/ Language: Italiano / Genre:sf_horror

Nostra Signora delle Tenebre

Fritz Leiber

Nostra Signora delle Tenebre è una agghiacciante fantasy urbana, ambientata nella metropolis di San Francisco. Ma anche la modernissima San Francisco, con le sue colline, la sua baia assolata e i suoi grattacieli altissimi e rilucenti, può diventare il regno del terrore quando strane ombre cominciano ad aggirarsi furtive tra i caseggiati. Per Franz Westen, vedovo, scrittore di racconti del soprannaturale per la televisione, l’incubo comincia all’improvviso, quando, una notte, si affaccia alla finestra del suo appartamento per scrutare con il binocolo le luci della città ed è testimone di una scena inquietante: là, sulla cima di Corona Heights, la solitaria ed erta collinetta che si leva proprio nel cuore di San Francisco, c’è una strana figura dal colorito brunastro che si agita e si muove in maniera sinistra, come se fosse impegnata in qualche misterioso rituale o danza magica. Ha così inizio una terribile persecuzione, cui Franz tenterà invano di sottrarsi e che forse è collegata in qualche modo con un vecchio volume affascinante e sibillino, pieno di misteriose citazioni e di strani discorsi sulle moderne megalopoli e sulle arcane entità che le infestano, i “paramentali”, esseri d’origine azoica “più infidi dei ragni e delle donnole”.

Fritz Leiber

Nostra Signora delle Tenebre

Ma la terza Sorella, che è anche la più giovane… Silenzio! Abbassa la voce, quando parliamo di lei!… Il suo regno non è molto vasto, altrimenti nessuna creatura materiale potrebbe vivere; ma entro i confini di quel regno tutto il potere è suo. La sua testa, cinta di una corona di torri come quella di Cibele, s’innalza quasi al di là della portata dello sguardo. Non abbassa mai la testa, e i suoi occhi, dato che stanno così in alto, sembrerebbero dover sparire nella distanza. Invece, essendo quello che sono, non possono rimanere nascosti; dietro il triplice velo nero da lei portato, la luce abbagliante di un’ardente infelicità, che non cessa né col mattutino né col vespro, né col sole alto né quando la notte è fonda, né all’alba né al tramonto, si lascia scorgere fin da terra. Lei è l’avversaria di Dio. È anche la madre di ogni follia, l’istigatrice dei suicidi. Le radici del suo potere sono profonde; ma è molto piccola la nazione da lei dominata. Infatti può accostarsi soltanto a coloro la cui natura profonda sia stata portata alla luce da rivolgimenti centrali; in cui il cuore trema e il cervello vacilla sotto la congiura delle tempeste esterne e di quelle interiori. Madonna si muove con passi incerti, rapidi o lenti, ma pur sempre con una grazia tragica. Nostra Signora dei Sospiri scivola timidamente, segretamente. Ma la Sorella più giovane avanza con movimenti imprevedibili, scattando con balzi da tigre. Non porta con sé alcuna chiave; sebbene scenda assai raramente tra gli uomini, sfonda tutte le porte che le è consentito di oltrepassare. E il suo nome è Mater Tenebrarum: Nostra Signora delle Tenebre.

Thomas De Quincey, “Levana e le Nostre Tre Signore del Dolore”, Suspiria de profundis

1

La collina isolata ed erta che aveva nome Corona Heights era nera come il carbone e assolutamente silenziosa, come il cuore dell’ignoto. Rivolta con decisione verso il basso e verso nordest, in direzione delle luci forti e nervose del centro di San Francisco, sembrava un grosso carnivoro notturno, intento a sorvegliare il suo territorio alla paziente ricerca di una preda.

La falce di luna crescente era tramontata ormai da tempo; le stelle, nell’alto del cielo nero come un velluto, tagliavano ancora come diamanti. A ovest si era formato un basso strato di nebbia. Ma a est, dietro il centro commerciale della città e la baia coperta di un velo di vapori, già il nastro sottile, spettrale, della prima luce dell’alba coronava la vetta delle collinette dietro Berkeley, Oakland e Alameda, e l’ancor più lontana cima del demonio, Mount Diablo.

Tutt’intorno a Corona Heights, le luci delle strade e delle case di San Francisco, che ormai, alla fine della notte, sembravano essersi affievolite, la circondavano con apprensione, come se fosse veramente un animale pericoloso. Ma sulla collina stessa non si scorgeva neppure una luce. Un osservatore, dal basso, non sarebbe riuscito a distinguere il suo profilo frastagliato e i massi di forma bizzarra che ne coronavano la vetta (evitata perfino dai gabbiani) e che qua e là affioravano dai suoi fianchi spogli e accidentati, i quali, anche se talvolta toccati dalla nebbia, ormai da mesi non conoscevano lo scroscio della pioggia.

Un giorno o l’altro, forse la collina era destinata a essere spianata dalle ruspe, non appena l’avidità degli uomini fosse divenuta ancor più grande e il timore della natura primordiale ancor più piccolo, ma per il momento era ancora in grado di incutere un terrore panico.

Troppo selvaggia e accidentata per farne un parco, era qualificata erroneamente come terreno di giochi. E in effetti c’erano qualche campo da tennis e qualche piccolo prato, alcuni bassi edifici e diversi fitti boschetti di pini attorno alla sua base, ma, finiti questi, al di sopra la collina si innalzava scabra, spoglia e sprezzantemente altera.

E adesso sembrava che qualcosa si muovesse, nella massa buia di Corona Heights. Difficile capire che cosa fosse. Forse qualcuno dei cani selvatici della città, ormai privi di casa da generazioni, ma ancora capaci di passare per cani domestici. (In una grande città, se vedete un cane che va per i fatti suoi, senza abbaiare a nessuno, senza seguire la gente, in pratica, comportandosi come un buon cittadino con del lavoro da fare, e con poco tempo da perdere, e se quel cane non ha né la medaglietta né il collare, potete starne certi: non ha un padrone che si disinteressa di lui, ma è selvatico… e perfettamente adattato.) Forse era un animale ancor più selvatico e segreto, che non si era mai assoggettato al dominio dell’uomo, ma che viveva in mezzo alla gente quasi inosservato. O forse, cosa possibile, un uomo (o una donna) talmente sprofondato nella barbarie o nella psicosi da non avere bisogno di luce. O forse era solo il vento.

Pian piano, il nastro di luce a oriente si fece rosso cupo, il cielo si illuminò da est a ovest, le stelle sparirono e Corona Heights cominciò a mostrare la sua superficie accidentata, arida, pallida e rossiccia.

Eppure, non ci si poteva togliere dalla mente l’impressione che la collina fosse stata colta da una sorta d’irrequietezza, e che finalmente avesse scelto la sua preda.

2

Due ore più tardi, Franz Westen guardava dalla finestra aperta del proprio appartamento la torre della TV, che, colorata di bianco e di rosso vivo, illuminata dal sole del mattino, si alzava al di sopra della nebbia lattiginosa che copriva ancora il Monte Sutro e Twin Peaks, a cinque chilometri di distanza, e che faceva da sfondo alla sagoma gibbosa, color ocra chiaro, di Corona Heights. La torre della TV (la torre Eiffel di San Francisco, la si sarebbe potuta definire) aveva le spalle larghe, i fianchi stretti e le gambe lunghe di una donna bella ed elegante, o di una semidea. In quei giorni era la mediatrice tra Franz e l’universo, così come si suppone che l’uomo sia il mediatore fra gli atomi e le stelle. Guardarla, ammirarla, venerarla quasi, era il suo modo di salutare l’universo ogni mattina, di asserire la sua fede che vi fosse un contatto tra loro, prima di fare il caffè e di tornare a letto con la cartellina e i fogli per scrivere la dose giornaliera di storie d’orrore sovrannaturale e in particolare (il suo pane quotidiano) la versione romanzata del programma televisivo I segreti del sovrannaturale, in modo che la folla dei teleutenti potesse anche leggere, volendolo, qualcosa di analogo al miscuglio di stregoneria, scandali politici e cotte adolescenziali che vedevano sullo schermo. Un anno prima, o giù di lì, a quell’ora si sarebbe chiuso in se stesso, per rimuginare sulle proprie disgrazie e per pensare al primo bicchiere di liquore della giornata (ne aveva ancora, o la sera prima si era scolato tutta la bottiglia?) ma questo apparteneva al passato, era una cosa chiusa.

Lontano, tristi sirene da nebbia si avvertivano l’un l’altra. Per un attimo, Franz pensò a quel che accadeva a circa tre chilometri da lui, alle sue spalle, dove la Baia di San Francisco era coperta di nebbia, completamente, tolto le cime dei quattro piloni della prima campata del ponte per Oakland. Sotto la superficie della nebbia simile a vetro smerigliato, c’erano le file di automobili fumanti per l’impazienza e le navi che si passavano parola, mentre da sotto l’acqua e il fondo fangoso della baia, ma perfettamente udibile dai pescatori che attraversavano il mare sui loro piccoli battelli, giungeva il rombo misterioso della Bay Area Rapid Transit, la metropolitana rapida dell’area della Baia, i cui convogli sfrecciavano nelle gallerie subacquee per portare sul luogo di lavoro la massa dei pendolari.

Poi, danzando nell’aria che sapeva di mare, giunsero fino a lui le note dolci e allegre di un minuetto di Telemann, registrato da Cal, due piani sotto il suo. L’aveva messo per lui, si disse Franz, anche se Cal aveva vent’anni di meno. Diede un’occhiata al ritratto a olio di Daisy, la moglie morta, appeso sopra il letto dello studio, accanto a un disegno della torre TV, eseguito a linee nere, sottili come zampe di ragno, su un grande rettangolo di cartone fluorescente rosso, e non provò alcun senso di colpa. Tre anni di dolore e di alcolismo (una veglia funebre irlandese da Guinness dei primati!) glielo avevano tolto tutto, ed erano terminati quasi esattamente un anno prima.

Lo sguardo gli cadde sul letto dello studio, ancora mezzo da rifare. Sulla metà intatta, vicino alla parete, c’era una fila lunga, pittoresca e disordinata, di riviste, edizioni tascabili di romanzi di fantascienza, qualche romanzo giallo rilegato, ancora nel cellofane, qualche tovagliolo di carta colorato rubacchiato nei ristoranti, e una mezza dozzina di manualetti “Tutto sull’argomento, con foto a colori”: le sue letture del tempo libero, in contrapposizione al materiale di consultazione e ai suoi scritti, ordinatamente posati sul tavolino accanto al letto. Erano stati la sua principale, e spesso l’unica, compagnia durante i tre anni in cui aveva continuato a ubriacarsi e a guardare opacamente la televisione posta nell’altro lato della stanza, a prenderli in mano e a fissare stupidamente, di tanto in tanto, le loro pagine facili e colorate. Solo un mese prima si era improvvisamente accorto che quel mucchio di pubblicazioni allegre, sparse laggiù a caso, ricordava vagamente la sagoma di una donna snella e disinvolta, sdraiata accanto a lui sulle coperte, e che proprio per questo non le metteva mai sul pavimento, e si accontentava di mezzo letto, e inconsciamente le disponeva sotto forma di una figura femminile dalle gambe lunghissime. Erano una Amante dello Studioso, si era detto, analoga alla “moglie dell’olandese”, il cuscino lungo e sottile a cui, nelle zone tropicali, la gente si stringe nel sonno perché assorba il sudore: una segreta compagna di giochi, una squillo spigliata ma anche riflessiva, una sorellina snella e incestuosa, eterna compagna del suo lavoro di scrittore.

Con un’occhiata affettuosa al ritratto della moglie, e un tenero pensiero per Cal che continuava a mandare verso lui le sue note allegre, mormorò piano, con un sorriso di complicità, alla sottile forma cubista che occupava la parte interna del letto: — Non preoccuparti, cara, sarai sempre la mia preferita, anche se dovremo tenerlo nascosto a tutti — e tornò alla finestra.

Era stata la torre della TV, che sorgeva così alta e moderna sul Monte Sutro, con le tre lunghe gambe ancora immerse nella nebbia, a farlo ritornare alla realtà dopo la sua lunga evasione nei sogni degli ubriachi. All’inizio, aveva giudicato la torre incredibilmente volgare e sgargiante, un’intrusione ancora peggiore dei grattacieli in quella che era stata la più romantica delle città, l’incarnazione oscena del chiassoso mondo del commercio e della pubblicità, o addirittura, con le sue grandi strutture rosse e bianche contro lo sfondo del cielo azzurro (come adesso, al di sopra della nebbia) una raffigurazione della bandiera americana nei suoi aspetti peggiori: le strisce delle insegne dei barbieri e le stelle grasse, appariscenti, irreggimentate. Ma poi, contro la sua volontà, la torre lo aveva colpito con le sue luci rosse, che lampeggiavano di notte: ce n’erano così tante! Ne aveva contate diciannove: tredici fisse e sei intermittenti; e poi la torre, sottilmente, aveva guidato il suo interesse verso altri luoghi lontani, al paesaggio cittadino e alle stelle vere e proprie, così lontane, e, le notti più fortunate, alla luna, e alla fine lui si era di nuovo appassionato a tutte le cose vere, indipendentemente dalla loro natura. E il processo non si era più fermato: continuava ancora. Infine, Saul gli aveva detto, un paio di giorni prima:

«Non so se sia giusto, accogliere con gioia ogni nuova realtà. Potresti fare dei brutti incontri.»

«Bel discorso, da parte di uno psicologo clinico» aveva commentato Gunnar, mentre Franz aveva risposto subito:

«Certo. Ci sono anche i campi di concentramento. I germi patogeni.»

«Non intendevo precisamente questo» aveva replicato Saul. «Parlavo di certe cose incontrate dai miei pazienti dell’ospedale.»

«Ma quelle dovrebbero essere allucinazioni, proiezioni, archetipi e cose del genere, vero?» aveva osservato Franz, pensieroso. «Parti della realtà interiore, naturalmente.»

«Qualche volta non ne sono tanto sicuro» aveva detto lentamente Saul. «Chi può sapere che cosa è realmente successo, se un pazzo dice di avere appena visto un fantasma? È una realtà interiore, oppure esteriore? Chi può dirlo? Tu, Gunnar, cosa dici, quando uno dei tuoi computer comincia a dare risposte imprevedibili?»

«Dico che si è surriscaldato» aveva osservato Gunnar, con convinzione. «Ma ricorda che i miei computer, in partenza, sono degli individui normali, e non degli impallinati e degli psicopatici come i tuoi pazienti.»

«Che cosa significa “normale”?» aveva ribattuto Saul.

Franz aveva sorriso ai due amici, che occupavano due appartamenti posti nel piano tra il suo e quello di Cal. Anche Cal aveva sorriso, ma meno convinta.

Adesso, Franz guardò di nuovo fuori della finestra. Oltre il davanzale, c’era un tuffo verticale di sei piani, che passava davanti alla finestra di Cal: uno stretto pozzo tra l’edificio e quello adiacente, il cui tetto a terrazzo era quasi all’altezza del pavimento di Franz. Più avanti, a incorniciare sui due lati la visuale, c’erano le facciate posteriori, bianche come ossa e macchiate dalla pioggia, di due grattacieli che salivano sempre più su.

Lo spazio che rimaneva in mezzo ai due colossi era piuttosto stretto, ma gli permetteva di vedere tutta la realtà con cui doveva tenersi in contatto. Se ne voleva di più, bastava che salisse altri due piani fino al tetto, come faceva spesso, in quei giorni e in quelle notti.

Da quell’edificio, situato piuttosto in basso su Nob Hill, il mare di tetti scendeva per poi risalire, rimpicciolendo in lontananza, fino al banco di nebbia che ora mascherava il pendio verde scuro del Monte Sutro e la torre TV. Ma nella media distanza c’era una forma simile a una bestia in agguato, di colore bruno pallido nella luce del mattino, che si ergeva dal mare dei tetti.

Nella carta topografica era indicata semplicemente come Corona Heights. Da parecchie settimane, quell’altura stuzzicava la curiosità di Franz. Adesso, lui puntò il piccolo binocolo Nikon a sette ingrandimenti sulle pendici di terra spoglia e sulla cresta gibbosa, che spiccavano nitide contro la nebbia bianca. Si chiese perché nessuno vi avesse mai costruito. Nelle grandi città, certamente, c’erano delle strane intrusioni. Quella faceva pensare a un residuo, non ancora consumato dagli elementi, di rocce sotterranee affiorate durante i sommovimenti del terremoto del 1906, si disse, sorridendo di un’ipotesi così fantasiosa e poco scientifica. Che si chiamasse Corona Heights per la corona di grandi rocce ammassate irregolarmente sulla sua sommità? si chiese, regolando la ghiera della messa a fuoco; per un attimo, le rocce si stagliarono nitide e chiare sullo sfondo della nebbia.

Una roccia di colore bruno pallido, alquanto sottile, si staccò dalle altre e lo salutò con la mano. Maledizione, quel binocolo gli avrebbe fatto venire un infarto! Se qualcuno credeva che con un binocolo si vedesse bene, era perché non l’aveva mai provato. Oppure si trattava di una macchia della sua retina? Una di quelle briciole microscopiche che galleggiano nell’umore interno dell’occhio? No, ecco, adesso la vedeva di nuovo. Proprio come gli era sembrato: era una persona molto alta, con un impermeabile lungo o con una tonaca ampia, che si muoveva come se danzasse.

Anche con sette ingrandimenti, non si potevano scorgere i particolari delle figure umane, a tre chilometri di distanza: si ricavava solo una vaga impressione delle posizioni e dei movimenti. Tutti molto semplificati. Su Corona Heights c’era una figura scarna che si muoveva piuttosto rapidamente, certo, e che forse danzava tenendo le braccia alte e agitandole, ma era tutto quel che si riusciva a capire.

Nell’abbassare il cannocchiale, Franz sorrise all’idea di qualche hippy che salutava con una danza rituale il sole del mattino, su una collina posta in mezzo alla città, appena emersa dalla nebbia. E che cantava, anche, senza dubbio, se qualcuno fosse stato in grado di udirlo: senza dubbio, ululati lamentosi e sgradevoli come quelli delle sirene che si levavano ancora in lontananza, del tipo che ti agghiaccia il sangue se lo senti da vicino.

Doveva trattarsi di qualcuno dell’Haight-Ashbury, probabilmente. Il sacerdote drogato di qualche moderna divinità solare, che danzava nel suo piccolo, improvvisato Stonehenge in cima alla collina. In un primo momento, la cosa lo aveva sorpreso, ma adesso gli pareva soltanto una bizzarria.

All’improvviso, si levò il vento. Doveva chiudere la finestra? No, adesso l’aria era di nuovo immobile. Era stato soltanto un soffio capriccioso.

Posò il binocolo sulla scrivania, accanto a due libri vecchi e sottili. Quello che stava sopra, rilegato in tela color grigio sporco, era aperto al frontespizio, su cui si leggeva, nella composizione grafica e nei caratteri utilitaristici che lo qualificavano come un prodotto di fine Ottocento (il cattivo lavoro di un cattivo tipografo, senza alcuna preoccupazione di ordine artistico): Megalopolisomanzia: una nuova scienza urbanistica, di Thibaut De Castries.

Ora, quella sì che era una strana coincidenza! Si chiese se il sacerdote drogato, dalla lunga veste color terra (o la roccia danzante, se era solo per quello!) sarebbe stato qualificato da quel vecchio fissato di Thibaut come uno degli “eventi segreti” che si dovevano verificare nelle grandi città, a stare a quel che diceva nel presuntuoso, severo libro da lui scritto verso il 1890. Poi Franz si ripromise di leggerne qualche altra pagina, e anche qualche pagina dell’altro libro.

Ma non adesso, si disse all’improvviso, girandosi di nuovo verso il tavolino dov’era posato, sopra una busta commerciale grossa e pesante, già affrancata e indirizzata al suo agente di New York, il dattiloscritto della sua ultima trascrizione romanzata (I segreti del sovrannaturale, n. 7: Le torri del tradimento) ormai pronta per la spedizione, a parte un ultimo tocco descrittivo che si era ripromesso di controllare e di aggiungere: gli piaceva dare ai lettori qualcosa che valesse il denaro speso, anche se quella serie era pura narrativa d’evasione e costituiva un’attività marginale, tutt’al più, da parte sua.

Ma questa volta, si disse, avrebbe spedito il manoscritto senza tocco finale, e per quel giorno si sarebbe concesso una vacanza: anzi, cominciava ad avere una certa idea di che cosa farsene, di una giornata libera. Con solo un leggerissimo rimorso all’idea di defraudare un poco i lettori, si vestì, si preparò una tazza di caffè da portare giù da Cal e poi, come per un ripensamento, prese sotto braccio i due vecchi libri (voleva farli vedere alla ragazza) e infilò il binocolo nella tasca della giacca, casomai gli venisse la voglia di dare un’altra occhiata a Corona Heights e al suo pazzo dio delle rocce.

3

Nel corridoio, Franz passò davanti alla porta nera, priva di maniglia, dello stanzino delle scope, in disuso da anni, e allo sportello, chiuso con il lucchetto, di un vecchio scivolo per la biancheria o di un montacarichi (nessuno ricordava che cosa fosse, esattamente), e alla grande porta dorata dell’ascensore con accanto la strana finestra nera; scese le scale protette da una passatoia rossa, che scendevano da un piano all’altro con rampe ad angolo retto, sei gradini, poi tre, poi sei, intorno alla tromba rettangolare, sormontata dal lucernario sporco, due piani sopra il suo.

Non si fermò al piano di Gunnar e Saul, il quinto, quello sotto il suo, ma si limitò a dare un’occhiata alle loro porte, l’una di fronte all’altra, situate accanto alle scale, e poi scese al quarto piano.

A ogni pianerottolo vide le stesse finestre nere che non si potevano aprire, le stesse porte nere senza maniglia, nei corridoi vuoti dalla passatoia rossa. Era strano: i vecchi edifici avevano spazi segreti che non erano esattamente nascosti, ma che non venivano mai presi in considerazione, come i cinque pozzi di ventilazione del suo, con le finestre dipinte di nero (chissà quando) per nascondere la sporcizia, e i ripostigli delle scope caduti in disuso, che avevano perso la loro funzione quando non era più stato possibile trovare domestiche a basso costo, e, negli zoccoli delle pareti, le aperture rotonde, rigorosamente tappate, del sistema aspirapolvere generale che sicuramente non veniva più usato da decenni. Franz pensava che nessuno, in quell’edificio, li vedesse mai consapevolmente, tranne lui, che era stato da poco richiamato alla realtà dalla torre TV e da tutto il resto. Quel giorno, lo fecero pensare per un momento ai vecchi tempi in cui quel palazzo era probabilmente un piccolo hotel, con i fattorini dalla faccia di scimmia e le cameriere che nella fantasia di Franz dovevano essere francesi, con gonne corte e risate sommesse e maliziose (ma che più probabilmente erano chissà che sguattere sciatte, commentò la sua ragione). Bussò al 407.

Era una delle giornate in cui Cal aveva l’aria di una seria studentessa diciassettenne, coronata di lievi sogni, e non della donna di ventisette anni che era in realtà. Capelli lunghi e scuri, occhi azzurri, sorriso sereno. Erano andati a letto due volte, ma ora non si baciarono: sarebbe parso presuntuoso da parte di lui, perché Cal non si offerse di farlo, e del resto Franz non aveva ancora deciso di impegnarsi fino in fondo in quella relazione.

Cal lo invitò a entrare e a fare colazione con lei. Benché identica a quella di Franz, la stanza di Cal sembrava molto più bella, addirittura troppo per quel palazzo; lei l’aveva riverniciata completamente, con l’aiuto di Gunnar e di Saul. Però, da quel piano non si godeva di nessuna vista. C’erano un leggìo per gli spartiti, accanto alla finestra, e un organo elettronico che era costituito quasi unicamente dalla tastiera e che aveva anche una cuffia per fare esercizio senza disturbare, oltre agli altoparlanti.

— Sono sceso perché ho sentito che hai messo Telemann — disse Franz.

— Forse l’ho fatto apposta per chiamarti — rispose con disinvoltura la ragazza, indaffarata con i fornelli e il tostapane. — La musica ha una sua magìa, sai?

— Pensi al Flauto magico? — chiese lui. — Tu saresti capace di trasformare in un flauto magico anche un registratore.

— In tutti gli strumenti a fiato c’è una magìa — gli assicurò Cal. — Dicono che Mozart abbia cambiato la storia del Flauto magico quando era già arrivato a metà, perché era simile a quella di un’opera concorrente, Il fagotto incantato.

Franz rise e disse: — Le note musicali, comunque, posseggono almeno un potere sovrannaturale. Possono levitare, salire nell’aria. Anche le parole possono farlo, naturalmente, ma meno bene.

— E come fai a saperlo? — chiese lei, girando la testa.

— L’ho scoperto nei cartoon e nelle vignette — spiegò Franz. — Le parole hanno bisogno di essere sostenute da un fumetto, ma le note si alzano in volo da sole, dal pianoforte o da quel che è.

— Hanno piccole ali nere — rifletté lei. — Perlomeno le crome e le note ancor più brevi. Ma quel che dici è vero. La musica è in grado di volare, è assoluta libertà, e riesce a liberare anche le altre cose, le fa volare e danzare.

Franz annuì. — Vorrei che tu liberassi le note della tua tastiera, comunque, e che le lasciassi danzare fino a me, quando ti eserciti al clavicembalo — disse, indicando lo strumento elettronico — invece di tenerle chiuse nella cuffia.

— Tu saresti l’unico ad apprezzare la cosa.

— Ci sono Gunnar e Saul.

— Le loro stanze sono in un’altra colonna. E, poi, anche tu ti stuferesti di scale e arpeggi.

— Non esserne tanto sicura — disse Franz. Poi aggiunse, per stuzzicarla: — Ma forse le note del clavicembalo sono troppo metalliche per fare magìa.

— Detesto questa definizione — rispose lei — comunque ti sbagli. Anche con le note metalliche (bah!) si può fare della magìa. Ricorda le campanelle di Papageno: nel Flauto magico la magìa assume varie forme.

Mangiarono i toast e le uova, bevvero il succo d’arancia. Franz parlò a Cal della sua decisione di spedire il manoscritto delle Torri del tradimento così com’era.

— Così, i miei lettori continueranno a ignorare il rumore fatto da una macchina distruggidocumenti quando lavora, ma che importa? Ho visto il programma alla televisione, ma quando il mago dei satanisti ha infilato nella macchina la pergamena con le rune magiche, hanno fatto uscire del fumo, che mi sembra una soluzione un po’ stupida.

— Sono contenta di sentirtelo dire — osservò lei, irritata. — Ti sforzi troppo di dare una logica a quel programma cretino. — Poi sorrise. — Comunque, forse hai ragione tu. In parte è dovuto al fatto che cerchi sempre di fare del tuo meglio in tutto, ed è per questo che ti giudico un vero professionista.

Franz sentì un’altra fitta di rimorso, ma riuscì facilmente a vincerla.

Mentre Cal gli versava un’altra tazza di caffè, lui disse: — Mi è venuta una bella idea. Andiamo a Corona Heights, oggi. Da lassù si dovrebbe vedere bene il panorama del centro e della baia interna. C’è il tram per quasi tutto il tragitto, e poi non dovrebbe rimanere molto da arrampicarsi.

— Dimentichi che devo esercitarmi per il concerto di domani sera. E, poi, non posso rischiare di rovinarmi le mani — rispose lei, in tono di leggero rimprovero. — Ma non lasciarti fermare da me — aggiunse, con un sorriso, come per chiedergli scusa. — Perché non chiedi a Gunnar o a Saul di accompagnarti? Credo che oggi siano a casa. E Gunnar è abilissimo, se c’è da arrampicarsi. Dov’è Corona Heights?

Franz glielo riferì, e si ricordò che l’amore di Cal per San Francisco non era fresco e appassionato come il suo: lui aveva lo zelo del neofita.

— Dev’essere vicino al Buena Vista Park — commentò Cal. — Non andare a spasso da quelle parti, ti prego. Ci sono stati alcuni delitti, recentemente. Qualche regolamento di conti, legato al mondo della droga. L’altro lato del Buena Vista è vicinissimo all’Haight.

— Non ne ho alcuna intenzione — la rassicurò lui. — Anche se forse sei un po’ troppo prevenuta nel giudicare l’Haight. Si è calmato molto, negli ultimi anni. Anzi, questi due libri li ho comprati proprio laggiù, in una di quelle favolose librerie antiquarie.

— Oh, sì, mi avevi promesso di mostrarmeli — disse lei.

Franz le porse quello che stava aperto sul tavolino, e spiegò: — È uno dei più affascinanti libri di pseudo scienza che abbia mai visto: ci sono delle ispirazioni davvero geniali, in mezzo alle idiozie. Manca la data, ma dev’essere stato pubblicato attorno al 1900, secondo me.

— Megalopolisomanzia — pronunciò Cal, leggendo con attenzione le sillabe. — Che cosa vuol dire? Predire il futuro mediante… mediante la lettura delle città?

— La lettura delle grandi città — corresse lui, con un cenno d’assenso.

— Già, il “mega”.

Franz proseguì: — Predire il futuro e varie altre cose. E, a quanto pare, servirsi di questa conoscenza per fare magìa. Anche se De Castries la definisce “una nuova scienza”, come se lui fosse un altro Galileo. Comunque, De Castries era molto preoccupato per gli “immensi quantitativi” di acciaio e di carta che si accumulano nelle grandi città. E per l’“olio di carbone” (gasolio) e per il gas naturale. E anche per l’elettricità, benché la cosa appaia incredibile, perché calcola accuratamente tutta l’elettricità che c’è in tante migliaia di chilometri di filo, e quante migliaia di tonnellate di gas da illuminazione ci sono nei gasometri, quanto acciaio nei nuovi grattacieli, quanta carta negli archivi statali e nei giornali scandalistici e così via.

— Oh poveri noi! — commentò Cal. — Chissà cosa direbbe, se vivesse al giorno d’oggi.

— Che si sono realizzate le sue predizioni più allarmanti, senza dubbio. Lui ha fatto ipotesi sulla crescente minaccia delle automobili e della benzina, ma soprattutto delle auto elettriche, che portano in giro, nelle batterie, secchi e secchi di corrente continua. Ed è andato assai vicino a prevedere il nostro problema dell’inquinamento: parla addirittura della “vasta congerie di giganteschi tini fumiganti” pieni di acido solforico, occorrenti per la fabbricazione dell’acciaio.

“Ma la cosa che lo preoccupava di più erano gli effetti psicologici o spirituali (lui li chiama ‘paramentali’) di tutto quel che si accumula nelle grandi città, della sua pura e semplice massa, solida e liquida.”

— Un vero hippy ante-litteram — osservò Cal. — E che razza di persona era? Dove abitava? Che cos’altro faceva?

— Nel libro non c’è nessuna indicazione di queste cose — rispose Franz — e in biblioteca non ho trovato nessun riferimento a lui. Nel libro parla spesso del New England e della costa orientale del Canada, e anche di New York, ma solo in generale. Parla di Parigi (ce l’aveva con Parigi per via della torre Eiffel) e della Francia, e cita anche l’Egitto.

Cal annuì. — E che cos’è l’altro libro?

— Una cosa molto interessante — disse Franz, porgendoglielo. — Come vedi, non è un libro vero e proprio, ma un diario di fogli bianchi, di carta di riso, sottile come la carta velina, ma più opaca, rilegato in tessuto di seta a coste che doveva essere color rosa tea, prima di sbiadire. Gli appunti, scritti con una stilografica dalla punta molto fine, e con un inchiostro viola, occupano circa un quarto del volume. Le altre pagine sono in bianco. Quando li ho comprati, i due libri erano legati insieme con un vecchio pezzo di spago. Dovevano essere rimasti così per decenni: vedi, ci sono ancora i segni.

— Già — riconobbe Cal. — Dal 1900, allora. Che bel diario, mi piacerebbe averne uno identico.

— Vero, eh? Comunque, non possono averli uniti prima del 1928. Un paio di annotazioni portano la data, e sembra che l’intero diario sia stato compilato nel giro di qualche settimana.

— Era un poeta? — chiese Cal. — Vedo qui delle righe della stessa lunghezza. E sai chi fosse? Il vecchio De Castries?

— No, non era De Castries, anche se era una persona che lo conosceva e che aveva letto il suo libro. Ma credo anch’io che fosse un poeta. Anzi, penso di avere scoperto chi fosse, anche se non è facile averne la certezza, perché non mette mai la firma. Ma doveva essere Clark Ashton Smith.

— È un nome che ho già sentito — disse Cal.

— Probabilmente, l’avrai sentito da me — ammise Franz. — Anche lui scriveva storie di orrore sovrannaturale. Racconti ricchissimi e tragici: cineserie alla maniera delle Mille e una notte. Un’atmosfera tra l’ironico e il macabro, come quella del libro Death’s Jest-Book, di Beddoes. Viveva non lontano da San Francisco e conosceva il vecchio circolo di artisti locali. Una volta è andato a trovare George Sterling a Carmel, e potrebbe essersi trovato qui a San Francisco nel 1928, quando cominciava a scrivere le sue storie migliori.

“Ho fatto una fotocopia del diario e l’ho data a Jaime Donaldus Byers, che è un esperto sulla figura di Smith e che abita qui a Beaver Street. Che, a proposito, è proprio vicino a Corona Heights, l’ho visto sulla cartina. Lui l’ha fatta vedere a De Camp, che la ritiene veramente di Smith, e a Roy Squires, che non ne è tanto sicuro. Byers non sa cosa dire. A quel che afferma, non ci sono prove che Smith si sia fermato così a lungo a San Francisco in quel periodo, e anche se la scrittura assomiglia effettivamente a quella di Smith, è molto più agitata dei campioni in suo possesso. Però, io ho l’impressione che Smith abbia tenuto segreto il viaggio, e che in quel periodo avesse dei buoni motivi per essere un po’ agitato.”

— Oh! — disse Cal. — Vedo che hai preso davvero a cuore la cosa. Ma ti capisco. È très romantique già solo tenere in mano questo diario con la sua seta a coste e la sua carta di riso.

— Avevo una ragione speciale per farlo — rispose Franz, e, senza accorgersene, abbassò un poco la voce. — Ho trovato i due volumi quattro anni fa, devi sapere, prima di venire ad abitare qui, e ho letto molte volte il diario. La persona che scriveva con l’inchiostro viola (chiunque fosse, io resto convinto che sia Smith) parla di essere andato a “trovare Tiberius, al Rodi 607”. In realtà, il diario si limita a riferire i loro discorsi. Quel “Rodi 607” mi era rimasto impresso nella mente, e così, quando ho cercato un alloggio più economico e mi hanno fatto vedere la stanza…

— Ma certo, è il numero del tuo appartamento, il 607 — lo interruppe Cal.

Franz annuì. — Sì, ho avuto come l’impressione che la cosa fosse predestinata, o preparata in qualche modo misterioso. Come se avessi avuto il compito di cercare quel “Rodi 607” e l’avessi trovato. A quell’epoca avevo un mucchio di misteriose idee da ubriaco e non sempre sapevo che cosa facessi o dove fossi: per esempio, ho dimenticato dov’era esattamente la favolosa libreria dove ho trovato i due volumi, e anche il suo nome, ammesso che l’avesse. A dire il vero, a quell’epoca ero quasi sempre ubriaco, punto e basta.

— Certo — confermò Cal. — Anche se eri un ubriaco piuttosto tranquillo. Io, Saul e Gunnar ci chiedevamo chi eri, e assediavamo di domande Dorotea Luque e Bonita — aggiunse, riferendosi alla custode peruviana del palazzo e alla figlia di tredici anni. — Ma anche allora non sembravi uno come tutti gli altri. Dorotea ci ha riferito che scrivevi “ficción che metteva paura, che parlava di espectros y fantasmas y los muertos y las muertas”, ma che secondo lei eri un vero signore.

Franz rise. — Spettri e fantasmi di morti, che idee tipicamente spagnole! Comunque, scommetto che non avresti mai pensato…

— Che un giorno mi sarei infilata nel tuo letto? — terminò Cal. — Non esserne troppo sicuro. Ho sempre avuto fantasie erotiche sugli uomini più vecchi di me. Ma, dimmi, come ha fatto la tua strana mentalità di allora a spiegare la faccenda di Rodi?

— Non se l’è mai spiegata — ammise Franz — anche se sono convinto che l’uomo dall’inchiostro viola avesse in mente un luogo ben preciso, a parte l’ovvia allusione a Tiberio, esiliato da Augusto nell’isola di Rodi, dove il futuro imperatore ebbe modo di studiare, oltre alla retorica, anche le perversioni sessuali e un po’ di stregoneria. Tra l’altro, il diarista dall’inchiostro viola non scrive sempre “Tiberius”. Qualche volta è Theobald o Tybalt, e una volta è anche Thrasillus, che era l’indovino e il mago personale di Tiberio. Ma il “Rodi 607” non manca mai. Una volta c’è Theudebaldo e una volta Dietbold, ma ben tre volte c’è Thibaut, ed è questo a darmi la certezza, oltre a tutto il resto, che la persona che Smith andava a trovare quasi tutti i giorni, per poi parlarne nel diario, era proprio De Castries.

— Franz — disse Cal — tutto questo è davvero affascinante, ma io devo cominciare a esercitarmi. Provare il clavicembalo su un microscopico organo elettronico è già abbastanza dura, e domani sera non è una cosa da ridere, è il quinto brandeburghese.

— Scusa, me n’ero dimenticato. Mi sono comportato da zotico, da maschio sciovinista… — cominciò Franz, alzandosi.

— Adesso, non farne una tragedia — disse Cal, allegramente. — Tutto quel che mi hai raccontato era davvero interessante, ma adesso devo lavorare. Ecco, prendi la tua tazza e anche i tuoi libri, per l’amor di Dio, altrimenti mi metterò a sfogliarli invece di studiare. Sorridi, almeno non sei un porco maschio sciovinista, visto che ti sei accontentato di un solo toast.

“E, Franz — lo chiamò ancora. Lui, con le sue cose in mano, era arrivato alla porta. Si voltò. — Fa’ attenzione, dalle parti di Beaver e del Buena Vista. Fatti accompagnare da Saul o da Gunnar. E ricorda…” Invece di terminare, si portò due dita alle labbra e poi le tese verso di lui per un istante, guardandolo negli occhi con grande serietà.

Lui sorrise, le rivolse un cenno d’assenso con la testa, poi un altro, e si allontanò, felice ed eccitato. Ma, nel chiudersi la porta alle spalle, decise che, indipendentemente dal fatto di andare a Corona Heights, non avrebbe chiesto a nessuno dei due amici di accompagnarlo: era una questione di coraggio, o almeno di indipendenza. No, quel giorno doveva essere un’avventura tutta sua. Maledizione ai siluri, dunque, e avanti tutta!

4

Nel corridoio davanti alla porta di Cal si potevano scorgere gli stessi elementi che caratterizzavano il corridoio del piano di Franz: la finestra del condotto di ventilazione dipinta di nero, la porta priva di maniglia dello sgabuzzino, la porta verniciata d’oro opaco dell’ascensore, e la presa dell’aspirapolvere, a filo terra, chiusa da un tappo a pressione: un residuo dell’epoca in cui il motore dell’unico impianto dell’intero edificio era in cantina, e la cameriera si limitava a maneggiare un lungo tubo che terminava in una spazzola.

Ma prima che Franz, incamminatosi lungo il corridoio, li avesse oltrepassati tutti, sentì giungere, da davanti a lui, una risatina allegra, uguale a quella che, secondo lui, dovevano avere le sue cameriere immaginarie. Poi alcune parole che non riuscì a distinguere, pronunciate da un uomo, rapidamente, a bassa voce, in tono scherzoso. Che fosse Saul? Sembrava effettivamente giungere dall’alto. Poi di nuovo la risata della giovane donna, un po’ più forte e improvvisa, come se qualcuno le avesse fatto il solletico. Infine un rumore di piedi leggeri e svelti, che scendevano le scale.

Lui arrivò alla scala esattamente in tempo per intravvedere, in fondo alla rampa che aveva di fronte, una figura snella, indistinta, che spariva dietro l’angolo: solo un’impressione di capelli scuri e di un abito nero, e di caviglie e di polsi bianchi, in rapido movimento.

Franz si avvicinò alla tromba delle scale e guardò in basso, e fu colpito dalla constatazione che la serie di piani, sotto di lui, assomigliava alla serie di immagini riflesse che si vedono quando ci si mette tra due specchi. Il rumore di passi rapidi continuò fino al piano terreno, ma la donna si tenne accanto al muro, lontana dalla ringhiera, come se fosse spinta dalla forza centrifuga, e Franz non la vide più.

Mentre guardava in basso, nel pozzo lungo e stretto, debolmente illuminato dal lucernario, e pensava alla figura vestita di nero e alla risata, un vago ricordo gli riaffiorò nella memoria e per qualche istante non lo lasciò pensare ad altro. Anche se si rifiutava di affiorare completamente, quel pensiero afferrò Franz con la forza di un brutto sogno o di una robusta sbornia. Franz era fermo in uno spazio buio, che sapeva di muffa, talmente stretto da dargli la claustrofobia. Da sopra la stoffa dei calzoni, sentì una mano femminile che gli si posava sui genitali, e udì una risata bassa e perversa. Scrutò nei propri ricordi, e scorse, spettrale e indistinto, il breve ovale di una faccia minuta; poi la risata si ripeté, come per deriderlo. In qualche modo, aveva l’impressione di essere avvolto in una rete di tentacoli neri. Sentì il peso di un’eccitazione malsana, di un senso di colpa e quasi di paura.

Il ricordo tenebroso si dileguò quando Franz si rese conto che la figura sulle scale doveva essere quella di Bonita Luque, con indosso il pigiama nero e la vestaglia e le pantofole nere con le piume che la madre le aveva passato e che ormai le andavano strette, ma che si metteva ancora qualche volta, quando girava per il palazzo la mattina presto, a sbrigare le commissioni che le affidava Dorotea. Sorrise, sprezzante, al pensiero che quasi gli dispiaceva (ma in realtà no!) di non essere più ubriaco e non potersi più concedere fantasie autolesionistiche.

Cominciò a salire la scala, ma si fermò quasi subito nel sentir parlare Gunnar e Saul, al piano di sopra. Non voleva vedere nessuno dei due, in quel momento; per prima cosa, semplicemente perché non se la sentiva di condividere con altre persone, diverse da Cal, il suo umore e i suoi progetti di quel giorno; dopo qualche istante, però, nell’ascoltare le loro parole sempre più chiare e più nitide, i suoi motivi divennero più ingarbugliati.

Gunnar: — Ma cos’è successo?

Saul: — Sua madre l’ha mandata a chiedere se uno di noi ha perso un registratore a cassette. Secondo lei, la cleptomane del secondo piano ne ha uno che non è suo.

Gunnar osservò: — “Cleptomane” non è una parola un po’ troppo difficile, per la signora Luque?

Saul rispose: — Oh, mi pare che abbia detto “fregona”. Io ho spiegato alla ragazza che il mio è ancora qui.

Gunnar chiese: — Ma perché Bonita non è venuta a chiederlo anche a me?

Saul rispose: — Perché le ho detto che non hai un registratore a cassette. Che ti piglia, ti senti escluso?

— No!

Durante il dialogo, il tono di Gunnar era diventato sempre più irritato, mentre quello di Saul si era raggelato progressivamente, ma con una punta di ironia. Franz aveva sentito vaghe supposizioni sul grado di omosessualità a cui forse giungeva l’amicizia tra Gunnar e Saul, ma era la prima volta che si chiedeva sul serio se ci fosse del vero. No, decisamente, non era il momento di intromettersi.

Saul insistette: — Allora, che c’è? Accidenti, Gun, lo sai che scherzo sempre con Bonita.

In tono quasi indispettito, Gunnar chiese allora: — So di essere un nordeuropeo puritano, ma vorrei sapere fin dove è giusto spingere la liberazione dal tabù anglosassone dei contatti fisici.

E in tono quasi di sfida, Saul rispose: — Be’, fin dove le due parti in causa lo ritengono opportuno, credo.

Qualcuno chiuse la porta, sbattendola. Poi qualcun altro lo imitò. Infine, silenzio. Franz trasse un respiro di sollievo, continuò a salire in punta di piedi… e quando arrivò nel corridoio del quinto piano si trovò quasi a faccia a faccia con Gunnar, fermo davanti alla porta chiusa della sua stanza e intento a fissare con irritazione la porta di Saul. Sul pavimento accanto a lui c’era un oggetto rettangolare, alto fino al ginocchio, in una custodia rivestita di tessuto grigio e con una maniglia metallica.

Gunnar Nordgren era un uomo alto e magro, con i capelli chiarissimi, un vichingo incivilito. Spostò lo sguardo per fissare Franz, e per un momento mostrò un imbarazzo non diverso dal suo. Poi, di colpo, ritornò alla solita giovialità e disse: — Sono contento di vederti. Un paio di giorni fa, mi hai chiesto delle macchine distruggidocumenti. Qui ne ho una, me la sono fatta prestare dall’ufficio fino a oggi.

Alzò il rivestimento, e apparve una cassetta di colore azzurro e argento, munita, nella parte alta, di una feritoia larga una trentina di centimetri, in alto, e di un pulsante rosso. In basso, come poté vedere Franz quando si fu avvicinato, c’era un cestino di rete metallica con qualche centimetro di ritagli di carta a forma di rombo, grossi come un’unghia, che sembravano una nevicata sporca di fuliggine.

Il senso di imbarazzo era del tutto sparito. Alzando lo sguardo, Franz disse: — So che devi andare al lavoro eccetera eccetera, ma potrei sentire il rumore che fa quando è in funzione?

— Certo. — Gunnar aprì la porta, dietro di lui, e fece entrare Franz in una stanza piccola, arredata con pochi mobili: i primi particolari che colpivano l’occhio erano alcune grosse fotografie a colori di corpi astronomici e l’attrezzatura da sci. Mentre srotolava il cavo e lo infilava nella presa, Gunnar spiegò: — Questo è uno “Stracciafogli” della Destroyist. Nomi quanto mai adatti, vero? Il suo unico difetto è di costare cinquecento dollari. I modelli più grossi arrivano anche a duemila. C’è una serie di lame circolari che taglia la carta in strisce, poi ce n’è una seconda serie che le trancia nell’altro senso. Forse non ci crederai, ma queste macchine derivano da quelle per fare i coriandoli. L’idea mi affascina: pare suggerire che l’umanità pensa prima a costruire macchine per il divertimento, e solo in un secondo tempo le usa per fare qualcosa di serio, se possiamo definire serio questo impiego. Insomma, prima viene il gioco, poi il senso di colpa.

Parlava con una soddisfazione o un sollievo tali che Franz dimenticò la sorpresa provata al primo istante, nel constatare che Gunnar si era portato a casa quella macchina. Che cosa aveva distrutto? Gunnar continuò: — Gli ingegnosi italiani… come ha detto Shakespeare? “I veneziani superacuti”?… Be’, sono all’avanguardia mondiale nell’inventare macchine per produrre cose da mangiare e divertimenti. Gelatiere, macchine per la pasta, macchine per il caffè espresso, fuochi pirotecnici, pianole meccaniche… e coriandoli. Ecco qua.

Franz aveva preso di tasca un taccuino e una penna biro. Quando Gunnar accosto la mano al pulsante rosso, lui tese l’orecchio, con cautela, aspettandosi di udire un rumore piuttosto forte.

Invece, udì solo un debole ronzìo, un mormorio, come se il Tempo stesso si schiarisse la gola.

Felice del suggerimento, Franz annotò esattamente quelle parole.

Gunnar inserì un foglio di carta colorata. Una neve celeste scese su quella grigiastra. Il suono divenne appena più forte.

Franz ringraziò Gunnar e lo lasciò ad arrotolare il cavo. Nel salire le scale, oltre il proprio piano, oltre il settimo, fino al terrazzo, provava una forte soddisfazione. L’aver potuto annotare quel dato di fatto era stato proprio il piccolo colpo di fortuna che gli occorreva per iniziare in modo perfetto la giornata.

