/ Language: Italiano / Genre:sf

Un ragazzo e il suo cane

Harlan Ellison

Ancora un premio Nebula e ancora una storia sulla fine del mondo, ma il punto di vista di Ellison è completamente diverso da quello della Willis e anche l’impostazione delle due storie non ha nulla in comune: laddove la Willis è dolce e sensibile Ellison è duro e scioccante, brutale come soltanto lui sa esserlo. C’è una cosa tuttavia che queste due storie hanno in comune, a parte il tema: entrambe fanno ormai parte della storia della fantascienza moderna, e a ragione!

Harlan Ellison

Un ragazzo e il suo cane

I

Ero fuori con Blood, il mio cane. Quella settimana aveva deciso di farmi impazzire; continuava a chiamarmi Albert. Pensava che fosse maledettamente divertente. Payson Terhune: ah ah. Gli avevo procurato un paio di topi d’acqua, di quelli grandi, verdi e ocra, e un barboncino ben curato, scappato al guinzaglio di qualcuno dei sotterranei; aveva mangiato bene, ma era irritato. — Avanti, figlio di una cagna — gli ordinai, — trovamene qualcuna, ho voglia di fottere. — Un riso soffocato uscì dalla sua gola di cane. — Sei divertente quando ti viene voglia — disse.

Forse così divertente da prenderlo a calci nel culo, quel maledetto straccio di un dingo.

— Trovamela! Non sto scherzando!

Sapeva che ero sul punto di perdere la pazienza. Di malumore, iniziò a concentrarsi. Si sedette sul bordo sbriciolato del marciapiede, le palpebre fremettero e si chiusero ed il suo corpo peloso si irrigidì. Dopo un po’ si distese sulle zampe anteriori, appoggiandovi la testa ispida fino ad appiattirsi completamente. La tensione lo abbandonò e cominciò a tremare, proprio come se fosse sul punto di grattarsi. Andò avanti così per circa un quarto d’ora, finalmente rotolò e giacque sul dorso, con la pancia all’aria, le zampe anteriori ripiegate e quelle posteriori distese e aperte. — Mi dispiace — disse, — non c’è niente.

Avrei potuto infuriarmi e tirargli un clacio, ma sapevo che aveva provato. Non ero affatto contento, avevo davvero voglia di scopare, ma che cosa potevo farci? — Okay — dissi con rassegnazione, — lascia perdere.

Si rivoltò su di un fianco e si alzò.

— Che cosa vuoi fare? — chiese.

— Non c’è molto che possiamo fare, vero? — dissi con tono lievemente sarcastico. Lui si accucciò ai miei piedi, con insolente umiltà.

Mi appoggiai al troncone fuso di un lampione e pensai alle ragazze. Era doloroso. — Possiamo sempre andare ad una proiezione — dissi. Blood guardò la strada, le pozze d’ombra nei crateri ricolmi di erbacce e non disse nulla. Il cucciolo stava aspettando che io dicessi «Va bene, andiamo». Gli piacevano i film, come a me del resto.

— Va bene, andiamo.

Lui si alzò e mi seguì, con la lingua penzoloni, ansando per la contentezza. Continua pure a ridere, furbone. Niente popcorn, per te!

La Nostra Banda era composta di vagabondi che non erano mai stati capaci di sopravvivere con il saccheggio, così avevano optato per la comodità e avevano trovato un modo furbo per procurarsela. Ai ragazzi piaceva il cinema e così si erano impadroniti del Metropole. Nessuno cercò di cacciarli dal loro territorio, perché tutti avevamo bisogno dei film, e finché la Nostra Banda riusciva a trovare film da proiettare, forniva un utile servizio, anche per i singoli come me e Blood. Soprattutto per i singoli come noi.

Fui costretto a lasciare la mia 45 e la Browning 22 lunga alla porta. Proprio accanto alla biglietteria c’era una piccola nicchia. Prima comperai il biglietto: il prezzo era un barattolo di Filadelfia Oscar Meyer per me ed una scatola di sardine per Blood. Poi la guardia della Nostra Banda con il mitragliatore mi fece segno di andare al banco e io consegnai le pistole. Vidi dell’acqua che gocciolava da una tubatura rotta sul soffitto e dissi al custode, un tipo con la faccia piena di grosse verruche, di spostare le mie armi sul lato asciutto. Lui mi ignorò. — Ehi, tu, fottuto bastardo, sposta la mia roba dall’altra parte… si arrugginisce in fretta… e se si rovina, ti spacco le ossa!

Accennò una reazione, e diede un’occhiata alle guardie con il mitragliatore; sapeva che se mi avessero sbattuto fuori avrei perso quello che avevo pagato per entrare, ma quelle non avevano voglia di agitarsi, forse per la stanchezza, e gli fecero cenno di lasciar correre, di fare come avevo chiesto. Così quel rospo spostò la mia Browning dall’altra parte della rastrelliera e sistemò più sotto la 45.

Blood ed io entrammo in sala.

— Voglio il popcorn.

— Scordatelo.

— Dài, Albert. Comprami il popcorn.

— Hai appena fatto una figura di merda. — E scrollai le spalle.

Entrammo. Il luogo era affollato. Ero contento che le guardie si fossero limitate a prendermi le pistole e niente altro. Il coltello e lo stiletto nei loro foderi ben oliati appesi dietro il collo mi davano una sensazione di sicurezza. Blood trovò due posti vicini e ci intrufolammo nella fila, inciampando in una selva di piedi. Qualcuno imprecò ed io lo ignorai. Un dobermann ringhiò. Blood arruffò il pelo, ma non reagì. C’era sempre qualche rompiscatole nel mazzo, persino in un posto neutrale come il Metropole.

(Una volta ho sentito di un casino successo al Loew Granada, giù nel South Side. Finì con una decina di vagabondi morti insieme ai loro bastardi, il teatro bruciato ed un paio di bei film di Cagney distrutti nell’incendio. È stato allora che le bande hanno deciso di fare un accordo per cui i cinema diventavano terreno neutrale. Ora è meglio, ma c’è sempre qualche scalmanato che non rispetta le regole.)

I film erano tre. «Raw deal» con Dennis O’Keefe, Claire Trevor, Raymond Burr e Marsha Hunt era il più vecchio dei tre. Era stato girato nel 1948, settantasei anni fa, e solo Dio sa come quell’affare fosse ancora tutto d’un pezzo dopo tanto tempo; la pellicola continuava ad uscire dai rulli e dovettero fermarla un sacco di volte per riavvolgerla. Ma era un buon film. Parlava di quel singolo scaricato dalla sua banda, che cercava di vendicarsi. Gangster, fuorilegge, un sacco di scontri e scazzottature. Davvero bello.

Il secondo film era stato girato durante la Terza Guerra, nel 2007, due anni prima che io nascessi, era intitolato «L’odore del cinese». Un sacco di sbudellamenti e qualche bel corpo a corpo. Belle scene di levrieri d’assalto muniti di lancianapalm, che bruciavano una città cinese. Blood se la godette da cima a fondo, anche se l’avevamo già visto insieme. Era solito raccontare balle sul fatto che quelli sarebbero stati i suoi antenati, e sapeva che io sapevo che erano tutte storie.

— Vuoi andare a bruciare qualche neonato, eroe? — gli sussurrai. Lui ignorò la punzecchiatura, si agitò sul sedile, non disse nulla e continuò ad avere un’aria compiaciuta, mentre i cani si aprivano la strada attraverso la città. Io ero annoiato a morte.

Aspettavo il pezzo forte.

Finalmente arrivò. Era favoloso, un film pornografico della fine degli anni settanta. Si chiamava «La grande striscia di pelle nera». Incominciava davvero alla grande. Quelle due bionde con i corsetti di pelle nera e gli stivali alti fino alle cosce, con fruste e maschere, che sbattono giù quel tipo macilento, e poi una gli si siede sulla faccia mentre l’altra si sistema sopra. Dopo diventa noioso.

Tutt’intorno a me i singoli si masturbavano. Stavo per darmi una ripassatina anch’io, quando Blood si sporse verso di me e disse, molto piano, proprio come quando fiuta qualcosa: — C’è una pollastra, là.

— Tu sei scemo — dissi.

— Ti dico che sento l’odore. È là, amico.

Senza farmi notare, mi guardai intorno. Quasi tutti i posti del cinema si erano occupati da singoli con i loro cani. Se una pollastra si fosse intrufolata, sarebbe successo un casino. Sarebbe stata fatta a pezzi prima che uno solo dei ragazzi riuscisse a farsela. — Dove? — chiesi sottovoce. Tutt’intorno a me i singoli gemevano, mentre le bionde si toglievano la maschera e una di loro si lavorava il tipo macilento con una specie di ariete di legno che aveva fissato attorno ai fianchi.

— Dammi un minuto — disse Blood. Si stava concentrando davvero. Il suo corpo era teso come una molla. Gli occhi erano chiusi, la bocca tremava. Lo lasciai lavorare.

Era possibile. Poteva anche essere. Sapevo che là sotto facevano dei film proprio scemi, il genere di cretinate in voga negli anni ’30 e ’40, quelle cose castigate con marito e moglie che dormivano in letti gemelli. Sul tipo dei film di Myrna Loy e George Brent. E io sapevo che ogni tanto qualche pollastrella di quelle famiglie molto perbene dei sotterranei venivano in superficie per vedere come era fatto un vero film. L’avevo sentito dire, ma non era mai successo in un locale nel quale mi trovassi anch’io.

E se davvero lei era qui, come mai nessuno degli altri cani l’aveva fiutata…?

— Terza fila davanti a noi — disse Blood. — Posto di corridoio. Vestita come un singolo.

— Com’è che tu riesci a sniffarla e nessun altro cane si è accorto di lei?

— Tu dimentichi chi sono, Albert.

— Non l’ho dimenticato. Solo non ci credo.

