/ Language: Italiano / Genre:sf / Series: Urania

Le stelle nelle mani

Harry Harrison

Esiste oggi, per uno scienziato, la possibilità di controllare l’uso delle sue scoperte? L’uomo che scompare dal suo laboratorio di Tel Aviv all’inizio di questo romanzo, non si fa molte illusioni al riguardo. Tenta ugualmente, con uno dei paesi più pacifici e democratici che l’Europa conosca: la piccola Danimarca. E subito tutti i servizi segreti delle grandi potenze sono in allarme. La quieta Copenhagen si trova da un giorno all’altro nell’occhio del ciclone. Ciò che le spie, gli agenti, gli informatori riescono a ricostruire non è molto e non ha molto senso: un’esplosione, una nave danneggiata in porto, un certo numero di alte personalità danesi ferite. Non si vede bene quale nesso ci sia tra questo fiasco e le stelle. Eppure, sott’acqua, si sta preparando qualcosa di fantastico.

Harry Harrison

Le stelle nelle mani

1

L’esplosione che distrusse la parete ovest del laboratorio di fisica dell’Università di Tel Aviv non ferì seriamente il professor Arnie Klein, che in quel momento lavorava nel locale. Un solido banco d’acciaio l’aveva protetto riparandolo dallo spostamento d’aria e dai frammenti volanti, e lui era caduto a terra cavandosela con un piccolo taglio su una guancia.

Quando si rialzò, comprensibilmente scosso, il professore si passò una mano sulla faccia e guardò allibito la punta delle dita sporche di sangue. Quell’angolo di laboratorio era ridotto a un mucchio di macerie e di resti contorti, da cui salivano qua e là sottili spirali di fumo o di polvere.

Il fuoco! Quel pensiero lo scosse. L’apparecchiatura era andata distrutta, ma la relazione dell’esperimento e gli appunti potevano forse essere salvati. Si aggrappò disperatamente a un cassetto contorto dall’esplosione, e tirò finché quello, cigolando, si aprì. Dentro c’era una cartelletta, frutto prezioso di alcune settimane di lavoro. E vicino a questa ce n’era un’altra, dello spessore di quindici centimetri, che conteneva sei anni di fatiche. Le afferrò entrambe e, poiché sulla parete lì accanto si era aperta una comoda breccia, pensò bene di uscire da quella parte. Prima di tutto bisognava mettere al sicuro i documenti: era la cosa più importante.

Il vialetto che portava al retro dell’edificio veniva usato di rado e, nel calore afoso di quel pomeriggio, era deserto. Prima sarebbe stato materialmente impossibile prendere quella scorciatoia, uscendo dal laboratorio, ma ora si poteva arrivare direttamente fino al dormitorio della facoltà. La cartelletta sarebbe stata al sicuro, in camera sua: era una buona idea.

Affrettò il passo, per quanto lo permetteva il cocente vento che spirava dall’Africa. Era talmente assorto nei suoi pensieri, che non si rese conto del fatto che nessuno si era accorto di lui.

A molti, Arnie Klein sembrava lento di comprendonio, ma si sbagliavano… Era semplicemente incapace di seguire più di un’idea per volta, e doveva rimuginarla metodicamente per spremerne fino all’ultima goccia di nutrimento, La sua mente lavorava con precisione straordinaria, macinando tutto con una finezza incredibile. Soltanto grazie a questa sua singolare capacità era potuto restare per sei anni fisso nella stessa direzione e cioè su una complessa catena di ipotesi matematiche fondate soltanto su un’anomalia gravimetrica e una possibile ambiguità in una delle equazioni della teoria di campo di Einstein.

Ora la sua mente era intenta a seguire una nuova linea di pensiero, che aveva già preso in considerazione in precedenza, ma a cui l’esplosione aveva dato un carattere di forte probabilità. E, come al solito, quando si trovava profondamente assorto in meditazione, il suo corpo continuava a svolgere le azioni abituali senza che il suo «io» cosciente se ne rendesse conto. Arrampicandosi sulle macerie, si era impolverato le mani e gli abiti; e poi, aveva il viso sporco di sangue. Si spogliò come un automa, fece una doccia, ripulì la ferita e vi applicò un piccolo cerotto. Solo quando cominciò a rivestirsi, il suo «io» cosciente fece di nuovo capolino. Invece di infilarsi un paio di calzoncini puliti, prese i pantaloni del vestito leggero e li indossò. Infilò una cravatta nella tasca della giacca, poi posò quest’ultima sullo schienale di una sedia. Dopo di che si fermò, in silenzio, per tirare le conclusioni logiche di quella sua nuova idea. Era un uomo di oltre cinquant’anni, ordinato, con i capelli brizzolati e l’aria del tutto comune… Questo, prescindendo dal fatto che riuscì a starsene in piedi, immobile e senza battere le palpebre, per ben dieci minuti, cioè fino a che non ebbe raggiunto la conclusione voluta.

Per il momento, Arnie non sapeva con certezza quale fosse la scelta più saggia; conosceva, però, le possibili alternative. Aprì, dunque, la sua valigetta ancora posata sul tavolino dove l’aveva messa al suo ritorno dal congresso di Fisica di Belfast, la settimana precedente, e prese il libretto di traveler’s checks della Thomas Cook & Sons. Era ben fornito, perché allora aveva creduto di dover anticipare l’importo del biglietto dell’aereo, che gli sarebbe poi stato rimborsato in un secondo tempo; invece i biglietti gli erano arrivati a casa, già pagati. Infilò nella valigia le cartellette e il passaporto, che aveva i visti ancora validi. Nient’altro. Poi, con la giacca accuratamente ripiegata sul braccio e la valigetta stretta in mano, scese le scale e si diresse verso la banchina. Neanche un minuto dopo, due studenti, sudati e ansanti, tempestavano di colpi la porta della sua stanza.

Quando si fu allontanato dal campus, il vento ormai libero, che soffiava senza sosta, gli asciugò sul corpo ogni goccia di umidità. Dapprima Arnie non ci fece caso, ma, in Dizengoff Road, passando davanti ai caffè, si accorse di avere la lingua arida ed entrò nel locale più vicino. Era il Casit, un ritrovo da bohemien. Nessuno, tra la folla variopinta, gli prestò attenzione quando sedette a un tavolino per bere una bibita.

Fu proprio lì che la catena dei suoi pensieri gli si svolse davanti in tutta la sua lunghezza, permettendogli di prendere una decisione liberamente, senza essere costretto da alcuna influenza esterna e senza immaginare che si stessero organizzando frenetiche ricerche per ritrovarlo.

Infatti l’ondata di costernazione partita dall’epicentro dell’università andava diffondendosi ovunque. Dapprima si era pensato che Klein fosse rimasto sepolto sotto le macerie ammassate dall’esplosione misteriosa, ma dopo un rapido lavoro di scavo l’idea era stata abbandonata. Poi era risultato evidente che doveva essersi fermato in camera sua, dove si erano ritrovati il vestito sporco e macchie di sangue. Non si sapeva più che cosa pensare: era forse ferito e vagava in preda allo choc? Era stato rapito? Le ricerche si allargarono, anche se, naturalmente, non sfiorarono mai il caffè Casit…

All’interno del Casit, intanto, Arnie si alzava dal suo tavolino, contava accuratamente il denaro per pagare la bibita, e usciva.

Ancora una volta lo assisté la fortuna. Vide un tassì che aveva appena accompagnato un cliente al caffè accanto, un locale molto elegante, e ci si infilò mentre la portiera era ancora aperta.

— All’aeroporto di Lydda — disse. E ascoltò pazientemente, mentre l’autista gli spiegava che stava per iniziare il suo turno di riposo, che aveva bisogno di altra benzina, che il tempo non prometteva niente di buono e via dicendo… Comunque, Arnie non perse tempo, perché, una volta presa la decisione, aveva capito che, agendo rapidamente, avrebbe evitato una quantità di cose spiacevoli.

Mentre imboccavano la strada per Gerusalemme, incrociarono due auto della polizia lanciate a velocità pazzesca nella direzione opposta.

2

La hostess dovette toccargli il braccio con discrezione per attrarre la sua attenzione.

— Signore, prego, la cintura. Tra pochi minuti si atterra.

— Sì, certo — disse Arnie. Solo ora si accorgeva che le scritte con l’invito ad allacciare la cintura di sicurezza e a non fumare erano accese.

Il tempo era trascorso con rapidità incredibile, per lui. Ricordava vagamente che gli era stato servito il pranzo, anche se non rammentava più che cosa avesse mangiato. Dopo il decollo dall’aeroporto di Lydda, era sprofondato in nuovi calcoli, prendendo l’avvio da quell’ultimo esperimento d’importanza vitale. E il tempo era volato.

Con maestosa lentezza, il grosso reattore 707 si inclinò su un’ala in una superba virata, e la luna si spostò come un faro nel cielo. Le nubi sottostanti si illuminarono, formando un paesaggio solido e tuttavia irreale. L’aereo perse quota, volò per un poco sopra lo strato di nuvole, poi ci si tuffò dentro. Le gocce di pioggia rigavano l’esterno dei finestrini formando rigagnoli capricciosi. La Danimarca umida e scura aspettava, là sotto. Arnie vide che il suo taccuino, aperto a una pagina piena di equazioni buttate giù frettolosamente, era posato sul tavolino davanti a lui. Lo infilò nel taschino della giacca e ripiegò il piano di legno. Alcuni punti luminosi apparvero all’improvviso attraverso la pioggia e si scorsero le acque scure dell’Øresund. Un attimo dopo, apparve la pista e l’aereo atterrò nell’aeroporto di Kastrup.

Arnie attese pazientemente che tutti gli altri passeggeri fossero scesi. Erano per lo più danesi di ritorno dalle vacanze nei paesi del sole, con facce rosse, raggianti e così tonde che sembravano sul punto di scoppiare. Stringevano in mano borse di paglia o altri ricordi orientali, come cammelli di legno, piastre di ottone, tappetini, e tutti avevano l’immancabile fiaschetta di liquore che gli addetti alla dogana lasciavano passare senza soprattassa. Arnie scese per ultimo. La porta dell’abitacolo del pilota era aperta, e quando lui ci passò davanti vide uno sgabuzzino scuro, stipato di quadranti scintillanti e di interruttori. Il comandante, un tipo alto e biondo, dalla mascella imponente, gli sorrise. Capitano Nils Hansen stava scritto sul distintivo, sopra le ali d’oro.

— Spero che abbiate fatto buon viaggio — disse l’ufficiale in inglese, la lingua internazionale delle linee aeree.

— Davvero ottimo, grazie. — Arnie aveva un distintissimo accento da public school britannica, del tutto contrastante con il suo aspetto esteriore. Ma aveva trascorso gli anni della guerra a Winchester, in una scuola inglese, e la sua pronuncia ne era stata segnata per sempre.

Gli altri passeggeri se ne stavano ordinatamente in coda davanti agli sportelli della dogana, passaporto in mano. Arnie fu lì lì per raggiungerli, poi si ricordò che lui aveva un biglietto per Belfast e che gli mancava il visto danese. Imboccò un corridoio dalle pareti di vetro, si diresse verso la sala d’aspetto, dove sedette sopra uno dei sedili di cuoio nero con cromature, tenendo la valigetta tra le gambe. Con uno sguardo fisso nel vuoto, pensò a cosa gli convenisse fare. Dopo pochi minuti si scosse e sbatté le palpebre: aveva preso una decisione. Si guardò intorno. C’era un poliziotto che camminava su e giù per la sala, imponente nella sua divisa dagli stivaloni di cuoio e dal largo berretto. Arnie gli si avvicinò, e i suoi occhi vennero a trovarsi quasi allo stesso livello del distintivo d’argento sulla spalla dell’altro.

— Desidero vedere il capo della sezione locale del servizio di sicurezza, se non vi spiace.

L’agente lo guardò dall’alto in basso, con aria professionale.

— Se volete dire a me di che si tratta…

— Dette kommer kun mig og den vaght avende officer ved. Så må jeg tale med han?

L’inaspettato flusso di parole nella sua lingua sorprese l’agente.

— Siete danese? — domandò.

— Non importa la mia nazionalità — continuò Arnie, sempre nella stessa lingua — posso dirvi soltanto che ciò riguarda la sicurezza nazionale e che la cosa più saggia che possiate fare è di mettermi in contatto con la persona responsabile di queste cose.

Il poliziotto cominciò a cedere. L’ometto parlava con tanta naturalezza che non si poteva fare a meno di credergli.

— Allora venite con me — disse. E, in silenzio, fece strada lungo una stretta balconata che correva in alto sopra la sala principale dell’aeroporto, tenendo d’occhio lo straniero perché non tenr tasse di sparire nell’umida libertà della notte di Kastrup.

— Prego, accomodatevi — disse il capo dei servizi di sicurezza, quando l’agente gli ebbe spiegato la situazione. Era rimasto seduto dietro la sua scrivania, mentre ascoltava, e i suoi occhi avevano fissato Arnie con insistenza, quasi volesse imprimersi bene nella mente il suo aspetto attraverso le lenti rotonde di un paio di occhiali montati in acciaio.

— Løitnant Jørgensen — si presentò, quando la porta si fu richiusa e si trovarono soli.

— Arnie Klein.

— Må jeg se Deres pas?

Arnie gli allungò il passaporto e l’altro lo guardò, stupito, vedendo che non era danese.

— Siete israeliano, allora! Sentendovi parlare, avevo creduto… — Arnie non rispose e l’altro sfogliò rapidamente il documento, posandolo poi aperto sulla scrivania.

— Mi sembra tutto regolare, professore. Che posso fare per voi?

— Voglio fermarmi in questo paese. Ora.

— Questo è impossibile. Siete qui di passaggio. Non avete il visto. Vi consiglio di arrivare a destinazione e di rivolgervi al console danese di Belfast. Vi rilascerà il visto in un giorno, due al massimo.

— Voglio fermarmi in Danimarca subito. Per questo ho chiesto di parlare con voi perché siate tanto cortese da sistemare la cosa. Sono nato a Copenaghen e sono cresciuto a una quindicina di chilometri da qui. Non dovrebbero esserci difficoltà.

— Sono certo che non ce ne saranno. — L’uomo gli tese il passaporto. — Ma qui, ora, non si può fare proprio niente. A Belfast…

— Sembra che non abbiate capito. — La voce di Arnie era tranquilla come l’espressione del suo viso, ma le parole erano cariche di significato. — Devo assolutamente fermarmi nel paese ora, stanotte. Dovete trovare un sistema. Chiamate i vostri superiori. C’è la faccenda della duplice nazionalità. Sono danese quanto voi.

— Può darsi. — C’era una sfumatura di esasperazione nella voce dell’altro, adesso. — Io però non sono anche cittadino israeliano e voi sì. Temo proprio che dovrete salire sul prossimo aereo…

Le sue parole rimbalzarono nel silenzio profondo: Arnie non le ascoltava. Aveva posato sulle ginocchia la sua valigetta e l’aveva aperta. Poi aveva estratto una rubrica per indirizzi che stava sfogliando attentamente.

— Non vorrei sembrare eccessivo, ma posso affermare che la mia presenza qui ha un’importanza nazionale. Volete, per favore, chiamare questo numero e chiedere del professor Ove Rude Rasmussen? Ne avete sentito parlare?

— Naturalmente. È un Premio Nobel. Ma non si può disturbarlo a quest’ora…

— Siamo vecchi amici, non se ne avrà a male. E ci sono ragioni abbastanza serie da giustificare la, telefonata.

Era passata l’una del mattino e Rasmussen, sentendo lo squillo del telefono, grugnì come un orso disturbato durante l’ibernazione.

— Chi è? Cosa diavolo significa… Sa for Satan!… Sei proprio tu, Arnie. Da dove diavolo telefoni? Da Kastrup? — Poi ascoltò pazientemente, mentre l’altro gli esponeva la situazione.

— Allora, vuoi aiutarmi? — domandò Arnie.

— Ma sicuro! Anche se non so che cosa si possa fare. Aspettami lì. Mi infilo i pantaloni e sono da te.

Passarono tre quarti d’ora. Jørgensen incominciava a sentirsi a disagio in quel silenzio, con lo sguardo vuoto di Arnie fisso al calendario appeso alla parete. Si mise, dunque, con attenzione esagerata, ad aprire un nuovo pacchetto di tabacco; poi si accinse ad accendere la pipa. Se anche Arnie gli fece caso, non lo diede certo a vedere: aveva ben altro a cui pensare. Quando qualcuno bussò alla porta, Jørgensen quasi si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo.

— Arnie… sei proprio tu!

Rasmussen era come nelle foto pubblicate dai giornali: un tipo magro, col viso incorniciato da una barba ricciuta, e senza baffi. I due uomini si strinsero vigorosamente la mano e ci mancò poco che non cadessero l’uno nelle braccia dell’altro, mentre le rispettive facce si illuminavano di un cordiale sorriso.

— Adesso dimmi che cosa diavolo fai qui e perché mi hai tirato giù dal letto a un’ora così impossibile, in una notte così schifosa!

— Devo parlarti da solo.

— D’accordo. — Rasmussen si guardò intorno, e accorgendosi solo allora della presenza di Jørgensen, domando: — Dove possiamo trovare un luogo sicuro per parlare?

— Potete restare in questo ufficio, se volete. Vi posso garantire che è sicurissimo.

Entrambi accettarono, senza accorgersi della sfumatura di ironia che faceva capolino in quelle parole.

Sbattuto fuori dal proprio ufficio!… Che cosa stava accadendo? Jørgensen rimase lì per ben dieci minuti ad aspettare, in corridoio, fumando rabbiosamente la pipa e premendoci dentro il tabacco con il pollice calloso. Poi la porta si spalancò. Rasmussen comparve sulla soglia, col colletto della camicia slacciato e uno sguardo eccitato negli occhi. — Entrate! Entrate! — E quasi trascinò l’altro dentro la stanza, impaziente che la porta venisse subito richiusa.

— Dobbiamo vedere immediatamente il primo ministro! — E prima che Jørgensen, allibito, potesse rispondergli, aggiunse: — No, no! Non è il caso. A quest’ora della notte… — Cominciò a passeggiare concitato su e giù, con le mani dietro la schiena, intrecciando e sciogliendo di volta in volta le dita contratte. — Basterà farlo domani. Prima di tutto, Arnie, dobbiamo tirarti fuori di qui e portarti a casa mia. — Si fermò e fissò il responsabile locale del servizio di sicurezza.

— Chi è il vostro superiore?

— L’ispettore Anders Krarup, ma…

— Non lo conosco, non servirebbe a niente. Aspettate: il vostro dipartimento, il ministro…

— Andresen.

— Già, Svend Andresen. Te lo ricordi, Arnie?

Klein ci pensò su, poi scosse la testa.

— Il piccolo Anders! Ora deve essere notevolmente cresciuto! Era nella classe dopo la nostra, quando andavamo alla Krebs’ Skole… Quello che cadde in una buca nel ghiaccio, sul Sortedamsø.

— Non finii quel trimestre. Fu allora che andai in Inghilterra.

— Già, quei bastardi dei nazisti! Ma lui certo si ricorda di te e mi crederà sulla parola se gli dico che si tratta di una cosa importante. Tra un’ora potrai uscire di qui. Un bicchiere di snaps, e subito a nanna!

Ci volle ben più di un’ora e fu necessaria la visita del ministro Andresen, dall’aria non proprio soddisfatta, con relativo segretario svegliato in fretta e furia, prima che la faccenda fosse sistemata. Il piccolo ufficio si riempì di pezzi grossi, dell’odore della lana bagnata e del fumo dei sigari, prima che l’ultimo documento fosse debitamente timbrato e firmato… Solo allora Jørgensen rimase finalmente solo; era stanco e perplesso per gli avvenimenti accaduti durante la notte, e in testa gli rintronava ancora l’ordine che il ministro gli aveva mormorato all’orecchio dopo averlo tirato un attimo in disparte.

— Dimenticate tutto quanto è successo — aveva detto, deciso — è l’unica cosa che dovete fare. Non avete mai sentito parlare del professor Arnie Klein e, per quanto ne sapete voi, non è mai entrato nel nostro paese. Direte così a «chiunque» vi domandi qualcosa.

E chi avrebbe dovuto domandarglielo? E poi, perché tanta agitazione?

3

— Insomma, non voglio riceverli — disse Arnie, in piedi accanto all’alta finestra che dava sul parco attiguo all’università. Le querce cominciavano già a cambiare colore: l’autunno arriva presto in Danimarca. Tuttavia lo scenario di foglie d’oro e tronchi scuri stagliati contro il pallido cielo nordico era piacevolmente animato: batuffolini di nuvole bianche si muovevano con grazia dignitosa sopra i tetti di tegole rosse della città, e gli studenti si avviavano frettolosi lungo i sentieri verso le aule.

— Sarebbe tutto più facile, se tu accettassi — disse Ove Rasmussen, seduto alla grande scrivania, nel suo studio di professore, con tutti i suoi diplomi e i suoi attestati di merito incorniciati e appesi alla parete come insegne araldiche. Poi, abbandonandosi contro lo schienale della profonda sedia rivestita di cuoio, si voltò a guardare l’amico ritto accanto alla finestra.

— È davvero tanto importante? — domandò Arnie girandosi, le mani sprofondate nelle tasche del camice bianco da laboratorio. Sulla manica si notavano macchie di unto e sul polsino spiccava un foro orlato di bruno, prodotto dalla scintilla di un saldatore di rame.

— Temo proprio di sì. I tuoi soci israeliani sono impazienti di sapere che cosa ti è successo. Hanno ricostruito i tuoi spostamenti con l’aiuto di un tassista. Hanno scoperto che sei partito per Belfast con un volo della SAS, ma che non sei mai arrivato là. E poiché l’unica fermata intermedia era qui, a Copenaghen, è stato impossibile nascondere la tua attuale residenza, anche se, come mi è stato detto, il personale dell’aeroporto li ha tenuti a bada per un bel pezzo.

— Quel Jørgensen avrebbe fatto meglio a guadagnarsi lo stipendio che si mette in tasca…

— È proprio quello che ha tentato di fare. È stato tanto caparbio che per poco non è scoppiato un incidente internazionale, prima che il ministro degli interni ammettesse che eri qui. Ora insistono per parlare con te.

— E perché, poi? Sono un libero cittadino e posso andare dove mi pare.

— E tu diglielo! Si sono lasciati sfuggire oscuri accenni a un rapimento…

— Cosa? Credono che i danesi siano arabi, o qualcosa del genere?

Ove scoppiò a ridere, contorcendosi sulla sedia, mentre Arnie si avvicinava, furente, e si fermava davanti alla scrivania.

— No, niente di simile — rispose. — Sanno, per via ufficiosa, che tu sei venuto qui spontaneamente e che nessuno ti ha torto un capello. Ma sono curiosi di sapere perché lo hai fatto, e decisi a non andarsene senza avere avuto una risposta. Proprio ora c’è una commissione ufficiale al Royal Hotel. Dicono che rilasceranno dichiarazioni alla stampa, se non potranno vederti.

— Questo non deve succedere — mormorò Arnie, preoccupato.

— È quello che pensiamo anche noi. Ecco perché ti si prega di ricevere gli israeliani e di confermare che tu stai benone e che possono tornarsene a casa col prossimo volo. Nient’altro.

— Non ho alcuna intenzione di aggiungere altro! E chi hanno mandato?

— Quattro persone, ma credo che tre siano soltanto comparse. Mi sono intrattenuto con loro quasi tutta la mattina, e ho potuto constatare che l’unico che avesse una certa autorità era il generale Gev…

— Buon Dio! Proprio lui!

— Lo conosci?

— Anche troppo bene. E lui conosce me. Preferirei parlare con chiunque altro.

— Temo proprio che non ti sarà possibile. Gev è lì fuori, che aspetta di vederti. Ha dichiarato che, se non riuscirà a parlare con te, si rivolgerà immediatamente alla stampa.

— E gli puoi credere. Ha imparato a combattere nel deserto. La miglior difesa è l’attacco! È meglio accontentarli e farla finita. Ma non lasciarmi solo con lui più di quindici minuti. Sarebbe capace di convincermi a seguirlo.

— Ne dubito. — Ove si alzò e indicò la sua sedia. — Siediti lì, e metti la scrivania fra voi due. Dà sempre una certa impressione di forza. E poi, lui dovrà sedersi sulla sedia di quando ero studente, che è dura come la pietra.

— Se anche fosse un cactus, quello non farebbe una piega — rispose Arnie, depresso. — Tu non lo conosci come lo conosco io.

La porta si richiuse, e ci fu silenzio. Di quando in quando, il richiamo gioioso di qualche studente penetrava attutito attraverso i doppi vetri della finestra. Nell’interno della stanza si poteva udire distintamente il tic-tac dell’orologio di Bornholm. Arnie fissava senza vederle le proprie mani posate sulla scrivania davanti a sé, e si domandava che cosa avrebbe risposto a Gev. Doveva sbottonarsi il meno possibile.

— Una bella distanza da Tel Aviv — disse all’improvviso una voce, in un ebraico gutturale. Arnie alzò lo sguardo sbattendo le palpebre, e vide che Gev era già entrato e aveva richiuso la porta. Il generale indossava abiti borghesi, ma li portava con la rigidezza di un’uniforme militare. Il suo viso era abbronzato, solcato dalle rughe e scuro come il legno di noce: la lunga cicatrice che gli attraversava la guancia partendo dalla fronte sollevava l’angolo della bocca in un perpetuo mezzo sorriso.

— Entrate, Avri, entrate. Accomodatevi.

Gev ignorò l’invito e attraversò la stanza a lunghi passi, come per una parata militare; poi si fermò davanti ad Arnie, torreggiandogli sopra, come se il professore fosse un subalterno sorpreso con la divisa in disordine.

— Sono venuto per riportarvi a casa, Arnie. Siete uno dei nostri maggiori scienziati e il paese ha bisogno di voi.

Nessuna incertezza, nessun appello ai sentimenti di Klein, ai suoi parenti o amici. Il generale Gev aveva impartito un ordine, nello stesso tono con cui aveva comandato ai carri armati, ai reattori, ai soldati di lanciarsi all’assalto. Doveva essere ubbidito. Per poco Arnie non si alzò dalla sedia e lo seguì, tanto era imperioso quel comando; ma ormai aveva preso la sua decisione, e non ci sarebbe tornato sopra mai più.

— Mi spiace Avri, ma qui sono e qui ho intenzione di restare.

Gev se ne stava eretto, con lo sguardo fiammeggiante e le braccia penzoloni lungo i fianchi; ma le dita erano contratte come se stessero per protendersi, afferrare Arnie materialmente e tirarlo in piedi. Poi, con immediata decisione, si voltò, sedette sulla sedia che l’aspettava e accavallò le gambe. Il suo assalto frontale era stato respinto; voltò il fianco e si accinse ad attaccare un settore più vulnerabile. Senza mai staccare lo sguardo dal professore, prese di tasca un portasigarette d’oro tanto grande da apparire volgare, e lo aprì con uno scatto. Dentro era raffigurata, in smalto, la bandiera della Repubblica Araba Unita, con le due stelle verdi ricavate da smeraldi. Un foro di proiettile attraversava, senza slabbrature, l’astuccio.

— C’è stata un’esplosione nel vostro laboratorio — disse Gev. — Eravamo molto preoccupati. Dapprima abbiamo pensato che foste morto, poi ferito, poi… che vi avessero rapito. I vostri amici sono stati molto in pena…

— Non era nelle mie intenzioni.

— …e non solo gli amici, anche il governo. Voi siete israeliano e lavoravate per Israele. Manca una cartelletta. Il frutto del vostro lavoro è stato sottratto al vostro paese.

Gev accese una sigaretta e aspirò profondamente, proteggendone l’estremità accesa con le mani unite a coppa, col gesto caratteristico dei militari. Il suo sguardo non abbandonava mai la faccia di Arnie, e il viso era impassibile come una maschera; gli occhi però, erano accusatori, penetranti. Arnie allargò le mani in un gesto goffo, poi le strinse di nuovo, sul piano della scrivania.

— Non è stato sottratto. Si tratta di roba mia, e io me la sono portata dietro quando sono partito. Quando sono partito di mia spontanea volontà per venire qui! Sono spiacente che voi… abbiate una cattiva opinione di me. Ma ho fatto quello che dovevo fare.

— Di che appunti si trattava? — La domanda risuonò fredda e dura, penetrando in profondità.

— Erano… il mio lavoro. — Arnie si sentiva aggirato, sconfitto e non poteva rifugiarsi nel silenzio.

— Suvvia, Arnie. Non è una risposta esauriente. Voi siete un fisico, e il vostro lavoro è attinente alla fisica. Non possedevate esplosivi, eppure siete riuscito a far saltare in aria un’attrezzatura del valore di parecchie migliaia di sterline. Che cosa avete inventato?

Il silenzio si protrasse, e il professore non poté far altro che fissare desolato le proprie mani contratte, con le nocche che impallidivano sempre più. La parole di Gev incalzavano, spietate.

— Perché questo silenzio? Avete paura? Non avete nulla da temere da parte di Israele, che è la vostra patria. I vostri amici, il vostro lavoro, la vostra vita sono là. Avete sepolto là vostra moglie. Diteci che cosa non va, e vi aiuteremo. Venite da noi, e vi aiuteremo.

Le parole di Arnie caddero come pietre fredde nel silenzio pesante.

— Io… non posso.

— Dovete. Non avete possibilità di scelta. Siete un israeliano e il frutto del vostro lavoro è israeliano. Siamo circondati da un mare di nemici… e ogni uomo, ogni pezzo di materiale, ha un’importanza vitale per la nostra esistenza. Avete scoperto qualcosa di possente, qualcosa che ci aiuterà a sopravvivere. Volete sottrarcelo e vederci perire tutti? Città e sinagoghe rase al suolo, trasformate in deserto? È questo che volete?

— Sapete che non è vero! Gev, lasciatemi in pace, uscite di qui e tornatevene…

— No, non lo farò! Non vi lascio in pace. Sono la voce della coscienza. Tornate a casa. Vi accoglieremo con gioia. Aiutate noi, ora, come noi vi abbiamo aiutato!

— No!!! È proprio questo che non posso fare! — Le parole gli uscirono faticosamente dalla bocca, in un ansito di pena. Poi Arnie continuò rapidamente, come se la diga che arginava i suoi sentimenti avesse ceduto e non potesse più fermarli.

— Ho scoperto qualcosa… ma non vi dirò come, né perché, né che cosa… Una forza. Chiamatela una forza, qualcosa che forse è, o che potrebbe diventare, più potente di tutto ciò che oggi conosciamo; e che, data la sua natura, potrà essere impiegata in bene o in male, se riuscirò a dominarla. E credo che questo mi sarà possibile. Voglio che sia usata per il bene…

— Dunque Israele sarebbe il male! Come osate insinuarlo?

— No, ascoltatemi fino in fondo. Non ho detto questo. Voglio dire soltanto che Israele… Nessuno sta dalla sua parte! Pensate al petrolio. Gli arabi hanno il petrolio. Russi e americani lo vogliono e sono pronti a tutto pur di ottenerlo. Nessuno si preoccupa di Israele, tranne gli arabi, che vorrebbero vederla distrutta, e le grandi potenze mondiali, che desiderano trovare il modo di estrarsi senza far rumore quella spina nel fianco. Il petrolio! Scoppierà la guerra, accadrà qualcosa, e se voi aveste… «quella»… quella cosa di cui stiamo parlando, la usereste per distruggere. Magari con le lagrime agli occhi, ma la usereste… E sarebbe un male terribile!

— Allora — mormorò il generale in un soffio — per il vostro orgoglio, per la vostra ambizione personale, voi ci sottraete questa forza e starete a vedere il vostro paese perire? Nel vostro supremo egocentrismo vi ritenete più qualificato a prendere decisioni politiche che non i rappresentanti eletti dal popolo? Vi ponete sopra un piedestallo. Siete unico e vi ritenete in grado di decidere cose importanti meglio di tutti gli altri comuni mortali. Certo dovete credere nella tirannia assoluta, nella vostra tirannia. La vostra arroganza, vi ha trasformato in un piccolo Hitler…

— Tacete! — gridò Arnie, rauco, alzandosi a metà dalla sedia. Cadde il silenzio. Poi lo scienziato tornò a sedersi, lentamente, con la faccia in fiamme e le tempie che gli martellavano come una mitragliatrice. Dovette fare un grande sforzo su se stesso per parlare con calma.

— E va bene. Avete detto alcune cose giuste. Se intendete affermare che io non credo più nella democrazia, ditelo pure. È proprio così, almeno in questo settore. Ho preso da solo una decisione, e la responsabilità è tutta mia e mia soltanto. Forse si tratta di una scusa, ma preferisco considerare ciò che ho fatto un atto di umanità…

— Anche l’eutanasia è un atto umanitario — replicò Gev, con voce incolore.

— Certo, avete ragione. Non ho proprio attenuanti. Ho agito di mia spontanea volontà e assumo ogni responsabilità del mio operato.

— Anche se Israele verrà distrutto per la vostra imprudenza?

Arnie aprì la bocca per rispondere, ma non uscirono parole. Che cosa c’era da dire? Gev l’aveva accerchiato da ogni parte: la ritirata era impossibile; le difese, distrutte. Che altro poteva fare, se non arrendersi? Gli restava soltanto la convinzione di aver agito bene, guardando al futuro. Una convinzione, però, che aveva il terrore di analizzare meglio, per paura di scoprirla falsa. Il silenzio si faceva sempre più fondo, e un’immensa tristezza avvolse Arnie, che si abbandonò sulla sedia.

— Faccio ciò che devo fare — disse, finalmente, con voce rauca per l’emozione. — Non tornerò. Ho lasciato Israele volontariamente, come volontariamente ci ero andato. Non avete nessun potere su di me, nessuno. Gev…

Il generale si alzò, e guardò la testa china del professore. Le parole salirono lentamente alle labbra, e quando furono pronunciate c’era in esse l’eco di tremila anni di persecuzioni, di morte, di lutti, di una grande, infinita tristezza.

— Voi, un ebreo, potete fare questo?

Non c’era alcuna risposta da dare, e Arnie rimase in silenzio. Ma Gev era tanto soldato da capire quando la sconfitta si profilava inevitabile, anche se non riusciva a scorgerne le cause. Voltò le spalle e non disse nulla. Che altro avrebbe potuto fare, se non voltare le spalle e andarsene? Aprì la porta spingendola con la punta delle dita e non la toccò di nuovo per richiuderla o sbatterla: uscì senza esitazioni, eretto, a passo di marcia. Un uomo che aveva perso una battaglia, ma che non avrebbe mai perso una guerra senza morire.

Ove rientrò e gironzolò per la stanza, riordinando i mucchi di riviste, prendendo un libro solo per rimetterlo subito a posto senza averlo neppure aperto, e si comportò così per alcuni minuti, senza parlare. Quando finalmente parlò, si limitò a dire: — Senti, è una giornata splendida. C’è il sole, e la visibilità è ottima per chilometri e chilometri. Le gonne delle ragazze in bicicletta si gonfiano come palloni. Io ne ho abbastanza di questi spuntini indecenti da latteria e non me la sento di affrontare un altro panino imbottito… andiamo al Langelinie Pavillonen e pranziamo là. Guarderemo passare le navi. Che ne dici?

C’era uno sguardo spento negli occhi di Arnie, quando questi alzò la testa. Non era un tipo abituato a sopportare emozioni violente, non aveva difesa e non sapeva come affrontare ciò che ora sentiva. Il dolore dipinto sul suo viso era così vivo, che Ove dovette voltarsi e ricominciare a trafficare con le riviste appena messe in ordine.

— Sì, se vuoi, possiamo pranzare fuori. — La voce di Arnie era vuota di un’emozione che i suoi lineamenti non riuscivano però a nascondere.

I due uomini uscirono, percorsero in auto, senza parlare, Nørre Alle e attraversarono il parco. Era proprio come aveva detto Ove… Le ragazze pedalavano sulle loro alte biciclette nere e accendevano lampi di colore nella massa monotona delle giacche maschili. Passavano accanto all’auto, sulle banchine riservate alle biciclette ai lati dell’ampia strada, e sciamavano poi in file ordinate agli incroci. Le lunghe gambe pedalavano, le gonne si sollevavano liberamente, ed era davvero un bel pomeriggio… Ma Arnie portava in sé il ricordo della sua grande infelicità. Ove pilotò abilmente la piccola Sprite nel flusso di veicoli e percorse Øserbrogade fino alla banchina. Poi approfittò con prontezza di una breccia nel traffico della Langelinie e si fermò sul retro del ristorante Pavillonen. Era presto, e i due amici riuscirono ad ottenere un tavolino presso la grande vetrata che prendeva tutta una parete. Ove chiamò il cameriere e ordinò il pranzo prima ancora di sedersi. Pochi attimi dopo apparvero una bottiglia di akvavit, in un blocco di ghiaccio, e un paio di birre gelate.

— Ecco qui — disse Ove, mentre il cameriere riempiva due grossi calici di snaps. — Scommetto che non ne hai gustata molta, di questa, a Te! Aviv.

— Skal — dissero insieme, come d’uso. E scolarono i bicchieri. Poi Arnie, mentre sorseggiava la birra, guardò la nave traghetto bianca e nera che faceva servizio per la Svezia, e che in quel momento passava di lì, imponente. Gli autobus aspettavano pazientemente, in fila, mentre i turisti salivano sulle rocce per la rituale visita alla statua della Sirenetta, con la macchina fotografica pronta in mano. Dietro ad essi, le bianche vele di piccoli panfili provenienti dalla darsena tagliavano l’azzurro freddo del Sound. Il mare! Non ci si può allontanare dal mare più di sessantaquattro chilometri, in Danimarca; è la nazione marinara, per eccellenza. I bianchi triangoli delle vele sembravano avviliti da un grande transatlantico ancorato a Langeliniekaj, tutto palpitante di bandiere da segnalazione e vessilli, che gli davano un’aria scanzonata. All’improvviso, un pennacchio di fumo uscì dal fumaiolo anteriore. Un momento dopo si udì distintamente il gemito lontano della sirena.

— Una nave — disse Arnie. Ora che ripensava al suo lavoro, sembrava che ogni traccia di ciò che aveva sofferto fosse scomparsa. — Ci occorre una nave. Quando vorremo provare un… — Esitò, e tutti e due si guardarono attorno senza girare la testa, come cospiratori. Quindi Klein aggiunse, a voce bassissima: — Un apparecchio più grande. Il primo è troppo piccolo, serve solo a dimostrare una teoria. Ma un apparecchio di dimensioni maggiori dovrà essere sperimentato su vasta scala, per poter appurare se ci troviamo di fronte a qualcosa di più di una banale dimostrazione da laboratorio, capace solo di far saltare in aria l’attrezzatura.

— Funzionerà. Ne sono certo.

Arnie torse la bocca e allungò la mano per prendere la bottiglia.

— Beviamo ancora qualcosa — disse.

4

— Riguarda la sicurezzza — disse Skou. Aveva anche un nome di battesimo, Langkilde, ma non lo pronunciava mai, forse per qualche buona ragione. Skou insisteva, chiamatemi Skou e basta. Era come se invitasse tutti all’amicizia anticonvenzionale di una sala da biliardo grande come il mondo. Go’davs, Hansen… Go’davs, Jensen… Go’davs, Skou. Ma, nonostante insistesse nel dichiarare che lui era semplicemente Skou per tutto il genere umano, trattava gli altri con grande correttezza.

— Bisogna sempre prendere la faccenda della sicurezza nazionale molto seriamente, professor Rasmussen — dichiarò, osservando tutti i minimi particolari mentre parlava. — Voi possedete qualcosa che va tenuto al sicuro, quindi dovete avere questa sicurezza in qualsiasi momento.

— Ciò che abbiamo qui…

— Insisto perché non mi diciate nulla. Meno persone sanno, meno persone parlano. Permettetemi solo di prendere le precauzioni necessarie e continuate tranquillamente a lavorare.

— Santo cielo, ma io non sono affatto preoccupato! Abbiamo iniziato a lavorare da poco, e nessuno sa ancora niente del progetto.

— Proprio così deve essere! Preferisco entrare in scena all’inizio, o anche prima dell’inizio, per sistemare le cose debitamente. Se quelli non apprendono alcun particolare non apprendono niente.

Skou aveva l’abilità di creare strani bisticci di parole che lo facevano sembrare uno stupido, mentre non lo era affatto. Quando si levava in piedi, le mani affondate nelle tasche della giacca di tweed consunta, la sua figura pendeva con una strana inclinazione che gli dava l’aria dell’eterno ubriaco. Anche la faccia insulsa e i capelli radi, color sabbia, contribuivano a dare quell’impressione. Ma si sapeva che era falsa. Skou era un funzionario di polizia da molti anni, parlava il tedesco alla perfezione, ed era stato collaboratore e compagno di partite a carte piuttosto disprezzato degli invasori tedeschi a Helsingør, durante la guerra. Aveva anche fatto parte del movimento clandestino in quella zona, e l’instabilità del suo portamento aveva qualcosa a che fare con una schioppettata tiratagli dagli ex compagni di gioco e di gozzoviglie e con una susseguente fuga dal secondo piano di un ospedale per evitare che quelli si rifacessero vivi e lo costringessero a cantare. Ora lavorava per qualche ufficio governativo: non era mai molto esplicito su quell’argomento, ma faceva capo ai servizi di sicurezza e, di conseguenza, tutto gli era permesso. Da oltre un mese entrava e usciva dai laboratori, facendo rispettare rigidamente le norme da lui stabilite perché ciò che doveva restare segreto rimanesse tale.

— Mi sembra roba da cinematografo, signor Skou — disse Arnie. — Se ci limitassimo a mettere l’apparecchio su un autocarro e a ricoprirlo a dovere, nessuno lo noterebbe.

— Skou e basta, prego. Ciò che è irreale, ha origine dalla realtà, e il cinema, dalla vita. Non so se mi spiego… Ma forse possiamo imparare qualcosa da tutti e due. Meglio essere prudenti. È questione di sicurezza.

Inutile discutere con Skou, su quel punto. Così aspettarono, dentro l’edificio del Nils Bohr Institute, mentre il furgone postale rosso e nero si fermava fuori, sulla rampa di carico. Quando, facendo marcia indietro, il veicolo per poco non rovesciò una pila di casse piene di bottiglie di latte, si udirono delle grida. Ma infine, dopo alcuni Ferma, Hendrik! e Lidt endnu! Sà er den der!, l’apertura posteriore si fermò contro il bordo della piattaforma. Due postini, goffi nelle loro giacche rossicce, appesantiti dai traesko con le suole spesse di legno, caricarono alcune bracciate di pacchi. Che non fossero postini comuni appariva evidente dal fatto che ignorarono completamente la presenza dei tre spettatori: nessun postino danese degno di quel nome avrebbe perso l’occasione di fare una chiacchierata. Skou indicò in silenzio le casse che contenevano l’apparecchio e, ugualmente in silenzio, i falsi postini le spinsero nel furgone in attesa. Le ampie portiere furono chiuse con il grosso lucchetto; il motore rombò e il furgone uscì nella strada. Skou e i due professori rimasero a guardarlo fino a che non sparì, inghiottito dal traffico del mattino.

— I furgoni postali non sono proprio invisibili, ma sono quanto più si avvicina all’optimum — disse Skou. — Questo arriverà all’ufficio centrale di K.øbmagergade, insieme con molti altri furgoni della stessa forma e del medesimo colore e ne uscirà pochi minuti dopo, con nuovi numeri, naturalmente, per dirigersi alla banchina. Propongo, signori, di recarci là anche noi per accoglierlo all’arrivo.

Skou fece salire i due scienziati sulla sua auto, una Opel di pessimo aspetto, e si infilò in parecchi vicoli angusti, entrando e uscendo dalla corrente del traffico, finché non fu certo di non essere seguito. Parcheggiò vicino alla darsena dei panfili e andò in cerca di un telefono, mentre gli altri due proseguivano a piedi. Un vento tagliente spazzava le acque dell’Øresund, soffiando direttamente dalla Svezia e dall’Oceano Artico. Il cielo era grigio.

— C’è aria di neve — disse Ove.

— È quella, la nave? — domandò Arnie, guardando verso l’estremità del molo Langelinie, dove stava ormeggiato un solo vascello.

— Sì, la Isbjorn. Sembra molto adatta alle nostre esigenze. Dopo tutto, non sappiamo con sicurezza quale sforzo dovrà sopportare, e, per quanto vecchia, è sempre un rompighiaccio. L’ho vista per buona parte dell’inverno scorso, occupata a tener libero il canale.

Due poliziotti, massicci nei loro ampi cappotti, guardavano in direzione della Svezia e ignorarono il loro passaggio.

— Skou ha sguinzagliato i suoi cani da guardia — commentò Ove.

— Non credo che avranno molto da fare. Con un tempo simile, non ci saranno molti spettatori.

La nave torreggiava sopra di loro, con la murata nera tempestata di file di chiodi ribaditi. La passerella era abbassata, ma non si vedeva nessuno sul ponte. Salirono lentamente, mentre il piano inclinato scricchiolava sotto i loro passi.

— Un pezzo da museo — disse Ove quando ebbero raggiunto il ponte. — Ma è un po’ troppo fuligginosa.

Un nastro sottile di fumo si levò dal fumaiolo sovrastante la caldaia a carbone.

— Vecchia, ma robusta — osservò Arnie, indicando il massiccio rinforzo della prua. — I rompighiaccio della nuova generazione salgono sopra la crosta ghiacciata e la spezzano con il loro peso. Ma questo vecchio esperto usa il metodo forte, e si fa strada fracassandola. È stata una scelta intelligente. Ma dove sono finiti gli altri?

Quasi in risposta alla sua domanda, la porta della cabina del timoniere si spalancò e sulla soglia apparve un ufficiale in giacca e stivali neri, con una gran barba da pirata che gli nascondeva la parte inferiore del viso. Si avvicinò ai due con passo pesante, ed eseguì un saluto impersonale.

— Immagino che voi siate i signori che ho l’ordine di attendere. Io sono il capitano Hougaard, il comandante. — Non c’era il minimo calore nel suo tono e nei suoi modi.

I due gli strinsero la mano, imbarazzati perché Skou aveva proibito di dire il loro nome.

— Grazie per averci permesso di salire a bordo, capitano. Siete stato molto gentile a mettere a disposizione la vostra nave — azzardò Ove, in tono conciliante. Ma l’altro non era certo di umore pacifico.

— Non avevo alternative — replicò. — Mi è stato ordinato così dai superiori. I miei uomini se ne stanno sotto, come specificano gli ordini.

— Molto gentile — ripeté Ove, cercando con tutte le forze di tenere lontana l’ironia dalla voce. In quel momento si udì lo stridere dei freni, e il furgone postale si fermò sulla banchina sottostante: un’interruzione provvidenziale. — Volete essere tanto cortese da far portare quassù le casse che sono sul furgone?

Per tutta risposta, il capitano gridò qualcosa con voce tonante dentro un boccaporto, e mezza dozzina di marinai arrivarono di corsa. Gli uomini sembravano assai più interessati di Hougaard a ciò che stava accadendo, e forse erano contenti di poter rompere la monotonia quotidiana.

— Piano, con quelle! — disse Arnie, mentre portavano le scatole su per la passerella. — Non lasciatele cadere e non scuotetele troppo.

— Non potrei trattarle più delicatamente se ci fosse dentro mia madre — dichiarò un gigantesco marinaio biondo, dalle larghe basette che si perdevano in un paio di mustacchi eroici. E, mentre il capitano non guardava, il giovanotto strizzò l’occhio agli sconosciuti.

Klein e Rasmussen avevano studiato accuratamente la pianta della nave e scelto la sala macchine come il posto più adatto alle loro esigenze. L’estremità verso prua era stata separata con una parete schermata, ricavandone una stanzetta per l’elettricista, con tutto l’occorrente e un banco di lavoro. C’erano il pannello degli interruttori e il generatore, e, cosa ugualmente importante, si era in contatto con la superficie esterna dello scafo. Le casse furono portate lì e, sotto lo sguardo vigile dei due fisici, deposte delicatamente a terra. Quando tutti gli uomini se ne furono andati, il capitano fece un passo avanti.

— Mi e stato detto che il vostro lavoro deve svolgersi in assoluta riservatezza. Tuttavia, poiché bisogna accendere una delle caldaie, un meccanico dovrà restare qui fuori…

— Benissimo — lo interruppe Arnie.

— … e quando verrà effettuato il cambio della guardia, sostituirò l’uomo personalmente. Se desiderate mettervi in contatto con me, sarò nella mia cabina.

— Va bene. E grazie per la collaborazione, capitano. — Lo guardarono allontanarsi. — Temo che tutto questo non gli vada troppo a genio — disse Arnie.

— Credo però che non possiamo permetterci di preoccuparcene. Sballiamo il materiale.

La sistemazione dell’attrezzatura occupò la maggior parte della giornata. C’erano quattro unità principali, apparecchi elettronici non identificabili nei loro armadietti di metallo nero, tempestati di quadranti. Alcuni grossi cavi con serrafili multipli si intersecavano, e un cavo ancora più grosso correva alla presa dell’energia. Mentre Arnie si affaccendava attorno agli apparecchi, Ove Rasmussen si infilò un paio di guanti di cotone, da operaio, e osservò lo scafo della nave incrostato di vernice e cosparso di chiodi.

— Qui va bene — disse, battendo sopra una centina sporgente. E si mise al lavoro metodicamente, con martello e scalpello, asportando gli spessi strati di vernice che coprivano l’acciaio. Quando ebbe ripulito un’area di una trentina di centimetri, mettendo a nudo il metallo lucente, ci passò sopra vigorosamente una spazzola di fil di ferro.

— Ecco fatto — annunciò poi, contento, levandosi i guanti e accendendo una sigaretta. — Perfettamente pulito. Riusciremo a stabilire il contatto, qui e con l’intero scafo.

