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Sarchiapone

Eric Russell

Anche pubblicato come “Cavebordo”, “Marchiodonte” ed “Allamagoosa”.

Eric Frank Russell

Sarchiapone

Per la prima volta silenzioso dopo tanto tempo, il Bustler riposava nell’astroporto di Sirio; gli ugelli freddi, lo scafo rigato dai meteoriti, con quell’aria di corridore di fondo sfinito dopo la maratona, aveva tutte le ragioni per restarsene là, dopo essere tornato da una lunghissima crociera tutt’altro che priva di guai.

Adesso era riuscito a ottenere un ben meritato riposo nel porto, anche se temporaneo. Pace, dolce pace. Basta con le preoccupazioni, basta con le crisi, con le sorprese, con gli angosciosi problemi che sconvolgono improvvisamente un volo tranquillo almeno due volte al giorno… Soltanto pace.

Ah!

Il capitano McNaught si riposava nella sua cabina, i piedi sul tavolo di lavoro, e si godeva al massimo quella tranquillità. I motori spenti, le loro infernali vibrazioni scomparse per la prima volta dopo mesi e mesi. Là fuori, nella grande città, quattrocento dei suoi uomini facevano baldoria alla luce viva del sole. Quella sera, quando Gregory, il primo ufficiale, sarebbe tornato a bordo per il suo turno, lui sarebbe uscito nell’aria calda del tramonto e avrebbe fatto il giro di quella civiltà neon-litica.

Era questo, finalmente, il piacere di atterrare: gli uomini potevano scaricarsi, liberarsi di tutto quello che avevano accumulato, ognuno a modo suo: doveri, preoccupazioni, pericoli, responsabilità non esistevano più nello spazioporto, quell’oasi quieta e sicura per lo stanco navigatore.

Di nuovo: ah!

Burman, ufficiale marconista, entrò nella cabina: era uno della mezza dozzina di uomini rimasti in servizio e aveva l’espressione di uno che ha in testa almeno venti cose migliori da fare.

— Arrivato ora un messaggio, signore. — Dopo aver allungato il foglio, aspettò che l’altro lo guardasse ed eventualmente gli dettasse una risposta.

Mentre prendeva il messaggio, McNaught calò i piedi dal tavolo; poi si raddrizzò sulla sedia e lesse ad alta voce:

Q.G. Terra a Bustler. Restate Siriport fino nuovo ordine. Contrammiraglio Vane W. Cassidy arriverà diciassette. Feldman. Comando Opermarina, Settsirio.

Il capitano alzò gli occhi: ogni allegria era scomparsa dai suoi lineamenti duri. Gemette. — Qualcosa non va? — domandò Burman, con un indefinibile presentimento.

McNaught puntò il dito su tre libretti sopra il tavolo e disse: — Quello di mezzo. Pagina venti. — Sfogliandolo, Burman trovò un capoverso che diceva: Vane W. Cassidy, C. Amm., Ispettore Capo Navi e Depositi.

Burman deglutì a fatica: — Questo significa…?

— Esattamente — disse McNaught senza entusiasmo — torniamo indietro all’accademia e a tutte quelle fesserie. Vernice e sapone, sputo e lucido. — Prese un’aria ufficiale e parlò con voce adeguata: — Capitano, lei è in possesso di solo settecentonovantanove razioni di emergenza. La sua dotazione è di ottocento, e niente nel libro di bordo giustifica questa razione mancante: dove si trova? Che cosa è accaduto? Com’è che da uno degli armadietti dei suoi uomini manca un paio di bretelle, ufficialmente registrate? È stata segnalata la perdita?

Inorridito, Burman domandò: — Perché ha pescato proprio noi? Non ci aveva mai beccati, prima.

— È proprio questo, il perché — rispose McNaught guardando cupamente la parete: — È il nostro turno di fare il giro della chiglia. — Cercò con gli occhi il calendario: — Abbiamo tre giorni, e Dio sa se ci bastano! Dica al secondo ufficiale Pike di venire qui subito.

