/ Language: Italiano / Genre:sf_horror / Series: Dracula (it)

Le ali nere del tempo

Fred Saberhagen

1935: nei pressi del Gran Canyon Jake Rezner incontra una ragazza dai capelli rossi e dal colorito pallidissimo, Camilla, che lo scorta in una gola dove si è rifugiato l’eccentrico scultore Edgar Tyrrell. Ma Camilla è davvero la sua modella come sostiene, o è qualcosa di molto più pericoloso ed elusivo? 1991: Cathy Brainard, una ragazza come tante, scompare nel Canyon e sua zia ingaggia un detective privato, Joe Keogh, per ritrovarla. Keogh è assistito da un misterioso aiutante, il signor Strangeways, che ben presto intuisce la spiacevole verità... Ma Keogh e Strangeways non possono rivelare le loro scoperte alla polizia. Infatti, chi crederebbe a una storia di falle temporali e misteriosi riti del passato? Ma Strangeways sa, come Edgar Tyrrell, che quella dei nosferatu non è affatto una leggenda. E che la scomparsa di Cathy Brainard è solo l’inizio di un’avventura allucinante, destinata a concludersi in un’epoca spaventosa.

Fred Saberhagen

Le ali nere del tempo

1

1935

Jake Rezner non aveva mai avuto un orologio, ma questo raramente lo preoccupava e non intendeva certo preoccuparsene adesso. Osservando con occhi socchiusi il riverbero dei primi raggi del sole mattutino, oltre una collina a oriente, si disse che anche quel giorno il sole gli avrebbe indicato l’ora in modo soddisfacente. Al massimo sarebbe tornato al campo troppo tardi per la cena: nulla di grave per lui. No, l’unica cosa a cui doveva stare attento era di non farsi sorprendere dal buio, in modo da poter seguire agevolmente i sentieri del canyon. Trascorrere la notte fuori, o comunque rientrare tanto tardi da spingere i suoi superiori a organizzare una spedizione di soccorso, significava con tutta probabilità dover rispondere a un sacco di domande su dove fosse stato.

Per Jake i sette giorni trascorsi dall’ultima domenica erano stati un vero tormento, come in prigione o come se vi fosse qualcosa di sbagliato in tutti gli orologi del campo e nel calendario appeso quella settimana, come tutte le settimane, a uno dei montanti della tenda in cui si svolgevano le riunioni di servizio.

In ogni caso, finalmente la sospirata domenica era giunta. Consumata in un batter d’occhio la frugale colazione, il giovane prese una borraccia avviandosi verso il torrente per riempirla. Acquattato sul bordo roccioso del ruscello, immerse in acqua la mano destra con il capace recipiente, generando una tale colonna di bolle d’aria da far pensare, a un ignaro osservatore, che stesse affogando un piccolo animale. La borraccia faceva parte di una generosa donazione di equipaggiamento militare, come del resto i suoi pantaloni kaki, i robusti stivali, il cappello da lavoro a falda larga e tondeggiante: tutto donato dai militari per aiutare il Ccc, il Corpo Civile di Conservazione, in quei difficili anni di depressione economica.

Il sole di quel mattino d’inizio giugno, caldo ma non bruciante, come sarebbe stato in poche ore, riluceva sulle acque cristalline del torrente, disegnando delicati arabeschi laddove l’acqua non veniva rotta da veloci turbolenze e mutata d’incanto in candida e fresca spuma. Il riflesso del sole sulle acque suggeriva una serie d’immagini in movimento: era il tipo di situazione che in una pigra domenica mattina avrebbe ispirato a Jake l’idea di sedere per un po’ dove si trovava senza pensare, a niente, proprio a niente. Ma non quella domenica. Qualsiasi cosa avesse deciso di fare, quello non sarebbe stato un giorno come gli altri. Non per lui.

Le brevi rapide che si susseguivano a monte e a valle della sua posizione generavano una serie infinita di ingannevoli rumori che gli ricordarono il mormorio di molte diverse voci. Al campo si poteva udire quel mormorio giorno e notte, ma nei giorni di lavoro trascorsi su questo o quel sentiero risultava percettibile solo a volte. Da quando era migrato a ovest per arruolarsi nel Corpo, Jake aveva scoperto che non poteva fermarsi a lungo ad ascoltare le voci di un torrente prima che queste si mutassero in parole. In quel momento le rapide a monte suonavano più forti di quelle a valle, e questo pareva quantomai naturale perché l’acqua a monte scendeva ruzzolando giù per tutta la strada dalla sorgente sul margine settentrionale, un miglio più in alto e forse dieci miglia in linea retta da quel punto. A valle invece, a non più di cinquanta metri alla sua posizione, il torrente, chiamato Bright Angel, confluiva con un’ultima serie di balzi nel grande, veloce e silente fiume Colorado proprio in fondo all’immenso Grand Canyon.

Tutte le rapide del ruscello continuarono a urlare a Jake le loro frasi immaginarie; sembravano molte persone che discutessero tra loro in qualche lingua straniera. Ma una di quelle strane parole suonò immediatamente conosciuta alle orecchie del giovane uomo: un nome di donna, il nome di una ragazza incontrata appena due settimane prima.

L’ultima bolla d’aria salì rapidamente in superficie dalla borraccia sommersa e Jake Rezner si rialzò avvitando il tappo metallico sul contenitore. Con i suoi ventidue anni, Jake era un giovane robusto e ben proporzionato, alto più di un metro e ottanta. I suoi capelli neri, portati corti da quando si era arruolato nel Corpo, mantenevano una spiccata tendenza ad arricciarsi. I suoi occhi chiari, quasi verdi, avevano qualcosa che sconcertava la maggior parte della gente; ben pochi tuttavia riuscivano a spiegare esattamente il perché. La mobilità della sua bocca sembrava collegata in qualche modo alla strana luce nei suoi occhi, come se nascessero entrambe dallo stesso tipo di energia.

Dopo aver assicurato la borraccia alla cintura militare, Jake tornò al campo riattraversando il torrente su uno stretto ponticello ai piedi del sentiero Kaibab. Salendo pigramente il ripido cammino, entrò dopo qualche minuto in quello che tutti consideravano il luogo d’incontro del campo Np 3-A del Ccc. Si trattava essenzialmente di due file di tende color kaki, venticinque in tutto, poste a qualche distanza una di fronte all’altra. Ognuna alloggiava quattro volontari. Col giungere del caldo torrido, ogni tenda aveva almeno un paio di teli sollevati per far circolare l’aria. Le tende degli ufficiali e quelle dove si svolgevano le riunioni di servizio sorgevano tutte a nordest, a monte delle altre. Le latrine, il magazzino, la cucina e il recinto dei muli erano sparsi a valle lungo il torrente. Quel giorno il recinto sarebbe rimasto con tutta probabilità vuoto: la domenica non veniva mai nessuno. Per contro, la settimana lavorativa vedeva un buon numero di arrivi e partenze perché qualsiasi cosa, tranne l’acqua, doveva venir portata a dorso di mulo dall’altopiano.

Il tipico baccano di un giorno festivo avvolse Jake. Risate, imprecazioni e discussioni coprivano solo in parte l’onnipresente voce dell’unica radio. Il cappellano militare non era sceso quella volta a officiare il Servizio della domenica: accadeva quasi sempre, perché dopotutto si trattava di farsi sette miglia a dorso di mulo sugli scomodi e stretti sentieri che si snodavano serpeggiando dall’altopiano, e qualcuna in più dalle prime quattro case che pretendevano di chiamarsi paese solo perché vi arrivava la strada.

Appena sotto il campo Np 3-A, su una spianata relativamente ampia e sgombra dove il torrente si gettava nel fiume, alcuni suoi colleghi stavano per improvvisare una partita di softball nonostante il caldo crescente. Per la maggior parte delle nuove e giovani reclute quello era un giorno in cui giocare a palla o a carte, scrivere lettere o semplicemente dormire. E forse qualcuno avrebbe tirato fuori una buona bottiglia gelosamente conservata per tutta la settimana. In genere, quando questo accadeva, gli ufficiali guardavano altrove, posto naturalmente che il giorno dopo i loro sottoposti non si facessero trovare troppo ubriachi per segnare i sentieri o per spaccare le pietre.

Con la borraccia piena assicurata fermamente alla cintura, Jake si avvicinò alla tenda sita più o meno a metà della fila e vi infilò la testa. Tre delle quattro cuccette militari erano vuote. Joe Spicci, piccolo e nodoso, alzò lo sguardo dalla quarta cuccetta dove stava leggendo con la massima attenzione un giornale sportivo della precedente domenica.

— Vado a fare un giro — annunciò Jake con qualche riluttanza. Purtroppo era meglio avvertire qualcuno che non sarebbe rientrato fino a tardi. Non voleva che si preoccupassero se non si fosse fatto vedere per la cena.

— Ah sì? E dove? — rispose Spicci, con aria interessata.

— Oh, solo una passeggiata — fu la secca replica. In quella passeggiata non voleva compagnia. — Ci vediamo a cena… o forse più tardi.

— Va bene. Tanto oggi farà troppo caldo per muoversi. Buon divertimento. — E Spicci si tuffò nuovamente nelle pagine aperte del suo giornale sportivo.

Non dovette percorrere neppure cento passi prima di lasciarsi dietro anche le ultime voci del campo. Pochi passi ancora e anche le tende sarebbero sparite dalla vista. Là in fondo alla gola il terreno mostrava solo nuda roccia, un vero deserto, ma le cose miglioravano un po’ una volta oltrepassata la grande balza sotto cui sorgevano le tende. Quell’improvvisa alzata sovrastava uomini e oggetti giorno e notte, maestosa e immobile come uno spirito benevolo avvolto in un lenzuolo; tuttavia non era altro che una modesta ondulazione del terreno a confronto delle gigantesche balze soprastanti che celavano alla vista le colorate e fantastiche stratificazioni rocciose delle pareti del canyon. Dopo quattro mesi in un campo di lavoro proprio in fondo al Grand Canyon, Jake poteva dire di conoscere un poco i dintorni, pur rifiutando di abituarvisi: impossibile considerare normale un posto come quello se uno aveva un po’ di fantasia.

Ma quel giorno prestava poca attenzione anche al panorama. I suoi pensieri andavano ad altro. Se qualcuno giù al campo avesse saputo… ma nessuno sospettava nulla, ne era certo. Non potevano. Perché lui si era ben guardato dal parlarne.

La sua destinazione segreta si trovava a valle, lungo la sponda meridionale del fiume. Per raggiungerla doveva attraversare il ponte sospeso a pochi minuti dal campo. Si trattava di un ponte un po’ più lungo di un campo da football, abbastanza largo da consentire il passaggio di un mulo carico: un ponte prezioso, dato che era il solo mezzo per attraversare il Colorado per più di cento miglia a monte e a valle.

Le assi del ponte vibrarono cupamente quando Jake passò. Sotto, il fiume scorreva placido e profondo. Dopo il ponte il sentiero Kaibab confluiva nel canale scavato per il fiume, un canale ancora da completare. Aveva lavorato anche lui su quel tratto, lavorato duro per aiutare gli esperti a sistemare cariche qua e là oltre a spaccarsi la schiena scavando e sgombrando rocce e detriti con gli altri.

Anche se l’acqua rappresentava una necessità vitale in quel luogo torrido, Jake aveva evitato di chiedere in prestito una seconda borraccia. Se l’acqua fosse finita, ci sarebbe stato sempre il fiume. Ma per diverse miglia di sponda deserta il fiume scorreva incassato tra rocce taglienti e pericolosamente ripide, troppo sotto per potervi bere o anche solo raccogliere un po’ d’acqua con le mani. Cadervi significava dover sudare sette camicie per trovare un punto da cui risalire, e più avanti vi erano delle rapide piene di scogli a pelo d’acqua. Ma tutto questo faceva parte di quell’ambiente tanto impervio quanto affascinante.

Aveva percorso appena un centinaio di metri lungo il fiume, quando si fermò a una curva della pista. Con un lungo sospiro guardò cautamente verso il ponte sospeso per accertarsi che nessuno stesse attraversandolo. Non aveva alcun motivo di pensare che qualcuno fosse curioso di sapere dove andasse e cercasse pertanto di seguirlo, ma non si poteva mai sapere.

Ma ora ne era certo. Nessuno lo seguiva.

Accelerando il passo, Jake riprese il suo cammino.

Una volta tanto riuscì a provare una totale indifferenza verso la maestosa opera che lo circondava. Nella sua mente trovavano spazio solo le domande che lo tormentavano da una settimana. Per due domeniche di fila l’aveva trovata là: se solo ve l’avesse trovata ancora! E se ci fosse stata, forse stavolta sarebbe riuscito a convincerla.

Una volta terminato il percorso lungo il canale, la pista del fiume era più che altro questione di arrampicarsi e sudare cercando di non perdersi in quel terreno uniforme e riarso. Prima, in quel punto, non esisteva neppure un sentiero di capre, ma Jake vi era stato ormai abbastanza volte da aver tracciato una sorta di percorso tra le rocce.

Un’ora e mezzo dopo aver lasciato il campo si trovava parecchie miglia a valle e marciava speditamente nonostante il gran caldo e il sole a picco. In quel punto, il Colorado scorreva in una vera e propria forra profonda circa trecento metri e tanto stretta da nascondere alla vista le grandiose e immutabili pareti soprastanti e i lontani, frastagliati margini. Di quando in quando un canyon secondario confluiva nel principale da un lato o dall’altro del fiume. Molti di essi avevano anche un nome: tra gli altri c’erano lo Zoroaster canyon, il Bright Angel canyon e il Travertine canyon. I loro torrenti erano quasi sempre asciutti, ma in primavera quelli sul lato nord ribollivano di acque spumeggianti per il disgelo in corso sull’altopiano mentre, almeno stando ai ranger, le piogge estive li avrebbero fatti rivivere tutti per qualche settimana. Talvolta il corso di quei tributari era coperto di alberi e cespugli, indicando che l’acqua vi scorreva tutto l’anno alimentata da qualche sorgente.

Il passo di Jake e il suo battito cardiaco crebbero d’intensità quando giunse al familiare imbocco del piccolo canyon che cercava. Se aveva un nome, lui non lo conosceva. Era un canyon fresco e invitante in confronto alle scure, spente e perennemente ombreggiate rocce circostanti. Oltre la stretta apertura, il canyon (in quel punto poco più di un crepaccio con le pareti coperte da un’ombrosa vegetazione) saliva sinuoso verso il solenne profilo meridionale. Il torrente che lo aveva formato era solo un rigagnolo alto fino alle caviglie, ma l’acqua vi scorreva tutto l’anno gelida quanto le acque del Colorado stesso. E proprio il letto del torrente, che si apriva tra due colonne di pietra in cui la fantasia di Jake vedeva sempre due mostri intagliati, rappresentava il solo accesso alla parte più interna del crepaccio.

Ma dopo una decina di metri il cammino si faceva più facile per la presenza di un piccolo sentiero che correva parallelo al torrente. Da quel punto in poi non si faceva altro che salire, saltando spesso da un gigantesco masso a un altro disposti a mo’ di scala per qualche strana coincidenza. I suoi stivali restarono fradici per un po’, per poi asciugarsi all’aria secca e al sole cocente.

Mezz’ora dopo essere entrato nel canyon laterale, Jake stava arrampicandosi su per l’ultima di una lunga serie di balze. Davanti a lui si aprì un tratto di terreno verde e quasi pianeggiante, che percorse di fretta all’ombra dei salici e dei pioppi che vi crescevano. Qui la stretta gola si allargava un poco su entrambi i lati poiché aveva raggiunto uno strato roccioso più recente e più tenero chiamato, come aveva imparato al campo, strato di arenaria. E all’improvviso la sua marcia si arrestò, mentre dalla sua bocca usciva un profondo sospiro di sollievo. A meno di cinquanta metri di distanza vide e riconobbe una figura umana, la figura di una giovane donna che indossava un paio di jeans e una camicia. Camilla era là, quasi nel punto dove aveva immaginato di trovarla, intenta ad aspettarlo.

Quel giorno si era appollaiata su una comoda gobba di arenaria nella profonda ombra di una rupe, non lontano dal punto in cui il torrente precipitava in una serie di piccole cascate formate da diverse lingue di roccia. Anche a quella distanza Jake poté notare il sorprendente pallore della sua pelle. Ne avevano parlato la precedente domenica, e lei gli aveva spiegato che non poteva prendere il sole perché la sua pelle era tanto delicata da scottarsi in pochi minuti.

I lunghi e ondulati capelli rossi di Camilla si agitavano adorabili alla brezza che scendeva dalle pareti laterali del canyon. Nonostante sedesse all’ombra, nascondeva gli occhi dietro un paio di occhiali da sole. All’improvviso lei alzò una mano nascondendoli ancora di più, volgendo la testa verso di lui come se l’avesse sentito avvicinarsi nonostante la distanza e il fragore delle rapide.

Proprio come le ultime due domeniche (possibile che si conoscessero solo da due settimane?), lei sedeva dietro il suo cavalletto. Pennelli, fogli e barattoli di tempera erano sparsi sulle rocce circostanti.

Jake agitò un braccio per salutarla, venne a sua volta salutato e affrettò il passo per raggiungerla nonostante il sole bruciante. Camilla si alzò dal suo comodo sedile e mosse verso di lui fermandosi proprio al limite della zona d’ombra.

Nonostante gli occhiali scuri le nascondessero completamente gli occhi, Jake pensò di vedere qualcosa di strano nel modo in cui lei lo guardava. Ma forse era solo il modo in cui teneva la testa. Qualsiasi cosa fosse provocò in lui un attimo di ritrosia, di timidezza. Si fermò abbastanza vicino a lei da poter prendere tra le sue la piccola, candida mano che lei gli tese.

— Ciao — disse Jake, constatando con una qualche sorpresa che la sua voce suonava timida come non mai, come se fosse la prima volta che la incontrava. E pensare che la scorsa settimana si erano anche baciati… un singolo bacio gentile, giunto al momento di lasciarsi.

— Ciao, Jake — replicò Camilla con la voce calda e profonda che tanto lo aveva colpito per la sua incongruità, una voce simile in tutto e per tutto a quella di Mae West. Era più piccola di lui di una ventina di centimetri e… be’, aveva il corpo più bello che riuscisse a immaginare.

Con tono suadente, lei aggiunse: — Avevo una paura di non vederti arrivare…

— E invece eccomi qui. Io mantengo sempre le mie promesse. Piuttosto, avevo paura che tu non venissi.

— Anch’io mantengo le mie promesse — fu la replica, seguita da una breve pausa. Quegli occhiali scuri rendevano difficile capire a cosa pensasse. — Allora? — fece lei. — Non sei contento al punto di baciarmi?

C’era qualcosa di diverso in lei quella volta, come se avesse preso un’importante decisione dopo una lunga incertezza. Il bacio fu proprio come Jake aveva fantasticato, sperato, pregato per tutta quella lunga settimana. Dieci secondi dopo, la mano di Jake si mosse in cerca del suo seno.

Lei lo lasciò fare fino a fargli capire che sotto quella camicetta non c’erano indumenti, ma solo pelle e calore. Poi il bacio s’interruppe e lei lo allontanò bruscamente. La reazione non fu affatto rabbiosa, ma solo ferma e inappellabile.

— No, Jake, no.

Jake tirò un lungo sospiro e si guardò intorno. Si mosse tanto da compiere un giro completo con la testa. Aveva l’improvvisa sensazione che ogni animale, ogni pianta e ogni roccia del canyon stessero spiandoli.

Infine il suo sguardo tornò a Camilla. — E perché no? — chiese, con un tono rude del tutto involontario.

Lei scosse il capo, muovendo qua e là i suoi lunghi capelli rossi.

— È troppo presto.

— E allora quando?

— Forse quando ti conoscerò meglio — replicò Camilla — E tu non vuoi saperne di più su di me? Non conosci neppure il mio nome per intero.

— Non importano i nomi. Camilla va benissimo, ma se vuoi dimmi pure il tuo nome per intero.

Lei restò silenziosa. Arrabbiata, forse, ma non con lui. E sempre in pieno controllo di se stessa, di lui, della situazione. — Hai ragione, i nomi non importano. Jake, quello che voglio dire è che prima devo decidere se fidarmi di te. Fidarmi fino in fondo, ecco.

— Fidarti fino in fondo? Cosa significa?

— Debbo sapere se posso contare su di te. Sei disposto a correre qualche rischio per avermi? È importante per me.

Jake cercò di pensare, ma l’unica conclusione a cui poté arrivare sul momento era che si trattava dell’allusione a un matrimonio più strana e tortuosa che avesse mai sentito. Non sembrava, in effetti, ma di che altro poteva trattarsi? Per cui decise semplicemente di tacere, cercando di indovinare senza molto successo l’espressione di lei sotto gli occhiali scuri.

Infine disse, incerto un po’ su tutto: — Ti ho già parlato di me e della mia situazione. Se avessi un lavoro vero o dei soldi non sarei certo qui a sgobbare!

— Lo so. Capisco benissimo cosa intendi. Anch’io non sarei qui se avessi avuto dei soldi un anno e mezzo fa — rispose lei fermandosi a pensare alla sua situazione, ancora misteriosa per Jake. — Non è questo che intendo, non ti sto chiedendo se hai dei soldi.

— E cosa, allora?

— Quello che voglio sapere, Jake, è se sei disposto ad aiutarmi. Se ti chiedessi di fare qualcosa di rischioso lo faresti? Non dire subito di sì. Pensaci bene e con calma.

Lui non ci pensò più di tanto. — Se posso lo farò. E comunque mi romperei l’osso del collo piuttosto che mollare.

Camilla parve rimuginare in silenzio su tutta una serie di possibili obiezioni.

— Va bene — disse infine. Era come se parlasse a se stessa, anche se gli occhiali scuri erano rivolti verso di lui. — Oh, Jake — sussurrò, cominciando a sbottonarsi lentamente la camicia.

Venti minuti più tardi, sdraiato nudo, accanto a quella donna che conosceva appena, su un banco di soffice sabbia all’ombra della parete occidentale del canyon, Jake disse pigramente: — Proprio non capisco, ecco tutto. Perché una ragazza come te, bella e intelligente, vuole legarsi a uno come me?

I loro vestiti erano sparpagliati tutt’intorno. Insieme al resto, Camilla si era tolta anche gli occhiali scuri rivelando due splendidi occhi verdi, ma ora il suo braccio si tese alla ricerca di quello che evidentemente era per lei il più importante degli indumenti.

Da dietro gli occhiali lei lo guardò con una strana espressione, poi disse: — Cosa c’è che non va in te? A me sembri perfetto. Ti ho spiegato ciò che volevo e tu hai risposto di sì, ecco tutto.

Jake la carezzò con mano vagamente possessiva, lasciandola correre tra le costole e giù sulle natiche. Era di gran lunga la donna più bella e sensuale tra quelle che aveva convinto a fare l’amore con lui.

Tuttavia replicò: — Non mi hai spiegato nulla, finora. Adesso è arrivato il momento di farlo.

All’improvviso lei divenne teneramente incerta. — Oh, Jake. Non so neppure da dove posso cominciare.

— Che ne dici di cominciare a dirmi dove abiti? La scorsa settimana non hai voluto farlo.

Camilla esitò, poi indicò con la mano un punto delle alte pareti rocciose. — In questo periodo vivo qui, in questo canyon… un po’ più sopra.

Jake si appoggiò a un gomito, socchiudendo gli occhi per veder bene nella forte luce solare. Nessun segno di abitazioni. — Vuoi dire sull’altopiano?

— No, non così lontano. Pochi minuti di cammino lungo questo canyon, forse un mezzo miglio.

— Accidenti! Ma l’altopiano è molto lontano da qui e io non ho mai sentito di gente che vive nel canyon… tranne noi, poveri pezzenti giù al campo. E vivi con i tuoi genitori?

Questo strappò un sorriso a Camilla. — Oh, no! Da dove ti viene questa idea?

— Un sacco di ragazze vivono con i loro genitori. Ehi, non sarai sposata, spero.

— No.

In qualche modo rassicurato, Jake pensò pigramente a cos’altro chiedere mentre stendeva la grande mano callosa e bruciata dal sole verso Camilla. Stavolta la toccò solo con l’indice, lasciandolo scorrere lungo quel candido, morbido, meraviglioso ventre che subito si contrasse per il solletico. Era così liscio!

— Hai una sigaretta? — chiese lei con improvviso, entusiasta desiderio.

— La povertà mi ha fatto perdere il vizio.

Quello che la tormentava non le consentì di perdersi a lungo dietro una sigaretta. Presto Jake dovette rispondere a una nuova domanda.

— Se fossi stata sposata non mi avresti più aiutata? Non che lo sia, ma vorrei saperlo.

— Ti avrei aiutata comunque. Ma certo, cosa credi?

Camilla accolse questa risposta con un lungo silenzio lasciandosi solleticare il ventre.

— Insomma, non sei sposata. Allora vivi sola.

Camilla tirò un lungo respiro.

— No, non esattamente.

Cominciavo a pensare qualcosa del genere, si disse Jake. Altrimenti la faccenda sarebbe stata troppo semplice. Intanto la sua mano destra si faceva sempre più ardita, visto che le veniva consentito di esplorare ogni piega del corpo di Camilla. Ogni piega. Fantastico.

Quando Camilla parlò nuovamente, sembrò in procinto di dire qualcosa di tanto importante da richiedere a Jake la sua piena attenzione. Di conseguenza, tese per prima cosa la mano bloccando le dita indiscrete di Jake in una stretta incredibilmente forte. Poi da dietro gli occhiali scuri gli chiese:

— Hai mai sentito parlare di un uomo chiamato Edgar Tyrrel?

— No, direi proprio di no. Perché?

— Oh, non esiste alcuna ragione particolare per cui tu debba conoscerlo. È uno scultore, un uomo che vive facendo statue.

— So benissimo cos’è uno scultore, grazie.

— Scusami. Devi sapere che Edgar è abbastanza conosciuto tra gli addetti ai lavori. Non è famosissimo, ma molta gente lo conosce.

— E va bene. Allora vivi con questo Edgar. Scommetto che gli fai da modella.

Camilla non aveva nulla da dire su questo punto. Alzò invece il braccio con una certa grazia, indicando qualche punto quasi in verticale su di loro. — Un tempo viveva là sopra, in una casa costruita proprio sul ciglio del canyon vicino a Canyon Village. Vi ha vissuto per trent’anni. E poi un giorno ha lasciato la sua casa e la sua famiglia ed è sparito. Questo accadde prima che io lo incontrassi. A me ha detto che un giorno è sceso nel canyon e non ha mai più avuto voglia di risalire.

Camilla tacque, osservando Jake. Difficile per lui esserne certo a causa degli occhiali scuri, ma aveva l’impressione che lei gli stesse chiedendo di capire… o più che altro di capirla. C’era qualcosa sotto, qualcosa che lei non voleva dire apertamente.

Ma lui voleva sentirla raccontare tutto, dirgli chiaramente che cosa voleva da lui. — E così questo tizio ha mollato tutto ed è sparito all’improvviso.

— Proprio così. Lui dice di essersi ritirato dalla società umana.

— E questo quando è successo?

— Non lo so esattamente — replicò Camilla, esitando. — Qualche mese prima che lo incontrassi, almeno a sentire lui.

— Si sarà anche ritirato dalla società umana, ma è rimasto abbastanza socievole da vivere con te.

— Oh, è colpa mia come al solito — spiegò lei con una breve, secca risata. Lasciò la mano di Jake e sedette bruscamente. — Non so come spiegarti. È una lunga storia. Vestiamoci adesso. Ti porterò a vedere il posto dove vivo. Forse dopo capirai più facilmente.

Fino a quel momento la storia non suonava così complicata alle orecchie di Jake, che replicò: — Preferirei continuare a vedere ciò che mi stai mostrando adesso! — Ma Camilla era già in piedi, intenta a ripulirsi dalla sabbia e a raccogliere i vestiti. Lui sospirò e si alzò a sua volta.

Si vestì lentamente, osservando Camilla mentre chiudeva il cavalletto e raccoglieva le sue cose sparse tutt’intorno. — Mi dai una mano? — gli chiese. La brezza del fondo del canyon stava rinfrescando e cercava in tutti i modi di portarle via qualcosa, anche se lei aveva prudentemente fermato i suoi schizzi con piccoli sassi neri.

— Certo — rispose lui, cominciando col prendere i fogli di carta che rischiavano di volare via e infilandoli sotto il braccio con tutta la delicatezza necessaria a non piegarli. E, pensandoci bene, la storia di Camilla doveva essere vera. Non era possibile che si portasse giù tutta quella roba ogni volta che voleva dipingere: c’erano quattordici miglia da lì alla cima.

Avevano ormai raccolto quasi tutte le cose di Camilla quando lei gli chiese, come colpita da un improvviso pensiero: — Non hai detto a nessuno che dovevamo incontrarci, vero?

— Diavolo, no. Prova a raccontare a quella banda di disperati che una bella ragazza si aggira solitaria qui tra i canyon e vedrai cosa succede! Credi forse che voglia portarmeli tutti dietro?

— No, naturalmente no… Jake, guarda che l’acqua del torrente è molto meglio — commentò lei vedendolo bere dalla sua borraccia.

Lui fece spallucce e continuò a bere. — Bene. La riempirò qui allora, prima di tornare indietro.

— Dio mio! Sai una cosa? Ti avevo preparato dei panini e me ne stavo completamente dimenticando!

Adesso era come se Camilla volesse in qualche modo rimandare il momento di portarlo a casa sua, come se stesse cercano scuse per tirare in lungo la faccenda. O forse si era pentita di averne parlato.

Jake si era completamente scordato di avere uno stomaco, ma alla parola “panini” venne preso da un’autentica fame da lupo. Se Camilla voleva rimandare a un’altra volta la visita a casa sua, per lui andava bene.

Ma forse, pensò, lo voleva sazio e soddisfatto prima di portarselo a casa. Da qualche borsa lei produsse una scatola metallica con dei fiori in rilievo, come quelle che le bambine si portavano a scuola per conservarvi le merende, l’aprì e ne estrasse dei panini avvolti con cura in carta cerata, frutta e un thermos pieno di limonata.

Il pane si rivelò fatto in casa, i panini ripieni di prosciutto e formaggio. Seduto su una roccia, Jake mangiò e bevve con ottimo appetito. Proprio una gran giornata, visto che si era praticamente rassegnato a saltare la cena. Ma passare un pomeriggio così con una ragazza come quella valeva bene qualche crampo allo stomaco.

— Tu non mangi? — le chiese con la bocca piena. — Tieni, ne vuoi uno? — aggiunse, porgendole un piccolo involucro di carta cerata.

Camilla scosse la testa. — Non ho fame.

Jake non insistette. Si chiese vagamente se per caso era a dieta, anche se con un corpo come quello non vedeva a cosa potesse mai servirle.

Poi le chiese: — E da quanto tempo vivi in questo posto misterioso nel canyon? — Per diplomazia, o almeno così si disse, omise di precisare: “Con quello scultore”.

Camilla fece per rispondere, ma lasciò perdere per domandare invece con apparente noncuranza: — Sei mai stato a Canyon Village?

Lui annuì. — Certo. La prima volta che sono venuto qui, quattro mesi fa, ci hanno portato fin là in un autobus da Flagstaff per poi farci fare marciando il resto della strada. Non hai mai visto il nostro campo, qualche ora a monte da qui all’inizio del sentiero Kaibab? — chiese, dando un altro morso al panino.

Camilla scosse la testa.

Jake continuò. — Te lo farò vedere qualche volta. In quattro mesi sono salito in paese solo un paio di volte, per i week-end. Devi andare a dorso di mulo su per il sentiero del Bright Angel, o altrimenti fartela a piedi: una faticaccia solo per raggiungere quelle quattro miserabili case. — Se ricordava bene, c’erano circa una mezza dozzina di case in vista, inclusa la stazione ferroviaria dove terminava la linea da Santa Fe. E naturalmente l’hotel, tutto di tronchi d’albero, e qualche altra struttura sparsa tra gli alberi. — Insomma, perché mi chiedi di quel buco sull’altopiano?

— Anch’io sono scesa da là. Con Edgar, dopo averlo conosciuto in un bar di Flagstaff — spiegò Camilla, guardandolo da dietro gli occhiali scuri come per sfidarlo a commentare. Lui tacque.

Lei continuò: — Una di quelle case sull’altopiano era la sua. Cambiava modella molto spesso, fino a quando un giorno ne sposò una. Devi spostarti un po’ a ovest dalla fine della pista del Bright Angel per vedere la casa dove vivevano, e facilmente puoi mancarla anche se la cerchi.

Continuava a parlare di quel fantomatico Edgar Tyrrell, si disse Jake, per rimandare il momento di spiegargli il suo problema e ciò che voleva fargli fare. Quella decisione le costava molto sforzo, molto di più della decisione presa togliendosi i vestiti.

Con tono stranamente malinconico, lei aggiunse: — Saranno mesi che non vedo più il villaggio!

Poi, scuotendo la testa come per scacciare quel pensiero, chiese a Jake: — Hai finito di mangiare?

— Certo — fu la pronta replica. Tutta la faccenda stava incuriosendolo sempre più.

Lui chiuse la scatola, spargendo in giro le croste e le briciole per gli uccelli e i coyote, e la porse a Camilla. Poi i due si avviarono lungo lo stretto sentiero che saliva a monte. Camilla andava avanti e Jake la seguiva, portando diverse cose.

Non avevano percorso neppure cento passi che lei si voltò verso Jake e gridò, con una voce che tradì qualche tensione: — Ma lo sai che di tempo ce n’è fin troppo, qui in fondo al Grand Canyon?

— Cosa? — rispose lui, sbattendo le palpebre e riparandosi gli occhi per guardarla controsole. — Troppo tempo? Vuoi dire che non hai niente da fare?

— No, non è quello che intendo. “Di tempo ce n’è fin troppo” è ciò che mi risponde Edgar quando gli chiedo di… di alcune cose strane che succedono qui. All’inizio non capivo cosa intendesse dire con queste parole, ma adesso riesco a trovarle sensate, almeno credo. Lui dice che il fiume ha aperto una ferita nella terra, e adesso il tempo che fu ne esce come sangue — spiegò, sorridendo nervosamente per l’espressione attonita che andava formandosi sul volto di Jake. — No, amore mio, non sono impazzita. Seguimi fino a casa e capirai cosa intendo.

— Okay. Ma non temere, non penso certo che tu sia pazza — replicò lui. L’idea lo aveva già sfiorato, invece, ma non al punto da preoccuparlo.

— Bene. Andiamo allora — disse Camilla, per poi voltarsi e riprendere la marcia lungo il sentiero a lato del torrente.

Camminando subito dietro di lei, Jake era tormentato dalla sensazione che le voci di quel torrente stessero disperatamente cercando di dirgli qualcosa. Tuttavia, con le natiche di Camilla che gli danzavano davanti gli riusciva difficile dedicare a quel pensiero la dovuta attenzione. Un vero peccato che i jeans che lei indossava non fossero ancora più attillati.

— Insomma — fece lui alzando la voce per farsi sentire nonostante il mormorio delle acque. — Come si vive con questo Edgar?

— Non più molto bene, credo. Non dormiamo insieme, lo sai? Non più. Lui… lui è strano.

— Lo immagino. E deve avere anche i suoi anni se prima ha vissuto su al villaggio per tanto tempo.

— Sì, è vecchio. Molto vecchio.

Continuarono a salire. Jake non riusciva a vedere il sole dal fondo della stretta gola, ma a giudicare dalle ombre proiettate sulla parete orientale mancavano ancora molte ore al tramonto.

Camilla intanto continuava la sua marcia su per quello che in effetti non era più un sentiero. Guardando a destra e a sinistra, Jake notò che le ripide e serpeggianti pareti di quel piccolo canyon laterale mostravano essenzialmente gli stessi strati rocciosi delle immense pareti del Grand Canyon. Era una cosa normale, o almeno così pensò. Lo strato più chiaro era calcare, mentre quello più scuro appena sotto era scisto cristallino. Negli ultimi due mesi aveva appreso qualche nozione di geologia a furia di ascoltare gli esperti giù al campo.

Ma subito la sua attenzione tornò a Camilla. — Tu e il vecchio Edgar vivete in un posto proprio isolato.

Per qualche ragione questo la fece voltare. Lo studiò per qualche istante da dietro gli occhiali scuri, per poi concordare con enfasi con quell’affermazione e aggiungervi qualcosa di suo: — Nessuno tra mille persone che scendessero il fiume potrebbe trovare questo canyon come hai fatto tu la prima volta.

— Be’, non è poi così difficile da trovare. Io non ho avuto problemi.

— Solo perché sei speciale, amore mio. Ma ti garantisco che è davvero difficile da trovare. — Per qualche ragione le tremò la voce. — Non lo troverebbe nessuno tra mille, anzi, tra un milione di persone. Quanta gente a piedi e in barca credi che sia passata qui davanti senza prestare la minima attenzione a quello che vi era oltre la foce del torrente?

Jake la guardò stupito, chiedendoselo davvero. — È facile: non molti. Probabilmente non passano cento persone da qui in dieci anni. Qui non c’è la folla di qualche parco cittadino, lo sai?

Camilla gli sorrise, come se volesse rassicurarlo o forse venir rassicurata. Poi la marcia riprese.

Jake la seguì, ormai completamente ipnotizzato dal movimento delle sue natiche.

Dopo un minuto o due di quella vista, Jake si appaiò a Camilla e le passò un braccio attorno alla vita.

Camilla si fermò, si girò e lo abbracciò con calore. Un attimo più tardi si stavano baciando, mentre la mano di Jake si inoltrava di nuovo sotto la sua camicia. Che cosa meravigliosa non trovare la minima resistenza!

Dopo sedettero nudi nell’acqua bassa e gelida del torrente per un rinfrescante idromassaggio, spruzzandosi a vicenda.

Jake disse: — È strano il modo in cui affermi che questo canyon è impossibile da trovare.

Camilla, che stava ridendo per qualcos’altro, smise di colpo. — Strano in che senso? — domandò. In quel momento erano all’ombra, e lei si era tolta gli occhiali scuri.

— Perché ieri l’ho cercato sulla mappa generale giù al campo, e non sono riuscito a trovarlo. Questo torrente non è il Pipe, vero? E non può essere neppure l’Horn, perché ci sono delle rapide sul Colorado più o meno allo sbocco dell’Horn. E tra questi due non è segnato alcun torrente permanente, eppure eccolo qui — constatò Jake indicando con un gesto l’acqua, le rocce, le alte pareti.

Camilla non sembrò affatto sorpresa da quell’affermazione, ma solo impensierita e malinconica. — Ci sono un sacco di cose che la tua mappa non mostra — fu la sua risposta.

Non appena si rivestirono la marcia riprese, mentre il canyon che li aveva inghiottiti volgeva ora a destra, ora a sinistra come un enorme serpente. E le svolte si facevano via via sempre più strette. Jake constatò che in nessun punto si vedeva oltre una cinquantina di metri.

Una volta Camilla si fermò e gli disse: — Edgar chiama questo posto il “Canyon Profondo”.

Dopo la svolta successiva il canyon si allargò all’improvviso, terminando in una sorta di anfiteatro naturale dalle alte pareti di roccia, largo e lungo quanto uno stadio di calcio. Sul terreno pianeggiante crescevano gli arbusti spinosi tipici dei canyon e qualche albero. Sul lato opposto dell’anfiteatro vide una cascata, da cui il torrente poi defluiva. Con estrema sorpresa Jake notò che qualcuno aveva abilmente costruito un’alta e stretta ruota metallica nella cataratta, come una sorta di turbina; ai piedi della cascata, una piccola costruzione in pietra bagnata dagli spruzzi alloggiava sicuramente un generatore. Fu facile capirlo perché dei cavi elettrici partivano dal retro della piccola costruzione per raggiungere un altro edificio fatto di tronchi d’albero lavorati con cura: un vero e proprio cottage.

Sul momento Jake non prestò molta attenzione a una larga apertura, una grotta o una caverna, posta ai piedi del dirupo più a occidente. Si trovava a livello di uno strato di roccia che conosceva: secondo il geologo giù al campo si era formato proprio sopra la Grande Discordanza, una definizione di cui non aveva mai capito il significato.

A prima vista l’apertura dava accesso a una cavità poco profonda; poi, guardando meglio, si rese conto che si addentrava di molto nella roccia.

In quel momento comunque preferì dedicare la sua attenzione alla piccola e graziosa casetta che sorgeva abbastanza alta sulla cascata da evitarne gli spruzzi. Niente a che vedere con la baracca di un minatore, poco ma sicuro. Non era una catapecchia, ma una vera casa con le fondamenta in pietra, i vetri alle finestre e un vero tetto di tegole.

Camilla era ferma in piedi accanto a lui, come per giudicare le sue reazioni.

Lui disse: — Così è qui che vivi.

— Sì.

— Con questo Edgar.

— Sì — rispose lei di nuovo, lanciandosi un’occhiata intorno e abbassando la voce. — Ma ora non voglio più vivere con lui.

— Lascialo.

Lei scosse la testa. — Non è tanto semplice, vedrai.

— Be’, non mi sembra che ti tenga rinchiusa.

Camilla non rispose.

Jake si guardò attentamente intorno. Tutto taceva, non si sentiva volare una mosca. — Dov’è lui?

— Sta riposando. Lavora soprattutto di notte. Si sceglie le rocce che più gli piacciono, le porta in laboratorio e comincia a scolpire.

— Dormire è la cosa migliore da fare con questo caldo.

Il sentiero che portava alla casa passava davanti alla bocca della caverna. Finalmente in grado di guardarla bene, Jake vide che si trattava di un vero budello che penetrava tanto profondamente nella roccia da impedirgli di vederne il fondo.

Camilla notò il suo interesse. — Vuoi entrare e dare un’occhiata? Possiamo. A Edgar non importa.

— E neppure a me — replicò lui, ma seguì Camilla quando lei vi entrò.

L’aria fresca della grotta fu la benvenuta. Una volta abituati gli occhi alla penombra, Jake poté esaminarne attentamente l’interno. Un filo di luce solare forava l’oscurità, riflessa dalle pareti di arenaria del lato opposto dell’anfiteatro.

— È il tramonto — disse Camilla. — È l’ora in cui lui…

Poi tacque bruscamente.

Ci volle un altro minuto prima che Jake si rendesse conto di una terza presenza. La figura di un uomo attendeva in piedi nella nera ombra delle regioni più interne della grotta. Stava là immobile, probabilmente guardandoli entrambi.

Jake fece del suo meglio per penetrare con lo sguardo quella zona di oscurità quasi totale. La figura indefinita era forse alta quanto lui, ma appariva storta e quasi deforme. Indossava pantaloni da lavoro, camicia e stivali di qualche tipo, e sembrava coperta fino ai capelli di polvere di roccia. Continuava a guardarli con un’immobilità quasi inumana: sembrava una statua.

Nelle dita nodose di una mano sicuramente potente, l’uomo stringeva un grosso grumo di roccia. Ancora un attimo di gelido silenzio e poi aprì le dita, lasciando cadere a terra il pesante carico. Una sorda eco si diffuse per tutta la caverna.

Un attimo più tardi quella stessa mano si tese alla ricerca di un grosso interruttore fissato alla rozza parete, e una batteria di luci elettriche illuminò l’ambiente. La mezza dozzina di lampade, montate su alti sostegni metallici un po’ in tutta la caverna, avevano una forma strana e molto, molto moderna. O forse più che moderna: in effetti Jake non aveva mai visto delle lampade così in vita sua.

Grazie alla loro luce la parte più interna della caverna, prima avvolta da tenebre impenetrabili, divenne visibile. Le lampade erano talvolta in alto e talvolta in basso, eliminando ogni zona d’ombra. E quelle lampade tanto strane rivelarono anche che il pavimento e le pareti della caverna erano butterate all’inverosimile, sfruttate probabilmente dallo scultore per ricavare i blocchi di roccia che gli servivano. Lungo un muro correva un lungo tavolo da lavoro molto rozzo, pieno di strumenti da scavatore e grumi di pallida arenaria. Le pareti, il soffitto e il pavimento della grotta erano però neri, formati da un materiale che i geologi e gli artificieri chiamavano scisto Visnù. Si trovava generalmente nello strato più basso delle pareti del Canyon, appena sotto la misteriosa Grande Discordanza. Le venature bianche che vedeva gli risultarono però del tutto nuove.

Ma nulla di tutto ciò, per quanto interessante, poteva catturare la sua attenzione per più di qualche istante. Non in presenza dell’uomo che aveva davanti.

La figura coperta di polvere volse lo sguardo su Camilla, gracchiando un commento: — Vedo che ne hai catturato un altro.

Lei rispose timidamente: — Non dire così, Edgar. Jake è solo un amico.

— Oh, non ne dubito. La maggior parte degli uomini sarebbe deliziata di esserti amico. Glielo hai già detto?

Guardando prima uno e poi l’altro, Camilla sembrò troppo impaurita per rispondere.

— Detto cosa? — chiese Jake.

Improvvisamente Edgar vide, posata su una lingua di roccia, la scatola metallica in cui Camilla aveva messo i panini. Borbottando qualcosa che suonò come una serie di insulti, afferrò il contenitore e alzò l’altra mano per schiaffeggiare la ragazza.

Urlando qualcosa, Jake balzò in avanti. Ma Camilla, ritraendosi dallo schiaffo che non arrivò, urlò a Jake di fermarsi. Fu un tale urlo di improvviso e raggelante terrore che Jake obbedì d’istinto.

Calmandosi, Jake ripeté la domanda: — Cosa doveva dirmi Camilla?

— Oh, nulla di veramente importante — replicò il vecchio. Occhi diabolici lo scrutarono attraverso la grigia polvere che gli copriva il viso. — Solo che oggi, mio giovane amico, la vita inutile e banale che hai sempre vissuto è giunta al termine.

2

1991

Bill Burdon e Maria Torres, entrambi detective di una grande agenzia di Phoenix, arrivarono finalmente al Grand Canyon dopo un lungo e faticoso viaggio. Nessuno dei due giovani vi era mai stato prima di allora ed entrambi avevano accolto con entusiasmo la notizia dell’incarico, già pregustando panorami mozzafiato e giri turistici a dorso di mulo.

Ma i sogni oziosi svanirono dalle loro menti non appena appresero qualcosa in più sul compito che li attendeva. Il problema, come spiegò il loro capo poco prima che partissero, era una ragazza svanita nel nulla: la diciassettenne Cathy Brainard, scomparsa nel Grand Canyon circa un mese prima. Nessuno aveva mai avanzato richieste di riscatto e l’ipotesi di un rapimento non veniva più considerata plausibile. Gli agenti federali premevano per archiviare il caso e di fatto non svolgevano più indagini, ma un ricco parente della ragazza aveva preso a cuore la faccenda e il caso era passato nelle mani degli investigatori privati.

Naturalmente la scomparsa di un adolescente non era certo un fatto eccezionale, ma in quella faccenda c’era qualcosa che aveva convinto il ricco parente a rivolgersi a specialisti provenienti nientemeno che dal Michigan. Tuttavia, o il loro capo non sapeva cos’era questo qualcosa oppure aveva scelto di essere reticente a riguardo. Si limitò infatti a dire a Torres e Burdon che avrebbero ricevuto tutte le informazioni necessarie da un certo Joseph Keogh, che dirigeva l’agenzia investigativa di Chicago incaricata di ritrovare la ragazza. Keogh li attendeva all’hotel El Tovar, pochi metri dal limite meridionale del canyon e molto dentro il parco nazionale del Grand Canyon.

Qualcuno su al vertice della grande agenzia di Phoenix doveva evidentemente un favore a questo Keogh: il loro diretto superiore si era mostrato immediatamente disponibile a prestare un paio dei suoi migliori detective.

Keogh aveva chiesto un uomo e una donna atletici e intelligenti in grado di trattare con il cliente e di lavorare efficacemente in un ambiente “non urbano”, come l’aveva messa il loro capo.

La settimana di Natale era un periodo di alta affluenza turistica al Grand Canyon. Trovare una stanza per i due nuovi arrivati, per non parlare di due stanze, nei molti alberghi della zona presentò notevoli difficoltà e quindi a Bill e Maria venne detto di portarsi i sacchi a pelo. Probabilmente potevano dormire, se ne avevano il tempo, nell’appartamento o nella suite di questo Keogh all’El Tovar, un alloggio presumibilmente già utilizzato da chiunque lo affiancasse da Chicago. Be’, Bill veniva dai marine e Maria dai reparti ausiliari dell’esercito, ed entrambi avevano seguito corsi intensivi di sopravvivenza: dormire nel sacco a pelo nella suite di un albergo a quattro stelle non li turbò certamente più di tanto.

Bill e Maria non avevano mai lavorato insieme, e al momento di iniziare il viaggio di cinque ore che li avrebbe portati a destinazione da Phoenix non erano altro che semplici colleghi. Ma già al momento di lasciare l’autostrada 40 a Flagstaff e prendere la strada statale che conduceva a nord, verso il canyon, i rapporti tra loro si erano fatti più personali, più caldi: su un gran numero di persone e di faccende la pensavano esattamente allo stesso modo.

La luce del sole mattutino e il caldo primaverile erano rimasti nel basso e desertico altopiano che formava il sud dell’Arizona, dietro di loro ormai da qualche ora. Una volta passata Flagstaff con la macchina di Burdon, si trovarono a più di duemila metri sul livello del mare in un freddo e grigio pomeriggio invernale. Chiazze di neve comparvero qua e là attraverso la fitta foresta di abeti a lato della strada, mentre il cielo color piombo lasciava intuire che presto ne sarebbe arrivata altra.

Il Grand Canyon e le mille e più miglia quadrate di territorio circostante che formavano il parco nazionale del Grand Canyon si trovavano ancora a più di ottanta miglia a nord, raggiungibili tramite una stretta strada statale e varie strade secondarie che attraversavano un altipiano parzialmente coperto da fitte foreste.

Quelle ottanta miglia passarono senza particolari novità, ma non appena pagato il pedaggio per l’accesso al parco, il traffico sulle piccole, strette e tortuose stradine di accesso divenne semplicemente caotico. Alla fine si ritrovarono intrappolati in una coda chilometrica lungo la strada per l’altopiano meridionale. Ogni tanto un rustico segnale indicava la via per Pima Point, per il museo degli indiani Tuskaya o per qualcuno dei motel o campeggi sparsi un po’ dappertutto e chiamati con nomi esotici quali Yavapai, Maswik, Kachina e il classico Thunderbird, “uccello di tuono”.

Infine l’hotel El Tovar comparve alla vista tra i bassi edifici di un piccolo agglomerato largamente nascosto dagli alberi; pietra, legno e tavole di mogano per una costruzione di tre piani. Le sue numerose ali si estendevano tanto tra gli abeti da accogliere più di cento stanze matrimoniali. Secondo l’opuscolo dato loro al casello, il margine dell’altopiano si trovava a un tiro di schioppo dall’albergo: forse era vero, ma purtroppo la pendenza del terreno era tale da impedire del tutto la vista diretta del Grand Canyon.

Bill, a cui toccava l’ultimo turno al volante, fece del suo meglio per trovare velocemente un posto nel parcheggio più vicino all’El Tovar, ma molte altre macchine stavano facendo esattamente la stessa cosa. Maria imprecò in silenzio quando il solito furbo rubò loro il posto sotto il naso. Era una donna dai capelli neri, giovane e attraente, dal fisico solido e ben proporzionato e l’aspetto più giovanile dei suoi venticinque anni. Bill aveva due anni più di lei, i capelli e la carnagione molto più chiari e un fisico estremamente robusto. Le mille manovre e il ritardo necessari a procurarsi un parcheggio non gli impedirono minimamente di fischiettare tutto il tempo il morbido ritmo di una canzone alla moda.

E finalmente anche loro trovarono un posto.

Uscendo dalla macchina con la giacca a vento multicolore e i moon-boot ai piedi, spazzatura standard in quel momento e in quel luogo, Bill e Maria si stiracchiarono con piacere dopo il lungo viaggio per poi infilarsi gli zaini e controllare gli orologi. Avevano qualche minuto a disposizione prima che l’onnipotente Mr. Keogh cominciasse seriamente ad aspettarli.

— Perché non diamo un’occhiata al canyon? C’è un po’ di nebbia, ma possiamo perlomeno provare.

— Già, sarebbe un peccato non farlo. E poi lo dice anche il manuale del perfetto detective: “Familiarizzarsi subito con l’ambiente”. Basta questo, no?

Guardandosi attentamente intorno dal punto in cui si trovavano nel parcheggio, i due giovani detective si accorsero di una strana caratteristica del paesaggio che non aveva nulla a che fare con la nebbia. A soli pochi metri oltre il vecchio e grande albergo il mondo terminava bruscamente nel nulla. O almeno questa fu l’impressione che ne ricevettero Bill e Maria: di fatto la salita terminava bruscamente a un certo punto, e solo un parapetto in pietra alto meno di un metro segnava il limite dell’orizzonte. Oltre quella modesta barriera non si vedeva assolutamente nulla, tranne le grigie sfumature del cielo invernale che sembrava essersi abbassato a livello del terreno.

Superato l’albergo, Bill e Maria mossero decisi verso il parapetto solo per accorgersi che era massicciamente difeso dal solito gruppo di turisti giapponesi armati di potenti telecamere e corazzati contro il freddo. Facendosi largo tra la folla, i due americani riuscirono infine a gettare un’occhiata verso il basso. Lo sguardo precipitò sempre più sotto in un infinito abisso di vapore, con una singola eccezione: in una certa zona persa tra la nebbia, ma molto sotto di loro, a una distanza obliqua di un centinaio di metri, un’immensa cresta rocciosa spuntava dal nulla per diventare visibile a intermittenza attraverso le volute in lento movimento. Intorno a quella piccola concessione alla solidità, su cui spuntava una manciata di ispidi abeti, e nel raggio di chilometri, nulla risultava percettibile se non un fluttuante mare di grigie nubi davanti al quale anche le telecamere dei giapponesi dovevano inchinarsi.

Maria Torres si accorse a quel punto che qualcuno stava per unirsi a loro.

Infatti Bill, momentaneamente perso nei suoi pensieri e ancora intento ad afferrare fino in fondo ciò che vedeva, non si era accorto che un uomo di piccola statura con barba e capelli neri era improvvisamente sbucato dalla folla alle sue spalle per muovere verso di lui. Il nuovo arrivato vide Maria, si fermò proprio accanto a Bill e attese in silenzio per alcuni minuti prima di venir notato dal giovane investigatore, una distrazione davvero imbarazzante per un professionista.

Percependo una certa inquietudine nello sguardo di Maria, Bill volse finalmente la testa. L’uomo con la barba, abbastanza vicino a lui da poterlo toccare, si limitò a sorridere amabilmente.

Seguì un breve intervallo in cui i tre si guardarono senza dire una parola, completamente ignorati dai giapponesi e dagli altri turisti dediti a fare avanti e indietro dal parapetto nonostante la visibilità praticamente nulla.

— Posso fare qualcosa per lei? — chiese finalmente Bill.

L’uomo con la barba rispose prontamente, come se avesse atteso solo il momento di parlare. — Mi consenta di presentarmi — disse con voce calma e profonda. — Mi chiamo Strangeway, e credo proprio di esser destinato a lavorare con voi per qualche giorno.

— Cosa? Amico mio, lei deve aver sbagliato…

— Niente affatto.

Bill lo guardò attonito, o perlomeno ci provò, risultando alla fin fine abbastanza convincente. D’altro canto anche Maria non faticava certo a nascondere la sua sorpresa.

— Mi spiace — replicò Bill allo sconosciuto, suonando finalmente deciso. — Lei deve averci confuso con qualcun altro.

Strangeway si concesse un altro pallido sorriso, come di blanda approvazione. — In tal caso, la prego di perdonare la mia impertinenza — mormorò, voltandosi subito dopo e lanciando un’occhiata tanto intensa nella nebbia che riempiva il canyon da far supporre che potesse vedervi attraverso. Vagamente e senza darvi alcun peso particolare, Maria notò che il fiato dello sconosciuto non condensava nell’aria gelida come il suo o quello di Bill.

Dopo un altro minuto di imbarazzante silenzio, Bill fece un cenno a Maria e i due tornarono verso l’albergo lasciandosi il canyon alle spalle. Guardandosi indietro dopo una decina di metri, Maria vide Strangeway ancora intento a guardare in basso, del tutto indifferente alla direzione presa da loro due.

— Che diavolo credi volesse da noi? — mormorò la ragazza a Bill quando furono a distanza di sicurezza.

— Non saprei. Forse è solo un innocuo svitato, ma forse ci hanno scoperti: resta da vedere chi. Amici o nemici?

L’ampio e dispersivo hotel di tre piani, tutto legno, pietre e travi consunte dal tempo, era ormai davanti a loro. Un attimo più tardi Bill e Maria presero a percorrere il lungo porticato di legno che conduceva all’ingresso principale. Visto da vicino, l’edificio appariva ancora più solido e stabile. Incisa nel legno sopra l’ingresso, Maria notò un’iscrizione, una frase o forse un verso celebre, che diceva:

SOGNI DI MONTAGNE MENTRE NEL LORO SONNO

ESSE MEDITANO SULLE COSE ETERNE

Le immagini evocate nella mente di Maria da quelle parole risultarono incomplete, ma in qualche modo inquietanti. Si chiese vagamente da dove uscisse quella frase. Nel suo breve soggiorno in un college aveva scoperto di essere una sorta di maggiore britannico e provava una profonda irritazione se leggeva o sentiva una citazione e non riusciva a ricordarne la fonte.

Con Bill che apriva la strada, i due entrarono nella hall attraverso una doppia porta che creava una sorta di camera termica indispensabile per tener fuori il freddo d’inverno e la polvere d’estate.

La hall dell’El Tovar consisteva di un grande locale, o meglio due grandi locali come subito notò Maria, alti due piani ognuno. Il soffitto a punta della prima sala era sostenuto da travi e montanti di legno, rozzamente lavorati ma caldi per l’inconfondibile effetto del tempo. E nonostante i moderni negozi di souvenir su entrambi i lati dell’ampio locale e la profusione di luci elettriche, le pareti e il soffitto mostravano una sorta di profonda solidità che confermava la loro esistenza da circa un secolo. Dentro, la vociante massa di turisti imbacuccata nei giacconi da sci con la videocamera a tracolla non riusciva a nascondere del tutto il gran numero di stelle di Natale sistemate ovunque su tavoli e scaffali. Fantasiose composizioni di rametti di vero abete dotate di luci intermittenti e pigne colorate rallegravano le robuste travi e le scure pareti; teste impagliate di animali, alcune con le corna, altre con le zanne esposte per un’ultima, improbabile difesa, guardavano tutti dall’alto in basso con aria di disapprovazione.

