/ Language: Italiano / Genre:sf

Novilunio

Fritz Leiber

Perduta in uno spazio brulicante di stelle, sola in una nera giungla di vuoto cosmico, la Terra ha sognato per migliaia d'anni la propria solitudine. Come in una grande casa abitata da vecchi abitudinari, nella quale nessuno viene mai a rendere visita, così gli abitanti della Terra pensano che nessuno possa venirli a trovare da quel nero abisso scintillante di punti luminosi che splende sopra le nostre teste, di notte. Come la Luna è stata una fedele compagna della Terra nella sua solitudine celeste, così le stelle sono state soltanto immagini remote, indistinte, piccole fiamme sospese nel cielo, inaccessibili e straniere e incorporee. Ma un giorno qualche viaggiatore, lasciando la strada lontana, potrebbe venire a bussare alla porta della vecchia casa; un giorno qualcosa potrebbe avvicinarsi, strisciando, nella giungla nera degli spazi cosmici. Quel giorno potrebbe essere vicino, in un cosmo dove le forze del tempo e del caso si muovono secondo schemi che la mente umana non riesce neppure a intuire. E cosa accadrebbe, se uno dei punti luminosi nel cielo… una delle stelle lontane… apparisse d'un tratto enorme, come un globo sanguigno e minaccioso, nei cieli notturni della Terra? Se la fedele compagna delnostro pianeta, la Luna, fosse risucchiata e cancellata dal cielo? Inizierebbe allora una lunga, infinita notte di novilunio. Un grande cielo color ardesia, dove le stelle brillano rade e fievoli, sopra coste battute da gigantesche maree, tra grandi cataclismi ed eventi ancor più bizzarri, una notte di novilunio che opera strani prodigi sulla mente e sul cuore degli uomini, facendo emergere tutto ciò che di migliore, e di peggiore, di nobile, e di volgare, costituisce l'essenza della natura umana. In questa notte di novilunio, forse il genere umano comincerebbe a conoscere se stesso… Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1965.

Fritz Leiber

Novilunio

«Che ne pensate di una galleria nell'iperspazio?»

«Forse… si tratta di una possibilità concreta.»

Un attimo prima, lo spazio era vuoto; nell'istante successivo, esso era brulicante d'incrociatori da guerra…

Pianeti. Sette pianeti, armati e forniti delle risorse che solo un pianeta poteva possedere.

Edward E. Smith: «Second Stage Lensmen»

Tyger, tyger; burning bright
In the forests of the night,
What immortai hand or eye
Could frame thy fearful symmetry?
In what distant deeps of skies
Burnt the fire of thine eyes?…
In what furnace was thy brain?…

WILLIAM BLAKE

Poi vidi quand'ebbe aperto il sesto sigillo: e si fece un gran terremoto; e il sole divenne nero come un cilicio di crine, e tutta la luna diventò come sangue.

E le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un gran vento lascia cadere i suoi fichi immaturi.

E il cielo si ritrasse come una pergamena che si arrotola; e ogni montagna e ogni isola fu rimossa dal suo luogo…

Poi suonò il terzo angelo, e cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia; e cadde sulla terza parte dei fiumi e sulle fonti delle acque.

Apocalisse di S. Giovanni

Il volo interstellare vero e proprio venne raggiunto per la prima volta rimuovendo un pianeta dalla sua orbita naturale, grazie a una serie d'impulsi forniti da razzi, con un'opportuna scelta di tempo e con un accurato calcolo della potenza necessaria, per proiettare la massa planetaria nello spazio esterno, a una velocità assai superiore alle normali velocità planetarie e stellari…

A questo evento seguì un'era di guerre quali mai la nostra galassia aveva conosciuto. Grandi flotte di pianeti, naturali e artificiali, manovrarono tra le costellazioni, per annientarsi a vicenda, distruggendosi con fasci di raggi sub-atomici proiettati a distanze immense. Man mano che le onde della battaglia si propagarono nello spazio siderale, interi sistemi planetari vennero totalmente distrutti.

Olaf Stapledon: «The Stars Maker»

CAPITOLO I

Molte storie del terrore e del soprannaturale cominciano con un volto rischiarato dai raggi della luna che sogghigna dietro una finestra di cristallo, o con un antico documento vergato in una calligrafia minuta e precisa, o con l'ululare di un mastino nelle brughiere solitarie. Ma questa storia cominciò con un'eclissi di luna, e con quattro scintillanti fotografie astronomiche recentissime, ognuna delle quali mostrava grandi campi stellari e oggetti planetari. Solo che… era successo qualcosa alle stelle.

La prima fotografia era uscita dal laboratorio di sviluppo solo sette giorni prima della notte dell'eclissi. Le fotografie provenivano da tre diversi osservatori astronomici, e la quarta addirittura era stata presa dal telescopio situato a bordo di un satellite artificiale. Erano il trionfo della più pura scienza, all'estremità opposta di qualsivoglia superstizione, eppure ognuna diede un brivido di disagio al giovane scienziato che le vide per primo.

Quando egli cercò i punticini neri che avrebbero dovuto esserci… e quando vide le ombre debolissime che non avrebbero dovuto esserci… provò un'istintiva, vaga sensazione di disagio, una remota vibrazione di quel senso dell'ignoto che alberga in ciascuno di noi, e che per un istante lo avvicinò all'uomo delle caverne, all'adoratore dei demoni, e al villico del Medio Evo ossessionato dal terrore delle streghe.

Attraverso canali privilegiati, con priorità assoluta, le quattro fotografie giunsero al Comando Settoriale di Los Angeles del Progetto Luna dell'Astronautica degli Stati Uniti… quel Progetto Luna americano che teneva a stento il passo di quello sovietico, ed era enormemente distanziato dal Progetto Marte dei russi. E così, negli ambienti responsabili del progetto Luna degli Stati Uniti, il senso di disagio e l'inquietudine per l'ignoto furono ancora più forti, benché venissero espressi sotto forma di risate sardoniche e di fantasiose battute di spirito dettate da un vago nervosismo, come spesso capita agli scienziati posti di fronte al soprannaturale e all'inesplicabile.

Alla fine, le quattro fotografie… o piuttosto, ciò che esse preannunciavano… ebbero un influsso immenso su ogni essere umano della Terra, su ogni atomo del nostro pianeta. Esse aprirono delle crepe profonde nell'animo umano.

Costarono a migliaia di persone la ragione, e a milioni di esseri umani la vita. E fecero qualcosa anche alla Luna.

Così, noi possiamo iniziare questa storia dove vogliamo… prendendo Wolf Loner in mezzo all'Atlantico, o Fritz Scher in Germania, o Richard Hillary nel Somerset, o Arab Jones che fuma «erba» ad Harlem, o Barbara Katz che si aggira per Palm Beach in «mini» nero, o Sally Harris a caccia di nuove sensazioni nei dintorni di New York, o «Doc» Brecht che vende pianoforti a Los Angeles, o Charlie Fulby che tiene conferenze sui dischi volanti, o il generale Spike Stevens che s'accinge a usurpare il comando dell'Astronautica americana, o Rama Joan Huntington che interpreta il buddismo, o Bagong Bung nel sud del Mare della Cina, o Don Merriam nella Base Lunare degli Stati Uniti, o perfino Tigran Biryuzov, in orbita intorno a Marte. Oppure potremmo cominciare da Tigerishka, o da Miao, o da Ragnarok, o dal Presidente degli Stati Uniti.

Ma poiché erano vicini a quel primo centro di disagio, vicino a Los Angeles, e per la parte cruciale che avrebbero poi avuto nella storia, cominceremo da Paul Hagbolt, un pubblicista alle dipendenze del Progetto Luna; e da Margo Gelhorn, fidanzata di uno dei quattro giovani americani che avevano raggiunto la Base Lunare degli Stati Uniti, e dalla gatta di Margo, Miao, che aveva un singolarissimo viaggio davanti a sé; e dalle quattro fotografie, benché allora esse fossero soltanto un mistero segretissimo e bizzarro, piuttosto che una squillante, incombente minaccia; e dalla Luna, che stava per scivolare nell'oscurità ambigua e livida di bagliori appena intuibili dell'eclissi.

Margo Gelhorn, uscendo nel prato, vide la luna piena sospesa alta sull'orizzonte. Il satellite della Terra era vividamente tridimensionale, come se fosse stato un pallone da pallacanestro fatto di marmo variegato e chiazzato. Il suo pallido alone dorato era degno della rarità meteorologica di una profumata, limpida sera della Costa del Pacifico.

«È già alzata, quella cagna,» disse Margo.

Paul Hagbolt, che stava uscendo dalla porta alle sue spalle, fece una risata colma di disagio.

«Allora è proprio vero. Tu consideri la Luna una rivale.»

«Rivale… all'inferno! Lei si è presa Don,» disse in tono aspro la giovane donna bionda. «Ed è perfino riuscita a ipnotizzare Miao… guardala!» Stava tenendo in braccio una placida gattina grigia, i cui occhi verdi trattenevano la luna come due minuscole perle scintillanti.

Anche Paul sollevò il capo per guardare la Luna, o, più precisamente, un punto vicino alla sommità, sopra la macchia più scura del Mare delle Piogge. Non riuscì a distinguere il cratere Piatone, che conteneva la Base Lunare degli Stati Uniti, ma sapeva che esso era visibile.

Margo disse, in tono amaro:

«È già abbastanza brutto dover guardare lassù, e vedere quella mostruosità sepolcrale, sapendo che Don è lassù, esposto a tutti i pericoli di un pianeta sepolcrale. Ma adesso che dobbiamo pensare anche a quell'altra cosa che è apparsa nelle fotografie astronomiche…»

«Margo!» disse seccamente Paul, lanciando quasi automaticamente un'occhiata intorno. «La notizia è ancora rigorosamente riservata. Non dovremmo parlarne… non qui.»

«Il Progetto ti sta trasformando in una vecchia zia! Inoltre, non mi hai detto nulla di più di un vago indizio…»

«A pensarci, non avrei dovuto darti neppure questo indizio…»

«Be', allora, di che cosa dobbiamo parlare?»

Paul sospirò.

«Senti,» disse. «Credevo che fossimo usciti per assistere all'eclissi, e magari per fare una passeggiata in macchina…»

«Oh, avevo dimenticato l'eclissi! La Luna si è fatta un po' nebulosa, non trovi? È già cominciata?»

«Mi sembra,» disse Paul. «È il momento del primo contatto.»

«Cosa farà l'eclissi a Don?»

«Niente di preoccupante. Lassù si farà buio per un po'. È tutto. Oh, sì, e la temperatura, all'esterno della Base Lunare, scenderà di 250 gradi, o giù di lì.»

«Un soffio dalla settima bolgia dell'Inferno e lui dice, 'È tutto'!»

«Non è brutto come sembra a dirlo. Vedi, la temperatura iniziale sarà già di circa 150 gradi sopra lo zero,» spiegò Paul.

«Un'ondata di gelo sibcriano nel bel mezzo di un calore sahariano, e lui dice, 'sciocchezze'! E quando penso a quell'altro orrore sconosciuto che striscia verso la Luna, dalle profondità dello spazio esterno…»

«Piantala, Margo!» Il sorriso lasciò il volto di Paul. «Tu stai parlando di fantasticherie nate nel bel mezzo di un volo della tua immaginazione.»

«Immaginazione? Mi hai detto o non mi hai detto che quattro fotografie stellari hanno mostrato…»

«Io non ti ho detto niente… niente che tu non abbia completamente frainteso. No, Margo, rifiuto di dire una sola parola di più su questo argomento. Né voglio ascoltare le tue elucubrazioni. Rientriamo in casa.»

«In casa? Sapendo che Don è lassù? Io ho intenzione di vedere questa eclissi dall'inizio alla fine… magari dalla strada costiera, se durerà a sufficienza.»

«In questo caso,» disse Paul, con calma, «Farai meglio a prendere qualcosa di più pesante del tuo giacchettino. Lo so che adesso sembra caldo, ma le notti californiane sono ingannevoli.»

«Perché, le notti sulla Luna non lo sono, forse? Ecco, reggimi tu Miao.»

«Perché? Se credi che io possa dare un passaggio a un gatto libero…»

«Perché questa giacca è troppo calda! Bene, prendila e ridammi Miao. Perché non devi far salire in macchina un gatto? Sono persone, proprio come noi. Non è così, Miao?»

«Non sono persone. Sono soltanto dei bellissimi animali.»

«Sono persone. Perfino il tuo divino Heinlein ammette che essi sono cittadini di seconda classe, buoni quanto gli aborigeni o i feddayn.»

«Me ne infischio della parte teorica, Margo. Semplicemente, rifiuto di far salire a bordo delia mia decapottabile, con la capote abbassata, un gatto in libertà.»

«Miao non è nervosa. È una ragazza.»

«Le femmine sono calme, per caso? Guardati allo specchio!»

«Allora non la prendi a bordo?»

«No.»

A circa un quarto di milione di miglia dalla Terra, in direzione delle stelle, la Luna si andava trasformando, da un colore spettrale dorato al pallido bronzo, mentre lentamente costeggiava i bordi dell'ombra del globo più grande. Sole, Terra e Luna si stavano allineando nel cosmo. Era la decimiliardesima eclissi della Luna, milione più, milione meno. Nulla di straordinario, in realtà, eppure sotto la velata coltre atmosferica della Terra centinaia di migliaia di persone stavano già assistendo allo spettacolo, dalla faccia notturna del pianeta, che ora si stendeva attraverso l'Atlantico e le Americhe, dal Mare del Nord alla California, e dal Ghana all'Isola di Pitcairn.

Gli altri pianeti erano quasi tutti dall'altra parte del Sole, lontani come persone all'estremità opposta di una grande casa.

Le stelle erano occhi e scintille di ghiaccio e brina, occhi senza dimensioni, nelle tenebre, lontane come case dalle finestre illuminate, sull'altra riva dell'oceano.

La coppia Terra-Luna, vicina nello splendore della fornace solare, era quasi sola in una nera foresta larga venti milioni di milioni di miglia. Una stuazione ove la solitudine era quasi spaventosa, terrificante, specialmente se si immaginava che qualcosa di totalmente ignoto si stesse muovendo in quella foresta, avvicinandosi strisciando, facendo tremolare la fredda luce dello spazio siderale.

Lontano, nel cuore nel Nord Atlantico, uno spruzzo di acqua nera negli occhi destò Wolf Loner da un raggelante incubo di terrore, in tempo per vedere l'ultima finestra dai contorni spezzati, alta nel nero banco di nubi che si andava addensando a occidente, chiudersi e nascondere la luna ramata. Sapeva che era l'eclissi a rendere fumoso il globo lontano, eppure, nell'ultimo riverbero dei suoi incubi, la Luna pareva chiamare aiuto da un edificio in fiamme… Diana in pericolo. Le nere onde silenziose e il vento sul curvo tamburo teso della vela, presto, rollando e beccheggiando e gracchiando, cancellarono anche l'ultimo ricordo dell'inquietante visione.

«La ragione è ritmo,» disse ad alta voce Wolf Loner, senza rivolgersi ad alcuno, nel raggio di cinque miglia o, per quello che lui sapeva, duecento… essendo quest'ultima la distanza che, secondo i suoi calcoli, doveva separarlo da Boston, nel corso della sua traversata solitaria verso oriente, iniziata a Bristol.

Controllò la posizione della vela, e la solidità delle sartie, poi si calò, mettendo avanti i piedi, nella cabina spaziosa come una bara scomoda, per schiacciare un pisolino più caldo e più lungo.

Tremila miglia a sud della piatta imbarcazione del navigatore solitario, il transatlantico di lusso Principe Carlo sfrecciava come un gabbiano in un gran cielo d'acqua verso Georgetown e le Antille, attraverso una nebbia invisibile di onde radio convergenti. Nella cupola panoramica ad aria condizionata, opportunatamente oscurata, alcune persone anziane, che sbadigliavano per l'ora tarda… era passata mezzanotte… assistevano all'eclissi, e alcune coppie giovani approfittavano dell'oscurità, mentre dal salone delle feste della nave venivano attutite le potenti venature wagneriane del neo-jazz, come tuono lontano. Il capitano Sithwise ricontrollava il numero di noti fascisti brasiliani, del nuovo tipo imprevedibile, sulla lista dei passeggeri, e immaginava che fosse in programma una rivoluzione.

A Coney Island, nella fitta ombra della nuova banchina, Sally Harris, con le mani intrecciate dietro la nuca, sotto lo splendore della sua esplosiva acconciatura, rimase immobile, apparentemente divertita, mentre Jake Lesher armeggiava tirando lateralmente l'elastico del reggiseno, attraverso la nera stoffa sericea della blusa Misura 8 della ragazza.

«Divertiti,» gli disse, «Ma ricorda che assisteremo all'eclissi all'ultimo piano del Missile di Dieci Piani. Dieci piani, uno sull'altro.»

«Accidenti, chi vuole vedere una luna che è malata, malata, malata,» rispose Jake, con voce un po' ansante. «Sal, dove diavolo sono i ganci e le asole?»

«Nel posteriore di tua nonna,» lo informò la ragazza, e fece scorrere pollice e indice dalle unghie smaltate in argento nella scollatura a V a chiusura automatica della blusa. «Il dispositivo di apertura rapida magnetica è a prua, non a poppa, marinaio della Seconda Avenue che non sei altro!» gli disse, e mosse rapidamente le dita, con abilità. «Ecco! Vedi perché lo chiamano il Reggiseno che Scompare?»

«Cristo!» disse lui, «Sbocciano come per magia… e che spettacolo! Sembrano focacce appena sfornate! Oh, Sa…»

«Divertiti,» gli disse lei freddamente, arricciando il naso, «Ma ricordati che non riuscirai a farmi rinunciare all'idea di stanotte. E per favore tratta con rispetto le prelibate vivande.»

Don Guillermo Walker, socchiudendo gli occhi e cercando di penetrare la fitta giungla di nubi nere del Nicaragua, per scorgere lo scintillio d'inchiostro del Lago Managua, decise che bombardare la roccaforte del presidente nella protezione delle tenebre dell'eclissi era stata un'idea puramente teatrale, una improvvisazione da terzo atto dettata dalla disperazione, come quella di presentare Giovanna nuda sotto un impalpabile negligée nella Decisione d'Algiers, che non aveva salvato quella tragedia da un destino ignominioso.

L'eclissi non produceva un buio così fitto, aveva scoperto, e i tre cacciabombardieri del presidente avrebbero potuto avvistare e abbattere il suo vecchio Seabee in pochi secondi, ponendo la parola fine alla Rivoluzione dei Migliori, o per lo meno al contributo che a essa poteva dare l'autonominato discendente diretto del primo William Walker che, intorno al 1850, aveva esercitato l'onorevole professione del filibustiere nel Nicaragua. Era come una notte di novilunio, le stelle erano chiare, sopra le nubi… e l'idea appariva dannatamente disperata.

Se lui riusciva a lanciarsi dalla carlinga, sarebbe stato preso prigioniero. Non pensava di poter sopportare i loro sistemi di ricerca, se non trasformandosi in un bambino di tre anni.

Troppa luce, troppa luce! «Tu sei una sporca, tipica istriona d'avanspettacolo!» gridò Don Guillermo alla luna ramata. «Non sai neppure cosa voglia dire cancellarti!»

A duemila miglia da Wolf Loner e dal suo banco di nubi, in direzione est, Dai Davies, poeta gallese, vigoroso e sbronzo, agitò le braccia in segno di saluto, da un punto vicino alla cupa massa torreggiante della Centrale di Energia Marina Sperimentale della Severn, rivolgendosi alla fosca Luna che affondava nel cielo sereno del Canale di Bristol, al di là della Punta di Portishead, mentre il chiarore sempre più diffuso dell'aurora cancellava lentamente le stelle, alle sue spalle.

«Dormi bene, Cenerentola,» chiamò. «Adesso puoi lavarti il viso, ma ritorna, ti prego.»

Richard Hillary, romanziere inglese, nauseato e lucido, osservò in tono ironico:

«Dai, lo dici come se temessi che lei non tornasse.»

«Per ogni cosa c'è una prima volta, Rickybach,» gli disse in tono cupo Dai. «Non ci preoccupiamo abbastanza della Luna.»

«E tu ti preoccupi troppo di lei,» ribatté freddamente Richard. «Leggendo una massa vomitevole di fantascienza.»

«Ah, la fantascienza è il mio cibo e la mia bevanda… be', insomma, per lo meno è il mio cibo. Vomitevole, dici… forse stavi pensando alla dragonessa Errore che vomita libri, nella Regina delle Fate, immaginando che essa, dopo tutto l'odio stantio di Spenser, rigetti ora le opere complete di H.G. Wells, Arthur C. Clarke, ed Edgar Rice Burroughs,»

La voce di Hillary si fece glaciale.

«La fantascienza è volgare come tutte le forme artistiche che si occupano di fenomeni, invece che di persone. Dovresti saperlo anche tu, Dai. I gallesi non sono di cuore caldo?»

«Freddi come pesci,» replicò con orgoglio il poeta. «Freddi come la stessa Luna, che è un potere assai più grande, sulla vita, di quanto voi anglo-normanni sacrileghi, sentimentali, avvezzi alle taverne e infatuati di umanesimo e degenerati possiate mai immaginare.» Con un ampio gesto del braccio, indicò la Centrale. «Energia da Mona.»

«David!» esplose il romanziere. «Tu sai benissimo che questo giocattolo per trarre energia dalle maree è semplicemente un trucchetto per ammansire gente come me, che è contro l'energia atomica per le sue applicazioni belliche. E per favore, non chiamare le Luna Mona… si tratta di etimologia popolare. Mona può essere un'isola gallese, se proprio vuoi… Anglesey… ma non un pianeta gallese!»

Dai si strinse nelle spalle, guardando a oriente, in direzione del disco lunare fievole, che ormai svaniva.

«Per me Mona è la parola giusta, ed è questo che conta. Tutta la cultura è semplicemente un trucchetto per ammansire un'umanità bambina. E in ogni caso,» aggiunse, con una smorfia ironica, «Ora ci sono degli uomini sulla Luna.»

«Sì,» ammise freddamente Hillary. «Quattro americani, e un numero imprecisato, ma certamente ridotto, di sovietici. Dovremmo aver curato, invece, la povertà del genere umano, e le sofferenze dei nostri simili, prima di sprecare miliardi nello spazio.»

«Però su Mona ci sono degli uomini lo stesso… uomini sulla via dello spazio siderale, verso le stelle.»

«Quattro americani. Io rispetto di più quel Wolf Loner della Nuova Inghilterra che è partito da Bristol il mese scorso, a bordo della sua imbarcazione, per una traversata solitaria. Per lo meno, lui non sfruttava le ricchezze del mondo, per il suo capriccio avventuroso.»

Dai sorrise, senza distogliere lo sguardo dall'orizzonte occidentale.

«Accidenti a Loner, quell'anacronismo yankee! Probabilmente, è già affogato, e i pesci se lo sono mangiato. Ma gli americani scrivono magnificamente la fantascienza, e costruiscono delle navi lunari buone quasi quanto quelle dei russi. Buona notte, Monabach! Torna indietro, con la faccia sporca o pulita, ma torna indietro.»

CAPITOLO II

Attraverso la finestrella di visione dell'enorme casco, ancora polarizzato al cinquanta per cento per proteggere gli occhi dal tremendo riverbero solare, il tenente Don Merriam, dell'Astronautica degli Stati Uniti, stava osservando l'ultimo spicchio curvo di solido sole, già distorto e baluginante per il frapporsi dell'atmosfera terrestre, scivolare dietro il gran globo del pianeta madre.

Gli ultimi guizzi di luce solare riproducevano, con spaventosa esattezza, il tramonto del sole d'inverno nella trama intricata d'alberi senza foglie, a un quarto di miglio a est della fattoria del Minnesota nella quale Don Merriam aveva trascorso la sua adolescenza.

Girando il capo verso il mini-pannello di destra, premette con la lingua un tasto, per togliere la polarizzazione. («I pianeti senz'aria verrano conquistati da pionieri con lingue lunghe e attive,» aveva concluso il Comandante Gompert. «Degli uomini-rospo?» aveva suggerito Dufresne.)

Le stelle sgorgarono dalla notte a moltitudini… una notte del deserto al quadrato, un gran mantello notturno cosparso di lustrini. L'ardore perlaceo della corona solare si mescolava col gran fuoco della Via Lattea.

La Terra aveva un anello di chiarore rugginoso… la luce solare curvata dalla densa atmosfera del pianeta… e sarebbe rimasta così per tutta la durata dell'eclissi. L'anello era più luminoso vicino alla crosta del pianeta e impallidiva fino a spegnersi a un quarto di diametro di distanza, e il punto più luminoso era scomparso pochi istanti prima.

Don notò, senza sorpresa, che il globo centrale della Terra era del nero più impenetrabile che avesse mai visto di lassù. A causa dell'eclissi, la faccia terrestre non era più accarezzata dal chiarore spettrale della luce selenita.

Era rimasto parzialmente rannicchiato nella sua tuta, appoggiato all'indietro, e sostenuto da una mano, per avere una visione più agevole della Terra, che era a metà strada dallo zenit. Ora, muovendosi agilmente nella fantomatica gravità lunare, si alzò completamente in piedi, e si guardò intorno.

Il chiarore delle stelle e il chiarore dell'anello intorno alla Terra coloravano di bronzo la cinerea pianura grigia di polvere, soffice e impalpabile come il pelo di un topo, una mescolanza di polvere di pomice e di ossido di ferro magnetico.

Nei tempi in cui l'esercito riformatore di Cromwell aveva governato l'Inghilterra, Hevelius aveva battezzato questo cratere Grande Lago Nero. Ma anche nel pieno fulgore della luce del sole Don non avrebbe potuto vedere le pareti di Piatone. Quel bastione circolare, alto quasi un miglio, che distava trenta miglia a est, a sud, a nord, e a ovest, gli era celato dalla curva della superficie lunare, una curva molto più accentuata di quella terrestre.

Il medesimo orizzonte vicino tagliava in due la metà della capanna, che distava solo trecento iarde. Era bello vedere quei cinque piccoli portelli illuminati, al margine tra la pianura oscura e la prateria brulicante di stelle… e vicino a loro, in rilievo nel chiarore stellare, i coni tronchi delle tre astronavi della base, ciascuna delle quali si ergeva alta sulle tre «gambe» di atterraggio.

«Com'è nero il nero?» domandò sommessamente la voce di Johannsen, all'orecchio di Don. «Passo.»

«Caldo e profumato. Suzie saluta con affetto,» rispose Don. «Passo.»

«Temperatura esterna?»

Don abbassò lo sguardo sui quadranti fluorescenti ingranditi sotto la finestrella di visione.

«Sta calando sotto i 200 Kelvin,» rispose, fornendo il perfetto equivalente di una temperatura di 100 gradi sottozero nella scala Fahrenheit, ancora diffusamente usata nelle regioni di lingua inglese della Terra.

«Il tuo SOS funziona?» continuò Johannsen.

Don toccò con la lingua una levetta, e un debole ululato musicale riempì il casco.

«Forte e chiaro, mio capitano,» disse, con un florilegio dialettico.

«Lo sento,» gli assicurò acidamente Johannsen. Don chiuse di nuovo il dispositivo con la lingua.

«Hai già mietuto le nostre latte?» domandò subito dopo Johannsen, riferendosi alle piccole «ceste» sostenute da paletti che venivano regolarmente messe fuori e raccolte per controllare i movimenti della polvere lunare e di altri materiali, comprese particelle atomiche radioattive sistemate a diverse distanze dalla Capanna.

«Non ho ancora affilato la mia falce,» gli disse Don.

«Fai con calma,» consigliò Johannsen, con un ringhio allusivo, e tolse la comunicazione. Lui e Don sapevano benissimo che piantare e raccogliere le «latte» era soprattutto una scusa per far indossare la tuta spaziale a un uomo, e farlo uscire dalla Capanna, come misura di sicurezza durante i periodi di maggiore pericolo di lunamoti… quando la Terra e il Sole attiravano la Luna dal medesimo lato, come accadeva ora, o dai lati opposti, come sarebbe accaduto tra due settimane. La trazione gravitazionale veniva ritenuta, teoricamente, la causa d'attivazione dei terremoti e così, probabilmente, dei lunamoti. La Base Lunare non aveva ancora sperimentato nulla di più grave di qualche blando tremore… il pennino del sismografo ancorato alla solida roccia sotto la polvere che reggeva come un cuscino la Capanna aveva appena tremolato; malgrado ciò, Gompert faceva quasi un punto d'onore del fatto di tenere un uomo sulla superficie lunare per diverse ore, ogni due settimane… a «terra nuova» e a «terra piena» (o plenilunio e novilunio, se si restava al gergo dei terricoli, o semplicemente alle maree). Perciò, se l'inatteso fosse accaduto e la Capanna avesse subito dei danni rilevanti, Gompert avrebbe avuto un uovo almeno fuori del suo cesto.

Era solamente una delle infinite precauzioni elaboratissime che la Base Lunare prendeva per la propria sicurezza. Inoltre, essa forniva l'occasione per un valido collaudo regolare dell'efficienza delle tute spaziali, e delle condizioni del personale destinato al lavoro solitario sull'aspra superficie di Selene.

Don alzò di nuovo lo sguardo verso la terra. L'anello brillava con maggiore regolarità, ora. Non riuscì a distinguere un solo lineamento del circolo d'inchiostro racchiuso dall'anello, benché sapesse che il Pacifico orientale e le Americhe si trovavano a sinistra, e l'Atlantico, e le estremità occidentali dell'Africa e dell'Europa si trovavano a destra. Pensò alla cara, lievemente isterica Margo e a quel buon vecchio nevrotico di Paul, e veramente, in quel momento, anche loro gli parvero piuttosto banali e privi d'importanza… dei graziosi, minuscoli scarafaggi che zampettavano sotto la fogna dell'atmosfera terrestre.

Guardò di nuovo in basso, ed era in piedi su di un biancore scintillante. Non un biancore letterale, eppure l'effetto di una nevicata fresca del Minnesota, quando il cielo si era rasserenato e la neve fresca aveva scintillato del riverbero delle stelle, in una notte di novilunio, era stato riprodotto con infernale precisione. Emanazioni di ossido di carbonio, il gas che era filtrato regolarmente attraverso la pomice e l'ossido del suolo di Piatone, d'un tratto si erano cristallizzate ovunque, in fiocchi di neve secca, che si erano formati direttamente sul suolo polveroso, o erano caduti su di esso quasi istantaneamente.

Don sorrise, sentendosi un po' meno inumanamente distante dalla vita. La luna non era diventata ancora per lui una Madre, tutt'altro, ma cominciava lentamente a sembrare una fredda, arida Sorella Maggiore.

L'aria profumata accarezzava la convertibile che portava Paul Hagbolt e Margo Gelhorn e la gatta Miao lungo l'Autostrada della Costa del Pacifico. A intervalli quasi regolari, un ingiallito cartello stradale cominciava a ingrandire, in lontananza, e avvicinandosi si poteva leggere STRADA SDRUCCIOLEVOLE o CADUTA MASSI, e poi il cartello spariva dal campo di luce dei fari. L'autostrada era una striscia d'asfalto stretta che si stendeva tra la spiaggia e un dirupo quasi verticale, alto circa trenta metri, di materiale geologicamente infantile… sedimentario, sabbia, ghiaia, e altri materiali sedimentari, benché qua e là da esso sporgessero delle rocce più grandi.

Margo, con i capelli al vento, sedeva con le spalle girate e il corpo in una posizione precaria, con le ginocchia sul sedile tra lei e Paul, in modo da potere osservare la Luna bronzea e fumosa. Aveva disteso la giacchetta in grembo. Sopra di essa si trovava Miao, acciambellata come una grigia noce di cocco, addormentata rapidamente, o per lo meno abilissima nell'imitare il sonno.

«Ci avviciniamo a Vandenberg Due,» disse Paul. «Potremmo osservare la Luna attraverso uno dei telescopi del Progetto.»

«Laggiù ci sarà Morton Opperly?» domandò Margo.

«No,» rispose Paul, con un lieve sorriso. «Lui è su nella Valle, in questi giorni, a Vandenberg Tre, e sta recitando la parte del maestro stregone davanti a tutti gli altri teorici.»

Margo si strinse nelle spalle, e guardò in alto.

«Ma la Luna non sparisce mai?» si chiese. «È ancora color bronzo.»

Paul le spiegò la natura della luce-alone.

«Quanto dura l'eclisse, insomma?» volle sapere Margo, e quando lui le rispose, «Due ore», lei obiettò: «Credevo che le eclissi finissero nel giro di pochi secondi, con tutta la gente eccitata intenta ad alzare le macchine fotografiche.»

«Quelle sono le eclissi di sole… i momenti di eclissi totale.»

Margo sorrise, e assunse una posizione più comoda.

«Adesso parlami delle fotografie stellari,» disse. «Non puoi essere ascoltato da orecchie indiscrete, su un'automobile in movimento. E adesso non sono più tanto eccitata. Ho smesso di preoccuparmi per Don… l'eclissi per lui è solo una coperta di bronzo.»

Paul esitò.

Lei sorrise di nuovo.

«Prometto di non fare elucubrazioni. Mi piacerebbe soltanto capire cosa vogliono dire.»

«Non posso prometterti una comprensione facile. Anche i grandi astronomi hanno limitato le loro profonde conclusioni a una serie di brontolii senza senso… Opperly compreso.»

«Ebbene?»

Paul frenò, aggirando una zona particolarmente ghiaiosa, poi cominciò:

«Be', comunemente le fotografie stellari non vengono mostrate in giro per anni e anni, se mai vengono mostrate, ma gli astronomi del Progetto hanno formulato una richiesta permanente ai loro colleghi dei vari osservatori, per ricevere subito qualsiasi immagine insolita. Riusciamo a ricevere perfino delle foto il giorno dopo che esse vengono scattate.»

«Ultime Notizie dell'Atlante Stellare?» rise Margo.

«Esattamente! Be', la prima foto è arrivata una settimana fa. Mostrava un campo stellare, nel quale era inquadrato il pianeta Plutone. Ma qualcosa era accaduto, durante il tempo di esposizione, e così le stelle intorno a Plutone erano scomparse, o avevano modificato la posizione. L'ho vista anch'io… c'erano tre macchioline debolissime, nei punti in cui si erano spostate le stelle più luminose nelle vicinanze di Plutone. Macchioline nere su bianco… nella vera astronomia, si guardano solo le negative.»

«Roba per iniziati,» disse Margo, solennemente. E poi, «Paul!» esclamò. «C'era un articolo sul giornale, stamattina, su un tizio che affermava di aver visto muoversi alcune stelle! Ricordo il titolo: Le stelle si sono mosse, dice un automobilista che ha sbagliato strada.»

«L'ho visto anch'io. L'uomo guidava una decapotabile aperta, in quel momento, e ha avuto un incidente… perché era rimasto affascinato dalle stelle, così ha affermato. Poi la polizia ha scoperto che aveva bevuto.»

«Sì, ma quelli che erano a bordo con lui hanno sostenuto le sue affermazioni. E più tardi il planetario è stato tempestato di telefonate di gente che annunciava lo stesso fenomeno.»

«Lo so, ne abbiamo ricevute anche noi al Progetto Luna,» disse Paul. «Il solito fenomeno di suggestione di massa. Senti, Margo, la foto di cui ti parlavo è stata scattata una settimana fa, e si trattava di un fenomeno che solo un potentissimo telescopio avrebbe potuto cogliere. Non mescoliamo i fatti scientifici con assurdità che ricordano la psicosi dei dischi volanti. Dunque, dicevo che abbiamo ricevuto una foto di Plutone che mostrava tre debolissimi spostamenti stellari. Ma senti questo… Plutone non si era affatto spostato. La sua immagine era un punto nero.»

«Cosa c'è di tanto eccezionale?»

«Comunemente, non ci si sorprende nel vedere degli spostamenti della luce stellare, o perfino degli offuscamenti di immagini stellari. È l'atmosfera terrestre a produrre i fenomeni, proprio come fa sfumare e tremolare le colline in una giornata torrida… infatti, è l'atmosfera a produrre lo scintillio delle stelle di notte. Ma in questo caso, qualunque cosa stesse distorcendo la luce delle stelle doveva trovarsi al di là di Plutone. Davanti alle stelle, ma al di là di Plutone.»

«Quanto è lontano Plutone?»

«Quasi quaranta volte più lontano del sole.»

«Cosa potrebbe distorcere la luce delle stelle, nello spazio siderale?»

«È questo che rende perplessi i pezzi grossi. Un particolare tipo di campo elettrico o magnetico, forse, anche se dovrebbe trattarsi di un campo di potenza inaudita.»

«E le altre foto?» lo incalzò Margo.

Paul fece una pausa, sorpassando un autotreno che brontolava cupamente.

«La seconda, scattata quattro sere fa dal nostro satellite astronomico, e trasmessa subito dalla telecamera, mostrava lo stesso fenomeno, solo che il pianeta in oggetto era Giove, e la regione della distorsione era più vasta.»

«Così, qualunque cosa avesse causato la distorsione doveva essersi avvicinata?»

«Forse. Incidentalmente, le lune di Giove non erano state influenzate minimamente dal fenomeno. La terza foto, che ho visto l'altro ieri, mostrava una zona di distorsione ancor più vasta, al cui centro c'era Venere. Solo che questa volta anche Venere si era spostata… un bel salto.»

«Come se la luce fosse stata distorta da questo lato di Venere, rispetto alla Terra?»

«Sì, esattamente tra Venere e la Terra. Naturalmente, in questo caso avrebbe potuto trattarsi di un fenomeno atmosferico, ma gli astronomi non ne sono convinti.»

Poi Paul tacque.

«Ebbene?» lo incoraggiò Margo. «Avevi detto che le foto erano quattro.»

«Ho visto la quarta oggi,» disse lui, in tono guardingo. «Scattata la notte scorsa. L'area di distorsione era ancora più vasta. Questa volta, in essa era compreso anche il bordo della Luna. L'immagine della Luna non era stata influenzata dal fenomeno.»

«Paul! Dev'essere stato quello che ha dichiarato l'automobilista… nella stessa notte!»

«Non credo. È difficile vedere a occhio nudo una stella nelle vicinanze della Luna. Inoltre, quello che dicono i profani non conta nulla.»

«Be',» ribatté lei, «Certamente sembra che qualcosa si stia avvicinando alla Luna. Prima Plutone, poi Giove, poi Venere, ogni volta più vicino.»

La strada descriveva un'ampia curva, verso sud, e la fosca luna di rame apparve sospesa sul Pacifico, mentre essi viaggiavano.

«Aspetta un momento, Margo,» protestò Paul, staccando per un istante la mano sinistra dal volante. «Anche a me è venuta la stessa idea, così ho chiesto un parere a Van Bruster. Lui afferma che è assolutamente inverosimile che un solo campo, viaggiando nello spazio, fosse stato responsabile delle quattro distorsioni. Lui crede che il fenomeno sia stato causato da quattro campi diversi, privi di alcun collegamento tra loro… e così è fuori discussione l'ipotesi che qualcosa si stia avvicinando alla Luna. E c'è di più… lui dice che non è rimasto troppo sorpreso, alla vista di quelle foto. Secondo lui, gli astronomi sono da anni a conoscenza della possibilità teorica di esistenza di simili campi, e ora le prove concrete non cominciano ad apparire per puro caso, ma grazie ai telescopi elettronici e alle emulsioni fotografiche ultrarapide, che vengono usate da quest'anno. Le distorsioni appaiono nelle istantanee stellari, mentre con esposizioni più lunghe non sarebbero mai apparse.»

«E Morton Opperly cosa pensa delle foto?» domandò Margo.

«Lui non… No, aspetta, è stato lui a insistere di tracciare una rotta dei campi di forza da Plutone alla Luna, con gli elaboratori elettronici. Ehi, siamo passati in questo momento dall'uscita per la Collinare di Monica! È quella nuovissima, fantastica strada che attraversa le montagne e giunge a Vandenberg Tre, dove si trova adesso Opperly.»

«La rotta da Plutone alla Luna era in realtà in linea retta?» domandò Margo, rifiutando di cambiare argomento.

«No, era il più dannato zig-zag immaginabile!»

«Ma Opperly ha detto qualcosa?»

Paul esitò, e poi disse:

«Oh, ha ridacchiato, e ha detto, 'Be', se la Terra o la Luna sono il loro obiettivo, si stanno avvicinando a ogni colpo,' o qualcosa del genere.»

«Vedi?» disse Margo, con soddisfazione. «Vedi? Di qualunque cosa si tratti, la sua destinazione sono i pianeti!»

Barbara Katz, intraprendente Giovane Avventuriera e lettrice di fantascienza di antica passione, attraversò silenziosamente il prato, scomparendo dietro la siepe, allontanandosi dai lampioni stradali e dai fari della polizia di Palm Beach, e si fermò dietro un boschetto prima che il freddo fascio di luce giungesse dalla sua parte. Ringraziò Mentore, il suo dio fantascientifico, perché le calze di nailon che indossava sotto l'abito nero erano nere anch'esse, e non dei colori sgargianti così di moda… quei colori sarebbero stati visibili, anche senza il faro. La borsetta da hostess che portava in spalla era nera, e braccia e viso non la preoccupavano, perché erano abbastanza scuri da confondersi nella notte… e a farla scambiare per una meticcia, di giorno. Barbara era disposta a dare il suo contributo all'integrazione razziale, ma ugualmente trovava spiacevole il fatto di abbronzarsi così rapidamente.

Un altro carico che gli ebrei avrebbero dovuto sopportare con coraggio, le avrebbe detto suo padre, benché suo padre non avrebbe approvato il fatto che delle intrepide ragazze andassero a caccia di miliardari nelle loro tane, in Florida, tane che essi dividevano con gli alligatori. Né che queste ragazze portassero dei bikini nella borsetta.

Il faro della polizia stava frugando i cespugli, dall'altra parte della strada, ora, così lei continuò la traversata del prato, silenziosa e agile e invisibile. Decise che poteva trattarsi certamente della casa dalla quale aveva visto giungere il lampo di un cannocchiale, quando al tramonto lei aveva fatto il bagno.

Mano a mano che andava avanti, il buio s'infittiva intorno a lei. Quando girò intorno a un'altra macchia di palme, udì il ronzio di un piccolo motore elettrico, e per poco non si scontrò con un abito bianco che era seduto all'oculare di un grande telescopio bianco, montato su un treppiedi bianco e puntato verso il cielo occidentale.

Il vestito si rizzò a sedere, con una sorta di strattone che mostrò come esso venisse aiutato da un bastone, e una voce disse in alto, tremando:

«Chi è?»

«Buonasera,» rispose Barbara Katz, usando il tono più caldo e gentile che conosceva. «Credo che lei mi conosca… sono la ragazza che si cambiava, indossando il bikini a strisce nere e gialle. Posso osservare l'eclissi con lei?»

CAPITOLO III

Paul Hagbolt guardò le cime delle montagne, davanti a lui, là dove l'Autostrada della Costa del Pacifico deviava verso l'interno, e iniziava a inerpicarsi. Oltre la curva vicina, tra la strada e il mare, torreggiava il terrapieno roccioso alto novanta metri sul quale sorgeva Vandenberg Due, la casa del Progetto Luna, e la più nuova base dell'Astronautica degli Stati Uniti, irta di piste di lancio e di piattaforme di atterraggio. Ai piedi del terrapieno scintillavano grandi reticolati, e lungo la sommità, che pareva stendersi a perdita d'occhio, ammiccavano delle livide luci rosse. Scintillante e ammiccante, la base spaziale torreggiava misteriosa al centro della V formata dal divergere dell'autostrada e dell'oceano… torva e minacciosa rocca feudale del futuro.

Si udì un rumore più cupo, sull'autostrada, quando la convertibile attraversò un piatto ponte di cemento, che dominava un corso d'acqua, e Margo Gelhorn sobbalzò e si rizzò a sedere di scatto, accanto all'uomo. Miao sobbalzò a sua volta. Lo sguardo della giovane donna fissò un punto alle spalle di Paul.

«Ehi, aspetta un attimo.»

«Cosa c'è?» domandò Paul, senza rallentare. L'autostrada aveva cominciato a salire.

«Avrei quasi giurato,» disse Margo, guardando indietro, «Di avere visto un cartello con scritto "Dischi Volanti".»

«Forse c'era scritto qualcos'altro. Forse era la pubblicità di un grill,» suggerì Paul. «È facile confondersi.»

«Non c'era un grill, né qualcosa di simile. Solo un piccolo cartello bianco. Subito prima del ponte. Voglio tornare indietro, per dare un'occhiata.»

«Ma siamo quasi arrivati a V-2,» obiettò Paul. «Non vuoi vedere la Luna con un telescopio, prima che l'eclisse finisca? Potrai vedere Piatone, solo che dovremo alzare la capote e lasciare Miao chiusa a bordo. Non si possono portare animali a Vandenberg.»

«Non ho nessuna intenzione di andarci,» disse Margo. «Sono stanca di venire sottoposta alle ambigue precauzioni del Progetto. E soprattutto, io detesto qualsiasi organizzazione la quale neghi che i gatti sono persone!»

«Va bene, va bene,» ridacchiò Paul.

«Così torniamo indietro subito. Potremo vedere meglio l'eclisse, avendo la Luna di fronte.»

Paul fece del suo meglio per superare il piccolo cartello bianco senza fermarsi, ma Margo lo deluse subito.

«Laggiù. Dove vedi la lanterna verde! Fermati qui!» E quando l'auto si fermò con un pesante sobbalzo, Miao si mosse, alzò il muso, si stirò mollemente, e si guardò intorno senza eccessivo interesse.

C'era una strada sporca e ingombra di rocce che scendeva accanto alla spiaggia, ai piedi del promontorio che l'autostrada aveva aggirato con una deviazione verso l'interno… un gonfiore del paesaggio, minore, in confronto alla mole torreggiante di Vandenberg Due.

Su un lato della strada sporca e polverosa era appesa un'ondeggiante lanterna a kerosene, con una fiammella tremolante circondata da vetro verde. Sull'altro lato, perfettamente visibile nella luce dei fari della convertibile, c'era un cartello bianco piuttosto piccolo. Le lettere nere che esso portava impresse, in caratteri a stampa precisi e ben chiari, dicevano: Da questa parte per il simposio sui dischi volanti.

«Solo nella California meridionale succedono certe cose,» disse Paul, scuotendo il capo.

«Scendiamo per quella strada, e andiamo a vedere cosa succede,» disse Margo.

«Neanche per idea!» le disse Paul, con vigore. «Se tu non sopporti Vandenberg, io non sopporto i maniaci dei dischi volanti.»

«Ma non sembrano dei maniaci, Paul,» disse Margo. «Non vedi che l'intera faccenda ha stile? Guarda quei caratteri: è puro Baskerville.»

Prendendo in braccio Miao, Margo scese dall'auto, e si diresse verso il cartello.

«E poi, non sappiamo se la riunione si tiene stanotte,» la chiamò Paul. «Molto probabilmente è già avvenuta nel pomeriggio, o perfino la settimana scorsa. Chi lo sa?» Anche lui si alzò. «Non vedo né luci, né alcun segno di vita.»

«La lanterna verde dimostra che la riunione deve esserci stasera,» lo chiamò Margo, ormai vicina al cartello. «Andiamo a vedere, Paul.»

«Probabilmente la lanterna verde non c'entra nulla con il cartello.»

Margo si voltò, sollevando l'indice nel fascio di luce dei fari; l'indice era nero:

«Sono caratteri perfetti, ma non sono stampati. E la vernice è ancora fresca,» disse.

La Luna affondò ancor più profondamente nell'ombra della Terra, avvicinandosi a quel punto centrale in cui i tre corpi celesti sarebbero stati perfettamente allineati. Come sempre, la Luna… e il sole, quest'ultimo con effetti molto meno forti… solleticavano il pianeta in mezzo a loro con invisibili dita gravitazionali, facendo tendere la crosta rocciosa e le parti interne forti come l'acciaio della Terra, sfiorando gentilmente i pulsanti naturali che azionavano terremoti immani o minimi, e facendo risonare della lenta e variata musica delle maree la poderosa pellicola di oceani e mari, golfi e canali, stretti e lagune, laghi e baie del pianeta Terra; e in questa musica ogni singola vibrazione era un po' più lunga di una notte o di un giorno.

Spostandosi dall'altra parte della terra, agli antipodi della California Meridionale, si trovava Bagong Bung, nero come il carbone, con il sudore che colava sotto l'orlo del giallo turbante macchiato, e copriva le spalle e il petto nudi; Bagong Bung gridava al suo secondo di bordo, un australiano nudo come un verme, di spegnere il motore della Machan Lumpur. Se non avessero perduto tempo, avrebbero raggiunto la piccola baia naturale a sud di Do-Son prima che il sollevarsi di tre metri della marea potesse sollevarli sopra la lingua di roccia, e le secche, e là, nel Golfo del Tonchino, l'alta narea, comandata da chissà quali demoni ostili, veniva solo una volta ogni ventiquattro ore. Un elicottero di ricognizione avrebbe potuto notarli, se avessero incrociato nelle acque prospicenti la baia in attesa d'infiltrarsi nella regione per consegnare le armi e i medicinali alle brigate anticomuniste del Nord Vietnam che si nascondevano nei rifugi sotterranei… per proseguire successivamente fino ad Hanoi, dove la Machan Lumpur avrebbe consegnato il grosso del carico (fatto a sua volta di armi e medicinali) ai comunisti.

Quando le onde mosse dal motore, a poppa, si furono quietate, il golfo ampio duecento miglia che circondava il piccolo battello a vapore rugginoso parve scintillare, quieto e sornione, come un lago di bronzo liquido. Bagong Bung, socchiudendo gli occhi per proteggersi dal riverbero dell'orizzonte, con la mano appoggiata al cannocchiale di rame che portava infilato alla cintura, non pensava neppure lontanamente all'eclissi che il giorno e il globo terrestre gli nascondevano. A questo proposito, il piccolo malese, la sua imbarcazione stanca e cigolante (carica d'ipoteche presso dei banchieri cinesi), e il mare tiepido e placido erano tutti capovolti, a testa in giù e piedi in su, rispetto alle Americhe, e il sole che scaldava implacabilmente il suo turbante avrebbe arrostito le suole di un miliardo di piedi occidentali, se avesse potuto filtrare con i suoi raggi attraverso la solida crosta del pianeta.

Bagong Bung stava fantasticando sui nugoli di vascelli affondati e relitti che le acque poco profonde coprivano, intorno a lui, e a sud e a est, e al tesoro che sarebbe riuscito a trovare laggiù il giorno in cui avrebbe accumulato il denaro sufficiente per pagare l'equipaggiamento e i sommozzatori dei quali aveva bisogno… e per guadagnare, doveva portare avanti quel suo maledetto lavoro d'infiltrazione e di doppio gioco.

Don Guillermo Walker si disse che l'alveare di deboli luci che aveva appena sorvolato doveva essere Metapa. Ma… essendo il suo talento di navigazione celeste frutto di vanterie ed esagerazioni almeno pari alla sua carriera di attore shakespeariano in Europa… cosa sarebbe accaduto, se le luci fossero state invece quelle di Zapata o di La Libertad? Sarebbe stato ancor meglio, forse; mancando di gran lunga il suo bersaglio, sarebbe sfuggito anche alla tortura. Aveva il viso e la schiena coperti di sudore. Avrebbe dovuto radersi, pensò, sentendo il mento e le guance umidi e appiccicosi. I suoi catturatori avrebbero detto, torturandolo nella cella fumante, che la barba dimostrava che lui era un comunista castrista, e i suoi documenti della John Birch Society erano stati falsificati, o peggio. E così avrebbero bruciato la barba dal suo viso con la electricidad!

«Accidenti a te, sei stata tu a mettermi in questo pasticcio, brutta puttana in sottoveste, brutta cagna negra!» gridò Don Guillermo alla luna enorme, e al suo fosco disco arancione.

La Principe Carlo e la Pazienza, l'imbarcazione del navigatore solitario, percorrevano le loro rotte divergenti attraverso la massa dell'Atlantico. Quasi tutti i passeggeri giovani erano andati ai loro appuntamenti, con il sonno o con i partner o le partner scelti per la notte, ma il capitano Sithwise stava facendo il suo turno di guardia sul ponte. Provava una bizzarra sensazione di disagio. Si disse che doveva essere colpa della presenza di quei rivoluzionari a bordo: quel branco di conquistatori d'imperi produceva simili pazzi effetti… come se respirassero, ed emettessero, dell'etere.

Wolf Loner era cullato dalle braccia dell'oceano, e il suo cuscino era un miglio di acqua salata. Il banco di nubi, sotto il cui bordo orientale la Pazienza era entrata, era molto vasto, e lunghe scie di nebbia lo seguivano, e si stendeva fino a Edmond e al Great Slave Lake, e da Boston fino a nord, raggiungendo lo Stretto dell'Hudson.

Sally Harris concesse a Jake Lesher un altro sfogo di carezze e più pesanti attenzioni tattili, in una curva buia della Casa degli Orrori, ma lo ammonì:

«Ehi, non spiegazzarmi la gonna… usa la cerniera automatica sul fianco.»

«Anche le tue mutandine sono chiuse magneticamente?» domandò Jack.

«No, ma c'è un piccolo congegno che le fa sparire. Fai piano, adesso… e per l'amor di Dio, non dirmi che queste ti ricordano le vecchie, buone pagnotte fatte in casa che mamma Lesher cuoceva al forno. E adesso basta, altrimenti il Razzo chiuderà prima che noi abbiamo visto l'eclissi.»

«Sal, non sei mai stata così fissata per l'astronomia prima d'ora, e non abbiamo realmente bisogno degli scossoni di quelle montagne russe. Tu hai le chiavi dell'appartamento di Hasseltine, no?, e lui è partito, no?… e inoltre, non mi hai mai portato lassù. Se quel grattacielo per te non è abbastanzo alto…»

«Questa notte il mio grattacielo è il Razzo,» disse la ragazza. «Basta così, ho detto!»

Con una mossa sinuosa, lei si sottrasse alle mani di Jack, e corse via, passando davanti a un saturniano livido, alto due metri e mezzo, che era uscito a grandi passi da una parte, stringendo un lunghissimo fucile a raggi e inondandola di una luce azzurrina scintillante.

Asa Holcomb, con il respiro un po' affannoso, raggiunse la cima della piccola mesa a ovest delle Montagne della Superstizione dell'Arizona. Proprio in quel momento la parete della sua aorta si ruppe, e il sangue cominciò a filtrargli nel petto. Non ci fu alcun dolore, ma egli avvertì una debolezza strana, e un bizzarro senso di vertigine, e scivolò a sedere silenziosamente sulla roccia levigata e piatta, che conservava ancora un po' di calore della lunga giornata assolata.

Non rimase particolarmente sorpreso, né particolarmente impaurito. La debolezza sarebbe passata, oppure no. Il malore poteva essere passeggero… oppure no. Aveva saputo fin dall'inizio che quella breve arrampicata verso una buona posizione per osservare l'eclissi era una cosa pericolosa. Dopotutto, sua madre lo aveva avvertito che era pericoloso arrampicarsi da solo sulle rocce, settant'anni prima. Doppiamente pericoloso, con un'aorta sottile come carta velina. Ma valeva sempre la pena di correre qualsiasi rischio, pur di allontanarsi da solo, fare una piccola scalata, e osservare i cieli stellati.

I suoi occhi avevano indugiato, un po' malinconicamente, sulle luci della Mesa, ma subito dopo egli li sollevò. Quella sarebbe stata circa la cinquantesima volta in cui lui avrebbe visto la Luna sparire, ma quella notte lei pareva ancor più bella, nella fase di luce ramata, di quanto mai lo fosse stata in passato, molto più della melagrana che Proserpina aveva colto nel Giardino della Morte. La debolezza, il malore, non stavano passando.

CAPITOLO IV

La convertibile che portava Margo Gelhorn e la gatta Miao e Paul Hagbolt sobbalzava lungo la strada sconnessa, con la roccia brulla ed erta di nuovo a destra, la sabbia della spiaggia a sinistra, entrambe, ora, a meno di un metro di distanza. Allontanandosi dall'autostrada, la notte pareva chiudersi intorno a loro come un nero coperchio. I tre viaggiatori avvertivano pienamente, ora, la solitaria oscurità della luna in eclissi che s'inerpicava per i sentieri stellati del cielo. Anche Miao si era messa a sedere sulle zampe posteriori, per guardare avanti con occhi fosforescenti.

«Tra le altre cose, questa strada probabilmente conduce alla porta posteriore di Vandenberg Due,» stava ruminando Paul. «La porta della spiaggia, la chiamano. Naturalmente, io dovrei passare dalla porta principale, ma in un buio così…» Poi, dopo qualche secondo, «È buffo vedere come questi maniaci dei dischi volanti tengano sempre le loro riunioni accanto a qualche base missilistica, o a qualche centrale atomica. Sperano forse che un po' di chiasso e di splendore riesca a filtrare fino a loro, immagino. Sapevi che una volta l'Astronautica era sospettosa, nei loro confronti?»

I fari illuminarono una frana, che bloccava una buona metà della strada. La terra franata era alta fin quasi al cofano della macchina, e recente, a giudicare dall'aspetto umido del terriccio. Paul fermò l'auto.

«Fine della spedizione dei dischi volanti,» annunciò, allegramente.

«Ma gli altri sono andati avanti,» disse Margo, alzandosi di nuovo in piedi. «Vedi laggiù? È in quel punto che hanno aggirato la frana, per proseguire.»

«E va bene,» disse Paul, in tono scherzosamente cavernoso. «Ma se rimarremo bloccati nella sabbia, tu dovrai andare a cercare dei legni portati dalla marea, da mettere sotto gli pneumatici.»

Le ruote girarono a vuoto due volte, ma la convertibile non faticò affatto a mettersi in moto. Poco più avanti, essi ragggiunsero una specie di vallata naturale, o grande caverna, nell'altura, dove la strada si espandeva raggiungendo un'ampiezza almeno tre volte maggiore di prima. Una buona dozzina di automobili avevano usato quello spazio in più per parcheggiare, fianco a fianco, con i parafanghi quasi appoggiati alla parete naturale. Tra coloro che erano arrivati per primi si vedevano una perlina rossa, una utilitaria e un camioncino bianco aperto.

Dopo l'ultima automobile c'era un'altra lanterna verde, che illuminava un cartello vergato in eleganti caratteri: Parcheggiate qui. Poi seguite le luci verdi.

«Proprio come alla stazione della metropolitana di Times Square,» esclamò deliziata Margo. «Scommetto che tra questa gente ci sono dei nuovayorkesi.»

«Arrivati freschi freschi,» ammise Paul, squadrando con espressione diffidente la parete di roccia e terriccio, mentre parcheggiava accanto all'ultima automobile. «Non hanno avuto neppure il tempo di conoscere le frane della California.»

Margo balzò a terra, tenendo in braccio Miao. Paul la seguì porgendole il giacchettino.

«Non mi serve,» disse Margo. Senza commenti, lui lo piegò e lo appoggiò sul braccio.

La terza lanterna verde era sulla spiaggia, molto più avanti, accanto a una macchia d'erba. La spiaggia era piatta e uniforme. Finalmente essi poterono udire il fruscio delle onde… poco più d'increspature del mare, a giudicare dal rumore. Miao miagolò ansiosamente. Margo le parlò in tono sommesso e persuasivo.

Subito dopo le automobili, le alture s'inerpicavano ripide a destra, e la spiaggia livellata le seguiva verso l'interno. Paul si rese conto che dovevano trovarsi all'imboccatura del canale che avevano attraversato due volte, prima di lasciare l'autostrada. A una certa distanza, oltre il canale, il terreno ricominciava a salire. Ancor più lontano, egli poté vedere una luce rossa ammiccare, molto in alto, e, molto più in basso, riuscì a cogliere lo scintillio di un reticolato. Scoprì che queste prove dell'esistenza di Vandenberg Due producevano su di lui un effetto oscuramente rassicurante.

Si diressero verso l'oceano, oltrepassando la macchia erbosa, verso la scintilla verde della quarta lanterna, piccola quasi come un pianeta. La sabbia frusciava sotto i loro piedi dolcemente, a ogni passo. Margo prese sottobraccio Paul. Ti rendi conto che l'eclissi c'è ancora?» mormorò. Lui annuì. Lei disse, «Paul, e se le stelle intorno alla Luna ricominciassero a distorcersi?»

Paul disse:

«Credo che quella sia una luce bianca, vedi, al di là della quarta lanterna verde. E mi pare di vedere delle figure. E una specie di edificio basso.»

Proseguirono. Il basso edificio sembrava una casa sulla spiaggia abbandonata, o la vecchia sede di un circolo della spiaggia. Le finestre erano chiuse con assi di legno. All'esterno si vedeva un largo pavimento senza tetto e senza pareti, sollevato di circa mezzo metro rispetto alla spiaggia, che non poteva essere stato che una pista da ballo. Su di esso erano state sistemate almeno cento sedie pieghevoli, delle quali erano occupate solo le prime venti. Le sedie erano sistemate di fronte al mare e a un lungo tavolo, lievemente sollevato, posto su quello che un tempo doveva essere stato il palco dell'orchestra. Dietro al tavolo erano sedute tre persone, i cui volti erano illuminati da una piccola luce bianca… l'unica illuminazione, oltre alla lanterna verde sistemata in fondo allo spazio del pubblico.

Una delle tre persone era barbuta; un'altra era calva e portava gli occhiali; la terza era in abito da sera maschile, aveva una cravatta bianca e indossava un turbante verde.

Il Barba stava parlando, ma Paul e Margo non erano ancora abbastanza vicini da poterlo udire distintamente.

Margo strinse il braccio di Paul.

«Quella col turbante è una donna,» mormorò.

Una piccola figura si sollevò dalla sabbia, da un punto vicino alla lanterna, e si avvicinò a loro. Una piccola luce bianca ammiccò, ed essi videro che si trattava di una ragazzina pallida, con delle lunghe trecce rosse. Non poteva avere più di dieci anni. Aveva dei fogli di carta in mano, e teneva l'indice dell'altra mano sulle labbra. La luce bianca era quella di una piccola pila elettrica, appesa al collo della ragazzina con una fune. Avvicinandosi, lei porse i fogli ai nuovi arrivati, bisbigliando:

«Dobbiamo fare silenzio. È già iniziato. Prendete il programma.»

I suoi occhi si illuminarono, quando vide Miao.

«Oh, avete un gatto,» mormorò. «Non credo che questo dispiaccia a Ragnarok.»

Quando Margo e Paul ebbero preso un foglio a testa, la ragazzina li accompagnò a una scaletta che portava alla piattaforma, e indicò loro di sedersi davanti. Quando Margo e Paul, sorridendo ma scuotendo il capo, sedettero invece in una delle ultime file, lei si strinse nelle spalle, e si voltò.

Margo sentì che Miao s'irrigidiva. La gatta stava fissando qualcosa che giaceva disteso su due sedie della prima fila.

Ragnarok era un grosso cane poliziotto tedesco.

Il momento della prima crisi passò. Miao si rilassò un poco, pur continuando a fissare il cane con fermezza, tenendo basse le orecchie.

La ragazzina venne alle loro spalle.

«Io sono Ann,» mormorò. «Quella col turbante è mia madre. Noi veniamo da New York.»

Poi ritornò al suo posto di guardia, accanto alla lanterna verde.

Il generale Spike Stevens e tre membri del suo stato maggiore sedevano gomito a gomito in una stanza buia del Quartier Generale della Riserva dell'Astronautica degli Stati Uniti. Stavano osservando due enormi schermi televisivi, disposti l'uno accanto all'altro. Ciascuno schermo mostrava la stessa regione della Luna oscurata dall'eclissi, una regione che comprendeva il cratere Piatone. L'immagine sullo schermo di destra veniva ritrasmessa grazie a un satellite automatico per comunicazioni e osservazione, sospeso a 23.000 miglia di altezza sull'Isola di Natale, 20 gradi a sud delle Hawai, mentre l'immagine dello schermo di sinistra veniva da un analogo satellite equatoriale che si trovava al di sopra di un punto dell'Atlantico, al largo della costa brasiliana, dove il transatlantico atomico Principe Carlo stava viaggiando in direzione sud.

I quattro spettatori, con consumata perizia, incrociavano lo sguardo, fondendo le immagini che partivano da distanze di 30.000 miglia nello spazio. L'effetto era incredibilmente tridimensionale, con quella regione lunare che si stagliava in solidi particolari.

«Direi che il nuovo amplificatore elettronico ha avuto un discreto successo,» disse il generale. «I disturbi iniziali sono stati superati. Jimmy, vediamo un'immagine non ingrandita dell'intero settore dello spazio in cui si trova la Luna.»

Il colonnello Mabel Wallingford studiò di sottecchi il generale, intrecciando le lunghe dita forti. Qualcuno le aveva detto, un giorno, che possedeva mani da strangolatrice, e lei lo ricordava ogni volta che fissava il generale. Le dava un senso di acre soddisfazione il pensiero che Spike avesse un tono di così disinvolta fiducia, lo stesso che il potente Odino avrebbe avuto osservando i Nove Mondi dalla torre di Hlithskjalf ad Asgard, mentre in realtà non sapeva nulla di più di lei sul luogo in cui si trovavano: e cioè che erano entro un raggio di cinquanta miglia dalla Casa Bianca, e almeno sessanta metri nel sottosuolo. Erano stati tutti portati laggiù in macchina, ed erano entrati nell'ascensore con la testa incappucciata, e non avevano incontrato il personale al quale avevano dato il cambio.

Arab Jones e «High» Bundy e Pepe Martinez cominciarono il quarto giro, passandosi il bocchino di metallo l'uno dopo l'altro, e aspirando profondamente il fumo profumato, tenendolo a lungo nei polmoni. Erano seduti su cuscini e un tappeto, di fronte alla piccola tenda con una porta di strisce di plastica, una tenda sistemata sulla cima di un tetto, ad Harlem, non lontano da Lenox e dalla 125a Strada. Si cercarono con gli occhi, con l'amichevole vigilanza dei drogati, e poi i loro sguardi si spostarono all'unisono verso la luna in eclissi.

«Accidenti, scommetto che anche lei sta fumando,» disse «High». «Vedete quel fumo bronzeo? Quegli astronauti lunari devono essere in un bel viaggio!»

Pepe disse:

«Anche noi dobbiamo andare lassù. Tu pensi di eclissarti, Arab?»

Arab disse:

«Non c'è niente di meglio di una spinta astronomica, per un viaggio!»

CAPITOLO V

Paul Hagbolt e Margo Gelhorn cominciarono ad ascoltare quello che stava dicendo il barbuto:

«Le speranze e le paure di un essere umano, le sue inquietudini e agitazioni più profonde, danno sempre una colorazione a ciò che egli vede nei cieli… sia che si tratti di un aereo o di un pianeta o di una nave venuta da un altro mondo, o soltanto un corpuscolo del suo stesso sangue. Mettiamola così; ogni disco è anche un segno.»

La voce del Barba era gentile e mite, ma anche giovanile e intensa. Doc… l'omone calvo con gli occhiali… e la Turbantessa ascoltavano, con espressione imperscrutabile (Margo aveva impiegato due minuti per dare un soprannome a tutti e tre i partecipanti alla discussione, e a diversi spettatori).

Il Barba continuò:

«Il compianto professor Jung ha esplorato questo aspetto degli avvistamenti dei dischi nelle pagine del suo libro Ein Moderner Mythus von Diriger die am Himmel gesehen werden.» La sua pronuncia tedesca era un insieme di sputi e gorgoglii strozzati; egli tradusse immediatamente: «Il Mito Moderno delle Cose Viste nei Cieli.»

«Chi è il Barba?» domandò Margo a Paul. Lui cercò di studiare il programma, ma era impossibile nella loro fila, immersa nelle tenebre più fitte.

Il Barba proseguì:

«Il professor Jung era particolarmente interessato ai dischi con l'aspetto di un circolo diviso in quattro parti. Egli ha posto in relazione queste forme con quello che il buddismo Mahayana chiama Mandala. Un mandala è un simbolo di unità psichica… la mente individuale in guerra contro la pazzia. È facile che esso appaia in momenti di grande tensione e pericolo, come oggi, quando l'individuo è lacerato e scosso dall'orrore per la distruzione atomica, dal terrore di venire privato della propria personalità, trasformato in un altro numero, in un altro soldato-schiavo o consumatore-robot in un'orda totalitaria, e dalla paura di perdere completamente il contatto con la propria cultura, poiché essa si dirama in diecimila difficili ma fondamentali specializzazioni.»

Paul scoprì di attraversare uno dei suoi consueti momenti di colpa. Neppure cinque minuti prima lui aveva chiamato quella gente «maniaci dei dischi volanti», ed ecco là il primo che sentiva… e parlava in maniera sensata e civile.

Un ometto, seduto nella prima fila, vicino al cane Ragnarok, si alzò in piedi.

«Mi scusi, professore,» disse l'Omino. «Ma secondo il mio orologio, rimangono ancora solo quindici minuti di eclisse totale. Desidero rammentare a tutti di tener d'occhio l'orologio, pur prestando la massima attenzione, naturalmente, a quello che i nostri affascinanti oratori hanno da dirci. Rama Joan ci ha parlato di creature cosmiche capaci di seguire contemporaneamente almeno una dozzina di linee di pensiero. Certamente noi potremo seguirne due soltanto! Dopotutto, noi abbiamo tenuto questa riunione per l'inconsueta possibilità di compiere avvistamenti, specialmente dei dischi meno audaci, che detestano la luce. Non perdiamo quel che ci resta di questa preziosa opportunità di vedere i Dischi Timidi, come li chiama Ann.»

Diverse teste, nella prima fila, ondeggiarono obbedienti da una parte e dall'altra, mostrando profili con i nasi in alto.

Margo diede una gomitata a Paul.

«Fai il tuo dovere,» mormorò seccamente, guardandosi intorno con decisione.

«Buona caccia a tutti,» disse l'Omino. «Voglia scusarmi ancora, professore.» Tornò a sedere.

Ma prima che il Barba potesse continuare, venne affrontato da un uomo con spalle alte e braccia conserte che sedeva alto ed eretto sul suo sedile… Margo lo ribattezzò immediatamente Bacchetto.

«Professore, abbiamo sentito un'infinità di discorsi a doppio senso,» cominciò il Bacchetto. «Pieni di dotte disquisizioni e di parole scientifiche; eppure mi sembra che essi riguardino sempre i dischi che la gente immagina di vedere. A me questi non interessano, anche se interessavano al signor Jung. A me interessano soltanto i dischi reali, come quello sul quale io ho viaggiato, e con il quale ho potuto parlare.»

Paul sentì che il suo spirito s'innalzava. Ora sì che quella gente cominciava a comportarsi come dei maniaci di dischi volanti avrebbero dovuto fare!

Il Barba parve notevolmente offeso per quell'aperta sfida.

«Sono molto dolente di avere dato un'impressione simile, se davvero l'ho data. Credevo di avere chiarito perfettamente che…»

Doc sollevò la testa calva e tagliò corto alla difesa del Barba, posandogli una mano sul braccio, come per dirgli, «Lascia a me questo tipo.» La Turbantessa lo guardò con un debole sorriso, e sfiorò con un dito la cravatta del suo abito da sera.

Doc si piegò avanti, e chinò la cupola lucida della testa e gli occhiali scintillanti verso Bacchetto, come se quest'ultimo fosse stato un insetto di specie insignificante.

«Mi scusi, signore,» disse, con voce gelida. «Ma credo che lei affermi anche di avere visitato degli altri pianeti, a bordo di dischi volanti… pianeti che gli astronomi non conoscono.»

«Proprio così,» replicò Bacchetto, ergendosi come un fuso sulla sedia.

«Potrebbe dirmi, per favore, dove si trovano questi altri pianeti?»

«Oh, si trovano… in tanti posti,» replicò Bacchetto, conquistandosi qualche risatina subito dopo, aggiungendo, «I veri pianeti non si lasciano comandare da un branco di astronomi.»

Ignorando le risatine, Doc continuò:

«Questi pianeti si trovano dunque ai confini del nulla… sono forse i pianeti di un'altra stella, a molti anni-luce di distanza?» Ora la sua voce era gentile. Gli occhiali dalle spesse lenti parevano mandare un bagliore benigno.

«No, non è così,» disse Bacchetto. «Be', io stesso ho visitato Arietta la settimana scorsa, e il viaggio è stato di due giorni soltanto.»

Doc non si lasciò sviare da questa risposta.

«Sono dunque dei pianetini che si nascondono dietro il sole, o la luna, o magari Giove, in una specie di eclissi permanente, come persone che si nascondono dietro gli alberi di una foresta?»

«No, non sono neppure questo,» asserì Bacchetto, raddrizzando ancor più le spalle, eppure cominciando ad assumere un tono vagamente difensivo. «I miei pianeti non si nascondono dietro le sottane di nessuno… loro no! Sono soltanto… là fuori. E sono grossi, ci può scommettere… grossi come la Terra. Ne ho visitati sei.»

«Umf,» grugnì Doc. «Esiste la possibilità, forse, che si tratti di pianeti nascosti nell'iperspazio, in grado di balzarne fuori opportunamente a ogni morte di papa… diciamo, quando lei arriva a visitarli?»

Adesso era Doc che si era conquistato delle risatine divertite, ma lui ignorò anche quelle.

«Lei sta assumendo un atteggiamento di negazione pura,» disse Bacchetto in tono accusatore. «E troppo maledettamente teorico. Quegli altri pianeti sono semplicemente là fuori, le ripeto!»

«Be', se sono semplicemente là fuori,» brontolò gentilmente Doc. «Perché noi non possiamo semplicemente vederli?» Aveva piegato il capo in segno di trionfo, o forse gli occhiali gli erano solo scivolati un po' sul naso.

Ci fu una lunga pausa. E poi:

«Un nero atteggiamento negativo,» si corresse astutamente Bacchetto. «Sarebbe una perdita di tempo dirle che alcuni pianeti possiedono degli schermi d'invisibilità, che permettono alla luce di curvarsi intorno a essi. Non ho alcun interesse a discutere ulteriormente con lei.»