5

La cabina a forma di cubo che racchiudeva il meccanismo dell’ascensore era come il covo di un mago in cima a una torre: il lucernario era coperto da uno spesso strato di polvere, il motore elettrico sembrava uno gnomo dalle spalle larghe e dall’armatura verde e unta, i vecchi relè assomigliavano a otto zampe nere di ghisa; quando erano in funzione, sussultavano come le zampe di un gigantesco ragno incatenato, e i grossi interruttori di rame scattavano rumorosamente, come le mandibole del ragno, nell’aprirsi e nel chiudersi quando veniva schiacciato uno dei pulsanti di comando.

Franz aprì la porta e si trovò sul terrazzo piano, circondato da un basso parapetto. La ghiaia che si staccava dalla copertura di catrame scricchiolava leggermente sotto i suoi passi. Il venticello fresco che spirava lassù era quanto mai piacevole.

A est e a nord si scorgeva la grande mole dei palazzi del centro cittadino e di tutti gli spazi segretamente contenuti in essi, che nascondevano la baia. Come si sarebbe accigliato il vecchio Thibaut nello scorgere la Transamerica Pyramid e il mostro marrone-violaceo della Bank of America! O anche i nuovi grattacieli dell’Hilton e del St Francis. Gli tornarono alla mente alcune parole: “Gli antichi egizi si limitavano a seppellire i morti nelle loro piramidi. Noi ci abitiamo”. Dove le aveva lette? Ma certo, nella Megalopolisomanzia. Molto calzante. E chissà se anche le piramidi moderne contenevano segni segreti che predicevano il futuro e cripte in cui praticare la magìa?

Oltrepassò i comignoli rettangolari degli stretti condotti di aerazione, rivestiti di lamiera grigia, e raggiunse la parte posteriore del tetto, per poi guardare, in mezzo ai grattacieli vicini (di altezza modesta, a paragone di quelli del centro) la torre della TV e Corona Heights. La nebbia era sparita, ma la pallida gobba irregolare della collina spiccava ancora nitida nel sole del mattino. Provò a guardare con il binocolo, senza eccessive speranze, e… sì, per Dio!… il pazzo sacerdote dalla tunica ampia, o quel che diavolo era, stava ancora là, impegnato nella sua cerimonia mattutina. Se solo il binocolo non avesse ballato tanto! Adesso il tizio era sceso su un ammasso di rocce posto un poco al di sotto del precedente, e si guardava attorno, con aria furtiva. Franz seguì la direzione del suo sguardo lungo il versante della montagnola, e subito scorse il presumibile oggetto del suo interesse: due che salivano a piedi, lentamente. Era facile distinguerli, con le loro camicie allegre e gli short a colori vivaci. Eppure, nonostante gli abiti sgargianti, a Franz sembrarono persone molto più serie e rispettabili dell’individuo nascosto sulla vetta. Si chiese che cosa sarebbe successo, una volta che si fossero incontrati sulla cima. Il sacerdote dalla lunga veste avrebbe cercato di convertirli? O li avrebbe scacciati ritualmente? Oppure li avrebbe fermati, come il Vecchio Marinaio, e avrebbe raccontato loro una storia bizzarra con una morale? Franz tornò a guardare verso la cima, ma il tizio (o la tizia, forse) era sparito. Un timido, evidentemente. Scrutò fra le rocce, cercando di scoprirlo in un nascondiglio, e seguì gli escursionisti finché non arrivano in cima e non sparirono poi dall’altra parte. Sperava di assistere a un incontro a sorpresa, ma non vide niente.

Comunque, nel rimettere in tasca il binocolo, si decise. Sarebbe andato a Corona Heights. Era una giornata troppo bella per rimanere chiuso in casa.

— Se non vuoi venire da me, allora verrò io da te — disse a voce alta, citando un brano di una storia di fantasmi di Montague Rhodes James e riferendo le parole, in tono scherzoso, sia a Corona Heights sia al suo misterioso abitatore. Era stata la montagna ad andare da Maometto, rifletté, ma lui aveva a disposizione tutti quei geni della lampada…

6

Un’ora più tardi, Franz saliva lungo Beaver Street e respirava profondamente per non dover avere, in seguito, il fiato corto. Aveva aggiunto a I segreti del sovrannaturale la frase sul Tempo che si schiariva la gola, aveva infilato il manoscritto nella busta e l’aveva spedito. Nell’uscire, si era messo il binocolo al collo, con l’apposita cinghia, come il protagonista di un romanzo d’avventura, e Dorotea Luque, che, nell’androne, stava aspettando il postino in compagnia di un paio di inquilini attempati, aveva chiesto allegramente: «Va a cercare qualcosa di spaventoso per scriverci poi le storie, eh?» E lui aveva risposto: «Sì, señora Luque. Espectros y fantasmas» in quello che gli sembrava un’accettabile parodia dello spagnolo. Poi, dopo avere percorso un paio di isolati e dopo essere sceso dal tram sulla Market Street, si era di nuovo messo in tasca il binocolo, insieme con la guida stradale che si era portato dietro. Sembrava un quartiere abbastanza tranquillo, ma era inutile sfoggiare troppo la propria ricchezza, e lui pensava che un binocolo fosse ancor più appariscente di una macchina fotografica. Peccato che le grandi città fossero diventate luoghi pericolosi, o godessero fama di esserlo. Prima, aveva quasi rimproverato Cal perché si preoccupava di rapinatori e pazzoidi, e adesso era lui a temerli. Comunque, era soddisfatto di essere partito da solo. L’esplorazione dei luoghi che in precedenza aveva studiato alla finestra era una nuova fase naturale del suo ritorno alla realtà, ma era una fase molto personale.

C’era relativamente poca gente per la strada, quella mattina. In quel momento non si vedeva nessuno. La sua mente si gingillò per qualche tempo con l’idea di una grande città moderna, divenuta all’improvviso completamente deserta, come la nave Marie Celeste o come l’albergo di lusso di quel film acuto e inquietante che era L’anno scorso a Marienbad.

Passò davanti alla casa di Jaime Donaldus Byers, una stretta costruzione di legno in stile gotico, ora verniciata in color oliva e oro, che faceva molto “vecchia San Francisco”. Forse poteva suonare il campanello, si disse, ma al ritorno.

Da quella zona non si scorgeva più Corona Heights. Era nascosta dagli edifici adiacenti (così come era nascosta la torre della TV). Mentre in lontananza la collina era quanto mai visibile (aveva potuto vedere bene il suo profilo dall’incrocio tra la Market e la Duboce Street) al suo avvicinarsi si era nascosta come una tigre di colore bruno chiaro, tanto che lui era stato costretto a prendere la cartina e ad aprirla per assicurarsi di non avere sbagliato direzione.

Dopo Castro, la strada diventò piuttosto ripida, e Franz si dovette fermare due volte a riprendere fiato.

Alla fine arrivò in una breve stradina trasversale senza sbocco, posta dietro un nuovo palazzo di appartamenti. In fondo era parcheggiata una berlina con due persone sul sedile anteriore… Poi Franz si accorse di avere scambiato per due teste i poggiatesta. Sembravano due pietre tombali, piccole e scure!

Dall’altra parte della strada, non si vedevano edifici, ma solo argini di sbancamento, verdi e marrone, che salivano a formare una cresta irregolare sullo sfondo del cielo azzurro. Capì di avere raggiunto Corona Heights, ma sul lato opposto a quello visibile da casa sua.

Dopo avere fumato tranquillamente una sigaretta, oltrepassò alcuni campi da tennis e alcuni prati, e s’incamminò lungo una rampa stretta e tortuosa, chiusa tra reticolati, e arrivò in un’altra strada cieca. Si voltò verso la direzione da cui era giunto, e scorse la torre della TV, enorme (e più bella che mai) a meno di un chilometro di distanza, eppure, chissà come, con le dimensioni giuste. Dopo un istante, si rese conto che adesso aveva le stesse dimensioni di quando la guardava al binocolo dal suo appartamento.

Si avviò verso la fine della strada e passò davanti a un lungo edificio di mattoni di un solo piano, che si presentava modestamente come Museo Josephine Randall Junior. C’era un camioncino con la scritta (di esecuzione piuttosto dilettantesca) “Sidewalk Astronomer”. Ricordò di averne sentito parlare da Bonita, la figlia della signora Luque: era il posto dove i bambini portavano gli scoiattoli addomesticati, i serpenti, i topi ballerini giapponesi e magari anche i pipistrelli da compagnia, quando per una ragione o per l’altra non erano più in grado di tenerli. E ricordò anche di avere visto, dalla finestra, il basso tetto dell’edificio.

Dove terminava la strada, c’era un breve sentiero che lo portò fino allo spartiacque della collina: giunto ad affacciarsi sull’altro versante, Franz scorse l’intera metà orientale di San Francisco, la baia, i due ponti.

Si oppose risolutamente alla tentazione di fermarsi a osservare tutto minuziosamente e si avviò verso la cima, percorrendo il faticoso sentiero coperto di ghiaia. Ben presto, però, cominciò a sentire la stanchezza. Dovette fermarsi varie volte per riprendere fiato, e posare saldamente i piedi a terra per non scivolare.

Quando ebbe quasi raggiunto il punto dove aveva visto per la prima volta i due escursionisti, si accorse all’improvviso di essere in preda a un’apprensione puerile. Quasi si pentiva di non avere portato con sé Saul o Gunnar, e rimpiangeva di non avere incontrato qualche altro escursionista serio e rispettabile, anche se vestito in modo sgargiante, o se rumoroso e chiacchierone. Al momento, avrebbe apprezzato perfino la compagnia di una radiolina portatile. Adesso prese a fermarsi non tanto per riprendere fiato, quanto per esaminare con cura ogni masso roccioso prima di girargli intorno, perché era convinto che se si fosse sporto troppo fiduciosamente a guardare quel che gli stava dietro, chissà quale faccia (o quale mostruosità priva di faccia) c’era il rischio che gli comparisse davanti.

Ma questo era davvero troppo puerile, si disse. Non era partito per conoscere il tizio sulla vetta e per capire che razza di mattoide fosse? Molto probabilmente si trattava di una persona mite, a giudicare dal vestito umile, dalla timidezza e dal desiderio di solitudine. Anche se ormai, probabilmente, se n’era già andato via.

Franz, comunque, continuò a studiare sistematicamente la zona, mentre saliva l’ultimo tratto del sentiero, che adesso era più dolce, fino alla cima.

Gli ultimi affioramenti di rocce (la Corona?) erano più vasti e più alti degli altri. Dopo avere atteso per qualche minuto (voleva cercare il percorso migliore, si disse), si arrampicò su tre cornicioni di roccia, ciascuno dei quali gli richiese di scavalcare un tratto piuttosto alto, e raggiunse la cima, dove poté fermarsi (con qualche attenzione, e piantando bene i piedi in terra, perché lassù il vento del Pacifico spirava forte), con tutta Corona Heights sotto di lui.

Fece lentamente un giro completo su se stesso, seguendo con lo sguardo l’orizzonte ma osservando minuziosamente tutti i massi rocciosi e tutti i pendii verdi e ocra che stavano sotto di lui, per familiarizzarsi con il nuovo ambiente e per accertarsi nello stesso tempo che su Corona Heights non ci fossero altre persone che lui.

Poi ridiscese di un paio di cornicioni e si accomodò su un sedile naturale di pietra rivolto a est, completamente al riparo dal vento. Si sentiva del tutto a suo agio e al sicuro in quel nido d’aquila, soprattutto con la presenza della grande torre della TV che s’innalzava dietro di lui come una dea protettrice. Mentre fumava tranquillamente un’altra sigaretta, esplorò a occhio nudo l’intera distesa della città e della baia, con le grandi navi che sembravano più piccole dei giocattoli, dal piccolo cuscino di fumo color verde chiaro sopra San José a sud fino alla piccola piramide indistinta di Mount Diablo alle spalle di Berkeley e, ancora più in là, a nord fino ai rossi piloni del Golden Gate e al monte Tamalpais dietro di esso. Era curioso constatare come si fossero spostati i punti di riferimento, adesso che li osservava dalla nuova posizione. In confronto alla prospettiva di cui godeva dal tetto, alcuni edifici del centro parevano essersi improvvisamente innalzati, mentre altri parevano volersi nascondere dietro i vicini.

Ancora una sigaretta, poi prese il binocolo, si passò la cinghia attorno al collo e cominciò a studiare questo e quello. Adesso le immagini erano ferme, non come la mattina. Ridacchiando, Franz lesse alcuni grandi cartelli, a sud della Market Street, sull’Embarcadero della Mission: soprattutto pubblicità di sigarette, birra e vodka (con l’onnipresente Black Velvet!) e le insegne di alcuni grossi locali con cameriere topless, roba per turisti.

Quando ebbe esaminato le acque lucenti, color dell’acciaio, della baia interna ed ebbe seguito il ponte fino a Oakland, concentrò l’attenzione sugli edifici del centro e presto scoprì, con un certo stupore, che da lassù era difficile riconoscerli. La distanza e la prospettiva alteravano in modo sottile i colori e le disposizioni. Inoltre, i grattacieli moderni erano piuttosto anonimi, senza insegne e senza nomi, senza statue sulla cima e senza croci o galletti segnavento, senza facciate e cornicioni caratteristici, senza la minima decorazione architettonica: c’erano solo grandi lastre lisce di pietra o di cemento o di vetro che brillavano al sole o si scurivano nell’ombra. Potevano davvero essere le “pantagrueliche tombe e le mostruose bare verticali dell’umanità vivente, il fertile terreno di riproduzione delle peggiori entità paramentali” di cui farneticava nel suo libro il vecchio De Castries.

Dopo un altro breve studio a sette ingrandimenti, in cui riuscì finalmente a riconoscere un paio di quei grattacieli elusivi, Franz lasciò il binocolo e tirò fuori dall’altra tasca il panino di carne che si era preparato prima di uscire. Nel toglierlo dalla carta e nel mangiarlo lentamente, si disse che era proprio fortunato. Un anno prima era davvero ridotto male, ma adesso…

Udì uno scricchiolìo della ghiaia, poi un altro. Si guardò attorno, ma non vide niente. Non riuscì a capire da dove fossero giunti quei suoni. Il panino, nella sua bocca, divenne improvvisamente asciutto.

Con uno sforzo, inghiottì il boccone e continuò a mangiare, riprendendo il filo dei suoi pensieri. Sì, adesso aveva amici come Gunnar e Saul, e Cal, e stava molto meglio anche di salute, e soprattutto il lavoro andava bene, le sue belle storie (be’, per lui erano belle) e perfino l’orribile materiale per I segreti del sovrannaturale…

Un altro scricchiolìo, ancora più forte, e con quello una strana risata acuta. Franz irrigidì i muscoli e si guardò attorno, in fretta, senza più pensare al panino e al bilancio della sua vita.

La risata echeggiò di nuovo, salì fin quasi a diventare uno strillo, e dalle rocce giunsero di corsa, lungo il sentiero, due bambine vestite d’azzurro. Una afferrò l’altra e cominciarono a girare in tondo, lanciando strilli di gioia, in un turbinìo di braccia abbronzate e di capelli biondi.

Franz ebbe appena il tempo di pensare che quella scena smentiva tutti i timori di Cal (e i suoi) a proposito della zona adiacente alla collina, ma che comunque non gli sembrava giusto che i genitori lasciassero vagabondare in un luogo tanto isolato due bambine così piccole e graziose (non potevano avere più di sette o otto anni) quando dalle rocce uscì a grandi balzi un pelosissimo sanbernardo, che subito venne coinvolto nel girotondo delle bambine. Dopo qualche istante, però, tutt’e due corsero via lungo il sentiero da cui era giunto lo stesso Franz, e il loro grosso difensore le seguì da vicino. Non dovevano essersi accorte della presenza di Franz, oppure, come fanno spesso le bambine, avevano finto di non accorgersene. Franz sorrise, perché quell’episodio aveva rivelato in lui un residuo di nervosismo, precedentemente insospettato. Ora, il panino non sapeva più di secco.

Appallottolò la carta oleata e se la cacciò in tasca. Il sole stava già scendendo, e illuminava le pareti opposte a lui. Il viaggio e la scalata avevano richiesto più tempo del previsto, e lui era rimasto seduto laggiù più del preventivato. Come diceva l’epitaffio letto su una vecchia lapide da Dorothy Sayers e da lei definito il culmine del macabro? Ah, “È più tardi di quel che pensi”. Poco prima della guerra ne avevano perfino tratto una canzone alla moda: “Divertiti, divertiti, è più tardi di quel che pensi”. Una battuta che metteva i brividi. Ma lui aveva tutto il tempo che voleva.

Riprese il binocolo per osservare il tetto in stile medievaleggiante, bruno-verde, del Mark Hopkins Hotel, dove c’era il bar-ristorante Top of the Mark. La Grace Cathedral, in cima a Nob Hill, era nascosta dai grattacieli della collina, ma il cilindro in stile moderno della St Mary Cathedral spiccava sulla testé ribattezzata Cathedral Hill. Gli venne in mente un compito ovvio e piacevole: cercare il suo palazzo di sette piani. Dalla sua finestra si vedeva Corona Heights: ergo, da Corona Heights si doveva vedere la sua finestra… Senz’altro l’avrebbe trovata in una stretta fessura tra due grattacieli, si disse; però, in quel momento, il sole doveva penetrare nel varco e offrirgli una buona illuminazione.

Con un certo dispiacere capì subito che l’impresa era più ardua del previsto. Visti da lassù, gli edifici più bassi sembravano solo più un mare inesplorato di tetti, così appiattiti dalla prospettiva che era faticosissimo riconoscere le linee delle strade: come una scacchiera vista di coltello. Il compito di trovare le vie lo assorbì a tal punto da fargli dimenticare ciò che gli stava attorno. Se in quel momento le bambine fossero ritornate e si fossero fermate a guardarlo, probabilmente lui non se ne sarebbe neppure accorto. Eppure, lo sciocco problemino che si era proposto di risolvere era così sfuggente che Franz, più di una volta, fu tentato di rinunciare.

Davvero, i tetti di una città erano un mondo scuro e sconosciuto, a sé stante, insospettato dalle miriadi di cittadini che vi abitavano, e anch’esso senza dubbio dotato dei suoi abitanti, dei suoi spettri e delle sue “entità paramentali”.

Comunque, Franz accettò la sfida e, con l’aiuto di due serbatoi dell’acqua ben riconoscibili, situati sui tetti accanto al suo, e di un’insegna, BEDFORD HOTEL, dipinta a grandi lettere nere, molto in alto, sul muro laterale di un edificio a lui noto, riuscì finalmente a trovare la sua casa.

Per qualche istante rimase totalmente assorto in quel lavoro.

Ecco laggiù la fenditura! Ed ecco la sua finestra, la seconda dall’alto, molto piccola ma nitida nella luce del sole. Una vera fortuna, riconoscerla proprio in quel momento, perché le ombre, spostandosi sul muro, entro breve tempo l’avrebbero nascosta.

E poi, all’improvviso, le mani gli tremarono, a tal punto che gli sfuggì il binocolo. Solo la cinghia gli impedì di cadere sulle rocce.

Una figura bruna, pallida, si sporgeva dalla sua finestra e agitava il braccio per salutarlo.

Gli vennero in mente due versi di una vecchia filastrocca popolare, quella che comincia:

Taffy era un gallese, Taffy era un gran mariolo.
Venne a casa mia, rubò la carne dal paiolo.

Ma quelli che gli vennero in mente erano gli ultimi versi:

Andai a casa sua, Taffy non l’ho trovato.
Taffy era da me e l’osso del brodo aveva rubato.

Adesso, per l’amor di Dio, non farti prendere dal panico, si disse, riprendendo il binocolo e portandoselo di nuovo agli occhi. E smettila di ansimare così, non hai mica corso.

Gli occorse qualche tempo per trovare di nuovo l’edificio e l’apertura tra i grattacieli (maledetto mare di tetti!) ma, quando riuscì di nuovo a vederli, la figura era ancora alla finestra. Aveva un colore bruno pallido, il colore delle vecchie ossa (via, adesso non diventare morboso!). Potevano essere le tende, si disse poi, agitate da un soffio di vento: ricordava di avere lasciato la finestra aperta. Dove c’erano edifici così alti, le correnti d’aria assumevano forme capricciose. Lui aveva le tende verdi, naturalmente, ma gli orli avevano lo stesso colore indefinito dell’apparizione alla finestra. E la figura, a guardarla adesso, non lo stava affatto salutando (la sua danza era dovuta unicamente al binocolo) ma piuttosto pareva guardarlo pensierosa, come per dirgli: “Sei voluto venire a visitare casa mia, signor Westen, e perciò io ho deciso di approfittare dell’occasione per dare con calma un’occhiatina alla tua”.

Piantala! si disse. L’ultima cosa che ci serve, adesso, è la fantasia di uno scrittore.

Abbassò nuovamente il binocolo per dare al proprio cuore la possibilità di rallentare i battiti e per muovere le dita anchilosate. All’improvviso, sentì una forte collera. Si era lasciato trascinare dalle fantasticherie, e così aveva perso di vista il fatto più evidente, ossia che qualcuno era andato a ficcare il naso nella sua camera!

Ma chi poteva essere stato? Dorotea Luque aveva un passepartout, naturalmente, ma non era mai stata una ficcanaso; e neppure il suo taciturno fratello, Fernando, che stava giù in portineria e non parlava inglese, ma che era un fenomeno quando giocava a scacchi. Franz aveva una seconda chiave e l’aveva data a Gunnar, la settimana prima, per via di un certo pacco di libri che doveva arrivargli mentre era fuori, e non se l’era ancora fatta ridare. Di conseguenza, la chiave poteva essere in mano a Gunnar come a Saul, o anche a Cal, se era solo per questo. E Cal aveva un vecchio accappatoio sbiadito che era proprio di quel colore, e continuava a metterlo, di tanto intanto…

Macché, era assurdo pensare che uno di loro… Però, che cosa aveva detto Saul, quella mattina, quando lui si era fermato sulle scale? La “fregona” che dava tante preoccupazioni a Dorotea Luque: questo era già più ragionevole. Renditene conto, disse a se stesso: mentre te ne stavi qui a perdere tempo, per venire incontro a oscure curiosità d’ordine estetico, qualche ladro, probabilmente pieno di eroina, è entrato chissà come nel tuo appartamento e ti sta portando via tutto.

Sollevò nuovamente il binocolo, con ira, e trovò subito la sua finestra, ma ormai era troppo tardi. Mentre lui aveva cercato di calmarsi i nervi e aveva continuato a seguire ipotesi assurde, il sole si era spostato e la fenditura si era riempita d’ombra; e lui non riusciva a distinguere la finestra, tanto meno la figura dentro la stanza.

Tutta la collera svanì. Capì che era stata soprattutto una reazione alla sorpresa di quel che aveva visto, o creduto di vedere… no, qualcosa l’aveva visto davvero, ma di che cosa si trattasse, esattamente, nessuno poteva esserne sicuro.

Si alzò dal sedile naturale di pietra, un po’ a fatica, perché aveva le gambe anchilosate e la schiena rigida, dopo essere rimasto immobile così a lungo, e fece cautamente qualche passo, per poi essere di nuovo investito dal vento. Era leggermente depresso: cosa per niente strana, perché da ovest cominciavano ad arrivare le prime volute di nebbia, che si avvolgevano attorno alla torre della TV e la nascondevano in parte; c’erano ombre dappertutto. Ai suoi occhi, Corona Heights aveva perso gran parte della magìa, e adesso lui voleva solo scendere al più presto possibile e correre a controllare la sua stanza. Perciò, dopo avere dato un’occhiata alla cartina, s’incamminò lungo la discesa sotto di lui, come aveva visto fare ai due escursionisti. Davvero, non vedeva l’ora di essere di nuovo a casa.

7

Il versante di Corona Heights rivolto verso il parco Buena Vista, quello che dava le spalle al centro della città, aveva una pendenza superiore a quel che non sembrasse. Alcune volte, Franz dovette frenare l’impulso di affrettare il passo, e imporsi di procedere cautamente. Poi, a metà della discesa, due grossi cani cominciarono a girargli intorno ringhiando; non sanbernardo, ma grandi dobermann neri, di quelli che gli facevano venire in mente le SS. E il loro padrone, che si trovava più in basso, impiegò parecchio tempo prima di decidersi a richiamarli. Franz attraversò quasi di corsa il prato verde ai piedi della collina e il cancello nell’alta rete di recinzione.

Per qualche momento, pensò di telefonare alla signora Luque o addirittura a Cal, per chiedere loro di dare un’occhiata in camera sua, ma poi esitò all’idea di esporle a un possibile pericolo… o di disturbare Cal che si stava esercitando. Quanto a Gunnar e Saul, dovevano essere fuori.

E poi non sapeva esattamente cosa aspettarsi, e comunque preferiva sbrigarsela da solo.

Presto (ma non troppo presto per lui) si trovò a camminare in fretta lungo il Buena Vista Drive East. Il parco costeggiato da quella strada, un’altra altura, ma coperta di alberi, saliva accanto a lui, verde scuro e pieno d’ombre. Adesso che Franz era di quell’umore, gli sembrava che non fosse affatto una “bella vista” come diceva il suo nome, ma piuttosto l’ambiente ideale per sordidi traffici di eroina e per gli omicidi. Il sole, ormai, era tramontato del tutto, e volute irregolari di nebbia s’incurvavano dietro di Franz. Quando arrivò in Duboce Street avrebbe voluto scendere di corsa, ma lì i marciapiedi erano troppo ripidi, i più ripidi che avesse mai visto sui sette e più colli di San Francisco, e dovette di nuovo mordere il freno e posare con prudenza il piede, e perdere tempo. La zona sembrava tranquilla quanto Beaver Street, ma c’era poca gente in giro, adesso che con la sera era sceso il freddo; e Franz, ancora una volta, mise in tasca il binocolo.

Prese il tram con la scritta N-JUDAH, nel punto dove sboccava dalla galleria sotto il Buena Vista Park (con tutte quelle gallerie, le colline di San Francisco dovevano essere un colabrodo, pensò) e scese per la Market Street fino al Civic Center, la piazza del municipio. Tra la folla che a quella fermata salì con lui su un 19-POLK, una figura massiccia e pallida che stava dietro di lui lo fece sussultare: ma era solo un muratore dagli occhi stanchi, coperto dalla polvere bianchiccia di qualche lavoro di demolizione.

Scese dal 19 a Geary. Nell’androne dell’811 di Geary Street c’era soltanto Fernando che passava l’aspirapolvere, con un suono grigio e cavernoso come adesso lo era la giornata, là fuori. Franz avrebbe voluto fermarsi a chiacchierare, ma il portiere, basso, massiccio e cupo come un idolo peruviano, conosceva l’inglese ancor meno della sorella, e per giunta era piuttosto duro d’orecchio. Si scambiarono un saluto, gravemente, e poi un Senyor Lókey e un Miistar Juestón, perché Fernando pronunciava “Westen” alla spagnola.

Franz prese il cigolante ascensore e salì fino al sesto piano. Provò l’impulso di fermarsi prima da Cal o dagli amici, ma era una faccenda di… be’, di coraggio, affrontare direttamente il pericolo. Il corridoio era buio (una delle lampade del soffitto doveva essersi fulminata), e la finestra del pozzo di ventilazione e la porta senza maniglia dello stanzino vicino alla sua camera erano ancora più scuri del solito. Mentre si avvicinava alla porta del proprio appartamento, si accorse che gli batteva forte il cuore. Preoccupato e nel contempo convinto di comportarsi come uno sciocco, infilò la chiave nella serratura e, stringendo il binocolo nell’altra mano, a mo’ di arma impropria, spalancò in fretta la porta e accese la luce centrale.

Il bagliore della lampada da 200 watt gli mostrò che la stanza era vuota e intatta. Sul lato interno del letto ancora sfatto, la sua coloratissima Amante dello Studioso pareva ammiccare ironicamente. Comunque, Franz non si sentì sicuro finché non ebbe controllato (anche se nel farlo si vergognò di se stesso) nel bagno e non ebbe aperto l’armadio a muro e il guardaroba, e non ebbe scrutato al loro interno.

Poi spense la luce centrale e si avvicinò alla finestra, ancora aperta. Le doppie tende, come ricordava, erano verdi all’interno e all’esterno di un colore marroncino chiaro, sbiadito dal sole; ma se in un certo momento il vento le aveva spinte fuori, un’altra raffica doveva averle ributtate dentro. Tra la nebbia che si stava addensando sulla città si scorgeva ancora vagamente la gobba bitorzoluta di Corona Heights. La torre della TV era completamente velata. Franz guardò in basso e vide che il davanzale della finestra, la piccola scrivania che vi stava appoggiata contro e il tappeto ai suoi piedi erano cosparsi di frammenti di carta marrone che assomigliavano ai ritagli prodotti dalla macchina distruggidocumenti di Gunnar. Si ricordò che il giorno prima, proprio in quel punto, aveva esaminato alcune vecchie riviste, per staccare le pagine che intendeva conservare. E, dopo, che cosa aveva fatto? Aveva buttato via le riviste? Non riusciva a ricordare, ma probabilmente sì. Non le vide lì in giro, comunque: c’era solo il mucchietto ben impilato di quelle che doveva ancora esaminare. Be’, un ladro che rubava solo vecchie riviste con pagine mancanti non rappresentava una minaccia seria: era semplicemente un premuroso raccoglitore di carta straccia.

Infine, la tensione che aveva provato fin da quando era in cima alla collinetta l’abbandonò. Si accorse di avere sete. Andò a prendere una bottiglietta di analcolico nel piccolo frigo e la bevve avidamente. Mentre il caffè bolliva sul fornello, rifece in fretta la sua metà del letto e accese la lampada da notte. Portò lì il caffè e i due libri che aveva mostrato a Cal quella mattina, si sdraiò comodamente e lesse qua e là, riflettendo.

Quando si accorse che fuori era ormai buio, si versò altro caffè e scese, con la tazza piena, fino da Cal. La porta era socchiusa. All’interno, vide per prima cosa le spalle di Cal, che si alzavano al ritmo della musica da lei suonata con precisione e con passione; la ragazza aveva gli orecchi coperti dai grandi auricolari imbottiti della cuffia. Franz ebbe l’impressione di udire qualcosa, ma non riuscì a capire se era lo spettro di un concerto o soltanto il lievissimo tonfo dei tasti.

Gunnar e Saul chiacchieravano a bassa voce sul divano, e Gunnar aveva accanto a sé una bottiglia verde. Ricordando le frasi irritate che aveva udito quella mattina, Franz cercò qualche segno di tensione: ma sembrava che tra loro regnasse la massima armonia. Forse s’era immaginato troppe cose, nelle parole di quei due.

Saul Rosensweig (un uomo magro, con i capelli scuri, lunghi fino alle spalle, e gli occhi cerchiati di nero) gli rivolse un sorriso e disse: — Ciao. Calvina ci ha invitati per tenerle compagnia mentre si esercita, anche se un paio di manichini potrebbero fare benissimo lo stesso lavoro. Ma Calvina, in fondo, è una puritana romantica. Sotto sotto, desidera frustrarci.

Cal si era tolta la cuffia e si era alzata. Senza rivolgere una parola o un’occhiata a nessuno (e neppure agli oggetti della stanza), prese dei vestiti dal cassetto e sparì come una sonnambula nel bagno. Poco dopo, si sentì scorrere l’acqua della doccia.

Gunnar sorrise a Franz e disse: — Salve. Siediti e unisciti alla confraternita del silenzio. Come va la vita dello scrittore?

Parlarono pigramente del più e del meno. Saul si preparò con attenzione una sigaretta lunga e sottile. L’odore di resina del fumo era gradevole, ma Franz e Gunnar, sorridendo, rifiutarono di tirare qualche boccata. Gunnar alzò la bottiglia verde e bevve un lungo sorso.

Cal ricomparve dopo un tempo straordinariamente breve, fresca e pudica in un abito marrone scuro. Si versò un bicchiere del succo d’arancia che teneva in frigo e si sedette.

— Saul — disse, con un sorriso — tu sai benissimo che il mio nome non è Calvina ma Calpurnia: la Cassandra romana che continuava a mettere in guardia Cesare. Sarò una puritana, ma non ho preso il nome da Calvino. I miei genitori erano presbiteriani, è vero, ma mio padre era passato in giovane età agli unitarianisti, e quando è morto era un convinto culturista etico. Invocava Emerson e imprecava su Robert Ingersoll. Invece mia madre era una Bahai, una cosa molto meno seria. E non possiedo due manichini, altrimenti potrei servirmi di quelli. No, niente “canna”, grazie. Devo conservarmi pura fino a domani sera. Gunnar, grazie per essere venuto. Fa piacere avere qualcuno nella stanza, anche quando non posso parlare con nessuno. È utile, soprattutto quando comincia a scendere la sera. Quella birra ha un profumo meraviglioso, ma purtroppo… è come per l’“erba”. Franz, hai un’aria strana. Cos’è successo a Corona Heights?

Lieto che Cal avesse pensato a lui e l’avesse osservato con tanta attenzione, Franz raccontò la propria avventura. Notò con sorpresa che, narrandola, diventava quasi banale, meno spaventosa, anche se, paradossalmente, assai più interessante: la solita croce (nonché delizia) degli scrittori.

Gunnar riassunse, in tono allegro: — Dunque, sei andato a fare indagini sull’apparizione, o quel che era, e hai scoperto che ha scambiato posto con te e ti fa le boccacce dalla tua finestra, a tre chilometri di distanza. “Taffy andò a casa mia…” L’hai proprio detta giusta.

Saul osservò: — La tua storia di Taffy mi ricorda un mio paziente, il signor Edwards. Si era messo in mente che due suoi nemici, in una macchina parcheggiata di fronte all’ospedale, puntassero su di lui un proiettore di raggi dolorifici. L’abbiamo portato sul posto perché vedesse con i suoi occhi che non c’era nessuno, a bordo delle macchine parcheggiate. Lui era molto contento e continuava a ringraziarci, ma quando l’abbiamo riportato nella sua stanza ha subito lanciato un urlo di dolore. A quanto ci ha detto, i suoi nemici avevano approfittato della sua assenza per nascondere nel muro un proiettore di quei raggi.

— Oh, Saul — disse Cal, in tono di blando rimprovero — non siamo pazienti del tuo ospedale, o almeno non ancora. Franz, mi domando se per caso non c’entravano quelle due bambine dall’aria tanto innocente. Hai detto che correvano e danzavano, come la tua apparizione bruno-pallida. Sono sicura che, se esiste una cosa come l’energia psichica, le bambine ne hanno in abbondanza.

— Hai davvero una notevole immaginazione artistica. A me, quella spiegazione non è neppure venuta in mente — rispose Franz, rendendosi conto che cominciava a togliere valore all’intero episodio. Ma non poteva evitarlo. — Saul, può darsi che fosse una mia proiezione, almeno in parte; e con questo? E poi la figura era vaga, e non faceva niente di veramente sinistro.

Saul disse: — Senti, io non suggerivo nessun parallelo. Questa è un’idea tua e di Cal. Mi è solo venuto in mente un altro episodio bizzarro.

Gunnar rise. — Saul non ci ritiene completamente pazzi. Solo psicotici marginali.

Si sentì bussare. Poi la porta si aprì ed entrò Dorotea Luque. Fiutò l’aria e guardò Saul. Assomigliava al fratello, ma in versione più snella, e aveva un bellissimo profilo incaico e capelli neri come l’ossidiana. Era venuta a portare a Franz un pacchetto di libri, arrivato per posta.

— Mi chiedevo se era qui, e poi ho sentito la sua voce — disse. — Ha trovato le cose da scrivere che fanno paura, col suo… come si chiama? — Mimò un binocolo con le mani, accostandosele agli occhi, e poi si guardò intorno senza capire, quando tutti risero.

Mentre Cal le versava un bicchiere di vino, Franz si affrettò a spiegare. Con sua grande sorpresa, la donna prese molto sul serio la figura che lui aveva visto alla finestra.

— È sicuro che non hanno rubato niente? — chiese con ansia. — C’è una ladra al secondo piano, credo.

— Il televisore portatile e il registratore c’erano — la rassicurò Franz. — Sono le prime cose che i ladri portano via.

— E l’osso per il brodo? — intervenne Saul. — L’ha preso Taffy?

— E ha chiuso il finestrino? Ha chiuso a chiave la porta? — insistette Dorotea, mimando l’azione con un’energica torsione del polso. — È chiusa con due giri, adesso?

— Io la chiudo sempre a chiave, e non solamente con lo scatto — le assicurò Franz. — Una volta credevo che solo nei romanzi gialli fosse possibile aprire le serrature con un pezzetto di plastica. Ma poi ho scoperto che potevo aprire la mia con una fotografia. Il finestrino, però, non lo chiudo mai. Preferisco lasciarlo aperto per cambiare aria.

— Deve chiudere sempre il finestrino, quando va fuori — sentenziò Dorotea. — Dovete chiuderlo tutti, capite? Uno molto magro può passare dal finestrino, credetemi. Bene, sono contenta che non le hanno rubato niente. Gracias - aggiunse rivolgendo un cenno a Cal e bevendo il vino.

Cal sorrise e si rivolse a Saul e a Gunnar: — Perché una città moderna non può avere i suoi spettri caratteristici, come una volta li avevano i castelli e i cimiteri e i vecchi palazzi di campagna?

Saul disse: — Una mia paziente, la signora Willis, pensa che i grattacieli le corrano dietro. Di notte si rendono ancora più scheletrici, sostiene lei, e si aggirano furtivamente nelle strade per cercarla.

Intervenne Gunnar: — Una volta ho sentito il lampo fischiare sopra Chicago. C’era un temporale sul Loop, e io ero nel South Side, all’università, vicino a dove è stata costruita la prima pila atomica. C’è stato un lampo all’orizzonte, verso nord; poi, dopo circa sette secondi, non il tuono, ma una sorta di gemito acutissimo. Ho pensato che i binari della sopraelevata fossero entrati in vibrazione a causa di una radiofrequenza del lampo.

Cal chiese, interessata: — Ma, la massa stessa di tutto quell’acciaio non potrebbe…? Franz, parla di quel libro.

Franz ripeté quanto aveva riferito a Cal quella mattina, a proposito della Megalopolisomanzia, e aggiunse qualche nuovo particolare.

Gunnar l’interruppe: — E quell’uomo ha scritto che le città moderne sono le nostre piramidi egizie? È un’idea bellissima. Immagina, quando saremo stati sterminati dall’inquinamento nucleare e chimico, soffocati dalla plastica non biodegradabile, dalle maree rosse di alghe morenti, che sono l’atroce culmine della nostra cultura, una spedizione archeologica arriva con l’astronave da un altro sistema solare e comincia a esplorare la nostra civiltà, come un branco di maledetti egittologi! Userebbero sonde robot per spiare nelle nostre città completamente vuote, che sarebbero troppo radioattive per qualunque essere vivente, morte e pericolose come i nostri mari avvelenati. Cosa penserebbero dei grattacieli del World Trade Center di New York, o dell’Empire State Building? O del Sears Building di Chicago? O magari della Transamerica Pyramid che abbiamo qui a San Francisco? O del centro di assemblaggio dei veicoli spaziali di Cape Canaveral, così grande che ci si può volare dentro con un aereo da turismo? Probabilmente penserebbero che erano stati costruiti per fini religiosi e occulti, come Stonehenge. Non immaginerebbero mai che lì dentro la gente viveva e lavorava. Non c’è dubbio: le nostre città saranno le rovine più strane che siano mai esistite. Franz, il tuo De Castries ha avuto una grande idea: la massa di materiale che c’è nelle città. È pesante, pesante.

Saul intervenne: — La Willis dice che i grattacieli diventano pesantissimi di notte quando… chiedo scusa… quando la violentano.

Dorotea Luque spalancò gli occhi, poi scoppiò in una risatina. — Oh, non si dicono queste cose — lo sgridò allegramente, agitando un dito.

Saul aveva negli occhi un’espressione distante, da poeta folle. Tanto per ribadire la propria osservazione di prima, aggiunse: — Riuscite a immaginare le loro forme, alte, grigie e sottili, che avanzano furtivamente per la strada, mostrando ben eretto, come se fosse il loro fallo di pietra, uno dei loro archi rampanti? — La Luque tornò a ridere. Gunnar le versò ancora del vino, e andò a prendere per sé un’altra bottiglia di birra.

8

Cal disse: — Franz, per tutto il giorno ho pensato, di tanto in tanto, con l’angolino della mia mente che non suonava il concerto brandeburghese, a quel “Rodi 607” che ti ha spinto a trasferirti qui. Era un posto preciso? E se sì, dov’era?

— “Rodi 607”? Cosa significa? — chiese Saul.

Franz raccontò di nuovo la storia del diario in carta di riso, del memorialista dall’inchiostro viola che forse era Clark Ashton Smith, e dei suoi possibili colloqui con De Castries. Poi disse: — Il 607 non può essere un indirizzo, come per esempio il nostro 811 Geary Street. A San Francisco non esiste una strada che si chiami “Rodi”: ho controllato. Quella che ci va più vicino è una Rhode Island Street: ma è nel Potrero, mentre dalle annotazioni del diario è chiaro che quel 607 è qui in centro, a poca distanza da Union Square. E una volta l’autore del diario dice di aver osservato dalla finestra Corona Heights e il Monte Sutro. Naturalmente, a quell’epoca non c’era la torre della TV. E…

— Diavolo, nel 1928 non c’erano neppure il ponte della Baia e il Golden Gate — interruppe Gunnar.

— … e Twin Peaks — continuò Franz. — E poi dice che Thibaut chiamava sempre le cime gemelle di Twin Peaks “i seni di Cleopatra”.

— Chissà se i grattacieli hanno i seni — rifletté Saul. — Devo chiederlo alla signora Willis.

Dorotea sgranò di nuovo gli occhi, si indicò il seno, disse: — Oh, no! — e scoppiò in un’altra risata.

Cal disse: — Forse Rodi è il nome di un palazzo o di un albergo. Per esempio il “Palazzo Rodi”.

— No, a meno che il nome non sia stato cambiato dopo il 1928 — obiettò Franz. — Adesso non c’è niente che si chiami così, a quanto mi risulta. Il nome “Rodi” non dice niente a nessuno di voi?

Non diceva niente.

Gunnar commentò: — Chissà se questo palazzo ha mai avuto un nome, povero vecchio male in arnese.

— Già — fece Cal. — Anche a me piacerebbe saperlo.

Ma Dorotea scosse la testa. — È solo l’811 Geary Street. Forse una volta era un albergo: sapete, con il portiere di notte e le cameriere. Ma non so.

— Associazione Palazzi Anonimi — osservò Saul, senza alzare gli occhi dalla sigaretta drogata che si stava preparando.

— Adesso chiudiamo il finestrino, eh? — disse Dorotea, facendo seguire l’azione alle parole. — Okay fumare le canne, ma non… come si dice?… non bisogna fargli troppa réclame.

Varie teste annuirono, saggiamente.

Dopo un po’, tutti si accorsero che avevano fame e pensarono che dovevano andare a mangiare al ristorante tedesco giù all’angolo, perché quella era la sera dei sauerbraten. Dorotea si lasciò convincere ad accompagnarli, e, nell’uscire, chiamò la figlia Bonita e il taciturno Fernando, che adesso era raggiante.

Mentre camminavano a fianco, dietro il gruppo degli altri, Cal chiese a Franz: — Il tuo “Taffy” è una cosa molto più seria di quel che ci hai detto, vero?

Lui dovette ammetterlo, anche se cominciava a nutrire strani dubbi a proposito di alcuni particolari della giornata: la foschia di tutte le sere, non del tutto sgradevole, pareva essere scesa anche nella sua mente, come lo spettro della vecchia confusione dell’alcolista. Alto sulla città, il disco un po’ gibboso della luna rivaleggiava in luminosità con i lampioni.

Franz disse: — Quando mi è parso di vedere quella cosa alla mia finestra, ho cercato tutte le spiegazioni possibili, per non doverne accettare una… be’, soprannaturale. Ho addirittura pensato che potevi essere tu col tuo vecchio accappatoio.

— Sì, potevo essere io, ma non lo ero — replicò lei, calma. — Ho ancora la tua chiave, sai. Me l’ha data Gunnar il giorno che doveva arrivare il tuo grosso pacco di libri e Dorotea era fuori. Te la restituirò dopo cena.

— Non c’è fretta.

— Vorrei proprio che riuscissimo a spiegare l’enigma di quel Rodi 607. E a scoprire il nome del nostro palazzo, se mai l’ha avuto.

— Cercherò di trovare un sistema. Cal, davvero tuo padre imprecava sul nome di Robert Ingersoll?

— Oh, sì: “In nome di…” e così via. E su William James, anche; e su Felix Adler, l’uomo che ha fondato la Cultura Etica. I suoi correligionari, che erano piuttosto atei, lo trovavano strano: ma a lui piaceva il suono del linguaggio religioso. Considerava la scienza un sacramento.

Nel piccolo e accogliente ristorante, Gunnar e Saul stavano accostando due tavoli fra i sorrisi d’approvazione di Rose, la cameriera dai capelli biondi e dalle guance rosse. Saul finì col sedersi tra Dorotea e Bonita, e Gunnar accanto alla ragazzina. Bonita aveva gli stessi capelli neri della madre, ma la superava già di mezza testa, e per il resto aveva un aspetto alquanto anglosassone: un tipo nordeuropeo con la figura snella e la faccia sottile; e non c’erano tracce di spagnolo nella sua voce da tipica studentessa americana. Franz aveva sentito dire che il padre, che aveva chiesto il divorzio e che non veniva mai nominato, era irlandese. Sebbene fosse gradevolmente snella, in pullover e calzoni, sembrava complessivamente un po’ goffa: ben diversa dalla figura indistinta e frettolosa che lui aveva intravisto per un momento quella mattina e che gli aveva fatto ritornare in mente un ricordo antipatico.

Franz si sedette accanto a Gunnar; accanto a lui c’era Cal, e poi veniva Fernando, che era vicino alla sorella. Rose venne a prendere le ordinazioni.

Gunnar passò alla birra scura. Saul ordinò una bottiglia di vino rosso per sé e i Luque. Il sauerbraten era delizioso, le crocchette di patate con salsa di mele erano una cosa dell’altro mondo. Bela, il cuoco “tedesco” (in realtà era ungherese) dalla faccia ben lustra, aveva superato se stesso.

In una pausa della conversazione, Gunnar disse a Franz: — È proprio strano, quello che ti è capitato a Corona Heights. Un’esperienza molto vicina, per quanto può esserlo ai giorni nostri, a quel che si potrebbe chiamare soprannaturale.

Saul lo sentì e intervenne subito: — Ehi, com’è che uno scienziato materialista come te parla del soprannaturale?

— Piantala, Saul — replicò Gunnar con una risata. — Mi occupo della materia, sicuro. Ma di che cos’è costituita? Di particelle invisibili, di onde e di campi di forza. Di niente di solido. Non tentare di insegnare ai gatti ad arrampicarsi sulle piante.

— Hai ragione — fece Saul sogghignando. — Non esiste altra realtà che le sensazioni immediate del singolo individuo, la sua coscienza. Tutto il resto è deduzione. Perfino l’esistenza degli altri individui è una deduzione.

Cal osservò: — Io penso che l’unica realtà siano i numeri… e la musica, che in pratica è la stessa cosa. Gli uni e l’altra sono reali, e gli uni e l’altra hanno potere.

— I miei computer sono d’accordo con te fino in fondo — le disse Gunnar. — Non conoscono altro che i numeri. Quanto alla musica… be’, potrebbero impararla.

Franz dichiarò: — Mi fa piacere sentirvi parlare così. Vedete, l’orrore soprannaturale è il mio pane quotidiano, sia quella schifezza dei Segreti del sovrannaturale sia…

— No! — protestò Bonita.

