/ Language: Italiano / Genre:sf

Nati dall'abisso

Hal Clement

Nel futuro, la Commissione per l'Energia controllerà rigidamente il mondo. Nelle profondità dell'oceano, però, qualcuno ha preso una strada diversa… e qualcosa di nuovo sta per accadere sulla Terra!

HAL CLEMENT

NATI DALL’ABISSO

(Ocean On Top, 1973)

CAPITOLO I

Non ho mai avuto bisogno di rivolgermi a uno psichiatra e non ci tengo affatto, però avrei voluto che ce ne fosse uno in giro, per parlare con lui. Non che mi sentissi sull’orlo della pazzia: ma quando hai qualcosa di profondo da dire, vuoi che qualcuno possa valutarlo; e ci sarebbe voluto davvero un professionista per valutare l’osservazione che desideravo fare in quel momento.

Esiste una definizione per coloro che non sopportano di trovarsi allo scoperto, con la folla tutt’intorno che li guarda, e ne esiste un’altra per quelli che danno giù di testa se si trovano chiusi in poco spazio. Sono disturbi abbastanza comuni, ma sarei disposto a scommettere che nessuno, prima, aveva mai sofferto contemporaneamente di agorafobia e di claustrofobia.

Con un nome come il mio, naturalmente, non ho mai cercato di mettermi molto in vista, e di solito resisto anche alla tentazione di fare lo spiritoso quando mi trovo in compagnia. Ma in quel momento avrei voluto che ci fosse qualcuno, lì, ad ascoltare la diagnosi delle mie sensazioni.

O forse, avrei voluto semplicemente che ci fosse qualcuno.

Non udivo più la tempesta. La Pugnose era affondata quasi esattamente dove doveva. Aveva incontrato il maltempo dove aveva previsto l’ufficio meteorologico, e il carburante si era esaurito dopo cinque minuti… questo avrei potuto predirlo anch’io; era logico che quelli del Consiglio di Amministrazione facessero in modo che non andasse a fondo, con l’imbarcazione, una quantità di energia superiore al minimo indispensabile. Comunque, di energia ne era rimasta un po’ negli accumulatori, e io avevo continuato a mantenere un certo controllo fino al momento in cui si era avvicinata al massimo al Punto X. Era arrivata all’incirca a mezzo miglio. Quando avevo visto che avrei tra breve superato il punto chiave, avevo fatto saltare i fuochi d’artificio, e così la povera, piccola Pugnose aveva cominciato a squarciarsi a metà.

Non era stata mai destinata ad altri scopi, e io non mi ero innamorato di lei, come avrebbe potuto fare qualcun altro, ma lo spettacolo, comunque, non mi piaceva. Mi sembrava uno spreco. Comunque, non ci rimuginai troppo sopra. Mi infilai nella capsula, la sigillai, e lasciai fare alla natura. Ormai, se c’era da credere ai segnalatori della pressione statica, la capsula ed io eravamo a una profondità di duecentocinquanta metri.

C’era un grande, grande silenzio. Sapevo che l’acqua mi turbinava accanto perché la profondità cresceva di circa mezzo metro al secondo, ma non la udivo. I pezzi staccati della Pugnose se ne erano andati già da un po’: quelli galleggianti si erano sparsi sul Pacifico, e quelli pesanti mi avevano preceduto verso il fondo. Mi sarei sentito turbato, oltre che sorpreso, se avessi sentito qualcosa di solido sbattere contro il mio relitto. Il silenzio era una buona notizia, ma mi metteva egualmente a disagio.

Ero stato una volta nello spazio — per un’indagine sulle scorie in una delle stazioni di ricerca sulla fusione — e c’era la stessa, totale assenza di suono. Allora non mi era piaciuto: mi aveva dato l’impressione che l’universo mi snobbasse di proposito, in attesa dell’istante in cui avrebbe potuto spazzar via i miei resti. E non mi piaceva neppure ora, sebbene la sensazione fosse diversa… stavolta era come se qualcuno mi stesse osservando attentamente per scoprire cosa intendevo fare, e cercasse di decidere i provvedimenti da adottare. Uno psichiatra non avrebbe potuto rimediare a questa idea, naturalmente, perché era abbastanza probabile che fosse vero.

Bert Whelstrahl era scomparso un anno prima, nelle stesse acque. Joey Elfven, l’ingegnere e sommergibilista più esperto che si potesse trovare sulla Terra, era sparito senza lasciar tracce dieci mesi dopo, nella stessa zona. Entrambi erano miei amici, e la loro sparizione mi turbava.

Sei settimane prima, Marie Wladerzki aveva seguito gli altri due. E questo era stato molto peggio, dal mio punto di vista. Lei non era stata mandata per investigare, naturalmente: il Consiglio di Amministrazione, impersonato dall’attuale presidente, di cui ometto il nome dal mio racconto, ritiene che le donne non siano abbastanza obiettive. Ma questo non significava che Marie non potesse essere curiosa. Per giunta, le stava a cuore Joey, come lei stava a cuore a me. Poiché era Marie, non aveva veramente violato la lettera dei regolamenti, quando aveva preso un sommergibile del Consiglio a Papeete: ma senza dubbio aveva superato i limiti dello spirito di quelle disposizioni. Non aveva detto dove andava, e l’ultima volta che aveva dato notizie di sé era stato tra Pitcairn ed Oiejo, a mille miglia dal punto in cui io stavo affondando ora con i resti della Pugnose: ma quelli che la conoscevano sapevano benissimo dove andarla a cercare.

Il presidente era stato così umano da scegliermi come volontario per la ricerca. Il mio istinto sarebbe stato proprio quello… prendere un sommergibile ed andare a vedere cos’era successo: ma la ragione aveva avuto la meglio. La scomparsa di Bert poteva essere stata un incidente, sebbene vi fossero già motivi di sospetto, per quanto riguardava la zona dell’Isola di Pasqua. La sparizione di Joey a circa sei miglia dallo stesso punto poteva anche essere una coincidenza… qualche volta, il mare è capace di giocare all’uomo tiri del genere. Ma, dopo la scomparsa di Marie, solo uno stupido si sarebbe precipitato alla cieca in quella zona, in modo più sfacciato del necessario.

Perciò, adesso io ero a circa trecento metri sotto la superficie del Pacifico, e ad una quota molto più alta rispetto al fondale, camuffato da relitto d’una imbarcazione naufragata.

Non sapevo esattamente quanta acqua ci fosse ancora sotto di me; sebbene i miei ultimi controlli alla superficie fossero stati efficienti, ed avessi acquisito una buona conoscenza del profilo dei fondali a nord di Rapa Nui, non potevo essere sicuro di scendere in verticale. Le correnti nei pressi dell’isola non sono tranquille e regolari come fanno pensare le freccette che figurano sulle carte del Pacifico a scala ridotta.

Naturalmente, avrei potuto provare con l’ecometro, ma per evitare quella tentazione, nella capsula non avevo strumenti di emissione, a parte i riflettori; e non avevo intenzione di usare neppure quelli, fino a che avessi in qualche modo la certezza di essere solo. La cosa migliore era vedere senza essere visto. La certezza sarebbe venuta, caso mai, molto più tardi, dopo che avessi raggiunto il fondo ed avessi passato parecchio tempo in ascolto.

Per il momento stavo tenendo d’occhio l’indicatore di pressione, che mi diceva che l’acqua si accumulava sopra di me, ed i sensori, che mi avrebbero fatto sapere se qualcun altro stava usando apparecchi sonar nei dintorni. Non sapevo bene se desideravo o no di vederli reagire. Se avessero reagito, sarebbe stato un progresso: avrei saputo che laggiù c’era qualcuno che non avrebbe dovuto esserci… ma poteva anche essere un progresso dello stesso tipo fatto dagli altri tre. Forse non era il caso di preoccuparmi troppo, perché cinque o sei metri di scafo sfondato sarebbero apparsi ad una sonda sonar per ciò che erano, e la capsula interna non sarebbe stata presumibilmente scoperta. Naturalmente, però, certi addetti ai sonar non si lasciano ingannare tanto facilmente.

Potevo guardare fuori, sicuro. La capsula era munita di oblò, e due di essi si trovavano sul lato dove prima c’era la poppa della Pugnose. Talvolta, riuscivo persino a vedere qualcosa. C’erano scintille fosforescenti che salivano, e scie luminose, non abbastanza vivaci da permettermi di identificarne il colore, che talvolta mi sfrecciavano accanto e svanivano nelle tenebre, e talora, invece, fluttuavano per interi minuti davanti a un oblò, come se indicassero la posizione di qualcosa che cercava di guardar dentro, incuriosito. Un paio di volte provai la tentazione, anche se non troppo forte, di accendere i riflettori per vedere di cosa si trattava.

Il relitto scendeva lentamente, roteando. Mi avevano assicurato che questo non sarebbe successo, che il peso era distribuito in modo che la prua aguzza avrebbe sempre puntato verso il basso, lasciando la capsula in alto al momento dell’impatto… ma non c’era nessuno con cui potessi protestare. Sembrava che fosse impossibile rimediare, e cominciavo a domandarmi cosa avrei potuto fare, se la capsula fosse finita nella fanghiglia del fondo, con il relitto sopra. La manovrabilità era molto scarsa. Con tutto quel peso in eccesso, forse non sarebbe bastato liberarmi della zavorra per poter risalire verso la superficie.

Non potevo spostare il mio peso in misura sufficiente per modificare la rotazione. Il diametro interno della sfera era inferiore ai due metri, e gran parte di quel volume era occupato da apparecchiature fisse.

Alcuni miei amici hanno la tendenza a risolvere i problemi non facendo niente fino all’ultimo momento. Io sono sopravvissuto a parecchi di loro. Quando notai la rotazione, impiegai cinque secondi ad esaminare tutte le azioni possibili. Avrei potuto sganciarmi immediatamente dal relitto, rivelando la forma quasi sferica della capsula a chiunque mi stesse spiando con un buon sonar… sebbene fino a quel momento nessuno l’avesse fatto. Avrei potuto accendere le luci per vedere il fondo prima di andarvi ad urtare, e magari separarmi in tempo dal relitto, se fosse stato necessario; ma anche quello non si adeguava all’idea della protezione mimetica. Potevo starmene buono e sperare di toccare fondo nell’assetto giusto, nonostante la rotazione… cioè, starmene lì senza far niente. E questo poteva significare che forse avrei dovuto vedermela con le leggi della natura, che sono più difficili da convincere della maggioranza degli avversari umani.

Le due prime possibilità significavano… be’, forse Bert e Joey e Marie erano ancora vivi. Tesi la mano verso l’interruttore dei riflettori.

Non lo toccai, però. All’improvviso, potei vedere egualmente il fondo.

O almeno, sembrava che fosse il fondo. Era nella direzione giusta (riuscivo ancora a distinguere l’alto e il basso), e sembrava piatto. Ed era visibile.

CAPITOLO 2

Non lo credetti, naturalmente. Io sono un tipo tradizionalista, e persino nella narrativa amo il realismo: e quello era veramente troppo. Non avevo mai finito di leggere L’Abisso di Maracot, da ragazzo, perché descriveva un fondale oceanico luminoso. So che Conan Doyle non era mai stato laggiù, e la luce gli serviva per sviluppare la trama, che del resto non brillava per coerenza: ma la cosa mi dava fastidio. Sapevo che lo scrittore si sbagliava, lo sapevano tutti… il fondo dell’oceano non è luminoso.

Però lo era.

Il relitto roteante mi stava facendo oscillare verso l’alto, lontano dalla luce, ed io ebbi il tempo di decidere se dovevo credere o no ai miei occhi. Riuscivo ancora a leggere gli strumenti. Il quadrante della pressione indicava una profondità di millequattrocentoquaranta metri; con una rapida correzione mentale, basata sulla registrazione del termometro, aggiunsi un’altra sessantina di metri. Dovevo essere certamente vicino al fondo, da qualche parte, sulle pendici settentrionali della montagna il cui picco costituisce Rapa Nui.

Oscillai dolcemente, roteando verso l’alto, e poi ridiscesi dall’altra parte, e la mia visuale si orientò di nuovo verso il basso. Indipendentemente dal fatto che volessi credere o no ai miei occhi, questi insistevano nel dirmi che c’era luce, in quella direzione. Era una fioca luminescenza verdegialla… esattamente quella che si usa negli effetti d’illuminazione per dare l’impressione d’una scena sottomarina. Dapprima mi parve uniforme: poi dopo qualche altra giravolta circa sessanta metri più in basso, distinsi uno schema. Era formato di riquadri, con gli angoli un po’ più luminosi del resto. Non copriva interamente il fondale: l’orlo era quasi sotto di me, e si estendeva verso il nord, mi pareva, sebbene la mia bussola non reagisse troppo bene alle giravolte. Nell’altra direzione c’era la tenebra normale, consolante e spaventosa… quella era abbastanza reale.

Accaddero due cose, quasi nello stesso istante. Divenne evidente che avrei toccato fondo molto vicino all’area illuminata, e divenne altrettanto ovvia la natura di quell’area. Quella seconda rivelazione mi colpì. Per tre o quattro secondi, rimasi così infuriato e disgustato da non riuscire a ideare un piano, e di conseguenza per poco non ci lasciai la pelle.

La luce era artificiale. Credetelo, se potete.

Mi rendo conto che per una persona normale è difficile. È già una brutta faccenda sprecare energia per illuminare uno spazio all’aperto, ma talvolta è una triste necessità. Ma consumarla per illuminare il fondo marino… ecco, come dico, per qualche istante fui troppo furioso per pensare con chiarezza. Il mio lavoro mi ha portato a contatto con gente poco preoccupata per l’energia, con gente che la rubava, e persino con gente che l’usava male: ma quella era una prospettiva del tutto nuova! Adesso ero sceso ancora di più, e vedevo ettari ed ettari di luce che si estendevano verso nord, est ed ovest, fino a perdita d’occhio. Ettari ed ettari illuminati da cose sospese a pochi metri dal fondo piatto, cose visibili soltanto come punti neri al centro di aree leggermente più vivide. Se non altro, chi era responsabile di quella prodezza un po’ di senso dell’economia ce l’aveva: si serviva di riflettori.

Poi controllai l’indignazione: o fu la paura a farlo. Mi resi conto all’improvviso di trovarmi una dozzina di metri soltanto al di sopra delle luci. Non sarei sceso in mezzo ad esse, ma un poco più a sud. Non potevo dire «a sud, al sicuro». Non potevo dire «al sicuro», perché la combinazione formata dalla prua della Pugnose e dalla mia capsula girava abbastanza lentamente da consentirmi di prevedere l’assetto in cui avrebbe toccato il fondo, ed era certo che l’estremità aperta dello scafo sarebbe finita in basso.

A parte il fatto che, stando sotto il relitto, non avrei potuto vedere nulla, era molto probabile che non avrei potuto neppure fare nient’altro… per esempio, risalire alla superficie. Questa volta afferrai i comandi.

Poiché il problema della mimetizzazione era fondamentale, i separatori utilizzavano molle, anziché cariche esplosive. Attesi che la rotazione portasse lo scafo tra me e la luce, e premetti il pulsante. La spinta fu così leggera da indurmi a chiedermi, per qualche secondo, se non mi sarei cacciato in un guaio anche peggiore. Poi la luce cominciò a filtrare dagli oblò che prima erano coperti dallo scafo, e quella preoccupazione finì. Le molle avevano allontanato la capsula dalla regione illuminata, e così potevo vedere la prua della Pugnose profilata contro la luminescenza. La separazione aveva rallentato leggermente la mia caduta, mentre il relitto era un po’ più veloce di me, adesso. Qualcosa, se non altro, andava secondo i piani: il relitto avrebbe toccato fondo per primo, e non avrei corso il rischio di restarci intrappolato sotto.

Naturalmente, non avevo previsto di vederlo toccare il fondale. E certo non mi sarei mai aspettato di vedere ciò che accadde quando lo toccò.

In generale, le distese pianeggianti del fondo marino tendono ad essere piuttosto viscide. Lo chiamano fango di globigerine o fango di radiolari, ma comunque è fango. Potete trovare coralli e sabbia ed altra roba compatta nelle acque poco profonde, e talvolta oneste rocce sui pendii, ma dove il fondale è pianeggiante, dovete aspettarvi un incrocio tra una normale fanghiglia e lo strato superiore di uno stagno. Quando vi cade qualcosa di duro e pesante, anche se scende dolcemente, non potete aspettarvi che il fondo lo regga bene. Qualche volta potete avere delle sorprese, ma non potete mai aspettarvi che qualcosa rimbalzi sul fondo marino.

La Pugnose non rimbalzò, questo debbo ammetterlo, ma di certo non si comportò come doveva. Urtò la superficie illuminata a trenta o quaranta metri dal bordo, e ad una distanza circa doppia da me. Potei vedere bene. Toccò il fondale, come avevo previsto; e affondò, come avevo previsto. Non ci fu un vortice di sedimenti, però… nessun segno dello spruzzo al rallentatore che si vede normalmente quando qualcosa finisce nella fanghiglia. La sezione di prua, invece, sparì quasi completamente nella superficie liscia, mentre attorno ad essa si formava un’increspatura circolare che si dilatò allontanandosi dal punto dell’impatto. Poi il relitto si risollevò dolcemente, fino a rimanere scoperto per metà, e poi riaffondò di nuovo, sempre al rallentatore. Oscillò in quel modo per tre o quattro volte, prima di restare immobile, e ad ogni sobbalzo mandò un’altra increspatura a diffondersi intorno per una dozzina di metri.

Quando il relitto si fermò, si fermò anche la mia capsula. La sentii urtare contro qualcosa di duro… roccia, ci avrei scommesso con la certezza di vincere. Poi cominciò a rotolare molto, molto dolcemente, verso la luce. Non potevo vedere chiaramente la superficie su cui mi trovavo, ma mi sembrava evidente: si trattava di un solido pendio, che mi avrebbe scaricato accanto alla Pugnose entro due o tre minuti, se non avessi fatto qualcosa per evitarlo. Per fortuna, qualcosa potevo fare.

La capsula aveva quelle che noi chiamavamo gambe, supporti telescopici lunghi circa due metri, metallici, che si potevano estroflettere per mezzo di molle e far rientrare per mezzo di solenoidi. Speravo ancora di non dover usare i magneti: ma sembrava che le gambe fossero in ordine: ne feci uscire quattro in quelle che mi auguravo fossero le direzioni giuste. Comunque, il rotolio cessò, e per la prima volta mi trovai a disporre di una piattaforma d’osservazione stabile. Naturalmente, concentrai la mia attenzione sull’area che potevo vedere.

Mi trovavo al di sotto del livello delle luci. Sembravano appese in molte file, ad intervalli di circa venti metri, con la stessa spaziatura fra una fila e l’altra. Era solo un’ipotesi, però, perché in realtà non vedevo alcun supporto. La disposizione regolare confermava la mia impressione, ma il fatto che il relitto fosse sceso più o meno esattamente fra due luci senza conseguenze sembrava invece smentirla. Non mi stupii troppo nel vedere che sulla superficie piatta e illuminata non cresceva e non si muoveva nulla, anche se, naturalmente, non sarei stato sorpreso se avessi visto intorno tracce o aperture.

O almeno, non ne sarei rimasto sorpreso se non avessi visto l’arrivo della Pugnose. Ma adesso era chiaro che, qualsiasi cosa stessi vedendo, non si trattava certamente del fondo marino. Sembrava piuttosto un telo di gomma, teso come un tetto di tenda sopra tutto quanto, circa tre metri più in basso del punto del pendio su cui mi ero fermato. Il relitto l’aveva ammaccato, ma non perforato, e quella sostanza era abbastanza resistente per reggere un peso relativamente ridotto di metallo e di plastica.

Questo poteva essermi utile, pensai. Non immaginavo perché mai chi stava sotto la tenda ci tenesse ad illuminare l’esterno; ma a meno che quel materiale fosse completamente opaco, quelli laggiù non avrebbero potuto fare a meno di vedere l’ombra e l’ammaccatura sul tetto. Avrebbero mandato qualcuno a indagare, e io avrei potuto vederli facilmente senza accendere i riflettori e senza tradire la mia presenza. Mi bastava soltanto scorgere chiaramente degli esseri umani non autorizzati sul fondo del Pacifico: questo fatto, più l’enorme spreco di energia che già potevo calcolare, sarebbe stato sufficiente per il mio rapporto… al resto avrebbe provveduto una grande spedizione di controllo. Nessuno pretendeva che io arrestassi un gruppo di individui abbastanza numeroso per creare un’installazione di quel genere, e non nutrivo ambizioni del genere. Per dirla chiaramente, la capsula non era abbastanza manovrabile per fungere da auto della polizia: io non ero in grado di arrestare neppure un gambero. Mi bastava soltanto di vedere un sommergibile, o uno scafandro corazzato, o anche un robot telecomandato… qualunque cosa dimostrasse che quell’impianto era organizzato e in attività. Mi sarebbe bastata un’occhiata, e avrei sganciato la zavorra.

Non sarei risalito troppo in fretta, naturalmente, e per due ottime ragioni. Un addetto al sonar, logicamente, non avrebbe fatto molto caso ad un oggetto che affondava, pensando che si trattasse di un relitto, o magari di una balena morta, e non avrebbe provato troppa curiosità. Ma era molto improbabile che sentisse la stessa indifferenza verso un oggetto che risaliva. Dovevo tener conto del pericolo rappresentato dal sonar. Era consolante che finora non ve ne fosse traccia: ma non era conclusivo.

L’altra ragione che mi dissuadeva dall’affrettarmi non la conoscevo ancora, e la scopersi soltanto diverse ore più tardi.

Io non sono il tipo che tiene sempre gli occhi sull’orologio. Sapevo di avere un ampio margine di sopravvivenza, dentro la capsula, e non tenevo conto scrupolosamente del tempo che era passato. Quando la seconda ragione divenne evidente, non pensai mai di controllare il tempo, e per diverse ore ebbi altro da fare che badare all’orologio. Non saprei dire, quindi, per quanto tempo restai seduto nella capsula, in attesa che succedesse qualcosa. Posso affermare che furono diverse ore: abbastanza da annoiarmi, irritarmi, e convincermi, quasi, che non c’era nessuno nelle vicinanze, sotto quel tetto. L’idea che si trattasse di qualcuno del tutto disinteressato a un pezzo di nave finito sul tetto era troppo assurda perché valesse la pena di prenderla in considerazione: se qualcuno l’avesse visto, certamente avrebbe deciso di prendere qualche provvedimento.

Nessuno aveva fatto niente. Perciò, non si vedeva nessuno. E se sotto quella specie di telone non c’era nessuno in vista, tanto valeva che andassi io a dare un’occhiata da vicino. Forse avrei potuto anche dare una sbirciatina al di sotto.

Un’idea pericolosa, ragazzo. Non permettere che tutti quei kilowatt sprecati ti diano alla testa. Tu sei soltanto un occhio: se non torni indietro a portare le informazioni, tutto quello che riuscirai a fare sarà puro spreco… e «spreco», naturalmente, è la bestemmia più oscena per il Consiglio di Amministrazione.

Comunque, la tentazione era forte. Nessun movimento… nessun segno di vita umana, tranne le luci e il telo da tenda, e pochissimi segni di vita non umana. Niente suoni. Niente sul monitor della frequenza del sonar. Perché non dovevo rotolare dolcemente fino all’orlo del telone e studiarlo più da vicino?

La risposta migliore a questa domanda, naturalmente, era che si sarebbe trattato di un’idiozia. Ma via via che il tempo passava, mi venne in mente un paio di volte che limitarmi a star lì non significava dar prova del livello più elevato dell’intelligenza umana. Se dovevo comportarmi da sciocco, tanto valeva che lo facessi sul serio. Non so da dove possa scaturire un ragionamento del genere; forse dovrei rivolgermi veramente a uno psichiatra.

Non so esattamente quanto arrivassi vicino a cedere all’impulso. So che per tre volte allungai la mano per far rientrare le gambe telescopiche e che ogni volta cambiai idea.

La prima volta, a trattenermi fu la vista di qualcosa che si muoveva: poi scoprii che era uno squalo piuttosto grosso. Era il primo essere vivente di una certa grandezza che vedevo da quando avevo raggiunto il fondo, e per un po’ avviò i miei pensieri su di un’altra tangente. Le altre due volte che mi accinsi a far muovere la capsula, venni trattenuto del ricordo dello squalo. Era sparito… aveva udito qualcosa che io non potevo sentire, e si era spaventato? Non avevo strumenti all’esterno per scoprire le frequenze più basse e quelle udibili: c’erano soltanto i ricettori del sonar.

So che tutto questo non mi fa apparire come un genio, e neanche come un operatore competente. Vorrei avere avuto un po’ più di tempo a disposizione per rivedere un po’ i miei ricordi, prima di dover raccontare questa storia. Per giustificare la decisione che presi, prima dovrei avere una possibilità di apparire come un adulto ragionevole. Tutto quello che posso dire a mia difesa, sul momento, è una di quelle frasi tipo «vediamo, vediamo se voi sapete fare di meglio.» Sapete esattamente ciò che avreste pensato voi, se vi foste trovati praticamente impotenti in una sfera di plastica di due metri, sul fondo dell’oceano, ad una profondità di un miglio? Se non lo sapete, allora, per favore, prima di criticarmi aspettate che io abbia finito.

Finalmente apparve la seconda ragione per non scaricare troppo in fretta la zavorra. La mia attenzione era ancora concentrata sul relitto, perciò non la vidi sopraggiungere. La scorsi per la prima volta con la coda dell’occhio, e per un istante pensai che fosse un altro squalo: poi mi resi conto che si trattava invece di un essere umano, ed ebbi la prova che cercavo. Benissimo. Non appena fosse scomparso, avrei potuto risalire verso la superficie.

Impossibile. Avevo bisogno di una prova convincente, e se i miei occhi non bastavano a convincere me, era molto improbabile che le mie parole avrebbero potuto convincere qualcun altro. Quel che vedevo era una persona, e fin qui tutto bene; uno scafandro corazzato da dieci centimetri, adeguatamente fornito di energia, per sopportare la pressione di una tonnellata e un quarto per pollice quadrato che esercita l’acqua marina alla profondità di un miglio. Un’armatura di quel genere lascia a chi la porta l’aspetto di un essere umano e gli permette di muoversi, camminando a passo molto goffo.

Tuttavia, a meno che quell’individuo sia immerso in un oceano di mercurio, non gli permette di nuotare: e invece quella figura chiaramente umana stava nuotando.

Comparve in lontananza, sulla mia sinistra, e entrò nella luce all’improvviso, come se fosse discesa dall’oscurità sovrastante. Nuotava verso di me ed il relitto, ma senza troppa fretta. Quando si avvicinò, i dettagli risultarono più nitidi: e il più evidente di tutti, ancora più del fatto che era una femmina, era che non portava affatto uno scafandro corazzato. Indossava una muta da sommozzatore per acque fredde, assolutamente normale, a parte il fatto che al posto della maschera del respiratore aveva un casco trasparente e sferico, e la zavorra sembrava distribuita qua e là in cerchi, intorno al corpo ed agli arti, invece di essere fissata alla cintura. Ripeto — anzi, dovetti ripeterlo a me stesso parecchie volte — che non si trattava affatto di uno scafandro corazzato. I movimenti con cui la donna nuotava mostravano chiaramente che era flessibile quanto la pelle, proprio come deve essere una muta da sommozzatore.

Sembrava non aver notato la mia capsula, e questo mi diede un senso di sollievo. Non mostrò neppure di aver visto il relitto fino a quando fu arrivata ad una ventina di metri di distanza. Nuotava molto lentamente lungo il bordo del tetto, con l’aria tranquilla di chi sta facendo una passeggiata pomeridiana. Poi, arrivata a quel punto, cambiò direzione e si avviò verso la prua della Pugnose.

Questo non quadrava affatto. Chiunque fosse laggiù avrebbe dovuto andare in cerca di quel relitto, non certo trovarlo per caso. Io mi ero aspettato che arrivasse una squadra intera.

Bene, sono parecchie le cose che non avevo previsto, in quella storia. «Finiscila con le ipotesi operative, fratello: non hai i dati sufficienti neppure per questo, ancora. Limitati ad osservare», (mi rivolsi a me stesso senza chiamarmi neppure per nome).

Perciò osservai. La osservai mentre girava a nuoto intorno alla prua sfondata, vi entrava e ne usciva, e le passava sopra. Poi la vidi sganciare un oggetto che risultò una lampada, e che teneva agganciato alla cintura, ed entrare di nuovo nel relitto. Questo mi preoccupò un poco: il camuffamento della capsula non era stato realizzato per reggere ad un’ispezione del genere. Le morse, le molle di sganciamento…

Lei uscì di nuovo, senza mostrarsi più emozionata di prima, ed a questo punto mi resi conto di un’altra cosa. Era ben poco importante, rispetto a quello che avevo già visto… o almeno, mi parve poco importante nel momento in cui lo notai; ma quando ci pensai sopra, diventò un grosso enigma.

Come ho detto, la muta era perfettamente normale, a parte il casco e la zavorra. Era così normale che aveva addirittura una piccola bombola tra le spalle, l’estremità superiore toccava il casco, e presumibilmente era collegato ad esso, sebbene io non vedessi i tubi. Tutto questo era logico e ragionevole; la nota stridente stava nel fatto che non c’erano bolle.

Ora, io conosco i sistemi di respirazione a circuito, conosco le scorte chimiche… miscugli di perossidi e superossidi di metalli alcalini che reagiscono con l’acqua liberando ossigeno e assorbendo anidride carbonica. Li conosco abbastanza bene per sapere che debbono avere, oltre al contenitore delle sostanze chimiche e all’impianto di miscelatura, una sorta di «polmone»: un serbatoio a volume variabile ed a pressione ambientale, con le sostanze chimiche sistemate tra questo e i polmoni del sommozzatore. Il gas esalato deve andare pure da qualche parte, fino a quando è pronto per essere inalato di nuovo. Il «polmone» deve avere un volume abbastanza grande per contenere tutta l’aria che un sommozzatore può esalare con un respiro… in altre parole, deve avere un volume corrispondente all’incirca a quello dei polmoni umani. Ma su quella muta non si vedevano sacche di questo tipo, e la bombola sul dorso non era abbastanza grande per contenerla. A quanto sembrava, quindi, l’apparecchio non aveva una riserva chimica d’ossigeno; e a meno che una pompa microscopica assorbisse il gas via via che la donna lo espirava, e lo comprimesse in un’altra parte di quella piccola bombola ad una pressione incredibilmente alta, avrebbero dovuto esserci delle bollicine. Non vedevo la ragione di un sistema di recupero di quel genere, ma non vedevo neanche le bolle. Già mi chiedevo, perplesso, quale miscuglio di gas poteva respirare… a quella pressione, l’ossigeno al cinque per mille le avrebbe bruciato i polmoni, e non mi risultava che esistessero mezzi per diluirlo. Persino l’elio, a quella profondità, era abbastanza solubile per imporre una decompressione della durata di molte ore.

Per un momento mi balenò nella mente l’idea che gli esseri umani potessero vivere permanentemente sotto una simile pressione, respirando un’atmosfera di elio quasi puro con una frazione infinitesimale di ossigeno: ma anche se era così, non capivo perché dalla muta della donna non uscivano bollicine. D’accordo, da un punto di vista economico c’erano tutte le migliori ragioni per recuperare l’elio: ma vi erano problemi tecnici che non credevo fossero di facile soluzione.

No. Tutte le ipotesi sono inadeguate. Continua ad osservare. Fino ad ora, risulta soltanto che la donna sembra vivere e muoversi normalmente in un sistema chiuso alla pressione esterna, e che la pressione esterna (lasciando da parte la vecchia superstizione secondo la quale schiaccerebbe un corpo umano) è sufficiente per sovvertire tutti i processi biofisici o biochimici che riguardano la dinamica dei gas.

Comunque, non c’era molto da osservare. La donna tornò ad agganciarsi la lampada alla cintura, diede un’ultima occhiata al relitto e se ne allontanò a nuoto. Non tornò indietro, ma proseguì sulla mia destra, allontanandosi di taglio dalla zona illuminata. Dopo pochi secondi era sparita, sebbene io sapessi che non poteva essere arrivata a una grande distanza.

Mi pareva probabile che fosse andata a cercare aiuto, per rimuovere il relitto dal tetto. Non sapevo fra quanto tempo sarebbe ritornata. Poteva esserci un ingresso a poche centinaia di metri, come poteva darsi che non ce ne fosse uno per parecchie miglia. Sembrava un po’ più verosimile la prima ipotesi, ma non ero disposto a scommetterci neppure un soldo.

Solo il mio futuro.

La donna poteva aver notato il meccanismo che aveva trattenuto e poi lanciato la mia capsula; non sarebbe stato necessario che fosse una grande attrice per nascondere un’espressione insospettita, in quelle circostanze. Se l’aveva notato e l’aveva segnalato, coloro che sarebbero venuti con lei avrebbero esplorato attentamente l’intera zona. L’esterno della capsula era piuttosto irregolare, di proposito, in modo da non apparire artificiale a prima vista; ma non bastava ad ingannare chiunque l’avesse osservato attentamente. Forse sarebbe stato meglio se mi fossi allontanato un po’. Non pensavo alla sicurezza personale: avrei sempre potuto andarmene, ma volevo vedere il più possibile, prima che si rendesse necessaria una misura del genere.

Almeno, fu quel che dissi a me stesso.

Il movimento sarebbe stato lento: la capacità di spostarsi non era una delle caratteristiche migliori della capsula. C’erano due dozzine di gambe, e l’energia accumulata era sufficiente per farle rientrare parecchie migliaia di volte (ce n’erano volute, di discussioni, per ottenerlo!), ma io non ero uno scugnizzo di mare. Mi ero esercitato un po’ a far rotolare la capsula sott’acqua, ma il meccanismo aveva lo scopo di permettermi una sisemazione in una posizione migliore per osservare, non di tenermi lontano dai curiosi. Se mi avessero scoperto, l’unica cosa che potevo fare era scaricare la zavorra e risalire alla superficie. Era un’operazione che si poteva compiere una volta sola, e non volevo farvi ricorso prima che si rendesse indispensabile. C’era ancora qualche speranza, secondo me, di scoprire piuttosto dettagliatamente ciò che succedeva laggiù.

Forse era coraggio, o forse soltanto ottimismo congenito.

CAPITOLO 3

Cominciai ad azionare le gambe, augurandomi che nessuno strumento, nei dintorni, registrasse gli impulsi della corrente diretta, mentre io accendevo e spegnevo i solenoidi. Durante le esercitazioni, avevo constatato che potevo salire una pendenza di cinque o sei gradi, se il fondo era abbastanza duro da offrire resistenza ai «piedi»; ma intorno a quel limite il movimento diventava complicato. Se avessi sbilanciato la capsula e l’avessi fatta rotolare in discesa, avrei dovuto azionare in gran fretta le gambe giuste, per arrestare la corsa. La sfera aveva un’inerzia rispettabile. Data l’irregolarità della linea esterna, alcune posizioni erano naturalmente più stabili delle altre, ed alcune lo erano molto meno. In quel momento rimpiangevo di non aver impiegato più tempo ad esercitarmi; mi consolai, comunque, pensando che il capo non avrebbe mai autorizzato il necessario consumo d’energia.

Ero riuscito a procedere su per il pendio per trenta o quaranta metri circa, commettendo un solo sbaglio che mi era costato una certa distanza, quando il gruppo che mi aspettavo comparve.

Non erano molti: quattro in tutto. Uno poteva essere, e probabilmente era, la donna che avevo visto prima; gli altri tre sembravano uomini, sebbene fosse difficile capirlo, a quella distanza maggiorata. Uno dei tre stava rimorchiando una sorta di strumento, lungo un metro e di forma cilindrica, del diametro di una trentina di centimetri. Presentava un certo galleggiamento negativo, il che era comprensibile: quelli volevano essere sicuri che, se perdevano qualcosa, non finisse alla superficie.

Passarono a nuoto sopra il relitto, e due cominciarono a estrarre lunghi cavi dal cilindro. Li fissarono a vari punti della Pugnose, mentre il terzo uomo estraeva dall’altra estremità dell’apparecchio qualcosa che sembrava una pesante rete, con un pallone sgonfio all’interno. Quando gli altri cavi furono ben fissati, manovrò qualcosa all’interno del cilindro, ed il pallone cominciò a gonfiarsi lentamente. Sommerso, il relitto non pesava molto, e non passò molto tempo prima che il pallone lo avesse sollevato dal tetto. Allora tutti e quattro si misero dall’altra parte e cominciarono a spingere, agitando violentemente le pinne.

Impiegarono parecchi minuti per allontanarsi dall’area piatta e dalla luce. Pensavo che non avrebbero fatto altro, ma mi sbagliavo. Ora che il tetto non correva più pericolo, si girarono e cominciarono a spingere il relitto nella direzione in cui si era allontanata la ragazza, dopo averlo scoperto.

Quella poteva essere una seccatura. Forse volevano tenerselo semplicemente come ricordo, ma forse tenevano ad esaminarlo in condizioni migliori… in una luce più intensa, magari anche fuori dall’acqua. In ogni caso, qualcuno avrebbe probabilmente notato gli agganci della capsula. Sarei stato molto più tranquillo se si fossero limitati a spingere il relitto lontano dal tetto ed a lasciar perdere. Adesso non avevo più un pretesto per non seguirli. Pensandoci bene, dovevo cercare di individuare l’entrata, o una delle entrate.

Non nuotavano velocemente, ma si muovevano comunque con una rapidità superiore a quella con cui io potevo far rotolare la mia capsula. Ancora una volta mi rammaricai che non l’avessero dotata di meccanismi per farla muovere; ma mi avevano risposto che, più fosse risultata simile a un sommergibile, e più sarebbe stato difficile mimetizzarla. Allora non avevo accettato con entusiasmo questo argomento, e sarei stato ben felice di avere la possibilità di riaprire la discussione. Comunque, potevo solo augurarmi di averla, questa possibilità: e guardare intanto i quattro che si allontanavano fino a quando fossero stati abbastanza lontani. Allora avrei potuto avviarmi rotolando nella stessa direzione.

Forse non sono stato abbastanza chiaro nello spiegare le seccature che comportava far rotolare la capsula. Il principio dovrebbe essere abbastanza evidente: dovevo semplicemente fare in modo che una data molla spingesse una data gamba contro il fondo, dalla parte da cui volevo allontanarmi. Forse, però, non vi sarà passato per la testa che questo metodo di andare in giro significava che i quadri dei comandi, le apparecchiature e gli altri impianti fissi qualche volta erano alla mia destra, qualche volta alla mia sinistra, qualche volta sopra e qualche volta sotto. In certi momenti, per esempio, mi era difficile non sedermi su tutti i comandi delle gambe, contemporaneamente. Come ho detto, quelle gambe servivano non tanto per spostarsi, ma per restare in posizione e ad una certa altezza, e per impedire alla capsula di ruzzolare giù per un pendio. La necessità di spostarsi non era stata prevista dalle autorità competenti: o almeno non l’avevano tenuta in grande considerazione.

Se non alto, far funzionare la macchina spostandola sul fondo serviva ad allontanare dalla mia mente le preoccupazioni che mi avevano assillato durante la discesa. Era assai più probabile che fossi sotto mira di osservatori ostili, adesso: ma almeno non ci rimuginavo troppo. I quattro erano svaniti in lontananza, e non vedevo nulla che si muovesse nell’area illuminata sulla mia sinistra; nell’altra direzione non si vedeva niente del tutto. Il fondo, sotto la capsula, non si scorgeva bene e, in un certo senso, procedevo a tentoni… anche se questa espressone non è esatta, poiché sottintende che voi possiate toccare e sentire quello che vi sta davanti. Io non sentivo niente: potevo solo osservare se il mio veicolo rotolava per un tratto breve o lungo, o se non rotolava affatto, ogni volta che facevo allungare un’altra gamba. Quando non si muoveva, dovevo tirare a indovinare per stabilire quale altra gamba bisognava estendere. Sarebbe stato molto più facile se avessi osato accendere i miei riflettori per vedere decentemente il fondo: ma non ero tanto stupido. Se la popolazione locale includeva i sommozzatori, non avevo modo di sapere quando li avevo intorno: all’inizio della faccenda, noi avevamo pensato ai sommergibili ed ai sonar. Quelli sarei stato in grado di individuarli.

Scoprii ben presto che il pendio non era molto regolare. Per due volte rotolai in avanti, incontrollabilmente, quando raggiunsi piccole depressioni. Una volta pensai di essere bloccato a dovere: non potevo andare avanti né indietro, e non potevo scendere verso la luce. Come ultima risorsa, provai a risalire, e scoprii che non c’era nessuna salita. Rotolai di nuovo incontrollabilmente in un incavo da cui non potevo vedere l’area illuminata, se non come un chiarore vago e diffuso al di sopra della cresta che avevo appena superato. Per uscire da quella depressione impiegai parecchio tempo ed una quantità spaventosa di energia.