Burman partì, nero. Pike arrivò subito dopo: la sua faccia era la dimostrazione del vecchio adagio “le cattive notizie volano”. McNaught ordinò: — Mi faccia una bolletta per quattrocento chili di vernice plastica grigio marina, del tipo regolamentare. Poi me ne prepari un’altra per centoventi chili di smalto bianco per interni. Porti le bollette ai magazzini dell’astroporto qui fuori. Dica loro di procurare tutto per stasera alle sei, insieme con i pennelli e gli spruzzatori necessari. Si prenda tutto il materiale per la pulizia che riuscirà a trovare.

Pike osservò debolmente: — I ragazzi non saranno contenti.

— Saranno entusiasti — affermò McNaught. — Una nave fiammante e lustra, pulita a dovere, è ottima per il morale. Lo dice il manuale. Si sbrighi a portare quelle bollette; quando torna mi trovi le liste d’inventario delle provviste e dell’equipaggiamento e le porti qui perché dobbiamo controllare le dotazioni prima che arrivi Cassidy. Una volta che lui sarà qui non avremo più possibilità di procurarci quello che manca o filare fuori di contrabbando quello che ci trovassimo in più.

— Va bene, signore. — Pike uscì con la stessa faccia di Burman. McNaught mugolò tra sé e sé mentre si allungava sulla sedia: qualcosa sarebbe sicuramente saltato fuori all’ultimo minuto e avrebbe causato un guaio, se lo sentiva nelle ossa.

La mancanza di un oggetto sarebbe già stata qualcosa di serio, a meno che a suo tempo non fosse già stata segnalata; un’eccedenza sarebbe stata una brutta faccenda, davvero brutta. Mentre il primo caso avrebbe implicato una mancanza di cura o semplice sfortuna, il secondo avrebbe significato furto di proprietà governative compiuto in piena luce e in circostanze permesse dal comandante.

Per esempio, quel recente caso di Williams, dell’incrociatore pesante Swift: ne aveva avuto notizia dalle parti di Boote. Williams era stato trovato in possesso ingiustificato di undici rotoli di filo per recinti elettrificati, mentre la sua dotazione ufficiale era di dieci: c’era voluta la corte marziale per decidere che il rotolo in più, che su certi pianeti aveva un enorme valore come merce di scambio, non era stato rubato da un magazzino spaziale o “teletrasportato a bordo”, secondo il gergo dei naviganti. Tuttavia Williams era stato ammonito e questo non avrebbe certo favorito una promozione.

Stava ancora brontolando cupamente quando tornò Pike, recando un raccoglitore di fogli formato protocollo. — Si comincia subito, signore?

— Per forza. — Si rizzò in piedi, dando mentalmente un addio alla libera uscita e alla passeggiata tra le luci al neon. — Sarà una cosa abbastanza lunga, passarsela tutta da prua a poppa. Lascerò in ultimo l’ispezione agli armadietti dell’equipaggio.

Uscito a passo di marcia dalla cabina, si diresse verso la prua, seguito da Pike preoccupato e riluttante. Mentre passavano davanti al portello principale, aperto, Peaslake li scorse, balzò impaziente sulla passerella e li seguì; Peaslake, membro dell’equipaggio, era un grosso cane i cui antenati erano stati più esuberanti che selettivi. Portava un largo collare con la scritta: Peaslake — Proprietà A/N Bustler; il suo compito principale, che svolgeva abilmente, era di tener lontani dall’astronave i roditori extraterrestri e, in rare occasioni, di fiutare i pericoli invisibili all’occhio umano.

Il trio avanzava in fila, McNaught e Pike con l’aria di uomini che con tristezza sacrificano il piacere davanti al dovere, e Peaslake ansimando di buona volontà e pronto ad affrontare qualsiasi nuovo giuoco.

Raggiunta la cabina di prua, McNaught si lasciò andare nel sedile del pilota e prese il raccoglitore dalle mani dell’altro: — Lei conosce questa roba meglio di me, è in sala di navigazione che rifulgono le mie doti. Quindi io leggerò le voci e lei farà il controllo. — Aprì il fascicolo e cominciò dalla prima pagina: — K1. Radiobussola tipo D, una.

— Sì.

— K2. Indicatore distanza e direzione, elettronico, tipo JJ, uno.

— Sì.

— K3. Misuratori di gravità di sinistra e dritta, modello Casini, un paio.

— Sì.

