo piacimento.

Mi ricordai immediatamente della conversazione di Kammerer con Abalkin e spiegai in fretta:

— Io li ho soltanto scoperti, e niente altro. Non sono affatto uno specialista di Testoni. Ed ora mi interesso non dei Testoni in genere, ma di un unico Testone, il traduttore della missione. Per cui se lei non ha nulla in contrario… andrei da lui.

— Ma prego, dottore! — Aleksandr B. fece un gesto di meraviglia. — Non penserà mica che stiamo qui a far la guardia? Niente affatto! Prego, passi pure! Sono in molti ad andare. Gli spieghi che sono dicerie, voci, esagerazioni, loro annuiscono, salutano e se ne vanno — e sgattaiolano attraverso il ponte…

— E poi?

— Dopo un po’ ritornano. Molto delusi. Non hanno visto niente e nessuno. Boschi, alture, sfaldamenti, paesaggi affascinanti, tutto questo ovviamente c’è, ma i Testoni non ci sono. Intanto, vivono di notte; poi, vivono sotto terra e, terzo, si incontrano solo con quelli con cui si vogliono incontrare. Ecco, proprio per questo siamo qui noi, per allacciare i contatti…

— E chi sarebbe noi? — chiese il giornalista Kammerer. — Il COMCON?

— Sì. Siamo tirocinanti. Facciamo dei turni qui. Ogni ora c’è un collegamento da entrambe le parti… Chi è il traduttore che cerca?

— Cerco Ščekn-Itrč.

— Proviamo. Lui la conosce?

— No. Ma gli dica che voglio parlare con lui di Lev Abalkin, che lui conosce certamente.

— Figuriamoci! — disse Aleksandr B., e si avvicinò il selettore.

Il giornalista Kammerer (e sì, lo confesso, anche io), con un’ammirazione che sconfinava nella venerazione, osservò come quel giovane dall’aspetto delicato di poeta romantico all’improvviso strabuzzasse gli occhi e, storcendo le belle labbra in un’impensata trombetta, cominciasse a gorgheggiare, ad anatrare, a ululare, come trentatré Testoni messi insieme (nella quiete del bosco notturno, accanto a una strada asfaltata disselciata, sotto il cielo opaco e fosforescente di Sarakš), e come questi suoni sembrassero appropriati a quell’ambiente vuoto, con la volta ad arco, le pareti spoglie e ruvide. Poi tacque, chinò il capo e si mise ad ascoltare una serie di schiocchi ed ululati in risposta, ma le sue labbra e la parte inferiore del cranio continuavano a muoversi stranamente, come se lui le tenesse pronte a continuare il colloquio. Era piuttosto sgradevole a vedersi, e il giornalista Kammerer, nonostante tutta la sua ammirazione, ritenne indispensabile distogliere gli occhi per delicatezza.

Del resto il colloquio non durò molto. Aleksandr B. si rilassò sullo schienale della sedia e, massaggiandosi delicatamente la parte inferiore del cranio con le lunghe dita pallide, disse in fretta, quasi soffocando:

— Pare che sia d’accordo. Non vorrei però darle troppe speranze: non sono del tutto sicuro che abbia capito bene. Due livelli di significato li ho capiti, ma mi sembra che ce ne fosse ancora un terzo… In breve, attraversi il ponte, troverà un sentiero che porta nel bosco. Lui le verrà incontro. Cioè, lui la esaminerà… No, come dire… Sa, non è difficile capire la lingua dei Testoni, è difficile tradurla. Come per esempio lo slogan: «Siamo per la conoscenza, ma non per la curiosità». E, fra l’altro, un esempio per una buona traduzione. «Non per la curiosità» si può intendere come «non siamo curiosi inutilmente» oppure come «non guardateci con curiosità». Capisce?

— Capisco, — disse il giornalista Kammerer, scivolando giù dal tavolo. — Lui mi osserverà e deciderà se vale la pena parlare con me. Grazie per il suo aiuto.

— Ma si figuri! Era mio dovere… Aspetti, prenda il mio impermeabile, sta piovendo…

— Grazie, non c’è bisogno, — disse il giornalista Kammerer e uscì sotto la pioggia.

3 giugno dell’anno 78. Ščekn-Itrč, il Testone

Erano circa le tre del mattino, ora locale; il cielo era coperto di nuvole, e il bosco era fitto, e quel mondo notturno mi pareva grigio, piatto e fangoso, come una vecchia fotografia sporca.

Ovviamente, lui mi trovò per primo e, probabilmente, per cinque minuti, forse per dieci, mi seguì per un sentiero parallelo, nascondendosi nel folto sottobosco. Quando finalmente mi accorsi di lui, lui lo capì quasi all’istante e subito si trovò sul sentiero davanti a me.

— Sono qui, — annunciò.

— Lo vedo, — dissi.

— Parliamo qui.

— Va bene.

Si sedette proprio come un cane che parli col suo padrone, un cane grosso, robusto, dal gran testone e le piccole orecchie triangolari ritte, con grandi occhi rotondi sotto l’ampia fronte massiccia. Aveva la voce un po’ rauca, e parlava senza il minimo accento, per cui solo le frasi brevi, spezzettate e la precisione un po’ eccessiva nell’articolare facevano capire che era uno straniero. E ancora: puzzava. Ma non di cane bagnato, come ci si poteva aspettare; era un odore di tipo inorganico, qualcosa di simile alla califolia riscaldata. Uno strano odore, più di un meccanismo che di un essere vivente. Su Sarakš, mi ricordo, i Testoni avevano tutto un altro odore.

— Che cosa vuoi? — chiese.

— Ti hanno detto chi sono?

— Sì. Sei un giornalista. Scrivi un libro sul mio popolo.

— Non è proprio così. Scrivo un libro su Lev Abalkin. Lo conosci.

— Tutto il mio popolo conosce Lev Abalkin. Questa era una novità.

— E cosa ne pensa il tuo popolo di Lev Abalkin?

— Il mio popolo non pensa niente di Lev Abalkin. Lo conosce.

A quanto pare, qui cominciavano le sabbie mobili linguistiche.

— Volevo dire: qual è l’opinione del tuo popolo su Lev Abalkin?

— Lo conosce. Ognuno. Dalla nascita fino alla morte.

Mi consigliai con il giornalista Kammerer e decisi di lasciar perdere questo argomento. Chiesi:

— Che cosa puoi raccontare su Lev Abalkin?

— Niente, — rispose brevemente.

Ecco quello che temevo più di tutto. Lo temevo talmente che nel subconscio avevo respinto persino la possibilità di trovarmi in una tale situazione e vi ero assolutamente impreparato. Mi confusi nel modo più penoso, e lui intanto si portò la zampa anteriore al muso e cominciò a succhiarsela rumorosamente in mezzo alle unghie. Non come fanno i cani, ma piuttosto come fanno i gatti.

Comunque avevo sufficiente autocontrollo. Capii in tempo che, se quel cane sapiens veramente non avesse voluto avere a che fare con me, avrebbe semplicemente rifiutato di incontrarmi.

— So che Lev Abalkin è un tuo amico, — dissi. — Avete vissuto e lavorato insieme. Moltissimi terrestri vorrebbero sapere che cosa pensa di Abalkin il suo amico e collaboratore Testone.

— Perché?

— È un’esperienza.

— Un’esperienza inutile.

— Non esistono esperienze inutili.

Ora si dedicò all’altra zampa e dopo qualche secondo bofonchiò in modo poco chiaro:

— Fa’ delle domande concrete.

Ci pensai su.

— So che l’ultima volta hai lavorato con Abalkin quindici anni fa. Dopo di allora ti è capitato di lavorare con altri terrestri?

— Mi è capitato. Molte volte.

— Hai sentito una differenza?

Facendo questa domanda, non avevo in mente niente di particolare. Ma Ščekn all’improvviso restò immobile, poi abbassò lentamente la zampa e sollevò la testa dall’ampia fronte. Per un attimo gli occhi si. illuminarono di una fosca luce rossa. Tuttavia, non era passato un secondo, che di nuovo si accingeva a rosicchiarsi le unghie.

— È difficile dirlo, — bofonchiò. — I lavori erano diversi, le persone pure erano diverse. È difficile.

Era stato evasivo. Perché? La mia innocente domanda lo aveva costretto quasi a fare un passo falso. Si era smarrito per un secondo intero. Oppure era di nuovo un problema di linguistica? La linguistica in genere non è una cattiva cosa. All’attacco. Direttamente in fronte.

— Ti sei incontrato con lui, — annunciai. — Lui ti ha chiamato di nuovo a lavorare. Hai accettato?

Poteva significare: «Se ti fossi incontrato con lui, e lui ti avesse di nuovo invitato ad andare a lavorare con lui, tu avresti accettato?». Oppure: «Ti sei incontrato con lui, e lui (come mi è noto) ti ha invitato ad andare a lavorare con lui. Hai dato il tuo assenso?». Linguistica. Non discuto, era una manovra piuttosto misera, ma che cosa mi restava da fare?

E la linguistica mi diede una mano.

— Non mi ha invitato a lavorare con lui, — ribatté Ščekn.

— Allora di che cosa avete parlato? — mi meravigliai, coltivando il mio successo.

— Del passato, — brontolò. — Non interessa a nessuno.

— Come ti è sembrato, — chiesi, asciugandomi mentalmente il sudore sulla fronte, — è cambiato molto in quindici anni?

— Anche questo non interessa nessuno.

— Ma no. È molto interessante. L’ho visto anch’io da poco e ho visto che è molto cambiato. Ma io sono un terrestre, vorrei conoscere il tuo parere.

— Il mio parere è: sì.

— Ecco, vedi! — mi meravigliai con sincerità. — E con me ha parlato solo dei Testoni…

Gli occhi gli si illuminarono di nuovo di rosso. Capii che le mie parole di nuovo lo colpivano.

— Che cosa ti ha detto?

— Abbiamo discusso su chi fra i terrestri abbia fatto di più per i contatti con il popolo dei Testoni.

— E poi?

— E poi basta. Solo di questo.

— Quando è stato?

— L’altro ieri. E tu perché hai deciso che non ha più niente a che fare con il popolo dei Testoni?

Annunciò all’improvviso:

— Stiamo perdendo tempo. Non fare domande inutili. Fa’ le domande giuste.

— Va bene. Faccio una domanda giusta: dove si trova ora?

— Non lo so.

— Che cosa si proponeva di fare?

— Non so.

— Che cosa ti ha detto? Mi interessa ogni sua parola.

Ed a questo punto Ščekn assunse una posizione strana, direi innaturale: si accoccolò sulle zampe in tensione, allungò il collo e mi fissò dal basso in alto. Poi, facendo lentamente oscillare la pesante testa a destra e a sinistra, disse, spiccicando chiaramente le parole:

— Ascolta con attenzione, cerca di capire bene, e non dimenticarlo. Il popolo della Terra non si immischia negli affari del popolo dei Testoni. Il popolo dei Testoni non si immischia negli affari del popolo della Terra. Così è sempre stato, così è e così sarà. L’affare Lev Abalkin riguarda il popolo della Terra. È stato deciso. Perciò: non cercare quello che non c’è. Il popolo dei Testoni non darà asilo a Lev Abalkin.

Ma guarda un po’! Mi sfuggì:

— Ha chiesto asilo? Da voi?

— Ho detto solo quello che ho detto: il popolo dei Testoni non darà mai asilo a Lev Abalkin. Niente altro. Hai capito?

— Ho capito. Ma non mi interessa. Ripeto la domanda: che cosa ti ha detto?

— Risponderò. Ma prima ripeti quello che ti ho detto.

— Va bene, ripeto. Il popolo dei Testoni non si immischia nell’affare Abalkin e rifiuta di concedergli asilo. Va bene?

— Va bene. Questa è la cosa principale.

— Ora rispondi alla mia domanda.

— Rispondo. Mi ha chiesto se c’è differenza fra lui e gli altri uomini con cui ho lavorato. Proprio la stessa domanda che mi hai fatto anche tu.

Appena finito di parlare, si girò e scivolò nella boscaglia. Non si sentì frusciare nemmeno un ramo, nemmeno una foglia, e non c’era più. Era sparito.

Che tipo questo Ščekn! «…Gli ho insegnato la nostra lingua e ad utilizzare la linea di approvvigionamento. Non l’ho mai lasciato quando era ammalato di quelle sue strane malattie… Ho sopportato le sue cattive maniere, le sue espressioni brusche, gli ho perdonato cose che non ho mai perdonato a nessuno… Se occorresse, mi batterei per lui, come per un terrestre, come per me stesso. E lui? Non so…» Che tipo questo Ščekn-Itrč!

3 giugno dell’anno 78. Sua Eccellenza è contento

— Molto interessante! — disse Sua Eccellenza, quando finii il mio rapporto. — Hai fatto bene, Mak, ad insistere ad andare in quel serraglio.

— Non capisco, — risposi, cercando di levarmi le lappe spinose dai pantaloni bagnati. — Lei ci vede un senso?

— Sì.

Lo fissai.

— Lei pensa seriamente che Lev Abalkin abbia potuto chiedere asilo?

— No, non lo penso.

— Allora di che cosa si tratta? Oppure è di nuovo polvere negli occhi?

— Forse. Ma il punto non è questo. Non ha importanza cosa si proponesse Lev Abalkin. La reazione dei Testoni, ecco quello che è importante. Comunque, non starti a scervellare. Hai portato informazioni importanti. Grazie. Sono contento. Sii contento anche tu.

Ricominciai a levarmi le lappole. Che dire, indubbiamente era contento. Le pupille verdi brillavano tanto che si vedevano anche nella penombra dello studio. Allo stesso modo avevo guardato anche io, quando giovane, allegro, trafelato, gli avevo riferito che Prešt il Taciturno era stato finalmente preso con le mani nel sacco e stava seduto giù in macchina con il bavaglio davanti alla bocca. Ero stato io a prendere il Taciturno, ma allora non mi ero ancora reso conto di una cosa che era invece chiarissima al Nomade: erano finiti i sabotaggi e i convogli di grano già l’indomani sarebbero partiti alla volta della capitale…

E anche adesso, si rendeva chiaramente conto di qualcosa a cui io non avevo pensato, ma chissà perché non mi sentivo affatto soddisfatto. Non avevo preso nessuno, non c’era nessuno che, con il bavaglio alla bocca, aspettasse di essere interrogato. C’era solo un uomo misterioso, dal destino avverso, che si aggirava sulla Terra, si aggirava, non trovava pace, si aggirava, come avvelenato, e lui stesso avvelenava tutti quelli che incontrava, offendendoli e ferendoli, tradiva e diventava lui stesso vittima di tradimento…

— Ti ricordo ancora una volta, Mak, — disse improvvisamente sottovoce Sua Eccellenza, — che è pericoloso. Ed è tanto più pericoloso, perché lui stesso lo ignora.

— Ma insomma si può sapere chi è? — chiesi. — Un androide matto?

— Gli androidi non possono avere segreti della personalità, — disse Sua Eccellenza. — Non ti distrarre.

Mi infilai le lappole nella tasca della giacca e sedetti impettito.

— Ora puoi andartene a casa, — disse Sua Eccellenza. — Fino alle 19.00 sei libero. Poi, cerca di trovarti nelle vicinanze, entro il perimetro della città, e aspetta la mia chiamata. E probabile che stanotte cerchi di introdursi nel museo. Allora lo prenderemo.

— Va bene, — dissi senza alcun entusiasmo.

Mi fissò come se mi soppesasse.

— Spero che tu sia in forma, — sbottò. — Lo dobbiamo prendere in due ed io sono ormai troppo vecchio per simili esercizi.

4 giugno dell’anno 78. Il Museo delle Civiltà Extraterrestri

All’1.08 il radiobracciale al mio polso squittì, e la voce soffocata di Sua Eccellenza borbottò una specie di scioglilingua: «Mak, il museo, l’entrata principale, svelto…».

Chiusi la cappotta della cabina, perché non ci fosse troppa aria, e accesi il motore, accelerando sul posto. Il bioplano spiccò il volo a candela nel cielo stellato. Tre secondi per frenare. Ventidue secondi per atterrare e orientarmi. La Piazza della Stella era vuota. Davanti all’ingresso principale non c’era nessuno. Strano. Aha. Dalla cabina del trasporto-zero all’angolo del museo appare una lunga figura nera. Scivola fino all’ingresso principale. È Sua Eccellenza.

Il bioplano atterrò silenziosamente davanti all’ingresso principale. Immediatamente sul quadro si accese la lampadina segnaletica, e la voce dolce del robot-ispettore disse con tono di rimprovero: «È vietato atterrare con il bioplano sulla Piazza della Stella…». Abbassai la cappotta e balzai in strada. Sua Eccellenza già si dava da fare davanti alle porte, maneggiando il grimaldello magnetico.

«È vietato atterrare con il bioplano sulla piazza della…» — continuava ad annunciare il robot-ispettore.

— Fallo star zitto… — berciò Sua Eccellenza fra i denti, senza voltarsi.

Chiusi la cappotta. In quello stesso istante l’ingresso principale si spalancò.

— Dietro di me! — ordinò Sua Eccellenza e si tuffò nell’oscurità.

A mia volta mi tuffai sulle sue tracce. Proprio come ai vecchi tempi. Mi faceva strada silenzioso, lungo, allampanato, angoloso, di nuovo leggero e abile, vestito di nero, simile all’ombra di un demone medioevale, e pensai di sfuggita che, probabilmente, nessuno dei nostri odierni sbarbatelli avrebbe mai visto Sua Eccellenza così, e forse l’aveva visto solo il vecchio Elefante, e sì, anch’io, quindici anni prima.

Mi condusse, attraverso una serie di curve complicate e tortuose, da una sala all’altra, da un corridoio all’altro, orientandosi senza sbagliare fra stand e vetrine, fra statue e bozzetti che assomigliavano a meccanismi imperfetti, e fra meccanismi e apparecchi simili a statue mostruose. Non c’era luce. Evidentemente l’illuminazione automatica era stata spenta prima, ma lui non si sbagliò nemmeno una volta e non perse la strada, sebbene sapessi che la sua vista di notte fosse di gran lunga peggiore della mia. Si era ben preparato a questo blitz notturno, la Nostra Eccellenza, e finora se la stava cavando niente male, a parte il respiro. Respirava troppo forte, ma non c’era niente da fare. L’età. Maledetti anni.

All’improvviso si fermò e, appena gli fui accanto, mi strinse con la mano la spalla. In un primo momento mi spaventai, pensai che avesse avuto un infarto, poi capii: eravamo giunti alla meta ed ora aspettava semplicemente che gli diminuisse l’affanno.

Mi guardai intorno. Tavoli vuoti. Lungo le pareti, scaffali ricolmi di stranezze extraterrestri; proiettori xenografici accanto alla parete più lontana. Tutto questo l’avevo già visto. Ero già stato qui. Era lo studio di Maja Tojvovna Glumova. Ecco, quello era il suo tavolo, e in quella poltrona si era seduto il giornalista Kammerer…

Sua Eccellenza lasciò la mia spalla, andò verso gli scaffali, si chinò e li passò in rassegna, senza raddrizzarsi. Cercava qualcosa. Con il corpo leggermente all’indietro, prese fra le braccia un oggetto lungo, una specie di travicella piatta dagli angoli arrotondati. Con cura, senza il minimo rumore, posò quell’oggetto sul tavolo, rimase un istante impietrito ad ascoltare, e poi all’improvviso, come un prestigiatore, tirò fuori dalla tasca sul petto una lunga sciarpa colorata con la frangia. Con un movimento abile, la spiegò e la gettò sopra la travicella. Poi si voltò verso di me, si attaccò al mio orecchio e in modo appena percettibile sussurrò:

— Appena tocca la sciarpa, prendilo. Se ci nota prima, prendilo. Monta qui di guardia.

Montai la guardia da un lato della porta. Sua Eccellenza, dall’altro.

All’inizio non sentii niente. Stavo in piedi, con la schiena contro la parete, calcolavo meccanicamente le possibili varianti di sviluppo degli avvenimenti e fissavo la sciarpa distesa sul tavolo. Interessante, in nome di che cosa Lev Abalkin vorrà avvicinarcisi? Se quella travicella gli serve tanto, come farà a sapere che è nascosta sotto la sciarpa? E che cos’è quella travicella? Assomiglia all’astuccio di un intravisore portatile. Oppure di uno strumento musicale. Ma no. È troppo pesante. Non ci capisco niente. È chiaramente un’esca, ma se è un’esca, non è quella giusta…

A questo punto sentii un rumore. Bisogna dire che era un rumore forte: da qualche parte, nelle viscere del museo, stava franando qualcosa di enorme, metallico, che andava in pezzi nella caduta. Mi ricordai all’istante della gigantesca matassa di filo elettrico che, poco tempo prima, con tanta cura le ragazze del museo avevano sistemato con i saldatori molecolari. Guardai Sua Eccellenza. Anche lui era in ascolto e anche lui era perplesso.

Il tintinnio, lo sferragliare, il suono, a poco a poco cessarono, e di nuovo si fece silenzio. Che un Progressore, un professionista, un maestro nel nascondersi facesse irruzione alla cieca in quell’enorme edificio? Improbabile. Certo, poteva essere che la manica gli si fosse impigliata all’unico filo penzolante… No, non era possibile. Ad un Progressore non poteva accadere niente di simile. Oppure qui, sull’innocua Terra, il Progressore aveva fatto già in tempo a rilassarsi… Difficile. Comunque, stiamo a vedere. In ogni caso ora sta immobile su un piede solo e sta ad ascoltare, e rimarrà ad ascoltare cinque minuti buoni…

Lui non ci pensava proprio a stare immobile su un piede solo e ad ascoltare. Si stava avvicinando a noi e il suo movimento era accompagnato da una cacofonia di rumori, diversi e assolutamente fuori luogo per un Progressore. Trascinava i piedi e ciabattava rumorosamente. Urtava contro gli stipiti delle porte e le pareti. Una volta finì contro un mobile e proruppe in una serie di esclamazioni poco chiare, con una prevalenza di sibilanti. E quando sugli schermi dei proiettori caddero deboli riflessi elettrici, i miei dubbi divennero certezza.

— Non è lui, — dissi a Sua Eccellenza, quasi ad alta voce.

Sua Eccellenza annuì. Aveva l’aria dubbiosa e cupa. Ora stava dall’altro lato della porta, con la faccia verso di me, a gambe larghe e con il muso lungo, e si poteva facilmente immaginare che fra un minuto avrebbe preso il falso Progressore per il bavero con entrambe le manie, scuotendolo, gli avrebbe berciato in faccia: «Chi sei e cosa stai facendo qui, piccolo bastardo?».

E mi figuravo il quadro con tanta chiarezza, che all’inizio non mi meravigliai nemmeno, quando con la mano sinistra si sbottonò la giacca nera e con la destra infilò sotto l’ascella il suo “duca” preferito calibro ventisei, come se si liberasse le mani in vista della presa e dello scuotimento.

Ma quando finalmente capii che per tutto questo tempo aveva avuto in mano quel caricatore da otto, strumento di morte sicura, mi sentii gelare. Poteva significare solo una cosa: Sua Eccellenza era pronto ad uccidere Lev Abalkin. Proprio ad uccidere, perché Sua Eccellenza non si portava mai dietro armi solo per spaventare, minacciare o per fare impressione, ma solo per uccidere.

Ero rimasto così colpito che dimenticai ogni altra cosa. Ma, in quel momento, nello studio irruppe una grossa colonna di luce bianca, viva, e dopo aver urtato un’ultima volta contro la porta, comparve il falso Abalkin.

Nel complesso, assomigliava un po’ a Lev Abalkin: forte, robusto, non molto alto, con lunghi capelli neri che gli arrivavano alle spalle. Portava un ampio impermeabile bianco e teneva davanti a sé una torcia elettrica da campeggio, e nell’altra mano qualcosa di mezzo fra una valigetta e una grossa cartella. Entrando si fermò, passò il raggio della torcia sugli scaffali e disse:

— Dunque, dovrebbe essere qui.

Aveva la voce gracchiante e un tono ostentatamente baldanzoso. È il tono con cui si parla quando si ha paura, o ci si sente a disagio, o si prova vergogna, in breve, quando ci si sente fuori posto. «Con un piede nella fossa», come dicono gli abitanti di Hontj.

Allora vidi che in realtà si trattava di una persona anziana, forse addirittura più anziana di Sua Eccellenza. Aveva un lungo naso affilato con la gobbetta, un lungo mento appuntito, guance cascanti e la fronte alta e molto bianca. Nel complesso, assomigliava non tanto a Lev Abalkin, quanto a Sherlock Holmes. Al momento potevo dire solo una cosa con assoluta precisione: non avevo mai visto prima quell’uomo.

Dandosi di sfuggita un’occhiata intorno, si avvicinò al tavolo, mise sulla sciarpa colorata, proprio accanto alla nostra travicella, la sua valigetta, e cominciò ad esaminare gli scaffali, facendosi luce con la torcia, senza fretta e con metodo, ripiano dopo ripiano, sezione dopo sezione. E borbottava continuamente qualcosa fra sé e sé, ma si riuscivano a capire solo parole isolate: «… Beh, questo lo sanno tutti… hmm-hmm-hmm… Un comunissimo ellisio… hmm-hmmhmm… Cianfrusaglie, ancora cianfrusaglie… Forse non è al suo posto… Chissà dove l’hanno cacciato, l’hanno nascosto… hmmhmm-hmm…

Sua Eccellenza seguiva tutte queste manovre con le braccia incrociate dietro la schiena, ed in viso un’espressione molto insolita per lui e che poco gli si addiceva, un’espressione di infinita stanchezza o, forse, di noia, proprio come se avesse davanti qualcosa che lo aveva fiaccato oltre misura; di cui aveva piene le tasche e che nello stesso tempo non lo lasciava in pace; qualcosa a cui si era rassegnato ormai da tempo, e di cui già da tempo aveva rinunciato a liberarsi. Devo confessare che all’inizio ero un po’ meravigliato che rinunciasse a quella che era la sua naturale intenzione: prenderlo per il bavero e dargli una bella scrollata.

Tuttavia ora, guardandolo in faccia, capii: non avrebbe avuto senso. Scrollarlo o non scrollano non sarebbe cambiato nulla, tutto sarebbe andato secondo routine: si sarebbe umiliato, avrebbe borbottato qualche scusa, sarebbe stato a disagio, avrebbe fatto cadere tutti i reperti del museo, e avrebbe rovinato un’operazione pensata e preparata con cura…

Quando il vecchio arrivò alla sezione più lontana, Sua Eccellenza sospirò profondamente, si avvicinò ai tavolo, si sedette sul bordo accanto alla cartella e disse con disprezzo:

— Che cosa sta cercando, Bromberg? I detonatori?

Il vecchio Bromberg emise uno strillo sottile e scartò da una parte, facendo cadere una sedia.

— Chi è là? — urlò, agitando febbrilmente la torcia intorno a sé. — Chi è là?

— Sono io! — gridò in risposta Sua Eccellenza, in tono ancora più sprezzante. — La smetta di tremare!

— Chi? Lei? Che diavolo! — Il raggio si fermò su Sua Eccellenza. — Ah! Sikorski! Dovevo immaginarlo!…

— Sposti la torcia, — ordinò Sua Eccellenza, riparandosi il viso con il palmo della mano.

— Lo sapevo che era un suo scherzetto! — urlò il vecchio Bromberg. — L’avevo capito subito chi c’era dietro questa storia!

— Sposti la torcia, se no gliela rompo! — gridò ancora più forte Sua Eccellenza.

— La prego di non strillare con me! — urlò Bromberg, ma spostò il raggio di luce. — E non osi di avvicinarsi alla mia cartella!

Sua Eccellenza si alzò e gli si avvicinò.

— Non si avvicini! — berciò Bromberg. — Non sono un ragazzo. Si vergogni! È anziano anche lei!

Sua Eccellenza gli si avvicinò, gli levò di mano la torcia e la poggiò sul tavolo più vicino, con il riflettore rivolto verso l’alto.

— Si segga, Bromberg, — disse. — Dobbiamo parlare.

— Queste sue conversazioni… — bofonchiò Bromberg, ma si sedette.

Stranamente, ora era assolutamente calmo. Un vecchietto arzillo e rispettabile. Secondo me, addirittura allegro.

4 giugno dell’anno 78. Isaak Bromberg. Lotta fra i due vecchi di ferro

— Proviamo a parlare con calma, — propose Sua Eccellenza.

— Proviamo, proviamo! — rispose vivacemente Bromberg. — Ma chi è quel giovanotto che puntella la parete accanto alla porta? Si è munito di guardia del corpo?

Sua Eccellenza non rispose subito. Forse, aveva intenzione di mandarmi via: «Maksim, sei libero» e, ovviamente, me ne sarei andato. Ma mi sarei offeso, e Sua Eccellenza questo lo capiva. Del resto, penso che facesse anche altre considerazioni. In ogni caso, mosse leggermente il braccio nella mia direzione e disse:

— È Maksim Kammerer, collaboratore del COMCON. Maksim, questo è il dottor Isaak Bromberg, storico della scienza.

Mi inchinai e Bromberg annunciò subito:

— Lo sapevo. Ovviamente, aveva paura di non farcela con me da solo, Sikorski… Si sieda, si sieda, giovanotto, si metta a suo agio. Per quanto conosco il suo capo, la nostra conversazione sarà lunga…

— Siediti, Mak, — disse Sua Eccellenza.

Mi sedetti sulla ben nota poltrona per i visitatori.

— Allora, sto aspettando le sue spiegazioni, Sikorski. Che cosa significa quest’imboscata?

— Vedo che si è spaventato molto.

— Che assurdità! — si infiammò subito Bromberg. — Che sciocchezza! Grazie a Dio, non sono un pauroso! E se c’è chi mi può far paura, Sikorski…

— Ma si è messo a strillare come un’aquila e ha fatto cadere talmente tanti mobili…

— Senta un po’, se di notte in un edificio assolutamente vuoto…

— Non c’è ragione di andare di notte in edifici assolutamente vuoti…

— In primo luogo, non è affar suo, Sikorski, dove vado e quando ci vado! In secondo luogo, quando ci potrei andare? Di giorno non mi fanno entrare. Di giorno qui fanno degli strani lavori, organizzano stupidi cambi degli oggetti esposti… Senta, Sikorski, lo ammetta: è opera sua, chiudere l’accesso al museo! Avevo assolutamente bisogno di rinfrescarmi la memoria su certi fatti. Vengo qui. Non mi fanno entrare. Non fanno entrare me! Un membro del comitato scientifico del museo! Telefono al direttore: di che si tratta? Il direttore, il carissimo Grant Chocikjan, è in un certo senso un mio allievo… Ma lui non può farci nulla, l’ha promesso! Gliel’hanno chiesto persone stimabilissime, e lui ha promesso! Sarebbe troppo sapere chi è che gliel’ha chiesto? Forse, un certo Rudolf Sikorski? No! No! Nessuno ha mai nemmeno Sentito il nome di Rudolf Sikorski! No, a me non la si dà a bere! Ho capito subito chi c’è dietro le quinte! Però vorrei proprio sapere, Sikorski, perché ormai da un’ora buona se ne sta zitto e non risponde alle mie domande? Perché ha combinato tutto questo, le chiedo? La chiusura del museo! Un infame tentativo di sottrarre al museo pezzi che gli appartengono! Imboscate notturne! E chi è stato, se lo porti il diavolo, ad interrompere l’elettricità? Non so cosa avrei fatto, se non avessi avuto la torcia sul bioplano. Mi sono fatto un bernoccolo proprio qui, vi portasse il diavolo! E ho fatto anche cadere qualcosa! Spero di tutto cuore — voglio sperare! — che si tratti solo di un plastico… E preghi Iddio, Sikorski, che sia solo un plastico, perché se si trattasse di un originale, allora me lo dovrà rimettere a posto lei! Fino all’ultimo pezzettino. E se man casse un pezzettino, allora dovrebbe andare a cercarlo fin su Tagora…

Gli mancò la voce, e cominciò a rantolare dolorosamente, battendosi il petto con i pugni.

— Avrò prima o poi delle risposte alle mie domande? — sibilò irato, cercando di riprender fiato.

Sedevo come a teatro, e tutto mi sembrava più che altro comico, ma quando guardai Sua Eccellenza rimasi di stucco.

Sua Eccellenza, il Nomade, Rudolf Sikorski, quel blocco di ghiaccio, quel monumento di granito ricoperto di brina al Sangue freddo e all’Autocontrollo, quel meccanismo dal funzionamento impeccabile per carpire informazioni, era paonazzo fino al cocuzzolo, respirava pesantemente, serrava e disserrava convulsamente i pugni ossuti e coperti di lentiggini, e le sue famose orecchie erano in fiamme e si contraevano spaventosamente. E ancora si controllava ma, probabilmente, sapeva lui solo quanto gli costasse.

— Vorrei sapere, Bromberg, — disse con voce soffocata, — perché le servivano proprio i detonatori.

— Ah, lei vorrebbe saperlo! — sibilò velenoso il dottor Bromberg e si chinò avanti, fissando Sua Eccellenza così da vicino che per poco il suo lungo naso non si trovò fra i denti del mio capo. — E che cosa vorrebbe ancora sapere? Forse le interessa la mia sedia? Oppure di cosa ho parlato poco tempo fa con Pilguj?

Sentire nominare Pilguj in questo contesto non mi piacque. Pilguj si occupava di biogeneratori, e il mio reparto ormai da due mesi si occupava di lui. Comunque, a Sua Eccellenza il nome di Pilguj entrò da un orecchio e uscì dall’altro. Anche lui si fece avanti, e con tanto impeto che Bromberg fece appena in tempo a scostarsi.

— Della sua sedia se ne occupi lei! — gridò. — Io invece vorrei sapere perché si permette di introdursi nel museo e perché allunga le zampe sui detonatori, sebbene le sia stato detto con chiarezza che per i prossimi giorni…

— Lei si permette di criticare il mio comportamento? Ah! Sikorski! Accusare me di scasso! Vorrei sapere come ha fatto lei ad entrare in questo museo! Beh? Risponda!

— Non è pertinente, Bromberg!

— Lei è uno scassinatore, Sikorski! — annunciò Bromberg, puntando verso Sua Eccellenza il lungo dito. — Lei si è spinto fino allo scasso!