Più di cinquant’anni fa, a Los Angeles, prima che scoppiasse la Terza Guerra, c’era un uomo chiamato Buesing che viveva a Cerritos. Allevava cani da guardia, da difesa e d’attacco. Dobermann, danesi, schnauzer e akitas giapponesi. Aveva una femmina di pastore tedesco di quattro anni, di nome Ginger. Lavorava per la divisione narcotici del distretto di polizia di Los Angeles. Era in grado di fiutare la marijuana; non importa quanto bene fosse nascosta. La sottoposero ad un test: in un magazzino di ricambi per auto c’erano 25.000 scatole. In cinque di esse era stata messa della marijuana, sigillata nel cellophane, avvolta in fogli di alluminio e poi in pesante carta marrone, infine chiusa in tre scatole di cartone. Nel giro di pochi minuti Ginger aveva trovato tutti e cinque i pacchetti. Proprio mentre Ginger era al lavoro, a novanta miglia a nord, a Santa Barbara, alcuni cetologi avevano estratto e amplificato il midollo dei delfini e lo avevano iniettato nei cani e nei babbuini. Poi avevano provveduto a trapianti e alterazioni chirurgiche. Il primo risultato di questi esperimenti era stato un puli maschio di due anni di nome Ahbhu, che aveva comunicato telepaticamente impressioni sensoriali. Incroci ed esperimenti continui avevano prodotto i primi cani da combattimento proprio in tempo per la Terza Guerra. Dotati di facoltà telepatiche sulle brevi distanze, facilmente addestrabili, in grado di rintracciare benzina, gas velenosi, soldati, o radiazioni, quando erano in contatto con i loro controllori umani, erano diventati i commandos d’assalto di un nuovo tipo di guerra. I caratteri distintivi erano diventati ereditari. Dobermann, levrieri, akitas, pulì, e schnauzer avevano sviluppato gradualmente facoltà telepatiche sempre maggiori.

Me l’aveva raccontato un migliaio di volte. Mi aveva raccontato tutta la storia proprio in questo modo, con le stesse parole, un migliaio di volte, così come era stata raccontata a lui. Non gli avevo mai creduto fino ad ora.

Forse il piccolo bastardo era davvero speciale.

Controllai il singolo sprofondato nel posto di corridoio tre file più avanti. Non riuscivo a distinguere niente di speciale. Il singolo aveva il cappuccio ben calato sul viso e il bavero della giacca rialzato.

— Ne sei sicuro?

— Sicurissimo. È una ragazza.

— Se lo è, si sta masturbando proprio come un ragazzo. — Blood soffocò una risatina. — Sorpresa — disse sarcastico.

Quello strano singolo era rimasto a rivedere «Raw Deal». Aveva senso, se era una ragazza. La maggior parte dei singoli e quasi tutti i componenti delle bande se ne erano andati dopo il film porno. Il cinema non era più così affollato, e le strade nel frattempo si sarebbero svuotate, e lui/lei avrebbe potuto ritornare da dove era venuto/a. Anch’io rividi «Raw Deal». Blood si addormentò.

Quando lo strano singolo si alzò, gli/le diedi il tempo di prendersi le armi, se ne aveva lasciate, e di incamminarsi. Allora tirai Blood per una delle orecchie pelose e dissi: — Diamoci da fare. — Lui mi precedette nel corridoio.

Ripresi le mie armi e controllai la strada. Vuota.

— Va bene, nasone — dissi. — Da che parte è andato?

— Andata. A destra.

Mi incamminai, caricando la Browning. Non vidi nessuno muoversi tra gli scheletri delle case bombardate. Questa parte della città era ridotta proprio male. Ma d’altra parte, con la Nostra Banda che gestiva il Metropole, non c’era bisogno di ricostruire nulla per tirare avanti. Qui era l’ironia: i Dragoni dovevano mantenere in efficienza una centrale elettrica per raccogliere i tributi dalle altre bande; il Gruppo di Ted doveva occuparsi delle cisterne; i Bastinados lavoravano come braccianti negli orti di marijuana, i Barbados Black morivano a decine per decontaminare le sacche radioattive della città. E la Nostra Banda doveva solo gestire il cinema.

Chiunque fosse stato il loro capo, non importa quanto tempo fosse passato da quando i singoli saccheggiatori avevano cominciato a formare le bande, bisognava dargliene atto: era stato davvero furbo. Sapeva di che cosa occuparsi.

— Ha svoltato qui — disse Blood.

Lo seguii e lui si avviò a grandi balzi verso la periferia della città e le radiazioni di un colore verde-bluastro che ancora scendevano dalle colline. A quel punto seppi che aveva ragione. L’unica cosa che si trovava da quelle parti era un pozzo d’accesso alla città sotterranea. Era davvero una ragazza.

I glutei mi si strinsero al solo pensiero. Avrei finalmente potuto scopare. Era passato più di un mese da quando Blood aveva scovato quella pollastrella nelle cantine di Market Basket. Era lercia e mi beccai le piattole, ma era una donna, e dopo che l’ebbi legata e colpita un paio di volte, non era stata niente male. Le era anche piaciuto, anche se mi aveva sputato addosso dicendomi che mi avrebbe ucciso se mai si fosse liberata. Per precauzione l’avevo lasciata legata. Quando ritornai due settimane dopo a vedere, non c’era più.

— Fai attenzione — disse Blood, girando intorno ad un cratere quasi invisibile nell’oscurità. Qualcosa si mosse nel cratere.

Camminando in quella terra di nessuno mi resi conto della ragione per cui soltanto un pugno di singoli o i membri delle bande erano ragazzi. La guerra aveva ucciso quasi tutte le ragazze, e con le guerre succedeva sempre così… almeno, questo era quello che mi aveva raccontato Blood. Quelle cose che continuavano a nascere raramente erano maschi o femmine, e dovevano essere spiaccicati sul muro appena venuti alla luce.

Le poche ragazze che non erano andate sottoterra con la gente perbene erano cagne dure e solitarie, come quella di Market Basket. Magre e coriacee, e pronte a tagliartelo con una lametta appena ci provavi. Trovare qualcuno con cui scopare era diventato sempre più difficile, a mano a mano che invecchiavo.

Ma ogni tanto una ragazza si stancava di essere proprietà di una banda, oppure quattro o cinque bande si univano per una scorreria e catturavano qualche ignara abitante dei sotterranei o, come in questo caso, qualche pollastrella perbene si faceva venire il prurito di vedere come erano fatti i film porno, e veniva su.

Stavo per scopare! Ragazzi, non vedevo l’ora!

II

Là fuori non c’erano altro che rovine e edifici distrutti. Un’intero isolato era stato raso al suolo, come se dal cielo fosse calata una pressa gigantesca che con un’unico colpo aveva ridotto tutto in polvere. La pollastrella era spaventata e nervosa, si vedeva benissimo. Avanzava, guardando nervosamente di lato e dietro di sé. Sapeva di essere in una zona pericolosa. Ragazzi, se solo avesse saputo quanto era pericolosa!

Verso il fondo dell’isolato raso al suolo un solo edificio era rimasto in piedi, come se fosse sfuggito per puro caso alla distruzione. Lei si infilò in un’apertura, e dopo un minuto vidi un fascio di luce. Una torcia elettrica? Forse.

Blood ed io attraversammo la strada e ci trovammo nell’oscurità che circondava l’edificio. Era quello che restava dell’YMCA.

Non volevo che uscisse: là dentro era un posto comodo per scopare come qualunque altro, così lasciai Blood di guardia all’ingresso ed io girai attorno all’edificio. Tutte le porte e le finestre erano sventrate, naturalmente. Non era un problema entrare. Mi issai sul davanzale di una finestra e scivolai all’interno. Era buio. Non c’erano rumori, solo il suono prodotto dai suoi movimenti dall’altra parte del vecchio YMCA. Non sapevo se fosse armata o no, ma non volevo correre rischi. Misi la Browning a tracolla e tirai fuori la 45 automatica. Non dovevo far scattare il caricatore: avevo sempre un colpo in canna.

Avanzai cautamente nella stanza. Era una specie di spogliatoio. C’erano vetri e detriti sul pavimento ed un’intera fila di armadietti metallici con tutta la vernice scrostata; l’onda d’urto era passata attraverso le finestre, molti anni fa. Le mie scarpe da tennis non facevano nessun rumore mentre mi aggiravo per la stanza.

La porta pendeva da un cardine e io scavalcai l’apertura a forma di triangolo. Ero nella zona della piscina. La grande vasca era vuota, con le piastrelle deformate sul lato più basso. C’era un terribile odore, lì dentro. Niente di strano, lungo una parete vidi dei cadaveri, o quello che ne restava. Qualche addetto scrupoloso li aveva allineati, ma non li aveva sepolti. Sollevai il fazzoletto per coprirmi il naso e la bocca, e proseguii.

Oltrepassai la piscina e mi infilai in un piccolo passaggio dal cui soffitto pendevano delle lampadine ormai fuori uso. Ma c’era abbastanza luce. Il chiarore della luna entrava dalle finestre sventrate e dal tetto pendeva una trave. Adesso la potevo udire chiaramente, proprio dall’altra parte della porta all’estremità del passaggio. Mi appiattii contro la parete ed avanzai piano verso la porta. Era socchiusa, ma bloccata da calcinacci e assi caduti dalla parete. Avrebbe fatto rumore se avessi cercato di aprirla, questo era certo. Dovevo aspettare il momento giusto.

Appiattito contro la parete, controllai quello che stava facendo. Era in una palestra, molto grande, con varie funi che pendevano dal soffitto. Aveva una grossa pila quadrata appoggiata tra le maniglie del cavallo. C’erano parallele e sbarre orizzontali alte circa due metri, con la parte metallica tutta arrugginita. Vidi inoltre gli anelli, una pedana elastica ed un grande asse d’equilibrio in legno. Lungo una parete erano allineate una spalliera, delle scale oblique e orizzontali e, ammucchiate qua e là, numerose aste per il salto. Mi ripromisi di tornare in questo posto. Per allenarsi era certo meglio della palestra di fortuna che avevo ricavato in quel deposito di auto in demolizione. Un ragazzo deve mantenersi in forma se vuole essere un singolo.

Si era tolta il travestimento. Era là, nuda, e tremante. Sì, faceva davvero freddo, e vidi che aveva la pelle d’oca su tutto il corpo. Aveva un bel paio di tette e le gambe magre. Si stava spazzolando i capelli, che le arrivavano a metà schiena. La luce della pila non era abbastanza forte per capire se avesse i capelli rossi o castani, ma di certo non erano biondi; meglio così perché io preferisco le rosse. Aveva delle belle tette, però. Non riuscivo a vederla bene: il volto era seminascosto dai capelli soffici e ondulati.

Gli indumenti che aveva indossato poco prima erano sparsi sul pavimento e quelli che stava per infilarsi erano appoggiati al cavallo. Era lì in piedi con delle scarpette con dei buffi tacchi.