Peaslake piazzò il muso sulle ginocchia di McNaught, sbatté gli occhi comprensivo e uggiolò: cominciava ad afferrare il punto di vista degli altri. Quel noioso enumerare e controllare era un giuoco del cavolo. McNaught abbassò una mano consolatrice e giuocò con le orecchie di Peaslake senza smettere la lettura della lista. — K187. Cuscini gommapiuma, pilota e secondo, un paio.

— Sì.

Quando apparve Gregory, primo ufficiale, erano arrivati nella stretta cabina dell’intercom e cercavano a tastoni nella semioscurità. Peaslake se n’era andato da tempo, disgustato.

— M24. Microaltoparlanti riserva, sette e cinque centimetri, modello T2, una serie di sei.

— Sì.

Gregory guardò dentro, spalancò gli occhi e chiese: — Che succede?

— Ispezione ufficiale tra poco. — McNaught diede un’occhiata al suo orologio. — Vada a vedere se il magazzino ha mandato un carico e, se no, perché. Poi farebbe meglio a darmi una mano in modo da lasciare libero Pike per qualche ora.

— Vuol dire che la franchigia è sospesa?

— Ci può scommettere… finché sueccellenza non sarà venuto e andato via. — Gettò un’occhiata a Pike: — Quando lei scenderà in città, si guardi in giro e mi mandi indietro tutti gli uomini dell’equipaggio che trova. Nessuna spiegazione, nessuna scusa. Niente alibi e/o ritardi. È un ordine.

Pike sembrò infelice. Gregory lo guardò scuro, uscì, tornò indietro e disse: — Il magazzino ci porterà la roba nel giro di venti minuti — e guardò malevolo Pike che si allontanava.

— M47. Cavo intercom, schermato, tre rotoli.

— Sì — disse Gregory, mentre mentalmente si prendeva a calci per essere tornato a bordo nel momento sbagliato.

Il lavoro continuò fino a tarda sera e fu ripreso la mattina seguente di buon’ora. Ormai tre quarti degli uomini stavano dandosi da fare dentro e fuori dell’astronave, prendendo il loro compito come se vi fossero stati condannati per reati previsti ma non ancora commessi.

Per muoversi su e giù per i corridoi e le passerelle dell’astronave dovevano spostarsi lateralmente, come granchi nervosi. Ancora una volta era dimostrato che la forma di vita terrestre aveva il terrore della vernice fresca. Piuttosto che farsi una macchia, un uomo avrebbe preferito perdere dieci anni della sua vita sfortunata.

Nel bel mezzo di quest’atmosfera, a metà pomeriggio del secondo giorno, McNaught sentì che le sue ossa erano state profetiche. Stava recitando la nona pagina mentre Jean Blanchard confermava la presenza e la reale consistenza delle voci enumerate: a due terzi della strada si incagliarono, metaforicamente parlando, e cominciarono ad affondare rapidamente.

Con voce annoiata McNaught disse: — V1097. Tazza smaltata, una.

— È questa — rispose Blanchard toccandola.

— V1098. Anècord, uno.

— Quoi? — domandò Blanchard sgranando gli occhi.

— V1098. Anècord, uno — ripeté McNaught. — Be’, cos’è quella faccia? Questa è la cucina. Lei è il capocuoco. Lei sa che cosa deve esserci in cucina, no? Dov’è questo anècord?

— Mai saputo di questo — dichiarò Blanchard tranquillo.

— Deve averne saputo. È stampato ben chiaro in questo elenco delle dotazioni. Dice: Anècord, uno. Era qui quando siamo partiti quattro anni fa. Lo abbiamo controllato noi stessi e abbiamo firmato la nota.

— Io non ho firmato per niante chi si chiama anecòrd — negò Blanchard. — Nella cuscina non scè niante del genere.

McNaught si accigliò. — Guardi! — E gli mostrò il foglio.

Blanchard guardò e sbuffò seccato. — Io ho qui il forno elettronico, uno. Ho bollitori corazzati, capascità graduata, una serie. Ho casserole bagnomaria, sei. Ma niante anecòrd. Mai sentito. Non so niante di quello. — Allargò le braccia e alzò le spalle. — Niante anecòrd.

— Ci deve essere — insisté McNaught. — E avremo una bella burrasca, se non ci sarà quando arriva Cassidy.

— Lo trovi lei — suggerì Blanchard.