Un albero di Natale alto due piani occupava il centro della sala più interna. I suoi rami più alti si perdevano in una sorta di soppalco dalla ringhiera di legno in cui la gente sedeva a mangiare. La reception dell’albergo si trovava in quella sala, sulla destra, appena dietro l’albero.

Mentre Bill si fermava al banco della reception per chiedere un’informazione, Maria si voltò bruscamente per esaminare la folla e vedere se lo strano signor Strangeway li aveva seguiti fin dentro. Ma non ne vide alcuna traccia.

Come ogni buona turista, Maria prese un opuscolo prima di lasciare il lungo e affollato banco dietro cui si affaccendavano diversi impiegati. Un attimo più tardi seguì Bill lungo uno dei corridoi a pianterreno che partivano dalla hall. Lanciando intanto distratte occhiate al suo opuscolo apprese che l’albergo era stato costruito nel lontano 1905, cosa a cui poteva facilmente credere dopo aver visto da vicino le pareti di legno e le vetuste travi del soffitto. Ovviamente l’impianto elettrico, il condizionamento e, si sperava, i servizi delle camere dovevano essere molto più recenti.

Dopo aver passato una dozzina di porte, Bill si fermò e bussò alla tredicesima.

Una cauta voce proveniente da dentro pronunciò poche e incomprensibili parole, almeno per lei; ma Bill rispose e la porta si aprì mostrando un uomo robusto e di media statura che indossava un pesante maglione da sci. I capelli color sabbia cominciavano a mostrare qualche sfumatura grigia: doveva essere sulla quarantina. L’uomo li esaminò entrambi dalla testa ai piedi, poi disse: — Entrate pure. Sono Joe Keogh.

La suite di Keogh comprendeva un salotto, un bagno e una piccola camera da letto, il tutto arredato con pessimo gusto in una sorta di stile pseudo-vittoriano. Attorno al tavolo del salotto facevano bella mostra quattro sedie, tutte spaiate. Una di esse era già occupata. I due giovani detective vennero immediatamente presentati al cognato di Keogh, John Southerland, venuto con lui da Chicago per dare una mano nelle indagini. Southerland aveva circa ventotto anni, la stessa età di John. Alto quasi uno e novanta, sembrava massiccio e affidabile. I suoi capelli castani tendevano irrimediabilmente ad arricciarsi. La barba corta e ispida spinse Bill a pensare che i casi fossero due: o stava facendosela crescere, oppure aveva bisogno di una bella rasatura.

Studiando in silenzio il volto duro e astuto di Keogh, Maria decise che aveva davvero la faccia giusta per quel mestiere. La sua scheda era stata avara di notizie, ma pareva assodato che facesse l’agente di polizia a Chicago prima di sposare la sorella di Southerland e mettersi in proprio con i suoi soldi.

— Sedete, ragazzi — disse Keogh indicando le sedie attorno al tavolo. Parlava con voce bassa, quasi neutra. — Sono felice che siate arrivati adesso. Sembra che debba cominciare a nevicare da un momento all’altro.

Qualsiasi scambio di commenti sul tempo venne interrotto da un battito alla porta. John Southerland si alzò per far entrare, in qualità di fidato collega, il piccolo e sospetto signor Strangeway.

John fece le presentazioni del caso. Da qualche parte spuntò una quinta sedia, diversa anch’essa da tutte le altre, e presto i detective sedettero attorno al tavolo.

Seguì una pausa. Maria ebbe la netta impressione che fossero loro il problema: Keogh non sapeva spiegare ai rinforzi da Phoenix il lavoro da fare.

— Quello che abbiamo davanti può, o meglio potrebbe, venire classificato come un caso insolito — disse Keogh infine per poi tacere, agitarsi sulla sedia e lanciare una strana occhiata a Strangeway, che lo guardò impassibile.

Il vento, che sempre si alzava sul finire del giorno invernale, cominciò a gemere alla finestra.

Bill si schiarì la gola. — Chi è il cliente? — domandò direttamente a Keogh.

Approfittando di una nuova esitazione di quest’ultimo, Maria intervenne per dire: — A Phoenix ci hanno detto che si tratta di una sparizione, una ragazza di diciassette anni, e che il caso presenta dei risvolti insoliti.

Strangeway sedeva con le braccia conserte, impassibile e attento a ogni parola.

Keogh guardò Southerland. — Parla tu. Forse è meglio.

Il giovane uomo si schiarì la gola e cominciò: — La cliente si chiama Sarah Tyrrel ed è una vecchia di ottant’anni, anno più, anno meno. Suo marito, Edgar Tyrrel, era uno scultore attivo negli anni venti e trenta. Nato in Inghilterra, trascorse qui nel canyon la maggior parte dei suoi anni creativi. Le sue sculture sembrano tornate di moda ultimamente, e quindi la signora Tyrrel non avrà problemi a pagare il nostro conto.

Nessuno commentò. — La ragazza scomparsa — riprese John — è Cathy Brainard, sua nipote… o forse bisnipote?

— Bisnipote — confermò Strangeway seccamente. Tutti si volsero a guardarlo.

— Il padre di Cathy, che è un padre adottivo (qualunque cosa significhi), è un certo G.C. Brainard, un mercante d’arte con studio d’avvocato. La nostra entrata in campo lo lascia perlomeno indifferente. Secondo me qualcosa gli dà un gran fastidio, non ho idea di cosa sia ma… Per farla breve, qualcuno ha raccomandato la nostra agenzia alla vecchia e lei ha continuato a chiamare finché non abbiamo accettato. Lui ironizza ogni volta su di lei per questa sua insistenza, ma immagino sia normale per chiunque prendere un po’ in giro la vecchia e ricca zia. Che ne dici, Joe? Secondo te è il modo giusto di mettere le cose?

Keogh si limitò ad annuire in un modo che Maria Torres giudicò non molto convinto. John guardò allora Strangeway, che rispose con un amabile sorriso ma senza far commenti.

— La signora Tyrrel ha preso una stanza qui? — chiese Bill, constatando che nessuno sembrava ansioso di parlare.

— Sta qui, certo, ma non in albergo — spiegò Keogh. — C’è una casa chiamata giustamente Casa Tyrrel a circa mezzo miglio a ovest di qui, proprio sul ciglio del canyon. Era la casa di suo marito all’inizio degli anni Trenta, la casa dove loro due hanno vissuto. Adesso appartiene alla direzione del parco, ma l’accordo stipulato tra lei e le autorità le consente di usarla ogni volta che desidera. In questo momento si trova là con Brainard.

— E Cathy era con loro in quella casa quando è scomparsa? — domandò Maria.

— No — replicò Keogh scuotendo la testa. — La faccenda è più complessa. Lei alloggiava in uno degli alberghi, non questo, con un gruppo di amici della scuola. Tutti hanno confermato che Cathy non era mai stata qui prima di quella visita a fine novembre, nel periodo del Ringraziamento.

“I ragazzi hanno fatto quello che si fa di solito nel Grand Canyon, passeggiate, picnic, eccetera. Avevano tende e sacchi a pelo e inizialmente volevano andare a dorso di mulo giù al Phantom Ranch, mezza giornata di viaggio tra andata e ritorno con pernottamento fuori, ma alla fine hanno deciso di lasciar perdere. Poi, il secondo giorno, Cathy ha cominciato a comportarsi in modo strano. Anche qui i suoi compagni sono tutti d’accordo. Alla fine lei se n’è andata borbottando qualcosa circa una passeggiata. Gli altri hanno pensato intendesse una passeggiata qui, nel parco o al centro commerciale, invece è sparita. C’è un testimone oculare che afferma di aver visto una ragazza somigliante a Cathy e vestita come lei prendere il sentiero del Bright Angel con un grosso zaino sulle spalle, come se intendesse dormire fuori.

“E questa è l’ultima volta che Cathy Brainard è stata vista viva da qualcuno.”

Lentamente, Bill commentò: — C’è ancora molto da chiarire, ma non mi sembra certo un caso di rapimento organizzato. L’aggressione di un maniaco è molto più probabile.

Joe annuì. — Già, è quello che dico anch’io. Nessuno ha chiesto uno straccio di riscatto. Il rapimento è un crimine federale e l’Fbi è venuta, ha interrogato i testimoni e dato un’occhiata in giro. Ma pochi giorni dopo hanno deciso che la ragazza se n’è andata per conto suo, in pratica che è scappata di casa. E per loro il caso è chiuso. Per quanto ci riguarda invece, oltre all’ipotesi del maniaco dobbiamo pensare che iniziava a scendere un sentiero difficile a un’ora tarda del pomeriggio. Un incidente mortale al buio non è certo una sorpresa qui al canyon: succede ogni anno. Tuttavia, Cathy era un’ottima atleta: ecco perché si può anche pensare che sia scesa fin sotto di corsa e poi abbia voluto rinfrescarsi nel Colorado, che è davvero gelido: un malore e via. Caduta nel fiume e annegata, oppure assiderata. Con le acque tanto veloci e profonde, il corpo potrebbe non venire mai più ritrovato.

“Questo è il Grand Canyon, gente, non un parco inglese. Potrebbe essersi persa e finita in un buco, giù da una rupe, nello stomaco di un puma, morsa da un serpente a sonagli… chi lo sa? Avete visto che razza di territorio dovremmo esplorare? Sassi, caverne, precipizi e un sacco di imprevisti!”

— Be’, veramente è la prima volta che veniamo qui — confessarono Bill e Maria vagamente imbarazzati. — Abbiamo provato oggi a dare un’occhiata, ma c’era tanta di quella nebbia…

— Comunque — aggiunse pensierosa Maria — immagino che nessuno degli amici della ragazza si trovi qui oggi.

— Non credo. Non ne avrebbero alcuna ragione. Debbo ancora parlare con loro, in effetti, ed è una cosa che farò in futuro, ma per il momento mi accontenterò dei rapporti della polizia.

— Chi è questo testimone? — chiese Bill.

— Buona domanda. Un’insegnante di mezza età tornata già da tempo alla sua scuola nell’Ohio. Nessun motivo di dubitare della sua testimonianza.

— Come mai ha notato la ragazza in mezzo alla folla di turisti?

— Cathy è andata da lei e le ha chiesto se sapeva dove procurarsi una mappa dei sentieri del canyon. Sembrava preoccupata, agitata, ed ecco perché l’ha notata. Più tardi l’ha descritta con molta precisione, lineamenti e vestiti: nessun dubbio che si tratti della nostra ragazza.

Maria annuì con occhi vagamente scintillanti. — Mi chiedo cosa l’abbia turbata così all’improvviso.

Strangeway le lanciò un’occhiata di sbieco piena di interesse, ma non offrì commenti.

Keogh continuò il suo discorso. — Ho altre informazioni, probabilmente importanti. Anzitutto la faccenda dell’eredità. Ho la netta sensazione che la giovane Cathy sia destinata a ereditare il patrimonio di sua zia un giorno, posto naturalmente che sia ancora viva. Non sembrano esservi altri parenti stretti tranne il patrigno di Cathy. Ora, da quanto ho visto, la vecchia Sarah non rende affatto facile la vita a suo nipote Brainard, e viceversa. Adesso hanno una semplice relazione d’affari, e la cosa sembra finire lì; invece la vecchia zia era… è molto attaccata a Cathy.

— Insomma — intervenne finalmente Strangeway — un possibile conflitto di interessi oppone l’avvocato Brainard alla giovane Cathy.

Maria decise che quello strano personaggio aveva un’aria profondamente autoritaria, nonostante il fatto che raramente parlasse. Poteva avere trentacinque anni al massimo, pensò poi. I suoi capelli neri e la sua barba erano folti, ma tagliati corti; addosso portava una maglia o una felpa a girocollo sotto un giaccone marrone che, a giudicare dalle tasche, sembrava concepito più per un cacciatore che per uno sciatore. Più studiava Strangeway e più si sentiva certa di avere davanti una persona fuori dal comune. E per quanto ci provasse, non era facile definire meglio quella sensazione.

— Pensa che l’abbia fatta sparire? — gli chiese Keogh con vaga deferenza.

— Cose molto peggiori accadono, Joseph.

— Ah, questo è poco ma sicuro! — Keogh sospirò e si passò una mano tra i capelli color sabbia prima di tornare con lo sguardo a Strangeway, come se volesse domandargli ancora una cosetta o due. Ma forse la presenza dei due nuovi arrivati lo frenò. Volgendosi verso di loro, cominciò a porre le più svariate domande come per allentare la tensione. Maria e Bill presentarono le loro credenziali soffermandosi rapidamente su qualche caso risolto in passato.

Apparentemente soddisfatto da quanto aveva udito, almeno sul momento, Joe tornò sull’argomento principale della riunione. — Vi sono delle ragioni, ragioni che non voglio approfondire adesso, che portano a pensare che questo caso possa avere degli aspetti insoliti. E voglio che la gente con cui lavoro sappia affrontare l’insolito in modo razionale ma elastico.

Nessuno parlò. Keogh guardò i due giovani detective aspettando la loro reazione.

— Che tipo di aspetti insoliti? — chiese infine Bill Burdon.

— Chiamiamoli fattori psichici, se vuole. Cosa ne pensa?

Dopo aver posto questa domanda Keogh tacque, di nuovo in attesa della reazione di Bill e Maria. — Nessuno di voi due sembra particolarmente sorpreso — aggiunse, come se questo sorprendesse lui.

— Non siamo pagati per sorprenderci — commentò Maria.

— Fattori psichici? — fece Bill. — Vuol dire medium e tutte queste storie? Io non credo a quella roba.

— Lei non deve credere a nulla — scattò Keogh. — Deve solo obbedire ai miei ordini.

Bill fece spallucce. — Sono qui apposta, signore.

Maria riprese il discorso con l’aria di chi non ama perdere tempo. — Una ragazza sparita resta sempre tale, vi siano coinvolti o meno dei medium veri o presunti. Il nostro compito è trovarla, o almeno scoprire cosa le è successo. Per quanto riguarda quella particolare categoria di persone, mia nonna è stata spennata senza pietà da un falso medium di Los Angeles su cui mi piacerebbe proprio mettere le mani!

— Ah, capisco — replicò Keogh con un sospiro. — Be’, comunque dubito vi siano falsi medium coinvolti in questo caso.

— Avete qualche sospetto? — chiese Maria.

— Non voglio sospettare nulla fino a quando non avrò parlato a quattr’occhi con la cliente. Finora le ho parlato solo brevemente al telefono — spiegò Keogh, guardando Strangeway come se si appellasse silenziosamente a lui per un aiuto.

— Sono d’accordo — affermò quest’ultimo in un tono che non aveva nulla di deferente o esitante nonostante risultasse appena percettibile. Maria, ancora alla ricerca di una collocazione per quello strano personaggio, si chiese improvvisamente se non poteva trattarsi di qualche sorta di medium. Il guaio era che non lo sembrava affatto, non almeno secondo gli standard più comuni.

Vi erano ancora alcune cose da prendere dalla macchina di Bill, compresi dei walkie-talkie e alcune macchine fotografiche e cineprese che facevano parte dell’equipaggiamento portato da Phoenix. Inoltre Joe Keogh insistette per mandarli alla reception e vedere se si era liberato qualcosa per loro.

Non appena i due giovani investigatori uscirono dalla stanza per eseguire questi compiti, i tre uomini rimasti ripresero la conversazione con toni decisamente meno guardinghi.

— Strangeway… — disse Keogh sovrappensiero. Era un commento, quasi una domanda.

L’interpellato accavallò le gambe e aggrottò le sopracciglia. — Esiste forse un motivo per cui non dovrei usare questo nome, Joseph?

— No, nessun motivo. Certo non perderò il sonno per un nome fittizio. È la sua presenza qui, invece, che mi stupisce — replicò Keogh esitando. — A questo punto direi che è assodato che nella sparizione di Cathy Brainard c’entra qualcuno dei vostri, giusto? E poi, come faceva a sapere della presenza qui di John e del sottoscritto?

L’uomo che si faceva chiamare Strangeway annuì lentamente. La sua risposta ignorò la seconda domanda. — Sì, c’entra qualcuno dei nostri. Uno solo, intendo: Tyrrel. E temo proprio che non si tratti di un coinvolgimento casuale.

— Tyrrel? Vuol dire Edgar Tyrrel?

— Sì, lo scultore, l’artista scomparso nel canyon cinquant’anni fa. Ecco, lui è un nosferatu. Oh, invero questa è una faccenda che presenta molti, molti lati oscuri! — commentò Strangeway con tono vagamente apocalittico, alzandosi e lanciando un’occhiata fuori dalla finestra dove la scarsa luce del giorno invernale faticava a morire. — Ma ora torna il momento dell’azione. Esco, Joseph. Immagino che abbia presto intenzione di far visita alla signora Tyrrel…

— Allora ci vedremo sulla strada, amico mio — salutò Strangeway, voltandosi per uscire. Keogh fu decisamente sollevato constatando che usciva tranquillamente dalla porta come tutti; d’altro canto, il sole non era ancora tramontato.

— Vampiri — commentò un meditativo John Southerland non appena la porta si chiuse dietro uno di loro. — Certo che è proprio una strana storia, Joe. Ma ti sei chiesto che diavolo diranno quei due da Phoenix quando dovremo spiegare loro questo lato della faccenda?

Joe si voltò di scatto. — No, perché non ho la minima voglia di spiegarglielo. E tu?

— No grazie.

— E allora ai due di Phoenix non diremo altro che lo stretto necessario sulla natura di Strangeway e di quel Tyrrel. Questo significa però che dovremo stare attenti a come usarli.

— E come li useremo?

— Oh, certamente possono aiutarci a setacciare il canyon. Fondamentalmente è questo che vuole la signora Tyrrel, se ho ben capito quello che diceva al telefono, e quindi… Non ho idea di cosa la spinga a pensare che possiamo far meglio delle centinaia di uomini che l’hanno setacciato il mese scorso: glielo chiederò non appena possibile.

— E Strangeway invece come lo useremo? — John fece in modo di calcare il tono sul punto interrogativo.

— Cristo John, non ne ho idea! Ne so esattamente quanto te sul motivo per cui è qui. L’unica cosa certa è che, stando a lui, la nostra cliente non è esattamente vedova.

— Già. Mi chiedo se lo sappia.

— Be’, se davvero il marito della vecchia Sarah si aggira in questa zona come vampiro mi sembrerebbe strano che la moglie non ne sappia nulla: perché allora rivolgersi proprio a noi, Keogh Co., i discreti specialisti del paranormale? Per quanto riguarda quel Brainard, mi dà l’impressione di uno che non ha mai visto un vampiro neppure in un film. A parte questo, debbo dire che mi sembra un uomo stanco e spossato, come uno a cui manchi l’amata figlia da un mese: certo che la polizia non l’ha aiutato molto.

John si dondolò sulla sedia restando in equilibrio sulle gambe posteriori. — Esiste una signora Brainard da qualche parte, una madre adottiva della ragazza?

— No. Esisteva, ma è morta tre anni fa. Da allora la ragazza non ha fatto altro che girare da una scuola all’altra.

Qualcuno bussò alla porta e John si alzò a rispondere. I due giovani aiutanti erano tornati insieme, carichi di cose. Purtroppo nessuna camera si era resa disponibile in giornata.

Quando tutti e quattro furono nuovamente seduti attorno al tavolo, Joe cominciò a fornire a Bill e Maria le scarse informazioni che possedeva su Cathy Brainard. John fece girare diverse foto della ragazza e quindi una concisa descrizione battuta a macchina e corredata di foto segnaletica. Al momento della scomparsa indossava un giaccone invernale, jeans e scarponi da montagna, aveva un grosso zaino e tutto lasciava presumere che intendesse accamparsi nel canyon.

Mentre i suoi assistenti studiavano la scheda segnaletica, Joe guardò con insistenza il suo orologio. Alzandosi dal tavolo, andò a lato della finestra e guardò fuori senza spostare la tenda nella luce sempre più tenue del pomeriggio. Il passo successivo, si disse, era presentarsi alla signora Tyrrel e a suo nipote con tutti i suoi collaboratori tranne Strangeway, che amava fare eccezione.

Sì, decisamente era giunto il momento di recarsi a casa Tyrrel.

Prima di uscire con i suoi colleghi dalla stanza, Joe aprì una delle valigie portate su da Bill e porse un walkie-talkie a ognuno dei presenti. Ogni radio era abbastanza piccola da stare comodamente nel taschino di una giacca invernale.

Ma vi erano altre cose nella valigia, strumenti richiesti da Joe ai suoi amici di Phoenix. Dopo averli studiati per un attimo, il detective di Chicago decise di lasciarli lì per il momento.

Così equipaggiati, Joe e gli altri si infilarono i giacconi e uscirono lasciando l’albergo dall’ingresso occidentale per evitare di ripassare dalla hall. L’oscurità incombente cominciava a sfoltire il numero di turisti sull’ampia strada pavimentata che costeggiava il margine del canyon attraversando quasi tutta Canyon Village. Joe condusse i suoi uomini oltre Kachina Lodge, Thunderbird Lodge e Bright Angel Lodge, tutti alberghi molto più moderni dell’El Tovar, costruiti con i materiali del Ventesimo secolo e meno alti e pretenziosi.

La piccola squadra di detective non dovette spingersi molto lontano prima di incontrare Strangeway. Li aspettava seduto sul muretto, la testa riparata dal cappuccio della giacca, e si unì a loro senza proferir parola.

Lampioni stradali di modesta potenza e troppo distanziati si accesero improvvisamente lungo tutta la strada pedonale, conferendo all’ambiente l’aspetto di un parco cittadino. Il crepuscolo si avvicinava inesorabile man mano che gli ultimi riflessi del giorno svanivano dalla coltre di nubi. Il sole comunque non era ancora tramontato.

Il gruppo procedette verso ovest seguendo la strada pedonale, con il basso muretto di pietra sulla loro destra. Oltre, le pareti del canyon precipitavano bruscamente per centinaia di metri come la costa di un nero oceano artico. Piena di nebbia e totalmente invisibile, quella gigantesca ferita nella crosta della Terra cominciava a dominare i pensieri di Maria con la sua cupa presenza, surreale come un sogno.

— Sembra — disse Bill per rompere il silenzio, procedendo al fianco dell’attraente collega — che sia profondo più di un miglio e lungo almeno dieci. Peccato per tutta questa nebbia! Ma… cos’è quello strano edificio?

Maria estrasse l’opuscolo da una tasca e lesse qualcosa a riguardo: si trattava senza dubbio del Lookout Studio, costruito nel 1914 dalla Fred Harvey Company con roccia calcarea non lavorata in modo da fonderlo con l’ambiente roccioso circostante.

Pochi passi lungo la strada e passarono davanti al Kolb Studio, eretto secondo l’opuscolo all’inizio del secolo da due fratelli che erano sia fotografi che esploratori. Lo studio era vuoto adesso, espropriato dalla direzione del parco.

E finalmente una volta superata la piazzola che segnava l’inizio del sentiero del Bright Angel, con il relativo recinto dei muli distante pochi metri dal ciglio del baratro, il gruppo di persone giunse in vista di Casa Tyrrel.

Strangeway sembrò volersene andare a questo punto. Dopo aver mormorato qualcosa a Keogh, il piccolo uomo si allontanò dando l’impressione di svanire lentamente nella strada in penombra fino al recinto. Incuriosita, Maria lo guardò allontanarsi.

E ora i rimanenti quattro investigatori erano quasi giunti al termine della loro passeggiata. Da dove si trovavano risultava visibile solo il tetto della casa: il resto, come accadeva con il Kolb Studio, si trovava al di là del muretto proprio sul ciglio del precipizio.

Joe condusse il piccolo gruppo fino alla porta di casa Tyrrel, bussando poi energicamente.

Quasi subito la porta venne aperta da una candida vecchietta che non poteva essere altri che la signora Tyrrel in persona. Sembrava averli attesi tutto il tempo. Era magra e curva sotto il peso dei suoi ottant’anni, con lunghi capelli d’argento; tuttavia i suoi movimenti conservavano un’inaspettata freschezza. Al collo portava una collana Navajo di argento e turchesi su una veste viola, anch’essa indiana.

— Il signor Keogh, suppongo — disse la vecchina con voce più chiara e forte del previsto.

— Molto piacere, signora Tyrrel. Le presento i miei assistenti in questo caso. — Mentre parlava, Joe si rese conto della rigida figura di un uomo che si aggirava nel salotto ascoltando presumibilmente ogni cosa. E quello dev’essere Brainard, si disse. Il nipote della signora Tyrrel era uh uomo sulla cinquantina, di carnagione chiara e fisico legnoso; portava baffi lunghi e ben curati, e indossava un maglione Pendleton su camicia e cravatta.

— Entrate pure, signori, non state sulla porta — li invitò la signora Tyrrel con stanca impazienza, studiando a uno a uno con interesse gli assistenti di Keogh. — Entrate. Anche lei, signorina.

L’ingresso di pietra e legno ricordò subito a Maria, la hall dell’El Tovar, anche se naturalmente in scala molto ridotta.

Joe fece una veloce e concisa presentazione. La vecchia signora strinse calorosamente la mano a tutti, mentre Brainard si limitò a salutarli con un cenno del capo.

Gli occhi dell’anziana donna si soffermarono a lungo su Bill Burdon, guardarono altrove e poi tornarono a lui. Sembrava quasi domandarsi se l’avesse già visto, anche se naturalmente un precedente incontro era da escludere. Ma ultimamente tutti sembravano conoscerlo.

Finalmente l’attenzione dell’anziana donna tornò a Keogh. — Signor Keogh, quasi arrivava tardi! Ho sentito la voce di Cathy pochi minuti fa!

3

In piedi dentro la caverna illuminata a giorno da quelle lampade totalmente sconosciute, il giovane Jake Rezner riuscì a non perdere la calma. Nonostante la rabbia del momento e il fatto che l’uomo avesse i capelli scuri e fosse coperto di polvere, si ricordò di aver davanti solo un vecchio, probabilmente pazzo da legare.

Con voce quantomai tranquilla, una cosa incredibile visto il suo temperamento, Jake domandò al vecchio come diavolo facesse a sapere che tipo di vita aveva vissuto fino ad allora.

Tyrrel ridacchiò seccamente. — Su questo argomento ne so più di quanto tu possa immaginare, mio giovane amico. A proposito, come ti chiami? — La voce che veniva dalla figura coperta di polvere suonava roca e potente; l’accento, con grande sorpresa di Jake, era marcatamente britannico. Conosceva l’inglese britannico solo dai film, ma era certissimo di non sbagliarsi.

— Mi chiamo Jake Rezner, signore, e lavoro per il Corpo Civile di Conservazione.

L’altro lo guardò con vaga benevolenza. — Ah, capisco. Vieni dagli anni Trenta.

Jake sbatté le palpebre. — Da dove vengo, signore?

— Dagli anni Trenta. Ah, lascia perdere. Voi siete quelli che tracciano i sentieri e costruiscono i ponti — tagliò corto il vecchio con tono in qualche modo sprezzante.

— Finora di ponti ne abbiamo costruito solo uno — replicò Jake, incapace di pensare a una risposta migliore.

Il vecchio intanto lo guardava con quello che sembrava crescente disprezzo. — E quindi sei venuto qui per stare con noi?

Per poco Jake non scoppiò a ridergli in faccia. — Stare con voi? Veramente non avevo alcuna intenzione di traslocare.

L’altro rise di gusto a questa affermazione, e fu una risata molto cruda. — Se ancora non lo sai dopo essere stato portato fin quassù…

— Se ancora non so cosa?

Invece di rispondergli, il vecchio scosse pietosamente la testa e si rivolse a Camilla continuando a tenere sotto un braccio la scatola del pranzo per bambine.

— E quindi — la rimproverò — non hai ancora detto nulla a questo ragazzo. Immagino sia appena arrivato.

Sorprendendo in qualche modo Jake, Camilla si limitò a restare immobile con le braccia abbassate e i piccoli pugni stretti lungo i fianchi. Senza guardare direttamente nessuno dei due uomini, la ragazza annuì energicamente come se non riuscisse più a parlare.

Rivolgendosi nuovamente al vecchio Tyrrel, cercando di apparire conciliante in modo che non si rendesse necessario prenderlo a pugni, Jake disse: — Non vi preoccupate: io non resterò.

— Non sono affatto preoccupato — ribatté l’altro, più irritato che mai da quel tono tollerante. E poi, guardando il giovane da sotto le folte, polverose sopracciglia: — Purtroppo invece tu resterai — affermò. Era un dato di fatto, non un’offerta di ospitalità. — Su questo ormai non puoi più scegliere. Quello che dobbiamo vedere adesso è se sei un buon lavoratore oppure no.

— Le ho detto che non ho alcuna intenzione di… lavoratore? — Il tono di Jake mutò d’improvviso. Sembrava quasi che il vecchio stesse per offrirgli un lavoro.

Ancora una volta il vecchio emise la sua cruda risatina. — Ho detto lavoratore, proprio così. C’è un sacco di lavoro da fare qui, lavori importanti, alcuni troppo pesanti per una ragazza… o almeno per questa ragazza. Io non ho tempo per farli: sono troppo occupato — spiegò, squadrando Jake dalla testa ai piedi. — Un giovane forte che sa costruire i ponti mi tornerà molto utile. Ti insegnerò a trovare le rocce che mi servono, a lavorarle e a trasportarle con la dovuta attenzione.

La prospettiva di un vero lavoro cambiava tutto, naturalmente. Come chiunque altro nel Ccc, Jake avrebbe smesso immediatamente di fare qualunque cosa stesse facendo pur di lavorare. Se vi fossero stati dei posti di lavoro invece della depressione economica nessuno di loro avrebbe vissuto in tenda, spaccando pietre e tracciando piste per un progetto di lavoro governativo a mille miglia dalle loro case e a cento dalla prima città civile. E, grazie a Dio, il Ccc non era come l’esercito: se uno trovava di meglio, poteva togliersi la divisa, posare gli attrezzi e andarsene senza finire in galera.

— Sono un buon lavoratore — disse Jake dopo una pausa. La sua voce aveva ora toni diversi, seri e rispettosi. Tuttavia, visto che lo zio Sam garantiva comunque vitto e alloggio poteva permettersi di tirare un po’ sul prezzo. — Che lavoro dovrei fare, e quant’è la paga?

Il suo interlocutore guardò dapprima lui e poi Camilla, si soffermò su di lei e poi ripeté la sua cruda risatina. In qualche modo Jake non riuscì a conciliarla con la sua voce tanto britannica. — Vuoi anche una paga?

Jake sentì il suo volto avvampare. — Certo che voglio una paga! Crede forse che lavorerò gratis?

— Oh, non lavori gratis? E anche se ti pagassi, dove credi di poter spendere i soldi?

Convinto che il vecchio volesse solo scherzare, Jake scosse la testa e scoppiò a sua volta in una nervosa risata. — Be’, immagino che dopo esser stato qui per un po’ mi verrà voglia di tornare in città.

— Non è questione di “dopo”, mio giovane amico. Tu sei qui e qui resterai, a meno che io decida che non valga la pena tenerti.

— A meno che… ma che razza di discorso è questo?

Edgar Tyrrel cercò di calmarlo con puerili esortazioni, come con un bambino, e con sciocchi gesti della mano. — Vuoi una paga? E va bene. Ti darò cinque dollari al giorno, che ne dici?

Jake si calmò immediatamente. — Cinque dollari al giorno? Va benissimo!

— E un giorno, prima della tua morte, potrei anche decidere di lasciarti andare. Ma ti avviso che non sarà facile, perché saprai cosa succede qui — aggiunse il vecchio scultore, guardandolo con braccia conserte e occhio giudice.

— Le ho già detto che va bene. Cosa intende dire per lasciarmi andare? Crede forse di prendere uno schiavo?

Nessuna risposta.

Gli occhi di Jake cercarono quelli del vecchio, restandovi incatenati per qualche secondo. Era uno sguardo sicuro di sé quello che ottenne in risposta, e se non fosse stato dieci centimetri più alto e quarant’anni più giovane forse avrebbe avuto paura. Ma certo, il vecchio era pazzo. Inutile stare a sentire le sue chiacchiere. Peccato. Cinque dollari al giorno erano un’ottima paga, ma cercare di lavorare per uno completamente partito era una pura perdita di tempo. Nulla da fare lì. Nessuna meraviglia che Camilla volesse andarsene.

Jake sospirò e si raddrizzò un poco. Poi guardò Camilla provando pietà per lei. Ma lei sfuggì il suo sguardo. Era spaventata, certo, e neppure questo lo sorprese.

Lui disse: — Me ne vado. Perché non vieni con me, Camilla? Questa è la tua occasione.

Lei parve incredibilmente intimidita. Stava in piedi nell’ombra, immobile, e teneva il cappello avanti a sé girandolo e rigirandolo con entrambe le mani. Quanto finalmente parlò, lo fece con voce davvero sottile: — Jake, io… mi spiace, ma non è possibile andarsene. Devi credermi.

— E perché non è possibile?

Nessuna risposta. — Aspettate e lo vedremo! — esclamò quindi Jake in tono di sfida. — Vieni con me, Camilla. È meglio!

Solo dopo pensò alle complicazioni che poteva portargli quella ragazza. Intanto non potevano andare da nessuna parte se non al campo, e Jake non riusciva a immaginare cosa avrebbe potuto accadere al campo se si fosse fatto vivo l’indomani con una splendida rossa al seguito, dopo esser stato dichiarato disperso tutta la notte. Oh, certo poteva anche trattarsi di un’esperienza interessante, tuttavia le prospettive non erano rosee. Lei non poteva dormire al campo con lui, ma in ogni caso lo avrebbero probabilmente buttato fuori dal Corpo con disonore e lui non aveva lavoro. Ma in quel momento doveva salvare Camilla, portarla via da quel diabolico vecchio.

Camilla esitò solo per un attimo. — Andiamo — disse poi, sorprendendo Jake che ormai credeva di averla persa in cambio di un misero tetto e un pasto sicuro. Ma forse il vecchio Tyrrel era troppo andato anche per lei.

Jake guardò Tyrrel per studiare la sua reazione. Non sembrava affatto il caso di preoccuparsi. La figura coperta di polvere di roccia li osservava con le braccia sempre conserte, in volto un’aria più divertita che arrabbiata. E quindi non sembravano esservi difficoltà in vista. Jake si rilassò un po’. — Mi dica, signor Tyrrel — chiese, indicando le pareti della grotta con un gesto della mano. — Dove ha trovato queste lampade? — Era roba che sembrava uscita da un fumetto di Buck Rogers, e davvero non riusciva a immaginare da dove venisse. Tese l’orecchio in cerca del rumore del generatore, ma tutto ciò che riuscì a sentire fu un vago ronzio a malapena percettibile sopra il costante scrosciare della cascata.

— Da qualche parte negli anni Novanta — fu la risposta. — Adesso non ricordo bene.

— Dove?

Il vecchio Tyrrel non si prese la briga di spiegare. Voltò invece la schiena ai due giovani e si apprestò a dedicare nuovamente la sua attenzione a qualunque cosa stesse facendo prima del loro arrivo. In piedi tra le candide e surreali figure scolpite con pazienza nella nuda roccia, il vecchio scultore afferrò con decisione martello e scalpello e prese a scolpire un nuovo blocco. Rivolgendosi a Jake con voce più rassegnata che ansiosa, Camilla disse: — Sono pronta. Andiamo?

Tyrrel si voltò per guardarli entrambi da sopra la spalla. — Prendete la doppietta — suggerì. — Non si sa mai.

Affatto certo di aver capito bene, Jake lanciò al vecchio un’occhiata interrogativa.

Camilla invece annuì e si voltò, uscendo dalla grotta per dirigersi verso la casa, entrare e uscirne meno di un minuto dopo con una doppietta e nient’altro. La teneva appoggiata alla spalla in modo quantomai casuale, come se fosse abituata a portarsela in giro.

— Andiamo — disse a Jake. Ma lo disse come se non avesse la minima intenzione di abbandonare il vecchio, come se si aspettasse di tornare dopo dieci minuti.

Jake guardò lei, il fucile e Tyrrel. Il vecchio scultore pareva totalmente immerso nel suo lavoro e ignorava la giovane coppia.

Guardando colei che ormai poteva ben considerare la sua ragazza, Jake annuì e si mosse.

Qualche attimo più tardi Jake, con Camilla silenziosamente dietro, iniziò a scendere il piccolo sentiero che si snodava lungo le pareti del canyon costeggiando quel torrente non segnato sulle mappe. Alle loro spalle, sempre più lontano, il ritmico martellare degli strumenti di Tyrrel sulla roccia sembrò quasi dar loro l’addio. Stava completamente ignorando la loro partenza. Meglio così.

Cento metri più a valle, Jake, perplesso e insoddisfatto, si fermò voltandosi verso la sua compagna. — Perché ti ha consigliato di prendere il fucile?

Anche Camilla si fermò — Per difenderci.

— Contro che cosa? Nel Grand Canyon non ci sono animali pericolosi per l’uomo tranne i serpenti a sonagli, e per quelli il fucile non serve a molto. I puma invece girano al largo, almeno quasi sempre.

Lei non rispose.

— Non servirà a difenderti da me, spero…

— Oh Jake, no! Non lo userei mai contro di te, o contro chiunque altro.

Jake sospirò, si voltò e riprese la sua marcia. Avanzando a fatica tra le ombre ormai profonde del ripido sentiero, scendendo ogni tanto qualche scalino naturale tra le rocce, cercò di pensare a come lui e Camilla avrebbero passato la notte sotto le stelle, senza letto né coperta. La prospettiva lo fece sorridere: in due avrebbero trascorso quella notte molto meglio di quanto potevano mai sperare di trascorrerla da soli. Poi l’indomani avrebbero pensato a cosa fare.

Avevano disceso le ripide pareti del canyon per circa un miglio, con Camilla sempre in silenzio dietro di lui. Finalmente arrivarono al luogo dove si erano incontrati quella mattina. E subito dopo, Jake Rezner constatò con immensa sorpresa che né il sentiero né il canyon sembravano più gli stessi: una vera assurdità, visto e considerato che si era arrampicato su per quelle rocce poche ore prima. Si chiese brevemente se avessero sbagliato strada, ma quella spiegazione suonò ancora più assurda: esisteva un solo canyon secondario che saliva dal Colorado alla casa del vecchio Tyrrel, un solo sentiero a mezza costa da seguire e un solo torrente che lo affiancava scrosciando e borbottando di continuo.

E tuttavia c’era quella sensazione, anzi, quell’ineffabile e persistente certezza che il sentiero fosse diverso. E non solo il sentiero: tutto sembrava cambiato in qualche modo.

Lui comunque decise di continuare a scendere, cercando con l’orecchio la voce delle acque. Ma quel torrente non aveva nulla da dirgli, proprio nulla.

Cinque minuti dopo il primo palesarsi di quella sensazione, Jake si ritrovò fuori dal canyon laterale, direttamente sulla sponda di un grande fiume turbolento. Esisteva un solo fiume di quelle dimensioni nel raggio di cinquecento miglia, e quindi non ci si poteva sbagliare: quello era il Colorado. Ma allo stesso momento non poteva esserlo. In quel fiume, l’acqua ribolliva per una serie di terribili rapide che cominciavano almeno cento metri più sopra e proseguivano oltre lo sbocco del torrente.

Su entrambe le sponde del fiume, le possenti rupi e le grandi formazioni delle pareti del Grand Canyon torreggiavano su di loro, immote e silenti come sempre.

Immote e silenti, certo, ma non uguali a prima. Solo allora Jake si accorse che c’era qualcosa di sbagliato anche nel canyon. Le pareti, i promontori e persino la forma generale sembravano diversi. Non era… non era profondo a sufficienza, ecco. E sia le rocce che il terreno non erano del colore giusto. Il sole stava tramontando e la luce era cambiata, ma quanto vedeva andava ben oltre qualsiasi illusione ottica immaginabile.

Il giovane uomo si guardò attorno, colmo d’incertezza. — Aspetta un attimo per favore. Questo non può essere…

Camilla teneva ancora il fucile casualmente appoggiato alla spalla, come se possedesse una certa esperienza con le armi. Era ferma in piedi, e lo guardava fisso.

Le parole gli morirono in gola. Per forza. Non c’era modo di esprimere a parole la sua sorpresa per quanto vedevano i suoi occhi. La forma delle creste rocciose era tutta sbagliata, e nonostante fossero alte non lo erano abbastanza. E come aveva fatto a seguire il Colorado dal campo fino a quel punto? Era accaduto quella stessa mattina… e allora come mai la strada del ritorno appariva completamente impraticabile, bloccata da un’altissima rupe che precipitava direttamente nelle acque?

La notte calava rapidamente in fondo al Grand Canyon. Jake ebbe la sensazione che il sole fosse tramontato più velocemente di quanto doveva. Tuttavia, rimaneva ancora abbastanza luce per studiare nuovamente il paesaggio. Non era la luce del tramonto che faceva apparire tutto diverso: il panorama era veramente cambiato. Ma come, come? Stava impazzendo anche lui, per caso?

Di nuovo il suo sguardo cercò Camilla per qualche spiegazione. Ma lei non aveva nulla da dire. I due si guardarono a lungo e in silenzio, Jake incredulo e confuso, Camilla triste e rassegnata come se quel folle cambiamento nel mondo circostante fosse né più né meno ciò che si aspettava.

— Ascolta! E quello che diavolo era? — scattò Jake, guardandosi nervosamente attorno. Un lungo ululato ruppe all’improvviso il silenzio. Veniva da poco lontano. Jake non aveva mai sentito un suono del genere, nonostante i due mesi trascorsi al campo.

— Oh, è solo un animale — lo rassicurò Camilla con la voce apologetica acquisita di recente. Con aria decisa ma niente affatto allarmata imbracciò il fucile, tolse la sicura e prese a scrutare le rocce e i cespugli alla distanza.

Inutile aspettarsi altro da lei, si disse Jake. Un attimo più tardi il giovane prese lentamente a risalire il fiume cercando qualche sistema per superare l’imponente ostacolo costituito dalla rupe che gli sbarrava il passo. Ma in quello strano mondo non c’era traccia della pista seguita per arrivare fin lì. Avanzò per meno di venti metri e poi dovette arrendersi. Solo con un martello e chiodi da scalatore poteva sperare di farcela. Eppure doveva esistere un modo, per tutti i diavoli! Altrimenti lui come aveva fatto a discendere il fiume esattamente per quella via appena poche ore prima?

Possibile che questo sia semplicemente un altro dannatissimo fiume? dovette nuovamente chiedersi. Ma no, non era possibile: i grandi fiumi mica spuntavano dal nulla nei territori semidesertici del West!

Quell’intera faccenda, quella serie di cambiamenti incredibili, non aveva la minima logica e non sarebbe dovuta accadere. Eppure era accaduta. Pertanto…

Pertanto cosa?

A quel punto Jake si sorprese a voler tornare nello stretto canyon laterale. Mosse in quella direzione senza alcun motivo particolare, solo perché era il luogo più familiare di un mondo divenuto totalmente estraneo.

Il torrente, l’unico fattore apparentemente costante tra una moltitudine di particolari sbagliati, continuava a gorgogliare tra le rocce per gettarsi infine nel grande fiume ignoto. Nella mente di Jake le sue voci creavano solo parole sconosciute.

Ora che il sole era pienamente tramontato Camilla, dalla pelle candida come il latte e i fluenti capelli rossi, sembrava stare decisamente meglio, perlomeno al punto da togliersi gli occhiali scuri. Stringeva il fucile con la solita aria casuale e continuava a guardare pazientemente Jake, come se si sentisse dispiaciuta per lui e forse, pensò Jake, responsabile.

Finalmente lui rinunciò, almeno sul momento, a trovare una spiegazione per suo conto. — Che diavolo è successo? Com’è possibile tutto questo?

— Oh, Jake, mi spiace tanto — rispose lei con voce calma ma più alta di prima. — Non so spiegarlo neppure io. Vorrei, ma…

Vi fu un improvviso trambusto dietro Jake, una serie di secchi rumori tra le rocce e i cespugli rinsecchiti a pochi metri da loro. Jake si alzò di scatto e si voltò per osservare un enorme orso dal mantello tigrato muoversi tra la vegetazione. Era grande come una mucca, e aveva una bocca che sembrava capace di ingoiare un cane per intero. Strisce nere attraversavano dal muso alla coda un lungo corpo marrone; una passava proprio in mezzo agli occhi. Le zanne, lunghe e fameliche, sembravano decisamente troppo grandi per appartenere a qualsiasi animale Jake avesse mai visto dal vivo o in fotografia. Con la bocca rosso sangue spalancata e ruggente, la belva avanzò trotterellando verso di loro non veloce, ma assolutamente non intimorita.

Camilla borbottò qualcosa, alzando allo stesso momento il fucile e muovendo un passo sulla destra per togliere Jake dalla linea di tiro. Un attimo più tardi la doppietta fece fuoco due volte in rapida successione.

Jake vide, o pensò di vedere, candidi frammenti d’ossa, pezzi di carne e pelo e molle materia cerebrale schizzare da tutte le parti. Il mostruoso animale si accasciò al suolo rotolando scompostamente tra i cespugli rinsecchiti, contorcendosi e rialzandosi tra ruggiti di dolore per poi cadere nuovamente. Camilla aprì freneticamente la doppietta e vi inserì altre due grosse cartucce per un terzo e quarto colpo, ma non sparò. Jake, frettolosamente spostatosi vicino a lei per lasciarle tutto lo spazio necessario, attese qualche istante e poi si avvicinò con molta cautela alla belva ormai morente.

La guardò a lungo, incredulo come non mai. L’orso, poiché non sapeva come altro chiamarlo, era senza dubbio morto stecchito, la sua strana testa quasi staccata dal corpo e ridotta a una poltiglia sanguinolenta da cui sporgevano i frammenti della scatola cranica. Due colpi, due centri: ma che razza di pallottole erano mai quelle? Pallettoni, forse, o una scarica di chiodi e polvere da sparo. Intanto, le zampe della bestia continuavano a contrarsi.

Jake mosse ancora un paio di passi incerti verso il corpo della belva, poi si voltò verso Camilla. — Che diavolo…

— Io li chiamo orsi del canyon. Non so che animali siano, neppure io li avevo mai visti prima. Fuori non esistono, lo so, ma qui ce ne sono parecchi. Sono molto pericolosi: attaccano l’uomo senza pensarci due volte. Tuttavia hanno imparato a star lontano dalla casa: non so come, ma Edgar riesce a mandarli via. La maggior parte non sono così grandi, ma alcuni sono veramente giganteschi. Edgar dice che si possono uccidere senza conseguenze, se proprio si deve: ecco perché mi ha consigliato di prendere il fucile.

— Non ho mai visto nulla del genere! Che orso mostruoso! — esclamò Jake, voltandosi nuovamente verso quel nuovo e terribile prodigio per un’altra conferma a ciò che i suoi occhi avevano già visto. In silenzio, Camilla attese pazientemente che lui se ne riempisse lo sguardo.

Per un periodo che Jake non riuscì a calcolare i due giovani rimasero lì, immobili e silenziosi. Poi, sempre in silenzio come per una sorta di tacito accordo, Camilla si rimise il fucile in spalla e i due iniziarono a risalire il canyon. Stavolta fu lei a guidarlo.

La notte calò con sorprendente rapidità, nere tenebre che sembrarono traboccare dai profondi crepacci sempre in ombra e dalle gole che marcavano le pareti del Grand Canyon. Alzando la testa, Jake contemplò il cielo sopra di loro. Le stelle stavano comparendo più velocemente di quanto uno potesse contarle, ma quando l’oscurità fu totale e Jake cercò le stelle che da sempre conosceva non ne trovò neppure una. E la stella polare, che fin da ragazzo riusciva a localizzare con certezza sia in estate che in inverno, non brillava da nessuna parte.

Per un attimo le gambe sembrarono cedergli. Fermandosi, chiamò la sua compagna e disse: — Camilla, dove siamo? Cosa sta succedendo?

— Povero Jake — fece lei, passando il fucile nell’altra mano e voltandosi per accarezzargli i capelli. — Capisco la tua angoscia, ma non so spiegartelo. L’unica cosa che posso dirti è che di tempo ce n’è fin troppo, qui in fondo al canyon. Vedi, in questo che noi chiamiamo il Canyon Profondo i giorni e gli anni si mischiano tra loro in un unico amalgama. Edgar riesce in qualche modo a uscire dove vuole, ma la maggior parte della gente non può. Ecco, tu sei riuscito a trovare il modo di entrare, con un po’ di aiuto naturalmente, ma adesso non riesci più a uscire. Edgar aveva ragione. Neppure io sono mai riuscita a uscire.

Jake emise allora un suono inarticolato.

— A meno che… — aggiunse lei, tacendo.

A Jake sembrò che finalmente lei stesse facendo del suo meglio per raccontargli la cruda verità e volesse accertarsi di essere ben compresa. — Non ce la faremo mai a uscire di qui, a meno che Edgar muoia o decida di lasciarci andare. E ti dico fin da adesso che non ha nessuna intenzione di fare l’una o l’altra cosa.

Camilla volse lentamente lo sguardo dietro di lei, su per il Canyon Profondo in direzione della casa e della grotta. Poi aggiunse con un sussurro: — A meno che, adesso che siamo in due, non troviamo il modo di obbligarlo.

4

Fermo in piedi nell’ingresso di casa Tyrrel, la porta chiusa alle sue spalle, Joe Keogh domandò all’anziana donna: — Ha detto di aver appena sentito la voce di sua nipote, signora Tyrrel?

Lei annuì. — Ma certo! — ribatté con aperto tono di sfida, pronta ad affrontare il generale scetticismo.

— Tuttavia non l’ha vista.

— No. Ma l’ho sentita, sa? Come in sogno… solo che ero sveglia!

Joe annuì e tacque; Brainard, in piedi dietro la vecchia zia, sorrise con fare imbarazzato. Nell’occhiata che lanciò subito dopo al gruppo di persone ferme nell’ingresso di legno e pietra, Maria credette di vedere una malcelata ostilità mista al sollievo per l’estemporanea uscita dell’anziana, ricca parente.

Tuttavia, Joe aveva le sue idee a riguardo. Guardandosi tranquillamente attorno, chiese: — In che stanza si trovava, signora Tyrrel, quando ha sentito la voce di Cathy?

— In camera da letto. Volevo provare a riposare un poco. Spero che i suoi colleghi siano tutti molto esperti, signor Keogh! — affermò Sarah Tyrrel, decidendo evidentemente di cambiare argomento.

— Sì, signora, può starne certa. — Anche a Joe non dispiaceva parlare d’altro.

Durante le presentazioni il gruppo si spostò in soggiorno. Maria notò che, per qualche motivo, Brainard lanciava frequenti e nervose occhiate alle finestre.

Seguendo il suo sguardo, Maria notò che il cielo stesso là fuori sembrava composto di cristalli di ghiaccio vagamente luminescenti per le ultime luci del giorno. La temperatura in quella casa era abbastanza fredda da giustificare un pesante maglione: la sola fonte di calore, perlomeno in quella stanza, era un fuocherello che ardeva piano piano nel camino accanto all’ingresso.

— Avete pronto qualche piano per ritrovare mia figlia? — chiese a sorpresa Brainard a Joe.

— Be’, qualche idea l’abbiamo, avvocato Brainard, ma nulla di definitivo. Non ancora.

Brainard scosse la testa e sembrò intenzionato a chiedere altro, ma la vera cliente non era tipo da ammettere intrusioni. Bruscamente Sarah Tyrrel li interruppe, invitando Joe in un’altra stanza per un colloquio a quattr’occhi. Maria ebbe l’impressione che la vecchia signora e suo nipote fossero ai ferri corti su quella e su molte altre faccende. In effetti il disaccordo aveva tutta l’aria di essere cronico, anche se pareva chiaro che Brainard non osasse quasi mai contrastare apertamente le scelte di sua zia.

Joe attese qualche istante prima di seguire la cliente in un’altra stanza. — Perché voi tre non aspettate fuori? Potreste dare un’occhiata ai dintorni ora che ne avete la possibilità — disse ai suoi colleghi.

Come seguendo un impulso, la signora Tyrrel intervenne parlando a Maria. — Lei no, mia cara. Lei stia lì seduta. Fa freddo fuori, sa? — L’asciutta espressione dell’anziana signora si addolcì parlando con lei.

La giovane detective guardò il suo capo, che annuì. John e Bill annuirono a loro volta mentre uscivano dalla casa, al freddo.

— Lei parla spagnolo, mia cara? — chiese la vecchia Sarah non appena la porta si chiuse. — Anch’io parlavo quell’adorabile lingua molti anni fa. Ma adesso…

Maria decise che quello non era il momento migliore per mettere alla prova le capacità della cliente, per cui cercò di disimpegnarsi borbottando qualche scusa.

Con un vago e distratto sorriso, la signora Tyrrel si voltò. — Bene. Venga allora, signor Keogh.

— Certamente — replicò Joe seguendo la cliente in una stanza attigua. Maria riuscì a intravedere la luce giallastra di una lampada da tavolo e una serie di scaffali pieni di libri. Poi la vecchia Sarah chiuse la porta.

L’ingresso a livello della strada pedonale che costeggiava il canyon dava ovviamente sul piano più alto della casa. Il poco che Maria aveva visto dell’interno si adattava perfettamente al luogo in cui sorgeva. Le pareti di tronchi d’albero e il camino di pietra mostravano un gran numero di trofei, fossili e manufatti indiani oltre ad alcune piccole sculture. Nell’ampio salotto le uniche due lampade da tavolo emanavano una luce tanto soffusa da permettere ai bagliori del fuoco di esprimere tutto il loro calore. In altre circostanze, pensò Maria, avrebbe trovato quel posto decisamente piacevole.

Purtroppo in quella circostanza si trovava sola con Brainard, che la teneva sospettosamente d’occhio, come se temesse di avere in salotto una ladra pronta a intascare ciò che poteva al primo attimo di disattenzione.

Per niente turbata da quella che considerava villania pura e semplice, Maria avrebbe dato molto volentieri una sistemata al signore ma, nell’interesse supremo degli affari, decise di lasciar perdere. Si alzò invece dal divano per ingannare l’attesa dando diplomaticamente un’occhiata al peculiare arredamento della stanza, naturalmente senza toccare nulla. Non le ci volle molto prima di accorgersi che molti pezzi di quell’arredamento erano decisamente interessanti. Le sculture che aveva distrattamente guardato prima, piccoli animali bene allineati su lucidi scaffali di legno, le ricordavano qualcosa di molto simile visto da qualche parte… oh, ma certo! Nella vetrina del negozio di souvenir dell’El Tovar.

Voltandosi verso Brainard gli disse, indicando le sculture da una distanza sicura: — Questi devono essere di Tyrrel.

Lui parve in qualche modo ammansito. — Infatti. Oh, naturalmente sono solo riproduzioni. La compagnia assicuratrice non ci lascerebbe mai tenere qui qualche originale. Questa casa resta vuota per la maggior parte dell’anno.

— Ne ho viste anche all’El Tovar. Fanno la parte del leone nei negozi di souvenir.

Brainard annuì, la mente che già vagava altrove. Con aria assente s’accese una sigaretta, senza offrirne una a Maria, né chiederle se il fumo la infastidiva. Be’, era a casa sua… in ogni caso più sua che di Maria.

Dal canto suo la giovane detective non chiese alcun permesso per prendere in mano una delle sculture, una sorta di animale tipo castoro che sedeva invitante sulle zampe posteriori in mezzo a un tavolino. Qualcosa l’attrasse magneticamente verso di essa; prendendola tra le mani, scoprì che vi stava alla perfezione.

Brainard non fece commenti. Forse non la vide neppure. La sua attenzione era tornata alle finestre, perdendosi nel sibilo del vento. E così quel piccolo, grigio oggetto che sembrava tanto vivo agli occhi e al tatto era soltanto una riproduzione…

Nella stanza accanto, la signora Tyrrel chiuse la porta per poi girarsi verso Joe e chiedergli, con tono in qualche modo concitato: — Signor Keogh, mi è stato riferito da fonte attendibile che lei ha una considerevole esperienza nell’indagare su… come dire? Su faccende che sfuggono alla normale comprensione. E vero?

Joe, che amava andare subito al sodo, la guardò con attenzione.

— Chi è questa fonte attendibile, signora?

— Qualcuno da lei aiutato in passato. Ha qualche importanza?

— Potrebbe averne. Comunque, per rispondere in modo chiaro alla sua domanda le dirò che sì, nel corso degli ultimi anni ho lavorato su diversi casi legati in qualche modo al paranormale — ammise Keogh, il volto duro da sbirro di Chicago vagamente contratto — e sono convinto che, al di là delle chiacchiere, esista davvero un mondo più profondo e segreto del nostro. E io sono uno dei “visionali” che talvolta vi entra in contatto.

L’anziana donna lo squadrò per qualche istante; poi sedette, rassicurata. — Lei suona convincente, signor Keogh. La prego, si accomodi.

Joe prese una sedia, poi disse: — Torniamo indietro di dieci minuti, quando ha detto di aver sentito la voce di sua nipote Cathy. Può dirmi da dove veniva?

Il sorriso dell’anziana zia Sarah fu quasi imbarazzato. — Oh, su questa storia potrei anche essermi sbagliata.

— Davvero?

— Signor Keogh, lei mi ha parlato onestamente e io voglio ritornarle la cortesia. Il punto non è tanto la voce: è che io sono certa della sua vicinanza. Ecco perché l’ho detto. In realtà non ho sentito alcuna voce. Tuttavia lei deve credermi: Cathy è qui, qui nel canyon. Solo che è impossibile trovarla con i normali sistemi di ricerca.

— Dov’è allora? E come possiamo raggiungerla, secondo lei?

— Sono domande a cui è difficile rispondere. Posso dirle ciò che so, ma ci vorrà del tempo. Non può per adesso limitarsi ad accettare il fatto che si trova qui vicino?

Joe ci pensò sopra, poi rispose piano: — E va bene. Diciamo che lei ha delle ottime ragioni per credere che la ragazza si trovi qui nel canyon. Viene trattenuta contro la sua volontà?

La candida testa della signora Tyrrel annuì solennemente. — Temo proprio di sì. Signor Keogh, lei deve trovarla e riportarmela sana e salva. Ho visto tanta di quella polizia negli ultimi giorni! Sono molto gentili, ma non hanno la minima possibilità di ritrovarla, per non parlare di riportarla indietro! Io credo, voglio credere, che lei possa riuscirci.

