/ Language: Italiano / Genre:sf / Series: Mondo maledetto

Mondo maledetto

Harry Harrison

Sul pianeta Pyrrus è in corso una guerra tra gli uomini che lo stanno colonizzando e gli originari abitanti: sembra quasi che tutta la flora e la fauna di Pyrrus sia in lotta contro i coloni. È in questa fase che si inseriscono le avventure di Jason DinAlt, giocatore professionista con poteri paranormali, che con la sua intelligenza e il suo coraggio riuscirà a far cessare la guerra.

Harry Harrison

Mondo maledetto

(Death World, 1960)

Traduzione di Mario Federici

1

Con un leggero fruscio, il tubo pneumatico lasciò cadere la capsula contenente un messaggio. Il campanello squillò una volta, e tacque. Jason dinAlt fissò la capsula come se fosse stata una bomba a orologeria.

Qualcosa non andava per il verso giusto. Sentì che la tensione, dentro di lui, formava come un nodo soffocante. Quello non era un memorandum qualsiasi di servizio, o una comunicazione dell’albergo, ma un messaggio personale, sigillato. Eppure, sul pianeta non conosceva anima viva; era arrivato da meno di otto ore. Poiché, cambiando astronave l’ultima volta, aveva cambiato anche di nome, nessuno poteva rivolgerglisi. Eppure, la capsula era lì.

Strappando il sigillo con l’unghia del pollice, tolse il coperchio. Il registratore inserito nella capsula sottile come una matita dava alla voce un tono metallico, irriconoscibile.

— Kerk Pyrrus gradirebbe incontrare dinAlt. Aspetta nel vestibolo.

Era un guaio, ma non poteva evitarlo. Forse lo sconosciuto era inoffensivo; un commesso viaggiatore, magari, o si trattava di un errore di identificazione. Ciò nonostante, Jason sistemò con attenzione la pistola dietro un cuscino del divano, togliendo la sicurezza. Impossibile prevedere come andavano a finire faccende simili. Comunicò al bureau di lasciar passare il visitatore. Quando la porta si aperse, Jason era allungato su un angolo del divano, e sorseggiava una bibita.

Un ex lottatore. Fu quello il primo pensiero di Jason, quando l’individuo entrò. Pyrrus sembrava una roccia, con il corpo scolpito in lastroni di muscoli. Gli abiti, grigi come i capelli, avevano un taglio tanto comune da sembrare quasi una divisa. All’avambraccio era assicurata una fondina, consunta, da cui sporgeva la canna di un’arma.

— Siete dinAlt, il giocatore — esclamò lo sconosciuto senza preamboli. — Ho una proposta da farvi.

Jason lo fissò di sopra il bicchiere. Era un poliziotto oppure uno dei concorrenti; e non voleva aver niente a che fare né con l’uno né con gli altri. Desiderava saperne molto di più, prima di immischiarsi in un affare qualsiasi.

— Mi spiace, amico, sorrise Jason — ma avete sbagliato. Quando gioco pare che aiuti il banco, piuttosto che me. Dunque…

— Piantamola — interruppe Kerk. — Siete dinAlt, e siete anche Borel. Se volete che faccia altri nomi, vi citerò il pianeta di Mahaut la Nebula Casino 2 e molti altri. Ho una proposta che sarà utile a tutti e due, e farete meglio ad ascoltarla.

Quei nomi non provocarono il minimo mutamento nel sorriso di Jason.

Ma il suo corpo era teso, in guardia. Kerk conosceva faccende di cui avrebbe dovuto essere all’oscuro. Era ora di cambiare discorso.

— È un mezzo cannone, quello che avete lì… — disse Jason. — Le pistole mi innervosiscono. Vi sarei grato, se la toglieste.

Kerk guardò l’arma con una smorfia, come se la vedesse per la prima volta. — No. Non la tolgo mai. — Pareva un po’ irritato del suggerimento.

I preliminari erano terminati. Jason doveva prendere l’iniziativa, se voleva uscir vivo dalla faccenda. Mentre si protendeva in avanti per appoggiare il bicchiere sul tavolino, l’altra sua mano scivolò, con naturalezza, dietro il cuscino. Toccava già il calcio dell’arma, quando disse:

— Temo che dovrò insistere. Mi sento sempre a disagio, con gente armata. — Intanto, estrasse la pistola. Una mossa svelta, scorrevole.

Avrebbe potuto muoversi con tutta calma; sarebbe stato lo stesso. Kerk rimase immobile, mentre la pistola compariva e gli veniva puntata contro.

Non si mosse, sino allo ultimo. Quando lo fece, fu in un lampo. A un tratto, la sua arma puntò fra gli occhi di Jason. Era enorme, pesante, con un foro che sembrava un pozzo, e mostrava tracce abbondanti d’uso.

Jason comprese che al minimo gesto sarebbe morto. Abbassò il braccio con cautela, irritato di essere ricorso alla violenza. Kerk rimise la pistola nel fodero. — Basta così — disse. — Passiamo agli affari.

Jason riprese il bicchiere e inghiottì un buon sorso, dominandosi. Era la prima volta che qualcuno riusciva a batterlo sul tempo. — Non ho intenzione di dedicarmi agli affari — rispose in tono aspro. — Sono venuto a Cassylia per una vacanza.

— Piantiamola di scherzare, dinAlt — ribatté Kerk. — Non avete mai fatto un lavoro onesto in tutta la vita, voi. Siete un giocatore di professione, ed è per questo che sono qui.

Jason represse la collera, e buttò la sua pistola all’altra estremità del divano, per non esser tentato di rischiare il suicidio. S’era sentito sicuro che nessuno lo conoscesse, su Cassylia, e aveva progettato un gran colpo al Casino. Ma quella specie di lottatore sembrava sapere tutto. Che prendesse la iniziativa, per un po’; avrebbe visto dove mirava.

— Va bene. Cosa volete?

Kerk si abbandonò in una poltrona che scricchiolò in modo allarmante.

Da una tasca estrasse una busta. Ne lasciò cadere sul tavolo una manciata di banconote galattiche, fruscianti.

Jason si rizzò di scatto. — Cosa sono… false?

— Affatto — spiegò Kerk. — Le ho ritirate in banca. Sono ventisette, per l’esattezza… ventisette milioni di crediti. Voglio che li usiate stasera, quando andrete al Casinò. Giocateli, e vincete.

Parevano buone davvero. Jason le tastò, pensoso, osservando Kerk. — Non so che intenzioni avete — esclamò. — Ma vi renderete conto che non posso dar garanzie. Io gioco… ma non vinco sempre.

— Voi giocate… e vincete, se volete — ribatté Kerk. — Abbiamo controllato a fondo.