— Lei ha un diploma della Scuola di Cucina Hôtels Internazionali. Lei ha un diploma del Corso di Cucina del Cordon Bleu. Lei ha un diploma con tre lodi del Centro Alimentare della Marina Spaziale — chiarì McNaught. — Tutto questo… e non sa che cosa sia un anècord.

— Nom d’un chien! — proruppe Blanchard, gesticolando. — Le dico mille volte chi non existe anecòrd. Un anecòrd non è mai existito. Escoffier in persona non potrebbe trovare questo anecòrd chi no existe. Forse io sono un mago?

— Fa parte delle dotazioni della cucina, continuò McNaught. — Deve essere così perché è a pagina nove e pagina nove vuol dire che il suo posto giusto è la cucina e la cucina è sotto il controllo del capocuoco.

— Ma bitte! — ritorse Blanchard. Indicò una scatola metallica sulla parete. — Amplificatore intercom. È mio, quello?

McNaught ci pensò sopra e concesse: — No, è di Burman. I suoi aggeggi sono dappertutto, a bordo.

— Allora, domandi a lui di questo stupido anecòrd — disse Blanchard trionfante.

— Lo farò. Se non è della cucina è di Burman. Prima finiamo questo controllo. Se non sono sistematico e pignolo fino in fondo, Cassidy mi toglierà i gradi. — Percorse con gli occhi la lista. — V1099. Collare con scritta, cuoio, borchie ottone, per cane. Inutile cercarlo, l’ho visto io cinque minuti fa. — Vistò la voce e continuò: — V1100. Cuccia, cesto vimini, una.

— È questo — disse Blanchard calciandola da parte.

— V1101. Cuscino gommapiuma per cuccia, uno.

— Metà — ribatté Blanchard. — In quattro anni ha mangiato l’altra metà.

— Forse Cassidy ce ne farà avere uno nuovo. Non importa. Siamo a posto finché possiamo esibire almeno la metà che abbiamo. — McNaught si fermò, chiuse il raccoglitore. — Qui abbiamo finito; andrò da Burman per questa voce che manca.

Il gruppo di controllo si mosse.

Burman spense un ricevitore u.h.f., si tolse la cuffia e sollevò un sopracciglio interrogativamente. McNaught spiegò: — Nella cucina manca un anècord. Dov’è?

— Perché lo chiede a me? La cucina è nelle mani di Blanchard.

— Non del tutto. Ci passano un mucchio di cavi suoi. Lei ha due scatole di derivazione e anche un interruttore automatico e un amplificatore intercom. Dov’è l’anècord?

— Mai sentito — disse Burman, perplesso.

— Non mi risponda così! — urlò McNaught. — Ne ho abbastanza di sentirlo dire da Blanchard. Quattro anni fa avevamo un anècord, e qui c’è scritto: questa è la copia dell’elenco che abbiamo controllato e firmato noi; dice che abbiamo firmato per un anècord, e quindi ne dobbiamo avere uno. Deve essere trovato prima che Cassidy arrivi qui.

— Mi spiace, signore — conciliò Burman — ma non la posso aiutare.

— Può pensarci ancora — suggerì McNaught. — Su a prua c’è un indicatore di direzione e distanza: come lo chiama, lei?

— Indid — disse Burman incuriosito. McNaught continuò, indicando la trasmittente a impulsi: — E quella, come la chiama?

— Bip-bip.

— Nomignoli, visto? Indid e bip-bip: adesso si sprema le meningi e si faccia venire in mente che cosa lei chiamava anècord quattro anni fa. — Burman affermò: — Niente è mai stato chiamato anècord, che io sappia.

— E allora — domandò McNaught — perché abbiamo firmato per un anècord?

— Io non ho firmato per niente, signore; ha firmato lei tutte le liste.

— Ma mentre lei e gli altri controllavate. Quattro anni fa, presumibilmente in cucina, io ho detto: “Anècord, uno”, e o lei o Blanchard lo avete indicato e avete detto: “Sì”. Io ho avuto la parola di qualcuno su questo; io devo accettare la parola degli specialisti. Io sono un esperto navigatore, al corrente di tutti i più recenti ritrovati per la navigazione, ma non di questa roba. Così sono costretto a fidarmi di chi sa che cos’è un anècord… o dovrebbe saperlo.