— … la roba più seria. Ma a volte volta la gente mi dice che l’orrore sovrannaturale non esiste più, che la scienza ha risolto tutti i misteri o può risolverli, che “religione” è solo un altro nome per il volontariato e l’assistenza sociale, e che la gente d’oggi è troppo sofisticata e istruita per lasciarsi spaventare dagli spettri, sia pure per divertimento.

— Non farmi ridere — ribatté Gunnar. — La scienza ha soltanto ampliato l’area dell’ignoto. E se c’è un dio, il suo nome è Mistero.

Saul disse: — Manda i tuoi scettici coraggiosi ed eruditi dal mio signor Edwards o dalla mia signora Willis, o almeno ricordagli le loro stesse paure sepolte. Oppure mandali da me, e io racconterò loro la storia dell’infermiera invisibile che terrorizzava il reparto agitati al St Luke. E poi c’era… — Esitò, guardando Cal. — No, è una storia troppo lunga per raccontarla in questo momento.

Bonita aveva l’aria delusa. Sua madre disse, sollecita: — Ma ci sono tante cose strane. A Lima. Anche in questa città. Bruhas… come si dice? Streghe! — E rabbrividì, soddisfatta.

Suo fratello fece un largo sorriso per far vedere di avere capito e alzò una mano per annunciare uno dei suoi rari commenti. — Hay hechiceria - disse in tono veemente, come per spiegarsi. — Hechiceria occultado en murallas. - Si curvò un poco, guardando verso l’alto. — Murallas muy altas.

Tutti annuirono cortesemente, come se avessero compreso.

Franz chiese sottovoce a Cal: — Cos’è l’hechi-eccetera?

Lei bisbigliò: — Stregoneria, credo. Stregoneria nascosta nei muri. Nei muri molto alti. — E scrollò le spalle.

Franz mormorò: — Nei muri dove? Come il proiettore di raggi dolorifici del signor Edwards?

Gunnar disse: — Comunque mi sto chiedendo una cosa, Franz: se hai davvero riconosciuto la tua finestra, mentre eri sul Corona Heights. Hai detto che i tetti erano come un mare visto dalla riva. E questo mi ricorda le difficoltà che ho incontrato a cercare un determinato punto nelle foto di gruppi di stelle o nelle immagini della Terra prese dai satelliti. È il guaio di tutti gli astronomi dilettanti… e anche dei professionisti. Capita spesso d’imbattersi in due o più immagini che sono quasi identiche.

— Ci avevo pensato anch’io — replicò Franz. — Controllerò.

Appoggiandosi alla spalliera della sedia, Saul disse: — È una buona idea: andiamo tutti a fare un picnic a Corona Heights, uno di questi giorni. Io e te, Gunnar, potremmo portare le ragazze: gli farebbe piacere. Ti va, Bonny?

— Oh, sì — rispose prontissima la tredicenne Bonita.

E questo parve chiudere l’argomento.

Dorotea disse: — Grazie per il vino. Ma ricordate sempre di dare due giri alla chiave e di chiudere anche il finestrino, quando uscite.

Cal commentò: — E adesso, spero di dormire per dodici ore filate. Franz, la chiave te la renderò un’altra volta. — Saul le lanciò un’occhiata.

Franz sorrise e chiese a Fernando se aveva voglia di fare una partita a scacchi con lui, più tardi. Il peruviano sorrise amabilmente.

Bela Szlawik, con il viso arrossato per il calore dei fornelli, diede lui stesso il resto, quando andarono a pagare il conto, mentre Rose andava ad aprire la porta.

Quando furono sul marciapiede, Saul guardò Franz e Cal: — Cosa ne direste di venire con Gunnar nella mia stanza, prima di giocare a scacchi? Mi piacerebbe raccontarvi quella storia.

Franz annuì. Cal rispose: — Io no. Vado subito a letto. — Saul annuì con aria comprensiva.

Bonita aveva sentito. — Gli vuoi raccontare la storia dell’infermiera invisibile — disse, in tono d’accusa. — Voglio sentirla anch’io.

— No, è ora di andare a dormire — sentenziò la madre, in tono non troppo autoritario. — Vedi che Cal va a letto.

— Non m’importa — ribatté Bonita, strofinandosi contro Saul. — Per favore… per favore… — chiese con insistenza.

Saul l’afferrò all’improvviso, l’abbracciò e le soffiò rumorosamente sul collo. Lei lanciò uno strillo, chiassoso e felice. Franz, quasi automaticamente, guardò Gunnar e lo vide prima rabbrividire e poi dominarsi: ma notò che serrava le labbra. Dorotea sorrideva beata, come se stessero soffiando sul collo a lei. Fernando aggrottò un po’ la fronte, e gonfiò il petto con una dignità quasi militaresca.

Poi, altrettanto in fretta, Saul scostò da sé la ragazzina e le disse, in tono pratico: — Sta’ a sentire, Bonny; quella che voglio raccontare a Franz è un’altra storia, molto noiosa, che può interessare solo agli scrittori. La storia dell’infermiera invisibile non esiste. L’ho inventata per citare un esempio che desse valore alle mie parole.

— Non ti credo — dichiarò Bonita, guardandolo negli occhi.

— Va bene, hai ragione — disse allora lui, lasciandola andare e facendo un passo indietro. — C’era davvero l’infermiera invisibile che terrorizzava il reparto agitati del St Luke, e se non ho voluto raccontarla non è perché è troppo lunga (anzi, è molto corta) ma perché è troppo spaventosa. Però, adesso te la sei voluta, e io la racconterò a te e a questa brava gente. Perciò, radunatevi intorno a me, tutti quanti.

Lì nella strada buia, pensò Franz, con la luce della luna che gli brillava sugli occhi luccicanti, sul volto scavato e sui lunghi capelli scuri, Saul aveva tutta l’aria di uno zingaro.

— Si chiamava Wortly — esordì Saul, abbassando la voce. — Olga Wortly, IP (infermiera professionale). Non è il suo vero nome perché ha finito per occuparsene la polizia, che la sta ancora cercando: ma assomiglia a quello vero. Dunque, Olga Wortly IP faceva il turno del pomeriggio (dalle quattro a mezzanotte) nel reparto agitati del St Luke. E a quell’epoca non c’era terrore. Anzi, quando lo faceva lei, il turno del pomeriggio era il più tranquillo, perché era molto generosa con i sonniferi e così quelli del turno di notte non avevano mai fastidi con dei pazienti che non volessero dormire, e qualche volta il turno di giorno faticava a svegliare qualche paziente per il pranzo, figurarsi poi per colazione.

“La Wortly non si fidava della sua assistente, un’IND (infermiera non diplomata) per distribuire i farmaci. E preferiva i miscugli, non appena riusciva a modificare le prescrizioni dei medici, perché pensava che due medicine dessero maggior sicurezza di una: Librium con Thorazina (andava matta per il Tuinal perché contiene due barbiturici, il Seconal rosso e l’Amytal azzurro), idrato di cloralio con fenobarbiturato, paraldeide con Membutal giallo… Anzi, si capiva sempre quando stava arrivando, la nostra fatina dei sogni, la nostra severa dea del sonno, perché la precedeva sempre l’odore paralizzante della paraldeide: ogni volta riusciva a somministrare la paraldeide almeno a un paziente. È un superalcool superaromatico, dovete sapere, che vi fa il solletico alla radice del naso e ha un odore che Dio solo sa (superolio di banana, forse; certe infermiere la chiamano ‘la benzina’) e va somministrata con un succo di frutta per coprirne il sapore, e in un bicchiere di vetro perché scioglie la plastica, e le sue molecole si diffondono nell’aria più veloci della luce!”

Saul aveva ormai in pugno i suoi ascoltatori, notò Franz. Dorotea sembrava estasiata non meno di Bonita; Cal e Gunnar sorridevano indulgenti; perfino Fernando era entrato nello spirito della situazione e sogghignava per i lunghi nomi delle medicine. In quel momento, il marciapiede davanti al ristorante tedesco era un accampamento di zingari illuminato dalla luna. Mancavano solo le fiamme danzanti di un grosso falò.

— Ogni sera, due ore dopo la cena, Olga faceva il giro per distribuire i sonniferi. Qualche volta si faceva accompagnare dall’IND o da un OS (operatore sanitario, ovvero portantino) che le reggevano il vassoio, qualche volta lo teneva lei.

“Diceva: ‘È ora di dormire, signora Binks. Ecco il suo passaporto per il mondo dei sogni. Su, da brava. E adesso questa bella pillola gialla. Buonasera, signorina Cheeseley, ho qui il suo viaggio alle Hawaii: una pillola azzurra per l’oceano, una rossa per il tramonto. E adesso un sorso di quella roba un po’ più amara per mandare giù tutto: pensi alle onde del mare, al loro sapore. Tiri fuori la lingua, signor Finelli, ho qualcosa che le farà bene. Chi l’avrebbe mai pensato, signor Wong, che ci sono nove o magari dieci ore di buio meraviglioso in questa piccola capsula temporale, in quest’astronave di gelatina che parte per le stelle? Eh, l’ha capito dall’odore, vero, che stavo arrivando, signor Auerbach? Questa sera, succo d’ananasso, per togliere il sapore della sua medicina!’ E via di questo passo.

“E così Olga Wortly, infermiera professionale, la nostra dama dell’oblìo, la nostra regina dei sogni, teneva tranquillo il reparto agitati — continuò Saul. — E otteneva anche grandi elogi, perché a tutti piace avere un reparto tranquillo. Finché, una sera, ha esagerato un tantino, e la mattina successiva tutti i pazienti erano OD (overdose) di sonniferi e MAR (morti al ricovero in ospedale, Bonny), ma con un sorriso beato sul volto. E Olga Wortly era sparita, e nessuno l’ha mai più rivista da quel giorno.

“In un modo o nell’altro, sono riusciti a insabbiare la cosa. Mi sembra che abbiano attribuito la causa dei decessi a un’epidemia di epatite galoppante o di eczema pernicioso. E adesso stanno ancora cercando Olga Wortly.

“Più o meno è tutto qui — terminò, con un’alzata di spalle e un sorriso. — Però… — Sollevò l’indice, teatralmente e parlò con un tono di voce basso e misterioso: — Però… dicono che di notte, quando la luna è quasi piena, proprio come adesso, ed è ora di dormire, e l’infermiera sta per passare col vassoio dei sonniferi nei loro bei bicchierini di carta, si leva una zaffata di paraldeide nella stanza delle infermiere (anche se adesso non la usano più), e l’odore va di stanza in stanza, di letto in letto, senza saltarne nemmeno uno, quell’odore inconfondibile: è l’infermiera invisibile che fa il suo giro nelle corsie!”

E tra gli “Ooh!” e gli “Ah!” e le risatine, si avviarono in gruppo verso casa. Bonita sembrava soddisfatta. Dorotea disse, con esagerazione: — Oh, che paura! Se mi sveglio, stanotte, avrò paura che arrivi l’infermiera invisibile a farmi bere quella paraldente.

— Pa-ral-de-i-de — sillabò Fernando, lentamente, ma con straordinaria precisione.

9

Nella stanza di Saul c’era un tale assortimento di cianfrusaglie senza capo né coda (dal punto di vista dell’ordine, era l’antitesi della stanza di Gunnar) che veniva da domandarsi se le avesse abbandonate dove erano finite per caso, ma poi ci si accorgeva che non c’era niente di buttato da parte, o dimenticato; si vedeva che ognuno di quegli oggetti aveva un valore affettivo per il suo proprietario: le foto tristi e scattate senza alcuna arte, quasi tutte di persone anziane (erano pazienti dell’ospedale, e Saul indicò loro il signor Edwards e la signora Willis); i libri, che andavano dal Manuale di Merck a Colette, da La famiglia dell’uomo a Henry Miller, da Edgar Rice a William S. Burroughs e a George Borrow (La Bibbia in Spagna, Galles selvaggio e Zincali); una copia dell’Occulto subliminale di Nostig (che con la sua presenza sorprese Franz); una quantità di lavori in perline colorate, hippy, indiani e amerindi; pipette per fumare hashish; un boccale da birra pieno di fiori freschi; un poster per la misura della vista; una carta geografica dell’Asia, e un gran numero di quadretti e di disegni, geometrici o surrealistici compreso un sorprendente quadro astratto in acrilico su cartone nero che brulicava di forme frementi, colorate come gemme o come insetti, e che sembrava riprodurre in miniatura l’amata confusione di quella stanza.

Saul l’indicò, dicendo: — L’ho fatto io, l’unica volta che ho fiutato la cocaina. Se esiste una droga capace di dare qualcosa alla mente anziché sottrarglielo (e ne dubito), è la cocaina. Se mai ritornassi sulla strada della droga, sceglierei quella.

— “Ritornassi”? — chiese ironicamente Gunnar, indicandogli le pipe da hashish.

— La canapa indiana è un gioco — dichiarò Saul. — Una frivolezza, un ammorbidente sociale da classificare col tabacco, il caffè e il tè. Quando Anslinger ha convinto il Congresso a classificarlo, a tutti i fini pratici, come droga pesante, ha davvero rovinato l’evoluzione del popolo americano e la sua mobilità sociale.

— Davvero? — cominciò Gunnar in tono scettico.

Ma Franz intervenne: — Certo non viene visto come l’alcool, che in genere ha la benedizione della comunità, o almeno quella delle agenzie pubblicitarie: “Bevete liquori e sarete sexy, sani e ricchi” ci promette la pubblicità, soprattutto quella della Velluto Black Velvet. A proposito, Saul, è strano che tu abbia parlato della paraldeide nella tua storia. L’ultima volta che sono stato “separato” dall’alcool, per usare l’espressione medica, tanto delicata, mi hanno dato un po’ di paraldeide per tre notti di fila. Era davvero deliziosa, dava lo stesso effetto che mi aveva dato l’alcool quando l’avevo bevuto per la prima volta: una sensazione che credevo di non provare mai più, un calore rosa, brillante, dentro di te.

Saul annuì. — Fa lo stesso effetto dell’alcool, senza causare gli stessi guasti immediati nel sistema nervoso. Quindi l’individuo distrutto dall’abuso del normale liquore reagisce in modo splendido. Ma naturalmente anche quella può dare assuefazione: sono sicuro che lo sai. Ehi, chi vuole un po’ di caffè? Ho solo quello in polvere, però.

Mise subito l’acqua a bollire e versò alcuni cucchiaini di polvere bruna nelle tazze colorate, mentre Gunnar chiedeva: — Non pensi che l’alcool sia la droga naturale dell’umanità? Ormai, millenni di uso e di esperienza ci hanno pennesso di conoscerne gli effetti e di abituarci a essi.

— Il tempo c’è stato effettivamente — commentò Saul. — Almeno quello necessario per eliminare tutti quegli italiani, greci, ebrei e altri appartenenti a popoli mediterranei che avevano nei suoi confronti una forte debolezza genetica. Gli indiani d’America e gli eschimesi non hanno avuto la stessa fortuna. Ci sono ancora dentro. Ma anche la canapa indiana e il peyote e il papavero e il fungo sacro, l’amanita muscaria, hanno una storia molto lunga.

— Sì, ma quelli hanno effetti psichedelici, distorcono la coscienza direi, anziché ampliarne la sfera — protestò Gunnar. — Mentre l’alcool ha un effetto più semplice.

— Io ho avuto anche delle allucinazioni causate dall’alcool — intervenne Franz, in parziale contraddizione con le parole dell’amico — benché non così forti come quelle provocate dall’acido lisergico, a quanto ho sentito dire. Ma solo durante l’astinenza, per i primi tre giorni. Negli armadi e negli angoli bui, e sotto i tavoli, mai alla luce viva, vedevo fili neri, o qualche volta rossi, grossi come i cavi del telefono, che vibravano e si agitavano. Mi ricordavano le zampe di ragni giganti e così via. Sapevo che erano allucinazioni: potevo resistere, grazie al Cielo. La luce viva le spazzava via sempre.

— L’astinenza è una cosa strana, e a rischio — osservò Saul mentre versava nelle tazze l’acqua bollente. — È allora che gli alcolizzati hanno il delirium tremens, non quando bevono: sono sicuro che sai anche questo. Ma i pericoli e le sofferenze causati dell’astinenza dalle droghe pesanti sono stati alquanto esagerati: fanno parte del mito. L’ho scoperto quand’ero studente, ai tempi d’oro dell’Haight-Ashbury, prima di diventare interno, e correvo di qua e di là a somministrare Thorazina agli hippy scoppiati che erano in overdose o che erano convinti di esserlo.

— È vero? — chiese Franz, prendendo il suo caffè. — Ho sempre sentito dire che non c’è niente di peggio che smettere di punto in bianco con l’eroina.

— Fa parte del mito — assicurò Saul, scuotendo i lunghi capelli mentre porgeva a Gunnar il caffè e incominciava a bere il suo. — Il mito che Anslinger ha fatto di tutto per creare negli anni Trenta, quando tutti coloro che avevano occupato posti elevati nei dipartimenti di polizia per la lotta contro il contrabbando di liquori cercavano di assicurarsi posti altrettanto elevati nelle squadre Narcotici. È andato a Washington con un paio di veterinari che s’intendevano del doping dei cavalli da corsa e con la borsa piena di sensazionali ritagli di giornali messicani e centro-americani che parlavano di omicidi e di stupri commessi da peones che erano presumibilmente impazziti per l’effetto della marijuana.

— E molti scrittori si sono precipitati ad accogliere il suo suggerìmento — intervenne Franz. — Nei romanzi, il protagonista tirava una boccata da una strana sigaretta e cominciava ad avere bizzarre allucinazioni, che di solito riguardavano il sesso e il desiderio di uccidere. Ehi, forse potrei proporre un episodio per I segreti del sovrannaturale con la squadra Narcotici — aggiunse pensieroso, parlando tra sé e sé. — È un’idea.

— E le sofferenze causate da un’improvvisa astinenza rientravano nel mito dei narcotici — riprese Saul. — Così, quando i beatnik e gli hippy e tutti gli altri hanno cominciato a prendere le droghe come atto di ribellione contro l’Establishment e la generazione precedente, hanno avuto tutte le spaventose allucinazioni e le crisi di astinenza previste dal mito che i poliziotti si erano inventati. — Fece un sorriso torto. — Sapete, qualche volta ho pensato che è una situazione simile agli effetti a lunga scadenza della propaganda bellica sui tedeschi. Durante la seconda guerra mondiale hanno commesso tutte le atrocità (e anche di più) che erano stati accusati, spesso falsamente, di avere commesso durante la prima guerra. Mi dispiace dirlo, ma la gente cerca sempre di dimostrarsi all’altezza delle peggiori aspettative altrui.

Gunnar commentò: — E, nell’epoca hippy, l’equivalente delle SS naziste è la “famiglia” Manson.

— Comunque — proseguì Saul — è quello che ho imparato quando correvo per l’Haight-Ashbury nel cuore della notte, a somministrare per via rettale la Thorazina ai “figli dei fiori” in overdose. Non potevo usare una siringa perché allora non ero un vero infermiere.

Gunnar intervenne, pensieroso: — È stato così che ho conosciuto Saul.

— Ma non è stato Gunnar a ricevere la Thorazina per via anale — rettificò Saul. — Sarebbe stato troppo romantico. Si trattava di un suo amico in overdose, che l’aveva chiamato, e così lui aveva chiamato noi. Ci siamo conosciuti così.

— Il mio amico si è poi ripreso benissimo — osservò Gunnar.

— E voi due, come avete conosciuto Cal? — chiese Franz.

— L’abbiamo conosciuta quando è venuta ad abitare qui — rispose Gunnar.

— All’inizio abbiamo solamente pensato che su di noi fosse sceso all’improvviso il silenzio — rifletté Saul. — Il precedente inquilino della sua stanza era straordinariamente rumoroso, perfino per questo palazzo.

Gunnar aggiunse: — E poi è stato come se un topolino molto tranquillo e dall’orecchio molto musicale si fosse unito a noi: ci pareva di sentire musica per flauto, ma così piano che pensavamo di immaginarcela.

— Nello stesso tempo — disse Saul — abbiamo incominciato a notare una giovane donna, attraente, riservata e gentile, che entrava o usciva al quarto piano, sempre sola, e che apriva o chiudeva la porta dell’ascensore con molta delicatezza.

E Gunnar: — Poi una sera siamo andati a un concerto di quartetti di Beethoven al Veterans’ Building e lei era tra il pubblico, e così ci siamo presentati.

— Abbiamo preso l’iniziativa tutti e tre — aggiunse Saul. — Alla fine del concerto eravamo grandi amici.

— E il successivo weekend l’abbiamo aiutata a decorare l’alloggio — concluse Gunnar. — Ci pareva di conoscerci da anni.

— O almeno era come se lei ci conoscesse da anni — precisò Saul. — Noi abbiamo impiegato più tempo per imparare a conoscerla: la sua vita incredibilmente ultra-protetta, le sue difficoltà con la madre…

— Il trauma della morte del padre… — aggiunse Gunnar.

— E la sua decisione di arrangiarsi da sola e… — Saul scrollò le spalle — … e di scoprire la vita. — Guardò Franz. — E ci è occorso un tempo ancor più lungo per scoprire quanto fosse sensibile, sotto la sua apparenza distaccata ed efficiente, e le altre sue doti oltre a quelle musicali.

Franz annuì, poi chiese a Saul: — E adesso mi racconterai la storia che la riguarda? Quella che avevi promesso di tenere in serbo per più tardi?

— Come fai a sapere che riguarda Cal? — domandò Saul.

— Perché al ristorante le hai lanciato un’occhiata, prima di decidere di non raccontarla — rispose Franz. — E perché non mi hai invitato a venire da te finché non sei stato sicuro che lei andava a dormire.

— Voi scrittori siete molto acuti — osservò Saul. — Be’, in un certo senso questa è una storia che può ispirare uno scrittore. Uno scrittore del tuo genere: orrore soprannaturale. Quel che t’è successo sul Corona Heights mi ha fatto venire voglia di raccontarla. Lo stesso mondo dell’ignoto, ma una regione diversa.

Franz avrebbe voluto dire: “Mi aspettavo anche questo”, ma si trattenne.

10

Saul accese una sigaretta e si appoggiò contro lo schienale. Gunnar si era accomodato all’altra estremità del divano. Franz era sulla poltrona di fronte a loro.

— Fin dall’inizio — spiegò Saul — mi sono accorto che a Cal interessavano moltissimo i miei pazienti dell’ospedale. Non mi faceva domande, ma lo capivo perché stava zitta e attenta ogni volta che ne parlavo. Nel pericoloso mondo esterno che lei cominciava a esplorare, costituivano una delle tante cose che sentiva di dover conoscere per poi schierarsi a favore o contro di esse… o, come fa sempre lei, trovare una via di mezzo.

“Be’, all’epoca anch’io m’interessavo moltissimo dei miei pazienti. Avevo fatto per un anno il turno di sera e da un paio di mesi ne ero il responsabile, così avevo tante idee sui cambiamenti che volevo apportare e che stavo già apportando. Tra parentesi, la persona che dirigeva il reparto prima di me tendeva a esagerare con i sedativi, secondo me. — Saul sorrise. — Vedi, la storia che ho raccontato a Bonny e a Dora, stasera, non era del tutto inventata. Comunque, avevo ridotto a quasi tutti i malati le dosi dei sedativi, per poter comunicare con loro e lavorare sul loro caso, e non erano più in stato comatoso all’ora di colazione. Naturalmente, il reparto era più animato e talvolta anche più turbolento di prima, ma a quell’epoca ero un novellino pieno d’entusiasmo.”

Ridacchiò. — Immagino che ogni nuovo responsabile, quando inizia, faccia la stessa cosa: riduce i barbiturici… finché non si stanca e non decide che la tranquillità val bene qualche sedativo in più.

“Ma imparavo a conoscere bene i miei pazienti, o almeno così credevo; sapevo in quale fase del ciclo era ciascuno di loro, potevo prevedere le crisi e tenere in pugno il reparto. Per esempio, c’era il giovane signor Sloan che soffriva d’epilessia… del tipo petit mal… oltre che di un’estrema depressione. Era istruito, aveva mostrato doti artistiche. E quando si avvicinava al culmine del ciclo, cominciava ad avere i suoi attacchi del petit mal. Sai, brevi perdite di conoscenza, per qualche secondo rimaneva con le mente vuota, barcollava un po’; poi le crisi diventavano sempre più frequenti, ne aveva una ogni venti minuti, anche meno. Vedi, ho pensato parecchie volte che nelle crisi epilettiche sia il cervello a cercare di farsi l’elettroshock. Comunque, il mio giovane signor Sloan arrivava a una crisi molto simile a un attacco del grand mal, e allora cadeva a terra, si contorceva, faceva un gran baccano, compiva atti automatici e perdeva il controllo delle funzioni corporee: epilessia psichica, la chiamano. A questo punto ritornavano gli attacchi del petit mal, che si distanziavano via via, e per circa una settimana lui stava meglio. Sembrava che calcolasse i tempi in modo molto preciso, e che vi impegnasse uno sforzo creativo… come ti ho detto, aveva doti artistiche. Vedi, spesso penso che ogni malattia mentale sia una forma di espressione artistica. L’individuo, però, ha soltanto se stesso con cui lavorare: non ha materiali esterni da manipolare; perciò concentra tutta la sua arte nel proprio modo di comportarsi.

“Be’, come ho detto, sapevo che a Cal interessavano molto i miei pazienti: aveva perfino detto che le sarebbe piaciuto vederli. E così, una sera che tutto procedeva liscio e tutti i miei pazienti erano in una fase tranquilla dei loro cicli, l’ho invitata a venire. Certo, come puoi immaginare, mi ero preso qualche piccola libertà con il regolamento dell’ospedale. Quella sera non c’era la luna. Era il novilunio o uno dei giorni vicino a questo; il chiaro di luna eccita davvero la gente, sai? Soprattutto i pazzi. Non so perché, ma è così.”

— Questo non me l’avevi mai detto — l’interruppe Gunnar. — Voglio dire, che hai invitato Cal all’ospedale.

— E allora? — fece Saul, scrollando le spalle. — Bene, lei è arrivata circa un’ora dopo la fine del turno di giorno. Era piuttosto pallida, apprensiva ed emozionata… e subito tutto quanto, nel reparto, ha cominciato ad andare storto. La signora Willis si è messa a piangere e a lamentarsi delle sue terribili disgrazie (a quanto avevo calcolato, non avrebbe dovuto farlo almeno per una settimana, ed era veramente uno strazio), e poi ha cominciato la signorina Craig, che è una grande urlatrice. Il signor Schmidt, che si era comportato bene per più di un mese, si è calato i calzoni e ha mollato una montagnola di merda, prima che potessimo fermarlo, davanti alla porta del signor Bugatti, che di tanto in tanto è il suo “nemico”; una cosa simile non era più capitata, nel reparto, dall’anno precedente. Intanto la signora Gutmayer aveva rovesciato il vassoio della cena e vomitava, e il signor Stowacki era riuscito, chissà come, a rompere un piatto e si era tagliato… e la signora Harper gridava alla vista del sangue (che non era poi molto) e così gli urlatori erano in due: non della classe di Fay Wray in mano a King Kong, ma due buone ugole.

“Be’, naturalmente ho dovuto lasciare Cal da sola, mentre cercavamo di rimediare, e mi chiedevo cosa pensasse di noi e mi rimproveravo per averla invitata e per essere stato tanto megalomane nel vantarmi della mia capacità di prevedere e prevenire i disastri.

“Quando potei tornare da lei, Cal era andata in sala ricreazione con il giovane signor Sloan e un paio d’altri, e aveva scoperto il nostro pianoforte e lo stava provando: era spaventosamente stonato, beninteso, o almeno doveva esserlo per il suo orecchio esperto.

“Cal ascoltò il mio breve resoconto. Erano soprattutto scuse, le mie: ‘Di solito non abbiamo la cacca nei corridoi’, eccetera. E di tanto in tanto annuiva, ma continuava a provare il piano come se stesse cercando i tasti meno stonati (e in seguito mi ha confermato che era proprio quel che faceva). Mi ascoltava, certo, ma intanto provava il piano.

“Allora cominciai ad accorgermi che l’agitazione ricominciava a crescere nel reparto, e che gli attacchi di petit mal di Harry, il giovane signor Sloan, diventavano molto più frequenti del solito, mentre camminava in cerchio, irrequieto, in sala ricreazione. Secondo i miei calcoli, la sua crisi doveva venire solo la notte successiva, ma lui aveva inspiegabilmente accelerato il ciclo, e non c’era dubbio che avrebbe avuto l’attacco di grand mal quella notte stessa: da lì a pochissimo, anzi.

“Cominciai ad avvertire Cal di quello che probabilmente sarebbe accaduto, ma in quel momento lei si sedette meglio, si concentrò come fa quando sta per iniziare un concerto, e poi ha cominciato a suonare un pezzo di Mozart (l’aria di Cherubino dalle Nozze di Figaro, mi accorsi presto) ma in quella che sembrava la chiave più stonata di tutte, in quel vecchio e scassatissimo piano verticale (e, in seguito, Cal mi ha confermato anche questo).

“Poi ha suonato il pezzo in un’altra chiave, poco meno stonata della prima, e via così. Credilo o no, aveva trovato una successione di chiavi, dalla più stonata alla meno stonata, su quel vecchio piano, e stava suonando quell’aria di Mozart in tutte le chiavi, dalla meno armoniosa alla più armoniosa: l’aria di Cherubino del secondo atto, quella che dice: ‘Voi che sapete, che cosa è l’amor, Donne vedete, s’io l’ho nel cuor’. E poi c’è anche un verso che dice: ‘Non trovo pace, notte né dì, Ma pur mi piace, languir così’.

“Intanto sentivo le tensioni crescere intorno a me, e potevo vedere che gli attacchi di petit mal del giovane Harry diventavano sempre più frequenti, mentre lui girava sempre più in fretta attorno al piano, e sapevo che gli sarebbe venuto l’attacco di grand mal da un momento all’altro, così mi chiesi se non mi convenisse fermare Cal afferrandola per i polsi, come se fosse stata una strega che compiva una magia nera con la musica… Tutto il reparto si era scatenato al suo arrivo, e adesso lei aggravava le cose con Mozart, suonando sempre più forte quell’aria.

“Ma proprio in quel momento lei passò trionfalmente alla chiave meno stonata, e per contrasto ogni cosa sembrò perfetta; e in quell’istante il giovane Harry, invece di avere l’attacco di grand mal che mi aspettavo, ha iniziato una danza strana, elegante, a piccoli salti, tenendo perfettamente il tempo con l’aria di Cherubino. E quasi senza rendermene conto ho afferrato la signorina Craig, che aveva la bocca aperta per urlare ma non stava urlando, e ho cominciato a ballare con lei intorno al giovane Harry… e ho sentito la tensione nell’intero reparto svanire come fumo. Chissà come, Cal aveva sciolto quella tensione, l’aveva allentata come aveva fatto con la depressione del giovane Harry, facendogli superare il culmine della crisi e portandolo in un terreno sicuro senza che lui avesse un attacco epilettico. Sul momento, mi è sembrata la cosa più vicina alla stregoneria che avessi mai visto in tutta la mia vita: magìa, d’accordo, però magìa bianca.”

Alle parole “sciolto” e “scatenata”, Franz ricordò le parole di Cal, che, quella mattina, gli aveva detto che la musica aveva il potere di liberare le cose e di farle volare e danzare.

Gunnar chiese: — E poi cos’è successo?

— Non molto, in verità — disse Saul. — Cal ha continuato a suonare la stessa aria, nella stessa chiave trionfante, e noi abbiamo continuato a ballare, e mi pare che anche altri due si siano uniti a noi, ma ogni volta lei suonava un po’ più in sordina, fino a quando è diventata come una musica per topolini. Poi ha smesso, ha chiuso adagio il piano, e noi ci siamo fermati, scambiandoci sorrisi, e la cosa è finita lì: solo che l’atmosfera era molto diversa da quella che c’era all’inizio. E poco dopo lei è tornata a casa senza aspettare la fine del turno, come se fosse convinta che quel aveva fatto non si poteva ripetere. In seguito non ne abbiamo parlato molto, lei e io. Ricordo che ho pensato: “La magìa è una cosa che vale per una volta sola”.

— Ehi, mi piace — disse Gunnar. — Intendo, l’idea che la magìa… e anche i miracoli, come quelli di Gesù, per esempio… e anche i capolavori dell’arte… e la storia, naturalmente… siano fenomeni che non possono ripetersi. Diversamente dalla scienza, che si occupa di fenomeni che si possono ripetere.

Franz sorrise. — La tensione si è sciolta… la depressione si è allentata e scatenata… le note volano verso l’alto, come scintille… Sai, Gunnar, mi fa venire in mente quello che fa lo Stracciafogli che mi hai mostrato questa mattina.

— Lo “Stracciafogli”? — chiese Saul. Franz spiegò, brevemente.

Saul disse a Gunnar: — A me non ne hai parlato.

— E allora? — Gunnar sorrise e alzò le spalle.

— Certo — osservò Franz, quasi in tono di rammarico — l’idea che la musica faccia bene ai pazzi e plachi le anime turbate risale a tempi molto antichi.

— Almeno a Pitagora — intervenne Gunnar. — Duemilacinquecento anni fa.

Saul scosse la testa, deciso. — Quello che ha fatto Cal andava ben oltre.

Bussarono due colpi secchi alla porta. Gunnar l’aprì.

Fernando si guardò intorno, inchinandosi educatamente, poi si rivolse tutto raggiante a Franz e chiese: — Scacchi?

11

Fernando era un buon giocatore: a Lima era qualificato come esperto. Nella stanza di Franz fecero due partite lunghe e impegnative, che erano l’ideale per tenere occupata la mente di Franz, offuscata come ogni sera, e mentre giocava, Franz si accorse che la scalata l’aveva sfinito fisicamente.

Di tanto pensava fugacemente alla “magìa bianca” di Cal (ammesso che potesse chiamarla così) e a quella nera (ancor meno verosimile) in cui si era imbattuto su Corona Heights. Rimpiangeva di non avere analizzato più a lungo con Saul e Gunnar i due episodi, ma temeva che non potessero dirgli molto di più. Oh, be’, li avrebbe rivisti al concerto, l’indomani sera: ne avevano parlato nel congedarsi, ed entrambi l’avevano pregato di tenere loro il posto se fosse arrivato per primo.

Mentre stava per andarsene, Fernando indicò la scacchiera e chiese: — Mañana por la noche?

Franz era in grado di capire quel tanto di spagnolo. Sorrise e annuì. Se non avesse potuto giocare a scacchi, l’indomani sera, avrebbe avvertito Dorotea.

Dormì come un sasso, e senza ricordare alcun sogno.

Si svegliò completamente riposato, con la mente limpida e serena, i pensieri misurati e sicuri. Il beneficio di un buon sonno. I presentimenti e l’incertezza della sera precedente erano spariti. Ricordava ogni evento del giorno prima esattamente com’era accaduto, ma senza le sfumature emotive dell’eccitazione e della paura.

Dalla finestra si scorgeva la costellazione di Orione, e questo gli diceva che l’alba era vicina. Le nove stelle più luminose formavano una sorta di clessidra spigolosa e inclinata, che rivaleggiava con quella più piccola e sottile creata dalle diciannove intermittenti luci rosse della torre della TV.

Si preparò in fretta una tazza di caffè con l’acqua calda del rubinetto, poi infilò le pantofole e la vestaglia, prese il binocolo, e salì sul tetto senza far rumore. Tutti i suoi sensi era vigili. Le nere finestre dei pozzi di ventilazione e le nere porte senza maniglia dei ripostigli in disuso spiccavano nitide quanto le porte delle stanze occupate e le vecchie ringhiere, tante volte ridipinte, che lui sfiorava nel salire.

Nel locale sul tetto, la luce della piccola lampada tascabile rivelò i cavi lucenti, il motore elettrico scuro e gibboso, e le fredde e silenziose braccia di ferro delle leve che si sarebbero svegliate violentemente, con un gran frastuono improvviso, oscillando e scattando, se qualcuno avesse premuto un pulsante, ai piani di sotto. Lo gnomo verde e il ragno.

All’esterno, si era levato il vento. Passando davanti all’imboccatura di uno dei condotti di aerazione, raccolse da terra una pietruzza e ve la lasciò cadere dentro. Il suono secco dell’urto, con i suoi echi, gli giunse dopo circa tre secondi. Venticinque metri, come ricordava. Era piacevole pensare che lui era sveglio e lucido mentre il resto della città dormiva.

Alzò gli occhi verso le stelle che tempestavano la cupola scura della notte come minuscole borchie d’argento. Per San Francisco, con le sue nebbie e i suoi vapori, e lo smog invadente che arrivava da Oakland e da San José, era una bella notte. La luna era tramontata. Studiò affettuosamente la supercostellazione di stelle luminosissime che lui chiamava “Scudo”, un esagono che occupava il cielo, con gli angoli contrassegnati da Capella verso nord, l’ardente Polluce (con Castore nei pressi, e in quegli anni anche Saturno), Procione la piccola stella del Cane, Sirio la più luminosa di tutte, l’azzurrina Rigel in Orione, e (andando di nuovo verso nord) la rossa Aldebaran. Usando il binocolo, scrutò lo sciame dorato delle Iadi vicino ad Aldebaran, e poi, accanto allo Scudo, il minuscolo ammasso bianco-azzurro delle Pleiadi.

Quelle stelle, così salde e sicure, si armonizzavano col suo umore di quel mattino e lo rafforzavano. Guardò di nuovo la clessidra inclinata di Orione, e poi abbassò gli occhi sulla torre della TV, lampeggiante di rosso. Più sotto, Corona Heights era una gobba nera tra le luci della città.

Gli tornò il ricordo (una goccia limpida come il cristallo, così come gli tornavano i ricordi in quei giorni, nell’ora dopo il risveglio) di quando aveva visto per la prima volta la torre della TV di notte e aveva pensato a una frase di un racconto di Lovecraft, L’abitatore del buio, in cui un personaggio, guardando un’altra collina funesta (Federai Hill, a Providence), vede che “il rosso faro dell’Industriai Trust” si è acceso per “rendere grottesca la notte”. La prima volta che aveva visto la torre, Franz l’aveva giudicata peggio che grottesca; ma adesso, stranamente, per lui era divenuta una vista rassicurante, quasi come le stelle di Orione.

“L’abitatore del buio!” pensò, con una risata sommessa, il giorno prima aveva vissuto un episodio di una storia che avrebbe potuto intitolarsi “Colui che stava in agguato sulla vetta”. Che strano!

Prima di tornare nel suo appartamento, scrutò per qualche minuto i bui rettangoli e la smilza piramide dei grattacieli del centro (i babau del vecchio Thibaut!): anche i più alti di essi avevano le luci rosse di avvertimento.

Si preparò un altro caffè, usando questa volta il fornello e aggiungendo latte e zucchero. Poi tornò a letto, deciso a usare la lucidità del mattino per chiarirsi la situazione che la sera prima si era fatta nebulosa. Il volume male stampato di Thibaut e il diario color rosa tea slavata formavano già la testa della sua colorita Amante dello Studioso, che giaceva sul letto accanto a lui. Vi aggiunse i voluminosi rettangoli neri dell’Outsider e altre storie di Lovecraft e di Storie di spettri di Montague Rhodes James, e numerose vecchie copie ingiallite di Weird Tales (qualche puritano aveva strappato le copertine scollacciate) che contenevano racconti di Clark Ashton Smith: per fare spazio dovette buttare sul pavimento alcune riviste sgargianti e i tovaglioli colorati.

Stai sbiadendo, mia cara, le disse allegramente, col pensiero. Assumi tinte cupe. Ti stai vestendo per un funerale?

Poi, per qualche tempo, lesse più sistematicamente Megalopolisomanzia. Mio Dio, certo che il vecchio De Castries ci sapeva fare, ad assumere toni d’erudizione apocalittica. Per esempio:

In ogni periodo storico ci sono sempre state una o due città appartenenti al genere mostruoso, come Babele ovvero Babilonia, Ur-Lhassa, Ninive, Siracusa, Roma, Samarcanda, Tenochtitlan, Pechino; ma noi viviamo nell’epoca delle metropoli (o delle necropoli), in cui queste maledizioni gravide di disastri sono numerose e minacciano di congiungersi e di avviluppare il mondo nella sostanza funebre ma multipotente delle città. Abbiamo bisogno di un Pitagora Nero perché spii la maligna disposizione delle nostre mostruose città e i loro immondi canti urlati, così come il Pitagora Bianco spiava la disposizione delle sfere celesti e le loro sinfonie cristalline, venticinque secoli fa.

Oppure, con un ulteriore accenno alla sua specifica varietà di occultismo:

Poiché noi moderni uomini delle città abitiamo già nelle tombe e siamo abituati in un certo senso alla mortalità, sorge la possibilità di un indefinito prolungamento di questa morte vivente. Eppure, sebbene accettabile, sarebbe un’esistenza morbosa e desolata, senza vitalità e senza pensiero, solo con la paramentazione, e i nostri principali compagni sarebbero entità paramentali di origine azoica, più maligni dei ragni e delle donnole.

E come poteva essere la “paramentazione”? si chiese Franz. Trance? Sogni ispirati dall’oppio? Fantasmi frementi e tenebrosi, sorti dalla privazione sensoriale? O qualcosa di totalmente diverso?

Oppure:

L’elettromefitica sostanza delle città di cui parlo ha la potenzialità di produrre effetti immensi in tempi lontani e in località remote, perfino nel lontano futuro e su altri mondi, ma per ciò che riguarda le manipolazioni necessarie per la loro produzione e il loro controllo non intendo analizzarle in queste pagine.

Wow! come dice l’esclamazione oggi popolare, un po’ consunta ma espressiva. Prese una delle vecchie e fragili riviste e provò la tentazione di leggere il meraviglioso racconto fantastico di Smith La città della fiamma cantante, in cui immense metropoli si muovono e si combattono. Ma mise da parte la rivista, con decisione, e prese invece il diario.

Smith (Franz era sicurissimo che si trattasse di lui) era rimasto certamente molto colpito da De Castries (anche nel caso del “Tiberio” del diario, Franz era sicuro che si trattasse del vecchio occultista), come ne sarebbe rimasto colpito anche Franz se avesse potuto conoscerlo, cinquant’anni prima. Ed era evidente che Smith aveva letto Megalopolisomanzia. Franz pensò che, molto probabilmente, la copia in suo possesso era appartenuta a Smith. C’era un brano caratteristico, nel diario:

Tre ore, oggi, a Rodi 607, col sempre più infuriato Tybalt. Non ho potuto resistere di più. Per metà del tempo ha inveito contro i suoi accoliti traditori, per l’altra metà mi ha gettato sprezzantemente in faccia brandelli di verità paranaturali. Ma quali brandelli! La sua osservazione sul significato delle strade diagonali! Quel vecchio diavolo vede chiaramente le città e le loro infermità invisibili; è un nuovo Pasteur, ma dei morti viventi.

Dice che il suo libro è roba per i bambini dell’asilo, ma il nuovo materiale (il nucleo e la ragione e il modo di operare) lo tiene chiuso nella sua mente e nel Grande Cifrario a cui fa solo accenni. Qualche volta lo chiama (il Cifrario) il “Libro cinquanta”, sempre che io non mi sbagli e che siano la stessa cosa. Ma perché cinquanta?

Dovrei scriverne a Howard: resterebbe sbalordito e… sì!… trasfigurato: tutto conferma e illumina l’orrore decadente e putrescente che lui trova in New York e in Boston e perfino in Providence (non è colpa della presenza di levantini e di mediterranei, ma di paramentali che vengono percepiti solo vagamente!) Ma non sono sicuro che lo sopporterebbe. Anzi, se è solo per questo, non so quanto posso ancora sopportarne io. E se mi perito di accennare al vecchio Tiberius la possibilità di condividere la sua conoscenza paranaturale con altri spiriti affini, assume l’aria feroce del suo omonimo negli ultimi giorni a Capri e ricomincia a inveire contro quelli che secondo lui l’hanno deluso e tradito nell’Ordine Ermetico da lui creato.

Anch’io dovrei tirarmene fuori: ho tutto quello che mi serve, e ci sono molte storie che gridano a piena voce di venire scritte. Ma posso rinunciare all’estasi suprema di udire ogni giorno dalle labbra del Pitagora Nero qualche nuova verità paranaturale? È come una droga indispensabile. Chi può rinunciare a una simile immaginazione? Soprattutto quando l’immaginazione è la verità.

“Paranaturale” è soltanto una parola: ma quanto significa! Il sovrannaturale è solo un sogno di vecchie donnicciole, di preti e di scrittori dell’orrore. Ma il paranaturale! E fino a che punto potrò resistere? Potrei reggere al pieno contatto con un’entità paramentale senza impazzire?

Oggi, mentre tornavo indietro, mi sono accorto che i miei sensi subivano una metamorfosi. San Francisco era una meganecropoli vibrante di paramentali ai confini della visibilità e dell’udibilità, e ogni isolato era un cenotafio surreale in cui si potrebbe seppellire un Dalì, e io ero uno dei morti viventi, consapevole di tutto con fredda gioia. Ma adesso ho paura perfino delle pareti di questa stanza!

Franz guardò, con una risata, la parete scialba accanto al letto, sotto l’esile disegno della torre della TV sullo sfondo rosso fluorescente, e commentò, rivolgendosi alla sua Amante dello Studioso: — Certo che era parecchio agitato, non credi, cara?

Poi tornò a riflettere. L’“Howard” nominato nel diario doveva essere Howard Phillips Lovecraft, col suo riprovevole ma innegabile odio per lo sciame degli immigrati che, secondo lui, minacciavano le tradizioni e i monumenti del suo amatissimo New England e dell’intera costa orientale. (E Lovecraft non ha revisionato i racconti di un tale che si chiamava Castries? Caster? Carswell?) Lui e Smith erano legati da un’amicizia epistolare. E l’allusione al Pitagora Nero bastava da sola a dimostrare che l’autore del diario aveva letto il libro di De Castries. E quei riferimenti a un Ordine Ermetico e a un Grande Cifrario (o “Libro cinquanta”) stuzzicavano l’immaginazione. Ma Smith (e chi poteva essere, se non lui?) era evidentemente terrorizzato, non meno che affascinato, dai deliri del suo eccentrico mentore. Lo si capiva ancor più chiaramente dall’annotazione successiva.

Mi hanno inorridito le parole con cui oggi Tiberius ha accennato trionfalmente alla scomparsa di Bierce e alla morte di Sterling e di Jack London. Non solo ha detto che si è trattato di suicidi (e io lo smentisco categoricamente, soprattutto nel caso di Sterling), ma che nelle loro morti c’erano altri elementi… elementi di cui quel vecchio diavolo sembra vantarsi!

Ridendo, ha detto: “Puoi stare sicuro di una cosa, ragazzo mio: tutti se la sono vista molto brutta, paramentalmente, prima di venire spenti o spinti nei loro grigi inferni paramentali. È molto doloroso, ma è la sorte comune dei Giuda… e dei piccoli ficcanaso”, ha aggiunto, guardandomi con minaccia da sotto le sopracciglia, bianche e cespugliose.

Che mi abbia ipnotizzato?

Perché continuo a recarmi da lui, ora che le minacce sono più numerose delle rivelazioni? Quel vago riferimento alle tecniche per fornire una traccia, un odore alle entità paranormali… è chiaramente una minaccia.

Franz aggrottò la fronte. Conosceva abbastanza bene il brillante circolo letterario che si riuniva a San Francisco all’inizio del secolo e sapeva che un numero stranamente elevato dei suoi membri aveva fatto una fine tragica: tra gli altri, lo scrittore di storie macabre Ambrose Bierce, sparito nel 1913 nel Messico dilaniato dalla rivoluzione; London, morto d’uremia e di avvelenamento da morfina poco tempo dopo; e il poeta fantastico Sterling, morto avvelenato negli anni Venti. Si ripromise di chiedere altre informazioni su quel cenacolo letterario a Jaime Donaldus Byers, alla prima occasione.