— È lei che si è spinto fino allo scasso, Bromberg! — sbottò Sua Eccellenza. — Lei! Le è stato detto con assoluta chiarezza e inequivocabilmente: l’ingresso al museo è vietato! Qualsiasi persona normale al suo posto…

— Se una persona normale si scontra con la solita attività segreta, è suo dovere…

— È suo dovere far funzionare il cervello, Bromberg! È suo dovere capire che non vive nel Medioevo. Se si imbatte in un mistero, in un segreto, non è certo per il capriccio di qualcuno e nemmeno per cattiva volontà…

— Sì, non è un capriccio e non è Cattiva volontà, ma la sua sbalorditiva disinvoltura, Sikorski, la sua ridicola, veramente medioevale, idiotamente fantastica convinzione che stia proprio a lei decidere che cosa deve essere segreto e che cosa no! Lei è ormai vecchio, Sikorski, ma ciò nonostante non ha ancora capito che fare così è profondamente amorale!…

— È ridicolo parlare di morale con una persona che pur di soddisfare il suo puerile senso di protesta arriva allo scasso! Lei non è solo vecchio, Bromberg, lei è un misero vegliardo, nella seconda infanzia!…

— Magnifico! — disse Bromberg, ritornando improvvisamente calmo. Si infilò una mano nella tasca dell’impermeabile bianco e ne tirò fuori un oggetto luccicante che poggiò rumorosamente sul tavolo, davanti a Sua Eccellenza. — Ecco la mia chiave. Anche io, come tutti gli altri collaboratori di questo museo, ho la chiave dell’ingresso di servizio e l’ho utilizzata per entrare.

— Nel mezzo della notte e nonostante i divieti del direttore? — Sua Eccellenza non aveva la chiave, aveva un grimaldello magnetico, perciò gli restava solo una cosa da fare: attaccare.

— Nel mezzo della notte, ma con la chiave! Ma dov’è la sua di chiave, Sikorski? Mi faccia vedere, per favore, la sua chiave!

— Non ho la chiave! Non mi serve! Mi trovo qui per servizio, e non perché mi è saltato il ticchio, vecchio scemo isterico!

E che cosa si scatenò a questo punto! Sono sicuro che mai, prima, le pareti di quel modesto studio avevano sentito un tale scoppio di ira frammisto a grida rauche. E che epiteti. E che baccanale di sentimenti. Che assurde argomentazioni e che contro-argomentazioni ancora più assurde, Sì, e che c’entravano le pareti! In fin dei conti erano solo le pareti di una tranquilla istituzione accademica, lontana dalle passioni quotidiane. Ma io, persona non più giovanissima, che ne aveva viste di tutti i colori, persino io non avevo mai sentito niente del genere, in ogni caso non da Sua Eccellenza.

In effetti, il campo di battaglia si era completamente velato di fumo e non si poteva più distinguere l’oggetto della contesa. Solo, come dardi infuocati, sfrecciavano da una parte e dall’altra vari «ciarlatani privi di senso della responsabilità», «cavalieri di cappa e spada», «provocatori della società», «agenti spelacchiati dei servizi segreti», «demagoghi sclerotici», «vecchi asini», «omiciattoli velenosi» e «vecchi in preda a marasma senile»; granate del genere piovevano a bizzeffe…

Tuttavia il fumo finalmente si dissolse, e davanti al mio sguardo sorpreso e affascinato apparve un quadro impressionante. Capii allora che la battaglia di cui ero stato casuale testimone era stata solo una delle innumerevoli scaramucce, invisibili al mondo, di una guerra tacita, iniziata quando i miei genitori andavano ancora a scuola.

Ricordai abbastanza in fretta chi era Isaak Bromberg. Ovviamente avevo sentito già parlare di lui, forse addirittura quando ero un moccioso, e lavoravo nel Gruppo di Libera Ricerca. Uno dei suoi libri — Come sono effettivamente andate le cose — indubbiamente l’avevo letto: era la storia dell’“Incubo del Massachusetts”. Ricordo che il libro non mi era piaciuto. L’intento panphlettistico era troppo evidente; l’autore si era sforzato di togliere ogni velo romantico a questa storia veramente terribile, e aveva dato troppo posto alla discussione sui princìpi politici dell’approccio a esperimenti pericolosi, discussione che, a quel tempo, non mi interessava affatto.

In particolari ambienti, comunque, il nome di Bromberg era noto e godeva di una certa stima. Si sarebbe potuto definirlo “dell’estrema sinistra” del noto movimento di Giuisti, fondato da Lamondais e che sosteneva il diritto della scienza a svilupparsi senza limiti.

Gli estremisti di questo movimento professano dei princìpi che, a prima vista, sembrano assolutamente naturali, ma nella pratica si rivelano molto spesso irrealizzabili a qualsiasi livello di sviluppo della civiltà umana (ricordo l’enorme shock che provai quando appresi la storia della civiltà di Tagora, dove questi princìpi erano stati rigorosamente seguiti fin dai tempi immemorabili della Prima Rivoluzione Industriale).

Ogni scoperta della società che può essere realizzata sarà sicuramente realizzata. Con questo principio è difficile trovarsi in disaccordo, sebbene anche qui nasca tutta una serie di riserve. Come comportarsi con una scoperta che sia già realizzata? Risposta: tenerne le conseguenze sotto controllo. Molto bene. Ma se non riusciamo a prevederne tutte le conseguenze? E se sopravvalutiamo una conseguenza e ne sottovalutiamo altre? Se, infine, tutto è chiaro, ma noi semplicemente non siamo in grado di tenere sotto controllo le conseguenze più evidenti e sgradevoli? Se per questo sono necessarie risorse energetiche assolutamente impensabili e tensione morale? (Come, fra l’altro, è successo con la macchina del Massachusetts, quando davanti agli occhi degli attoniti studiosi nacque e cominciò a prender forza una nuova civiltà non umana della Terra.)

— Interrompere le ricerche! — ordina di solito in questi casi il Consiglio Mondiale.

— Niente affatto! — ribattono gli estremisti. — Rafforzare i controlli? Sì. Ridurre le prestazioni della misura necessaria? Sì. Rischiare? Sì! In fin dei conti, «chi non fuma e non beve, muore in buona salute» (dall’intervento del patriarca degli estremisti J.G. Prenson). Ma niente divieti! I divieti etico-morali nella scienza sono più terribili di qualsiasi sconvolgimento etico che sia o possa essere provocato dalle più rischiose sterzate impresse al progresso scientifico. È un punto di vista che, indubbiamente, si impone per la sua dinamicità, che trova accaniti apologeti fra i giovani scienziati, ma tutto diventa maledettamente pericoloso, quando princìpi del genere li professa un famoso e valente specialista, che esercita la sua influenza su un collettivo dinamico e dotato di importanti forze ed energie.

Proprio questi estremisti-pratici erano i clienti principali del nostro COMCON-2. Il vegliardo Bromberg era un estremistateorico, e per questa ragione, forse, non era subito caduto nel nostro campo visivo. Invece a Sua Eccellenza, come ora potevo costatare, era tutta la vita che gli stava sullo stomaco, sui reni e sul fegato.

Per quanto riguarda il tipo di attività, noi del COMCON-2 non vietavamo mai niente a nessuno: non conosciamo a sufficienza la scienza contemporanea per poter far questo. I divieti li pone il Consiglio Mondiale. Il nostro compito, invece, consiste nel far rispettare questi divieti e nello sbarrare il cammino a fughe di informazioni, perché è proprio la fuga di informazioni, in questi casi, che porta alle più terribili conseguenze.

Evidentemente, Bromberg non voleva o non poteva capirlo. La lotta per l’abbattimento di tutte le barriere, di qualsiasi tipo, sulla strada della diffusione delle informazioni scientifiche era diventata proprio la sua idea fissa. Aveva una vivacità straordinaria e un’energia inesauribile. I suoi contatti nel mondo scientifico erano innumerevoli, e gli bastava sentire che i risultati di un promettente studio erano stati accantonati, per andare in bestia e sforzarsi di svelare, smascherate e strappare i veli.

Non c’era niente da fare con lui. Non ammetteva compromessi, perciò mettersi d’accordo con lui era impossibile, non ammetteva sconfitte, perciò era impossibile batterlo. Era inarrestabile, come un cataclisma cosmico.

Ma, evidentemente, persino l’idea più astratta ha bisogno di un punto di applicazione sufficientemente concreto. E questo punto, personificazione concreta delle forze del male, contro cui battersi, era diventato per lui il COMCON2 in generale e Sua Eccellenza in particolare. «COMCON-2!», sibilò velenoso, balzando verso Sua Eccellenza e subito ritraendosi. «Oh, santo Iddio!… Prendere l’abbreviazione nota a tutti — Commissione per i Contatti con altre civiltà! Nobile, elevata! Gloriosa! — e nascondervi dietro la sua puzzolente Confraternita! Commissione di Controllo, piuttosto! Un Complotto di Conservatori anzi, e non una Commissione di Controllo! Un Commando di Controrivoluzionari!…

In questo mezzo secolo aveva infastidito Sua Eccellenza oltre misura. Per quanto avevo potuto capire, gli aveva proprio dato fastidio, come danno fastidio le mosche o le zanzare. Ovviamente, non era in condizione di recare alcun danno sostanziale alla nostra causa. Semplicemente non era nelle sue forze. Però era nelle sue forze borbottare, schiamazzare e blaterare, distrarre dall’azione, non dare pace, scagliare frecce velenose, esigere il rigoroso adempimento di tutte le formalità, infiammare l’opinione pubblica contro il predominio delle formalità, in una parola: estenuare. Non mi sarei meravigliato se fosse venuto fuori che venti anni prima Sua Eccellenza si era tuffato nel sanguinoso disordine del pianeta Sarald soprattutto per riposarsi un po’ da Bromberg. Mi dispiaceva particolarmente per Sua Eccellenza, anche perché Sua Eccellenza è una persona non solo di princìpi, ma soprattutto molto giusta, che si rendeva pienamente conto che l’attività di Bromberg, a prescindere dalle forme che assumeva, aveva anche una funzione positiva: si trattava di una forma di controllo sociale, un controllo sul controllo.

Ma per quanto riguarda il vecchio e velenoso Brornberg, lui era evidentemente privo del più elementare senso di giustizia, e il nostro lavoro lo rifiutava per principio, lo riteneva nocivo e lo odiava di tutto cuore. Ma la forma in cui si esprimeva quest’odio era talmente sgradevole, le maniere di quel vecchio ostinato erano a tal punto insopportabili che Sua Eccellenza, nonostante il suo sangue freddo e il suo incredibile autocontrollo, perdeva totalmente la testa. Cominciava ad urlare e ad attaccar briga, diventava sciocco e malevolo ogni volta che si imbatteva così, faccia a faccia con Bromberg. «Scorfano ignorante! — gridava arrabbiato. — Lei fa il parassita sugli insuccessi dei luminari! Lei non è in grado di inventare la salsa per gli spaghetti, e si permette di dar giudizi sul futuro della scienza! Lei solo discredita la causa che pretende di difendere, non è che un diffusore di aneddoti a buon mercato!…»

Evidentemente era un po’ che i due vecchi non si trovavano faccia a faccia e ora si sfogavano con particolare accanimento e si sputavano addosso il fiele e il veleno che avevano accumulato. Era uno spettacolo istruttivo Sotto molti aspetti, sebbene contraddicesse apertamente la tesi universalmente sostenuta che l’uomo è buono per natura e ha il senso della dignità. Sembravano non degli uomini, ma dei vecchi galli da combattimento. Mi accorsi per la prima volta che Sua Eccellenza era molto vecchio.

Tuttavia, nonostante fosse privo del benché minimo senso estetico, questo spettacolo riversò sudi me una valanga di informazioni veramente preziose. Molte allusioni non le capii nemmeno: si parlava, evidentemente, di cose ormai morte e sepolte. Alcune storie menzionate le conoscevo bene. Ma qualcosa anche sentii e capii per la prima volta.

Seppi, per esempio, che cos’è l’operazione “Specchio”. A quanto pare si chiamavano così le manovre generali, assolutamente segrete, per riflettere una possibile aggressione dall’esterno (presumibilmente, l’invasione da parte dei Nomadi dello Spazio), effettuate circa quattro decenni prima. Erano pochissimi quelli che sapevano di quest’operazione, mentre milioni di uomini, che pure vi avevano preso parte, non ne sospettavano nemmeno l’esistenza. Nonostante tutte le misure di sicurezza, come quasi sempre succede in casi di portata globale, perirono alcune persone. Uno dei capi dell’operazione e responsabile della segretezza era Sua Eccellenza.

Seppi anche come era nato il caso “Il Mostro”. Come è noto, Jonathan Pereira, di sua iniziativa, interruppe il suo lavoro nel campo dell’eugenetica teorica. Congelando questo campo, il Consiglio Mondiale seguì appunto le sue indicazioni. Accadde che il nostro caro Bromberg subodorasse qualcosa, e spifferasse in giro particolari della teoria di Pereira. Il risultato fu che un quintetto di scatenati di grande talento, del laboratorio Schweitzer di Bamako, si rimise all’opera e per poco non portò a compimento l’esperimento, con una nuova variante dell’Homo superior.

La storia degli androidi la conoscevo a grandi linee anche prima, soprattutto perché viene sempre citata come esempio classico di un problema etico irresolubile. Tuttavia era curioso sentire come il dottor Bromberg non ritenesse affatto chiuso il problema degli androidi. Il problema “soggetto od oggetto” in questo caso per lui non esisteva affatto. Del segreto professionale degli scienziati che si occupano di androidi se ne fregava, e quanto al diritto degli androidi al segreto della personalità, lo considerava una sciocchezza. Tutti i particolari di questa storia dovrebbero essere pubblicati a beneficio delle generazioni future, e il lavoro con gli androidi dovrebbe continuare…

E così via.

Fra le storie di cui non avevo mai sentito parlare prima, una attrasse la mia attenzione in particolar modo. Si parlava di un oggetto che chiamavano ora sarcofago ora incubatrice. A questo sarcofago-incubatrice nella loro discussione collegavano, non si sa perché, “i detonatori”, chiaramente quegli stessi per cui Bromberg era venuto e che stavano ora sul tavolo davanti a me coperti dalla sciarpa colorata. Ai detonatori, del resto, era stato accennato di sfuggita, e l’intrigo principalmente verteva intorno alla “cortina fumogena dell’odiosa segretezza”, posta da Sua Eccellenza intorno al sarcofago-incubatrice. Proprio come effetto di questa segretezza, un certo dottore, che aveva ottenuto risultati unici nel campo della antropometria e della fisiologia dell’uomo di Cro-Magnon[21] (che c’entrava l’uomo di Cro-Magnon?), era stato costretto a tenerli nascosti, frenando in tal modo lo sviluppo della paleoantropologia. Ed un altro scienziato, che aveva indovinato il principio di funzionamento del sarcofago-incubatrice, si era trovato nella situazione ambigua e sgradevole dell’uomo a cui il mondo scientifico ascrive la scoperta di quel principio, per cui abbandonò del tutto la scienza e ora dipinge mediocri paesaggi…

Mi feci attento. I detonatori erano legati al misterioso sarcofago. Per i detonatori si era fatto vivo Bromberg. I detonatori Sua Eccellenza li aveva adoperati come esca per Lev Abalkin. Mi misi ad ascoltare con raddoppiata attenzione, sperando che, nel polverone della lite, i due vecchi spifferassero qualche dato importante su Lev Abalkin. Ma questo dato importante lo sentii solo quando si quietarono.

4 giugno dell’anno 78. Lev Abalkin dal dottor Bromberg

Si zittirono d’improvviso, contemporaneamente, come se, contemporaneamente, avessero esaurito le ultime riserve di energia. Smisero di lanciarsi sguardi infuocati. Bromberg, ansando, tirò fuori un antiquato fazzoletto da naso e cominciò ad asciugarsi il viso e il collo. Sua Eccellenza, senza guardarlo, infilò la mano sotto la giacca (mi spaventai: non cercava mica la pistola?), tirò fuori un portacapsule, fece rotolare sul palmo della mano una pallina bianca, se la mise sotto la lingua, e tese il portacapsule a Bromberg.

— Non ci penso nemmeno! — annunciò Bromberg, voltandogli le spalle con ostentazione.

Sua Eccellenza continuò a porgergli il portacapsule. Bromberg, di sottecchi, come un gallo, lo fissava. Poi disse con enfasi:

— Il veleno, se è un saggio che te lo offre, prendilo; dalle mani di uno sciocco non accettare il balsamo..

Prese il portacapsule, e anche lui fece rotolare sul palmo della mano la pallina bianca. — Non ne ho bisogno! — annunciò, ficcandosela in bocca. — Non ne ho ancora bisogno…

— Isaak, — disse Sua Eccellenza, e schioccò le labbra. — Che cosa farà, quando morirò?

— Ballerò la kačuka, — disse Bromberg cupo. — Non dica sciocchezze.

— Isaak, — disse Sua Eccellenza. — Perché le servivano quei detonatori?… Aspetti, non ricominci. Non voglio immischiarmi nei suoi affari personali. Se lei si fosse interessato a quei detonatori una settimana fa oppure la settimana prossima, non le avrei mai fatto questa domanda. Ma le servivano proprio oggi. Proprio la notte in cui doveva venirli a prendere tutt’altra persona. Se si tratta solo di un’incredibile coincidenza, lo dica, e ci saluteremo qui. Mi è venuto il mal di testa…

— E chi è che doveva venirli a prendere? — chiese Bromberg sospettoso.

— Lev Aballdn, — rispose stanco Sua Eccellenza.

— E chi è?

— Non conosce Lev Abalkin?

— Mai sentito nominare, — disse Bromberg.

— Le credo, — fece Sua Eccellenza.

— Vorrei ben vedere! — ribatté Bromberg altezzoso.

— A lei credo, — continuò Sua Eccellenza. — Ma non credo nelle coincidenze… Senta, Isaak, è davvero così difficile, con semplicità, senza tante storie, raccontare perché è venuto proprio oggi a cercare i detonatori…

— La parola “storie” non mi piace! — esclamò Bromberg in tono litigioso, ma senza il fervore di prima.

— La ritiro, — disse Sua Eccellenza.

Bromberg riprese ad asciugarsi il sudore.

— Non ho segreti, — annunciò. — Lei sa, Rudolf, quanto io odi i segreti, di qualsiasi tipo. È stato lei a mettermi in condizione di dover fare storie e recitare la commedia. Ma invece è tutto molto semplice. Stamattina è venuta da me una persona… Le occorre sapere il nome?

— No.

— Un giovanotto. Di che cosa abbiamo parlato, secondo me, non ha importanza. Si è trattato di una conversazione piuttosto privata. Ma mentre parlavamo ho notato che proprio qui… — Bromberg indicò con il dito la piegatura del gomito del braccio destro — aveva un neo piuttosto strano. Gli ho persino chiesto: «Che cos’è, un tatuaggio?». Lei sa, Rudolf, che i tatuaggi sono il mio hobby… «No, — mi ha risposto. — È un neo». Assomigliava più di tutto alla lettera «Ž» in cirillico oppure al geroglifico giapponese “sandzju”, “trenta”. Non le ricorda niente, Rudolf?

— Mi ricorda, — rispose Sua Eccellenza.

Anche a me ricordava qualcosa, qualcosa di recente, qualcosa che mi era sembrato allo stesso tempo strano e poco importante.

— Lei ha capito subito? — chiese con invidia Bromberg.

— Sì, — ammise Sua Eccellenza.

— Invece io non ho capito subito. Il giovanotto se n’era andato da un pezzo e io rimanevo ancora seduto a cercare di ricordare dove avevo potuto vedere quel segno… Non semplicemente uno che gli assomigliasse, ma proprio quello, con precisione. Alla fine riuscii a ricordare. Dovevo però controllare, capisce? Sotto mano non avevo nemmeno una riproduzione. Mi sono precipitato al museo, ma il museo era chiuso…

— Mak, — disse Sua Eccellenza, — sii gentile, dacci quella cosa che sta sotto la sciarpa.

Ubbidii.

La travicella era pesante e calda al tatto. La misi sul tavolo davanti a Sua Eccellenza che l’avvicinò a sé. Vidi che era effettivamente un astuccio di un materiale lucido di color ambra chiara con una linea dritta ideale appena visibile, che separava il coperchio sporgente dal corpo massiccio. Sua Eccellenza cercò di sollevare il coperchio, ma gli scivolarono le dita e non ci riuscì.

— Qua, — disse impaziente Bromberg. Allontanò Sua Eccellenza, afferrò il coperchio con entrambe le mani, lo sollevò e lo posò da una parte.

Quelle cose, evidentemente, erano i cosiddetti detonatori: dischetti grigi, dal diametro di settanta millimetri, posti uno accanto all’altro, ordinatamente, nelle nicchie. In tutto i detonatori erano undici; c’erano anche due nicchie vuote, e si vedeva che il fondo era coperto di pelo biancastro, simile a muffa, e i peli si muovevano in modo percettibile, come se fossero vivi, si, e probabilmente erano vivi, in un certo senso.

Tuttavia quello che soprattutto mi colpì furono degli strani geroglifici, raffigurati sulla superficie dei detonatori, uno su ciascuno e tutti diversi. Erano grandi, di un rosa-marrone, si distinguevano appena, come se fossero stati tracciati con dell’inchiostro di china colorato su carta umida. E uno lo riconobbi subito: si trattava di una lettera «Ž» stilizzata, oppure del geroglifico giapponese “sandzju”, il piccolo originale della copia ingrandita sull’altro lato del foglio n. 1 nella pratica n. 07. Questo detonatore era il terzo da sinistra, se si partiva dalla mia parte, e Sua Eccellenza, indicandolo con il suo lungo indice, chiese:

— E questo?

— Sì, sì, — rispose impaziente Bromberg, scostandogli la mano. — Non disturbi. Lei non capisce niente…

Infilò le unghie lungo i bordi del detonatore e cercò, con dei movimenti cauti, di tirarlo fuori dalla sua nicchia, borbottando nel frattempo: «Non si tratta affatto di questo… Non penserà mica che sia stato capace di scambiare… Che sciocchezza…». Alla fine riuscì a tirar fuori il detonatore dalla nicchia e cominciò a sollevarlo cautamente al di sopra dell’astuccio, sempre più in alto, e si potevano vedere i fili sottili e biancastri allungarsi verso il dischetto grigio, diventare via via più sottili, e spezzarsi uno dopo l’altro. E quando l’ultimo si ruppe, Bromberg girò il disco con il lato inferiore verso l’alto, e vidi fra i peli che si muovevano in trasparenza quello stesso geroglifico, ma nero, piccolo e molto chiaro, come se l’avessero inciso su del materiale grigio.

— Sì! — disse Bromberg trionfante. — Proprio questo. Lo sapevo che non potevo essermi sbagliato.

— In che cosa, precisamente? — chiese Sua Eccellenza.

— La misura! — rispose Bromberg. — La misura, i particolari, le proporzioni. Capisce, non aveva semplicemente un neo somigliante a questo segno; era esattamente questo… — Guardò fisso Sua Eccellenza. — Senta, Rudolf, favore per favore. Ma lei li ha segnati tutti?

— No, naturalmente.

— Allora, vuol dire che ce li avevano fin dall’inizio? — chiese Bromberg, battendosi col dito sulla piegatura del braccio destro.

— No. Questi segni compaiono all’età di dieci-dodici anni.

Bromberg depose di nuovo il detonatore con cura nella sua nicchia e si sprofondò soddisfatto in poltrona.

— Eh sì, — borbottò, — proprio così avevo capito… Allora, signor capo della polizia, a che serve tutta questa sua segretezza? Ho il mio canale, e non appena Febo dalle dita d’oro illuminerà la cima di questi suoi mostri architettonici, mi metterò immediatamente in contatto con lui, e parleremo a sazietà… E non cerchi di farmi cambiare idea, Sikorski! — gridò, agitando il dito sotto il naso di Sua Eccellenza. — È venuto lui da me, e io, da solo, capisce? Da solo, con questa mia vecchia testa, ho capito chi avevo davanti, ed ora è mio! Non mi sono intrufolato nei suoi luridi segreti! Un po’ di fortuna, un po’ di intelligenza…

— Va bene, va bene, — disse Sua Eccellenza. — Per l’amor di Dio. Niente obiezioni. È suo, incontratevi, parlate. Ma solo con lui, per favore, e con nessun altro.

— Guarda, guarda… — fece Bromberg con ironica perplessità.

— E per il resto, come vuole lei, — disse all’improvviso Sua Eccellenza, — Tutto questo ora non ha importanza… Dica, Isaak, di che cosa avete parlato?

Bromberg incrociò le mani sullo stomaco e girò le grosse dita. La vittoria che aveva riportato su Sua Eccellenza era talmente grande ed evidente, che lui, senza dubbio, si poteva permettere di essere generoso.

— La nostra conversazione, devo confessare, è stata piuttosto confusa, — disse. — Ora, certo, capisco che quel Cro-Magnon mi ha preso per il naso, mi voleva solo far scervellare…

Stamane o, più esattamente, ieri mattina, era andato da lui un uomo dell’età di circa quaranta~quarantacinque anni e si era presentato come Aleksandr Dymok, configuratore di automi per l’agricoltura. Altezza media, faccia molto pallida, lunghi capelli neri, lisci come quelli di un indiano. Si era lamentato perché già da molti mesi cercava di chiarire, senza riuscirci, le circostanze in cui erano scomparsi i suoi genitori Aveva raccontato a Bromberg una storia molto misteriosa, e perciò dannatamente interessante, che era riuscito a mettere insieme a poco a poco, senza tralasciare nemmeno le voci più inverosimili. Bromberg si era scritto tutti i particolari, ma ora raccontarla tutta non aveva senso. In breve, la visita di Aleksandr Dymok aveva un unico scopo: per caso non poteva Bromberg, il più importante conoscitore al mondo di segreti scientifici, gettare una luce sulla sua storia?

Il grande esperto Bromberg aveva controllato il suo archivio, ma non aveva trovato nulla sui coniugi Dymok. Il giovane si era mostrato deluso dalla circostanza e stava per andarsene quando gli venne in mente un’idea. Non si poteva escludere, disse, che il cognome dei suoi genitori non fosse affatto Dymok. Non si poteva nemmeno escludere che tutta la sua storia non avesse niente a che fare con la realtà. Forse, il dottor Bromberg poteva sforzarsi di ricordare se qualcosa di misterioso, e quindi di ignoto ai più, fosse avvenuto negli anni vicini alla data di nascita di Aleksandr Dymok (11 febbraio dell’anno 36), in quanto aveva perso i genitori all’età di uno o due anni.

L’esperto Bromberg aveva di nuovo rovistato nel suo archivio, ma questa volta secondo un ordine cronologico. Nel periodo fra il 33 e il 39, trovò complessivamente otto incidenti diversi, fra cui anche la storia del sarcofago-incubatrice. Insieme ad Aleksandr Dymok aveva analizzato con cura ciascuno di questi incidenti ed era arrivato alla conclusione che nessuno di questi era legato alla sorte dei coniugi Dymok.

«Per cui, io, vecchio scemo, pensai che il destino mi avesse regalato una storia che a suo tempo era del tutto scivolata fuori dal mio campo visivo. Se lo immagina? Non un suo lurido divieto, ma la sparizione di due biochimici! Non gliel’avrei proprio perdonata, Sikorski!». E ancora per due ore buone Bromberg aveva interrogato Aleksandr Dymok, pretendendo che ricordasse i più insignificanti particolari, tutte le voci, anche le più stupide, facendogli promettere solennemente che si sarebbe sottoposto a mentoscopia, al punto che il giovane durante l’ultima ora sognava chiaramente una cosa sola: andarsene via prima possibile…

Ormai alla fine della conversazione, Bromberg per puro caso aveva notato il neo. Quel neo che non aveva, così sarebbe sembrato, alcun rapporto col problema, aveva colpito in modo inspiegabile Bromberg. Il giovane se n’era andato da un pezzo, Bromberg aveva già posto alcune domande al GSI, aveva parlato con due-tre esperti a proposito dei coniugi Dymok (senza risultati), ma quel maledetto segno non gli usciva di testa. In primo luogo, Bromberg era assolutamente sicuro di averlo già visto chissà dove e quando e, in secondo luogo, non lo abbandonava la sensazione che di quel segno, odi qualcosa legato a quel segno, si era parlato durante il suo colloquio con Aleksandr Dymok. E solo ricostruendo nella sua mente, nel modo più particolareggiato possibile, tutto il colloquio, frase per frase, era arrivato finalmente al sarcofago, si era ricordato dei detonatori, e aveva indovinato chi fosse effettivamente Aleksandr Dymok.

Il suo primo impulso era stato di telefonare immediatamente al ragazzo e informarlo che il mistero delle sue origini era svelato — Ma la coscienza scientifica presente in lui, Bromberg, esigeva prima di tutto l’assoluta certezza, non ammetteva nessun dubbio. Lui, Bromberg, conosceva coincidenze e cose simili. Perciò si era precipitato a telefonare al museo…

— Tutto chiaro, — disse cupo Sua Eccellenza. — Grazie, Isaak. Dunque ora lui sa del sarcofago…

— E perché non dovrebbe saperlo? — esclamò Bromberg.

— È vero, — ripeté lentamente Sua Eccellenza. — Perché no?

Il segreto della personalità di Lev Abalkin

Il 21 dicembre dell’anno 37 una brigata di Esploratori guidata da Boris Fokin atterrò sul plateau di pietra di un piccolo pianeta senza nome del sistema EN 9173, avendo come compito lo studio delle rovine, scoperte già nel secolo scorso, di alcune costruzioni attribuite ai Nomadi.

Il 24 dicembre, una ripresa ultravisiva fotografava sotto le rovine un ampio locale Scavato nella pietra viva, alla profondità di più di tre metri.

Il 25 dicembre, Boris Fokin, al primo tentativo e senza sorprese, penetrò in questo ambiente. Aveva la forma di una semisfera e un raggio di dieci metri. Era rivestita di ambra, cosa tipica della civiltà dei Nomadi, e conteneva un enorme ordigno che, date le circostanze, qualcuno degli Esploratori battezzò sarcofago.

Il 26 dicembre Boris Fokin chiese e ottenne dal reparto responsabile del COMCON il permesso di esaminare il sarcofago con i mezzi a sua disposizione.

Secondo il suo solito, si diede da fare intorno al sarcofago con estenuante metodicità e cautela, per tre interi giorni. In questo tempo riuscì a stabilire l’età della scoperta (quaranta-quarantacinquemila anni), che il sarcofago consumava energia, e perfino un indubbio legame fra il sarcofago e le rovine che si trovavano sopra. Già allora venne formulata l’ipotesi, in seguito confermata, che le “rovine” non fossero affatto tali, ma costituissero parte di un ampio sistema, che abbracciava tutta la superficie del pianeta, per l’assorbimento e la trasformazione di tutti i tipi di energia gratuita, sia planetaria che cosmica (sismica, fluttuazioni del campo magnetico, influsso meteorologico, irradiazioni di corpi celesti centrali, raggi cosmici e così via).

Il 29 dicembre, Boris Fokin si mise immediatamente in contatto con Komov e insistette perché gli fosse mandato il miglior specialista ernbriologo. Komov, ovviamente, chiese spiegazioni, ma Boris Fokin si rifiutò di darne e propose a Komov di venire personalmente, ma accompagnato da un embriologo. Molto tempo prima, quando erano giovani, Komov aveva lavorato con Fokin, e di lui gli era rimasta un’impressione sfavorevole. Per questo, ad andare personalmente non ci pensò nemmeno, mandò però un embriologo; per la verità, noti il migliore, ma il primo che gli capitò: un certo Mark Van Bleerkom (in seguito Komov si sarebbe più volte strappato i capelli, ripensando a quella sua decisione, perché Mark Van Bleerkom risultò essere amico per la pelle del famigerato Isaak P. Bromberg).

Il 30 dicembre, Mark Van Bleerkom si mise agli ordini di Boris Fokin e già dopo alcune ore inviò a Komov un sorprendente testo non cifrato. In questo messaggio confermava che il cosiddetto sarcofago in effetti non era altro che un particolare scrigno embrionale di fantastica costruzione. Nello scrigno erano conservate tredici ovocellule fecondate del tipo Homo sapiens, inoltre tutte erano vitali, sebbene si trovassero in stato latente.

È indispensabile dare ai due protagonisti di questa storia, Boris Fokin ed il membro del COMCON Gennadij Komov, ciò che ad essi spetta. Boris Fokin intuì, con un sesto senso, che di questa scoperta non bisognava parlar troppo in giro: il radiogramma di Mark Van Bleerkom fu il primo e l’ultimo radiogramma pubblico nello scambio di messaggi fra la spedizione e la Terra. Per questo motivo tutta questa storia venne riportata dai mezzi di informazione del nostro pianeta più che altro come una breve comunicazione, in seguito non confermata e perciò non degna di particolare attenzione.

Per quanto riguarda Gennadij Komov, non solo si rese subito conto del problema che aveva di fronte, ma in qualche modo riuscì ad immaginarne tutte le possibili conseguenze. Innanzi tutto pretese da Fokin e Bleerkom la conferma dei dati ricevuti (con un codice speciale sul canale di emergenza), e, avuta la conferma, immediatamente indisse una riunione di quei dirigenti del COMCON che erano anche membri del Consiglio Mondiale. Fra di essi vi erano corifei come Leonid Gorbovskij e August Johann Bader, il giovane e polemico Kirill Aleksandrov, il cauto, eternamente dubbioso Machiro Sinoda, e anche l’energico sessantaduenne Rudolf Sikorski.

Komov informò i convenuti e pose la questione senza mezzi termini: cosa fare? Ovviamente, si poteva chiudere il sarcofago e lasciare tutto come stava, limitandosi in futuro ad un’osservazione passiva. Si poteva cercare di dar inizio allo sviluppo delle ovocellule e vedere che cosa ne veniva fuori. Infine, si poteva, onde evitare future complicazioni, distruggere la scoperta.

Ovviamente, Gennadij Komov, persona già allora sufficientemente esperta, capiva perfettamente che né questo straordinario avvenimento né decine di altri successivi avrebbero risolto il problema. Con il suo intervento volutamente sferzante si proponeva solo un fine: scioccare i presenti e spingerli alla discussione.

Bisogna dire che raggiunse il suo scopo. Fra tutti i partecipanti alla riunione solo Leonid Gorbovskij e Rudolf Sikorski mantennero un evidente sangue freddo. Gorbovskij perché era un ottimista ragionevole, Sikorski perché già allora dirigeva il COMCON-2. Vennero dette molte parole: impetuosamente focose e volutamente calme, superficiali e profonde, alcune furono subito dimenticate, altre entrarono in seguito nel lessico delle relazioni, delle leggende, dei rapporti e delle raccomandazioni. Come si poteva prevedere, l’unica decisione della riunione fu di convocare per il giorno dopo una nuova assemblea, allargata agli altri membri del Consiglio Mondiale, agli specialisti di psicologia sociale, pedagogia e mezzi di informazione di massa.