«Permettetemi di chiarire la mia posizione,» disse in tono rovente Doc, rivolgendosi a tutto il pubblico. «Io sono pronto a prendere in seria considerazione qualsiasi idea, senza preclusioni… anche la possibilità che esista un pianeta alieno in agguato nel nostro sistema solare. Ma io voglio qualche piccolo indizio di spiegazione razionale, anche se questo fosse la possibile esistenza di un pianeta nell'iperspazio. Concedo a Charles Fulby…» indicò con un cenno Bacchetto, «Il punteggio minimo, per la cultura che si è fatto assistendo a telefilm di seconda mano.»

Tacque, sospirando in tono vittorioso. L'Omino colse questa opportunità per alzarsi in piedi di scatto, accanto all'enorme cane Ragnarok, in fondo alla prima fila, e disse:

«Rimangono soltanto dieci minuti. So che questa discussione è interessante, ma continuate a osservare, per favore. Ricordate che, prima di ogni altra cosa, noi siamo studiosi dei dischi volanti. I pianeti volanti sono molto eccitanti, ma anche un solo piccolo disco, avvistato da un intero simposio, sarebbe per noi un vero trionfo. Grazie.»

Asa Holcomb aveva diretto il raggio della sua lampada di segnalazione verso la città, accendendo e spegnendo il raggio a intervalli regolari, lassù, alla sommità della mesa vicina alle Montagne della Superstizione. Dopotutto, teoricamente lui avrebbe dovuto tentare di salvare la propria vita. Ma poi si era stancato di quel dovere, e aveva spento la lampada, e aveva nuovamente rivolto lo sguardo verso il cielo stellato, una prateria scintillante di purissimi diamanti, nel momento dell'eclisse totale; guardò le stelle ammiccanti, e le riconobbe una per una, senza sforzo, e poi di nuovo si smarrì nella contemplazione della Luna cinerea oscurata dall'ombra della Terra, sospesa lassù in primo piano, simile a un grande emblema Hopi battuto da un gigantesco fabbro da un blocco d'argento annerito dal tempo. C'era sempre qualcosa di nuovo da vedere e scoprire, nell'immutabile cielo notturno. Sarebbe stato facile, per lui, rimanere disteso là per tutta la notte a scrutare il cielo, senza conoscere un solo momento di noia. Ma il senso di debolezza e di malessere si stava facendo più forte, e la roccia, sotto di lui, si era fatta più fredda, molto più fredda.

Pepe Martinez e 'High' Bundy si alzarono dai loro cuscini, e scivolarono come foglie d'autunno verso la vecchia parete di mattoni del tetto di Harlem. Pepe disse, indicando con un gesto languido la Luna:

«Un'altra boccata e poi… puff! Sarò lassù, proprio come John Carter.»

«Non dimenticare la tuta spaziale,» disse 'High'.

«Mi riempirò i polmoni del fumo dell'erba,» disse Pepe, «E respirerò con quello.» Fece un gesto verso le stelle. «Cosa dice quella grande tavola nera di pubblicità di gioielleria, "High"?»

'High' disse:

«Tavola! Quelle sono motociclette, amico, e ciascuna ha un faro di diamante, e vanno tutte in tutte le direzioni!»

Arab, ancora sdraiato sul suo cuscino, davanti alla tenda, intento a trangugiare qualche goccia di moscato da una bottiglia di liquore, li chiamò:

«E come è la notte, o figli miei?»

Pepe rispose:

«Bella come un serpente di seta, o padre mio.»

La Luna continuava a galleggiare nello spazio cosmico, attraversando lentamente l'ombra fredda e silenziosa della Terra, muovendosi con il suo passo costante e calmo di quaranta miglia al minuto, irrevocabilmente come il sangue che filtrava nel petto di Asa Holcomb, o come gli spermatozoi che si muovevano avidamente nelle reni di Jake Lesher, o come gli ormoni che fluivano dalle ghiandole adrenali di Don Guillermo, o come gli atomi che si dividevano per scaldare le caldaie della Principe Carlo, o come le onde che trasmettevano le loro immagini in codice nella caverna di Spike Stevens, o come il subcosciente di Wolf Loner che apriva e chiudeva le sue finestre seguendo il ritmo che egli chiamava sanità mentale. La Luna aveva fatto questo un miliardo di anni prima; e in futuro l'avrebbe fatto ancora per un miliardo di anni. Un giorno, dicevano gli astronomi, oscure forze di marea l'avrebbero lacerata, trasformandola in un fenomeno cosmico simile agli scintillanti, multicolori anelli di Saturno. Ma questo, dicevano gli astronomi, era un evento che distava ancora cento miliardi di anni.

CAPITOLO VI

Paul Hagbolt diede una gomitata di avvertimento a Margo Gelhorn, nervosamente, per far tacere la risatina sommessa della giovane donna, quando una donna nella seconda fila domandò a Doc:

«Cos'è quell'iperspazio dal quale, secondo lei, i pianeti potrebbero venir fuori?»

«Sì, perché non ci fornisce un quadro d'assieme facilmente comprensibile?» suggerì il Barba, con un tono degno di un consumato moderatore televisivo.

«È una nozione già comparsa negli studi di fisica teorica, e in moltissime opere di fantascienza.» Doc si lanciò nella spiegazione, aggiustandosi gli occhiali sul naso, e poi passandosi la mano sulla testa pelata.

«Come voi tutti sapete, la velocità della luce è generalmente accettata come la massima velocità possibile. Centottantaseimila miglia al secondo, circa duecentonovantanovemila chilometri, sembrano una velocità enorme, ma si tratta di un'andatura da tartaruga, quando viene applicata alle vaste distese che separano le stelle e i golfi cosmici ancor più sconfinati che dividono le galassie… una prospettiva proibitiva e deludente, per i viaggiatori spaziali.

«Però,» proseguì Doc, «Esiste la possibilità teorica che lo spazio-tempo venga così distorto, curvato o compresso, che remotissime parti del nostro cosmo giungano a toccarsi in un'altra e più alta dimensione… nell'iperspazio, ed è questa l'origine della parola. O perfino che tutte le parti siano in contatto con tutte le altre parti. Se esiste questo contatto universale, perciò, i viaggi più veloci della luce sarebbero teoricamente possibili a un ipotetico veicolo che uscisse dal nostro universo, penetrasse nell'iperspazio, e poi ritornasse nell'universo normale nel punto desiderato. Naturalmente, il viaggio iperspaziale è stato suggerito, come possibilità teorica, solo per delle astronavi, ma io non vedo perché un pianeta equipaggiato nella maniera adatta non possa riuscirci a sua volta… sempre in linea teorica. Scienziati autorevoli come Bernal, e filosofi come Stapledon, hanno teorizzato sulla possibiltà di pianeti vagabondi, per non parlare di scrittori come Stuart e Smith.»

«Teoria!» sbuffò Bacchetto, aggiungendo sottovoce, «Tutto fumo!»

«Cosa può rispondere a questa obiezione?» domandò il Barba a Doc, portando la domanda sul palco con perfetta imparzialità. «Esistono prove concrete dell'esistenza dell'iperspazio, o del viaggio nell'iperspazio?»

Oltre Doc, la Turbantessa fissò con curiosità i due compagni.

«Neppure un briciolo,» disse Doc, con un sorriso. «Ho cercato di indurre i miei amici astronomi a cercare qualche indizio, ma non mi prendono molto sul serio.»

«Questo è interessante,» disse il Barba. «Per esempio… quale forma potrebbero assumere gli indizi di cui ha ventilato la possibilità?»

«Ci ho pensato molto,» ammise Doc, con un certo orgoglio. «Un'idea che mi ha particolarmente colpito, durante queste riflessioni, è che la spinta necessaria a far entrare e uscire un'astronave dall'iperspazio potrebbe includere la creazione di campi gravitazionali artificiali momentanei… dei campi così intensi, che essi potrebbero distorcere visibilmente la luce stellare che passasse attraverso quel volume di spazio. Così ho suggerito ai miei amici astronomi di osservare se certi fenomeni si verificano… di stare, particolarmente, in attesa che le stelle ondeggino e mutino posizione apparente, nelle notti chiare di visibilità buona… e specialmente se il fenomeno fosse avvistato dai telescopi montati sui satelliti artificiali… e di cercare, attraverso delle foto stellari a breve esposizione, la prova del verificarsi dello stesso fenomeno… stelle che scompaiano per qualche istante, o si spostino nel cielo, o presentino improvvise e momentanee variazioni di velocità, o irregolarità di movimento».

La donna sottile della seconda fila disse:

«Ho visto sul giornale un articolo, che parla di un tizio che ha visto muoversi le stelle. Questa sarebbe una prova?»

Doc ridacchiò:

«Temo di no. Non era ubriaco? Non dobbiamo prendere troppo sul serio questi servizi giornalistici che popolano i quotidiani nella stagione morta.»

Paul avvertì simultaneamente un brivido gelido lungo la schiena, e la pressione delle dita di Margo sul suo braccio.

«Paul,» mormorò lei, in tono urgente. «Doc non sta descrivendo esattamente quello che tu hai visto in quelle quattro fotografie?»

«Sembra molto simile,» temporeggiò lui, cercando di chiarire per prima cosa il caos che si era scatenato nella sua mente. «Molto simile.» Poi, meditabondo: «Ha usato la parola 'distorcere'.»

«Be', allora?» domandò Margo. «Doc ha offerto una spiegazione possibile o no?»

«Opperly ha detto…» cominciò Paul… e si accorse che Doc stava parlando a lui.

«Scusatemi, voi due in fondo… spiacente, non conosco i vostri nomi… avete forse un contributo da offrire alla discussione?»

«Be', no. No, signore,» rispose rapidamente Paul. «Eravamo semplicemente molto colpiti dalla forza delle sue argomentazioni.»

Doc agitò la mano per un momento, accettando benevolmente l'elogio.

«Bugiardo,» bisbigliò Margo a Paul, con un sorriso. «Ho una mezza idea di raccontargli tutto.»

Paul non ebbe il coraggio di negare, e probabilmente fu una cosa buona. Stava subendo un nuovo attacco di colpa, acutissimo, malgrado non avesse una precisa localizzazione. Certamente, si disse, non poteva andare in giro a rivelare delle informazioni segrete del Progetto… addirittura a un gruppo di maniaci dei dischi volanti. Eppure, c'era qualcosa di sbagliato in un mondo nel quale delle persone come Doc non potevano venire a conoscenza dell'esistenza di quelle fotografie.

Ma poi cominciò a pensare alla sostanza dell'argomento in discussione, e il brivido ritornò, più lungo e più freddo. Accidenti, c'era qualcosa di diabolico nella maniera in cui le ipotesi di Doc calzavano con quelle fotografie. Sollevò lo sguardo, colmo d'inquietudine, e fissò la regione del cielo dove gravitava oscura la Luna in eclissi. Le parole di Margo risuonarono come un bisbiglio minaccioso nella sua memoria:

«Cosa succederebbe, se le stelle intorno alla Luna dovessero muoversi ora?»

I cesti per la raccolta di polvere lunare, appesi ai loro piedistalli di metallo sottile, sopra la pellicola vagamente scintillante di neve di ossido di carbonio, avevano l'aspetto di sinistri frutti meccanici di un giardino di ghiaccio. Muovendosi alla luce della lampa inserita nel casco della tuta spaziale, Don Merriam camminò verso il più vicino, lentamente, con la maggiore cautela possibile, per non sollevare che un minimo di polvere lunare. Malgrado le sue cautele, un po' di cristalli di ghiaccio secco si sollevarono, lungo il percorso, smossi dai pesanti stivali metallici, e descrissero un arco lento nel vuoto per poi ricadere verticalmente, come era tipico della polvere e della «neve» della luna senz'aria. Don toccò il pulsante del «cesto» che lo sigillava ermeticamente, e poi lo raccolse dal piedistallo e lo lasciò cadere nella borsa di raccolta.

«Il raccoglitore di frutta più pagato, da questa parte di Marte,» s idisse, con aria schifata. «Eppure io riesco a finire questo lavoro ancora troppo in fretta, per accontentare Gompert, il Re del Sindacato, il Monarca dei Rallentamenti.»

Sollevò di nuovo lo sguardo verso la Terra nera, all'interno dell'anello di bronzo.

«Il novantanove virgola nove per cento di quella gente,» si disse. «Sarebbe d'accordo nel dire che sto arricchendo sulla loro pelle, facendo un lavoro che non serve a niente. Lassù pensano che tutti gli esploratori spaziali siano dei fannulloni sfruttatori, i più grandi che siano esistiti dal tempo delle Piramidi. Loro, con la loro coltre d'aria… se capissero qualcosa!» Sorrise. «Hanno sentito dire che esiste un certo 'spazio', ma ancora non ci credono davvero. Non sono venuti quassù, per vedere con i loro occhi che non c'è nessun elefante gigante sotto la Terra, per tenerla su, e che non c'è una testuggine gigante per reggere l'elefante. Se dico 'pianeta' e 'astronave', loro pensano ancora 'oroscopo' e 'disco volante'.»

Voltandosi verso il cesto successivo, il suo piede toccò la pellicola di cristallo, e una debole vibrazione scricchiolante risalì lungo la tuta, partendo dal piede e risalendo la gamba. Era un'eco, che veniva dal golfo degli anni, delle sue galosce che cantavano schiacciando la dura crosta di neve del Minnesota, in una giornata fredda d'inverno.

Barbara Katz disse:

«Ehi, controlli anche lei, signor Kettering… vedo lampeggiare una luce bianca, vicino a Copernico.»

Knolls Kettering III, con le giunture lievemente scricchiolanti, prese il posto della ragazza all'oculare.

«Ha ragione, signorina Katz,» disse. «I sovietici staranno collaudando dei nuovi dispositivi di segnalazione, immagino.»

«Grazie,» fece lei. «Non mi fido mai di quello che vedo, nella Luna… continuo a vedere le luci di Luna City e di Leyport e di tutte le altre città lunari dei romanzi di fantascienza.»

«In confidenza, signorina Katz, a me succede lo stesso! E adesso c'è una luce rossa.»

«Oh, posso vederla?… Ma non voglio farla muovere continuamente. Potrei sedere sulle sue ginocchia, se non le dispiace… e se lo sgabello sopporta il peso.»

Knolls Kettering III fece una risatina di rammarico.

«A me non dispiacerebbe affatto, e lo sgabello potrebbe sopportare il peso, ma temo che le giunzioni di plastica della mia gamba non ce la farebbero.»

«Oh, accidenti, mi dispiace.»

«Non ci pensi, signorina Katz… siamo fratelli della compagnia della Lente. E non mi compatisca.»

«Non lo farei mai,» gli assicurò la ragazza. «Be', secondo me è così romantico avere un corpo con tutte queste riparazioni artificiali, proprio come i vecchi soldati che dirigono le accademie spaziali dei romanzi di Heinlein e di Edward E. Smith!»

Don Guillermo Walker dovette finalmente ammettere che il riverbero nero davanti a lui era acqua… e il piccolo lago, non quello grande, perché laggiù finalmente splendevano le luci di Managua, ammiccanti a meno di dieci miglia. Fu colpito da una nuova angoscia: di essere stato troppo minuzioso nella scelta del tempo. E se la Luna fosse uscita dall'eclissi in quel preciso momento, illuminandolo per i reattori del presidente e per i cannoni della contraerea, come un riflettore prematuro che avesse colto un tecnico di palcoscenico in tuta intento a cambiare la scena nel momento in cui il palcoscenico era stato oscurato? Avrebbe voluto essere di nuovo vicino a Chicago, quando aveva recitato piccole parti nelle compagnie estive, oppure era stato intento ad arringare un gruppo di giustizieri della John Birch Society; oppure avrebbe voluto avere di nuovo dieci anni, ed essere in un circo da cortile nel Milwaukee, a sfidare la morte scivolando da un filo rugginoso inclinato, da un'altezza di cinque metri.

Quest'ultimo ricordo gli diede coraggio. Morire per un circo da cortile… morire per una città bombardata! Lanciò i motori alla massima velocità, e dietro di lui gli alettoni martellarono l'aria un po' più rumorosamente, «Guil-ler-mo ge-ron-imo!» gridò Don Guillermo. «La Loma, eccomi… arrivo!»

CAPITOLO VII

Paul Hagbolt stava prestando solo una parte della sua attenzione agli oratori sul palco. La coincidenza delle foto stellari e dell'idea di Doc su pianeti che viaggiavano nell'iperspazio lo aveva distratto, e aveva messo in movimento la sua immaginazione. Come se un grande orologio, che lui solo poteva udire, avesse cominciato in quel momento a battere (una volta al secondo, non cinque come gli orologi da polso e quasi tutti gli orologi a molla), scoprì di essere diventato d'un tratto acutamente consapevole del tempo e di tutto ciò che lo circondava… il silenzioso gruppo di persone nel buio, la sabbia pianeggiante, il lontano, debole fruscio delle onde che si frangevano alle spalle degli oratori, la vecchia casa sulla spiaggia con le assi alle finestre, le installazioni incappucciate e ammiccanti di luci sanguigne di Vandernberg Due che si levavano come una torre nera alle sue spalle, le colline di terriccio sopra la macchia erbosa della spiaggia, e sopra ogni altra cosa la notte tiepida che schiacciava il mondo, schiacciata a sua volta dai più remoti recessi degli spazi cosmici, e rendeva ogni cosa minuscola, all'infuori del globo della Terra e della luna nera e delle stelle piccole e scintillanti.

Qualcuno rivolse una domanda a Rama Joan. Lei sorrise al Barba, e poi abbassò lo sguardo sul pubblico, e i suoi occhi parvero fissare ciascuno, uno dopo l'altro. Il gonfio turbante verde le celava i capelli, benché la sua carnagione fosse chiara come quella di Ann, e sottolineava la magrezza del suo viso. Rama Joan pareva una bambina denutrita.

Sempre senza parlare, levò lo sguardo al cielo stellato e si voltò a fissare la luna nera, poi fissò di nuovo il pubblico.

Poi disse sommessamente, ma con voce ugualmente aspra:

Che cosa sa ciascuno di noi, in realtà, di quel che esiste là fuori? Ne sappiamo meno di quanto un uomo imprigionato dalla nascita in una cella sotterranea potrebbe sapere dei milioni di abitanti di Calcutta, o di Hong Kong, o di Mosca, o di New York. So bene che alcuni, tra voi, pensano che delle razze progredite ci amerebbero e ci aiuterebbero in ogni modo, ma io giudico l'atteggiamento di razze più avanzate nei confronti dell'uomo sulla base dell'atteggiamento umano nei confronti delle formiche. Su questa base, posso dirvi una sola cosa: ci sono i demoni là fuori, nelle immensità stellate. I demoni!»

Si udì un basso rumore stridente e sordo, come se del metallo venisse piegato. Miao s'irrigidì tra le braccia di Margo, e rizzò il pelo. Ragnarok aveva ringhiato.

Rama Joan continuò:

«Tra le stelle, là fuori, nelle arcane profondità degli spazi astrali, possono esistere degli Indù incapaci di uccidere una mucca, e perfino dei Jain che accarezzano ogni superficie sulla quale si siedono, per timore di schiacciare involontariamente una formica, e che si coprono il volto con della garza, per non inghiottire un microbo, ma queste sarebbero al massimo le rare eccezioni. Tutti gli altri non si degneranno neppure di osservare la formica che schiacciano. Per noi, saranno dei demoni.»

Un nero abisso di mistero inghiottì Paul. Tutto, intorno a lui, pareva troppo reale, eppure sull'orlo periglioso della dissoluzione… tutto era raggelato, fantomatico. Guardò le stelle e la luna, cercando un appoggio, dicendosi che la volta celeste era l'unica cosa che non era cambiata nel corso di tutta la storia, ma poi una voce demoniaca bisbigliò, nelle profondità della sua mente: «Ma che accadrebbe, se le stelle si muovessero? Le stelle si sono mosse, nelle fotografie!»

Sally Harris guidò Jake Lesher sulla logora piattaforma di legno, verso il quinto e ultimo vagone del treno razzo. Gli unici passeggeri di quel viaggio, oltre a loro, erano un ragazzo e una ragazza, una coppia portoricana dall'aria timida, che stava già aggrappata alle sbarre di sicurezza con tutte e quattro le mani.

«Mio Dio, Sal, tutto il tempo che ho dovuto aspettare,» disse Jake, «E le deviazioni che ho dovuto discendere… voglio dire salire!… per accontentarti. L'attico di Hasseltine…»

«Zitto, questa non è un'attesa e neppure una deviazione, amoruccio,» bisbigliò lei, quando il tecnico passò da quella parte, compiendo l'ultimo controllo affrettato prima del lancio. «Adesso ascolta bene: non appena cominceremo a salire, scivola avanti per almeno trenta centimetri, e aggrappati allo schienale del sedile con la mano sinistra, con tutta la forza che puoi, perché con l'altra mano dovrai stringere me.»

«Ma il braccio destro è dall'altra parte, rispetto a te, Sal.»

«Adesso sì,» gli disse lei, e lo accarezzò in un punto delicato.

Lui sbarrò gli occhi, fissandola, e poi sorrise, incredulo.

«Tu limitati a seguire le istruzioni,» gli disse lei. Con uno scricchiolio e un sobbalzo, il trenino cominciò la sua ascesa verticale. A una dozzina di metri dalla cima, lei si mise a sedere agilmente, mosse la gamba in un arco scintillante, e serrò a forbice tra le gambe divaricate i fianchi del ragazzo. Con una mano gli afferrò il collo, con l'altra, rapidamente, sistemò adeguatamente le cose.

«Gesù, Sal,» ansimò luì, «Scommetto che faremo muovere la terra, come in Per Chi Suona la Campana!»

«La Terra, all'inferno!» gli disse lei, scoprendo i denti in un sorriso da Valchiria, quando il trenino parve arrestarsi, prima della lunga caduta, e il rimorchio si staccò. «Io farò muovere le stelle!»

Rama Joan disse:

«Oh, immagino che i popoli delle stelle saranno meravigliosi per noi, ci incuteranno rispetto, ammirazione e timore… e saranno infinitamente affascinanti, come lo è il cacciatore per un animale selvaggio che ancora non ha ricevuto la pallottola. Anch'io provo un tremendo interesse verso di loro, e sempre cerco di immaginare come saranno… eppure, malgrado tutto questo, per noi essi saranno sempre crudeli e remoti come il novantanove per cento di tutte le nostre divinità. E cosa sono gli dei del genere umano, se non il suo modo d'immaginare esseri di razze più avanzate? Prendete le testimonianze di diecimila anni di storia, se non volete prendere la mia, e vi renderete conto che là fuori… lassù… esistono i demoni.»

Ragnarok ringhiò di nuovo. Miao si rannicchiò contro le spalle di Margo, affondando le unghiette nel vestito.

L'Omino disse:

«Fine della totalità.»

«Davvero, Rama Joan,» disse Doc. «Questa è una sorpresa.»

Margo disse:

«Miao, va tutto bene!»

Paul guardò in alto, e vide il bordo orientale della Luna illuminarsi, e fu come la liberazione da un'oscura e misteriosa prigione. Capì d'un tratto che i suoi terrori incomprensibili sarebbero finiti, con la fine dell'eclisse.

A mezza dozzina di diametri lunari a est della Luna, uno squadrone di stelle parve girare, descrivendo delle piccole virgole strette nel cielo nero, trasformandosi in macchioline distorte, come una minuscola fontana di fuochi artificiali sgorgata dal cielo, un'eruzione microbica, un lampeggiare di lucciole remote… e poi si spense, e in quel punto il cielo diventò nero.

Dalla sua mesa solitaria, nell'aria cristallina della notte, Asa Holcomb vide tremare le stelle vicino alla Luna, come se nel cosmo fosse stata suonata un'angelica fanfara. Poi una grande porta d'oro e di porpora, quattro volte più grande della Luna, si aprì nella volta celeste in quel punto, dissipando l'oscurità della notte come d'incanto; e Asa si protese ansioso verso quella porta, tendendo le braccia, e il suo cuore si gonfiò per la maestà e il prodigio di quella visione, e la sua aorta si ruppe completamente, ed egli morì.

Sally Harris vide tremare le stelle nel momento in cui lei e Jake, strettamente allacciati e con il corpo più leggero per la velocità, stavano giungendo alla sommità della sesta vetta del Razzo di Dieci Piani di Coney Island. Nel cieco mondo egoistico dell'appagamento sessuale, che si stende esattamente sul confine tra le regioni conscie e inconscie della mente, lei seppe che le stelle erano un distretto provinciale di lei stessa… le Frontiere di Sally Harris… e così si limitò a dire, con una voce rauca e affannosa:

«Ce l'ho fatta, Cristo! Avevo detto che l'avrei fatto, e l'ho fatto!»

E anche quando, alla sommità della vetta successiva, dopo un tuffo pulsante e mozzafiato fino al nadir, e una nuova, eccitante ascesa, lei vide le stelle tremolanti sostituite da un disco giallognolo e rossigno, venti volte più grande della Luna, e tanto luminoso da mostrare l'imbastitura sulle spalle del vestito di Jack, mentre il ragazzo teneva il viso premuto tra i seni di lei, lei inarcò il capo, come una Valchiria, sentendo il freddo contatto della sbarra di sicurezza tra le natiche, e gridò alla volta celeste, con voce trionfante:

«Gesù, c'è anche un premio!»

'High' Bundy disse:

«Oh, che viaggio! Ascolta, Pepe, c'è questo vecchio cinese pazzo, più grosso di King Kong, dall'altra parte del mondo, che scalcia verso di noi, e sta dipingendo dei piatti dorati che sembrano due gocce d'acqua che fanno all'amore, e li lancia contro la luna gettandoli dietro le spalle, quando li finisce, e uno di essi si è bloccato lassù.»

«Lo vedo,» tubò Pepe. «Sta illuminando tutta New York. Illuminazione a piatto!»

«Lo vedo anch'io,» disse Arab, dietro di loro. «Fratello, che erba fenomenale!»

Knolls Kettering III, con l'occhio incollato all'oculare, nella buia notte di Palm Beach, stava dicendo, un po' pomposamente:

«Il nome 'pianeta', signorina Katz, deriva dal verbo greco planasthai, vagabondare. In origine, significava semplicemente 'il Vagabondo': un corpo che erra qua e là, tra le stelle fisse.» La sua voce parve più tesa. «Ehi, la luna si sta illuminando, e non solo lungo il bordo che esce dall'eclissi. Sì, non c'è dubbio. E ci sono dei colori.»

Una mano si curvò sulla sua spalla, con un atteggiamento protettivo, e la voce più minuscola che lui avesse mai udito in vita sua… come se Barbara Katz si fosse trasformata in una cavalletta… disse:

«Papà, per favore non stacchi l'occhio dal telescopio, in questo momento. Deve prepararsi a un grosso colpo.»

«Un colpo? Di che si tratta, signorina Katz?» le domandò nervosamente, obbedendo però alle istruzioni.

«Non sono molto sicura,» continuò la voce microscopica, una vocina sottile e timida che era quasi irriconoscibile. «Sembra una vecchia copertina di Amazing. Papà, credo che il suo Vagabondo abbia vagabondato da queste parti… solo che i Greci non li facevano così grossi. Credo che sia un pianeta.»

Paul, sobbalzando, aveva chiuso gli occhi per due secondi al massimo.

Quando li riaprì, il Vagabondo era lassù, e inondava il mondo di torrenti di luce dorata e sanguigna.

Il Vagabondo era lassù, quattro volte più grande del diametro della Luna, e a circa quattro diametri di distanza a est della Luna nel cielo, sedici volte l'area della Luna, diviso da una curva a S capovolta ondeggiante in due metà giallo e marrone, apparentemente più morbido del velluto, eppure con un contorno netto, stagliato, privo di qualsiasi alone.

Paul vide tutto questo come un disegno visuale, lo vide in un lampo, senza anlizzarlo. Un istante più tardi si era gettato al suolo, con le spalle serrate e la testa in giù, lontano dal Vagabondo. Perché la prima impressione dominante era di qualcosa di gigantesco e fiammeggiante sopra di lui, qualcosa di orribilmente massiccio, ormai sul punto di schiacciare la Terra e di schiacciare Paul Hagbolt.

Margo, che stringeva Miao, era sul palco di legno, accanto a lui.

Fu un semplice caso, ma in quel momento lo sguardo di Paul era diretto sul programma che teneva in mano. Automaticamente lesse una riga: «Il nostro conferenziere barbuto è Ross Hunter, Professore di Sociologia, Reed College Portland, Oregon»… prima di rendersi conto che stava leggendo perfettamente, alla luce del Vagabondo.

Per Don Guillermo, che si avvicinava alla collina che ospitava un grappolo di edifici governativi, e aveva gli occhi puntati sul 'Palazzo', e la mano sinistra stretta intorno al pomello di sgancio delle bombe, il Vagabondo fu un reattore lealista del Nicaragua che si era materializzato alla sommità della coda, eruttando un vulcano di silenziosi proiettili magnetici. Si rannicchiò sul sedile, chiuse gli occhi, e irrigidì collo e spalle preparandosi al colpo mortale. I proiettili non vennero, e non vennero ancora… quel bastardo doveva essere un sadico che prolungava con gioia l'agonia della sua vittima.

Fece virare l'aereo a sinistra, verso il grande lago, seguendo il piano, poi si costrinse a guardare in alto, alle sue spalle. Accidenti, quel maledetto ordigno era soltanto un grosso pallone di sbarramento che era stato improvvisamente illuminato, chissà come. E pensare che lo avevano ingannato con un trucco da carnevale simile, facendo sì che lui non sganciasse le bombe! Ma ci avrebbe pensato lui… sarebbe tornato indietro, e gliel'avrebbe fatta vedere, a quei bastardi!

In quel momento un abbagliante vulcano roseo eruttò da La Loma, ed egli vide che la sua mano sinistra stringeva un pomello al quale era appeso ora un filo spezzato. Un istante dopo, un'esplosione lo raggiunse, e fece tremare l'aereo. Raddrizzò il volo, e automaticamente continuò a viaggiare verso il Lago Nicaragua.

Ma, si domandò, com'era possibile che un pallone del genere si tenesse alla medesima velocità del suo vecchio apparecchio? E perché tutto il paesaggio era illuminato, come se fosse stato alzato il sipario del teatro universale?

Bagong Bung, con la testa arrostita dal sole, e le mani appoggiate alla ringhiera del ponte, ma con la mente intenta a immaginare un relitto avvolto d'alghe verdeggianti e con il nucleo d'oro, sommerso a meno di venti leghe di distanza, era del tutto inconsapevole, e non avvertiva uno iota del senso di mistero e di bizzarria, nel momento in cui il fronte gravitazionale di un corpo sconosciuto colpiva la Terra, dall'altra parte del mondo, arrivando nelle più riposte fibre del corpo di tutti gli uomini, e perciò anche in ogni atomo del corpo di Bagong Bung. Dato che esso aveva stretto con forza proporzionale la Machan Lumpur, il Golfo del Tonchino, e l'intero pianeta, il gorgo di polvere cosmica non produsse alcun effetto, oltre a quello di turbare i pensieri di Bagong Bung per un secondo.

Se Bagong Bung avesse guardato la bussola della Machan Lumpur, avrebbe visto l'ago girare follemente, e poi fermarsi tremando in una nuova direzione, lievemente spostata a est del nord, ma il piccolo malese guardava raramente gli strumenti… conosceva troppo bene quei mari poco profondi. E aveva avuto a che fare tante volte con i voltagabbana e i doppiogiochisti, sia dalla parte dei capitalisti che da quella dei comunisti, che anche se avesse visto girare la bussola, avrebbe pensato semplicemente che, dopotutto, anche lo strumento mostrava il suo grado naturale di instabilità politica.

Wolf Loner corrugò la fronte, nel suo sonno freddo e umido, a metà strada dagli antipodi, la piccola bussola della Pazienza girò e si riaggiustò in una maniera identica a quella della Machan Lumpur, e nello stesso istante il dito azzurrino di un fuoco di Sant'Elmo brillò brevemente alla sommità dell'albero. Wolf Loner si agitò, e quasi si svegliò, poi il sonno proseguì, questa volta più disteso.

Il generale Spike Stevens ringhiò:

«Jimmy, fai sparire quella grossa bruciatura, prima che perdiamo uno schermo.»

«Sissignore,» rispose il capitano James Kidley. «Ma di quale schermo si tratta? Continuo a vederla su entrambi.»

«È su entrambi,» intervenne raucamente il colonnello Willard Griswold. «Guarda meglio, Spike. È la fuori… grosso come la Terra.»

«Scusami, Spike,» intervenne il colonnello Mabel Wallingford… e il cuore della donna batteva più forte. «Ma non potrebbe essere un problema? Il Quartier Generale potrebbe influenzare le trasmissioni a piacimento, per controllare le nostre condizioni di efficienza.»

«Bene,» disse il generale, aggrappandosi alla cintura di salvataggio che lei gli aveva lanciato; e questo fece sorridere rabbiosamente la donna. Spike si era spaventato! Il generale continuò, «Se è un problema… come credo che sia… questo è il primo elemento. Entro cinque secondi, i nostri impianti di comunicazione gronderanno dati simulati di crisi. Va bene, allora, facciamo finta che si tratti di un problema.»

Con un violento sforzo di volontà, Paul si mise a sedere, e vide che il Vagabondo, almeno per quanto egli poteva giudicare, non si muoveva, e non cambiava aspetto. Aiutando nel medesimo tempo Margo a rialzarsi, si alzò in piedi, pur rimanendo un po' curvo, sotto il globo sanguigno del Vagabondo, come un uomo procede un po' curvo sotto una massiccia sporgenza di pietra, o per allontanarsi da un pugno sollevato.

Apparentemente, la reazione di gettarsi a terra era stata universale. Le sedie erano disseminate intorno e rovesciate; le persone che si erano trovate in prima fila, e i partecipanti al dibattito, non si vedevano.

Non del tutto universale, però. Bacchetto era in piedi, diritto come un fuso, e stava dicendo con una voce un po' stridula, ma singolarmente tranquilla:

«Non lasciatevi prendere dal panico, gente. Non vedete che si tratta di un grosso pallone sonda? Dal disegno, scommetto che è stato fabbricato in Giappone!»

Una donna pigolò, sotto il palco:

«L'ho visto sollevarsi da Vandenberg! Perché si è fermato? Sta ancora mandando fuoco! Perché non continua a salire?»

Di sotto il tavolo venne un ruggito; era la voce di Doc.

«Restate giù, stupidi! Non sapete che il fungo atomico diventa una perfetta sfera, nello spazio esterno?» Poi, un po' più piano. «I miei occhiali, Rama Joan… dove sono finiti?»

Ragnarok, con la coda tra le gambe, ritornò quasi esattamente al centro della piattaforma, descrivendo ampi giri, si fermò là, tra le sedie vuote, sollevò il muso verso il Vagabondo, e cominciò lentamente a ululare. Paul e Margo, camminando verso la prima fila, per raggiungere gli altri, si tennero alla larga dal cane.

Ann salì sulla piattaforma, dietro di loro.

«Perché hanno tutti paura?» domandò a Paul, allegramente. «Quello dev'essere il disco più grosso che sì sia mai visto.» Spense la lampadina che portava appesa al collo. «Di questa non ne ho più bisogno.»

Bacchetto ricominciò a cantilenare in tono privo d'emozione, monotono.

«Il pallone sonda giapponese si sta muovendo molto lentamente, gente. Passerà bassissimo sulle nostre teste, ma non abbiate paura, ci mancherà.»

L'Omino apparve sulla piattaforma, camminò fino a Bacchetto, allungò la mano e cominciò a scuotergli il braccio.

«Un pallone sonda potrebbe affievolire la luce delle stelle, lasciandone solo una mezza dozzina delle più luminose visibili a occhio nudo?» domandò. «Mostrerebbe così chiaramente i colori delle nostre automobili, laggiù? Trasformerebbe Vandenberg in una montagna verde, e ci permetterebbe di vedere il Pacifico, fino alle isole di Santa Barbara? Accidenti, mi risponda, Charles Fulby!»

Bacchetto si guardò intorno. Poi le pupille dei suoi occhi salirono e sparirono alla vista, ed egli scivolò lentamente contro una sedia, e giacque immobile sulla piattaforma. L'Omino guardò il corpo privo di sensi con occhio critico, e poi, dopo un momento di meditazione, disse:

«Qualunque cosa sia, non è Arietta.»

Simultaneamente, la lucida cupola e gli scintillanti occhiali di Doc, e il volto magro di Hunter… il professore del Reed College, che avevano ribattezzato mentalmente 'il Barba'… spuntarono da sotto il tavolo. Per un momento diedero l'impressione di due robusti nani. Poi:

«Non si tratta di fuoco atomico,» annunciò, «Altrimenti continuerebbe a espandersi. E all'inizio sarebbe stato maledettamente più luminoso.» Aiutò Rama Joan ad alzarsi in piedi. Un capo verde penzolava dal turbante. La camicia bianca era spiegazzata.

Anche Hunter si alzò in piedi.

Ann allungò una mano, e toccò Miao.

«Il vostro gatto sta facendo le fusa, e sta guardando il grosso disco,» disse la bambina dai capelli rossi a Paul e a Margo. «Credo che voglia prenderlo.»

Il Vagabondo continuò a rimanere sospeso nel cielo, morbido e vellutato, ma nettamente definito, incontrovertibile, con le chiazze marrone e dorate che formavano un distorto analogo del simbolo yin-yang della luce e delle tenebre, del maschio e della femmina, del bene e del male.

Mentre gli altri guardavano e fantasticavano, l'Omino estrasse dalla tasca della giacca un piccolo blocco per appunti, e disegnò un preciso contorno, uno schizzo o un diagramma, su una delle pagine bianche, rendendo continua la linea frastagliata di divisione del nuovo corpo celeste, e indicando la regione purpurea con un'ombreggiatura di linee parallele.

LO SCHIZZO DELL'OMINO

Don Merriam raccolse l'ultimo 'cesto' e si avviò di nuovo verso la Capanna. Guardò la volta celeste, per osservare l'eclisse. L'anello ora era luminosissimo sulla destra. Era ormai questione di secondi, e poi il disco del sole avrebbe cominciato a emergere, riportando sulla superficie lunare la rovente luce del giorno, e addolcendo il disco d'inchiostro della Terra con il riverbero della Luna.

A questo punto, si fermò bruscamente. Il disco del sole non era ancora apparso, ma il disco della Terra, nero come l'inchiostro un attimo prima, adesso brillava di una luminosità venti volte più intensa di quanto egli non avesse mai visto al chiarore lunare. Riuscì subito a distinguere facilmente le due Americhe, e sopra il bordo destro lo scintillio debole e minuscolo dei ghiacci della Groenlandia.

«Guarda la Terra, Don.» La voce di Johannsen suonò brusca e decisa al suo orecchio.

«Lo sto facendo, Yo. Che cos'è?»

«Non lo sappiamo. Una ipotesi: c'è una spaventosa esplosione in qualche altro punto della Luna… la Base Sovietica saltata in aria con tutti i suoi dispositivi atomici… tutto il combustibile dei loro razzi esploso…»

«Impossibile, non farebbe tanta luce, Yo. E comunque, può darsi che Ambartsumian abbia inventato un nuovo dispositivo d'illuminazione solare.»

«Un faro atomico?» Johannsen fece una risata aspra. «Dufresne ha appena avanzato l'Ipotesi Numero Tre: Tutte le stelle, dietro di noi, si sono trasformate in novae.»

«Questo sembra più verosimile,» concesse Don. «Ma, Yo, cos'è quella chiazza nell'Atlantico?»

La chiazza alla quale si riferiva era una specie di faro giallo e purpureo, come un disco nelle acque pallide.

Richard Hillary tirò la tendina accanto al suo sedile, per proteggersi dal basso sole dardeggiante del mattino, e si appoggiò comodamente allo schienale, mentre la corriera per Londra acquistava velocità. Era un piacevole contrasto con il piccolo autobus traballante che lo aveva portato da Portishead a Bristol. Finalmente sentì che il suo senso di disgusto cominciava a diminuire, come se i suoi intestini, vittime di folli convulsioni un'ora prima, si stessero riarrotolando in spire normali e sedate.

E guarda cosa può fare alle immagini mentali di una persona una sola notte trascorsa con un poeta gallese pieno di birra, pensò, con una certa vergogna. Come se nel mio ventre ci fossero dei serpenti, guarda un po'! Basta con queste cose, almeno per un bel po' di tempo!

Dai Davies era stato particolarmente chiassoso ed esagerato al momento della partenza, e aveva cantato a gran voce frammenti di un 'Arrivederci Mona' che aveva improvvisato sotto i fumi dell'alcol. Quei brani erano stati colmi di orridi neologismi, quali 'scuro di luna' e 'brillare di ragazza'; e il sollievo di Richard, nell'essersi finalmente liberato di Dai, era stato genuino e profondo. Non lo aveva neppure disturbato, almeno non ancora, il fatto che l'autista della corriera avesse acceso la radio, sia pure a volume ridotto, infliggendo alla mezza dozzina di passeggeri del neojazz americano, pretenzioso come il Partito Repubblicano.

Fece un sospiro silenzioso ma sentito. Sì, basta con Dai, per un poco, basta con la fantascienza, e basta con la Luna. Sì, in particolare, basta con la Luna.

La radio annunciò:

«Interrompiamo il programma per trasmettervi una sconcertante notizia d'agenzia, giunta in questo momento dagli Stati Uniti.»

CAPITOLO VIII

Hunter e Doc balbettavano ed emettevano torrenti di parole contemporaneamente, osservando il Vagabondo. La cupola calva di Doc aveva un soprannaturale alone color magenta, quando la testa scura e il volto barbuto di Hunter momentaneamente coprirono la metà dorata del corpo celeste.

Paul, improvvisamente percorso da una strana, elettrica energia nervosa, balzò sulla piattaforma, accanto a loro e disse, ad alta voce:

«Sentite, io possiedo alcune informazioni segrete sull'esistenza di fotografie stellari che mostrano regioni di distorsione, le quali confermano completamente quel che lei, signore, ha detto prima…»

«Silenzio! Non ho tempo per ascoltare le affermazioni pazzesche di voi maniaci dei dischi volanti,» ruggì Doc, senza malanimo, e proseguì subito, «Ross, le concedo che, se quell'oggetto è alla stessa distanza della Luna, deve essere grosso come la Terra. Deve essere così. Ma…»

«Ammesso che si tratti di una sfera,» intervenne seccamente Hunter. «Potrebbe essere piatto come un biliardo.»

«Certo, ammesso che sia una sfera. Ma questa è un'ipotesi naturale, razionale, non trova? Stavo dicendo che se invece si trovasse a mille miglia di altezza, allora il suo diametro dovrebbe essere soltanto…» chiuse gli occhi per due secondi, «Di trenta miglia. Mi segue?»

«Sicuro,» disse Hunter. «Triangoli similari e ottomila miglia diviso per 250.»

Doc annuì con tale violenza che per poco non gli caddero gli occhiali, e fu costretto ad afferrarli con una mano, per raddrizzarli.

«E se fosse soltanto a cento miglia di altezza… una quota ancora sufficiente per dare un'illuminazione generale, anche se in questo caso non potrebbe trattarsi di luce solare riflessa…»

«Allora il suo diametro sarebbe di sole tre miglia,» concluse Hunter.

«Sì,» ammise Paul, ad alta voce, «Ma in questo caso dovrebbe muoversi in un'orbita di novanta minuti. Questo significa quattro gradi al minuto… sufficiente per farci giudicare rapidamente la velocità, anche senza le stelle come punto di riferimento.»

«Lei ha perfettamente ragione,» disse Doc, rivolgendosi a lui, ora, come se si fosse trattato di un vecchio collega. «Quattro gradi sono la lunghezza della Cintura di Orione. E saremmo in grado di percepire un simile movimento molto rapidamente.»

«Ma come può essere certo che si tratti di un'orbita, qualsiasi essa sia?» domandò Hunter. «Come facciamo a stabilire con sufficiente certezza una cosa simile?»

«È un'altra ipotesi razionale, e naturale, come la precedente,» gli disse Doc, in tono un po' aspro e alzando la voce. «Come già abbiamo dato per scontato il fatto che l'oggetto rifletta la luce solare. Qualunque ne sia la provenienza, esso si trova ora nello spazio, così dobbiamo presumere che esso obbedisca alle leggi dello spazio, fino a quando non avremo avuto qualche prova contraria.» Si rivolse a Paul. «Cosa diceva prima, a proposito di fotografie stellari?»

Paul cominciò a spiegare la cosa.

Margo non aveva seguito Paul sul palco. Intorno a lei, gli spettatori si affollavano e chiacchieravano freneticamente; due donne erano inginocchiate accanto a Bacchetto, e gli stavano massaggiando i polsi, l'Omino stava dando la caccia a qualcosa, dietro le sedie, ma Margo guardava oltre la sabbia la sagoma spettrale d'ametista e di topazio del Vagabondo, una nuova aurora che rischiarava livida le acque del Pacifico. Fantasticò per qualche istante, e in questo fantasticare un'idea prese forma nella sua mente… il pensiero che tutti i fantasmi e gli spettri del passato, il suo passato, o forse il passato del mondo, sarebbero venuti marciando verso di lei, un cupo battaglione in marcia su quell'autostrada di pietre preziose.

Il viso della Turbantessa apparve nel suo campo visuale, e le disse in tono d'accusa:

«Io la conosco… lei è l'amichetta di quell'astronauta. Ho visto la sua foto su Life.»

«Ha ragione, Rama Joan,» disse una donna che indossava una maglietta grigia e un paio di minishorts, rivolgendosi alla Turbantessa. «Devo avere visto anch'io la stessa foto.»

«È venuta con un uomo,» offrì Ann, che era accanto a Rama Joan. «Ma sono brave persone; hanno portato un gatto. Vedi come sta fissando il grosso disco di velluto, mammina?»

«Sì, cara.» Rama Joan assentì, con un sorriso un po' crudele. «Vede dei demoni. I gatti li amano.»

«La prego, non cerchi di spaventarci più di quanto non lo siamo già,» le disse seccamente Margo. «È stupido e infantile.»

«Oh, lei crede che non ci saranno dei demoni?» domandò Rama Joan, in tono colloquiale. «Non si preoccupi per Ann. A lei piace tutto.»

Ragnarok, avvicinandosi, fissò Miao e ringhiò verso di lei. L'Omino, che stava cercando ancora qualcosa a tentoni dietro le sedie, disse seccamente:

«A cuccia, amico!»

Margo faticò per tener ferma la gatta, e ricevere il minimo possibile di graffi. Rama Joan le voltò le spalle, e osservò pensierosa il Vagabondo, e poi la Luna che stava ancora emergendo dall'eclisse. L'Omino trovò quel che aveva cercato fino a quel momento, e sedette su una delle sedie, posando la cosa sulle ginocchia… qualcosa che aveva le dimensioni di una valigetta da rappresentante, ma aveva gli angoli più acuti.

Sulla piattaforma, Doc stava dicendo a Paul:

«Be', sì, quelle foto sembrano suggerire l'ipotesi di un'emersione dall'iperspazio, ma…» Gli occhiali ingrandirono smisuratamente la sua espressione accigliata. «Purtroppo non vedo come possano contribuire a risolvere i nostri problemi, qui e adesso. Specialmente, quello che riguarda la distanza di quel dannato corpo celeste.» L'espressione accigliata si accentuò.

Hunter disse a Doc, ad alta voce:

«Rudolf! Mi ascolti!»

Doc raccolse un ombrello, e disse:

«Spiacente, Ross, devo fare una cosa,» e balzò dal palco, piuttosto pesantemente, atterrando sulla sabbia.

Paul si rese conto di quale fosse la natura della strana energia che lo inondava, perché ora poteva vedere che essa possedeva tutti gli altri… si trattava di pura esaltazione, come se tutti avessero respirato dell'aria con una percentuale di ossigeno enorme.

«Ma è importante,» continuò Hunter, parlando a gran voce, per metà a Paul, e per metà a Doc che era inginocchiato nella sabbia, dietro Paul. «Se quell'affare si trova solo a cento miglia di altezza, si trova nel cono d'ombra della Terra, e non può riflettere la luce solare. Così, immaginiamo che per un momento l'ipotesi che si trovi a dieci miglia di altezza sia esatta. Si tratta di una quota sufficiente a illuminare un'ampia regione. E in questo caso l'oggetto avrebbe un diametro di tre decimi di miglio… solo cinquecento iarde. Rudolf, ascolti… so che abbiamo tutti riso della vecchia idea di Charles Fulby, quella di un pallone sonda, o di segnalazione… ma sappiamo che dei palloni del diametro di cento iarde sono stati lanciati a quote di venti e più miglia. Se presumiamo che un gigantesco pallone, il quale trasporti all'interno una potentissima sorgente di luce, che probabilmente aiuta la salita scaldando il gas del pallone…» Si interruppe. «Rudolf, ma cosa diavolo sta facendo laggiù?»

Doc aveva infilato l'ombrello chiuso nella sabbia, ed era inginocchiato accanto a esso, e li guardava dal basso, attraverso la curva del manico. Il Vagabondo si rifletteva con riberberi fantastici nelle spesse lenti.

«Sto controllando l'orbita di quel dannato oggetto,» disse Doc. «Voglio allinearlo con l'angolo del tavolo a questo ombrello. Che nessuno muova quel tavolo.»

«Bene, le stavo dicendo,» chiamò Hunter, «Che può darsi che non segua affatto un'orbita, ma che stia semplicemente galleggiando. Le sto dicendo che potrebbe trattarsi soltanto di un pallone, grosso come cinque campi da football!»

«Ross Hunter!» La voce di Rama Joan era squillante, e aveva una sfumatura ironica. L'uomo barbuto si voltò. E tutti gli altri lo imitarono.

«Ross Hunter!» ripeté Rama Joan. «Venti minuti fa, lei ci stava parlando di grandi simboli nel cielo, e ora si accontenta di un grosso pallone rosso e giallo. Oh, bambini che non siete altro, guardate la Luna!»

Paul imitò tutti coloro che portavano una mano alla fronte, per proteggere gli occhi dal riverbero del Vagabondo. Il bordo orientale della Luna riluceva di luce bianca, ormai uscito per quasi un terzo dall'eclissi, ma perfino quell'area aveva delle chiazze colorate, mentre il margine ombreggiato e ancora scuro, intorno alla falce sottile, era pieno di riverberi purpurei e dorati. Senza alcun dubbio, la luce del Vagabondo pioveva con altrettanto vigore, se non di più, su quella faccia della Luna, come sulla Terra.

Il silenzio fu rotto da un improvviso ticchettio. L'Omino aveva aperto una macchina per scrivere portatile sulle ginocchia, e stava battendo industriosamente sui tasti. A Margo, quel ticchettio irregolare parve fuori luogo e solitario come qualcuno che avesse ballato il tip-tap su una tomba di un cimitero.

Il generale Spike Stevens disse, seccamente:

«D'accordo, dato che il Quartier Generale Uno non ha preso il controllo, ci pensiamo noi. Jimmy, invia quest'ordine alla Base Lunare: Lanciare un'astronave e compiere ricognizione del nuovo pianeta dietro di voi. Distanza valutata da vostra posizione 25.000 miglia. (Aggiungere le coordinate spaziali lunacentriche, a questo!). Vitale ottenere dati di ricognizione. Inviare dati direttamente.»

Il colonnello Griswold disse:

«Spike, i trasmettitori delle loro astronavi non sono sufficientemente potenti da raggiungerci.»

«Useranno come relé la Base Lunare.»

«Impossibile. Le onde radio non potranno raggiungerla, attraverso la crosta lunare.»

Spike fece schioccare le dita.

«D'accordo, allora ordina di lanciare due astronavi. Una per effettuare la ricognizione, l'altra… dopo un intervallo adeguato… per funzionare come relé tra il ricognitore e la Base Lunare. Bene. Dovrebbero avere tre astronavi funzionanti, no? Allora cambiamo… facciamo due per esplorare il nuovo pianeta, a nord e a sud, e la terza in orbita lunare, come appoggio e relé. Sì, Will. So che a questo modo sulla Luna rimarrà un uomo solo, senza astronavi, ma dobbiamo avere i frutti della ricognizione anche se questo dovesse costarci la base.»

Il colonnello Mabel Wallingford, rabbrividendo nell'atmosfera elettrica della sala sotterranea, ebbe un pensiero improvviso: E se non fosse stato un problema? Spike non sarebbe stato capace di affrontarlo, in questo caso. E pensò, ancora, In questo caso, io gli avrei dato la sua piccola vittoria, e gliela vedrei portare via!

Margo Gelhorn sentì che una delle donne diceva:

«Aspetta ancora prima di alzarti, Charlie.» Bacchetto era disteso tra le sue braccia, e stava fissando con grande serenità il Vagabondo, con un debole, remoto sorriso sulle labbra.

Impulsivamente, Margo si avvicinò. Anche Rama Joan lo fece, tenendo stretto automaticamente il capo penzolante del suo turbante verde.

«Ispan,» disse debolmente l'uomo allampanato. «Oh, Ispan, come ho potuto non riconoscerti? Immagino di non avere mai pensato a questo tuo volto.» Poi, con voce più alta, «Ispan, mondo di porpora e d'oro, Ispan, il Pianeta Imperiale.»

«Ispan,» disse l'Omino, senza emozione, continuando a scrivere a macchina.

«Charlie Fulby, vecchio bugiardo,» disse Rama Joan, quasi con tenerezza. «Perché continui questa commedia? Sai benissimo di non avere mai messo piede su un altro pianeta in tutta la tua vita.»

La donna lanciò un'occhiata infuocata, ma Bacchetto sollevò lo sguardo, fissando senza rancore la donna dal turbante verde.

«Non in carne e ossa, non col mio corpo, no, questo è verissimo, Rama,» disse. «Ma li ho visitati per anni e anni, nei miei pensieri. Sono sicuro della loro realtà, come Piatone era sicuro della realtà degli universali e come Euclide era sicuro della realtà dell'infinito. Ispan e Arietta e Brina devono esistere, proprio come Dio. Io lo so. Ma per far comprendere questo alla gente, nella nostra epoca materialistica, ho dovuto fingere di averli visitati fisicamente.»

«E perché adesso abbandoni la finzione?» lo incoraggiò gentilmente Rama Joan, come se già avesse conosciuto la risposta.

«Ora nessuno ha più bisogno di fingere,» disse sommessamente Bacchetto. «Ispan è qui.»

L'Omino fece uscire il foglio dal rullo della macchina per scrivere, lo infilò in un cartone a molletta, salì sul palco, e batté sul tavolo per richiamare l'attenzione.

Leggendo il foglio, annunciò:

«Dopo il luogo, data, ora e minuto, ho scritto: Noi sottoscritti abbiamo visto un oggetto circolare nel cielo, vicino alla Luna. Il suo diametro apparente era di quattro volte superiore a quello della Luna. Le sue due metà erano color porpora e oro, e assomigliavano a un Yin-Yang, o all'immagine speculare del numero sessantanove. Esso emetteva luce sufficiente a leggere correntemente e ha mantenuto il medesimo aspetto per almeno 20 minuti. Qualche correzione? Benissimo, lo farò circolare tra i presenti, pregandoli di firmare in caratteri chiari quanto è stato dichiarato. Desidero anche i vostri indirizzi.»

Qualcuno brontolò, ma Doc chiamò, dal punto in cui si trovava sulla sabbia:

«Benissimo così, adesso agli atti!» L'Omino presentò il suo foglio alle due donne più vicine a lui. Una ridacchiò istericamente, l'altra prese la penna e firmò.

Paul chiamò Doc:

«È già riuscito a notare qualche movimento?»

«No, non posso ancora essere sicuro di niente,» fu la risposta di Doc, che si rialzò con prudenza, come se non volesse disturbare l'ombrello infilato profondamente nella sabbia. «Certamente possiamo escludere l'ipotesi dell'orbita vicina alla Terra.» Si issò nuovamente sul palco. «C'è nessuno, qui, che abbia un piccolo telescopio o un cannocchiale?» domandò, senza troppa speranza. «O un binocolo da teatro?» Aspettò ancora un momento, poi si strinse nelle spalle. «Proprio degno di loro,» disse a Paul, togliendosi gli occhiali e pulendoli con un pezzetto di stoffa. «Che branco di orecchianti.»

Il viso di Hunter s'illuminò.

«C'è qualcuno, qui, che abbia una radio?» gridò.

«Io,» disse la donna magra, seduta sulla piattaforma accanto a Bacchetto.

«Bene, allora cerchi una stazione che trasmetta dei notiziari,» le disse Hunter.

«Cercherò di prendere la KFAC… trasmettono musica classica, con regolari bollettini sul traffico e giornali radio.»

Il commento di Hunter fu:

«Se l'hanno avvistato anche a New York o a Buenos Aires, saremo sicuri che deve trovarsi molto in alto.»

Margo stava contemplando di nuovo il Vagabondo, quando qualcuno le tirò il gomito, quello della mano che non teneva la gatta. L'Omino le disse, in tono cortese:

«Mi chiamo Clarence Dodd. Lei è…?»

«Margo Gelhorn,» rispose lei. «Quell'enorme bestione è il suo cane, signor Dodd?»

«Sì, infatti,» le disse in fretta, con un sorriso smagliante. «Posso avere la sua firma su questo documento?»

«Oh, per favore!» disse lei in tono acido, sollevando di nuovo lo sguardo in direzione del Vagabondo.

«Se ne pentirà,» le assicurò pacificamente l'Omino. «L'unica volta che io ho visto un disco plausibile, ho trascurato di procurarmi delle dichiarazioni firmate da parte delle quattro persone che si trovavano in auto con me. Una settimana dopo, dicevano tutti che si trattava probabilmente di qualcos'altro.»

Margo si strinse nelle spalle, poi andò fino al margine della piattaforma e disse:

«Paul, mi sembra che la metà purpurea si stia facendo più piccola, e c'è una striatura purpurea laggiù, al bordo esterno della metà gialla, che prima non si vedeva.»

«Ha ragione,» confermarono diverse persone. Doc cercò gli occhiali, ma prima di poter parlare, fu preceduto da Hunter.

«Sta ruotando. Deve essere una sfera!»

Improvvisamente il Vagabondo, che Paul aveva visto come una superficie piatta, parve arrotondarsi. C'era qualcosa di strano, d'indescrivibilmente misterioso nell'altra faccia nascosta, e totalmente ignota, che lentamente stava apparendo.

Doc sollevò una mano.

«Sta ruotando verso est,» asserì. «Cioè, questa sua parte… la qual cosa significa che la sua rotazione è retrograda rispetto alla Terra e a quasi tutti gli altri pianeti del sistema solare.»

«Dio mio, Bill, adesso dobbiamo subire anche delle lezioni di astronomia,» bisbigliò con voce bassa e sarcastica la donna in grigio all'uomo che le stava accanto.

La radiolina della donna magra si fece udire, molto debolmente, a eccezione delle forti scariche di statica. La musica che essa trasmetteva aveva un ritmo galoppante, travolgente. Dopo un momento, Paul riconobbe la 'Cavalcata delle Valchirie' di Wagner, che risuonava, là nella grande spiaggia all'aperto, come se a suonarla fosse stata un'orchestra di topi.

Don Merrian era già a metà strada dalla Capanna, e i suoi stivali sollevavano nubi di polvere lunare, mentre egli procedeva cautamente nella pianura sempre più illuminata, quando la voce di Johannsen risuonò al suo orecchio. Egli si fermò.

Johannsen disse:

«Ascolta, Don. Tu non devi rientrare nella Capanna. Devi salire a bordo della Nave Uno, e prepararti a un decollo solitario.»

Don soppresse l'impulso di protestare, di esclamare, «Ma, Yo…»

L'altro ridacchiò, approvando il suo silenzio, e proseguì:

«So che non le abbiamo mai guidate in volo solitario, se non nei voli di addestramento o nelle simulazioni, ma questi sono gli ordini che giungono dai pezzi grossi. Dufresne ha già indossato la tuta. Ti seguirà a bordo della Nave Due. Io sarò a bordo del Baba Yaga Tre, per fare da relé a Gompert alla Base, e lui ritrasmetterà al Quartier Generale sulla Terra. Tu e Dufresne dovrete decollare non appena riceverete il via. Dovrete compiere una ricognizione: tu dell'emisfero settentrionale, e lui di quello meridionale, dell'oggetto nascosto dietro la Luna che sta producendo la luce gialla e purpurea. È difficile crederlo, ma il Quartier Generale della Terra dice che si tratta di un…»

La voce si perse in un brontolio lacerante poderoso, quasi subconscio, che veniva attraverso gli stivali di Don, e gli risaliva il corpo. La Luna si mosse lateralmente di almeno mezzo metro, sotto i piedi di Don, gettandolo al suolo. Dopo due secondi, cadendo, il suo unico pensiero attivo fu quello di sollevare le braccia, tenendole piegate ai gomiti, per creare una specie di protezione intorno al casco, ma poté vedere la polvere grigia frangersi e sollevarsi qua e là, come un folto tappeto gonfiato dal basso da un vento forte, come se l'inerzia lo avesse tenuto fermo, mentre la luna solida si muoveva sotto di esso.

Cadde sul dorso, producendo un rumore cupo e profondo. Il ruggito si moltiplicò, veniva da ogni punto della crosta lunare, dal sottosuolo, o forse soltanto dalla suola magnetica dei suoi stivali. Piccole masse di polvere galleggiavano lentamente qua e là, intorno a lui, descrivendo parabole basse. Il casco non si era incrinato.

Il ruggito diminuì. Egli disse: «Yo!» e ripeté «Yo», e poi, con la lingua, azionò il fischio di allarme della Capanna.

Il faro di luce pupurea e gialla lo fissò minaccioso come un grande occhio baluginante, dal bordo occidentale dell'Atlantico, toccando la Florida.

Non venne alcuna risposta dalla Capanna.

CAPITOLO IX

Paul e Margo si mossero, seguendo il gruppo più nutrito degli studiosi di dischi volanti, in direzione della parete naturale dove avevano lasciato le automobili. In quel momento non riuscivano a ricordare chi avesse detto per primo, «Sarà meglio andarcene da qui,» ma una volta pronunciate queste parole, il consenso e le reazioni erano stati pronti, e quasi universali. Doc aveva chiesto di restare presso il suo astrolabio fatto di un ombrello e di un angolo del tavolo, e aveva tentato di convincere un piccolo nucleo di osservatori preparati a restare con lui, ma alla fine era stato dissuaso.

«Rudy è scapolo,» spiegò Hunter a Margo, quando un piccolo gruppetto residuo rimase in attesa che Doc raccogliesse le sue cose. «È disposto a restare tutta la notte sveglio, per compiere delle osservazioni o studiare una mossa di scacchi, o per fare aspettare tutti quanti…» queste ultime parole erano state gridate a Doc, «Ma tutti gli altri hanno famiglia.»

Non appena l'idea di partire era stata lanciata, Paul era stato preso dalla frenesia di raggiungere il quartier generale del Progetto Luna. Decise che lui e Margo sarebbero andati direttamente a Vandenberg Due; aveva pensato perfino di suggerire alla giovane donna di raggiungere la 'porta sulla spiaggia', ma poi aveva ricordato che da quella parte l'ammissione sarebbe stata più complicata e lunga.

Poi, nel momento in cui tutti avevano cominciato ad andarsene, Paul e Margo tra i primi, Miao, probabilmente incoraggiata dal fatto di vedere Ragnarok con un guinzaglio al collo, era balzata dal braccio di Margo, per investigare le regioni nascoste sotto l'antica pista da ballo. Ann era rimasta, per assistere al recupero di Miao, e Rama Joan era rimasta con sua figlia. Le due, madre e figlia, erano uno spettacolo bizzarro: la bambina dagli occhi placidi con le lunghe trecce rosse, e la donna abbigliata in maniera mascolina, con l'abito da sera e la camicia bianca spiegazzata.

Quando Doc arrivò, lamentandosi rumorosamente, i sei si avviarono, affrettando il passo per raggiungere gli altri.

Doc indicò col pollice il barbuto.

«Questo individuo ha per caso già tentato d'insidiare la mia reputazione?» domandò a Margo.

«No, il professor Hunter ha anzi cercato di accrescerla» rispose Margo, con un sorriso. «Mi pare che lei si chiami Rudolf Valentino.»

«No solo, Rudolf Brecht,» ribatté Doc. «Ma anche i Brecht sono un clan di uomini sensuali, è risaputo!»

«Vedo che lei ha dimenticato l'ombrello,» gli disse Hunter, posando la mano sul braccio di Doc. «Non che io sia disposto a permetterle di tornare indietro a prenderlo.»

«No, Ross,» disse Doc a Hunter. «L'ho deliberatamente lasciato nella sabbia… quell'armamentario medievale è ormai già una specie di monumento. Tra parentesi, vorrei far mettere agli atti l'osservazione che ci comportiamo tutti come stupidi. Ora dovremo lottare con i gorghi del traffico per tutta la notte, mentre avremmo potuto impiegare le stesse ore in fruttuose osservazioni in una località ideale… e avrei offerto a tutti una pantagruelica colazione campestre!»

«Non sono molto sicuro sulla località ideale,» cominciò freddamente Hunter, ma Doc lo interruppe, indicando col braccio il Vagabondo che galleggiava nel cielo, e domandando:

«Ehi, ammesso che quell'affare sia un autentico pianeta, secondo lei cosa sono quelle aree gialle e marrone? Potrebbe trattarsi di deserti gialli, e di oceani colmi di alghe purpuree e sedimenti.»

«Pianure aride con altissime percentuali di iodio e di zolfo,» azzardò Hunter.

«Con una pattuglia di frontiera di demoni di Maxwell per tenerli separati, immagino?» lo sfidò amabilmente Doc.

Paul sollevò lo sguardo. La fascia marginale purpurea era più grande, ora, e la regione gialla, muovendosi verso il centro, appariva quasi come una panciuta mezzaluna.

Ann disse:

«Secondo me, quelli sono oceani di acqua dorata, e terre coperte da una fitta foresta purpurea.»

«No, giovane amica, tu devi stare alle regole del gioco,» l'ammonì Doc, senza fermarsi, ma avvicinandosi un po' alla bambina. «E cioè che lassù non puoi avere nulla di cui tu non sia a conoscenza quaggiù.»

«È questa la sua formula per affrontare l'ignoto, signor Brecht?» domandò Rama Joan, con l'ombra di una risata nella voce. «Funzionerebbe anche per la Russia?»

«Be', io personalmente penso che si tratti di una formula dannatamente buona per affrontare la Russia,» replicò Doc. «Ehi, giovane amica,» continuò, rivolgendosi ad Ann, «Qual è il metodo migliore per scoprire il lato migliore di tua madre? Non ho mai corteggiato una Rama, finora, e l'idea mi rende notevolmente perplesso.»

Ann si strinse nelle spalle, muovendo le trecce rosse, e Rama Joan rispose per lei:

«Non cominci ad aspettarsi di trovare solo dei riflessi di se stesso,» gli disse, acidamente. Improvvisamente, lei si tolse il turbante, dal quale sgorgò una nube di capelli ramati che, finalmente, resero plausibile l'idea che lei fosse la madre di Ann, pur rendendo l'abito da sera maschile doppiamente fuori posto.

Stavano ormai raggiungendo gli altri, ed erano arrivati accanto alla macchia d'erba e di alghe sulla spiaggia. Paul fu colpito dal numero di persone che continuavano a camminare curve, sotto i raggi del Vagabondo, come per sfuggire alla sua presenza, poi si accorse che anche lui camminava in quel modo. Superarono la macchia sulla spiaggia e raggiunsero Bacchetto e le due donne che lo accompagnavano; la più magra teneva la radio, che continuava a pigolare musica sinfonica, tra un continuo temporale di scariche di statica.

«Ho provato con le altre stazioni,» disse la donna a Hunter. «Ma i disturbi sono ancora peggio.»

Bruscamente, la musica si interruppe. Tutti si fermarono all'unisono, imitati da diversi del gruppo che si trovava più avanti.

La radio disse, con chiarezza:

«Bollettino del Traffico. Le Statali di Hollywood e Santa Monica… no, mi correggo… le Statali di Hollywood, Santa Monica e Ventura sono bloccate dal traffico. Gli automobilisti sono pregati di non servirsi di queste strade, fino a nuovo avviso. Per favore, restate a casa. L'apparizione nel cielo non è un attacco atomico. Ripeto: non è un attacco atomico. Abbiamo raggiunto telefonicamente il professor Humason Kirk, celebre astronomo del Tarzana College, che ci ha dichiarato pochi istanti fa come l'apparizione nel cielo sia senza alcun dubbio… ripeto, senza alcun dubbio… una nube di particelle metalliche in orbita terrestre, che riflette la luce del sole. Una prima, sommaria analisi da lui effettuata gli ha fatto identificare, tra i componenti della polvere, l'oro e il bronzo rosato. Il peso totale delle particelle non può essere superiore a due, tre chilogrammi al massimo, ci ha assicurato il professor Kirk, e perciò la nube non può produrre alcun danno, di qualsiasi natura…»

«Oh, maledetto somaro idiota!» intervenne Doc. «Polvere cosmica! Balle

Diverse persone lo zittirono, ma quando poterono di nuovo ascoltare, si udì nuovamente il suono sommesso del pianoforte, con le prime note di un concerto.

Don Merriam pensò di essere giunto a meno di cento iarde dalla Capanna, quando arrivò il secondo lunamoto di forte entità, una scossa verticale, questa volta, ma preceduta dallo stesso sordo, tremendo brontolio lacerante, come se la Luna si stesse strappando le interiora. I denti gli vibrarono, accompagnando la violenta vibrazione della tuta, come per una solitaria nota di un pianoforte cosmico.

La solida superficie lunare cadde, da sotto i suoi piedi, si abbassò e poi gli salì incontro, e poi crollò di nuovo e si risollevò. Il tappeto di polvere si alzava e si abbassava all'unisono. Qua e là, dei frammenti lunari più grossi s'innalzavano nel vuoto per tre, quattro metri e più, e poi ricadevano, bruscamente, se paragonati alla polvere della Terra.

I sussulti della Luna continuarono. Don lottò disperatamente, per mantenere l'equilibrio, e gli parve di essere in piedi sul dorso di un cavallo imbizzarrito, con le mani pronte a muoversi dal lato in cui l'equilibrio si fosse fatto più precario. La polvere danzante produsse delle striature verticali… spesse cancellature rozze… sul gran sfondo di grappoli di stelle. Un poco di luce solare stava di nuovo bagnando la pianura interna del cratere Piatone.

I sussulti si quietarono. Don portò al massimo la polarizzazione del finestrino del casco, e cercò di trovare con lo sguardo la Capanna. Aveva rinunciato a stabilire un contatto radio. Non riusciva a distinguere i portelli, ma si trattava di un'impresa sempre difficile, in piena luce solare. Configurò l'esatta direzione osservando la posizione delle stelle, e si avviò dalla parte prescelta. Gli parve di vedere i trapezoidi dai bordi scintillanti e dalle lunghe gambe di due dei Baba Yaga.

Un secondo lunamoto ondulatorio lo gettò al suolo. Riuscì a sollevare gli avambracci appena in tempo per assorbire l'urto. Questo tremore parallelo alla superficie durò a lungo. Ci furono almeno dodici scosse ondulatorie. Il grigio lago di polvere di Piatone s'increspò fino all'orizzonte, come un sinistro mare spento. Spruzzi e onde di polvere si sollevarono e caddero. La polvere si comportava in realtà più come acqua (della Terra) che come polvere. Delle sporgenze di roccia nella polvere formavano degli insidiosi scogli. La polvere, ricadendo, copriva la visuale di Don.

Una componente verticale si aggiunse alla scossa orizzontale. Il ruggito lo assordò, lo stordì. La tuta di Don tremò spaventosamente.

Era pazzesco aspettare che le scosse si placassero. Allora ricominciò a procedere, strisciando verso le astronavi, come uno scarabeo d'argento in un mare di sabbia agitato dal vento. Avrebbe voluto avere anche i due arti in più di uno scarabeo.

Gli studiosi dei dischi volanti si stavano dividendo, dirigendosi verso le rispettive automobili, che apparivano alla base della parete bruna in tutti i loro colori. L'effetto generale della luce del Vagabondo, che mescolava i due colori complementari giallo e violaceo, era di un bianco giallognolo, a eccezione dei punti nei quali delle superfici speculari, come l'acqua, riflettevano l'intero globo, o nelle sporgenze d'ombra, dove un colore veniva cancellato.

Hunter disse a Paul, con un'ombra d'invidia nella voce: «Suppongo che voi del Progetto Luna abbiate compreso questa cosa molto più di quanto noi siamo riusciti a capirla; avrete maggiori particolari, per prima cosa, una massa di dati invidiabile sulla quale lavorare. I telescopi montati sui satelliti, i radar, e tutto il resto.»

«Non ne sono molto sicuro, Ross,» replicò Paul. «Vede, nel Progetto si sviluppa una specie di visione a binario unico… ci si muove in una galleria.»

L'Omino ritornò verso di loro, tenendo per il corto guinzaglio Ragnarok, e con l'altra mano il cartone sul quale era sistemato il foglio.

«Si ricorda di me?… Io sono Clarence Dodd. Non potrei avere la sua firma, ora, signorina Gelhorn?» disse in maniera affascinante, porgendo il foglio a Margo. «Domani chissà quante persone diranno, 'Ma perché non abbiamo firmato?' Ma allora sarà troppo tardi.»

Margo, sforzandosi di trattenere Miao, ringhiò:

«Oh, se ne vada, idiota!»

«Firmerò io, Doddsy,» annunciò allegramente Doc. «Solo, venga qui, e la smetta di provocare una guerra felino-canina.»

Ann ridacchiò.

«Mamma, il signor Brecht mi è simpatico.» La donna in abito da sera le sorrise debolmente.

«Ecco quel che mi piace sentire,» gridò Doc. «Continua a fare propaganda presso tua madre, e te ne sarò grato!»

Paul prese Margo per il gomito, per guidarla verso la sua auto, ma in quel momento qualcosa lo indusse a fermarsi, e a sollevare lo sguardo verso il Vagabondo. La figura gialla, dai bordi purpurei, era pienamente visibile ora, grazie alla rotazione, e si stagliava vividamente, spessa alla base, più sottile, e curvata, alla sommità. Quell'immagine era come uno stimolo per l'immaginazione di Paul.