L’ultima annotazione del diario, che s’interrompeva a metà di una frase, era sullo stesso tono:

Oggi ho sorpreso Tiberio mentre faceva annotazioni con l’inchiostro nero su un registro del tipo usato per la contabilità. Il suo “Libro cinquanta”? Il Grande Cifrario? Ho intravisto una pagina, interamente piena di simboli astronomici e astrologici (è possibile che ce ne siano cinquanta?) prima che lui lo chiudesse di scatto e mi accusasse di spiarlo. Ho cercato di fargli cambiare argomento, ma lui non ha voluto parlare d’altro.

Perché torno da lui? Quell’uomo è un genio… anzi, un paragenio… ma è anche un paranoico!

Ha agitato minacciosamente il registro verso di me, e ha ridacchiato: “Forse vorresti entrare qui di nascosto, su quei piedini silenziosi, e rubarmelo! Sì, perché non lo fai? Significherebbe soltanto la tua fine, paramentalmente parlando! Non sentiresti alcun male. Oppure lo sentiresti?”

Sì, mio Dio, è ora che me

Lì il diario si interrompeva bruscamente.

Franz sfogliò le ultime pagine, tutte vuote, e poi sollevò lo sguardo in direzione della finestra, anche se dal letto si vedevano soltanto i muri, entrambi privi di qualsiasi segno particolare, dei due grattacieli. Gli venne in mente come tutto quel che incontrava fossero bizzarre fantasie sugli edifici: le inquietanti teorie di De Castries, Smith che vedeva San Francisco come una “mega-necropoli”, l’orrore di Lovecraft per i grattacieli di New York, i grattacieli del centro che Franz stesso aveva visto dal terrazzo di casa sua, il mare di tetti che aveva scrutato da Corona Heights, e lo stesso palazzo in cui abitava: quel vecchio edificio malconcio, con i corridoi bui e l’androne cavernoso, gli strani condotti d’aerazione e gli sgabuzzini, le finestre nere e i nascondigli.

12

Franz si preparò un altro caffè (ormai era giorno fatto) e tornò a letto, con alcuni libri presi dagli scaffali accanto alla scrivania. Per far loro posto, dovette buttare sul pavimento altri colorati fascicoli ricreativi. Scherzò con la sua Amante dello Studioso: — Diventi più tenebrosa e intellettuale, mia cara, ma non invecchi di un giorno e resti sempre sottile come quando eri ragazza. Come fai?

I nuovi libri erano una buona rappresentativa di quella che lui chiamava la sua biblioteca di consultazione del sovrannaturale. In maggioranza non erano i testi sull’occulto usciti negli anni più recenti, che nella stragrande maggioranza erano opera di ciarlatani e di impostori a caccia di quattrini, o di ingenui illusi che non conoscevano neppure la frangia erudita e accademica della crescente marea della stregoneria (e Franz era molto scettico anche nei confronti di quest’ultima), bensì libri che abbordavano il sovrannaturale in modo indiretto, ma su basi assai più solide. Li sfogliò rapidamente, con attenzione e con divertimento, mentre sorseggiava il caffè fumante. C’erano L’occulto subliminale del professor D.M. Nostig, libro curioso e intensamente scettico che demoliva rigorosamente tutte le affermazioni dei parapsicologi universitari e tuttavia trovava ancora un residuo inesplicabile; la spiritosa e profonda monografia di Montague, La burocrazia bianca, con la tesi che la civiltà era asfissiata e mummificata dalla burocrazia e dai documenti, burocratici e non, e dalla propria auto-osservazione, che diveniva una sorta di regressione all’infinito; le copie preziose e malconce di due volumetti estremamente rari, considerati spurii da molti critici, Ames et fantômes de douleur del marchese De Sade e Knockenmädchen in Pelze (mit Peitsche) di Sacher-Masoch; De profundis di Oscar Wilde e Suspiria de profundis (con “Le Tre Signore del Dolore”) di Thomas De Quincey, il vecchio mangiatore d’oppio e metafisico, entrambi libri “normali”, ma stranamente legati da qualcosa di più dei titoli; Il caso Mauritius di Jacob Wasserman; Viaggio al termine della notte di Céline; parecchi numeri del periodico Gnostica di Bonewist; Il glifo del ragno nel tempo, di Mauricio Santos-Lobos; e il monumentale Sesso, morte e paura del soprannaturale di Frances D. Lettland.

Per molto tempo la sua mente, fresca di energie del mattino, sfrecciò qua e là, beata nel bizzarro mondo evocato e sostenuto da quei libri, da De Castries e dal diario, e dai nitidi ricordi delle strane esperienze del giorno prima. Davvero, le città moderne erano i supremi misteri del mondo, e i grattacieli erano le loro cattedrali laiche.

Nello scorrere il poema in prosa delle Signore del Dolore in Suspiria, Franz si chiese, e non per la prima volta, se quelle creazioni di De Quincey avessero qualche collegamento con il cristianesimo. Certo, Mater Lachrymarum, Nostra Signora delle Lacrime, la sorella maggiore, ricordava la Mater Dolorosa, un nome della Vergine, e anche la seconda sorella, Mater Suspiriorum, Nostra Signora dei Sospiri… e perfino la terribile sorella più giovane, Mater Tenebrarum, Nostra Signora delle Tenebre. (De Quincey era partito con l’idea di scrivere un intero libro su di lei, Il regno delle tenebre, ma sembrava che non l’avesse mai fatto: quello sì che sarebbe stato interessante!) Ma no, i loro precursori venivano dal mondo classico (erano parallele alle tre Parche e alle tre Furie) e dai labirinti della coscienza, dilatata dalle droghe, dell’autore inglese, gran bevitore di laudano.

Intanto Franz aveva deciso come trascorrere la giornata, che prometteva di essere piuttosto bella. Per prima cosa, cercare quell’elusivo Rodi 607, e come inizio procurarsi la storia del palazzo anonimo in cui abitava, 811 Geary Street. Sarebbe stata un’ottima ricerca… e Cal e Gunnar ci tenevano a sapere qualcosa. Poi doveva tornare a Corona Heights, per controllare se da lassù aveva visto davvero la finestra del suo appartamento. Poi, nel pomeriggio, andare a trovare Jaime Donaldus Byers (prima telefonargli). E la sera, naturalmente, il concerto di Cal.

Sbatté le palpebre e si guardò intorno. Nonostante la finestra aperta, la sua stanza era piena di fumo. Con una risata di deprecazione, spense meticolosamente la sigaretta sull’orlo del portacenere pieno.

Il telefono squillò. Era Cal, che lo invitava a scendere per la piccola colazione. Franz fece la doccia, si rase la barba, si vestì e scese.

13

Sulla soglia, Cal aveva un’aria così dolce e così giovane nel vestito verde, con i capelli pettinati a coda di cavallo, che Franz avrebbe voluto abbracciarla e baciarla. Ma si accorse che aveva ancora la sua aria distaccata e pensierosa del tipo “mi conservo intatta per Bach”, e si fermò.

Cal disse: — Ciao, caro. Ho dormito proprio dodici ore, come avevo minacciato orgogliosamente. Dio è misericordioso. Ti vanno, anche oggi, le uova? Per la verità è quasi ora di pranzo. Versati da solo il caffè.

— Non fai più esercizi, oggi? — chiese Franz, lanciando un’occhiata all’organo elettronico.

— Sì, ma non con quello. Nel pomeriggio suonerò tre o quattro ore con il clavicembalo del concerto.

Franz bevve il caffè con la panna e seguì la poesia del movimento di Cal, che, con aria sognante, rompeva le uova: un inconsapevole balletto di ovali bianchi e di polpastrelli sottili, un po’ appiattiti dai tasti. Si scoprì a paragonarla a Daisy e perfino alla sua Amante dello Studioso. Quest’ultima e Cal erano entrambe snelle, intellettuali, piuttosto taciturne, chiaramente toccate dalla Dea Bianca, sognanti ma disciplinate. Anche Daisy aveva avuto un tocco della Dea Bianca: poetessa, disciplinata anche lei, si era conservata altrettanto intatta… per un tumore al cervello. Franz si affrettò ad allontanare dalla mente il pensiero.

Ma l’aggettivo che si addiceva a Cal era sicuramente Bianca. Non era una Signora delle Tenebre, ma una Signora della Luce, e in eterna opposizione con l’altra: come lo Yang contro lo Yin, come Ormuzd contro Ahriman… Sì, nel nome di Robert Ingersoll!

E aveva davvero l’aria di una scolaretta, e la sua faccia era una maschera di gaia innocenza e di buon comportamento. Ma poi Franz ricordò la sua reazione al primo brano di un concerto. Lui le stava seduto vicino, un po’ da una parte, e così aveva potuto osservarla di profilo. Come per una magìa improvvisa, Cal era diventata una persona che prima lui non aveva mai visto, e che per un momento, non avrebbe più voluto rivedere. Aveva chinato il mento contro il collo, aveva dilatato le narici, il suo occhio era diventato onniveggente e spietato, le labbra si erano strette piegandosi quasi malignamente agli angoli, verso il basso, come una spietata maestra di scuola, ed era stato come se dicesse: “Adesso, statemi bene a sentire, voi archi e anche lei, signor Chopin. Cercate di suonare perfettamente, altrimenti io…!” Era la sua aria della giovane professionista.

— Mangiale finché sono calde — mormorò Cal, mettendogli davanti il piatto. — Ecco il toast. È già imburrato.

Dopo un po’, gli chiese: — Come hai dormito?

Lui le parlò delle stelle.

Cal commentò: — Sono lieta che tu creda in qualcosa.

— Sì, è vero, in un certo senso — dovette ammettere Franz. — San Copernico, almeno, e Isaac Newton.

— Mio padre imprecava anche su di loro — gli disse Cal. — Una volta, mi ricordo, addirittura su Einstein. Anch’io avevo incominciato a farlo, ma mia madre mi aveva dissuasa gentilmente. Secondo lei, era troppo da maschiaccio.

Franz sorrise. Non parlò delle letture di quel mattino né degli eventi del giorno prima: non gli sembravano argomenti adatti, per il momento.

Fu Cal a dire: — Mi è sembrato che Saul sia stato molto carino, ieri sera. Mi piace come flirta con Dorotea.

— Gli piace fingere di scandalizzarla.

— E a lei piace fingersi scandalizzata — confermò Cal. — Credo che le regalerò un ventaglio, per Natale, solo per avere la gioia di vedere come l’adopera. Però non so se mi fiderei di lasciare Saul da solo con Bonita.

— Chi, il nostro Saul? — chiese Franz, con uno stupore simulato solo in parte. Gli riaffiorò il ricordo, nitido e fastidioso, della risata che gli era parso di udire sulle scale, la mattina precedente: una risata viva, pruriginosa, con un sottinteso di sesso e di contatti fisici.

— La gente rivela sfumature di comportamento inaspettate — osservò lei, placida. — Tu sei pieno d’energia, questa mattina. Quasi invadente, ma ti fermi in considerazione del mio umore. Però, sotto sotto, sei pensieroso. Che progetti hai, per oggi?

Franz glieli disse.

— Mi sembra un buon programma. Ho sentito dire che la casa di Byers è una roba spaventosa. O forse intendevano dire che è esotica. E mi piacerebbe davvero sapere qualcosa di Rodi 607. Sai, sbirciare da dietro la spalla dell’“intrepido Cortez” e vedere la cosa, quello che è, “silenziosa su una vetta del Darien”. E scoprire la storia di questo palazzo, come si chiedeva Gunnar. Sarebbe affascinante. Bene, adesso dovrei prepararmi.

— Ci vediamo, prima del concerto? Ti accompagno io? — domandò Franz, alzandosi.

— No, non prima del concerto, credo — disse Cal, pensierosa. — Dopo. — Gli sorrise. — È un sollievo sapere che ci sarai. Fa’ attenzione, Franz.

— Fa’ attenzione anche tu, Cal.

— Quando ho un concerto, mi avvolgo tutta nella bambagia. No, aspetta.

Andò verso di lui, a testa alta, continuando a sorridere. Franz l’abbracciò, prima di baciarla. Cal aveva le labbra morbide e fresche.

14

Un’ora più tardi, un giovane serio e simpatico, nell’archivio municipale, informò Franz che l’811 Geary Street veniva designato nel suo ufficio come Isolato 320, Lotto 23.

— Per quanto riguarda la precedente storia del lotto — disse — dovrebbe andare all’Edilizia. Là dovrebbero saperlo, perché hanno i registri della tassa di edificazione.

Franz attraversò il grande ed echeggiante corridoio di marmo, dal soffitto altissimo, ed entrò nell’ufficio dell’assessorato all’edilizia, che fiancheggiava l’ingresso principale del municipio. I due grandi idoli civici, pensò, nonché le nostre guardie: le scartoffie e le tasse.

Una donna dall’aria preoccupata e dai capelli rossi che cominciavano già a dare sul grigio gli disse: — Deve andare all’ufficio licenze edilizie nell’altro palazzo del municipio, dall’altra parte della strada, alla sua sinistra uscendo, e vedere quando è stata presentata la domanda di costruzione. Con questa informazione, potremo subito aiutarla. Dovrebbe essere semplice. Non sarà necessario risalire a tempi molto lontani: quella zona è crollata tutta nel 1906.

Franz eseguì, pensando che quella faccenda si era trasformata da una fantasia a un balletto di edifici. La ricerca su un semplice palazzo l’aveva portato a qualcosa che si poteva definire il “minuetto del girotondo burocratico”. Senza dubbio, a questo punto, gli scocciatori (tali, infatti, erano, agli occhi degli impiegati, gli utenti del servizio pubblico) dovevano scocciarsi e lasciar perdere… ma lui li avrebbe fregati tutti! Era ancora traboccante di energia, come aveva osservato Cal.

Sì, un balletto nazionale di tutti gli edifici, grandi e piccoli, grattacieli e baracche, e tutti sorgono e stregano per un po’ le nostre strade, e alla fine crollano, con l’aiuto dei terremoti oppure no, al suono della proprietà, del denaro e dei documenti, con un’orchestra sinfonica di milioni di impiegati e di burocrati, tutti intenti a leggere e a scarabocchiare con diligenza i loro pezzetti di carta appartenenti alla partitura infinita di quel concerto, che alla caduta degli edifici finiscono nelle macchine tranciadocumenti, schierate in riga, come file di violini, però non sono Stradivari ma Stracciafogli. E su tutto cade la nevicata di pezzetti di carta.

Nell’altro palazzo, di stile moderno con i soffitti bassi, Franz rimase piacevolmente sorpreso (ma il suo cinismo subì un affronto) quando un giovane cinese corpulento, debitamente invocato mediante la formula rituale dei numeri dell’isolato e del lotto, in due minuti gli porse un vecchio modulo prestampato, compilato con un inchiostro che era diventato marrone, e che incominciava con: “Richiesta di licenza edilizia per la costruzione di un edificio di mattoni a 7 piani con struttura d’acciaio sul lato sud di Geary Street, 8 metri a ovest di Hyde Street, per il costo preventivato di dollari 74.870, destinato a uso albergo”, e finiva con: “domanda presentata il 15 luglio 1925”.

Il primo pensiero di Franz fu che Cal e gli altri avrebbero tirato un sospiro di sollievo nell’apprendere che l’edificio aveva una struttura d’acciaio: se l’erano chiesti spesso, quando avevano parlato di terremoti, e non erano mai riusciti a trovare una risposta soddisfacente. Il suo secondo pensiero fu che l’edificio era molto recente, quasi una delusione: la data di costruzione era quella della San Francisco di Dashiell Hammett… e di Clark Ashton Smith. Comunque, i grandi ponti non erano stati ancora costruiti, e tutto il loro lavoro lo sbrigavano i traghetti. Cinquant’anni erano un’età rispettabile.

Franz copiò quasi tutti i dati scritti in inchiostro marrone, restituì il documento al giovanotto grasso (che, tutt’altro che imperscrutabile come voleva la tradizione dei cinesi da romanzo, sorrise) e tornò all’ufficio dell’assessorato, facendo dondolare baldanzosamente la borsa. La donna dai capelli rossi era andata a preoccuparsi altrove, e due vecchietti claudicanti ricevettero le sue informazioni con aria dubbiosa ma alla fine si degnarono di consultare un computer chiedendosi scherzosamente se funzionasse. Comunque, sotto l’aria ironica, si vedeva benissimo che provavano un senso di reverenza.

Uno dei due premette vari pulsanti e poi lesse su uno schermo, invisibile al pubblico: — Ecco, licenza concessa il 9 settembre 1925, costruito nel 1926. Costruzione ultimata in giugno.

— C’era scritto che era destinato a uso albergo — disse Franz. — Può dirmi che nome aveva?

— Dovrà consultare un annuario. Noi non ne abbiamo, di quell’epoca. Provi alla biblioteca di fronte.

Diligente, Franz attraversò l’ampia distesa grigia, con piccoli alberi distanziati e scuri, e piccole fontanelle e due lunghe vasche d’acqua increspate dal vento. Ai quattro lati, gli edifici pubblici si ergevano maestosi, e quasi tutti erano massicci e anonimi, tolti il municipio, dietro di lui, che aveva la cupola classica, e la grande biblioteca pubblica, che era ornata con i nomi dei grandi pensatori e scrittori americani; e uno di questi ultimi (un punto per noi) era Poe. Un isolato più a nord, il Federal Building, cupo, severo e interamente moderno (era tutto vetri), vigilava come un sospettoso fratello maggiore.

Franz, che si sentiva euforico e protetto dalla fortuna, si affrettò. Aveva ancora molte cose da fare, quel giorno, e il sole già alto gli ricordava che il tempo passava. Entrò, attraversò la calca di giovani donne severe e occhialute, di bambini, di hippy con giubbe borchiate, e di vecchi fissati (i lettori tipici), restituì due libri, e senza attendere altro prese l’ascensore che lo portò al corridoio del secondo piano, che era vuoto. Nella silenziosa ed elegante sala San Francisco, una signora dall’aria un po’ sofisticata gli sussurrò che gli annuari della città arrivavano solo al 1918, e quelli successivi (roba più dozzinale?) erano nella sala dei cataloghi al primo piano, dove c’erano le cabine telefoniche.

Un po’ deluso, ma non troppo, Franz scese nella grande sala, fantasticamente alta, a lui ben nota. Nel secolo precedente e nei primi anni di quello attuale, le biblioteche erano state costruite nello stesso spirito delle banche e delle stazioni ferroviarie: tutte pompa e orgoglio. In un angolo isolato tra alti scaffali stracarichi, trovò la fila di volumi che cercava. Tese la mano verso il 1926, poi verso il 1927; quello doveva elencare di sicuro l’albergo, se era esistito. E adesso veniva il bello! Cercare gli indirizzi nominati nella domanda di licenza edilizia e trovare l’albergo; naturalmente era necessaria un po’ di pazienza, perché doveva controllare gli indirizzi di tutti gli alberghi (che potevano essere indicati facendo riferimento alle strade trasversali anziché ai numeri civici) e magari anche quelli delle case albergo.

Prima di sedersi, diede un’occhiata all’orologio da polso. Dio, era più tardi di quanto non avesse pensato. Se non si sbrigava, rischiava di arrivare a Corona Heights dopo che il sole aveva lasciato la fenditura tra i grattacieli, troppo tardi per il controllo che intendeva compiere. E i volumi come quello non venivano dati in prestito.

Impiegò solo un paio di secondi per arrivare a una decisione. Dopo essersi dato un’occhiata attorno, apparentemente distratta, ma in realtà attentissima, per assicurarsi che in quel momento nessuno lo guardasse, infilò l’annuario nella borsa e uscì con indifferenza dalla sala dei cataloghi, e prelevò un paio di tascabili da uno degli espositori girevoli, a casaccio. Poi scese la grande scala marmorea, abbastanza ampia e maestosa per girarvi la scena del trionfo in un film epico sull’antica Roma. Si sentiva addosso gli occhi di tutti, ma sapeva che non era vero. Si fermò al banco per far registrare i due tascabili e per infilarli ostentatamente nella borsa, poi si allontanò senza dare neppure un’occhiata all’usciere, che non guardava mai nelle borse (a quanto aveva notato Franz) di chi, prima, era passato a farsi dare un libro in prestito, al banco.

Franz faceva raramente cose del genere, ma le promesse di quel giorno erano tali che valeva la pena di correre qualche piccolo rischio.

Fuori, c’era un 19-POLK in arrivo. Lo prese, pensando con una certa soddisfazione che adesso era diventato uno dei cleptomani di Saul. Un urrah per l’agire d’impulso!

15

Arrivato a casa sua, all’811 Geary Street, Franz diede un’occhiata alla posta (niente che meritasse di essere aperto subito) e poi si guardò intorno. Aveva lasciato aperto il finestrino sopra il battente. Dorotea aveva ragione: un individuo magro e atletico poteva introdursi da lì. Lo chiuse, poi si affacciò alla finestra e controllò da una parte e dall’altra, in alto (c’era una finestra come la sua, poi il tetto), e in basso (quella di Cal, due piani più sotto, poi altre tre, e infine il sudicio fondo del cortiletto interno, un cul-de-sac pieno di cianfrusaglie cadute durante gli anni). Nessuno poteva arrivare alla sua finestra, a meno di usare una lunga scala. Ma notò che la finestra del suo bagno distava soltanto un passo da quella dell’appartamento accanto. Andò ad assicurarsi che fosse ben chiusa.

Poi staccò dalla parete il grande schizzo nero della torre TV, che spiccava sul vivace sfondo rosso fluorescente, e l’incastrò nella finestra aperta, con la parte rossa verso l’esterno, fissandolo con puntine da disegno. Ecco! Illuminato dal sole, sarebbe stato inconfondibile, da Corona Heights.

Indossò un maglioncino sotto la giacca (sembrava che facesse un po’ più fresco del giorno prima) e s’infilò in tasca un altro pacchetto di sigarette. Non indugiò per prepararsi un sandwich (in fin dei conti, aveva mangiato due toast da Cal), e all’ultimo momento si ricordò di mettersi in tasca il binocolo e la cartina, e il diario di Smith: forse avrebbe avuto bisogno di consultarlo, a casa di Byers. (Gli aveva telefonato, prima, e aveva ricevuto uno dei suoi soliti inviti, loquaci ma piuttosto indifferenti, ad andarlo a trovare quando voleva, nel pomeriggio, e a restare per la festicciola della sera, se voleva. Alcuni ospiti sarebbero venuti in maschera, ma il costume non era obbligatorio.)

Come tocco finale, piazzò l’annuario del 1927 nel punto corrispondente al sedere della sua Amante dello Studioso, e con una carezza intima le disse in tono allegro: — Ecco, mia cara, ti ho trasformata in una ricettatrice di libri rubati: ma non preoccuparti, restituirai il maltolto.

Poi, senza ulteriori commiati, chiuse con due giri di chiave la porta e se ne andò nel vento e nel sole.

All’angolo non c’erano autobus in arrivo, perciò si avviò per gli otto brevi isolati in direzione di Market Street, a passo sostenuto. In Ellis Street impiegò qualche secondo per guardare (tributare un piccolo atto di adorazione?) il suo albero preferito di tutta San Francisco: un pino a candeliere alto sei piani, sostenuto da alcuni cavi metallici robusti e sottili, che agitava le verdi dita sopra una staccionata di legno marrone bordato di giallo, fra due edifici più alti, in una stretta area non edificata, trascurata chissà come dai satrapi dei grattacieli. Bastardi inefficienti!

Un isolato più avanti, l’autobus lo raggiunse e lui salì: aveva già fatto gran parte della strada, ma con l’autobus avrebbe risparmiato un minuto. Quando prese la coincidenza con I’N-JUDAH nella Market Street, ebbe un soprassalto (e dovette scostarsi in fretta) perché un ubriaco pallido, che portava un abito sformato, sporco, grigio chiaro (ma senza camicia), arrivò in diagonale, uscito dal nulla e, a quanto pareva, diretto al suo stesso tram. Pensò: “A momenti mi veniva un colpo…” e poi scacciò quel pensiero, come aveva fatto in casa di Cal quando gli era venuta in mente la malattia che aveva ucciso Daisy.

Anzi, scacciò tanto bene ogni pensiero cupo, da avere l’impressione che il cigolante tram risalisse Market Street e poi Duboce Street, nella viva luce del sole, come il carro del generale ritornato vincitor in un trionfo romano. (E lui non doveva indossare la toga rossa e avere accanto uno schiavo che gli rammentava continuamente a bassa voce: “Ricorda che sei mortale”? Fantasticheria affascinante!) Smontò all’imboccatura della galleria e salì l’erta Duboce Street, respirando profondamente. Quel giorno sembrava meno ripida, o forse lui era più fresco. (Ed è sempre più facile salire che scendere, se si ha fiato a sufficienza, dicevano gli esperti alpinisti.) Anche il quartiere sembrava particolarmente ordinato e accogliente.

In cima, due giovani che si tenevano per mano (evidentemente una coppia d’innamorati) stavano entrando fra le ombre screziate e le verdi profondità del parco Buena Vista. Perché quel luogo, il giorno prima, gli era sembrato tanto sinistro? Qualche altra volta avrebbe percorso quel sentiero fino al punto più alto del parco piacevolmente frondoso e poi sarebbe sceso dall’altra parte, nel festoso Haight, a torto ritenuto pericoloso. Insieme a Cal, e magari anche agli altri: il picnic proposto da Saul.

Ma quel giorno l’attendeva un altro percorso: aveva altro da fare. Una cosa urgente, per di più. Diede un’occhiata all’orologio e proseguì a passo svelto, soffermandosi appena ad ammirare la splendida vista della cresta di Corona Heights dalla cima di Park Hill. Poco dopo varcò il cancelletto della recinzione di rete metallica e attraversò il prato verde, dietro pendii bruni coronati di rocce. Alla sua destra, due bambine, sull’erba, servivano una specie di tè delle bambole. Guarda, erano le stesse che aveva visto correre il giorno prima. E lì vicino, il loro sanbernardo stava sdraiato accanto a una giovane donna in blue jeans sbiaditi, che gli accarezzava con una mano il folto mantello mentre con l’altra si pettinava i lunghi capelli biondi.

E sulla sinistra due dobermann (per Dio, gli stessi!) stavano allungati a sbadigliare accanto a un’altra coppia di giovani, sdraiati vicino ma senza toccarsi. Quando Franz rivolse loro un sorriso, l’uomo lo ricambiò e agitò la mano in un vago gesto di saluto. Era davvero, come avrebbe detto un poeta dei luoghi comuni, “una scena idilliaca”. Tutto diverso dal giorno prima. Adesso l’ipotesi di Cal sui tenebrosi poteri parapsicologici delle bambine sembrava eccessiva, anche se affascinante.

Avrebbe voluto indugiare, ma il tempo passava. Devo andare a casa di Taffy, pensò ridacchiando tra sé. Salì per l’irregolare pendìo coperto di ghiaia (non era poi tanto ripido!) soffermandosi solo una volta per riprendere fiato. Sopra la sua spalla la torre della TV si ergeva altissima, colorata, fresca e vistosa ed elegante come una puttana nuova di zecca (perdonami, Dea). Franz si sentiva un po’ pazzo.

Quando arrivò alla Corona, notò una cosa che il giorno prima gli era sfuggita. Molte rocce, almeno da quella parte, erano state scarabocchiate con vernici spray chiare e scure e di vari colori, ormai quasi tutte sbiadite. I nomi e le date erano molto meno frequenti delle figure. Stelle irregolari a cinque e a sei punte, un sole, falci, triangoli e quadrati. E c’era un fallo piuttosto stilizzato, con accanto un segno che sembrava una coppia di parentesi: la yoni e il lingam. A Franz venne in mente nientemeno che il Grande Cifrario di De Castries! Sì, notò con un sogghigno: c’erano simboli che potevano essere considerati astronomici o astrologici. I cerchi con croci e frecce… Venere e Marte. E un disco con le corna poteva essere il Toro.

Certo hai degli strani gusti in fatto di arredamento della casa, Taffy, pensò. E adesso controlliamo se sei andato a rubare il mio osso.

Comunque, scrivere con la vernice spray sulle rocce era un’abitudine diffusa in quei tempi progressisti e giovanilistici. I graffiti delle alture. Però, ricordava che all’inizio del secolo il mago nero Aleister Crowley aveva trascorso un’intera estate dipingendo a enormi lettere rosse, sui pontili del fiume Hudson, FA’ CIÒ CHE VUOI È L’UNICO COMANDAMENTO e OGNI UOMO E OGNI DONNA SONO STELLE, per scandalizzare e istruire i newyorkesi che passavano in barca sul fiume. Si chiese malignamente che aspetto sarebbero venute ad avere, dopo una cura a base di allegre vernici spray, le misteriose montagne coronate di rocce che figuravano in Colui che sussurrava nel buio e nell’Orrore di Dunwich e nelle Montagne della follia di Lovecraft, dove ogni monte era alto come l’Everest (o anche in Un frammento del Mondo delle Tenebre di Fritz Leiber, se era solo per quello).

Ritrovò il seggio di pietra del giorno prima e decise di fumare una sigaretta per calmarsi i nervi, riprendere fiato e rilassarsi, sebbene fosse impaziente di controllare se aveva preceduto il sole. In effetti sapeva di esserci riuscito, anche se con un margine minimo: gliel’assicurava l’orologio.

La giornata era ancora più chiara e soleggiata di quella che l’aveva preceduta. Il forte vento dell’ovest aveva spazzato l’aria e si era fatto sentire fino a San José, che adesso non era coperta dal solito cuscino di smog. Le piccole vette lontane oltre le città dell’East Bay e a nord, nella Marin County, spiccavano nitide. I ponti splendevano.

Perfino il mare di tetti sembrava calmo e amichevole, quel giorno. Franz si sorprese a pensare all’incredibile numero di vite che ospitava, più di settecentomila, mentre un numero ancor più alto lavorava sotto quei tetti: una parte delle immense schiere di pendolari convogliate ogni giorno a San Francisco dai ponti e dalle autostrade e dalla metropolitana BART che passava sotto le acque della baia.

Individuò a occhio nudo la fenditura in fondo alla quale c’era la sua finestra (era piena di sole), e poi tirò fuori il binocolo. Non si preoccupò di appenderselo a tracolla: aveva le mani salde, adesso. Sì, c’era quel rosso fluorescente: sembrava che riempisse la finestra perché lo scarlatto spiccava molto, ma si vedeva che occupava solo il quarto a sinistra in basso. Franz poteva quasi vedere il disegno… no, sarebbe stato troppo: le linee nere erano troppo sottili.

Con tanti saluti ai dubbi di Gunnar (e ai suoi), il giorno prima aveva davvero individuato la sua finestra. Strano, però, come la mente umana fosse capace di gettare dubbi persino su se stessa, pur di spiegare le cose insolite e non convenzionali che pure aveva visto con inconfondibile chiarezza. La mente umana ti lasciava a metà percorso: era una sua caratteristica.

Ma quel giorno, senza dubbio, la visibilità era eccezionale. La Coit Tower, giallo chiara, su Telegraph Hill, che un tempo era stata la struttura più alta di San Francisco e che adesso era una cosuccia da nulla, spiccava sullo sfondo della baia azzurra e il globo celeste-dorato della Columbus Tower… una perfetta gemma antica accanto alle ordinate feritoie delle finestre della Transamerica Pyramid, che sembravano le perforazioni di una scheda meccanografica. E le alte finestre rotonde a poppa del vecchio Hobart Building, che aveva la forma di una nave (una facciata simile alla maestosa e ornatissima cabina dell’ammiraglio su un galeone), accanto alle secche linee verticali d’alluminio del nuovo Wells Fargo Building, torreggiante su di esso come un mercantile interstellare in attesa della partenza. Franz girò il binocolo, regolando il fuoco senza fatica. Oh, si era sbagliato sul conto della Grace Cathedral, con le sue vetrate riccamente colorate e oscuramente suggestive. Accanto alla massa priva di fantasia dei Cathedral Apartments si vedeva il suo esile campanile che si ergeva come uno stiletto seghettato, con sulla punta una piccola croce d’oro.

Franz diede un’altra occhiata alla fenditura della sua finestra, prima che l’ombra l’inghiottisse. Forse avrebbe potuto vedere davvero il disegno, se avesse messo perfettamente a fuoco il binocolo…

Mentre stava guardando, il rettangolo di cartone fluorescente venne strappato via. Dalla sua finestra si sporse una cosa pallida che alzò le lunghe braccia e le agitò verso di lui, selvaggiamente. E in basso, tra quelle braccia, Franz scorse la faccia protesa, una maschera sottile come quella di un furetto, un triangolo di colore bruno pallido senza lineamenti, due punte in alto che potevano essere occhi o orecchie e una che terminava in basso in un mento aguzzo… no, in un muso… o in una corta proboscide… una bocca avida che sembrava fatta per succhiare il midollo delle ossa. Poi l’entità paramentale uscì dal binocolo e si protese verso i suoi occhi.

16

L’istante successivo, Franz udì un clang sordo e un debole tintinnìo, e si ritrovò a osservare a occhio nudo lo scuro mare di tetti, cercando di individuare una cosa svelta e pallida che gli dava la caccia e che approfittava di ogni riparo per nascondersi: un comignolo, una cupola, un serbatoio dell’acqua, un attico grande o piccolo, una grossa tubatura, un cassonetto per i rifiuti, un lucernario, il basso muretto di un terrazzo, il parapetto di un pozzo di ventilazione. Il cuore gli batteva all’impazzata; respirava affannosamente.

Freneticamente, i suoi pensieri guizzarono in un’altra direzione; cominciò a scrutare i pendii intorno a lui, e la protezione offerta dalle rocce e dai cespugli. Chi sapeva con quale velocità si spostava un paramentale? Come un ghepardo? Come il suono? Come la luce? Forse era già tornato a Corona Heights. Vide anche il suo binocolo, ai piedi della roccia contro cui l’aveva scagliato involontariamente quando aveva proteso convulsamente le mani per allontanare quella cosa dai suoi occhi.

Si arrampicò fino alla vetta. Nel verde prato sottostante, le bambine se n’erano andate, con la loro accompagnatrice e l’altra coppia e i tre animali. Ma mentre stava notando questo, un grosso cane (uno dei dobermann? o qualcosa d’altro?) l’attraversò a balzi, verso di lui, e sparì dietro un ammasso di rocce ai piedi del pendìo. Franz aveva pensato di scendere da quella parte… ma non poteva farlo con quel cane (e quanti altri? e cos’altro?) in agguato. C’erano troppi nascondigli, su quel versante di Corona Heights.

Scese in fretta, montò sul suo sedile di pietra, e restò immobile a guardare, socchiudendo gli occhi, finché non trovò la fenditura dove c’era la sua finestra. Era coperta dall’ombra; anche col binocolo non sarebbe riuscito a vedere niente.

Balzò giù, sul sentiero, aggrappandosi alle rocce, e lanciando rapide occhiate intorno a sé, raccolse il binocolo rotto e se l’infilò in tasca, anche se non gli piaceva il modo con cui le lenti tintinnavano… e neppure lo scricchiolìo della ghiaia sotto i suoi cauti passi, a dire il vero. Piccoli suoni come quelli potevano tradire la posizione di una persona.

Una cosa vista per un solo istante non poteva cambiare a tal punto la vita, vero? Eppure era stato così.

Tentò di rimettere ordine nella sua situazione, senza abbassare la guardia. Tanto per cominciare, le entità paramentali non esistevano: facevano semplicemente parte della pseudo-scienza anni 1890 di De Castries. Ma lui ne aveva vista una; e, come aveva detto Saul, non c’era altra realtà che quella delle sensazioni immediate di un individuo. Vista, udito, dolore: questi erano reali. Nega la tua mente, nega le tue sensazioni, e negherai la realtà. Perfino il tentativo di razionalizzare era una negazione. Ma naturalmente c’erano le sensazioni false, le illusioni ottiche e le altre illusioni… Ma andiamo! Prova a dire a una tigre, mentre ti balza addosso, che è un’illusione! Perciò restavano solo l’allucinazione e, ovviamente, la pazzia. Erano parti della realtà mentale… e chi poteva dire fin dove si spingeva, la realtà mentale? Come aveva detto Saul: “Chi crede a un pazzo se dice di avere appena visto uno spettro? È una realtà interiore o una realtà esterna? Chi può dirlo?” Comunque, pensò Franz, doveva tenere ben presente la possibilità di essere pazzo… senza per questo abbassare la guardia.

E mentre pensava, si muoveva con cautela, e tuttavia rapidamente, scendendo il pendìo, tenendosi un po’ lontano dal sentiero di ghiaia per fare meno rumore, pronto a balzare via se qualcosa si fosse avventato verso di lui. Continuò a lanciare occhiate da una parte e dall’altra e a voltarsi indietro, notando i possibili nascondigli e le distanze. Aveva l’impressione che qualcosa di grossa taglia lo stesse seguendo, qualcosa di straordinariamente astuto, che si muoveva da un riparo all’altro, qualcosa di cui lui vedeva (o credeva di vedere) soltanto l’ultimo guizzo prima che sparisse. Uno dei cani? O più di uno? Forse aizzati da quelle bambine dalla faccia estatica e dal piede leggero? Oppure…? Si ritrovò a immaginare che non erano cani, ma ragni, grossi come i cani e altrettanto pelosi. Una volta, a letto, con i seni e le braccia illuminati dalla prima luce dell’alba, Cal gli aveva confidato un sogno, in cui due grossi levrieri russi che la seguivano si erano trasformati in due ragni, altrettanto grandi, con lo stesso elegante pelame color crème…

E se ci fosse stato un terremoto proprio adesso (lui doveva tenersi pronto a tutto), e il suolo si fosse aperto in crepe fumanti e avesse inghiottito i suoi inseguitori… e anche lui?

Giunse ai piedi della cresta, e poco dopo girò intorno al museo Josephine Randall Junior. La sensazione di essere seguito si attenuò… o almeno quella di essere seguito da vicino. Era piacevole trovarsi di nuovo a poca distanza dalle abitazioni umane, anche se sembravano vuote e anche se dietro gli edifici poteva nascondersi chissà cosa. Quello era il posto dove insegnavano ai bambini e alle bambine a non aver paura dei ratti e dei pipistrelli e delle tarantole giganti e di altre entità. Dov’erano i bambini, comunque? Un saggio Pifferaio di Hamelin li aveva condotti lontano da quella località pericolosa? Oppure erano saliti tutti sul camioncino del Sidewalk Astronomer ed erano partiti verso altre stelle? Con i suoi terremoti e le sue invasioni di grandi ragni pallidi e di entità ancor più malsane, San Francisco non era più una città sicura. Oh, sciocco, sta’ in guardia!

Quando si lasciò alle spalle l’edificio basso e scese la rampa, passando davanti ai campi da tennis, e raggiunse finalmente la breve strada trasversale senza uscita che segnava il confine di Corona Heights, i suoi nervi si calmarono un po’, e anche il turbine dei suoi pensieri rallentò; tuttavia sussultò atterrito quando udì giungere, da chissà dove, un brusco stridore di pneumatici sull’asfalto, e per un momento pensò che l’auto parcheggiata all’altra estremità della via laterale si fosse lanciata verso di lui, guidata da quei poggiatesta che sembravano piccole pietre tombali.

Mentre si avvicinava a Beaver Street, scendendo una stretta scalinata fra due edifici, ebbe un’altra fuggevole visione di un terremoto dietro di lui, e di Corona Heights, convulsa ma intatta, che sollevava le grandi spalle brune e la testa rocciosa e si scrollava di dosso il museo Josephine Randall Junior, per poi scendere in città.

Solo quando si avviò lungo Beaver Street cominciò finalmente a incontrare qualcuno. Gli tornò in mente, come se quel ricordo appartenesse a una vita precedente, la sua intenzione di andare a trovare Byers (gli aveva perfino telefonato), e si chiese se doveva farlo o no. Non era mai stato da lui: i suoi precedenti incontri con lui, a San Francisco, erano avvenuti nell’appartamento di un comune amico, nell’Haight. A Cal, qualcuno aveva detto che quella casa faceva venire i brividi; però non lo sembrava, dall’esterno, con la fresca tinteggiatura verde-oliva e i fregi dorati.

Prese improvvisamente la decisione quando un’ambulanza, sulla Castro Street che lui aveva appena attraversato, si lanciò a sirene spiegate verso di lui, e quel suono atroce e snervante gli divenne all’improvviso insopportabile, mentre il veicolo attraversava Beaver Street. Franz si catapultò su per i gradini, verso la porta color oliva, lievemente arabescata d’oro, e cominciò a battere il martelletto bronzeo a forma di tritone.

Poi, all’improvviso, capì che l’idea di non tornare subito a casa sua, all’811, gli era tutt’altro che antipatica. Casa sua era pericolosa quanto Corona Heights, se non di più.

Dopo un’attesa esasperante, la maniglia di lucido ottone ruotò, la porta cominciò a schiudersi, e una voce, magniloquente come quella di Vincent Price nelle sue parti più deliranti, disse: — Sì, avevano bussato davvero. Oh, ma è Franz Westen. Avanti, avanti. Ma hai l’aria sconvolta, mio caro Franz, come se ti avesse portato qui l’ambulanza che è appena passata. Cos’hanno combinato ancora, quelle malvage e imprevedibili strade?

Appena Franz fu ragionevolmente sicuro che il volto piuttosto teatrale e la barba ben curata erano proprio quelli di Byers, entrò dicendo: — Chiudi la porta. Sono davvero sconvolto. — E intanto scrutava l’ingresso riccamente arredato, la grande e affascinante stanza di fronte a esso, la scala coperta da una spessa passatoia (saliva verso un pianerottolo illuminato della calda tonalità della luce che filtrava dai vetri istoriati) e il buio corridoio dietro la scala.

Dietro di lui, Byers stava dicendo: — Tutto a suo tempo. Ecco, ho chiuso a chiave, e ho anche tirato il catenaccio, se questo può tranquillizzarti. E adesso, vuoi un po’ di vino? Con un po’ di liquore dentro, direi, a giudicare dalle tue condizioni. Ma dimmi subito se devo chiamare un medico, così non dovremo più preoccuparci.

Adesso stavano uno di fronte all’altro. Jaime Donaldus Byers aveva all’inarca l’età di Franz, cioè sui quarantacinque anni, altezza media, e il portamento orgoglioso e disinvolto di un attore. Indossava una giacca verde di foggia indiana (“giacca Nehru”) con passamanerie dorate, calzoni uguali, sandali di pelle, e una lunga vestaglia viola, aperta ma stretta in vita da una fascia. I capelli castano-rossi, ben pettinati, gli ricadevano sulle spalle. Il pizzo e i baffetti sottili erano ben curati. La carnagione pallida e olivastra, la fronte nobile e i grandi occhi brillanti avevano un che di elisabettiano, facevano pensare a Edmund Spenser. E Byers lo sapeva benissimo.

Franz, la cui attenzione era in tutt’altre faccende affaccendata, disse: — No, no, niente medico. E niente alcool, questa volta. Ma se potessi avere del caffè…

— Ma subito, mio caro Franz. Vieni con me in soggiorno. È tutto là. Ma cosa ti ha sconvolto? Che cosa ti insegue?

— Ho paura… — rispose laconicamente Franz, e si affrettò ad aggiungere: — … dei paramentali.

— Oh, è così che si chiama la grande minaccia, adesso? — disse in tono leggero Byers; però, nell’udire la parola, aveva socchiuso bruscamente gli occhi. — Avevo sempre creduto che fosse la mafia. O la Cia? Oppure qualcosa del tuo I segreti del sovrannaturale, qualche novità? E si può sempre contare sulla Russia. Io mi aggiorno solo irregolarmente. Vivo saldamente nel mondo dell’arte, dove la realtà e la fantasia sono una cosa sola.

Si voltò e lo precedette nel soggiorno, accennandogli di seguirlo. Nell’avanzare verso la stanza, Franz notò un miscuglio di odori: caffè appena fatto, vini e liquori, un incenso pesante e un profumo più acuto. Pensò fuggevolmente alla storia dell’Infermiera Invisibile di Saul, e sbirciò in direzione della scala e del corridoio, che adesso erano dietro di lui.

Byers gli fece cenno di sedersi, mentre si dava da fare accanto a un pesante tavolo su cui stavano bottiglie sottili e due piccole e fumanti caffettiere d’argento. Franz ricordò un verso di Peter Viereck: “L’arte, come il barista, non è mai ubriaca”, e rammentò per un istante gli anni in cui i bar erano per lui luoghi di rifugio dai terrori e dalle sofferenze del mondo esterno. Ma questa volta la paura era entrata nel bar insieme con lui.

17

Il soggiorno era arredato con lusso sibaritico e, sebbene non fosse esattamente in stile arabo, conteneva assai più decorazioni che quadri. La tappezzeria era color panna, con sottili linee dorate che tracciavano arabeschi simili a labirinti. Franz scelse un grosso puf appoggiato a una parete, dal quale poteva scorgere agevolmente il corridoio, l’arcata in fondo e le finestre, le cui tende lievemente lucenti trasmettevano, ingiallita, la luce del sole e lasciavano trasparire confuse visioni dell’esterno. Su due scaffali neri accanto al puf c’era un luccichio d’argento; Franz, contro la sua volontà (la sua paura), posò per qualche istante lo sguardo su una collezione di statuine di giovani eleganti impegnati con estremo sussiego in varie attività sessuali, soprattutto contro natura; lo stile era una via di mezzo tra l’Art Deco e il pompeiano. In un’altra circostanza, le avrebbe esaminate con più attenzione. Sembravano straordinariamente minuziose e diabolicamente costose. Byers, come Franz sapeva, era ricco di famiglia, e ogni tre o quattro anni produceva un grosso volume di squisite prose e poesie.

Ora, il fortunato individuo posò una grande e fragile tazza bianca, piena a metà di caffè bollente e un fumante bricco d’argento su un tavolinetto accanto a Franz; sul tavolinetto c’era anche un portacenere di ossidiana.

Poi si assestò su una comoda poltrona bassa, sorseggiò il vino bianco che si era versato e disse: — Quando hai telefonato, mi hai detto che avevi qualche domanda da farmi. È a proposito del diario che attribuisci a Smith e di cui mi hai mandato una fotocopia?

Franz rispose, continuando a guardarsi intorno sistematicamente: — Esatto. Ho qualche domanda da farti. Ma prima devo dirti cosa mi è accaduto poco fa.

— Certo. Naturalmente. Sono ansioso di saperlo.

Franz cercò di condensare il racconto, ma ben presto si accorse che non poteva riuscirci senza perderne il significato: finì col fare un resoconto completo, cronologico, degli eventi delle ultime trenta ore. Di conseguenza, e con l’aiuto del caffè (di cui aveva un gran bisogno) e delle sigarette (che si era dimenticato di fumare da quasi un’ora), dopo qualche tempo incominciò a provare una grande catarsi, e i suoi nervi si assestarono. Si accorse che non aveva cambiato idea a proposito di quello che era successo, o della sua importanza vitale: ma avere un compagno umano e un ascoltatore pieno di comprensione comportava certamente una differenza, da un punto di vista emotivo.

Byers, infatti, era attentissimo, e lo incoraggiava a proseguire con piccoli cenni del capo, socchiudendo gli occhi e sporgendo le labbra, ed esprimendo brevi consensi e commenti… o almeno, erano quasi tutti brevi. Certo, erano più di genere estetico che pratico, perfino un po’ frivoli: ma questo non turbò Franz, all’inizio, perché era assorto nella sua storia, e Byers, anche quando faceva commenti frivoli, sembrava profondamente impressionato e aveva l’aria di credergli, e non parlava per semplice cortesia.