Durante tutta la riunione Rudolf Sikorski tacque. Non si sentiva abbastanza competente per esprimersi a favore di questa o quella soluzione del problema. Tuttavia, la sua lunga esperienza nel campo della storia sperimentale, e anche i dati complessivi che possedeva sull’attività dei Nomadi lo portavano ad una conclusione: qualunque sarebbe stata la decisione ultima del Consiglio Mondiale, occorreva mantenere la cosa in un ristretto ambito di persone con un altissimo livello di responsabilità sociale, per un periodo imprecisato. In questo senso si espresse in extremis: «La decisione di lasciare tutto come sta, e di osservare passivamente, non è una vera decisione. Le decisioni vere sono solo due: distruggere o far sviluppare. Non ha importanza quando sarà presa l’una o l’altra decisione — domani o fra cento anni, — ma ognuna di esse sarà insoddisfacente. Distruggere il sarcofago significherà compiere un atto irrevocabile. Tutti noi conosciamo bene il prezzo di atti irrevocabili. Far sviluppare significherà andare incontro ai Nomadi, le cui intenzioni sono per noi a dir poco incomprensibii. Io non ho deciso niente e non mi ritengo in diritto di votare per l’una o l’altra possibilità. L’unica cosa che chiedo, e su cui insisto, è di permettermi di prendere immediatamente misure contro le fughe di notizie. Se non altro perché non ci si riversi addosso un oceano di incompetenti.

Questo breve discorso produsse una grande impressione, e la decisione venne presa all’unanimità, tanto più che tutti si rendevano conto di una cosa: non occorreva aver fretta, e creare le condizioni per un lavoro tranquillo ed esauriente era indispensabile.

Il 31 dicembre si tenne l’assemblea allargata. Erano presenti ottanta persone, fra cui il Presidente del Consiglio Mondiale per le questioni sociali, su invito di Gorbovskij. Tutti concordarono sul fatto che il sarcofago era stato rinvenuto in modo assolutamente casuale e, dunque, prima del tempo. Tutti concordarono anche sul fatto che, prima di prendere qualsivoglia decisione, bisognava cercare di capire, e se non di capire, perlomeno di immaginare qua! era il disegno originario dei Nomadi. Furono espresse alcune ipotesi più o meno azzardate.

Kirill Aleksandrov, noto per le sue opinioni antropomorfiche, espresse l’opinione che il sarcofago contenesse il fondo genetico dei Nomadi. «Tutte le dimostrazioni a me note sulla non umanità dei Nomadi — annunciò — sono indirette. In realtà, i Nomadi potrebbero essere benissimo dei sosia genetici dell’uomo. È una supposizione che non contraddice nessuno dei dati in nostro possesso». Partendo da questo, Aleksandrov proponeva di interrompere tutti gli studi, rimettere la scoperta nella sua posizione originaria e abbandonare il sistema EN 9173.

Secondo August Johann Bader, il sarcofago era sì un contenitore del fondo genetico ma non dei Nomadi, bensì dei terrestri. Quarantacinquemila anni fa, i Nomadi, ammettendo teoricamente la possibilità di imbastardimento genetico delle allora poco numerose stirpi di Homo sapiens, avevano cercato in questo modo di prendere misure atte a ristabilire l’umanità terrestre nel futuro.

Sempre nella linea «non penseremo male dei Nomadi» parlò anche l’anziano Pak Xin. Anche lui, come Bader, era convinto che ci si trovasse di fronte a qualcosa che avesse a che fare con il fondo genetico dei terrestri, ma riteneva che i Nomadi avessero in questo caso fini illuministi. Il sarcofago era una particolare “bomba del tempo”, aprendo la quale i terrestri contemporanei acquisivano la possibilità di conoscere le particolarità dell’aspetto fisico, dell’anatomia e della fisiologia dei loro lontani predecessori.

Gennadij Komov pose il problema in modo molto più ampio. Secondo lui, ogni civiltà, arrivata ad un certo punto di sviluppo, non può non tendere ad un contatto con altri intelletti. Tuttavia, il contatto fra civiltà umanoidi e civiltà non umanoidi è estremamente difficile, se non impossibile. Si trattava del tentativo di usare un metodo di contatto assolutamente nuovo: creare un umanoide essere-mediano, nel cui genotipo erano cifrate alcune essenziali caratteristiche della psicologia non umanoide. In questo senso bisognava guardare alla scoperta come all’inizio di una nuova fase, in linea di principio, sia nella storia dei terrestri, sia nella storia dei Nomadi non umanoidi. Secondo Komov, le ovocellule dovevano essere fatte sviluppare senza indugio. Lui, Komov, non era affatto turbato dalla considerazione che la scoperta fosse avvenuta prima del tempo: i Nomadi, calcolando i tempi di sviluppo dell’umanità, facilmente avevano potuto sbagliarsi di qualche secolo.

L’ipotesi di Komov suscitò una vivace discussione, durante la quale per la prima volta si fece strada il dubbio sulla capacità della pedagogia contemporanea di adattare o no, con successo, i suoi metodi all’educazione di persone la cui psiche si distingue in modo significativo da quella degli umanoidi.

Contemporaneamente, i cautissimo Machiro Sinoda, il più grande specialista di Nomadi, pose una domanda molto ragionevole: perché lo stimato Gennadij e anche altri compagni sono così convinti del benevolo atteggiamento dei Nomadi nei confronti dei terrestri? Non abbiamo nessuna prova del fatto che i Nomadi siano capaci di avere un atteggiamento benevolo verso chicchessia, compresi gli umanoidi. Al contrario, i fatti (non molto numerosi, è vero) testimoniano piuttosto che i Nomadi sono assolutamente indifferenti ad un intelletto estraneo e tendono ad utilizzarlo come mezzo per il conseguimento dei propri fini e non come partner per un contatto. Non sembra quindi, allo stimato Gennadij, che l’ipotesi da lui espressa possa ugualmente essere sviluppata in senso opposto, e, precisamente, che gli ipotetici esseri-mediani debbano, secondo i progetto dei Nomadi, adempiere a dei compiti che dal nostro punto di vista sono negativi? Perché, seguendo la logica dello stimato Gennadij, non presupporre che il sarcofago sia, per così dire, una bomba ideologica a scoppio ritardato, e gli esserimediani siano un tipo di sabotatori predestinati all’inserimento nella nostra civiltà? “Sabotatori”, ovviamente, è una parola odiosa. Ma ecco che anche da noi è apparso un concetto nuovo, quello di “Progressore”, un uomo della Terra la cui attività è diretta ad accelerare il progresso delle civiltà umanoidi retrograde. Perché non ammettere che gli ipotetici esseri-mediani siano una specie di Progressori dei Nomadi? In fin dei conti, che cosa ne sappiamo noi del punto di vista dei Nomadi sul tempo e la forma del nostro progresso umano?…

L’assemblea, in breve, si divise in due fazioni, gli ottimisti ed i pessimisti. Il punto di vista degli ottimisti sembrava, naturalmente, assai più verosimile. Effettivamente, è difficile, e persino impossibile, immaginare una superciviltà capace non di una rozza aggressione, ma anche solo di una sperimentazione priva di tatto nei confronti dei fratelli più giovani per intelletto. Nei limiti di tutte le rappresentazioni esistenti sulla regolarità di sviluppo dell’intelletto, il punto di vista dei pessimisti sembrava, a essere indulgenti, artificioso, cervellotico e arcaico. Ma, d’altra parte, rimaneva sempre la possibilità, anche se minima, di un errore di calcolo. Poteva essere sbagliata l’intera teoria del progresso. Potevano essersi sbagliati quelli che l’avevano interpretata. E, principalmente, potevano essersi sbagliati i Nomadi stessi. Le conseguenze di questo tipo di errori per le sorti dell’umanità terrestre non vengono né computate né controllate.

Proprio allora, all’immaginazione di Rudolf Sikorski per la prima volta si presentò l’immagine apocalittica di un essere che né anatomicamente, né fisiologicamente si distingue da un uomo; per di più, non si distingue da un uomo anche psichicamente, né per ragionamento logico, né per i sentimenti, né per la visione del mondo; vive e lavora proprio in mezzo agli altri, ha in sé un invisibile, minaccioso programma, e la cosa più terribile di tutte è che lui stesso non sa niente di questo programma e non viene a saperne niente nemmeno in quel momento imprecisato in cui questo programma si mette finalmente in moto, fa scoppiare il terrestre che è in lui e lo conduce… dove? A che scopo? E già allora per Rudolf Sikorski fu irrimediabilmente chiaro che nessuno — e lui, Rudolf Sikorski, per primo — ha il diritto di rimanersene tranquillo basandosi sulle scarse probabilità e sul carattere fantastico di questa supposizione.

Nel momento culminante della riunione venne comunicato a Gennadij Komov un messaggio cifrato da parte di Fokin. Komov lo lesse, cambiò faccia e con voce incolore annunciò: «Brutte notizie. Fokin e Van Bleerkom comunicano che in tutte e tredici le ovocellule si è verificata la prima scissione».

Fu proprio un brutto Capodanno per tutti i partecipanti. Dalla mattina presto del primo gennaio fino alla sera del tre gennaio del nuovo anno 38, la Commissione rimase praticamente riunita in assemblea permanente. Ora il sarcofago veniva chiamato incubatrice e si discuteva, in sostanza, di una sola questione: come, considerando tutte le circostanze, organizzare il destino dei tredici futuri nuovi cittadini del pianeta Terra?

Il problema della distruzione dell’incubatrice non venne più posto, nonostante il senso di disagio di tutti i membri della Commissione, compresi quelli che fin da principio si erano pronunciati per lo sviluppo delle ovocellule. Non li abbandonava un vago senso di allarme. Avevano l’impressione che il 31 dicembre avessero, in un certo senso, perso la loro indipendenza e ora si sentivano obbligati a seguire un programma imposto dall’esterno. Comunque, la discussione ebbe un carattere molto costruttivo.

Già in quei giorni furono formulati in linea generale i princìpi educativi dei futuri nati, furono assegnate le bambinaie, i medici che li avrebbero tenuti in osservazione, gli insegnanti, ed i possibili istruttori, e anche i fondamentali indirizzi di ricerca antropologica, fisiologica e psicologica. Furono designati e immediatamente inviati al gruppo di Fokin degli specialisti di xenotecnologia in generale e di xenotecnica dei Nomadi in particolare per lo studio dettagliato del sarcofago-incubatrice, per evitare “azioni maldestre” e, soprattutto, nella speranza di riuscire a scoprire dei particolari del meccanismo, che in seguito aiutassero a distruggere o a concretizzare il programma di lavoro imminente con “i trovatelli”. Furono persino elaborate varianti diverse da fornire all’opinione pubblica a seconda di quale delle ipotesi sugli scopi dei Nomadi si realizzasse.

Rudolf Sikorski non prese parte alla discussione. Ascoltava con un orecchio solo, concentrando la sua attenzione nei conteggio di tutti coloro che, anche in misura minima, avevano partecipato allo sviluppo degli avvenimenti. L’elenco si allungava minacciosamente, ma capiva che per il momento non c’era niente da fare, perché in un modo o nell’altro, in questa strana e pericolosa storia, sicuramente sarebbero risultate coinvolte molte persone.

La sera del tre gennaio, durante la seduta conclusiva, quando si tracciò un bilancio e le sottocommissiofli formatesi spontaneamente vennero organizzate, chiese la parola e disse più o meno questo:

— Qui abbiamo fatto un buon lavoro e ci siamo in un certo qual modo preparati a un possibile sviluppo degli avvenimenti, considerato il nostro odierno livello di informazione e la situazione poco favorevole in cui ci siamo venuti a trovare a prescindere dalla nostra volontà e per volontà dei Nomadi. Abbiamo deciso di non compiere azioni irreversibili: è questo il senso di tutte le nostre decisioni. Ma, come direttore del COMCON-2, l’organizzazione responsabile della sicurezza della civiltà terrestre, vi pongo una serie di richieste cui d’ora innanzi dovremo attenerci nella nostra attività.

Primo. Tutti i lavori, legati a questa storia anche in maniera minima, devono essere dichiarati segreti. Notizie su di essi non ne devono trapelare in nessuna circostanza. Motivo: a tutti è ben nota la legge sul segreto della personalità.

Secondo. Nessuno dei “trovatelli” deve saper nulla delle circostanze della sua venuta alla luce. Motivo: quella stessa legge.

Terzo. I “trovatelli”, immediatamente dopo la loro venuta alla luce, devono essere separati, e in seguito devono essere prese misure non saio perché non sappiano nulla l’uno dell’altro, ma anche perché non si incontrino. Motivo: considerazioni piuttosto elementari, che non intendo ora esporre.

Quarto. Tutti dovranno specializzarsi in materie extraterrestri, in modo che le circostanze della loro vita e del loro lavoro impediscano in modo naturale il loro ritorno sulla Terra, anche per brevi periodi. Motivo: la logica più elementare. Siamo costretti ad andare incontro ai Nomadi, ma dobbiamo fare tutto il possibile perché in futuro (e quanto prima, tanto meglio) abbandonino questa strada. Per il nostro bene.

Come era prevedibile, «le quattro richieste di Sikorski» suscitarono uno scoppio di ostilità. I partecipanti alla riunione, come tutte le persone normali, non sopportavano nessun tipo di segreto, di reticenza e, in genere, non sopportavano il COMCON-2. Ma Sikorski aveva previsto giusto; gli psicologi e i sociologi, dopo aver dato sfogo a comprensibili emozioni, fecero lavorare il cervello e si schierarono dalla sua parte. Con la legge sul segreto della personalità c’era poco da scherzare. Si poteva immaginare facilmente e senza troppo sforzo tutta una serie di situazioni spiacevoli che potevano crearsi in futuro nel caso non ci si attenesse alle prime due “richieste”. Provate un po’ ad immaginarvi la psiche di un uomo che viene a sapere di essere venuto al mondo da un’incubatrice, messa in moto quarantacinquemila anni prima da mostri sconosciuti, con uno scopo sconosciuto, e che inoltre viene a sapere che lo sanno tutti. E se ha un’immaginazione appena appena sviluppata arriverà inevitabilmente alla conclusione che lui, terrestre fino alla cima dei capelli, che non ha mai conosciuto e amato nulla oltre alla Terra, porta in sé, forse, una terribile minaccia per l’umanità. Un’idea del genere potrebbe causare in un uomo un tale trauma psichico, che nemmeno i migliori specialisti riuscirebbero a guarirlo.

Le conclusioni degli psicologi furono corroborate da un intervento improvviso e insolitamente sferzante di Machiro Sinoda, che disse chiaro e tondo che ci si preoccupava troppo dei tredici marmocchi non ancora nati e troppo poco del pericolo potenziale che essi rappresentavano per l’antica Terra. Come risultato tutte le “quattro richieste” furono accettate a grande maggioranza e Rudolf Sikorski fu incaricato all’istante di elaborare e realizzare le iniziative adeguate. E per tempo.

Il 5 gennaio, Leonid Andreevič Gorbovskij, leggermente allarmato, telefonò a Rudolf Sikorski. Pare che una mezz’ora prima avesse avuto un colloquio con un vecchio amico, uno xenologo di Tagora, accreditato durante gli ultimi due anni presso l’Università di Mosca. Durante il colloquio, il tagorese si era informato, come di sfuggita, se avesse poi trovato conferma il comunicato apparso qualche giorno prima sull’insolita scoperta nel sistema EN 9173. Colto di sorpresa da questa innocente domanda, Gorbovskij cominciò a farfugliare qualcosa di incomprensibile sul fatto che già da tempo non era più Esploratore, che questo non rientrava nella sfera dei suoi interessi, che in realtà non era al corrente, e alla fine annunciò sollevato e in tutta sincerità che non aveva letto questa comunicazione. Il tagorese si affrettò a cambiare argomento, ma ciò nonostante a Gorbovskij questa parte del colloquio lasciò un senso di allarme.

Rudolf Sikorski capì che quella conversazione avrebbe avuto un seguito. E non si sbagliava.

Il 7 gennaio, senza preavviso, lo stimatissimo dottor As-Su appena giunto da Tagora andò a trovano da collega a collega, per così dire. Scopo della visita era precisare tutta una serie di particolari assolutamente essenziali che riguardavano l’accennato ampliamento della sfera di attività degli osservatori ufficiali di Tagora sul nostro pianeta. Quando l’argomento fu esaurito e il piccolo dottor As-Su si dedicò alla sua bevanda terrestre preferita (caffè d’orzo freddo con miele sintetico), cominciarono a scambiarsi curiosi e strani aneddoti storici, di cui erano cultori e che raccontavano con grande maestria.

In particolare, il dottor As-Su raccontò che, centocinquanta anni terrestri prima, alla posa della prima pietra della Terza Grande Macchina, gli edili di Tagora avevano trovato nella massa di basalto del Continente Subpolare un impressionante ordigno, che in termini terrestri si sarebbe potuto definire un nido ingegnosamente costruito contenente duecentotré larve di Tagoriani in stato latente. Non si riuscì a stabilire con precisione l’età della scoperta, tuttavia era chiaro che il nido era stato collocato li molto tempo prima della Grande Rivoluzione Genetica, cioè ancora nei tempi in cui ciascun tagorese nel suo sviluppo attraversava lo stadio della larva…

— Impressionante, — borbottò Sikorski. — Possibile che già a quei tempi il suo popolo possedesse una tecnologia così sviluppata?

— Naturalmente no! — rispose il dottor As-Su. — Ovviamente, si trattava di un’impresa dei Nomadi.

— Ma perché?

— È troppo difficile rispondere a questa domanda. Non abbiamo nemmeno cercato la risposta.

— E che cosa è poi successo a questi duecento piccoli tagoresi?

— Ehm… Lei fa una strana domanda. Le larve cominciarono a svilupparsi spontaneamente e noi, ovviamente, abbiamo immediatamente distrutto questo macchinario con tutto quello che conteneva… Può veramente immaginarsi un popolo che si sarebbe comportato diversamente in una situazione del genere?

— Posso, — disse Sikorski.

Il giorno dopo, l’otto gennaio dell’anno 38, Sua Eccellenza l’ambasciatore di Tagora Unita ritornò in patria per ragioni di salute. Dopo alcuni giorni, sulla Terra e su tutti gli altri pianeti dove vivevano e lavoravano terrestri, non era rimasto nemmeno un Tagoriano. Ma dopo un mese tutti i terrestri che lavoravano su Tagora, senza esclusione, furono posti davanti alla necessità imprescindibile di tornare sulla Terra. I legami con Tagora si interruppero per venticinque anni.

Il segreto della personalità di Lev Abalkin (continuazione)

Nacquero tutti lo stesso giorno — il 6 ottobre dell’anno 38 — cinque bambine e otto bambini, robusti, dalle voci stridule, in tutto e per tutto sani neonati umani. Al momento della loro venuta alla luce era tutto già pronto. Li accolsero e li esaminarono luminari della medicina, membri del Consiglio Mondiale e consulenti della Commissione dei Tredici; li ripulirono e li fasciarono e quello stesso giorno li inviarono sulla Terra in una navicella approntata appositamente. La sera, in tredici orfanotrofi, sparpagliati in tutti e sei i continenti, bambinaie premurose già si occupavano dei tredici orfanelli postumi che non avrebbero mai visto i loro genitori, la cui unica madre da quel momento in poi sarebbe stata solo l’intera umanità. La storia della loro origine era già stata preparata da Rudolf Sikorski in persona e, con permesso speciale del Consiglio Mondiale, era stata inserita nel GSI.

Il destino di Lev Vjačeslavovič Abalkin, così come il destino dei suoi dodici fratelli e sorelle uterini, fu da quel momento programmato per molti anni a venire, e per molti anni non differì in nulla dal destino di centinaia di milioni di suoi comuni coetanei terrestri.

Così come fanno tutti i neonati, dapprima se ne stette sdraiato, poi cominciò a muoversi gattoni, poi a stare in piedi e, infine, a camminare. Lo circondavano altri neonati come lui, e di loro si occupavano adulti premurosi, come in centinaia di migliaia di altri orfanotrofi del pianeta.

Per la verità, ebbe fortuna come pochi. Lo stesso giorno in cui lo portarono all’orfanotrofio, prese servizio come semplice medico osservatore Jadwiga Michailovna Lekanova, uno dei più importanti specialisti al mondo di psicologia infantile. Chissà perché le era venuta voglia di scendere dalle sommità della scienza pura e di ritornare al punto da cui aveva iniziato alcuni decenni prima. E quando il seienne Lev Abalkin fu trasferito insieme a tutto il suo gruppo nella scuola-internato 241 di Syktyvkar, Jadwiga Michailovna decise che era ora di lavorare con i bambini in età scolare, e si trasferì come medico osservatore in quella stessa scuola.

Lev Abalkin crebbe e si sviluppò come tutti gli altri bambini, incline, forse, a una leggera malinconia e introversione, ma non si scostava dalla norma del suo tipo psichico né presentava possibili anomalie. Le cose andavano altrettanto bene per quanto riguarda il suo sviluppo fisico. Non si distingueva dagli altri né per una maggior robustezza, né per una forza eccezionale. In breve, era robusto, sano, in tutto e per tutto un ragazzo normale, che si distingueva fra i suoi compagni di scuola, in massima parte slavi, solo per i capelli lisci blu-neri, di cui era molto fiero e che cercava di farsi crescere fino alle spalle. Fu così fino al novembre dell’anno 47.

Il 16 novembre, durante un normale controllo, Jadwiga Michailovna scoprì sulla piegatura del gomito destro di Lev un piccolo livido con un leggero gonfiore. I lividi dei ragazzini non sono una gran rarità, e Jadwiga Michailovna non vi diede alcuna importanza e, ovviamente, se ne sarebbe scordata se una settimana dopo, il 23 novembre, non fosse risultato che il livido non solo non era scomparso, ma si era stranamente trasformato. Non lo si poteva più chiamare livido, era piuttosto qualcosa di simile ad un tatuaggio, un piccolo segno marrone giallastro dalla forma di una lettera «Ž» stilizzata. Un prudente interrogatorio dimostrò che Lev Abalkin non aveva idea di come e perché gli fosse venuto. Era chiaro che, semplicemente, non si era accorto che gli fosse spuntato qualcosa alla piegatura del gomito destro.

Dopo qualche incertezza, Jadwiga Michailovna ritenne suo dovere informare di questa piccola scoperta il dottor Sikorski. Il dottor Sikorski accolse l’informazione senza il minimo interesse, tuttavia alla fine di dicembre chiamò all’improvviso Jadwiga Michailovna al videofono e si informò su come stavano le cose con il neo di Lev Abalkin. «Senza variazioni», rispose un po’ sorpresa Jadwiga Michailovna. «Se per lei non è un problema, — chiese il dottor Sikorski, — fotografi il neo in modo che il ragazzo non se ne accorga, e mi mandi la fotografia.»

Lev Abalkin fu il primo dei “trovatelli” a cui era apparso il segno alla piegatura del gomito destro. Durante i successivi due mesi i nei, che avevano forme più o meno bizzarre, erano comparsi anche ad altri otto “trovatelli” in condizioni assolutamente uguali: un livido con gonfiore all’inizio, nessuna causa esterna, nessuna sensazione di malattia e, dopo una settimana, un segno marrone-giallastro. Alla fine dell’anno 48 «il marchio dei Nomadi» lo portavano tutti e tredici. Ed allora fu fatta una scoperta veramente sorprendente e terribile che diede luogo al concetto di “detonatore”.

Chi sia stato il primo a introdurre questo concetto ora non è più possibile stabilirlo. Secondo Rudolf Sikorski, definiva la sostanza della cosa come non si sarebbe potuto fare più precisamente e più minacciosamente. Ancora nell’anno 39, un anno dopo la nascita dei “trovatelli”, gli xenotecnici che si occupavano di smontare l’incubatrice vuota avevano trovato al suo interno una lunga scatola di ambra, che conteneva tredici dischi grigi con alcuni segni sopra. All’interno dell’incubatrice furono trovati altri oggetti ancora più misteriosi della scatola.astuccio, e perciò nessuno vi prestò particolare attenzione. L’astuccio fu trasportato al Museo delle Civiltà Extraterrestri, e venne descritto in un volume segreto, Materiali sul sarcofago-incubatrice, come un elemento del sistema di conservazione della vita, superò felicemente il fiacco assalto di uno studioso che si sforzava di capire cosa fosse e a che cosa potesse servire, e poi venne messo nel settore specifico, già sovraffollato, degli oggetti di cultura materiale di uso ignoto, dove fu fortunatamente dimenticato per dieci interi anni.

All’inizio dell’anno 49, l’aiutante di Rudolf Sikorski per l’affare “trovatelli” (chiamiamolo, per esempio, Ivanov) entrò nello studio del suo capo e gli mise davanti un proiettore, acceso sulla pagina 211 del sesto volume dei Materiali sul sarcofago. Sua Eccellenza guardò e rimase di stucco. Davanti a lui c’era la fotografia dell’«elemento di conservazione della vita 15156A»: tredici dischi nelle nicchie dell’astuccio di ambra. Tredici bizzarri geroglifici, quegli stessi su cui aveva ormai smesso di lambiccarsi il cervello, che conosceva benissimo da tredici fotografie di tredici piegature di gomiti infantili. Un segno su ogni gomito. Un segno su ogni disco. Un disco per gomito.

Non poteva trattarsi di un caso. Doveva significare qualcosa. Qualcosa di molto importante. La prima mossa di Rudolf Sikorski fu di chiedere immediatamente al museo quell’«elemento 15156A» per nasconderlo nella sua cassaforte. A tutti. A se stesso. Aveva paura. Aveva semplicemente paura. E la cosa più terribile era che non riusciva nemmeno a capire perché avesse paura.

Anche Ivanov era spaventato. Si scambiarono un’occhiata e si capirono senza bisogno di parole. Davanti ai loro occhi stava lo stesso quadro: tredici bambini-bombe abbronzati, pieni di graffi, urlando allegramente, saltellano e giocano nell’acqua dei ruscelli, si arrampicano sugli alberi nei vari angoli dell’orbe terrestre, e qui, a due passi, tredici detonatori aspettano la loro ora in un silenzio sinistro.

Fu un momento di debolezza, naturalmente. Infatti non era accaduto nulla di terribile. Anzi, non c’era nessun motivo per ritenere che quei dischi, con quei segni, fossero detonatori per bombe che avrebbero dato vita a un programma misterioso. Erano semplicemente abituati a pensare il peggio, non appena si trattava dei “trovatelli”. Ma anche se questo panico della fantasia non li avesse ingannati, perfino in questo caso non era finora accaduto niente di terribile. In qualsiasi momento i detonatori potevano essere distrutti. In qualsiasi momento potevano essere prelevati dal museo e inviati in capo al mondo, alla periferia dell’Universo abitato e, in caso di necessità, ancora più lontano.

Rudolf Sikorski telefonò al direttore del museo e gli chiese di mettere il pezzo esposto numero tal dei tali a disposizione del Consiglio Mondiale, e di mandarlo a lui, Rudolf Sikorski, nel suo studio. Ottenne, un po’ sorpreso, un rifiuto, indubbiamente gentile, ma inequivocabile. Si scoprì (Sikorski non ne aveva la minima idea) che i pezzi esposti nei musei, e non solo in quello delle civiltà extraterrestri, ma in qualsiasi museo della Terra, non vengono dati né a individui singoli, né al Consiglio Mondiale e nemmeno al Signore Iddio. Perfino se il Signore Iddio avesse avuto bisogno di lavorare con il pezzo numero tal dei tali, si sarebbe dovuto recare al museo, mostrare l’attestato corrispondente e là, all’interno delle mura del museo, compiere le ricerche indispensabili, per le quali del resto, a lui, il Signore Iddio, sarebbero state create le condizioni indispensabili: laboratori, qualsiasi tipo di apparecchiatura, consultazioni e così via.

La cosa aveva preso una piega inattesa, ma il primo shock fu superato. In fin dei conti era un bene che a una bomba, per riunirsi al suo detonatore, occorresse per lo meno “l’attestato corrispondente”. Ed in fin dei conti solo da Rudolf Sikorski dipendeva fare in modo che il museo si trasformasse in una cassaforte, solo di misura più grande. E poi, che diavolo! Come faceva la bomba a sapere dove si trovava il detonatore e che esisteva? No, no, era stato un momento di debolezza. Uno dei pochi momenti del genere della sua vita.

Si occuparono con impegno dei detonatori. Uomini scelti all’uopo, dotati degli attestati e delle raccomandazioni necessari, condussero nei laboratori del museo, Ottimamente attrezzati, un ciclo di esperimenti attentamente elaborati. I risultati di questi esperimenti potrebbero essere definiti in tutta coscienza zero, se non si fosse verificata una strana, e persino, per dirla chiaramente, tragica circostanza.

Con uno dei detonatori fu condotto un esperimento di rigenerazione. L’esperimento diede risultati negativi: a differenza di molti oggetti appartenenti alla cultura materiale dei Nomadi, il detonatore numero 12 (segno “M” gotica), una volta distrutto, non si ricreò. Ma due giorni dopo, nelle Ande del nord, finì sotto una frana un gruppo di scolari dell’internato Templado, ventisette ragazze e ragazzi con il loro insegnante. Molti furono i contusi ed i feriti, ma tutti rimasero in vita, eccetto Edna Lasko (cartella personale n. 12, segno “M” gotica).

Ovviamente, poteva essere un caso. Ma gli studi sui detonatori furono interrotti e, attraverso il Consiglio Mondiale, si riuscì a vietarli.

E ci fu ancora un caso, ma molto dopo, ormai nel 62, quando Rudolf Sikorski, soprannominato il Nomade, era residente su Sarakš.

Il fatto è che, proprio grazie alla sua assenza dalla Terra, un gruppo di psicologi che facevano parte della Commissione dei Tredici riuscì ad ottenere il permesso di svelare parzialmente il mistero della sua personalità a uno dei “trovatelli”. Per l’esperimento venne scelto Kornej Jašmaa (numero 11, segno “Elbrus”). Dopo un’accurata preparazione gli fu raccontata tutta la verità sulle sue origini. Solo sulle sue. E di nessun altro.

Kornej Jašmaa terminava allora la Scuola dei Progressori. A giudicare dagli esami, era un uomo dallo stato mentale oltremodo stabile e dalla forte volontà, insomma una persona fuori del comune sotto tutti gli aspetti. Gli psicologi non si erano sbagliati. Kornej Jašmaa accolse l’informazione con sorprendente sangue freddo: evidentemente, il mondo circostante lo interessava molto di più del mistero delle sue origini. Il prudente avvertimento degli psicologi, che in lui, probabilmente, era inserito un programma nascosto che, in qualsiasi momento, avrebbe potuto indirizzare la sua attività contro gli interessi dell’umanità, non lo turbò minimamente. Confessò sinceramente che, sebbene si rendesse conto del fatto di costituire un pericolo potenziale, non ci credeva affatto. Accettò volentieri di sottoporsi ad autosservazioni regolari, comprendenti, fra l’altro, un esame giornaliero con un indicatore emozionale, e propose persino un’approfondita mentoscopia. In breve, la Commissione poteva essere soddisfatta: per lo meno uno dei “trovatelli” era diventato un alleato forte e consapevole della Terra.

Venuto a conoscenza di questo esperimento, Rudolf Sikorski dapprima si arrabbiò, ma poi decise che, in ultima analisi, questo esperimento poteva risultare utile. Fin dapprincipio aveva insistito sul mantenimento del segreto della personalità dei “trovatelli”, prima di tutto per ragioni di sicurezza della Terra. Non voleva che, quando (e se) il programma si fosse messo in moto, oltre a quel programma subconscio, avessero a disposizione anche notizie del tutto coscienti su loro Stessi e su quello che avveniva in loro. Avrebbe preferito che cominciassero a darsi da fare non sapendo cosa cercare e compiendo, inevitabilmente, azioni sciocche e strane. Ma in fin dei conti, per il controllo era persino utile avere uno (ma non di più!) dei “trovatelli” che possedesse le più complete informazioni su se stesso. Se il programma esisteva indubbiamente doveva essere organizzato in modo che nessuna consapevolezza riuscisse a dominarlo. Altrimenti per i Nomadi non sarebbe valsa la pena ingolfarsi in un affare disperato. Ma, senza dubbio, il comportamento di un uomo informato del programma avrebbe dovuto essere molto diverso da quello degli altri.

Tuttavia gli psicologi non ci pensavano proprio a fermarsi ai risultati conseguiti. Ringalluzziti dal successo avuto con Kornej Jašmaa, tre anni dopo (Rudolf Sikorski si trovava ancora a Sarakš) ripeterono l’esperimento con Thomas Nielson (numero 02, segno “Stella Obliqua”), guardiano del parco naturale di Gorgona. I risultati furono molto positivi ed effettivamente, per alcuni mesi, Thomas Nielson continuò a lavorare con buoni risultati, evidentemente per nulla turbato dal segreto della sua personalità. Si trattava di un uomo piuttosto flemmatico e non incline a manifestare le sue emozioni.

Eseguiva con precisione tutte le procedure raccomandate per l’autosservazione, parlava della sua posizione persino con un certo pesante senso dell’umorismo che gli era proprio, ma rifiutò categoricamente di sottoporsi a mentoscopia, adducendo per questo delle ragioni puramente personali. Però, centoventotto giorni dopo l’inizio dell’esperimento, Thomas Nielson perì nella sua Gorgona in circostanze che non escludevano la possibilità del suicidio.

Per la Commissione in genere e per gli psicologi in particolare fu un colpo terribile. Il decrepito Pakin annunciò la sua uscita dalla Commissione, abbandonò l’istituto, gli allievi, i familiari e si ritirò in volontario esilio. E, il centotrentaduesimo giorno, il collaboratore del COMCON-2, incaricato in particolare del controllo mensile dell’astuccio d’ambra, riferì in preda al panico che il detonatore numero 02, segno “Stella Obliqua”, era assolutamente sparito, senza lasciare dietro di sé nella nicchia, foderata di fibre semoventi di pseudoepitelio, nemmeno un granello di polvere.

Ora, l’esistenza di un legame a dir poco semi-mistico fra ciascuno dei “trovatelli” ed il detonatore corrispondente era indubbia. Così come era indubbio, per tutti i membri della Commissione, che, nel prossimo futuro, i terrestri non sarebbero riusciti a venire a capo di questa storia.