— Speriamo. Questo è d’importanza vitale.

Una guida d’onda flessibile a sezione trasversale rettangolare sporgeva da quella che appariva l’unità finale dell’intercollegamento, e terminava in un dispositivo di ottone, di lavorazione complicata, dotato di morsetti a vite. Dopo aver passato un bel po’ di tempo a limare metallo e a imprecare contro l’intrattabilità della materia inerte, Klein e Rasmussen riuscirono finalmente ad assicurare il dispositivo di ottone all’area di metallo preparata. Arnie regolò con cura parecchi comandi e mise in funzione gli apparecchi.

— Da’ un po’ di corrente — disse. — Quanto basta per vedere se abbiamo completato i collegamenti elettrici.

Qualcuno bussò bruscamente alla porta. Ove la socchiuse appena. Fuori c’era il capitano Hougaard, con l’aria più scocciata che mai.

— Sì?

— C’è qui un soldato che desidera parlarvi. — Sembrava che non gli andasse affatto il suo compito di messaggero.

Ove aprì l’uscio quel tanto che bastava per sgattaiolare fuori, poi lo richiuse con cura. Un sergente in uniforme, tutto pimpante, teneva in mano la custodia in cuoio di un telefono da campo. Da questa partiva un cavo che spariva su per la passerella.

— Mi hanno ordinato di consegnarvi questo, signore. L’altro apparecchio è fuori, sulla banchina.

— Grazie, sergente. Mettetelo qui, che ci penso io.

La porta che dava nello scomparto riservato all’elettricista si aprì e Arnie guardò fuori.

— Potrei dirvi due parole, capitano? — chiese.

— Aspettatemi su, sul ponte — disse questi, rivolto al sergente: e rimase in silenzio fino a che l’uomo non fu scomparso su per la scala. — Che c’è?

— Ci occorre personale qualificato. Avete a bordo qualcuno capace di saldare, di fare un buon lavoro? Ci vuol troppo tempo per chiedere aiuto a terra. Si tratta di cosa che ha un interesse nazionale — aggiunse vedendo che il capitano se ne stava in silenzio.

— Sì, me ne rendo perfettamente conto. Il ministro del commercio riceverà un mio rapporto completo su ciò. Ci sarebbe Jens; era saldatore nel cantiere navale. Ve lo mando subito. — Se ne andò, sprizzando disgusto da tutti i pori.

Jens era il gigante coi baffi che aveva aiutato a scaricare gli apparecchi. Comparve portando i pesanti serbatoi di un saldatore a gas, come se fossero giocattoli, e sorridendo con aria innocente.

— Adesso diamo un’occhiata alla scatola misteriosa, eh? Niente segreti per Jens; vede tutto e non dice niente. Affari grossi, misteriosi e segreti… Esercito, marina… perfino un rappresentante dell’Istituto Nils Bohr, come il professor Rasmussen! — I due uomini guardarono il gigante, perplessi. L’altro ammiccò e lasciò andare tubi e bombole sul ponte.

— Forse sarebbe meglio mettersi in contatto… — arrischiò Arnie. Ma fu interrotto da una risata olimpica di Jens.

— Non preoccupatevi! Jens osserva tutto, e acqua in bocca. È stato nell’esercito, in Groenlandia… in cantiere, nel Sud America. E ha visto alla televisione il professore, qui, che ritirava il Premio Nobel. Signori, niente paura, sono anch’io un buon danese, anche se sono nato nello Jutland, cosa che qualche schifoso zelandese a volte mi rinfaccia. E ho perfino il Dannebrog tatuato sul petto. Volete vederlo?

Senza neanche dare la possibilità di rispondere, si aprì giacca e camicia per mostrare la bandiera rossa con la croce bianca di Danimarca che faceva capolino tra i peli del petto.

— Va bene — disse Arnie, stringendosi nelle spalle. — Suppongo che non abbiamo altra scelta. Voglio sperare che non riferirete ciò che vedrete qui…

— Se anche i miei torturatori mi strappassero tutte le unghie delle mani e dei piedi… io riderei e gli sputerei in faccia, senza dire una sola parola.

— Sì, ne sono sicuro. Venite qui. — Si tirarono in disparte, mentre il gigante trascinava dentro la sua roba. — Si tratta del collegamento con lo scafo — disse Arnie. — Non è sufficiente. Il segnale non passa. Dobbiamo saldarci la guida d’onda.

Jens annuiva mentre gli spiegavano che cosa doveva fare, e subito il suo saldatore si svegliò col rumore caratteristico. Quell’uomo sapeva il fatto suo; il capitano aveva ragione. Dopo aver rimosso la guida d’onda, spazzolò di nuovo la superficie e la pulì con un solvente. Soltanto allora riattaccò con i morsetti il dispositivo di ottone e applicò un robusto cordone di saldatura per tutta la sua lunghezza, canticchiando allegramente tra sé mentre lavorava.

— Avete delle radio molto strane, qui — commentò, lanciando una rapida occhiata alle apparecchiature. — Ma naturalmente non si tratta di radio. Fin lì ci arrivo anch’io. Mi sono interessato un po’ di radiotecnica in Indonesia. La fisica è una cosa complicata.

— Vi ha mai detto nessuno che parlate troppo? — domandò Ove.

— A volte, ma non me l’hanno mai ripetuto. — Serrò un pugno pieno di cicatrici e grosso quanto un pallone da football. Poi rise. — Parlo molto, ma dico poco. E solo agli amici. — Raccolse i suoi arnesi e si avviò alla porta. — È stato un piacere chiacchierare con voi, signori. Non mancate di chiamarmi, quando vi occorre qualcosa. — E se ne andò.

— Un tipo interessante — disse Arnie. — Credi che parlerà a qualcuno di quanto ha visto?

— Speriamo di no. Credo di no. Comunque ne parlerò a Skou, nel caso non dovesse tener la lingua a posto.

— Hai preso la sua malattia!

— Può darsi. Ma se stanotte tutto andrà secondo i nostri piani, avremo in mano qualcosa che ci conviene senz’altro tenere segreto.

— Il segnale è buono, ora — disse Arnie. Tolse la corrente, e si appoggiò alla parete, stiracchiandosi. — Per ora non possiamo fare altro. Che accadrà, poi?

Ove guardò il suo orologio. — Sono le sei, e ho fame. Hanno predisposto tutto perché noi si mangi a bordo.

— Il capitano ne sarà felice. Pesce bollito, patate bollite e bevande analcoliche, suppongo… Dovremo fare dei turni. Perché non mangi tu per primo? Io non ho molto appetito.

— Dopo la tua dettagliata descrizione, non ho più appetito neanch’io. Comunque mi offro volontario, poiché l’idea è stata mia! Non arriverà nessuno prima delle undici, e quindi avremo tutto il tempo di prepararci.

Arnie trafficò con le apparecchiature e calcolò l’intensità del campo relativa al massimo dell’energia erogata; così il tempo passò in fretta, e quando Ove chiamò, aprì la porta.

— Niente di quanto ci aspettavamo — dichiarò. — Arrosto di maiale con cavoli rossi; pranzo molto sostanzioso e di una cordialità marinara! Se tu non soffri di pregiudizi riguardo a certi alimenti dall’ultima volta che ci siamo incontrati…

— No. L’ebraismo moderno è più una forma mentale e un’eredità culturale, che una religione. Però devo riconoscere che è più facile trovare polli che maiali, a Tel Aviv. Ho una gran voglia di gustare il pranzo.

Poco prima delle undici, il telefono da campo squillò con perentorietà tutta militare. Ove rispose.

— Qui parla Skou. Gli osservatori stanno radunandosi e desiderano sapere quando comincerà l’esperimento.

— Subito. Ora vengo. — Riappese il ricevitore e si rivolse ad Arnie. — Pronto?

— Prontissimo. È meglio che ci stia tu, all’altro capo del filo, così ci manterremo in contatto. Tienimi costantemente informato.

— Sai bene che lo farò. E tutto funzionerà a meraviglia, ne sono certo.

— Speriamo. Faremmo la figura degli stupidi, se non funzionasse.

— Le prove in laboratorio…

— Non fanno testo. Ora invece stiamo collaudando. Dimmi quando devo cominciare.

Ove seguì il cavo del telefono che attraversava la nave, e quando aprì la porta esterna fu assalito da un turbine di neve finissima, portata da un vento tagliente che lo costrinse ad abbottonare la giacca e a sollevare il bavero, per ripararsi meglio. Dall’estremità della passerella vedeva il gruppo di figure scure addossate al muro posteriore della banchina. Scese, e trovò Skou ad aspettarlo.

— Se siete pronti, loro sarebbero lieti di cominciare. L’ammiraglio Sander-Lange ha settant’anni, e ci sono anche due generali non molto più giovani di lui.

— Il primo ministro?

— Ha deciso all’ultimo minuto di non venire. Ma c’è un suo rappresentante. E ci sono anche quelli dell’aeronautica. Insomma, tutte le persone comprese nell’elenco.

— Se mi portate il telefono, dirò loro due parole. Poi possiamo iniziare.

— Desidererei alcune spiegazioni — disse l’ammiraglio. Nella voce del vecchio c’era una forte eco di comando.

— Sarò lieto di darvele, signore. Ciò che ci proponiamo di fare è dimostrare l’effetto Daleth.

— Daleth? — domandò un generale.

— La quarta lettera dell’alfabeto ebraico. Il simbolo che il professor Klein ha assegnato al fattore dell’equazione che ha condotto alla scoperta.

— Quale scoperta? — fece qualcuno, perplesso.

Ove sorrise. I suoi lineamenti si intravedevano appena nella luce della lampada schermata dalla neve.

— È proprio ciò che siamo venuti qui a vedere. L’effetto Daleth è stato dimostrato in teoria e in limitati esperimenti di laboratorio. Ma questa è la prima volta che si tenta di collaudarlo su una scala più vasta, che permetta di appurare se potrà essere universalmente applicato o no. Poiché le difficoltà e le precauzioni che comporta l’allestimento di un simile esperimento sono davvero notevoli, si è deciso di richiedere la presenza degli osservatori, anche se vi è una possibilità di insuccesso.

— Che genere di insuccesso? — chiese una voce, irritata.

— Lo vedrete chiaramente tra pochi minuti… — Il telefono suonò, e Ove si interruppe. — Sì?

— Sei pronto?

— Sì. Energia al minimo, per cominciare?

— Al minimo. Via.

— Signori, siete pregati di osservare la nave — disse Ove, coprendo con una mano il microfono.

C’era ben poco da vedere. Turbini di neve sottile passavano attraverso i coni di luce delle lampade accese lungo la banchina. La passerella della Isbjorn era stata ritirata e gli uomini se ne stavano allineati sulla riva, tenendo le gomene di poppa e prua, che erano state allentate. La corrente aveva staccato la nave dal molo e si scorgeva un tratto di acqua scura. Le onde gorgogliavano e schiaffeggiavano lo scafo e il muro di pietra del molo.

— Ancora niente — disse Ove.

— Aumento l’emissione.

I presenti battevano i piedi per il freddo e si udiva un mormorio irritato.

Uno degli osservatori si voltò verso Ove, pronto a protestare, quando un gemito improvviso riempì l’aria. Sembrava venire contemporaneamente da tutte le direzioni, ed era come se tutte le strutture dello scheletro della nave vibrassero. Questo penoso effetto sonoro si esaurì rapidamente, anche se la vibrazione continuò con minore intensità, come la corda di una bassa viola celestiale che suonasse per sé sola, oltre il limite estremo del mondo.

Quando il suono morì, si udì uno scricchiolio sulla Isbjorn. Prima a poppa, poi a prua. Sul ponte si alzarono grida eccitate. La nave fu scossa da una specie di brivido, e piccole onde le si sollevarono intorno succhiandone lo scafo.

— Buon Dio! guardate! — ansimò qualcuno. — Incredibile!

Quasi fosse montata sopra un gigantesco pistone sottomarino, l’intera massa del grosso rompighiaccio si stava lentamente sollevando dall’acqua. Prirna uscì la scritta poi il fondo rosso dello scafo. Oscure macchie di cirripedi si mostravano qua e là, e più in basso, fasci di alghe dondolavano mollemente. A poppa apparve la parte inferiore del timone, e presto anche tutte le pale gocciolanti dell’elica furono fuori dall’acqua. I marinai, a riva, mollarono rapidamente le gomene che andavano tendendosi sempre più.

— Che succede? Che c’è? — gridò uno degli osservatori. Ma la sua voce fu soffocata dalle grida eccitate degli altri.

La neve ora scendeva meno fitta e veniva portata via dal vento in piccoli turbini. Le lampade della banchina illuminavano chiaramente la nave e il mare, e l’acqua grondava dal rompighiaccio con uno scroscio più forte del frangersi delle onde contro il muro di pietra.

La chiglia era ormai un metro buono sopra la superficie del canale Yderhavn.

— Arnie, vittoria! Ce l’hai fatta! — Ove afferrò il ricevitore, fissando sempre la massa di parecchie migliaia di tonnellate della nave che gli galleggiava davanti, senza alcun sostegno, nell’aria. — È almeno un metro sopra la superficie, ora. Riduci l’energia adesso, riducila…

— È quello che sto facendo… — La voce dello scienziato era tesa. — Ma si sta formando un’armonica, un’onda stazionaria…

Le parole svanirono nel gemito metallico che giunse dalla Isbjorn e la nave sembrò rabbrividire. Poi, tutt’a un tratto, la poppa sprofondò nell’acqua come se un sostegno invisibile fosse stato rimosso.

Si udì il fragore di una cascata gigantesca, che aumentò in un crescendo impressionante. Un istante dopo, impennandosi come una belva che stia per attaccare la preda, un’onda d’acqua nera si levò alta sopra il bordo della banchina, restò in bilico, un metro o due al disopra di essa, poi si abbatté, trasformandosi istantaneamente in una gorgogliante, spumeggiante marea alta fino al ginocchio, che si avventò sugli osservatori e andò a frangersi con alti spruzzi contro il muro posteriore. Buttò a terra le persone, ammucchiandole una sull’altra, per poi separarle di nuovo, e infine le lasciò in secca come pesci sulla spiaggia, ritirandosi in un ampio manto di buio.

Quando tutto fu finito, si levarono gemiti e grida.

— Qui c’è l’ammiraglio!

— Non muovetelo… Ha una gamba rotta o qualcosa di peggio!

— Liberatemi…!

— Chiamate un’ambulanza! Quest’uomo è ferito.

Si udì il tonfo pesante degli stivali sulla pietra, mentre le guardie si avvicinavano di corsa. Qualcuno parlava forte dentro una ricetrasmittente della polizia. Sulla Isbjorn si udiva un gran fracasso di lamiere, e la nave dondolava avanti e indietro. La voce del capitano si levava alta sopra le altre.

— Imbarchiamo acqua da poppa… i tappi di legno, idioti! Lasciate che metta le mani su quelli che hanno combinato questo disastro!

L’urlo assordante delle sirene della polizia, si fece più vicino e in distanza si udì anche il fischio delle autoambulanze. I fari avanzarono a tutta velocità lungo la banchina, mentre l’acqua ricadeva dalla sponda in cento piccole cascate.

Ove se ne stava lì, allibito, spiaccicato contro il muro, bagnato fino al midollo e impigliato nel cavo del telefono. Si tirò su a sedere con fatica e appoggiò la schiena contro la pietra dura, contemplando quella scena frenetica di uomini urlanti, con la nave che oscillava sullo sfondo. Era scosso dalla rapidità con cui si era verificata la catastrofe, dalla vicinanza di tutti quei feriti e, forse anche di morti. Era terribile!

Ma, al tempo stesso, si sentì invadere da un tale sentimento di esultanza, che per poco non si mise a urlare. L’esperimento era riuscito! Ce l’avevano fatta! L’effetto Daleth era proprio come Arnie aveva previsto.

C’era qualcosa di nuovo nel mondo, qualcosa che non era mai esistito prima, e da quel momento in poi la terra non sarebbe stata più la stessa. Sorrise nel buio, senza preoccuparsi del sangue che gli scorreva lungo il mento e dei quattro denti anteriori che non erano più al loro posto.

La neve continuava a cadere, incessante, stendendo un lenzuolo opaco che poi si sollevava, ogni tanto, per concedere una semplice occhiata tentatrice. L’uomo che se ne stava sull’altra sponda del canale dell’Yderhavn imprecava tra sé, di tanto in tanto, con voce gutturale. Non era riuscito a fare di meglio, con un preavviso così breve. E non bastava.

Se ne stava sul tetto di un magazzino, a circa ottocento metri dalla banchina di Langelinie. Era una zona quasi completamente deserta, quando scendeva il buio, e non gli era stato difficile evitare i pochi guardiani notturni e i poliziotti che passavano di lì. Aveva un ottimo cannocchiale, ma non riusciva a vedere niente, con un tempo simile. La neve aveva cominciato a cadere subito dopo che le auto delle personalità erano giunte sulla banchina, e non aveva smesso più.

Erano state le auto a risvegliare il suo interesse, lo spostamento, a quell’ora così tarda, di un certo numero di autorità militari che lui teneva d’occhio abitualmente. Non aveva idea di che cosa significasse. Si erano recate in quel maledetto posto nel cuore della notte, nel bel mezzo di una tempesta di neve, per starsene lì a guardare un vecchio rompighiaccio schifoso che andava a carbone. Imprecò di nuovo e sputò nel buio. Era un uomo brutto, e lo diventava ancora di più quando era sconvolto dall’ira; aveva le labbra sottili, la testa tonda, il collo taurino, i capelli grigi e sottili tagliati così corti, che sembrava rasato a zero.

Che cosa stavano combinando quegli stupidi danesi? Doveva essersi verificato un incidente. Forse, nell’attraccare, dalla nave era caduto in mare un uomo. Infatti si era sentito rumore nell’acqua. Ma non si erano prodotte esplosioni. Ora c’era una grande agitazione: ambulanze e auto della polizia arrivavano da tutte le parti. Comunque, qualsiasi cosa fosse accaduta, era tutto finito: non c’era più niente d’importante da scoprire lì, per il momento. L’uomo imprecò ancora e si alzò; le ginocchia, irrigidite dal freddo, gli dolevano.

Qualcosa era successo, senza dubbio. E avrebbe sicuramente scoperto di che cosa si trattava. Lo pagavano per questo, e il suo lavoro gli piaceva.

Le ambulanze si allontanarono rumorosamente. Ma solo un occhio molto esercitato nel buio si sarebbe potuto accorgere che ora il rompighiaccio galleggiava assai più in basso, sull’acqua.

5

— Non è un gran panorama — ammise Bob Baxter — ma io lo trovo stimolante, a modo suo. Mi riesce difficile dimenticare il mio lavoro, quando guardo fuori da questa finestra.

Baxter era un uomo magro, nervoso, spigoloso come una squadra da falegname. Aveva un viso scialbo e impersonale, e la caratteristica sua che più restava impressa erano le spesse lenti cerchiate di nero. Senza quelle, si poteva benissimo non riconoscerlo. E forse le portava proprio per questo. Sedette lasciandosi cadere nella poltroncina girevole dietro la scrivania, e indicò la finestra con una matita gialla su cui era impressa la scritta PROPRIETÀ DEL GOVERNO DEGLI STATI UNITI.

L’altro individuo che si trovava in ufficio e che sedeva impettito su una sedia, annuì. Non era la prima volta che udiva quelle considerazioni sul panorama. Era un uomo brutto e solido, con le labbra tese e sottili, e una testa incredibilmente tonda, coperta da capelli corti e grigi. Era conosciuto col nome di Horst Schmidt: un nome di comodo come potrebbe essere John Smith.

— Tranquillo, in certo qual modo — disse Baxter, agitando la punta della matita in direzione delle pietre bianche e degli alberi verdi. — Niente è più tranquillo di un cimitero, suppongo. E sapete che cos’è quell’edificio dal tetto stravagante, proprio dall’altra parte del camposanto?

— L’ambasciata dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. — L’inglese di Schmidt aveva un leggero accento straniero, anche se con una marcata inclinazione alla gutturalità.

— Davvero simbolico! — Baxter si girò e lasciò cadere la matita sulla scrivania… — È proprio l’ambasciata americana che sorge dirimpetto a quella sovietica, con un cimitero in mezzo. Offre spunti di meditazione. Che cosa avete scoperto riguardo a ciò che è accaduto l’altra notte sulla banchina?

— Non è stato facile, signor Baxter. Tutti tengono la bocca chiusa. — Schmidt infilò una mano nel taschino interno della giacca e ne estrasse un foglio di carta piegato, che tenne davanti a sé col braccio teso, socchiudendo gli occhi per leggere. — Questo è l’elenco delle persone portate in ospedale per ferite, tutte ricoverate su per giù alla medesima ora. Sono…

— Tralasciate i particolari, farò fare una fotocopia della lista. Volete riassumermi, ora?

— Certo. Un ammiraglio, un generale, un colonnello, un altro pezzo grosso, un funzionario importante del ministero degli interni. Cinque individui in tutto. E ho buoni motivi per ritenere che un numero non identificato di altri individui sono stati medicati per abrasioni varie, e poi dimessi. Tra questi ci sono personalità dell’aeronautica.

— Benissimo. Siete molto efficiente.

— Non è stato semplice. È un’impresa complicata giungere ai registri degli ospedali militari. Ho avuto parecchie spese…

— Presentatemi la lista. Sarete pagato, non temete. E adesso la domanda da sessantaquattromila dollari, se posso esprimermi così: che cosa ha causato tutte queste ferite?

— Questo è difficile dirlo, dovete rendervene conto. C’entra una nave, la Isbjorn. È un rompighiaccio.

— Be’, non si possono chiamare notizie strabilianti, poiché lo sapevamo fin dal primo giorno. — Baxter aggrottò la fronte e prese un mazzo di matite ben temperate, disponendole in una fila ordinata sulla carta assorbente verde, ancora vergine, che aveva davanti. Oltre a quella, sulla scrivania c’era soltanto un portaritratti a portafoglio, di finto cuoio, dentro cui stava la foto di una donna dalla faccia tonda e sorridente, e di due bambini paffuti, ma imbronciati. — Ci deve essere dell’altro.

— Infatti: la Isbjorn è stata rimorchiata nel cantiere navale di Christianshavn, dove la stanno riparando. Sembra che abbia lo scafo danneggiato, forse per una collisione. Ho potuto accertare che ciò che ha prodotto le avarie della nave ha causato anche le ferite alle persone. È stato difficilissimo ottenere questa notizia, per via della stretta cortina di silenzio stesa dai servizi di sicurezza sopra l’intera faccenda. Basterebbe questo per indurmi a credere che sta avvenendo qualcosa di importante.

— Io la penso come voi, Horst — disse Baxter perplesso, prendendo una delle matite e cominciando a rosicchiarla. — Dev’essere qualcosa di grosso per i danesi. Lo dimostra la presenza di tutti quei militari, del ministero degli interni e di quel maledetto rompighiaccio. E quel rompighiaccio mi fa pensare al ghiaccio. E il ghiaccio mi ricorda la Russia e… Insomma, vorrei proprio sapere che cosa diavolo bolle in pentola.

— Allora voi non avete… — Horst sorrise senza la minima sfumatura di ironia, rivelando una brutta dentatura gialla, irregolare e con diverse protesi in acciaio, nella quale spiccava il lusso inaspettato di un dente d’oro. — Voglio dire che dovreste aver ricevuto qualche informazione attraverso la NATO. Non è così?

— Questi non sono fatti vostri! — Baxter guardò severamente l’estremità mordicchiata della matita, poi gettò questa nel cesto della carta straccia. — Siete qui per fornire notizie a me, non per riceverne. Tuttavia posso anche dirvi che, ufficialmente, non è accaduto niente, e che nessuno ha intenzione di dirci una sola parola sulla faccenda. — Dietro lo schermo della scrivania, si asciugò le dita umide sui pantaloni.

— È molto sleale da parte loro — dichiarò Horst, con assoluta indifferenza. — Dopo tutto ciò che il vostro paese ha fatto per la Danimarca…

— Potete dirlo forte! — Baxter lanciò una rapida occhiata all’orologio. Era tutto d’oro, con un numero straordinario di pulsanti e lancette. — Mi farete pervenire una relazione tra una settimana. Stesso giorno e stessa ora. Dovreste riuscire a scoprire qualcosa di più.

Schmidt gli porse il foglio con i nomi. — Avete detto che volevate fare una fotocopia. E poi c’è la faccenda di… — Aveva la mano tesa, con il palmo in su, e, prima di ritirarla, si permise un sorriso significativo.

— Il denaro. Ditelo chiaro e tondo, Horst. Denaro. Non c’è di che vergognarsi. Tutti lavoriamo per il denaro. È il denaro che tiene in movimento gli ingranaggi. Torno subito.

Baxter prese il foglio e uscì dalla porta che dava nell’ufficio attiguo. Schmidt rimase seduto, immobile, senza interessarsi minimamente alla scrivania o all’armadietto dell’archivio, posti contro la parete. Sbadigliò e ruttò rumorosamente, facendo poi schioccare le labbra con aria disgustata. Prese due pastiglie bianche da uno scatolino di plastica che teneva in tasca, e le masticò. Infine Baxter tornò e gli restituì il foglio, accompagnato da una busta lunga, senza nessuna scritta. Schmidt intascò tutte e due le cose.

— Non li contate? — domandò Baxter.

— Siete un uomo d’onore. — Schmidt si alzò. Col suo vestito blu, le pesanti scarpe nere e i calzoni larghi, dai risvolti tanto capaci che sembravano ingoiare i piedi, rappresentava il classico tipo dell’Europa Centrale. Baxter inarcò le sopracciglia ma non disse nulla. Poi Schmidt prese dall’attaccapanni sciarpa e cappotto, entrambi dello stesso tessuto scuro e rozzo di cui era fatto il cappello a larghe tese, e se ne andò senza più dire parola, dalla porta che si apriva sul corridoio grigio e impersonale. Non c’era nessun nome, sopra quella porta. Solo il numero 117. Invece di dirigersi verso l’anticamera, percorse tutto il corridoio, poi scese una rampa di scale che portavano alla biblioteca del Servizio Informazioni degli Stati Uniti. Una volta là, senza neanche leggerne i titoli, prese due libri dallo scaffale più vicino alla porta. Mentre i volumi venivano segnati dal bibliotecario, lui si avvolse bene nel suo cappotto. E quando uscì in Østerbrogade, pochi minuti dopo, camminò per un poco dietro un tizio che pure portava dei libri. Poi l’altro svoltò a destra e lui, a sinistra. Passò con aria indifferente davanti al cimitero di Garnisons, proseguendo quindi per la stazione della metropolitana di Østerport.

Una volta dentro la stazione, si servì di tutti i servizi che essa offriva, uno dopo l’altro. Comprò il giornale all’edicola presso l’entrata, girandosi per vedere chi veniva dietro di lui. Andò alla toilette, in fondo all’edificio, poi infilò libri e giornale in un armadietto automatico, e intascò la chiave. Scese una scala che portava ai treni, e, sebbene fosse proibito attraversare i binari, riuscì a risalire poco dopo attraverso un’altra scala. Nel frattempo, gli era venuta sete, e andò a riempirsi un bicchiere di Carlsberg al distributore automatico. Bevve in piedi, davanti a uno degli alti tavolini. Evidentemente tutte quelle manovre ottennero il risultato desiderato, perché, dopo essersi asciugato le labbra col dorso della mano, Schmidt uscì dalla porta posteriore della stazione e percorse non passo vivace Østbanegade, costeggiando i binari, dove questi emergevano dalla galleria nella luce del sole invernale. Al primo incrocio svoltò a sinistra e camminò lungo l’altro lato del cimitero. Era solo nella strada.

Quando se ne fu assicurato si guardò intorno liberamente e oltrepassò gli alti cancelli di ferro battuto dell’ambasciata sovietica.

6

— Ja, ja — disse il capitano Nils Hansen al telefono. — Jeg skal nok tale med hende. Tak for det. — Sedette, tamburellando con le dita sull’apparecchio mentre aspettava. L’uomo che si era presentato semplicemente come Skou, se ne stava in piedi, guardando fuori dalla finestra la luce grigia del freddo pomeriggio invernale. Si udì il rombo lontano dei motori, mentre uno dei grossi aerei rullava sulla pista.

— Salve, Martha — continuò Nils, in inglese. — Come va? Bene. No, sono a Kastrup, dove sono atterrato poco fa. Un bel vento di coda proveniente da Atene ci ha fatto arrivare presto. Il guaio è che devo ripartire subito… — Annuì e prese un’aria decisamente infelice.

— Senti, cara, tu hai perfettamente ragione, e io la penso come te, ma non possiamo farci assolutamente niente. Le autorità hanno deciso così. Ora non posso pilotare perché ho volato già troppe ore, ma mi ci portano in aereo. Uno dei piloti, uno svedese, è a letto con l’appendicite, a Calcutta. Devo partire col prossimo volo, me l’hanno riservato propria ora. Dormirò e passerò un’altra notte a Oberoi Grand, così sarò pronto per domani. Bene… Meno di quarantotto ore, direi. Mi spiace quanto te, di non poter venire al pranzo! Di’ agli Overgaards che sto piangendo a calde lacrime al pensiero di perdere le loro ghiottonerie… Invece dell’ottima selvaggina scandinava dovrò mangiarmi quell’orribile curry che corrode l’intestino… E starò male per una settimana. Naturalmente, skat, sentirò la tua mancanza. Mi farò pagare un premio e ti comprerò qualcosa di carino. Sì… okay… ciao.

Nils riappese e guardò con evidente disgusto la schiena di Skou.

— Non mi va di mentire a mia moglie — disse.

— Davvero spiacente, capitano, ma non si poteva evitare. Questione di sicurezza, sapete. Premunitevi oggi, e il domani si guarderà da sé. — Lanciò un’occhiata al suo orologio. — L’aereo per Calcutta sta per partire e voi dovete essere a bordo. Avete una prenotazione in un albergo di quella città, ma non potrete ricevere telefonate. Tutto predisposto fino nei minimi particolari. È uno stratagemma necessario, ma innocuo.

— Perché necessario? Voi spuntate dal nulla, mi portate in questo ufficio, mi mostrate delle lettere firmate da personaggi importanti che mi chiedono di collaborare, tra cui quella del comandante delle Forze Aeree di Riserva, mi strappate la promessa di aiutarvi, mi convincete a mentire a mia moglie… ma in realtà non mi dite niente! Che diavolo sta succedendo?

Skou si guardò intorno nella stanza, come se fosse tappezzata di innumerevoli apparecchi spia, e si limitò a portarsi un dito alle labbra.

— Se potessi, ve lo direi. Non posso. Ma tra poco saprete tutto. Adesso… possiamo partire? Vi porterò la borsa.

Nils l’afferrò prima che l’altro potesse impadronirsene e si alzò, calcandosi in testa il berretto dell’uniforme. Era alto uno e novantadue, senza scarpe: ora, in completa uniforme, con tanto di berretto e impermeabile, diventava talmente voluminoso da riempire quasi completamente il piccolo locale. Skou aprì la porta, e Nils lo seguì. Uscirono dalla porta posteriore dell’edificio, dove li aspettava un tassì. Il motore della Mercedes era già acceso e, non appena furono saliti, l’autista abbassò la bandierina e partì senza che nessuno gli desse istruzioni. Non appena fuori dall’aeroporto, voltarono a destra allontanandosi da Kastrup.

— Interessante — disse Nils, guardando fuori dal finestrino. Non era più arrabbiato, ora: non riusciva mai a restare irritato per molto tempo. — Invece di dirigerci verso Copenaghen e la sua vita brillante, puntiamo a sud su quella isoletta coltivata a patate. Che cosa possiamo trovare di interessante, in questa direzione?

Skou si protese verso il sedile anteriore, allungò un braccio e lo ritirò stringendo in mano un soprabito pesante e un berretto scuro. — Volete essere tanto gentile da levarvi il cappotto e il berretto dell’uniforme e da indossare questi? Sono certo che i pantaloni non verranno identificati come appartenenti a un pilota della SAS.

— Cappa e spada, perbacco! — disse Nils, sfilandosi a fatica il cappotto nello spazio ristretto del sedile posteriore. — Suppongo che questo tassista dall’aria tanto onesta sia al corrente di tutto, eh?

— Certo.

Dal sedile anteriore spuntò allora una valigetta dove entravano giusti giusti i capi appena tolti. Nils sollevò il bavero, si tirò il berretto sugli occhi e abbassò la testa.

— Ecco. Così ho abbastanza l’aria da cospiratore? — E non poté trattenersi dal ridere. Skou non condivideva la sua allegria.

— Vi prego di non fare niente che possa attrarre l’attenzione su di noi. Questo è molto importante, ve lo posso dire.

— Ci credo.

Proseguirono in silenzio, attraversando un paesaggio di campi arati di fresco che attendevano le semine di primavera. Il villaggio di Dragør non era lontano, e Nils guardò con sospetto i vecchi edifici di mattoni rossi. Non si fermarono, ma si diressero al porto.

— La Svezia? — domandò Nils. — Saliamo sulla nave traghetto?

Skou non si curò di rispondere e l’auto oltrepassò lo scivolo del traghetto, puntando verso il porto. Là erano ormeggiate alcune imbarcazioni da diporto, oltre a una motolancia di discrete dimensioni.

— Seguitemi, prego — disse Skou. E afferrò la borsa di Nils, prima che questi facesse in tempo a prenderla. Poi si diresse verso la lancia. Nils lo seguì docilmente, domandandosi in quale imbroglio stesse per immischiarsi. Skou salì sull’imbarcazione e mise le borse nella cabina; poi fece segno al pilota di salire a bordo. L’uomo che sedeva al volante fingendo di ignorare tutta la faccenda, accese il motore.

— Addio — disse Skou. — Credo che viaggerete molto comodamente, lì dentro.

— Ma, dove…?

Skou non rispose e cominciò a sciogliere gli ormeggi. Nils si strinse nelle spalle, poi si chinò per passare attraverso la porta della cabina.

Si lasciò cadere sulla panca che stava nell’interno e malgrado la scarsa luce che filtrava attraverso i piccoli oblò, si accorse di non essere solo.

— Buon giorno — disse alla figura infagottata che sedeva all’estremità della panca, dirimpetto alla sua. E ricevette in cambio una risposta impersonale. Quando i suoi occhi si furono adattati alla penombra, si accorse che al piede dell’uomo c’era una valigia e che anche lo sconosciuto indossava un cappotto nero e un berretto scuro.

— Cos’è questa storia? — chiese Nils, ridendo. — A quanto pare, hanno beccato anche voi. Stessa uniforme.

— Non so di che cosa stiate parlando — replicò l’altro freddamente, strappandosi di testa il berretto e ficcandolo in tasca.

Nils si spostò lungo la panca per metterglisi di fronte.

— Naturale. Quello Skou è veramente misterioso. Però ha poca fantasia, quando si tratta di travestimenti. Scommetto che vi hanno prelevato in gran fretta per un lavoro segreto, e vi hanno scodellato qui.

— Come fate a saperlo? — fece l’altro, sedendosi più eretto.

— Fiuto. — Nils si levò il berretto e lo indicò. Poi guardò meglio in faccia il compagno di viaggio. — Ma dove vi ho già visto? Forse a qualche festa, o su qualche rivista? Non siete quello del sommergibile che collaborò al salvataggio di un 707, al largo della costa? Carlsson, Henriksen o qualcosa del genere.

— Henning Wilhelmsen.

— Io mi chiamo Nils Hansen.

Dopo le presentazioni, si strinsero la mano e all’improvviso la tensione diminuì. Faceva caldo nella piccola cabina, e Nils si sbottonò il cappotto. Il motore pulsava regolarmente, mentre si staccavano dalla riva.

Wilhelmsen guardò l’uniforme dell’altro passeggero.

— Non è singolare? — commentò. — Un comandante della marina e un pilota della SAS che se ne vanno a spasso per l’Øresund su una vecchia carcassa come questa. Che cosa vorrà dire?

— Forse la Danimarca possiede una portaerei di cui noi non sappiamo niente!

— E allora, io che c’entro? Dovrebbe essere una portaerei sommergibile, ma in tal caso ne avrei senz’altro sentito parlare. Che ne dite di berci qualcosa?

— Il bar non è aperto.

— Chi lo dice? — Wilhelmsen tirò fuori da una tasca laterale una fiaschetta ricoperta di cuoio. — Il motto dell’equipaggio di un sottomarino è: Siate sempre pronti.

Nils fece schioccare involontariamente la lingua mentre il liquido scuro veniva versato nella tazza di metallo. — Non posso bere, se devo volare nelle prossime dodici ore.

— Sarà molto improbabile, direi. A meno che questa carcassa non metta fuori un paio di ali. E poi, questa è roba della marina; assolutamente analcolico.

— Accetto l’offerta.

Il liquore li tirò su di morale. Dopo aver ronzato intorno all’argomento per un poco, si scambiarono le rispettive informazioni, ma scoprirono soltanto di non sapere niente. Erano diretti verso un luogo imprecisato, per ragioni ignote. Guardarono il sole che si andava abbassando, e di comune accordo dichiararono che l’unico lembo di terra danese situato in quella direzione era l’isola di Bornholm, e che, con quell’imbarcazione leggera, non potevano certo raggiungerla. Mezz’ora dopo, il loro interrogativo ebbe risposta: il motore della lancia si spense e gli oblò di tribordo si oscurarono all’improvviso.

— È sicuramente una nave — disse Henning Wilhelmsen sporgendo la testa dalla porta. — La Vitus Bering.

— Mai sentita nominare.

— Io sì. È una nave dell’Istituto della Marina e ci sono stato anche a bordo. L’anno scorso, quand’era nave appoggio del Blaeksprutten, il piccolo sottomarino sperimentale che io stesso ho collaudato.

Alcuni passi rimbombarono sul ponte e un marinaio guardò dentro, chiedendo il bagaglio. Glielo diedero e lo seguirono su per la scaletta. Un ufficiale della nave li pregò di seguirlo nel quadrato, poi fece strada. Là c’erano ad aspettarli più di dodici militari in uniforme, rappresentanti di tutte le forze armate, e quattro tipi in borghese. Nils ne riconobbe due: un uomo politico che una volta aveva volato sul suo aereo come passeggero, e il professor Rasmussen, vincitore del Premio Nobel.

— Sedete, signori — disse Ove Rasmussen. — Ora vi spiegherò perché siamo tutti qui riuniti.

All’alba del mattino seguente erano nel Baltico, in acque internazionali, a cento miglia da terra. Arnie aveva dormito male: non aveva la stoffa del marinaio, e il rollio della nave l’aveva tenuto sveglio. Arrivò sul ponte per ultimo, e raggiunse gli altri che guardavano come il Blaeksprutten veniva estratto dalla stiva.

— Ha l’aria di un giocattolo — disse Nils Hansen. Il gigantesco pilota, pur portando ancora il berretto della SAS, indossava ora, come tutti gli altri, un paio di stivaloni di gomma, un maglione, e pesanti pantaloni di lana, adatti al tagliente vento artico. Era una giornata invernale, con le nubi basse e l’orizzonte vicino.

— Non è un giocattolo, ed è più grande di quello che sembra — osservò Wilhelmsen, calorosamente. — Con un equipaggio di tre uomini, può ancora portare un paio di osservatori. Si tuffa bene, i comandi sono buoni, raggiunge un’ottima profondità…

— Però mancano le eliche — disse Nils, cupo, ammiccando agli altri presenti. — Devono essere saltate via.

— Questo è un sottomarino, mica una delle vostre macchine volanti! Ha turbine idrauliche e motori a reazione, proprio come quei vostri stupidi bestioni. Ecco perché si chiama Blaeksprutten… Si muove sfruttando la spinta dell’acqua, come le seppie.

Arnie colse lo sguardo di Ove, e chiamò il collega in disparte, con un cenno.

— Una giornata ideale per l’esperimento — disse premendo la lingua contro gli incisivi rimessi, che sentiva ancora estranei. — La visibilità è ridotta e sul radar non compare assolutamente niente. Un aeroplano delle forze aeree ha fatto un volo di ricognizione: la nave più vicina è a centoquaranta chilometri. Ed è soltanto una nave da carico polacca.

— Vorrei essere a bordo, durante l’esperimento, Ove.

Ove gli mise amichevolmente le mani sulle spalle. — Lo credo, mio caro… Io non voglio affatto prendere il tuo posto, ma il ministro pensa che tu sia troppo importante per farti correre grossi rischi, la prima volta. E, secondo me, ha ragione. Comunque, sarei disposto a fare come dici tu, se potessi: solo che non me lo permettono. L’ammiraglio ha ordini precisi e pretenderà che vengano eseguiti. Non preoccuparti, avrò cura del tuo pargoletto! Abbiamo eliminato quell’armonica di disturbo e non c’è altro che possa fare cilecca. Vedrai.

Arnie si strinse nelle spalle, rassegnato, sapendo che sarebbe stato inutile insistere.

Dopo molte oscillazioni e molti ordini gridati col megafono, il piccolo sottomarino fu staccato dalla nave e deposto in mare. Wilhelmsen sgattaiolò giù per la scaletta prima ancora che toccasse la superficie liquida dell’acqua, e con un balzo fu a bordo. Sparì nel boccaporto della torretta di comando, e pochi minuti dopo qualcosa rombò sott’acqua, e i motori si mossero. Henning sbucò di nuovo dal boccaporto e salutò con la mano. — Venite a bordo! — gridò.

Ove prese la mano di Arnie. — Andrà tutto bene — disse. — Abbiamo effettuato dodici controlli diversi dopo l’installazione dell’unità Daleth.

— Lo so, Ove. In bocca al lupo!

Rasmussen scese la scaletta, seguito da Nils Hansen, ed entrarono tutt’e due nel boccaporto, richiudendolo subito.

— Mollare! — gridò Henning. La sua voce rimbombò nell’altoparlante collegato alla radio a onde corte a bassa frequenza, che era stata installata sul ponte. Le gomene furono sciolte, e il piccolo sottomarino cominciò ad allontanarsi. Arnie agguantò il microfono.

— Allontanatevi di trecento metri, prima di iniziare resperimento!

— Ja vel!

I motori della Vitus Bering erano stati spenti, e la nave rollava sul mare tranquillo. Arnie si teneva stretto al parapetto e guardava il Blaeksprutten allontanarsi. Sembrava calmo come al solito, ma sentiva il cuore battere più in fretta di quanto gli fosse mai capitato. La teoria è una cosa, la pratica un’altra… come avrebbe detto Skou! Sorrise tra sé. Quello era resperimento finale.

Aveva un binocolo appeso al collo, e se lo portò agli occhi mentre il sottomarino compiva un’ampia virata intorno alla nave. Attraverso le lenti, il Blaeksprutten appariva distintamente: si muoveva sicuro, mentre le onde si rompevano contro lo scafo quasi completamente sommerso.

Poi, e non era un’illusione, le onde cominciarono a frangersi contro i fianchi e lo scafo restò quasi completamente scoperto. Sembrava sollevarsi nell’acqua in modo innaturale… sempre più.

Infine galleggiò come un enorme pallone sulla superficie del mare.

Poi si staccò anche da quella. Cinque, dieci, trenta metri. Arnie lasciò andare il binocolo e si tenne stretto al parapetto con tutt’e due le mani, impietrito.

Quel sottomarino da venti tonnellate e dallo scafo poderoso se ne stava sospeso con la grazia di un corpo più leggero dell’aria, quaranta metri sopra il livello del mare! Poi il Blaeksprutten sembrò ruotare sopra un perno invisibile, e puntò verso la nave appoggio. Si spostava lentamente, mentre una pioggerellina salata cadeva dallo scafo grondante. Nessuno parlava; tutti erano ammutoliti alla vista di quello spettacolo incredibile. Si udiva indistintamente il balbettio dei motori diesel del sottomarino. Senza staccare gli occhi dalla visione, Arnie agguantò il microfono.

— Potete scendere, ora — disse. — Credo che l’esperimento possa considerarsi riuscito.

7

Con la lavagna alle spalle e di fronte un cerchio di ascoltatori intenti, Arnie si sentiva profondamente a suo agio. Gli sembrava di trovarsi ancora in un’aula dell’università, invece che nel quadrato della Vitus Bering. Con fatica, resisté all’impulso di voltarsi a scrivere il suo nome in caratteri cubitali sulla lavagna. ARNIE KLEIN. Scrisse invece EFFETTO DALETH, molto chiaramente, aggiungendoci la lettera daleth, scritta in grafia ebraica.

— Se avrete la pazienza di ascoltarmi, vi terrò una breve lezione di storia, prima di spiegarvi ciò a cui avete assistito stamattina. Ricorderete certo che alcuni anni fa Israele eseguì con i razzi una serie di esperimenti per lo studio dell’atmosfera. Tali esperimenti dovevano servire a parecchi scopi: per esempio, a dimostrare ai paesi arabi che noi… cioè Israele… possedevamo razzi fatti in casa e non dovevamo dipendere dal capriccio degli stranieri. Date le limitazioni materiali imposte dai paesi limitrofi e dalle dimensioni stesse di Israele, avevamo ben poche possibilità di scelta riguardo alle traiettorie: dovevamo limitarci a un lancio verticale con ritorno altrettanto verticale. Non si poteva fare altro, e per ottenere questo fu necessario approntare precise tecniche di controllo. Ma un razzo capace di alzarsi verticalmente e di rimanere altrettanto verticalmente sopra la rampa di lancio, si dimostrò un mezzo di ricerca di valore inestimabile, sotto moltissimi aspetti. Una nube di fumo strisciante dava modo ai meteorologi di stabilire la direzione e la velocità del vento a qualsiasi quota, mentre i dati rilevati dagli strumenti che stavano all’interno del razzo permettevano poi di coordinare queste con la pressione atmosferica e la temperatura. Una volta fuori dall’atmosfera, si effettuavano altri esperimenti, ma quello che ci interessa ora è il test che inavvertitamente rivelò quelle che si possono soltanto chiamare anomalie gravimetriche. — E cominciò a scrivere la definizione sulla lavagna; ma poi si trattenne.

— A quel punto mi interessavo alle quasar e alla possibile fonte delle loro incomprensibili energie: neppure l’annichilimento totale della materia può spiegare la quantità di energia generata nelle quasar. Ma la cosa accadde quasi incidentalmente perché, per puro caso, quel razzo-sonda si trovava fuori dall’atmosfera quando ebbe inizio un brillamento solare. Rimase lì era oltre cinquanta minuti. Altre sonde erano state lanciate in passato, non appena ci si era accorti di un brillamento, ma con un ritardo inevitabile di almeno un’ora dal momento dell’esplosione originale di energia. Perciò io fui il primo ad ottenere dati riguardanti l’evoluzione completa di un brillamento solare e a poterli studiare. Magnetometro, particelle di raggi cosmici… e qualcosa che allora sembrò del tutto trascurabile: i dati tecnici. Ciò attrasse la mia attenzione perché da alcuni anni stavo studiando certi aspetti della teoria einsteiniana dei quanti, riguardanti la gravità. Queste ricerche erano arrivate a un punto morto, ma le avevo ancora in mente. Così, quando gli altri scartarono alcuni dei dati perché credevano che la telemetria desse un’interpretazione errata a causa dei forti campi magnetici, io investigai più dettagliatamente. I dati erano in realtà esatti, tuttavia ciò dimostrava che una forza del tutto inspiegabile era in azione e riduceva il peso della sonda, ma non la sua massa. Vale a dire che la sua massa gravitazionale e la sua massa di inerzia erano temporaneamente ineguali. Assegnai il simbolo Daleth a questo fattore di differenza e quindi cercai di scoprire che cosa fosse. Tanto per cominciare, pensai subito alla massa di Schwarzchild, o piuttosto all’applicazione di questa al continuum quadridimensionale dell’universo di Minkowski…

L’espressione perplessa di tutti i presenti colpì Arnie, che si fermò. Tra gli altri, c’era un alto ufficiale che lo fissava con occhi che quasi schizzavano dalle orbite. Il professore tossì, portandosi la mano alla bocca per celare la sua confusione: quelli non erano studenti di fisica, dopo tutto…

Voltandosi verso la lavagna, aggiunse un’altra sottolineatura a Daleth.

— Per non entrare troppo nei particolari, tenterò di usare parole semplici. Tuttavia dovete capire che si tratta di una spiegazione molto approssimativa. Mi trovavo di fronte a qualcosa che non sapevo spiegare, anche se quel qualcosa era lì, senza possibilità di dubbio. Era come prendere una dozzina di uova di gallina, farle schiudere, e vederne saltar fuori un’aquila. L’aquila era lì, questo è certo, ma il come e il perché, chi lo sapeva? — Un mormorio di sollievo percorse la stanza, e si notarono perfino alcuni sorrisi, quando i presenti si accorsero finalmente di capire quello che stava dicendo. Incoraggiato, Arnie, continuò.

— Incominciai a lavorare sull’anomalia, prima ricorrendo a formule matematiche per determinarne la natura, poi facendo qualche piccolo esperimento. In fisica, come in tutto, sapere che cosa si sta cercando può essere di grande aiuto. Per esempio, è assai più facile trovare un criminale in una città se si è in possesso di una descrizione e di un nome. Una volta scoperto l’elio nello spettro solare, si scoprì la sua presenza anche qui sulla Terra. L’elio c’era sempre stato, ma era passato inosservato fino a che non si era saputo che cosa cercare. Lo stesso può dirsi dell’effetto Daleth. Sapevo che cosa cercare e trovai la risposta al mio interrogativo. Immaginai che forse sarebbe stato possibile dominare questa… — cercò affannosamente una parola adatta. — Non è il termine esatto, e non dovrei servirmene, ma per il momento chiamiamola «energia», pur tenendo sempre presente che non lo è affatto. Allestii un esperimento per dominarla, ed ottenni risultati spettacolari. Era possibile controllarla. Una volta intercettata, l’energia Daleth poteva venire modulata: questa era poco più che un’applicazione di normale tecnologia. Avete visto i risultati stamane, quando il Blaeksprutten si è alzato nell’aria. Ma questa è una dimostrazione molto modesta: non c’è motivo perché il sottomarino non possa viaggiare anche fuori dall’atmosfera, alla velocità da noi fissata.