Quando Franz accennò brevemente al suo girotondo burocratico, Byers entrò subito nello spirito della cosa, commentando: — La danza degli impiegati, curioso! — E quando sentì parlare dell’attività musicale di Cal, osservò: — Franz, hai un gusto sicuro, in fatto di ragazze. Una clavicembalista! Cosa potrebbe esserci di più perfetto? La mia attuale cara amica, segretaria e compagna di giochi, governante e dea della luna è una cinese del nord, supremamente erudita, e lavora i metalli preziosi, è stata lei a fare quegli argenti deliziosamente osceni, col procedimento di fusione a cera persa usato dal Cellini. Il caffè te l’avrebbe servito lei: ma oggi è una delle nostre giornate personali, quando ci ricreiamo separatamente. Io la chiamo Fa Lo Suee (la figlia di Fu Manchu: è uno dei nostri scherzi), perché riesce a dare l’impressione incantevolmente sinistra di essere in grado d’impadronirsi del mondo, se appena lo volesse. La conoscerai, se resterai qui stasera. Ma scusami: continua, ti prego. — E quando Franz parlò dei graffiti astrologici di Corona Heights, Byers fischiò piano e disse: — Straordinariamente adatto! — con tanta convinzione che Franz gli chiese: — Perché? — Ma lui rispose: — Niente. Mi riferivo alla gamma dei nostri instancabili sfregiatori. Adesso non ci resta altro da vedere che una piramide di lattine di birra sulla mistica vetta del Monte Shasta. Questo vino di pere è delizioso, dovresti assaggiarlo: una grande creazione dell’azienda vinicola San Martin, sulle pendici baciate dal sole della Santa Clara Valley. Continua, ti prego.

Ma quando Franz nominò per la terza o quarta volta la Megalopolisomanzia e ne citò qualche passo, Byers alzò la mano per interromperlo, si accostò a un’alta libreria, l’aprì, ed estrasse dalla vetrina un volume sottile, splendidamente rilegato in pelle nera, ornato di fregi d’argento, e lo porse a Franz, che l’aprì.

Era una copia del libro di De Castries, composto con gli stessi caratteri poco eleganti. Identica alla sua, a quanto poteva vedere, eccettuata la rilegatura. Alzò gli occhi con aria interrogativa.

Byers spiegò: — Fino a questo pomeriggio non avevo mai immaginato che tu ne avessi una copia, mio caro Franz. Come ricorderai, quella sera nell’Haight mi hai mostrato solo il diario scritto in inchiostro viola, e più avanti mi hai mandato le fotocopie delle pagine scritte. Non mi hai mai detto di avere comprato un altro libro, insieme a quello. E quella sera tu eri… be’, un po’ bevuto:

— A quei tempi ero sempre ubriaco — replicò seccamente Franz.

— Capisco. La povera Daisy… non dire altro. Il fatto è questo: Megalopolisomanzia non è soltanto un libro raro. È anche un libro molto segreto, alla lettera. Nei suoi ultimi anni di vita, De Castries ha cambiato idea e ha cercato di rintracciarne tutte le copie, per bruciarle. E c’è riuscito! Quasi. Si sa che si è comportato in modo assai vendicativo nei confronti delle persone che si rifiutavano di cedere la loro copia. Per la verità, era un vecchio odioso e aggiungerei (anche se detesto i giudizi morali) malvagio. Comunque, quella sera non mi è sembrato il caso di dirti che possedevo quella che allora ritenevo l’unica copia superstite del libro.

Franz disse: — Grazie a Dio! Speravo proprio che tu sapessi qualcosa sul conto di De Castries.

— Ne so parecchio. Ma prima finisci il tuo racconto. Eri su Corona Heights, oggi, e avevi appena guardato al binocolo la Transamerica Pyramid, e questo ti ha ricordato le parole di De Castries sulle “nostre piramidi moderne”…

— Certo — disse Franz, e raccontò tutto, in fretta, ma era la parte peggiore, perché gli riportò alla memoria il muso triangolare pallido e la sua fuga lungo le pendici di Corona Heights; e quando ebbe finito, sudava e di nuovo si guardava intorno con sospetto.

Byers sospirò, poi disse con soddisfazione: — E così sei venuto da me, inseguito dai paramentali fin sulla soglia della mia porta! — Si girò sulla poltrona per guardare con aria sospettosa le finestre dorate alle sue spalle.

— Donaldus! — esclamò rabbiosamente Franz — ti ho raccontato quello che è accaduto, e non qualche maledetto racconto del terrore inventato per divertirti. Lo so che è tutto imperniato su una figura che ho visto alcune volte a una distanza di tre chilometri con un binocolo a sette ingrandimenti, e perciò si può parlare di illusioni ottiche e di difetti dello strumento e di potenza della suggestione: ma di psicologia e di ottica me ne intendo anch’io, e non si trattava di questo! Mi sono interessato abbastanza a fondo della questione dei dischi volanti, e non ho mai visto, non ho mai sentito parlare di un solo Ufo che fosse davvero convincente… e ho visto riflessi alonati, sugli aerei, che avevano forma ovale e brillavano e pulsavano esattamente come quelli di gran parte degli avvistamenti di dischi volanti. Ma non ho nessun dubbio del genere su ciò che ho visto ieri e oggi.

Però, mentre diceva questo e continuava a sbirciare inquieto le finestre e le porte e le ombre, Franz si rese conto che, in fondo in fondo, cominciava davvero a dubitare del ricordo di ciò che aveva visto. Forse la mente umana era incapace di contenere una simile paura per più di un’ora, a meno che non venisse rafforzata dalla ripetizione… ma che gli venisse un colpo se era disposto a confessarlo a Byers!

Finì, in tono gelido: — Naturalmente è possibile che io sia impazzito, o temporaneamente o in via definitiva, e che abbia allucinazioni, ma fintanto che non ne sarò sicuro, non voglio correre rischi idioti… e non intendo farmi ridere dietro.

Byers, che aveva continuato a scuotere la testa e ad alzare le mani in segno d’implorazione, disse, in tono un po’ offeso e rassicurante: — Mio caro Franz, non ho dubitato neppure per un istante della tua serietà, e non ho mai sospettato neppure lontanamente che fossi uno psicotico. Anzi, sono portato a credere alle entità paramentali fin da quando ho letto il volume di De Castries e in particolare dopo che ho sentito varie storie molto strane, molto circostanziate sul suo conto; e adesso la tua sconvolgente testimonianza diretta ha spazzato via i miei ultimi dubbi. Ma io non ho mai visto una di quelle entità: se l’avessi vista, sono sicuro che proverei il tuo stesso terrore. Però, fintanto che non ne avrò viste, e forse in ogni caso, e nonostante l’orrore che evocano in noi, sono entità molto affascinanti, non lo ritieni anche tu? Ora, quanto all’accusa che avrei scambiato il tuo racconto per una storia d’invenzione… ecco, mio caro Franz, per me, il fatto che una storia sia buona è la prova più alta della sua veridicità. Non faccio distinzioni tra realtà e fantasia, tra oggettivo e soggettivo. La vita e la coscienza sono la stessa cosa, in ultima analisi, e includo nel discorso anche la sofferenza più acuta e perfino la morte. Non è detto che l’intera recita ci debba piacere, e i finali non sono mai consolanti. Certe cose si collegano tra loro in modo armonioso e gradevole, o in modo sorprendente con affascinanti dissonanze, e queste sono le cose vere; altre non si collegano per nulla, e queste sono soltanto una cattiva opera d’arte. Non capisci?

Franz non fece commenti immediati. Naturalmente, non aveva prestato alcuna fede alle “rivelazioni” di De Castries in se stesse, ma… Annuì, pensieroso, anche se non per rispondere alla domanda. Sentiva la mancanza dell’acutezza di Gunnar e di Saul… e di Cal.

— E adesso ti racconterò la mia storia — disse Byers, soddisfatto. — Ma prima un sorso di cognac: mi sembra necessario. E tu, cosa prendi? Be’, allora un po’ di caffè bollente: te lo porto subito. E qualche biscotto? Sì.

Franz cominciava ad avere un leggero mal di testa e a sentire una certa nausea. I biscotti di tapioca, semplicissimi e pochissimo zuccherati, gli diedero subito la sensazione di stare un po’ meglio. Si versò il caffè nero e aggiunse un po’ di panna e di zucchero che questa volta il suo anfitrione gli aveva portato premurosamente. Anche il caffè contribuì a migliorare la situazione. Franz non allentò la vigilanza, ma cominciò a sentirsi un po’ più tranquillo, come se la coscienza del pericolo stesse diventando un modo di vivere.

18

Byers alzò un dito (inanellato in un grosso gingillo in filigrana d’argento) e disse: — Devi tener presente che De Castries è morto quando tu e io eravamo bambini. Quasi tutte le mie informazioni provengono da un paio di amici di De Castries, non troppo intimi e non particolarmente benvoluti, dei suoi ultimi anni di vita: George Ricker, che era un fabbro e che giocava a go con lui, e Herman Klaas, che gestiva una libreria antiquaria in Turk Street ed era una sorta di anarchico romantico, e per un certo tempo era stato anche un iscritto al movimento per la Tecnocrazia. E in parte le mie informazioni provengono da Clark Ashton Smith. Ah, questo t’interessa, vero? Ma non si trattava di grandi cose… Clark non amava parlare di De Castries. Probabilmente, è stato a causa di De Castries e delle sue teorie se Clark si è tenuto alla larga dalle grandi città, perfino da San Francisco, ed è diventato l’eremita di Auburn e di Pacific Grove. E poi ho qualche dato ricavato da vecchie lettere e ritagli, ma non è molto. La gente non amava mettere nero su bianco le cose che riguardavano De Castries, e aveva buone ragioni per non farlo. Del resto, verso la fine, lui stesso viveva circondato dalla massima segretezza. È strano, se pensiamo che aveva cominciato la carriera scrivendo e pubblicando un libro sensazionale. Tra parentesi, la mia copia l’ho avuta da Klaas, quando è morto, e forse lui l’aveva trovata fra la roba di De Castries, dopo la morte di quest’ultimo… non l’ho mai saputo con precisione.

“Inoltre — proseguì Byers — probabilmente ti racconterò la storia in uno stile un po’ romanzesco, almeno in certe parti. Non lasciarti fuorviare. Mi serve per aiutarmi a organizzare i pensieri e scegliere i particolari importanti. Non mi allontanerò minimamente dalla verità rigorosa, così come l’ho scoperta: anche se nella mia storia possono esserci accenni ai paramentali, suppongo, e di sicuro c’è almeno uno spettro. Io penso che tutte le città moderne, soprattutto quelle più grossolane e recenti, altamente industrializzate, dovrebbero avere i loro spettri. Esercitano un’influenza civilizzatrice.”

19

Byers bevve una generosa sorsata di cognac, se la fece passare sulla lingua con soddisfazione, e poi si appoggiò alla spalliera della poltrona.

— Nel 1900, con il secolo nuovo — incominciò in tono drammatico — Thibaut De Castries era giunto nell’assolata e vivace San Francisco come un portento tenebroso, scaturito dai reami orientali del freddo e del fumo di carbone, dove pulsava l’elettricità di Edison e dove si levavano i grattacieli di Sullivan dall’anima d’acciaio. Madame Curie aveva appena annunciato al mondo l’esistenza della radioattività, e la radio di Marconi superava i mari. Madame Blavatsky aveva importato dall’Himalaia le misteriose conoscenze della teosofia e aveva trasmesso la torcia dell’occulto ad Annie Besant. L’astronomo reale scozzese Piazzi Smith aveva scoperto la storia del mondo e il suo tremendo futuro nella galleria principale della grande piramide d’Egitto. Intanto, in tribunale, Mary Naker Eddy e le sue principali accolite si scagliavano l’un l’altra accuse di stregoneria e di magìa nera. Spencer predicava la scienza. Ingersoll tuonava contro la superstizione. Freud e Jung s’immergevano nelle sconfinate tenebre del subconscio. Prodigi mai sognati erano stati presentati all’Esposizione universale di Parigi, per la quale era stata eretta la Torre Eiffel, e all’Esposizione mondiale colombiana di Chicago. New York scavava le gallerie della sua sotterranea. Nel Sudafrica, i boeri sparavano contro i cannoni britannici, costruiti da Krupp in acciaio a prova di esplosione. Nel lontano Catai infuriavano i Boxer, che si credevano invulnerabili alle pallottole grazie alla loro magìa. Il conte Von Zeppelin dava il varo al suo primo dirigibile, mentre i fratelli Wright si preparavano al primo volo.

“De Castries portava con sé soltanto una grande valigia nera Gladstone, piena di copie del suo libro mal stampato, che non si riusciva a vendere più di quanto Melville non riuscisse a vendere il suo Moby Dick, e una testa zeppa di idee fenomenali, tenebrose e insieme illuminanti; e inoltre (affermano alcuni) una grossa pantera nera, tenuta al guinzaglio con una catena d’argento alla moda tedesca. E secondo altri era anche accompagnato, o perseguitato, da una donna misteriosa, alta e flessuosa, che portava sempre un velo nero e ampi abiti scuri che sembravano di foggia orientale, e che aveva la caratteristica di apparire e sparire all’improvviso. Comunque De Castries era un uomo magro e muscoloso, instancabile, piuttosto piccolo, con l’aria da aquila, gli occhi penetranti e una piega ironica sulle labbra, e indossava la propria fama come un mantello da sera.

“Correvano dieci voci diverse sulle sue origini. Alcuni dicevano che lui stesso ne improvvisava una nuova ogni sera, e alcuni che erano tutte inventate da altri, ispirati dal suo aspetto cupo e dal suo magnetismo personale. La versione prediletta da Klaas e Ricker era moderatamente spettacolare: a tredici anni, durante la guerra franco-prussiana, De Castries era fuggito da Parigi assediata salendo su un pallone all’idrogeno, insieme con il padre mortalmente ferito, che era un esploratore dell’Africa nera, alla giovane, bellissima e colta amante polacca del padre, e a una pantera nera (non la stessa) che suo padre aveva catturato nel Congo e che avevano appena salvato nel giardino zoologico, dove i parigini affamati uccidevano gli animali selvatici per mangiarseli. (Naturalmente, un’altra leggenda affermava che a quell’epoca De Castries era il giovanissimo portamessaggi di Garibaldi in Sicilia, e che suo padre era il più rispettato e temuto dei Carbonari.)

“Volando rapidamente verso sudest sul Mediterraneo, il pallone incontrò a mezzanotte un temporale che pur aumentandone la velocità lo fece abbassare sempre di più verso le onde dai bianchi artigli. Immagina la scena, rivelata dalla successione dei lampi, nella cesta del pallone, fragile e troppo carica. La pantera sta acquattata in un angolo, ringhiando e soffiando e agitando la coda, e i suoi artigli sono piantati nei vimini con tanta forza da minacciare di spezzarli. I volti del padre morente (un vecchio falco), del ragazzo ansioso e con gli occhi lampeggianti (già un aquilotto), e della giovane donna fiera, intellettuale, ardentemente fedele… tutti disperati e pallidi come la morte, nell’azzurrognolo bagliore dei lampi. Intanto, il tuono risuona assordante, come se l’atmosfera della notte venisse lacerata o cannoni enormi sparassero nelle loro orecchie. All’improvviso la pioggia, sulle loro labbra, assume un sapore salmastro. Gli spruzzi delle fameliche onde.

“Il padre moribondo afferra la mano destra degli altri due, le congiunge, le stringe per un attimo, ansima qualche parola (che si perde nel vento furioso) e con un ultimo sforzo convulso si getta nel vuoto.

“Il pallone balza verso l’alto, esce dal temporale, e continua a volare verso sudest. Agghiacciati e atterriti, ma decisi, i due giovani stanno raggomitolati uno tra le braccia dell’altra. Nell’angolo opposto, la pantera nera, più calma, li fissa con gli enigmatici occhi verdi. E a sudest, dove si stanno dirigendo, la falce della luna appare sopra le nubi, come la corona di strega della Regina della Notte, imponendo sulla scena il suo suggello.

“Il pallone atterra nel deserto egiziano, nei prezzi del Cairo, e il giovane De Castries s’immerge subito nello studio della grande piramide, assistito dalla giovane amante polacca del padre (che adesso era diventata la sua amante) e aiutato dal fatto che discendeva, per parte di madre, da Champollion, il decifratore della Stele di Rosetta. Fa tutte le scoperte di Piazzi Smith (e ne fa qualche altra, che tiene segreta) con dieci anni d’anticipo, e getta le basi della sua nuova scienza delle supercittà (e anche le basi del suo Grande Cifrario), prima di lasciare l’Egitto per andare a studiare le megastrutture e i criptoglifici (lui li chiamava così) e i paramentali in tutto il mondo.

“Vedi, il legame con l’Egitto mi affascina — disse Byers, interrompendosi per versarsi altro cognac. — Mi fa pensare al Nyarlathotep di Lovecraft, venuto dall’Egitto per tenere conferenze pseudoscientifiche che annunciavano la disgregazione del mondo.”

L’accenno a Lovecraft ricordò qualcosa a Franz, che esclamò: — Ehi, ma Lovecraft non aveva, tra i clienti delle sue revisioni, anche un tale con un nome simile a Thibaut De Castries?

Byers spalancò gli occhi. — In verità, sì. Adolphe De Castro.

— Sono molto simili! Non credi che…?

— … che fossero la stessa persona? — Byers sorrise. — La possibilità è venuta in mente anche a me, mio caro Franz, e c’è una cosa da aggiungere in proposito: Lovecraft chiamava Adolphe De Castro “amabile ciarlatano” e “vecchio ipocrita untuoso” (pagava a Lovecraft, che glieli riscriveva completamente, meno di un decimo del compenso ottenuto per i suoi racconti). Ma no… — Sospirò, smorzando il sorriso. — No, De Castro era ancora vivo e assillò Lovecraft e andò a trovarlo a Providence, dopo la morte di De Castries.

“Per ritornare a quest’ultimo, non sappiamo se la sua giovane amante polacca l’accompagnasse, e se fosse lei la misteriosa donna velata che, come dicevano alcuni, era comparsa a San Francisco contemporaneamente a lui. Ricker pensava di sì. Klaas invece ne dubitava. Ricker era piuttosto propenso a romanzare il personaggio della polacca. La presentava come una brillante pianista (lo si dice sempre dei polacchi, no? la colpa è tutta di Chopin) che aveva trascurato il proprio talento per porre tutta la sua sorprendente conoscenza delle lingue e le sue doti di segretaria… e tutte le consolazioni del suo corpo giovane e ardente… al servizio del genio ancor giovane che lei adorava con una devozione superiore a quella con cui aveva adorato il padre.”

— E come si chiamava? — chiese Franz.

— Non sono mai riuscito a saperlo — rispose Byers. — Klaas e Ricker l’avevano dimenticato, oppure, più probabilmente, era uno dei particolari che il vecchio aveva tenuto segreti. E poi c’è qualcosa di compiuto nella frase “la giovane amante polacca di suo padre”: cosa potrebbe esserci di più esotico e seducente? Fa pensare ai pianoforti, a oceani di trine, a champagne e pistole! Perché, dietro la sua maschera dotta e serena, lei aveva un temperamento forte e collerico, o almeno così la descriveva Ricker. Quando s’infuriava, sembrava sul punto di esplodere, come una bambola di pezza imbottita di esplosivo. I fellahin avevano paura di lei, la credevano una strega. Era stato durante gli anni del soggiorno in Egitto che aveva preso l’abitudine di portare il velo, diceva Ricker.

“Altre volte era incredibilmente seducente, il culmine della seduzione europea, e iniziava De Castries alle pratiche erotiche più voluttuose e cercava di rendere più ampia e profonda la sua conoscenza della natura e dell’arte.

“Comunque, De Castries, quando è arrivato nella città del Golden Gate, aveva, acquisita chissà come, la fama di uomo tenebroso e satanico. Immagino che fosse un po’ come il satanista Anton La Vey (che per qualche tempo si è tenuto in casa un leone più o meno domestico; lo sapevi?). Tuttavia non aspirava al solito tipo di pubblicità. Cercava invece persone brillanti e indipendenti, amanti della vita più scatenata, e se avevano anche parecchio denaro, questo non guastava.

“E naturalmente le ha trovate! Il prometeico (e dionisiaco) Jack London. George Sterling, poeta fantastico e idolo romantico, favorito del ricco ambiente del Bohemian Club. Il loro amico, il brillante avvocato Earl Rogers, che in seguito difese Clarence Darrow e gli salvò la carriera. Ambrose Bierce, un vecchio stizzoso, anche lui un’aquila, con il suo Dizionario del diavolo e i suoi racconti dell’orrore incomparabili nella loro sintesi. La poetessa Nora May French. Una leonessa di montagna: Charmion London, e una che non le era molto da meno: Gertrude Atherton. Ed erano solo i più vivaci, questi.

“E, com’è ovvio, si sono buttati con entusiasmo su De Castries. Lui era proprio il tipo di curiosità vivente che prediligevano. Jack London soprattutto. Una misteriosa origine cosmopolita, aneddoti alla Munchhausen, teorie scientifiche bizzarre e allarmanti, forti preconcetti anti-industriali e (diremmo noi) anti-Establishment, un pizzico di Apocalisse, un’atmosfera da fine del mondo, gli accenni a poteri tenebrosi: c’era tutto! Per molto tempo è stato il loro prediletto, il guru preferito del sentiero della mano sinistra, quasi il loro nuovo dio: e immagino che lui si sentisse tale. Acquistavano perfino copie del suo nuovo libro e se ne stavano seduti senza parlare (ma bevendo) mentre lui lo leggeva. I puri egoisti come Bierce lo sopportavano, e London, per un po’, gli ha lasciato tutto il palcoscenico libero: poteva permetterselo. Ed erano tutti disposti (almeno a parole) ad assecondare il suo sogno di un’utopia in cui gli edifici megalopolisotani erano proibiti (erano stati distrutti o in qualche modo domati) e la paramentalità veniva sfruttata per usi benefici, ed essi erano l’aristocrazia e De Castries il maestro spirituale di tutti.

“Naturalmente molte delle signore ne erano innamorate, e alcune, immagino, smaniavano dalla voglia di andare a letto con lui e non disdegnavano di prendere l’iniziativa al riguardo (non dimenticare che per il loro tempo erano donne libere e amanti dei gesti plateali)… eppure non risulta che De Castries abbia mai avuto una relazione con una di loro. Tutto il contrario. A quanto pare, quando le cose arrivavano a quel punto, lui diceva più o meno: ‘Mia cara, non chiederei di meglio, davvero, ma devo dirti che ho un’amante selvaggia e gelosa che, se mi azzardassi a flirtare con te, mi taglierebbe la gola mentre dormo o mi pugnalerebbe in bagno’ (lui era un po’ come Marat, vedi, Franz, ed è peggiorato ancora nei suoi ultimi anni) ‘e inoltre butterebbe il vetriolo sulle tue guance e sulle tue labbra incantevoli, mia cara, o ti pianterebbe uno spillone in quegli occhi bellissimi. È molto versata nelle materie occulte, ma è una tigre.’

“De Castries presentava così quella creatura (immaginaria?) tanto che qualche volta non si capiva bene se era una vera donna o una dea o una specie di entità metaforica. ‘È uno spietato animale notturno’, diceva di lei. ‘Eppure possiede una sapienza che risale all’Egitto e a tempi ancora più antichi… e per me è inestimabile. Perché, vedete, è lei la mia spia degli edifici, la mia informatrice sulle megastrutture metropolitane. Conosce i loro segreti e le loro segrete debolezze, i loro ritmi ponderosi e i loro cupi canti. E lei stessa è segreta quanto le loro ombre. È la mia Regina della Notte, Nostra Signora delle Tenebre’.”

Mentre Byers recitava in tono drammatico quelle parole di De Castries, Franz ricordò fulmineamente che Nostra Signora delle Tenebre era una delle Signore del Dolore di De Quincey, la terza sorella, la più giovane, perpetuamente velata di nero. De Castries l’aveva saputo? La sua Regina della Notte era forse quella di Mozart, onnipotente, vulnerabile solo al flauto magico di Tamino e alle campanelle di Papageno? Ma Byers stava continuando:

— Perché vedi, Franz, c’erano quelle continue dicerie, disprezzate da alcuni, secondo le quali De Castries veniva visitato o perseguitato da una donna velata che indossava vesti ampie e fluenti e un turbante oppure un grande cappello a tesa floscia, e che tuttavia era sveltissima nei movimenti. Li vedevano insieme in qualche strada affollata, o all’Embarcadero o in un parco, o in fondo a qualche affollato foyer di teatro, e di solito parlavano rapidamente e gesticolavano eccitati o irritati; ma quando ci si avvicinava a lui, lei se n’era già andata. Oppure, se lei era ancora lì, come sembra che sia avvenuto in qualche rara occasione, De Castries non la presentava mai, non le parlava: si comportava, insomma, come se non la conoscesse. Però, sembrava irritato e… diceva qualcuno… spaventato.

— E lei come si chiamava? — insistette Franz.

Byers sorrise. — Come ti ho appena detto, mio caro Franz, De Castries non la presentava mai. Al massimo, ne parlava designandola come “quella donna”, e talvolta, curiosamente, “quella ragazza testarda e pestifera”. Forse, nonostante tutto il suo fascino tenebroso e le sue tirannie e la sua fama sadomasochista, aveva paura delle donne, e in un certo senso lei incarnava quella paura.

“Le reazioni a quella figura misteriosa erano quanto mai diverse. Gli uomini erano piuttosto indulgenti, perplessi, e formulavano ipotesi, qualche volta assurde: di volta in volta si è detto che lei era Isadora Duncan, Eleonora Duse e Sarah Bernhardt, anche se a quell’epoca avrebbero avuto rispettivamente vent’anni, quaranta e sessanta. Ma il vero fascino è eterno, dicono: pensa a Marlene Dietrich o ad Arletty, o alla più vecchia di tutte, Cleopatra. Portava sempre il velo nero che la nascondeva, capisci, anche se talvolta era ornato di pois neri, simili a nèi: ‘Come se avesse avuto il vaiolo nero’, pare che abbia detto malignamente una signora.

“Tutte le donne, del resto, la detestavano cordialmente.

“Beninteso, è probabile che tutto ciò sia un po’ distorto, dato che l’ho saputo da Klaas e Ricker. Quest’ultimo, che dava molta importanza alla sapienza e alla magìa dell’Egitto, era comunque convinto che la donna del mistero fosse sempre l’amante polacca, impazzita per amore, e criticava De Castries per il modo in cui la trattava.

“E, naturalmente, tutto questo lasciava la strada aperta a interminabili speculazioni sulla vita sessuale di De Castries. Alcuni dicevano che era omosessuale. Perfino a quei tempi, la ‘serena città grigia dell’amore’ (come la chiamava Sterling) aveva i suoi omofili: era la ‘serena città gay’? Altri ritenevano che fosse un sadomasochista: schiavitù e disciplina del tipo più feroce. (Tra parentesi, certi si sono strozzati accidentalmente in questo modo, sai?) E si diceva sottovoce che era un pederasta, un depravato, un feticista, un individuo completamente asessuato, o che solo le bambine potevano soddisfare le sue brame, uguali a quelle di Tiberio… Scusa se ti parlo di queste cose, Franz, ma in pratica venivano citati tutti i sentieri della mano sinistra e le loro tipiche guide.

“Comunque, in realtà tutto questo è secondario. L’importante è che, per qualche tempo, De Castries poté indurre il suo scelto gruppo a fare quel che voleva lui.”

20

Byers continuò: — Il punto culminante della carriera di Thibaut De Castries a San Francisco venne quando lui, in gran segreto e con selezioni meticolose e messaggi misteriosi e alcune cerimonie occulte assai private, immagino, ha organizzato l’Ordine Ermetico…

— È l’“Ordine Ermetico” nominato da Smith… voglio dire, nel diario? — l’interruppe Franz. Aveva ascoltato con un miscuglio d’interesse, d’irritazione, d’ironia e di divertimento, anche se metà della sua attenzione era rivolta altrove: ma si era fatto più attento quando aveva sentito accennare al Grande Cifrario.

— Sì — confermò Byers. — Ti spiego. A quell’epoca, in Inghilterra c’era l’Ordine Ermetico della Golden Dawn, l’“Alba d’Oro”: una società occulta che annoverava fra i suoi membri il poeta e mistico Yeats, il quale parlava con le piante e le api e i laghi, e Dion Fortune e George Russell e il tuo amato scrittore Arthur Machen… Sai, Franz, ho sempre pensato che nel suo Grande dio Pan la femme fatale sessualmente sinistra, Helen Vaugham, sia ispirata alla satanista Diana Vaughan, una donna esistita veramente, sebbene le sue memorie e forse anche lei stessa fossero un’impostura perpetrata da un giornalista francese, Gabriel Jogand…

Franz annuì, impaziente, trattenendo l’impulso di dire: “Va’ avanti, Donaldus, non divagare!”

L’altro dovette capire al volo. — Be’, comunque — continuò — nel 1898 Aleister Crowley era riuscito a entrare fra i Dorati Albisti (ti piace, questa?) e per poco non aveva distrutto la società chiedendo che facesse rituali satanisti, magìa nera e altra roba ancor più tosta.

“Per imitare gli ermetisti inglesi, ma anche come sfida e per ironizzare su di loro, De Castries chiamò la sua società occulta ‘Ordine Ermetico del Tramonto di Onice’. Si dice che portasse un grosso anello nero di pietra dura, con un castone fatto di un mosaico di onice, ossidiana, ebano e opale nera, che raffigurava un uccello da preda nero, forse un corvo.

“A questo punto, le cose cominciarono a mettersi male per De Castries, e l’atmosfera divenne a poco a poco irrespirabile. Purtroppo, è anche il periodo sul quale ho faticato di più per ottenere informazioni attendibili… anzi, informazioni di qualunque genere… per ragioni che, come vedrai, sono molto chiare.

“Da come ho potuto ricostruire gli eventi, è andata così. Non appena costituita la sua società segreta, Thibaut ha rivelato ai suoi venti seguaci selezionatissimi che la sua utopia non era un sogno remoto ma una prospettiva immediata, da realizzarsi mediante una rivoluzione violenta, materiale e spirituale (cioè paramentale), e che il principale (e l’unico, all’inizio) strumento di quella rivoluzione doveva essere l’Ordine Ermetico del Tramonto di Onice.

“La rivoluzione violenta doveva cominciare con azioni terroristiche abbastanza simili a quelle che i nichilisti stavano compiendo in Russia a quel tempo (poco prima della fallita rivoluzione del 1905), ma con l’aggiunta di un tipo nuovo di magìa nera: la sua megalopolisomanzia. Almeno all’inizio, lo scopo doveva essere quello di togliere la volontà di reagire, più che di fare una strage. Bombe-carta dovevano esplodere nei luoghi pubblici e sui tetti dei grandi edifici, durante le ore della notte, quando non c’era nessuno. Altri grandi edifici dovevano venire precipitati nel buio, localizzando e abbassando gli interruttori centrali. Lettere e telefonate anonime avrebbero contribuito ad accrescere il panico.

“Ma ancora più importanti sarebbero state le operazioni megalopolisomantiche, che avrebbero ‘sgretolato gli edifici, fatto impazzire la gente, finché tutti, urlando in preda al panico, non fossero fuggiti da San Francisco, intasando le strade e facendo affondare i traghetti’. Almeno, è quanto De Castries disse a Klaas molti anni dopo, una volta che si sentiva particolarmente, e per lui insolitamente, in vena di confidenze. Ehi, Franz, sapevi che Nicolai Tesla, il secondo genio americano dell’elettricità dopo Edison, affermava nei suoi ultimi anni di vita di avere costruito o almeno ideato un ordigno abbastanza piccolo da poter essere introdotto di nascosto in un edificio dentro una normale cartella da documenti, ma capace di mandarlo in pezzi in un momento prestabilito, per mezzo di vibrazioni? Anche questo me l’ha detto Herman Klaas. Ma sto divagando.

“Queste azioni magiche o pseudoscientifiche (scegli tu come chiamarle) richiedevano l’ubbidienza più assoluta da parte dei collaboratori di Thibaut: e sembra che questa fosse la seconda richiesta da lui fatta ai suoi accoliti dell’Ordine Ermetico del Tramonto di Onice. Per esempio, uno di loro poteva ricevere l’ordine di recarsi a un dato indirizzo di San Francisco, a una data ora, e di restare lì per due ore, o con la mente del tutto vuota o cercando di concentrarsi su un unico pensiero. Oppure quello di portare una sbarretta di rame o una scatoletta piena di carbone o un palloncino pieno d’idrogeno a un certo piano di un dato grande edificio, e di lasciarlo lì (il palloncino contro il soffitto), sempre a un’ora precisa. A quanto sembra, quegli elementi dovevano fungere da catalizzatori. Oppure, due o tre seguaci ricevevano l’ordine d’incontrarsi nell’atrio di un certo albergo, o su una certa panchina del parco, e di restare lì seduti, insieme, senza parlare, per mezz’ora. E tutti dovevano obbedire per filo e per segno agli ordini, senza discutere e senza esitare, altrimenti ci sarebbero state (immagino) varie agghiaccianti punizioni e rappresaglie nello stile dei Carbonari e delle società segrete.

“I grandi edifici erano sempre i bersagli principali della megalopolisomanzia: De Castries sosteneva che erano i maggiori punti di concentrazione della sostanza delle città, che avvelenava le grandi metropoli o le schiacciava intollerabilmente. Dieci anni prima, correva voce, insieme ad altri parigini si era opposto alla costruzione della Torre Eiffel. Un professore di matematica aveva calcolato che la struttura sarebbe crollata una volta giunta all’altezza di duecento metri, ma Thibaut aveva semplicemente affermato che tutto quell’acciaio nudo, che fissava dal cielo la città, avrebbe fatto impazzire Parigi. (E pensando a quel che è successo in seguito, Franz, qualche volta ho l’impressione che forse non aveva tutti i torti. Che la prima e la seconda guerra mondiale siano state attirate su di noi, come sciami di locuste, dalle nostre popolazioni superconcentrate, in seguito alla febbre dei grattacieli? È poi tanto assurdo?) Ma poiché aveva constatato di non poter evitare l’erezione di simili edifici, Thibaut si era dedicato al problema di tenerli sotto controllo. In un certo senso, vedi, aveva la mentalità del domatore di belve feroci: forse ereditata dal padre, il vecchio avventuriero dell’Africa?

“Thibaut, a quanto sembra, credeva che esistesse, o forse credeva di avere inventato, una specie di matematica mediante la quale si poteva prendere il controllo delle menti e dei grandi edifici (e forse anche delle entità paramentali). ‘Metageometria neopitagorica’, la chiamava lui. Era tutta questione di conoscere i tempi e i punti di pressione giusti (citava Archimede: ‘Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo’) e di inviarvi la persona (o la mente) o l’oggetto materiale giusti. A quanto sembra, inoltre, credeva che la chiaroveggenza e la chiaroudienza e la prescienza esistessero in misura limitata, in dati punti delle megacittà, per certi individui. Una volta, aveva cominciato a spiegare dettagliatamente a Klaas un suo rituale di megalopolisomanzia… a dargliene la formula, per così dire… ma poi era stato colto dai sospetti e s’era interrotto.

“Comunque, c’è un altro aneddoto a proposito della megamagìa. Io tendo a dubitare della sua autenticità, ma la storia è davvero accattivante. A quanto pare, Thibaut aveva intenzione di dare uno scossone d’avvertimento all’Hobart Building, o comunque a una di quelle prime strutture in cemento armato costruite in Market Street… Che poi cadesse o no, pare che abbia detto il vecchio, dipendeva dall’onestà del costruttore. In quel caso, i suoi quattro agenti, volontari o coscritti che fossero, erano (benché un simile gruppo sembri alquanto improbabile) Jack London, George Sterling, una cantante mulatta di ragtime che si chiamava Olive Church, protetta di Mammy Pleasant, la vecchia regina del vudù eccetera eccetera, e un tale Fenner.

“Conosci la fontana di Lotta, in Market Street? È stata donata alla città da Lotta Crabtree, ‘il re delle miniere d’oro’, che aveva imparato la danza (e le arti affini?) da Lola Montez (quella della danza del ragno, di Ludwig di Baviera e tutto il resto). Be’, i quattro accoliti dovevano dirigersi alla fontana percorrendo vie che corrispondessero ai quattro bracci di una svastica invertita, che aveva per centro la fontana stessa, e dovevano concentrare la mente sui quattro punti cardinali e portare con sé oggetti che rappresentavano i quattro elementi: Olive un giglio in vaso (la terra), Fenner una bottiglia di champagne (l’acqua), Sterling un grosso palloncino gonfiato a gas idrogeno (l’aria), e Jack un lungo sigaro (il fuoco).

“Dovevano arrivare simultaneamente, e gettare nella fontana i loro oggetti: George doveva far gorgogliare nell’acqua della fontana l’idrogeno del palloncino e Jack vi doveva spegnere il sigaro, mentre gli altri due vi immergevano il vaso e la bottiglia di champagne.

“Olive e Fenner sono arrivati per primi. Lui era piuttosto euforico, forse aveva assaggiato l’oggetto del suo rituale, e comunque possiamo presumere che tutti e quattro fossero un po’ su di giri. Bene: a quanto pare, Fenner faceva da tempo la corte a Olive e lei l’aveva respinto, e adesso lui voleva farle bere lo champagne in sua compagnia. Lei non voleva saperne, e lui cercava di costringerla, e alla fine gliel’ha versato sul petto e sul giglio in vaso che teneva in mano, bagnandole anche il vestito.

“Mentre litigavano accanto alla fontana, arriva George, protestando, e cerca di bloccare Fenner, senza lasciar andare il palloncino, e intanto Olive strilla e ride, stringendosi sul petto bagnato il suo vaso da fiori.

“A questo punto, dietro di loro sopraggiunge Jack, più ubriaco di tutti: preso da un’ispirazione irresistibile, allunga il braccio e accosta al palloncino il sigaro acceso.

“C’è un’esplosione rumorosa e un mucchio di fiamme. I quattro si bruciano le sopracciglia. Fenner, convinto che Sterling gli abbia sparato, cade riverso nella fontana e molla la bottiglia, che va in frantumi sul marciapiede. Olive lascia cadere il vaso e comincia a dare in ismanie. George è infuriato con Jack, il quale ride come un dio demente… e intanto Thibaut, senza dubbio, sta imprecando contro di loro, tra le quinte.

“Il giorno dopo, si venne a sapere che quella notte, quasi allo stesso preciso momento, un piccolo magazzino di mattoni dietro Rincon Hill era crollato. Le cause furono attribuite ufficialmente alla vecchiaia e alle carenze strutturali, ma naturalmente Thibaut affermava che era stata la sua megamagìa, andata a male per colpa della loro superficialità e dello scherzo idiota di Jack.

“Non so se c’è qualcosa di vero in tutta questa storia: nella migliore delle ipotesi, chi me l’ha raccontata deve avere un po’ accentuato gli aspetti più ridicoli. Comunque può dare un’idea, o almeno può farci capire l’atmosfera.

“Bene, puoi immaginare come abbiano reagito alle richieste di Thibaut le primedonne da lui reclutate. Probabilmente, Jack London e George Sterling sarebbero andati ad abbassare gli interruttori generali dei palazzi, tanto per divertirsi, se fossero stati abbastanza sbronzi nel momento in cui Thibaut gliel’avesse chiesto. E perfino quel vecchio orso di Bierce si sarebbe divertito a veder scoppiare una bomba carta, se fosse stato qualcun altro a collocare la bomba e a dare fuoco alla miccia. Ma quando Thibaut chiedeva loro di fare cose noiose, senza spiegarle, questo era troppo. Pare che un’eccentrica e sfacciata signora della buona società, che era anche famosa per la sua bellezza (e che era un’accolita di De Castries), abbia detto: ‘Se mi avesse chiesto di far qualcosa di stimolante, come sedurre il presidente Roosevelt (Theodore, naturalmente, Franz) o entrare nuda nella rotonda del City of Paris e poi arrivare a nuoto fino allo Scoglio delle Foche e incatenarmi laggiù come Andromeda! Ma starmene ferma davanti alla biblioteca pubblica, con sette pesanti biglie di acciaio nel bustino, pensando al Polo Sud e rimanendomene in assoluto silenzio per un’ora e venti minuti… dimmi tu, caro!’

“Quando si è trattato di passare all’attuazione pratica, capisci, devono essersi rifiutati di prendere sul serio lui, la sua rivoluzione e la sua nuova magìa nera. Jack London era da parecchio tempo un socialista marxista, e aveva descritto una violenta guerra sociale nel suo romanzo di fantascienza Il tallone di ferro. Era perfettamente in grado di vedere le falle teoriche e pratiche del regno del terrore che Thibaut voleva instaurare, e probabilmente le aveva anche denunciate agli altri. Doveva avere capito che la prima città che si era data un’amministrazione laburista non era il posto più adatto per dare inizio a una controrivoluzione. E poi, era anche un materialista evoluzionista darwiniano e conosceva la scienza. Era certo in grado di dimostrare che la ‘nuova scienza nera’ di Thibaut era una parodia pseudoscientifica, un’altra magìa, con le sue azioni a distanza e prive di spiegazione.

“Comunque tutti si rifiutarono di aiutarlo a fare anche solo una prova della sua megamagìa. O forse alcuni di loro sono stati al gioco, una volta o due (come nell’episodio della fontana di Lotta) e non è successo niente.

“Immagino che a questo punto Thibaut abbia perso le staffe e abbia cominciato a tuonare ordini e a minacciare punizioni. Quelli avranno riso di lui… e siccome lui non voleva capire che il gioco era finito e non si rassegnava a smettere, l’avranno abbandonato, semplicemente.

“Oppure hanno preso iniziative più energiche. Immagino che uno come London abbia afferrato quel furibondo ometto per il colletto della giacca e per il fondo dei calzoni e l’abbia buttato fuori.”

Byers inarcò le sopracciglia e poi continuò: — Questo mi ricorda, Franz, che De Castro, il cliente di Lovecraft, conosceva Ambrose Bierce e sosteneva di avere collaborato con lui: ma, al loro ultimo incontro, Bierce ha convinto De Castro ad accomiatarsi prima del tempo spaccandogli sulla testa una canna da passeggio. Cosa che, secondo me, potrebbe essere successa anche a De Castries. Affascinante teoria, quella che fossero la stessa persona! Ma no, perché De Castro è stato a casa di Lovecraft, per indurlo a riscrivergli il suo memoriale su Bierce, dopo la morte di De Castries.

Sospirò e poi riprese prontamente il filo del discorso, seguitando: — Comunque, qualcosa del genere potrebbe avere trasformato Thibaut De Castries da quel che era all’inizio, cioè un eccentrico affascinante, a cui si tendeva a dare ascolto, in un odioso vecchio scocciatore, piantagrane, scroccone e ricattatore, da cui ci si doveva difendere in qualsiasi modo. Sì, Franz, molti sono convinti che abbia tentato di ricattare i suoi ex discepoli (talvolta con successo) minacciando di rivelare scandali di cui era venuto a conoscenza quando si scambiavano confidenze, o di denunciarli come membri di un’organizzazione terroristica… la sua! In quel periodo, sembra, è sparito due volte per diversi mesi, molto probabilmente perché era finito in prigione: alcuni dei suoi ex accoliti erano abbastanza potenti da riuscire a ottenere facilmente una cosa simile, anche se non ne ho mai trovato le prove, dato che tanti documenti sono andati distrutti nel terremoto.

“Ma, anche in seguito, almeno una parte del suo vecchio fascino tenebroso (la sensazione che fosse dotato di poteri sinistri, preternaturali) doveva sopravvivere in lui, agli occhi dei suoi ex accoliti, perché, quando è venuto il terremoto, nelle prime ore del mattino del 18 aprile 1906, e si è avventato come un tuono su per Market Street, in ondate di mattoni e di cemento che venivano da ovest, e ha ucciso centinaia di persone, uno dei suoi accoliti transfughi, ricordando probabilmente le sue allusioni a una magìa capace di abbattere i grattacieli, avrebbe detto: ‘C’è riuscito! Quel vecchio diavolo c’è riuscito!’

“E pare che Thibaut abbia cercato di sfruttare il terremoto nei suoi ricatti: sai, dicendo ‘L’ho fatto una volta e posso rifarlo ancora’. A quanto sembra, era pronto a servirsi di qualunque cosa per cercare di spaventare la gente. Un paio di volte, sembra, per minacciare qualcuno, ha parlato della sua Regina della Notte, la sua Signora delle Tenebre (la sua vecchia donna del mistero)… se non gli avessero dato retta, avrebbe scatenato contro di loro la sua Tigre Nera.

“Ma le mie informazioni relative a quel periodo sono scarse e unilaterali. Quelli che l’avevano conosciuto meglio cercavano di dimenticarlo (di cancellarlo, si potrebbe dire), mentre i miei due principali informatori, Klaas e Ricker, l’hanno conosciuto solo quando era già vecchio, negli anni Venti, e hanno sentito solo la sua campana (o le sue campane, perché non diceva sempre la stessa cosa). Ricker, che non si occupava di politica, lo giudicava un grande erudito e un grande metafisico al quale un gruppo di ricchi perdigiorno aveva promesso denaro e appoggio per poi abbandonarlo crudelmente. Ricker non aveva mai creduto davvero alla faccenda della rivoluzione. Klaas ci credeva, invece, e vedeva De Castries come un grande ribelle mancato, un moderno John Brown o Sam Adams o Marat, tradito dai suoi sostenitori ricchi: tutti artisti falliti in cerca di emozioni. E tutti e due smentivano sdegnosamente le storie dei ricatti.”

Franz intervenne: — E la sua donna misteriosa? Era ancora in circolazione? Cos’avevano da dire Klaas e Ricker sul suo conto?

Byers scosse la testa. — Era completamente sparita, negli anni Venti… ammettendo che fosse esistita davvero. Per Ricker e Klaas era solo una delle tante leggende, un’altra delle infinite storie affascinanti che riuscivano a farsi raccontare di tanto in tanto dal vecchio. Oppure (cosa molto meno affascinante!) che lui si ostinava a ripetere ogni volta. Secondo loro, lui non frequentava donne, nel periodo in cui l’hanno conosciuto. Una volta, comunque, Klaas si è lasciato sfuggire che secondo lui il vecchio assoldava di tanto in tanto una prostituta: si è rifiutato di aggiungere altro, quando ho insistito, e ha detto che era una cosa che riguardava soltanto il vecchio. Ricker, invece, diceva che il vecchio aveva un interesse sentimentale (“il suo cuore aveva un punto debole”) per le bambine: una cosa innocente, precisava, una specie di Lewis Carroll moderno. Entrambi smentivano energicamente ogni allusione a una vita sessuale anomala da parte del vecchio, come avevano smentito le storie dei ricatti e le dicerie ancora più sgradevoli che si erano diffuse in Seguito: che cioè De Castries abbia dedicato gli ultimi anni a vendicarsi di quelli che l’avevano tradito, spingendoli con la magìa nera alla morte o al suicidio.

— Conosco alcuni di questi casi — disse Franz. — O almeno quelli che stai per citare, suppongo. Che fine ha fatto Nora May French?

— È stata la prima ad andarsene. Nel 1907, un anno dopo il terremoto. Un caso inequivocabile di suicidio. Si è avvelenata ed è morta fra sofferenze atroci. Una tragedia.

— E Sterling quando è morto?

— Il 17 novembre 1926.

Franz disse, in tono pensieroso ma con attenzione alle parole: — Sembra che ci fosse una certa tendenza al suicidio, in quel gruppo, anche se questi suicidi coprono un arco di vent’anni. Si può sostenere che è stato un desiderio di morte a spingere Ambrose Bierce a recarsi in Messico. Nella sua vita è sempre stato ossessionato dalla guerra: quindi, perché non cercare di morire in guerra? Probabilmente si è aggregato ai ribelli di Pancho Villa come corrispondente ufficioso della rivoluzione e ha finito col farsi fucilare, da vecchio gringo indisciplinato che non voleva star zitto neppure se gliel’ordinava il diavolo in persona. Di Sterling si sa che ha portato per anni nel taschino del panciotto una fiala di cianuro, anche se non si sa se alla fine l’ha preso per caso (cosa poco verosimile) o di proposito. E poi c’è stata quella volta (lo racconta la figlia di Rogers nel suo libro) che Jack London è sparito per cinque giorni e finalmente è tornato a casa, dov’erano radunati sua moglie Charmion e la figlia di Rogers e parecchi altri amici preoccupati, e con la logica gelida e maliziosa di un uomo che ha bevuto tanto da ritornare lucido ha sfidato George Sterling e Rogers a non vegliare il cadavere. Anche se credo che in quel caso la colpa fosse dell’alcool, senza bisogno di chiamare in causa la magìa nera di De Castries o il suo potere di suggestione.