Non riuscivo a muovermi. Mi accorsi all’improvviso che non riuscivo a muovermi. Era carina, proprio carina. Mi era diventato duro solo rimanento lì a guardare la vita snella e la curva dei suoi fianchi, e come si muovevano i muscoli ai lati delle tette quando sollevava le braccia per spazzolarsi i capelli. Era veramente incredibile come mi fossi eccitato soltanto stando a guardare una pollastra che si pettinava. Era molto… be’, donna. Mi piaceva un sacco.

Non mi ero mai fermato a guardarne una in quel modo. Tutte quelle che avevo visto erano ciarpame che Blood aveva fiutato per me, e io le avevo prese con la forza. O quelle grosse pollastre dei film porno. Non come questa, così liscia e morbida, anche con la pelle d’oca. Avrei potuto rimanere a guardarla tutta la notte.

Mise giù la spazzola e si sporse per prendere un paio di pantaloncini dal mucchio di abiti e se li infilò. Poi prese il reggiseno e si infilò anche quello. Non sono mai riuscito a capire come fanno le ragazze. Se lo mise al contrario, agganciandolo. Poi lo girò finché le coppe si trovarono sul davanti, lo tirò su, sistemandolo sui seni, e infine sollevò le spalline. Prese il vestito ed io spostai con il gomito le assi ed i calcinacci e afferrai la porta per spalancarla. Lei aveva appena sollevato il vestito e vi aveva infilato le braccia, e quando cercò di farci passare la testa, rimase impigliata per un attimo; io spalancai la porta, ci fu uno schianto mentre mi liberavo dei calcinacci e delle assi, e poi un rumore di passi mentre saltavo dentro e la afferravo prima che avesse tempo di uscire dal vestito.

Lei comincio a gridare e io le strappai il vestito, e tutto successe così in fretta che lei non fece in tempo a capire che cosa fosse tutta quella confusione.

Era terrorizzata. Proprio terrorizzata. Occhi spalancati: non riuscii a distinguere il colore perché erano in ombra. Lineamenti davvero fini, bocca ampia, naso piccolo, zigomi proprio come i miei, alti e sporgenti, ed una fossetta sulla guancia destra. Mi fissava terrorizzata.

E allora… questo è davvero incredibile… mi sentii come se dovessi dirle qualcosa. Non so che cosa. Solo qualcosa. Mi metteva a disagio vederla spaventata, ma che cosa diavolo ci potevo fare. Voglio dire, dopo tutto stavo per violentarla e non potevo certo dirle di prenderla allegramente. Era lei quella che era venuta su, dopo tutto. Ma anche così volevo dirle: ehi, non aver paura. Voglio solo scoparti. (Questo non era mai successo prima. Non avevo mai avuto voglia di dire niente ad una pollastra, soltanto farlo e basta.)

Ma la sensazione passò, e le misi una gamba dietro le sue facendola cadere. Le puntai contro la 45 e la sua bocca ebbe un moto di sorpresa. — Adesso vado là e prendo uno di quei materassini, così andrà meglio, più comodo, eh? Prova a muoverti dal pavimento e ti faccio partire una gamba, e poi ti scoperò lo stesso, solo che tu sarai senza una gamba. — Aspettai che mi facesse capire di aver afferrato il concetto, e finalmente lei accennò di sì con la testa, adagio, così continuai a tenerla sotto tiro con la pistola, mi diressi verso una pila di materassi polverosi e ne tirai fuori uno.

Lo trascinai verso di lei e lo voltai sul lato più pulito, usando la canna della 45 per chiarirle le mie intenzioni. Lei si sedette sopra il materasso, con le mani dietro la schiena e le ginocchia piegate, e continuò a fissarmi.

Abbassai la cerniera dei pantaloni e cominciai a sfilarmeli, quando mi accorsi che mi guardava in modo strano. Mi fermai. — Che cosa stai guardando?

Ero arrabbiato. Non sapevo perché, ma ero arrabbiato.

— Come ti chiami? — mi chiese. Aveva una voce morbida e vellutata, come se venisse direttamente dalla gola foderata di pelliccia, o qualcosa del genere.

Continuò a guardarmi, aspettando una risposta. — Vic — dissi io. Lei continuò a guardarmi come se si aspettasse altro.

— Vic e poi?

Per un attimo non capii quello che voleva dire, poi:

— Vic. Solo Vic. Nient’altro.

— Be’, qual è il nome dei tuoi genitori?

Allora cominciai a ridere e continua a sfilarmi i pantaloni.

— Sei proprio suonata! — dissi, e continuai a ridere sempre più forte. Lei sembrò ferita. Questo mi fece di nuovo arrabbiare. — Smettila di guardarmi in quel modo o ti spacco i denti.

Lei congiunse le mani in grembo.

Avevo i pantaloni arrotolati intorno alle caviglie. Non riuscivo a toglierli con le scarpe. Dovetti stare in bilico su di un piede solo mentre con l’altro cercavo di togliere la scarpa. Era difficile tenere puntata la pistola e allo stesso tempo togliere le scarpe, ma ci riuscii.

Ero lì in piedi nudo come un verme dalla cintola in giù e lei si era sporta leggermente in avanti, con le gambe incrociate e le mani ancora in grembo. — Togliti quella roba — dissi.

Per un attimo non si mosse, e pensai che volesse cacciarsi nei guai. Ma poi allungò le mani dietro la schiena e si slacciò il reggiseno. Poi si piegò all’indietro e si tolse le mutandine.

All’improvviso non sembrò più spaventata. Mi guardava molto attentamente, e allora potei vedere che aveva gli occhi azzurri. E adesso viene la cosa più strana.

Non potevo farlo. Voglio dire, non proprio. Voglio dire, io volevo scoparla, vedete, ma lei era tutta così morbida e carina, e continuava a guardarmi e, nessun singolo mi crederebbe, ma mi trovai a parlare con lei, sempre lì in piedi come uno scemo, senza una scarpa, e i jeans arrotolati alle caviglie. — Come ti chiami?

— Quilla June Holmes.

— È un nome buffo.

— Mia madre dice che è un nome comune, nell’Oklahoma.

— È da lì che vengono i tuoi?

Lei annuì. — Prima della Terza Guerra.

— Devono essere abbastanza vecchi, adesso.

— Sì, ma sono okay. Credo.

Eravamo lì impalati, a parlarci. Sapevo che aveva freddo perché stava tremando. — Be’ — dissi, preparandomi a sdraiarmi vicino a lei, — credo che faremmo meglio…

Dannazione! Dannazione a Blood. Proprio in quel momento entrò a razzo. Corse slittando tra le assi e i calcinacci, sollevando nuvole di polvere e con una lunga scivolata si fermò vicino a noi. — E adesso cosa c’è? — chiesi.

— Con chi stai parlando? — domandò la ragazza.

— Con lui. Blood.

— Il cane?!

Blood la fissò e poi la ignorò. Fece per dire qualche cosa ma la ragazza lo interruppe. — Allora è vero quello che dicono… che voi parlare con gli animali…

— Hai intenzione di stare ad ascoltarla tutta la notte o vuoi sentire perché sono entrato?

— Va bene, perché sei qui?

— Siamo nei guai, Albert.

— Avanti, piantala con queste fesserie. Che cosa c’è?

Blood indicò con la testa la porta principale dell’YMCA.

— Una banda. Hanno circondato l’edificio. Ne ho contati quindici o venti, forse di più.

— Come diavolo hanno fatto a sapere che eravamo qui?

Blood sembrò mortificato. Abbassò la testa.

— Allora?

— Qualche altro bastardo deve aver fiutato il suo odore nel cinema.

— Magnifico.

— E adesso?

— Adesso li facciamo fuori, ecco. Hai qualche altro suggerimento?

— Solo uno.

Aspettai. Lui ghignò.

— Tirati su i pantaloni.

III

La ragazza, quella Quilla June, era abbastanza al sicuro. Le avevo fatto una specie di riparo con i materassini, che erano circa una dozzina. Non avrebbe corso il rischio di prendersi qualche pallottola vagante e, se non fossero venuti a cercarla, non l’avrebbero vista. Mi arrampicai su una delle funi che pendevano da una trave e mi sdraiai là con la Browning ed un paio di caricatori di riserva. Avrei dato chissà cosa per avere un’arma automatica, un mitragliatore Bren o un Thompson. Controllai la 45, mi assicurai che fosse carica e misi i colpi di riserva sulla trave. Da quella posizione potevo dominare tutta la palestra.

Blood era sdraiato nell’ombra proprio vicino alla porta principale. Mi aveva suggerito di colpire prima i cani che erano con la banda, se ci riuscivo. Questo gli avrebbe permesso di agire liberamente.

Quella era l’ultima delle mie preoccupazioni.

Avrei voluto barricarmi in un’altra stanza, che aveva una sola entrata, ma non avevo modo di sapere se la banda fosse già nell’edificio, così feci del mio meglio con quello che avevo.

Tutto era tranquillo. Anche Quilla June. Mi ci erano voluti dei minuti preziosi per convincerla che le conveniva starsene rintanata senza fare rumore, che era molto più al sicuro con me che con venti di loro: — Se ti preme rivedere mamma e papà — la ammonii. Dopo di che non mi diede altre preoccupazioni mentre la barricavo con i materassini.

Silenzio.

Poi udii due rumori distinti, tutti e due allo stesso tempo. Dalla piscina sentii degli stivali che calpestavano i calcinacci. Molto piano. E dalla parte dell’ingresso principale udii un tintinnio di metallo contro il legno. Così stavano cercando di prenderci di sorpresa. Be’, io ero pronto.

Di nuovo silenzio.

Puntai la Browning verso la porta che si apriva sulla piscina. Era rimasta aperta dopo che io ero entrato. Calcolando che fosse ad una distanza di cinque o sei metri, dovevo abbassare la mira di cinquanta metri e l’avrei preso dritto al corpo. Avevo imparato molto tempo fa a non cercare di colpire la testa. Mirare al bersaglio grosso: stomaco e torace. Il tronco.

All’improvviso udii un cane abbaiare all’esterno e parte dell’ombra vicino alla porta principale si staccò e si mosse all’interno della palestra. Direttamente dalla parte opposta rispetto a Blood. Io non spostai la Browning.

Il tipo alla porta principale fece un passo lungo la parete, allontanandosi da Blood. Tirò indietro il braccio e lanciò qualcosa, forse un sasso o un pezzo di metallo, attraverso la stanza per attirare il fuoco. Io non spostai la Browning.

Quando l’oggetto che era stato lanciato colpì il pavimento, due della banda balzarono fuori dalla porta della piscina, uno su ogni lato, con i fucili pronti a sparare. Prima che potessero aprire il fuoco, sparai il primo colpo, mossi orizzontalmente l’arma e ne sparai un secondo dritto sull’altro bersaglio.