Non potevo neppure sfogarmi a dire parolacce. La trasmissione del suono, dall’aria all’acqua attraverso la plastica, e dall’acqua al gas ed alle orecchie umane, attraverso i caschi, può essere pessima, ma non è pari a zero: e la proprietà di trasmissione dei suoni di cui dispone l’acqua fredda rimedia a parecchie deficienze. Perciò non osavo dire una parola.

Quando fui uscito da quel fosso diabolico mi fermai: ero di nuovo in vista del tetto, e tentai di valutare la situazione.

Ero abbastanza a corto di energia. Non avevo modo di sapere se avrei raggiunto l’ingresso fra trecento metri o tremila: mi sembrava più verosimile la prima ipotesi, poiché la donna non aveva impiegato molto tempo a ritornare con i rinforzi; ma poteva anche darsi che gli uomini li avesse incontrati fuori. Nulla era così certo da conferire ad una possibile linea di azione la dignità di un rischio calcolato: calcolare era impossibile.

Comunque, dovevo saperne di più. La mia reazione istintiva si era calmata un po’: riuscivo a credere a ciò che avevo visto, e mi rendevo conto che avrebbero potuto crederlo anche altri. Ma le notizie che avevo raccolto non sarebbero state poi troppo utili per il Consiglio d’Amministrazione. Se la polizia doveva fare qualcosa di più che brancolare alla cieca, doveva sapere da dove cominciare. Un’entrata regolare sarebbe stata il posto più indicato. Naturalmente, non era probabile che quel tetto riuscisse a bloccare un sommergibile: ma a giudicare dall’area coperta da quella specie di tendone, le possibilità di fare irruzione in un punto strategicamente utile sarebbero state piuttosto scarse.

Forse, la cosa migliore sarebbe stato rinunciare alla prudenza e accendere i riflettori. Avrei consumato più energia, ma ne avrei risparmiata, in compenso, spostandomi con efficienza maggiore, se avessi potuto vedere dove andavo, ed avrei avuto maggiori possibilità di raggiungere l’entrata, prima che la corrente venisse a mancare e sganciasse automaticamente la zavorra. Se mi avessero visto, qualcuno si sarebbe avvicinato abbastanza per controllare, e così avrei potuto farmi un’idea più chiara della loro tecnica da alta pressione, prima di risalire.

Sono un uomo d’indole prudente e perciò riflettei a lungo, prima di adottare l’idea. I fattori contrari erano parecchi, naturalmente. Se anche avevo visto dei sommozzatori e non dei sommergibili, questo non dimostrava che i sommergibili non ci fossero. E se c’erano, era molto probabile che io non ce la facessi a ritornare alla superficie… ma era un rischio, quello, che avevo accettato prima d’incominciare il viaggio. Palleggiai mentalmente il problema per parecchi minuti. Poi trassi un profondo respiro, pensando che forse era uno degli ultimi, per me, e accesi uno dei miei riflettori.

Era molto diverso, sicuramente. Il fondo era quasi tutto roccia, come avevo sospettato, ed era molto accidentato: non c’era da stupirmi se non riuscivo a servirmi in modo efficiente delle gambe della mia capsula. Adesso che ero in grado di vedere quello che stavo facendo, mi rimisi in movimento e, come avevo sperato, ottenni una velocità superiore, con un minor consumo di energia. Comunque, non era proprio molto facile; rotolavo ancora, ed ero costretto a cambiare non solo le gambe, ma anche i riflettori, ma il miglioramento era incoraggiante.

Adesso potevo vedere maggior movimento, intorno a me. C’era una quantità di minuscoli esseri, gamberi e affini, che prima non riuscivo a scorgere. Si allontanavano da me, senza distrarmi troppo. C’erano anche formazioni che sembravano vegetali benché, considerando quant’erano lontane dalla luce naturale, sembrasse più probabile che fossero spugne o qualcosa del genere. A quanto potevo capire, non favorivano né ostacolavano il mio procedere.

Tuttavia, se vedevo molto meglio da vicino, la visibilità era assai peggiorata per quanto riguardava gli oggetti distanti. Un gruppo di sommozzatori avrebbe potuto cogliermi facilmente di sorpresa, ma quello che accadde in effetti fu anche meno prevedibile. Persi l’orientamento.

Non completamente, e non persi neppure l’orientamento della bussola. Potevo vedere ancora l’area illuminata alla mia sinistra, anche se meno nitidamente di prima; la bussola funzionava ancora, quando mi trovavo diritto. Ma il senso che mi permetteva di distinguere l’alto e il basso, poiché dipendeva dalla vista di pochi metri quadrati di fondale oceanico, più che dai miei canali semicircolari, si trovava nei pasticci quando il fondo cessava di essere orizzontale.

Il cambiamento dovette essere graduale, altrimenti l’avrei individuato facilmente nella piccola area in cui potevo vedere bene. Invece, non lo notai affatto: mi trovai all’improvviso su un tratto di pendio roccioso molto più ripido di tutti quelli che avevo percorso fino a quel momento. All’improvviso, la capsula aveva cominciato a rotolare maestosamente verso sinistra, prima che me ne rendessi conto; e quando me ne accorsi, sebbene facessi estroflettere una gamba dopo l’altra in quella direzione, non ottenni il minimo risultato.

Non era come rotolare dentro a una botte giù per il fianco di una montagna: il movimento era lento ed elegante. Mi sarebbe stato facile rimanere in piedi dentro la capsula, se avessi deciso di concentrarmi su quel problema, anziché sui comandi. Per quel che mi servivano, comunque, forse avrei fatto meglio a cercare di restare diritto e più comodo. Forse il movimento delle gambe metalliche servì a farmi rallentare un po’, ma non bastò ad arrestare la capsula. Continuò a rotolare, senza rimedio, e finì nella zona illuminata, sopra il tendone. Per molti, lunghi secondi, la mia attenzione rimase imparzialmente divisa fra l’alto e il basso.

In alto, potei vedere chiaramente le luci per la prima volta. Erano normali lampade da alta pressione, più grosse di quelle che avevo visto usare per l’illuminazione, ma per il resto non avevano nulla di strano. Non riuscivo tuttavia a vedere che cosa le tenesse in posizione, poiché guardarle mi faceva male agli occhi.

Guardare in basso faceva male all’immaginazione, invece, anche se la mia, ormai, ci stava facendo il callo. Sapevo già che il telone era straordinariamente forte ed elastico; avevo visto come aveva reagito alla prua della Pugnose, che pure doveva avere spigoli piuttosto taglienti. Sapevo inoltre che nelle condizioni normali era opaco, o al massimo traslucido. Mi resi conto che, adesso, il tratto sotto la mia capsula doveva essere teso. Ma non avevo pensato che, tendendosi, quella sostanza diventasse trasparente.

CAPITOLO 4

Quando la capsula si fermò, tuttavia, vidi il normale fondo marino sotto di me: roccia simile a quella su cui ero rotolato. Per un momento pensai che qualcosa mi avesse bloccato sul bordo del telone, ma cambiai idea, dopo aver sbirciato fuori dai vari oblò. Ero rotolato per una cinquantina di metri su quel tetto, e vi ero sprofondato dentro per metà del diametro della capsula. Dagli oblò superiori riuscivo a scorgere le lampade, sopra di me, e sotto di me il telone liscio: da quelli inferiori distinguevo la roccia e i tratti di sedimenti, sul fondo, ed una sorta di soffitto bianco verdognolo, luminescente… evidentemente il telone era illuminato dall’altra parte. Era davvero traslucido, dunque; ma la parte tesa intorno alla metà inferiore della capsula non poneva ostacoli alla mia vista. Alcune delle gambe metalliche erano estroflesse, da questa parte, e la sostanza del telone sembrava esersi sparsa su di esse in uno strato sottile, invisibile: non potevano averla sfondata, altrimenti non sarei rimasto sospeso su quel tetto. Pensai che doveva essere opera di un esperto di architettura molecolare… il che dimostra come una serie di premesse completamente sbagliate qualche volta conduca ad una conclusione esatta.

Ma che funzione aveva la tenda? Il fondale marino, laggiù, non sembrava affatto diverso dal resto. Non c’era traccia di esseri umani o di strutture artificiali. Non c’erano esseri viventi di nessun genere, a quanto potevo vedere, e vi assicuro che scrutai con impegno… per un momento avevo pensato che avessero sprecato tutta quell’energia per produrre cibi naturali per mezzo della luce artificiale. Era un’idea che si abbinava all’indifferenza nei confronti dei princìpi morali relativi all’energia: coloro che sprecavano tutti quei chilowatt nell’oceano non avrebbero certamente esitato ad approfittare di quel territorio per coltivare piante di mostarda o roba del genere. Il fondo marino era, più o meno, l’unico posto della Terra in cui si poteva tentare una impresa simile senza venire immediatamente scoperti dai vicini indignati, per non parlare poi del Consiglio di Amministrazione. L’unico guaio di quella teoria, a parte la naturale riluttanza a credere che esistesse gente simile, era che non vedevo piante di nessun genere. Del resto, non sapevo che tipi di pianta alimentare si potessero coltivare nell’acqua marina. Senza dubbio ce n’erano; e se non erano naturali, potevano essere modificati geneticamente.

Ma c’era un problema più immediato: cosa dovevo fare, adesso? Dopo aver provato per trenta secondi, mi convinsi che avrei potuto estroflettere e ritrarre le gambe metalliche fino a consumare tutta l’energia senza riuscire a smuovere la capsula. Non potevano premere su niente: il fondo era troppo in basso. Tentai di fare rotolare la macchina spostando il mio peso. Funzionava, nel senso che la capsula girava su se stessa, ma non serviva a portarmi più vicino a «riva». A quanto pareva, l’unica direzione in cui potevo muovermi era verso l’alto.

Era piuttosto irritante. Avevo deciso di piantare un piccolo transponder sonar presso l’entrata, quando l’avessi trovata, per guidare i mezzi della polizia. Se l’avessi seminato lì, avrebbe significato ben poco, per giunta la prima persona che fosse passata sopra o sotto l’avrebbe visto sul telone. Se avessi avuto le reazioni e la lungimiranza di un eroe romanzesco, avrei lanciato un transponder nel momento in cui mi ero accorto di non potermi più muovere. Ma non l’avevo fatto, ed era inutile rammaricarmene.

Potevo aspettare che trovassero la capsula e sperare di aver la possibilità di lanciare lo strumento senza che nessuno se ne accorgesse, mentre mi portavano via: ma mi sembrava che quello fosse un primato mondiale di ottimismo.

Non potevo accettare l’idea, comunque, di risalire alla superficie senza lasciare un transponder, anche se quella ed altre cose che sembravano tanto facili, adesso sembravano impossibili. Anche un serpente su un vassoio di cuscinetti a sfere ben oliati continua a divincolarsi.

Perciò rimasi. Del resto, era inutile andarmene prematuramente. Avevo ancora ossigeno in abbondanza, e c’era sempre la speranza di farmi venire una buona idea prima che loro mi trovassero… quali che fossero «loro». Quella speranza durò per circa sei ore.

Questa volta non era una ragazza, anche se forse era uno dei tre uomini che avevo visto prima. Aveva indosso, a quanto potevo giudicare, lo stesso tipo di muta. Stava nuotando verso di me, quando lo vidi per la prima volta, al di sopra del tetto come gli altri, uscendo dall’oscurità nella direzione in cui immaginavo che dovesse trovarsi l’entrata. Mi aveva visto di certo… o meglio, aveva visto la capsula. Sarebbe stato meglio che lo avessi scorto prima… sarebbe stato interessante, forse addirittura utile, sapere se ero stato scoperto accidentalmente da un sommozzatore di passaggio o da qualcuno che ispezionava di proposito la zona in cui era stata trovata l’imbarcazione naufragata. Tuttavia, anche se non lo sapevo, potevo prendermela con filosofia. Restai a guardarlo, mentre passava a nuoto sopra di me.

Doveva essere in grado di riconoscere la capsula senza eccessiva difficoltà. All’esterno c’era fissata una quantità di apparecchi anomali, ma in sostanza era una regolare capsula di salvataggio da alta pressione, del tipo che si trova in tutti i sommergìbili… una sfera di fibra di silice e di polimeri resistentissimi, in grado di sopportare la pressione di tre chilometri d’acqua marina. Era abbastanza leggera per stare a galla, normalmente, ma era modificata e zavorrata a dovere. Oltre alle gambe metalliche e ai meccanismi relativi c’erano i riflettori, i transponder, vari apparecchi sensori, e parecchie lastre di piombo distribuite in modo che il centro di galleggiamento ed il centro geometrico fossero il più vicini possibile. Erano le lastre di piombo a costituire la vera differenza: tutto il resto avrebbe permesso alla capsula di galleggiare egualmente.

Il sommozzatore smise di nuotare mentre mi passava sopra la testa, e scese lentamente verso di me. Adesso vedevo il suo viso attraverso il casco… anzi, trasparente com’era, quella specie di elmo si notava appena: sembrava che nuotasse a testa scoperta. Non ricordavo di averlo mai visto, nei cinque anni di lavoro alle dipendenze del Consiglio di Amministrazione, ma mi impressi nella mente i capelli neri, il taglio degli occhi, i contorni piuttosto squadrati della faccia, in modo da avere la certezza di riconoscerlo, se mai mi fosse capitato d’incontrarlo di nuovo. Presumibilmente, non poteva vedermi: gli oblò erano molto piccoli, le luci interne erano spente, e lui non mostrava quei segni di sorpresa che mi sarei aspettato di scorgere se avesse capito o immaginato che la capsula conteneva un uomo vivo.

Venne abbastanza vicino da toccare le apparecchiature… così vicino che non potei più vedere bene ciò che stava facendo. Mi dissi che non poteva far nulla di molto drastico, tenendo conto delle condizioni che la capsula era in grado di sopportare; ma mi sarei sentito molto più tranquillo se avessi potuto vedere sempre i movimento delle sue mani. Di sicuro stava toccando qualcosa: di tanto in tanto sentivo le vibrazioni dell’involucro, quando lui toccava qualcosa di particolarmente resistente.

Si scostò, e nuotò per due volte intorno alla capsula, senza mai distogliere gli occhi. Poi si posò sul telone, e vi premette contro la testa, come se cercasse di attraversarlo a nuoto.

Non osavo spostare il mio peso troppo rapidamente per sbirciare da uno degli oblò inferiori mentre lui stava ancora in quella posizione, e quindi non potevo sapere se il suo casco tendeva e forzava la sostanza traslucida quanto bastava per permettergli di vedere attraverso quella barriera… dopotutto, il casco era di parecchio più piccolo della mia capsula. Mi abbassai molto lentamente, per non muovere troppo il mio apparecchio, ma quando arrivai con gli occhi all’altezza di uno degli oblò inferiori, l’uomo si era già risollevato… almeno, non potevo vedere niente, contro il telone, tranne la sua ombra. Sembrava che si stesse allontanando a nuoto; perciò corsi il rischio e mi raddrizzai rapidamente. L’ombra mi aveva detto la verità. Stava tornando nella direzione da cui era arrivato.

Questa volta stetti più attento all’orologio. Lui tornò, insieme ad un altro, in poco meno di otto minuti. Il suo compagno portava il cilindro che era stato usato per portar via il relitto, o almeno uno identico; anche il primo uomo portava qualcosa, ma sul momento non riuscii a scorgere che cosa fosse. Sembrava un rotolo aggrovigliato di corda.

Quando si fermò sopra la capsula e lo scosse, comunque, vidi che si trattava di una rete: cominciò a stenderla intorno al mio apparecchio. A quanto pareva, dopo la prima ispezione aveva deciso che le varie sporgenze superficiali non offrivano appigli per le corde. Non potevo biasimarlo, se era arrivato a quella conclusione, ma avrei preferito che non l’avesse fatto. Non sapevo quanto fosse robusta quella rete ma, a meno che avesse grossi difetti di fabbricazione, sarebbe stata sufficiente a trattenere la mia zavorra. Se fosse stata fissata a dovere, sarebbe stato inutile che sganciassi i pesi. Era venuto indubbiamente il momento di andarmene, e allungai la mano verso il pulsante generale dello sgancio.

Poi mi venne un’altra idea. Lasciar cadere i pezzi di piombo avrebbe senza dubbio tradito la mia presenza, nell’eventualità che quelli non avessero intuito che nella capsula doveva esserci qualcuno. Ormai era fatta, e qualunque cosa combinassi non avrebbe rivelato loro niente di più. Tanto valeva, perciò, tentare qualcosa d’altro, per impedire che la rete mi avviluppasse, fino a quando mi fossi trovato di nuovo sulla roccia ed avessi avuto la possibilità di sganciare il transponder. A quanto pareva, non avevo nulla da perdere a tentare, e perciò feci estroflettere tutte le gambe metalliche nello stesso istante.

I due uomini non vennero colpiti, ma la cosa li sbalordì. Quello armato di rete stava toccando la capsula, e forse pensò di essere stato lui, involontariamente, a far scattare le molle. Comunque, nessuno dei due mostrò di ritenere che fosse opportuno affrettarsi, come avrebbero senza dubbio fatto se avessero sospettato che lì dentro c’era un uomo. Continuarono semplicemente a fissare il congegno di sollevamento come avevano fatto con l’altro relitto: adesso che le gambe metalliche erano estroflesse di appigli ce n’erano in abbondanza, e sarebbe stato difficile o addirittura impossibile avvolgere la rete intorno alla capsula. Tutto andava per il meglio.

Usarono la stessa tecnica dell’altra volta. Pensai che il cilindro contenesse un generatore chimico di gas, considerando la pressione in cui doveva gonfiarsi il pallone. Ma fu solo un pensiero fuggevole. Era molto più interessante osservare i due sommozzatori che mi spingevano verso il bordo del tetto, prima ancora che la mia capsula si fosse completamente sollevata. La prospettiva era abbastanza favorevole: due soli uomini, la roccia nuda ormai molto vicina… No, non essere così precipitoso: forse ti spingeranno proprio verso l’entrata che ci tieni tanto a scoprire. Aspetta ancora, ragazzo mio. Scostai le dita dal quadro dei comandi, e le intrecciai, per maggiore sicurezza.

Esattamente come era accaduto alla Pugnose, la capsula venne rimossa dal tendone e poi spinta parallelamente al bordo. Il movimento era lento: sebbene il carico non avesse peso, c’era da vincere la resistenza dell’acqua. Il tragitto durò più di quindici minuti. Io continuavo a guardare, nella speranza di scorgere l’ingresso. Mi aspettavo una sorta di apertura nel telone, ma poi vidi che si trattava di qualcosa di diverso.

Dopo un quarto d’ora, i miei portatori si allontanarono di nuovo dalle luci, dirigendosi su per il pendio che si trovava alla nostra destra. Dopo circa duecento metri in questa nuova direzione, arrivammo sul ciglio di un’altra conca, in apparenza identica a quella in cui per poco non ero rimasto intrappolato alcune ore prima: ma era più grande. La parte centrale della depressione era illuminata ancora più vivamente del tetto, e l’ingresso era proprio lì.

Non ebbi tempo di guardarlo con molta attenzione: agii troppo in fretta. Scorsi qualcosa che sembrava una sorta di pozzo dalle pareti lisce, del diametro d’una dozzina di metri, con scale a grappe che scendevano tutto intorno al bordo. La luce proveniva in gran parte da un punto del pozzo al di sotto della mia visuale. Tra me e l’apertura c’era una dozzina o più di figure che nuotavano: e quando le vidi mi decisi ad agire. Se mi fossi trovato circondato da un branco di sommozzatori, avrei avuto ben poche possibilità di sganciare un transponder senza che quelli se ne accorgessero; e senza perdere altro tempo a riflettere, sganciai contemporaneamente la zavorra ed uno dei rivelatori. Mi resi conto immediatamente che poteva essere un errore, perché ciascuna di quelle lastre di piombo era abbastanza pesante, anche sott’acqua, per fracassare lo strumento, e quando sentii la capsula sollevarsi di colpo sganciai un altro transponder. Era possibile che i miei accompagnatori si lasciassero distrarre dalla zavorra… anzi, quella possibilità era migliore di quanto pensassi, come scoprii in seguito.

Udii il piombo urtare contro la roccia. Evidentemente, l’udirono anche i sommozzatori intorno al pozzo. Impiegarono alcuni secondi per individuare l’origine del rumore. Un uomo giudica la direzione di un suono, in parte, dalle differenze del tempo con cui l’onda sonora gli arriva alle due orecchie: e data la velocità elevata del suono nell’acqua, il fatto che la vibrazione veniva trasmessa anche dalla roccia, e i caschi che tutti portavano, era impossibile, per loro, farsi un’idea chiara dell’origine del rumore. Quando si avviarono nella mia direzione, lo fecero solo perché uno dei due che mi stavano trasportando fece brillare una torcia elettrica per chiamarli.

I due erano rimasti aggrappati alle mie gambe… alle gambe della capsula, dovrei dire. Naturalmente, non potevano trattenermi. Occorre ben altro che due corpi umani per rimpiazzare parecchie tonnellate di piombo. Tuttavia restavano con me, e guidavano gli altri.

All’inizio non me ne preoccupai, poiché non erano abbastanza numerosi per trattenermi, e se anche lo fossero stati, non avrebbero trovato lo spazio per aggrapparsi tutti. Il mio unico vero motivo di preoccupazione era la possibilità che nei dintorni ci fossero sommergibili da lavoro muniti di grappe. Tuttavia, sarei stato al sicuro anche in questo caso, purché avessero tardato a comparire ancora per qualche minuto. Avrebbero dovuto darmi la caccia con il sonar, quando io fossi stato fuori di vista, e cominciavo ad essere certo che quelli non ci tenevano affatto ad irradiare onde sonar. Giungono troppo lontano, e si riconoscono troppo facilmente. Non sapevo ancora cosa stesse combinando quella gente, ma l’attività aveva tanti aspetti illegali da farmi pensare che quelli attribuissero una importanza enorme alla segretezza.

Tra poco, quelli che stavano aggrappati alla mia capsula sarebbero stati costretti a mollare la presa. Non esiste un respiratore subacqueo che consenta ad un uomo di risalire alla velocità di un metro al secondo per più di qualche decina di metri, senza incappare in un’embolia. Non sapevo che razza di miscuglio di gas respirassero quei tali: ma le leggi della fisica sono quelle che sono, ed i corpi umani debbono inevitabilmente adeguarvisi.

I sommozzatori più lontani stavano tornando indietro, quando mi passò per la mente questo pensiero: li potevo vedere contro lo sfondo vago del pozzo illuminato. Potevo vedere anche, non molto bene, la luce che uno dei miei passeggeri abusivi stava facendo lampeggiare nella loro direzione. Sembrava che avesse ancora qualche speranza. Forse c’era davvero un sommergibile, nelle vicinanze, e lui cercava di restarmi addosso abbastanza a lungo per guidarlo. Comunque, a meno che comparisse molto presto, l’uomo avrebbe perduto la partita, e ci avrebbe anche lasciato la pelle.

Vidi un altro sommozzatore, vicinissimo, tra me e la luce: il mio secondo passeggero doveva essersi staccato. E il primo, quando avrebbe lasciato la presa? La sua lampada brillava ancora, ma ormai poteva servire a ben poco. Scorgevo a malapena il pozzo, e senza dubbio nessuno, laggiù, era in grado di vedere quel minuscolo barlume. Evidentemente se ne rese conto anche l’uomo, perché dopo pochi altri secondi la luce si spense. Mi aspettavo di vederlo andarsene, come aveva fatto il suo compagno, poiché era inutile che mi restasse attaccato, ma lui non doveva pensarla così. Aveva altre idee: ed una, dal suo punto di vista, era ottima. A me non piacque molto.

Il materiale con cui vengono fabbricate le capsule a pressione non è metallo, e differisce parecchio da tutti i metalli per le sue proprietà elastiche. Ma come i metalli, se lo percuoti produce un rumore. Non sapevo con che cosa avesse cominciato a battere il mio passeggero: ma di rumore ne faceva. Io che stavo dentro la capsula posso garantirlo. Un bel ritmo costante, un colpo al secondo, che risuonava sulla capsula, e devastava le mie orecchie ed i miei piani. L’uomo non aveva bisogno di luce: qualunque sommergibile da lavoro poteva puntare verso quel rumore, anche da parecchie miglia di distanza, se disponeva di una strumentazione appena appena decente.

E a me non veniva in mente nessun possibile sistema per farlo smettere.

CAPITOLO 5

Potevo provare ad azionare le gambe metalliche, naturalmente. E provai. Era così buio, adesso che la luce irradiata dal pozzo d’entrata e dal telone era ridotta a un remoto barlume, che forse l’uomo non si accorse neppure di quel che stavo facendo. Se fosse stato aggrappato ad una delle gambe, sarebbe rimasto sconcertato, quando io la facevo rientrare, e magari si sarebbe preso una grossa botta quando la facevo estroflettere di nuovo: ma a quanto pareva non accadeva niente del genere. Azionai parecchie volte tutte le gambe senza ottenere il minimo cambiamento nel ritmo dei rumori.

Provai a spostare il mio peso, per far rotolare la capsula. Funzionò, ma al mio passeggero la cosa non diede alcun fastidio. Era logico. Un sommozzatore non sta a badare molto se si trova a testa in su o a testa in giù, e il passeggero clandestino di un mezzo subacqueo, nell’oscurità più totale, se ne preoccupa meno ancora. L’unico ad esserne infastidito ero io.

Ma perché quell’uomo era ancora vivo, cosciente e attivo? Ormai la capsula era risalita per più di trecento metri, attraverso una differenza di pressione che sarebbe stata sufficiente a fargli scoppiare la tuta, se era davvero ermetica come pensavo io. Se invece non lo era, e se lui stava facendo uscire il gas per tenere normale il volume dei suoi polmoni, si sarebbe trovato nei guai al momento di ridiscendere; e comunque, indipendentemente dai problemi di volume, e dal fatto che lui respirasse elio o chissà cosa, ormai avrebbe dovuto essere fuori uso a causa dell’embolia.

Ma la triste verità, invece, era che quello andava ancora forte, e io non avevo alcuna possibilità di liberarmene.

I genii del Consiglio d’Amministrazione che avevano preparato la missione non avevano previsto una situazione del genere. Non c’era dubbio che presto sarebbe comparso un sommergibile per catturarmi… non c’era altra spiegazione logica, tenendo conto del fatto che quell’individuo aveva deciso di restarmi cucito addosso. C’erano sempre le eventualità illogiche da prendere in considerazione, naturalmente: forse quello aveva deciso di sacrificarsi perché io non potessi risalire alla superficie. Ma anche quella possibilità comportava la comparsa di qualcosa. Magari un siluro. Personalmente, dubitavo molto dell’idea del sacrificio. Molta gente è capace di sacrificarsi per una causa che considera importante, ma non ho mai incontrato un violatore delle leggi che si comportasse in quel modo. E soprattutto, non ho mai visto uno sprecatore di energia capace di tanto: per quegli individui, la parola d’ordine è egoismo.

Ma lascia perdere la psicologia: che cosa si può fare? Forse quel tipo è un cadavere che si muove, ma resta il fatto che continua a lanciare il suo segnale. Perché non sono sceso con un sommergibile da lavoro? Niente, salta questa domanda: è uno spreco di tempo e di pensiero. Come posso staccarmelo di dosso, o almeno come posso impedirgli di far rumore?

Una domanda formulata male. Non posso fargli niente. Lui è fuori, io sono dentro, e data la differenza di pressione non possiamo incontrarci. Allora, come posso persuaderlo a mollare la presa o a smettere? Se non comincio a comunicare, non posso neppure convincerlo. È ovvio.

Accesi le luci, esterne e interne. Questo, almeno, attirò l’attenzione dell’uomo: smise di battere per un momento. Poi riprese, ma meno regolarmente, e lo intravvidi, mentre si spostava in modo da poter guardare all’interno attraverso uno degli oblò. Mi scostai, in modo che potesse vedermi chiaramente, e per qualche secondo restammo a guardarci. I colpi cessarono di nuovo.

Era l’uomo che aveva scoperto la capsula. Non sono un lettore del pensiero: ma dalla sua espressione compresi che solo in quel momento s’era reso conto che dentro c’era qualcuno, e che quella rivelazione lo sorprendeva e lo turbava. Riprese a battere, con un ritmo molto più irregolare. Dopo qualche secondo intuii che stava trasmettendo in una sorta di codice, sebbene non riuscissi a decifrarlo.

Tentai di fargli capire a gesti che quel baccano mi torturava le orecchie, ma lui si limitò a scrollare le spalle. Anche ammesso che il mio benessere gli stesse a cuore, non doveva avere un ordine di priorità molto elevato. Alla fine, terminò di trasmettere il suo messaggio in codice e riprese a battere regolarmente. Non sembrava infuriato: non faceva smorfie, non agitava i pugni nella mia direzione, non faceva niente del genere: ma non aveva neppure l’aria di considerarmi un vecchio amico perduto e ritrovato. Vedevo la sua faccia chiaramente, senza distorsioni, attraverso il casco: ma la sua espressione non tradiva un autentico interesse. Impiegai un po’ di tempo nel tentativo di indurlo a rispondere ai miei gesti e, quando vidi che non mi badava, pensai di scrivere un biglietto e di mostrarglielo attraverso l’oblò, anche se non sapevo quali lingue poteva conoscere. Riuscii a trovare qualche pezzo di carta in una delle mie tasche; ma non scovai niente con cui scrivere, e dovetti rinunciare all’idea. Alla fine desistetti e spensi di nuovo le luci. Era inutile aiutarlo a guidare fino a noi il sommergibile.

Non riuscivo a pensare ad un piano più pratico, e tornai a domandarmi come facesse a sopravvivere quell’uomo. Durante il periodo in cui erano rimaste accese le luci eravamo risaliti di parecchie altre decine di metri, e dalla sua muta non era sfuggita neppure una bolla. Cominciavo a chiedermi se era veramente una tuta a pressione ambiente. Era difficile capire come mai una sostanza tanto sottile, e soprattutto tanto flessibile, potesse costituire una corazza antipressione: d’altra parte, le strane caratteristiche del telone indicavano che erano stati fatti molti progressi nel campo dell’architettura molecolare. Non ero in grado di affermare che un’armatura del genere era impossibile: ma avrei voluto almeno avere una vaga idea di com’era fatta.

Adesso, naturalmente, a ripensarci mi sento un po’ sciocco. L’uomo era in piena vista, a poche spanne da me, ed era rimasto così per cinque minuti buoni, e mi era sfuggito il fattore-chiave… non in quello che vedevo, ma in qualcosa che non vedevo. Se non altro, non sono il solo a sbagliare così.

Quello continuava a battere. Il rumore non era in verità abbastanza forte da diventare doloroso, ma mi dava fastidio, un po’ come la tortura cinese della goccia d’acqua. Forse era fastidioso anche per l’uomo che stava la fuori, e mi consolai un po’ pensando che, oltre tutto, gli costava fatica. Mi consolò ancora di più l’idea che, sebbene insistesse da un pezzo, l’aiuto che stava invocando non era ancora arrivato.

Seicento metri: non avevo ancora coperto metà della distanza che mi separava dalla superficie, sebbene per il mio passeggero clandestino fosse un cambiamento di pressione insopportabile. Non mi tranquillizzava molto sapere che avevo lasciato tant’acqua sotto di me: neppure il doppio sarebbe stato sufficiente. Non c’era una squadriglia della polizia pronta a raccogliermi: non c’era neanche una scialuppa. La capsula aveva soltanto le normali emittenti automatiche per chiedere aiuto; non sarebbero entrate in funzione se non quando fossi arrivato alla superficie… ed era improbabile che ci arrivassi. Quasi sicuramente c’era un mezzo del Consiglio a poche miglia di distanza, poiché il piano non prevedeva che io navigassi nella capsula aperta fino all’Isola di Pasqua, dopo essere affiorato alla superficie: ma non mi sarebbe stato di utilità immediata. La tempesta probabilmente stava infuriando ancora, e quelli non sarebbero riuciti a vedermi neppure a cinquanta metri di distanza. E se anche mi avessero visto, quasi certamente non avrebbero potuto far niente, a meno che avessero a bordo l’attrezzatura specializzata da recupero, il che non mi pareva molto verosimile. Anche una piccola tempesta oceanica è un affar serio, e non è facile ripescare una capsula a pressione che galleggia sulle acque sconvolte.

Tuttavia, quel pensiero aveva anche un aspetto incoraggiante. Se fossi arrivato alla superficie, sarebbe stato un problema per qualunque sommergibile abbrancare la capsula. Allora la mia emittente sarebbe entrata in funzione e forse… forse, se avesse attirato nei dintorni una nave del Consiglio, gli inseguitori avrebbero preferito non farsi vedere. D’altra parte, era almeno altrettanto verosimile che quelli fossero disposti a fare di tutto per impadronirsi di me, alla faccia degli eventuali testimoni, dopo quello che avevo visto laggiù. Ma era meglio aggrapparmi all’altra speranza: mi era di maggior conforto. Poiché sono un essere umano civile, solo in seguito mi venne in mente la possibilità che, se non fossero riusciti a catturarmi, avrebbero potuto aprire un bel buco nella capsula e lasciarmi affondare.

Forse ce l’avrei fatta. I minuti continuavano a trascorrere. Ognuno sembrava impiegarci un anno: ma passavano. Ognuno mi portava circa sessanta metri più vicino alle ondate tempestose, se c’erano ancora. Non mi ero preso il disturbo di controllare le previsioni meteorologiche, oltre al momento in cui era stata fissata la mia immersione, ed ero rimasto sul fondo diverse ore. Non sono affatto impervio al mal di mare, ma mi auguravo che il moto ondoso fosse ancora abbastanza vivace da farmelo venire, questa volta. Forse sarebbe riuscito anche a costringere il mio amico, là fuori, a mollare l’appiglio cui stava aggrappato. Ecco, potevo sperare anche in questo.

Ma prima doveva arrivarci, a quelle onde, e mancavano ancora ottocento metri. E quello continuava a battere. Se fossi stato in qualunque altro posto, avrei preferito ormai la goccia d’acqua della tortura cinese, ma non era il luogo più adatto per augurarsi sgocciolii. Cercai di non ascoltare il rumore, rivolgendo l’attenzione ad altre cose, per esempio l’indicatore di pressione (l’ago ondeggiava leggermente, forse per il moto ondoso alla superficie) o il problema del cibo. Se lassù c’era ancora in corso una mareggiata, avrei fatto meglio a non mangiar niente.

Continuavo a spostarmi da un oblò all’altro, nel tentativo frenetico ma vano di individuare il sommergibile che senza dubbio si stava avvicinando: ma il mio passeggero lo vide prima di me.

CAPITOLO 6

Compresi che cos’era successo quando il battito regolare si trasformò di nuovo nel codice complesso, ma impiegai un altro mezzo minuto per scorgere la luce che si avvicinava. Da nessuno degli oblò avevo un ampio angolo di visuale.

Tutto ciò che potei vedere in un primo momento fu la luce, una scintilla solitaria su uno sfondo tenebroso come lo spazio: ma non potevano esserci dubbi. Era un poco più in basso di noi, da un lato. Cambiò comportamento, quando divenne più luminosa. A quanto pareva, si stava avvicinando su di una rotta a spirale, tenendo il suono ad un angolo costante rispetto alla prua, in modo che il pilota avesse sempre un’idea precisa della distanza che lo separava dalla sorgente sonora.

Anche quando venne più vicino faticai a distinguerlo chiaramente, perché il riflettore principale era puntato dritto sulla capsula, e la radiazione diffusa era troppo scarsa per mostrare qualcosa di preciso. Questo, evidentemente, infastidì anche il mio passeggero, che si affrettò a trasmettere un altro messaggio in codice, mentre il sommergibile si fermava a una trentina di metri di distanza; e la luce si spense. Al suo posto, una dozzina di raggi più piccoli illuminò l’intera area; nessuno era rivolto direttamente verso di noi, e perciò potei scorgere abbastanza bene il nuovo arrivato.

Non somigliava esattamente ai sommergibili che conoscevo io, tuttavia era abbastanza simile ad alcuni modelli da offrirmi qualche termine di riferimento. Era piccolo, monoposto o biposto, e non era costruito per le grandi velocità: all’esterno era bene attrezzato, con congegni di manipolazione… estensioni snodate a braccio e a forma di mano, grappe, sonde, più qualcosa che sembrava uno scavatore a getto d’acqua. Una delle mie speranze si spense rapidamente: avevo pensato che forse un piccolo sommergibile non avrebbe avuto un galleggiamento negativo sufficiente per trascinare la capsula verso il fondo, ma quello era dotato di grosse camere di sollevamento, e quindi doveva avere anche una quantità corrispondente di zavorra. Evidentemente, tra le altre cose poteva fungere da rimorchiatore. Se mi avesse abbrancato, avrebbe potuto trascinarmi benissimo sul fondo: ed era difficile immaginare come fosse possibile impedire che mi catturasse. Per cercare di tenerlo lontano, avevo a disposizione soltanto le gambe metalliche.

Non sapevo quanto potessero essermi utili, ma tenevo le dita accostate al quadro dei comandi, deciso a non lasciarmi sfuggire un’eventuale occasione favorevole. Almeno, adesso che mi si prospettava una possibilità di agire, non stavo più. lì a rodermi come avevo fatto prima della comparsa del sommergibile.

Come primo tentativo, il pilota si portò al di sopra della capsula e si abbassò. Doveva essere un tipo che amava le scene sensazionali, perché era difficile immaginare un sistema meno efficiente per affondare un oggetto rotondo. Pensai che avrebbe passato i guai suoi, ma il mio passeggero non sembrava preoccupato, e devo ammettere che quel tipo sapeva manovrare il suo sommergibile. Il sommozzatore lo guidò agitando le braccia, in modo che io venissi a trovarmi sotto il centro di galleggiamento: e il contatto venne stabilito. Il mio contatore di pressione indicò subito che il movimento ascensionale si era invertito.

Attesi qualche secondo, nella speranza che il mio passeggero abusivo salisse a bordo del sommergibile, ma quello non ne fece nulla: e finalmente gli mostrai la mia tecnica. Era abbastanza semplice… più semplice che rotolare sul fondo marino, poiché la superficie sopra di me era assai più liscia. Inoltre, non dovevo andare lontano, per ottenere qualcosa: bastava un lieve spostamento rispetto al centro di gravità per dare alla capsula uno slancio che era troppo sia per i suoi tempi di reazione che per i suoi reattori d’assetto. Poiché aveva abbastanza peso per sopraffare la mia spinta ascensionale, il sommergibile si inclinò, ed io ripresi a salire.

Purtroppo, come ebbi modo di scoprire subito, il mio passeggero abusivo era ancora con me. Ricominciò a battere pochi secondi dopo che mi ero svincolato. Il suo amico, evidentemente, impiegò un po’ di tempo per ridare un assetto decente al suo mezzo (potevo capirlo: rigirarsi nell’acqua, con un paio di tonnellate di zavorra per giunta, è un problema per qualunque sommergibile), ma ritornò all’attacco anche troppo presto. Non aveva più voglia di far scena: mi piombò addosso direttamente, con una grappa protesa.

Accesi i riflettori esterni, un po’ per rendergli più difficile l’impresa e un po’ per vederci meglio io. Sarebbe stata una faccenda seria per entrambi: lui doveva trovare qualcosa che la mano meccanica potesse afferrare, e io dovevo spostare il peso del mio corpo in modo da girare la capsula quanto bastava per mettere in linea una zampa metallica e per realizzare quel che avevo in mente. Per fortuna avevo appena fatto un po’ di pratica sul fondo. Almeno adesso sapevo con precisione dove schizzava fuori ognuna delle gambe, rispetto alla posizione degli oblò.

La prima volta lo colsi di sorpresa. Non aveva preso in considerazione tutte le possibilità di azione di quelle gambe… forse non sapeva neppure quante potevo usarne, sebbene dall’esterno fossero abbastanza visibili. Lui seguiva molto bene il mio movimento ascensionale, sebbene io riuscissi ad ostacolarlo un po’ spostando il mio peso e variando la presentazione frontale della capsula leggermente irregolare. Dato che il moto verticale relativo era in pratica eguale a zero, il sommergibile avanzò lentamente con la mano meccanica protesa, in cerca di una sporgenza qualunque… non potevo sapere che cosa avesse in mente. Feci roteare la capsula quanto bastava per mettere una gamba esattamente in linea con la grappa, e quando questa fu a circa mezzo metro di distanza, la feci estroflettere di colpo.