— E cosa intendeva dire? — chiese Byers, socchiudendo gli occhi, mentre si versava scrupolosamente un’altra razione di cognac.

— Che quando sentivano che la vita perdeva il suo sapore, che le loro facoltà cominciavano a venire meno, dovevano prendere per il braccio la Senza Naso, senza attendere di essere chiamati, e andarsene con una risata.

— La “Senza Naso”?

— Oh, è semplicemente il soprannome che lo stesso London dava alla morte: il teschio sotto la pelle. Il naso è tutta cartilagine, e perciò il teschio…

Byers spalancò gli occhi e puntò all’improvviso l’indice verso l’ospite.

— Franz! — esclamò, eccitato. — Il paramentale che hai visto tu… non era senza naso?

Come se avesse appena ricevuto un comando postipnotico, Franz chiuse di scatto gli occhi, rovesciò leggermente la testa all’indietro, e cominciò ad agitare le mani davanti a sé. Le parole di Byers avevano fatto riaffiorare all’occhio della sua mente il muso triangolare, di colore bruno pallido.

— Non dirmi queste cose così all’improvviso — mormorò, lentamente. — Sì, era senza naso.

— Mio caro Franz, non lo farò più. Ti prego di scusarmi. Non mi ero reso conto, fino a questo momento, dell’effetto che deve fare il vederlo.

— Va bene, va bene — borbottò Franz. — Dunque, quattro accoliti sono morti prematuramente (escluso forse Bierce), vittime della loro psiche scatenata… o di qualcosa d’altro.

— E la stessa sorte è toccata ad almeno altrettanti accoliti meno illustri — riprese Byers, con calma. — Sai, Franz, mi ha sempre colpito l’ultimo grande romanzo di London, Il vagabondo delle stelle, per il modo in cui la mente trionfa in modo assoluto sulla materia. Con un’autodisciplina spaventosa, un ergastolano di San Quintino riesce a evadere in spirito dalla prigione e a muoversi a volontà per il mondo, rivivendo le incarnazioni passate e morendo di nuovo delle sue morti. Non so perché, ma questo mi fa pensare al vecchio De Castries degli anni Venti quando viveva da solo in albergucci del centro e rimuginava, rimuginava sulle speranze e le glorie e i disastri del passato. E (sognando torture folli e interminabili) rimuginava sui torti subiti, e sulla vendetta (indipendentemente dal fatto che abbia davvero cercato di vendicarsi) e su… chissà su cos’altro? E mandava la propria mente a compiere chissà quali viaggi.

21

— E adesso — fece Byers, abbassando la voce — devo parlarti dell’ultimo accolito di Thibaut De Castries e della fine del vecchio stregone. Ricorda che durante questo periodo dobbiamo immaginarlo come un vecchio curvo, quasi sempre taciturno, sempre depresso, sulla strada della paranoia. Per esempio, aveva la mania di non toccare le superfici e gli infissi di metallo, perché i suoi nemici cercavano di fulminarlo con la corrente elettrica. Qualche volta aveva paura che gli avvelenassero l’acqua del rubinetto. Usciva assai di rado, per timore che una macchina salisse sul marciapiede e lo investisse, dato che non era abbastanza agile per schivarla; o che un nemico gli fracassasse il cranio con un mattone o con una tegola gettati dall’alto di un tetto. Nel contempo cambiava spesso albergo, per far perdere le sue tracce. Ormai i suoi soli contatti con i conoscenti di un tempo erano gli ostinati tentativi di recuperare e bruciare tutte le copie del suo libro, anche se forse continuava ancora a ricattare e magari anche a mendicare. Ricker e Klaas hanno assistito a uno di questi roghi librari. Una faccenda grottesca. De Castries aveva bruciato due copie nella vasca da bagno. Loro ricordavano di avere aperto le finestre e di avere sventolato un giornale per far uscire il fumo. A parte un paio di eccezioni, Ricker e Klaas erano i suoi unici visitatori: anche loro erano tipi solitari ed eccentrici, e già falliti quanto lui, sebbene allora fossero solo sulla trentina.

“Poi è arrivato Clark Ashton Smith: aveva la stessa età ma traboccava di poesia, d’immaginazione e d’energia creativa. Clark era stato molto colpito dall’atroce morte di George Sterling, ed era andato in cerca di tutti gli amici e i conoscenti del suo mentore poetico. De Castries sentì riaccendersi la vecchia fiamma. Aveva davanti a sé un altro di quei tipi brillanti e vivaci che aveva sempre cercato. Ha provato la tentazione (e alla fine vi ha ceduto interamente) di usare per l’ultima volta il suo formidabile fascino, di raccontare le sue storie favolose, di esporre in modo convincente le sue bizzarre teorie, e d’intessere i suoi incantesimi.

“E Clark Ashton, amante del bizzarro e del bello, estremamente intelligente, eppure sotto certi punti di vista giovane e provinciale, emotivamente turbolento, era un ascoltatore ideale. Per parecchie settimane ha rinviato il suo ritorno a Auburn, sguazzando timorosamente nel mondo minaccioso e pieno di prodigi e stranamente reale che il vecchio Tiberio, l’imperatore-spaventapasseri del terrore e dei misteri, gli ridipingeva ogni giorno; una San Francisco piena di lugubri entità mentali, più reali degli esseri viventi. È facile capire perché la metafora di Tiberio abbia colpito la fantasia di Clark. A un certo punto ha scritto… Aspetta un momento, Franz, prendo la fotocopia.”

— Non ce n’è bisogno — disse Franz, estraendo dalla tasca della giacca l’originale del diario. Uscì fuori anche il binocolo, che cadde sul folto tappeto con il tintinnio dei pezzi di cristallo delle lenti rotte.

Lo sguardo di Byers lo seguì, con curiosità morbosa.

— Dunque quello è il binocolo (attento, Franz!) che ha visto parecchie volte un’entità paramentale e alla fine ne è stato distrutto. — Poi girò gli occhi sul diario. — Franz, furbacchione! Sei venuto preparato almeno in parte a questa conversazione, prima ancora di salire su Corona Heights!

Franz raccolse il binocolo e lo posò sul tavolinetto accanto al portacenere stracolmo, mentre girava rapidamente gli occhi sulla stanza e sulle finestre, dove l’oro si era un po’ oscurato. Disse, in tono blando: — Mi sembra che anche tu mi abbia nascoste varie cose. Adesso dici che è stato Smith a scrivere il diario, ma nell’Haight e perfino nelle lettere che ci siamo scambiati in seguito dicevi di non essere sicuro.

— Hai ragione — ammise Byers con uno strano sorrisetto, forse di vergogna. — Ma mi sembrava saggio fare in modo che lo sapesse il minor numero possibile di persone. Adesso, naturalmente, tu ne sai quanto me, o almeno lo saprai tra qualche minuto, ma… La più banale delle frasi fatte è: “Ci sono certe cose che l’uomo non deve conoscere”; però qualche volta penso che sia valida per quanto riguarda Thibaut De Castries e il paranaturale. Posso vedere il diario?

Franz glielo diede. Byers lo prese come se fosse stato un uovo; l’aprì delicatamente, rivolgendo un’occhiata di rimprovero all’ospite, e con la stessa delicatezza girò un paio di pagine. — Sì, ecco qui. “Oggi, tre ore al Rodi 607. Che luogo, per un genio! Com’è prosaiko!… così scriverebbe Howard. Eppure Tiberio è davvero un Tiberio, e dispensa con avarizia i tenebrosi segreti appresi da Trasillo in questa cavernosa Capri chiamata San Francisco, al suo spaventato e giovane erede Caligola (Cielo! Non io!). E mi domando tra quanto diventerò anch’io pazzo.”

Mentre terminava di leggere a voce alta, Byers prese a sfogliare le pagine seguenti, una alla volta, e continuò anche quando arrivò a quelle in bianco. Di tanto in tanto alzava lo sguardo verso Franz, ma esaminava minuziosamente ogni pagina con gli occhi e con le dita prima di voltarla.

Disse, in tono discorsivo: — Vedi, Clark considerava San Francisco una moderna Roma: entrambe le città hanno sette colli. Dalla sua provinciale cittadina di Auburn, aveva visto George Sterling e gli altri vivere come se tutta la loro vita fosse una festa da antichi romani. E Carmel, forse, per lui corrispondeva a Capri, che era la Piccola Roma di Tiberio, con divertimenti e piaceri più raffinati. I pescatori portavano al vecchio imperatore le aragoste appena prese, Sterling si tuffava per prendere con il coltello le patelle giganti. Naturalmente, Rhodes era la Capri della prima maturità di Tiberio. Naturalmente, capisco perché Clark non voleva essere Caligola. “L’arte, come il barista, non è mai ubriaca”… o veramente schizofrenica. Ehi, e questo cos’è?

Passò delicatamente l’unghia sull’orlo del foglio. — È chiaro che non sei un bibliofilo, caro Franz. Avrei dovuto rubarti il diario quella sera all’Haight, come mi era venuta l’intenzione di fare: ma nella tua sbronza c’era qualcosa di cavalieresco che ha colpito la mia coscienza, e la coscienza non è mai una buona guida. Ecco!

Con un lievissimo scricchiolìo, la pagina si divise in due rivelando lo scritto nascosto in mezzo.

Byers riferì: — È nero, come se fosse fresco… Inchiostro di china, senza dubbio… Ma è scritto con mano molto leggera per non intaccare la carta. Poi qualche goccia di gomma arabica, pochissima per non lasciare grinze… ed è fatta! È perfettamente nascosto. L’oscurità dell’ovvio. “Sulle loro vesti c’è uno scritto che nessun uomo può vedere…” Oh, povero me, no!

Distolse risolutamente gli occhi dal testo che aveva cominciato a leggere mentre parlava. Poi si alzò, reggendo il diario a braccia tese, e si sedette vicino a Franz (così vicino che Franz sentì l’odore di cognac del suo alito), tenendo sollevate davanti ai loro volti le due pagine appena liberate. Era scritta solo quella di destra, in caratteri nerissimi e sottilissimi, tracciati nitidamente e ben diversi dalla scrittura di Smith.

— Grazie — disse Franz. — È molto strano. Avrò sfogliato le pagine una decina di volte.

— Ma non le hai esaminate a una a una, minuziosamente, con la profonda diffidenza del vero bibliofilo. La sigla indica che è stato scritto dal vecchio Tiberio in persona. E lo leggo insieme a te non tanto per cortesia quanto per paura. Quando ho dato un’occhiata alla frase iniziale, ho avuto la sensazione di non doverlo leggere da solo. In questo modo mi sento più sicuro: almeno, si condivide il pericolo.

Insieme, in silenzio, lesserò.

La MALEDIZIONE su Clark Ashton Smith e tutti i suoi eredi, che ha creduto di rubarmi il cervello e di fuggire, ipocrita agente dei miei vecchi nemici. Su di lui la Lunga Morte (il tormento paramentale!) quando tornerà indietro come fanno tutti gli uomini. Il fulcro (O) e il Cifrario (A) saranno qui, al suo amato Rodi 607. Io riposerò nel mio luogo designato (1) sotto lo Scanno del Vescovo, le ceneri più pesanti che lui abbia mai sentite. Poi, quando i pesi saranno su, sul Monte Sutro (4) e su Monkey Clay (5) [(4) + (1) = (5)], la sua vita SIA schiacciata. Trascritto in Cifrario nel mio Libro 50 (A). Va’, mio piccolo libro (B), va’ nel mondo, e resta in attesa nelle edicole e sta’ in agguato sugli scaffali, finché non giunga l’ignaro acquirente. Va’, mio piccolo libro, e spezza qualche collo!

TdC

Mentre Franz finiva di leggere, la sua mente turbinava di così tanti nomi di luoghi e di cose, familiari ed estranei che dovette farsi forza per ricordarsi di controllare ancora una volta le finestre e le porte e gli angoli del lussuoso soggiorno di Byers, che ormai si riempivano di ombre. Non riusciva a immaginare cosa significasse la frase “quando i pesi saranno su”; ma presa insieme a “le ceneri più pesanti” gli faceva pensare al vecchio schiacciato a morte dalle pietre pesanti posate una dopo l’altra su un’asse che gli premeva sul petto, per essersi rifiutato di testimoniare al processo per stregoneria a Salem nel 1692, quasi fosse possibile strappare a forza una confessione, come se fosse un ultimo respiro.

— “Monkey Clay” — mormorò sconcertato Byers. — “Scimmia d’argilla”? La povera umanità sofferente, modellata nella polvere?

Franz scosse la testa. E fra tutto, pensò, c’era ancora quel maledetto e sconcertante Rodi 607, che continuava a riaffiorare e che in un certo senso aveva dato l’avvio all’intera faccenda.

E pensare che possedeva quel libro da anni e non ne aveva mai scoperto il segreto. Induceva un individuo a sospettare e diffidare di tutte le cose che gli erano più vicine, dei suoi averi più familiari. Cosa poteva essere nascosto nella fodera dei vestiti, o nella tasca destra dei calzoni (oppure, per una donna, nella borsetta o nel reggiseno), oppure nella saponetta con cui ci si lavava, e che poteva contenere una lametta da rasoio…

E pensare che aveva sotto gli occhi, finalmente, la scrittura di De Castries, così nitida eppure così angolosa.

C’era un particolare che lo sconcertava per un altro motivo. — Donaldus — disse — com’è possibile che De Castries si sia impadronito del diario di Smith?

Byers esalò un lungo sospiro saturo d’alcool, si massaggiò la faccia (Franz prese il diario perché non cadesse) e mormorò: — Oh, quello. Klaas e Ricker mi avevano detto che De Castries era molto preoccupato e offeso, quando Clark era tornato ad Auburn senza avvertirlo, dopo che era andato a trovare il vecchio ogni giorno per circa un mese. De Castries era così sconvolto che è andato nella modesta pensione di Clark e si è spacciato per suo zio: perciò gli hanno consegnato la roba che Smith aveva lasciato lì quando se n’era andato in fretta e furia. “La terrò io per il piccolo Clark”, disse De Castries a Klaas e a Ricker; e in seguito, una volta che i due gli avevano detto di avere ricevuto notizie da Smith, aggiunse: “Gli ho spedito la sua roba”. Quei due non hanno mai sospettato che il vecchio ce l’avesse con Clark.

Franz annuì. — Ma allora come mai il diario (che adesso racchiudeva la maledizione) era finito dove l’ho trovato io?

Byers rispose, con voce stanca: — Chi lo sa? La maledizione, comunque, mi ricorda un altro aspetto del carattere di De Castries, di cui non ti ho ancora accennato: la sua passione per gli scherzi crudeli. Nonostante la sua morbosa paura dell’elettricità, aveva una sedia (Ricker l’aveva aiutato a costruirla) con il cuscino che dava una scossa: la usava con i rappresentanti di commercio e le venditrici, i bambini e gli altri visitatori non graditi. La cosa l’ha messo nei pasticci con la polizia. Una ragazza che era andata a offrirsi come dattilografa si è bruciata il sedere. Adesso che ci penso, qui c’è un tocco di genuino sadismo, vero? L’elettricità… portatrice di scosse e di dolore. Gli scrittori non parlano forse di “baci che danno la scossa elettrica”? Ah, il male che si annida nei cuori degli uomini! — concluse in tono sentenzioso.

Si alzò, lasciando il diario nelle mani di Franz, e tornò a sedere al proprio posto.

Franz lo guardò con aria interrogativa, tendendo il diario di Smith verso di lui, ma il suo anfitrione disse, versandosi un altro bicchiere di cognac: — No, tienilo tu. È tuo. Dopotutto, sei stato tu a comprarlo. Ma, per amor del Cielo, abbine cura! È un pezzo molto raro.

— Ma tu cosa ne pensi, Donaldus? — chiese Franz.

L’altro scrollò le spalle e cominciò a sorseggiare. — Un documento agghiacciante, davvero — disse, sorridendo a Franz, come se fosse ben felice che se lo tenesse l’altro. — Ed è rimasto davvero in attesa nelle edicole e sugli scaffali per molti anni, a quanto pare. Franz, proprio non ricordi dove l’hai comprato?

— Ho provato mille volte a farmelo tornare in mente — rispose Franz, con voce piena di rammarico. — Era nell’Haight, di questo sono sicuro. Si chiamava… In Group? Black Spot? Black Dog? Grey Cockatoo? No, niente di tutto questo, eppure ho provato centinaia di nomi. Credo che c’entrasse la parola “Black”, ma mi pare che il proprietario fosse un bianco. E c’era una bambina, forse la figlia, che l’aiutava. Non era tanto bambina, per l’esattezza: era pienamente sviluppata, mi sembra di ricordare, e se ne rendeva ben conto. Si strusciava addosso a me… È tutto molto vago. E poi mi sembra di rammentare (ero ubriaco, naturalmente) che ero attratto da lei — confessò, con una certa vergogna.

— Mio caro Franz, non lo siamo tutti? — commentò Byers. — Quelle piccole care creature, appena baciate dal sesso… E loro lo sanno bene! Chi può resistere? Ricordi quanto li hai pagati, i due libri?

— Una somma piuttosto alta, credo. Ma adesso cominciamo a tirare a indovinare.

— Potresti cercare nell’Haight, strada per strada.

— Credo di sì, se la libreria c’è ancora e se non ha cambiato nome. Perché non continui la tua storia?

— Va bene. Non c’è più molto. Vedi, Franz, ecco una prova che quella… ehm… maledizione non è particolarmente efficace. Clark ha avuto una vita lunga e attiva: altri trentatré anni. È rassicurante, non ti pare?

— Non è più tornato a San Francisco — disse brusco Franz. — O almeno non c’è più rimasto a lungo.

— Questo è vero. Be’, dopo la partenza di Clark, De Castries era rimasto solo e triste. Una volta ha raccontato a George Ricker, più o meno a quel tempo, la storia ben poco romantica del suo passato: gli ha detto che era un franco-canadese e che era cresciuto nel nord del Vermont. Suo padre era stato prima un tipografo di paese e poi un agricoltore, sempre fallito; e lui, un bambino solo e infelice. Sembra proprio la verità, non ti pare? E c’è da chiedersi come poteva essere la vita sessuale di un individuo simile. Niente amanti, direi, e tantomeno amanti straniere, misteriose e intellettuali. Be’, comunque adesso aveva avuto (con Clark) l’ultima possibilità di recitare la parte dello stregone sinistro e onnipotente; ma era finita in modo molto amaro, proprio come la prima volta, nella San Francisco fin de siècle… se era stata la prima volta. Tetro e solitario. A quel tempo aveva un’altra conoscenza o amicizia letteraria. Klaas e Ricker lo giuravano entrambi. Dashiell Hammett, che allora viveva a San Francisco, in un appartamento all’incrocio tra la Poste e la Hyde Street, e stava scrivendo Il falcone maltese. Me l’hai fatto tornare in mente quando hai cercato di ricordare il nome di quella libreria antiquaria. Black Dog, il “cane nero”, e il cacatoa. Vedi, il falcone d’oro, favolosamente ingemmato e smaltato di nero (che poi risulta falso), nel romanzo di Hammett viene chiamato qualche volta “l’uccello nero”. Hammett e De Castries facevano un gran parlare di tesori neri, mi hanno detto Klaas e Ricker. E dello sfondo storico del libro di Hammett: i Cavalieri Ospitalieri, in seguito Cavalieri di Malta, che avevano donato il falcone e che un tempo si chiamavano Cavalieri di Rodi.

— Rodi…! Ecco che rispunta! — esclamò Franz. — Quel maledetto Rodi 607!

— Sì — convenne Byers. — Prima Tiberio, poi gli Ospitalieri. Avevano tenuto l’isola per duecento anni, e poi erano stati cacciati dal sultano Maometto II nel 1522. Ma a proposito dell’Uccello Nero: ti ricordi quando ti ho parlato dell’anello di De Castries col mosaico di pietre dure che raffiguravano un uccello nero? Klaas sosteneva che era servito a ispirare Il falcone maltese! Non è necessario spingersi fino a questo punto, naturalmente; ma comunque è davvero molto strano, non pensi? De Castries e Hammett. Il mago nero e l’investigatore della scuola dei duri.

— Non è poi tanto strano, a pensarci bene — ribatté Franz, tornando a guardarsi intorno. — Oltre a essere uno dei pochi grandi romanzieri americani, Hammett era anche un uomo solitario e taciturno, e di un’onestà scrupolosa. Ha preferito scontare una condanna in un carcere federale piuttosto che tradire un impegno preso. E si è arruolato nella seconda guerra mondiale, anche se non era tenuto a farlo, e ha prestato servizio nelle fredde Aleutine, e si è buscato una malattia lunga e fatale. No, era logico che provasse interesse per un vecchio balzano come De Castries e dimostrasse una dura compassione, priva di sentimentalismi, per la sua solitudine, la sua amarezza e i suoi fallimenti. Continua, Donaldus.

— Non c’è molto da aggiungere — disse Byers, ma gli brillavano gli occhi. — De Castries è morto di embolo alle coronarie nel 1929, dopo due settimane di degenza al City Hospital. Era estate… Klaas diceva, ricordo, che il vecchio non era vissuto abbastanza per vedere il crollo della Borsa e l’inizio della grande depressione, “cosa che per lui sarebbe stata una consolazione, perché avrebbe confermato le sue teorie secondo cui il mondo andava a rotoli a causa dell’auto-degenerazione delle megacittà.”

“E così è finita. De Castries è stato cremato, come aveva chiesto; e in questo modo è sfumato il poco denaro che gli rimaneva. Ricker e Klaas si sono divisi le sue poche cose. Naturalmente non lasciava parenti.”

— Mi fa piacere — disse Franz. — Voglio dire, che sia stato cremato. Oh, so che è morto: doveva essere morto, dopo tutti quegli anni; ma, con tutto quello che mi hai detto oggi, avevo l’idea che De Castries fosse un uomo vecchissimo, ma energico e svelto, che si aggira ancora per San Francisco. Adesso, sapere che non solo è morto in un ospedale ma è stato anche cremato, rende più definitiva la sua morte.

— In un certo senso — riconobbe Byers, lanciandogli una strana occhiata. — Per un po’, Klaas ha tenuto le ceneri vicino alla porta di casa sua, in un’urna da poco prezzo fornita dal crematorio, in attesa che lui e Ricker decidessero cosa farne. Alla fine hanno pensato di seguire anche in questo il desiderio di De Castries, sebbene si trattasse di una sepoltura illegale; perciò hanno dovuto farlo di notte, in gran segreto. Ricker portava una piccozza, avvolta in carta da giornale; Klaas una piccola zappa, nascosta nello stesso modo.

“Al funerale presero parte altre due persone. Una era Dashiell Hammett; e, per puro caso, fu lui a risolvere una divergenza fra Klaas e Ricker. Stavano discutendo se dovevano seppellire insieme alle ceneri l’anello nero di De Castries (l’aveva Klaas); perciò l’hanno chiesto a Hammett, che ha risposto: ‘Ma certo’.”

— È logico — disse Franz, con un cenno d’assenso. — Ma che strano!

— Davvero — riconobbe Byers. — Hanno appeso l’anello intorno al collo del recipiente, con un grosso filo di rame. La quarta persona, che addirittura ha portato le ceneri, era Clark. Sapevo che il particolare ti avrebbe sorpreso. Si erano messi in contatto con lui a Auburn: era tornato, solo per quella notte. E ciò dimostra, adesso che ci penso, che Clark non poteva sapere della maledizione… o no? Comunque, il piccolo corteo funebre è partito dalla casa di Klaas appena fatto buio. Era una notte chiara e mancavano pochi giorni alla luna piena: ed è stato un bene che fosse così, perché hanno dovuto arrampicarsi per un bel po’, e lassù non c’erano lampioni.

— Soltanto loro quattro, eh? — chiese Franz quando Byers fece una pausa.

— Strano, che tu me lo domandi — commentò Byers. — Quando tutto era finito, Hammett chiese a Ricker: “Chi diavolo era quella donna che è rimasta sempre in disparte? Una sua vecchia fiamma? Mi aspettavo che si allontanasse quando siamo arrivati alle rocce, o che si unisse a noi, ma ha continuato a tenersi a distanza”. Per Ricker fu un colpo, perché lui non aveva visto nessuno. E neppure Klaas e Smith. Ma Hammett insisteva.

Byers fissò Franz con aria soddisfatta e terminò rapidamente: — La sepoltura è andata liscia, anche se hanno dovuto usare la piccozza… lassù il terreno era durissimo. L’unica cosa che mancava era la torre della TV (quel fantastico incrocio tra un manichino da sartoria e una pagoda birmana illuminata da lanterne rosse) che si chinasse nella notte per impartire una benedizione enigmatica. Il posto era esattamente sotto un sedile naturale di roccia, che De Castries chiamava Scanno del Vescovo in ricordo di quello nello Scarabeo d’oro di Poe, proprio alla base di quel grande sperone di roccia che forma la cima di Corona Heights. Oh, a proposito, avevano esaudito un altro dei desideri del vecchio: De Castries era stato bruciato con addosso un vecchio accappatoio liso, con il cappuccio, color marrone chiaro…

22

Franz, impegnato in una delle solite ispezioni, cominciò a scrutare le ombre per cercare non soltanto una faccia pallida, vuota, triangolare, dalla proboscide irrequieta, ma anche il volto magro, aquilino, spettrale, tormentato e ossessivo e animato di rabbia omicida, di un vecchio iperattivo, simile a una figura uscita dalle illustrazioni del Doré per l’Inferno. Poiché Franz non aveva mai visto una fotografia di De Castries, ammesso che ne esistessero, doveva accontentarsi di quelle supposizioni.

Era ancora intento ad assimilare il pensiero che Corona Heights era letteralmente impregnata di Thibaut De Castries. Il giorno prima, e quel giorno stesso, lui era rimasto seduto a lungo su quello che quasi certamente era lo Scanno del Vescovo di cui parlava la maledizione, e pochi metri più sotto, nel terreno duro, c’erano le polveri (i sali?) essenziali e l’anello nero. Come diceva, il racconto di Poe? “Portare un buon cannocchiale allo Scanno del Vescovo…” Il suo binocolo era rotto, ma non ne avrebbe avuto bisogno per quel lavoro a breve distanza. Quali erano peggio, gli spettri o i paramentali?… oppure erano la stessa cosa? Quando si stava in guardia e si attendeva la comparsa degli uni o degli altri, quello era un interrogativo alquanto accademico, anche se poneva molti interessanti problemi sui possibili livelli della realtà. Nel profondo del cuore si rendeva conto di essere in collera, o forse aveva soltanto voglia di discutere.

— Accendi qualche lampada, Donaldus — disse in tono secco.

— Devo ammettere che la prendi con calma — osservò l’altro, in un tono un po’ infastidito e un po’ ammirato.

— Cosa ti aspettavi? Che mi abbandonassi al panico? Che uscissi di corsa per strada a farmi sparare? O schiacciare dal crollo di un muro? O dilaniare da schegge di vetro volanti? Immagino che tu abbia tenuto per ultima la rivelazione dell’ubicazione esatta della tomba di De Castries perché avesse un maggiore effetto drammatico, e quindi la cosa fosse più vera secondo la tua teoria dell’identità fra natura e arte.

— Esatto! Tu hai capito, e io ti avevo detto che nella mia storia c’era uno spettro, e che i graffiti astrologici erano un epitaffio adatto a Thibaut. Ma non è sorprendente, Franz? Pensare che quando tu hai guardato Corona Heights dalla tua finestra i resti mortali di Thibaut De Castries, a tua insaputa…

— Accendi qualche lampada — ripeté Franz. — Quello che mi sorprende, Donaldus, è che tu conosci da anni l’esistenza delle entità paramentali, e le sinistre attività di De Castries, e le circostanze della sua sepoltura, eppure non hai preso precauzioni. Sei come un soldato entrato senza difese nella terra di nessuno. Senza dimenticare che in questo momento io, o tu, oppure tutti e due, possiamo essere completamente pazzi. Certo, la maledizione l’hai scoperta soltanto poco fa, se posso fidarmi di te. Ma qualcosa dovevi sapere, perché hai chiuso la porta a chiave dopo che sono entrato. Accendi qualche lampada!

Finalmente, Byers si decise. Un chiarore dorato scese dalla grande lampada globulare sospesa sopra di loro. Poi Byers andò nell’atrio, quasi con riluttanza, e fece scattare un interruttore; quindi tornò in fondo al soggiorno, accese una terza luce, e aprì un’altra bottiglia di cognac. Le finestre divennero rettangoli scuri, con una trama di rete d’oro. Ormai era notte: ma almeno in quella stanza le ombre erano state scacciate.

Intanto Byers stava dicendo, in tono apatico e depresso, ora che aveva terminato il suo racconto: — Certo, che puoi fidarti di me. Era per proteggerti, se non ti avevo parlato di De Castries. L’ho fatto solo oggi, quando è risultato evidente che ormai c’eri dentro, ti piacesse o no. Non vado in giro a parlarne con chiunque, credimi. Se c’è una cosa che ho imparato, nel corso degli anni, è che è meglio non parlare a nessuno dei più tenebrosi aspetti di De Castries e delle sue teorie. Per questo non ho mai neppure pensato di pubblicare una monografia su quell’uomo. Quale altra ragione potrei avere per non farlo? Un libro del genere sarebbe molto interessante. Fa Lo Suee sa tutto (non si può tener nascosto nulla, a un’amante seria): ma ha una mente molto forte, come ho detto. Anzi: quando tu hai telefonato, stamattina, le ho detto, mentre usciva, che, se le restava un po’ di tempo, mi avrebbe fatto un favore se avesse cercato ancora la libreria dove tu hai comprato il diario. È abilissima, a risolvere questi problemi. Lei mi ha sorriso e mi ha detto che era proprio quello che aveva intenzione di fare.

“E poi — continuò — tu dici che io non prendo precauzioni. Ma non è vero: le prendo, le prendo! Secondo Klaas e Ricker, una volta De Castries ha elencato tre protezioni contro le ‘influenze indesiderabili’: l’argento, il vecchio antidoto contro i lupi mannari (un’altra delle ragioni per cui ho incoraggiato l’attività artistica di Fa Lo Suee); i disegni astratti, che attirano su di sé l’attenzione (anche quella dei paramentali, c’è da sperare… ed ecco la ragione di tutti gli arabeschi che vedi intorno a te); e le stelle, il pentacolo primordiale… Sono stato io, in molte fredde albe, quando ero sicuro che nessuno mi vedesse, a tracciare con la vernice spray tutti quei graffiti astrologici su Corona Heights!”

— Donaldus — disse bruscamente Franz — tu sei dentro in questa faccenda da molto più tempo e in modo assai più approfondito di quanto mi hai detto… e c’è di mezzo anche la tua amichetta, a quanto sembra.

— Compagna — lo corresse Byers. — O, se preferisci, amante. Sì, è vero: da qualche anno è uno dei miei interessi secondari… primari, adesso. Ma cosa stavo dicendo? Oh, sì, Fa Lo Suee sa tutto. E anche le due che l’hanno preceduta: una famosa arredatrice e una tennista che era anche attrice. Clark, Klaas e Ricker sapevano. Sono stati le mie fonti. Ma sono morti. Quindi, capisci, io cerco di proteggere gli altri… e me stesso, fino a un certo punto. Considero le entità paramentali pericoli molto reali e presenti: una via di mezzo, in natura, tra la bomba atomica e gli archetipi dell’inconscio collettivo, che come sai comprendono parecchi personaggi estremamente pericolosi. Oppure una via di mezzo tra Charles Manson o un assassino dello Zodiaco e i fenomeni kappa, definiti da Meleta Denning in Gnostica. Oppure tra i rapinatori e gli spiriti elementari, o tra i virus dell’epatite e gli incubi. Sono tutte cose da cui un uomo sano di mente deve guardarsi.

“Ma ricorda questo, Franz — ammonì, versandosi altro cognac. — Nonostante le mie conoscenze precedenti, tanto più vaste e circostanziate delle tue, non ho mai visto un’entità paramentale. In questo, sei in vantaggio rispetto a me. E sembra che sia un grosso vantaggio.”

Guardò Franz con un’espressione che era insieme di avidità e di paura.

Franz si alzò. — Forse sì — replicò seccamente. — Almeno, ti porta a stare in guardia. Tu dici che stai cercando di proteggerti, ma ti comporti nel modo sbagliato. Proprio adesso… scusa se te lo dico, Donaldus… ti stai ubriacando al punto che saresti indifeso se un’entità paramentale…

L’altro inarcò le sopracciglia. — Tu credi che sapresti difenderti da loro, resistere, lottare, annientarle, se le avessi intorno? — chiese incredulo, alzando un po’ la voce. — Puoi fermare un missile atomico diretto in questo momento verso San Francisco attraverso la ionosfera? Puoi dare ordini ai germi del colera? Puoi abolire la tua Anima o la tua Ombra junghiane? Puoi dire al poltergeist “non bussare”? O alla Regina della Notte “resta fuori”? Non puoi montare la guardia ventiquattr’ore al giorno per mesi, per anni. Credimi, lo so bene. Un soldato rintanato in trincea non può cercare di prevedere se la prossima cannonata lo centrerà o no. Impazzirebbe, se tentasse. No, Franz, tutto quello che puoi fare è di sbarrare porte e finestre, accendere tutte le luci, e augurarti che i paramentali tirino innanzi e non si fermino da te. E cercare di dimenticarli. Mangia, bevi e sta’ allegro. Divertiti. Su, bevi qualcosa.

Si avvicinò a Franz, portando due bicchieri di cognac.

— No, grazie — disse aspramente Franz, e s’infilò il diario nella tasca della giacca, mentre sulla faccia di Byers compariva per un istante un’espressione di rammarico. Poi raccolse il binocolo rotto e l’infilò nell’altra tasca, pensando di colpo al binocolo del racconto di James Veduta dalla collina, che per magìa poteva vedere il passato perché era stato riempito di un liquido nero ricavato dalla bollitura di ossa che, quando si spezzavano, essudavano una sostanza stregata. Possibile che il suo binocolo fosse stato manomesso, in modo da mostrargli cose che non c’erano? Era un’idea assurda, e del resto adesso il binocolo era rotto.

— Scusami, Donaldus, ma devo andare — disse, avviandosi verso l’atrio. Sapeva che se fosse rimasto avrebbe accettato il liquore, il vecchio ciclo sarebbe ricominciato, e l’idea di perdere la coscienza e di non poterla riacquistare era orrenda.

Byers si affrettò a seguirlo. La sua ansia e le sue manovre per non versare il cognac sarebbero state comiche in altre circostanze e se lui non avesse detto in tono inorridito, lamentoso, supplichevole: — Non puoi uscire, è buio. Non puoi uscire, con quel vecchio diavolo o il suo paramentale che si aggira qui intorno. Su, bevi e passa la notte qui. Almeno, rimani per la festa. Se hai intenzione di montare la guardia, avrai bisogno di riposo e di svago. Sono sicuro che troverai una compagna simpatica. Le invitate sono tutte un po’ leggere, ma intelligenti. E se hai paura che il liquore ti annebbi la mente, ho un po’ di cocaina purissima. — Bevve da uno dei bicchieri, poi lo posò sul tavolo dell’ingresso. — Senti, Franz, anch’io ho paura… e tu sei pallido, da quando ti ho detto dove sono sepolte le ceneri di quel vecchio diavolo. Rimani per la festa, e bevi un bicchiere, uno solo… tanto per rilassarti un po’. In fondo, non ci sono altri sistemi, credimi. Ti stancheresti troppo, se cercassi di stare eternamente in guardia. — Barcollava un po’, e quasi piagnucolava, e inalberava il suo sorriso più accattivante.

Un’immensa stanchezza s’impadronì di Franz. Tese la mano verso il bicchiere, ma, non appena lo toccò, la ritrasse come se si fosse scottato.

— Sttt! — ammonì, mentre Byers stava per parlare, e gli afferrò il gomito.

Nel silenzio udirono uno scricchiolìo lievissimo, un suono metallico che terminò in uno scatto sommesso, come di una chiave fatta girare in una serratura. I loro occhi si voltarono verso la porta. Videro la maniglia d’ottone che girava.

— È Fa Lo Suee — disse Byers. — Devo togliere il catenaccio. — E si mosse.

— Aspetta! — mormorò Franz. — Ascolta! — Udirono un suono graffiante, che si ripeteva, come se una bestia intelligente facesse scorrere un artiglio, in cerchio, sulla parte esterna dell’uscio verniciato. Nella fantasia di Franz comparve la paralizzante immagine di una grossa pantera nera accovacciata contro l’altra parte di quel pannello bianco filettato d’oro, una pantera nera e dal pelo lucente, dagli occhi verdi, che incominciava a trasformarsi in qualcosa di più terribile.

— Uno dei suoi soliti scherzi — borbottò Byers, e tirò il catenaccio prima che Franz potesse impedirglielo.

La porta si aprì per metà e apparvero due piatte facce feline, pallide e triangolari, che luccicavano e stridevano: — Aiii-eee!

I due uomini arretrarono. Franz balzò da parte con gli occhi involontariamente socchiusi, di fronte a due figure lucenti, grigio-chiare, una più alta e una più minuta, che gli passarono accanto di corsa, avventandosi minacciosamente su Byers, il quale indietreggiava quasi piegato in due, con un braccio levato per proteggersi gli occhi e l’altro abbassato sull’inguine, mentre il bicchiere e la lieve pellicola di liquido ambrato che conteneva volavano in aria perché la sua mano li aveva abbandonati.

Incongruamente, i sensi di Franz registrarono gli odori del cognac, della canapa indiana e di un profumo intenso.

Le figure grigie avanzarono su Byers e lo afferrarono per l’inguine. Lui ansimò e balbettò, tentando debolmente di scacciarle; la più alta delle due figure disse, in tono divertito, con una voce in chiave di contralto, un po’ roca: — In Cina, signor Nayland Smith, abbiamo molti sistemi per far parlare gli uomini.

Poi il cognac finì sulla tappezzeria verde, il bicchiere indenne sul tappeto dorato, e la bellissima cinese fumatrice di hashish e la ragazza col volto da monella, partita quanto lei, si tolsero la maschera da gatta, ridendo come pazze e continuando a palpare e a solleticare vigorosamente Byers, e Franz comprese che entrambe, prima, avevano strillato “Jaime”, il primo nome di Byers.

La paura si era dileguata da Franz, ma la paralisi no. Anzi, si era estesa alle corde vocali, tanto che dal momento della strana irruzione delle due donne vestite di grigio al momento in cui lasciò la casa di Beaver Street non pronunciò una sola parola e rimase accanto al rettangolo buio della porta aperta, osservando con freddo distacco la scena nell’atrio.

Fa Lo Suee aveva una figura snella, piuttosto ossuta, il volto piatto dalla forte struttura ossea, occhi scuri paradossalmente resi opachi e insieme lucenti dalla marijuana (o da quello che era), e capelli neri e lisci. Le labbra erano rosse e sottili. Portava calze e guanti grigio-argento e un abito aderente di seta a coste dello stesso colore, in quello stile cinese che sembra sempre moderno. Con la mano sinistra continuava a fare il solletico a Byers nelle parti basse, con la destra cingeva la sottile vita della sua compagna.

La seconda ragazza era più bassa di lei di tutta la testa, quasi altrettanto snella, e aveva seni piccoli e molto sexy. Il suo volto era davvero felino: mento sfuggente e fronte bassa, da cui ricadevano su un lato i lisci capelli biondi. Dimostrava circa diciassette anni, e aveva l’aria di una marmocchia esperta. Ricordava qualcosa, a Franz, anche se questi, per il momento, non riusciva a ricordare che cosa. Portava una tuta color grigio chiaro, guanti grigio-argento, e un mantello grigio di stoffa leggera, che adesso pendeva da un lato, come i suoi capelli. Palpava Byers, maliziosamente, con entrambe le mani. Aveva l’orecchio roseo e una risatina perversa.

Le due maschere da gatta, gettate sul tavolo dell’atrio, erano bordate di lustrini argentei e avevano i baffi rigidi: conservavano lo spiacevole aspetto triangolare e appuntito che aveva agghiacciato Franz quando le aveva viste apparire.

Neanche Donaldus (o Jaime) pronunciò una parola veramente intelligibile prima che Franz se ne andasse, eccettuato qualche: “No!”; ma ansimava e strillava e balbettava molto, tra le risate. Stava ancora piegato e si contorceva, continuando a cercare invano di scacciare le mani che l’assalivano. La vestaglia viola, con la cintura sciolta, frusciava a ogni suo movimento.

Furono solo le donne, a parlare: all’inizio, anzi, parlò solo Fa Lo Suee. — Ti abbiamo fatto davvero paura, no? — Spiegò in fretta: — Jaime si spaventa facilmente, Shirl, soprattutto quando è sbronzo. È bastato grattare con la chiave la porta. Avanti, Shirl, dagli il fatto suo! — Poi, riprendendo il tono alla Fu Manchu: — Cosa stavate facendo, tu e il dottor Petrie? Nell’Honan, signor Nayland Smith, abbiamo un infallibile sistema cinese per accertare l’omosessualità. O forse sei ambidestro? Noi abbiamo l’antica sapienza dell’Oriente, tutta la tradizione tenebrosa che Mao Tse-tung ha dimenticato. Unita alla scienza occidentale, non ha rivali. (Dai, ragazza mia, così, senza paura!) Ricorda i miei thug e i miei dacoit, signor Smith, i miei scorpioni dorati e le mie scolopendre rosse lunghe quindici centimetri, i miei ragni neri con gli occhi di diamante che attendono nel buio e poi ti balzano addosso! Ti piacerebbe che te ne infilassi uno nelle mutande? Ripeto: cosa stavate facendo tu e il dottor Petrie? Bada a quello che dici. La mia assistente, Shirley Soames (continua, Shirl!) ha una memoria che sembra una trappola per topi. Nessuna menzogna passerà inosservata.

Franz, impietrito, aveva la sensazione di guardare granchi e anemoni di mare che correvano e afferravano, fronde che si tendevano, chele e bocche di fiori che si aprivano e si chiudevano in un acquario. L’infinita commedia della vita.

— Oh, a proposito, Jaime, ho risolto il problema del diario di Smith — disse Fa Lo Suee, in tono vivace e disinvolto, mentre le sue mani diventavano ancora più attive. — Questa è Shirl Soames (gli stai facendo colpo, ragazza mia!) che da anni e anni è assistente di suo padre nella libreria Gray’s Inn, nell’Haight. E ricorda l’intera faccenda, anche se è stato quattro anni fa, perché ha davvero una memoria che sembra una trappola per topi.

Il nome “Gray’s Inn” si accese come un’insegna al neon nella mente di Franz. Come aveva potuto dimenticarsene?

— Oh, le trappole ti fanno paura, vero, Nayland Smith? — continuò Fa Lo Suee. — Sono crudeli con gli animali, no? Sentimentalismo occidentale. Ti faccio sapere, per tua edificazione, che la nostra Shirl Soames, qui presente, è capace di mordere, oltre che di mordicchiare deliziosamente.

Mentre diceva questo, Fa Lo Suee fece scorrere la mano destra guantata di seta lungo il sedere della ragazza, e verso l’interno, fino a quando parve che la punta del dito medio si fosse posata a metà strada fra gli orifici esterni dell’apparato riproduttivo e di quello digerente. La ragazza dimenò i fianchi da sinistra a destra, in un arco cortissimo.

Freddamente, clinicamente, Franz prese nota di quelle azioni e del fatto che in altre circostanze sarebbe stato un gesto eccitante, capace di mettere anche a lui la voglia di fare altrettanto a Shirley Soames. Ma perché lei, in particolare? Riaffiorò qualche frammento di un ricordo inquietante.

Fa Lo Suee notò Franz e girò la testa. Gli rivolse un sorriso molto compassato, con gli occhi vitrei, e disse in tono grave: — Ah, lei dev’essere Franz Westen, lo scrittore che ha telefonato stamattina a Jaime. Dunque anche a lei interesserà quello che ha da dire Shirley.

“Shirley, smettila di tormentare Jaime. Ne ha avuto abbastanza. È lui, il signore in questione?” E, senza togliere la mano, girò delicatamente la ragazza verso Franz.

Dietro di loro Byers, ancora piegato in due, stava tirando profondi respiri misti a risatine, mentre cominciava a riprendersi dal trattamento subito.

Con gli occhi illuminati dall’anfetamina, la ragazza squadrò Franz. E lui si rese conto che conosceva quella piccola faccia felina e furba (la faccia di un gatto che lecca la panna), anche se la ricordava su un corpo ancora più magro, e più piccolo di tutta una testa.

— È proprio lui — disse Shirley, in un tono rapido e brusco che aveva ancora qualcosa della ragazzina. — Esatto, signore? Quattro anni fa hai comprato due vecchi libri legati insieme, di un lotto che era lì da anni e che mio padre aveva comprato da un certo George Ricker. Eri ubriaco, proprio ubriaco fradicio! Siamo andati insieme fra gli scaffali, e io ti ho toccato, e tu avevi un’aria così strana. Hai pagato venticinque dollari per quei vecchi libri. Credevo che tu pagassi per avere la possibilità di palparmi. È così? Tanti uomini anziani lo facevano. — Lesse qualcosa nell’espressione di Franz: i suoi occhi s’illuminarono, e proruppe in una risatina roca. — No, ci sono! Hai pagato tanto perché ti sentivi colpevole, perché eri così ubriaco che credevi (è proprio da ridere!) di avermi molestata, mentre ero stata io, nel mio soave modo di bambina, a molestare te! Ero bravissima a molestare, era stata la prima cosa che mi aveva insegnato il mio caro papà. Ho imparato con lui. Ed ero la grande attrazione del negozio di papà, e lui lo sapeva! Ma avevo già scoperto che con le donne era meglio.

Intanto continuava a dimenare i fianchi, lascivamente, inclinandosi un po’ all’indietro. Adesso portò dietro i fianchi la mano destra, presumibilmente per posarla su quella di Fa Lo Suee.

Franz guardò Shirley Soames e gli altri due, e comprese che quanto aveva detto la ragazza era vero, e comprese anche che era così che Jaime Donaldus Byers sfuggiva alle sue paure (e Fa Lo Suee alle sue?). E senza una parola, senza cambiare l’espressione piuttosto stupida, si voltò e uscì dalla porta aperta.

Fu assalito da una fitta acuminata (“Sto abbandonando Donaldus!”) e da due pensieri fuggevoli (“Shirl Soames e i suoi toccamenti erano il ricordo tenebroso, muffito, tentacolare, che ho avuto sulla scala ieri mattina” e: “Fa Lo Suee immortalerebbe quel momento raffinato nell’argento, magari intitolandolo L’oca amorosa?”) ma tutto questo non bastò a indurlo a soffermarsi e a cambiare idea. Mentre scendeva i gradini, nella luce che filtrava intorno a lui dalla porta, i suoi occhi stavano già controllando sistematicamente l’oscurità che gli si stendeva davanti, in cerca di presenze ostili. Ogni angolo, ogni area aperta, ogni tetto in ombra, ogni abbaino. Quando arrivò sulla strada, la luce che lo circondava svanì: la porta alle sue spalle si era chiusa senza far rumore. Per lui fu un sollievo: adesso era un bersaglio meno vistoso, nella piena tenebra d’onice che tornava a rinserrarsi su San Francisco.