Caddero entrambi. Colpi secchi, dritti al cuore. Bang, ed erano giù; nessuno dei due si mosse. L’altro che era sulla porta si mosse e Blood gli fu addosso. Fuori dall’oscurità, così, riiip!

Blood saltò proprio sopra la canna del fucile spianato e affondò le fauci nella gola del malcapitato. L’uomo urlò e Blood mollò la presa, portandosi dietro un pezzo di gola. Quello emise dei tremendi suoni gorgoglianti e cadde in ginocchio. Gli cacciai un colpo in testa e lui si piegò in avanti.

Tornò il silenzio.

Niente male. Proprio niente male davvero. Tre tentativi e ancora non conoscevano la nostra posizione. Blood era tornato nell’ombra vicino all’entrata. Non disse nulla, ma io sapevo quello che stava pensando: forse erano tre su diciassette, o tre su venti o ventidue. Non c’era modo di saperlo: potevamo restare bloccati qui per una settimana senza sapere se li avevamo presi tutti, o solo qualcuno, o nessuno. Loro potevano rifornirsi e io mi sarei ritrovato a corto di munizioni e senza cibo e la ragazza, quella Quilla June, si sarebbe messa a piangere, obbligandomi a dividere la mia attenzione, e poi la luce del giorno… e quelli sarebbero stati ancora là fuori, ad aspettare che fossimo abbastanza affamati per tentare qualche pazzia o che avessimo finito le munizioni, e allora si sarebbero radunati e ci sarebbero piombati addosso.

Un altro entrò a razzo dalla porta principale, fece un balzo, atterrò con la spalla, rotolò, e si rialzò lanciandosi in un’altra direzione, sparando tre scariche in differenti angoli della stanza prima che riuscissi a prenderlo di mira con la Browning. A quel punto era abbastanza sotto di me da non farmi sprecare un colpo della 22. Afferrai silenziosamente la 45 e gli sparai nel collo. Il colpo andò a segno, uscì dall’altra parte portando con sé gran parte della testa. Lui cadde a terra.

— Blood! Il fucile!

Uscì dall’ombra, lo afferrò con la bocca e lo trascinò verso la pila di materassini nell’angolo più lontano. Vidi un braccio spuntare dal mucchio di materassi, una mano afferrò il fucile e lo nascose all’interno. Bene, almeno lì era al sicuro finché non ne avessi avuto bisogno. Piccolo bastardo coraggioso: sgattaiolò furtivo fino al corpo senza vita e cominciò a sfilargli la bandoliera con le munizioni. Gli ci volle un po’: avrebbero potuto colpirlo dalla porta o da una delle finestre, ma riuscì a farcela. Piccolo bastardo coraggioso. Dovevo ricordarmi di trovargli qualcosa di buono da mangiare quando fossimo usciti da quel pasticcio. Sorrisi nell’oscurità: se ne fossimo usciti. Non avrei dovuto preoccuparmi di trovargli qualcosa di tenero. Era sparso tutt’intorno sul pavimento della palestra.

Proprio mentre Blood stava trascinando la bandoliera nell’oscurità, due di loro provarono con i cani. Entrarono da una porta-finestra, uno dopo l’altro, rotolando su se stessi e lanciandosi in direzioni opposte, mentre i cani (un akita grande come una casa e un dobermann femmina color dello sterco) balzarono fuori dalla porta e si divisero. Beccai uno dei cani, l’akita, con la 45 e quello cadde stecchito. Il dobermann si era lanciato su Blood.

Ma lo sparo aveva rivelato la mia posizione. Uno di loro aprì il fuoco dal fianco, e le pallottole a punta morbida sprizzarono scintille intorno a me colpendo la trave. Lasciai cadere l’automatica questa cominciò a scivolare lungo la trave mentre io afferravo la Browning. Mi allungai per acchiappare la 45 e fu quello a salvarmi. Mi buttai in avanti per agguantarla, ma l’arma scivolò e cadde sul pavimento con uno schianto, e il vagabondo sparò mirando a dove ero prima. Ma io ero appiattito sulla trave, con le braccia penzoloni, e lo schianto lo sorprese. Sparò in direzione del suono e proprio in quell’istante udii un altro sparo, da un Winchester, e l’altro vagabondo che era nascosto nell’ombra cadde in avanti con un grosso buco che gli dilaniava il torace. Quilla.lune gli aveva sparato da dietro i materassi.

Non avevo tempo di capire che cosa diavolo stesse succedendo… Blood stava lottando con il dobermann e i suoni che emettevano erano Terribili… il tizio con la 30-06 sparò di nuovo e colpì la canna della Browning che sporgeva da un lato della trave e, bam, questa se ne andò, cadendo a terra. Ero nudo là sopra, senza armi, e quel figlio di puttana si teneva nascosto nell’ombra ad aspettarmi.

Un altro colpo del Winchester e il tizio sparò dritto sui materassi. Lei cadde all’indietro e io seppi che non potevo più contare su di lei. Ma non mi serviva: in quell’attimo in cui si era concentrato su di lei, io afferrai una delle funi, mi catapultai oltre la trave e urlando come un’aquila scivolai giù, sentendo la corda che mi penetrava nel palmo delle mani. Mi abbassai abbastanza da poter dondolare e mi diedi una spinta con i piedi. Dondolai avanti e indietro, piegando il corpo in direzioni diverse, cercando di spingermi sempre più indietro ogni volta. Quel figlio di puttana continuò a sparare, cercando di individuare la traiettorie, ma io continuavo a mantenermi fuori dalla sua linea di tiro. Poi rimase senza munizioni e io scalciai all’indietro più forte che potei e arrivai a razzo verso la zona d’ombra in cui si trovava lui, mollai la presa improvvisamente e caddi a peso morto nell’angolo, lui era là e io gli fui addosso mandandolo a sbattere contro la parete, mi avventai su di lui e gli infilai le dita negli occhi. Lui gridava, la ragazza gridava e i cani gridavano, e io sbattei quella fottuta testa contro il pavimento finché lui cessò di muoversi, poi presi la 30-06 e lo colpii selvaggiamente finché fui sicuro che non mi avrebbe più dato fastidio.

Poi trovai la 45 e sparai al dobermann.

Blood si alzò e si scrollò. Era piuttosto malconcio.

— Grazie — mormorò, e se ne andò a sdraiarsi nell’ombra per leccarsi.

Mi diressi verso Quilla June; stava piangendo. Per i ragazzi che avevamo ucciso. Soprattutto per quello che lei aveva ucciso. Non riuscii a farla smettere, così le mollai una sberla, dicendole che mi aveva salvato la vita, e questo servì a qualcosa.

Blood si trascinò vicino a noi. — Come faremo ad uscire da questo pasticcio, Albert?

— Lasciami pensare.

Riflettei e capii che non c’era niente da fare. Per quanti ne potessimo colpire, ce ne sarebbero sempre stati altri. E adesso era una questione di macho. Il loro onore.

— Che ne pensi di un incendio — chiese Blood. — Andarcene mentre tutto brucia? — Scossi la testa. — Avranno circondato il posto. Non va bene.

— E se non ce ne andassimo? Se bruciassimo con tutto l’edificio?

Lo guardai. Coraggioso… e furbo come il diavolo.

Radunammo tutti i materassi, i mobili, le scale e le aste e tutto quello che poteva prendere fuoco, e lo ammassammo vicino ad un divisorio di legno ad una delle estremità della palestra. Quilla June trovò un fusto di cherosene in un magazzino e appiccammo fuoco a quella dannata catasta. Poi seguimmo Blood fino ad un posto che aveva trovato per noi. Il locale della caldaia nei sotterranei dell’YMCA. Ci arrampicammo tutti nella caldaia vuota, chiudemmo la porta e lasciammo aperto uno sfiatatoio per la circolazione dell’aria. Ci eravamo portati un materasso, tutte le munizioni e anche le armi che avevamo tolto ai vagabondi uccisi.

— Senti qualcosa? — chiesi a Blood.

— Poco. Non molto. Riesco a ricevere uno di loro. L’edificio sta bruciando bene.

— Sarai capace di accorgerti quando se ne andranno?

— Forse. Se se ne andranno.

Mi sistemai. Quilla June stava tremando per tutto quello che era successo; — Calmati — le dissi. — Domani mattina sarà bruciato tutto e loro frugheranno tra le macerie, troveranno un sacco di carne morta e forse non cercheranno con troppa attenzione il corpo di una pollastrella. E sarà tutto a posto… se non finiremo soffocati qui dentro.

Lei accennò un debole sorriso e cercò di mostrarsi coraggiosa. Era davvero okay. Chiuse gli occhi e si adagiò sul materasso, cercando di dormire. Io ero sfinito. Anch’io chiusi gli occhi.

— Ce la fai da solo? — chiesi a Blood.

— Credo di sì. Farai meglio a dormire.

Quando mi svegliai, scoprii che la ragazza, quella Quilla June, si era rannicchiata contro la mia spalla e mi aveva messo un braccio intorno al petto, ancora profondamente addormentata. Riuscivo appena a respirare. Era come trovarsi in una fornace; diavolo, era una fornace. Alzai un braccio: la parete della caldaia era tanto calda che non potevo neppure toccarla. Blood era sul materasso con noi. Quel materasso era l’unica cosa che aveva impedito che ci arrostissimo per bene. Dormiva anche lui, con la testa sepolta tra le zampe. Lei dormiva, ancora nuda.

Le misi una mano su un capezzolo. Era caldo. Lei si mosse e si strinse ancora di più a me. Io mi eccitai.

Riuscii a sfilarmi i pantaloni e rotolai sopra di lei. Si svegliò appena si accorse che stavo aprendole le gambe, ma a quel punto era troppo tardi. — No… fermati… che cosa stai facendo… No, non…

Ma era debole e mezza addormentata e comunque non credo che volesse davvero resistere.

Quando la penetrai gridò, naturalmente, ma dopo fu okay. C’era sangue su tutto il materasso. E Blood continuava a dormire.

Fu davvero una cosa diversa. Generalmente, quando Blood ne scovava qualcuna per me, facevo una cosa alla svelta, la tramortivo e me la battevo poi in fretta prima che potesse succedere qualcosa di spiacevole. Ma quando lei venne, si sollevò sul materasso e mi strinse tanto forte che pensai che mi rompesse le costole e poi si rilasciò piano, piano, piano, come faccio io durante gli esercizi con le gambe nella mia palestra di fortuna. E aveva gli occhi chiusi ed un aspetto rilassato. E felice. Si vedeva.