4 giugno dell’anno 78. Discussione della situazione

Tutto questo e molto altro ancora me lo raccontò Sua Eccellenza quella notte stessa in cui tornammo dal museo nel suo studio.

Faceva già giorno, quando finì di raccontare. Tacque, si sollevò a fatica, senza guardarmi, e andò a farsi il caffè.

— Puoi fare domande, — berciò.

In quel momento solo un sentimento mi pervadeva quasi completamente: un rincrescimento enorme, senza limiti, per il fatto di esser venuto a conoscenza della cosa ed essere costretto a prendervi parte. Certo, ci fosse stata al mio posto una qualsiasi persona normale, con una vita normale ed un lavoro normale, avrebbe preso questa storia per una di quelle favole fantastiche e minacciose ai confini fra il noto e l’ignoto, che giungono fino a noi deformate e irriconoscibili e posseggono tuttavia un’incantevole qualità: per quanto minacciose e terribili, non hanno alcun rapporto diretto con la nostra Terra, calda e luminosa, e non hanno nessuna influenza sostanziale sulla nostra vita di ogni giorno. Tutto, chissà come, chissà grazie a chi e chissà dove, si è sempre chiarito, si chiarirà anche ora o sarà chiarito senza dubbio al più presto.

Ma, sfortunatamente, non ero una persona normale, in questa accezione della parola. Ero invece uno di quelli a cui è toccato in sorte di chiarire le cose. E capivo che mi sarei portato addosso quel segreto fino alla fine dei miei giorni. E che insieme al segreto mi ero preso un’altra responsabilità che non avevo chiesto, e di cui, per la verità, non avevo bisogno. Che d’ora in poi ero tenuto a prendere delle decisioni e, dunque, dovevo capire a fondo per lo meno quello che altri avevano capito prima di me, e possibilmente ancora di piti. E perciò, affondare ancora di più in questo segreto, disgustoso come tutti i segreti, e forse, addirittura, ancora più disgustoso degli altri e immergermi in esso ancora più a fondo di quanto non avessi fatto finora. E nel contempo provavo una sorta di infantile riconoscenza nei confronti di Sua Eccellenza, che fino all’ultimo aveva cercato di tenermi al di fuori da tutto questo. È una sorta di ancora più infantile, quasi capriccioso risentimento contro di lui perché, alla resa dei Conti, non mi aveva tenuto fuori.

— Hai delle domande? — si informò Sua Eccellenza.

Mi ripresi.

— Allora, lei ritiene che il programma si sia messo in moto, e che lui abbia ucciso Tristan?

— Ragioniamo seguendo la logica. — Sua Eccellenza dispose le tazze, versò con cura il caffè e si sedette al suo posto. — Tristan era il suo medico osservatore. Si incontravano regolarmente una volta al mese nella jungla, e Tristan adottava misure di profilassi, nell’ambito dei controlli regolari del livello di tensione psichica dei Progressori, ma in realtà per convincersi che Abalkin fosse sempre un essere umano. In tutto Sarakš solo Tristan conosceva il numero del mio canale speciale. Il trenta maggio — al più tardi il trentuno — dovevo ricevere da lui tre sette, «tutto a posto». Ma il ventotto, il giorno fissato per l’esame, muore improvvisamente. E Lev Abalkin si precipita sulla Terra. Lev Abalkin si nasconde. Lev Abalkin mi chiama sul canale speciale, il cui numero è noto solo a Tristan… — Bevve d’un sorso il suo caffè e tacque, mordicchiandosi le labbra. — Secondo me, non hai capito la cosa più importante, Mak. Ora non abbiamo a che fare con Abalkin, ma con i Nomadi. Lev Abalkin non c’è piti. Dimenticalo. Contro di noi avanza il robot dei Nomadi. — Tacque di nuovo. — Per essere sinceri, non riesco proprio a immaginare quale forza sia stata capace di costringere Tristan a dire il mio numero a chiunque fosse, e ancor più a Lev Abalkin. Temo che non lo abbiano semplicemente ucciso…

— Lei pensa, dunque, che il suo programma lo mandi in cerca dei detonatori?

— Non penso più nulla.

— Ma lui non ha nessuna idea dei detonatori… Oppure Tristan?

— Tristan non sapeva niente. Ed anche Abalkin non sa niente. Conosce solo il programma!

— E come si comporta Jašmaa? E gli altri?

— Tutto nell’ambito del normale. Ma anche i segni non sono comparsi su tutti contemporaneamente. Abalkin è stato il primo.

Si doveva dedurre, quindi, che nei confronti degli altri Sua Eccellenza aveva già preso le misure necessarie e, grazie a Dio, non dovevo sapere di quali misure si trattasse. Non mi riguardava.

Dissi:

— La prego, non mi fraintenda, Eccellenza. Non pensi che stia cercando di addolcire, accomodare, sminuire… Ma lei non lo ha visto. E non ha visto le persone con cui si è incontrato… Capisco tutto: la morte di Tristan, la fuga, la chiamata sul suo canale speciale; si nasconde, va dalla Glumova, da cui sono conservati i detonatori… Sembra assolutamente chiaro. Quale mirabile connessione logica! Ma potrebbe essere diversamente! Si incontra con la Glumova: nemmeno una parola sul museo, solo ricordi infantili e amore. Si incontra con l’insegnante: solo rancore, come se fosse stato l’insegnante a rovinargli la vita… La conversazione con me: offesa, come se gli avessi rubato il primato… Fra l’altro, perché doveva incontrarsi con l’insegnante? Incontrare me, può ancora essere comprensibile. Diciamo che voleva controllare chi lo sta pedinando… Ma con l’insegnante, perché? Ora Ščekn. Quella stupida richiesta di asilo, che non calza con niente!

— Calza, Mak. Tutto calza. Il programma è un programma, e la coscienza è la coscienza. Lui non si rende conto di quello che gli sta succedendo. Il programma esige da lui l’inumano, e la coscienza si sforza di trasformare questa esigenza in qualcosa di almeno un po’ sensato… Lui corre di qua e di là, compie azioni strane e sciocche. Mi aspettavo qualcosa del genere… Proprio per questo c’era bisogno del segreto della personalità: ora abbiamo almeno un margine di tempo… per quanto riguarda Ščekn non hai capito un’acca. Non c’è stata nessuna richiesta di asilo. I Testoni hanno fiutato che non è più un uomo e ci mostrano la loro lealtà. Ecco tutto…

Non mi aveva convinto. La sua logica era quasi impeccabile, ma io avevo visto Abalkin, avevo parlato con lui, avevo visto l’insegnante e Maja Tojvovna, avevo parlato con loro. Abaikiri correva di qua e di là, sì. Compiva strane azioni, sì, ma queste azioni non erano insensate. Dietro di esse c’era uno scopo, solo che non riuscivo proprio a capire quale fosse. E poi, Abalkin mi faceva pena, non poteva essere pericoloso…

Ma si trattava solo di una mia intuizione, e ne conoscevo il valore; nasce dal campo dell’esperienza umana, e noi in qualche modo avevamo a che fare con i Nomadi…

— Potrei avere ancora del caffè? — chiesi.

Sua Eccellenza si alzò e andò a prepararne dell’altro.

— Vedo che hai dei dubbi, — disse, volgendomi le spalle. — Anche io avrei dei dubbi, se solo ne avessi il diritto. Sono un vecchio razionalista, Mak, e ne ho visto di tutti i colori; mi sono sempre fatto guidare dalla ragione, e la ragione non mi ha mai ingannato. Mi disgustano questi fantastici giochi di abilità, questi programmi misteriosi, creati da chissà chi quarantamila anni fa, che, guarda un po’, si accendono e si spengono per motivi incomprensibili; questi mistici legami extraspaziali fra anime vive e stupidi dischetti nascosti in un astuccio… Tutto questo mi fa venire il vomito!

Portò il caffè e lo versò nelle tazze.

— Se io e te fossimo dei comuni scienziati, — continuò, — e ci occupassimo semplicemente dello studio di un certo fenomeno della natura, con quale piacere affermerei che si tratta solo di una serie di idiote casualità! Tristan è morto per un caso: non è stato il primo né l’ultimo. L’amica d’infanzia di Abalkin, per un caso, è quella che conserva i detonatori. È per un caso che lui ha fatto il numero del mio canale speciale, perché voleva telefonare ad un altro… Te lo giuro, questa poco probabile serie di avvenimenti poco probabili mi sembrerebbe molto più credibile dell’idea idiota, insensata, dell’esistenza di un diabolico programma inserito in un embrione umano… Per gli scienziati è tutto chiaro: non creare nuovi esseri se non è assolutamente indispensabile. Ma io e te non siamo scienziati. L’errore dello scienziato è, in ultima analisi, un suo problema personale. Invece noi non dobbiamo sbagliarci. Ci è consentito di passare per sciocchi creduloni, per ignoranti, per mistici. Una sola cosa non ci viene perdonata: di aver sottovalutato il pericolo. E se a casa nostra all’improvviso c’è puzza di zolfo, non abbiamo assolutamente il diritto di lanciarci in discussioni sulle fluttuazioni molecolari. Dobbiamo presumere che nelle vicinanze si trovi il diavolo con le corna, e prendere le misure adeguate, arrivando al punto di organizzare la produzione di acqua santa in quantità industriali. E se, grazie a Dio, risulta che si trattava solo della fluttuazione, e se di noi riderà tutto il Consiglio Mondiale e anche tutti gli scolari… — allontanò irritato la tazza. — Non posso bere il caffè, e non posso nemmeno mangiare, ormai da quattro giorni…

— Eccellenza, — dissi, — ma perché… Perché deve essere per forza il diavolo con le corna? In fin dei conti, cosa possiamo dire di male dei Nomadi? Prendiamo per esempio l’operazione “Mondo morto”… In quel caso hanno salvato la popolazione dell’intero pianeta! Alcuni miliardi di persone!

— Mi vuoi consolare… — disse Sua Eccellenza, sogghignando cupo. — Ma in quel caso non hanno salvato la popolazione. Hanno salvato il pianeta dalla popolazione! E con molto successo… E dov’è andata a finire la popolazione non siamo riusciti a saperlo…

— Perché hanno salvato il pianeta? — chiesi sbigottito.

— E perché la popolazione?

— Va bene, — acconsentii. — Il problema non è questo. Mettiamo che lei abbia ragione: il programma, i detonatori, il diavolo con le corna… Ma che cosa può fare? È uno solo…

— Ragazzo, — disse Sua Eccellenza quasi con affetto, — ci stai pensando da appena un’ora e mezza, e io mi sto scervellando da quaranta anni. E non solo io. E non siamo riusciti ad arrivare a nulla. Ecco quel che è peggio. E non arriveremo mai a niente, perché anche i più intelligenti ed esperti di noi non sono che uomini. Non sappiamo che cosa vogliano. Non sappiamo di che cosa siano capaci. E non lo sapremo mai. L’unica speranza è che nel nostro agitarci, in modo febbrile e disordinato, riusciamo però a compiere un passo che loro non hanno previsto. Non possono prevedere tutto. Nessuno lo può. E ciò nonostante, tutte le volte che decido di fare qualcosa mi trovo a pensare che è proprio questo quello che si aspettano da me, e che proprio per questo non bisogna farlo. Sono arrivato al punto, vecchio scemo, di rallegrarmi perché non abbiamo distrutto subito, il primo giorno, quel maledetto sarcofago… I Tagoriani, invece, lo hanno distrutto. E ora guardali! Il terribile vicolo cieco in cui si sono cacciati… Forse, si tratta proprio della conseguenza di quell’azione logica, ragionevolissima, che hanno compiuto un secolo e mezzo fa… Però, d’altra parte, loro non si ritengono affatto in un vicolo cieco! È un vicolo cieco dal nostro punto di vista umano! Dal loro punto di vista, sono fiorenti e prosperi, e, naturalmente, ritengono di doverlo a quella loro tempestiva e radicale decisione… Oppure, ecco, noi abbiamo deciso di non far avvicinare il furibondo Abalkin ai detonatori. Ma forse, è proprio questo che si aspettavano da noi?

Appoggiò il cranio calvo sul palmo delle mani e cominciò a scrollare la testa.

— Siamo tutti stanchi, Mak, — annunciò. — Come siamo stanchi! Non possiamo più pensare a questo argomento. Per la stanchezza diventiamo indolenti e sempre più spesso ci diciamo: «Passerà!». Prima Gorbovskij era in minoranza, ora invece il settanta per cento della Commissione ha accettato la sua ipotesi. «Uno scarabeo nel formicaio». Ah, come sarebbe bello! Che voglia di crederci! Persone intelligenti, per pura curiosità scientifica, hanno introdotto uno scarabeo nel formicaio e con grande diligenza registrano tutte le sfumature della psicologia delle formiche, tutti i particolari della loro organizzazione sociale… E le formiche sono spaventate a morte, le formiche corrono di qua e di là, sono preoccupate, sono pronte a dare la vita per il formicaio natio, e non si rendono conto, poveracce, che lo scarabeo alla fine striscerà fuori dal formicaio e riprenderà la sua strada, senza aver fatto il minimo danno… Ti rendi conto, Mak? Senza il minimo danno! Non correte di qua e di là, formiche! Andrà tutto bene… Ma se non si trattasse di «uno scarabeo nel formicaio»? Se si trattasse invece di «una volpe nel pollaio»? Lo sai, Mak, che significa «una volpe nel pollaio»?…

E a questo punto scoppiò. Batté i pugni sul tavolo e urlò, fissandomi con gli occhi verdi pieni di rabbia:

— Canaglie! Mi hanno levato quaranta anni di vita! Sono quaranta anni che hanno fatto di me una formica! Non riesco a pensare a niente altro! Hanno fatto di me un vigliacco! Ho paura della mia stessa ombra, non mi fido nemmeno della mia stupida zucca… Perché mi fissi così? Fra quarant’anni sarai pure tu così, e forse molto prima, perché gli avvenimenti si susseguono sempre più in fretta! Così in fretta, come noi, vecchi, non sospettavamo nemmeno, e ce ne andremo tutti in pensione, perché non riusciamo a venirne a capo. E tutto passerà a voi! Ma anche voi non ne verrete a capo! Perché voi…

Tacque. Non guardava più me, ma al di sopra di me. E si alzò lentamente da dietro il tavolo. Mi voltai.

Sulla soglia, sulla porta aperta c’era Lev Abalkin.

4 giugno dell’anno 78. Lev Abalkin dal vero

— Lev! — esclamò Sua Eccellenza con una voce sorpresa e commossa. — Dio mio, caro amico! E noi non ci sentiamo più le gambe, a furia di cercarla!

Lev Abalkin fece un movimento e all’improvviso si trovò subito accanto al tavolo. Senza dubbio, si trattava di un vero Progressore della nuova scuola, professionale, sì, ed anche uno dei migliori, probabilmente. Mi toccò mettercela tutta, per tenere il suo tempo di percezione.

— Lei è Rudolf Sikorski, il capo del COMCON-2, — disse a voce bassa, sorprendentemente incolore.

— Sì, — rispose Sua Eccellenza, sorridendo cordialmente. — Ma perché un tono così ufficiale? Si segga, Lev…

— Parlerò stando in piedi, — disse Lev Abalkin.

— Smetta di far tante cerimonie, Lev! Si segga, la prego. Dobbiamo fare un lungo discorso, non è vero?

— No, non è vero. — rispose Abalkin. Su me non gettò nemmeno uno sguardo. — Non dobbiamo fare un lungo discorso. Non voglio parlare con lei.

Sua Eccellenza fu colpito.

— Come sarebbe: non vuole? — chiese. — Lei, mio caro, è in servizio, è tenuto a fare rapporto. Non sappiamo ancora che cosa sia accaduto a Tristan… Come sarebbe: non vuole?

— Sono uno dei “tredici”?

— Quel Bromberg… — fece Sua Eccellenza con rabbia. — Sì, Lev. Purtroppo lei è uno dei “tredici”.

— Mi è vietato fermarmi sulla Terra? Devo rimanere per tutta la vita sotto osservazione?

— Sì, Lev. È così.

Abalkin si controllava magnificamente. La sua faccia era assolutamente immobile, gli occhi erano socchiusi, come se dicesse le parole in sogno. Ma sentivo che davanti a noi c’era un uomo all’ultimo stadio della frenesia.

— Ecco, sono venuto qui per dirle — fece Abalkin con voce sempre più bassa e sempre più inespressiva — che si è comportato con noi in modo stupido e abominevole. Lei ha rovinato la mia vita e come risultato non ha ottenuto nulla. Sono sulla Terra e non ho più intenzione di abbandonare la Terra. La prego di prendere atto che non sopporterò più il suo controllo e sarò implacabile nel liberarmene.

— Come ha fatto con Tristan? — chiese con noncuranza Sua Eccellenza.

Abalkin parve non aver sentito.

— L’ho avvertita, — disse. — Ora la colpa è sua. Ormai ho intenzione di vivere a modo mio e la prego di non immischiarsi più nella mia vita.

— Va bene. Non ci immischieremo. Ma mi dica, Lev, forse non le piaceva il suo lavoro?

— Ora sarò io a scegliermi un lavoro.

— Molto bene. Magnifico. E durante il tempo libero provi un po’, per favore, a spremersi il cervello, e cerchi di immaginarsi al posto nostro. Come si sarebbe comportato con i “trovatelli”?

Qualcosa che assomigliava a un sogghigno balenò sulla faccia di Abalkin.

— Qui non c’è materiale di riflessione, — disse. — Qui è tutto evidente. Bisognava raccontarmi tutto, fare di me un alleato consapevole…

— E se dopo qualche mese lei si fosse suicidato? È terribile, Lev, sentirsi una minaccia per l’umanità, non tutti riescono a sopportarlo…

— Sciocchezze. Questi sono vaneggiamenti dei vostri psicologi. Io sono un terrestre! Quando ho saputo che mi era proibito vivere sulla Terra, per poco non sono ammattito! Solo agli androidi è proibito vivere sulla Terra! Sono andato in giro come un folle; ho cercato le prove che non sono un androide, che avevo un’infanzia, che avevo lavorato con i Testoni… Lei aveva paura di farmi uscire di senno? Beh, allora ci è quasi riuscito!

— Ma chi le ha detto che le è proibito vivere sulla Terra?

— Perché, non è vero? — si informò Abalkin. — Forse mi è permesso vivere sulla Terra?

— Ora, non so… Forse sì. Ma giudichi lei stesso, Lev. Su tutto Sarakš il solo Tristan sapeva che lei non doveva tornare sulla Terra. E non glielo poteva dire… Oppure glielo ha detto?

Abalkin taceva. Il suo viso rimaneva sempre immobile, ma sulle guance pallide apparirono delle macchie grigie, come tracce di vecchia tigna. Assomigliava ad un derviscio panteista.

— Va bene, — disse dopo un po’ Sua Eccellenza, fissandosi con ostentazione le unghie. — Ammettiamo pure che Tristan glielo abbia raccontato. Non capisco perché lo abbia fatto, ma ammettiamolo pure. Allora, perché non le ha detto anche il resto? Perché non le ha detto che lei è un “trovatello”? Perché non le ha spiegato i motivi del divieto? Eppure i motivi c’erano, e validi anche, qualunque cosa pensi lei a questo proposito…

Una leggera contrazione passò sul viso grigio di Abalkin, che perdette all’improvviso l’aria decisa e fu come se si affiosciasse. La bocca si dischiuse, e gli occhi si spalancarono, come di meraviglia, e per la prima volta sentii il suo respiro.

— Non voglio parlarne… — annunciò a voce alta e roca.

— Peccato, — disse Sua Eccellenza. — Per noi è molto importante.

— A me invece importa solo una cosa, — rispose Abalkin, — essere lasciato in pace.

Il suo viso si indurì di nuovo, abbassò le ciglia, dalle guance pallide sparirono lentamente le macchie grigie. Sua Eccellenza parlò in un tono completamente diverso:

— Lev, è chiaro che la lasceremo in pace. Ma la prego: se all’improvviso sente in sé qualcosa di insolito, delle sensazioni nuove… dei pensieri strani… o se si sente semplicemente male… La prego, me lo faccia sapere. E se non a me, a Gorbovskij, a Komov, anche a Bromberg…

A questo punto Abalkin gli voltò le spalle e si avviò alla porta. Sua Eccellenza quasi gli gridava dietro, allungando un braccio:

— Ma subito! Subito! Fintanto che è ancora un terrestre! Io forse ho delle colpe nei suoi confronti, ma la Terra non c’entra niente!…

— Lo farò sapere, lo farò sapere, — disse Abalkin girandosi appena. — A lei personalmente.

Sua Eccellenza tacque per qualche secondo, aggrappandosi con entrambe le mani ai braccioli della poltrona, tendendo nervosamente l’orecchio. Poi ordinò sotto voce:

— Segulo. Non te lo lasciar sfuggire per nessuna ragione. Tieniti in contatto attraverso il radiobracciale. Io sarò al museo…

4 giugno dell’anno 78. Conclusione dell’operazione

Uscendo dall’edificio del COMCON-2, Lev Abalkin senza fretta, con andatura pigra, percorse Via degli Aceri Rossi, entrò in una cabina videofonica lungo la strada e parlò con qualcuno. La conversazione durò un po’ più di due minuti, dopo di che Lev Abalkin, sempre senza fretta, incrociò le braccia dietro la schiena, svoltò per il viale e là si accomodò su una panchina accanto al monumento con il bassorilievo di Strogoff.

Mi parve leggesse con grande attenzione tutta l’iscrizione incisa sul monumento, poi si guardò distrattamente intorno e per una ventina di minuti sedette con l’aria dell’uomo che si riposa dopo un lavoro faticoso: aflargò le braccia sullo schienale della panchina, rovesciò all’indietro la testa e allungò le gambe incrociate. Gli si radunarono intorno gli scoiattoli, uno gli saltò sulla spalla e gli infilò il musetto nell’orecchio. Lui scoppiò a ridere forte, se lo prese sul palmo della mano e, tirando indietro le gambe, se lo mise a sedere sul ginocchio. E lo scoiattolo rimase seduto. Secondo me, si parlavano. Il sole era appena sorto, le strade erano quasi vuote, e sul viale oltre a lui non c’era un’anima.

Non mi facevo, ovviamente, nessuna illusione sul fatto che sarei riuscito a non farmi notare. Senza dubbio sapeva che non lo perdevo d’occhio, e, probabilmente, aveva già deciso come liberarsi di me, in caso di necessità. Ma non mi interessava. Mi preoccupava Sua Eccellenza. Non capivo che cosa stesse combinando.

Mi aveva ordinato di trovare Abalkin. Voleva incontrarsi con Abalkin per parlare con lui a quattr’occhi. Per lo meno, così era all’inizio, tre giorni fa. Poi si era convinto o, per essere più precisi, aveva convinto se stesso che Abalkin sarebbe senz’altro andato a cercare i detonatori. Allora aveva preparato la trappola. Di conversazioni tête a tête non se ne parlava più. C’era l’ordine di «prenderlo non appena si avvicinava alla sciarpa». E c’era la pistola. Evidentemente, nel caso non si fosse riusciti a prenderlo. Bene. Alla fine Abalkin va da lui. Ed è chiaro che Sua Eccellenza non ha niente da dire ad Abalkin. Niente di strano: Sua Eccellenza è convinto che il programma sia entrato in funzione e che perciò non abbia senso parlare con Abalkin. (È entrato veramente in funzione il programma? Le opinioni possono esser diverse, ma ora non ha importanza. Prima di tutto devo capire cosa ha in mente Sua Eccellenza.)

Allora, lascia andare Abalkin. Invece di bioccarlo direttamente nello studio ed affidarlo a medici e psicologi, lo lascia andar via. Sulla Terra pende una minaccia. Per scongiurarla, è sufficiente isolare Abalkin. Si potrebbe fare con i mezzi più elementari. E mettere finalmente il punto a questa faccenda. Ma lascia andare Abalkin e corre al museo. Può voler dire solo una cosa: è assolutamente certo che anche Abalkin al più presto si recherà al museo. A prendere i detonatori. Perché, se no? (Sembrerebbe la cosa più semplice, infilare quell’astuccio di ambra in un’astronave del tipo Spettro e spedirlo nello spazio nella notte dei tempi… Purtroppo, non si può fare: sarebbe un atto irreversibile.)

Abalkin compare nel museo (oppure si fa strada con la forza: ecco che lo aspetta Griša Serosovin)… Insomma, compare nel museo e incontra di nuovo Sua Eccellenza. Che quadro. Ed ecco che avviene il colloquio vero…

Sua Eccellenza lo ucciderà, pensai. Signore, abbi misericordia, pensai in preda al panico. Lui se ne sta qui seduto e gioca con gli scoiattoli e fra un’ora Sua Eccellenza lo ucciderà. È facile come bere un bicchier d’acqua. Proprio per questo Sua Eccellenza lo sta aspettando al museo, per vedersi il film fino alla fine; per capire, per vedere con i suoi occhi come avverrà ogni cosa; come il robot dei Nomadi cerchi la strada e trovi l’astuccio d’ambra (come? con gli occhi? a fiuto? con un sesto senso?), come lo apra e scelga il suo detonatore; che cosa si propone di fare con il detonatore… solo si propone, non di più, perché in quello stesso istante Sua Eccellenza premerà il grilletto, perché non sarà più possibile rischiare ancora.

Ed io mi dissi: no, non sarà così. Non si può dire che avessi attentamente considerato tutte le conseguenze del mio atto. Se devo esser sincero, non le considerai affatto. Semplicemente sbucai sul viale e andai dritto verso Abalkin.

Quando gli fui vicino, mi guardò con la coda dell’occhio e si voltò. Mi sedetti accanto a lui.

— Lev, — dissi, — se ne vada via. Subito.

— Mi pare di aver chiesto di essere lasciato in pace, — disse con la stessa voce di prima, bassa e incolore.

— Non la lasceranno in pace. La cosa è andata troppo avanti. Nessuno dubita di lei personalmente. Ma lei per noi non è più Lev Abalkin. Lev Abalkin non esiste più. Lei per noi è l’automa dei Nomadi.

— E voi per me non siete che una banda di idioti folli di paura.

— Non discuto, — ribattei. — Ma proprio per questo deve andarsene di qui, al più presto possibile ed il più lontano possibile. Vada su Pandora, Lev, ci rimanga qualche mese, dimostri loro che non c’è nessun programma dentro di lei.

— E perché? — disse. — In nome di che cosa devo dimostrare qualcosa a qualcuno? È umiliante.

— Lev, — dissi. — Se le capitasse di incontrare dei bambini spaventati, le sembrerebbe davvero umiliante fare lo sciocco davanti a loro per tranquillizzarli?

Per la prima volta mi guardò negli occhi. Mi fissò a lungo, quasi senza sbattere le palpebre, e capii che non credeva nemmeno una parola di quello che dicevo. Davanti a lui c’era un idiota folle di paura che mentiva ostinatamente per scacciarlo di nuovo ai confini dell’Universo, ma questa volta senza alcuna speranza di ritorno.

— E inutile, — disse. — La smetta di cianciare e mi lasci in pace. Devo andare.

Scostò con cautela lo scoiattolo e si alzò. Mi alzai anch’io.

— Lev, — dissi, — la uccideranno.

— Beh, non è così facile, — rispose con noncuranza e si allontanò lungo il viale.

Mi misi al suo fianco. Continuai a parlare. Dissi non so quali sciocchezze, che non era questo il caso in cui ci si potesse permettere di offendersi, e che è sciocco rischiare la vita solo per orgoglio, e che anche i vecchi li si può capire: sono quaranta anni che vivono sui carboni ardenti… Lui taceva o rispondeva caustico. Una o due volte addirittura sorrise: il mio comportamento, a quanto pare, lo divertiva. Arrivammo alla fine del viale e girammo per Via dei Lillà. Andavamo in direzione di Piazza della Stella.

Per la strada c’era ormai abbastanza gente. Questo non rientrava nei miei piani, ma nemmeno li disturbava particolarmente. Ci si può sentire male per strada, e in tal caso ci deve essere qualcuno che porti quello che ha perso i sensi dal medico più vicino… Lo porterò al nostro Razzodromo, è qui vicino, lui non farà nemmeno in tempo ad accorgersene. Là ci sono sempre pronte due-tre astronavi Spettro. Farò venire lì la Glumova, e tutti e tre atterreremo sulla verde Ruzhena, al mio vecchio campo. Per strada le spiegherò tutto, e che vada al diavolo il mistero della personalità di Lev Abalkin… Così. Ecco là, sul bordo della strada c’è un bioplano adatto. Libero. Proprio quello che serve…

Quando mi ripresi, la mia testa si trovava sulle ginocchia calde di una sconosciuta donna anziana, ed io ero come in fondo a un pozzo, e dall’alto in basso mi guardavano allarmati volti sconosciuti, e qualcuno invitava a non affollarsi troppo e lasciarmi respirare, e un altro ancora mi infilava premurosamente sotto il naso un’ampolla dall’odore penetrante, e una voce ragionevole diceva che non c’era nessun motivo di preoccuparsi, può capitare a tutti di sentirsi male per strada…

Il mio corpo mi sembrava un pallone gonfiato fino a scoppiare, che con un leggero tintinnio dondola sulla terra. Non sentivo dolore. A quanto pareva, mi era capitata una banalissima “giravolta in basso”, compiuta, per la verità, da una posizione da cui nessuno mai l’aveva compiuta.

— Non è niente, si sta riprendendo, va tutto bene…

— Rimanga sdraiato, rimanga sdraiato, o si sentirà male…

— Ora arriva il medico, il suo amico è corso a chiamarlo.

Mi sedetti. Mi sostenevano per le spalle. Dentro di me continuava il tintinnio, ma la testa era assolutamente lucida. Mi dovevo alzare, però non ce la facevo ancora. Attraverso il groviglio di gambe e di corpi che mi circondava, vidi che il bioplano era sparito. Però Abalkin non ce l’aveva fatta a portare la cosa fino in fondo. Se mi avesse colpito due centimetri più a sinistra, sarei rimasto senza conoscenza fino a sera. Ma o si era sbagliato lui, o all’ultimo momento aveva funzionato il mio istinto di conservazione…

Con un fruscio ed un fischio atterrò li accanto un bioplano, e un uomo ossuto si precipitò fuori e si fece largo attraverso la folla, chiedendo nel frattempo: «Cos’è successo? Sono un medico!».

E non so come mi ritornarono le gambe! Gli balzai incontro e, afferrandolo per una manica, lo spinsi verso la donna anziana, che fino allora mi aveva sostenuto la testa e che stava ancora in ginocchio.

— La signora si sente male, la aiuti…

La lingua mi obbedì appena. Nel silenzio calato all’improvviso mi feci strada fino al bioplano, mi buttai a bordo sul sedile e accesi il motore. Feci ancora in tempo a sentire un grido sorpreso e di protesta: «Ma aspetti un momento!…», e un istante dopo sotto di me si apriva Piazza della Stella inondata dal sole mattutino.

Tutto era come in un sogno che si ripeteva. Come sei ore prima. Corsi di sala in sala, di corridoio in corridoio, destreggiandomi fra stand e vetrine, fra statue e plastici simili a meccanismi senza senso, fra meccanismi e apparecchi simili a delle orribili Statue, solo che ora tutto intorno era inondato da una luce chiara, ed io ero solo e le mie gambe vacillavano, e non avevo paura di arrivare tardi, perché ero sicurissimo di arrivare troppo tardi.

Ero arrivato ormai troppo tardi.

Schioccò uno sparo. Lo sparo, basso e secco, di un “duca”. Mi arrestai nel bel mezzo della corsa. Tutto finito. Ripresi a correre con le ultime forze. Davanti, a destra, balenava fra orribili forme una figura in camice bianco. Griša Serosovin soprannominato Acquario. Anche lui era arrivato tardi.

Schioccarono ancora due spari, uno dopo l’altro… «Lev, la uccideranno» «Non è così facile…» Ci precipitammo contemporaneamente nello studio di Maja Glumova, Griša e io.

Lev Abalkin giaceva sulla schiena nel mezzo della stanza, e Sua Eccellenza, enorme, curvo, con la pistola nella mano che penzolava, gli si avvicinava cautamente a piccoli passi, e dall’altro lato, reggendosi al bordo del tavolo con entrambe le mani, si avvicinava ad Abalkin Maja Glumova.

La Glumova aveva un viso immobile, del tutto indifferente, ma gli occhi erano storti verso la radice del naso in modo terribile e innaturale.

La calvizie color zafferano e la guancia leggermente floscia di Sua Eccellenza erano coperte di gocce di sudore.

C’era un odore di polvere da sparo acuto, acido, insolito.

E c’era silenzio.

Lev Abalkin era ancora vivo. Le dita della sua mano destra senza forza e con ostinazione graffiavano il pavimento, come se cercassero di raggiungere il dischetto grigio del detonatore che si trovava a un centimetro da loro. Con un segno che sembrava una «Ž» stilizzata o il geroglifico giapponese “sandzju”.

Mi avvicinai ad Abalkin e mi accoccolai accanto a lui. (Sua Eccellenza mi gridò un avvertimento.) Abalkin con occhi vitrei fissava il soffitto. Il viso era coperto come prima di macchie grige, la bocca era sanguinante. Lo toccai sulla spalla. La bocca sanguinante si mosse e lui disse:

— Accanto all’uscio gli animali stavano…

— Lev, — chiamai.

— Accanto all’uscio gli animali stavano, — ripeté cocciuto. — Accanto all’uscio…

A quel punto, Maja Tojvovna Glumova cominciò a urlare.

Arkadij e Boris Strugackij

TENTATIVO DI FUGA

TENTATIVO DI FUGA

I

— Oggi sarà proprio una bella giornata! — disse Vadim ad alta voce. Aveva fatto rientrare una parete della villetta e guardava il giardino, dandosi grandi manate sulle spalle nude. Di notte era piovuto, ed ora l’erba era bagnata, i cespugli erano bagnati, il tetto del cottage vicino era bagnato. Il cielo era grigio e sul sentiero luccicavano le pozze d’acqua. Vadim si rimboccò i calzoncini, saltò nell’erba e si mise a correre giù per il sentiero. Inspirando profondamente, rumorosamente, l’aria umida del mattino, si lasciò alle spalle le sedie a sdraio bagnate, il mucchio delle casse e dei fagotti umidi, la staccionata del vicino, di là dalla quale un Colibrì mezzo smontato mostrava le sue viscere e, addentratosi fra i macchioni e i pini grondanti, si tuffò nel laghetto. Uscito sulla riva opposta, coperta di canne palustri, corse subito indietro, accaldato e soddisfatto, con andatura sempre più rapida, oltrepassando a salti le grandi pozzanghere immobili e spaventando piccoli ranocchi grigi, per andare poi a fermarsi nella radura davanti al cottage di Anton, dove si trovava la navicella.