La molla era molto robusta. Ricordate, era stata fatta per mantenere la capsula in equilibrio su di una pendenza, con la zavorra ancora attaccata. Gli ingegneri che l’avevano costruita sarebbero stati in grado di dirvi esattamente quanti chilogrammi di spinta poteva dare. Io non lo so: comunque, la sentii. Il sommergibile e la capsula si allontanarono uno dall’altra. La linea di spinta non passava esattamente dal centro del mio guscio, e ne risultò una notevole rotazione. Il sommergibile non roteò. O la spinta era meglio centrata per lui, oppure questa volta il pilota fu più rapido ad azionare i reattori di assetto.

Era un tipo ostinato. Ritornò e ritentò la stessa manovra, dopo che la mia rotazione cessò. Io riuscii a ripetermi, più o meno con gli stessi risultati. Ma il mio passeggero non aveva mollato la presa, e ormai aveva capito la mia tecnica. Si staccò dalla capsula per avere libere le mani e le agitò per una decina di secondi in un movimento complicato che per me non significava nulla, e poi tornò ad abbrancarsi.

Il sommergibile si avvicinò come le altre due volte precedenti, e io cercai di mettermi in linea per sferrare un altro calcio. Il mio amico, però, aveva altre idee. Era molto più lontano dal centro di me, e poteva esercitare una torsione molto superiore. Per giunta, poteva vedere la posizione delle gambe, e quando spostai il mio peso per metterne una in linea con la grappa, intervenne. Era troppo astuto per combattere direttamente con me, anche se forse ci sarebbe riuscito; lasciò invece che mi muovessi, e poi diede una spinta supplementare da una parte, in modo che io fallissi la posizione esatta. Per tre volte tentai di mettermi in linea, mentre la grappa si avvicinava, e finalmente sferrai il colpo, un po’ fuori allineamento, quando il sommergibile stava per stabilire il contatto. La gamba sfiorò il lato della mano meccanica, e impresse una certa rotazione alla capsula, ma non urtò niente di abbastanza solido per spingerci lontani. Peggio ancora: offrì al pilota del sommergibile la possibilità di abbrancare proprio la gamba. Era convinto, evidentemente, che quella fosse una presa anche migliore del previsto: l’afferrò stretto, e cominciò ancora una volta a perdere in galleggiamento.

Questo fu un errore, anche se non mi tornò utile quanto forse poteva. La gamba non era abbastanza resistente per tenere giù la capsula. Si spezzò, e ancora una volta il sommergibile sparì, sotto di me. Mi affrettai a spegnere le luci, augurandomi che il mio passeggero fosse stato scrollato via dal sobbalzo. Forse si era staccato, ma non era abbastanza lontano per perdere le mie tracce. Dopo pochi secondi ricominciò a battere: ancora qualche istante, e le luci del sommergibile furono abbastanza vicine da rendere futile il mio oscuramento. Riaccesi i riflettori, per poter vedere e riprendere il duello.

Il pilota del sommergibile, adesso, ebbe l’idea di protendere la grappa verso il punto in cui la gamba si era staccata, per costringermi a girare, se volevo portarne in linea un’altra. Il mio amico sommozzatore collaborava generosamente, e per un po’ ebbi timore che mi avessero beccato. Il pilota del sommergibile era troppo intelligente per mirare ad un’altra gamba, ma riuscì a schivare i numerosi calci che io sferravo. Si accostò, cercò di afferrare qualcosa, sulla superficie esterna della capsula, ma agì troppo in fretta e sbagliò. Dovette arretrare per prepararsi ad un altro tentativo… ed io ebbi il tempo di mettere in atto una nuova idea.

Sapevo dov’era il sommozzatore. Lo vedevo, quanto bastava per indovinare da che parte avrebbe spinto la prossima volta. Cominciai a imprimere una rotazione alla capsula, tenendo lui in posizione polare, in modo che non se ne accorgesse troppo presto. Il trucco funzionò, anche se non riuscii ad ottenere una rotazione veramente rapida… non era possibile, certo, con una torsione così scarsa: ma grazie al peso della capsula era sufficiente per i miei scopi. Uno dei miei punti di forza in fisica, a scuola, era stata la meccanica. Non ero in grado di risolvere quantitativamente il mio problema attuale, perché non conoscevo né la mia velocità angolare né il momento d’inerzia della capsula, ma trovai la soluzione qualitativa. Quando la grappa si avvicinò di nuovo, spostai il mio peso per la solita manovra. Il caro passeggero tentò il trucco abituale per spingermi lateralmente, e in questo modo orientò la gamba metallica esattamente nel punto che interessava a me. Forse aveva dimenticato quello che gli avevano insegnato sul conto dei giroscopi, oppure cominciava ad essere stanco. Colpii in pieno la grappa, e ci separammo di nuovo. Se fossi stato io, ai comandi di quel sommergibile, a quel punto mi sarei stufato dell’intera faccenda.

Ma a quanto pareva, il pilota era più paziente di me; tornò a farsi avanti anche troppo presto.

Io avevo guadagnato circa cento o centoventi metri con ogni fase del duello. Avevo la spiacevole sensazione che sarei rimasto a corto di trucchi prima di coprire l’intera distanza che mi separava dalla superficie. Certamente, se lui avesse avuto la pazienza di continuare a ripetere la stessa tecnica, presto mi avrebbe lasciato in secco.

Comunque, non ebbe tanta costanza. A quanto pareva, aveva deciso che la grappa non era lo strumento più adatto. Quando si rifece sotto, la volta successiva, effettuò l’abituale abbinamento di velocità ad una certa distanza, al di sopra di me, anziché alla stessa altezza. Una piccola luce lampeggiò, sicuramente trasmettendo un segnale in codice, ed il mio amico a prova di pressione mollò la capsula e salì a nuoto verso il sommergibile. Dopo un momento ritornò, trascinandosi dietro una fune.

Avevano deciso, sembrava, che le mani umane fossero più versatili di quelle meccaniche.

Sul momento non mi preoccupai. Non c’era niente, all’esterno della capsula, che si prestasse per affrancare una corda, eccettuate le gambe metalliche: ed era già stato dimostrato che queste non erano abbastanza robuste. Ore prima, sul fondo — no, pensandoci bene, era stato molto meno di un’ora prima — il mio amico aveva sentito il bisogno di procurarsi una rete da avvolgere intorno alla sfera. Se adesso non aveva a disposizione una rete, tutto sarebbe andato per il meglio.

Ma purtroppo l’aveva. Era più grossa e pesante di quella che avevano usato sul fondo, e probabilmente era proprio per quel motivo che non se l’era portata dietro a nuoto. Quando ritornò, proprio al di sopra della capsula, cominciò a tirare la corda, e la rete uscì da uno dei portelli del sommergibile. L’attirò a sé e cominciò a stenderla in modo che la sfera, salendo, vi sarebbe finita dentro.

La prima volta fallì la manovra, ma senza merito mio: semplicemente, non riuscì a spiegare la rete in tempo. Vi incappai quando era aperta soltanto in parte. Il suo peso era mal distribuito, e perciò, automaticamente, rotolai fuori e continuai a salire. Non dovetti alzare neppure un dito. Anche il sommergibile saliva, naturalmente; perciò la rete ricadde, chiudendosi, all’estremità della fune. Il pilota fu costretto a ritirarla meccanicamente, mentre il sommozzatore mi restava abbarbicato: e dovettero ricominciare daccapo.

E così avevo guadagnato altre decine di metri.

La volta successiva aprirono la rete molto più in alto di me. Una volta completamente spiegata, era addirittura meno manovrabile della capsula, e roteando abilmente in modo che le irregolarità esterne della sfera condizionassero la direzione dell’ascesa, riuscii a portarmi abbastanza lontano dal centro per rotolarne fuori come la volta precedente. Ci sarebbero voluti altri due sommozzatori, pensai.

Ma poi dovetti constatare che ne bastava uno. Ritirarono di nuovo la rete, il sommergibile salì di nuovo ad una certa distanza, regolò il galleggiamento in modo che si sollevasse più lentamente di me; e poi il pilota uscì per dare man forte al sommozzatore. Afferrarono ciascuno un angolo della rete e, con il sommergibile al posto del terzo vertice, formarono un ampio triangolo e riuscirono a tenerlo incentrato sopra di me. Io cercai di avvicinarmi al sommergibile, che sembrava abbandonato e che non si sarebbe spostato per tener la rete ben tesa. Ma non servì a niente. Gli uomini si mossero nella stessa direzione, lasciando che la rete calasse verso di me.

Poi me la trovai drappeggiata intorno, e non avrei saputo da che parte rotolare, anche se fossi stato in grado di farlo. I due si avvicinarono e cominciarono a legarne le cocche sotto di me.

Se avessero completato la manovra, sarei stato spacciato. Li osservai meglio che potevo, cercando di scoprire se c’era un peso maggiore della rete da una parte che dall’altra. Individuai quella che mi sembrò una possibilità di interrompere la loro attività, mentre guardavo meglio, e purtroppo ne approfittai.

Uno degli uomini era vicino alla capsula, un po’ più in basso, ed era impegnato ad accostare una sezione della rete. Forse era il pilota… la luce era buona, ma non persi tempo a controllare. Comunque, non conosceva la disposizione delle gambe metalliche come la conosceva il suo compagno. Era proprio sulla traiettoria di una di esse: e la feci scattare.

La mia intenzione, se pure ne avevo una (in realtà non persi tempo a pensare) era di toglierlo di mezzo per avere una possibilità di ruzzolare fuori dalla rete. Certamente non avevo intenzione di causargli lesioni gravi o permanenti. Il disco terminale della gamba, però, lo colpì al fianco destro: difficilmente avrebbe potuto evitare di spezzargli qualche costola. Lo scaraventò lontano, come uno squalo colpito a testate da un delfino. La corda che stringeva volò praticamente via dalla sua mano destra, e un utensile che non riuscii a identificare gli cadde dalla sinistra. Cominciò a sprofondare.

L’altro gli fu accanto prima che uscisse dal cerchio di luce. Evidentemente aveva perso i sensi; il suo corpo era inerte, quando il suo compagno lo rimorchiò in alto, verso il sommergibile. Io non stetti ad osservare con molta attenzione, un po’ perché cercavo di rotolare fuori dalla rete, e un po’ perché ero pentito di ciò che avevo fatto.

Anche rotolando, non riuscii a combinare molto. Avevano già fatto alcuni nodi, e, a quanto pareva ero destinato a restare dov’ero. Riuscii a fare un mezzo giro, portando in alto quello che era stato il fondo della sfera al momento della cattura, ma non servì a niente. La rete si avviluppò ancora più strettamente intorno alla capsula.

Ormai mi trovavo un po’ al di sopra del sommergibile — come ho detto, l’avevano regolato in modo che salisse più lentamente di me — e la tensione del cavo che lo univa alla rete mi faceva dondolare direttamente sopra di esso. Inoltre, notai che faceva inclinare il sommergibile, perché il cavo non era fissato nei pressi del suo baricentro. Restai di vedetta, impotente ma pieno di speranza, per scoprire se quell’unica fune era abbastanza robusta per trascinarmi giù, quando loro avessero veramente applicato del peso al sommergibile.

Non lo scoprii. L’uomo illeso si portò dietro a rimorchio il compagno, aprì il portello principale e con qualche difficoltà lo caricò a bordo. Fino a quel momento, stavamo ancora salendo. Adesso il sommergibile parve acquistare peso, perché il cavo si tese e il mio indicatore di pressione invertì nuovamente la direzione. Il sommergibile, che si era stabilizzato dopo che gli uomini erano saliti, ora s’inclinò bruscamente di poppa. Evidentemente la trazione ascensionale malcentrata, comunicata dal cavo della rete, era troppo forte per controbilanciarla sganciando zavorra, almeno se nei serbatoi c’era un peso totale sufficiente per proseguire la discesa. A quanto sembrava, era più importante riportarmi giù che mantenere in assetto il loro mezzo. Io continuavo a guardare, tenendo le dita incrociate, augurandomi che il cavo cedesse.

A cedere, invece, fu la pazienza di qualcuno. Forse il sommozzatore che avevo colpito era ferito gravemente, anche se mi auguravo di no: ma quale che ne fosse la causa, l’uomo che adesso pilotava il sommergibile decise che era necessario sbrigarsi.

All’improvviso sganciò la corda, la rete e tutto, e in pochi secondi scomparve. Finalmente ero solo, diretto nuovamente verso la superficie. Era quasi una delusione, dopo tanti sforzi.

E fu anche un enorme sollievo. Il duello, se vogliamo chiamarlo così, era durato soltanto dieci o quindici minuti complessivamente, e di certo non mi era costato una grande fatica fisica; ma mi sentivo come se avessi combattuto dieci round contro qualcuno di una categoria superiore alla mia.

Adesso ero al sicuro. Non c’era pericolo che mi ritrovassero, senza sonar, senza nessuno aggrappato all’esterno del mio scafo e intento ad irradiare onde sonore, e con la mia sfera a luci spente… mi affrettai a spegnerle non appena questo pensiero mi attraversò la mente. Avevo meno di seicento metri di risalita… non più di dieci minuti, a meno che il peso della rete e della corda non comportassero una notevole differenza. Tenni d’occhio per un po’ gli indicatori e decisi che non modificavano affatto la velocità ascensionale; e per la prima volta da quando avevo lasciato la superficie, mi addormentai.

CAPITOLO 7

Mi svegliai, sentendomi sballottare; la tempesta non era cessata. Più esattamente, mi svegliai perché andai a sbattere con la testa contro uno spigolo del quadro dei comandi.

La botta non era stata abbastanza forte da danneggiare il quadro o la mia testa, ma era fastidiosa. Ed era fastidiosa anche la situazione. Sballonzolare su e giù, su onde alte cinque metri, è già una gran brutta faccenda con una imbarcazione stabile, ma dentro a un contenitore quasi sferico, che in pratica non ha preferenze tra su e giù, e infinitamente peggio. Ero stato nello spazio in condizioni d’imponderabilità, e non è uno scherzo: ma preferirei mille volte ritrovarmici, piuttosto di venire trasformato in un pallone umano da pallavolo nel mezzo di una tempesta del Pacifico, sia pure di proporzioni ridotte. Non se ne erano preoccupati troppo, quando avevano progettato le capsule di salvataggio per sommergibili. L’idea ispiratrice era arrivare alla superficie, non stare comodi dopo esserci arrivati. Tutto quello che potei fare fu accendere l’emittente per lanciare l’invocazione di aiuto e cercare di tenere lo stomaco a posto.

Non potevo neppure essere sicuro che qualcuno lo ricevesse… il mio segnale, voglio dire. C’era da scommettere che lo avrebbero captato, dato che stavano aspettando il mio ritorno. Ma già parecchie scommesse sicure, ultimamente, non avevano pagato.

Non potevo neppure dormire. Per fortuna, avevo avuto il buon senso di non mangiare, quando prima me ne era venuta l’idea, quindi non potevo fare neppure ciò che in quel momento il mio stomaco desiderava di più. Non potevo far niente. La situazione era sgradevole, fisicamente, quanto lo era stata mentalmente la discesa.

Ma è inutile che cerchi di renderla in modo più chiaro: c’è anche rischio che ci riesca.

Mi rammaricai di non essermi preso la briga di accertare per quanto tempo era previsto che durasse la tempesta. Allora avrei potuto trarre qualche consolazione guardando di tanto in tanto l’orologio. Scoprii presto invece, che era meglio non guardarlo: il tempo trascorso dall’ultima occhiata era sempre meno di quanto pensassi io. Come accertai poi, sarebbe stato bene che tenessi d’occhio alcuni degli altri strumenti, anche se la loro lettura non mi sarebbe stata di conforto… e comunque non avrei potuto far nulla egualmente.

Non avrei mai creduto che la fine di quel movimento potesse darmi una sensazione diversa dal sollievo. Se qualcuno mi avesse detto che mi avrebbe fatto sentire peggio, l’avrei picchiato per paura che riuscisse a convincermene. Purtroppo, era proprio così. La fine venne troppo all’improvviso.

Il primo movimento che cessò fu il rotolio. La capsula ballonzolava ancora in su e in giù, ma sembrava aver acquisito una base e una sommità. Poi anche l’oscillazione verticale diminuì e finalmente cessò. Ormai l’indicatore di pressione non poteva rivelarmi nulla che non sapessi già: comunque, lo guardai egualmente.

Non mi ero ingannato. La capsula stava ridiscendendo.

C’era una cosa sola di cui non dovevo preoccuparmi: quello non era un affondamento naturale. L’unico spazio cavo che dava alla sfera la galleggiabilità era quello in cui mi trovavo, e se avesse avuto infiltrazioni, lo avrei già saputo. No, mi stavano tirando giù; e pur ammettendo che esistono le piovre giganti, non pensai neppure per un istante che fosse una di esse a compiere l’impresa. Il monitor del sonar era spento, adesso… ma forse non lo era stato durante l’ultima ora… non lo sapevo, comunque.

C’era una sola spiegazione ragionevole. Guardai giù, senza sapere cosa cercassi di vedere, e comunque non vidi molto. Il sommergibile non si era preso la briga di accendere i riflettori. Accesi i miei, ma vidi soltanto il cavo, che adesso era teso, e andava dalla rete completamente aggrovigliata intorno alla capsula, fino ad una massa vaga proprio al limite della visibilità.

Il cavo, posso ricordarlo, era in effetti abbastanza robusto per il compito che aveva da svolgere: stavamo scendendo molto più rapidamente di quanto mi avesse portato giù la zavorra, la prima volta. Se i proprietari di quel cavo erano disposti a fidarsene con una trazione di quel genere, non era il caso che dubitassi del loro giudizio. Non speravo neppure che si spezzasse. Calcolai che sarei arrivato sul fondo entro venti minuti circa, e lasciai perdere.

Almeno, adesso potevo mangiare. Cominciai a succhiare una compressa di destrosio con tutta la calma che riuscii a trovare. Non potevo fare altro: mi avevano beccato.

Eravamo ancora a un centinaio di metri dal fondo quando arrivò compagnia. Altri due sommergibili sopraggiunsero a luci accese. Erano macchine da lavoro, come quello con cui avevo lottato qualche ora prima. Se erano in comunicazione con quello che mi trascinava a rimorchio, si servivano di un mezzo che i miei strumenti non riuscivano a individuare. Probabilmente comunicavano davvero, perché le loro manovre erano perfettamente coordinate. Prima uno, poi l’altro nuovo venuto si avvicinarono a me, e si servirono delle «mani» per appendere alla mia rete parecchie lastre di metallo munite di ganci. I pesi tolsero quasi tutta la tensione al cavo di rimorchio, ed eliminarono la residua speranza che si spezzasse all’ultimo momento.

Poi da ognuno dei sommergibili uscì un sommozzatore, e si piazzò accanto a me, aggrappandosi alla rete per risparmiarsi la fatica. Accesi le luci per un momento, ma non riconobbi le loro facce. Cominciai a pensare al tipo che avevo colpito, e a quello che dovevano provare i suoi amici, se lo avevo ferito gravemente. Qualche volta, la mente umana si avvia su strani sentieri secondari: mai, mentre mi trainavano a rimorchio, mi ero chiesto come avrebbero reagito alla mia scoperta della loro installazione segreta. Se me lo fossi chiesto, probabilmente avrei detto a me stesso che, se avessero davvero voluto liquidarmi, uno dei loro sommergibili avrebbe potuto spaccare la capsula senza fatica.

Finalmente il fondo apparve, entro la portata dei miei riflettori.

Questa volta non era luminoso. In un primo momento pensai che avessero spento le luci; poi mi resi conto che la tempesta doveva avermi trascinato ad una certa distanza, e che non avevo motivo di aspettarmi di venirmi a trovare in prossimità del telone. Quello era un comunissimo fondale marino, con tanto di tane di granchi: lo vidi benissimo, perché dopo averlo raggiunto, il sommergibile salpò quasi tutto il cavo di rimorchio e mi lasciò ad un’altezza di circa sei metri dal fondale. Potei vedere bene anche il sommergibile, e mi accorsi che non era il mio primo antagonista. Tanto per cominciare, era grande il doppio.

Le linee generali, comunque, non erano molto diverse. Aveva una quantità di strumenti all’esterno… anzi, ne aveva di più. Era stato progettato per lavorare, non per viaggiare. Anche senza la trazione ascensionale della mia capsula non avrebbe raggiunto velocità elevate, sul fondo: comunque, vedevo che ci stavamo muovendo. Ero certo che eravamo diretti verso l’entrata che avevo visto in precedenza, oppure verso un’altra identica, e continuai a guardare avanti, in attesa di scorgerne le luci.

Ne raggiungemmo un’altra. Impiegammo un paio d’ore, anche se è un particolare accademico, dato che non sapevo da dove eravamo partiti. Il pozzo era più piccolo, e quando lo raggiungemmo, non vidi traccia del tetto illuminato.

L’entrata aveva un diametro di soli otto metri: troppo piccola per il sommergibile che mi trainava, e appena sufficiente per gli altri due. Era perfettamente cilindrica, con le pareti verticali, e si apriva sul fondo di una depressione, proprio come l’altra. Era bene illuminata, e non faticai a distinguere i dettagli.

C’erano molte scale a grappe, intorno al bordo. Quando fui più vicino, riuscii a scorgere la parte terminale di quelle che si trovavano dalla parte opposta dell’apertura. Il pozzo era una specie di buco nel soffitto di una camera che si trovava ad una dozzina di metri di profondità.

C’erano parecchi altri sommozzatori, nel pozzo e tutto intorno: evidentemente ci stavano aspettando. Quando ci avvicinammo, uscirono fuori, e si raccolsero intorno alla capsula, mentre il sommergibile che mi rimorchiava si posava sul fondale, accanto all’entrata.

La capsula si sollevò, si spostò un po’ in avanti, fino a quando il cavo di trazione fu verticale. Uno dei sommozzatori fece un segnale con le braccia, ed uno dei sommergibili di scorta si avvicinò ed appese un’altra lastra di zavorra alla mia rete. La tensione della corda si allentò, ed io cominciai a scendere.

Il sommozzatore fece un altro segnale, e il cavo di rimorchio si sganciò dal sommergibile più grande. Parecchi uomini l’afferrarono; gli altri si aggrapparono alla rete e, tutti insieme, cominciarono a spingermi verso il pozzo, mentre la capsula si abbassava. A meno che fossero così stupidi da lasciarmi esattamente al di sotto del loro foro nel tetto, il che sarebbe stato troppo persino per la letteratura realista del ventesimo secolo, anche la più remota possibilità di ritornare alla superficie senza il loro consenso e la loro collaborazione sarebbe svanita non appena fossi entrato.

Ero quasi frenetico. Non chiedetemi perché ero così spaventato in un dato momento e così calmo e sicuro in un altro: non saprei spiegarvelo. Sono fatto così, e se la cosa non vi piace, se non altro non siete costretti a sopportarla.

Non so cosa feci o cosa pensai in quei pochi minuti, e se anche lo ricordassi, probabilmente preferirei non dirlo a nessuno. Il fatto era che non potevo fare assolutamente nulla. Ero come un pesciolino rosso nella sua vaschetta, e questo, talvolta, sconvolge completamente un uomo… il quale, dopotutto, è abituato ad esercitare un minimo di controllo sul suo ambiente.

Mi ero calmato un po’, quando arrivai sul bordo del pozzo: non ne conosco la ragione, ma almeno sono in grado di raccontarlo. Vi fu una sosta, quando arrivammo alla sommità delle scalette, e i sommergibili ed i sommozzatori si strinsero intorno alla capsula, e cominciarono ad appendere altra zavorra alla rete, aggravando le cose. I sommozzatori, poi, staccarono dai ganci accanto alle scale quelle che sembravano cinture portautensili, e se le affibbiarono alla vita, anche se non capivo perché avrebbero dovuto averne più bisogno dentro che fuori. O almeno, in un primo momento non ne compresi la ragione: poi mi venne in mente che gli utensili potevano servire ad aprire la mia capsula. Per il momento, preferii non pensarci.

Dall’interno, il pozzo sembrava ancora di più un foro in un tetto. La camera in basso era molto più vasta di quanto avessi immaginato: una trentina di metri di lato. L’entrata era semplicemente un cerchio nero sopra di me, e poi, mentre guardavo, non fu più sopra la mia testa. I sommozzatori mi stavano spingendo verso una delle pareti.

Pensai per un momento che rotolare sul soffitto sarebbe stato più facile che sul fondo del mare, ma scacciai quell’idea troppo accademica. Il mio morale migliorava, ma era ancora parecchio depresso.

Se non altro ero ancora vivo, e in un certo senso il mio compito l’avevo svolto. Avevo sganciato il transponder vicino ad un’entrata, e ritenevo probabile che non lo avessero trovato. Il mio segnale si era irradiato alla superficie per parecchie ore, e senza dubbio era stato captato. Il Consiglio avrebbe saputo che io avevo fatto qualcosa, e certamente avrebbe voluto accertare che cosa mi era successo. Se avessero rastrellato il fondale con un sonar ad alto potere di risoluzione, difficilmente si sarebbero lasciati sfuggire la superficie liscia del telone, anche se i transponder non avessero funzionato. Anzi, considerata l’ampiezza apparente della tenda, era abbastanza sorprendente che i normali rilevamenti di profondità non l’avessero ancora individuata.

Avrei dovuto pensare di più a quel particolare, anche se sarebbe servito a far precipitare di nuovo il mio morale. Così, potevo credere che l’installazione sarebbe stata trovata presto, anche se non avessero trovato me.

La grande camera non presentava molti particolari degni di nota. In un primo momento pensai che fosse un vano stagno, o il vestibolo di uno di essi, ma la grande galleria che vi sfociava non aveva porte. Alle pareti c’erano pannelli più piccoli, che potevano essere portelli: alcuni erano di dimensioni sufficienti per lasciare passare un essere umano.

I sommozzatori mi rimorchiarono dentro la galleria. Aveva un diametro di sei metri abbondanti, molto più di quanto fosse necessario per la capsula, ed era illuminata quasi come la camera che avevamo appena lasciato. Provai di nuovo un impulso di collera nei confronti di quegli individui che sperperavano l’energia con tanta disinvoltura. E cominciavo anche a domandarmi dove potevano procurarsene tanta. Naturalmente, nel mio lavoro mi ero imbattuto altre volte in contrabbandieri di energia: ma non avevo mai visto un’organizzazione come quella.

Percorremmo soltanto pochi metri, una ventina al massimo, prima di arrivare in un’altra grande camera. Mi trainarono lì dentro. C’erano molte altre gallerie più piccole, o pozzi, dovrei dire, che si aprivano sul pavimento: ne contai otto, ad una prima occhiata. Nessuna di quelle aperture aveva portelli. A quanto pareva, gran parte dell’installazione era allagata, e sottoposta alla pressione esterna. Forse era una miniera: questo avrebbe spiegato l’abbondanza di energia, se veniva estratto uranio o torio; e non sarebbe stato semplice mantenere sgombri dall’acqua tutti i pozzi e i corridoi tortuosi di una miniera sottomarina.

Ebbi giusto il tempo di formulare questo pensiero, mentre i sommozzatori posavano la capsula sul fondo. Cominciò a rotolare un po’, ed io feci estroflettere tre gambe metalliche per bloccarla. Per fortuna, tutte e tre si infilarono attraverso le maglie della rete, senza incastrarsi. Poi guardai gli uomini che mi attorniavano, per vedere che cosa avrebbero fatto. Chiaramente, la mossa toccava a loro.

Adesso ci sono abituato, ma non è piacevole il ricordo di quello che fecero, e l’effetto che fece a me.

Si tolsero i caschi. Ad una profondità di un miglio sotto il livello del mare, con una pressione che avrebbe schiacciato le spugne e appiattito il metallo, si tolsero i caschi.

CAPITOLO 8

Ormai deve risultare evidente, da tutto ciò che ho detto, che io non sono uno psicologo, anche se ho letto diversi libri sull’argomento. Mi risulta che una persona può negare recisamente, categoricamente la testimonianza dei suoi sensi, se ciò che gli dicono contraddice violentemente quanto lui crede di sapere. In effetti, ho conosciuti certuni i quali affermano che è questa capacità a salvarci la ragione. Fino a quel momento, avevo dubitato delle loro affermazioni. Adesso non ne sono più tanto sicuro.

Eravamo arrivati dalle precise condizioni di un fondale oceanico nel luogo in cui ci trovavamo in quel momento. Non avevo visto nulla che somigliasse lontanamente a una porta, una valvola, o ad una camera stagna che si aprisse o si chiudesse dietro di noi, e vi assicuro che l’avevo cercata con gli occhi. Perciò, a quanto credevo e sapevo, adesso la mia capsula si trovava in una camera priva d’acqua di mare, ed a una pressione che corrispondeva approssimativamente alla profondità di un miglio.

Avevo visto gli individui che ora si trovavano nella camera intorno a me nuotare fuori, nel mare: erano gli stessi. Li avevo visti di continuo o quasi, mentre mi portavano dentro. Erano anche loro nell’acqua ad alta pressione, come prima. Per il momento dimenticavo la chiarezza con cui avevo potuto vedere i loro visi nell’acqua, all’esterno; ma anche se l’avessi ricordato, probabilmente sul momento non avrei capito.

Li vidi togliersi i caschi, apparentemente nell’acqua ad alta pressione. No, non potevo crederlo. C’era qualcosa che mi sfuggiva, ma non potevo credere che si trattasse di un fatto osservabile. Ero stato sbatacchiato di qua e di là dalla tempesta, in superficie, e certamente mi era sfuggita la tecnica che avevano usato per trovarmi: ma né allora né in seguito ero rimasto privo di sensi. Avevo potuto dormire poco, ma senza dubbio non ero stordito al punto di essermi lasciato sfuggire un avvenimento di rilievo. Dovevo ritenere che le mie osservazioni fossero ragionevolmente complete. E poiché, nonostante tale convinzione, ero evidentemente sfasato rispetto alla realtà, c’era qualcosa che non sapevo. Era venuto il momento di apprendere qualcosa di più.

Non ero troppo preoccupato della mia sorte personale: se avessero avuto intenzione di sbarazzarsi di me, avrebbero potuto farlo prima e senza troppo disturbo: e come ho detto prima, in fondo non potevo credere che mi avrebbero liquidato. Se pensate che questo non quadri con lo stato d’animo in cui mi ero trovato pochi minuti prima, provate a chiederlo voi ad uno psichiatra.

Nella capsula avevo ancora a disposizione aria per un paio di giorni, e presumibilmente prima che finisse i miei nuovi amici avrebbero fatto qualcosa per tirarmi fuori… anche se, pensandovi, non sapevo come. In qualunque modo considerassi la situazione, la prossima mossa spettava a loro. Forse non vi sembrerà consolante, e invece lo era.

A quanto pareva, loro la pensavano allo stesso modo: non che si sentissero consolati, voglio dire… ma sentivano di dover fare qualcosa. Si erano raccolti in gruppo fra la capsula e la porta da cui eravamo entrati, e stavano evidentemente discutendo. Non sentivo le loro voci, e dopo un paio di minuti mi accorsi che in realtà non parlavano: continuavano a gesticolare. Dovevano disporre di un linguaggio dei segni molto perfezionato, pensai. Era logico, se trascorrevano gran parte del tempo nell’acqua, e vi svolgevano gran parte della loro attività lavorativa. Ma non capivo perché se ne servissero adesso, poiché il mio buon senso stentava ad ammettere che fossero ancora in acqua.

Comunque, dopo pochi minuti sembrò che si fossero messi d’accordo, e due di loro se ne andarono a nuoto — sì, a nuoto — giù per uno dei pozzi più piccoli.

Poi pensai che, anche se non potevano parlare, in quelle circostanze, almeno potevano udire.

Perciò provai a bussare sulla capsula per attirare la loro attenzione… delicatamente, data la mia precedente esperienza. Era chiaro che potevano sentire, anche se come previsto faticarono a identificare la fonte del suono ed impiegarono qualche minuto per capire che il responsabile ero io. Allora arrivarono a nuoto e si raccolsero intorno alla capsula, sbirciando attraverso gli oblò. Riaccesi le luci interne. Nessuno di loro si mostrò sorpreso nel vedermi, sebbene continuasse un’animata conversazione a gesti.

Provai a urlare. Fu una faccenda spiacevole per le mie orecchie, poiché quasi tutte le onde sonore echeggiarono contro le pareti della capsula, ma una parte, almeno, doveva passare. Evidentemente passò: molti di loro scossero il capo, per farmi sapere che non riuscivano a comprendermi. Poiché fino ad ora non avevo usato neppure una parola, la cosa non era sorprendente. Cercai di dir loro chi ero — senza usare il mio nome, naturalmente — in ognuna delle tre lingue che dovrei conoscere correntemente. Poi tentai di fare altrettanto in un paio d’altre che non pretendo di sapere bene. Ottenni soltanto altre scrollate di capo, e due o tre si allontanarono a nuoto, forse considerandomi un caso disperato. Nessuno fece un tentativo di comunicare con me, a segni od a suoni.

Alla fine mi sentii la gola dolorante, e la smisi. Per un’altra decina di minuti non accadde niente di speciale. Qualche altro se ne andò a nuoto, e altri arrivarono. Vi furono altre conversazioni a gesti. Senza dubbio venivano fornite spiegazioni sul mio conto ai nuovi arrivati.

Costoro indossavano mute più o meno identiche a quelle che avevo visto fuori: ma alcune avevano colori vivaci. Ebbi l’impressione che questo costituisse la distinzione tra varie categorie, anche se non saprei trovare una spiegazione logica per questa supposizione.

Poi altri sommozzatori, vestiti in modo meno completo, uscirono da una delle gallerie, e la situazione si sbloccò. Uno di loro si fece largo tra la folla che ormai s’era radunata intorno a me, raggiunse la capsula e bussò delicatamente. Era consolante vedere che qualcuno cercava di attirare la mia attenzione, anziché essere io a cercare di attirare la loro, ma il vero colpo fu quando lo riconobbi.

Era Bert Whelstrahl, che era scomparso un anno prima.

CAPITOLO 9

Anche lui mi riconobbe: su questo non c’era dubbio. Sfoggiò un sorriso da un orecchio all’altro, nel momento in cui mi vide attraverso il portello, bussò di nuovo sulla capsula, e poi si tirò indietro e inarcò un sopracciglio con un’espressione che significava: oh, no, e adesso che cosa facciamo con costui? Decisi che la situazione giustificava il ricorso a quel po’ di voce che mi restava e gridai: «Bert! Mi senti?»

Lui annuì, e fece un cenno, abbassando il palmo della mano: pensai volesse farmi capire che non avevo bisogno di urlare così forte. Fu un sollievo per me. Ridussi il volume e dopo qualche tentativo, scoprii che poteva sentirmi quando parlavo appena un poco più forte di un normale tono discorsivo. Cominciai a fargli domande, ma lui alzò una mano per interrompermi, e riprese a spiegarsi a segni. Si turò il naso con le dita, tenendosi nel contempo sopra la bocca il palmo dell’altra mano. Poi alzò il polso sinistro davanti agli occhi, come se consultasse un orologio… che non aveva.

Capii abbastanza chiaramente quel che voleva dirmi. Mi chiedeva quante ore d’aria mi restavano ancora. Controllai il quadro dei comandi, feci qualche calcolo mentale e gridai che nelle bombole avevo ancora aria per circa cinquanta ore.

Poi Bert si mise un dito in bocca e inarcò le sopracciglia. Per non straziarmi la gola, risposi mostrando la scatola semivuota di tavolette di destrosio. Lui annuì e assunse un’espressione pensierosa. Poi parlò a cenni per due o tre minuti con quelli che gli erano più vicini; io riuscii a capire soltanto i movimenti che facevano con la testa di tanto in tanto. Quando sembrò che tutti fossero d’accordo, mi rivolse un cenno e tornò a sparire nella galleria da cui era arrivato.

Per un’altra mezz’ora non successe più nulla, ma la folla divenne più numerosa. Tra i nuovi arrivati c’erano anche donne, sebbene non fossi in grado di capire se c’era anche quella che avevo visto fuori. Alcune non potevano essere lei, di sicuro: a quanto pare, il nuoto non è un sistema sicuro per mantenere la linea, come affermano certuni.

Poi Bert ritornò. Portava qualcosa che sembrava una normale tabella metallica, ma quando l’accostò all’oblò, vidi che i fogli non erano di carta. Tracciò uno sgorbio con uno stilo sul primo di essi. Poi sollevò il foglio, e il segno scomparve. Avevo visto giocattoli di quel genere, anni prima: evidentemente, Bert aveva impiegato un po’ di tempo per improvvisarlo. Mi sembrava una buona soluzione per il problema di scrivere sott’acqua, e mi chiesi come mai nessun altro ci avesse mai pensato.

Bert doveva scrivere grosse lettere a stampatello, perché potessi leggere bene, e perciò anche con l’aiuto di quel sistema, la comunicazione procedette lentamente. Cominciai a chiedere cos’era tutta quella storia: e anche questo non accelerò certo le procedure. Bert m’interruppe.

«Adesso non c’è tempo per raccontarti tutto,» scrisse. «Devi prendere una decisione, prima di esaurire l’aria… almeno venti ore prima, anzi. Devi decidere se vuoi ritornare alla superficie.»

Ero sorpreso, e non ne feci mistero.

«Vuoi dire che mi lascerebbero tornare lassù? Perché si sono dati tanto da fare per riportarmi qui? Ero già arrivato alla superficie.»

«Perché la tua decisione riguarda moltissima gente, e tu devi sapere chi e come. Non sapevano che fossi un funzionario del Consiglio, prima che glielo dicessi io, ma è evidente che al tuo ritorno il tuo rapporto arriverebbe comunque al Consiglio. È molto importante quello che il Consiglio verrà a sapere di questa organizzazione.»

«Immagino che mi lasceranno andare se prometterò di non dire niente. E tu sai che non posso farlo.»

«Lo so, naturalmente. Non potrei farlo neanch’io. Non è questo che vogliono. Sanno che non potresti ritornare senza riferire qualcosa: non ci sarebbe una spiegazione razionale di dove sei stato, del perché. Tu puoi raccontare tutto quello che ti è successo e tutto quello che hai visto, ma vogliono che tu includa altre cose. Noi dobbiamo accertarci che tu le sappia.»

Sussultai, nel sentire quel pronome.

«Sei passato da ‘loro’ a ‘noi’. Vuol dire che tu hai scelto di restare qui?»

«Sì.» La risposta fu un cenno del capo, non una parola scritta. «Per un po’, almeno,» aggiunse con lo stilo.

«Allora sei riuscito a digerire la morale di un branco di individui che sprecano migliaia di chilowatt solo per illuminare il fondo marino? Hai dimenticato la tua educazione e…»

Mi interruppe scuotendo con violenza il capo e cominciò a scrivere.

«Non è così. So che sembra terribile, ma qui non si spreca energia, più di quanto il Consiglio spreca la luce del sole che scende sul Sahara. Forse ci sarà il tempo di spiegarti qualcosa di più prima che tu decida, ma conosci abbastanza la fisica per capire l’analogia: altrimenti non lavoreresti neppure per il Consiglio.»

Impiegai un po’ di tempo per digerire quella spiegazione. L’analogia del Sahara era comprensibile. Il Consiglio era sempre stato ossessionato dall’idea di lasciare inusata tutta quell’energia solare. La difficoltà principale, naturalmente, consiste nel decidere quando vale la pena di investire energia in un progetto, nella speranza di ricavarne di più. Da decenni, era comune articolo di fede che la sola speranza dell’uomo stava nella fusione dell’idrogeno, e quasi tutti gli esperimenti autorizzati riguardavano appunto questo tipo di ricerca. Di tanto in tanto, però, arrivava qualche eloquente perorazione a favore di un progetto di sfruttamento dell’energia solare. Qualche volta ne veniva approvato uno particolarmente promettente, ed un paio, anzi, si erano rivelati utili, da quando avevo cominciato a lavorare per il Consiglio.

Tuttavia non capivo proprio come la luce del sole che splendeva su un deserto si potesse paragonare alla luce artificiale che splendeva sul fondo marino. E lo dissi.

Bert scrollò le spalle e cominciò a scrivere.

«Qui l’energia proviene da sotto la crosta… è calore, anche se non posso chiamarlo esattamente calore vulcanico. Se non facessero continuamente circolare il fluido fino al collettore e non ne sottraessero il calore quando torna indietro, l’estremità calda dell’impianto si fonderebbe. Se proprio devi trovarci da ridire, protesta perché non si collegano alla rete energetica planetaria e non osservano le regole del razionamento, come tutti gli altri. Le ragioni per cui non lo fanno sono valide, ma non c’è tempo di esportele adesso… richiedono spiegazioni storiche e tecnologiche che continuerebbero per un’eternità, se dovessi mettertele per iscritto in questo modo. Quello che debbo dirti è ciò che è necessario tu sappia, se torni lassù.»