DOPO UN'ORA

Clarence Dodd… o l'Omino, come Paul lo chiamava ancora mentalmente… diede il guinzaglio di Ragnarok a Doc, e fece un altro schizzo estremamente semplificato, usando delle linee diagonali per indicare la zona purpurea. Diede a questo schizzo la semplice definizione: «Dopo Un'Ora.»

Una delle automobili, una berlina rossa, fece marcia indietro e partì, molto prima di tutte le altre.

Più avanti, nel chiarore del Vagabondo, la donna magra chiamò:

«Per favore, aiutateci… Credo che Wanda abbia un attacco di cuore.»

Ragnarok guaì. Miao soffiò.

Improvvisamente, Paul si rese conto di che cosa gli ricordava la figura gialla: un dinosauro. Un dinosauro dalla lunga mandibola, accovacciato sulle enormi zampe posteriori. Sentì un brivido, e si accorse che gli era venuta la pelle d'oca. Poi scoprì di tremare, e nel suo corpo ci fu un brontolio sordo e basso.

Quando Paul era stato bambino, gli era piaciuto stare in mezzo al dondolo del patio, un sedile solido, soffice, sospeso al soffitto con quattro catene agli angoli, ampio a sufficienza per tre persone. Era stato in piedi sull'altalena, così l'aveva chiamata, e in quel tempo gli era parsa una mirabile dimostrazione di equilibrismo. Ora, d'un tratto, era di nuovo in piedi su quel dondolo, perché la terra, sotto i suoi piedi, si muoveva, dolcemente ma solidamente, con una specie di poderoso tonfo attutito, pochi centimetri avanti, pochi centimerti indietro, e poi di nuovo avanti, e lui muoveva il suo corpo per rimanere in equilibrio, proprio come aveva fatto da piccolo sul dondolo.

In una bailamme di esclamazioni e richiami inarticolati, Hunter gridò, con voce resa stridula dall'apprensione:

«Tenetevi lontano dalle auto!»

Margo si aggrappò a Paul. Miao, stretta tra di loro, miagolò disperatamente.

Tutti stavano correndo. La parete bruna parve gonfiarsi: su tutta la sua superficie si aprirono delle enormi crepe; e poi affondò, lentamente, così pareva, ma sobbalzando e tremolando. Si sollevò una nube di polvere. Un granello di pietra colpì Paul alla guancia. L'aria si fece acre, quasi irrespirabile. D'un tratto, l'odore di terra umida fu fortissimo.

«Venite!» gridò Hunter. «Ne sono rimaste sotto!»

Ma prima Paul guardò nuovamente in alto, guardò la figura eretta nel globo purpureo che ora si trovava visibilmente più vicino alla Luna.

Tyrannosaurus rex!

Pershing Square è un isolato di fontanelle e di prati verdi e curatissmi, che funge da tetto a un grande parcheggio municipale e a un rifugio atomico nel cuore della Vecchia Los Angeles, dove i cartelli dicono «Su crédito es bueno» assai più spesso che «Il suo credito è buono», preferendo l'antica forma spagnola all'inglese.

Quella notte gli ubriachi e i pervertiti e i nottambuli anonimi che, insieme agli scoiattoli pelosi e ai piccioni pennuti, sono i più insistenti frequentatori della piazza, avevano qualcosa di più emozionante da osservare che le barbe dei predicatori del Secondo Avvento e il gesticolare esaltato di conferenzieri sparuti e dagli occhi allucinati.

Quella notte gli abitanti di Pershing Square si riversarono in Olive Street, all'angolo della Quinta Strada, dove una statua bronzea di Beethoven osserva accigliata e pensierosa l'Hotel Baltimora, Bunker Hill, e l'Auditorio Battista che costituisce uno dei maggiori teatri della città. Le facce rivolte all'insù erano illuminate dalla luce del Vagabondo, mentre tutti fissavano silenziosamente il sud, dove galleggiava quel mostruoso segno nel cielo, ma il volto di Beethoven rimaneva pensieroso e introspettivo nell'ombra delle folte sopracciglia e dei capelli, mentre egli fissava la sua veste parzialmente sbottonata, imbiancata da escrementi di miriadi di piccioni.

Ci fu una momentanea intensificazione del silenzio timoroso, poi un lontano brontolio soffocato. Una donna gridò, e gli spettatori abbassarono lo sguardo. Per un lungo momento agli astanti parve che l'oceano nero stesse venendo verso di loro lungo Olive Street, in grandi onde dalle creste gialle e violette di schiuma… grandi onde nere che avevano percorso venti miglia a nord, da San Pedro, lungo le autostrade di Los Angeles e costiere.

Poi gli spettatori videro che le onde non erano di acqua nera, ma di freddo asfalto nero, che la stessa strada si stava gonfiando, mentre grandi scosse di terremoto si dirigevano a nord, percorrendola. Un istante dopo il ruggito diventò più forte di quello di cento reattori, e le onde dell'asfalto afferrarono gli spettatori, e ruppero le mura degli edifici circostanti in un'agghiacciante marea di pietra e cemento armato.

Per un secondo, una luce violetta infinitamente sinistra lampeggio nelle cavità infossate degli occhi del gigantesco Beethoven di metallo, mentre egli lentamente s'inclinava e precipitava in avanti.

Gli studiosi dei dischi volanti ebbero notevoli difficoltà ad affrontare le conseguenze delle ripercussioni marginali del grande terremoto di Los Angeles-Long Beach. Quando la donna magra e altri due componenti del gruppo vennero estratti, con qualche operazione di scavo, dalla leggera coltre di terra che li aveva ricoperti, al bordo della frana, un affrettato censimento mostrò che altri tre membri erano assenti. Seguirono dieci minuti di frenetici scavi, compiuti principalmente con due pale di lucido metallo che l'Omino aveva tirato fuori dal retro del suo camioncino, il quale era solidamente sepolto solo per quanto riguardava le ruote posteriori e la cabina. Poi qualcuno ricordò la berlina rossa che era partita prima di tutte le altre macchine; e qualcun altro ricordò che i tre dispersi erano arrivati proprio con quella macchina.

Mentre gli scavatori tiravano il fiato, Paul, la cui convertibile era sepolta al di là di ogni speranza di recupero, spiegò i suoi contatti con i pezzi grossi del Progetto Luna, e la sua intenzione di andare insieme a Margo fino all'entrata principale di Vandenberg Due, e si offrì di portare con sé tutti coloro che avrebbero voluto venire, e di garantire per costoro alle guardie… anche se l'evidente situazione di disagio nella quale gli eventuali partecipanti all'impresa si trovavano sarebbe stata sufficiente, da sola, a garantire l'ammissione alla base.

Doc si fece entusiasticamente paladino di questo suggerimento, ma trovò una rigida opposizione in un uomo dalle braccia tozze e robuste, che indossava una giacca a vento di cuoio e si chiamava Rivis; costui aveva un'opinione molto bassa di tutte le istituzioni militari, e del grado di aiuto che ci si poteva aspettare da loro… e aveva un'automobile che era stata appena sfiorata dalla frana, e aveva coperti di polvere solo il radiatore e le ruote anteriori. Rivis, che aveva anche quattro bei bambini, una dolce mogliettina, e una suocera isterica… tutti a Santa Barbara… era deciso a disseppellire l'automobile e a ripartire subito per tornare a casa.

Rivis fu subito assecondato dai proprietari dell'utilitaria e del camion di recapito bianco, dato che entrambi i veicoli non avevano riportato serie conseguenze dalla frana. I proprietari del camioncino, due giovani coniugi che si chiamavano Hixon e indossavano entrambi un completo unisex, shorts e maglietta grigi, furono particolarmente insistenti sull'importanza e la necessità di andarsene in fretta.

A queste premesse seguì una discussione dagli accenti sempre più aspri, i cui argomenti principali furono: l'Autostrada Costiera del Pacifico sarebbe stata bloccata dal traffico e/o dal terremoto? Paul era proprio quel che diceva di essere? I motori delle automobili disseppellite avrebbero funzionato (Rivis diede una dimostrazione accendendo il motore della sua automobile, benché l'autoradio non producesse che qualche breve scarica di statica). L'attacco di cuore di Wanda era autentico? Infine, i conferenzieri e il loro nuovo dubbio amico non erano forse un branco di intellettuali dal cervello degno di un'ostrica, terrorizzati all'idea di farsi venire qualche callo alle mani?.

Alla fine, metà degli studiosi dei dischi volanti, quasi tutti con automobili sepolte solo parzialmente, aderirono al gruppo di Rivis e degli Hixon e, in un'esplosione di risentimento e di improperi, rifiutarono perfino di promettere di accudire alla donna grassa che aveva subito l'attacco di cuore fino a quando Paul non avesse potuto mandare una jeep da Vandenberg Due per prelevarla.

L'altra metà del gruppo partì verso l'ingresso sulla spiaggia.

Don Guillermo Walker sapeva che il Vagabondo doveva essere qualcosa di simile a un pianeta, perché esso, e la sua torva immagine riflessa nel nero Lago Nicaragua, sotto di lui, lo avevano seguito ormai per sessanta miglia in direzione sud-est senza cambiare posizione… solo che adesso il «pianeta» pareva più vicino all'orizzonte occidentale, e forse più vicino alla Luna. E ora quello che appariva sul globo nel cielo era assai simile a un gallo dorato, che cantava per svegliare Simon Bolivar. Una volta ho recitato in Le Coq d'Or, o no? si chiese il bombardiere solitario. No, quella è un'opera, o un balletto.

Il paesaggio, e anche l'aria fino ai remoti orizzonti, aveva acquistato una nuova componente; l'orizzonte occidentale era roseo in molti punti, e lui non ne capiva il perché. Sorvolando la lunga isola dai contorni frastagliati di Ometepe, egli vide più luci ad Alta Gracia di quanto fosse possibile immaginarne, dopo mezzanotte. Tutti in piedi a guardare lassù a bocca aperta, a gridare o a piangere come idoti, o a tuffarsi nelle chiese, immaginò Don Guillermo.

Improvvisamente, un bagliore sanguigno dai foschi riverberi, e un'esplosione di rocce, eruttarono da un punto appena oltre la città, e per un istante egli pensò di avere sganciato una bomba della quale non aveva immaginato la presenza. Poi si rese conto che doveva trattarsi di uno dei vulcani di Ometepe, che esplodeva. Proseguì verso est… doveva allontanarsi, allontanarsi dalla tremenda esplosione! Quei lividi chiarori rosati… be', ma l'intera Costa del Pacifico doveva essere in eruzione, dal Golfo di Fonseca al Golfo di Nicoya.

Don Merriam, uno scarabeo ammaccato e dalle gambe appesantite da una tremenda stanchezza, si trascinò, facendo forza con le braccia, accanto all'orgogliosa bandiera magnetica della Capanna e vide, nel luogo in cui avrebbe dovuto sorgere la Capanna, un abisso dalle pareti frastagliate e irte, largo sei metri, con delle cascatelle di polvere che scivolavano lungo il bordo più lontano.

Una delle astronavi era precipitata con la Capanna, una era caduta sul fianco, attraverso l'abisso, come un ponte argenteo, con due delle tre «gambe» ammortizzatrici che sporgevano come le zampe di un pollo morto… mentre lui era strisciato fin quasi sotto il terzo Baba Yaga, senza neppure accorgersene.

Avevano chiamato i piccoli razzi lunari «Baba Yaga» perché… il primo a pensarci era stato Dufresne… essi ricordavano la capanna della strega montata su lunghe «zampe» che figura in un paio di pezzi popolari di musica classica russa, e che, nella tradizione che aveva dato origine ai pezzi musicali, andava in giro di notte proprio grazie a quelle zampe. Si diceva che gli astronauti lunari sovietici chiamassero le loro astronavi jeeps.

Ma ora il paragone con la capanna che camminava si stava facendo troppo realistico, perché le continue scosse verticali del lunamoto, che ormai Don non notava più, avendoci fatto l'abitudine, stavano facendo camminare il terzo Baba Yaga sulle zampe argentee, mano a mano che i sobbalzi lo facevano muovere. Uno dei piedi ammortizzatori era a un metro soltanto dall'abisso, e mentre Don osservava, si avvicinò di altri sei centimetri.

Don si rannicchiò, preparandosi a balzare. Si disse che Dufresne forse era decollato a bordo del razzo mancante, anche se lui non aveva visto il chiarore dei razzi. E Yo poteva essere, vivo o morto, sull'astronave che formava un bizzarro ponte sull'abisso. Gompert…

Il Baba Yaga fece un altro passo verso il precipizio. Don fece due rapidi passi a sua volta, sulla superficie sobbalzante, e poi si raddrizzò e afferrò l'estremità della scaletta che pendeva dal corpo dell'astronave, al centro delle tre gambe.

Facendosi forza, salì verso il portello, incastonato minacciosamente tra i cinque tubi — così simili a trombe — dei razzi. Il Baba Yaga ondeggiò. Don si disse che il suo peso abbassava un poco il centro di gravità dell'astronave, rendendo i suoi passi un po' più brevi.

CAPITOLO X

Sally Harris e Jake Lesher erano su uno dei convogli della metropolitana che sarebbero stati fermati e vuotati alla stazione della 42a Strada. L'ingorgo del traffico era stato pauroso, e l'auto di Jake era parcheggiata a Flatbush. La polizia aiutò il personale a sgombrare il convoglio della metropolitana, e a far salire in superficie i passeggeri.

«Ma perché, ma perché?» stava domandando Jake. «Sembra un brutto segno.»

«No, invece, un buon segno,» gli disse Sally. «Se ci fossero delle bombe, ci farebbero scendere. Inoltre, qui siamo vicini all'attico di Hugo. Com'è eccitante, Jake!»

Emergendo, trovarono Times Square gremita di folla, come non avrebbero mai creduto possibile alle tre del mattino.

Guardando a ovest, nella 42a Strada, poterono vedere il Vagabondo ancora alto sull'orizzonte, così vicino alla Luna che i due corpi celesti quasi si toccavano. Sul lato sud della strada, la divisione dell'ombra produceva un mare di immobili persone gialle, e sul loro lato un mare di persone purpuree. Le insegne pubblicitarie al neon erano tutte accese, ma la loro luce era in parte sbiadita a causa della luce che scedeva dal cielo.

La piazza era silenziosa, come mai lo era stata; ma in quel preciso momento un uomo emerse alle loro spalle, gridando a gran voce:

«Edizione straordinaria! Leggete tutte le notizie sull'avvenimento del secolo! Tutti i particolari sul nuovo pianeta!»

Jake trovò degli spiccioli, e prese una copia del Daily Orbit. Il tabloid aveva la prima pagina che riproduceva l'immagine del Vagabondo, una fotografia ancora umida che lasciava sulle dita una traccia di rosso e di giallo; e oltre alla foto c'era un commento di sei righe, che chiunque avrebbe potuto ottenere guardando il cielo e poi l'orologio. Il titolo diceva: Strano globo nel cielo — Enigma per il genere umano.

«Per me non è certo un enigma,» disse Sally, con enorme allegria, e poi, sorridendo a Jake, aggiunse, «Io l'ho creato. Io l'ho messo lassù.»

«Non bestemmiare, ragazza!» l'ammonì cupamente un uomo dalla bocca enorme come una lanterna.

«Ah, lei crede che non l'abbia fatto io, eh?» domandò Sally. «Le farò vedere!» A forza di gomiti, si aprì uno spazio libero intorno, e lanciò la giacchetta a Jake. Poi, puntando il dito successivamente su Bocca di Lanterna e sul Vagabondo, e poi facendo schioccare le dita, mettendosi a ondeggiare sinuosamente, in maniera provocante, cominciò a cantare, in un elettrizzante contralto, con una melodia presa imparzialmente da «Porta Verde» e «Strano Frutto».

Strano globo!… nel cielo d'occidente…
Strana luce!… che piove dall'alto…

Don Merriam aveva acceso i motori del Baba Yaga, prima di assicurarsi le cinture di sicurezza, e quando il sistema interno aveva appena cominciato a funzionare. Il motivo era semplicissimo: sentiva l'astronave sobbalzare ormai sul bordo dell'abisso.

Aveva fatto il possibile e l'impossibile, per ridurre i tempi di partenza. Aveva fatto «scoppiare» l'interno, facendo uscire in una sola vampata tutto l'ossigeno, per aprirsi una strada diretta di accesso, invece che attendere il lento funzionamento del doppio portello di decompressione. Aveva chiuso avventurosamente i portelli, alle sue spalle, e aveva compiuto un controllo approssimativo delle condizioni di funzionamento, e aveva dato solo un'occhiata al sistema di ricambio dell'aria, pur sapendo che l'ossigeno della sua tuta spaziale si stava esaurendo… e per poco non era stato ugualmente troppo tardi.

Il freddo fuoco degli ugelli inondò con forza la crosta lunare, però. Molecole torride piovvero dalla coda del Baba Yaga a una velocità di quasi due miglia al secondo, e dopo un momento che parve durare un'eternità l'astronave s'innalzò, ma lateralmente, invece che verticalmente… muovendosi come un vecchio aeroplano al decollo.

Forse l'errore di Don fu quello di avere tentato una correzione di rotta… il suo vettore lo avrebbe portato probabilmente a descrivere un'orbita, forse con eguale efficacia. Ma egli stava pilotando a vista, e non gli piaceva il modo in cui la bianca superficie lunare, percorsa da enormi spaccature nere, continuava a gonfiarsi nello schermo, così immensa e vicina, ed egli sapeva benissimo che più rapida era la correzione, minore era lo spreco di combustibile, e non sapeva con sicurezza la quantità di combustibile e di ossidante che gli rimaneva… anzi, in quel momento ancora non sapeva con esattezza in quale delle tre astronavi gemelle egli si trovasse… e, oltre a tutto questo, probabilmente era già stordito, e i suoi ragionamenti erano illogici, per la mancanza di ossigeno, che doveva scarseggiare nella tuta.

Così, incurante della gravità e mezzo che lo attirava come un magnete, e lo schiacciava con forza, egli allungò lateralmente un braccio… fu un'impresa notevole, perché usualmente solo un meccanismo-robot avrebbe potuto farla; oppure un secondo pilota… e premette i tasti che accendevano tre razzi a combustibile solido sul fianco dell'astronave che era rivolto alla Luna.

L'accelerazione addizionale che essi diedero all'astronave, e la scossa prodotta dalla loro accensione, furono sufficienti a sbalzarlo dal sedile. Inesorabilmente, ma con allucinante lentezza, la leva gli sfuggì dalle mani, ed egli cadde pesantemente… assai più pesantemente di quanto non sarebbe caduto sulla Luna… sul pavimento, a circa quattro metri di distanza, e il suo casco urtò la nuca, facendogli perdere i sensi.

Dieci secondi più tardi, il reattore ad anilina-nitro si spense, come accadeva automaticamente a quelle astronavi quando il pilota lasciava andare la leva. I razzi a combustibile solido si erano esauriti una frazione di secondo prima. La correzione era stata calcolata con rimarchevole esattezza, date le circostanze. Il Baba Yaga saliva dalla superficie lunare quasi verticalmente, con sufficiente energia cinetica, quasi, da sfuggire alla sua attrazione. Ma ora la blanda gravità lunare stava rallentando l'astronave secondo per secondo, benché il Baba Yaga si stesse ancora velocemente sollevando in caduta libera, e avrebbe continuato a farlo per qualche tempo.

Il casco di Don giaceva sopra il portello chiuso precariamente. Un sottile vapore bianco stava sfuggendo da una fessura sottilissima sulla «finestra» di visione. Sui bordi della fessura si stava formando della brina.

Barbara Katz disse a Knolls Kettering III:

«Adesso manca meno di un minuto al contatto, papà.» Con la parola 'contatto' lei intendeva riferirsi al momento in cui il Vagabondo avrebbe cominciato a coprire la Luna, o la Luna il Vagabondo, o…

«Chiedo scusa, signore,» disse una voce bassa e gentile, alle loro spalle. «Ma cosa succederà quando si urteranno?»

Barbara si voltò. Il retro della grande casa, ora, mostrava qualche luce. La luce disegnava i contorni di un uomo alto e grosso, che indossava una divisa da autista, e di due donne vicinissime l'una all'altra. Dovevano essere usciti molto silenziosamente.

Accanto a Barbara, il signor Kettering disse, con voce blanda ma esasperata:

«Avevo detto a tutti di andare a letto, qualche ora fa. Sapete che non vi voglio fra i piedi.»

«Chiedo scusa, signore,» insisté la voce. «Ma tutti sono in piedi, e fuori di casa, per osservare. Tutti gli abitanti di Palm Beach. La prego, signore, che cosa accadrà quando quello colpirà la Luna?»

Barbara avrebbe voluto parlare, per dire all'autista e alle domestiche molte cose: che era la Luna a muoversi verso il Vagabondo, perché il supporto alimentato elettricamente del telescopio era stato disposto per seguire la Luna nel suo pellegrinaggio celeste, e la Luna stava correndo con circa cinque diametri di vantaggio sulla sua traiettoria normale; che essi non conoscevano ancora la distanza del Vagabondo… per prima cosa, la superficie non mostrava dei particolari netti, se non ai margini, solo una distesa vellutata di giallo o di marrone, usando tutti gli ingrandimenti; che i corpi celesti usualmente non si urtavano, ma entravano in orbita l'uno intorno all'altro.

Ma lei sapeva che gli uomini… presumibilmente, anche i milionari… amavano essere loro a parlare di argomenti scientifici: e, oltre a questo, non le piaceva immischiarsi in problemi di etichetta interrazziale a Palm Beach.

Poi sollevò lo sguardo, e vide che il problema si era risolto da solo.

«Non si colpiscono,» disse. «La Luna sta passando di fronte al Vagabondo.» Aggiunse, impulsivamente. «Oh, papà, fino a questo momento non ho creduto che fosse davvero lassù!»

Si udirono degli ansiti sommessi; venivano dalle due donne.

«Il Vagabondo?» domandò a bassa voce l'autista.

Knolls Kettering III intervenne nella conversazione. Disse, un po' rigidamente:

«Vagabondo è il nome che la signorina Katz e io abbiamo scelto per il pianeta straniero. E adesso, per favore, tornatevene a letto.»

Arab Jones chiamò, sul tetto, Pepe Martinez e 'High' Bundy, che stavano danzando insieme con movenze molto libere:

«Ehi, guardate, adesso si accoppiano! La Vecchia Luna sta per entrare in lei, come sperma in un uovo purpureo.»

I tre fratelli di 'viaggio' interrazziali avevano fumato altri quattro contenitori di marijuana, per celebrare la magistrale 'visione' dell'apparizione del Vagabondo, e ormai erano in uno stato di eccitazione febbrile, carichi come fili dell'alta tensione… In uno stato che non avevano mai raggiunto prima di allora. Ma non così carichi, se era possibile raggiungere uno stadio simile, da essere completamente privi di poteri di ragionamento, perché Pepe esclamò:

«Come devono abbracciarsi quei messicani a sud della frontiera, e chissà come danzano i negri per le strade di Rio.»

E in quel momento 'High' concluse con queste parole:

«È così, amico: il viaggio è venuto nel mondo per restarci.»

Arab disse, con il volto bruno che brillava nella luce del Vagabondo:

«Pieghiamo dunque la nostra tenda e discendiamo, figlioli, a mescolarci con la popolazione terrificata.»

Hunter disse a Doc:

«Una cosa è certa: la Luna gli è proprio davanti.» E nel dirlo guardava il disco bianco che si ergeva davanti al Vagabondo. «Anzi, comincio a domandarmi… ricordando i triangoli simili, Rudy… se non possa trovarsi a due milioni e mezzo di miglia di distanza, e avere una superficie larga ottantamila miglia.»

«Giove che è passato a farci visita, allora?» replicò Doc con una risatina, e poi, immediatamente, domandò agli altri, «Bene, qualcuno può indicarmi la posizione di Giove, in qualche altro punto del cielo, ora? Anche se,» aggiunse, «Devo ammettere di non avere mai sentito parlare di un aspetto purpureo, per quanto riguarda Giove, né di una macchia gialla simile a un papero gigante.»

«Un pinguino!» disse forte Ann, alle loro spalle

I due uomini facevano parte del piccolo corteo che stava marciando, tra dune di sabbia e depositi d'alghe, verso la «porta sulla spiaggia» di Vandenberg Due. Il corteo era guidato da Paul, Margo con Miao, e Doc. Poi venivano Hunter, Bacchetto, e altri due uomini che portavano una branda di alluminio con i piedi ripiegati, sulla quale riposava Wanda… la donna grassa… lamentandosi un poco, di quando in quando. Accanto all'improvvisata barella camminava la donna magra, ma senza la radio, che era andata persa durante la frana. La donna magra parlava a Wanda in tono carezzevole, tentando di calmarla. La retroguardia era composta da Rama Joan, Ann, e Clarence Dodd… l'Omino… con Ragnarok al guinzaglio, e visibilmente (e audibilmente) nervoso.

La branda di alluminio era un altro pezzo uscito dal camioncino delle meraviglie (basta-dirlo-e-noi-l'abbiamo) dell'Omino. (Margo gli aveva chiesto se aveva una stufetta da campo e del combustibile. L'Omino aveva risposto, senza batter ciglio, «Sì, ce l'ho, ma non vedo l'utilità di portarla con noi questa volta».)

Quando Doc ebbe concluso la sua osservazione non del tutto frivola su Giove, Rama Joan li chiamò tutti, dicendo loro di guardare di nuovo il Vagabondo. Avevano già notato dei mutamenti considerevoli, negli ultimi quaranta minuti. Il papero (o dinosauro) aveva tutto il corpo sul bordo sinistro del disco, con la testa che sporgeva, a destra, come se facesse parte di una calotta polare dorata. Nella nuova area purpurea che la rotazione faceva apparire, apparve una grande chiazza gialla centrale, con una forma a metà strada tra un triangolo equilatero e una grossa D maiuscola.

«Guardate… subito dopo la D,» disse Rama Joan, «Sta arrivando una sottile falce nera. La Luna la nasconde quasi completamente.»

«È l'ombra della Luna sul nuovo pianeta!» gridò pieno di eccitazione Doc, dopo pochi secondi di silenzio. «E se è più piccola della Luna, non riesco a cogliere la differenza. Ross, non possono essere separati che da poche migliaia di miglia! Adesso sappiamo che quel pianeta ha le dimensioni della Terra, quasi esattamente!»

«Mammina, non significa che stanno quasi per urtarsi?» mormorò Ann. «Perché il signor Brecht è così felice? Perché non si sono urtati?»

«Non esattamente, cara. Probabilmente si sarebbe goduto moltissimo lo spettacolo. Il signor Brecht è contento perché gli piace sapere con esattezza dove stanno le cose, in modo da poterci metter sopra le mani al buio.»

«Il signor Brecht non può mettere le mani sul nuovo pianeta, mammina.»

«No, cara, ma adesso vi può metter sopra i suoi pensieri.»

La miscela di ossigeno ed elio lentamente riempì la cabina del Baba Yaga, dal serbatoio del quale Don Merriam aveva aperto la valvola, quando era salito frettolosamente a bordo. La pressione sigillò il portello interno, e aprì due sportelli nel casco di Don. Sulle pareti della cabina entrarono in funzione dei minuscoli ventilatori, che mossero l'aria, benché l'astronave si trovasse in caduta libera. L'aria fresca entrò nel casco di Don, sostituendo l'aria stantia e quasi velenosa. Il viso di Don si contrasse, ed egli rabbrividì. Il suo respiro si fece più forte, ed egli cadde in un sonno profondo e sano.

Il Baba Yaga raggiunse il vertice della sua traiettoria, rimase fermo là, poi cominciò a ricadere verso la superficie lunare. Cadendo, cominciò a ruotare su se stesso. Circa ogni trenta secondi lo schermo mostrava la luna, e quindici secondi più tardi la Terra. Durante la caduta, la tuta spaziale coperta da un sottile strato di polvere, che conteneva Don, cominciò a muoversi sul pavimento, ruotando molto lentamente.

L'Omino chiamò Paul, che si trovava più avanti:

«Non ho alcuna intenzione d'impugnare la sua veracità, signor Hagbolt, ma l'ingresso sulla spiaggia di Vandenberg Due si trova apparentemente più lontano di quanto lei ci abbia indotto a credere. Buono, Ragnarok!»

«È esattamente di fronte alla luce rossa intermittente,» disse Paul, desiderando in cuor suo d'essere sicuro quanto cercava di far credere agli altri. Aggiunse, «Devo ammettere di avere sottovalutato la distanza di quella luce.»

«Niente paura, Doddsy. Paul ci porterà laggiù,» Doc disse queste parole in tono fiducioso.

I tre si prepararono a dare il cambio a Hunter, a Bacchetto, e a uno degli altri due uomini che portavano la barella della donna grassa.

«Come ti senti, Wanda?» domandò la donna magra, inginocchiata nella sabbia, accanto all'improvvisata barella. «Puoi prendere un'altra pillola.»

«Sto un po' meglio,» mormorò la grassona, socchiudendo gli occhi. Il suo sguardo incontrò il globo del Vagabondo. «Oh, mio Dio,» guaì, girando il capo.

Il globo straniero, nella sua inesorabile rotazione, mostrava ora un nuovo aspetto. I resti del dinosauro, o del pinguino, formavano una grande C gialla intorno al bordo sinistro del pianeta, mentre la solida D gialla era giunta al centro, così che l'effetto generale era quello di una D racchiusa da una C. L'Omino tracciò un altro rapido schizzo, al quale diede la semplice dicitura di «Due Ore.»

DUE ORE

Ann disse:

«Secondo me, la C è un cestino di paglia rovesciato sul fianco, e la D un pezzo di torta al limone. E la Luna è una frittella tonda di crema.»

«Mi accorgo che hai fame,» disse sua madre.

«Oppure la D può essere l'occhiello di un gigantesco ago purpureo,» si affrettò a spiegare Ann.

Il Serpente Dorato si avvolge intorno all'Uovo Rotto, pensò Bacchetto. Il Caos si è schiuso.

La luna e la sua ombra si erano mosse, percorrendo l'intera superficie del pianeta. Ci fu un senso generale di sollievo, quando una sottile striscia di cielo notturno apparve tra i due globi celesti.

L'uomo che reggeva il quarto angolo della barella, un saldatore dal viso quadrato che si chiamava Ignace Wojtowicz, forse con la sola intenzione di prolungare il periodo di riposo, disse:

«C'è una cosa che proprio non capisco. Se là fuori c'è un vero pianeta, grosso come la Terra, come mai non avvertiamo l'attrazione della sua forza gravitazionale… dovrebbe farci almeno sentire più leggeri.»

«Per lo stesso motivo per cui non avvertiamo la gravità della luna o del sole,» rispose subito Hunter. «E poi, naturalmente, anche se conosciamo le dimensioni del nuovo pianeta, non abbiamo la minima idea sulla sua massa. Naturalmente,» aggiunse, «Se è scaturito dall'iperspazio, deve esserci stato un istante nel quale il suo campo gravitazionale non è esistito, per noi, e poi un istante nel quale esso è esistito… partendo dall'assunzione che il fronte del campo gravitazionale appena creato si muova alla velocità della luce… ma apparentemente, non si sono avuti dei fenomeni di transizione.

«Che noi abbiamo notato,» lo corresse Doc. «Tra parentesi, Ross, che cos'è questa espressione dubitativa sulla mia ipotesi di emersione dall'iperspazio? Da quale altro luogo avrebbe potuto venire, quella cosa

«Avrebbe potuto avvicinarsi al sistema solare cammuffato, od oscurato in qualche maniera,» asserì Hunter. «Noi dovremmo considerare tutte le probabilità. La sua filosofia si rivolge contro di lei, Rudy.»

«Umf,» fu il commento di Doc. «No, io credo che quanto ci ha detto Paul sui campi stellari distorti, nelle foto stellari, sposti gli aghi della bilancia verso l'Ipotesi Iperspaziale di Brecht. E il pianeta avrebbe dovuto 'oscurare' anche la sua gravità, direi, stando alla sua teoria. Tra parentesi, immagino che ci sia già possibile dedurre qualcosa, sulla massa del pianeta. Ora è l'una e sette minuti, Tempo della Costa del Pacifico,» disse, guardando l'orologio. «Circa due ore dopo l'apparizione del nuovo pianeta.»

«Due ore e cinque minuti,» si inserì l'Omino.

«Lei è una vera perla, Doddsy. Che tutti scolpiscano nella memoria le undici e due minuti, Tempo della Costa del Pacifico… un giorno i vostri nipoti potranno chiedervi l'esatto momento in cui avete visto saltar fuori dall'iperspazio Mister Monster. Comunque, all'una precisa la luna piena dovrebbe avere già superato il punto più alto della sua traiettoria nel cielo, essersi già da un'ora avviata verso il tramonto. A mio parere, non ci sono dubbi sul fatto che essa si trovi spostata a est, rispetto a quel punto, ancora vicina al suo zenit. Spostata di circa tre o quattro gradi a est, direi… sei, od otto diametri lunari. Questo significa che la trazione gravitazionale del pianeta emerso ha fatto accelerare la luna nella sua orbita. Ergo, il nuovo ospite non è un peso piuma.»

«Accidenti,» disse Wojtowicz, con enfasi. «Quale accelerazione potrebbe essere stata, Doc, immaginando che la Luna sia un razzo?»

«Be', può essere stata tra i due terzi di miglio al secondo a…» Doc esitò, poi disse, come se i suoi calcoli avessero fornito un risultato anche per lui incredibile, «A quattro o più miglia al secondo.»

Lui e Hunter si guardarono negli occhi.

«Accidenti,» ripeté Wojotowicz, «Ma da quanto ho capito, adesso, la Luna rimane sulla sua vecchia orbita, solo che la percorre molto più in fretta. Magari, un mese per ogni settimana, giusto, Doc?» Il nero istmo tra la luna e il pianeta si era un po' allargato, durante la conversazione.

«Credo che faremmo bene a muoverci a nostra volta,» disse Doc, con un tono stranamente remoto, chinandosi a prendere il suo angolo della barella.

«D'accordo,» lo assecondò bruscamente Hunter.

Le grandi pompe rotanti rombarono, muovendo masse di acqua a tribordo della Principe Carlo, per compensare il peso dei passeggeri e degli uomini dell'equipaggio allineati davanti alle ringhiere di babordo, e assiepati intorno ai portelli di babordo, per osservare il tramonto della Luna e del Vagabondo nell'Atlantico, mentre l'alba faceva impallidire il cielo dietro di loro, la stupenda aurora dell'oceano per la quale nessuno, in quel mattino, aveva un solo sguardo. La densità dell'atmosfera terrestre aveva trasformato il color porpora del pianeta in rosso e il color oro in arancio. Il suo tramonto, nel mare placido e silenzioso, era uno spettacolo maestoso.

Il tecnico radio dell'incrociatore atomico riferì al capitano Sithwise che nell'etere c'era una quantità insolita, e crescente, di scariche di statica.

Don Guillermo Walker riuscì a far atterrare il suo aeroplano all'estremità meridionale del Lago Nicaragua, vicino alla foce del fiume San Juan, malgrado l'alettone rotto di sinistra, e la dozzina di fori nelle ali, dovuti a frammenti di pomice vulcanica. Cosa importava… le rocce più grosse lo avevano mancato!

Il vulcano su Ometepe aveva ricevuto il rinforzo del suo gemello, Madera, ed essi stavano scagliando verso il cielo delle rosseggianti colonne di fuoco, circa a cinquanta miglia nord-est. E ora, superando tutte le aspettative di una notte così pazza, vide ammiccare, a meno di un miglio di distanza, i due rossi bengala gemelli che, come gli avevano promesso i fratelli Araiza, lo avrebbero guidato alla lancia. Caramba, que fidelidad! Non avrebbe mai più accusato un latinoamericano di frivolezza e di infedeltà!

Improvvisamente, il riflesso del Vagabando nel lago oscuro ondeggiò verso di lui. Vide le sinistre formazioni dell'acqua, come bassi gradini larghi, avvicinarsi a lui. Appena in tempo, fece virare l'aereo, prendendole di punta, e non di fianco. Il vecchio Seabee scalò il primo gradino con successo, anche se con un rumore d'acqua smossa e un sobbalzo violento. Le onde di un terremoto, o di qualche enorme smottamento!

CAPITOLO XI

Doc ansò, rapidamente:

«Non m'importa sapere quanto siamo vicini all'ingresso, so soltanto che devo riposarmi.» Abbassò il suo angolo della barella sulla sabbia, e s'inginocchiò là, appoggiando le braccia alle ginocchia, e ansando rumorosamete.

«La sua vita peccaminosa comincia a farle pagare le conseguenze,» disse allegramente Hunter, poi mormorò a Margo, «Sarà meglio che non sforziamo troppo il vecchio caprone. Generalmente fa ginnastica quanto un prosciutto affumicato.»

«Posso ritornare io,» si offrì ansiosamente quello che aveva occupato il posto di Doc poco prima… uno studente universitario dal viso allampanato, che era venuto al simposio in macchina da Oxnard, insieme a Wojtowicz.

«Sarà meglio che tiriamo tutti un po' il fiato, Harry,» disse quest'ultimo. «Professore…» si rivolgeva a Hunter. «Mi sembra che la Luna abbia rallentato di nuovo. Sia tornata alla normalità, quasi.»

Tutti, a eccezione della grassona, studiarono la situazione nel cielo occidentale. Perfino Doc sollevò il capo, pur senza smettere di ansimare. Senza alcun dubbio il nero istmo tra il Vagabondo e la Luna non si era allargato, durante la breve marcia del gruppo dopo l'ultima sosta.

«Mi sembra che la Luna stia rimpicciolendo,» disse Ann.

«Sembra anche a me,» ammise l'Omino. Sedette a terra, tenendo fermo con il braccio l'inquieto Ragnarok, e accarezzando il testone bruno del cane con dita suadenti, e sollevò il capo per osservare il cielo. «E… so benissimo che sembra fantastico, e pazzesco… ma ho l'impressione che la Luna si stia facendo oblunga, anzi, che si stia appiattendo un poco dall'alto al basso, allargandosi ai lati. Forse è solo un gioco della vista, ma sarei pronto a giurare che la Luna sta diventando ovale, e una sommità dell'uovo punta verso il nuovo pianeta.»

«Sì,» esclamò Ami, con voce un po' stridula. «E adesso vedo… oh. è una linea tenue, molto tenue, che va dalla sommità al fondo della Luna.»

«Linea?» esclamò l'Omino.

«Sì, come una spaccatura,» gli disse Ann.

L'Uovo Dischiuso e la Nascita Spaventosa, pensò Bacchetto. Così avviene come io avevo predetto. Ispan-Serpente ha fecondato, e la Bianca Vergine partorisce.

Devo confessare che questo non lo vedo,» disse l'Omino.

«Bisogna guardare con molta attenzione,» gli disse Ann.

«Ti credo sulla parola,» disse Wojtowicz. «I bambini hanno la vista acuta.»

Doc ansimò, eccitato:

«Se là c'è spaccatura che anche uno solo di noi è in grado di vedere, deve essere vasta miglia e miglia.»

Hunter disse lentamente, con voce sorda, come se le parole gli uscissero con uno sforzo tremendo:

«Io credo che la Luna stia entrando in orbita intorno al nuovo pianeta… e che stia penetrando nel limite di Roche.» Aggiunse, rapidamente. «Rudy, al di là del limite di Roche i satelliti solidi non si spezzano come se fossero liquidi?»

«Non credo che esista qualcuno che lo sappia con certezza.» rispose Doc.

«Be', allora è il momento di scoprirlo,» rispose l'uomo barbuto.

Rama Joan disse:

«E scopriremo anche cosa provano le formiche, quando qualcuno calpesta il loro formicaio.»

«La luna… si rompe?» disse Wojtowicz.

Margo strinse il braccio di Paul.

«Don!» esclamò. «Oh mio Dio, Paul, avevo dimenticato Don!»

Il Vagabondo apparve, all'inizio, a venticinquemila miglia di distanza dalla Luna; dieci volte più vicino alla Luna di quanto non fosse la Terra. I suoi effetti deformanti sulla Luna — effetti all'origine delle maree — furono perciò mille volte maggiori di quelli che la Terra esercita sulla Luna, dato che questi effetti variano inversamente al cubo della distanza tra i corpi. (Se essi non avessero variato inversamente al cubo, il massiccio sole avrebbe esercitato un effetto di marea sulla Terra molte volte maggiore della Luna, invece di essere superato, per questo effetto, dal corpo più piccolo, in proporzione di undici a cinque.)

Quando la Luna entrò in orbita intorno al Vagabondo, a una distanza di venticinquemila miglia, era cento volte più vicina a quel pianeta di quanto non lo sia la Terra. Perciò, il suo intero corpo, crosta e nucleo, veniva afferrato da una stretta gravitazionale un milione di volte più forte.

Lo schermo visore del Baba Yaga stava girando verso la Terra, quando il continuo rotolio della tuta spaziale, che batteva contro le pareti della cabina, finalmente svegliò Don Merriam, mentre lui stava rotolando in direzione dello schermo. Si svegliò con la mente lucida e pronta all'azione, riposato e tonificato dall'ossigeno fresco. Gli bastò un momento per raggiungere il sedile di pilotaggio. Legò le cinture di sicurezza, questa volta.

La bianca superficie lunare, macchiata dalle pareti dei crateri, e da qualcosa d'altro, apparve nel suo campo visuale, gonfiandosi visibilmente, avvicinandosi. Poi venne un precipizio di rocce nude e aspre e scintillanti, che scendeva, apparentemente senza limiti, verso il nucleo del satellite. Poi uno stretto nastro di oscurità abissale, diviso, in questa estensione nera, da un filo lucente, che era quasi completamente viola, ma a un'estremità si faceva di un giallo carico. Poi un altro scintillio, e un'altra interminabile parete abissale, che si tuffava verticalmente verso il centro della Luna.

Gli occhi dissero a Don che egli non si trovava a più di quindici miglia dalla superficie lunare, e continuava a precipitare verso la bianca parete a una velocità di circa un miglio al secondo. E non c'era il tempo di rallentare la caduta, facendo ruotare l'astronave e accendendo i razzi frenanti.

Mentre questi pensieri passavano come lampi nella mente di Don, le dita dell'astronauta toccarono i tasti dei razzi stabilizzatori, che fermarono la lenta rotazione del Baba Yaga, in modo che lo schermo… e Don… guardarono direttamente nell'abisso.

C'era una sola speranza, basata su qualcosa di esile come una combinazione di colori. C'era stato qualcosa di viola e giallo dietro la Luna, che aveva brillato con grande intensità. Ora c'era un filamento viola e giallo, che scintillava nell'oscurità nera del nucleo della Luna. Poteva darsi che lui riuscisse a vedere, attraverso l'abisso, dall'altra parte della Luna.

La luna… spaccata in due come un ciottolo? I nuclei planetari potevano fluire, non rompersi. Ma qualsiasi altra teoria voleva dire 'morte', per lui.

Le pareti di aspre rocce squarciate gli vennero incontro. Era troppo vicino alla parete di destra. Su quel lato del Baba Yaga, un piccolo razzo lampeggiò, facendo deviare lievemente l'astronave… e iniziando una seconda rotazione, che un'altra accensione degli stabilizzatori neutralizzò quasi nello stesso istante in cui si era manifestata.

Quando era stata ragazzo, Don Merriam aveva letto Gli Dei di Marte di Edgar Rice Burroughs. In quel romanzo di science fantasy, John Carter, il più grande spadaccino dei due pianeti, era sfuggito, insieme ai suoi compagni, dall'immenso mondo sotterraneo vulcanico che era la caverna dei Pirati Neri di Barsoom e del loro spaventoso culto di Issus, pilotando un apparecchio marziano verticalmente, attraverso il pozzo lungo miglia e miglia, e angusto, che conduceva nel mondo esterno, preferendo quella strada diretta e pericolosa all'espediente di salire lentamente e prudentemente, con la spinta di 'galleggiamento' dei serbatoi a raggi dell'apparecchio. Quest'ultima sarebbe stata l'unica strada normale e ragionevole, ma John Carter aveva trovato la salvezza per sé e i suoi compagni nella pura, folle velocità, orientandosi nel volo verticale con una stella visibile alla remota sommità della galleria.

Forse gli Dei di Marte erano gli arbitri di tutte le azioni di Don Merriam, a questo punto. In ogni modo, egli avvertì improvvisamente, intorno a sé, nella cabina del Baba Yaga, la spettrale presenza, nelle loro armature tempestate di gioielli, di Xodar il rinnegato Nero, di Chartoris, il misterioso Marziano Rosso, di Matai Shang, il sinistro Padre dei Sacri Tre, e della sua coraggiosa, bellissima, innamorata e incredibilmente traditrice figlia Phaidor. E fu un fatto che, nel momento in cui il Baba Yaga fu avvolto da pareti di nuda roccia toccate per la prima volta dai raggi del sole dopo milioni e milioni di anni di tenebra e silenzio, e mentre Don azionava i razzi principali, e fu schiacciato dall'accelerazione sul sedile, mentre usava come timone i razzi stabilizzatori e i razzi a combustibile solido, per mantenere uguale lo scintillio delle pareti a strapiombo, e il filamento viola-e-giallo al centro perfetto di due metà uguali di abisso nero, egli gridò improvvisamente, nella cabina deserta:

«Tenetevi forte, se vi è cara la vita! Sto per immergermi nell'abisso!»

Gli studiosi dei dischi volanti sentirono che la sabbia veniva sostituita da una striscia di terra dura e pressata, che si inerpicava bruscamente verso l'alto reticolato che circondava la base dell'altopiano sul quale sorgeva Vandenberg Due. Ma in quel punto… a mare del luogo in cui la rossa luce intermittente era sospesa, alla sommità del suo palo, trenta metri dopo il reticolato… e almeno sessanta metri più in alto… una rientranza vasta penetrava nella parete naturale, rendendo la salita più agevole. Molte tracce di cingoli e di pneumatici si vedevano, sul fondo della rientranza. C'era un ampio cancello, nel reticolato, dove esso attraversava la strada, e accanto al cancello, come se fosse stata costruita insieme al reticolato, c'era una torretta di guardia di due piani. Il cancello era chiuso e la torretta era priva d'illuminazione, ma la porticina, all'esterno della torretta, era aperta.

Quella visione rallegrò considerevolmente Paul. Egli raddrizzò le spalle, e il nodo della cravatta. Il piccolo corteo si fermò a una quindicina di metri dal cancello, e lui, Margo e Doc procedettero in quella direzione, preceduti dalle loro nere ombre dai contorni di porpora e d'oro.

Una voce metallica e dura uscì dalla cassetta sistemata sopra la porta, e disse:

«Fermatevi dove siete. State per violare i confini di un terreno di proprietà del Governo degli Stati Uniti. L'accesso è vietato a tutto il personale non autorizzato. Non potete oltrepassare il cancello. Ritornate da dove siete venuti. Grazie.»

«Oh, per la miseria!» esplose Doc. Da quando era stato sollevato dal peso della branda, aveva riacquistato rapidamente il suo spirito combattivo. «Credi che siamo una commissione esplorativa dei piccoli uomini verdi?» e gridò alla scatola. «Non vedi che siamo esseri umani?»

Paul toccò il braccio di Doc e scosse il capo, ma continuò ad avanzare. Chiamò, con voce cortese:

«Io sono Paul Hagbolt, 929-CW, accreditato capitano-parificato FC del Progetto Luna. Chiedo l'ammissione per me e per undici persone in condizioni di estrema necessità, a me note, e chiedo un trasporto per queste ultime.»

Un soldato uscì dall'oscurità della porta, e apparve nella luce del Vagabondo. Si trattava inconfondibilmente di un soldato, perché indossava un pesante paio di stivali, e aveva un elmetto sulla testa; una pistola, un coltello, e due granate appese alla cintura; sul braccio destro era ritto un fucile mitragliatore, e sulla schiena c'era il rigonfio… Paul notò questo senza credere ai propri occhi… di un dispositivo per il volo a razzo individuale.

Il soldato aveva il viso impassibile del giocatore di poker, e stava eretto rigidamente, ma il ginocchio destro si muoveva lievemente, rapidamente e con frequenza, come se da un momento all'altro egli avesse potuto iniziare una danza primitiva, o molto più ragionevolmente, come se egli avesse cercato di controllare un tic senza riuscirci.

«CW e JR, eh?» disse a Paul, sospettosamente, ma anche con un certo rispetto. «Vediamo i suoi documenti… signore.»

C'era un lieve odore acidulo. Miao, che era rimasta incredibilmente calma, dopo la frana, si spostò lievemente nelle braccia di Margo, guardò negli occhi il soldato, e soffiò come un vaporetto.

Porgendo al soldato i documenti, che aveva già preparato, Paul riuscì a cogliere un tremito.

Mentre il soldato studiava i documenti, tenendoli davanti agli occhi, inclinati per sfruttare la luce del Vagabondo, il suo volto era sempre inespressivo, ma Doc notò che i suoi occhi continuavano a fissare prima le carte, e poi il globo del Vagabondo.

Doc chiese, in tono discorsivo:

«Ha sentito niente su quello

Il soldato guardò Doc negli occhi, freddamente, e abbaiò:

«Sì, noi sappiamo tutto quel che c'è da sapere, su quello, e non ci siamo lasciati certo intimidire! Ma non ci lasciamo sfuggire nessuna informazione, capito?»

«Sì, capisco,» gli disse Doc, gentilmente.

Il soldato sollevò lo sguardo dai documenti.

«Benissimo, signor Hagbolt, signore, telefonerò la sua richiesta al cancello principale.» Indietreggiò, ritornando verso la porta.

«È sicuro di avere capito bene tutto?» domandò Paul, ripetendo le sue richieste, fornendo maggiori particolari, e menzionando i nomi di numerosi ufficiali.

«E il professor Morton Opperly,» intervenne Margo, con enfasi.

Paul concluse:

«E una di queste persone ha subito un attacco di cuore. Perciò vogliamo portarla nella torretta, dove è più caldo. E vorremmo dell'acqua.»

«No, voi restate tutti fuori,» disse seccamente il soldato, alzando la canna del fucile mitragliatore di qualche centimetro, e continuando a indietreggiare. «Aspetti,» disse a Paul. «Lei venga qui.» Dalle tenebre, all'interno della torretta, egli diede a Paul prima una coperta, e poi una bottiglia d'acqua. «Ma niente tazzine di carta!» aggiunse, soffocando quella che avrebbe potuto diventare una risatina stridula. «Non mi chieda delle tazzine di carta!» Sempre indietreggiando, sparì nelle tenebre, e si udì il rumore di un quadrante che girava.

Paul ritornò indietro con il suo magro bottino, e porse la coperta alla donna magra. L'acqua venne distribuita. Bevvero dalla bottiglia.

«Immagino che dovremo attendere un poco,» mormorò Paul. «Sono sicuro che il ragazzo sia in gamba, ma attualmente è nervosetto. Aveva tutta l'aria di prepararsi ad affrontare da solo il nuovo pianeta.»

Margo disse:

«Miao ha sentito a fiuto quanto era spaventato.»

«Ebbene,» fu il filosofico commento di Doc, «Se fossi stato completamente solo, quando il pianeta è apparso, ma con un po' di ferraglia a disposizione, credo che avrei spento le luci e mi sarei nascosto nell'armatura e avrei cominciato a tremare anch'io. Noi abbiamo incontrato il nuovo pianeta probabilmente nelle migliori condizioni possibili… e nelle circostanze più favorevoli. Pensate… stavamo frugando il cielo, alla ricerca di dischi volanti e altre manifestazioni soprannaturali, e discutevamo di pianeti e di iperspazio e cose simili.»

«Credo che se lei avesse paura, signor Brecht,» interloquì Ann. «Lei accenderebbe tutte le luci che ha intorno.»

«Vedi, giovane amica,» rispose Doc, «La mia idea contorta era che, se fossi stato così spaventato, non avrei voluto che qualcosa di grosso, nero e peloso vedesse dov'ero, per prendermi.»

Ann rise, contenta della risposta.

L'Omino disse a tutti con voce bassa, distante e quasi del tutto priva d'emozione:

«La Luna sta ruotando dietro il bordo del nuovo pianeta. Se ne sta… andando.»

Gli occhi confermavano ciò che era stato detto dalle parole. Un frammento del disco lunare era già nascosto dietro l'intruso purpureo e dorato.

Wojtowicz disse:

«Dio mio… Dio mio!…»

La donna magra cominciò a singhiozzare rumorosamente.

Rama Joan disse:

«Dacci coraggio.»

Le labbra di Margo formarono silenziosamente la parola, «Don», e lei rabbrividì, stringendo forte a sé Miao. Paul le circondò le spalle col braccio, ma lei si scostò, a capo chino.

Hunter disse:

«La luna si trova in un'orbita molto ristretta. La distanza tra le due superfici non può essere superiore a tremila miglia.»

Bacchetto pensò: Presa ormai dalle doglie del parto, la Vergine Bianca si ripara dietro le vesti di Ispan.

L'Omino porse le mani a coppa, e Rama Joan versò un po' d'acqua per Ragnarok.

Il colonnello Mabel Wallingford disse, con voce stridula: «Spike, ho parlato con il generale Vandamme in persona, e lui dice che questo non è un problema. Ci hanno permesso di occuparcene noi in gran parte, perché siamo stati i più pronti a reagire, e i primi disponibili. I tuoi ordini sono stati approvati e ritrasmessi.»

Spike Stevens, con gli occhi fissi sugli schermi gemelli che mostravano la luna che si spostava dietro la forma del Vagabondo, mordicchiò il sigaro spento che teneva in bocca, e ringhiò:

«D'accordo, allora, di' che ce lo dimostrino.»

«Jimmy, accendo lo schermo interno,» ordinò Mabel.

Il generale si accese il sigaro.

Un terzo schermo s'illuminò, mostrando un gentiluomo sorridente, dall'aspetto sereno e distinto, e la testa calva. Il generale si tolse di bocca il sigaro, come un fulmine, e scattò sull'attenti. Il colonnello Mabel sentì un freddo palpito di gioia, vedendolo comportarsi come il ragazzino diligente preso in fallo.

«Signor Presidente,» alitò Spike.

«Io non faccio parte di una crisi simulata, Spike,» rispose l'altro. «Benché sia difficile credere che questo possa averla infastidita, considerando il modo magistrale con il quale il suo gruppo ha operato finora.»

«Niente affatto magistrale, signore,» disse il generale. «Temo che abbiamo perduto la Base Lunare. Non ci giunge alcuna comunicazione, nemmeno una parola da più di un'ora.»

Il volto sullo schermo assunse un'espressione grave.

«Dobbiamo prepararci a subire delle perdite. Ora sto lasciando il Comando Spaziale, per incontrarmi con le autorità della Guardia Costiera. La parola che posso dirle è… continui con fede e coraggio!… per tutta la durata di questa…» Si vedeva benissimo che cercava, mentalmente, una delle sue famose frasi luccicanti ed essenziali. «…emergenza astronomica.»

Lo schermo si spense.

Il colonnello Willard Griswold, che non perdeva d'occhio gli schermi astronomici, disse:

«La Base Lunare? Diavolo, Spike, ma noi abbiamo perso la luna.»

CAPITOLO XII

Don Merriam era già da quindici minuti nel corpo della Luna, procedendo a una velocità di due miglia al secondo, e ora la striscia gialla e viola, dopo essersi allargata, fino a diventare un nastro, rimaneva da qualche tempo delle medesime dimensioni — cosa che non poteva essere un buon segno — ma non c'era nulla da fare, se non procedere come un proiettile attraverso l'incredibile crepaccio che divideva la Luna in due emisferi, un crepaccio incredibilmente levigato, come un diamante di taglio perfetto; mentre lui non poteva essere altro che un solo occhio vivente, un solo grande occhio la cui unica funzione era quella di pilotare, e si dovevano subire quei pensieri vaganti che giungevano alla mente, perché il compito di pilotare il proiettile che sfrecciava attraverso la Luna era troppo serio, occupava troppo la mente, perché egli potesse sprecare delle energie per sopprimere o controllare i pensieri vaganti.

Dopo la prima, violenta spinta di accelerazione, continuò accendendo il razzo centrale a brevi intervalli, pilotando il Baba Yaga con i razzi stabilizzatori.

Don Merriam stava viaggiando attraverso il nucleo di un corpo planetario. Era passato attraverso il centro di quel mondo, e finora il viaggio era stato un succedersi di riverberi e di tenebra e di macchie confuse e di un nastro violetto che divideva in due uno schermo a chiazze lattescenti. Il viaggio era tutto questo, e anche una gola bruciante, serrata da un nodo dolente, e occhi gonfi e tesi, e l'immagine di se stesso… un insetto che passava ronzando nel terreno, un tarlo che attraversava un legno lungo chilometri e chilometri, uno scarabeo che viaggiava in una galleria tra coltri smisurate di pietra, o un principe stregato che correva per un corridoio avvelenato, stretto fin quasi a sfiorargli i gomiti… e se lo sfiorava appena, che faux pas sarebbe stato!

Verso la metà del percorso, aveva visto delle striature nere come l'inchiostro, e un lampo di fiamma verde, ma era stato impossibile immaginare quale ne fosse stata la causa.

La lattescenza sullo schermo, in ogni modo, doveva essere causata dall'erosione dei vortici di polvere minutissima che a un certo punto gli avevano quasi nascosto il filamento colorato.

Aveva perduto di vista la luce del sole, a poppa, prima di quanto avesse sperato, e così aveva dovuto guidare il Baba Yaga servendosi soltanto degli scintillii vaghi delle pareti, i riverberi porpora e oro, e si trattava di un sistema infido, ingannevole, perché il giallo era più vivido del color porpora, e lo tentava a tenersi a una distanza eccessiva da esso.

Ma ora il nastro violetto cominciava a restringersi, ed egli capì che si trattava della condanna, un destino peggiore di una rotta di collisione, perché alla sua mente giunse, indomabile, l'immagine folle delle due metà squarciate della Luna che si chiudevano dietro di lui, escludendo tutta la luce solare, e poi… in una massiccia reazione, e per virtù della rabbiosa, mutua attrazione delle masse in movimento… anche davanti a lui, avvicinandosi di qualche metro mentre lui percorreva miglia e miglia, con apparente lentezza, ma velocità sufficiente a precederlo nel punto d'impatto.

Poi, nell'istante in cui gli parve di raggiungere il punto della collisione, quando i suoi calcoli rudimentali indicavano che egli aveva viaggiato per quasi duemila miglia attraverso la Luna, il nastro violetto si spense del tutto.

E poi, incredibilmente, come se egli avesse trovato una vita dopo la morte, Don Merriam uscì come un proiettile dalle tenebre, e si trovò nella luce, con grappoli di stelle che ardevano tutt'intorno a lui, e perfino il vecchio Sole che dardeggiava l'universo con i suoi bianchi raggi accecanti.

Soltanto allora vide ciò che si trovava davanti a lui.

Era un grande disco, grande come la Terra vista da un'orbita di due ore. Questo immenso disco irradiava una luce viola e dorata a destra, dove c'era il Sole, ma a sinistra era nero come l'inchiostro, a eccezione di tre pallidi ovali che irradiavano una vaga fosforescenza verdognola. Si rese conto che prima, nelle viscere della Luna, lui aveva perso di vista il nastro viola non perché le fauci di Selene si fossero serrate davanti a lui, ma semplicemente perché la faccia notturna del pianeta si era spostata, ponendosi di fronte all'abisso che lui aveva attraversato.

Accettò istantaneamente il fatto che si trattasse di un enorme pianeta, e che la Luna fosse entrata in un orbita stretta intorno a esso, perché soltanto questo, evidentemente, poteva spiegare ciò che aveva visto e quanto era accaduto nelle ultime tre ore: il diluvio di luce sulla faccia notturna della Terra, il faro occhieggiante nell'Atlantico, e soprattutto il frantumarsi titanico della Luna.

E, oltre il muro della ragione, c'era qualcosa d'altro in lui… c'era qualcosa che gridava, ora che era là fuori, e stava guardando quel globo maestoso, di credere che fosse davvero un pianeta.

Regolò l'astronave, facendola ruotare lentamente, e laggiù, a sole cinquanta miglia da lui, vide il gran disco della Luna, per metà nero, per metà di un bianco abbagliante, un inferno ivoreo di raggi solari riflessi. E vide che le pareti dell'abisso si erano veramente serrate, come fauci fameliche, dietro di lui, dal fronte dei geyser di polvere che s'innalzavano scintillanti nei raggi solari, nel vuoto illuminato, su tutto il bordo della linea notturna della luna, e lo vide anche dalla scacchiera surreale, dalle caselle distorte, di spaccature minori, segnate da geysers di polvere più piccoli, che s'irradiava dalla linea della spaccatura. Un tratteggio mostruoso, per un evento titanico.

Era sospeso a cinquanta miglia di altezza… e continuava ad allontanarsi… da quello che a ogni secondo acquistava maggiormente l'aspetto di un mare roccioso scosso da fremiti paurosi.

Poi, dato che non voleva tuffarsi… non ancora, almeno… alla velocità di un miglio al secondo nell'emisfero buio chiazzato di sinistra fosforescenza che ora si trovava sotto i suoi razzi, accese il motore principale, per diminuire la velocità… controllando finalmente il quadro degli strumenti, e scoprendo che a bordo c'erano combustibile e ossidante appena sufficienti per quella manovra. Così avrebbe dovuto entrare in orbita intorno al pianeta straniero… un'orbita ancor più interna di quella della Luna.

Sapeva che ben presto il Sole sarebbe affondato sotto il campo visuale, e che la luna, gigantesca creatura in metamorfosi, avrebbe conosciuto un'altra nera eclissi, quando il Baba Yaga e Selene sarebbero entrati insieme nel cono d'ombra… nella notte… di un favoloso mistero.

Fritz Scher sedeva rigido e impettito dietro la scrivania, nella lunga sala dell'Istituto di Ricerche sulle Maree di Amburgo, nella Germania Ovest. Stava ascoltando, con divertimento già sfumato da una traccia di esasperazione, le demenziali notizie del mattino che giungevano dall'altra parte dell'Atlantico. Spense l'apparecchio, con una forza che per poco non ruppe il pulsante, e disse ad Hans Opfel:

«Questi americani! Va bene che la loro presenza è necessaria per tenere a bada quei porci comunisti, ma che degradazione intellettuale, per la Madreterra!»

Si alzò dalla scrivania, e camminò fino alla lucida, aerodinamica macchina che occupava l'intera parete della sala, e la cui funzione era quella di prevedere le maree. All'interno della macchina, un filo scorreva attraverso molte pulegge di precisione asportabili e regolabili; ciascuna puleggia rappresentava un fattore che influenzava la marea, nel punto dell'idrosfera terrestre sul quale la macchina era regolata; alla fine del filo, un pennino sottilissimo tracciava su un cilindro grafico una curva che forniva con esattezza le maree in quel punto, ora per ora.

A Delf c'era una macchina che eseguiva l'intero lavoro elettronicamente, ma quelli erano gli inetti, sfaticati olandesi!

Fritz Scher disse, in tono drammatico:

«La luna in orbita intorno a un pianeta uscito dal nulla? Ah!» Batté con aria significativa la mano sul lucido fianco della macchina. «È qui che abbiamo inchiodato la luna!»

La Machan Lumpur, con la prua rugginosa puntata a sud del sole che tramontava sul Vietnam del Nord, attraversò la barriera che proteggeva il piccolo istmo, a sud di Do-Son. Bagong Bung notò, grazie a una configurazione familiare di radici di mangrovie, e grazie a un basso canneto grigio che faceva praticamente parte della sua famiglia, tanto gli era noto, che l'alta marea era forse un palmo più alta di quanto non fosse mai stata in quel punto. Un ottimo auspicio! Delle piccole onde increspavano misteriosamente le acque della rientranza naturale. Un uccello marino fece udire il suo rauco richiamo.

Richard Hillary vide i raggi del sole raddrizzarsi lentamente, mentre la corriera volava su un soffice cuscino d'aria verso Londra. Bath era lontano, ormai, e stavano passando davanti a Silbury Hill.

Ascoltò pigramente la solenne ridda d'ipotesi, intorno a lui, sulle notizie assurde che erano giunte per radio, e riguardavano un disco volante grosso come un pianeta, avvistato da migliaia di persone negli Stati Uniti. Veramente, la fantascienza stava ammorbando e corrompendo la gente in ogni parte del mondo.

Una ragazza attraente, nella sua bellezza campagnola, che veniva da Devizes e si era trasferita a bordo a Beckhampton — la ragazza indossava dei minishorts, stivaletti e una maglietta trasparente — era seduta nel posto davanti a lui, e aveva cominciato a chiacchierare con la donna che le sedeva vicina praticamente nel momento in cui si era seduta. Stava spaziando, con lo stesso, identico entusiasmo, sulle notizie del disco volante… e il piccolo terremoto che aveva fatto sussultare brevemente molte regioni della Scozia… e l'uovo che aveva mangiato a colazione, e la pietanza che avrebbe mangiato a pranzo. In onore di Edward Lear, Richard forgiò mentalmente un limerick su di lei:

C'era una Giovane Donna di Devizes

Che aveva i pensieri in due misure precise:

Mentre molti passavano per un cruna

Alcuni eran grandi come la Luna;

Quella Donna che amava lo spazio di Devizes.

Pensare e rifinire il limerick lo divertì, per tutta la strada fino alla Foresta di Savernake; e quando ebbe raggiunto quel luogo, si appisolò.

CAPITOLO XIII

Times Square, alle cinque del mattino, era gremita come lo era stata nella notte dello sbarco lunare e della Falsa Guerra Con La Russia. Il traffico era stato bloccato già da molto tempo. Le strade erano invase da fiumane di persone. Il Vagabondo, che ora copriva metà del disco lunare, era ancora visibile in fondo alle strade che attraversavano la città, compresa la 42a, ma era basso sull'orizzonte, con i colori modificati, il giallo più tenue, il purpureo diventato rossiccio.

Per contrasto le insegne pubblicitarie erano più vivide, specialmente quella più recente, che mostrava tre arance grosse come armadi.

Ma le strade non erano più silenziose e immobili. Mentre alcune persone restavano dov'erano, e si limitavano a guardare a occidente, la maggioranza stava ondeggiando ritmicamente; non pochi si erano presi per mano, e stavano danzando qua e là, vorticosamente, mentre qua e là giovani coppie ballavano sfrenatamente, in una fantasmagorica notte di carnevale. E quasi tutti fischiettavano, o accennavano, o urlavano a pieni polmoni una canzone che aveva diverse versioni, la più recente delle quali veniva cantata alla fonte, dove Sally Harris continuava a ballare, benché ora avesse acquistato un gruppo di almeno sei robusti, aggressivi ragazzi, oltre a Jake Lesher, che le davano man forte. E la canzone, come la cantava ora, con la sua voce da contralto ancor più seducente e vibrante, ora che la stanchezza l'aveva un po' arrochita, diceva:

Strano globo!… nel cielo d'occidente…

Strana luce!… che piove dall'alto…

Visione che ci fa paura

Ma dobbiamo vivere stasera,

Vivere con questo ritmo folle, yah!

D'oro!… come navi del tesoro…

Rosso!… come labbra del peccato…

Ma giugno non ci sarà più,

Perché la Luna non sarà più lassù!…

Solo un

Pianeta!… sulla Quarantaduesima Strada!

Improvvisamente, i canti e le danze cessarono ovunque contemporaneamente… perché la pista da ballo aveva cominciato a tremare. Fu una scossa breve. Qualche cornicione, non molti, e qualche calcinaccio, caddero sui marciapiedi. Si udirono delle grida… non molte, neppure in questo caso. Ma quando il breve terremoto fu finito, si poté vedere che l'insegna aveva perduto le sue tre arance, anche se continuava ad ammiccare benevolmente alla folla.

Arab Jones e i suoi «fratelli di viaggio» camminavano rapidamente, fianco a fianco, lungo la 125a Strada, allontanandosi da Lenox, nella direzione verso la quale tutte le altre facce scure stavano guardando: a ovest, dove il Vagabondo stava tramontando, come una grande fiche da poker dai colori chiassosi… una panciuta X purpurea su campo arancio… che copriva quasi completamente il soldino dorato della pallida Luna. Ben presto la coppia celeste sarebbe stata nascosta dai grattacieli, che parevano enfasizzare, con le loro sagome torreggianti e massiccie, l'aspetto di piccola città di Harlem, gli edifici a due o tre piani, con i negozi sulla facciata, che si affacciavano sulla 125a Strada.

I tre 'fratelli di viaggio' erano così carichi che la loro eccitazione era stata semplicemente aumentata dal terremoto, che aveva fatto scendere per le strade quasi tutti coloro che ancora non erano stati a fissare il Vagabondo.

A oriente il cielo era rosato, là dove il sole, che indugiava dietro le quinte dell'orizzonte prima di fare il suo ingresso in scena, aveva sciacquato il cielo da tutta la polvere di stelle, portando su Manhattan il chiarore del mattino. Ma nessuno guardava da quella parte, né dava alcun segno che quello fosse il momento di andare a lavorare, o di andare a letto per cercare di dormire un poco. Le guglie della bassa Manhattan erano una città fiabesca di castelli incantati a sud, ma nessuno guardava là.

Arab, Pepe e 'High' avevano rinunciato già da qualche tempo ad aprirsi una strada tra la folla che, in silenzio e a bocca aperta, fissava il cielo dai marciapiedi, e camminavano al centro della strada, dove non si muoveva nessuna automobile, e il numero di persone a testa in su era minore, ed era più facile aprirsi un varco. A Pepe sembrava che dal pianeta, davanti a lui, piovesse una polvere che congelava tutti i motori e quasi tutte le persone, con una specie di raggio a effetto combinato, paralizzatore e di bloccaggio dei motori, degno dei fumetti. Si fece il segno della Croce.

'High' Bundy mormorò:

«Il vecchio uomo della Luna adesso entra davvero in lei, è la volta buona! Le gira davanti, decide che gli piace, e poi whoosh!»

«Forse si nasconde perché ha paura. Come noi.» disse Arab.

«Paura di che cosa?» domandò 'High'.

«Della fine del mondo,» disse Pepe Martinez, con voce sommessa e lamentosa.

Solo il bordo del Vagabondo appariva ormai sopra i grattacieli, che sporgevano dal suolo e s'innalzavano sempre più rapidamente verso il cielo, mano a mano che i fratelli di viaggio si avvicinavano.

«Venite!» disse improvvisamente Arab, afferrando il braccio di Pepe e quello di 'High', e stringendo con forza. «Il mondo finisce, io parto. Andiamo via da tutti questi moribondi dagli occhi di gufo, che aspettano le trombe del Giudizio e lo scontro. Un pianeta si rompe, noi ne prendiamo un altro. Venite, prima che se ne vada!… Prenderemo la nostra stella al fiume, e saliremo a bordo!»

I tre cominciarono a correre.

Paul, Margo e i loro nuovi amici erano seduti sulla sabbia, a quindici metri dal cancello buio, quando la seconda scossa fece sussultare la spiaggia. Non fece nulla, se non farli ballare un poco, e loro non potevano fare nulla per evitarla, così si limitarono a respirare più forte, e a ballare con la spiaggia. Il soldato uscì di corsa dalla torretta, con il fucile mitragliatore spianato, si fermò, e dopo un minuto rientrò, camminando sempre all'indietro. Non rispose, quando Doc lo chiamò allegramente, dicendo:

«Ehi, non è stata una bella scossa?»

Cinque minuti dopo, Ann disse:

«Mammina, adesso ho fame davvero.»

«Anch'io,» disse il giovane Harry McHeath.

L'Omino, che stava diligentemente ammansendo un Ragnarok visibilmente turbato, disse:

«Ah, questa è buffa. Avremmo servito del caffè e delle tartine, dopo l'eclisse. Il caffè era in quattro grossi termos… lo so, perché l'ho portato io. Dev'essere ancora tutto sulla spiaggia.»

Wanda si mise a sedere, sulla branda, malgrado le proteste della donna magra.

«Cos'è tutto questo chiarore rosso, lungo la costa?» domandò, nervosamente.

Hunter fece per risponderle, non senza una sfumatura di sarcasmo, che si trattava semplicemente della luce del nuovo pianeta, quando vide che doveva esserci realmente un'altra sorgente di luce… un chiarore livido e sanguigno, come il rosseggiare di una fornace, che l'altra luce aveva mascherato.

«Potrebbe essere un incendio della sterpaglia,» suggerì con aria cupa Wojtowicz.

La donna magra disse:

«Oh, santo cielo, proprio adesso doveva accadere. Come se non avessimo guai a sufficienza.»

Hunter strinse le labbra. Non volle dire ad alta voce quello che pensava: «Oppure potrebbe trattarsi di Los Angeles che brucia.»

L'Omino richiamò la loro attenzione sulla volta celeste, dove l'intruso color porpora e giallo ora nascondeva completamente la Luna. Egli disse:

«Dovremmo avere un nome per indicare il nuovo pianeta. Sapete, è buffo, un momento per me è la cosa più importante di tutto il creato, ma un minuto dopo è solo una macchia nel cielo, che posso coprire tendendo la mano.»

«Cosa sigifica in realtà la parola 'pianeta', signor Brecht?» domandò Ann.

«'Vagabondo', cara,» le disse Rama Joan.

Bacchetto pensò: Ispan è noto all'uomo sotto mille nomi, eppure è sempre Ispan.

Harry McHeath, che aveva scoperto da poco la mitologia scandinava e gli Edda, pensò: Divoratore della Terra sarebbe un buon nome… ma troppo minaccioso per la gente di oggi.

Margo pensò: Potrebbero chiamarlo Don, e si morse il labbro, e strinse Miao così forte che la gatta protestò; delle lacrime filtrarono tra le ciglia socchiuse della ragazza.

«Vagabondo è il nome giusto,» disse l'Omino.

Il segno giallo, che per Bacchetto era l'Uovo Dischiuso, e per Ann era la Cruna d'Ago, in quel momento toccava il bordo sinistro del Vagabondo, da come essi lo vedevano. Le chiazze polari gialle rimanevano, e una nuova chiazza gialla centrale stava lentamente apparendo sul bordo destro. In tutto, quattro macchie gialle ai margini; a nord, a sud, a est e a ovest.

L'Omino estrasse il suo blocco d'appunti, e cominciò a tracciare uno schizzo.