La navicella era molto giovane: non aveva neppure due anni. Le membrane nere che l’avvolgevano erano perfettamente asciutte e vibravano appena. La cuspide era molto inclinata ed era orientata verso il punto preciso del cielo grigio in cui le nuvole nascondevano il sole: come sempre la navicella stava accumulando energia. Intorno, l’erba alta, appassita e ingiallita, era coperta di brina. L’apparecchio non era altro che una discreta astronave turistica. Un incrociatore spaziale in una notte avrebbe fatto gelare tutto il bosco in un raggio di dieci chilometri.

Scivolando in curva, Vadim fece di corsa un giro della navicella e si diresse verso casa. Mentre, gemendo di piacere, si strofinava con un asciugamano di spugna, dalla villetta di fronte uscì il vicino, lo zio Saša, con in mano un bisturi. Vadim gli fece un cenno di saluto con l’asciugamano. Il vicino aveva centocinquarita anni, e tutto il santo giorno si dava da fare intorno al suo elicottero, ma invano: il Colibrì non volava volentieri. Lo zio Saša guardò pensieroso Vadim.

— Non hai dei bioelementi da prestarmi? — chiese.

— Perché, i suoi si sono bruciati?

— Non lo so. Reagiscono in modo strano.

— Provi a mettersi in contatto con Anton, zio Saša, — propose Vadim. — Lui ora è in città. Se ne faccia portare un paio.

Il vicino si avvicinò all’elicottero e lo colpì sul naso con il bisturi.

— Ma che mi combini, scemotto? — gli disse, arrabbiato.

Vadim cominciò a vestirsi:

— Bioelementi… — brontolava lo zio Saša, cacciando il bisturi nelle viscere del Colibrì. — Chi ne ha bisogno? Meccanismi vivi… Meccanismi semivivi… Meccanismi quasi morti… Niente montaggio, niente elettronica… solo nervi! Scusate, ma non sono un chirurgo. — L’elicottero fece un movimento brusco. — Piano tu, animale! Stai fermo! — Tirò fuori il bisturi e si girò verso Vadim.

— Alla fin fine non si tratta di un essere umano! — annunciò. — Una povera macchina difettosa è come un dente sempre malato! Forse, sono vecchio stile? Ma mi fa pena, capisci?

— Anche a me, — borbottò Vadim, infilandosi la camicia.

— Davvero?

— Dico, potrei forse aiutarla?

Lo zio Saša per qualche minuto guardò alternativamente l’elicottero ed il bisturi.

— No, — disse deciso. — Non voglio arrendermi alle circostanze. Riuscirò a farlo volare.

Vadim sedette a far colazione. Accese lo stereovisore e si mise davanti Nuove tecniche di caccia ai Tachorg. Era un vecchio libro di carta, letto e riletto ancora dal nonno di Vadim. Sulla copertina era riprodotto il paesaggio del pianeta-parco naturale Pandora con due mostri in primo piano.

Vadim mangiava, sfogliando il libro e gettando occhiate compiaciute alla bella annunciatrice che raccontava qualcosa sulle battaglie dei critici a proposito dell’emozionalismo. L’annunciatrice era nuova e piaceva a Vadim ormai da una settimana intera.

— Emozionalismo! — disse Vadim con un sospiro e diede un morso al panino con formaggio di capra. — Ragazza mia, questa parola è abominevole, persino foneticamente. Vieni piuttosto con noi! E l’emozionalismo lascialo sulla Terra. Con ogni probabilità sarà morto prima del nostro ritorno. Puoi contarci.

— L’emozionalismo è un orientamento molto promettente, — continuava imperturbabile l’annunciatrice. — Infatti solo ora si aprono vere prospettive di sostanziale diminuzione dell’entropia dell’informazione emotiva nell’arte. Infatti solo ora…

Vadim si alzò e con il panino in mano si avvicinò alla parete spalancata.

— Zio Saša, — chiamò, — non le dice niente la parola “emozionalismo”?

Il vicino, con le braccia dietro la schiena, stava davanti all’elicottero smontato. Il Colibrì stormiva come un albero al vento.

— Cosa? — disse lo zio Saša, senza voltarsi.

— La parola “emozionalismo”, — ripeté Vadim. — Mi rammenta lo scampanìo che accompagna i funerali, si vede l’edificio elegante del crematorio, si sente odore di fiori secchi.

— Sei sempre stato un ragazzo pieno di tatto, Vadim, — osservò il vecchio con un sospiro, — ma la parola è veramente orribile.

— Sì, proprio, — ribadì Vadim, masticando. — Sono contento che anche lei la pensi così… Senta un po’, ma dov’è il suo bisturi?

— Mi è caduto là dentro, — disse lo zio Saša.

Per un po’ di tempo Vadim seguitò a guardare l’elicottero che ondeggiava penosamente.

— Sa che cosa ha fatto, zio Saša? — disse. — Con il bisturi ha azionato il sistema digestivo. Ora mi metto in contatto con Anton perché gliene porti un altro.

— È questo?

Vadim, abbozzando un sorriso di rammarico, scosse una mano.

— Guardi, — disse, mostrando quel che restava del panino. — Stia attento a quel che faccio! — Si cacciò il panino in bocca, lo masticò e l’inghiottì.

— E allora? — chiese con interesse lo zio Saša.

— Questo è quello che sta succedendo al suo strumento.

Lo zio Saša guardò l’elicottero. L’elicottero smise di vibrare.

— Finito, — disse Vadim. — Non c’è più il suo bisturi. Però il Colibrì ora è carico. Ha almeno trenta ore di carica ininterrotta.

Il vicino girò intorno all’elicottero, toccandorie inutilmente le varie parti. Vadim scoppiò a ridere e se ne tornò a tavola. Stava mangiando il secondo panino e bevendo il secondo bicchiere di yogurt, quando scattò l’accensione della segreteria automatica e una voce calma e tranquilla disse:

— Non ci sono state né chiamate né visite. Anton, andando in città, augura buon giorno e propone di cominciare subito dopo colazione a staccarsi da tutto ciò che è terrestre. In istituto sono arrivati nove nuovi problemi…

— Non voglio particolari, — disse Vadim.

— … Il problema numero diciannove non è stato ancora risolto. Paula Mincin ha dimostrato il teorema per cui si può effettuare una operazione polinominale sul campo Q di strutture di Simonian. Indirizzo: Richmond, diciassette-diciassette-sette. Tutto.

La segreteria automatica scattò, fece una lunga pausa e aggiunse un ammonimento:

— È sciocco essere invidiosi! È sciocco essere invidiosi!

— Scema! — ribatté Vadim. — Non sono affatto invidioso. Mi fa piacere! Brava, Paula! — Si fece pensieroso e guardò in giardino.

— No, — disse. — Finiamola! Bisogna staccarsi da tutto ciò che è terrestre.

Buttò le stoviglie sporche nel condotto per l’immondizia e gridò:

— Facciamo fuori i Tachorg! Decoriamo lo studio di Paula Mincin — Richmond, diciassette-diciassette-sette — con il teschio di un Tachorg!

E si mise a cantare:

I Tachorg di paura ululano,
squittiscono e mugolano!
Entra contro di loro in pista,
il linguista superstrutturalista!

— Allora, — disse Vadim. — Dov’è il radiofono? — Fece un numero. — Anton, come va?

— Sto facendo la fila, — rispose Anton.

— Cosa dici? E vanno tutti su Pandora?

— Molti. Qualcuno ha messo in giro la voce che la caccia ai Tachorg presto sarà proibita.

— Ma noi ce la faremo?

Anton tacque per un po’.

— Ce la faremo, — disse.

— E ragazze lì vicino non ce ne sono?

— Certo che ce ne sono…

— E ce la faranno anche loro?

— Aspetta che chiedo… Dicono di sì.

— Salutate da parte di un amico linguista strutturale, alto sei piedi, di bell’aspetto… Ascolta, Anton, cosa volevo dirti? Ah, si! Porta, per favore, un bisturi per lo zio Saša. E una coppia di BE-6. E già che ci sei di BE-7.

— E già che ci sei un elicottero nuovo, — disse Anton. — Ma che ne ha fatto il vecchio del suo bisturi?

— E tu cosa pensi che si possa fare con un bisturi?

— Non so, — disse Anton pensieroso. — È una cosa che dura in eterno. Come la piattaforma di Baalbek.

— L’ha fatto cadere nello stomaco del suo Colibrì.

Al radiofono si sentirono varie voci ridacchiare. La fila si stava divertendo.

— Va bene, — disse Anton. — Aspettami, torno presto. Fammi da supermagazziniere e comincia a caricare la roba.

Vadim si mise il radiofono in tasca e calcolò a occhio la lunghezza delle tre stanze che lo separavano dall’uscita.

— Lo spirito delle gambe è debole, — declamò, — la potenza delle braccia è grande!

Si rizzò sulle braccia e corse allegro fino all’uscita. Sulla veranda fece un salto mortale e gridando «U-uch!» cadde carponi sull’erba davanti alla veranda. Si alzò in piedi, si pulì le mani e canticchiò con entusiasmo:

In guerra e in duello,
per il primo premio in lista
si presenta sul più bello
il linguista superstrutturalista.

Poi si avviò lentamente per il viale, dove stavano ammucchiati casse e fagotti. C’era parecchio da caricare. Bisognava infatti portarsi armi, munizioni, vettovaglie, vestiti per la caccia e per poter andare al famoso caffè «Il Cacciatore», sulla cima piatta dell’Everina, dove fra i tavolini soffia un vento profumato e in fondo al burrone, a una profondità di trecento metri, si ammucchiano, simili a nubi minacciose, impenetrabii sterpi neri; dove i cacciatori, sferzati a sangue dalle spine, si scalano con una risata le borracce panciute piene di Sangue di Tachorg e si slogano le spalle nell’inutile tentativo di mostrare quali trofei si sarebbero procurati, se solo fossero riusciti a capire come si impugna il fucile; dove nel crepuscolo verde scuro le coppie ballano fiaccamente al suono del «ritmo luminoso» mentre, sopra la Catena degli Audaci, si alzano nel cielo senza stelle le piccole lune piatte di Pandora.

Vadim si accoccolò con la schiena contro la cassa più pesante, si sistemò e con uno scatto se la caricò di slancio sulle spalle. Nella cassa c’erano armi, tre carabine automatiche con mirini antinebbia e seicento pallottole in piatte custodie di plastica. Con passo elastico Vadim portò la cassa attraverso il giardino fino alla navicella. Andò dalla parte dell’abitacolo e con il piede diede un calcio all’oblò. La membrana che copriva il portello ovale si ruppe, e Vadim fece cadere la cassa in un’oscurità che odorava di freddo.

Vadim tornò indietro, passando fece cadere dai cespugli le enormi bacche di un ibrido. E ogni cespuglio gli lanciava contro grossi spruzzi di pioggia fredda.

Bisogna abbattere non meno di cinque Tachorg, pensava. Un teschio per Paula Minčin di Richmond. Perché sappia che sono un bravo ragazzo. Un teschio per la mamma. La mamma il teschio non lo vorrà, è una persona seria, e allora lo regalerò alla prima ragazza che mi passerà davanti all’angolo fra la Prospettiva Nevskij e la Via Sadovaja, alle dieci del mattino. Il terzo teschio lo butterò in faccia a Samson per moderare il suo scetticismo: si è comportato in modo strano da Nelly, quando le raccontavo dell’ultima spedizione su Pandora. Il quarto teschio è per Nelly, perché creda a me e non a Samson. Il quinto teschio lo voglio appendere sopra lo stereovisore.

Vadim immaginò con piacere come sarebbe stata bene la bella annunciatrice sotto il teschio ghignante del mostro.

Portò sulla navicella quattro grandi casse di carne fresca, otto casse di frutta e verdura, due balle di vestiti, e ancora una grande cassa contenente regali per gli indigeni, con la scritta «Doni per i Pandoriani».

Chissà dove, dietro le nuvole, il sole saliva sempre piti in alto. Cominciava a far caldo e tutto, intorno, si asciugava. Le rane si nascondevano nell’erba. Nei cottage vuoti le pareti si spalancavano con un fruscio. Lo zio Saša appese l’amaca e si sdraiò con il giornale in mano accanto al suo Colibrì. Vadim finì di caricare le casse e si sistemò accanto a un cespuglio di uvaspina.

— E cosi, partite, — disse lo zio Saša.

— Uhu.

— Volate su Pandora?

— Aha.

— Qui scrivono che chiuderanno la riserva di caccia. Per alcuni anni.

— Non fa niente, zio Saša, — disse Vadim. — Noi facciamo ancora in tempo.

Lo zio Saša tacque e poi aggiunse piano:

— Mi annoierò molto qui da solo.

Vadim smise di sbadigliare.

— Ma noi torniamo, zio Saša! Fra un mese.

— È lo stesso. Questo mese me ne torno in città. Cosa sto a fare qui da solo con cinque cottage? — guardò l’elicottero. — Con questo scemotto. Più morto che vivo.

Dal cielo giunse un sottile ronzio.

— Eccone un altro che vola, — disse lo zio Saša.

Vadim alzò la testa. A quota bassa sopra il villaggio un Ramforinch rosso vivo disegnava lentamente un otto. Sulla chiglia sottile si stagliava nettamente un numero bianco.

— Così sono buono pure io, — disse lo zio Saša. — E tu, carino mio, scendi in picchiata a spirale, e non dilato, e non finire dentro il laghetto, ma vicino…

Il Ramforinch volò via. Sulla stradina asfaltata al di là del giardino si sentì sbuffare il motore di una macchina.

— Il nostro villaggio si fa animato, — osservò lo zio Saša. — C’è movimento come sulla Prospettiva Nevskij.

— È Anton! — Vadim balzò in avanti e gli corse incontro.

Anton mise la macchina in garage. Uscendo dal garage, disse distrattamente:

— Tutto a posto, Dimka. Ho registrato il libretto di navigazione, ho avuto il permesso…

— Ma? — chiese Vadim perspicace.

— Ma… che cosa?

— Sento chiaramente che c’è un “ma”.

Anton rispose malvolentieri:

— Sono passato da Galja. Lei non viene.

— Per causa mia?

— No… per causa mia.

— Sì, — commentò Vadim pensieroso.

Anton chiese:

— E come vanno le operazioni di carico?

— Tutto a posto, skipper. Possiamo partire.

— E com’è la casa? In ordine?

— Quale casa?

— La mia, per esempio.

— No, capitano. Scusa, capitano. Ho appena terminato di caricare, capitano.

Basso, sopra i tetti, volò di nuovo il Ramforinch rosso. Anton guardò attentamente.

— Ma che cosa succede? — si meravigliò. — Di nuovo lo ZS-268! A quanto pare sono diventato oggetto di particolare attenzione. Questo Ramforinch rosso, col numero ZS-268 sulla fiancata, mi sta seguendo fin dalla piazza Dvorcovaja.

— Non ci sarà dimezzo qualche donna? — si informò Vadim.

— Non credo. Finora le donne non mi hanno mai dato la caccia.

— Potrebbero anche iniziare… — disse Vadim, ma qui lo illuminò una nuova idea. — Forse si tratta di un membro di una Società segreta per la protezione dei Tachorg?

Il Ramforinch sorvolò di nuovo le loro teste e improvvisamente si acquietò.

— È venuto per lo zio Saša, — fece Vadim. — Avrà portato i pezzi di ricambio. Povero Ramforinch! A proposito, ce li hai?

— Sì, ce li ho, — rispose Anton, distratto. — No, supermagazziniere strutturalista, non è venuto per lo zio Saša…

Da dietro i cespugli apparve un uomo alto e ossuto che portava un’ampia casacca bianca e dei pantaloni pure bianchi. Aveva il volto molto abbronzato con le sopracciglia cespugliose e grandi orecchie scure. In mano teneva una voluminosa cartella.

— È lui, — disse Anton.

— Lui chi?

— L’uomo in bianco. Si aggirava sempre intorno alla fila. E guardava tutti negli occhi.

— Ora gli vado a spiegare cosa sono i Tachorg, — disse Vadim, — così capisce.

L’uomo in bianco si accostò e fissò con attenzione i due cacciatori.

— Lo sa che i Tachorg attaccano le persone e qualche volta le feriscono gravemente? — chiese Vadim. — Possono causare serie mutilazioni.

— Davvero? — fece sorpreso l’uomo in bianco. — I Tachorg? Mai sentiti nominare. Comunque, non è affar mio. Sono venuto da voi per chiedervi un favore. Salve, — si toccò la tempia con le due dita.

— Salve, — rispose Anton. — Cerca me?

Lo sconosciuto lasciò cadere la cartella fra le sue gambe e si asciugò il sudore dalla fronte. Nella cartella qualcosa fece un rumore sordo. Era enorme, piena zeppa di roba, molto consumata, con una gran quantità di lucchetti e di fibbie metalliche. “Cartella” in giapponese si dice “kaban”, che in russo significa “cinghiale”, pensò Vadim. Hanno ragione i giapponesi.

Lo sconosciuto cominciò lentamente a parlare:

— Sì, lei. — Socchiuse gli occhi e di nuovo si passò con forza la mano sulla fronte. — Solo, la prego, non mi chieda perché proprio lei. Si tratta solo di un caso… Poteva essere chiunque altro…

— Abbiamo avuto proprio fortuna, — disse allegro Vadim. — È straordinaria la fortuna che abbiamo oggi.

Lo sconosciuto lo guardò senza sorridere.

— È lei il capitano? — chiese.

— Potenzialmente, — rispose Vadim. — Ma cineticamente sono il supermagazziniere e lo specialista capo di Tachorg… Se necessario, zoologo dilettante…

Vadim era partito in quarta, non poteva più trattenersi. Doveva a ogni costo riuscire a far sorridere lo sconosciuto, anche solo per cortesia.

— Inoltre, sono secondo pilota dilettante, — disse. — Cioè, nel caso che al capitano venga un attacco di disidratazione o il gomito della lavandaia…

Lo sconosciuto ascoltava in silenzio. Anton disse piano:

— Molto spiritoso.

Cadde il silenzio.

— Da quel che ho capito, volate su Pandora, — disse lo sconosciuto. Guardava Anton.

— Sì, andiamo su Pandora, — Anton sbirciò la cartella. — Vuole che portiamo qualcosa da parte sua?

— No, — disse lo sconosciuto. — Non devo mandare niente. Il mio problema è un altro… Avrei una proposta da farvi. Voi, andate a divertirvi?

— Sì, — disse Anton.

— Se una caccia pericolosa può ritenersi un divertimento, — aggiunse Vadim significativamente.

— È proprio una bella vacanza, — disse Anton. — Un volo turistico e la caccia.

— Un volo turistico… — ripeté lentamente lo sconosciuto, come se si meravigliasse. — Turisti… Scusate, ragazzi, ma non assomigliate affatto a dei turisti. Siete degli esploratori giovani, sani… A che vi servono i pianeti abitati, le giungle elettrificate, i distributori automatici di gazzosa nel deserto? E per che cosa! Perché non scegliete un pianeta sconosciuto?

I ragazzi si guardarono.

— Quale pianeta precisamente? — chiese Anton.

— Quale pianeta? Uno qualsiasi, su cui l’uomo non abbia ancora messo piede… — lo sconosciuto sgranò gli occhi all’improvviso. — Oppure non ce ne sono?

Non stava scherzando: era chiaro, e i ragazzi di nuovo si guardarono.

— Come no! — disse Anton. — Pianeti così ce ne sono a iosa. Ma noi è tutto l’inverno che ci prepariamo ad andare a caccia su Pandora.

— Io personalmente, — continuò Vadim, — ho già regalato ai conoscenti i crani dei Tachorg non ancora uccisi.

— E poi, che cosa faremmo su un pianeta nuovo? — disse piano Anton. — Non siamo una spedizione scientifica, non siamo degli specialisti. Ecco, Vadim è linguista, ed io sono pilota di astronavi… Non saremmo in grado neppure di redigere una prima descrizione… Oppure, forse, lei ha un’idea?

Lo sconosciuto aggrottò le sopracciglia cespugliose.

— No, non ho nessuna idea, — disse deciso. — Semplicemente ho bisogno di andare in un pianeta sconosciuto. E la questione è: mi potete aiutare oppure no?

Vadim si mise a giocherellare con la chiusura lampo del suo giubbotto. Il tono dello sconosciuto lo infastidiva: non era il tono a cui era abituato. E, ciò nonostante, la situazione era difficile. Per uno che parte per andare a divertirsi è difficile discutere con uno che ha bisogno di partire per affari. Argomenti Vadim non ne aveva, e perciò aveva già deciso di prendere a pretesto i modi dello sconosciuto quando avvenne uno strano fatto.

Dietro agli alberi un cane si mise ad abbaiare. Era l’airedale Trofim dello zio Saša, un vecchio stupido cane con segni di origine aristocratica e un latrato incredibilmente profondo. Con ogni probabilità abbaiava perché sul naso gli si era posata una vespa e lui non sapeva cosa fare, ma la faccia dello sconosciuto all’improvviso si contorse in modo terribile. Si ranriicchiò e balzò lontano. Vadim non capì nemmeno cosa stesse succedendo. Lo sconosciuto si raddrizzò e a passi studiatamente lenti tornò al suo posto. La fronte gli luccicava per il sudore. Vadim gettò un’occhiata ad Anton, il cui viso era calmo e pensieroso.

— Allora, — disse. — Nella seconda periferia ci sono molte nane gialle che hanno dei discreti pianeti di tipo terrestre. Possiamo andare là. Prendiamo per esempio EN 7031. Si preparava già una spedizione, ma è stata rimandata. Sembrava che non fosse interessante. I volontari non amano le nane gialle, preferiscono le stelle giganti, meglio i sistemi binari… Le va bene EN 7031?

— Sì, certo, — disse lo sconosciuto. Aveva già ripreso il controllo di se stesso. — Però solo se si tratta di un pianeta deserto.

— Non è un pianeta, — corresse gentilmente Anton. — È una stella. Un sole. Ma ci sono anche dei pianeti deserti, con ogni probabilità. Ma lei, come si chiama?

— Mi chiamo Saul, — disse lo sconosciuto e per la prima volta sorrise. — Saul Repnin. Sono uno storico. Ventesimo secolo. Ma mi sforzerò di rendermi utile. So cucinare, guidare macchine terrestri, cucire, riparare le scarpe, sparare… — Tacque. — E inoltre, so come tutto questo si faceva nei tempi passati. Conosco anche le lingue: il polacco, lo slovacco, il tedesco, un po’ di francese e di inglese…

— Peccato che non sappia guidare l’astronave, — sospirò Vadim.

— Sì, peccato, — disse Saul. — Ma non fa niente, l’astronave la guiderete voi.

— Non sospirare, Dimka, — disse Anton. — È ora che anche tu veda gli strani paesaggi dei pianeti senza nome. Ballare si può anche sulla Terra. Fa’ vedere quanto vali quando non ci sono ragazze, cascamorto…

— Sospiravo di entusiasmo, — disse di rimando Vadim. — In fin dei conti cosa sono questi Tachorg? Animali ingombranti e noti a tutti…

Saul si informò gentilmente:

— Spero di non avervi forzato troppo la mano, e che il vostro consenso sia libero e volontario.

— Ma infine, — disse Vadim, — Che cos’è la libertà? Una necessità consapevole. E tutte le altre cose non sono che sfumature.

— Passeggero Saul Repnin, — disse Anton. — La partenza è per le dodici in punto. La sua cuccetta è la terza, a meno che non voglia occupare la quarta, la quinta, la sesta o la settima. Venga, le faccio vedere.

Saul si chinò per prendere la cartella e da sotto l’ascella gli scivolò un grosso oggetto nero che cadde pesantemente sull’erba. Anton inarcò le sopracciglia. Vadim guardò e inarcò anche lui le sopracciglia. Era uno skorcer, un pesante revolver disintegratore a canna lunga, che sparava scariche di milioni di volt. Oggetti simili Vadim li aveva visti solo al cinema. In tutto il pianeta non c’era più di un centinaio di esemplari di questa strana arma, e venivano dati solo ai capitani delle astronavi che sbarcavano nei posti più lontani.

— Che sbadato, — borbottò Saul. Raccolse lo skorcer e se lo infilò sotto l’ascella; poi prese la cartella e annunciò: — Sono pronto.

Anton lo fissò per qualche minuto, come se volesse chiedergli qualcosa. Poi disse:

— Andiamo Saul. Tu, Vadim, metti in ordine a casa e porta al vecchio il suo strumento. È nel bagagliaio. Intendo lo strumento, naturalmente!

— Agli ordini, capitano, — disse Vadim e andò in garage.

Difficile essere ottimista, pensava. Ma che cosa è un ottimista? Gli venne in mente che in qualche vecchio vocabolario si diceva che l’ottimista è una persona piena di ottimismo. Sempre lì, un po’ più su si diceva che l’ottimismo è una percezione del mondo vivace e gioiosa, in base alla quale l’uomo crede nel futuro, nel successo. È una buona cosa essere un linguista, tutto torna subito al suo posto. Rimane soltanto da combinare la percezione del mondo vivace e gioiosa con l’arrivo a bordo di un matto pericolosamente armato…

Prese dal bagagliaio il bisturi e i bioelementi e si diresse dallo zio Saša. Il vecchio stava accoccolato accanto al Ramforinch rosso.

— Zio Saša, — disse Vadim. — Ecco il suo nuovo bisturi e…

— Non c’è più bisogno, — disse lo zio Saša. Scivolò fuori da sotto il Ramforinch. — Grazie. Mi hanno regalato questo. — Diede una pacca al Ramforinch, sul fianco lustro. — Pare sia molto resistente, vero?

— Chi gliel’ha regalato?

— Un giovanotto vestito tutto di bianco.

— Ah, ecco, — disse Vadim. — Dunque era sicuro di venire con noi. Oppure aveva intenzione di farsi strada nella navicella a colpi di revolver?

— Cosa? — chiese lo zio Saša.

— Zio Saša, — disse Vadim, — sa che cos’è uno skorcer?

— Skorcer? Sì, certo che lo so. È un dispositivo a microscarica delle macchine tessili automatiche. Per la verità, ora non ce ne sono più, ma mi ricordo che settanta anni fa… Ma perché, quel tizio in bianco è un ex tessitore?

— Forse è anche un tessitore, ma il suo skorcer, zio Saša, non è certo a microscarica.

Vadim tornò pensieroso nel suo cottage. A casa buttò le lenzuola nel condotto per la spazzatura, spense l’attrezzatura automatica domestica e, uscendo sulla veranda, scrisse a matita sulla porta «Partito per le vacanze. Si prega di non entrare». Poi, andò da Anton. Mentre metteva in ordine il cottage di Anton, continuava a riflettere. In fin dei conti non tutto era perduto. Di Tachorg, bisogna ammetterlo, ormai se ne aveva abbastanza. Pandora, per essere sinceri, era più che altro un posto di villeggiatura molto alla moda. C’era solo da meravigliarsi che ce l’avesse fatta a resistere per tre stagioni consecutive. Che vergogna, pensò con improvviso entusiasmo. Eppure c’è Stato un periodo in cui mi pavoneggiavo con una collana di denti di Tachorg al collo e descrivevo Pandora in termini entusiastici. Gettare in faccia a Samson il teschio di un Tachorg, che banalità! Samson merita di più, e Samson sarà immortalato. Un pianeta ignoto è un pianeta ignoto. Sui pianeti ignoti si aggirano belve ignote. Loro, poveracce, non sanno come si chiamano. Ma io lo so già. Là mi procurerò il primo «Samson non bipede a orecchie membranose» della storia oppure, diciamo, un «Samson a dentatura piena e schiena a gobbe»… Lanciare addosso a Samson il cranio di un Samson era una cosa che ancora non era stata fatta.

Quando ritornò nella radura, la navicella era pronta per la partenza. La cuspide non era più in direzione del sole, la brina sull’erba intorno era sparita.

Vadim si sedette sull’orlo del portello, con le gambe penzoloni. Guardò il cottage di Anton con la parete spalancata, le chiome verdi dei pini, le nuvole basse, su cui ora apparivano ora scomparivano degli spazi azzurri. Sì, amico Samson, fratello pentapode, pensava vendicativo. Forse contro qualche leone biblico te la puoi anche cavare, ma contro un linguista strutturale… È buffo, però; non mi sarebbe mai venuto in mente di andare a passare le vacanze su un pianeta ignoto, se non fosse stato per quel tizio in bianco. Che razza di retrogradi siamo, perfino noi linguisti strutturali! Siamo eternamente attirati da pianeti abitati…

Sulla radura apparve l’airedale Trofim. Guardò Vadim con occhi buoni e lacrimosi, sbadigliò, si sedette e cominciò a grattarsi dietro l’orecchio con la zampa posteriore. La vita era bella e varia. Ecco Trofim, pensò Vadim. Vecchio, sciocco, buono, ma — guarda un po’! — può ancora far paura… Ma forse, tutti i lunatici hanno paura dei cani che abbaiano? Vadim si mise a fissare Trofim. Ma perché ho deciso che Saul Repnin è un lunatico oppure com’è che si dice?… Perché una supposizione così complicata? Più semplice pensare che lo storico Saul non sia affatto uno storico, ma soltanto l’emissario di una razza di umanoidi sul nostro pianeta. Come Benny Durov su Tagora… Sarebbe bello: un intero mese di pianeti ignoti e di sconosciuti misteriosi… E come quadra tutto alla perfezione! Da solo non può lasciare la Terra, ha paura dei cani, ma ha bisogno di recarsi su un pianeta ignoto, in modo che mandino li un’astronave a prenderlo, su terreno, per così dire, neutrale. Torna a casa sua e racconta: dunque, così e così, sono brava gente, piena di ottimismo, e allacciano con noi normali rapporti fra umanoidi…

Vadim si riprese e gridò verso il corridoio:

— Anton, sono a bordo!

— Finalmente, — rispose Anton. — Pensavo che avessi disertato.

Da dietro gli alberi, agitando sgraziatamente la coda, apparve lo snello Ramforinch rosso che, ruggendo in modo strano, cominciò a disegnare intorno alla navicella un giro d’onore. Lo zio Saša aprì il portello e agitò qualcosa di bianco. Vadim salutò in risposta.

— Partenza! — avvertì Anton.

La navicella tremò e, saltellando dolcemente — Vadim fece appena in tempo a tirar dentro il piede — cominciò a sollevarsi in cielo.

— Dimka! — gridò Anton. — Chiudi un po’ l’oblò! C’è corrente.

Vadim salutò un’ultima volta lo zio Saša, si alzò e chiuse l’oblò.

II

Anton inserì il pilota cibernetico e, con le mani incrociate sul petto, guardò pensieroso lo schermo visore. L’astronave andava verso nord lungo il meridiano. Intorno c’era il cielo viola della stratosfera, e molto più in giù biancheggiava il velo opaco delle nuvole. Questo velo sembrava liscio e piano, e solo qua e là si indovinavano le voragini dei giganteschi imbuti delle stazioni macrometeorologiche. I meteorologi, dopo aver lasciato piovere sull’Europa settentrionale, stavano spingendo in trappola le nuvole.

Anton rifletteva sulle stranezze umane. Ricordava i tipi curiosi che aveva incontrato. Jakob Osinovskij, il capitano dell’Hercules, non poteva sopportare i calvi. Li disprezzava proprio. «E non riuscirete mai a convincermi, — diceva. — Mostratemi piuttosto un calvo che sia un vero uomo». Probabilmente, i calvi gli richiamavano delle associazioni poco piacevoli, ma non disse mai a nessuno quali. Non cambiò idea neppure dopo che divenne calvo anche lui nella catastrofe di Sarandak. Esclamava soltanto con visibile amarezza: «Sono l’unico! Ricordatevelo, l’unico fra loro!».

Walter Schmidt, della base Hatterija, aveva uno strano atteggiamento verso i medici. «I medici… — diceva a mezza bocca con imbarazzante disprezzo. — Ciarlatani erano e ciarlatani sono rimasti. Prima c’erano le ragnatele polverose e le sanguisughe, e ora il campo psicodinamico, di cui nessuno sa niente. A chi deve interessare che cosa c’è dentro di me? I cefalopodi vivono migliaia di anni senza nessun medico e sono i dominatori delle profondità…»

Volkov si chiamava Drednout, e lui ne era molto contento: Drednout Adamovič Volkov. Kaneko non mangiava mai vivande calde. Ralf Pinetti credeva nella levitazione e si allenava assiduamente… Lo storico Saul Repnin ha paura dei cani e non vuole vivere con gli uomini. Non mi meraviglierei se non volesse vivere con gli uomini proprio perché ha paura dei cani. Strano, vero? Ma non per questo diventerà peggiore.

Stranezze… Non c’è nessuna stranezza. Ci sono solo ineguaglianze. Testimonianze esteriori di un’incomprensibile attività tettonica nelle profondità della natura umana, dove la ragione lotta fino alla morte contro i pregiudizi, dove il futuro lotta con il passato. Ma noi vogliamo per forza che tutti intorno a noi siano uguali, proprio come noi, li immaginiamo a misura della nostra debole fantasia… in modo da poterli descrivere nelle funzioni elementari dell’immaginazione infantile: lo zio buono, lo zio avaro, lo zio noioso, lo zio che fa paura, lo scemo.

Ma per Saul non è affatto strano aver paura dei cani. E a Kaneko non sembra strano non sopportare niente di caldo. Così come a Vadim non verrà mai in mente che i suoi stupidi versetti a qualcuno possano sembrare non divertenti ma strani: a Galja, per esempio.

Prendiamo ora me. Ecco, io mi preparavo a partire per Pandora. Se lo avesse saputo, diciamo, il capitano Malyšev, mi avrebbe guardato meravigliato e avrebbe detto: «Se vuoi riposarti, non c’è posto migliore della Terra. Se invece hai deciso di lavorare un po’, allora occupati della stella nera EN 8742, che è la prossima in programma, oppure della superstella EN 6124 che, chissà perché, interessa agli specialisti di Tagora». E Malyšev avrebbe avuto ragione. E perché Malyšev mi capisse e smettesse di guardarmi meravigliato, avrei dovuto dirgli che ho nostalgia della compagnia di Dimka e che Dimka ha voglia di andare a sparare ai Tachorg.

