/ Language: Italiano / Genre:child_tale

La Freccia Azzurra

Gianni Rodari

La Freccia Azzurra è un treno elettrico, il più bel giocattolo della vetrina della Befana. Francesco, piccolo venditore di caramelle in un cinematografo cittadino, non avrà mai i soldi per comprarselo. Ma un cane di pezza e un saggio Capo Indiano hanno letto nei suoi occhi. La notte del 6 gennaio i giocattoli fuggono dalla bottega della Befana. Una folla di coloriti personaggi popola le splendenti vetture della Freccia Azzurra, la cui marcia è protetta ai fia.ichi da pellerossa e cow-boys, mentre vigila in ciclo il Pilota Seduto. Le cento avventure di Capitan Mezzabar-ba, della Bambola Nera, del cane Spìcciola, dello stesso Francesco troveranno solo all'alba la loro sorprendente conclusione. Il romanzo è apparso una dozzina d'anni or sono, nelle edizioni del CDS di Firenze. È stato già tradotto in varie lingue, mentre altre traduzioni sono in corso. Per questa nuova edizione l'autore lo ha completamente rivisto, senza tuttavia nulla aggiungere alla favola ispirata al mondo dei giocattoli e quasi suggerita da loro: dalle Tre Marionette prive di cuore, dall'Ingegnere Capo del Meccano, dagli intrepidi ferrovieri della Freccia Azzurra. Il libro e particolarmente adatto ai bambini fra i sette e i nove anni, ma può essere letto con divertimento ad ogni età, come capita spesso ai libri per ragazzi.

Gianni Rodari

La Freccia Azzurra

Illustrazioni di Maria Enrica Agostinelli

Editori Riuniti

I edizione, I ristampa: novembre 1974

© Copyright by Editori Riuniti, 1964 — Viale Regina Margherita, 290 — 00198 Roma

Impostazione grafica di Giuseppe Montanucci

CL 63-0736 — 1

La bottega della Befana

Befana era una vecchia signora molto distinta e nobile: era quasi baronessa.

— La gente — borbotta qualche volta fra sé — mi chiama semplicemente «la Befana», e io non protesto, perché bisogna pure compatire gli ignoranti. Ma sono quasi baronessa: le persone per bene lo sanno.

— Sì, signora baronessa — approvava Teresa, la serva, per farle piacere.

— Non sono proprio baronessa del tutto, ma poco ci manca. E la differenza non si vede nemmeno. Si vede?

— No, signora baronessa.

Era la mattina dell'Epifania. Per tutta la notte la Befana e la sua serva erano state in giro per tetti e per camini a portare i doni ai clienti. I loro vestiti erano ancora coperti di neve e di ghiaccioli.

— Accendi la stufa — disse la Befana — così ci asciugheremo. E riponi la scopa: per un annetto buono noti ci servirà.

Teresa rimise la scopa nel solito angolo, borbottando:

— Sarà bello, volare con la scopa. Ma adesso che c'è fior di aeroplani e di razzi non ne vedo proprio l'utilità. Intanto il raffreddore me lo sono preso e me lo tengo.

— Preparami una buona camomilla — ordinò la Befana, inforcando gli occhiali e sedendosi nella vecchia poltrona di pelle nera davanti alla scrivania.

— La baronessa sarà servita — squittì la serva con la sua vo-cetta di topo. La Befana le lanciò un'occhiata di approvazione.

— È un po' rozza — pensò — ma conosce le regole della buona creanza e sa come comportarsi con una signora del mio rango, quasi baronessa. Le prometterò di aumentarle lo stipendio. Poi naturalmente non glielo aumenterò affatto: ci mancherebbe altro. con questi chiari di luna.

La Befana sospirò e ficcò il naso nei suoi registri.

— Dunque, vediamo un po'. Affari magrucci, quest'anno, e soldi pochini. I doni, si sa, tutti li vogliono belli, ma quando si tratta di pagare, allora è un altro discorso. Promettono, fanno segnare sul libretto come se la Befana fosse un pizzicagnolo, e poi chi s'è visto s'è visto… Comunque, i giocattoli che avevo in negozio li ho dati via tutti, e oggi bisognerà portarne su degli altri dal magazzino.

Chiuse il libro dei conti e cominciò a sfogliare le lettere che aveva trovate nella cassetta della posta quella mattina, di ritorno dal suo giro.

— Ecco qua — borbottò — me l'aspettavo: io sfido la tramontana, io rischio l'osso del collo sulle tegole gelate e loro non sono mai contenti. Questo non voleva la sciabola di legno, voleva la pistola: ma lo sa che la pistola costava mille lire di più? Quest'altro voleva un aeroplano, nientemeno. Suo padre aveva in tutto trecento lire. Che cosa gli potevo regalare per trecento lire?

La Befana buttò le lettere nel cassetto, si tolse gli occhiali e chiamò:

— Teresa, è pronta quella camomilla?

— Subito, subito, signora baronessa.

— Ce l'hai messo un goccetto di rum?

— Ce n'ho messi due cucchiaini.

— Esagerata, ne bastava uno e mezzo. Ora capisco perché la bottiglia è quasi vuota: e dire che l'abbiamo comperata soltanto quattro anni fa.

Per tutta la notte la Befana e la sua serva erano state in giro per i tetti e per i camini a portare i doni ai clienti.

Mentre sorbiva la camomilla bollente senza scottarsi, come sanno fare soltanto le vecchie signore, la Befana si aggirava nel suo piccolo regno, gettando occhiate qua e là, ispezionando con cura ogni angolo della cucina, del retrobottega, della botteguccia e della scaletta di legno che portava al piano di sopra, dove c'era la camera da letto.

Com'era triste la bottega, con la saracinesca abbassata, le vetrine vuote e gli scaffali ingombri soltanto di scatoloni vuoti e di cartacce.

— Prepara la chiave del magazzino e la candela — disse la Befana — bisogna portare su dell'altra roba.

— Signora baronessa, vuol lavorare anche oggi che è la sua festa?

— Che forse nei giorni di festa non si mangia?

— Ormai la notte della Befana è passata.

— Già, ma alla Befana nuova mancano solamente trecentosessantacinque notti.

Forse sarà bene spiegare che la bottega restava aperta tutto l'anno, e le sue vetrine erano sempre illuminate, così i bambini avevano il tempo di innamorarsi di questo o di quel giocattolo, e i genitori avevano il tempo di fare i loro calcoli per poterlo ordinare.

Inoltre, e per fortuna, tutti i giorni ci sono compleanni, e si sa che i bambini considerano il loro compleanno un'occasione molto indicata per ricevere regali.

Ora sappiamo che cosa fa la Befana da un sei gennaio all'altro: se ne sta nel suo negozietto e aspetta. Se ne sta dietro le vetrine a spiare la gente, e soprattutto le facce dei bambini. Lei capisce subito se un giocattolo nuovo ha successo, e se non piace lo toglie dalla vetrina e lo rimpiazza con un altro.

Per i giocattoli di moda ha un fiuto speciale: da qualche anno la sua vetrina va assomigliando a una stazione spaziale. Ma vi sono giocattoli che non tramontano: la Befana sa, per esempio, che quando le bambine andranno sulla Luna non mancheranno di portarsi lassù la loro vecchia bambola.

La Freccia Azzurra

Il magazzino era una cantina che stava proprio sotto la bottega. La Befana e Teresa dovettero fare non meno di venti viaggi su e giù per le scale per mettere i nuovi giocattoli in vetrina e sugli scaffali.

Al terzo viaggio Teresa era già stanca.

— Signora baronessa — diceva fermandosi a mezza scala e levando il capo da un grosso fagotto di bambole che le riempiva le braccia — signora, mi batte il cuore.

— Per fortuna, mia cara, per fortuna — rispondeva la Befana. — Se non ti battesse più, saresti morta.

— Mi fanno male le gambe, signora baronessa.

— Lasciale in cucina che riposino tanto con le gambe non si può portare nulla.

— Signora baronessa, non ho più fiato.

— Io non te l'ho rubato, mia cara, ce n'ho tanto del mio.

Davvero la Befana non sembrava mai stanca. Vecchia com'era,

saltellava su per i gradini a tempo di ballo, come se avesse una molla sotto i tacchi, e intanto non cessava di fare i conti.

— Questi pellerossa mi frutteranno duecento lire l'uno, anzi forse trecento. I pellerossa vanno tanto di moda, adesso. Questo treno è una meraviglia. Lo battezzerò la Freccia Azzurra, e voglio ritirarmi dal commercio se fin da domani non verranno i bambini a mangiarselo con gli occhi.

La Befana e Teresa dovettero fare non meno di venti viaggi su e giù per le scale per mettere i nuovi giocattoli in vetrina e sugli scaffali.

La Freccia Azzurra era veramente uno splendido treno, con un fascio di rotaie che a stenderle tutte avrebbero fatto il giro della piazza, con due passaggi a livello, la cabina per i manovratori, una stazione col capostazione principale, un macchinista e un capotreno con gli occhiali. A starsene tanti mesi sepolto in magazzino, il treno elettrico si era ricoperto di polvere, ma la Befana, con uno straccio, lo ripulì a nuovo, facendo splendere la sua vernice, azzurra come l'acqua di un laghetto alpino. Tutto il treno era verniciato di azzurro, compresi il Capostazione, il Capotreno e il Macchinista.

Quando la Befana gli ebbe tolto la polvere che gli copriva gli occhi, il Macchinista si guardò attorno ed esclamò:

— Finalmente ci si vede. Ho l'impressione di essere rimasto per dei mesi sepolto in una galleria. Bene, quando si riparte? Io sono pronto.

— Calma, calma — intervenne il Capotreno, pulendosi gli occhiali nel fazzoletto. — Senza il mio ordine non parte nessuno.

— Contate le righe che avete sul berretto — disse una terza voce — e vedrete chi è che comanda, qui.

Il Capotreno contò le proprie righe, che erano quattro, e contò quelle del Capostazione, che erano cinque. Poi sospirò, si rimise gli occhiali e se ne stette zitto. Il Capostazione camminava avanti e indietro per la vetrina, dondolando il bastoncino col semaforo che gli serviva per dare le partenze. Sul piazzale della stazione era schierato un reggimento di bersaglieri di piombo, con in testa la fanfara e un colonnello. Più a destra c'era un'intera batteria di cannoni, con un generale pronto ad ordinare il fuoco.

Dietro alla stazione si stendeva invece una pianura verde, interrotta da strane montagne che parevano tagliate nel panettone: nella pianura erano accampati i pellerossa, attorno al loro capo Penna d'Argento, mentre dalle cime delle montagne si affacciavano i cow-boys a cavallo, pronti a lanciare i loro lazos.

Sospeso a mezz'aria sopra il tetto della stazione c'era un aeroplano. Il pilota si sporgeva dalla carlinga a guardare. Bisogna dire che si trattava solo di un pilota seduto perché così l'aveva fatto il fabbricante, e in piedi non si sarebbe potuto alzare perché non aveva gambe. Accanto all'aeroplano era appesa una gabbia rossa con un canarino, che si chiamava appunto il Canarino Giallo: se si faceva dondolare la gabbia, il canarino trillava.

Nella vetrina si trovavano ancora: una dozzina di bambole di tutte le forme, un orso giallo, un cane di pezza di nome Spìcciola, una scatola di pastelli, una scatola del meccano, un teatrino con tre marionette e un veliero a due alberi: sul ponte di comando passeggiava nervosamente il capitano, al quale per distrazione avevano dipinto

la barba solo su metà della faccia, tanto che lui doveva cercare di non mostrare mai la metà sbarbata per non fare brutta figura.

Il Capostazione e il Capitano Mezzabarba si guardavano di traverso, fingendo di non vedersi: si capiva benissimo che erano gelosi l'uno dell'altro, e chissà, forse erano sul punto di sfidarsi a duello per disputarsi il comando supremo della vetrina.

Tra le bambole si erano già formati due partiti: uno sospirava per il Capostazione, l'altro lanciava occhiate tenere a Mezzabarba. e solo una bambolina nera, con gli occhi più bianchi del latte, guardava il Pilota Seduto, e nessun altro.

Il cane di pezza, dal canto suo, avrebbe voluto abbaiare, scodinzolare e saltellare per la gioia ma non poteva farlo per tutti e tre, e non voleva scegliere un padrone solo per non offendere gli altri due: perciò se ne stava zitto e immobile, con un'aria un po' stupita. Il suo nome era scritto in rosso sul collare: Spìcciola. Forse si chiamava così perché era tanto piccolo?

Ma successe qualcosa che fece dimenticare le gelosie e le rivalità. La Befana alzò la saracinesca e il sole entrò nella vetrina come una cascata d'oro, suscitando in tutti un terribile spavento, perché nessuno lo aveva mai visto prima.

— Corpo di mille balene cieche! — urlò il Capitano Mezza-barba. — Che cos'è questo ciclone?

— Aiuto! Aiuto! — squittirono le bambole, svenendo una addosso all'altra. Il generale fece subito piazzare i cannoni in direzione del nemico, per respingere ogni attacco. Solo Penna d'Argento non si scompose. Si tolse di bocca la lunga pipa, come faceva soltanto nelle grandi occasioni, e disse:

— Giocattoli bianchi, niente paura. Stare Grande Spirito Sole, stare amico. Guardate come piazza allegra perché sole arrivato.

Tutti guardarono fuori della vetrina. La piazza infatti scintillava come se ogni cosa ridesse. La neve sui tetti sembrava infuocata. Un dolce calore entrava per i vetri polverosi.

— Corpo di mille balene ubriache — borbottò ancora Mezzabarba — io sono un lupo di mare, non un lupo di sole.

Le bambole, chiacchierando festosamente, si misero senz'altro a prendere la tintarella.

Davanti alla vetrina, però, c'era un po' d'ombra. C'era qualcuno che non lasciava passare il sole. L'ombra andava a cadere sul Macchinista, che si arrabbiò un poco:

— Ecco, proprio a me doveva toccare. Tutti si riscaldano e io

no.

Cercò di capire la ragione dell'ombra molesta e vi fissò gli occhi acuti, abituati a fissare per ore le rotaie, durante i lunghi viaggi. Gli occhi del Macchinista incontrarono un altro paio d'occhi, grandi, spalancati come finestre.

Vi si poteva guardar dentro, come si guarda dentro una casa quando non ci sono le tendine sui vetri. E dentro, c'era soltanto una grande tristezza.

— Strano — pensò il Macchinista della Freccia Azzurra — avevo sempre sentito dire che i bambini sono allegri e non fanno che ridere e giocare dalla mattina alla sera. Questo non mi sembra allegro per nulla. Che cosa gli avranno fatto?

Il bambino triste rimase per un pezzo a guardare nella vetrina, ma chissà poi se vedeva davvero ciò che guardava? I suoi occhi difatti traboccavano di lagrime, e ogni tanto una lagrima più grossa scendeva giù per la guancia e si infilava nel naso o fra le labbra. Nella vetrina tutti trattennero il fiato: non avevano mai visto niente del genere, e la cosa li stupiva assai.

— Corpo di mille balene bagnate — borbottò il Capitano Mezzabarba — segnerò l'avvenimento sul giornale di bordo.

Finalmente il bambino si asciugò gli occhi con la manica della giacchetta, si avvicinò alla porta della bottega, posò la mano sulla maniglia e spinse.

Si udì lo squillo roco di un campanello, che sembrava lamentarsi e chiamare aiuto.

Francesco

Signora baronessa, c'è qualcuno in negozio — chiamò la serva.

La Befana, che era salita in camera sua a pettinarsi, scese velocemente la scaletta, continuando ad appuntarsi i capelli con le forcine che teneva tra le labbra.

— Chiunque sia — borbottò — perché non chiude la porta? Non ho udito il campanello, ma ho sentito subito la corrente d'aria.

Inforcò gli occhiali per darsi importanza ed entrò nella bottega a piccoli passi lenti, come devono fare le vere signore, soprattutto se sono quasi baronesse; ma poi, vedendo il bambino poveramente vestito che le stava davanti e si rigirava tra le mani un baschetto azzurro, capì che non era il caso di fare tante cerimonie.

— Ebbene? Che c'è? — domandò con fare brusco come per dire: spicciati perché non ho tempo da perdere.

— Ecco… Signora… — mormorò il bambino.

Nella vetrina erano tutt'orecchi. ma non riuscirono a sentire.

— Come ha detto? — bisbigliò il Capotreno.

— Ssst! — fece il Capostazione — non fate chiasso.

— Ragazzo mio — esclamò la Befana, che si sentiva scappare la pazienza, come ogni volta che doveva parlare con gentucola che

non sapeva nulla dei suoi titoli nobiliari — ragazzo mio, il tempo è prezioso. Dunque sbrigati, oppure lasciami in pace e scrivimi piuttosto una bella lettera.

— Ecco, signora, io le ho già scritto — disse il bambino tutto d'un fiato per non perdere il coraggio.

— Ah sì? E quando?

— Quasi un mese fa.

— Ora vedremo. Come ti chiami?

— Monti Francesco di Giuseppe.

— L'indirizzo?

— Via Garibaldi, 18.

— Hm… Monti, Monti… Ecco, Monti Francesco. Esatto, mi hai scritto ventitre giorni fa, chiedendomi in regalo un treno elettrico. E perché soltanto un treno? Avresti potuto chiedermi anche un aeroplano, o un dirigibile, o magari un'astronave interplanetaria.

— Ma a me piace il treno, signora Befana.

— Carino, lui, gli piace il treno… Ma stammi a sentire: due giorni dopo la tua lettera è venuta qui tua madre.

— Sì, gliel'ho detto io di venire. L'ho tanto pregata: va' dalla Befana, le ho detto, è così buona, non ci dirà di no.

— Per tua norma e regola io non sono né buona né cattiva. Io faccio il mio lavoro, e non posso lavorare gratis. Tua madre non aveva soldi per pagare: voleva lasciarmi un vecchio orologio in cambio del treno, ma io non posso vedere gli orologi perché fanno passare il tempo troppo in fretta. Le ho anche ricordato che mi deve pagare ancora il cavalluccio dell'anno scorso e la trottola di due anni fa. Lo sapevi tu questo?

No, il bambino non lo sapeva. Le mamme non dicono mai i loro dispiaceri ai bambini.

— Ed ecco perché quest'anno non hai avuto nulla. Mi sono spiegata? Ti sembra che io abbia ragione?

— Sì, signora, lei ha ragione — mormorò Francesco — io pensavo invece che lei si fosse scordata del mio indirizzo.

— No, anzi me lo ricordo molto bene. Ce l'ho scritto qui vedi? E un giorno o l'altro manderò la mia segretaria a prendere i soldi per i giocattoli degli anni passati.

La vecchia serva che stava origliando, a sentirsi chiamare «la mia segretaria» fu per svenire, e dovette bere mezzo bicchiere d'acqua per ripigliar fiato.

— Quale onore, signora baronessa — disse poi alla sua padrona quando il bambino se ne fu andato.

— Prego, prego — borbottò ruvidamente la Befana. — Ma intanto metti sulla porta il cartello «chiuso fino a domani», così non verranno altri scocciatori.

— Devo abbassare anche la saracinesca?

— Sì, è meglio. Tanto, oggi non si possono concludere buoni affari.

Teresa corse ad eseguire gli ordini. Francesco era sempre là, col naso incollato alla vetrina, ad aspettare chissà che cosa. La saracinesca che scendeva per poco non lo colpì sul capo. Francesco appoggiò la fronte alla lamiera polverosa e singhiozzò.

Nella vetrina quel singhiozzo fece un effetto straordinario: una dopo l'altra, quasi senza accorgersene, le bambole cominciarono a singhiozzare e singhiozzarono tanto forte che il Capitano Mezzabarba sghignazzò:

— Scimmie! Ecco che hanno bell'e imparato a piangere. — Sputò oltre il parapetto del suo veliero e disse ancora:

— Scimmie.

Poi tacque. Ora i singhiozzi del bambino non si udivano più: si udiva invece il rumore dei suoi passi che si allontanavano, uno, due, uno. due, un rumore malinconico, sempre più lontano. Poi più nulla.

Allora il Capitano Mezzabarba sputò di nuovo dal parapetto e ghignò:

— Corpo di mille balene stupide! Piangere per un treno. Non darei il mio veliero per tutti i treni di tutte le ferrovie del mondo.

Il Grande Capo Penna d'Argento si tolse la pipa di bocca, come doveva fare ogni volta per poter parlare e disse:

— Capitano Mezzabarba non dire verità. Lui stare molto commosso per povero cucciolo bianco.

— Chi, io? Che cosa vuol dire commosso, per favore?

— Volere dire metà faccia piangere e altra metà avere vergogna.

Mezzabarba si guardò bene dal voltarsi, perché la sua mezza faccia sbarbata piangeva davvero. Ma lui gridò:

— Smettila, uccellaccio della prateria. Se vengo giù ti spiumo come il tacchino di Natale.

E continuò per un pezzo a vomitare ingiurie molto colorite, tanto che il Generale, sperando che stesse per scoppiare la guerra, diede l'ordine di caricare i cannoni. Ma Penna d'Argento si era già rimessa la pipa in bocca e non parlò più, anzi, si addormentò placidamente.

Dormiva sempre con la pipa in bocca.

Il Capostazione non ha idee

Il giorno dopo Francesco tornò e i suoi occhi tristi rimasero fissi per un pezzo sulla Freccia Azzurra. Tornò anche il giorno successivo, e tutti gli altri giorni. Qualche volta si fermava solo pochi minuti e poi scappava via senza voltarsi. Altre volte restava lunghe ore col naso schiacciato sulla vetrina e il ciuffo bruno che gli scendeva sulla fronte. Dava qualche occhiata affettuosa anche agli altri giocattoli, ma il suo cuore, si vedeva bene, batteva soltanto perii meraviglioso treno elettrico. Il Capostazione, il Capotreno e il Macchinista ne erano molto orgogliosi e si guardavano attorno dandosi delle arie, ma nessuno si offendeva.

Tutti gli abitanti della vetrina si erano affezionati a Francesco. Venivano anche altri bambini e ragazzi a incollare il naso sul vetro e a contare i giocattoli, ma gli abitanti della vetrina se ne accorgevano appena. Invece, se Francesco tardava più del solito a comparire, il Capostazione camminava nervosamente su e giù per i binari gettando occhiate ansiose all'orologio, Mezzabarba sputava continuamente dal parapetto, il pilota Seduto si sporgeva dall'apparecchio a rischio di cadere e Penna d'Argento si dimenticava di fumare, tanto che la pipa gli si spegneva.