TRE ORE

«La parte purpurea forma una grossa X,» disse Wojtowicz.

«La croce inclinata,» disse Bacchetto, parlando finalmente a voce alta. «Il disco dentato. Il circolo diviso in quattro.»

«È un mandala,» disse Rama Joan.

«Oh, già,» disse Wojtowicz. «Professore, lei ce ne parlava prima,» si stava rivolgendo a Hunter. «Simboli di qualcosa di psichico.»

«Unità psichica,» disse l'uomo barbuto.

«Unità psichica,» ripeté Wojtowicz. «Questo va bene,» aggiunse, in tono pratico. «Ne avremo molto bisogno.»

«E per questo ti ringraziamo,» mormorò Rama Joan.

Due grandi occhi gialli apparvero alla sommità della gobba della grande strada centrale di Vandenberg Due. Si udì un lontano ruggito. Poi la jeep iniziò la discesa verso il cancello, e i fari illuminarono cespugli e terriccio secco.

«Tutti in piedi,» disse Paul. «Adesso avremo un po' d'azione.»

Don Merriam poté vedere una grande, asimmetrica clessidra di stelle nello schermo del Baba Yaga. Alcune stelle erano lievemente offuscate dai punti nei quali lo schermo aveva subito l'impatto della polvere lunare, durante il viaggio al centro del satellite.

La massa nera che entrava nella clessidra da poppa era la Luna, ora in eclissi totale, a causa dell'enorme corpo celeste apparso da così poco tempo.

Il Vagabondo, che pareva penetrare nella clessidra di stelle da prua, non era completamente nero… Don poteva vedere sette macchie che emanavano la bizzarra fosforescenza verdognola, ciascuna apparentemente di 300 miglia; le più lontane erano ellissi, le più vicine erano circoli quasi perfetti. Erano informi, e non presentavano lineamenti di sorta, benché a volte qualcosa in esse desse l'idea di un pozzo fosforescente, o di un imbuto. Del loro significato, Don riuscì a supporre soltanto che fossero pallide macchie verdi sul ventre nero di un ragno.

In compagnia della luna, il Baba Yaga stava orbitando intorno al Vagabondo, ma guadagnava lentamente nei confronti della Luna, perché la piccola astronave, più vicina al Vagabondo, seguiva un'orbita più veloce.

Accese il radar. Il segnale di ritorno dalla Luna mostrò una superficie più irregolare di quanto crateri e montagne, da soli, avrebbero potuto giustificare, e perfino in cinque, brevi minuti i contorni erano grandemente cambiati; la marea che frantumava la Luna stava continuando.

Il segnale sorprendentemente forte che venne dal pianeta straniero mostrò una superficie sferica, solida, senza la minima indicazione delle chiazze verdi fosforescenti… come se il Vagabondo fosse stato liscio come una palla da biliardo!

Il pianeta straniero!… impossibile, ma era là, e si vedeva immenso, reale. Mentalmente, Don cercò di raccogliere i ricordi… frammenti di speculazioni e teorie, delle quali aveva letto qualcosa, e che riguardavano l'iperspazio: il concetto che un corpo potesse essere in grado di viaggiare da a qui senza traversare il continuum noto che divideva i due punti, forse entrando, o scivolando, in un continuum a più dimensioni, del quale il nostro universo era soltanto una superficie. Ma dove, in tutta quella immensità sconfinata di stelle e nebulose e galassie, poteva trovarsi il del pianeta straniero, dell'intruso penetrato nel sistema solare? Perché, in fondo, quel là avrebbe dovuto trovarsi nel nostro universo? Un continuum a più dimensioni avrebbe certamente avuto un'infinità di superfici tridimensionali, ciascuna delle quali sarebbe stata un cosmo separato.

Sul fondo della mente di Don, c'era solo una voce inquieta, che ripeteva:

«La Terra e il sole sono dall'altra parte di quel grosso globo a chiazze verdi che vedi a tribordo. Sono tramontati dieci minuti fa; sorgeranno tra altri venti. Io non ho viaggiato attraverso l'iperspazio, solo attraverso la luna. Io non sono nelle tenebre intergalattiche, né sto osservando una galassia a forma di covone, o di clessidra, mentre sette pallide nebulose verdi splendono livide a tribordo…»

Don indossava ancora la tuta spaziale, ma in quel momento si tolse il casco incrinato. Doveva esserci il casco di riserva, nel contenitore di emergenza. «Il rimedio è pronto,» borbottò, ma la sua gola si chiuse, al suono della sua stessa voce. La cabina era fredda e buia, ma lui non accese né la luce, né il riscaldamento… attenuò perfino le luci del quadro di comando. Gli pareva importante, più di ogni altra cosa, vedere tutto quel che poteva.

Stava guadagnando terreno rispetto alla Luna, certo, con la sua orbita interna: il covone di stelle davanti a lui si allargava molto lentamente a sinistra, mentre la nera massa della luna in eclissi si allontanava.

Improvvisamente, gli parve di vedere, sullo sfondo dello scintillare fitto di stelle della Via Lattea, minacciosi filamenti neri riunire la sommità del Vagabondo… che poteva chiamare il polo nord… al bordo più vicino, o naso, della luna. Intrecciati nello spazio, i neri fili erano così impercettibili che, come stelle debolissime, poteva vederli meglio se li osservava distogliendo lievemente lo sguardo.

Era come se, dopo avere catturato e ridotto all'impotenza la Luna, il Vagabondo stesse ora tessendo una tela nera intorno a essa, preparandosi a succhiarla completamente.

No, si disse. Non avrebbe dovuto cominciare a pensare ai ragni.

La voce continuava a ripetere:

«Il sole e la Terra sono oltre la massa chiazzata di verde a tribordo. Io sono Donald Barnard Merriam, Tenente dell'Astronautica degli Stati Uniti…»

Barbara Katz, con le spalle rivolte a quell'altro oceano che costeggiava l'America, 3.000 miglia a est degli studiosi dei dischi volanti, vide il mandala come la ruota dai raggi purpurei di un carro trainato da buoi. L'enorme ruota parve descrivere un quarto di giro, quando il pianeta toccò l'orizzonte.

«Accidenti, papà, sembra che il Vagabondo si stia sdraiando,» disse lei, provando improvvisamente un senso di sofferenza, e disperazione, perché non avrebbe potuto vedere la prossima faccia che il Vagabondo avrebbe mostrato agli uomini, né vedere la Luna uscire dalla sua ombra. Ma avrebbe visto lo spettacolo su tutti i canali televisivi. Oppure no? Ci sarà ancora la televisione? si domandò, guardandosi intorno, incredula. Dappertutto il cielo stava impallidendo, per quella luce di un'alba che non avrebbe raggiunto la Costa del Pacifico per altre tre ore.

Accanto a Barbara, Knolls Kettering III disse con una voce affaticata che lei non gli aveva udito prima.

«Sono stanchissimo… per favore…»

Lo prese per il braccio, e lui barcollò, e si mosse appoggiando gran parte del suo peso su di lei… ma non era un gran peso, onestamente. All'interno dell'abito bianco, il corpo del milionario pareva il guscio bruno e curvo di un insetto, mentre il viso aveva le guance scavate ed era percorso dal fitto reticolato di rughe che si vedeva in certe raffigurazioni di vecchie bis-bisnonne indiane. Barbara ne fu quasi sconvolta, ma poi ricordò che quello era il suo milionario privato, da preservare e coccolare. Allentò un poco la stretta sulla spalla dell'uomo, come se fosse stato un guscio fragile a rompersi.

La donna negra più anziana, vestita come la più giovane, in grigio-perla, con cuffia e colletto bianchi, arrivò di corsa, e prese il milionario dall'altra parte. Il contatto parve irritare l'uomo, e destarlo dal suo torpore.

«Hester,» disse, scostandosi da lei e avvicinandosi a Barbara. «Avevo detto a te, a Benjy e a Helen di andare a letto già molte ore fa.»

«Uh!» rise lei, sommessamente. «Come se avessimo potuto lasciarla a giocare al buio con quel telescopio! Guardi come porta il suo peso ora, Signor K. La plastica nel fianco si stanca di lavorare per tutta la notte, e si rompe facilmente.»

«La plastica non si può stancare, Hester,» obiettò lui, stancamente.

«Uh! non è certamente forte quanto lei, signor K!» disse lei, voltandosi a guardare, dall'altra parte, Barbara, con un'espressione interrogativa. Barbara annuì, con fermezza. Insieme, lo trasportarono attraverso il tappeto folto e immacolato del prato, salirono tre gradini immacolati di cemento, e attraversarono un'enorme cucina, immersa in una piacevole frescura, attrezzata con tanta ricchezza che, agli occhi di Barbara, parve quasi la cucina di un albergo.

Quando furono a metà di un'ampia scalinata, egli le fece fermare. Forse l'enorme, fresco, buio soggiorno attiguo alle scale lo aveva riportato nella notte, perché egli disse:

«Signorina Katz, ogni corpo celeste che appare eretto, quando è alto nel cielo, sembra coricarsi quando sorge e tramonta. Questo vale anche per le costellazioni. Spesso ho pensato…»

«Andiamo, andiamo, Signor K, lei ha bisogno di riposo,» disse Hester, ma egli diede uno scrollone stanco con il braccio, e disse, «Spesso ho pensato che la riposta alla domanda della Sfinge, e cioè su che cosa si muove su quattro gambe al mattino, due gambe a mezzogiorno, e tre gambe alla sera non fosse l'Uomo, ma la costellazione di Orione, che cammina nel cielo proprio davanti alla Stella del Cane, il cui sorgere segnala le inondazioni del Nilo.»

La sua voce tremò, pronunciando le ultime parole, e la testa si abbassò, e permise a Barbara e alla cameriera di portarlo di sopra. Barbara, sentendo il peso sul braccio… più di quanto non si appoggiasse al braccio di Hester, fu compiaciuta di notare… pensò: Penso di capire perché stai pensando a tre gambe alla sera, papà… o quattro.

Lo posarono su un grande letto, in una camera da letto buia che era più vasta della cucina. Hester prese qualcosa dal cuscino e lo infilò in un cassetto, poi cambiò idea e lasciò che Barbara vedesse l'oggetto.

Si trattava di una bambola snella, dai capelli neri, alta venti centimetri, che indossava una sottoveste nera, e calze nere, e dei lunghi guanti neri.

Knolls Kettering III mormorò, con voce stanca:

«Per mezzogiorno, leggi mezzanotte.»

Hester sollevò lo sguardo, osservò il corto vestito nero di Barbara, e le lunghe calze e i guanti neri, e i capelli neri, e sorrise.

Barbara non avrebbe potuto trattenersi dal rispondere al sorriso neppure se lo avesse voluto.

CAPITOLO XIV

Paul Hagbolt guardò il maggiore Buford Humphreys, attraverso il cancello dell'ingresso sulla spiaggia di Vandenberg Due. Margo era accanto a lui, e teneva in braccio Miao. I dieci studiosi di dischi volanti erano riuniti intorno a loro.

I contorni delle loro ombre producevano scintille rosse e gialle sul reticolato d'argento del cancello.

C'erano riflessi dorati e purpurei sulla superficie del Pacifico, alle loro spalle, dove il Vagabondo, ancora alto nel cielo, aveva iniziato una lenta discesa verso il placido oceano. Mostrava ancora la faccia che Rama Joan aveva chiamato mandala, benché ora la macchia occidentale gialla stesse crescendo, e quella orientale si stesse restringendo, mano a mano che la rotazione del pianeta continuava. Il globo inondava di uno strano crepuscolo il paesaggio della costa, e rendeva il cielo un grande lago grigio, nel quale brillavano solo cinque o sei stelle.

La jeep che aveva portato il maggiore Humphreys dalla sommità di Vandenberg Due brontolava ancora, dietro di loro, e rischiarava la sabbia con la luce dei fari inutilmente accesi. Uno dei due soldati che avevano accompagnato il maggiore sedeva al volante, l'altro era in piedi al suo fianco.

Il soldato pesantemente armato che montava di sentinella al cancello era in piedi, fuori del reticolato, nell'oscura cavità della porta della torretta. I suoi occhi erano fissi sul maggiore. Il fucile mitragliatore era nell'ombra, tranne un anello purpureo che si rifletteva sulla canna.

Il maggiore Humphreys aveva gli occhi pensosi e la bocca all'ingiù di un maestro di scuola, ma in quel momento l'espressione dominante era la stessa della sentinella… tensione che mascherava la paura.

Paul, con il viso gentile e bonario indurito un poco dalla responsabilità che avvertiva, disse:

«Speravo che venisse lei, maggiore. Questo ci risparmia un sacco di fastidi.»

«Lei è fortunato, perché non sono venuto per il suo caso,» rispose freddamente il maggiore Humphreys, e poi aggiunse, d'un fiato, «Alcuni altri della sezione di Los Angeles ce l'hanno fatta, prima che l'Autostrada Costiera saltasse. Speriamo che gli altri arrivino prendendo la Collinare, o le altre strade montane. Oppure li trasporteremo qui in elicottero… specialmente quelli del Caltech. Pasadena è andata, con la seconda scossa.» Si controllò subito, aggrottando le ciglia e scuotendo il capo, come se fosse irritato per avere detto impulsivamente tanto. Poi continuò ad alta voce, dominando il mormorio di esclamazioni che veniva dagli studiosi dei dischi volanti. «Bene, Paul, non ho tutta la notte a disposizione… anzi, non ho nemmeno un minuto da perdere. Perché lei è venuto dalla spiaggia? Riconosco la signorina Gelhorn, naturalmente…» fece un breve cenno del capo a Margo, «Ma chi sono gli altri?» Il suo sguardo studiò gli studiosi di dischi volanti, fermandosi dubbioso sulla gran barba bruna di Ross Hunter.

Paul esitò.

Doc, che aveva l'aspetto di un moderno Socrate dal viso lungo, l'enorme testa calva e gli spessi occhiali, si schiarì la voce e si preparò a rischiare tutto, dicendo: «Siamo dei collaboratori civili della sezione del signor Hagbolt.» Sospettava, infatti, che fosse uno dei momenti in cui una grossa bugia era necessaria.

Ma Doc aveva esitato una frazione di secondo più del dovuto. L'Omino, che era in prima fila, tra lui e Wojtowicz, fissò il maggiore con sguardo benigno. Un sorriso fiducioso apparve sotto i baffi cespugliosi, mentre egli annunciava, con una precisione da avvocato:

«Io sono il segretario, e siamo tutti membri di pieno diritto, dell'Associazione degli Studiosi di Meteore e Oggetti Volanti Non Identificati della California Meridionale. Stavamo tenendo un simposio, in occasione dell'eclisse, nella casa sulla spiaggia dei Rogers, dopo avere ottenuto il debito permesso dagli esecutori testamentari del patrimonio Rogers, e… benché questo non fosse strettamente necessario… dopo avere ottenuto l'approvazione del comando al quale lei stesso appartiene.»

Doc emise un lamento percepibile.

Il maggiore Humphreys parve trasformarsi in una statua di ghiaccio.

«Maniaci dei dischi volanti?»

«Proprio così,» rispose soavemente l'Omino. «Ma la prego… non maniaci… studiosi.» Aveva il braccio sinistro teso, nel tentativo di trattenere Ragnarok che, nervoso più che mai, minacciava di spezzare il guinzaglio.

«Studiosi,» fece eco il maggiore Humphreys, dubbioso, squadrandoli ben bene come se, pensò Paul, volesse chiedere a tutti di mostrare i loro libretti universitari.

Paul si affrettò a dire:

«Le loro auto sono rimaste sepolte, insieme alla mia, in uno smottamento di terreno, maggiore. La signorina Gelhorn e io ben difficilmente saremmo riusciti a giungere qui, senza il loro aiuto. Ora non hanno alcun posto in cui andare. Una persona del gruppo ha avuto un attacco di cuore, e un'altra è una bambina.»

Lo sguardo del maggiore Humphreys esitò, fissando Rama Joan, che era in piedi alle spalle di Hunter. Lei si fece avanti, e si mostrò… con i capelli rossi lunghi fino alle spalle, e l'abito da sera maschile con la cravatta bianca… poi sorrise gravemente, e fece un breve inchino. Ann, con le lunghe trecce rossicce, si fece avanti, accanto alla madre. Avevano l'aspetto di bizzarra bellezza e di insolente crudeltà di un'illustrazione di Aubrey Beardsley del Libro Giallo.

«Io sono la bambina,» spiegò freddamente Ann.

«Vedo,» disse il maggiore Humphreys, facendo un breve cenno d'assenso, e voltandosi. «Mi ascolti, Paul,» disse in fretta. «Sono molto spiacente, le assicuro, ma Vandenberg Due non può assolutamente accogliere dei profughi di un terremoto. Questo problema è già stato esaminato, discusso e una decisione è stata presa. Abbiamo un lavoro d'importanza vitale da svolgere, e un'emergenza può soltanto rendere più rigide le regole di sicurezza.»

«Ehi,» intervenne Wojtowicz, «lei stava dicendo che i terremoti sono stati violenti, nella contea di Los Angeles?»

«Gli incendi li può vedere da solo, no?» disse seccamente il maggiore Humphreys. «No, non posso rispondere a nessuna domanda. Passi alla torretta, Paul. E anche la signorina Gelhorn… sola.»

«Ma queste persone non sono dei comuni profughi, maggiore,» protestò Paul. «Saranno utilissimi. Hanno già compiuto alcune interessantissime deduzioni sul Vagabondo.»

Nel momento in cui pronunciò l'ultima parola, il globo giallo e purpureo, dimenticato per un momento, dominò nuovamente i loro pensieri.

Le dita del maggiore Humphreys si strinsero sulla rete, ed egli avvicinò il viso a quello di Paul. Con una voce nella quale sospetto, curiosità e paura formavano una bizzarra mescolanza, domandò:

«Vagabondo? Dove avete trovato questo nome? Cosa ne sapete di quel… corpo?»

«Corpo» lo interruppe Doc, in tono esasperato. «Anche un idiota vedrebbe che si tratta di un pianeta, ormai. In questo momento, la Luna è in orbita dietro di esso.»

«Non siamo responsabili della sua presenza, se è questo che sta pensando,» disse in tono leggero Rama Joan. «Non l'abbiamo evocato noi.»

«Sì, e non sappiamo neppure dove quel… corpo fosse sepolto prima,» aggiunse ironicamente Doc. «Anche se alcuni di noi pensano a un cimitero nell'iperspazio.»

Hunter gli diede un calcetto nello stinco, senza farsi vedere.

«'Vagabondo' è semplicemente un nome che gli abbiamo dato, perché significa 'pianeta',» intervenne, rivolgendosi al maggiore con tono accomodante.

«Vagabondo può anche andare, benché il vero nome sia Ispan,» La voce di Bacchetto risuonò cavernosa dal punto in cui il suo viso angoloso, con gli occhi e le guance scavate immerse nell'ombra, si levava dietro le spalle del Barba. Aggiunse, «Mentre forse i Saggi Imperiali già stanno per sbarcare a Washington.»

Le spalle del maggiore Humphreys si contrassero, come se una vespa lo avesse punto alla schiena. Egli disse, seccamente:

«Vedo.» Poi, rivolgendosi a Paul. «Venga. E la signorina Gelhorn… senza quel gatto.»

«Intende dire che vuole respingere questa gente?» domandò Paul. «Dopo che io ho garantito per loro? E con una persona moribonda, tra loro?»

«Il professor Opperly avrà qualcosa da dire sul suo comportamento, maggiore, ne sono certa,» intervenne freddamente Margo.

«Dov'è questo malato di cuore?» domandò il maggiore Humphreys, con il ginocchio che cominciava a sobbalzare come quello della sentinella.

Paul si guardò intorno, cercando la branda, ma proprio in quel momento Wanda issò la sua mole considerevole, presentandosi tra Hunter e Rama Joan.

«Sono io quella,» annunciò, in tono di grande importanza.

Doc fece udire nuovamente un basso gemito. Wojtowicz guardò la grassona con aria di rimprovero, massaggiandosi la spalla che aveva sopportato il peso della branda.

Il maggiore Humphreys sbuffò:

«Entrate… voi due soli,» disse a Paul, e si voltò verso la jeep.

Hunter mormorò a Margo:

«Sarà meglio che andiate, prima che cambi idea. È la cosa migliore, per lei e Paul.»

«Senza Miao?» disse Margo.

«La terremo noi, e poi verrà a prenderla,» si offrì Ann.

Quest'ultima offerta fece crollare le residue incertezze di Paul. Forse era banalissimo sentimentalismo permettere a una gatta e alla generosità impulsiva di una bambina di spostare i piatti della bilancia. Ma sentì che la sua voce gridava:

«Io non vengo!»

Con una voce che cercava di non essere feroce, il maggiore Humphreys rispose:

«Non scendiamo a livelli da melodramma, Paul. Lei non ha scelta. Non può disertare il progetto.»

Il braccio libero di Margo circondò la vita di Paul, e lo strinse, a mo' d'incoraggiamento. Doc gli mormorò all'orecchio:

«Spero che lei sappia quello che fa.»

«Lo dice lei che non posso, accidenti!» gridò Paul, con forza.

Il maggiore Humphreys si strinse nelle spalle, e salì a bordo della jeep. La sentinella chiuse la porta della torretta, alle sue spalle, e avanzò verso i dodici in piedi davanti al cancello.

«Muovetevi, voialtri,» disse nervosamente, agitando la canna del suo fucile mitragliatore. Un grosso filo lo seguiva, dalla mano sinistra… i comandi dei suoi razzi individuali.

A parte l'Omino, tutti indietreggiarono alla vista del fucile… perfino Ragnarok, perché l'Omino aveva lasciato andare il guinzaglio, fissando il reticolato con aria di scandalizzata incredulità.

«Maggiore!» gridò l'Omino. «La sua condotta è oltraggiosa e inumana, e io provvederò a rendere nota questa mia opinione. Le farò imparare che io sono un contribuente, signore. Il mio denaro alimenta installazioni come Vandenberg Due, e paga lo stipendio di pubblici servitori come lei, sia che indossino l'uniforme, sia che non l'indossino, e indipendentemente dai galloni che ci sono in quell'uniforme! La invito caldamente a riflettere…»

La sentinella avanzò verso di lui. Era chiaro che l'uomo desiderava che il problema fosse risolto, prima che lui fosse tornato da solo. Gracchiò raucamente:

«Zitto, lei, e si muova!» E diede una leggera spinta al fianco dell'Omino, con la canna del fucile.

Con un ringhio minaccioso, Ragnarok balzò dal gruppo, con il guinzaglio che lo seguiva come la coda di una cometa, e si lanciò verso la gola della sentinella, facendo brillare le zanne.

I razzi individuali del soldato sbocciarono… come se gli fossero spuntate altre due gambe, di un color arancio carico… ed egli si sollevò nell'aria, per ricadere più lontano. Durante il volo, diede una notevolissima dimostrazione di mira accurata in volo, piantando quattro pallottole nel corpo del suo aggressore. L'enorme cane poliziotto tedesco cadde, appiattendosi al suolo, e non si rialzò più.

Il gruppo cominciò a correre, poi tutti si fermarono.

La sentinella sorvolò il reticolato, e ricadde entro il recinto, facendo brillare ancora brevemente i razzi per attutire l'urto della caduta.

L'Omino s'inginocchiò accanto al corpo del suo cane.

«Ragnarok?» fece una pausa, incerto. Poi, «Be'… è morto!» e la sua voce era colma di stupore.

Wojtowicz raccolse la branda di alluminio, e si fece avanti con essa.

«È troppo tardi per tutto,» mormorò l'Omino.

«Non può lasciarlo qui,» disse Wojtowicz.

Issarono il cane morto sulla branda. Il Vagabondo mandava luce a sufficienza, per mostrare il colore del sangue.

Margo diede Miao a Paul, si tolse la giacchetta, e la usò per coprire Ragnarok. L'Omino le fece un segno di ringraziamento, con occhi storditi.

Poi il piccolo corteo ripartì lungo la strada dalla quale era venuto, attraverso la penombra scintillante di porpora e d'oro.

Il giovane Harry McHeath puntò il braccio verso il mare.

«Guardate,» esclamò. «C'è una sottile falce d'argento. La Luna sta uscendo dall'ombra del Vagabondo.»

Donald Merriam rabbrividì, quando vide i confusi filamenti neri riunire la punta della Luna alla sommità del Vagabondo, e diventare di un bianco cadaverico… un biancore che li rendeva facilmente visibili, ora, e ancor più simili a una tela di ragno.

Poi la punta della Luna si fece di un bianco altrettanto accecante: una piccola falce bianca che si allungava e si allargava rapidamente. I filamenti bianchi uscivano dalla punta bianca della Luna, e salivano intrecciati.

Un fenomeno profondamente sconvolgente, in quella falce di luna: mano a mano che essa cresceva, pareva diventare troppo convessa, come se la luna tendesse ad acquisire la forma di un pallone da rugby. E questo bordo sporgente troppo convesso non era uniforme, sullo sfondo nero dello spazio stellato, ma lievemente frastagliato. Anche il confine tra la falce bianca e la luna nera era lievemente frastagliato. E inoltre, c'erano delle spaccature enormi nella superficie della falce bianca, come se la luna fosse diventata un mosaico bizantino.

Improvvisamente, un bagliore bianco eruttò, accecante, da tribordo, nel muso del Baba Yaga. Il riflesso dello schermo spaziale quasi accecò Don.

Là, appena spuntato dietro il Vagabondo, c'era il disco abbagliante del Sole, vicino al circolo nero della Terra… un soldino incandescente, accanto a un dollaro. Come la luna e i filamenti, il Baba Yaga aveva completato il primo passaggio dietro il Vagabondo, e riemergeva nella luce del sole.

Don regolò le protezioni dello schermo, per bloccare le radizioni solari, poi diminuì la polarizzazione, fino a quando poté vedere il lato notturno della Terra illuminato dal riverbero del Vagabondo. La terza parte del Nord America, a oriente, era scivolata nel bordo destro del giorno. Tutto il Sud America era illuminato. Il resto del globo era Oceano Pacifico, se non dove la Nuova Zelanda era apparsa, sul bordo di sinistra, in basso… laggiù stava cadendo la sera.

Don si sorprese, per il senso di calore che gli veniva dal rivedere la Terra… non perduta, dall'altro lato del cosmo, ma ad appena un quarto di milione di miglia di distanza!

I neozelandesi e i polinesiani lasciarono i tavoli imbanditi per la cena, e corsero fuori, per assistere al levarsi del prodigio nella sera. Molti immaginarono che il Vagabondo fosse la Luna, mostruosamente deformata… molto probabilmente, qualche esperimento atomico americano o russo era sfuggito a ogni controllo… porpora e oro dovevano essere i contorni di qualche mostruosa esplosione atomica… e ci vollero ore e ore, per convincere costoro che si trattava di un'idea errata. Ma quasi tutti gli abitanti dell'Australia, dell'Asia, dell'Europa e dell'Africa si occupavano ancora dei loro affari, alla luce del giorno, beatamente inconsapevoli della presenza del Vagabondo, se non sotto la forma di uno dei soliti pazzeschi fenomeni americani che venivano mostrati da giornali e televisori, da classificare nella stessa categoria dei senatori, delle attrici di Hollywood, dei vari culti religiosi, e della Coca-Cola. Gli spiriti più furbi pensarono: Pubblicità per un nuovo film dell'orrore, o… ahah!… una scusa per gettare nuove ombre sulla Cina e sulla Russia. Nessuno stabilì un collegamento… a parte alcuni psicologi acutissimi… tra la notizia pazzesca sulla luna, e le notizie abbastanza reali dei disastri causati dai terremoti.

Anche l'Oceano Atlantico si trovava sulla faccia illuminata della Terra, ora, ma quella era una storia diversa, poiché quasi tutte le navi e quasi tutti gli aerei che avevano percorso le sue rotte avevano osservato il Vagabondo durante le ultime ore della notte. Costoro esplorarono freneticamente tutte le frequenze radio, in cerca di notizie, e cercando di lanciare rapporti e richieste di consigli agli armatori e alle autorità portuali. Alcuni proseguirono verso il porto più vicino. Altri, con una prudenza davvero commendevole, invertirono la rotta, dirigendosi verso il mare aperto.

La Principe Carlo aveva subito una drastica transizione. Un gruppo di rivoluzionari brasiliani neo-fascisti, con l'aiuto di due ufficiali di estrazione portoghese, s'impadronirono del grande transatlantico di lusso. Il capitano Sithwise diventò un prigioniero, tenuto sotto sorveglianza nella propria cabina. I piani dei rivoluzionari erano stati concepiti brillantemente, ma probabilmente non avrebbero avuto successo, se non fosse sopraggiunta l'eccitazione causata dalla «emergenza astronomica». Provando un senso che si avvicinava al sacro terrore essi si resero conto che, a prezzo della vita di sei uomini, e di tre feriti tra le loro fila, avevano assunto il controllo non solo di una nave grande come un albergo ultramoderno, ma anche di due reattori nucleari.

Wolf Loner fece colazione, comodamente e con calma, e iniziò i lavoretti di bordo della mattinata, mentre la Pazienza proseguiva verso ovest, sotto la foschia che celava completamente il cielo. I suoi pensieri si occuparono della grande immutabilità della natura, appena mascherata dalla patina della vita moderna.

Don Guillermo Walker, a bordo della lancia degli Araiza, uscì dal Lago Nicaragua e cominciò a percorrere il fiume San Juan, oltre la città di San Carlos, mentre l'alba arrossava la giungla. Ora che il Vagabondo non era più nel cielo, Don Guillermo era meno propenso a pensare a esso, e ai vulcani e ai terremoti, e ben più propenso a crogiolarsi nel successo del suo bombardamento della roccaforte del presidente, eseguito da solo a bordo di un piccolo, vecchio aereo che ora riposava sul fondo del lago. Sic semper tutti i gauchistes!

Finalmente, lui sì era realmente dimostrato degno, aveva sostenuto un esame che lo faceva salire di grado, rispetto a quegli sciocchi, miti sentimentali della John Bìrch Society!… o per lo meno, questo era il concetto che ne aveva Don Guillermo.

Batté il pugno sul petto, e gridò: «Yo soy un hombre!» Uno dei fratelli Araiza annuì, socchiudendo gli occhi per proteggersi dai raggi del sole nascente, e disse, «Sì,» ma senza troppo entusiasmo, come se l'essere un uomo non fosse una questione così importante.

CAPITOLO XV

Paul Hagbolt fu costretto ad ammettere, tra sé, che camminare sulla sabbia poteva diventare noioso, anche quando si era in compagnia di nuovi amici, e sotto un cielo rischiarato da un nuovo pianeta. Il momentaneo stato di esaltazione prodotto dall'avere sfidato il colonnello Humphreys e il Progetto Luna si era consumato molto in fretta, e quella marcia spezzaossa attraverso la spiaggia pareva sensazionalmente priva di senso e deprimente.

«Ci si sente soli, vero?» gli disse gentilmente Rama Joan. «Quando si rompe il legame con il grande protettore, e si rinuncia alla propria gente… e a quella della sua amichetta… per seguire un branco di svitati, con l'unico scopo di partecipare al funerale di un cane.»

Stavano camminando in coda alla processione, molto indietro rispetto alla branda portata da Clarence Dodd e Wojtowicz.

Paul fu costretto a ridacchiare.

«Per lo meno lei è sincera,» disse. «Però Margo non è la mia ragazza… voglio dire, che i sentimenti sono soltanto dalla mia parte. Siamo solo buoni amici, davvero.»

Rama Joan lo fissò, con occhio indagatore.

«E allora? Un uomo può buttar via la sua vita per amicizia, Paul.»

Paul annuì, con aria infelice.

«Me l'ha detto anche Margo,» spiegò; «Lei afferma che io traggo soddisfazione dal farle la balìa, e dal cercare d'impedire ad altri uomini di girarle intorno. A parte Don, naturalmente… e lei pensa che il mio interesse per lui sia più che fraterno, anche se io non me ne rendo conto.»

Rama Joan si strinse nelle spalle.

«Può darsi, immagino. Il rapporto tra lei, Margo e Don sembra abbastanza innaturale.»

«No, a suo modo è perfettamente naturale,» le assicurò Paul, con una specie di torva soddisfazione. «Siamo stati compagni di liceo e di università. Avevamo interessi comuni, in campo scientifico e in altri campi. Facevamo gruppo insieme. Andavamo perfettamente d'accordo. Poi Don ha deciso di diventare ingegnere, e astronauta. Io mi sono dato al giornalismo e al lavoro di pubbliche relazioni, e Margo si è data all'arte. Ma eravamo decisi a restare assieme, così, quando Don è entrato nel Progetto Luna, ci siamo entrati anche noi, o per lo meno ci sono entrato io. Allora Margo aveva già deciso che Don le piaceva un po' più di me… o che lo amava, qualunque cosa significhi… e così si sono fidanzati. Così il problema si è risolto… forse semplicemente perché la nostra società considera ancora con diffidenza la vita a tre. Poi Don è andato sulla Luna. Noi siamo rimasti sulla Terra. Non c'è altro, non c'è stato altro fino a stasera, quando apparentemente io ho deciso di lasciare tutto e venire con voi.»

«Forse perché già da molto tempo lei avrebbe dovuto esplodere. Be', io posso dirle perché sono qui,» continuò la donna dai capelli rossi. «Potrei essere al sicuro, a Manhattan, e fare la moglie di un pezzo grosso della pubblicità; Ann frequenterebbe un collegio di lusso, in Europa, e io potrei adattarmi a qualche conferenza sul misticismo e sulla magia nei circoli femminili e nei salotti. Sarei una donna ricca, e alla moda. Invece ho divorziato, arrotondo le mie entrate… che si riducono a una rendita vitalizia che ho ereditato… con i compensi per le conferenze che tengo; e per tenere fede al misticismo, devo addobbarmi di tutti questi armamentari da carnevale.» Indicò la cravatta bianca, e le code del suo abito da sera maschile, e fece una risatina di disprezzo. «'Protesta mascolina', dicono le mie amiche. 'No, semplice protesta umana', rispondo io. Volevo poter dire cose che credevo realmente, e dirle con passione… cose che fossero state solo mie. Volevo che Ann avesse una vera madre, non solo una statistica ben vestita.»

«Ma lei crede davvero alle cose che dice?» domandò Paul. «Al buddismo, mi sembra di aver capito… e a tutto il resto?»

«Non ci credo quanto vorrei, ma ci credo quanto posso,» gli disse. «La certezza è un lusso. Se lei dice delle cose con colore e con forza, per lo meno lei è un individuo. E anche se le falsifica un poco, rimane lei stesso, e se tenta e tenta senza stancarsi, forse un giorno troverà un frammento della verità… come Charles Fulby, quando ci ha detto che sapeva dei suoi pianeti misteriosi non in virtù di viaggi a bordo di dischi volanti, come aveva sempre proclamato, ma per puro intuito.»

«Fulby è un paranoico,» borbottò Paul, lanciando uno sguardo più avanti, dove Bacchetto procedeva diritto come un fuso dietro la branda, con Wanda alla sua destra e la donna magra alla sua sinistra. «Quelle due donne sono due discepole, o patronesse, o qualcosa del genere?»

«Sono sicura anch'io che soffra di paranoia,» disse Rama Joan, «Ma lei non crederà davvero, Paul, che le persone sane di mente abbiano il monopolio della verità, immagino? No, credo che siano le sue mogli… lui è cresciuto in una setta che professa il matrimonio multiplo. Oh, Paul, lei ci trova allarmanti, vero?»

«Non proprio,» protestò lui. «Benché ci sia sempre qualcosa di rassicurante, nel muoversi con la maggioranza.»

«E con il denaro e il potere,» ammise Rama Joan. «Be', si rallegri… la maggioranza e le minoranze svitate passano quasi tutto il tempo allo stesso modo: soddisfacendo i bisogni fondamentali. Stiamo ritornando tutti al padiglione sulla spiaggia, semplicemente perché pensiamo di trovare là del caffè e dei sandwich.»

In testa alla processione, Hunter stava dicendo a Margo Gelhorn più o meno lo stesso tipo di cose:

«Ho cominciato a frequentare le riunioni dei dischi volanti per un mio progetto sociologico,» le confessò. «Sono andato a riunioni di tutti i generi: quelle delle persone che avevano contatti con gli extraterrestri, come Charles Fulby, quelle degli studiosi seri, e tutte le altre sfumature… come questo gruppo, che comprende studiosi e appassionati raziocinanti e svitati e maniaci. Volevo analizzare una sindrome sociale, e scrivere alcuni saggi sull'argomento. Ma dopo un po' di tempo, ho dovuto ammettere di fronte a me stesso che continuavo ad andare a quelle riunioni perché ero affascinato.»

«Perché, professor Hunter?» domandò Margo, stringendo più forte Miao. Aveva freddo, senza la giacchetta, e la gatta era come una borsa di acqua calda. «Stare con gli appassionati dei dischi volanti l'aiuta a sentirsi bohemien, o diverso, come portare la barba?»

«Mi chiami Ross, No, non credo, benché suppongo che una parte del motivo sia la pura vanità.» Si accarezzò la barba. «No, è stato semplicemente perché a quelle riunioni trovavo delle persone che avevano qualcosa da seguire, che le faceva appassionare, qualcosa che permetteva di essere interessati senza tornaconto… e non si tratta di una cosa molto comune, ormai, nella nostra civiltà basata sui tre pilastri Denaro-Vendite-Classe, e sulle direttrici Non Rivelarti a Nessuno e Venditi a Tutti. Il virus mi ha preso a tal punto, che anch'io ho voluto offrire un contributo… partecipare a conferenze e a tavole rotonde, per esempio. Adesso il mio tempo dedicato ai dischi volanti è quasi come quello che vi dedica Doc… che si ammazza a vendere pianoforti… è un mago, nel campo… in modo da poter dividere il resto del tempo tra i dischi volanti, gli scacchi, e le altre cose.»

«Ma Doc è scapolo, mentre mi sembra che lei abbia affermato di avere una famiglia, non è vero… Ross?» domandò Margo, con blanda malizia.

«Oh, sì,» concesse Hunter, con una certa stanchezza. «A Portland c'è una signora Hunter, e due bambini che pensano che papà sprechi troppo tempo in compagnia dei maniaci dei dischi volanti, considerando i pochissimi saggi che ha tirato fuori da questo lavoro, e il fatto che la sua reputazione accademica non sia stata migliorata neppure di una iota da questa partecipazione.»

Stava pensando di aggiungere: «E, proprio in questo momento, sono a casa, e si chiedono perché papà non sia con loro, la notte in cui i cieli sono cambiati e i dischi volanti si sono avverati…» ma in quel momento si accorse che avevano raggiunto la vecchia casa sulla spiaggia e la vecchia pista da ballo. Vide che la lanterna verde ardeva ancora, e accanto a essa c'era una sedia, con un mucchietto di programmi inutilizzati, e c'erano le sedie vuote, disposte in file ordinate, a eccezione della prima fila (quando avrebbe potuto chiedere il rimborso del deposito che era stato lasciato per il noleggio, Dodd?)… e c'era un soprabito, che qualcuno aveva dimenticato, posato sullo schienale di una delle sedie, e c'era il lungo tavolo dei conferenzieri, e sotto di esso, alcune scatole di cartone che avevano abbandonato, nella fretta della partenza. E profondamente infilato nella sabbia, vicino alla piattaforma, c'era perfino il vecchio ombrello enorme che Doc aveva usato, per costruire un rozzo astrolabio, nel primo tentativo di controllare il movimento del Vagabondo.

Quando Ross Hunter vide queste cose, che si stagliavano contro il Pacifico dalla gran massa quieta e spettrale e dai riverberi dorati e purpurei, si sentì gonfiare il cuore per un senso inatteso di affetto e nostalgia e sollievo, e improvvisamente capì perché, dopo essere stati respinti da uno smottamento e da un recinto di rete metallica e da un alto papavero dell'esercito, avevano iniziato una lunga marcia sulla spiaggia per ritornare in quel posto.

La spiegazione era semplice… quella per loro era una casa, il luogo dove erano stati insieme, sicuri e tranquilli, e dal quale avevano assistito al grande mutamento nei cieli, quel luogo che, ciascuno di loro lo sapeva intimamente, anche se confusamente, forse sarebbe stato l'ultima casa che ciascuno di loro avrebbe più avuto sulla Terra.

Senza fretta, Wanda, la donna magra e il giovane Harry McHeath andarono a prendere le scatole lasciate sotto il tavolo.

Wojtowicz e l'Omino posarono la branda che reggeva Ragnarok, il cui gran corpo era parzialmente coperto dalla giacchetta di Margo.

Wojtowicz si guardò intorno, poi puntò il braccio verso l'ombrello e disse, con voce ferma:

«Ho la sensazione che quello sia il posto giusto… cioè, se, non le dispiace?» aggiunse, rivolgendosi a Doc, che aveva camminato in silenzio per tutto il tragitto da Vandenberg Due alla piattaforma, accanto all'Omino.

«No, non mi dispiace; anzi, ne sarei fiero,» rispose ruvidamente Doc.

Portarono in quel punto la branda, e Doc recuperò il suo ombrello. Poi Wojtowicz prese un badile, e cominciò a scavare. Il badile era riposto sotto il materasso.

La donna grassa lo notò, e chiamò, dalla piattaforma:

«Adesso capisco perché sentivo qualcosa di duro sotto il fianco, per tutta la strada.»

Wojtowicz si fermò un momento, per rispondere:

«Dovrebbe ringraziarci, invece, per averla trasportata gratis quando pensavamo che avesse avuto un attacco di cuore.»

Wanda rispose, con rabbia:

«Senta, quando io ho un attacco di cuore, è terribile… e non c'è niente da dire! Ma quando l'attacco di cuore è finito, è finito.»

«D'accordo, d'accordo,» le disse Wojtowicz, senza voltarsi.

Il rumore del badile era debole, mentre l'uomo scavava. La donna magra e Harry McHeath pulirono dalla sabbia alcune tazze, e le disposero sul tavolo. Gli altri osservarono la Luna emergere dall'ombra del Vagabondo, che pareva inclinarsi, nell'affondare verso l'abbraccio con il Pacifico.

La forma della Luna era visibilmente conica… schiacciata.

E invece delle macchie consuete dei 'mari', sulla faccia della Luna si vedeva come un sottilissimo, vago reticolo di lìnee d'ombra, che qua e là riflettevano pallidamente i colori del Vagabondo. L'effetto era orrido, e suggeriva la sinistra presenza di ragni.

Un parto chirurgico, pensò Bacchetto. La Vergine Bianca, fecondata da Ispan, partorisce tra grandi doglie… e deve dar vita ancora e ancora, torturata dal travaglio. Questo non l'avevo pensato.

Margo pensò: Mi dispiace di averla chiamata cagna. Don… Rama Joan bisbigliò a Paul:

«Il suo ragazzo era lassù, no? Così adesso può essere la sua ragazza, Paul…»

Wojtowicz si rialzò:

«Ecco, è abbastanza profonda,» disse raucamente all'Omino. «Non possiamo scavare di più, altrimenti troveremmo l'acqua.»

Si voltarono verso la branda. Clarence Dodd slacciò il guinzaglio dal pesante collare, e sollevò l'orlo della giacchetta dal corpo di Ragnarok, guardando Margo; ma la ragazza scosse il capo, e l'Omino riuscì a farle un triste sorriso, e lasciò ricadere la stoffa. Lui, Wojtowicz e Doc calarono il cane così avvolto nella sua tomba. Miao si mosse, nelle braccia di Margo, e guardò la scena con visibile curiosità.

Sopra la massa oscura del Pacifico, il Vagabondo era sospeso, strano nei suoi colori vividi, ed era una perfetta sfera, per quanto la luna che riemergeva era distorta e mutata. La macchia gialla a ovest era sparita, così la faccia del globo rivolta alla Terra era diventata di tre chiazze soltanto; ma l'impressione più vivida, con le due grosse braccia della croce purpurea, a est, che si allargavano sopra e sotto la grande macchia gialla orientale, era quella della testa di una belva purpurea, con le fauci spalancate.

Fenris Lupo, pensò Harry McHeat. E ora sembra che veramente stia divorando la Luna, che orbita proprio tra le sue fauci.

«Sembra un grosso cane che stia per azzannare qualcosa,» disse Ann, pensierosa. «Mammina, tu credi che gli dei abbiano portato lassù Ragnarok, come una volta portavano gli eroi e le ninfe della Grecia tra le stelle?»

«Sì, credo che sia accaduto proprio questo, cara,» le disse Rama Joan.

L'Omino estrasse automaticamente il blocco d'appunti e la penna, e poi guardò cupamente l'ultima pagina bianca. Margo diede Miao a Paul, poi prese gli oggetti dalle mani dell'Omino, e tracciò lo schizzo del Vagabondo in vece sua, imitando il suo stile schematico.

QUATTRO ORE

Il serpente si sazia dell'Uovo, pensò Bacchetto. O forse le strade si dividono?

Wojtowicz rapidamente gettò nella fossa prima la sabbia asciutta, poi quella umida. Doc prese dalle dita dell'Omino il guinzaglio, e lo strinse intorno al manico dell'ombrello, annodandolo in alto. Quando Wojtowicz ebbe pressato la sabbia, Doc affondò l'ombrello con forza al centro della tomba.

«Ecco, Dodd,» disse, circondando con il braccio la spalla dell'Omino. «Adesso c'è un segno. Una specie di caduceo.»

Dalla piattaforma, la donna magra chiamò:

«Ehi, venite tutti! Il caffè è caldo!»

Donald Merriam si trovava di nuovo nelle tenebre. Il Baba Yaga era ritornato in eclisse, questa volta a causa della Luna che passava di fronte al Vagabondo. La piccola astronave lunare viaggiava in caduta libera tra i due corpi. Continuava a guadagnare terreno, rispetto alla Luna, ma non era ancora uscita dalla sua ombra.

La luce del sole diretta aveva rapidamente riscaldato la cabina, ma prima che il calore si fosse fatto troppo intenso, la Luna si era interposta tra il Baba Yaga e il sole.

Le tenebre dell'eclisse non erano fitte come quelle della prima, essendo pervase dai riflessi violetti e gialli del sole sul Vagabondo. Questa luce rivelava il continuo sommovimento della rocciosa superficie lunare, che pareva un mare in tempesta visto da un aeroplano, durante una notte di luna piena.

Alla sua altezza, sopra il Vagabondo… ora 1.600 miglia, secondo il controllo radar… Don poteva vedere soltanto un quinto del disco del pianeta. Passando attraverso la faccia che sulla Terra aveva ricevuto i nomi più svariati… la X, il Disco Spezzato, la Ruota, la Croce di Sant'Andrea, e il Mandala, egli vide soltanto la macchia gialla orientale, e un bordo, intorno a essa, che si allargava, più avanti… le macchie gialle polari, e quella orientale, erano nascoste in quel momento dalla curva del Vagabondo.

Osservando la macchia gialla emergere dalla faccia notturna del Vagabondo, attraverso la linea dell'aurora, Don aveva avuto conferma del fatto che il globo stesse ruotando, e che la cima e il fondo fossero in realtà i poli, mentre l'asse planetario era approssimativamente parallelo a quello della Terra.

Cronometrando la velocità di emersione della macchia, Don aveva valutato che il periodo di rotazione del Vagabondo era di sei ore… un 'giorno' lungo un quarto di quello terrestre. E stava ruotando nella stessa direzione che lui e la Luna seguivano, nelle loro orbite di due ore… con i contorni della superficie planetaria che li seguivano, ma rimanevano rapidamente indietro.

Le chiazze fosforescenti verdastre della faccia notturna del Vagabondo non parevano esistere sulla faccia diurna… forse si trattava realmente di fosforescenza, visibile soltanto al buio. Né, per quello che ricordava, c'era stata qualche indicazione di divisione tra le regioni viola e quelle gialle, sulla faccia notturna… apparentemente, ci voleva la luce del sole per mostrare quella divisione.

Una buona metà della grande macchia gialla era occupata dall'ombra della Luna… nera, e incontrovertibilmente ellittica, un'ellissi che si accentuava costantemente. Studiandola, Don notò una rotondità di un pallido verde spettrale che cominciava a intrufolarsi nel bordo più avanzato… apparentemente le chiazze verdognole continuavano a ruotare, benché invisibili alla luce del sole.

L'assurdità allucinante della sua situazione d'un tratto lo colpì… lui era un insetto tra due giganti, che si muovevano follemente in un abisso immane.

Ricordò quando era stato bambino, nella cucina della fattoria del Minnesota, con le tenebre della sera appena calata che parevano premere da ogni parte, e oscuravano la finestra, fuori; e allora lui, Donnie, aveva detto: «Mamma, ho trovato una grande fossa nera nei boschi, e so che deve arrivare dall'altra parte della terra, perché ho visto una stella scintillare sul fondo. Ho avuto paura e, lo so che non mi crederai, mamma, ma quando mi sono messo a correre verso casa, ho visto un grosso pianeta giallo e porpora dietro la stalla!»

Si riscosse da quel falso ricordo. Per quanto la situazione fosse allucinante e misteriosa, lo era un po' meno, ora che lui aveva vissuto per un mese sulla Luna, e aveva attraversato la stessa Luna pilotando un'astronave.

Rivolse la sua attenzione ai filamenti bianchi, che salivano sinuosi dalla punta della Luna. Fece ruotare l'astronave, per seguire con gli occhi il loro percorso curvo tra le stelle, che li faceva divergere all'inizio, per poi convergere di nuovo quando essi svanivano a nord, sopra l'orizzonte violetto del Vagabondo.

Be', se quei filamenti bianchi, in chissà quale misteriosa maniera tenevano legati il Vagabondo e la Luna, era ragionevole pensare che dovessero essere legati intorno a un polo del pianeta. Se fossero stati attaccati a un punto equatoriale del Vagabondo, si sarebbero tesi e spezzati, o si sarebbero attorcigliati intorno al Vagabondo, poiché la Luna stava orbitando a una velocità tre volte superiore a quella impiegata dal pianeta per una rotazione.

Legati insieme! Si sarebbero… attorcigliati! Si accorse dell'enormità di quello che lui pensava. Li considerava dei fili veri e propri, capaci di tendersi e spezzarsi e avvolgersi, come se il Vagabondo e la Luna fossero stati due ornamenti dell'albero di Natale.

Eppure, quei filamenti bianchi devono essere qualcosa di reale.

Li seguì all'inverso, fino al punto in cui raggiungevano la 'punta' della Luna. Il Baba Yaga era davanti alla Luna, ora, ma ancora nella sua ombra perché entrambi stavano ricominciando a passare dietro il Vagabondo… la nera linea del crepuscolo, che egli aveva visto per la prima volta attraverso la spaccatura della luna, era già in vista, e tagliava l'orizzonte violetto.

Così la punta della luna era in ombra, la superficie era bronzea come brace morente. Prese da un ripiano magnetico un binocolo dalle lenti potentissime, e lo regolò con cura.

Sulla punta bianca della luna si vedeva una dozzina di immensi pozzi conici, le cui superfici interne ruotavano rapidamente in senso orario, come se fossero stati dei gorghi e dei maelstrom nell'oceano di roccia che si frantumava.

Ogni sottile filamento bianco, che diventava color bronzo scuro quando entrava nell'ombra lunare, portava verso il fondo di uno dei gorghi vorticosi, continuando a girare in una specie di circuito chiuso, seguendo la velocità di rotazione del gorgo. I filamenti parevano inspessirsi, verso il punto in cui terminavano.

Intorno a ciascun pozzo c'erano tre o quattro punti luminosi, viola o color limone. Aveva già visto uno o due punti luminosi simili a quelli lungo i filamenti. Don si domandò d'un tratto se quelle non fossero immense astronavi, presumibilmente partite dal Vagabondo, e se non stessero per caso generando dei campi gravitazionali o inerziali di natura a lui ignota.

Perché la supposizione logica che si doveva fare, dall'osservazione dei gorghi lunari e dei filamenti che vi penetravano, era chiarissima: in chissà quale arcana maniera, la sostanza della luna, sotto forma di polvere e di roccia finissima e forse anche di rocce più voluminose, veniva risucchiata dalla superficie del satellite, e trasportata attraverso lo spazio verso il polo nord del Vagabondo.

Arab, Pepe e 'High' erano sulla riva dell'Hudson, e consumavano assieme un'altra dose di droga, pronti a gettarla nell'acqua limacciosa e coperta da uno strato oleoso, se qualcuno fosse venuto da quella parte.

Ma nessuno veniva. La città era immersa in un'immobilità innaturale anche per le sei del mattino. Così 'High' versò la polvere, e Arab accese un'altra pipa, e se la passarono l'un l'altro.

Il loro arrivo al fiume, dopo una deviazione a nord, per aggirare i grattacieli, e sotto l'Henry Hudson Parkway, era stato piuttosto deludente. Non c'era stato, semplicemente, nulla a ovest, all'infuori del cielo pallido e delle lontane banchine e dei moli.

«È scomparsa, chissà come,» decise 'High'. «Forse è andata a letto.» Rise. Il suo sguardo si posò sulla Tomba di Grant. «Cosa ne pensi, generale?»

«Il fiume sembra alto, ammiraglio,» giudicò Arab, corrugando la fronte, e accendendo per la terza volta la pipa.

«Sicuro,» ammise 'High'. «Guarda come arriva alle banchine!»

«Quella non è una banchina,» protestò con disprezzo Arab. «Quello è un barcone affondato.»

«Fa lo stesso, l'acqua è alta tre metri più di quando siamo venuti.»

«Sei pazzo!»

«So anche dove lei è scomparsa,» esclamò d'un tratto Pepe. «Quella grossa cosa purpurea e dorata è anfibia… un pallone sottomarino! Si immerge. Per questo il fiume è alto… lo ha fatto gonfiare lei. Adesso è nascosta laggiù, e sta brillando al buio e all'umido.»

Mentre gli altri tremavano, per il delizioso orrore prodotto da quel pensiero, Pepe si fregò la guancia con le dita ingiallite della mano, ed esclamò di nuovo:

«No, aspettate! Non è come ho detto. Quella è un'esplosione atomica congelata. Hanno dato inizio all'esplosione, poi hanno congelato la palla di fuoco. Così lei galleggia qua e là, come un fulmine sferico, prima sopra il fiume, poi sotto. Quando sarà sgelata, la città farà bum! Guardate là!»

Il sole rosseggiante riverberava da file di finestre, dall'altra parte del fiume, finestre così basse che parevano far parte dell'acqua. Improvvisamente, l'orrore simulato diventò per tutti loro spaventosamente reale… l'improvviso terrore, contro il quale nessun fumatore di 'erba' può essere completamente sicuro.

«Venite!» Arab bisbigliò, e il bisbiglio era un grido raggelato dal terrore.

Si voltarono, e si misero a correre disperatamente verso Harlem.

Jake Lesher guardò ironicamente la folla che si assottigliava. Con la calata del Vagabondo, e la discesa sulla Terra della grigia, fredda luce del mattino, l'eccitazione era lentamente svanita da Times Square. I detriti lasciati dal terremoto parevano soltanto immondizie, dovute alla trascuratezza della folla… uno dei tanti progetti di demolizione di Manhattan.

Con incredulità, come se fossero state immagini uscite da qualche oscura divagazione musicale per metà sognata, per metà vissuta, egli ricordò la canzone di Sal, e la folla ondeggiante sotto la grande luce purpurea e ambrata. Poi il suo viso si distese, e gli occhi si allargarono, ma smisero di fissare ciò che li circondava, quando egli sentì sul bordo della sua immaginazione la carezza vaga dei primi, sottili filamenti di un sogno… o di una trama, perché le due cose erano molto vicine, nell'universo di Jake.

Sally Harris bruscamente lo prese sottobraccio. Facendolo girare su se stesso, gli bisbigliò rapidamente all'orecchio:

«Vieni, andiamo via da qui prima che quegli altri lupi mi trovino. Ci sono solo quattro isolati.»

«Non dovresti prendermi così di sorpresa, Sal,» si lamentò Jake. «Mi stava venendo un'idea… un'idea da soldi. Dove andiamo?»

«Avevi appena detto che ormai nulla avrebbe potuto sorprenderti. Ah! Stiamo andando a fare colazione, nell'attico di Hugh Hasseltine… io, e la mia chiave. Dopo quel terremoto, più in alto vado, meglio mi sento.»

«Più in alto sei, più in basso cadi,» rispose giudiziosamente Jake.

«Già, ma gli oggetti non mi cadranno addosso. Avanti, la tua idea verrà meglio a stomaco pieno.»

In alto, nel cielo, cominciavano ad apparire dei filamenti rosati.

CAPITOLO XVI

Doc grugnì, soddisfatto, e disse:

«Non credo che un altro sandwich mi farebbe male.»

«Abbiamo pensato che sarebbe stato meglio conservarne la metà,» gli disse la donna magra in tono di scusa, dalla parte opposta del lungo tavolo.

«L'idea è stata mia,» aggiunse il giovane Harry McHeath, imbarazzato.

«E probabilmente l'idea è buona,» concesse Doc. «Uscita dalla Famiglia Robinson Svizzera, vero? Qualcuno gradirebbe un sorsetto di Scotch?» Dalla tasca sinistra della giacca estrasse una bottiglia da mezza pinta. La grassona sbuffò.

«Meglio conservarlo per qualche caso di emergenza, Rudy,» disse con calma Ross Hunter.

Doc sospirò, e infilò di nuovo la bottiglia nella tasca.

«Suppongo che la seconda tazza di caffè sia stata severamente proibita dal Comitato di Salute Pubblica, vero?» brontolò.

Harry McHeath scosse il capo, nervosamente, e si affrettò a versare dell'altro caffè a Doc e agli altri.

Rama Joan disse:

«Rudolf, secoli fa lei si stava chiedendo che cosa producesse i colori del Vagabondo.»

Aveva fatto sdraiare Ann su due sedie accostate, vicino a lei, avvolta nel soprabito che qualcuno aveva dimenticato; la testa della bambina era appoggiata sulle gambe della madre. Rama Joan stava fissando il Vagabondo. La macchia gialla orientale adesso era completamente circondata dalla porpora, e questo distruggeva l'illusione delle fauci voraci. Le due macchie gialle polari si stavano rimpicciolendo, mano a mano che la rotazione del pianeta le portava fuori vista. L'effetto, in quel momento, sembrava quello di un bersaglio purpureo, con un grande centro giallo. Nel frattempo, la luna percorsa da reticolati vaghi e indistinti di spaccature, ormai a forma di losanga, aveva quasi terminato una seconda attraversata a ovest della faccia visibile del Vagabondo.

Rama Joan disse:

«Non credo che si tratti di una configurazione naturale, tutt'altro. Credo che si tratti semplicemente di una… decorazione. Un effetto ornamentale.» Fece una pausa. «Se esistono degli esseri capaci di guidare il loro pianeta attraverso l'iperspazio, certamente sarebbero in grado di dargli un aspetto che essi considerino artistico e distintivo. I cavernicoli non dipingevano l'esterno delle loro case, ma noi sì.»

«Sa che questo mi piace?» disse Doc, schioccando le labbra. «Un pianeta dipinto in due toni di colore. Per impressionare i vicini della galassia accanto.»

Wojtowicz e Harry McHeath risero con evidente disagio. Bacchetto pensò: Involontariamente, essi salgono verso la comprensione della gloria di Ispan. Hunter, a voce bassa ma vibrante di tensione, disse:

«Se fossero così progrediti, non credo che userebbero un pianeta naturale; ne traccerebbero il progetto, e lo costituirebbero come vogliono. Accidenti, questa sembra una pazzia!» concluse, rapidamente.

«Niente affatto,» gli assicurò Doc; «Sarebbe dannatamente efficace usare tutto il volume di un pianeta. Una prova di efficienza. Si potrebbero sistemare magazzini e dormitori e generatori fino al nucleo. Naturalmente, per questo sarebbero necessarie delle opere gigantesche di sostegno e di ingegneria, ma…»

«Se si possedesse il segreto dell'antigravità, non ci sarebbero delle difficoltà così enormi,» disse Rama Joan.

«Accidenti,» disse Wojtowicz, con voce atona.

«Come sei brava, mammina,» osservò Ann, con voce assonnata.

Hunter disse:

«Se si potesse cancellare la gravità di un pianeta rotante, bisognerebbe avere la maniera di tenerlo assieme con mezzi molto potenti, per impedire che la forza centrifuga lo faccia dissociare nelle componenti fondamentali.»

«Niente affatto,» gli disse Doc. «La massa e la velocità inerziale sparirebbero contemporaneamente.»

Paul si schiarì la voce. Era seduto accanto a Margo, e si era tolto la giacca posandola sulle spalle della ragazza. Aveva anche l'idea di circondarle le spalle con un braccio se non altro allo scopo molto pratico di scaldarsi un poco, ma qualcosa lo aveva fatto esitare fino a quel momento. Disse:

«Se esistessero delle creature così progredite non userebbero anche la massima prudenza, per evitare di danneggiare, o perfino di turbare, qualsiasi pianeta abitato cui si avvicinassero?» Aggiunse, in tono incerto, «Suppongo con questo di sottintendere l'esistenza di qualche benevola Federazione Galattica, o di un equivalente…»

«Un Ministero per il Benessere Cosmico,» suggerì Doc, in tono ironico.

«No, lei ha perfettamente ragione, giovanotto,» disse in tono autoritario la grassona, mentre la donna magra annuiva, tenendo le labbra serrate. «La prima legge degli Abitatori dei Dischi è quella di non fare alcun male alla vita, ma di amarla, e coltivarla, e proteggerla.»

«Ma è questa la prima legge della General Motors?» volle sapere Hunter. «0 del generale Mao?»

Rama Joan fece un sorriso misterioso, e domandò a Paul:

«Quando lei compie un viaggio in automobile, quali precauzioni speciali prende per non investire cani e gatti? I formicai sono tutti catalogati e circondati da cartelli di avviso, nel suo giardino?»

«Ancora appassionata per la sua teoria dei demoni, eh?» osservò Doc.

Rama Joan si strinse nelle spalle.

«I demoni e i diavoli potrebbero essere semplicemente degli esseri intenti nei loro scopi, che ora casualmente si scontrano con i suoi.»

«Allora il male è soltanto un incidente d'auto?»

«Forse. Ricordi che esistono dei guidatori imprudenti, e perfino degli automobilisti che usano un'auto per esprimersi.»

«Anche se l'auto è un pianeta?» chiese Paul.

Rama Joan annuì.

«Uhm. Io, per esprimermi, generalmente mi accontento di denudarmi,» asserì Doc, ridacchiando perfidamente.

Magro, che teneva le mani intorno al corpicino addormentato di Miao, intervenne a questo punto:

«Quando guido io, riesco a vedere un gatto sul marciapiede a tre isolati di distanza. I gatti sono persone. Ecco perché non avrei mai potuto entrare a Vandenberg, anche se fossero stati più decorosi su tutto il resto.»

«Ma le persone sono sempre persone?» le domandò Hunter, con un sorriso.

«Di questo non ne sono sicura,» ammise lei, arricciando il naso.

La grassona fece un suono di disgusto. Rama Joan disse gentilmente a Margo:

«Spero che quando le cose si faranno… be'… più scomode, lei non rimpiangerà mai di avere rinunciato a Vandenberg per venire con noi. Ha avuto l'occasione di scegliere, sa; le occasioni vengono una volta sola.»

Wojtowicz balzò in piedi.

«Guardate là!» gridò.

Stava puntando il braccio verso la distesa di sabbia, dove un paio di fari stavano salendo e scendendo. E in quel momento, alle loro orecchie giunse il ronzio pesante di un motore.

«Paul,» disse Hunter, «Sembra che il maggiore Humphreys abbia cambiato idea, e abbia mandato qualcuno a prenderla.»

«Viene dalla direzione sbagliata,» disse Doc.

«Già,» aggiunse Wojtowicz, «Viene dall'autostrada, e sta aggirando la frana.»

I fari rallentarono, esitarono, si affievolirono, poi ritornarono vividi. Il riverbero rendeva difficile distinguere l'auto, malgrado la luminosità dell'aria.

«Rimarranno bloccati, chiunque siano,» esclamò Margo.

«No, se accelerano ce la faranno,» disse Wojtowicz.

L'auto venne avanti come se avesse voluto sfondare la piattaforma, e poi frenò bruscamente, a quindici metri di distanza, e spense i fari.

«È il camioncino degli Hixon!» disse l'Omino.

«E quella è la signora Hixon,» disse Doc, quando una figura che indossava dei minishorts grigi e una maglietta del medesimo colore scese dal retro del camioncino, e corse verso di loro.

Wojtowicz, Ross Hunter e Harry McHeath corsero incontro alla donna. Quando la signora Hixon passò loro accanto, gridò:

«Andate ad aiutare Bill a curare Ray Hanks. Ray ha una gamba rotta.» Poi salì con un balzo sulla piattaforma.

Quella sera, poche ore prima, la signora Hixon era stata una bella donna, ma ora le mani, il viso, i minishorts e la maglietta erano macchiati di terriccio, i capelli erano scomposti come quelli di una Erinni, le labbra erano tese e scoprivano i denti, e gli occhi erano vitrei e sbarrati. C'era del sangue sul mento della donna. Non appena si fu fermata, cominciò a tremare violentemente.

«L'autostrada è bloccata su entrambi i sensi,» ansimò. «Abbiamo perduto gli altri. Credo che siano morti. Credo che tutto il mondo sia andato a pezzi. Mio Dio, avete qualcosa da bere?»

Doc disse, «L'ha voluto lei,» a Hunter, quando estrasse di tasca la sua bottiglia, versò una doppia dose in una tazzina da caffè vuota, e cominciò ad aggiungere dell'acqua. La donna afferrò la tazzina prima che Doc potesse finire, e trangugiò tutto avidamente, poi rabbrividì di nuovo. Doc le circondò le spalle con un braccio, e disse, con forza:

«Adesso ci racconti tutto, punto per punto,» La sua stretta si accentuò. «Dall'inizio.»

«Avevamo disseppellito tre auto. Quella di Rivis, il nostro camioncino e l'utilitaria di Wentcher. Le altre erano sepolte troppo in profondità, ma quelle bastavano a portarci tutti comodamente. Nel camioncino siamo saliti soltanto io, Bill e Ray. Quando siamo arrivati sull'autostrada, non abbiamo incontrato alcun traffico. Questo avrebbe dovuto metterci in guardia, ma sul momento abbiamo pensato soltanto di essere stati fortunati. Cristo! Rivis è andato a nord. Noi ci siamo diretti verso Los Angeles, seguendo l'utilitaria. L'autoradio è riuscita a captare due stazioni, malgrado le continue scariche di statica. Solo dei brevi frammenti. Niente, all'infuori del grande terremoto di Los Angeles… fate questo, fate quello, non fate quell'altro. Abbiamo dovuto compiere molte deviazioni, per aggirare rocce e frane. E ancora nessuna automobile in vista. Eravamo dove non c'era spiaggia, ma solo uno strapiombo sul mare.

«La strada si è gonfiata… così, semplicemente, senza alcun preavviso, mio Dio! Ha fatto sussultare l'auto, portandola come se fosse stata una barca. Lo sportello si è aperto, e Ray Hanks è caduto. Io mi sono aggrappata a Bill. Lui frenava, tenendosi puntellato al sedile. Le colline sono crollate. Una roccia grossa come una stanza è piombata sulla strada, davanti a noi, aprendo una spaccatura larga tre metri. Ricordo di essermi morsa la lingua. Bill ha fermato l'auto. Anche la strada ha smesso di gonfiarsi. E allora io ho sentito la polvere, soffocavo, ma poi, attraverso la polvere, ho sentito un gran rumore d'acqua, dove la roccia era caduta in mare… lo spruzzo è arrivato fino a noi. Così avevo in bocca il sapore di sale e di sangue e di polveri, e mi sentivo tremare tutta.

«A questo punto, è caduto un silenzio spaventoso. La strada, davanti a noi, era bloccata, con mucchi di detriti e il fondo smosso. Non so se avremmo potuto salire sulla montagna di detriti, da quella parte; ne avevamo l'intenzione, perché non sapevamo se l'utilitaria fosse rimasta sepolta, o fosse sfuggita, o chissà che altro. In quel momento, è avvenuto un altro smottamento. Un masso grosso come un leone mi ha mancata di così. Un altro è semplicemente esploso, come un fuoco d'artificio. Bill mi ha fatto salire in auto, e lui mi ha preceduto a piedi, tra le nuove frane, indicandomi dove mettere le ruote, in quell'inferno di montagnole e di crepacci e di detriti. Tossiva, e mandava un sacco di maledizioni al nuovo pianeta.

«C'era qualcun altro che stava urlando delle maledizioni… a noi, però. Era Ray. Lo avevamo dimenticato. Aveva una gamba spezzata, sopra il ginocchio, ma lo abbiamo sistemato sul retro. Io sono rimasta accanto a lui. Bill ormai poteva girare l'auto, la strada era ampia a sufficienza, e così siamo tornati indietro.

«Le frane continuavano, ma siamo riusciti ad aggirarle. Ora avremmo voluto incontrare delle auto sulla strada, ma non c'era nessuno. Bill si è fermato a un posto telefonico, ma era muto, e la luce, nella cabina, si è spenta proprio mentre lui cercava di captare un segnale. La radio era soltanto una bailamme di scariche di statica. L'unica parola che, apparentemente, riuscivamo a captare, tra le scariche, era fuoco! Ray e io continuavamo a urlare a Bill di andare più in fretta e più adagio.

«Abbiamo superato lo svincolo, qui vicino, ma dopo un quarto di miglio la strada era bloccata da un'altra frana, non un'anima in vista, nemmeno una luce… a parte quella maledetta cosa lassù. Siamo tornati qui. Non c'era alcun posto in cui andare, altrimenti.»

Respirò profondamente. Doc domandò:

«E quelle piccole strade che attraversano le montagne di Santa Monica? E in particolare, cosa ne è stato della Collinare di Santa Monica?»

«Piccole strade?» La signora Hixon lo guardò, pensierosa e stupita, poi cominciò a ridere e a singhiozzare nello stesso tempo. «Maledetto, stupido pezzo d'idiota, quelle montagne sono state agitate come un covone di fieno!» La risata diventò incontrollabile. Doc le mise le mani sulla bocca. Lei si dibatté selvaggiamente per un momento, poi abbassò il capo, afflosciandosi. Wanda e la donna magra vennero ad aiutare Doc, e accompagnarono la signora Hixon più avanti, sulla piattaforma. Rama Joan le seguì, dopo aver chiesto a Margo di prendere il suo posto, come guanciale per Ann, che stava osservando, attenta come un topolino.

Paul disse a Doc:

«Mi sorprende che non ci fossero delle altre automobili intrappolate in quel pezzo di autostrada. Sembra una cosa innaturale.»

«Probabilmente sono passate prima delle precedenti frane, quelle più leggere,» disse Doc. «E le stesse frane avrebbero impedito il passaggio alle auto successive, che avessero voluto percorrere la strada. Eppure, malgrado tutto quello che ha detto, io penso che alcuni siano riusciti a sfuggire al terremoto, prendendo la Collinare di Santa Monica.»

Hunter chiamò:

«Scendete, voialtri, e portate una branda. Dobbiamo far scendere Ray dal camioncino, in modo che qualcuno salga a bordo e raggiunga le nostre automobili.»

Tremanti, senza fiato e barcollanti per la folle corsa attraverso i grattacieli, Arab, Pepe e 'High' imboccarono la 125a Strada, dirigendosi a est, provando inizialmente un senso di maggiore confidenza, essendo entrati nel corridoio della loro amichevole, familiare casa afro-latina.

Ma i marciapiedi, gremiti di folla appena due ore prima, adesso erano vuoti e deserti. Solo una grande confusione di bicchieri e borse di carta, bottigliette vuote e fiaschette da mezza pinta testimoniava che le moltitudini di poco prima erano esistite davvero. Nessuna automobile si muoveva nelle strade, benché qua e là si vedessero delle auto parcheggiate a casaccio, e vuote… due avevano il motore acceso, e il fumo azzurrino usciva dai tubi di scappamento.

I fratelli di viaggio dovettero proteggere gli occhi dal riverbero del sole, quando guardarono a est, cercando qualche segno di vita all'orizzonte; ma a perdita d'occhio si vedeva lo stesso abbandono, la stessa immobilità predominava in tutte le strade laterali che portavano nel cuore di Harlem.

I soli suoni, dapprima, oltre a quelli dei loro passi e dei motori accesi, furono i profluvi sepolcrali di parole che uscivano da radio invisibili, e avevano un suono orribilmente importante, a giudicare dal tono; ma le parole erano incomprensibili, a causa delle continue scariche di statica e della lontananza… e soffocate com'erano dall'eccitato e ugualmente incomprensibile richiamo di sirene e di clacson, lontano.

«Dove sono finiti tutti?» bisbigliò 'High'.

«Attacco atomico,» affermò Pepe. «La Russia ha mandato i fuochi d'artificio. Tutti sono nascosti in cantina. Anche noi dobbiamo andare.» Poi, con un tremito nella voce, «La palla di fuoco si sta sollevando dal fiume.»

«No!» lo contraddisse gentilmente Arab. «Mentre noi eravamo al fiume, la Resurrezione è venuta e finita. I vecchi padri predicatori avevano ragione, dopotutto. Tutti sono stati presi… non c'è stato tempo per fermare i motori e spegnere le radio. Noi siamo gli unici rimasti.»

Si presero per mano e proseguirono in punta di piedi, per soffocare il suono dei loro passi, e avanzarono colmi di terrore.

Sally Harris e Jake Lesher uscirono in punta di piedi dalla piccola scatola di alluminio che li aveva portati per gli ultimi tre piani. Davanti ai loro occhi c'era penombra, con dei riflessi che coloravano un grande pianoforte. Sotto i loro piedi c'era un folto, soffice tappeto.

Sally mandò un sommesso grido di evviva. Con un lungo sospiro, la porta dietro di loro cominciò a scorrere, ma Sally la fermò, e la bloccò con un tavolino che reggeva un vassoio d'argento.

«Cosa tenti di fare?» domandò Jake.

«Non lo so,» disse lei. «Sentiremo il cicalino, se qualcun altro vorrà entrare. Vieni.»

«Aspetta un momento,» disse Jake. «Sei sicura che Hasseltine non sia in casa?»