— Se intendete dire che io baro… — Jason si dominò ancora una volta.

Irritarsi sarebbe stato inutile.

Kerk continuò, con voce uguale: — Può darsi non lo chiamiate «barare»…. Francamente a me non importa. Per quello che m’interessa, potete anche riempirvi le maniche di assi e le scarpe di elettrocalamite.

Non sono qui per discutere. — Fece una breve pausa.

— Abbiamo lavorato sodo, per ammassare questi soldi…. ma non bastano ancora. Per essere precisi, ci occorrono tre miliardi di crediti. L’unico modo per ottenerli è giocare.

— E io cosa ci guadagno? — domandò freddamente Jason.

— Tutto quello che supererà i tre miliardi dovrebbe bastare. Non rischiate danaro vostro.

— E se perdo?

Kerk rifletté un momento.

— Sì, potrebbe darsi. Non ci avevo pensato.

Infine, parve decidersi. — Perdere… be’, immagino che dovremo rischiare. Comunque, credo che vi ucciderei. Quelli che sono morti per procurare i ventisette milioni non meritano di meno. — Lo disse con calma, in tono più riflessivo che di minaccia.

Alzandosi, Jason riempì di nuovo il suo bicchiere, e ne offerse uno a Kerk, che l’accettò con un cenno di ringraziamento. Fece qualche passo avanti e indietro. La proposta l’irritava eppure, nello stesso tempo, era affascinante. Era un giocatore; quel discorso era per lui come la droga per un cocainomane.

Vincere o perdere… vivere o morire… come poteva rifiutare l’opportunità di giocare una somma simile! Si voltò di scatto, puntando un dito contro il colosso sprofondato nella poltrona.

— Accetto. Ma pongo qualche condizione, però. Voglio sapere chi siete, e chi sono quelli di cui parlate. E di dove sono venuti i soldi… scottano?

Kerk vuotò di nuovo il bicchiere. — Rubati? No, il contrario. Ci sono voluti due anni di lavoro in miniera, per averli. Il minerale è stato scavato a Pyrrus, e venduto qui a Cassylia. Potrete controllare senza fatica. L’ho venduto io. Sono l’ambasciatore di Pyrrus su questo pianeta. — Sorrise. — Non che ciò significhi molto… rappresento almeno sei altri pianeti. La diplomazia è utile, quando si vuol concludere qualche affaretto.

Jason lo fissò. Sui pianeti di frontiera, se ne sentivano di tutti i colori, e quella poteva essere la verità. Non aveva mai sentito parlare di Pyrrus ma ciò non significava molto. Nell’universo abitato c’erano più di trentamila pianeti noti.

— Controllerò — ammise. Se è vero, potremo combinare. Domani…

— No — rispose Kerk. — Il danaro dev’essere vinto stanotte. Ho già firmato un assegno per questi ventisette milioni; sarà protestato, se non depositiamo i fondi a copertura prima di mezzogiorno.

La faccenda diventava sempre più assurda. Jason guardò l’ora. Gli rimaneva ancora abbastanza tempo per accertarsi se Kerk mentiva. — E va bene, sarà per stanotte — disse. — Soltanto, mi occorre un biglietto, per verificare.

Kerk si alzò. — Prendeteli tutti. Non vi rivedrò sin dopo la vincita. Sarò al Casinò, naturalmente, ma non mi riconoscerete. Sarà molto meglio che nessuno sappia da dove viene il danaro, o quanto ne avete.

Poi uscì dopo aver stretto la mano di Jason come in una morsa. Jason rimase solo. Stringendo fra le dita le banconote, a ventaglio, guardò fisso l’oro e il seppia dell’incisione, sforzandosi di comprenderne la verità.

Ventisette milioni! Cosa avrebbe potuto impedirgli di scomparire con il danaro?

Pyrrus, il gigante che si chiamava come il pianeta da cui proveniva, era un idiota. Oppure sapeva quello che faceva…? Da com’era andato il loro incontro, pareva probabile.

Dopo aver infilato una minuscola pistola nel fodero sotto l’ascella, uscì, intascando i soldi.

2

Il cassiere elettronico, in Banca, appena «vide» una delle banconote gli indicò, accendendo un pannello luminoso, di recarsi dal vicepresidente Wain. Wain, quando guardò il malloppo, impallidì.

— Volete… depositarli qui? — domandò.

— Non oggi — rispose Jason. — Mi sono stati pagati a saldo di un debito.

Vorreste controllare se sono autentici, per favore, e cambiarmeli? Gradirei banconote di piccolo taglio.

Aveva le tasche interne della giacca rigonfie, quando uscì. Il danaro era buono, e gli pareva di essere una Zecca ambulante. Era la prima volta, e avere con sé una grossa somma lo metteva a disagio. Chiamando con un cenno un elicab di passaggio, si recò subito al Casinò, dove per un po’ sarebbe stato al sicuro.

Il Cassylia Casinò era il centro d’attrazione dei giocatori di tutte le costellazioni vicine. Jason vi entrava per la prima volta, benché conoscesse bene il tipo di locale. Aveva trascorso quasi tutta la vita, dall’età della ragione, in luoghi come quello, su altri mondi. Erano tutti identici. Gioco e bel mondo, in apparenza; ma, dietro le quinte, tutti i vizi possibili e immaginabili. In teoria le puntate non avevano limite; ma in pratica, quando la «casa» subiva un forte colpo, i giocatori dovevano stare in guardia. Ma Jason non era preoccupato.

La sala da pranzo era quasi deserta, e il maggiordomo si affrettò ad avvicinarsi. Jason era snello, scuro di capelli, e si muoveva con scioltezza, sicuro di sé, più come possessore di grandi ricchezze di famiglia, che come giocatore. L’apparenza era importante, e lui vi badava molto. Pranzò con comodo, mentre la grande sala si riempiva di clienti. Poi impiegò altro tempo guardando il varietà, mentre fumava un lungo sigaro. Quando infine entrò, le sale da gioco, erano già stipate e in piena attività.

Spostandosi adagio, puntò qualche migliaio di crediti. Quasi non badava al gioco; si guardava attorno con attenzione. A quanto sembrava, non c’erano irregolarità, e le macchine non erano truccate. Di solito, non era necessario la percentuale spettante alla casa bastava ad assicurare un guadagno.

Una volta vide Kerk, con la coda dell’occhio, ma non gli badò.

L’ambasciatore perdeva piccole cifre, e pareva nervoso. Probabilmente, aspettava che Jason cominciasse a fare davvero.

Jason si fermò, come sempre, al tavolino dei dadi. Era il modo più semplice per guadagnare qualcosa. Questa notte, se va bene, sbanco il casinò! Era quello il suo segreto: una specie di premonizione che gli consentiva di vincere, e, di tanto in tanto, permetteva il colpo grosso.