Così tutti i giorni, così tutti i mesi, così tutto l'anno.

Alla Befana arrivavano ogni giorno mucchi di lettere che essa leggeva con attenzione, prendendo appunti e facendo calcoli, e quando le lettere furono tante che ci voleva mezza giornata solo ad aprire le buste, nella vetrina compresero che il 6 gennaio era vicino.

Povero Francesco! Ogni giorno il suo visino sottile era più triste. Bisognava fare qualcosa per lui. Tutti si aspettavano che il Capostazione della Freccia Azzurra suggerisse un'idea. Ma lui non sapeva fare altro che togliersi e rimettersi il berretto con cinque righe e guardarsi la punta delle scarpe, come se non l'avesse mai vista prima di allora.

Lasciate fare a Spìcciola

L'idea fu del cane di pezza.

Povero Spìcciola: non gli badava mai nessuno; primo, perché non si capiva di che razza fosse, secondo, perché non apriva mai bocca, nemmeno per sbadigliare. Era tanto timido. Se qualche pensiero gli attraversava la testa da un orecchio all'altro si guardava bene dal comunicarlo agli amici. Con chi parlare, del resto? Le bambole erano signore troppo eleganti per prendere in considerazione un cane che non era né maltese, né pechinese, né bassotto. I soldati di piombo gli avrebbero rivolto la parola, ma gli ufficiali certo non avrebbero dato il permesso. Insomma tutti avevano qualche ragione per non accorgersi del cane di pezza, e a forza di starsene zitto, sapete che cosa gli era successo? Che non sapeva più abbaiare.

Anche quella volta che aprì bocca per spiegare la sua famosa idea, gli uscì un suono così bizzarro, tra il miagolio del gatto e il raglio dell'asino, che l'intera vetrina scoppiò a ridere.

Solo Penna d'Argento non rise, perché i pellerossa non ridono mai. E quando gli altri ebbero finito di ridere lui si tolse la pipa di bocca e disse:

— Signori, ascoltare tutti quello che Spìcciola dire. Cane avere

parlato sempre poco e pensato molto. Chi pensare molto dire cosa saggia.

Spicciola arrossì fino alla punta della coda per il complimento, si schiarì la voce e cominciò a balbettare:

— Quel bambino… quel Francesco… credete che riceverà qualche dono dalla Befana quest'anno?

— Non credo — disse il Capostazione. — Sua madre non si è fatta più vedere e lettere non ne sono arrivate: io sono sempre stato attento alla posta.

— Anch'io — proseguì Spìcciola. — E penso proprio che a Francesco non toccherà nulla. Che ne direste se gli facessimo una sorpresa?

— Uh sì, una sorpresa — risero le bambole. — Che cos'è?

— Zitte, voi — tuonò Mezzabarba — le donne dovrebbero sempre star zitte.

— Ritirate subito l'offesa — esclamò il Colonnello dei bersaglieri sguainando la spada — o ve la ricaccerò in gola…

— … A cannonate! — concluse il Generale dell'artiglieria, schierando le sue batterie.

— Scusate, — gridò il Pilota Seduto — non fate tanto chiasso, perché di quassù non si capisce nulla. Lasciate parlare il cane.

— Ecco — disse Spìcciola, quando fu tornata la calma — sappiamo il suo nome, sappiamo il suo indirizzo: perché non andiamo tutti quanti da lui?

— Da chi? — domandò una delle bambole.

— Da Francesco.

Ci fu un attimo di silenzio, poi scoppiò una discussione ani-matissima: ciascuno parlava e gridava per conto suo, senza stare a sentire quello che dicevano gli altri.

— Ma questa è una rivolta, — esclamava il Generale — io non posso assolutamente permettere una cosa simile. Bisogna ubbidire agli ordini.

— Ossia?

— Ossia niente. Bisogna rimanere disciplinati.

S

— E andare dove ci porterà la Befana? Così a Francesco non toccherà nulla nemmeno quest'anno, perché il suo nome è segnato sul librone dei poveri…

— Corpo di mille balene…

— Piuttosto. — intervenne il Capostazione — conosciamo l'indirizzo, ma non la strada per arrivarci.

— Io ci ho pensato — mormorò timidamente Spìcciola. — Io posso seguire una pista col fiuto, lo sapete?

— E io sapere leggere tracce in terra — disse Penna d'Argento. — Io d'accordo andare tutti da Francesco. Chi viene?

Stavolta non si trattava di far chiacchiere, ma di decidere. Tutti guardarono dalla parte del Generale d'artiglieria.

Egli stette un pezzo a grattarsi il mento, passeggiò su e giù davanti ai suoi cannoni schierati in ordine di battaglia, poi concluse:

— Va bene. Proteggerò la marcia con le mie truppe. Confesso che anche a me non piace molto l'idea di farmi comandare da una vecchia Befana.

— Urrà! — gridarono gli artiglieri.

La fanfara dei bersaglieri intonò una marcetta che avrebbe fatto fare i salti mortali ad un morto, il Macchinista si attaccò al fischio della locomotiva e dovette accorrere il Capotreno a zittirlo.

La data del viaggio fu fissata per la sera seguente, vigilia dell'Epifania. A mezzanotte la Befana sarebbe venuta in negozio per riempire di giocattoli la cesta e avrebbe trovato la vetrina vuota, ecco tutto.

— Chissà che faccia farà, chissà che zampillo, corpo di mille balene in fuga! — ghignò il Capitano Mezzabarba, sputando oltre il parapetto del suo veliero.

Partenza!

Problema numero uno: come uscire dalla bottega? L'Ingegnere Capo del Meccano escludeva, purtroppo, che si potesse forare la robusta saracinesca.

— Ho pensato anche a questo — disse Spìcciola, che non riusciva a parlare senza arrossire.

Tutti guardarono con ammirazione il piccolo cucciolo di pezza che per un anno intero aveva continuato a pensare senza dire una parola.

— Sentiamo.

— Vi ricordate del magazzino? Vi ricordate di quel mucchio di scatoloni vuoti in un angolo? Ebbene, io ci sono stato, lì dietro, ed ho scoperto un buco nel muro. Dietro quel muro c'è una cantina, e da quella cantina si esce in un vicolo stretto e buio, fatto apposta per chi deve nascondersi.

— Ma come fai a sapere tante cose?

— Noi cani abbiamo il vizio di mettere il naso dappertutto. Qualche volta è un difetto utile.

— Sarà — esclamò gravemente il Generale — ma non vedo come si possa far scendere l'artiglieria in magazzino con tutte quelle

scale. E la Freccia Azzurra. Avete mai visto un treno scendere le scale?

— Questa sarà la prima volta, — strepitò il Capostazione — poseremo i binari sui gradini.

Penna d'Argento si levò la pipa di bocca. Tutti tacquero per ascoltare.

— Uomini bianchi litigare sempre — disse — e dimenticare Pilota Seduto.

— Che cosa vuoi dire, Gran Capo?

— Pilota Seduto trasportare tutti con aeroplano.

A pensarci bene non c'era altro mezzo per scendere in magazzino. Pilota Seduto fu subito entusiasta del progetto:

— Una decina di viaggi e il trasporto sarà terminato.

Le bambole pregustavano già il piacere di una gita in aeroplano, ma Penna d'Argento diede loro una delusione:

— Chi avere piedi non avere bisogno di ali.

Così tutti quelli che avevano piedi dovettero scendere con i medesimi, e l'aeroplano servì per trasportare l'artiglieria, i vagoni e il veliero.

Capitano Mezzabarba però non si staccò dal suo parapetto neanche durante il volo, con grande invidia del Generale e del Capostazione, che se lo videro passare sopra la testa mentre si calavano giù per i ripidi gradini della scala.

Mezzabarba ebbe anche il cattivo gusto di sottolineare il suo successo personale sputando fuori bordo proprio a un centimetro dai loro nasi.

L'ultimo a scendere fu un Motociclista Acrobata: per lui fare le scale in motocicletta era come bere un'aranciata.

Non era ancora arrivato in fondo che si udì un grande strepito in bottega.

— Aiuto, aiuto! — strillava la serva della Befana. — Signora baronessa, ai ladri, agli assassini!

— Che c'è? che succede? — rispose la voce della padrona.

— I giocattoli sono scomparsi! La vetrina è vuota!

— Misericordia!

Ma i fuggitivi non ebbero misericordia: fecero sprangare la porta del magazzino dall'Ingegnere Capo del Meccano e corsero verso l'angolo degli scatoloni vuoti. Quasi subito si udirono i passi delle due vecchie che scendevano ciabattando le scale e venivano a sbattere il naso contro la porta chiusa.

— Presto, la chiave! — gridò la Befana.

— Non funziona, signora baronessa.

— Hanno chiuso dal di dentro. Bene, di lì i ladri non potranno scappare. Non abbiamo che da sederci qui e aspettare che si arrendano.

La Befana era una vecchietta coraggiosa. Ma il suo coraggio, stavolta, non le potè servire a nulla. I fuggiaschi, seguendo il cane che conosceva la strada, avevano già attraversato la montagna degli scatoloni vuoti e uno dopo l'altro, infilandosi nel buco del muro, passavano nella cantina vicina. La Freccia Azzurra era abituata ad attraversare le montagne: il Capostazione ed il Capotreno presero posto accanto al Macchinista, le bambole più piccole, che cominciavano ad essere stanche, si arrampicarono sui vagoni e con un leggero fischio lo splendido treno entrò in galleria.

Più difficile fu far passare il veliero, perché non c'era acqua. Ci pensarono gli operai del Meccano, che costruirono un carrello su otto ruote e vi caricarono sopra la nave e il suo capitano.

Appena in tempo.

La Befana, infatti, stanca di aspettare, con un martello aveva fracassato la serratura, aveva sfondato il piccolo sbarramento che teneva chiusa la porta e aveva fatto irruzione nel magazzino. Dove, naturalmente, rimase come una statua di gesso.

— Che storia è questa? — mormorò, rabbrividendo.

— Non c'è nessuno, signora baronessa — bisbigliò la serva, aggrappandosi alle sottane della padrona per la paura.

— Lo vedo. E non c'è bisogno di tremare a quel modo.

— Io non tremo, signora baronessa. Forse sarà colpa del terremoto.

— La Freccia Azzurra è scomparsa — mormorò tristemente la Befana. — Scomparsa senza lasciare traccia.

— Forse i ladri erano dei fantasmi, signora baronessa…

— Forse sì e forse no — rispose la Befana. — Una cosa è certa: che tu sei una gran fifona.

Orso Giallo scende alla prima fermata

Le sorprese cominciarono subito dall altra parte del muro.

Il Generale fu il primo a dare l'allarme. Egli aveva un temperamento assai focoso, e andava continuamente in cerca di brighe e di guai.

— I miei cannoni — soleva dire, arricciandosi i baffetti — i miei cannoni arrugginiscono. Per lucidarli, ci vorrebbe una piccola guerra. Magari una guerra d'un quarto d'ora…

Questo era il suo pensiero fisso: gli stava piantato in testa come un chiodo. Appena giunto dall'altra parte del muro, il Gè nerale sguainò la spada e gridò:

— All'armi! All'armi!

— Che c'è? Che succede? — si domandavano l'un l'altro i soldati, che non si erano ancora accorti di nulla.

— C'è il nemico, non lo vedete? Tutti ai pezzi! Caricate i cannoni! Pronti a far fuoco.

Successe una grande confusione. Gli artiglieri schieravano i pezzi in ordine di battaglia, i bersaglieri caricavano i fucili, gli ufficiali gridavano i comandi con voce tonante, arricciandosi i baffi come avevano visto fare dal Generale.

— Corpo di mille balene corazzate! — tuonò il Capitano Mezzabarba dall'alto del suo veliero — fate subito portare qualche cannone a bordo della mia nave, altrimenti mi coleranno a picco.

Il Macchinista della Freccia Azzurra tolse il berretto e si grattò in testa:

— Non capisco come farebbe ad affondare. Per conto mio, tutta l'acqua che vedo è quella del catino.

Il Capostazione lo guardò severamente:

— Se il signor Generale dice che c'è il nemico, così deve essere. Che ne sapete voi di guerre e di nemici?

— Lo vedo, lo vedo anch'io — gridò il Pilota Seduto, facendo volteggiare il suo aeroplano sopra la prima linea.

— Che cosa hai veduto?

— Il nemico, vi dico che l'ho visto con questi occhi.

Le bambole, terrorizzate, si nascondevano dietro i vagoni della Freccia Azzurra. La Bambola Rosa si lamentava:

— Oh, Signore, adesso scoppia la guerra. Ho appena fatto la permanente, e chissà dove andranno a finire i miei riccioli.

Il Generale fece suonare una tromba.

— Fate tutti silenzio — strepitò — altrimenti non si sentiranno i miei comandi.

E stava già per ordinare il fuoco quando si udì la voce sgraziata di Spìcciola, qualcosa a metà strada fra il miagolio di un gatto e il cigolio di una porta arrugginita:,

— Fermi, fermi per carità!

— Chi va là? Da quando in qua i cani danno ordini all'esercito? Fucilatelo! — ordinò il Generale.

Ma il cane non si spaventò:

— Per favore, vi prego di sospendere le operazioni. Vi assicuro che il nemico non è affatto un nemico.

— Questa è bella — osservò sarcasticamente il Generale — ora i cani fanno anche politica.

— Ma guardatelo meglio, per cortesia — continuò Spìcciola, senza perdersi di coraggio. — Sono andato a dargli un'occhiata da vicino. Non è che un bambino, un bambino addormentato.

— Un bambino? — ribatté il Generale, sicuro del fatto suo. — E che cosa ci fa un bambino sul campo di battaglia?

— Ma, signor Generale, non siamo su un campo di battaglia: è proprio questo l'errore. Ci troviamo in una cantina, non vedete? Signori e signore, vi prego di guardarvi in giro. Ci troviamo, come vi avevo detto, in una cantina dalla quale potremo uscire sulla strada. C'è soltanto una cosa che non sapevo: la cantina è abitata, e laggiù in fondo, dove brilla quel lumicino, c'è una branda, e nella branda un bambino che dorme. Volete forse svegliarlo a cannonate?

Si udì la voce di Penna d'Argento, che per tutto quel tempo aveva continuato tranquillamente a fumare la pipa:

— Cane avere ragione. Io vedere bambino e non vedere nemico.

— Si tratta certamente di un'astuzia — tentò di tener duro il Generale, che vedeva sfumare la guerra, — il nemico vuol farsi passare per una creatura innocente e disarmata.

Ma ormai, chi gli dava retta?

Perfino le bambole uscirono dai loro nascondigli e aguzzarono gli occhi nella penombra della cantina.

— È proprio un bambino — diceva l'una.

— È biondo, lo vedo — aggiungeva una seconda.

— È un bambino maleducato — sentenziava una terza. — Non vedete che dorme con un dito in bocca?

La cantina doveva essere abitata da una famiglia povera: si intravedevano nell'ombra pochi mobili sgangherati, un pagliericcio posato in terra, un catino slabbrato, un fornello spento, la branda in cui dormiva il bambino. I suoi genitori dovevano esser usciti per lavorare, o forse per chiedere l'elemosina, e il bambino era rimasto solo. Si era coricato senza spegnere la piccola lampada a

petrolio che brillava, posata su una sedia: forse aveva paura del buio, o forse gli piacevano le grandi ombre che la fiammella inquieta disegnava sul soffitto e sulle pareti, e guardando quelle ombre si era addormentato.

Il nostro eroico Generale, che aveva la fantasia sbrigliata come un cavallo da corsa, aveva scambiato il lumino a petrolio per i fuochi di un accampamento nemico, e aveva dato l'allarme.

— Corpo di mille balenotteri! — tuonò il Capitano Mezza-barba, lisciandosi nervosamente il suo mezzo onor del mento. — Mi avete fatto credere che ci fosse una nave corsara in vista. Quel bambino, a guardarlo nel mio cannocchiale, non ha per niente l'aria di un pirata. Non ha né un uncino al posto della mano, né una benda nera sugli occhi. Non alza bandiera nera con la testa da morto. Mi sembra proprio un pacifico brigantino che naviga nell'oceano dei sogni.

Il Pilota Seduto, ad ogni buon conto, fece un volo d'esplorazione fino alla branda, sorvolò due o tre volte il bambino, che mosse una mano come se volesse cacciare una mosca, e tornò a riferire:

— Nessun pericolo, signor Generale. Il nemico, volevo dire il bambino, è addormentato.

— Allora lo cattureremo di sorpresa — annunciò il Generale.

Ma stavolta furono i cow-boys a ribellarsi:

— Catturare un bambino? Forse che i nostri lazos sono stati fatti per questo? Noi catturiamo solo cavalli selvatici e tori della prateria. Niente bambini. E con questa corda impiccheremo al primo cactus chi si azzarderà a fargli del male.

Così dicendo spronarono i loro cavalli al galoppo e si disposero attorno al Generale, pronti ad infilargli i lazos attorno al colletto.

— Dicevo per dire — brontolò il Generale — dicevo per dire. Qui non si può mai scherzare. Siete gente di poca fantasia.

E se ne stette quieto.

La carovana dei fuggitivi si avvicinò alla branda. Non tutti i cuori, forse, battevano tranquilli. Qualche bambola, per esempio, non aveva ancora finito di digerire lo spavento, e si teneva dietro la schiena dell'Orso Giallo, che di tutto quel trambusto non aveva capito assolutamente nulla. Era un po' tonto, l'Orso Giallo, bisogna ammetterlo: il suo piccolo cervello di segatura si muoveva molto lentamente, e capiva le cose soltanto una alla volta.

Però aveva la vista buona. Aveva visto subito, lui, che il nemico era un bambino addormentato. Anzi, gli era subito venuta una gran voglia di saltare sul letto e di giocherellare con lui: senza riflettere che i bambini addormentati, di solito, non giocano con gli orsi.

Il bambino non aveva nulla di speciale. Non si poteva nemmeno sapere di che colore fossero i suoi occhi, perché erano chiusi.

Sulla sedia accanto alla lampada, c'era un foglio piegato in quattro. C'era un indirizzo scritto con una grossa scrittura tremante, su una delle facciate.

— Direi che si tratta di un messaggio speciale — suggerì il Generale, che già si sentiva disposto a considerare il bambino una spia del nemico.

— Può essere — riconobbe il Capotreno. — Però non possiamo leggerlo. Non è indirizzato a noi. Vedete? Qui dice: Alla signora Befana.

— Molto interessante — disse il Generale. — Il biglietto è indirizzato proprio alla nostra padrona. Forse il ragazzo intende mandarle informazioni sul nostro conto. Forse ci ha spiati, vi pare? Io dico che sarebbe bene leggere il biglietto.

— Non possiamo — insistè il Capotreno — commetteremmo una violazione del segreto postale. Lo lasci dire a me, che di posta ne trasporto tonnellate ad ogni viaggio.

Questa volta, caso strano. Penna d'Argento fu d'accordo con il Generale.

La carovana dei fuggitivi si avvicinò alla branda…

Disse soltanto: — Leggere subito — e si rimise la pipa in bocca. Ma questo bastò. Il Generale si arrampicò sulla sedia, spiegò il foglio, si schiarì la voce come se stesse per leggere un proclama di guerra e declamò:

Signora Befana,

ho sentito tanto parlare di lei ma non ho mai ricevuto un dono, né grande né piccolo. Questa sera lascerò la luce accesa: spero di riuscire a vederla quando lei passerà di qui, così le potrò dire a voce quello che vorrei. Siccome però ho paura di addormentarmi le scrivo questo biglietto. La prego molto, signora Befana mi accontenti: io sono un bambino buono, lo dicono tutti, e lo sarò anche di più se lei mi farà felice. Altrimenti, a che cosa mi serve essere un bambino buono?

Suo Giampaolo.

La voce del Generale, durante la lettura, era passata dai toni guerreschi a quelli teneri. Il vecchio soldato, è inutile nasconderlo, era piuttosto turbato.

La carovana dei giocattoli tratteneva il respiro. Solo una bambola sospirò tanto forte che tutti si voltarono a guardarla, e lei ebbe vergogna.

— Corpo di mille balene addormentate — si udì brontolare dalla parte del Capitano Mezzabarba. — Mi sembra che la nostra vecchia padrona abbia fatto un'ingiustizia: ecco un bambino che per colpa sua diventerà cattivo.

— Che cosa significa diventare cattivo? — domandò la Bambola Rosa.

Ma nessuno le rispose e le altre bambole le tirarono la gonna per farla star zitta.

— Bisogna fare qualcosa — disse il Capostazione della Freccia Azzurra. — Peccato che Giampaolo, per l'emozione, si sia dimenticato di scrivere cosa desidera.

— Ci vorrebbe un volontario — suggerì il Colonnello dei bersaglieri.

Il cane, che era balzato sulla brandina e si era accucciato vicino al cuscino, diventò rosso rosso e tutti capirono che doveva dire qualcosa di importante.

— Potrei restare io — disse Spìcciola. — Mi piace questo bambino. Credo che con lui sarò felice. Mi tratterà bene e io gli farò compagnia quando i suoi genitori lo lasceranno solo come questa sera.

— Bravo — disse Mezzabarba — e poi chi fiuterà la pista di Francesco?

— Io ho il naso abbastanza grosso — sospirò il Macchinista — ma se non ho dei binari davanti a me non so proprio dove andare.

— Spìcciola non può assolutamente restare — concluse il Generale.

Allora si sentì qualcuno che tossiva in uri certo modo. Quando la gente tossisce in quel modo significa che vorrebbe parlare ma non ne ha il coraggio.

— Avanti, parla — disse la voce del Pilota Seduto, che, dominando la scena dall'aria, aveva visto l'Orso Giallo fare delle strane smorfie.

— Ecco — disse l'Orso Giallo, tossendo di nuovo per nascondere il suo imbarazzo. — Io sono già stanco di andare in giro per il mondo. Potrei fermarmi qui, non vi pare?

Povero Orso Giallo! Voleva far credere di essere pigro, gli dispiaceva di mostrare il suo buon cuore. Chissà perché quelli che hanno il cuore buono davvero si sforzano sempre di non farlo sapere agli altri.

Cento occhi si posarono sull'Orso Giallo: troppi per il suo carattere.