Sally si strinse nelle spalle.

«Darò un'occhiata, mentre tu saccheggi il frigorifero. Avanti, non hai anche tu una specie di voragine al posto dello stomaco?»

Lo guidò silenziosamente verso la cucina.

Dai Davies ascoltò, con crudele divertimento, le misteriose notizie sul Vagabondo che giungevao per radio, nel piccolo pub sulla riva della Severn, vicino a Portishead, dove era andato, dopo un riposo di due ore, a bere qualche bicchiere del mattino. Di quando in quando, ampliava le notizie con sfoghi di fantasia, per l'edificazione e la soddisfazione dei suoi compagni bevitori, che parevano non apprezzare eccessivamente la cosa:

«Color porpora e ambra, eh? Questo è un grande cartellone pubblicitario che gli americani hanno dipinto su una stella, gente, per pubblicizzare un nuovo succo di frutta e una marca di birra denaturata!» e, «È un super-pallone sovietico, un sacro messaggero, ragazzi, mandato sulla Chicago senza legge per inondare il cuore della patria degli Yankee con una pioggia di copie preziose del santo Manifesto di Marx!»

Le notizie giungevano attraverso il cavo transatlantico, diceva lo sprezzante annunciatore… delle tempeste magnetiche di straordinaria intensità avevano reso impossibile le comunicazioni radio con l'occidente. Dai avrebbe voluto più di ogni altra cosa che Dick Hillary fosse stato con lui… questo delizioso nonsenso era proprio il genere di cosa che avrebbe fatto guaire quel nemico indefesso del volo spaziale e dei romanzi spaziali; inoltre, sarebbe stato un pubblico assai più degno e soddisfacente, per il raro ingegno di un poeta gallese, di quei pessimi bevitori del Somerset.

Ma quando, dopo altri due bicchieri colmi fino all'orlo, le notizie radio cominciarono a comprendere dei rapporti su una luna frantumata e catturata… l'annunciatore aveva un tono ancor più di derisione, ma adesso c'era una nota nervosa, nella sua voce, quasi isterica… l'umore di Dai cambiò bruscamente, e quando gridò nella sua voce c'era emozione da ubriaco, più che ingegno di poeta:

«Rubare la nostra luna, quei dannati Yankee non sono capaci d'altro! Non sanno che Mona appartiene al Galles? E se le fanno del male, noi nuoteremo fino a Manhattan, e li faremo a pezzi, non è vero, miei cari?»

Questo grido incontrò una serie di risposte: «Fa' silenzio, stupido, sta ancora parlando,» «Un gallese che parla a vanvera.» «Sbronzo, direi.» Basta così, lei è ubriaco,» quest'ultima dichiarazione veniva dall'oste.

«Vigliacchi del Somerset!» rispose forte Dai, sollevando il bicchiere come se fosse stato un'arma. «E se non mi seguite, vi inseguirò io, e vi pesterò fino a farvi diventare viola!»

La porta a vetri si spalancò, e una figura dagli occhi bianchi, che sembrava uno spaventapasseri dal lungo impermeabile e dal cappello impermeabile a tesa larga li fronteggiò, sullo sfondo della nebbia esterna.

«C'è qualcosa per radio, con le notizie sulla marea?» gridò questa apparizione all'oste. «Mancano due ore alla bassa marea, e il Canale si sta abbassando come non l'ho mai visto, parola mia! Venite, venite a dare un'occhiata anche voi. Se continua così, un uomo potrà camminare su tutta la costa a mezzogiorno, e un'ora dopo il Canale sarà quasi in secca!»

«Bene!» gridò a gran voce Dai, permettendo all'oste di portargli via il bicchiere e la bottiglia e appoggiandosi a braccia larghe al bancone, mentre gli altri si muovevano con aria curiosa e impaurita verso la porta. «Allora io andrò a piedi, per le cinque miglia di sabbia della Severn, e ritornerò nel Galles, liberandomi di voi del Somerset, smidollati che non siete altro. Perdio, lo farò!»

«E buona passeggiata,» borbottò forte qualcuno, mentre un buontempone aggiungeva, «Se è questa la sua intenzione, le consiglio di andare a est, descrivendo un giro completo… e dovrà percorrere più di cinque miglia, almeno il doppio. Andando diritto, amico, troverà Monmouth, non il Galles.»

«Per me Monmouth è ancora gallese, e maledizione all'Intesa del 1535,» rispose Dai, appoggiando il mento al bancone. «Oh, andate, andate tutti a spalancare la bocca e gli occhi di fronte a questo prodigio delle acque. Io vi dico che gli Yankee, dopo avere rotto e incatenato la luna, ora ci stanno rubando anche l'oceano.»

Il generale Spike Stevens esclamò:

«Chiama il Relé di Natale, Jimmy! Informali che anche la loro immagine comincia a confondersi.»

Gli osservatori nella sala sotterranea erano raggruppati di fronte allo schermo di destra, ignorando l'altro, che ormai da più di un'ora non era altro che un indecifrabile groviglio di disturbi.

L'immagine che veniva dal satellite sopra l'Isola di Natale mostrava il Vagabondo, con la faccia-bersaglio, e con la Luna che stava lentamente scomparendo dietro di esso, ma sia il pianeta che la luna danzavano, si gonfiavano e si distorcevano, mano a mano che le distorsioni elettroniche invadevano lo schermo.

«Ho tentato, generale, ma non riesco a ottenere risposta,» rispose il capitano James Kidley. «La radio e le onde corte sono andate. Le ultracorte se ne stanno andando… ogni tipo di comunicazione che non sia per cavo o per guida d'onda. E anche queste…»

«Ma noi siamo un quartier generale!»

«Mi dispiace, generale, ma…»

«Chiamami il Primo Comando!»

«Generale, loro non…»

Ci fu una forte vibrazione, che veniva dal pavimento, e si udì un rumore crepitante. Le luci ondeggiarono, si spensero, si riaccesero. La sala sotterranea cominciò a ballare. Dei frammenti d'intonaco caddero. Ancora una volta, le luci si spensero… tutte, a eccezione del pallido chiarore dello schermo dell'Isola di Natale.

Bruscamente, la tremolante immagine astronomica sullo schermo fu sostituita dal profilo di una grossa testa felina, con le orecchie a punta e le fauci sorridenti. Sembrava che, lassù, su quel satellite automatico a 23.000 miglia di quota sul Pacifico, una tigre nera avesse guardato con curiosità il telescopio. Per un momento, l'immagine rimase. Poi tremolò, e lo schermo si spense.

«Signore Iddio, cos'era quello?» urlò il generale, nel buio fitto.

«L'hai visto anche tu?» domandò il colonnello Mabel Wallingford. La domanda della donna fu sottolineata da una risata, per metà isterica, per metà esultante.

«Fa' silenzio, stupida cagna!» urlò il generale. «Jimmy?»

«È stata una distorsione casuale.» La voce del giovane ufficiale giunse un po' scossa, dalle fitte tenebre. «Un effetto illusorio. Non potrebbe trattarsi di…»

«Silenzio!» gridò il colonnello Willard Griswold, rivolgendosi a tutti e tre. «Ascoltate!»

Lo sentirono tutti; il rumore di acqua che gorgogliava e avanzava.

A bordo della Principe Carlo, l'agonia delle comunicazioni radio fu particolarmente avvertita.

Senza distinzioni, i ribelli che ora controllavano il transatlantico di lusso, e anche i membri dell'equipaggio fedeli, usando una trasmittente, cercarono inutilmente di trasmettere messaggi sul grande colpo, il primo gruppo indirizzando il messaggio ai suoi capi rivoluzionari, l'altro gruppo alla Marina Britannica. E Wolf Loner, tremila miglia più a nord, stava riflettendo su quanto era bello essere senza giornali e senza radio… provava un certo rammarico, davvero, al pensiero che lui e la sua imbarcazione avrebbero raggiunto Boston troppo presto.

Il campo magnetico del Vagabondo, assai più forte di quello della Terra, era sgorgato dallo spazio con la stessa rapidità del campo gravitazionale, influenzando quasi istantaneamete gli strumenti sensibili a esso. Ma oltre a questa influenza magnetica che pervadeva ogni cosa, c'erano ben più strane influenze dirette che sgorgavano dal Vagabondo, e colpivano il lato della Terra che si trovava di fronte al pianeta. Questi influssi cosmici squarciarono le fasce di Van Allen, e calarono sulla Terra in una raffica paurosa di protoni e di elettroni.

Queste potentissime influenze dirette vennero grandemente intensificate quando la Luna entrò in orbita intorno al Vagabondo, e cominciò a frantumarsi. Esse produssero una forte ionizzazione e altri, più sottili effetti, dei quali il primo risultato percettibile fu quello di rendere impossibile, nella stratosfera e anche nella più bassa atmosfera della Terra, qualsiasi comunicazione elettromagnetica.

Mentre la Prima Notte del Vagabondo avanzava verso ovest, girando intorno al mondo… o piuttosto, mentre il mondo ruotava verso oriente per entrare nella notte, questo avvelenamento del cielo per le onde radio si propagava all'intero globo, dando un enorme contributo alla nebbia della catastrofe che isolava nazione da nazione, città da città e, infine, avrebbe isolato ogni mente dalle altre menti.

CAPITOLO XVII

Mentre l'équipe chirurgica — stranamente assortita, per la verità — formata da Doc, Rama Joan e Bacchetto, si preparava a curare la gamba di Ray Hanks, Clarence Dodd guidò il resto degli uomini in una spedizione fino alle auto sepolte. Con la spinta combinata di tre o quattro uomini alla partenza, il camioncino si mise in moto abbastanza facilmente, nella sabbia, ma tendeva a fermarsi quando tutti tentavano di salire a bordo; così Hixon, l'Omino e il giovane Harry McHeath andarono in macchina, mentre Paul, Hunter e Wojtowicz si misero in cammino per raggiungerli alla frana.

Quando furono quasi arrivati, videro tornare indietro McHeath, che correva portando cerotti, garze e altri oggetti presi dalla valigetta di pronto soccorso di Dodd.

«Non sforzarti troppo, ragazzo,» gli gridò Wojtowicz. «A questo ritmo si fanno i quattrocento metri, non i cinquemila!»

«Quel ragazzo tende a strafare,» disse poi a Paul. «Ne sono responsabile verso le due zie, benché siano due vecchie dame arroganti che non vi raccomando!»

Dopo il breve esodo, aiutarono Dodd e Bill Hixon a scaricare, dal retro del camioncino di Dodd, e a trasferire sul veicolo funzionante, un formidabile assortimento di provviste, equipaggiamenti e oggetti pratici, tra i quali erano compresi scatole di cibo e di birra, coperte, due giacche di cuoio, una piccola tenda, stufetta a carbone, lampade a kerosene, e binocoli da campo… che vennero istantaneamente usati per guardare il Vagabondo, con scarsi risultati: infatti le lenti si limitarono a dilatare le chiazze purpuree e dorate. I binocoli permisero però di osservare con agghiacciante chiarezza gli enormi crepacci sulla superficie schiacciata, ellittica della Luna; l'ampiezza di quelle voragini divenne ancor più spaventosamente comprensibile.

Poi, dal veicolo di Dodd, scaturirono due machetes (Nel vederli, Paul ridacchiò per il romanticismo avventuroso di quegli oggetti) e due fucili con relative munizioni. Infine, tre latte da cinque galloni, e un lungo tubo, che usarono per trasferire la benzina dal serbatoio delle auto sepolte in quello del camioncino, e per ottenere una riserva di quindici galloni.

Wojtowicz si mise in spalla uno dei fucili, e annunciò:

«Ehi, guardate, rieccomi nell'esercito! Avanti… march!… Mi piace scherzare,» spiegò a Paul subito dopo.

Il camioncino carico, pur bloccandosi due o tre volte nella sabbia, compì il viaggio di ritorno abbastanza facilmente.

Il commento di Doc, dopo avere osservato il tesoro, fu:

«Dodd, qui vedo tutto il necessario per casi di emergenza, a eccezione di un liquore forte… o leggero,» aggiunse, scuotendo il capo, incredulo, alla vista dell'etichetta di una latta di pseudo birra, a bassissima gradazione.

«Ho un'ampia provvista di barbiturici e di dexedrina,» ribatté l'Omino.

«Non è la stessa cosa,» si lamentò Doc. «E non sono parziale nei confronti dei liquori. Se ci fosse almeno un po' di mescalina, diciamo, o di hashish, o perfino un po' di marijuana…»

Wanda parve lanciare fiamme dagli occhi. Harry McHeath rise nervosamente, e Wojtowicz disse solennemente, lanciando un'occhiata di avvertimento a Doc:

«Sta scherzando, ragazzo.»

Doc sorrise, e disse alla donna magra:

«Distribuisca il caffè rimasto, Ida. Gli Hixon non l'hanno ancora preso, e non hanno avuto neanche un sandwich, e una tazzina in più, o un boccone, non ci farebbero alcun male. Ora che sappiamo che Dodd ha quintali di caffè solubile, non c'è più bisogno di risparmiare. Inoltre, abbiamo bisogno di un contenitore per l'acqua del serbatoio della casa sulla spiaggia… ho controllato, ed è potabile. Alcuni tra voi potranno pensare che io sia soltanto un maniaco del C2H5OH, ma in pratica a volte mi soffermo perfino sull'H2O.»

Il suggerimento che riguardava il caffè venne accolto all'unanimità. Tutti erano stanchi, e lieti di salire sulla piattaforma, lasciando la sabbia scomoda; perciò presero posto, alcuni seduti sulle sedie, altri sul palco. Al centro, sulla branda, si trovava Ray Hanks, con la gamba fasciata e stretta da una «steccatura» improvvisata. Ma il ferito riposava passabilmente, dopo aver ricevuto una dose del whisky di Doc… e con Bacchetto accanto, che teneva sul suo fianco un leggero «tocco guaritore».

Ida versò il caffè agli Hixon, che ora sedevano fianco a fianco, con il marito che abbracciava la moglie con aria di protezione. I due si guardarono negli occhi, poi si toccarono le tazzine, con aria piuttosto solenne. Questo diede un certo tono all'insieme. C'era qualcosa di solenne in tutti loro, quando cominciarono a sorseggiare le ultime gocce di caffè caldo. Come Hunter aveva intuito prima, ciascuno a suo modo sentiva che quel luogo era una casa, per loro, e temeva il momento della partenza. Là sulla spiaggia non c'erano colline che potessero cadere, né edifici che potessero crollare o bruciare, né tubi del gas che potessero incrinarsi ed esplodere in vampate di fiamma gialla, né fili dell'alta tensione che, crollando, potessero spruzzare il terreno di crepitanti, mortali scariche azzurrine (Certo, c'era la casa sulla spiaggia, che ora pareva sgangherata, con una parete smossa dal terremoto, ma era buia e bassa e le finestre erano sbarrate con delle travi, e così essa poteva essere ignorata). Là non c'erano stranieri che seguissero le loro mosse su schermi segreti, né vittime che potessero supplicare il loro aiuto. Le scariche di statica soffocavano quei messaggi di catastrofe, quegli ordini e quelle proibizioni, tutto quello che la polizia e la Croce Rossa e la Difesa Civile stavano certo ordinando in quel momento, riempiendo l'etere di messaggi. Era meraviglioso sognare di poter restare là… una piccola, affiatata colonia sulla spiaggia… restare là a osservare il Vagabondo, che ora stava scendendo verso l'oceano, con la luna di nuovo nascosta dalla sua forma, e il pianeta che mostrava ora una faccia che ricordava un toro infuriato, che caricava tenendo bassa la testa purpurea, ora che il giallo bersaglio era sparito per metà dietro l'orlo del disco, e una rotondità più grande e più bassa di colore giallo stava apparendo lentamente dall'altra parte. Per caso, o forse addirittura intenzionalmente, due piccoli ovali gialli formavano due occhi. Dodd posò la sua tazza, per tracciare uno schizzo.

«El toro,» disse Margo.

«La testa di una piovra,» disse Rama Joan. «I cretesi la disegnavano proprio così, sui loro vasi.»

«Ma noi dovremmo andarcene da qui… e prima di tre, o quattro ore,» disse improvvisamente Doc, come se si fosse reso conto del sogno di tutti, che nessuno aveva pronunciato, di rimanere sulla spiaggia. «La marea.»

CINQUE ORE

Hunter aggrottò le sopracciglia, in segno di avvertimento, e Doc si affrettò ad aggiungere:

«Adesso, non fraintendetemi… in questo momento non corriamo il minimo pericolo, anzi, tutto il contrario. Qui l'intervallo dell'acqua alta è di circa dieci ore, e ciò significa una bassa marea circa quattro ore dopo che la Luna ha raggiunto il suo zenit, nel cielo. In altre parole, tra circa un'ora avremo la bassa marea. Vedete quanto è lontano il limite del bagnasciuga? Questo ci lascia tutto il tempo per un buon riposo… tempo che io per primo sono deciso a sfruttare.»

«Ma che cosa vuol dire la marea, Doc?» domandò Wojtowicz.

Di nuovo, Hunter si accigliò, e fece un piccolo segno di diniego col capo.

«No, Ross,» disse Doc, rivolgendosi a Hunter. «Credo che sia meglio affrontare la cosa adesso, quando ancora abbiamo tempo per respirare.» Poi, rivolgendosi a Wojtowicz, «Lei sa, naturalmente come la Luna… la massa della Luna… sia la principale causa delle maree. Ebbene adesso lassù c'è il Vagabondo. Si trova approssimativamente nello stesso punto della Luna, così possiamo aspettarci che le maree seguano più o meno lo stesso schema di prima.»

«Meno male,» disse Wojtowicz. «Per un momento mi aveva spaventato.»

Ma quasi tutti gli altri, ora, stavano guardando Doc, e non sorridevano. Doc sospirò, e disse:

«Però, a giudicare dal modo in cui ha catturato la Luna, il Vagabondo deve possedere una massa equivalente a quella della Terra… in altre parole, una massa ottanta volte superiore a quella della Luna.»

Ci fu un silenzio piuttosto prolungato. La parola «ottanta» rimase sospesa nell'aria, come una pietra grigia, che si faceva più grossa e più solida a ogni secondo che passava. Solo Bacchetto e le sue donne non sembravano molto preoccupati. Hunter aveva l'espressione accigliata, e stava scrutando ansiosamente le reazioni degli altri. Rama Joan, le cui ginocchia erano ritornate il cuscino della bambina addormentata, fece d'un tratto un caldo sorriso a Doc. La signora Hixon sollevò una mano, come se avesse voluto esclamare, «Ma…» Suo marito le prese la mano, e la strinse un po' più forte, facendo nello stesso tempo un solenne cenno di assenso a Doc. Paul fece lo stesso, circondando finalmente col braccio le spalle di Margo. L'Omino infilò in tasca il suo blocco d'appunti, e incrociò le braccia.

Doc sostenne lo sguardo degli altri, e fece un sorriso grave, e un po' triste.

Fu il giovane Harry McKeath a dare finalmente voce al pensiero generale.

«Lei intende dire, signor Brecht, che benché le maree possano seguire gli stessi orari e lo stesso ciclo di prima, esse saranno… ottanta volte più grandi?»

«Non ha detto questo!» intervenne in tono acceso Hunter. «Rudy, lei non ha preso in considerazione l'età delle maree. In ogni caso, dovremmo avere un giorno di tregua. Oltre a questo, le maree sono un fenomeno di risonanza… dovrebbe occorrere molto tempo, perché le bande delle maree oceaniche comincino a vibrare con maggiore ampiezza.»

«Questo può essere vero,» disse Doc. «Inoltre, ci saranno altri effetti moderatori, che potranno ridurre il fattore di ottanta. Però,» proseguì, con maggiore fermezza, «Quel pianeta dipinto in due tonalità è lassù, e non c'è ragionamento che possa cambiarne la massa. Avete visto tutti quel che ha già fatto alla Luna. Forse ci vorranno sette ore, o forse una settimana, ma l'acqua alta verrà, e quando verrà io mi sentirò più sicuro con un paio di colline sotto di me. È per questo che ho chiesto notizie sulla Collinare di Santa Monica,» spiegò agli Hixon. «Malgrado tutto,» continuò con voce forte, soffocando il brusio che aveva seguito le sue parole, «Prima che un uomo compia uno sforzo, egli raduna le sue forze… come io sto per fare ora. Chiunque voglia sprecare energia a blaterare inutilmente, si accomodi. Non mi darà fastidio.»

Detto questo, si sdraiò su quattro sedie allineate, portò le braccia sugli occhi e, dopo qualche tempo, cominciò sonoramente a russare.

Don Merriam, che si trovava per la seconda volta dietro il Vagabondo, improvvisamente pensò alla minaccia che la sola esistenza di quel pianeta poteva costituire per la Terra. Ci sarebbero stati dei terremoti… probabilmente… e gigantesche ondate di marea… certamente, anche se non sapeva con sicurezza quanto tempo ci sarebbe voluto ad accumularle… e avrebbe potuto esserci… be', lui non pensava che, a quella distanza, il Vagabondo avrebbe potuto spaccare la Terra, eppure avrebbe voluto vedere la Terra in quel momento, con il binocolo, per rassicurarsi.

Il suo dovere era quello di avvertire la Terra, o almeno di tentare, benché il tentativo sembrasse senza speranza. Riscaldò la radio del Baba Yaga, e cominciò alternativamente a trasmettere e ad ascoltare. Una volta, gli parve di udire il principio di una risposta, ma il segnale svanì.

Si domandò se qualcuno non fosse in ascolto, su quel nero emisfero dalle strane chiazze verdi.

Arab Jones e i suoi fratelli di viaggio, sull'Isola di Manhattan, avevano già trascorso una parte del giorno almeno doppia della parte di notte che ancora restava agli studiosi dei dischi volanti, dato che la linea dell'alba, in quel momento, stava avanzando verso ovest, attraverso le Montagne Rocciose, alla consueta velocità di 700 miglia orarie, spruzzandole di chiarori rosati e attirando gli avvoltoi sulla mesa solitaria di Asa Holcomb.

Nelle vicinanze di Roosevelt Square, Arab puntò il braccio verso i tetti, e gridò:

«Eccoli lassù!»

'High' e Pepe guardarono a loro volta. I tetti bassi erano una selva di gente, e spiegavano in parte il mistero della 125a Strada deserta. Alcune persone stavano guardando in basso, e altre stavano facendo dei segnali frenetici, e gridavano.

Ma era impossibile capire le parole, a causa del brontolio di un tassi abbandonato, parcheggiato così vicino che 'High', barcollante, usò uno degli sportelli aperti per appoggiarsi.

«Sono pazzi, se credono di sfuggire alle bombe a quel modo,» disse Pepe, guardando in alto. «Le bombe vengono dallo spazio, non salgono attraverso la roccia, non vengono certo dal vecchio Pellucidar!»

«Ne sei sicuro?» domandò 'High'. «Forse quella palla di fuoco sta venendo dal fiume, attraverso i canali di scarico.»

«Stanno aspettando tutti la palla di fuoco!» gridò Arab, spalancando le braccia per comprendere tutti i tetti della zona. «Ma sono già morti tutti! Sono un museo delle cere sulle cime dei tetti! Tutta New York è morta.»

Bruscamente, lo stimolo di paura di quest'ultima visione diventò un terrore paurosamente reale, ed egli pensò di essere spiato, e spinto, e attirato e infine irresistibilmente preso da tutte quelle scure mummie viventi di cera, che si trovavano quindici metri più in alto… e la visione diventò intollerabile.

«Andiamocene da qui!» urlò 'High'. Si rannicchiò un momento, e poi s'infilò nel tassi. «Io me ne vado!»

'High' si era messo al volante, e Arab e Pepe s'infilarono pesantemente nel sedile posteriore. Un balzo in avanti del tassi chiuse lo sportello, e li mandò ad affondare nel sedile di cuoio freddo e lucido, mentre 'High' si dirigeva a ovest, accelerando continuamente, e descrivendo una strana sarabanda tra centinaia d'auto abbandonate.

L'improvvisa frenesia di uscite di intere sezioni della Polizia e dei Vigili del Fuoco di New York, con un concerto di ululati che disturbava il rapido e sensato prepararsi della città alla catastrofe, fu dovuta a un certo numero di fattori concomitanti: dei rapporti esagerati sulla pressione della marea a Hell Gate, e dei danni riportati dal Centro Medico di Broadway, ordini errati o confusi impartiti da un cervello elettronico che si trovava nel centro sotterraneo del nuovo sistema automatico di coordinamento urbano… il cervello elettronico era entrato in corto circuito, per l'afflusso di acqua… e una falsa segnalazione di disordini nel centro commerciale.

Eppure, la bailamme generale fu dovuta in gran parte al sistema nervoso degli uomini… nuda paura alleata al frenetico bisogno di uscire e di fare in tutti i modi la parte dell'eroe. Fu come se il Vagabondo avesse finalmente realizzato le antiche superstizioni che affermavano come i raggi della Luna fossero portatori di pazzia. Per tutto l'emisfero occidentale… a Buenos Aires come a Boston, a Valparaiso come a Vancouver, ci furono le stesse, inutili, insensate sortite.

'High' Bundy stava ancora accelerando, tre isolati a ovest di Lenox, quando lui, Pepe e Arab udirono l'avvicinarsi delle sirene. Dapprima non capirono da dove esse venissero, ma solo che si avvicinavano, perché si facevano sempre più forti a ogni istante che passava.

Poi il tassi attraversò l'Ottava Avenue, e mentre il rauco ululato aumentava, essi videro avanzare a tutta velocità, lungo l'Ottava, a meno di un isolato di distanza, due pantere della polizia affiancate, e altre subito dopo, con le luci rosse di segnalazione ammiccanti.

'High' pigiò il pedale del gas con maggiore forza. Il suono delle sirene avrebbe dovuto diminuire per un paio di secondi, mentre c'erano degli edifici tra il tassi e le pantere. Ma non diminuì. Si fece più forte.

C'era un vecchio camioncino, abbandonato al centro della strada, all'incrocio successivo. 'High' si preparò a sorpassarlo a destra. Una pantera della polizia e un'auto dei vigili del fuoco uscirono come proiettili dalla Settima Avenue, da sud, e girarono per sorpassare il camioncino, ciascuno da un lato. 'High' premette l'acceleratore e non sterzò, passando a pochi millimetri dai parafanghi delle due auto, e attraversò la Settima con pochi centimetri di anticipo su una grossa autopompa dei pompieri, che seguiva le altre due auto a meno di una lunghezza. Pepe riuscì a scorgere il grande cappello rosso e il viso dagli occhi sbarrati dell'autista, e si mise le mani sugli occhi, tanto fu vivida l'impressione di uno scontro inevitabile.

Il tassi non era giunto neppure a metà dell'isolato successivo, quando l'incrocio, più avanti, si riempì di altre automobili rosse e nere, che sfrecciavano verso nord. Il concerto delle sirene, davanti e indietro, era lacerante.

Se i fratelli di «viaggio» non fossero stati carichi di droga, avrebbero potuto rendersi conto che la bailamme di auto della polizia e di autopompe che venivano da Manhattan bassa non aveva nulla a che fare con loro, personalmente, e che i minacciosi veicoli non convergevano sulla 125a Strada, ma continuavano la loro folle corsa verso nord.

Ma i fratelli di «viaggio» erano pieni di droga, e il magistrale stimolo di paura dell'inseguimento della polizia era sopra di loro. Pepe si convinse che loro sarebbero stati i capri espiatori, per un tentativo di distruggere Manhattan con bombe congelate… li avrebbero accusati di aver creato la palla di fuoco, e li avrebbero condannati con l'unica prova di un accenditore Zippo.

Arab sapeva che lo scopo della polizia era quello di spingerli sul tetto più vicino, per legarli lassù insieme alle ghignanti mummie di cera.

'High' pensò, semplicemente, che dovevano averli visti a fumare «erba» vicino al fiume… probabilmente, li avevano scoperti con la telepatia. Frenò, facendo fermare il tassi quasi davanti a Lenox. Scesero tutti.

L'entrata della metropolitana si spalancava come il nero invito di una caverna o di una tana, promettendo la sicurezza che tutti gli animali spaventati bramano. L'ingresso era parzialmente bloccato da una transenna bianca, ma i tre passarono oltre, e scesero di corsa le scale.

La biglietteria era vuota. I tre corsero fino ai binari. C'era un treno illuminato in attesa, con le portiere aperte. Ma a bordo non c'era nessuno.

La stazione era illuminata, ma non videro nessuno, da nessuna parte, su quella piattaforma o su quella di fronte.

Il treno vuoto stava ronzando sommessamente e insistentemente, ma dopo che le sirene si furono perdute in lontananza, non si udirono altri rumori.

CAPITOLO XVIII

Malgrado il russare vigoroso di Doc, destinato a rialzare il morale della compagnia, nessuno, a eccezione di Rama Joan, cercò di seguirne l'esempio, e dopo mezz'ora lo stesso Doc rizzò il capo, si mise a sedere, appoggiandosi ai gomiti, e s'inserì in una discussione tra Paul e Hunter sui sentieri cosmici che la Terra e il Vagabondo avrebbero seguito, rispettivamente.

«Ho già fatto i calcoli mentalmente… con una certa approssimazione, è naturale,» disse Doc. «Presumendo che siano di massa uguale, essi gireranno intorno a un punto mediano tra loro in un mese della durata di circa diciannove giorni.»

«Dovrà essere più breve, non c'è dubbio,» obiettò Paul. «Be', possiamo vedere con i nostri occhi a quale velocità si stia muovendo il Vagabondo.» Indicò il punto ove il pianeta straniero, ora di color mattone e arancio chiaro, si stava inclinando, tuffandosi nell'oceano, con il giallo ovale della luna che passava sulla faccia del pianeta, quasi da basso.

Doc ridacchiò:

«Quel movimento è soltanto la rotazione della Terra… lo stesso fenomeno che fa sorgere e tramontare il sole.» Poi, quando Paul si diede una manata sulla fronte, pensando alla propria stupidità, Doc aggiunse, «È un errore classico abbastanza naturale… continuo a farlo anch'io, mentalmente, e questo l'ho ereditato dai miei antenati cavernicoli, insieme alle ossa della coda! Ehi, guardate quanto si è ritirato il mare! Ross, temo che gli effetti di marea si mostrino più presto di quanto pensassimo.»

Paul, cercando di ritornare al nocciolo della discussione, si sforzò di visualizzare il quadro d'assieme… il fatto che maree ottanta volte più alte volevano dire anche maree ottanta volte più basse, a intervalli di sei ore, nella maggior parte dei luoghi.

«Tra parentesi,» aggiunse Doc, «Ci vorranno circa dieci giorni per entrare in quell'orbita di diciannove giorni, poiché l'accelerazione della terra è solo di circa cinque centesimi di pollice al secondo. Quella della luna, anche in relazione al Vagabondo, dev'essere stata di circa un metro e venti al secondo, cumulativa, naturalmente.»

Una fredda brezza di terra cominciò a soffiare, raggelando la nuca di Paul. Egli strinse ancor più la giacca intorno al corpo… Margo gliel'aveva restituita, quando l'Omino le aveva dato una delle giacche di cuoio. Malgrado ciò, Margo aveva infilato Miao nella giacca, per ottenere un po' di calore in più; e fissava in silenzio la spiaggia lunga e piatta.

«Guardate come la luce si riflette sulla sabbia umida,» disse Margo, senza rivolgersi a nessuno in particolare. «Come ametiste e topazi accumulati così, senza un disegno preciso.»

«Zitta,» disse la donna grassa, che era accanto a lei. «Lui sta ricevendo dei messaggi.»

Dall'altra parte, sempre accanto a Wanda, Bacchetto stava fissando il Vagabondo come se fosse stato ipnotizzato dalla sua luce, con il mento appoggiato al pugno chiuso, in un atteggiamento che faceva pensare al «Pensatore».

«L'imperatore dice, 'Nessun male venga fatto alla Terra',» dichiarò in quel momento Bacchetto, con voce monotona, quasi in trance. «'Le sue acque turbolente saranno quietate, e gli oceani si ritireranno dalle coste'.»

«Un pianeta pieno di Re Canuti,» mormorò gentilmente Doc.

«Il suo imperatore avrebbe dovuto muoversi prima, per scongiurare i terremoti,» disse acidamente la signora Hixon. Il signor Hixon le posò la mano sul braccio, e le mormorò qualcosa. Lei si strinse nelle spalle, ma non fece altri commenti.

Rama Joan aprì gli occhi.

«Come stanno andando le sue teorie adesso, Rudolf?» domandò a Doc. «Angeli o demoni?»

Lui rispose:

«Intendo aspettare fino a quando uno non voli abbastanza vicino a me, perché io possa vedere se le sue ali sono di piume o di cuoio.» Poi, rendendosi conto che la sua non era stata necessariamente una battuta di spirito, lanciò una rapida occhiata al Vagabondo, simulando un brivido ironico. Poi si alzò in piedi, si stirò, e osservò la piattaforma.

«Ah, vedo che avete caricato il camion, mentre io dormivo,» fu il suo commento. «Ottima idea. Non avete dimenticato nemmeno i contenitori dell'acqua… immagino che si debba ringraziare lei per questa idea, Dodd.» Poi, a bassa voce, rivolgendosi a Hunter, «Come sta Ray Hanks?»

«Non si è nemmeno svegliato, quando abbiamo issato la branda a bordo. Lo abbiamo avvolto con una coperta.»

Si udì un grande ronzio nel cielo. Tutti s'immobilizzarono. Molti lanciarono sguardi apprensivi in direzione del Vagabondo, come se avessero temuto che qualcosa arrivasse di là. Poi Harry McHeath chiamò, eccitato:

«È un elicottero di Vandenberg… credo…»

Ma aveva l'aspetto di un normale elicottero d'osservazione della guardia costiera, che scivolava lentamente verso il mare, per poi descrivere un ampio arco e ritornare verso la spiaggia, a una quota di circa quindici metri da terra. Improvvisamente, l'elicottero si diresse verso di loro, e rimase sospeso in alto. Il ronzio diventò un ruggito. Il vento prodotto dalle eliche fece volar via i programmi accumulati sulla sedia.

«Quel maledetto idiota non cercherà di atterrare sulla nostra testa?» domandò Doc, guardando in alto, come tutti gli altri.

Una grande voce dominò il ronzio e scese su di loro:

«Andate via! Andate via da qui!»

«Be', che bastardi!» ruggì Doc, in modo che non si riuscì a capire ciò che la voce disse subito dopo. «Non sono soddisfatti di averci sbattuto la porta in faccia. Adesso ci ordinano di lasciare anche il quartiere!» Accanto a lui, l'Omino sollevò il pugno, e lo agitò rabbiosamente.

«Andate via subito dalla spiaggia!» terminò la grande voce, quando l'elicottero s'inclinò e continuò il suo tragitto lungo la costa.

«Ehi, Doc!» gridò Wojtowicz, prendendo la spalla dell'altro e scuotendola. «Forse cercano di avvertirci del pericolo della marea!»

«Ma quello non verrà prima di sei ore…»

Doc si interruppe, quando fu chiaro a tutti che il ruggito non se ne andava insieme all'elicottero, e mentre l'acqua spumeggiante sprizzava in almeno una dozzina di punti, dalle fessure della piattaforma.

La piattaforma era completamente circondata da un bianco mare di spuma. L'onda era venuta mentre tutti gli occhi erano rivolti all'elicottero, e il ruggito delle eliche aveva soffocato quello dell'onda.

«Ma…» domandò Doc, anch'egli simile a un Re Canuto.

«Non è un'onda di marea, ma tsunami!» Gli gridò Hunter. «Onde prodotte da movimenti sismici… maremoto!»

Doc si asciugò la fronte.

Con un sibilo di rabbia e un cupo crepitio di sassolini e conchiglie, l'acqua si ritirò, lasciando dietro di sé un disegno spettrale di schiuma.

«Ne sta arrivando un'altra!» gridò Paul, guardando una lontana muraglia pallida, con orrore. «Mettete in moto il camion!»

Gli Hixon stavano già salendo a bordo. Il motore tossì, e si spense. Hunter, Dodd, Doc e Harry McHeath balzarono sulla sabbia bagnata, e si prepararono a spingere. Rama Joan portò via quasi di peso Ann, la spinse a bordo del camion, e quando lei cercò di scendere, la schiaffeggiò sul viso. «Resta qui, e reggiti forte,» le ordinò. Wanda cercò di seguire Ann, ma Wojtowicz l'afferrò al volo, e le ringhiò, «Questa volta no, Cicciona!» Paul abbassò il telo del camion, cercando di fermarlo.

Finalmente il motore si accese. Wojtowicz spinse da una parte Wanda, e lui e Paul cominciarono a spingere, barcollando quando il camion avanzava di pochi centimetri. Gli pneumatici posteriori stridevano, girando a vuoto nella sabbia bagnata. Una spinta dagli uomini che si trovavano in basso, un'altra spinta da Paul e Wojtowicz, sulla piattaforma, e il camioncino avanzò di qualche altro centimetro. Un'esitazione, un'altra spinta, e improvvisamente il camion si allontanò rapidamente, con il telone posteriore che sbatteva nel vento, e le luci di posizione che scintillavano sull'acqua incrostata di bianca schiuma che avanzava.

La seconda ondata fu abbastanza alta da bagnare un angolo della piattaforma, e lasciarvi una traccia di sabbia e di sassolini, mentre le fessure si trasformavano in una rete di sorgenti, che sprizzavano acqua e schiuma. Mentre l'onda recedeva, Paul spinse Margo lungo la piattaforma dalle assi di legno umide. Margo portava con sé Miao. Indugiò sul bordo opposto della piattaforma, e si guardò intorno, vedendo gli altri, e gli uomini che si rialzavano a fatica, in basso, nell'acqua poco profonda.

«Avanti. Presto, prima che arrivi la terza ondata!» urlò, e scese dalla piattaforma, insieme a Margo, guidando l'inseguimento del camion.

Arab, Pepe e 'High' si aspettavano fiumi azzurri di poliziotti che si riversassero dietro di loro, nella stazione della metropolitana di Lenox e della 125a Strada. Così si prepararono mentre Arab era pronto a gettare la marijuana rimasta nel gabinetto, e 'High' pronto a tirar l'acqua, mentre Pepe stava ad ascoltare nervosamente. Non si trattava di un espediente molto astuto, ma lo fecero quasi istintivamente.

Ma nessun altro cercò di entrare; non udirono i passi pesanti e i richiami dei poliziotti, anzi non udirono nulla. E dopo qualche tempo uscirono dal loro precario rifugio.

La stazione vuota era come una casa stregata, così, per qualche tempo, essi girarono qua e là, senza una meta precìsa. Pepe cercò di prendere della cioccolata da una macchinetta distributrice, ma la macchina non funzionò. Pepe la scosse, un volta, ma si fermò bruscamente, nell'udire il rumore. Salirono nell'ultimo vagone del vuoto treno in attesa, che era diretto in centro, e lo percorsero fino al primo vagone. Poi, nella motrice, Arab abbassò una leva, e gli sportelli cominciarono a chiudersi; allora Arab riportò la leva nella posizione iniziale. Arab abbassò un'altra leva, e il ronzio del treno si fece più forte, il convoglio parve tendersi, pronto a partire; Arab si affrettò a riportare in posizione di partenza anche quella leva.

«Meglio lasciar stare questi aggeggi,» disse, ridacchiando.

Studiarono il nero, doppio tunnel davanti alla motrice, aspettando che arrivasse un treno, dall'una o dall'altra parte, ma non accadde nulla.

Più la stazione rimaneva vuota, più essa sembrava un piccolo mondo privato dei tre fratelli di viaggio. Sentendosi ricchi come i padroni del mondo, si accesero un altro «fornello» di droga, e fumarono seduti sulla piattaforma.

Finalmente, Arab disse:

«Cosa credi che sia accaduto in realtà, 'High'?»

'High' corrugò la fronte, pensieroso. Poi:

«I russi sbarcano alla Battery, da enormi sottomarini. Grande sconfitta per i poliziotti nella battaglia di Union Square. I poliziotti si ritirano a nord, combattendo delle azioni di retroguardia. I russi avanzano. I miei ordini, per la giornata: nascondetevi sottoterra, uomini, e fate i sordi e i ciechi.»

Arab annuì.

«Pepe?»

«Quella palla di fuoco! Lei è emersa alla Battery, si è divisa senza scoppiare, e poi è discesa galleggiando per le strade. La gente l'ha creduta di gas velenoso ed è scappata sui tetti, ma in realtà si trattava di fumo buono, fumo migliore del nostro. Tutti sono soffocati, meno noi. Avevamo troppa paura anche per respirare. Arab?»

Un vento caldo cominciò a soffiare accanto a loro, dalla galleria davanti. Era un vento greve di odori sotterranei: metallo, terra secca, sudore, e un crepitio elettrico, un sentore di ozono che pervadeva ogni cosa.

«Avanti, Arab, sei stato tu a cominciare,» lo incoraggiò Pepe.

«Va bene, adesso ho capito tutto,» disse Arab. «Il fiume era alto, l'abbiamo visto anche noi. Ha continuato a salire. L'acqua è traboccata alla Battery, ha invaso la terra e ha continuato ad avanzare verso nord. Un diluvio, come quello di Noè! La gente è stata avvertita, è fuggita sui tetti e si è trasformata in una congrega di statue di sale. L'ordine è stato quello di sgomberare gli scantinati e la metropolitana. La polizia è scappata. I pompieri erano pronti con gli idranti, ma l'acqua è una cosa che loro non possono combattere. Così sono scappati via anche loro. E l'acqua sta sempre arrivando, sale e sale e si avvicina.»

«Ehi, ma questa è davvero buona!» disse 'High'. «Re-alistica!»

La brezza si fece più forte, e gli odori aumentarono, nella metropolitana, ma ora a questi odori se ne mescolava uno strano, inappropriato, fuori luogo.

In fondo alla galleria, lontano, si vide un lampo azzurrino.

«Sta arrivando un treno,» disse Pepe.

Ci fu un altro lampo azzurrino, e un altro ancora. La brezza diventò un vento di uragano, e ora l'odore fuori posto diventò chiaro: era l'odore che si sentiva vicino al fiume. E c'era un brontolio lontano, che lentamente aumentava, diventava un ruggito.

«Un treno nero in arrivo, su entrambi i binari!» urlò Arab.

I lampi lividi, azzurrini, si avvicinarono, si avvicinarono, sempre più intensi, un temporale abbacinante. Il vento acre, salmastro, era quello di un tornado; carte e polvere volavano follemente intorno; il ruggito era quello di mille e mille leoni.

Per un momento, stretti gli uni agli altri, abbracciati sulla piattaforma, essi lo videro chiaramente: il fronte spumeggiante, nero di terriccio e di rifiuti, e con i piedi crepitanti di fiamma azzurrina.

Poi il pistone d'acqua salata carica di elettricità li travolse.

Sally Harris e Jake Lesher presero le uova strapazzate e il caviale da una padella d'argento posata su una fiamma azzurrina, e un vaso di cristallo circondato dal ghiaccio.

«Accidenti, siamo in alto,» disse Sally, guardando oltre il grande terrazzo dell'attico. «Vedo soltanto l'Empire State, l'RCA, il Chrysles, la Sixty Wall Tower… e quel punticino laggiù non è per caso il Waldorf Astoria?»

«Quaranta piani, prima di entrare nell'ascensore privato di Hasseltine,» le disse Jake, spalmando un po' di caviale su una fetta di pane tostato. «Li ho contati.»

Sally portò la sua tazzina di caffè sulla balaustra cromata, e si sporse, con un gesto irrequieto.

«Guarda, accidenti, la gente sembra un branco di formiche,» disse, senza voltarsi. «Stanno correndo tutti… non so perché. Jake, una volta ti avevo chiesto a cosa servivano quei piccoli idranti che sporgono dagli edifici… credevo che servissero a spegnere degli incendi di automobili, ricordi, o per respingere degli assembramenti di dimostranti.»

«Niente di tutto questo… servono per lavare i marciapiedi, al mattino,» le spiegò Jake, versandosi una tazza di caffè dall'alta caffettiera sottile, con la luce rossa alla base.

Lei annuì:

«Lo pensavo… li stanno usando, adesso.»

«Non è possibile, li usano alle quattro del mattino. Adesso sono le otto.» L'espressione dei suoi occhi si fece remota. Gli pareva che il pensiero, l'idea fabbricasoldi che aveva avuto a Times Square stesse finalmente tornando.

«Be', può darsi, ma laggiù sembra maledettamente bagnato.» Studiò la scena ancora per un poco. Poi, «Jake?»

«Cosa c'è adesso? Sal, io sto cercando di pensare.»

«Avevi ragione. L'acqua non esce da quei piccoli idranti. Esce dagli sbocchi della sotterranea.»

Jake balzò su, e ricadde con uno scossone che lo fece vibrare dolorosamente. Anche il pavimento aveva saltato. L'edificio ruggì e traballò… e traballò ancora. Jake agitò le braccia in aria, e poi si aggrappò alla balaustra cromata, dove Sally stava ondeggiando e squittiva, superando anche il ruggito sordo. Centinaia di metri più in basso, o almeno così sembrava, la sua tazzia da caffè, e grandi fiocchi di pietra, produssero degli schizzi piatti e minuscoli.

Il sordo brontolio, e l'ondeggiamento del grattacielo, diminuirono. Sally si sporse ancora dalla balaustra, e puntò il braccio verso il basso, dove un nastro nero stava uscendo lentamente dal loro edificio, vicino alla base.

«Guarda!» gridò lei. «Del fumo! Oh, Jake, non è emozionante?» domandò, quando lui cercò di tirarla dentro. «Dovremmo tirarne fuori una commedia!»

Nel caos del momento Jake fu ancora capace di rendersi conto che era quella l'idea fabbricasoldi che aveva cercato così affannosamente.

Dietro di loro, lo spioncino rosso alla base della caffettiera si spense, e la luce arancione del tostapane impallidì.

Gli studiosi dei dischi volanti avevano continuato a correre, sfuggendo ad altre tre onde sismiche che erano fatte più di schiuma che d'acqua… arrivavano alla caviglia… e poi erano riusciti a raggiungere la sabbia asciutta, e si erano fermati là, quasi tutti senza fiato; Bacchetto e Ida trascinavano quasi l'altra donna, e il momento pareva indurre a una tregua, quando le onde veramente alte cominciarono a inseguirli.

In alto, le colline rotondeggianti delle montagne di Santa Monica torreggiavano cupe e massicce sullo sfondo di un cielo già ingrigito dall'alba. Più vicino, ma già abbastanza lontano, le tremolanti luci di posizione del camion continuavano a ritirarsi. Hixon aveva scelto la via più diretta per allontanarsi dal mare, una via al centro, tra il grande rigonfio di Vandenberg e i primi corrugamenti del terreno che avevano sepolto le automobili, e gli altri avevano seguito il camion. Era stata la cosa più saggia… qualsiasi altro percorso li avrebbe fatti andare, traversalmente, proprio verso le ondate, attraverso una spiaggia ancor più bassa; il guaio era che anche la via centrale non era altro che sabbia e piatto terreno sabbioso, per una lunga distanza… il letto di un fiume in secca.

Dietro di loro, il Vagabondo toccò il bordo dell'oceano. La losanga della luna stava traversando di nuovo la faccia del pianeta. Il pianeta, a sua volta, stava di nuovo mostrando la sua faccia yin-yiang, benché ora apparisse inclinata… Doc, ansimando, pensò, Be', ma così siamo ritornati al principio. Quell'affare ha completato una rotazione… ha un giorno di sei ore. Poi qualcosa di nero e quadrato e dai bordi frastagliati s'innalzò torreggiante, e nascose al suo sguardo il disco del Vagabondo.

Era la piattaforma sulla quale avevano tenuto il simposio sui dischi volanti, sollevata come una piuma dalla seconda delle grandi ondate.

SIX HOURS

SEI ORE

Gli altri avevano ricominciato a correre, ed egli li seguì affannosamente, con tutto il lato sinistro del corpo trafitto da sottili punture, piccoli aghi che gli pungevano il cuore.

Poi… bene, fu come se in un terribile, istantaneo planare il Vagabondo avesse saltato un quarto di milione di miglia nella volta celeste, e si fosse fermato proprio sopra di loro, nascondendo tutto il cielo, a eccezione di un grigio, circolare limite di orizzonte.

Questo fu sufficiente a farli fermare di colpo, malgrado i pallidi orrori che agitavano pugni di relitti che ruggivano verso di loro, risalendo la spiaggia.

Hunter fu il primo a riacquistare il senso della distanza e delle proporzioni, e pensò, Be', ma è semplicemente (mio Dio, semplicemente!) un disco volante, largo dodici metri, fermo grazie a motori antigravitazionali a circa quattro metri da noi, e dipinto con un yin-yang violetto. Poi ricominciò a correre.

La prima, e più piccola, delle grandi ondate li spruzzò di spuma, e gorgogliò intorno a loro, alta fino al ginocchio. Benché la mente e i sensi fossero ancora ipnotizzati dall'oggetto fermo sopra di loro, il corpo reagì a quell'assalto materiale. Si aggrapparono gli uni agli altri, per non cadere; mani bagnate e scivolose toccarono mani bagnate e scivolose, o cinture bagnate, e giacche fradice. Wanda finì sott'acqua, e Wojtowicz si tuffò per ripescarla.

Le unghie di Margo affondarono nel collo di Paul, e lei gli gridò, all'orecchio:

«Miao! Prendi Miao!» muovendo nel contempo la mano. Paul riuscì a scorgere una piccola coda felina e delle orecchie appuntite, che sparivano nella schiuma sporca, e si tuffò follemente dietro di esse, muovendo le mani avanti. Così Paul non vide quello che accadde dopo.

Un portello rosa, largo un metro e mezzo, si aprì come per magia al centro del disco volante, e da esso si sporse, sospesa proprio al di sopra delle loro teste con due arti che terminavano in artigli e una coda prensile appuntita, con il pelo verde e violetto, una…

«Il diavolo!» urlò Ida. «Lei aveva detto che sarebbe venuto il diavolo!»

«Una tigre!» urlò Harry McHeath. Doc udì quelle parole, e la sua mente cominciò a rotolare, come un paio di dadi non truccati, incontrollabilmente, con il pensiero: Mio Dio, la seconda pagina domenicale di Buck Rogers! Gli Uomini-Tigre di Marte!

«Imperatrice!» gridò Bacchetto, piegando le ginocchia fredde; nelle sue narici, insieme al salmastro fetore del mare, sentì l'alito di un profumo celestiale…

Grandi occhi viola dalla pupilla nera li osservarono tutti, rapidamente, eppure dando l'impressione del pigro distacco sdegnoso di uno spettatore.

La seconda, enorme ondata distava meno di trenta iarde, e la piattaforma viaggiava sulla sua cresta, come l'asse del vecchio gioco di scivolare sull'acqua, mentre sedie sparpagliate ballonzolavano tutt'intorno, e dietro di essa stava giungendo anche la casa sulla spiaggia, visione torreggiante che in parte essi si aspettavano.

Una zampa verde si mosse, puntò una grigia pistola dalla canna a punta verso il mare, e la mosse a ventaglio, avanti e indietro.

Non si vide alcun lampo, né bagliore, né segni di sorta, ma la grande onda affondò, schiumò, si dissolse. La piattaforma scivolò su di essa, e si rovesciò di fianco. La casa sulla spiaggia galleggiò verso Vandenberg. Tutta la spuma sfrecciò via, svanita. Si videro le acque gonfiarsi e quietarsi confusamente, un grande vortice alto di là, la spiaggia nuda di qua. L'acqua non arrivava nemmeno alla coscia, e mancava della forza della prima ondata, quando finalmente li raggiunse.

La grigia pistola continuò a muoversi a ventaglio, avanti e indietro, sopra le loro teste.

Un grande soffio di vento passò sopra di loro, dalla terraferma. Doc, in equilibrio precario, cominciò a cadere. Rama Joan era aggrappata a lui.

La testa e le spalle di Paul emersero dalla schiuma. Teneva sulla spalla Miao, fradicia come un topo.

Il vento continuava a soffiare.

L'essere appeso al bordo del portello rosa parve allungarsi, in maniera quasi impossibile, diventando una curva verde a striscie violette che si tendeva verso Paul.

La pistola grigia cadde, e Margo la prese.

Artigli grigi e viola affondarono nella spalla di Paul, e lui e Miao vennero tirati su, da una forza muscolare certamente sovrumana, vennero attirati nel portello rosa. Margo, Doc e Rama Joan, aggrappati gli uni agli altri per non cadere, videro accadere la cosa con estrema chiarezza.

L'essere verde e violetto s'infilò nuovamente nel disco volante, dopo Paul e la gatta.

Poi, senza alcuna transizione visibile, il disco volante si trovò a centinaia di metri di altezza, non più grande della luna, e il portello era un punto pallido.

Margo s'infilò nella giacchetta la pistola grigia.

Il vento che soffiava dalla terra diminuì.

Il punticino svanì, e il disco scomparve.

Poi stavano tutti lottando per risalire, mano nella mano, sulla spiaggia, attraverso acque limacciose, che arrivavano al ginocchio, e venivano risucchiate dal mare.

Bagong Bung, al timone della Machan Lumpur, da poco uscita dalla piccola baia resa accessibile dall'alta marea, a sud di Do-Son, dopo la riuscita consegna di un carico di merci assortite di contrabbando… una consegna riuscita, ma spiacevolmente ritardata… vide il Vagabondo sorgere dall'orizzonte nuvoloso del Golfo del Tonchino, nella giovane notte, nell'istante in cui… a una buona metà del pianeta di distanza… gli studiosi dei dischi volanti, sfuggiti ai tsunami, stavano osservando l'ultima fetta sottile affondare nel Pacifico. Per Bagong Bung, lo yin-yang era un familiare simbolo cinese che egli amava chiamare 'Le Due Balene', ma la luna deformata… verso la quale diresse subito il suo cannocchiale di bronzo… era adesso, per lui, come una grossa borsa di diamanti un po' ingialliti.

Così, per Bagong Bung, il Vagabondo che sorgeva là dove la luna avrebbe dovuto sorgere da sola non fu tanto un'intrusione sconvolgente, bensì una promessa di buona sorte, un incoraggiamento soprannaturale. I diamanti lo fecero pensare ai tesori sommersi nelle navi perdute, sotto il mare poco profondo che lo circondava. Istantaneamente, e irrevocabilmente, egli decise che all'alba di domani, e con l'arrivo della bassa marea, lui avrebbe preso tempo per compiere almeno un'immersione nella nuova posizione che, secondo i suoi calcoli, doveva ospitare il relitto della Sumatra Queen.

«Vieni, Cobber-Hume,» chiamò, attraverso il rugginoso tubo di comunicazione, rivolgendosi al suo ingegnere australiano. «Una grande fortuna per noi. No, non posso dirtelo. Vieni su, vedrai con i tuoi occhi. Oh, vedrai!»

CAPITOLO XIX

Paul Hagbolt affondò in un mare respirabile di calore, di dolci profumi di spezie, e di allegri colori a pastello, dominati dal rosa… benché qua e là si vedessero delle striscie verdi.

Per pochi istanti, egli non ebbe la piena certezza di essere stato trascinato all'interno di un veicolo. Gli parve invece di avere subito un'istantanea traslazione in un altro piano di esistenza, in un altro punto dell'universo… un punto che aveva la calda, quieta e viscosa intimità di una giungla e di un'alcova insieme.

Non aveva visto il disco volante, se non per brevi istanti. Per quasi tutto il tempo in cui esso aveva galleggiato nell'aria sopra il gruppo, egli era stato inginocchiato, respirando acqua salata e soffocando e cercando di afferrare Miao. Quando era stato afferrato e tirato su, dapprima aveva pensato che lui e Miao fossero stati sollevati dall'ondata successiva, e stessero avanzando sulla cresta, come la piattaforma.

Poi erano venuti tre lampi, fuggevoli eppure così vividi da sconvolgere: per prima, una faccia enorme, elegante, verde-purpurea di gatto; poi, due occhi fissi, con incredibili iridi a cinque petali intorno alle nere stelle a cinque punte delle pupille; e poi, una zampa lunga, snella, grande come una mano, con stretti cuscini di pelo indaco e quattro artigli dalla curva crudele, fatti di corno traslucido, grigio e viola… ebbe l'impressione che quegli artigli fossero stati affondati fino a un attimo prima nel colletto della sua giacca, e forse nel suo collo, reggendolo.

Un istante dopo, egli stava galleggiando con una lieve spinta rotatoria in quel mare caldo, zuccheroso, profumato di spezie e chiazzato di verde, dove il rosa dominava.

Un buco nero in quel mare apparve davanti a lui, e attraverso di esso egli vide Margo, affondata fino all'anca nell'acqua sudicia e schiumosa, con in mano qualcosa di grigio e luccicante, con lo sguardo in alto, verso di lui, e accanto a lei vide Doc, macchiato di schiuma, e Rama Joan, sporca di sabbia, con i capelli rosso-dorati bagnati e grondanti e sporchi. Poi quelle immagini rimpicciolirono con incredibile rapidità, come se fosse stato interposto un telescopio alla rovescia. Malgrado ciò, fu in quel momento che Paul cominciò a credere di trovarsi all'interno del disco volante che aveva visto fuggevolmente… il disco volante che ora doveva sfrecciare più veloce di qualsiasi proiettile, benché egli non provasse la minima sensazione di accelerazione. Poi il foro si chiuse su un velo delicatamente rosato… sì, era veramente uno strano fiore rosa.

Una parola si formò nella sua mente: antigravità. Se questo veicolo trasportava un proprio campo di gravità-nulla… e forse anche d'inerzia-nulla… la cosa poteva spiegare il fenomeno dell'assenza di una pressione gravitazionale, e anche il suo galleggiamento, con il corpo grondante acqua salmastra, circondato da gocce rotonde galleggianti di quell'acqua salmastra, nell'aria respirabile e profumata di una stanza rotonda, appiattita, contornata di fiori vivi.

Dei piccoli artigli punsero la sua mano sinistra, come una dozzina di vespe; Miao era terrorizzata dalle strane sensazioni, e offesa dall'acqua di mare, e si aggrappava con eccessivo vigore a lui. Nell'improvviso dolore, Paul scrollò il corpo, scacciando la gattina infuriata, e lei sfrecciò via nell'aria e svanì con uno sbuffo di petali giallo-rosa in un'aiuola sospesa.

Un istante dopo, egli venne afferrato alle spalle, e gettato contro una superficie dura, liscia come il velluto, che misteriosamente doveva essersi trovata tra le aiuole sospese di fiori. La cosa che lo spaventò di più fu che l'arto che gli circondò il collo… un arto snello, forte e agile, coperto di pelo verde a strisce viola… aveva due gomiti.

Con una velocità fulminea, che non gli permise di vedere con chiarezza, la creatura-tigre verde e violetta lavorò sui polsi e le caviglie di Paul, uniti da una forza invincibile. Delle zampe, con piccoli artigli grigio-viola, lo toccarono senza graffiarlo; una volta, avvertì la coda di qualcosa di simile a un serpente. Poi la creatura si allontanò da lui, spiccando un agile balzo nella stanza, e si tuffò in un'aiuola fiorita, per seguire Miao. Una lunga coda verde che finiva in una sfumatura viola, dal pelo liscio e snella e aggraziata, svanì in una grande esplosione di petali.

Cercò di sollevarsi dalla superficie sotto di lui, e scoprì di essere solo in grado di muovere il capo. Benché si trovasse ancora in stato d'imponderabilità, era, in virtù di chissà quale congegno, incollato saldamente alla stessa superficie… come vide con chiarezza ancor maggiore quando guardò direttamente in alto, e vide, a non più di tre metri di altezza, (o sotto di lui, o da un lato… non sapeva come orientarsi, in assenza di gravità) un riflesso a braccia e gambe aperte, come quelle di un'aquila, sporco di sabbia e bagnato come un pulcino, pallido, e con gli occhi allucinati… la sua immagine riflessa, che era rinforzata da una dozzina di sempre più fievoli riflessi dei riflessi dello stesso quadro ridicolo e umiliante.

La forma interna e il motivo decorativo del disco volante gli furono finalmente chiari. Una metà buona dei fiori che lui aveva visto non erano altro che riflessi speculari. Soffitto e pavimento erano rotondi, piatti specchi posti l'uno di fronte all'altro, separati da uno spazio di circa tre metri, e con un diametro di almeno sei metri. Lui era disceso, braccia e gambe in fuori, vicino al centro di uno di essi. Il bordo tra i due specchi era lussureggiante di fiori esotici, dai grandi petali carnosi, fiori grandi e piccoli… giallo pallido, azzurro, viola, magenta, ma soprattutto rosa e rosso tenue. Fiori che parevano vivi, perché c'erano foglie a forma di falce, di spada e di lancia, e si potevano scorgere dei rami nodosi e sinuosi… probabilmente il loro serbatoio idroponico, o qualunque fosse il vaso che li conteneva, doveva riempire la maggior parte del bordo esterno aerodinamico.

Ma quella specie di frittella che era il bordo — divisa da intersezioni in spazi triangolari — non poteva essere interamente piena di vegetazione, perché nascosto tra quel lussureggiante groviglio, oltre i suoi piedi immobilizzati, riuscì ora a scorgere un quadro di comando grigio-argento… comunque, si trattava di una superficie piatta irta di lisce escrescenze d'argento, e tutta ricoperta di forme e figure geometriche. Sforzandosi di girare il capo per quanto gli era possibile, egli poté vedere degli analoghi pannelli oltre ciascuna delle sue braccia aperte, e i tre pannelli erano situati alla stessa altezza, agli apici di un triangolo equilatero idealmente tracciato all'interno del disco volante… ma ciascuno di essi era seminascosto dalla vegetazione… proprio come degli oggetti funzionali ma squallidi sarebbero stati nascosti da un abile arredatore in un piccolo appartamento abitato da una donna stilèe e di spiccato gusto estetico… come un radiatore, un acquaio, un telefono, un giradischi.

L'intera scena era immersa in una luce vivida, calda, che ricordava una spiaggia d'estate, e che veniva da… non riuscì a scoprirne l'origine. Un sole invisibile al chiuso… un effetto spettrale e bizzarro.

Ancor più spettrale e bizzarra, e infinitamente più vicina, fu la sensazione che egli provò subito dopo… e cioè che la sua mente fosse stata invasa, e i suoi ricordi e la sua conoscenza rimescolati e setacciati, come se fossero stati un mazzo di carte. Ricordò futilmente che c'erano dei luoghi comuni, nei quali si diceva che un uomo in procinto di annegare rivivesse in pochi secondi tutta la sua vita, e si domandò se questo si poteva applicare anche nel momento di annegare tra i fiori… o di essere crocifisso da una tigre, che si preparava a squartarlo e a divorarlo.

Le sensazioni che si susseguivano nella sua mente furono così veloci che egli poté captarne solo immagini indistinte e frammenti spezzati. Erano ciò che lui possedeva, i suoi beni privati mentali, eppure era incapace di osservarli uno per uno, mentre passavano alla velocità del lampo e sbiadivano… l'ultima delle umiliazioni! Fu capace di cogliere soltanto alcune immagini, verso la fine di quella 'perquisizione doganale' della mente, e scoprì che la sua mente mostrava una singolare preoccupazione per i giardini zoologici e i balletti classici.

Si guardò intorno, ma non riuscì a scorgere alcun segno della creatura-tigre e di Miao. Il sole invisibile continuava a irradiare una luce spettrale. Le aiuole di fiori erano mortalmente immobili e silenziose, e trasudavano i loro strani, esotici profumi.

Donald Merriam era giunto ormai a metà del suo terzo passaggio nell'ombra del Vagabondo. Alla sua destra c'era il lato notturno dalle strane chiazze verdi, che lo faceva ancora pensare al ventre di un ragno. Davanti a lui c'era uno scaffale di stelle, e alla sua sinistra l'elissoide nero, che si allungava continuamente, della luna, con i cupi filamenti che si alzavano dalla punta e s'intrecciavano nello spazio come i fili di una mostruosa tela di ragno, su quello sfondo dal fitto scintillare. Cominciava a sentirsi stanco, e aveva freddo, e aveva rinunciato a stabilire una comunicazione radio.

Un punto fievole e giallognolo apparve contro l'oscuro disco del Vagabondo, più avanti, vicino allo scaffale di stelle. Rapidamente diventò una goccia giallognola, orizzontale rispetto a lui, poi una doppia virgola con un piccolo spazio nero al centro, come i nuovi fari d'automobile fluorescenti che erano così di moda, infine diventò una coppia di fusi gialli, che aumentava continuamente di dimensioni.

Soltanto allora Don si accorse che quello non era un nuovo aspetto della superficie del Vagabondo, ma una cosa materiale… o due cose… che si dirigevano direttamente sul Baba Yaga. Trasalì, e batté le palpebre, e un istante dopo, senza alcuna decelerazione graduale che egli potesse notare, i due fusi gialli si erano immobilizzati ai due lati del Baba Yaga, e così vicini che la cornice dello schermo visore tagliava nettamente l'estremità esterna di ciascuno fuso.

Ora gli sembravano due vascelli spaziali a forma di disco, tra i nove e i quindici metri di larghezza, e con uno spessore di tre o quattro metri. Per lo meno, egli ebbe la speranza che si trattasse di veicoli cosmici… e non, non… animali.

La sommaria valutazione della loro forma venne confermata quando, senza alcun lampeggiare visibile di razzi stabilizzatori, essi s'inclinarono verso di lui e diventarono due circoli gialli, uno con un triangolo violetto dipinto su di esso, l'altro con una V violetta, le cui barrette si stendevano dal centro al bordo.

Poi egli sentì una lieve pressione sul corpo rivestito dalla tuta spaziale, mentre il Baba Yaga veniva attirato irresistibilmente tra le sue scorte… era così che cominciava a considerarle… fino a quando solo i margini inferiori del loro bordo apparvero sullo schermo. Da quel momento in poi, essi mantennero con esattezza la posizione… come se si fossero ancorati alla sua piccola astronave lunare… e anche al suo corpo, gli parve d'intuire, anche se la sensazione era veramente bizzarra.

La cosa successiva che egli notò fu che le pallide macchie verdognole stavano discendendo lentamente, lungo la curva nera del Vagabondo, strisciando come se fossero state cimici fosforescenti!

Poi vide che lo scaffale di stelle si stava allargando, mano a mano che il nero elissoide della luna si allontanava.

Stando a tutte le indicazioni, il Baba Yaga veniva attirato dai dischi volanti che costituivano la sua scorta, veniva attirato in alto, a una velocità di circa cento miglia al secondo. Eppure lui non aveva avvertito neppure un atomo, delle forze gravitazionali che avrebbero dovuto schiacciarlo contro la parete, o addirittura fargliela sfondare.

Non c'era stato un solo momento, nelle ultime ore, neppure durante la bizzarra traversata della Luna, nel quale Don avesse pensato, Questa deve essere un'allucinazione. Lo pensò allora. L'accelerazione, e il prezzo che si pagava, per ottenerla, in carburante e in pressione di gravità, erano il nucleo delle sue conoscenze tecniche. Ciò che ora stava accadendo al suo corpo e al Baba Yaga non era semplicemente una mostruosa intrusione dell'ignoto, ma era una palese, totale contraddizione di tutto ciò che lui sapeva sul volo spaziale e sulle sue ferree limitazioni. Da cinque miglia al secondo, rispetto al Vagabondo, a cento miglia al secondo, ad angolo retto rispetto alla rotta precedente, eppure senza avvertire minimamente il cambiamento, senza neppure un indizio dell'accensione di qualche reattore principale, più abbagliante ed esplosivo di una stella azzurra… questo non era soltanto misterioso e soprannaturale, era del tutto impossibile!

Eppure le macchie verdi continuavano a inabissarsi, scendendo per la curva del pianeta, e il grande scaffale colmo di stelle si allargava, in alto, e d'un tratto il Baba Yaga si trovò nella luce del sole, sopra il Vagabondo. I raggi riflessi colpirono i suoi occhi dolorosamente, come pugnalate, dalla parte sinistra dello schermo, e dal bordo giallo della sua scorta di sinistra. Chiuse subito gli occhi, cercò a tentoni gli occhiali polarizzati, li infilò, aprì gli occhi di nuovo, e guardò.

Il Baba Yaga, saldamente ancorato alle sue scorte, stava ancora salendo nel cielo intorno al Vagabondo, a velocità fantastica. Lo schermo s'inclinò un poco a destra, e, guardando al di sopra della sommità curva del pianeta, Don poté vedere la Terra, la cui faccia mostrava principalmente l'Oceano Pacifico, ora, e l'iroso sole bianco e abbacinante, che riusciva a ferirgli gli occhi benché lui indossasse gli occhiali polarizzati.

La superficie del pianeta, sotto di lui, era immersa nella notte, poi apparve una falce della faccia illuminata, quasi tutta gialla, ma con il bordo superiore colorato di violetto.

Intrecciati nello spazio, sopra e tutt'intorno a lui, su uno sfondo sfolgorante di stelle, c'erano i sottili filamenti bianchi che uscivano dalla punta della Luna. Due erano più grossi, ora… non erano più filamenti, ma funi.

Avanti, i filamenti convergevano e scendevano in una grande curva verso il polo nord del Vagabondo. Là, vicinissimi ma sempre separati, essi parevano semplicemente unirsi alla superficie vellutata del pianeta, alcuni sulla faccia illuminata, altri sulla faccia buia, in tutto una dozzina, non di più. Visti così essi avevano l'aspetto di viticci misteriosi, senza foglie, che spuntavano dalla sommità del Vagabondo. Il Baba Yaga e le sue scorte stavano sfrecciando come palle di cannone verso lo stesso punto.

Poi, nell'attimo in cui parve che tra una frazione di secondo essi avrebbero oltrepassato le corde sempre più grosse, o si sarebbero scontrati con esse, le più incrollabili convinzioni di Don intorno al volo spaziale furono nuovamente frantumate, quando il Baba Yaga e i due dischi di scorta persero quasi tutta la loro velocità in una frazione di secondo, senza alcuna transizione apparente, e simultaneamente precipitarono verticalmente verso il luogo nero e giallo ove i viticci avevano le loro radici.

C'erano due ipotesi: o i dischi volanti che costituivano la sua scorta possedevao il motore antigravitazionale del quale tutti ridevano, a eccezione degli scrittori di fantascienza, e stavano trasportando il Baba Yaga nel loro campo di gravità-nulla, o lui aveva le allucinazioni, oppure…

Si voltò verso il quadro di comando, e cercò di ottenere un segnale radar dalla superficie sottostante. Con sua sorpresa, il segnale ritornò immediatamente.

Si trovavano a trecentoventi miglia dalla superficie, e stavano scendendo a una velocità di dieci miglia al secondo.

Automaticamente, toccò i comandi dei razzi stabilizzatori, per invertire la posizione del Baba Yaga, per poi essere in grado di frenare la caduta con quel poco di combustibile che gli era rimasto.

I razzi stabilizzatori non fecero spostare di un millimetro il Baba Yaga. Lo schermo continuò a mostrare la superficie del pianeta, in basso. E solo in quel momento Don notò che stavano scendendo come piume, parallelamente alla parte illuminata di uno dei filamenti che erano diventate corde, e poi grandi liane. Ora quel 'filamento' pareva enorme, dello spessore di almeno un miglio, e la sua pallida estensione riempiva un quarto dello schermo.

Ma con un fantastico gioco di prospettiva, come una colonna di Frank Lloyd Wright ancor più esagerata, enorme verso il tetto, sottilissima verso il pavimento, il cavo-peduncolo-liana si restringeva fin quasi a diventare un punticino, dove incontrava la faccia notturna del pianeta, in un punto vicinissimo alla linea dell'aurora.

E guardando la superficie di quella strana colonna, così da vicino, vide che non era affatto levigata, ma si trattava di una sorta di sostanza liscia piena di pezzi e massi dai contorni frastagliati, di ogni dimensione e di ogni folle angolazione… certamente la mescolanza di polvere lunare e roccia lunare che lui stesso aveva immaginato venisse risucchiata dal grande vortice sulla punta della luna.

Le rocce si muovevano lentamente, verso il basso, scendendo come un treno di poco più veloce su un binario parallelo… e l'impressione che ne ebbe Don fu questa.

Ma la cosa voleva dire che l'intera colonna stava precipitando alla medesima velocità del Baba Yaga… dieci miglia al secondo. Perché non si frangeva in un gigantesco scoppio di roccia, nel punto in cui colpiva il Vagabondo?

Improvvisamente, le rocce nella grande colonna cominciarono a cadere come fulmini, acquistando contorni irreali, diventando una scia indistinta e levigata per l'enorme velocità… proprio come se il treno del binario accanto avesse cambiato marcia, trasformandosi in un super-rapido.

La colonna aveva accelerato, oppure…

Un veloce controllo radar gli mostrò che la quota del Baba Yaga e della sua scorta era diminuita a trenta miglia, ma che la velocità di discesa era adesso di un solo miglio al secondo.

Allora la seconda ipotesi era giusta: loro avevano rallentato.

Il radar indicava però che non stavano rallentando ulteriormente. Il tempo era sempre più scarso, e lui utilizzò gli ultimi venti secondi per effettuare una ricognizione radar della superficie sottostante, cercando di ricavare qualche rilievo. Ma non ce n'erano… non c'erano luci sulla fascia oscura, c'era soltanto una pianura di velluto color limone, sulla faccia illuminata. La colonna di polvere e roccia lunare continuava a precipitare, e conservava la sua enorme ampiezza.

Stavano calando, ora, verso la zona d'ombra del Vagabondo. Don si tolse gli occhiali. I bordi dei dischi volanti mostrarono la stessa fosforescenza giallognola che avevano mostrato dietro il pianeta. Per un istante, gli parve di vederli riflessi lividamente sulla nera superficie sottostante. Si preparò allo schianto, e alla morte.

Poi, d'un tratto, la fosca superficie non era più là, e, come se il Baba Yaga e la sua scorta fossero penetrati per magia attraverso il soffitto di una gigantesca sala illuminata, egli si ritrovò a fissare un'altra superficie, molto, molto più in basso.

Non c'era dubbio che fosse molto più in basso, perché la colonna di roccia lunare, che appariva enorme alla sommità, si restringeva fin quasi a un punto laggiù, e veniva trasformata, da quel fantastico gioco prospettico, in un bizzarro triangolo di roccia lunare.