Lo facemmo un sacco di volte e dopo un po’ fu lei a chiederlo, ma io non le dissi di no. E poi rimanemmo sdraiati fianco a fianco e chiacchierammo.

Mi chiese di Blood e io le raccontai di come i cani da combattimento fossero diventati telepatici ed avessero perso la capacità di procacciarsi il cibo da soli, come i singoli e quelli delle bande dovessero provvedere per loro, e come i cani come Blood fossero bravi a scovare le pollastre per i singoli come me. A questo proposito lei non disse nulla.

Io le chiesi com’era dove viveva lei, in uno dei sotterranei.

— È bello. Ma è sempre così tranquillo. Tutti sono così educati con tutti. È una piccola cittadina.

— In quale vivi?

— A Topeka. È molto vicino.

— Sì, lo so. Lo scivolo d’accesso è solo a mezzo miglio da qui. Ci sono andato una volta, per dare un’occhiata in giro.

— Sei mai stato in un sotterraneo?

— No, e non credo neppure di volerci andare.

— Perché? È molto carino. Ti piacerebbe.

— Balle.

— Questo è molto sgarbato.

— Io sono molto sgarbato.

— Non sempre.

Mi stavo arrabbiando. — Ascolta, stupida, che cosa ti succede? Ti ho rapito, ti ho violentato una dozzina di volte, che cosa c’è di buono in me, eh? Che cosa ti succede, non sei nemmeno abbastanza furba da capire quando qualcuno…

Lei mi stava sorridendo. — Non mi importa. Mi è piaciuto farlo. Vuoi farlo ancora?

Ero davvero sbalordito. Mi allontanai da lei. — Che cosa c’è che non funziona in te? Non lo sai che una pollastra come te, che viene dai sotterranei può davvero finire male con i singoli? Voi ragazze non siete state avvertite dai vostri genitori nei sotterranei: «Non andate in superficie, o sarete preda di quegli sporchi, pelosi e bavosi singoli!» Non lo sai questo?

Lei appoggiò una mano sulla mia gamba e cominciò a farla scivolare verso l’alto, con le dita che appena mi sfioravano le cosce. Mi eccitai di nuovo. — I miei genitori non hanno mai detto quelle cose dei singoli — disse. Poi mi attirò a sé, mi baciò e io non potei trattenermi dal prenderla ancora.

Dio, andò avanti così per ore. Dopo un po’ Blood si voltò e disse: — Non posso più fare finta di dormire. Ho fame. E sono ferito.

Mi liberai della sua stretta (questa volta era lei sopra di me) e lo esaminai. Quel dobermann gli aveva dato un bel morso all’orecchio destro, e aveva una ferita sul muso, e il pelo impastato di sangue su di un fianco. Era davvero malconcio.

— Gesù, sei ridotto male — dissi.

— Nemmeno tu sei una rosellina, Albert — scattò lui. Io ritirai la mano.

— Possiamo uscire di qui? — gli chiesi.

Lui scosse la testa. — Non riesco a ricevere niente. Deve essere l’ammasso di calcinacci sopra questa caldaia. Devo uscire per una ricognizione.

Discutemmo un po’ sul da farsi e alla fine decidemmo che se l’edificio era raso al suolo e si era raffreddato abbastanza, a quest’ora la banda avrebbe già dovuto aver finito di rovistare tra le ceneri. Il fatto che non avessero cercato nella caldaia indicava che dovevamo essere sepolti per benino. Oppure che l’edificio stava ancora bruciando. In quel caso dovevano ancora essere là fuori ad aspettare di poter setacciare i resti.

— Pensi di farcela, nelle condizioni in cui sei ridotto?

— Immagino di doverlo fare, vero? — disse Blood. Era davvero acido. — Voglio dire, con voi due occupati a fottervi il cervello, non resta altro da fare se vogliamo sopravvivere, no?

Mi accorsi che era arrabbiato. Non gli piaceva Quilla June. Gli girai intorno e cercai di aprire il portello della caldaia. Non si aprì. Allora mi appoggiai ad una parete, sollevai le gambe e cominciai a spingere adagio ma con decisione.

Qualunque cosa lo avesse bloccato dall’esterno resistette per un attimo, poi cominciò a cedere e alla fine cadde con uno schianto. Aprii completamente la porta e mi guardai attorno. I piani superiori erano crollati nel seminterrato, ma quando avevano ceduto erano già ridotti in cenere e detriti leggeri. Là fuori c’era fumo dappertutto. Attraverso la spessa coltre riuscii a vedere la luce del giorno.

Scivolai fuori, scottandomi le mani sul bordo esterno dello sportello. Blood mi seguì. Cominciò ad aprirsi la strada tra i detriti. Vidi che la caldaia era stata quasi interamente ricoperta dai calcinacci che erano caduti dai piani superiori. C’erano buone probabilità che la banda avesse dato solo una rapida occhiata, immaginando che fossimo finiti arrosto, e alla fine avesse rinunciato. Ma comunque volevo che Blood facesse una ricognizione. Lui partì, ma io lo richiamai indietro. Lui tornò.

— Che cosa c’è?

Abbassai lo sguardo su di lui. — Te lo dico io cosa c’è. Ti stai comportando come uno stronzo.

— E allora?

— Dannazione, che cosa ti ha preso?

— Lei. Quella pollastra che hai là dentro.

— E con questo? Sai che roba… ho avuto altre pollastre prima d’ora.

— Sì, ma mai nessuna come questa. Ti avviso, Albert. Quella ti darà dei guai.

— Non fare lo scemo! — Lui non rispose. Si limitò a guardarmi con rabbia, poi scappò via per controllare come stavano le cose. Rientrai a carponi e richiusi lo sportello. Lei voleva farlo ancora. Io dissi che non ne avevo voglia; Blood mi aveva messo a terra. Ero di cattivo umore. E non sapevo con chi dei due prendermela.

Ma Dio se era carina.

Lei mi tenne un po’ il broncio e si sdraiò con le braccia consorte. — Dimmi qualcosa di più sui sotterranei — dissi.

All’inizio si mostrò irritata e non volle dire molto, ma poi si sgelò e cominciò a parlare liberamente. Stavo imparando parecchio. Immaginai che mi sarebbe servito, una volta o l’altra.

C’erano solo un paio di centinaia di città sotterranee in quello che restava degli Stati Uniti e del Canada. Erano state ricavate da pozzi di vecchie miniere o altre cavità molto profonde. Alcune di esse, nell’ovest, erano all’interno di caverne naturali. Erano molto in profondità, dalle due alle cinquanta miglia. Erano come grossi contenitori, incassati a fondo. E quelli che li avevano creati erano dei puritani della peggior specie. Battisti, fondamentalisti, bacchettoni, veri babbei borghesi senza alcun gusto per la vita avventurosa. Ed erano ritornati ad un genere di vita che era scomparso da più di centocinquant’anni. Avevano usato gli ultimi scienziati per fare il lavoro, per progettare ciò di cui avevano bisogno, e poi se ne erano liberati. Non volevano alcun progresso, nessun dissenso; nulla che potesse causare del turbamento. Ne avevano avuto abbastanza. L’epoca migliore era stata quella precedente alla Prima Guerra, e avevano pensato che continuando così avrebbero potuto avere una vita tranquilla e sopravvivere. Merda! Sarei impazzito in uno dei sotterranei!

Quilla June sorrise e mi venne di nuovo vicino, e questa volta non la respinsi. Ricominciò a toccarmi, là sotto e dappertutto e poi disse: — Vic?

— Uh-huh?

— Sei mai stato innamorato?

— Che cosa?

— Innamorato. Innamorato di una ragazza?

— Be’, direi proprio di no, accidenti.

— Sai che cos’è l’amore?

— Certo. Credo di saperlo.

— Ma se non sei mai stato innamorato…

— Non essere scema. Voglio dire, non ho mai preso una pallottola in testa e so che non mi piacerebbe.

— Non sai che cos’è l’amore, ci scommetto.

— Be’, se significa vivere nei sotterranei, credo proprio di non volerlo scoprire.

Dopo di che non parlammo più molto. Lei mi spinse giù e lo facemmo di nuovo. E quando fu finito, udii Blood che grattava contro la caldaia. Aprii lo sportello e lui era lì fuori. — Via libera — disse.

— Sicuro?

— Sì, sì, sicuro. Infilati i pantaloni — disse con un po’ di scherno nella voce, — ed esci di lì. Dobbiamo parlare.

Lo guardai e vidi che non stava scherzando. Mi rimisi i pantaloni e le scarpe da tennis e uscii dalla caldaia. Ci allontanammo e lui mi fece una predica di mezz’ora a proposito delle nostre responsabilità reciproche. Io ero d’accordo con lui e gli dissi che l’avrei seguito, come sempre, e lui mi minacciò dicendomi che avrei fatto bene a farlo, perché c’erano un paio di singoli piuttosto in gamba in giro per la città che sarebbero stati molto contenti di avere un abile segugio come lui. Gli dissi che non mi piaceva essere minacciato e che avrebbe fatto meglio a fare attenzione a dove metteva i piedi, o gli avrei rotto una gamba. Lui si infuriò e se ne andò. Lo mandai a farsi fottere e ritornai alla caldaia per vedermela ancora con quella Quilla June.

Ma quando cacciai dentro la testa, lei mi stava aspettando, con una delle pistole di quei vagabondi. Mi diede una bella botta sopra l’occhio destro, e io caddi di traverso sullo sportello e svenni.

IV

— Te l’avevo detto che era una poco di buono. — Mi guardò mentre ripulivo la ferita con un disinfettante preso dal mio equipaggiamento e la spalmavo con tintura di iodio. Quando trasalii lui sorrise compiaciuto.

Ritirai i medicinali e rovistai nella caldaia, raccogliendo le munizioni rimaste e lasciando la Browning per la più pesante 30-06. Poi trovai qualcosa che doveva essere scivolata fuori dai suoi vestiti.

Era una piccola piastra di metallo, di circa dieci centimetri per quattro. Sopra c’era una fila di numeri e di fori, disposti a caso. — Che cos’è questo? — chiesi a Blood.

Lui lo guardò e annusò.

— Deve essere una carta di identità di qualche tipo. Forse è quella che ha usato per uscire dalla città sotterranea.

Questo mi fece decidere.

Me la cacciai in tasca e mi incamminai. Verso lo scivolo di accesso.