Venne la sua volta di tirare, e lanciando i dadi fece un otto. Le scommesse non erano molte, e lui non spinse a fondo contentandosi di evitare i sette. Fece il punto e la mano passò.

Lì seduto, puntando poco per volta, in modo automatico, mentre i dadi giravano attorno, pensò alle sue facoltà. Strano; dopo tanti anni; non sappiamo ancora molto, delle percezioni extrasensoriali. Oggi, è possibile, con l’addestramento, migliorarle; ma non di più.

Si sentiva forte era certo che il danaro che aveva in tasca gli avrebbe dato la piccola spinta aggiuntiva che talvolta lo aiutava a vincere. Con gli occhi semichiusi, raccolse i dadi; lasciò che la sua mente carezzasse i punti incisi nel cubo. Poi li lanciò; era un sette.

Le sue facoltà funzionavano. Meglio di quanto avessero mai fatto. I milioni di crediti avevano aggiunto il loro peso. Vedeva con chiarezza straordinaria, e sentiva di poter dominare i dadi. A un tratto, seppe con certezza la cifra che gli altri giocatori tenevano nel portafoglio, «vide» le carte che quelli che si trovavano alle sue spalle avevano in mano.

Adagio, con attenzione puntò.

Manovrava i dadi senza sforzo: rotolavano, fermandosi al momento giusto, come cani ben addestrati. Impiegò quasi due ore, per ammucchiare sul tavolo settecentomila crediti. Si concentrava sulla psicologia dei giocatori, e teneva d’occhio il rappresentante del casinò; a un certo punto, vide che quello, con un cenno segnalava che le vincite cominciavano a farsi forti. Aspettò che uno scagnozzo si avvicinasse con indifferenza poi puntò tutto, e lanciò i dadi con aria ispirata, perdendo. Lo scagnozzo sorrise, il croupier si rilassò… e con la coda dell’occhio Jason vide che Kerk diventava scarlatto.

Pallido, madido di sudore, percorso da un tremito leggero, Jason sbottonò la giacca, e ne tolse una busta piena di banconote. Rompendo il sigillo, ne lasciò cadere due sul tavolo.

— Si potrebbe giocare a puntata libera? — domandò. — Mi piacerebbe ricuperare un po’ di soldi.

Il croupier faticava a dominarsi, adesso. Rivolse un’occhiata al sorvegliante che mormorò un rapido sì. Avevano trovato un pollo e intendevano ripulirlo. Per tutta la sera, aveva attinto al portafoglio; adesso apriva una busta nuova, per cercare di ricuperare quello che aveva perduto.

Una busta gonfia, anche, e probabilmente con danaro non suo… Non che alla casa interessasse. Il gioco continuò senza il minimo sospetto.

Proprio quello era il desiderio di Jason. Doveva realizzare forti vincite prima che il casinò si rendesse conto che avrebbe anche potuto perdere.

Poi la situazione si sarebbe fatta delicata, e lui voleva ritardare quel momento il più possibile. Sarebbe stato difficile, da allora, vincere e le facoltà psicosensoriali potevano scomparire com’erano venute. Non sarebbe stata la prima volta.

Giocava contro il banco, ora: i due che lo imitavano erano evidentemente specchietti per allodole e una folla s’era accalcata attorno.

Dopo alcune fasi alterne, Jason imbroccò una serie buona e il mucchio dei gettoni d’oro continuò a crescere. Aveva davanti quasi un miliardo. I dadi non lo tradivano, benché fosse madido di sudore per lo sforzo. Puntando tutto in una volta, tese la mano. Ma il croupier lo precedette, togliendogli i dadi.

— La casa chiede dadi nuovi — esclamò con voce atona.

Jason si asciugò le mani, lieto di quell’attimo di sollievo. Era la terza volta che cambiavano i dadi, nel tentativo di interrompere la serie fortunata. Il funzionario del casinò ne tolse dalla borsa un paio nuovo, a caso. Lacerandone l’involucro di plastica, li lanciò verso Jason. Si fermarono sul sette, e Jason sorrise.

Quando li prese in mano, il sorriso svanì adagio. Il dadi erano levigati lavorati con cura di peso identico su ogni lato… ed erano truccati.

Il pigmento che segnava i punti sulle facce di ogni dado, su cinque facce era un composto metallico qualsiasi, probabilmente a base di piombo.

Sulla sesta faccia, era a base di ossidi ferrosi. I dadi avrebbero rotolato in modo normale, a meno che non incontrassero un campo magnetico… il che significava che tutta la superficie del tavolo poteva essere magnetizzata.

Jason non avrebbe mai potuto notare la differenza, se non avesse osservato mentalmente i dadi. Ma cosa poteva fare?

Agitandoli adagio, si guardò attorno. Vide quello che cercava. Un portacenere, calamitato alla base, per poterlo fermare all’orlo metallico del tavolo. Jason smise di agitare la mano, e guardò i dadi, perplesso, poi tese il braccio e prese il portacenere. Ne appoggiò la base alla mano.

Quando lo rialzò, tutti gli spettatori emisero un’esclamazione di meraviglia. I dadi erano attaccati all’arnese.

— E voi li chiamate dadi onesti? — domandò.

L’uomo che aveva presentato i dadi portò la mano verso la tasca posteriore, con un gesto rapido. Jason fu l’unico a vedere cosa accadde in seguito. Fissava quella mano, con le dita che sfioravano l’impugnatura della pistola. Mentre lo scagnozzo frugava in tasca, un’altra mano si tese, dalla folla che gli stava dietro. Dalle sue dimensioni, poteva appartenere a un individuo soltanto. Il pollice e l’indice, enormi, si strinsero attorno al polso del sicario, poi scomparvero. L’uomo gridò e alzò il braccio con la mano che penzolava come un cencio dalle ossa spezzate del polso.

Protetto così ai fianchi, Jason poteva proseguire. — I dadi vecchi, se non vi spiace — esclamò con calma.

Il croupier, stordito, glieli porse. Jason agitò la mano. Prima che toccassero il tavolo, si accorse che non riusciva a controllarli… la capacità extrasensoriale era svanita.

I due cubi rotolarono, faccia su faccia. E si fermarono sul sette.

Contando i gettoni mentre glieli spingevano davanti, arrivò a un po’

meno di due miliardi di crediti. Non erano ancora i tre miliardi che occorrevano a Kerk. Be’, avrebbe dovuto contentarsi. Mentre tendeva la mano, colse dall’altra parte del tavolo un’occhiata di Kerk che scuoteva la testa. No.

— Un altro colpo — disse Jason in tono stanco.