Burman ebbe un’idea brillante: — Quando siamo partiti, un mucchio di cose diverse sono state sbattute nell’entrata, nei corridoi e nella stiva e abbiamo dovuto cercare in mezzo al mucchio per riporre ogni cosa al suo posto, si ricorda? Questo anècord potrebbe essere in qualsiasi posto, adesso. Non è detto che sia per forza sotto la mia responsabilità o quella di Blanchard.

McNaught fu d’accordo e ammise l’idea: — Gregory, Worth, Sanderson, o uno degli altri forse si stanno baloccando con l’aggeggio. Dovunque sia, deve essere trovato, o deve esserne registrato il consumo.

Uscì. Burman, ingrugnito, si rimise la cuffia e ricominciò a giocherellare con il suo apparecchio. Un’ora più tardi, McNaught tornò indietro con la faccia scura.

— Certo! — annunciò con ira. — Una cosa del genere non esiste sulla nave. Nessuno ne sa niente. Nessuno sa fare altro che supposizioni!

— Ci faccia una croce e lo dichiari perduto — suggerì Burman.

— Cosa? adesso che siamo solidamente piantati a terra? Lei sa come me che una perdita o un danno devono essere segnalati quando avvengono. Se dico a Cassidy che l’anècord è partito nello spazio, vorrà sapere quando, dove, come e perché non è stato segnalato. Ci sarà un bel bordello se quell’affare per caso valesse un mezzo milione di crediti. Non posso passarci sopra semplicemente con un gesto della mano.

— E allora, cosa si può fare? — domandò Burman, avviandosi inconsciamente dritto nella trappola.

— Una cosa, una sola cosa — annunciò McNaught: lei costruirà un anècord.

A Burman si rizzarono i capelli. — Chi? Io?

— Lei, e nessun altro. In ogni modo sono certo che la cosa sia una trappola sua.

— Perché?

— Perché è uno di quei nomignoli tipici che si usano per i suoi aggeggi. Scommetto un mese di paga che l’anècord è una specie di sarchiapone scientifico. Qualcosa che ha a che fare con gli ultrasuoni, forse. Forse uno strumento per l’accostamento cieco.

— La ricetrasmittente per l’accostamento cieco si chiama “palpapiano” — informò Burman.

— Ecco! — disse McNaught, come se questo fosse una conferma. — Dunque lei farà un anècord. Dovrà essere finito e pronto per l’ispezione entro domani sera alle sei: sarà meglio che sia convincente, anzi, che piaccia. Meglio ancora, deve funzionare in modo convincente.

Burman si alzò, lasciò ciondolare le braccia e disse con voce fosca: — Come posso fare un anècord se non so nemmeno che cos’è?

— Nemmeno Cassidy lo sa — chiarì McNaught, lanciandogli un’occhiata furba. — È uno che controlla più la quantità che il resto, e allora le cose le conta, le guarda, dichiara che esistono, accetta che gli si dica se funzionano bene o se sono consumate. Tutto quello che c’è da fare è mettere su un sarchiapone impressionante e dirgli che è l’anècord.

— Oh, Mosè! — esclamò Burman fremendo.

— Non fidiamoci tanto dell’incerta assistenza dei personaggi biblici — replicò McNaught. — Usiamo il cervello che Dio ci ha dato. Prenda in mano il suo saldatore e faccia un anècord fuori classe per domani sera alle sei. È un ordine! — E se ne andò, soddisfatto di questa soluzione. Dietro di lui Burman guardava cupo la parete. Si passò la lingua sulle labbra una, due volte.

Il contrammiraglio Vane W. Cassidy arrivò puntualissimo. Basso, panciuto, di aspetto florido, aveva degli occhi simili a quelli di un pesce morto da un pezzo e un’andatura marziale.

— Dunque, capitano, spero che tutto sia in ordine.

— Come da regolamento, tutto è in ordine assicurò McNaught con sollecitudine. — Provvedo io stesso. — Parlava convinto.

— Bene! — approvò Cassidy. — Mi piace un comandante che prende sul serio le proprie responsabilità: e, mi dispiace ammetterlo, ce ne sono alcuni che non lo fanno. — Entrò attraverso il boccaporto principale e i suoi occhi da merluzzo presero nota dello smalto bianco appena dato. — Dove preferisce cominciare, a prua oppure a poppa?