— Non guardatemi così — disse — altrimenti diventerò un Orso Rosso. Sono pigro, ecco. Trovo che su questa branda potrò fare subito un bel sonnellino, in attesa dell'alba, mentre a voi toccherà di andarvene in giro per le strade in cerca di Francesco, col freddo che fa.

— Bene — disse Mezzabarba — resta qui tu. I bambini e gli orsi vanno d'accordo perché almeno in una cosa si somigliano: hanno il sonno duro.

Tutti furono d'accordo. Cominciarono i saluti. Ciascuno voleva stringere la zampa all'Orso Giallo per augurargli buona fortuna. Ma il Macchinista della Freccia Azzurra fece echeggiare un fischio acuto e prolungato, il Capostazione soffiò nel suo fischietto, il Capotreno prese a gridare:

— Presto signori in carrozza! Si parte! Signori, in vettura!

Le bambole per paura di perdere il treno, fecero una confusione incredibile.

Il convoglio si mosse lentamente, mentre cow-boys e indiani a cavallo facevano buona guardia ai suoi fianchi. I bersaglieri si erano accomodati sul tetto delle vetture, e il veliero di Mezzabarba era stato caricato su un vagone merci.

La porta della cantina era aperta, e dava sul vicolo stretto e buio. L'Orso Giallo, accoccolato sul cuscino della branda, accanto alla testa di Giampaolo, guardò con un poco di malinconia i suoi compagni di viaggio che si allontanavano, poi sospirò.

Anzi, sospirò così forte che i capelli del bambino ondeggiarono come se avesse soffiato il vento.

— Piano, piano, amico mio — si disse l'Orso Giallo — altrimenti lo svegli.

Il bambino non si svegliò, ma un sorriso passò da un angolo all'altro della sua bocca.

— Scommetto che sta sognando — si disse l'Orso Giallo — sta sognando che proprio in questo momento la Befana è passata accanto a lui, gli ha lasciato un dono e se n'è andata di corsa, facendo vento ai suoi capelli con la lunga sottana. Scommetto che il sogno è proprio questo. Ma nel sogno, chissà di che regalo si tratta?

L'Orso Giallo si curvò sul bambino per spiarlo meglio, ma gli occhi erano chiusi e non si poteva assolutamente indovinare quello che vedevano.

Allora l'Orso Giallo fece una cosa che a noi non sarebbe venuta in mente: si avvicinò all'orecchio del bambino e prese a parlargli dolcemente, con un soffio di voce, e gli diceva:

— La Befana è passata e ti ha lasciato un Orso Giallo di pelo. Un bellissimo Orsacchiotto, te lo dico io che lo conosco, per averlo visto tante volte nello specchio. E nella schiena ha una chiavetta per caricargli la molla, e quando si carica, l'Orso fa un balletto, come gli orsi che vanno sulle fiere e nei circhi equestri. Adesso te lo faccio vedere.

L'Orso Giallo dovette contorcersi un poco per arrivare con la zampa a toccare la chiavetta e a caricare la molla. Ma alla fine ci riuscì. La molla gli fece un effetto straordinario. Per prima cosa sentì un prurito che gli andava su e giù per la schiena e gli metteva addosso una gran voglia di essere allegro. Poi il prurito scese giù per le gambe, e quelle cominciarono a ballare da sole.

L'Orso Giallo non aveva mai ballato così bene.

Allarme sul ponte

Il vicolo era in salita, ma la Freccia Azzurra superò il dislivello senza rallentare e sbucò ben presto sulla piazza, presso la bottega della Befana.

Il Macchinista si sporse da un finestrino a chiedere ordini:

— Allora, da che parte dobbiamo andare?

— Sempre diritti — gridò il Generale — l'attacco frontale è la tattica migliore per sconvolgere il nemico.

— Ma quale nemico? — domandò il Capostazione. — Lei faccia il santo piacere di smetterla con queste storie. Lei in treno è un viaggiatore qualunque, con tutte le righe che ha sul berretto. Mi ha capito? Il treno andrà dove dirò io.

— Va bene — rispose il Macchinista — ma me lo dica subito, perché stiamo andando a cozzare contro un marciapiedi.

— A destra — guaì la voce lamentosa di Spìcciola — piegate subito a destra: ho riconosciuto la pista di Francesco. Sento l'odore delle sue scarpe rotte.

Il cane, difatti, non faceva altro che correre su e giù fiutando per terra, e non aveva faticato a trovare la pista di Francesco.

— Allora a destra — confermò il Capostazione.

Il Macchinista girò il volante e la Freccia Azzurra prese la curva in piena velocità. Il Pilota Seduto volava a mezz'aria sopra la locomotiva, per non perderla d'occhio.

Icow-boys e gli indiani galoppavano a destra e a sinistra del treno, silenziosi e veloci come banditi che stessero per dargli l'assalto.

— Hm… — brontolò il Generale, sempre sospettoso '—scommetto i miei gradi contro un soldo bucato che questo viaggio finisce male. Tutta quella gente a cavallo ha un'aria poco rassicurante. Alla prima fermata, ad ogni buon conto, mi trasferirò sui vagoni merci dove abbiamo caricato i cannoni.

Proprio in quel momento si udirono strani guaiti di Spìcciola, che doveva avere avvistato qualche pericolo. Ma ormai era troppo tardi. Il Macchinista non fece in tempo a frenare e la Freccia Azzurra entrò in piena corsa in una profonda pozzanghera. L'acqua salì fin quasi al livello dei finestrini, con grande paura delle bambole, che si rifugiarono subito sul tetto delle vetture, festosamente accolte dai bersaglieri.

IIpovero Spìcciola nuotava alla superficie della pozzanghera, maledicendo la propria voce:

— Che razza di cane sono io? Non sono nemmeno capace di abbaiare. Ah. quanto darei per riuscire a cacciar fuori un bel latrato, invece di questi sciocchi miagolii.

Il Macchinista non fece in tempo a frenare e la Freccia Azzurra entrò in piena corsa in una profonda pozzanghera.

— Siamo a terra — disse il Macchinista, asciugandosi il sudore.

— Vorrete dire che siamo in acqua — corresse tristemente Mezzabarba. — Non ci resta che varare il mio veliero e imbarcarci tutti quanti.

Ma il veliero sarebbe stato troppo piccolo. Per fortuna l'Ingegnere Capo del Meccano si ricordò al momento buono che nella sua scatola c'erano pezzi a sufficienza per costruire un ponte.

— Prima che i lavori siano finiti, verrà l'alba e saremo sorpresi — brontolò Mezzabarba. scontento. — Ma qui i marinai non sono visti di buon occhio.

I pezzi del Meccano si misero subito al lavoro, sotto la direzione dell'Ingegnere.

— Con una gru alzeremo la Freccia Azzurra e la poseremo sul ponte — egli promise. — I passeggeri non si muovano.

E così dicendo lanciò un'occhiata assai fiera dalla parte delle bambole le quali, è inutile dirlo, lo ammiravano con tutto il cuore. Solo la Bambola Nera restava fedele al suo pilota e non aveva occhi che per lui.

Cominciò a cadere la neve. Il livello della pozzanghera saliva continuamente, e mandava all'aria i calcoli dell'Ingegnere.

— Costruire un ponte durante una piena non è un lavoro da poco — egli sibilava fra i denti. — Speriamo di farcela.

Per accelerare i lavori il Colonnello dei bersaglieri mise a disposizione dell'Ingegnere del Meccano tutti i suoi uomini. Il ponte si allungava a vista d'occhio sull'acqua limacciosa della pozzanghera. Nella notte buia e nevosa si udivano i rumori dei ferri, dei martelli e delle carrucole azionate dai pezzi del Meccano.

I cow-boys e gli indiani, dal canto loro, lanciarono i cavalli a nuoto, attraversarono la pozzanghera e si accamparono sull'altra riva. Si vedeva laggiù un puntino rosso, che si gonfiava e si restringeva come il lume d'una lucciola: era la pipa di Penna d'Argento. Dai finestrini della Freccia Azzurra i passeggeri non perdevano d'occhio quel puntino rosso, che brillava come una speranza lontana. Le Tre Marionette dissero in coro:

— Sembra una stella.

Erano Tre Marionette fortunate: riuscivano a vedere le stelle anche nelle notti di neve.

Dopo qualche tempo si udirono delle grida di evviva. Gli uomini dell'Ingegnere Capo ed i bersaglieri di piombo avevano raggiunto l'altra sponda.

Una gru sollevò la Freccia Azzurra e la depose sul ponte, che aveva anche le rotaie, come tutti i ponti ferroviari che si rispettino. Il Capostazione alzò il semaforo verde per dare il segnale di partenza, il Macchinista abbassò la leva e la locomotiva, con un leggero fremito, si mosse.

Non aveva percorso mezzo metro quando una voce, quella del Generale, lanciò un grido di allarme:

— Spegnete tutte le luci! Apparecchio nemico in vista!

— Corpo di mille balene nottambule! — tuonò Mezzabarba. — Che io possa mangiare la mia barba se quella non è la Befana.

Con un rombo pauroso un'ombra immensa calava sulla piazza. I fuggitivi poterono riconoscere la scopa della Befana e le due vecchiette che la cavalcavano.

La Befana, rassegnata alla perdita dei suoi giocattoli migliori, ne aveva raccattati altri negli scaffali e in solaio, e si era messa in viaggio per il suo solito giro, uscendo a volo dal camino.

Ma non era giunta a metà della piazza che un'esclamazione della serva l'aveva fatta voltare.

— Signora baronessa, guardi laggiù!

— Dove? Ah… vedo, vedo… Non sono le luci della Freccia Azzurra?

— Mi sembrano proprio loro, signora baronessa.

Senza esitare la Befana puntò il manico della scopa a sud-ovest e scese in picchiata verso le luci, che l'acqua della pozzanghera rifletteva vivamente.

Stavolta il Generale non aveva dato l'allarme per nulla. Le luci furono spente. Il Macchinista spinse il locomotore al massimo e superò il ponte in un baleno. L'ultimo vagone merci, quello su cui si trovava il veliero di Mezzabarba, non aveva ancora posato tutte le sue otto ruote sulla terra ferma che il ponte crollò alle sue spalle con il fragore di una cascata.

Qualcuno immaginò che la Befana lo stesse bombardando, ma si trattava di ben altro: il Generale, senza dir nulla a nessuno, lo aveva minato e fatto saltare.

— Piuttosto che lasciarlo nelle mani del nemico, me lo sarei mangiato, un pezzo alla volta! — esclamò, arricciandosi i baffi, fiero del suo colpo.

La Befana volava ormai a bassissima quota e si avvicinava alla Freccia Azzurra a grande velocità.

— A sinistra, presto! — gridò uno dei cow-boys.

Senza aspettare che il Capostazione confermasse l'ordine, il Macchinista curvò a sinistra con una tale furia che per poco il treno non si spezzò in due, e infilò un portone buio, nel quale brillava il puntino rosso di una pipa ben nota.

La Freccia Azzurra fu addossata ad una parete, il portone fu sprangato in gran fretta.

— Ci avrà visti? — sussurrò il Capitano Mezzabarba.

Ma la Befana non aveva fatto in tempo a vederli.

— Strano, — brontolava in questo momento, volando su e giù per la piazza — si direbbe che la terra li abbia inghiottiti: non se ne vede più traccia.

— Saranno caduti in un tombino — suggerì la serva.

— Può darsi, — ammise la Befana — in questo caso mi dispiace per la Freccia Azzurra. Meritava una tomba più onorevole. Era il vanto della mia bottega. Mah, non ci capisco nulla: forse i giocattoli erano sfuggiti ai ladri e stavano cercando la strada di casa. Chissà… Ma ora non abbiamo tempo da perdere. La lista dei doni da consegnare è lunga che non finisce mai. Al lavoro!

E puntando la prua al nord la scopa volante scomparve nel nevischio.

Addio alla Bambola Rosa

Qua dentro ci si vede come in una bottiglia d'inchiostro — borbottava il Capostazione.

— Potrebbe essere una trappola del nemico — aggiunse il Generale. — Sarà meglio dare un'occhiata.

Il Macchinista accese i fari della Freccia Azzurra. Si trovavano in un antro ingombro di casse vuote e odorose di frutta, certo il portone di un fruttivendolo.

Dalla parte delle bambole, che erano saltate giù dalle vetture e si erano rifugiate in un vano del muro, venne un brusio eccitato.

— Corpo di mille balene pettegole! — borbottò Mezzabarba. — Quelle ragazze non possono mai stare quiete.

— C'è qualcuno qui — disse allora la Bambola Rosa, con la sua vocina aggraziata, che sembrava il trillo di un clarinetto.

— C'è gente dappertutto, a quanto sembra — commentò il Macchinista. — Chi può avere la malinconica idea di starsene sotto il portone a pigliare il fresco in una notte come questa? E pensare che io darei una ruota della mia locomotiva per un bel letto, con una bottiglia d'acqua calda dalla parte dei piedi.

— È una vecchina — dicevano le altre bambole.

— Dorme, vedete?

— Sentite come ha freddo. Ha la pelle gelata.

Qualche bambola allungò una mano per sentire come era gelata la pelle della vecchina.

Facevano piano, per paura di svegliarla, ma la vecchina non si svegliò.

— Proviamo a scaldarla — suggerì la Bambola Rosa. E fu la prima a stropicciare tra le sue manine le mani della vecchina. Stropicciò e fregò per un bel pezzo, ma senza successo. Le vecchie mani rugose sembravano due pezzi di ghiaccio.

Un bersagliere scese dal tetto della vettura e si avvicinò.

— Eh — mormorò, dopo aver dato un'occhiata alla vecchia — ne ho vista tanta di gente così.

— La conosci? — domandarono le bambole.

— Se la conosco? No, non conosco proprio questa, ma conosco la gente come lei. È gente povera, e niente più.

— Povera come il ragazzo della cantina?

— Più povera, più povera. Questa era una vecchietta senza casa. La neve l'ha sorpresa per la strada e si è rifugiata in questo portone per non morire di freddo.

— E ora dorme?

— Sì, dorme — disse il soldato. — Dorme uno strano sonno.

— Come sarebbe a dire?

— Ecco, non credo che si sveglierà mai più.

— Questa è una vera sciocchezza — disse la Bambola Rosa con molta decisione — perché non si dovrebbe svegliare? Anzi, io resterò qui fin che si sveglierà. Sono stanca di viaggiare. Io sono una ragazza di casa, non mi piace andare attorno per le strade di notte. Voglio restare con questa vecchina e quando si sveglierà andrò con lei. Sarà la mia nonna, ecco.

La Bambola Rosa sembrava diventata un'altra. Non aveva più quell'aria sciocchina e vanitosa che mandava in bestia Capitan Mezzabarba. Una luce diversa le brillava negli occhi, che erano veramente troppo celesti.

— Io resterò qui — ripetè con decisione. — Mi dispiace per Francesco, ma in fondo non credo che sentirà la mia mancanza.

Francesco è un maschio, e non saprebbe che farsene di una bambola. Basterà che gli portiate i miei saluti, e lui mi scuserà. E poi, chissà, forse questa vecchina verrà a trovare Francesco e mi porterà con sé, e noi ci rivedremo ancora.

Continuava a parlare, parlare, come se avesse la gola piena di parole e dovesse buttarle fuori tutte in una volta per non soffocare.

Forse non voleva lasciar parlare gli altri. Non voleva sentirsi dire di no, non voleva essere costretta ad abbandonare la vecchina tutta sola nel buio del portone, con quel freddo. Ma nessuno le disse nulla.

Spìcciola era uscito dal portone in esplorazione e tornò per dire che la via era libera, e si poteva riprendere il cammino.

Uno dopo l'altro i fuggitivi rimontarono in treno. Il Capostazione ordinò di spegnere ogni luce. La Freccia Azzuria si mosse lentamente verso l'uscita.

— Addio, addio! — sussurravano le amiche alla Bambola

Rosa.

— Arrivederci! — rispose lei, con la voce tremante. Aveva paura a restare sola, è inutile negarlo. Si strinse contro il petto della vecchina e ripetè con un filo di voce: — Addio!

Le Tre Marionette si sporsero insieme da un finestrino:

— Addio! — dissero in coro. — Ci hai fatto venire una voglia di piangere. Ma tu sai che non possiamo piangere. Siamo di legno e non abbiamo cuore. Addio!

La Bambola Rosa si sentì piccola, sempre più piccola e piena di paura. Ma le fatiche e le emozioni del viaggio non tardarono a fare il loro effetto. Dapprima la Bambola Rosa chiuse gli occhi. Tanto, che bisogno c'era di tenerli aperti? Era così buio che non ci si vedeva fino alla punta del naso. E come ebbe chiuso gli occhi, pian piano si addormentò. Così le trovò il mattino dopo la portinaia, strette l'una all'altra, abbracciate come sorelle: la vecchina e la Bambola Rosa.

La Bambola non capiva perché tutta quella gente si fermasse nel portone a guardare. Vennero anche dei carabinieri veri, grandi

da far spavento. La vecchina fu messa in una lettiga e portata via. La Bambola Rosa non capiva perché non si fosse svegliata.

Un carabiniere la prese con sé e la portò al suo comandante. Il carabiniere aveva una bimba e il comandante gli disse di tenere la Bambola per la sua bambina.

Ma la Bambola Rosa non cessò mai di pensare alla vecchina tutta gelata accanto alla quale aveva passato la notte dell'Epifania. E ogni volta che pensava a quella vecchina si sentiva un grande freddo al cuore.

La statua di un Generale

Spìcciola trotterellava col muso basso davanti alla locomotiva. La neve continuava a cadere e copriva il selciato della via con una spessa coltre bianca. Diventava sempre più difficile, per Spìcciola, fiutare la pista delle scarpe rotte di Francesco. Spesso il cane si arrestava, si guardava attorno incerto, tornava sui suoi passi, prendeva un'altra direzione.

— Forse qui Francesco si è fermato a giocare, — mormorava affannosamente, — per questo la pista è così intricata.

Il Macchinista, aguzzando gli occhi, seguiva Spìcciola a lenta andatura. Sul treno, tutti cominciavano ad avere freddo.

— Bisogna andare più in fretta — brontolava Mezzabarba. — Di questo passo temo che arriveremo l'anno venturo, o piuttosto che saremo schiacciati dal primo tram.

Talvolta anche il Capostazione gridava a Spìcciola di far presto. Ma che cosa poteva fare di più il povero cucciolo? Tra l'altro, anche lui cominciava ad aver freddo. La neve gli gelava il naso, e non aveva nemmeno il tempo di stropicciarselo con le zampe.

La pista obbligava la carovana a marciare a zig zag, a salire sui marciapiedi, a scenderne, a fare il giro della piazza, ad attraversare tre o quattro volte una strada nello stesso punto.

— Che maniera è d'andare attorno per le strade? — borbottava il Capostazione. — Ma già. insegnate ai bambini che la linea retta è la più breve fra due punti e loro subito, per applicare i vostri insegnamenti, faranno un girotondo. Guardate questo Francesco: nello spazio di dieci metri ha attraversato dieci volte la strada. Mi meraviglio come non sia andato a finire sotto una macchina.

Spìcciola, instancabile, cercava col naso nella neve l'odore dell'amico e intanto parlava con Francesco, come se lui potesse sentire:

— Stiamo venendo, sai? stiamo arrivando tutti quanti. Sarà una bella sorpresa per te. Un treno carico di giocattoli, una carovana intera. Aspettaci e vedrai.

Ed era tanto occupato a parlare con Francesco, che percorse una buona decina di passi prima di accorgersi di aver perduto la pista.

Tornò indietro di corsa, mentre il Macchinista frenava per la centesima volta.

Cercò disperatamente, ma non gli riusciva di riprendere il filo dell'odore. Esso terminava lì, in mezzo a quella strada stretta e poco illuminata, sotto la neve. Proprio in mezzo alla strada, e non davanti ad un portone, o sul marciapiedi.

— È incredibile, — pensò Spìcciola — non può mica essersi sollevato in volo.

— Che cosa succede laggiù? — gridò il Generale, che odorava dappertutto nemici.

— Spìcciola non trova più la pista di Francesco — informò il Macchinista con calma.

Fu un coro generale di protesta. Le bambole già si vedevano condannate a morire sepolte dalla neve in mezzo alla strada.

— Corpo di mille balene gelate! — esclamò Mezzabarba. — Questa non ci voleva.

— L'avranno rapito — esclamò il Generale, eccitatissimo.

— Rapito chi?

— Il bambino, perbacco. Il nostro Francesco. La sua pista arriva in mezzo alla strada e non continua. Che cosa significa? Che il

bambino è stato sollevato di peso, gettato in una macchina e portato chissà dove a grande velocità.

— Che cosa facciamo? — domandò il Capotreno, che diventava nervoso.

Il Pilota Seduto si offrì di andare in esplorazione, e poiché nessuno aveva un'idea migliore da suggerire la proposta fu accettata. L'apparecchio prese quota e disparve ben presto: lo si rivide un attimo nel cerchio giallastro di un lampione, poi anche il rumore si affievolì e tacque.

— Nessuno mi leva dalla testa che il bambino sia stato rapito — continuava a sostenere il Generale. — Il che vuol dire che un pericolo gravissimo minaccia noi pure. A me, miei soldati: scaricate subito i cannoni e disponeteli in coda al treno, pronti a far fuoco.

Gli artiglieri brontolavano:

— Che gli pigli un raffreddore di testa! — dicevano. — Caricare e scaricare, è tutta la notte che non si fa altro. E intanto le micce ora sono bagnate e non piglierebbero fuoco nemmeno a metterle nel Vesuvio.

— Silenzio! Ubbidite e tacete — ordinò severamente il Generale.

I bersaglieri, immobili sul tetto delle vetture, guardavano i loro fratelli sudare sotto il peso dei cannoni.

— Beati loro che sudano — pensavano. — A noi la neve arriva già al ginocchio. Tra poco saremo diventati tante statue di neve.

Quelli della fanfara, poi. erano disperati, perché la neve otturava le trombe.

Allora sì che accadde una cosa strana. Il primo cannone venne calato dal carro merci… e subito disparve sotto la neve! Il secondo sprofondò come se l'avessero tuffato in un lago. II terzo fu inghiottito dalla terra e non lasciò che un buco nella neve al suo posto. A farla breve, appena posati a terra, i cannoni scomparivano senza lasciar traccia.