Anton sogghignò. Perché tutto è così complicato? Al giorno d’oggi volano tutti su Pandora, e una volta Galja aveva detto che lì ci sarebbe andata. Ora organizzano così i voli interplanetari. E i programmi si cambiano altrettanto facilmente. Riuscirei a confessare a Malyšev che tutto il problema è Galja? Perché l’uomo non impara a vivere con semplicità? Da chissà quali patriarcali abissi senza fondo strisciano continuamente fuori vanità, amor proprio e orgoglio offeso. E c’è sempre qualcosa da nascondere, c’è sempre qualcosa di cui vergognarsi.

Anton guardò il mazzetto di garofani, posato davanti allo schermo. Ah! Galja! pensò. Soffiò sullo schermo e sul vetro appannato dal vapore scrisse col dito: «Ah! Galja!…». Le lettere sparirono in fretta; non fece neppure in tempo a mettere il punto esclamativo. Poi si adagiò di nuovo nella poltrona e per la centounesima volta cercò di risolvere il problema in modo logico: «Io amo una ragazza, la ragazza non mi ama, ma ha simpatia per me. Cosa fare?».

«In realtà, che cosa cambierebbe se lei mi amasse? Potrei abbracciarla e baciarla. Potremmo stare sempre insieme. Ne sarei orgoglioso. È tutto, mi pare. È sciocco, ma è tutto. Semplicemente avrei realizzato un desiderio. Come tutto sembra meschino, quando ci ragioni su in modo logico! E in un altro modo io non so ragionare. Sto diventando un uomo vuoto, un cinico». Immaginò Galja mentre parlava, il capo leggermente piegato, gli occhi ombreggiati dalle ciglia… Perché tutto è organizzato in modo così sciocco: si può salvare una persona da qualsiasi disgrazia di poco conto, da una malattia, dall’indifferenza, dalla morte, e solo da una disgrazia vera — dall’amore — niente e nessuno la può salvare… Si troveranno sempre migliaia di consiglieri, e ognuno darà un consiglio a se stesso. Sì, e quello che soffre, lo scemo, non vuole lui per primo che lo aiutino, ecco il terribile.

— Permette, dove sta andando? — chiese Saul a voce alta.

— Alla cabina di comando, — rispose Vadim.

— Aspetti! Noi, per la verità, non abbiamo ancora fatto conoscenza…

La porta della cabina di comando era aperta, Anton aveva sentito che nel quadrato si borbottava qualcosa a proposito di Tachorg, di boscaglie e della teoria delle successioni storiche. Ora si mise ad ascoltare attentamente.

— Lei, mi pare, si chiama Vadim! — disse Saul.

— Di regola, — rispose serio Vadim. — Ma a volte mi chiamano Super Strutturalista, a volte Toro Volante, e in casi particolari Dimočka.

— Vadim, dunque… E quanti anni ha?

— Ventidue anni locali-terrestri.

— Locali… Ah sì, certo… Come ha detto? Locali-terrestri?

— Sì. Con i vecchi anni siderali non ho nulla a che fare.

— Certo. Proprio così pensavo. E suo padre, scusi, chi sarebbe?

— Chi sarebbe? Probabilmente quello che è ora, un agronomo.

— Eh… Capisco, capisco… Per la verità è proprio quello che intendevo,

Subentrò una pausa.

— Un bellissimo tavolo, — disse timidamente Saul.

Di nuovo una pausa.

— È un buon tavolo. Solido.

— E sua madre?

— Mia madre? Fa il guardiano. Lavora in una stazione mesonucleare.

Si sentiva Saul tamburellare nervosamente sul tavolo con i polpastrelli.

— Non faccia così, Vadim, — disse. — Non deve farci caso… Certo, io parlo in modo strano, e probabilmente anche un po’ ridicolo… Sa com’è… Il mio modo di vita… Il mio, per così dire, modus vivendi… Io ho una specializzazione ben definita. Sono tutto nel XX secolo. Come si diceva una volta, sono un topo di biblioteca. Eternamente nei musei, eternamente con vecchi libri…

— È l’influenza dell’ambiente.

— Sì, proprio così. Sto raramente in compagnia di altri, e ora è capitato. Conosce il professor Arnautov?

— No.

— Un grandissimo specialista. Il mio oppositore ideologico. Mi ha chiesto di controllare alcuni aspetti della sua nuova teoria. Naturalmente non potevo rifiutarmi, vero? Ecco perché mi ètoccato abbandonare… lari e penati. Ecco… Ma sto sempre a parlare di me!… Lei, mi pare, fa il linguista strutturale?

— Sì.

— Un lavoro interessante?

— Perché, ci sono forse lavori non interessanti?

— Già, certo… E di che cosa si occupa?

— Mi occupo di analisi delle strutture. Ma senta, Saul, io mi sono staccato da tutto quello che è terrestre. Le racconto piuttosto qualcosa sui Tachorg.

— No, grazie, sui Tachorg non c’è bisogno. Meglio qualcosa sul suo lavoro.

— Saul, le ho già detto che mi sono staccato.

— Ma che cosa vuol dire mi sono staccato? Adesso non pensa affatto al lavoro?

— Al contrario. Ci penso sempre. Penso sempre al lavoro che mi occupa al momento. Ora sono supermagazziniere e secondo pilota, nel caso che Anton all’improvviso rimanga disidratato. Ma mi pare che questo già… Allora, adesso ho proprio voglia di guidare un po’ la navicella.

— Farà ancora in tempo a guidarla! E poi la pregavo di raccontarmi non i particolari del suo lavoro, ma gli aspetti esteriori, per esempio… cosa fa quando arriva al lavoro. Una giornata di lavoro.

— Bene. Una giornata lavorativa. Mi sdraio sul calcolatore e penso.

— Sì… Un momento. Sul calcolatore? Ah sì, capisco. Fa il linguista e si sdraia sul… E poi?

— Penso per un’ora. Penso per una seconda. Penso per una terza…

— E alla fine?

— Penso per cinque ore, non ne viene fuori niente. Allora mi alzo dal calcolatore e me ne vado.

— Dove?

— Allo zoo, per esempio.

— Allo zoo? Perché allo zoo?

— Così. Mi piacciono gli animali.

— E il lavoro?

— Il lavoro… Torno il giorno dopo e di nuovo comincio a pensare.

— E di nuovo pensa per cinque ore e poi se ne va allo zoo?

— No. Di solito la notte mi vengono delle idee, e il giorno dopo ci penso solo un po’ su. E poi si brucia il calcolatore.

— Così. E va allo zoo?

— Che c’entra ora lo zoo? Ci mettiamo a riparare il calcolatore. Lo ripariamo fino al mattino.

— E poi?

— E poi finisce il giorno feriale e comincia il giorno festivo. Tutti hanno gli occhi fuori delle orbite e una sola cosa in testa: ecco ora si rompe di nuovo e si comincia daccapo.

— Beh, va bene. Questi sono i giorni feriali. Però non si può mica sempre lavorare…

— No, non si può, — disse Vadim con rammarico. — Io, per esempio, non posso. Alla fine ti senti esaurito, e ti tocca divertirti.

— Come?

— Come capita. Io, per esempio, vado in barca a vela sul ghiaccio. Le piace andare in barca a vela sul ghiaccio?

— Eh… Non mi è mai capitato.

— Com’è possibile, Saul! Le farò assolutamente fare un giro. Qual è il suo indice di salute?

— Indice di salute? Sono assolutamente sano. E su che cosa lavora ora?

— Sulle aggregazioni di strutture isolate.

— E a che cosa serve?

— Cosa vuol dire a che cosa serve?

— Beh, chi è che ne ricaverà profitto?

— Tutti quelli a cui interessa. Ecco, ora progettano un radiotrasmettitore universale. Un radiotrasmettitore universale deve saper aggregare le strutture isolate.

— Dica, Vadim, ma qui sulla navicella si può ascoltare musica?

— Certamente. Che cosa le piacerebbe? Vuole I trilli di Scheer? Con questa musica guidare la navicella è una bellezza.

— E Bach?

— Oh, Bach! Mi pare che abbiamo anche Bach. Sa, Saul, deve essere molto piacevole ascoltare musica insieme a lei.

— Perché?

— Non so. È sempre piacevole ascoltare la musica con qualcuno che se ne intende. Le piace Mendelssohn?

— Conosce Mendelssohn?

— Saul! Mendelssohn è il migliore dei vecchi! Spero che le piaccia Mendelssohn. Per la verità la navicella non è il posto migliore per ascoltarlo. Non le pare?

— Probabile… Io di solito ascolto Mendelssohn stando nel mio comodo studio…

Gli si è sciolta la lingua finalmente, pensò Anton. Guardò l’orologio. La navicella entrava nella zona di decollo sotto il Polo nord. Sullo schermo, nella profondità viola affioravano i puntini scuri delle astronavi, che aspettavano il via. Anton gridò verso la porta:

— Scusate se vi interrompo. Presto decolleremo. Dimka, mostra a Saul come si utilizza la camera di azzeramento della forza di inerzia.

Anton inoltrò alla stazione di controllo la richiesta del programma di volo e trenta minuti dopo, durante i quali la navicella nuotò nella stratosfera insieme a una ventina di altre astronavi grandi e piccole, ricevette il programma con sette varianti per il viaggio di ritorno e il permesso di partenza per lo spazio. Allora chiese ai passeggeri di chiudersi nelle cabine, andò in cabina anche lui, inserì il programma di passaggio e diede alla navicella il comando di via.

Come sempre, Anton ebbe un forte senso di nausea. Un’onda infuocata gli attraversò il corpo, la faccia e la schiena si ricoprirono di sudore freddo. Lo sguardo imbambolato, seguiva la lancetta rossa che con violenti strappi segnalava sul quadrante i cambiamenti di curvatura dello spazio. Duecento riman… quattrocento… ottocento… mille e seicento riman al secondo… Lo spazio si avvolgeva sempre più stretto intorno alla navicella. Il nitido cono nero della navicella diventava sempre più fluttuante, si dissolveva lentamente e all’improvviso scompariva del tutto, e al suo posto divampava sul sole un’enorme bolla di aria solida. La temperatura per un raggio di cento chilometri si abbassava bruscamente di cinque-dieci gradi… Tremila riman. La lancetta rossa si fermò. La deritrinitazione ipsion finì e la navicella passò sul subspazio. Dal punto di vista di un osservatore terrestre adesso era “distesa” lungo tutto quel tratto di centocinquanta parsec che separavano il Sole da EN 7031. Ora bisognava tornare nello spazio normale.

Quando si esce dal subspazio c’è sempre il pericolo di trovarsi troppo vicino a una massa gravitazionale e, forse, persino al suo interno. Per la verità, questo pericolo è puramente teorico. Le probabilità sono di gran lunga inferiori a quelle che ha un paraca. dutista di andare a finire proprio nella canna fumaria dell’Ermitage, buttandosi su Leningrado dalla stratosfera. In ogni caso, né l’una né l’altra eventualità si sono mai verificate. La nave spaziale di Anton si inserì felicemente nello spazio normale alla distanza di due unità astronomiche dalla nana gialla EN 7031.

Anton trasse un sospiro di sollievo, si asciugò il sudore dalla fronte e uscì dalla camera di azzeramento. Nella cabina di piotaggio tutto era in ordine. Passò davanti al quadro di comando, gettò uno sguardo allo schermo visore e girò l’interruttore dell’autopiota subspaziale. Sul quadro di comando davanti allo schermo giaceva ancora il mazzetto di garofani. Anton si fermò. «Peccato», borbottò. Toccò i fiori con un dito e i petali si dissolsero in una polvere verdastra. «Poveracci, — pensò Anton. — Non ce l’hanno fatta. Già, e chi ce la fa?» Si ricordò dei suoi passeggeri e scese nel quadrato.

Lì si aprivano le porte di tutte le otto cabine e il portello che dava nel piano inferiore, dove si trovavano le dispense, una cucinasintetizzatore, la doccia e tutto il resto. Anton gettò un’occhiata al tavolo, alle poltrone, rimise a posto il coperchio del condotto per le immondizie e si diresse alla cabina di Vadim. Fece scattare la serratura della camera di azzeramento e Vadim cascò fuori. Era bianco e bagnato come un topo.

— Ti senti male? — chiese Anton comprensivo.

Vadim intonò con voce da basso:

Fischia il vento subspaziale
Un sibilo risuona ribelle
Perché è uscito tra le stelle
Il linguista superstrutturale.

Poi, si slanciò verso un divano e si sedette.

— Ecco perché non sono diventato astronauta, — disse con voce un po’ rauca e rovesciò la testa all’indietro.

— Lo dici ogni volta, — disse Anton. Vadim tacque. — Vado a liberare Saul, — aggiunse Anton.

— Hai sentito la nostra conversazione? — chiese Vadim, senza aprire gli occhi.

— Sì.

— Persona interessante, no?

— Non so, — disse Anton. — Secondo me è una persona nei guai.

— Certo! Se no, non l’avresti preso sulla navicella. Appena ci prepariamo per un viaggio noi due, tu subito ti metti a fare l’altruista. Aspetta, non te ne andare…

Anton si fermò sulla porta.

— Dici delle stupidaggini ed intanto Saul là, probabilmente, si sta sentendo male. Penso che lui sia un trasvolatore interpianetario ancora peggiore di te.

Vadim emise inaspettatamente un tragico sussurro:

— Cieco! Oh, cieco!… No, non te ne andare, anche io mi sento male… Davvero non hai ancora capito che tipo è?

— Che cosa intendi dire?

Vadim finalmente si mise seduto.

— Non capisce niente di linguistica, — disse. — Non te ne sei accorto?

— E tu di storia cosa ne capisci?

— E dice pure di essere un topo di biblioteca. Lo conosciamo tutti un topo di questo tipo. Si chiama Benny Durov. Parla un po’ di lui con i Tagoriani.

Anton sorrise involontariamente.

— Va bene, — disse. — Solo, tu cerca un po’ di controllarti. Io ti sopporto anche a grandi dosi, ma sugli estranei fai, a volte, un’impressione pessima. Un po’ meno ottimismo da puledro e un po’ più di tatto.

— Agli ordini, capitano, — disse serio Vadim. — Sarà fatto, capitano.

Anton uscì. Mentre girava intorno al tavolo, sorrise di nuovo; con Vadim non ti annoi mai. Nella cabina numero tre preparò prima di tutto il divano e solo dopo fece scattare la serratura, pronto ad afferrare il corpo che cadeva. Invece, dalla camera di azzeramento uscì del fumo azzurro. Anton indietreggiò.

— Che c’è, è già ora? — risuonò la voce di Saul da dietro le volute di fumo.

Anton aguzzò lo sguardo. Saul sedeva sulla sua cartella, messa verticalmente, e fumava una lunga pipa nera. Aveva un’aria distratta e bonaria.

— Non si sente male? — chiese Anton, indietreggiò e sedette sul divano.

— Niente affatto. Allora, si può uscire?

— Prego, — disse Anton.

Saul si alzò, prese la cartella e, chinandosi, uscì dalla camera.

— Siamo quasi in zona, — disse Anton. — Rimane solo da scegliere il pianeta e decidere dove sbarcare.

Saul sedette accanto a lui.

— Siamo lontani dalla Terra? — chiese.

— Centocinquanta parsec. Quasi al limite, per la nostra navicella.

Vadim berciò dalla sua cabina.

— Saul! Esiga un pianeta simile alla Terra! Non le piacerebbe mettersi lo scafandro e la maschera ad ossigeno. Potrebbe andare…

Anton si alzò e chiuse bene la porta.

— Per me va bene qualsiasi pianeta, — disse piano Saul. — Ma, naturalmente, sarebbe meglio uno dove si possa respirare. — Anton lo guardò attentamente. — Ma la cosa più importante è che non ci sia nessuno…

— Facciamo così, Saul, — disse Anton. — Le troveremo un pianeta. È facilissimo. Abbiamo a bordo una cupola abitabile per sei persone, abbiamo un bioplano, riserve di cibo per iniziare un ciclo e una buona ricetrasmittente. La aiuteremo a sistemarsi e ce ne andremo. Va bene?

Saul sedeva a capo chino.

— Sì, — disse rauco. — Così andrà bene. Sicuro.

— Bene, allora, — Anton spinse la porta, — vado nella cabina di pilotaggio, e lei… se ne ha voglia, venga anche lei.

Nella cabina di pilotaggio, Anton accese il catalogo di bordo e scorse le informazioni relative al sistema EN 7031. Le informazioni erano poco interessanti. Intorno alla nana gialla ruotavano quattro pianeti e due fasce di asteroidi. Quello più adatto a loro era il secondo pianeta: era simile alla Terra e si trovava alla distanza di un’unità astronomica e mezza dal suo sole. Anton diede l’effemeride al pilota cibernetico.

Dal quadrato giunsero delle voci.

— Come ha sopportato il passaggio, Saul?

— Quale passaggio? Non ho notato nessun passaggio.

— Proprio come pensavo.

— Come?

— Che non se ne sarebbe accorto. Vuole fare una doccia?

— No. C’è ancora molto?

— Probabilmente no. Sente? La navicella oscilla e il pavimento ondeggia sotto i piedi. Si sta mettendo in orbita. Andiamo nella cabina di pilotaggio?

— Ma non daremo fastidio?

— Certo che no. Siamo turisti. Su un’astronave da sbarco o di linea non ci farebbero entrare… Perché porta con sé la cartella?

— Mi è cara…

— Allora non la metta sul coperchio del condotto per l’immondizia.

Anton osservava attentamente l’immagine del pianeta sullo schermo di osservazione. Il pianeta era azzurro, come la Terra, coperto da una bianca coltre di nuvole, ma i contorni dei continenti erano diversi. Uno, il più grande, si stendeva lungo l’equatore; l’altro, un po’ più piccolo, arrivava fino al polo.

— Ecco il suo pianeta, Saul, — disse Anton e prese il foglio appena uscito dal terminale dell’analizzatore. — Un ottimo pianeta. Non c’è compressione. Le giornate sono di ventotto ore, la massa è pari al 110 % di quella terrestre. Non ci sono gas venefici. Molto ossigeno. Poca anidride carbonica, ma non si deve preoccupare.

Fissò Saul. Saul guardava il suo pianeta con una strana espressione. Le sopracciglia cespugliose si inarcarono. Sembrava che stesse lì lì per piangere. Anton era commosso.

— Compagni! — disse all’improvviso Vadim. — Diamo a questo pianeta il nome di Saul.

— Sia chiamato Saul! — disse Anton.

Tirò a sé il microfono del diario di bordo e dettò:

— Giorno giuliano 25-42-967. Il secondo pianeta del sistema EN 7031 viene chiamato Saul, in onore dello storico Saul Repnin, membro dell’equipaggio.

Tutto questo non aveva proprio nessun significato. Ai pianeti venivano dati i nomi di astronavi e di città, degli eroi letterari preferiti, di oggetti o semplicemente combinazioni fonetiche che suonavano bene. E chi non aveva abbastanza fantasia, prendeva un libro qualsiasi, lo apriva a una pagina qualsiasi, sceglieva una parola qualsiasi e la modificava a suo gusto. E allora veniva fuori qualcosa tipo Risolina, Rissaiolo o Palpebro.

Ma Saul ne fu incredibilmente colpito. Borbottò: «Grazie, grazie, amici», e strinse la mano di Vadim. Fu una cosa molto commovente.

Nel frattempo il pianeta diventava sempre più grande. Quando sullo schermo rimase solo il continente che si stendeva lungo l’equatore, Anton chiese:

— Allora, dove vuole scendere, Saul?

Saul indicò con il dito quasi il centro del pianeta. Ad Anton parve che lo facesse socchiudendo gli occhi.

— Compagni, — disse lentamente Vadim, — sarebbe meglio vicino al mare.

Era chiaro che aveva voglia di farsi un bagno. Nuotare nell’oceano di Saul, in onde che non avevano ancora mai bagnato un terrestre, che, forse, non avevano mai bagnato nessun essere vivente.

— V-va bene… atterriamo vicino alla costa, — disse incerto Saul. Guardò Anton. — Per i miei scopi, — tossicchiò, — la scelta del posto non è importante.

— Magnifico! — disse Vadim. Sedette svelto nella poltrona accanto a quella di Anton. — Basta! — annunciò. — Al capitano è venuta una paralisi, ed è stato portato in cabina in cattive condizioni. Il robusto e statuario secondo pilota ha preso il comando. — Appoggiò le dita sul contatto del pilota automatico, e la navicella perse subito quota. Il continente sullo schermo cominciò a contorcersi vertiginosamente. Vadim declamò:

Vedo tremar come un foglio bagnato
Ogni dispositivo aeronavale
Se il biocomando viene manovrato
Da me, superlinguista strutturale.

Saul fece cadere rumorosamente la cartella e si aggrappò alle spalle di Anton.

— Dimka, di’ almeno dov’è che sei diretto, — chiese Anton.

— Là, — rispose vago Vadim. — Dove le onde blu lambiscono la sabbia.

L’astronave si inclinò verso destra.

— Piano, piano, — disse Anton. — Sta’ calmo. Così finisci sulla terraferma.

— Sta’ a vedere.

— Frena! Guarda dove ti vai a cacciare!

— Vedo tutto.

— Oh, ci fai fare un bel capitombolo, disse Anton.

— Niente paura, niente paura, — ripeteva Vadim.

Lo schermo si oscurò. L’astronave era entrata nell’atmosfera. Divampò e scomparve fra le nubi dense un arcobaleno. Baluginarono delle macchie bianche e nere.

— Il vento ci sposta, — osservò Anton.

— Lo so…

— Stai perdendo il controllo dell’astronave!

Vadim disse in fretta:

— Smettila di dare ordini o non sono più tuo amico.

— Vadim, cerchi di non fallire il bersaglio, — disse allarmato Saul.

Il carosello sullo schermo cessò. Si avvicinò in fretta una distesa bianca, poi lo schermo si oscurò e si spense. L’astronave sobbalzò.

— Finito tutto, — disse Vadim. Si stiracchiò, facendo scrocchiare le dita.

— Cosa tutto? — chiese Saul. — Ci siamo fracassati?

— Siamo atterrati, — disse Anton. — Benvenuti su Saul.

— Però, lei guida proprio come un matto, — disse Saul a Vadim.

— Proprio vero, — concordò Anton. — Sai di quanto hai mancato il bersaglio, Dimka? Di un duecento chilometri. Ma hai fatto in tempo a spegnere lo schermo, bravo.

— Per abitudine, — disse Vadim noncurante.

Anton si alzò.

— A proposito, che cos’è questa storia del “foglio bagnato che trema”? — chiese.

Anche Vadim si alzò.

— Questa, Toška, è una storia un po’ misteriosa. Esiste una antica espressione idiomatica, «tremare come un foglio bagnato». Un foglio bagnato è una specie di braciere. Lo mettevano sul pavimento dei bagni, e quando aumentavano il vapore, cioè versavano acqua nel braciere, il foglio metallico rovente cominciava a vibrare.

Saul scoppiò inaspettatamente a ridere. Rideva forte e di gusto, asciugandosi le lacrime col palmo della mano e pestando a terra con gli stivali. Né Anton, né Vadim capirono il perché, ma dopo qualche minuto ridevano anche loro.

— Un’usanza divertente, vero? — disse Vadim, riprendendo fiato.

— Davvero, Saul, perché ride? — chiese Anton.

— Oh! — disse Saul. — Sono così contento di essere arrivato sul mio pianeta…

Vadim smise di ridere.

— In fin dei conti non sono mica uno slavista, — disse con dignità. — La mia specialità è l’analisi strutturale.

— Va bene, — disse Anton, — scendiamo a terra.

Uscirono tutti dalla cabina di piotaggio. Vadim, trattenendo Saul per il gomito, disse:

— Non è una mia deduzione. È l’ipotesi più diffusa.

— Non ha importanza, non ha importanza, — rispose in fretta Saul. Si fece serio. — Questa sua ipotesi è talmente lontana dalla verità, che non ho potuto trattenermi. Se l’ho offesa, mi scusi…

— E qual è la sua idea?

Saul disse irritato:

— Non esiste l’espressione: «tremare come un foglio bagnato». Esistono le espressioni: «tremare come una foglia» e «stracciarsi come un foglio bagnato». Ma come si fa a stracciare un foglio di metallo, bagnato o no? È ridicolo!

Anton aveva aperto la membrana dell’oblò. Un’aria gelida sferzò l’astronave. Saul spinse da parte Vadim e gridò:

— Aspettate! Fatemi passare, per favore!

Anton, che già stava col piede sulla soglia, si fermò. Saul, tenendo lo skorcer sopra la testa, si slanciò avanti.

— Vuole scendere per primo? — chiese Anton sorridendo.

— Sì, — borbottò Saul, — è meglio.

Si infilò nello stretto oblò e si fermò, bloccando l’uscita. Anton, che si era infilato dietro di lui, lo spingeva con la testa.

— Avanti, Saul, — disse.

Saul pareva pietrificato. Da dietro, Vadim tamburellava nervosamente sulla schiena curva di Anton.

— Ci faccia passare, Saul, — chiese Anton.

Saul finalmente si fece da parte e Anton uscì all’aperto. Tutt’intorno c’era la neve. E altra neve cadeva a grossi fiocchi pigri. La navicella si trovava in mezzo a colline rotonde tutte uguali, che si notavano appena nella pianura bianca. Dalla neve spuntavano fuori l’erbetta corta di un verde pallido e molti fiorellini azzurri e rossi. Ma, a dieci metri dall’oblò, giaceva un uomo che la neve andava lentamente ricoprendo.

III

Vadim uscì per ultimo dall’astronave e subito si rivolse a Saul:

— La cosa più semplice sarebbe di controllarlo sulle pagine di qualche antico vocabolario, Dal’ o Ušakov, per esempio. Ma a bordo…

A questo punto si accorse che Saul non lo ascoltava. Saul teneva lo skorcer pronto — con la canna sul braccio piegato — ed il suo viso era inquieto. Gli occhi correvano qua e là. Vadim si guardò svelto intorno e vide anche lui l’uomo.

— Guarda un po’, — disse, interdetto.

Anton si avvicinò all’uomo sdraiato a terra, mentre Saul rimaneva al suo posto. Possibile che l’abbia travolto con l’astronave durante l’atterraggio? — pensava Vadim atterrito. All’idea si sentì contorcere le viscere. Corse dietro Anton e si piegò anche lui sul corpo. Gli gettò solo un’occhiata, poi subito si alzò e cominciò a guardarsi in giro. Tutt’attorno si allungavano tetre colline ricoperte di neve e tutte uguali; il cielo era coperto di nuvole basse, e all’orizzonte si indovinavano i pallidi contorni di una catena di monti. Che pianeta triste, pensò.

E campi e montagne
Tutto pian piano la neve ha coperto…
E ora tutto è deserto…

Anton si inginocchiò e con cautela toccò la mano dello sconosciuto. La mano era piccola, bianca, con delle dita sottili che parevano di porcellana, le unghie lunghe avevano un riflesso d’oro.

— Allora? — disse Vadim e inghiottì.

Anton si alzò e con cura si levò la neve dalle ginocchia nude…

— È morto assiderato da qualche giorno. È anche molto deperito.

— Non c’è più speranza.

Anton annuì.

— Ormai è una pietra.

— Una pietra… — ripeté Vadim. — Come è possibile? Guarda, è solo un ragazzo… — si costrinse a guardare il viso del morto.

— Guarda, assomiglia a Valerij! Te lo ricordi Valerij?

Anton gli mise una mano sulla spalla.

— Sì, gli assomiglia.

— Mi sono così spaventato. Ho pensato di averlo urtato durante l’atterraggio.

— No, giace qui da almeno un paio di giorni. È caduto per la debolezza ed è morto assiderato.

— Ascolta, Anton, ma perché porta solo la camicia?

— Non lo so. Torniamo all’astronave.

Vadim non si mosse.

— Non capisco. Vuoi dire che non siamo i primi?

Si guardò intorno, cercando con gli occhi Saul. Saul non si vedeva.

— Anton, forse ti sei sbagliato? Forse si può ancora fare qualcosa?

— Andiamo, andiamo, Dimka.

— Ma, e lui…?

— Come faccio a saperlo? Andiamo.

Videro Saul. Scendeva lentamente lungo il pendio della collina, scivolando sulla neve bagnata. Rimasero fermi ad aspettare che si avvicinasse. Aveva un’aria tetra, sulle guance gli si scioglievano grossi fiocchi di neve. La neve gli arrivava alle ginocchia. Si avvicinò, si tolse di bocca la pipa spenta e disse:

— È una brutta faccenda, ragazzi. Là ce ne sono ancora quattro, — guardò il morto. — Pure loro seminudi. Che cosa pensate di fare?

— Torniamo all’astronave, — disse Anton, — e riflettiamo con calma.

Nel quadrato sedettero in poltrona e tacquero per un po’. Vadim tremava di freddo e, chissà perché, aveva molta voglia di parlare.

— Guarda un po’ che pianeta! — disse, serrando i muscoli delle mascelle. — Non ne avevo mai sentito parlare. Non si capisce niente. Chi sono? Da dove vengono? Eppure dicevano che qui non c’era mai stato nessuno. E soprattutto… un ragazzino. Un ragazzino qui come c’è finito? Tacque e chiuse gli occhi, cercando di scacciare la visione della faccia coperta di neve.

Anton si alzò e cominciò a girare intorno al tavolo, a capo chino. Saul riempì la pipa.

— Posso fumare? — chiese.

— Sì, prego, — disse Anton distratto. Si fermò. — Ora ecco cosa facciamo, — disse deciso. — Abbiamo un bioplano. Prendiamo cibi e vestiti e compiamo una perlustrazione intorno alla navicella. Sulle colline può essere che ci siano ancora dei vivi.

Nella voce gli risuonavano delle note dure sconosciute a Vadim. Vadim lo guardò con curiosità e Anton notò il suo sguardo.

— Vedete, compagni, — disse in tono più morbido, — la gita turistica non siamo riusciti a farla. Le circostanze, secondo me, sono eccezionali. Probabilmente mi toccherà dare ordini e a voi toccherà obbedire, — guardò Saul e allargò le braccia con aria colpevole. — Vede, Saul, non si può far altro…

— Sì, — disse Saul. — Sì. Certo. Sono pronto, capitano. Ordini pure.

— Ma hai già capito qual è la situazione? — chiese Vadim.

— Ne parliamo dopo, disse Anton. — Prima bisogna mettere in incubazione il bioplano. Vieni, Vadim.

Saul posò la pipa e si alzò pure lui, aggiustandosi sulla spalla la cintura della pistola.

— Grazie, Saul, ce la caviamo da soli, — disse Anton.

— Vorrei venire con voi, — disse Saul. — Non vi darò fastidio, capitano.

Tirarono fuori l’ovocellula e la misero sulla sommità della collina più lontana. La neve cadeva sempre più fitta, i fiocchi di neve solleticavano le guance, e Vadim se le strofinava nervosamente. Il vento soffiava e si sentiva freddo a star fermi a guardare Anton che senza fretta e con cura piazzava gli attivizzatori sulla superficie liscia dell’embrione meccanico. Il vento bruciava le braccia e le gambe nude, e Vadim pensò all’improvviso che, forse, chissà dove, al di là delle colline c’era altra gente che vagava a piedi nudi, incespicando nella neve alta, vestita solo di lunghe tuniche grige.

Anton si raddrizzò e soffiò sulle mani arrossate.

— Sembra che vada, — disse. — Controlla, Dima.

Vadim controllò la posizione degli attivizzatori. Era tutto in ordine. Ritornarono all’astronave. Saul veniva per ultimo; si teneva sempre dietro di loro. La navicella già accumulava energia, come una montagna nera si stagliava sul bianco, la cuspide inclinata seguiva l’invisibile EN 7031. Per la strada Vadim raccolse dei fiori che gli fecero pena, tanto erano miseri e pallidi.

E vivi e morti
pian piano la neve ha coperto
E tutto è ora deserto.

La neve cadeva sempre più fitta, e quando arrivarono all’astronave Saul disse:

— Presto tutto sarà ricoperto. Non sarebbe male fare l’autopsia.

— Perché, — disse Anton. — Ormai sono morti.

— Appunto. Bisognerebbe chiarire perché siano morti.

— Sono assiderati, — disse Anton. — E non abbiamo bisogno di nessuna autopsia.

— Mi sembrerebbe… — iniziò Saul, ma tacque e si infilò nell’oblò. Nel quadrato Anton disse:

— Cerchi di capire, io non sono un medico. Non… non voglio.

— Capisco, — disse Saul.

— Vadim, — disse Anton, — impacchetta le vettovaglie. Tutte le provviste disponibili. Saul, lei ha detto che sa cucire. Bisogna adattare le tute. Io prenderò i medicinali.

Le tute erano di misura unica, ma la differenza di altezza fra Saul e Anton era troppo grande. Bisognava accorciare la tuta di Anton e allungare quella di Saul. E fu subito chiaro che Saul non sapeva cucire. Si passava smarrito l’ago ultrasonico da una mano all’altra, gualciva e lisciava le tute, e guardava Anton con aria mortificata. Evidentemente, gli storici, seduti nei loro comodi studi, non avevano idea di cose così semplici. Probabilmente, quello che principalmente li interessava era come si faceva una volta. Toccò a Vadim prendere l’ago di Saul e mostrargli come funzionava. Con sua meraviglia, lo storico si dimostrò perspicace, e qualche minuto dopo ognuno assolveva il suo compito.

Saul disse, senza alzare la testa dal lavoro:

— Perché pensa, capitano, che ci siano ancora dei vivi?

— Non lo penso, — rispose Anton. — Lo spero.

Vadim finì di riempire il sacco, lo chiuse e sedette al tavolo.

— E quegli altri quattro, sono giovani pure loro? — chiese.

— Sì, — disse Saul. — Proprio dei ragazzi. Quasi degli adolescenti. Molto più giovani di voi.

— Cinque anni fa, — disse Vadim, — io e degli altri ragazzi volevamo prendere un’astronave e volare su Tagora. Naturalmente, non ce lo permisero… Forse, questi ci sono riusciti?

— Assurdo, — disse Anton. — L’astronave la può avere solo un pilota esperto. E che esperienza hanno questi… Dei ragazzini! Del resto è tutto assurdo. Hanno le unghie dorate! E delle strane camicie sul corpo nudo.. E la cosa più importante è: come hanno fatto a finire qui?

— Molto semplice, — disse Vadim. — Qualcuno si preparava a partire, ha lasciato l’astronave davanti a casa, loro si sono radunati di notte e sono partiti. Volevano fare gli esploratori. E qui sono scesi e si sono persi. È sopraggiunto il gelo. Ecco tutto.