Pareva logico fare almeno una supposizione. Tutta la superficie del Vagabondo che lui aveva visto fino a quel momento… la superficie che aveva riflesso la luce del sole e le onde radar con tanta fedeltà… la superficie che era stata gialla e violetta sulla faccia diurna, nera con macchie verdi fosforescenti sulla faccia notturna… non era nulla di più di un involucro, una pellicola così sottile e priva di sostanza che un'astronave fragile come il Baba Yaga poteva attraversarla, alla velocità di un miglio al secondo, senza subire il minimo effetto, né urti, né danni, una pellicola che formava il tetto e lo schermo di tutta la luce artificiale e della vera vita del Vagabondo, una pellicola tesa ovunque, a circa venti miglia di altezza dalla vera superficie del pianeta… se quella che lui stava guardando, ora, era la vera superficie, e non qualche nuova illusione.

Si trattava della vera superficie, se la complessità e tutte le apparenze di solidità potevano essere ancora dei validi criteri di valutazione. Sotto di lui, visibile in tutto lo schermo visore, si stendeva una pianura immensa, immersa in una luce dolce, che scintillava di laghi, o per lo meno di lisce macchie turchesi di qualche tipo, una pianura bucherellata da cupi pozzi circolari che scintillavano sul fondo, larghi un miglio e più, una pianura che a parte questi elementi era gremita di tutti i tipi di oggetti massicci, di tutti i colori e di tutte le solide forme geometriche immaginabili… coni, cubi, cilindri, eliche, emisferi, siqurrat, prismi… nessun oggetto che Don potesse riconoscere, se non come astrazione.

Giganteschi edifici, macchine, veicoli, pure forme artistiche? Avrebbero potuto essere qualsiasi cosa.

Diversi confronti balenarono nella sua mente. L'arte giapponese di disporre secondo schemi preordinati le rocce, su scala gigantesca. Le copertine dei romanzi di fantascienza, del tipo che mostra un pavimento piatto e infinito, coperto di sculture astratte che hanno un aspetto per metà vivo.

Poi i suoi pensieri affondarono in profondità, nel confuso abisso di ricordi e falsi ricordi della prima infanzia, ed egli ricordò quando lo avevano accompagnato a fare visita a sua nonna, a Minneapolis… l'acido, secco odore del grande soggiorno dal soffitto alto, e poi quando lo avevano portato su, a vedere… non a toccare… gli sportelli di uno scaffale portaninnoli, coperto da ciò che, in seguito, aveva cercato di ricostruire… conchiglie, monete cinesi, fermacarte, lucidi campioni di minerali, fiori di plastica… innocenti soprammobili che erano stati totalmente sconosciuti e infinitamente affascinanti per il piccolo Don Merriam, benché gli fossero apparsi privi di senso.

Adesso lui era tornato bambino.

Qua e là, tra lui e la pianura, benché non direttamente sotto, galleggiavano nubi piccole e scure, dai contorni irregolari e dalle molte forme; ciascuna reggeva, come se fosse stata un nido per uova di arcobaleno, un grappolo di grandi globi lucenti, che lanciavano in alto fasci di luce di tutti i colori e di tutte le sfumature.

Quelle nubi gli vennero incontro e furono dietro di lui, una dopo l'altra, ricordandogli che il Baba Yaga, la cui velocità era diminuita di poco, si stava avvicinando sempre più alla bizzarra superficie. Per lo strano effetto della discesa, la pianura parve gonfiarsi, sotto di lui, e venirgli incontro, mentre le aliene forme geometriche ingigantivano, aumentando la loro strana e non identificabile bellezza. Ma non aveva più paura… tutta la paura era finita quando aveva toccato la pellicola protettiva del pianeta, e ora si sentiva esausto.

Il Baba Yaga e la sua scorta erano diretti verso un punto a metà strada tra due dei grandi pozzi, che giacevano così vicini l'uno dall'altro che dapprima parvero toccarsi tangenzialmente. La colonna di roccia affondava in uno di quei pozzi. L'altro pozzo mostrava lo scintillio corrusco che pareva caratteristico di tutti i pozzi aperti.

Infine il margine tra i pozzi acquistò un'ampiezza, diventò un nastro d'argento. Uno dei dischi di scorta parve incastonarsi nella colonna di roccia che precipitava, tanto si trovava vicino a essa.

Un istante dopo, senza una scossa, senza neppure un fremito, e con tutta l'impossibile sensazione di volare nel sogno, il Baba Yaga si arrestò completamente, a non più di quattro metri da una piatta superficie di argento opaco… così vicino a essa, anzi, che Don poté distinguere dei disegni incisi sulla superficie: un arabesco spiraleggiante d'incredibile complessità, con fasce e fasce di geroglifici.

Ancora senza peso, egli galleggiò sopra lo schermo, e guardò in basso, sentendosi come un pesce che guardasse da un vetro sistemato sul fondo dell'acquario.

Poi, come se dei razzi stabilizzatori fossero stati azionati, o come se una mano gigantesca lo avesse afferrato, il Baba Yaga cominciò a capovolgersi. Don si aggrappò al sedile di pilotaggio, per non perdere l'equilibrio.

Il movimento s'interruppe a metà, nel momento in cui il motore principale dell'astronave doveva essere puntato contro la superficie sottostante. Allora, gradualmente, un campo gravitazionale cominciò a prendere lui e l'astronave. Udì tre tonfi sommessi, e simultaneamente avvertì tre piccole scosse, mentre i tre piedi dell'astronave si posavano al suolo. Strinse con forza maggiore il sedile, mentre il peso del suo corpo aumentava, fino a quando, almeno da quel che lui poteva giudicare dopo avere trascorso un mese sulla Luna, ritornò più o meno quello che era stato sulla Terra. Allora il suo peso smise di crescere.

Ma egli notò queste cose con una piccola frazione della mente soltanto, perché quasi tutta la sua attenzione era assorbita dalla vista che ora lo schermo gli forniva del cielo del Vagabondo… l'altra parte della pellicola attraverso la quale egli era passato, circa quaranta secondi prima.

Tra lui e il 'cielo', le piccole nubi nere… ora più scure, poiché non poteva più vedere le uova luminose delle quali erano il nido… navigavano con lenta determinazione, proprio come le piccole nubi si muovono sopra i deserti del Sud-Ovest americano, spinte da un vento costante di ponente, senza versare una sola goccia del loro carico di pioggia. La lenta processione non oscurava mai più di un ottavo del cielo. Né la precipitosa colonna di roccia, che ora rimpiccioliva in alto, fino a toccare il cielo ridotta a un punto, grande triangolo rovesciato, oscurava più di un ottavo del cielo.

E quel cielo non era né viola né giallo, né c'erano regioni nere, né vi apparivano delle stelle. Si trattava invece di un lento turbinare di tutti i colori cupi, un fosco arcobaleno tempestoso, un cielo che turbinava di mille prismi, mutando continuamente, descrivendo sfumature sempre mutevoli, e immensi disegni curvi. Aveva l'armonia, la grandezza e la minaccia di una perpetua sinfonia cromatica, eppure esso sembrava naturale, pareva promettere infinite variazioni vitali. Don non riuscì a capire se fosse il cielo a produrre quella luce, o se essa venisse dai globi annidati tra le nubi, ora nascosti, o da qualche altra fonte indiretta. Quel cielo ricordava in parte la marmorizzazione di una pellicola d'olio sull'acqua, e in parte le folli tele di Van Gogh, come La Notte stellata, e ricordava ancor più le sfumature profonde, riverberanti che scorrono maestose davanti agli occhi della mente, nel buio.

Mentre egli stava pensando a questo, un ultimo pensiero che pareva metterlo all'interno di qualche mente immensa, udì un lieve suono raschiante, che gli fece scorrere un brivido gelido in tutto il corpo. Abbassò lo sguardo, appena in tempo per vedere l'ultimo bullone del portello aprirsi da solo, e il portello sollevarsi senza alcuna causa visibile. Lo spazio aperto gli rivelava ora la scaletta vuota, che usciva dal suo involucro e si posava sul vuoto pavimento d'argento sottostante.

Poi una voce, stranamente dolce e carezzevole, lo chiamò, parlando in inglese perfetto, con un accento solo lievemente straniero:

«Vieni! togliti lo scafandro e scendi!»

Australia, Indonesia, Filippine, Giappone e le parti orientali di Siberia e Cina erano ormai entrate nel lato notturno della Terra. Il Vagabondo, frequentemente apparso nella sua forma di yin-yang o mandala, fece vibrare delle corde religiose e mistiche in milioni di menti. E le voci dell'Asia Orientale si unirono a quelle americane, per avvertire il grappolo di continenti vecchi e scettici dell'occidente… il cuore culturale del mondo… di quanto avrebbero visto, non appena fosse caduta la notte.

CAPITOLO XX

Paul Hagbolt era stanco oltre ogni sopportazione della sua posizione e della sua immobilità, e particolarmente della sua immagine riflessa, a braccia e gambe allargate, e il sole invisibile aveva asciugato completamente il davanti del suo corpo, quando riuscì a vedere due facce feline nascoste che lo osservavano, da un punto dell'aiuola fiorita accanto al pannello di comando che si trovava al di là dei suoi piedi. La prima era quella di Miao, la seconda era grande come quella di Paul. Si fecero avanti, galleggiando, dall'oscurità colorata, e i loro corpi, dopo quei visi, avevano una grazia sinuosa che non fece tremare neppure un petalo roseo o uno stelo verde… e poi, senza degnare Paul di un'altra occhiata, si sistemarono comodamente nell'aria, l'una di fronte all'altra, tanto che Paul poté vedere quelle figure di profilo.

La creatura-tigre sistemò Miao di fronte a lei, tenendo la gattina grigia rannicchiata su una zampa tesa e l'avambraccio secondario snello e sottile e verde… Paul si rese conto che il secondo gomito, che lo aveva terrorizzato, era semplicemente il normale polso felino, sopra le allungate ossa del palmo che formavano un avambraccio secondario sopra la zampa.

Il pelo di Miao era asciutto, ora, soffice e lucido, e la gattina si dondolava, incredibilmente a suo agio, avvolgendo la coda grigia intorno al polso a strisce violette, fissando con aria grave e pensierosa i grandi occhi della sua catturatrice… o piuttosto, della sua nuova amica, a giudicare dalle apparenze.

Avevano incredibilmente l'aspetto di una madre e di una bambina piccola.

I sentimenti di Paul verso la creatura-tigre, l'immagine stessa che aveva di lei, subirono dei rapidi cambiamenti, ora che poteva osservarla in posizione rilassata… questa volta la giudicò per la prima volta femmina, basandosi sull'apparente assenza di organi sessuali esterni, a parte due piccole mammelle sistemate in alto, nella verde pelliccia del suo petto.

Per essere una felina, aveva il corpo piccolo, le gambe e le braccia lunghe… come struttura, più simile a un leopardo indiano che a qualsiasi altro felino terrestre, benché di dimensioni considerevolmente maggiori: dimensioni umane. Le proporzioni generali, inoltre, erano più umane che feline… immaginò che, in una gravità normale, sarebbe stata sia bipede che quadrupede.

Il pelo della gola, del petto, del ventre, e della parte interna delle braccia e delle gambe era verde, tutto il resto era verde a strisce violette.

La testa aveva le orecchie aguzze di tutti i felini, ma c'era una fronte più alta e più ampia, che pareva aumentare la triangolarità dell'intero viso, che non era, ugualmente, del tutto felino, anche nel naso a bottone indaco e nei pallidi, sottilissimi baffi. Sul viso… era impossibile chiamarlo muso, e Paul non vi pensò neppure… il pelo era violetto, a eccezione di una sorta di maschera verde intorno agli occhi.

Malgrado l'avambraccio secondario sopra di esse, le zampe sottili avevano l'aspetto di vere mani… mani con tre dita, e con un pollice opponibile. Gli artigli erano invisibili, presumibilmente ritirati e nascosti nel naturale involucro della zampa.

La coda verde a strisce viola s'incurvava sinuosa e graziosamente intorno a una zampa posteriore piegata in parte.

L'effetto generale, si accorse d'un tratto… perfino la coda!… era adesso molto simile a quello di una donna alta e slanciata, vestita di un costume aderentissimo di pelo, abbigliata per chissà quale fantastico balletto felino. Provò una stretta di turbamento al cuore, quando ebbe quel pensiero.

E proprio in quel momento, la donna-tigre cominciò a parlare in inglese… un po' esitante, mozzo, e con un accento esotico, ma ugualmente inglese… non rivolgendo le sue parole a lui, bensì a Miao.

Era tutto così «impossibile,» che Paul ascoltò, come se fosse stato un sogno.

«Vieni, piccola,» diceva la donna-tigre, schiudendo, come per dare un bacio, la parte centrale delle sue labbra color fragola. «Adesso noi amiche. Non devi essere più timida.»

Miao continuò a osservarla con aria grave, e soddisfatta.

«Tu e io uguali,» continuò la donna-tigre, più affascinante che mai. «Tu comoda ora, sento. Così parla. Fai domande.»

Una pausa, e Paul cominciò a intuire il fantastico equivoco che aveva cominciato a manifestarsi… poi la donna-tigre disse:

«Tu così timida! Vuoi nomi? Io conosco il tuo. Il mio?… Tigerishka! Nome speciale, che invento per te. Tu mi pensi terribile tigre, e anche bella danzatrice sulle punte. Danzatrici sulle punte si chiamano, '-enska, -skaya, -ishka'. Tigerishka!»

Allora Paul capì. Era il super-errore di una super-creatura. Tigerishka aveva letto i suoi pensieri, riuscendo a imparare la sua lingua in pochi secondi, ma per tutto il tempo aveva attribuito quei pensieri alla sua simile, alla piccola felina Miao.

Nello stesso tempo, si rese conto di quale fosse stata la natura della stretta di turbamento che aveva provato: puro desiderio maschile, per una femmina eccitante e attraente.

Tigerishka doveva avere colto anche quel pensiero, perché agitò un dito dal pelo indaco davanti a Miao, in uno scherzoso segno di rimprovero, e disse:

«Tu hai dei sentimenti impertinenti per me, piccola. Davvero, tu non abbastanza grande… e noi entrambe ragazze! Andiamo, ora, parla… Paul…»

In quel momento, la verità, presumibilmente orribile, dovette balenare nella mente di Tigerishka, poiché lei girò lentamente la testa per fissare attonita il vero Paul, appoggiando simultaneamente una zampa sul bordo del pavimento, sotto di lei. Un istante dopo, lei aveva spiccato un gran balzo attraverso la cabina, ed era sopra di lui, con gli artigli sfoderati, le labbra rosse che scoprivano i canini affilati, in un ringhio silenzioso. Stringeva ancora Miao, che non pareva eccessivamente stupita da quell'improvvisa attività.

Al di là della spalla verde apparivano le immagini riflesse del dorso di Tigerishka e del viso di Paul, contratto in una folle smorfia.

«Tu… scimmia!» ringhiò Tigerishka. Abbassò ancora la testa, e Paul chiuse gli occhi per un istante. Poi, separando bene le parole, come ci si sarebbe rivolti a un contadino analfabeta, lei disse, «Tu tratti… piccola… come bestia… come animale domestico?» L'inorridito disprezzo dell'ultima parola era una mescolanza di ghiacciaio e di vulcano.

Tutto quello che Paul poté fare, in quel momento di frenetico terrore, fu di ricordare qualcosa che Margo diceva sempre, e balbettare:

«No! No! I gatti sono persone!»

Don Merriam era stato sull'orlo del Grand Canyon, sulla Terra. Aveva anche guardato dal bordo di Leibnitz, vicino al polo sud della Luna. Eppure mai… se non quando aveva attraversato la Luna a bordo del Baba Yaga… certamente mai da un punto d'appoggio solido, egli aveva guardato dall'alto qualcosa di tanto remoto e profondo come il pozzo circolare aperto, largo un miglio, che si spalancava a meno di una ventina di passi nel suolo d'argento sul quale era posato il Baga Yaga, con la scaletta calata tra i tre piedi di supporto.

Quanto era profondo il pozzo? Cinque miglia? Venticinque? Cinquecento? Pareva mantenere la sua larghezza di un miglio all'infinito. L'equivalente, in vuoto, di ciò che la colonna di roccia lunare era in solidità, si restringeva mano a mano, nei recessi dell'abisso, in un piccolo cerchio nebuloso, che era poco più di un punto… e quell'effetto era soltanto la conseguenza delle leggi della prospettiva, e delle limitazioni delle sue facoltà di visione.

Accarezzò per qualche istante l'idea che il pozzo attraversasse l'intero pianeta, passando per il centro e terminando dall'altra parte; così, se lui si fosse gettato in quell'abisso, non avrebbe mai toccato il fondo, ma sarebbe caduto per quattromila miglia, o più… una caduta estenuante, quella, che avrebbe richiesto almeno venti ore, se le velocità nell'atmosfera di quel pianeta erano equivalenti a quelle della Terra, un periodo che lo avrebbe fatto quasi morire di sete… e poi, finalmente, forse dopo una serie di cadute e ricadute, come un pendolo mostruoso, si sarebbe fermato nell'aria, al centro del pianeta, nuotando poi lentamente fino al bordo del pozzo, proprio come aveva nuotato nell'aria del Baba Yaga, in caduta libera.

Naturalmente la pressione, laggiù, a quattromila miglia di profondità, sarebbe stata più che sufficiente a schiacciarlo… ma loro dovevano avere anche il metodo per risolvere quel problema, dovevano avere il metodo per rendere l'aria sottile o densa come volevano, a qualsiasi profondità. Stava già pensando nei termini del loro potere, della loro scienza, della loro volontà… un potere che aumentava ogni volta che lui girava il capo, ogni volta che pensava, benché non avesse ancora visto uno solo di loro.

Il falso ricordo della sua infanzia ritornò, il ricordo del pozzo che attraversava la terra, e che lui aveva trovato dietro la fattoria dei genitori. Così, in quel momento, guardò in fondo al pozzo, cercando di cogliere lo scintillio di una stella, o meglio per cogliere il riverbero del giorno degli antipodi, prigioniero là in fondo, sotto la sua sezione della pellicola curva che era il cielo, a ottomila miglia da lui. Ma nello stesso istante in cui guardava, si rendeva conto che era impossibile vedere a tale distanza, e che in ogni caso l'impresa sarebbe stata irrealizzabile a causa della moltitudine di luci che lampeggiavano, scintillavano, e ammiccavano sui lati del pozzo, a ogni piano.

Perché la caratteristica più strana e innaturale del pozzo era, semplicemente, che esso era innaturale, non un fenomeno fisico o un pozzo scavato nella solida roccia… anzi, non si vedeva alcun segno di roccia, in giro… ma una serie di piani, piani e piani senza fine, verso il fondo, piani di struttura artificiale, e di volume interno abitabile. I piani cominciavano dopo trenta metri circa di nuda parete, e da quella profondità non si interrompevano più.

Riuscì a contarne centinaia e centinaia, ci riuscì con sicurezza, prima che essi cominciassero a fondersi e a confondersi, e anche questo solo per colpa dell'inadeguatezza della sua vista. Eppure, giudicando da quelli vicini alla sommità, erano piani altissimi, spaziosi, che suggerivano l'esistenza di una vita di grandezza e prospettiva più che umane, benché la sua mente si ritraesse inorridita, pervasa da un senso di claustrofobia, dalla soffocante immagine di un simile abisso di stanze e corridoi all'infinito.

L'unico paragone che egli poté trovare nella sua memoria… e si trattava di paragoni del tutto inadeguati… era quello dei cortili interni, ripiani e ripiani di terrazze e piccoli balconi, di certi enormi grattacieli adibiti a uffici, o forse l'immenso pozzo illuminato che si apriva tra gli scaffali di chissà quale titanica biblioteca per microfilm.

In basso, ora, molto in basso, gli parve di vedere dei piccoli aerei che spiraleggiavano nel pozzo, come pigri insetti, e alcuni di questi apparecchi parevano scintillare a loro volta, come i coleotteri fosforescenti dei tropici.

Nel suo desiderio di guardare più profondamente nel pozzo, si sporse un poco, aggrappandosi disperatamente, con le mani nude, alla balaustra d'argento liscia come velluto che lo recintava. Anche quella semplice caratteristica dell'ambiente era innaturale e indicativa del loro potere, perché la balaustra non aveva alcun supporto. Era fatta di due anelli ampi un miglio, di argento e sottili, sospesi a mezzo metro e a un metro sopra il margine del pozzo. O, se esistevano dei supporti invisibili, lui non ne aveva ancora toccato uno, né urtato col piede. Poteva vedere soltanto duecento, trecento metri degli anelli, sia nell'una che nell'altra direzione; più avanti, essi svanivano, come fili del telegrafo. In ogni caso, pareva una supposizione logica pensare che descrivessero un circolo completo.

Ma con tanti segni della loro presenza là in fondo, e con le prove della loro maestria tecnica ovunque, della loro scienza e della loro tecnologia, così vicine alla magia… dov'erano loro? Perché lo avevano lasciato solo per tanto tempo?

Voltò la schiena al pozzo, e si guardò intorno, inquieto, ma sul pavimento d'argento e tra le costruzioni geometriche lisce, senza aperture, che si sollevano da quella strana pianura, egli non riuscì a scorgere una figura vivente, né qualsiasi figura che egli potesse giudicare viva… umanoide, animale, o altro.

I due dischi volanti gialli e violetti, dal rigonfio centrale, erano ancora sospesi, enigmatici e silenziosi, a circa quattro metri di altezza dalla pianura d'argento, proprio come quando li aveva visti per l'ultima volta, e il Baba Yaga stava eretto in mezzo a loro, esattamente come lui l'aveva lasciato. Non era accaduto altro, fino a quel momento; quando la voce lo aveva chiamato, parlando in un inglese un po' esitante, con un accento singolarmente eccitante, lui si era spogliato dello scafandro, obbediente, quasi con ansia, ed era rapidamente sceso dal Baba Yaga, ma non aveva trovato nessuno. Dopo avere aspettato alcuni minuti ai piedi della scaletta, aveva camminato fino al bordo del pozzo, ed era rimasto affascinato.

Ora cominciava a domandarsi se per caso la voce non fosse stata un'illusione. Era irragionevole pensare che un alieno fosse capace di parlare in inglese, senza un contatto preliminare. Oppure no? I loro poteri…

Fece un profondo sospiro. Per lo meno, l'aria pareva sufficientemente reale.

Il silenzio era profondo, tranne quando lui restava immobile e si rilassava, e chiudeva gli occhi e respirava piano; allora gli pareva di udire il più sommesso, lontano, profondo dei ronzii. Il sangue di quello strano pianeta che scorreva? O soltanto il suo sangue? O forse il ronzio poteva giungere dalla colonna di roccia lunare che precipitava nell'altro pozzo, non più lontano dal Baba Yaga e dai dischi volanti sospesi di quanto lui si fosse allontanato dall'altra parte.

La grigia colonna, che occupava un terzo del suo orizzonte, ma saliva restringendosi fin quasi a diventare un punto, là dove si stendeva la pellicola di cielo, pareva a un primo sguardo come una solida montagna; solo che lui sapeva la verità… sapeva che essa stava precipitando costantemente dallo spazio, a una velocità sufficiente a rendere individualmente invisibili le particelle e i frammenti che la componevano… presumibilmente, la medesima velocità di dieci miglia al secondo che lui aveva dedotto sopra la pellicola che copriva come un tetto quella strana atmosfera.

Guardando quella colonna, poté vedere finalmente dei lievissimi mutamenti, nei suoi contorni… dei rigonfi e delle rientranze, che si formavano lentamente e conservavano la loro forma per molti secondi, e poi si spostavano in qualche altra sagoma uniforme. Questo gli ricordò i rigonfi e le scanalature grottesche che potevano essere assunti dai getti d'acqua di un rubinetto… a volte, con tale persistenza che la forma appariva di solido cristallo, e non di acqua corrente.

Ma com'era possibile che la colonna si muovesse a una velocità supersonica simile… due secondi, dal cielo alla pianura!… attraverso l'aria… l'aria che doveva esserci, ne era sicuro, per l'incontestabile prova che lui la stava respirando… com'era possibile che questo accadesse senza creare una rabbiosa e tumultuosa tempesta di polvere, di correnti nell'aria, senza un ruggito tremendo come l'esplosione di una dozzina di primi stadi di missili, o una decina di cascate del Niagara?

Loro dovevano servirsi, forse, chissà come, di un campo sconosciuto, dovevano avere creato un condotto a vuoto assoluto privo di pareti visibili, proprio come avevano creato… ora che ci pensava… dei condotti a vuoto analoghi per il Baba Yaga e la sua scorta, onde compiere il tragitto dell'atmosfera… e, ancor prima, attraverso il plasma sottile e le correnti di micrometeoriti dello spazio.

Continuò a fissare, in alto, la grigia colonna misteriosamente assottigliantesi. Per quanto tempo avrebbe potuto continuare quel mostruoso trasferimento di materia? Per quanto tempo avrebbe potuto durare la luna, anche sotto forma di un elissoide di pallido pietrisco che si allargava in un anello, a quella velocità di prelievo? Per quanto tempo sarebbe rimasto del materiale lunare nello spazio, al di fuori del Vagabondo?

Dal settore del suo cervello addestrato nelle scienze matematiche, nell'ingegneria e nella geometria solida, scaturì quasi immediatamente la prima risposta approssimativa, e cioè che ci sarebbero voluti ottomila giorni perché una fiumana di roccia come quella, muovendosi a una velocità di dieci miglia al secondo, trasportasse sul Vagabondo l'intera sostanza della Luna. E aveva visto soltanto una dozzina delle grandi correnti di roccia.

Ma loro avrebbero potuto accelerare le correnti, e avrebbe potuto esserci un altro gruppo al polo sud del Vagabondo, e in quello stesso istante altri gruppi potevano essere creati. Distogliendo lo sguardo dalla colonna, riuscì a scorgerne almeno altre tre, in lontananza; sembravano grandi fontane grige, che s'incurvavano salendo verso il cielo.

Il cielo era adesso una sinfonia di colori cupi, azzurro e verde e bruno, e ruotava lentamente trasformandosi in un grande fiume dai contorni confusi, austero e minaccioso. Abbassò lo sguardo, fissando le costruzioni più pallide che inanellavano la vuota pianura d'argento, tranne che nei luoghi in cui si aprivano i pozzi; lasciò spaziare il suo sguardo sui circoli di quei solidi mostruosi, lisci, multiformi, colorati, e gli parve che alcuni dei più lontani avessero cambiato posizione e forma… e in qualche caso si fossero avvicinati… da quando li aveva osservati per l'ultima volta.

Il concetto di grandi edifici… o qualunque altra cosa fossero… che si muovevano qua e là, quando non c'era altro segno di vita, lo turbò enormemente, ed egli si rivolse al pozzo dalla balaustra d'argento, per osservare con più attenzione i piani più alti, quasi disperatamente, cercando almeno una piccola indicazione di attività su scala meno mostruosa. Cercò di guardare ai piani più alti, quelli subito sotto di lui, o vicini a lui, dall'una e dall'altra parte, ma il labbro d'argento sul quale era fermo debordava sul pozzo, per diversi metri, come una tettoia, e gli impediva di vedere. Così guardò dalla parte opposta, alle finestre più alte, e ai balconi, e dopo qualche tempo gli parve di vedere piccole figure in movimento, lassù, ma a un miglio di distanza, o anche a mezzo miglio, era molto difficile esserne sicuri, e poi i suoi occhi cominciavano a confondersi e a velarsi. Si domandò se doveva ritornare nella sua cabina, per prendere il binocolo… quando una voce, dolce ma perentoria, parlò alle sue spalle:

«Vieni!»

Don si voltò, con estrema lentezza. In piedi, un poco più alto di lui, a meno di sei metri di distanza, con la grazia diritta e l'orgoglio di un matador, c'era un bipede nero, snello, sericeo, chiazzato di rossiccio, a metà strada tra il felino e l'antropoide. Aveva l'aspetto di un leopardo indiano dalla fronte alta, un cheetah, un poco più grande di un leone di montagna, ed eretto come un essere umano, o come una tigre esile, dalla pelliccia nera a strisce rosse, che indossasse un turbante nero e una stretta mascherina rossa… il turbante era il gonfiore delle ossa frontali e temporali, che avevano ben poco di felino. La coda si drizzava come una rossa lancia, dietro la schiena della creatura. Le orecchie erano a punta. I suoi occhi sereni erano grandi, con qualcosa di simile a un fiore intorno alle pupille.

Spostando appena i piedi piccoli e ravvicinati, eppure con un movimento simile a quello di un ballerino classico, l'essere protese un braccio, con una mano dalle quattro dita, in un gesto d'invito, e aprì le labbra sottili nella parte nera della maschera, mostrando le punte di piccole zanne sottili, ripetendo gentilmente:

«Vieni.»

Lentamente, come in sogno, Don si mosse verso l'essere alieno. Quando egli si fu avvicinato, l'essere annuì, e poi una sezione del pavimento sul quale erano fermi entrambi… una sezione d'argento circolare, larga circa tre metri… cominciò lentamente, lentamente ad affondare nel corpo del Vagabondo. L'essere mosse il braccio teso, fino a posarlo delicatamente sulle spalle di Don. Don pensò a Faust e a Mefistofele che scendevano insieme all'inferno. Faust aveva voluto tutta la conoscenza. Con i suoi magici specchi, Mefistofele aveva dato a Faust una rapida visione di tutto. Ma quale apparecchio magico poteva dare la comprensione vera?

Erano affondati fino al ginocchio nel pavimento d'argento, quando apparve un lampo nel cielo. Improvvisamente, oltre il Baba Yaga, apparvero un terzo disco volante e un'astronave così simile al Baba Yaga che la gola di Don s'irrigidì, al pensiero di Dufresne. Ma poi egli vide le piccole differenze di costruzione, e la rossa stella sovietica dipinta sul fianco.

La curva d'argento del pavimento d'argento gli nascose quella visione, mano a mano che la piattaforma continuava a discendere.

CAPITOLO XXI

Mentre un numero esiguo di esseri umani stabiliva un contatto diretto, eccitante e terrorizzante, con il Vagabondo e i suoi cittadini, e mentre un numero assai superiore di terrestri studiava il nuovo corpo celeste con gli occhi ingranditori e misuratori della scienza, la maggior parte del genere umano conosceva il nuovo ospite venuto dagli spazi celesti solo in virtù della visione a occhio nudo, e delle distruzioni che esso operava. La prima parte della distruzione fu di origine vulcanica e diastrofica. Le maree, o tensioni di marea, prodotte nella crosta terrestre, produssero i loro effetti assai più rapidamente di quelle negli strati oceanici.

Sei ore dopo l'apparizione del Vagabondo, era iniziata un'attività tremenda lungo tutte le cinture sismiche che racchiudevano l'Oceano Pacifico e si stendevano lungo le rive nordiche del Mediterraneo, fino nel cuore dell'Asia. La terra era squarciata; le città venivano scosse e frantumate. Centinaia di vulcani rosseggiarono torvi, mandando fumo e fiamme e lapilli. Alcuni esplosero. Tremende scosse ebbero origine in località remote come l'Alaska e l'Antartico, molte delle quali si produssero sotto il mare. Possenti tsunami organizzarono le loro fila, marciando come un fosco esercito sugli oceani, mostruosi gonfiori neri che si tramutavano in colossali pugni d'acqua, quando raggiungevano la riva. Centinaia di migliaia di uomini perirono.

Malgrado ciò, ci furono numerose regioni, anche vicino al mare, dove tutti questi disastri e questo scatenarsi della collera della natura non furono altro che dicerie, o titoli di giornale, o forse una voce alla radio, durante ore di tregua, nelle quali il Vagabondo era ancora lontano… prima che il suo occhio sanguigno facesse capolino all'orizzonte, avvelenando il cielo delle comunicazioni radio.

Richard Hillary aveva sonnecchiato, per quasi tutto il tragitto attraverso il Berks, e soltanto ora cominciava lentamente a svegliarsi, nell'istante in cui la corriera attraversava il Tamigi, a poca distanza da Maidenhead. Si disse che quella sonnolenza non era stata prodotta dal fatto di avere camminato per quasi tutta la notte… a lui piaceva enormemente camminare, ed era difficile stancarlo… bensì dalle farneticazioni letterarie di Dai Davies.

Ora era quasi mezzogiorno, e la corriera si stava avvicinando al Tamigi e alla massa cupa e fumosa di Londra. Richard scostò finalmente le tendine, e cominciò a rimuginare malinconicamente, ma non con astio, sulle maledizioni della civiltà dell'industria, della sovrappopolazione, e della frenesia di costruire senza criterio.

«Ha perduto la notizia, amico,» disse un ometto dal cappello floscio che aveva occupato il sedile accanto a lui.

Alla domanda cortese, benché piuttosto tiepida, di Richard, l'ometto fu ben lieto di fornire un riassunto. Durante le ultime ore c'era stato un numero considerevole di terremoti in tutto il mondo… apparentemente, un sismologo aveva contato le scosse e aveva decretato, «Assolutamente senza precedenti!»… e, come risultato, delle onde di origine sismica erano una possibilità perfino lungo le coste inglesi: erano stati affissi ovunque degli avvisi ai marinai, e alcune regioni costiere particolarmente basse erano state evacuate. Numerosi scienziati, presumibilmente a caccia di notorietà con gli espedienti del più vieto sensazionalismo, avevano fatto dichiarazioni sulla possibilità di «ondate gigantesche», ma simili esagerazioni erano state respinte con fermezza dalle autorità responsabili. Gli individui più razionali avevano gioiosamente spiegato come confondere gli tsunami con le ondate era un antichissimo errore popolare.

Per lo meno, la montatura dei terremoti aveva fatto sparire il gigantesco disco volante americano dalle prime pagine dei giornali. Però, per compensare questa vittoria, la Russia stava lanciando delle feroci proteste, parlando di un misterioso attacco, sventato con successo, alla sua preziosa base lunare.

Non per la prima volta, Richard pensò che l'industria delle comunicazioni della quale l'età moderna menava vanto aveva principalmente fornito gli individui e le nazioni dei mezzi per spaventare a morte, e nello stesso tempo annoiare a morte, se stessi e gli altri.

Non informò il suo «amico» autodesignatosi tale di questo pensiero, ma invece guardò dal finestrino, quando la corriera rallentò vicino a Brentford, osservando quella cittadina con i suoi occhi di romanziere, venendo ricompensato quasi subito con quel fenomeno umano descrivibile come uno «sciamare di fontanieri»; contò tre furgoncini, con gli emblemi di quel mestiere, e cinque uomini con borse degli attrezzi o grosse cesoie, che correvano in un luogo o nell'altro. Sorrise, pensando che l'eccessiva smania di edificare portava comunque i suoi inconvenienti digestivi.

La corriera si fermò, non troppo lontano dal mercato e dalla confluenza tra il docile Brent e il Tamigi. Due donne salirono a bordo, e una disse a voce alta alla sua compagna:

«Sì, ho appena telefonato alla mamma, a Kew, e l'ho trovata sconvolta, poverina. Dice che il prato è inondato.»

E allora accadde con incredibile subitaneità: uno sgorgare di acqua plumbea dai tombini delle chiuse, e un fluire di acqua ugualmente sporca dalle entrate di numerosi edifici.

L'evento diede a Richard un particolare brivido di orrore, perché, a un livello appena al di sotto del pensiero consapevole, egli lo vide come l'escremento di case malate, troppo nutrite, indipendentemente dagli esseri umani che le occupavano, il prodotto d'i quel loro malore. Diarrea architettonica. Non stava affatto pensando che spesso il primo segno di un'inondazione è il rigurgito delle fognature.

E poi ci fu un gran movimento di gente, e alle loro calcagna un fiotto di acqua più limpida, che andava da un marciapiede all'altro, un'acqua alta una decina di centimetri, che invadeva tutta la strada, e portava via lo sporco.

Certo doveva venire dal Tamigi. Il lindo Tamigi, lo 'Sweete Themmes' di Spenser.

La seconda puntata della distruzione, assai più vasta della prima, fu offerta dal Vagabondo alla Terra, con il veicolo dei mari che coprivano quasi i tre quarti della superficie terrestre. Questa sorta di pellicola liquida può essere trascurabile, perfino ridicola, su scala cosmica, ma è sempre stata una specie di dimensione infinita, una dimensione di distanza e di profondità e di potenza, per gli abitatori della Terra. E ha sempre avuto i suoi dei: Dagon, Nun, Nodens, Ran, Rigi, Nettuno, Poseidone. E la musica degli oceani è lo scorrere delle onde e delle maree.

L'arpa degli oceani, che Diana, dea della Luna, fa vibrare con rapida solennità, ha corde fatte di fasce di acqua salata, profonde miglia e miglia, ampie miglia e miglia e miglia, lunghe migliaia di miglia.

Attraverso le sconfinate distese del Pacifico e dell'Oceano Indiano sono tese le corde dei toni bassi: dalle Filippine al Cile, dall'Alaska alla Colombia, dall'Antartide alla California, dall'Arabia all'Australia, dal Basutoland alla Tasmania. Qui vengono suonate le note più profonde, e alcune vibrazioni durano un giorno intero.

L'Atlantico offre la voce media, cantabile. Qui il tempo è più rapido e più regolare, e la misura è la mezza giornata: le maree familiari, che giungono due volte al giorno, della storia occidentale. Le fasce di risonanza legano Terranova al Brasile, la Groenlandia alla Spagna, il Sudafrica all'Antartico.

Dove le corde s'incrociano, possono soffocarsi a vicenda, come nei nodi vicino alla Norvegia e alle isole Sottovento e a Tahiti, dove soltanto il sole controlla le piccole maree… il lontanissimo Apollo che pizzica le corde più debolmente di Diana, portando sempre l'alta marea a mezzogiorno e a mezzanotte, la bassa marea al tramonto e all'alba.

Il soprano dell'arpa dell'oceano è dato dall'echeggiare e riecheggiare di maree nelle baie, negli estuari, negli stretti, e nei mari quasi totalmente racchiusi dalla terra. Queste corde più brevi sono spesso le più forti, e le più feroci, come un violino dominerà sempre il violoncello; le alte maree dell'estuario della Severn, della Francia Settentrionale e dello Stretto di Magellano, del Mar d'Arabia e del Mare d'Irlanda.

Toccate dalle dita gentili della Luna, le corde liquide vibrano gentilmente… trenta centimetri più su e più giù, un metro e mezzo, tre metri, raramente sei metri, quasi mai di più.

Ma adesso l'arpa degli oceani era stata strappata dalle mani di Diana e di Apollo, e veniva pizzicata da dita ottanta volte più forti. Durante il primo giorno di apparizione del Vagabondo, maree si alzarono e si abbassarono tra le cinque e le quindici volte più del normale, e, durante il secondo giorno, tra le dieci e le venticinque… la risposta delle acque si adattava velocemente al folle arpeggiare del Vagabondo. Le maree di un metro e ottanta diventaro di diciotto metri; le maree di nove metri, diventarono di novanta… e più.

Le gigantesche maree seguivano generalmente gli antichi schemi… c'era un diverso arpista, ma l'arpa era la stessa. Tahiti fu soltanto una delle molte regioni della Terra… non tutte lontano dal mare… a venir lasciata tranquilla dalla presenza del Vagabondo, e là nessuno quasi se ne accorse, se non sotto l'aspetto di uno spettacolo astronomico nuovo e affascinante.

Le coste sono i recipienti degli oceani, e li contengono grazie a pareti che le stesse maree contribuiscono a intagliare. In pochissimi luoghi i mari sono fronteggiati da lunghe distese di terra piatta, dove la marea può ogni giorno compiere passi di miglia e miglia, verso la terra e di nuovo nel mare: i Paesi Bassi e la Germania Settentrionale, poche altre spiagge e acquitrini salati, l'Africa Nord-Occidentale.

Ma esistono molte coste piatte, solo a pochi metri, o a poche decine di metri di altezza sull'oceano. Là le maree ingigantite e moltiplicate, sollevate dal Vagabondo, marciarono verso l'interno, percorrendo dieci, venti, cinquanta miglia e più. Con grandi masse d'acqua dietro di esse, e con valli sempre più strette davanti, alcune avanzarono rapidamente, portando distruzione, con un fronte e una cresta di relitti e rottami, colme di sabbia e di terra, con piedi di rocce rombanti e di sassi fruscianti. In altri luoghi, l'invasione della marea fu silenziosa come la morte.

Nei luoghi ove a maree alte e improvvise si opponevano pareti costiere aspre ma non troppo alte… Fundy, Bristol, gli estuari della Senna e del Tamigi… dal recipiente si versò dell'acqua intorno, traboccando dagli orli: grandi funghi d'acqua che si gonfiavano, stendendosi su tutta la terra, in tutte le direzioni.

Gli zoccoli continentali più bassi vennero spazzati dal riflusso, e la loro sabbia venne risucchiata dai fondali oceanici. Apparvero, con le basse maree, scogliere e isole sommerse da milioni di anni; altre, che erano esistite per migliaia e migliaia d'anni, vennero totalmente sommerse. I mari poco profondi, e i golfi, come quello della Persia, vennero totalmente prosciugati una o due volte al giorno. Gli stretti furono solchi più profondi. L'acqua di mare coprì degli istmi bassi. Campagne coltivate, distese di terra fertile, vennero avvelenate dall'acqua salata. Greggi e armenti vennero spazzati via e inghiottiti dalla massa liquida. Case e città vennero rase al suolo. Grandi e antichi porti vennero sommersi.

Malgrado la nebbia della catastrofe e la subitaneità del colpo astronomico, vennero compiuti autentici prodigi di soccorso. Molte organizzazioni che esistevano soprattutto per scongiurare i disastri, che erano nate dai disastri, come la guardia costiera e la Croce Rossa, funzionarono in maniera egregia; e alcuni dei preparativi compiuti in vista di una guerra atomica e di altre catastrofi ripagarono finalmente coloro che avevano speso tanti mezzi e fatica per allestirli.

Eppure, milioni di esseri umani perirono.

Alcuni videro sopraggiungere il disastro, e riuscirono a fuggire e a mettersi in salvo. Altri, perfino nelle zone più minacciate, non vi riuscirono.

Dai Davies camminava sul fondo fangoso e sporco dell'Estuario della Severn, sulla sabbia umida, attraverso la nebbia leggera, che si stava dissolvendo; camminava a grandi passi, con l'energia e la concentrazione rabbiosa di un ubriaco, al culmine delle forze date dall'alcol. Aveva gli abiti e le mani sporchi di fango e sabbia, perché era scivolato e caduto due volte, ma ogni volta si era alzato e aveva proseguito, fermandosi solo per pochi istanti. Di quando in quando si voltava, e correggeva la direzione, quando vedeva che le orme dei suoi passi accenavano a piegare di qua e di là. E di quando in quando beveva un sorso da una bottiglia piatta, senza neppure rallentare l'andatura.

La linea costiera del Somerset era svanita già da tempo, se non per un confuso nereggiare, attraverso la cortina di nebbia residua, delle costruzioni dell'industria marittima, lungo il fiume, oltre la foce dell'Avon. Da molto tempo erano cessati gli applausi insinceri e gli indifferenti avvertimenti… «Torna indietro, pazzo gallese, se non vuoi annegare!…» dei compagni di taverna conosciuti al mattino.

Di quando in quando, cantava, «Cinque miglia fino al Galles, finché la sabbia è sotto il piede, da mezzogiorno alle due, finché dura la bassa marea,» improvvisando variazioni ricche d'imprecazioni, come «Maledetta gente del Somerset!,» oppure, «Li farò arrossire di vergogna!,» e «Maledetti yankee ladri di luna!»; di quando in quando cantava frammenti e brani del suo Arrivederci Mona, composto solo a metà, quali «Mona avvolta di gonna di meteore… Chiardifanciulla, antica come Fomalhaut… Affondi dita bianche nei miei laghi… Attiri le mie acque e le respingi…»

Si udì un brontolio lontano, davanti a lui. Un elicottero passò come un fantasma, allontanandosi in direzione del fiume, ma il brontolio rimase. Dai attraversò una fossa particolarmente viscida e fangosa, nella quale la sua scarpa affondò; e quando sollevò il piede, la scarpa uscì con un plop viscido e minaccioso. Decise che doveva essere quello il canale della Severn, e che lui doveva essere arrivato sulla grande distesa sabbiosa di fondale, nota sotto il nome di «Welsh Grounds».

Ma il brontolio si fece più profondo, e più forte; il cammino si fece più facile, perché le sabbie stavano di nuovo scendendo; un ultimo velo di nebbia svanì; e improvvisamente la strada gli fu bloccata da un rapido, torbido fiume ampio più di cento metri, che ribolliva in gonfiori schiumosi, e avidamente divorava i banchi di nebbia, da entrambi i lati.

Si fermò, sbalordito. Non gli era venuto in mente, neppure vagamente che, per quanto la bassa marea potesse scoprire il fondo del Canale, la Severn era un fiume, e avrebbe continuato a scorrere. E ora capiva che non avrebbe potuto percorrere un quarto di miglio attraverso il Canale.

Lontano, vide un rabbioso gonfiore biancastro, sprizzante acqua e schiuma, dove… ma certo!… l'Avon si gettava tempestoso nel fiume più grande.

Dall'altra parte, lontano, torreggiava la prua di un vapore in secca. L'elicottero era fermo sopra lo scafo. Si udivano dei rumori soffocati, ululati o sibili di vapore.

Fece un balzo indietro, quando una larga fetta di banchina sabbiosa si spalancò come una voragine quasi ai suoi piedi. Malgrado ciò, coraggiosamente si tolse la giacca, perché apparentemente era venuto il momento di nuotare, fermandosi a metà per tirar fuori la bottiglia. Sulle acque vicine, un enorme oggetto nero stava passando, portato dalla corrente. Si portò la bottiglia alle labbra. Era vuota.

Rabbrivì, e cominciò a tremare. D'un tratto, si vide come una formica con le ambizioni di un Napoleone. La paura scese su di lui.

Si voltò. Le sue impronte erano state appiattite, erano semplici pozzanghere e rigonfi privi di forma. E c'era uno scintillio d'acqua, su tutta la sabbia, che prima non c'era stato. La marea aveva compiuto il suo giro. Ora stava ritornando.

Gettò via la bottiglia e cominciò a correre, seguendo le orme confuse lasciate nel terreno, prima che svanissero completamente. I suoi piedi affondavano nella sabbia, più profondamente di quanto non fosse accaduto all'andata.

Jake Lesher abbassò e alzò un interruttore della luce, benché ormai le prove fossero più che sufficienti per stabilire che la corrente se ne era andata. Studiò l'ascensore, nella penombra del grande soggiorno. La cabina si era abbassata di una decina di centimetri, nell'ultima scossa, e ora pareva un po' inclinata. Nell'ombra, le pareti di alluminio parevano increspate. Gli parve di veder sporgere dei sottili fili neri, e indietreggiò, rifugiandosi nel livido chiarore del sole della veranda.

«Adesso il fumo è aumentato, e riesco a vedere delle fiamme,» gli disse Sally Harris, sempre china sulla balaustra. «Le fiamme stanno salendo dall'edificio, e la gente le sta guardando dalle finestre delle case vicine, ma l'acqua sta salendo più in fretta… mi sembra. È una corsa. Accidenti, Jake, questo è un diluvio come quello della Bibbia, e l'attico di Hugo è la nostra Arca di Noè. Ecco l'idea intorno alla quale costruiremo la nostra commedia. Useremo anche l'incendio, certo!»

Egli la prese per le spalle, e cominciò a scuoterla.

«Ma questo è tutto vero, piccola idota! Siamo noi che finiremo arrosto!»

«Ma Jake,» protestò lei, «Bisogna sempre avere una situazione reale, per scrivere una commedia. L'ho letto da qualche parte.»

Su tutta la Terra, i sensi e la mente di moltissime persone erano ermeticamente chiusi di fronte all'idea di un cambiamento nelle maree. Quelli che vivevano nell'interno erano propensi a dubitarne, o a minimizzare quello che non potevano vedere con i propri occhi, e moltissimi tra loro non avevano mai visto un oceano. Gli uomini che si trovavano in mare, senza alcuna striscia di terra da vedere all'orizzonte, non potevano percepire il gonfiarsi delle maree sotto di loro… non percepivano neppure le onde sismiche molto più brevi… e così non potevano notare se l'alta marea, sulla quale le loro navi si muovevano, fosse di pochi metri o di decine di metri più alta di quanto avrebbe dovuto essere… e inversamente, lo stesso concetto si applicava alla bassa marea.

Gli insorti che si erano impadroniti della Principe Carlo avevano troppe cose da fare… occuparsi della manutenzione di un grande transatlantico atomico, tenere calmi e sotto controllo i passeggeri, sventare i tentativi compiuti dall'equipaggio per rovesciare la situazione… e così decisero di eleggere quattro di loro comandanti, con uguali poteri. Ci vollero alcune ore, prima che questo direttorio rivoluzionario riuscisse a mettere il transatlantico su una rotta per Capo St. Roque, in direzione di Rio, dove i loro capi avrebbero dovuto teoricamente rovesciare il governo nel corso della notte… cosa questa che non poteva avere conferma, a causa dell'improvviso ammutolirsi delle onde radio. L'urgente appello del capitano Sithwise, prigioniero nella sua cabina, il quale chiedeva agli insorti di dirigere senza indugi il transatlantico atomico verso il nodo di marea vicino alle Isole Sottovento, venne accolto con derisione, perché era troppo evidente l'ingenuità di quel trucco per avvicinarli agli incrociatori della Marina Britannica.

Wolf Loner osservava l'enorme banco di nuvole chiudersi tutt'intorno alla Pazienza, e abbassarsi, tanto che l'imbarcazione parve viaggiare in mezzo a una fitta cortina di nebbia. In quel piccolo cosmo d'acqua e di biancore indistinto, che aveva per centro l'imbarcazione, ebbe l'antica fantasia, l'illusione che tutto il mondo fosse svanito intorno a lui, a eccezione di quell'unico punto, o che fosse in corso una guerra atomica nella quale le città svanivano come tizzoni nel fuoco, o che un morbo tremendo, causato da virus artificiali sfuggiti agli esperti della guerra batteriologica, avesse spazzato tutti i continenti, così che lui avrebbe scoperto di essere l'unico uomo sopravvissuto, il giorno in cui avesse messo piede a terra, a Boston. Sorrise, senza apprensione, «Preparati a sostenere l'urto dei tuoi atomi,» si disse.

Eppure, moltissime menti erano chiuse ai fatti che venivano a bussare alla loro porta. Nell'Istituto delle Maree, ad Amburgo, Fritz Scher diede una spiegazione, con propria soddisfazione, e in parte con soddisfazione di Hans Opfel, di tutte le misurazioni di maree divergenti dalla norma che giungevano da ogni parte del mondo. O esisteva un precedente, per la nuova rilevazione… una marea così e così era avvenuta in quel punto quaranta o quattrocento anni prima… oppure le acque venivano gonfiate da una tempesta che quegli stupidi, ciechi meteorologi non avevano visto; oppure qualche osservatore di notoria trascuratezza aveva interpretato erroneamente gli strumenti; oppure qualcuno di notoria instabilità era impazzito; oppure qualcuno, di notorie propensioni comuniste, aveva mentito.

«Basta aspettare un poco,» disse Fritz, sorridendo, ad Hans Opfel, quando quest'ultimo indicò la catasta crescente di rapporti riguardanti il Vagabondo e la distruzione della Luna. «Basta aspettare. Quando verrà la notte, la vecchia, cara luna sarà lassù, da sola come sempre… e riderà di tutti questi stupidi!» Si appoggiò tranquillamente alla lucida parete della macchina per la previsione delle maree, e l'accarezzò con affetto, quasi abbracciandola. «Tu lo sai quanto sono stupidi, vero?» mormorò, in tono infatuato.

Altre mentì, invece, accettarono la situazione.

Barbara Katz mise gli ultimi residui di uova e salsiccia sull'ultima fetta di pane tostato, spinse la tazza del caffè attraverso il grande tavolo di cucina, verso Hester, e sospirò, manifestando così la sua riconoscenza e la sua soddisfazione. Fuori, gli uccelli stavano cantando, alla luce del sole. Il vecchio orologio a pendolo massiccio appeso alla parete indicava le otto e trenta, in numeri romani. Un grosso calendario era appeso sotto l'orologio.

Hester fece un largo sorriso a Barbara, versandole dell'altro caffè, quel caffè incredibilmente concentrato che Barbara aveva tanto apprezzato, e disse:

«Adesso sembra tutto più sano e naturale, visto che il vecchio KKK si è procurato una vera ragazza, invece che quella bambola.»

Helen, la donna negra più giovane, ridacchiò, e poi distolse lo sguardo, con aria divertita e imbarazzata a un tempo, ma Barbara sorrise.

«Credo che vengano chiamate bambole 'Barbie',» disse. «Be', guarda caso, anch'io mi chiamo Barbara… Barbara Katz.»

Hester rise di cuore, a quelle parole, ed Helen soffocò un'altra risatina.

«Perché lo chiama 'il vecchio KKK'?» domandò Barbara.

«Il secondo nome è Kelsey,» spiegò Hester. «Knolls Kelsey Kettering III. Lei si chiama Katz, ed è la quarta.» E ricominciò a ridere.

Ci fu un prolungato, sommesso scricchiolio.

«Chiudi la porta, Benjy,» disse seccamente Helen, smettendo di ridere, ma l'alto negro non si mosse. Era in piedi, a metà strada tra il corridoio e la cucina, vestito impeccabilmente, camicia bianca, pantaloni grigio-argento con una banda grigio scura lungo le cuciture.

«È la bassa marea più mostruosa che ci sia mai stata,» le informò il negro, in tono apprensivo. «La gente cammina sul fondo del mare, come se potessero raggiungere le Bahamas senza neppure bagnarsi la caviglia. Vanno in giro con delle ceste, e raccolgono il pesce ancora guizzante, che sta morendo sul fondo!»

Barbara si drizzò di scatto, posò la tazza di caffè, e fece schioccare le dita.

«Neanche i televisori dei vicini funzionano… e nemmeno le radio,» aggiunse Benjy, guardandola; anche Hester ed Helen la guardavano.

«Lei sa quando viene la bassa marea, con esattezza?» domandò Barbara, in tono ansioso.

«Circa alle sette e mezzo,» rispose Benjy, senza esitazione. «Un'ora fa. C'è tutto su quel calendario, scritto sul retro del foglio.»

«Strappi un foglio, e me lo faccia vedere,» disse Barbara. «Che tipo di auto possiede il signor K?»

«Solo due Rolls,» le disse. «Limousine e sedan.»

«Vada subito a preparare la sedan per un lungo viaggio,» gli disse, in tono urgente. «Prenda tutta la benzina di scorta che è possibile trasportare… la prenda anche dalla limousine! Avremo anche bisogno di coperte, e di tutte le medicine del Signor K, e una provvista di cibo adeguata, e dell'altro caffè, in thermos… e un paio di bottiglie d'acqua!»

La fissarono tutti, come affascinati. La sua eccitazione era contagiosa, ma tutti erano sconcertati.

«Per quale motivo, bambina?» le domandò Hester. Helen ricominciò a ridacchiare.

Barbara lanciò loro un'occhiata severa, e poi disse:

«Perché sta arrivando l'alta marea! E sarà alta, come è bassa la bassa marea… anzi, ancora più alta!»

«Questo a causa del… Vagabondo?» domandò Benjy, porgendole il foglio che aveva chiesto.

Lei annuì, decisamente, studiando il retro del foglio. Poi disse:

«Il signor K possiede un telescopio più piccolo. Dove si trova?»

«Telescopio?» domandò Hester, con ironica incredulità. Disse, «Be', ma per quale motivo… oh, già l'astronomia, quello che lei e il signor K avete in comune. Dunque, penso che abbia messo l'altro… quello che gli serve per spiare le bambine… nel suo studio.»

«Lo studio?» disse Barbara, con gli occhi che si illuminavano. «E a proposito, c'è del denaro… in contanti?»

«Sarà in una delle casseforti a muro,» disse Hester, aggrottando un po' la fronte… ma solo un poco.

CAPITOLO XXII

Gli studiosi dei dischi volanti cominciavano finalmente a sentirsi di nuovo vivi, dopo la lotta e la gara di velocità silenziosa con le onde. Gli uomini avevano acceso un fuoco, servendosi di legno portato a riva dalle onde, accanto alla vuota autostrada, a pochi metri dal basso ponte di cemento che attraversava la rientranza, e tutti si stavano asciugando a quel calore, con un'attività necessaria di scambi di vestiti, e di coperte asciutte, e di altri generi di abbigliamento assortiti, distribuiti fraternamente dalla riserva del camioncino.

Rama Joan tagliò impietosamente i pantaloni del suo abito da sera sporco di sale e umido, trasformandoli in un paio di calzoncini coloniali, e senza riguardo per la moda tagliò anche le code della giacca, e le maniche fino al gomito, sostituì l'ormai dimenticato bianco impeccabile della cravatta e del colletto rigido con la stoffa verde del turbante, e raccolse la massa dei capelli rosso-dorati in una coda di cavallo. Ann e Doc l'ammirarono.

Tutti avevano un aspetto notevolmente ammaccato. Margo notò che Ross Hunter appariva più ordinato e curato degli altri uomini, poi si rese conto che il motivo era semplice… mentre gli altri avevano già un'ombra di barba sulle guance, Ross aveva semplicemente la stessa barba che gli aveva fatto guadagnare subito il soprannome.

Mentre il cielo si rischiarava, ritornando azzurro come ogni giorno, il morale del gruppo salì di qualche punto, e diventò un po' difficile pensare che tutti gli eventi della notte precedente fossero accaduti davvero, e che il pianeta violetto e dorato stesse in quel momento terrorizzando il Giappone, l'Australia, e le altre isole dell'Oceano Pacifico, la grande massa d'acqua che abbracciava mezzo mondo.

Ma potevano vedere una mostruosa frana, che bloccava la strada, a meno di duecento metri più a nord, mentre Doc indicò, puntando il braccio, le rovine della piattaforma e della casa sulla spiaggia, travi e assi e sagome appena distinguibili ammucchiate disordinatamente contro la scintillante rete metallica che recintava Vandenberg Due, a poco meno di un miglio di distanza.

«Eppure,» disse Doc, «Lo scetticismo umano sulle esperienze fatte cresce come i funghi d'autunno. Che ne diresti di preparare un'altra dichiarazione da firmare, Doddsy?» domandò, rivolgendosi con il nuovo e familiare soprannome all'Omino, adeguandosi alla familiarità che si era lentamente instaurata tra tutti i componenti del gruppo.

«Tengo un diario completo degli avvenimenti, in inchiostro a prova d'acqua,» lo rimbeccò bruscamente l'Omino. «È aperto in qualsiasi momento a ogni controllo.» Estrasse il suo libretto d'appunti, e lentamente sfogliò le pagine, per dare enfasi alla sua dichiarazione. «Se il ricordo degli eventi di qualcuno differisce dalle mie annotazioni, sarò lieto di mettere la correzione a verbale… a patto che l'autore della correzione sigli con le sue iniziali l'appunto.»

Wojtowicz, che guardava il libretto dall'alto, alle spalle dell'Omino, disse:

«Ehi, Doddsy, mi sembra che alcuni dei disegni del Vagabondo non siano molto esatti.»

«Ho eliminato i dettagli, e per questo motivo i disegni sono molto schematici,» ammise l'Omino. «Comunque, li ho tracciati… dal vivo. Ma se lei desidera tracciare a memoria alcuni disegni del nuovo pianeta… e firmarli!… sarò ben lieto di mettere a sua disposizione questo libretto.»

«Non fa per me, io non sono un artista,» si scusò Wojtowicz, con un sorrisetto.

«Be' potrai controllare l'esattezza dei disegni stanotte, Wojtowicz,» gli disse Doc.

«Accidenti, non me lo ricordi!» disse l'altro, portandosi le mani sugli occhi e fingendo di barcollare.

Soltanto Bacchetto rimaneva solo, infelice e turbato; era seduto sull'ampia balaustra del ponte, e guardava avidamente l'orizzonte, là dove era tramontato il Vagabondo.

«Ella ha scelta lui,» borbottava, attonito. «Io ho creduto, eppure sono stato trascurato. Lui è stato portato nel disco volante.»

«Non importa, Charlie,» disse Wanda, appoggiando la testa grassoccia sulla spalla magra di Bacchetto. «Forse non era l'Imperatrice, ma soltanto la sua ancella, e ha confuso gli ordini.»

«Sapete, è stato veramente infernale… quel disco volante che è calato sopra di noi,» disse Wojtowicz agli altri. «C'è solo una cosa… siete sicuri di avere visto Paul attirato a bordo? Non vorrei dirlo, ma avrebbe potuto essere risucchiato in mare, proprio come stava per accadere a molti.»

Doc, Rama Joan e Hunter testimoniarono di avere visto l'evento con i propri occhi.

«Credo che le interessasse più il gatto che Paul,» aggiunse Rama Joan.

«Perché?» domandò l'Omino. «E perché l'uso di 'lei'?»

Rama Joan si strinse nelle spalle.

«Non è facile dirlo, signor Dodd. Solo che anche lei aveva l'aspetto di una gatta… e non ho notato alcun organo sessuale esterno.»

«Neppure io,» confermò Doc. «Benché non possa affermare di averli cercati in quel momento con viziosa avidità.»

«Lei pensa che il disco volante avesse davvero un motore antigravitazionale… come quelli dei romanzi di E.E. Smith?» domandò Harry McHeath a Doc.

«Non vedo altra spiegazione… se ben ricordo come si muoveva nell'aria. In una situazione simile, la fanta'scienza è la nostra unica guida. D'altra parte…»

Margo approfittò del fatto che l'attenzione generale era concentrata sulla conversazione, per scivolare silenziosamente tra i cespugli, nella direzione presa dalle altre donne in precedenza, alla ricerca di inesistenti servizi igienici. Si arrampicò su una piccola sporgenza rocciosa, accanto al corso d'acqua, e si trovò su una striscia di terra, circondata da rocce, a circa sei metri di altezza rispetto alla spiaggia.

Si guardò intorno. Non riuscì a vedere nessuno. Estrasse dalla giacca di cuoio la grigia pistola che era caduta dal disco volante. Era la prima occasione, da quell'indimenticabile alba, che aveva per ispezionarla con maggiore attenzione. Tenerla nascosta, quando aveva asciugato gli abiti al calore del falò, era stato un problema irritante.

Era un grigio uniforme… alluminio o magnesio, a giudicare dal peso… e di forma liscia ed elegante. Non c'era alcun foro visibile, nella canna a punta, né alcuna intuibile apertura per l'uscita di qualcosa di materiale. Nella parte anteriore del rigonfio — che equivaleva a un grilletto — si trovava un bottone ovale. L'impugnatura pareva fatta per due dita e un pollice. Sul lato sinistro dell'impugnatura, lontano dal palmo della mano destra che stringeva l'oggetto, c'era una stretta striscia verticale che scintillava di bagliori violetti, per cinque ottavi della lunghezza, come un termometro.

Margo strinse la pistola, a titolo di prova. Proprio davanti all'estremità della canna, lei notò un sasso, largo mezzo metro, posato sul bordo del terrapieno. Il cuore cominciò a batterle più forte. Puntò la pistola contro il sasso, e sfiorò il pulsante. Non accadde nulla. Premette il pulsante con maggiore forza, poi ancora un po' di più, e improvvisamente… non ci fu rinculo, ma d'un tratto il masso stava volando via veloce, insieme a una porzione del terrapieno larga almeno un metro, per poi cadere, praticamente senza produrre alcun suono, sulla sabbia, a trenta metri di distanza, e un po' di sabbia parve rimbalzare e fermarsi ancor più avanti. Un vento freddo soffiò brevemente alle sue spalle. Si udì cadere del terriccio e del pietrisco, giù per il pendio.

Margo respirò profondamente, e deglutì. Poi sorrise. La colonnina viola non pareva più breve. Forse era diminuita di qualche millimetro, ma non ne fu sicura. Infilò di nuovo la pistola nella giacca, stringendo ancora di più la cintura. Un'espressione pensierosa sostituì il sorriso.

Tornò indietro, oltre la sommità del costone roccioso, e dall'altra parte trovò Hunter, con i raggi del sole che traevano scintillii ramati nella barba scura.

«Professor Hunter!» esclamò Margo. «Non credevo che lei fosse un uomo di questo genere!»

«Quale genere?» le chiese, forse con un breve sorriso, ma era difficile stabilirlo, a causa della barba.

«Be', seguire una ragazza quando ha cose private da fare.»

La guardò, semplicemente, e Margo si passò una mano sui capelli biondi, per ricacciare indietro una ciocca ribelle.

«Lei non è abituata all'interesse aperto degli uomini? Sessuale, o di altro genere?» le domandò, in tono gentile. Poi, «Il fatto è che mi era parso di sentire il rumore di un piccolo smottamento.»

«Un masso è rotolato sulla spiaggia,» disse lei, passandogli accanto, «Ma il rumore non può essere arrivato lontano.»

«A me è arrivato,» le disse, cominciando a scendere per il pendio, dietro di lei. «Perché non si toglie quella giacca? Comincia a far caldo.»

«Io sarei capace di trovare una forma d'approccio più delicata,» gli disse Margo, con un certo risentimento.

«Anch'io,» le assicurò Hunter.

«Già, immagino,» ammise lei, dopo un momento. Poi, fermandosi ai piedi del pendio, aggiunse, «Ross, mi dica il nome di un grande scienziato, specialmente di un fisico, calibro premio Nobel, che abbia una vera saggezza, e comprensione per il genere umano?… Integrità morale, ma anche ampiezza di visione e profondità di sentimenti.»

«È veramente una domanda difficile. Be'… c'è Drummond, c'è Stendhal… ma non possiamo definirlo un fisico… c'è Rosenzweig… ah, e naturalmente Morton Opperly.»

«Ecco il nome che volevo sentirle dire,» fece Margo.

Dai Davies cominciò a picchiare sui battenti della porta a vetri della piccola taverna, vicino a Portishead. Le ginocchia tremavano; il viso era di un livido pallore verdastro; i capelli erano arruffati, diritti e umidi; gli abiti erano grondanti… e le sue cadute lo avrebbero lasciato coperto di fango, se non avesse dovuto nuotare per compiere gli ultimi cento metri della sua ritirata attraverso la Manica.

E ormai era giunto alla fine della sua forza da ubriaco… se ci fossero volute altre dieci bracciate convulse, non sarebbe mai arrivato a riva, lo sapeva, non sarebbe mai uscito dalla selvaggia marea diluviale che risaliva schiumando e gorgogliando il corso della Severn. Aveva bisogno di alcol, di liquori, di birra!… come un ferito grave ha bisogno di una trasfusione.

Eppure, per chissà quale ragione, gli sporchi bastardi del Somerset avevano chiuso la porta e si erano nascosti… senza dubbio per contrariare lui, senza dubbio per pura crudeltà, odio dei gallesi e disprezzo dei poeti, perché quella non era l'ora di chiusura. Ma, per i patimenti di Cristo, lui avrebbe pensato a denunciarli alla polizia, per quella chiusura ingiustificata! Premette il viso contro le finestrelle a vetri della porta, per vederli rannicchiati nei loro vili nidi da topi, ma la sala oscura era vuota, le luci erano tutte spente.

Indietreggiò, barcollando, battendosi le braccia sul petto per trovare un po' di calore, e urlò raucamente, muovendosi lungo la strada:

«Dove siete, tutti? Venite fuori! Ehi, qualcuno… venite fuori!» Ma neppure un'anima si fece vedere, neppure una porta si aprì, neppure un viso arcigno di donna fece capolino da una finestra. Era solo, completamente solo.

Ritornò, tremando, alla porta del pub, appoggiò le mani a essa, per conservare l'equilibrio, riuscì a sollevare la gamba indolenzita, e scalciò con violenza, convulsamente. Tre pannelli di vetro si ruppero, e i frammenti caddero all'interno. Dai abbassò la gamba, poi si rannicchiò davanti alla porta, e infilò il braccio nell'apertura, cercando a tentoni… trovò la serratura, aprì il paletto, girò la maniglia, e la porta si aprì. Allora Dai entrò barcollando, senza più guardare la porta con i piccoli pannelli di vetro rotti, fece quattro passi verso il bancone, e si fermò, traballando, al centro della stanza; per poco non perse i sensi.

E poi, mentre se ne stava là, ansando, e i suoi occhi si abituavano alla penombra, un meraviglioso cambiamento avvenne in lui, e colmò tutto il suo corpo. D'un tratto, gli parve che il fatto di trovarsi là, da solo, fosse la cosa più bella del mondo; era il realizzarsi di un vecchio, vecchissimo sogno.

Non si preoccupò del lontano ruggito, dietro di lui, né si voltò a guardare, attraverso la porta rotta, il Canale che si avvicinava, a gradini sporchi, bassi, schiumosi. Aveva occhi soltanto per le bottiglie verdi e ambrate, dalle affascinanti etichette, disposte sui ripiani, dietro il bancone. Erano per lui come libri preziosi, fondi di ogni saggezza, amici dei solitari, una splendida biblioteca che poteva esser sempre assaporata e assaggiata, e della quale egli non avrebbe mai saputo stancarsi.

E, avvicinandosi a essi con amorevole deliberazione, con un largo, gioioso sorriso, cominciò sommessamente, con voce carezzevole, a leggere i titoli sui loro dorsi:

«Old Smuggler… di Richard Blackmore. Teachers, di C.P. Snow. The Black and the White, di Stendhal. White Horse, di G.K. Chesterton…»

Il generale Spike Stevens avanzava nella fredda acqua salata, oltre il pozzo dell'ascensore, dal quale l'acqua sgorgava con maggiore forza a ogni momento, facendo cigolare la porta di metallo. Una torcia elettrica, che aveva legata sul petto, brillava sull'acqua alta fino alla coscia, e su una parete decorata con scene di battaglie storiche. Altre tre lampade salivano dietro di lui «…come se fossimo dei maledetti malandrini di una commedia musicale,» aveva detto il colonnello Griswold.

Il generale cercò a tentoni, sulla parete, affondando le dita nella carta che la copriva, e aprì… mentre la carta si rompeva… una porticina di sessanta centimetri quadrati, che rivelava una cavità poco profonda, che conteneva soltanto una grossa leva nera.

Si voltò verso gli altri.

«Vedete,» disse, rapidamente, «Io conosco soltanto l'ingresso del condotto di uscita. Non so quale sia il punto di uscita, più di quanto lo sappiate voi, perché secondo i piani io non dovrei sapere dove siamo… e non lo so, infatti. Speriamo che ci porti in una torre, o qualcosa di simile, perché sappiamo di trovarci a circa sessanta metri di profondità, e che lassù, per qualche strano motivo, c'è dell'acqua salata. Capito? Bene, adesso apro.»

Si voltò, e abbassò la leva. Il colonnello Mabel Wallingford era in piedi, proprio alle sue spalle; il colonnello Griswold e il capitano Kidley si trovavano qualche metro più indietro.

La leva si abbassò di pochi millimetri, e si bloccò. Il generale fece forza, usando entrambe le mani, fino a quando non si trovò nell'acqua soltanto fino al ginocchio. Mabel si avvicinò, e strinse la leva a sua volta, e fece forza, combinando i suoi sforzi con quelli del generale.

Griswold esclamò:

«Un momento! Se è bloccata, significa che…»

La leva si abbassò di quindici centimetri. A un metro di distanza, la carta che copriva la parete si ruppe ad angolo retto, mostrando una porta larga sessanta centimetri e alta un metro e mezzo… e dalla porta uscì una nera massa d'acqua, che si rovesciò sul capitano Kidley e sul colonnello Griswold… Mabel vide affondare sempre più la lampada di Griswold.

L'acqua solida continuava a entrare, scorrendo impetuosa ai piedi del colonnello Mabel e del generale. L'uomo e la donna si aggrapparono alla leva.

CAPITOLO XXIII

Margo e Clarence Dodd avevano i gomiti appoggiati alla balaustra di cemento del ponte, e stavano guardando le colline, facendo ipotesi sulla grande cupola di fumo che saliva dal sud e immergeva il sole in un rosso bagno di sangue, gettando su tutto il paesaggio una livida colorazione ramata. Margo era andata là, soprattutto per allontanarsi da Ross Hunter.

«Nei canyon e sulle montagne potrebbero esserci soltanto degli incendi nella boscaglia,» disse l'Omino. «Ma ho paura che sia qualcosa di ben più grave, signorina Gelhorn. Lei abita a Los Angeles?»

«Ho un cottage in affitto a Santa Monica. Più o meno la stessa cosa.»

«Ha famiglia?»

«No, sono sola.»

«Almeno questo è un bene. Voglio dire che, finché non comincia a piovere, temo che…»

«Guardi,» disse lei, abbassando lo sguardo. «C'è dell'acqua nel torrente, ora! Questo non significa che nell'entroterra piove?»

Ma proprio in quel momento, con un trionfale colpo di clacson, il camion di Hixon fece il suo ritorno da una ricognizione lungo la costa, seguito da un piccolo autobus scolastico giallo. I due veicoli si fermarono sul ponte. Wojtowicz scese dall'autobus. Stava agitando uno dei fucili. Doc lo seguiva, ma si fermò sul predellino, che era un palco adeguato per un discorso, almeno per Doc.

«Sono lieto di annunciare il ritrovamento di un mezzo di trasporto,» gridò, giovialmente. «Avevo una specie di chiodo fisso, così ho perlustrato la Collinare di Santa Monica, e lassù, in una piccola valle a meno di cento metri dall'autostrada, ho scoperto questo affascinante autobus, in attesa di iniziare il suo giro mattutino, e che oggi cambierà passeggeri… noi, per l'esattezza! È meravigliosamente rifornito di benzina, e c'è una ricca provvista di burro e di panini alla marmellata e di latte pastorizzato, vitaminizzato, squisito. Preparatevi alla partenza entro cinque minuti, tutti!» Scese dal predellino, e con un mezzo passo di danza si voltò verso gli altri. «Doddsy, non è acqua piovana quella che scorre nel torrente, laggiù, ma si tratta di acqua salata… l'aumentare dell'alta marea. Guarda dall'altra parte del ponte, e vedrai questa meravigliosa distesa scintillante coprire come un grande lenzuolo il mondo, fino alla Cina. In momenti simili, la gente ha, più o meno a ragione, il senso di venire travolta dagli eventi… o dall'acqua salata, come in questo caso. Tu possiedi l'altro fucile, Doddsy… tu andrai con gli Hixon. Ida verrà con te, per occuparsi di Ray Hanks. Io comanderò l'autobus.»