— Che cosa… Ma… Acci… Oh, insomma… — Il Generale non riusciva a parlare per la sorpresa e l'indignazione. Si buttò in ginocchio nella neve e cominciò a scavare con le mani. Così il mistero fu subito chiarito. Del resto non si trattava di un mistero, ma di un tombino. I cannoni, disgraziatamente, erano scivolati tra le sbarre ed erano precipitati nel canale della fogna.

Il Generale rimase lì in ginocchio come se fosse stato colpito dal fulmine. Poi si scosse, si strappò il berretto, si strappò i capelli e probabilmente si sarebbe strappato anche la pelle dal capo se non avesse sentito che i suoi artiglieri ridevano come matti.

— Disgraziati! Le migliori batterie, anzi le uniche batterie del nostro esercito finiscono in un tranello del nemico e voi scoppiate a ridere. Non vi rendete conto che siamo ormai disarmati? Vi sembra una cosa tanto divertente? Sciagurati! Tutti agli arresti! Appena di ritorno in caserma sarete processati per alto tradimento.

Gli artiglieri misero subito su la faccia più seria che si trovavano sottomano, ma le risate scoppiavano loro in gola e li facevano sussultare.

— Menomale! — pensavano. — Abbiamo finito ormai di caricare e scaricare. Noi stiamo bene anche senza cannoni, anzi, stiamo meglio perché siamo più leggeri.

Il Generale in due minuti sembrava invecchiato di vent'anni. I capelli gli erano diventati tutti bianchi, anche perché aveva buttato il berretto e la neve gli si posava liberamente sulla testa.

— È finita — egli singhiozzò amaramente. — È finita, per me non c'è più nulla da fare.

Proprio come uno che sta mangiando una bella pasta dolce e ad un tratto, chissà per quale magia, tutto lo zucchero scompare, e lui si accorge che sta masticando una specie di cartone senza nessun gusto. Senza i cannoni, la vita del Generale non aveva più alcun sapore, come la minestra senza sale.

E non si alzava. Macché, restava lì in ginocchio, sordo a tutte le preghiere, senza scuotersi la neve di dosso.

— Signor Generale, la neve vi sta ricoprendo — gli dicevano ora premurosamente gli artiglieri, e facevano l'atto di ripulirgli le spalle.

— Lasciatemi, lasciatemi stare.

— La neve vi seppellirà completamente. Già non vi si vedono più le gambe.

— Non me ne importa.

— Signor Generale, la neve vi arriva alla pancia.

— Non sento freddo. Ho il cuore più freddo della neve.

— Signor Generale, la neve vi arriva fino al collo.

Il Generale non rispose. Per giunta, gli cadeva addosso anche la neve che gli altri si scrollavano dalle spalle per non soffocare. Così, in un batter d'occhio, il Generale fu interamente ricoperto. Si vedevano ancora un poco i suoi baffetti, è vero. Ma si videro per poco. Infine, al posto del signor Generale, si vide una statuina di neve.

Tutti erano commossi e rattristati. E non si accorgevano che un pericolo gravissimo minacciava la carovana della Freccia Azzurra. Stavolta si trattava nientemeno che di un gatto. Un gatto vero, non un gatto-giocattolo. Un gatto grosso quanto cinque ò sei carrozze della Freccia Azzurra.

Mentre tutti stavano voltati dalla parte del Generale e assistevano al suo sacrificio, la terribile fiera si era avvicinata furtivamente nella neve, aveva scrutato la scena con i suoi occhi verdi, aveva scelto la sua preda.

Appesa a un finestrino della Freccia Azzurra dondolava tristemente la gabbietta col Canarino a molla. All'inizio del viaggio la gabbia era ospite di uno scompartimento di prima classe. Ad ogni scossa del treno la molla scattava e il Canarino trillava i suoi festosi cip cip.

— Carino — disse qualcuno, al primo trillo.

Al centesimo, il Canarino — era venuto a noia a tutti ed era stato sfrattato senza misericordia.

Appeso fuori, al freddo, alla neve, al buio, esso non cessava di cinguettare allegramente: non sapeva fare altro, del resto. Non ebbe nemmeno il buon senso di star zitto mentre il Generale si faceva seppellire dalla neve.

Fu allora che il gatto lo adocchiò e decise di farne un boccone.

— Mi basterà una zampata per aprire la gabbia — pensò.

E così fu.

— Mi basterà un'altra zampata per far tacere il Canarino — pensò il gatto. Ma così non fu. Il Canarino sentì gli artigli aguzzi che gli laceravano le ali, lanciò un disperato cip cip. poi qualcosa si spezzò, si udì uno scatto e l'aggressore fu colpito in pieno naso dalla molla.

Mezzo accecato dal dolore e spaventato dal colpo inatteso — chi si sarebbe aspettato una difesa tanto energica da parte di un canarino? — il gatto si allontanò miagolando lamentosamente. I cow-boys si provarono ad inseguirlo, ma i loro cavalli sprofondavano nella neve e dovettero abbandonare l'impresa.

No. quella volta il gatto aveva fatto i conti senza l'oste, anzi senza la molla. Ma intanto nella neve giaceva, orribilmente squar-

ciato, il povero Canarino. Di sotto le ali gli usciva il filo d'acciaio della molla. Il becco, spalancato, fisso in un'espressione di stupore.

Nello spazio di pochi minuti la carovana della Freccia Azzurra aveva perduto due dei suoi componenti. Un terzo, il Pilota Seduto, chissà dove stava aggirandosi, col suo apparecchio. Forse la tormenta lo aveva gettato contro un comignolo. Forse il peso della neve sulle ali lo aveva schiacciato contro terra. Chissà.

Il Canarino fu sepolto sotto un mucchio di neve con gli onori militari. Prima i bersaglieri scossero la neve dalle trombe e intonarono una marcia funebre. A dire la verità, la voce delle trombe era piuttosto raffreddata: la musica sembrava venire di lontano, da un'altra strada. Ma era sempre meglio che niente.

Poi il corpo del Canarino fu rimesso nella gabbia, e gli operai del Meccano gli gettarono addosso la neve con le pale.

Eppure la storia del Canarino non finisce qui. I suoi compagni della Freccia Azzurra non lo sanno, perché subito dopo avergli dato sepoltura ripresero la loro marcia nella notte. Ma se qualcuno fosse rimasto un poco da quelle parti a spiare avrebbe visto una guardia notturna scendere dalla bicicletta, perché la ruota aveva urtato contro qualcosa, e quel qualcosa era la gabbia del Canarino.

La guardia notturna la raccolse, l'appese al manubrio e lì, in mezzo alla strada, si provò a riparare la molla. Che cosa non sanno fare due mani abili? Dopo qualche minuto il cip cip del Canarino echeggiava di nuovo, un poco velato, non più così allegro e spensierato, forse, perché il Canarino l'aveva vista brutta. Ma era pur sempre un suono vivo.

— Piacerà al mio bambino — pensò la guardia notturna. — Gli dirò che me l'ha dato la Befana. Gli dirò che l'ho vista, perché io lavoro di notte: che gli manda tanti saluti e gli ordina di stare allegro.

Questo pensò la guardia notturna, mentre pedalava nella neve, e quando doveva svoltare, invece di schiacciare il campanello della sua bicicletta agitava la gabbia, e faceva risuonare i cip cip del Canarino. Un bel sistema anche questo.

Il Monumento parlante

Il viaggio del Pilota Seduto fu assai movimentato, e del resto c'era da aspettarselo, con quel tempaccio.

Mentre si sforzava di tenersi in mezzo alla strada, di non urtare nei fili del tram, di non andare a sbattere contro qualche gronda, e infine di vederci un palmo più in là del suo naso, con la neve che si ammonticchiava sui vetri della cabina, il-Pilota Seduto pensava con invidia alla Befana:

— Chissà come fa quella vecchia signora, a cavarsela senza guai con una semplice scopa mentre io, che pure volo con un apparecchio modernissimo, rischio di precipitare da un momento all'altro.

— Inoltre — proseguì fra sé il valoroso aviatore — vorrei sapere da che parte dirigermi, adesso. Non credo che Francesco possa avere lasciato tracce fra le nuvole. Che fare? Dovrei abbassarmi, immagino.

Si abbassò lentamente, ma dovette riprendere quota più che in fretta, per non finire in testa a una guardia notturna che pedalava faticosamente sulla sua bicicletta. (Forse si tratta della stessa guardia che poi trovò il Canarino.)

Dopo un poco gli parve che la notte diventasse più chiara.

— Ho capito — si disse. — Debbo trovarmi in una piazza assai grande. Tenterò di nuovo la discesa.

Stavolta un'ombra oscura e gigantesca gli venne incontro dal basso. E dall'ombra una grossa voce gli gridò:

— Ehi. signor Pilota, da questa parte, prego.

Il Pilota Seduto pensò in fretta:

— Mi conviene fingere di non aver sentito. Non conosco nessuno da queste parti, e non vorrei fare un cattivo incontro.

Ma non aveva ancora finito il pensiero che una mano spaventosa afferrò l'apparecchio tra le dita e lo trascinò con sé.

— Sono fritto — esclamò il Pilota Seduto ad alta voce.

— Non sono mai stato né una stufa né un fornello — disse il padrone della mano e dell'ombra misteriosa. — Adesso, poi, non sono che un pacifico monumento di bronzo, sempre fermo al centro della piazza e non ho nessuna intenzione di metterti a friggere.

Il Pilota Seduto tirò un respiro di sollievo e osò finalmente guardare dalla parte da cui veniva la voce. Vide un volto enorme ma bonario, con un sorriso sottile che scivolava tra la barba e i baffi.

— Chi è lei?

— Te l'ho detto. Sono un Monumento. Prima invece ero un patriota, e guidavo i guerrieri dall'alto del mio cavallo verso la liberazione della patria.

— Anche adesso sta su un cavallo?

— Sì, ed è abbastanza grosso. Com'è che non l'hai visto?

— Volavo in alto. Adesso, se permette, vorrei ripartire. Ne approfitterò per farle un giretto intorno e per osservare anche il cavallo.

— Non c'è fretta — sorrise il Monumento. — Resta ancora un minuto e facciamo due chiacchiere. Mi succede così di rado che ormai ho la lingua intorpidita e faccio fatica ad aprire le labbra. Ti sentivo ronzare da un bel po'. Anzi, non credevo alle mie orecchie: un moscone di questa stagione? Che storia è questa? Ti giuro che non ho mai veduto un aeroplano così piccolo, se non nelle mani dei bambini.

Il Pilota Seduto ammise sinceramente che il suo apparecchio era un giocattolo e in due parole mise al corrente il Monumento dei casi suoi e della Freccia Azzurra.

— Molto interessante — disse il Monumento, dopo aver ascoltato attentamente il racconto. — Molto davvero. Ho anch'io molta stima per i bambini. Ce ne sono sempre a dozzine a giocare tra le gambe del mio cavallo, quando è bel tempo. Adesso, con la neve mi lasciano solo, ma è naturale e io non mi arrabbio. Però ce n'è uno che viene spesso a trovarmi anche di questi tempi. Se venga proprio per far visita a me non te lo saprei dire. E' un ragazzetto bruno, con un ciuffo in mezzo agli occhi. Arriva, si siede sui gradini, rimane lì a pensare a qualcosa e poi se ne va. Se avesse la coda, direi che se ne va con la coda tra le gambe.

— Se si chiamasse Francesco — sospirò il Pilota Seduto — potrebbe essere il nostro amico. Che cosa ne pensa?

— Purtroppo non l'ho mai inteso chiamarsi per nome. Sai, in generale la gente aspetta che siano gli altri a chiamarla. Ma questo bambino mi sembra un solitario, e da queste parti nessuno lo conosce.

— Se si chiamasse Francesco… — sospirò di nuovo il Pilota Seduto.

All'improvviso gli venne un'idea.

— Soltanto Spìcciola può risolvere il problema. Lui annuserà i gradini e ci dirà se il bambino era proprio Francesco.

— Ben detto e ben fatto. Così avrò il piacere di conoscere tutta la compagnia.

— Già — disse il Pilota Seduto ridiventando triste — ma come può essere arrivato fin qui? E le tracce che sparivano in mezzo alla strada?

Il Monumento ridacchiò sotto i baffi.

— Vedo che non hai molta pratica di ragazzi — disse gentilmente — altrimenti sapresti che talvolta essi amano viaggiare sui respingenti del tram. Non dovrebbero, perché è proibito. Ma lo fanno. Adesso che ci penso: proprio ieri quel ragazzetto bruno è arrivato qui su un respingente, ed è stato un vigile a farlo scendere.

— Allora non c'è dubbio: era Francesco — esclamò allegramente il Pilota Seduto.

— In questo caso non perdere tempo. Corri a prendere gli altri.

Un quarto d'ora dopo l'intera comitiva, meno, si sa, il Generale e il Canarino, si trovava ai piedi del Monumento, anzi, ai piedi del cavallo, e aspettava con ansia che Spìcciola desse il suo responso.

Spìcciola si aggirò nervoso sui gradini, annusando come se avesse voluto tirarseli su nel naso, anche se erano di marmo. Annusò per un bel pezzo, perché voleva essere ben sicuro. In realtà, aveva già riconosciuto l'odore delle suole sfondate di Francesco.

— Ti abbiamo ritrovato, finalmente — gongolava dentro di sé.

— Dunque? — sbottò infine Mezzabarba che non stava più nel veliero dall'impazienza.

— È Francesco — sentenziò Spìcciola.

— Urrà, corpo di mille balene a cavallo!

Chissà che cosa intendeva il capitano Mezzabarba, inneggiando alle balene a cavallo, che non esistono e non esisteranno mai. Nel suo entusiasmo, egli non sapeva più quello che si dicesse.

Anche il Monumento era felice. Lo si sentiva ridere, lassù, lassù, in alto nella neve e nella notte, e la risata scendeva giù per le zampe del cavallo facendole tremare.

— Bene, perbacco — diceva il Monumento — bene, benone, arcibenissimo.

Il Colonnello dei bersaglieri decise di festeggiare l'avvenimento con un concertino della sua fanfara. E allora successe un'altra cosa straordinaria. Quando le trombe dei bersaglieri attaccarono una delle loro indiavolate marcette, le zampe di bronzo si staccarono dal piedistallo del Monumento e fecero un magnifico balletto.

Le bambole applaudirono, saltando dalle carrozze. Saltarono a terra tutti quanti: soldati, indiani, cow-boys, ferrovieri, ognuno si prese una bambola per ballare. Ma la Bambola Nera non ballò, perché il Pilota Seduto non poteva invitarla, e lei non poteva ballare con nessun altro.

— Bravi, bravissimi — approvava il Monumento, col suo vocione di bronzo — mi sembra il 25 aprile!

Spìcciola, però, non perdeva d'occhio la pista. Anzi, per dir meglio, non la perdeva di naso.

— Andiamo — egli esclamò ad un certo punto. — Francesco ci aspetta!

— Andiamo, andiamo.

Il Monumento augurò loro buon viaggio.

E via di nuovo, per strade e viali, per viali e piazze, sulla traccia di un bimbo dalle scarpe rotte.

Alla meta

Signora baronessa sono proprio loro!

— Zitta, Teresa, zitta, o me li fai scappare di nuovo.

— Misericordia, ci mancherebbe altro!

— Zitta, ti dico, altrimenti ti diminuisco lo stipendio.

La vecchia serva ammutolì perché, se quando la Befana prometteva un aumento non c'era da prenderla sul serio, quando minacciava una diminuzione si poteva star certi che manteneva la parola.

Le due vecchiette avevano corso tutta la notte come disperate, a rischio di rovinare per sempre la scopa su cui volavano. Avevano ormai finito la distribuzione dei doni, e stavano per rincasare quando gli occhietti a spillo della Befana avevano attraversato il nevischio e avevano scoperto la Freccia Azzurra in piena corsa lungo la linea tranviaria che portava in periferia.

— Eccoli! — aveva detto la Befana. — E non c'è ombra di ladri. Macché rubati, quelli mi sono scappati. Birbanti, ingrati. Ma guardali!

— Signora baronessa, sono proprio loro — aveva aggiunto la serva.

— Zitta, Teresa, zitta o me li fai scappare di nuovo — aveva

esclamato rabbiosamente la Befana. — Ma questo l'ho già detto ed è inutile ripeterlo.

Le due vecchine si tenevano nascoste tra i rami, saltando da un albero all'altro con un piccolo movimento della scopa. I fuggitivi non si erano ancora accorti di nulla, anzi, una certa animazione cominciava a regnare nella carovana.

— L'odore è più forte — diceva Spìcciola — stiamo certo per arrivare.

— Ma sei sicuro che sia l'odore di Francesco?

— Non mi posso sbagliare. Questo odore di bambino povero lo riconoscerei tra mille.

E tutti trattenevano il fiato, per paura di disturbarlo.

Ad un tratto Penna d'Argento si tolse la pipa di bocca come se volesse dire qualcosa. Invece non disse nulla, ma si vedevano le sue orecchie agitarsi in tutte le direzioni come quelle dei lupi.

Uno dei cow-boys, che aveva pratica di pellerossa, corse subito ad avvisare il Capostazione.

— I pellerossa hanno sentito qualcosa.

— E con questo? Hanno le orecchie per sentire, immagino.

— Penna d'Argento mi sembra preoccupato. Forse ha fiutato qualche pericolo.

— Ah, si mette a fiutare anche lui? Ecco un treno che invece di marciare a elettricità, marcia a fiuti. E oltre a Spìcciola, che non fa altro da alcune ore, ecco che anche quel vecchio babbeo si mette a fiutare. Lasciatemi in pace. La Freccia Azzurra non si fermerà più per nessun motivo.

Qualche volta il Capostazione era un bell'ostinato. Ma dovette pur fermare il treno, ad un certo punto, perché Penna d'Argento glielo ordinò, e a Penna d'Argento nessuno poteva disobbedire.

— Insomma a che gioco giochiamo? — sbottò il Capostazione, furibondo. — Chi è che comanda, qui?

Penna d'Argento lo guardò senza batter ciglio.

— Noi avere sentito rumore. Qualcuno camminare sui rami.

— Voi essere diventato matto — gridò il Capostazione, mettendosi anche lui a parlare alla maniera di Penna d'Argento. — Perché non mandare aeroplano a vedere?

Proprio in quel momento si sentì lo scricchiolio secco di un ramo che si spezzava. Era la vecchia serva, che si era afferrata, per paura di cadere. Per sua disgrazia si era afferrata ad un ramo troppo sottile.

— Ssst! — fece la Befana. — Zitta! Non ti muovere! Resta dove sei, ci hanno sentito.

— Non posso restare dove sono, sto per cadere.

— Ti dico di restare dove sei.

— Ditelo al ramo, signora baronessa. Si sta spezzando, lo sento. Per carità, signora padrona, mi aiuti…

A sentirsi chiamare signora padrona anziché signora baronessa, la Befana montò su tutte le furie. Teresa temette che la sua padrona la volesse picchiare e si tirò indietro vivacemente, troppo vivacemente, perché perdette l'equilibrio e cadde con un grido. Cadde sulla neve e non si fece male, ma i pellerossa le balzarono addosso come un sol uomo e, piantandole nella gonna le asce a guisa di paletti, la immobilizzarono al suolo, mentre il Pilota Seduto, gettandosi in picchiata, la terrorizzava col rombo dei suoi motori.

— Torna su — gridò la Befana spaventata — torna subito sull'albero, altrimenti ti licenzio. Ti sembra il momento di giocare a fare il Gulliver?

— Aiuto, signora padrona, aiuto! Sono prigioniera degli indiani! Mi strapperanno i capelli.

Ma la Befana non se la sentiva di affrontare il combattimento. Per anni e anni i giocattoli le avevano ubbidito senza fiatare, senza muovere un dito, senza arrischiare una parola. Ma stavolta non si sentiva più sicura della propria autorità. Essi erano fuggiti di loro iniziativa e non mostravano nessuna voglia di tornare con lei, a giudicare dal modo come avevano accolto la povera domestica.

— Va bene — gridò — me ne andrò sola. Farò tutto il lavoro da sola. Ma poi non venirti a lamentare se ti diminuirò lo stipendio. Non posso mica pagarti perché tu te ne stia comodamente sdraiata in mezzo alla strada a prendere il fresco.

— Ma non sto per niente comoda, signora padrona. Non vede che mi hanno inchiodata per terra con le loro asce?

La Befana non stava più a sentire. Borbottando e bofonchiando si allontanava, sbattendo la scopa contro i rami e facendo un gran fracasso, inseguita, a prudente distanza, dal Pilota Seduto.

— Ecco, se n'è andata e m'ha lasciata sola. Oh me, poverina, come farò?

Penna d'Argento si era piantato a due centimetri dal suo naso e l'osservava con molta curiosità.

— Signor Indiano, — cominciò a pregare la povera vecchietta, — mi strapperete i capelli, vero? Non sono queste le vostre usanze?

— Noi non strappare nessun capello — disse severamente Penna d'Argento. — Noi essere bravi indiani per far giocare bambini e non ammazzare nessuno.

— Oh, grazie, signor Indiano. E adesso che farete di me? Se mi lasciate andare vi prometto che…

— Che cosa promettere?

— Ecco vedete, io ho fatto una lista di tutti i bambini che non ricevono doni dalla Befana. Che cosa volete, mi fanno pena… Non posso sopportare le loro smorfie quando vengono a lagnarsi con la mia padrona: vi dico che mi viene da piangere. E così ho preso tutti i loro nomi, vedete? Ecco, questo è il taccuino… Forse voi potete accontentarne qualcuno. Non è per questo che siete fuggiti? Io me l'ero immaginato.

Se l'avessero lasciata continuare, sarebbero là ancora adesso ad ascoltare le sue chiacchiere.

Ma Penna d'Argento prendeva rapidamente le sue decisioni. Afferrò il taccuino che la vecchietta gli porgeva, la fece liberare, montò sul treno con tutti i suoi uomini e si rimise la pipa in bocca.

— E adesso? — domandò il Capostazione. — Che cosa facciamo?

— Francesco ci aspetta — disse timidamente Spìcciola. — E l'odore è così forte che ormai dobbiamo essere a pochi passi da casa sua.

— Prima andare a casa Francesco e chi volere restare con lui. Poi andare altri bambini — disse Penna d'Argento.