Una mano si alzò, decisa, e Arnie annuì in quella direzione. Perlomeno qualcuno lo stava ascoltando attentamente e sentiva il bisogno di fare domande. Era un ufficiale delle forze aeree, molto giovane, per il suo grado.

— Perdonate l’interruzione, professore — disse — ma mi hanno insegnato che questo è impossibile. Voi state negando le leggi newtoniane del moto. I motori del sottomarino non hanno una potenza sufficiente per sollevare la sua massa e tenerla sospesa in aria. Avete accennato alla relatività, che è basata sulla conservazione della quantità di moto della massa-energia e della carica elettrica. Quello che è avvenuto qui deve mettere in dubbio almeno due o tre dei principi di conservazione.

— Verissimo — convenne Arnie. — Ma noi non ignoriamo questa limitazione: stiamo semplicemente usando un diverso sistema di riferimento, nel quale non sono valide. Per trovare un’analogia, vi prego di considerare l’atto di chi gira una valvola. Un piccolo peso, basta per aprire una valvola che permette al gas compresso di lasciare il serbatoio, di espandersi in un involucro e far sollevare un pallone. Un paragone anche migliore si ha immaginando voi stesso penzolante da una corda appesa a quell’involucro, alto sopra il suolo. Una pressione di un’oncia e poco più sopra una lama affilata taglia la corda, riportandovi a terra con effetti altamente drammatici.

— Ma tagliando la corda si libera l’energia cinetica immagazzinata durante la salita a quell’altezza! — sbottò l’ufficiale. — È la gravità della Terra che mi porta giù.

— Esattamente. Ed è stata la gravità della Terra liberata, che ha permesso al Blaeksprutten di volare.

— Ma è impossibile!

— Impossibile o no, è accaduto — dichiarò un ufficiale di grado superiore. — Fareste molto meglio a credere ai vostri occhi, Preben, altrimenti vi farò degradare!

Preben sedette, imbronciato, tra risate generali che si calmarono soltanto quando l’ammiraglio Sander-Lange cominciò a parlare.

— Io credo a tutto ciò che affermate circa la teoria della vostra macchina, professore — disse — e vi ringrazio di aver cercato di spiegarcela. Ma spero che non vi offenderete se dichiaro che, per me almeno, la comprensione di essa non ha grande importanza. Da molti anni ho smesso di tentare di comprendere i dispositivi complicati e le diavolerie che si sistemano sulle mie navi, e mi sono imposto di capire semplicemente a che cosa servono e come vanno usati. Potete spiegarmi le possibilità insite nel vostro effetto Daleth, cioè che cosa si potrebbe ottenere applicandolo?

— Sì, certo. Ma spero vi rendiate conto che ci sono ancora annessi molti «se». Se l’effetto potrà essere applicato, come spero e come chiarirà il prossimo esperimento con il Blaeksprutten, e se il fabbisogno di energia necessaria ad ottenere i risultati desiderati è ragionevole, avremo ciò che potrebbe essere chiamata una vera e propria propulsione spaziale.

— Che cosa volete dire, esattamente? — domandò Sander-Lange.

— Prima di tutto considerate la propulsione spaziale che usiamo attualmente: razzi a reazione, come quelli di cui è dotata la capsula sovietica che sta dirigendosi verso la Luna. I razzi si muovono applicando il principio di azione-reazione. Espellete qualcosa in una direzione e vi muoverete in quella opposta. Migliaia di tonnellate di combustibile, cioè la massa di reazione, devono essere sollevate per ogni chilo che arriva a destinazione. Un processo costoso, complesso e di uso limitato. Una vera propulsione spaziale indipendente da questo rapporto massa-carico, sarebbe funzionalmente pratico come un’automobile o una nave. E servirebbe a creare una vera e propria astronave. I pianeti diventerebbero accessibili come lo sono adesso i vari continenti del nostro mondo. Non si dovrebbe più tener conto della massa di reazione; una vera propulsione spaziale potrebbe essere tenuta costantemente in funzione, continuando ad accelerare fino al punto medio del volo, e poi invertendo la direzione e decelerando fino all’atterraggio. Questo abbrevierebbe incredibilmente il tempo necessario per raggiungere la Luna o altri corpi celesti.

— Quanto ci si impiegherebbe? — domandò qualcuno. — Potreste darci delle cifre precise?

Arnie esitò, ma si alzò Ove Rasmussen per rispondere. — Credo di potervi aiutare io. Ci ho pensato mentre stavate parlando — disse. Prese il regolo calcolatore ed eseguì rapidamente altri calcoli. — Se abbiamo un’accelerazione e una decelerazione ininterrotta di un «G», gli occupanti del veicolo non proveranno alcuna sensazione di caduta libera o di peso eccessivo. Questa sarà un’accelerazione di… novecentootto, anzi, diciamo mille, per semplicità, centimetri al secondo. La Luna dista; in media, quattrocentomila chilometri. Il risultato perciò sarebbe…

Tutti rimasero in silenzio mentre Rasmussen calcolava ancora. Controllò i risultati, aggrottò la fronte, controllò di nuovo. Dovevano essere esatti, perché alzò gli occhi e sorrise.

— Se l’effetto Daleth fornirà una vera propulsione spaziale, c’è qualcosa di nuovo sotto il sole, signori. Saremo in grado di andare da qui alla Luna in poco più di quattro ore!

Nel silenzio attonito che seguì, eseguì un ultimo calcolo.

— Il viaggio su Marte richiederà un tempo un po’ più lungo. Dopotutto, il pianeta rosso dista ottanta milioni di chilometri, quando si trova nella sua congiunzione più favorevole. Ma anche quella distanza verrà percorsa in circa trentanove ore. Un giorno e tre quarti. Non è certo molto.

Tutti erano allibiti. Ma mentre meditavano sulle prospettive aperte dall’effetto Daleth, si levò un mormorio così insistente, che Arnie dovette battere col gesso sulla lavagna per zittirli. Dopo di che gli astanti ascoltarono con attenzione estrema.

— Come vedete, le possibilità di sfruttamento della propulsione Daleth sono pressoché incalcolabili. Dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento nei riguardi delle dimensioni del sistema solare. Ma prima di poter partire per la Luna, per trascorrervi un week-end dedicato all’esplorazione, dobbiamo essere certi di avere una fonte di potenza motrice adeguata. Funzionerà la propulsione lontano dalla superficie terrestre? E la si potrà controllare con esattezza? Potremo cioè effettuare le delicate correzioni di rotta necessarie per raggiungere un oggetto a distanze astronomiche? Possediamo una fonte di potenza sufficiente a fornirci il fabbisogno di energia indispensabile al viaggio? Ci si può fidare costantemente della propulsione? Il prossimo volo del Blaeksprutten dovrebbe rispondere a tutti questi interrogativi. Il veicolo tenterà di sollevarsi molto in alto nell’atmosfera terrestre. E poiché io sono la persona più qualificata per tutto ciò che riguarda le attrezzature relative alla propulsione, eseguirò personalmente le prove. — Si guardò intorno, aspettandosi forse che qualcuno cercasse di dissuaderlo. Ma ci fu solo silenzio. Quella era la sua grande giornata.

— Grazie. Propongo che il secondo esperimento abbia inizio immediatamente.

8

— Comincio a capire perché gli serve un pilota di linea su un sottomarino — disse Nils, azionando l’ingranaggio che sigillava il boccaporto inferiore della torretta di comando.

— Se non vi spiace, tenete voi il giornale di bordo — fece Henning, indicando il libro aperto che stava sul piccolo tavolo del navigatore, fissato alla paratia.

— Va bene — disse Nils, lanciando un’occhiata all’orologio e scrivendo subito qualcosa. — Se l’esperimento funziona, voi sarete l’unico comandante di un sottomarino che sia mai stato stipendiato dalle forze aeree.

— Allontaniamoci un poco, comandante Wilhelmsen, per favore — disse Arnie, intento ai suoi strumenti. — Almeno alla distanza dell’altra volta.

— Ja el. — Henning armeggiò con un dispositivo, e le pompe pulsarono sotto i loro piedi. Poi sedette al posto del pilota, davanti alla torretta di comando. Lo scafo si sollevava, in una specie di protuberanza che conteneva tre oblò rotondi, molto spessi. Un volante, molto simile a quello di un aereo, serviva a dare la direzione: per voltare bastava variare la velocità relativa dei getti d’acqua gemelli che propellevano il sottomarino e che erano orientati dai deflettori di poppa.

— Siamo distanti duecento metri — annunciò infine Wilhelmsen, riducendo la velocità.

— Le pompe dei vostri getti sono meccaniche? — domandò Arnie.

— Sì, azionate elettricamente.

— Potete staccarle completamente e mantenere un’emissione costante del vostro generatore? Abbiamo regolatori di voltaggio, ma sarebbe bene se poteste produrre una quantità il più costante possibile.

Henning abbassò una serie di interruttori. — Tutti i motori sono staccati. Sono inseriti ancora la strumentazione e l’impianto dell’aria. Posso staccare anche quelli, per breve tempo, se desiderate.

— No, basta così. Ora metterò in funzione l’unità di propulsione e ci solleveremo con un minimo di energia all’altezza approssimativa di cento metri.

Nils scrisse qualcosa sul giornale di bordo e guardò le onde che si frangevano contro l’oblò più vicino. — Avete un altimetro a bordo, Henning?

— No.

— Peccato. Bisognerà farne installare uno. E ci vorrà il radar, invece di quel sonar. Ho l’impressione che stiate uscendo dalla vostra sfera di competenza…

Henning assunse un’espressione addolorata e crollò malinconicamente la testa. Poi lanciò un’occhiata all’oblò, mentre una strana vibrazione percorreva tutto il sommergibile. La superficie dell’acqua si allontanava a velocità costante.

— È sospeso nell’aria, ora — disse, sgomento, guardando gli strumenti ormai inutili. L’ascesa continuava, gli istanti passavano.

— Cento metri — dichiarò Nils tenendo come punto di riferimento la nave sottostante. Arnie compì una lieve correzione e si voltò.

— Sembra che ci sia una riserva di energia più che sufficiente, anche quando la propulsione tiene la massa del sommergibile a que sta quota. Gli apparecchi funzionano bene e non c’è pericolo di sovraccarico. Siete pronti, signori?

— Mai stato più pronto in vita mia.

— Premete il pulsante, professore. È spiacevole restare qui, sospesi a mezz’aria!

Il ronzio cessò, e gli occupanti si sentirono schiacciare contro i sedili. Nils e Henning, ammutoliti dall’emozione, guardavano fuori dagli oblò mentre il minuscolo sottomarino balzava verso il cielo. Un fischio leggero, appena più forte del gemito dell’impianto per l’aria condizionata, vibrò attraverso tutto lo scafo mentre l’aria fuggiva veloce all’esterno. Il motore pulsava regolarmente. Senza sforzo e in assoluto silenzio, lo strano veicolo proseguiva la sua corsa. L’oceano sottostante si era fatto liscio, e la nave-appoggio era diventata piccola come un giocattolo, prima che le nubi basse si chiudessero intorno a loro.

— Questo è peggio del volo cieco — disse Nils, stringendo a pugno le grosse mani. — Nessuno strumento, tranne la bussola. Impossibile!

Arnie era il più calmo dei tre, troppo occupato con i suoi strumenti anche solo per dare un’occhiata dall’oblò. — Nel prossimo volo avremo tutto l’occorrente — disse. — Questo è un esperimento. Su e giù, come con l’ascensore. Intanto l’unità Daleth mostra che siamo ancora verticali rispetto alla gravità della Terra, e che ci stiamo ancora allontanando da essa alla stessa velocità.

Gli strati di nubi erano spessi, ma presto si allontanarono dalla chiglia. Poi il ritmo regolare dei motori diesel cambiò. — La corrente… cade! Che cosa non va? — gridò Arnie.

Henning era nel minuscolo compartimento delle macchine.

— Qualcosa, il combustibile, non so… I motori perdono potenza… — gridò.

— La pressione atmosferica! — disse Nils. — Abbiamo raggiunto il limite estremo dell’atmosfera. L’ossigeno è molto più in basso!

Il motore tossì, balbettò, quasi si fermò, e il sottomarino fu percorso da un brivido. Un istante dopo cominciò a precipitare.

— Non si può far niente? — gridò Arnie, azionando disperatamente i comandi. — Il flusso… così irregolare… l’effetto Daleth sta diventando inservibile! Non potete stabilizzare la corrente?

— Le batterie! — Henning cercò di tornare al suo posto, galleggiando quasi nell’aria tanto la caduta andava accelerando rapidamente.

Cercò di aggrapparsi allo schienale del sedile, ma non ci riuscì e fluttuò su e giù, battendo contro il periscopio e rimbalzando all’indietro. Finalmente riuscì ad aggrapparsi alla poltroncina e ci sì piantò sopra, legandosi con la cinghia. Poi si sedette verso i comandi.

— Corrente… al massimo!

La caduta continuò. Arnie lanciò una rapida occhiata ai compagni.

— Preparatevi. Ho staccato completamente la mia propulsione. Quando la reinserirò, temo che la reazione non sarà molto delicata, perché…

Il metallo cigolò, le attrezzature si schiantarono, gli uomini rantolarono per la decelerazione improvvisa che strappava l’aria ai polmoni. Si sentirono comprimere duramente sui sedili, e per un istante furono sul punto di svenire, mentre il sangue abbandonava il cervello.

Poi tutto finì, e si ritrovarono a bocca aperta, con le vertigini. La faccia di Henning era una maschera bianca, striata del sangue che usciva dalla ferita che si era prodotto battendo la testa contro il periscopio. Fuori c’erano solo nubi. Il motore pulsava normalmente, facendo da sottofondo al respiro affannoso degli uomini.

— Non… non ripetiamo questa esperienza! — balbettò Nils, inspirando profondamente.

— Ora manteniamo la quota senza spostamento laterale — disse Arnie, con voce calma, nonostante le difficoltà di respiro. — Preferite tornare… o terminare ia prova?

— Se non capiterà più niente di simile, io continuerei — rispose Nils.

— D’accordo. Ma propongo di agire con le batterie.

— Com’è la carica?

— Eccellente. La diminuzione è inferiore del cinque per cento.

— Ci alzeremo di nuovo. Avvisatemi quando si sarà ridotta del settanta per cento, e torneremo. Dovremmo avere un discreto margine di sicurezza. E poi si potranno rimettere in funzione i motori quando saremo più in basso. Fu tutto facile, divertente. Le nubi si allontanarono di nuovo, mentre il motore pulsava. Henning lo fermò e sigillò!a presa d’aria. Si alzarono.

— Cinquemila metri almeno — disse Nils, sbirciando la coltre di nubi sottostante, con l’occhio esperto del pilota. — La maggior parte dell’atmosfera ce la siamo lasciata dietro.

— Dunque posso aumentare l’accelerazione. Per favore, segnate l’ora.

— È tutto nel giornale di bordo. E qualcosa è annotato con una calligrafia molto irregolare, ve lo posso assicurare.

Era ormai visibile la curvatura della Terra e, sopra di essa, la striscia azzurra dell’atmosfera che si stemperava nel nero dello spazio. Si scorgevano le stelle più lucenti; il sole brillava come un faro e, entrando attraverso l’oblò, formava una macchia di luce accecante sul ponte. La pressione verso l’alto cessò.

— Eccoci — disse Arnie. — L’attrezzatura funziona bene, manteniamo la nostra posizione. Sapete calcolare la quota?

— Centocinquanta chilometri — disse Nils. — Novanta o cento miglia. Il panorama ha tutta l’aria delle foto prese dai satelliti a quell’altezza.

— La riserva della batteria è calata ancora e diminuisce lentamente.

— Sì, ci vuole molta energia per restare sospesi: poco meno che per l’accelerazione.

— Allora ce l’abbiamo fatta! — disse Nils. Poi, più forte, come se solo allora comprendesse l’importanza dell’avvenimento, soggiunse: — Ce l’abbiamo fatta! Possiamo andare dovunque! Fare qualsiasi cosa…

— Riserva della batteria calata del settanta per cento.

— Allora scendiamo.

— Un po’ più lentamente dell’altra volta?

— Potete esserne certo.

E il sottomarino cominciò a perdere quota con la delicatezza di una foglia che si stacca dall’albero. Poi attraversò uno strato di alti cirri argentei.

— Ma non atterreremo troppo a ovest? — domandò Nils. — La Terra avrà ruotato sotto di noi. e non potremo scendere nel medesimo punto.

— No, ne ho tenuto conto. Non dovremmo fermarci a più di tre chilometri dal punto di partenza.

— Meglio che mi attacchi alla radio, allora. — Henning mise in funzione l’apparecchio. — Presto saremo alla portata giusta…

Fra le scariche arrivò chiaramente una voce che parlava il danese di Copenaghen, tanto ricco di frasi in gergo che solo chi è nato in quella città è in grado di capirlo.

tuffati, figlia, tuffati, e non risalire a prendere aria. Nuota nel profondo, sorellina, nuota nel profondo….

— Ma che diavolo stanno dicendo? — Arnie alzò gli occhi, sorpreso.

— Là! — disse Nils, guardando dall’oblò, e spostando la testa rapidamente per seguire le argentee forme alate che sfrecciavano sotto di loro. — MIG russi. Siamo appena usciti dalle nubi e non credo che ci abbiano visti. Possiamo scendere un po’ più in fretta?

— Tenetevi.

Arnie mosse un dito e tutti si sentirono lo stomaco in gola.

— Avvisatemi quando saremo a circa duecento metri dall’acqua — raccomandò il professore, calmo. — Così potrò rallentare la caduta prima dell’ammaraggio.

Nils si aggrappò ai braccioli della sua poltroncina per impedire al proprio corpo di fluttuare verso l’alto, nonostante la cintura. La superficie plumbea del Baltico si avvicinava vertiginosamente: ormai erano visibili le onde, con la loro cresta bianca, e la Vitus Bering, lontana, da un lato.

— Più vicino… più vicino… Ecco!

Il sommergibile venne come schiacciato verso il basso, e le attrezzature non assicurate rollarono scivolando sul ponte che si inclinò all’improvviso. Poi una forma ancora più possente investì il sottomarino, comprimendone tutto lo scafo: affondavano.

— Ora tocca a voi, comandante Wilhelmsen — disse Arnie. E per la prima volta la sua voce risuonò un po’ tesa. — Sto disinserendo l’unità Daleth.

Le pompe si risvegliarono pulsando, e Henning accarezzò il quadro dei comandi. Era duro viaggiare come passeggero nel proprio sottomarino… Mentre virava lentamente e risaliva tanto da poter usare il periscopio, fischiettò un’arietta allegra.

— Date un’occhiata attraverso il periscopio, Hansen, vi spiace? È facile, proprio come nei film.

— Ma certo! — esclamò Nils. Abbassò le maniglie del dispositivo e spinse indietro il berretto. Poi premette il viso contro l’imbottitura di gomma. — Non vedo un bel niente.

— Girate la manopola per mettere a fuoco le lenti!

— Sì, così va meglio. Vedo la nave. — Spostò il periscopio con un movimento circolare. — Nessun’altra unità in vista. Ma questo aggeggio non ha un campo abbastanza vasto, così non si sa niente del cielo.

— Dobbiamo correre il rischio. Ora saliremo un po’, per liberare l’antenna.

La radio sibilò per il rumore di fondo, poi si inserì una voce, che subito si spense per risvegliarsi un istante dopo.

— Hello! Blaeksprutten, mi sentite? Passo. Hello…

— Qui Blaeksprutten. Che succede? Passo.

— Sembra che siate comparsi sugli schermi radar dei russi. I MIG sorvolano la zona da quando siete partiti. Ora nessuno è in vista. Crediamo che non vi abbiano visto rientrare. Per favore, avvicinatevi e riferite sull’esperimento. Passo.

Arnie afferrò il microfono.

— L’attrezzatura funziona perfettamente. Nessun problema. Quota approssimativa di centocinquanta chilometri, raggiunta con le batterie. Passo.

Alzò un interruttore e il suono degli applausi lontani giunse attraverso l’altoparlante.

9

Il tavolo era ricoperto di riviste e opuscoli che non interessavano affatto a Horst Schmidt. Novy Mir, La Russia oggi, La Pravda, A dodici anni dall’aggressione imperialistica statunitense nel Laos. Schmidt si appoggiò allo schienale della sedia, puntando un gomito sui giornali, e aspirò profondamente dalla sigaretta. Un piccione si posò battendo le ali sul davanzale della finestra, e lo fissò con gli occhi vispi attraverso il vetro imperlato di gocce d’acqua. Schmidt sbatté la sigaretta sull’orlo del portacenere, e bastò un movimento improvviso a far fuggire il piccione. Nello stesso istante la porta si aprì ed entrò Lidia Efimovna Schirochenka. Era snella e bionda, e poteva sembrare scandinava, se non fosse stato per gli alti zigomi slavi. Portava un abito di tweed verde, di buon taglio e alla moda, indubbiamente acquistato in Danimarca. Schmidt vide che stava leggendo la sua relazione e che aggrottava la fronte.

— Qui dentro c’è ben poco di importante, considerato quello che vi paghiamo — disse seccamente la donna. Poi sedette dietro la scrivania, che portava una targhetta con la scritta Troisième Secrétaire de la Legation. Parlava in tedesco, da bravo membro del partito, approfittando dell’occasione di potersi esercitare con un autentico figlio della Germania.

— Ci sono molte informazioni lì dentro — rispose Schmidt. — Le notizie segrete, anche quando sono frutto di deduzioni, sono sempre notizie segrete. Ora sappiamo che gli americani sono all’oscuro quanto noi sulla faccenda di Langeliniekaj; che i loro amici dei tempi migliori, i danesi, non rivelano ai loro soci della NATO tutti i loro segreti interni; che tutti i settori delle forze armate erano interessati alla cosa. E, se osservate attentamente l’ultimo paragrafo, tovarich Shirochenka, vedrete anche che ho identificato uno dei civili che si trovavano a bordo della Isbjorn lo stesso giorno in cui vi fu tutto quel movimento. È il professor Rasmussen, Premio Nobel per la fisica. E ciò mi sembra molto interessante. Che relazione c’è tra questa faccenda e la fisica?

Lidia Shirochenka non sembrava impressionata da quelle rivelazioni. Prese da un cassetto una foto e la passò a Schmidt. — È questo, l’uomo di cui parlate?

Lui era abituato da troppi anni a controllarsi, per tradire ingenuamente le proprie reazioni, ma rimase sorpreso. Era una foto molto granulosa, evidentemente scattata con l’aiuto del teleobiettivo, in cattive condizioni di luce, ma vi si riconosceva immediatamente Ove Rasmussen, con una valigetta in mano, mentre scendeva dalla rampa di una nave.

— Sì, è la stessa persona. Dove l’avete trovata?

— Non è affar vostro. Non siete il solo a lavorare per questa sezione. Il vostro scienziato dimostra ora di avere in qualche modo a che fare con razzi e missili. Indagate a fondo su di lui. Cercate di sapere chi incontra, che cosa fa. E non riferite agli americani questo stralcio di notizia. Sarebbe poco saggio.

— Voi mi insultate! Sapete benissimo a chi sono fedele!

— Sì. A voi stesso. È impossibile insultare un «doppio agente». Sto soltanto tentando di farvi capire che sarebbe un grosso sbaglio tentare di ingannare noi come avete fatto con i vostri padroni della CIA. Per voi, la lealtà non esiste; esiste solo il denaro.

— E invece io sono estremamente leale. — Schmidt spense la sua sigaretta, poi ne tirò fuori un pacchetto nuovo e lo porse a Lidia Shirochenka. Lei alzò gli occhi e fissò l’etichetta. Erano sigarette americane, che costavano molto a Copenaghen. — Prendetene una. Io le ho con lo sconto, a circa un quinto del prezzo normale. — Aspettò che la ragazza accendesse, poi continuò: — Io sono fedele alla vostra organizzazione, perché è la cosa che più mi conviene. Parlando da professionista vi assicuro che è molto difficile ottenere informazioni segrete dall’URSS: voi avete una rigorosissima rete di servizi di sicurezza. Perciò accetto con entusiasmo le notizie, probabilmente false, che mi fornite per gli americani. Loro non scopriranno mai che sono false, perché la CIA è di un’inefficienza semplicemente schifosa e le informazioni segrete che procura al suo governo sono quasi sempre inesatte, e mi pagano benissimo per quello che faccio. Poi ci sono anche altri vantaggi minori. — Alzò la sua sigaretta e sorrise. — Tra i quali, non ultimo, è il compenso che ricevo da voi per i piccoli segreti americani che vi rivelo. La trovo una sistemazione molto vantaggiosa. E poi, da quando Beria…

— Sono cambiate molte cose dai tempi di Beria — interruppe la ragazza, brusca. — Un ex agente delle SS quale siete voi, non può certo invocare pretesti morali. — Lui non rispose e lei si voltò a guardare, fuori dalla finestra, il lungo edificio bianco appena visibile sotto la pioggia leggera. Indicò col dito.

— Eccoli là, Schmidt. Oltre il cimitero. C’è qualcosa di molto simbolico in questo. Ci avete mai pensato?

— Mai — disse lui freddamente. — Avete più intuito di me, in queste cose, tovarich Shirochenka.

— Be’, non dimenticatelo. Siete un individuo che sorvegliamo con molta attenzione. Cercate di arrivare più vicino a quel professor Rasmussen.

Si interruppe perché la porta si apriva. Un giovanotto in maniche di camicia entrò in fretta e le porse una striscia di carta staccata da una telescrivente. Lei lesse rapidamente e i suoi occhi si dilatarono.

— Boshemoi! — mormorò, scossa. — No, non può essere vero…

Il giovane annuì in silenzio, con la stessa espressione di incredulità stupefatta.

— Quante ore sono, ormai? — chiese Arnie.

Ove lanciò un’occhiata al foglio appeso sopra il tavolo del laboratorio. — Più di duecentocinquanta, e di attività ininterrotta. Sembra che tutti i difetti siano stati corretti.

— Lo spero davvero. — Arnie ammirò lo splendido apparecchio cilindrico che riempiva quasi completamente la gabbia. Era tutto ornato di fili e di saldature elettroniche, e a fianco aveva un grande pannello di comando. Funzionava silenziosamnete, eccezion fatta per un basso e quasi impercettibile ronzio. — È un bel passo avanti — soggiunse.

— Furono gli inglesi a compiere la maggior parte del lavoro di fondo, negli ultimi anni del sessanta. Io mi interessai perché riguardava parte delle mie ricerche. Ero riuscito ad ottenere plasmi di duemila gradi, ma solo per periodi di tempo limitati, poche migliaia di microsecondi. Poi quei tipi di Newcastle sul Tyne cominciarono a usare plasma di elio-cesio a millequattrocentosessanta gradi centigradi, con un campo elettrico interno. Aumentavano la conduttività del plasma fino a duecento volte. Utilizzai la loro tecnica per costruire il Piccolo Hans, che vedete qui. Non sono ancora riuscito a graduare l’effetto, ma credo di vedere una via d’uscita. Comunque il Piccolo Hans lavora bene e produce costantemente alcune migliaia di volt; dunque non posso lamentarmi.

— Hai fatto miracoli! — Arnie ringraziò con un cenno del capo una delle assistenti di laboratorio che gli porgeva una tazza di caffè. Poi cambiò posizione, con aria pensierosa. — Graduata, questa potrebbe essere la fonte di potenza che ci serve per una vera nave spaziale. Un generatore atomico pressurizzato, del tipo ora impiegato nei sottomarini e nelle navi di superficie, risponderebbe alle nostre esigenze. Niente combustibile, niente ossidante. Ma avrebbe un aspetto negativo.

— Il raffreddamento — disse Ove, soffiando sul suo caffè bollente.

— Esattamente. Si può ottenerlo con l’acqua del mare, in una nave, ma è difficile trovare qualcosa del genere nello spazio. Suppongo che si potrebbe costruire un’unità irradiante esterna…

— Sarebbe molto più grande della nave stessa!

— Sì, ci credo. Il che ci porta al tuo generatore a fusione. Molta forza, non troppo spreco di calore da neutralizzare. Mi permetti di aiutarti?

— Magnifico. Fra tutti e due sono certo che… — Si interruppe, distratto da un mormorio proveniente dall’estremità del laboratorio. — Che c’è, laggiù?

— Scusate, professore. È solo una notizia. — La ragazza gli porse l’edizione di un quotidiano.

— Che cosa è successo?

— I russi. Si tratta del loro volo intorno alla Luna. Salta fuori che è qualcosa di più di una ricognizione intorno al satellite. Una capsula di atterraggio si è posata sul Mare della Tranquillità.

— Gli americani non ne saranno troppo soddisfatti — disse Ove. — Finora hanno considerato la Luna come un lembo d’America.

— Il guaio è — continuò la ragazza porgendogli il giornale — che dopo l’allunaggio qualcosa si è guastato nel modulo lunare. Non possono ripartire.

L’articolo diceva soltanto questo, aggiungendo la foto di tre sorridenti cosmonauti, scattata poco prima del lancio. Nartov, Shavkun e Zlotnikov. Un colonnello, un maggiore e un capitano in successione gerarchica perfetta. Tutto era stato organizzato a perfezione: riprese televisive, servizio giornalistico, decollo, primo stadio, secondo stadio, trasmissioni radio e ringraziamenti al compagno Lenin per aver reso possibile il viaggio, l’accostamento, l’allunaggio… Erano scesi sulla superficie della Luna, ed erano vivi, ma qualcosa non aveva funzionato. Dai rapporti non si capiva bene che cosa fosse accaduto, ma il risultato appariva evidente. Gli uomini erano là, intrappolati. Per sempre. Sarebbero vissuti soltanto finché fossero durate le bombole dell’ossigeno.

— Che morte orribile, così lontani da casa… — disse l’assistente, interpretando il pensiero di tutti.

Arnie rifletté, con calma, considerando l’accaduto. I suoi occhi andarono al generatore a fusione, e quando li staccò, vide che anche Ove l’aveva guardato, come se tutti e due avessero avuto la stessa idea.

— Andiamo — disse Rasmussen — torniamocene a casa. Qui, adesso, non c’è più niente da fare, e se partiamo subito riusciremo forse a evitare il traffico dell’ora di punta.

Mentre Ove si destreggiava nel fiume di biciclette, svoltando poi a nord, sulla Lyngbyvej, nessuno dei due parlò. La radio era accesa, e ascoltarono le ultime notizie fino a che non furono arrivati a Charlottenlund.

— Siete in anticipo — disse Ulla, quando li vide entrare. Ulla era la moglie di Ove, una rossa ancora piacente malgrado i suoi quarantacinque anni. Quando Arnie stava con loro, lei aveva una notevole tendenza a trattarlo troppo maternamente, perché la sua magrezza la commuoveva. Così approfittò subito di quell’occasione inaspettata. — Stavo appunto facendo il tè, e ve ne porto una tazza. Con qualche panino, per farvi resistere fino all’ora di cena. — Non si curò delle proteste e corse via.

I due uomini entrarono nel soggiorno e accesero la televisione. Il canale danese non era ancora collegato, ma quello della Svezia stava trasmettendo un programma speciale sui cosmonauti. Ascoltarono attentamente. I particolari venivano rilasciati a malincuore da Mosca, ma si cominciava a ricostruire l’intera tragedia.

L’allunaggio si era svolto regolarmente fino all’ultimo momento. La capsula era scesa nella zona scelta e, fino all’attimo in cui si era posata sulla crosta lunare, tutto era andato alla perfezione. Ma mentre venivano spenti i motori uno dei sostegni aveva ceduto. Non si sapeva con esattezza se il supporto si fosse spezzato o se fosse affondato in una buca, ma il risultato era chiaro: il modulo lunare si era inclinato su un fianco. Uno dei motori si era staccato, e una grande quantità di combustibile era andata perduta. Il veicolo non era più in grado di decollare e gli astronauti si trovavano bloccati là per sempre.

— Chissà se i sovietici hanno qualche razzo appoggio che possa arrivare in tempo? — disse Arnie.

— Ne dubito. L’avrebbero detto, se ci fosse stata la minima speranza. Hai sentito anche tu che toni da tragedia aveva l’intervista. Ormai li considerano spacciati e stanno preparando i loro busti per le onoranze.

— E gli americani?

— Se solo potessero farci qualcosa, salterebbero dalla gioia, ma non si sono ancora permessi commenti. Anche se un’astronave fosse pronta alla partenza, questo non sarebbe il mese adatto per tentare un viaggio sulla Luna partendo dall’America. E quando verrà il momento buono, per i tre cosmonauti sarà troppo tardi.

— Allora… non si può fare proprio niente?

— Ecco il vostro tè — disse Ulla, arrivando col vassoio carico.

— Lo sai anche tu, vero? — replicò Ove. — Stai pensando quello che penso io. Perché non prendere il generatore a fusione, caricarlo sul Blaeksprutten e andare fin lassù, sulla Luna, a salvarli?

— Sembra un’idea pazzesca, quando la si esprime a parole.

— Anche il mondo in cui viviamo è pazzesco. Dobbiamo tentare di parlarne al ministro?

— Perché no? — Arnie alzò la sua tazza. — Alla Luna, allora.

— Alla Luna!

Ulla, con gli occhi dilatati dallo stupore, guardava ora l’uno ora l’altro come se li credesse impazziti tutt’e due.

10

— Rimandiamo alle sedici il prossimo collegamento — disse il colonnello Nartov, girando l’interruttore della radio. Si era tolto la tuta spaziale e indossava solo un paio di calzoncini con il fondo strappato. I baffi scuri gli erano cresciuti tanto da sembrare quasi morbidi, quando li accarezzava. E la pelle gli prudeva. Se avesse avuto a disposizione acqua sufficiente per lavarsi a dovere! Aveva caldo, si sentiva tutto appiccicoso e il piccolo abitacolo puzzava come la tana di un orso.

Shavkun dormiva a bocca aperta, respirando rumorosamente. Il capitano Zlotnikov stava trafficando con le manopole del ricevitore, per captare il programma speciale che veniva trasmesso per loro giorno e notte. Avevano energia più che sufficiente, grazie ai pannelli solari. Scariche… un’esplosione di musica… poi il suono gentile di una balalaika che eseguiva una vecchia aria popolare.

Zlotnikov si sdraiò, mani sotto la nuca, e l’accompagnò canterellando piano. Nartov alzò gli occhi per guardare il globo bianco e azzurro che spiccava nel cielo nero e sentì il desiderio di fumare una sigaretta. Shavkun grugnì nel sonno facendo strani rumori con la bocca.

— Scacchi? — domandò Nartov. E Zlotnikov posò la copia sciupata delle Opere complete di V.I. Lenin stampate su carta velina, che aveva sfogliato fino a quel momento. Era l’unico libro a bordo: avevano pensato di leggerne dei brani quando avrebbero piantato la bandiera sovietica sul suolo lunare, e benché in altre circostanze il libro si fosse dimostrato ricco di ispirazioni, nella situazione attuale era di ben poco aiuto. Meglio gli scacchi. La piccola scacchiera tascabile era il pezzo più importante dell’equipaggiamento, a bordo della Vostok IV.

— Sono in testa io — dichiarò Nartov, porgendogliela. — A voi i bianchi.

Zlotnikov annuì e fece una mossa prudente: l’avversario era un giocatore agguerrito e non voleva correre rischi. Fuori, il sole, che riversava i suoi raggi sul Mare della Tranquillità, sembrava assolutamente immobile nel cielo nero, anche se in realtà si spostava di continuo verso l’orizzonte. Nonostante la protezione degli occhiali scuri, il capitano socchiuse gli occhi per il riflesso abbagliante, mentre cercava istintivamente qualcosa che si muovesse, qualche cambiamento in quell’oceano di roccia e sabbia color madreperla, o grigio-verde, senza vita.

— Tocca a voi.

Zlotnikov guardò di nuovo la scacchiera e spostò il cavallo. — Un luogo deserto, senz’aria… Chi mai avrebbe pensato che potesse fare tanto caldo? — disse.

— Chiunque avesse immaginato che ci saremmo trattenuti qui così a lungo, ve l’ho già detto! La capsula è stata trattata a dovere, ma qualche radiazione la penetra ugualmente. Non ha una tenuta del cento per cento. Per questo ci scaldiamo. Avremmo dovuto restare qui meno di un giorno e la cosa non era considerata importante.

— Sono più di undici giorni. Attento alla vostra regina!

Il colonnello si asciugò il sudore dalla fronte, col dorso della mano. Poi guardò il paesaggio immobile e tornò a fissare la scacchiera. Shavkun grugnì e aprì gli occhi.

— Fa troppo caldo, per dormire — brontolò.

— Però sembra che non ne abbiate risentito nelle ultime due ore — osservò Zlotnikov. E con un’altra mossa cercò di sottrarsi all’attacco deciso dell’avversario.

— Tenete la lingua a posto, capitano — disse Shavkun, irritato da quel sonno pesante nell’atmosfera soffocante.

— Sono un Eroe del Popolo Sovietico — rispose Zlotnikov, per niente impressionato dal rimprovero. Il grado aveva ben poca importanza ormai.

Shavkun guardò con disgusto i compagni chini sulla scacchiera. Lui era un giocatore di second’ordinc. Gli altri due lo battevano così facilmente che aveva deciso di non cimentarsi più. E questo gli lasciava troppo tempo per pensare.

— Quanto può durare l’ossigeno?

Nartov si strinse nelle spalle, senza neppure alzare gli occhi. — Due giorni, forse tre. Lo sapremo con certezza quando dovremo aprire l’ultimo cilindro.

— E poi?

— Allora decideremo il da farsi — rispose, irritato. Il gioco era riuscito a fargli dimenticare per qualche istante la loro situazione irrimediabile e non gli andava di esserci riportato di peso. — Ne abbiamo già parlato. La morte per asfissia può essere penosa. Ci sono modi assai più semplici di andarsene. Prenderemo una decisione al momento opportuno.

Shavkun si lasciò scivolare dalla cuccetta e si appoggiò all’oblò, che presentava solo una leggera inclinazione. Erano riusciti a raddrizzare il veicolo scavando sotto gli altri due supporti, ma niente poteva sostituire il combustibile perduto. E la Terra era là, così vicina… Prese la sua macchina fotografica e guardò nel pentaprisma socchiudendo gli occhi, servendosi delle lenti telescopiche più potenti che avevano in dotazione.

— Quella tempesta è finita. Tutto il Baltico è libero. Mi sembra perfino di vedere Leningrado. È sereno, veramente sereno, là, e il sole brilla…

— Piantatela — ordinò il colonnello Nartov, bruscamente.

Shavkun ubbidì.

11

Le acque grigie del Baltico mugghiavano contro i fianchi della Vitus Bering, frangendosi in tappeti di schiuma che venivano rapidamente lasciati indietro; un gabbiano volava battendo le ali lentamente, nell’ottimistica attesa che qualche rifiuto venisse gettato in mare. Arnie se ne stava appoggiato al parapetto e gustava l’aria tagliente del mattino, dopo una notte trascorsa nell’atmosfera stantia della cabina; il cielo, che mostrava ancora una striscia rossa ad est dove il sole si alzava sopra l’orizzonte, era quasi completamente senza nubi e la sua cupola azzurra riposava sulla superficie mossa del mare. Ad un tratto una porta si aprì, e Nils uscì sul ponte, sbadigliando e stiracchiandosi. Si guardò intorno, sbirciando con occhio clinico da sotto la visiera del berretto dell’uniforme delle forze aeree, che aveva sostituito quello della SAS, e sentenziò: — Mi sembra il tempo adatto per volare, professor Klein.

— Chiamatemi Arnie, per favore, capitano Hansen. Come compagni di volo in questo viaggio importante, credo che dovremmo mettere da parte le formalità.

— E voi chiamatemi Nils, allora. Naturalmente, avete ragione. Perbacco, se è importante! Comincio ad accorgermene solo ora. Anche se tutto è stato accuratamente progettato, quando penso che dopo la prima colazione partiremo per la Luna e che dovremmo essere di ritorno prima di pranzo… È difficile crederci. Venite, mangiamoci qualcosa prima che gli altri facciano fuori tutto.

Ce n’era più che a sufficienza, di cibo. Nils sparse la farina d’avena cruda sopra i cornflakes e innaffiò tutto col latte, secondo l’uso scandinavo. C’erano anche uova sode, quattro tipi di pane, un piatto di formaggio, prosciutto e salame. E, per chi disponesse di un appetito ancora più robusto, c’erano tre tipi di aringhe. Arnie, abituato alla leggera colazione di Israele, prese solo del pane nero con un po’ di burro e una tazza di caffè. Guardava affascinato il gigantesco pilota, che assaggiava tutto e poi si serviva una seconda volta. Infine arrivò Ove, che si versò il caffè e li raggiunse.

— Noi tre costituiremo l’equipaggio — disse. — È deciso. Sono rimasto alzato metà della notte per convincere l’ammiraglio Sander-Lange, che finalmente ha compreso il mio punto di vista.

— E quale sarebbe? — domandò Nils, con la bocca piena di aringa e rugbrød imburrato. — Sono pilota e dovete scegliermi per forza: ma che ci stanno a fare due fisici importanti come voi a bordo?

— Ci sono due dispositivi completamente separati — rispose Ove, con la prontezza acquisita discutendo per metà della notte. — La propulsione Daleth e il generatore a fusione. Entrambi richiedono l’attenzione costante di un esperto, e si dà il caso che noi due siamo le sole persone adatte a quel compito; due «tecnici specializzati», che hanno una funzione molto importante. Se il Blaeksprutten è in grado di volare, soltanto noi possiamo indurlo a farlo. A questo punto non si può tornare indietro. Il nostro rischio è davvero minimo, paragonato alla morte certa di quei cosmonauti sulla Luna. Ed è anche questione d’onore, ora. Sappiamo di potercela fare e dobbiamo tentare.

— Onore danese — disse Nils con gravità. Poi scoppiò a ridere. — Questo lascerà i russi di stucco! Quanti abitanti ci sono nel loro paese? Duecentoventisei o duecentoventisette milioni, troppi per contarli tutti. E quanti, in Danimarca?

— Poco più di cinque milioni.

— Esatto, molto meno che nella sola Mosca. Dunque i russi organizzano le parate, lanciano i razzi, fanno i loro bravi discorsi… e infine ia pentola si rovescia e tutto il sugo esce fuori. Ed ecco che noi arriviamo a raccogliere i cocci!

Gli ufficiali della nave, seduti al tavolo accanto, che erano rimasti in silenzio mentre Nils alzava la voce pieno di entusiasmo, esplosero in un applauso, ridendo forte. Quell’impresa stuzzicava il senso dell’umorismo danese. La Danimarca era un paese piccolo, ma immensamente orgoglioso, con una storia lunga e affascinante, che durava un migliaio d’anni. E, come tutti i paesi del Baltico, temeva la presenza dell’Unione Sovietica che se ne stava al di là di quel piccolo mare poco profondo. Certo quel tentativo di salvataggio sarebbe stato ricordato per molto tempo.

Ove guardò l’orologio e si alzò.

— Mancano meno di due ore al nostro primo conto alla rovescia. Vediamo se possiamo farcela.

Terminarono rapidamente di mangiare e salirono sul ponte. Il sottomarino era già fuori dal compartimento e galleggiava sull’acqua, mentre i tecnici compivano gli ultimi controlli a bordo.

— Dopo tutte queste trasformazioni, quel veicolo dovrebbe cambiare nome — disse Nils. — Den Flyvende Blaeksprutte, magari… La Seppia Volante. Suona davvero bene.

Henning Wilhelmsen risalì sulla nave, scavalcando il parapetto, e si unì agli altri. Poiché conosceva bene il sottomarino, aveva diretto i lavori di modifica e l’impianto delle nuove installazioni.

— Non so che cosa sia diventato ora… Un’astronave, forse. Certo non ha più niente a che fare con quello che era in origine. Niente apparato motore, nessuna trasmissione. Ho dovuto togliere il motore per far posto a quel grosso bidone pieno di fili. E ho perfino praticato dei fori nello scafo resistente alla pressione! — Quest’ultimo delitto era paragonabile alla fine del mondo, per l’equipaggio di un sottomarino.

— Su con la vita! Voi avete fatto il vostro dovere. L’avete trasformato da umile larva in una farfalla dei cieli.

— Molto poetico. — Henning non si rasserenò. — Per adesso, ha più della falena notturna che di una farfalla. Abbiatene cura.

— Di questo potete esserne sicuro — dichiarò Nils, con convinzione. — La mia pelle mi preme assai e la Seppia Volante è l’unico mezzo di trasporto a disposizione. Tutto finito?

— Tutto a posto. Ora avete un altimetro aneroide e un radioaltimetro. Serbatoi di ossigeno extra, impianto per la rigenerazione dell’aria e un’antenna esterna più grande: tutto quello che avevate chiesto, e anche di più. Vi abbiamo perfino preparato il pranzo a bordo e l’ammiraglio ha offerto una bottiglia di snaps. Pronto per la partenza. — Allungò una mano e strinse quella del pilota. — Buona fortuna.

— Arrivederci a stasera.

Ci fu un gran numero di strette di mano, poi furono date le istruzioni dell’ultimo minuto. Un forte applauso accompagnò gli uomini mentre salivano a bordo e chiudevano il portello. Sulla torretta di comando era stata dipinta una bandiera danese che brillava nel primo sole del mattino.

— Tenuta stagna perfetta — disse Nils, dando un giro in più all’ingranaggio che sigillava il boccaporto del ponte di plancia.

— E il boccaporto in cima alla torretta di comando? — domandò Ove.

— Chiuso, ma non sigillato, come avete detto voi. L’aria uscirà dalla torretta molto prima che noi si arrivi là.

— Bene. È quanto di più simile a una camera stagna siamo riusciti a mettere insieme in così breve tempo. Ora sappiamo tutti con esattezza che cosa fare e come farlo?

— Io, sì — brontolò Nils — ma sento la mancanza di una lista di controllo.

— Neanche i fratelli Wright l’avevano. La lasceremo a quelli che verranno dopo di noi. Arnie, possiamo ricapitolare ancora una volta?

— Sì, certo. Il conto inizierà soltanto fra dieci minuti. — Fece un passo avanti e guardò fuori dall’oblò. — La nave si sta allontanando per darci molto spazio. — Poi indicò i comandi che stavano di fronte a Nils, quasi tutti montati di recente sul pannello. — Nils, voi sarete il pilota. Ho sistemato qui i comandi che vi serviranno a modificare la rotta. Li avete già provati, dunque sapete come funzionano. Dovremo lavorare insieme durante i decolli e gli atterraggi, perché saranno effettuati per mezzo della propulsione Daleth, che farò funzionare io. Ove rappresenta la nostra sala macchine, e si preoccuperà di farci avere una fornitura costante di corrente. Le batterie ci sono ancora, cariche, ma le terremo in serbo per i casi di emergenza, che spero ardentemente non si verificheranno. Effettuerò un decollo verticale e usciremo dall’atmosfera. Voi, Nils, ci metterete, e ci manterrete, sulla rotta giusta. Io controllerò l’accelerazione. Se il computer dell’università collegato col radar funzionerà a dovere, dovrebbero saperci dire quando invertire la spinta. Se non ce lo diranno loro, dovremo servirci del cronometro e fare del nostro meglio da soli.

— Una cosa non capisco — disse Nils, spingendo indietro il berretto sulla nuca e indicando il periscopio. — Questo è un vecchio periscopio subacqueo, modificato in modo da farlo guardare in alto invece che di fronte. Dentro c’è un reticolo. Io dovrei tenere una stella al centro del reticolo; vorreste farmi credere che per navigare non è necessario altro? Non avremmo bisogno anche di un «navigatore»?

— Di un astronavigatore, per essere precisi.

— Va bene, un astronavigatore. Insomma qualcuno che possa calcolare la rotta.

— Qualcuno in cui possiate avere un po’ più di fiducia che nel periscopio, volete dire? — disse Ove, ridendo. E aprì la porta del compartimento macchine.

— Esattamente. Sto pensando a tutte le correzioni di rotta, a tutti i calcoli che americani e sovietici hanno dovuto fare per arrivare sulla Luna. Basterà davvero quell’aggeggio?

— Noi abbiamo alle spalle quei calcoli, rendetevene conto. Ma li applichiamo con semplicità assai maggiore, a causa della breve durata del nostro viaggio. A parte il tempo richiesto per attraversare l’atmosfera a una velocità iniziale più bassa, il nostro volo avrà la durata di quattro ore esatte. Tenendo presente questo, sono state scelte come punto di riferimento alcune stelle ben visibili ed eseguiti altri calcoli. Se partiremo al momento giusto, orientandoci sempre sulla stella-guida, ci dirigeremo verso il punto dell’orbita lunare che si troverà in quella data posizione al termine delle quattro ore. E giunti puntualmente all’appuntamento, potremo effettuare la discesa. Dopo aver individuato la capsula sovietica, naturalmente.

— E tutto si svolgerà con tanta facilità? — fece Nils, non troppo convinto.

— Perché no? — rispose Ove, cacciando fuori la testa dal compartimento macchine e ripulendosi le mani con uno straccio. — Il generatore è in funzione e l’energia erogata è del tutto soddisfacente. — Indicò la grande fotografia della Luna, incollata sulla paratia di fronte, e aggiunse: — Santo cielo! Tutti sappiamo com’è fatta la Luna, tutti l’abbiamo guardata attraverso un telescopio! E siamo in grado di localizzare il Mare della Tranquillità. Arriveremo là, nel posto esatto, e, se non avvisteremo subito i sovietici, ci serviremo del radiogoniometro per localizzarli.