— Il mio inventario procede da prua a poppa; potremmo seguire il medesimo ordine.

— Molto bene. — Trotterellò con aria ufficiale verso prua e si fermò un attimo per strada per dare una pacca a Peaslake e dare un’occhiata al collare. — Ben tenuto, vedo. L’animale si è rivelato utile?

— Ha salvato cinque vite su Mardia, abbaiando per avvertire.

— Immagino che i particolari siano stati registrati nel suo libro di bordo?

— Sissignore. Il libro è nella sala comando, in attesa della sua ispezione.

— Ci arriveremo a tempo debito. — Raggiunta la cabina di prua, Cassidy prese un sedile, accettò il raccoglitore da McNaught e partì ad andatura sostenuta: — K1 Radiobussola tipo D, una.

— È questa, signore — disse McNaught mostrandogliela.

— Funziona sempre correttamente?

— Sissignore.

Continuarono, raggiunsero il bugigattolo dell’intercom, la sala del calcolatore e dopo una serie di altri locali arrivarono in cucina. Qui se ne stava Blanchard, vestito di un abito bianco, fresco di lavanderia. Guardò il nuovo venuto con attenzione.

— V147. Forno elettronico, uno.

— È questo — disse Blanchard indicandoglielo con disgusto.

— Soddisfacente? — si informò Cassidy, gettandogli la sua occhiata da pesce.

— Non abbastanza grande — dichiarò Blanchard, e con un gesto espressivo abbracciò tutta la cucina. — Niante abbastanza grande. Posto troppo piccolo. Tutto troppo piccolo. Io sono chef de cuisine e questa cuisine è un solaio.

— Questa è una nave da guerra, non da crociera di lusso — scattò Cassidy e tornò accigliato sulla lista: — V148. Segnatempo forno elettronico, completo di attacco, uno.

— È questo — disse Blanchard in tono aspro, pronto a filarlo fuori dal primo boccaporto, se Cassidy gliene avesse data l’occasione.

Continuando lungo la lista, Cassidy si avvicinava sempre più al punto critico mentre la tensione nervosa cresceva. Poi ci arrivò e disse: — V1098. Anècord, uno.

— Morbleu! — disse Blanchard con gli occhi che lampeggiavano. — Ho detto prima e ripeto adesso, mai stato…

— L’anècord è nella sala radio, signore — interruppe frettolosamente McNaught.

— È così? — Cassidy diede un’altra occhiata all’elenco. — Allora, perché è registrato insieme con le dotazioni della cucina?

— Era sistemato in cucina alla partenza, signore. È uno di quegli strumenti portatili la cui migliore sistemazione è stata lasciata a noi.

— Hum-m-m! Allora avrebbe dovuto essere trasferito nella lista della sala radio: perché non l’ha trasferito?

— Pensavo che fosse meglio attendere la sua autorizzazione, prima di farlo.

Gli occhi da pesce espressero soddisfazione. — Certo è un’ottima idea, la sua, capitano. Lo trasferirò subito. — Tracciò una croce sulla voce a pagina nove, scrisse le proprie iniziali, la trasferì a pagina sedici, scrisse ancora le iniziali. — V1099. Collare con scritta, cuoio… ah, sì, l’ho visto. Lo portava il cane.

Lo spuntò. Un’ora più tardi entrò pomposamente nella sala radio. Burman si alzò, raddrizzò le spalle ma non poté impedire alle sue mani e ai suoi piedi di muoversi nervosamente. I suoi occhi erano spalancati e leggermente protesi verso McNaught in silenziosa implorazione. Era come un uomo che avesse un porcospino nelle brache.

— V1098. Anècord, uno — disse Cassidy con il suo tono abituale che non ammetteva assurdità. Muovendosi a scatti come un automa un po’ fuori fase, Burman allungò una mano a toccare una piccola scatola con il davanti pieno di quadranti, interruttori e luci colorate: sembrava un frullatore come può immaginarselo un radioamatore. Abbassò un paio di interruttori e le luci si accesero e rimbalzarono in affascinanti combinazioni.

— Eccolo, signore — disse con difficoltà.