«Immagino che Joey e Marie abbiano deciso di restar qui.»

«Joey non c’è. Marie non mi crede, quando glielo dico, e sta ancora discutendo. Nel suo caso, non è stata presa ancora una decisione.»

«Ma se Marie è ancora qui, senza che si sia deciso del suo futuro, perché dici che debbo prendere una decisione in trenta ore? Lei è quaggiù da settimane, ormai. È evidente che avete le attrezzature necessarie per prendervi cura di noi.»

«Non le ‘abbiamo’. Sono state fatte appositamente per lei, per quanto riguarda il cibo e l’aria. Marie vive tuttora nel suo sommergibile. Sarebbe un lavoro ancora più complicato fornire le provviste alla tua capsula, che non ha camere stagne o valvole a ricarica d’aria. Inoltre, non sei in una buona posizione come Marie, perché la gente si adoperi tanto per il tuo benessere.»

«E perché no?»

«Perché non sei una bella donna.» A questo non potevo ribattere un bel nulla.

«Sta bene,» fu tutto quello che potei dire. «Allora riferiscimi il messaggio ufficiale. Che cosa debbo sapere, se ritorno indietro?»

«Devi far sapere al tuo capo, al Consiglio, e a tutta la Commissione per l’Energia, che noi quaggiù abbiamo effettivamente una grandissima disponibilità di energia…»

«Questo glielo direi comunque.»

«… e che non è razionata.»

«Anche questo è ovvio. Perché ci tenete a metterlo in risalto? Non saprei trovare un sistema migliore, per fare di questo posto la meta di un’incursione.»

«Credimi, non sarà così. Se il Consiglio credesse che questo è solo uno dei tanti gruppi di sfruttatori abusivi d’energia avresti ragione, naturalmente: ma quindicimila persone non sono una banda. Sono una nazione, se ricordi questa parola.»

«Non ne ho un buon ricordo.»

«Bene, lascia perdere questa frase storica. Il fatto è che il Consiglio ha insabbiato la faccenda, in passato, e che lo rifarà di nuovo, se sa quello che fa.»

«Insabbiarla? Sei matto. Quelli fanno una sola cosa con una centrale elettrica operante, anche se costruita illegalmente. La collegano alla rete planetaria. L’idea che la lascino funzionare indipendentemente, al di fuori del razionamento, è pazzesca.»

«E perché credi di non aver mai sentito parlare di questo posto? Esiste da ottant’anni o più.»

«Immagino sia così perché nessuno lo ha scoperto. È abbastanza verosimile. Il fondo del Pacifico non è esattamente il territorio meglio esplorato del pianeta.»

«È stato scoperto molte volte. Parecchie in questi ultimi anni, se ti sforzi di ricordare. Per quanto mi risulta, da quando questo posto è stato costruito, è stato segnalato al Consiglio ben dodici volte, come progetto finito e operante. E non ne è venuto mai fuori nulla.»

«Vuoi dire che il Consiglio sa dov’è, e lascia egualmente che io ti venga a cercare e…»

«Forse non ne conoscono l’ubicazione esatta. Non sono sicuro che il Consiglio attuale sappia qualcosa: non so che fine abbia fatto la documentazione preesistente. L’ultima segnalazione risale a più di quindici anni fa.»

«E tutto questo lo sai per certo?»

«Obiettivamente, no. L’ho letto in relazioni che sembrano credibili. Non sono qualificato, come ricercatore storico, e non ho effettuato controlli professionali. Tutto, però, mi sembra molto probabile.»

«A me no. Hai detto tutto a Marie?»

«Sì.»

«E lei lo crede?»

«Lei non crede nulla di quel che dico io, da quando le ho riferito che Joey non è mai stato qui. Sostiene che sono uno sporco bugiardo, un traditore dell’umanità, un fetente immorale, e che abbiamo liquidato Joey perché non avrebbe bevuto le nostre ridicole falsità.»

«Potrei parlare con lei?»

«Avresti tutte le mie benedizioni, ma non vedo come sia possibile. Marie è molto lontana da qui, poiché il suo sommergibile è arrivato ad un’entrata diversa. Non credo che si potrebbe portare là la tua capsula senza ricondurti all’esterno: occorrerebbe più tempo di quello che hai a disposizione, e ho faticato a trovare un numero sufficiente di persone per farti trasportare.»

«E chi dirige questa organizzazione non può assegnare una squadra?»

«Perché pensi che qualcuno ci diriga? Non c’è nessuno che possa dare a un altro un ordine del genere, poiché è più per tuo piacere che per necessità pubblica. Inoltre, ti ho detto che non c’è tempo.»

Riflettei, per qualche istante. Quel che Bert mi aveva detto sul modo in cui era organizzato tutto mi stupiva un po’, ma non era il momento di discutere la politica locale. Comunque, aveva incominciato a darmi un’impressione più interessante: se potevo credere alle sue parole, per quella gente io e Marie avremmo fatto meglio ad andarcene che a restare. E allora, perché ci offrivano di scegliere? Lo chiesi a Bert, indirettamente.

«Cosa faranno i tuoi amici, se non ritorno lassù? Altri verranno a cercarmi, vedi. Anche se non avessi raggiunto la superficie attivando il segnalatore per chiedere aiuto, come ho fatto, il Consiglio sa comunque dove stavo andando, e perché.»

Bert scrollò di nuovo le spalle. «A nessuno interessa quanti sono a scendere. A meno che arrivi una flotta intera, possiamo tirarli qui dentro e proporre la stessa scelta che stiamo offrendo a te. Come ho detto, è accaduto piuttosto spesso.»

«E supponi che scenda un’intera flotta, e cominci a sfasciare quel sistema d’illuminazione e il tendone o quello che è, senza sprecar tempo a cercare me, o Marie o chiunque altro. Prima o poi, se quaggiù continua a scomparire gente, accadrà proprio questo.»

«Io non sono al corrente di tutte le idee del Comitato di qui,» rispose Bert. «E non so se abbiano pensato molto alla questione. Ripeto, qui c’è diversa gente che è rimasta senza che il Consiglio si agitasse troppo. Personalmente, credo che preferirebbero vietare al pubblico in generale l’accesso a questa parte del Pacifico, piuttosto di sprecare energia mandando quaggiù una flotta di sommergibili. In ogni caso, deve occuparsene il Comitato. Quel che conta è che tu e Marie avete una possibilità di scegliere, e dovrete scegliere di vostra libera volontà.»

«E se rifiuto di impegnarmi?»

«Quando ti sarà stato detto il necessario, ti lasceremo semplicemente libero all’ingresso da cui sei entrato. Non sarai in condizione di rifiutarti di salire alla superficie. Non è un problema.» Bert indicò la direzione da cui eravamo arrivati, lungo la galleria. «Per quanto mi riguarda, vorrei che tu restassi… e anche Marie, naturalmente. Qui mi sono fatto diversi cari amici, ormai, ma le vecchie amicizie sono un’altra cosa.»

Riflettei per qualche secondo ancora e poi cercai di fissarlo negli occhi attraverso l’oblò, mentre gli rivolgevo la domanda successiva.

«Bert, perché hai deciso di rimanere quaggiù?»

Lui si limitò a scuotere la testa.

«Vuoi dire che sarebbe troppo lungo spiegarmelo adesso, oppure che non vuoi dirmelo, o qualcosa d’altro?» insistetti.

Bert alzò un dito, poi tre: comunque, non scrisse nulla.

«In altre parole, dovrò decidere interamente da solo.» Lui annuì, energicamente. «E anche Marie?» Bert annuì di nuovo.

Mi venne in mente solo un’altra domanda che poteva essere utile, e gliela rivolsi.

«Bert, tu potresti tornare lassù, adesso, se cambiassi idea? Oppure quello che ti hanno fatto per permetterti di respirare l’acqua è irreversibile?»

Lui sorrise e tornò ad usare lo stilo.

«Noi non respiriamo acqua: è un’analisi errata per due ragioni. Hanno apportato un cambiamento irreversibile, ma non è tanto radicale. Potrei ancora vivere alla superficie, anche se il ritorno alla respirazione nell’aria sarebbe piuttosto lungo e complicato.»

«Hai detto che non respiri acqua!»

«Lo ripeto.»

«Ma avevi detto…» Bert alzò la mano per interrompermi e ricominciò a scrivere.

«Non sto cercando di disorientarti. Il Comitato non ha carattere dittatoriale, e non è neppure molto rigoroso: ma è fermamente convinto, all’unanimità, che i dettagli del sistema che ci consentono di vivere qui non debbano venire discussi con chi non si è impegnato a rimanere. Forse ho già detto più di quello che loro vorrebbero, e non intendo aggiungere altro.»

«La gente che è lì con te non è d’accordo con il Comitato?»

«No. A questo proposito, il sentimento generale della popolazione è piuttosto univoco.»

«E allora perché hai corso il rischio di dirmi tutto quello che mi hai detto?»

«Quasi tutti non potevano vedere ciò che scrivevo; nessuno avrebbe potuto leggerlo, e nessuno può capire le parole che hai pronunciato.»

«Allora qui la tua lingua madre non è…»

«Non è.» Bert mi aveva interrotto con un gesto della mano, prima che avessi il tempo di nominare una lingua.

«E allora perché ti preoccupi di non disobbedire a questo Comitato, per quanto riguarda ciò che mi stai raccontando?»

«Perché ritengo che abbia tutte le ragioni.»

Era difficile contraddire un’affermazione del genere: non provai neppure. Dopo qualche istante, lui scrisse un altro messaggio.

«Adesso ho del lavoro da sbrigare, e debbo andare, ma tornerò ogni due ore, più o meno. Se hai veramente bisogno di me, bussa sulla capsula… non troppo forte, ti prego. Anche se non ci fosse nessuno in vista, il che non è probabile, ti possono sentire a distanza, e qualcuno mi manderà a cercare. Pensaci bene; io vorrei che restassi, ma non se non sei ben sicuro di volerlo anche tu.» Depose la tabella accanto alla capsula e si allontanò a nuoto. Anche altri erano scomparsi, benché non tutti usassero la stessa galleria. I pochi rimasti sembravano quelli sopraggiunti per ultimi, che non avevano ancora avuto la possibilità di contemplare a sazietà la capsula. Comunque, non facevano niente che potesse interessarmi o distrarmi, perciò mi misi a pensare con molto impegno. Avevo parecchio da riflettere, e qualche volta sono un po’ lento.

Naturalmente, la decisione non era un problema. Era ovvio: dovevo ritornare lassù a riferire.

Come aveva detto Bert, restare lì significava semplicemente passare la palla a un altro investigatore; ma mandarne laggiù un altro sarebbe stato un evidente spreco di energia, qualunque trucco escogitassero per inviarlo. Inoltre, non ero sicuro quanto Bert che il Consiglio non avrebbe sprecato qualche tonnellata di esplosivo su quel posto, se l’avesse scoperto e avesse avuto motivo di ritenere che era costato la vita a tre agenti. Il problema non era se tornare lassù o no, bensì quando tornarci; e il «quando» dipendeva da ciò che potevo concludere prima.

Io volevo prendere contatto con Marie. Sarebbe stato bello, anche, saperne di più sul conto di Joey, se pure era possibile ottenere altre informazioni in proposito. Non volevo credere che Bert avesse mentito, in questo, ed era certamente possibile che la diffidenza di Marie nascesse dalla sua riluttanza ad accettare il fatto che Joey era scomparso in un incidente autentico. D’altra parte, lei non era affatto stupida. Dovevo tener conto della possibilità che avesse ragioni migliori per dubitare di Bert.

Joey, come Marie, aveva avuto a disposizione un sommergibile monoposto. Poteva aver scoperto cose che costoro non volevano venissero ripetute alla superficie. Dopotutto, quel che mostravano di desiderare che io e Marie riferissimo, tornando lassù, era un complesso d’informazioni propagandistiche destinate a dissuadere il Consiglio da ulteriori indagini.

Un momento, però. Questo era vero soltanto se Bert aveva ragione, quando sosteneva che il Consiglio preferiva tener nascosto quanto stava succedendo là sotto.

Se si sbagliava — se la mia idea della reazione era più vicina alla verità — le notizie non sarebbero state insabbiate, e il Consiglio avrebbe inviato una spedizione là sotto il giorno dopo il ritorno mio o di Marie. E difficilmente il «Comitato» di cui aveva parlato Bert poteva desiderare una cosa simile. Forse c’era qualcosa di vero in ciò che mi aveva detto.

Tuttavia, potevano esserci cose che costoro preferivano non far sapere, qualunque cosa avessero raccontato a Bert. Joey poteva essere lì, o forse era stato ucciso, anche se quest’ultima ipotesi mi sembrava molto più incredibile. Anche se Bert aveva ragione quando sosteneva che non era mai arrivato — e forse soprattutto se aveva ragione — c’era da preoccuparsi di Marie. Se lei si fosse impuntata non se ne sarebbe mai andata di sua spontanea volontà, e non potevano semplicemente lasciarla andare in modo che risalisse in superficie, come potevano fare invece con me. Lei aveva un sommergibile. Certo, adesso che io ero lì potevano metterle fuori uso il suo apparecchio, togliere la zavorra, e mollarlo: forse avrei dovuto aspettare che facessero proprio questo. Forse…

Se il modo in cui dico tutto questo vi confonde, potete farvi un’idea di quel che provavo io. Se ricordate che la mia memoria ha riveduto e corretto l’accaduto, forse ne avrete un’idea ancora più chiara? All’improvviso mi resi conto che da parecchio tempo non avevo fatto una buona dormita. La capsula non era molto comoda, ma ci sono momenti in cui non ci si preoccupa di simili dettagli trascurabili. Mi addormentai.

CAPITOLO 10

Dormii per otto ore filate, secondo l’orologio. Mi svegliai con la convinzione che non avrei potuto fare un piano fino a quando avessi capito come faceva quella gente a vivere così, cosa mi avrebbero fatto se avessi accettato di restare, e soprattutto cosa avrei dovuto combinare se, dopo aver deciso di rimanere ed essere stato modificato, avessi preferito andarmene.

Bert mi aveva fatto capire chiaramente che non me l’avrebbe detto; ma aveva ammesso di avermi confidato qualcosa di più del dovuto, perciò poteva esserci la possibilità di capirlo da solo.

La mia memoria era piuttosto buona. Dunque, cosa aveva detto di significativo, il mio amico Bert?

L’osservazione più sensazionale era la smentita che lui respirasse acqua. E poi, c’era stato qualcosa d’altro in quella frase… cos’aveva detto? «L’analisi è errata per due ragioni.» Cosa poteva significare?

Da un punto di vista grammaticale, l’implicazione più ovvia della prima frase era che il liquido intorno a noi non fosse acqua. Era possibile? E se era possibile, c’era qualche altra conferma?

La risposta era sì per entrambe le domande.

Molti liquidi non si mescolano bene con l’acqua… i liquidi non polarizzati in generale. Il tetracloruro di carbonio e tutti gli olii, tanto per fare gli esempi più noti. Tuttavia, se era un liquido del genere, doveva essere denso almeno quanto l’acqua e probabilmente anche di più. Quindi non era uno degli olii soliti. E neppure tetracloruro di carbonio, perché è estremamente velenoso. La densità doveva essere elevata, perché non c’erano né porte né valvole tra quel luogo e l’oceano, e l’olio sarebbe risalito a macchia alla superficie dell’Oceano Pacifico, e sarebbe stato individuato molto tempo prima.

Di conseguenza, il contatto tra l’acqua ed il mio liquido ipotetico era situato probabilmente all’entrata. La mia memoria sembrava confermare questa idea.

Quando la capsula aveva raggiunto il livello della bocca del pozzo, all’arrivo, i sommozzatori vi avevano agganciato altra zavorra… evidentemente era necessario se il nuovo liquido era più denso dell’acqua, dato che la capsula pesava appena quanto bastava per affondare in quest’ultima. I sommozzatori, a loro volta, si erano caricati di zavorra supplementare… quelle cinture con gli «utensili»! Ma certo. Se fossero stati davvero utensili, perché piazzarli all’accesso dal fondo marino? E se l’esterno era destinato soltanto alla ricreazione e gli utensili venivano usati soltanto all’esterno, perché non custodirli dove venivano adoperati? Se nella capsula ci fosse stato lo spazio sufficiente, mi sarei preso a calci da solo perché non l’avevo capito prima… o meglio, perché non avevo approfondito i dubbi provati sul momento.

Bene, prima ipotesi operativa. Ci troviamo in un liquido non polarizzato, non velenoso, un po’ più denso dell’acqua. Credo di capire il perché, ma cerchiamo di non essere troppo precipitosi.

Dunque era quella la seconda ragione per cui la mia analisi era sbagliata. Come aveva detto Bert, lì la gente non l’espirava l’acqua… perché non era nell’acqua e perché non respirava. Stentavo ancora a crederlo, ma la concatenazione logica filava.

L’idea base era piuttosto chiara. Se la gente non respirava, non aveva bisogno di gas nei polmoni. Se non aveva gas nei polmoni, non si preoccupava dei cambiamenti di pressione. Bene, precisiamo. Quelli dovevano riempirsi di liquido anche l’orecchio medio e i seni paranasali. Se il liquido aveva la stessa comprimibilità dell’acqua (domanda: perché non usare acqua? Riprenderla in considerazione più avanti), allora un cambiamento di profondità non avrebbe comportato un significativo cambiamento di volume in nessuna parte del corpo.

C’erano alcuni dettagli che andavano completati, comunque. Ammesso che sarebbe stato comodo fare a meno di respirare, come ci si poteva riuscire?

Bene: perché si respira? Per portare l’ossigeno nel sangue. C’è qualcosa che può andare come surrogato dell’ossigeno? No, categoricamente. L’elemento numero otto è l’unico agente ossidante che il metabolismo umano sia congegnato per utilizzare… e «congegnato» è la parola adatta, in tali circostanze.

Ma l’ossigeno deve essere per forza in forma gassosa? Forse no. Se non avevo dimenticato tutto quello che avevo studiato, all’emoglobina interessano soltanto le molecole di O, non gli ioni dell’ossido o del perossido o l’ozono; ma fino al momento in cui viene consegnato all’emoglobina, alcuni degli altri sono almeno concepibili. La prima cosa che viene in mente può essere una sorta di cibo o di bevanda. Si può immettere nello stomaco qualcosa che liberi molecole di ossigeno? Certamente. C’era il perossido d’idrogeno, l’acqua ossigenata. L’ossigeno liberato non cominciava in forma di molecole biatomiche, anche se passava abbastanza rapidamente a tale stato. Non riuscivo a immaginare qualcuno con la testa a posto che bevesse un bicchiere d’acqua ossigenata, per parecchie ragioni; ma fino a quel momento, il principio sembrava sostenibile.

L’ossigeno poteva passare dallo stomaco alla circolazione sanguigna? Direttamente no, ma poteva prendere la stessa strada degli altri alimenti. Nell’intestino tenue ed attraverso i villi. Mi pareva di ricordare che lì la superficie assorbente è minore che nei polmoni, ma sotto la pressione di quella profondità, poteva essere una carenza non molto grave.

Perciò l’ipotesi operativa numero due è che costoro mangino o bevano qualcosa che cede gradualmente ossigeno. Se, a quella pressione, il gas restava in soluzione, il corpo sarebbe rimasto relativamente indifferente ai cambiamenti di pressione. Però il mio passeggero clandestino di qualche ora prima si sarebbe trovato in serie difficoltà, dopotutto, se fosse arrivato fino alla superficie con me.

E l’eliminazione dell’anidride carbonica? Non era un problema. Fuori attraverso i polmoni, come al solito, e poi in soluzione immediata nel liquido circostante. Forse appunto per quello il liquido non era acqua; forse usavano qualcosa che assorbiva meglio la CO2, anche se a quella pressione l’acqua sarebbe andata certamente bene. Certo, con i fluidi dell’organismo alla stessa pressione, sarebbe stata una questione di complessi equilibri di ioni, più che di pura e semplice solubilità; forse era stato necessario il controllo del pH. Certamente era all’interno dell’organismo, e questa idea pareva ridurre le differenze tra interno ed esterno.

Tutto questo faceva pensare che, se avessi deciso di restare laggiù, avrebbero presumibilmente cominciato a pressurizzarmi. Qualche volta, nel corso della procedura, mi avrebbero dato da mangiare o da bere la sostanza che costituiva la fonte dell’ossigeno. Doveva trattarsi di questo, secondo me, a parte altri interventi meccanici di minore importanza per riempirmi di liquido i seni paranasali e l’orecchio medio.

E per riprendere l’abitudine a respirare? La pressione avrebbe dovuto ridiscendere. La fonte d’ossigeno nello stomaco… sì, quella avrebbe presentato una difficoltà. Se avesse continuato a liberare ossigeno, e la pressione fosse scesa intorno ad una atmosfera… uhm. Questione di tempismo? Un’assistenza meccanica, come un polmone artificiale, tra il momento in cui la fonte interna si esauriva e veniva ripresa la respirazione naturale? In ogni caso, sarebbe stato difficile per me riuscirci da solo, se mai se ne fosse presentata la necessità.

Comunque, adesso potevo formulare qualche piano in linea d’ipotesi, pur tenendo presente che l’ipotesi poteva anche essere infondata. Comunque, io c’ero affezionato, e pensavo che al massimo si sarebbe trattato di modificare i dettagli, via via che fossi entrato in possesso di altre informazioni. Fu una sensazione piacevole, finché durò.

Date le circostanze, quindi, sembrava opportuno dire a Bert che sarei rimasto, e perdere il minor tempo possibile per uscire da quella sfera, in modo da poter fare qualcosa di utile. Mi ero creato i miei principi morali — un Giuramento di Fedeltà all’Umanità, se preferite — già molto tempo prima, perciò non avrei avuto problemi di coscienza, se avessero preteso da me una sorta di impegno prima di accettarmi. Probabilmente non l’avrebbero fatto; cose del genere avevano perduto importanza, per avere un senso nei tempi in cui la gente credeva che il pericolo principale consistesse nelle divergenze politiche anziché nella scarsità di energia. Certe società, certi gruppi privati ricorrevano ancora a giuramenti formali: ma neppure questi avevano più il valore di un tempo.

All’improvviso mi domandai perché la mia mente divagava in quella direzione: dopotutto, il mio piano poteva essere un po’ ipocrita, ma per una buona causa, e la mia coscienza era abbastanza pulita. E tornai ad occuparmi dei problemi immediati.

Per i dettagli, naturalmente, avrei dovuto attendere ancora. Avrei dovuto imparare a conoscere la geografia locale, in particolare la strada per arrivare al sommergibile di Marie. Avrei dovuto scoprire che libertà d’azione mi avrebbero concesso. Bert aveva l’aria di andare e venire a volontà, ma lui era lì da un anno. Inoltre, avrei dovuto guadagnarmi da vivere in qualche modo; se per scoprire i dettagli che m’interessavano, e ideare un piano per ritornare alla superficie insieme a Marie, avessi impiegato un certo tempo, probabilmente avrei dovuto fare qualcosa del genere. E solo il futuro avrebbe potuto rivelare se c’era un lavoro che fosse utile laggiù e che fosse adatto nel contempo alle mie capacità.

Per il momento, dunque, dovevo aspettare Bert, oppure mandarlo a cercare, e comunicargli la mia decisione. Probabilmente, avrei fatto meglio ad aspettare. Non era il caso di mostrarmi troppo impaziente. Mi aveva detto che sarebbe tornato spesso, e senza dubbio era già venuto mentre io dormivo. Doveva aspettarsi che io mi svegliassi tra non molto.

Attesi, come una scimmia in uno zoo… o forse più esattamente come un pesce in un acquario.

CAPITOLO 11

Passò circa mezz’ora, prima che Bert comparisse. Sbirciò da uno degli oblò, vide che ero sveglio e raccattò la tavoletta per scrivere.

«Ci hai pensato?» fu la prima domanda. Annuii, affermativamente.

«Bene. Hai deciso?»

«Credo di sì,» gli gridai. «Io…» Esitai. Un po’ per l’effetto, ma un po’ anche per incertezza autentica. Potevo essermi sbagliato in tanti modi. Poi m’irrigidii.

«Rimango.»

Mi guardò un po’ sorpreso e cominciò a scrivere. Io proseguii, prima che avesse terminato. «O almeno, rimango se tu puoi dirmi con sicurezza una cosa.»

Bert cancellò ciò che aveva scritto e mi guardò, in attesa.

«Credi sinceramente… non ti chiedo se lo sai, solo se lo credi… che questa gente abbia ragione di tenersi al di fuori della rete energetica e del sistema di razionamento?»

Il viso di Bert assunse un’espressione irritata, mentre stava scrivendo.

«Ti ho detto che devi decidere da solo. Non mi assumo responsabilità.»

«Deciderò da solo,» ribattei. «Ma non in assenza di dati. Tu dici che non hai tempo di dirmi tutto ciò che vorrei sapere, e non ne sono convinto. Ti chiedo una tua conclusione, non un’informazione che non devi darmi: solo una conclusione… un’opinione, a titolo di riassunto delle informazioni che non posso ottenere. Tu la tua decisione l’hai presa in base ad una conoscenza scarsa quanto la mia attuale?»

Bert scosse il capo, negativamente.

«Allora mi dispiace se tu interpreti la mia domanda come una riflessione sulla tua morale: ma chiedo egualmente una risposta.»

Lui aggrottò la fronte, pensieroso, per mezzo minuto, e mi guardò con aria un po’ dubbiosa. Ripetei la domanda, per esser certo che avesse capito.

«Credo sinceramente che abbiano l’idea giusta,» scrisse, finalmente. Io annuii.

«Sta bene, allora rimango. Quanto tempo ci vorrà per tirarmi fuori da questa specie di noce di cocco?»

«Non lo so.» Scrisse la risposta lentamente, interrompendosi per pensare. «Non è una procedura abituale. I nostri ospiti arrivano quasi sempre a bordo di sommergibili, che hanno camere stagne, o almeno portelli. Lo riferirò al Comitato, e scoveremo qualche ingegnere che abbia tempo da dedicarti. Sono sicuro che sarà possibile.»

«Vuoi dire… vuoi dire che potrebbe richiedere parecchio tempo. E se la mia scorta d’aria si esaurisse?»

«Allora immagino che dovremmo spingerti fuori in ogni caso. Se poi ci tenessi davvero a ritornare, puoi sempre farlo a bordo di un sommergibile, come Marie. Comincio subito a darmi da fare.»

«Ma perché non me ne hai parlato prima? Pensavo… be’…»

«Di certe cose non c’è bisogno di parlare. Dove mai, al mondo, pensi di trovare pronta un’apparecchiatura per estrarre un uomo da una capsula di salvataggio ad alta pressione mentre è ancora in un ambiente come questo? Pensaci un po’.» Bert posò la tavoletta e se ne andò, prima che io riuscissi ad escogitare una risposta appropriata.

In effetti quando ritornò, circa un’ora dopo, non mi era ancora venuta in mente. Non l’ho trovata ancora oggi.

Bert, al suo ritorno, mi portò notizie migliori di quanto avessi immaginato. Il Comitato, o almeno i componenti del Comitato che era riuscito a scovare (cominciavo a rendermi conto che era un organismo dalla composizione abbastanza fluida, e che il modo abituale per ottenere ufficialmente qualcosa consisteva nel discuterne con un quorum di propria scelta) avevano approvato la mia domanda di cittadinanza, se così si poteva chiamare, senza stare a discutere. Alcuni ingegneri del gruppo si erano interessati al problema della mia situazione e si erano messi subito all’opera. C’era da prevedere che avrebbero escogitato presto qualcosa.

Era incoraggiante. Anch’io sono una sorta d’ingegnere, anche se mi occupo della materia solo in rapporto al mio lavoro principale, e ogni idea che mi era venuta in mente era andata a finire contro un muro cieco. Di solito, era una questione di procedura basilare. Non capivo in che modo fosse possibile effettuare saldature, o lavori con trapani ad alta velocità, o altre attività normali in un ambiente liquido, a una pressione superiore a una tonnellata per pollice quadrato. Quasi tutti gli utensili, per esempio, hanno motori veloci: ed è un po’ difficile immaginarli in azione, con le parti mobili immerse in un fluido sia pur moderatamente viscoso: e sotto una pressione di quel genere, come si faceva a tenerlo fuori?

Naturalmente, se quella gente era là sotto da ottant’anni o più, come aveva detto Bert, doveva avere imparato tutti i trucchi fondamentali in un ambiente simile, proprio come gli uomini hanno imparato a proprie spese l’ingegneria spaziale. Comunque, mi avrebbe fatto piacere sapere come intendevano risolvere il mio problema.

Non lo scoprii in tutti i dettagli; comunque, quelli non impiegarono molto. Circa diciotto ore (diciotto ore molto noiose) dopo che Bert mi aveva portato la notizia, ritornò con una squadra di aiutanti e cominciò a far spostare la capsula. Fu un tragitto notevole. Tornammo ad uscire e percorremmo poco meno di un chilometro, fino ad arrivare ad un’altra entrata, più ampia. All’interno c’erano parecchi grandi corridoi, anziché uno solo, che partivano dalla camera principale.

Mi rimorchiarono in uno di questi, per un buon tratto, e si fermarono davanti alla prima coppia di portelli stagni che io avessi visto dal momento del mio arrivo.

Uno era di un tipo molto normale, e io lo degnai appena di un’occhiata; l’altro era circolare, grande giusto quanto bastava per lasciar passare la mia capsula. Era situato nella stessa parete in cui si trovava quello più piccolo, a una ventina di metri di distanza. Quando ci avvicinammo, fu aperto da due degli uomini che ci precedevano a nuoto: e la capsula venne spinta all’interno. La parete cui era incardinato il portello aveva uno spessore di parecchie decine di centimetri, e il portello era di poco più sottile; immaginai che la camera interna era destinata alla depressurizzazione.

La camera era abbastanza ampia. Un lato era occupato da strumenti vari: il pezzo più facile da riconoscere era un tavolo operatorio con ampie cinghie per immobilizzare il paziente ed una serie di mani telecomandate, molto più affinate e perfezionate di quelle che ero abituato a vedere sui sommergibili da lavoro.

La parte più vasta, dove era stata situata la capsula, era quasi spoglia, e sembrava che in origine la camera operatoria fosse stata molto più piccola. Vi erano tracce indicanti che una parete spessa quanto quella che avevano varcato era stata tolta di mezzo, tra il punto in cui mi trovavo e quello dove stavano il tavolo operatorio e le apparecchiature ausiliarie. Mi sarebbe piaciuto vedere gli utensili che avevano realizzato l’impresa.

Le mie intuizioni, scoprii, erano esatte; la sezione più piccola era stata la sala di conversione originale; il portello più piccolo che vi dava accesso poteva essere collegato con il portello stagno di un sommergibile. Il problema era stato costituito dal fatto che la mia capsula di portelli non ne aveva: normalmente si apriva dividendosi in due.

Bert scrisse le istruzioni per me, mentre gli altri uscivano.

«Quando ce ne saremo andati tutti e il portello sarà chiuso, per mezzo di pompe, la sala verrà portata alla pressione del livello del mare. Allora sopra il tavolo operatorio si accenderà una luce verde, ma comunque lo capirai lo stesso… sarai in grado di aprire la capsula. Quando potrai uscire, vai al tavolo e stenditi. Fissati le cinghie intorno al corpo e alle gambe. Non importa se le braccia restano libere o no. Quando sei fissato al tavolo, premi il pulsante rosso che puoi vedere da qui.» E me lo indicò. «È alla portata della tua mano destra, come vedi. Una delle mani artificiali ti consegnerà un recipiente di sonnifero. Bevilo e rilassati. Non si potrà fare altro, finché sarai cosciente.»

«Perché?»

«Dovrai venire collegato a una macchina cuore-polmone, durante la metamorfosi. Non preoccuparti. È già stato fatto parecchie altre volte. Quando sarai uscito dalla capsula e ti sarai steso su quel tavolo, sarà stato risolto l’unico problema insolito che tu presenti. Va bene?»

«Capisco. Va bene.» Bert posò la tavola e uscì a nuoto dal pesante portello, che si chiuse lentamente. Non avevo visto morse o altri blocchi del genere, ma si apriva sul corridoio, e non ne aveva bisogno. Con la superficie che presentava, una volta che nella sala la pressione avesse cominciato a ridursi, niente avrebbe potuto aprirlo, se non un terremoto.

Quando le pompe entrarono in funzione me ne accorsi subito: l’intero locale fu scosso da un fremito, e la vibrazione si tramise alla capsula. Trascorsi qualche istante, valutando il lavoro necessario per svuotare una sala di quel volume nonostante la pressione di un miglio d’acqua marina, e qualche altro chiedendomi in che modo si sarebbe comportato il fluido misterioso che sostituiva l’acqua, con il ridursi della pressione. Se si fosse trasformato in vapore, oltre al pompaggio sarebbe stata necessaria una purificazione… no, non necessariamente, a pensarci bene. La sostanza doveva essere fisiologicamente innocua, perciò probabilmente il vapore sarebbe rimasto nella sala. Naturalmente, se era infiammabile avrebbe potuto causare guai, quando avrebbero immesso l’ossigeno per farmi respirare. Be’, erano abituati a quel problema, ormai da decenni. Non avevo motivo di preoccuparmi.

Nonostante tutta l’energia gratuita che sembrava disponibile, ci volle quasi mezz’ora per vuotare la sala. Il livello del liquido calò regolarmente. La superficie, quando apparve, si mantenne liscia. Non ci furono fenomeni di ebollizione, né altri comportamenti strani. Come se fosse acqua. Non si preoccuparono di eliminarlo tutto: quando la luce verde lampeggiò, sul pavimento abbastanza irregolare erano rimaste diverse pozze.

Non persi tempo ed aprii la capsula: aspettavo da parecchio quel momento e non vedevo l’ora di uscirne. Per un momento, mi fecero male le orecchie, quando i due emisferi si divisero: le pressioni non erano state perfettamente abbinate, ma la differenza era una cosa da poco. Quando uscii, rallentai i miei movimenti, però. Avevo crampi alle braccia e alle gambe e per qualche istante mi fu quasi impossibile camminare, fosse pure per arrivare fino al tavolo operatorio. Impiegai parecchi minuti a riattivare la circolazione, prima di poter fare un altro passo.

Il tavolo era comodo. Pur di potermi stendere, in quel momento mi sarebbe sembrato comodo anche il pavimento di pietra. Mi fissai alla cintura e al petto l’ampia cinghia a rete, e poi, naturalmente, mi accorsi che non potevo arrivare a maneggiare quelle per le gambe. Slacciai la prima cinghia, e tornai ad allacciarla dopo aver sistemato le gambe, e finalmente fui pronto per premere il pulsante del segnale.

Come promesso, una delle mani meccaniche si protese prontamente verso di me, porgendomi un bicchiere con una cannuccia flessibile perché potessi bere stando sdraiato. Seguii gli ordini, e questo è tutto ciò che ricordo dell’intero procedimento.

CAPITOLO 12

Mi svegliai con la testa abbastanza limpida. Ero disteso su una branda, in una stanzetta dove c’erano altri due letti e poco altro. Non c’era nessuno.

Mi avevano tolto gli abiti, ma li avevano ripiegati e deposti in una sorta di incrocio fra un cesto per la biancheria e uno schedario, vicino alla testata del letto. Un altro ricettacolo conteneva un paio di calzoni come quelli che avevo visto addosso a molti uomini intorno alla mia capsula. Dopo un istante di riflessione, li infilai: gli altri miei indumenti non erano fatti per nuotare. Scesi dalla branda, in piedi sul pavimento, sebbene mi sentissi la testa un po’ strana.

Pensai che non potevo sentire un peso sufficiente per permettermi di stare ritto, date le circostanze; ero presumibilmente immerso in un liquido più denso dell’acqua, e quindi più del mio corpo. Mi passò per la mente un’idea; frugai nelle tasche dei miei vecchi indumenti, trovai un coltello a serramanico e lo lasciai andare.

E difatti, cadde passando davanti alla mia faccia. Io ero in piedi sul soffitto, dov’erano sistemate anche le brande.

Provai a seguire a nuoto il coltello, che era andato a fermarsi sul pavimento-soffitto, una cinquantina di centimetri al di fuori della mia portata. Fu un grosso sforzo, ma non impossibile. Adesso capivo perché tutti quelli che avevo visto là sotto portavano le cinture zavorrate. Comunque, non ne vidi nessuna, in giro; per il momento, se volevo spostarmi dovevo camminare. Prometteva di essere una faccenda abbastanza scomoda, poiché il liquido era abbastanza viscoso, sebbene meno dell’acqua. Inoltre, la struttura architettonica non era stata progettata per i pedoni; una delle porte d’accesso alla stanza era situata in una parete ed era facilmente accessibile, ma l’altra era nel pavimento… cioè, il pavimento nella cui direzione era rivolta la mia testa e su cui era andato a finire il mio coltello a serramanico. Date le circostanze, decisi di aspettare che Bert o qualcun altro venisse a portarmi zavorra e pinne. La decisione fu facilitata dal fatto che non mi sentivo ancora a posto, a parte la differenza di opinioni tra i miei occhi ed i miei canali semicircolari circa l’ubicazione dell’alto e del basso. Anzi, i canali sembravano incapaci di decidere, e all’improvviso mi resi conto che anch’essi dovevano aver subito un intervento chirurgico. Non potevano essere stati lasciati così, pieni d’aria… o sì? Quanto era forte l’osso, e come proteggeva i canali, tra l’altro?

Tastandomi il collo e intorno alle orecchie trovai parecchi punti dove la pelle era ricoperta dalla plastica liscia delle bende adesive, ma questo non dimostrava gran che. Era sempre stata evidente la necessità di una modificazione delle orecchie.

Non sentivo il desiderio di respirare; dovevano avermi fatto ingerire un quantitativo di sostanza generatrice d’ossigeno, nel corso del procedimento. Mi chiesi per quanto tempo sarebbe durata quella riserva.

All’improvviso mi resi conto di essere completamente in balia di chiunque intendesse esercitare una supremazia su di me, perché non sapevo dove e come procurarmi la sostanza necessaria. Avrei dovuto discuterne con Bert, e al più presto.

Provai a respirare, a forza. Mi accorsi che riuscivo soltanto ad espellere lentamente il liquido dai polmoni, e a riassorbirlo altrettanto lentamente: ma era doloroso, e mi dava le vertigini, assai più che trovarmi simultaneamente a testa in giù ed a piedi in giù. Il liquido mi entrò nella trachea: lo sentii, ma non provai la tendenza a tossire. Sono ancora convinto che quella fosse stata una delle parti più difficili della procedura di conversione, considerando l’attività muscolare e nervosa che il tossire comporta.

La presenza del liquido nella mia trachea, sebbene prevista, sollevava un’altra questione. Non potevo parlare, di sicuro, e non conoscevo il linguaggio dei segni che lì era d’uso corrente… non sapevo neppure su quale lingua parlata fosse basato. Avrei avuto il mio da fare, per comunicare con gli abitanti locali. Forse sarebbe stato meglio trovare il modo di superare quella difficoltà; se avessi saputo da Bert quel che mi interessava, le lezioni di lingua sarebbero state uno spreco di tempo.

Comunque, potevo udire. I suoni erano abbastanza strani, ma uno di essi poteva essere il ronzio di motori o generatori ad alta velocità. C’erano sibili, tonfi, fischi… quasi tutto, insomma: ma non ce n’era uno che fosse esattamente familiare, e una particolare classe di rumori era del tutto assente. Mancava il brusio delle voci che permeava tutti gli altri luoghi abitati della Terra.

Passò quasi un’ora, secondo il mio orologio, prima che comparisse qualcuno (l’orologio era un congegno a stato solido e ad energia radioattiva, e non era stato creato per resistere alle profondità dei fondali oceanici, ma aveva resistito benissimo). Trascorsi gran parte di quell’intervallo maledicendo me stesso: non per essermi sottoposto alla metamorfosi, ma per non avere approfittato del tempo tra la decisione e l’azione estorcendo a Bert altre informazioni.

La nuova arrivata era giovane e molto decorativa… ma non m’innamorai di lei. La reazione fu reciproca. Mi accennò di tornare alla branda ed esaminò le mie fasciature con aria esperta ed efficiente.

Quando ebbe finito, cercai di richiamare la sua attenzione sulla mancanza di zavorra. Forse capì, perché annuì cortesemente dopo che io ebbi finito di gesticolare, ma se ne andò senza aver fatto qualcosa di costruttivo al riguardo. Sperai che andasse a chiamare Bert.

Non so se lo facesse o no; comunque, il secondo ad entrare fu proprio Bert. Non aveva portato la zavorra, ma aveva la tavoletta per scrivere. Meglio ancora. La presi e mi misi all’opera.