— E in che punto del Mare della Tranquillità li cercheremo? Ci fidiamo di questa? — Nils indicò la foto confusa della Luna che era stata ritagliata dalla Pravda. C’era una stella rossa stampata a nord del «mare», dove erano scesi i cosmonauti. — La Pravda dice che sono lì. E noi ci orientiamo basandoci sulla foto di un giornale?

— Proprio così, a meno che abbiate voi da proporci qualcosa di meglio — rispose Arnie garbatamente. — E non dimenticate che il nostro radiogoniometro è un modello standard per piccole imbarcazioni, acquistato in un normale negozio di forniture nautiche. Vi preoccupa anche questo? Nils aggrottò la fronte, poi scoppiò a ridere. — È tutto così pazzesco, che per forza l’impresa deve riuscire! — Si abbottonò la giacca. — Blaeksprutten, al salvataggio! — gridò.

— È tutto assai più sicuro di quel che sembra — disse Ove. — In primo luogo, questo sottomarino è una nave spaziale a tenuta stagna, sperimentata, collaudata, autonoma; è stata costruita, sì, per un diverso tipo di spazio, ma lavora bene nel vuoto quanto nell’acqua. E poi la propulsione Daleth è degna di fiducia e ci porterà sulla Luna in poche ore. Inoltre il radar e il calcolatore, sulla Terra, calcoleranno per noi la rotta che dovremo seguire. Sono state prese tutte le precauzioni possibili perché il viaggio sia sicuro. In seguito si faranno altre spedizioni e gli strumenti verranno perfezionati, ma ora abbiamo tutto ciò che ci serve per andare e tornare con sicurezza. Dunque non preoccupatevi.

— E chi si preoccupa? — disse Nils. — Io sudo e impallidisco sempre, a quest’ora del giorno. Si parte?

— Ancora qualche minuto — disse Arnie, guardando il cronometro elettronico che gli stava davanti. — Ora decolleremo e prenderemo quota.

Le sue dita sfiorarono i comandi e i corpi cominciarono a premere sui sedili. Le onde si allontanarono. Sul ponte della Vitus Bering si vedevano minuscole figure salutare entusiasticamente con la mano. Poi le figure si rimpicciolirono sempre più e scomparvero alla vista, mentre il Blaeksprutten si levava sempre più veloce nel cielo.

La cosa più strana in quel viaggio, era la mancanza assoluta di imprevisti. Una volta usciti dall’atmosfera, accelerarono a un «G» costante. E un’accelerazione simile non dava sensazioni diverse da quelle date dalla gravità sulla superficie terrestre. Dietro a loro, come un giocattolo o un’immagine proiettata sopra un enorme schermo, la Terra si rimpiccioliva sempre più. E niente rumore assordante di razzi, rombo di motori, sballottamenti, vuoti d’aria… Poiché il sommergibile era a tenuta stagna perfetta, non si verificava neppure quel minimo abbassamento di pressione atmosferica che si produce sempre su un aereo di linea. Le attrezzature funzionavano alla perfezione e, una volta uscito dall’involucro atmosferico della Terra, il veicolo aumentò la velocità.

— Siamo in rotta… O almeno, stiamo puntando in direzione della stella-guida — disse Nils. — Ora potremmo metterci in collegamento con Copenaghen e vedere se ci seguono. Sarebbe simpatico sapere se proseguiamo nella direzione giusta. — Accese la ricetrasmittente sulla frequenza prestabilita e chiamò, usando il codice convenuto.

— Kylling chiama Halvabe. Mi sentite? Passo. — Girò l’interruttore. — Vorrei sapere chi è l’ubriaco che ha inventato questi nomi — borbottò tra sè. Il sottomarino era il pollo, e l’altra stazione il lemure, ma quei nomi, in gergo, significavano anche bottiglia da un quarto e bottiglia da mezzo litro di acquavite.

— Vi sentiamo forte e chiaramente, Kylling. Siete in rotta, anche se la vostra accelerazione supera leggermente l’optimum. Consigliamo una riduzione del cinque per cento.

— Ricevuto. Eseguiremo. Ci seguite?

— Affermativo.

— Manderete il segnale di inversione?

— Affermativo.

— Passo e chiudo. — Staccò l’energia. — Sentito? Le cose non potrebbero andar meglio.

— Ho ridotto l’accelerazione del cinque per cento — disse Arnie. — Sì, tutto fila alla perfezione.

— Qualcuno vuol bere una birra? — domandò Ove. — Ne hanno caricato un’intera cassa, là dietro. — Passò una lattina a Nils, ma Arnie rifiutò.

— Sbrigatevi — disse. — Non siamo lontani dal momento dell’inversione e non posso garantire che non si verifichi un po’ di confusione. Potrei ridurre a zero la spinta, prima di voltare la nave, ma così verremmo a trovarci in caduta libera per un poco, e preferirei evitarlo, se possibile. A parte le nostre preferenze individuali, le attrezzature non sono state progettate per una manovra del genere. Cercherò invece di far ruotare la nave di centootto gradi, mantenendo la spinta in pieno. Dopo di che, cominceremo a decelerare.

— Giusto — disse Nils, guardando attraverso il periscopio e facendo una correzione precisa — ma… la nostra rotta? Dovremo forse servirci di quel tubo del gas sul ponte? Quello che ha gettato Henning nella disperazione per aver dovuto praticare un foro nello scafo resistente alla pressione?

— Esatto. C’è un sistema ad obiettivo grandangolare, con un congegno di mira ottico inserito dentro.

— Del tipo usato sugli aerei da combattimento per sparare?

— Proprio così. Terrete in centro la stella come prima. Non vedo difficoltà.

— Neanch’io. — Nils si guardò intorno nel sottomarino trasformato e scosse la testa. — Qualcuno può prendere il mio posto per un attimo? Devo andare là in fondo. La birra, sapete…

L’inversione fu compiuta senza inconvenienti, e gli astronauti non si sarebbero neppure accorti di stare girando se non avessero visto la luce del sole strisciare lungo il ponte e su per la paratia. Alcuni oggetti si spostarono rumorosamente, e una matita cadde sul pavimento.

Il tempo scorreva veloce. Il sole ardeva e i tre parlarono un poco delle tempeste solari e delle radiazioni di Van Alien. Queste non costituivano un serio pericolo poiché lo scafo del sottomarino era una solida barriera metallica, infinitamente più spessa delle pareti dei razzi fino ad allora lanciati.

— Avete pensato a come potremo comunicare con i cosmonauti? — domandò Ove. Se ne stava sulla soglia del compartimento macchine, da dove poteva sorvegliare il generatore a fusione e contemporaneamente parlare con i compagni.

— Sono tutti piloti — disse Nils — dunque conoscono certo l’inglese.

Ove non era d’accordo. — Se hanno volato fuori dal territorio nazionale — disse. — Dentro i confini dello stato, la Flotta Aerea dell’Unione Sovietica usa il russo. Soltanto nei voli internazionali è necessaria la conoscenza dell’inglese per il controllo radio. Ho trascorso sei mesi all’università di Mosca, e così sono in grado di farmi capire. Però speravo che voi sapeste parlare meglio di me.

— Io parlo solo ebraico, inglese, yiddish o tedesco — disse Arnie.

— Io soltanto inglese, svedese e francese — dichiarò Nils. — Credo proprio che tocchi a voi, Ove.

Come la maggior parte degli europei con istruzione a livello universitario, Arnie e compagni erano convinti che tutti dovessero conoscere almeno un’altra lingua oltre alla propria. Gli scandinavi ne parlavano facilmente anche due o tre. E sembrava impossibile che i russi non facessero altrettanto.

Il calcolatore seguiva il loro volo, e quando le quattro ore furono quasi completamente trascorse, i viaggiatori vennero informati da Terra che potevano azionare il radioaltimetro perché si stavano avvicinando al punto in cui avrebbe potuto funzionare. La sua portata massima era di centocinquanta chilometri.

— Ricevo un segnale a frange — disse Nils, emozionato. — La Luna è laggiù. — Dopo l’inversione non avevano più visto il satellite, che stava sotto la loro chiglia.

— Avvisatemi quando saremo a circa cento chilometri dalla superficie — disse Arnie. — Inclinerò la nave, così potremo sbirciare attraverso gli oblò laterali.

La tensione aumentava, ora, mentre il sottomarino spaziale si abbassava rapidamente verso la Luna, ancora invisibile sotto lo scafo.

— L’altimetro si svolge piuttosto rapidamente. — Il pilota, abituato a dominarsi, parlava in tono calmo, non rivelando la tensione che lo lacerava.

— Porto la decelerazione a due «G» — disse Arnie. — Tenetevi.

Provarono una strana sensazione, come se all’improvviso stessero diventando più pesanti: gli arti li trascinavano verso il basso, e il mento premeva sul petto. Le poltroncine scricchiolarono e il respiro degli uomini diventò faticoso. Nils allungò le mani verso i comandi e gli sembrò di avere dei pesi attaccati alle braccia. Pesava oltre centottanta chili, ora. — Ridurre la velocità di discesa — disse. — Ci avviciniamo ai cento chilometri. Ridurre la velocità di discesa fin quasi a zero.

— Resteremo fermi a questa quota, mentre cercheremo la zona che ci interessa — disse Arnie. Sentiva il proprio cuore battere forte, pompando faticosamente il sangue nella gravità raddoppiata. Ma quando ebbe regolato i comandi la sensazione di peso sparì, e sembrò a tutti di fluttuare liberamente. Il Blaeksprutten se ne stava immobile: erano entrati nel campo di attrazione gravitazionale della Luna, corrispondente a un sesto di quello terrestre. — Ora giriamo! — disse.

Gli oggetti liberi rotolarono sul pavimento e andarono a sbattere rumorosamente contro la parete, mentre la nave si inclinava; gli uomini si aggrapparono ai braccioli delle poltroncine. Una luce bianca entrò attraverso l’oblò.

— Ih, du Almaegtige! — mormorò Nils. La Luna era lì. E riempiva tutto il cielo. A neanche centottanta chilometri sotto di loro. Butterata, segnata, morta e senz’aria… un altro mondo!

— Allora ce l’abbiamo fatta — esclamò Ove. — Fatta! — gridò, sempre più eccitato. — Per Diana, abbiamo attraversato lo spazio con questa carcassa e raggiunto la Luna! — Si slacciò la cintura e si levò in piedi, barcollando, sforzandosi di camminare nella bassa gravità. Scivolò, fu lì lì per cadere, e andò a sbattere contro la paratia mentre cercava di guardar fuori dall’oblò.

— Diamine, guardate! Copernico, il Mare delle Tempeste! Dove diavolo è il Mare della Tranquillità? A est, in quella direzione.

Si riparò con la mano gli occhi dalla luce riflessa, e aggiunse: — Ancora non lo vediamo, ma dev’essere là. Oltre la curva dell’orizzonte.

Silenzioso come una foglia che cade, il Blaeksprutten ritornò in posizione orizzontale, poi ruotò lungo un asse invisibile. Gli uomini dovettero appoggiarsi all’indietro per trovare l’equilibrio, mentre la prua si abbassava e la Luna riappariva, stavolta proprio di fronte.

— È un angolo sufficiente perché possiate «navigare»? — domandò Arnie.

— Sì. Da un aereo di linea la visibilità è peggiore.

— Allora mantengo la nave in questa posizione e a questa altezza, e passo a voi i comandi per gli spostamenti in avanti e di lato.

— Si parte… — canterellò Nils allegramente, mentre afferrava la leva di comando.

I tre cosmonauti scattarono sull’attenti, come meglio potevano, nello spazio ristretto del piccolo modulo. Le ultime note dell’Internazionale si spensero e l’altoparlante della radio si riempì di scariche.

— Riposo — ordinò Nartov. E gli altri due si lasciarono cadere sulle rispettive cuccette, mentre lui afferrava il microfono e lo metteva in funzione. — A nome dei miei compagni cosmonauti, vi ringrazio. Loro sono qui, dietro di me, e sono d’accordo con me nel raccomandare a voi, compagni cittadini dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, di non rammaricarvi. Questa è una vittoria per noi tutti: per il presidente del partito, per i membri del Presidium, per i lavoratori delle fabbriche dove sono state costruite le parti del razzo e della capsula montate poi da…

L’attenzione di Zlotnikov cominciò a vagabondare: non era mai stato amante dei discorsi, lui. Durante i ventotto anni trascorsi sulla Terra aveva dovuto ascoltarne per ore e ore. E adesso… anche sulla Luna! Erano un male inevitabile, come la neve d’inverno e la siccità d’estate. Che ti andasse o meno, non si poteva far niente. Meglio prendersela con filosofia, facendo appello al famoso fatalismo slavo. Era uno dei migliori piloti da combattimento, e uno dei pochi cosmonauti; e, per mantenersi a quella altezza, valeva ben la pena di fare qualsiasi sacrificio. I discorsi erano ancora il minore dei mali. Neppure la morte gli sembrava un prezzo troppo alto da pagare. Non aveva rimpianti; il gioco valeva la candela. Però avrebbe desiderato di potersene andare con qualche discorso in meno. La voce del colonnello ronzava, monotona, e lui guardò verso l’oblò, ma si affrettò a staccarne lo sguardo, perché almeno una parvenza di cortesia era indispensabile. Tuttavia il colonnello gli voltava le spalle, e col pugno destro chiuso segnava il tempo al forte ritmo delle proprie parole. Doveva essere un buon discorso. Perlomeno, al colonnello piaceva. Zlotnikov si girò ancora verso l’oblò… Un punto luminoso che si muoveva piano, in alto, attrasse bruscamente la sua attenzione. Una meteora? Che si spostava così lentamente?

— … e quanti morirono in battaglia per conservare la libertà alla nostra grande terra? L’Armata Rossa non esitò mai ad abbracciare la morte per un bene migliore, per la pace, la libertà, la vittoria. I cosmonauti sovietici dovrebbero forse ritirarsi davanti alle loro responsabilità, ignorare le realtà di… — Il colonnello si scosse rabbiosamente di dosso la mano indiscreta che gli stava battendo sulla spalla e continuò: — …le realtà del volo spaziale, della complessità…

— Colonnello!

— …La complessità del programma, le grandi macchine, le responsabilità… — Disturbarlo nel bel mezzo del suo discorso… Ma era impazzito, quel bastardo? — …a tutti i lavoratori sovietici che hanno reso possibile…

Il colonnello si girò di scatto, per zittire con uno sguardo di fuoco Zlotnikov. Ma lo sguardo seguì invece il dito di questi, puntato verso l’oblò e si spinse oltre il vetro spesso, attraverso il paesaggio senz’aria e tormentato dai crateri, fino al piccolo sottomarino che stava lentamente scendendo nel cielo pieno di stelle.

Il colonnello tossì, spalancò la bocca, si schiarì la gola e fissò con una specie di orrore il microfono che stringeva in mano. — Termineremo questo collegamento più tardi — disse bruscamente, girando l’interruttore. — Che cosa diavolo è quello? — tuonò.

Per ovvie ragioni, nessuno degli altri due rispose. Apparivano scossi, e se ne stavano lì, senza parlare. Si udivano soltanto il sibilo estremo dell’aria impoverita che usciva dalla griglia e, alla radio, il mormorio della musica lontana che qualcuno, laggiù sulla Terra, aveva ordinato alla banda di suonare per riempire l’imprevisto silenzio dei cosmonauti.

Lentamente il sottomarino si abbassò fino a una cinquantina di metri dalla capsula, e restò sospeso un po’ sopra il terreno ghiaioso, prima di posarsi definitivamente.

Aveva alcuni fili di alghe marine, completamente secche, impastate sulla chiglia, e sottili strisce di ruggine a poppa.

— Danesi? — mormorò Shavkun, indicando la bandiera dipinta sulla torretta di comando. — È danese, no? — Zlotnikov annuì, in silenzio. Poi si accorse che la sua mascella pendeva, inerte, e si affrettò a richiudere la bocca. La radio frusciò, sibilò e al di sopra della musica si udì una voce forte che parlava in pessimo russo.

— Hello, Vostok IV, mi sentite? Qui, Blaeksprutten. Siamo atterrati vicino a voi. Mi sentite? Passo.

Nartov fissò il microfono che stringeva in mano e fece l’atto di girare l’interruttore. Poi si trattenne, scosse la testa come per schiarirsi le idee e allungò una mano verso i comandi della radio. Solo dopo aver ridotto al minimo l’erogazione di energia, aprì il trasmettitore. Per un senso istintivo di difesa, preferiva che Mosca non ascoltasse il dialogo.

— Qui Vostok IV. Colonnello Nartov. Chi parla? Chi siete? Che cosa fate qui… — Il colonnello si interruppe bruscamente, sentendo che stava per mettersi a balbettare.

A bordo del Blaeksprutten, Ove ascoltò e annuì. — Contatto stabilito — disse agli altri. — Meglio sistemare quella tenda mentre io li invito a venire quassù. — Accese di nuovo la radio. — Govoreetye ve po Angleeskee? — domandò.

— Sì, parlo inglese.

— Benissimo colonnello — disse Ove, passando con un certo sollievo a quella lingua. — Ho il piacere di comunicarvi che siamo venuti qui per riportarvi sulla Terra. Nella vostra trasmissione di pochi minuti fa avete affermato che state tutti bene. È vero?

— Certo, ma…

— Benissimo. Se volete infilarvi le tute spaziali…

— Sì, ma dovete dirmi…

— Prima la cosa più importante, colonnello, per favore. Pensate di potervi infilare la tuta spaziale e venire qui per un minuto? Verrei io, ma sfortunatamente non abbiamo scafandri. Spero che non vi spiaccia.

— Vengo immediatamente. — Il messaggio terminò in un tono deciso.

— Non si può dire che il colonnello avesse l’aria felice del tipo che sta per essere salvato — commentò Nils, infilando una corda negli anelli di una grossa incerata distesa sul ponte. Era grigia e sciupata dalle intemperie, con un forte odore di pesce che le aleggiava attorno, forse perché era stata riposta vicino a campioni di fauna sottomarina, nella stiva della Vitus Bering.

— Felice lo sarà senz’altro — replicò Ove, aiutando gli altri a sollevare la pesante incerata. — Ma credo che gli ci vorrà un po’ per abituarsi all’idea. Era nel bel mezzo di una specie di discorso di addio, quando lo abbiamo interrotto.

Infilarono le funi anche negli anelli fissati al soffitto e sollevarono la tela, formando così una barriera grinzosa che tagliava a metà la piccola cabina nascondendo alla vista l’unità Daleth e il generatore a fusione.

— Meglio non assicurare questo lembo — disse Ove. — Devo passare di lì per arrivare al compartimento macchine.

— Non mi sembra un riparo molto efficace — dichiarò Nils.

— Basterà — replicò Arnie. — Questi uomini sono degli ufficiali e si presume che siano anche gentiluomini… E noi stiamo salvandogli la vita. Non credo che ci procureranno fastidi.

— Penso proprio di no… — Nils guardò attraverso l’oblò. — Ehi, il loro boccaporto sta aprendosi… e arriva qualcuno. Probabilmente il colonnello.

Nartov aveva indossato la tuta spaziale con movimenti meccanici, ignorando le ipotesi eccitate degli altri due cosmonauti, poi si era levato in piedi, lasciando che loro gli controllassero e sigillassero lo scafandro. Ora, mentre percorreva a balzi gli ultimi metri sulla superficie della Luna, si stava completamente riprendendo: ciò che accadeva era senza dubbio reale. Non stavano più per morire. Lui avrebbe rivisto Mosca, sua moglie, la famiglia… Se quello strano veicolo era arrivato fin sulla Luna, poteva sicuramente tornare alla Terra. I particolari gli sarebbero stati spiegati in seguito; ora doveva preoccuparsi soprattutto di salvare la vita ai suoi uomini. Avanzò a testa alta verso il sottomarino, mentre la polvere e i sassolini sollevati dai suoi grossi stivali ricadevano immediatamente sulla superficie priva di atmosfera.

Lassù, dietro l’oblò rotondo, si scorgeva un uomo: portava un berretto a visiera, e indicava col dito verso il basso facendogli anche dei cenni col capo. Chi diavolo poteva essere?

Quando il colonnello si avvicinò, notò una scatola con un pesante coperchio, che era stata saldata frettolosamente allo scafo. Sopra stava scritto TENEØOH, in neri caratteri cirillici. Svitò la grossa vite che fermava il coperchio, aprì e prese il telefono che stava dentro. Premette con forza il microfono contro il casco, in modo che le vibrazioni della sua voce vi passassero attraverso; riusciva anche a capire l’uomo che stava all’altra estremità.

— Mi sentite, colonnello?

— Sì. — Il cavo era piuttosto lungo, e facendo un passo indietro Nartov, poté vedere l’interlocutore, dietro l’oblò.

— Bene. Sono il capitano Nils Hansen, delle Forze Aeree Danesi, nonché pilota senior della SAS. Vi presenterò gli altri quando salirete a bordo. Siete in grado di raggiungere quel ponte?

Il colonnello guardò in su, socchiudendo gli occhi per difendersi dal riflesso. — Ora no, ma possiamo assicurare una fune, lavorando tutti insieme. O qualcosa del genere. La gravità è minima.

— Non dovrebbe essere difficile. Una volta sul ponte, vedrete un boccaporto non sigillato in cima alla torretta di comando. La torretta è grande appena quanto basta a contenere tre uomini, e dovrete entrare tutti in una volta, poiché non è una vera e propria camera stagna. Entrate e sigillate il boccaporto alla sommità meglio che potete. Poi picchiate tre colpi sul ponte. Lasceremo entrare l’aria. Ce la fate?

— Sì, certo.

— Potete portare con voi tutto l’ossigeno che vi è rimasto? Non vorremmo restarne a corto durante il viaggio di ritorno. Dovremmo averne a sufficienza, ma se ce n’è altro, è meglio.

— Lo faremo. Ci resta un solo cilindro, aperto da poco.

— Un’ultima cosa, prima che ve ne andiate. Abbiamo a bordo… un’attrezzatura segreta, nascosta dietro una semplice tenda. Vorremmo pregarvi di non avvicinarvi a essa.

— Avete la mia parola — disse il colonnello, ergendosi orgogliosamente. — E i miei ufficiali vi daranno la loro. — Guardò l’uomo dalla faccia lunga che gli sorrideva attraverso l’oblò e, per la prima volta, la grandezza di quel salvataggio in extremis lo colpì. — Vorrei ringraziarvi a nome di noi tutti, per averci salvati.

— Noi siamo lieti di trovarci qui. E lietissimi di avervi aiutato. Ora…

— Torneremo tra pochi minuti.

Quando fu vicino alla capsula, il colonnello vide due facce che lo fissavano attraverso l’oblò, una accanto all’altra e schiacciate contro il vetro, come quelle di bambini davanti alla vetrina di una pasticceria. Fu sul punto di sorridere, ma si trattenne.

— Indossate le tute — disse, quando ebbe attraversato la camera stagna. — Ce ne andiamo a casa. Quei danesi ci portano con loro. — Poi accese la radio e afferrò il microfono, per porre fine alle domande incoerenti dei compagni. La banda lontana ora suonava un’altra marcia, che si affievolì e si spense quando partì la sua chiamata.

— Sì, Vostok IV. Vi sentiamo. C’è qualche difficoltà? Il vostro ultimo messaggio è stato interrotto. Passo.

Il colonnello aggrottò la fronte, poi abbassò l’interruttore.

— Qui colonnello Nartov. Questo è il messaggio finale. Stacco e chiudo la comunicazione, ora.

— Colonnello, sappiamo che cosa provate. Tutta la Russia è con voi in spirito. Ma il generale desidera…

— Dite al generale che mi metterò in contatto con lui più tardi. Non via radio. — Inspirò profondamente, tenendo sempre il dito sopra l’interruttore. — Ho il suo numero del Cremlino. Lo chiamerò dalla Danimarca. — Spense e staccò l’energia. Avrebbe dovuto dire di più? Che cosa avrebbe potuto dire? Altri paesi erano in ascolto…

— Al diavolo! — esclamò bruscamente. Poi si rivolse ai suoi due compagni, allibiti. — Maggiore, prendete i giornali di bordo, i film, le registrazioni, i campioni e metteteli dentro una scatola. Zlotnikov, chiudete il cilindro dell’ossigeno e scaricatelo dalla capsula perché lo portiamo con noi. Per ora respireremo con la riserva delle tute. Nessuna domanda? — Nessuno rispose e lui chiuse seccamente il finestrino del casco.

— Eccoli che arrivano — gridò Nils, alcuni minuti dopo. — L’ultimo è appena sceso e hanno chiuso la camera stagna. Sono carichi come muli e uno di loro ha perfino una macchina fotografica. Ehi, sta fotografandoci!

— Lasciateli fare — disse Ove. — Non potranno capire niente dalle foto. Dovremmo procurarci qualche campione lunare anche noi. Prima che salgano a bordo, mettetevi ancora in comunicazione telefonica col colonnello e ditegli che vogliamo qualche pezzo di roccia, e un po’ di polvere da portare a casa.

— Campioni raccolti dalla prima spedizione lunare danese. Ottima idea, dato che noi non possiamo uscire. Come va?

— Bene — disse Ove, aprendo una bottiglia di akvavit e posandola accanto ai piccoli bicchieri, sul tavolo delle mappe. — Avremmo dovuto pensare alla vodka, ma ci scommetto che si accontenteranno anche di questa. — Aprì una delle scatole di smørrebrød preparate quel mattino, e ne estrasse le tartine. — L’aringa è ancora fresca. E c’è anche del paté di fegato.

— Quello me lo mangio io, se non si sbrigano — disse Nils, adocchiando il cibo con avidità. — Ecco che vengono.

E salutò allegramente con la mano le tre figure cariche che avanzavano a fatica sulla superficie lunare.

12

Il ministro degli affari esteri sfogliò gli appunti presi durante il colloquio col primo ministro, e trovò finalmente quello che desiderava.

— Rileggete l’ultima frase, per favore — disse.

— Il primo ministro apprezza la vostra cortesissima comunicazione e… — La segretaria voltò la pagina del blocco su cui stava stenografando, e aspettò con la matita alzata.

— …E incarica me di ringraziarvi per i voti da voi espressi. Egli considera estremamente cortese l’offerta di metterci a parte di tutte le vostre progredite tecnologie riguardanti l’ingegneria spaziale e la missilistica, nonché la proposta di servirci della vostra estesa rete di stazioni di controllo intorno al globo. Tuttavia, poiché noi potremmo contribuire poco o nulla alla realizzazione dei programmi di missilistica, egli ritiene poco corretto stringere qualsiasi accordo, per il momento… Basta così. I soliti saluti e la conclusione. Vi spiace rileggere tutto?

Fece compiere alla poltroncina un mezzo giro, e guardò fuori dalla finestra mentre la segretaria leggeva. Era buio, e nelle strade era ormai cessato da un pezzo l’affollamento delle ore di punta. Le sette, troppo tardi per la cena. Si sarebbe dovuto fermare a prendere qualcosa, prima di arrivare a casa. Annuì mentre le parole rotolavano nel vuoto, una dopo l’altra, con la loro pomposa risonanza. Tutto bene. Grazie tante, ma niente grazie. I sovietici sarebbero stati felici di rinunciare a tutti i miliardi spesi inutilmente nei missili, pur di poter dare un’occhiata alla propulsione Daleth. Ma non l’avrebbero avuta vinta. E neanche gli americani, nonostante avessero in apparenza maggiori probabilità: legami di fraternità, derivanti dalla comune appartenenza alla NATO e l’obbligo di mettere al corrente dei segreti della difesa gli altri membri dell’organizzazione. Era stato uno spettacolo vedere l’ambasciatore americano farsi sempre più rosso, mentre il primo ministro contava sulle dita dieci importanti piani difensivi statunitensi di cui i danesi non erano stati messi a parte…

— Perfetto — disse il ministro, quando la ragazza ebbe finito.

— Devo batterla a macchina, adesso, signore?

— No, perbacco! Fatelo domattina, per prima cosa: che la trovi sulla scrivania quando arrivo. E ora andatevene a casa, prima che la vostra famiglia dimentichi che faccia avete.

— Grazie, signore. Buona sera.

— Buona sera.

La ragazza uscì e se ne sentirono i tacchi ticchettare nel silenzio dell’edificio vuoto. La porta sbatté. Il ministro sbadigliò, si stiracchiò, poi cominciò ad ammucchiare carte nella sua valigetta. La chiuse accuratamente, e, prima di infilarsi il cappotto, telefonò che gli mandassero l’auto. Infine lanciò un’occhiata agli armadietti dell’archivio per assicurarsi che fossero ben chiusi e diede un’altra mandata alla cassaforte. Tutto a posto. Si calcò il cappello in testa, prese la valigetta e uscì. Era stata una giornata faticosa, ed era stanco. Si avviò con passo pesante, misurato.

Il rumore di quei passi lenti filtrò attraverso la porta, e Horst Schmidt si mosse piano, nel buio. Sentiva le ginocchia irrigidite e doloranti, e gli sembrava di avere il fuoco nelle gambe, per essere rimasto lì in piedi immobile tanto tempo. Diventava un po’ troppo vecchio per quel genere di lavoro. Ma era ben retribuito: avrebbe sicuramente tratto un ottimo guadagno da quella notte di fatiche. Alzò il braccio e fissò il quadrante luminoso del suo orologio: le 19,15. Dovevano essersene andati tutti, ormai. Da mezz’ora a quella parte aveva sentito passare soltanto due persone. Forse avrebbe dovuto aspettare ancora un poco, ma non ce la faceva più. Le gambe! Più di tre ore ad attendere, in piedi, in quel dannato sgabuzzino… Prese la sua borsa e cercò a tentoni la serratura. Poi socchiuse la porta cautamente e la luce improvvisa lo abbagliò. Il corridoio era vuoto.

Quei danesi! Nessuna precauzione, nessuna! Richiuse l’uscio e si avviò, rapido e silenzioso, sulle sue suole di gomma, verso l’ufficio del ministro degli affari esteri. La porta non era chiusa a chiave! Quasi un invito a entrare… Si era presentato al portiere dell’ingresso principale con un nome trovato nell’elenco telefonico e un immaginario appuntamento. Non gli era stato chiesto neppure un documento, benché lui ne avesse uno pronto: era passato semplicemente col suo nome falso. I danesi! E ora anche l’ufficio privato del ministro era aperto: anzi non aveva neppure una serratura all’interno. Schmidt entrò, aprì la borsa e ne estrasse un cuneo di legno che infilò tra il battente e lo stipite della porta.

Poi prese due sottili fogli di plastica opaca, li svolse e li applicò sull’uscio e sulla finestra, assicurandoli con un nastro adesivo. Solo allora accese la potente torcia elettrica. Precedenza assoluta all’archivio. Conteneva senza dubbio molti documenti interessanti. Soprattutto gli interessava la propulsione Daleth; ma c’erano anche altre cose che gli sarebbe piaciuto sapere, informazioni che avrebbe poi trasmesso ai suoi «principali» col contagocce, per assicurarsi un’entrata costante. Tirò fuori gli arnesi e scelse un piccolo utensile di acciaio con un’estremità tagliente come un rasoio. Con un solo giro di quello aprì l’armadietto dell’archivio come se fosse una scatola di sardine. Poi scartabellò rapido e preciso tra le varie cartellette. Sul tavolo accanto a lui si formò una piccola pila di fogli.

Per la cassaforte sarebbe stato un po’ più difficile, ma non molto. Era vecchissima. La osservò per alcuni momenti, pensando al modo migliore di aprirla.

Il trapano, più ingombrante del normale a causa del silenziatore applicatogli, era un apparecchio preciso e potente, con le punte di diamante. Schmidt buttò una manciata di creta sulla serratura e introdusse la punta: la creta avrebbe assorbito tutto il rumore. Infatti, quando mise il trapano in funzione, sentì solo un leggerissimo gemito e una vibrazione impercettibile. E bastarono pochi momenti per aprire un foro nella parete d’acciaio.

Ora restava la parte più rischiosa dell’impresa, ma Schmidt sapeva come proteggersi. Ci teneva alla sua pelle! Con meticolosità teutonica rimise tutti gli arnesi nella borsa, poi si sfilò i guanti sottilissimi e li posò in cima alla cassaforte. Quindi, con infinita cautela, tirò uno spago che gli girava intorno al collo, ed estrasse di sotto la camicia la minuscola bottiglia che gli stava appesa. Il tappo di gomma era inserito con forza e dovette usare i denti per strapparlo. Sempre con la massima delicatezza versò il contenuto dentro il piccolo foro circondato dalla creta, una goccia dopo l’altra, perché il liquido potesse meglio penetrare dentro il meccanismo della serratura. Quando la boccetta fu vuota a metà si fermò, la tappò di nuovo e la portò in fondo alla stanza. La ripulì per togliere le impronte digitali dal vetro, poi la posò per terra sul fazzoletto ripiegato, in un angolo. Il fazzoletto era stato acquistato a un distributore automatico nelle prime ore della giornata.

Sospirò, si rilassò un attimo e si alzò. Aveva preparato da sé il liquido e sapeva che si trattava di ottima nitroglicerina; ma era comunque roba di cui non ci si poteva fidare e non era simpatico portarsela in giro. Si infilò di nuovo i guanti.

Nell’ufficio c’era un tappeto, ma era fissato al pavimento e sarebbe stato troppo difficile tentare di staccarlo. Però gli scaffali erano pieni di libri: grossi volumi, rapporti annuali, libroni pesanti. Proprio quel che ci voleva. Con rapidità, e senza il minimo rumore, ammucchiò i libri a piramide contro lo sportello e ai lati della cassaforte, lasciando però una breccia davanti alla serratura. Poi, per ultima cosa, introdusse nella serratura stessa il minuscolo tubo metallico di un detonatore e srotolò il filo attraverso la stanza. Sigillò infine l’apertura con il più grosso dei volumi.

— Langsam, langsam… — borbottò Schmidt, mentre si accosciava dietro la scrivania. Nell’involucro della sua torcia elettrica era stata incassata una piccola presa, e la spina a due poli applicata all’estremità del filo ci entrava benissimo. Lui la inserì.

L’esplosione si manifestò con un colpo sordo che fece tremare il pavimento. Le pile di libri cominciarono a ondeggiare e Schmidt si precipitò a sostenerle. Riuscì a frenare il più, ma i Rapporti annuali sulla pesca 1948-1949 finirono a terra con un tonfo. Dalla serratura maciullata si levava un filo di fumo. Velocemente, ma con attenzione, Schmidt cominciò a togliere i volumi per aprire lo sportello della cassaforte… Ad un tratto si irrigidì, sentendo un rumore di passi pesanti nell’ufficio esterno. I passi si avvicinarono, si fermarono dietro l’uscio e la maniglia girò.

— Chi è là? Perché qui è chiuso a chiave?

Schmidt posò a terra ciò che teneva in mano, spense la torcia e si avvicinò. Il nastro adesivo si staccò senza rumore e il foglio di plastica cadde a terra frusciando. Schmidt attese che la maniglia si abbassasse di nuovo, poi allungò un braccio e tolse il cuneo di legno.

La porta si spalancò all’improvviso e un guardiano notturno di dimensioni imponenti entrò, inciampando, con una rivoltella in pugno. Ma prima ancora che potesse puntare l’arma, si udirono due colpi soffocati, come di tosse. L’uomo avanzò ancora di qualche passo e cadde lungo disteso sul pavimento.

Schmidt premette contro il dorso dell’uomo, all’altezza del cuore, la canna della rivoltella col silenziatore e tirò il grilletto una terza volta. Il corpo si contrasse, convulso, poi giacque immobile.

Dopo essersi assicurato che l’ufficio esterno e il corridoio fossero deserti, Schmidt richiuse la porta e si rimise al lavoro, cantarellando allegramente. Lo sportello della cassaforte si aprì e lui frugò all’interno, ignorando il morto che era steso sul pavimento al suo fianco.

13

— Guarda! — disse Nils. — Guarda qui! — Teneva davanti un’edizione del Berlingske Tidende appoggiata contro la caffettie ra, e masticava rabbiosamente la pancetta affumicata della prima colazione. — Non sono per niente abituato a vedere dei titoli così, in un giornale danese! Impressionante… Guardiano notturno ucciso… ufficio del ministro degli esteri scassinato… documenti mancanti. Sembra di leggere i giornali americani.

— Non capisco proprio che c’entrino gli Stati Uniti — replicò Martha. — Queste cose sono accadute qui, e non in America. Non c’è nessun nesso. — Afferrò la caffettiera per versarsi il caffè e il foglio cadde.

— Ti sarei grato se non mandassi a finire il giornale nella marmellata: è difficile leggerlo, poi. — Nils lo raccolse e ripulì col tovagliolo le macchie rosse e appiccicaticce. — Il nesso c’è, e tu lo sai bene. I giornali statunitensi sono sempre pieni di delitti, stupri e pestaggi, perché là accadono abitualmente cose di questo genere. Le cifre parlano chiaro: ci sono stati più delitti a Dallas in un anno, che in Inghilterra, Irlanda, Scozia e Galles messi insieme. E scommetto che potresti aggiungerci anche la Danimarca.

— Se detesti tanto gli americani, perché mi hai sposato? — domandò Martha, addentando il pane abbrustolito.

Nils aprì la bocca per rispondere, ma poi scoprì che non c’era assolutamente niente da ribattere a quella sottile esibizione di logica femminile, e si limitò a grugnire, cercando la pagina sportiva. Martha annuì, come se quella fosse proprio la risposta che si aspettava.

— Non è ora di andare? — chiese.

Nils lanciò un’occhiata all’orologio sulla porta della cucina.

— Ancora qualche minuto. Non dobbiamo arrivare là prima che si apra l’ufficio postale, alle nove. — Posò il giornale e allungò una mano per prendere la tazza del caffè. Indossava un vestito marrone scuro, invece dell’uniforme.

— Non volerai più? — chiese Martha.

— Non so. Mi piacerebbe, ma Skou continua a tirare in ballo la sicurezza. Forse sarebbe meglio che cominciassero a dare un po’ più retta a lui. Va’ a prendere il soprabito, ora. Ti aspetto in auto.

Attraverso una porta si poteva passare dal ripostiglio nella rimessa, e ciò gli rendeva più facile uscire inosservato. Anche Skou aveva riconosciuto che era molto improbabile che la casa di Nils fosse sorvegliata, ma non si poteva mai essere certi. Da come parlava Skou, sembrava che tutti gli aerei diretti in Danimarca portassero più spie che turisti. Ma forse in questo aveva ragione: non c’era un paese al mondo che non desiderasse la propulsione Daleth. Nils aprì la portiera posteriore della grossa Jaguar e salì. Si ritrovò con le ginocchia in bocca, e si accorse di non essere mai salito sul sedile posteriore prima di allora. In quel momento arrivò Martha, bella ed elegante nel cappotto svedese marrone, con una striscia di seta che le tratteneva i capelli. Dimostrava meno dei suoi ventisei anni. Nils abbassò il finestrino.

— Moglie-bambina! — gridò. — Non mi hai dato il bacio dell’addio.

— Ti impiastriccerei di rossetto. — Gli gettò un bacio sulla punta delle dita e soggiunse: — Ora chiudi il finestrino e accucciati giù sul fondo, che alzo la saracinesca della rimessa.

— Accucciati giù… — grugnì lui, cercando di sistemare la propria mole massiccia sul tappetino dell’auto. — Americana, sei… Impari nuovi vocaboli ogni giorno. Non sapevo che ci si potesse anche accucciare «su»!

— Sta’ buono — disse lei, salendo. — La strada sembra deserta.

Uscirono dal garage, e Nils riuscì a scorgere soltanto le cime degli alberi lungo Strandvejen mentre la moglie riabbassava la saracinesca. Quando partirono, vide soltanto il cielo e qualche rara nuvola.

— Che noia starsene qui…

— È questione di poco. Il treno è alle nove e dodici, no?

— Sì. Non arrivare troppo in anticipo, perché non me la sento di starmene a bighellonare sulla piattaforma.

— Rallenterò quando arriveremo al bosco. Tornerai per cena?

— Non so. Ti telefonerò appena riuscirò a saperlo.

— Non prima di mezzogiorno, però. Vado a fare qualche compera, mentre sono a Birkerød. C’è quella piccola boutique nuova, sai.

— Ci sono anche dei nuovi conticini da pagare… — Nils sospirò teatralmente e cercò di cambiare posizione senza riuscirci.

Erano le nove e nove minuti quando l’auto si fermò nell’area riservata al parcheggio, vicino alla stazione ferroviaria, proprio dirimpetto alla Posta.

— C’è qualcuno intorno? — domandò lui.

— Un tale che sta entrando nell’ufficio postale. E un uomo che sta mettendo il lucchetto alla sua bici. Ora entra nella stazione… Nessuno guarda da questa parte.

Nils spuntò dal fondo dell’auto e si abbandonò sul sedile, sollevato.

— Non ne potevo più.

— Andrà tutto bene, vero? — gli chiese Martha, voltandosi a guardarlo. Aveva sulla fronte, tra gli occhi, una piccola ruga; come quando, appena sposati, l’abitudine di saperlo in volo non aveva ancora cancellato, almeno esteriormente, una preoccupazione assillante.

— Ma certo — la rassicurò lui, allungando un braccio e spianando col dito la ruga.

Lei sorrise, senza molto successo. — Non avrei mai immaginato di desiderare che tu te ne andassi in giro per il mondo su quei grossi aerei. Eppure ora è così.

— Non prendertela. So badare a me stesso. E poi il cane da guardia Skou sarà con me.

Seguì con gli occhi la deliziosa figuretta della moglie che attraversava la strada, poi guardò l’orologio. Un altro minuto. La via era deserta, ora. Scese dall’auto e andò a comprare un biglietto. Uscì sulla piattaforma di legno proprio mentre il treno sbucava dalla curva alla periferia della città, fischiando vigorosamente. Altre tre o quattro persone aspettavano il treno di Copenaghen, ma nessuno si curò di lui, e quando il convoglio si fermò Nils salì sulla prima carrozza. Ove Rasmussen alzò gli occhi dal giornale e gli fece un cenno con la mano. Si salutarono, e il pilota gli si sedette accanto.

— Credevo che ci fosse Arnie, con voi — disse.

— Lui parte con Skou, con qualche altro sistema segreto e complicato.

— Ora non è più un gioco, vero?

— Avete ragione. Chissà se riusciremo a scovare quel delinquente!

— Skou dice che è altamente improbabile. È stato un lavoretto da professionisti: nessun indizio di alcun genere. Quei bastardi di assassini! E tutto per niente… Perché non c’era niente sulla propulsione Daleth nell’ufficio.

Dopo di che viaggiarono in silenzio fino a Hillerød, dove dovevano cambiare treno. Quello per Helsingør era pronto a partire: un solo binario con sole tre carrozze. Il convoglio si lanciò sferragliando attraverso le foreste di faggi e betulle e rasentò i giardinetti posteriori delle case bianche dal tetto rosso, dove la biancheria distesa si gonfiava al vento freddo che soffiava dal Sound. Poi i boschi cedettero il passo ai campi, e a Snekkersten si vide l’oceano per la prima volta: le acque plumbee dell’Øresund, con il verde della Svezia sull’altra sponda. Quella era l’ultima fermata prima di Helsingør, e quando i due viaggiatori scesero trovarono Skou ad attenderli. Nessun altro era sceso dal treno al piccolo villaggio di pescatori, ma Skou si allontanò senza una parola, e loro lo seguirono. Le case vecchie erano circondate da alte siepi e la strada era deserta. Oltre la prima svolta, aspettava un furgone con la scritta KOBENHAVNS ELEKTRISKE ARTIKLER dipinta sui fianchi, in una cornice di simboliche saette culminante in una lampadina dalla luce violenta. Skou aprì gli sportelli posteriori, e gli altri due salirono, cercando di accomodarsi il meglio possibile sui rotoli pesanti di fil di ferro; poi lui sedette al posto di guida, cambiò il proprio cappello a cencio con un berretto a visiera da operaio, e partì.

Entrarono a Helsingør, per strade secondarie, quindi costeggiarono il porto fino a Helsingør Skibsvaerft. La guardia che stava al cancello fece cenno di passare, e il furgone entrò nel cantiere. Lì c’erano gli scheletri di due navi in costruzione. Le macchine chiodatrici martellavano, e la luce attinica mordeva all’improvviso quando i saldatori entravano in azione. Il furgone si fermò davanti agli uffici posteriori, che restavano piuttosto nascosti.

— Siamo arrivati — annunciò Skou, uscendo dal veicolo.

Gli altri scesero e lo seguirono dentro l’edificio, su per una rampa di scale. Un poliziotto in uniforme salutò e tenne aperta la porta per lasciarli passare. Dentro c’era odore di caffè appena fatto, misto al fumo aspro dei sigari. Due uomini se ne stavano seduti con le spalle all’uscio e guardavano fuori da una grande finestra che dava sul cantiere. Si alzarono e si voltarono. Erano Arnie Klein e un tipo alto, di mezza età, con un panciotto nero attraversato da una catena d’oro di un vecchio orologio.

— Questo è Leif Holm, il direttore del cantiere — presentò Arnie.

Furono portati del caffè, che fu accettato e dei grossi sigari Jutland, che gli ospiti rifiutarono. Holm ne accese uno per sé ed espulse una enorme nube di fumo, che rimase sospesa all’altezza del soffitto.

— Là, signori — disse poi, puntando il sigaro come fosse un’arma mortale verso la finestra — là, sullo scalo di costruzione centrale, voi vedete il futuro della Danimarca!

Un rovescio di pioggia si avventò sul porto, nascondendo prima i merli di Kronborg Slot, cioè il castello di Amleto, poi la mole tozza del traghetto svedese di Hälsingborg e gettando infine una coltre nebbiosa sulle centine e sulle lamiere rosse delle navi in costruzione prima di sparire verso l’entroterra. Quindi un sole pallido e bagnato fece capolino. Seguendo la direzione indicata da Holm, Nils e Ove guardarono la nave sgraziata, quasi brutta, che stava per essere terminata. Aveva una strana forma come di un tubo stiracchiato fino a ottenere una figura oblunga. Prua, poppa e fiancata erano arrotondate: la struttura superiore, che ora si stava montando sul ponte in sezioni prefabbricate, era bassa e aerodinamica.

— Questo è il nuovo hovercraft, nevvero? — domandò Nils. — Il Vikingepuden. Costruito per la linea Esbjerg-Londra. Dovrebbe essere il più grande del mondo. — E si domandò che cosa c’entrasse quel veicolo col futuro della Danimarca.

— Esatto — dichiarò Holm. — Gli si è fatta molta pubblicità sui giornali, più che per i traghetti britannici della Manica. Ma nessuno ha detto che lavoravamo ventiquattro ore su ventiquattro, che sono stati effettuati cambiamenti importanti nel piano di costruzione e che, al varo, la nave sarà battezzata col nome di Galatea e navigherà su mari sconosciuti, proprio come la sua omonima. E se anche non si tufferà nel profondo degli oceani, sarà però adatta alle altezze vertiginose. — Posò un dito sul naso e ammiccò cordialmente.

— Non vorrete dire…

— Sì, sì…! La Luna, i pianeti, le stelle… Chissà? Mi dicono che i professori, qui presenti, hanno pensato alla propulsione, mentre noi del cantiere non si stava con le mani in mano. Comunque i cambiamenti effettuati rispetto al progetto originario sono imponenti. Rinforzi interni, boccaporti a tenuta stagna, camere stagne… non starò a scocciarvi con i particolari. Basta dire che tra poche settimane sarà varata la prima vera e propria nave spaziale: la Galatea.

Ora tutti lo guardavano con nuovo e impaziente interesse. La linea arrotondata, assurda in una nave normale, era invece ideale per uno scafo resistente alla pressione: la mancanza di una prua e di una poppa chiaramente segnate non aveva importanza nello spazio. Quel rugginoso toro sgraziato anticipava le forme del futuro.

— C’è un’altra cosa, che voi dovreste sapere, signori. Tutte le varie operazioni del programma, e ciò che sarà reso pubblico solo dopo il varo di Galatea, sono state trasferite ad un altro ministero: al ministero dello spazio. E io ho l’onore di essere il facente funzione del ministro, al momento. Ho perciò il dovere, invero piacevole, di domandare al capitano Hansen se è disposto a trasferirsi dalle Forze Aeree alle Forze Spaziali, naturalmente col grado equivalente e senza alcuna perdita di diritti di anzianità. Se accetterà, il suo primo compito sarà quello di ufficiale comandante su questa splendida unità. Che ne dite, capitano?

— Naturalmente, naturalmente! — rispose Nils, senza esitare. E non staccò più lo sguardo dalla nave, neanche quando gli amici gli si fecero intorno per congratularsi.

Martha non era stata del tutto sincera con Nils, quando lo aveva lasciato alla stazione di Birkerød: non andava affatto a comprarsi dei vestiti, quel giorno, ma aveva un appuntamento a Copenaghen. Era una piccola, candida bugia, una delle pochissime che gli aveva detto da quando si erano sposati. Sette anni! Doveva essere una specie di primato. Ma la cosa più assurda era che non aveva proprio motivo di nascondere a Nils ciò che stava per fare: non si trattava di una decisione importante.