— Ah! — Cassidy lasciò la sedia e si avvicinò per dare un’occhiata da presso. — Non mi ricordo di aver già visto questo apparecchio, ma ci sono tanti modelli differenti per il medesimo scopo. Funziona ancora bene?

— Sissignore.

— È una delle cose più utili a bordo della nave — contribuì McNaught per fare buon peso.

— Che cosa fa? — domandò Cassidy, invitando Burman a gettargli una perla di sapienza. Burman impallidì.

McNaught intervenne rapidamente: — Una spiegazione completa sarebbe piuttosto tecnica e involuta ma, semplificando al massimo, questo ci dà la possibilità di individuare una posizione di equilibrio tra due campi gravitazionali opposti. Le variazioni di luce indicano l’estensione e il grado dello sbilanciamento in qualsiasi momento.

— È un’applicazione geniale — aggiunse Burman, reso di colpo audace da queste notizie — basata sulla Costante di Finagle.

— Capisco — disse Cassidy, senza capire nulla. Riprese la sua sedia, vistò l’anècord e continuò: Z44. Centralino automatico, quaranta linee intercom, uno.

— Eccolo, signore.

Cassidy gli gettò un’occhiata, poi tornò a guardare il foglio. Gli altri approfittarono di questa momentanea distrazione per asciugarsi il sudore dalla fronte. Vittoria.

Tutto filava bene.

Per la terza volta: ah!

Il contrammiraglio Vane W. Cassidy se ne partì contento e complimentandosi. Nel giro di un’ora l’equipaggio si era precipitato in città. McNaught fece a turno con Gregory per godersi l’allegria delle luci. Per i cinque giorni che seguirono tutto fu pace e divertimento.

Il sesto giorno Burman portò un messaggio, lo fece scivolare sul tavolo di McNaught e aspettò la reazione: aveva l’aspetto soddisfatto e sereno di uno che vede finalmente il premio per la sua virtù.

Q.G. Terra a Bustler. Tornate base immediatamente per revisione e modifiche. Sarà istallato nuovo impianto motore. Feldman. Comando Opermarina. Settsirio.

— Torniamo sulla Terra — commentò allegro McNaught. — E “modifiche” significa almeno un mese di licenza. — Volse gli occhi a Burman. — Dica a tutti gli ufficiali in servizio di scendere in città e di far rientrare l’equipaggio a bordo. Verranno di corsa, quando sapranno perché.

— Sissignore — disse Burman con un largo sorriso.

Stavano ancora tutti sorridendo due settimane dopo, quando Siriport era lontano dietro di loro e il Sole si era ingrandito fino a divenire una macchiolina confusa nella nebbia sfolgorante del cielo stellato a prua. Ancora undici settimane di viaggio, ma ne valeva la pena: si torna a Terra. Hurrà!

I sorrisi svanirono improvvisamente nella cabina del capitano una sera che Burman assunse un’aria da crisi. Entrò, si morse il labbro superiore, e attese che McNaught finisse di scrivere nel libro di bordo. Infine McNaught mise da parte il libro, guardò in su, si accigliò: — Che, c’è? Ha il mal di pancia o qualcosa del genere?

— Nossignore. Ho pensato.

— E le fa molto male?

— Ho pensato — insistette Burman in tono funereo. — Stiamo tornando indietro per una revisione. Lei si renderà conto di quello che significa: usciremo dalla nave mentre ci entrerà un’orda di esperti. — Sbarrò gli occhi drammaticamente: — Esperti, ho detto.

— Naturalmente, saranno degli esperti — acconsentì McNaught. — Le dotazioni non possono essere provate e messe a punto da un branco di stupidi.

Burman precisò: — Ci vorrà ben più di un semplice esperto, per mettere a punto l’anècord. Ci vorrà un genio!

McNaught si dondolò all’indietro e cambiò espressione come se gettasse una maschera. — Giuda ballerino! Mi ero completamente dimenticato di quella storia. Quando arriveremo sulla Terra, non riusciremo a far fessi quei ragazzi.

— Nossignore, non ci riusciremo — approvò Burman. Non aggiunse “più”, ma la sua faccia gridava forte: “Mi ha messo lei in questa faccenda, ora mi tiri fuori”. Aspettò un poco mentre McNaught pensava intensamente e poi proruppe: — Che cosa suggerisce, signore?