Alitò sui dadi, li pulì sulla manica e si domandò come avesse potuto arrivare a un punto simile. Miliardi puntati su due dadi! Rappresentavano il bilancio annuale di un pianeta! Soltanto il fatto che il governo incassava un interesse sulle puntate rendeva possibile un gioco tanto alto. Agitò e agitò e agitò il pugno, cercando di ricuperare il controllo extrasensoriale, ma senza riuscirvi… poi mollò di colpo.

Tutto s’era fermato, nel casinò, e una quantità di gente era salita in piedi sui tavoli e sulle sedie, a guardare. Si sarebbe sentita volare una mosca. I dadi rimbalzarono dalla tavola di fondo con un rumore forte, e rotolarono sulla stoffa verde.

Cinque e uno. Sei. Non era finita… Riprendendo i dadi, Jason mormorò gli scongiuri portafortuna, sottovoce, e lanciò ancora.

Occorsero cinque lanci, per ottenere il sei. Ma aveva vinto!

La folla fece eco al suo sospirò, e tutti alzarono la voce. Lui avrebbe voluto fermarsi ancora, ma sapeva che era impossibile. Vincere era stata soltanto una parte dell’impresa… dovevano andarsene con il danaro, adesso. Nessuno doveva avere sospetti. Un cameriere passava con un vassoio carico. Jason lo fermò, infilandogli una banconota da cento crediti in tasca.

— Pago io — gridò, togliendogli di mano il vassoio. I bicchieri furono vuotati in fretta, fra esclamazioni di augurio, e Jason ammucchiò i gettoni sul vassoio. Era stracarico; ma in quel momento comparve Kerk, con un secondo vassoio.

— Sarò lieto di aiutarvi, se me lo permettete, signore — esclamò.

Jason lo fissò e acconsentì ridendo. Era la prima volta che lo guardava con attenzione, al casinò. Indossava una specie di pigiama scarlatto, ampio, su una pinguedine truccata. Le maniche erano lunghe e rigonfie, e lo facevano sembrare grasso, piuttosto che robusto. Un travestimento semplice, ma efficace.

Portando con cautela i vassoi colmi, circondati da una folla eccitata, si diressero alla cassa. Vi si trovava il direttore in persona, e si sforzava di sorridere.

— Non potreste tornare domattina? — domandò. — Temo che non abbiamo tanto liquido, a portata di mano.

— Cosa c’è? — gridò allora Kerk — cercate di non pagare? Vi siete presi subito i miei soldi, quando ho perso…. adesso tocca a voi!

I presenti, sempre lieti di vedere il casinò in perdita, mormorarono, assentendo. Jason chiuse la questione, esclamando: — Sarò ragionevole.

Datemi tutto il liquido che avete, e accetterò un assegno per la rimanenza.

Non c’era via di scampo. Sotto gli occhi della folla, il direttore riempì una grossa busta di banconote, e compilò un assegno. Jason vi diede un’occhiata svelta, poi l’infilò in una tasca interna. Con la busta sotto un braccio seguì Kerk verso l’uscita.

Per via della folla, non ebbero incidenti, in sala; ma appena raggiunsero l’uscita laterale, due individui si fecero avanti, bloccandoli.

— Un momento — disse uno. Non poté terminare la frase; Kerk li urtò, senza rallentare di un passo, e i due furono buttati indietro come birilli. In un attimo, Kerk e Jason si trovarono all’aperto.

— Al parcheggio — disse Kerk. — Ho là la macchina.

Quando svoltarono l’angolo, un’automobile si lanciò contro di loro.

Prima che Jason potesse estrarre l’arma dal fodero, Kerk l’aveva preceduto.

Alzò il braccio e la pistola gli comparve in mano. Il primo colpo uccise il guidatore, e la macchina sbandò, schiantandosi. Altri due sicari che si trovavano all’interno morirono uscendone mentre le loro armi cadevano a terra.

Poi, non ebbero altri guai. Kerk si allontanò velocemente.

— Quando avrete un momento libero — disse Jason — dovrete farmi vedere come funziona quel fodero.

— Già, il primo momento libero — rispose Kerk.

3

L’edificio davanti a cui si fermarono era fra i migliori di Cassylia.

Durante il percorso, Jason aveva contato il danaro, separando la parte che gli spettava. Quasi sedici milioni di crediti. Pareva irreale. Quando uscirono dall’auto, diede il resto a Kerk.

Una voce metallica, di magnetofono, risuonò dalla porta dell’edificio. — Sua Eccellenza Ellus si è ritirato per la notte. Siete pregati di tornare domattina…

La voce si interruppe, mentre Kerk spalancava l’uscio con una spinta, quasi senza sforzo. Entrando, Jason guardò i frammenti metallici contorti che penzolavano dalla serratura, sbalordito. Constatare che il suo compagno aveva una forza simile l’irritava, affascinandolo nello stesso tempo. Decise che non l’avrebbe lasciato, sin quando non avesse saputo qualcosa in più di lui, e del suo pianeta.

Sua Eccellenza Ellus era vecchio, quasi calvo, e in collera. Ma smise subito di lamentarsi, quando Kerk gli buttò i soldi sul tavolo.

— È già cominciato il carico dell’astronave, Ellus? Qui c’è la somma promessa.

Ellus tastò le banconote un attimo, prima di rispondere. — L’astronave…

ma certo, naturalmente. Abbiamo iniziato il carico quando ci avete consegnato la caparra. Vi prego di scusare la mia confusione… non trattiamo mai affari tanto importanti in danaro liquido.

— È il sistema che mi piace — rispose Kerk. — Qui c’è il saldo. Che ne direste di una ricevuta?

Ellus la compilò prima di rimettersi dallo sbalordimento. La strinse fra le dita, guardando i tre miliardi che aveva davanti. Sentite… non posso accettarli adesso. Dovrete tornare domattina, alla banca. È l’uso — affermò.

Kerk tese una mano, e prese la ricevuta. — Grazie — rispose. — Domani mattina, non sarò qui… Se non vi sentite tranquillo, vi consiglio di chiamare qualche guardia…

Mentre uscivano, Ellus formava con gesti frenetici una serie di numeri al quadrante del videofono. Prima che Jason potesse rivolgergli qualsiasi domanda, Kerk esclamò: — Immagino che sia vostra intenzione godervi in pace i milioni che avete in tasca. Quindi ho prenotato due posti su un’astronave interplanetaria. — Guardò l’ora. — Ci rimangono circa due ore, dunque non c’è fretta. Ho fame; troviamoci un ristorante. Spero che non abbiate lasciato niente di importante, all’albergo. Tornare là sarebbe sconsigliabile.