Mi era capitato altre volte di dover comunicare esclusivamente per iscritto: mai, però, dopo aver finito le scuole elementari. A quei tempi era un’attività che aveva un certo fascino, poiché in aula era illecita; ma adesso si rivelò un’autentica seccatura.

In poco più di due ore, chiarimmo quanto segue:

Io ero un cittadino pienamente naturalizzato, ed avevo diritto di andare dove mi pareva e di fare ciò che volevo, purché questo non contrastasse con l’interesse di altri.

Non solo ero autorizzato ad esaminare gli impianti produttori d’energia, ma dovevo familiarizzarmi con essi al più presto possibile.

Potevo andare a trovare Marie al suo sommergibile quando ne avessi voglia, e il Comitato e il resto della popolazione sarebbero stati ben felici che io discutessi con lei.

Infine, era previsto che per mantenermi mi dedicassi alle coltivazioni, fino a quando avessi dimostrato di poter contribuire al benessere comune in modo diverso e almeno altrettanto utile.

Tutto lì. Spesso, in passato, mi era capitato di sostenere una conversazione piuttosto lunga con qualcuno e, dopo averlo perso di vista, mi erano venute in mente altre cose che avrei voluto dire: ma laggiù una cosa del genere non era un incidente: era un’abitudine.

Non tanto perché si dimenticasse di affrontare questo o quell’argomento. Di regola, non c’era neppure il tempo di approfondire quelli che ci si ricordava. Non avevo mai apprezzato tanto, in tutta la mia vita, il dono della favella. Quelli di voi che, dopo aver finito il mio racconto, pensano che avrei dovuto imparare prima certi fatti fondamentali, dovrebbero tener presente questa difficoltà. Non dico che non avrei dovuto fare più in fretta: ma posso accampare qualche giustificazione, se non ci sono riuscito.

L’intera faccenda non era solo irritante: mi faceva anche sentire molto sciocco. La cosa più imbarazzante è che tante persone, arrivate a questo punto della storia, possono già capire in cosa avevo sbagliato.

Non avevo nessun entusiasmo per l’agricoltura, sebbene mi incuriosisse scoprire come veniva praticata sul fondo dell’oceano. Volevo saperne di più sulla centrale elettrica, ma rimandai a più tardi anche quello. Chiesi a Bert, per prima cosa, di guidarmi al sommergibile di Marie. Lui annuì e si avviò a nuoto.

Durante il tragitto, non facemmo conversazione. Forse Bert, ormai, era così abituato a nuotare che avrebbe potuto scrivere e leggere mentre si muoveva, come un’impiegata riesce a risolvere le parole crociate mentre esce dall’ufficio per andare a pranzo. Io, di certo, non ne ero capace. Mi limitavo a guardarmi intorno mentre lo seguivo, annotando mentalmente tutto quel che vedevo.

Le gallerie erano lunghe e quasi tutte diritte, ma per quanto mi riguardava formavano un labirinto inestricabile. Avrei impiegato molto, molto tempo per imparare ad andarmene in giro senza guida. Se anche c’era qualcosa di equivalente ai cartelli indicatori, io comunque non riuscii a vederlo. Sulle pareti c’erano motivi colorati di ogni genere, ma non riuscivo a capire se significavano qualcosa o se erano puramente decorativi. E tutto era vivacemente illuminato.

Non c’erano soltanto le gallerie. C’erano anche grandi sale di tutte le forme: alcune avrebbero potuto essere piazze o centri commerciali o teatri, o comunque posti dove si poteva aggregare un gran numero di persone. Non vidi mai una vera folla, ma in giro i sommozzatori erano abbastanza numerosi da confermare la consistenza della popolazione… e non era sorprendente, se la faccenda durava da diverse generazioni. Poco a poco, cominciai a considerare quel posto una nazione, come aveva detto Bert, anziché un’organizzazione di fuorilegge; una nazione che non aveva mai perduto la sua identità firmando il Codice Energetico. Poteva darsi che fosse proprio così: poteva esistere da più tempo dello stesso codice. Non sapevo se la sua storia durava da più degli ottant’anni cui aveva accennato Bert. Era un altro particolare che dovevo accertare.

Non sono mai stato molto abile a giudicare le distanze, a nuoto, e in certi corridoi il traffico era facilitato da una corrente creata da pompe, quindi non so esattamente quanto fu lungo il nostro percorso, prima di arrivare al sommergibile. Per la verità, ancora oggi ho un’idea molto vaga dell’ampiezza di quel posto. Comunque, uscimmo finalmente da uno stretto corridoio e ci trovammo in una delle grandi camere sotto una entrata: passammo sotto il cerchio di tenebra affacciato su un miglio d’acqua salata, scendemmo per circa duecento metri una galleria molto più larga, e ci trovammo davanti all’entrata di una camera piuttosto grande, in cui era attraccato sul pavimento uno dei comuni sommergibili da lavoro del Consiglio, caricato all’esterno di piastre di zavorra come lo era stata la mia capsula.

Bert si fermò davanti all’entrata e cominciò a scrivere. Lessi al di sopra della sua spalla: «È meglio che io resti fuori. Marie è convinta che io sia Giuda Iscariota, Benedict Arnold e Vidkun Quisling messi insieme. Avrai già abbastanza guai presentandoti così, anche senza avermi accanto. Hai deciso quale scusa addurre per giustificare la tua metamorfosi?»

Annuii; non vedevo motivo di sprecare tempo scrivendo i dettagli più di una volta, e presi tavola e stilo. Bert mi guardò con aria interrogativa, ma io gli feci un cenno di commiato e mi diressi verso il sommergibile. Quando mi voltai, poco prima di raggiungerlo, Bert era sparito. Poi ricordai che presto avrei avuto bisogno di cibo normale e, presumibilmente, anche della sostanza generatrice d’ossigeno. E non sapevo ancora come procurarmeli.

CAPITOLO 13

Quando mi avvicinai, non riuscii a vedere nessuno attraverso gli oblò del sommergibile, sebbene gli girassi intorno. A quanto pareva, Marie dormiva. Non ero sicuro che fosse una buona idea svegliarla, ma finii per decidermi. Bussai sulla chiglia.

«Se sei Bert, sparisci. Sto pensando!» Le parole erano chiare e comprensibili, ma la voce non sembrava quella di Marie. Non saprei descrivere quel suono. Ci sono toni prodotti dalle corde vocali umane che di solito non superano il meccanismo equilibratore dell’orecchio medio dell’ascoltatore… è una delle ragioni per cui la propria voce sembra così strana, quando la si sente registrata. È anche peggio quando ci si trova immersi in un fluido che trasporta i suoni più o meno alla stessa velocità dell’acqua, e quando quel fluido è presente da entrambe le parti del timpano. Come ho detto, non saprei come descrivere il risultato esatto.

Bussai di nuovo. La seconda risposta fu altrettanto chiara, ma ho promesso a Marie di non riferirla. Mi irritai, e quando bussai per la terza volta lo feci con violenza, per quanto lo permetteva l’ambiente liquido. Fu uno sbaglio.

Un uomo può sopportare facilmente l’esplosione di un candelotto di dinamite ad una trentina di metri di distanza. Il rumore è fastidioso, ma non pericoloso in se stesso. Se invece nuota alla stessa distanza quando il candelotto esplode sott’acqua, è sicuro di lasciarci la pelle.

Il mio pugno non aveva l’energia di una carica di dinamite, ma forse in tal caso avrei sofferto meno. Se non altro, sarei morto e basta. I miei timpani non si spezzarono, quando l’onda d’urto li investì, ma la sensazione non fu molto diversa. Impiegai tanto a riprendermi che Marie ebbe il tempo di avvicinarsi all’oblò, riconoscermi, superare il trauma che la mia vista poteva averle causato, e congelarsi di nuovo.

Adesso lei sostiene di essere stata lieta di vedermi, per il primo mezzo secondo. Dice di avere addirittura gridato il mio nome, sebbene sapesse cosa ne penso io. Comunque, quando mi ripresi, lei non stava sicuramente esternando sentimenti di gioia. Mi guardava molto male. Vedevo che muoveva le labbra, ma non potevo ancora udire le sue parole: avevo troppo baccano dentro le orecchie. Me le coprii con le mani, per un momento, e cercai di farle segno di aspettare, ma le sue labbra continuarono a muoversi.

Rinunciai ai segnali e mi misi all’opera con lo stilo. Quando avevo quasi riempito il foglio, cominciai a distinguere le sue parole. E capii perché Bert aveva preferito non restare con me. Per quanto fosse furibonda, comunque, si interruppe e lesse ciò che avevo scritto, quando glielo mostrai attraverso l’oblò. Avevo studiato con cura ogni parola, in base a ciò che Bert mi aveva detto dello stato d’animo di lei.

Avevo scritto: «Non dire niente che possa mettermi nei guai con questa gente. Perché sei rimasta quaggiù?» In tal modo mi proponevo di distoglierla dal domandarmi perché ero lì anch’io, e perché godevo dei diritti e dei privilegi locali. Poteva anche suggerirle l’idea che fossi lì per spiare. In parte, il trucco riuscì: se non altro, le parolacce cessarono, e Marie impiegò un po’ di tempo per riflettere, prima di parlare di nuovo.

Poi rispose: «Sono qui per cercare Joey. È scomparso qui… lo sai benissimo. Resterò qui fino a quando saprò che ne è stato di lui.»

«Non sarebbe meglio risalire e informare il Consiglio dell’esistenza di questo posto?» chiesi io. «Allora potrebbe scendere quaggiù un corpo di spedizione, per concludere qualcosa di costruttivo?»

«Ci avevo pensato,» ammise Marie. «Ma quando Bert mi ha detto che potevo tornare indietro a riferire tutto quel che sapevo, ho capito che c’era sotto qualche trucco. Inoltre, ero troppo preoccupata per Joey, e loro non volevano dirmi niente di lui.»

«Bert non ti ha detto che potevi restare, se volevi?»

«Sì. È questo che mi ha insospettita. Come può una persona per bene accettare di restar qui? Era solo un trucco, per fare in modo che non potessi ritornare. È ovvio che quando sei stato modificato per respirare l’acqua, non puoi più ridiventare normale.»

Poco mancò che le rispondessi che quel liquido non era acqua, e poi per poco non le domandai che cosa c’era di ovvio nelle sue conclusioni. Mi ricordai che il primo particolare non c’entrava, e che lei non lo avrebbe creduto, e che il secondo, probabilmente, avrebbe sollevato la questione della mia metamorfosi. Inoltre, una discussione mi avrebbe costretto a far uso d’informazioni che avrei dovuto ammettere di aver avuto da Bert, e quindi probabilmente Marie non mi avrebbe creduto.

Pensandoci bene, notai con un improvviso trasalimento, avevo solo la parola di Bert, come base per la convinzione che la metamorfosi fosse reversibile almeno fino al punto di permettermi di ritornare alla superficie. Be’, se lui si era ingannato o mi aveva mentito, ormai era tardi. Avevo ripreso a scrivere, quando mi passarono per la mente questi pensieri.

«Ma cosa speri di concludere, restandotene qui chiusa nel sommergibile? Che cosa hai fatto durante le ultime sei settimane da quando ti abbiamo vista per l’ultima volta?» Marie eluse la domanda.

«Non so cosa posso fare, qui, ma se me ne vado non potrò più raccogliere altre informazioni. Spero ancora di poter sapere qualcosa da Bert. Sono certa che lui sa dov’è Joey, anche se lo nega.»

«E come puoi sapere qualcosa da lui, se non vuoi parlargli? Mi hai detto di andarmene, quando hai creduto che fossi Bert.»

Lei sorrise maliziosamente, e per un momento mi sembrò la Marie che avevo conosciuta a Papeete.

«Penso sia una tecnica migliore fare in modo che sia lui a desiderare di parlare con me,» rispose. Non capivo la logica di quel ragionamento: ma in Marie c’erano molte cose che non avevo mai capito, e lei lo sapeva.

«Be’, adesso io sono qui,» scrissi, «e anche se non so se dovrò restarci per sempre o no, almeno posso andare in giro e fare qualcosa. Se tu approvi, penso di impiegare il tempo a procurare informazioni che tu potrai portare in superficie, quando te ne andrai… immagino che non abbia intenzione di trascorrere qui il resto della tua vita.»

«Non ne ho l’intenzione, ma prevedo che andrà proprio così,» rispose lei. Prima che potessi scrivere un commento in proposito, aggiunse: «Certo, dovrò arrendermi e tornare indietro, prima o poi, ma so che quando lo farò mi liquideranno. Credo che abbiano fatto lo stesso con Joey. Se lo trovassi vivo, naturalmente, le mie decisioni dipenderebbero da lui.» Poi tacque, e dopo un momento d’attesa per essere sicuro che avesse finito, ripresi a scrivere.

«Ma vorresti che te lo trovassi io.»

Mi guardò con un’espressione che sperai fosse tenera e comprensiva, anche se non potevo averne la certezza, attraverso l’oblò. Conosceva i miei sentimenti per lei: non ne avevo mai fatto mistero e, anche se avessi cercato di nasconderli, una donna avrebbe dovuto essere ben più stupida di Marie per non capirlo. Quasi tutte le ragazze della nostra sezione sono più stupide di lei, e per loro, comunque, è uno scherzo capirlo.

Marie non rispose per diversi secondi: pensai che aspettasse di vedermi continuare, perciò ripresi a scrivere.

«Naturalmente, anche lui è incluso nel mio compito. Sono venuto quaggiù per scoprire il più possibile sul conto di voi tre. So di te e di Bert, adesso, ma la missione non è finita. Vi sono altre cose da imparare. Debbo raccogliere le informazioni sulla tecnologia che rende possibile l’esistenza di questo posto, e soprattutto l’assenza del razionamento dell’energia, e c’è un problema sollevato dalla mia conversazione con te. Se sei tanto sicura che abbiano liquidato Joey, e che intendano fare altrettanto con te quando te ne andrai, perché pensi di essere ancora viva? Avrebbero potuto aprire una falla nel tuo sommergibile senza la minima difficoltà… o risparmiarsi la considerevole fatica di fornirti viveri ed aria.»

«Ho pensato anche a questo,» rispose Marie, questa volta senza esitazioni. «Quando ho deciso di starmene qui, l’ho fatto per metterli alla prova…» Vide che avevo ripreso a scrivere, e s’interruppe mentre io finivo.

«Non era una prova rischiosa?» chiesi io. «E se loro non l’avessero superata? Avresti potuto sopravvivere per riferire i risultati?»

«Be’, no. Allora non m’importava che cosa sarebbe stato di me, ma speravo di potermene andare di qui, di tentare di arrivare alla superficie con qualcosa d’interessante da riferire.»

«Marie, ho sempre ammirato la tua intelligenza non meno delle altre qualità, ma in questi ultimi minuti non hai fatto altro che sragionare. Dovresti saperlo. Hai intenzione di fornirmi dati utili, oppure dovrò lavorare da solo? Ti ripeto: perché pensi che non ti abbiano uccisa, o lasciata morire di fame?»

Era un rischio, me ne rendevo conto; ma il sistema funzionò. Lei aggrottò la fronte, poi scacciò il dubbio con visibile sforzo, per un momento rifletté, sporgendo le labbra, e poi prese a parlare con più calma.

«Sta bene. Non mi fidavo di costoro, e non sono sicura di potermi fidare neppure di te.» Le fui grato di quel «neppure». «Comunque, correrò il rischio. Ho pensato molto, qui dentro: non avevo altro da fare. Ho trovato una spiegazione, e non sono riuscita a pensarne altre, o a trovarle punti deboli. E chiarisce perché non mi hanno uccisa e perché hanno permesso a te e a Bert di unirvi a loro. Mi induce a ritenere che Joey possa essere vivo, anche se in questo caso non capisco perché non sia venuto da me, come avete fatto tu e Bert.» S’interruppe un momento, per riflettere, poi continuò. «In linea di principio è molto semplice, ma qualche fatto particolareggiato non guasterebbe. È per questo che te lo dico.» Fece un’altra pausa, e mi guardò bene prima di proseguire.

«Debbono avere bisogno di noi. Manca loro qualcosa che tu, io, Bert e Joey, e forse chiunque altro arrivi dalla superficie può fornire. È l’unica spiegazione ragionevole.»

Ci pensai. Era una possibilità che non mi era venuta in mente, anche se non ero disposto ad accettarla come unica spiegazione sensata.

«Non pensi che possano essere soddisfatti del loro modo di vivere, della libertà dal razionamento energetico, come la chiameranno probabilmente loro, al punto di desiderare di fare reclute? Sono cose che capitano.»

«Lo so,» rispose Marie. «Ma non credo che sia un caso del genere. Succedeva ai tempi delle nazioni e dei partiti politici, prima che ci si rendesse conto della necessità di istituire il Consiglio.»

«Se tu credi che ci siamo lasciati alle spalle la politica,» ribattei, con tutta la rapidità con cui potevo muovere lo stilo, «Allora tenevi gli occhi meno aperti di quanto pensassi io. E che male c’è a considerare questa gente come una nazione? È appunto l’idea che me ne sono fatto io.»

«Nazioni? Hai un corto circuito nel cervello. Sono soltanto un branco di dissipatori d’energia. Non sono abbastanza numerosi per formare una nazione.»

«Sai quanti sono?»

«No di certo. Non ho avuto la possibilità di contarli. Qualche centinaio, direi.»

«Credi che qualche centinaio di persone potrebbe creare un posto come questo? O anche una piccola parte? Debbono esserci chilometri e chilometri di gallerie, quaggiù. Io ho nuotato per circa un’ora, per arrivare fin qui dal luogo in cui mi hanno operato, ed è un labirinto. Un labirinto, capisci? Non ho ancora visto la loro centrale elettrica, ma deve essere enorme per fornire la luce a un simile volume di spazio, e fuori c’è quella grande area coperta dal telone… devi averla vista anche tu. Come potrebbero fare un lavoro simile poche centinaia di persone? Alla superficie, certo, avendo a disposizione tempo illimitato e i normali macchinari da costruzione: ma quali macchinari normali avrebbero potuto usare qui?»

Marie avrebbe voluto interrompermi, ma mi lasciò finire. Non è il caso di riferire testualmente quello che disse poi: in pratica, venni a sapere che non aveva visto l’area illuminata all’esterno. Aveva scorto un sommergibile da lavoro, mentre si aggirava alla ricerca di Joey; l’aveva seguito, ed era finita davanti a un’entrata apparentemente molto lontana dal «telone». A quanto sembrava, di entrate ce n’erano parecchie. Non era in grado di esprimere un’opinione sull’area illuminata, e avevo l’impressione che non credesse totalmente alla mia descrizione.

Non era stata neppure catturata. Aveva seguito il sommergibile fino all’ingresso, si era accorta di non avere zavorra sufficiente per superare il punto di contatto tra i due liquidi ed era rimasta lì, bloccando il traffico, fino a quando avevano appesantito il suo mezzo e l’avevano rimorchiato all’interno. Le donne sono creature interessanti, e hanno poteri interessanti. Non ero sicuro di crederle, ma preferii non dirglielo.

«Sta bene,» riassunsi finalmente, per iscritto. «A quanto pare, il mio compito consiste nel trovare Joey o almeno sue notizie attendibili; scoprire una ragione specifica, convincente per spiegare come mai questi ci tengono tanto a che ci uniamo a loro; procurarmi informazioni sulla grandezza e la popolazione di questo posto; e ottenere informazioni tecniche sulla loro centrale elettrica.»

«Giusto.» Marie annuì. «Non pretendo che tu faccia tutto questo senza ricorrere a Bert, perché non ho la possibilità di importelo. Ti dico solo che di lui non mi fido.»

«Non vedo perché, comunque. È modificato per vivere in queste condizioni ad altra pressione, ma sono modificato anch’io, eppure hai deciso di fidarti di me, direi.»

«Non ricordarmelo. È un punto a tuo sfavore. Comunque, spero che nel tuo caso sia solo una copertura. Dopotutto, mi sembri convinto che si tratti di un cambiamento reversibile, anche se io non lo sono: l’ho capito dalla tua espressione, quando ho detto che non era reversibile. Spero, per il tuo bene, che abbia ragione tu.»

«E perché Bert non dovrebbe averlo creduto, perché non dovrebbe avere gli stessi motivi?»

«Se è così, perché è qui da un anno? Se può ritornare lassù, e non lo ha fatto, allora sta combinando qualcosa. Se non può ritornare, sta egualmente combinando qualcosa, perché deve essere stato lui a dirti che era possibile. Pensaci bene.»

Ci pensai, e non riuscii a trovare una risposta. Potei dire soltanto: «D’accordo, sarò prudente.» Mi stavo già allontanando a nuoto quando Marie mi chiamò per nome. Irritato, mi voltai, e scorsi il suo viso premuto contro l’oblò. Mentre la guardavo, lei parlò ancora, molto più sommessamente: immerso com’ero nel liquido, la sentii appena.

«Sei un caro ragazzo. Se non fosse per Joey…»

S’interruppe, e il suo viso sparì.

Me ne andai, ascoltando il battito del mio cuore e cercando di organizzare i miei pensieri.

CAPITOLO 14

Fuori, nel corridoio, non c’era traccia di Bert, e non osai andarlo a cercare. Ricordavo la strada per arrivare all’entrata, e vi andai a nuoto, nella speranza che mi stesse aspettando proprio lì.

C’era almeno una dozzina di persone nella grande camera, e se ne scorgevano altre, vagamente, nell’acqua più scura, in alto: ma Bert non c’era. Non sapevo che altro fare, se non aspettarlo. Ma mi sembrava un’occasione buona per imparare qualcosa.

Mi avvicinai a nuoto al punto di contatto tra i due liquidi ed esitai. Di tanto in tanto, qualcuno passava di lì. Decisi di osservare la tecnica che usavano, prima di provarmici.

Era abbastanza semplice. Bastava afferrarsi a una scaletta a grappe, togliersi la cintura zavorrata ed appenderla ad uno dei numerosi ganci lungo il bordo, e poi passare a nuoto. Tuttavia, quelli che lo facevano portavano casco e tuta, presumibilmente per mantenere nella bocca, nelle orecchie e così via quel liquido speciale. Forse l’acqua marina faceva male ai polmoni. Comunque, nessuno infilava la testa oltre il confine se non portava il casco, e decisi di non correre rischi, anche se non capivo quale poteva essere il pericolo.

Molti mi stavano osservando, notai. Alcuni avevano espressioni preoccupate. Una donna mi rivolse dei gesti, ma naturalmente io non potevo capire quel linguaggio. Mi fissò per un momento, vide che non rispondevo, rivolse altri rapidi gesti con la mano a quelli che le stavano intorno e poi a me, quindi salì a nuoto nella mia direzione. Indicò l’acqua, poi me, e inarcò le sopracciglia con aria interrogativa. Era facile capire il significato della domanda, sebbene la ragazza attirasse l’attenzione più dei suoi segnali.

Forse era quella che avevo visto fuori, benché fosse impossibile averne la certezza. Nel gruppo ce n’erano altre che potevano esserlo. Aveva i capelli biondi e lisci, tagliati corti in un’aureola che poteva entrare senza difficoltà in uno dei caschi. Era alta circa un metro e sessanta, e fuori dall’acqua poteva pesare sui cinquanta chili. Indossava un due pezzi che non era una tuta, ma copriva una maggiore superficie di un bikini. Il volto era piuttosto sottile, e non riuscii a indovinare la sua origine.

In risposta alla sua domanda, o a quella che ritenevo tale, alzai un braccio verso la superficie dell’acqua, guardandola a sopracciglia inarcate.

Lei scrollò la testa energicamente, si cinse le spalle con le braccia e rabbrividì in modo molto realistico. Potei interpretare anche quella risposta, e mi irritai con me stesso, perché non avevo ricordato che fuori l’acqua doveva essere fredda. Era un dato utile: giustificava la deduzione che il liquido in cui ci trovavamo immersi non era un buon conduttore di calore, altrimenti avrei sentito il gelo dell’oceano già a pochi metri di distanza. Naturalmente, non poteva essere neppure un pessimo conduttore, altrimenti avremmo avuto l’abituale problema delle tute spaziali: come eliminare il calore corporeo in eccesso. Fino a quel momento, non avevo sentito né caldo né freddo. Adesso avrei voluto avere sottomano un termometro, per farmene un’idea.

Alzai un dito, puntandolo verso il confine, e rivolsi alla ragazza la stessa domanda con le sopracciglia. Lei scrollò le spalle, come per dire che il dito era mio: e perciò lo feci passare all’esterno.

La temperatura era sopportabile, ma capii perché i sommozzatori portavano le tute. Pensai che avrei potuto sopportarla per un po’ di tempo, se fosse stato necessario; ma non mi pareva il caso di fare la prova, in quel momento.

Pensai che sarebbe stato più utile cominciare a prendere confidenza con il normale metodo di comunicazione di quella gente. Nonostante le parole di Bert ed i miei tentativi attraverso gli oblò della capsula, mi pareva possibile che almeno qualcuno conoscesse un po’ qualcuna delle lingue che io sapevo. Mostrai alla ragazza la tavola per scrivere. Lei annuì, e lanciò un sorriso agli altri che stavano intorno. Scrissi una breve frase in ognuna delle lingue che conoscevo meglio, e le porsi la tavoletta perché la leggesse.

La ragazza guardò cortesemente e scrupolosamente, ma sorrise e scosse il capo. La mostrai agli altri, e ottenni la stessa reazione. Poi conversarono tra di loro a segni. Alcuni, compresa la ragazza, avevano l’aria divertita: forse si sarebbero messi a ridere, se fosse stato fisicamente possibile. Poi lei prese tavoletta e stilo dalle mie mani e cominciò a tracciare dei segni.

Lo stilo si muoveva rapidamente, ma non andando avanti e indietro come nella normale scrittura. Sembrava piuttosto un disegno, dal punto in cui mi trovavo io. La ragazza impiegò all’incirca trenta secondi, poi mi porse la tavoletta perché la guardassi. La guardai, sbarrando gli occhi.

È impossibile descrivere dettagliatamente quello che aveva disegnato: ma posso darne un’idea generale. In un certo senso, era abbastanza simile a un diagramma elettrico, con linee rette che andavano da un punto all’altro, quasi tutte parallele ai bordi della tavoletta. C’erano piccole lacune nelle righe, dove avrebbero dovuto intersecarsi; talvolta gli incroci erano contrassegnati da punti; oppure una linea tagliava l’altra senza effetti particolari. Qua e là, in quel labirinto, c’erano minuscoli motivi, incredibilmente complessi considerando il poco tempo che era stato loro dedicato. Non ce n’era nessuno identico ai simboli elettrici che conoscevo, ma mi davano un vago senso di familiarità. Il disegno, nel suo complesso era quasi un quadro. Mi faceva un effetto strano, come se fosse qualcosa che avrei dovuto riconoscere ma che non riuscivo ad estrarre dal fondo della mia mente. Tentavo continuamente di interpretarlo come un diagramma di circuiti, cui somigliava vagamente, ma non approdavo a nulla. Provai a considerarlo come uno di quei disegni ad effetti ottici formati di linee rette che di tanto in tanto ritornavano di moda come opere d’arte, e non ottenni risultati migliori. Dovetti scuotere il capo, come aveva fatto la ragazza.

Cancellai il foglio e provai con altre lingue: questa volta non le conoscevo altrettanto bene. Speravo, al massimo che qualcuno accennasse di averne riconosciuta una. Niente da fare. Neppure una traccia. E questo era stranissimo, perché quelle dodici lingue che usai per i miei tentativi erano parlate complessivamente da tre quarti della popolazione terrestre; e alcune erano note alle persone colte di tutto il mondo.

La ragazza ricambiò il mio secondo tentativo con un altro dei suoi. Vedevo che il disegno differiva nei dettagli dal primo, ma nel complesso era molto simile, e non ne ricavai molto di più. Se avessi avuto una macchina fotografica in grado di funzionare in quelle condizioni, avrei fotografato lo schizzo, nella speranza che avesse qualcosa a che vedere con le centrali elettriche, benché fosse molto ma molto improbabile, anche a voler essere ottimista.

Pensare in generale a un piano mi fece comunque venire un’idea. Cancellai di nuovo il foglio e tracciai al centro uno schizzo, per rappresentare la camera in cui ci trovavamo, le varie gallerie che si diramavano da essa e la sala in cui era attraccato il sommergibile di Marie. All’inizio, la ragazza non afferrò l’idea, perciò mi diressi a nuoto ad uno dei corridoi di cui avevo disegnato l’ingresso, lo studiai per vedere se era diritto o no, e lo riportai sul disegno.

Ero riuscito a farmi capire. La ragazza annuì, dopo aver parlato ancora a gesti con gli amici; poi mi rivolse uno sguardo interrogativo. Le porsi tavoletta e stilo e gesticolai, sperando di farle intendere che volevo una pianta generale.

Capirono anche questo, ne ero sicuro; ma la conversazione a cenni durò molto più a lungo. Mi augurai che discutessero soltanto sul modo migliore di fornirmi l’informazione, non sull’opportunità di darmela o meno. Mi sarebbe piaciuto avere una vera e propria carta topografica, non schizzi a mano libera.

La discussione, se pure era tale, fu interrotta dal ritorno di Bert. Fu un sollievo, per me, poter conversare in modo comprensibile, sia pure lentamente: ma Bert aveva le sue idee circa il tema del dialogo. Si fece dare dalla ragazza il necessario per scrivere e cancellò il foglio senza neppure degnarlo di un’occhiata.

«Sei riuscito a ottenere un po’ di collaborazione da Marie, oppure lei ti ha relegato insieme agli altri fuorilegge?» chiese.

«Credo di essere in libertà condizionata,» risposi io. «In realtà, per farla contenta ci vorrebbero notizie precise di Joey.»

«Be’, non possiamo dargliene. A quanto ne so io, qui non è mai arrivato.»

«Non hai neppure avvistato il suo sommergibile nei dintorni?»

«Nessuno lo ha segnalato.»

«E il tuo sonar?»

«Non lo usiamo mai, se non in circostanze specialissime. Sarebbe troppo probabile che ne captassero l’emissione. Siamo dispostissimi a far sì che il mondo sappia di noi, ma solo se scopre tutto sul nostro conto. Non hai ancora un quadro chiaro della situazione? Non vogliamo venire classificati insieme agli sprecatori d’energia che il Consiglio perseguita continuamente, e tu sai benissimo che la gente si farà proprio questa idea di noi, se non avremo la possibilità di spiegarci.»

«Penso sia vero. È l’idea che se ne è fatta Marie, e non vuol saperne di rinunciarvi. Mi domando se sarà sufficiente spiegare come stanno le cose.»

«Lo sarebbe, se la gente credesse alla spiegazione.» Non feci commenti sulla profondità di quell’affermazione.

«Tu hai continuato a spiegarlo a Marie per sei settimane, ma lei non ci crede.»

«Non siamo riusciti a spiegarci. Abbiamo parlato per sei settimane, e lei non ci ascolta. È diverso. Vuole parlare soltanto di Joey. Penso che il servizio più grande che potessi rendere, a noi ed al Consiglio, sarebbe convincerla a prestare ascolto ad una descrizione fedele dell’intera situazione.»

Ci rimuginai sopra per mezzo minuto. Molti di coloro che erano lì all’arrivo di Bert adesso se ne erano andati, ma la ragazza ed altri due o tre stavano ancora osservando, interessati. Guardavano, profondamente assorti, quello che stavamo scrivendo sulla tabella, affollandosi a guardare ogni messaggio al di sopra della spalla dello scrivente o del destinatario. La ragazza sembrava piazzarsi sempre nel posto migliore. Le regole del galateo apparivano un po’ antiquate, in confronto a quelle in uso quasi dovunque alla superficie.

«Forse hai ragione tu,» scrissi finalmente, dopo aver cercato di inquadrare quel che Bert aveva detto nel programma che mi ero prefissato. «Sarebbe a dire che io dovrò vedere l’intera installazione con i miei occhi, per poter dire di avere una conoscenza diretta.»

«Precisamente. Vieni. Con questo incarico, può darsi che eviterai il lavoro agricolo, ma almeno le colture dovrai vederle. Per la verità, mi sta venendo fame, e per te deve essere passato ancora più tempo, dopo l’ultimo pasto decente.»

Non trovai nulla da eccepire, e lo seguii a nuoto in un’altra galleria. La ragazza ed altri tre, dopo essersi scambiati qualche gesto, si accodarono a noi.

Come prima, non era pratico nuotare e scrivere nel contempo, perciò ebbi parecchio tempo per pensare, durante il tragitto. Non riuscii a utilizzarlo in modo molto costruttivo, e non posso dire molto di quel trasferimento, se non che durò quindici o venti minuti. Non accadde assolutamente nulla d’interessante o d’importante, fino a quando arrivammo ad una porta di forma assai meno regolare di quella circolare e quella rettangolare che avevo già visto.

La luce dall’altra parte era più fioca che nelle gallerie, ma più intensa che nell’oceano, oltre le entrate regolari. Seguii Bert con rinnovato interesse, immaginando ciò che avrei visto.

CAPITOLO 15

Non mi sorpresi di trovarmi all’improvviso qualche metro al di sopra del fondo marino: ero «all’aperto».

Il corridoio che avevamo appena lasciato era scavato in un pendio roccioso… anzi, lo stesso passaggio era tutt’altro che orizzontale, come adesso potevo vedere benissimo. Non mi ero accorto di nuotare in salita, durante il percorso. A pensarci bene, non c’era motivo perché l’avessi notato.

Qualche metro sotto di me si estendeva, fino a perdita d’occhio, un tratto di fondale oceanico. Quando uscii dalla galleria potei vedere che era ben illuminato. Alzai la testa e vidi, una quindicina di metri più sopra, la superficie lucente del «tendone». In quanto al fondo, si sarebbe detto che si trovava a una profondità di un metro e mezzo d’acqua, non di oltre un chilometro e mezzo. Era coperto di vegetazione.

Non riconobbi nessuna delle piante, ma era logico. Avrei potuto imparare un po’ di biologia descrittiva, o di storia naturale, o come si chiama, se fossi nato prima che l’alterazione dei geni diventasse di dominio comune: ma così, non ne sapevo niente. Presumibilmente, quella vegetazione era stata confezionata su misura per fornire l’alimentazione alla popolazione locale, e la luce serviva per far crescere le piante.

Era una giustificazione per i chilowatt sprecati valida quasi quanto quella che mi aveva dato Bert. Una volta sola, parecchi anni prima, avevo assaggiato del cibo naturale confiscato ad uno sprecatore, e avevo capito quell’individuo. Avevo dovuto ripetermi con molta fermezza i precetti morali, parecchie volte al giorno, per settimane intere. Alla fine, avevo ritrovato il mio risentimento sano e normale nei confronti di coloro che sfruttano le risorse per concedersi piaceri negati a tutti noi: ma mi era stato difficile.

Bert e gli altri stavano scendendo verso il fondo, diviso in appezzamenti approssimativamente rettangolari, ognuno dei quali comprendeva piante di una varietà diversa. C’erano in giro molti sommozzatori. Alcuni mangiavano, altri lavoravano. L’esatta natura del loro lavoro mi restò oscura, in parte perché erano lontani, in parte perché io non m’intendevo di agricoltura più di quanto ne sapesse chiunque altro, da un secolo circa.

I miei accompagnatori, adesso, strappavano escrescenze verdognole e tondeggianti dalle piante, e le mordevano. La ragazza me ne offrì una, e stette ad osservare con aria divertita mentre io la scrutavo e provavo ad addentarla cautamente.

Non sapevo stabilire se mi piaceva o no. Era molto diversa dalle comuni alghe coltivate in vasca e non aveva nulla in comune con il sapore proibito di tanti anni prima, ma era interessante. Provai a dare un altro morso: decisi che era buona e la finii. La ragazza mi mostrò come coglierne altre dalla pianta senza troppa fatica… bisognava storcere le escrescenze in un certo modo, prima che i piccioli robusti cedessero. Poi mi lasciò a me stesso, e mangiò a sua volta alcuni di quei frutti.

Poi mi fece segno di seguirla e mi precedette verso un altro appezzamento, mi mostrò un frutto diverso. Nel giro di un quarto d’ora, consumai un pasto molto soddisfacente.

Mi chiesi quale, tra quei vegetali, era la fonte d’ossigeno, se pure era uno di essi. Forse lo erano tutti, dato che erano verdi e presumibilmente basati sulla fotosintesi; ma nessuno liberava le bollicine visibilmente, come facevano sempre le vasche delle alghe alimentari. Decisi di non preoccuparmi per l’ossigeno: gli amici di Bert non avevano ragione di uccidermi in un modo così indiretto e scomodo, privandomene. Avevano già avuto anche troppe occasioni per farlo, se avessero voluto.

All’improvviso, mi resi conto che ormai consideravo Bert tra gli abitatori del luogo. Non credo alla maggior parte di quello che ho letto a proposito del subconscio — mi sembra troppo simile all’astrologia, all’alcol e agli altri pretesti che dovrebbero servire a giustificare l’incapacità e la trascuratezza — ma quando ripensavo consciamente agli eventi di quelle ultime ore, sembrava sempre più evidente che fosse ragionevole, da parte mia, cambiare atteggiamento. Bert aveva l’aria di considerarsi più un cittadino del luogo che un dipendente del Consiglio con una missione da compiere, e forse io avevo assorbito la sua mentalità, senza neppure rendermene ben conto.

C’era il modo con cui sceglieva le parole, per esempio. Io avevo prestato attenzione a ciò che diceva, più che al modo preciso con cui lo diceva, ma adesso, a ben pensarci, avevo sentito una quantità di «noi» che non avrebbero dovuto trovar posto nei ragionamenti di un devoto funzionario del Consiglio, date le circostanze… soprattutto se era veramente sicuro che io soltanto potevo leggere quello che mi scriveva.

Forse Marie non era poi tanto irragionevole, dopotutto.

Guardai Bert. Stava mangiando, come gli altri, ma sembrava prendere scarsamente parte alla conversazione intrecciata dalle mani libere di quelli che mangiavano.

Non mi rimprovero di non aver notato niente di significativo, sul momento. Se mai, mi sentivo rassicurato: confermava quanto mi aveva detto, e cioè che non aveva imparato molto del linguaggio locale.

Ma dopo il pasto, ricominciai a sentirmi inquieto. Bert mi portava dovunque mostrassi intenzione di andare. E spiegava, in modo convincente, tutto quello che gli chiedevo. Il tendone che formava il tetto, per esempio. Quando scrissi una domanda in proposito, la sua faccia diventò di uno strano colore violaceo: quando riacquistò una tinta normale, scrisse: «Attento. Con i polmoni pieni di liquido, ridere può ucciderti. Quando ti hanno trasformato hanno reciso un nervo-chiave del riflesso della tosse, ma se non sei prudente, puoi ancora ridere.»

«Cosa c’è di strano nella mia domanda?»

«Be’, capisco da dove hai preso l’idea di un telone steso qui sopra, ma ti assicuro che nessuno si è preso un simile disturbo. Quello che tu vedi è semplicemente il contatto tra i liquidi.»

«Perché qui non sembra lo stesso che alle entrate, traslucido anziché trasparente? E perché ci sono entrate speciali, fra l’altro?»

«Manteniamo trasparenti le entrate. Ma l’area, per questo, è troppo vasta sopra le colture: parecchie miglia quadrate. I sedimenti oceanici continuano a posarsi sul fondo, e le sostanze formatesi nelle colture tendono invece a salire. Una piccola percentuale, molto piccola, per fortuna, ha un densità intermedia tra quella del nostro liquido e l’acqua, e perciò si raccoglie nel punto di contatto. Per la verità, lì cresce parecchia materia vivente, anche se si tratta solo di essermi unicellulari. Se ce ne fosse di più, dovremmo rimuoverla per permettere che la luce arrivasse fino alle piante, e non sarebbe un’impresa da poco.»

Avrei dovuto chiedergli allora, lo so, perché le lampade erano nell’acqua, anziché laggiù, più vicine alle piante. Ma fu una delle cose che non feci. Se lui mi avesse risposto, mi avrebbe risparmiato molto imbarazzo, in seguito, anche se non sono ancora certo che sarebbe stato disposto a fornirmi la spiegazione. Suppongo che l’avrebbe fatto, ora che capisco le ragioni che l’avevano indotto a comportarsi in quel modo.

Quando io accennai alla centrale elettrica, Bert si avviò immediatamente, sempre seguito dagli stessi quattro accompagnatori. Mi chiesi se erano guardie o agenti segreti, o semplicemente curiosi sfaccendati, ma non dedicai molto tempo a quel dubbio. Era impossibile accertarlo o formulare un’ipotesi decente. Comunque, ora che c’era in programma la visita alla centrale elettrica, nessun altro problema mi sembrava interessante.