— Dove diavolo stai andando? — gridò Blood alle mie spalle. — Torna indietro, ti farai uccidere!

— Ho fame, dannazione!

— Albert, figlio di puttana, torna qui!

Continuai a camminare. Avrei trovato quella cagna e gliel’avrei fatta pagare. Anche se avessi dovuto andare là sotto per trovarla.

Mi ci volle un’ora per arrivare allo scivolo di accesso che portava a Topeka. Credetti di scorgere Blood che mi seguiva a distanza. Non me ne importava niente. Ero furioso.

Poi, eccolo. Un pilastro di lucido metallo nero, alto, diritto e privo di scanalature. Aveva un diametro di circa sei metri, perfettamente piatto sulla cima, e scompariva direttamente nel terreno. Camminai dritto verso di esso e frugai in tasca per prendere la tessera metallica. Poi qualcosa mi tirò il pantalone destro.

— Ascoltami, idiota, non puoi andare là sotto!

Gli mollai un calcio, ma lui si fece di nuovo sotto.

— Ascoltami!

Io mi voltai e lo fissai.

Blood si sedette: la polvere si alzò con uno sbuffo intorno a lui. — Albert…

— Mi chiamo Vic, piccolo bastardo.

— D’accordo, d’accordo, niente prese in giro. Vic. — Il suo tono si addolcì. — Vic. Dài, amico. — Stava cercando di farmi ragionare. Io mi sentivo davvero ribollire di rabbia, ma lui cercava di rimanere lucido. Scrollai le spalle e mi accovacciai vicino a lui.

— Ascoltami — disse Blood. — Quella ragazza ti ha proprio fatto uscire di senno. Tu lo sai che non puoi andare laggiù. È tutto ordinato e pulito, e si conoscono tutti: odiano i singoli. Troppe bande hanno fatto razzie nei sotterranei, violentato le donne, rubato il loro cibo, avranno messo delle difese. Ti uccideranno, amico!

— Che cosa diavolo te ne importa? Dici sempre che te la caveresti meglio senza di me. — Questo lo fece vacillare.

— Vic, siamo insieme da quasi tre anni. Nel bene e nel male. Ma questo può essere peggio. Ho paura, ragazzo. Paura che tu possa non tornare indietro. E ho fame, e dovrò andare a cercarmi qualcuno che si prenda cura di me… e tu sai che molti singoli sono entrati nelle bande, ora, e non sarò nient’altro che un bastardo. Non sono più così giovane. E sono ferito.

Lo capivo. Stava dicendo delle cose sensate. Ma tutto quello a cui riuscivo a pensare era quella cagna, quella Quilla June che mi aveva colpito. E poi rivedevo l’immagine delle sue tette morbide e risentivo i suoi mugolii quando ero dentro di lei, e scossi la testa, e capii che dovevo pareggiare il conto.

— Devo farlo, Blood. Devo.

Respirò profondamente e si accasciò ancor di più. — Non ti accorgi nememnto di quello che ti ha fatto, Vic.

Mi alzai. — Cercherò di tornare in fretta. Mi aspetterai…?

Rimase a lungo in silenzio e io attesi. Alla fine disse: — Per un po’. Forse sarò qui e forse no.

Io capii. Mi guardai intorno e cominciai a girare intorno al pilastro di metallo nero. Finalmente trovai una fessura nel pilastro e vi feci scivolare la tessera di metallo. Ci fu un debole ronzio, poi una sezione del pilastro si dilatò. Io non avevo neppure visto le linee che delimitavano le sezioni. Si aprì un foro circolare e io mossi un passo attraverso di esso. Mi voltai e vidi Blood che mi guardava. Ci guardammo mentre il pilastro continuava a ronzare.

— Arrivederci, Vic.

— Abbi cura di te, Blood.

— Torna in fretta.

— Farò del mio meglio.

— Sì. Va bene.

Poi mi voltai ed entrai. Il portale di accesso a forma di iride si chiuse dietro di me.

V

Avrei dovuto saperlo. Avrei dovuto sospettarlo. Certo, ogni tanto una pollastra sale per vedere che aspetto ha la superficie, che cosa è successo alle città; certo, capitava. Perché le avevo creduto quando, rannicchiata vicino a me in quella caldaia soffocante, mi aveva detto che voleva vedere com’era quando una ragazza lo fa con un uomo, che tutti i film che aveva visto a Topeka erano sdolcinati, noiosi e banali, e le ragazze a scuola parlavano dei film porno ed una di loro aveva un librettino di otto pagine che lei aveva letto con gli occhi spalancati dalla meraviglia… certo, le avevo creduto. Era logico. Avrei dovuto sospettare qualcosa quando aveva lasciato quella piastra di metallo. Era troppo facile. Blood aveva cercato di dirmelo. Scemo? Sì!

Nell’attimo in cui l’iride si richiuse vorticando dietro di me, il ronzio divenne più intenso ed una luce fredda si diffuse dalle pareti. Parete. Era uno scompartimento circolare, e i lati delle pareti erano solo due: interno ed esterno.

La parete pulsava di luce e il ronzio aumentava, e poi il pavimento su cui appoggiavo i piedi si dilatò, proprio come il portello esterno. Ma io ero lì immobile, come un topo in un cartone animato, e finché non guardavo in basso, era a posto, non sarei caduto.

Poi mi decisi. Mi lasciai cadere attraverso il pavimento, e l’iride si chiuse sopra la mia testa; stavo cadendo lungo il tubo, guadagnando velocità, ma non troppa, solo continuavo a cadere con regolarità. Adesso sapevo che cos’era uno scivolo d’accesso.

Continuavo a scendere, e di quando in quando vedevo scritte del tipo LIV 10 o ANTIPOLL 55 e POMPA 6 sulle pareti, e distinguevo a fatica le divisioni a forma di spicchio di un’iride. Ma non smisi mai di cadere.

Finalmente arrivai in fondo e lì c’era scritto TOPEKA AB. 22.860 sulla parete; mi piegai un poco sulle ginocchia per attutire l’impatto, ma fu comunque molto debole.

Usai di nuovo la tessera di metallo, e l’iride (una molto più grande questa volta) si aprì vorticando, e vidi per la prima volta una città sotterranea.

Si stendeva di fronte a me; venti miglia fino al debole chiarore dell’orizzonte di metallo dove la parete dietro di me si curvava, si curvava fino a diventare un cerchio levigato che ritornava indietro, indietro, indietro fino a dove mi trovavo. Ero sul fondo di un grosso tubo di metallo che si estendeva fino al soffitto a cinquecento metri sopra la mia testa e per venti miglia in lunghezza. E sul fondo di quella lattina qualcuno aveva costruito una città che assomigliava in tutto e per tutto ad una di quelle fotografie che si vedevano nei libri delle biblioteche in superficie. Avevo visto una città come questa in un libro. Proprio come questa. Piccole case linde, e stradine ondulate, e prati ben curati, e il quartiere degli affari e tutte quelle altre cose che una Topeka doveva avere.

Tranne un sole, tranne gli uccelli, le nuvole, la pioggia, tranne la neve, il freddo, il vento, tranne le formiche, la sporcizia, le montagne, tranne gli oceani, i campi di grano, le stelle, la luna, le foreste, tranne animali che correvano liberi, tranne…

Tranne la libertà.

Erano inscatolati là sotto, come pesci morti. Inscatolati.

Sentii una stretta alla gola. Volevo uscire. Uscire! Cominciai a tremare, avevo le mani fredde e c’era del sudore sulla mia fronte. Era stata una pazzia venire qui sotto. Dovevo uscire. Uscire!

Mi volsi per rientrare nello scivolo e fu allora che mi afferrò.

Quella cagna di Quilla Nune! Avrei dovuto sospettarlo!

VI

La cosa era bassa, verde e a forma di scatola, e aveva dei cavi con dei guantoni fissati all’estremità al posto delle braccia, e rotolava su dei cingoli, e mi afferrò.

Mi issò sulla parte superiore piatta e quadrata, tenendomi per mezzo di quei guanti, e io non potevo muovermi, potevo solo cercare di scalciare contro il grande occhio di vetro che aveva sulla parte anteriore, ma non servi a nulla. Non si spezzò. La cosa era alta solo un metro e venti e le scarpe da tennis quasi toccavano terra; cominciò a muoversi verso Topeka trascinandomi con sé.

C’era gente dappertutto. Seduta sulle sedie a dondolo nei porticati, intenta a rastrellare il prato, a ciondolare ai distributori o a infilare monetine nei distributori di palline di gomma da masticare, o a dipingere una striscia bianca in mezzo alla strada; a vendere giornali all’angolo della strada, ad ascoltare la banda in un palco a forma di conchiglia in mezzo al parco, a giocare a sotto muro e ai quattro cantoni, a lucidare le macchine, seduti su di una panchina a leggere, lavare i vetri delle finestre, potare le siepi; gente che si toglieva la paglietta davanti alle signore, che raccoglieva le bottiglie del latte vuote, che strigliava i cavalli, che lanciava un bastone ad un cane perché lo riportasse, che si tuffava nella piscina comunale, che scriveva con il gesso su di una lavagna i prezzi delle verdure all’esterno di un negozio, che camminava mano nella mano con una ragazza, e tutti quanti che mi guardavano passare in cima a quella fottuta scatola di metallo.

Potevo sentire la voce di Blood che ripeteva quello che aveva detto proprio prima che entrassi nello scivolo: È tutto ordinato e pulito e si conoscono tutti; odiano i singoli. Troppe bande hanno fatto razzie nei sotterranei, violentato le donne, rubato il loro cibo, avranno messo delle difese. Ti uccideranno, ragazzo!

Grazie, bastardo.

Arrivederci.

VII

La scatola verde attraversò il quartiere degli affari e svoltò davanti ad un negozio sulla cui vetrina spiccavano le parole UFFICIO DEI MIGLIORI AFFARI. Rotolò all’interno attraverso la porta aperta, e là un gruppo di uomini, alcuni dei quali anziani e altri molto anziani, mi stava aspettando. E anche un paio di donne. La scatola verde si fermò.

Uno di loro si avvicinò e mi tolse di mano la piastra di metallo. La guardò, poi si volse e la consegnò al più anziano tra loro, un tipo tutto bianco con i pantaloni stazzonati, una visiera di color verde, e un paio di elastici che tenevano su le maniche della camicia a righe. — Quilla June, Lew — disse quel tizio al vecchio. Lew prese la piastra di metallo e la mise nel cassetto in alto a sinistra di una scrivania con la serranda avvolgibile. — Meglio prendergli le armi, Aaron — disse il vecchio gufo. E il tizio che mi aveva preso la piastra mi perquisì.