«Signor Brecht,» disse Margo. «Lei ha per caso intenzione di portarci nella Valle, attraverso la Collinare di Santa Monica?»

«Per lo meno, a metà strada. A seicento metri di altezza, se ci riesco. Dopo…» Si strinse nelle spalle.

«Signor Brecht,» continuò la ragazza. «Vandenberg Tre è esattamente dall'altro capo della Collinare. Sulle alture. Morton Opperly lavora là, occupandosi della pura parte scientifica del progetto Luna. Credo che dovremmo tentare di raggiungerlo.»

«Be', non si tratta di una cattiva idea,» fece Doc. «Dovrebbe dimostrare più buon senso dell'alto papavero di Vandenberg Due, e potrebbe accogliere con piacere qualche nuova recluta ragionevole e ben disposta. In questa situazione irreale, l'idea di fare cerchio intorno ai maggiori scienziati è ottima. Però, Dio solo sa se riusciremo ad arrivare a V-3, e se Opperly sarà ancora là, quando vi arriveremo,» aggiunse, stringendosi di nuovo nelle spalle.

«Questo non importa,» disse Margo. «Chiedo soltanto che, se si presenterà un'occasione per mettersi in contatto con Opperly, lei mi dia una mano. Ho un motivo speciale, che è di estrema importanza, ma che ora non posso spiegare.»

Doc le lanciò un'occhiata penetrante, e poi fece un sorrisetto.

«Sicuro,» promise, e in quel momento Hunter, e alcuni altri, lo circondarono, bersagliandolo di domande o di suggerimenti.

Margo salì subito a bordo dell'autobus, e occupò il sedile dietro il posto del conducente. L'autista era un vecchio arcigno, con un mento così sfuggente che Margo si domandò se avesse dei denti in bocca.

«È molto gentile da parte sua aiutarci,» disse Margo.

«Lo dice a me?» la rimbeccò il vecchio, voltandosi a guardarla, con aria incredula, e mostrando qualche dente ingiallito e nerastro sulle gengive scoperte. «Lui mi ha parlato,» proseguì, indicando col pollice Doc, che era ancora a terra, «Di questa marea di centosessanta metri, che mi avrebbe fatto annegare se non fossi salito in fretta sulle colline. Ha reso l'immagine maledettamente vivida. E poi mi ha detto che non dovevo sciuparmi troppo il cervello, per decidere se accompagnare voialtri o no, perché con lui c'era un tizio armato di fucile. Gentile da parte mia? Non ho avuto scelta, ecco tutto. Inoltre,» aggiunse, «C'è stata una gigantesca frana che ha bloccato il mio percorso normale, a sud. Tanto vale buttarsi in quest'impresa, con un gruppo di pazzi come voi.»

Margo rise, con sincerità.

«Vedrà che si abituerà a noi,» disse.

In quel momento, Bacchetto entrò nel veicolo, diritto come un fuso, voltandosi per gridare a Doc:

«Va bene, Wanda e io accettiamo di usare questo mezzo di trasporto, ma io rifiuto categoricamente di bere latte che contenga raggi di fallout e veleno per topi!»

L'autista guardò Margo.

«Può darsi,» disse, acidamente.

Gli altri salirono a bordo, uno dopo l'altro. Hunter sedette accanto a Margo, mentre lei stava parlando con l'autista. Con ostentazione, Margo si scostò un poco, facendogli posto, ma Hunter non la guardò. Doc si fermò sulla porta, e contò i presenti.

«Tutti presenti,» annunciò. Si sporse sul predellino, e gridò verso il camion, «D'accordo, tutto a posto, partiamo! Invertire la rotta, e seguire in fila a poppa!»

L'autobus scolastico usò il ponte per fare manovra, seguito dal camion. Margo notò che l'acqua, nel torrente, era ormai alta un metro e più. Un'ondata avanzò, bianca di spuma ai lati. La spiaggia sulla quale aveva lanciato il sasso grazie all'arma caduta dal disco volante era anch'essa sott'acqua. La notte scorsa, quella strada era stata a più di mezzo miglio dall'oceano, ma ora soltanto cento metri la separavano dal bagnasciuga.

Doc si sistemò nella posizione strategica che si era riservato, dietro la porta e dirimpetto a Hunter. Stese comodamente una gamba sul sedile libero accanto a lui.

«Sulla Collinare di Santa Monica,» disse all'autista. «Mantenga i cinquanta, vada con calma, e stia attento alle rocce. Abbiamo circa quattro miglia di autostrada da percorrere… tempo a sufficienza per sfuggire al signor Pacifico, mentre lui ingrassa. Ricordate tutti che le maree, sulla Costa del Pacifico, sono del tipo misto. Fortunatamente per noi, questa mattina l'alta marea è bassa… McHeath,» chiamò, senza voltarsi. «Tu sei il nostro ufficiale di collegamento. Tieni d'occhio il camion. E gli altri non restino ammucchiati dalla parte del mare. Voglio che questo autobus sia in equilibrio perfetto, quando cominceremo a salire. Siamo molto avvantaggiati sulla marea… non c'è pericolo.»

«A meno che non arrivino altre…» cominciò Margo, ma si trattenne subito. Aveva voluto dire, ondate di origine sismica, oppure tsunami.

Hunter le fece un sorriso radioso.

«Molto bene; non lo dica,» le mormorò. Poi, parlando solo un poco più forte, si rivolse a Doc, «Ehi, Rudy, dove ha trovato quella cifra di centosessanta metri?»

«Ottanta volte la normale marea di Los Angeles, di due metri e dieci, approssimata per difetto,» replicò Doc. «Una cifra eccessiva, spero con ogni forza, ma dobbiamo fare il calcolo approssimativo, sì o no? Ah, passare la vita sull'onda del mare, una casa sull'abisso che si muove, da-da-da-da-da-da…»

Margo fece una smorfia, nell'udire quella voce arrochita che 'cantava per tener su il morale'… con quale avvedutezza, era una domanda aperta… e desiderò con tutte le sue forze che al suo posto ci fosse stata la voce di Paul. Poi strinse con forza le mani, e studiò il retro del sedile dell'autista. Era stato lavato da poco, si vedeva, ma si potevano ancora distinguere frasi come 'Ozzie è un puzzone', 'Jo-Ann le ha di gomma', e 'Pop ha 13 denti'.

Malgrado le parole rassicuranti di Doc, tutti osservarono con notevole eccitazione le acque che avanzavano strisciando nell'entroterra, e cercando di penetrare il nebbioso orizzonte, mentre un senso di tensione crescente parve stringere l'autobus diretto a sud. Margo sentì allentarsi la tensione, nel momento in cui iniziarono la ripida ascesa, sul nastro nero a due corsie della strada di montagna… e poi, quasi immediatamente, la tensione ritornò, e tutti guardarono avanti, cercando di avvistare frane, smottamenti, o rocce cadute. Nella memoria di Margo risuonò subito la vivida frase della signora Hixon: «Quelle montagne sono state agitate come paglia al vento.» Ma la prima parte del tragitto, che scalava una bassa collina, pareva diritta e priva di ostacoli.

«Il camion percorre la strada dietro di noi, signor Brecht,» annunciò una voce militaresca, dal fondo.

«Molto bene, McHeath,» gridò Doc. Poi, rivolgendosi a Hunter e a Margo con sorridente entusiasmo, e parlando forte, in modo che tutti udissero, «Sono pronto a scommettere sulla Collinare di Santa Monica. La stampa non ne ha parlato molto, ma in realtà si tratta di un progresso rivoluzionario, nella costruzione di strade.»

«Ehi, Doc,» chiamò Wojtowicz. «Se questa strada è libera fino alla Valle, dovrebbe esserci del traffico.»

«Sei furbo stamattina, Wojtowicz,» ammise Doc, «Ma a noi basta che la strada sia libera per le prime tre miglia… questo ci porterà a centottanta metri di altezza. Non dobbiamo preoccuparci delle altre ventidue miglia. Anzi, per noi sarà probabilmente meglio trovarla bloccata, più oltre.»

«Ho capito, Doc; dovremmo combattere, altrimenti, cinquanta milioni di automobili.»

«Il cielo è più scuro davanti a noi, mamma,» pigolò Ann. Lei e Rama Joan occupavano i posti dietro a Doc. «Una grande nube di fumo.»

«Siamo tra l'acqua e il fuoco,» annunciò Bacchetto, e nella sua voce era tornata la vecchia nota sognante. «Ma rallegratevi tutti, poiché Ispan ritornerà.»

«È proprio di questo che ho paura,» disse Hunter a Margo, sottovoce. Poi nello stesso tono, abbassando lo sguardo sulla giacca di cuoio della ragazza, là dove la cerniera lampo era tirata fino al collo, aggiunse, «Le dispiace mostrarmi l'oggetto che la donna-tigre ha lasciato cadere dal disco volante? Gliel'ho visto raccogliere, vede, e credo che l'abbia collaudato stamattina. Funziona?»

Non sentendo una risposta, Hunter aggiunse:

«Lo tenga per sé, se questo contribuisce a darle un senso di sicurezza. Ho sentito la domanda che ha rivolto a Doc, e approvo di cuore. Altrimenti, le toglierei l'oggetto immediatamente… senza pensarci un attimo.»

Neppure questa volta Margo si voltò a guardarlo. Forse si era pettinato la barba, ma era sudato, e se ne sentiva l'odore.

L'autobus raggiunse la cima della prima collina, fece una lenta giravolta verso il basso, e s'inerpicò per un pendio ancora più rapido. Neppure questa volta apparvero frane o macigni.

Doc disse, ad alta voce:

«La Collinare di Santa Monica si stende quasi lungo le cime delle alture, ed è costruita di una lega asfaltoide dalla fortissima coesione molecolare. Di conseguenza, è solida e robusta, quasi a prova di bomba. L'ho saputo sfogliando le riviste tecniche. Ah! Fidarsi sempre di un genio multiforme, dico io!»

«Di un chiacchierone multiforme,» borbottò qualcuno, dietro di lui.

Doc si voltò, sorridendo minacciosamente, e lanciando un'occhiata sospettosa a Rama Joan.

«Abbiamo già raggiunto i novanta metri di altezza,» annunciò.

L'autobus fece una curva, e cominciò a marciare lungo la seconda altura, permettendo loro di vedere per l'ultima volta l'Autostrada Costiera. Era coperta d'acqua. Le onde si frangevano contro le pendici delle colline, tra le erbe folte e gli sterpi.

Dai Davies, con l'aria di disinvolta casualità che avrebbe potuto avere qualche figlio poeta di Poseidone, nello studio di suo padre, osservò le gonfie acque grigie del Canale scintillare qua e là, nella luce d'argento filtrata dalla nebbia del sole al tramonto, mentre l'acqua saliva e saliva, lungo il pendio della strada di fronte al pub.

L'ultima volta che aveva guardato, c'erano stati due mercantili e un battello di linea, che combattevano contro le ondate che li respingevano nel canale. Ora se n'erano andati, lasciando solo qua e là relitti confusi, e piccole casse lontane e galleggianti, che non valeva la pena guardare.

Si era dedicato alla radio, poco prima, e aveva ascoltato gli annunci pronunciati con voce tesa e ansiosa, sulle mostruose ondate di marea; e c'era stato chi aveva insistito che le loro origini dovevano essere le scosse sismiche che avevano fatto tremare la crosta terrestre, ormai da ore e ore; e poi la radio aveva lanciato grida concitate, avvertendo le imbarcazioni, e gli autobus, e i treni, di fare questo e quello, e l'impossibile; e cupi, isterici, complessi ordini a tutta l'Inghilterra, così sembrava a Dai, di andare in qualche altra parte, preferibilmente sulla cima del Monte Snowdon.

Decise che i pavidi abitanti del Somerset dovevano essere fuggiti ascoltando le prime trasmissioni di quegli avvisi frenetici… chiudendo miserabilmente i loro liquori a chiave, prima di andarsene!… e poi aveva lasciato perdere, aveva pensato ai cartoni animati, tornando quasi bambino, crogiolandosi nella meravigliosa sensazione, e canticchiando: «Chi ha paura dell'onda cattiva? Non Dai, certamente!»

Ma poi le luci si erano spente, con un lampo verdastro, e anche la radio aveva taciuto, e lui era andato in cerca di candele, sistemandole artisticamente sul bancone, sette con i loro candelabri.

Si rivolse a esse, ora, e tutte stavano ardendo meravigliosamente, fiammelle tremule e ondeggianti, come sette vergini d'oro e d'argento, gettando un chiarore superno su tutti i libri verdi e ambrati, dalle precise etichette, che si trovavano davanti.

Vediamo, pensò, passando lentamente oltre le fiamme delle vergini, Sono molti giorni che non penetro nell'Old Bushmills di Thomas Hardy, ma sono enormemente tentato da alcuni canti di Vat 69, di Ezra Pound. Quale dovrei scegliere, ora? O forse… sì… per un aroma straniero, Kirchwasser di Heinrich Heine!

Il generale Spike Stevens e il colonnello Mabel giacevano fianco a fianco, trenta centimetri o meno sotto il soffitto di cemento, sulla sommità di un grosso classificatore di metallo, largo come un giaciglio. La donna aveva perduto la sua lampadina, ma il generale aveva ancora la sua legata al petto. La luce scintillava su una superficie immobile di acqua nera, venti centimetri sotto l'orlo della sommità del classificatore.

Anche l'uomo e la donna erano distesi immobili come l'acqua. C'era un frastuono, nelle loro teste, prodotto dalla pressione dell'aria, che era calda, a causa della stessa compressione.

Non c'era nulla da vedere, sulla parte ancora asciutta delle pareti e sul soffitto, a parte la griglia di un aeratore, dietro la testa di Mabel.

Il generale disse… e la sua voce era stranamente aspra, e distante… «Non capisco perché, con una simile pressione, l'aria non sfugge di là…» indicò l'aeratore, «E poi, finis. Dev'esserci un blocco… forse qualche valvola anti-atomica, entrata in funzione.»

Il colonnello Mab scosse il capo. La donna era distesa sulla schiena, e guardava in alto, attraverso le ciglia socchiuse.

«Non è facile vederlo, subito,» disse, gentilmente. «Ma il condotto di aerazione è pieno d'acqua. Si gonfia un poco, nei quadratini dell'aeratore, sembrano le punte di grosse dita nere. La pressione dell'acqua, dall'alto e dal basso, forma una specie di equilibrio… in ogni caso, per il momento, e finché le superfici nella griglia non saranno disturbate.»

«Tu hai delle visioni,» le disse il generale. «Una pessima fantasia idrostatica. La pressione sull'acqua che si trova sotto di noi deve essere maggiore. Dovrebbe ugualmente spingere l'aria verso l'alto.»

«Forse il condotto di aerazione non si è ancora riempito completamente,» gli rispose il colonnello Mab, con una scrollatina di spalle. «Ma io non ho le visioni.»

Allungò la mano, e infilò il mignolo nel più vicino foro della griglia; poi lo ritrasse immediatamente, quando un rivoletto d'acqua grosso come un sigaro sprizzò su di loro, gettandosi rumorosamente nell'acqua nera, in basso… dando l'assurda impressione di un elefante che si liberasse di un po' di fluido.

Il generale la prese per le spalle.

«Maledettissima, stupida cagna,» ringhiò. Poi la guardò bene in viso, e infilò le dita nel colletto della donna, strinse forte, e lo strappò. «Sì,» disse, raucamente, facendo un breve segno di assenso. «Che ti piaccia o no.»

Esitò, poi disse, in tono di scusa, ma anche di estrema determinazione :

«Non c'è altro luogo in cui fuggire, se non l'uno nell'altra.»

Lei gli sorrise brevemente.

«Vediamo di farlo bene, grosso bastardo in divisa,» gli disse. Socchiuse gli occhi. «Siamo finiti,» disse, pensierosa, pronunciando ogni sillaba come se fosse stata una pietra, e lei vi stesse camminando prudentemente sopra. «Ma se riuscissimo a fare in modo di raggiungere l'orgasmo proprio quando affoghiamo… Dovremo aspettare, finché l'acqua non sarà sopra di noi… Non deve essere troppo presto…»

«Accidenti, questa è un'idea, Mab!» le disse il generale, sorridendole come un cupo mastino.

Lei corrugò la fronte.

«Non è tutto,» disse, parlando sommessamente, tanto che era difficile udirla nel rumore delle cascatelle d'acqua… erano tre, adesso. «C'è qualcos'altro. Ma è sufficiente per cominciare, e penserò all'altra cosa fra un po'.»

Sbottonò la giacca bagnata e la gonna, e sfibbiò il reggiseno. Il raggio della lampadina legata al petto del generale scintillò sui seni della donna. Il generale entrò in lei, e si misero al lavoro.

«Adesso fa' piano, vecchio bastardo,» gli disse Mabel.

Quando l'attirò a sé, la lampadina disegnò un quadratino roseo nel petto della donna, che riluceva di un debole chiarore tra i seni.

Quando l'acqua fu a due centimetri dalla sommità del classificatore, fecero una pausa.

«Come topi in trappola,» gli disse lei, affettuosamente.

«Hai una bella coda, signora Topa,» le disse il generale. «Ho sempre pensato che fossi lesbica. Ti chiamavano tutti 'il colonnello Mabel', proprio per questo.»

«Lo sono, infatti,» lo informò Mabel. «Ma non è tutto quello che sono.»

«A proposito della tigre nera che ci era parso di vedere…» le disse il generale.

«L'abbiamo vista,» fece lei, e sorrise. «Morire soffocati è una morte molto silenziosa,» gli disse. Mosse la mano nell'acqua, come se fosse stata su una canoa… e per un momento, fu proprio così. «Questo è preso dalla Duchessa di Amalfi, generale. Il duca Ferdinando. Carino, non trovi?» Vedendo che lui corrugava la fronte, perplesso, gli disse, continuando a sorridere. «Ho letto in diversi libri che un impiccato raggiunge sempre un orgasmo… e soffocare è come essere impiccati. Non so se questo valga anche per le donne, ma può darsi, e il mio sesso deve sempre correre tutti i rischi. Almeno, se potessimo far combinare tutte queste cose… Ti piace uccidere una donna, generale? Io sono una lesbica, generale, e sono stata a letto con ragazze che tu non hai mai avuto.

«Ti ricordi quella piccola rossa, nella Sezione Statistica, che aveva sempre un tic all'occhio sinistro, quando le urlavi qualcosa?»

Proprio in quel momento l'acqua fu sopra il classificatore, e l'aeratore si ruppe, e un grande singhiozzo inorganico iniziò mentre, alternativamente, un massa d'acqua cadeva dalla cavità, e una massa d'aria fuggiva verso l'alto, ritmicamente. Il classificatore tremava.

Il generale e il colonnello Mab si rimisero al lavoro.

«Maledetta, schifosa insidiatrice di ragazze, prendila calma, adesso,» le gridò il generale all'orecchio. «Io ricorderò che sei tu la donna.»

«Lo credi davvero?» gridò lei, e le sue mani dalle dita lunghe e forti, mani da strangolatrice, salirono, tra le braccia del generale, e si chiusero intorno al collo.

CAPITOLO XXIV

I muscoli e i legamenti di Paul Hagbolt cominciavano a far male, per quella posizione innaturale, malgrado l'aiuto della mancanza di gravità. Pensò a qualche cortese protesta, a quel riguardo, senza alcun effetto. Dopo avere superato il primo momento di terrore per Tigerishka, aveva dato voce a quelle lamentele, e aveva anche cominciato a fare molte domande. Ma lei aveva detto, 'Chiacchiere di scimmia', e aveva appoggiato una zampa di velluto sulle sue labbra, e una paralisi aveva bloccato la gola e il viso di Paul, sotto il naso… misteriosamente, un bavaglio invisibile gli era stato applicato.

Per lo meno, le sue sofferenze distolsero la sua mente dalle umiliazioni. Adesso era nudo. Dopo aver scoperto che la mente primitiva che si trovava a bordo del disco volante era quella di Paul, e non quella di Miao, Tigerishka aveva… 'sfogliato'… i suoi pensieri un'altra volta, con disprezzo. Poi gli aveva tolto gli abiti bagnati, con rapidità ancor maggiore, liberandogli per un momento il polso o la caviglia per facilitare il procedimento. Poi lo aveva sottoposto a un'ispezione anatomica distaccata, condotta gelidamente, come se lui fosse stato un cadavere. E infine… massima delle umiliazioni!… aveva attaccato, alla biforcazione tra le gambe di Paul, un paio di apparecchi igienici.

Da essi uscivano dei tubi, collegati al medesimo pannello grigio-argento nel quale, attraverso una porta spalancatasi per un momento, lei aveva gettato gli abiti fradici di Paul. Paul lo battezzò il Pannello dei Rifiuti.

Nel calore della cabina era più comodo essere nudo, benché la comodità non cancellasse l'umiliazione.

Dopo aver provveduto all'evidentemente disgustoso compito di pulire Paul, Tigerishka si dedicò alle proprie faccende. Prima di tutto, si lisciò e agghindò, facendo lo stesso anche a Miao, usando non solo una lingua lunga e appuntita, di un pallido color viola, assai più simile a quella di un rospo che a quella di un gatto, ma usando anche due pettini d'argento che usava con uguale destrezza con tutti e quattro i suoi arti e la coda prensile. Mentre si pettinava ritmicamente, cominciò a miagolare gentilmente, sommessamente, le note discordanti di una musica felina, riuscendo chissà come a produrre tre voci simultaneamente. I peli catturati da quell'operazione finirono nel Pannello dei Rifiuti.

Poi, con sublime — o semplicemente orrenda — indifferenza felina per il mondo che agonizzava sotto di loro… se, come Paul si domandava, il disco volante era sospeso ancora sulla California Meridionale, o sulla stessa Terra… Tigerishka diede da mangiare a Miao. Dal secondo dei tre pannelli… Paul lo battezzò subito il Panello del Cibo… estrasse un grosso verme rosso-bruno, che Paul giudicò, istintivamente e con disagio, sintetico, piuttosto che naturale. Si dimenava con il necessario vigore per interessare enormemente Miao, che giocò con esso in caduta libera per qualche minuto, mentre Tigerishka guardava, prima di mangiarlo lentamente, dando segni di grande soddisfazione.

Poi Tigerishka andò davanti al terzo pannello, che dopo qualche tempo Paul battezzò Pannello di Comando, e si occupò di quello che doveva essere il suo normale lavoro, e cioè quello di osservatrice… almeno da quanto poté giudicare Paul.

La prima volta in cui lo specchio che gli stava di fronte si fece trasparente, Paul fu lietissimo degli accomodamenti igienici che erano stati predisposti per lui.

Mezzo miglio più in basso un rabbioso mare livido si gonfiava e si frangeva in turbini tempestosi; in quel mare si vedeva sporgere soltanto un'isola rocciosa e solitaria, e nelle acque un'enorme petroliera solitaria rollava e beccheggiava; grandi masse di acqua verdastra le coprivano la poppa.

La trasparenza della parete di fronte era perfetta. Gli parve di essere sul punto di precipitare, attraverso il grande anello di fiori, verso lo spumeggiante maelstrom. Poi lo specchio riapparve.

La stessa cosa accadde almeno una mezza dozzina di volte, in rapida successione; e le quote di osservazione variavano bruscamente. Paul si sentì sospeso, con lo stomaco rovesciato, sopra il mare, la costa, e la campagna. Una volta gli parve di riconoscere la parte settentrionale della Valle di San Fernando, con una sezione delle montagne di Santa Monica, ma non poté esserne sicuro.

Fu impossibile, però, confondere la visione successiva. Erano ad almeno cinque miglia di quota, ma non c'era nulla, sotto di loro, fin quasi ai bordi della finestra di nove metri, all'infuori di una città… una città illuminata dal sole, con il mare da un lato, le montagne da altri due lati, e che continuava sul quarto, apparentemente infinita.

La città era macchiata, diagonalmente, da sei pennellate parallele, che cominciavano soprattutto vicino al mare, con un allegro colore vermiglio, ma rapidamente diventavano di un nero brunito di fumo denso, che si allungava fino alle montagne, e penetrava nell'entroterra.

Era Los Angeles… in fiamme. Questa volta, il disco volante si abbassò a sufficienza, perché Paul potesse identificare le principali zone d'incendio: Santa Monica, Long Beach, Torrance, Inglewood, il centro civico di Los Angeles, e Santa Monica, con le ultime lingue di fuoco che sfioravano i pendii meridionali delle montagne di Santa Monica, attraverso Beverly Hills e Hollywood.

La casetta di Margo, a Santa Monica, e l'appartamento di Paul, a quanto pareva, erano solo dei ricordi.

Erano troppo in alto, perché lui potesse vedere distintamente… ma si limitò a immaginare il brulicar di formiche delle automobili, i grappoli dei rossi insetti rettangolari che erano le autopompe.

La linea costiera, a sud, pareva completamente sbagliata… in molti punti il Pacifico penetrava troppo nell'entroterra.

Si sentì soffocare, e allora capì che aveva tentato di urlare a Tigerishka, malgrado l'invisibile bavaglio, di fare qualcosa.

Lei non gli rivolse neppure un'occhiata, ma voltò le spalle al quadro di comando, per stendersi su un pavimento invisibile, guardando verso sud-ovest, là dove c'era il mare.

Due miglia sotto di loro un banco fittissimo di nubi grige dai bordi neri stava avanzando rapidamente verso la costa trasformata. Il bordo nero toccò l'incendio di Long Beach, e il fumo diventò biancastro… pioggia! Pioggia fittissima!

Paul guardò avanti, vedendo gli altri focolai d'incendio che si trovavano sul percorso della nuvolaglia, e vide lo scintillare argenteo e vermiglio di due reattori militari che si dirigevano verso di lui. Si videro degli sbuffi di fumo, sulle ali dei reattori, ed egli poté vedere i quattro missili aria-aria in rotta di collisione verso il disco volante, che ingrandivano avvicinandosi.

Allora parve che Los Angeles fosse stata scagliata giù, abbassandosi di venti miglia. La scena si espanse di trenta volte. Vide delle altre colonne di fumo, rimpicciolite dall'altezza, lungo la costa e oltre, verso Bekersfield. Poi la parete riapparve… non uno specchio, questa volta, ma un verde acquamarina, presumibilmente per non cadere nella monotonia.

Tigerishka allungò la zampa, infilandola tra i cespugli, e ne estrasse Miao. Attirò a sé la gattina e, voltando le spalle a Paul, disse a voce alta:

«Ecco, noi salviamo la sua città di scimmie per lui. Chiamiamo un grande disco oltre il mare. Facciamo piovere. Poca gratitudine. Aiuta le scimmie, le scimmie sparano.»

Miao miagolò, come se avesse preferito ritornare tra i fiori, ma Tigerishka le leccò il muso con la lingua sottile, e la gattina ronfò, felice.

«Lui non ci piace, vero?» continuò Tigerishka, lanciando un'occhiata di sbieco a Paul, con voce che era a metà tra le fusa e la risata crudele. «Scimmie! Vili, chiacchierone, a branchi dappertutto… nessuna individualità, nessuna intuizione.»

Paul avrebbe voluto strozzarla, affondare le dita nel pelo verde e folto del suo collo. Sì, avrebbe voluto circondarle quel collo con le mani, e poi…

Tigerishka attirò Miao più vicina a sé, e mormorò, non così piano che Paul non potesse udire:

«Ci sembra che puzzi. Puzza anche con la mente, vero?»

Paul ricordò, sconsolato, che un giorno aveva pensato che Margo gli mettesse troppo i piedi sul collo. Già. Quello era stato prima di conoscere Tigerishka.

Don Merriam era seduto sul bordo di un letto che sembrava un grande cuscino cedevole, in una stanzetta dalle pareti immerse in una penombra riposante.

All'altezza delle sue ginocchia c'era un tavolino basso, sul quale erano posate una tazza trasparente, e una fiaschetta piena d'acqua, e anche un vassoio trasparente sul quale erano ammucchiati dei cubetti bianchi, spugnosi, dalla superficie ruvida. Aveva bevuto l'acqua avidamente, ma aveva soltanto sfiorato uno dei cubi, benché l'odore e il sapore fossero molto simili a quelli del pane.

Nella stanza si trovavano anche una sorta di toilette, con un coperchio trasparente, e in un angolo c'era una zona, di circa un metro quadrato, nella quale una pioggia continua cadeva fitta, producendo un rumore riposante, senza bagnare il resto della stanza. Non era ancora andato sotto quella doccia, anche se si era spogliato quasi completamente.

La temperatura, l'umidità, e l'illuminazione della stanza si adattavano così meravigliosamente alle sue esigenze, che gli pareva quasi di trovarsi in un'estensione del suo corpo.

Prima che una porta celata nella parete, scorrendo lateralmente, avesse chiuso fuori il suo ospite, o catturatore, l'uomo-tigre rosso e nero gli aveva detto:

«Bevi. Mangia. Sollevati e rinfrescati. Riposa.»

Erano state queste le sue uniche parole, dal momento in cui aveva chiamato Don. Durante la breve discesa della piattaforma, e poi nel breve tragitto lungo un corridoio stretto, l'essere alieno aveva taciuto.

Don aveva accolto con sollievo l'uscita della creatura, ma aveva provato una sorda irritazione verso se stesso, per il timore e la timidezza che gli avevano impedito di fare delle domande; e in quel momento provava quasi il desiderio che l'essere ritornasse.

Questo era soltanto uno dei sentimenti contradditori che vivevano in lui: stanchezza-inquietudine, salvezza-estraneità, il bisogno di lasciar correre i suoi pensieri, e il bisogno di trattenerli, la necessità di affrontare la situazione, e la necessità di evadere nell'illusione.

Era facile considerare quel luogo una piccola stanza d'ospedale. Oppure una piccola cabina, in un grande transatlantico. Ebbene, che cos'era in fondo un pianeta, se non una specie di nave, che si muoveva attraverso l'oceano dello spazio? Almeno, questo pianeta, con i suoi ponti senza fine…

La stanchezza si impadronì di lui; le luci si affievolirono ancor più; egli si distese completamente sul letto, ma nello stesso tempo la sua mente diventò incredibilmente attiva, cominciò a balbettare… anche se in maniera ordinata, in un certo senso.

L'effetto, che era molto simile a quello del pentothal di sodio, era quasi piacevole. Almeno, serviva a neutralizzare l'ansia e l'apprensione.

Gli venne in mente che dovevano essere loro che penetravano nella sua mente, la esaminavano, ma si rese conto che questo non gli importava.

Era un arricchimento, osservare i suoi pensieri, la sua conoscenza, e le esperienze che lui ricordava, disporsi in file ordinate, e poi sfilare in parata, passando davanti a qualche misterioso palco d'onore…

Dopo qualche tempo, quelle immagini mentali cominciarono a muoversi troppo rapidamente, perché lui potesse seguirle, ma anche questo era bello, perché la macchia indistinta che il loro passaggio produceva era un'oscurità calda, tenera, sonnolenta, che lo racchiudeva completamente.

CAPITOLO XXV

I fenomeni prodotti dalle mostruose maree furono innumerevoli, mano a mano che le acque orrendamente gonfiate dal Vagabondo si muovevano intorno al mondo.

Le correnti negli stretti, come quelli di Dover, della Florida, di Malacca e di Juan de Fuca, diventarono troppo forti per essere combattute dalle navi. Piccole imbarcazioni vennero inghiottite, come granelli di crusca in un mulino.

Altissimi ponti, costruiti per resistere a venti d'uragano, vennero messi alla prova dall'acqua corrente. Divennero barriere per le imbarcazioni, che si ammucchiarono contro di essi, e li ruppero.

Delle navi ormeggiate si sollevarono dai moli e dalle banchine, portando con loro gli ormeggi, oppure si infilarono nelle strade centrali delle città di porto, infilandosi nelle pareti dei grattacieli.

I battelli più leggeri vennero strappati dalle grandi ancore, o tirati a fondo da esse. I fari vennero inondati. Alcuni brillarono per ore negli abissi, dopo essere stati sommersi dalle acque.

I ghiacci perenni delle coste della Siberia e dell'Alaska vennero rotti dal basso, e sciolti nell'acqua salata. In America e in Russia i razzi a testata nucleare vennero sommersi nei loro ripari (Un giornale dell'interno suggerì di usare le bombe atomiche per far evaporare l'acqua). Le linee dell'alta tensione vennero sommerse, tra un crepitio di corti circuiti, e riapparvero più tardi, drappeggiate di rottami.

Le piccole maree del Mediterraneo diventarono enormi, per lo meno quanto bastava a creare disastri della medesima entità subita generalmente dai porti oceanici colpiti da uragani rinforzati da eccezionali maree lunari.

Le limpide acque del Mississippi furono come un velo sottile, sopra la marea salata che dal Golfo penetrò nel delta del fiume, invadendo le strade di New Orleans.

I fratelli Araiza e Don Guillermo Walker s'imbatterono in un fenomeno analogo sul San Juan. Più tardi, nel pomeriggio, il fiume invertì il corso della corrente, traboccò nella giungla, su entrambi i lati, e cominciò ad acquistare un sapore salmastro. Apparvero dei rottami, portati dalla corrente verso monte. Bestemmiarono, sbalorditi… i latini con un certo rispetto, lo yankee in modo teatrale, recitando un brano del Re Lear… e diressero la lancia nuovamente verso il Lago Nicaragua.

La popolazione delle grandi città portuali trovò rifugio sulle alture dell'entroterra o… in maniera assai più precaria… sui piani più alti dei grattacieli, dove vennero combattute delle guerriciole feroci per la conquista dello spazio vitale. Furono organizzati dei ponti aerei, che salvarono qua e là dei dispersi. Persone eroiche e semplicemente ostinate, o incredule, rimasero ai posti di lavoro. Una di queste persone era Fritz Scher, che rimase per tutta la notte all'Istituto delle Maree. Hans Opfer, sfidando l'acqua che invadeva le strade di Amburgo, era uscito per la cena, promettendo di ritornare con dei wurstel e un paio di bottiglie di birra, ma non fece più ritorno… sopraffatto dalle acque e dal proprio istinto di conservazione.

Così Fritz non ebbe più nessuno cui rivolgere le sue risate di scherno, quando arrivò la bassa marea, nelle ore serali. E più tardi, verso mezzanotte, ebbe soltanto la sua macchina per la previsione delle maree, con la quale dividere le sue razionalizzazioni sul motivo dell'incredibile bassa marea, segnalata dai pochissimi rapporti che continuavano ad arrivare. Ma questo gli diede uguale soddisfazione, perché il suo devoto affetto per la lunga macchina aerodinamica stava diventando fisico. Trasferì la scrivania accanto alla macchina, in modo da poterla toccare costantemente. Di quando in quando andava a una finestra e guardava brevemente fuori, ma c'era una fitta nuvolaglia, così la sua incredulità verso il Vagabondo non venne messa alla prova cruciale.

Molti di coloro che sfuggivano alle maree s'imbattevano in altri guai, che fecero loro dimenticare la minaccia delle acque. A mezzogiorno, ora del Pacifico, l'autobus scolastico e il camion che trasportavano gli studiosi dei dischi volanti erano impegnati in una corsa col fuoco. Davanti a loro, grandi muraglie di fiamme stavano scalando rapidamente i pendii sabbiosi, lungo i quali la Collinare di Santa Monica attraversava la spina dorsale delle montagne di Santa Monica.

Barbara Katz osservò la piccola ondata giungere dal lato sinistro della Rolls Royce, dall'altra parte della strada, e disperdersi tra i fili verdi dell'erba, mentre Benjy, con ostinazione ammirevole, manteneva la velocità sui cinquanta chilometri orari, con una costanza esasperante. Come comandante a bordo dell'auto, almeno secondo il parere degli altri, Barbara avrebbe dovuto sedere davanti, ma la ragazza riteneva ancor più vitale rimanere accanto al suo milionario, così era seduta dietro Benjy, con il vecchio KKK accanto a lui, ed Hester dall'altra parte; mentre Helen era sul sedile anteriore, accanto a Benjy e a una montagna di valigie,

Il sole era alto nel cielo, e i suoi raggi avevano cominciato a giungere all'interno della macchina, quando essi iniziarono una marcia verso est, attraverso le zone paludose. I finestrini erano chiusi ermeticamente, dalla parte di Barbara, e il caldo si faceva sentire. Sapeva che il lago Okeechobee doveva essere da qualche parte, a destra, verso nord, ma non poteva vedere altro che l'apparentemente infinita distesa erbosa, interrotta qua e là da macchie di neri cipressi sepolcrali, e lo stretto corridoio d'acqua, simile a uno specchio, copriva la strada diritta, livellata, con un velo di due centimetri, o al massimo otto… finora.

«Lei ha proprio ragione sull'alta marea, signorina Barbara,» disse Benjy, con voce gentile e allegra. «Arriva fin qui. Mai sentita una cosa simile.»

«Zitto, Benjy,» lo avvertì Hester. «Il signor K sta ancora dormendo.»

Barbara avrebbe voluto essere così fiduciosa, sulla propria sapienza, quanto sembrava esserlo Benjy. Controllò i due vecchi orologi da polso del vecchio KKK, che si era messa al polso… le due e dieci, dicevano… e l'ora per la seconda alta marea della giornata a Palm Beach, sul retro del foglio strappato dal calendario… l'una e quarantacinque. Ma un'alta marea che penetrava nell'interno non sarebbe stata più lenta che sulla costa? Almeno, le sembrava di ricordare che per i fiumi il ritardo esisteva. Non sapeva abbastanza, si disse.

Un'automobile aperta, che andava a una velocità doppia della loro, li sorpassò ruggendo, spruzzando la Rolls d'acqua. Continuò a filare come un proiettile, sollevando spruzzi d'acqua in ogni direzione. A bordo c'erano quattro uomini.

«Un altro maniaco della velocità,» brontolò Hester.

L'incontro svegliò il vecchio KKK, che guardò Barbara con occhietti arrossati e stanchi, che le parvero svegli per la prima volta, nel corso della giornata. Aveva attraversato il periodo dei preparativi e della partenza vera e propria in una specie di sopore ipnotico, che aveva preoccupato Barbara, ma non Hester. «Non ha dormito fino in fondo, ma starà benissimo,» le aveva detto Hester.

In quel momento, il signor K disse, bruscamente:

«Telefoni all'aeroporto, signorina Katz. Vogliamo due biglietti per Denver, con il primo aereo. Tripla tariffa per gli impiegati dell'ufficio prenotazioni, per il pilota, e per la compagnia aerea. Denver è a un miglio di altezza, lontano dalla portata di qualsiasi marea, e ho degli amici là.»

Barbara si voltò a guardarlo, spaventata, poi si limitò a indicare l'ambiente che li circondava.

«Oh, sì, adesso comincio a ricordare,» disse il milionario, lentamente, dopo un momento. «Ma perché non ha pensato all'aria, signorina Katz?» si lamentò guardando la borsetta nera della Black Ball Jetline che la ragazza teneva sulle ginocchia.

«Questa me l'ha prestata un'amica. Sono venuta con l'autostop, dai Bronx. Non vado spesso in aereo,» confessò, infelice, sentendosi ancor più infelice dentro. Ecco, lei era venuta a soccorrere così brillantemente il suo milionario… abbacinata da una sedan Rolls Royce… e aveva trascurato il metodo più ovvio per farlo, probabilmente condannandoli tutti. Santo cielo, perché lei non aveva pensato come un milionario?

In un angolo della mente, al di fuori dell'area dell'infelicità, lei si stava chiedendo se il vecchio KKK avesse fatto un piccolo sbaglio, nel menzionare solo due biglietti. Certamente aveva voluto dire cinque… be', lui parlava a Hester, a Helen e a Benjy come se fossero stati i suoi figli!

«Almeno abbiamo portato del denaro con noi?» le domandò seccamente.

«Oh, sì, signor Kettering, abbiamo preso tutto quello che c'era nella cassaforte dello studio,» gli assicurò Barbara, traendo un po' di conforto dallo spessore dei rotoli di banconote che poteva sentire, attraverso la stoffa della borsetta.

La Rolls stava rallentando. L'ultima automobile che li aveva sorpassati era bloccata, nell'erba alta, con il cofano semisommerso, e i quattro uomini che erano stati a bordo si trovavano nell'acqua fino al ginocchio, bloccavano la strada e gesticolavano.

Quella visione la galvanizzò.

«Non rallenti!» gridò, aggrappandosi allo schienale del sedile di Beniv. «Acceleri e vada diritto!»

Benjy rallentò ancora un poco.

«Fa' quello che ti dice la signorina Katz, Benjamin,» gli ordinò il vecchio K, con un'asprezza che gli fece pronunciare l'ultima parola insieme a un colpo di tosse… e l'ultima parola fu, «Svelto!»

Barbara poté vedere la testa di Benjy abbassarsi, le spalle alzarsi, e immaginò che i suoi occhi si socchiudessero, mentre il piede premeva il pedale dell'acceleratore.

I quattro uomini aspettarono, finché non si trovarono a due macchine di distanza, poi saltarono ai bordi della strada, mandando grida rabbiose. Non era stato un buon bluff.

Barbara si voltò, e vide uno di loro lottare con un altro, che aveva estratto la pistola.

Forse ho fatto una cosa sbagliata, pensò.

Col cavolo, che l'ho fatta!

Dai Davies era seduto sul bancone, osservava le sue vergini-candele versare le ultime bianche lacrime, il loro latte di vergine, con l'animo annerito che si rovesciava nelle pozze di cera e vi annegava. Gwen e Lucy erano andate, e anche Gwyneth, ora. Era una doppia perdita, perché lui aveva bisogno del loro semplice calore e della luce; il sole era tramontato, e l'oscurità limpida ma intensa si era posata pian piano sul gran prato grigio acquoso che era tutto ciò ch'egli poteva vedere attraverso i vetri sfaccettati della porta. Aveva sperato che un guizzo di luce gli giungesse dal lontano Galles, ma non era venuto.

La marea della Severn era entrata nel pub già da qualche tempo, ed era così alta, ora, che lui doveva sollevare i piedi. Due scope, uno straccio, un secchio, una cassa di sigari, e sette pezzi di legno galleggiavano intorno a lui, lentamente. Aveva pensato fuggevolmente di andar via, a un certo punto, e si era infilato due bottiglie nelle tasche, in vista di questa eventualità; ma poi aveva ricordato che quello era il terreno più alto che si trovasse intorno, per centinaia e centinaia di metri, e le candele erano state calde e gentili, e adesso lui aveva bevuto ancora, lo sapeva, aveva una nuova riserva d'alcool che per un poco lo avrebbe mantenuto leggero.

In ogni caso, era quello il luogo migliore per fare il Re Canuto sopra una bara di coccodrillo. Ancora cinque centimetri, e la marea si sarebbe fermata, e avrebbe cominciato a defluire, decise d'un tratto… e ordinò con voce potente all'acqua di farlo.

Dopotutto, all'una, o qualche minuto dopo, c'era stata la bassa marea, così ora doveva essere l'alta marea, o doveva mancarvi poco… se questo pazzo diluvio salato obbediva a qualcuna delle vecchie regole.

Annusò beatamente la bottiglia aperta che teneva in mano… importata dall'America, Kentucky Tavern di Erskine Caldwell… e guardò Eliza rabbrividire e spegnersi e poi, d'un tratto, sprizzare fiamma azzurrina e vivida.

Le finestrelle bordate di piombo si gonfiarono, per un nuovo afflusso della marea. L'acqua penetrava dal buco che aveva aperto nella porta. Poi sentì chiaramente il bancone, sotto di lui, muoversi un poco… anzi, era l'intero edificio a muoversi. Bevve un lungo sorso, e gridò, ridendo, «Una volta tanto è la taverna a ballare, e non Dai!» Poi fu pervaso da un'immensa serietà, e finalmente capì con esattezza quello che stava accadendo, e gridò, con selvaggio orgoglio, «Muori, Davies! Muori! Guadagnati il tuo nome. Ma muori gloriosamente. Muori, con una bottiglia di whisky in mano, cantando il tuo amore per la lontana Cardiff. Ma…» E poi, vincendo per la prima volta nella sua vita la strisciante gelosia per Dylan Thomas… «Non addentrarti quieto in quella buona notte. Infuria, infuria, contro il morire della luce.»

E in quel momento, mentre Eliza si spegneva in un ultimo guizzo, e l'ultima goccia di luce perlacea parve smorire su tutta la grigia pianura della Severn, si udì bussare con forza alla porta, un battito pesante, lento, triplo e autoritario.

Un terrore soprannaturale s'impadronì di lui, e gli diede la forza di muoversi, vincendo la forza del whisky, di calarsi nell'acqua gelida e guazzare in essa, immerso fino alla cintola, per aprire la porta. Là, appena fuori, premuto contro la porta dalla corrente, egli vide, alla luce morente di Mary e Jane e Leonie un piccolo scafo lungo, nero e vuoto.

Ritornò pesantemente al bancone, e l'acqua era un ostacolo ma anche un supporto, per lui; prese tre bottiglie nuove, stringendole nell'incavo del braccio, e, tornando indietro, raccolse le due scope galleggianti.

La leggera imbarcazione stava aspettando. Dai gettò a bordo le scope, vi posò le bottiglie con ogni cautela, e poi si issò a bordo, faticosamente; per poco non perse i sensi, ma l'acqua era gelida, e finalmente riuscì a salire, gettandosi a faccia in giù sul legno bagnato. E allora perse i sensi. Con un ultimo calcio in direzione della porta, riuscì a far muovere la barca, che si allontanò galleggiando.

Richard Hillary camminava, in un crepuscolo più scuro, a dieci metri da una strada rumorosa di macchine. Le auto si muovevano lentamente, quasi a contatto di parafango, in tre corsie vicinissime, e così non c'era posto per il traffico che veniva dalla direzione opposta. Era inutile tentare di ottenere un passaggio, perché le automobili erano tutte cariche di passeggeri… e se un posto vuoto fosse apparso, sarebbe stato conquistato subito da qualcuno che ne aveva più evidenti diritti, o semplicemente da qualcuno più vicino alla strada. Inoltre, lui camminava quasi più rapidamente delle automobili, e certamente più in fretta della maggior parte dei pedoni.

Automobili e gente a piedi, e lui era a qualche distanza da Uxbridge, e si dirigeva a nord-est. Era stato un sollievo, quando il sole abbacinante era tramontato, benché ogni segno del passar del tempo facesse ancor più affrettare i pedoni, e gremisse ancor più di macchine la strada.

In vita sua, Richard non aveva mai sperimentato un tale disastro rivoluzionario, né direttamente, né nello scorrere degli eventi intorno a lui… neppure ai tempi dei bombardamenti, che ricordava confusamente nelle nebbie dell'infanzia… e tutto in sei ore. Prima, la corriera che si era diretta a nord, per sfuggire alla piccola inondazione di Brentford… il brontolio del conducente alle proteste dei passeggeri, rotto soltanto da un reiterato «Ordine della Polizia Stradale!»… notizie radiofoniche di grandi inondazioni nel cuore di Londra, del disco volante americano avvistato nella Nuova Zelanda e in Australia, e chiamato «un pianeta»… la radio ammutolita da scariche di statica, proprio mentre qualcuno aveva cominciato a recitare un elenco di «direttive ai civili»… gente che si domandava, freneticamente, come mettersi in contatto con le famiglie, e lui che si sentiva per metà ferito, e per metà sollevato, al pensiero che nel suo caso non c'era nessuno che contasse davvero. Poi la corriera che si fermava al West Middlesex Hospìtal, con l'informazione che era stata requisita per trasportare i pazienti… altre proteste senza esito… il consiglio di andare a nord-ovest a piedi, «lontano dall'acqua»… il rifiuto di credere… un breve vagabondaggio tra i prati di una nuova università… automobili, e profughi pallidi come cenci lavati che venivano in sempre più gran numero da est… l'elicottero che seminava volantini… un volantino ancora fresco d'inchiostro, che diceva semplicemente, «Tutti gli abitanti del Middlesex Occidentale vadano sulle colline Chiltern. Acqua alta prevista per le due dopo mezzanotte.» Finalmente, unendosi a una carovana di viaggiatori che andavano a nord-ovest, e che ingrossava sempre di più… lui era diventato un componente di una folla attonita e frettolosa.

Richard giudicò di essere in cammino ormai da due ore. Era stanco; teneva la testa bassa, lo sguardo fisso sulle scarpe infangate. C'erano segni evidenti d'inondazioni recenti, in una distesa di terreno più basso, che avevano appena superato: pozzanghere torbide ed erba sporca e appiattita. Non aveva un'idea precisa sul luogo in cui si trovava, tranne il fatto che aveva passato già da tempo Uxbridge, e aveva attraversato la Coine e il Grand Junction Canal, e che lontano, davanti a lui, già poteva vedere le colline.

Il crepuscolo era stranamente livido. Per poco non si scontrò con un gruppo di persone che si erano fermate, e a occhi sbarrati guardavano qualcosa in alto, sopra la testa di Richard. Si voltò a sua volta, per vedere quale fosse il motivo di tanto interesse e lassù, basso sull'orizzonte orientale, egli vide finalmente l'agente della loro sciagura, grande almeno quanto la Luna doveva sembrare grande in sogno. Era quasi tutto giallo, ma con una larga sbarra purpurea che scendeva dal centro, e dalle estremità della sbarra due braccia purpuree, che si curvavano per formare una grande D. Pensò, D come disastro, D come dramma, D come distruzione. Quell'oggetto poteva essere un pianeta, ma non sembrava bello… sembrava un emblema minaccioso, come quelli che si potevano vedere in una fabbrica di bombe.

Si ritrovò a pensare a tante cose… in quale sicurezza la Terra aveva ruotato in tutta la sua solitudine, per milioni di anni, come una casa nella quale non giungono mai degli estranei, e quanto precaria fosse sempre stata in realtà quella solitudine. Quando la gente rimane sola per troppo tempo, diventa eccentrica, ed egoista, e abitudinaria… questo pensiero lo colpì, e non voleva andarsene.

Ma perché, pensò, rabbiosamente, Perché, quando infine dagli estremi limiti dell'universo giunge un intruso mortale, esso non sembra altro che uno stupido annuncio pubblicitario, una lampada circolare su di un cartellone invisibile?

Poi lo scintillare di un pensiero, giunto in ritardo: D come Dai. Ricordò in quel momento che le maree, alla foce dell'Avon, raggiungevano un'altezza di dodici metri, con la luna piena, e fuggevolmente si domandò cosa stesse facendo in quel momento il suo amico.

Dai Davies riprese i sensi, intirizzito paurosamente, e con la bocca sul legno. Riuscì ad appoggiare i gomiti sul legno… facendolo rollare, con quel movimento, e rendendosi conto di essere su una fragile imbarcazione… e a sollevare il viso dal legno, appoggiandolo sulle mani. Sopra il parapetto egli vide soltanto la nera pianura del Canale di Bristol, gonfia di acque silenziose, con alcune luci remote e piccole, che avrebbero potuto essere Monmouth o Glamorgan o Somerset, o le luci d'imbarcazioni, solo che era difficile distinguerle dal riverbero di stelle rade e fievoli.

Sentì sul petto il freddo cilindro di una bottiglia. L'aprì e bevve un sorso di Scotch. Non lo riscaldò, ma parve dargli un po' di vita. La bottiglia gli scivolò dalle mani, e cadde gorgogliando. La sua mente non stava ancora funzionando. Tutto quello che entrava era il pensiero che il Galles doveva essere sotto di lui, compresa la Stazione Sperimentale di Energia delle Maree della Severn. La prima parte di quel pensiero gli ricordò frammenti delle poesie di Dylan Thomas, che borbottò confusamente: «Solo le profonde, sommerse campane di armenti e di chiese… Acque scure su ogni campo… Sotto le stelle del Galles, Gridano, Moltitudini di Arche! (Un'arca-fuscello, Noè-Solitario.) Oltre le terre velate d'acqua chiara… e ora i fiori delle inondazioni.»

A intervalli regolari, la fragile imbarcazione sussultava. Dai, laboriosamente, riuscì a concludere che quelle piccole onde potevano essere le ondulazioni morenti delle enormi ondate dell'Atlantico, che risalivano la Manica lottando con la marea. Ma cos'era, cos'era quello che faceva scintillare le piccole creste delle onde, scintille di birra e di liquore, di sangue e d'oro?

Poi le onde fecero girare la barca, ed egli vide, nascente a est, il globo purpureo del Vagabondo, con un drago d'oro ricamato su di esso. Di fronte al drago galleggiava uno scudo d'oro, triangolare. E portato dalla rotazione di quel globo alieno stava giungendo un grosso fuso bianco, a grani, che pareva il bozzolo scintillante di qualche immensa lucciola bianca. Nella mente di Dai filtrarono i ricordi di quelle folli notizie yankee, e forse l'associazione d'idee tra lucciola, lucciola di Luna, Luna gli disse che il fuso era la stessa luna alla quale lui e Dick Hillary avevano augurato la buonanotte quindici ore prima.

Immobile e incapace di parlare, attonito, s'immerse in quella visione per tutto il tempo che poté sopportare. Poi, quando il freddo lo fece tremare convulsamente, e lo scafo girò, portato dalle onde, e muovendosi più velocemente, ora, mentre anche i sussulti si facevano più forti, egli trovò la bottiglia quasi vuota, e bevve un sorso, lentamente, prudentemente. Poi si mosse, faticosamente, fino a quando non riuscì a mettersi a sedere, trovò le due scope, le infilò al posto dei remi che non c'erano, e cominciò a remare.

Sobrio, oppure soltanto vigorosamente ubriaco dopo un riposo, forse lui avrebbe potuto uscire da quella situazione, benché il riflusso della marea fosse assai veloce, e lui si trovasse più vicino al Canale della Severn che alla riva del Somerset. Ma si limitò a remare quel tanto che bastava per mantenere quel fragile guscio in direzione del mare, e di occidente, in modo che lui potesse osservare quel magico prodigio celste. E mentre guardava, borbottava e si lamentava, «Mona, cara Luna… ti sei trovata un altro uomo, vedo… un grande imperatore, venuto a bruciare il mondo con acqua e tempesta… sei stata violata e ferita, Luna mia, ma sei più bella che mai, sai tessere un'altra e nuova forma dalla tua tragedia… vorresti essere un anello bianco?… Io sono ancora il tuo poeta, Luna, il poeta della Luna, solitario… sono un Solitario, un nuovo Solitario, il Solitario del Galles, non il navigatore, andrò con la forza dei remi in America questa notte, solo per vederti… mentre città e navi affondano, e un gran rumore si sente nella città, e poi anche questo svanisce mano a mano che giungono le onde scure, e non sono scure ma rosse di acqua chiara, luce nuova nel cielo, mentre in un sussurro il mondo affonda sotto il placido mare…»

Le onde si fecero più alte, minacciose, ruggenti di schiuma d'oro e di vino. A un quarto di miglio da lui, se si fosse voltato a guardare, avrebbe visto svilupparsi un insidioso gioco d'onde incrociate, una rete di onde scintillanti come pietre preziose che s'impennavano avide mentre le onde piccole e mortali andavano verso la riva.

Bagong Bung, piccolo al fianco del grosso ingegnere australiano, osservò la ciminiera arrugginita, spezzata, incrostata di alghe sollevarsi gradualmente, come a scatti, dall'acqua scintillante, cinquanta metri oltre la prua della Machan Lumpur, mentre il Vagabondo tramontava sopra il Vietnam, e il sole sorgeva sopra Hainan.

Una forte corrente muoveva le alghe e penetrava nei fori della ciminiera, schiumando e spingendo anche la Machan Lumpur, così che il piccolo vapore teneva in funzione l'elica solo per conservare la posizione, mentre il Golfo del Tonchino continuava a vuotarsi nel Mare della Cina.

Un suono basso e risonante veniva da sud, simile al ruggito remotissimo di un reattore. Non avevano modo di sapere che quel suono portava l'annuncio dell'esplosione dell'isoletta vulcanica di Krakatoa, nello stretto di Sunda, un'esplosione avvenuta due ore e mezzo prima.

E ora il ponte del relitto, incrostato di alghe variopinte, apparve, e la corrente, cominciò a scemare. Quando infine l'intera sagoma della nave affondata diventò visibile, Bagong Bung seppe, con certezza, che si trattava proprio della Sumatra Queen.

Allora il piccolo malese s'inginocchiò sul ponte, e s'inchinò verso ovest, nella direzione del Vagabondo e, per combinazione, anche della Mecca, e disse, sommessamente:

«Terima kasi, bagus kuning dan ungu!»

Dopo avere ringraziato il portatore di miracoli giallo e purpureo, si alzò bruscamente in piedi, e con un cenno gioioso e regale della mano gridò:

«Ci legheremo alla nostra nave del tesoro, Cobber-Hume, baik sobat e saliremo a bordo come re! Finalmente, mio buon amico, la Machan Lumpur è veramente la Tigre del Fango!»

Sally Harris si sporse dalla balaustra dell'attico, e sospirò. Le ombre erano più fitte, intorno.

A occidente, le ultime fiamme del tramonto si mescolavano a quelle del petrolio uscito dai serbatoi rotti dall'inondazione, che stava ora galleggiando e bruciando sull'acqua salata che inondava Jersey City. A est il Vagabondo stava spuntando, mostrando la sua faccia di dinosauro.

«Cosa succede, Sal?» disse Jake, che era seduto all'interno, sorseggiava dell'ottimo brandy e assaggiava numerosi, squisiti formaggi. «Non dirmi che il nostro incendio è ricominciato.»

«No, sembra proprio spento. L'acqua arriva a metà dell'edificio, e continua a salire.»

«È questo che ti preoccupa?»

«Non lo so, Jake,» disse lei, inquieta. «Stavo guardando le chiese che affondavano. Non sapevo che ce ne fossero tante. San Patrizio e l'Epifania e Cristo re e San Bartolomeo e della Grazia e il Tempio degli Attori e Santa Maria Vergine e del Calvario e di Tutte le Anime e di San Marco, e B'nai Jeshurum e la Chiesetta dietro l'Angolo e…»

«Ehi, non puoi vederle tutte da qui,» protestò Jake. «Non puoi vederne neppure la metà.»

«No, ma posso vederle con la mente.»

«Be', allora dedica la tua mente al lavoro!» le ordinò. «Ascolta, Sal, il nostro pianeta si è trovato addosso King Kong, che si alza sopra l'Empire State Building. Che ne dici, per qualcosa di folle e divertente? Forse riesco a infilare l'idea nella commedia.»

«Sono pronta a scommettere che riuscirai!» esclamò lei, rianimandosi. «À proposito, hai finito la mia canzone dell'Arca di Noè?»

«Non ancora. Santo cielo, Sal, dovrò pure riposarmi un poco, dopo l'incendio.»

«Ti sei già riposato. Avanti, mettiti al lavoro.»

CAPITOLO XXVI

Doc gridò:

«Fuori tutti, gente, per sgranchire un po' le gambe e per rispondere al richiamo della Natura,» E la voce era gioviale, malgrado il tono brusco. «Wojtowicz, a quanto pare abbiamo finalmente trovato il blocco stradale del quale avevi supposto l'esistenza.»

Gli studiosi dei dischi volanti uscirono subito nell'aria fredda e umida delle colline. Dietro di loro, ardeva una strana luce verdognola che veniva dal sole al tramonto… il consesso scientifico del gruppo deliberò che l'effetto era dovuto alla cenere vulcanica che già riempiva la stratosfera, benché Bacchetto avesse le sue idee su certe aurore planetarie.

Era evidente che essi avevano sopportato molte prove difficili, nella giornata che stava per finire, e che gli effetti del sonno perduto della notte prima stavano apparendo, come vendicatori.

La vernice gialla dell'autobus scolastico, e lo smalto bianco del camion, mostravano delle chiazze nerastre, nei punti in cui erano sfuggiti a malapena alle lingue di fuoco degli incendi. La mano destra di Clarence Dodd aveva una voluminosa fasciatura, per una ustione che l'Omino si era procurato reggendo un telone per proteggere Ray Hanks, Ida e se stesso dalle fiamme ruggenti e insidiose.

Hunter lanciò un'imprecazione, quando per poco non cadde giù dall'autobus, inciampando su due badili lasciati sbadatamente sull'entrata dopo due ore estenuanti di scavi nella sabbia e nel pietrisco per aprire un varco nella Collinare di Santa Monica, sufficiente a lasciar passare i due veicoli. Spinse i due badili sotto i sedili, con un'altra imprecazione.

Numerosi, tra i viaggiatori, erano bagnati come pulcini, e i segni neri del fuoco sull'autobus e sul camion erano umidi, dopo essere stati ruscelletti per la violenta pioggia che era sopravvenuta, marciando sulle montagne di Santa Monica in ondate grigio-acciaio, da occidente, dieci minuti dopo che essi avevano vinto la loro corsa col fuoco. L'immenso tendaggio nero delle nubi oscurava ancora tutto l'orizzonte, a oriente, benché l'orizzonte di occidente già si stesse rasserenando.

Si erano addentrati per almeno venti miglia nelle montagne, ed erano sulla cima della penultima altura, prima della discesa verso la Valle, verso Vandenberg Tre, e la Statale 101 che portava a nord da Los Angeles, verso Santa Barbara e San Francisco.

C'erano larghe macchie di umidità, sull'impermeabile preso a prestito che Doc si era sistemato sulle spalle, come una cappa militare, nel momento in cui aveva guidato fuori gli altri, con Rama Joan e Margo subito alle spalle.

In quel punto la Collinare attraversava un gradino, per metà naturale e per metà ricavato dall'uomo con l'esplosivo, in un grande dirupo di solida roccia, dal quale un picco che portava come corona un enorme masso, che si levava a cinquanta metri da loro, sulla destra, scendeva a un'angolazione di trenta gradi e poi, dopo il gradino sul quale scorreva la strada, continuava a discendere con una pendenza più accentuata per dodici metri circa, per poi inabissarsi quasi verticalmente, tanto che accanto a esso, e più oltre, era visibile soltanto il fianco di un'altra piccola montagna, a mezzo miglio di distanza.

Il formidabile pendio roccioso grigio era ricoperto da chiazze di licheni, verde pallido, arancio, azzurro fumoso e nero, ed era costellato e butterato da spaccature e trincee e buche, alcune delle quali ospitavano delle pietre grosse come un camioncino.

Uno dei macigni più voluminosi si trovava proprio al centro della strada, rovinandone l'armonia, posato nella spaccatura abbastanza profonda che esso stesso aveva prodotto nell'asfalto. Una zona priva di licheni, direttamente sopra, mostrava il punto dal quale il masso si era staccato, probabilmente a causa di uno dei terremoti.

«Accidenti, direi proprio che abbiamo trovato il blocco stradale,» disse Wojtowicz. «Guardi che roba, Doc!»

Proprio di fronte al masso, ferma al lato della strada, c'era una Corvette rovesciata, a quattro posti. Rossa, lavata di fresco dalla pioggia, aggiungeva un po' di colore al fosco paesaggio. Ma non c'era nessuno in vista, e l'allegro richiamo di Doc, «Ehi, c'è qualcuno qui?» ebbe risposta soltanto dalle eco delle lontane vallate.

Ida raggiunse in fretta Doc, dicendo:

«Signor Brecht, per oggi Ray Hanks non potrà sopportare ulteriormente il viaggio. Gli abbiamo sollevato un po' le spalle… dice che si sente meglio così… ma soffre sempre, e ha la febbre alta.»

Doc girò intorno al cofano rosso, poi, d'un tratto, s'immobilizzò, sobbalzando, come se avesse urtato una parete invisibile. Si voltò, e mostrò a coloro che gli erano stati alle spalle un viso più verde del chiarore del cielo, e sollevò il braccio, dicendo, «Restate dove siete. Che nessuno si avvicini.» Si tolse l'impermeabile, e lo gettò su qualcosa che giaceva proprio davanti all'automobile.

Con un mugolio sommesso, gorgogliante, Ida si afflosciò quietamente a terra.

Poi Doc si rivolse a loro, nuovamente, appoggiandosi all'auto per non cadere, e passandosi una mano tremante sulla fronte, dicendo con voce tremante, con difficoltà, come se avesse voluto combattere contro un conato di vomito.

«È una giovane donna. Non è morta di morte naturale. È stata spogliata e torturata. Ricordate, tempo fa, il caso 'Black Dahlia'? È qualcosa di simile.»

Anche Margo stava subendo un attacco di nausea. Aveva appena intravisto, prima che l'impermeabile l'avesse pietosamente coperta, la bianca maschera di una faccia con le guance tagliate, tanto che la bocca pareva stendersi da un orecchio all'altro.

Rama Joan, che teneva stretto il capo di Ann, premendo il viso della bambina contro il suo corpo, ma che era in punta di piedi, intenta a guardare avanti, annunciò:

«Ci sono due Sedan, dall'altra parte del masso. Non vedo nessuno a bordo.»

L'Omino si fece avanti, mettendosi accanto a lei.

«Dov'è il tuo fucile, Doddsy?» gli domandò Doc.

«Be', con questa mano non posso usarlo,» lo rimbeccò l'altro. «L'unica cosa che posso fare è di scrivere sul mio quaderno. Il fucile l'ho lasciato sul camion.»

«Ho il mio, Doc,» chiamò Wojtowicz. Avanzando di corsa, inciampò, ma evitò di cadere appoggiando il calcio del fucile sull'asfalto. Nel momento in cui ritrovò l'equilibrio tenne brevemente il fucile per la canna, come il bastone di un pellegrino.

Nello stesso momento, una voce vicina gridò seccamente le classiche parole:

«Non muovetevi. Vi abbiamo sotto tiro. Che nessuno muova un dito, altrimenti apriremo il fuoco.»

Un uomo era uscito da dietro un masso, proprio al di sopra della strada, e altri due uomini erano usciti da un altro masso, proprio al di sotto. Gli ultimi due tenevano i fucili spianati contro Wojtowicz, mentre l'altro faceva muovere lentamente, pigramente, le canne di due rivoltelle. La testa di ciascuno degli uomini era interamente coperta da una rossa maschera di seta, con dei buchi per gli occhi. L'uomo che si trovava in alto aveva un cappello nero da studente calcato sul viso, ed era magrissimo, e vestito elegantemente, ma dava l'impressione di un vecchio segaligno e agile, piuttosto che di un giovane.

Stava scendendo, rapidamente e con passo sicuro. I suoi occhi si contraevano irrequieti, come le canne delle rivoltelle, mentre fissavano i viaggiatori.

«Ottima supposizione, quella sulla 'Black Dahlia',» disse rapidamente, ma con estrema chiarezza, pronunciando ogni parola con esagerata precisione. «È stata il capolavoro della mia gioventù. Questa volta, tutto andrà assai più speditamente, e piacevolmente… e ci sarà una possibilità di sopravvivere per ciascuno di voi… se l'uomo con il fucile lo lascerà andare subito.» Le dita di Wojtowicz si schiusero, e il fucile ondeggiò stranamente per un secondo, prima di cominciare a cadere. «E se gli uomini si separeranno dalle donne, scendendo di qualche metro da quella parte, in modo che…»

Dei frammenti di roccia sprizzarono da un punto del masso che bloccava la strada, a meno di un metro e mezzo dall'uomo dalla maschera rossa e dal cappello nero. Quasi simultaneamente, si udì un crepitio di fucile, dietro di loro. Ray Hanks era riuscito a sparare, dalla sua precaria branda a bordo del camion.

Wojtowicz raccolse fulmineamente il fucile, e ancora a terra sparò ai due uomini armati di fucile. Quasi immediatamente essi spararono, e Wojtowicz cadde.

Margo aveva già estratto dalla giacca la pistola grigia, e la stava puntando contro Cappello Nero, premendo il pulsante. L'uomo si appiatti contro il macigno, con un rumore sordo di ossa che si schiacciavano, a braccia aperte, come un uomo crocifisso, e le rivoltelle gli saltarono via, sfrecciando l'una da una parte, l'altra dalla parte opposta. Il macigno dondolò, solo per un attimo, e lievemente.

Qualcuno stava gridando forte, gioiosamente.

Wojtowicz sparò, da terra, gli uomini armati di fucile spararono di nuovo, poi Margo puntò la pistola su di loro, ed essi veleggiarono via nell'aria, caprioleggiando e dibattendosi come marionette, mentre i fucili roteavano nell'aria più lontano… finché essi non furono a una decina di metri dal bordo del dirupo, e s'inabissarono, sparendo alla vista.

Cappello Nero cadde lentamente in avanti, dal macigno, rivelando una macchia rossa nel punto in cui la testa era stata appoggiata a esso. Margo corse verso di lui, puntandogli contro la pistola, e si limitò, semplicemente, a spazzarlo via, facendolo cadere nel precipizio dietro i suoi accoliti, seguito da tre piccoli macigni.

Doc, il più vicino alla linea di fuoco di Margo, fece una specie di piroetta, tendendo le braccia, come un ballerino, fece tre lunghi passi giù per il pendio, e riuscì a puntellarsi, contro un costone roccioso, prima di precipitare a sua volta.

Margo fu raggiunta da Hunter, che le prese la pistola con una mano, le staccò il dito dal pulsante con l'altra, gridandole all'orecchio, «Sono soltanto io!»

Soltanto allora smise di urlare come una furia, e ansimò, facendogli un sorrìso diabolico.

«Uh, uh,» disse.

Bacchetto corse verso Ida.

Harry McHeath s'inginocchiò accanto a Wojtowicz, che stava dicendo:

«Accidenti, oh, accidenti!» Poi: «Be', ragazzo, avevo intenzione di buttarmi giù dopo il primo colpo, in ogni caso. È stato solo un graffio alla spalla… credo. Meglio dare un'occhiata.»

Doc s'arrampicò di nuovo per il pendio, avvicinandosi a Margo e a Hunter, e domandò:

«Mio Dio, che cosa è quell'arma? Ho messo il braccio nel raggio, proprio all'orlo, e mi è sembrato di venire tirato da una locomotiva.»

Margo disse rapidamente a Hunter:

«Niente paura, non è scarica. C'è ancora metà carica… ecco, quella linea viola, visto?»

«Mi faccia…» cominciò Doc, e poi si raddrizzò bruscamente, e si guardò intorno. «McHeath!» gridò. «Portami il fucile di Wojtowicz! Rama Joan, occupati di Wojtowicz. Hixon, prendi il fucile di Hanks… se quell'eroe te lo concede. Ross, restituisci a Margo la pistola. Lei sa come usarla. Margo, lei e io andremo in ricognizione, fino a quando saremo certi che la zona è completamente libera da vermi di quella specie. Stia alla mia sinistra, e spari a chiunque compaia armato, e non sia uno di noi, ma faccia attenzione alla direzione del raggio.»

Margo, che era diventata pallidissima, ricominciò a sorridere, e si mise accanto a Doc, secondo le istruzioni, assumendo una posizione vigile, con le spalle un po' curve. Wanda, avvicinandosi a Bacchetto, per aiutarlo a far riprendere i sensi a Ida, lanciò un'occhiata prolungata a Margo, rabbrividì, e fece un ampio giro per evitarla.

L'Omino disse, pensieroso:

«Credo proprio che fosse l'assassino della 'Black Dahlia', ma ormai, probabilmente, temo che non sapremo mai quale fosse il suo viso. Be'… avremmo potuto perfino riconoscerlo.»

Wojtowicz fece una smorfia di dolore, quando Rama Joan gli strappò la camicia insanguinata con i denti, per scoprire la spalla, ma riuscì a gridare a Doddsy.

«Oh, che scemenze.»

Rama Joan si passò la lingua sulle labbra, per togliere le gocce di sangue che vi erano rimaste, e disse gentilmente:

«Vada a prendere la sua valigetta di pronto soccorso, signor Dodd.»

Doc prese il fucile che McHeath gli aveva portato, infilò una nuova cartuccia nel caricatore, e s'incamminò per il pendio, dicendo a Margo:

«Avanti, adesso che c'è ancora luce. Dobbiamo essere sicuri di accamparci in una zona tranquilla.»

Barbara Katz controllò una smorfia, quando il grosso poliziotto infilò la testa e la torcia elettrica nel finestrino, dalla parte in cui si trovava la ragazza, e domandò con voce autorevole e calma:

«Voialtri negri avete rubato quest'auto?»

Lei cominciò a parlare rapidamente, immedesimandosi nella parte di segretaria-compagna di Knolls Kelsey Kettering III, continuando a muovere la raano, avanti e indietro, sul bordo del finestrino, per attirare l'attenzione del poliziotto sulla banconota da cento dollari che teneva tra pollice e indice, ma egli continuava a muovere il raggio della torcia elettrica sui loro volti.

Quando il raggio illuminò il viso di KKK, Barbara si rese conto, trasalendo, che il viso grinzoso e abbronzato del vecchio sembrava quello di un vecchio negro. Ed egli era ricaduto nel suo sopore… il calore era stato troppo, per lui. Ma poi gli occhietti azzurri si aprirono, e una voce rauca, ma arrogante, ordinò:

«La pianti di gettarmi quella luce negli occhi, pezzo d'idiota vestito di blu!»

Questo parve soddisfare il poliziotto, perché egli spense la torcia, e Barbara sentì scivolar via la banconota dalle dita, con silenziosa efficienza. Il poliziotto si rialzò, indietreggiò di un passo, e disse, bonariamente:

«Va bene, penso che possiate andare. Ma ditemi una cosa, perché state tutti scappando come topi? Da che cosa scappate? Molti dicono che è colpa delle onde, ma non ci sono cicloni in vista. Un paio di automobilisti hanno parlato di qualcosa che dovrebbe venire da Cuba. State scappando tutti come lepri. Non ha senso, ecco.»

Fu Barbara, questa volta, a sporgere la testa dal finestrino.

«È veramente colpa delle onde… la marea,» spiegò. «È il nuovo pianeta a causarla.» Guardò verso oriente, in fondo alla strada che avevano percorso, là dove il Vagabondo stava sorgendo, tutto purpureo, con una gialla forma mostruosa disegnata sul disco. Il fuso scintillante della Luna deformata, con un'estremità del fuso accorciata e appiattita dalla curva dell'orbita, avrebbe potuto essere un sacco che il mostro stava portando.