Dopo un po’ raggiungemmo la prima grossa porta chiusa che avessi visto dopo essere uscito dalla capsula. Era molto simile a quella da cui la mia sfera era passata nella sala operatoria. Bert rivolse alcuni gesti ai nostri accompagnatori: quelli cominciarono a conversare tra loro piuttosto a lungo, ma lui non aspettò che avessero finito. Cominciò ad aprire piccoli sportelli nella parete della galleria, e ne tirò fuori mute simili a quelle che usavano fuori, nell’oceano. Erano munite di caschi.

«Qual è la ragione per metterle? La temperatura?» scrissi io, quando Bert mi indicò a gesti di indossarne una.

«No. Probabilmente non l’hai ancora scoperto, e per il tuo bene mi auguro che non lo scopra: ma, immersi come siamo nel liquido, siamo estremamente sensibili alle onde sonore intense.» Non lo interruppi per riferirgli la mia esperienza, ma una volta tanto ero certo che mi raccontava la verità senza abbellimenti. «La centrale elettrica è molto efficiente, ma c’è ancora una traccia di rumore… più che sufficiente per uccidere un individuo non protetto. Metti la muta e assicurati che sia stagna.»

Obbedii. Fu piuttosto difficile; l’indumento non era semplice come sembrava a prima vista. Una delle fibbie aveva un orlo tagliente, e mi aprì una ferita piuttosto profonda su una mano; mi chiesi quale servizio di controllo della qualità avrebbe potuto sopportare un simile difetto di fabbrica. Le gocce di sangue sembravano un po’ strane: globuli rossovivo che si innalzavano dalla ferita. Ma era una lesione di poco conto. Prima che Bert avesse risolto il mio problema con la fibbia, aveva già finito di sanguinare.

Lui controllò meticolosamente la mia muta, soprattutto le giunture ai polsi e al casco. Anche gli altri si erano vestiti e si stavano ispezionando a vicenda. Con gesti che persino io riuscii ad interpretare, segnalarono che il controllo era ultimato, e Bert si girò verso la porta.

Azionò un quadrante laterale, e la grande valvola, capace di lasciar passare un piccolo sommergibile da lavoro, si aprì senza difficoltà. Bert ci accennò di passare, attese che avessimo varcato la porta e poi la chiuse dietro di noi. Ebbi ancora un volta l’impressione che avesse un’aria non solo di familiarità, ma di autorità. Com’era possibile che, in un solo anno, un agente del Consiglio avesse guadagnato la fiducia completa di quella gente? Tra tutti gli abitanti della Terra, un agente del Consiglio della Commissione per l’Energia era quello che più logicamente avrebbe dovuto opporsi a loro e al modo di vita. Possibile che fosse stato in contatto con costoro prima ancora di scomparire, un anno prima? Possibile che avesse ragione Marie? E se aveva ragione lei, in che pasticcio mi stavo cacciando? Mi ero fidato completamente di Bert Wheltsrahl, quando l’avevo visto laggiù per la prima volta, ed avevo accantonato quasi tutte le affermazioni di Marie, pensando che venivano da una donna resa quasi isterica dall’angoscia. Mi era sembrato verosimile che il suo Joey (be’, anche se lui non si era mai considerato una proprietà di Marie) non fosse mai arrivato lì. Potevano capitare parecchie altre cose, per causare la scomparsa di un sommergibile monoposto nel Pacifico.

Adesso me lo domandavo, un po’ turbato. Ma c’erano altre cose che richiamavano la mia attenzione.

CAPITOLO 16

Per la prima volta, mi trovai in una galleria chiaramente ripida: il peso della cintura zavorrata mi permise di accertarlo senza alcun dubbio, quando ci pensai sopra. Eravamo diretti verso il basso, con un’inclinazione di sessanta gradi. Le lampade della galleria, che costituivano le uniche caratteristiche spiccate delle pareti, mi passavano accanto molto velocemente, il che dimostrava che il nostro movimento era facilitato dalle pompe: c’era una netta corrente in discesa. Mi chiesi se al ritorno avremmo dovuto risalire nuotando controcorrente, e pensai che sarebbe stato impossibile. Se non avessero invertito la corrente, avremmo dovuto usare un’altra galleria.

Non notai alcun cambiamento di temperatura, benché sapessi che stavamo andando a visitare un congegno a calore. Forse costoro avevano scrupoli morali, circa lo spreco d’energia, quando si trattava delle perdite che sottraevano efficienza ad una macchina, anche se poi si comportavano in modo riprovevole per il resto.

Non riuscii a calcolare la lunghezza della discesa, prima di arrivare alla sala comando. Certamente era di parecchie decine di metri, probabilmente centinaia, forse addirittura un miglio. In seguito vidi le carte topografiche, ma le idee strane in fatto di scala che gli esecutori avevano adottato mi confondono le idee ancora oggi. Certamente, la profondità era tale da costituire un ostacolo insuperabile per ogni difesa basata sulla forza bruta, con la pressione usata come corazza.

La sala era così grande che era difficile scorgerne l’estremità più remota. Il liquido, come forse ho dimenticato di riferire, spandeva un po’ la luce, e conferiva un aspetto nebuloso agli oggetti che si trovavano oltre i cinquanta metri.

Comunque, come sala comandi era fin troppo convenzionale. Lungo le pareti c’era una serie di cavi che persino io potei riconoscere: erano una rete di distribuzione. Più sotto c’era un’altra serie, più difficile da riconoscere ma dall’orientamento spiccatamente verticale, e io sospettai che indicasse i circuiti del fluido attivo tra la sottostante sorgente di calore ed i convertitori in alto. Una macchina a calore, di qualunque tipo sia, funziona in base alla termodinamica elementare, e i suoi diagrammi finiscono inevitabilmente per somigliare a quelli di altri impianti simili, sia che si tratti di una turbina a vapore che di una termocoppia.

Lungo i cavi di entrambi i diagrammi c’erano indicatori, quasi tutti del solito tipo con quadrante ad ago, interruttori e reostati. Non c’era niente di enigmatico: era un comando d’una centrale elettrica, e tale appariva a prima vista. Con un po’ di fortuna e di competenza, era possibile impararlo a memoria in un paio di mesi.

Trenta o quaranta sommozzatori, con mute e caschi come noi, fluttuavano a poca distanza dalla parete, e le dedicavano tutta la loro attenzione. Questo era abbastanza soprendente. Mi sarei aspettato un numero minore di operatori, con un quadro di quelle dimensioni. Se erano tutti indispensabili per i comandi manuali, era un punto a discredito del livello generale della competenza tecnica, come la fibbia tagliente. Mi auguravo che la scarsa coordinazione da parte loro producesse soltanto seccature, non catastrofi. Senza dubbio, c’erano interruttori di sicurezza nella rete della distribuzione d’energia elettrica, e scolmatori d’emergenza, qua e là: ma anche così, quella folla di operatori conferiva al quadro generale una certa aria primitiva. Osservai pensieroso la scena. Quelli che ci avevano accompagnati guardavano con lo stesso interesse che provavo io: ebbi l’impressione che anche loro non fossero mai venuti lì prima. Bene, era possibile. Difficilmente l’intera popolazione poteva essere formata da ingegneri elettrotecnici.

Tuttavia, questo rendeva più fitto il mistero, perché sapevo che non lo era neppure Bert. Aveva una preparazione generica in fatto d’ingegneria, come me, quella che è necessaria per poter identificare gli sprechi di energia. Perché mai avrebbe dovuto godere di una qualche autorità, laggiù?

Bert si voltò e rivolse alcuni gesti alla nostra scorta. Poi mi scrisse un messaggio.

«Non avvicinarti troppo: potresti distrarre questa gente. Più della metà sono apprendisti.» Questo faceva apparire la situazione in una luce un po’ migliore.

«Prendete molto sul serio l’istruzione, qui,» risposi io.

«Puoi star certo. E presto capirai il perché. Vattene pure in giro quanto vuoi, e guarda quello che ti interessa… ne sai abbastanza, tu, e non sarò costretto a tenerti d’occhio come gli altri. Ma non metterti davanti agli operatori.»

Annuii. Per mezz’ora feci proprio ciò che mi aveva detto Bert, esaminando l’intero quadro con la massima meticolosità. La sistemazione mi appariva sempre più logica, con il passare del tempo. Una ragione sorprendente per questa sensazione era che i quadranti e le manopole dei comandi erano contrassegnati da numeri normalissimi. E questo non me l’ero aspettato, dopo aver visto che cosa usavano lì al posto della scrittura.

I numeri erano soli, purtroppo; non erano indicate cose come i volt o i megabar. Nonostante questo, la posizione di ogni strumento sul diagramma che formava il quadro, di solito lasciava intuire abbastanza chiaramente la sua funzione. In meno di un’ora, mi convinsi di aver compreso piuttosto bene l’intero sistema.

Dieci pozzi portavano fino agli assorbitori di calore, alla sorgente… presumibilmente una sacca di magma. I dettagli degli assorbitori non risultavano evidenti dal quadro, ma conoscevo abbastanza le installazioni vulcaniche per poterli immaginare. Una volta, avevo effettuato un’inchiesta sugli sprechi a Giava. Il fluido operante, là, era acqua; l’impianto che faceva entrare l’acqua marina e la dissalava, le unità elettrolitiche che estraevano metalli alcalini dai sali recuperati, e gli alimentatori ad iniezione di ioni apparivano perfettamente evidenti nel quadro.

Anche i convertitori erano dieci, ma confluivano tutti in un condensatore comune, che sembrava raffreddato dall’acqua marina esterna. Non serviva come preriscaldatore per il distillatore, e questo mi sembrava uno spreco. Poiché sui contatori mancavano le unità, non potevo sapere con certezza quanta potenza netta sviluppasse, ma sembrava ovvio che fosse nell’ordine di vari megawatt.

Non avevo notato il suono di cui aveva parlato Bert, forse grazie alla muta. Decisi di correre il rischio, e allentai leggermente uno dei polsini, tra la manica e il guanto. Il suono c’era veramente, un rombo pesante, come di un’immane canna d’organo, e senza dubbio dovuto ad un’identica causa fisica. Non era doloroso, ma mi rendevo conto che sarebbe stato imprudente togliere la muta protettiva. Mi chiesi se eravamo veramente molto vicini ai condotti del vapore, che dovevano essere la fonte del rombo. E soprattutto, mi chiesi come veniva provveduto alla manutenzione, ma per il momento dovetti rinunciare ai particolari.

Quelli che erano arrivati con Bert e con me erano rimasti più lontani dal quadro, presumibilmente perché l’aveva ordinato lui. Per un po’ stettero a guardare quel che succedeva, ma poi cominciarono a parlare tra di loro, a giudicare dai movimenti delle mani. La scena mi ricordava degli scolaretti che hanno perso l’interesse per il film. Ancora una volta, ricordai quant’era strano il fatto che Bert potesse dare ordini, o anche fare da guida.

Dopo i primi minuti, lui non aveva badato ai quattro che ci avevano seguiti. Mi aveva rivolto un cenno, come per farmi capire che sarebbe ritornato dopo, e se ne era andato a nuoto. Io continuai ad ispezionare il quadro.

Per quasi un’ora, la ragazza ed i suoi compagni mi seguirono dappertutto, ma senza avvicinarsi ugualmente al quadro ed agli operatori. Sembravano interessarsi più a me che agli aspetti tecnologici della centrale. Considerai la cosa comprensibile, nel caso della ragazza, e supposi che gli uomini si limitassero a starle dietro.

Finalmente decisi di non poter ricavare più nulla dall’esame del quadro e cominciai a domandarmi dov’era andato Bert. Sembrava impossibile chiederlo: lui si era portato dietro la tavola per scrivere, e comunque avevo avuto modo di constatare l’inutilità di quel metodo. Se tra i miei accompagnatori vi fosse stato qualcuno che non aveva partecipato al precedente tentativo, forse avrei cercato di riprovare comunque; ma così come stavano le cose, l’assenza del materiale per scrivere costituiva più una sfida che una seccatura. Pensai che fosse ora di imparare il locale linguaggio dei segni.

Mi allontanai dal quadro dei comandi, portandomi verso la parete di fondo, e gli altri mi seguirono. Cominciai quella che speravo sarebbe stata una lezione linguistica, secondo il metodo abituale presentato dai romanzi. Indicai vari oggetti, e cercai di indurre gli altri ad usare i gesti corrispondenti.

Andò male, logicamente. Andò così male che non ero neppure sicuro che quelli avessero capito cosa volevo, quando Bert ritornò. I quattro avevano rivolto una quantità di cenni con le mani, le braccia e le dita, sia a me che ai loro compagni, ma non riuscivo a capire se rappresentassero i nomi delle cose che indicavo, oppure simboli per i verbi delle azioni che io compivo. Probabilmente, mi sfuggivano molte sottigliezze, ma non notai mai un gesto che si ripetesse abbastanza spesso perché fosse possibile impararlo. Era l’esperienza più frustrante che avessi vissuto da… be’, da qualche ora, almeno. Forse da un giorno o qualcosa di più.

Quando Bert ritornò e vide quello che stava succedendo, ebbe un altro attacco di quasi-risate.

«Ci avevo provato anch’io,» scrisse poi, «quando sono arrivato qui. Vengo considerato un buon linguista, ma non ho mai fatto progressi. Non vorrei sembrarti presuntuoso, ma non credo sia possibile, se non cominci da bambino.»

«Devi pur avere imparato qualcosa.»

«Sì. Una cinquantina di simboli fondamentali… credo.»

«Ma tu stavi parlando con costoro. Ho avuto l’impressione che dicessi loro cosa dovevano fare.»

«In un certo senso, e in modo zoppicante. Le poche decine di gesti che conosco includono i verbi più ovvii, ma non so eseguire bene neppure quelli. Tre quarti della gente non riescono a capirmi affatto… quella ragazza è una delle migliori. Io posso leggere ciò che dicono solo quando fanno i segni molto lentamente.»

«E allora, come diavolo fai a dire loro cosa debbono fare? E non ti sembra in contraddizione con quanto mi avevi detto… che nessuno può dire agli altri ciò che debbono fare?»

«Forse mi sono espresso male. Non è un governo autoritario, questo, ma di solito il consiglio del Comitato viene accettato, almeno nelle questioni sia pur lontanamente collegate con il funzionamento dell’installazione.»

«E questo Comitato ti ha conferito una sorta di autorità? Perché? E questo significa che Marie ha ragione di credere che tu abbia voltato le spalle al Consiglio e all’umanità e sia passato completamente dalla parte di questi sprecatori?»

«Una domanda per volta, prego,» scarabocchiò in fretta Bert. «Il Comitato non mi ha conferito nessuna autorità. Io mi limito a dare suggerimenti nella mia qualità di membro.»

Presi la tavola, e la cancellai, cercando nel contempo di attirare il suo sguardo. Finalmente scrissi: «Ripeti, per piacere? I miei occhi debbono avermi ingannato.»

Lui sogghignò e riscrisse la frase. Lo guardai con un’espressione che lo raffreddò di colpo: e riprese a scrivere.

«Non — sottolineato — «sono qui per restare, qualunque cosa ne pensi Marie, e nonostante ciò che ti ho detto prima. Mi dispiace di doverti mentire. Sono qui per svolgere un lavoro: cosa succederà quando l’avrò ultimato, non lo so. Tu sei nella stessa situazione, e lo sai benissimo.» Dovetti annuire in segno di assenso. «Faccio parte del Comitato a causa della mia abilità di linguista e dei miei precedenti generali.» Ero così assorto nel tentativo di ricavarne un senso che per poco non dimenticai di leggere quello che Bert scrisse dopo; dovetti fermarlo, mentre stava per cancellare la tavoletta e lasciar spazio ad altre parole. «Vi sono altre informazioni relative a questo posto che preferivo non riferirti, ma ho cambiato idea. Te lo farò vedere, e potrai decidere tu stesso se e come includerlo nel tuo compito di indurre Marie a optare in un senso o nell’altro. Io ho una mia opinione sul modo in cui bisognerebbe servirsene: ma tu hai il diritto di pensarla come vuoi. Vieni. Voglio farti conoscere l’ingegnere responsabile del lavoro di sviluppo e manutenzione.»

Se ne andò a nuoto, e io lo seguii, tallonato dagli altri. Non sentivo l’impulso di parlare, anche se fosse stato possibile. Cercavo ancora di capire in che modo qualcuno che conosceva il linguaggio locale sì e no come un bambino di due anni poteva essersi assicurato una posizione ufficiale grazie alle sue doti linguistiche.

Senza dubbio ormai l’avrete capito, poiché ho cercato di spiegarmi onestamente: ma per me era troppo. Ero così indietro rispetto alla realtà da restare sbalordito di fronte a qualcosa che, probabilmente, voi già vi stavate aspettando. Entrammo a nuoto in un ufficio all’estremità della grande sala, e io vidi, fluttuante davanti ad un visore per microfilm, ignaro di quanti lo circondavano, il mio buon amico Joey Elfven.

CAPITOLO 17

Quella vista operò in me un cambiamento. Bert era stato mio amico per parecchi anni. Mi ero fidato di lui; Marie, per sua ammissione esplicita, non si fidava, e aveva cercato di indurmi a condividere i suoi sentimenti, ma io avevo avuto la certezza che le sue fossero fantasticherie.

Pochi minuti prima ero rimasto molto scosso quando Bert aveva confessato di avermi raccontato il falso, nelle precedenti conversazioni con me; ma sarei stato ancora disposto ad ascoltare le sue giustificazioni. Sarei stato addirittura pronto a credere di averlo frainteso, la prima volta.

Ma lui mi aveva anche detto — o meglio scritto chiaramente, senza la minima possibilità di equivoco, che non sapeva dove si trovasse Joey e che, a quanto ne sapeva lui, Joey laggiù non era mai arrivato.

Incontestabilmente, Bert Whelstrahl aveva mentito. Sapeva che Joey era lì. Sapeva dov’era e cosa faceva. Perché aveva dovuto raccontare una simile menzogna a me ed a Marie? E perché, dopo aver mentito, adesso mi portava di fronte alla prova del contrario? E Marie si era formata una convinzione individuando indizi che a me erano sfuggiti?

Per me, una cosa sola era certa. Qualunque spiegazione si accingeva a darmi Bert, doveva esssere suffragata da prove attendibili, prima che io potessi darle peso. E lo stesso valeva per tutto ciò che mi avrebbe detto, a partire da quel momento.

Questi pensieri si interruppero quando Joey si staccò dal visore e si accorse della mia presenza. La sua espressione lasciava trasparire che Bert non gli aveva detto nulla di me. Era chiaramente sbalordito, e sembrava felice. Si avvicinò, mi strinse la mano di slancio: aveva l’aria frustrata, come me, dall’impossibilità di parlare. Si guardò intorno, probabilmente per cercare la tavoletta, ma Bert si stava già dando da fare con il suo stilo. Poi alzò lo scritto, in modo che lo leggessimo entrambi.

«Joey, sappiamo che sei impegnato almeno per alcune ore, ma ti andrebbe bene se ti assegnassi un altro assistente, non appena avrà finito il suo primo lavoro?» Apprezzai la delicatezza con cui Bert aveva evitato di fare il mio nome e mi sentii un po’ più disposto ad ascoltare le sue giustificazioni, al momento buono. Dal rapido sogghigno di Joey, sospettai che anche lui l’avesse apprezzato; non erano bastate poche settimane trascorse lontano dalla nostra sezione per fargli dimenticare il mio imbarazzo cronico per colpa del nome inflittomi dai miei genitori, né il fastidio che mi causavano tutti i diminutivi proposti come surrogati.

«Sarei felicissmo,» scrisse. «Lasciamelo libero al più presto possibile, Bert. Abbiamo un gran bisogno di lui.» Mi batté una mano sulla spalla, per quanto lo permetteva il liquido in cui eravamo immersi, sfoggiò un altro gran sorriso, e ritornò al suo visore.

Mi sarebbe piaciuto proseguire la conversazione: ma ormai cominciavo a rendermi conto che chi era lì da un po’ di tempo perdeva il gusto per le chiacchiere oziose. Pensai addirittura a certa gente di mia conoscenza che sarebbe migliorata, con quel cambiamento di residenza. Agitai la mano in un gesto di saluto che Joey non vide, e seguii Bert che stava tornando verso la sala comandi.

Avevo intenzione di rivolgergli qualche domanda un po’ brusca, ma la tavoletta l’aveva lui, e le circostanze rendevano difficile interrompere qualcuno, quando «parlava». Bert si era fermato ed aveva cominciato a scrivere, quando io varcai la porta.

«Non volevo che sapessi di Joey prima di aver parlato con Marie,» furono le sue parole. «Anzi, ho deciso soltanto poco fa di mostrartelo. Non credo che lei debba sapere che Joey è qui, e sono sicuro che lui non debba venire informato della presenza di Marie.»

Afferrai la tavoletta.

«Perché no? Mi sembra un tiro mancino, per tutti e due.»

«Se Marie sa che lui è qui, vorrà restare.»

«E con questo? Tu volevi che io restassi, lo hai detto tu, e non nego che Marie sia più decorativa di me.»

«Lei non deve restare, perché lo farebbe soltanto per Joey, e sai quanto me che non le servirebbe a niente. Sai benissimo che non gl’importa niente di quella ragazza. Lui ha scelto di rimanere qui, ricordalo. Se Marie viene a sapere della sua presenza, e rimane, gli si metterà alle costole, e noi non possiamo permetterlo. Il lavoro di Joey è troppo importante. Se lui si scoccia, o cambia idea e decide di andarsene, saranno guai.»

«E perché Joey non deve venire informato della presenza di Marie?»

«Per le stesse ragioni. Capirebbe perché lei è qui, e sarebbe spiacevole, esattamente come se Marie gli stesse incollata addosso di persona. Non lo ha mai ammesso, ma credo che lei sia una delle ragioni che lo hanno indotto a restar qui.»

«Vuoi dire che è sparito di proposito? Che era già al corrente dell’esistenza di questo posto?»

«Oh, no, è capitato qui per caso, come me, come Marie. Ha avvistato un sommergibile da lavoro che non apparteneva al Consiglio e lo ha seguito.»

Riflettei. La versione di Bert aveva alcuni aspetti molto convincenti. L’atteggiamento di Joey nei confronti di Marie era risaputo quanto il mio, sebbene nessuno fosse mai riuscito a convincerne Marie. Pochi ci si erano provati. Joey, del resto, non era il tipo d’uomo capace di dire a una ragazza di togliersi di torno, anche se quella era la cosa migliore, per tutti e due. Si sentiva un po’ in colpa per non essersi innamorato di lei.

«Ma perché hai avuto bisogno di mentire con me, su questa faccenda?» chiesi finalmente.

«Perché volevi vedere Marie, e avevo qualche speranza che la convincessi ad andarsene. Mi perdonerai, se ti dico che, se avessi saputo della presenza di Joey, non saresti stato capace di dirle che non c’era. Non voglio disprezzare la tua capacità di recitare: ma sul momento non l’avresti ritenuto necessario.»

«Non lo ritengo necessario neppure adesso. Sono ancora all’oscuro dell’importante lavoro che Joey deve svolgere, e in cui io dovrei aiutarlo.»

«Vero. Sarà meglio che procediamo con la tua istruzione. Adesso andiamo in biblioteca.»

«E questi sorveglianti, o quello che sono, ci verranno sempre dietro?»

«Difficile dirlo. Non sono sorveglianti: sono soltanto interessati a te. Dovresti sentirti lusingato.»

«Oh, lo sono. Non ero mai stato una celebrità.» Strano: è difficile trasfondere un senso d’ironia nelle parole scritte. A quanto capii, a Bert sfuggì completamente. Si avviò a nuoto in direzione della galleria che avevamo percorso all’andata, e noi lo seguimmo.

Come avevo immaginato, risalimmo per un altro percorso — per un altro condotto, dovrei dire — con l’aiuto della corrente che ci portava verso l’alto.

Come al solito, il tragitto non fu ravvivato dalla conversazione, tuttavia non lo trovai troppo noioso: la ragazza mi nuotava accanto, anziché seguirmi come gli altri. Neppure questa volta riuscii a farmi un’idea della durata del percorso.

Non so bene come controllassero la corrente. Ci aveva portati giù per una galleria, e ci riportò nella stessa sala lungo un altro passaggio: ma nella sala non avemmo nessuna difficoltà a fermarci. Bert aprì la grande porta e, quando fummo passati, ci togliemmo le mute. Poi lui si avviò di nuovo.

Fui un po’ sorpreso e deluso di perdere la nostra scorta, a questo punto. Loro se ne andarono per un’altra galleria, pochi metri dopo il punto in cui ci eravamo sfilati le mute. Senza dubbio anche loro avevano da lavorare, qualche volta. Non ci pensai più, e seguii Bert.

È uno degli argomenti che è difficile affrontare dettagliatamente senza diventare noioso. Una biblioteca è una biblioteca, anche quando è capovolta. I libri erano normali per forma e stile, anche se non per contenuto. I filmati e le schede non avevano niente di eccezionale. Come i corpi umani non zavorrati, quasi tutti tendevano a fluttuare. Sedie, tavoli e carrelli erano sul soffitto, e sotto (no, sopra, voglio dire) le sedie c’erano le rastrelliere per appendere le cinture zavorrate. Tuttavia, non tutti se le toglievano: molti lettori le avevano ancora addosso, mentre fluttuavano davanti a uno schermo o vagavano con un libro in mano.

Le immagini sullo schermo somigliavano tutte allo schizzo che la ragazza aveva tracciato sulla tavoletta: erano seconde cugine dei diagrammi elettrici o degli esercizi di topologia per scuole superiori. Osservai per alcuni minuti parecchi dei lettori, e mi convinsi che, sebbene leggessero nel senso lato della parola, c’era un’importante differenza di tecnica. Studiavano pagina per pagina o inquadratura per inquadratura, a seconda dei casi, dedicandovi mezzo minuto o un minuto intero prima di passare oltre. Ma i loro occhi non seguivano il movimento regolare, avanti e indietro, di chi legge un libro: vagavano irregolarmente su ogni pagina, come se esaminassero un quadro.

Comunque, mi dissi, questo non era troppo sorprendente. Sarebbe accaduto lo stesso a me, se avessi esaminato un diagramma d’un circuito. Cominciavo a capire la situazione, un po’ per volta: forse piuttosto lentamente, secondo l’opinione di qualcuno. Non avevo mai pensato, prima, che il disegno tecnico fosse un linguaggio.

Bert fluttuò tranquillamente per parecchi minuti: evidentemente voleva lasciarmi il tempo di scrutare la biblioteca. Poi mi fece un cenno, per invitarmi a raggiungere un angolo della sala. Lì c’era un visore libero, e uno scaffale piuttosto grande, pieno di libri. Impiegai circa due secondi per notare che erano scritti in lingue normali. Cinese… urdu… latino… inglese… russo… Le riconobbi tutte, anche se molte non ero in grado di leggerle.

Bert ricominciò a scrivere.

«Questi testi ti racconteranno l’intera storia più rapidamente di quanto possa fare io. Ormai non ti sorprenderà più sapere che molta gente, non soltanto dipendenti del Consiglio, abbia trovato questo posto, in passato. Esiste da quando esiste il Consiglio. Moltissimi sono rimasti. Alcuni di questi libri sono stati portati da loro, altri sono stati scritti qui, sempre da loro. Sono state le informazioni contenute qui a convincermi di ciò che ti ho detto… i tentativi di stabilire un contatto con il Consiglio, e così via.

«Impiega pure tutto il tempo necessario per assorbire il contenuto di questi testi. È importante che tu capisca bene l’intera storia. Tornerò all’ora di mangiare.»

Posò la tavoletta sotto una sedia… non è il modo più esatto per dirlo: la tavoletta era più densa del liquido, quindi fate un po’ voi. Poi se ne andò. Non mi restava altro che mettermi a leggere.

Ora, non ho copie di quei libri e di quei nastri. E so che Bert mentiva. Ma, credetemi, erano troppi perché li avesse confezionati lui, da quando era arrivato laggiù. Quasi tutti erano manoscritti, sebbene alcuni fossero battuti a macchina. Impiegai diciotto ore buone solo per dare una scorsa a quelli scritti nelle lingue che conoscevo. (Non diciotto ore intere. Bert tornò per portarmi a mangiare, e dormii anche. È inutile descrivere tutti i particolari dell’esistenza, anche se l’ambiente ne rendeva alcuni piuttosto insoliti.) Cercherò di riassumere il più brevemente possibile il quadro generale della situazione che ricavai da quelle letture.

CAPITOLO 18

Quell’installazione esisteva davvero prima ancora che venisse istituito il Consiglio. Negli ultimi decenni, prima del razionamento, le varie istituzioni politiche allora esistenti si andavano rendendo conto, una ad una, che le riserve energetiche dell’umanità si stavano esaurendo. Vennero compiuti tentativi disperati per evitare, o almeno rinviare le conseguenze, senza offendere l’opinione pubblica… o piuttosto, senza turbarne la soddisfazione.

La mia conoscenza della storia è imperfetta, ma mi pare di ricordare che quello fu il periodo del «crash program», che gli ingegneri del tempo usavano definire cinicamente come un tentativo di produrre un neonato in un mese mettendo incinte nove donne. Conoscerete senz’altro qualcuno dei risultati, come il condotto idroelettrico Mediterraneo-Mar Morto, le dighe di Messina, di Key, di Ore e di Arafura, la termocoppia di Valparaiso, gli impianti vulcanici di Bandung e di Akureyr. Alcuni furono utili, addirittura preziosi, alcuni altri furono soltanto monumenti all’inettitudine politica.

Conoscete le conseguenze di certuni di questi progetti… le dispute sull’uso dell’energia prodotta, che portarono ad una dozzina di guerricciole, le quali sprecarono a loro volta più energia in un anno di quanta ne producessero in una generazione tutti gli impianti d’emergenza messi insieme. E sapere che il risultato finale fu la fondazione del Consiglio e l’accettazione generale del razionamento dell’energia.

Durante il periodo dei contrasti, parecchie nazioni cercarono di creare centrali elettriche segrete, nella speranza di evitare la concupiscenza dei vicini o di fornirsi riserve energetiche nell’eventualità dello scoppio di un conflitto violento. Molti di quei «segreti» erano tali solo per il grosso pubblico della nazione interessata, prima ancora che cominciassero la produzione… altri fino a quando la cominciarono. Certuni durarono per parecchi anni, dopo l’inizio del razionamento imposto dal Consiglio. Si riteneva che gli ultimi impianti segreti fossero stati scoperti e collegati alla rete energetica generale molti decenni prima.

Ma ce n’era un altro.

Era molto semplice… o quasi.

Nella documentazione non trovai indicato quale paese ne fosse responsabile. Non mi misi neppure d’impegno per scovarlo. Il nome sarebbe stato, per me nato oltre mezzo secolo dopo che i nomi delle nazioni erano diventati soltanto etichette geografiche, meno significativo di quanto avrebbe potuto esserlo per Abramo Lincoln, morto probabilmente il doppio d’anni prima che la nazione in questione cominciasse ad esistere.

Probabilmente era un paese abbastanza piccolo per aver paura dei suoi vicini, e certamente abbastanza grande per essere altamente industrializzato. La tecnica che permetteva di vivere nelle profondità marine, e di cui vedevo un’efficiente dimostrazione in quel momento, non era il prodotto di una ricerca casuale, e neppure di un programma precipitoso. Doveva aver richiesto un lunghissimo periodo di sviluppo. Poiché sapevo qualcosa delle abitudini del tempo, mi meravigliai che il segreto fosse stato mantenuto… anche se potevo immaginare le misure che allora sarebbero parse normali ed appropriate per raggiungere tale scopo.

Comunque, l’installazione venne creata: e stava già funzionando benissimo prima che il Consiglio ed il razionamento diventassero realtà.

Ricordatelo: era un segreto. Doveva esserlo. Soltanto poche persone potevano conoscerne l’esistenza in ogni dato momento, oltre alle migliaia di residenti stabili. Quei pochi, quando incominciò il razionamento e tutte le fonti energetiche divennero patrimonio pubblico, abbandonarono il mondo alla chetichella e troncarono con esso tutti i rapporti. Forse si resero necessari interventi drastici; ma preferisco credere che al massimo si fosse trattato di un cambiamento forzato d’indirizzo.

Comunque, all’improvviso ci fu una nuova nazione con una popolazione di circa quindicimila abitanti, sul fondo del Pacifico. Aveva stabilimenti per la sintesi e la produzione, ed energia in abbondanza. Quindicimila persone. Come disse poi Marie, quindicimila aristocratici… e più di quindici miliardi di poveracci.

Più realisticamente, quindicimila fiori recisi.

Quasi tutti i resoconti che ebbi occasione di leggere esprimevano la convinzione che l’interruzione dei rapporti con la superficie non avrebbe dovuto essere così completa. Doveva apparire ovvio a tutti gli interessati che una popolazione come quella era troppo ridotta per mantenere una cultura estremamente tecnica, e solo una cultura estremamente tecnica, d’altra parte, poteva sopravvivere in quelle condizioni. Questo comportava, presumibilmente, la necessità di mantenere il contatto intellettuale con il resto dell’umanità… probabilmente avevano avuto intenzione di mantenere contatti anche fisici, poiché è difficile credere che prevedessero di riuscire a fabbricare da soli tutte le apparecchiature necessarie per tirare avanti.

Ma quei contatti non vennero mantenuti. Era impossibile. Forse ci sarebbero riusciti, nonostante le difficoltà inaspettate, se i contatti esistenti non fossero stati così furtivi: ma i due fattori, assommandosi, spezzarono i legami.

Le difficoltà inaspettate avrebbero potuto venire previste, se l’installazione fosse stata in funzione per qualche anno di più, prima della rottura dei rapporti: ci sarebbe stata qualche esperienza tecnica rivelatrice. Così, invece, l’esperienza venne più tardi.

Una civiltà tecnica deve essere necessariamente una civiltà letterata, almeno fino a quando fosse stato ideato un surrogato adeguato di testi da consultazione. Avete mai pensato al problema di insegnare un linguaggio fonetico come il russo o l’inglese a qualcuno che non ha mai udito pronunciare una parola e non è in grado di produrre suoni?

Certo, lo so che uno specialista può farlo. Ma come potete procurarvi lo specialista, quando in tutta la popolazione non c’è nessuno in grado di pronunciare una sola parola, e voi volete insegnare alla nuova generazione come si legge Preparazione matematica alla chimica fisica di Farrington Daniel, o altri testi fondamentali? Voi non siete qualificati per farlo. Tutti quelli che conoscete sono nella stessa barca. I giovani, intanto, vi stanno intorno e comunicano per mezzo di segni, ma è probabile che quei segni, inventati da loro stessi, siano utili per spiegare l’analisi elementare dei vettori? È molto difficile inculcare persino i princìpi della disciplina: vivendo in quel liquido è impossibile prendere a sculaccioni qualcuno.

Comunque, dovete sfornare un certo numero di ingegneri e di tecnici esperti ad ogni generazione, altrimenti l’intera nazione morirà nel buio e nel gelo del fondo oceanico.

Io non so cosa fareste voi: ma quel gruppo si affidò soprattutto alle immagini. I dettagli non li conosco. Nei libri che lessi c’erano versioni diverse, e sospetto che molte fossero semplici ipotesi degli autori. Dovevano essere entrati in gioco una grande decisione, un po’ di panico, un livello generale d’intelligenza molto elevato e parecchia fortuna. Alla fine, comunque, i nipoti del gruppo iniziale disponevano di un linguaggio scritto molto funzionale che doveva essersi evoluto, proprio come avevo sospettato io, dai diagrammi elettrici e tecnici… quel tipo di comunicazione in cui il rapporto tra simbolo ed esperienza poteva venire mostrato facilmente ai bambini ed ai giovani. Il linguaggio dei gesti era derivato da quello scritto: lo schema dei gesti rappresentava i simboli disegnati come le nostre lingue fonetiche scritte derivano dai loro equivalenti parlati. Ai dettagli pensateci da soli: io sono ancora un incompetente.

Quel che riuscii a capire fu che i ragazzi che non avevano mai udito una parola pronunciata ed erano cresciuti servendosi di un linguaggio fondamentalmente pittorico, con un codice di supporto formato da simboli gestuali, debbono faticare parecchio ad imparare un linguaggio sostanzialmente orale, con un codice di supporto formato da simboli fonetici scritti.

Non dico che sia impossibile. Una persona intelligente e decisa può compiere cose straordinarie. Dico solo che ben pochi possono pensare che ne valga la pena. La maggioranza, anche se intelligente, di norma non ha la forza di volontà necessaria.

Tra quelli disposti a compiere lo sforzo, nessuno avrà una grande fiducia nella propria abilità, poiché non avrà mai la possibilità di collaudarla, se non nei confronti dei compagni. È come se i membri di un club decidessero di imparare il sanscrito, ed avessero a disposizione soltanto dei libri. Vi saranno incertezze persino nell’abbinare un testo d’ingegneria al macchinario che descrive. Se c’è la possibilità di scegliere tra l’uso del manuale di manutenzione originario, stampato a zampe di gallina che rappresentano suoni mai uditi, e l’uso di appunti buttati giù dagli addetti alla manutenzione che conoscono già le macchine… cosa pensate che i ragazzi potranno preferire?

Naturalmente, i libri originali continuano a restare disponibili, con il passare degli anni. Non si consumano di certo. Purtroppo, però, con gli anni i testi originali diventano sempre meno utili. Occorrono testi moderni, in un certo senso: ma vi sono due fattori contrari.

Innanzi tutto, ovviamente, i giovani non li possono leggere. In secondo luogo, per macchine progettate e costruite un secolo prima, sono utili quanto il manuale di un tornio elettrico potrebbe esserlo per un fabbricante di asce di selce del trentamila avanti Cristo.

Le macchine progettate e costruite tanto tempo fa hanno resistito bene, ma non perfettamente. Sempre più spesso, la manutenzione ordinaria deve lasciare il passo alle riparazioni e alle sostituzioni; i testi originali non trattano questi problemi… anche se fosse possibile leggerli. E gli appunti degli addetti alla manutenzione certamente non se ne occupano.

Perciò costoro hanno bisogno di aiutanti provenienti dalla superficie: ingegneri che sappiano svolgere il lavoro necessario senza bisogno di un manuale, oppure esperti più difficili da definire che sappiano prendere i libri moderni e comunicarne il significato agli addetti locali alla manutenzione. Forse il termine più calzante, è maestri di scuola.

In altre parole, hanno bisogno di Joey, e di Bert, e di Marie, e di me. Hanno bisogno, in pratica, di chiunque arrivi dalla superficie. Hanno bisogno di noi. L’ipotesi di Marie era assolutamente esatta. Nei decenni passati, hanno continuato a procurarsi gente come noi, gli autori degli scritti che mi hanno permesso di capire tutto questo: e la loro sopravvivenza dipende dalla possibilità di continuare su questa strada.

Ma questo mi indusse a pensare ad un’altra cosa.

Era abbastanza facile credere che una certa percentuale di coloro che erano capitati lì, per caso o in seguito ad un reclutamento furtivo, avesse accettato spontaneamente di restare. Ma era difficile credere che proprio tutti fossero stati disposti a farlo. Che ne era stato di coloro che non avevano accettato?

Mi pareva che vi fossero due possibilità. Una era la sorte che Marie sembrava aspettarsi, se avesse tentato di andarsene. L’altra era la spiegazione datami da Bert: avevano potuto ritornare indenni alla superficie, ma il Consiglio aveva insabbiato i loro rapporti e i loro racconti.

Ma Bert era un bugiardo. E poteva anche sbagliare.

Nei libri che avevo letto si faceva cenno a visitatori che erano arrivati: ma di loro non si parlava più. Naturalmente, se non erano rimasti era improbabile che si facesse ancora cenno a loro: comunque, preferivo credere che non ci fosse stato ricorso alla violenza… preferivo credere che avesse ragione Bert. Comunque, Marie era tutt’altro che una stupida, e la morale di quella cultura isolata poteva essere la stessa di un secolo prima. Anzi, sotto certi aspetti evidentemente lo era.

E a me bastava la vaga possibilità che Marie potesse essere in pericolo.

Una volta tanto, ero completamente d’accordo con Bert: bisognava convincerla ad andarsene subito. Inoltre, bisognava proteggerla fino a quando fosse arrivata molto lontana da lì. Dovevo proteggerla io. Questo comportava due fasi distinte, e la prima sarebbe stata probabilmente la più difficile. Marie aveva ascoltato per parecchie settimane gli argomenti con cui Bert aveva cercato di indurla ad andarsene, e l’unico risultato era stato che aveva perduto ogni fiducia in Bert. Com’era possibile che io ottenessi un risultato migliore?