— Voglio crederlo anch’io, signora. Tuttavia si direbbe che il padre di Cathy non confidi molto in noi.

L’anziana donna sospirò debolmente. — A modo suo mio nipote ama molto la figlia adottiva. È ha davvero paura che le venga fatto del male. No, Gerald teme ben altro in questo momento.

— E cioè?

— Signor Keogh, ora stiamo divagando — annunciò categorica Sarah Tyrrel, ruminando qualche istante le sue prossime parole. — Conosce qualcosa del mio defunto marito?

Joe si prese qualche attimo di tempo, poi ribatté: — Defunto, signora?

L’anziana donna aveva guardato Joe tutto il tempo, in volto un misto di speranza e diffidenza. Ma a, quelle parole spalancò gli occhi, lanciandogli un’occhiata intensa quanto attonita. Il silenzio si protrasse per qualche istante, durante i quali l’unica voce fu quella del vento che ululava nei molti camini della casa. Finalmente, con occhi lucidi, la signora Tyrrel disse: — Allora lei sa! Lei capisce!

Joe annuì piano. — Sì, signora, conosco i nosferatu. E so qualcosa del modo in cui agiscono. E so che suo marito è vivo quanto lei e che è uno di loro.

Gli occhi acuti dell’anziana donna si chiusero brevemente. — Grazie, Signore onnipotente, grazie per avermi mandato qualcuno che sa, un uomo che conosce le vie dei non-morti — disse, per poi riaprire lentamente gli occhi. — Per più di cinquant’anni non ho potuto parlarne con nessuno.

Quasi scherzando, Joe commentò: — Si divertono molto per questa definizione, lo sa? Non-morti. — E poi, guardando fuori dalla finestra nelle gelide tenebre aggiunse: — Il sole è tramontato, signora Tyrrel. Crede che suo marito verrà a visitare questa casa stanotte?

Lei scosse la testa. — Non ho idea di quante volte venga qui ad aggirarsi per la casa e a lavorare nel suo vecchio studio; tuttavia dubito molto che si faccia vivo quando ci sono io. Da molti anni ormai non vedo Edgar, e credo che neppure lui voglia vedermi. Temo comunque che sia coinvolto nella scomparsa di Cathy.

— Perché pensa questo?

Sarah Tyrrel si accomodò meglio lo scialle prima di rispondere.

— Conosco mio marito, signor Keogh. Lui è vicino a noi proprio in questo momento, come Cathy del resto, e io devo avvertirla che è molto, molto pericoloso. D’altro canto, se lei è davvero preparato come credo, saprà anche che i vampiri sono dotati di poteri sorprendenti. Tuttavia, mi consenta di dirle che Edgar è speciale anche per loro.

— Non ho difficoltà a crederlo, signora.

— Davvero? Allora si sente pronto a combatterlo? — ribatté Sarah Tyrrel, e visto che Joe si dimostrò lento a rispondere lei domandò con insistenza: — Lei è un semplice essere umano, un comune mortale come me. Mi dica allora, su che aiuto pensa di contare oltre a quello dei poveri giovani innocenti che ha portato con sé? Con quali poteri pensa di ridurlo alla ragione?

Joe non rispose direttamente. — Prima, signora Tyrrel, deve dirmi di più su suo marito. Quando l’ha visto per l’ultima volta?

— Signor Keogh, sarà più di mezzo secolo che non vedo e non sento mio marito — affermò Sarah, guardando in alto le travi esposte che reggevano il tetto. — L’ultima volta è stata quando vivevo qui con lui… o in un’altra casa qui vicino.

— Vi siete divisi cinquant’anni fa. E da allora non ha più cercato di contattarlo?

— Nossignore. Noi ci siamo divisi in condizioni di amara recriminazione.

— E lui non ha mai cercato di contattarla?

— Mio marito è un vampiro, signor Keogh.

— Sì, questo è assodato ormai, ma…

— E allora se è assodato deve sapere che non vi è posto al mondo in cui potrei sfuggirgli, se davvero volesse trovarmi. Pertanto non ha mai cercato di contattarmi.

Joe scosse la testa. — Signora, grazie a Dio i vampiri non hanno tutti i poteri loro attribuiti dalla letteratura classica. Anzi direi che sotto molti aspetti sono simili a noi, soprattutto nei limiti e nelle ambizioni. Adesso mi racconti per filo e per segno il suo ultimo contatto con Cathy.

Di nuovo la vecchia Sarah Tyrrel sospirò. — Oh, si tratta di una semplice cartolina che mi ha inviato mentre era qui con i suoi amici. Una normalissima cartolina, spedita il giorno prima che sparisse. Non vi era nulla in ciò che scriveva, non il minimo accenno alla volontà di andarsene volontariamente.

— Lei dov’era il giorno della sparizione?

— All’ospedale, a Boston. Solo ultimamente mi sono rimessa al punto da venire qui e iniziare a cercare mia nipote. Il fatto è che nessuno di quelli che l’ha cercata prima aveva la minima idea di cosa fare.

Joe annuì, per poi affermare: — Mi è stato riferito che Cathy e i suoi amici stavano in un albergo, non in questa casa.

— Sì, è vero. Gerald dorme qui di tanto in tanto, quando viene al parco per affari che riguardano le proprietà di mio marito. Naturalmente Edgar è stato dichiarato legalmente morto già da tempo.

— Capisco… o forse non troppo. Che tipo di affari porta qui suo nipote?

Sarah Tyrrel scelse con cura le parole adatte. — Negli ambienti artistici si rumoreggia, e molti lo danno per scontato, che Gerald e io abbiamo nascosto un gran numero di sculture originali di mio marito, lavori eseguiti decenni fa, per venderne una o due all’anno al miglior offerente. Le opinioni però a questo punto si dividono: per alcuni la stanza del tesoro si trova qui, nelle vicinanze di questa casa; per altri sarebbe altrove e le visite di mio nipote servirebbero solo a sviare l’attenzione.

— E invece?

— Invece Gerald viene qui per incontrare Edgar — spiegò seccamente l’anziana donna, guardando Joe con aria di sfida come se temesse un rigurgito d’incredulità.

Ma Joe si limitò ad annuire. — Gerald viene qui per incontrare Edgar. Continui, la prego.

Sarah sembrò in qualche modo rilassarsi. — In genere nel corso dell’incontro Gerald riceve da Edgar una o due nuove sculture, ma deve parlare con Gerald se vuole conoscere nei dettagli i loro accordi. Certo Gerald può negare tutto e affermare che si tratta di pure fantasie, insistendo sul fatto che Edgar è ufficialmente morto da cinquant’anni.

— Sì, dovrò parlargli. A suo nipote, intendo.

Un ceppo scoppiettò nel camino. Joe cercò di non sobbalzare al secco rumore. Ne sapeva troppe sui nosferatu per sentirsi tranquillo quando c’era di mezzo uno di loro.

— Parliamo brevemente di qualcos’altro, signora Tyrrel.

— Mi dica.

— Quali sono le condizioni del suo testamento?

— Non c’è alcun segreto riguardo a questo. Il grosso delle mie sostanze andrà a mia nipote Cathy.

— Non a suo padre.

— No. Gerald non è persona responsabile quando si parla di soldi. E poi io voglio molto bene alla ragazza.

— Capisco. E se Cathy morisse, o dovesse venire dichiarata morta, prima dell’apertura del testamento?

— Al momento Gerald erediterebbe tutto, ma… signor Keogh, sto seriamente pensando di cambiare questa clausola.

— Davvero? E Gerald lo sa?

— Probabilmente lo sospetta. Signor Keogh, mio nipote non è un uomo malvagio e non posso immaginare che abbia architettato qualcosa a danno della figlia anche se, come le ho menzionato, è una figlia adottiva. Tuttavia Gerald è sotto forte pressione in questo momento. Lei e i suoi aiutanti non potete fare la guardia alla casa stanotte?

— Cosa? Signora Tyrrel, se suo marito dovesse decidere di farle visita stanotte non potrei impedirglielo in alcun modo. Non stanotte, comunque. Mi capisce?

Lei scosse la testa con impazienza. — Sì, capisco. Ma la gente che Gerald teme sono creature molto più normali del mio Edgar. Credo che mio nipote si sentirà decisamente meglio se farete la guardia alla casa.

— Certo, in tal caso non ci sono problemi. Di chi ha paura suo nipote?

— Non mi ha spiegato esattamente, ma credo sia una storia di debiti di gioco.

— Capisco.

— Bene, allora sistemi i suoi uomini in modo che tutto sia sotto controllo. Cominciamo col risolvere questi piccoli problemi, poi io e lei approfondiremo la nostra chiacchierata su mio marito e la piccola Cathy.

— Subito signora — fece Joe, alzandosi per tornare in salotto dove, con un cenno del capo, fece capire a Maria che ora toccava a lei prendersi cura dell’anziana quanto singolare cliente.

Brainard stava in piedi sul lato opposto del salotto, intento a masticare distrattamente un sigaro spento.

Avvicinandosi, Joe gli disse: — Vuole guidarmi in giro per la casa? Sua zia ci ha chiesto sorveglianza per stanotte.

Il legnoso avvocato si rilassò visibilmente. — Ma certo — replicò. — Mi segua.

La casa era davvero speciale, in parte a causa della sua posizione oltre il ciglio del canyon, in parte per assecondare il capriccio del suo costruttore. Lo stile tipico del West si mischiava in molti particolari a uno stile assolutamente fantasioso. Due camere da letto occupavano quasi tutto il livello intermedio. I due piani superiori avevano le pareti di tronchi d’albero, mentre delle scale interne molto ripide univano tutti e tre i piani. Il piano terreno, costruito in pietra, poggiava parzialmente su una sporgenza rocciosa pochi metri sotto il ciglio. Qui Joe e la sua guida si ritrovarono a guardare una stanza molto ampia con le grandi finestre rivolte a settentrione, che Brainard gli spiegò esser stato lo studio di Tyrrel.

Tornati nella parte centrale della casa, Brainard spostò col piede una stuoia indiana rivelando una botola. Sotto, in uno spazio tenebroso alquanto esteso, Joe intravide dei grossi pali di legno su cui poggiava una metà della casa. Fissata a una di quelle colonne di legno, una scala a pioli scendeva per cinque, sei metri verso le rocce sottostanti dalle quali poi partiva un piccolo sentiero a malapena visibile.

— È fin troppo facile per qualcuno salire dal sentiero e dar fuoco alla casa — mormorò Brainard.

— Metterò un uomo di guardia — lo rassicurò Joe. — Non si preoccupi.

Cinque minuti dopo Joe aveva già disposto i suoi aiutanti. John Southerland doveva tener d’occhio chi arrivava dalla tranquilla e civile passeggiata turistica che costeggiava il ciglio del canyon. Ritenendo che la diplomazia contasse quanto l’agilità per controllare chiunque avvicinasse la casa apertamente, Joe la fece sorvegliare dal suo più esperto e fidato collaboratore. Dal canto suo, John si sistemò in un posto strategicamente perfetto. Nascosto nell’ombra poteva osservare chiunque passasse alla luce dei piccoli lampioni.

Joe invece scese con Bill a sorvegliare il sentiero sotto la casa. — Vediamo un po’ — disse Joe a bassa voce. — Le ore più pericolose sono quelle che seguono il tramonto…

— E perché? — chiese Bill con interesse.

Joe ignorò la domanda. — Di conseguenza, per un paio d’ore resteremo qui insieme, lei da quella parte del sentiero e io da questa.

Sempre sottovoce, Bill disse a Joe che sarebbe stato meglio esplorare i dintorni della casa alla luce del giorno. Ma purtroppo era mancato il tempo.

Questo però non riguardava Joe, che era in qualche modo riuscito a dare un’occhiata in giro quel pomeriggio. Ora fece quello che poté per descrivere i dintorni a Bill.

— Come può immaginare c’è molta strada per arrivare giù al fiume, ed è estremamente ripida. Il sentiero è tutto curve, e in alcuni punti costeggia dei veri e propri baratri.

— Non ho difficoltà a crederlo — commentò Bill. Il poco che poteva vedere del terreno circostante gli suggeriva fortemente che si trovavano su una sorta di piccola gobba rocciosa.

Nessuno dei due aveva ancora usato la torcia. Sembrava inutile, visti i fitti banchi di nebbia che lentamente muovevano lungo il crinale del canyon celandone l’immensità. Il freddo era sempre più intenso, e sembrava voler schiacciare la nebbia nelle nascoste profondità del baratro.

Joe disse: — Io sarò esattamente laggiù, a circa trenta metri. Lo vede quell’arbusto con il lungo ramo che sembra un braccio teso?

— Sì.

— Ha la sua radio?

— Sì.

— La torcia?

— Sì, e anche la macchina fotografica… anche se non ho capito molto bene a cosa serva.

Joe si era appena sistemato al suo posto sul buio crinale sotto la casa, a pochi passi da quel sentiero praticamente inesistente, quando un fruscio lo fece sobbalzare. Ma subito si rilassò. L’uomo chiamato Strangeway si materializzò dal nulla accanto a lui come se fosse composto della stessa materia che componeva le nere tenebre.

Salutandolo, Joe disse: — Se cerca un invito a casa Tyrrel arriva tardi, amico mio. Ma vedrò cosa posso fare.

L’altro scosse la testa e lo guardò dapprima con le braccia conserte, poi a mani giunte dietro la schiena. Tutto nel suo modo di fare lasciava trasparire tensione.

— La mia presenza sulla scena sarebbe stata dirompente, Joseph. E una volta entrato in quella casa avrei lasciato tracce della mia presenza che un eventuale nemico non avrebbe faticato a trovare. Siete stati accolti con cortesia dalla famiglia?

— Umpf. L’accoglienza è stata un misto di molte cose. Ma non chiamerei quei due una famiglia — replicò Joseph, riassumendo brevemente a Strangeway i contenuti del colloquio con Sarah Tyrrel e le sue impressioni sul marito e sul nipote.

Strangeway lo ascoltò con interesse. Poi disse: — In generale debbo concordare con ciò che la signora ha detto del marito. E a quanto mi risulta, la ragazza è ancora viva. Tuttavia non saprei dire dove si trova: forse qui vicino, come dice Sarah Tyrrel. In ogni caso mi sembra palese che venga trattenuta contro la sua volontà.

— Già, sembra anche a me.

— Allora mi crede se affermo che altre persone sono in grave, anche se non immediato pericolo oltre alla ragazza e a…

— E a Brainard, nipote codardo e pieno di debiti? — ridacchiò Joe. — Be’, non ho alcun motivo di pensarlo, ma se lo dice lei ci credo.

— Bene. Joseph, c’è qualcos’altro. Comincio a pensare che… — una pausa — che forse la ricerca di una soluzione deve cominciare in luoghi molto distanti da questo. Già, molto distanti invero.

— Quanto distanti? — chiese Joe sorpreso.

— In Inghilterra.

Joe imprecò nell’oscurità del canyon, poi si rammaricò di nuovo per l’impossibilità di esplorare i dintorni della casa alla luce del giorno. Anche lui si sentiva dannatamente impreparato, dato che l’unica altra volta in cui era stato lì risaliva ad anni e anni prima come semplice turista.

Poi, quasi involontariamente, il suo sguardo tornò a Strangeway. — Che c’entra l’Inghilterra in tutto questo?

— Semplice: è il luogo di nascita di Edgar Tyrrel. Secondo i miei informatori è là che ricomincia ogni fase della sua vita, se capisce cosa intendo. È là che ha emesso il suo primo vagito, credo verso la metà del Diciannovesimo secolo, per poi trarvi l’ultimo respiro trent’anni dopo. Spero di poterle dire qualcosa di più al mio ritorno. Arrivederci, Joseph.

— Cosa? Ehi, aspetti un attimo! Non vorrà mica partire così? — scattò Joe, per tacere subito dopo. In nessun modo poteva proibire qualcosa a Strangeway, ed era meglio non dargli neppure l’impressione che ci stesse provando. — Che… che cosa crede che succederà qui stanotte? — domandò infine, un po’ affannato.

Strangeway rispose con un’alzata di spalle, come se non considerasse affatto la risposta di capitale importanza. — Nulla che non potrete risolvere da voi — disse, per poi aggiungere con un gesto annoiato: — Comunque posso garantirle che nessuno dei due presenti nella casa è un nosferatu. Immagino se ne sia già reso conto.

Joe annuì. — Già, ma si direbbe che il vecchio Tyrrel lo sia, e anche pieno d’odio — affermò, e fischiando silenziosamente tra i denti cercò di valutare le implicazioni di quell’odio. Ma non fu affatto sicuro di riuscire a valutarle tutte.

Il suo compagno annuì. — Tuttavia non credo che abbia intenzione di visitare la casa stanotte. Finora ha deliberatamente evitato il contatto con la moglie. In ogni caso, quando tornerò dall’Inghilterra vedrò di parlarle.

Ma Joe sembrava restio a lasciarlo andare. — Lei crede che la giovane Cathy sia diventata vittima del suo prozio? Un prozio per adozione: una parentela piuttosto vaga.

L’altro emise un sottile sibilo vagamente da rettile. — Temo in effetti che la ragazza sia una vittima. Ma non ho idea per quali circostanze.

— E lui l’avrà… diventerà un vampiro anche lei?

Strangeway scosse la testa. — Quando la troveremo sapremo cosa e com’è diventata. E… Joseph?

— Cosa?

— Sento che, da qualche parte, non lontano da dove ci troviamo, vi è una presenza ancora più interessante dello stesso Edgar Tyrrel, una strana entità che aspetta solo di venire scoperta. In ogni caso i miei istinti mi dicono che questo caso va preso con molta cautela, molta prudenza. La nostra azione dev’essere sottile, Joseph!

E con queste parole Strangeway si voltò per andarsene. Si allontanò meditabondo per qualche metro e poi si fermò, come colpito da un improvviso pensiero. — Joseph — chiamò. — Ricordi: il mio non è un abbandono.

Joe corrugò le sopracciglia. — Non ho mai pensato che lo fosse — replicò pensieroso. — Comunque, lei mi lascia in una dannata ignoranza riguardo a questa storia.

Strangeway sospirò con aria rassegnata. — Purtroppo non posso farci nulla, dato che mi trovo a mia volta in questa condizione. Ma vedrà che non succederà niente qui stanotte, voglio dire niente che sfugga alla normale comprensione umana. Le consiglio di esercitare la massima prudenza e di limitare le sue azioni fino al mio ritorno: se tutto va bene, sarò qui tra un paio di giorni. Nel frattempo non agisca in modo avventato: in particolare le raccomando di non cercare in alcun modo di trovare l’accesso al territorio di quel particolare vampiro. Non che la ritenga tanto imprudente, Joseph, e d’altro canto l’accesso non è certo facile da trovare, tuttavia…

Joe annuì. Poi sbatté più volte gli occhi. Il sentiero davanti a lui era improvvisamente sgombro da qualsiasi presenza, e nulla aveva a che fare quella sparizione con i fluttuanti banchi di nebbia e la nera tenebra del canyon. Ormai aveva visto un nosferatu andare e venire in quel modo tante di quelle volte da non sorprendersi più, ma anche così era sempre un certo shock.

Intanto nella casa, Maria raccontava con sincerità alla signora Tyrrel quanto le piacesse quel luogo, quella casa tanto vecchia, e quanto doveva ritenersi fortunata per avere la possibilità di viverci a piacere.

La vecchia Sarah sorrise con comprensione e ringraziò Maria, ma era evidente che non concordava completamente con lei, anche se ammise che la casa era molto bella. Edgar aveva lavorato molto duramente per costruirla lì.

— Ogni stanza ha il suo camino. Sono l’unico mezzo per scaldarsi. La direzione del parco ha cambiato poche cose. Sono stati loro a costruire il bagno e le tubazioni, qualche decennio fa.

La signora Tyrrel disse poi che la maggior parte dei mobili risaliva agli anni Trenta. Le sedie, il tavolo e le panche avevano un valore notevole, perché Edgar Tyrrel li aveva costruiti con le sue mani.

Uno o due minuti dopo la sparizione del suo straordinario collega, con tutta probabilità già sulla strada per l’Inghilterra con un mezzo di trasporto o l’altro, Joe si spostò con cautela verso il luogo dov’era appostato Bill Burdon per vedere come andava.

— Tutto sotto controllo, capo. L’ho sentita parlare a qualcuno proprio adesso.

— Strangeway. Ma se n’è andato.

Bill scosse la testa, impressionato. — Certo che sa come muoversi in silenzio.

Joe non fece commenti. — Ora torno nella casa. Tra un’ora manderò qualcuno a darle il cambio.

— Okay.

Muovendosi il più possibile in silenzio, Joe risalì il sentiero che conduceva alla casa. Aveva bisogno di altre informazioni, e Bill aveva dato prova fino a quel momento di essere un uomo posato e affidabile.

Quando fu sotto la casa mormorò qualcosa alla radio. Un attimo più tardi raggiunse la scala e guardò in alto, per vedere Maria che apriva la botola. Al piano sopra di lei, una porta socchiusa lasciava filtrare uno spiraglio di luce appena sufficiente a consentirgli di salire in sicurezza.

— Ci sono novità? — le chiese non appena lei ebbe abbassato la botola e tirato il chiavistello.

— Solo che questa casa contiene un migliaio di fossili e un milione di punte di freccia indiane e altre cose. Se uno la guarda da vicino si accorge che è proprio un museo, anche se non credo che qualcuna delle cose lasciate qui abbia qualche valore.

— È tutta roba qui da decenni.

— Joe?

— Che c’è?

Maria si guardò attorno, come per accertarsi che fossero soli. — Riguarda suo cognato.

— Mio cognato? Be’, sentiamo.

— Ho notato che gli mancano entrambi i mignoli.

— Lei è molto osservatrice.

— Be’, naturalmente non sono affari miei, ma mi chiedevo come sia successo.

Joe lanciò alla giovane donna un’occhiata pensierosa quanto aperta. — Un vampiro glieli ha strappati — le disse infine — quando aveva sedici anni.

Le labbra di Maria si curvarono leggermente. — Okay, capo, stavo solo chiedendo. L’avevo detto che non erano affari miei.

— Chieda a John, se non mi crede.

Seguendo una silenziosa Maria al piano di sopra, Joe notò alcuni trofei. Si trattava di teste impagliate di grossa selvaggina, soprattutto cervi e puma, come quelle che adornavano la hall dell’El Tovar.

In una piccola stanza al piano intermedio i due trovarono un’altra profusione di oggetti indiani, ceramiche, punte di freccia e piccole figure intessute in lembi di pelle di daino.

Sarah si unì a loro poco dopo. — Tutto bene, signor Keogh?

— La casa è sorvegliata in tutti i punti, signora Tyrrel.

— Bene. Mio nipote ne sarà sollevato. Ora credo che possiamo parlare un po’ meglio del rapimento della mia piccola Cathy.

— Sì, credo faremmo meglio — replicò Joe appoggiandosi alla parete di tronchi e guardando attentamente l’anziana donna. — Signora Tyrrel, è stata lei a lasciare suo marito o lui ha lasciato lei?

— Sono io che l’ho lasciato — replicò Sarah dopo qualche istante.

— Perché?

— Dovrebbe chiedermi invece perché sono rimasta tanto a lungo con lui.

— E va bene. Perché?

— Perché lo amavo, o almeno credo. Signor Keogh, ha idea di quanto antiche siano le rocce in fondo al canyon?

— No. Nessuna idea.

Maria, che ovviamente non capiva la piega presa dalla conversazione, si limitò ad ascoltare attentamente.

Sarah Tyrrel disse: — Il fondo del canyon offre alcune delle rocce più antiche del mondo, in particolare lo scisto Visnù, vecchio di due miliardi di anni e formatosi dai sedimenti del fondo oceanico. Questo attrasse Edgar fin dall’inizio: qualcosa formatosi innumerevoli eoni prima che vi fosse questo canyon.

— Signora Tyrrel, non crede che stiamo divagando?

— Nient’affatto, signor Keogh. Mi stia a sentire e capirà. Questa faccenda è solo una questione di tempo, e degli sforzi che certe persone fanno per controllarlo. E in questo, devo ammettere, Edgar è molto più avanti della maggior parte degli altri.

Maria guardava attonita la candida figura di Sarah Tyrrel senza più capire una parola.

Sarah continuò. — Laggiù c’è anche una formazione chiamata la Grande Discordanza. Non è uno strato di roccia, ma piuttosto un’assenza di strati che risale a circa mezzo miliardo di anni fa. Tra questi strati mancanti, non so come, Edgar costruì un’altra casa dove io rifiutai di andare a vivere.

Joe annuì, come se avesse capito almeno in parte. — Avete avuto dei figli?

— Non vedo che importanza possa avere.

Joe la guardò sorpreso, poi si arrese. — Nessuna, credo. Semplice curiosità. Ma torniamo a Cathy. Prima lei ha detto che viene trattenuta in un posto qui vicino.

Sarah annuì.

— Dove si trova questo posto, signora Tyrrel?

— Temo proprio, signor Keogh, che dovrà trovarlo per conto suo. È impossibile raccontarle come ci si arriva, e ormai non posso più guidarvi. Sono troppo vecchia; il mio cuore è troppo stanco e le gambe mi dolgono sui sentieri del canyon.

Molte ore dopo il tramonto tutto era tranquillo in casa Tyrrel e nelle sue immediate vicinanze. Maria, seduta in una confortevole poltrona vicino al caminetto di una delle stanze, si ritrovò a dover lottare contro le palpebre sempre più pesanti dopo una giornata faticosa.

Sarah non aveva nulla da obiettare se Maria sedeva in quella sedia. Da là poteva facilmente tener d’occhio attraverso la porta socchiusa l’anziana donna che cercava di prender sonno nella sua camera da letto.

— Vuole che venga in camera con lei, signora Tyrrel?

— Oh, non è necessario mia cara. Non sono io quella in pericolo, sa?

Lottando per non cedere alla sonnolenza, Maria a un certo punto vide, o perlomeno credette di vedere alla tremula luce del camino, una delle imitazioni delle statue di Tyrrel pulsare, muoversi…

Quell’impressione divenne un sogno, un sogno nebbioso in cui l’orrore era ancora troppo impalpabile per spingerla a svegliarsi.

Al piano di sotto, nello studio di Tyrrel, Joe guardò fuori dalla finestra e vide che la nebbia nel canyon si era fatta cupa, una vera cortina nera che celava alla vista l’immensa valle.

Nulla di peggio che cercare qualcuno nel canyon stanotte, si disse, rabbrividendo.

Non che avesse la minima intenzione di provarci.

5

Bill Burdon si trovava esattamente dove Joe gli aveva indicato, acquattato vicino a un contorto ginepro poche decine di metri sotto casa Tyrrel. In quella posizione accuratamente scelta, i rami del grosso arbusto nascondevano quasi completamente le fioche luci provenienti dalla strada mentre la luna, che talvolta riusciva a forare la coltre di nebbia, illuminava un breve tratto del sentiero davanti a lui consentendogli di tener d’occhio ogni cosa. Dubitava molto che chiunque si avvicinasse alla casa da quella parte potesse vederlo o superarlo senza essere visto.

Bill, da sempre considerato ottimo per gli appostamenti, non aveva problemi a restare a lungo silenzioso e immobile. Certo anche lui doveva cambiare posizione di quando in quando, ma le poche volte in cui osò sedersi con grande cautela sul terreno si congratulò con se stesso per essere riuscito a farlo senza il minimo rumore.

Tuttavia si sentiva certo di dover trascorrere all’addiaccio una lunga e fredda notte priva della minima azione. Joe gli aveva promesso il cambio nel giro di poche ore, ma lui stava già cominciando a chiedersi se sarebbe riuscito a restare sveglio tanto a lungo.

Per combattere la sonnolenza, Bill prese a riesaminare mentalmente le caratteristiche salienti di quel nuovo caso. Cominciò ripassando le attitudini e i comportamenti dei due protagonisti: un’anziana donna che nuotava nell’oro e suo nipote, certamente inetto ma anche molto nervoso. Obiettivo dell’incarico: trovare la bisnipote della vecchia, misteriosamente scomparsa da un mese. Be’, se la ricca Sarah Tyrrel non voleva arrendersi e voleva spendere i suoi soldi assumendo un certo numero di investigatori privati erano affari suoi, e lui non l’avrebbe certamente scoraggiata.

Ma la caratteristica davvero saliente di quel caso era la convinzione della loro cliente di intrattenere una sorta di legame psichico con l’amata bisnipote, minacciata da qualche occulto pericolo e rintracciabile solo da persone veramente capaci. E questo lo spinse a chiedersi perché riteneva una persona dall’aspetto perfettamente ordinario come Joe Keogh un esperto nel campo dei misteri extrasensoriali. C’era qualcosa sotto, qualcosa che non capiva. Joe Keogh, ex poliziotto di Chicago. Non sembrava affatto il tipo per quelle cose, ma non si poteva mai dire.

Un secco rumore interruppe le sue meditazioni. A circa trenta metri da dove sedeva, una vaga forma si mosse nell’oscurità. Subito Bill alzò la torcia stretta nella mano destra, il pollice fermo sulla piccola leva che l’avrebbe accesa. Ma in quel momento la luna uscì dalle nubi e Bill poté vedere un animale, un mulo sperduto, avvicinarsi a lui con le orecchie tese nella sua direzione. Un attimo più tardi l’animale riprese a scendere nuovamente il precipizio, scomparendo alla vista ancora più silenziosamente di come si era avvicinato.

Bill abbassò la torcia, ancora inutilizzata. Nulla di grave, si disse, torniamo al caso. Un’altra particolarità di questa storia, perlomeno nella sua opinione forzatamente limitata, era la presenza di un tipo sicuramente fuori dal comune come Strangeway. Definire il motivo delle strane sensazioni che quell’uomo suscitava in lui non era facile, ma Bill non le associava certamente al soprannaturale. Be’, Keogh aveva detto molto chiaramente ai suoi temporanei aiutanti che non intendeva affatto passar loro tutte le informazioni in suo possesso. E nel business delle investigazioni e della sicurezza giravano molti personaggi insoliti, come del resto aveva già constatato di persona in altri casi.

Vi fu un altro debole rumore, stavolta in direzione della casa. Un attimo più tardi Bill vide Joe riemergere dalla sua lunga chiacchierata con Sarah Tyrrel e scendere la scala a pioli. Dopo aver agitato silenziosamente la mano in direzione di Bill, la cui forma scura e nascosta gli risultava probabilmente invisibile, Joe tornò ad appostarsi nella sua posizione sul lato opposto dello stretto e ripido sentiero.

Un attimo più tardi un nuovo rumore ruppe il silenzio della notte. Questo aveva tutta l’aria di essere il richiamo di una civetta. Cercando di penetrare l’oscurità con lo sguardo, Bill notò che la nebbia tendeva a scendere nel canyon. Una pallida luna, neanche a metà, brillava ora nel cielo rivelando i contorni di un brullo e inquietante panorama. Solo i contorni: la luce infatti era troppo fioca per illuminare i dettagli delle scoscese pareti, lasciati più che altro all’immaginazione dell’osservatore. Bill aveva intravisto il mulo a circa trenta metri, ma oltre quella distanza sarebbe stato letteralmente impossibile distinguere un animale da un uomo.

L’unica era sperare che la nebbia si dissolvesse del tutto mettendolo in grado di osservare con più precisione l’ambiente circostante. Ma fino a quel momento la visibilità risultava ancora troppo scarsa per dare adito a qualche ottimismo su quella linea.

Il tempo passò.

Bill portava un orologio, ma non riusciva a vederne il quadrante al buio e non intendeva affatto usare la torcia elettrica per farlo. Il moto della luna nel cielo gli consentiva di stimare con sufficiente precisione lo scorrere del tempo.

Passò un’altra ora o forse più. La calma mortale di quella notte lo aveva ormai definitivamente convinto che la cosa peggiore che rischiava fosse una bronchite. Ma l’azione non doveva tardare ad arrivare: pochi attimi ancora e un sordo fracasso ruppe il silenzio. Bill capì subito che i guai erano iniziati.

Al forte rumore di un vetro infranto proveniente dalla casa seguirono le grida di molte voci diverse. Poi una serie di profondi tonfi, come un martello che battesse con forza sulle travi del soffitto, seguita da nuove grida e nuovi tonfi. E poi, all’improvviso, echeggiò il secco frastuono di un colpo di pistola.

Guardando verso la casa, interamente in penombra tranne che per due finestre fiocamente illuminate da qualche lampada da tavolo, Bill non riuscì neppure a intravedere l’origine di quel tumulto.

Nonostante l’agitazione, non tardò a rendersi conto di non poter fare nulla così sui due piedi. Per cui restò dov’era, attendendo il momento buono per intervenire.

Mentre vegliava diligentemente l’anziana cliente, Maria notò una luce in movimento fuori dalla finestra, oltre la tendina. Un semplice riflesso, si disse, ma di che cosa? Batté le palpebre, guardò di nuovo… e l’orrore l’assalì in un’unica, gelida e travolgente ondata. Ora la luce era lì, nella stanza, e si muoveva verso di lei. La vecchia Sarah Tyrrel, prima profondamente addormentata, sedeva ora rigidamente sul suo letto. Un altro battito di palpebre e Maria vide, per poi scordarsela completamente, la figura di un uomo in piedi davanti a lei. E poi, per il momento almeno, non vide e non sentì più nulla.

Quando il tumulto ruppe la quiete di quella notte invernale, Joe Keogh scattò d’istinto verso la scala a pioli per rientrare in casa e dare una mano, ma poi ricordò che la botola poteva venir aperta solo dall’interno. E quindi anche lui non poté far altro che riguadagnare la sua posizione, aspettare e sperare.

Per un lungo attimo, Bill restò indeciso, metà in ombra e metà illuminato dalla luce della luna. Sentiva di dover fare qualcosa, di dover entrare in azione per aiutare come poteva Maria e gli altri presenti nella casa. Ma poi si ricordò della botola chiusa, come Keogh poco prima, e rimase dov’era. Esisteva anche la possibilità che tutto quel rumore fosse fatto di proposito per allontanarlo dalla sua posizione.

Ma quell’indecisione non doveva durare a lungo: meno di cinque secondi dopo, la sua attenzione venne attratta dalle nere sagome di due strane figure, una dietro l’altra, che si gettarono correndo a rotta di collo giù per la ripida scarpata. Entrambe venivano senza dubbio da casa Tyrrel, anche se non riuscì a capire da dove, e fuggirono tanto velocemente da passargli davanti prima che lui avesse il tempo di abbozzare la minima reazione.

Subito Bill si gettò al loro inseguimento. Impugnò la torcia elettrica e l’accese, urlando istintivamente ai due di fermarsi. Ma quell’ordine non sortì alcun effetto.

Nonostante l’eccitazione del momento, lo colpì l’inquietante particolare che le sue prede, le due figure vagamente umane a pochi metri da lui, non sembravano davvero correre, ma piuttosto fluttuare, scivolare giù per la ripida scarpata molto più velocemente di quanto sembrava possibile. E un secondo più tardi sparirono intoccate nelle invisibili profondità del canyon.

Stavano fuggendo liberi come l’aria dopo aver beffato tutti gli sforzi di Bill e dei suoi colleghi per proteggere efficacemente la loro cliente.

Peggio della sconfitta era l’insulto. C’era qualcosa di indefinibilmente scoraggiante nelle figure che Bill aveva intravisto, in particolar modo nella prima, ma lui era un giovane forte e coraggioso e non esitò, almeno sul momento, a inseguirli nella notte.

Presto la torcia elettrica non riuscì più a illuminare la prima figura, ormai tanto lontana da sembrare svanita nel nulla, ma il raggio di luce gli consentì di osservare bene la seconda che si era fermata per un attimo. Gli occhi di Bill contemplarono solo per un istante la forma di un uomo, un uomo totalmente sconosciuto per quanto ne sapeva, con i capelli grigi e con indosso una tuta da lavoro pure grigia. Spiccando un balzo avanti, Bill intimò a quell’uomo di fermarsi.

Ma lo sconosciuto non prestò la minima attenzione al suo ordine e continuò a fuggire, riprendendo senza alcuno sforzo la sua corsa olimpionica giù per la scarpata.

Facendo appello a tutte le sue restanti energie, Bill riprese a sua volta a tallonarlo nell’oscurità quasi totale.

Joe Keogh intanto fece in tempo a osservare per un attimo quelle stesse due figure. Ai suoi occhi parvero subito sinistre e minacciose, ma poco dopo qualcosa doveva spaventarlo ancor di più: la vista di Bill che si gettava al loro inseguimento nelle ore più profonde della notte.

Subito Joe gridò a Bill di fermarsi.

Ma Bill prestò a quell’ordine la stessa attenzione che le due strane figure in fuga avevano prestato al suo.

Tirando il fiato per urlare di nuovo, Joe si gettò a sua volta all’inseguimento.

Ma dopo pochi metri di corsa a piena velocità, prima che potesse chiamare nuovamente Bill, Joe incespicò sul ripido sentiero barcollando per qualche passo come un ubriaco. Un lancinante dolore gli trapassò la caviglia, avvisandolo della rovina ormai prossima. Joe cadde con tutto il suo peso, ignorando inizialmente il doloroso impatto delle mani sul terreno sassoso, i graffi e le contusioni provocati dai cespugli spinosi e rinsecchiti e dalle friabili rocce appuntite.

Sprecando il poco fiato che gli restava in inutili imprecazioni, Joe si rialzò d’istinto lanciandosi nuovamente in avanti. Ma bastò un solo passo a dissuaderlo, fu sufficiente poggiare a terra la gamba destra per convincersi che quella sera la sua maratona era finita. E con un gemito di rabbia e di dolore, Joe cadde nuovamente a terra.

Intanto John Southerland, doverosamente immobile al suo posto da cui teneva d’occhio l’accesso principale della casa, udì un improvviso subbuglio provenire da dentro o, più precisamente, dal retro. Seguirono il frastuono di un vetro infranto e altri forti rumori, accompagnati da diverse voci che urlavano.

John si acquattò ancor di più dividendo la sua attenzione tra la casa e il viale pedonale, da cui l’ultimo turista era scomparso circa un’ora prima. In ogni caso decise di non abbandonare per nessun motivo la sua posizione: più che possibile che tutto quel baccano fosse, in realtà, un’esca per distrarli.

Gradualmente Maria si rese conto che Gerald Brainard, tremante e borbottante, si trovava accanto alla sua sedia con un grosso e fumante revolver in mano. Nella stanza accanto, la signora Tyrrel sedeva ancora rigidamente sul suo letto.

— Se ne sono andati, per fortuna. È finita — disse Brainard con voce roca. Maria pensò di vederlo curiosamente sollevato.

La sua radio prese a ronzare sul tavolino accanto alla sedia, e lei allungò faticosamente una mano per rispondere.

Da fuori, Joe, seduto dolorante sul terreno, stava chiamando aiuto.

Ricevendo quella chiamata, John Southerland decise finalmente di lasciare il suo posto. Impugnando la torcia elettrica fece di corsa il giro della casa per poi scendere rapidamente la scarpata verso il punto in cui si trovava Joe.

John si rilassò solo quando inquadrò con la torcia suo cognato seduto su una roccia, intento a imprecare troppo forte per un uomo mortalmente ferito.

— Aiutami, dannazione!

— Cosa ti fa male?

— La caviglia!

John afferrò il cognato per le braccia e lo rialzò, fornendogli un sostegno. — Dov’è Bill? — chiese poi, guardandosi attorno.

— Si è gettato al loro inseguimento come un dannato idiota! — replicò Joe saltellando su un piede e sorreggendosi alla spalla di John. — È proprio per rincorrere lui che sono caduto. No, resta qui! Lascia perdere, John!

— Ma è da solo contro… contro… — John non completò la frase, poiché lesse in anticipo la risposta negli occhi spaventati di Joe.

Per i successivi due minuti tentarono, senza successo, di mettersi in contatto radio con Bill.

— Aiutami a tornare dentro — ringhiò Joe alla fine. — Ma che diavolo sarà successo?

— Non ne ho idea. Maria sembrava avere tutto sotto controllo. Ehi, Maria, sei ancora là?

— Sì, sono ancora qui — rispose lei dopo un momento. — Se volete rientrare vi aprirò la botola.

Far salire la scala a pioli a Joe, rabbioso e dolorante, si dimostrò difficile, ma con John che spingeva da sotto e Maria che tirava da sopra, l’impresa alla fine riuscì. Il tasso di adrenalina di Joe, probabilmente al massimo, lo spinse a esercitare tutta la forza possibile sulle braccia e a ignorare il dolore.

Brainard e Sarah vennero incontro agli investigatori al piano più basso della casa.

Di tutti i presenti, l’unico ferito era Joe.

— Erano spari quelli che ho sentito? — chiese lui.

Sul momento nessuno rispose apertamente.

— Uno sparo c’è stato — disse infine Maria. — E l’avvocato Brainard impugnava una pistola quando l’ho visto. La pallottola ha forato uno dei vetri delle finestre ed è uscita senza fare danni.

— Va bene, ne parleremo dopo — tagliò corto Joe guardando Brainard, che gli ritornò una spenta occhiata. — Maria, provi ancora a chiamare Bill per radio. John, puoi aiutarmi a salire le scale fino al piano centrale?

Mentre John aiutava il suo capo a salire di sopra, Maria provò a chiamare Bill per radio. — Qui casa Tyrrel. Sono Maria. Bill, mi sente? Sono Maria.

La giovane donna ripeté questo messaggio per diverse volte, ma ottenne in risposta solo scariche statiche.

Su al secondo piano della casa, uno zoppicante Joe borbottò che quelle radio erano solo delle trappole molto costose.

— Eppure hanno sempre funzionato bene! — fu la replica.

E poi all’improvviso, quando ormai nessuno se lo aspettava più, la voce di Bill echeggiò chiaramente al walkie-talkie di Maria. Molte parole risultarono incomprensibili, sommerse com’erano dalle scariche statiche, ma parve chiaro a tutti che Bill riteneva di essersi perso nonostante non avesse inseguito a lungo i due intrusi. Ora intendeva sedersi in quel punto fino al sorgere del sole.

In cima alla scala Joe guardò Maria, seduta proprio sotto di lui, emettendo un lungo sospiro di sollievo. Poi annuì con una qualche enfasi.

— Resta dove sei, allora — disse Maria a Bill. — Hai bisogno di qualcosa?

Bill non rispose. Joe scosse la testa e borbottò qualcosa.

Maria venne lasciata con la strana sensazione di essere svenuta proprio al momento cruciale; ma no, non poteva crederci. Si era addormentata appena un attimo prima, ecco cos’era successo. I rumori l’avevano svegliata, poi aveva visto le luci alla finestra e poi Brainard, in piedi accanto a lei con la pistola in pugno.

Tuttavia aveva la lancinante sensazione che vi fosse dell’altro. Ma riuscire a capire cosa sembrava davvero impossibile.

Viste le circostanze, pensò Maria, né Brainard né la signora Tyrrel sembravano oltraggiati come ci si poteva aspettare. Inizialmente la vecchia Sarah aveva mostrato un vago shock per l’intrusione, com’era naturale del resto, ma adesso sembrava essersi calmata. Nessuno dei due comunque volle chiamare i ranger del parco, che svolgevano le funzioni della polizia in quel lembo di territorio federale. Questo le risultò profondamente incomprensibile: lei, Maria Torres, avrebbe fatto fuoco e fiamme se avesse assunto una mezza dozzina di investigatori privati pagandoli un occhio della testa per poi subire un’aggressione in casa propria la prima sera di servizio.

Joe intanto trovò una momentanea sistemazione in una comoda poltrona al piano più alto della casa. Con le cautele dovute a un capo tanto furibondo, Maria gli chiese se non era il caso che lei e John uscissero alla ricerca di Bill. In alternativa, potevano puntare le torce giù per il pendio in modo da offrire a Bill la possibilità di tornare seguendo le luci.

Con insolita foga, Joe proibì assolutamente qualsiasi tentativo di ricerca e proclamò che accendere delle luci sperando che Bill le vedesse era una pura e semplice perdita di tempo.

— Ma cosa farà là fuori, seduto su una roccia tutta la notte? Se solo riuscissimo a farlo tornare…

— Per favore, Maria, non insista. Stia calma e tranquilla. Perché non si siede? — replicò Joe Keogh lanciandole una fredda occhiata. — So quello che faccio. Per stanotte nessuno si muoverà di qui. Dobbiamo proteggere la nostra cliente.

— Va bene — si arrese Maria, chiedendosi come mai Keogh prendesse le cose con tanto nervosismo. Be’, molta gente diventava così dopo una sconfitta.

Tutti loro si resero gradualmente conto che Brainard sembrava molto più a suo agio dopo la misteriosa visita notturna. Arrivò addirittura al punto di mostrarsi amichevole, offrendo ai corrucciati investigatori caffè e cioccolata bollente appena fatti.

Dopo alcuni minuti di pacifica contemplazione, invece, Sarah Tyrrel riprese a preoccuparsi. Presto si ritirò nuovamente nella sua camera, sedendo molto tesa sul letto con lo sguardo perso nel vuoto e il corpo che oscillava leggermente. Parlò pochissimo, ma sembrò accettare con piacere la confortante presenza di Maria.

Anche Joe e John rimasero qualche ora dentro la casa. I due uomini si davano il cambio, uno che sonnecchiava in poltrona mentre l’altro restava sveglio per captare un eventuale messaggio da Bill. In una delle stanze che guardavano a nord venne lasciata una luce accesa tutta la notte.

Ma la radio di Bill restò stranamente muta, nonostante i loro sforzi per contattarlo.

6

Come intontito, Jake seguì Camilla su per la collina nella notte ormai prossima salendo il sentiero accanto a quel torrente dagli ignoti mormorii. Stavano tornando indietro, si disse, verso il punto in cui il canyon laterale si allargava in una sorta di anfiteatro. Stavano tornando alla linda casetta e alla strana, inquietante grotta.

La sua compagna marciava in silenzio, fermandosi di quando in quando per guardarsi indietro come se temesse di non vederlo più.

Pochi minuti dopo si trovarono nuovamente davanti al cottage dalle pareti di tronchi, le cui finestre non mostravano alcuna luce dietro le tende. La luce era tutta in un altro posto a quaranta o cinquanta metri di distanza, ai piedi di una delle colline circostanti. Il bagliore di molte lampade elettriche traboccava dal basso ingresso della grotta, ampio quanto l’entrata di un garage, sempre più intenso nella notte incombente. Il generatore, il cui alloggiamento risultava ormai invisibile nell’oscurità, continuava a funzionare col suo placido ronzio a malapena percettibile contro il rumore della cascata. Più vicino, il continuo percuotere di un martello in direzione della grotta indicava che il vecchio scultore stava ancora lavorando.

Jake mosse la testa in quella direzione. — Tu dici che è quel vecchio pazzo la fonte dei miei guai. Solo lui può mostrarmi la via per uscire di qui, solo lui può lasciarmi andare.

Camilla rispose di sì con la testa e sussurrò, come se temesse di venir udita da Edgar nonostante il rumore della cascata, il ronzio del generatore e i colpi di martello: — Sì, può. Potrebbe, almeno. Ma…

Jake già le dava la schiena, muovendo a grandi passi verso la grotta dove il vecchio uomo bàtteva freneticamente sulla roccia. Camilla lo afferrò per un braccio.

— No! — sussurrò terrorizzata. — Non provocarlo stanotte! Non mentre lavora. Resta con me invece, e riposati. In ogni caso non torneresti al tuo accampamento adesso. Domani potrai parlare a Edgar: di tempo ne avrai più che a sufficienza.

Jake esitò, ma in verità si sentiva come se avesse camminato per cento miglia quel giorno. Quasi le gambe non lo reggevano più.

— Vieni a riposare — lo tentò nuovamente Camilla — e ti preparerò qualcosa da mangiare.

Abbandonando per il momento l’idea di un confronto con Tyrrel, Jake si lasciò condurre fino alla graziosa porta-finestra della casa. Nonostante la stranezza della situazione e la tremenda stanchezza non poté fare a meno di notare con quanto gusto la casa era arredata. Sembrava quasi una villetta dei sobborghi di qualche grande città e non una casa isolata che sorgeva in un luogo da incubo.

Piccola e bene arredata. Certamente vi si viveva bene. Dopo aver aperto un paio di finestre, Camilla azionò un interruttore e una lampada elettrica si accese mostrando una stanza con tavolo e sedie rustiche. Un grande tappeto dall’aspetto caldo e nuovo copriva la maggior parte delle assi del pavimento. Sotto le finestre di una parete vide un lavandino completo di scarico e rubinetti: l’acqua in casa era più di quanto tutti osassero sperare giù al campo.

Attraversando il salotto, Camilla condusse Jake sulla soglia di quella che sembrava la sola camera da letto. Là gli fece cenno di sedersi sul letto. Un’altra porta sul lato opposto della stanza restò chiusa: forse, si chiese lui, un vero bagno?

Seduto sul letto, che cigolava piano sotto il suo peso, Jake si guardò attorno. Contro una parete c’era un normalissimo armadio con diversi cassetti, e dato che non aveva visto un singolo specchio in tutta la casa, l’armadio non faceva eccezione. In compenso diversi quadri decoravano le bianche pareti.

Jake chiese: — Dove dorme il vecchio? A che ora rientra?

— Non preoccuparti di lui — rispose Camilla. Con aria materna piegò le coperte e sprimacciò i cuscini. — Non smetterà di lavorare fino all’alba, e comunque non entra quasi mai in casa.

— Davvero?

— Sì. Puoi andare tranquillamente a dormire.

Farsi una bella dormita lo tentava, ma per il momento Jake si limitò a sedere intontito osservando un topolino che zampettava lungo il battiscopa di fronte a lui. Si sentiva troppo stanco per pensare.

Camilla era bruscamente tornata nella stanza comune, dove sfregò un fiammifero per accendere qualche sorta di fiamma più brillante. Un attimo dopo rientrò nella camera da letto con una piccola lampada a petrolio che posò su un tavolino.

— Niente elettricità in questa stanza — spiegò in tono apologetico. Adesso, con più luce, Jake poté vedere una serie di macchie in una certa zona tra parete e soffitto, come se una perdita dal tetto fosse stata trascurata. — Hai fame? — gli chiese Camilla.

— No, adesso no — replicò Jake, per poi scoppiare: — Camilla, ma che diavolo succede? Ti prego, dimmelo!

— Adesso come adesso — fece lei — succede solo questo. — E si voltò a chiudere la porta, per poi togliersi pantaloni e camicetta e restare ferma davanti a lui.

Jake si svegliò parecchie volte quella notte. Ogni volta si chiedeva se stava semplicemente impazzendo per poi trarre un notevole conforto dalla calda presenza di Camilla, addormentata accanto a lui. Una volta si alzò e vagò nudo per la casa in cerca della doppietta. Per qualche ragione non riusciva a togliersela dalla testa. Infine trovò l’arma dove Camilla l’aveva lasciata, nella stanza comune appoggiata in un angolo. Strinse le dita attorno alle due fredde canne di metallo, poi decise di lasciarla dov’era.

Controllò la porta della casa. Non era chiusa a chiave. In effetti, scoprì dopo un veloce esame, sembrava non esservi modo di chiuderla a chiave.

Aprendo la porta per guardare fuori, Jake osservò lo stabile bagliore delle luci elettriche venire dalla grotta e udì l’incessante martellare del vecchio immerso nel suo lavoro.

Dopo non riuscì più a dormire veramente, nonostante la stanchezza.

Svegliandosi alla luce del giorno con un brusco sussulto cercò per prima cosa di ricordare qualche oscuro sogno, ma questo svanì man mano che ci provava. Era solo. Il sole penetrava nella stanza dagli spazi a lato delle tende a fiorami. Ora poteva osservare meglio i colori e l’arredamento della stanza, e non era più stanco e stordito al punto da non poter pensare. Quella era la stanza di una donna: in giro non vide nulla di maschile.

Sedendo nudo al bordo del letto e facendo del suo meglio per notare i particolari di quell’ambiente, Jake confermò l’impressione ricevuta la sera prima: la casa aveva dei veri vetri alle finestre e persino delle zanzariere, purtroppo lacere e trascurate. Le pareti interne erano formate dal lato piatto dei tronchi divisi in due, ben lavorati e allineati e accuratamente dipinti di bianco. Le ingentilivano due quadri: uno con un mazzo di fiori in un vaso, l’altro con barche in un porticciolo. Lo stile pareva lo stesso degli schizzi di Camilla. Dei piccoli scaffali fissati al legno reggevano un buon numero di cianfrusaglie. A terra vide un bel tappeto dall’aspetto praticamente nuovo. I vestiti che Camilla si era tolta la sera prima non c’erano più. Jake aprì la porta di uno degli armadi. Abiti maschili, camicie e pantaloni, poi una camicia che conosceva: Camilla l’aveva indossata al loro secondo incontro. C’era anche un abito da sera color azzurro appeso per conto suo. Gli scaffali e il pavimento dell’armadio apparivano alquanto impolverati; su uno degli scaffali vide una sveglia con le lancette puntate sulle dodici meno cinque. Jake la raccolse e la scosse, ma senza alcun risultato.

Qualcuno aveva lavorato un sacco per costruire quella casa e arredarla, ma adesso dava la netta impressione di star andando lentamente in rovina.

Sperando di trovarvi un bagno, Jake tornò in camera da letto e provò ad aprire la porta rimasta chiusa la sera prima. Invece con sua grande sorpresa vi trovò un’altra piccola stanza, arredata con lo stesso gusto delle altre due ma fornita di un letto per bambini. C’erano anche una sedia a dondolo, sempre per bambini, tappezzeria alle pareti con pagliacci e piccoli orsetti e un solo, dimenticato animale di peluche su uno scaffale. Era un coniglio, e aveva tutta l’aria di essere lì da una mezza eternità.

E su un tavolino in un angolo vide la piccola scatola del pranzo a cui tanto teneva Tyrrel.

Jake trovò il bagno appena fuori dalla stanza comune, il posto più logico dove fare un bagno dal punto di vista del costruttore poiché le condutture e lo scarico potevano facilmente sfruttare quelle del lavello. L’acqua veniva trasportata dal torrente per mezzo di una condotta, e qualcuno si era sobbarcato il fastidio di costruire una fossa settica.

Tornando dentro la sala comune, Jake notò anche un frigorifero elettrico e persino una piccola stufa elettrica. Molto grazioso. Sulla parete, un calendario sbagliato di soli tre anni lo informava che era il mese di giugno del 1932.

Camilla comunque non c’era, né lì né altrove.

Jake si vestì e continuò fuori il suo giro esplorativo, notando mentre passava la posizione strategica di un paio di pioppi piantati apposta per fare ombra alla casa nei pomeriggi estivi. Ancora nessun segno di Camilla. Nessun segno neanche del vecchio scultore, fortuna o meno che fosse.

Pian piano si avvicinò all’imbocco della grotta. Dovette chinarsi un poco per riuscire a guardare dentro, ma una volta superata l’imboccatura, la volta si alzava consentendogli di stare in piedi. Per quanto poté vedere, lo spazio interno era buio e silenzioso con la sola eccezione della poca luce solare che riusciva a penetrarvi. Evidentemente il vecchio Tyrrel si era finalmente stancato ed era andato a riposare. Be’, sicuramente non era in casa.

In piedi appena dentro la grotta, davanti alle invisibili profondità delle tenebre, Jake pensò di chiamare il vecchio Tyrrel ad alta voce per poi decidere di lasciar perdere, almeno per il momento. Scrutando di nuovo nel buio, non riuscì a vedere nulla che potesse in qualche modo aiutarlo.

Non sapeva dove altro cercare Camilla o Tyrrel; tuttavia giurò a se stesso che il vecchio pazzoide avrebbe dovuto rispondere a qualche domanda alla prima occasione, e rispondere in modo chiaro se non voleva pentirsene.

Tornando alla piccola casa, Jake notò qualcosa che prima doveva essergli sfuggito. Sul tavolo grande della sala comune vi era una nota per lui.

Si trattava di un breve messaggio scritto a penna sul retro di una vecchia busta:

AMORE, SONO ANDATA A PESCARE.

BACI. BAMILLA.

Amore eh? Jake pensò a quella parola e poi a ogni parola del messaggio. Dopodiché posò nuovamente la busta sul tavolo. Improvvisamente si sentì affamato. Aprì la porta del frigorifero e fu felice di trovarvi qualcosa da mangiare.

Due mele rugose, qualche arancia e un sacco di cose meno attraenti avvolte in carta cerata, due bottiglie di birra e alcune lattine di coca-cola. E, su un piatto, formaggio, pane e prosciutto, ciò che restava dei panini del giorno prima. Vide anche alcune uova in un contenitore di cartoncino, ma non aveva la minima voglia di uova fritte.

Di conseguenza si fece un robusto panino al prosciutto e formaggio con l’aggiunta di un po’ di senape e continuò a guardarsi attorno. Fino a quel momento, stava avendo un notevole successo nel mantenere il suo enorme problema confinato in un angolo della mente. Senza quasi neppure pensarci si era convinto che, se fosse partito per l’accampamento riposato e alla luce del giorno, lo avrebbe ritrovato senza alcuna difficoltà.

Nella credenza della cucina Jake trovò dei sacchi di iuta contenenti riso e fagioli, dei pesanti sacchi di farina e un contenitore pieno di patate. Più in alto vide tre o quattro scaffali pieni zeppi di lattine contenenti ciò che classificò semplicemente come roba commestibile.

L’aroma di caffè lo attrasse verso un bricco posato sulla stufa per mantenerlo caldo. Si guardò attorno e trovò le tazzine su uno scaffale e lo zucchero in un barattolo. Le cose stavano cominciando a quadrare. Alla fine, pieno di cibo e caffeina inspirò profondamente un paio di volte, si alzò e uscì.

Guardandosi attorno con lo stomaco pieno, calmo e razionale nella forte luce del giorno estivo, decise che quel piccolo canyon non aveva davvero nulla di particolare. Sembrava semplicemente una delle molte, strette valli che confluivano nell’immenso scenario del Grand Canyon. Non c’era motivo per cui uno non potesse tornare a casa da lì. Perplesso più che mai, poiché adesso non credeva nemmeno più al disorientamento della sera precedente, Jake decise di riprovare a scendere il piccolo sentiero accanto al torrente.

Alla luce del mattino, con gli uccellini che cinguettavano e il torrente che scrosciava, il canyon pareva un posto quantomai idilliaco. Il solo problema era che non riusciva più a ritrovare i punti di riferimento notati quando era salito la prima volta con Camilla, mentre tutto confermava le osservazioni fatte la sera prima durante il fallito tentativo di andarsene.