Lentamente, il sorriso soddisfatto tornò sulle fattezze di McNaught mentre rispondeva: — Faccia in pezzi l’aggeggio e lo getti nel disintegratore.

— Questo non risolverà il problema — disse Burman. — Avremo sempre un anècord in meno.

— No, che non l’avremo, perché io segnalerò la sua perdita, dovuta al caso, durante il servizio. — Strizzò l’occhio enfaticamente: — Siamo in volo libero, ora. Afferrò un blocco per messaggi e ci scribacchiò sopra mentre Burman aspettava, profondamente sollevato.

Bustler a Q.G. Terra. Articolo V1098, anècord uno, spaccatosi per tensione gravitazionale durante passaggio tra soli gemelli Ettore Maggiore-Minore. Materiale utilizzato come combustibile. McNaught, Comandante. Bustler.

Burman lo portò nella sala radio e lo trasmise alla Terra. Fu tutto a posto e in pace per un altro paio di giorni. Quando Burman tornò nella cabina del capitano, ci tornò di corsa preoccupato: — Richiamo generale, signore — annunciò ansimando, e passò il messaggio nelle mani dell’altro.

Q. G. Terra in collegamento con tutti i settori. Urgente e Importante. Tutte le navi atterrino immediatamente. Vascelli missione ufficiale dirigersi più vicino astroporto attesa ulteriori istruzioni. Welling. Comando Allarme e Salvataggio. Terra.

— Qualcosa è partito — commentò tranquillo McNaught. Si avviò alla sala comando, seguito da Burman; mentre consultava le carte fece una chiamata con l’intercom, raggiunse Pike a prua e ordinò: — C’è un allarme. Tutte le navi a terra. Dobbiamo raggiungere Zaxtedport, a circa tre giorni di viaggio. Cambi rotta subito. Diciassette gradi a dritta, declinazione dieci. — Poi chiuse e disse con una smorfia: — Così il nostro dolce mese sulla Terra è andato. E in più Zaxted non mi è mai piaciuto. Puzza. L’equipaggio sarà fuori della grazia di Dio, e non so dargli torto.

— Che cosa pensa che sia successo, signore? — domandò Burman. Aveva l’aria seccata e a disagio nello stesso tempo.

— Lo sa il cielo. L’ultimo avviso generale è di sette anni fa, quando lo Starider esplose a metà strada nel viaggio verso Marte. Fecero atterrare tutte le navi esistenti mentre indagavano sulle cause. — Si fregò il mento, pensò, continuò: — E l’avviso precedente a quello fu quando tutto l’equipaggio del Blowgun diventò matto in blocco. Qualunque cosa sia questa volta, può scommettere che si tratta di qualcosa di serio.

— Non sarà l’inizio di una guerra spaziale?

— Contro chi? — McNaught fece un gesto sprezzante. — Nessuno ha navi con cui affrontarci. No, è qualcosa di tecnico. Lo sapremo presto. Ce lo diranno prima che arriviamo a Zaxted o subito dopo.

Glielo dissero sei ore dopo. Burman entrò di corsa con la faccia piena di orrore.

— Che cosa la sta divorando, ora? — domandò McNaught, guardandolo fisso.

— L’anècord — balbettò Burman. Si agitava come se cacciasse via invisibili ragni.

— Che cosa c’è?

— È un errore tipografico. Nella sua copia si dovrebbe leggere cane ord.

Il comandante spalancò gli occhi. — Cane ord? — fece eco, pronunciandolo come se fosse stato un linguaggio di matti.

— Guardi lei stesso. — Fatto scivolare il foglio sul tavolo, Burman schizzò fuori, lasciando che la porta dondolasse avanti e indietro. McNaught fece una smorfia dietro di lui e prese il messaggio.

Q.G. Terra a Bustler. Vostro rapporto V1098, cane ordinanza Peaslake. Fate resoconto particolareggiato circostanze e modo animale spaccatosi sotto tensione gravitazionale. Esaminate equipaggio e segnalate ogni sintomo coincidente riscontrato. Urgente e Importante. Welling. Comando Allarme e Salvataggio. Terra.

Nell’intimità della sua cabina McNaught cominciò a mangiarsi le unghie. Di quando in quando guardava con occhi un po’ strabici quanto gliene restava per arrivare alla carne.