Come ho detto prima, ritengo di essere un discreto ingegnere, e sono in grado di svolgere un’indagine apprezzabile, quando si tratta di un compito essenzialmente tecnico, come scoprire dove va a finire l’energia. Ma non sono un ideatore di trame, nel senso antiquato del termine: e per un po’ mi trovai completamente disorientato di fronte al problema. A impedirmi così a lungo di trovare un’idea efficiente, suppongo, fu una naturale riluttanza a dire a Marie qualcosa di diverso dalla verità, ed una riluttanza ancora più grande di fronte al pensiero di darle un dispiacere.

Non so che cosa riuscì a sbloccarmi. All’improvviso, comunque, mi apparve chiaro come il sole che, se Marie era decisa a restare fino a quando credeva che Joey si trovasse lì, e vivo, presumibilmente se ne sarebbe andata, se si fosse convinta che lui era morto lì.

L’idea non mi piaceva. Non mi piace mentire, soprattutto a coloro che si fidano di me, e in particolare a Marie. Avevo vissuto la fase normale dell’infanzia, quando mentire sembrava il modo più facile per togliersi dai guai: ma ottimi insegnanti e genitori comprensivi, con l’aiuto di un amico intimo con un ottimo gancio destro e sei chili addosso più di me, mi avevano aiutato a superare quella fase. In quella situazione, dovetti ripetermi più volte che lo facevo per la salvezza di Marie, prima di decidermi.

Preferisco non discutere come mi convinsi che valesse anche la pena di causarle un simile dolore. Di una cosa ero certo: il piano era così semplice che mi stupì che Bert non ci avesse mai pensato. Dopotutto, sembrava che non avesse i miei pregiudizi nei confronti delle menzogne.

CAPITOLO 19

Glielo proposi alla prima occasione, e anche lui non riuscì a capire come mai non gli fosse venuto in mente. Mi approvò vivamente, e si complimentò con me con tutta l’eloquenza concessagli da un inizio di crampo alle dita. Poi cominciò a darsi da fare.

Il piano era abbastanza semplice. Il sommergibile di Joey, naturalmente, era ancora lì. Lo avremmo sfasciato, avremmo detto a Marie che avevamo trovato il relitto, e se fosse stato necessario glielo avremmo mostrato. Avremmo fatto in modo che rimanessero intatti il numero di registrazione ed altri segni d’identificazione. Dopo esserci messi d’accordo, andammo al molo dov’era attraccato il sommergibile. Avremmo potuto metterci al lavoro appena arrivati: ma durante la nuotata di mezz’ora avevamo avuto il tempo di pensare ai dettagli. Quando riprendemmo a comunicare, i particolari non coincidevano, e impiegammo quasi mezz’ora per riconciliarli. Con questo, il lavoro vero e proprio e la ricerca, da parte di Bert, di qualcuno che ci aiutasse a trasportare il sommergibile, passarono più di sei ore prima che fossimo veramente pronti a trasferire fuori il mezzo.

Non potevamo farlo funzionare con il suo motore, anche se questo sarebbe stato possibile. Dopo la metamorfosi di Joey, era stato riempito del liquido ambiente, alla pressione locale. Riuscimmo a lavorare senza difficoltà sui comandi interni. Pensammo di portarlo alla «sala operatoria» e di collegarlo con il portello di trasferimento, per riportare sala e sommergibile alla pressione di superficie, ma poi mi venne in mente un piano più facile.

Come tutte le macchine da lavoro di profondità, il sommergibile di Joey aveva grossi serbatoi per il sollevamento e la zavorra. I primi funzionavano ancora, perché non avevano perduto molto liquido, a giudicare dalla galleggiabilità dell’apparecchio. I serbatoi della zavorra, naturalmente, adesso erano pieni del liquido che formava il nostro ambiente normale. Erano disposti in due serie principali che si estendevano per quasi tutta la lunghezza dello scafo, parallelamente allo scafo; ogni serie era divisa in quattro cellette per mezzo di paratie munite di valvole e di pompe.

Aprimmo tutte le valvole. Poi spezzammo i sigilli dei portelli di manutenzione senza aprirli completamente, in modo che il fluido potesse filtrare tra l’interno dello scafo principale e i serbatoi della zavorra. Entro un po’ di tempo, le pompe avrebbero svuotato l’interno ed i serbatoi.

Finalmente, provvedemmo a sfasciare lo scafo. Avevo dato per certo che avremmo potuto usare i normali esplosivi, dimenticando l’effetto che ha il suono su una persona immersa in un liquido. Non è che non mi volessero consegnare gli esplosivi: lì non ce n’erano mai stati, semplicemente.

Finalmente pensammo di risolvere il problema aprendo le lastre d’ispezione e togliendo parecchi dei supporti imbullonati, quelli che dovevano essere mobili, per provvedere alla manutenzione. Sembrava certo che, se avessimo svuotato lo scafo, si sarebbe schiacciato inevitabilmente.

Perdemmo parecchio tempo tentando di improvvisare qualcosa che mettesse in moto le pompe della zavorra, con un congegno ad orologeria oppure dall’esterno. Finalmente, a qualcuno (non a me), venne in mente che niente ci impediva di attivarle dall’interno e di uscir fuori, chiudendoci il portello alle spalle. La pressione non avrebbe cominciato a scendere, fino a quando lo scafo non fosse stato isolato dall’oceano.

Sembrò che questo bastasse a concludere il lavoro. Il sommergibile era già quasi in equilibrio di peso rispetto alla zavorra esterna, perciò lo rimorchiammo e ci avviammo a nuoto verso l’entrata più vicina. Eravamo in dieci, e il carico non era eccessivo. Lo arrestammo sotto l’apertura del tetto, lo spingemmo verso l’alto fino a quando arrivò al punto di contatto tra i due liquidi, e lo lasciammo lì, per indossare le mute.

Non mi ero ancora abituato. Non avevo avuto occasione di chiedere a cosa serviva la piccola bombola sulla schiena… la mia teoria, come forse ricorderete, non costituiva una spiegazione valida. E in quel momento non avevo la possibilità di chiederlo. Bert mi aiutò a sistemare tutto a dovere, anche se non sapevo sempre con esattezza quello che stava facendo. In tre o quattro minuti cominciammo ad espellere la zavorra esterna, e il sommergibile entrò in acqua per l’ultima volta.

Gli lasciammo un po’ di galleggiamento negativo, e alcuni di noi camminarono sorreggendolo, mentre gli altri lo spingevano a nuoto. Bert ed io non avevamo fatto piani precisi circa il punto in cui si doveva inscenare il naufragio: evidentemente, non doveva essere troppo vicino ad un’entrata, altrimenti sarebbe stato impossibile far credere che non l’avessero trovato prima. D’altra parte, non sarebbe stato possibile portarlo troppo lontano. Dopo un’ora di viaggio, lasciammo che lo scafo si posasse sul fondo.

Personalmente, non sarei riuscito a trovare la strada del ritorno fino all’ingresso da cui eravamo passati, e sarebbe stato un colpo di fortuna se ne avessi trovato uno qualunque. Bert e gli altri però non sembravano preoccupati. Pensai che conoscessero bene la zona, o che disponessero di un sistema di orientamento di cui non sapevo ancora nulla. L’unica luce era quella delle nostre lampade, la cui radiazione formava una piccola cupola luminescente nella tenebra immensa del Pacifico. Eravamo lontanissimi dal tendone, come continuo a chiamare l’area coltivata. Non sapevo neppure in quale direzione si trovasse, e anche se l’avessi saputo non mi sarebbe servito a nulla, dato che non avevo una bussola.

Bert mi indicò a gesti di accostarmi al portello stagno del sommergibile. L’aprii ed entrai. In un certo senso, mi dispiaceva moltissimo: ma l’idea mi sembrava ancora buona.

Una volta entrato, mi sbrigai in fretta: dovevo soltanto fare scattare due interruttori. Mi richiusi il portello alle spalle, e raggiunsi gli altri.

Avevamo ricaricato le batterie del sommergibile, e non c’era da temere che non ci fosse energia sufficiente per svuotarlo. Ero molto fiero di aver ricordato quel particolare: i serbatoi erano grandi, e avrebbero causato un enorme lavoro per le pompe. Tuttavia, avevo appena raggiunto il gruppo quando fummo costretti a ricordare qualcosa cui non avevamo pensato né io né Bert, qualcosa per cui non potevamo trovare una giustificazione.

Vuotando i serbatoi della zavorra con i serbatoi del sollevamento ancora pieni, il sommergibile acquisì un galleggiamento positivo. E naturalmente cominciò a sollevarsi.

Per fortuna, il movimento ascendente iniziale non fu rapido. Riuscii ad afferrarmi allo scafo, aprii il portello elettricamente (manualmente non ci sarei riuscito, dato che si era già stabilita una differenza di pressione), e dissigillai ed aprii le valvole per lo scarico del liquido di galleggiamento. Quando uscii di nuovo, il sommergibile era già a una sessantina di metri dal fondo. I sommozzatori mi stavano intorno, illuminando la scena con le loro lampade: guardai la parte superiore dello scafo e vidi la scia oleosa del liquido di galleggiamento che usciva. L’ascesa stava già rallentando, e dopo un paio di minuti cessò e si invertì. Seguimmo la discesa del sommergibile sul fondo, fino ad un punto non molto lontano da quello che avevamo scelto.

E aspettammo. Aspettammo. Aspettammo.

I nostri aiutanti conversavano tra loro a segni. Bert ed io non potevamo parlare, poiché avevamo lasciato la tavoletta all’entrata, quando avevamo indossato le mute. Ognuno di noi sapeva ciò che stava pensando l’altro, e via via che il tempo passava e che lo scafo continuava a star lì tranquillo, cominciammo a scambiarci occhiate interrogative.

Ormai le pompe avevano avuto il tempo di vuotare completamente l’interno. Dentro doveva esserci praticamente il vuoto.

Non avevamo badato a ciò che era rimasto nei serbatoi dell’aria. Non poteva essercene tanta da contare qualcosa, a quella pressione. Dagli ugelli della zavorra non erano uscite bollicine, ma l’aria liberata dai serbatoi interni poteva essere entrata in soluzione, a quella pressione, prima di venire espulsa.

Ma il problema non stava nel fatto che la pressione interna corrispondesse a zero o a poche atmosfere; dovevamo stabilire cosa potevamo fare per rimediare al mancato schiacciamento dello scafo. La pressione sarebbe rimasta bassa fino a quando le pompe avessero esaurito il carburante, e anche dopo. Sarebbe occorso comunque parecchio tempo prima che il combustibile finisse, poiché ora le pompe lavoravano a vuoto. Considerando la generale affidabilità del materiale del Consiglio, forse ci sarebbero voluti mesi, prima che una minuscola falla permettesse alla pressione interna di aumentare al punto che fosse possibile aprire il portello stagno. Non sapevo per quanto tempo ancora noi potevamo star lì senza fare rifornimento di ossigeno: di certo, non per mesi. Anzi, sarebbe già stato abbastanza difficile spiegare i tre giorni o più che erano già trascorsi da quando avevo visto Marie. Un altro ritardo avrebbe reso le cose ancora più complicate, ma non potevo tornare da lei senza aver pronta una storia convincente sulla sorte di Joey.

Una bomba di profondità sarebbe stata utile. Forse sarebbe bastata anche una piccola carica di esplosivo: lo scafo, dopo tutto quello che avevamo fatto, doveva essere molto, molto vicino al suo limite. Purtroppo, non c’erano esplosivi disponibili.

La sola cosa che riuscivo a pensare era riportare indietro il sommergibile; poi io o Bert saremmo entrati nella sala di conversione, avremmo collegato lo scafo al portello che doveva servire a quello scopo, fare tutto quel che bisognava fare per riportare un uomo alla pressione di superficie e ridurre quella della camera, in modo che potesse entrare nel sommergibile e ricominciare tutto daccapo. L’idea non mi andava. Ero sicuro che non sarebbe andata neppure a Bert, ma date le circostanze non mi veniva in mente altro. Non era un’idea che si poteva comunicare a gesti. Avrebbe richiesto già parecchio tempo anche usando la tavoletta per scrivere.

Riuscii a far capire a Bert che dovevamo tornare indietro per discuterne. Quando cercai di spiegargli che bisognava portarci dietro il sommergibile, però, si oppose seccamente. Dopo un paio di minuti, rinunciai ad insistere. Come ho detto, quel piano del resto non mi entusiasmava.

Bert rivolse alcuni cenni agli altri: tranne quattro, vennero tutti con noi. I quattro si calarono su un tratto fangoso, ad una ventina di metri dallo scafo, e cominciarono non so che gioco. In un altro momento, sarei stato curioso di scoprirne i dettagli.

Il tragitto di ritorno, naturalmente, fu più rapido di quello di andata… o meglio, lo sarebbe stato, se l’avessimo portato a termine.

Non so quanto fossimo arrivati lontano in quegli otto o dieci minuti. Dovevamo aver percorso circa quattrocento metri, credo. Non sono il nuotatore più efficiente del mondo, e non ci mettevo neppure molto impegno.

L’interruzione, come gran parte delle cose che erano andate storte nei nostri piani, avrebbe dovuto venire prevista: ma non l’aveva prevista nessuno. Se l’avessimo immaginato, non saremmo rimasti in attesa nei pressi del sommergibile, dopo aver messo in moto le pompe della zavorra.

Fu una cosa abbastanza ovvia e l’unica ragione per cui non capii cos’era successo un secondo dopo l’evento fu che, naturalmente, avevo perso i sensi.

CAPITOLO 20

Se vi immergete nell’acqua e un vostro amico batte ripetutamente due grossi sassi uno contro l’altro, cominciando a venti o trenta metri di distanza e avvicinandosi fino a quando voi non ce la fate più a sopportarlo, potete avere un’idea vaga di quello che accadde.

Non so descrivere la sensazione che provai. Anzi, poiché mi fece perdere i sensi per parecchi secondi, non è neppure giusto dire che provai qualcosa. Comunque, fu una specie di sensazione; forse se sapessi con certezza cosa si prova a venir colpiti da un maglio, simultaneamente, su ogni centimetro quadrato del corpo, potrei sfruttare il paragone. Ma dovrò lasciar fare alla vostra immaginazione, con l’aiuto dell’esperimento che vi ho suggerito un momento fa.

L’onda d’urto fece più o meno lo stesso effetto a tutti. Ci volle un minuto, forse anche di più, prima che riprendessimo a nuotare più rapidamente che potevamo verso il luogo dove avevamo lasciato gli altri. Nessuno di noi aveva dubbi su quanto era accaduto; nessuno di noi teneva a tornare sul posto.

Ma ci precipitammo lì.

Mi aspettavo di trovare quattro corpi nella fanghiglia, dove avevamo lasciato i nostri compagni intenti a giocare, ma non fu così semplice. Il relitto del sommergibile, a quanto potevo capire, era allo stesso posto. Ma l’onda d’urto causata dall’implosione dello scafo aveva sollevato una nube di fanghiglia che non aveva ancora finito di ricadere, e le nostre lampade ci mostravano ben poco. Tenendoci vicini l’uno agli altri, nuotammo nell’oscurità in tutte le direzioni, esplorando ogni spanna del fondale non solo per cercare i frammenti, ma per scoprire se c’era qualcosa sotto il fango che si era appena posato. Non fu necessario comunicare tra noi, per organizzare quella ricerca.

Trovammo uno degli uomini parzialmente sepolto, a cinque metri circa dalla parte più vicina del relitto. Sembrava non avesse lesioni gravi, ma sapevo che non poteva essere vivo. L’onda d’urto ci aveva fatto perdere i sensi a quattrocento metri di distanza, e la legge dell’inverso del quadrato vale anche sott’acqua.

Sul fondo non trovammo nessuno degli altri, ma mentre il fango ricadeva ne scorgemmo un secondo, visibile ad un’altezza di sei metri circa: saliva molto lentamente. Una scia sottile di gocciole oleose filtrava dalla base del casco. Non avevo mai pensato che, dato il liquido denso che le riempiva, le mute dovevano contenere anche materiale galleggiante, per permettere a chi le indossava di nuotare nell’acqua. Ora che il liquido più pesante stava uscendo, il galleggiamento era diventato positivo.

Era abbastanza evidente che non avremmo potuto ritrovare gli altri due: probabilmente, avevano subito falle più rapide. Li immaginai lassù, sopra di noi, nella tenebra, salire verso la superficie mentre l’ultimo liquido che aveva reso possibile la loro strana esistenza scendeva verso il fondo marino. Pensai di cercare una pioggia di gocce oleose che ci consentisse di rintracciarli, ma non avevo la possibilità di comunicare agli altri quella proposta, ed era evidente che, del resto, le nostre lampade erano troppo fioche per una ricerca del genere. Anche gli altri, di certo, la pensavano allo stesso modo. Trascinandoci dietro i due cadaveri, ritornammo verso l’ingresso.

Avrei voluto che ci fosse stata luce sufficiente per leggere l’espressione dei nostri compagni. Avrei potuto essere in grado di intuire cosa pensavano dei forestieri che, con le loro trovate, avevano ucciso quattro dei loro amici. Non so che spiegazione avesse fornito Bert per l’intera procedura: forse pensavano che fosse un’importante ricerca d’ingegneria, o qualcosa del genere. Me lo augurai. Era già terribile sentirmi colpevole, senza che mi considerasse tale anche il resto della popolazione.

Avrei anche voluto sapere cosa provava Bert. Per quel che risultava a me, le vittime potevano anche essere stati suoi intimi amici.

Pensavo che avrei potuto farmene un’idea quando fossimo arrivati all’entrata, ma rimasi deluso. Ci fu una notevole agitazione, al nostro arrivo, ma non riuscivo a capire cosa significassero in gran parte le espressioni di quei volti.

Non mi ero accorto che quelle espressioni, in realtà, sono convenzionali. Se non cresci in una società dove vi è una data maschera per la collera, e un’altra per esprimere il disgusto, e così via, leggere le espressioni non è un modo infallibile per raccogliere informazioni. Quelli potevano essere incolleriti, o tristi, o disgustati: non lo capivo. Gesticolarono parecchio, mentre i cadaveri venivano portati via, e scambiarono altri gesti con Bert, ma quello che posso dire circa i loro sentimenti nei nostri confronti deriva esclusivamente dal fatto che non ci linciarono. Non potevo essere neppure sicuro che la situazione sarebbe durata; forse non erano presenti né intimi amici né parenti delle vittime.

L’attività intorno all’entrata impiegò circa mezz’ora, prima di normalizzarsi di nuovo. I cadaveri erano stati portati via, gli uomini che ci avevano accompagnati se ne erano andati per i fatti loro, e i sommozzatori che erano sempre presenti intorno agli ingressi non badavano a noi più del solito. Per alcuni di loro, comunque, era parecchio; la ragazza che era scesa con noi alla centrale era ritornata insieme ai suoi amici.

Bert poté finalmente usare di nuovo la tavoletta per scrivere. Avrei avuto molto da dire — ero ancora scosso, mi sentivo colpevole e soprattutto molto stupido — ma ero bloccato dal solito, vecchio problema di comunicazione. Vi sono momenti in cui un uomo non riesce a parlare in fretta come vorrebbe, e altri in cui non può scrivere con la rapidità desiderata.

Mi aspettavo che Bert scrivesse qualcosa di ciò che era accaduto, poiché ero abbastanza sicuro dell’espressione del suo volto per sapere che anche lui era rimasto molto sconvolto. Ma il messaggio che scrisse si atteneva esclusivamente al nostro progetto.

«Se mai qualcosa può riuscire a tanto, questo dovrebbe convincere Marie. Sarebbe meglio che andassi da lei subito, per dirle che il sommergibile del suo Joey è stato trovato ridotto a un relitto, e per cercare di convincerla a uscire con il sommergibile per constatarlo di persona. Poi, forse le verrà voglia di proseguire il viaggio. Se non ti crede e insiste per restare dov’è, dovremo rimorchiare dentro il relitto. Questo dovrà convincerla. Non so cosa faremo se non si convincerà.»

«Potreste smettere di darle da mangiare.»

Bert alzò la testa e inarcò un sopracciglio.

«Tu te la sentiresti?» scarabocchiò. Scrollai le spalle, ma sapevo che non avrei mai potuto farlo.

«Insegnami la strada,» scrissi. Bert si mosse.

Le pause di silenzio, mentre andavo da un luogo all’altro, avrebbero dovuto offrirmi l’occasione di riflettere, e magari di scorgere anche le falle della trama che avevo preparato con tanto impegno, se solo fossi stato del cento per cento più sveglio. Invece, quella nuova nuotata di venti minuti non mi fece venire idee nuove, a parte qualche dettaglio di ciò che intendevo dire a Marie.

Non era una trama di prim’ordine. Ero ancora molto inquieto, quando mi avvicinai al suo sommergibile (Bert era restato come prima a distanza di sicurezza) e bussai sullo scafo. Per fortuna, il mio atteggiamento quadrava alla perfezione con la scena che avrei dovuto recitare.

Marie rispose quasi subito, e il suo viso apparve inquadrato nell’oblò. Era piacevole vedere un altro volto di cui potevo leggere l’espressione, anche se in un primo momento l’espressione non fu quella che speravo. Si addolcì un poco, comunque, quando mi riconobbe. Come prima, non potevo essere sicuro delle intonazioni della sua voce, ma le parole erano abbastanza comprensibili. «Dove sei stato? Cominciavo a pensare che si fossero sbarazzati anche di te.» Risposi per mezzo della tavoletta alla parte veramente importante della sua osservazione.

«Sono stato a scoprire come vanno le cose.»

«L’hai chiesto a Bert?»

«No. Qui hanno una biblioteca, con parecchi testi scritti a mano da altri che sono venuti quaggiù in passato: sono troppi perché possa averli scritti apposta Bert. La documentazione è coerente, e credo di avere un quadro abbastanza chiaro dell’intera situazione.»

«Cos’hai saputo di Joey?»

Esitai. Avevo perduto la certezza che quella domanda sarebbe arrivata subito, e avevo preparato bene la menzogna, ma era difficile mentire a Marie. Mi ripetei che lo facevo per il suo bene, e cominciai a scrivere, ma lei aveva già notato la mia esitazione, e forse la mia espressione… non ho mai preteso di essere un attore.

«Hai avuto sue notizie, vero?» Io annuii.

«Ed è… è…»

Tacque, fissandomi attraverso il vetro corazzato. Annuii di nuovo. Era più facile che scrivere una menzogna spudorata.

Potevo vedere soltanto il suo viso, ma immaginavo che avesse stretto i pugni. Rabbrividii, quando probabilmente Marie percosse l’interno dello scafo e mandò una dolorosa onda sonora ad irradiarsi tutto intorno nella camera. Poi udii di nuovo la sua voce.

«Avevo ragione. Non ha voluto vendersi. Non ha voluto rinunciare alla sua fede di persona onesta, e perciò lo hanno ucciso.»

«Perché avrebbero dovuto ucciderlo in quel modo?» ribattei. «Avrebbero potuto farlo più facilmente quando lui era qui dentro, come doveva esserci mentre parlavano con lui, se hai ragione tu. Avrebbero potuto lasciare che morisse soffocato, oppure di fame… e con te non l’hanno fatto, ricordalo. Sarebbe bastato aspettare che esaurisse le provviste. E non avrebbero sprecato il sommergibile in quel modo.»

«Semplice. Perché volevano che morisse fuori, a bordo del sommergibile, in modo che in caso d’indagine risultasse un normale incidente. Mi stupisce che tu non ci abbia pensato.» Almeno non disse «neppure tu».

Sono meno sveglio di Marie e lo so benissimo, ma avevo pensato a questo, e avevo già la risposta pronta.

«Non dire sciocchezze. Chi si sorprenderebbe o s’insospettirebbe, se non trovasse nulla quando lo venisse a cercare? Il fondo del Pacifico si estende per migliaia di chilometri quadrati, e ci sono altri chilometri cubici d’acqua, sopra di noi.»

Stranamente, Marie non seppe cosa ribattere, e tacque per parecchi secondi. Quando riprese a parlare, lasciò perdere per il momento Joey e mi chiesi di dirle che cosa avevo scoperto in biblioteca.

CAPITOLO 21

Impiegai parecchio tempo, ma feci del mio meglio. Marie lesse scrupolosamente ogni pagina, talvolta annuendo in silenzio, talvolta rivolgendomi domande. Risposi a tutte, per quanto me lo consentiva ciò che sapevo.

Circa metà delle volte, mi chiedeva se le mie informazioni le avevo ottenute da Bert. Dovette passare circa un’ora prima che fossi riuscito a darle un quadro passabile della situazione.

Conclusi con l’implorazione che costituiva la chiave di volta dell’intero piano.

«Marie, devi tornare lassù e riferire tutto. Qualunque cosa abbia detto Bert per convincerti a restare, il Consiglio deve essere informato. Bert ed io ritorneremo lassù, quando potremo, e tu non devi più pensare a Joey.»

«Bert? E perché dovrebbe desiderare di tornare lassù? So benissimo che resterà. Lo ha ammesso. Ha scoperto che può fare quello che vuole, senza dover tener conto degli altri. Ha cercato di convincermi a fare lo stesso, quella bestia fetente. Il fatto che lui rimanga qui è la sola cosa che mi induca ad ascoltare il tuo consiglio di andarmene.»

«Non credo che sia tutto vero ciò che dici di lui,» scrissi. «Anche a me ha detto che rimane, ma mi ha fatto capire che non starà qui per sempre. Ho l’impressione che lo abbia fatto per scoprire il più possibile, con l’intenzione di tornare indietro quando e se potrà, proprio come me.»

«Di te posso crederlo.» Marie tacque di nuovo e rifletté per parecchi minuti, mentre io ascoltavo il battito del mio cuore. Erano le parole più incoraggianti che lei mi avesse mai rivolte, e la coscienza mi rimordeva più che mai, per la menzogna che le avevo detto. Dovetti ripetermi parecchie altre volte che lo avevo fatto per il suo bene.

Ma Marie non pensava a se stessa. Lo dimostrò chiaramente, dopo qualche minuto. Quando finalmente riprese a parlare, apparve chiaro che aveva fatto rapidamente un suo piano.

«D’accordo,» disse. «Andrò, anche se credo ancora che non mi lasceranno andare lontano. Succederà un incidente. Comunque ho un’idea, che potrebbe chiarire con certezza chi di noi ha ragione.»

La guardai con aria interrogativa, ma non scrissi nulla.

«Tu sembri convinto che costoro intendano lasciarmi tornare a riferire tutto al Consiglio, e che il cambiamento operato in te e in Bert possa venire invertito, così da permettervi di tornare alla superficie e di respirare di nuovo l’aria, quando volete. Giusto?» Io annuii. «Sta bene. Io non ci credo. Per scoprirlo, vai a cercare Bert e digli che tornerò lassù se lui verrà con me, a bordo di questo sommergibile. Lui potrà ritornare qui, dopo, se vuole, ma crederò a quel che dice se lo vedrò respirare di nuovo l’aria, e mi sentirò molto più sicura se sarà a bordo con me, quando me ne andrò di qui. Adesso dimmi perché pensi che si tratti di un’idea sciocca, di uno spreco di tempo e di fatica, e via di seguito.»

Non avevo bisogno della normale trasmissione dei suoni per capire che il suo tono era sarcastico; non lo sentivo, ma lo intuivo. E non si fidava completamente neppure di me. Almeno potevo levarmi la soddisfazione di sbalordirla con la mia risposta.

«Mi sembra un’ottima idea,» scrissi. «Cercherò Bert e glielo dirò. Suppongo che non accetteresti me come sostituto, se lui preferisse restare qui ancora un po’.»

La sua espressione cambiò leggermente, ma non capii bene che cosa significasse.

«No, purtroppo,» disse Marie. «Dimostrerebbe che il ritorno è possibile, ma non credo che andresti bene come ostaggio.» Era già una consolazione, comunque. «Faremo a modo mio, finché è possibile. Vai in cerca di Bert e vedi cosa ne dice.»

Mi allontanai a nuoto, obbediente. Bert mi aspettava nella camera d’entrata, questa volta; era intento a migliorare la sua conoscenza del linguaggio dei segni, con la collaborazione della solita ragazza e dei suoi amici… due di loro, almeno. Non avrei saputo dire qual era quello che se n’era andato.

Avevo ridotto l’intera faccenda ad un’unica frase, sulla tavoletta, e gliela mostrai nel momento in cui gli arrivai vicino.

«Marie dice che andrà se tu ti trasformi di nuovo e l’accompagni.»

Bert fissò il messaggio per mezzo minuto buono, senza neppure accennare a togliermelo dalle mani. Poi prese di scatto la tavoletta e, senza cancellare la frase, si avviò a nuoto verso il sommergibile. Lo seguimmo tutti quanti. Bert sfrecciò verso l’oblò, dove si scorgeva ancora il viso di Marie, e alzò la tavoletta con le mie parole. Lei la guardò. Indicò me, poi di nuovo la tavoletta e assunse un’espressione che chiunque avrebbe potuto leggere, indipendentemente dalla base culturale. Rispose a voce alta.

«È così, Bert.» Lui cancellò la pagina, guardandola con aria perplessa.

«Perché?» scrisse.

«Lo spiegherò più tardi. Verrai?»

La sua risposta sbalordì Marie. Non so bene che effetto fece a me.

«Sicuro. Forse dovrò ritornare quaggiù, dopo… c’è del lavoro utile da svolgere quaggiù. Ma comunque è meglio che venga con te. Ho da riferire molte cose che nessuno di noi due ha avuto il tempo di dirti.» Lo giudicai un modo molto delicato per sorvolare sul rifiuto di ascoltarlo che Marie gli aveva opposto per tutte quelle settimane. «Potrei farlo in modo più completo.» Si soffermò per riflettere, più a lungo di quanto occorse a Marie per leggere quelle frasi. Poi Bert proseguì: «Rimorchieremo il tuo sommergibile fino alla sala operatoria… sarà più facile che se fossi tu a pilotarlo. E lo collegheremo al portello. Io entrerò e mi farò depressurizzare. Non obietteranno troppo. Poi potrò entrare nel tuo portello stagno, e torneremo insieme alla superficie.» Si rivolse a me ed aggiunse: «D’accordo?»

Non ero sicuro di essere d’accordo. Senza Bert non sarei riuscito a fare qualcosa di utile, a quanto potevo vedere. Senza dubbio la ragazza che ci stava ancora osservando, ed i suoi amici, erano disposti ad impedirmi di morire di fame fino a quando avessi imparato a destreggiarmi. Potevano addirittura guidarmi da Joey, perché potessi lavorare con lui, se quella doveva essere la mia occupazione principale; ma non capivo in che modo avrei potuto rendermi utile al Consiglio, così. Spero sia chiaro che non avevo mai pensato di stabilirmi laggiù in permanenza, come sembrava avesse decido di fare Joey. In questo non avevo mentito a Marie.

Era inutile chiedere di tornare insieme a loro. Il sommergibile non era abbastanza spazioso. Era un monoposto, e sarebbe stato già abbastanza difficile farci stare Bert.

Poi ricordai che da qualche parte doveva esserci ancora il sommergibile di Bert. Afferrai la tavoletta.

«Perché non torniamo tutti?» scrissi. «Il tuo mezzo deve essere ancora qui. Se Marie ci tiene tanto a prenderti a bordo, io potrei usare il tuo. Poi potrai tornare di nuovo quaggiù, o potremo tornarci tutti e due, se è necessario.»

Mi pareva un’ottima idea, e persino Marie aveva l’aria di approvarla, ma Bert fece un paio di obiezioni. Dovetti ammettere che aveva ragione.

«La sala operatoria può sbrigare solo una persona alla volta. Quando io sarò a posto, ci saranno difficoltà di comunicazione durante la tua depressurizzazione.»

«Potresti spiegare prima l’intero programma. E del resto, potrei andare io per primo.»

«Non sono sicuro di potermi spiegare chiaramente. Non sono un esperto del linguaggio dei segni.»

«Ma perché non posso andare prima io, mentre tu indichi quale sommergibile va collegato, e così via, fino a quando viene il tuo turno?»

«Si potrebbe fare così, immagino. Comunque faremmo bene a controllare il mio sommergibile. È qui da parecchio tempo ed è stato usato per il normale lavoro. Il sistema di galleggiamento, senza dubbio, ha bisogno di un’ispezione. Non sono sicuro che me la sentirei di arrischiarlo contro la differenza di pressione, comunque vedremo. Dovremo controllare, per prima cosa.»

Marie aveva letto la nostra conversazione; annuì in segno d’approvazione, e perciò il nostro gregge andò ad esaminare il sommergibile.

Bert non si era sbagliato. Il liquido di galleggiamento era andato completamente. Non era stato usato da mesi, poiché lì non c’era la possibilità di produrre l’idrocarburo adatto ai serbatoi di galleggiamento. Le macchine locali usavano lo stesso tipo di solido a bassa densità che veniva impiegato nelle mute: sarebbero state necessarie notevoli modifiche strutturali, per immetterlo nel sommergibile. Nessuno aveva ritenuto che valesse la pena di farlo.

«Potrei prendere uno dei sommergibili locali,» proposi allora.

«Non provartici fino a che avrai imparato la lingua,» fu la risposta di Bert. Mi sembrava un po’ sciocco. Un sommergibile è un sommergibile: o lo capisci o non lo capisci. Ma mi bastò guardare l’interno di uno di essi per capire.

Non so ancora perché abbiano i quadri dei comandi fatti a quel modo; le leggi della fisica, laggiù, sono le stesse che in superficie. Apparentemente, la differenza nel pensiero fondamentale che accompagna quello strano linguaggio grafico si estende in un numero di fattori maggiore di quel che indurrebbe a considerare il buon senso.

Cominciava a sembrare che gli altri due sarebbero tornati da soli. Bert sembrava rassegnato all’idea, e anch’io cominciavo a pensarla come lui. Quando però tornammo a riferirlo a Marie, lei tirò fuori un’altra delle sue idee. Da allora, ho cominciato a sospettare che avesse in mente ben altro che riportarmi alla superficie, come quando aveva insistito per farsi accompagnare da Bert: ma non si confidava con me. Naturalmente, può darsi che fosse così perché non aveva la possibilità di parlare con me solo.

«Nei miei serbatoi c’è galleggiamento in abbondanza,» osservò all’improvviso, con fermezza. «Basta attaccare quel relitto di Bert al mio sommergibile, e potremo trainarcelo dietro. Tu hai detto che lo scafo è abbastanza solido per resistere alla pressione.»

Bert sembrava sbalordito, senza dubbio perché quell’idea non era venuta in mente a lui. Almeno, così sospettai io. Accettò subito, comunque, e la faccenda fu sistemata. Andò a cercare aiuto per rimorchiare i sommergibili, e a prendere accordi per la sala operatoria. Approfittai della sua assenza per scrivere un messaggio a Marie.

«Sembra che ti sia sbagliata sul conto di Bert. Si è affrettato ad accettare la tua proposta.»

«L’ho notato.»

Attesi che facesse altri commenti, ma lei non disse nulla. Immagino che fosse inutile aspettarsene. Quando parlò di nuovo, abbordò un argomento completamente diverso… così mi parve.

«Controlla bene le bitte dei due sommergibili.»

Annuii, sorpreso: era una procedura normale, che non richiedeva particolari commenti.

«E anche i cavi. Adopera i miei; sono più nuovi.» Annuii ancora, in silenzio, stupito e forse speranzoso. Tutto ciò che poteva dimostrare un interesse di Marie nei miei confronti era sufficiente per indurmi a sperare. Ero ancora molto lontano dal suo ragionamento, forse perché non ero partito con gli stessi pregiudizi. A lei andava bene così, penso: cambiò argomento con fermezza, chiedendo notizie delle persone che fluttuavano intorno a me.

«Chi sono i tuoi amici? E quella ragazza è una delle ragioni che ti hanno deciso a rinunciare a respirare aria?»

«No!» scrissi io, enfaticamente. «Che io sappia, non l’ho mai vista prima del cambiamento.» Non capivo perché Marie stava ridendo. «Non posso presentarti, perché non ho mai udito i loro nomi. Con questo linguaggio, non so bene come possa essere un nome personale. Forse non li hanno neppure.»

Lei sorrise, per la prima volta da quando l’avevo rivista laggiù.

«Allora questo spiega perché sei rimasto. No, non stare a spiegarmi che non hai saputo di questo linguaggio se non in seguito. Lo so che non lo sapevi. Comunque, adesso che lo sai, deve essere un punto in favore di questo posto.»

Per la verità, io non ci avevo pensato. Aveva ragione lei, comunque. Era l’unica seccatura della mia vita che non poteva seguirmi fin laggiù. Marie stava studiando la mia espressione e, credo, la leggeva come un libro stampato. Rise anche più forte di prima. Date le circostanze, il suono non somigliava molto a una risata, ma era abbastanza diverso dalla parlata normale per attirare l’attenzione dei miei accompagnatori. Guardarono prima me, poi il sommergibile, poi di nuovo me, ma senza capir nulla. La ragazza, comunque, sorrise di nuovo.

Marie aveva ragione, in un certo senso. Se dovevo restare laggiù per una qualunque ragione…

Scacciai con fermezza quel pensiero. Prima o poi, sarei andato dove andava Marie.

CAPITOLO 22

L’attesa del ritorno di Bert fu quasi allegra. Marie ed io facemmo qualche altro esperimento di comunicazione con la ragazza ed i suoi amici, ma quelli capivano soltanto i segni più elementari, e talora neppure quelli. Cercammo persino di esporre l’idea di un alfabeto fonetico: Marie forniva i suoni ed io i simboli. Ma fu inutile.

Non era dovuto interamente alla loro mancanza d’istruzione: i suoni venivano modificati da quella combinazione di mezzi, tanto che le lettere sembravano diverse. Per esempio, «p» ed «s» non suonavano più tanto differenti, e quando le si mettevano insieme in una parola come «spesso», la compilazione dei simboli aveva una minor somiglianza, o meglio una relazione riconoscibile con la combinazione dei suoni. Quello che più o meno riuscimmo a combinare, prima del ritorno di Bert, fu convincere persino Marie che c’era da risolvere un vero, serio problema di comunicazioni.

Marie non era certa che valesse la pena di risolverlo. Adesso era incline a considerare quella gente come una cultura diversa, più che come un gruppo di criminali transfughi dalla nostra civiltà; ma vedeva ancora quella cultura come una dignitosa signora della Boston ottocentesca vedeva probabilmente i cannibali dei Mari del Sud di cui le avevano parlato alla sua società missionaria.

Se non altro, fu educata con loro.

La sua cortesia svanì un po’ quando Bert ritornò portando brutte notizie. Il Comitato, sembrava, non voleva saperne di lasciar tornare contemporaneamente alla superficie me e Bert. Uno dei due andava bene: tutti e due no.

Ero sbalordito, e non riuscivo a inquadrare questo fatto nella prospettiva che mi ero fatto della situazione. Marie non disse proprio «Te l’avevo detto», ma l’occhiata che mi lanciò esprimeva con molta chiarezza lo stesso pensiero. Era ingiusto, poiché non me l’aveva detto affatto. Forse l’aveva immaginato, ma non me lo aveva detto.

Forse fu quell’occhiata a smuovermi. Rammentai a me stesso che l’importante era riportare Marie alla superficie, sana e salva. Dopo il suo rapporto, il Consiglio avrebbe sicuramente aperto le comunicazioni con quella base, indipendentemente da ciò che ne pensava Bert, e avrei avuto la possibilità di ritornare anch’io.

Comunque, dovete ricordarlo, non credevo all’affermazione di Bert, secondo la quale il Consiglio aveva ignorato o insabbiato le precedenti segnalazioni sull’esistenza di quell’installazione. La mia impressione era basata soprattutto sui miei pregiudizi personali di vecchio funzionario del Consiglio: non potevo immaginare che la mia organizzazione fosse capace di una cosa simile.

Perciò, mi sembrava ancora ragionevole che quei due tornassero insieme, mentre io mi trattenevo. Lo misi per iscritto sulla tavoletta, senza i pensieri di contorno. Bert accettò subito.

Marie, adesso, sembrava un po’ meno entusiasta, ma alla fine decise che era una soluzione accettabile. Bert annunciò che sarebbe andato a riferire al Comitato e a cercare aiuto per rimorchiare il sommergibile, ma Marie obiettò che l’avrebbe pilotato personalmente, purché qualcuno dei locali la precedesse a nuoto per farle da guida. Bert poteva dire alla guida dove doveva andare.

Mi stupiva un po’ che Marie fosse disposta a portare il sommergibile da qualche parte senza Bert, in considerazione del suo piano: ma mi resi conto che lei poteva aver esaminato nel frattempo molti altri aspetti della situazione. Sperai che volesse farsi accompagnare da me fino al portello della camera di conversione, ma non ne parlò affatto. Ancora una volta, mi sentivo escluso dai suoi piani e dai suoi pensieri. Aspettammo che Bert avesse terminato di comunicare a segni con uno degli uomini: ci volle un po’ di tempo. Poi l’uomo si avviò a nuoto lungo il corridoio principale, e Marie fece sollevare il sommergibile e ne seguì la scia… un modo di dire, poiché date le circostanze quello non poteva lasciare una scia visibile.