Presto Jake poté constatare che i cambiamenti non erano solo nella sua fantasia. Ben ricordando il sentiero percorso due volte al tramonto della sera prima impiegò solo pochi minuti per giungere in vista del Colorado, dando naturalmente per scontato che quello fosse il fiume che aveva conosciuto per quattro mesi con quel nome. Perché quello era in realtà un ampio e impetuoso torrente zeppo di grandi rapide, non certo il Colorado che scorreva placido e profondo nel Grand Canyon.

Uscendo a un certo punto dal sentiero prese a cercare il punto dove, a quanto ricordava, Camilla aveva sparato allo strano e gigantesco orso. I resti della bestia erano ancora là, ma qualche altro animale se n’era nutrito durante la notte. Ciò che restava stava attirando orde di mosche e di formiche.

Jake restò immobile per qualche istante guardando quel guazzabuglio di sangue e pelo. Poi chiuse gli occhi. Quando li aprì, era ancora là.

Alla luce del sole lo strano paesaggio attorno al grande fiume non appariva meno estraneo della sera prima. Anzi, in un certo qual modo risultava ancora più strano adesso, perché poteva vederne fin troppo chiaramente le incredibili formazioni.

Mentre osservava quelle impossibilità geografiche con la mente pervasa da mille drammatici pensieri, Jake udì un rumore e vide Camilla. Indossava gli stessi vestiti del giorno prima e muoveva verso di lui attraverso un piccolo passaggio a valle del grande fiume. Un cappello femminile da giardino a falda larga la proteggeva dal sole mattutino. Era stata veramente a pescare e ne aveva le prove: una canna da pesca realizzata con un ramo verde e flessuoso e tre pesci abbastanza grossi, simili a trote e agevolmente trasportati grazie a un ramo di salice infilato nelle branchie. I pesci erano ancora tanto freschi da agitare le code mentre lei camminava.

— Buongiorno — disse Camilla con fare un po’ indeciso, come se lei e Jake si fossero appena conosciuti. E forse, pensò lui, era dannatamente vero.

— ’giorno — rispose.

— Oggi a pranzo abbiamo pesce.

— Io ho già mangiato. Grazie per il caffè. Senti, Camilla, io me ne vado a casa. Torno al campo. Vieni con me se vuoi. Sono certo di riuscire prima o poi a trovare la strada alla luce del giorno, ma preferisco farmela mostrare da te.

Il sorriso di Camilla si smorzò d’incanto. La sua voce si fece roca. — Mi piacerebbe tanto poterlo fare, Jake.

Lui la guardò immobile, senza veramente sapere cosa dire o fare.

— Jake — chiamò lei con voce timida, posandogli una mano sulla spalla. — Riaccompagnami a casa, tesoro, prima di andartene. Voglio parlarti.

Di nuovo lui la seguì, constatando amaramente che non poteva fare altro.

Tornati al cottage, Camilla si mise immediatamente al lavoro pulendo il pesce su un rozzo tavolo di legno appena fuori dalla finestra della cucina. Da qualche parte si fece avanti un gatto variopinto e semi addomesticato, che subito dedicò una certa attenzione ai movimenti della giovane donna.

Brandendo una piccola mannaia, Camilla tagliò con un singolo colpo una testa di pesce. Poi prese un corto coltello estremamente affilato e iniziò a tagliare la viscida pancia dell’animale. In volto aveva un’espressione cupa, ma Jake sapeva che non era disgusto per il lavoro che stava facendo.

— Avanti, dimmi tutto — fece Jake.

— Io volevo dirti che mi dispiace… — cominciò lei senza sapere come continuare.

Prima ancora che Jake potesse pensare a una risposta, Camilla cominciò a piangere. Ma con il pesce in una mano e il coltello nell’altra non poteva asciugarsi molto bene le lacrime, per cui se le asciugò dapprima con le maniche, poi con la camicia di Jake appoggiando la testa sulla sua spalla. Jake provò un tuffo al cuore per il rimorso. Ma no, non era colpa sua. Era colpa di quel vecchio bastardo. Cosa le aveva fatto, cosa stava facendo a tutti e due?

Il gatto, il cui interesse andava ora alle interiora del pesce gettate a terra da Camilla, mosse con aria furtiva verso il suo banchetto avviluppandosi dopo pochi istanti in un groviglio di intestini rosa e verdi.

Ma tutte le lacrime del mondo non servivano a toglierli dai guai. Per spingere Camilla a controllarsi, le chiese: — Che accadrebbe se invece di scendere verso il fiume provassi a salire verso il ciglio del canyon?

— Lo stesso. Voglio dire, non si finisce comunque da nessuna parte — fu la replica. Non riusciva più a parlare bene, notò Jake, quando qualcosa la sconvolgeva.

Lui le disse: — Adesso devi mangiare. Poi io e te ce ne andremo di qui. Non so se ci riusciremo, ma ci proveremo comunque tutto il giorno.

Lei esitò, per poi rispondere: — E va bene. — Ma il suo tono di voce suonò sconfitto già in partenza. In ogni caso smise di piangere e riprese a pulire il pesce.

Una volta terminato, Camilla portò il pesce in casa e lo passò nella farina per poi friggerlo con un po’ di lardo.

Quindi cercò di persuadere Jake a mangiarne almeno uno. Non dovette faticare troppo. Jake si arrese pensando che i prossimi pasti parevano, dopotutto, abbastanza incerti. E senza dubbio quella specie di trota era deliziosa.

Ancora nessun segno del vecchio Tyrrel, né fuori né dentro la casa. Jake e Camilla si guardarono bene dal parlare di lui.

Una volta terminato il pranzo, Camilla si alzò e cominciò a lavare i piatti.

— Cosa stai facendo? Lascia che ci pensi quel pallone gonfiato una volta tanto.

Di nuovo, come se volesse assecondare Jake in ogni cosa, lei rispose: — Va bene. — Poi riempì d’acqua la padella e la lasciò a mollo nel lavandino.

Finalmente i due uscirono di nuovo, con Camilla che portava il fucile in spalla come la sera prima.

Stavolta fu Jake a guidare la marcia in silenzio. In alcuni punti l’alta rupe da cui la cascata precipitava in più balzi non pareva troppo difficile da scalare, soprattutto se ci si allontanava un po’ dal torrente. In ogni caso, prima di cominciare la scalata, Jake si ricordò di riempire la borraccia.

Salendo dopo Jake, Camilla gli passò la doppietta per superare un punto difficile.

Il ragazzo prese l’arma e la esaminò velocemente. Tutto sembrava in ordine. — Cosa direbbe Edgar se mi vedesse con un fucile in mano? — domandò, aiutando Camilla a salire.

— Nulla credo. Perché? — rispose lei con voce dolce e persuasiva.

Jake la guardò per un istante e scosse la testa.

Presto i due raggiunsero la sommità della prima cresta rocciosa. Non vi erano altre creste in vista sopra di essa, nessun’altra arrampicata, solo una distesa di massi che si estendeva a perdita d’occhio in ogni direzione su un terreno arido e regolarmente inclinato. Alcuni dei massi erano grandi come una casa, altri più modesti.

Lui voleva andare a est, naturalmente, ma ancora la strada risultava praticamente bloccata.

Jake insistette e pochi minuti di ostinata arrampicata lo portarono in cima a una gobba del terreno che doveva essere il ciglio definitivo del canyon. Tuttavia, quella dura scalata sotto il sole era durata più o meno quanto quella dal fiume alla casa. Era come se il canyon dovesse ancora formarsi e il ciglio fosse solo un centinaio di metri sopra il fiume Colorado.

In piedi su quella strana versione dell’altopiano, Jake guardò verso il sole e scoprì di poter vedere per miglia e miglia. Nulla ricordava il territorio da cui era passato quattro mesi prima, e naturalmente non c’era segno di Canyon Village. Per quanto poteva dire dalla sua posizione, quello strano e innaturale paesaggio sembrava totalmente disabitato.

Per nulla scoraggiato compì un tentativo di esplorazione verso est. Ma i grossi massi inclinati che tanto chiaramente gli bloccavano la strada continuarono semplicemente a farlo, e nessun tipo di sentiero comparve tra di essi. Era praticamente impossibilitato a muovere in quella direzione. Il torrente era scomparso. La sorgente doveva trovarsi sotto uno di quei massi. Più tardi l’avrebbe cercata, ma prima doveva trovare qualche altro tipo di risposta.

Vista la situazione pensò di tornare indietro e muovere verso ovest, per poi compiere un largo giro attorno a quei massi. Ma avanzare verso ovest su quel tipo di terreno risultò difficile quanto muovere a est. Eppure doveva esistere un modo di passare.

Con cautela, Jake discese la gobba del terreno e tornò al torrente, salendo e scendendo dai massi inclinati.

Camilla lo aspettava esattamente nel punto dove l’aveva lasciata.

Lui posò la doppietta e la strinse con entrambe le braccia, senza usare forza ma solo fermezza. Molta fermezza. — Adesso devi dirmi la verità, Camilla. Tu sapevi che una volta superato quel vostro Canyon Profondo non sarei più riuscito a tornare indietro. Perché è là che è successo, vero? E tu lo sapevi!

Camilla cercò di liberarsi, ma Jake non glielo permise. Per cui lei si rilassò e rispose: — Sì, è là che è successo. Io… Jake, mi spiace così tanto, ma non potevo evitarlo. Dovevo fare qualcosa, capisci?

La trota mangiata per pranzo stava diventando un sacco di piombo nello stomaco di Jake. — Insomma, lo sapevi.

— Dovevo portarti qui. Avevo bisogno di te!

— Per fare cosa?

— Per andarmene — rispose piano Camilla, abbassando gli occhi a terra. — Per andar via da Edgar. Lui crede che ti abbia portato qui per fargli da aiutante, perché già da un po’ mi sta dicendo che ha bisogno di qualcuno. Ma non è per questo che l’ho fatto. Il vero motivo è che in due sarà più facile trovare il modo di andarsene… almeno spero.

Lui la guardò per un lungo momento in totale silenzio.

Camilla cercò di sorridergli radiosamente. — Inoltre adesso mi sto innamorando di te, Jake, e non potrei più lasciarti andare. Tu puoi avermi tutte le volte che vuoi. È bellissimo farlo con te. Mi piace quasi al punto da impazzire — disse con una mossa sensuale delle anche che non le riuscì proprio perfetta.

— Oh, allora è questa la mia ricompensa?

— Jake, non essere in collera con me. Tu mi piaci. Baciami. Prendimi. Vuoi tornare alla casa? Possiamo anche farlo qui, sai? Nessuno ci disturberà… perché non c’è proprio nessuno in questo posto orribile! — E Camilla scoppiò in una lunga serie di singhiozzi.

Senza dire una parola, Jake la guardò piangere per quello che parve un tempo interminabile. Provava l’impulso di stringerla a sé e consolarla in qualche modo, ma il pensiero di ciò che lei gli aveva fatto intrappolandolo in quel posto maledetto lo trattenne.

Infine lui disse: — Andiamo. Ci sono un paio di altre cose che voglio sapere.

Cedendo alle insistenze di Jake, Camilla lo portò nella grotta dove il vecchio scultore lavorava di notte. Lui la convinse anche ad accendere le forti luci, dicendosi certo che Tyrrel non vi stava dormendo in quel momento.

Di nuovo l’interesse di Jake andò alla strana forma delle lampade. — Ma da dove saltano fuori? Non ho mai visto nulla del genere.

— Edgar dice…

— Cosa?

— Una volta mi ha detto che le ha trovate da qualche parte negli anni Novanta. Ha usato proprio queste parole. Ti ho detto che gli anni sono tutti mischiati in questo posto.

— Lo ha detto tanto per dire — commentò Jake senza troppa convinzione. — Giusto per prenderti un po’ in giro.

— Forse — replicò Camilla. E poi, dopo una pausa: — Sai dove dice che ci troviamo adesso? Sai perché il Grand Canyon non è profondo come dovrebbe ed è popolato da strani animali?

— No. Perché? E dove ci troviamo?

— Circa un milione di anni avanti Cristo, dice Edgar, e poi scoppia a ridere — spiegò Camilla, per poi aggiungere: — Non so se parla sul serio o no.

Forse, si disse Jake, questa spiegazione andava ponderata attentamente. Un milione di anni avanti Cristo. Be’, se doveva davvero pensarci quello non era né il luogo né il momento giusto e quindi si diede da fare per esplorare la grotta e le sue numerose cavità, vere e proprie stanze che la rendevano grande almeno quanto una casa. Esplorò ogni luogo al chiarore delle luci di Edgar, ma il fatto di veder bene non lo aiutò minimamente a capire. Cercando perlomeno di scoprire cosa faceva Tyrrel là dentro tutta la notte, Jake guardò il lungo tavolo da lavoro, i buchi nel pavimento, i grumi di roccia tenera appena scolpiti che abbondavano in tal numero da fargli pensare che fossero stati abbandonati dopo i primi colpi di martello.

Camilla era uscita per poi rientrare e lo seguiva dappertutto senza dire una parola.

— Dov’è Tyrrel adesso?

— Sta dormendo.

— Me l’hai già detto almeno dieci volte. Ma adesso ti sto chiedendo dove.

Nessuna risposta.

— Credi forse che intenda stare qui, ovunque sia questo posto, e lavorare gratis per quel bastardo solo perché non riesco ad andarmene? Credi di farmi dimenticare ogni cosa semplicemente dimenando il tuo bel culetto?

— No, Jake, te l’ho detto: ti ho portato qui perché sono disperata. Ho bisogno del tuo aiuto. Voglio andarmene da questo posto almeno quanto te. Anche di più, visto che ci ho passato dei mesi interi! Io non ne posso più! Io… — Di nuovo Camilla sembrò sull’orlo di una crisi di nervi.

— Quella carogna crede che lavorerò per lui perché non ho altra scelta!

Ricomponendosi, Camilla disse: — Vuoi sapere la verità? Io non credo che a Edgar interessi molto se tu lavori per lui o no. Ma lui ti farà lavorare per tenerti occupato, per non farti passare il tempo pensando a qualche modo per dargli dei fastidi. E per quanto mi riguarda, io non gli interesso più come modella, davvero, ma lui… lui non mi lascia andare in ogni caso.

— Perché no? Se davvero non ha bisogno di noi perché ci tiene qui?

Lei non poté o non volle rispondere.

— Ti ho chiesto perché ci tiene qui!

Parlare sembrò costare a Camilla un grande sforzo. Era come se dire la verità risvegliasse in lei i suoi timori più profondi. — Io credo che voglia le nostre vite, in un modo o nell’altro.

Jake sentì rizzarsi i peli della nuca. — Cosa vuoi dire con questo? Come, le nostre vite?

— Non lo so. È solo una sensazione. Ma per adesso non dobbiamo preoccuparci. Rassegnati e resta qui, Jake. Io ho bisogno di te. Tyrrel non ci disturberà mai durante il giorno, e la notte puoi fare qualcosa per lui. Io ho lavorato per lui, e non è stato poi tanto terribile — disse, per poi aggiungere con un sussurro: — Intanto io e te cercheremo di fare qualcosa, di scoprire il modo per andarcene entrambi.

— Il modo? E quale sarebbe?

— È proprio quello che dobbiamo scoprire.

— Ah sì? Camilla, dov’è quella carogna? Voglio parlargli!

— No, Jake! E poi adesso Edgar sta dormendo. Credimi, è meglio non affrontarlo in modo diretto. Quando si sveglierà potrai parlargli con calma.

— Almeno fammi vedere dove dorme!

Camilla sospirò. — E va bene. Non crederai ai tuoi occhi, ma comunque seguimi.

7

Correndo a perdifiato giù per un sentiero a malapena percettibile, completamente preso dal compito di catturare quelle che sempre più apparivano come due fluttuanti figure, Bill Burdon riuscì in qualche modo a restare lodevolmente vicino alle sue prede per i primi cento metri. All’inizio Bill si era aspettato di riuscire a prenderne almeno una, ma quella doveva dimostrarsi una speranza assolutamente vana.

E quindi fece appello al suo miglior tono da sergente ordinando ai due di fermarsi.

Ma l’effetto di quell’ordine tanto imperativo fu esattamente l’opposto di ciò che sperava. L’unico dei due intrusi ancora in vista davanti a lui accelerò sensibilmente il passo senza neppure voltarsi indietro. Ora sì che Bill stava definitivamente perdendo terreno.

Ancora venti secondi di folle corsa e anche il secondo intruso penetrò la fitta coltre di nebbia che ristagnava nel canyon, svanendo completamente. Bill sentì un rumore di rami spezzati e sassi che cadevano, e un attimo più tardi si tuffò a sua volta nella nebbia. Subito dovette, suo malgrado, ridurre il passo poiché il terreno davanti a lui divenne quasi del tutto invisibile.

Le sue dita cercarono l’interruttore della torcia elettrica. Il piccolo cono di luce accese strani riflessi nella coltre biancastra rivelando qualche particolare del terreno fortemente inclinato, ma risultò completamente inutile per localizzare i fuggitivi.

Nulla più rompeva il silenzio del canyon, neppure i rapidi passi dei due intrusi.

Bill rallentò la corsa e prese ad avanzare camminando. Esaminando attentamente il terreno con l’aiuto della torcia, riuscì a trovare e a seguire un sentiero a malapena visibile che scendeva serpeggiando tra le rocce, i cespugli spinosi e i fichi d’india. Qua e là si scorgevano tracce di neve, rimasta evidentemente dall’ultima nevicata caduta giorni prima. Certo che cercare qualche traccia, qualche ramo spezzato o impronta di piede umano, era pura follia in quella nebbia e su quel terreno duro e sassoso.

Tuttavia Bill continuò a seguire il sentiero per qualche minuto, fermandosi diverse volte per sentire un eventuale movimento nel buio. Non gli piaceva affatto dover usare la torcia elettrica, ma non sembravano esservi molte alternative.

E infine, quando neppure la luce della torcia sembrò più in grado di identificare il sentiero, Bill dovette fermarsi. Con rabbia spense il suo piccolo lume.

Chiunque fossero coloro che fuggivano, si disse, erano senza dubbio riusciti a seminarlo; tuttavia, visto che la pazienza restava la dote migliore di un detective decise di continuare a provare. Di nuovo riprese a scendere la ripida scarpata, avanzando adesso lentamente e con circospezione, attento a ogni fruscio e a possibili riflessi di luce provenienti da sotto.

Qualsiasi presenza umana fosse svanita in quella direzione si era nascosta molto bene, oppure si trovava tanto lontana che lui poteva anche onorevolmente arrendersi. A giudicare dal silenzio che l’avvolgeva poteva anche essere il solo uomo in tutto il dannato canyon. Di nuovo si rammaricò di non aver potuto studiare il territorio di giorno, ma purtroppo non ve n’era stato il tempo.

Il walkie-talkie prese a ronzare nella tasca della sua giacca. Sospirando, Bill estrasse il piccolo dispositivo e cercò di mettersi in contatto con i suoi colleghi, ma putroppo ogni tentativo fallì.

Rimettendosi in tasca l’inutile radiolina, cambiò direzione alquanto demoralizzato e riprese a salire la parete del canyon in direzione di casa Tyrrel… solo per trovare la strada bloccata da una grossa frana d’imponenti macigni. Ora si sarebbe quasi detto che aveva dei problemi a ritrovare il sentiero, la pallida imitazione di sentiero, da cui era sceso.

La sua confusione era, viste le circostanze, abbastanza facile da capire. Questo tuttavia non giusticava il fatto che si fosse perso. Be’, in ogni caso se saliva sarebbe per forza di cose sbucato da qualche parte di Canyon Village.

Girando attorno l’immediato ostacolo, Bill salì muovendo pazientemente un passo dopo l’altro. Ma presto trovò la strada nuovamente sbarrata. Aggirando anche il nuovo ostacolo, riuscì a salire ancora un po’ solo per fermarsi ancora più confuso di prima. Quando accese la torcia, la confusione fu totale: al posto della scarpata ripida ma regolare che ricordava, si trovava quasi sul ciglio di un piccolo precipizio. La luce rivelò chiaramente la punta di abeti e altre piante metri e metri sotto di lui.

Ripercorrendo mentalmente le brevi sequenze dell’inseguimento, Bill non riuscì a credere che fosse durato più di pochi minuti. Con un senso di smarrimento sempre più soffocante alzò gli occhi verso l’alto cercando le luci di Canyon Village. La nebbia si era dissolta, e le luci stradali dovevano per forza risultare visibili dalla sua posizione. Eppure nulla forava la totale oscurità di quella notte.

Imprecando e rabbrividendo, accese di nuovo la torcia puntandola in ogni direzione. Subito i suoi occhi si riabituarono alla luce e scrutare nel buio si fece più difficile, ma a quel punto ormai la cattura dei due intrusi non contava più nulla per lui: a quel punto si sarebbe semplicemente accontentato di ritrovare la via di casa.

Adesso avanzava piano lungo quella che sembrava una sorta di piccola cresta rocciosa in graduale salita. La seguì fino a quando non si ritrovò ai piedi di una mastodontica rupe, e fu allora che qualcosa in lui cominciò a rassegnarsi: nulla gli tornava familiare in quel territorio completamente sconosciuto. Le sue speranze ripresero fiato per un attimo quando scorse ciò che sembrava un piccolo sentiero di capre. Lo seguì per un po’, ma all’improvviso anche quello svanì. Ormai da tempo aveva superato il limite entro cui ristagnava la nebbia, ma questo non lo aiutava molto. La massa scura sopra di lui, ineffabilmente remota, che tracciava una brusca linea di demarcazione tra il cielo e la terra doveva per forza di cose essere il ciglio del canyon. Tuttavia, e questo sì che era incredibile, su di essa non compariva il raggruppamento di luci che indicava Canyon Village.

Possibile che là sopra fossero saltate le luci? E che altro sarebbe dovuto succedere quella notte?

Sospirando, Bill riprese testardamente a salire il brullo declivio da cui doveva per forza essere sceso. E va bene, non si trovava sulla stessa dannata scarpata. Non riusciva più neppure a ritrovarla. Per qualche ragione, quella salita sembrava profondamente, intimamente diversa. Rupi, frane e ostacoli di ogni sorta si ergevano dove era convinto di non averne visto nessuno solo mezz’ora prima.

Presto si fermò nuovamente, stavolta imprecando ad alta voce. Terreno sconosciuto o no, non poteva essersi perso così stupidamente. Non gli era mai successo neppure da bambino. Se gli altri avessero saputo di un tale fallimento, si sarebbe davvero arrabbiato con se stesso.

E quindi continuò a salire.

Dopo aver guadagnato un po’ di altitudine superando, come si augurò, qualche cresta rocciosa che gli impediva la vista del vero ciglio del canyon, Bill si fermò e provò di nuovo la sua radio. Di nuovo il piccolo dispositivo vibrò di scariche statiche, inizialmente, e poi… poi finalmente risuonò la voce familiare di Maria.

— Qui casa Tyrrel — stava dicendo Maria, scandendo bene le parole nell’evidente sforzo di farsi sentire a tutti i costi. — Bill, mi sente? Risponda.

Premendo un tasto, Bill descrisse con molta riluttanza la sua situazione a Maria e dicendo che la cosa migliore da fare era sedersi dove si trovava e aspettare l’alba.

— Sieda e aspetti l’alba, allora — replicò la voce sottile e distorta di Maria. — Ha bisogno di qualcosa?

Lui le rispose di no, ma non fu sicuro di venire sentito. In risposta arrivarono solo scariche statiche.

Bill spense la radio e la ripose nel taschino; poi, tra borbottii e imprecazioni abbassò la lampo della giacca perché aveva caldo. Forse l’inseguimento era durato più di quanto credesse. Diamine, quella doveva essere la spiegazione anche se il motivo per cui le luci di Canyon Vìllage restavano nascoste era ancora tutto da spiegare.

Nonostante ciò che aveva detto a Maria, continuò a tentare. Progredendo molto lentamente verso l’alto, Bill dovette finalmente ammettere a se stesso (con qualche imbarazzo niente affatto attenuato dal fatto che nessuno poteva vederlo) che sembrava proprio destinato a dovere aspettare le prime luci dell’alba per ritrovare la strada di casa Tyrrel e dell’albergo.

Certo ritrovarsi in quelle condizioni era un disastro, ma poteva anche andare peggio: per esempio poteva cadere da una dannata rupe. Per cui sedette su un comodo masso e si mise a pensare. Ma dieci minuti dopo un brivido di freddo lo spinse ad alzarsi e a vagare in un piccolo spazio controllato, agitando le braccia e saltellando pensando di tanto in tanto di accendere un fuoco. Tuttavia il freddo si era fatto molto più sopportabile, e solo una leggera brezza gli dava quell’epidermica sensazione di freddo. Alternando periodi di movimento a periodi di riposo riuscì addirittura a dormire un po’ appoggiato alle rocce, augurandosi che i serpenti a sonagli si mantenessero a debita distanza.

Qualcosa lo svegliò dal suo scomodo sonno. Si alzò massaggiandosi il collo irrigidito. Le stelle si affievolivano, preannunciando finalmente il prossimo arrivo dell’alba. Stiracchiandosi e muovendosi un poco per riscaldarsi, osservò il lento sorgere del sole. Il cielo a oriente sfumava ora in un grigio indistinto in lenta espansione nella massa spenta e nera sopra di lui. Poi, prendendo forma con gradazioni indefinibili, un’ampia linea di pallida luce spazzò definitivamente le tenebre segnando il piatto orizzonte per miglia e miglia. Ovunque intorno a Bill, vaste distese di terreno e ancor più vaste estensioni di spazio puro e arioso iniziarono a prendere forma, a uscire dalla nebbia e dalla tenebra…

E poi fu l’alba. Al grigio leggero e sfumato dell’inizio subentrarono i colori della terra e l’azzurro del cielo. Un’alba come tante sulla Terra. Ma qui il territorio che pian piano tornava alla vita, alla luce, non ricordava nulla di conosciuto. Lo sguardo di Bill si fermò su una lontana formazione, un pan di zucchero sempre più rosso nonostante il lento svanire del viola nel cielo. Quanto distava quella strana protuberanza del terreno, quella cosa tanto insolita da sembrare impossibile su questo pianeta? Un miglio? Due? Cinque?

Attimo dopo attimo la complessità della scena si fece più chiara, e proprio per questo più incredibile. Aveva visto molte immagini del Grand Canyon, come tutti del resto, ma nessuna foto e nessun film potevano rendere l’intensità del panorama che gli si apriva davanti e neppure sperare di avvicinarvisi. Questa… questa era la Genesi. La creazione del nostro pianeta.

Infine con riluttanza obbligò la sua mente a pensieri più prosaici. In quel panorama indescrivibile non v’era traccia delle persone che aveva inseguito nella notte, né di nessun altro.

A quanto gli era dato di vedere e soprattutto di sentire, lui, Bill Burdon, poteva anche essere l’ultima persona sull’intero pianeta, o forse la prima.

Imponenti formazioni rocciose lo circondavano da ogni parte, torreggianti e colorate. Sapeva che il canyon era largo più o meno dieci miglia in quel punto, un territorio irregolare, inospitale e magnifico punteggiato ogni tanto da alberi, cactus e cespugli, zeppo di canyon laterali che si perdevano chissà dove. Impossibile attraversarlo a piedi, anche se sapeva che esistevano dei sentieri.

Il fiume, che Bill si aspettava in qualche modo di veder scorrere sotto di lui alla luce del mattino, restò invece nascosto nella parte più profonda della gola. Le balze soprastanti quella parte finale dell’abisso erano, stimò, a più di trecento metri sotto il costone su cui lui si trovava. Là, sotto un’ampia porzione di terreno punteggiato da quelli che sembravano cespugli di artemisia declinava dolcemente verso il margine di quell’ultima spaccatura nella terra. Ma di nuovo l’altezza e la distanza risultarono difficili da calcolare.

Bill riprese a marciare e salì per una buona mezz’ora, per poi fermarsi e dare un’occhiata attorno a sé. Per quanto poteva dire dai cambiamenti nelle parti più lontane di quell’intenso panorama, non sembrava essersi mosso affatto.

E quindi riprese a salire. Si fermò dopo qualche tempo, osservando allarmato la porzione di terreno in dolce discesa molto sotto di lui. Con la coda dell’occhio aveva visto un animale… un elefante, o comunque qualcosa con una proboscide da elefante intento tranquillamente a pasteggiare strappando rami e foglie dagli alberi lontani. Incredulo si sfregò gli occhi. Il sole gli aveva forse dato alla testa? Stava quasi per darsi un pizzicotto quando vide un’altra creatura molto simile alla prima. Ma stavolta sbagliarsi era difficile: il grosso pachiderma rimase in vista parecchi secondi prima di sparire dietro una piega del terreno.

Sbalordito, riprese a salire.

Solo per ricevere un nuovo shock due minuti dopo vedendo, praticamente alla sua altezza, un altro animale totalmente inaspettato. Con molta flemma lo strano dromedario gli ritornò l’occhiata più allibita che Bill avesse mai lanciato a qualcosa in vita sua. Poi, ruminando, l’animale si mosse e se ne andò.

E fu allora, mentre cercava di capire cosa mai era accaduto per farlo impazzire così e dava inconsciamente per scontato di essere solo in quel luogo desolato, che superò un piccolo avvallamento del terreno e si ritrovò a guardare una ragazza seduta davanti a una tenda con lo sguardo perso nelle profondità del canyon.

Accanto a lei ardeva un piccolo fuoco da campo, e sembrava chiaro che si trovasse lì accampata da qualche tempo. Un poco oltre si apriva una piccola grotta, grande abbastanza da dare rifugio a una singola persona rannicchiata e il cui ingresso era guardato dal fuoco.

La ragazza vestiva esattamente come qualunque giovane campeggiatore nel mondo in cui Bill cercava tanto faticosamente di tornare. La giacca e la sciarpa corrispondevano alla descrizione dei vestiti indossati da Cathy Brainard il giorno della sua scomparsa. Il vento giocava con i suoi lunghi capelli neri mentre sedeva immobile dando le spalle a Bill, e qualcosa nel suo atteggiamento lasciava capire che stava piangendo o che aveva pianto molto di recente.

Bill sfregò volontariamente la roccia con uno dei suoi stivali e la ragazza si voltò di scatto. Occhi grigio-azzurri pieni di… paura? rabbia? sorpresa? lo scrutarono da capo a piedi.

— Non aver paura — disse lui. — Va tutto bene, Cathy. Finalmente ti ho trovata!

8

Lasciando la grotta con Jake, Camilla cercò di apparire complice e conciliante, ma Jake non era più disposto a farsi menare per il naso.

— Dov’è adesso, e quando tornerà?

Camilla sospirò. — Adesso sta dormendo, te l’ho detto. Lo rivedremo quando sarà buio, forse un po’ prima.

— Lo so che l’hai già detto, ma dove dorme?

— Non credo proprio che ora sia il momento giusto per…

— Dov’è?

Camilla si arrese. — C’è una grotta più piccola sull’altro versante di questa collina.

— Bene. Fammela vedere.

Sospirando, la ragazza si avviò prendendolo per mano. Come un bambino preso per mano dalla sorella maggiore, si disse Jake. Senza fretta lo condusse al di là del torrente e poi della collina.

Una volta raggiunta la grotta in cui si supponeva dormisse Tyrrel, lei gliela indicò e lui restò in silenzio a contemplarla. Poi il suo sguardo si spostò su Camilla. Sembrava perfettamente seria. Jake sentì rizzarsi i peli della nuca. Una faccenda davvero terribile, ma doveva pur affrontarla: sembrava proprio che Camilla fosse ancora più folle del vecchio scultore.

La piccola grotta da lei indicata era senza dubbio abbastanza spaziosa da ospitare un uomo, ma l’ingresso era completamente bloccato da una grande lastra di roccia calcarea pesante molte tonnellate. Un gatto sarebbe forse riuscito a passare nell’interstizio tra la lastra e la parete, ma era ovvio che nessun essere umano poteva sperare di farcela.

Jake parlò con voce calma e ragionevole. — Nessuno potrebbe mai entrare e uscire da quella piccola fessura, Camilla. Io non riuscirei neppure a infilarci un piede. Sei certa di quello che dici?

Per nulla scossa, Camilla replicò: — So che sembra impossibile, ma lui è là che dorme adesso. Credimi. Quella piccola fessura gli basta per entrare e uscire, ma solo quando è buio. Lui… lui riesce a cambiare forma. L’ho visto con i miei occhi. Questo solo di notte: di giorno deve dormire.

— Ah, che sciocchezze. Ci sarà un altro ingresso.

— No. Jake, parlo sul serio. Lui entra ed esce da lì.

Il giovane la guardò per un attimo, pensieroso. Poi le chiese: — Dimmi di nuovo, Camilla: da quanto sei qui con quel vecchio pazzoide?

Lei deglutì. — Ho perso il conto. Credo però che sia da più di un anno.

— E sei rimasta sempre qui in questo periodo? Non sei mai stata in nessun altro posto?

Cominciando a piangere, lei scosse la testa. — Capisco che sembra una follia. Io non so più cosa dire o fare. Ma non sono impazzita, Jake, non ancora. Ti sto dicendo la verità! Aspetta e vedrai!

Certo che il modo in cui Camilla gli parlava in quel momento contribuiva ben poco a fargli cambiare idea.

— Non sono impazzita — ripeté lei più che altro a se stessa, come se potesse leggergli nel pensiero. — Sei tu piuttosto quello che agisce in modo strano. Continui a dire che vuoi tornare al tuo maledetto campo quando hai capito benissimo che è impossibile!

Jake deglutì. Sul momento non trovò risposta.

Camilla continuò a incalzarlo. — Edgar ha ragione. Tu resterai qui. — E questa non era certo una domanda. — Perché non hai scelta. Finirai come me. Ma forse in due possiamo fare qualcosa.

Jake rispose con una parola sconcia.

— Tesoro, hai cercato di andartene più volte e hai visto anche tu come funziona. Adesso hai finalmente capito che non è quello il modo giusto. Ho forse torto?

Di nuovo Jake non rispose.

Molto in fondo sapeva che lei aveva ragione. Era una follia, certo, ma aveva ragione. E la faccenda generava in lui sentimenti contrastanti. Nonostante la sua collera, l’idea di restare lì a lavorare risultava addirittura interessante in qualche folle modo. Dividere ogni notte lo stesso letto con Camilla faceva parte del compenso: già questo quasi bastava. Ma essere libero di andarsene con qualche soldo era troppo importante.

Rompendo un lungo silenzio le disse: — Dici che Tyrrel dorme tutto il giorno.

— Esatto.

— Dormiva anche i giorni in cui sei scesa fin quasi al fiume con pennelli e cavalletto, i giorni in cui ci siamo visti? Dormiva in quel buco anche allora?

Camilla esitò brevemente.

— Sì.

— Ma questo ti lasciava la possibilità di andartene, no? Perché allora sei rimasta seduta su un sasso a dipingere come se nulla fosse? Perché non sei venuta via con me? La strada era aperta in quei giorni, oppure no?

La risposta di Camilla fu molto calma e giunse con deprimente prontezza. — No, Jake, la strada non era aperta. Tu potevi entrare, ma io non sarei mai potuta uscire.

— Non capisco.

Lei replicò con un gesto d’impotenza. — Le cose stanno così. Solo Edgar può aprire certe porte che per gli altri sono sempre chiuse. E lui ha aperto una porta per te.

— Vuoi dire che sapeva che stavo arrivando? E anche tu?

— Come potevamo mai saperlo? Forse tu sapevi come sarebbe andata a finire quando hai risalito per la prima volta il torrente? No, semplicemente Edgar ha lasciato una porta aperta in modo che qualcuno potesse entrare. E sei entrato tu.

Jake dovette ammettere che il giorno in cui aveva incontrato Camilla per la prima volta aveva disceso il fiume verso sud per pura e semplice coincidenza. — Ieri però sapevi che stavo arrivando.

— Certo. Tu avevi detto che saresti tornato domenica.

— E anche Edgar lo sapeva.

— Io… ho dovuto dirgli dei nostri incontri, Jake.

— Si è arrabbiato?

— Per nulla. Ha bisogno di qualcuno che lavori per lui. E comunque non gli importa se io ho un amico: basta che faccia sempre quello che mi dice.

— E da noi vuole qualcosa di più che semplice lavoro.

Lei annuì in silenzio. Poi aggiunse con foga disperata: — Ma io dovevo portarti qui! Non capisci, Jake? Ho bisogno di te! Non m’importa di ciò che vuole Edgar.

Ma Jake insistette. — Però le prime due volte che ci siamo visti non mi sono ritrovato intrappolato così. Sono uscito dal Canyon Profondo e sono tornato tranquillamente al campo.

— Quelle prime due volte non mi hai seguita fino alla casa. Addentrandoti così nel Canyon Profondo hai perso la strada per uscirne, e la porta ora si è chiusa.

— Ah, è così allora! Tu sapevi, e mi hai coinvolto lo stesso in questa storia! È così, vero? — E Jake si lasciò andare a un altro insulto.

Lei annuì lentamente, in lacrime. — Non potevo fare altro. Aiutami, ti prego!

E Camilla scoppiò in un pianto dirotto. Faceva tanta pena che Jake non riuscì a essere rude con lei.

Viste le circostanze, tuttavia, non riuscì neppure a essere tenero. Almeno, non in quel momento. Lasciata Camilla in lacrime sul sofà della stanza comune della casa, Jake trascorse le ultime ore di luce correndo su e giù per il canyon senza mai veramente allontanarsi, rovistando tra rocce e cespugli. Neppure lui sapeva perché, ma aveva bisogno di trovare qualcosa, qualunque cosa che potesse collegare quel folle luogo con il mondo in cui aveva trascorso i primi ventidue anni della sua vita.

Col calar del sole, Jake provò dei veri e propri attimi di panico. Continuava a sentirsi preso in una gabbia di cui non riusciva neppure a localizzare con precisione le pareti. Già aveva esplorato per un bel pezzo il territorio a monte e a valle della casa; adesso esaminò con la massima attenzione le pareti dell’ampio anfiteatro in cui sbucava il canyon, in cerca di qualche modo per salire. Ma tranne che nel punto da cui era già salito, vicino alla cascata, sembravano davvero impossibili da scalare. Uno doveva sentirsi davvero disperato per provarci, e anche se vi fosse riuscito si sarebbe poi ritrovato su quell’impossibile versione dell’altopiano.

Ancora non si sentiva completamente vinto, ma vi erano dei momenti in cui vi andava vicino.

Il sole era sparito dietro le colline occidentali, ma la luce del giorno rischiarava ancora il cielo. Jake arrestò il suo disperato e inutile affannarsi, sperando forse in un’idea improvvisa che potesse risolvere il problema. Andarsene significava dover fare i conti con le autorità del campo per la sua improvvisa sparizione, ma quella era in effetti l’ultima delle sue preoccupazioni in quel momento.

Tornando mestamente verso la casa, Jake si fermò ancora una volta a esaminare la grotta dove Tyrrel lavorava. Osservando, attraverso l’entrata, la fila di futuristiche lampade appese alle pareti non poté evitare di provare una forte curiosità, anche se di malavoglia.

Rientrato in casa trovò la doppietta nell’angolo della sala dove Camilla l’aveva lasciata. Jake prese l’arma e l’aprì. Le due cartucce nel caricatore sembravano assolutamente normali.

Con il volto gonfio a causa del pianto, Camilla si avvicinò a lui e lo guardò in silenzio. Sembrava ansiosa di compiacerlo.

Compiendo uno sforzo, Jake le chiese con voce gentile: — Camilla, se Tyrrel è convinto di tenerci entrambi prigionieri come mai si fida tanto da lasciare in giro la doppietta?

Lei si voltò e tornò in cucina dove, Jake lo vide solo allora, stava impastando delle forme di pane. — Perché non serve a nulla contro di lui.

— Davvero? Neppure se glielo punto addosso e gli dico di lasciarci uscire se non vuole finire male?

— Oh, puoi puntarglielo addosso e dirgli tutto ciò che vuoi. Puoi anche sparargli, sai? Solo che le pallottole non gli fanno nulla. Qualcuno lo ha già fatto, e come vedi… — ribatté Camilla, fermandosi per un attimo con le mani piene di pasta e annuendo.

— Qualcuno ha sparato a quel bastardo? Con questa doppietta?

Camilla annuì nuovamente.

— E chi?

— Qualcuno che era qui ancora prima di te.

Allora lui non era il primo attratto là dentro da lei. Ba’, non gli importava un fico secco adesso. Quello era uno di quei momenti in cui Jake sentiva che dovevano per forza essere impazziti tutti e tre: lui, Camilla e quel vecchio impossibile.

— Gli ha sparato e lo ha mancato?

— Gli ha sparato e lo ha preso in pieno. Le pallottole lo hanno attraversato, strappandogli i vestiti. Ma lui è rimasto in piedi, indenne.

Jake ebbe l’impressione che Camilla avesse davvero visto la scena che stava descrivendo. Ma forse era solo convinta di averla vista. In ogni caso decise di lasciare perdere il mistero di quell’impossibile fucilata. La doppietta poteva anche restare dove l’aveva trovata, almeno per il momento.

— Stai facendo il pane, vedo. Significa forse che abbiamo ospiti per cena?

Camilla non rispose, ma continuò a lavorare la pasta con movimenti rapidi ed energici.

— Perché ti sei fatta convincere a venire qui?

— Non avevo altro posto dove andare, e incontrai Edgar in un bar di Flagstaff. Era carino… non so come, ma sembrava più giovane di molti anni. Parlava bene, Edgar. Mi raccontò che sua moglie l’aveva lasciato così, su due piedi. Non mi chiese nulla, solo se ero disposta ad andare con lui per fargli da modella. Io risposi che sì, mi andava bene, anche se mi aspettavo che volesse da me qualcosa di più: non sapevo ancora quanto avevo ragione! — E Camilla smise bruscamente di parlare.

— Come mai sua moglie è riuscita ad andarsene e noi no?

— Che ne so? Ma dopo la sua partenza, Edgar deve aver fatto in modo che nessun altro potesse mai seguirla.

— Ne parli come se fosse uno stregone.

— Non ridere. Non l’hai ancora visto all’opera.

— Oh, ci sarà tempo per questo. Comunque, dopo averti visto senza vestiti addosso ha voluto qualcos’altro da te oltre a fargli da modella.

— Inizialmente sì — replicò Camilla con un’alzata di spalle. — Ma non negli ultimi mesi. In questo periodo mi ha lasciata in pace.

— Ma davvero sei qui da più di un anno?

Lei rispose lanciandogli un’occhiata di fuoco, una volta tanto arrabbiata con lui. — Te l’ho già detto. Come posso andarmene?

In risposta ad altre domande, Camilla ammise di fare ancora delle sessioni da modella per il vecchio scultore, anche se non così spesso. — L’ultima risale a più di un mese fa.

Non appena lei terminò di impastare l’ultima pagnotta lasciando poi le forme a lievitare, Jake la convinse a seguirlo verso la caverna. Stavolta fu lui a trovare l’interruttore e ad accendere le futuristiche lampade.

E stavolta notò che vi era una rientranza nella grotta mai notata prima, un buio antro proprio sul fondo. Vi si accedeva, ammesso che quella fosse la parola giusta, attraverso un’apertura larga più o meno quanto quella della grotta in cui, secondo Camilla, Tyrrel dormiva.

— Cosa c’è là dietro?

— Non lo so, ma Edgar vi lavora sempre. Non ho idea di cosa faccia, ma è il posto in cui passa più tempo quando è sveglio.

— Hai una torcia elettrica?

— Dovrebbe essercene una sul banco di lavoro — replicò lei con un che di riluttante nella voce.

Jake trovò la torcia e l’accese, cercando di sbirciare nella cavità. Puntò la torcia, guardò… e spiccò un gran balzo all’indietro. Un oggetto in movimento aveva attraversato il cono di luce, un qualcosa di strano, una sorta di fantasma che non era riuscito a vedere bene, ma che ispirava un orrore profondo. Dominandosi, cercò di pensare. Cos’aveva visto esattamente? L’impressione era quella di una figura ben definita, grande quanto un uomo ma senza volto, senza lineamenti. Si era fermata per un attimo alla luce per poi scivolare via, come per nascondersi in qualche anfratto. Ah, ma che idiozia! La tensione lo aveva tradito. Semplicemente, si trattava di uno strano riflesso della torcia elettrica su qualche dannata roccia fosforescente, ecco tutto.

Digrignando i denti, Jake si avvicinò alla fessura e cercò nuovamente di vedere quella cosa. Niente da fare. Probabilmente non trovava più l’angolo giusto. Non c’era nulla in quella cavità ammuffita, solo una piccola area della grotta bloccata da una lastra di roccia calcarea. Sulle pareti e sul pavimento spiccavano i segni degli attrezzi del vecchio scultore. Sembrava chiaro che lavorasse duramente quando si trovava là dentro. Ma come entrava? Probabilmente vi era un altro accesso, un passaggio impossibile da vedere nella loro posizione.

Una volta tornati nella casa, Jake affrontò nuovamente Camilla. — E così fino a qualche mese fa hai dormito con lui. E adesso non gli importa se lo fai con qualcun’altro?

— Anche all’inizio, quando sono arrivata qui, sono stata con lui pochissime volte. E forse “stata” non è neppure la definizione giusta. Più che altro, te lo ripeto, gli ho fatto da modella e basta!

— Cosa intendi dire? Forse il vecchio pazzoide non lo fa come al solito?

— No.

— E come allora?

— Ma cosa t’importa? — ribatté Camilla, niente affatto ansiosa di parlare di questo lato della faccenda. — Jake, ascoltami: non hai motivo di essere geloso di Edgar, ma devi stare molto attento a non farlo arrabbiare.

— Credi che sia geloso di me? Credi che mi tenga qui per avere sottomano qualcuno da odiare?

— Oh, no. Edgar non è fatto così. In ogni caso ti ripeto di stare molto attento a lui perché può diventare davvero pericoloso.

— Ba’. Non appena si sveglierà faremo una chiacchierata, e vedrai che non avrò bisogno della doppietta per convincerlo.

— Cosa intendi fare, dargli un paio di cazzotti? — Camilla lo guardò con vaga ironia. — Tanto vale allora che ci provi con la doppietta, tesoro. Comunque, fa’ come vuoi. Immagino che anche tu debba ricevere la tua lezione.

Jake poté solo guardarla perplesso oltre ogni limite. — Dove diavolo dorme? — domandò infine. — Voglio parlargli.

— Ti ho mostrato dove dorme.

— Sciocchezze.

Camilla lo guardò davvero preoccupata. — Tesoro, guarda che Edgar è una persona molto speciale.

Lui sogghignò malignamente. — Già, questo continui a dirlo. Quasi quasi sono disposto a crederti.

— È anche un uomo molto, molto cattivo. Ah, come vorrei che tu e io trovassimo il modo di andarcene da qui!

— Camilla, ce ne andremo non appena avrò parlato un po’ con lui. Continui a dire che è lui a tenerci qui, ma come fa?

— Non so come, ma riesce a controllare il tempo. Apre dei passaggi tra epoche diverse, delle porte che apre e chiude a piacimento.

— Cosa?

— Jake, ti ripeto ancora che il tempo qui non è quello che conosciamo noi. In qualsiasi altro posto i giorni e le ore trascorrono normalmente, ma non qui, non nel Canyon Profondo. Qui si vive con quello che io chiamo il tempo profondo. Edgar ha cercato qualche volta di spiegarmi come funziona, ma io non riesco a capire. Forse puoi chiedergli di spiegarlo anche a te.

— Certo che glielo chiederò. E sarà meglio per lui che la spiegazione sia chiara.

Jake pronunciò quelle parole a bassa voce, ma il modo in cui le disse dovette allarmare Camilla. — Non credere di poter fare il duro con lui. Anche se sembra un vecchio, Edgar è più forte di qualunque uomo io abbia mai conosciuto.

— Davvero?

— Credimi sulla parola, Jake — replicò lei, convinta. Poi, guardandolo, aggiunse: — Non hai nessuna intenzione di credermi sulla parola, vero?

Jake chiuse la mano in un grande, solido pugno e lo guardò. Il suo corpo non mostrava il minimo segno di grasso e i suoi muscoli erano gonfi e induriti dal lavoro di quegli ultimi mesi. — Si direbbe che devo litigarci se vogliamo andarcene di qui. Tu continui a ripetere che in qualche modo solo Edgar può farci tornare là da dove siamo venuti.

— Ti conviene non affrontarlo apertamente, tesoro — fece Camilla avvicinandosi a lui. — Jake, mi senti? E quella doppietta lasciala perdere. Ti ripeto che non può fargli nulla. Può solo mandarlo su tutte le furie se pensa che volevi ucciderlo.

— Come non può fargli nulla? Vuoi dire che una fucilata gli fa solo il solletico?

Lei si appoggiò al tavolo e rispose, sicura di sé: — E va bene, fa’ come vuoi allora. Spara a Edgar e vediamo cosa succede. Ma poi non lamentarti delle conseguenze.

Jake non disse nulla. Forse avrebbe potuto sparare a sangue freddo a qualcuno, ma solo come ultima risorsa per salvare la pelle.

Camilla si avvicinò di nuovo a lui sorridendo e i due si baciarono. Ma anche quelle labbra carnose, anche quel corpo snello e sensuale non riuscirono a distrarlo più di qualche istante.

— Hai visto qualcuno oltre a Edgar in questo periodo?

Lei esitò. — Ho visto un paio di persone.

— Chi?

Nessuna risposta.

— Per esempio il tizio che gli ha tirato una fucilata?

Un cenno di assenso.

— Un uomo, quindi.

— Sì.

— Insomma, queste persone sono riuscite ad andarsene? Hai idea di come abbiano fatto?

— Nessuno se ne va, Jake — rispose lei d’istinto. E poi: — L’uomo che gli ha sparato è morto.

Per quanto provasse, Jake non riuscì a cavarle altri dettagli su quell’episodio.

— Va bene, mi arrendo allora. Comunque, Edgar dorme nella caverna al di là della collina, giusto? E al tramonto ne uscirà cambiando forma e passando attraverso quella stretta fessura.

Camilla annuì.

Al tramonto Jake attraversò il torrente e valicò la piccola collina, fermandosi davanti alla caverna a non più di dieci metri di distanza. Quando il sole calò del tutto accadde ciò che doveva accadere: un battito di palpebre e Tyrrel era lì davanti a lui. Jake non riuscì neppure a capire come accadde.

— Ah, vedo che Camilla ti ha parlato di me — disse il vecchio senza tradire la minima rabbia o sorpresa.

Stupefatto, Jake non riuscì a spiccicare parola.

Il vecchio annuì lentamente. — E va bene, forse è meglio così. Che parli pure. Forse adesso comincerai a crederle. Spero tu sia pronto per apprendere il lavoro.

Jake ignorò ogni cosa. — Voglio andarmene.

— Quello che tu vuoi non conta nulla. Ti ho chiesto se sei pronto per apprendere il lavoro.

— Al diavolo il suo lavoro. Le ho detto che…

Lo schiaffo a mano aperta arrivò con tale velocità da impedirgli di scansarlo o di pararlo, e lo colpì sulla testa così violentemente da fargli ronzare entrambe le orecchie. Jake barcollò e mosse qualche passo indietro.

Ma un attimo più tardi, non appena tornò a sentire le gambe, il giovane uomo si lanciò all’attacco con un potente gancio diretto proprio alla mascella di Tyrrel…

…che alzò senza sforzo una mano bloccando in volo quel pugno tremendo. Camilla strillò in sottofondo. Jake cercò di liberarsi da quella stretta micidiale, ma senza alcun successo. Il suo braccio destro sembrava bloccato dalla presa di un lottatore, un enorme ammasso di muscoli che stringeva e torceva il suo polso con tutta la sua forza. Ma quando alzò lo sguardo disperato e abbattuto vide che c’era solo il piccolo Tyrrel che lo teneva con una sola mano senza mostrare il minimo sforzo.

— Non voglio farti davvero male — gli disse pazientemente il vecchio quando smise di divincolarsi. — Perché tu devi lavorare, e io spero che tu sia tanto intelligente da imparare ciò che devi senza troppa sofferenza.

Sempre con una mano, Tyrrel strinse le dita ancora un poco, molto poco, e Jake lanciò un urlo di dolore e di impotenza cadendo in ginocchio.

— Ti basta?

— Sì, la prego…

— Lavorerai per me? Accetterai i miei ordini?

— Sì, tutto ciò che vuole.

Tyrrel lo lasciò andare. Poi si voltò e si allontanò, fermandosi a mezza strada per fargli cenno di seguirlo. — Vieni con me. Ti mostrerò i tuoi compiti. Per domani a quest’ora ti converrà avere già fatto qualcosa.

Jake si rialzò faticosamente in piedi, massaggiandosi un polso slogato ma non lussato. La forza di quel vecchio era semplicemente disumana.

Il vecchio aspettò, pronto a rintuzzare un’eventuale seconda reazione di Jake. Ma il giovane aveva abbandonato ogni velleità, almeno in quel momento. Quando fu abbastanza vicino, Tyrrel gli disse: — Se vuoi continuare a vivere, devi lavorare. Hai avuto un giorno intero per abituarti all’idea. Adesso vieni con me.

Jake si rese perfettamente conto dello sguardo pieno di paura di Camilla, che osservava la scena da una certa distanza. Ma adesso non poteva fermarsi a parlarle. Doveva seguire il suo nuovo padrone.

9

Sorpresa per quelle parole, la ragazza seduta presso il fuoco volse la testa. Lentamente si alzò in piedi, guardando Bill con diffidenza. Appena oltre la modesta terrazza dove aveva piantato la tenda si apriva un profondo baratro: forse aveva paura di lui, ma non poteva fuggire da nessuna parte.

In ogni caso sembrava più sorpresa che spaventata. Dopo un attimo di stupore, replicò a Bill: — E lei chi è? Cosa fa qui?

Facendo del suo meglio per non sembrare minaccioso, Bill le parlò con gentilezza. — Mi hanno mandato tua zia Sarah e tuo padre. Entrambi mi hanno chiesto… ci hanno chiesto di ritrovarti.

— Vi hanno chiesto?

— Sì. Sono un investigatore privato. I miei colleghi sono a casa di tua zia.

— Mio padre… — disse Cathy. Pronunciò quelle due parole caricandole con un velo di tristezza che Bill non provò neppure a decifrare.

Di conseguenza disse, più confidenzialmente: — Be’, se non ci vai d’accordo ti capisco in pieno, ma ti posso garantire che sembrava davvero preoccupato per te.

Cathy tacque per qualche secondo, forse per rimuginare bene su quell’affermazione. Poi chiese:

— Come faccio a sapere che lei dice la verità?

Bill arretrò di un passo, continuando a fare di tutto per sembrare affidabile, ma restando pronto a scattare se il riluttante oggetto della sua ricerca, tanto fortunosamente ritrovato, avesse cercato di scappare girandogli attorno. — È vero, non mi conosci — replicò.

— Sono solo un detective privato, ma sto dalla tua parte. Il mio nome è Bill Burdon. Posso mostrarti il tesserino, se non mi credi.

Cathy ci pensò sopra, per poi rompere in una nervosa risatina.

— Non sono molto certa che quel pezzo di plastica possa dirmi granché.

— E va bene. Sai, è la prassi. Ma dimmi un po’, hai intenzione di cucinare qualcosa su quel fuoco?

Di nuovo lei ci pensò sopra per poi ridere ancora, stavolta divertita. — Non lo so. Perché, ha fame?

— Direi proprio di sì, accidenti. Sono rimasto in giro tutta la notte, e avevo solo qualche cioccolatino da mangiare.

— In giro tutta la notte a cercarmi?

— Lo so che sembra stupido, ma ti confesso che l’intenzione originale non era quella — replicò Bill contemplando nel frattempo lo spettacolare panorama.

Un attimo più tardi vide che Cathy stava quasi sorridendogli. Sempre più divertita, lei chiese: — Non mi dirà che si è perso?

— Perso io? Impossibile. Un detective non si perde mai. Tuttavia, che io sia dannato se ho mai visto l’intero altopiano sparire così con tutto quello che c’era sopra! — esclamò Bill indicando le lontane pareti del canyon.

Con sua sorpresa, Cathy non rise. E neppure rispose direttamente. — Okay, sta venendo fame anche a me — affermò invece. — Le va bene qualche intruglio liofilizzato per colazione? C’è una sorgente molto comoda a cinque minuti da qui.

Accompagnandola alla sorgente per prendere l’acqua con un pentolino di alluminio dai manici ricurvi, Bill esaminò rapidamente l’accampamento e le immediate vicinanze. Non sembrava affatto che si trovasse lì da un mese: forse si era spostata in quel periodo. In ogni caso, decise di non menzionare la cosa in quel momento. — Sei sistemata bene. Vedo che ci sai fare con queste cose.

— Grazie.

— E quanto hai intenzione di restare qui?

— Non ho ancora deciso fino a quando. Lo riferisca pure a chiunque sia interessato.

— Cathy, tuo padre è molto preoccupato per te. E ancora di più lo è tua zia Sarah.

— Davvero? — replicò lei con sarcasmo, per poi chiedere con insolita curiosità: — Ma come ha fatto ad arrivare qui e a trovarmi?

— Be’, tutto è cominciato con un po’ di movimento a casa di tua zia la scorsa notte. Due persone hanno cercato di entrare, e io mi sono lanciato al loro inseguimento giù per il canyon.

Questo attrasse immediatamente l’attenzione di Cathy. — Chi erano?

— Non sono riuscito a capirlo. Correvano come dei dannati e non li ho visti da vicino.

Lei si rilassò un poco. — Meglio per lei — commentò.

Tornati alla tenda con il pentolino pieno d’acqua, Cathy lo sistemò per bene sul fuoco e frugò nello zaino in cerca di una busta di cibo liofilizzato. — Le è andata bene, sa? — ribadì.

— Perché?

Lei rispose con un’alzata di spalle.

Per la mezz’ora successiva parlarono soprattutto di campeggio, spinti da necessità pratiche quali attizzare il fuoco e preparare la colazione. Alla fine ne uscì una sorta di minestra buona quanto ci si poteva aspettare.

Una volta finito di mangiare, Bill disse casualmente: — Ora sto davvero meglio. Allora, cosa facciamo? Smontiamo tutto e andiamo a casa?

Cathy gettò un altro legno nel fuoco e scosse la testa. — No, io resto. Non ho alcuna fretta di tornare a casa. Voglio stare ancora un po’ da sola e pensare bene a certe faccende.

— I tuoi sono davvero preoccupati, sai? Manchi da un intero mese, dopotutto.

:- Oh Dio mio! — fece lei, portandosi una mano alla bocca e guardandolo con grandi occhi. — Un mese? Ma certo… come ho fatto a non pensarci?