— Corpo di mille balene vagabonde! — tuonò Mezzabarba. — Se credete che io abbia voglia di viaggiare per tutta la mia vita come l'Olandese Volante, vi sbagliate di grosso. Appena a casa di Francesco mi butto in un catino, isso le vele, salpo le ancore e vi saluto con tre fischi di sirena.

Le ultime parole di Mezzabarba si persero nel frastuono delle ruote. La Freccia Azzurra si era rimessa in marcia. Nessuno si voltò a guardare la povera vecchia serva della Befana, che si scuoteva la neve dalla gonna e si asciugava tristemente gli occhi. Avrebbero potuto dirle almeno una parola gentile! Ma qualche volta i giocattoli sono capricciosi: invece di dire parole gentili, voltano la schiena e se ne vanno per i fatti loro.

— Io non mi lamento — borbottava fra sé la povera vecchia. — Non mi hanno fatto nulla di male, dopo tutto. Ma che cosa credono? Che non porterei a tutti dei bei regali se ne avessi abbastanza? E che cosa credono, che forse la mia padrona sia davvero così avara come sembra? Non può regalare nulla, perché deve campare anche lei. Se fosse ricca ricca come la Befana delle fiabe ne avrebbe per tutti, e anche senza quattrini. Ma lei non è la Befana delle fiabe: è la Befana vera. E la Befana vera deve servire i clienti che pagano.

E zoppicando, per via della caduta di poco prima, la vecchie-rella si diresse verso il negozio della Befana, per preparare il caffè alla sua padrona.

— Ci metterò tre cucchiaini di rum, così sarà contenta e non mi sgriderà troppo. E se mi sgriderà farò la sorda.

Spìcciola, intanto, correva sempre più veloce.

Ormai non aveva più bisogno di curvarsi per sentire l'odore di Francesco: esso era così forte che lo avrebbe sentito anche controvento.

L'odore guidò Spìcciola verso una straducola stretta, stretta, nella quale la neve si era ammonticchiata al punto che la Freccia Azzurra dovette mettere lo spazzaneve davanti alla locomotiva per poter proseguire.

Spìcciola si fermò davanti a una porticina, e il Macchinista tirò i freni appena in tempo per non investirlo.

— Siamo arrivati? — chiedevano i passeggeri. — È qui?

— È qui — confermò Spìcciola, mentre il cuore gli batteva in gola e nelle orecchie come un martello: tum… tum… tum…

— Allora entriamo — disse il Capostazione, guardando la porta con curiosità.

Era una porta come tutte le altre, con una sola differenza: che le altre erano chiuse, e questa era aperta.

— Che gente! — esclamò il Capostazione. — Dormono con la porta aperta nel mese di gennaio, con questa tempesta di neve. Ma non sentono il freddo?

Spìcciola era scomparso nel vano della porta. Tutti aspettavano che tornasse a portare le notizie.

— Chissà come sarà contento Francesco di vederci — dissero le Tre Marionette, che dovevano parlare soltanto quando tutti gli altri stavano zitti, per riuscire a farsi ascoltare. Ma la loro osservazione fu accolta da un grande silenzio.

Spìcciola era là, nella penombra della soglia, con gli occhi abbassati che gli arrivavano ai piedi. Guardava per terra, come se ci vedesse chissà che cosa. Invece vedeva soltanto le proprie lagrime. Spìcciola piangeva.

— Non c'è nessuno, — disse — la casa è disabitata.

Il cuore delle Tre Marionette

I passeggeri della Freccia Azzurra si guardarono l'un l'altro, desolati. Soltanto le bambole non guardarono nessuno: da un pezzo dormivano, cullate dal dondolio placido del treno.

— Povero ragazzo — sospirò il Macchinista. — Chissà che cosa gli sarà successo?

— Abbiamo fatto tanta strada per nulla — borbottò invece il Capotreno.

Spìcciola si riscosse, tornò ad annusare per terra, ma senza speranza.

L'odore finiva proprio lì, in quella stanza vuota. Spìcciola riuscì a distinguere altri odori: forse quelli dei genitori o dei fratelli di Francesco, perché si assomigliavano come parenti.

— Corpo di mille balene disperse! — si udì brontolare, — credevamo di essere giunti in porto, ed invece eccoci di nuovo in alto mare.

Le bambole si svegliarono, si affacciarono ai finestrini, scesero dal treno piene di agitazione, ma vi risalirono più che in fretta per non bagnarsi i piedini nella neve. I cavalli dei cow-boys scalpitavano. La pipa di Penna d'Argento rosseggiava furiosamente.

— Non ci resta che tornare alla bottega della Befana — mormorò tristemente il Capostazione.

— Mai! — esclamò con forza Mezzabarba. — Piuttosto mi metto a navigare nei tombini, mi do alla pirateria.

— Allora che cosa proponete?

— Ve l'ho detto: per conto mio dalla Befana non ci torno.

Penna d'Argento si ricordò del taccuino che aveva avuto dalla serva della Befana. Lo trasse di tasca e cominciò a consultarlo.

— Qui stare molti Francesco — disse poi.

Ipasseggeri della Freccia Azzurra videro accendersi un raggio di speranza.

— C'è anche il nostro?

— Stare molti altri Francesco, e molti Piero, Anna, Marisa e Giuseppe.

— Sono i bambini che non hanno avuto doni dalla Befana, — mormorò Mezzabarba — chissà… forse… Dico giusto?

— Ma non avete ancora detto nulla — ribatté il Capostazione.

— Però voi mi avete capito lo stesso — insiste Mezzabarba.

— Sì, — ammise il Capostazione controvoglia — ho capito che cosa intendete. Se non abbiamo trovato il nostro Francesco, possiamo però far felici altri bambini. Che cosa ne dice Penna d'Argento?

Il vecchio Capo Indiano non riusciva a capacitarsi che ci fossero al mondo tanti Francesco senza regali. Forse credeva che ci fosse un solo Francesco al mondo, o al massimo due: uno ricco ed uno povero. Nel taccuino ce n'erano tanti che per contarli tutti bisognava aver fatto almeno la terza elementare, perché in prima si arriva solo al numero venti.

— Stare molti Francesco — continuava a ripetere.

Pareva che avesse scoperto solo in quel momento che il mondo è grande. E sì che avevano girato l'intera città, ed avevano visto migliaia di case, con migliaia di finestre, e dietro ogni finestra ci doveva pur essere una persona, o anche di più, e chissà quanti bambini,

diversi l'uno dall'altro, ma che in fondo si assomigliavano, perché tutti aspettavano i regali della Befana.

— Noi andare a trovare questi Francesco — disse finalmente Penna d'Argento.

— Oh, ma se è un quarto d'ora che ne stiamo parlando!

Penna d'Argento li guardò severamente: aveva forse l'obbligo

di stare ad ascoltare le loro chiacchiere?

— Allora si parte? — domandò il Capotreno.

— Tutti in vettura! — gridò il Capostazione.

Ma non ce n'era nessun bisogno: i passeggeri se ne stavano già nelle vetture, raggomitolati sui sedili, stretti l'uno all'altro per riscaldarsi.

Le Tre Marionette avevano freddo per tre. naturalmente, e battevano i denti tanto forte che nel loro scompartimento nessuno riusciva a dormire.

— Ma non potete lasciarci in pace? — brontolavano i passeggeri. — Non vedete che siamo stanchi e abbiamo bisogno di riposare? Non avete un po' di cuore?

— No, non ce l'abbiamo — risposero tristemente le Tre Marionette.

— Avete voglia di scherzare, però.

— No, davvero. Non abbiamo cuore. Siamo di legno e di cartapesta. Se avessimo il cuore, non avremmo così freddo.

Dalla scatola dei pastelli guizzò fuori il Rosso.

— Ci penso io — disse.

E con tre segni della sua punta disegnò il cuore sulle giubbe delle Tre Marionette. Disegnò tre bei cuori rossi, un po' gonfi da una parte, così grossi che occupavano tutto il petto.

— Ecco fatto — annunciò il Rosso, contemplando la sua opera con un sorrisetto di sóddisfazione.

— Grazie — dissero le Tre Marionette.

— Va meglio ora?

— Oh, sì, va molto meglio. Sentiamo già un po' di caldo nel petto, sotto il cuore.

Dopo qualche minuto sentirono caldo anche alle orecchie, alle mani e ai piedi, ossia nei punti più lontani dal cuore, dove il freddo si diverte a tormentare la povera gente.

— Ora sentiamo un bel calduccio dappertutto — dissero le Tre Marionette. — Com'è bello avere il cuore.

E contemplandosi felici il petto, dove i grossi cuori rossi sembravano tre medaglie al valore, si addormentarono pacificamente.

Intanto la Freccia Azzurra si era mossa lentamente, accompagnata dallo scalpitio dei cavalli dei cow-boys e degli indiani, che facevano crepitare la neve gelata. Davanti alla locomotiva faceva da battistrada…

— Spìcciola! — dirà qualcuno.

No. amico, ti sei sbagliato. Spìcciola non parte. Spìcciola è rimasto sulla soglia della casa abbandonata.

— Non vengo con voi, — aveva detto timidamente — voglio trovare Francesco.

— Ma ce ne sono tanti!

— Lo so, ma io voglio ritrovare il nostro amico.

Fedele fino in fondo, il piccolo cane stette a guardare tristemente la Freccia Azzurra, che si allontanava a velocità moderata, con i fari accesi, e i finestrini sembravano una lunga fila di lucciole.

Davanti alla locomotiva faceva da battistrada il Motociclista, che teneva aperto sul manubrio, come su un leggio, il taccuino con gli indirizzi dei bambini. Sulla sua testa svolazzava il Pilota Seduto.

— Buon viaggio, — gridò debolmente Spìcciola. Ma nessuno potè sentirlo. Spìcciola si accucciò sulla coda e si asciugò le lagrime con una zampa.

Storia di Francesco

Francesco aveva dieci anni, faceva la quarta elementare e aiutava il padre a vendere i giornali. Il padre di Francesco, infatti, era uno «strillone»: di quelli che si mettono all'angolo di una piazza o a una fermata del tram, con un fascio di giornali sotto il braccio, e gridano le notizie più importanti, per invogliare la gente a comprare l'ultima edizione.

All'inizio di quell'inverno il babbo si ammalò. Il fascio dei giornali da vendere toccò tutto a Francesco. La legge non permette ai bambini di lavorare e gli «strilloni», assai gelosi del loro mestiere, sulle prime non videro di buon occhio il piccolo giornalaio. Ma ebbero pietà della famiglia del loro collega ammalato e dissero a Francesco: — Conserverai il posto a tuo padre, fin che guarirà.

Quando aveva terminato di vendere i giornali Francesco, prima di tornare a casa, correva a dare un'occhiata al trenino elettrico esposto nella vetrina della Befana. Avrebbe tanto desiderato di possederlo, ma doveva portare a casa tutti i suoi guadagni, fino all'ultimo centesimo.

La mattina, prima di andare a scuola, Francesco doveva preparare la colazione per i suoi due fratelli più piccoli, perché la mamma usciva assai presto, per andare a servizio in casa di certi signori.

Così, tra la scuola, i giornali e i fratellini, egli aveva ben poco tempo per pensare a giocare.

Verso Natale il babbo si aggravò, e pochi giorni prima dell'Epifania morì.

La famigliola dovette abbandonare l'alloggio, perché l'affitto, adesso, era diventato troppo caro. Francesco e la mamma caricarono le loro poche masserizie su un carrettino, ci misero sopra i due più piccoli, e s'avviarono verso la periferia, dove la città si perde nei campi. Là sorgevano certe baracche di legno e di lamiera, con le finestre senza vetri, tappate con vecchi giornali e brandelli di manifesti. In una di quelle baracche andarono ad abitare.

Il ragazzo aveva gettato via le sue vecchie scarpe rotte, dove l'acqua entrava da tutte le parti, come in una barca affondata, e si era messo le scarpe del babbo. Erano vecchie anche quelle, perché avevano fatto tutta la guerra. Non mancava qualche buco sotto la suola, ma la tomaia era sana. I piedi di Francesco ci ballavano fin troppo, ma almeno stavano all'asciutto. (E il cambio delle scarpe, probabilmente, spiega perché Spìcciola, quella famosa notte, non riuscì più a seguire la traccia di Francesco…)

Del resto, anche se per un miracolo Spìcciola fosse riuscito a raggiungere la nuova abitazione del suo amico, la brutta baracca di legno e di lamiera, quella notte non ci avrebbe trovato Francesco.

Dopo la morte del babbo, infatti, egli non aveva potuto proseguire la sua carriera di piccolo «strillone»: non aveva ancora l'età per ottenere una licenza per conto suo. Perciò si era cercato un altro lavoro e l'aveva trovato, in un piccolo cinematografo del centro. Con un berretto azzurro sul ciuffo e con una cassettina al collo, Francesco girava tra gli spettatori, negli intervalli tra un tempo e l'altro del film, a vendere caramelle e gomme da masticare. Il cinema chiudeva assai tardi, dopo la mezzanotte, ma Francesco doveva restarvi ancora un'oretta a scopare il pavimento, che sembrava un cimitero di mozziconi, cartacce e gusci di noccioline.

Il mattino, a scuola, Francesco appariva distratto e pieno di sonno.

Il maestro, che lo conosceva per un ragazzo intelligente e studioso, non si dava pace a vederlo mezzo addormentato, con la testa piegata sul libro di lettura.

— Francesco, — diceva qualche volta severamente — stamattina non ti sei lavato la faccia. Va' subito in gabinetto e cerca di svegliarti con un po' d'acqua fresca.

Francesco si alzava confuso, passava tra i banchi senza guardare i compagni che sghignazzavano alle sue spalle e faceva quel che il maestro gli aveva ordinato, senza protestare.

Sarebbe morto, piuttosto che raccontare i suoi guai. Aveva il suo orgoglio, Francesco. Così nessuno poteva sospettare che quel ragazzino gracile e pallido, con un eterno ciuffo spettinato tra gli occhi, mantenesse già la famiglia col suo lavoro.

La sera dell'Epifania, Francesco era andato, come il suo solito, al Cinema Speranza, si era messo in capo il berretto azzurro dell'uniforme e si era allacciata al collo la cassetta delle caramelle. Mancava ancora qualche minuto al primo intervallo, e Francesco, in piedi, con la schiena appoggiata alla parete, si godeva lo spettacolo.

Sullo schermo bianco passavano due automobili lanciate a folle velocità. Nella prima c'erano quattro banditi con le rivoltelle in pugno. Nella seconda i poliziotti che li rincorrevano. Francesco sperava ardentemente che i banditi fossero raggiunti. Gli pareva di esserci anche lui, sulla macchina della polizia, e gridava dentro di sé:

— Dài! Forza che li acchiappiamo! Forza! Prendi la curva in yelocità, non rallentare! Attento, attento che sparano!

Uno dei banditi, infatti, si era sporto dal finestrino della macchina e stava prendendo di mira il poliziotto che reggeva il volante.

— Attento! — gridavano i ragazzi della sala.

Ma il poliziotto, sullo schermo, non poteva certo sentire. Ed anche se avesse sentito, non avrebbe potuto abbandonare il suo posto.

Proprio in quel momento finì il primo tempo, tornò la luce e Francesco si lanciò tra le file di poltrone, gridando:

— Caramelle! Menta al ghiaccio! Caramelle!

Durante il secondo tempo dovette scopare gli uffici del direttore del cinema, e non potè vedere come fosse andata a finire la sparatoria. Il film fu ripetuto ancora una volta dall'inizio, ma Francesco potè assistere solo al finale, e non riuscì a capire nulla. Gli rimase invece negli occhi il viso spaventevole del bandito che prendeva di mira l'autista con la sua rivoltella. Non riusciva a cacciarlo dalla mente, per quanto si sforzasse di pensare ad altro.

Rimasto solo nella sala per la pulizia notturna, Francesco si guardava continuamente attorno, come se temesse di vedersi comparire alle spalle, da un minuto all'altro, il brutto ceffo del bandito. Era una paura sciocca, come tutte le paure. Ma la paura ha questo di brutto: che più è sciocca e più fa paura.

Anche quando ebbe finito il suo lavoro, e si fu avviato tutto solo, sotto la neve, per tornare alla sua baracca, Francesco dovette

mettersi una mano sul petto per comprimere il cuore che sembrava volesse balzar fuori. Batteva così forte, che il rumore gli riempiva le orecchie e gli impediva di ascoltare. Se non fosse stato così spaventato, avrebbe certamente udito un leggero fischio che usciva dall'ombra di un portone. Avrebbe fatto un salto, si sarebbe messo a correre. Ma non udì nulla. Sentì solo una mano che gli tappava la bocca ed un braccio che gli stringeva il collo. Qualcuno lo attirò violentemente nel portone.

Una voce disse:

— È abbastanza piccolo, ce la farà.

— Ora vedremo — sussurrò qualcun altro.

Le voci risuonavano stranamente soffocate. Quando i suoi occhi si furono un poco assuefatti al buio, Francesco vide che i due tipi avevano una maschera nera sulla faccia, dal naso al mento.

— I ladri — pensò Francesco. Tutta la paura che aveva provato al cinema svanì di colpo, per lasciare il posto ad un'altra paura. Che cosa volevano fare di lui quei tipacci?

Uno di loro gli teneva sempre tappata la bocca con la mano, perché non gridasse, e Francesco non si provò nemmeno a mordere. Non avrebbe potuto far nulla, contro due uomini. Forse erano anche armati.

Uno dei ladri gli mostrò un finestrino strettissimo.

— Lo vedi quello?

Francesco accennò di sì.

— Non siamo riusciti ad aprire la porta del negozio. Entrerai da quel finestrino e ci aprirai dal di dentro. Capito? E bada di non farci qualche brutto scherzo, altrimenti ce la paghi.

— Su, non perdiamo altro tempo — interruppe l'altro compare.

Francesco si provò ad opporre resistenza, ma un vigoroso pugno sul braccio gli consigliò di star quieto. Non gli restava che ubbidire.

Uno dei ladri lo afferrò per la vita e lo alzò fino al finestrino.

— È stretto — bisbigliò Francesco — non ci passo.

Sentì solo una mano che gli tappava la bocca…

— Metti prima la testa. Dove passa la testa passa tutto il corpo. Sbrigati.

L'ordine fu accompagnato da un altro pugno, stavolta sulle gambe.

Francesco mise la testa nel finestrino. Era tutto buio là dentro. Un negozio, avevano detto. Chissà che genere di negozio?

I ladri lo tenevano per le gambe, mentre si introduceva penosamente nel finestrino. Ad un certo punto uno di loro fece scaletta all'altro perché continuasse a sorreggere Francesco per i piedi.

Francesco scivolò a testa in giù lungo il muro, fin che sentì il pavimento. Allora agitò le gambe perché lo lasciassero libero e ruzzolò a terra.

Rimase lì immobile per qualche secondo, fin che la voce di uno dei ladri gli ingiunse con un aspro sussurro:

— Che fai ora? Spicciati. La porta è a destra. Ci dev'essere un catenaccio. Toglilo, poi solleva la saracinesca di due palmi. Muoviti, lumaca.

Francesco si alzò e strisciò con le mani lungo la parete. Ecco la porta. Sentì il freddo del catenaccio sulle dita. In quel momento la paura che lo aveva paralizzato, di colpo cessò. Gli venne un'idea.

— Io qui sono al sicuro — pensò. — Qui non mi possono raggiungere. Farò così: non aprirò la porta. Se ne dovranno pure andare, se non vogliono essere sorpresi da qualche guardia notturna.

Dal finestrino gli giungeva la voce concitata del ladro che gli ordinava di far presto, ma Francesco non si mosse. Si mise perfino a sorridere.

— Arrabbiatevi pure — diceva fra sé. — Non potete certo entrare a prendermi. L'avete detto voi stessi che non ci passate.

Ma un altro pensiero venne a rubargli la calma.

— I ladri se ne andranno, ma io come uscirò? Mi vedranno. Mi sorprenderanno qua dentro, o mentre me la svigno. Penseranno che io sia un ladro. Se vado a raccontare che mi hanno spinto dentro dal finestrino nessuno mi crederà.

Non sapeva che fare. Furono i ladri stessi a dargli l'idea. Ad un tratto li udì bussare, cautamente ma con concitazione, alla saracinesca.

— Apri — sussurrava una voce gonfia d'ira — apri subito o te la passerai male.

— Bussate, bussate, vi sentiranno e sarete sorpresi — pensò Francesco. E subito dopo: — Ecco quello che devo fare: far rumore, svegliare qualcuno, dare l'allarme. Allora capiranno che io non facevo parte della banda.

E con le mani strette a pugno cominciò a battere sulla lamiera con tutte le sue forze, gridando:

— Aiuto! Aiuto! Ai ladri, ai ladri!

Udì uno scalpiccio affrettato. Forse i ladri avrebbero fatto in tempo a scappare. Francesco raddoppiò i colpi e gridò con tutta la voce che aveva in gola. Aveva di nuovo una terribile paura, ma gridava che l'avrebbero sentito ad un chilometro di distanza. Si udì il trillo di un fischietto e subito un altro gli rispose. Le guardie notturne, allarmate dal frastuono, si chiamavano per accorrere sul posto.

Francesco non smise di picchiare sulla saracinesca fin che non udì i loro passi, le voci forti e minacciose che intimavano:

— Alto là! Fermi o sparo! Non fate un passo di più o siete morti.

— Per fortuna li hanno presi — mormorò Francesco lasciandosi cadere a terra.

Poco dopo qualcuno bussò alla saracinesca.

— Chi c'è lì dentro? Aprite e venite fuori: ormai non avete scampo.

Francesco sollevò di qualche centimetro la saracinesca e subito una mano vigorosa la spinse in alto. Apparve sulla porta una guardia notturna con una pistola in pugno. Fuori, in mezzo alla strada, altre guardie stavano ammanettando i ladri.

— Ma è un bambino — esclamò la guardia, afferrando Francesco per una spalla.

— Io non c'entro… — mormorò Francesco con un fil di voce. — Sono loro che…

— Ah, non c'entri? E come mai ti trovi nella bottega allora? Forse volevi prenderti un regalino per la Befana?

Francesco guardò il negozio, illuminato dalla lampadina tascabile della guardia. Soltanto allora lo riconobbe, e il sangue gli diede un tuffo. Era il negozio dei giocattoli, il negozio della Freccia Azzurra! Ma i ladri non andavano certo in cerca di treni elettrici: essi miravano alla cassaforte, che stava nel retrobottega.