— Oh non c’è niente che varrebbe la mia pelle… — rispose Jason. — Ma vorrei farvi qualche domanda.

Percorsero alcuni giri viziosi, per accertarsi che nessuno li seguisse.

Kerk infilò la macchina su una piattaforma di carico, all’ombra, dove l’abbandonarono. — Potremo sempre procurarcene un’altra — assicurò. — Più indietro, ho visto un ristorante.

Le sagome enormi dei grandi autocarri da trasporto intercontinentale riempivano il parcheggio. Si fecero strada fra le ruote altissime, entrando nel ristornate caldo e rumoroso. Né gli autisti, né i pochi operai che facevano la prima colazione badarono a loro, quando scelsero uno scompartimento riservato sul fondo del locale e premendo alcuni bottoni ordinarono un pranzo.

Kerk mise in bocca un boccone di carne. — Dite pure — incitò. — Io mi sento già meglio.

— Cos’avete nell’astronave? Per che razza di carico ho rischiato lo pelle?

— Credevo che la rischiaste per i soldi — ribatté Kerk. — Ma state tranquillo, era una buona causa. Quel carico rappresenta la salvezza per un pianeta. Armi, munizioni, esplosivi, mine, eccetera.

Per poco, un boccone non soffocò Jason. — Armi… Cos’è, state finanziando una guerra privata? E come potete parlare di salvezza, con merce simile? Non ditemi che serve per la pace!

Il gigante lo fissò con lo sguardo che Jason ben conosceva, dal primo incontro. — No, invece… Pace sarebbe la parola adatta. Perché è quello, che vogliamo. Vivere in pace e basta. E non sono uomini i nostri nemici?

Jason spinse indietro il piatto con un gesto di collera. — Parlate per indovinelli — esclamò. — Le vostre sono frasi senza senso.

— Tutt’altro — ribatté ancora Kerk. — Ma soltanto per un pianeta, nell’universo. Cosa sapete su Pyrrus?

— Niente del tutto.

Kerk tacque un istante. Poi si riscosse.

— Pyrrus non è l’ambiente adatto, per l’uomo… eppure ci abitiamo da quasi trecento anni, ormai. La durata media della vita del mio popolo è di sedici anni. La mortalità infantile è elevatissima. Pyrrus è tutto il contrario di quanto l’uomo può chiedere all’ambiente. La temperatura può variare ogni giorno da livelli tropicali a livelli artici. Il clima… be’, dovreste provarlo, per crederci. Assolutamente fuori del comune.

— Mi fate paura — rispose Jason in tono asciutto. — Cos’avete, reazioni al metano o al cloro? Sono già stato su pianeti che…

Kerk picchiò la mano sul tavolo. I piatti sobbalzarono. — Reazioni — brontolò. — Sembrano sciocchezze, in laboratorio, ma pensatele su scala cosmica! L’acqua, per esempio, e l’ossigeno…

— Acqua e ossigeno — interruppe Jason. — Vi riferite alla Terra o a un pianeta come Cassylia? Assurdo!

— Per niente. Perché siete nato in questo ambiente, voi lo accettate come normale. Vi sembra logico che i metalli si corrodano che le coste cambino forma, e che i temporali disturbino le comunicazioni. Roba di tutti i giorni, vero? Su Pyrrus tali fenomeni sono elevatissimi, sono elevati all’ennesima potenza. Il mio pianeta ha un’inclinazione di quasi 42°, e fra stagione e stagione c’è una diversità enorme di temperatura… che provoca mutamenti continui della calotta artica. La sua fusione è un fenomeno impressionante, a dir poco.

— Se non c’è altro — disse Jason — non vedrei perché…

— No, è soltanto il principio. I mari forniscono vapore ai fenomeni meteorologici, e hanno maree sbalorditive. Pyrrus ha due satelliti, Samas e Bessos; a intervalli, si congiungono provocando maree alte trenta metri.

Fin quando non avrete visto una marea simile coprire un vulcano in eruzione, non avrete visto niente.

— Sono stati gli elementi di grande peso atomico, che ci hanno portati su Pyrrus — proseguì Kerk — e questi stessi elementi mantengono il pianeta in stato di ebollizione. Nelle immediate vicinanze, su scala cosmica, abbiamo avuto almeno tredici supernove. Ecco perché esiste Pyrrus, dove gli elementi radioattivi sono rinchiusi nel nucleo del pianeta, circondati da strati di elementi più leggeri. Ed ecco perché l’attività vulcanica è incessante, mentre il plasma fuso si apre una strada verso la superficie. Ma lo sfruttamento minerario può essere compiuto soltanto da una colonia autosufficiente.

Per la prima, volta, Jason taceva, sforzandosi di immaginare la vita su un pianeta sempre in lotta con se stesso.

— Ho lasciato il meglio per ultimo — concluse Kerk. — Adesso che avete un’idea dell’ambiente, pensate alle forme vitali che lo popolano! Piante e animali su Pyrrus sono eccezionali. Combattono l’ambiente, e si combattono fra loro. Migliaia di secoli di selezione genetica hanno prodotto mostri che darebbero incubi anche a un cervello elettronico.

Coperti da corazze ossee, velenosi, muniti di artigli e di zanne… Così è tutto quello che si muove su Pyrrus, o che anche, semplicemente, vi vegeta. Mai vista una pianta con le zanne… e che morde? Non credo che possiate desiderarlo. Su Pyrrus, morireste entro pochi secondi, appena uscito dall’astronave. Anch’io dovrò frequentare un corso di aggiornamento, prima di lasciare lo spazioporto. La lotta incessante per sopravvivere produce mutamenti continui nelle forme vitali. Morire è facile, da noi; ma sarebbe troppo lungo elencarne tutti i modi.

Era chiaro che Kerk si sentisse infelice. Dopo qualche attimo di riflessione tornò a dedicare la sua attenzione al piatto. Poi concluse — Forse, non c’è motivo, per cui dobbiamo continuare a combattere quella guerra interminabile: ma Pyrrus è casa nostra. — Agitò una mano. — Contentatevi di essere uno di fuori, e di non essere costretto a venirci.

— È qui, che sbagliate — disse Jason nel tono più calmo possibile. — Mi capite? Vengo con voi.

4

— Sciocchezze — ribatté Kerk, ordinando un’altra bistecca. — Ci sono modi molto più semplici, per suicidarsi. Non vi rendete conto che con il danaro che avete in tasca, potrete passare tutta la vita dove vorrete? Pyrrus non è un pianeta panoramico per turisti. Non posso permettervi di accompagnarmi.