La sua sorpresa pareva tanto autentica che Bill la guardò a sua volta incuriosito. — Perché, quanto tempo credevi fosse passato?

Intenta a ripulire il pentolino con acqua e sabbia, Cathy si limitò a scuotere la testa.

Bill insistette. — Non sarebbe male se tornassi indietro con me, sai? Okay, mi pare di capire che non consideri più quella casa un posto piacevole dove stare, e mi dispiace. Tuttavia, perché non mi fai questo favore? Fatti vedere solo oggi giusto per dimostrare che il caso è chiuso e che io mi sono guadagnato la mia paga. Poi potrai tornare a campeggiare dove vuoi senza lasciare nessuno in pena.

— I miei… — disse lei. E improvvisamente andò in collera. Si guardò nervosamente attorno come se cercasse qualcosa da tirargli.

— Almeno dimmi perché non vuoi tornare. Ti ripeto che tuo padre è davvero preoccupato.

Lei lo guardò sbattendo le palpebre. — Davvero? — fece, suonando totalmente scettica e genuinamente arrabbiata. — Che ne sa lei di mio padre? Crede forse che quel… quel… — Ciò che la faceva arrabbiare la lasciava ora senza parole.

— Lo conosco appena — si giustificò Bill. — Posso solo dirti l’impressione che mi ha fatto. Ti garantisco però che tua zia Sarah è davvero preoccupata.

Sotto sotto credette di vedere Cathy addolcirsi un poco al pensiero di sua zia. Tuttavia non diede il minimo segno di voler cambiare idea.

— E va bene. Non ho certamente alcuna intenzione di portarti via di forza.

— Lo spero bene!

— È ora di andare, allora. Dirò loro che sei sana e salva e che sei qui per tua libera scelta.

— Sì. Dica loro che sto bene. Ma… Bill, è sicuro di trovare la via del ritorno? — chiese Cathy. L’ombra fugace di un maligno sorriso le accese per un istante lo sguardo. — Se vuole l’accompagno per un pezzo di strada. Con me riuscirà a uscire dal canyon.

— Ma certamente. Anzi, grazie infinite — fece Bill, pensando che così avrebbe avuto più tempo per cercare di convincerla a tornare a casa. — Oh, dimenticavo: posso farti qualche foto? Solo per provare agli altri che sei davvero qui e in buona salute.

Lei ci pensò sopra. — Va bene. Faccia pure.

Bill impugnò la macchina fotografica. — Un’ultima domanda…

— Sentiamo.

— Chi pensi potessero mai essere quei due che hanno cercato di penetrare ieri notte a casa di tua zia?

— Meglio non chiederselo.

Bill decise di lasciare perdere. Scattò un paio di polaroid e annunciò di voler partire.

Come promesso, Cathy lo accompagnò per mostrargli la strada. Evidentemente si sentiva sicura per lasciare la sua tenda così. D’altro canto il tipo di terreno e le condizioni atmosferiche consentivano di lasciare per un po’ il fuoco incustodito.

Marciarono per più di mezz’ora su e giù per le balze del canyon in una direzione del tutto ignota a Bill. Ma nonostante nutrisse qualche dubbio, doveva ammettere che era lui a essersi perso, non Cathy. A un certo punto la ragazza si fermò e gli indicò la strada da seguire.

Dopo essersi salutati, Cathy lo guardò allontanarsi immobile e con le braccia conserte.

Bill avanzò per una cinquantina di passi, poi si voltò per salutarla agitando una mano. Ma la ragazza che era andato a salvare stava già tornando indietro e quindi non vide, e tantomeno restituì, il suo gesto di saluto.

Pazienza. La direzione giusta ormai la conosceva e quindi doveva solo affrettarsi a tornare. La storia di Cathy lo lasciava alquanto perplesso. Anzitutto, come poteva portarsi un mese di provviste in quello zaino? Certamente quella roba liofilizzata era leggera e teneva poco spazio, ma…

Non fece neppure in tempo ad approfondire la cosa o a muovere dieci passi in più che il corso dei suoi pensieri venne distratto dalla netta impressione che qualcosa fosse cambiato nell’aria e nella luce, come se una nuvola avesse momentaneamente oscurato il sole. Eppure il cielo era completamente sereno.

Guardandosi attorno per qualche istante, giunse alla conclusione che nulla sembrava sbagliato nel sole o nel cielo. Tuttavia entrambi apparivano fastidiosamente diversi.

Ancora seguendo la direzione indicatagli da Cathy, distratto da quelle che sembravano strane alterazioni nel tempo e nell’ora di quell’assurda giornata, Bill giunse in vista dell’albergo El Tovar in meno di mezz’ora. Tanto repentina e inaspettata gli si parò davanti la sagoma dell’albergo che soffrì un attimo di serio disorientamento. Salendo quella che sembrava solo una cresta secondaria si era ritrovato senza alcun preavviso sull’altopiano e, nello stesso istante, l’inconfondibile punto di riferimento costituito dal grande albergo interamente in legno si delineò all’orizzonte a meno di un chilometro di distanza.

Con un senso di sollievo misto a frustrazione per essersi perso come un novellino, Bill si avviò a grandi passi verso Canyon Village.

Ma stranamente quel giorno l’edificio centrale dell’albergo pareva strano, diverso, più piccolo del giorno prima.

Pensieroso, si diede una grattatina al mento… solo per fermarsi totalmente perplesso. Ricordava bene di essersi rasato il giorno prima, la mattina stessa che era partito da Phoenix. E adesso si ritrovava, si ritrovava davvero, una barba di tre, quattro giorni.

Preoccupato e incredulo, Bill si affrettò verso l’hotel. Ma poco dopo si fermò di nuovo, sfregandosi gli occhi e guardando ancora. Aveva un’ottima vista, soprattutto alla distanza, ma quel giorno i suoi sensi sembravano intenzionati a tradirlo in tutti i modi perché davanti a lui, in un parcheggio incredibilmente ridotto, gli sembrava di vedere una mezza dozzina di auto stile anni Trenta tranquillamente parcheggiate. In giro nessun turista e nessun’altra macchina.

Il giovane detective si sfregò nuovamente gli occhi. Forse era quel caldo torrido a far sembrare tutto diverso. Ma… un momento: caldo torrido a Capodanno? Adesso che ci pensava, il sole picchiava come ad agosto!

Naturalmente non poteva fare altro che continuare a salire, fino a penetrare in un tratto alberato con pini e cedri che nascose alla vista l’assurda immagine di quell’hotel troppo ridotto. In quell’intervallo riuscì in qualche modo a convincersi, nonostante il sole e il gran caldo, di essere davvero tornato nel prosaico mondo lasciato la sera prima, nel tardo dicembre del 1991.

Ma qualche attimo più tardi il sentiero lo portò fuori dal bosco. E di nuovo, senza possibile errore, vide l’El Tovar, o meglio la desolata versione dell’affollato albergo che ricordava di aver lasciato il giorno prima.

Tutto ciò che riuscì a fare fu lasciarselo dietro alla svelta.

Dopodiché passò, riconoscendolo, lo spiazzo che segnava l’inizio del sentiero del Bright Angel. Lo steccato però era molto più rozzo di quello che ricordava, e ben poche case rispetto al giorno prima guardavano dal margine il canyon sotto di loro.

Qualche minuto dopo giunse in vista di casa Tyrrel.

Il sole picchiava forte, ed era un caldo pomeriggio d’estate. La luce non aveva nulla d’invernale… ma Bill cercò in ogni modo di non pensarci in quel momento. Tuttavia non poté evitare di togliersi finalmente il giaccone da sci e di portarlo sul braccio.

Alcuni turisti, ma in numero molto inferiore alle aspettative, muovevano verso di lui seguendo il sentiero che sostituiva in quell’incubo il comodo viale pedonale del giorno prima e che passava a una distanza ben maggiore dalla casa di quanto ricordasse. Quei villeggianti, ammise Bill, vestivano in modo assolutamente estivo. E se li guardava attentamente, consentendo a se stesso di pensare a ciò che vedeva, avrebbe dovuto ammettere qualcosa di molto più allarmante. Quella gente vestiva in modo davvero strano. Sembravano usciti dall’album di fotografie degli anni Trenta di suo nonno. Quando si incrociarono, quelli tra loro che lo guardarono sembrarono ugualmente impressionati.

Bill diede le spalle ai turisti in costume. I suoi piedi lo portarono faticosamente davanti alla porta di quella che doveva, sì, doveva essere casa Tyrrel. Nessun dubbio a riguardo. Stessa casa, stesso posto. Poteva riconoscere le linee familiari dell’edificio, rimaste inalterate rispetto al giorno prima.

Ma…

La porta di casa del celebre scultore era socchiusa. Da dentro venivano delle voci di bambini piccoli, due, tre anni. Dovevano essercene almeno un paio.

Inoltre l’area davanti alla casa non era più pavimentata con le lastre quadrate tipiche del parco. Ora uno stretto sentiero attraversava un campo incolto e conduceva direttamente alla porta della casa.

Stava giusto guardando la porta quando questa si aprì del tutto. Ne uscì una giovane donna con una bambina di quattro anni, vestita di una salopette di cotone. La donna invece portava indumenti degli anni Trenta e un largo cappello da giardino.

La bambina, notò Bill, aveva degli occhi molto insoliti. Il loro morbido colore grigio azzurro gli ricordò subito gli occhi della ragazza di nome Cathy che aveva appena lasciato. Entrambe si fermarono a guardare il giovane stranamente vestito fermo davanti alla porta di casa loro.

— Buongiorno, signora — disse Bill alla giovane donna, abbozzando un leggero inchino secondo la miglior tradizione campagnola.

— Buongiorno a lei — rispose piano la donna, pensando forse che il modo più sicuro di agire fosse ripetere il saluto dello straniero. Poi, dopo aver osservato Bill rispondere con un incerto sorriso, gli chiese: — Posso fare qualcosa per lei?

— Non sapevo — disse Bill dopo un istante — che qualcuno vivesse qui. È una casa molto bella, signora. — Questo, si disse, era certamente inadeguato. — Oh, il mio nome è Bill Burdon — si affrettò quindi ad aggiungere.

La giovane donna lo guardò per una decina di secondi, per poi presentarsi a sua volta. — Io sono Sarah Tyrrel. — Pausa. — Se cerca mio marito, non sarà di ritorno che stasera.

10

La mattina dopo la sparizione di Bill, Joe Keogh venne svegliato da un leggero battito alla porta della sua camera d’albergo. Imprecando, Joe guardò l’orologio e vide che erano le otto. Con fatica si alzò dal letto solo per scoprire che riusciva a camminare a malapena. La caviglia slogata si era gonfiata e irrigidita nel corso della notte, nonostante vi avesse applicato impacchi di ghiaccio in abbondanza prima di andare a dormire. Era molto peggiorata da quando si era tolto le scarpe, quattro ore prima, gettandosi esausto sul letto.

Il battito si ripeté e Joe, soffocando l’irritazione, arrancò verso la porta. Nel corso della nottata a casa Tyrrel aveva trascorso il penultimo turno di guardia aspettando la chiamata di Bill. Poi aveva ceduto alle richieste degli altri e si era fatto accompagnare in albergo da John.

Appoggiandosi alla maniglia, chiese: — Chi è?

— Maria. — La risposta fu a malapena percettibile, ma Joe riconobbe la voce. Con un sospiro la lasciò entrare.

La giovane donna, rimasta sveglia praticamente tutta la notte, sembrava decisamente stanca. Ma quando Joe glielo fece notare replicò che in un paio d’ore sarebbe stata pronta a tornare in azione. Non aveva molto da dire, aggiunse, poiché dopo la scomparsa di Bill la notte era trascorsa tranquilla. In ogni caso, mentre parlava si tolse i moon-boot e srotolò il suo sacco a pelo sul divano.

— La signora Tyrrel non le ha offerto di restare là a dormire?

— Nossignore. Anzi, mezz’ora fa ha cominciato a farmi capire che dovevo andare a dormire nella mia camera d’albergo, se ne avevo una. Naturalmente io ho risposto che non c’erano problemi.

Joe rispose con un grugnito e arrancò verso la finestra. Le nubi e la nebbia della notte precedente se n’erano andate, e un sole ancora pallido splendeva in un cielo limpido. Perlomeno, si disse, oggi potevano cominciare a esplorare la zona.

Due secondi fu tutto ciò che poté dedicare al panorama. Poi il detective di Chicago si passò le dita tra i capelli. — Dov’è John? Devo parlargli.

Maria, in procinto di sparire dentro il suo sacco a pelo, esitò. — Vuole che lo chiami per radio?

— Ci penso io. Riposi pure, per adesso. Più tardi avremo senz’altro bisogno di lei.

Ma Maria attese ancora. — Joe, quando cominceremo a cercare Bill?

— Molto presto, glielo prometto. E parteciperà anche lei.

— Ma come hanno fatto quei due bastardi a sfuggirci così ieri notte?

— Ho qualche ipotesi a riguardo. Ipotesi che voglio discutere con lei e con Bill non appena sarà di nuovo qui con noi.

— Va bene. — E con queste parole Maria si sdraiò sul divano e chiuse gli occhi, già mezzo addormentata.

Cercando di non fare rumore, Joe andò nella stanza accanto e chiamò John per radio.

Cinque minuti dopo suo cognato e socio in affari entrò nella suite. — Nessuna notizia di Bill — gli disse per prima cosa. — Brainard non era molto contento di vedermi andare, ma noi lavoriamo per la vecchia Sarah e lei sembrava stanca di avere gente in giro. Ma dimmi, dov’è andato Strangeway?

— In Inghilterra — fu la replica.

— Cosa?

— È così. Non posso offrirti nessuna spiegazione. Perché non ti fai anche tu una dormita finché è possibile? — disse Joe. Il respiro regolare di Maria risuonava debolmente nell’altra stanza.

— Perché al momento sono affamato come un lupo.

— Okay, prendi il telefono e chiama la reception. Ordina una colazione per tre. Per me una frittata, grazie.

Qualche attimo più tardi Joe si chiuse in bagno, dove prese un paio di aspirine e si fece una doccia molto scomoda restando tutto il tempo su una gamba sola.

Dopo aver indossato degli abiti puliti, uscì e trovò John lungo e disteso sulla moquette, a piedi scalzi e profondamente addormentato. Doveva proprio essere crollato, visto che non aveva sprecato neppure il minuto necessario a farsi una sorta di materasso con i giacconi e i cuscini delle sedie. Muovendosi il più silenziosamente possibile, Joe sedette su una delle sedie imprecando silenziosamente contro la caviglia slogata.

Guardando fisso il telefono sul tavolino accanto a lui, si chiese se fosse il caso di mettersi in contatto con l’ufficio di Chicago. Angie, la moglie di John, svolgeva il prezioso ruolo di coordinatrice e probabilmente c’erano un paio di cose che poteva fare per aiutarli.

Ma, prima che potesse decidere se chiamare o meno, arrivò il cameriere con la colazione, svegliando inevitabilmente i suoi colleghi. Maria si mise a sedere e si stiracchiò come una gatta. — Che strani sogni — commentò con espressione vagamente insoddisfatta.

I due giovani furono felici di unirsi a Joe in quell’abbondanza di candido lino e posate d’argento, con cibo delizioso e molto caffè, che tutto suggerivano tranne la vicinanza alla natura più selvaggia. Con un piede comodamente sistemato su un cuscino, Joe consumò una colazione deliziosa anche se inevitabilmente poco allegra, poi ordinò un altro bricco di caffè.

Di quando in quando lanciava un’occhiata al sacco a pelo di Bill, che giaceva accusatorio in uno degli angoli della stanza ancora arrotolato.

Durante la colazione i tre discussero il da farsi. Solo quei brevi e confusi messaggi radio assicuravano loro che Bill stava bene. Ma come mai non aveva ancora ritrovato la strada del ritorno?

Maria disse: — Questa storia non mi convince affatto. Da come conosco Bill, mi aspetterei di vederlo ritrovare la strada del ritorno anche dal Polo Nord.

Joe guardò il suo orologio. — È ancora troppo presto per chiamare i ranger del parco. Ammettiamo che si sia spinto molto lontano, e che abbia dovuto aspettare il sorgere del sole per partire: sarà qui solo tra un po’. Voi due finite di mangiare e riposate ancora. Se Bill non sarà qui per le dieci cominceremo a cercarlo.

Notando la difficoltà con cui Joe si muoveva per la stanza, Maria gli suggerì di chiamare un dottore. Ma Joe scosse la testa, riluttante a questo riguardo. Nessun osso sembrava rotto, e con tutta probabilità il dottore poteva fare ben poco per lui tranne ordinargli di riposare, il che era esattamente ciò che stava facendo. Seduto sul letto, esaminò la caviglia. Almeno non si era gonfiata ulteriormente. John e Maria gli offrirono consigli quantomai contraddittori su cosa fare a quel punto, se applicare impacchi di ghiaccio o una pomata riscaldante. Joe non applicò proprio nulla.

Non appena finito di mangiare, John e Maria si dichiararono pronti a tornare in azione. Silenziosamente lodando l’elasticità dei giovani, Joe grugnì la sua approvazione. Pochi minuti dopo i due detective lasciarono l’hotel diretti a casa Tyrrel. L’intenzione era approfittare del limpido tempo invernale per esaminare metro dopo metro la scarpata sotto la casa in cerca di qualche indizio sulla direzione presa da Bill oppure dai due misteriosi visitatori della sera prima.

John e Maria avevano appena lasciato l’hotel quando qualcuno bussò leggermente alla porta. Era Brainard. Quando Joe aprì, lo vide intento a guardarsi ansiosamente le spalle in direzione della hall, poi venne quasi spinto di lato dall’esile avvocato che si gettò sconvolto e affannato nella stanza. — Qualcuno le sta dietro? — domandò Joe.

Brainard fece finta di non aver sentito. Guardando Joe che tornava saltellando alla sua sedia dopo aver chiuso la porta a chiave, commentò con disapprovazione. — È sicuro di non averla rotta, quella caviglia?

— È solo una slogatura. Sopravviverò — fu la replica. Poi, appoggiandosi comodamente allo schienale, Joe aggiunse: — Per fortuna i giovani sono sempre pronti a mettere i muscoli necessari a fare ciò che bisogna fare. Piuttosto, mi dica un po’: da chi sta fuggendo, e perché?

— Chi? Cosa?

— Andiamo, la gente che le sta alle costole. Immagino siano più d’uno. E immagino anche che sia stato lei a sparare la scorsa notte.

L’avvocato G.C. Brainard sedette e chiuse gli occhi. — È un crimine federale qui nel parco, lo so da me.

— Bene.

— Tuttavia non è certamente questo che adesso mi preoccupa — aggiunse piano Brainard, frugando in una tasca interna della giacca ed estraendone una pistola a tamburo di grosso calibro dalla canna corta e tozza. — Secondo lei cosa devo farne di questa?

— Mi dica, avvocato Brainard: ciò che la preoccupa di più ha forse a che fare con sua figlia Cathy?

Brainard lo guardò sorpreso. All’apparenza si sarebbe detto intristito e offeso dall’allusione. — No, non ha nulla a che vedere con Cathy. Perché?

— Perché la signora Tyrrel mi ha fatto venire qui per ritrovare sua nipote, però adesso lei, il padre della ragazza, e persino la mia cliente fate di tutto per sviarmi da questo obiettivo. Mi dica, avvocato, come ha deciso di adottare Cathy?

— Io sono davvero preoccupato per mia figlia e voglio che torni da me sana e salva! — esclamò Brainard con sguardo offeso.

— Non lo metto in dubbio, ma mi racconti dell’adozione.

— E va bene, se pensa che possa tornarle utile… Mia moglie e io adottammo Cathy nel 1978, quando aveva quattro anni. Non potevamo avere bambini, e così…

Joe insistette per maggiori dettagli. Da quanto gli parve di capire, i Brainard avevano adottato Cathy soprattutto per accontentare la vecchia Sarah. Questa aveva conosciuto la bambina per mezzo di qualche opera caritatevole in cui era impegnata, e ne era stata immediatamente attratta. Ma essendo sola e avendo già superato i sessant’anni, Sarah sapeva che la sua domanda di adozione sarebbe stata respinta.

All’improvviso Brainard sembrò crollare. — Sto girando con una pistola in tasca! Non posso crederci!

— Posso dare un’occhiata alla sua arma? — chiese Joe.

Brainard gliela porse con inesperta leggerezza. Joe la prese, la aprì e ispezionò il tamburo.

— Cosa sta cercando?

— Nulla. Mi chiedevo — replicò Joe pensieroso — se per caso i proiettili erano di legno.

— Cosa? — Nessuna comprensione si palesò negli occhi di Brainard.

— Lasci perdere.

Il rigido avvocato scosse la testa. — Sono stato sciocco a comprare una pistola. So a malapena da che parte esce il proiettile. Sarei capace di uccidere qualche innocente. Ascolti, se vuole aiutarmi non potrebbe cominciare a farla sparire?

Joe posò con cautela la pistola sul bracciolo della poltrona. Più tardi, si disse, l’avrebbe scaricata e smontata nascondendo separatamente i pezzi nella sua valigia.

Poi affrontò direttamente Brainard. — Se vuole un aiuto extra — gli disse a muso duro — deve dirmi esattamente perché gira armato. Insomma, di chi ha paura e perché?

L’altro chiuse gli occhi e si appoggiò allo schienale della sedia. Un muscolo prese visibilmente a pulsare a lato della gola, proprio sotto la mascella non rasata. — Debbo un sacco di soldi a certa gente. Dio mio, ma come ho fatto a cacciarmi in questo guaio?

— Che tipo di gente? — chiese Joe d’istinto, anche se sapeva benissimo chi poteva essere a giudicare dalla disperazione di Brainard.

L’avvocato riaprì gli occhi alzando lentamente la testa. — Uno si chiama Tuller. Ne ha mai sentito parlare? Oh, ma perché dovrebbe? Ce ne sono centinaia come lui. Credo che lavori per qualche famiglia mafiosa di New York. Fa l’usuraio per il modico interesse del cinquanta per cento al mese. E io che pensavo di aver trovato il modo di fare un colpaccio, di mettermi a posto per il resto della vita, e invece…

— Quanto?

— Ottantamila dollari. A metà dicembre dovevo ridarne centoventimila. Sono passate già due settimane e ancora non posso pagare. Non posso neppure dar loro un anticipo abbastanza serio, e così eccomi qui. La vecchia Sarah non vuole neppure sentir parlare di prestarmeli, e io non posso certamente biasimarla.

— Di conseguenza lei spera di riuscire a ottenere tra breve qualcosa da Tyrrel, una nuova scultura da vendere per pagare i debiti.

— Già, l’intenzione è quella — ammise Brainard cercando di sorridere. — Sempre che mi lascino in vita abbastanza a lungo. Ma non credo di avere una simile fortuna. Ormai ho già un piede nella fossa. — Pausa. — Mi aiuti, Keogh, la prego, mi aiuti a uscire da questo vicolo cieco e a ripartire daccapo da qualche altra parte. Non c’è alcun conflitto con quello che sta facendo per mia zia Sarah. La pagherò. La pagherò bene, sa? Ho messo via una parte di quei soldi per simili evenienze…

— Non ha pensato di rivolgersi alla polizia?

L’altro rispose con un suono a metà tra un gemito e una risata. La sua mano ben curata batté più volte sul bracciolo della sedia, come per provare la robustezza del legno. — Ah, quella sarebbe veramente la fine. Mi ucciderebbero come un cane. Invece, spero ancora di riuscire a convincerli ad aspettare. Dopotutto, se vogliono i loro soldi debbono darmi l’opportunità di guadagnarli. Il fatto è che non riesco a digerire l’idea di prendermi una scarica di calci nei testicoli e di farmi fracassare tutte le ossa.

Joe annuì pensieroso. — Lei deve cominciare a collaborare, Brainard. Poi vedrò cosa posso fare.

— Collaborare come?

— Tanto per cominciare, mi racconti tutto ciò che sa su Tyrrel.

— Non ho molto da raccontarle, maledizione — scattò Brainard rabbrividendo. — Facciamo qualche affare e i nostri incontri sono ridotti all’osso. Lui non parla mai di sé. E soprattutto non vuole assolutamente farsi pubblicità.

— Immagino che questo Tuller non sappia nulla di tutto questo, di Tyrrel e delle sculture che le porta.

— Oh, no. Io non gliene ho mai parlato. E Tyrrel non è certamente il tipo di persona a cui ricorrerei per un aiuto.

— Capisco — replicò Joe, pensandoci un attimo sopra. — Sua zia sa di questo Tuller e del guaio in cui si è cacciato?

— Sa che sono in un guaio di quel tipo, ma non credo capisca quanto seria sia la faccenda. Le ho detto che temo la vendetta di certa gente, ma lei non mi crede fino in fondo.

— E va bene. Resti qui finché la faccenda non sarà risolta. E stia attento a chi apre quella porta!

La mossa successiva di Joe fu chiamare la reception e chiedere alla signorina di mandargli un bastone da passeggio, o in mancanza di meglio, una stampella. Entrambi gli articoli, spiegò la ragazza, erano disponibili nel centro commerciale del Park Visitors Center e un fattorino poteva portargliene in camera un certo assortimento nel giro di mezz’ora.

Quando, dieci minuti dopo, qualcuno bussò alla porta, Joe si avvicinò convinto che si trattasse del fattorino. Un vero centometrista, doveva ammetterlo. Probabilmente era in cerca di una lauta mancia. Ma la porta socchiusa rivelò invece che si trattava di Sarah Tyrrel.

Qualche attimo più tardi la vecchia Sarah, il suo nevrotico nipote e il detective di Chicago sedettero tutti quanti attorno al tavolo.

Sarah non sprecò un secondo in preliminari. — Signor Keogh, l’intrusione della scorsa notte a casa mia è opera di mio marito. Ne sono certa, poiché l’ho visto.

— Perché non me l’ha detto prima? E perché me lo dice adesso?

— Prima non eravamo soli. Inoltre volevo pensarci un po’ sopra. In ogni caso, mi sono convinta che non è da Edgar che viene il pericolo. Ah, come vorrei potermi dire convinta che stia bene!

Brainard guardò fisso la sua vecchia zia. — Spero che tu abbia ragione riguardo a Edgar. Ma ascolta: ciò che ho visto l’altra notte, ciò a cui ho sparato, non era Edgar.

— Sì, c’era qualcun altro con lui — confermò Sarah. — Una strana presenza. Qualcosa che ha deciso di accompagnarlo.

Joe guardò dapprima uno dei suoi ospiti, poi l’altro. — Io non ero nella posizione giusta per vedere alcunché. Solo questo sapete dirmi riguardo la scorsa notte? Che qualcosa è entrato nella casa con Tyrrel?

— Inizialmente — spiegò Brainard con un brivido — ho pensato fossero quei gangster che puntavano le loro torce elettriche sulla finestra. Poi ho guardato meglio e ho visto che era dentro… sembrava un insieme di luci. I miei nervi erano sul punto di cedere, e ho sparato.

— Signor Keogh — intervenne Sarah con tono distaccato — alla luce di quanto è avvenuto ieri notte e di quanto sappiamo su questa faccenda, vorrei che lei mi riferisse con obiettiva onestà quante possibilità pensa di avere di ritrovare Cathy e di riportarla a casa sana e salva. — Brainard annuì e guardò Joe con malcelata speranza.

Lo sguardo di Joe andò prima a Brainard, poi alla vecchia Sarah.

— Personalmente non credo che quanto è accaduto ieri notte cambi di molto i termini della questione. Solo, uno dei miei collaboratori è scomparso. Comunque spero di potervi dire entro due giorni quante possibilità abbiamo di ritrovare Cathy; nel frattempo, non dovrete pagarci neppure la trasferta.

Brainard continuò a interpretare la parte del padre in ansia. — Che altro saprà in un paio di giorni che ora non sa?

Joe stava cercando di mettere insieme una risposta quando la sua piccola radio prese a ronzare. Il dispositivo era ancora lì dove l’aveva lasciato, su un tavolino dall’altra parte della stanza. — Scusatemi un attimo.

Si alzò in piedi e raggiunse a fatica il tavolino. Un attimo più tardi udì dalla voce di Maria le parole tanto attese. — Joe? Abbiamo notizie di Bill.

I due visitatori ascoltavano attentamente quanto lui. — Magnifico! E dov’è adesso?

Maria suonò enormemente sollevata. — Non lo sappiamo esattamente, ma gli abbiamo parlato e stava bene. Ci ha detto di aver finalmente trovato la strada giusta. Tra circa un’ora sarà all’imbocco del sentiero del Bright Angel.

Era quasi pomeriggio quando Bill Burdon, con l’aria vagamente stordita, comparve finalmente alla vista sul sentiero del Bright Angel. John e Maria gli corsero incontro scendendo il sentiero per qualche centinaio di metri sul solenne sfondo del Grand Canyon, un panorama abbastanza grandioso da distrarre almeno brevemente l’attenzione di qualunque nuovo arrivato.

— Che diavolo le è successo? — chiese John, andando in collera adesso che il disperso sembrava in salvo.

— Non ci crederete mai — replicò Bill guardando lui e Maria, per poi superarli scuotendo la testa. I due s’incamminarono a loro volta, seguendolo. Quando Bill arrivò sotto casa Tyrrel si fermò a guardarla per qualche istante, come se si aspettasse qualche sorta di rivelazione dall’insolita struttura.

Maria quasi non notò lo strano comportamento di Bill. La sua attenzione andava ad altro in quel momento, a una colonna di turisti simili a formiche che si snodava lungo un sentiero tutto curve molto sotto di loro. Sembrava accigliata, come se stesse calcolando la distanza da qualcosa.

Nessuno dei due uomini le prestò attenzione. Guardando Bill un po’ meglio, John affermò bruscamente: — Ehi, ma ieri sera non aveva la barba! — Questo richiamò di nuovo l’attenzione di Maria.

Bill si limitò a scuotere la testa. Poi allungò una mano e prese brevemente sottobraccio le due persone accanto a lui, come per assicurarsi che fossero vere. La loro solidità lo fece sorridere.

— Dov’è il capo? — chiese. — Ho un rapporto da fargli.

Un’ora dopo circa, Bill sedeva con Joe a un tavolo della terrazza che guardava dall’alto la hall dell’El Tovar e l’autentico, gigantesco albero di Natale che vi svettava. Da qualche parte veniva musica natalizia, turisti a centinaia si divertivano o cercavano di divertirsi e Bill era a metà della seconda versione del suo rapporto. Joe gli aveva offerto un drink, invitandolo a ricominciare daccapo perché la prima versione mancava notevolmente di coerenza. Accanto a Joe, il bastone da passeggio appena comprato faceva bella mostra appoggiato a una sedia.

La barba di Bill attraeva sguardi incuriositi, perché adesso cresceva soprattutto su un lato solo del viso. Aveva cominciato a radersela, ma poi aveva deciso di lasciarla per il momento per corroborare in qualche modo la storia che doveva raccontare.

— Era là vi dico, e campeggiava tranquillamente per conto suo. Mi ha fatto l’impressione di una ragazza bisognosa più che altro di rimettere insieme le idee, tanto per dire.

A conforto di questa sua affermazione, Bill Burdon estrasse le polaroid tenendole per gli angoli con la sua forte mano destra. Poi, come un giocatore che ha in tasca una mano che non si aspettava di vincere, le posò insieme sul tavolo a faccia in su.

Joe prese le foto e le esaminò attentamente. — Già, in effetti sembra proprio la ragazza che ci è stata descritta.

Con un cenno alle foto, Bill replicò: — Oh, quella è Cathy Brainard, potete starne certi. Non ho il minimo dubbio. Ha qualche problema familiare e quindi è logico che non sia voluta tornare con me. Su questo la ragazza è stata inflessibile, e non potevo certo trascinarla con la forza.

— Uhm, capisco. E poi cos’è successo?

— Mi ha indicato quella che doveva essere, almeno in teoria, la giusta direzione. Io l’ho seguita, e… — Bill tacque per un lungo periodo. Poi bevve in un sol sorso una buona metà del suo drink e sogghignò: — Adesso arriva la parte a cui non crederete mai.

Joe bevve un sorso dal suo bicchiere. — Qui potrebbe anche aver torto. Perché non prova?

— Okay. Sono salito per un po’ e alla fine ho trovato casa Tyrrel. Solo che non era questa casa Tyrrell, non la casa che sorge sul ciglio del canyon proprio adesso.

— Continui — lo incoraggiò Joe.

Con vago tono di sfida, Bill disse: — Era casa Tyrrel negli anni Trenta, prima che divenisse un museo. E Tyrrel in persona vi viveva con la sua famiglia.

— Aspetti un attimo: ha parlato con Tyrrel?

— No.

— Con chi, allora?

— Con… con la signora Tyrrel.

Joe restò in silenzio per un attimo. — Vuol dire la signora Tyrrel per cui lavoriamo?

Bill annuì lentamente. — Credo che sia la stessa persona, capo, solo sessant’anni più giovane. E poi…

— Cosa?

— Poi c’era una ragazzina con la giovane signora Tyrrel. Sua figlia, immagino. Una bambina di tre, quattro anni.

— Continui.

— Quella ragazzina assomigliava in modo prodigioso a Cathy Brainard…

A quel punto Bill lanciò un’ansiosa occhiata a Joe Keogh, che sorrise e disse: — Okay. Andiamo a parlare con la nostra cliente.

Lasciando l’albergo e muovendo ancora una volta verso ovest lungo il viale pedonale che costeggiava il canyon, Bill camminò pian piano accanto a Joe che avanzava appoggiandosi al bastone. Trovarono la vecchia Sarah intenta a scaldarsi tranquillamente le mani al caminetto del salotto.

— Signora Tyrrel, ho una domanda molto importante da porle: ha mai incontrato Bill prima della scorsa notte?

L’anziana donna guardò prima uno poi l’altro dei due uomini che aveva di fronte. — Lo sapevo che vi sarebbe stata qualche complicazione — disse. — C’è forse qualche guaio con il tempo, signori?

— Non lo so — replicò Joe. Con la bocca leggermente aperta, Bill guardò con una qualche apprensione il suo capo e poi la signora Tyrrel.

— Giovanotto — disse Sarah guardando Bill. — Quando l’ho vista l’altra sera ho subito pensato di averla già incontrata. Tuttavia tante di quelle stranezze mi sono accadute nel periodo relativamente breve in cui ho vissuto con Edgar da non ricordare esattamente quando è stato.

In modo conciso ma completo, pressato da Joe, Bill raccontò la storia del suo recente girovagare.

Sarah lo ascoltò con attenzione. — Credo che il suo racconto non sia affatto inverosimile. La descrizione della casa sembra corretta. E in quegli anni mi pare di ricordare la visita di un giovane uomo che sembrava del tutto fuori posto. Credo di avergli indicato la strada da seguire per tornare a casa prima che calasse il sole.

— E la bambina? — chiese Joe.

— Anche questo corrisponde. A quei tempi avevo una figlia. Ma adesso ditemi di mia nipote: è per questo che vi pago.

La reazione della vecchia Sarah a quanto Bill le disse su Cathy fu nettamente positiva. I suoi occhi divorarono avidamente le due fotografie.

— Sì, sì, è lei! — esclamò. — Ed era da sola a campeggiare? Ma allora può esserci speranza, signor Keogh!

Pochi minuti più tardi Joe e Bill tornarono nella loro stanza all’albergo El Tovar, dove avevano lasciato John a fare da guardia del corpo a Brainard.

Fu John ad aprire loro la porta. — È arrivata un’intercontinentale mentre voi eravate fuori, da Strangeway in Inghilterra.

Joe si fermò nell’atto di togliersi la giacca. — Cos’ha detto?

— Ha suggerito di chiamare Angie a Chicago e di farle iniziare una ricerca su tutte le persone scomparse in quest’area. Secondo lui debbono essere numerose, almeno nel corso degli anni.

— Okay. — Joe parve enormemente sollevato nel sedere finalmente su una sedia. — Allora chiamala.

Un attimo più tardi Joe parlò a sua sorella, la giovane moglie di John. Angie venne incaricata di cercare in tutti gli archivi e di vedere quante persone scomparse nel canyon negli ultimi decenni erano legate alla famiglia Tyrrel in qualche modo.

Poi, prima di agganciare, aggiunse: — Nulla toglie però che anche quelli che non avevano nulla a che fare con i Tyrrel possano essere scomparsi per colpa del vecchio Edgar.

Quando Joe appese il telefono, Brainard, che aveva cautamente guardato fuori dalla finestra tutto il tempo, si voltò e disse a bassa voce: — Signor Keogh?

— Cosa c’è?

— C’è uno di loro là fuori proprio adesso, uno degli uomini che mi cercano. È là fermo sul viale, come per accertarsi che lo veda.

Joe prese il bastone e si alzò in piedi. Guardò fuori anche lui con cautela, oltre la tenda che Brainard teneva un po’ spostata. — Il tipo grosso con il bavero di pelliccia? — chiese.

— Sì.

— Ne è certo?

— Come potrei sbagliarmi? Dopo ciò che mi hanno detto, le garantisco che non li scorderò tanto facilmente.

— Questo qui si è presentato con un nome?

— Si fa chiamare Preston. Il signor Smith e il signor Preston, così si sono presentati. Naturalmente non ho idea di quali siano i loro veri nomi — rispose l’avvocato Brainard con una fatalistica scrollata di spalle, lasciando lentamente morire le parole.

— Va bene. Vado a dirgli ciao — fece Joe, allungando la mano per prendere la giacca. Infilandosela, lanciò un’occhiata a Bill e John, per poi tornare con gli occhi sul primo. — Bill, lei sembra più grosso e cattivo. Esca con me e mi guardi le spalle. Non dica e non faccia nulla a meno che la situazione non precipiti. John, sta’ qui e tieni gli occhi aperti.

Il sedicente signor Preston, carnagione olivastra, sopracciglia scure e folti baffi neri perfettamente in tono, li guardò immobile come una statua. Un altro uomo, lineamenti bruschi, più piccolo, ma tarchiato e muscoloso, sbucò da qualche parte per unirsi a lui mentre Joe e Bill, quest’ultimo un paio di metri indietro, si avvicinarono lentamente a loro dall’hotel. Tutti e quattro tennero le mani in tasca mentre Preston e Smith guardavano gli altri due avvicinarsi senza abbozzare la sia pur minima reazione.

Joe si fermò a un paio di passi di distanza. — State guardando le mie finestre. Posso fare qualcosa per aiutarvi, signori?

— Non credo proprio — ribatté Smith, dando evidentemente una grande importanza alla domanda. I bruschi lineamenti si allargarono in una smorfia. — Se avrò bisogno di un lustrascarpe te lo farò sapere.

Il tipo grosso con il bavero di pelliccia decise per un approccio più diretto. — Sei uno sbirro? — domandò.

Joe scosse la testa. — Non più — replicò soavemente — ma gli sbirri non sono lontani. Smith e Preston, eh?

Smith volse la testa verso Preston. — Di’, hai sentito anche tu? Lo scarafaggio dice che chiama le giubbe rosse. Ci faccio telefonare dall’avvocato?

Preston diede l’impressione, probabilmente a lungo praticata, di uno che stava rapidamente perdendo la pazienza. Uno sputo partì nella generica direzione delle scarpe di Joe, che vide Bill partire in avanti con la coda dell’occhio per poi fermarsi.

Due ranger del parco nelle loro belle uniformi e con il loro cappello grigio fumo si avvicinavano lungo la passeggiata tra il consueto schiamazzare dei turisti. I ranger parlavano tra loro e, per il momento, non prestavano la minima attenzione a quei quattro uomini isolati dalle facce infelici. Bilanciandosi sul suo bastone, Joe si allungò in avanti e rubò la sigaretta dalle dita di Preston spegnendola sul bavero della costosa giacca del mafioso. Un bianco filo di fumo si levò nell’aria tersa del pomeriggio invernale. Il gesto fu veloce e discreto, come se avesse semplicemente spazzolato un po’ di polvere.

Preston sobbalzò e si contorse, neanche il cappotto fosse stato la sua pelle. Dicendo tre parolacce a bassa voce, mosse un passo avanti.

Conscio della presenza dei ranger, Smith allungò un braccio per trattenerlo. Fu poco più di un gesto, ma funzionò.

A Joe, Smith disse con tono minaccioso: — Di’ a Brainard che farà meglio a pagare i debiti. Pagare i debiti è una legge di natura, capito, scarafaggio? Prima o poi tutti pagano i debiti. Tutti.

— Va bene — disse Joe deciso. — Riferirò.

La vecchia Sarah sedeva con gli occhi chiusi, cercando di ricordare. Era solo la sua immaginazione o davvero nella sua mente aleggiava il fantasma di un evanescente ricordo, quello di un giovane uomo stranamente vestito incontrato fuori dalla porta della casa del canyon un caldo pomeriggio d’estate dei primi anni Trenta?

Ma negli anni Trenta le erano capitate tante di quelle strane cose! Quando una viveva con un vampiro, quando una viveva con Edgar Tyrrel, che differenza poteva mai fare un giovane uomo stranamente vestito?

E quel giovane uomo era rimasto fin dopo il tramonto, fino alla comparsa di Edgar, oppure era davvero riuscita a salvargli la vita come le pareva di ricordare?

Gli anni Trenta però erano andati, erano fuori dalla sua portata e, si augurò, da quella di Edgar. La cosa più importante adesso era naturalmente la moderna prova fotografica fornita da Bill Burdon che dimostrava oltre ogni dubbio che Cathy era viva e non veniva trattenuta contro la sua volontà.

Nulla che potesse aiutarla con Edgar, comunque. Quali notizie positive potevano mai arrivare da lui? L’unica notizia positiva, in effetti, sarebbe stata sentire che era morto. Poiché tutti, anche un nosferatu, dovevano morire prima o poi. Tuttavia nel caso di Edgar, un uomo che tanto spesso piegava il tempo al suo capriccio (o forse che tanto spesso veniva piegato dal capriccio del tempo), neppure un certificato di morte avrebbe garantito la fine del pericolo da quel momento in poi.

Sarah rabbrividì.

Non aveva in effetti mai compreso il lavoro a cui suo marito dedicava la sua vita: la ricerca, l’arte, qualunque fosse il nome più appropriato, che tanto lo aveva affascinato e a cui ancora si dedicava per intero oltre i limiti consentiti all’umano interesse.

No, il suo lavoro non l’aveva mai capito; tuttavia, aveva imparato a temerlo più di ogni cosa.

Rientrando nella sua camera d’albergo, Joe disse a un trepidante Brainard: — Se ne sono andati, per adesso.

— Grazie.

— Por nada. Non credo proprio che si siano spostati di molto.

— Lo so.

— Comunque, anche loro adesso hanno qualcosa a cui pensare. Posso mettermi in contatto con certi amici miei, se vuole, e vedere se quelle due carogne sono ricercati per qualcosa.

— Un espediente temporaneo. Lo apprezzo molto, ma…

— Già, ha ragione.

Maria Torres sbatté le palpebre stupita, spezzando così il filo di un sogno a occhi aperti in cui qualcuno la chiamava per nome. Si trovava sul balcone di casa Tyrrel, un balcone sospeso direttamente sul baratro. D’istinto guardò sotto. Qualcosa di molto seducente l’attendeva laggiù.

Un colpo di sonno sul lavoro, ecco tutto, o un sogno a occhi aperti. Forse era questo l’effetto che il canyon faceva alla gente.

11

Mezz’ora dopo il tramonto del giorno successivo a quello della disastrosa ribellione a Tyrrel, Jake si trovava nella grotta con il suo nuovo padrone parlando con calma di lavoro. Il suo braccio destro faceva ancora male quando lo muoveva in un certo modo, ma a parte quello, era come se la zuffa del giorno prima non fosse mai accaduta.

Edgar stava ispezionando il lavoro svolto quel giorno da Jake. In genere lo commentava in modo favorevole, anche se di quando in quando si dichiarava insoddisfatto di questo o quel particolare.

Jake aveva trascorso l’intera giornata a scavare nel profondo scisto Visnù in fondo alla grotta in cerca dei piccoli noduli bianchi. Edgar voleva averne sempre parecchi a disposizione, di forma e dimensioni variabili. Li teneva in pesanti latte metalliche circolari e, naturalmente, sul banco di lavoro. Per le sculture usava solo i più belli; gli altri venivano portati sul fondo della grotta, davanti alla fessura che faceva da ingresso alla camera segreta. Come se fossero destinati a finirvi una volta o l’altra.

Quel giorno il lavoro, il duro lavoro da minatore svolto solo con mazza e piccone, procedeva davvero lentamente. Per fortuna sembrava proprio che a Edgar non interessasse la rapidità, ma solo che la ricerca dei bianchi noduli fosse completa e che lo tenesse occupato per la maggior parte delle ore del giorno. Ogni volta che trovava un grumo della candida pietra, Jake doveva scavare sotto di esso con la massima attenzione per estrarlo intero. Poi lo portava sul banco di lavoro dove i noduli venivano divisi per forma e dimensioni.

Il tavolo da lavoro era un lungo e rozzo tavolo di legno bene illuminato sistemato lungo una parete in prossimità dell’ingresso. Qui erano sparsi una dozzina o poco più di bianchi noduli di modeste dimensioni, mentre un paio erano fissati al tavolo con delle morse, pronti evidentemente per venire lavorati e assumere le fattezze di cose vive. Il candido materiale era pietra, o almeno Jake non avrebbe saputo come altro classificarlo, ma alla vista e al tatto appariva diverso da qualsiasi materiale avesse mai maneggiato.

Edgar rivelò a Jake di essersi procurato alcuni dei noduli che vedeva sul tavolo da lavoro direttamente dalle rapide del Colorado, avvisandolo che lui e Camilla non potevano utilizzare i suoi metodi di raccolta e aspettarsi di sopravvivere.

Sembrava esservi una grande abbondanza di noduli nella grotta in quel momento, come Jake poteva vedere da sé. Si chiese se davvero Edgar ne avesse bisogno o se non lo facesse lavorare solo per tenerlo occupato e lontano dai guai. Le parole di Camilla riguardo quel qualcosa in più che Edgar voleva da loro gli tornavano ogni tanto in mente, drammatiche e inquietanti.

La maggior parte delle volte Jake lavorava a torso nudo, sudando come un matto. Là dentro era decisamente più fresco che fuori, dell’aria del roccioso anfiteatro che cuoceva giorno dopo giorno sotto il sole, ma vi faceva comunque caldo. Doveva dunque fermarsi abbastanza spesso, e nelle ore più calde del giorno, Camilla gli portava limonata fresca. Teneva la luce elettrica sempre accesa: ne aveva bisogno, se voleva vedere bene quello che faceva, e la spegneva solo quando un raggio di sole entrava con l’angolazione giusta nella caverna. In quel momento per esempio erano accese. Edgar però non ne aveva bisogno quanto lui: la vista del vecchio uomo era estremamente acuta e gli consentiva di notare in quella penombra particolari minimi anche alla distanza.

Sul lavoro Jake usava picconi, mazze e martelli, scalpelli, piedi di porco e ceselli. Edgar aveva degli esplosivi a portata di mano, chiusi in una baracca appena fuori dalla caverna, ma evidentemente non li gradiva molto.

E proprio quella sera ne parlarono. — Ho provato la dinamite — disse Edgar. — Ma questo è un posto insidioso per usare gli esplosivi. Molto meglio estrarre a mano ciò che serve. Ecco perché sei qui.

Jake annuì. Quel giorno il vecchio uomo dava mostra di un’attitudine tanto pacata e confidenziale che lui non poteva evitare di pensare che, nonostante quanto fosse accaduto, quello si sarebbe dimostrato un lavoro decente e accettabile. Era una speranza folle, si diceva ogni tanto, ma in qualche maniera quando Tyrrel parlava in modo tanto ragionevole sembrava solo naturale.

— Cosa c’è là dietro? — si decise a domandare Jake, accennando verso la cavità quasi completamente bloccata in fondo alla caverna. Era tale l’atmosfera in quel momento che sperava di ottenere una risposta.

Edgar lo guardò. — Il mio lavoro — replicò seccamente, ponendo l’accento sulla seconda parola.

— Ehi! — esclamò Jake mezz’ora dopo essere tornato nella piccola casa, un’ora circa dopo il tramonto. Era praticamente la prima sillaba che pronunciava da quando Edgar gli aveva detto che poteva tornare a casa per la sera.

Si trovava in piedi davanti al frigorifero, tenendo la porta aperta e guardando dentro. Qualcosa di strano aveva attratto la sua attenzione e si chiedeva come poteva essere stato tanto lento a notarla.

— Cosa c’è? — fece Camilla muovendosi qua e là dietro Jake, prosaicamente presa dalla preparazione della cena.

— Si direbbe che qualcuno abbia fatto compere.

Soltanto la notte prima Jake aveva notato, senza però pensare più di tanto alla faccenda, che le provviste nel frigorifero cominciavano a scarseggiare. Gli scaffali della credenza erano ancora pieni di cibo secco o inscatolato e non si correva certo il rischio di soffrire la fame; quindi lui non si era chiesto neppure per un attimo da dove venissero le uova, il prosciutto e il formaggio. Ma quella mattina aveva trovato del cibo fresco nel frigo, il cibo che adesso si ritrovava a contemplare.

In qualche modo, il frigo era stato riempito nella notte. — Da dove diavolo viene questa roba? Ehi, ma questa sembra birra!

— La porta Edgar. Ieri notte, mentre tu dormivi, ha riempito il frigo. Ogni settimana parte per quello che chiama il ritorno alla realtà. Va sull’altopiano, quello vero, quello dove vive la gente. Qualcosa la prende al centro commerciale dell’El Tovar (proprio così ha detto) e il resto in altri posti.

Pensosamente, Jake prese e guardò una scatola di formaggini Kraft. Nonostante la strana confezione, provò un tuffo al cuore osservando il nome tanto familiare sulla scatola. Dimostrava che il vero mondo non era completamente fuori portata. — In qualche modo credevo che restasse qui tutto il tempo.

— Lui dice che gli piacerebbe. Restare qui e lavorare, ecco tutto ciò che vuole. Brontola sempre prima di questi suoi viaggi. Ma ha bisogno di attrezzi e di altre cose. E di comprare cibo per noi che respiriamo.

— Scusa?

— È questo ciò che siamo: quelli che respirano. Edgar no. Non lo hai ancora notato? Edgar non respira.

Jake la guardò sgranando gli occhi. Ma ormai aveva capito che nel Canyon Profondo più una cosa sembrava assurda e più probabilità aveva di essere vera.

Camilla stava annuendo. — Non sto scherzando. Osservalo bene la prossima volta e vedrai che non respira, tranne quando ha bisogno di aria per formare le parole — disse, per poi ridurre la voce a un sussurro. — Perché così sono i vampiri.

— Vampiri? Vuoi dire come nei film?

— Be’, non esattamente — fece Camilla, guardando il frigo pieno e ridacchiando stranamente. — A giudicare da tutta questa roba, si direbbe che voglia mantenerci entrambi in forma.

Dopo qualche attimo di silenzio, Jake disse: — Un po’ sarà per lui.

— Lui non mangia come me o come te. Non è come quelli che respirano.

— Spiegati meglio.

— Lui ha bisogno solo di sangue fresco. Può essere il tuo o il mio, oppure quello di un cane. Qualche volta cattura un animale selvatico e ne beve il sangue.

Jake non trovò risposta.

Troppe cose, cose impossibili, erano entrate a forza nella sua vita divenendo parte della sua visione del mondo in soli tre giorni. Perché per quanto poteva dire dal sorgere e calare del sole, mancava dall’accampamento da tre miserabili giorni. Si chiese però se era davvero così. Ora credeva a Camilla quando diceva che il tempo, come del resto il grande fiume, scorreva in modo diverso nel Canyon Profondo.

— Mi chiedo cosa stanno facendo al campo adesso — fece.

— Ah, potrebbero averti già dimenticato ormai. Sul loro calendario sarà passato forse un mese.

Il giorno prima Camilla aveva proposto casualmente di prendere la doppietta, caricarla con proiettili più leggeri di quelli necessari con un orso e andare a caccia di conigli. E sembrava che non vi fossero particolari problemi a pescare del pesce. Dietro la casa lei aveva anche fatto un orto, in cui Jake poté identificare pomodori e carote tra un fiorire di gramigna che minacciava di soffocare tutto. Una linea secondaria della condotta che portava l’acqua alla casa era sistemata in modo da innaffiare il giardino girando semplicemente un rubinetto.

In ogni caso, quello che veramente lo interessava erano le spedizioni del vecchio scultore nel mondo esterno. — E così Edgar porta qui tutta questa roba, le birre, il cibo in scatola e le uova?

— Esatto. Vuole nutrirci bene — replicò lei di nuovo ridacchiando. — Ti può portare dei vestiti nuovi, se vuoi. A me li ha portati diverse volte. Gli ho chiesto delle sigarette, ma lui dice che fanno male.

— E come fa a uscire di qui quando va a procurarsi quella roba? Che sentiero segue?

Lei rispose con un’alzata di spalle. — Ci va e basta. I vampiri possono farlo. Forse non tutti, ma lui può.

— Ma dai — commentò Jake, cercando in qualche modo di strapparla a quello stato di vaga follia. — Come fai a sapere che è un vampiro?

— Lo so e basta.

— Che idea.

Camilla scosse la testa come se avesse potuto leggere i pensieri di Jake. — Penseresti davvero che sono pazza, amore mio, se ti raccontassi tutto ciò che Edgar può fare. Aspetta e vedrai. Adesso che sei qui ne vedrai delle belle. E ti consiglio di far bene il lavoro che ti ha affidato, te lo consiglio davvero!

Ricordando la morsa che gli aveva stretto e torto il braccio rendendolo innocuo come un bambino, Jake dovette perlomeno darle ragione su questo.

Quando si recò al lavoro la mattina successiva, Jake scoprì che durante la notte Edgar aveva trovato un grosso blocco di scisto Visnù da qualche parte nel fiume (era ancora bagnato, e appariva incrostato di piccole conchiglie su un lato) per poi portarlo in qualche modo su per il Canyon Profondo fino al laboratorio. Rapidamente ne stimò il peso sui cinquecento chili.

L’aveva portato su tutto da solo? Non poteva crederci.

Sul banco di lavoro trovò una piccola nota dalla scrittura chiara e ordinata che cambiava i suoi ordini di lavoro ed era firmata TYRREL.

Jake cominciò a fare quanto ordinato, concentrandosi sul blocco ed estraendo i piccoli noduli bianchi.

Tyrrel ricomparve puntuale al tramonto, proprio quando Jake stava per smettere il lavoro e tornare a casa. Esaminò il raccolto di candidi noduli disposto sul tavolo e si dichiarò ragionevolmente soddisfatto.

Qualche attimo più tardi, solo in casa con Camilla, Jake disse: — Accidenti, il modo in cui maneggia gli attrezzi, la forza che ha: avrebbe potuto fare in mezz’ora ciò che io ho fatto in un giorno. Perché ha bisogno di me? Perché ha bisogno di noi due?

— Ti ho già detto una volta ciò che penso realmente.

— Mi ricordo. Hai detto che voleva le nostre vite. Ma non riesco a capire.

— Neppure io riesco a capirlo, amore. È una sensazione, ecco tutto, solo una sensazione.

Una o due ore prima dell’alba, Jake si svegliò di soprassalto. Una forza o una presenza estranea aveva scosso il letto in cui dormiva. Si svegliò appieno e vide che Edgar si trovava nella stanza con lui e Camilla.

Solo la tenue luce di una notte senza luna, che entrava dalla finestra priva di tende, illuminava la stanza. Tuttavia bastò a Jake per vedere Edgar, vestito come sempre, fermo in piedi accanto al letto con un braccio attorno al corpo nudo di Camilla. Lei era già scesa dal letto a metà, ed Edgar stava aiutandola a guadagnare un incerto equilibrio sulle gambe.

Con il braccio che ancora doleva per la baruffa di due giorni prima, Jake poggiò un piede a terra e si lanciò senza pensarci e pieno di rabbia contro Edgar.

Senza il minimo sforzo questi lo respinse indietro. Jake attraversò barcollando tutta la stanza, battendo il capo contro la parete opposta e scivolando lentamente a terra, stordito.

Lentamente il giovane si riprese e si rialzò. Camilla adesso era in piedi accanto al letto, le braccia lungo i fianchi. Con un brivido di orrore che lo attraversò da capo a piedi la vide ancora addormentata, mentre il suo corpo ondeggiava un poco. E con nuova sorpresa notò, un attimo più tardi, che i suoi occhi erano chiusi e il suo volto sereno e rilassato.

Edgar era vicino e con le dita della mano destra sfiorava a malapena la spalla di Camilla. Con strani gesti e qualche parola sussurrata istruì Camilla su ciò che voleva. Dopo un attimo di esitazione lei obbedì al comando, qualunque questo fosse. Completamente nuda, mosse verso la porta e uscì. Edgar uscì dietro di lei.

— Camilla, svegliati! Camilla! — urlò Jake vedendola sparire. Ma ne Camilla né Edgar gli prestarono la minima attenzione.

Jake si infilò i pantaloni e si precipitò dietro di loro, passando dalla cucina per prendere il coltello del pane. Fu tanto rapido da riuscire a intercettarli appena fuori dalla porta. Si avventò su Edgar col coltello puntato, ma di nuovo questi gli afferrò il polso gettandolo di lato con la massima facilità.

Incespicando, Jake tornò dentro e afferrò la doppietta appoggiata alla parete in un angolo della stanza. Girando su se stesso, puntò l’arma contro l’uomo ancora visibile attraverso la porta e premette il grilletto. Due secchi, inutili scatti risuonarono nel buio insieme al suo respiro affannato.

Jake urlò a Camilla di svegliarsi subito.

A quel punto il vampiro si voltò verso di lui. — Si sveglierà solo quando io lo vorrò — gli disse con massima calma. Poi sorrise, come se trovasse divertenti i suoi inutili sforzi, e tornò con l’attenzione alla sua preda addormentata. La fermò, mosse qualche passo indietro e con un ultima occhiata a Jake chiuse la porta.

Per qualche istante il giovane non poté far altro che guardare impotente la parete. Poi aprì rabbiosamente la doppietta, vide che era scarica e la gettò di lato con un moto di stizza. Due secondi dopo aprì pian piano la porta e prese a seguire Camilla e il vampiro, già lontani dalla casa.

Con Camilla un metro avanti alla sua scorta ed Edgar che la seguiva quasi con deferenza, la coppia si incamminò verso l’ingresso della grotta.