23

Mentre Franz percorreva guardingo Beaver Street, scrutando le ombre tra le luci stradali relativamente rare, pensava che De Castries aveva cessato di essere un semplice diavolo da pagliaio, che infestava la solitaria gobba di Corona Heights (e anche la stanza di Franz, all’811 Geary Street?) per diventare un demone o uno spettro o un paramentale ubiquitario, presente nell’intera città, in tutti i suoi colli sparsi. Quanto a questo, per restare in discorso materialistico, senza dubbio alcuni degli atomi distaccatisi dal corpo di De Castries durante la sua vita e le sue esequie, quarant’anni prima, adesso erano intorno a Franz, lì, in quel preciso momento, e nell’aria stessa che lui respirava? Gli atomi erano così infinitamente piccoli e infinitamente numerosi… E c’erano anche gli atomi di Francis Drake (mentre navigava davanti alla futura Baia di San Francisco, a bordo della Golden Hind) e di Shakespeare e di Socrate e di Salomone (e di Dashiell Hammett e di Clark Ashton Smith). Quanto a questo, non era forse vero che gli atomi destinati a diventare Thibaut De Castries circolavano già nel mondo prima che venissero erette le piramidi, e convergevano lentamente verso il luogo (nel Vermont? in Francia?) dove sarebbe nato quel vecchio diavolo? E prima ancora, quegli atomi di Thibaut non erano forse sfrecciati fulminei dal luogo della violenta nascita dell’universo fino al punto dello spaziotempo dove sarebbe nata la Terra, con tutti i suoi strani mali, usciti dal vaso di Pandora?

A vari isolati di distanza, si levò il suono di una sirena. Molto più vicino, un gatto scuro saettò in un foro nero tra due muri troppo vicini per lasciar passare un essere umano. Franz pensò che i grandi edifici minacciavano di schiacciare l’uomo fin da quando era stata costruita la prima megacittà. In verità la paziente di Saul, la pazza (?) signora Willis, non era poi tanto fuori strada, e neppure Lovecraft (e Smith?) col suo timore, carico di fascino morboso, per le stanze immense, con i soffitti che erano una sorta di cielo interno, e le pareti lontane che erano orizzonti, entro edifici ancora più immensi. San Francisco era coperta, come da un’eruzione, da quei grandi edifici, e ogni mese ne spuntavano altri. Anch’essi recavano scritti i segni dell’universo? A chi erano appartenuti, gli atomi vagabondi che contenevano? E i paramentali erano la loro personificazione oppure i loro parassiti o i loro predatori naturali? Comunque, tutto si concatenava logicamente e ineluttabilmente, proprio come il diario in carta di riso era passato da Smith (che scriveva con l’inchiostro viola) a De Castries (che vi aveva aggiunto una mortale postilla segreta in nero) e poi a Ricker (che era un fabbro e non un bibliofilo) e a Soames (che aveva una figlia precocemente sexy) fino a Westen, sensibile alle cose sexy e alle bizzarrie.

Un taxi blu che scendeva lentamente e silenziosamente passò come uno spettro vicino a Franz, e si fermò accanto al marciapiede di fronte.

Non c’era da stupirsi, se Byers aveva preferito che Franz si tenesse il diario e la maledizione appena scoperta! Byers era un veterano della campagna contro i paramentali, con le sue difese rappresentate da catenacci e luci e stelle e segni e labirinti e liquori, droga e sesso, e sesso outré… Fa Lo Suee aveva portato Shirley Soames per Byers, non solo per se stessa: quei toccamenti gaiamente ostili erano stati compiuti per divertirlo. Molto efficiente e ricco d’inventiva, come sistema. Un individuo doveva pur dormire. Forse anche lui, pensò Franz, avrebbe imparato a usare il metodo di Byers, escluso il liquore: ma quella notte no, a meno che non vi fosse costretto.

I fari di un’invisibile vettura in Boe Street illuminarono l’angolo più avanti, all’inizio di Beaver Street. Mentre Franz scrutava in cerca delle figure che potevano essersi nascoste nel buio e che adesso si sarebbero rivelate, pensò al perimetro di difesa interiore di Byers, cioè il suo atteggiamento estetico nei confronti della vita, la sua teoria che l’arte e la realtà, la finzione e la vita, fossero una cosa sola, così che non era necessario sprecare energie per distinguerle.

Ma quella difesa non era una razionalizzazione? si chiese Franz. Un tentativo per non affrontare lo schiacciante interrogativo: “I paramentali sono reali o no?”

Tuttavia, come si poteva rispondere a questa domanda se si era in fuga e si diventava sempre più deboli e stanchi?

E poi all’improvviso Franz scoprì come poteva salvarsi per il momento, o almeno acquistare tempo per riflettere senza pericolo. E quel metodo non comportava il ricorso ai liquori, alle droghe o al sesso, né una diminuzione della vigilanza. Cercò a tentoni il taccuino, vi frugò… Sì, il biglietto c’era. Accese un fiammifero e diede un’occhiata all’orologio. Non erano ancora le otto, se si affrettava sarebbe arrivato in tempo. Si voltò. Il taxi blu, dopo aver fatto scendere il passeggero, stava percorrendo Beaver Street, con la luce LIBERO accesa. Franz scese dal marciapiede e agitò la mano per fermarlo. Si accinse a salire, poi esitò. Un’occhiata attenta gli rivelò che l’interno buio e lustro era vuoto. Salì e sbatté la portiera, notando con un moto di approvazione che i vetri dei finestrini erano alzati.

— Al Civic Center — disse. — Il Veterans’ Building. C’è un concerto.

— Oh, già — fece il tassista, un uomo piuttosto anziano. — Se per lei non fa niente, non vorrei passare da Market Street: ci sono dei lavori. Facendo il giro, arriveremo prima.

— Benissimo — replicò Franz, assestandosi sul sedile, mentre il taxi svoltava verso nord in Noe Street, accelerando. Franz sapeva (o credeva) che le normali leggi fisiche non erano valide per i paramentali, sempre che questi esistessero davvero: quindi, trovarsi a bordo di un veicolo in moto non gli dava maggior sicurezza. Però era questa l’impressione che aveva, e di conseguenza si sentiva un po’ sollevato.

L’abituale scenario di una corsa in taxi lo distrasse in parte: le buie facciate delle case e dei negozi che sfrecciavano via, i rallentamenti agli angoli, la gara con i semafori per passare prima del rosso. Però continuava a scrutare, girando la testa per guardarsi indietro, ora a sinistra e ora a destra.

— Quand’ero bambino, e abitavo qui — disse il tassista — non scavavano tante buche in Market Street. Ma adesso non fanno altro. Colpa della BART. E lo fanno anche nelle altre strade. Tutti quei maledetti grattacieli. Staremmo meglio se non ci fossero.

— Sono d’accordo con lei.

— Proprio — confermò il tassista. — Sarebbe più facile, girare in macchina. Attento, bastardo!

Anche se non arrivò certo all’orecchio del guidatore, quest’ultima osservazione, pronunciata in tono abbastanza blando, era rivolta a una vettura che stava cercando d’infilarsi nella corsia di destra di McAllister Street. Lungo una via laterale Franz scorse un enorme globo arancione, librato in alto come un pianeta Giove che fosse tutto una Macchia Rossa. Era la pubblicità del distributore di benzina Union 76. Svoltarono nella Van Ness Street e subito si fermarono accanto al marciapiede. Franz pagò, aggiungendo una mancia generosa, e attraversò l’ampio marciapiede verso il Veterans’ Building, varcò la grande porta a vetri ed entrò nel maestoso atrio pieno di sculture moderne realizzate con tubi di venti centimetri di diametro, che sembravano grovigli di giganteschi vermi metallici in guerra tra loro.

Insieme a qualche altro spettatore ritardatario, si diresse in fretta all’ascensore. Provò un senso di claustrofobia, e nel contempo di sollievo, quando le porte si chiusero. Al quarto piano si unì alla folla del pubblico arrivato all’ultimo momento. Tutti consegnavano il biglietto e ritiravano il programma prima di entrare nella sala da concerto, che era di media grandezza e bianca come l’avorio, col soffitto a cassettoni e te file di poltroncine pieghevoli (già quasi tutti occupate, sembrava).

Dapprima Franz si allarmò a causa della folla (in mezzo, vi si poteva nascondere qualunque cosa), ma ben presto cominciò a sentirsi rassicurato dalla normalità di quei musicofili, che nella stragrande maggioranza indossavano abiti di taglio tradizionale sia nella varietà consueta sia in quella hippy; poi qualche esteta in abiti fantasiosi, adatti per le esperienze artistiche di genere sublime; e infine i gruppi delle persone anziane, con le signore in semplici abiti da sera con qualche tocco d’argento e i signori in giacca e cravatta. Una giovane coppia attirò l’attenzione di Franz. Tutti e due erano minuti e delicati, tutti e due apparivano meticolosamente lindi. Portavano abiti hippy nuovi di zecca, ben confezionati su misura: lui giacca di pelle e calzoni di velluto a coste, lei tailleur di tela jeans splendidamente sbiadito con grandi chiazze pallide. Sembravano due bambini: ma la barba perfettamente curata di lui e la pudica sporgenza del tenero seno di lei li proclamavano adulti. Si tenevano per mano, come due bambole, come se fossero abituati a trattarsi a vicenda con molta delicatezza. Sembravano due bambini vestiti per il carnevale dai loro nonni.

Una sezione della mente di Franz, consapevole e freddamente calcolatrice, gli disse che lì non era più al sicuro che al buio. Tuttavia le sue paure si assopivano, così come si erano placate quando era arrivato in Beaver Street e poi quando era salito sul taxi.

Poco prima di entrare nella sala dei concerti, scorse in fondo al foyer, di spalle, un uomo piuttosto piccolo, con i capelli grigi, in abito da sera, e una donna alta e snella, con un turbante beige e un vestito ampio e fluente, color marrone chiaro. Sembrava che parlassero tra loro animatamente: e quando si voltarono in fretta verso di lui, provò un brivido, perché gli parve che la donna portasse un velo nero. Poi vide che era una negra, e che la faccia dell’uomo era alquanto porcina.

Mentre avanzava nella sala dei concerti, piuttosto nervosamente, si sentì chiamare per nome: sussultò, poi si avviò in fretta lungo la corsia, verso Gunnar e Saul che stavano tenendo libero il posto in mezzo a loro, in terza fila.

— È quasi ora — borbottò Saul mentre Franz s’infilava al suo posto.

Gunnar, con un sorriso un po’ forzato, posandogli per un attimo la mano sul braccio, gli disse: — Cominciavamo a temere che non venissi. Sai che Cal contava su di te, no? — Poi sul suo volto apparve un’espressione interrogativa, quando, dalla tasca di Franz che si stava assestando la giacca, si sentirono tintinnare i vetri rotti.

— Ho rotto il binocolo su Corona Heights — disse laconico Franz. — Te lo spiego dopo. — Poi un pensiero lo colpì. — T’intendi di ottica? Strumenti ottici, lenti e così via?

— Un po’ — rispose Gunnar, aggrottando la fronte. — E ho un amico che è uno specialista. Ma perché…?

Franz domandò, lentamente: — Sarebbe possibile manomettere un cannocchiale, oppure un binocolo, in modo che una persona vedesse in distanza qualcosa che non c’è?

— Be’… — cominciò Gunnar, con aria perplessa, muovendo le mani in un piccolo gesto d’incertezza. Poi sorrise. — Ecco, se tu cercassi di guardare con un binocolo rotto, immagino che vedresti qualcosa di simile a un caleidoscopio.

— Taffy si è dato al gioco duro? — gli chiese Saul, dall’altra parte.

— Non parliamone, per il momento — disse Franz a Gunnar, e rivolse a Saul una rapida smorfia temporeggiatrice (e dietro di lui, e ai lati. La folla dei frequentatori di concerti formava un terreno quanto mai adatto per tendere un agguato), poi guardò il palcoscenico, dove i sei o sette concertisti erano già seduti lungo una curva concava, poco profonda, appena oltre il podio del direttore d’orchestra; uno degli archi stava ancora accordando pensieroso il suo strumento. La sagoma lunga e stretta del clavicembalo, con la panchetta vuota, stava all’estremità sinistra della curva, un po’ spostata verso il centro del palco per avvantaggiare le sue esili note.

Franz guardò il programma. Il quinto concerto brandeburghese costituiva il finale. C’erano due intervalli. Il pezzo d’apertura era:

CONCERTO IN DO MAGGIORE PER CLAVICEMBALO E ORCHESTRA DA CAMERA

di Giovanni Paisiello

1. Allegro

2. Larghetto

3. Allegro (Rondò)

Saul gli diede di gomito. Franz alzò gli occhi. Cal era giunta sul palcoscenico, con molta discrezione. Indossava un abito bianco da sera che le lasciava scoperte le spalle e scintillava un po’ agli orli. Disse qualcosa al flauto e si voltò, guardando di sfuggita il pubblico. Franz pensò che l’avesse visto, ma non poteva esserne sicuro. Cal si sedette. Le luci si abbassarono. Accolto da un’ondata di applausi, il direttore entrò, raggiunse il podio, scrutò i musicisti da sotto le sopracciglia, batté la bacchetta sul leggìo e poi l’alzò seccamente.

A fianco di Franz, Saul mormorò, in tono di preghiera: — E adesso, Calpurnia, in nome di Bach e di Sigmund Freud, fagli vedere di cosa sei capace.

— E in nome di Pitagora — aggiunse Gunnar con un filo di voce.

La musica dolce e ondeggiante degli archi e degli strumenti a fiato dalla voce sommessa e suadente avvolse Franz. Per la prima volta dopo l’escursione a Corona Heights, si sentì completamente al sicuro, tra i suoi amici, fra le braccia del suono ben ordinato, come se la musica fosse un piccolo paradiso di cristallo che li circondava, una perfetta barriera contro le forze paranaturali.

Ma poi intervenne il clavicembalo, con toni di sfida, scacciando la tentazione di lasciarsi scivolare nel sonno cullato, con i suoi nastri di suono scintillanti e frementi che ponevano domande e chiedevano gaiamente e inflessibilmente una risposta. Il clavicembalo disse inequivocabilmente a Franz che anche la sala da concerto era una fuga, non diversa da tutto ciò che gli era stato proposto da Byers in Beaver Street.

Prima di rendersi conto di ciò che stava facendo, anche se ormai sapeva bene ciò che provava, Franz si alzò in piedi, a spalle curve, e passò davanti a Saul, perfettamente consapevole (e tuttavia noncurante) delle ondate di scandalo, di protesta e d’indignazione concentrate silenziosamente su di lui da parte del pubblico… o almeno, così gli sembrava che fosse.

Si fermò solo per accostare le labbra all’orecchio di Saul e dirgli, sottovoce ma chiaramente: — Riferisci a Cal, dopo che avrà suonato il brandeburghese, che la sua musica mi ha imposto di andare a cercare la soluzione dell’enigma del Rodi 607. — E poi passò oltre, in fretta, sfiorando leggermente col dorso della mano sinistra la schiena degli ascoltatori per raddrizzarsi mentre passava, e tenendo la mano destra, come uno scudo, tra sé e le persone cui passava davanti.

Quando arrivò in fondo alla fila, si voltò e vide che la faccia accigliata e pensierosa di Saul, incorniciata dai lunghi capelli bruni, era rivolta verso di lui. Poi risalì in fretta la corsia, in mezzo alle file ostili, sospinto (come da una frusta incrostata di migliaia di minuscoli diamanti) dalla musica del clavicembalo, che non esitava mai. Tenne lo sguardo fisso davanti a sé.

Si chiese perché aveva detto “l’enigma del Rodi 607” e non “l’enigma della reale esistenza dei paramentali”; ma poi si rese conto che l’aveva fatto perché la stessa Cal aveva formulato più volte quell’interrogativo, e perciò avrebbe capito. Era importante che lei comprendesse che lui stava lavorando.

Provò la tentazione di voltarsi per lanciarle un’ultima occhiata, ma riuscì a resistere.

24

Per strada, davanti al Veterans’ Building, Franz prese a scrutarsi ai lati e indietro, adesso molto più a caso di prima: provava un senso non tanto di paura quanto di cautela, come se fosse un selvaggio in missione in una giungla di cemento e percorresse il fondo di una gola rettilinea, fiancheggiata da muraglie pericolose. Poiché si era tuffato volutamente nel rischio, si sentiva quasi baldanzoso.

Proseguì per due isolati e svoltò in Larking Street, camminando in fretta ma senza far rumore. C’erano pochi passanti. La luna gibbosa, era quasi allo zenit. In Turk Street una sirena ululava, a qualche isolato di distanza. Franz continuò a guardarsi intorno, cercando il paramentale del suo binocolo e lo spettro di Thibaut, forse uno spettro materiale formato dalle fluttuanti ceneri del vecchio mago, o da una loro parte. Quelle cose potevano non essere reali, poteva esserci ancora una spiegazione naturale (oppure poteva darsi che lui fosse pazzo): ma fintanto che non ne era sicuro, in un senso o nell’altro, era meglio stare in guardia.

Lungo Ellis Street, la rientranza dove cresceva il suo albero preferito era nera, ma le estremità dei rami, simili a dita, sporgevano verdi nella luce bianca dei lampioni.

A cinque o sei isolati di distanza, verso ovest, in O’Farrel Street, Franz scorse la mole modernistica della cattedrale di St Mary, grigiastra e pallida al chiaro di luna, e pensò, inquieto, a un’altra Signora.

Svoltò in Geary Street, passando davanti a negozi bui, a due bar illuminati, e all’ampia bocca sbadigliante del garage De Soto, sede dei taxi blu, e raggiunse il tendone bianco-sporco che contrassegnava il numero 811.

Nell’atrio c’erano due tipi dall’aria dura, seduti sul ripiano di piccole piastrelle esagonali di marmo sotto le due file delle cassette postali d’ottone. Probabilmente erano ubriachi. Lo seguirono con occhi vacui mentre prendeva l’ascensore.

Uscì al sesto piano e chiuse senza far rumore le due porte (il cancelletto pieghevole della cabina e la porta senza vetri del piano); si avviò in punta di piedi, superando la finestra nera e la nera porta del ripostiglio, col foro rotondo che occhieggiava vuoto al posto della maniglia, e si fermò davanti all’ingresso.

Rimase in ascolto per un po’ di tempo e non udì niente. Aprì le due mandate della serratura ed entrò. Si sentì invadere dall’eccitazione e dalla paura. Questa volta non accese il luminoso lampadario centrale; si fermò, attento, ascoltando, in attesa che i suoi occhi si abituassero alla penombra.

Nella stanza regnava la massima oscurità. All’esterno, dietro la finestra aperta, la notte era pallida (grigio-scura, piuttosto) per la luna e il riverbero indiretto delle luci della città. C’era un gran silenzio, rotto solo dal rombo e dal ringhio fievole e distante del traffico, e dal tumulto del suo sangue. All’improvviso, dalle tubature, giunse un ruggito massiccio e cupo, come se qualcuno a un piano o due di distanza avesse aperto un rubinetto dell’acqua. Il rumore cessò di colpo com’era incominciato, e ritornò il silenzio.

Arditamente, Franz chiuse la porta e avanzò a tentoni lungo la parete, intorno al guardaroba, evitando con cura il tavolino sovraccarico, verso la testata del letto, e là accese la luce. Fece scorrere lo sguardo sulla sua Amante dello Studioso che giaceva snella, buia e imperscrutabilmente silenziosa contro la parete, e sulla finestra aperta.

A due metri dalla finestra, nell’interno, giaceva sul pavimento il grande rettangolo di cartone rosso fluorescente. Franz si avvicinò e lo raccolse. Era piegato irregolarmente in mezzo, e un po’ strappato agli angoli. Scosse la testa, l’appoggiò al muro, e tornò alla finestra. I due frammenti del cartone, gli angoli mancanti, erano ancora fissati con le puntine da disegno all’intelaiatura. Le tende ricadevano in perfetto ordine. C’erano pezzetti di carta giallastra sulla scrivania e sul pavimento ai suoi piedi. Non ricordava se avesse ripulito i brandelli del giorno prima. Notò che il mucchietto ordinato di vecchie riviste non ancora esaminate era scomparso. Le aveva messe via da qualche parte? Non ricordava neppure quello.

Era possibile che una forte raffica di vento avesse strappato il cartone… ma non avrebbe scompigliato anche le tende, non avrebbe fatto volare le briciole di carta dalla scrivania? Franz guardò fuori, le rosse luci della torre della TV: tredici piccole e fisse, sei più vivide e lampeggianti. Più in basso, fra la torre e lui, la gobba di Corona Heights era visibile come una macchia scura sullo sfondo delle luci giallastre delle finestre e dei lampioni, e di alcune altre luci, bianche e verdi e più vivide, in curve serpentine. Franz scosse di nuovo la testa.

Ispezionò in fretta l’appartamento: questa volta non si sentì affatto sciocco, nel farlo. Nel guardaroba, spostò di scatto gli indumenti appesi e guardò dietro. Notò un impermeabile chiaro di Cal, rimasto lì da qualche settimana. Guardò dietro la tenda della doccia e sotto il letto.

Sul tavolo, tra la porta del ripostiglio e quella del bagno, stava la posta non ancora aperta. In cima c’era la lettera di un’organizzazione per la lotta contro il cancro, alla quale aveva inviato offerte dopo la morte di Daisy. Aggrottò la fronte e strinse le labbra per un attimo, contraendo la faccia in una smorfia di dolore. Vicino al mucchietto della corrispondenza c’erano una piccola lavagna, qualche gessetto bianco, e i prismi con i quali giocava di tanto in tanto, suddividendo i raggi solari nei loro spettri e poi negli spettri degli spettri. Si rivolse alla sua Amante dello Studioso: — Ti rivestiremo di abiti allegri, mia cara, come un arcobaleno, quando questa storia sarà finita.

Prese una carta della città e una riga, e si recò accanto al letto; estrasse dalla tasca il binocolo rotto e lo depose delicatamente su un angolo libero del tavolino. Provò un senso di sicurezza nel pensare che adesso il paramentale proboscidato non poteva raggiungerlo senza passare sui cocci di vetro, come quelli che una volta venivano cementati in cima ai muri per tener lontani gli intrusi… finché non si accorse che quel senso di sicurezza era assurdo.

Estrasse anche il diario di Smith, e si stese accanto alla sua Amante dello Studioso, aprendo la carta topografica. Poi aprì il volume alla pagina della maledizione di De Castries, meravigliandosi ancora una volta che avesse potuto sfuggirgli per tanto tempo, e rilesse la parte cruciale:

Il fulcro (O) e il Cifrario (A) saranno qui, al suo amato Rodi 607. Io riposerò nel mio luogo designato (1) sotto lo Scanno del Vescovo, le ceneri più pesanti che lui abbia mai sentite. Poi, quando i pesi saranno su, sul Monte Sutro (4) e su Monkey Clay (5) [(4) + (1) = (5)], la sua vita SIA schiacciata.

E adesso, si disse, occorreva risolvere quel problema di geometria nera… o forse era fisica nera? Come l’aveva chiamata De Castries, secondo quello che Klaas aveva riferito a Byers? Oh, sì: “metageometria neopitagorica”.

Monkey Clay era l’elemento meno comprensibile della maledizione, d’accordo. Bisognava partire da lì. Con Byers avevano parlato dell’argilla di cui sono fatti l’uomo e la scimmia, ma non erano arrivati a nulla. Doveva essere un luogo, come il Monte Sutro o Corona Heights (“sotto lo Scanno del Vescovo”). C’era una Clay Street, a San Francisco: ma una Monkey?

La mente di Franz fece un balzo, da Monkey Clay a Monkey Wards. Perché? Lui aveva conosciuto un tale che lavorava nella grande azienda rivale della Sears Roebuck; e diceva che lui e gli altri operai chiamavano così la loro ditta.

Un altro balzo, da Monkey Wards a Monkey Block. Ma certo! Monkey Block, l’“isolato delle scimmie”, era il nomignolo appioppato a un immenso palazzo di appartamenti della vecchia San Francisco, demolito da molto tempo, dove gli artisti e i bohémien abitavano a basso prezzo, nei “ruggenti anni Venti” e durante la depressione. “Monkey” era l’abbreviazione della via in cui sorgeva: Montgomery. Un’altra strada di San Francisco, e per giunta una trasversale di Clay Street! (C’era anche qualcosa d’altro, a tale proposito, ma la sua mente era in fiamme e lui non poteva aspettare.)

Eccitatissimo, collocò la riga sulla carta topografica, fra il Monte Sutro e l’intersezione tra la Clay e la Montgomery Street, all’estremità settentrionale del quartiere degli affari: e vide che la linea retta attraversava al centro Corona Heights (e passava anche piuttosto vicino all’intersezione tra la Geary e la Hyde Street, dove abitava lui, notò con una lieve smorfia).

Prese una matita dal tavolino e tracciò un piccolo 5 all’incrocio Montgomery-Clay, un 4 accanto al Monte Sutro, e un 1 su Corona Heights. Poi notò che la linea assomigliava a una bilancia a due braccia, con il fulcro tra Corona Heights e Montgomery-Clay. C’era anche un equilibrio matematico: 4 più 1 uguale 5… com’era scritto nella maledizione, prima dell’ingiunzione finale. Quel disgraziato fulcro (O), dovunque fosse, sarebbe stato sicuramente schiacciato dai due grandi bracci a leva (“Datemi un punto e schiaccerò il mondo”: Archimede). (E anche nella scritta della maledizione, il minuscolo “la sua vita” era oppresso da quel “SIA” in tutte maiuscole!)

Sì, quello sventurato (O) sarebbe stato sicuramente soffocato, compresso e ridotto letteralmente a nulla, soprattutto se “i pesi saranno su…” E allora?

All’improvviso Franz capì che adesso, qualunque fosse stata la situazione in passato, certamente i pesi c’erano, con la torre della TV piazzata sul Monte Sutro e con la Transamerica Pyramid (il più alto edificio di San Francisco) piazzata all’intersezione Montgomery-Clay! (Il “qualcosa d’altro”, che prima non gli era venuto in mente, era che il Monkey Block era stato demolito per lasciar posto prima a un parcheggio e poi alla Transamerica Pyramid. Sempre più vicino alla soluzione del mistero!)

Ecco perché la maledizione non aveva colpito Smith. Lo scrittore era morto prima che venissero costruite le due strutture. La trappola era scattata solo dopo.

La Transamerica Pyramid e la torre della TV, alta 300 metri… erano in grado di schiacciare, certamente.

Ma era assurdo pensare che De Castries avesse potuto prevedere la costruzione di quelle strutture. Però, la coincidenza (tirare a indovinare) era una spiegazione sufficiente. Bastava scegliere un qualunque incrocio nel centro di San Francisco per constatare che, cinquanta volte su cento, proprio lì, o nelle vicinanze immediate, sorgeva un grattacielo.

Ma allora perché lui tratteneva il respiro, perché sentiva un lieve rombo negli orecchi, perché le sue dita erano fredde e anchilosate?

Perché De Castries aveva detto a Klaas e a Ricker che la prescienza, o la precognizione, era possibile in certi luoghi delle megacittà? Perché aveva chiamato Megalopolisomanzia il suo libro, che adesso stava, color grigio sporco, accanto a Franz?

Qualunque fosse la risposta, adesso i pesi c’erano, senza il minimo dubbio.

E quindi era ancor più importante scoprire l’ubicazione di quel misterioso Rodi 607, dov’era vissuto il vecchio diavolo (o meglio, dove aveva trascinato l’ultima parte della sua esistenza) e dove Smith gli aveva rivolto le sue domande… e dove, secondo la maledizione, era nascosto il registro contenente il Grande Cifrario… e dove la maledizione si sarebbe compiuta. Era proprio come un giallo. Un giallo di Dashiell Hammett? “La X indica il punto” dove è stata (sarà?) scoperta la vittima, schiacciata a morte? Avevano messo una lapide di bronzo all’incrocio fra la Bush e la Stockton Street, dove Brigid O’Shaunessy aveva sparato a Miles Archer nel Falcone maltese di Hammett; ma non c’erano lapidi in memoria di Thibaut De Castries, che invece era una persona realmente esistita. Dov’era la sfuggente X, la misteriosa (O)? Dov’era il Rodi 607? Davvero, avrebbe dovuto chiederlo a Byers, quando ne aveva avuto l’occasione. Doveva telefonargli adesso? No, aveva tagliato i ponti. Beaver Street era un’area dove non voleva più avventurarsi, neppure per telefono. Almeno per ora. Ma rinunciò a lambiccarsi il cervello sulla carta topografica. Era inutile.

Poi lo sguardo gli cadde sull’annuario 1927 di San Francisco, trafugato alla biblioteca quel mattino, che formava la parte centrale della sua Amante dello Studioso. Tanto valeva fare subito la ricerca: trovare il nome del palazzo, se mai ne aveva avuto uno e se a quell’epoca era davvero un albergo. Si mise sulle ginocchia il grosso volume e girò le pagine ingiallite, cercando la sezione “Alberghi”. In un momento diverso da quello, si sarebbe divertito a leggere le vecchie pubblicità dei medicinali e dei parrucchieri.

Pensò a tutti i giri che aveva fatto quella mattina al municipio. Adesso gli sembrava tutto molto lontano e molto ingenuo.

Vediamo: la soluzione migliore era quella di cercare negli indirizzi: non Geary Street (dovevano esserci parecchi alberghi, in quella strada), ma un numero civico 811. Probabilmente ce n’era uno soltanto, ammesso che ci fosse. Incominciò a far scorrere l’indice sulla prima colonna, piuttosto lentamente.

Arrivò alla penultima colonna, prima di trovare un 811. Sì, ed era anche in Geary Street, sicuro. Il nome era… Hotel Rodi.

25

Franz si ritrovò nel corridoio, di fronte alla porta chiusa del suo appartamento. Tremava leggermente, dalla testa ai piedi. Un tremore sottile, generale.

Poi ricordò perché era uscito. Per controllare il numero sulla porta, il piccolo rettangolo scuro su cui era inciso, in grigio chiaro, “607”. Voleva vederlo con i suoi occhi, voleva vedere la sua stanza dall’esterno (e dissociarsi dalla maledizione, allontanarsi dal bersaglio).

Aveva la sensazione che, se avesse bussato in quel momento (come doveva avere bussato tante volte, a quella stessa porta, Clark Ashton Smith), gli avrebbe aperto Thibaut De Castries, con la sua faccia dalle guance scavate, ridotta a una ragnatela di sottili rughe grigie, come incipriata di cenere.

Se fosse rientrato senza bussare, avrebbe trovato la stanza esattamente come lui l’aveva lasciata. Ma se avesse bussato, il vecchio ragno si sarebbe scosso dal sonno…

Provò un senso di vertigine, come se il palazzo cominciasse a ripiegarsi con lui all’interno, a ruotare lentamente, almeno all’inizio… Era una sensazione simile al panico del terremoto.

Doveva orientarsi subito, si disse, per non precipitare insieme all’811. Si avviò per il buio corridoio (la lampadina entro il globo, sopra la porta dell’ascensore, era ancora spenta), passando davanti al nero ripostiglio delle scope, alla finestra dipinta di nero del pozzo di ventilazione, all’ascensore, e salì in punta di piedi due piani, aggrappandosi al mancorrente per non perdere l’equilibrio; passò sotto il lucernario delle scale, entrò nella sinistra stanza nera che sotto un lucernario più grande ospitava il motore dell’ascensore e le leve, lo Gnomo Verde e il Ragno, e uscì sul tetto incatramato.

Le stelle erano in cielo, esattamente dove dovevano essere, anche se naturalmente erano un po’ offuscate dallo splendore della luna quasi piena, che adesso era al sommo della volta celeste, un po’ verso sud. Orione e Aldebaran salivano a oriente. La Stella Polare era al suo posto immutabile. Tutt’intorno si estendeva l’orizzonte spigoloso, frastagliato dalle sagome dei grattacieli contrassegnati da insegne rosse e dalle rare luci gialle delle finestre, come se fossero in qualche modo coscienti della necessità di risparmiare energia. Il vento, moderato, proveniva da ovest.

Ora che la vertigine l’aveva finalmente abbandonato, Franz s’incamminò verso il fondo del tetto, superando i bocchettoni degli sfiatatoi (simili a pozzi quadrati, circondati da un basso parapetto) attento alle basse tubature coperte di pesanti reti metalliche in cui era facile inciampare, finché non si fermò al limite occidentale del tetto, sopra la sua stanza e quella di Cal. Posò una mano sul basso muricciolo. A poca distanza dietro di lui c’era il pozzo di aerazione, che passava accanto alla finestra nera da lui incontrata nel corridoio e a quelle degli altri piani. Sullo stesso condotto, ricordò, si aprivano le finestre dei bagni di un’altra serie di appartamenti e una fila verticale di finestrelle piccolissime, che potevano appartenere solo ai ripostigli in disuso: in origine, pensò, dovevano avere la funzione d’illuminarli un poco. Guardò, verso ovest, le luci lampeggianti della torre e la gobba buia e irregolare di Corona Heights. Il vento si rinfrescò un poco.

E infine Franz pensò: “Questo è l’Hotel Rodi. Io vivo al Rodi 607, il posto che ho cercato dappertutto. In realtà, non c’è nessun mistero. Dietro di me sta la Transamerica Pyramid (5)”. Girò la testa verso il punto dove sfolgorava la sua singola luce rossa; le finestre illuminate del grattacielo erano strette come i fori di una scheda meccanografica. “Davanti a me (e si voltò) stanno la torre della TV (4) e l’altura gobba e incoronata (1) dove sono sepolte le ceneri del vecchio Re Ragno, e io sono al fulcro (O) della maledizione”.

Mentre si diceva questo, fatalisticamente, le stelle sembrarono affievolirsi ancora di più, assumere un pallore malaticcio: e lui sentì una nausea, una pesantezza, in se stesso e tutt’intorno, come se il vento, rinforzandosi, avesse portato qualcosa di maligno dall’ovest fino a quel tetto buio, come se un morbo universale o un inquinamento cosmico si levasse a spirale da Corona Heights, sull’intero panorama della città e salisse fino alle stelle, contaminando perfino Orione e lo Scudo… come se, con l’aiuto delle stelle, lui avesse cercato di mettere tutto a posto, e adesso qualcosa rifiutasse di stare nel posto che gli era stato assegnato, rifiutasse di rimanere sepolto e dimenticato, come il cancro di Daisy, e interferisse con la legge universale dell’ordine e del numero.

Udì all’improvviso uno scalpiccio e un fruscio, dietro di lui, e si voltò di scatto. Non c’era niente, niente di visibile, eppure…

Si accostò al più vicino pozzo di ventilazione e guardò giù. La luce della luna penetrava fino al suo piano, dove la finestrella dello stanzino delle scope era aperta. Più sotto c’era solo la luce fioca di due delle finestre dei bagni: luce indiretta che filtrava dai soggiorni di quegli appartamenti. Udì un suono, come di un animale che fiutasse… o forse era il suo respiro pesante riflesso dalla lamiera di cui era foderato il condotto? E gli sembrò di scorgere (ma era molto indistinto) qualcosa che aveva troppe zampe e che si muoveva rapidamente, in su e in giù.

Tirò la testa all’indietro, e poi verso l’alto, come se guardasse le stelle per chiedere aiuto: ma gli sembravano solitarie e indifferenti quanto le finestre lontane che un uomo scorge mentre sta per essere assassinato in una brughiera o gettato nella Grande Palude di Grimpen in piena notte. Il panico s’impadronì di lui: tornò indietro, precipitosamente. Quando attraversò la nera stanza dell’ascensore, i grandi interruttori di rame scattarono con fracasso e le leve emisero un acuto strido, affrettando la sua fuga, come se alle sue calcagna ci fosse stato un Ragno mostruoso agli ordini dello Gnomo Verde.

Ritrovò un po’ di padronanza mentre scendeva le scale; ma al suo piano, quando passò davanti alla finestra dipinta in nero (vicino al globo spento), ebbe la sensazione che ci fosse qualcosa di estremamente agile acquattato dall’altra parte, aggrappato al pozzo di ventilazione… qualcosa che era una via di mezzo tra una pantera nera e una scimmia-ragno, ma forse con tante zampe quante ne aveva un ragno, e forse con la faccia cinerea di Thibaut De Castries… e in procinto di avventarsi su di lui sfondando il vetro irrobustito dalla rete metallica. E mentre passava davanti alla porta del ripostiglio rammentò la finestrella aperta, tra il ripostiglio e il condotto di aerazione, che non era troppo piccola per un essere come quello. E ricordò che il ripostiglio delle scope confinava proprio col muro accanto al suo letto. Quanti di noi, in una grande città, si chiese, sanno cosa sta dietro le pareti del loro appartamento, dietro la parete contro la quale dormono… nascosto e irraggiungibile come i nostri organi interni? Non possiamo neppure fidarci dei muri che dovrebbero proteggerci.

Nel corridoio, la porta del ripostiglio delle scope parve gonfiarsi di colpo. Per un istante di paura, Franz credette di aver lasciato le chiavi nel suo alloggio; poi se le trovò in tasca, individuò quella giusta, aprì la porta, entrò, e chiuse a doppia mandata l’uscio, per sbarrare la strada alla cosa che forse l’aveva inseguito dal tetto.

Ma poteva fidarsi della sua stanza, con la finestra aperta? Anche se quella finestra, in teoria, era irraggiungibile? Ispezionò di nuovo l’alloggio, e questa volta provò l’impulso di controllare ogni spazio. Aprì perfino i cassetti dello schedario e guardò dietro i raccoglitori, senza per questo sentirsi imbarazzato. Perquisì per ultimo l’armadio, così meticolosamente che scoprì una bottiglia ancora chiusa di Kirschwasser, che doveva aver nascosto più di un anno prima, quando beveva ancora.

Guardò la finestra, con le sue briciole di carta vecchia, e immaginò De Castries quando abitava lì. Il vecchio Ragno, indubbiamente, aveva trascorso lunghe ore seduto davanti alla finestra, a guardare la sua futura tomba su Corona Heights, e dietro di essa il Monte Sutro ammantato di foreste. Aveva previsto che là sarebbe sorta la torre? I vecchi spiritisti e occultisti credevano che il resto astrale, la polvere eterea di una persona, rimanesse a lungo nelle stanze in cui era vissuta.

Cos’altro aveva sognato, lì, il vecchio Ragno, dondolandosi un po’ sulla sedia? I suoi giorni di gloria nella San Francisco pre-terremoto? Gli uomini e le donne che aveva spinto al suicidio, o che aveva collocato sotto vari fulcri per schiacciarli? Suo padre (avventuriero in Africa o tipografo fallito), la sua pantera nera (se mai ne aveva avuta una), la sua giovane amante polacca (o l’esile fanciulla-Anima), la sua Dama Velata?

Se almeno avesse avuto qualcuno con cui parlare, qualcuno che lo liberasse da quei pensieri morbosi! Se Cal e gli altri fossero ritornati dal concerto! Ma l’orologio indicava che le nove erano passate da pochi minuti. Era difficile credere che le perquisizioni della stanza e la visita al tetto avessero portato via così poco tempo, ma la lancetta dei secondi continuava a girare regolarmente, a scatti quasi impercettibili.

Il pensiero delle ore di solitudine che l’attendevano gli dava la disperazione, e la bottiglia che aveva in mano, con la sua promessa d’oblìo, lo tentava: ma la paura di ciò che poteva accadere se lui si fosse addormentato senza potersi svegliare era ancora più grande.

Posò lo cherry brandy accanto alla posta del giorno prima (ancora chiusa), ai prismi e alla lavagnetta. Aveva creduto che quest’ultima non recasse nessuna scritta: ma adesso gli sembrava che vi fossero dei segni sottili. La portò, con i gessetti e i prismi che vi stavano sopra, accanto alla lampada vicino al letto. Aveva pensato di accendere la luce centrale da 200 watt, ma non gli garbava l’idea che la sua finestra spiccasse clamorosamente illuminata… forse agli occhi di un osservatore in agguato su Corona Heights.

Sulla lavagna c’erano davvero degli esilissimi segni di gesso: cinque o sei triangoli, stretti e con la punta in basso, come se qualcuno, o qualche forza, avesse disegnato leggermente (il gesso forse si era mosso da solo, come la planchette di una tavola ouija) la faccia proboscidata del suo paramentale. E adesso il gesso e uno dei prismi sussultavano come planchette, perché le sue mani tremavano nello stringere la lavagna.

La sua mente era quasi paralizzata e svuotata da un’improvvisa paura: ma una parte, ancora libera, pensava che in magìa una stella bianca a cinque punte, con una punta in alto (o verso l’esterno), protegge una stanza dall’ingresso degli spiriti maligni, come se l’entità vi rimanesse impalata mentre cerca di entrare; perciò non fu molto sorpreso quando si accorse di aver posato la lavagna sul tavolino stracarico e di essersi messo a tracciare stelle sui davanzali delle sue finestre, quella aperta e quella chiusa del bagno, e sopra la porta d’ingresso. Provò una vaga sensazione di ridicolo, ma non ebbe neppure per un istante la tentazione di non completare le stelle. Anzi, la sua immaginazione corse alla possibilità di passaggi e nascondigli ancor più segreti dei pozzi di ventilazione e dei ripostigli delle scope (nell’Hotel Rodi doveva esserci stato un montacarichi, e anche uno scivolo per la biancheria, e chissà quante porte ausiliarie), e si turbò al pensiero di non poter ispezionare meglio le pareti di fondo del ripostiglio e dell’armadio; e alla fine chiuse gli sportelli dell’uno e dell’altro e vi tracciò sopra una stella… e un’altra stella, più piccola, sopra il finestrino della porta d’ingresso.

Stava pensando di disegnare una stella anche vicino al letto, sulla parete adiacente allo stanzino delle scope, quando udì bussare alla porta. Prima mise la catena, poi schiuse di pochi centimetri l’uscio.

26

Mezza bocca tutta denti e due grandi occhi bruni gli sorridevano da dietro la catena. Una voce chiese: — Scacchi?

Franz tolse subito la catena e aprì la porta. Era un grande sollievo avere con sé qualcuno che conosceva. E nel contempo era deluso perché si trattava di uno con cui faticava a comunicare (certo non poteva confidargli i pensieri che l’assillavano); ma lo consolava il pensiero che avevano in comune, almeno, il linguaggio degli scacchi. Gli scacchi sarebbero serviti a far passare un po’ di tempo, si augurò.

Fernando entrò raggiante, anche se guardò la catena aggrottando la fronte con aria interrogativa e poi fissò di nuovo Franz allorché questi si soffermò a richiudere la porta e a girare a doppia mandata la chiave.

Per tutta risposta, Franz gli offrì da bere. Fernando inarcò le nere sopracciglia alla vista della bottiglia quadrata, sorrise ancor più cordialmente e annuì; ma quando Franz ebbe tolto il tappo e gli ebbe riempito un bicchiere, esitò e chiese, con l’espressione e con le mani, perché non beveva anche lui.

Poiché era la soluzione più semplice, Franz si versò un sorso in un altro bicchiere, nascondendolo con la mano affinché Fernando non vedesse che il liquore era poco, poi l’inclinò fino a quando il liquido aromatico non giunse a contatto delle sue labbra. Offrì a Fernando di versargliene ancora, ma quello indicò la scacchiera e poi la propria testa, scuotendola con un sorriso.

Franz sistemò la scacchiera, abbastanza precariamente, sui classificatori ammucchiati sopra il tavolino, e si sedette sul letto. Fernando guardò dubbioso la sistemazione, poi scrollò le spalle e sorrise. Accostò una sedia e prese posto di fronte a lui. Ebbe in sorte il bianco: quando ebbe collocato i pezzi, aprì con sicurezza.

Anche Franz mosse in fretta. Si accorse di aver adottato di nuovo, quasi automaticamente, il sistema di vigilanza che aveva usato in Beaver Street mentre ascoltava Byers. Il suo sguardo andava dall’estremità della parete dietro di lui all’armadio accanto alla porta, poi dietro una piccola libreria fino al ripostiglio, arrivava al tavolo carico di posta, alla porta del bagno, fino alla libreria più grande e alla scrivania, e poi alla finestra e lungo gli schedari, fino al radiatore e all’altra estremità della parete dietro di lui. E poi ricominciava. Sentì il rimasuglio di un sapore amaro, quando si umettò le labbra. Il Kirschwasser.

Fernando vinse in venti mosse o giù di lì. Guardò pensieroso Franz per qualche attimo, come se volesse fare qualche commento sul suo gioco mediocre, ma poi sorrise e cominciò a disporre i pezzi, a colori invertiti.

Con voluta avventatezza, Franz aprì col gambetto di re. Fernando rispose con un controgambetto, col pedone di regina. Nonostante quella posizione pericolosa, Franz scoprì che non riusciva a concentrarsi sulla partita. Continuava a stillarsi la mente cercando altre precauzioni da prendere oltre alla sorveglianza. Tendeva l’orecchio per captare suoni alla porta e al di là delle pareti divisorie. Disperatamente, si augurò che Fernando conoscesse un po’ meglio l’inglese o non fosse tanto sordo. Quella combinazione era veramente troppo.

E il tempo passava con estrema lentezza. La lancetta più grande del suo orologio era come inchiodata. Era come uno di quei momenti in cui si sta per crollare nell’ubriachezza, e che sembrano protrarsi all’infinito. A quella velocità, sarebbero passati secoli, prima che il concerto finisse.

E poi si rese conto di non avere la certezza che Cal e gli altri rientrassero subito. Dopo i concerti, di solito, la gente va al bar o al ristorante, per far festa o per parlare.

Si rendeva conto, vagamente, che Fernando lo studiava tra una mossa e l’altra.

Naturalmente poteva ritornare al concerto, quando Fernando se ne fosse andato. Ma così non avrebbe risolto nulla. Aveva lasciato il concerto con la decisione di risolvere l’enigma della maledizione di De Castries e di tutte le relative stranezze. E almeno qualche progresso l’aveva fatto: aveva già risposto all’interrogativo del Rodi 607; ma naturalmente aveva avuto intenzione di chiarire ben altro, quando ne aveva parlato a Saul.

Ma come poteva trovare la soluzione dell’intera faccenda, comunque? Una ricerca seria, nel campo psichico o occulto, comportava una preparazione complessa, uno studio approfondito, e l’uso di strumenti delicati e scrupolosamente regolati, o almeno di persone sensibili e preparate ed esperte… medium, sensitivi, telepatici, chiaroveggenti e simili: gente che avesse dato buona prova di sé con le carte Zener e chissà cos’altro ancora. Cosa poteva sperare di fare, da solo, in una sera? A cosa aveva pensato, quando aveva abbandonato il concerto di Cal e le aveva lasciato quel messaggio?

Eppure, chissà perché, aveva la sensazione che tutti gli specialisti della ricerca psichica e tutta la loro esperienza non potessero aiutarlo, adesso. Tantomeno avrebbero potuto aiutarlo gli esperti scientifici, con i loro rivelatori elettronici straordinariamente sensibili e gli apparecchi fotografici e le altre diavolerie. Con tutti i campi dell’occulto e del para-occulto che fiorivano in quei giorni (stregoneria, agopuntura, biofeedback, rabdomanzia, psicocinesi, aure, astrologia, “viaggi” con l’LSD, balzi nel flusso nel tempo; molti erano fasulli, alcuni forse no) quello che stava capitando a lui era completamente diverso.

Immaginò di ritornare al concerto: e l’idea non gli piacque. Vagamente, gli parve di udire la musica svelta e scintillante di un clavicembalo che continuava ad attrarlo e a sferzarlo imperiosamente.

Fernando si schiarì la gola. Franz si accorse che si era lasciato sfuggire un matto in tre mosse e aveva perso la seconda partita più o meno nello stesso numero di mosse della prima. Automaticamente, cominciò a preparare la scacchiera per la terza.

La mano di Fernando, col palmo abbassato in un “No”, lo trattenne. Franz alzò la testa.