Un complesso di colpa, ecco tutto pensò fermandosi al semaforo e poi svoltando a sud, in Kongevej. Soltanto il mio irrazionale complesso di colpa! Nel cielo si andavano addensando le nubi e le prime gocce di pioggia cominciavano a spiaccicarsi sul parabrezza. Che farebbe il mondo moderno senza Freud che offre una spiegazione per tutte le cose? Stava laureandosi in psicologia all’università di Columbia, quando aveva incontrato Nils per la prima volta. Era venuta a trovare i genitori a Copenaghen, dove suo padre si trovava per lavoro, e il dottor Charles W. Greene, epidemiologo e membro influente dell’Organizzazione per la Salute Mondiale, aveva ospitato la figlia durante le vacanze estive. Lei… era una ragazza tutta braccia e gambe, che portava solo gonne di tweed. C’erano state feste e amici… Un’estate splendida… E Nils Hansen! Grande come una montagna e bello come un Apollo nella sua uniforme della SAS. E di una forza quasi primitiva, elementare. Risate, allegria… e si era ritrovata a letto con lui, quasi senza accorgersene. Non aveva avuto il tempo di pensare, né di rendersi conto dell’accaduto. La cosa più buffa era, in un certo senso, che poi si erano sposati. La sua proposta l’aveva veramente sorpresa. Nils le piaceva, era praticamente il primo uomo con cui fosse andata a letto (i compagni di università non contavano!) ma le era sembrato un po’ strano pensare anche solo lontanamente di legarsi a uno straniero, a un tipo di un altro paese, di un’altra lingua. Tuttavia la Danimarca le sembrava simile agli Stati Uniti sotto molti aspetti. E poi, ci abitavano i suoi genitori e Nils e gli amici parlavano inglese. Era stato tutto così divertente, così rapido… e si erano sposati.

Però non era mai stata completamente sicura del motivo per cui l’aveva scelta. Avrebbe potuto prendersi qualsiasi ragazza gli fosse saltato il ticchio di volere… anche ora doveva sempre scrollarsene qualcuna di dosso, alle feste. Invece aveva scelto lei. Amore romantico diceva a se stessa, ogni volta che si sentiva su di giri, Roba da novella del «Ladies’ Home Journal!». Ma quando si metteva a piovere per settimane e lei restava sola, se ne andava a trovare gli amici o a fare delle compere per sfuggire alla depressione. Allora cominciava a temere che lui l’avesse sposata soltanto perché aveva raggiunto l’età in cui gli uomini danesi si sposano, e aveva trovata lei a portata di mano. E una moglie americana dà un certo prestigio, in Danimarca.

Probabilmente la verità stava al centro di questi due estremi, oppure comprendeva parzialmente tutti e due. Col passar degli anni, Martha capiva che nessuna cosa è mai semplice come si spera. Ora era una donna sposata da parecchio: una casalinga un po’ annoiata, a volte, anche se non infelice.

Tuttavia restava ancora cittadina americana… e forse proprio lì faceva capolino il complesso di colpa. Se amava veramente Nils, come era sicura di amarlo, perché non aveva mai compiuto quel passo e preso la cittadinanza danese? A dire il vero non ci aveva mai pensato molto, e tutte le volte che i suoi pensieri si avvicinavano a quell’argomento, si affrettava a deviarli in un’altra direzione… Non le riusciva difficile.

Guidava distrattamente da un po’, e ad un tratto si accorse che la pioggia si era fatta più fitta e che inondava il parabrezza. Si fermò e azionò il tergicristallo.

Perché non si decideva a cambiare? Quello era forse un sottile legame che la teneva unita alla sua famiglia, alla sua vita precedente? Forse non era ancora sicura del loro matrimonio? Sciocchezze! Nils non ne parlava mai, non ricordava che avesse mai toccato quel punto. Tuttavia lei provava sempre un certo rimorso. Teneva il passaporto in regola, figurando così straniera residente in Danimarca, e una volta all’anno un sorridente agente della polizia criminale ne prolungava la validità con un timbro. Forse era la faccenda della polizia criminale che la disturbava? No, quello non era che un organismo governativo come gli altri: non c’entrava affatto. Ora all’ambasciata americana volevano sapere qualche particolare sul suo passaporto, e lei stava appunto andandoci. Ma non l’aveva detto a Nils.

L’ora di punta era terminata e il traffico era scarso, così arrivò all’ambasciata prima delle dieci. Non c’era alcun parcheggio vicino, e dovette lasciare l’auto due isolati più in su. La pioggia si era fatta leggera e insistente, la classica pioggerellina danese capace di durare parecchi giorni senza interruzione. Martha si infilò le soprascarpe di plastica che teneva sempre pronte nell’auto, e aprì l’ombrello.

L’ingresso, come al solito, era deserto e la ragazza che stava dietro la scrivania la guardò col freddo distacco delle impiegate, mentre lei chiudeva l’ombrello gocciolante e cercava il foglietto di carta nella borsetta.

— Ho un appuntamento — disse, spiegando il foglio e scuotendone via le briciole di tabacco. — Con un certo Baxter, per le dieci.

— Da quella porta, allora. Poi a sinistra, stanza centodiciassette. Quasi in fondo al corridoio.

— Grazie.

Martha scosse con cura l’ombrello sopra lo zerbino, ma si lasciò ancora dietro una scia di goccioline sul pavimento di marmo. La porta della stanza 117 era spalancata, e un uomo con gli occhiali dalla pesante montatura nera stava chino sopra la scrivania, osservando un foglio con profonda concentrazione.

— Signor Baxter?

— Sì, venite, prego. Permettetemi di prendere il vostro ombrello e il cappotto. Che giornate! A volte mi sembra che tutta quanta!a Danimarca sia sul punto di andarsene alla deriva sull’oceano. — Infilò l’ombrello nel cestino della carta straccia e appese il soprabito all’attaccapanni. Poi chiuse la porta. — Allora, voi siete…?

— Martha Hansen.

— Naturalmente. Vi aspettavo. Sedete, prego.

— È per il mio passaporto — disse lei, sedendo e posando in grembo la borsetta.

— Se potessi vederlo…

Lei glielo porse e rimase a guardare l’uomo che voltava le pagine aggrottando la fronte per lo sforzo di interpretare alcuni dei visti macchiati e dei timbri posti dalla dogana. Poi Baxter annotò qualcosa sopra un blocco giallo.

— A quanto sembra, vi piace viaggiare, signora.

— È per via di mio marito: è pilota su aerei di linea. I biglietti sono praticamente gratis, così giriamo parecchio.

— Siete una donna fortunata. — Baxter chiuse il passaporto e guardò Martha inarcando le sopracciglia al di sopra della montatura degli occhiali. — Ma… vostro marito non è forse Nils Hansen, il pilota danese? Quello di cui abbiamo letto nei giornali?

— Sì. C’è qualcosa che non va, nel passaporto?

— No, niente affatto. Voi siete davvero fortunata, con un marito simile! Quel ciondolo che portate al collo, viene dalla Luna? È quello di cui parlavano i giornali?

— Sì. Volete vederlo? — Si sfilò la catena e gliela porse. Era un comune pezzo di roccia vulcanica cristallina, montata così, al naturale, in una reticella d’argento. Una pietra venuta da un altro mondo.

— Ho sentito dire che vi hanno offerto una cifra con molti zeri, per questa. È meglio che stiate attenta. — Le rese il ciondolo e soggiunse: — Volevo semplicemente controllare il passaporto. Ci sono state alcune complicazioni con un altro che ha quasi lo stesso numero del vostro. Dobbiamo accertarci, sapete. Spero che non vi sia seccato troppo.

— No, certo.

— Perdonate, ma sapete come succede. Cose del genere non capiterebbero mai, a casa nostra. Invece un americano che vive all’estero… Ci vogliono sempre una quantità di documenti. — Batté il passaporto due o tre volte sulla carta assorbente, ma non accennò affatto a renderlo.

— La mia patria è qui, ora — disse lei, schermendosi.

— Naturalmente. Dopo tutto vostro marito è danese, anche se voi restate sempre cittadina americana.

Le sorrise, poi guardò la pioggia, fuori dalla finestra. Lei contrasse le mani sulla borsetta e non rispose. Quando l’uomo si voltò, Martha si accorse che aveva un sorriso vuoto, per nulla cordiale, che non diceva nulla: se ne stava lì, con quei grossi occhiali che gli davano un’aria da gufo intellettuale.

— Dovete essere una fedele cittadina americana — continuò Baxter — se non avete mai pensato di rinunciare alla vostra cittadinanza, pur essendo sposata… da sette anni, vero?… a un cittadino di un paese straniero. Non vi sembra?

— Io… io non ho mai dato molta importanza a queste cose — rispose Martha, con un filo di voce. Intanto pensava… Perché non gli dico di badare ai fatti suoi, prendo il passaporto e me ne vado di qui? Forse perché quello le aveva detto forte ciò che lei aveva sempre segretamente saputo.

— Non c’è di che vergognarsi. — Il sorriso riaffiorò. — La fedeltà verso il proprio paese sarà forse fuori moda, ma ha ancora qualcosa di bello. Non lasciate che nessuno vi convinca del contrario. Non c’è niente di male nell’amare il proprio marito come lo amate voi è nell’essere sua moglie, pur mantenendo la cittadinanza americana che Dio vi ha dato. Nessuno potrà mai strapparvela, non rinunciateci mai! — E sottolineò il suo punto di vista severamente, battendo il passaporto contro la scrivania.

Martha non sapeva che cosa rispondere e rimase zitta. L’altro annuì, come se il silenzio di lei equivalesse a un consenso.

— Ho letto sui giornali che è stato praticamente vostro marito a condurre la nave a propulsione Daleth sulla Luna. Dev’essere un uomo coraggioso.

Martha non poté fare a meno di annuire.

— Ora tutto il mondo guarda alla Danimarca, in testa nella gara spaziale. È un po’… buffo che questa piccola nazione abbia superato gli Stati Uniti. Con tutti i miliardi che abbiamo speso e gli uomini che sono morti! Molti americani pensano che non è giusto: in fin dei conti è stata l’America a liberare la Danimarca dai tedeschi, e sono il denaro, gli uomini e le attrezzature americane che mantengono forte la NATO e difendono questo paese dall’invasione russa! Forse quei nostri concittadini non hanno tutti i torti. La gara spaziale è un’impresa gigantesca e la piccola Danimarca non può affrontarla da sola; non siete d’accordo?

— A dire la verità non saprei… Suppongo che possano farlo…

— Ah, sì? — Il sorriso era sparito. — La propulsione Daleth è qualcosa di più di una propulsione spaziale. È una forza d’importanza mondiale. E la Russia potrebbe allungare un braccio di alcuni chilometri e impadronirsene tranquillamente. Voi non volete che ciò accada, vero?

— Ma no!

— Bene. Voi siete americana. Una buona americana. Quando l’America avrà la propulsione Daleth, ci sarà la pace nel mondo. Ora vi dirò una cosa in confidenza, non ripetetela a nessuno. I danesi non la pensano allo stesso modo. Alcune fazioni di sinistra del governo di qui (dopotutto sono socialisti!) ci nascondono i dati riguardanti la propulsione Daleth. E possiamo facilmente immaginare perché, non vi pare?

— No — disse lei, schermendosi. — La Danimarca non è come dite voi. Il governo non ha affatto simpatia per i russi. Non è il caso di preoccuparsi.

— Siete un po’ ingenua, come la maggior parte della gente, quando si tratta del comunismo internazionale. Penetra dappertutto. Strapperà la propulsione Daleth al mondo libero, se prima non ci mettiamo le mani noi. E voi potete aiutarci, Martha.

— Posso parlarne a mio marito — replicò lei, in fretta, sentendosi invadere da un sentimento di paura. — Non che serva a molto. Lui, le sue decisioni le prende da sé. E poi dubito che sia in grado di influenzare qualcuno… — Si interruppe, vedendo Baxter che scuoteva negativamente la testa.

— Non intendevo questo. Voi conoscete tutte le persone coinvolte in questa faccenda. Le andate a trovare. Avete perfino visitato l’Istituto Atomico…

— E questo, chi ve l’ha detto?

— … dunque ne sapete assai più su ciò che sta accadendo di chiunque altro che non sia ufficialmente legato al progetto. Ci sono alcune cose che vorrei chiedervi…

— No — disse lei, senza fiatò, balzando in piedi. — Non posso fare quello che mi domandate. Non sarebbe onesto! Datemi il mio passaporto, per favore. Ora devo andarmene.

Senza sorridere, Baxter lasciò cadere il documento in un cassetto che chiuse a chiave. — Devo trattenerlo. È una pura formalità. Per controllare il numero. Tornate da me la settimana prossima. L’impiegata vi darà un appuntamento. — La precedette alla porta e posò la mano sulla maniglia. — Siamo in guerra, Martha, in tutto il mondo. E tutti noi siamo come soldati al fronte. Ad alcuni si chiede più che ad altri, ma in guerra succede appunto così. Voi siete americana, Martha… non dovete scordarvelo mai, in nessun momento. Non potete dimenticare la vostra patria e i doveri che avete verso di essa.

14

C’era un non so che di definitivo che deprimeva Nils, in quell’atto di vuotare il suo armadietto. Il numero 121, all’aeroporto di Kastrup, era sempre stato suo e di nessun altro. Quando avevano ingrandito quell’ala e messo i nuovi armadietti, lui, in qualità di pilota senior, aveva avuto il diritto di scelta. E ora, invece, stava ritirando la sua roba. Nessuno gliel’aveva ordinato, ma quando si era fermato per prendere la tuta che ci aveva riposto, si era accorto di non avere più il diritto di tenerselo. Onestamente, doveva permettere a qualcun altro di usufruirne. Detto fatto, pigiò nella borsa da viaggio tutte le cianfrusaglie più disparate accumulate là dentro in tanti anni e chiuse la cerniera lampo. Al diavolo! Si sbatté la porta alle spalle e uscì.

Nel corridoio, si accorse all’improvviso che qualcuno gridava il suo nome e guardò intorno.

— Inger!

— E chi altri vuoi che sia, grosso scimmione? Hai volato troppo senza di me. Non è ora di noleggiare una brava hostess per i tuoi viaggi sulla Luna?

La ragazza avanzò verso di lui col suo passo flessuoso. Era davvero una buona hostess, una pubblicità ambulante per la SAS. Gonna corta, giacchettino aderente, berretto posato con un’inclinazione sbarazzina sopra i capelli biondo cenere… proprio il tipo sognato dal viaggiatore stanco! Alta quasi quanto Nils, sembrava uscita da un film svedese. E, guarda caso, era anche la hostess migliore e più esperta delle linee aeree.

La ragazza afferrò le mani di Nils e le strinse fra le sue, facendoglisi vicina.

— Non è vero, eh? — domandò — che non voli più?

— Non volo più con la SAS, almeno per ora. Ho altri incarichi.

— Lo so: roba grossa, segretissima. La propulsione Daleth. Ne parlano tutti i giornali. Ma non riesco a credere che noi due non voleremo più insieme!

Mentre diceva questo, gli si fece ancora più vicina e Nils sentì il tepore di lei contro il fianco. Poi la ragazza si ritrasse: era troppo abile per mostrare qualcosa di più, in pubblico.

— Lo vorrei tanto! — sbottò Nils. E tutti e due risero forte per l’impeto improvviso della sua voce.

— La prima volta che vai all’estero, fammelo sapere. — Inger guardò l’orologio e gli lasciò andare la mano. — Devo scappare, ora. L’aereo parte tra un’ora.

Salutò con un gesto e sparì. Lui si allontanò nella direzione opposta, portando con sé il ricordo della ragazza. In quanti paesi era successo? In sedici, o giù di lì. La prima volta che lei aveva fatto parte del suo equipaggio erano finiti a letto insieme, come per una decisione reciproca, istintiva.

Era successo a New York, d’estate. Oltre il vetro della finestra d’albergo si stendeva un inferno fuligginoso. Ma la tapparella era abbassata, e loro due si erano abbandonati l’uno all’altra senza riserve. Nessun senso di colpa; solo una piacevole accettazione del passato e del futuro. Lui difficilmente pensava a Inger quando lei non era presente, né era geloso degli altri. Ma quando si incontravano, erano un cuore solo.

E dopo una notte particolarmente divertente, trascorsa sopra un morbido materasso di Karachi, si erano messi a contare le città dove avevano fatto all’amore. Senza fiato dal ridere, Nils aveva comprato un album di foto di bassorilievi erotici tolti dai templi e avevano anche cercato di scimmiottare qualche scena, ma ridevano troppo per concludere qualcosa. Poi erano rimasti lì, a discutere sul numero delle città in cui avevano sostato. Da allora in poi ne avevano sempre tenuto nota. Nils approfittava dei suoi diritti di anzianità per scegliere tra i diversi voli, in modo che potessero trovarsi insieme e aggiungere nuovi nomi all’elenco sempre più lungo. Ma Copenaghen, no… E neppure in Scandinavia. Mai a casa. C’era un intero mondo, fuori, che potevano godersi insieme. Là era diverso. Un accordo implicito, di cui entrambi sapevano ma di cui non parlavano mai.

Nils spalancò la porta del terminal principale e si schiarì la gola. Una voce femminile annunciava all’altoparlante in una dozzina di lingue i voli in partenza. Danese e inglese, più la lingua del paese dove l’aereo era diretto: francese per il volo con destinazione Parigi, greco per quello con destinazione Atene e perfino giapponese per il volo di Tokio. Nils si fece strada tra la folla fino alla più vicina tabella degli arrivi e delle partenze. C’era un aereo di collegamento che partiva presto per Malmö sull’altra sponda del Sound, in Svezia, e che faceva al caso suo. Skou trovava sempre nuovi modi per eludere ogni eventuale tentativo di seguirli, e questo era il suo ultimo espediente. Ottimo, bisognava ammetterlo.

Nils rimase nella sala d’attesa principale fino a due minuti prima della partenza. Poi attraversò la sezione amministrativa dell’edificio, dove i passeggeri non potevano entrare. Ciò avrebbe stroncato definitivamente le manovre di eventuali pedinatori. Alcune persone lo salutarono e infine si ritrovò fuori, sulla pista di decollo, proprio mentre gli ultimissimi viaggiatori stavano salendo sull’aereo per Malmö. Salì dietro a tutti, e lo sportello si chiuse alle sue spalle. La hostess lo conosceva, e quindi non dovette neppure mostrarle il passaporto: così andò a sedersi sul sedile dell’ufficiale di rotta e si fece una chiacchierata coi piloti durante il brevissimo tragitto. Quando atterrarono, la ragazza lo fece uscire per primo e lui andò direttamente al parcheggio. Là c’era ad attenderlo Skou, al volante di una Humber nuova, intento a leggere un giornale sportivo.

— Che cosa è successo a quella gamie raslekasse che guidate abitualmente? — domandò Nils, sistemandosi accanto a lui.

— Quel vecchio macinino rumoroso! Ha sul gobbo migliaia di chilometri. È finito in un’officina per qualche riparazione di poco conto.

— Hanno tenuto buono il volante per costruirci sotto un’auto nuova?

Skou arricciò il naso con aria di disprezzo e uscì dall’aeroporto, dirigendosi a nord.

Una volta fuori dalla città, la strada costiera saliva e scendeva serpeggiando tra i paesetti, rivelando a sinistra rapidi scorci del Sound, che faceva capolino fra gli alberi. Skou era concentrato nella guida e Nils aveva ben poco da dire. Pensava a Inger, e i ricordi riaffioravano uno dopo l’altro. Lui di solito viveva i vari momenti della sua esistenza così, come venivano, facendo progetti futuri solo per lo stretto necessario e dimenticando il passato come qualcosa di ormai lontano e inalterabile. Sentiva la mancanza del volo, questo era indubbio, e si rendeva conto che quello era stato l’elemento principale della sua vita, intorno al quale aveva ruotato ogni altra cosa. Non pilotava un aereo da… quando? Da prima del viaggio sulla Luna. Gli sembrava di essere sepolto da anni negli uffici di quel lurido cantiere. La breve gita da Kastrup lo aveva semplicemente stuzzicato… Un passeggero!

— Ehi! — sbottò all’improvviso. — Fatemi guidare un po’, Skou. Intanto vi guardate il panorama.

— Ma questa è un’auto del governo!

— E io sono uno schiavo del governo. Su! Altrimenti vi denuncio ai vostri superiori per ubriachezza nelle ore di servizio.

— Ho bevuto una birra a pranzo… Una birra svedese a bassissima gradazione alcolica, per essere precisi. Dovrei denunciare io voi, per ricatto ed estorsione.

Comunque frenò e i due si scambiarono il posto. Skou non fece commenti quando l’altro premette con forza il pedale dell’acceleratore, facendo salire bruscamente di giri il motore.

C’era pochissimo traffico e la visibilità era buona; il sole prossimo al tramonto cercava di farsi strada tra le nubi. La Humber si comportava come una macchina sportiva e Nils era un pilota eccellente, che andava forte, ma senza correre rischi.

Era quasi buio quando arrivarono a Hälsingborg. Attraversarono sobbalzando i binari della ferrovia per raggiungere più in fretta il terminal della nave traghetto, imboccarono un vicolo e furono i primi a salire con l’auto a bordo, fermandosi proprio dietro il cancello pieghevole, sulla prua. Skou si mise in coda per comprare durante la breve traversata un pacchetto di sigarette senza il sovrapprezzo della dogana, ma Nils rimase nell’auto. La corsa in macchina, per quanto breve, gli aveva fatto bene. Guardò le luci del castello e del porto di Helsingør che si avvicinavano e pensò che i lavori sulla Galatea erano quasi terminati.

Il guardiano che stava all’entrata del cantiere navale riconobbe Skou e li lasciò entrare senza difficoltà.

— Come vanno le misure di sicurezza? — domandò Nils.

— La segretezza è la maggiore misura di sicurezza. Finora le spie non hanno messo in relazione con il segretissimo progetto Daleth l’hovercraft a cui si è fatto tanta pubblicità. Perciò le guardie dislocate qua e là sono travestite. Ne avete visto una anche voi, che vendeva panini con salsicce sull’altro lato della strada.

— Perbacco! E si tiene i guadagni?

— Ma no! Riceve già un salario.

Parcheggiarono nel solito punto dietro gli edici, E Nils si appartò nell’ufficio per infilarsi la tuta. Il cantiere era silenzioso: si udiva rumore solo intorno alla Galatea, dove si lavorava senza interruzione, ventiquattro ore su ventiquattro. Erano state accese le lampade ad arco per illuminare lo scafo ancora arrugginito e incompleto, ma quello era uno stratagemma: la sabbiatura e la verniciatura venivano rimandate all’ultimo momento.

Dentro… era un’altra cosa. Salirono la scaletta ed entrarono attraverso la camera stagna di coperta. Quando la porta esterna fu chiusa, si accesero le luci, illuminando un corridoio bianco, con pavimento di linoleum e pannelli di teak alle pareti. L’illuminazione era indiretta, discreta. Fotografie della Luna incorniciate stavano appese alle pareti.

— Davvero lussuosa — disse Nils. — L’ultima volta che ci sono stato, il corridoio era ancora d’acciaio dipinto di rosso.

— Non si discosta molto dal piano originale — disse Ove Rasmussen, entrando non visto. — L’interno andava bene così. Naturalmente sono stati fatti dei cambiamenti, ma in quasi tutte le cabine e le parti che non hanno una funzione specifica riguardo alla nuova propulsione, le trasformazioni sono state minime. Hanno fatto sparire le foto dei castelli e delle casette dal tetto di paglia, e ci hanno messo invece quelle della Luna mandate dai sovietici in segno di gratitudine. Venite con me, ho una lieta sorpresa per voi.

Percorsero un corridoio con un lungo tappeto e due file di porte ai lati. Ove indicò l’ultima porta e disse: — Prima voi, Nils. — Sopra c’era una targhetta di ottone con la scritta Capitano. Nils spalancò l’uscio.

Era una cabina grande, adibita in parte a ufficio e in gran parte a soggiorno, con una camera da letto che si apriva sul fondo. Il tappeto blu era tempestato di piccole stelle lucenti e sulla scrivania ultramoderna, di palissandro con parti cromate, erano montati un pannello di strumenti e una fila di citofoni.

— Un po’ diverso dagli aerei dalla SAS — disse Ove, sorridendo all’espressione incantata di Nils. — E anche da quelli delle Forze Aeree. E là c’è la foto della vostra prima nave, secondo una classica tradizione marinara.

Sopra la cuccetta stava una grande fotografia a colori del piccolo sottomarino Blaeksprutten, posato sulla pianura lunare. La Terra spiccava chiaramente sullo sfondo.

— Un altro dono dei russi? — domandò Nils.

— Un dono personale del maggiore Shavkun. Ha scattato la fotografia prima della partenza, ricordate? Guardate, l’hanno firmata tutti e tre.

— Una mano di vernice all’esterno, e Galatea è pronta a salpare, no? E come va il settore della propulsione?

— Il generatore a fusione è a bordo, ed è stato provato. Mancano ancora alcune cose di poca importanza. E la propulsione Daleth, naturalmente. È stata costruita e sperimentata nel laboratorio dell’istituto. Verrà installata per ultima.

— Proprio per ultima — sottolineò Skou. — Vogliamo evitare al massimo di mettere in tentazione le nostre spie. Comunque l’università è sorvegliata da un buon numero di militari; immagino quindi che dovrebbero rivolgere là la loro attenzione. — Sorrise. — Tutti gli alberghi sono pieni, e abbiamo un notevole afflusso di valute straniere. È una nuova industria turistica.

— E voi siete nel paradiso della sicurezza! — osservò Nils. — Ora capisco perché guidate una Humber nuova. Dov’è Arnie Klein?

— Vive a bordo da due giorni — disse Ove. — Da quando sono state completate le prove al banco della propulsione Daleth. Lavora al mio generatore a fusione e vi assicuro che ha già apportato almeno cinque miglioramenti brevettabili.

— Andiamo da basso. Voglio vedere la mia sala macchine. — Nils si guardò attorno un’ultima volta con ammirazione, prima di decidersi a richiudere la porta. — Ci vuole un po’ ad abituarsi a tutto questo. Sta diventando un compito assai più imponente di quanto pensassi.

— Non spaventatevi — disse Ove. — Per ora è una nave, ma subito dopo il decollo sarà una macchina volante. Una specie di super settecentoquarantasette che avete già pilotato. Dovete convenire che è assai più facile per voi che non per un capitano della marina imparare a far volare una nave.

— Che cosa succede?

Skou si era fermato di botto, con le narici dilatate per l’ira.

— La guardia! Dovrebbe trovarsi lì, davanti alla sala macchine. Ventiquattro ore su ventiquattro. — Si mise a correre pesantemente, zoppicando un poco, e si lanciò contro la porta. Era chiusa.

— Chiusa dall’interno — disse Nils. — C’è un’altra chiave, da qualche parte?

Skou non perse tempo a cercare una chiave. Estrasse una piccola pistola da una fondina nascosta nella cintura dei pantaloni e la puntò contro la serratura. Si udì un’esplosione e l’atma gli sobbalzò in mano. Dalla toppa uscì una nuvoletta di fumo, gonfiandosi tutta, e la porta si aprì. Ma solo di pochi centimetri, perché qualcosa, dietro, la bloccava. Comunque dalla fessura si scorsero i pantaloni azzurri della guardia caduta sul pavimento, contro il battente. Quando spinsero più forte, il corpo si spostò, inerte.

— Professor Klein! — chiamò Skou, passando con un balzo sopra l’uomo disteso. Si udirono altri tre rapidi spari, e lui continuò ad avanzare, gettandosi a terra. Teneva puntata la pistola, ma non rispose al fuoco. — State indietro! — gridò agli altri due, poi si levò in piedi.

Ove esitò, ma Nils si lanciò in avanti, rotolando sopra la guardia. Si rialzò giusto in tempo per cogliere il guizzo di un movimento, mentre la grande camera stagna della sala macchine si chiudeva e si precipitò contro la porta, ma questa non si mosse.

— Chiusa dall’altra parte. Dov’è Arnie?

— Con loro. L’ho visto. Due uomini lo portavano via. Erano armati. — Skou aveva estratto la sua radio portatile, ma da quella non provenivano che scariche.

— La radio non può funzionare qui dentro — gli ricordò Ove, chinandosi sulla guardia. — Siamo circondati da metallo. Correte in coperta! Quest’uomo è solo svenuto, l’hanno colpito con qualcosa.

Skou e Nils gli passarono davanti, rapidi come il baleno. Poiché per la guardia non poteva far nulla in quel momento, Ove balzò in piedi e seguì gli altri due.

Entrambe le porte della camera stagna erano aperte, e Skou, sul ponte scoperto, gridava qualcosa nella sua radio. I risultati furono immediati; perché anche quel caso di emergenza era stato previsto.

Tutte le luci del cantiere si accesero contemporaneamente, compresi i riflettori montati sui muri e le lampade ad arco installate sulle gru e sulle navi in costruzione. Era chiaro come in pieno giorno. Le sirene ulularono nel porto e i fari sferzavano l’acqua nera, mentre due lance della polizia bloccavano anche quello sbocco. Nils gattaiolò giù per la scala, a pochi metri dal suolo balzò a terra e partì a razzo, girando intorno allo scafo in direzione della poppa, dove c’era la camera stagna. La porta esterna era aperta, e lui intravide rapidamente due figure. Subito afferrò per il braccio un poliziotto che arrivava ansando.

— Avete una radio? Bene. Chiamate Skou. Ditegli che si sono diretti verso l’acqua. Probabilmente hanno una barca. Non sparate! Sono in due e si trascinano via il professor Klein. Non possiamo rischiare di ferirlo. — Il poliziotto annuì, si attaccò alla radio e Nils continuò a correre.

Nel cantiere era scoppiato il finimondo. Gli operai scappavano a nascondersi, mentre le auto della polizia entravano a velocità pazza dai cancelli, a sirene spiegate.

Skou trasmise a tutti il messaggio di Nils, con voce rotta, senza smettere di correre. Davanti a lui, alcuni agenti convergevano verso la banchina e l’invasatura, dove l’intelaiatura di una nave in costruzione si protendeva rugginosa verso il cielo.

Ad un tratto, una fiammata rossa partì da dietro una pila di lamiere. Un agente sì piegò su se stesso, premendosi le mani sull’addome, e crollò. Gli altri due si misero al riparo, puntando le rivoltelle.

— Non sparate! — ordinò Skou, avanzando solo. — Illuminate quel punto lassù.

Qualcuno spostò una pesante lampada ad arco nella direzione indicata dal faro di un’auto della polizia. La sua luce brillava, bianca come quella del giorno. Skou corse avanti, zoppicando, sempre solo.

Allora si vide un uomo tutto vestito di nero balzare in piedi, riparandosi gli occhi con la mano, e puntare una pistola a canna lunga. Sparò una, due volte, e un proiettile andò a conficcarsi vicinissimo a Skou, mentre l’altro gli sfiorava la giacca. Il capo dei servizi di sicurezza si fermò; alzò la propria rivoltella, poi l’abbassò lentamente per prendere di mira il bersaglio. Era calmissimo, come se stesse esercitandosi al tiro a segno. Lo sconosciuto sparò di nuovo, ma dall’arma di Skou partì un colpo quasi nel medesimo istante.

L’uomo barcollò, girò su se stesso e cadde sulle lamiere d’acciaio, mentre la pistola gli sfuggiva di mano.

Skou fece cenno a due agenti di esaminare il corpo, e riprese a correre. Un cordone di guardie e poliziotti avanzava dietro di lui, e una motolancia della polizia si avvicinò alla riva, col motore rombante e il faro che frugava nelle ombre profonde dello scalo di costruzione.

— Eccoli là! — gridò qualcuno mentre il faro smetteva di cercare e si fermava in un punto preciso. Anche Skou si fermò e bloccò gli altri con un segnale convenuto. Davanti a lui, le lastre piene di bulloni della chiglia formavano una specie di palcoscenico. La scena era bene illuminata e il dramma che vi si recitava parlava di vita e di morte. Un uomo completamente vestito di un nero luccicante dalla testa ai piedi, si inginocchiò dietro la forma abbandonata di Arnie Klein. Con un braccio lo sosteneva, facendosene scudo, e nell’altra mano stringeva una pistola con la canna appoggiata alla tempia del professore. Le sirene, terminato il loro compito, tacquero. Ormai l’allarme era dato. Cadde un silenzio improvviso e pesante. La voce dell’uomo risuonò alta e aspra, scandendo chiaramente le parole.

— Non avvicinatevi… o lo uccido!

Si era espresso in un inglese dal forte accento straniero, ma comprensibile. Nessuno degli spettatori si mosse, e l’uomo cominciò a trascinare la figura inerte di Arnie lungo la chiglia, verso il bordo dell’acqua.

In quel momento Nils Hansen sbucò dalle tenebre alle spalle dello sconosciuto e protese una mano poderosa che immobilizzò il polso dell’altro, torcendolo, cosicché la canna della rivoltella si rivolse in alto, verso il cielo, lontano dalla tempia di Arnie. L’uomo vestito di nero urlò per il dolore e per la sorpresa, e dalla pistola partì un proiettile che andò a perdersi nel buio.

Con la mano libera, Nils strappò Arnie alla stretta del rapitore e si chinò lentamente per stenderlo sulla lastra d’acciaio sottostante.

Lo sconosciuto si divincolò inutilmente, poi cominciò a tempestare di pugni Nils che ignorò quella gragnuola fino a che non si fu raddrizzato di nuovo. Soltanto allora allungò l’altra mano, strappò l’arma al prigioniero e la lanciò lontano. Poi colpì lo sconosciuto con un poderoso ceffone. L’uomo girò su se stesso e rimase lì, penzoloni, sostenuto solo dal solido braccio del pilota.

— Voglio parlargli! — gridò Skou precipitandosi verso di loro.

Nils ora teneva il prigioniero con tutte e due le mani, scuotendolo come una grossa bambola, e protendendolo verso Skou. L’uomo indossava uno scafandro da subacqueo, e un paio di baffi sottili come una linea di matita correvano lungo il labbro superiore. Sopra una guancia spiccava, rossa, l’impronta di cinque grosse dita.

Per un istante il rapitore si divincolò nella stretta spietata di Nils, guardando il poliziotto che si avvicinava. Poi desisté, accorgendosi forse che non c’era scampo. Ogni resistenza cessò. Improvvisamente portò una mano alla bocca e spezzò con i denti l’unghia del pollice in un gesto apparentemente infantile.

— Fermatelo! — urlò Skou, cercando di fare ancora più in fretta.

Troppo tardi. Un’espressione di pena passò sulla faccia dello sconosciuto. Gli occhi si dilatarono, la bocca si spalancò in un grido senza suono. L’uomo si contorse tra le braccia di Nils, il suo dorso si inarcò sempre più, terribilmente, fino a che il suo corpo si abbandonò inerte.

— Lasciatelo andare — disse Skou, sollevandogli una palpebra. — È morto. Veleno sotto l’unghia.

— Anche l’altro è morto — disse un agente. — L’avete colpito…

— So dove l’ho colpito.

Nils si chinò sopra Arnie, che cominciava ad agitarsi, muovendo la testa, ma ancora con gli occhi chiusi. Aveva una grossa contusione dietro l’orecchio.

— Mi sembra in buono stato — disse il pilota, alzando gli occhi. Poi vide sui pantaloni e sulla scarpa di Skou del sangue che gocciolava fin sulla lastra di metallo. — Ma voi siete ferito!

— È la solita gamba — rispose Skou. — La gamba bersaglio, che colpiscono sempre. Non è niente. Portate subito il professore all’ospedale. Che baraonda! Non riesco a capire come ci abbiano scoperto. Sarà tutto più difficile, d’ora in poi.

15

Seduto al buio sul ponte di comando, nella sua poltroncina, Nils Hansen cercava di immaginare se stesso che azionava i comandi della Galatea. Abitualmente non era dotato di molta fantasia, ma all’occorrenza sapeva raffigurarsi il veicolo che avrebbe dovuto pilotare e ne prevedeva il probabile comportamento… Aveva collaudato quasi tutti i nuovi reattori acquistati dalla SAS e gli apparecchi sperimentali delle Forze Aeree. Prima di salire su un aereo, ne studiava attentamente la pianta e le caratteristiche costruttive, entrava in un simulatore di volo e parlava a lungo coi tecnici. Cercava di conoscere nei minimi particolari il veicolo che gli veniva affidato, di apprendere tutto il possibile prima di trovarsi a tu per tu con lui, nel cielo. Non si stancava mai, non aveva fretta. Gli altri trovavano esasperante la sua pignoleria, ma Nils li lasciava dire… Una volta staccato da terra, avrebbe potuto contare solo su se stesso. Più ne sapeva, più probabilità aveva di fare un volo fortunato e di tornarsene vivo.

Ora le sue facoltà erano tese al massimo. Quel veicolo era così incredibilmente grande, i principii su cui si basava così nuovi… Tuttavia aveva già pilotato il Blaeksprutten, e quell’esperienza gli era preziosa. Ricordandosi delle difficoltà incontrate, aveva collaborato con i tecnici nella progettazione dei comandi e della strumentazione di bordo. Allungò una mano e sfiorò lievemente la leva, la stessa leva standard di un Boeing 707. Si sentì quasi a suo agio. Quella era collegata attraverso il computer alla propulsione Daleth e sarebbe stata usata per le manovre di precisione come il decollo e l’atterraggio. E poi l’altimetro, l’indicatore della velocità rispetto all’aria, quello della velocità effettiva, e molti altri dispositivi… I suoi occhi andavano dall’uno all’altro strumento senza mai sbagliare, nonostante l’oscurità.

Un grosso oblò di vetro, inserito nella parete d’acciaio davanti a lui, permetteva di vedere buona parte del cantiere e del porto. Anche se erano passate le due del mattino ed Helsingør dormiva da un pezzo, la zona intorno al cantiere era piena di movimento. Le auto della polizia incrociavano lentamente lungo la banchina e scrutavano coi loro fari nelle piccole strade laterali. Un plotone di soldati si muoveva in formazione sparsa tra gli edifici. Alcuni riflettori supplementari erano stati montati sopra le normali lampade stradali, e l’intera zona era illuminata a giorno. La motosilurante Hejren se ne stava ancorata trasversalmente nella parte più vicina del porto, con le torrette pronte a sparare.

La porta si aprì, lasciando passare il ronzìo dei motori, ed entrò il radiotelegrafista, che si diresse al suo posto. Dietro di lui veniva Skou, che saltellava appoggiandosi a una stampella. Rimase un attimo ritto accanto a Nils, lanciando un’occhiata all’imponente spiegamento di forze visibile all’esterno, poi, con una specie di grugnito di approvazione, si lasciò cadere nella poltroncina del secondo pilota.

— Lo sanno che siamo qui — disse — ma non sapranno altro. Dunque, a che punto è questa vecchia carcassa?

— Controlli su controlli… Ho fatto del mio meglio, e tecnici e ispettori hanno esaminato minuziosamente ogni parte dell’attrezzatura. Ecco qui i rapporti firmati. — Gli allungò una grossa cartelletta piena di fogli e aggiunse: — Niente di nuovo su quei figuri della settimana scorsa?

— Niente nel modo più assoluto. Equipaggiamento da sub acquistato qui a Copenaghen. Nessun segno, nessun documento. Le pistole erano tedesche, della seconda guerra mondiale. Speravamo di trovare una traccia esaminando le impronte digitali, ma ci siamo sbagliati. Ho controllato personalmente. Due esseri invisibili spuntati dal nulla.

— Allora, non saprete mai da che paese venivano?

— In fondo, non mi importa. Dopo quel putiferio, tutto il mondo sa che qui sta accadendo qualcosa. Ma che cosa, con precisione, nessuno lo sa, e io ho tenuto lontano tutti quanto basta per impedir loro di saperne di più. — Si protese per leggere il quadrante luminoso dell’orologio. — Non manca molto alla partenza. Tutto pronto?

— Tutti ai loro posti, pronti a partire quando riceveranno l’ordine. Tranne Henning Wilhelmsen. Se n’è andato a dormire, in attesa di essere chiamato.

— Meglio svegliarlo adesso.

Nils prese il ricevitore del telefono e formò il numero di Henning, che rispose subito.

— Comandante Wilhelmsen, qui.

— Ponte di comando. Per favore, presentatevi ora.

— Immediatamente.

— Là — disse Skou, indicando la strada in fondo al porto, dove erano apparsi mezza dozzina di soldati in motocicletta. — Funziona tutto come un orologio, e anche meglio! Guardate! Si trovava al castello Fredensborg, a venti minuti di distanza da qui.

Dietro le moto venivano due camion, carichi di militari, che facevano da battistrada a una Rolls Royce nera, lunghissima e lucentissima. Seguivano altri soldati. Come se quell’apparizione fosse un segnale, ed effettivamente lo era, altri camion carichi di truppe uscirono dalla caserma del castello Kronborg, dove stavano pronti in attesa. Quando il convoglio ebbe raggiunto l’ingresso del cantiere, un solido cordone di truppe lo circondò.

— E le luci di bordo? — domandò Nils.

— Potete farle accendere. Ora tutta la città sa con certezza che sta accadendo qualcosa.

Nils girò l’interruttore del quadro di comando, che si illuminò di una luce fredda. Skou si stropicciò le mani e sorrise. — Tutto come un orologio! E notate che io non do ordini a nessuno. Tutto è stato previsto. I «turisti-spie» presenti in città ora staranno cercando di scoprire che cosa succede, ma non possono avvicinarsi. Tra un po’ cercheranno d’inviare messaggi e di partire, e ci riusciranno ancor meno. A quest’ora i buoni danesi sono a letto, e non si lasciano disturbare. Ma tutte le strade sono bloccate, i treni non partono, i telefoni non funzionano. Perfino le corsie delle biciclette sono chiuse. Ogni strada e ogni sentiero, anche quelli che attraversano i boschi, sono sorvegliati.

— E non avete liberato dei falchi, per acchiappare eventuali piccioni viaggiatori? — domandò Nils, con aria innocente.

— No! Perbacco, dovevo forse farlo? — Skou sembrava preoccupato e si morse il labbro. Poi scorse il sorriso di Nils. — State solo scherzando! Non dovreste… Sono un povero vecchio e chissà… il mio orologio interno potrebbe anche fermarsi per una scossa improvvisa!

— Voi ci metterete sottoterra tutti quanti — dichiarò Henning Wilhelmsen, arrivando sul ponte. Indossava la sua uniforme migliore. — Eccomi, signore — disse salutando Nils.

— Già, naturalmente… — fece il comandante, cercando a tentoni il proprio berretto sotto il pannello. — Sedetevi al vostro posto e iniziamo il controllo prelancio.

Finalmente trovò il copricapo e se lo calcò in testa. Si sentiva a disagio, con quello. Allora se lo tolse e guardò l’emblema ricamato sulla parte anteriore: il nuovo simbolo Daleth in campo stellato. Poi, con un rapido movimento, ficcò di nuovo il berretto sotto il quadro dei comandi.

— Scopritevi — ordinò con fermezza. — Nessuno deve portare il berretto, sul ponte.

Skou si fermò sulla porta. — E così nacque la prima grande tradizione delle Forze Spaziali… — osservò, ghignando.

— E non voglio civili sul ponte di comando!!! — gridò Nils, mentre la figura zoppicante si ritirava.

Terminato il controllo, Henning attivò il sistema di comunicazione interna, e la sua voce rimbombò in ogni compartimento della nave, ordinando all’equipaggio di prendere i rispettivi posti. Poi Nils guardò di nuovo fuori dell’oblò, e la sua attenzione fu attratta da un improvviso movimento. Un montacarichi tappezzato alla bell’e meglio di bandiere stava alzandosi da una piattaforma di legno prefabbricata. Si fermò alla curva della prua e venne assicurato in quella posizione: allora alcuni uomini, che trascinavano dei cavi, si arrampicarono su per la scala fino alla parte posteriore del montacarichi. Tutto si svolgeva con la massima regolarità. Il telefono squillò ed Henning rispose.

— I microfoni sono a posto — disse a Nils.

— Bene. Collegateli al sistema di comunicazione interna. Ma prima date il segnale di all’erta a tutti.

L’equipaggio attendeva, ogni uomo al proprio posto. I componenti furono chiamati, uno per uno, mentre Nils guardava la folla dei funzionari che si facevano avanti. Era comparsa anche una banda militare, che suonava vigorosamente, e un sottile filo di musica giungeva attraverso lo scafo sigillato. Poi, presso la piattaforma, la folla si divise e una donna alta e bruna salì per prima la scala.

— La principessa ereditaria Margrethe — disse Nils. — Meglio che ci colleghiamo anche noi.

In un attimo la piccola piattaforma si riempì, e il sistema di comunicazione interna diffuse in tutta la nave un discorso ufficiale. Il discorso fu di una brevità sorprendente: probabilmente era stato Skou a ordinarlo per ragioni di sicurezza. La banda riattaccò e Sua Altezza Reale venne avanti. Un membro dell’equipaggio calò dal ponte della nave una gomena con una bottiglia di champagne appesa all’estremità. La voce della principessa era limpida, le parole semplici.

— Io ti battezzo Galatea.

Il brusco schianto della bottiglia che si spezzava contro lo scafo si udì nitidamente. A differenza dai soliti battesimi, Galatea non fu varata all’istante. I funzionari si ritirarono prima in un punto prestabilito e la piattaforma rimase libera. Soltanto allora venne dato l’ordine di varare. I cunei furono tolti, e un brivido improvviso percorse le strutture possenti.

— A tutti i compartimenti! — disse Nils al microfono. — Controllare che le attrezzature libere siano assicurate, come da istruzioni date. E ora tutti facciano attenzione, perché presto avvertiremo una forte scossa.

Avanzavano sempre più in fretta verso l’acqua scura. Un tremito, che ricordava più il fremito del decollo che non un impatto, fece vibrare la nave quando questa venne a contatto con l’acqua. La sua corsa fu rallentata e infine fermata dalla resistenza delle catene; poi ci fu un notevole rollìo. I rimorchiatori e le scialuppe della manutenzione le si fecero attorno.

— Fatto! — esclamò Nils, staccando le mani dal bordo del pannello dei comandi, a cui si era tenuto ben stretto. — Sempre così emozionante, un varo?

— Macché! — rispose Henning. — Le navi, in genere, sono solo finite a metà quando vengono varate. Mai sentito di una che sia già pronta a salpare, e per di più, con l’equipaggio a bordo. Davvero sconcertante.

— Tempi eccezionali, circostanze eccezionali — sentenziò Nils, calmo, ora che la tensione si era scaricata. — Prendete voi il comando. Fino a quando saremo in mare, l’avrete voi. Però non mandatela a fondo come fareste con uno dei vostri sottomarini!

— Si naviga in superficie quasi sempre! — rispose Henning, orgoglioso delle sue abilità marinare. — Inseriscimi nel circuito di comando — ordinò al radiotelegrafista.

Mentre Henning si assicurava che i supporti fossero stati tolti dai rimorchiatori e che questi ultimi si trovassero nella posizione giusta, Nils controllò tutti i compartimenti. Non si erano avuti danni, l’unità non imbarcava acqua ed era pronta a partire.

Avrebbero potuto usare i loro mezzi, ma era stato deciso che si facessero rimorchiare fuori del porto. Nessuno sapeva come si sarebbe comportata quella nave tanto singolare, ed era meglio mettere in funzione le macchine solo quando sarebbero stati nelle acque libere del Sound. Dopo un breve scambio di acuti fischi, i rimorchiatori partirono. Mentre si muovevano lentamente, seguendo la motosilurante che li precedeva, Nils poté vedere distintamente per la prima volta la scena che si presentava alle loro spalle.

— Un varo segreto… — commentò Henning, indicando la folla che gremiva la banchina. Tutti applaudivano, agitando le mani in segno di saluto, e le chiazze colorate delle bandiere danesi spiccavano ovunque.

— In città sapevano tutti che qui stava accadendo qualcosa. E, una volta in acqua, mica si poteva impedire che venissero a vederci.

I rimorchiatori disegnarono un lungo arco e puntarono verso l’entrata del porto. Il molo e la barriera frangiflutti erano neri di gente, e altra ancora stava accorrendo. Molti erano in pigiama, sotto il cappotto, e mostravano un pittoresco assortimento di berretti di pelliccia, impermeabili e altri capi di emergenza. Nils resisté a fatica all’impulso di rispondere al loro saluto. Finalmente furono fuori, nelle acque dell’Øresund: le prime onde si fransero contro i ponti inferiori, lavando gli stivali degli uomini che tenevano tese le gomene.

Quando furono ben lontani dalla riva, i rimorchiatori fischiarono il loro addio e fecero dietrofront.

— Mollate — disse Henning. — Ponti liberi e boccaporti chiusi.

— Possiamo procedere, allora — disse Nils.

Al posto del secondo pilota erano sistemati dei comandi separati che servivano solo per la navigazione sulla superficie del mare. Due grandi motori elettrici erano montati su cuscinetti assicurati allo scafo della nave. E solo cavi elettrici penetravano lo scafo resistente alla pressione, assicurando così la continuità della tenuta stagna. Ciascun motore muoveva una grande elica a sei pale. Non c’era timone: i cambiamenti di direzione venivano ottenuti variando la velocità relativa delle eliche, che potevano perfino girare in sensi opposti per le rapide virate. Le leve comando spinta e le manovre di sterzo erano controllate solo dal posto del secondo pilota, e la precisione e scioltezza delle manovre erano garantite dal calcolatore, che sovrintendeva all’intera operazione.

Henning spinse in avanti entrambe le leve e Galatea si animò. Non più legata alla riva, non più a rimorchio, era una nave autonoma. Le onde si frangevano contro la prua e spruzzavano il ponte mentre la velocità aumentava. Le luci di Helsingør cominciarono a sparire. Uno schizzo di schiuma colpì l’oblò.

— A che velocità filiamo? — domandò Nils.

— Sei nodi. Stupendo. Lo scafo ha tutte le belle caratteristiche marinare di una salsiera!

— Questa sarà la sua prima ed ultima crociera sull’oceano, dunque calmatevi. — Poi eseguì un rapido calcolo. — Rallentate a cinque, così arriveremo in porto all’alba.

— Bene, signore.

Il primo viaggio stava andando più liscio di quanto si fossero aspettati. Era stata riscontrata solo una piccola infiltrazione d’acqua da uno dei boccaporti, causata da una guarnizione di dimensioni sbagliate, che avrebbero potuto sostituire con una di ricambio appena arrivati. Nella semioscurità del ponte, Nils toccò ferro: c’era da sperare che durasse sempre così.