Jake continuò a seguirli tenendosi a una distanza di dieci, quindici metri. Se Edgar si era accorto della sua presenza aveva deciso di ignorarla.

Le figure scomparvero dentro la grotta, che rimase buia. Avanzando ora con grande cautela, Jake si fermò dapprima sull’ingresso per poi muovere un passo dentro e scrutare nelle tenebre. Un vago, tetro bagliore, malsano in qualche modo e quasi purulento, veniva dalla cavità chiusa che ricordava una camera segreta.

Attraverso l’oscurità, Jake si rese conto che la grande e pesantissima lastra che chiudeva l’ingresso della camera era stata rimossa. Adesso lo spazio bastava appena per consentire a Camilla di passare sfiorando la roccia col corpo nudo. Subito Edgar la seguì, scivolando con facilità attraverso l’apertura nonostante fosse molto più robusto della ragazza.

Quasi affascinato, terrorizzato ma incapace di trattenersi, Jake si avvicinò passo dopo passo.

Fino a vedere il modo in cui i corpi di Edgar e Camilla si unirono. Camilla gemette quando il vecchio la spinse contro un angolo della parete. Jake intravide solo la testa e le spalle dei due, ma dal modo in cui erano disposti non potevano essere in contatto anche sotto la vita. E finalmente Jake vide con i suoi occhi ciò che Camilla aveva inteso accennando all’insolito modo di fare l’amore di Edgar. Tra gemiti lascivi i denti del vampiro, all’improvviso lunghi e acuminati come i denti di un ratto, si avvicinarono alla candida gola di Camilla.

Nauseato, Jake osservò la scena ancora per qualche secondo per poi ritrarsi verso l’ingresso della grotta, dove sedette sulla soglia di pietra con gli occhi persi nel vuoto cercando di non sentire gli occasionali gemiti, forse di piacere, che venivano da dentro.

Passò un’ora, ma poteva anche trattarsi di molte ore. Il cielo a oriente cominciava ormai a schiarire quando Camilla uscì incespicando dalla camera segreta. Jake rialzò la testa per vederla lentamente emergere, spettrale e in qualche modo pietosa nella livida luce dell’alba. Nello stesso momento Jake udì la grande lastra stridere, e comprese che Edgar stava muovendola da solo per richiudere l’apertura come prima.

Quando Camilla fu accanto a Jake, lui si alzò e la cinse protettivamente con un braccio.

— Camilla! Stai bene?

Lei gemette di nuovo e mormorò qualcosa. In quel momento Edgar comparve brevemente, fermandosi per un attimo all’entrata della grotta senza prestar loro la minima attenzione. Un battito di palpebre e il vampiro scomparve.

Jake si guardò attorno, confuso, nella luce del nuovo giorno. Con lui c’era solo Camilla, ora disperata e in lacrime.

Guardandola bene, Jake trovò senza difficoltà i due forellini insanguinati sul collo.

Appoggiandosi uno all’altro per aiutarsi, i due giovani tornarono lentamente alla casa, nella camera da letto dove i loro vestiti erano ancora sparsi dappertutto e dove il loro padrone, come Jake ora comprendeva appieno, poteva trovarli quando voleva.

Non c’era speranza, neppure una, di riuscire a dormire di nuovo. Inutile tentare. Mezz’ora dopo essere tornati a casa, seduti al tavolo della stanza comune fingendo di bere caffè, Camilla disse a Jake: — Lui vuole che tu mi metta incinta, sai?

Jake la guardò esausto. — Cosa? Ma perché?

— Non lo so, non lo so — replicò lei, per poi afferrarlo nervosamente per un braccio e dire: — Quando eravamo lì nella camera segreta…

— Sì?

— Non eravamo soli. C’era qualcos’altro.

— Cosa?

— Una cosa non umana, una presenza…

Jake ricordò la vaga forma intravista con la torcia nel corso della sua precedente esplorazione della grotta. Sentì rizzarsi i peli sulla nuca. — Cos’era, Camilla? Cos’era?

— Non lo so! Non voglio saperlo! Jake, portami via di qui! PORTAMI VIA DI QUI!

Ma Jake non poteva esaudire in alcun modo quella richiesta.

Un paio d’ore dopo lasciò Camilla sveglia e completamente vestita sul letto e tornò trascinando i piedi alla caverna, dove cominciò a lavorare estraendo i dannati noduli bianchi composti da quella roccia senza nome. Non c’era altro da fare, e comunque il lavoro lo aiutava a occupare il tempo.

E per Jake la parte veramente folle, quella che doveva spingerlo a pensare di stare impazzendo a sua volta, doveva ancora venire.

Arrivò quella sera, un’ora dopo il tramonto, quando si ritrovò di nuovo nella grotta in compagnia del vampiro scultore. Arrivò quando si trovava là in piedi con il vecchio Edgar e si sorprese a parlare tranquillamente con lui di sculture e attrezzi, di pesi e di misure come se tutto l’orrore della notte precedente, quell’orrore seducente e sensuale, riguardasse un’altra parte della sua vita.

Osservando il vecchio uomo maneggiare le rocce, vedendolo frantumare grossi blocchi di scisto Visnù con un solo colpo di mazza, Jake non poté far altro che meravigliarsi per la forza e l’abilità del suo padrone. E nonostante l’odio e la paura che provava, cominciava a sentirsi quasi entusiasta di quel lavoro.

E di nuovo la notte successiva Edgar penetrò senza preavviso nella camera da letto. Stavolta Jake continuò a dormire come se fosse stato drogato. Non si accorse di nulla fino a quando Edgar e Camilla non uscirono dalla porta. Poi, svegliatosi di soprassalto, s’infilò i vestiti e si avviò dietro di loro verso l’ingresso della grotta.

La scena della notte prima si ripeté con minime variazioni nei dettagli. Di nuovo il vampiro chiuse la giovane donna nell’angolo più lontano della camera, dove Jake poté vedere solo in minima parte ciò che accadeva. E di nuovo Jake ebbe l’impressione, stavolta supportata da una seconda osservazione, che Camilla fosse perlomeno in procinto di diventare una partner consapevole in quell’atto, qualunque cosa le facesse Edgar.

Ma, soprattutto, stavolta Jake riuscì a seguire bene ogni cosa che accadeva là dentro e così vide, o meglio percepì nettamente la terza presenza di cui parlava Camilla. Era una presenza insostanziale, ma vera come la luce.

Poté vedere quella forma biancastra e trasparente muoversi in modo tale da avviluppare per intero il corpo di Camilla, bevendo come il vecchio il sangue delle sue vene. Quando questo accadde, Edgar si ritrasse appoggiandosi a una parete della piccola cavità.

Poi fu lui a muoversi in avanti…

A quel punto Jake se ne andò con la netta impressione di aver visto tre forme legate in un orgiastico abbraccio.

Tornando di nuovo a casa con lui qualche minuto dopo il sorgere del sole, Camilla disse: — Oh, Jake, se continua a farmi questo tutte le notti… — e la frase restò in sospeso.

Jake poté immaginare una mezza dozzina di esiti se le cose continuavano in quel modo. Nessuna delle squallide immagini evocate nella sua mente aveva una logica, ma ognuna sembrava peggiore della precedente.

— Non possiamo farlo continuare così — replicò. Poi aggiunse, come per un secondo pensiero: — Dobbiamo ucciderlo.

Quell’ultima tetra affermazione aleggiò qualche minuto nell’aria. L’aveva pronunciata con leggerezza, come qualcosa di naturale, come se avesse detto che doveva prendere la legna per il fuoco.

E altrettanto casualmente Camilla annuì il suo accordo. — Sì, dobbiamo ucciderlo… ma non so se è lui che più dobbiamo temere in questo posto!

Per molto tempo dopo essere tornati a casa, Jake e Camilla sedettero al tavolo della stanza comune parlando poco e non facendo niente.

Poi, in modo perverso e quasi terrorizzante, lei si lasciò andare a scherzi e risate, prendendo ferocemente in giro Jake come se liberarsi dal controllo di Tyrrel fosse, dopotutto, l’ultima cosa che aveva in mente.

— Oooh, sei geloso Jake? — ridacchiò, parlando con voce sciocca e sottile. — Non devi proprio, sai? Il nostro caro Edgar non è affatto geloso di te!

Jake balzò in piedi senza rispondere e corse fuori di casa, dirigendosi verso la grotta a lavorare. Quando lei gli portò il pranzo, poco dopo mezzogiorno, sembrò seria e nuovamente padrona di sé.

12

Al meridiano di Greenwich, dieci minuti di longitudine a est di Londra, gli orologi segnavano mezzanotte e due minuti. Il penultimo giorno del vecchio anno era appena cominciato. L’uomo che in Arizona si faceva chiamare Strangeway sedeva adesso da solo nel buio salotto di una casa del Kent a circa un quarto di miglio dal centro del villaggio di Down.

Da molti anni ormai nessuno viveva in quella casa. Ma per circa quarant’anni del Diciannovesimo secolo era stata la casa di Charles Darwin, e nella maggior parte dei giorni del Ventesimo secolo era aperta come museo. I turisti vi andavano con una certa regolarità, in numero relativamente ristretto, poiché non molti erano interessati al punto di fare lo sforzo di arrivarvi. Ma naturalmente a mezzanotte non vi erano turisti in giro: persino i custodi si erano recati ormai da tempo alle loro case e, forse, a letto.

Da quasi un’ora la figura piccola e vagamente arrotondata del solo visitatore notturno aspettava in piedi, virtualmente immobile, nello studio del grande scienziato. Ma l’ultimo tocco della campana di mezzanotte lo spinse finalmente a muoversi. Con dita leggere sfiorò alcuni degli scaffali pieni di libri, respirando apposta per sentire l’odore dello studio appesantito dal lucido usato in abbondanza per far splendere i mobili della casa-museo. In piedi accanto all’alta, scura sagoma della vecchia pendola di Darwin ascoltò con attenzione la grave, silente voce del meccanismo che vi era dentro. Perché i sistemi investigativi dell’insolito visitatore, elaborati nel corso dei secoli, erano più antichi di quelli della scienza moderna e spesso portavano a risultati più concreti.

Quasi tre minuti dopo mezzanotte il visitatore notturno volse repentinamente la testa. Le sue orecchie avevano percepito un rumore fuori dalla casa. Qualcuno stava cercando di entrare. Sorridendo mormorò un gentile invito, certo che un paio di orecchie acute quanto le sue avrebbero udito quelle parole nella gelida notte invernale.

E infatti qualche attimo più tardi un gentile brillare di luci accese il buio della stanza, seguito dalla tranquilla comparsa di un’agile figura femminile dai lunghi capelli neri e dall’aspetto giovane, vestita con un abito di fattura inglese molto alla moda un secolo prima.

Salutando la nuova arrivata con un cortese inchino nello stile di un’epoca da lungo tempo trascorsa, il visitatore scambiò con lei alcune parole teneramente private.

Poi disse: — Sono certo che tu sai, mia cara Mina, che questo anno segna il centenario della mia ultima visita in Inghilterra e naturalmente anche del nostro primo incontro.

La donna dal giovane aspetto gli sorrise. — Ma certo che lo so, mio caro Vlad. Anzi, mi chiedevo se una ricorrenza tanto importante dovesse passare senza sentire queste parole dalla tua voce — replicò con accento britannico quanto il suo vestito.

— Ho avuto molto da fare — spiegò il suo compagno con voce quasi distratta, restando per un attimo con le mani giunte davanti a sé come un vicario in un momento di preghiera.

— Oh, so anche questo. L’adorato Vlad si dedica ora alla soluzione di problemi mondani e, a volte, importanti. Il mio era solo un amichevole rimprovero. — Bella e aggraziata come una pantera, la donna-vampiro si avvicinò al visitatore posandogli amorevolmente una mano sulla spalla.

— Bene — fece Strangeway tirando un profondo respiro, un’abitudine passata in cui occasionalmente ricadeva. — E così questa è la casa di Darwin — aggiunse guardandosi attorno.

— Credo di sì, c’è il cartello là fuori — fu la pronta replica di Mina, scherzosa come sempre. — E dice che visse e lavorò in questa casa per la maggior parte della sua vita. Ma questa non è la tua prima visita dal secolo scorso, vero Vlad?

— Una supposizione più che logica da parte tua, mia cara, poiché sono entrato qui dentro senza alcun recente invito. Ma in verità io non sono mai entrato prima in questa casa. Una volta comunque, un secolo fa, vi sono stato invitato. Quella era la mia seconda visita in Inghilterra… o la terza? Dopo tutti questi anni, certi particolari tendono a sfuggirmi.

Mina rise, una risata quasi senza fiato. — Ne ero certa. E senza dubbio l’invito è venuto da una donna di cui sarebbe scortese rivelare il nome. Vlad Drakulya, ancora mi ritieni gelosa dei tuoi baci, dei baci di quando respiravi e di quelli che, senza dubbio, ancora ricevi?

Il suo compagno accettò il commento con un battito di ciglia e un vago sorriso. — Baci? Già, invero baci vi sono stati. Lo sappiamo tutti e due. Ma venendo al dunque, mia cara, ho avuto occasione di parlare con molti tuoi compatrioti da ieri, dal mio arrivo in Inghilterra. Mi sono persino consultato a distanza con una certa persona che in qualche modo, non so come, sapeva del mio arrivo.

Persino la pratica Mina sembrò impressionata. — Un consigliere anziano, forse?

— Possiamo chiamarlo così. Uno che ho avuto in questi anni il privilegio di poter chiamare amico. Aveva quasi mille anni di età quando io nacqui. Purtroppo non posso pronunciarne il nome…

— Capisco — rispose Mina. Il potere di certi nomi non andava preso alla leggera. — E da questo antico e venerabile Britanno hai appreso qualcosa che potrà aiutarti nelle tue attuali difficoltà oltreoceano.

— Ho appreso molte cose — commentò Drakulya allargando le braccia. — Tanto per cominciare, ho appreso che un uomo di nome Edgar Tyrrel una volta è stato in questa stanza.

Il visitatore spiegò quindi in pochi minuti tutto ciò che sapeva su Tyrrel.

Accigliata, Mina chiese: — E questo misterioso Tyrrel era uno di noi, un nosferatu, prima di lasciare l’Inghilterra?

— Non posso esserne certo, ma sembra probabile. Darwin morì nel 1882, nove anni prima del mio arrivo qui. E Tyrrel, tanto interessato al lavoro di Darwin, visse e lavorò in Arizona cinquant’anni più tardi. Questo significa vivere davvero a lungo per uno che respira, non trovi?

Poco più tardi, dopo aver saziato la sua curiosità riguardo lo studio di Darwin e scoperto ciò che vi era da scoprire in quella casa, il vampiro detective e la sua compagna si avvicinarono a un’alta vetrata che dava sul giardino e uscirono nell’umida e fredda notte invernale. Come al loro ingresso, entrambi superarono l’ostacolo senza minimamente danneggiare il vetro o il telaio di legno della finestra.

Passeggiando nel giardino gelato, con l’erba coperta di brina che scricchiolava sotto i piedi, Vlad Drakulya notò passando un utile, piccolo cartello che spiegava ai turisti qualche dettaglio sul parco. Pochi attimi più tardi lui e Mina giunsero, seguendo la freccia sul cartello, alla passeggiata rustica usata dal grande scienziato per tenersi in forma e meditare.

La passeggiata li portò attraverso un prato immerso nel gelido silenzio dell’inverno e in un piccolo bosco. I due vampiri passeggiavano pensierosi, parlando poco e preferendo comunicare in silenzio uno con l’altro e con ciò che li circondava. In particolare Vlad cercava di captare le vibrazioni del passato e di sentirne le voci più profonde. Non il passato di Darwin, no: con quello aveva già finito. Che Darwin riposasse pure in pace. La sua vita, il suo lavoro e la sua casa erano servite meravigliosamente al vampiro detective per trovare una porta d’accesso. Raggiunto quello scopo doveva adesso concentrarsi sul suo vero obiettivo, sito molto oltre nel passato e tanto lontano da sembrare irraggiungibile. Perché Darwin e Merlino erano praticamente contemporanei visti dalla prospettiva dello scorrere dei secoli, dei millenni innumerevoli, degli eoni che andavano sondati…

Richiamato alla realtà dalle prosaiche contrazioni della fame, Vlad Drakulya si fermò tentato da un coniglio immobile sotto un albero del piccolo bosco. Un balzo pietosamente rapido, e con ottimo appetito lui e la sua compagna si divisero di buon grado il sangue della piccola creatura.

Sopra di loro, le dita scheletriche degli alberi di Darwin si levavano imploranti verso il nero cielo domandando chiarimenti.

Mina, le cui labbra carnose apparivano adesso nuovamente pulite come quelle di qualunque bella ragazza che respira, e forse più pulite di molte di esse, indicò con un lieve gesto i rami ricurvi. — Sembra che attendano chissà quale messaggio dalle stelle. Non pensi anche tu, Vlad?

— Molto poetico. Ma per quanto riguarda i miei pensieri ti dirò, mia cara, che forse ho cominciato a capire.

— A capire?

— Sì, mia dolce Mina. Adesso posso tornare in America, al Grand Canyon.

— Oh, un luogo molto affascinante. Qualche giorno dovrai portarmici, Vlad. E quel giorno mi spiegherai cos’è che hai capito adesso.

— Quel giorno te lo spiegherò.

La coppia si baciò castamente. Qualche attimo più tardi l’uomo cambiò forma e aprì le ali. Quella notte non si sarebbe spostato più in là di Gatwick con la sua forma alterata, poiché il modo più celere per coprire quella lunga traversata oceanica era lo stesso dei più comuni mortali: volare con la British Airways.

Qualche ora dopo aver lasciato la casa di Darwin, confortevolmente sistemato nella pancia di un mostro metallico che ruggiva a più di diecimila metri sull’Atlantico diretto a tutta velocità verso Chicago, il vampiro trovò il tempo di pensare. Molte erano le cose su cui riflettere.

Per cominciare, Tyrrel aveva davvero conosciuto Darwin quando, imberbe ragazzino, ancora respirava? Darwin era morto nella casa di Down un giorno di aprile del 1882. Circa cinquant’anni erano trascorsi tra quel possibile incontro e la ricomparsa di Tyrrel in Arizona, dove aveva conosciuto e sposato Sarah. Un vecchio uomo, secondo gli standard di quelli che respirano, dotato però di forza e agilità sorprendenti.

La vecchia Sarah sapeva certamente se suo marito era già un vampiro al momento del matrimonio. Doveva parlarle non appena rimetteva piede a Canyon Village.

Certo Tyrrel poteva anche non aver mai conosciuto Darwin nonostante fosse stato almeno una volta nella casa del grande scienziato. Ma da vampiro o da semplice turista? Era questo il punto.

Qualunque fosse l’esatta relazione tra Tyrrel e Darwin, l’artista, e anche questo contava, aveva certamente assorbito alcune delle idee dello scienziato.

Sei ore dopo la partenza dall’Inghilterra, l’insolito passeggero si trovava in una delle molte cabine telefoniche dell’aeroporto O’Hare di Chicago, facendo del suo meglio per raggiungere Joe Keogh in Arizona. Ma ogni sforzo risultò vano. Evidentemente nessuno si trovava in quel momento nella stanza di Joe.

Pensierosamente Drakulya appese il ricevitore, attese qualche istante e chiamò un numero di Chicago, uno che ricordava tranquillamente a memoria. Pochi secondi più tardi stava parlando con Angie Southerland, la giovane moglie di John.

Quando la voce di donna disse: — Pronto? — lui replicò: — Ciao, cara Angie. Sono lo zio Matthew. — Dei mille nomi che usava in giro e che Angie conosceva era quello che la metteva più a suo agio.

— Oh — rispose Angie. L’aveva riconosciuto. Senza alcuna sorpresa Drakulya ascoltò la voce di donna precipitare per un attimo in una fredda incertezza prima di tornare calda come sempre.

Una volta esaurito l’iniziale scambio di convenevoli, Drakulya disse: — Io e il suo robusto marito siamo attualmente impegnati nello stesso progetto giù in Arizona. Vi siamo arrivati seguendo strade diverse, ma…

— Lo so — replicò Angie suonando pratica come al solito. — John mi ha detto che aveva un lavoro da svolgere al Grand Canyon. Non è entrato in particolari, però, perché neppure lui sapeva bene di cosa si trattasse.

— Mia cara, lei potrebbe forse aiutarmi molto se compisse qualche ricerca per me. Solo per me.

Mentre parlava, Drakulya sapeva benissimo che le dita di Angie attendevano pronte su una tastiera di collegarsi elettronicamente con cose esoteriche come banche dati e bollettini informatici, i mezzi moderni che consentivano all’agenzia di Joe di conoscere in tempo reale molte cose che accadevano negli Usa e nel mondo.

— Joe ha già chiamato chiedendomi di fare qualche ricerca sul caso. Posso dire a lei ciò che ho trovato finora.

— Ah, molto bene. Le sarei molto grato, cara Angie.

— Tanto per cominciare — disse la giovane donna — Edgar Tyrrel è stato dichiarato legalmente morto nel 1940 su richiesta della vedova. La sua scomparsa risale a sette anni prima, all’estate del 1933, ed è avvenuta durante una delle sue frequenti passeggiate nel canyon. Tyrrel fu descritto come “anziano” nell’anno della scomparsa. Viveva sull’altopiano già da trent’anni.

— Sarebbe tanto gentile da leggermi l’intero rapporto, Angie?

Angie lo era, e difatti lo fece. I giornali del 1933 riportavano concisamente che l’eccentrico scultore, che viveva quasi da recluso, lasciava una giovane moglie e una bambina rimaste entrambe nella casa di Canyon Village. Nel 1940, Sarah venne segnalata sulla costa orientale, ma della bambina non si faceva più menzione.

Un articolo di costume su un giornale di quegli anni lasciava poi intuire che Sarah Tyrrel stava guadagnandosi la fama di eccentrica esattamente quanto il defunto ex marito.

— E della bambina che ne è stato? — domandò Drakulya incuriosito.

Seguì un istante di silenzio al telefono, rotto solo dal ticchettio delle dita di Angie sulla tastiera. Chiedeva informazioni alle banche dati, per riceverne magari qualcuna da un luogo posto in un altro continente.

Cosa ne avrebbe mai pensato il vecchio Merlino, si chiese perplesso il vampiro all’altro capo del telefono, di quei moderni mezzi di divinazione?

Finalmente Angie disse: — Viene menzionata solo nel 1933. Non capisco. Si direbbe quasi che sia scomparsa dalla circolazione, ma non riesco a trovare alcun atto di morte.

— Uhm. Come si chiamava?

— So che sembra incredibile, ma anche il nome risulta sconosciuto.

— E le attività successive della vedova Tyrrel? Cos’ha fatto dopo il 1940?

— I giornali riportano solo qualche frammentaria notizia a partire dagli anni ’60. Viene menzionata soprattutto per le vicende legate all’eredità del marito. Ah, c’è anche questo: dagli anni ’60 in poi viene affiancata nella conduzione degli affari di famiglia da suo nipote, un certo Gerald Brainard.

— Come del resto ci è stato raccontato. Molto bene. Grazie, Angie: lei mi è stata utilissima.

La telefonata terminò. Ignorando i rumori e il continuo brusio dell’aeroporto più affollato del mondo, Drakulya cercò ancora una volta di raggiungere Joe Keogh in Arizona. Stavolta il tentativo ebbe successo.

Il vampiro detective comunicò da Chicago le sue impressioni all’uomo che respirava giù in Arizona, per poi concludere con un po’ di filosofia: — Non c’è motivo — disse — per cui un nosferatu non possa essere uno scultore, uno scienziato, o perché no, un criminologo. Sono tutte abilità simili.

— Immagino che lei abbia ragione.

— Ma certo che ho ragione. Sono molti i nosferatu, me stesso incluso, che collezionano oggetti d’arte. Tuttavia tra noi solo pochi riescono a creare un’opera d’arte con le proprie mani. E questo mi ha lasciato perplesso alla luce di quanto sta avvenendo con Tyrrel… ma adesso non vorrei annoiarla con i miei ragionamenti. Ci vediamo molto presto, Joseph.

Un attimo più tardi in Arizona, nella suite dell’El Tovar, Joe Keogh appese il ricevitore e prese giacca e bastone. Doveva interrogare Sarah Tyrrel su sua figlia, e dato che non vi era telefono a casa Tyrrel doveva uscire e raggiungere la casa a piedi.

La folla di turisti giù nella hall parlava di neve, e non appena Joe uscì, l’aspetto grigio ferro del cielo mattutino e il secco vento gelido che tirava lasciavano prevedere con certezza quasi assoluta lo svolgimento di un bianco Capodanno.

13

Dopo aver cambiato per la seconda volta aereo a Phoenix, ponendo termine a un calvario fatto di snervanti attese e irritanti ritardi, l’ultimo tratto di quel lungo volo verso ovest depositò lo sfibrato viaggiatore al piccolo aeroporto di Flagstaff. La mezzanotte era passata da poco. Drakulya annusò l’aria intensamente, quasi degustando il clima locale. Da quel punto in poi, invece di continuare lungo le strade innevate, preferì arrivare al canyon sotto forma di animale correndo tutto il tempo sulle sue quattro zampe.

Solo al suo arrivo nelle immediate vicinanze dell’El Tovar, poco prima dell’alba, il vampiro assunse nuovamente la sua forma umana. La mattina dell’ultimo giorno dell’anno, il sole, fortunatamente per lui celato da una spessa coltre di nubi, lo sorprese sull’altopiano intento a contemplare il panorama in compagnia di uno sparuto gruppo di turisti mattinieri.

Riallacciato un confortante contatto con i suoi colleghi rimasti a Canyon Village, Vlad Drakulya (ora di nuovo il signor Strangeway) raccontò qualcosa del suo viaggio in Inghilterra a Joe Keogh e John Southerland, ponendo l’accento sulla tappa a casa di Darwin. Là e da altre fonti aveva appreso informazioni importantissime su Tyrrel e su ciò che aveva fatto in quegli ultimi decenni.

Mentre raccontava queste cose, Strangeway massaggiava la caviglia slogata di Keogh accompagnando il trattamento fisico con certe formule pronunciate prevalentemente in modo non verbale.

Joe si godette quell’attimo di sollievo dal dolore della caviglia sdraiato comodamente sul sofà e stranamente rilassato, accertandosi che Strangeway fosse aggiornato su quanto accaduto al canyon in sua assenza e in particolar modo sui particolari della storia narrata da Bill Burdon.

L’ex poliziotto intervenne personalmente sull’argomento, in qualche modo apologetico. — Lo so che ci aveva detto di non seguire mai Tyrrel, ma non pensavo fosse necessario avvertire anche Bill. Doveva fare la guardia alla casa, non rincorrere vampiri.

Le dita esangui, ma forti di Drakulya, si fermarono nel massaggio curativo. — Il nostro giovane collega è stato… ehm, ferito in qualche modo?

— No. Almeno, così ha detto.

Il massaggio riprese. — Meglio così. Ah, è davvero impossibile per i giovani frenare completamente certi impulsi. A proposito, dov’è Maria?

— L’ho mandata a sorvegliare Sarah Tyrrel. Ehi, ma lo sa che il suo massaggio funziona a meraviglia?

Poco dopo Strangeway chiese a Joe di alzarsi per provare la caviglia. Per un attimo Joe pensò di poter camminare normalmente, ma solo per un attimo. Poi dovette sedersi. Non era stato miracolato, no, ma si sentiva decisamente meglio.

Quando venne presentato al signor Strangeway, Brainard lo guardò a lungo come se in quel volto dall’astuta espressione vi fosse qualcosa che conosceva, o fosse sul punto di riconoscere. Poi si era ritirato senza proferire parola nell’altra stanza della suite di Keogh.

Poteva risparmiarsi la sua agitazione, perché Drakulya non nutriva in quel momento alcun interesse per lui. L’unica cosa che voleva adesso era parlare con Sarah Tyrrel.

Quel tetro, nuvoloso giorno invernale non era abbastanza luminoso da creare problemi a un vampiro esperto e indurito dai secoli. Tuttavia, era bene ricorrere comunque alla protezione offerta da un cappello a larghe falde. Così riparato, Drakulya si avvicinò alla porta di casa Tyrrel e bussò. Nessuno rispose. Neppure il suo sensibile udito poté avvertire là dentro la presenza di un paio di polmoni che respiravano. Con molta tranquillità riprese a camminare, convinto di riuscire a trovarla: una donna di quell’età non poteva essere andata lontano. E difatti non incontrò difficoltà.

L’avvistò a mattina inoltrata, quando brevi periodi di sole si alternavano a repentine nevicate. I primi risultavano ancora tollerabili a Drakulya se si fermava all’ombra dei pini, mentre le seconde provvedevano un ottimo fondo per seguire le tracce. E come aveva previsto, a un certo punto, le impronte degli stivali della donna abbandonarono la passeggiata turistica inoltrandosi in una macchia d’alberi d’alto fusto.

Giungendo finalmente in vista dell’anziana donna, Drakulya restò per un attimo nascosto in modo da poterla osservare senza essere visto.

Sarah Tyrrel era in piedi, intenta a guardarsi attorno in quello che poteva essere uno degli angoli più belli dell’altopiano. La posizione e le dimensioni degli alberi e dei cespugli lasciava capire che là vi era stata una radura cinquant’anni prima, ora parzialmente cancellata da una seconda generazione di pini e di querce.

Da molti anni, Sarah non visitava quel posto e adesso, dopo una difficoltosa ricerca, vi gettò una lunga, triste occhiata rendendosi conto di un’amara verità: non riusciva più a trovare la tomba della sua piccola bambina. Un pino contorto e sofferente che cresceva proprio sul ciglio del canyon le aveva fatto per anni da punto di riferimento, ma adesso non c’era più. Anche il ceppo era stato rimosso. E il ciglio del precipizio sembrava arretrato, forse un metro, forse due. Anche il canyon cambiava col tempo.

Tuttavia restavano abbastanza punti di riferimento, rocce e grandi alberi, da convincerla di trovarsi perlomeno a pochi metri dal posto giusto.

La sua incertezza era acuita dal fatto di avere visitato la tomba solo una dozzina di volte da quando aveva lasciato Edgar. Sapendo che non avrebbe dato nell’occhio, nelle sue precedenti visite aveva portato dei fiori. Ma quelle erano avvenute in primavera o in estate: adesso, in quel nevoso pomeriggio invernale, semplicemente non poteva. Volendo li avrebbe trovati al centro commerciale, o avrebbe poto ordinarli a domicilio a qualche negozio esterno al parco. Ma la loro presenza avrebbe attratto l’attenzione di qualcuno. Sarah aveva ancora le sue ragioni per cercare la massima riservatezza, e vi restava docilmente attaccata anche se talvolta dubitava che fossero ancora valide.

Tuttavia aveva a lungo pensato di ordinare al fiorista di Canyon Village un piccolo agrifoglio, o forse una stella di Natale; ma alla fine si era trattenuta dal farlo.

Da circa sessant’anni il Natale rappresentava un periodo particolarmente duro per Sarah. Durante le visite a quella tomba non segnata pregava con fervore, e sentiva che le sue preghiere venivano ascoltate; tuttavia quella furtiva e tantomeno cristiana sepoltura in quel terreno sconsacrato la turbava ancora.

Solo prima che la bambina morisse l’aveva battezzata. Acqua del gelido torrente del Canyon Profondo versata da due mani unite a coppa su una piccola e candida fronte: un rito che poteva solo venire svolto da una madre, viste le circostanze. E un rito a cui teneva, dato che aveva fatto battezzare in modo più formale la figlia più grande in una chiesa della California anni prima di conoscere Edgar Tyrrel.

Persa nei suoi pensieri, Sarah non si accorse inizialmente di non essere più sola. Quando se ne avvide, senza sapere veramente come, si voltò di scatto.

Immobile a pochi passi da lei, fermo tra i tronchi di due querce e intento a osservarla, vide un uomo sorridente e con la barba che a prima vista non dimostrava più di trentacinque anni di età. Vedendosi scoperto, l’uomo sfiorò con due dita la larga falda del cappello in un evidente e rispettoso saluto.

— Chi è lei? — domandò Sarah.

La risposta non fu immediata, e senza concedere molto tempo allo sconosciuto, Sarah ripeté bruscamente la domanda.

Pazientemente questi rispose: — Sono un uomo che vorrebbe esserle amico, Sarah. Non credo che lei abbia volontariamente condiviso i crimini di suo marito.

Sarah inspirò e replicò seccamente: — Signore, mio marito è morto da molti anni.

L’uomo scosse leggermente la testa e abbozzò l’ombra di un sorriso. — Entrambi ne sappiamo di più, Sarah.

— Cosa vuole da me? E come fa a conoscere il mio nome? — Ma a quel punto Sarah tacque, finalmente conscia di qualcosa di molto sottile nello sconosciuto che le richiamò alla mente Edgar. Con voce diversa balbettò: — Ma lei… lei è…

— Sì, credo proprio di sì. Diciamo che possiedo molte cose in comune con il suo Edgar. Molte cose. Mi permetta di presentarmi: in questi giorni il mio nome è Strangeway, ma ne possiedo molti altri. Forse ha sentito parlare di me sotto altro nome.

Sarah annuì lentamente. — È possibile — disse. Ora sì che sembrava spaventata.

— Si rassicuri, Sarah: non intendo farle alcun male — affermò Strangeway con un tranquillizzante sorriso, riducendo senza fretta la distanza che li separava. Mosse pochi passi e si guardò attorno con attenzione studiando le immediate vicinanze, il bosco che una volta era una radura.

Poi disse: — Ho visitato il cimitero vicino al centro commerciale. Tutti coloro che vi giacciono riposano in pace. Solo ora scopro che qui vi è altra terra benedetta.

Dopo una pausa, Strangeway aggiunse: — Credo però che in questa vi sia solo una tomba.

— Sì. Per quanto ne so io ve n’è solo una: quella di mia figlia, morta da bambina. E io… io non ricordo più dove… — Lacrime amare presero a scendere dagli stanchi occhi di Sarah.

— Mi consenta di aiutarla.

— Le sarei… molto grata.

In assoluto silenzio Sarah osservò il visitatore muoversi in giro, fermandosi ogni due o tre passi per esaminare attentamente il terreno innevato. Una o due volte Strangeway inclinò la testa di lato, come per ascoltare qualcosa.

Finalmente indicò un punto.

La madre si avvicinò a lui e guardò il punto indicato, poi alzò la testa e si guardò attorno. — Sì — disse poi. — Sì, è qui.

Dopo un breve silenzio, Strangeway parlò. — Anch’io so cosa significhi la morte di un figlio.

— Davvero?

L’uomo annuì distrattamente. D’istinto alzò lo sguardo verso il cielo annuvolato, per abbassarlo subito dopo e ripararsi col cappello, poiché il sole aveva per un attimo minacciato di apparire. Un soffio di vento fischiò tra i pini, e una ghiandaia lanciò un richiamo che parve l’urlo di uno spettro tormentato dalla fame.

Trascorsero diversi minuti di silenzio mentre Sarah pregava sulla tomba della figlia. Quando terminò, Strangeway disse: — Quando un giorno, nella Sua saggezza, il Signore degnerà anche me del privilegio di una tomba permanente, vorrei venire sepolto in un luogo così.

Sarah lo guardò di nuovo con occhi lucidi. Stavolta vide qualcosa che le offrì rassicurazione, almeno sul momento. Subito dopo replicò: — Penso che Edgar si aspettasse di ricevere un giorno la sua visita, o quella di qualcuno come lei.

— Davvero? E perché?

— Non l’ho mai saputo. Forse aveva infranto qualche vostra legge, e la sua…

— Da ciò che ho scoperto finora su suo marito, Sarah, posso dire che ha degli ottimi motivi per temere le nostre leggi. Noi non uccidiamo senza giusto motivo, e aborriamo la riduzione in schiavitù di coloro che respirano. E non rubiamo senza esservi costretti, un crimine banale che trovo però molto irritante.

Sarah guardò lontano, oltre il canyon. — Non intendo certamente scusare Edgar — disse infine. — Ha scelto la sua vita come tutti noi. E come tutti dovrà accettarne le conseguenze. Tuttavia spero ancora…

Passò quasi mezzo minuto prima che Drakulya le domandasse dolcemente: — In cosa spera, Sarah?

Lo sguardo dell’anziana donna tornò al piccolo sepolcro innevato. — Io… io vorrei dei fiori per decorare la tomba di mia figlia.

Il visitatore reagì con un leggero inchino. — Mi faccia vedere cosa posso fare.

Non dovette andare lontano e non trovò alcuna difficoltà nel localizzare su una vicina quercia diverse specie di vischio che crescevano abbastanza basse da venir facilmente raggiunte. Il vischio, è una pianta parassita che matura in inverno: i suoi grappoli di decorative bacche bianche avrebbero ben servito allo scopo. Senza sforzo l’aveva trovato e senza sforzo strappò qualche rametto che portò alla madre ancora in lutto.

Abbassandosi con qualche difficoltà su un ginocchio solo, Sarah sistemò la semplice offerta sulla tomba altrimenti completamente anonima.

Un braccio incredibilmente forte era pronto per aiutarla ad alzarsi. Lei accettò l’aiuto.

— E ora — disse Strangeway — mi vuole raccontare com’è morta sua figlia?

Si trattava di un ricordo terribile per Sarah, ma infine riuscì a raccontarlo.

— Quindi lei non è sicura che la bambina sia morta per colpa di suo marito?

— No, non lo sono. E non potrò mai esserlo. Ma il dubbio… non potevo più restare con lui. Dovevo pensare a salvare l’altra mia bambina.

— Capisco.

In tacito accordo avevano deciso di allontanarsi dalla piccola tomba, dirigendosi lentamente verso il paese e la gente.

— Lei adesso lavora con il signor Keogh?

— Sono un suo collega, certo.

— Adesso comincio a capire come si aspetta di potermi aiutare.

Pochi minuti dopo, Sarah e il vampiro detective parlavano pacatamente tra le mura di casa Tyrrel. E una volta attizzate le braci nel camino fino a riaccendere un caldo fuocherello, Sarah poté riscaldarsi e provare di nuovo una sensazione di caldo benessere. Per il momento, la casa era tutta per loro.

Ma nonostante sapesse di poter parlare più liberamente adesso, la sua mente era tutto meno che tranquilla. — Edgar era un uomo eccezionale, e io l’ho amato come nessun altro. Ma poi sono arrivata a temerlo, anzi, ad averne una paura terribile… una paura che talvolta provo ancora, anche se le confesso che il mio amore per lui non si è ancora del tutto spento.

— Ha parlato con Edgar recentemente?

— Solo qualche istante, l’altra notte alla casa. Nulla che si potesse definire parlare, in effetti. Ci siamo solo scambiati insulti e occhiate piene d’odio — replicò l’anziana donna con voce vagamente esitante. Tuttavia Strangeway pensò che dicesse il vero. Non poteva esserne assolutamente certo, però: anche dopo cinquecento anni risultava difficile distinguere il vero dal falso.

Sarah lo pregò di fare tutto il possibile per aiutare Cathy. — Mi appello a lei in quanto gentiluomo. La mia Cathy è ancora dispersa e io sono enormemente preoccupata, nonostante ciò che mi ha detto quel suo giovane collega.

— Se me lo chiede in questo modo, allora dovrò dedicarmi interamente alla faccenda — rispose Strangeway posando una mano rassicurante e leggera sulla spalla dell’anziana donna. — C’è qualcos’altro che vuole chiedermi?

— Sì, signor Strangeway, poiché vedo che lei è tanto gentiluomo da poterlo chiedere. Vede, mio nipote è in grossi guai. Vorrei che lei lo proteggesse dalle conseguenze della sua follia. Lui è uno sciocco in molti modi, ma non è un uomo cattivo ed è il solo padre che Cathy abbia mai davvero conosciuto.

Strangeway si accigliò.

— Perlomeno… se le è possibile… può proteggerlo da quei gangster fino a quando resterà qui?

— Non posso prometterle niente, Sarah. Vede, certe faccende…

— La prego.

— E va bene. Farò ciò che posso.

— La ringrazio. Lei è un gentiluomo come pochi.

14

Il giorno dopo, Jake si prese la mattina libera dal lavoro, senza permesso.

Trascinandosi dietro una stordita e rassegnata Camilla, che indossava il cappello e gli occhiali da sole, cercò un posto abbastanza lontano dalla casa per parlare con tutta sicurezza almeno alla luce del giorno. E quindi i due presero a scendere il piccolo canyon, con Jake davanti che lanciava occhiate a destra e a sinistra, fino a quando Camilla gli chiese cosa stesse cercando.

— Il posto dove tu dipingevi, e dove ci siamo incontrati.

Lei scosse lentamente la testa. — Non so se possiamo ritrovarlo, Jake. E anche se lo ritrovassimo, a che servirebbe? Perché lo stai cercando?

— Perché voglio ritrovarlo — replicò Jake con un sospiro. — Sento che è l’unico posto dove possiamo parlare in pace.

Camilla ripeté ciò che aveva detto a Jake un milione di volte: quando splendeva il sole potevano parlare liberamente dappertutto perché Edgar stava dormendo. Tuttavia Jake aveva i suoi problemi ad accettare una spiegazione del genere, a liberarsi dalla sensazione che quel diabolico vecchio potesse semplicemente ascoltarli sempre e ovunque solo volendolo.

Infine, una volta raggiunta una zona abbastanza familiare, Jake e Camilla sedettero vicini vicini su una roccia accanto al torrente, il cui gorgoglio sembrava proferire, quel giorno, sommesse minacce.

Rompendo un imbarazzato silenzio, Jake disse: — Non ci riesco, Camilla. Non posso starmene lì a guardarlo mentre ti succhia la vita.

— Come pensi che io mi senta?

— Non lo so — replicò lui, voltandosi e guardandola aspramente. — L’ultima volta che vi ho visto, ieri notte, sembrava quasi ti piacesse.

— Questa poi! Non ti facevo tanto stupido!

Lui non replicò.

— C’è un solo modo per uscirne, Jake.

— Lo so. Ho voluto venire qui apposta per parlarne.

— Solo un modo: quello che hai detto tu. So che hai ragione, ma ho paura, ho paura.

Jake non riusciva a parlare, non riusciva a scacciare la sensazione che il vecchio Edgar stesse ascoltandoli nascosto dietro qualche roccia pronto a balzare su di loro.

— Lo sappiamo bene tutti e due, Jake: l’unico modo di uscirne è…

— È…

— Ucciderlo.

La parola era stata pronunciata un’altra volta. Nessuno balzò su di loro.

— Ucciderlo, sì. Così avremo tempo per pensare, per cercare e forse per trovare una via d’uscita.

Camilla estrasse il suo blocco degli schizzi e alcune matite. Era come se non riuscisse a tenere ferme le mani. Poco dopo lui la guardava disegnare nello stesso posto dove l’aveva incontrata per la prima volta. Avevano un piano da preparare, tuttavia nessuno dei due parlò per molto tempo.

Nonostante portasse il cappello e gli occhiali da sole, Camilla dovette spostarsi sotto la rupe in cerca dell’ombra più profonda. Jake notò così che stava diventando più sensibile al sole.

— Camilla.

— Cosa c’è?

Lei voltò la testa verso di lui e Jake poté per un istante vederla di profilo con la bocca leggermente aperta. — Nulla, immagino. Solo che mi era sembrato di vedere qualcosa di strano nei tuoi denti.

Lentamente i due giovani cominciarono a stendere un piano.

Nei lunghi mesi di convivenza con Tyrrel, ascoltandolo e osservandolo, Camilla era giunta a comprendere non solo la forza di quell’uomo e l’orrore che portava con sé, ma anche alcune delle sue debolezze.

Ascoltandola, Jake cercò con uno sforzo lucido e cosciente di trovare il coraggio necessario. — Va bene, dobbiamo uccidere quel figlio di puttana. È l’unico modo, l’ho capito già da un po’. Ma adesso bisogna decidere come, come possiamo ucciderlo!

A Camilla bastarono pochi secondi per rispondere, come se in realtà si fosse già posta questa domanda. — Solo una volta, forse due, l’ho visto urlare di dolore.

— Racconta.

— La prima volta è accaduta poco tempo dopo il mio arrivo qui. Una scheggia di legno gli si era conficcata in una mano dal manico di uno dei suoi attrezzi.

— E questo gli ha fatto male, eh?

— Molto più di una fucilata. Urlò di dolore, si strappò la spina e cominciò a succhiare il sangue. Poi mi vide mentre lo osservavo e mi ha fatto…

Prontamente Jake poté visualizzare Camilla obbligata a succhiare il sangue di quel lurido essere. Con uno sforzo cercò di cancellare l’immagine.

Camilla rabbrividì. Ma dall’aspetto del suo volto, Jake avrebbe giurato che qualcosa in quell’atto la eccitasse. Con un timido sorriso lei si accinse a continuare.

— L’altra volta qual è stata? — chiese Jake.

— Cosa?

— Hai detto che l’hai visto urlare due volte di dolore.

— Oh. Be’, la seconda volta non si è fatto molto male. Ma io ho capito che soffriva. È stata una mattina in cui stranamente era sveglio. C’era il cielo coperto, ma all’improvviso uno squarcio si è aperto tra le nubi lasciando passare un raggio di sole. Edgar mi è sembrato terrorizzato in quel momento, stava davvero male.

— Uhm.

— Un attimo più tardi era sparito, non nella piccola caverna dove solitamente dorme, ma nella grotta. Vi rimase tutto il giorno a luci spente, ritirandosi quanto più in fondo poteva. Ne uscì solo al tramonto… ma era stanco, spossato. Credo che morirebbe se restasse qualche ora al sole del canyon.

Per un attimo si guardarono l’un l’altro.

Fu Jake a parlare: — È troppo forte. Non riusciremo mai a obbligarcelo.

— Non sembra probabile, vero?

Jake la guardò pensieroso. — Che ne pensi del fuoco? — chiese.

Stavolta Camilla dovette pensarci un po’. Forse l’idea le risultava del tutto nuova. Infine disse che probabilmente Tyrrel non era del tutto insensibile al fuoco. — Non ricordo di averlo mai visto mettere la mano tra le fiamme, e non viene mai vicino alla cucina.

— Forse allora il fuoco è qualcosa che possiamo tentare.

Un’altra ora di discussione non portò a grandi risultati. Sembrava proprio che vi fossero tre soli mezzi disponibili ai due giovani per liberarsi definitivamente di Edgar: le armi di legno, il fuoco o la luce solare.

— C’è un’altra cosa che mi preoccupa, Jake.

— Cosa?

— E se sono rimasta incinta?

— Dio mio! Lo sei?

— Non lo so, ma lui mi ha chiesto se lo ero. Quell’ultima volta nella camera segreta…

Jake la zittì con un gesto, pensieroso. Forse questo non peggiorava di molto la sua situazione, ma comunque non gli piaceva.

— …lui mi ha ascoltata! — concluse Camilla.

— Ascoltata? E come?

— Ha appoggiato l’orecchio sulla mia pancia.

— Può stabilirlo in quel modo?

— Ha detto che non era sicuro. Che era troppo presto per esserne sicuro.

— Ma comunque a lui cosa importa se sei incinta o no?

— Non lo so! Non lo so!

Jake la strinse tra le braccia, e quella che iniziò come la ricerca di mutuo conforto si trasformò presto in passione.

Ma quando Camilla aprì la bocca emettendo un gemito, Jake si ritrasse impaurito spingendola via.

— Jake! Che succede?

— I tuoi canini! Sono… sembrano quasi quelli di un…

Lei sedette di scatto, portandosi le mani alla bocca e guardandolo piena di orrore.

Nel pomeriggio, Jake tornò a lavorare alla caverna, scavando, trasportando e frantumando blocchi di dura roccia alla ricerca dei preziosi noduli, impolverato e sudato. Sorpreso, si accorse di avere ancora voglia di lavorare e di stare facendo un buon lavoro. Quasi se ne sentì orgoglioso.

In casa, quella sera, Camilla lo sorprese nella camera della bambina intento a contemplare l’animale di pezza e la misera scatola del pranzo.

— Cosa fai?

— Sto pensando. O almeno, sto cercando di pensare. Ma purtroppo non arrivo da nessuna parte. — Così dicendo, Jake aprì l’armadio della cameretta. Là, su uno scaffale, vide un piccolo orologio che mai nessuno caricava e che non funzionava più. Sullo stesso scaffale vide inoltre una scatola metallica completamente anonima. Jake la prese e l’aprì. Vecchi giornali e fotografie, il classico genere di cose che ogni famiglia tiene da qualche parte; solo che lì sembravano completamente fuori luogo.

Camilla reagì con una grande agitazione. — Mettila giù, Jake. A Edgar già non piace che qualcuno entri in questa stanza, figuriamoci a perquisirla!

Jake ispezionò velocemente il contenuto della scatola, non vide nulla capace di attirare il suo interesse, la chiuse e la rimise sullo scaffale. — Come mai la casa ha una cameretta come questa? — domandò.

Camilla lo prese per un braccio e lo trascinò fuori dalla stanza. Poi rispose: — Credo che abbia avuto una moglie, una volta, e una bambina piccola.

Jake non trovò nulla da rispondere. Mentalmente cercò di figurarsi Tyrrel come padre. Stranamente, sembrava possibile.

Tornato nella stanza comune della casa, Jake sedette a lungo al tavolo contemplando il calendario appeso alla parete perennemente fermo al giugno 1932.

Camilla notò la sua attenzione per il calendario. — Jake, che anno era quando sei arrivato qui?

Jake volse lo sguardo su di lei fissandola intensamente. — Che diavolo vuoi dire? Siamo nel 1935. Sono arrivato qui solo… ehm, pochi giorni fa. — Di nuovo tornò alla sua mente l’inquietante pensiero che potesse in realtà essere di più, un mese, un anno… D’istinto si portò la mano al mento: era coperto da una folta barba adesso.

Questo lo spinse a domandare: — In che anno Tyrrel ti ha portato qui? L’anno scorso, nel ’34?

— Jake, sei indietro di trent’anni. Trentuno, per la precisione. Quando l’ho conosciuto a Flagstaff era il 1965.

Per quanto potevano determinare i suoi due giovani prigionieri, Tyrrel era completamente indifferente allo scorrere del tempo e se lo calcolava lo faceva con metodi tutti suoi.

In ogni caso, Jake notò che il diabolico vecchio parlava volentieri del tempo. Infatti era uno dei pochi argomenti su cui tendeva a parlare d’istinto. Gli anni, disse una volta a Jake, non avevano alcuna importanza per lui fino a quando si sentiva certo di poter tornare nel mondo normale nel giorno e nell’anno desiderato.

Jake e Camilla continuavano a dividere la casa e il solo letto disponibile. Ma solo nelle ore del giorno, poco prima del tramonto o dopo l’alba, i due facevano l’amore con un’intensa quanto disperata passione.

Passarono diverse notti in cui il loro padrone non obbligò Camilla a seguirlo nella piccola grotta.

Una volta Jake, spinto dall’angoscia, osò domandargli perché lo facesse e il vecchio uomo gli rispose, con una maligna risata, che in quelle sessioni gli serviva una modella.

Sapendo ciò che avrebbe visto seguendo la coppia, Jake restava ora a casa quando Camilla veniva portata via. Per ore e ore camminava da una stanza all’altra senza pace, sempre sull’orlo di fare qualcosa di veramente disperato e, probabilmente, suicida.

Alla fine, un’ora circa prima dell’alba Camilla tornava a casa. Ma adesso rifiutava apertamente di parlare di quanto era successo tra lei e Tyrrel.

Diverse volte tornò da quelle “sessioni” notturne con occhi sognanti e stranamente felice, e Jake provava l’improvviso istinto di strozzarla.

Lo turbava anche il fatto che avesse cominciato a dormire di giorno. Dormiva tanto, ma si trattava di un sonno agitato ed esausto; la notte invece vagava nervosamente di stanza in stanza come se aspettasse solo di venir chiamata dal vampiro.

E quando Jake cercò di ricordarle il loro piano, Camilla dichiarò di non volerne parlare perché si sentiva troppo stanca.

Ormai Jake non riusciva nemmeno più a chiedersi quanto tempo fosse passato dal suo arrivo in quel miserabile mondo. Ma stranamente un giorno si ritrovò a camminare con Camilla lungo il torrente fino al Colorado sotto un tiepido sole mattutino.

Questo lo riportò alla piena coscienza della sua situazione e di cosa doveva fare per uscirne, come se la luce del sole stesse scacciando una sorta di incubo orribile e prolungato. Con qualche sorpresa udì se stesso pronunciare le parole: — Allora dobbiamo ucciderlo con il legno.

Camilla, in quel momento affatto diversa dalla bella ragazza che aveva incontrato la prima volta, si avvicinò a lui riparata come sempre dal cappello e dagli occhiali da sole. Quasi sottovoce disse: — È impossibile, almeno quando è sveglio. Hai visto anche tu quanto è forte e quanto velocemente riesce a muoversi.

— Se solo riuscissimo a entrare nella caverna dove dorme! — disse Jake. Poi tacque all’improvviso, guardando fisso le pareti del canyon con occhi rossi e vuoti. — Dinamite! — sussurrò a se stesso.

Con molte pause, i due continuarono a parlare di come liberarsi di Edgar.

— C’è anche il fuoco. Hai detto che il fuoco può ucciderlo.

Camilla lo guardò, per poi annuire non molto convinta.

Il fuoco fece pensare a Jake alla benzina o al gasolio, poi al cherosene. Nessuno dei primi due era disponibile lì nel Canyon Profondo, ma senza dubbio vi era del cherosene per le lampade a petrolio conservato in un bidone da cinquanta galloni che giaceva su una rustica rastrelliera sotto un pioppo a poca distanza dalla casa. Presumibilmente Tyrrel lo riempiva ogni tanto in chissà quale modo.

Per quanto riguardava la dinamite, Jake sapeva che Tyrrel ne aveva immagazzinata un bel po’ per i suoi scavi. Non era certo un esperto, ma durante la permanenza al campo del Ccc aveva imparato a preparare le cariche e le micce. Tyrrel teneva la dinamite in una baracca chiusa a chiave, ma dopo una rapida ispezione Jake non vide alcuna difficoltà per entrare e prendersela.

— Forse il modo migliore è sfruttare insieme il fuoco e il sole. Con la dinamite potrei cercare di frantumare la lastra di roccia che lo ripara, versando intanto il cherosene nella sua tana e dandogli fuoco.

Qualunque altra strategia di attacco sembrava destinata al fallimento, nonostante i due giovani si spremessero le meningi in cerca di qualcosa di ancora più sicuro. Ma Edgar era un vero mostro sotto tutti gli aspetti: Camilla giurò che la fucilata tiratagli in passato non aveva avuto alcun effetto su di lui, nonostante fosse stata esplosa da distanza molto ravvicinata. Dopo ciò che aveva visto in quei giorni, Jake le credette senza difficoltà.

Comunque, secondo lui la cosa migliore restava la luce solare. Edgar la evitava come la peste. Come altrimenti potevano inondare di luce la sua tana se non frantumando quella dannata lastra di roccia? Ci volevano due o tre grandi specchi, che non avevano, e molta fortuna poiché non si trattava di luce solare diretta. No, l’idea sembrava tanto folle che non la menzionò neppure a Camilla.

Invece, assurdamente, le disse: — Spero che tu non gli racconterai tutto la prossima volta che ti morderà sul collo!

Camilla rabbrividì, e lo guardò furiosa. Poi replicò che le veniva il voltastomaco solo a pensare a Edgar. Ma era totalmente impotente davanti al suo potere ipnotico: ecco perche Jake doveva aiutarla in ogni modo.

— Allora è per domattina — disse Jake infine. — Non appena sorge il sole.

— Domattina, sì — concordò Camilla con un sussurro.

Jake tornò indietro da solo, pensando. Si fidava di Camilla perché doveva, anche se non era più la stessa di prima. Si fidava, ma non del tutto, solo perché non aveva scelta.

Non riuscì ad arrivare alla grotta, a tornare al lavoro. Sedette invece con occhi vuoti accanto al torrente ascoltandone le voci. O perlomeno, cercò di convincersi di riuscire ad ascoltarle nonostante sapesse di non volerle veramente sentire. Perché quelle voci gli parlavano di odio, lo esortavano a uccidere e gli davano strani ordini in lingue sconosciute che non riusciva a capire e che avrebbe volentieri cancellato dalla mente.

Lavorando con lui quella sera nella grotta, Tyrrel informò il suo prigioniero che secondo la scienza umana solo i fossili più primitivi venivano ogni tanto trovati in quell’ultimo strato di roccia del canyon, uno scisto la cui formazione risaliva a un numero inimmaginabile di anni addietro. Sotto quelle semplici testimonianze di vita giacevano gli strati di sterile roccia precambriana, accumulatisi nei miliardi di anni che dividevano la nascita del nostro pianeta dall’eternità più semplice e pura.

— Riesci a immaginare anche solo il mondo di un milione di anni fa, mio giovane amico? — gli chiese Tyrrel visibilmente eccitato durante una pausa del lavoro.

— E perché no? Non debbo neppure immaginarlo, perché ce l’ho davanti agli occhi. E comunque da quando sto con lei ho visto cose ben più strane!

15

Lasciando Sarah Tyrrel, Drakulya tornò all’El Tovar con l’intenzione di consultarsi ancora una volta con Joe Keogh e di porre alcune domande al padre adottivo della ragazza scomparsa.

Brainard, ancora ospite nella suite di Keogh, reagì con un certo disagio al modo in cui il signor Strangeway lo guardò, dando la netta impressione di un uomo che avrebbe volentieri scelto di diventare invisibile.

Sottoposto a un severo quanto silenzioso esame, l’avvocato guardò prima Joe, poi Strangeway e infine di nuovo Joe. Poi disse, rivolgendosi a Strangeway: — Lei è forse un amico del signor Tyrrel?

Strangeway scosse la testa. — Non ho ancora avuto il piacere d’incontrarlo. Tuttavia condividiamo un certo bagaglio culturale.

Brainard annuì lentamente. — Ne ero convinto. E quindi lei sarà forse in grado di ritrovare mia figlia.

— Come ho già detto alla signora Tyrrel, farò ciò che posso. Ma prima lei mi deve dire tutto ciò che sa su Edgar Tyrrel.

Brainard frugò in tutte le sue tasche prima di trovare sigarette e accendino. — Oh, non c’è molto da dire. È vivo e si trova laggiù da qualche parte, anche se da un po’ di tempo non lo vedo più. Io e lui facciamo affari…, affari onesti, s’intende. Non c’è nulla di sbagliato nel fare affari, mi auguro.