Fernando lo fissava attentamente. Aggrottò la fronte e agitò un dito, indicando che era preoccupato per lui, poi indicò la scacchiera, e si toccò la tempia. Quindi scosse la testa con aria decisa, accigliandosi e additando di nuovo Franz.

Franz comprese il messaggio: “Tu non pensi al gioco”. Annuì.

Fernando si alzò, scostò la sedia, e mimo gli atteggiamenti di un uomo timoroso di qualcosa che lo insegue. Curvandosi un po’, continuò a guardarsi intorno, come aveva fatto Franz ma in modo più evidente. Si girava e si guardava alle spalle, ora in una direzione e ora in un’altra, con gli occhi spalancati e l’espressione impaurita.

Franz annuì ancora, per indicare che aveva capito.

Fernando si aggirò per la stanza, lanciando rapide occhiate alla porta del corridoio e alla finestra. Guardando in un’altra direzione, bussò energicamente sul radiatore, poi sussultò e si scostò di scatto.

Un uomo che aveva una gran paura di qualcosa, che trasaliva ai rumori improvvisi: ecco ciò che doveva significare. Franz annuì ancora.

Fernando ripeté la pantomima accanto alla porta del bagno e alla parete vicina. Dopo aver bussato su quest’ultima, fissò Franz e disse: — Hay hechiceria. Hechiceria occultado en murallas.

Cos’aveva detto, Cal? “Stregoneria nascosta nei muri.” Franz ricordò che anche lui aveva pensato alle porte e ai passaggi segreti. Ma Fernando lo intendeva alla lettera oppure metaforicamentee? Franz annuì, ma sporse le labbra e cercò di assumere un’aria interrogativa.

Fernando parve notare le stelle di gesso per la prima volta. Bianche sul legno chiaro, non si scorgevano facilmente. Il peruviano alzò le sopracciglia e rivolse a Franz un sorriso comprensivo e un cenno d’approvazione. Indicò le stelle, e poi tese le mani, di piatto, verso la finestra e le porte, come per tener fuori qualcosa… e intanto continuava ad annuire.

— Bueno - disse.

Franz chinò la testa, meravigliandosi della paura che l’aveva spinto ad aggrapparsi a uno strumento protettivo tanto irrazionale, che Fernando, pieno di superstizione fino alle ossa (?) aveva compreso al volo: le stelle contro la stregoneria (e c’erano stelle a cinque punte tra i graffiti di Corona Heights, che dovevano tenere a bada le ossa e la cenere; era stato Byers a tracciarle).

Si alzò, andò al tavolo e offrì di nuovo da bere a Fernando, togliendo il tappo alla bottiglia, ma il peruviano rifiutò con un secco cenno della mano, a palmo in basso; andò nel punto dove prima stava Franz, bussò sulla parete dietro il letto, e si girò, ripetendo: — Hechiceria occultado en muralla!

Franz lo guardò con aria interrogativa. Ma il peruviano si limitò a chinare la testa e si portò tre dita alla fronte, per simboleggiare il pensiero (e forse Fernando stava pensando davvero).

Poi il peruviano alzò la testa con un’aria da rivelazione, prese il gessetto dalla lavagna accanto alla scacchiera, e tracciò sulla parete dietro il letto una stella a cinque punte, più grande e vistosa e ben disegnata di quelle di Franz.

— Bueno - ripeté, annuendo. Poi indicò dietro il letto, in basso, e disse ancora: — Hay hechiceria en muralla. - Quindi andò in fretta alla porta del corridoio, mimò l’atto di uscire e di ritornare, e guardò Franz con sollecitudine, alzando le sopracciglia, come per domandare: “Posso star tranquillo per te, nel frattempo?”.

Piuttosto sconcertato dalla pantomima, e sentendosi improvvisamente molto stanco, Franz annuì con un sorriso; poi, pensando alla stella che l’altro aveva disegnato e alla sensazione di cameratismo che gli aveva dato, disse: — Gracias!

Fernando gli rivolse un sorrisetto, aprì la porta e uscì, richiudendosela alle spalle. Poco dopo, Franz udì l’ascensore fermarsi al suo piano, le porte che si aprivano e si chiudevano e la cabina scendere, ronzando, come se fosse diretta verso i sotterranei dell’universo.

27

Franz si sentiva come, secondo lui, doveva sentirsi un pugile suonato. I suoi occhi e le sue orecchie stavano ancora in guardia, pronti a seguire il minimo suono e il minimo movimento, ma stancamente, quasi con riluttanza, lottando contro la tentazione di arrendersi. Nonostante tutti i traumi e le sorprese di quella giornata, la sua mente serale (asservita alla biochimica del suo corpo) stava prendendo il sopravvento. Presumibilmente, Fernando era andato in qualche posto (ma perché? a prendere cosa?) e alla fine sarebbe tornato, come aveva fatto capire: ma quando? e ancora, perché? In verità, a Franz non importava molto. Quasi automaticamente, cominciò a mettere un po’ d’ordine.

Poco dopo si sedette con un sospiro di stanchezza sull’orlo del letto e guardò il tavolino incredibilmente ingombro, chiedendosi da dove poteva cominciare. Sul fondo, ben ordinato, c’era il suo lavoro in corso, che da due giorni non guardava né degnava di un solo pensiero. I segreti del sovrannaturale… Che ironia! Sopra c’erano il telefono, il binocolo rotto, il grosso portacenere traboccante e annerito (ma non fumava da quando era rientrato, quella sera, e adesso non ne aveva voglia), la scacchiera con metà dei pezzi in posizione, e accanto la lavagna piatta con i gessetti, i prismi, e alcuni pezzi degli scacchi catturati, e infine i bicchieri e la bottiglia quadrata di Kirschwasser, ancora stappata, dove lui l’aveva posata dopo avere offerto da bere a Fernando per l’ultima volta.

A poco a poco, quella confusione cominciò ad apparire bizzarramente buffa ai suoi occhi, e del tutto irrimediabile. Sebbene i suoi occhi e le sue orecchie continuassero la loro sorveglianza automatica, quasi gli veniva da ridere. La sua mente, alla sera, aveva invariabilmente un lato sciocco, una tendenza ai giochi di parole e a mescolare tra loro le frasi fatte, e agli epigrammi un po’ folli: un’ilarità che nasceva dalla stanchezza. Ricordava con che precisione lo psicologo F.C. McKnight aveva descritto la transizione dalla veglia al sonno. I brevi passi logici diurni della mente si allungano a poco a poco, e ogni balzo mentale è un po’ più strano e pazzo, fino a quando (senza mai un’interruzione) arrivano i salti giganteschi, del tutto imprevedibili, e allora si sogna.

Prese la carta topografica della città, che aveva lasciato aperta sul letto, e senza ripiegarla la depose come una coperta sopra il caos del tavolino.

— Dormi, piccolo mucchio di ciarpame — disse con tenerezza e ironia.

E posò sopra la carta la riga che aveva usato, come un mago che depone la bacchetta incantata.

Poi (mentre gli occhi e le orecchie continuavano il servizio di guardia) si voltò a mezzo verso la parete su cui Fernando aveva tracciato col gesso la stella e cominciò a mettere a letto anche i suoi libri, come aveva fatto con le cianfrusaglie sul tavolino, a sistemare la sua Amante dello Studioso. Un’operazione casalinga, tra cose familiari, che era l’antidoto ideale anche per le paure più folli.

Sulle pagine ingiallite e ossidate di Megalopolisomanzia (la parte che parlava dell’“elettromefitica sostanza della città”) posò delicatamente il diario di Smith, aperto al punto della maledizione.

— Sei molto pallida, mia cara — osservò (si riferiva alla carta di riso). — Eppure la parte sinistra del tuo volto ha tutti quegli strani nei neri, un’intera pagina. Sogna una bella festa satanista in abito da sera, tutto bianco e nero come Marienbad, in una sala da ballo color crema con agili levrieri russi color panna che si aggirano come cerimoniosi ragni giganti.

Toccò una spalla che era formata soprattutto dall’Outsider di Lovecraft, con le pagine vecchie di quarant’anni (carta Winnebago Eggshell) aperte a La cosa sulla soglia. Mormorò alla sua amante: — Adesso non svenire sulla soglia, cara, come l’infelice Asenath Waite. Ricorda, tu non hai otturazioni dentarie (che io sappia) che permettano di identificarti con sicurezza. — Diede un’occhiata all’altra spalla. Copie di Wonder Stories e di Weird Tales, sciupate e prive di copertina, con in cima L’esumazione di Venere di C.A. Smith. — Quello è un modo molto migliore di andarsene — commentò. — Tutto marmo rosa sotto i vermi e la putredine.

Il petto era il monumentale volume della Lettland, appropriatamente aperto al capitolo misterioso e provocatorio: “Mistica mammaria: freddo come…” Pensò alla strana scomparsa dell’autrice femminista, avvenuta a Seattle. Nessuno avrebbe mai conosciuto il resto dei suoi lavori.

Passò le dita sulla vita piuttosto snella, nera e screziata di grigio, formata dai racconti di spettri di James: su quel libro, un giorno, era piovuto a rovesci, e poi il volume era stato asciugato laboriosamente, pagina per pagina, ma era rimasto raggrinzito e scolorito… Raddrizzò un poco l’annuario sottratto alla biblioteca (che rappresentava i fianchi), ancora aperto alla sezione Alberghi, e disse a bassa voce: — Ecco, così starai più comoda. Sai, cara amica, adesso sei doppiamente Rodi 607. — E si chiese, piuttosto intontito, cos’aveva inteso dire con quelle parole.

Sentì l’ascensore fermarsi al piano, e le porte aprirsi, ma non l’udì ripartire. Aspettò, teso, ma non bussarono alla sua porta, non ci furono passi nel corridoio. Attraverso la parete, da chissà dove, venne il tonfo leggero di una porta ostinata che veniva aperta o chiusa con discrezione, e poi più nulla.

Franz toccò Il glifo del ragno nel tempo, che stava subito sotto l’annuario. Prima, quel giorno, la sua Amante dello Studioso stava distesa prona, ma adesso giaceva sul dorso. Per un momento si chiese (cos’aveva detto, la Lettland?) perché i genitali esterni femminili venivano paragonati a un ragno. Il ciuffo tentacolato dei peli? La bocca che si apriva verticalmente come le mandibole di un ragno, anziché orizzontalmente come le labbra del volto umano e le labbra nascoste delle cinesi nelle leggende dei vecchi marinai? Il vecchio Santos-Lobos, squassato dalla febbre, suggeriva che la cosa riguardava il tempo richiesto per tessere una ragnatela, l’orologio del ragno. E che nicchia deliziosa, per una ragnatela!

Le sue dita, lievi come piume, passarono su Knochenmädchen in Pelze (mit Peitsche): altre pelosità scure, che adesso si mutavano nelle soffici pellicce che avvolgevano le fanciulle-scheletro, e Ames et fantômes de douleur, l’altra coscia. De Sade (o il suo imitatore postumo), stancatosi della carne, aveva cercato davvero di far urlare la mente e singhiozzare gli angeli: “lo spettro del dolore” divenuto “i dolori degli spettri”.

Quel libro, insieme a Fanciulle-scheletro in pelliccia (con frusta), lo indusse a pensare che, sotto le sue mani ansiose, c’era una gran quantità di morti. Lovecraft era morto piuttosto in fretta nel 1937, scrivendo ostinatamente fino all’ultimo, prendendo appunti sulle sue ultime sensazioni (chissà se aveva visto i paramentali, allora?). Smith se n’era andato più lentamente un quarto di secolo dopo, col cervello rosicchiato da piccoli colpi apoplettici. Santos-Lobos, bruciato dalle febbri e ridotto a una brace pensante. E la Lettland, quando era scomparsa, era morta? E poi Montague (il suo Burocrazia bianca formava un ginocchio, però la carta stava ingiallendo), soffocato da un enfisema mentre stava ancora scrivendo appunti sulla nostra cultura autosoffocante.

La morte e la paura della morte! Franz ricordava quanto l’aveva depresso Il colore venuto dallo spazio di Lovecraft, quando l’aveva letto, da adolescente: l’agricoltore del New England e i suoi familiari che marcivano vivi, avvelenati da sostanze radioattive provenienti dai confini dell’universo. Ma nello stesso tempo era un racconto così affascinante. Cos’era tutta la letteratura dell’orrore soprannaturale se non un tentativo di rendere più emozionante la stessa morte… di estendere la stranezza e la meraviglia fino al termine stesso della vita? Ma mentre pensava questo, si rendeva conto di essere stanchissimo. Stanco, depresso, con pensieri morbosi… Gli aspetti sgradevoli della sua mente serale, la faccia buia della medaglia.

E a proposito di oscurità, dove stava Nostra Signora delle Tenebre? (Suspiria de profundis formava l’altro ginocchio, e De profundis un polpaccio. “Cosa pensi di lord Alfred Douglas, mia cara? Ti eccita? io credo che Oscar fosse anche troppo, per lui.”) La torre della TV, là fuori, era la statua di Nostra Signora delle Tenebre? Era abbastanza alta e turrita. La notte era “il suo triplice velo nero”? E le diciannove luci rosse, fisse o lampeggianti, “la luce abbagliante di un’ardente infelicità?” Be’, lui era infelice per due. Doveva farla ridere. Vieni, dolce notte, e avviluppami.

Finì di assestare la sua Amante dello Studioso: L’occulto subliminale del professor Nostìg (“Hai liquidato la foto Kirlian, dottore, ma ci riusciresti col paranaturale?”), le copie di Gnostica (qualche relazione col professor Nostig?), Il caso Mauritius (Etzel Andergast aveva visto i paramentali a Berlino? e Waramme altri, più fumosi, a Chicago?), Ecate, o il futuro della stregoneria di Yeats (“Perché hai fatto distruggere quel libro, William Butler?”) e Viaggio al termine della notte (“I tuoi piedini, cara”). Poi, stancamente, si sdraiò accanto a lei, ancora ostinatamente vigile, pronto a captare il minimo suono, il minimo movimento sospetto. Ricordò che di notte tornava sempre da lei, come se fosse una moglie vera, o almeno una donna, per rilassarsi dopo tutte le tensioni, le prove e i pericoli (ricorda che sei ancora in pericolo!) della giornata.

Pensò che probabilmente avrebbe potuto ancora ascoltare il quinto concerto brandeburghese se si fosse alzato e fosse corso alla sala da concerto, ma era troppo inerte per muoversi… per fare qualcosa di più che rimanere sveglio, di guardia, fino al ritorno di Cal e Gunnar e Saul…

La luce accanto alla testata del letto fluttuò un poco, affievolendosi e poi ravvivandosi bruscamente, e poi affievolendosi di nuovo, come se la lampadina fosse ormai molto vecchia; ma lui era troppo stanco per alzarsi e andare a cambiarla o ad accenderne un’altra. E poi non voleva che la sua finestra fosse troppo illuminata, perché qualcosa poteva vederla, da Corona Heights. (Forse era ancora lassù, invece di essere lì in casa sua: chi poteva saperlo?)

Notò un fioco chiarore intorno ai bordi della finestra: la luna gibbosa, che scendeva verso ovest, cominciava finalmente a sbirciare dall’alto, passando oltre il grattacielo a sud. Franz provò l’impulso di alzarsi e di dare un’ultima occhiata alla torre della TV, di dare la buonanotte alla sua snella dea alta trecento metri e circondata dalla luna e dalle stelle, di mettere a letto anche lei, per così dire, e come se si trattasse di recitare le preghiere: ma la stanchezza glielo impedì. E poi non voleva farsi vedere da Corona Heights, né guardare ancora la tenebrosa macchia di quella collina.

Adesso la luce accanto alla testata del letto splendeva regolarmente, ma sembrava un poco più fioca di prima della fluttuazione, oppure era soltanto un annebbiamento dovuto alla sua mente serale?

Adesso non pensarci. Dimentica tutto. Il mondo era un posto schifoso. La città era un caos, con i suoi grattacieli appariscenti, le sue costruzioni vistose e prive di valore… “Torri del tradimento”, appunto. Era tutto crollato e bruciato nel 1906 (almeno, tutto quello che c’era intorno al suo palazzo), e tra poco sarebbe accaduto ancora, e tutte le scartoffie sarebbero finite nelle macchine tranciadocumenti, con o senza l’aiuto dei paramentali. (E Corona Heights, gobba, color terra d’ombra, non si stava muovendo anche adesso?) E il mondo intero era nelle stesse condizioni, stava morendo d’inquinamento, annegava e soffocava tra veleni atomici e chimici, tra detersivi e insetticidi, miasmi industriali, fumi, fetore d’acido solforico, quantità di acciaio e cemento e alluminio sempre lucidi, plastiche eterne, carta onnipresente, fiumi di gas e di elettricità… Davvero, l’elettromefitica sostanza delle città! Anche se il mondo non aveva bisogno del paranaturale, per morire. Era già nero e canceroso, come la famiglia di contadini di Lovecraft uccisa dalle strane sostanze radioattive di una meteora venuta dai confini del nulla.

Ma non finiva lì. (Franz si accostò maggiormente alla sua Amante dello Studioso.) Il male elettromefitico si diffondeva, si era diffuso (era andato in metastasi) da questo mondo a ogni luogo. L’universo era inguaribilmente malato: sarebbe morto termodinamicamente. Perfino le stelle erano contagiate. Chi pensava che quei punti luminosi significassero qualcosa? Che cos’erano se non uno sciame di moscerini della frutta, fosforescenti e momentaneamente immobilizzati in uno schema del tutto casuale intorno a un pianeta-spazzatura?

Franz si sforzò di “ascoltare” il quinto concerto brandeburghese che Cal stava suonando. Gli adamantini torrenti (immensamente variati e infinitamente ordinati) dei suoni strappati dai plettri di penne d’oca, che ne facevano il padre di tutti i concerti per piano. La musica ha il potere di liberare le cose, aveva detto Cal, di farle volare. Forse avrebbe spezzato la sua tetraggine. Le campanelle di Papageno erano magiche… ed erano una protezione contro la magìa. Ma, anche se tese l’orecchio, intorno lui tutto era silenzio.

A cosa serviva la vita, tanto? Lui era guarito faticosamente dall’alcolismo solo per ritrovarsi di fronte la Senza Naso con una maschera nuova, triangolare. Fatica sprecata, si disse. Anzi, avrebbe teso la mano per prendere la bottiglia quadrata ancora quasi piena di liquore amaro e pungente; ma era troppo stanco per compiere quello sforzo. Era un vecchio sciocco, se pensava che Cal si curasse di lui; sciocco quanto Byers, con la sua sgualdrina cinese e le sue minorenni, il suo pazzo paradiso di cherubini sexy pronti a palparlo con le esili dita.

Lo sguardo di Franz vagò sul volto del ritratto di Daisy, circondato dall’oscurità, ridotto dalla prospettiva a due occhi socchiusi e a una bocca contratta in una smorfia sopra il mento appuntito.

In quel momento cominciò a sentire un lievissimo fruscio nel muro, come quello di un ratto molto grosso che si sforzasse di non far rumore. Da che distanza veniva? Non riusciva a capirlo. Com’erano i suoni che annunciavano un terremoto? Solo i cavalli e i cani potevano udirli. Poi ci fu un brusìo più forte, poi nient’altro.

Ricordò il sollievo che aveva provato quando il cancro aveva lobotomizzato il cervello di Daisy e lei aveva raggiunto lo stadio presumibilmente insensibile della vita vegetativa (“effetto piatto”, lo chiamavano i neurologi, quando la casa luminosa della mente diveniva uno squallido appartamento senza luce e dai soffitti bassi) e la necessità di anestetizzarsi con l’alcool era diventata per lui un po’ meno incalzante.

La luce dietro la sua testa sfolgorò per un istante, palpitò e si spense. Franz cercò di sollevarsi a sedere, ma faticò a muovere un dito. L’oscurità, nella stanza, assunse forme simili alle Immagini Nere della stregoneria, dei prodigi sbalorditivi e degli orrori olimpici che Goya aveva dipinto esclusivamente per se stesso nella vecchiaia: modo quanto mai adatto per decorare una casa. Il suo dito sollevato si mosse vagamente verso la stella di Fernando, poi ricadde. Un leggero singhiozzo si formò e svanì nella sua gola. Si avvicinò di più all’Amante dello Studioso, toccandole con le dita la spalla lovecraftiana. Pensò che lei era l’unica persona che aveva. La tenebra e il sonno si chiusero su di lui, senza far rumore.

Il tempo passò.

Franz sognò l’oscurità assoluta, e un grande rumore bianco, crepitante, squarciante, come di infiniti fogli che venivano accartocciati, di decine di libri che venivano strappati nello stesso istante, con le copertine rigide dilaniate e schiacciate… un pandemonio cartaceo.

Ma forse non era un rumore tanto forte (solo il suono del Tempo che si schiariva la gola), perché subito dopo ebbe l’impressione di svegliarsi tranquillamente in due stanze, quella vera e quella del sogno. Cercò di unificarle. Daisy giaceva serenamente accanto a lui. Erano entrambi molto felici. Avevano parlato, quella notte, e tutto andava bene. Le sottili dita di Daisy, seriche e asciutte, gli toccavano la guancia e il collo.

Con un freddo tuffo al cuore, gli giunse il sospetto che lei era morta. Ma le dita si mossero, rassicuranti. Sembrava quasi che fossero troppo numerose. No, Daisy non era morta, ma era molto malata. Era viva, ma in uno stadio vegetativo, misericordiosamente placata dal male. Stare sdraiato accanto a lei era orribile e tuttavia ancora un conforto. Come Cal, era così giovane, anche in quella semi-morte. Le sue dita erano così esili e seriche e asciutte, così forti e numerose, e tutte cominciavano a stringere… Non erano dita ma sottili liane nere radicate nel cranio e uscivano a profusione dalle orbite cavernose, sgorgavano lussureggianti dal foro triangolare fra l’osso nasale e il vomere, uscivano come tentacoli dai denti superiori bianchissimi, premevano insidiose e insistenti, come l’erba che spunta dalle crepe del marciapiede, scaturendo dal cranio pallido, squarciando le squamose suture sagittali e temporali.

Franz si levò a sedere con un sussulto convulso, soffocato, con il cuore che gli batteva forte e il sudore freddo che gli imperlava la fronte.

28

Il chiaro di luna entrava dalla finestra e creava una lunga polla a forma di bara sul pavimento, dietro il tavolino, gettando per contrasto il resto della stanza in un’ombra più cupa.

Franz era completamente vestito, e i piedi gli facevano male, dentro le scarpe.

Si accorse, con immensa gratitudine, che finalmente era sveglio davvero, che Daisy e l’orrore vegetativo che l’aveva annientata erano scomparsi, svaniti più rapidamente del fumo.

Adesso era acutamente consapevole dello spazio che lo circondava: l’aria fresca sulla faccia e sulle mani, gli otto angoli principali della sua stanza, l’apertura oltre la finestra (che scendeva per sei piani tra il suo edificio e il palazzo accanto fino al livello della cantina), il settimo piano e il tetto più sopra, il corridoio al di là della parete dietro la testata del letto, lo stanzino delle scope dall’altra parte del muro che recava il ritratto di Daisy e la stella di Fernando, il pozzo di ventilazione al di là del ripostiglio.

E tutte le altre sensazioni, e tutti i suoi pensieri, sembravano ugualmente vividi e nitidi. Si disse che aveva di nuovo la mente mattutina, ripulita dal sonno, fresca come l’aria di mare. Meraviglioso! Aveva dormito tutta la notte (Cal e i ragazzi avevano bussato delicatamente alla sua porta e se n’erano andati sorridendo e scrollando le spalle?) e adesso si era svegliato un’ora prima dell’alba, mentre incominciava il lungo crepuscolo astronomico, solo perché si era addormentato così presto. Aveva dormito anche Byers? Ne dubitava, nonostante i suoi flessuosi, decadenti sonniferi.

Ma poi si accorse che la luce della luna entrava ancora dalla finestra, come prima che lui si addormentasse. E quindi aveva dormito solo un’ora, o anche meno.

La sua pelle fremette lentamente, i muscoli delle gambe si tesero, tutto il suo corpo si scosse, come in attesa di… non sapeva cosa.

Sentì un tocco paralizzante alla nuca. Poi le sottili liane pungenti (le sentiva, anche se adesso erano meno numerose) si mossero con un lieve fruscio, attraverso i suoi capelli, oltre l’orecchio, sulla guancia destra e sul mento. Spuntavano dalla parete… no… non erano liane: erano le dita dell’esile mano destra della sua Amante dello Studioso, che si era levata a sedere nuda accanto a lui, un’altra forma pallida, indistinta nell’oscurità. Aveva una testa piccola, aristocratica (capelli neri?), collo lungo, spalle maestosamente ampie, un’elegante vita alta, stile impero, fianchi snelli, e gambe lunghe, lunghe: una forma molto simile a quella della scheletrica torre d’acciaio della TV, un Orione molto più sottile (con Rigel che fungeva da piede, non da ginocchio).

Le dita della mano destra (lei gli aveva insinuato il braccio intorno al collo) gli passarono sulla guancia verso le labbra, mentre lei si girava e inclinava leggermente il volto. Era ancora privo di lineamenti contro lo sfondo dell’oscurità, eppure Franz si chiese all’improvviso se la strega Asenath (Waite) Derby aveva rivolto uno sguardo altrettanto intenso a suo marito Edward Derby, quando erano a letto, mentre il vecchio Ephraim Waite (Thibaut De Castries?) guardava insieme a lei attraverso i suoi occhi ipnotici.

Lei accostò ancora di più la faccia, e le dita della sua destra salirono delicatamente verso le narici e l’occhio di Franz, mentre dall’oscurità alla sua sinistra l’altra mano avanzava, sorretta dal braccio esile come un serpente, verso il volto di lui. Tutti i suoi movimenti e le sue pose erano eleganti e bellissimi.

Ritraendosi violentemente, Franz alzò la mano sinistra per difendersi, e con uno scatto convulso del braccio destro e delle gambe contro il materasso si sollevò, rovesciando il tavolino e mandando tutti gli oggetti ammucchiati a rotolare e a cadere con fracasso (i bicchieri e la bottiglia e il binocolo) insieme a lui sul pavimento, dove, dopo avere fatto un giro completo su se stesso, Franz rimase a giacere sull’orlo della polla di chiaro di luna (esclusa la testa, che era nell’ombra verso la porta). Quando si era girato, la sua faccia si era avvicinata al grande portacenere che si rovesciava e alla bottiglia caduta di Kirschwasser, e lui aveva aspirato zaffate di fetido catrame del tabacco e di alcool amaro e pungente. Sentiva, sotto di sé, le dure forme dei pezzi degli scacchi. Adesso fissava stralunato il letto che aveva lasciato, e per il momento vedeva solo l’oscurità.

Poi dall’oscurità si erse, ma non troppo, la lunga sagoma pallida della sua Amante dello Studioso. Sembrava guardarsi intorno, come una mangusta o una donnola, con la piccola testa che s’inclinava di qua e di là sull’esile collo; e poi, con un fruscio asciutto che straziava i nervi, avanzò contorcendosi e fremendo verso di lui, attraverso il tavolino e tutta la roba dispersa e in disordine, protendendo le mani dalle lunghe dita e le braccia pallide e scarne. Mentre Franz tentava di alzarsi in piedi, sentì le mani stringersi sulla sua spalla e sul suo fianco, in una morsa dolorosamente forte, e di colpo gli balenò nella mente un verso: “Siamo fantasmi, ma con scheletro d’acciaio”. Con una forza improvvisa, nata dal terrore, Franz si liberò dalle mani che l’imprigionavano. Ma non riuscì ad alzarsi: riuscì soltanto a spostarsi lungo la macchia di chiaro di luna e poi giacque riverso, dibattendosi, sull’orlo più lontano, con la testa ancora nell’ombra.

Le carte e i pezzi degli scacchi e il contenuto del portacenere si sparpagliarono ancora di più. Un bicchiere scricchiolò quando lui l’urtò col tacco. Il telefono rovesciato prese a squittire come un topo furioso e pedante, da una strada vicina una sirena cominciò a ululare come un cane torturato, ci fu un grande suono lacerante come nel sogno (le carte disperse mulinarono e si alzarono dal pavimento come se fossero state ridotte a brandelli), e fra tutto risuonavano le urla gutturali e stridenti che erano le urla dello stesso Franz.

La sua Amante dello Studioso avanzò contorcendosi nel chiaro di luna. La faccia era ancora in ombra, ma Franz poteva vedere che il corpo sottile dalle spalle ampie era formato, a quanto pareva, solo da carta lacerata e premuta insieme, chiazzata di bruno e di giallognolo dagli anni, come se fosse formata dalle pagine masticate di tutte le riviste e di tutti i libri che l’avevano composta sul letto, mentre intorno al volto in ombra ricadevano i neri capelli (copertine strappate dei libri?). Gli arti lunghi e sottili, in particolare, sembravano fatti interamente di carta avorio pallida, contorta e intrecciata. Sfrecciò verso di lui con rapidità terribile e lo cinse bloccandogli le braccia e infilò con un movimento a forbice le lunghe gambe tra le sue, sebbene Franz si dibattesse e scalciasse convulsamente e intanto, completamente sfiatato dalle urla, ansimasse e piagnucolasse.

Poi lei girò la testa e l’alzò, e il chiaro di luna le investì la faccia. Era sottile e affusolata, come quella di una volpe o di una faina, e come tutto il resto era formata di carta compatta, a grumi e crepe, ma era coperta da uno strato bianco livido (la carta di riso?) punteggiato da una pioggia di piccoli e irregolari segni neri (l’inchiostro di Thibaut?). Non aveva occhi, tuttavia sembrava che gli scrutasse nel cervello e nel cuore. Non aveva naso. (Era quella, la Senza Naso?) Non aveva bocca… ma il lungo mento cominciò a fremere e a sollevarsi come il muso di una bestia, e Franz vide che aveva un’apertura.

Comprese che era quello, ciò che stava sotto le vesti ampie e i veli neri della Dama Misteriosa di De Castries, la donna che l’aveva seguito fino alla tomba, un concentrato d’intellettualità, tutta libri e studi (una vera Amante dello Studioso!) la Regina della Notte, colei che stava in agguato sulla vetta, la cosa che perfino Thibaut De Castries temeva, Nostra Signora delle Tenebre.

I cavi delle braccia e delle gambe intrecciate si attorsero più stretti intorno a Franz, e la faccia, ritornando nell’ombra, si abbassò in silenzio verso la sua: e tutto ciò che Franz poté fare fu di distogliere il volto.

In un lampo pensò alla scomparsa delle vecchie riviste ritagliate, e comprese che erano quelle, fatte a pezzi, a costituire la materia prima della figura pallida che lui aveva visto due volte alla finestra da Corona Heights.

Scorse sul soffitto nero, al di sopra del muso circondato da capelli neri che si abbassava lentamente, una piccola chiazza di colori dolci, armoniosi, fantasmagorici: lo spettro, in tinte pastello, del chiaro di luna, rifratto da uno dei prismi che giacevano nella macchia di luce sul pavimento.

La faccia asciutta, ruvida, dura, premette contro la sua, bloccandogli la bocca e schiacciandogli le narici: il muso affondò nel suo collo. Si sentì schiacciare da un peso immane, soverchiante. (La torre della TV e la Transamerica! E le stelle?) E sentì nella bocca e nel naso, soffocante, l’arida polvere amara di Thibaut De Castries.

Poi, proprio in quell’attimo, la stanza fu invasa da una fulgida luce bianca. Come se gli avessero iniettato uno stimolante ad azione istantanea, Franz riuscì a distogliere la faccia da quell’orrore rugoso e a girare le spalle.

La porta del corridoio era spalancata, la chiave era ancora nella serratura. Cal era sulla soglia, con la schiena contro lo stipite e la mano destra tesa sull’interruttore. Ansimava, come se avesse corso. Portava ancora l’abito bianco da concerto e il mantello di velluto nero, aperto. Guardava al disopra di lui, un po’ oltre, con un’espressione incredula e inorridita. Poi lasciò ricadere la mano dall’interruttore, e lentamente il suo corpo scivolò in avanti piegandosi soltanto alle ginocchia. Rimase con la schiena eretta contro lo stipite, le spalle dritte, il mento alto, e le palpebre non sbatterono neppure una volta sugli occhi colmi di orrore. Poi, quando si fu accovacciata come uno stregone, i suoi occhi si spalancarono ancora di più, con l’ira del virtuoso. Abbassò il mento, adottò la sua più feroce espressione professionale e disse, con una voce aspra che Franz non le aveva mai sentito:

— In nome di Bach, Mozart e Beethoven, in nome di Pitagora, Newton e Einstein, per Bertrand Russell, William James e Eustace Hayden, vattene! Tutte voi forme dissonanti e prive di ordine, andatevene immediatamente!

E mentre Cal parlava, le carte tutt’intorno a Franz (adesso lui poteva vedere che erano a brandelli) si sollevarono scricchiolando, la stretta sulle sue braccia e sulle sue gambe si allentò, e lui poté strisciare verso Cal, agitando violentemente le braccia in parte libere. A metà dell’eccentrico esorcismo i pallidi frammenti incominciarono a turbinare, e all’improvviso decuplicarono di numero (adesso non c’era più niente a trattenere Franz), così che alla fine lui strisciò verso Cal in mezzo a una fitta nevicata di carta.

Gli innumerevoli brandelli caddero frusciando sul pavimento tutt’intorno a Franz. Appoggiò la testa in grembo a Cal, che adesso sedeva eretta sulla soglia, per metà dentro e per metà fuori, e giacque ansimando, stringendole la vita con una mano e tenendo l’altra protesa nel corridoio, come per segnare sul tappeto il punto dove era giunto. Sentì sulla guancia le rassicuranti dita di Cal, mentre lei, con l’altra mano, gli scostava distrattamente i frammenti di carta dalla giacca.

29

Franz udì Gunnar che diceva, in tono concitato: — Cal, tutto a posto? Franz! — E poi Saul: — Cosa diavolo è successo, in questa stanza? — E di nuovo Gunnar: — Mio Dio, sembra che tutta la sua biblioteca sia stata messa nello Stracciafogli! — Ma Franz poteva vedere, di loro, soltanto le scarpe e le gambe. Che strano. C’era un terzo paio di gambe: calzoni marrone e scarpe marrone sciupate, un po’ scalcagnate. Fernando, naturalmente.

Molte porte si aprirono lungo il corridoio, molte teste si affacciarono. La porta dell’ascensore si aprì e ne sbucarono di corsa Dorotea e Bonita, ansiose e preoccupate. Ma Franz si ritrovò a fissare (perché la loro presenza davvero lo sconcertava) una decina o più di scatoloni impolverati di cartone ondulato, ammonticchiati ordinatamente lungo la parete del corridoio, di fronte al ripostiglio delle scope, accanto a tre vecchie valigie e a un baule.

Saul si era inginocchiato accanto a lui e gli tastava con fare professionale il petto e il polso, sollevandogli le palpebre con un tocco leggero per controllare le pupille, e non diceva nulla. Poi rivolse a Cal un cenno rassicurante.

Franz riuscì a lanciargli un’occhiata interrogativa. Saul gli sorrise con disinvoltura e disse: — Sai, Franz, Cal ha lasciato il concerto come un pipistrello scappato dall’inferno. Si è inchinata insieme agli altri solisti, ha aspettato che s’inchinasse anche il direttore, ma poi ha afferrato il mantello (l’aveva portato sul palcoscenico durante il secondo intervallo e l’aveva posato sulla panchetta accanto a lei; io le avevo riferito il tuo messaggio) e se n’è andata di corsa passando in mezzo al pubblico. Tu credevi di averlo offeso, andandotene all’inizio. Credimi, è stata una cosa da niente in confronto al modo in cui l’ha trattato lei! Quando l’abbiamo rivista, stava fermando un taxi: correva in mezzo alla strada per bloccarlo. Se fossimo stati meno svelti, ci avrebbe piantati in asso. Ha continuato a smaniare per tutto il tempo che abbiamo impiegato per salire.

— E poi ci ha preceduti di nuovo quando ognuno di noi pensava che sarebbe stato l’altro a pagare il tassista, e lui ci ha gridato dietro, e noi due siamo tornati a pagarlo — proseguì Gunnar, dietro la spalla di Saul. Era in piedi, nella stanza, al limitare della grande marea di ritagli di carta, come se non osasse smuoverla. — Quando siamo entrati, lei stava salendo di corsa le scale. Intanto l’ascensore era giunto al terreno, e l’abbiamo preso, ma è arrivata prima lei. Ehi, Franz — chiese, tendendo il braccio per indicare — chi ha disegnato col gesso quella grande stella sopra il tuo letto?

A questa domanda, Franz vide le piccole scarpe marrone scalcagnate farsi avanti a passo deciso tra la neve di carta. Fernando bussò di nuovo sul muro sopra il letto, come per richiamare l’attenzione, poi si voltò e disse in tono autorevole: — Hechiceria occultado en muralla!

— Stregoneria nascosta nel muro — tradusse Franz, come un bambino deciso a dimostrare che non è malato. Cal gli sfiorò le labbra con aria di rimprovero, per ordinargli di riposare.

Fernando alzò un dito, come per annunciare: “Vi faccio vedere!”. E tornò indietro a grandi passi, girando cautamente attorno a Cal e Franz che stavano sulla soglia. Proseguì svelto nel corridoio, passando davanti a Dorotea e Bonita, si fermò davanti alla porta del ripostiglio delle scope e si girò. Si fermò anche Gunnar, che l’aveva seguito per curiosità.

Il peruviano indicò un paio di volte la porta chiusa e poi gli scatoloni ammonticchiati, e mimò un uomo che cammina piegando le ginocchia. (“Li ho tirati fuori io. L’ho fatto in silenzio.”) Estrasse un grosso cacciavite dalla tasca dei calzoni, l’inserì nel buco dove un tempo stava la maniglia, lo girò e aprì la porta nera. Poi, brandendo il cacciavite, entrò.

Gunnar lo seguì e guardò all’interno, per poi riferire a Franz e Cal: — Ha sgombrato lo stanzino. Mio Dio, quanta polvere! Sapete, c’è perfino una finestrella. Adesso Fernando è inginocchiato accanto alla parete tra lo sgabuzzino e la tua stanza; dall’altra parte della parete c’è il punto dove ha bussato. C’è un piccolo armadietto, in basso. C’è uno sportello. Cosa contiene, le valvole? Il materiale per la pulizia? Qualche presa? Non lo so. Adesso sta usando il cacciavite per aprirlo. Be’, mi venisse un colpo!

Indietreggiò per lasciar uscire Fernando che sorrideva trionfalmente e reggeva davanti al petto un libro grigio, alto e sottile. Il peruviano s’inginocchiò accanto a Franz e glielo tese, aprendolo con un gesto teatrale. Si alzò uno sbuffo di polvere.

Le due pagine aperte a caso erano coperte da cima a fondo, notò Franz, da file ininterrotte di segni astronomici e astrologici, tracciati in inchiostro nero, nitidamente e convulsamente, e da altri simboli enigmatici.

Franz allungò la mano tremante e poi la ritrasse di scatto, come se temesse di scottarsi le dita.

Riconobbe la scrittura della Maledizione.

Doveva essere il Libro cinquanta, il Grande Cifrario menzionato nella Megalopolisomanzia e nel diario di Smith (B): il registro che Smith aveva visto una volta e che era un elemento essenziale (A) della Maledizione, e che era stato nascosto, quasi quarant’anni prima, dal vecchio Thibaut De Castries perché compisse la sua opera al fulcro (O) ossia al (Franz rabbrividì, alzando lo sguardo verso il numero della sua porta) Rodi 607.

30

Il giorno dopo, Gunnar buttò nel fuoco il Grande Cifrario, su urgente richiesta di Franz, avallata da Cal e Saul, ma solo dopo averlo microfilmato. Da allora l’ha inserito più volte nei suoi elaboratori e l’ha fatto studiare variamente da specialisti di semantica e di linguistica, ma senza compiere alcun passo in avanti verso la decifrazione del codice, ammesso che il codice esista. Recentemente ha confidato agli altri: — Si direbbe quasi che Thibaut De Castries avesse creato l’araba fenice dei matematici, una serie di numeri completamente casuali.

Risulta che ci sono esattamente cinquanta simboli. Cal ha fatto osservare cht cinquanta è il numero complessivo delle facce di tutti e cinque i solidi pitagorici o platonici. Ma quando le è stato chiesto a cosa portava quel fatto, non ha saputo far altro che alzare le spalle.

All’inizio, Gunnar e Saul non poterono fare a meno di chiedersi se per caso non fosse stato Franz a fare a pezzi tutti i suoi libri e le sue carte, in una specie di passeggera crisi psicotica. Ma poi conclusero che era un’impresa impossibile, o almeno impossibile da realizzare in così poco tempo. — Quella roba era macinata come se fosse stata segatura.

Gunnar ha conservato qualche campione di quegli strani coriandoli: frammenti irregolari, aventi un diametro massimo di tre millimetri… ben diversi dai rifiuti di una macchina tranciadocumenti, per quanto perfezionata. (E questo sembra eliminare il sospetto che lo Stracciafogli di Gunnar, o qualche altra superacuta macchina italiana, avesse lo zampino, chissà come, nella faccenda.)

Gunnar ha smontato anche il binocolo di Franz (chiamando in aiuto un suo amico specialista di ottica, che tra le altre cose aveva studiato e risolto l’enigma del famoso Teschio di Cristallo); ma non hanno trovato tracce di manomissione. L’unica circostanza notevole era la meticolosità con cui erano stati frantumati i prismi e le lenti. — Ridotti come segatura anche quelli?

Gunnar trovò una lacuna nel resoconto particolareggiato che Franz gli fece non appena si sentì meglio. — Non si possono vedere i colori dello spettro alla luce della luna. I coni della retina non sono abbastanza sensibili.

Franz replicò, piuttosto seccato: — Moltissime persone non riescono neppure a vedere il lampo verde del sole al tramonto. Eppure, qualche volta c’è.

Il commento di Saul fu: — Bisogna proprio concludere che c’è una briciola di senso in tutto quello che dicono i pazzi. — Franz: — I pazzi? — Saul: — Sì, tutti noi.

Saul e Gunnar abitano ancora all’811 Geary. Non hanno più incontrato altri fenomeni paramentali, almeno per ora.

Anche i Luque sono ancora là. Dorotea tiene segreta l’esistenza dei ripostigli delle scope, soprattutto al proprietario del palazzo. — Se lo sapesse, mi chiederebbe di affittarli a qualcuno.

La storia di Fernando, così come la tradussero alla fine Dorotea e Cal, era semplicemente questa. Lui aveva notato il piccolo armadietto poco profondo nel ripostiglio delle scope mentre spostava gli scatoloni per fare spazio, e gli era rimasto impresso nella mente (“Muy misterioso!”); perciò, quando aveva avuto l’impressione che la casa di Miistar Juestón fosse infestata, se n’era ricordato e si era affidato al proprio intuito. L’armadietto, a giudicare dalle macchie sul fondo, una volta aveva contenuto lucidi per mobili, ottoni e scarpe, e poi, per quasi quarant’anni, soltanto il Libro cinquanta.

I tre Luque e gli altri (nove in tutto, con le donne di Gunnar e di Saul: proprio il numero ideale per una classica festa alla romana, come osservò Franz) finirono con l’andare veramente a fare un picnic su Corona Heights. Ingrid, la donna di Gunnar, era alta e bionda come lui, e lavorava all’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente; finse di essere molto impressionata dal Museo Junior. Invece Joey, la donna di Saul, era una piccola dietologa dai capelli rossi, molto attiva nella filodrammatica del quartiere. Corona Heights, adesso, sembrava molto diversa, dopo che le piogge dell’inverno l’avevano rinverdita. Eppure trovarono i sorprendenti ricordi di un periodo più tetro: incontrarono le due bambine col sanbernardo. Franz impallidì leggermente al vederle, ma si riprese subito. Bonita giocò un po’ con loro, fingendo cortesemente di divertirsi, nel complesso fu abbastanza piacevole, ma nessuno andò a sedersi sullo Scanno del Vescovo o vi frugò sotto alla ricerca delle tracce di una vecchia inumazione. In seguito, Franz commentò: — Qualche volta penso che l’ordine di non smuovere le vecchie ossa stia alla base di tutto il para… il sovrannaturale.

Cercò di mettersi di nuovo in contatto con Jaime Byers, ma né le telefonate e neppure le lettere ottennero risposta. Poi venne a sapere che il ricco poeta e saggista, accompagnato da Fa Lo Suee (e anche da Shirl Soames, a quanto pareva) era partito per un lungo viaggio intorno al mondo.

— C’è sempre qualcuno che lo fa, alla conclusione di un racconto d’orrore sovrannaturale — commentò acido, con un umorismo un po’ forzato. — Il mastino dei Baskerville, eccetera. Mi piacerebbe tanto sapere chi erano i suoi informatori, a parte Klaas e Ricker. Ma forse è meglio non approfondire.

Adesso, lui e Cal hanno preso un appartamento un po’ più in alto, su Nob Hill. Anche se non si sono sposati, Franz giura che non vivrà mai più solo. Non volle più saperne di dormire un’altra notte nella stanza 607.

A proposito di quello che Cal udì e vide (e fece) alla fine, lei dice: — Quando sono arrivata al terzo piano, ho sentito Franz che cominciava a urlare. Io avevo la sua chiave. C’erano tutti quei brandelli di carta che gli turbinavano intorno, come un vortice. Ma al centro lo stringevano, e formavano una specie di colonna solida e sottile con un muso orrendo. E allora ho detto (pace all’anima di mio padre) le prime cose che mi sono venute in mente. La colonna è andata in pezzi come se fosse stata una piñata messicana ed è diventata parte dell’uragano di carta, che poi si è posato molto in fretta, come fiocchi di neve sulla luna. Sapete, aveva uno spessore di parecchi centimetri. Appena Saul mi aveva comunicato il messaggio di Franz, avevo capito che dovevo andare da lui al più presto possibile, ma solo dopo che avevamo eseguito il quinto concerto brandeburghese.

Franz pensa che il quinto concerto brandeburghese, in qualche modo, l’abbia salvato, insieme alla pronta azione di Cal: ma non sa spiegare come possa essere accaduto. Cal si limita a dire: — Ritengo una fortuna che Bach avesse una mentalità matematica e Pitagora un’anima musicale.

Una volta, comunque, ha detto: — Sai, i talenti attribuiti alla “giovane amante polacca del padre” di De Castries (e sua dama misteriosa?) corrisponderebbero pari pari a quelli di un essere formato interamente da brandelli di libri occulti scritti in molte lingue: straordinaria conoscenza di quelle lingue, eccezionale conoscenza del bizzarro, profonde doti di segretaria, una tendenza ad andare in pezzi come una bambola esplosiva, il velo nero a pois e tutto il resto… uno spietato animale notturno, tuttavia con una sapienza che risale all’Egitto, con un virtuosismo erotico (davvero, sono un po’ gelosa), una grande conoscenza della cultura e dell’arte…

— E una stretta troppo forte! — l’ha interrotta bruscamente Franz, con un brivido.

Ma Cal ha incalzato, con una sfumatura di malizia: — E poi, il modo in cui tu l’accarezzavi intimamente dalla testa ai piedi e le parlavi amorosamente prima di addormentarti… non c’è da meravigliarsi, se si è eccitata!

— L’avevo sempre saputo, che un giorno o l’altro saremmo stati scoperti. — Franz cercò di cavarsela con una battuta scherzosa, ma la mano gli tremava un po’ mentre si accendeva una sigaretta.

Dopo, per un certo tempo, Franz fu sempre molto attento a non lasciare mai sul letto un libro o una rivista. Però, proprio l’altro giorno, Cal vi ha trovato una fila di tre volumi, sul lato più vicino alla parete.

Non li ha toccati, ma ne ha parlato con lui. — Non so se riuscirei ancora a sconfiggerla — ha detto. — Quindi sta’ attento.

Cal dice: — Il rischio esiste sempre.

FINE