— Io non capisco…

— Ma bene, non capisci. Forse sei venuto fin qui in sogno, no? Presto, seguici e non fare storie. Spiegherai tutto al commissario.

Intanto era giunta una vettura della polizia. Francesco venne caricato in mezzo ai due ladri ammanettati, i quali si affrettarono a vendicarsi, dandogli con i gomiti colpi dolorosi al petto ed alle spalle.

— Non la passerai liscia, — sibilò uno dei compari — diremo alla polizia che eri d'accordo con noi. Anzi, le diremo che sei stato tu ad indicarci "il negozio della Befana. Ci penserà la polizia a fare la nostra vendetta.

— Silenzio, là dietro — ordinò un poliziotto — o vi farò cucire la bocca.

— Signore, — pregò Francesco — le dico che io non c'entro. Io non ne so nulla.

— Va bene, va bene. Ma adesso sta' zitto. Guarda un po', nemmeno per l'Epifania ci lasciano riposare.

— Per noi non ci sono feste — ghignò uno dei ladri. — Per noi è sempre giorno di lavoro.

— Vorrai dire notte di lavoro — ribatté il poliziotto. — Ma ora sta' buono e tieni i tuoi scherzi per i topi.

Mezz'ora più tardi Francesco sedeva su una panca in un corridoio del commissariato, guardato a vista da un poliziotto. Non l'avevano messo nella stessa cella dei due ladri perché era un bambino, ma era in arresto anche lui, come un delinquente.

Francesco avrebbe voluto raccontare la sua storia, spiegare come erano andate le cose, ma nessuno lo stava a sentire. Il poliziotto, anzi, si mise perfino a fargli la predica:

— Vergogna, alla tua età! Dovresti essere a nanna a sognare la Befana, ed eccoti in giro a rubare per le botteghe, in compagnia dei peggiori malviventi della città. Se avessi un figlio come te, gli avrei già staccato le orecchie a furia di schiaffi, te lo dico io, e gli avrei consumato a pedate il fondo dei pantaloni.

Francesco inghiottì le lagrime senza parlare: erano amare e salate.

— Piangi, adesso: proprio come i coccodrilli.

Un altro poliziotto venne invece a offrirgli un goccio del suo caffè, e sbuffò come se qualcosa gli desse noia.

Francesco appoggiò la testa alla parete e si addormentò.

Il Pilota Seduto atterra

Il Motociclista era assai fiero della sua nuova parte di battistrada.

Piantato a gambe larghe sul sellino, con le mani strette sui comandi, avanzava a tutto gas, scavalcando audacemente i monticelli di neve, attraversando senza esitare le gelide pozzanghere. La locomotiva della Freccia Azzurra doveva prendersi in faccia il fumo dello scappamento, con gran rabbia del Macchinista che protestava:

— Siamo forse tornati ai tempi quando i treni, per legge, dovevano farsi precedere da un uomo che suonava un campanello, per avvertire la gente del pericolo?

Quando doveva fermarsi, il Motociclista alzava un braccio.

— Alt! Qui abita Francesco Daverio, anni nove. Chi scende?

Scendevano degli astronauti, portandosi sulle spalle il loro razzo interplanetario.

— Casa di Francesca Zeppelloni, di anni sette. A chi tocca?

Le bambole si consultavano un momento:

— Vado io.

— No. vado io.

— Andiamo insieme, così ci faremo compagnia. Non si sa mai, potrebbe essere una bimba antipatica.

Finivano per scendere in due. Guardavano l'edificio davanti al quale si era fermata la Freccia Azzurra, si facevano ripetere dal Motociclista le indicazioni utili per non sbagliare indirizzo, salutavano la compagnia e si infilavano nel portone.

— State attente — gridava loro dietro il Motociclista — scala A, interno 27. Se c'è lo stuoino infilatevi sotto, così non prenderete freddo aspettando l'alba. Se la porta è aperta, cercate la calza appesa al camino ed entrateci. Se c'è la cassetta per le lettere, potete provare a ficcarvi dentro.

Le bambole salivano le scale tenendosi per mano, un gradino alla volta, timorose ed affannate. Poverine, mettetevi nei loro panni! È facile trovare una calza nera che vi aspetta, quando non si ha che da restare nel sacco della Befana ed è lei che pensa a tutto. Ma quando siete soli, e dovete fare tutto senza l'aiuto di nessuno, allora le cose cambiano. Eppure nessuna si sbagliò, e quel mattino, al risveglio, molte bambine furono felici per loro merito.

Sbarcati i passeggeri, il Motociclista premeva sul pedale, dava gas al motore e ripartiva.

— Alla prossima fermata abita Paolo di Paolo. È un bambino di cinque anni. Consiglio una marionetta.

— Una marionetta? — esclamarono insieme le Tre Marionette, che si erano affacciate al finestrino. — Non è possibile. Vorrà dire Tre Marionette. Noi siamo in tre, non possiamo separarci. Adesso, poi, che abbiamo un cuore, anzi, tre cuori. Sarebbe un dolore tre volte più grosso.

Andò a finire che scesero tutt'e tre dal treno e si diressero ballonzolando e saltellando, com'era il loro costume, verso la porta indicata. Muovevano la testa insieme, a sinistra, a destra, di nuovo a sinistra. E se si voltava una si voltavano tutte e tre.

— Il bambino sarà più contento — dissero — con tre marionette potrà fare il teatro. Con una sola che cosa potrebbe fare?

— Va bene, va bene, corpo di mille balene ballerine, andatevene e buona fortuna!

— Grazie tante, signor Capitano.

E salendo le scale pensavano:

— Noi vorremo tanto bene al nostro bambino, anche se si chiama Paolo invece che Francesco. Gli vorremo bene tre volte, perché abbiamo tre cuori.

Si guardarono orgogliosamente il petto, per assicurarsi che i cuori fossero ancora là. Altroché se c'erano: rossi come ciliege e caldi come stufette.

— Se avrà freddo, lo scalderemo noi — dissero pensando a Paolo.

Ma che strana idea! Un giocattolo che scalda… E poi forse, chissà: non scaldano mica soltanto le stufe ed i termosifoni. Ci sono tante cose che scaldano: le parole gentili, per esempio, e magari anche tre marionette attaccate al loro filo…

— Alt! Casa di Livia Besozzi, anni otto. Chi scende?

— Ci vorrebbe una bambola — suggerì il Capostazione.

Era rimasta soltanto la Bambola Nera. Essa non aveva occhi che per il Pilota Seduto e per nulla al mondo avrebbe voluto perderlo di vista.

— Su, tocca a te — borbottò ruvidamente il Capitano Mezzabarba.

Tutti la guardavano, anzi, la fissavano quasi con aria di rimprovero, perché non si muoveva, perché restava seduta al suo posto e guardava per aria, smarrita e sconsolata. Improvvisamente la Bambola Nera scoppiò in pianto, e tutti le si fecero attorno, per fissarla più da vicino.

— Ma come, le troviamo una casa e lei piange?

Penna d'Argento si levò la pipa di bocca e disse:

— Lei non cercare casa, cercare aeroplano.

— Che c'è? Chi mi vuole? — domandò il Pilota Seduto, sporgendosi dalla carlinga.

— Qualcuno ha giurato di non lasciarti — sghignazzò Mezzabarba. — Ah, le donne! Mai portare donne per mare!

Il Pilota Seduto guardò con curiosità la Bambola Nera.

— Stranissimo — pensava — io non le ho fatto niente e lei piange per causa mia.

— Ma in fin dei conti — gridò tra i singhiozzi la Bambola Nera — perché non potrebbe venire anche il Pilota Seduto da questa bambina Livia? Gli aeroplani sono forse fatti soltanto per gli uomini? Al giorno d'oggi le donne volano nel cosmo, tale e quale come i signori maschi, e io non vedo perché la bambina Livia dovrebbe accontentarsi di una bambola…

Mentre gli altri tacevano sbalorditi. Mezzabarba sputò dal parapetto e esclamò:

— Corpo di mille balene femmine! Credevamo che la signorina sapesse solo piangere, invece sa fare anche i discorsi.

— L'idea mi piace — disse il Pilota Seduto. — Incoraggiare l'aviazione femminile mi sembra non solo giusto, ma necessario.

— Quante storie — commentò Mezzabarba. — Dì che ti piace la Bambola Nera e facciamola finita.

— Perché? Che cos'hai contro di lei? Vuoi che scenda in picchiata a bombardarti? Vuoi che coli a picco la tua vecchia carcassa?

Ma la battaglia aeronavale non ci fu. Penna d'Argento, con un semplice gesto della sua pipa, costrinse i contendenti a far pace. Il Pilota Seduto atterrò, fece salire la Bambola Nera sul suo aeroplano, la invitò ad allacciarsi la cintura di sicurezza e si levò nuovamente in volo, per atterrare definitivamente poco dopo sullo scendiletto della bambina Livia.

La Bambola Nera, al suo primo volo, si comportò con molto coraggio. In compagnia del Pilota Seduto, del resto, non avrebbe avuto paura nemmeno se le fosse toccato di gettarsi col paracadute.

Mezzabarba si mette a navigare

Alla fermata successiva toccò al Capitano Mezzabarba.

Ecco come andò. Il Motociclista alzò il braccio e fece arrestare la carovana.

— Casa di Marino Rossi — annunciò, senza nemmeno spegnere il motore.

— Marino? C'è un bambino che si chiama Marino? — si sentì esclamare. — Corpo di mille balene marinate! Questo tocca a me.

Avrete riconosciuto la voce di Mezzabarba, no?

— Se si chiama Marino gli deve piacere il mare. E se gli piace il mare gli occorre un bastimento. E se gli occorre un bastimento, ecco qua il due alberi più veloce e resistente del mondo. Amici, aiutatemi a sbarcare.

Per entrare in casa di Marino si dovevano salire tre gradini. L'Ingegnere Capo del Meccano costruì in un batter d'occhio una funicolare e il veliero vi salì a vele gonfie.

— Grazie, ora ci penso io — dichiarò Mezzabarba. — Andatevene pure per gli affari vostri. Ho fretta di dare un'occhiata alla mia sistemazione. Su, andate, che cosa aspettate? Corpo di mille balene lacrimogene, che cosa vi safta adesso?

Stavano tutti là, con le mani in mano e gli occhi rossi. Mezzabarba era caro a tutti. È vero che lanciava tanti accidenti, ma, come dice il proverbio, capitano che abbaia non morde.

— Noi stare tutti commossi — disse Penna d'Argento, levandosi la pipa di bocca.

— Commossi? Commossi? Che cosa vuol dire? Non capisco questa parola, e non ho un vocabolario per vedere che cosa significhi. Ed anche se avessi un vocabolario non avrei nessuna voglia di guardarlo.

Ma in realtà era commosso anche lui, il vecchio lupo degli oceani, il semibarbuto comandante del glorioso due alberi.

— Ci rivedremo — disse — la terra gira, o forse non avete studiato la geografia? Soltanto le montagne restano al loro posto. Ed io qui di montagne non ne vedo.

Ma tutti vollero restare a guardarlo fin che fu entrato in casa, trascinandosi dietro con le catene il due alberi, come se fosse un carrettino.

Con gli occhi abituati a scrutare le tempeste e i tifoni, Mezza-barba non faticò molto ad orientarsi nella stanza in cui era capitato. Vide subito, anzi, quel che gli occorreva: un bel catino, grande giusto per un due alberi, pieno d'acqua.

— Benone — disse Mezzabarba — voglio vedere che faccia farà domattina il nostro Marino, quando verrà qui di corsa per lavarsi. Sarà ancora mezzo assonnato, ci scommetto. Avrà ancora gli occhi chiusi e in principio non si accorgerà di nulla. Ficcherà le mani nel catino, con una gran paura di trovarci l'acqua fredda, e invece che cosa toccherà? Il più alto pennone della mia nave. Allora sì che spalancherà gli occhi. Ed io sarò lì pronto a fargli il saluto. Sono il Capitano Mezzabarba. dirò, e metto la mia flotta ai vostri ordini.

Così borbottando, aiutandosi con le catene dell'ancora, Mezza-barba varò il due alberi nel catino, e si lasciò dondolare placidamente nella bonaccia.

— Finalmente in acqua — mormorò allora soddisfatto. — La notte è serena, la neve è cessata, la stagione dei monsoni è ancora

lontana, non vedo pescicani né pirati: in attesa dell'alba posso schiacciare un pisolino.

E così fece.

E al suo risveglio andò tutto come aveva pensato.

Mezzabarba varò i due alberi nel catino e si lasciò dondolare placidamente nella bonaccia.

Storie meravigliose di una scatola di pastelli

Cosi, porta per porta, casa per casa, la nostra comitiva si andava assottigliando. Intere vetture della Freccia Azzurra erano ormai rimaste senza passeggeri. I pochi rimasti scorrazzavano su e giù per il treno, con grande scandalo del capitano, che intendeva far rispettare i regolamenti ferroviari.

— I viaggiatori non debbono attraversare le carrozze — diceva.

— Non sporgetevi dal finestrino perché è pericoloso.

— Chi ha il biglietto di terza non si faccia nemmeno vedere in prima, perché gli farò pagare la multa.

Ma tutti i suoi sforzi erano inutili. I passeggeri erano irrequieti come un treno di bambini di ritorno dalla colonia.

Ad ogni fermata qualcuno scendeva, trillavano gli addii, la corsa riprendeva.

Non è possibile raccontare una per una le storie di tutti i passeggeri della Freccia Azzurra. Ma si sa, per esempio, che i pezzi del Meccano — quelli che si erano salvati dal crollo del ponte nella pozzanghera — si allinearono al comando dell'Ingegnere Capo e in un batter d'occhio costruirono un mulino a vento sul letto del bimbo a cui erano toccati. Il bimbo, appena sveglio, smontò il mulino e si

fabbricò un bulldozer, cosi perfetto che l'Ingegnere Capo non trovò nulla da criticare.

Il Motociclista ebbe qualche noia al carburatore e dovette fermarsi: scelse la casa di un piccolo meccanico, di quelli che riparano le gomme delle biciclette, sperando che si intendesse anche di motori, e passò il taccuino con gli indirizzi al Macchinista della Freccia Azzurra, che finalmente potè guidare il treno a suo piacimento, senza dover marciare dietro la coda di un cane o il tubo di scappamento di una motocicletta.

Gli indiani e i cow-boys faticavano, ormai, a tener dietro alla Freccia Azzurra. Un treno non si stanca mai, questa è la questione: i cavalli invece ad un certo punto hanno bisogno di riposo. I cavalli degli indiani ce l'avrebbero forse fatta ancora a pesticciare la neve; ma i cavalli dei cow-boys non ne potevano più.

Così, quando arrivarono davanti ad una casupola che al posto dei vetri aveva dei giornalini a fumetti, di quelli dove si vedono sempre indiani e cow-boys, i nostri eroi si sentirono in patria. Smontarono da cavallo, entrarono nella stamberga e si accamparono su un pagliericcio disteso per terra, dove dormivano abbracciati due bambini piuttosto sporchi, ma dal viso allegro e simpatico anche nel sonno.

Non accesero i fuochi di campo per non incendiare il pagliericcio, ma drizzarono le loro tende, legarono i cavalli e si sdraiarono placidamente a dormire. Solo Penna d'Argento non dormì. I grandi capi indiani non dormono mai, continuano a fumare la pipa, notte e giorno, e pensano. Chissà che cosa pensano, perché parlano pochissimo: su dieci pensieri che fanno, nove li tengono per sé. Per questo diventano così saggi. C'è un proverbio indiano che dice: «Quelli che tacciono la sanno due volte più lunga dei chiacchieroni».

Sul treno restavano ormai soltanto il Capostazione, il Capotreno, il Macchinista e i pastelli, che erano usciti dalla scatola e occupavano uno scompartimento ciascuno. Così non si davano noia: perché, come sapete, i pastelli hanno le gambe lunghissime ed hanno bisogno di spazio. Nel taccuino degli indirizzi non restavano che due nomi: quello di un certo Franco e quello di un tal Roberto.

A casa di Franco scesero i pastelli, ai quali toccò subito una sorpresa: Franco non dormiva affatto. Egli se ne stava sdraiato nel suo letto, con le mani dietro la nuca, a guardare il soffitto, e vide i pastelli che si infilavano uno dietro l'altro nel buco della serratura e cadevano a terra con un leggero salto e con un piccolo «tac».

— Salve — disse Franco allegramente.

— Salve — risposero i pastelli, quasi senza pensarci.

Ma poi si accorsero che qualcosa non andava. Il Giallo fu il primo a protestare:

— Come, sei sveglio? Questo è contro i regolamenti. La notte della Befana i bambini debbono dormire.

— Lo so, ma…

— È vero che noi siamo arrivati con le nostre gambe, e non nel sacco della Befana. Ma questa non è una buona ragione. Tu non potevi saperne niente.

— Infatti, io…

L'Azzurro interruppe il Giallo, che stava per ricominciare la predica, ed osservò:

— Insomma, che male c'è se è sveglio? Anzi, tanto meglio: faremo amicizia subito.

— Sono di questa opinione anch'io — trillò il Rosso, che era il più allegro di tutti.

— Per conto mio sono d'accordo col Giallo — disse il Verde — anche perché è mio zio.

Come tutti sanno, il Verde ha due zii: il Giallo e l'Azzurro: l'Arancione è cugino del Rosso: il Viola è cugino dell'Azzurro e del Rosso; e poi ci sono tante altre parentele, complicate come tutte le parentele di questa terra.

— Ma bene — rise Franco — vedo che litigate. E io che pensavo che i colori andassero sempre d'accordo.

— Sbagliavi — sentenziò il Giallo. — Non hai mai sentito parlare dei contrasti dei colori? Intanto, però, non ci hai ancora spiegato perché non dormivi.

— Oh, bella, perché il sonno non mi viene.

— Segno che sei stato cattivo. Solo i bambini che non hanno la coscienza pulita non possono dormire.

— Io ho la coscienza pulita ma lo stomaco vuoto, perché non ho avuto nulla per cena.

— Vedete — disse l'Azzurro conciliante — io l'ho detto subito che era un bravo ragazzo.

— Al contrario — squittì il Verde — se non ha avuto nulla per cena, significa che è stato cattivo.

— No — spiegò Franco — significa soltanto che non c'era nulla in dispensa. La mamma mi ha messo a dormire presto, sperando che il sonno mi facesse passare la fame, invece è successo il contrario: la fame mi ha fatto passare il sonno. Ma per una volta, non mi lamento: mi sono divertito tanto a vedervi entrare dal buco della serratura. Sapete che non ho mai ricevuto un regalo dalla Befana prima d'ora? E voi siete il regalo più bello che io potessi ricevere. Figuratevi che voglio diventare un pittore.

Franco aveva parlato con tanta cordialità, che i pastelli gli si avvicinarono saltellando, contenti di sentirsi apprezzati. Con tipi come il Giallo e come il Verde, basta una buona parola e subito anche loro smettono le loro arie e diventano dei pastelli per bene.

— Se vuoi fare il pittore — disse il Marrone, il più pacifico di tutti i colori — ti consiglio di disegnare scene di campagna, così potrai adoperarmi.

— Per me fa lo stesso — disse l'Azzurro. — Un po' di cielo^ci vuole sempre.

— Ragazzi — disse il Rosso — perché stiamo a perdere tempo in chiacchiere? Io ho un'idea.

— Sentiamo.

— Dal momento che Franco non dorme, perché non lo teniamo un poco allegro? Disegniamo qualcosa per lui.

— Oh, bene, che bell'idea — esclamò Franco. — Guardate su quel tavolo: ci dovrebbe essere qualche foglio di carta bianca. Non sarà una gran bella carta: sono i fogli dove il droghiere mette il caffè, e io li tengo da parte per disegnare.

— Comincio io — sentenziò il Nero, con solennità.

Distese un foglietto sul comodino, a due palmi dagli occhi di Franco, e saltellando qua e là vivacemente disegnò il tronco ed i rami di un albero.

Subito il Marrone si gettò sul tronco e lo colorò a meraviglia, il Verde invece si mise coscienziosamente all'opera tra i rami e li riempì di foglie.

Franco applaudiva, ma il Giallo torse il naso.

— Questo è un disegno fuori stagione — disse — d'inverno gli alberi non sono verdi. Tutt'al più conservano qualche foglia gialla.

— Dimentichi i pini e gli abeti, che non perdono mai le foglie.

— Io ho un'idea migliore — annunciò l'Azzurro.

Prese un foglio, vi strisciò la punta facendo un segno bizzarro e pochi minuti dopo una bellissima mucca azzurra si levò dal foglio e batté gli zoccoli sul comodino, facendo tintinnare il campanello azzurro che portava al collo.

— Muu! — muggì graziosamente la Mucca Azzurra.

— Forse deve fare il latte, — disse Franco — quando le mucche si lamentano, debbono fare il latte. Io però non la so mungere.

Ci si provò il Marrone che era un colore campagnolo: la Mucca Azzurra faceva un bellissimo latte azzurro.

— Questa poi non l'avevo mai vista — rise Franco.

— È colpa dell'Azzurro — sentenziò il Giallo — ha voluto fare tutto da solo. Tutti sanno invece che il latte è giallo.

— Giallo? Ma che cosa ci vieni a raccontare?

— Oh, non stiamo a discutere — disse il Rosso — ora tocca a

me.

A vederlo balzare qua e là sul foglio con la velocità di un ballerino, metteva addosso un'allegria irresistibile. Ancora prima di vedere il suo disegno c'era da scommettere che sarebbe stato qualcosa di assai buffo.

— Ecco fatto — annunciò con una risatina.

Aveva disegnato uno strano ometto che non si riusciva a indovinare come facesse a stare assieme, perché era tutto a pezzetti stac-

cati. Le mani non erano attaccate alle braccia, le braccia e le gambe non erano attaccate al tronco, il naso non era attaccato alla faccia e la testa non era attaccata al collo.

— Viva l'Omino a Pezzettini! — gridò Franco.

L'omino provò a sollevarsi dal foglio e subito perdette una gamba.

Si curvò a raccoglierla e se l'attaccò con gran pena, ed ecco che una mano gli schizzò via.

— Ho perduto una mano! Dov'è la mia mano?