«Oh, quello,» disse il poliziotto, con il faccione rischiarato da un gioviale sorriso. «È un coso che si trova lontano nel cielo. Non conta. Io sto parlando delle cose che avvengono sulla Terra.»

«Ma c'è la luna che si sta sbriciolando, intorno al nuovo pianeta,» obiettò Barbara.

«Non è la forma giusta della Luna, quella,» le spiegò pazientemente il poliziotto. «La Luna dev'essere da qualche altra parte.»

«Ma il nuovo pianeta sta veramente provocando delle enormi maree,» disse lei, in tono quasi supplichevole. «La prima non è stata così brutta, ma saranno sempre più alte. La Florida non raggiunge un'altitudine superiore ai novanta, cento metri… l'acqua potrebbe sommergerla completamente.»

Il poliziotto spalancò le braccia, come per invocare la testimonianza della notte tiepida e profumata, pervasa dai dolci aromi degli aranci in fiore, e ridacchiò con aria tollerante.

Barbara disse:

«Io cerco solo di avvertirla. Quel pianeta è un segno di sventura.» Lui continuò a ridacchiare.

A questo punto, Barbara si lasciò trasportare dalla collera.

«Be', se non sta sucedendo niente d'importante,» chiese, con aria di sfida, «Per quale motivo lei sta fermando tutte le automobili?»

Il sorriso svanì.

«Noi manteniamo l'ordine, qui, perché è il nostro dovere,» disse in tono aspro, muovendosi verso l'auto successiva della fila. «Dica al suo ragazzo di muoversi, prima che io cambi parere. Il suo padrone dovrebbe badare ai suoi affari, e non lasciar parlare la sua serva negra, al suo posto. Voialtri negri istruiti e laureati siete i peggiori. A scuola cercano d'insegnarvi la scienza, ma poi la mescolate con tutte quelle vostre pazze superstizioni africane.»

Si diressero a nord, in silenzio, mentre il vagabondo procedeva lentamente nella sua scalata del cielo, e il fuso che era la Luna strisciava sul suo disco purpureo, e il mostro si trasformava in una grande D purpurea.

Knolls Kelsey Kettering III cominciò ad ansimare raucamente. Hester disse:

«Dobbiamo trovargli un letto. Deve distendersi.»

Benjy rallentò, per leggere un cartello:

«State lasciando le Everglades e state entrando nella Highlands County.» Dalle paludi entravano nella contea che il cartello chiamava delle «alteterre». D'un tratto, il negro rise rumorosamente. «L'idea delle alteterre mi sembra magnifica.»

Ma sarebbero state abbastanza alte? si domandò Barbara.

Richard Hillary si svegliò, indolenzito e tremante. Nel sonno, aveva spostato la paglia che lo aveva coperto. E attraverso la paglia, sotto di lui, era salito l'umido gelo del terreno… il freddo delle colline Chiltern, pensò subito. In alto, il pianeta straniero guatava, ritornato ora sulla sua triste D. Ricordò alcune delle altre facce che esso aveva mostrato… facce ugualmente brutte, che parevano segni, o giocattoli da psicologo, piuttosto che formazioni naturali… una, una X gonfia al centro; un'altra, un grosso bersaglio giallo in un disco purpureo. Eppure, ora pareva gonfio come un vero globo, e l'aspetto di segnale piatto e luminoso era meno accentuato. E c'era una bellezza affine all'Uccello nello Spazio di Brancusi, nel suo bianco semianello ricurvo. Quest'ultimo poteva essere la Luna, come un compagno di sventura gli aveva assicurato? Certamente no. Eppure per tutta la notte scorsa la Luna aveva viaggiato nel cielo, e dov'era adesso il bianco satellite?

Si mise a sedere, con calma, fregandosi le braccia e le gambe per trarre un po' di calore, riabbottonandosi il colletto del soprabito, e alzando il bavero inadeguato. Il fienile dal quale aveva preso il suo giaciglio era completamente esaurito, ora, e là dove c'erano stati non più di dodici compagni, al momento di coricarsi, due ore prima, ora c'erano decine e decine di mucchietti di paglia, ciascuno dei quali copriva uno o più dormienti. Com'erano sopraggiunti silenziosamente… zittendo il vicino, forse, raccogliendo e ammucchiando la paglia; gente arrivata in ritardo a un ostello. Invidiò coloro che dormivano insieme, le coppie che dividevano il calore, e ricordò, con un grande rammarico, la Giovane Donna di Devizes, che allora gli era parsa così stupida e rozza. Ricordò anche la descrizione della colazione che lei aveva fatto.

Guardò in direzione della fattoria, dove aveva comprato una piccola ciotola di brodo, e aveva pagato la paglia del suo giaciglio. Le luci erano ancora accese, ma le finestre erano oscurate irregolarmente. Si rese conto, con blando stupore, che questo avveniva perché molte persone, fuori, si ammucchiavano contro le mura, come api in cerca di calore. Certamente, molti degli ultimi arrivati dovevano essere affamati; il cibo pronto doveva essere finito come la paglia. O forse la moglie del contadino stava cucinando? Annusò l'aria, ma riuscì a cogliere soltanto un odore salmastro. Aveva forse aperto un barile di carne salata? Ma ora la sua mente stava vagabondando scioccamente lungo sentieri futili, si disse.

Malgrado la folla dei nuovi ospiti, apparentemente non stava più sopraggi ungendo nessuno. E la strada, oltre il cancello, che era stata rumorosa di traffico quando lui si era addormentato, ora era quieta e deserta.

Si alzò in pedi, e guardò a oriente. La valle, attraverso la quale aveva camminato poco tempo prima, era adesso colma di scura nebbia argentea, che allungava dita sottili intorno alla collina sulla quale ora si trovava, nascondendo ogni cavità erbosa.

La nebbia aveva una superficie singolarmente piatta, che scintillava cupamente, come metallo.

Vide due luci, una verde e una rossa, muoversi attraverso la nebbia misteriosamente, vicinissime.

Si rese conto che si trattava delle luci di una barca, e che la nebbia era acqua solida, stagnante. L'assedio dell'alta marea.

CAPITOLO XXVII

Doc e Margo perlustrarono il pendio roccioso fino in vetta, e la strada per duecento metri oltre il macigno che la bloccava; e non trovarono alcun segno di vita umana, pur disturbando quattro lucertole e un falco. La valle che si apriva più avanti, tra le due ultime coste montuose, era tutta annerita. Conservava soltanto delle ceneri bagnate, di tutti gli arbusti e dei fiori che aveva contenuto, e gli scheletri carbonizzati delle querce nane. Presumibilmente, aveva mugghiato delle fiamme di un violento incendio, solo poche ore prima… e questo contribuiva a spiegare per quale motivo nessun altro fosse venuto da quella parte.

Clarence Dodd e Harry McHeath si offrirono di partecipare alla ricognizione, accelerandone il ritmo. Il secondo discese fino all'orlo del precipizio sottostante, e ritornò ad annunciare che la parete rocciosa piombava verticalmente per centocinquanta metri fino a un costone di roccia, che scendeva poi digradando in gradini ripidi, una sorta di pietraia ricca di sterpaglia.

Le rivoltelle di Cappello Nero non si trovarono… o erano cadute nel precipizio, o si erano infilate in uno dei molti crepacci e delle molte buche della parete.

Le due Sedan al di là del macigno avevano ancora la chiavetta d'accensione infilata nel cruscotto; Doc le requisì, e se le infilò in tasca. Doddsy trovò i documenti di circolazione sotto il cruscotto, e, leggendoli alla luce della torcia elettrica, perché il chiarore verdastro era insufficiente, si domandò se uno di quelli non fosse il nome dell'ignoto sadico della «Black Dahlia». Presumibilmente, Cappello Nero e i suoi accoliti erano venuti a bordo delle due guide interne, mentre la ragazza era venuta dalla direzione opposta, a bordo della sua rossa Corvette… un incontro puramente casuale al blocco stradale… e poi, probabilmente prima della pioggia, mentre le fiamme ruggivano ancora a oriente, formando uno sfondo adeguatamente infernale… be', non era salutare pensarci troppo.

Nel frattempo, Ross Hunter e gli Hixon chiusero il corpo della ragazza assassinata nell'impermeabile di Doc e nel telo più piccolo del camion. Il fagotto spoglio venne infilato in una caverna grande come una bara, dopo essere stato trasportato su per il pendio per una trentina di metri, in un luogo scoperto dal giovane McHeath. Alla coperta venne attaccato un breve resoconto, vergato con l'inchiostro a prova d'acqua di Doddsy, delle circostanze della sua morte e, con un punto interrogativo, venne aggiunto il nome della donna — e l'indirizzo — il tutto trovato sui documenti di circolazione della Corvette. Bacchetto recitò un servizio funebre breve e insolito, facendosi un segno di croce che terminava con una circonluzione dell'indice davanti alla fronte.

Poi tutti cominciarono a sentirsi un po' meglio, benché non appena l'orrore e l'eccitazione svanirono, diventò evidente che tutti erano stanchi oltre ogni sopportazione, e quello doveva essere il loro bivacco. Vennero compiuti i preparativi per dormire, quasi tutti vennero alloggiati nell'autobus scolastico; i due feriti vennero assegnati a quel riparo senza esitazioni, perché cominciava a far freddo, e prima dell'alba il freddo sarebbe diventato intenso. Hixon era preoccupato, per l'eventualità che altri massi sospesi sulla strada piombassero su di loro, nel caso di un terremoto, ma Doc gli spiegò che malgrado le scosse precedenti erano tutti rimasti al loro posto, e che dopotutto l'improvvisa forza di gravità del Vagabondo aveva probabilmente cagionato nelle prime ore, tutti o quasi i terremoti di assestamento e che ben difficilmente se ne sarebbero verificati altri.

Doc decise che due persone sarebbero rimaste di guardia per tutta la notte, avvolte in pesanti coperte, in una specie di riparo naturale, una sporgenza rocciosa coperta da una tettoia di roccia che sporgeva dal pendio a quasi due terzi di esso, e in posizione quasi verticale rispetto al macigno che ostruiva l'autostrada. Le sentinelle sarebbero state armate, con uno dei fucili e con la pistola grigia di Margo. Doddsy e McHeath avrebbero fatto il primo turno, fino a mezzanotte, Ross Hunter e Margo da mezzanotte alle due e mezzo, lui e Rama Joan dalle due e mezzo all'alba. Hixon avrebbe tenuto l'altro fucile, e avrebbe dormito al posto di guida dell'autobus. Le donne assegnate al servizio di guardia avrebbero dormito nella cabina del camion, insieme ad Ann. Wanda si lamentò della composizione mista dei turni di guardia, e Doc le diede una risposta pepata.

La stufetta di Doddsy venne riempita di carbonella. Su di essa, venne scaldata l'acqua, per preparare il caffè solubile. Questa fu la loro cena, insieme al latte e al burro e ai panini dell'autobus.

Margo pensava che non avrebbe sopportato quella roba dolciastra, ma dopo il primo morso si ritrovò affamata, e mangiò tutto quello che le capitava sotto i denti, ingollando anche tre tazze di cafè au lait. Si sentiva leggera, quasi ubriaca, nella sua mente balenavano di quando in quando immagini felici dei sadici dalla maschera rossa che venivano scagliati in aria dalla sua pistola, precipitando verso la morte, e disse quello che provava a tutti coloro che le erano vicini.

Sorprendendo Bacchetto dietro l'autobus, gli domandò di punto in bianco:

«Signor Fulby, è vero che lei è sposato sia con Ida che con Wanda?»

Bacchetto, per nulla impermalito, chinò la testa stretta e brizzolata, e rispose:

«Infatti sì, ai nostri occhi esse sono entrambe mie mogli, e io colui che dà il nome alla famiglia. Nel suo complesso, è stata una relazione dalla quale abbiamo tratto arricchimento e giovamento. Inizialmente sposai Wanda per la gloria del corpo… e Ida per l'esaltazione dello spirito. Naturalmente, ora le cose sono un po' diverse…»

L'arcigno vecchietto dell'autobus ascoltò gran parte della conversazione, e si voltò, con un grugnito:

«Invidioso, Pop?» gli domandò Margo, con una sorta di amichevole malizia.

Tigerishka finì di dar da mangiare a Miao per la terza volta, e guardò Paul. Poi, con quella che gli parve una deliberata e umanissima scrollata delle belle spalle verdi a strisce viola, spalle più agili e forti di quelle di qualsiasi tennista o ballerina della Terra, lei ritornò al Pannello del Cibo, poi ritornò verso di lui con una specie di cubo in una zampa, e due tubi sottili che seguivano il cubo. Rimase sospesa a mezz'aria sopra di lui, apparentemente indecisa sul modo in cui nutrirlo… se per via orale, o per via endovenosa, o addirittura per via rettale.

Adesso la gola di Paul era secca, dolente per la sete, degno contrappunto al generale indolenzimento dei muscoli, e aveva la testa che gli girava un poco, forse più per la stanchezza che per la fame. La cosa della quale era maggiormente consapevole, però, era un'irritazione malevola per il cambiamento di Tigerishka. Mentre Miao mangiava, Tigerishka aveva danzato… un piroettare e caprioleggiare e rimbalzare armonico, veloce e meravigliosamente ritmico, tra il soffitto e il pavimento del disco volante, prendendo la spinta dall'uno e dall'altro, a intermittenza. Simultaneamente, una strana musica aveva riempito il disco volante, e la misteriosa luce aveva cominciato a pulsare, seguendo il ritmo.

Tigerishka, aveva capito Paul, era una danzatrice sulle punte per nascita e conformazione anatomica, essendo i suoi piedi quasi tutte dita… digitigrada, non plantigrada… e la giuntura della gamba, sopra i piedi, che corrispondeva al gomito più basso del braccio, era come una lunghissima, agilissima caviglia.

La danza lo aveva totalmente affascinato, distogliendo la sua mente da tutto il dolore e dall'apprensione.

Ora la leggiadra ballerina era ritornata l'impersonale infermiera sadica… una trasformazione detestabile.

Così, malgrado la sete, egli scosse malinconicamente il capo, e cercò di serrare con fermezza le labbra intorpidite e secche. Poi sollevò le palpebre, e sollevò solennemente il viso verso Tigerishka, nell'unica espressione di supplica che la sua mente riusciva a escogitare… benché si rendesse conto acutamente che quell'espressione doveva dargli l'aspetto perfetto di una scimmia immobilizzata e imbavagliata, che implorava la libertà.

Lei gli sorrise, senza socchiudere le lunghe labbra… un'altra ironica imitazione di un gesto umano, ne fu certo… e continuò a contemplarlo.

Era di nuovo notte, ora, e lui si trovava a bordo del disco volante da dodici ore almeno, perché l'ultima osservazione era stata inconfondibile… l'immagine di San Francisco che affondava nella sera, mostrando le nere cicatrici e le colonne di fumo degli incendi spenti dalla pioggia, e anche una gran folla di navi nella Golden Gate. Poi il disco volante si era inclinato, ed egli aveva visto sorgere a oriente il Vagabondo, con la sua faccia di mandala, con uno scintillare asimmetrico intorno, come un anello… uno scintillare che, dopo pochi secondi di frenetiche supposizioni, egli dovette riconoscere come la Luna sbriciolata.

Tigerishka allungò una mano, e gli sfiorò la mano destra con il dorso della zampa verde, poi si rialzò. Egli si rese conto, con stupore incredulo, che il suo braccio destro era libero. Mosse le dita, le contrasse più volte, piegò e ripiegò il polso, avvertendo un dolore minore del previsto, poi cominciò a sollevare le dita alla bocca, ma si fermò a metà.

Se avesse semplicemente toccato le labbra, lei avrebbe interpretato il gesto come l'espressione del suo desiderio di essere nutrito da quella parte con i tubi.

Si portò le dita alla fronte, poi, con un breve movimento, le portò alle labbra, spostandole poi per indicare le orecchie a punta di Tigerishka. Sempre guidato da quell'ispirazione, egli indicò con le dita la bocca di Tigerishka, poi indicò le sue orecchie.

«Sì, vuoi parlare,» interpretò lei. «Scimmia gatto, molte chiacchiere da fare, eh?» Lentamente, lei scosse il capo. «No! Tutte domande frivole… una, dieci, cinquemila. Conosco scimmie.»

Le sue speranze crollarono. Nello stesso tempo egli pensò, con singolare certezza, che lei avrebbe potuto dire le stesse cose in un inglese perfetto, ma aveva scelto deliberatamente di non farlo… proprio come un brillante europeo, perfettamente in grado di pronunciare impeccabilmente molte lingue straniere, si aggrappava alle sue esotiche costruzioni sintattiche, al suo accento, per dare enfasi alla sua individualità esotica, e anche per criticare con velata ironia le bizzarrie della pronuncia inglese, e le troppo semplificate regole di costruzione della frase.

«Però…» temporeggiò Tigerishka. «Ci sono cose che io dirò.» Poi, alla velocità di uno stenografo di tribunale, e in tono cantilenante, come se il compito l'annoiasse: «Io vengo da superiore cultura galattica. Leggere mente, lanciare pensiero, navigare iperspazio, vivere per sempre se si vuole, fare esplodere soli… tutte queste cose e altri. Avere aspetto di animale… riassumere forme ancestrali. Fare cervelli piccoli, ma in realtà immensi… (psicofisiosubmicrominiaturizzazione! Noi restiamo superiori). Tu non credi? Allora ascolta. Piante mangiano materia inorganica; loro superiori! Animali mangiano piante; loro superiori. Gatti mangiano carne fresca: noi più superiori di tutti! Scimmie tentano di mangiare tutto: un pasticcio!»

Poi, senza prendere fiato:

«Vagabondo naviga iperspazio. Sì, foto stellari, lo so. Bisogno di carburante… molta materia per convertitori. Vostra luna buona come legnaia. Frantumare, polverizzare, prosciugare. Noi ci riforniamo, poi andiamo. Nessun bisogno che voi scimmie vi arrabbiate o vi impermalite.»

Quando lei ebbe finito, Paul rimase stordito per almeno cinque secondi, infuriato per la spassionata, spietata semplificazione da lei fatta dell'intera faccenda. Poi capì che non poteva farci nulla, in nessun caso. Sospirò profondamente, e cercò di calmarsi, sperando che il suo volto diventasse un po' meno scarlatto. Poi premette la mano sulle labbra, e bruscamente, la staccò, come per dire, «Basta con questo bavaglio.»

Pensò anche che in realtà era del tutto inutile, quel gioco di gesti, dato che lei doveva conoscere i suoi pensieri, ma subito dopo capì anche che il fatto, semplicemente, era che si trattava proprio di un gioco. Ai gatti piacevano i giochi; i gatti amano giocherellare con delle vittime impotenti; e in questo, Tigerishka non pareva costituire un'eccezione.

Lei confermò questa supposizione, sorridendo, mentre lentamente scuoteva il capo… sorridendo, e arricciando il labbro superiore, in modo che i baffetti sottilissimi parvero arcuarsi.

Ricorse a un altro espediente. Ripeté il gesto precedente, ma subito dopo portò la mano alla bocca, come per reggere un bicchiere, muovendola, imitando il gesto di bere. Finalmente, si portò l'indice sulle labbra.

Le pupille a forma di stella di Tigerishka si strinsero, diventando due punti sottili, mentre lei lo fissava negli occhi.

«Io lascio bere con la bocca, tu non parli? Non dici una sola parola?»

Paul annuì, solennemente.

Dal cubo, lei prese una fiaschetta bianca, che pareva contenere mezza pinta, e l'appoggiò alle labbra di Paul.

«Io schiaccio piano, tu succhi,» disse, e con l'altra zampa sfiorò le guance e il mento di Paul. Nel viso dell'uomo ritornarono a fluire delle sensazioni, e nello stesso tempo qualcosa di fresco e umido dava sollievo alla sua gola secca e dolente. Dopo qualche tempo, venne anche il sapore: latte. Latte, con un lieve sentore di muschio. Si domandò se fosse latte felino o sintetico, assimilabile dall'uomo oppure no, ma decise che valeva la pena di affidarsi al giudizio di Tigerishka.

Quando i primi morsi della sete furono quietati, allungò la mano, per occuparsi personalmente del lavoro di schiacciare la fiaschetta. Lei non respinse quel tentativo, né lasciò immediatamente la sua stretta intorno alla fiaschetta, così, per qualche istante, egli sentì, con i polpastrelli e con il bordo della mano, il contatto vellutato delle zampe e, inoltre, nei cuscinetti di pelo, la dura curva degli artigli in riposo. Poi lei ritirò la zampa, dicendo soltanto:

«Piano, ricorda.»

Quando la fiaschetta fu completamente vuota, egli la restituì a Tigerishka, aggiungendo, senza averne l'intenzione, un «Grazie…», ma prima che le parole potessero uscirgli dalle labbra, le zampe di lei avevano sfiorato le labbra dell'uomo, e il bavaglio era ritornato.

Si domandò cupamente se il bavaglio fosse un puro effetto di suggestione, o qualche pellicola impalpabile, o un modo d'impregnare i tessuti istantaneamente, un espediente elettroporetico… o chissà cos'altro… ma una stanchezza enorme, un torpore invincibile, si stavano impadronendo di lui, gravavano come una cappa sul corpo e sulla mente. La stanchezza, o una droga? Era difficile, troppo difficile pensarci.

Confusamente, si accorse che l'invisibile sole interno del disco volante era impallidito, lasciando ogni cosa in una penombra crepuscolare. Attraverso le nebbie del sonno, egli avvertì il contatto liberatore della zampa di Tigerishka sul polso e la caviglia sinistra, così che solo la caviglia destra rimaneva bloccata.

Allora si rannicchiò in una posizione uterina, e galleggiò nella notte del sonno, verso il profondo abisso della quieta incoscienza.

L'ultima cosa di cui si rese conto fu la voce di Tigerishka che diceva, in tono neutro:

«'Notte, scimmia.»

CAPITOLO XXVIII

Il Vagabondo mostrava alla Terra la sua faccia di yin-yang per la quinta volta. Ormai per un giorno intero esso era rimasto sospeso nei cieli notturni della Terra. Per i meteorologi dell'Osservatorio Internazionale del Polo Sud, immersi nelle profondità della notte continua dell'inverno polare, il Vagabondo aveva compiuto un intero circuito del cielo senza sole, mantenendo sempre la stessa distanza dall'orizzonte di ghiaccio, e ora stava di nuovo sospeso nel punto in cui era comparso per la prima volta, sopra la Terra di Marie Byrd e la catena montuosa della Regina Maud. Grandi, verdi aurore boreali fiammeggiavano dalle nevi eterne, e scintillavano livide intorno.

Il pianeta straniero diede nuovi e potenti stimoli ad antiche credenze superstiziose, e a molte specie di manie.

In India, un paese che era sfuggito fino a quel momento ai tremendi terremoti, e aveva subito danni minimi per le maree, esso venne adorato da grandi congregazioni, in riti che duravano per tutta la notte. Alcuni lo identificarono nell'invisibile pianeta Ketu, finalmente vomitato dal serpente. I bramini lo contemplarono, calmi e pensierosi, e suggerirono che forse l'apparizione avrebbe segnato l'inizio di una nuova kalpa.

In Sudafrica esso diventò la bandiera della rivolta, in una sollevazione sanguinosa e trionfale contro i boeri.

Nei paesi protestanti, il Libro dell'Apocalisse venne letto e riletto in migliaia di Bibbie, che non erano state mai lette prima, e neppure sfogliate.

A Roma, il nuovo Papa, che era stato un astronomo tra i gesuiti, combatté ogni interpretazione superstiziosa degli eventi, mentre i paparazzi trovarono lenti e pellicole, per le loro macchine fotografiche, che permisero loro di fotografare divi dello schermo e altri notaboli intenti a gesticolare in direzione del Vagabondo, o fermi sullo sfondo del grande globo… mentre Ostia lottava contro le inondazioni, e le nuove maree del Mediterraneo risalivano il corso del Tevere.

In Egitto, una creatura felinide, atterrata con un disco volante, venne identificata come la benigna dea Bast da un teosofo britannico emigrato là, e il culto dell'adorazione dei felini ricominciò con nuovo vigore. Secondo il teosofo, lo stesso Vagabondo era il gemello distruttore di Bast: Sekhet, l'Occhio di Ra.

Ci fu una bizzarra eco di questo sviluppo della situazione a Parigi, dove due felinidi, ripetendo l'errore di Tigerishka, liberarono dal giardino zoologico tutte le tigri, i leoni, i leopardi e gli altri grandi felini. Alcune belve apparvero nei cafés della Riva Sinistra. Un'analoga liberazione avvenne al Tiergarten di Berlino, dove gli animali erano minacciati dalle acque alte.

Era strano, stranissimo pensare che Don Merriam stava dormendo comodamente nella sua piccola cabina, a bordo del Vagabondo, proprio come Paul stava saporitamente dormendo nel disco volante di Tigerishka.

Mentre il Vagabondo causava ondate di panico e psicosi collettiva, la sua improvvisa apparizione, e le catastrofi che l'avevano accompagnato, agirono in altri casi come una sorta di terapia di choc. Ci furono letteralmente delle esplosioni di sanità, nei reparti d'isolamento degli ospedali psichiatrici. Vedendo realizzarsi l'impossibile, e vedendo che anche i medici e gli infermieri ne erano terrorizzati, gli psicotici videro soddisfare allo stesso tempo qualche profondo bisogno inconscio. E le nevrosi, le psicosi e le neurosi private diventarono banali, per i loro possessori, di fronte alla follia cosmica che aveva turbato la Terra.

Su altri individui, il Vagabondo operò un cambiamento… donando una capacità dell'ultimo istante di vedere la verità, anche se non di lottare con essa. Quando Fritz Scher, ormai immerso fino alla cintola nell'acqua salata, guardò fuori della finestra, nell'Istituto delle Maree di Amburgo, verso l'aurora, le nubi si sollevarono un poco a occidente, come una tendina sollevata a metà, e dietro di esse il Vagabondo lo guatò minaccioso, diritto in volto. Le cose finalmente si chiarirono nella sua mente, quando un nuovo, possente gonfiarsi d'acqua lo sommerse, e lo trasportò via dalla finestra. Mentre egli si aggrappava inutilmente ai fianchi aerodinamici della macchina per la previsione delle maree, portato irresistibilmente dalla corrente, usò gli ultimi respiri per gridare e gridare e gridare questa frase: «Moltiplicate tutto per ottanta!».

Barbara Katz sentì muoversi un poco il letto, sotto di lei, mentre la buia stanza del terzo piano dell'albergo dondolava con l'edificio che la conteneva. Dominò l'impulso di balzare in piedi, e si fece ancor più vicina al vecchio KKK, poi allungo la mano sopra il corpo del vecchio, verso Helen, che riposava dall'altra parte. Un'ora prima il vecchio era stato scosso da un lungo brivido. Nel pomeriggio era stato il caldo a tormentarlo, ma ora, con le gelide acque dell'Atlantico che invadevano tutta la Florida, era il freddo il nemico peggiore.

Benjy, in piedi davanti alla finestra, con il volto rischiarato dal bagliore spettrale del Vagabondo, annunciò:

«L'acqua è sopra le finestre del primo piano, e la corrente è forte. Sta passando una casa da spiaggia. Sentito il colpo? Ci ha urtati.»

«Torna sulla tua branda, Benjy, e riposati un po',» chiamò Hester, dall'angolo. «Se questo posto parte, non possiamo farci nulla. L'acqua bussa per entrare, e tu non puoi dirle di stare fuori!»

«Io non ho la tua calma, Hes,» le disse Benjy. «Avrei dovuto restare sull'auto, assicurarmi che la tenessero in alto. Però adesso l'acqua sarà molto vicina.»

«Faranno meglio a non azzardarsi a muoverla!» disse Barbara, a bassa voce ma con intensità di sentimenti. «Quel parcheggio lassù era compreso nei cinquemila dollari che abbiamo pagato per questa camera.»

Dall'altra parte del vecchio KKK Helen disse, con un'ombra di risatina nella voce:

«Chissà se questi vampiri hanno ricordato di portare la cassaforte all'ultimo piano. Altrimenti adesso sarà spazzata via!»

«Zitta,» disse Hester. «Benjy, torna a letto.»

«E che attrazione c'è?» domandò lui, pensieroso, dalla finestra. «Helen è andata a dormire con il Vecchio, per contribuire a scaldarlo. E quel trucco di farina e cipria che la signorina Barbara mi ha messo sulla faccia mi dà il prurito.»

«Piantala di lamentarti, negretto,» gli disse Hester. «Io e Helen siamo passate, come infermiere, ma tu avevi bisogno di schiarirti un po'. Non ti cambia, ma ti giustifica. Mostra che tu cerchi di compiacere. Con questo, e una banconota da mille dollari, puoi andare dappertutto.»

Benjy disse:

«Il vecchio Vagabondo mostra di nuovo il mostro sulla faccia. Ruota molto in fretta.»

La stanza ballonzolò. Si udì uno scricchiolio di legno. Benjy annunciò:

«L'acqua è salita di un'altra spanna. Mi sembra che gli angoli si stiano muovendo.»

Helen si rizzò a sedere:

«Tu pensi che dovremmo…» cominciò, con voce tesa, ansiosa.

«Silenzio!» ordinò duramente Hester. «Tutti devono fare silenzio, ora, e stare calmi e distesi. Ci stiamo godendo cinquemila dollari. Benjy, avvertimi quando l'acqua ti arriva al collo… ma non prima. Buonanotte!»

Nel buio, Barbara pensò al circuito automobilistico di Sebring, a un miglio di distanza, e a tutti quei meravigliosi motori sepolti sotto l'acqua salata, con l'olio portato via dalla corrente. Oppure erano stati previdenti, ed erano partiti a tutta velocità verso nord, in una strana, multicolore corsa verso le montagne? Immaginò i missili e le astronavi sommerse, cento miglia più lontano, a Capo Kennedy.

Il vecchio KKK si lamentò debolmente, e borbottò qualcosa. Barbara accarezzò la guancia grinzosa e ispida del vecchio, ma lui continuò a borbottare. Le sue dita, che teneva vicino al petto, come se stesse pregando, si muovevano lievemente. Lei cercò, sotto il letto, allungando la mano, e trovò la bambola in sottoveste nera, e la posò sul petto del vecchio. Egli si calmò. Lei sorrise.

La stanza ondeggiò.

Sally Harris aveva indossato un pigiama incrostato di perle, un elegante indumento che aveva trovato nell'interessantissimo guardaroba della camera da letto adiacente a quella del signor Hasseltine. Jake Lesher si era drappeggiato in un abito di saia blu, che gli andava largo dappertutto, dandogli un aspetto un po' goffo. Erano seduti davanti al grande pianoforte, sul quale erano posate delle bottiglie di vino e due bottiglie di champagne.

La stanza era illuminata da ventitré candele… tutte quelle che Sally era riuscita a trovare… e da due torce elettriche. Dei drappi neri coprivano le finestre e perfino l'ascensore bloccato, e specialmente le porte-finestre del terrazzo.

Il silenzio filtrava, attraverso i drappi neri, raggelando le fiammelle delle candele, premendo sulle loro gole e sui loro cuori. Ma poi le dita di Jake scesero sulla tastiera, e scacciarono il silenzio con gli accordi di un'introduzione. Sally si alzò, barcollando un poco, e cantò con voce forte e chiara:

Oh, io sono la ragazza dell'Arca di Noè,

E tu sei il Re del Diluvio solo per me.

Il nostro amore non è grande come l'oceano,

O solo come il Monte Ararat laggiù…

Tu mi hai trovato un attico nel mare!

È proprio grande questo nostro amore.

Mentre Jake suonava altri accordi con la mano sinistra, allungò la mano destra, porgendo a Sally un foglio.

«Prova la seconda strofa,» le disse.

Sally diede un'occhiata al foglio.

«Accidenti, ci sono della parole impossibili. E come faccio a cantare delle macchie d'inchiostro?»

«Ho trovato quelle che tu chiami 'parole impossibili' in una fantasiosa 'lista di eccezionali oggetti celesti', in uno dei libroni del tuo ragazzo intellettuale. Dobbiamo mantenere il tema astronomico, per adattarci al nuovo pianeta.»

«Pianeta, accidenti. Se non fosse stato per Hugo, tu saresti a bagno. Chissà dov'è Hugo, adesso? Va bene, Jake, attacca.» E cominciò a cantare, tenendo il foglio davanti agli occhi:

Oh, io sono la ragazza dell'Arca di Noè,

E tu il Re delle Tempeste solo per me.

Il nostro amore non è grande solo come il sole,

O come Orione o Messier-31…

Tu mi hai dato per barca un grattacielo, amore!

È proprio grande questo nostro amore.

Jake la guardò, raggiante.

«Ci siamo, bambina! Un vero incendio!»

«Incendio? Sarà meglio,» gli disse Sally, allungando la mano verso il bicchiere. «Perché è probabile che lo metteremo in scena in un teatro un po' umido.»

Richard Hillary provava un bizzarro senso di esaltazione, mentre camminava agilmente sul lato di una strada umida e salmastra, diretta a ovest, a una imprecisata distanza da Islip. Sull'erba coperta di fango e spianata dall'acqua, poté vedere in quel momento due pesci argentei rimasti all'asciutto, e un gamberetto verdognolo che avanzava debolmente sopra un pezzo di stoffa nera, fradicia, lunga, che avrebbe potuto essere una toga universitaria. Guardando a sud, poté scorgere alcune delle grige torri di Oxford, e distinguere chiaramente il bruno segno della marea a metà di esse. Trattenne il respiro, sollevò le mani, e il suo passo successivo si trasformò quasi in un balzo, mentre la sua immaginazione lo faceva nuotare freneticamente tra le acque del Mare del Nord, o d'Irlanda, che erano state là cinque o sei ore prima.

Ritornò a camminare normalmente, facendo una risatina incerta, ma conservando quel bizzarro senso di esaltazione. A volte, naturalmente, l'orrida intensità dei contrasti offerti costantemente dalle tracce della marea era una prova eccessiva, soprattutto quando questi segni comprendevano dei corpi umani coperti di fango, o perfino cadaveri di cavalli e di cani. In questi casi la sua regola, e apparentemente quella della gente che marciava con lui, era, «Se non si muovono, distogli lo sguardo da loro in fretta.» Aveva dovuto invocare quella regola numerose volte, nell'ultimo miglio percorso. Finora, nessuna delle forme fangose e distese si era mossa.

Richard era stato fortunato; aveva trovato un passaggio per quasi tutto il tragitto dal campo in cui aveva dormito all'estremità opposta delle Chiltern. Era partito di notte, subito dopo avere visto l'est inondato, dietro di lui, ed era stato raccolto da una coppia a bordo di una Bentley, che veniva da Letchworth. Marito e moglie erano stati molto nervosi, pervasi dall'ansia di andare a prende il figlio rimasto a Oxford. Non avevano visto molto delle inondazioni, ed erano stati perciò inclini a minimizzare. Gli avevano dato un sandwich. Dopo qualche tempo, un gran numero di automobili era apparso gradualmente, e l'andatura era diventata lenta, e quando finalmente erano discesi sulla strada viscida e scivolosa, poco dopo l'alba, per entrare nella fangosa pianura di Oxford, nel bel mezzo di un ingorgo del traffico colossale, Richard li aveva ringraziati e se ne era andato a piedi. L'ingorgo era parso durevole, e Richard non aveva potuto sopportare le espressioni stordite, sofferenti, incredule dei loro volti.

Era necessario avere un piano d'azione, si disse in quel momento, marciando a buona andatura in mezzo a un nutrito gruppo di colleghi viandanti, accanto a un'altra doppia fila di auto infangate, che si dirigevano lentamente a occidente. Attraversarono il Cherwell, percorrendo un ponte affollato che si trovava a meno di mezzo metro dalla superficie di un impetuoso, schiumoso corso d'acqua. Si domandò se l'acqua fosse salata, ma non si fermò ad assaggiarla.

Si domandò, inoltre, se l'inondazione avvenuta in quel luogo la notte precedente fosse venuta dall'Estuario del Tamigi, o da cento miglia di distanza, dal Wash, attraverso le paludi e le lande, ruggendo sopra la distesa di terra tra Daventry e Bicester, o perfino giungendo attraverso delle brecce naturali dei Cotswolds dalla costa occidentale, dove le maree normali avevano una variazione massima di nove metri. Ma simili speculazioni non lo avvicinavano minimamente a un piano. Il sole cominciava a picchiare con maggiore violenza sulla sua schiena.

Si udì un ronzio sordo e martellante, e la folla, intorno a lui, si avvicinò ancor più alla strada, mentre un piccolo elicottero atterrava a cinquanta metri di distanza. Come pilota c'era una giovane donna, che indossava un camice bianco d'infermiera sporco di fango; costei scese a terra, e corse verso l'unica figura vivente che non si era allontanata dal rumore e dal vento delle eliche; un'altra giovane donna, seduta nel fango con un bambino tra le braccia. L'infermiera le prese il bambino, la fece alzare in piedi, e rapidamente l'accompagnò all'elicottero, facendola salire a bordo. Poi, senza dare alcuna risposta alle numerose domande che le venivano gridate dalla folla, rapidamente salì a bordo a sua volta, e l'elicottero decollò.

Richard scosse il capo, inquieto, e continuò a camminare. La vista di simili cose lo faceva sentire orribilmente solo, e non lo avvicinava a un piano d'azione.

Dopo qualche tempo, però, riuscì a formularne uno. Avrebbe raggiunto i Cotswolds prima della nuova ondata d'alta marea, sarebbe rimasto al riparo su una delle loro vette più alte, avrebbe attraversato la pianura della Severn per Jewkesbury, fino alle Malvern Hills, durante la bassa marea successiva, e finalmente avrebbe raggiunto, grazie a quello stesso procedimento a 'gradini', le Black Mountains del Galles, che avrebbero dovuto essere sicure, anche in vista delle alte maree successive. Lo stato precedente di esaltazione ritornò, sia pure in parte.

Naturalmente, sarebbe stato forse più saggio ritornare sulle Chiltern… quelle colline erano sembrate abbastanza sicure… o cercare le alture a est di Islip, ma si disse che quelle colline sarebbero state presto brulicanti delle orde di profughi che dovevano continuare a giungere da ovest, da Londra. Inoltre, detestava il pensiero di fermarsi da qualche parte, anche su di una vetta apparentemente sicura, ed essere costretto ad aspettare e a pensare. Era intollerabile… era necessario muoversi, muoversi sempre. E si prova una certa lealtà verso una linea d'azione appena elaborata con tanta fatica.

Finalmente parlò del suo piano (Cotswolds-Malvern Hills-Black Mountains) a due uomini più anziani, che camminarono accanto a lui per qualche tempo. Il primo disse che era del tutto privo di senso comune, l'elucubrazione di un pazzoide; il secondo disse che il piano avrebbe salvato mezza Inghilterra, e che doveva essere comunicato senza indugio alle autorità responsabili (costui agitò il suo bastone furiosamente, verso un elicottero che li sorvolava lentamente).

Richard fu completamentet disgustato di entrambi dopo pochi minuti, in particolare del secondo, e accelerò il passo, lasciandoli a discutere tra loro, con voce forte e tono collerico. Bruscamente, tutta la sua esaltazione era sparita, e si rese conto che il piano e i ragionamenti seguiti erano semplicemente le razionalizzazioni di un bisogno di fuggire a occidente, non più sensato delle folli migrazioni del lemming attraverso la Scandinavia, per gettarsi nell'Atlantico e trovarvi la morte. In effetti, si domandò, lo choc e il disorientamento, in lui e in tutti coloro che lo circondavano, non avrebbero potuto spogliare le loro menti deile patine di pensiero civile, e lasciar scoperto qualche oscuro nucleo cerebrale primitivo, che rispondeva soltanto al medesimo richiamo che i lemming potevano udire?

Continuò a camminare a passo veloce, però, tenendosi più vicino alla strada e cercando un posto libero su una delle automobili. Dopotutto, lemming o no, quello stupido piano era tutto ciò che aveva, e aveva ricordato in quel momento l'obiezione più forte che il primo uomo gli aveva fatto: cioè che per i Cotswolds mancavano ancora venti miglia.

Quando la marea del mattino invase il Canale di Bristol e risalì la Severn, portando con sé relitti di barche e travi di case, e boe strappate alle loro ancore, e pali del telegrafo seguiti da un corteo di fili, e case divelte, e i morti, giungendo assai più alta della notte prima, Dai Davies ritornò con essa, passando Glamorgan e Monmouth, girando e rollando come il marinaio fenicio annegato di T.S. Eliot, amorevole poeta gallese fino alla fine, a dodici metri di profondità.

CAPITOLO XXIX

Margo e Hunter, avvolti ciascuno in una coperta, occupavano il posto di guardia, una specie di ciotola scavata dalla Natura nella roccia; McHeath e Doddsy avevano già liberato lo spazio dall'acqua piovana e dai detriti che lo avevano riempito. Sopra di loro, sull'orizzonte occidentale, tra nuvole stracciate facevano capolino delle stelle ammiccanti, ma il cielo, sopra di loro e a oriente, era coperto da una fitta coltre scura. Sotto di loro, uno stretto cono di luce brillava sulle Sedan bloccate, e lungo la strada, verso la Valle. Poiché Doddsy aveva numerose batterie di ricambio per la sua torcia elettrica, Doc aveva deciso di sistemarla alla sommità del macigno. «Servirà a chiunque sia di guardia per avvistare eventuali intrusi che cerchino di raggiungerci dalla Valle,» aveva detto. «È probabile che costoro vengano a cercare l'origine della luce, e se le loro intenzioni saranno amichevoli, chiameranno a gran voce. Ma non sparate subito, tanto per non avere disturbi. Avvertiteli che sono sotto mira. E non svegliate l'intero accampamento, per una visita; limitatevi a svegliare me.»

Ora Hunter e Margo stavano fumando, una piccola falla nella perfezione del piano di Doc… ma non troppo grave, avevano stabilito dopo brevi meditazioni. Il piccolo alone di brace rossigna, mentre Margo aspirava, illuminava le guance e il mento della ragazza, e i capelli biondi, raccolti dietro la nuca, un'acconciatura necessaria dopo essere stati inzuppati la notte prima dall'acqua salata.

«Lei ha l'aspetto di una Valchiria, Margo,» le disse sommessamente Hunter, in tono convinto.

Da sotto la coperta lei tirò fuori la pistola grigia, e la tenne alta sul petto, e la brace della sigaretta trasse qualche scintilla da essa.

«Infatti, mi sento una Valchiria,» mormorò lei, in tono felice. «Non mi è affatto piaciuto, quando gli altri avevano questa pistola, anche se le cose che Doddsy ha notato erano tutte molto interessanti.»

Durante il suo turno di guardia in compagnia di McHeath, l'Omino aveva esaminato la pistola, servendosi della piccola torcia elettrica, e di una lente d'ingrandimento, e aveva scoperto una minuscola scala lungo la colonnina viola. «È stata fabbricata da creature la cui vista è migliore della nostra,» aveva dedotto. Aveva anche scoperto un'altra cosa che Margo non aveva neppure notato; una minuscola levetta incassata, alla sommità dell'impugnatura… che puntava la sua sottilissima estremità all'estremità di una scala circolare, ugualmente minuscola, in posizione alla fine della canna. Nessuno poté immaginare quale fosse la funzione di quella levetta, e fu deciso di non compiere esperimenti con essa.

«Mi chiedo su quanti pianeti abbia fatto vittime, quest'arma,» mormorò Margo, in quel momento.

«Sì,» disse Hunter, «Lei ha proprio l'aspetto di una vestale, una vestale guerriera che vigila sulla sacra fiamma dell'arma.» Si avvicinò un poco a lei. Lei sentì l'odore muschioso del sudore dell'uomo.

«Zitto… non ha sentito qualcosa?» mormorò lei, rapidamente. Spensero le sigarette e aspettarono, pieni di tensione, con gli occhi fissi sulla strada. Hunter strisciò lentamente verso l'estremità della cresta rocciosa, seguendo una sorta di sentiero che aveva esaminato ed esplorato al tramonto, e che dominava la scena, un pendio da una parte, una caduta verticale di almeno nove metri dall'altra.

L'accampamento formato dall'autobus e dal camion era immerso nel più profondo silenzio, e non c'era alcun segno di movimento straniero, benché il vento sussurrante facesse loro pensare alla tomba nella caverna, a cinque metri da loro. Dopo qualche tempo ritornarono nelle posizioni precedenti, e accesero nuovamente le sigarette.

«Sa una cosa, Margo,» riprese Hunter, esattamente dal punto in cui era stato interrotto. «Secondo me, uccidere quegli uomini l'ha riportata alla vita. L'ha risvegliata, forse per la prima volta, Un'esperienza del genere provoca questi effetti a molte persone.»

Lei annuì, tutta compresa, sorridendo interiormente.

«Tutto è doppiamente reale, ora,» mormorò. «Mi sembra quasi che la realtà sia fatta di una sostanza più solida, e che io abbia sensi e percezioni migliori, soprattutto dei corpi delle persone. È fantastico.»

«L'ha resa più bella,» disse Hunter, posando la mano sul polso di Margo. «Molto più bella. Una splendida vestale, una meravigliosa Valchiria.»

«Ah, Ross,» mormorò lei, solennemente. «Chiunque penserebbe che lei mi stia facendo la corte.»

«Infatti,» le disse, accentuando la stretta sul polso.

«Lei ha una moglie e due figli, nell'Oregon,» mormorò lei, scostandosi, ma non con tanta forza da liberarsi.

«Loro non contano,» le disse. «Benché sia sempre preoccupato per la loro sorte. Ma ora noi viviamo di giorno in giorno, di secondo in secondo. Ogni ora potrebbe essere l'ultima. Margo, voglio baciarti.»

«Ci siamo conosciuti soltanto ieri, Ross. Lei ha molti anni più di me…»

«Dieci, al massimo,» mormorò lui, raucamente. «Margo, le vecchie regole e le vecchie convenzioni non contano più. Come ha detto Rudy, questa è una para-realtà…»

In quel momento, dei venti, lassù nel cielo, riuscirono ad aprire le nubi, ed essi videro il Vagabondo, con il suo volto di mandala, e la Luna che formava una sorta di corona scintillante, bianca, intorno a esso. Il miracolo e la bellezza di quella sfera violetta e dorata li colpirono con tutta la forza del loro fascino, ma dopo qualche istante Ross Hunter circondò con l'altro braccio il corpo di Margo, e l'attirò a sé. Lei si scostò, liberandosi dalla stretta, e puntò il braccio verso il cielo.

«Ho un ragazzo lassù,» disse. «Il suo posto di lavoro era su quel… su quel relitto di diamanti lassù. Ma forse è riuscito a fuggire; forse adesso si trova sul Vagabondo.»

«Lo so,» disse Hunter, guardando solo il suo viso, che era rischiarato dalla luce del Vagabondo. «Ho anche letto la storia del tuo romanzo d'amore su una rivista. Ho pensato, allora, che tu avessi un aspetto disgustosamente frivolo e inerte, come se tu avessi avuto bisogno di essere afferrata dalla vita, e da un vero uomo.»

«Da te, vuoi dire?» disse Margo, in un tono ironicamente confidenziale. «E poi c'è Paul,» proseguì in fretta. «Rapito da un disco volante, e ora Dio solo sa dove. Lui è pazzo di me, ma è tutto aggrovigliato, dentro. Forse quello che gli sta succedendo ora lo libererà dai suoi complessi.»

«Non m'importa di nessuno dei due,» disse Hunter, tenendola per le spalle. «Non ho scrupoli etici, sul fatto di approfittare delle immediate difficoltà di ragazzi più giovani che sono pazzi di te. Tu sei bella, e chi ti prende per primo, ha vinto. Inoltre, io ti conosco meglio di loro, io conosco la Valchiria bionda che si è appena risvegliata, e sono più pazzo di loro. Ora non c'è niente che conta, all'infuori di me e te. Oh, Margo…»

«No!» disse lei, bruscamente, alzandosi improvvisamente dalla sua coperta, e liberandosi dal contatto delle mani di lui. «Sono lieta che tu sia pazzo di me, ma non ho bisogno di te, non ho bisogno dei tuoi 'me e te'. Vivere da sola, nella mia nuova realtà, mi basta; è tutta l'eccitazione che voglio; sta consumando tutte le mie forze. Hai capito?»

Dopo un sospiro prolungato, lui ammise:

«Va bene, immagino che dovrò subire.» Poi, «Sarà meglio darci un'occhiata intorno, alla luce del Vagabondo. Tu osserva la metà occidentale. Prima però abitua i tuoi occhi alla luce.»

Dopo un minuto di osservazione, spalla a spalla, egli cominciò a parlare sommessamente, senza guardarla.

«Dando per assodato che tu ora sia completamente assorbita da te stessa, dubito che tu sia stata mai innamorata. Paul lo sfruttavi e lo comandavi… questo era evidente. Immagino che riuscissi a dominare… come si chiamava?… ah, sì, Don… lusingando la sua virilità.»

«Interessante,» mormorò Margo.

«No, non credo che quei due ragazzi siano molto importanti, come rivali,» continuò Hunter. «Morton Opperly è un pericolo maggiore, perché rappresenta una figura paterna; un mago dal fascino sinistro che… scommetto che tu sogni proprio questo!… un giorno porterà via la nostra giovane Valchiria, nel suo cupo castello nella Landa dell'Alta Matematica. Incesto, con sottofondi einsteiniani.»

«Molto interessante,» fu il commento di Margo. «Mi sembra di vedere un chiarore appena discernibile, a oriente. Forse è l'autostrada.»

Cinque minuti dopo, Hunter esplose, in maniera molto spontanea, dicendo:

«Cristo, è freddo. Se ci avvolgessimo entrambi nella stessa coperta, secondo la vecchia maniera puritana, sarebbe meglio…»

«Niente affatto, soldato,» ribatté lei. «Fare all'amore, e il dovere di una sentinella, non possono mescolarsi.»

«Au contraire, combinano meravigliosamente. Si diventa meravigliosamente vivi, percettivi, vibranti… si percepisce tutto.»

«Niente affatto, Ross, ho detto.»

«Non stavo tentando un nuovo approccio,» protestò lui. «Cercavo solo di essere pratico. Sto gelando.»

«Allora avvolgiti nella tua coperta,» suggerì lei. «Non ho bisogno di scaldarmi.» Gli sorrise, allegramente. «Proprio in questo momento, sono calda come il fuoco, dal collo alle dita dei piedi. E mi sento meravigliosamente viva, vibrante. Tutta da sola.»

«Tu sei una cagna,» le disse lui, pensieroso.

«Sì, infatti,» ammise lei, con un sorrisetto felice. «E ora vado a fare una piccola ricognizione, per prima cosa in fondo alla strada, cinquanta metri oltre le Sedan. Porterò il fucile. Tu resta qui e… coprimi.»

«Cagna,» ripeté lui, amaramente, quando lei cominciò a scendere dal pendio.

Una nube stava oscurando il Vagabondo, quando essi svegliarono Doc, per il cambio della guardia. Doc grugnì un paio d'imprecazioni, sommessamente, e fece un paio di flessioni per sgranchirsi braccia e gambe indolenzite, poi si fece più attento e deciso.

«Bisogna cambiare le batterie delle lampade,» notò. «Le ho qui, in tasca. Avremmo dovuto girare una delle automobili, e usare i fari. Non si può fare adesso, però… sveglieremmo tutti.»

Quando Margo ebbe preso il posto di Rama Joan, sul camion, il Vagabondo era di nuovo visibile nel cielo, e mostrava le Fauci. Ann era sveglia. Dal momento dell'orribile incontro del pomeriggio, la bambina che 'adorava tutto' era stata molto pensierosa. Margo si domandò inquieta, in quel momento, cosa stesse pensando la bambina quando la fissava con quei grandi occhi, ricordando forse la guerriera urlante che aveva ucciso con gioia i nemici.

«Perché la mamma deve andare via?» domandò invece la bambina, in tono un po' risentito.

Margo le spiegò che era quello il suo dovere.

«Io credo che alla mamma piaccia stare con il signor Brecht,» commentò Ann, lamentosamente.

«Guarda il Vagabondo, cara,» suggerì Margo. «Vedi, la Luna sta diventando un anello. Ha rotto il bozzolo, e sta riaprendo le ali.»

«Sì, è bello, non è vero?» disse Ann, e finalmente una nota sognante ritornò nella sua voce. «Foreste purpuree e mari dorati… Salve, Ragnarok…»

A bordo dell'autobus, la signora Hixon mormorò all'orecchio del signor Hixon:

«Bill, e se questa gente scoprisse che non siamo sposati?»

Lui le rispose, in un bisbiglio:

«Bambina mia, non credo che avrebbe la minima importanza, per loro.»

La signora Hixon sospirò.

«Però, è una specie di distinzione essere l'unica coppia sposata normalmente di tutto il gruppo.»

Paul si svegliò, solo nello spazio oscuro come un angelo vagabondo, così gli parve… così in alto, sopra la Terra, che le stelle scintillavano più fitte sopra la curva a falce dell'orizzonte nero, più vivide e grandi e luminose di quanto egli le avesse mai viste, perfino nel deserto. Eppure si sentiva così comodo e riposato, e la transizione dal sonno alla coscienza era stata così graduale, da non fargli provare la minima ombra di paura. Inoltre, c'era una superficie calda, vetrosa, invisibile ma che lui poteva toccare. Isolava tutta l'aspra solitudine ghiacciata dello spazio da lui, e il suo piede destro era incollato a essa, un contatto rassicurante. Fece un profondo sospiro.

Era rannicchiato nella notte, almeno a cento miglia di altezza dall'Arizona, decise, e stava guardando a occidente, perché poteva vedere tutta la California Meridionale e l'angolo nord-occidentale del Messico, compreso il collo della penisola di Baja California, e più oltre, il Pacifico. Era impossibile confondere quel grande disegno.

Poteva vedere le luci di San Diego… almeno, delle luci simili a quelle di una città, all'incirca nel punto in cui avrebbe dovuto sorgere San Diego… e si rese conto di ringraziare silenziosamente Dio per questo, in maniera molto banale e scontata, ma con enorme sincerità.

Non c'erano nubi. Il Vagabondo era sospeso a ovest, e mostrava il suo viso di toro, incoronato dalla Luna frantumata. La sua luce viola e dorata scintillava su tutta la superficie del Pacifico, verso di lui, e trasformava in un magico lago anche l'estremità settentrionale del Golfo di California, e così tutte le linee costiere erano chiaramente definite.

Le aree di terra riflettevano solo un lucore giallastro diffuso, come una luce lunare ingigantita, assai più fioca, però, del mare scintillante.

Ma poi egli vide, con un senso d'orrore vago, ma crescente, che il Golfo di California si stendeva almeno cento miglia in più del normale, a nord-ovest, in una lingua scintillante che dapprima si restringeva, ma poi si allargava. Era impossibile confondere quella diversità nel disegno…

A causa dei terremoti, oppure a causa dell'alta marea, o per entrambe quelle cause, le acque salate del Golfo erano penetrate nelle terre sotto il livello del mare, coprendole completamente, intorno alla Imperial Valley, allungandosi minacciose verso Palm Springs. Ricordò che una delle città di quella zona, una città piuttosto grande, si chiamava Brawley, e un'altra Volcano…

Davanti al suo naso, lo spazio si trasformò in una parete rosa, e una voce neutra chiamò: «'Giorno, scimmia.»

Battendo le palpebre, Paul si girò, lentamente, appoggiandosi con il piede destro al legame invisibile. Tigerishka galleggiava nell'aria, curva davanti al pannello di comando, e pareva seduta su un dondolo invisibile. Miao le stava in grembo, e stava industriosamente pettinando le ginocchia verdi della grande felina con la sua piccola lingua rosa.

Paul inghiottì, e poi sollevò le dita, pensieroso, alle labbra. Il bavaglio invisibile non c'era più.

Tigerishka gli sorrise:

«Dormito sette ore,» lo informò. «Senti meglio?»

Paul si schiarì la voce, ma poi si limitò a tener chiuse le labbra, e a fissarla. Non restituì il sorriso.

«Oho, abbiamo imparato un po' di saggezza, eh?» disse Tigerishka, facendo le fusa, proprio come una grossa gatta. «Scimmia non chiacchiera, noi andiamo meglio d'accordo. Okey, parla adesso, però.»

Paul tenne chiusa la bocca.

«Non essere permaloso, Paul,» ordinò Tigerishka. «So che sei civile, saputo subito, ma ti ho legato, imbavagliato, chiamato scimmia per insegnare piccola lezione: come tu non sia così importante nel grande disegno delle cose, come altri possano trattarti come tu tratti animale potenzialmente superiore come Miao. E anche, io fatto questo per darti esperienza di nascita, e qualsiasi psicologo può dirti che ne avevi molto bisogno.»

Paul la guardò a lungo, e poi, lentamente, scosse il capo.

«Cosa vuoi dire?» domandò seccamente Tigerishka, «Quale pensi sia stato il mio motivo?»

Pronunciando ogni sillaba con la chiarezza e la deliberazione che avrebbe messo nel fare lezioni di pronuncia, Paul disse:

«Tu mi hai detto di possedere una mente immensamente superiore alla mia, e sotto molti aspetti devo convenirne, eppure ieri, per almeno venti minuti, tu hai confuso i miei pensieri con quelli dell'animaletto affascinante, ma incapace di parlare e privo di cultura, che ora tieni in grembo. Così hai voluto sfogare su di me l'irritazione che provavi per avere commesso un errore così stupido.»

«È una menzogna! Non ho fatto nulla del genere!» replicò istantaneamente Tigerishka, parlando in un inglese perfetto, quasi come quello di Paul. S'irrigidì, gli artigli le spuntarono, e Miao smise di lambirla. Poi si trattenne, e si rilassò, ridacchiando. Una deliziosa espressione d'indifferenza le apparve sul volto, e nel modo in cui si strinse nelle spalle. «Piccola parte di mia ragione, qui tu nel giusto,» ammise, ritornando alla pronuncia affettata. «Pochi gatti nel cosmo, io speravo. Tu hai notato. Scimmie sono contorte.»

«Tu hai commesso ugualmente un errore, ed è stato grossolano,» le disse Paul, con calma. «Come potevi aspettarti che un animaletto piccolo come Miao avesse un cervello capace di ragionare?»

«Io pensavo fosse miniaturizzato,» rispose lei in fretta. «Avrei potuto dire di no se avessi controllato per chiaroveggenza, mi fidavo di telepatia.» Accarezzò Miao. «Ci sono altre chiacchiere da scimmia?»

Paul aspettò ancora un poco, e poi disse:

«Tu affermi di appartenere a una civiltà galattica superiore, eppure dimostri una fantastica xenofobia. A mio avviso, un vero cittadino galattico dovrebbe andare perfettamente d'accordo con esseri intelligenti di tutte le specie: abitanti del mare, aracnidi, coleotteri, anche, esseri alati, lupi e altri carnivori come te, e primati, anche.»

Tigerishka parve trasalire lievemente, quando lui disse, «lupi e altri carnivori,» ma si riprese subito, con un dolcissimo: «Le scimmie sono la specie peggiore, davvero, Paul.» Aggiunse, in tono sommesso. «E inoltre, il cosmo non è così dolce-dolce amorevole-tenero come pensi.» Aveva cominciato ad accarezzare Miao ritmicamente, facendo scorrere le zampe sulle piccole spalle della micia.

«Sono incline a convenirne,» fu il commento di Paul. «Tu pretendi di essere vicina all'onniscenza, e a una grande considerazione per la vita… almeno, ti sei vantata di avere salvato due città antropoidi dalle fiamme… eppure, quando voi tutti avete distrutto la nostra Luna, per rifornirvi di carburante, avete ignorato la presenza su di essa di un certo numero di esseri umani, compreso il mio migliore amico.»

«Peccato, Paul,» simpatizzò freddamente Tigerishka. «Ma loro su pianeta senz'aria, loro hanno astronave. Loro andati via.»

«Sì, almeno possiamo sperare che Don e gli altri siano fuggiti,» ammise Paul, con uguale freddezza. «Ma non credo che voi sapeste neppure che erano lassù! Non credo che, nel momento in cui siete emersi dall'iperspazio, abbiate avuto idea che questo pianeta fosse abitato da esseri intelligenti. O, in caso contrario, non ve ne siete curati affatto.»

Tigerishka pareva ancora calma, ma stava accarezzando Miao più velocemente, come una donna nervosa avrebbe potuto aspirare con maggiore forza il fumo di una sigaretta.

«Tu hai un po' di ragione in questo, Paul,» concesse. «Le cose sono brutte nell'iperspazio: tempeste, e altro. Nostro bisogno di carburante acutissimo. Ci sentivamo sconfitti quando siamo emersi, realmente. Inoltre, ultima esplorazione galattica non ha mostrato tracce di vita intelligente qui, solo promettenti specie feline.» E arricciò il naso, guardandolo, e interrompendo il movimento ritmico della mano per battere lievemente sul dorso di Miao.

Ignorando quell'interruzione, Paul disse:

«Ecco un'altra faccia della tua fretta insensibile e portatrice di errori: quando hai salvato Miao dalle ondate… e anche me, presumendo erroneamente che io fossi la bestia da soma di un gatto… hai lasciato un gruppo di preziosi esseri umani, compresa la mia ragazza, con la scelta tra affogare e nuotare.»

«Questa è una dannata bugia, Paul!» lo rimbeccò Tigerishka, in una delle sue esplosioni… Paul notò che la pronuncia e la sintassi si facevano esatte, quando lei non era controllata. «Io ho quietato le onde per loro, sono usciti salvi. Ho perfino perduto la pistola a inerzia.»

«Un altro errore di un super-felino?» domandò Paul. «Be', almeno questo è stato dalla parte della generosità, così vi passeremo sopra. Ma…»

Paul si interruppe, sommerso in quel momento dalla percezione di quanto fosse ridicola la situazione. Lui era là, nudo e legato, con dei tubi per gli arrangiamenti igienici che pendevano dal suo corpo, e recitava il ruolo del procuratore distrettuale con la più fantastica «Madame X» che mai fosse stata seduta sulla sedia dei testimoni… seduta, o galleggiante, si corresse subito.

La più bella, anche, aggiunse inquieto tra sé.

Oppure quello, si domandò, era soltanto l'antichissimo gioco della scimmia che stuzzicava il leopardo?

Ma poi ricordò Brewley e Volcano.

«Così hai una ragazza adesso, eh, Paul?» suggerì in tono malizioso Tigerishka. «È proprio vero? Margo lo sa? E tu, così onesto… questo è onesto per Don?»

Paul, con una certa dignità, accantonò questo meschino diversivo. La sua voce si fece più aspra, quando disse:

«Ma l'indicazione più inequivocabile sulla vera natura della tua civiltà galattica così vantata, e della vostra grande sensibilità, è la maniera in cui milioni di esseri umani stanno morendo, in questo stesso momento, sotto questo disco volante, a causa della distorsione del nostro campo gravitazionale provocata dal Vagabondo… tutto perché voi avevate bisogno di carburante, e non avete voluto aspettare ancora un poco, per trovare una fonte di approvvigionamento più adeguata… per esempio, le lune di Giove e di Saturno. Ammetto che abbiate spento qualche incendio, certo, ma soltanto dopo che centinaia, forse centinaia di migliaia di esseri umani sono morti tra le fiamme e per i terremoti avvenuti prima degli incendi. E ora, intere città vengono annientate dalle inondazioni che avete provocato. Se andiamo avanti così…»

«Fa' silenzio, scimmia!» ringhiò Tigerishka, con gli artigli sfoderati, e appoggiò una zampa al quadro di comando. Miao saltò via, galleggiando nell'aria. «Ascolta, Paul,» continuò lei, apparentemente dominandosi con una certa difficoltà. «Non mi sono mai vantata con te di essere umanitaria, o scimmiataria, o cosmotaria! I gatti hanno cultura crudele, per certi aspetti. Altre culture crudeli, molte altre! Morte, fa parte della vita. Alcuni soffrono sempre. Il nostro rifornimento, solo normale sviluppo degli eventi. È solo…»

Si interruppe, vedendo il dito che Paul stava puntando contro di lei. Il viso di Paul si era illuminato, perché in quel momento egli aveva intuito l'enorme significato del tentativo apparentemente sincero di Tigerishka di giustificarsi e giustificare il suo popolo.

«Non ti credo,» le disse, seccamente. «Tigerishka, io credo che la tua fretta e quella della tua gente, quella fretta che vi ha fatto commettere tanti errori, la mancanza di un'opportuna ricognizione, e di preparativi adatti, e quasi tutti i vostri sforzi tardivi e rozzi per riparare alcuni dei danni che avete prodotto… credo che tutto questo indichi che voi siete stati costretti ad agire precipitosamente da qualcosa di cui avevate profondamente paura!»

Con un ringhio acuto, Tigerishka si lanciò su di lui, lo premette contro la parete, tenendogli una zampa intorno al collo, e l'altra a pochi centimetri dal viso, con gli artigli sfoderati.

«Questa è una maledetta menzogna, Paul Hagbolt!» gridò lei, nell'inglese impeccabile dei momenti di collera. «Ti chiedo di ritirare immediatamente quanto hai detto!»

Paul trattenne il fiato. Poi scosse il capo.

«No,» disse, sorridendole, benché dai suoi occhi scendessero lacrime di dolore. «Tu sei spaventata a morte!»

Don Guillermo Walker cercò di allontanare le zanzare, e guardò i letti delle case inondate di San Carlos, rossi nel chiarore dell'alba, mentre la lancia stava tornando indietro, verso il Lago Nicaragua. Durante la notte, la corrente del fiume San Juan aveva nuovamente invertito il suo corso, opponendosi con forza alla lancia, e adesso era evidente la causa… il lago si era sollevato di quattro metri e più… benché la ragione di questo fenomeno fosse difficile da stabilirsi.

Anche il cielo presentava un mistero. A oriente era limpido, e il sole già irradiava luce e calore, ma a occidente una densa muraglia di nubi bianche si levava, dalla striscia di terra tra il lago e il Pacifico, e si stendeva a perdita d'occhio a nord e a sud.

Benché la notte prima egli fosse stato spettatore della grande esplosione di vulcanesimo, Don Guillermo non pensò che in quel luogo, come in molti altri, l'Oceano Pacifico fosse ora circondato da una cortina di vapore, là dove l'acqua di mare penetrava nelle spaccature vulcaniche.

Domandò per quale motivo la lancia si dirigesse a nord, e i fratelli Araiza lo informarono che erano diretti alla loro casa, a Granada. Qualcosa di duro e aspro, nella loro voce, gii impedì di fare obiezioni.

Questo non gli impedì, però, di lanciarsi un po' più tardi in un resoconto… non il primo che essi avessero udito da lui, però… di come, cento e più anni prima, il suo bis-bis-bisnonno fosse sbarcato nel Nicaragua in compagnia di cinquantotto seguaci yankee, un manipolo sparuto ma audace, che ben presto aveva assalito e occupato la stessa Granada.

Bagong Bung osservava il sole, che stava salendo per Don Guillermo, scendere nel Golfo del Tonchino, ora enorme e appiattito mentre dodici ore prima era stato piccolo e tondo, tanto gonfio e enorme che esso sembrava inghiottire tutto il Vietnam del Nord. Pensò alla sua cassaforte, nella cabina, che ora conteneva una borsa di ghinee d'oro, e due borse più grosse di monete d'argento… il modesto bottino della Sumatra Queen. Toccò il giallo fazzoletto di seta, che era legato intorno al suo capo alla moda piratesca, e poi si voltò verso Cobber-Hume, e disse:

«Yooh-eh, eh, baik sobat?»

«E una bella fumata per te, dato che non è contro la tua religione.»

Bagong Bung sogghignò, ma poi il suo viso si fece serio e pensieroso, ed egli disse, con voce intensa:

«Pagi clan ayer surut!»

Il mattino, e la bassa marea! Veramente, non vedeva l'ora che arrivassero. Aveva già da molto tempo deciso quale relitto avrebbe cercato, allora: la nave del tesoro spagnola, la semileggendaria Lobo De Oro. La Tigre del Fango avrebbe cercato di concludere con il Lupo d'Oro!

Barbara Katz ebbe una prima, semplice reazione, alla vista della doppia canna di fucile infilata attraverso il finestrino, accanto al posto di guida di Benjy: la considerò un altro ostacolo, da aggiungersi a tutti quelli incontrati… ostacoli da superare, aggirare, evitare nelle prime tre ore di luce. Terreno sabbioso… distese e distese; foglie e rami e fango; cespugli sradicati, e piccoli alberi; auto fuori uso, e macchine agricole; animali morti e… non fermarsi!… persone; filo spinato… quello poteva essere infernale; dovevano sistemare delle assi sopra un reticolato appiattito e spostato, per far passare la Rolls Royce senza forare le gomme; fiori sommersi di fango, dipinti qua e là, viscidi e insidiosi; case e stalle, a pezzi o quasi intatte… dovettero trovare un vialetto laterale, per aggirare un'impressionante catasta di legno e pietra. Tutto pareva immerso nel fumo, a oriente, come se una nebbia fitta si stesse sollevando dal suolo. Naturalmente c'erano state anche delle persene vive, benché non fossero state molte, ed esse si comportavano in maniera stordita e attonita, oppure badavano ai loro affari, come quello di spostare masserizie su terreni più alti, o di muoversi a bordo di auto o in sella a dei cavalli. Una volta, un piccolo aereo li aveva sorvolati, e il rumore dei motori era stato forte e sprezzante.

La seconda reazione di Barbara, alla vista della canna di fucile, fu che quella doveva essere la spiacevole emergenza che aveva aspettato fin dall'inizio; e fu lieta di avere una rivoltella a canna corta, calibro 38, nella mano destra, che teneva sotto la coscia, dalla parte del vecchio KKK, e, in caso di necessità, sperava di poterla alzare e cominciare a sparare attraverso il finestrino… però questo non sarebbe servito a molto, se avesse colpito Benjy ed Hester che si trovavano davanti, anche se il motore della Rolls stava ronzando sommessamente. Se avessero avuto un avviamento più rapido…

La terza reazione, alla vista della canna di fucile, fu di osservare la ruggine recente che macchiava il metallo, e di chiedersi se le cartucce non fossero bagnate; in questo caso, lei avrebbe avuto un vantaggio nettissimo, e non avrebbe avuto bisogno di sparare, ma solo di minacciare… però si trattava soltanto di supposizioni.

La voce dietro il fucile era pigra, ma minacciosa.

«Questo è un punto d'ispezione. Stiamo raccogliendo il pedaggio. Cosa stavate facendo…»

«Stavamo solo cambiando una gomma,» rispose seccamente Barbara.

«…giù a Trilby?» finì la voce.

Così quello, pensò Barbara, era il nome del miserabile villaggio distrutto, attraverso la cui strada principale in rovina erano passati venti minuti prima.

A voce alta, disse:

«Siamo venuti da Palm Beach, e stavamo semplicemente passando. Possiamo pagare il pedaggio,» ma mentre cercava, con la mano sinistra, nella borsetta nera che teneva sulle ginocchia, due grosse braccia abbronzate entrarono dal finestrino, e presero la borsetta, mentre una mano pelosa le prese il mento, e le fece rovesciare il capo, e per un secondo poté vedere un viso magro, ispido, dagli occhi da pesce; in quel momento, Barbara dominò l'impulso di sparare, o di mordere la mano. Poi le braccia si allontanarono, con la borsetta, e la voce disse:

«Ehi, quel vecchio corvo dev'essere uno di quei milionari di Palm Beach. Qua dentro ci sono banconote a chili.»

Barbara disse:

«È molto malato. È in coma. Vogliamo portarlo…»

«Uno di quei milionari yankee,» disse la voce. «Che scendono qui, e la fanno da padroni, e sfruttano i bianchi dando loro paghe da negri, e poi scappano come polli quando il Signore ci mette alla prova. Prenderemo il denaro per il Fondo del Giubileo, e prenderemo le due pollastre negre… renderanno la collina un po' meno scomoda. Uscite, voi due, presto!… oppure infilo una pallottola nel corpo del vostro autista dipinto!»

E appoggiò la canna del fucile alla tempia di Benjy.

Ci siamo, pensò Barbara, ma quando fece per sollevare la rivoltella, sentì le dita del vecchio KKK stringerle il polso, con sorprendente forza, impedendole di muoversi. Il vecchio si schiarì la voce, raucamente, e un attimo dopo parlò, con voce forte, imperiosa, una voce che Barbara non gli aveva mai sentito prima.

«Ho sentito per caso qualche spiritoso mettere in dubbio il colore di mio figlio Benjy? Dalle vostre parole, credevo che foste vera gente del Sud, qui, non sporchi vermi del fango!»

Si udì un mormorio, fuori, incollerito ma incerto. Il fucile si scostò da Benjy. Poi il vecchio KKK, fissando gli uomini avvolti negli impermeabili, con sguardo da avvoltoio, intonò, incredibilmente:

«Quando finirà la Notte Nera?»

Lentamente, come se gli fosse strappata a forza, la risposta fu data dal primo uomo che aveva parlato:

«Con l'alba del Giubileo Bianco.»

«Alleluia!» rispose il vecchio KKK. «Portate al Grande Maestro di Dade City il saluto del Grande Maestro di Dade County. Benjamin, sarei lieto se tu volessi proseguire.»

Si stavano muovendo… un metro… tre… cinque… e poi andavano velocemente per la strada, ed Hester stava dicendo:

«Attento a quell'ostacolo, Benjy!» E la Rolls sterzò bruscamente, e sterzò di nuovo, e poi accelerarono ancora, e Benjy stava ridendo, solo che questa volta la risata era un po' isterica; infine, riuscì ad ansimare:

«Il vecchio KKK allora è proprio degno del suo nome!» Si voltò «Chiedo scusa… papà!»

Hester disse:

«Non ti può sentire, Benjy. È di nuovo addormentato. Ha usato tutte le forze che gli restavano.»

Helen si voltò, a occhi spalancati:

«Non avevo mai sospettato che fosse del Klan.»

«Be'» disse Hester. «Ringrazia la provvidenza, piccola.»