— Quello che stai dicendo — disse Anton freddamente — è assolutamente impossibile. Anche se le cose fossero andate così, io lo avrei saputo certamente. Sono morti da qualche giorno. Sulla Terra avrebbero dato inizio a delle ricerche globali.

— E se fossero arrivati qui con qualcuno più anziano?

Anton tacque.

— Allora andiamo a cercare gli anziani, — disse alla fine.

— C’è una cosa che mi lascia perplesso, — disse Vadim. — Queste strane camicie…

— Non sono camicie, — disse Saul inaspettatamente.

I due si girarono verso di lui.

— Sono sacchi. Con dei buchi per la testa e le mani. Sono dei rozzi sacchi di juta. Ora non ce ne sono più, — sogghignò sinistramente. — Vede, Vadim, quei ragazzi avrebbero potuto procurarsi più facilmente uno skorcer od una batisfera, piuttosto che uno di quei sacchi. Perché c’erano molto, molto tempo fa. E non mi piace affatto che andassero in giro nudi e che invece dei vestiti avessero dei sacchi.

Vadim sentì che il cuore aveva smesso dibattere. Gli sembrava strano e terribile questo fatto dei sacchi di juta che erano esistiti tanto, tanto tempo fa. Aveva una sensazione non di pericolo, ma proprio di terrore. Come se all’improvviso davanti ai suoi occhi una persona cominciasse a invecchiare repentinamente, invecchiasse, invecchiasse e si mutasse in un vecchio rugoso e avvizzito. Si scrollò e la sensazione scomparve. Saul rivoltò la tuta, se la sollevò davanti con le braccia tese e la osservò.

— E perciò io non sono d’accordo con voi, — continuò. — Penso che siano indigeni. E… non so se mi capite… Al tempo dei sacchi di juta avvenivano delle strane cose. Mi pare che questi giovani siano stati spogliati e abbandonati qui nel deserto. Provi, Anton.

Anton prese la tuta.

— Dunque, secondo lei, su Saul esiste una civiltà? — chiese incerto. — Ed è ancora al tempo dei sacchi di juta?

— Come faccio a saperlo, capitano? Parlo solo di quello che vedo. Vedo dei sacchi di juta, so che sacchi di juta sulla Terra ai nostri tempi non ce ne sono. Dunque non sono dei terrestri. Forse, sono stati rapinati, o forse sono dei pellegrini. Dei fanatici. Andavano a venerare le sante reliquie, vestiti, secondo il voto, con dei sacchi, hanno smarrito la strada, sono capitati in una bufera di neve… Non so.

Tutto questo Vadim lo capiva poco. Tutte queste parole — «fanatici», «reliquie», «voto» — le conosceva, erano in qualche modo legate ai rituali religiosi, ma non avevano per lui nessun significato reale. Pensò di sfuggita, con ammirazione, che Saul evidentemente era un vero specialista. Ma non fu questo a colpirlo.

— Una civiltà, dunque? — disse. — Allora… Siamo venuti a fare una passeggiata e, fra una cosa e l’altra, abbiamo scoperto una civiltà! Non ci credo! — annunciò.

— Fra una cosa e l’altra, — disse Anton pensieroso. — Fra una cosa e l’altra? EN 7031 era nel programma di ricerca…

— Sì, l’hai detto. Ma la spedizione non ha avuto luogo.

— La spedizione non ha avuto luogo, ma, fra l’altro, EN 7031 si trova nell’elenco delle stelle situate sull’ipotetica rotta dei Nomadi dello Spazio.

— Non ho mai sentito parlare di un elenco simile, — disse Vadim.

— Esiste invece. L’elenco di Gorbovskij-Bader. Per cui, le possibilità di scoprire una civiltà c’erano, caro Vadim. E forse Saul ha ragione, sono dei ragazzi indigeni. Ma quale rapporto abbiano con i Nomadi dello Spazio, questo è un altro problema…

Vadim sedeva, con i gomiti appoggiati sul tavolo e tenendosi la testa con le mani. Ma che civiltà! Va bene, pensava, mettiamo pure che siano stati vittime dei banditi. Ma questa è una sciocchezza: dei ragazzi di sedici anni in buona salute si fanno spogliare senza opporre resistenza e, buoni buoni, muoiono congelati. Ma non sono certo dei fanatici! Si immaginò un fanatico. Era un vecchio calvo e macilento, con gli occhi da pazzo, e un’enorme catena arrugginita al collo. No, pensava. Ma che fanatici! Forse sono loro stessi dei Nomadi dello Spazio? Sì. Con dei sacchi di juta. Gli vennero in mente le costruzioni ciclopiche, lasciate dai Nomadi sul pianeta Vladislav, e fu colto da malumore, come gli accadeva sempre, quando si trovava alle prese con un problema per lui insolubile.

— Anton, — disse. — A che punto è il bioplano?

Anton guardò l’orologio.

— È ora, — disse. — Andiamo. Vestitevi e prendete uno zaino per uno.

— Vorrei una precisazione —, intervenne Saul. — Cosa dobbiamo cercare?

A Vadim parve che Anton tentennasse.

— Cercheremo altri infortunati.

Saul si abbottonò la tuta.

— E se, per fortuna, qui non c’è più nessun infortunato? Mi riferisco all’ipotesi dei rapinatori.

— Se ci trovassimo di fronte a questa ipotesi, non staremo certo a far cerimonie, — borbottò Vadim.

— In qualsiasi altro caso, — disse Anton chiaramente, — vi prego di non fare un movimento senza mio ordine.

Andò verso la porta.

— Non prendete un’arma? — chiese Saul.

— Non abbiamo bisogno di armi, — rispose Anton.

— Basta con i cadaveri qui, — disse Vadim.

Uscirono dall’astronave e subito sprofondarono nella neve alta. Il bioplano si vedeva appena, dietro la cortina bianca. Era un bioplano antigravitazionale Grillo, un’affidabile macchina a sei posti, molto popolare fra le truppe da sbarco e gli astronauti in esplorazione. Stava sul bordo di un’enorme fossa disgelata, da cui si innalzava un vapore denso, i suoi fianchi lisci erano ancora tiepidi e nella cabina faceva addirittura caldo.

Buttarono gli zaini nel bagagliaio e sedettero nella macchina sotto una cupola liscia e trasparente.

— Accidenti! — disse Anton all’improvviso. — Dimka, scusami, per favore. Probabilmente ti serve l’analizzatore per la traduzione.

— Per quale traduzione? — chiese Saul. Vadim si strofinò il mento.

— Dell’analizzatore posso anche fare a meno, — disse lentamente, — ma senza i mnemocristalli all’inizio non me la posso cavare. Bisogna che qualcuno faccia un salto all’astronave.

— Quanti te ne occorrono? — disse Anton, e intanto scendeva dal bioplano.

— Una coppia sarà sufficiente. Solo, prendila con le ventose, per non doverla tenere in mano.

Anton corse sulla neve fino all’astronave.

— Di che cosa stavate parlando? — si informò Saul.

— Ci sarà bisogno di entrare in contatto in qualche modo con la gente, sempre che riusciamo a trovarla, — rispose Vadim.

— E — Saul mosse leggermente le dita — ne parla come di una cosa da nulla?

Vadim lo guardò con aria meravigliata.

— E come ne dovrei parlare?

— Beh sì, certo, — disse Saul.

«Che strano tipo, — pensava Vadirn. — Possibile che tutta la vita se ne sia stato seduto nel suo studio ad ascoltare Mendelssohn?»

— Saul, — disse, — dopo i lavori di Sugimoto, entrare in rapporto con altri umanoidi è un problema puramente tecnico. Non si ricorda come Sugimoto riuscì a comunicare con gli abitanti di Tagora? Quella è stata una grande vittoria, se ne parlò e se ne scrisse molto…

— Ma certo! — disse con entusiasmo Saul. — Come si potrebbe dimenticarlo! Ma io pensavo, chissà perché, che… ne fosse capace solo Sugimoto.

— No, — disse Vadim con noncuranza. — Può farlo qualsiasi linguista strutturale.

Anton tornò, porse a Vadim la scatola con i cristalli e si sistemò al suo posto.

— Avanti, — disse e guardò Saul. — Che cosa è successo?

— Che cosa poteva succedere?

— Mi sembrava… Beh, non ha importanza. Avanti.

— Senti, — disse Vadim, guardando una collinetta di neve che si notava appena oltre la navicella. — Non è bello lasciarli così. Non sarà meglio seppellire prima quei ragazzi?

— No, — disse Anton. — A rigore, non ne abbiamo nemmeno il diritto.

Vadim capì. Non sono morti terrestri e non tocca a noi seppellirli secondo le nostre leggi. Afferrò il manubrio e accese il motore. Il bioplano decollò dolcemente e si tuffò nella bianca foschia.

Vadim sedeva, curvo come sempre, e muoveva appena appena il volante, per controllare la tenuta d’aria. La neve gli correva incontro. Vadim vide solo una cometa bianca dalle mille code, il cui nucleo gli navigava lentamente davanti agli occhi. Accese gli schermi radar.

— A che servono questi schermi? — chiese Saul da dietro.

Vadim spiegò:

— Non vedo niente, e inoltre la neve avrebbe potuto coprirli.

— Grazie, — disse Saul. — Ho capito.

Il bioplano uscì dalla tormenta di neve. Si trovava ora su una piana collinosa. Vadim aumentava a poco a poco la velocità, il motore fischiava sordo, e sotto la chiglia passavano vorticose le cime tondeggianti dei colli. Il cielo era tutto bianco, bassa sull’orizzonte, a destra, splendeva una macchia accecante, l’EN 7031, e a nord si distinguevano chiaramente i contorni di una catena montuosa. La macchia accecante si spostava lentamente verso destra e verso le loro spalle: il bioplano stava descrivendo un arco intorno all’astronave del raggio di dieci chilometri. Davanti, a destra e a sinistra c’erano solo colline, colline e ancora colline. Anton disse all’improvviso:

— Guardate, una mandria!

Vadim frenò e tornò indietro. Il bioplano rimase sospeso, immobile. In una gola fra le colline si muoveva svelto un gruppetto di animali. Si trattava di quadrupedi, di non grandi dimensioni, che sembravano cervi senza corna, e si sforzavano saltando di avanzare nella neve, rovesciando all’indietro le lunghe teste dalle narici nere. Le zampe sottili si incagliavano nella neve alta, e gli animali cadevano, rotolavano su se stessi, sollevavano nubi di polvere di neve, poi si rialzavano e riprendevano a correre, incurvandosi a ogni salto. Lasciavano dietro di sé solchi di neve smossa. E dietro a questo solco, con i lunghi colli chini, si affrettavano sulle lunghe zampe nude enormi uccelli simili a struzzi. Solo i becchi di questi uccelli erano diversi da quelli degli struzzi, poderosi, gobbi, con la terribile punta rivolta all’ingiù.

Vadim scese in picchiata e sorvolò la gola. La mandria continuò a correre sotto il bioplano, non lo notò nemmeno, ma gli uccelli — erano tre — si fermarono di scatto, si sedettero sulle zampe ripiegate e, sollevate le teste, spalancarono il terribile becco. Che battuta di caccia, pensò di sfuggita Vadim, che battuta di caccia si sarebbe potuta organizzare! Alzò di nuovo il bioplano e cominciò a manovrare a saliscendi. Si abbassò fin quasi a sfiorare i becchi mostruosi, che schioccarono con un colpo secco. Ora il bioplano compiva balzi di due chilometri, volando verso il cielo basso, e ogni volta la pianura si dispiegava sotto di loro, e si vedeva che per decine di chilometri intorno si stendeva un deserto nevoso.

— Le cose si mettono male, — borbottò Saul.

— Perché?

— Gli uccelli…

Ma guarda un po’ che civiltà, pensava Vadim. Ricerche non ne hanno organizzate. Hanno fatto uscire dei ragazzini nudi, disarmati. Qui, probabilmente, senza armi non si può fare nemmeno un passo. Eppure erano dei ragazzini coraggiosi…

Il bioplano terminò il giro di dieci chilometri, e ne iniziò un secondo con un raggio di venti chilometri. E subito Anton disse:

— Ecco da dove vengono… Piega a destra di trenta gradi!

Al margine della pianura, sotto una catena di monti grigio-azzurri, si scorgevano appena delle macchie scure di forma regolare.

— Sembra un grosso centro abitato, — disse Saul. — Avete un binocolo qui?

Il riflettore di bordo disperdeva la foschia, e Vadim, chino sul binocolo, distingueva il profilo di edifici, di mura menate e di cupole.

— Una città, — disse. — Che cosa facciamo?

— Una città? — fece eco Saul. — Curioso. E quanto dista?

— Circa quindici chilometri.

— Così, dunque, dalla città alla navicella ci sono trenta chilometri… Una persona allenata li potrebbe fare perfino a piedi nudi.

Vadim sussultò.

— Non ci tengo a provarlo, — borbottò.

Il bioplano, scrollato dalle raffiche di vento, stava ora a una ventina di metri da terra. Come è tutto assurdo, pensava Vadim. Dove sono le spedizioni di ricerca? Dove sono i bioplani e gli elicotteri con i volontari? La gente muore assiderata vicino alla città, e qui per un raggio di decine di chilometri non c’è anima viva, eccetto quegli uccellacci. E quegli uccelli qui non ci dovrebbero proprio essere. Avrebbero dovuto sterminarli da cento anni, e non organizzare così vicino una riserva naturale di rapaci. E perché Anton temporeggia? Perché non andiamo in città a mettere gli abitanti sulla strada della verità? In fin dei conti le formalità del primo approccio possono essere trascurate, vista la situazione. Si girò a guardare Anton.

Anton era incerto. Sedeva dritto, con gli occhi socchiusi e le labbra serrate. Aveva questa faccia quando risolveva fra sé e sé qualche problema di navigazione spaziale.

— Ebbene, capitano? — disse Vadim.

La faccia di Anton riacquistò l’espressione solita.

— Secondo le regole, — cominciò, — ora dovremmo tornar subito all’astronave. Ma… Va’ avanti. Rimani alla periferia. Tieniti più in alto.

Il bioplano in tre balzi fece la distanza che lo separava dalla città, e già alla fine del secondo Vadim capì che non si trattava di una città. In ogni caso, capì subito perché nessuno si preoccupava della sorte dei ragazzi scomparsi.

— Qui si è verificata un’esplosione tremenda, — borbottò Saul da dietro.

Il bioplano si fermò sopra il bordo di una buca gigantesca, che somigliava ai cratere di un vulcano attivo. La buca, ampia mezzo chilometro, era piena fino all’orlo di un pesante fumo che si muoveva. Il fumo era grigiastro, si stratificava pigramente e oscillava e doveva essere molto più pesante dell’aria, perché nemmeno una voluta si innalzava sopra la buca. Da lontano sembrava che non fosse fumo, ma qualcosa di liquido. Sui bordi della buca c’erano delle rovine, ricoperte di neve. Dai cumuli di neve sbucavano resti corrosi di pareti policrome, torri inclinate, costruzioni metalliche contorte, cupole sfondate.

Vadim guardava sbalordito. Saul biascicò:

— Beh, queste cose le conosciamo… Un bombardamento… I depositi sono saltati… e da poco tempo; il fumo non si è ancora disperso, là c’è qualcosa che brucia.

Vadim scosse il capo.

— In questa città non c’è vita. Gli abitanti sono scappati via. Strano che ne abbiamo trovato solo cinque.

— Gli altri sono lì, — disse Saul, guardando la buca.

— Questa non è una civiltà, è uno scandalo, — gridò Vadim.

— Ma che razza di imbecilli! Chi è che si mette a fare esperimenti con gli esplosivi in una città? Bisogna proprio essere l’ultimo…

Anton disse piano:

— Arrivano delle macchine…

Da nord giungeva fino alla buca il nastro di una strada, così sottile che si notava appena. Su di essa strisciavano fitti e senza fretta dei puntini neri. Aha, pensò Vadim, dunque non è ancora tutto perduto. Girò il bioplano e sorvolò la buca; videro una magnifica autostrada che finiva proprio dentro il fumo, e sull’autostrada una colonna senza fine di macchine occupava tutto il nastro stradale. In schiera compatta venivano da nord, solo da nord, macchine verdi basse, che parevano normali automobili a propulsione atomica, ma senza parabrezza; piccole macchine bianche e azzurre, che si trascinavano dietro una lunga coda di rimorchi vuoti; macchine arancioni che parevano sintetizzatori da campo; enormi cingolati neri a torre e piccole macchine con lunghe ali dispiegate. Tutte avanzavano in buon ordine sulla strada, mantenendo sempre la stessa distanza, e, una dopo l’altra, si nascondevano nel fumo grigio-azzurro della buca.

— Sono senza pilota, — disse Vadim.

— Sì, — disse Anton.

— Dunque, c’è qualcuno che le manda. Probabilmente per i lavori di ricostruzione. E troveremo della gente all’altro capo della strada… — Vadim si interruppe. — Senta un po’, Saul, — disse, — c’erano macchine del genere al tempo dei sacchi di juta?

Saul non rispose. Guardava in basso come incantato e in faccia gli si leggevano ammirazione ed entusiasmo. Alzò su Vadim gli occhi stralunati. Le sopracciglia cespugliose erano irte.

— Che tecnica! — disse. — Che processione epica! Che proporzioni grandiose! Non se ne vede la fine!

Vadim si stupì e guardò pure lui in basso.

— Ma che cosa c’è di straordinario? — chiese. — Ah! Le proporzioni! Sì, le proporzioni sono assurde. Per ricostruire la città basterebbe una dozzina di robot.

Guardò di nuovo Saul. Saul sbatté in fretta le palpebre.

— A me invece piace, — disse. — È molto bello. Possibile che non veda com’è bello?

— Vadim, — disse Anton, — segui la strada. Visto che abbiamo iniziato, cerchiamo di capirci qualcosa.

Vadim accelerò. In basso il torrente delle macchine si fuse in un nastro multicolore.

— Ecco, ora è bello, — disse Vadim. — Ma lei, Saul, non mi ha risposto. Sono compatibili i sacchi di juta con questa tecnica?

— E perché no? Dalle città distrutte la gente è scappata così com’era. Quanto la preoccupano quei sacchi di juta! I sacchi di juta sono esistiti per alcuni secoli. Sono una cosa comoda e di poco prezzo. Potevano servire per portare i ceppi, ad esempio.

— Quali ceppi?

— I ceppi di legno. Per riscaldare il bagno.

Vadim ricordò la storia del foglio bagnato e rimase zitto, guardando avanti. Non si vedeva la fine né della autostrada né della colonna di macchine. Da entrambi i lati della strada fino all’orizzonte si stendeva una pianura di neve intatta. Vadim accelerò ancora. Che razza di lavoro assurdo, pensava. Si gettano nel fumo come in un abisso. Calcolò le dimensioni approssimative della buca e la quantità di macchine che vi finivano dentro. Non aveva proprio senso. Comunque io non sono ingegnere. Un qualsiasi umanoide di Tagora — là erano tutti ingegneri — avrebbe detto che questa strada non era altro che un grande nastro trasportatore, che portava i pezzi di una macchina di medie dimensioni fino a un reparto sotterraneo di montaggio. E invece un pastore del pianeta Leonida avrebbe pensato che si trattasse di un gregge di animali, inviato dal pascolo al mattatoio.

— Anton, — chiamò. — Te lo immagini un Leonidiano al posto nostro?

Anton rispose:

— Un Leonidiano scemo direbbe che è tutto chiaro. E uno intelligente che i dati sono insufficienti.

Sì, i dati erano insufficienti. Tutte le macchine vanno verso sud e non ne torna indietro neppure una. Se veramente vanno a ricostruire la città, allora fungono loro da materiale di costruzione. E perché no?

— Sapete, — disse all’improvviso Saul, — ho addirittura un po’ di paura. Quanti chilometri abbiamo già fatto? Quaranta? E ci sono ancora macchine che vanno e vanno.

— Avrebbero fatto meglio ad utilizzare questa tecnologia per cercare i dispersi, — osservò Vadim.

— No, lei si sbaglia, — obiettò Saul. — In questi casi non ci si occupa del singolo individuo.

— Come sarebbe a dire, non del singolo individuo? Per chi ricostruiscono la città? A quei ragazzi la città non serve più…

Saul scosse la mano con aria seccata.

— Durante l’esplosione ne sono, probabilmente, morti a decine di migliaia di quei ragazzi. Peccato, certo, però non è il caso di occuparsi oltre di loro.

Vadim sussultò facendo sbandare il bioplano.

— Mi scusi, Saul, ma il suo comodo studio e la storia hanno avuto su di lei un effetto terribile. Lei fa dei ragionamenti inauditi. Adesso magari ci verrà anche a dire che il fine giustifica i mezzi.

— A volte li giustifica, — assentì Saul freddamente.

Vadim si trattenne. È un fossile di un’altra epoca, pensò. Ma prova un po’ a lasciarlo senza calzoni in mezzo alla neve, e vedrai come si offende che tutta la tecnologia del pianeta non corra in suo aiuto! A questo punto Vadim scorse una traversa e frenò bruscamente.

Il sentiero partiva dalla strada principale e andava verso oriente, zigzagando fra le colline.

— È la prima strada in un’altra direzione, — disse Vadim. — Cambiamo rotta?

— Non vale la pena, — disse Saul. — Che cosa potrebbe esserci di interessante?

Anton era indeciso. Ma come tentenna, pensò con ira Vadim. Sembra proprio un’altra persona.

— Allora? — disse. — Io propongo di continuare per la strada principale.

— Anch’io, — disse Saul. A tornare indietro facciamo sempre in tempo. Non è vero, Vadim?

— Va bene, vola dritto, — disse incerto Anton. — Vola dritto. Però… tenete presente… Va bene, vola dritto.

Vadim di nuovo slanciò il bioplano lungo la strada.

— Ma che cosa hai oggi, Anton? — gli chiese. — Sei incerto come un paladino al bivio: se vai a destra perdi il bioplano, se vai a sinistra, la vita…

— Avanti, guarda avanti, — rispose Anton con tono tranquillo.

Vadim si strinse nelle spalle e con ostentazione cominciò a guardare davanti a sé. Cinque minuti dopo vide una macchia grigia.

— Di nuovo una buca piena di fumo, — disse.

Era esattamente uguale a quella di prima. I bordi erano coperti di neve, su di essa ondeggiava pesantemente lo stesso fumo grigiastro, e dal fumo, come un torrente inesauribile, uscivano le macchine.

— Mi aspettavo di vedere qualcosa del genere, — disse Anton.

— Ma qui non c’è nessuno, — disse Vadim interdetto. — Ne sappiamo quanto prima.

Uno strano pensiero lo colpì. Guardò la bussola e impugnò il binocolo. Rovine lungo i bordi della buca non ce ne erano. Non era la stessa.

— Impressionante, — disse Saul. — Escono dal fumo e rientrano nel fumo.

— Torniamo indietro, — disse Vadim impaziente. Fissò Anton. Sul viso di Anton c’era di nuovo quella detestabile espressione indecisa.

— Scusi, — disse Saul, — ma come si fa ad ignorare un fenomeno tanto straordinario!…

— Ma dov’è il fenomeno! — esclamò Vadim. — Che cosa c’è da ammirare tanto? Un ingegnere privo di talento trasferisce le sue macchine attraverso il subspazio… Ha trovato il posto giusto per il trasporto-zero! Ha distrutto una città, questo scemo incapace… Ma si può sapere cosa stai a rimuginare, Anton?

— Mi pare che alzi un po’ troppo la voce, — disse Anton, guardando altrove.

— Beh, e allora? Cos’è, ti interessano i processi produttivi locali?

— Ma no… — rispose fiaccamente Anton. — Cosa vuoi che mi interessino?

Vadim girò insieme al suo sedile, si strofinò le mani sulle ginocchia e si mise a guardare alternativamente Anton e Saul. Anton aveva una faccia come se stesse per addormentarsi. Teneva addirittura le mani sullo stomaco e le dita incrociate. E Saul fissava Vadim con un’espressione di commossa ammirazione e di sorpresa. Teneva la bocca mezza aperta.

— Di che si tratta? — disse Vadim. — Che cosa avete subodorato tutti e due?

Saul trasalì.

— Ma certo! — esclamò. — Come ho fatto a non pensarlo subito! È tutto chiaro: abbiamo due buche ad una distanza di ottanta chilometri. Da una buca escono le macchine, percorrono ottanta chilometri su un’ottima autostrada e senza alcun effetto visibile entrano nella seconda buca. Dalla seconda buca attraverso un passaggio sotterraneo tornano alla prima…

Vadim sospirò con aria afflitta.

— No, non tornano nella prima, — disse. — Si tratta di un trasferimento adimensionale, capisce? — Ad ogni parola Saul faceva cenni affermativi col capo. — Un elementare trasporto adimensionale. Qualcuno utilizza questo posto per far percorrere alle macchine le distanze maggiori per la via più breve. Forse migliaia di chilometri, forse migliaia di parsec. Possibile che non sia chiaro?

— Ma no, perché, è tutto chiarissimo! — esclamò Saul. Aveva un’aria un po’ intontita. — Cosa c’è di incomprensibile? Un tipico trasferimento adimensionale…

— Sì, — assentì Vadim. — Ed a noi non interessa affatto. È la gente che dobbiamo cercare!

— Va bene, — disse Anton. — Cercheremo la gente. Torna indietro e segui la traversa.

Vadim girò il bioplano e ritornò indietro lungo la strada.

— Anton, ti senti male? — chiese dopo una pausa.

— Sì, mi sento male, — disse Anton. — Non dimenticare di confermarlo, se te lo chiedono…

— Chi lo deve chiedere?

— Lo chiederanno, — disse Anton. — Ci sarà… gente che si interesserà…

Vadim non insisté, era chiaro che tutto questo non aveva senso. Guardò le macchine in basso e poi il contachilometri.

— Sono degli automi primitivi, — borbottò. — Procedono sempre alla stessa velocità, sempre alla stessa distanza… Valeva la pena di spedirli attraverso il subspazio…

Apparve la strada trasversale.

— Come volo? — chiese Vadim. — Seguo il sentiero o taglio le curve?

— Segui il sentiero, — rispose Anton. — E scendi a bassa quota.

Vadim scese con piacere fin quasi a terra e seguì esattamente la strada. Gli piaceva molto andare veloce con brusche svolte. Di fianco, saltellando sulle asperità, correva sulla neve l’ombra affusolata del bioplano.

— Ecco di nuovo gli uccelli, — disse Saul furioso.

Davanti a loro, proprio sul sentiero, si trovavano alcuni mostri dalle zampe lunghe, simili a quelli visti prima. Scavavano delle fosse e raspavano nella neve smossa. Quando il bioplano si avvicinò, subito si accovacciarono sulle zampe, piegarono indietro i lunghi colli e spalancarono i becchi neri. Dai becchi pendevano dei brandelli.

— Che bestiacce schifose! — disse Saul con ribrezzo. Si girò sul sedile per guardare indietro. — Che cosa staranno disseppellendo?

Vadim capì all’improvviso cosa stessero disseppellendo, ma la cosa gli fece tanto orrore che preferì non credervi.

— Lei, Saul, non ha visto i Tachorg, — disse con allegria forzata. — In confronto ai Tachorg questi non sono che pulcini appena nati. Bisognerebbe ammazzarne uno, vero Anton?

— Sì, si può fare, — disse Anton.

Saul sedeva dritto.

— Non mi piace che stiano là a scavare, — disse cupo.

Nessuno rispose. Volarono in silenzio ancora per una decina di minuti. La neve sul sentiero era di uno schifoso color letame. Vi si vedevano delle tracce che non erano né di cingoli né di ruote, e a destra e a sinistra, sulla superficie innevata a tratti, si stendevano lunghe file di orme umane. Le colline tondeggianti che lo fiancheggiavano erano deserte. Qua e là dai cumuli di neve spuntavano esili arbusti e nere radici contorte, che sembravano mani adunche.

— Eccone un altro, — disse Saul.

Sulla sommità di una collina stava un uccello. Notato il bioplano, si slanciò impetuosamente in avanti, per tagliare loro la strada. Correva, agitando vertiginosamente le zampe, teneva aperte le piccole ali, tendeva il collo magro e con il becco quasi sfiorava la neve. Il piccolo occhio ardente fissava il bioplano.

— Non farà in tempo! — esclamò dispiaciuto Vadim.

Ma l’uccello fece in tempo. — Forza! — gridò Vadim soddisfatto. Il bioplano si scosse. Nell’aria volteggiò una zampa dagli artigli protesi. Anton e Saul si voltarono all’istante.

— Sta ancora ruzzolando! — comunicò Saul. — Un animale schifoso come pochi… Ma guarda… — esclamò meravigliato.

Vadim accese subito lo schermo retrovisore posteriore. L’uccello caduto si era già rimesso in piedi e, zoppicando, correva dietro al bioplano. Aveva l’aria furiosa. Presto rimase indietro e sparì dietro la curva.

— Se incontreremo della gente, — disse Vadim, — proporrò di sterminare queste bestiacce in tutta la vallata. Visto che da soli non ce la fanno… Che ne pensi, Toška?

— Si vedrà, — disse Anton.

IV

Le colline divennero via via più basse e all’improvviso si aprì davanti a loro un alto terrapieno coperto di neve. Anton notò subito le minuscole figure nere che si muovevano sul crinale. Beh, ci siamo, pensò, e disse:

— Fermati.

— Perché? — obiettò Vadim. — Non lo vedi che là c’è gente!

— Fermati, ti dico!

— Ecco, — brontolò scontento Vadim, ma obbedì.

Ora si gira e mi guarda con disapprovazione, pensò Anton. Che mi tocca fare…

Era in una situazione difficile. La possibilità di imbattersi in una civiltà sconosciuta era estremamente bassa, ma reale, e ogni astronauta conosceva le istruzioni della Commissione per le Relazioni Extraterrestri, che proibivano i contatti non ufficiali con civiltà sconosciute. Ora sarebbe stato sciocco tirarsi indietro, pensò. Avremmo dovuto abbandonare il pianeta Saul non appena abbiamo visto i cadaveri. Avremmo dovuto… Solo che nessuno lo avrebbe fatto. E però le istruzioni ci sono. E contemplavano fra l’altro proprio un caso come questo, quando hai nell’equipaggio uno che brucia dalla voglia di darsi da fare e uno che non si capisce cosa voglia. E tu stesso sei lacerato dalle contraddizioni. Era ormai quasi certo che nelle vicinanze c’erano migliaia di persone alle prese con una catastrofe. Eccole lì quelle persone che vagavano senza un senso per il crinale… E Dimka mi guarda con disapprovazione… E Saul guarda con curiosità eccessiva. Uno Storico con lo skorcer. Fra l’altro non mi devo dimenticare dello skorcer… E le istruzioni sono molto chiare e semplici: «Sono vietati i contatti informali con gli indigeni…». Era molto semplice: se, uscito dall’astronave, notava in giro segni di civiltà doveva «abbandonare immediatamente il pianeta, dopo aver cancellato con cura ogni traccia della sua presenza». Ed io invece ho lasciato un’enorme buca, quella dell’incubazione del bioplano, e, vicino alla buca, cinque cadaveri…

— Beh, cosa succede? — chiese Vadim. — Ti è presa la malinconia?

Ovviamente né i linguisti strutturali né gli storici sanno niente delle istruzioni. Se ne avesse parlato, probabilmente si sarebbero offesi: «Non siamo dei bambini! Sappiamo da soli quello che è giusto e quello che è sbagliato!».

A questo punto Anton si accorse che il bioplano scivolava lentamente in direzione del terrapieno. Prese una decisione.

— Sali sul crinale, — disse. — Mettiti il più lontano possibile dalla gente. Ancora una cosa: vi prego vivamente di non organizzare un gemellaggio fra civiltà.

— Non siamo dei bambini, — disse con dignità Vadim, aumentando la velocità.

Il bioplano con un balzo volò in cima al terrapieno. Vadim sollevò la cappotta, si sporse e fischiò sorpreso. In basso, oltre il terrapieno, si apriva una conca gigantesca, piena zeppa di uomini e di macchine. Ma Anton non guardava in basso.

Guardava con orrore e pietà un uomo curvo, livido di freddo, con addosso un sacco lacero di juta, che andava verso il bioplano, trascinando lentamente le gambe. Aveva la faccia variegata di cicatrici, le braccia e le gambe nude erano coperte di croste, i capelli sporchi erano appiccicati in ciocche disordinate. L’uomo gettò al bioplano uno sguardo indifferente e, superatolo, proseguì lungo il crinale. Quando inciampava, emetteva dei deboli gemiti. Non è un uomo, pensò Anton, somiglia soltanto ad un uomo…

— Signore Iddio! — esclamò rauco Saul. — Che cosa sta succedendo!

Allora Anton guardò in basso. Sul fondo della conca, sulla neve sporca e calpestata, in mezzo a decine di macchine di ogni genere brulicavano, sedevano, giacevano, vagavano o correvano degli uomini scalzi vestiti di sacchi grigi. Intorno a loro, al margine della neve intatta ce ne erano altri schierati in file irregolari. Erano moltissimi, centinaia, forse migliaia. Stavano ritti, con aria tetra, guardando in basso. Qua e là, nelle file, qualcuno era caduto, ma nessuno ci faceva caso.

Nella conca c’erano varie decine di macchine. Alcune erano parzialmente interrate, altre coperte di neve, ma Anton si accorse subito che erano uguali a quelle che avevano visto sulla strada. Qualche macchina si scuoteva freneticamente, senza comando né scopo apparente, schizzando intorno fango e neve.

Anton all’improvviso si rese conto che nella conca c’era un silenzio innaturale. Vi si trovavano migliaia di uomini, ma si sentivano solo i brontolii sordi delle macchine e qualche raro urlo lamentoso.

E la tosse. Di tanto in tanto qualcuno cominciava a tossire raucamente, soffocando e ansimando, come se gli cominciasse il raschio in gola. Immediatamente gli facevano eco decine di gole, e dopo qualche secondo la conca risuonava di secchi colpi di tosse. Per un po’ ogni movimento cessava, poi risuonavano dei gridi lamentosi, scatti bruschi come spari, e la tosse cessava…

Anton aveva ventisei anni, faceva l’astronauta da molto tempo e ne aveva viste di tutti i colori. Gli era capitato di vedere come si diventa invalidi, come si perdono gli amici, come si perde la fede in se stessi, come si muore; lui stesso aveva perso degli amici e lui stesso si era trovato ad agonizzare a tu per tu col silenzio indifferente, ma qui era una cosa completamente diversa. Qui c’era cupo dolore, tristezza e desolazione assoluta, qui si sentiva la disperazione indifferente di chi non spera più in nulla, di chi sa che, se cade, nessuno lo solleverà, di chi non ha assolutamente niente da aspettarsi se non la morte in mezzo a una folla noncurante. Non può essere, pensò. Si tratta veramente di una grande calamità. Non ho mai visto niente del genere.