Si mise in ginocchio a cercare la sua mano per terra e la testa gli rotolò via come una palla. Anche rotolando, la testa non cessò di lamentarsi e di gridare:

— Aiuto, aiuto! Sono stato ghigliottinato! Sono innocente, perché volete tagliarmi la testa?

A Franco, dal gran ridere, vennero le lagrime agli occhi.

— Su, coraggio! — diceva, tentando di rimettere insieme i pezzettini. — Ecco, ora sei tutto intero: facci vedere come cammini.

L'Omino a Pezzettini fece qualche passo, perdette mezzo braccio destro e mezza gamba sinistra e rovinò a terra miseramente.

Tutti i pastelli disegnarono qualcosa: le figurine, appena terminate, si sollevavano dalla carta e se ne andavano attorno a curiosare. L'Azzurro disegnò una barchetta con un marinaio, il quale, vedendo il latte della Mucca Azzurra, credette che fosse il mare e cominciò subito a navigare.

Ad un tratto si sentì una vocetta che chiamava:

— Ehi! Ehi!

— Chi va là? — domandò il Giallo, che conosceva tutti i regolamenti, compresi quelli delle sentinelle.

— Eh, non fare tante storie, amico. Sono un povero topo affamato, e credo che qualcuno di voi dovrà sacrificarsi a servirmi da cena. Le matite mi sono sempre piaciute, nere o colorate che fossero.

I pastelli si raggrupparono in fretta vicino a Franco, che stese una mano per difenderli.

— Dico, messerTopo, se hai intenzione di sfamarti a spese dei miei amici, ti avverto che hai sbagliato indirizzo.

— In questa casa non ci si resiste — brontolò il Topo, mostrando i dentini. — Mai una crosta di formaggio, mai un uovo da rubare, mai un fiasco d'olio da potervi intingere la coda, mai un sacchetto di grano o di farina da potervi scavare delle gallerie. In una settimana ho perso metà del mio peso.

— Mi rincresce — disse Franco — ma anch'io sono andato a letto senza cena. Non posso fare nulla per aiutarti. E i miei pastelli non sono legno per i tuoi denti.

— Almeno — gridò il Topo. — Almeno ordina loro che mi disegnino qualcosa da mangiare. Ho visto che sono così bravi.

— D'accordo, questo si può fare.

— Ci penso io — disse il Giallo. E in quattro e quattr'otto disegnò una fettina di groviera, con i buchi e la lagrima.

— Tante grazie — esclamò il Topo leccandosi i baffi. Nessuno aveva fatto in tempo a vedere la fettina sparire nella sua bocca. Era stato più svelto di un lampo.

— Alla grazia, che appetito — disse il Rosso. — Ma ora aspetta. Ti accomodo io.

Stese un foglio pulito e vi disegnò un cerchio rosso.

— Dev'essere formaggio olandese — disse il Topo. — Ricordo di averne assaggiato una volta, ed aveva proprio quella bella crosta rossa.

— Aspetta, non ho ancora finito.

Il Rosso disegnò un altro cerchio più piccolo sopra il primo e continuò per un bel pezzo a fare strani segni.

— Strano — osservò il topo — non ho mai visto del formaggio olandese con i buchi così grossi. Ci dev'essere già passata una famiglia di topi. E adesso, per favore, fatti da parte.

— Ih, che fretta, — ridacchiò il Rosso — se ho appena cominciato! Ti voglio preparare un piattino che te lo ricorderai per tutta la tua vita.

E continuando a disegnare aggiunse alla sua strana figura una specie di coda, che al topo parve un pezzo di salsiccia.

— Salsiccia? Ecco una buona idea. Non ricordo quando ne ho mangiato l'ultima volta. Forse, anzi, non ne ho mai mangiato in vita mia, e la riconosco solo perché assomiglia ai racconti di mio padre, che abitava nella bottega di un pizzicagnolo. Ma adesso, per favore, fatti in là e lascia che ci metta i denti, perché l'acquolina mi scende per la gola a cascate, e credo che finirà col soffocarmi.

— Adesso, adesso ho finito — annunciò il Rosso. E con un ultimo tocco…

Il Topo guardò inquieto la figura che si svegliava e si sollevava pigramente dalla carta.

— Ma questo… ohi, dico, che scherzo è questo… volete forse… Aiuto! Mamma mia!

E corse via così in fretta che perse la coda. Il Rosso scoppiò a ridere allegramente. Egli aveva disegnato un gatto, un terribile gat-tone rosso che si lucidava gli artigli e si leccava i baffi. Miagolò pigramente e si strofinò contro la mano di Franco, per farsi accarezzare.

— Almeno gli occhi, li dovevi lasciare a me — protestò il Verde, che si era specializzato per anni a colorare gli occhi dei gatti.

Per Franco, fu una notte indimenticabile. I pastelli, uno dopo l'altro, gli mostrarono quello che sapevano fare. Per esempio, gli disegnarono e dipinsero tante bandiere, che la stanza sembrava un giorno di festa nazionale.

Fecero la bandiera tricolore e la bandiera rossa, si accapigliarono perché ciascuno voleva che la propria bandiera fosse la più bella, poi fecero la pace e disegnarono tutti insieme una bandiera di sette colori.

— Ecco qui, ci siamo tutti e sette, e non si fa torto a nessuno. Ora andremo veramente d'accordo.

Il casello n. 27

Fila nella notte la Freccia Azzurra verso l'ultimo indirizzo. Il Macchinista, il Capotreno e il Capostazione si sono riuniti nella cabina del locomotore per tenersi compagnia. Le vetture sono deserte.

La neve ha cessato di cadere, finalmente. Un vento gelato ha disperso le nuvole, e nel cielo terso come uno specchio nero scintilla qualche stella.

Scintillerà per poco, ormai. L'alba è vicina. Già i primi tram sono usciti dalle rimesse e percorrono con un rumore soffocato le rotaie coperte di neve. Il Macchinista deve stare molto attento per non farsi investire da quei mostri enormi.

— Il posto più sicuro — dice il Capotreno — sarebbe il marciapiedi.

— Non dimentichiamo i regolamenti, — ribatte il Capostazione — i marciapiedi sono riservati ai passeggeri e ai portabagagli.

— Potremmo correre entro i binari, tra le due rotaie — suggerisce il Macchinista. — I tram ci passeranno sopra senza toccarci: ho calcolato a occhio le misure.

I tram passano sopra la Freccia Azzurra senza nemmeno sfiorarla. Si avvicinano alle sue spalle, le incombono sopra come spaventose gallerie per qualche attimo e filano via davanti al locomotore.

Gallerie che camminano. Danno un po' di batticuore, ma ci si fa l'abitudine.

La casa di Roberto, l'ultimo dei bambini rimasti senza doni, è fuori porta, in aperta campagna. Questo almeno dice il taccuino.

La casa di Roberto non era una casa, ma un casello: il casello n. 27.

Il Macchinista, il Capotreno ed il Capostazione non volevano credere ai propri occhi. Il taccuino li aveva condotti dritti dritti fino ad una vera ferrovia!

Una finestra era illuminata. Il guardiano vegliava, usciva ad ogni treno per fare le segnalazioni, dava un'occhiata alla neve dondolando la sua lanterna, si ripuliva le scarpe e rientrava.

Davanti al casello, a destra e a sinistra, i binari si allungavano all'infinito, come serpenti d'acciaio.

Che rotaie! I ferrovieri della Freccia Azzurra non ne avevano mai viste né sognate di simili. E i treni? La terra cominciava a tremare quando ancora erano lontani. Poi un rumore terribile ingigantiva, si avventava come un uragano: bisognava tapparsi le orecchie per resistere.

Ecco il treno, come una città in corsa: le carrozze grandi come case, con centinaia di finestre illuminate. Quando il treno era passato, i tre piccoli ferrovieri restavano a lungo con la testa intronata. Il rumore era entrato nelle loro teste e non ne voleva uscire. Dovevano scrollarsi e battersi le tempie, come fanno i nuotatori per far uscire l'acqua dalle orecchie e finalmente, gridando abbastanza forte, riuscivano a sentirsi.

— Che ne dite? — domandava il Capotreno, con gli occhi che brillavano per la paura e per l'entusiasmo. — È un treno, no?

— Piuttosto! — gridava il Macchinista. — Mai visto niente di più bello in vita mia.

— Ragazzi, siamo fortunati — gridò a sua volta il Capostazione. — Roberto dev'essere il figlio del casellante. Abiteremo qui e potremo vedere centinaia di treni tutti i giorni.

— Vogliamo entrare, allora? — chiese il Macchinista, preparandosi ad avviare il motore.

— Restiamo ancora un poco qui fuori — propose il Capostazione. — Forse passerà qualche altro treno.

Fuori del casello si stendeva per qualche metro una siepe. Ripararono la Freccia Azzurra dietro la siepe e si sedettero su un ramo, dopo averne fatto cadere la neve.

Non erano passati che pochi minuti, quando si udì un rumore sordo che rapidamente si gonfiò come un tuono, per spegnersi poi sordamente come era nato.

— Questo non era un treno — osservò il Capostazione.

La porta del casello si aperse, apparve il guardiano che alzava la lanterna davanti al viso e si guardava attorno inquieto.

— Roberto! — chiamò — Roberto!

Un attimo dopo il viso assonnato di un ragazzo si affacciò alla finestra.

— Vestiti in fretta, dev'essere accaduto qualcosa. Potrebbe essere stata una frana.

— Vengo subito — gridò il ragazzo. La finestra fu richiusa con un colpo secco. Passarono pochi secondi e Roberto uscì dal casello, finendo di vestirsi. Anche lui reggeva una lanterna davanti al viso.

— Prendi una delle bandiere — gli ordinò il padre — e va' a dare un'occhiata ai binari da quella parte, mentre io vado fino al ponte. Se c'è qualcosa sui binari, corri ad avvertirmi. Abbiamo quindici minuti di tempo prima che passi il «trentasette».

E corse via. Roberto raccolse una bandierina rossa, che stava appoggiata alla porta, e si incamminò, affondando nella neve fino a mezza gamba.

Per fortuna il cielo si andava lentamente schiarendo. Roberto poteva vedere i solchi delle rotaie che nereggiavano fino alla prima curva. Ma appena passata la curva, le rotaie scomparivano sotto un enorme cumulo di neve e di terriccio franato dai fianchi scoscesi della collina.

Il primo pensiero di Roberto fu: — Meno male, il ponte non è crollato.

In quello stesso momento udì in lontananza il fischio del direttissimo numero «trentasette». La paura lo inchiodò al suolo. Chissà se il babbo dopo aver constatato che il ponte era salvo, avrebbe ugualmente pensato a fermare il treno. Le gambe gli tremavano e il cuore gli saltava in gola. Il «trentasette» lanciò un altro fischio. Allora Roberto si riscosse, si voltò e si mise a correre verso il casello, gridando: —Papà! Papà!

Cadde nella neve, si rialzò, cadde di nuovo e urtò il ginocchio nella rotaia. Gli sfuggì un lamento. Tentò di rialzarsi, ma non vi riuscì.

— Papà! Papà! —chiamò disperatamente.

Ma il padre non poteva udirlo: dalla sua parte avanzava il direttissimo, con impetuoso fragore.

Roberto gridava e piangeva, trascinandosi nella neve.

— Ferma! Ferma! — gridava, mentre il fragore del treno cresceva paurosamente. Ormai il «37» non distava che trecento metri da lui. Con un ultimo sforzo Roberto si alzò e agitò freneticamente la bandiera rossa, che non aveva abbandonato nella caduta.

— Ferma! Ferma! — urlava. Un fischio lacerante soffocò la sua voce. La locomotiva avanzava, sbarrando i due occhi luminosi davanti a sé. Non era ormai che a duecento metri, a cento…

Improvvisamente i freni stridettero sulle rotaie, con un brusco scossone il treno rallentò, si venne a fermare a pochi metri da Roberto.

Il macchinista scese dalla locomotiva, si precipitò incontro a Roberto.

— Che c'è? Cos'è successo?

— Una frana — mormorò Roberto — una frana… là…

Gli parve di affondare dolcemente nella neve soffice, ed era strano che fosse così calda e morbida. Poi non sentì più nulla.

Rinvenne nel suo letto, poco dopo

— La frana… — mormorava ancora — la frana…

— Zitto, zitto — disse con dolcezza una voce sconosciuta. — Non c'è più pericolo.

Roberto aprì faticosamente gli occhi.

La stanza era piena di gente, ed un signore con gli occhiali d'oro, curvo su di lui, gli teneva il polso fra le dita. Era un medico che viaggiava sul «trentasette» ed era stato chiamato per soccorrerlo.

— Papà — chiamò Roberto debolmente.

— Sono qui, sono qui!

Le persone che stavano nella stanza, ed avevano trattenuto il respiro fino a quel momento, cominciarono a parlare tutte insieme.

— Bravo, bravo, — dicevano — hai salvato la vita a centinaia di persone.

— Se non fosse stato per te, il direttissimo si sarebbe sfracellato contro la frana.

— Sei un ragazzo in gamba — disse un ferroviere, accarezzandogli la testa.

Era il capotreno del «trentasette». Roberto gli sorrise e continuò a sorridere, solo con la bocca un po' storta, anche quando ricominciò a sentire il dolore al ginocchio.

Allo spuntar del sole la frana era stata sgombrata e il treno potè ripartire.

Roberto e il babbo rimasero soli.

Soltanto allora si accorsero che qualcuno era rimasto nella stanza con loro. Qualcuno o qualcosa? Era la Freccia Azzurra, che aveva approfittato della confusione per infilarsi nel casello. I suoi tre ferrovieri, emozionatissimi, stavano ai loro posti e tenevano gli occhi fissi sul ragazzo che aveva salvato un treno vero.

— Toh — disse il casellante. — E questo?

— Un treno elettrico, papà! È un treno elettrico! Non mi avevi detto che me lo volevi comperare. È magnifico, guarda. Ci sono le rotaie nei carri merci. Scommetto che a stenderle tutte faranno il giro della stanza.

— Ma io non l'ho comperato — disse il babbo, confuso — non l'ho mai visto prima d'ora.

Roberto lo guardò incredulo.

— Dai, non mi imbrogliare… Hai voluto farmi una sorpresa per la Befana.

— No, no, ti assicuro che non è come tu dici. Sai cosa penso? Forse qualcuno dei viaggiatori del direttissimo lo portava in regalo ai suoi figli, ed ha voluto lasciarlo a te. Dopotutto, tu hai fatto a quei bambini il regalo più bello: hai salvato la vita del loro papà. Io non avrei mai potuto comperarti un giocattolo così costoso.

Roberto sorrise.

— Già — disse — sarà stato un signore che viaggiava sul «trentasette».

La Befana ci sa fare

A quell'ora Spìcciola, il cagnolino fedele, se ne stava accoccolato sulla coda, davanti alla casa vuota di Francesco. Un timido sole allungava rabbrividendo i suoi raggi sulla neve gelata. Anche la coda di Spìcciola era mezzo gelata. Ma Spìcciola non si muoveva. Non voleva andare da nessuna parte. Voleva soltanto restar lì, e magari morire lì, pensando a Francesco.

A quell'ora Francesco dormiva sulla dura panca, nel corridoio del commissariato, con la testa appoggiata al muro. Che duro cuscino, una parete di mattoni! Ma Francesco dormiva lo stesso, di un sonno senza sogni.

E a quella stessa ora la Befana, povera vecchia, da poco rincasata, stava bevendo il caffè che Teresa le aveva preparato per fare la pace.

— Mi ficcherò sotto le coperte — borbottava — e dormirò fino a dopodomani.

— Sì, signora baronessa.

— E guai a chi mi sveglia.

— Guai, signora baronessa.

— È stata una gran brutta nottata.

— La peggiore degli ultimi cinquant'anni, signora baronessa.

Ma qualcuno scelse proprio quel momento per bussare alla saracinesca del negozio.

— Chi è? — gridò Teresa, con voce sgarbata. — Che cosa volete? La signora baronessa non può ricevere nessuno.

— Sono una guardia notturna, ho un caso urgente da sottoporre alla signora.

Teresa sbirciò da un buco nella saracinesca, vide la guardia notturna e vide anche, appesa al manubrio della sua bicicletta, una piccola gabbia nella quale un canarino a molla trillava ad ogni scossa.

— Come avete avuto quella gabbia? — domandò Teresa, brusca brusca.

— L'ho trovata stanotte, mezzo sepolta dalla neve.

— Ah, ecco. Debbono averla perduta i ladri. Siete venuto a riportarla, dunque. Va bene, date qua e grazie tante. La consegnerò io alla signora baronessa.

— No, no, un momento. Non si tratta del canarino. Si tratta di Francesco.

Per un caso strano, ma non troppo, quella guardia notturna conosceva Francesco. Molte volte l'aveva incontrato, mentre tornava dal suo lavoro nel cinematografo, e l'aveva accompagnato per un tratto di strada.

— Perché non prendi il tram? — gli domandava la guardia notturna.

— Perché costa troppo — rispondeva Francesco.

— Già — approvava la guardia, crollando il capo.

— Io devo portare a casa tutti i soldi che guadagno: sono tanto pochini anche così.

— Già — borbottava la guardia. — Non è allegro lavorare alla tua età, vero?

— Io non mi lamento, — diceva Francesco — anzi, sono abbastanza contento. È vero che non ho tempo per giocare, ma poi con che cosa giocherei? Non ho giocattoli.

— Sicuro — diceva la guardia notturna — sicuro.

Francesco chiacchierava, e l'uomo l'ascoltava. Gli voleva bene,

a quel ragazzo, che lavorava come un grande, e che attraversava tutta la città a piedi, di notte, solo, con i suoi magri guadagni in tasca.

Questa guardia notturna, dunque, aveva udito l'allarme, aveva visto arrestare i ladri e, con sua grande sorpresa, aveva visto anche Francesco ammanettato come un delinquente e portato via tra due angeli custodi.

— Io non ci credo — aveva pensato subito la guardia notturna — quel ragazzo non può essere un ladro. Io lo conosco come se fosse mio figlio.

Era corso alla polizia, ma lo avevano cacciato in malo modo.

— Pensa a fare la guardia — gli dissero gli agenti — torna a fare il tuo servizio, altrimenti i ladri avranno tempo di svaligiare tutti i negozi della città. È tuo parente quel ragazzo?

— No, non è mio parente, ma…

— Allora lascia che ce ne occupiamo noi. Noi li conosciamo questi ladruncoli.

La guardia notturna era uscita tristemente dal commissariato ed era tornata al suo lavoro. Prima di rincasare, però, gli venne in mente che forse la padrona del negozio lo poteva aiutare.

— Signora — le dirò —alla polizia non mi vogliono ascoltare. Proprio il giorno della Befana quel povero bambino è in gattabuia come un ladro. Perché non viene con me alla polizia a liberarlo? Basterà che lei dica che niente è stato rubato, che conosce quel ragazzo e sa che è un ragazzo per bene. Insomma, faccia qualche cosa per lui. Forse a lei la polizia darà retta.

— Francesco? — disse Teresa. — E chi è questo Francesco?

— Per favore, la smetta di fare domande. Le dico che si tratta di un caso urgentissimo.

— Quando si ha sonno, nulla è più urgente che andare a letto.

— Teresa, con chi stai chiacchierando? — domandò in quel momento la Befana.

— Niente, signora baronessa, è soltanto una guardia notturna.

— Questa è la padrona — pensò il nostro uomo. E chiamò a gran voce:

— Signora baronessa! Signora baronessa!

La Befana rimase piacevolmente colpita: — Ecco qualcuno che conosce le buone maniere e sa come si tratta con una gentildonna.

— Teresa — disse poi — alza la saracinesca e fa' entrare il signore. Possibile che tu non sappia mai distinguere una persona per bene da un disturbatore? Prego, s'accomodi, in che posso esserle utile?

In due parole la guardia notturna la mise al corrente dei fatti di quella notte.

La Befana e Teresa non finivano più di meravigliarsi:

— Dei ladri in negozio mentre eravamo in giro per i tetti! Misericordia! Ci avranno vuotato la cassaforte!

E corsero a guardare. Ma dalla cassaforte non mancava un centesimo.

— Ecco — disse allora la guardia notturna. — Tutto merito di Francesco. È stato lui a dare l'allarme.

— Francesco — ripete la Befana. — Ma io conosco quel ragazzo. Purtroppo non è tra i miei migliori clienti. Capisce quello che voglio dire? Una famiglia povera, pochi soldi in tasca… Come si fa? Io vorrei vedere tutti contenti. Ma non è facile, al giorno d'oggi, mi spiego? Verrò immediatamente con lei alla polizia.

Dieci minuti dopo la Befana e la guardia notturna si presentavano all'agente di servizio.

— Vorremmo parlare con il commissario — disse la Befana.

— A quest'ora? Lei sogna. Il commissario verrà in ufficio alle

nove.

— Lo chiami subito.

— Chiamarlo? Ma lei è pazza.

La Befana stavolta perdette la pazienza.

— Pazza a me? Misuri le parole, sa. Io sono quasi baronessa, per sua norma. E se lei non chiama subito il commissario se ne pentirà per il resto dei suoi giorni.

Insomma, lo strapazzò di santa ragione. Il povero agente dovette chiamare il commissario, lanciando occhiate terribili alla guardia notturna, che si fregava le mani di nascosto. Il commissario arrivò con gli occhi pieni di sonno che quasi non ci vedeva. La Befana maltrattò un tantino anche lui.

— Commissario bello, come si permette di tenere in guardina un povero ragazzo per tutta la notte?

— Ma io non ho tenuto nessuno in nessun posto. Il ragazzo è rimasto qui in attesa di interrogatorio.

— Ah sì? Allora lo interroghi. E faccia in fretta, perché non vedo l'ora di andare a letto.

Un agente andò a svegliare Francesco. Il povero ragazzo aveva le ossa rotte dalla stanchezza. Come riconobbe la Befana, un brivido gli corse per la schiena.

Essa era venuta certamente per accusarlo! Doveva-averlo visto tante volte, mentre guardava nella vetrina. Forse la Befana pensava che fosse stato lui a preparare il colpo.

— Signora, io non ho toccato nulla — implorò — sono stato io a chiamare le guardie.

— Proprio così — disse la Befana, con energia — e adesso che le cose sono chiare, andiamo.