— Volete un caffè, capitano? — domandò Henning. — Ne ho fatto fare un poco e l’ho messo nei thermos prima che chiudessero la cucina.

— Buona idea Fatelo portare. Alcuni minuti dopo, un marinaio alto, con basette sportive e due baffi imponenti, arrivò col caffè, salutando cordialmente.

— Chi diavolo siete voi? — domandò Nils. Non l’aveva mai visto prima.

— È uno dei mozzi in più che mi avete ordinato di ingaggiare — spiegò Henning. — Abbiamo dovuto cercarli e chiedere informazioni, così sono saliti a bordo solo questo pomeriggio. Jens chiedeva da mesi di essere accettato sulla Galatea. Dice che ha già esperienza di propulsione Daleth.

— Cosa?

— Signorsì. Aiutai a saldare la prima unità sperimentale. Per poco non spezzò la schiena alla nave… Il capitano Hougaard sta ancora cercando qualcuno da denunciare.

— Lieto di avervi a bordo, Jens — disse Nils, provando un certo imbarazzo nell’usare termini nautici, anche se nessuno ci faceva caso.

Il lento viaggio continuava. Ci avrebbero messo di più a percorrere trenta chilometri via mare da Helsingør a Copenaghen, che non le migliaia di chilometri che li separavano dalla Luna. Ma non c’erano alternative. Fino a che la propulsione Daleth non fosse stata installata, la Galatea era soltanto una barcaccia elettrica che andava come una lumaca.

A oriente l’orizzonte mostrava già le strisce d’oro dell’aurora, quando arrivarono all’ingresso del porto franco di Copenaghen, dov’erano in attesa due rimorchiatori che agganciarono la nave, e tornarono indietro, trascinandola delicatamente dentro il Frihavn, verso lo scalo di attesa di Vestbassin.

— Puntualissimo — disse Nils, indicando il convoglio che si fermava in quel momento sulla banchina. — Devono averci seguito continuamente. Skou mi ha detto che c’era poco meno di una divisione di soldati, dislocata qui. Lungo la strada che porta all’Istituto non c’è un metro che non sia sorvegliato. Vorrei che fosse già tutto finito. — Stringeva i pugni, di quando in quando, e quello era l’unico segno esterno di tensione.

— Non può andar storto niente. Troppe precauzioni, comunque…

— Comunque tutte le nostre uova sono nello stesso paniere. Ecco la nostra propulsione! — Indicò la forma coperta di plastica che veniva scaricata da un autocarro aperto, presso una gru. — E certo i professori sono lì anche loro. Tutte in un solo cesto… Ma non preoccupatevi: sembra proprio che ci sia l’intero esercito danese. Solo una bomba atomica potrebbe aver ragione di un simile spiegamento di forze!

— E chi mi dice che non ricorrano a quella? — Henning era bianco come un panno lavato. — Ce ne sono molte nel mondo, no? Chi può impedire a un paese, che non riesce a mettere le mani sulla propulsione, di fare in modo che non se ne serva più nessuno? Equilibrio delle forze…

— Chiudete il becco! Avete troppa fantasia. — Involontariamente, la voce di Nils aveva preso un’asprezza inaspettata. Tutt’e due alzarono gli occhi e trasalirono leggermente quando una formazione di reattori, lucenti nel sole che si stava levando, passarono rombando sopra la loro testa.

— Nostri! — disse Nils, sorridendo.

— Vorrei che si sbrigassero — rispose Henning, per nulla rasserenato.

Era necessario un lavoro di precisione per issare la gigantesca attrezzatura della propulsione Daleth a bordo e montarla; così, nonostante tutti i preparativi precedenti, l’operazione procedeva con lentezza esasperante. Mentre Galatea veniva solidamente ormeggiata alla banchina e si trafficava per aprire il grande boccaporto sul ponte di poppa, l’immensa gru se ne stava china su di esso col lungo collo metallico, pronta a sollevare il portello al momento opportuno. Quel boccaporto sarebbe servito una sola volta, poi l’avrebbero sigillato con una saldatura. Finalmente la grande lastra d’acciaio fu sollevata in aria, girò lentamente e venne deposta a riva. Nell’attimo in cui l’apertura rimase libera, l’altra gru si protese stringendo l’oscillante forma tubolare dell’attrezzatura Daleth. Con movimenti precisi, questa scomparve subito dentro il boccaporto.

Squillò il telefono, e Nils staccò il ricevitore. Ascoltò, annuendo. — Va bene. Nella mia cabina, lo ricevo là. — Poi riappese, ignorando lo sguardo interrogativo di Henning. — Prendete voi il mio posto. Torno subito — disse.

Un ufficiale nell’uniforme della Guardia del Corpo Reale era là ad attenderlo. L’uomo salutò e gli porse una grossa busta color crema, sigillata con ceralacca rossa. Nils riconobbe lo stemma, impresso nella ceralacca.

— Devo attendere la risposta — disse l’ufficiale.

Nils annuì e aprì la busta. Lesse il breve messaggio, poi andò alla scrivania. In un cassetto c’era la carta da lettere intestata col nome della nave, messa lì da qualche solerte ufficiale e che fino a quel momento era passata inosservata. Ne prese un foglio, scrisse poche parole. Chiuse il tutto in una busta e la consegnò all’ufficiale.

— Suppongo che non sia necessario l’indirizzo, vero? — domandò.

— No, signore. — L’uomo sorrise. — Permettete che da parte mia, da parte di tutti, vi faccia i miei migliori auguri. Non avete idea di che cosa provi il Paese, oggi.

— Credo di cominciare a capirlo. — E si salutarono con una stretta di mano.

Di ritorno sul ponte, Nils pensò alla lettera che se ne stava al sicuro nella sua cassaforte.

— Naturalmente, non mi direte nulla, vero? — domandò Henning.

— E perché dovrei? — Ammiccò, poi chiamò a sé il radiotelegrafista, l’unica persona che stava sul ponte in quel momento. — Neergaard, prendetevi un po’ di riposo — disse. — Tornate fra quindici minuti.

Ci fu silenzio fino a che la porta non si fu richiusa.

— Veniva dal Re — disse allora Nils. — La cerimonia pubblica di questo pomeriggio non è che una commedia. Una finta. Stanno per annunciarla e diranno che noi attraccheremo presso il castello Amalienborg… ma non ci andremo affatto. Appena pronti, usciamo di qui e partiamo. Ci augura buona fortuna. Spiacente di non poter venire. Appena fuori del porto, la prima tappa sarà…

— La Luna! — disse Henning, guardando i saldatori intenti al lavoro in coperta.

16

Martha Hansen aveva dormito male. Non che le desse noia trovarsi sola nella casa vuota… Era sempre così quando Nils partiva. Ma forse da un po’ di tempo a quella parte si era abituata ad averlo con sé troppo spesso, e per questo il grande letto matrimoniale le sembrava deserto.

No, non si trattava neppure di questo. In realtà stava accadendo qualcosa di molto importante, forse di pericoloso, di cui Nils non le aveva potuto parlare. Ormai lo conosceva abbastanza bene da capire subito quando aveva un segreto. Dovrò rimanere fuori una notte, forse alcuni giorni, aveva detto. Poi si era voltato e aveva acceso il televisore. Si trattava di una cosa importante, ne era certa, e quel pensiero la teneva sveglia. Aveva sonnecchiato un po’, si era svegliata di soprassalto, e non era più riuscita a riaddormentarsi. Troppo stanca per leggere e troppo tesa per dormire, non aveva fatto che girare e rigirare il guanciale fino all’alba. Poi si era alzata, e dopo aver preparato la macchinetta per il caffè aveva fatto la doccia.

Mentre sorseggiava la bevanda bollente, aprì la radio per ascoltare le notizie, ma non c’era niente. Passò allora sulle onde corte e incappò in un incomprensibile discorso tenuto in una strana lingua gutturale; sorvolò sopra un programma arabo di musica leggera, e finalmente captò il giornale radio della trasmissione per stranieri mandato in onda dalla BBC. C era un servizio riguardante la stasi dei colloqui sul sud-est asiatico. Si versò altro caffè, ma per poco la tazzina non le sfuggì di mano quando sentì pronunciare la parola Copenaghen.

… rapporto incompleto, sebbene finora non sia stata fatta alcuna dichiarazione ufficiale. Tuttavia, testimoni oculari affermano che la città trabocca di soldati e che c’è molto movimento sulla banchina. Voci non ufficiali fanno il nome dell’Istituto Nils Bohr, e pare che siano in corso altri esperimenti sulla propulsione Daleth.

Martha alzò il volume al massimo per non perdere una parola mentre si vestiva. Che cosa stava accadendo? E soprattutto, c’era pericolo? Dal giorno in cui erano state uccise le spie e ferito Arnie, lei viveva nel terrore del peggio.

Ormai era completamente vestita, coi guanti e le chiavi dell’auto già in mano. Ma sulla soglia si fermò. Dove andava? E a fare che cosa? Tutta quella fretta di uscire la colpì come una manifestazione di isterismo estremamente sciocca. Non poteva aiutare Nils. Allora si lasciò cadere su una sedia dell’ingresso e lottò per non scoppiare in lacrime. La radio, intanto, continuava a trasmettere.

e un dispaccio arrivato in questo momento informa che la nave sperimentale, chiamata anche hovercraft, non è più nei cantieri di Elsinore. Si può forse trovare un nesso tra questa notizia e gli avvenimenti precedenti verificatisi a Copenaghen…

Martha uscì sbattendosi la porta alle spalle, e aprì il garage. Non poteva fare niente, questo lo sapeva, ma non era necessario che rimanesse in casa. E mentre si dirigeva a sud, sulla Strandvejen semideserta a quell’ora, sentiva di avere preso una decisione giusta.

Però non si sentì più tanto sicura quando arrivò a Copenaghen, un labirinto di strade bloccate, piene di soldati col fucile in mano. Erano tutti molto cortesi, ma non la lasciavano passare. Tuttavia lei non si arrese. Curiosò qua e là, nel traffico che andava facendosi sempre più intenso, e si accorse che era stato creato un grande anello intorno alla zona del Porto Franco. Allora fece un ampio giro, percorrendo vicoli secondari, e puntò di nuovo verso la banchina al di là del Kastellet, il castello a pianta pentagonale e cinto da un fossato, sul fianco meridionale del porto. Poco prima di giungere alla banchina, trovò un posto per l’auto. La gente le passava accanto a piedi, e c’erano altre persone più avanti, vicino all’acqua.

Il vento freddo che tirava dal Sound la sferzava e lei non aveva modo di difendersi. La folla aumentava e tutti scrutavano l’Øresund per scoprire qualche segno di attività insolita. Alcuni degli spettatori si erano portati la radio, ma nessun bollettino accennava ai misteriosi avvenimenti del Frihavn.

Passò un’ora, poi un’altra, e Martha cominciò a domandarsi che cosa stesse lì a fare. Era completamente gelata e le radioline trapassavano i timpani. All’improvviso, un coro di «Ssss!» si levò da un gruppo di persone in ascolto. Martha cercò di avvicinarsi, ma inutilmente. Riuscì però a captare le frasi centrali del notiziario danese.

La Galatea… un varo ufficiale… cerimonia… castello Amalienborg nel pomeriggio… C’era dell’altro, ma bastava così. Stanca e intirizzita, si voltò per ritornare all’auto. Era certa che l’avrebbero invitata alla cerimonia. Probabilmente stavano cercando di telefonarle ora. Meglio fare un pisolino, poi chiamare Ulla Rasmussen per decidere che abito mettersi.

Un uomo le si parò davanti, sbarrandole la strada. Era Bob Baxter.

— Siete mattiniera, Martha — disse. — Questo dev’essere un gran giorno per voi. — Sorrideva, ma né le parole né il sorriso erano sinceri.

Lei si accorse che non poteva trattarsi di una coincidenza. — Mi avete seguita! — disse. — Avete sorvegliato la mia casa!

— La strada non è un posto adatto per discutere… e voi avete l’aria infreddolita. Perché non entriamo in quel bar? Prendiamo un caffè, qualcosa da mangiare.

— Me ne torno a casa — disse Martha, facendo l’atto di allontanarsi.

Lui la fermò con un braccio.

— Perché non siete venuta a quell’appuntamento? Quando si tratta di passaporti, i guai possono farsi seri. Volete che parliamo ora, alla buona, bevendoci una tazza di caffè? C’è forse qualcosa di male?

— No. — All’improvviso Martha si sentì molto stanca. Era inutile irritare quel tipo. Una tazza di caffè bollente le avrebbe fatto bene. Così gli permise di offrirle il braccio e di tenerle aperta la porta del bar.

Sedettero accanto alla finestra, davanti al panorama del Sound che si stendeva oltre i tetti delle auto parcheggiate. Il caldo rianimò Martha, che però non si tolse il cappotto. Baxter invece ripiegò il suo sullo schienale della sedia e ordinò due caffè a una cameriera che capiva l’inglese. Poi non parlò più fino a che la cameriera non portò i caffè e si allontanò.

— Avete pensato a quello che vi ho detto? — chiese Baxter, senza preamboli.

Martha guardò dentro la sua tazzina. — A dire il vero, no — rispose. — Non posso fare proprio niente per aiutarvi.

— Tocca a me giudicarlo. Ma voi sareste disposta a collaborare, vero. Martha?

— Sarei lieta, certo, ma…

— Ora diventate più ragionevole!

Lei si sentì intrappolata dalle sue stesse parole: un’ammissione generica veniva trasformata in una promessa.

— Non c’è «ma» che tenga — continuò Baxter — e non c’è niente di troppo difficile o strano da fare. Recentemente siete diventata amica della moglie del professor Rasmussen, Ulla. Coltivate questa amicizia.

— Ma insomma, voi mi spiate?

Baxter eluse la domanda, come se non fosse degna di risposta. — E conoscete anche Arnie Klein. È stato a casa vostra parecchie volte. Dovete approfondire la sua conoscenza, ora. È un uomo chiave, in tutta questa faccenda.

— Cosa volete, che vada a letto con lui? — sbottò Martha, in un’improvvisa esplosione di collera contro se stessa, quell’uomo e le cose che le stavano accadendo. Baxter non si turbò, ma il suo viso prese un’aria severa, piena di disapprovazione.

— C’è gente che ha fatto assai di più, per il proprio paese, che ha addirittura sacrificato la vita. Io ho dedicato la mia a questo lavoro, e ho visto molte persone morire. Così, vi prego, tenete per voi le vostre banali battute di spirito. Ve la sentite di scherzare sui ragazzi torturati e uccisi mentre combattevano contro i giapponesi, i coreani, i vietnamiti? Sono morti per rendere il mondo sicuro, perché voi poteste essere un’americana libera, vivere dove vi pare e fare ciò che più vi piace. Libera. Voi credete nell’America, vero?

Le aveva lanciato in faccia quella domanda con la solennità di una sfida.

— Certo — disse lei infine — ma…

— La fedeltà non ammette «ma». Come l’onore, è tutta d’un pezzo. Sapete che la vostra patria ha bisogno di voi e operate una libera scelta. Non è necessario ritirarvi il passaporto o servirsi d’altri mezzi di coercizione…

Ah, no? pensò lei, con cattiveria. E allora, perché li tira in ballo?

— … poiché voi siete una donna intelligente. Voi non farete niente di disonorevole, ve lo posso garantire. Contribuirete a riparare un torto.

La sua voce fu coperta dal rombo di uno stormo di aerei che sfrecciarono bassi sopra la città, e Baxter alzò la testa di scatto, per guardarli. Li indicò col dito, ed ebbe un sorriso contratto.

— Nostri — disse. — Lo sapete quanto costa un reattore? Li abbiamo dati noi alla Danimarca. E cannoni, carri armati, navi e tutto il resto. Lo sapete che il nostro paese ha pagato ben il cinquanta per cento delle spese di riarmo della Danimarca, dopo la guerra? Proprio così, anche se ora i danesi l’hanno dimenticato. Non che ci aspettassimo gratitudine, ma un briciolo di lealtà non avrebbe fatto male. Temo, invece, che per noi ci sia in serbo solo una buona dose di egoismo. Che cosa può fare la piccola Danimarca nel mondo moderno? — Strascicò le parole con notevole disprezzo. — Un paese ingordo, che non tiene conto delle proprie responsabilità e dimentica che niente può rimanere segreto a lungo, in questi tempi. Ricordate le spie rosse e la bomba atomica? I comunisti sono al lavoro anche qui, adesso. Si impadroniranno della propulsione Daleth. E poi… sarà la fine del mondo. Moriremo o saremo ridotti in catene…

— Non accadrà necessariamente tutto questo!

— No, perché voi collaborerete. L’America è già stata altre volte l’unico bastione difensivo del mondo libero, e ora le spetta lo stesso ruolo. Noi possiamo garantire la pace.

Come in Vietnam, nel Laos, in Guatemala pensò lei, ma non ebbe il coraggio di dirlo forte.

I reattori passarono di nuovo, compiendo poi un’ampia virata lontano, sul Sound. Baxter sorseggiò il suo caffè e lanciò un’occhiata al suo orologio.

— Suppongo che ora vorrete tornare a casa e prepararvi. Sarete certo invitata alla grande cerimonia del pomeriggio in onore della Galatea. Vostro marito deve avere a che fare con questo progetto. Che compito ha?

Quella era una domanda a cui poteva rispondere, e lui doveva averlo capito dall’espressione della sua faccia. Il silenzio si prolungò.

— Andiamo, Martha — disse — non sarete mica dalla parte di questa gente!

Aveva parlato in tono divertito, più che sprezzante, come se quel pensiero fosse addirittura assurdo: tenere dalla parte del demonio invece che da quella di Dio!

— È il comandante della nave — disse lei, quasi senza pensare, scegliendo la soluzione migliore. Solo in seguito si disse che presto l’avrebbero saputo tutti, ma per il momento era ancora un segreto. E lei ormai aveva assunto un atteggiamento ben definito.

Baxter non ne approfittò; si limitò ad annuire col capo, come se ciò che gli aveva confidato fosse giusto e naturale. Poi guardò fuori della finestra e Martha lo vide trasalire. Era il primo segno di emozione genuina che avesse mai mostrato. Si voltò per seguire il suo sguardo e all’improvviso si sentì gelare.

— Quella è la Galatea — disse Baxter, indicando la forma tozza apparsa sul Sound. Lei annuì. — Bene, non è più necessario che mentiate, ora. Anche noi sappiamo qualcosa. Abbiamo foto di quella nave singolare scattate da un aereo ad alta quota. Ieri sera era a Elsinore. È venuta qui per qualche motivo, probabilmente per la propulsione Daleth, e ora va ad ormeggiarsi vicino al castello. La vedrete più da vicino tra un po’. Probabilmente salirete a bordo. — Girò la testa e guardò Martha diritto negli occhi, come per dire: Sapete come dovete comportarvi, se andrà così! Fu lei a distogliere lo sguardo. Ormai si era compromessa e lo capiva; aveva il suo tallone d’Achille.

Non sapeva con certezza come fosse accaduto.

I reattori passarono di nuovo a bassa quota. Si vedevano anche le motosiluranti che scortavano la Galatea, mentre questa avanzava, pesante, sulle onde basse. Goffamente.

— Si ferma — disse Baxter. — Chissà perché! Qualche guasto… — Poi sgranò gli occhi e si alzò a metà sulla sedia. — No! Impossibile!

E invece sì. Le motosiluranti si allontanarono, i reattori rombarono lontano.

E, leggera come un palloncino, la Galatea si sollevò dall’acqua. Per un attimo rimase sospesa così, staccata dal mare, poi si alzò sempre più in alto, sempre più in fretta, accelerando; una macchia confusa che scomparve quasi istantaneamente tra le nubi.

Martha tirò fuori il fazzoletto, incerta se ridere o piangere, e lo appallottolò con le mani convulse.

— Lo vedete! — disse Baxter con voce piena di disprezzo. — Mentono perfino a voi… L’intera faccenda del Re è una menzogna. Quelli fuggono, provano dei trucchi.

Lei si alzò di scatto e se ne andò, decisa a non ascoltare altro.

17

— Insomma, io non ne sono capace — disse Arnie. — Ci sono altre persone in grado di farlo bene quanto me, anzi molto meglio. Il professor Rasmussen, per esempio. Lui sa tutto su questa faccenda.

Ove Rasmussen scosse la testa. — Lo farei, se potessi, Arnie. Ma tu sei l’unico che può dire ciò che va detto. Anzi, sono stato proprio io a suggerire che fossi tu a parlare.

Arnie rimase sorpreso a quella dichiarazione, e i suoi occhi parvero accusare Ove di tradimento. Ma non disse nulla. Si rivolse, invece, all’efficiente funzionario del ministero degli interni venuto sulla Luna per sistemare tutti i particolari.

— Non ho mai parlato in televisione — dichiarò. — E neanche sono il tipo da mentire in pubblico.

— Nessuno oserebbe mai chiedervi di mentire, professore — rispose il giovanotto, aprendo la sua valigia ed estraendone una cartelletta. — Vi preghiamo soltanto di dire la verità. Qualcun altro discuterà poi la situazione verificatasi quassù, e riferirà i particolari, senza mentire affatto. Al massimo, taceremo qualcosa: sarà un peccato di omissione. I lavori, qui a Manebasen, non sono completamente finiti, ma non mi sembra un delitto lasciar credere il contrario. Questa nave fa parte della base, ora; esistono depositi esterni per le attrezzature e si lavora ventiquattro ore su ventiquattro.

— Ha ragione — disse tranquillamente Ove. — La situazione in Danimarca continua a peggiorare. L’altra notte hanno assaltato l’Istituto Atomico. Un gruppo di uomini travestiti da poliziotti sono scesi da un’auto e sono penetrati nell’edificio: c’è stato un conflitto a fuoco con i soldati, quando sono stati scoperti. Quattordici morti.

— Come in Israele… incursioni terroristiche — disse Arnie, tra sé. Nei suoi occhi si rifletteva una pena che durava da lungo tempo.

— Non è proprio la stessa cosa — osservò Ove, in fretta. — E non devi sentirti in colpa per quanto è successo. Però puoi contribuire a impedire altri disordini. Capito?

Arnie annuì, in silenzio, guardando fuori della grande finestra. La butterata pianura lunare si stendeva tutt’attorno alla nave, ma la vista della maggior parte del cielo era nascosta dall’orlo ripido di un cratere. Lì accanto, un grande trattore diesel stava scavando un’immensa buca nel suolo. E la nuvola blu che usciva dallo scappamento svaniva nel vuoto quasi nel medesimo istante in cui appariva. Sei grosse bombole di ossigeno erano fissate con cinghie dietro al guidatore.

— Va bene, lo farò — disse lo scienziato. E, presa la decisione, si affrettò a scacciare dalla mente quel pensiero spiacevole. — Si sono verificate altre perdite dagli scafandri? — domandò, indicando il pilota del trattore che ne indossava uno giallo e nero, con un casco tondo in testa. Intanto il funzionario del ministero degli interni filava via, soddisfatto.

— Qualcuna, ma piccolissima. Stiamo attenti e li ripariamo subito. Li teniamo pressurizzati a valori piuttosto bassi, così non c’è un vero pericolo. Comunque, dobbiamo considerarci fortunati di essere riusciti ad avere queste tute. Non so proprio che cosa avremmo fatto, se non avessimo potuto acquistare dagli inglesi quelle in sovrappiù, l’avanzo del loro programma spaziale non realizzato. Quando le cose saranno sistemate, gli americani e i sovietici faranno a gara per fornirci scafandri per… come si dice?

— Per il gran finale.

— Giusto. Presto la base sarà terminata e completamente ricoperta da una cupola, e trasformeremo tutto in modo che possa funzionare con l’energia elettrica, così non dovremo più trasportare i cilindri d’ossigeno dalla Terra.

Si interruppe mentre la troupe televisiva entrava nella stanza, spingendo i carrelli con le attrezzature. Lampade e telecamere vennero montate rapidamente e i cavi del microfono serpeggiavano sul pavimento. Il regista, un tipo con la barba a punta e gli occhiali scuri e agitatissimo, gridava istruzioni a tutti.

— Vi spiace spostarvi? — disse rivolto a Ove e Arnie, facendo segno ai suoi uomini di avvicinarsi. I mobili furono tirati in disparte e al loro posto venne messo un lungo tavolo.

Il regista osservava la scena incorniciandola con le mani.

— Inquadrate quella finestra, là di lato. Gli oratori, davanti… I microfoni sul tavolo. Portate una caraffa d’acqua e dei bicchieri! E adesso trovate qualcosa per quel muro vuoto… — Girò sui tacchi e indicò. — Ecco, quella foto della Luna. Portatela lì.

— È fissata alla parete — protestò qualcuno.

— Be’, staccatela! Siete qui per questo, perbacco! — Si allontanò in fretta e guardò nel mirino della telecamera.

Leif Holm entrò con passo pesante nella stanza; era grande e grosso con lo stesso vestito di taglio sorpassato che indossava nel suo ufficio di Helsingør.

— Ho fatto un bel volo, in quel piccolo Blaeksprutten! — disse, dando una vigorosa stretta di mano ai due fisici. — Se fossi cattolico, mi sarei segnato senza interruzione per tutto il viaggio. Non potevo neppure fumare. Nils aveva paura che intasassi l’impianto di condizionamento dell’aria o qualcosa del genere. — E in memoria della forzata astinenza, sfilò una grande scatola di sigari da una tasca interna.

— Nils è qui, adesso? — domandò Arnie.

— Appena decollato — disse Ove. — Usano la nave come «ponte» televisivo e deve restare sospesa sopra l’orizzonte.

— Sul «retro» della Luna, per essere precisi — spiegò Leif Holm, decapitando il suo sigaro con una piccola lama appesa alla catena dell’orologio. — Così non potranno guardarci con i loro enormi telescopi.

— Non ho avuto ancora occasione di congratularmi con voi — disse Ove.

— Molto gentile, da parte vostra! Ministro dello spazio! Suona davvero bene. E poi non devo preoccuparmi di quello che hanno fatto i miei predecessori, perché non ce ne sono stati.

— Se non vi spiace prendere i vostri posti, ora vi darò le istruzioni necessarie — interruppe il funzionario del ministero degli interni, entrando frettolosamente. Cominciava a sudare. Amie e Leif Holm sedettero al tavolo, e qualcuno si precipitò a cercare un portacenere. — Ecco qui i principali punti che dovranno essere toccati. — Il giovanotto posò i fogli preparati davanti a loro. — So che sapete già che cosa dire, ma questi vi saranno comunque d’aiuto. Ministro Holm, a voi l’introduzione. Poi i giornalisti, dalla Terra, faranno le domande. A quelle tecniche, risponderà il professor Klein.

— Chi sono i giornalisti? — domandò Arnie. — Di quali paesi?

— Gente importante. Un gruppo agguerrito. Sovietici e americani, naturalmente, e poi di tutti i principali paesi d’Europa. Le altre nazioni si sono unite e hanno eletto i propri rappresentanti. Sono venticinque in tutto.

— Israele?

— Ha insistito per avere un rappresentante particolare. Tutto considerato, abbiamo acconsentito.

— Il collegamento è aperto — gridò il regista. — State pronti. Tre minuti. Siamo collegati in Eurovisione, e, via satellite, con l’America e con l’Asia. Guardate il monitor e saprete quando sarà il momento.

Un apparecchio televisivo con un grande schermo era sistemato sotto la telecamera numero uno. Le immagini erano chiare e il pubblico appariva teso. L’annunciatore danese stava terminando la presentazione in inglese, la lingua che sarebbe stata usata in quella trasmissione.

— … da tutto il mondo, riuniti qui a Copenaghen, oggi, per parlare a loro, sulla Luna. Bisogna ricordare che le onde radio impiegano circa due secondi a raggiungere la Luna, e la stessa quantità di tempo per tornare indietro. Avremo quindi un intervallo di due secondi tra domanda e risposta nella seconda metà di questa conferenza stampa. Ora ci collegheremo con la stazione lunare danese, dove si trova il signor Leif Holm, ministro dello spazio.

La luce rossa si accese sulla telecamera numero due, e sullo schermo del monitor apparve la base lunare. Leif Holm fece cadere accuratamente la cenere nell’apposito piattino e aspirò dal sigaro, cosicché le sue prime parole furono accompagnate da una generosa nube di fumo.

— Parlo dalla Luna, dove la Danimarca ha stabilito una base per ricerche scientifiche e per lo sfruttamento commerciale della propulsione Daleth, che ha permesso questi voli. Il progetto è ancora agli inizi, e infatti potete vedere alle mie spalle, attraverso la finestra, i lavori in corso, e continuerà fino a che qui non sarà sorta una piccola città. Dapprima ci dedicheremo unicamente allo studio della propulsione Daleth e dei suoi sviluppi. In un certo senso, questa parte del progetto è già stata realizzata, perché tutto — si protese, fissando severamente la telecamera — proprio tutto quanto riguarda detta propulsione è ormai quassù. Il professor Klein, seduto alla mia destra, è qui per dirigere le ricerche. Ha portato con sé i suoi assistenti, le sue attrezzature, i suoi appunti, tutto quanto ha a che fare con i suoi studi, insomma. — Si appoggiò all’indietro e aspirò ancora dal suo sigaro prima di continuare.

— Perdonate se insisto su questo punto, ma voglio chiarirlo perfettamente. Negli scorsi mesi, la Danimarca ha subito molti atti di violenza contro le sue frontiere. Sono stati commessi delitti. Sono state uccise persone. Triste a dirsi, ma sulla Terra esistono potenze nazionali pronte a qualsiasi cosa pur di ottenere informazioni sulla propulsione Daleth. Mi rivolgo proprio a loro, in questo momento, scusandomi in anticipo con tutti i paesi del mondo che invece amano la pace, e che costituiscono la stragrande maggioranza. Basta con la prepotenza, ora: andatevene! Non c’è più niente da rubare. Noi danesi vogliamo approfondire la conoscenza dell’effetto Daleth per il bene dell’umanità, non per fomentare la violenza.

Si fermò, fissando con un’occhiata di fuoco la scena, poi si appoggiò allo schienale. Arnie guardava innanzi a sé, senza espressione, come aveva fatto durante l’intero discorso.

— E adesso, signori, risponderemo alle domande specifiche che vorrete farci.

La scena sul monitor cambiò. Ora si vedeva l’auditorio di Copenaghen dove aspettavano i rappresentanti della stampa. Sedevano sulle loro sedie, in file ordinate, in atteggiamento di attenzione silenziosa, e i secondi scorrevano lentamente. Davvero sconcertante constatare come le onde radio, pur viaggiando alla velocità della luce, impiegassero secondi misurabili a percorrere l’immensa distanza tra la Luna e la Terra… Poi, all’improvviso, la scena cambiò bruscamente e un certo numero di giornalisti balzò in piedi, gridando per attrarre l’attenzione. Le telecamere inquadrarono uno di essi, un uomo corpulento, con una gran massa di capelli. Sullo schermo, sotto di lui, apparve, in lettere bianche, la scritta: STATI UNITI D’AMERICA.

— Potete precisare chi sarebbe responsabile dei sunnominati «atti di violenza» in Danimarca? La definizione di «potenze nazionali», per usare le vostre stesse parole, potrebbe essere applicata a qualsiasi nazione. Perciò, implicitamente, tutte le nazioni si sentono condannate. E questo è estremamente spiacevole… — concluse, fissando ferocemente la telecamera.

— Dolente che la prendiate così — replicò Holm, con calma — ma questa è la verità. Sono state compiute aggressioni, sono morte diverse persone. Ritengo che sia inutile entrare in dettagli. La stampa mondiale avrà certo domande più importanti di questa da farmi.

Prima che il cronista furente potesse ribattere, fu inquadrato un altro tipo, il rappresentante dell’Unione Sovietica. Se era lui pure irritato, riuscì a nasconderlo bene.

— Naturalmente, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche si schiera con le nazioni amanti della pace nel condannare le aggressioni verificatesi in Danimarca! — dichiarò, lanciando uno sguardo carico d’odio al cronista americano, che lo ricambiò. Poi continuò: — Ecco una domanda più importante: che cosa intende farne il vostro paese, della propulsione Daleth?

— Intendiamo sfruttarla commercialmente — rispose Holm, quando furono trascorsi i secondi necessari — seguendo l’esempio delle navi danesi che resero possibili gli scambi commerciali con l’Asia orientale durante il secolo scorso. È stata formata un’apposita società, la Det Forenede Rumskibsselskab, società delle navi spaziali unite, tra il governo e l’industria privata. Intendiamo aprire all’uomo la strada della Luna e di altri mondi. Per il momento, naturalmente, non ci sono ancora progetti specifici, ma siamo certi di avere davanti grandi possibilità. Materie prime, ricerche, turismo… chissà dove si finirà? In Danimarca tutti ne siamo entusiasti, perché ci sembra di poterne trarre vantaggi a non finire.

— Per la Danimarca! — disse il russo prima che venisse inquadrato un altro collega. — Questo monopolio non significa forse che voi impedirete al mondo di trarre la sua giusta parte di profitto da questa avventura? Non dovreste voi, in quanto paese socialista, dividere con gli altri la vostra scoperta… secondo il vero spirito socialista?

Leif Holm annuì, solennemente. — Molte delle nostre istituzioni pubbliche sono socialiste, ma ne abbiamo anche un notevole numero di private e tanto capitaliste da impedirci di rinunciare a quello che voi chiamate «monopolio»… È un monopolio solo nel senso che saremo noi a far funzionare, con un equo profitto, le navi a propulsione Daleth, che apriranno il sistema solare ai paesi della Terra. Cercheremo di non essere troppo avidi, e abbiamo già stipulato un accordo con i paesi scandinavi per la costruzione di tali navi. Siamo certi che questa invenzione andrà a beneficio del genere umano, e consideriamo nostro dovere mettere in pratica tale convinzione.

Il rappresentante della stampa israeliana fu inquadrato nel mezzo di una folla di colleghi eccitati e gesticolanti, e si volse verso la telecamera. Aveva un atteggiamento distaccato, da studioso, con la tendenza a sbirciare al di sopra degli occhiali senza montatura, ma Arnie lo riconobbe come uno dei commentatori più acuti del paese.

— Se questa scoperta è di tale vantaggio per il genere umano, perché non è stata resa accessibile al mondo intero? La mia domanda è rivolta al professor Klein.

Arnie ebbe solo pochi secondi per prepararsi alla risposta, ma si era già aspettato una domanda del genere. Guardò deciso la telecamera e parlò, lentamente, con chiarezza.

— L’effetto Daleth è qualcosa di più di un sistema di propulsione: potrebbe essere sfruttato facilmente per distruggere. Un paese che si proponesse di conquistare il mondo intero, potrebbe riuscirci in poco tempo, utilizzando questo effetto. E magari annientare il nostro pianeta durante tale tentativo.

— Volete precisare meglio? Sono ansioso di sapere come questa specie di motore a razzo possa fare tutto ciò che dite.

Il cronista sorrise, ma Arnie non si lasciò ingannare. Tutti e due ne sapevano assai più sull’effetto Daleth di quanto volessero ammettere.

— Le sue possibilità sono incalcolabili, perché non è affatto una «specie di motore a razzo». Si tratta di un principio nuovo. Può servire a sollevare una nave, piccola… o grande. E magari anche un’intera fortezza in cemento armato e acciaio, con pesantissimi cannoni. E a trasportare poi questa in una parte qualsiasi del mondo in pochi minuti. E la fortezza potrebbe restarsene sospesa nello spazio in cima al pozzo di gravità, al sicuro da qualsiasi rappresaglia, persino da un attacco con missili dotati di armi nucleari, e distruggere qualsiasi obiettivo con semplici granate. O, se questo non vi sembra sufficientemente atroce, vi dirò che, grazie all’effetto Daleth, sarebbe possibile sollevare enormi masse e perfino piccole montagne, trasportarle sulla Luna o lasciarle cadere sulla Terra: le sue possibilità di distruzione sono illimitate.

— E credete che gli altri paesi del mondo userebbero l’effetto Daleth solo per distruggere, se lo possedessero? — Gli altri cronisti rimasero un attimo in silenzio, avvertendo il duello nascosto nel dialogo fra i due uomini.

— Sapete benissimo che lo farebbero — replicò Arnie, secco. — Da quando in qua l’orribile potenza di un’arma ha distolto qualcuno dal farne uso? Chi è stato capace di compiere un genocidio con i gas velenosi e le bombe atomiche durante una guerra, non si fermerà davanti a nulla.

— E credete che Israele si comporterebbe così? Ho sentito dire che l’effetto Daleth l’avete scoperto in Israele e l’avete poi sottratto a quella nazione.

Arnie si era aspettato la domanda, ma tremò ugualmente sotto il colpo. Quando ricominciò a parlare, la sua voce era tanto debole che i tecnici dovettero alzare il volume audio.

— Non volevo obbligare Israele a scegliere tra la propria sopravvivenza e la necessità di scatenare una tragedia nel mondo. Dapprima pensai di distruggere i miei appunti, ma poi mi accorsi che esistevano buone probabilità che qualcun altro giungesse alle mie medesime conclusioni e scoprisse ciò che avevo scoperto io. Dovevo per forza prendere una decisione… e la presi. — Era irritato, ora, e le sue parole avevano un tono di sfida. — Sono certo di avere agito giustamente, e tornerei a comportarmi così, se venissi a trovarmi nella medesima situazione. Ho portato la mia scoperta in Danimarca, perché, per quanto io ami Israele, è pur sempre un paese eternamente in guerra e potrebbe servirsi dell’effetto Daleth per scopi bellici. E poi ero convinto che, se avessi trovato il modo di fare del bene col mio lavoro a tutta l’umanità, ne avrebbe approfittato anche Israele, e per primo, visto tutto ciò di cui gli sono debitore. Ma la Danimarca, che conosco bene perché vi sono nato, non si trova sotto la minaccia di un’aggressione che possa spingerla a scatenare una guerra. È il paese che per due volte ha votato in favore del proprio disarmo unilaterale. In un mondo pieno di belve, voleva camminare disarmato! La Danimarca ha fiducia. E io ho fede in lei. Può anche darsi che mi sia sbagliato, ma Dio sa che ho fatto del mio meglio…

La sua voce tremò per l’emozione, e lui distolse lo sguardo dalla telecamera. Immediatamente il regista diede la parola alla Terra. Dopo i soliti secondi di attesa, venne inquadrato un cronista indiano, che rappresentava un gruppo di giornalisti asiatici.

— Il ministro dello spazio vuol essere tanto cortese da spiegare più dettagliatamente i vantaggi che deriverebbero dall’impiego di questa scoperta e da enumerare quelli che riguarderebbero in particolare i paesi dell’Asia meridionale?

— Sì, lo farò — disse Holm. E guardò il suo sigaro. Se l’era completamente dimenticato, e si era spento.

18

— È una giornata splendida, proprio quello che ci vuole — disse Martha Hansen, schiacciando la sigaretta nel portacenere e intrecciando poi le dita, per nascondere la sua eccitazione.

— Ma certo, ma certo — disse Skou. E allargò le narici, annusando l’aria quasi per accertarsi che non ci fosse odore di guai. — Vi prego di scusarmi un momento.

E, prima che Martha potesse rispondere, sparì, con le sue due fedeli ombre alle calcagna. Lei prese un’altra sigaretta e l’accese; se andava avanti così, ne avrebbe fumato un intero pacchetto prima di mezzogiorno. Allungò le gambe sul divano, e si lisciò la gonna. Aveva scelto il vestito giusto? L’abito di maglia era quello che Nils preferiva. Quanto tempo era trascorso? Udì il rumore di un’auto e si girò di scatto… ma era soltanto il traffico che passava su Strandvejen. Il sole brillava sull’erba verde, sugli alberi alti e sulle azzurre acque del Sound. Le vele bianche si inclinavano per sfuggire al vento e una barca a motore ronzava come un calabrone, tracciando una pallida e lunga scia verso la Svezia. In una domenica di giugno sfavillante di sole… anche la Danimarca poteva trasformarsi in un paradiso, e Nils stava per tornare! Quanti mesi erano passati…

Tre grosse auto nere imboccarono il vialetto di accesso e si fermarono davanti alla casa. Un’auto della polizia e un’altra non meglio identificabile parcheggiarono davanti al marciapiede. Erano arrivati!

Martha si precipitò, precedendo Skou, e spalancò la porta.

— Martha! — gridò Nils, mollando la borsa e stringendo a sé la moglie. E la baciò con tanta foga da toglierle il respiro, proprio lì, sotto il portico. Quando lei riuscì a svincolarsi ridendo, si accorse che un piccolo circolo di uomini stava aspettando pazientemente la fine delle loro effusioni.

— Scusate! Entrate, prego — disse. Aveva i capelli in disordine e probabilmente delle sbavature di rossetto sul mento, ma se ne infischiava allegramente. — Arnie, che piacere vedervi! Entrate, per favore! — Si ritrovarono nel soggiorno, loro tre soltanto, mentre il rumore di passi pesanti risuonava per tutto il resto della casa.

— Mi spiace per la guardia d’onore — disse Nils. — Ma era l’unico modo di riportare Arnie sulla Terra per una vacanza. Avevamo bisogno tutti di un po’ di riposo, e lui più degli altri. Il mastino Skou si è lasciato commuovere solo a patto che Arnie venisse a stare da noi, e lui potesse prendere tutte le misure di sicurezza che riteneva opportune.

— Grazie per l’ospitalità — disse lo scienziato, abbandonandosi stancamente contro lo schienale di una poltroncina imbottita. Aveva l’aria tesa e aveva perso molti chili. — Mi spiace di imporvi…

— Non fate lo sciocco! Se dite un’altra parola vi caccio fuori e vi mando all’albergo della missione, dove, lo sapete, non si vendono alcolici. Ecco qui i bicchieri. Brindiamo. Che cosa preferite? — Si alzò e andò al bar.

— Ho le braccia pesanti come il piombo — disse Nils alzandole e abbassandole, scocciato. — Mi resta appena forza sufficiente per portare un bicchiere alla bocca. La gravità lunare, un sesto di quella terrestre, rovina i muscoli.

— Povero tesoro! Devo darti il poppatoio?

— Lo sai che cosa devi fare, per ridarmi energie!

— Mi sembri troppo stanco. Meglio bere qualcosa, prima. Ho preparato dei martini. Vanno bene?

— Benissimo. E ricordami che ho una bottiglia di gin di Bombay in valigia per te. Si possono acquistare senza sovrapprezzo, sulla Luna, perché è stato deciso di considerarla porto franco finché a qualcuno non verrà un’idea migliore. I doganieri, molto generosi, ci permettono di portarne un litro sulla Terra. Una gita di andata e ritorno di ottocentomila chiometri, per risparmiare venticinque kroner di dogana! Il mondo è impazzito. — Mandò giù una sorsata del liquido gelato e sospirò soddisfatto.

Arnie bevve qualche sorso. — Spero che mi perdonerete per la presenza di tutte queste guardie e per la confusione, ma mi trattano come un tesoro nazionale…

— E lo siete davvero! — esclamò Nils. — Ora che tutta l’attrezzatura Daleth è sulla Luna, valete un miliardo di kroner per qualsiasi paese che abbia tanto denaro da comprarvi. Vorrei non essere così patriota: vi venderei al miglior offerente, poi mi ritirerei a Bali per il resto della mia vita!

Arnie sorrise, più rilassato, e, rivolto a Martha, disse: — Hanno ordito una congiura. I dottori, Skou, vostro marito, tutti quanti. Hanno pensato che trasformando la vostra casa in un fortino armato io sarei potuto venire. Comunque, il tempo non poteva essere migliore.

— Tempo da vela — disse Nils, scolando il bicchiere. — Dov’è la barca?

— In acqua, come volevi tu, ormeggiata nel lato sud del porto.

— Che giornata, per una gita! Perché non ce ne andiamo tutti insieme laggiù… Ah, no, accidenti! Arnie deve restarsene in casa!

— Andate voi due. Io starò benissimo qui — insisté lo scienziato. — Prenderò il sole in giardino.

— Niente affatto! — replicò Martha. — Andrà Nils al porto e se ne tornerà indietro tutto accaldato e incatramato. Lui non esce mai con la barca, si limita a calafatare le fessure e a verniciare. Lasciamo che vada a distendersi i nervi, mentre noi ce ne stiamo qui a crogiolarci al sole.

— Be’… se non vi spiace… — Nils era già alla porta.

— Va’ pure — rise Martha. — Ma torna in tempo per la cena.

— Vado a cercare Skou per dirgli che cosa ho intenzione di fare. Non che quelli si preoccupino molto di me… Io della propulsione Daleth so soltanto premere i pulsanti.

Martha gli portò i pantaloni da lavoro, la camicia macchiata di vernice e i calzoncini da bagno. Appena pronto, Nils uscì sbattendo la porta. Arnie era andato in camera sua a cambiarsi e, alla vista di quel sole delizioso, anche Martha si mise in costume da bagno. Tutti i danesi si trasformano in adoratori del sole, in giornate simili.

Poi Arnie si allungò su una sdraio, nel patio, e Martha ne spostò un’altra accanto alla sua.

— Magnifico — disse lo scienziato. — Non mi rendevo conto di quanto ci mancassero i colori e l’aria aperta. — L’ombra di un gabbiano scivolò sull’erba e si arrampicò sullo steccato di legno. Tutto era tranquillo. Qualcuno rideva, lontano, e si udiva distintamente il toc toc di una palla da tennis.

— Come va il lavoro? Per lo meno quel tanto di cui potete parlarmi?

— L’unico segreto è la propulsione. Per il resto, è come dirigere una compagnia di navi a vapore e aprire le porte del West selvaggio. Avete letto della nostra visita a Marte?

— Sì. E vi ho invidiato. Quando comincerete a vendere biglietti per passeggeri?

— Prestissimo. E voi avrete il primo. Si stanno già facendo molti progetti in quel senso. Comunque, quelle vene superficiali di uranio su Marte hanno fatto alzare tremendamente le azioni della DFRS sui mercati mondiali. Tutti versano denaro a palate nel super transatlantico che gli svedesi stanno costruendo, principalmente per trasporto merci, ma anche con molte cabine passeggeri per i turisti che verranno poi. Lo rimorchieremo fino sulla Luna, e là inseriremo la propulsione. La base è diventata quasi una città, ormai, con officine e catene di montaggio. Quasi tutti i pezzi delle unità Daleth sono costruiti là, tranne gli elementi elettronici standard, che vengono dalla Terra. Procede tutto a meraviglia e nessuno trova da lamentarsi. — Si guardò intorno per toccare ferro, ma le sedie in plastica del giardino non ne avevano.

— Devo portarvi una pentola? — domandò Martha. Ed entrambi scoppiarono a ridere. — Forse preferite una bibita ghiacciata? Il cortile, così chiuso, ripara dalla brezza. Sentirete molto caldo, immagino.

— Grazie. Ma dovete farmi compagnia.

— Cercate di impedirmelo, se ce la fate. Gin e acqua tonica, dato che abbiamo cominciato col gin.

Martha si alzò e tornò con i bicchieri sopra un vassoio. Camminava senza far rumore, a piedi nudi, e Arnie trasalì quando la vide.

— Non volevo spaventarvi — disse lei, porgendogli un bicchiere.

— Voi non ne avete colpa: sono io lo sciocco. Ho avuto un periodo di grande lavoro e di tensione. E mi fa veramente bene starmene qui. Fa quasi caldo come in Israele.

— Ne sentite la mancanza, vero? — disse Martha. Poi soggiunse, in fretta: — Scusate, non sono fatti miei.

Il sorriso era sparito, la faccia di Arnie era inespressiva, ora. — Sì, sento la mancanza del mio paese e dei miei amici di là. Ma credo che mi comporterei ancora così, se mi si ripresentasse l’occasione.

— Non voglio ficcare il naso…

— No, Martha, è perfettamente vero. Ce l’ho quasi sempre in mente. Traditore o eroe? Preferirei morire che danneggiare Israele. Eppure ho ricevuto una lettera, in ebraico, senza firma. Che cos’avrebbe pensato Esther Bar-Giora? diceva.

— Vostra moglie?

— Sì. Vi assomiglia molto. Gli stessi capelli… — Lanciò un’occhiata alla figuretta di Martha, più carne che stoffa nel succinto costume da bagno, poi distolse lo sguardo e tossì. — La stessa corporatura. Ma lei era scura, sempre abbronzata dal sole. Una vera israeliana, nata e cresciuta in Israele. Era stata mia allieva; soleva dire che aveva sposato il professore. — Gli occhi di Arnie avevano ora un’espressione triste, lontana. — È stata uccisa durante un’incursione di terroristi. — Sorseggiò il suo gin. Nel silenzio che seguì, si udirono le allegre grida lontane dei bambini.

— Ma non lasciatemi cadere nella tristezza, Martha. È un pomeriggio troppo bello. Però vor rei sapere chi ha mandato quella lettera… Vorrei dire, a chiunque l’ha scritta, che Esther si sarebbe forse inquietata con me, ma certo poi avrebbe capito. E infine mi avrebbe dato ragione. Verrà il giorno in cui il bene del genere umano dovrà essere anteposto a quello della patria. Voi sapete che cosa intendo dire: siete americana per nascita e danese di adozione; una vera cittadina del mondo.

— No, non proprio. — Martha rise per mascherare la sua confusione. — Cioè sono sposata a un danese, ma sono ancora cittadina americana, con tanto di passaporto. — Perché gli aveva detto questo?