Con un’altra domanda i due detective vennero a sapere che Brainard non era mai sceso nel Grand Canyon in vita sua, neppure nella versione più moderna e prosaica, e che non aveva alcuna idea dell’esistenza di uno o più Canyon diversi sparsi nel tempo e forse nello spazio. D’altro canto non era difficile aspettarselo da uno che non aveva mai messo piede su uno dei sentieri calpestati ogni giorno da migliaia di turisti, almeno nei tratti più vicini a Canyon Village. Ma Brainard non era un esperto di escursioni, e neppure vi era lontanamente interessato. Addirittura gli sembrava plausibile che uno potesse vivere nascosto per sessant’anni in una sorta di santuario accessibile senza la magia o il suo equivalente nella scienza a pochi chilometri dall’incessante flusso turistico che riempiva l’altopiano in ogni stagione dell’anno.

Drakulya gli disse: — Mi racconti qualcosa di più sugli affari che fa con Edgar Tyrrel e, dato che me lo chiede, le darò un’opinione sulla loro onestà.

— Bene, signore, non c’è nulla di male negli affari che faccio con Edgar. Io sono un mercante d’arte, specializzato nelle sue creazioni. Nel nostro accordo non c’è nulla di complicato: la sola cosa non vera è che tutti lo credono morto. Tuttavia, io non truffo certamente nessuno: le sculture che vendo sono autentiche. Edgar Tyrrel è uno scultore e io vendo le sue opere per lui. A differenza dei quadri, la pietra scolpita è molto difficile da datare con precisione e quindi gli acquirenti credono che si tratti di opere realizzate negli anni Trenta e anche prima. In ogni caso, un uomo ha diritto di vendere le sue creazioni, e di scegliersi l’agente che più gli garba.

A questo punto Joe intervenne dicendo: — Sarah Tyrrel però ha dei diritti legali sulle proprietà e le opere del marito. Ma da quanto ho capito è lei a intascare la maggior parte dei soldi guadagnati in questo affare.

— Forse Sarah se ne è lamentata con voi? — replicò Brainard.

Strangeway fece un vago cenno a Joe, come per tacitarlo. Guardando intensamente Brainard, gli chiese: — Ci racconti, avvocato, com’è cominciato questo vostro accordo.

— Certo — disse Brainard guardando il soffitto e pensando. — Cominciò agli inizi degli anni Sessanta. Mi trovavo qui a fare qualcosa per mia zia, che evita in ogni modo di mettere piede qui a Canyon Village, ma che non ha mai voluto rinunciare a questa casa a favore del Parco.

“Comunque, ero qui per dare un’occhiata ad alcuni dei mobili che arredano la casa e vedere quanto potevano valere, e dato che era tardi decisi di fermarmi per la notte. All’improvviso me lo ritrovai davanti. Gesù, che spavento mi presi!”

— Come, se lo ritrovò davanti?

— Ero seduto qui su una sedia, pensando. In effetti, credo che mi addormentai davanti al fuoco. Poi qualcosa mi svegliò: un sogno, pensai inizialmente. Ma subito mi accorsi che c’era qualcuno nell’altra stanza. Andai a vedere, e me lo ritrovai davanti. Inizialmente pensai a un ladro, ma lui mi convinse del contrario.

— Quindi lui non fece nulla per evitare di essere scoperto.

— Io… credo di no. Forse era curioso di sapere chi fossi.

— E lei come l’ha riconosciuto?

— Oh, avevo visto molte vecchie foto. E trovandolo in casa pensai subito a lui, non so perché. Ma soprattutto fu il modo in cui lui si presentò quando gli chiesi chi era. Molto calmo, poco loquace e molto sicuro di sé. Tuttavia, all’inizio non gli credetti fino in fondo. In fin dei conti, quella era una delle esperienze più assurde della mia vita: stavo parlando con un uomo da tutti ritenuto morto per circa trent’anni. Comunque, per farla breve, alla fine gli credetti. Dovevo. Iniziammo a parlare d’arte, ma dopo un po’ lui si scusò e scomparve proprio come un fantasma. Venti minuti dopo ricomparve portandomi qualcosa che mi convinse del tutto.

— Cosa?

— Un lavoro alquanto pregevole: se ben ricordo, un piccolo coyote. Non uno degli strani animali che a volte scolpisce. Mi disse che era risalito qui sull’altopiano per paragonare uno dei suoi nuovi lavori con una vecchia versione di uno di essi custodita qui nella casa. Ma naturalmente la statua a cui alludeva non era più qui. Tutto ciò che restava nella casa, anche allora, erano riproduzioni.

“Parlammo abbastanza a lungo. Quando scoprì che ero il nipote di sua moglie, quindi praticamente un suo nipote, anche se non potrei mai chiamarlo zio, cominciò a pormi domande su Sarah. Apparentemente non avevano avuto alcun contatto da quando lei lo aveva lasciato.

“Era davvero curioso su di lei, e sembrava preoccupato. Ma la prima condizione che pose per stabilire un rapporto d’affari fu che dovevo tacere con lei del nostro incontro. Infatti nessuno doveva sapere che era ancora vivo.”

Brainard tacque, accendendosi una sigaretta con mani tremanti.

— Per farla breve, dopo aver parlato per diverse ore mi lasciò quel suo nuovo pezzo incaricandomi di venderlo. In cambio non mi cercò soldi, ma mi diede una lista di materiali di cui aveva bisogno: attrezzi, materiali da costruzione e cose come queste. “Posso ottenere questo materiale anche da altre fonti” mi disse “ma lei può farmi risparmiare del tempo.”

— Sempre — intervenne Strangeway — sempre una questione di tempo. In un modo o nell’altro il tempo c’entra sempre. Non sembra anche a lei, Joseph?

— Già — replicò Joe distrattamente, rivolgendosi nuovamente a Brainard. — Continui — disse.

Brainard spense la sigaretta a metà nel portacenere e riprese il suo racconto. — Quando se ne andò io rimasi a lungo a pensare. Più ci pensavo e meno potevo credere a quanto era accaduto. Voglio dire, quel tipo doveva teoricamente avere novant’anni di età ed era forte e attivo in un modo incredibile.

— E questo è successo trent’anni fa. Adesso dovrebbe avere più di cent’anni. Centoventi, per la precisione, e lei sta ancora facendo affari con lui.

— Infatti. È pura follia, lo so. Spiegatemelo voi. Forse è con suo figlio che sto facendo affari adesso, o suo nipote. Forse è suo fratello più giovane, forse è il fantasma di Tyrrel… perché no? Non ne ho idea, signori, posso solo fare qualche ipotesi a riguardo. Tuttavia è innegabile il fatto che continui a portarmi statue da Vendere, e io non ho mai avuto problemi a venderle come autentiche. So cosa pensano i collezionisti, che io e mia zia Sarah abbiamo questo tesoro nascosto da qualche parte che mettiamo gradualmente sul mercato, una statuetta alla volta per non fare scendere il prezzo.

“L’unica volta che un esperto ha messo in dubbio l’autenticità di un’opera, io riferii le sue obiezioni a Tyrrel, e le statue che mi diede da quel giorno in poi erano fatte in modo tale da risultare innegabilmente autentiche. Immagino che qualcuno abbia ancora qualche dubbio di tanto in tanto, ma riesco sempre a trovare un buon numero di clienti che comprano senza fare difficoltà.”

— E Tyrrel cosa le ha chiesto in cambio di tutta questa ricchezza?

— Materiale, soprattutto materiale. Non ha mai voluto dei soldi, dicendo che non sa cosa farsene. Una volta mi ha detto che ha una specie di caverna, giù nel canyon, che nessuno riesce mai a trovare.

— Davvero le ha detto questo?

— In un certo qual modo… sa, piccole cose dette in una conversazione. Sembra incredibile, comunque, che nessuno sia mai riuscito a trovare il suo rifugio. Sembra, finché uno non viene qui e lancia un’occhiata a questo posto — ribadì Brainard, indubbiamente convinto della plausibilità di ciò che diceva.

— Che genere di materiale esattamente gli ha portato? — domandò Joe.

— Be’, gli procuro dei cataloghi e lui sceglie ciò che vuole e mi dice quali attrezzi comprare. Qualche volta mi ha chiesto dei prodotti chimici, e io ho dovuto cercarli presso i laboratori. E poi, di quando in quando mi chiede degli esplosivi. Quelli sono difficili da comprare perché ci vuole la licenza, ma per fortuna conosco qualcuno. Comunque, in genere mi chiede corda, componenti per un generatore e tute da lavoro della sua misura. Ah, una volta anche pennelli, colori e un cavalletto, e un abito da sera…

— E questo è continuato per trent’anni?

— Sì, praticamente sì. Mi ha detto che ha cercato altri modi di procurarsi questa roba prima di incontrarmi, ma che incorreva in un problema dopo l’altro. Comunque, non è entrato in particolari.

— E alla fine lei ha rotto l’accordo, raccontando a Sarah di averlo incontrato.

Brainard annuì. — Sì, è stato un paio d’anni dopo il primo incontro. Io continuavo a saltare fuori con nuove statue, e non potevo certo tenere la cosa segreta a Sarah. Tutti sapevano delle vendite, e lei conosceva troppo bene il lavoro di suo marito e i suoi affari. Sapeva che non esisteva alcuna riserva di statue, così dovetti spiegarle da dove venivano.

— E quale fu la sua reazione?

— Più o meno uguale alla vostra — sospirò Brainard. — Non ne fu affatto sorpresa, non perlomeno quanto mi aspettavo. Mi pose un sacco di domande su Tyrrel, indirette, allo stesso modo in cui lui mi chiedeva di lei.

— Tuttavia non volle incontrarlo, vero?

— No, e non cambiò mai idea. Fu sempre riluttante a venire da queste parti e, le poche volte, vi rimase di giorno, rifiutandosi però di dormirvi la notte. E questo è andato avanti per molti anni, praticamente fino alla scomparsa di Cathy.

— E Tyrrel non ha mai saputo che il vostro accordo non era più così segreto?

Brainard rispose con una stanca alzata di spalle. — Se lo ha saputo non ha detto nulla. Non credo s’illudesse troppo, comunque. Tutte quelle vendite postume non potevano venire nascoste in eterno alla moglie. Probabilmente ha deciso di lasciar correre.

La radio di Joe prese a ronzare e qualcosa nella qualità del suono suggerì, perlomeno a lui, che era urgente. Quando rispose udì la voce di Maria.

— Capo? Cathy Brainard è viva e sta bene, e sta tornando su.

— L’avete vista?

— Sono qui che la sto guardando, qui vicino al recinto dei muli. Sta risalendo dal sentiero del Bright Angel esattamente come Bill.

I tre uomini si guardarono l’un l’altro per un lungo e silenzioso minuto, ognuno sorpreso a modo suo.

Joe prese il suo bastone da passeggio mentre Maria alla radio continuò a riferire i dettagli. Un attimo più tardi avanzò, arrancando al suo miglior passo, notevolmente più veloce dopo il massaggio di Drakulya, cercando di non farsi distanziare dagli altri due. Con piacere scoprì di riuscire a tener dietro senza troppa difficoltà al fiacco e sbuffante Brainard.

Cinque minuti dopo il terzetto arrivò al recinto dei muli, a quell’ora deserto dato che il convoglio mattutino di turisti era già partito da diverse ore e mancava ancora molto al ritorno pomeridiano.

Di conseguenza l’unica persona in vista era Maria, che li attendeva in compagnia di una ragazza che poteva essere solo Cathy Brainard. Vedendo gli uomini arrivare, Maria si allontanò quasi correndo, gridando loro che voleva informare la signora Tyrrel.

Joe vide Strangeway seguire Maria con sguardo leggermente accigliato. Cathy invece restò immobile, guardandoli stancamente. Un grosso zaino che poteva solo essere suo giaceva a terra ai suoi piedi.

Brainard, le sue paure del tutto dimenticate in quel momento, si fermò davanti a sua figlia guardandola con grande sollievo. — Grazie a Dio sei tornata!

— Ciao — replicò la ragazza con qualche riserva nella voce. Di nuovo stancamente accettò un impacciato abbraccio.

Tenendola per entrambe le spalle, il rigido Brainard disse alla figlia adottiva: — Ho avuto paura. Speravo che tu non fossi stata coinvolta nei miei guai. Non ho mai voluto…

— I tuoi guai? — replicò Cathy, dando a Joe l’impressione che non sapesse neppure di cosa parlava il padre e non provasse neppure a capirlo. Sembrava quasi che dovesse compiere un grande sforzo per dimenticare momentaneamente i suoi problemi.

E neppure sfuggì a Joe che Cathy evitò in ogni modo di chiamare Brainard “papà”.

— Ragazza mia… — fece Brainard. — Cathy, non ho nessuna intenzione di chiederti nulla. Semplicemente, sono contento che tu sia tornata. — E goffamente le carezzò i capelli.

— Ne sono felice, perché sono io che ho intenzione di chiederti un po’ di cose. A te e alla zia Sarah — rispose Cathy, per poi guardare i due sconosciuti. — Tuttavia, credo che dovrò aspettare ancora un po’.

Guardandola allibito, Brainard mosse un passo indietro.

Poi Cathy volse lo sguardo su Strangeway. L’occhiata che gli lanciò, inizialmente casuale, divenne fissa e profonda. — Lei chi sarebbe? — domandò, con la franchezza di qualcuno determinato a concentrarsi su faccende più importanti.

Strangeway s’inchinò leggermente, il volto ombreggiato dalla larga falda del cappello. — Un amico di sua madre, signorina Brainard.

Joe intervenne. — Lavora per me — disse, per poi doverle spiegare chi era lui e le ragioni della sua presenza lì.

Una volta chiarito questo lato della faccenda, Cathy guardò gli investigatori con una qualche amarezza oltre alla stanchezza. — Be’, sono tornata. Credo quindi che la caccia sia finita.

— Cathy! — urlò la voce di zia Sarah. Si stava avvicinando da casa Tyrrel con tutta la velocità consentitale dagli anni. Cathy corse verso di lei con le braccia aperte, e i presenti poterono finalmente assistere a una riunificazione molto più emozionante.

Pochi attimi più tardi Joe, in compagnia di John e di Strangeway, tornò arrancando verso l’albergo. Sarah, Cathy e Brainard li avevano preceduti. Durante la prima parte della passeggiata il silenzio regnò sovrano.

— Immagino che possiamo cominciare a fare i bagagli — suggerì John a un certo punto, più o meno a metà del cammino.

— Non io — replicò Strangeway.

— E perché no? — domandò John.

— Perché sto pensando, signori — fece il loro speciale collega — a L’origine della specie.

Joe Keogh tacque per un attimo.

— Intende forse dire il libro di Charles Darwin?

Occhi scuri si volsero su di lui.

— Non tanto il libro, quanto l’argomento: le leggi che governano lo sviluppo della vita sulla Terra. Il vero interesse di Tyrrel sembra andare a queste fondamentali leggi di natura, che Darwin cominciò a studiare più di un secolo fa. La mia gente e la vostra sono entrambe soggette a queste leggi. Perché siamo tutti esseri umani, tutti figli della Terra.

— Okay, ma la ragazza scomparsa è tornata, apparentemente indenne. La mia cliente con tutta probabilità mi ringrazierà per il disturbo, mi darà quanto pattuito e mi manderà via.

— Già, in effetti il caso sembra chiuso. Complimenti, Joseph. Tuttavia io non mi sento ancora libero di andare. In tutta coscienza non sono ancora soddisfatto, e quindi non partirò.

Joe non esitò. — Cosa posso fare allora per aiutarla?

— Giusto — fece John.

— Ancora non lo so, signori. Ma la vostra offerta è davvero bene accetta.

Nella suite di Joe, Sarah Tyrrel appese il ricevitore dopo aver riferito ai ranger del parco che la sua bisnipote Cathy era tornata a casa di sua spontanea volontà.

— Non sembravano particolarmente sorpresi — commentò l’anziana donna.

— Molti ragazzi che scappano di casa tornano tranquillamente da soli — spiegò Joe. — Dov’è Cathy adesso?

— Sta dormendo — disse Sarah, per poi guardarsi attorno. — E Maria dov’è?

Joe non lo sapeva. Guardando Bill, che ascoltava tutto in silenzio, domandò: — E a proposito, dov’è Brainard?

— Ha detto che andava a prendere le sigarette giù nella hall. Non sembrava che avesse bisogno di una scorta.

Le fugaci nevicate della prima parte della mattinata stavano aumentando di durata e intensità quando Gerald Brainard, con un pesante giaccone invernale addosso e una piccola valigia in mano, sbucò da uno dei sentieri lastricati laterali per addentrarsi in uno dei grandi parcheggi turistici sparsi attorno a Canyon Village. Guardando cautamente prima a destra e poi a sinistra nella tetra giornata invernale, estrasse dalla tasca un mazzo di chiavi avvicinandosi con rapidi passi a una piccola Pontiac coperta di neve.

Non aveva guardato bene, comunque. Non aveva neppure aperto la portiera della macchina, quando un uomo di grossa corporatura che indossava un cappotto col bavero di pelliccia comparve all’improvviso dietro di lui.

— Oh, ecco il nostro simpatico avvocato. Pensi forse di andare da qualche parte?

Pochi attimi più tardi la Pontiac venne parcheggiata di nuovo, ma stavolta in una strada secondaria del parco, una lunga e relativamente stretta spianata in terra battuta destinata metà a parcheggio e metà a strada circondata da abeti e molto usata per i picnic estivi. Ora però il posto era deserto: solo un’altra macchina vi era parcheggiata oltre alla Pontiac.

E in questa seconda macchina si trasferirono i due mafiosi e l’avvocato: Smith al volante, Brainard davanti accanto a lui e Preston sul sedile posteriore.

— Adesso resteremo qui per un po’ — dichiarò Smith. — Tanto non c’è fretta, vero? Tutti e tre abbiamo la giornata intera a disposizione. — Così dicendo volse la testa leggermente all’indietro. — Preston, ma tu non avevi qualcosa da fare nel pomeriggio?

— No — fece Preston, accendendosi una sigaretta senza offrirne. — Mi sono liberato, così posso restare qui tranquillamente con voi a parlare di soldi. Ora, vediamo un po’: come potrà il nostro furibondo principale recuperare un certo investimento?

Brainard non trovò nulla da dire. Pallido e tremante guardava la fitta pineta innevata davanti a lui, a poca distanza dal parabrezza.

— Allora, avvocato, dicci qualcosa. Coraggio, non essere timido.

— Io non ho i soldi per pagarvi adesso. Io…

La frase terminò con un urlo. Preston aveva preso la sigaretta tra le dita spegnendola sul collo di Brainard.

— Statti tranquillo, tesoruccio. Queste cose il mio amico Preston non le vuole proprio sentire. Coraggio, riprovaci.

— Non c’è nessuno da queste parti oggi — fece Preston con tono quantomai casuale. — E pensare che d’estate è così pieno che uno non riesce neppure a parcheggiare la macchina. Ma oggi è il nostro giorno fortunato, vero amici? Sto aspettando, carne morta. Allora, come farai a ridarci tutti quei verdoni?

— Pagherò… pagherò — supplicò Brainard accennando a tirarsi su il bavero della giacca. Bruscamente Preston glielo abbassò di nuovo.

La neve cominciò a cadere lentamente. — Dicono — fece Smith — che talvolta nel parco può nevicare per giorni e giorni.

— Nessun turista in giro — sospirò Preston da dietro. — Nessun ranger. Niente di niente qui, tranne noi tre. Stiamo aspettando, carne morta.

E detto questo si accese un’altra sigaretta, spegnendola di nuovo sul collo di Brainard.

Ma all’improvviso i tre non furono più soli. La figura di un uomo con la barba ben curata e un cappello a falda larga comparve ai margini del bosco, per poi avvicinarsi alla macchina oltrepassando la piccola Pontiac.

Vedendo Strangeway, Brainard emise una sorta di vagito.

— Chi diavolo è questo? — fece Smith.

Drakulya si fermò a quattro, cinque metri dalla macchina dei gangster, restando immobile con le mani in tasca. Le sue labbra si mossero, pronunciando parole incomprensibili.

Smith abbassò il finestrino a metà e la voce dell’uomo in piedi davanti a loro risuonò chiaramente. — Abbia pazienza, signor Brainard. Qualche attimo ancora e i signori saranno lieti di lasciarla andare.

A queste parole Brainard compì uno sforzo convulso per cercare di uscire, ma Preston lo afferrò senza tanti complimenti per il collo obbligandolo a stare fermo al suo posto. Poi il robusto gangster aprì la portiera e scese, mentre le sospensioni della macchina oscillavano sotto la sollecitazione del suo grande peso.

— Fuori dai piedi, idiota — ordinò dall’alto dei suoi due metri il grosso Preston al piccolo Drakulya. — Va’ a caccia di scoiattoli da qualche altra parte. Questa è una conversazione privata.

Brainard lanciò una disperata richiesta di soccorso, un urlo che gli morì in gola quando l’uomo seduto accanto a lui lo colpì allo stomaco con una gomitata.

Lo sguardo di Drakulya andò dall’aguzzino di Brainard seduto in macchina a quello in piedi davanti a lui. — I signori Smith e Preston, suppongo. Purtroppo vedo che è tardi per invitarvi a lasciar partire quest’uomo indisturbato. Be’, suppongo di potervi capire in un certo qual modo. Esito a interferire con la giusta pretesa di recuperare i vostri soldi, tuttavia…

— Te l’ho già detto una volta — lo interruppe Preston. — E te l’ho detto in modo carino e gentile. Non mi hai ascoltato. Peggio per te. — E con queste parole mosse minacciosamente verso Drakulya.

Ma all’ultimo momento, prima di raggiungere la sua presunta vittima, una smorfia di dolore e sorpresa gli deformò il volto. Allungò una mano per stringere il collo dell’uomo davanti a lui, ma le sue dita si chiusero a vuoto. Drakulya già lo teneva con entrambe le mani per il bavero di pelliccia, e un attimo più tardi Preston gracchiò ad alta voce in totale disfatta chiedendosi come mai il suo corpo volteggiasse a mezz’aria. Il suono fu molto acuto per un uomo di tale stazza. E per essere uno che respirava, Preston dimostrò un’ottima coordinazione, compiendo un complicato passo di danza nel disperato tentativo di riguadagnare un equilibrio perso, ahimé, per sempre.

Il suo corpo, lanciato con cura, percosse con considerevole potenza la parte anteriore della macchina. Nella prima fase dell’impatto le gambe dell’uomo colpirono il cofano. Un attimo più tardi il suo grande torace sbatté sul parabrezza. Il robusto vetro s’imbarcò, ma non si ruppe. Preston proseguì poi la sua corsa sulla superficie fortemente inclinata, che lo proiettò a un’altezza di diversi metri sopra il retro della macchina fino alla caduta finale su uno strato di neve fresca purtroppo insufficiente.

Prima ancora che il corpo volteggiante di Preston subisse quell’ultimo impatto, Drakulya si era portato verso la portiera del conducente aprendola con calma compassata. Smith non aveva allacciato la cintura di sicurezza, una negligenza che non sfuggì all’attenzione del suo avversario.

Stringendo in una ferrea morsa la nuca del secondo gangster e afferrando la colonna del volante con la mano libera, Drakulya cercò di unire i due corpi fisici esercitando una forza molto vicina al massimo possibile per un vampiro.

Ma una frazione di secondo dopo si ritrasse allibito, sibilando la sua irritazione perché quella seconda parte dell’esercizio andava rifatta. Il suo sforzo con la testa di Smith aveva sortito l’unico effetto di gonfiare un airbag lasciando il signor Smith non più che sconcertato, come se qualcuno gli avesse sparato con un fucile caricato a bigné. Smith cercò di agitare le braccia, emettendo un rantolo da coniglio che un eventuale spettatore avrebbe trovato decisamente comico.

La mano di Drakulya, comunque, continuava a stringere la nuca del gangster.

Intenzionato a chiudere al più presto quella sgradevole vicenda, l’uomo con la barba ben curata recuperò il suo aplomb con considerevole prontezza per un vampiro della sua età. L’airbag si era già sgonfiato, e un secondo tentativo sortì gli effetti desiderati.

Anche se praticamente incolume, Brainard ebbe bisogno di una mano per uscire dal veicolo.

— Grazie. Come potrò mai sdebitarmi con lei?

— Mi ha ringraziato. Questo è più che sufficiente.

— Dio mio! Non li ho visti tenere d’occhio l’albergo. Pensavo di avere una possibilità… lei capisce, adesso che Cathy è tornata non vorrei coinvolgerla nei miei guai.

Dopo aver consigliato al suo cliente di provare a mettere un po’ di neve fresca sulle bruciature del collo, Drakulya frugò rapidamente ma meticolosamente le tasche dei due gangster. Preston, disteso bocconi nella neve, respirava a fatica e il vampiro ritenne che quella condizione non sarebbe durata a lungo. In Smith era già passata. Drakulya frugò anche la loro macchina in cerca di qualcosa che potesse collegare quei due a Brainard.

Non trovò nulla di compromettente, ma s’impossessò di circa cinquemila dollari in contanti. Considerandoli un bottino di guerra, Drakulya li porse disordinatamente a Brainard intenzionato a mandarlo via.

— Alcuni di quei soldi sono miei. Me li hanno rubati proprio adesso.

— Bene, li prenda tutti allora — replicò il detective.

— Posso fare qualcosa per ripagarla del suo aiuto?

— Lei è molto gentile a insistere, ma no, grazie. Il tempo sta rapidamente peggiorando. Le consiglio di guidare con prudenza.

— Grazie — rispose Brainard massaggiandosi quasi allegramente il collo con altra neve fresca. — Dio mio, forse la fortuna sta tornando, finalmente!

Quando Drakulya tornò in albergo, Joe gli chiese se per caso avesse visto Brainard.

Lui annuì. — Sì, in effetti l’ho incontrato. Stava guidando pacificamente verso l’uscita principale del parco. Non dubito che si troverà già abbastanza lontano quando arriverà la nevicata.

— Ma… e i gangster che lo tenevano d’occhio?

— Oh, sono partiti anch’essi — replicò Drakulya guardandosi le unghie ben curate.

Joe lo guardò incuriosito. — Sempre dietro a Brainard?

— No. Hanno preso una direzione diversa. Ah, uomini avventati e negligenti! Non credo siano andati lontano. Le strade stanno diventando davvero scivolose! — fece, con un sospiro vagamente da rettile. — Per gente tanto improvvida, l’incidente è la regola!

— Ah — replicò Joe, pensando. Conosceva Strangeway da troppi anni ormai. — Ah — ripeté di nuovo dopo un attimo.

— Joseph?

— Sì?

— Che mi sa dire di questi palloni, questi aggeggi gonfiabili che escono dal volante in condizioni di emergenza?

— Cosa, gli airbag? Tutte le nuove macchine li adottano. Perché?

— Oh, nulla d’importante. Ora debbo riposare. Tutta questa attività diurna mi ha molto stancato, nonostante il cielo sia così meravigliosamente coperto. Tuttavia ora riesco a capire perché Edgar Tyrrel ha scelto di vivere in questo luogo nonostante sia tanto pericoloso per noi.

— E perché?

— Per il sole, Joseph. Io e i miei simili siamo molto attratti dal sole, dalla sua presenza, assenza e intensità.

— Credevo faceste di tutto per evitarlo, invece.

— Sì, questo è vero. Solo la massa di un intero pianeta può riparare del tutto un vampiro dalle emissioni nocive del sole. Tuttavia, è mia opinione che anche noi dipendiamo, per il nostro sviluppo, da qualche tipo di emissione solare ancora sconosciuta alla scienza.

“D’altro canto nessuno di noi ha difficoltà a credere che qualcosa di veramente strano accada quando la luce solare illumina, per la prima volta in miliardi di anni, la superficie recentemente frantumata di qualche profondissimo strato roccioso.

“Chi può dire, Joseph, cosa succede in quei momenti? Per molta gente nulla di speciale. D’altro canto la biologia ha visualizzato strani sviluppi, che mi vedono totalmente d’accordo.”

— E Tyrrel si muoveva in quest’ottica quando è venuto qui per la prima volta.

— Sono certo che non è venuto ad abitare qui, nel soleggiato West, semplicemente per una delle mille circostanze della vita: se era già un vampiro, doveva avere delle ragioni molto forti.

— Ragioni collegate a Darwin, intende dire?

— Alla vita, Joseph, collegate nientemeno che alla vita stessa.

16

Sdraiati uno accanto all’altra a letto, quasi completamente immobili, Jake e Camilla si tenevano per mano con la sinistra di lui che stringeva la destra di lei. Entrambi ascoltavano intensamente i rumori della notte del Canyon Profondo. Qualcosa che suonava quasi come un coyote ululava in distanza. Attraverso la finestra aperta echeggiava il rassicurante martellare del vecchio uomo, dimostrando che era al lavoro come al solito.

Sia Camilla che Jake si trovavano in uno stato di veglia assoluta, anche se erano passate delle ore dalle ultime, sussurrate parole. La notte era stata un inferno in cui dormire si era rivelato impossibile. Dormire era diventato una speranza ultimamente, poiché nessuno poteva più prevedere quando il loro demoniaco padrone sarebbe comparso all’improvviso nella stanza chiedendo il sangue, la vita di Camilla, di Jake o di entrambi.

Sia lui che lei erano molto vicini alla totale prostrazione fisica e mentale.

Jake aspettava solo il momento di ringraziare Dio per lo scorrere di una notte senza abusi. Naturalmente non un singolo orologio funzionava nella casa e fino al sorgere del sole i due giovani non potevano fare altro che convivere con la paura che il vampiro avesse in qualche modo scoperto il loro piano, col timore che il satanico Tyrrel stesse solo giocando con loro e che comparisse nella stanza più adirato che mai nell’ultima ora o addirittura nell’ultima mezz’ora della notte. Jake continuava a ripassare mentalmente ogni parola proferita da Tyrrel la sera prima, ogni cambiamento nell’espressione del suo volto. Poteva quel maledetto avere capito tutto?

Una delle finestre della casa dava a est. Jake giaceva sdraiato nel letto matrimoniale guardando i bordi delle tende, chiedendosi per molto tempo se il sole stesse finalmente sorgendo o se si trattasse semplicemente di falsa speranza. E quando fu certo di vedere il primo, fioco chiarore illuminare il cielo notturno mosse silenziosamente una mano e strinse il polso di Camilla. Grazie a Dio, finalmente, grazie a Dio.

Meno di cinque minuti dopo, il cupo martellare proveniente dalla grotta cessò. Quello indicava certamente l’inizio dell’alba.

A meno che non avesse smesso presto per ingannarli.

— Ascolta — sussurrò Camilla, intenta ad ascoltare ogni rumore con Jake.

— Sssh.

Nessun rumore venne più dal laboratorio di Tyrrel. Senza dubbio il cielo a est stava schiarendo.

Un attimo più tardi Jake scese silenziosamente dal letto e cominciò a vestirsi.

Il sole non aveva ancora illuminato il margine orientale del canyon, quando Jake e Camilla si avvicinarono alla baracca in cui il vecchio teneva l’esplosivo. Sembrava gelosamente chiusa, ma non così efficacemente. Camilla disse che Tyrrel teneva la chiave d’ingresso appesa al collo, ma la lunga sbarra di ferro di Jake si rivelò più che sufficiente per far saltare il lucchetto insieme alla piastra.

Jake aprì la porta della baracca e prese la scatola di dinamite, tozzi candelotti avvolti in pesante carta cerata con sopra stampate in rosso le prescrizioni di sicurezza. Per un attimo provò un tuffo al cuore pensando che forse gli inneschi necessari a farli esplodere fossero nascosti altrove; ma no, eccoli là in un’altra scatola coperta anch’essa di avvisi e sistemata su uno scaffale. E su quello stesso scaffale trovò, oltre agli inneschi, anche parecchi metri di miccia e il detonatore elettrico, una piccola cassa quadrata con una grossa impugnatura a T dall’aspetto molto più moderno di quello usato dagli artificieri del Ccc.

Perché Tyrrel non custodiva meglio quel materiale? Jake pensò che forse si sentiva talmente sicuro di sé da giudicare i suoi schiavi, chiunque fossero, incapaci di trovare abbastanza coraggio da cercare di ucciderlo.

In quel momento Jake udì i passi affrettati di Camilla, che aveva riempito due contenitori di cherosene prendendolo dal grosso barile sistemato dietro la casa, per poi raggiungerlo al di là del torrente, sulla salita che portava alla tana di Tyrrel. Uno dei contenitori era la tanica da dieci litri da cui si riempivano le lampade, l’altro la pentola più grande disponibile.

Il piano, elaborato nel corso di quegli ultimi giorni, consisteva nell’impregnare di cherosene il vampiro addormentato, mediante un imbuto e un tubo metallico, e dargli fuoco, oltre a far saltare la grossa lastra di roccia che lo nascondeva al sole. Lo scoppio, pensò Jake, avrebbe quasi certamente dato fuoco al cherosene, altrimenti avrebbero dovuto pensarci loro con degli stracci o delle torce.

Jake appoggiò l’esplosivo vicino alla lastra che chiudeva l’accesso alla tana del vampiro. Poco più indietro, Camilla si dava affannosamente da fare per riempire di cherosene tutti i barattoli e le brocche di vetro della casa.

Non appena ebbe finito, Jake prese una brocca, vi sistemò il coperchio e la scagliò con tutta la forza e la mira di cui era capace nel buio antro del mostro. La brocca si fracassò in alto sulle rocce e il liquido cadde a terra allargandosi a ventaglio. Jake e Camilla si guardarono vagamente soddisfatti: per quanto potevano dire, il corpo di Tyrrel doveva esserne stato impregnato.

Da dentro la piccola grotta non venne alcun cenno di vita. L’odore di cherosene, oleoso e pungente, riempì velocemente l’aria.

— Ne è stato impregnato. Deve esserlo.

— Ma sei sicuro che sia là? L’hai visto?

Nessuno dei due ne fu completamente certo, ma in ogni caso non potevano fare altro che andare avanti. Mentre Camilla avvitava il coperchio su un grosso barattolo di vetro, Jake si si lamentò di nuovo di non avere benzina a portata di mano.

— Perché la benzina?

— Brucia molto più calda.

— Questo non brucerà?

— Ma certo che brucerà. Il cherosene brucia abbastanza caldo, altrimenti non l’avrei provato. Passami quella brocca.

Jake lanciò un altro missile, che s’infranse come sperato.

Benzina purtroppo non ce n’era, e neppure gasolio. Tyrrel non aveva veicoli a motore nel Canyon Profondo e quindi non ne aveva bisogno. Il generatore funzionava completamente ad acqua, e Jake si era discretamente accertato che non vi fosse un motore ausiliario.

Chiuse e lanciò la terza brocca, imprecando perché l’aveva lanciata fiaccamente e troppo bassa disperdendo a terra la maggior parte del suo prezioso contenuto.

Porgendogli un ultimo, grosso contenitore, Camilla domandò all’improvviso quasi urlando: — Jake, Jake! Cosa facciamo se tutto questo non funziona?

— Troppo tardi adesso per preoccuparsene.

— Ma cosa facciamo se…

— Tu mi hai detto che il fuoco può danneggiarlo.

Camilla rabbrividì. — No. Io ho detto che non l’ho mai visto avvicinarsi alla cucina.

— Brucerà, maledetto, brucerà anche lui come ogni cosa. Dobbiamo ucciderlo in un modo o nell’altro adesso che abbiamo iniziato. Dobbiamo ucciderlo. — E così dicendo scagliò l’ultimo barattolo nella grotta.

Il numero penosamente piccolo di contenitori a disposizione era già finito. In quel momento parve a Jake che il cherosene presente nella grotta fosse terribilmente poco. Era stata follia pensare di impregnarla tutta in quel modo. Comunque, non c’era tempo di preoccuparsi per questo. Avanti con la seconda parte del piano. Un pezzo di tubo di gomma, preso dal sistema di irrigazione dell’orto, venne subito impiegato per mandare il liquido dove volevano.

Come Jake aveva previsto, usare il tubo si dimostrò un calvario. Dapprima fu necessario infilare un’estremità nella fessura tra la lastra e la parete di roccia, spingendola dentro piano piano in modo da avvicinarla al punto dove Tyrrel stava teoricamente dormendo.

Si sarebbero aperti a questo punto gli occhi del vampiro? Questo si chiedeva Jake mentre lavorava. Si sarebbe reso conto di quanto accadeva attorno a lui? Doveva pur sentire l’odore di cherosene, a meno che non fosse morto!

Dopo dovettero sollevare da terra l’altra estremità del tubo. Due mani umane lo mantennero in quella posizione, mentre altre due vi versavano il liquido attraverso l’imbuto normalmente usato per riempire la tanica. Jake dovette correre alla casa a prendere una sedia su cui Camilla potesse stare in piedi mentre versava il cherosene.

Tra le varie fasi di quello sforzo per il quale erano entrambi necessari, Camilla tornò indietro ancora e ancora per travasare nella tanica tutto il cherosene rimasto nel bidone. Nel frattempo Jake preparava la miccia, ispezionando da vicino la lastra di roccia calcarea che riparava Tyrrel per scegliere i punti in cui sistemare la dinamite. Tutto sommato, si disse, un paio di candelotti sarebbero bastati.

Non appena terminarono di versare il cherosene, Jake cominciò a perforare la roccia per sistemare le cariche. Con la mano sinistra prese lo scalpello, una sorta di trapano a mano molto rudimentale con il lungo manico e la punta a stella. Poi impugnò una delle mazze di medie dimensioni trovate nel laboratorio e prese a martellare. Polvere e schegge schizzavano via a ogni colpo di mazza, mentre Jake ruotava la punta a stella per il colpo successivo.

Lo scalpello, tenuto da nulla più che un braccio umano, penetrava con sfibrante lentezza, una piccola frazione di centimetro a ogni colpo. Il laboratorio contava diversi attrezzi elettrici, ma non c’era prolunga in grado di arrivare fin lì.

Camilla attendeva lì vicino trepidante, osservando Jake quasi sempre in silenzio e puzzando di cherosene. I loro vestiti erano fradici: bastava un fiammifero a mandarli al Creatore.

— Cosa posso fare per aiutarti? — supplicò lei.

— Nulla, per adesso.

La puzza di cherosene saturava l’aria. Jake poteva immaginare la fradicia poltiglia che doveva essere diventato il pavimento della grotta asciugarsi pian piano all’aria e seccare prima che avessero il tempo di buttarvi un fiammifero. Ma subito si disse che non era passato molto tempo, e riprese a lavorare.

Finalmente il primo dei fori fu pronto. Grazie a Dio era calcare quello in cui doveva scavare e non granito, non lo strano, nero scisto Visnù.

Camilla chiese di nuovo: — Adesso posso aiutarti?

— Va bene. Vieni qui e tieni lo scalpello.

Adesso poteva usare una mazza più grande e tenerla con entrambe le mani: il secondo foro prese rapidamente forma. Solo una volta la mazza colpì lo scalpello di striscio e questo sfuggì alle mani di Camilla, cadendo sulle rocce con quello che parve un terribile clangore, mentre Camilla ci metteva del suo strillando a Jake di stare attento a non romperle un dito.

E finalmente anche il secondo foro fu pronto. Sistemare la dinamite, gli inneschi e le micce non fu affatto difficile, ma il lavoro presentava qualche insidia. In effetti Jake ne sapeva ben poco al riguardo e si limitava a ripetere ciò che aveva visto fare dagli esperti giù al campo del Ccc.

Stava sistemando l’innesco e la miccia a esso collegata sulla prima carica quando Camilla disse all’improvviso: — Debbo vederlo morto, Jake. Non mi basta pensare che in qualche modo sia bruciato vivo là dentro. Se non lo vedo morto con i miei occhi non credo che riuscirò ad arrivare viva a stasera. È troppo orribile il pensiero che possa uscire al calar del sole e farci a pezzi per vendetta!

Jake grugnì il suo assenso e continuò a lavorare.

Finalmente la dinamite venne sistemata nei due fori con gli inneschi e la miccia al loro posto.

Si poteva cominciare. Jake non vide nessuna ragione per tardare ancora.

Sistemò il detonatore elettrico dietro quello che ritenne un buon riparo, un pesante macigno a una trentina di metri dalla tana di Tyrrel. Aveva appena terminato di collegare i cavi al detonatore e stava alzando una mano per mandare la scintilla fatale quando Camilla afferrò il suo braccio.

— Ascolta! Cos’è? — domandò con un sussurro.

Non appena lei richiamò la sua attenzione su quel suono, lui lo udì. Si trattava di una sorta di disumano ululato proveniente, Jake ne fu subito certo, da dietro la grande lastra di pietra che guardava i sonni di Tyrrel. In qualche modo gli ricordò il miagolio di un gatto che, da bambino, aveva trovato moribondo con una zampina presa in una trappola per topi.

Comunque, aspettare era semplicemente folle.

— Ecco che muore un vampiro — mormorò Jake. Vedendo cosa stava per fare, Camilla si riparò il meglio possibile dietro il grande masso.

Jake urlò: — Giù la testa! — per poi abbassare l’impugnatura con entrambe le mani. Percepì un movimento d’ingranaggi all’interno, quello di un generatore istantaneo, e poi constatò con una qualche soddisfazione di aver collegato tutto per bene perché due boati squarciarono l’aria nello stesso momento. Tuttavia il rumore non fu assordante: all’aria aperta la dinamite faceva sempre meno rumore di quanto uno si aspettava.

Un attimo più tardi Jake balzò in piedi, uscì da dietro il macigno e corse verso la tana di Tyrrel nostante la pioggia di schegge e il gran polverone. Ma dopo una dozzina di passi si fermò di colpo, constatando con profonda disperazione che l’esplosione non aveva frantumato l’intera barriera rocciosa. Forse solo un decimo della lastra si era dissolto in piccole schegge. Il santuario del vampiro risultava buio e inaccessibile come prima.

Camilla si unì a lui senza parlare. Ma la vista del fallimento non fu la cosa peggiore di quel terribile momento. Peggio di tutto fu l’ululato che veniva da dietro la lastra di calcare. Nessun dubbio poteva più esistere riguardo la presenza là dentro di Tyrrel, proprio dove Camilla gli aveva assicurato che dormiva.

C’era del fuoco là dentro, dietro la lastra rocciosa: un piccolo lago di cherosene che bruciava in un marasma di fumo nero. Bruciava il cherosene, ma non solo: c’era anche qualcos’altro.

All’ululato, un suono orribile e disumano, erano stati necessari alcuni secondi per affermarsi, ma ora si imponeva su qualsiasi altro rumore.

— Jake! Jake! Cosa facciamo adesso?

Il giovane esaminò nuovamente la lastra calcarea, cercando di capire dove si trovassero i suoi punti deboli. Prima aveva sbagliato, ma era ancora presto e quindi poteva tranquillamente sistemare altre due o tre cariche. D’altro canto a quel punto non aveva scelta. — Corri a prendere altra dinamite. Ci proveremo di nuovo. Va’!

Camilla si precipitò verso le casse. Jake rimase dove si trovava, cercando i punti migliori per la nuova serie di fori. Doveva sbrigarsi se voleva avere un’altra possibilità: prima gli sembrava di aver lavorato per ore e ore inutilmente.

Intanto l’urlo che veniva da dentro la grotta continuò a lacerare l’aria. Ancora e ancora, senza mai cessare.

17

Cathy Brainard stava ancora una volta percorrendo un sentiero del Canyon, quello però che portava al Canyon Profondo. Stavolta aveva lasciato a casa tenda e sacco a pelo, portando con sé solo una borraccia.

Maria scendeva con lei passo dopo passo, in silenzio. La giovane detective non si era neppure disturbata a portare la borraccia.

Le due giovani donne si erano incontrate per pura e semplice coincidenza sull’ampia passeggiata turistica che costeggiava il canyon, vicino all’inizio del sentiero del Bright Angel. Prima di quell’incontro si erano viste appena; tuttavia bastarono poche parole, una breve e complice conversazione, per decidere di tentare quell’impresa insieme.

— Se tu mi mostrassi il sentiero che scende mi aiuteresti moltissimo — aveva detto Maria quasi come un saluto, guardando nel malinconico baratro sotto di loro. Pinnacoli alti come montagne proiettavano le loro ombre violacee sulla neve, emergendo di quando in quando dalle nuvole in veloce movimento che scaricavano il loro carico di fiocchi. — Voglio andare dove sei stata, e solo tu puoi guidarmi.

— Davvero? — replicò Cathy — secondo me ti hanno incaricata di tenermi d’occhio e di vedere cosa puoi scoprire.

Maria rabbrividì, come turbata da un distante ricordo. — No — replicò piano. — Forse è quello che si aspettano da me, soprattutto Joe, ma non è così. No, ti chiedo questo per un motivo strettamente personale, qualcosa di molto importante per me.

— E va bene — replicò Cathy ancora dubbiosa. — In fin dei conti è lo stesso, che tu voglia venire per te stessa o come investigatrice privata. Ma il modo di arrivarci è proprio quel dannato segreto, sai, quello che teoricamente non dovrei più ricordare e che invece ricordo benissimo. Al diavolo loro e i loro segreti. I miei genitori, intendo. Non riesco a scoprire cosa mi hanno fatto da bambina, ma ti garantisco che prima o poi ci riuscirò.

Maria non rispose. Continuava a guardare in basso, apparentemente a qualcosa di lontano, molto oltre la fila di piccoli turisti a dorso di mulo che tornava dall’escursione del mattino e che era appena comparsa alla vista alla media distanza. Una fila di formiche che faticosamente risaliva dalle profondità del tempo.

Cathy prese a scendere il Bright Angel.

— Stavolta — spiegò — ho lasciato una nota alla zia Sarah. È una brava donna. Non voglio si preoccupi senza motivo.

— Forse non avresti dovuto farlo — disse Maria.

— Non dovevo lasciarle la nota? E perché no?

Maria non riuscì a rispondere e si limitò a un vago gesto di impotenza. Non sapeva perché, in effetti, ma l’idea di quella nota la metteva molto a disagio.

— Vedi — riprese Cathy — la situazione era del tutto diversa quando sono scesa la prima volta un mese fa. Allora non sapevo dove stavo andando. Seguivo un ricordo… — e per un attimo tacque. Poi: — Non ti capitano mai strani sogni sulla tua infanzia?

— Non più — rispose Maria.

— Ricordi, non sogni. Chiamarli sogni è sbagliato. Be’, quello che ho fatto è stato un viaggio nel ricordo. Ho visto molte cose, le cose che pian piano avevo cominciato a considerare solo sogni. Come una certa piccola casa. Vederla mi ha spaventata a morte, e quindi mi sono ritirata a campeggiare da qualche parte nelle vicinanze. Ma adesso devo tornare e affrontare il mio passato, entrare in quella casa, parlare ai miei genitori e… — Incapace di trovare le parole per completare la frase, Cathy cambiò argomento. — Tu lavori con quel tipo assurdo, quello Strangeway?

— Sì, ma non lo conosco molto. È un collega di Joe. Loro sono di Chicago e noi di Phoenix. Perché me lo chiedi?

— Ha l’aria da jettatore.

— Pienamente d’accordo con te.

E le due donne continuarono a scendere il sentiero.

Trascorsero forse cinque minuti quando Cathy si accorse che Maria non aveva nulla con sé, neppure una borraccia.

— Non credi di aver bisogno di qualcosa?

— No, perché non penso di andare lontano — replicò Maria guardando fisso avanti a sé come rapita da qualche pensiero profondo. Cathy esitò a interrompere quella concentrazione.

— Mi stai seguendo, non è forse vero? Forse per controllarmi, forse per curiosità personale, ma comunque mi stai seguendo. Come fai a sapere dove andremo?

Maria rispose con un’alzata di spalle.

— Be’, non so come ma hai ragione — fece Cathy tirandosi indietro una ciocca di capelli. — Non hai bisogno di nulla, neppure una borraccia, perché non è lontano.

— Lo so. Ma come vi arriveremo?

— Devi conoscere il segreto. Io lo conosco. In alternativa, sono pazza e riesco a inventarmi delle cose incredibili.

— Qual é questo segreto?

— Oh, un trucco che mi ha insegnato mio padre… voglio dire il mio vero padre. Ma ero molto piccola allora. Per tanto tempo l’ho dimenticato, ma una volta che uno impara una cosa importante non se la scorda mai: capisci cosa intendo? Un po’ come imparare ad andare in bicicletta.

Maria non rispose. Continuò a camminare guardando fisso avanti a sé, come se i suoi pensieri andassero in realtà a ben altro.

Un’improvvisa nevicata investì le due donne cadendo tanto fitta da nascondere il sentiero sopra e sotto di loro. La lenta carovana di muli comparve alla vista altrettanto all’improvviso. La guidava un ranger del parco. Cathy e Maria si spostarono il più possibile verso la parete interna del sentiero per lasciar passare gli animali dal passo sicuro e costante, ognuno dei quali trasportava un turista semiassiderato. Gli uomini e le donne sulle placide cavalcature, concentrati solo sul caldo e la civiltà che li attendevano alla fine della corsa, non rivolsero neppure un’occhiata alle due escursioniste in attesa.

Il segreto menzionato da Cathy consisteva, naturalmente, nella conoscenza di una certa tecnica necessaria a chiunque volesse entrare o uscire da quello che i suoi genitori chiamavano il Canyon Profondo. Tuttavia era essenziale conoscerla bene non solo per superare la barriera del tempo, ma anche per riemergere dall’altra parte nell’epoca giusta. La destinazione andava quindi scelta con cura; per Cathy, come lei stessa comprendeva, quel viaggio nel ricordo non era solo necessario, ma anche inevitabile.

Mentre scendevano il Bright Angel, Cathy cercò di spiegare queste cose a Maria, ma senza molto successo.

Infine Maria le prestò abbastanza attenzione da dire: — Per me è tutto nuovo qui. Sei tu che devi guidarmi.

— Oh, guidarti è facile. Da bambina ho percorso questo sentiero più volte di quanto possa ricordare, o meglio più di quanto potevo ricordare: ma adesso che sono qui, tutto mi appare chiaro come il sole.

Ora le due ragazze erano sole, completamente tagliate fuori dall’improvvisa tormenta che aveva obbligato tutti a cercare riparo. Scendendo il sentiero, Cathy continuò a porsi domande sul suo passato: chi era la sua vera madre? In qualche modo si sentiva certa che sua madre, chiunque fosse, era certamente morta da tempo. E chi era suo padre, l’uomo forte e gentile che sempre compariva nei suoi ricordi d’infanzia?

Nel corso della sua vita come figlia adottiva di Brainard, Cathy comprese gradualmente che l’adozione l’aveva resa una parente del vecchio Edgar Tyrrel, un artista famoso e grandemente eccentrico che nei lontani anni Trenta aveva, tra le altre importanti imprese, costruito casa Tyrrel. Ma fino a pochi mesi prima, Tyrrel e i suoi vecchi affari non ricevevano molta considerazione nei pensieri di Cathy, perché in nessun modo si poteva collegare il celebre scultore il cui nome compariva sui libri e nei musei con i vaghi ricordi che aveva di suo padre. Perché, tanto per cominciare, le date non coincidevano affatto.

E neppure aveva mai provato un particolare desiderio per visitare la casa di Canyon Village. Poi, nel suo diciassettesimo Giorno del Ringraziamento qualcosa era cambiato.

Cathy sapeva che suo padre adottivo si recava talvolta al Grand Canyon per misteriosi affari, anche se Brainard discuteva raramente di queste cose con lei. Nessuno nella casa dove viveva parlava mai di casa Tyrrel, e lei crebbe senza dare la minima importanza alla faccenda.

Fino a quando non era venuta al canyon con gli amici. Le bastò una sola occhiata per riconoscerla: quella era la casa dov’era nata e cresciuta!

Assorta nei suoi pensieri, Cathy quasi passò la svolta giusta per mettere in opera la tecnica insegnatale da suo padre. Tuttavia all’ultimo momento, nonostante la neve, riuscì a riconoscere il posto. Le due giovani donne abbandonarono quindi il battuto sentiero del Bright Angel per seguire quello che pareva un sentiero di capre che non conduceva da nessuna parte. Ma Cathy avanzò decisa, senza neppure voltarsi.

Nella coscienza di Cathy fluttuavano senza alcuna ragione apparente delle vecchie immagini di Edgar Tyrrel, fotografie trovate nel corso degli anni su giornali e riviste. Era certa di aver visto almeno una di quelle foto incorniciata nella casa di Canyon Village, e le sembrava di averne notata un’altra nella guida turistica del canyon regalata dall’albergo a lei e ai suoi amici nel corso della visita di un mese prima.

Anche nella casa di Long Island zia Sarah teneva una o due di quelle foto in bianco e nero, scattate da una delle vecchie macchine fotografiche a scatola degli anni Trenta. Nei piovosi pomeriggi della sua infanzia, la giovanissima Cathy, persa in un passato del quale disperava di trovare mai l’origine, aveva contemplato quelle foto molte volte. E talvolta quelle foto si erano confuse, o perlomeno così pensava da tempo, con i veri ricordi di un uomo che lei chiamava papà.

La neve smise di colpo di cadere e l’aria divenne più calda. Il cielo restò nuvoloso ma la luce cambiò, suggerendo un annuvolato tramonto nel Canyon Profondo: un tramonto non più invernale. La visibilità era perfetta.

— Sì, il posto è questo — disse Cathy con molta calma. Si trovavano in qualche canyon laterale, una gola selvaggia e decisamente più piccola del Grand Canyon. Un torrente abbastanza stretto da poterlo attraversare con un salto scendeva gorgogliando a valle. Il sentiero di capre c’era ancora, solo che adesso seguiva serpeggiando il corso del torrente. Procedendo in fila indiana le due ragazze giunsero a una macchia composta da strani pioppi nani oltre cui, a una cinquantina di metri di distanza, videro un piccolo cottage in una pianeggiante radura. Neppure una luce illuminava le finestre, e il luogo sembrava ostile e deserto.

Cathy arrestò il suo cammino osservando il piccolo edificio. Maria si fermò incerta accanto a lei.

— Io vivevo in quella casa un tempo — disse Cathy. — Non per molti anni, no. Comunque sono certa di avervi vissuto.

Il suo sguardo andò a Maria che, silenziosa e con occhi sognanti, era ovviamente immersa nei propri pensieri e non prestava molta attenzione a lei o alla casa.

Strano comportamento per una detective, si disse Cathy; tuttavia aveva altro a cui pensare. Ad alta voce aggiunse: — Scommetto che mio padre vive ancora qui, forse non nella casa, ma comunque nei paraggi. Ne sono quasi certa.

Questo attrasse l’attenzione di Maria. — Tuo padre? Gerald Brainard?

— Oh no! — esclamò Cathy, seccata da quell’ottusità. — Il mio vero padre, quello che ricordo da bambina.

Lentamente le due giovani donne si avvicinarono alla casa deserta. Un leggero ma continuo ronzio di sottofondo, semiattutito dal gorgogliare del ruscello, suggeriva un qualche tipo di macchina al lavoro.

— Da quanto tempo non lo vedi? — domandò Maria. Sembrava stare compiendo uno sforzo per uscire da quella strana apatia, quel dormiveglia fisico e mentale che condizionava il suo comportamento fin dalla loro partenza.

— Dodici anni, credo — replicò Cathy accigliata, come se quel calcolo non la soddisfacesse del tutto. — Anche mia zia Sarah ha vissuto qui, ma quando? Cinquanta, sessant’anni fa questa era la sua casa… ma è mai possibile?

Ultimamente il tempo risultava difficile da calcolare con precisione per Cathy. I due giorni di assenza al Ringraziamento si erano misteriosamente tramutati in un mese, o perlomeno tutti affermavano che era scomparsa per un mese anche se lei aveva visto il sole sorgere e tramontare solo due volte.

Avvicinandosi alla casa, Cathy e Maria incontrarono un grosso gatto rossiccio dall’aria semiselvatica. Sedeva miagolando nel bel mezzo del sentiero, come se volesse qualcosa. Ma quando le due donne si avvicinarono fuggì velocemente tra i cespugli.

— Quello è Beagle — spiegò Cathy con voce intimorita.

— Beagle?

— Sì. È proprio lui, il mio gattino. Se è un altro gatto gli assomiglia da pazzi. Me lo ha portato mio padre. Ricordo che volevo tanto un gattino, e allora lui… Un gatto può vivere dodici anni, vero?

— Credo proprio di sì.

Le due visitatrici giunsero finalmente alla porta della casa. Cathy tirò il chiavistello che si aprì. Nessun’altra serratura la chiudeva. La ragazza fece per entrare.

Maria esitò sulla soglia. — Sei sicura che non ci metteremo nei guai?

— Non preoccuparti. Ti dico che una volta vivevo qui!

— Una volta, ma adesso non più — replicò la giovane investigatrice tirandosi indietro i capelli, sfregandosi gli occhi ed esclamando: — Cosa ci faccio qui? E dove siamo con precisione?

Ma Cathy era già scomparsa nel buio dentro la casa.

Stranamente c’era elettricità, e Cathy sapeva dove trovare l’interruttore.

— Esattamente come la ricordavo — mormorò poi, guardandosi attorno nella stanza comune. — Solo, tutto mi sembra così piccolo! Ma i mobili sono rimasti identici. Per esempio, questa sedia… — poi spostò una sedia da sotto il tavolo prendendola dalla vecchia spalliera.

Maria guardava fuori dalla finestra nella luce opaca del tramonto. — Arriva qualcuno! — esclamò spaventata.

Cathy si voltò. Un vecchio uomo vestito con una polverosa tuta da lavoro le guardava con fredda rabbia immobile sulla soglia. Il suo aspetto tradiva la giusta indignazione di qualcuno che sorprende due ladruncoli sul fatto.

— Papà! — esclamò Cathy d’impulso. — Sei tu! Sei ancora vivo!

Il volto di suo padre sembrava cambiato: era più scuro, e mostrava cicatrici che non ricordava. Tuttavia, lei fu subito certa di chi aveva davanti.

L’uomo sulla soglia restò immobile per un lungo istante. Guardò brevemente Maria prima di fissare nuovamente Cathy con una penetrante occhiata. Nulla in volto tradiva le sue emozioni.

Poi chiese, con voce roca e profonda: — Chi siete?

Fu come se Cathy non avesse neppure udito la domanda. Guardandolo a sua volta immobile con le mani sullo schienale della sedia, ripeté: — Papà!

— Dio mio! È mai possibile? — fece l’uomo continuando a guardare Cathy e cercando, con una qualche agitazione, la sedia più vicina. Quando finalmente riuscì ad afferrarla l’avvicinò a sé e sedette con un improvviso movimento, come se le ginocchia rifiutassero di sostenerlo oltre.