Jason mostrava la sua irritazione soltanto con l’impassibilità del volto e la calma della voce. — Non tocca a voi dirmi quello che posso o non posso fare, Kerk. Siete grande e grosso, ma non mi fate da balia. Potrete impedirmi di venire su Pyrrus con la vostra astronave ma riuscirò ad arrivarci in qualche altro modo. E non ditemi che voglio vedere il pianeta per godermi il panorama, se non conoscete i miei veri motivi.

Non tentò di spiegarli; se ne rendeva conto soltanto in parte, ed erano personali. Più viaggiava, più tutto gli sembrava identico. I vecchi pianeti civilizzati sprofondavano nella banalità. I mondi di frontiera parevano accampamenti temporanei in una foresta. Jason non aveva ancora trovato il mondo che gli piacesse; ecco tutto. Sin quando non aveva conosciuto Kerk, nessuno l’aveva costretto a riconoscere la sua superiorità; ora Jason non avrebbe più trovato pace, sin quando non avesse visto Pyrrus di persona. A costo di morirci.

Ma Kerk avrebbe capito più facilmente altri motivi.

— Non vi parlerò di un debito morale verso di me, che vi ho procurato il danaro di cui avevate bisogno. Ma come farete la prossima volta? È probabile che prima o poi abbiate altre necessità. Non vi converrà avere me a disposizione, che conoscete, piuttosto che dover escogitare un progetto nuovo e forse poco sicuro?

Kerk rifletté masticando. — Non avete tutti i torti. E debbo ammettere che non ci avevo pensato. Noi di Pyrrus non ci occupiamo dell’avvenire.

Restar vivi è già abbastanza difficile. D’accordo… venite pure. Spero che siate ancora vivo, quando avremo bisogno di voi. Come ambasciatore di Pyrrus, vi invito ufficialmente sul nostro pianeta. A spese nostre. A condizione che obbediate a tutte le nostre istruzioni che riguardano la vostra sicurezza personale.

— Accetto — rispose Jason. E si domandò perché dovesse sentirsi contento di firmare la propria sentenza di morte.

— È ora di andare, adesso — concluse Kerk, alzandosi, mentre Jason lo imitava, infilò alcune monete nell’apparecchio automatico per pagare il pranzo. Poi uscirono, a passo svelto.

Senza dubbio, ogni loro mossa era prevista. Da quando avevano lasciato il casinò, li tenevano probabilmente d’occhio e li cercavano in tutto il pianeta. Eppure sino a quel momento non avevano notato la minima traccia di inseguitori. Non era la prima volta che Jason doveva battere la polizia sul tempo; ma non gli era mai capitato che fosse qualcun altro, a dirigerlo in una situazione simile. Kerk affrontava adesso con passo rapido e uguale una scalinata: salirono cinque livelli a quel modo, senza vedere nessuno, prima che Kerk rallentasse.

Jason era orgoglioso delle sue condizioni fisiche; ma la rapida salita, dopo la notte in bianco, lo lasciò quasi senza fiato, e fradicio di sudore.

Kerk invece non mostrava il minimo segno di fatica. Respirava normalmente, come se non avesse corso.

Si trovavano al secondo livello stradale, quando Kerk abbandonò la scala. Mentre sboccavano in strada, un’automobile si fermò accanto al marciapiede, davanti a loro. Jason ebbe il buon senso di non portare la mano alla pistola. Nel preciso istante in cui raggiungevano la macchina, l’autista aperse la portiera, scendendo. Kerk gli passò un foglietto senza dire una parola, e si mise al volante. A Jason rimase appena il tempo di buttarsi dentro, e partivano. Aveva intravisto l’autista soltanto per un attimo; ma dopo aver conosciuto Kerk, era impossibile equivocare sul suo aspetto. Uno di Pyrrus.

— Gli avete dato la ricevuta di Ellus — domandò Jason.

— Logico. Così il carico e l’astronave sono sistemati. Saranno già al sicuro, quando qualcuno riuscirà a rintracciare dov’è finito l’assegno del casinò. Badiamo a noi, dunque. Vi spiegherò il piano in tutti i particolare in modo che non vi saranno sbagli. Potrete farmi domande soltanto quando avrò finito.

Il suo tono di comando era tanto spontaneo che Jason ascoltò senza fare obiezioni. Kerk aveva inserito l’auto nel traffico che si dirigeva verso lo spazioporto, e parlava, guidando senza sforzo.

— Senza dubbio ci cercheranno, in città, ma ormai siamo fuori. Sono sicuro che a Cassylia non hanno piacere di far sapere quanto mancano di spirito sportivo; perciò non incontreremo posti di blocco. Ma lo spazioporto sarà pieno di agenti. Sanno che se il danaro esce dal pianeta è perso per sempre. Dunque, se ci riconoscono là penseranno che l’abbiamo ancora con noi. Ma così l’astronave potrà andarsene tranquillamente.

— Volete dire che faremo da specchietto per le allodole?

— Qualcosa di simile. Ma dal momento che dobbiamo partire da Cassylia a ogni modo, non ci sarà niente di male se useremo la nostra fuga come schermo fumogeno. Ma ascoltatemi. Probabilmente, il cancello principale sarà aperto. Può anche darsi che arriviamo sul campo senza essere riconosciuti; ma ne dubito. Non importa; entreremo, e andremo verso la rampa di decollo. Il Pride of Darkhan, per cui abbiamo i biglietti, suonerà la sirena per avvertire che mancano due minuti alla partenza, e sgancerà la scala; appena saremo ai nostri posti, decollerà. Le guardie, intanto, spareranno; approfitteremo della confusione.

— D’accordo, ammettiamo di arrivare a bordo… E perché non dovrebbero ritardare il decollo, arrestarci e farci fuori?

— Ho detto che l’astronave è il Pride of Darkhan. Cassylia e Darkhan sono pianeti gemelli, e rivali in ogni campo. Meno di duecento anni fa, hanno combattuto una guerra fra loro, che per poco non li distruggeva. Ora mantengono una neutralità armata, che nessuno dei due osa violare.

Appena a bordo, saremo su Darkhan, in pratica. Fra i due pianeti, non esistono accordi per l’estradizione.

Non c’era tempo per dire altro. Kerk uscì dalla corrente principale di traffico, imboccando un ponte segnato Automobili Ufficiali. A Jason, parve di essere nudo, mentre si avvicinavano al cancello.

Era chiuso.

Un’altra automobile si avvicinò dalla direzione opposta, e Kerk rallentò al massimo. Una guardia parlò con chi la guidava, e fece un cenno all’uomo che manovrava il cancello. La barriera si aperse adagio verso l’interno, e Kerk premette a fondo l’acceleratore.

La turbina ululò, le gomme stridettero sull’asfalto e l’auto colpì il cancello. Jason intravide appena le guardie, poi si trovarono a svoltare l’angolo di un edificio. Qualche colpo scoppiò dietro di loro, inutile.