— Liberalo, Aaron — disse Lew.

Aaron andò verso la parte posteriore della scatola verde, qualcosa ticchettò e i cavi con i guantoni vennero risucchiati all’interno della scatola, e io scesi da quella trappola. Avevo le braccia intorpidite nei punti in cui la scatola mi aveva tenuto stretto. Mentre le massaggiavo, osservai quella gente.

— Allora, ragazzo… — cominciò Lew.

— Fottiti, bastardo!

Le donne impallidirono. Gli uomini assunsero un’espressione dura.

— Te l’avevo detto che non avrebbe funzionato — disse uno degli anziani a Lew.

— Una brutta faccenda, questa — disse uno dei più giovani.

Lew si sporse in avanti sulla sedia dallo schienale rigido e mi puntò contro un dito ossuto. — Ragazzo, ti conviene essere educato.

— Spero che tutti i vostri fottuti bambini abbiano il labbro leporino!

— Non serve a niente, Lew! — disse un altro uomo.

— Monello! — scattò una donna con il naso a becco.

Lew mi fissò. La sua bocca era una minacciosa linea scura. Sapevo che quel figlio di puttana non aveva un solo dente in quella boccaccia che non fosse marcio e puzzolente. Mi fissava con occhietti maligni, Dio quant’era brutto, come un uccello pronto a succhiarmi la carne dalle ossa. Stava per dire qualcosa che non mi sarebbe piaciuto. — Aaron, forse è meglio che tu lo riaffidi alla sentinella. — Aaron si mosse verso la scatola verde.

— Okay, fermi — dissi, sollevando una mano.

Aaron si fermò, e guardò Lew che annuì. Poi Lew si sporse di nuovo in avanti e mi puntò ancora contro quell’artiglio. — Sei pronto a comportarti bene, ragazzo?

— Sì, credo.

— Ti conviene esserne davvero sicuro.

— Okay. Ne sono sicuro. Fottutamente sicuro.

— E farai attenzione a come parli.

Io non risposi. Vecchio gufo.

— Tu sei un esperimento per noi, ragazzo. Abbiamo cercato di portare giù qualcuno di voi con altri sistemi. Abbiamo mandato su qualcuno in gamba per catturare uno di voi, ma nessuno è mai tornato. Abbiamo pensato che fosse meglio attirarvi con l’inganno.

Feci una smorfia di disprezzo. Quella Quilla June! Mi sarei occupato di lei!

Una delle donne, un po’ più giovane di Naso a Becco, venne avanti e mi fissò in viso. — Lew, non riuscirai mai a convincerlo. Guarda i suoi occhi; è un piccolo sporco assassino.

— Ti piacerebbe la canna di un fucile infilata nel culo, puttana? — Lei fece un salto indietro. Lew si arrabbiò di nuovo. — Mi spiace — dissi, — ma non mi piace essere insultato. Macho, capite?

Lui si calmò e parlò alla donna: — Mez, lascialo in pace. Sto cercando di dire delle cose sensate. Tu stai solo peggiorando le cose.

Mez tornò a sedersi con gli altri. Davvero L’UFFICIO DEI MIGLIORI AFFARI, un bel gruppo di idioti!

— Come stavo dicendo, ragazzo, tu per noi rappresenti un esperimento. Sono quasi vent’anni che siamo qui a Topeka. È bello quaggiù. Gente tranquilla, onesta, rispettosa degli altri, nessun crimine, rispetto per gli anziani, davvero un bel posto per viverci. Cresciamo e prosperiamo.

Io attesi.

— Ebbene, adesso scopriamo che alcuni dei nostri non possono più avere bambini e quelle donne che ci riescono, hanno soprattutto femmine. Ci servono degli uomini. Degli uomini di un genere particolare.

Cominciai a ridere. Era troppo bello per essere vero. Mi volevano perché facessi lo stallone. Non riuscivo a smettere si ridere.

— Rozzo! — disse una delle donne aggrottando le ciglia.

— Questo è abbastanza imbarazzante per noi, ragazzo, non renderlo più duro — proseguì Lew a disagio.

Io e Blood passiamo la maggior parte del tempo là sopra a cercare qualche ragazza e qui sotto vogliono che io faccia lo stallone. Mi sedetti sul pavimento e continuai a ridere finché non mi vennero le lacrime agli occhi.

Finalmente mi alzai e dissi — Certo, va bene. Ma prima di accettare ci sono un paio di cosette che voglio in cambio.

Lei mi guardò fisso.

— La prima cosa che voglio è quella Quilla June. La scoperò fino a farla svenire, e poi le darò una botta in testa come lei ha fatto con me!

Confabularono per un po’ e poi Lew disse: — Non tolleriamo alcun tipo di violenza qui, ma credo che Quilla June sia un modo come un altro di iniziare. È in grado, vero Ira?

Un uomo magro dalla pelle giallognola annuì. Non sembrava molto felice di quella prospettiva. Il vecchio di Quilla June, ci avrei scommesso.

— Va bene, cominciamo — dissi. — Mettetele in fila. — Accennai ad abbassare la cerniera dei jeans.

Le donne strillarono, gli uomini mi afferrarono, e si affrettarono a portarmi in una pensione dove mi diedero una stanza, e mi dissero che dovevo imparare a conoscere un po’ Topeka prima di cominciare a lavorare, perché era, uh, be’, ehm… imbarazzante, e loro dovevano fare in modo che gli abitanti della città accettassero quello che erano costretti a fare… partendo dal presupposto, credo, che se io funzionavo, bene, avrebbero importato qualche altro toro dalla superficie e gli avrebbero dato via libera.

Così passai un po’ di tempo a Topeka, imparando a conoscere la gente, osservando quello che facevano, come vivevano. Era bello, davvero bello. Si dondolavano sulle sedie nei porticati, rastrellavano i prati, ciondolavano ai distributori, infilavano monetine nei distributori di palline di gomma da masticare, dipingevano una striscia bianca in mezzo alla strada, vendevano giornali all’angolo, ascoltavano la banda in un palco a forma di conchiglia in mezzo al parco, giocavano al mondo e ai quattro cantoni, lucidavano le macchine, stavano seduti su di una panchina a leggere, lavavano le finestre e potavano le siepi, si toglievano le pagliette davanti alle signore, raccoglievano le bottiglie del latte vuote, strigliavano i cavalli, lanciavano un bastone ad un cane perché lo riportasse, si tuffavano nella piscina comunale, scrivevano con il gesso su di una lavagna il prezzo della verdura all’esterno di un negozio, camminavano mano nella mano con le più brutte ragazze che avessi mai visto e mi annoiavano mortalmente.

Nel giro di una settimana ero sul punto di urlare.

Sentivo quella latta di metallo che si richiudeva su di me.

Sentivo il peso della terra sopra di me.

Mangiavano merda artificiale; piselli artificiali e carne finta, polli contraffatti, granturco e pane artificiale e per me tutto aveva il gusto del gesso e della polvere.

Educato! Cristo, avrei potuto vomitare per quell’ipocrita stronzata che chiamavano civiltà. Salve Signor Tizio e Buongiorno signor Caio. Come state? E come sta la piccola Janie? E come vanno gli affari? Andrete all’incontro di Solidarietà, giovedì? E io cominciai a dare i numeri nella mia stanza alla pensione.

Quel modo dolce, grazioso, pulito e tranquillo in cui vivevano avrebbe potuto uccidermi. Non c’era da stupirsi se gli uomini non riuscivano a farselo venire duro e non erano capaci di fare dei bambini che avessero le palle invece di una fessura.

Alla fine cominciai a pensare al modo di andarmene da lì. Mi ricordai di quel barboncino che aveva dato da mangiare una volta a Blood. Doveva venire da un sotterraneo. E non poteva certo essere salito da uno scivolo. E questo voleva dire che c’erano altre uscite.

Mi lasciavano abbastanza libero di gironzolare per la città finché mi comportavo bene e non provavo a fare niente. Quella sentinella a forma di scatola verde era sempre nelle vicinanze.

Così scoprii una via d’uscita. Non fu un’impresa spettacolare; semplicemente doveva esserci, e io la trovai.

Poi scoprii dove tenevano le armi e fui pronto. Quasi.

VIII

Era passata una settimana quando Lew, Aaron e Ira vennero a prendermi. A quel punto ero proprio cotto. Ero seduto nel portico posteriore della pensione a fumare la pipa ed ero senza camicia, per prendere un po’ di sole. Soltanto che il sole non c’era.

Girarono intorno alla casa. — Buon giorno, Vic — mi salutò Lew. Camminava appoggiandosi ad un bastone. Aaron mi fece un gran sorriso. Del genere che si fa ad un grosso toro pronto a montare una bella mucca da riproduzione. Ira aveva un aspetto legnoso.

— Salve, come va Lew? Buon giorno, Ira, Aaron.

Lew sembrò molto compiaciuto del mio modo di fare.

Aspettate un poco, sporchi bastardi!

— Sei pronto ad incontrare la tua prima signora?

— Pronto come sempre, Lew — dissi e mi alzai.

— Bello fumare, vero? — disse Aaron.

Io mi tolsi la pipa di bocca: — Semplicemente delizioooso — sorrisi io. Non l’avevo nemmeno accesa, quella fottuta pipa.

Mi accompagnarono fino a Marigold Street ed arrivammo ad una casetta con le persiane gialle ed uno steccato di paletti bianchi. Lew disse — Questa è la casa di Ira. Quilla June è sua figlia.

— Niente male — dissi io con gli occhi spalancati.

Ira contrasse i muscoli della mascella.

Entrammo.

Quilla June era seduta sul divano con sua madre, una versione più anziana di lei stessa. Magra come un chiodo. — Signora Holmes — dissi, con un piccolo inchino. Lei sorrise. Un sorriso tirato, ma un sorriso.

Quilla June sedeva con le mani congiunte in grembo e le ginocchia unite. Aveva un nastro nei capelli, un nastro blu.

Andava d’accordo con i suoi occhi.

Qualcosa si agitò nel mio stomaco.

— Quilla June — dissi.

Lei alzò gli occhi: — Buongiorno, Vic.

Poi tutti ci fissammo più o meno imbarazzati, finché Ira cominciò a farfugliare di andare nella camera da letto e di farla finita con questa porcheria contro natura in modo che poi potessero andare tutti in Chiesa a pregare il Buon Dio che non ci-facesse-cadere-morti-stecchiti con un fulmine divino, o qualche altra fesseria del genere.