— Carte — disse lui, alzando la mano in un gesto di disprezzo — tutte cose senza senso. Noi siamo ciò che pensiamo di essere. Le nostre azioni riflettono la nostra moralità. Non mi esprimo bene, perché in filosofia non valgo niente… Io non sono mai riuscito in niente, tranne in fisica e in matematica. Una volta sono stato perfino bocciato in chimica: avevo dimenticato una storta sul. fornello, facendola così esplodere. E non mi sono mai preoccupato d’altro che del mio lavoro. E di Esther, naturalmente, dopo sposato. La gente mi definiva «orso» e aveva ragione. Non giocavo mai a carte, a cose del genere. Ma sapevo osservare e pensare. E vedevo i tentativi fatti per distruggere Israele. E quando l’idea della propulsione Daleth si fece sempre più prossima alla realizzazione, ho pensato con intensità sempre maggiore all’uso che dovevo farne. Ricordai Nobel e i suoi premi assegnati a individui dalla coscienza sporca. Ripensai agli scienziati atomici impazziti o che si erano suicidati. «Perché» mi ripetevo di continuo «perché non fare qualcosa prima di rivelare la scoperta? Non potrei destinarla al bene dell’umanità, invece che alla sua distruzione?» Quel pensiero mi perseguitava e non riuscivo a liberarmene. Infine dovetti decidermi ad agire di conseguenza. Sapevo che non sarebbe stato facile, ma non pensavo che fosse così arduo…

Arnie si interruppe e bevve qualche sorso. — Perdonatemi. Parlo troppo. È che sono stato molto tempo tra uomini. Basta una donna, un orecchio pietoso, e vedete che cosa succede?… Un bello scherzo. — E la sua faccia si contrasse in un sorriso doloroso.

— No! — Martha si protese d’impulso e gli afferrò una mano. — Una donna impazzirebbe se non potesse raccontare i suoi guai a nessuno. Credo che sia questo il guaio di voi uomini: vi tenete tutto dentro finché non esplodete e ammazzate qualcuno.

— Sì, certo. Grazie. Grazie infinite. — Le batté sulla mano, goffamente, poi si sdraiò, ad occhi chiusi. Un grosso calabrone ronzava affaccendato intorno all’altea rosata che si arrampicava sul muro della casa. Era l’unico rumore in quel pomeriggio tranquillo.

Den er fin med kompasset,
Slå rommen i glasset…

Nils cantarellava allegramente raschiando le bolle di vernice sul tetto dell’abitacolo. Il porto era deserto: in un pomeriggio di domenica come quello, tutte le barche erano fuori, sul Sound. Ci sarebbe andato anche lui, appena finito, ma non voleva vedere imperfezioni sulla sua Måge e così finì per passare quasi tutto il tempo a verniciare e lucidare, invece che a navigare. Be’, era divertente anche quello. Aveva buoni muscoli e gli piaceva usarli; anche se l’indomani sarebbero stati indolenziti, dopo tanti mesi di gravità lunare. Era lì a piedi nudi, in calzoncini da bagno, tutto sudato, e si divertiva straordinariamente. Cantava tanto forte che non udì neppure i passi sul ponte alle sue spalle.

— Accidenti, che baccano! — disse la voce.

— Inger! — Si sollevò a sedere e si asciugò le mani nello straccio. — Hai proprio preso l’abitudine di sorprendermi all’improvviso? E che diavolo fai qui?

— Un caso, se così si può dire. Sono qui con amici del Malmö Yacht Club, solo fino a stasera. — Indicò un grosso cruiser dall’altra parte del porto. — L’abbiamo ormeggiato là per pranzare e bere qualcosa, naturalmente. Lo sai che noi svedesi abbiamo sempre sete. Sono andati tutti nel kro. Devo raggiungerli.

— Non prima che t’abbia offerto qualcosa da bere! Ho qualche bottiglia di birra in un secchiello di ghiaccio. Santo cielo, come sei bella!

Era vero. Inger Ahlqvist: un metro e ottanta di bionda abbronzata, con un bikini così ridotto da vedersi appena.

— Non dovresti andartene intorno così — disse Nils, sentendosi contrarre involontariamente i muscoli. — Sei perfida a torturare un poveraccio che gioca all’Uomo sulla Luna da tanto tempo che si è dimenticato di com’è fatta una ragazza!

— Esattamente come me — replicò lei, ridendo. — Va bene, dammi quella birra, così poi me ne vado a mangiare. La vela mette appetito. Com’è la Luna?

— Indescrivibile. Ma ci andrai presto. La DFRS ha bisogno di hostess, e io ti strapperò alla SAS col miraggio di uno stipendio più alto. — Saltò dentro l’abitacolo, atterrando più pesantemente di quanto si aspettasse perché non si era ancora riabituato al cambiamento di gravità. E aprì la porta della cabina. — Ne prendo una anche per me. Che tempo splendido! Che cosa hai fatto, ultimamente?

Andò in fondo al locale, dove teneva le bottigliette verdi in un secchio d’acqua con pezzetti di ghiaccio. Lei lo seguì nell’abitacolo.

— La solita vita. Sempre divertente, ma non credere che non ti abbia invidiato per i viaggi sulla Luna e su Marte. Dicevi davvero, per la faccenda delle hostess?

— Certo. — Nils fece saltare i tappi con un aggeggio fissato alla parete. — Non posso ancora dirti i particolari, per via del segreto, eccetera, eccetera, ma esistono piani precisi per un servizio passeggeri, in futuro. Deve essere così. Ti rendi conto che possiamo raggiungere la base lunare impiegando meno tempo di quanto ci impiega un aereo di linea a volare da Kastrup a New York? Ecco qui.

Le allungò la bottiglia e lei fece un passo avanti per afferrarla.

— Skal.

La ragazza bevve avidamente, poi staccò la bottiglia dalle labbra umide, con un sorriso soddisfatto. Era a pochi centimetri da lui, ora.

Nils lasciò cadere la sua bottiglia, che rotolò sul ponte rovesciando un pallido ruscello di schiuma. Afferrò la ragazza alla vita e sentì sotto le mani il calore della pelle… Il corpo di Inger fu contro il suo.

Anche la bottiglia della ragazza cadde a terra e rotolò, fermandosi rumorosamente contro le altre.

Ma loro non se ne accorsero.

Arnie riposava con la bocca aperta e la testa ripiegata di lato; il respiro era profondo e regolare. Martha si alzò piano per non disturbarlo. Se fosse rimasta lì ancora, nel calore pesante del giardino, si sarebbe addormentata anche lei, e non voleva. Entrò in casa, si infilò una leggera giacca da spiaggia e bussò alla porta di Skou.

Lui venne ad aprire con un paio di auricolari in testa e le fece cenno di entrare. Aveva trasformato la camera da letto in un posto di comando, e c’era un tavolo pieno di dispositivi per comunicare con i suoi uomini. Impartì degli ordini, poi tolse il collegamento.

— Faccio una corsa fino al porto — disse Martha. — Il professor Klein dorme in giardino, dietro la casa, e non voglio disturbarlo.

— Ci pensiamo noi a sorvegliarlo. Gli dirò dove siete andata, se si sveglia.

Era una passeggiata di soli cinque minuti. Martha camminò lungo la spiaggia, tenendo in mano i sandali. La sabbia calda le accarezzava piacevolmente i piedi. Si tenne lontana dall’acqua che, lo sapeva, era sempre troppo fredda per poterci nuotare. L’aria era immobile, e non si udiva nulla tranne il pulsare di un elicottero, in alto. Probabilmente apparteneva al servizio di sorveglianza per Arnie. Nei dintorni erano parcheggiate parecchie auto e molti autocarri che venivano da fuori, e lei sapeva che alcuni vicini avevano ospiti inattesi. Quel povero ometto stanco veniva sorvegliato come un tesoro nazionale! Be’, probabilmente lo era. Salutò con la mano un gruppo di amici che pigliavano il sole sulla spiaggia, e salì i gradini di pietra fino sulla sommità dei frangiflutti. Nel porto c’erano pochissime imbarcazioni e scorse subito la Måge. Ma Nils non si vedeva.

Era forse andato al kro, oltre la strada, a bere qualcosa? No, di solito si fermava durante l’andata per comprare la birra. Dove diavolo poteva essere finito? Sotto coperta, probabilmente.

Stava per chiamarlo, quando vide la bottiglietta sul pavimento dell’abitacolo. Poco distante, sulla soglia dell’uscio semiaperto, notò una striscia di stoffa azzurra: la parte superiore di un bikini.

Nel medesimo istante, con chiarezza agghiacciante, capì che cosa avrebbe visto nella cabina. Era come se avesse già vissuto quell’istante prima, chissà quando, e ne avesse poi sepolto il ricordo che ora riaffiorava. Con calma, pur essendo sconvolta, si avvicinò all’estremità del pontile e si sporse, tenendosi aggrappata al palo d’ormeggio. Attraverso l’uscio socchiuso vedeva ora la cuccetta di tribordo, l’ampio dorso di Nils, le due mani che accarezzavano quel dorso e le gambe abbronzate…

Si rizzò, soffocando un singhiozzo, mentre un’ondata d’ira la travolgeva. Lì, nella loro barca, dopo essere stato via tanto tempo, e non ancora definitivamente a casa!

Stava per balzare dentro l’imbarcazione, per ferire, mordere, lacerare… Non aveva nessuna intenzione di dominarsi. Ma in quel momento esplosero delle grida.

— La vela è bloccata! — urlò qualcuno, in danese, dal panfilo a un solo albero che puntava veloce verso il pontile, dove stava lei.

Intravide un uomo che lottava con il sartiame aggrovigliato, una donna che spingeva la barra del timone e gridava qualcosa al compagno, e dei bambini che cercavano di afferrarsi alle gomene e cadevano uno sopra l’altro. In un altro momento, sarebbe stata una scena buffa. Il panfilo avanzava, ancora troppo veloce, ma la donna riuscì a manovrare il timone.

Invece di finire contro il timone con la prua, l’imbarcazione virò, investendo di striscio i pali di sostegno e rimbalzando lontano. Uno dei bambini cadde dal tetto della cabina e finì sul ponte, strillando per lo spavento. La vela scese, tutta aggrovigliata, e l’uomo si diede da fare con quella.

Poi il panfilo perse velocità e finì per fermarsi. La tragedia era scongiurata. Qualcuno cominciò a ridere. Tutto era avvenuto in pochi secondi. Martha fece di nuovo un passo avanti… poi esitò. In quei brevi istanti tutto era cambiato. Quei due, certo, si erano messi a sedere e stavano vestendosi, ridendo magari. Si sentì imbarazzata a quel pensiero e indugiò. Era ancora furente, anche se l’ira era come soffocata ora, dentro di lei. Il piccolo panfilo si era ormeggiato qualche metro più in là. E lei poteva adesso, a mente fredda, entrare nella cabina della Måge e fare una scenata, mentre quella gente era lì a sentire? Un ragazzo le passò accanto urtandola e si scusò mentre assicurava una delle gomene.

Con un singulto carico di odio e di dolore, si voltò di scatto e scappò via, di corsa. La rabbia, una rabbia terribile la bruciava. Come aveva potuto Nils comportarsi così? Sospirò di nuovo.

Solo quando si ritrovò davanti all’ingresso principale della sua casa si accorse che aveva ancora i sandali in mano e che le piante dei piedi le dolevano per la corsa sul marciapiede di cemento. Se li infilò, tremante, e ricordò che non aveva la chiave. Allora alzò il pugno per bussare, ma Skou la precedette aprendole la porta.

— Vigilanza è la nostra parola d’ordine — disse, facendola entrare e richiudendo a chiave l’uscio dietro di lei.

Martha annuì e se ne andò, senza badare a nulla. Vigilanza!… Avrebbe dovuto essere anche la sua parola d’ordine. Non voleva parlargli, né vedere nessuno. Attraversò rapidamente la casa e si chiuse in bagno. L’ira la consumava, prendendola alla gola; la rabbia impotente di non poter far niente. Non avrebbe dovuto fuggire! Ma che altro avrebbe potuto fare? Con un singhiozzo, aprì il rubinetto dell’acqua fredda e tuffò le braccia nel getto, spruzzandosi la faccia che scottava. Non riusciva neppure a piangere, tanto la rabbia era terribile. Nils! Come aveva potuto!

Si passò le dita nei capelli, senza avere il coraggio di guardarsi allo specchio. Se lui non si vergognava, lei sì. Si spazzolò i capelli con violenza. Molti uomini sposati facevano cose del genere, in Danimarca. Ma Nils, no. E perché no? Adesso sapeva. L’aveva già fatto altre volte? Come doveva comportarsi, ora? Come poteva punirlo?

Le sembrò improvvisamente di vederlo tornare, lì, nella loro casa, e cercare di abbracciarla come se niente fosse accaduto. Già… ma come si sarebbe comportata lei? Poteva rinfacciargli le sue colpe? Ma sentiva poi il bisogno di lui? Sì. No! Voleva solo vendicarsi. Ciò che aveva fatto era imperdonabile.

Aveva un nodo alla gola, stava per scoppiare in lacrime. Ma no, non doveva! Perché piangere? C era di che infuriarsi, invece, questo sì.

Si rizzò di scatto, per non vedere più la propria immagine riflessa. Così facendo, notò un piccolo taccuino sopra il contenitore della biancheria sporca e lo raccolse perché quello non era il suo posto. Lo aprì distrattamente, domandandosi che cosa potesse farne, e vide che i fogli erano coperti da file di calcoli e da simboli strani piuttosto che da numeri. Allora lo chiuse di scatto, corse in camera sua e si appoggiò alla porta, tenendo il taccuino stretto al petto.

Se si può dire che a volte l’emozione si sostituisce ai processi logici del raziocinio, quella fu certo una di tali occasioni. Baxter l’aveva seccata raramente, negli ultimi tempi, ma lei non pensava affatto a lui. E neanche all’America o alla Danimarca, alla lealtà o al patriottismo… Pensava a Nils e a ciò che aveva visto sulla barca e, forse inconsciamente, decise di ferirlo come aveva fatto lui.

Fu estremamente facile. Chiusa a chiave la porta della camera, andò alla scrivania e prese la macchina fotografica dal cassetto. Ci aveva messo una pellicola il giorno avanti, in previsione del ritorno di Nils: una pellicola a colori per immortalare quella vacanza tanto attesa! Sul tappeto, accanto al letto, c’era una chiazza di sole che entrava dalla finestra aperta. Posò il taccuino proprio al centro e lo aprì alla prima pagina. Poi sedette sul bordo del letto e guardò nel mirino della macchina: giusto. Proprio un metro di distanza, la più breve da cui potesse fotografare senza che i contorni risultassero confusi. La scrittura risaltava chiaramente, e la macchina regolò automaticamente l’esposizione.

Clic.

Martha girò il rullino di uno scatto, si chinò a voltare la pagina, poi puntò di nuovo i gomiti sulle ginocchia.

Restavano ancora dieci scatti quando ebbe voltato l’ultimo foglio. Fotografò anche la copertina davanti e dietro, perché non voleva sprecare la pellicola. Ma, rendendosi conto che si stava comportando scioccamente, rimise la macchina nell’astuccio e la ripose nel cassetto. Poi prese il taccuino e uscì. Incontrò Arnie che saliva le scale.

— Martha — disse questi, aguzzando gli occhi nella penombra, abituato com’era alla luce di fuori. — Mi sono svegliato di soprassalto e mi sono accorto di avere lasciato il mio taccuino non so dove.

Lei trasalì leggermente, e la sua mano strinse più forte il blocchetto.

— Eccolo qui! — disse, porgendoglielo.

Lui sorrise. — Grazie!

— Stavo portandolo in camera vostra — disse lei con voce stranamente acuta. Ma Arnie non sembrò farci caso.

— Avete fatto bene a darmelo — continuò. — Se Skou l’avesse trovato in giro, probabilmente mi avrebbe rimandato subito sulla Luna. Grazie. Lo chiudo in valigia perché non càpiti più una cosa simile. Perdonate se mi sono addormentato così… Ma ora mi sento molto meglio. È stata una giornata meravigliosa.

Lei annuì, mentre lui entrava in camera sua.

19

La Jaguar sfrecciava verso nord, lungo la costa, senza però superare il limite di velocità. Nils Hansen guidava disinvolto con una mano sola, mentre cori l’altra cercava un programma di musica alla radio.

— Siamo partiti un po’ tardi — disse. — Devi fermarti a Helsingør?

— Devo passare dall’ufficio postale. Ci metto un minuto — rispose Martha.

— Che c’è di tanto importante? — Aveva trovato una stazione svedese che trasmetteva una piacevole polka.

— Devo spedire una pellicola per farla sviluppare.

— E perché non vai dal fotografo, in Rungsted?

— Sono troppo lenti. Questo è un posto speciale, a Copenaghen. Se hai paura che ti faccia far tardi, lasciami giù vicino al traghetto e va per conto tuo.

Lui le lanciò un’occhiata con la coda dell’occhio, ma Martha fissava dritto davanti a sé, senza espressione.

— Ehi! Ma questa è una vacanza… certo che ti aspetto! Solo, non vorrei che perdessimo il varo… o l’ascensione, o che altro diavolo vuoi chiamarlo. Ti piacerà. Quei rimorchiatori si abbasseranno, agganceranno l’astronave e la solleveranno dallo scafo di costruzione. La propulsione verrà installata sulla Luna.

Dovettero aspettare davanti allo scivolo del traghetto, perché una locomotiva a vapore attraversava la strada sbuffando e tirandosi dietro una fila di vagoni merci chiusi.

— Guarda un po’ quel somaro da cantiere! — disse Nils. — Perde vapore e olio da tutte le giunture… eppure è ancora capace di far sbarcare i convogli dalla nave traghetto. Lo sai quanti anni ha? — Martha evidentemente non lo sapeva, e neanche sembrava che la cosa la interessasse molto. — Te lo dico io. Sta scritto sulla targhetta, di fianco. Quella veterana è stata costruita nel milleottocentonovantadue!! E lavora ancora. Noi danesi non eliminiamo niente che sia in grado di lavorare. Siamo gente molto pratica.

— Al contrario di noi americani, che costruiamo auto e cose da rompere subito e gettar via, vero?

Nils non rispose, ma passò davanti alla stazione e svoltò in Jernbanevej, proseguendo fino all’ufficio postale, sul retro del terminal. Parcheggiò, e Martha scese portando con sé il pacchetto. Una pellicola. Nils si domandò da quanto tempo l’avesse nella macchina fotografica. Non aveva mai fatto fotografie da quando lui era tornato. Che vacanza… Pensò che Martha era stata insopportabile durante tutto il suo periodo di licenza. Chissà che cosa diavolo aveva… Proprio non riusciva a capirlo. Si accorse di essersi fermato vicino alla bancarella dei panini imbottiti e il suo stomaco cominciò a gorgogliare, interessato, a quella vista. Avrebbero certamente pranzato tardi, ed era meglio provvedere. Scese e ordinò due tartine, senza cipolla cruda, ricordandosi che doveva assistere al varo in compagnia di uomini politici e pezzi grossi. Comunque, era un posticino da tener presente, quello. Oltre alle tartine, prese una bottiglietta di birra.

Che diavolo aveva Martha? Non che fosse insensibile, ma c’era qualcosa che la teneva lontana da lui, nel letto, la notte. Forse era la tensione nervosa causata dai suoi voli sulla Luna, dal sabotaggio e da tutto il resto. Erano difficili da capire, le donne. Creature maledettamente strane. Di umore balzano. La vide uscire dall’ufficio postale e si affrettò a finire la birra…

Nils non dubitò mai, neppure un istante… Dopo quel pomeriggio di domenica, non aveva mai più ripensato, neppure una volta, alla biondissima Inger.

20

Era quasi mezzogiorno, cosicché all’equatore, a metà dell’estate, la temperatura aveva raggiunto i trenta gradi sotto lo zero. La collina, che in realtà era il fianco di un grande cratere circolare, si levava bruscamente sulla pianura marziana, e un sole rattrappito guardava giù sul paesaggio gelato, dal cielo nero, dove si potevano scorgere distintamente le stelle più lucenti. Solo all’orizzonte l’atmosfera era tanto densa da tracciare una sottile linea azzurra contro il cielo. L’aria era immobile in un silenzio senza tempo, e così rarefatta, ridotta ad anidride carbonica pura, da non essere quasi più aria del tutto. E molto, molto fredda.

I due uomini che salivano il ripido pendìo avanzavano faticosamente, nonostante la bassa gravità. Le loro tute, pesantemente isolate e scaldate elettricamente, li impacciavano nei movimenti; e gli accumulatori e i serbatoi dell’ossigeno li appesantivano molto. Quando ebbero raggiunto la cresta, si fermarono a riposare. Il loro viso era nascosto dalla maschera e dagli occhiali.

— È… una bella salita — disse Arnie, ansando.

La maschera impediva di scorgere l’espressione di Nils, ma la voce risuonò ansiosa. — Spero che non sia stata troppo faticosa — disse. — Forse non avrei dovuto condurvi!

— Ma no. Sono semplicemente senza fiato. E giù di forma. È molto tempo che non faccio niente del genere. Però ne valeva la pena: è una vista superba!

Poi il paesaggio silenzioso trascinò anche loro in un silenzio pesante. Freddo, buio, inospitale, quel pianeta non era mai morto solo perché non era mai nato. La piccola colonia, là sotto, brillava come una luce amica alla finestra, unico tocco di calore nel gelo eterno di Marte. Arnie si guardò intorno, poi si tirò bruscamente in disparte, chiamando a sé Nils con un gesto.

— Qualcosa che non va? — domandò il pilota.

— No, no affatto. È che facevamo ombra a quel Marshål. Comincia a chiudersi: crede che sia di nuovo sera.

Infatti le braccia solitamente allungate della pianta-animale, lunghe trenta centimetri e simili a quelle della stella marina, erano ripiegate a metà e mostravano la parte inferiore, ruvida e grigiastra. Quando erano completamente chiuse, formavano come una palla isolata dall’ambiente ostile, e tenevano stretta la minuscola quantità di calore ed energia che avevano immagazzinato in attesa di un nuovo ritorno del sole. All’alba, le braccia si aprivano completamente, esponendo le piastre interne, di un nero brillante, che catturavano e trattenevano le radiazioni provenienti dall’astro lontano.

Quella rozza escrescenza era l’unica forma di vita scoperta su Marte fino a quel momento; e, sebbene la denominazione di «cavolo di Marte» fosse ormai ufficialmente riconosciuta, la pianta-animale veniva considerata da tutti con rispetto, se non proprio con reverenza. Era l’unico abitante del pianeta! I due uomini si spostarono per lasciare che il sole la illuminasse.

— Mi ricorda alcune piante del deserto in Israele — disse Arnie.

— Sentite la mancanza di Israele, vero? — domandò Nils.

— Sì, certo. Inutile domandarmelo. — A causa dell’atmosfera rarefatta, la sua voce giungeva come un sussurro lontano.

— Lo credo bene. Conosco molti paesi, e parecchi mi sembrano assai più interessanti del mio, quando ci scendo con l’aereo. Eppure non vorrei vivere in nessuno di essi: sceglierei, potendo, ancora la Danimarca. Non la lascerei. A volte mi domando come abbiate fatto a prendere le valigie e ad abbandonare Israele solo per una questione di principio. Non credo che riuscirei a fare una cosa simile. Non ne avrei il coraggio. — Poi, cambiando discorso, disse: — Guardate, eccola là, proprio come vi avevo detto. Da quassù si vede l’intera zona. Ci sono gli edifici nuovi che stanno appunto sorgendo, il campo di atterraggio, dietro Galatea. Quando sarà necessario, si potranno costruire altri edifici lungo il lato orientale. Qui si formerà una colonia completa… una città, un giorno o l’altro. La strada ferrata si spingerà fino alle montagne, dove ci sono le miniere.

— Un progetto molto ottimista. Comunque non vedo perché non debba riuscire. — Ma Arnie pensava a ciò che aveva detto Nils. A Israele. Era qualcosa che lo tormentava come un mal di denti e che non riusciva a dimenticare, anche se raramente ne parlava con altri. — Che cosa intendevate dire esattamente, affermando che per fare quel che ho fatto io ci vuole del coraggio? Ho compiuto semplicemente il mio dovere. Credete che abbia sbagliato e che avessi degli obblighi verso Israele, prima che verso il genere umano?

— Diamine, no! — esclamò il gigantesco pilota. E la sua voce vibrò di un impeto pieno di ardore. — Io sono dalla vostra parte, non dimenticatelo. Voglio dire che ammiro quello che avete fatto e che non vi ritengo un venduto! Se ciò che temete è vero, restare sarebbe stato un grosso tradimento: lo stesso che hanno compiuto tutti gli scienziati, da quando è stata inventata la parola scienza. Bombe, gas velenosi e morte per amore della terra natale! Questo è tradimento diretto. Inventare la bomba atomica, lamentarsi per l’uso che ne viene fatto, senza però prendere alcuna iniziativa, è invece tradimento indiretto. E poi c’è il tradimento «con fette di salame sugli occhi»: compio ricerche sui gas che agiscono sul sistema nervoso, sulla guerra biologica, su bombe sempre più potenti, ma tutto questo non verrà mai usato… E infine il tradimento tipo «il mondo è troppo grande per me», quello che scelgono tutti. La Dow Chemical produce il napalm per arrostire la gente; ma io non posso smettere di comprare i prodotti della Dow: non servirebbe a niente. Il Sud Africa ha il migliore regime poliziesco del mondo e un paese pieno di schiavi negri legalmente riconosciuti; ma io compro ancora le sue arance. Che posso farci? È colpa vostra, se mi sento così, Arnie!

— Che diavolo intendete dire? — domandò il professore, pestando i piedi perché il freddo cominciava a filtrare attraverso le suole degli stivali.

— Dico che voi avete fatto quello che io non avrei avuto il coraggio di fare. Siete rimasto fedele alle vostre convinzioni, senza curarvi del prezzo che dovevate pagare personalmente. Il Sud Africa e la Dow sono stati boicottati in diversi modi, in Danimarca, ma io ho fatto orecchio da mercante. Oppure ci ho riso sopra. Che potevo farci, io? Volavo, me la passavo bene e mi divertivo. Ma voi siete riuscito a penetrare la mia pellaccia, mi avete mostrato qualcosa di diverso…

— Smettetela! — sbottò Arnie, scosso. — Non sapete che cosa state dicendo. Mi sono comportato spregevolmente, tradendo la mia patria e la sua fiducia in me, e privandola dei risultati delle ricerche che le appartenevano di diritto. Mi sono messo al di là della legge. Se si può dire che uno scienziato ha una parola, io ho certamente mancato alla mia.

— Non capisco…

— Lo credo bene! Il vostro punto di vista è unilaterale, irriflessivo, ancora più prevenuto del mio. Io, almeno, ammetto la mia colpa. Invece voi, con la massima disinvoltura, incolpate tutti gli scienziati di tutti i delitti del mondo! Parlate di bombe atomiche; ma… tacete sulle centrali per l’energia atomica e sulle medicine radioattive! Rinfacciate agli scienziati di aver inventato gli esplosivi, ma non accennate alle materie plastiche, che derivano dagli stessi principi chimici fondamentali… Tirate in ballo la guerra biologica, ma non pensate alle medicine che uccidono i virus e che sono state scoperte grazie alle medesime ricerche… Tentate pure di accusare la scienza e gli scienziati di tutti i mali del mondo: non ci riuscirete. Noi fisici abbiamo forse inventato la bomba atomica, ma è stato il governo a finanziarne la costruzione e ad eleggere gli uomini politici che hanno deciso di lanciarla. E la gente, in genere, sembrava approvare quella decisione. Non sono gli scienziati a fare la guerra, ma la gente! Quando incolpate i fisici della situazione mondiale, voi cercate semplicemente di usarli come capri espiatori. È molto più facile accusare un altro, che ammettere la propria colpa. Devono esserci un buon numero di africani soddisfatti di poter possedere legalmente schiavi, altrimenti il loro governo cadrebbe: Machiavelli ha detto che un principe non può governare a dispetto dell’opposizione attiva del popolo. Non sono stati i nazisti a sterminare gli ebrei, ma il popolo tedesco. La gente ha la responsabilità delle proprie azioni, ma non le piace il peso di questa responsabilità. Allora preferisce dare la colpa agli altri. Dicono che gli scienziati, che inventarono bombe, aerei e cannoni, sono i responsabili dello stato di cose attuale. Dunque, gli elettori che scelgono gli uomini politici che fanno le guerre sono senza macchia. La pensate così anche voi?

Nils era rimasto scosso da quell’esplosione d’ira improvvisa.

— Non intendevo questo. Ho detto solo che ammiravo…

— Non ammirate un uomo che ha tradito la fiducia che il suo paese riponeva in lui! Anche se la mia decisione si dimostrerà giusta, avrò sempre commesso un delitto imperdonabile.

— Ma se la pensavate così, perché avete abbandonato Israele e siete venuto in Danimarca? So che siete nato e cresciuto da noi. È forse per questo?

Il silenzio di Marte pesò per parecchi secondi, prima che Arnie parlasse di nuovo.

— Forse. O forse per un atto di fede… o di speranza. O forse perché sono ebreo. In Israele, ero un israeliano, ma in qualsiasi altro posto del mondo sono un ebreo. Tranne che in Danimarca. Non esistono ebrei, in Danimarca; esistono solo molti danesi di varie confessioni religiose. Voi avevate tre o quattro anni, quando i nazisti marciarono sull’Europa, e quindi per voi si tratta soltanto di storia; di un capitolo di un libro già assai voluminoso. Quelli erano mostri, demoni, perché riuscivano a scatenare il male nel cuore degli altri, oltre che nel proprio. Gli abitanti dei paesi da loro conquistati li «aiutavano» ad alimentare i forni crematori. La polizia francese andò in giro ad arrestare gli ebrei per conto loro e gli ucraini costruivano allegramente le fornaci. I polacchi si precipitavano a veder arrostire i loro vicini ebrei, e per ricompensa venivano uccisi. Tutti i paesi che subirono l’invasione aiutarono i tedeschi. Tutti, eccetto uno. In Danimarca la polizia rimase scossa dalla notizia dell’epurazione che si andava avvicinando, e ne fece parola ad altri, che rimasero ugualmente inorriditi. Gli autisti dei tassì percorsero le strade, elenchi telefonici alla mano, in cerca di persone con nomi ebrei. I Giovani Esploratori fecero circolare l’allarme. Tutti gli ospedali aprirono le porte agli israeliti e li nascosero. In pochi giorni, tutti gli ebrei che poterono essere raggiunti furono fatti uscire dal paese di nascosto e messi in salvo. Sapete perché i danesi si comportarono così?

— Certo! — Nils strinse i grossi pugni. — Anche quelli erano esseri umani, danesi come gli altri. Cose del genere non si fanno e basta!

— Vedere… vi siete risposto da solo. Potevo scegliere, e ho scelto. E spero di avere scelto giustamente.

Arnie cominciò a scendere dall’altura, poi si fermò un momento.

— Io ero tra le persone fatte fuggire segretamente in Svezia. Così, forse, sto pagando un debito.

Poi scesero, uno accanto all’altro, verso la luce e il calore della base.

21

— Inutile prendere tutt’e due le auto — disse Martha al telefono. — D’accordo, discuteremo dopo su quale delle due scegliere… Sì, Ove… È pronta Ulla?… Bene. Sarò lì tra un’oretta, credo… Sì, così avremo tutto il tempo. I nostri posti sono riservati, e non dovrebbero esserci difficoltà. Vado, perché suonano alla porta. Tutto a posto?… Arrivederci, allora.

Riappese in fretta e andò a mettersi la vestaglia, mentre il campanello tornava a suonare: non poteva andare ad aprire in sottoveste.

— Ja, nu kommer jeg — gridò, mentre si precipitava in anticamera. Ma, socchiusa la porta, si fermò interdetta vedendo il carico di spazzole e piumini di un venditore ambulante.

— Nej tak, ingen pensler idag.

— Lasciatemi entrare — disse l’uomo. — Devo parlarvi.

Quell’improvvisa richiesta in inglese la sorprese, e Martha alzò lo sguardo dal vestito sciupato dell’uomo alla sua faccia, agli occhi acquosi e ammiccanti, con l’orlo delle palpebre infiammato.

— Signor Baxter! Non vi avevo riconosciuto… — Senza gli occhiali cerchiati di scuro, l’americano sembrava una persona completamente diversa.

— Mica posso starmene qui sull’uscio, così! — rispose Baxter, stizzito. — Fatemi entrare!

La urtò perché lo lasciasse passare; lei si tirò in disparte e richiuse la porta.

— Ho cercato molte volte di mettermi in contatto con voi — disse Baxter lottando per districarsi da! groviglio di scopini, piumini, spazzolini e lasciarli cadere per terra. — Avete ricevuto le lettere, i messaggi?

— Non voglio più vedervi! Ho fatto quello che volevate, e vi ho mandato la pellicola. Dunque smettetela di scocciarmi. — Si voltò e posò la mano sulla maniglia.

— No! — gridò Baxter, mandando l’ultima spazzola a sbattere contro il muro. Cercò affannosamente in una tasca interna e trovò gli occhiali. Quando se li fu infilati, si sentì più calmo. — Le negative non servono a niente.

— Volete dire che non sono riuscite? Sono sicura di avere fatto tutto come si deve.

— Dal punto di vista tecnico, sì. Ma non intendevo questo. Il taccuino… le equazioni… non avevano niente a che fare con l’effetto Daleth! Riguardano tutte il generatore a fusione del professor Rasmussen e non ciò che serve a noi.

Martha si trattenne dal sorridere, ma in fondo si rallegrò. Aveva fatto quello che le avevano detto di fare, e il colpo era andato a vuoto. Non era colpa sua.

— Non potreste rubare il generatore a fusione? Non è di valore anche quello?

— Non si tratta di valore commerciale — replicò Baxter freddamente, riprendendo il suo solito modo di fare. — Comunque, per il generatore stanno chiedendo il brevetto, e noi potremmo anche acquistarlo. Ciò che ci interessa… riguarda la sicurezza nazionale.

Le lanciò un’occhiata di fuoco e lei si strinse addosso la vestaglia.

— Non posso fare altro per voi. Ora è tutto sulla Luna, lo sapete. Anche Arnie se n’è andato…

— Ve lo dirò io che cosa potete fare… e non c’è tempo da perdere! Credete che me ne andrei in giro conciato così e con tutta questa mercanzia addosso, se le cose non fossero d’importanza vitale?

— Mi sembrate un po’ matto — disse lei, cercando di non scoppiare a ridere.

Baxter le lanciò uno sguardo carico d’odio, e gli ci volle un mo: mento perché riuscisse a dominarsi. — Adesso ascoltatemi — disse, infine. — Oggi andrete alla cerimonia, e girerete per tutta la nave. Noi abbiamo bisogno di conoscere alcuni particolari su di essa. Voglio che voi…

— Io non farò più niente. Andatevene.

Martha allungò la mano verso il pomo della porta, ma Baxter le afferrò il braccio, stringendolo con dita d’acciaio. Lei trattenne il respiro per il dolore, mentre l’uomo la strappava via dall’uscio e le si avvicinava sempre più. Ha il fiato che puzza d’alcol pensò Martha sul punto di mettersi a piangere, tanto il braccio le doleva.

— E adesso ascoltatemi — sibilò Baxter. — Voi farete quello che voglio io. E se avete bisogno di un motivo diverso dall’amor di patria, ricordatevi che io ho una pellicola che viene dalla vostra macchina fotografica, con le vostre impronte digitali sparse dappertutto e le istantanee del vostro pavimento. Ai danesi piacerebbe molto vedere tutto questo, no?

Il suo sorriso ricordò a Martha la smorfia di un individuo che muore tra sofferenze atroci. Si svincolò dalla stretta e fece un passo indietro. Sarebbe stata una perdita di tempo dire a quell’uomo che cosa pensava di lui.

— Che cosa volete che faccia? — domandò infine, fissando il pavimento.

— Così va meglio. Voi siete un’esperta fotografa, dunque prendete questa spilla. Appuntatela sulla borsa prima di uscire.

Lei la tenne nel palmo della mano. Non era brutta e non avrebbe stonato con la borsetta di coccodrillo nera. Era formata da una grossa pietra centrale, circondata da un cerchio di schegge di diamante e di altre pietre che avevano l’aria di piccoli rubini. E il bordo era in oro sbalzato, ornato di volute complicate.

— Appuntatela con quella sulla borsetta — ripeté Baxter, indicando la voluta più lunga. — È a obiettivo grandangolare, e l’apertura è prestabilita. Lavora quasi con qualsiasi luce. Ci sono più di cento scatti: dunque non fate economia. Voglio foto del ponte e della sala macchine, se ci andate; e i primi piani dei comandi, istantanee dei corridoi, scale, compartimenti, camere stagne. Tutto. Poi io vi mostrerò le foto stampate e dovrete dirmi di che si tratta; perciò fate molta attenzione a tutto, anche all’ordine in cui si svolge la visita attraverso la nave.

— Non sono pratica di questo lavoro. Non potete incaricare qualcun altro? Vi prego. Ci saranno centinaia di persone là…

— Se avessimo qualcun altro, credete che verremmo a cercare proprio voi? — L’ultima parola, pronunciata con freddo disprezzo, gliela gettò in faccia mentre si chinava a raccogliere le spazzole. Poi Baxter, agitando minacciosamente una spugnetta lavapiatti, aggiunse: — E che non succedano incidenti… come la macchina che cade e si rompe, oppure la pellicola esposta alla luce per dare poi la colpa a noi! Conosco tutti i trucchi. Non avete scelta. Scatterete le foto come vi ho ordinato. Ecco, questo è per voi. — E le porse uno scopino, ridendo freddamente, sicuro di sé. Poi aprì la porta e scomparve.

Martha guardò l’oggetto che teneva in mano e lo gettò lontano. Ecco che cosa pensava di lei… Uno scopino da gabinetto! E, tremando di rabbia, se ne andò in camera sua per terminare di vestirsi.

— Guardate che folla! — disse Ove, sterzando bruscamente per evitare un torpedone carico di studenti che applaudivano e agitavano bandierine dai finestrini.

— Naturale — disse Ulla, seduta in fondo all’auto con Martha. — È una giornata eccezionale.

— Anche il tempo è splendido. — Ove guardò il cielo. — Molte nubi, ma niente pioggia. Il sole non c’è… ma non si può avere tutto.

Martha rimase in silenzio, le dita contratte sulla borsetta con la grossa spilla d’oro che sporgeva dal risvolto. Ulla l’aveva subito notata e lei aveva dovuto inventare in fretta una bugia.

Sarebbe stato impossibile avvicinarsi alla banchina, senza invito ufficiale. Così passarono attraverso le barriere e si diressero al castello Amalienborg, il cui immenso cortile era stato adibito a parcheggio alle macchine. Di là dal bordo dell’acqua, c’era solo una breve camminata attraverso Larsens Plads. C’era aria di vacanza anche lì, e una banda suonava allegramente, mentre le bandiere sventolavano sui palchi eretti lungo la banchina e gli invitati prendevano posto, chiacchierando.

— Dieci minuti — disse Ove, lanciando un’occhiata al suo orologio. — Meglio affrettarsi. A meno che Martha pensi che suo marito sarà in ritardo…

— Nils!

Ove e sua moglie scoppiarono a ridere a quell’idea, e Martha con loro. Per alcuni secondi si sentì a suo agio in quel posto, a pochi passi dal Re e dalla famiglia reale e in allegra compagnia. Poi il ricordo di Baxter le si riaffacciò alla mente, causandole una stretta al cuore, e lei afferrò con le dita contratte la borsetta, sicura che tutti stessero guardandola. La banda attaccò Re Cristian, l’inno nazionale, e si sentì un immenso scalpiccio mentre tutti si alzavano in piedi. Dopo l’inno nazionale venne C’è un paese delizioso, che terminò con gran rullare di tamburi. Quando le ultime note si spensero, tutti sedettero e, quasi nel medesimo istante, si udì una specie di fischio lontano. La gente guardò in su, riparandosi gli occhi con la mano, per cercare di vedere. Il suono si fece più profondo, si trasformò in un rombo, e un punto scuro uscì dallo strato di nubi che si stendeva alto nel cielo.

— Puntualissimo, al secondo! — esclamò Ove, eccitato.

Il punto si ingrandì, velocissimo, assunse proporzioni gigantesche e sembrò scendere direttamente sulla folla, che trattenne il respiro lasciandosi sfuggire qualche grido soffocato.

Poi la velocità cominciò a diminuire, e la grande forma scese dolcemente come una foglia che cade dall’albero, abbassandosi verso le acque tranquille dell’Yderhavn. Molti trattennero il respiro, mentre il veicolo si mostrava ora nelle sue reali dimensioni. Lo scafo bianco e nero era grande come quello delle navi oceaniche; migliaia di tonnellate di metallo. Era un immenso disco con la base e la sommità appiattite e la protuberanza sporgente del ponte di comando, tutta a vetri. E se ne stava lì, assurdamente sospesa, senza mezzi di propulsione visibili: non si udivano altri rumori, tranne il fruscìo dell’aria contro i fianchi.

Un silenzio assoluto calò sugli astanti: un gabbiano gridò. La grande nave si fermò completamente, a pochi metri dalla superficie dell’acqua. Poi, con infinita precisione, scese ancora, posandosi con tale delicatezza che solo una piccola onda andò a frangersi contro la banchina. Poi, mentre la nave si avvicinava, si aprirono i boccaporti sui ponti superiori, e gli uomini uscirono con le gomene per l’ormeggio.

Un applauso spontaneo esplose dalla folla, e tutti i presenti balzarono in piedi, gridando con quanto fiato avevano in gola, battendo le mani, soffocando il fracasso gioioso della banda con il loro rumoroso entusiasmo. Anche Martha appaludiva con gli altri, dimenticando tutto nell’esaltazione sfrenata di quel momento.

Sullo scafo si leggeva un nome, scritto in lettere nere su fondo bianco. Holger Danske. Il nome più fiero della Danimarca.

Prima ancora che le gomene fossero assicurate, una rampa fu spinta fuori dal portello aperto. Un gruppetto di funzionari si avvicinò per dare il benvenuto agli ufficiali che scendevano dalla scaletta. Anche da quella distanza la gigantesca figura di Nils spiccava distintamente tra le altre. Gli ufficiali salutarono, ricambiarono la stretta di mano e si diressero verso il palco reale. Nils passò poco lontano da Martha e le sorrise quando lei agitò una mano.

Poi ci furono onori, ricompense, un breve discorso del Re, alcuni discorsi più lunghi tenuti da uomini politici. Fu il primo ministro a tenere il discorso ufficiale. Rimase eretto per un istante, col vento che gli scompigliava i capelli, a guardare la nave che gli stava davanti. Quando parlò, c’era una commozione sincera nella sua voce.

— Secondo l’antica leggenda, Holger Danske giace addormentato, pronto a svegliarsi e a correre in aiuto della Danimarca, quando questa si trovi in difficoltà. Durante la guerra, il movimento partigiano di resistenza scelse per sé appunto il nome di Holger Danske, e lo portò con onore. Ora abbiamo una nave che si chiama allo stesso modo, la prima di molte altre che seguiranno, ed essa sarà di aiuto alla nostra patria in modo impensato. Stiamo per aprire le porte del sistema solare all’umanità. È un’impresa tanto grande da sorpassare i limiti dell’immaginazione… Le distese dello spazio mi sembrano un immenso oceano che aspetti di essere attraversato da noi, come nel diciannovesimo secolo fu attraversato l’Atlantico dai navigatori danesi in cerca di terre nuove e fantastiche sull’altra sponda. La scienza trarrà vantaggio dall’osservazione e dai laboratori che si stanno costruendo sulla Luna; 1’ industria trarrà vantaggio dalle nuove fonti di materie prime che attendono lassù; l’umanità pure sarà avvantaggiata, perché questa è un’impresa collettiva di tutte le nazioni del mondo. Noi speriamo con tutto il cuore che la causa della pace ne risulterà rafforzata, perché lassù, nello spazio, il nostro mondo appare piccolo, velato, lontano. La Danimarca è un paese troppo piccolo anche solo per tentare di sfruttare un intero sistema solare… se pur desiderassimo farlo. Ma non è questo che vogliamo. Noi cerchiamo con tutte le forze la collaborazione mondiale. Fra due giorni la Holger Danske partirà per il suo primo viaggio su Marte, con a bordo rappresentanti di molte nazioni. Là si stanno costruendo laboratori per ricerche scientifiche, e scienziati di moltissimi paesi resteranno sul pianeta rosso per iniziare i loro lavori. I rappresentanti politici, invece, torneranno per raccontare ai rispettivi concittadini che cosa riserva loro l’avvenire. Un futuro certamente lieto. E noi, come danesi, siamo orgogliosi di poterne causare l’avvento.

Sedette tra il fragore degli applausi, e la banda riattaccò. Le telecamere ripresero la scena, mentre veniva annunciato che gli invitati potevano ora visitare la nave.

— Vedrete — disse Ove. — La prima unità costruita appositamente per questo… e senza risparmio di spese. È fondamentalmente una nave mercantile, ma la cosa è stata abilmente mascherata. L’intera sezione interna è costituita di stive per le merci, e i compartimenti riservati ai servizi sono soltanto nella parte anteriore. Resta dunque tutta la fascia esterna per le cabine, ciascuna col suo oblò. Lussuose, vi assicuro. Venite, prima che arrivino troppi giornalisti.

Per salire sulla nave bisognava attraversare la sala della dogana che serviva per gli arrivi del traghetto di Oslo, che attraccava normalmente a quel pontile. E i funzionari della dogana se ne stavano lì, svolgendo il solito lavoro. Non era permesso salire a bordo portando pacchi; cartelle e borse venivano accuratamente ispezionate. Con estrema cortesia veniva chiesto agli uomini di rovesciare le tasche, alle donne di aprire la borsetta. In caso di rimostranze, c’erano lì pronti funzionari di polizia e alti ufficiali dell’esercito, che avrebbero sistemato la faccenda con calma. In una stanzetta laterale c’erano perfino un ammiraglio e un generale, che chiacchieravano con un ministro e un ambasciatore. Evidentemente si voleva aver sottomano persone di grado uguale o superiore a quello degli invitati, per risolvere ogni eventuale controversia.

Ma non ce ne furono. Qualche paio di sopracciglia inarcate e qualche sguardo freddo, da principio… Poi il primo ministro diede l’esempio, vuotando le tasche e mostrando che cosa conteneva il portafoglio. Certamente era una messinscena, ma aveva la sua ragione d’essere. Non bisognava compromettere la sicurezza della Holger Danske.

Mentre la fila avanzava lentamente, Martha Hansen si sentiva paralizzare dalla paura. Sarebbe stata scoperta e svergognata… Se avesse potuto scappare via, lontano, chissà dove, l’avrebbe subito fatto. Ma poteva solo seguire gli altri, inciampando. Ulla le disse qualcosa e lei si limitò ad annuire, senza capire. Quando arrivò davanti al banco, si trovò di fronte un funzionario della dogana dall’ aria severa, che lentamente allungò una mano.

— Un gran giorno per vostro marito, signora Hansen — disse. — Permettete? — E indicò la borsetta.

Lei gliela porse.

— Vi dispiace aprirla? — disse l’uomo.

Martha l’accontentò, e lui vi frugò dentro.

— Il portacipria, prego.

Martha glielo diede. L’altro lo aprì, lo richiuse e glielo restituì.

L’occhio luccicante della spilla-macchina-fotografica era puntato direttamente su di lui. Per un istante il funzionario lo guardò sorridendo.

— Basta così, grazie — dichiarò poi. E si voltò verso un altro invitato.

I Rasmussen aspettavano, e Nils salutava con la mano dal ponte soprastante. Martha rispose al saluto. Poi tutti salirono a bordo.

Martha teneva stretta la borsetta, un dito sulla spilla, domandandosi che cosa avrebbe detto a Nils, se l’avesse notata. Normalmente lui era il più calmo degli uomini, in servizio, ma quel giorno non era così. Le mani che teneva dietro la schiena apparivano contratte, e gli occhi brillavano di eccitazione.

— Martha, questo è il gran giorno! — esclamò, abbracciandola, e sollevandola completamente da terra per un attimo, mentre la baciava appassionatamente. Quando la mise giù, lei aveva le vertigini.

— Santo cielo… — disse.

— Vedi? Non è un sogno? Mai visto niente di simile, dall’inizio del mondo. Potremmo portarci dietro il povero piccolo Blaeksprutten come scialuppa, te lo garantisco io! E la cosa più splendida è che non si tratta di un veicolo adattato alla bell’e meglio, ma di una nave appositamente progettata per essere usata con la propulsione Daleth. Il ponte di comando è sistemato in modo da favorire gli spostamenti laterali, come in un aereo, ma permette piena visibilità anche sopra e sotto, per l’accelerazione e la decelerazione. Vieni, che ti mostro tutto. Tutto, tranne la sala macchine, che è chiusa a chiave mentre i visitatori sono a bordo. E se ne avremo il tempo, vorrei mostrarti la mia camera da letto e la mia cabina. — La cinse con un braccio, mentre camminavano. — Martha, dopo aver pilotato questa meraviglia, tutto è cambiato. Adesso mi sembra che guidare il più grande degli aerei sarebbe… non so, come pedalare su un’auto da bambini. Vieni!

Mentre attraversavano la camera stagna aperta, Martha sfiorò col dito la voluta dorata della spilla. Sentendola cedere leggermente, detestò se stessa.

22

— Ma non sono ancora tutti a bordo? — domandò Arnie, guardando la banchina dal punto d’osservazione del ponte di comando. Due uomini uscirono dall’edificio della dogana; camminavano curvi, tenendo fermo con una mano il cappello floscio che il vento del Baltico minacciava di far volar via. Dietro a loro venivano i facchini con le valigie.

— Non ancora, ma dovremmo essere a buon punto — rispose Nils. — Ora m’informo dal commissario di bordo. — Formò il numero dell’ufficio che stava nel corridoio d’ingresso, e il piccolo schermo del telefono si illuminò con l’immagine a colori della persona desiderata.