Guidando con una mano sola, frugò il cruscotto, e ne tolse una pistola, gemella della sua. — Adoperate questa — ordinò. — Pallottole esplosive a razzo. Sentirete che colpo! Teneteli a distanza. Così. — Sparò un colpo dal finestrino laterale, e passò l’arma a Jason quasi prima che la pallottola arrivasse a segno. Un autocarro vuoto esplose rombando, proiettando frammenti infuocati sulle automobili che aveva attorno.

Poi, parve una cavalcata da incubo in un manicomio. Kerk guidava con apparente disprezzo della morte; percorsero quasi tutto il campo, lasciandosi dietro un caos fumante. Davanti a loro, si alzò la sagoma snella del Pride of Darkhan.

L’astronave era circondata da un recinto di rete metallica, in omaggio alla sua extraterritorialità. Il cancello era chiuso, guardato da soldati con le armi pronte, in attesa che l’automobile arrivasse a tiro. Kerk non tentò di avvicinarsi; invece, diede al motore la poca potenza che rimaneva, lanciandosi contro il recinto. Jason portò le mani davanti alla faccia, nel momento dell’urto.

Il metallo schiantato stridette, e la rete metallica, elastica, si avvolse attorno all’automobile, senza cedere. Jason si precipitò fuori dell’automobile. — Correte all’astronave! — gridò Kerk.

Superarono la cinta arrampicandosi in fretta; poi corsero. Era inconcepibile che un uomo delle dimensioni di Kerk potesse raggiungere una velocità simile; sembrava trasformato in un carro armato lanciato all’assalto. Jason fece il possibile per tenergli dietro: ma era appena a mezza strada, quando Kerk raggiunse la scaletta. Alcuni inservienti l’avevano già staccata, ma si fermarono sorpresi mentre il colosso ne saliva i gradini a gran velocità.

Appena in alto, si voltò, sparando contro i soldati che si precipitavano dal cancello. Quelli si buttarono a terra, rispondendo al fuoco. Pochi prendevano di mira Jason.

— Grazie — riuscì ad esclamare, appena raggiunse Kerk. Con un salto, entrò nell’astronave, e cadde.

— Cosa diavolo succede, qui? — gridò un ufficiale del Pride of Darkhan.

Si teneva fuori tiro, e li fissava con sguardo duro.

Kerk sfiorò con il pollice la canna dell’arma, e l’infilò nel fodero. — Siamo cittadini di un altro Sistema, e non abbiamo commesso nessun atto criminale. Ma i barbari di Cassylia non gradiscono la compagnia di gente civile. Quindi ci rechiamo a Darkhan… ecco i nostri biglietti… nel cui territorio sovrano ritengo di trovarmi già ora. — L’ultima frase era rivolta all’ufficiale di Cassylia che proprio in quel momento era arrivato in cima alla scala e puntava la sua pistola.

— Fuori di lì, delinquenti! Non ve la caverete tanto facilmente. Uscite con le mani in alto, oppure…

Fu un attimo interminabile. La pistola copriva Kerk e Jason.

Si spostò di un filo, quando l’ufficiale dell’astronave si mosse, poi tornò a minacciare i due. L’ufficiale fece un passo soltanto: ma bastò a portarlo vicino a una scatola rossa incassata nella parete. Con un gesto rapido l’aperse, e posò il pollice sul pulsante che vi si trovava. Sorrise, mostrando tutti i denti. Aveva deciso; ed era stata l’arroganza dell’ufficiale di Cassylia che aveva detto l’ultima parola.

— Tirate un colpo solo in territorio di Darkhan, e premo il pulsante — gridò. — E voi sapete cosa significa… Al primo gesto ostile, tutta la schermatura della pila atomica dell’astronave esploderà, e mezza Cassylia andrà in cenere! — Il sorriso sembrava inciso sul suo volto, e non c’era dubbio che avrebbe fatto quanto minacciava. — Avanti, sparate! Credo che mi farà piacere schiacciare il bottone!

La sirena di decollo ululava; un pannello rosso si accese. Chiudere la camera stagna. Come quattro attori di un dramma, si fissarono ancora un attimo.

Poi l’ufficiale di Cassylia, fremendo di collera si voltò e scese la scala.

— Tutti i passeggeri a bordo. Quarantacinque secondi al decollo.

Sgombrare il campo. — L’ufficiale dell’astronave chiuse il portello rosso; rimase appena tempo per raggiungere le cuccette di accelerazione, prima che il Pride of Darkhan si lanciasse verso il cielo.

5

Quando l’astronave fu in orbita, il comandante mandò a chiamare Kerk e Jason. Kerk raccontò con assoluta franchezza gli avvenimenti; trascurò soltanto di rivelare che Jason era un giocatore di professione. Dipinse con abilità il quadro di due stranieri fortunati che la malvagità di Cassylia voleva privare dei loro guadagni: ciò corrispondeva ai preconcetti del capitano. Per concludere, si congratulò con il proprio ufficiale per il suo comportamento, e preparò un rapporto per il governo di Darkhan.

Il viaggio fu breve. Jason ebbe appena tempo per ricuperare le ore di sonno perdute che già atterravano su Darkhan. Dato che non avevano bagaglio, furono i primi a superare le formalità doganali. Uscirono dall’edificio proprio mentre un’altra astronave atterrava sul campo. Kerk si fermò a guardare, e Jason seguì la direzione dei suoi occhi. La astronave era vecchia, un po’ malconcia. Aveva le forme tozze di un mercantile, ma dallo scafo sporgevano numerosi cannoni di grosso calibro, come da un incrociatore.

— È la vostra naturalmente — esclamò Jason.

Kerk annuì, e si diresse verso lo scafo. Un portello si aperse, mentre si avvicinavano, ma nessuno comparve. Invece, una scaletta pieghevole scese fino a terra. Kerk vi salì, e Jason lo imitò di malumore. Quella segretezza e quell’efficienza spinti al massimo gli sembravano esagerate.

A bordo, furono accolti come c’era da attendersi. Nessuno era ad aspettarli nella camera stagna. Provvide Kerk a chiudere il portello, e i due andarono in cerca di una cuccetta, mentre le sirene ululavano; i reattori entrarono in funzione ruggendo, e Jason fu premuto dall’improvviso aumento di gravità.

Non diminuì come di solito; aumentò, anzi, spremendogli l’aria dai polmoni, e annebbiandogli la vista. Jason urlò, poi svenne.

Quando riprese i sensi, l’astronave filava in caduta libera. Jason tenne gli occhi chiusi. A un tratto, sentì la voce di Kerk. Era vicino alla sua cuccetta.