Poi, lentamente chiese: — Come mi hai chiamato, ragazza?

— Tu sei mio padre. Devi esserlo. Mi ricordo di te e di questa casa — disse Cathy guardandosi attorno, per aggiungere: — Una volta anch’io vivevo qui.

— Come ti chiami? — Era una voce stanca quella che parlò, molto, molto stanca.

— Sono Cathy! Non ti ricordi di me? Io ti ricordo come se fosse ieri. Non sei cambiato. Non molto.

— Cathy! Per un attimo ti ho scambiata per Sarah… ho creduto che fosse riuscita a trovare la strada per tornare da me giovane come allora. Assomigli a tua madre in modo sorprendente, addirittura miracoloso!

D’impulso, come se quella domanda non potesse venire soffocata oltre, Cathy domandò: — Perché hai abbandonato me e la mamma?

— Abbandonato? Io?

— Lei ha dovuto lasciarmi in collegio quando avevo cinque anni. Di questo sono certa. Non avrebbe dovuto farlo se tu non ci avessi abbandonate. Ho torto forse? — inquisì Cathy, sembrando ansiosa di sentirsi dire che sì, aveva torto.

Edgar Tyrrel s’irrigidì sulla sedia. — Io l’avrei abbandonata? E tu con lei? Chi ti ha detto questo?

— Nessuno, ma sembra la cosa più logica. Ho torto? Ricordo benissimo che litigavate lassù sull’altopiano, il giorno della sepoltura di qualcuno.

L’uomo seduto sulla sedia sembrò invecchiare ogni minuto di più. Con uno strano, rantolante sospiro disse: — Quel giorno seppellimmo tua sorella. Sono… sono sorpreso che tu possa ricordarlo. — E poi, scuotendo lentamente la testa: — Dopo, tua madre mi lasciò. In qualche modo incolpò me della tragedia. E così, senza neppure avvisarmi, un giorno se ne andò portandoti con sé. Da allora non l’ho più rivista.

Dopo un intenso attimo di silenzio, Cathy chiese: — Mia madre… com’era?

— Da giovane, vuoi dire? Perché parli di lei al passato?

Cathy lo guardò sgranando gli occhi: — Perché è morta!

Il vecchio Tyrrel le ritornò l’occhiata, per poi guardarsi intorno. E come se si fosse ricordato qualcosa, balzò in piedi con un’agilità inaspettata visto il suo aspetto derelitto.

— Dov’è la tua amica? — chiese bruscamente.

A Cathy fu necessario un istante per capire. — Maria? Non lo so. Era qui un attimo fa.

Fermo in piedi, Tyrrel ascoltò i rumori della notte con grande attenzione. — Non importa — disse infine. — Non andrà lontano. Lei non importa. Tu sì — concluse, tornando con lo sguardo a Cathy.

— Papà — disse piano Cathy, lasciando finalmente andare la spalliera della sedia e muovendo verso di lui dapprima indecisa, poi con rapidi passi che terminarono in un impacciato abbraccio. Le braccia di Tyrrel, dapprima alzate come per tenerla lontano, si chiusero dolcemente su di lei.

— Tu sei mio padre — ripeté lei piangendo sulla sua spalla.

Lentamente l’abbraccio terminò, ma Tyrrel tenne sua figlia per le spalle dicendole: — Io ero il tuo padre adottivo, mia adorata Cathy. Quando ti vidi per la prima volta, avevi forse due anni. Tua sorella era appena nata. Tua madre era, oppure è, la sola donna che abbia mai amato in vita mia. Tu e tua sorella eravate i soli figli che mai potevo avere. Ecco perché ti voglio bene, Cathy. E te ne vorrò per sempre.

Seguì un lungo, commosso silenzio. Poi, gentilmente, Tyrrel aggiunse: — Dici che tua madre è morta?

— La mia vera madre? Così mi hanno detto quando avevo sei anni — spiegò Cathy con l’ombra di un sospetto nella mente. — Perché, non è vero?

Tyrrel ignorò la domanda sul momento. — Quando sei scesa dall’altopiano, in che anno? E come sei arrivata qui nel Canyon Profondo? La strada è chiusa.

— La strada è aperta invece, almeno per me — replicò Cathy con semplicità. — Un tempo ho vissuto qui e ricordo benissimo dove trovare il sentiero e come seguirlo. Sono venuta qui per cercare mio padre… e me stessa con lui.

— Ma in che anno sei partita? Dimmelo!

— Non capisco cosa vuoi dire. In che anno? Siamo nel Novantuno, quasi nel Novantadue.

— Ah — fu la breve replica di suo padre.

Muovendo verso la porta aperta e guardando fuori nella notte incombente, la ragazza gustò l’aria e l’insolita atmosfera di quel luogo con un profondo respiro. Odori strani e familiari allo stesso momento, sconosciuti dall’infanzia in poi, si fissarono nella sua memoria.

Poi disse: — Non ho mai dimenticato questo posto. È tutto come allora, solo che adesso la casa e tutto il resto sembrano molto più piccoli. Ma ogni volta che ricordavo, temevo che la mia mente stesse giocandomi brutti scherzi. Perché ci sono altre cose che non quadrano. Automobili, radio e persone vestite da anni Trenta, vecchie macchine e giocattoli. Ogni volta che simili immagini mi si affacciavano alla mente pensavo di essere semplicemente pazza.

Cathy guardò suo padre da vicino. — E c’erano altre cose persino più strane. Cose che ti ho visto fare, o almeno che ricordo di averti visto fare, e che sono impossibili per un normale essere umano.

— Mia cara bambina…

Cathy gli fece capire con un gesto che non aveva finito. — E non è solo una questione di memoria — aggiunse. — La gente mi ha mentito per tutta la vita. Io non ero certa che questo posto esistesse davvero, ma ogni volta che cercavo di parlarne, nessuno mi prestava attenzione. Mia madre mi ha abbandonata in un collegio e tu, mio padre, non mi hai mai cercato. Non è forse vero?

— Sì, è vero. Non ti ho mai cercata perché ho capito che tua madre aveva ragione a portarti via da qui.

— Perché?

— Perché questo è un posto pericoloso, Cathy, soprattutto per dei bambini.

— Adesso vivi qui da solo?

Tyrrel parve vagamente sorpreso. — Solo? Oh no, tutt’altro.

— In che anno ti ha lasciato? — chiese la ragazza.

— Chi?

Lei lo guardò sorpresa. — La mamma, naturalmente.

— Nel 1934.

Non fu necessario alcun calcolo mentale. — Nel 1934? Ma è impossibile!

— Già. Eppure è proprio così.

— No! Come può… papà, tu dici che la mamma ti ha lasciato nel Trentaquattro, ma io ho solo diciassette anni. Ecco perché è impossibile.

— La mia intera vita è una questione di tempo, Cathy. Con me il tempo non scorre come al solito. E lo stesso vale per chiunque viva nel Canyon Profondo, come te. Qui il tempo scorre come le rapide di un fiume. Ricordi il fiume? Te l’ho fatto vedere tante volte.

— Il fiume! Sì, lo ricordo.

— E ricordi le rocce bianche che ti feci vedere un giorno? Ti spiegai che sono proprio quelle rocce vecchie come il pianeta a creare le grandi rapide nel flusso del tempo. Ho trascorso la mia vita intera a scolpire quelle rocce. In esse riposa lo spirito della Terra.

Ma a Cathy non interessava molto lo spirito della Terra. — Papà, devi dirmelo: tu vivevi con Sarah negli anni Trenta. Colei che ho sempre creduto mia zia è in realtà…

— Sarah Tyrrel, tua madre. Ah, ora comincio a capire.

— Ma come…

Gentilmente Tyrrel la condusse verso una porta chiusa. — Vieni con me, bambina mia. Voglio farti vedere una cosa.

Un attimo più tardi entrambi entrarono in quella che per breve tempo era stata la stanza di Cathy. Entrando, Tyrrel azionò un interruttore a lato della porta e una luce elettrica si accese.

— Qui non c’era la luce elettrica una volta.

— L’ho installata io qualche anno dopo la tua partenza. Ho avuto dei guai con… con le lampade a petrolio.

Aprendo il piccolo armadio a muro, Tyrrel ne estrasse un orsacchiotto di peluche e lo mostrò a Cathy.

— Ricordi questo, bambina mia?

— Sì, sì!

— E questa? — insistette, mettendole davanti la piccola scatola del pranzo. — L’ho portata per te da Canyon Village. La volevi tanto! Era qualcosa che ricordavi dal mondo esterno, prima che ci trasferissimo qui. Hai fatto fuoco e fiamme per averla, piccola mia, non so perché — le spiegò sorridendo. Poi, serio: — Forse speravi ancora di andare a scuola un giorno. Be’, immagino che tu ci sia riuscita.

— Sì, certamente. Ma questa scatola del pranzo… non so neppure io perché la volevo tanto. Ricordo però di aver pianto e supplicato per averla.

— E questo? Guarda! — esclamò Tyrrel aprendo una scatola metallica molto diversa, sistemata anch’essa nel piccolo armadio a muro. — Il tuo atto di nascita dev’essere qui da qualche parte.

Un attimo più tardi il vecchio padre trovò il certificato. Le pieghe del documento erano rigide per il tempo. — La data è quella del diciotto maggio 1930, come puoi vedere anche tu. Per qualche motivo tua madre l’aveva con sé quando venne qui.

Cathy guardò attentamente il documento. — Catherine Ann Young — lesse ad alta voce, sempre più meravigliata.

— Sei tu. Il nome di Sarah prima del nostro matrimonio era Young. Vedi, lei non sposò mai il tuo padre naturale. Certamente lo amava, per avere due figlie da lui. Forse era un uomo sposato; non le ho mai chiesto molto sul suo passato. Ero felice di averla al mio fianco così com’era — dichiarò, tacendo per un attimo. — Anzi, più che felice.

— Non posso crederci — commentò Cathy scuotendo la testa. — Questo vorrebbe dire che per quattro decenni, per tutta la metà di questo secolo, io non esistevo…

— Oh, la stessa cosa si può dire di te per molti millenni. Esistevi forse nel secolo scorso? Hai mai pensato che sono trascorse intere ere geologiche senza di te?

— Be’, sì, ma questo è assurdo!

— Cathy, io dubito che la tua vita sia molto più strana della mia — affermò Tyrrel, esitando. — Ma forse lo è, in certi dettagli. Consentimi però di dubitare che la mia vita o la tua siano le vite più strane mai vissute da un essere umano. D’altro canto — concluse sorridendo — tutti e due abbiamo ancora il tempo di recuperare!

L’atto di nascita era contrassegnato da due piccole impronte di piedi eseguite con inchiostro nero. Un piede destro e uno sinistro.

— Queste impronte corrispondevano alle tue — spiegò Tyrrel con voce gentile. — Mia cara, tu sei nata più di sessant’anni fa in California, proprio come afferma il certificato. Tua madre potrà raccontarti maggiori particolari, ne sono certo.

— Mia madre. Allora zia Sarah è mia madre.

— Sì, lei è tua madre. Vedrò di riportarti da lei sana e salva.

Gli occhi di Cathy si chiusero mentre esaminava incredula l’atto di nascita. Per un attimo parve quasi sul punto di svenire.

Poi allungò entrambe le braccia e cercò suo padre, abbracciandolo con molto più calore di prima.

Di nuovo la sua fu una goffa risposta.

Lasciandolo, lei disse ad alta voce: — Mi chiedo dove può essere andata Maria.

— Debbo andare alla grotta — disse Tyrrel all’improvviso, come se parlare di Maria gli avesse ricordato qualcosa di molto importante. — Per te è senz’altro meglio seguirmi. È più sicuro che aspettare qui.

— Più sicuro?

— Il Canyon Profondo è un posto pericoloso da visitare, ragazza mia. Finora ti è andata bene. E quando eri bambina, io ti proteggevo il meglio possibile. La tua sorellina… be’, lei non ha avuto la tua stessa fortuna. Ma tua madre ha dato la colpa solo a me — spiegò Tyrrel. La sua voce divenne poco più di un sussurro. — Seguimi. Se la tua amica è importante per te, forse riusciremo ancora ad aiutarla.

— Aiutarla? Ma perché, cosa sta succedendo?

— Seguimi, ti dico. Subito.

Una volta raggiunto l’ingresso della grotta, Cathy si fermò guardandosi attorno. — Ricordo benissimo questo posto — sussurrò. — Era il tuo laboratorio. La mamma mi diceva: “Papà sta lavorando”, e io mi avvicinavo piano piano e ti guardavo mentre scolpivi le tue statue nell’oscurità.

— È ancora il mio laboratorio, figliola — replicò Tyrrel inclinando leggermente la testa e ascoltando con attenzione. — La tua amica non è qui, purtroppo — dichiarò, per poi accendere le luci.

— A cosa lavori adesso, papà?

— Lavoro alla linfa vitale del nostro pianeta, mia cara. Lavoro sulla vita e sulla morte, e sul modo in cui le due riescono a unirsi. Perché vedi, nessuna può esistere senza l’altra.

— Papà! Cosa ti è successo? — esclamò Cathy allarmata. Là, alle forti luci della grotta, poté esaminare meglio le cicatrici sul volto del padre. Quelle che una volta dovevano essere orribili bruciature si erano lentamente ammorbidite e rimarginate, lasciando solo un’ombra di quello che un tempo doveva essere stato un devastante incidente.

— Cosa sono quelle cicatrici? — insistette Cathy. — Non le ricordo.

— Qualcuno ha tentato di uccidermi — le spiegò brevemente suo padre, voltandosi dal tavolo di lavoro. — Volevano… volevano bruciarmi vivo.

Il suo sguardo si addolcì quando vide l’orrore sul volto di sua figlia.

— Ma adesso è tutto finito — la rassicurò. — Per fortuna hanno fallito. Ed è successo molto tempo fa. Guarda, questa è la pietra su cui lavoro. Non ha nulla in comune con la banale roccia calcarea su cui scolpisco i miei lavori per Brainard. Ormai da tempo mi dedico interamente ad altre cose.

Tyrrel smise di parlare e ascoltò qualcosa nella notte. Guardò Cathy, e la sua espressione si fece preoccupata. Passarono diversi minuti prima che anche lei potesse udire ciò che sembrava angosciarlo. Voci umane, e sempre più vicine: sembravano quelle di due donne e un uomo.

18

Nella chiara luce del sole di mezzogiorno Jake ascoltò inorridito e immobile le urla provenienti da dietro la roccia, scheggiata e annerita, ma sempre dannatamente intera. Il mostro che cercava in tutti i modi di uccidere ovviamente viveva ancora.

In piedi accanto al suo compagno, Camilla si era tappata le orecchie con le mani, ma adesso univa le sue urla a quelle del vampiro.

La rabbia strappò Jake dalla sua momentanea paralisi. Con violenza e cattiveria schiaffeggiò più volte Camilla per tentare di strapparla a quello stato d’isteria. Un attimo più tardi lei si gettò tra le sue braccia singhiozzando, e lui cercò di confortarla. Poi la strinse per le spalle e la scosse energicamente. Urlando per farsi sentire sopra le urla di agonia di Edgar le disse: — Dobbiamo sistemare le altre cariche! Dobbiamo finirlo una volta per tutte!

Camilla tremava come una foglia. — Lo so, lo so! Adesso sto meglio.

Di nuovo Jake raccolse la mazza e lo scalpello. Altre due esplosioni rappresentavano la loro sola speranza. La dinamite c’era, e così gli inneschi.

Camilla ebbe un’ispirazione. — Ci siamo dimenticati del cherosene nelle lampade a petrolio! Corro alla casa a prenderlo.

— Ottima idea. Buttiamo dentro anche le lampade. L’importante è che quel fuoco continui a bruciare.

Lei si allontanò correndo.

Frettolosamente Jake tastò la pietra scegliendo i punti dove realizzare la nuova serie di fori. Dieci secondi dopo riprese a martellare. Il fallimento del primo tentativo lo metteva crudelmente davanti ai fatti: per uno come lui quella dannata lastra di roccia rappresentava una barriera quasi insormontabile.

Due minuti dopo Camilla fu di ritorno. Camminava adesso, e portava con sé tre grosse lampade a petrolio. Si avvicinò alla fessura e le gettò all’interno con una certa calma. Il vetro s’infranse, e la nuova doccia di liquido infiammabile generò un’intensa colonna di fumo nero.

Poi si precipitò ad aiutare Jake. — Faremo prima se tengo lo scalpello.

— Forza!

Lei afferrò l’utensile con entrambe le mani, ruotandolo dopo ogni colpo come aveva visto fare a Jake. Dal canto suo, lui prese una mazza più grande. Una strana frenesia generata dal terrore in lenta crescita sembrò donare ai due una forza sovrumana, e il lavoro procedette molto più velocemente di prima.

Iniziando il secondo nuovo foro, Jake gettò casualmente un’occhiata nella piccola grotta. Ciò che prima era un buio recesso nella roccia era adesso bene illuminato dalle fiamme. Con spaventoso orrore Jake riuscì a vedere, a livello del suo ginocchio, una parte della testa di Tyrrel: i capelli non c’erano più, e la pelle del cranio appariva annerita e fumante. Tuttavia il vampiro viveva ancora: evidentemente nel suo tormento vagava carponi tra le fiamme urlando come una belva feroce.

Il denso fumo nero oscurava la metà di ciò che le fiamme arancioni cercavano di rivelare, ma tuttavia Jake si rese conto che i vestiti di Tyrrel erano bruciati almeno per metà, sul torace e le spalle, e che il vampiro stava guardando i suoi assalitori. I suoi occhi brillavano fissi e vitrei nella devastata rovina del volto e le sue labbra si muovevano emettendo strane parole tra le urla.

Sconvolto dall’orrore, Jake assestò un colpo che mancò completamente lo scalpello e, fortunatamente, le mani di Camilla. Lei gli urlò di stare attento e lasciò cadere l’utensile.

Jake urlò a sua volta, e lei scese a riprendere lo scalpello. Ma improvvisamente tutto questo fu troppo per lei: cedendo ai nervi, lasciò cadere ogni cosa e prese a fuggire giù per il canyon verso il grande fiume.

Jake urlò dalla disperazione. — Camilla, torna qui! Camilla, non posso farcela da solo! Camilla!

Quelle urla la richiamarono alla logica. Fatti pochi metri si fermò e, singhiozzando, tornò indietro. Ma quando fu vicina a Jake si lasciò cadere a terra, esausta, incapace di fare altro, rassegnata a un’orribile morte.

Di nuovo Jake afferrò lo scalpello con la sinistra, cambiando mazza e riprendendo la più piccola. Di nuovo riprese a martellare, ma le braccia gli tremavano per la tensione e la fatica.

Il foro si approfondiva lentamente. Il tempo passava. Le urla del vampiro pian piano si mutarono in rantoli odiosi, mentre il fuoco lentamente si spegneva e la colonna di fumo nero si diradava fino a diventare un semplice filo di fumo. Jake non riusciva a credere che quei rantoli potessero mai fermarsi.

Lentamente, troppo lentamente, l’ultimo foro della serie prese forma nella roccia calcarea. Il sole passò lo zenith e cominciò la sua lenta discesa. E purtroppo, nonostante la fretta e lo strano modo in cui passava il tempo Jake dovette cominciare a fermarsi per riposare un po’ le braccia.

Non se la sentì però di guardare nuovamente nella grotta, anche perché quell’ultimo filo di fumo disperso irrimediabilmente dal vento annunciava che l’incendio si era spento. L’assalto del cherosene in fiamme era terminato, e il loro nemico sopravviveva ancora in qualche modo.

— Jake, scusami amore mio. Adesso ti aiuterò.

Camilla era riuscita a rimettersi in sesto, e adesso si avvicinò a lui.

Jake annuì e sorrise, conservando il poco fiato che gli restava per il lavoro ancora da fare. Per un istante posò la mazza, appoggiandosi alla barriera di roccia per riposare e asciugandosi con la manica della camicia il sudore dalla fronte, dal viso, dalla lunga barba incolta.

Camilla si avvicinò abbracciandolo con affetto.

Senza alcun preavviso la mano bruciata di Tyrrel uscì brancolando dalla fessura. Il braccio sottile si proiettò in avanti come un serpente a sonagli, coperto da fumanti rimasugli di carne e tessuto ed estendendosi incredibilmente lontano. La ferrea morsa delle sue dita mancò per un soffio il braccio di Jake, afferrando Camilla per il collo della maglia.

Jake emise un incoerente urlo di terrore, lasciò cadere la mazza e balzò indietro. La mano bruciata di Tyrrel si strinse intanto su Camilla, trascinandola con forza sovrumana verso la stretta apertura tra le rocce. La ragazza cercò istintivamente di resistere e non urlò neppure, emettendo piuttosto una sorta di prolungato singulto.

Ma la sorpresa passò all’istante: Jake mosse un passo avanti e afferrò lo scalpello, lungo forse un terzo di una mazza da baseball e altrettanto pesante, colpendo con tutta la sua forza il polso scheletrico di Tyrrel. Ma questi non mollò la presa, mentre il braccio di Jake venne scosso da tali vibrazioni da fargli pensare per un attimo di aver colpito la roccia per errore.

Il corpo di Camilla s’irrigidì oltre ogni limite. Tutti i suoi muscoli lottavano per evitare di venire trascinata, schiacciata nella stretta apertura. L’attonito singulto di sorpresa si trasformò in parole coerenti: — No, Jake, no! Devi usare il legno! Il legno!

Jake posò lo scalpello, afferrando la mazza dal manico più lungo e prendendo a colpire alla cieca col manico di legno il polso e la mano di Tyrrel. Vedendo che non sortiva comunque alcun effetto, cambiò tattica incastrando il manico di legno nella fessura e facendo leva fino a schiacciare il polso bruciato del vampiro contro la roccia opposta.

Di nuovo il mostro urlò orribilmente.

Le dita scheletriche e bruciate di Tyrrel rifiutarono ancora di lasciare la presa, ma adesso il collo della maglia di Camilla prese a lacerarsi.

Parte della maglia, il collo, la manica e la spalla, si stracciarono completamente. E con un urlo finale la giovane donna cadde al suolo, fuori dalla portata del vampiro.

Jake la prese da sotto le spalle e la trascinò ancora più indietro, lontano dalla mano tesa di Tyrrel che apriva e chiudeva le dita in cerca di una vittima umana.

— Camilla, stai bene? Fatti coraggio. Non abbiamo ancora finito. Devi aiutarmi, dobbiamo terminare questo dannato lavoro!

Ovviamente dovevano disporsi in modo da stare alla larga dal braccio teso di Tyrrel. Bisognava stare molto attenti a dove mettevano i piedi.

— Sto bene — disse Camilla alzandosi faticosamente.

Il lavoro riprese, in un incubo di stanchezza e tensione e nel persistente odore di cherosene, mentre il sole scendeva ancora un po’ muovendo insidiosamente verso ovest. Talvolta i due contemplavano con muto orrore una delle braccia di Tyrrel uscire dalla fessura e cercare disperatamente i loro corpi umani.

Non molto dopo, Jake dovette fermarsi a riposare. Camilla, che sembrava avere ben superato lo shock dell’accaduto, si precipitò verso la casa per cercare qualcosa da mangiare.

Finalmente Jake misurò la lunghezza del foro e decise che era profondo a sufficienza per contenere una carica.

Ancora una volta con dita tremanti inserì i candelotti nei fori e preparò l’innesco, collegandoli poi al cavo e al detonatore elettrico.

— Sbrigati, sbrigati! — lo incitò Camilla con un tremulo sussurro che parve quasi una litania.

Sembrava a Jake di essere impazzito. Come potevano quattordici ore di luce solare passare tanto velocemente? Le ombre stavano allungandosi, il tramonto incombeva, la fine si stava approssimando: quella di Tyrrel o la loro.

Dentro la piccola grotta l’oscurità era completa, e il mostro che vi si trovava aveva cessato di lottare. Per qualche istante il silenzio fu assoluto.

Finalmente, con i due giovani al riparo dietro lo stesso masso di prima, Jake fece esplodere le due nuove cariche.

Correndo fuori dal riparo tra una pioggia di schegge, il giovane uomo lanciò un’occhiata alla barriera e si rese immediatamente conto di aver fallito di nuovo. Ancora una volta un frammento di roccia se n’era andato, ma la massa centrale della lastra resisteva. Forse altre due cariche l’avrebbero finalmente sbriciolata. Forse.

Quasi rassegnato Jake esaminò rapidamente gli attrezzi e la dinamite rimasta. Certamente aveva il materiale per preparare altre due cariche, ma il tempo loro concesso era quasi giunto al termine.

Sollevando da terra un’esausta Camilla la obbligò a muovere qualche passo, per poi cominciare a scendere incespicando verso il grande fiume. — Vieni, fuggiamo — le disse.

— Dove? Oh, Jake, dove possiamo fuggire adesso?

Lui tenne la bocca chiusa. Non voleva allarmarla, ma soprattutto temeva che il mostro nella grotta potesse udirlo adesso che il sole era al tramonto.

Correndo e inciampando, a volte sollevando Camilla da terra, Jake percorse con frenetica energia il piccolo sentiero che costeggiava il torrente.

Per tutto quel lungo giorno, nella sua mente erano comparse le immagini di quell’ultimo, disperato tentativo di fuga, l’unica possibilità rimasta loro dopo il fallimento di tutto il resto. Se fossero riusciti ad arrivare al fiume avrebbero potuto tentare di scendere le rapide. Forse Tyrrel, ferito e bruciato, non sarebbe riuscito a inseguirli troppo lontano, o se ci fosse riuscito forse non li avrebbe trovati. D’altro canto, nella peggiore delle ipotesi, la veloce morte offerta dalle rapide era senza dubbio meglio di ciò che li aspettava se fossero caduti vivi nelle mani del vampiro.

Saltellando liberamente accanto a Jake nella sua corsa disperata, l’acqua spumeggiante del torrente borbottava avvertimenti e strane maledizioni.

Al suo fianco Camilla, praticamente delirante, mormorava a sua volta strane cose. L’ultimo raggio di sole passò attraverso una fenditura tra le creste occidentali per stamparsi sul volto di Camilla, che reagì con fastidio.

Pochi attimi più tardi, con Camilla sempre al suo fianco, Jake si immerse nelle gelide e turbinose acque di quel Colorado preistorico.

All’ultimo momento, prima di allontanarsi dalla riva, il giovane riuscì ad afferrare un grosso tronco galleggiante e ad aggrapparvisi con tenacia. Non era un buon nuotatore, ma con il tronco forse ce l’avrebbe fatta. Cercò di chiamare Camilla perché vi si aggrappasse anche lei, ma la ragazza era già scomparsa davanti a lui nuotando come un pesce.

Il sole calò completamente dietro le colline.

Le rocce che riducevano l’acqua in schiuma erano nere contro il violetto intenso del cielo al tramonto. Quelle erano le rocce più profonde di tutti gli strati messi a nudo dal Colorado.

Il freddo gelido dell’acqua lo fece fremere fino alle ossa, ma quello fu nulla rispetto allo shock del primo impatto. Mille luci si accesero danzanti davanti ai suoi occhi e Jake vide, o pensò di vedere, dapprima un candido nodulo incastrato in una roccia e poi una vera foresta di essi.

E negli ultimi attimi di quella coscienza che perse non appena la corrente lo proiettò con violenza su altre rocce, Jake fu certo di sentire Tyrrel, di nuovo libero al tramonto, seguirli ululando sotto forma di animale per godersi la sua vendetta.

Ma non furono le mani di Tyrrel ad afferrarlo e a sollevarlo: luci sfavillanti come tante torce elettriche colorate che si riflettevano sulle acque del fiume lo attorniarono da ogni parte.

Qualunque cosa stesse accadendo, Camilla era là con lui. Non riusciva più a vederla in volto, ma per strano che potesse sembrare la sentiva vicina, molto molto vicina.

19

Allontanandosi dal cottage nel buio senza neppure sapere dove andasse Maria seguì lo stesso richiamo che l’aveva portata nel Canyon Profondo. Adesso doveva esplorare i dintorni, cercare la fonte di quella magnetica attrazione.

Era un richiamo privo di suono e di parole, ma in qualche modo tranquillo e irresistibile quanto le voci di un gruppo di amici, oppure (e questo colpì Maria come davvero insolito) quanto la vista di un devoto animale domestico. La condusse oltre l’ingresso di una caverna buia e silenziosa e su per il torrente verso l’altopiano.

Lei lo seguì certa di essere attesa da qualcosa, sì, qualcosa di glorioso. Bastava salisse ancora un po’, qualche decina di metri a monte e poi avrebbe incontrato questa cosa magnifica, che splendeva di una luce mai neppure immaginata.

Il pomeriggio dell’ultimo giorno del 1991 vide Canyon Village fremere d’eccitazione sotto una fitta nevicata. Migliaia di turisti si preparavano a salutare in ogni modo la dipartita del vecchio anno, sperando probabilmente in uno migliore.

Non tutti però festeggiavano. — Non c’è molto da dire — spiegò brevemente Joe Keogh. — Se ne sono andate entrambe, ma stavolta Cathy Brainard ha lasciato un messaggio. Qualcuno di voi pensa forse che Maria si sia persa in una comitiva di turisti giapponesi?

Nessuna delle persone riunite nel salotto di casa Tyrrel intendeva avanzare una simile ipotesi.

Quelle persone erano Sarah Tyrrel, Bill, John, Strangeway e naturalmente Joe. Le teste impagliate di pericolosi predatori li guardavano scoprendo le zanne dall’alto delle pareti di casa. Altri animali dall’aspetto ancora più curioso, riproduzioni delle sculture di Tyrrel, contemplavano la scena dai loro scaffali e tavolini.

La vecchia Sarah guardò Strangeway, poi affermò: — Cathy è tornata nel Canyon Profondo, e dubito che stavolta riuscirete a riportarla indietro.

Sul momento Strangeway non rispose. Il suo umore era tutto speciale quel giorno e Joe, che lo conosceva da anni, se ne accorse subito da certi sottili ma inconfondibili indizi.

Fu John Southerland a rispondere a Sarah. — Maria deve aver seguito sua nipote, signora…

L’uomo che si faceva chiamare Strangeway si vols’e dalla finestra, dove osservava in silenzio la nevicata, e con un improvviso scoppio di rabbia esclamò: — No!

— No?

— No. Le due giovani donne erano probabilmente insieme, ma solo una sapeva ciò che faceva. Ah, avrei dovuto riconoscere la mano che la guidava!

— Chi, Maria?

— Precisamente.

In piedi sull’ingresso della caverna-laboratorio, Cathy guardò fuori e contemplò con stupefatto, incredulo timore Maria che si avvicinava in compagnia di un vortice di luci, una presenza spettrale e fantastica. Alla prima occhiata le era parso che Maria stesse tornando indietro con un giovane uomo in tuta da lavoro. Ma in un pulsare di luci quell’immagine scomparve per lasciare il posto a quella di una ragazza snella dai lunghi capelli rossi vestita di jeans e maglietta. Cathy mosse un passo indietro e chiamò suo padre. — Guarda! Cos’è?

Gli occhi di Tyrrel scintillarono e la sua voce suonò reverenziale. — È la vita del nostro pianeta, figlia mia. La luce del mondo.

Per una frazione di secondo una nuova immagine comparve tra le luci: quella di una tigre dai denti a sciabola. Cathy fu convinta di non sbagliarsi. Poi le tre immagini ricomparvero in rapida successione, seguite da un fluire di immagini meno chiare.

Il rapido mutare di quel caleidoscopio sembrò strappare Maria da qualsiasi influenza la spingesse a camminare tanto fiduciosa accanto a quell’incredibile compagno. Vedendo Cathy e suo padre in piedi sull’ingresso della grotta, la ragazza si mise a correre impaurita verso di loro.

— Non so più dove sono! — gridò. — Cathy, aiutami! Non so cosa mi stia succedendo!

Cathy si sarebbe lanciata verso di lei per aiutarla, ma la mano di suo padre sul suo braccio la trattenne con ferrea determinazione.

Maria guardò disperatamente prima Tyrrel, poi Cathy. Dalla gola le uscì un suono soffocato, e un attimo più tardi scomparve correndo nelle tenebre.

Muovendosi lentamente e senza alcuna fretta la cosa di luce prese a seguirla, riprendendo nuovamente la forma familiare di un giovane uomo in tuta da lavoro.

— Papà! Ma cos’è? — domandò nuovamente Cathy, stavolta con drammatica intensità.

— La tua amica non soffrirà, figlia mia. Forse le verrà concesso di provare l’abbraccio della Terra, della vita stessa. Forse le verrà persino assicurata qualche sorta di immortalità: quale migliore destino può desiderare ognuno di noi?

Cathy guardò suo padre con gli occhi sbarrati. Poi, improvvisamente spaventata, si liberò della sua stretta e corse via seguendo impulsivamente il torrente, scendendo in una direzione diversa da quella presa da Maria e dal suo incredibile inseguitore.

Suo padre le gridò qualcosa. Tuttavia, non compì alcuno sforzo per riportarla indietro.

Su a Canyon Village, in casa di Sarah Tyrrel, Strangeway insistette affinché l’operazione di soccorso fosse metodicamente organizzata anche se questo significava ritardare un poco la partenza.

Poi avvisò coloro che volevano seguirlo che si trattava di una missione pericolosa in un luogo sconosciuto a tutti: il santuario del vampiro Edgar Tyrrel.

— Ma soprattutto, signori, sappiate che stiamo per penetrare nella dimensione di una creatura unica, un’entità più strana di qualsiasi vampiro e in un certo senso molto più pericolosa.

Joe Keogh disse: — Uno dei miei detective manca all’appello. Tutti noi sappiamo che è pericoloso. Ora, quando si parte?

— Lei non parte affatto, Joe. Lei resta qui al villaggio.

— Cosa? Ma io sto benissimo!

— Non è così, purtroppo. Laggiù sarà necessaria una grande agilità. Inoltre avrò bisogno solo di un paio di persone — dichiarò Strangeway guardando Bill e John. — Voi due verrete con me.

— Più siamo — commentò Joe — e meglio potremo cercare.

Ignorando inconsciamente l’uomo che, almeno formalmente, era ancora il suo principale, Bill accettò l’ordine di Strangeway con un cenno di assenso. Invece John, che aveva una qualche idea di ciò in cui stavano per lanciarsi, attese pensieroso per un po’ prima di assentire a sua volta.

— Ho ancora la pistola di Brainard — disse Joe a quel punto.

Strangeway lo guardò di nuovo. — Allora credo farebbe meglio a darla a chiunque di questi due giovani sappia usarla bene. Laggiù esistono anche dei pericoli più concreti, contro cui una pistola può rivelarsi molto utile.

— Quando arriveremo — intervenne Bill — credo di poter ritrovare con facilità la strada per il posto dove Cathy si era accampata.

— Uhm. Questo può rivelarsi utile, ma lo vedremo a tempo debito.

Intanto Joe estrasse dalla tasca le varie parti della rivoltella di Brainard. Aveva pensato di portarla a quella riunione smontata com’era nel caso fosse risultata necessaria. Dopo averla osservata per un attimo, dichiarò: — Non l’ho smontata fino in fondo. Mi ci vorranno meno di dieci secondi per rimetterla insieme.

Strangeway osservò i componenti dell’arma da fuoco con evidente fastidio, ma annuì. — Senza dubbio si rivelerà molto utile contro certe creature del Miocene che, a quanto si dice, attaccano volentieri gli esseri umani. Voi due penserete a loro. Io non voglio assolutamente essere distratto da faccende molto più importanti.

A questo punto la vecchia Sarah emerse dalla camera da letto, dove si era infilata un paio di pantaloni e un maglione. — Signor Strangeway, o come diavolo si chiama, le annuncio che verrò con lei.

Nessuno fiatò. Tutti i presenti guardarono dapprima Strangeway, poi la fragile figura di Sarah.

L’anziana donna però insistette. — Come crede di trovare l’accesso al Canyon Profondo? Mio marito lo nasconde alla vista e ai poteri di chiunque. La neve ha coperto la svolta del sentiero dove il passaggio si rende possibile, e anche se riusciste a entrare come pensate di trovare la casa e la caverna? Cathy è laggiù, e stavolta so che lui è là con lei.

Strangeway emise il suo vago sospiro da rettile. — Le sue obiezioni meritano attenzione — concesse.

Joe si sentì oltraggiato. — Se viene una donna di ottant’anni, allora…

Il dignitoso ma deciso Strangeway lo tacitò alzando una mano.

— Se non verrò con lei — minacciò Sarah — scenderò comunque da sola, dovessi morire per strada. Qui sono in ballo le vite di due giovani donne!

Il vampiro detective la guardò per un lungo momento, poi accennò un vago inchino. — Come desidera, signora — disse infine. — Davanti a una tale determinazione non posso che arrendermi.

Poi il suo sguardo si volse su Joe. — Anche lei naturalmente, Joseph. Ma dovrete seguire alla lettera i miei ordini.

Qualche attimo più tardi Strangeway condusse il gruppo fuori dalla casa. La vecchia Sarah, bardata contro il freddo come tutti gli altri, camminava piano accanto a lui appoggiandosi al suo braccio. I suoi occhi sembravano persi in qualche distante ricordo, come se nella sua mente avesse in realtà già completato quel viaggio nel passato. La piccola processione sfilò nella livida luce del pomeriggio avanzando tra gruppi di turisti verso l’inizio del sentiero del Bright Angel. Nella tasca del suo giaccone invernale, Joe teneva la pistola di Brainard montata e pronta all’uso. Tutti tranne Sarah portavano almeno una borraccia e una piccola provvista alimentare.

Fuggendo nella notte dall’imbocco illuminato della caverna, Cathy si voltò e vide suo padre impegnato in qualche sorta di amichevole discussione con l’entità sconosciuta, sempre luminosa e sempre in costante mutamento. In qualche modo, si disse, doveva averla trattenuta dall’inseguire Maria.

Tuttavia sentiva di non potersi avvicinare a quella cosa. Sopprimendo una gran voglia di piangere, si voltò e riprese a correre. La notte non era ancora nera al punto da impedirle di sapere dove andava. E per qualsiasi ragione, nessuno la inseguiva.

Ben presto però la notte, col suo cielo carico di stelle e una falce di luna incredibilmente grande, si fece troppo scura per consentirle di correre. L’assenza di costellazioni familiari era sconcertante, ma ancora di più lo erano i mille e mille richiami di animali sconosciuti che si sentivano in lontananza. Ignorando queste stranezze il più possibile, Cathy continuò a scendere cautamente il canyon. Dopotutto, questa era ancora la sua casa da bambina.

Giunta sulla sponda del fiume, meravigliosamente illuminato dalle stelle, Cathy si fermò a riposare sedendosi su un grosso masso e pensando a ciò che suo padre, perché non poteva evitare di considerarlo il suo vero padre, le aveva detto sulle rapide nel flusso del tempo.

Passò qualche ora. Il suono di passi sulla ghiaia strappò Cathy dal suo dormiveglia rendendola subito conscia di dove si trovava.

Era Maria che si avvicinava nella notte.

— Cathy! Grazie a Dio sei tu. Aiutami. Quella cosa ha smesso di darmi la caccia, ma io so che mi vuole e che mi prenderà.

— L’hai vista anche tu assumere la forma di persone?

— Sì, ma non sono persone viventi, non più. Ne contiene almeno due. Compaiono dentro di lei e parlano. All’inizio credevo di avere davanti un giovane uomo, ma poi… poi ho capito che sono tutti là dentro, persone e animali, sono tutti parte di quella creatura!

Maria si avvicinò, fermandosi davanti a Cathy.

Lei disse: — Vedrai che mio padre… — ma poi tacque. Ricordò i vaghi moniti del padre riguardo i pericoli del canyon, e ciò che aveva detto riguardo la scarsa importanza di Maria e del suo destino.

— Cathy?

— Cosa?

— Resta con me. Quanto manca all’alba?

— Non lo so.

— Cosa facciamo adesso?

— Quando sorgerà il sole torneremo indietro, alla casa.

— E poi?

— Poi non lo so.

Le cinque persone che lentamente scendevano il sentiero del Bright Angel avevano lasciato dietro di loro la fine del Ventesimo secolo e la sua folla di turisti. Strangeway e i suoi quattro compagni si muovevano adesso in un canyon molto più piccolo e molto più giovane, tra la flora e la fauna presenti sulla Terra un milione di anni prima della loro nascita.

Era ancora giorno nel Canyon Profondo, un giorno tetro e rannuvolato. Tuttavia vi era abbastanza luce da rendersi conto con sufficiente anticipo dell’approssimarsi tra i cespugli e le rocce di uno splendido incubo ruggente. Mirando per uccidere, Joe mandò una pallottola abbastanza vicina alla tigre dai denti a sciabola da metterla in fuga prima che potesse diventare una seria minaccia.

Studiando il panorama con cauta attenzione, si rese quindi conto di un animale molto simile al lupo, e tuttavia decisamente diverso da qualsiasi lupo avesse mai visto, che osservava la scena con attenzione da una qualche distanza.

— E quello cos’è? — domandò John indicando un’altra direzione. — Ehi ragazzi, ho visto un mammuth!

— Già, era proprio un mammuth — confermò la voce di Bill. — Avete visto quelle zanne? Sembravano due vanghe!

Il gruppo si strinse attorno a Joe, pronto a far fuoco con la grossa pistola. La marcia continuò, con Strangeway alla guida del drappello che non sembrava prestare la minima attenzione a faccende tanto concrete quanto l’assalto di una tigre affamata. Per lui si trattava di semplici animali, per i quali non valeva certamente la pena di preoccuparsi. Sarah camminava accanto a lui appoggiandosi al suo braccio e sempre più spesso il vampiro doveva sollevarla e trasportarla sul terreno accidentato, cosa che faceva con la massima facilità.

Sarah parlava poco e tradiva una certa stanchezza. Interveniva solo per spiegare agli altri che direzione prendere; per il resto taceva.

Finalmente trovarono la casa. Dovettero però arrivare proprio davanti alla porta prima che Cathy uscisse a salutarli.

— Mamma — disse lei guardando Sarah.

Gli occhi dell’anziana donna si riempirono di lacrime. — Una mamma vecchia e molto sciocca, Cathy. Potrai mai perdonarmi, figlia mia? Per tutta una vita ho cercato di nasconderti, di proteggerti, di salvarti… e forse non ve n’era affatto bisogno!

— Dov’è Tyrrel? — domandò Strangeway.

— Mio padre dorme durante il giorno.

— Ah, se io posso affrontare un giorno tanto nuvoloso lo potrà anche lui. Dove riposa?

La giovane donna sulla soglia di casa scosse la testa. — Non lo so.

Strangeway fece per ribattere, ma la sua reazione doveva restare solo abbozzata.

Due voci risuonarono alla distanza, provenienti dal canyon. Tutti si voltarono per vedere Maria che si avvicinava camminando tranquillamente mano nella mano con l’immagine fosforescente di Edgar Tyrrel.

— Tyrrel ha compenetrato l’entità — sussurrò Strangeway. — Può averlo deciso lui o essersi fatto sorprendere, ma la cosa per noi non cambia.

L’immagine pulsante di luce si avvicinò a loro conducendo per mano una docile Maria. Giunta abbastanza vicino, la lucente immagine dello scultore disse: — I miei omaggi Vlad Drakulya, principe di Wallachia.

— Non vengo in pace né in amicizia.

— Allora che il vostro destino sia nelle vostre mani, altezza — replicò l’immagine iniziando a tremolare e lasciando la mano di Maria. E come se si fosse risvegliata da un sogno, lei si allontanò pian piano.

La voce di Tyrrel risuonò come un tuono: — Vedete? Non debbo più temere i raggi del sole — proclamò. — Questo perché non sono più un nosferatu. - E con queste parole scomparve…

…per venire sostituito da un giovane uomo dagli occhi verdi: — Non sono più un semplice essere umano — affermò quest’altro, prima di sparire a sua volta…

…e lasciare il posto a una giovane donna dai lunghi capelli rossi, le cui labbra si muovevano, ma le cui parole non potevano venire udite.

Seguirono le immagini di altre figure umane dai lineamenti sfocati e l’età indefinibile, sicché nessuno poté dire quale fosse il loro aspetto in vita.

Poi, giunto nuovamente il suo momento in quel ciclo, l’immagine di Tyrrel ricomparve dicendo: — È la vita del nostro pianeta quella che vi danza davanti, principe di Wallachia. È stato folle da parte mia pensare di poterne mai catturare l’essenza, di poterla imprigionare in immagini scolpite.

La voce di Drakulya risuonò sopra ogni cosa. — Tyrrel, se hai ancora abbastanza cervello da capirmi ascolta le mie parole. Ciò che hai fatto è pura follia. La follia dell’artista è tollerabile, persino necessaria. Ma tu sei andato troppo oltre. Vite umane, e non solo la tua, sono state distrutte. L’offesa recata allo spirito del pianeta deve venire cancellata.

— Vite umane? — ripeté con ironia l’artista. — Cosa contano le vite umane? Cosa rappresenta qualsiasi singola vita, anche la mia o la vostra, paragonata a questo?

— Parlando da essere umano, considero la mia vita una cosa molto preziosa — replicò qualcuno.

Drakulya aveva finito di discutere. Aprendo le braccia, mormorò le antiche formule magiche apprese dai libri proibiti.

A Joe, che seguiva ogni cosa pronto a far fuoco con la pistola di Brainard, parve di udire Strangeway parlare in tedesco. Tuttavia sapeva che non era semplicemente tedesco.

Improvvisamente il terreno del Canyon Profondo prese a tremare sotto i loro piedi. Tutti avvertirono il tremendo cambiamento in corso e reagirono con grande disagio.

— Salve. Io sono Jake.

Tyrrel era scomparso di nuovo. Adesso l’entità mostrava il volto di un giovane uomo con gli occhi verdi. Si presentò una seconda volta come Jake, probabilmente il suo nome in vita, per poi cambiare ancora e diventare una donna di nome Camilla. Camilla e Jake presero a comparire in rapida successione, chiamandosi a vicenda. Le loro voci suonavano confuse e disperate.

Infine il giovane uomo, che sembrava aver recuperato una sorta di equilibrio, restò abbastanza tempo da dire: — Sono sempre io, Jake. Potremmo diventare amici, che ne dite?

Maria intanto si era unita al gruppo dei soccorritori, seguendo, come gli altri, quella folle scena con reverenziale timore. Drakulya invece sembrava l’assoluto padrone del campo: era ancora là con le braccia aperte, sempre intento a mormorare le sue formule magiche.

L’entità cominciò visibilmente a dissolversi sotto l’attacco psichico: i poteri della Terra, pensò Joe, stavano riprendendosi ciò che spettava loro. Uno dopo l’altro molti animali comparvero nella creatura di luce: Joe poté riconoscere cervi, orsi e altri animali. La sua mente si ritrasse dalle numerose forme meno familiari.

Tyrrel però non era ancora vinto. Per un’ultima volta comparve gridando qualcosa a Sarah che nessuno comprese. Poi chiamò più volte il nome di sua figlia.

Cathy sembrò non udirlo. La sua attenzione andava a qualcos’altro.

— Ho bisogno di utensili, normali utensili — gridò Drakulya a Sarah. — Dove posso trovarne?

— Nella grotta!

Giovani gambe volonterose si precipitarono verso la grotta. Giovani mani tornarono presto indietro cariche di attrezzi da minatore.

— Ehi, ma quelli sono i miei attrezzi! — strillò Jake comparendo per un attimo tra un ribollire di luci.

Drakulya afferrò un piccone.

Il principe di Wallachia colpì il terreno con il metallo dell’utensile usando tutta la sua forza. La terra tormentata si gonfiò e si contrasse. Tutti i presenti sentirono il terreno mancare sotto i piedi, mentre un grande squarcio si apriva davanti a loro mostrando un nero ammasso lavico tra due strati di roccia.

— La Grande Discordanza — mormorò Sarah.

La massa lavica si contorse nella Terra, come se cercasse di guadagnare la giusta posizione sotto l’entità. E questa, entità, creatura o luce intelligente che fosse, cominciò a svanire. In breve tempo scomparve del tutto.

I convulsi sussulti della Terra cessarono, ma un attimo più tardi il terreno sotto di loro prese a imbarcarsi come se poggiasse in realtà sul vuoto. Gli strati rocciosi, non più densi, non più solidi, si tesero cambiando in modo incontrollabile.

— Via! Andiamo via! — urlò Drakulya cessando di pronunciare le sue formule magiche per fuggire verso l’alto. — Presto, ritiratevi! Fuggite verso l’altopiano!

Joe zoppicava ancora, ma grazie al repentino fluire dell’adrenalina nel sangue e al muscoloso braccio di John riuscì a correre comunque verso l’alto, attraversando un paesaggio in veloce mutamento fino alla definitiva uscita dal Canyon Profondo. Drakulya correva accanto a lui con Sarah tra le braccia, mentre Cathy cercava di tenere il loro passo. Gli altri fuggivano in ordine sparso sotto un cielo solcato da grandi, rapidi banchi di nubi mentre il sole sorgeva e calava in continuazione.

Sentendosi abbastanza al sicuro da voltarsi e lanciare un’occhiata, Bill Burdon contemplò un’enorme, ribollente massa di luci e ombre, pulsante di figure in negativo come un immenso rullino fotografico. Si gonfiava a un ritmo impressionante, tanto da riempire in pochi istanti le profondità da cui fuggivano a rotta di collo. — Ma cos’è, lava? — urlò allarmato.

Colui che li guidava replicò: — No, energia. Ma l’effetto è lo stesso. Sbrigatevi!

Correndo e inciampando, i visitatori provenienti dalla fine del Ventesimo secolo fecero del loro meglio per obbedire all’ordine.

Finalmente il terreno roccioso riprese stabilità. Attorno a loro, candidi fiocchi di neve presero a turbinare.

20

Sull’altopiano era circa la mezzanotte, minuto più, minuto meno, dell’ultimo giorno dell’anno o, in alternativa, del primo giorno del nuovo anno. Ma dopo una giornata come quella, Joe Keogh crollò non appena sedette da qualche parte nella suite dell’El Tovar, appoggiando la caviglia dolorante su qualcosa di morbido senza neppure domandarsi cosa fosse.

D’altro canto, dormiva ancora prima di poter controllare.

All’altro lato della stanza, John Southerland era al telefono con sua moglie Angie, assicurandole che tutta la faccenda era finita nel modo migliore che si potesse mai sperare e pregandola di ritrasmettere la notizia alla moglie di Joe.

Non molto lontano dalla loro porta e più precisamente nel secondo salone dell’hotel, quello in cui si ergeva il maestoso albero di Natale, si festeggiava e si brindava al nuovo anno con lo stonato coro di Auld Lang Syne che si levava più alto degli altri.

Quella notte Drakulya e gli altri celebrarono l’arrivo del nuovo anno tra le solide pareti di tronchi dell’El Tovar, ma di quando in quando il gruppo, o perlomeno un buon numero di quelli che lo componevano, usciva nella gelida notte camminando nella neve. Quelle passeggiate duravano al massimo fino a casa Tyrrel, dove Cathy si era ritirata con la madre, e comunque tutti restavano nelle vicinanze del vecchio hotel.

Coloro che abbandonavano momentaneamente la festa e raggiungevano qualche posto sull’altopiano dove potevano voltare le spalle alle luci e ai clamori della civiltà, si trovavano a contemplare un cielo rilucente di stelle invernali e quel nero, imperturbabile baratro che era il Grand Canyon.

Nel corso di una di queste passeggiate, Maria Torres disse al compagno più vicino: — Mi fa un po’ paura — per poi scoppiare a ridere. — Temo di suonare molto sciocca dopo quello che abbiamo passato oggi. Comunque, è proprio così.

Maria si stava rimettendo molto rapidamente. In effetti, dopo essere stata curata da Drakulya con riti e formule segrete, non ricordava più molto bene cosa era successo là sotto, e soprattutto non ricordava la natura dell’entità di luce e il fascino, o il possesso, che aveva esercitato su di lei.

Adesso si accigliò perplessa davanti all’oscurità del canyon. — Tuttavia — continuò — vi giuro che non è da me scordarmi così di quanto è successo appena un paio di ore fa.

— Può succedere a chiunque dopo una missione pericolosa. Io non me ne preoccuperei — disse John, appena uscito da una cabina telefonica, cercando di suonare il più possibile rassicurante senza davvero riuscirci.

— Già, ma non è la prima — ribatté Maria, dubbiosa.

— Ah, ma questa è stata davvero speciale, glielo garantisco io — tagliò corto John sorseggiando la sua birra. — Ma cosa intendeva dicendo che le fa un po’ paura?

— Be’, pensavo al Capodanno, quando l’ho detto, a tutto il rumore che fa la gente e al modo in cui il canyon lo prende, lo soffoca, lo assorbe, come il piccolo cono di luce di una torcia che cerca qualcosa al di là del limite del baratro. Qui tutto si perde nell’immensità. Non vi è traccia di un riflesso, dell’eco, di una risposta.

Non molto dopo qualcuno suggerì di andare a trovare Cathy e Sarah Tyrrel, se erano ancora sveglie.

Una lunga, commovente chiacchierata aveva impegnato in quelle ore madre e figlia. Scacciati i pericoli del Canyon Profondo e delle sue fatali attrattive, le due donne potevano finalmente spiegarsi.

Per molti anni Sarah aveva temuto di rivelare la sua identità. Finalmente lo aveva fatto, rendendo sua figlia molto felice.

— Adesso ho una vera madre.

— Una madre molto vecchia, temo.

— Oh, le mamme debbono essere vecchie. Esperte, ecco come le vuole una figlia quasi maggiorenne.

Cathy, che naturalmente ricordava gli eventi molto meglio di Maria, provava sentimenti contrastanti riguardo la perdita di suo padre, o meglio del suo primo padre adottivo, quella figura maschile di forza e pazienza che ricordava dalla sua infanzia.

— Dov’è il mio vero padre, allora?

— Oh, temo proprio che sia morto da tempo, mia cara.

— Insomma, dovrai darmi una spiegazione completa. Voglio sapere tutto ciò che è successo, tutto. Comunque, forse è meglio cominciare domani.

Con musica pop vecchia e nuova che si alternava sullo sfondo, i partecipanti di quella missione si riunirono ancora una volta nell’alloggio di Keogh con le sole eccezioni di Sarah e Cathy.

A Joe sembrò che Bill fosse affettivamente coinvolto dai guai di Maria. In un modo o nell’altro faceva di tutto per rendersi disponibile.

Drakulya, o meglio Strangeway, li aveva invitati a seguirlo nella suite per spiegare meglio gli eventi del pomeriggio. Dopo aver guardato i due colleghi di cui sapeva di potersi fidare e gli altri due coinvolti loro malgrado in cose incomprensibili, il vampiro detective cominciò a parlare.

— Circa sessant’anni fa, Edgar Tyrrel, dopo aver usato i suoi poteri di vampiro per trovare l’accesso a quello che chiamò il Canyon Profondo, incontrò la… come chiamarla? Diciamo un’anomalia nella vita del pianeta, una malformazione, forse un prodotto della roccia profonda. In ogni caso, una creatura il cui sviluppo risaliva a milioni di anni prima dell’arrivo di Tyrrel nel canyon.

“La sua curiosità riguardo all’entità lo spinse a nutrirla, a procurarle nuova vita. Senza dubbio si trattò inizialmente di animali e piante, ma poi la curiosità divenne devozione e questa idolatria… una definizione non inadeguata, temo. Tuttavia cominciò, ne sono convinto, per puro spirito di conoscenza, per umana curiosità. Per anni, forse per decenni Tyrrel fu convinto di essere solo un ricercatore. Un artista, con tutto ciò che significa questa parola, che tentava solo di catturare l’essenza della sua scoperta.

“All’inizio di questo caso non sapevo se Tyrrel era arrivato qui come essere umano per poi diventare vampiro a opera dell’entità che aveva scoperto. Tuttavia adesso ne so abbastanza per affermare che faceva già parte del mondo dei nosferatu quando si è stabilito qui.”

La maggior parte dei presenti sembrava troppo intimidita per porre domande. Ma non Joe. — Quindi lei non pensa che sia stata l’entità stessa ad attrarlo qui.

— Quasi certamente no. Furono invece le risonanze degli studi scientifici, poiché già da prima del 1860 il Grand Canyon venne studiato da numerosi geologi. Le potenzialità di una simile ferita nella struttura della Terra lo conquistarono affascinandolo fino alla morte. Come abbia poi incontrato quella creatura della roccia profonda rimane un mistero. Si tratta, lo ripeto, di un’intelligenza a noi completamente estranea, e tuttavia apparteneva alla Terra esattamente come tutte le creature che la popolano.

“Qualche giorno fa ho parlato, nel paese natio di Tyrrel, con un mio simile che mi ha dato un prezioso consiglio, per me e per altri. Distruggere o sottomettere una simile creatura poteva andare molto al di là dei miei poteri e persino aldilà di quelli a me concessi da speciali entità. Ma invocando il potere del tempo che scorre è stato possibile disgregarla, sciogliere il nodo temporale.”

Il telefonò trillò nell’affollata suite di Keogh e qualcuno prontamente rispose. Dopo fu necessario inviare qualcuno a casa Tyrrel, sprovvista di telefono, qualcuno che dovette restare con l’anziana Sarah mentre Cathy raggiungeva l’albergo. Dall’altro capo del filo un commosso Brainard porse i suoi auguri di buon anno a tutti, aggiungendo alquanto alla leggera che si trovava da qualche parte in Nevada e che la fortuna stava cominciando a girare anche per lui. Da quanto lasciò capire, considerava decisamente in crescita le sue possibilità di superare gli attuali problemi.

Una volta conclusa la telefonata, Cathy tornò a casa e Drakulya riprese la sua esposizione dei fatti.

— Il nostro amico, o se preferite il mio simile Edgar Tyrrel, era riuscito consciamente o inconsciamente a trovare, a creare, a vedere il suo dio: il dio della roccia, della natura pietrificata che lui glorificava con le sue statue.

“Tuttavia non era nella natura di quel dio comportarsi benevolmente verso colui che lo adorava: tutti noi abbiamo visto com’è finito Tyrrel.”

— E adesso che succederà a Cathy?

— Nulla, immagino. Adesso Cathy non è altro che una ragazza fortunata, una superstite… come noi del resto. Il tempo ci aiuterà ad accettare questi bizzarri eventi, o a lasciarceli completamente indietro.

— Noi comunque abbiamo una bella storia da raccontare — affermò Bill, incontrando di sfuggita lo sguardo penetrante di Strangeway. — Un giorno o l’altro — precisò — quando potremo aspettarci di essere creduti.

FINE