— Non potremo mai aiutarli, — borbottò Vadim. — Migliaia di persone e noi non abbiamo nulla…

Anton si riprese. Venti astronavi da carico, pensò. Abiti. Cinquemila cambi di vestiario. Cibo, una decina di sintetizzatori. Un ospedale prefabbricato con sessanta padiglioni. Oppure è poco? Forse, non erano tutti qui? E forse non era successo solo qui?…

Bel lavoro avrei fatto se avessi ordinato di tornare dalla strada all’astronave, pensò con soddisfazione.

Stavano in silenzio senza uscire dal bioplano. Non si capiva che cosa stesse facendo la gente nel fondo della conca. Si davano da fare intorno alle macchine. Probabilmente, le macchine erano la loro speranza. Forse le volevano aggiustare o utilizzare per farsi portar via da quel deserto di neve.

Vadim sedette e accese il motore.

— Aspetta, — disse Anton. — Dove vai?

— Sulla Terra, — rispose Vadim. — Non ce la possiamo fare da soli.

— Spegni il motore. Calmati.

— Che cosa c’entrano i nervi? Con i nostri due panini, non li sfami di certo.

Anton prese lo zaino con le medicine e lo gettò fuori. Poi prese lo zaino con le cibarie.

— Prenda, — disse a Saul. — Vadim, prepara il tuo apparecchio traduttore. Devi tradurre.

— Perché? — disse Vadim. — Perché complichi tanto le cose? Perdiamo solo tempo e intanto, qui, ogni minuto ne muore uno.

Anton gettò fuori lo zaino con i viveri.

— Cerchiamo di sapere quanti sono. Di che cosa hanno bisogno. Tutto, insomma. Che cosa racconti se torni ora sulla Terra?

Vadim, senza dire una parola, balzò a terra e si mise in spalla lo zaino con le medicine. Anton rivolse a Saul uno sguardo d’attesa. Saul si sfilò la pipa di bocca.

— È tutto giusto, — disse, — ma non prenda i viveri.

— Perché? I più deboli li possiamo sfamare subito.

— Non faccia sciocchezze. Appena vedranno i viveri ed i vestiti, ci calpesteranno insieme agli zaini.

— Non sono per tutti, — insisté Anton, — spiegheremo che sono per i più deboli.

Saul lo guardò per qualche istante con una strana espressione di compatimento. Poi chiese:

— Lei sa cosa sia la folla?

— Prenda lo zaino, — disse piano Anton. — Che cosa sia la folla me lo spiegherà dopo.

Saul con un sospiro si mise lo zaino sulla spalla e fece per prendere lo skorcer rimasto sul sedile.

— No, questo lo lasci lì, — disse Anton.

— No, questo lo prendo, — ribatté Saul. E si mise a tracolla il cinturone con la fondina.

— La prego, Saul. Lei ha paura e potrebbe sparare.

— Certo che ho paura. Ho paura per voi.

— L’avevo capito, — disse Anton, paziente.

Saul fece per scendere.

— Saul Repnin, — disse Anton con voce metallica. — Mi dia l’arma!

Saul si sedette.

— Lei non sa sparare, — disse.

— So sparare, — disse Anton, guardandolo negli occhi.

Ogni volta è così, pensava con rabbia. Ogni volta, nel momento più importante qualcuno si fa prendere dai nervi. E bisogna cercare di farlo ragionare invece che mettersi al lavoro.

Saul consegnò lo skorcer. Anton se lo infilò alla cintura e balzò a terra accanto a Vadim che, zaino in spalla, testa china, si sistemava sulla tempia un cristallo mnemonico, e seguiva con curiosità le gesta del suo capitano.

— Allora prendo il terzo zaino, — disse Saul, come se non fosse successo niente.

— Sì, per favore, — disse Anton gentilmente.

Cominciarono a scendere nella conca.

— Se succede qualcosa, — disse Saul, — spari in aria. Scapperanno subito tutti.

Anton non rispose. Pensava al da farsi.

— Vadim, — chiamò. — Sarai capace di farti capire da loro?

— In qualche modo ci riuscirò. Piuttosto, ora dipende da te. Se tu fossi un medico vero, non mi preoccuperei affatto.

Sì, pensò Anton, se fossi un medico vero… Ovviamente sono degli umanoidi. E la loro anatomia, probabilmente, non è molto diversa dalla nostra. Ma per quel che riguarda la fisiologia…

Ricordò le terribili conseguenze provocate dal semplice iodio sugli umanoidi di Tagora.

— Sarebbe importante capire come funzionano le macchine, — disse Vadim preoccupato. — Li potremmo tirar fuori di qui. Forse, è proprio quello di cui hanno bisogno. Ma perché non li aiuta nessuno? Che razza di pianeta!… Non mi meraviglierei se scoprissimo che tutte le loro città sono state distrutte.

Erano già a metà della conca, quando Saul disse:

— Aspettate un momento.

Tutti si fermarono.

— Che cosa succede? — chiese Anton. — È stanco?

— No, — disse Saul. — Non sono mai stanco. — Guardava fisso in basso. — Vedete quella strana macchina da una parte? Quella lì, la più vicina. Sopra, c’è un uomo in grigio…

— La vedo, — rispose incerto Anton.

— Faccia uno sforzo… Lei ha occhi più giovani dei miei…

Anton aguzzò lo sguardo.

— C’è un uomo seduto, — disse e subito si interruppe. — Strano… — borbottò.

— C’è un uomo in pelliccia, seduto, — annunciò Vadim. — Ecco quello che vedo. Impellicciato fino agli occhi.

— Non ci capisco niente, — disse Anton. — Forse è malato?

— Forse, — disse Saul. — Ed ecco ancora due malati. È un po’ che li guardo. Solo sono molto lontani…

Sul lato opposto della conca, sullo sfondo bianco del cielo si delineavano due nere figurine villose. Stavano assolutamente immobili, a gambe larghe, e tenevano in mano delle lunghe aste sottili.

— Cosa hanno in mano? — chiese Vadim. — Delle antenne?

— Antenne? — ripeté Saul, aguzzando gli occhi. — Mi pare di aver capito che antenne sono…

Un grido acuto risuonò nella conca. Anton sussultò. Un motore emise un rombo assordante, cui fece coro una serie di grida lamentose, ed essi videro una enorme macchina, simile a un carro armato anfibio, che si mise a girare su se stessa e, all’improvviso, aumentando sempre di più la velocità, si slanciò proprio su una fila di uomini. Piccole figure umane balzavano fuori dalla torretta della macchina e cadevano torcendosi nella neve smossa. La fila non si mosse. Anton si coprì la bocca con le mani, per non urlare. Fra i rombi e il rumore di ferraglia echeggiò un alto grido lamentoso e, allora, la folla si serrò e marciò compatta verso il carro armato. Anton non resisté, chiuse gli occhi. Gli pareva che, oltre al rombo del motore, si sentisse un intollerabile scricchiolio umido.

— Dio mio… — borbottava piano Saul al suo fianco. — Oh, Dio mio…

Anton si impose di aprire gli occhi. Al posto del carro armato adesso c’era un’enorme piramide umana che avanzava lentamente, piegandosi sempre più su un fianco. Dietro di essa si stendeva sulla neve una vivida scia rossa. Intorno a questo groviglio di corpi c’era il vuoto. Solo quattro uomini impellicciati avanzavano lentamente in questo vuoto, senza staccarsi di un passo dal carro armato.

Anton volse macchinalmente lo sguardo verso gli uomini che reggevano le aste. Stavano fermi nella posizione di prima, del tutto immobili. Solo uno di loro, a un tratto, con un movimento lento passò l’asta da una mano all’altra e di nuovo ritornò immobile. Pareva che nemmeno facessero caso a ciò che succedeva in fondo alla conca.

Il rombo del motore si interruppe. Il carro armato era caduto di fianco e la gente stava strisciando via senza fretta. Allora Vadim, senza dire una parola, gettò il suo zaino giù per il pendio e con balzi da gigante lo seguì. Anton pure corse verso il basso. Mentre correva sentì Saul, che gli stava alle calcagna, che imprecava, sbuffando: «Ah, canaglie! delinquenti!…

Quando Anton arrivò al carro armato, gli uomini vestiti di sacchi avevano già formato una fila e gli uomini in pelliccia andavano avanti e indietro e gridavano con una voce sorda e lamentosa. Vadim, tirandosi dietro lo zaino sporco di fango e di sangue, strisciava fra i corpi sparsi sotto il carro armato, ed era disperato:

— Qui ci sono solo morti… Qui sono già morti tutti…

Anton si guardò intorno. Affannati, bagnati di sudore e di neve sciolta, appena appena coperti dai sacchi grigi a brandelli, gli uomini lo guardavano con occhi torbidi e immobili. E gli uomini in pelliccia, raccoltisi in gruppo da una parte, lo fissavano pure loro. Per un istante gli parve di avere davanti un antico quadro verista: centinaia di figure immobili lo fissavano con occhi vitrei.

Si riprese. I feriti che Vadim cercava erano di nuovo in fila. C’erano un vecchio alto e ossuto, col volto umido di sangue; un ragazzo che si stringeva al petto una mano piegata in modo innaturale; un uomo completamente nudo, dalla faccia grigia, che si stringeva il ventre con le dita dalle unghie dorate; un altro, con gli occhi chiusi, si stringeva una gamba, dalla quale usciva un nero zampillo di sangue… Tutti i vivi stavano in fila.

— Calma, — disse Anton a voce alta. Si chinò, aprì lo zaino dei medicinali ed estrasse un barattolo di colloide. Svitando il coperchio del barattolo si avvicinò all’uomo con la gamba ferita. Vadim lo seguiva con un rocchetto di cerotto a tampone.

— … È una brutta ferita… I muscoli sono a brandelli, il sangue ha quasi smesso di uscire. Perché non si siede?… Perché nessuno l’aiuta a reggersi? Ecco il colloide… Adesso bisogna mettere il cerotto… Mettio dritto, Vadim, non far uscire fuori il colloide… Ma perché stanno tutti in silenzio? Ecco, questo sta ancora peggio. Ha il ventre a pezzi… Praticamente è morto. Come fa a stare in piedi?… Questo si è slogato una mano; roba da poco… Tienigli fermo il braccio, Vadim! Più forte! Come mai non grida? Perché non grida nessuno? Là è caduto qualcuno… Ma aiutatelo ad alzarsi, voi che siete sani!…

Qualcuno lo toccò a una spalla e lui si voltò di scatto e si trovò davanti uno degli impellicciati. Aveva la faccia rubizza un po’ sporca, gli occhi socchiusi, il naso che gocciolava. Teneva le mani guantate di pelliccia incrociate sul petto.

— Salve, salve… — disse Anton. — Poi… Vadim, veditela tu.

L’uomo in pelliccia scosse la testa e cominciò a parlare in fretta, e subito Vadim gli rispose con un’intonazione molto simile. Quello tacque, guardò sorpreso Vadim, poi di nuovo Anton e si ritirò. Anton, con un gesto rabbioso, si aggiustò il pesante skorcer nella cintura, e si voltò verso un ferito che stava in piedi e si copriva il volto con le mani. E tutti quelli che stavano alla destra di Anton si coprivano il volto con le mani, eccetto quello, ormai morto, dalla faccia grigia, che continuava a tenersi il ventre.

— Non è niente, non è niente, — diceva Anton con tono gentile. — Abbassate le mani, non abbiate paura. Andrà tutto bene…

Ma in quello stesso istante si udì un’alta voce lamentosa, e tutti gli uomini vestiti di sacchi si voltarono subito verso destra. Quelli in pelliccia corsero a disporsi lungo vari punti della fila. Di nuovo si sentì la voce lamentosa e la colonna si mosse.

— Fermi! — gridava Anton. — Non fate sciocchezze!

Nessuno si voltò. La colonna si mosse, e tutti, mano a mano che arrivavano all’altezza di Anton, si coprivano la faccia con le mani. Solo l’uomo con il ventre a brandelli rimaneva fermo, finché qualcuno non lo sfiorò, e lui scivolò dolcemente sulla neve. La colonna si allontanò.

Anton interdetto si passò una mano umida sugli occhi e si guardò intorno. Vide l’enorme carro armato rovesciato, Saul fermo lì accanto, Vadim che guardava infuriato la colonna che si allontanava, e più di una decina di corpi sulla neve calpestata. E si fece del tutto silenzio, si sentivano solo dei rari lamenti in lontananza.

— Perché? — chiese Vadim. — Che cosa li ha spaventati?

— Noi, — disse Anton. — O meglio, le nostre medicine…

— Allora li inseguo e cerco di spiegare…

— Te lo proibisco nel modo più assoluto. Bisogna agire con molta delicatezza. Lei che cosa ne pensa, Saul?

Saul si mise sottovento e si accese la pipa.

— Cosa ne penso… — disse. — Che questo posto non mi piace per niente…

— Sì, — approvò Vadim. — C’è qualcosa di orribile, una tremenda sventura…

— Perché proprio una sventura? — disse Saul. — Chi sono, secondo voi, quei mascalzoni in pelliccia?

— Perché devono essere dei mascalzoni?

— Mi dica lei cos’altro potrebbero essere.

Vadim tacque.

— Ragazzoni sani e ben nutriti, in pelliccia, — disse Saul con una strana espressione, — ordinano alla gente di buttarsi sotto il carro armato. Non lavorano, guardano soltanto. Due di loro stanno in bella mostra sul terrapieno con una picca in mano. Secondo voi che cos’altro potrebbero essere?

Vadim tacque.

— Pensateci su, — disse Saul. — Ne vale la pena…

Anton disse, guardando in cielo:

— Si sta facendo buio. Andiamo a vedere la macchina, dato che siamo qui. Tanto prima o poi dovremo farlo…

— Andiamo, — disse Saul.

Anton chiuse con cura lo zaino dei medicinali, e si avviarono verso il carro armato. Vadim non si mosse. Guardava cupo il pendio, su cui strisciava lentamente una fila di puntini neri, la coda della colonna che stava finendo di oltrepassare il terrapieno.

Il portello ovale del carro armato era aperto. L’interno della macchina era diviso da una paretina membranosa. Anton accese una torcia e tutti e tre si misero a osservare le pareti ondulate della cabina, i giunti opachi del motore, certi specchi curvi piazzati su aste segmentate, che parevano canne di bambù, ed il pavimento curvo, tutto bucherellato, simile a una gigantesca schiumaiola.

— Ma che macchina curiosa, disse Saul, — dove saranno i comandi?

— Probabilmente ha un pilota cibernetico, — disse Anton distratto. — Ma no, è improbabile… c’è troppo spazio vuoto…

Si infilò nel vano motore. Si trattava di un meccanismo bionico piuttosto primitivo, con un alimentatore ad alta frequenza.

— Una macchina potente, — osservò Saul in tono pieno di rispetto. — Soltanto, come si fa a guidarla?

Ritornarono nella cabina.

— Ci sono dei buchetti, — borbottò Saul. — Dove sarà il volante?

Anton provò a infilare l’indice in uno dei buchi. Il dito non riusciva ad entrare. Anton provò allora con il mignolo. Sentì una breve puntura dolorosa, e in quello stesso istante nel motore qualcosa si mosse ruggendo.

— Ora è tutto chiaro, — disse Anton, osservandosi il mignolo.

— Che cosa è chiaro?

— Non possiamo guidare questa macchina… E anche loro non possono.

— E chi è che può farlo?

— Non posso esserne sicuro, ma credo che appartenga ai Nomadi dello Spazio. Non vede?… Questa macchina non è fatta per umanoidi.

— Davvero? — borbottò Saul.

Rimasero per un po’ fermi in silenzio davanti alla cabina, cercando di immaginarsi un essere che là dentro si sentisse a suo agio, così come loro si sentivano in poltrona, davanti ai quadranti e alle leve dei comandi.

— Chissà perché mi ero proprio figurato qualcosa del genere, — annunciò Saul. — Sarebbe stato veramente paradossale: sacchi di juta e trasferimento adimensionale…

— Vadim, — chiamò Anton.

— Che c’è? — rispose cupo Vadim, che stava ritto sul carro armato.

— Hai sentito?

— Ho sentito. Tanto peggio per loro… — Vadim fece un balzo, atterrando pesantemente nella neve. — È ora di tornare indietro, — disse. — Si sta facendo buio…

Si buttarono gli zaini in spalla e cominciarono a risalire il pendio.

Che pasticcio, pensava Anton. Macchine inutilizzabii dagli umanoidi. Umanoidi che non hanno più nulla di umano, che si sforzano di capire come si manovrino queste macchine. Perché èchiaro che cercano di manovrarle. Probabilmente, è la loro unica speranza… Ed è anche chiaro che non ne caveranno niente… E poi quei tipi strani in pelliccia…

— Saul, — disse. — Cosa sono le picche?

— Sono lance, — grugnì Saul.

— Lance…

— Lunghi bastoni con una punta di ferro, — rispose Saul con rabbia. — Hanno in cima una punta aguzza di ferro, spesso con una tacca. Servono a infilzare il prossimo. — Saul tacque, sospirando profondamente. — Se volete, posso anche spiegarvi che cosa sono le spade.

— Grazie, lo sappiamo già, — disse, senza voltarsi, Vadim che marciava in testa.

— Ognuno di quei banditi in pelliccia portava una spada in una custodia sulla schiena, — disse Saul. — Ascoltate ragazzi, fermiamoci un momento…

Si sedettero sugli zaini.

— Lei fuma troppo, — disse Anton. — Le farà male.

— Non c’è dubbio, — rispose Saul. — Mi rovinerò la salute.

Si fece buio del tutto. Il fondo della conca si riempì delle ombre del crepuscolo. In cielo sparirono le nuvole, apparvero le stelle. Sulla sinistra sfumava lo splendore verdastro del tramonto. Ad Anton si gelarono le orecchie e, con un brivido, pensò a quegli infelici che vagavano scalzi sulla neve scricchiolante. Ma dove erano diretti? Forse, da qualche parte nei dintorni, c’era un rifugio?… Eppure, soltanto ventiquattro ore prima lui e Dimka se ne stavano sulla veranda del cottage, faceva caldo, dal giardino veniva un profumo meraviglioso, le cicale frinivano, e lo zio Saša era venuto ad invitarli a provare una bibita preparata da lui… Perché Saul ce l’aveva tanto con gli uomini in pelliccia?

Saul si alzò con un sospiro e disse:

— Andiamo.

Salirono a bordo del bioplano, chiusero la cappotta, e Vadim subito girò l’interruttore dell’impianto di riscaldamento. Anton si sbottonò la giubba, tirò fuori lo skorcer caldo e lo buttò sul sedile accanto a Saul. Saul cercava rabbiosamente di scaldarsi le dita col fjato. Sulle sue sopracciglia folte si stava sciogliendo la brina.

— Ebbene, Vadim, — disse, — è arrivato a una conclusione?

Vadim sedette al sedile di guida.

— C’è tempo, — rispose. — Ora bisogna agire. C’è gente che ha bisogno di aiuto e…

— Perché ha deciso che ci sia gente che abbia bisogno di aiuto?

— Sta scherzando? — chiese Vadim.

— Non ho nessuna voglia di scherzare, — disse Saul. — Vorrei sapere perché lei non vuole cercare di capire quello che sta succedendo qui. Perché lei ripete sempre la stessa cosa: «Hanno bisogno di aiuto, hanno bisogno di aiuto»?

— Perché, secondo lei non ne hanno bisogno?

Saul balzò in piedi, ma batté la testa contro la cappotta e si rimise a sedere. Tacque per qualche secondo.

— Richiamo di nuovo la sua attenzione — disse alla fine — sul fatto importantissimo che laggiù, nella conca, non tutti avevano ugualmente bisogno di cibo e vestiti. Perché lì, nella conca, abbiamo visto anche uomini sani, ben nutriti e armati. A quanto pare, quelli si preoccupano della situazione molto meno di lei. Lei vuole aiutare i sofferenti. Benissimo. Ama, per così dire, anche chi ti è lontano. Ma non le sembra di entrare così in conflitto con gli ordinamenti locali? — Tacque, guardando fisso Anton.

— Non mi pare, — disse Vadim. — Non voglio considerare gli altri peggiori di me. È vero, là nella conca ci sono delle disuguaglianze. E quelle pellicce facevano rabbia. Ma sono sicuro che tutto questo ha una spiegazione umana. E, in ogni caso, il nostro aiuto non farà male a nessuno. — Riprese fiato. — E per quanto riguarda le picche e le spade, possono servire a scopo di protezione. O lei ha già dimenticato quei simpatici uccellini che abbiamo visto nella pianura?

Anton assentì pensieroso. Pensava a come era andata sull’astronave Flora. Per due settimane avevano rinunciato a metà della razione di ossigeno e non avevano mangiato né bevuto niente. Gli ingegneri stavano riparando gli impianti di sintesi, e loro gli avevano dato tutto quello che avevano. Ma il loro aspetto, alla fine della seconda settimana, era, probabilmente, non molto migliore di quello di questa gente…

Saul chinò il capo e con tristezza incrociò le dita fino a farle scrocchiare.

— Si finisce sempre per giudicare gli altri in base a noi stessi, — borbottò. — Come migliaia di anni fa.

Anton e Vadim aspettavano in silenzio.

— Siete dei bravi ragazzi, — disse piano Saul. — Ma ora non so, quando vi guardo, se esserne contento o mettermi a piangere. Non vi accorgete di quello che per me è del tutto evidente. Non ve ne posso fare una colpa. Ma permettetemi di raccontarvi una breve parabola. Tanto, tanto tempo fa degli extraterrestri — forse proprio i vostri Nomadi dello Spazio — dimenticarono sulla Terra un dispositivo automatico. Si componeva di due parti: un robot ed un apparecchio di telecomando. Il robot poteva essere anche diretto col pensiero. Queste cose rimasero sepolte in Arabia per qualche millennio. Ma poi l’apparecchio di telecomando fu trovato da un ragazzino arabo che si chiamava Aladino.[22] La storia di Aladino penso che la conosciate. Il ragazzino prese il dispositivo per una lampada. Mentre lo puliva, arrivò rombando, non si sa bene da dove, un grande robot nero, che magari sputava pure fuoco. Captò i pensieri semplici, in cui si esprimevano i semplici desideri di Aladino, e distrusse città e costruì palazzi. Potete immaginare cosa ne dedusse un ragazzino arabo, misero, sudicio ed ignorante. Il suo mondo era un mondo di maghi e stregoni, e il robot per lui era ovviamente un ginn, lo schiavo dell’apparecchio che sembrava una lampada. Se qualcuno avesse cercato di spiegargli che questo ginn era un oggetto, il ragazzino si sarebbe battuto fino all’ultimo respiro per difendere il suo mondo, per rimanere nell’ambito delle sue concezioni. E voi state facendo lo stesso. Difendete il vostro modo di vedere, sostenete la dignità dell’intelletto umano. E non volete capire che qui non si tratta di catastrofi naturali e tecniche, ma di un ben preciso stato di cose. Di un sistema, cari ragazzi. E non c’è da stupirsene. Solo due secoli e mezzo fa metà dell’umanità era convinta che la natura umana fosse fondamentalmente belluina, e motivi per pensarlo ce n’erano a sufficienza. — Fece stridere i denti. — Non voglio che vi immischiate in questa faccenda. Vi ammazzeranno. Dovete tornare sulla Terra e dimenticare tutto. — Guardò Anton. — Io invece rimarrò qui.

— Perché? — chiese Anton.

— Per me è necessario, — disse Saul lentamente. — Ho fatto una stupidaggine, e ora devo scontarla.

Anton pensò febbrilmente che cosa si potesse rispondere ad un tipo strano come quello.

— Lei, naturalmente, può rimanere, — disse alla fine. — Ma il problema non è questo. Non è solo questo. Anche noi rimaniamo. E per ora cerchiamo di rimanere insieme.

— Vi ammazzeranno, — ripeté Saul sconsolato. — Voi non sapete nemmeno sparare ad un uomo.

Vadim si diede un colpo sul ginocchio e disse con slancio:

— Noi la capiamo, Saul! Ma in lei è lo storico che parla, e anche lei non riesce ad uscire dall’ambito delle sue convinzioni. Nessuno ci ammazzerà. Non complichiamo le cose. Non abbiamo bisogno di ingegnose complicazioni. Siamo uomini, cerchiamo di comportarci da uomini!

— D’accordo, — disse stancamente Saul. — Ed ora mangiamo. Chissà che cosa succederà.

Anton non aveva voglia di mangiare, ma aveva ancora meno voglia di mettersi a discutere. E Saul probabilmente aveva ragione, e anche Vadim aveva ragione, e come sempre aveva ragione la Commissione per le Relazioni Interpianetarie. Comunque ora la cosa più necessaria erano le informazioni.

Vadim rimestava malvolentieri col cucchiaio in una scatola di conserve. Saul mangiava con grande appetito e parlava a bocca piena:

— Mangiate, mangiate. Alla base di ogni impresa c’è uno stomaco sazio.

Anton escogitava un piano di azione. Calamità naturale o sociale, sempre di calamità si trattava. E non si poteva non intervenire. Sarebbe stato sbagliato precipitarsi subito a casa implorando aiuto, ma sarebbe stato altrettanto sbagliato gettarsi a capofitto nell’azione, agitando un unico zaino di viveri… Gli dispiaceva per Saul, ma per ora Saul doveva essere messo da parte. Per prima cosa occorrevano le informazioni… Anton disse:

— Ora voleremo sulle tracce della colonna. Penso che ci debba essere un villaggio nelle vicinanze.

Saul approvò con la testa.

— Troveremo qualcuno che ragioni, — continuò Anton, — e tu Dimka ti farai raccontare tutto. E poi si vedrà.

— È giusto, — dichiarò Saul, leccando il cucchiaio, — ci occorre un prigioniero.

Per qualche secondo Anton restò interdetto: che cosa poteva essere un prigioniero? Poi si ricordò la frase di un vecchio romanzo:

«Vada, tenente, e non torni senza un prigioniero». Scosse la testa.

— Ma no, Saul, cosa c’entra un prigioniero? Dobbiamo comportarci in modo pacifico. Per ogni evenienza è meglio che lei rimanga indietro. Resti a bordo del bioplano. Lei non si è mai trovato in situazioni pericolose e ho paura che perda la testa.

Per qualche secondo Saul lo fissò con occhi vitrei.

— Sì, certo, — disse lentamente. — Sono, per così dire, un topo di biblioteca.

Era ormai notte quando il bioplano decollò, sorvolò la conca, e cominciò a seguire una pista che andava verso est. Sulla pianura si levava una piccola luna splendente, e a ovest si innalzava sopra la catena montuosa una stretta falce purpurea. La pista descrisse una curva intorno a un colle ed essi videro alcune file di baracche coperte di neve.

— Siamo arrivati, — disse Anton. — Scendiamo, Vadim.

V

Vadim fece atterrare il bioplano nella prima strada che capitò. Abbassò la cappotta, e nella cabina penetrò un odore ripugnante di escrementi, l’odore triste di una grande miseria. Su entrambi i lati della strada stavano delle baracche semidiroccate, del tutto prive di finestre. La luce lunare inargentava i mucchi di neve immacolata sui tetti piatti e faceva nereggiare in modo disgustoso i mucchietti di feci accanto alle porte. La strada era deserta, e si sarebbe potuto pensare che il villaggio fosse abbandonato, ma il silenzio era pieno di rantoli, sospiri e del crepitio soffocato della tosse secca.

Vadim guidò lentamente il bioplano lungo la strada. Il vento freddo gli bruciava il viso. Né sulla strada né nei vicoli scuri si vedeva un’anima.

— Si sono stancati, — disse Vadim. — Staranno dormendo. Bisognerà svegliare qualcuno. — Fermò di nuovo il bioplano. — Aspettatemi qui, vado a dare un’occhiata.

— Va bene, vengo anch’io, — disse Anton.

— Basta uno, — obiettò Vadim, balzando a terra. — Do un’occhiata e torno subito. Se qui non combino niente, proseguiremo.

Anton disse:

— Saul, aspetti qui. Torniamo subito.

— Non fate rumore, — li avvertì Saul.

Vadim si fermò incerto davanti ad un sentierino sporco che portava all’ingresso della baracca più vicina. Gli ripugnava percorrere quei pochi metri. Si guardò intorno. Anton gli stava già accanto.

— Beh, che cosa hai? — disse. — Va’ avanti.

Vadim si avviò deciso per il sentiero, scivolò e per poco non cadde. Gli veniva da vomitare, e camminava a testa alta per non vedere dove metteva i piedi. La porta si aperse scricchiolando, e ne cadde fuori un uomo, completamente nudo, lungo come una pertica. Ruzzolò sulla neve ghiacciata e sbatté contro la parete della capanna.

Vadim si chinò su di lui. Notò che era già irrigidito. Doveva essere morto da parecchio tempo. Quanti ne ho visti oggi, pensò Vadim. Nella capanna qualcuno tossiva, e all’improvviso un’alta voce stridente intonò una canzone. Pareva il grido di un animale. La voce cantava solo dei vocalizzi tetri, senza parole. Forse, in realtà, era un pianto.

Vadim si guardò di nuovo alle spalle. Sulla strada, accanto alla sagoma del bioplano si distingueva la silhouette immobile di Saul. Sotto la luna, la strada deserta, coperta di neve, appariva sinistra. Intanto, nella baracca, la voce stridula continuava a gemere e a lamentarsi. Anton diede a Vadim una leggera gomitata.

— Hai paura? — chiese sottovoce. Aveva la faccia bianca come quella di un assiderato.

Vadim non rispose. Spalancò la porta e accese una torcia. Una zaffata di fetore gli mozzò il fiato. Il cerchio di luce della torcia cadde su un umido pavimento di terra, coperto di pallida erba calpestata. Vadim vide decine di corpi piegati, stretti l’uno all’altro, un groviglio di smagrite gambe nude con degli enormi piedi, decine di volti scarniti, alterati dalle lunghe ombre, e decine di nere bocche spalancate. Dormivano sul nudo pavimento, l’uno sull’altro. Parevano accatastati in tanti strati, e tremavano nel sonno. Ma il lamento continuava senza interruzione. Vadim non notò subito il cantore, ma poi lo avvolse nel cerchio di luce. Accovacciato sulla schiena di alcuni dormienti, si era circondato con le braccia le ginocchia aguzze. Guardava la luce della torcia con occhi imbambolati e cantava muovendo le labbra screpolate.

— Ehi tu, — disse Vadim. — Ascoltami. Canterai dopo, ora dimmi qualcosa.

L’uomo non si mosse. Sembrava che non vedesse la luce e non sentisse le parole.

— Ehi, — ripeté Vadim. — Ascolta.

Il cantore emise all’improvviso un ultimo grido roco, cadde riverso e spirò. Subito si confuse con i dormienti, e Vadim non riuscì più a trovarlo. Inghiotti faticosamente, fece un passo avanti e diede una manata a una gamba nuda. Era una gamba gelata, morta. Vadim toccò un’altra gamba. Anche questa era gelata, morta. Allora si voltò barcollando e cadde addosso a qualcosa di tiepido e largo.

— Sta’ calmo, — disse la voce di Anton.

Vadim scosse il capo, tornando in sé. Si era completamente dimenticato di Anton.

— Non posso, — borbottò. — Qui non c’è speranza.

Anton lo prese per un gomito e lo condusse fuori. Il vento freddo parve a Vadim puro e inebriante.

— Non posso, — ripeté. — Qui sono tutti morti, stecchiti. — Si staccò da Anton e si avviò cauto per il sentiero. Saul stava come prima, immobile accanto al bioplano. Vadim si accorse che la torcia era ancora accesa. La spense, se la mise in tasca e salì sul bioplano. Saul lo guardava in silenzio. Anton si avvicinò, appoggiò i gomiti sul bordo dell’oblò ed anche lui si mise a fissare Vadim. Vadim appoggiò la fronte al volante e disse tra i denti:

— Non sono uomini. Non possono essere uomini. — Sollevò all’improvviso la testa. — Sono androidi! Uomini sono solo quelli che portano la pelliccia! Gli altri non sono che robot, terribilmente simili a uomini!

Saul sospirò profondamente.

— Non credo, Vadim, — disse. — Semmai sono uomini, terribilmente simili a dei robot.

Anton scavalcò l’orlo dell’oblò e sedette al suo posto.

— Coraggio, — disse. — Cerchiamo di non perdere tempo. Abbiamo bisogno di un prigioniero. — Diede una manata sulle spalle di Vadim. — Vada, tenente, e non torni senza un prigioniero.

Saul emise uno strano rumore, che poteva essere un singhiozzo od un sogghigno.

— Vuole che vada là dentro a scegliere qualcuno? — propose.

— Penso però che non è di loro che abbiamo bisogno.

— Allora di giorno lavorano e di notte muoiono, — ripeté ostinato Vadim. — Che invenzione mostruosa!

— Giusto, — disse Saul. — Un’invenzione mostruosa, e bisogna acciuffare uno degli inventori. In pelliccia.

Vadim guardò lungo la strada.

— L’ottimismo — disse — è una gioiosa sensazione di fiducia nell’avvenire, con cui l’uomo….

Nella luce lunare vide a un tratto una fila di ombre grigie, vestite di sacchi, che attraversava la strada.

— Guardate, — disse.

Gli uomini continuavano a passare, erano una ventina, e dietro di loro venivano due impellicciati con delle lunghe aste.

— Chi cerca, trova, — disse Saul con voce sinistra. — Basta raggiungere uno di quei due e prenderlo…

— Uno di quelli? — chiese Anton dubbioso.

— E lei vuole continuare a frugare le baracche? Le posso assicurare che gli impellicciati non vivono certo nelle baracche. Muoviamoci, se no li perdiamo…

Vadim sospirò e fece decollare il bioplano. Seguì lentamente la strada. E cercava di immaginare come avrebbero catturato un uomo spaventato e stupefatto, come lo avrebbero trascinato al bioplano e infilato nella cabina, mentre lui gridava e si agitava. Se qualcuno avesse tentato di fare altrettanto con lui, gliel’avrebbe fatto vedere… Tese l’orecchio. Saul stava parlando:

— Non preoccupatevi, lo prenderò io. So come fare. Non avrà il tempo neppure di fare un gesto.

— Lei mi ha capito male, — disse Anton paziente. — Gli atti di violenza sono da escludere nel modo più assoluto.