— Un momento — intervenne il commissario — come sa che le cose stanno «proprio così»? Questo ragazzo può mentire. Lo abbiamo sorpreso in compagnia di due ladri tra i più pericolosi della città.

— Mentire? Sono forse diventata tanto vecchia da non capire quando un ragazzo dice la verità e quando racconta una bugia? Questo ragazzo mi ha salvato il negozio e lei lo ficca in prigione invece di dargli una ricompensa. Bella giustizia. Ma ci penserò io, a ricompensarlo. Andiamo, dico.

Il commissario allargò le braccia. Con quella terribile vecchietta non c'era proprio nulla da fare. Essa prese per mano Francesco, lanciò un'occhiataccia agli agenti, che si ripararono gli occhi per paura di restare fulminati, e marciò verso la porta d'uscita. Le sentinelle le fecero il saluto come se fosse un generale: del resto, in quel momento la Befana aveva il passo marziale e superbo dei più grandi generali della storia.

La guardia notturna, per la contentezza, montò sulla bicicletta con troppo slancio e cadde dall'altra parte nella neve.

— Si è fatto male? — domandò la Befana.

— Non è nulla, è tutta allegria — disse la guardia. E salutato Francesco baciò la mano della Befana, come si fa con le signore, e si allontanò.

— Ragazzo simpatico — sentenziò la Befana, guardandosi la mano che lui aveva baciata. — Sa come ci si comporta con una vera signora.

L'altra mano stringeva la manina di Francesco, tutta sudata per l'emozione.

Non era poi così cattiva la Befana: era stata lei a liberarlo, ed ora lo teneva per mano e camminava con lui per la città, come una brava nonna, un po' severa ma affettuosa.

La serva non credeva ai propri occhi, quando li vide arrivare. Preparò subito una terza tazza di caffè e tolse dall'armadio un vaso di vetro dove stavano da anni certi vecchi biscotti risecchiti. Erano duri come il cemento, ma i denti di Francesco erano più duri, e continuarono a macinare finché nel vaso non rimasero nemmeno le bricciole.

— A vederti mordere quei biscotti quasi quasi mi rispuntavano i denti per l'invidia — mormorò la Befana commossa.

Francesco la guardò sorridendo. Poi si alzò.

— Devo tornare a casa — disse. — La mamma starà in pensiero.

La Befana si grattò un orecchio.

— Vorrei farti un regalo — disse — ma stanotte ho proprio dato fondo al magazzino. Non ci sono rimasti che i topi. So che ti piaceva quel bel treno, la Freccia Azzurra, ma quello, purtroppo, è scappato per conto suo.

— Non importa — disse Francesco sorridendo — tanto non avrei tempo di giocare. Devo lavorare, sa? Ho un impiego in un cinematografo.

— Senti — disse la Befana — è tanto tempo che penso di prendere un commesso per il mio negozio. Sai, uno che tenga in ordine i giocattoli, che apra la posta, che faccia i conti. A dire la verità, la vista comincia a mancarmi, non sono più così brava come una volta a lavorare. Vuoi essere il mio commesso?

Francesco si sentì mancare il respiro per la felicità.

— Il commesso della Befana! — esclamò.

— Il commesso di negozio naturalmente. Non penserai che ti mandi in giro sulla scopa a portare i doni alla clientela.

Francesco si guardò attorno. Il negozio gli parve bellissimo, anche con gli scaffali ingombri di cartacce e con la vetrina vuota.

— Certo che…

— Allora d'accordo — disse la Befana. — Domani prenderai servizio.

Francesco la ringraziò e la salutò. Salutò gentilmente anche la serva. Teresa era un tantino gelosa, perché avrebbe dovuto dividere con un altro i favori della padrona; ma non seppe tenere il broncio al ragazzo che la guardava con tanta fiducia, e gli restituì il sorriso.

— Aspetta — disse la Befana. — Ti chiamerò una carrozza. Non voglio che tu ti buschi un raffreddore, adesso che sei al mio servizio.

Anche la carrozza! Fino a quel giorno Francesco aveva viaggiato qualche volta in carrozza, appeso di dietro, dove si mettono i monelli di nascosto dal vetturino e al riparo dalla sua frusta.

Stavolta montò proprio sul sedile di pelle, sotto il mantice nero abbassato per riparare dal freddo. Il vetturino gli stese sulle gambe una bella coperta calda, montò a cassetta e fece schioccare la frusta.

Il cavallo si avviò al piccolo trotto.

— Peccato che i miei amici non mi possano vedere — si diceva Francesco. — Ma quando arrivo a casa, prima di scendere, voglio chiamare la mamma. Verrà alla finestra, e ci verranno anche i miei fratellini, e io mi mostrerò sulla carrozza. Chissà come spalancheranno gli occhi.

I suoi occhi intanto, si facevano pesanti. Lasciò che si chiudessero, e cullato dal dondolio dolce della carrozza, che scivolava senza scosse sulla neve, si addormentò.

Camminava con lui per la città come una brava nonna, un po' severa ma affettuosa.

Spìcciola vuol morire

Spìcciola si riscosse.

— È ora che mi muova — pensò — non è giusto che io mi lasci morire di freddo sulla porta di una casa disabitata. Ho sentito di cani che si sono lasciati morire sulla tomba del padrone, ma io non ho ancora un padrone, e questa non è una tomba. Proverò a sgranchirmi le gambe.

Tentò di dimenare la coda, ma ci riuscì con difficoltà, tanto era gelata. Si strofinò il naso nella neve, come aveva sentito dire che si fa per riscaldarne la punta, si scrollò il freddo di dosso e si incamminò.

Da che parte? Oh, non importa. Non sempre i cani sanno dove vanno, e si parla dei cani veri: figuratevi Spìcciola, che era un cane per gioco.

Spìcciola vagò qua e là per la città, schizzando via a tempo davanti ai tram che gli correvano addosso e specchiandosi ogni tanto in qualche pozzanghera.

E ogni volta, osservando la propria immagine, rifletteva:

— Strano, si direbbe che stanotte io sia diventato più grosso. Strano davvero. E pensare che sono rimasto un anno intero nella vetrina della Befana senza crescere di un centimetro.

Passò davanti al Monumento a cavallo e si provò a dargli una voce. Ma Spìcciola, com'è noto, non sapeva abbaiare. E poi, era caduta tanta neve che la barba del patriota era diventata tutta bianca, e il cavallo aveva sulle spalle una pesante coperta gelata. Spìcciola rimase qualche minuto a guardare in su, aspettando una risposta, ma poi dovette darsela a gambe, perché dalla criniera del cavallo si stava staccando un grosso blocco di ghiaccio.

Udì un fischio alle proprie spalle. Si voltò, era un garzone in bicicletta, con una grossa cesta sulle spalle. Spìcciola non aveva molta confidenza con gli uomini. In un certo senso era anche lui un cane selvaggio, come i lupi. Scappò lontano dal garzone.

Cominciava a sentirsi solo. Avrebbe tanto voluto avere qualcuno con cui scambiare due chiacchiere. Si può vivere senza amici, senza nessuno?

Spìcciola provò a parlare a se stesso. Si mise sopra una pozzanghera e parlò con la propria immagine riflessa nell'acqua:

— Dove vai piccolo cane sperduto e mezzo gelato? — domandò.

— Dove vai piccolo cane sperduto e mezzo gelato? — gli rispose la pozza, come un'eco.

— Non sai far altro che ripetere le mie parole?

— Non sai far altro che ripetere le mie parole? — ribatté l'immagine riflessa nell'acqua.

— Stupido — disse Spìcciola.

— Stupido — gli rispose l'immagine.

Ecco il frutto che si ricava a star soli: si finisce col trovarsi noiosi e stupidi.

Ormai Spìcciola avrebbe dato metà della sua coda per trovare compagnia. Pensò di rincorrere il garzone in bicicletta, ma quello, ormai, chissà dov'era. Un altro ciclista sbucò proprio davanti a lui da un vicolo e Spìcciola gli balzò incontro pieno di gioia. Il ciclista, che non se lo aspettava, perdette il controllo del manubrio e cadde nella neve lungo disteso.

— Brutto cane maledetto! — strillò, ancora prima di rialzarsi.

Fece rapidamente una palla di neve e la lanciò con forza. La palla colse Spìcciola in un occhio. Spìcciola corse via lamentandosi. Che bel successo, davvero!

Si accucciò contro un albero a curarsi l'occhio, che gli lagrima-va in continuazione. Sentiva un bruciore insopportabile: si sarebbe cavato l'occhio, pur di non sentirselo bruciare a quel modo.

Deciso a morire, si sdraiò su una rotaia. I primi tram avevano già spazzato la neve dall'acciaio, che rifletteva con bagliori sinistri i fiacchi raggi del sole. La rotaia ebbe un leggero tremito.

— Un tram si sta avvicinando. Era ora. Addio Spìcciola, non sei stato fortunato. Muori coraggiosamente, come ha fatto il Generale. I cani randagi imparino da te che non bisogna mai restare soli al mondo.

Il tram si avvicinò rapidamente, ma quando fu a pochi passi da Spìcciola frenò bruscamente. Un tranviere saltò a terra.

— C'è un cane, guardate. Un cane che vuol morire. Avete mai visto niente di simile?

Spìcciola balzò sulle quattro zampe e filò, con la coda bassa per la vergogna. Non lo lasciavano nemmeno morire in pace. Che cosa aveva dunque fatto di male?

— Ehi, ehi — gridava il tranviere per chiamarlo. — Fido, vieni qua, Fido.

E provò molti nomi, ma Spìcciola non rispose a nessuno, sebbene comprendesse che le intenzioni del tranviere non erano cattive.

— Fido, Floc, Wolf, Cucciolo! Senti, vieni qua dunque!

Spìcciola non si voltò nemmeno. Il tranviere risalì e rimise in

moto la vettura, scampanellando e stando bene attento alle rotaie.

Nascosto in un portone, Spìcciola vide il tram passargli rombando a dieci passi, ma non osò uscire. Eppure, come scampanellava allegramente, quel tram! Che faccia simpatica e aperta, quella del tranviere. Era proprio il tipo capace di togliersi la sciarpa dal collo per fasciare un cagnolino freddoloso, il tipo che sminuzza il pane nel latte bianco e dolce ogni mattina.

Spìcciola sospirò.

Veniva ora dal fondo della strada un fioco rumore di zoccoli e di ruote. Una carrozza trascinata da un vecchio ronzino avanzava lentamente dondolando.

— Mi getterò sotto la carrozza — decise Spìcciola. — Se non sarà il cavallo ad uccidermi con una zampata, ci penseranno le ruote.

Quando la carrozza fu a due passi, si lanciò tra le zampe del cavallo, chiudendo gli occhi. Ma il cavallo l'aveva visto. Hanno la vista buona, i cavalli, anche dietro i loro paraocchi. Gli zoccoli sfiorarono il pelo arruffato di Spìcciola senza fargli alcun male. La carrozza deviò impercettibilmente, ma abbastanza perché Spìcciola non finisse sfracellato sotto una ruota.

Spìcciola si trovò sospeso nel vuoto, aggrappato con le quattro zampe alla carrozza, anzi, a quella parte della carrozza cui si aggrappano i monelli per non prendere le frustate del vetturino e fare qualche tratto di strada gratis.

— Come sui tram — pensò Spìcciola, ricordandosi improvvisamente quel che il Monumento aveva narrato. — Chissà: forse anche Francesco, in questo momento sta saltando su qualche carrozza per farsi portare senza spesa. Guarda un po', non me ne va bene una: se un passante mi vede penserà certamente che sono un cane poco serio, un cane monello. Se sapesse quali erano le mie vere intenzioni!

A dir la verità, non ci si stava niente male, in quel posticino. Le ruote sollevavano un lieve spolverio di neve, che faceva il solletico al naso. Le case si ritiravano di corsa a destra e a sinistra.

— È bello andare in carrozza, — pensò Spìcciola. (Proprio lo stesso pensiero che aveva fatto Francesco.)

— Andrò dove va la carrozza — si promise Spìcciola — non credo che il vetturino possa vedermi. Mi scarrozzerò tutto il giorno avanti e indietro, poi qualcosa succederà. Sono contento di non essere morto. Brr… che brutta fine sarebbe stata. A quest'ora forse me ne starei in qualche tombino a far compagnia ai cannoni del Generale ed ai topi.

Dopo qualche tempo Spìcciola si stancò della sua posizione. Era molto curioso di sapere se sopra la carrozza si stesse ugualmente bene che sotto.

— Io dico che si starà molto meglio di sopra — pensò — ci debbono essere dei cuscini rossi, come negli scompartimenti di prima classe della Freccia Azzurra. Scommetto che ci si può sdraiare in lungo e in largo, senza dover arrotolare la coda. Ora mi provo a salire.

Servendosi dei denti, delle zampe e della coda si arrampicò in vetta alla carrozza, si lasciò scivolare lungo il mantice ed entrò. C'era un bel caldo, là dentro. Spìcciola sentì sotto le zampe la carezza morbida del velluto, proprio come aveva immaginato.

— Non ci si vede molto — pensò — ma non c'è bisogno di vederci per capire che ci si sta anche meglio che sulla Freccia Azzurra. Temo che bagnerò i cuscini con le zampe, ma che m'importa? È la prima volta in vita mia che vado in carrozza, e me la voglio proprio godere. Ora mi allungherò a comodo mio.

Difatti si stirò e si allungò… e urtò con la testa contro qualcosa, o piuttosto contro qualcuno.

— Chi c'è sulla carrozza? — pensò Spìcciola spaventato. Drizzò il muso, spalancò i suoi occhietti grigi e quel che vide gli andò dritto al cuore.

Disteso sui cuscini, il corpo reclinato su un braccio, gli occhi chiusi in un sonno beato. Spìcciola vide un bambino.

Spìcciola impara ad abbaiare

Francesco! — balbettò Spicciola con il cuore in gola. La sua voce non la sentì nemmeno lui. Era tanto emozionato e confuso che continuò per un pezzo a lamentarsi e guaire come se gli avessero schiacciato la coda.

Francesco si mosse nel sonno e sorrise. Certo un bel sogno attraversava in quel momento la testa bruna, sotto il ciuffo ribelle che scendeva come sempre in mezzo alla fronte, per tenere gli occhi ben divisi, uno di qua e l'altro di là, e tutt'e due chiusi.

Spìcciola gli lambì una mano con la lingua. Era la prima volta che leccava la mano di un amico, e gli sembrò la cosa più dolce del mondo.

— Ed io che stavo per gettarmi sotto un tram — pensò. — Stavo addirittura per morire sotto la carrozza di Francesco.

Chiuse gli occhi per la felicità, ma subito li riaprì, per non perdere di vista Francesco che dormiva. La coda di Spìcciola batteva allegramente il velluto dei cuscini. Le diede un'occhiata distratta e qualcosa lo colpì nella coda, come poco prima nella pozzanghera.

— Strano, mi sembra diversa dalla coda di prima. Eppure nessuno me n'ha attaccata una nuova, che io sappia.

Nel tentativo di afferrarsi la coda rotolò due o tre volte su se stesso e finì addosso a Francesco, che si svegliò.

Aprì gli occhi e subito li richiuse: la luce del mattino entrava nelle sue palpebre come una cascata d'argento.

Non ricordava più quello che gli era accaduto e si chiedeva stupito:

— Dove sono?

Il rumore degli zoccoli del cavallo gli fece tornare in mente tutti gli avvenimenti di quella notte movimentata. Riaprì gli occhi e vide Spìcciola che lo guardava scodinzolando, pronto a scattargli in braccio al primo cenno.

— Un cane! —esclamò allegramente Francesco. — Da dove verrà?

Si mise a sedere, e ancora non osava allungare una mano per accarezzare Spìcciola.

— Forse me l'ha regalato la Befana. Forse è questo il suo dono per quest'anno.

Ma poi si mise a ridere. La Befana regala giocattoli, non cani veri. E quello che gli stava davanti non era un giocattolo, ma un cane vero, con gli occhi umidi e affettuosi, con la coda viva che danzava nell'aria come una bandiera quando passa il vento. Capite? Spìcciola non era più un cane-giocattolo: era un cane vero.

Francesco lo accarezzò dolcemente sul dorso, prima con una mano sola, timidamente, poi con tutt'e due le mani. Spìcciola non attendeva che quell'invito: gli balzò sulle ginocchia, svelto come una trottola e abbaiò allegramente.

Proprio così: abbaiò. Per la prima volta nella sua vita Spìcciola si sentì uscire dalla gola un suono strano, forte e vigoroso, ben diverso dai suoi soliti lamenti: un suono che sembrava un canto, e che gli rintronava nella testa come una campana.

— Io sto abbaiando, — ebbe appena il tempo di pensare Spìcciola. Poi non pensò più, ma si abbandonò a quella gioia nuova e mai provata. Abbaiava con tutte le sue forze, tanto che Francesco si mise a ridere.

— Sembra che tu non abbia mai abbaiato in vita tua.

Spìcciola non era più un giocattolo di pezza: un cuore vero batteva, nel punto giusto, entro il suo corpo vibrante. Ad accarezzarlo, non era freddo e indifferente come i giocattoli: era tiepido e vivo, e tremava per l'emozione.

Tutto questo perché aveva trovato un vero amico e non era più solo al mondo.

A sentire quei latrati il vetturino si voltò. Vide il ragazzo ed il cane che si rotolavano allegramente sui vecchi e stinti cuscini della carrozza: i cani ed i ragazzi non fanno molta differenza tra i prati ed i cuscini, e appena trovano spazio sufficiente si rotolano come trottole.

— E da dove salta fuori, quello? — domandò il vetturino ridendo.

— Non so. Quando mi sono svegliato l'ho trovato che mi leccava una mano.

— Dev'essere un cane randagio. Sarà saltato nella carrozza per ripararsi dal freddo.

— Forse era triste e cercava qualcuno per stare in compagnia.

— Già. forse è stato così.

Il vetturino tossì e cominciò a raccontare una lunga storia:

— Una volta trovai un cane. Mi ricordo che venivo dalla stazione ed avevo la carrozza carica di passeggeri e di valigie. Il cavallo quel giorno non voleva camminare. Pioveva, sai, e anche i cavalli hanno i loro capricci. Tanto è vero che un proverbio dice…

Ma Francesco e Spìcciola non sapranno mai che cosa dice il proverbio, né come andò a finire la storia del vetturino. Il vecchio parla, parla, parla, e i due amici — stavo per dire i due ragazzi — hanno già scoperto che in due si può giocare, ridere e divertirsi, e tutto sembra più bello.

Anche una giornata d'inverno, in una città sepolta sotto la neve, diventa lieta e serena come una giornata d'estate al mare.

Che cos'è e un amico

Il giorno dopo Francesco andò a lavorare nel negozio della Befana. Spìcciola, naturalmente, lo seguì. Non potevano separarsi un minuto solo. Francesco se lo era portato con sé a letto, ed era stato Spìcciola a svegliarlo, il mattino presto, con un latrato impaziente che voleva dire:

— Su, non sciupare tutto il tempo a dormire. Dobbiamo fare mille cose. Dobbiamo fare insieme le capriole nella neve, dobbiamo correre fino al muro della fabbrica per vedere chi arriva primo, dobbiamo saltare dal sesto gradino per vedere chi arriva più lontano. Su, sveglia, sveglia!

Per tutta la strada continuarono a giocare.

La Befana, a dire la verità, fece una certa smorfia e disse:

— Un cane? Vuoi tenerlo in negozio con te?

— Se lei permette, signora baronessa.

— Hm… non avrà le pulci, per caso?

— No, signora. È un cane pulito.

— Già, già… Mi pare di averlo già visto da qualche parte. Teresa, da' un'occhiata a questo cane. Ti ricordi dove l'abbiamo visto?

— No, signora baronessa… Però… aspetti… Sa a chi assomiglia? A quel cagnolino che avevamo in vetrina la settimana scorsa.

— Hai ragione, gli somiglia proprio. Però quello era più piccolo.

— Sì, signora baronessa, era più piccolo.

Spìcciola abbaiò, per farsi riconoscere. Ma la Befana disse ridendo:

— E poi, quello non abbaiava.

— No, signora baronessa, non abbaiava.

Francesco ebbe il permesso di tenersi il cane, purché non sporcasse per terra e non facesse disastri.

Spìcciola imparò in un giorno più cose che in un anno.

Imparò ad abbaiare per avvertire che entrava un cliente. Imparò a stare ritto sulle zampe posteriori, reggendo con i denti una ciotolina dove i clienti mettevano la mancia per Francesco. Imparò a giocherellare con i bambini piccoli, per tenerli buoni mentre le loro mamme discutevano con la Befana su questo e su quello, e magari sul tempo, che era sempre brutto.

Nelle ore più tranquille, quando non c'erano clienti, Francesco e Spìcciola si divertivano insieme con i giocattoli nuovi, che la Befana aveva fatti arrivare per la stagione. Era tutta gente nuova, che Spìcciola non conosceva: aeroplani a reazione, fucili ad aria compressa, transatlantici con centinaia di passeggeri affacciati ai finestrini.

— Povero Mezzabarba — pensava Spìcciola — se fosse qui, che figura ci farebbe il suo veliero!

Con tutta quella gente Spìcciola non s'intendeva. Era un popolo silenzioso e immobile, che non gli dava confidenza. Forse tra loro parlavano e discutevano, come Spìcciola aveva fatto con i suoi amici. Ma Spìcciola non era più uno di loro, ormai: apparteneva al mondo della gente vera, che ha un cuore vero, e non un cuore dipinto come quello delle Tre Marionette.

Anche Francesco non si divertiva più tanto con i giocattoli. Preferiva rotolarsi per ore con Spìcciola, dargli la mano da mordere, fare alla lotta con lui.

— Tutti i giocattoli del mondo non valgono un amico — diceva Francesco in un orecchio a Spìcciola.

E Spìcciola abbaiava: —Sì! Sì!

— Non ci lasceremo mai, vero?

— Mai! Mai! — abbaiava Spìcciola.

La Befana si affacciava dalla porta del retrobottega e guardando al di sopra degli occhiali esclamava:

— Ma che cos'ha da abbaiare tanto, quel demonio?

— È contento, signora baronessa. È contento di stare al mondo.

E Spìcciola abbaiava: —Sì! Sì!

Finito di stampare nel novembre 1974 nella Litotipografia L. Chiovini in Roma per conto degli Editori Riuniti Viale Regina Margherita, 290 — 00198 Roma