Poi Bert se ne andò per prendere accordi con il Comitato.

Stava quasi per sparire, quando mi venne in mente qualcosa e dovetti inseguirlo precipitosamente. Per fortuna, lui non andava di fretta, altrimenti non l’avrei mai raggiunto: era una grossa seccatura, non poter usare la voce per richiamare l’attenzione di qualcuno. Pensai che avrebbero dovuto esserci cicalini, o cose del genere, a questo scopo. Poi pensai che forse esistevano, e che io non ne conoscevo ancora l’esistenza. Comunque, raggiunsi Bert e scarabocchiai in fretta una domanda.

«Non dovremmo far sapere a Joey dove stai andando? Senza di te, si troverà in difficoltà quasi quanto me.»

Bert rifletté un istante, poi annuì.

«Probabilmente è meglio, sì. Dovresti provvedere tu, mentre io me la vedo con il Comitato. Solo, per amor del Cielo, non lasciarti sfuggire che Marie è qui.» Io assunsi un’aria adeguatamente indignata. «Ti farò indicare la strada da uno di costoro. Joey dovrebbe essere fuori servizio, adesso, anche se spesso continua a lavorare più del previsto. Comunque, puoi provare nel suo alloggio, e poi alle colture, prima di ritornare alla centrale elettrica.» Si rivolse agli altri e ricominciò a gesticolare. Finalmente riuscì a far capire ciò che voleva: ma era chiaro che mi aveva detto la verità quando aveva affermato di conoscere poco il linguaggio dei segni.

Non mi sentii deluso, quando la ragazza mi toccò il braccio e mi accennò di seguirla. Avevamo ancora compagnia, ma le cose avrebbero potuto andar peggio.

Bert doveva aver spiegato a gesti le stesse cose che aveva scritto a me. Andammo prima in quella che era evidentemente una residenza privata… o almeno, diventò evidente quando fummo entrati. La porta era una delle tante disseminate lungo le gallerie. La ragazza si servì del primo segnale udibile che avessi sentito dal mio arrivo: bussò in modo normalissimo, anche se molto delicatamente, su di un pannello rotondo accanto alla porta.

Non ottenne risposta e, dopo circa mezzo minuto, aprì la porta ed entrò. Evidentemente, lì i criteri d’intimità erano diversi. L’appartamento era diviso in tre stanze principali, a seconda dell’uso: una sembrava fatta per dormirci, una per leggere ed altre attività, e la più grande per riunirvi gli amici. Joey non c’era, e la ragazza ci guidò fuori e si avviò in un’altra direzione. Una breve nuotata ci portò ad un’altra delle gallerie inclinate che portavano all’area delle colture. Questa volta stavo più attento e notai l’angolo diverso.

Quando fummo all’aperto, lei si fermò e si guardò intorno per cercare Joey. Nel frattempo, io cercavo di calcolare l’ampiezza dell’area delle coltivazioni, in base al numero degli abitanti ed a quello degli individui che erano lì a mangiare. Decisi che avrei avuto bisogno di una stima migliore del tempo che il cittadino medio dedicava ai pasti ed agli intervalli intermedi, prima di poter trovare un risultato significativo.

Per trovare Joey, la ragazza impiegò cinque minuti a guardarsi intorno e ad interrogare gli altri. Trascorsi un po’ di quel tempo scrivendo il mio messaggio, così che, quando lo raggiungemmo, potei consegnarglielo subito. Diceva solo che Bert saliva alla superficie e che, a quanto avevo capito, io dovevo cominciare a lavorare con Joey non appena lui avesse potuto utilizzarmi.

Elfven annuì affermativamente, prese la tavoletta e scrisse: «Sta bene. Tornerò al lavoro fra qualche ora. Quando avrò finito di mangiare dovrò dormire. Sei capace di trovare la strada per arrivare alla sala comando?»

«Non ne sono sicuro, ma ho una buona guida,» risposi. Lui diede un’occhiata alla ragazza ed annuì di nuovo.

«Vorrei riuscire d arrangiarmi con uno di questi metodi di comunicazione,» scrisse. «Ce la passeremo male, senza Bert. Perché va lui, invece di mandare te?»

«Sembra convinto di poter fare un rapporto più completo di quanto lo farei io,» risposi. «Credo che abbia ragione. Finché lavoreremo insieme, non ci sentiremo troppo in difficoltà per via del linguaggio.»

Joey scrollò le spalle, per far capire che non era del tutto d’accordo, ma che non gli pareva il caso di discuterne per iscritto. Riprese a mangiare.

Mandai giù qualche boccone anch’io, ma ci tenevo soprattutto a ritornare da Marie; perciò toccai la spalla della ragazza — stava mangiando anche lei — e indicai l’ingresso della galleria da cui eravamo arrivati. Ero riuscito a ricordarne la direzione. La ragazza annuì e si avviò. Almeno alcuni segni erano comprensibili per entrambi, pensai.

Impiegammo dieci o quindici minuti per ritornare dove avevamo lasciato Marie. Lei non c’era, ovviamente: ebbi l’impressione che la mia guida avesse dimenticato che il sommergibile era partito prima di noi: ma forse non le rendo giustizia. Comunque, si avviò prontamente nella direzione in cui era andato in sommergibile, e dopo un altro quarto d’ora arrivammo in un posto che ricordavo… il corridoio con la valvola da cui era passata la mia capsula quando ero stato sottoposto al trattamente pressurizzante.

Adesso che conoscevo meglio la situazione generale, prestai maggiore attenzione al portello più piccolo. Osservandolo attentamente, vidi che aveva un’incollatura estensibile pesantemente corazzata, che in quel momento era rientrata, e che poteva venire fissata facilmente al portello d’entrata di ogni normale sommergibile da lavoro.

Fui un po’ sorpreso nel vedere che il mezzo di Marie non era ancora arrivato. Penso che ne fosse stupita anche la ragazza. Almeno, si guardò intorno come se non sapesse che fare o dove andare, poi mi guardò come se si aspettasse qualche altra richiesta.

Non potei far altro che annuire: ero sicurissimo che quello fosse il posto giusto. Ricordai che le dimensioni della galleria potevano aver costretto gli altri a seguire un percorso più lungo, magari anche a passare dall’esterno, ma non sapevo come spiegarlo ai miei compagni. Per la verità, non capivo perché non ci fossero arrivati da soli: loro conoscevano certamente quel posto meglio di me.

Bert comparve per primo, accompagnato da un uomo di mezza età e dall’aria sveglia. Non me lo presentò, ma si servì della tavoletta per comunicarmi che quello era il dottore: avrebbe manovrato la macchina cuore-polmoni e avrebbe provveduto alle cavità, come l’orecchio medio ed i seni paranasali, durante il cambiamento di pressione.

Erano con noi da una decina di minuti, quando il sommergibile comparve, dalla parte dell’entrata. Quasi nello stesso istante, un altro sommozzatore arrivò a nuoto dalla direzione opposta. Gli diedi un’occhiata distratta, pensando che fosse uno dei tecnici addetti alla procedura; poi i miei occhi si chiusero, mentre cercavo di sbarazzare le mie retine di quella che speravo fosse una falsa immagine.

Ma quando li riaprii, era sempre Joey Eflven. Dovevo ammettere che il regista, chiunque fosse, aveva fatto un buon lavoro.

CAPITOLO 23

Dovetti ammettere, anche, che avremmo dovuto prevederlo. Non avremmo mai dovuto informare Joey dei progetti di partenza, prima che Bert e Marie fossero ormai lontani.

La cosa più probabile del mondo era che gli venisse in mente qualche domanda da rivolgere a Bert all’ultimo momento; e lui sapeva dove trovarlo. Evidentemente Bert non era un intrigante più abile di me: ma in quel momento mi era di poco conforto.

Marie lo vide prima che a me e a Bert venisse in mente di fare qualcosa. Il sommergibile si lasciò indietro all’improvviso la guida che lo precedeva a nuoto. Dopo pochi secondi, i suoi getti d’acqua ci fecero roteare, mentre si fermava davanti al nostro gruppo. Sì, Marie aveva visto Joey. La sua educazione nei confronti dei selvaggi era svanita.

Già da qualche istante udivo il battito del mio cuore e di quelli che mi stavano vicini: ma fino a quel momento non mi ero reso conto che fosse così forte.

La voce di Marie, però, fu più forte ancora. Le prime parole non furono esattamente quelle che mi sarei aspettate, ma ho già ammesso che lei è capace di pensare molto più rapidamente di me. Non sempre nella stessa direzione, e neppure nella direzione giusta: ma più in fretta.

«Joey!» Avrebbe dovuto essere un grido di sorpresa e di felicità, ma anche in quella particolare situazione acustica ebbi la certezza che non lo era. È difficile credere che una ragazza completamente cotta di qualcuno possa usare con lui il tono di una zia severa, ma era proprio così. «Joey, da quanto sapevi che ero qui?»

Joey si guardò intorno, cercando la tavoletta per scrivere: fui felice di consegnargliela. Non avevo nessuna fretta di riaverla.

«Non lo sapevo fino a questo momento,» scrisse Joey.

«Da quanto tempo sapevi che Bert era qui?»

«Da qualche settimana. Non ricordo esattamente. Un paio di giorni dopo il mio arrivo.»

Credevo di aver indovinato cosa sarebbe venuto, adesso, ma per mia fortuna mi sbagliavo.

Marie non era un tecnico. Sa pilotare un sommergibile in condizioni normali, ma non ha una grande familiarità con tutte le attrezzature innestate su un apparecchio da lavoro. Per questa ragione, ancora oggi non so come facesse a coordinare con tanta perfezione la mossa successiva. Una delle pinze più piccole scattò fuori dal ricettacolo e si chiuse intorno al collo di Bert: e solo quando lui fu bloccato a dovere, Marie fece seguire all’azione le parole.

«Sporco bugiardo! Lurido pezzo di trepang! Dovrei staccarti la testa! Se fosse possibile ti strozzerei! Tu sapevi perché ero venuta e chi stavo cercando. Sapevi che lui era qui. Non gli hai detto che ero arrivata, e mi hai mentito dicendo che non l’avevi visto. E hai manovrato quel povero Tummy, perché seguisse i tuoi piani contorti!»

Mi offesi un po’, nel sentir sottintendere che non avevo né abbastanza intelligenza né spirito d’iniziativa per essere ritenuto responsabile delle mie azioni, ma riuscii a resistere alla tentazione di farmi avanti per insistere che il piano, in parte, era mio. Non protestai neppure perché Marie aveva usato uno dei miei nomignoli più odiosi. La lasciai parlare, semplicemente.

Non continuerò a citare quello che disse: come ho già spiegato, le ho promesso di non farlo. Bert mi faceva un po’ pena, perché quella stretta intorno al collo doveva essere dolorosa, ma come aveva detto Marie, date le circostanze non poteva strozzarlo. Ero sicuro che non l’avrebbe fatto, anche se avesse potuto. Non Marie.

Gli altri, però, sembravano piuttosto preoccupati. La ragazza e i suoi accompagnatori si scagliarono contro il braccio metallico e lo presero inutilmente a strattoni. Con la stessa mancanza di risultati, il dottore cercò di staccare le ganasce delle pinze dal collo di Bert. Joey aveva capito che non era il caso di effettuare tentativi del genere, ma era chiaramente turbato; agitò le braccia e scosse il capo, nel tentativo di indurre Marie a smetterla. Era una scena che avrebbe dovuto essere accompagnata da musica vivace, urla, tonfi di pugni, scrosci di vetri infranti: invece si svolgeva in un silenzio spettrale.

Niente urla, che erano impossibili; niente pugni, che in quel mezzo non si potevano muovere abbastanza rapidamente da produrre tonfi sonori; e niente apparecchi abbastanza fragili da venir danneggiati dai corpi che si dibattevano elegantemente.

Fu Joey a metter fine a quella scena. Aveva ancora in mano la tavoletta e si affrettò a scrivere a stampatello, con le lettere più grandi che potevano entrarci: «LO STAI UCCIDENDO!»

Accostò la tavoletta all’oblò, in modo che Marie non potesse vedere praticamente altro.

Occorsero alcuni secondi, ma all’improvviso, lei tornò in sé e mollò le pinze. Bert era purpureo in viso, e aveva perduto i sensi; il dottore gli afferrò il polso: pensai che lo facesse per sentire se era ancora vivo, ma in realtà se lo rimorchiò semplicemente dietro. I due sparirono nella sala operatoria.

Esitai per qualche secondo, senza saper decidere cosa fosse più importante, poi andai loro dietro. La ragazza ed i suoi amici mi seguirono; la guida di Marie restò fuori, con il sommergibile. Joey, sebbene in un primo momento avesse l’aria di voler venire con noi, cambiò idea.

In sala operatoria, Bert venne prontamente legato sul tavolo, e il dottore si mise all’opera.

A stretto rigore non era un medico: questo lo capivo anch’io. Non possono esserci medici in una popolazione di poche migliaia di persone, da tre o quattro generazioni isolata dalla corrente principale della scienza umana. Tuttavia era un tecnico abilissimo, e per fortuna si trovava nel suo campo. Conosceva alla perfezione la macchina cuore-polmoni, e conosceva tutte le difficoltà del sistema respiratorio e circolatorio. L’interferenza sul riflesso della tosse, necessaria per sopravvivere in quella pressione, aveva prodotto qualche debolezza. Nella sala c’erano i comandi della macchina e degli apparecchi ausiliari, presumibilmente sincronizzati su quelli esterni. Evidentemente, la depressurizzazione non costituiva l’unico scopo dell’impianto.

In meno di trenta secondi, il tecnico aveva collegato Bert alla macchina, e il colorito stava ritornando normale. Poi, con maggior calma, altri strumenti cominciarono a scrutare e a sondare dentro la gola.

A quanto pareva, le lesioni non erano serie, sebbene l’esterno del collo cominciasse a cambiare colore, diventando un enorme ematoma. In meno di cinque minuti il dottore (lo chiamerò così, date le circostanze) ritirò gli strumenti e con una siringa ipodermica iniettò qualcosa nel braccio del suo paziente. Doveva trattarsi di uno stimolante, perché Bert aprì gli occhi quasi subito.

Gli bastarono pochi secondi per orientarsi. Poi fissò lo sguardo su di me e arrossì, veramente. Era ancora un po’ confuso, perché fece per parlare. Il dolore al petto, quando mise sotto pressione i polmoni saturi di liquido, lo richiamò alla realtà. Si guardò intorno, facendo il gesto di scrivere. Il dottore non si scompose, perciò andai io a prendere la tavoletta: ce l’aveva ancora Joey.

Non dovetti interrompere una conversazione, per prenderla. Joey non stava scrivendo, e Marie non stava parlando.

A quanto pareva non era stato detto nulla, durante i momenti drammatici in sala operatoria: avremmo udito la voce di Marie anche di lì, e le tre parole che Joey aveva scritto sulla tavoletta alcuni minuti prima erano ancora lì. Marie lo guardava attraverso l’oblò, e lui guardava dappertutto, ma non lei. Non indugiai per effettuare un’analisi. Mi limitai a prendere la tavoletta dalle mani di Joey e tornai al tavolo operatorio.

Il dottore richiamò l’attenzione di Bert sui tubi che lo collegavano alla macchina, ma non cercò di impedirgli di scrivere. Bert annuì, per spiegare che aveva compreso l’avvertimento, e continuò a lavorare di stilo. Scrisse brevemente, e mi porse la tavoletta.

«Mi dispiace, ma quando mi danno scacco matto me ne rendo conto. Spero che tu abbia maggior fortuna, anche se adesso, dato che lei sa che Joey è vivo, non ci scommetterei. Dille che non mi ha ucciso, se credi che questa possibilità la turbi. Io preferisco non rivederla più.»

Era un messaggio rivelatore. All’improvviso capii perché Bert aveva manomesso la verità, perché aveva tenuto nascosto a Marie la presenza di Joey, perché aveva deciso di tornare alla superficie così all’improvviso, perché non era stato completamente franco con me… e anche perché il Comitato locale era stato tanto riluttante a lasciarci partire entrambi.

E mi resi conto che non ero in condizioni di criticarlo, per questo. Non potevo dire contro di lui una sola parola che non fosse valida anche nei miei confronti. La sola ragione per cui non avevo fatto lo stesso, con la stessa motivazione, era che non ero stato in condizioni di farlo.

Non potevo biasimarlo, e neppure criticarlo. Ho i miei difetti, ma non sono tanto ipocrita. Potevo provare pena per lui: come aveva detto, le sue possibilità erano sfumate.

Marie poteva forse rendersi conto che, per quanto la riguardava, Joey era un caso disperato, anche dopo aver scoperto che era vivo. In tal caso, forse avrebbe scelto me. Ma dopo quelle ultime settimane e le scoperte degli ultimi minuti, non avrebbe voluto saperne di Bert, mai e poi mai.

CAPITOLO 24

Per quel giorno, comunque, le sorprese non erano finite. Mentre varcavo l’enorme valvola e diventavo visibile dalla galleria esterna, sentii la voce di Marie. Era tagliente, ma nonostante questo era pesante come una clava.

«Dove hai preso l’idea che costoro non assimilassero l’ossigeno attraverso i polmoni? Se ho ucciso Bert non ne sono molto pentita, ma la colpa è tua.»

Nonostante tutto, avevo avuto il tempo di prevedere quella domanda, ma non la possibilità di trovare una buona risposta. Mentre il dottore lavorava su Bert, io avevo frugato nella mia memoria. Era abbastanza evidente che la mia teoria del cibo ricco d’ossigeno era finita sotto l’uscio, ma non riuscivo ancora a trovarne una migliore.

Potevo soltanto ripetere quella teoria, e le ragioni che mi avevano spinto ad adottarla. Assicurai Marie che non aveva ucciso Bert. Il mio ragionamento, stranamente, non appariva impeccabile, messo per iscritto, come mi era apparso quando l’avevo elaborato nella mia mente… a parte il fatto che adesso era chiaramente errato. Nonostante questo, Marie parve calmarsi, mentre io scrivevo una pagina dopo l’altra, gliele facevo leggere, le cancellavo e proseguivo. Forse le pause forzate servirono a qualcosa.

«Ammetto che prima mi avevi convinta,» disse lei, quando ebbi finito, «e neppure io riesco a vedere la lacuna. Joey, nel periodo che hai trascorso qui, hai scoperto quanto basta per dirci dov’è l’errore in questa idea?»

«Credo di sì,» scrisse lui. Si interruppe e si mise davanti all’oblò in modo che Marie potesse leggere mentre lui tracciava le parole. Io mi portai a nuoto un po’ sopra di lui, e feci altrettanto.

«L’errore era naturale. Avevate ragione, osservando che noi non respiravamo, nel senso che non vi erano movimenti del torace. Ma nonostante questo, noi riceviamo l’ossigeno da questo liquido. È meraviglioso. Si può dire che abbia una struttura molecolare vagamente paragonabile all’emoglobina, in quanto lega alla propria superficie le molecole di ossigeno; non so quante, ma in numero elevato. Non ha i gruppi della porfirina, come l’emoglobina: si sono dati parecchio da fare per renderlo trasparente alla luce visibile. Non saprei disegnare a memoria la formula strutturale. Ma l’ho vista. È perfettamente comprensibile.

«Ora riflettete un momento. L’ossigeno liquido ha una concentrazione molecolare circa quattromila volte superiore a quella del gas che respiriamo normalmente. La ragione per cui dobbiamo respirare è che la diffusione, alle concentrazioni presenti al livello del mare, non riesce a far passare attraverso la trachea abbastanza ossigeno per tenere in vita un animale grosso quanto un essere umano. Naturalmente, non si può vivere nell’ossigeno liquido, a causa dei problemi di temperatura. Tuttavia, in questo liquido la concentrazione dell’ossigeno quasi libero è molto, molto superiore a quella nell’atmosfera… inferiore di gran lunga a quella dell’ossigeno liquido, ma comunque altissima. C’era un altro problema: dacché c’erano, hanno dato al nucleo di questa molecola una struttura capace di spezzarsi endotermicamente a temperature superiori a poche centinaia di gradi. Perciò, un fuoco tenderà ad estinguersi. Ma è una questione secondaria, per quanto riguarda la respirazione.

«Quando le molecole del liquido cedono l’ossigeno ai polmoni, quelle vicine passano altro O2 a quelle che l’anno perduto; altre ancora le riforniscono, e così via. È un po’ come quando ci si mette in catena per passarsi i secchi d’acqua quando si vuol spegnere un incendio, ma è una situazione che viene descritta dalle stesse equazioni che usereste per un problema di diffusione. Il ritmo del trasporto dell’ossigeno dipende dalla differenza di concentrazione tra l’interno dei polmoni e l’esterno, e dall’area della barriera attraverso cui avviene la diffusione… in questo caso, la sezione minima della trachea. La concentrazione dell’ossigeno intorno a noi è sufficiente per tenerci in vita mediante la diffusione attraverso la trachea. Non so bene come vada l’eliminazione dell’anidride carbonica, ma credo che in questo la vostra teoria sia pressoché esatta; viene risolto legandola in carbonati insolubili nell’intestino ed espellendola nei rifiuti solidi. Come dico, mi sembra un po’ strano, e può darsi che abbia frainteso, quando ho letto la spiegazione. Approfondirò la cosa quando avrò tempo. Non sono un fisiologo, ma è una lettura affascinante: soprattutto la storia degli sviluppi.»

«Ma perché un sistema così complesso? Un portatore d’ossigeno meno efficiente funzionerebbe lo stesso, purché ne pompassi nei tuoi polmoni sempre nuovi quantitativi! È per questo che respiriamo, del resto!» Marie, evidentemente, non ragionava con il suo solito acume, in quel momento: persino io avevo intuito la spiegazione. Presi la tavoletta dalle mani di Joey — anzi, fu lui a porgermela, con un vago sogghigno — e incominciai la mia esposizione.

«Pompare un liquido più denso dell’acqua attraverso la trachea richiederebbe uno sforzo enorme, e probabilmente pressioni polmonari pericolosamente elevate. Io ho provato, subito dopo la trasformazione, e so che è molto doloroso. Non mi sorprenderebbe se in questo modo si causassero lacerazioni nel tessuto polmonare. È una concatenazione logica: si riempiono di liquido le cavità del corpo, in modo che la pressione esterna possa venire compensata senza pericolosi cambiamenti di volume; allora non si può pompare il liquido con il normale apparato respiratorio; perciò deve esserci una concentrazione di ossigeno libero abbastanza elevata per diffonderne una quantità adeguata giù per la gola. È semplice, una volta che si afferra il meccanismo. Ma qual è la fonte primaria dell’ossigeno, Joey?»

«Proprio quella che immaginavi. La fotosintesi. Ecco dove finisce gran parte dell’energia prodotta qui. Circa tre quarti dell’ossigeno provengono da alghe geneticamente modificate che vivono nel punto di contatto tra l’oceano e il liquido che respiriamo. Il resto proviene dalle piante coltivate. La perdita nelle acque dell’oceano è minima, grazie al rapporto favorevole della parete divisoria.»

Ripresi la tavoletta.

«Be’, almeno avevo ragione, quando ho intuito perché era pericoloso ridere, e perché eliminano il riflesso della tosse; sono entrambe azioni che potrebbero lesionare i polmoni.»

«Certo,» riconobbe Joey. «Non pretendo di sapere ancora tutto… probabilmente non lo sa neppure Bert, che pure è qui da molto più tempo. Ricorda, tutto ciò che abbiamo potuto imparare è ciò che abbiamo letto: e solo ciò che era scritto in lingue che conoscevamo. Non ce lo hanno detto quelli che stanno qui. Non solo è impossibile parlare con loro a questo livello: sono sicuro che in maggioranza non lo sanno neanche loro. Quanti, alla superficie, in ogni gruppo di quindicimila persone, possono essere dottori o fisiologi o ingegneri?»

«È per questo che hanno tanto bisogno di noi,» intervenni io. «Bert deve avertelo detto.»

«E chi credeva a Bert?» scattò Marie… noi avevamo tenuto i nostri scritti in modo che potesse leggerli, naturalmente, anche quando non erano rivolti a lei. Joey prese la tavoletta.

«Avresti fatto meglio a credergli. Se ti ha detto che costoro sono praticamente disposti a far di tutto per trattenere qui i visitatori dotati di esperienza tecnologica, era la verità. Da quanto ho potuto capire nelle ultime settimane, se non si fa molto presto un lavoro estensivo su questa installazione, nei prossimi due decenni ci saranno dodici o quindicimila individui costretti ad emigrare alla superficie ed a mendicare la loro razione d’energia.»

«E come potrebbero avere il fegato di fare una cosa simile?» chiese sprezzante Marie. «Hanno sempre vissuto quaggiù, sperperando energia che avrebbe dovuto essere immessa nella rete mondiale e divisa con tutti noi. Sono come quei vecchi aristocratici francesi, con la mentalità tipo ‘perché non mangiano brioches’… Solo che gli aristocratici sarebbero stati troppo orgogliosi per andare a mendicare un tozzo di pane dai poveri, se la loro ricchezza fosse svanita.»

«Questa è stata anche la mia reazione,» scrisse imperturbabile Joey. «Mi sono fatto pressurizzare per la stessa ragione per cui l’avete fatto tu» — e accennò a me — «e Bert: avevo intenzione di indagare e di inviare un rapporto che avrebbe indotto il Consiglio a piombare quaggiù per civilizzare questo posto nel giro di un mese. Ma quando ho avuto i dati sufficienti per un rapporto significativo, ho capito che sarebbe stato inutile. Il Consiglio non avrebbe fatto nulla.»

«È quello che sosteneva Bert,» scrissi io. «Ha detto che rapporti del genere erano già stati inoltrati in passato, decenni or sono, e che non è successo niente.»

Joey riprese la tavoletta.

«Non ho mai trovato notizie del genere. Bert ed io, comunque, non abbiamo esaminato lo stesso materiale. Secondo me, il Consiglio non può far nulla.»

«Perché no? Guarda tutta l’energia che viene sprecata quaggiù!» esclamò Marie.

«Pensaci meglio, ragazza mia. Non è uno spreco, più di quanto lo sia l’energia usata dalle piante naturali, in superficie, per la fotosintesi… lo è molto meno, anzi. È vero che se dividi la produzione di energia di questa installazione per la popolazione locale ottieni un dato molte volte superiore alla normale razione di energia pro capite; ma la maggior parte dell’energia viene usata per l’illuminazione. Se riduci l’illuminazione in una percentuale significativa, fai scendere la fotosintesi ad un livello tale da non poter più fornire abbastanza ossigeno per la popolazione attuale. Se riduci la popolazione, anche la manutenzione scadente attuale degenererà e, come ho detto, questa installazione dovrà venir chiusa.

«Puoi criticare la decisione che gli antenati di costoro presero tre o quattro generazioni fa. Ammetto che è estremamente immorale, secondo i nostri principi. Tuttavia, la popolazione attuale ne subisce le conseguenze, e se non altro, non sfrutta la rete energetica planetaria. Sono autonomi, ma non intellettualmente. Mi sembra doveroso restare qui ed aiutarli. Tu dovrai fare la tua scelta.»

Marie restò in silenzio per mezzo minuto, immersa nei suoi pensieri. Quando riprese a parlare, sembrò che cambiasse argomento.

«Perché Bert mi ha mentito? Non lo giustifica niente di ciò che hai detto… e che mi sembra ragionevole.»

Joey scrollò le spalle.

«Non ne ho idea. Ricordati, lui non mi ha detto che eri qui, e tanto meno mi ha fornito tue notizie. Non so che cosa avesse in mente.»

Gli occhi di Joey e di Marie girarono verso di me. Dopo avermi guardato in faccia per tre o quattro secondi, lei disse: «Sta bene, tu lo sai. Sputa l’osso.»

Presi la tavoletta che Joey mi porgeva, e mi spiegai, concisamente.

«Ti ha mentito per la stessa ragione per cui ti ho mentito io. Non gli interessava quello che avresti riferito al Consiglio, ma non voleva farti sapere che Joey era vivo. Voleva farti tornare alla superficie convinta che Joey fosse solo un ricordo, e voleva venire con te. Io avrei fatto lo stesso.»

Joey prese la tavoletta, dopo che Marie ebbe finito di leggere, cancellò il messaggio e scrisse: «Grazie, amico.» Lo tenne in modo che potessi vederlo io, non Marie. Poi cancellò di nuovo, immediatamente. Se anche Marie se ne accorse, non fece commenti. Forse non se ne era accorta, perché le mie parole l’avevano evidentemente scossa.

«Capisco,» disse, dopo due minuti buoni di silenzio. «Questo pone in una luce diversa l’intera faccenda. Bert è meno trasparente di certi altri, debbo ammetterlo.» Fece una pausa, per qualche altro secondo. Poi: «Joey, ammetto che è una tua faccenda privata: ma sei disposto a dirmi esattamente e sinceramente perché hai deciso di restar qui?»

Joey rispose con un cenno negativo del capo.

«O quanto tempo hai intenzione di rimanere?»

Altro cenno negativo.

«0 se ti consideri ancora un funzionario del Consiglio?»

Un altro rifiuto. Ero sicuro che a Joey non importava che Marie conoscesse le risposte a quelle domande, soprattutto alla prima; ma soprattutto per quanto riguardava la prima, non voleva esser lui a dargliela. Per quanto glielo permetteva la sua personalità, era come se le dicesse di togliersi di torno. Marie, come ho già detto molte volte, è più sveglia di me, nonostante quella sua unica cecità.

Dopo la terza scrollata di capo lo squadrò con aria indagatrice per parecchi secondi. Poi si rivolse improvvisamente a me.

«E tu resti?»

Naturalmente, non lo sapevo. Potevo solo ritorcere su di lei la stessa domanda: avrebbe potuto essere più brutale con me di quanto Joey era stato con lei, ma ero preparato… o almeno lo speravo.

«E tu?» scrissi.

Un’onda d’urto, non molto dolorosa, ci investì tutti: non so se Marie aveva preso a pugni qualcosa o aveva pestato i piedi.

«Vuoi decidere da solo, almeno per questa volta?» scattò.

Era ingiusto, naturalmente. Sono perfettamente in grado di prendere decisioni, e Marie lo sa. Lo ha persino ammesso. Solo, non mi piace prenderle in mancanza di informazioni pertinenti. Lei sapeva benissimo quale informazione voleva, e perché… aveva cercato di ottenerne di analoghe da Joey, e per la stessa ragione.

Mi sforzai, onestamente, di decidere senza far riferimento a Marie, ma non ci riuscii.

CAPITOLO 25

Alla superficie vi sono il sole e il suono. Fino a tempi molto recenti, non li avevo veramente apprezzati. Il sole sugli alberi e sui laghi, il cielo azzurro, i tramonti rosso e arancio. Le voci delle ragazze, e le gocce di pioggia, e le risate e i giochi di parole.

Laggiù c’è il battito dei cuori, i macchinari che ronzano, i tonfi casuali dell’attività, ma altrimenti c’è silenzio… niente musica, niente voci, neppure uno schiocco della lingua o delle dita.

In superficie ci sono le restrizioni. Ogni azione è condizionata dalla consapevolezza che può comportare uno spreco d’energia, e l’energia è vita. Se qualcuno, accidentalmente, cortocircuita una batteria o lascia che scoppi un incendio, si sente colpevole come una fanciulla vittoriana che ha concesso troppa libertà all’innamorato. Il fatto che vostra moglie stia morendo in ospedale a otto chilometri di distanza è una giustificazione appena tollerabile per usare un veicolo ad energia. Un volo aereo o spaziale viene preso in considerazione solo in diretto rapporto all’acquisizione di energia o ai progetti di ricerca.

Laggiù, anche se in realtà vi è una disponibilità d’energia per persona un poco superiore, ciò che conta è la diversità dell’atteggiamento. Nessuno si preoccupa o s’indigna se il suo vicino ha consumato più della parte d’energia che gli spetta. Avevo continuato a fremere, in biblioteca, quando uno dei frequentatori se ne era andato lasciando accesa la lampada del carrello o il proiettore di lettura, mentre nessun altro aveva notato la dimenticanza.

E perché non poteva esserci musica, qui? Non ne avevo udita, e cantare era ovviamente impossibile. Ma gli strumenti a corde potevano funzionare. Forse sarebbe stato necessario modificarli, ma dovevano funzionare. Certamente sarebbe stato possibile costruirne di elettrici. Se non esistevano, li avrei progettati io.

Anche se non c’erano voci di ragazze, le ragazze c’erano. Ce n’era una molto bella, poco lontano da me, ci guardava come se avesse capito quel che succedeva.

Ma era così diverso. Anche senza le restrizioni energetiche, mi sarei sentito a mio agio, dopo tutta una vita trascorsa sotto regole severissime? Il pensiero dell’oceano nero, schiacciante tra me e il mondo in cui ero cresciuto sarebbe stato troppo ossessivo? E viceversa, se non fossi rimasto, il pensiero di ciò che avrei potuto fare laggiù non si sarebbe messo troppo spesso tra me e l’esistenza normale?

Non sapevo decidere. Anche se avessi tentato di escludere tutti i fattori personali, non solo quelli legati a Marie, ma proprio tutti… non avrei saputo decidere egualmente.

C’era il mio lavoro per il Consiglio. Era utile, persino importante, e mi piaceva. Però potevo svolgere un lavoro utile anche laggiù, e quasi sicuramente mi sarebbe piaciuto. Per essere ancora egoista, la ricompensa contava poco in entrambi i casi. La ricchezza ha perso ogni significato, dopo l’inizio del razionamento dell’energia, e laggiù non avevo visto sintomi di plutocrazia. Naturalmente, potevano anche essermi sfuggiti: ne sapevo così poco di quel posto.

Naturalmente, potevo imparare. Nessuna delle due decisioni era irrevocabile. L’unica cosa che non poteva essere cambiata era già stata fatta: il mio riflesso della tosse era sparito e avrei dovuto stare attento quando mangiavo, per tutto il resto della mia vita, dovunque vivessi.

Forse potevo restare, vedere un po’ meglio com’era la vita e ritornare lassù in seguito. Dopotutto, non c’era motivo perché quei due posti non potessero rimanere in contatto. Alzai gli occhi e mi accinsi a scrivere una riposta per Marie: ma i miei pensieri si rimisero in moto.

Ci sarebbero state comunicazioni? Joey aveva esposto ottime ragioni per cui il Consiglio non avrebbe desiderato che si risapesse dell’esistenza di quell’installazione, sebbene non avesse detto esattamente così.

Lì il razionamento energetico, sebbene potesse essere reale dal punto di vista matematico, non costituiva un fattore conscio dell’esistenza. La popolazione, come aveva detto Marie, era come un gruppo di aristocratici francesi in un mondo di popolani. Lassù, la morale comune imponeva una rigida mentalità nei confronti dell’uso dell’energia, che costoro non avevano e che probabilmente non potevano neppure comprendere.

Se fossero arrivati troppi visitatori dalla superficie e se si fosse sparsa la voce, ci sarebbero stati guai. Anche se le notizie diffuse fossero state fedeli alla realtà, il che era molto improbabile, moltissimi abitanti del mondo esterno avrebbero voluto emigrare laggiù, o costruire altre centrali ad energia vulcanica, in modo che tutti potessero avere a disposizione più energia. Il vecchio sentimento «perché non posso avere quello che hanno gli altri?» avrebbe indotto la gente a invocare l’equivalente moderno della pietra filosofale, tanto per trarre un esempio dai tempi in cui la ricchezza era rappresentata dal metallo, anziché dall’energia.

Il cittadino medio avrebbe capito perché il Consiglio non doveva costruire altre centrali elettriche per approfittare del calore inesauribile all’interno della Terra. Mi secca fare la figura del cinico, ma so che è una di quelle cose che il Consiglio non farà mai. Non farà mai niente che possa rendere superfluo il razionamento dell’energia.

A parte il cinismo, hanno perfettamente ragione. Quando, decenni or sono, ci si convinse che l’unica vera speranza per l’umanità era la fusione dell’idrogeno, quasi sicuramente si era nel vero. Sappiamo che la soluzione del problema non è solo questione di dettagli tecnologici, come si pensava in origine. Troppi dei fattori in gioco sono istabili, a meno che siano contenuti in una massa pari almeno a quella di una piccola stella. È solo questione di credere che lo risolveremo, questo problema. E se vorremmo risolverlo, occorrerà ogni sforzo… il meglio che l’uomo possa offrire.

E lo sforzo si arresterà, se qualcosa procrastinerà la carenza di energia. L’umanità, nel suo complesso, non aveva fatto altro che sprecare le sue risorse, fino a quando si è trovata faccia a faccia con il pericolo. Se l’energia vulcanica attenuasse all’improvviso la minaccia, la pressione cesserebbe. A parte l’ovvio sfacelo morale che ne conseguirebbe, il lavoro per realizzare la fusione dell’idrogeno si interromperebbe. Potrebbe proseguire, nominalmente, ma il lavoro si arresterebbe. Gli uomini sono troppo distratti; il migliore dei dipendenti di una centrale elettrica incomincia a lasciare accese le luci in ufficio quando se ne va, proprio perché quella è una centrale elettrica, e c’è tanta energia a disposizione.

E pensare a quello che talvolta deve fare il Consiglio, a causa di questa mentalità. Non potevo sperare di essere autorizzato a ritornare laggiù se fossi risalito. Sarebbe stato più sicuro considerare irrevocabile la mia decisione, quale che fosse.

E quella consapevolezza, indipendentemente dalla filosofia politica e dalla morale, non rendeva certo più facile la decisione.

C’era qualche possibilità che il Consiglio insistesse perché quel luogo si unisse alla civiltà e si collegasse alla rete energetica mondiale?

Neppure uno. Il solo processo di collegamento non sarebbe stato pratico. Considerando le dispersioni che si potevano calcolare, oltre allo spreco per la fotosintesi, anche se la popolazione locale avesse adottato i livelli di razionamento della superficie, sarebbero passati decenni prima che l’investimento d’energia necessario per stabilire il collegamento avesse potuto rivelarsi conveniente. E forse non lo sarebbe diventato mai.

E questo significava che i transponder da me disseminati con tanto impegno rappresentavano una fatica sprecata.

Quindi… dovevo restare o no? Volevo vivere lì, o alla luce del sole? Non lo sapevo ancora.

Provavo la tentazione di lasciar dipendere tutto dalla decisione di Marie, ma Marie non intendeva rivelarmi ciò che aveva deciso.

Bert era fuori gioco… per quanto riguardava Marie non era mai stato in causa, evidentemente. Forse, ormai, lei aveva dovuto capire di non avere speranze nei confronti di Joey. Perché non forniva almeno un indizio?

Me lo fornì. Si stancò di aspettare che io dessi la risposta che non potevo dare, e ricominciò a parlare. Per un momento, le sue prime parole diedero l’impressione che avesse cambiato argomento.

«Cosa pensi che farà adesso Bert? Resterà qui, oppure tornerà indietro?» domandò.

Fu un sollievo, per me, abbandonare per un momento le questioni che non potevo risolvere.

«È rimasto qui un anno, prima che accadesse tutto questo,» osservai. «Non credo che questi ultimi minuti gli abbiano dato un motivo urgente di cambiare idea. Anzi, penso che adesso avrà meno ragioni che mai per ritornare lassù.» Inarcai le sopracciglia per interrogare Joey, nel contempo. Lui lesse il mio messaggio, scrollò le spalle come al solito, poi annuì. Il commento con cui Marie rispose mi aprì gli occhi.

«Non direi,» fece. «Uno di voi dovrebbe dirgli che capisco. Non voglio che si addolori troppo.»

Io guardai Joey. Lui mi guardò, e alzò un sopracciglio, dal lato che non si poteva vedere dal sommergibile. Nessuno di noi aveva mai capito che il perdono può dipendere più dal «perché» che dal «cosa».

Ripresi a scrivere di nuovo sulla tavoletta.

«Se la pensi davvero così, glielo dirò. Resterò qui per aiutare Joey, e dovrei vedere Bert abbastanza spesso. Sono un linguista abile quasi quanto lui, e forse riuscirò a trovare un sistema per sbrogliare la matassa del sistema di comunicazione.»

Ritenni opportuno non fare commenti sulla possibilità di trovare maestre interessanti. Se Marie avesse cambiato di nuovo idea per gelosia, non sarei più stato in grado di prendere decisioni. Quella mi pareva troppo bella per sprecarla, dopo tutta l’incertezza che l’aveva preceduta.

FINE