— Signore?

— A che punto siamo?

Il commissario consultò i suoi elenchi, spuntando i nomi con una matita. — Mancano ancora sei passeggeri — disse. — Poi siamo al completo.

— Grazie. — Riappese. — Non c’è male. Tenuto conto che a quei disgraziati fanno proprio di tutto, tranne una radiografia e l’esame delle otturazioni dei denti. Suppongo che riceverò una quantità di lamentele. I capitani delle navi compaiono in mezzo ai passeggeri solo il secondo giorno dalla partenza. Credo che farò anch’io così.

— Col nuovo sistema di calcolatori penso che non dobbiate preoccuparvi se il decollo non avverrà all’ora esatta.

— Per questo, non importa. — Nils diede un colpetto affettuoso con la mano all’armadietto grigio accanto al posto del pilota. — Dico a questo dispositivo quando voglio partire, e lui mi rimanda la risposta prima ancora che io abbia finito di battere. Mentre siamo attraccati, è in collegamento diretto via terra con Mosca. Dopo il decollo, sarà il nostro computer a parlare con il loro e verranno eseguiti costanti controlli di rotta e di velocità.

Osservarono un altro ritardatario che attraversava di corsa la banchina.

— Gli americani si sono scocciati perché ci siamo serviti del computer sovietico? — chiese Arnie.

— Credo di sì, ma non potevano protestare perché non avevamo collegamenti diretti con loro. Comunque, usiamo soltanto tute spaziali statunitensi, e così pareggiamo il conto. L’abbiamo fatto di proposito, ne sono certo. Come stava Ove, quando l’avete salutato?

Arnie si strinse nelle spalle. — Ancora a letto. Tossiva come una foca, e aveva la febbre. L’ho salutato sulla porta, perché non mi ha lasciato entrare. Ci ha fatto un mucchio di auguri. L’influenza l’ha colpito ai bronchi.

— Sono contento che siate potuto venire voi al suo posto, anche se mi spiace di avervi disturbato… Quando tutti i dispositivi saranno a punto, non avremo più bisogno di fisici in sala macchine.

— Per me va bene. Anzi, è un diversivo. La ricerca e l’insegnamento mi sembreranno molto monotoni, dopo alcuni di questi voli. Ricordate quello sulla Luna, col Blaeksprutten…?

— E la cassetta del telefono saldata sullo scafo! Perbacco, quelli erano bei tempi! Guardate un po’ dove siamo già arrivati. — E indicò con un gesto della mano il ponte spazioso e gli uomini in uniforme impeccabile: il radiotelegrafista che parlava col controllo a terra, il navigatore, il secondo pilota, l’ufficiale addetto al computer, l’operatore addetto alla strumentazione. Una vista esaltante. Il telefono suonò e lui rispose.

— Tutti i passeggeri a bordo, capitano.

— Bene. Prepararsi al decollo, che avverrà fra dieci minuti.

Arnie era in sala macchine al momento del decollo, ma, per essere sinceri, trovò ben poco da fare. I tecnici erano rispettosi, ma conoscevano bene il loro lavoro. La propulsione Daleth era stata completamente automatizzata e veniva controllata dal computer, tanto che le attenzioni dell’uomo erano ormai superflue. E lo stesso poteva dirsi del generatore a fusione.

Quando ebbe fame, Arnie si fece mandare giù il cibo. Era stato invitato al primo banchetto di bordo, ma aveva fatto il possibile per non andarci, perché detestava quel genere di cose. Era contentissimo di avere fatto un favore a Ove prendendo il suo posto, ma non si poteva dire che fosse entusiasta di quel viaggio. Il laboratorio della Månebasen, le nuove ricerche appena iniziate e le lezioni tecniche sulla propulsione Daleth che teneva ai tecnici, lo interessavano assai di più.

E poi c’erano i passeggeri… Ne aveva un lungo elenco, e in coscienza doveva ammettere che quella era la vera ragione per cui se ne stava lì dentro rinchiuso. Non aveva trovato amici o colleghi, tra gli scienziati: erano quasi tutti studiosi di secondo piano, provenienti da ogni parte del mondo. Be’, forse dire di «secondo piano» non era molto cortese, ma si trattava comunque solo di assistenti di professori famosi. Sembrava che le università non avessero voluto rischiare i loro uomini più preziosi in quell’esperimento così poco ortodosso. Be’, non importava. Anche i giovani potevano prendere appunti; e i dati, le cifre non cui sarebbero tornati avrebbero indotto i capi a fare fuoco e fiamme per ottenere un posto nella prossima missione. L’importante era cominciare.

Quanto agli uomini politici, Arnie non sapeva niente su di loro. Erano pochissimi i nomi che non gli tornassero completamente nuovi. Però lui non si interessava certo di politica. Probabilmente quelle erano controfigure mandate avanti a misurare la temperatura dell’acqua in quella prima escursione; i pezzi grossi si sarebbero tuffati in seguito.

Ne conosceva uno, tuttavia… Ed era soprattutto per causa sua che se ne stava alla larga dalla sezione riservata ai passeggeri. Ma… a che sarebbe servito? Se il generale Avri Gev era a bordo, avrebbe dovuto incontrarlo, prima o poi. Arnie lanciò un’occhiata all’orologio. E perché non adesso? Ormai gli ospiti sarebbero stati pieni di ottimo cibo e di liquori. E forse… avrebbe sorpreso Avri di buon umore! No, questo era impossibile, lo sapeva. Però ci avrebbero impiegato due giorni ad arrivare su Marte… e lui non poteva starsene lì rinchiuso tutto quel tempo.

Controllò il lavoro dei tecnici. Tutto andava bene per il momento, e se fossero sorte difficoltà lo avrebbero chiamato. Poi andò nella sua cabina a prendere la giacca e si avviò verso la porta a tenuta stagna che dava nella sezione passeggeri.

— Bel volo, signore — disse il commissario di bordo, salutando. Era un vecchio soldato, un sergente, evidentemente trasferito dall’esercito, con relative decorazioni. L’uomo guardò lo schermo televisivo che Arnie gli mostrava, poi premette il pulsante che apriva il battente. C’erano porte a tenuta stagna in tutta la Holger Danske, ma quella era l’unica che poteva essere aperta da un solo lato. Arnie annuì, passò e trovò il generale Gev ad aspettarlo dietro la prima curva del corridoio.

— Speravo che usciste da solo — disse Gev. — Altrimenti vi avrei telefonato.

— Buona sera, Avri.

— Venite nella mia cabina? Ho dello scotch da farvi assaggiare.

— Non sono un gran bevitore…

— Venite ugualmente. Me l’ha dato il signor Sakana.

Arnie guardò il generale cercando di leggere qualcosa su quei lineamenti impassibili, abbronzati. Avevano parlato in inglese, e non c’era nessuno a bordo che si chiamasse Sakana. Quella era una parola ebrea che significava «pericolo».

— Be’, se proprio insistete…

Gev entrò, seguito da Arnie, poi chiuse a chiave l’uscio.

— Che cosa c’è? — domandò il professore.

— Un attimo. Prima i doveri dell’ospitalità. Accomodatevi, prego. Prendete quella sedia.

Come tutte le cabine, anche quella era lussuosa. L’oblò, con la sua copertura di metallo che si era automaticamente ritirata dopo l’attraversamento delle fasce di Van Alien, si apriva sulle stelle dello spazio. Sul pavimento c’era un tappeto fatto a mano. Le pareti erano coperte da pannelli di teak e decorate con stampe di Sikker Hansen. Il mobilio era di stile scandinavo moderno.

— E c’è la televisione a colori in tutte le cabine — disse Gev, indicando il grande schermo, dove un cannone tuonava silenziosamente in una scena di guerra tolta dal film Da Atlanta al mare. Poi prese una bottiglia dal bar.

— È molto pratica — disse Arnie. — E lo è anche il sistema di divertire con programmi registrati. Mi avete condotto qui per chiacchierare sull’arredamento dell’interno?

— Non proprio. Ecco, assaggiate questo. È vecchio di dodici anni. Mi ci sono abituato quando combattevo con gli inglesi. C’è qualcosa che non va, sulla nave. Lehaym.

— Che volete dire? — Arnie rimase lì, col bicchiere in mano, perplesso.

— Assaggiatelo. È mille volte meglio di quello schifoso slivoviz che servivate voi. Intendo dire quello che ho detto. Qualcosa non va. Ho riconosciuto almeno due membri della delegazione orientale: due duri e noti agenti, due criminali.

— Ne siete certo?

— Naturalmente. Dimenticate che sono incaricato della sicurezza interna? Ho letto tutti i rapporti dell’Interpol.

— E che ci farebbero qui? — domandò Arnie: e mandò giù un sorso troppo abbondante, cominciando a tossire.

— Piano… Gustatelo come il latte di mamma. Non so che cosa siano venuti a fare, ma posso indovinarlo. Inseguono la propulsione Daleth.

— Impossibile!

— Ah, sì? — Gev prese un’aria quasi divertita, e al tempo stesso depressa. — Posso domandarvi quali misure di sicurezza sono state prese?

Arnie non rispose, e l’altro scoppiò a ridere.

— E allora non ditemelo. Non vi critico per i vostri sospetti. Ma io, da solo, non valgo un esercito, e l’unico israeliano a bordo, oltre me, è quello shlub di un biologo. È considerato un genio, ma non certo un guerriero.

— Non eravate così cordiale, l’ultima volta che ci siamo visti.

— E c’era di che, lo sapete bene. Ma i tempi sono cambiati e Israele ha fatto di necessità virtù. Non possediamo la vostra propulsione Daleth, anche se ha un bel nome ebreo, ma i danesi si sono dimostrati assai più accomodanti di quanto ci eravamo aspettati. Riconoscono che gran parte della teoria Daleth è stata elaborata in Israele, e ci danno sempre una priorità assoluta nel settore scientifico e commerciale: avremo anche una nostra base sulla Luna. Per il momento non possiamo lamentarci. Ci interessa sempre la propulsione Dàleth, ma per ora non intendiamo far fuori nessuno, per impossessarcene. Voglio parlare col capitano Hansen.

Arnie, assorto nei suoi pensieri, si morse un labbro, e finì ciò che restava del whisky, senza neppure accorgersene. — Aspettatemi qui — disse, infine. — Gli riferirò ciò che avete visto.

— Fate in fretta, Arnie — raccomandò Gev, pacato. Parlava molto seriamente.

Nils aveva fatto un breve discorso durante il banchetto, poi si era ritirato sul ponte di comando con la scusa che aveva da fare. E ora se ne stava lì seduto, con una gamba sopra il bracciolo della sedia, contemplando le stelle. Quando Arnie gli riferì le parole di Gev, si girò di scatto.

— Impossibile!

— Può darsi. Ma io gli credo.

— Non potrebbe essere un trucco, per venire sul ponte?

— Non so. Penso di no. È un uomo d’onore… e gli credo.

— Spero che voi abbiate ragione… e che lui si sbagli. Non posso comunque ignorare le sue accuse. Lo farò venire qui, ma il commissario di bordo gli starà continuamente dietro le spalle. — E formò un numero sul telefono.

Il generale venne subito. Il sergente lo seguiva a due passi di distanza, pistola automatica in pugno. La teneva all’altezza della vita, dove non avrebbero potuto strappargliela, e sembrava pronto a servirsene.

— Posso vedere l’elenco dei passeggeri? — domandò Gev. Poi lo scorse attentamente.

— Questo e quest’altro — disse, sottolineando due nomi. — Hanno nomi diversi, in archivio, ma sono le stesse persone. Uno è ricercato per sabotaggio, l’altro è accusato di aver partecipato alla preparazione di un assalto a mano armata. Due tipacci.

— Non riesco a crederci — fece Nils. — Sono i rappresentanti ufficiali di questi paesi…

— Che fanno esattamente ciò che Madre Russia pretende da loro. Non siate ingenuo, capitano Hansen. «Satellite», significa appunto questo. Sono stati comprati e pagati appositamente, e se ne stanno lì pronti a danzare, quando qualcuno suona la melodia giusta.

Il telefono squillò, e Nils staccò distrattamente il ricevitore.

Sullo schermo apparve la faccia terrorizzata di un uomo dalla faccia rigata di sangue.

— Aiuto! — urlò l’individuo.

Poi si udì un gran fracasso, e lo schermo si spense.

23

— Che compartimento era? — gridò Nils, allungando la mano verso il disco del telefono. — Avete riconosciuto quell’uomo?

Gev gli afferrò il braccio, impedendogli di formare il numero. Il sergente alzò la pistola e la puntò sul dorso di Gev.

— Aspettate — disse il generale. — Riflettete prima. Sapete che sta accadendo qualcosa; è abbastanza per il momento. Mettete subito in allarme le vostre difese, se ne avete. Poi appurate qual è la zona minacciata. Ho visto porte a tenuta stagna in tutta la nave. Si possono chiudere da qui?

— Sì…

— E chiudetele, allora. Cercate di ostacolare in ogni modo ciò che sta succedendo.

Nils esitò un istante. — È una buona idea, signore — disse il sergente. Nils annuì.

— Chiudete tutte le porte interne — ordinò Nils. L’ufficiale addetto alla strumentazione sollevò un foglio di plastica protettivo e armeggiò con una fila di interruttori.

— Ma ci sono dei comandi, localmente, che permettono di aprirle — disse il sergente.

— Quelli possono essere bloccati, in caso di emergenza — rispose l’ufficiale addetto alla strumentazione.

— Questo è un caso di emergenza — dichiarò Nils. — Procedete.

Gev si avvicinò alla parete, per non impicciare. Il sergente abbassò la pistola.

— Non intendo interferire con la vostra autorità, capitano — disse Gev. — Ma ho una certa esperienza in cose del genere.

— Sono lieto che siate qui — rispose Nils. — Può darsi che dobbiamo valerci di questa esperienza. — Formò il numero della sala macchine, e un tecnico rispose subito alla chiamata.

— Qualcosa che non funziona, signore. Le porte di uscita sono bloccate e non riusciamo ad aprirle.

— Siamo in allarme. Succede qualcosa a bordo, e non sappiamo ancora con esattezza che cosa. State lontani dalle porte, e non lasciate entrare nessuno. Avvisatemi subito, se capita qualcosa.

— Credo di avere riconosciuto quell’uomo — disse il radiotelegrafista, esitante. — Era un cuoco… O perlomeno qualcuno che ha a che fare con la cucina.

— Bene. — Nils chiamò le cucine, ma nessuno rispose. — Ecco dove sono! Ma che diavolo possono volere laggiù?

— Armi, forse — suggerì Gev. — Coltelli, mannaie, devono essercene molte. O forse qualcos’altro… Posso vedere una pianta della nave?

Nils si rivolse ad Arnie e disse: — Rispondetemi in fretta! Quest’uomo è dalla nostra parte?

Arnie annuì lentamente. — Credo di sì, adesso.

— Va bene. Sergente, tornate al vostro posto. Neergaard, portatemi la mappa della nave.

La stesero sul tavolo e Gev puntò il dito. — Qui. Che cosa vuol dire køkken?

— Cucina.

— Capisco, allora. Guardate. La si può raggiungere dalla sala da pranzo, a differenza di qualsiasi altra parte della nave riservata ai servizi. E poi… ha una parete in comune con la sala macchine. Che, se non sbaglio, dev’essere questa.

Nils annuì.

— Allora non tenteranno di forzare le porte. Apriranno un passaggio nella parete. Avete modo di raggiungere rapidamente la sala macchine, per dare man forte ai tecnici che sono là dentro, nel caso…

Il telefono squillò e l’ufficiale tecnico comparve sullo schermo.

— Stanno forando una paratìa con un cannello ossidrico, signore. Che facciamo?

— Che cosa ha detto? — domandò Gev, sentendo il tono preoccupato dell’uomo. Non capiva il danese. Arnie glielo spiegò rapidamente, e il generale toccò il braccio di Nils. — Ditegli di trascinare un banco o un tavolo contro la parete, in quel punto, e di ammucchiarvi contro tutto quello che trovano di più pesante. Che cerchino di ostacolarli al massimo.

Nils diede ordini, poi rimase lì, teso. — Non possiamo impedire loro di entrare!

— Non si potrebbero inviare rinforzi?

Nils sorrise mestamente. — Abbiamo una sola pistola a bordo: quella del sergente.

— Mandate lui in sala macchine. A meno che non si possa contrattaccare dalla cucina. Colpite forte, è l’unico modo.

— Fate venire il sergente — disse Nils. — Devo chiedergli di offrirsi volontario. È quasi un suicidio.

Quando gli dissero che cosa stava accadendo, l’uomo acconsentì.

— Sono contento di correre questo rischio, capitano. Può darsi che la cosa funzioni, se quelli non sono armati fino ai denti. Ho un altro caricatore pieno di proiettili, ma non lo porterò con me: non potrò certo ricaricare l’arma. Manderò a segno questi. Entrerò dalla porta del magazzino di poppa. Se si aprirà, riuscirò a sorprenderli.

Poi, levatosi rispettosamente il berretto, si rivolse al generale Gev e si batté la fila di decorazioni sul petto. Non parlava più in danese, ora, ma in inglese.

— Ho visto che guardavate queste decorazioni, generale. È vero, sono stato in Palestina, con l’esercito britannico, a combattere i barbari. Ma quando gli inglesi hanno cominciato a impedire l’ingresso alle vostre navi di profughi, ho tagliato la corda. Ho disertato e sono tornato in Danimarca. Non era pane per i miei denti, quello.

— Vi credo, sergente. Grazie per avermelo detto.

Le porte furono aperte l’una dopo l’altra, per permettergli di passare.

— Dovrebbe essere arrivato, ormai — disse Nils dopo un po’. — Chiamate la sala macchine.

Il tecnico era molto agitato. — Capitano, abbiamo sentito degli spari! Al di là della parete. Moltissimi! E il cannello non fa più rumore.

— Bene — disse Gev quando gli riferirono che cosa era successo. — Forse non li avranno fermati, ma almeno ne hanno rallentato l’azione.

— Il sergente non è tornato — disse Nils.

— Non lo sperava neppure — osservò, impassibile, il generale: le emozioni, in battaglia, erano un lusso che non poteva permettersi. — Ora bisogna lanciare un secondo contrattacco. Ci vogliono altri uomini, possibilmente volontari. Armateli con qualsiasi cosa. Abbiamo un attimo di respiro e dobbiamo approfittarne. Li guiderò io, se permettete…

— Il telefono, capitano — disse il radiotelegrafista. — È un membro della delegazione americana.

— Non posso, ora.

— Dice che sa dell’aggressione e che vuole aiutare.

Nils afferrò il ricevitore e l’immagine di un uomo con gli occhiali dalla montatura pesante lo guardò con espressione compunta.

— Ho sentito che i rossi vi hanno assalito, capitano. Vogliamo darvi una mano. Veniamo subito sul ponte di comando.

— E chi siete, voi? Come fate a saperlo?

— Mi chiamo Baxter. Sono un funzionario dei servizi di sicurezza. Mi hanno mandato su questa nave proprio nel caso dovesse accadere qualcosa del genere. Ho con me alcuni uomini armati. Siamo subito da voi.

Il generale scosse la testa in senso di diniego, ma Nils non aveva bisogno del suo consiglio, per prendere una decisione.

— Avete detto uomini armati? Non era permesso portare armi a bordo.

— Volevamo difendere voi, capitano. E ora ne avete bisogno.

— Niente affatto. State dove siete. Manderò qualcuno a ritirarle.

— Siamo già sul piede di partenza. Non è la prima volta che il nostro paese interferisce in una guerra, ricordatelo. E la NATO…

— Al diavolo la NATO e al diavolo voi! Se fate un solo passo verso il ponte, non sarete considerati diversamente dagli altri.

— Siamo abituati a trattare coi traditori, capitano — disse Baxter, severo. — Il vostro governo saprà apprezzare ciò che noi facciamo, anche se voi non capite. — E interruppe il collegamente.

Gev stava già correndo verso l’uscita che dava nella sezione passeggeri. — È chiusa — gridò. — Non c’è modo di rinforzare questa porta?

Gli altri, guidati da Nils, lo raggiunsero subito. Ma restarono allibiti a fissare lo schermo televisivo. Una decina di uomini erano spuntati dalla svolta del corridoio che stava oltre la porta chiusa, e si precipitava contro questa. Baxter veniva in testa, e dietro a lui correvano uno dei delegati di Formosa, alcuni sudamericani e un vietnamita.

Qualcuno alzò la gamba spezzata di una sedia e la scagliò contro la telecamera. Lo schermo si spense.

— Le cose si complicano — disse Gev con calma, guardando la porta. — Ora dovremo combattere su due fronti, e non siamo attrezzati neppure per lottare su uno.

— Capitano — chiamò dal ponte il radiotelegrafista. — La sala macchine dice che hanno ricominciato a tagliare.

All’improvviso il boato di un’esplosione rimbombò con violenza assordante nello stretto corridoio, e la porta si contorse, mentre una gran nube di fumo entrava dalle fessure, ribollendo. Qualcuno cadde, altri rimasero lì, intontiti. Poi la porta tremò, si piegò ancor di più, e un uomo che impugnava una pistola fece l’atto di introdursi nella stretta breccia.

Gev balzò in avanti, afferrò il polso dell’uomo e lo torse, cosicché la canna della pistola si rivolse verso il soffitto. L’arma sparò una volta, ma le orecchie assordate dei presenti quasi non avvertirono il rumore dello sparo. Allora Gev col taglio della mano colpì al collo l’uomo, che cadde senza vita. Poi il generale armeggiò un istante con l’insolito meccanismo della pistola, infilò l’arma nell’apertura, sopra il corpo del morto, e sparò fino a che il caricatore fu vuoto.

Gli aggressori si fermarono un attimo, ma subito la breccia fu allargata, e due altri uomini vi passarono attraverso, scavalcando il cadavere. Nils ne colpì uno in pieno viso, con un pugno, e lo fece ricadere all’indietro.

Ma gli avversari, superiori per numero e in possesso di diverse armi, ebbero la meglio. Comunque, i difensori si batterono come leoni. Il generale cedette solo dopo essere stato colpito da almeno tre proiettili. Nils non rimase ferito, ma gli aggressori gli si aggrapparono addosso immobilizzandogli le braccia, mentre uno gli dava una mazzata in testa. Arnie non sapeva certo combattere, e fece solo qualche timido tentativo di difendersi, con ben poco successo. Poi tutti vennero trascinati sul ponte. Il radiotelegrafista, l’unico rimasto lassù, parlava alla radio.

— Zitto! — urlò Baxter. — Con chi parlate?

L’operatore, bianco come un panno lavato, tenne stretto il microfono. — Con la nostra base lunare. Hanno inoltrato la nostra chiamata a Copenaghen. Quei diavoli hanno fatto irruzione nella sala macchine, l’hanno occupata.

Baxter rifletté un istante, poi abbassò la pistola e sorrise.

— Avete fatto bene. Continuate il rapporto. Dite che avete trovato aiuto. I comunisti non se la caveranno. E adesso… come posso mettermi in contatto con la sala macchine?

Il radiotelegrafista indicò, in silenzio, lo schermo del telefono, da dove fissava una faccia impassibile. Baxter si avvicinò all’apparecchio con altrettanta freddezza.

— Siete un traditore, Schmidt — disse. — L’ho capito subito, quando ho visto che facevate parte della delegazione della Germania orientale. Non vi siete comportato con saggezza. — Baxter si rivolse a Nils, che, abbandonato su una sedia, stava tornando in sé lentamente. — Conosco quest’uomo, capitano. È un informatore prezzolato. Siete fortunato ad avere qui me.

Il generale Gev se ne stava semidisteso sul pavimento, appoggiato alla parete, e ascoltava in silenzio, senza preoccuparsi della gamba che gli sanguinava abbondantemente. Anche il braccio destro era ferito, e lui teneva la mano infilata nella camicia aperta. Arnie aveva perso gli occhiali, che erano andati in mille pezzi, e si guardava intorno socchiudendo gli occhi miopi, cercando di capire che cosa stesse accadendo.

Baxter guardò con disgusto l’immagine di Schmidt. — Non mi va di trattare con i traditori…

— Tutti dobbiamo fare dei piccoli sacrifici. — Le parole di Schmidt erano piene d’ironia.

Baxter avvampò d’ira, ma continuò, ignorandole.

— Mi sembra che siamo giunti a un punto morto. Noi presidiamo il ponte e abbiamo il quadro dei romandi.

— Mentre io e i miei uomini ci occupiamo della sala macchine e dell’unità della propulsione. Le mie forze non sono come dovrebbero essere, ma siamo bene armati. Credo che vi sarà impossibile sconfiggerci. Di qui non usciremo. Che cosa intendete fare, dunque, signor Baxter?

— Il dottor Nikitin è con voi?

— Naturalmente! E perché mai saremmo qui, altrimenti?

Baxter interruppe il collegamento e si rivolse a Nils: — Una gran brutta faccenda, capitano.

— Che dite? — fece Nils, che cominciava a riprendersi. — Chi è questo Nikitin?

— Uno dei loro migliori fisici — disse Arnie. — Con l’aiuto dei diagrammi e dei collegamenti elettrici, ormai dovrebbe avere già appreso i principii fondamentali della propulsione Daleth.

— Esatto — disse Baxter, riponendo la sua pistola. — Però se presidiano la sala macchine non possono impossessarsi del ponte; dunque, non è tutto perduto. Riferitelo ai vostri superiori — ordinò al radiotelegrafista. — Siamo giunti a un punto morto, per il momento. Ma se noi non fossimo arrivati fin qui, quelli si sarebbero impossessati dell’intera nave. Vedete, capitano, che vi siete sbagliato sul nostro conto?

— Come avete portato a bordo le pistole? — domandò Nils. — E quell’esplosivo?

— Che importa? Canne di pistola che avevano l’aria di stilografiche, munizioni ingerite, esplosivo al plastico in tubetti di dentifricio. La solita storia. Non è importante.

— Per me, sì — disse Nils, con maggiore vivacità. — E cosa proponete di fare, ora, signor Baxter?

— Difficile dirlo. Prima di tutto medicherò i vostri uomini. E poi cercherò di avviare un negoziato con quel doppio agente. Escogiteremo qualcosa. Dobbiamo tornarcene indietro, penso, e impedire altre uccisioni. Ormai sanno tutto sulla propulsione, il segreto è svelato. Niente più reticenza tra alleati, eh? I vostri, a Copenaghen, capiranno. Immagino che l’America sistemerà la cosa attraverso la NATO, ma questo non è il mio settore. Sono un uomo d’azione, io. Ma potete essere certo di una cosa… — Si eresse orgogliosamente. — I russi non potranno mai valersi di ciò che hanno scoperto questi loro sicari.

Nils si alzò lentamente, penosamente, e si trascinò incespicando fino alla sua poltroncina, davanti al quadro dei comandi. — Con chi parlate? — domandò al radiotelegrafista.

— Sono in collegamento con Copenaghen, con uno degli aiutanti del ministro. Là sono in piena notte, e gli altri dormivano quando ho chiamato. Il Re e il primo ministro stanno arrivando.

— Temo che non potremo aspettarli — disse Nils in inglese, perché anche Baxter capisse; poi rivolgendosi all’americano aggiunse: — Vorrei spiegare che cosa è accaduto.

— Ma certo, è indispensabile.

Sempre in inglese, con lentezza e precisione, Nils espose gli avvenimenti recenti. Dopo un lungo intervallo, mentre il segnale inviato alla Terra e la risposta tornavano indietro, l’uomo all’altro capo del filo disse qualcosa in danese, e Nils rispose nella medesima lingua. Quando ebbe finito, ci fu un silenzio teso sul ponte.

— Be’ — fece Baxter. — Che cosa hanno detto?

— Sono d’accordo con me — rispose Nils. — La situazione è disperata.

— Giusto.

— Ci siamo trovati d’accordo anche sui provvedimenti da prendere. Ci ha ringraziato.

— Di che diavolo state parlando?

All’improvviso, Nils si strappò la maschera fatta di pazienza e cortesia. E sputò le parole con una rabbia trattenuta che finalmente si era fatta strada dentro di lui.

— Della decisione di fermare voi, omiciattolo! Violenza, morte, uccisioni… non conoscete altro. Non vedo la minima differenza tra voi, i vostri sicari pagati che sono qui con voi, e quel porco che si è impadronito ora della sala macchine! In nome del bene, voi fate il male. Per un insano patriottismo distruggereste il genere umano. Quando vi deciderete a riconoscere che tutti gli uomini sono fratelli… e a smetterla di accoppare i vostri fratelli? Il vostro paese possiede un numero di bombe atomiche sufficiente a far saltare in aria il mondo quattro volte! Dunque, perché aggiungere a tutto questo l’ulteriore forza distruttiva dell’effetto Daleth?

— I russi…

— Sono proprio come voi. Dal punto in cui mi trovo, qui, nello spazio, vicino a morire, non ci vedo nessuna differenza.

— Vicino a… morire? — Baxter alzò di nuovo la pistola, spaventato.

— Sì. Credevate che vi avremmo semplicemente consegnato la nostra propulsione Daleth? Avevamo tentato di tenervi lontani da essa senza uccidere, ma voi ci avete obbligati a farlo. Ci sono almeno cinque tonnellate di esplosivo distribuite lungo lo scafo della nave. E le faranno esplodere a mezzo di un radio-segnale lanciato dalla Terra…

Una serie di rapide note musicali risuonò dall’altoparlante e Baxter si voltò di scatto, con un urlo selvaggio. Sparò contro i comandi, colpì il radiotelegrafista e vuotò il caricatore sui pannelli degli strumenti.

— Un radiosegnale che non può venire interrotto da qui!

Nils si volse verso Arnie, che se ne stava immobile. Gli prese una mano e cominciò a dire qualcosa. Il generale Gev rideva, divertendosi sinceramente a quella beffa cosmica. La giustezza di quella decisione lo esaltava. Baxter gridò ancora.

In una sola, immensa esplosione fiammeggiante, tutto finì.

24

Per Martha Hansen, gli avvenimenti avevano una certa parvenza di sogno che glieli rendeva sopportabili. Tutto era cominciato quando Ove l’aveva chiamata al telefono quella notte, alle quattro e diciassette. Il ricordo più preciso di quella telefonata era la posizione delle lancette fosforescenti nel buio, mentre la voce di Ove ronzava al suo orecchio.

Le 4,17. Quei numeri dovevano avere un significato importante, perché continuavano a tornarle a galla nella mente. A che ora aveva cessato di esistere il suo mondo? No, lei era ancora perfettamente viva. Ma Nils era lontano, per uno dei suoi viaggi. Era sempre tornato dai suoi voli, prima di questo…

Ma a quel punto i suoi pensieri scivolavano via per fissarsi su qualcos’altro. Le 4,17. La gente che le aveva telefonato, parlato. Anche il primo ministro in persona e la famiglia reale… Le 4.17. Aveva cercato di essere gentile con tutti. Certo che lo era stata. Aveva imparato ad essere educata andando a scuola, se non altro.

Ma avrebbe dovuto osservare di più, durante quel viaggio sulla Luna. Tuttavia, anche allora il torpore aveva prevalso. Avevano volato su una delle nuove navi lunari; «autobus spaziali», li chiamavano. Press’a poco come viaggiare su un jet, ma con molto più spazio intorno. Una lunga cabina, file di sedili, panini imbottiti e liquori. Perfino una hostess. Una ragazza alta e bionda, che le era stata molto vicina per la maggior parte del viaggio, che le aveva perfino rivolto qualche parola con il caratteristico accento svedese che gli uomini adoravano. Ma era anche lei triste, ora, come tutti. Da quanto tempo non vedeva sorridere?

La cerimonia del funerale le era sembrata squallida. C’era quel monumento, è vero, sul suolo senz’aria appena oltre le finestre, avvolto in bandiere. E una tromba aveva lanciato uno squillo doloroso che straziava il cuore. Ma lì non c’era seppellito nessuno. Nessuno ci sarebbe mai stato sepolto. Un’esplosione, le avevano detto. Morto istantaneamente, senza soffrire. E così lontano. Alcuni giorni dopo, Ove Rasmussen le aveva raccontato la vera storia che stava dietro a quell’esplosione. Sembrava una pazzia. No, la gente, in realtà, non poteva fare cose del genere agli altri… Eppure sì. E Nils era il tipo di uomo capace di fare ciò che aveva fatto. Non era un suicidio. Martha non riusciva a immaginarsi Nils che si suicidava. Era stata la vittoria di una causa che lui riteneva giusta. E se questa richiedeva il sacrificio della vita, Martha sapeva che lui l’avrebbe considerato un particolare secondario, e non ci avrebbe pensato su gran che. Morendo, le aveva insegnato cose che in lui vivo non avrebbe mai sospettato.

— Un goccetto di cherry? — domandò Ulla chinandosi su di lei con un bicchiere in mano. Erano in una sala d’aspetto: la cerimonia era terminata. Sarebbero tornate presto a Copenaghen.

— Sì, grazie.

Martha sorseggiò il liquore e cercò di osservare gli altri. Sapeva di non averlo fatto, ultimamente, e sapeva anche che gli altri glielo perdonavano. Ma a lei non andava. Quell’atteggiamento assomigliava troppo da vicino alla pietà. Sorseggiò ancora e si guardò intorno. Al loro tavolo c’era un alto ufficiale dell’esercito, e un funzionario del ministero dello spazio, di cui non ricordava il nome.

— Non capiterà mai più — disse Ove, rabbioso. — Abbiamo trattato le altre nazioni come se fossero paesi civili e non mostri di… di ingordigia nazionalistica. Questa è l’unica definizione. Armi introdotte di nascosto, assassini prezzolati, pirateria dello spazio… Incredibile. Non avranno occasione di ritentare. E noi non ci suicideremo mai più. Ammazzeremo loro, se proprio lo vogliono.

— Senti, senti! — disse l’ufficiale dell’esercito.

— Le nuove navi Daleth verranno costruite con una perfetta divisione interna. E lo diremo chiaramente. Equipaggio da una parte, passeggeri dall’altra, senza neppure una paratìa in mezzo. Se necessario, imbarcheremo una squadra di soldati armati di fucili, di gas…

— Non esageriamo, mio caro…

— Sì, certo. Ma sapete benissimo che cosa intendo dire. Non deve capitare mai più.

— Quelli non la smetteranno di tentare — disse, cupo, il funzionario del ministero. — Così è probabile che prima o poi riescano a carpirci il segreto della propulsione, se pure non ci arriveranno per conto proprio.

— Può darsi — disse Ove. — Però rimanderemo quel giorno il più possibile. Che altro possiamo fare?

L’unica risposta era il silenzio. Che altro c’era da fare?

— Scusate — disse Martha. E gli uomini si levarono in piedi, mentre lei se ne andava. Sapeva dove trovare il comandante della base, e questi fu molto comprensivo.

— Naturalmente, signora Hansen — disse. — Non c’è nessuna ragione di rifiutare una richiesta simile. Avremo cura di rimandarvi gli effetti personali del capitano. Ma se c’è qualcosa che desiderate prendere ora…

— No, non è per questo, Vorrei soltanto sapere dove viveva quando era qui. L’ho visto così di rado, quest’ultimo anno!

— Comprensibilissimo. Se permettete, vi accompagnerò io stesso.

Era una piccola stanza, senza lusso, in una delle sezioni costruite per prime. Martha fu lasciata sola. Le pareti, sotto la crosta della vernice che le ricopriva, mostravano ancora le venature dello stampo di legno dove era stato versato il cemento. Il letto era di metallo e molto duro, l’armadio e i cassetti incorporati erano funzionali. L’unica nota di ricercatezza veniva da una finestra che dava sulla pianura lunare. Era stata ottenuta con mezzi di fortuna: due comuni oblò per navi saldati insieme, che formavano un vetro di spessore doppio. Martha guardò le distese e le colline prive d’aria, nitidamente stagliate oltre il vetro, e si immaginò lui in piedi, al suo posto. Le uniformi di ricambio erano appese con ordine nell’armadio, e lei sentì disperatamente la sua mancanza. Le restava ancora qualche lacrima, non molte, e si asciugò gli occhi col fazzoletto. Aveva sbagliato, a venire lì; ormai lui era morto e non sarebbe più tornato. Era ora di partire. Mentre si voltava per andarsene, vide la propria foto incorniciata sulla scrivania. Piccola, a colori, in costume da bagno, sorridente in un attimo di felicità. Chissà perché, non si fermò a guardarla. Nils l’aveva amata, lo sapeva. Avrebbe dovuto saperlo sempre. Malgrado tutto.

Martha fece l’atto di infilare la foto nella borsetta, poi aprì invece il primo cassetto e la ficcò sotto il pigiama. La sua mano sfiorò qualcosa di duro, e tirò fuori un libretto rilegato in cartone. Elementaer Vedligeholdelse og Drift af Daleth Maskinkomponenter af Model LV stava scritto in copertina. Mentre traduceva mentalmente i complessi termini danesi, sfogliò in fretta il libretto. Diagrammi, disegni ed equazioni le passarono rapidamente sotto gli occhi, mentre il senso del titolo le si imprimeva nel cervello.

Nozioni fondamentali per la Manutenzione e il Funzionamento delle Unità di Propulsione Daleth Mark LV.

Evidentemente Nils stava studiandolo; voleva sempre conoscere nei minimi particolari gli aerei che pilotava. Le nuove navi non facevano eccezione. Aveva nascosto e dimenticato lì quel libriccino.

Erano morti in molti per impadronirsi di ciò che lei teneva in mano in quel momento… Altri erano morti per impedirglielo…

Allungò una mano per rimettere l’opuscolo nel cassetto, poi esitò e lo guardò di nuovo.

Anche Baxter era saltato in aria, gliel’avevano detto, col resto della nave. All’ambasciata c’era ora un nuovo funzionario che aveva cercato di mettersi in contatto con lei. Ormai avevano il suo nome scritto da qualche parte.

Se gli avesse dato quel libretto, l’avrebbero lasciata in pace. Tutto sarebbe stato sistemato per sempre.

Martha lo lasciò cadere nella borsetta e la chiuse di scatto. Poi richiuse il cassetto della scrivania, lanciò un’ultima occhiata alla stanza e uscì.

Quando raggiunse gli altri, vide che molti erano già pronti a partire. Si guardò attorno nella sala, cercando un viso noto. Lo trovò. La persona era addossata alla parete, e guardava fuori della finestra.

— Skou — chiamò.

Lui si girò. — Ah, signora Hansen! Vi avevo visto, ma non ho avuto occasione di parlarvi. Tutto, tutto…

Pareva perseguitato dai ricordi, e Martha si domandò se non si rimproverasse quello che era successo.

— Ecco — disse lei, aprendo la borsetta e porgendogli l’opuscolo. — L’ho trovato tra le cose di mio marito. Non credo che a voi faccia piacere sapere che questo è in giro.

— Santo cielo, no! — esclamò Skou, leggendo il titolo. — Grazie, siete stata molto gentile, molto utile. La gente, di solito, non ci pensa, e questo non aiuta il mio lavoro, vi assicuro. Copie numerate. Credevamo che fosse rimasta a bordo della Holger Danske… Non me n’ero accorto. — Si eresse, poi fece un breve, cerimonioso inchino.

— Grazie, signora. Non sapete quanto il vostro gesto sia stato prezioso.

Lei sorrise. — Ma lo so benissimo, Skou. Mio marito e molti altri sono morti per tenere segreto ciò che sta scritto in quel libro. Era il minimo che potessi fare. Ed è vero il contrario: fino ad ora non mi ero resa conto di quanto mi siete stati d’aiuto tutti voi!

Era ormai ora di partire per la Terra.

25

I freni della Sprite agirono energicamente, mentre l’auto svoltava per imboccare il vialetto d’accesso, con grande stridore di pneumatici. Ove Rasmussen balzò a terra, scavalcando la portiera senza aprirla, e si precipitò su per gli scalini, suonando poi energicamente il campanello. Mentre il suono riecheggiava con insistenza all’interno, provò ad abbassare la maniglia. La porta non era chiusa a chiave e si spalancò.

— Martha… dove siete? — gridò. — Siete qui?

Richiuse la porta e tese l’orecchio. Si udiva soltanto il ticchettare di un orologio. Poi sentì dei singhiozzi soffocati provenire dal soggiorno. Martha era sdraiata sul divano, e le sue spalle si scuotevano in un pianto disperato, incontrollato. Un giornale giaceva sul pavimento, lì accanto.

— Mi ha chiamato Ulla. Ero rimasto in laboratorio tutta la notte — disse Ove. — Avevate una voce così disperata al telefono, che Ulla ha perso la testa. Sono venuto subito. Che succede?

Poi vide la prima pagina del giornale e capì. Si chinò a raccoglierla e guardò la foto che riempiva quasi completamente il foglio. Mostrava un veicolo di forma ovale, grande quanto una piccola auto, che se ne stava sospeso alcuni metri sopra una folla di gente intenta a guardare a bocca aperta. Una ragazza sorridente salutava agitando la mano dal piccolo abitacolo; e davanti, tra i due fari, spiccava chiaramente la parola Honda. Il veicolo non mostrava mezzi di propulsione evidenti. Il titolo diceva: I GIAPPONESI ANNUNCIANO LA SCOPERTA DELLO SCOOTER A GRAVITÀ, e più SOTTO: IL NUOVO PRINCIPIO RIVOLUZIONERÀ I SISTEMI DI TRASPORTO.

Martha si era levata a sedere, ora, e si tamponava gli occhi col fazzoletto bagnato. La faccia era gonfia e arrossata; i capelli spettinati.

— Avevo preso un sonnifero — disse, mentre le parole le uscivano a fatica di bocca. — Ho dormito per dodici ore, senza sentire la radio, niente. Mentre mi preparavo la colazione, ho dato un’occhiata al giornale. E lì… — La voce le si spezzò e poté solo indicare col dito. Ove annuì stancamente e si lasciò cadere su una poltrona.

— È vero? — domandò lei. — I giapponesi hanno la propulsione Daleth?

Lui annuì di nuovo.

Martha portò le mani al viso, affondando le unghie nella carne, e gridò:

— Sprecati! Tutti morti per niente! I giapponesi sapevano già tutto sull’effetto Daleth. L’avevano rubato! Nils e gli altri sono morti per niente!

— Calmatevi! — disse Ove, protendendosi e afferrandola per le spalle, mentre lei tremava tutta, in un’agonia di dolore. — Le lacrime non possono farlo tornare, né lui né gli altri.

— Tutte quelle misure di sicurezza… inutili… Il segreto è trapelato…

— Sono state le misure di sicurezza a ucciderli — disse Ove, con voce squallida come una notte d’inverno. — Uno spreco stupido, infinitamente stupido!

L’amarezza delle sue parole fece quello che la compassione non riusciva a fare: raggiunse Martha, la scosse. — Che cosa volete dire? — gridò, asciugandosi gli occhi col dorso della mano.

— Quello che ho detto. — Ove guardò il giornale con odio profondo, poi lo calpestò. — Non avevamo alcun segreto eterno, solo eravamo in anticipo sugli altri. Arnie e io cercammo di farlo capire a quelli del servizio di sicurezza, ma loro non hanno voluto sentire ragione. Evidentemente soltanto Nils e i suoi ufficiali sapevano delle cariche di esplosivo sulla nave. Se Arnie o io avessimo saputo, avremmo sollevato un putiferio e ci saremmo rifiutati di partire. È stato uno spreco di vite, una stupidità criminale!

— Che dite? — Martha era agghiacciata dalle sue parole.

— Soltanto questo. Solo gli uomini politici e gli agenti dei servizi di sicurezza credono nei Segreti con la S maiuscola. E forse i lettori di romanzi di spionaggio che parlano di immaginarie formule rubate. Ma madre natura non ha segreti. Tutto è lì, all’aperto, e lo si può vedere. Anche se a volte la risposta è complessa, oppure se bisogna saper dove cercare, per trovarla. Arnie se ne rendeva conto, e questa è una delle ragioni per cui aveva affidato la sua scoperta alla Danimarca. Qui poteva essere sviluppata più rapidamente perché noi possediamo il macchinario industriale pesante necessario a costruire la propulsione Daleth. Ma era solo questione di tempo; poi tutti ci avrebbero raggiunto. Una volta sentito che esisteva un effetto Daleth, avrebbero saputo esattamente ciò che dovevano cercare. Avevamo due cose in nostro favore. Parecchi scienziati di diverse parti del mondo sapevano che Arnie stava compiendo ricerche sulla gravità, erano in corrispondenza con lui e leggevano ciò che pubblicava nelle riviste scientifiche sui risultati dei suoi studi. Ma non sapevano un particolare: che esisteva un errore di impostazione. Lui se n’era accorto, ma non ha mai avuto il tempo di pubblicarlo. La vera scoperta dell’effetto Daleth è stata fatta attraverso i rilevamenti telemetrici del brillamento solare. I dati ottenuti erano stati distribuiti a tutti i paesi che collaboravano, ed era solo questione di tempo perché il nesso venisse notato. Noi quel tempo l’abbiamo avuto, quasi due anni, e ci ha dato il vantaggio di cui avevamo bisogno.

— Allora gli assassini, le spie…

— Tutto inutile. Il segreto dei servizi di sicurezza è di non lasciare mai sapere alla destra che cosa fa la sinistra. Un’organizzazione segreta cerca di carpire il segreto, mentre laboratori, pure segreti, cercano di elaborarlo. E una volta che tutti questi organismi segretissimi si mettono in movimento, è molto difficile fermarli. Ci sarebbe da ridere, se la cosa non fosse tanto tragica. Ho saputo finalmente l’intera storia… sono rimasto alzato tutta la notte con quelli dei servizi di sicurezza, che me l’hanno raccontata. Lo sapete quanti erano i paesi già avviati alla scoperta della natura dell’effetto Daleth, quando la nave è stata fatta esplodere? Ve lo dico io: cinque! I giapponesi credevano di essere i primi, e hanno chiesto il brevetto internazionale. La loro richiesta è stata respinta da quattro nazioni, perché precedenti richieste di brevetto erano state registrate in quei paesi e tenute segrete dai governi. Due di tali paesi erano la Germania e l’India.

— E gli altri due? — chiese Martha in un soffio, come se già conoscesse la risposta.

— L’America e l’Unione Sovietica.

— No!

— Mi spiace. Mi fa male dirlo, quanto a voi sentirlo. Vostro marito, Arnie, i miei amici e colleghi sono morti nell’esplosione… inutilmente. Perché i paesi che ne hanno causato la morte conoscevano la risposta. Ma poiché quell’informazione era top secret, essi non hanno potuto avvisare le altre organizzazioni o gli uomini di quel settore. Però io non me la sento di biasimarli più di quanto non biasimi il nostro servizio di sicurezza, che ha messo l’esplosivo sulla nave. E neppure ce l’ho con le altre nazioni coinvolte in questo brutto guaio. Si tratta semplicemente di paranoia istituzionalizzata. Tutti gli agenti dei servizi segreti sono uguali, legati al proprio lavoro dalla propria insicurezza e dalle proprie paure. Può darsi che siano patrioti sinceri, ma è la loro malattia che li induce a dimostrare in quel modo il loro patriottismo. Questo tipo di individuo non capirà mai che quando è il tempo delle imbarcazioni a vapore si costruiscono navi a vapore, e quando è giunto il tempo degli aeroplani si costruiscono aerei.

— Non vi capisco. — Martha avrebbe voluto gridare, ma non poteva. Era al di là delle lacrime.

— La storia continua a ripetersi. Durante la seconda guerra mondiale, non appena i giapponesi «sentirono» del radar americano, si misero al lavoro. E svilupparono il magnetron e altre parti vitali, quasi con la stessa rapidità degli americani. Solo i dissidi interni e la mancanza di impianti per la produzione impedirono di realizzarle su un piano pratico. Era l’epoca del radar. E ora… ora è l’epoca del Daleth.

Seguì un lungo silenzio. Una nube passò davanti al sole e la stanza si oscurò. Finalmente Martha parlò. Doveva fare quella domanda.

— E allora, è stato tutto inutile? La loro morte. Completamente inutile?

— No! — Ove esitò e cercò di sorridere, ma non ci riuscì. — Almeno lo spero. Nell’esplosione sono morti uomini di molti paesi. Questa scossa potrebbe risvegliare un po’ di buonsenso nella testa della gente, magari in quella degli uomini politici. Chissà che non decidano di sfruttare la nuova scoperta per il bene comune dell’umanità. Di fare una cosa giusta, una volta tanto, senza litigare e senza trasformare la scoperta in un’arma distruttiva ancora più terribile. Applicato correttamente, l’effetto Daleth potrebbe mutare il mondo in un paradiso. I giapponesi sono andati anche più avanti di noi: hanno eliminato la fonte di potenza separata. Hanno scrutato nella legge di conservazione dell’energia e scoperto che potevano usare l’effetto Daleth come autopropellente. Così, ora viviamo tutti alla periferia della stessa città mondiale. Qualcuno farà fatica ad abituarsi all’idea. Ma il mondo deve unirsi e affrontare la realtà. Chiunque, individuo o nazione, cerchi di usare questa forza in male o per la guerra, dovrà essere immediatamente fermato, per il bene comune. Considerate sotto questo aspetto, quelle morti non sono state inutili. Se riusciremo a imparare qualcosa da un tale sacrificio, forse valeva anche la pena di farlo.

— Riusciremo? — domandò Martha. — Riusciremo davvero a costruire quel mondo che diciamo sempre di volere, ma che sembriamo incapaci di ottenere?

— Dovremo riuscirci, per forza — disse Ove Rasmussen, protendendosi e afferrandole le mani. — Altrimenti moriremo nel tentativo.

Martha rise mestamente.

— Un mondo solo, o niente. Mi sembra di averlo già sentito dire prima d’ora.

La nube passò e il sole splendette di nuovo. Ma in quella casa, nella stanza dove sedevano due persone, c’era un’ombra che non si dissipò.

FINE