— Non hai detto niente, vero? — le chiesi.

Lei scosse la testa.

E tutto a un tratto non ebbi più voglia di ucciderla. Volevo stringerla. Molto forte. E lo feci. E lei pianse sul mio petto e picchiò i pugni sulla mia schiena e poi alzò lo sguardo e affastellando le parole, disse: — Oh Vic, mi dispiace, mi dispiace. Io non volevo, ho dovuto farlo, mi ci avevano mandato apposta, avevo paura, ma ti amo e adesso ti hanno portato qua sotto, e non è una cosa sporca, vero, non è come dice mio padre, vero?

La tenni stretta, la baciai e le dissi che andava tutto bene, e poi le chiesi se voleva venire via con me, e lei disse sì, sì, voleva davvero. Così le dissi che forse dovevo fare del male a suo padre per fuggire, e negli occhi le comparve un’espressione che conoscevo bene.

Con tutta la sua buona educazione, Quilla June non amava troppo quel padre biascica-rosari.

Le chiesi se non avesse in giro qualcosa di pesante, tipo un candeliere o una mazza, e lei disse di no. Così frugai nella camera da letto e trovai un paio di calzini del suo vecchio in un cassetto del comò. Tolsi le grosse palle di ottone della testiera del letto e le infilai nel calzino. Le soppesai. Oh, sì.

Lei mi guardava con gli occhi spalancati: — Che cosa vuoi fare?

— Vuoi uscire di qui?

Lei annuì.

— E allora mettiti dietro quella porta. No, aspetta un attimo, mi è venuta un’idea migliore. Vai sul letto.

Lei si distese sul letto. — Okay — dissi. — Adesso tirati su la gonna, togliti le mutandine e distendi le braccia. — Lei mi lanciò uno sguardo di puro terrore. — Fallo — dissi. — Se vuoi andartene.

Lei obbedì e io la sistemai in modo che avesse le ginocchia piegate e le cosce spalancate, poi scivolai accanto alla porta e le sussurrai: — Chiama tuo padre. Solo lui.

Lei esitò per un lungo istante, poi gridò con un tono che non aveva bisogno di contraffare: — Papà, Papà, vieni qui, per piacere! — Poi chiuse strettamente gli occhi.

Ira Holmes entrò nella stanza, diede un’occhiata, rimase a bocca aperta; io diedi un calcio alla porta e la chiusi dietro di lui, poi lo colpii più forte che potei. Barcollò, schizzando di sangue la coperta, poi cadde a terra.

Lei aprì gli occhi non appena udì il tonfo, e quando vide la scena e il sangue sulle gambe, si sporse dal letto e vomitò. Capii che non mi sarebbe stata di molto aiuto per attirare Aaron nella stanza, così aprii la porta, cacciai fuori la testa, assunsi un’aria preoccupata e dissi: — Aaron, potresti venire un momento, per favore? — Lui lanciò un’occhiata a Lew che stava discutendo con la signora Holmes su quello che succedeva nella camera da letto, e quando Lew gli fece un cenno di assenso, entrò nella stanza. Puntò lo sguardo fra le cosce di Quilla June, e poi al sangue sulla parete e sulla coperta, ad Ira sul pavimento, e aprì la bocca per gridare proprio nel momento in cui io lo colpii. Ci vollero altri due colpi per buttarlo a terra e poi gli diedi un calcio nello stomaco per metterlo fuori combattimento. Quilla June continuava a vomitare.

La presi per un braccio e la trascinai giù dal letto. Almeno era tranquilla, ma Dio se puzzava.

— Vieni!

Lei cercò di fare resistenza, ma io non mollai ed aprii la porta della camera da letto. Quando la spinsi fuori, Lew si alzò in piedi appoggiandosi al bastone. Diedi un calcio al bastone facendogli perdere l’equilibrio e lui cadde come un mucchio di stracci. La signora Holmes ci fissava, chiedendosi dove fosse il suo vecchio. — È là dentro — dissi io, dirigendomi verso la porta. — Il Buon Dio gli ha dato un colpo in testa.

Poi fummo in strada, con Quilla June che lasciava una terribile puzza dietro di sé, continuando ad avere conati di vomito e strillando, e probabilmente chiedendosi dove fossero finite le sue mutandine.

Le mie armi erano in una cassetta chiusa a chiave nell’ufficio dei Migliori Affari, e facemmo una deviazione fino alla pensione per prendere sotto il portico posteriore il piede di porco che avevo rubato al distributore. Poi tagliammo dietro alla fattoria ed entrammo nel quartiere degli affari andando dritti all’UMA. Un impiegato cercò di fermarmi e io colpii quella zucca vuota con il piede di porco. Poi forzai la serratura della cassetta nell’ufficio di Lew e presi la 45, la 30-06 e tutte le munizioni, il coltello e lo stiletto e la mia borsa e la riempii. A quel punto Quilla June era ritornata in sé.

— Dove andremo, dove andremo, oh, Papà, papà, papà…

— Ehi, ascolta, Quilla June, piantala di chiamare Papà. Hai detto che volevi stare con me… be, io vado su, baby, e se vuoi venire con me è meglio che mi resti appiccicata.

Era troppo spaventata per obiettare.

Uscii dall’ingresso del negozio ed ecco quella scatola verde di sentinella che arriva a razzo. I cavi erano fuori, ma i guanti non c’erano più. Aveva degli uncini.

Mi lasciai cadere su di un ginocchio, arrotolai la cinghia del 30-06 sul braccio, presi la mira e sparai al grande occhio sul davanti. Un colpo solo, spang!

Colpito all’occhio, l’aggeggio esplose in una cascata di scintille e la scatola verde piegò di lato sfondando la vetrina del Mill End Shoppe, stridendo e gemendo e riempiendo il negozio di scintille e fiamme. Carino.

Afferrai Quilla June per un braccio e mi diressi verso l’estremità sud di Topeka. Era l’uscita più vicina che avessi trovato durante le mie esplorazioni e ci arrivammo in circa quindici minuti, ansanti e deboli come gattini.

Ed eccolo là.

Il grosso condotto di aerazione.

Forzai le ganasce con il piede di porco e ci arrampicammo all’interno. C’erano delle scale a pioli che salivano verso l’alto. Era ovvio che ci fossero. Riparazioni, pulizie. Dovevano esserci. Cominciammo ad arrampicarci. Ci volle molto, molto tempo.

Dietro di me, Quilla June continuò a domandarmi tutte le volte che diventava troppo stanca per arrampicarsi: — Vic, mi ami? — Continuai a risponderle di sì. Non solo perché l’amavo davvero. L’avrebbe aiutata a salire.

IX

Uscimmo ad un chilometro dallo scivolo di accesso. Sparai alle calotte dei filtri e ai bulloni del portello e ci arrampicammo fuori. Avrebbero dovuto essere più furbi, là sotto. Non si fotte Jimmy Cagney.

Non si può.

Quilla June era esausta. Non la biasimavo. Ma non volevo passare la notte all’aperto; c’erano cose là fuori che non avrei voluto incontrare nemmeno di giorno. Stava diventando buio.

Ci dirigemmo verso lo scivolo di accesso.

Blood stava aspettando.

Sembrava debole, ma aveva aspettato.

Mi chinai e gli sollevai la testa. Lui aprì gli occhi e disse: — Ehi! — molto debolmente.

Gli sorrisi. Gesù, era bello vederlo. — Siamo ruisciti a tornare.

Cercò di alzarsi ma non ci riuscì. Le ferite erano in uno stato terribile. — Hai mangiato? — chiesi.

— No. Ho preso una lucertola ieri… o forse era l’altro ieri. Ho fame, Vic.

A quel punto Quilla si avvicinò, e lui la vide. Chiuse gli occhi. — È meglio che ci sbrighiamo, Vic. Possono salire dallo scivolo.

Cercai di sollevare Blood. Era un peso morto. — Ascolta, Blood, andrò a piedi in città e prenderò del cibo. Tornerò presto. Tu aspetta qui.

— Non andare, Vic — disse. — Ho fatto una ricognizione il giorno dopo che tu sei sceso sotto. Hanno scoperto che non siamo arrostiti in quella palestra. Non so come. Forse i loro bastardi hanno fiutato la traccia. Sono rimasto di guardia e loro non hanno cercato di inseguirci. Non li biasimo. Tu non sai cosa vuol dire stare qui fuori di notte, ragazzo… tu non sai…

Ebbe un fremito.

— Calma, Blood.

— Ma ci danno la caccia in città, Vic. Non possiamo ritornarci. Dovremo trovare qualche altro posto.

Questo cambiava le cose. Non potevamo tornare, e con Blood in quelle condizioni non potevamo andare avanti. E io sapevo, com’è vero che sono un singolo, che senza di lui non ce l’avrei fatta. E qui non c’era niente da mangiare. Lui doveva avere del cibo, subito, e delle cure. Dovevo fare qualcosa. Subito.

— Vic — la voce di Quilla June era acuta e lamentosa, — muoviti! Se la caverà. Noi dobbiamo fare in fretta.

La guardai. Il sole stava tramontando. Blood tremava nelle mie braccia.

Lei assunse un’espressione imbronciata. — Se mi ami, vieni!

Non avrei potuto farcela da solo qua fuori senza di lui. Lo sapevo. Se l’amavo. In quella caldaia mi aveva chiesto: sai che cos’è l’amore?

X

Era un fuoco piccolo, non abbastanza grande per essere individuato da qualche banda dai sobborghi della città. Niente fumo. E dopo che Blood ebbe mangiato la sua parte, lo trasportai al condotto dell’aria un chilometro più in là e passammo la notte lì dentro, su di un piccolo ripiano. Lo tenni stretto tra le braccia, tutta la notte. Il mattino dopo lo curai a dovere. Ce l’avrebbe fatta; era forte.

Mangiò di nuovo. Era rimasta un sacco di roba dalla notte precedente. Io non mangiai. Non avevo fame.

Quel mattino ci mettemmo in marcia attraverso quella zona sconvolta e desolata. Avremmo trovato un’altra città. Ce l’avremmo fatta.

Dovevamo andare piano, perché Blood zoppicava ancora. Ci volle parecchio prima che smettessi di sentire le parole di lei risuonarmi nella testa. E mi chiedevano, mi chiedevano: sai che cos’è l’amore?

Certo che lo so.

Un ragazzo ama il suo cane.