— È stata colpa mia, Meta. Avrei dovuto avvertirti che avevamo a bordo un passeggero da 1 G. Avresti potuto addolcire un po’ il decollo.

— Non sembra che abbia sofferto molto… Ma cosa fa qui?

Era una voce di donna; ma Jason non ne fu interessato abbastanza da sopportare la fatica di riaprire gli occhi.

— Viene a Pyrrus. Ho cercato di dissuaderlo, naturalmente, ma non ci sono riuscito. Peccato; avrei voluto fare di più, per lui. È quello che ci ha procurato i soldi.

— Oh, è terribile — rispose la ragazza. Perché diamine, si domandò Jason?

— Sarebbe stato meglio, se fosse rimasto a Darkhan — Continuò Meta. — Sembra un tipo simpatico. Peccato che debba morire.

Era troppo. Jason aperse un occhio, poi l’altro. La voce apparteneva a una ragazza di circa ventun anni, che, immobile vicino alla cuccetta, lo fissava. Era bella. Jason sgranò addirittura gli occhi, quando comprese che era molto bella, di una bellezza che non aveva mai incontrato sui pianeti del centro della Galassia. La gravità eccezionale di Pyrrus, che negli uomini si risolveva in un aumento anormale della muscolatura, in lei aveva soltanto rassodato le caratteristiche forme femminili; Meta aveva il corpo di una dea, abbronzato e splendido. I capelli corti le circondavano la testa di una corona d’oro. L’unico particolare poco femminile era la pistola che, come Kerk, la ragazza portava in un fodero assicurato all’avambraccio.

Quando vide che Jason apriva gli occhi, gli sorrise. I suoi denti erano perfetti.

— Sono Meta, pilota di questa astronave. E voi…

— Jason dinAlt. È stato un decollo spaventoso, Meta.

— Mi dispiace davvero — rise lei. — Ma nascere su un pianeta a 2 G rende quasi immuni all’accelerazione. Risparmio carburante, anche, per la curva sinergica…

Kerk brontolò qualche cosa. — Andiamo, Meta, daremo una occhiata al carico. I nuovi aggeggi apriranno una buona breccia, nel perimetro.

— Oh, sì — rispose Meta, felice. — Ho letto le istruzioni; sono fantastici.

Come una ragazzina con un abito nuovo. O una scatola di cioccolatini.

Un bell’atteggiamento, verso le bombe e i lanciafiamme! Jason scese gemendo dalla cuccetta. I due erano usciti, e li seguì dolorante.

Gli ci volle un po’ di tempo, per trovare la stiva. L’astronave era grande, e in apparenza priva di equipaggio. In una cabina, infine, Jason scoperse un individuo addormentato. Lo riconobbe era l’autista che aveva consegnato la macchina a Cassylia. L’uomo si svegliò di scatto. — Da che parte devo prendere, per la stiva? — domandò Jason.

L’altro glielo spiegò, chiuse gli occhi e si riaddormentò subito.

Kerk e Meta avevano aperto alcune casse, e ne osservavano il contenuto, conversando con animazione. Meta, che aveva fra le mani un bidoncino, si voltò mentre Jason entrava.

— Guardate un po’ questo! — esclamò. — Si potrebbe mangiare la polvere che contiene, senza guai; eppure rappresenta la morte immediata, per qualunque vegetale…! — Si interruppe di scatto, accorgendosi che Jason non condivideva la sua gioia. — Scusate. Dimenticavo che non siete nato a Pyrrus.

Prima che Jason potesse rispondere, un altoparlante chiamò la ragazza.

— Ah, devo preparare il Balzo in iperspazio — disse lei. — Venite con me sul ponte di comando; possiamo parlare là. So tanto poco degli altri pianeti che ho mille domande da farvi.

Jason la seguì sul ponte, dove Meta sostituì l’ufficiale di guardia, e cominciò a calcolare la nuova rotta. Sembrava fuori posto fra le macchine; eppure, nessuno avrebbe potuto negare l’efficienza con cui compiva il suo lavoro.

— Meta… non siete un po’ giovine, per pilotare un’astronave intersiderale?

— Davvero…? — Rifletté un momento. — Ho quasi vent’anni. Sono più giovine del normale?

Lui fece per rispondere, poi rise. — Già, dipende dal pianeta da cui provenite. In altri posti, forse non riuscireste neanche a ottenere il brevetto.

Ma dev’essere diverso, su Pyrrus. Lì, magari, vi considerano vecchia.

— Non credo — rispose Meta, mentre inseriva alcuni dati nel cervello elettronico. — Ho già visto qualche vecchia, su altri pianeti. Hanno le rughe, e i capelli grigi. Nessuno a Pyrrus è così.

— Non intendevo «vecchia» in quel senso — spiegò Jason, — ma adulta, matura. Capace di responsabilità.

— Sono tutti maturi, su Pyrrus — ribatté lei. — Almeno da quando escono dai Reparti. E succede quando hanno sei anni… Il mio primo figlio è maturo; e anche il secondo lo sarebbe, ma è morto. Perciò anch’io debbo esserlo, credo.

Parve che per lei la faccenda fosse conclusa, anche se Jason non riuscì a spiegarsi i concetti e le abitudini che quelle parole nascondevano.

Il nastro magnetico che recava le indicazioni di rotta cominciò a uscire dal calcolatore. Meta rivolse di nuovo la sua attenzione a Jason. — Sono contenta che siate a bordo, anche se mi spiace che veniate a Pyrrus. Ma avremo molto tempo, per discorrere. Ho tante domande, da farvi! Sugli altri pianeti… sul perché i loro abitanti agiscono come fanno… — Corrugò la fronte per un attimo. — Com’è il pianeta dove siete nato?

A Jason vennero in mente le solite risposte, ma tacque. Perché mentire?

Per Meta, l’unica differenza stava fra quelli di Pyrrus, e gli altri.

— Il mio pianeta…? Il più stupido, conformista e fossilizzato dell’universo. Voi non potete capire quanto sia putrido un posto che dà importanza alle caste ed è soddisfatto di sé. Nessuno, là, vorrebbe cambiare. Mio padre era agricoltore, e anch’io avrei dovuto esserlo; era impensabile, oltre che proibito, che facessi qualcos’altro. Ho imparato a leggere a quindici anni… su un libro che avevo rubato a una scuola riservata ai nobili. Quando a diciannove anni me la sono filata dal pianeta, su un’astronave da carico, avevo infranto quasi tutte le leggi! Andarmene, per me, era come scappare di prigione.

Meta scosse la testa. — Non riesco ad immaginare un posto simile. Ma sono sicura che non mi piacerebbe.

— Certo — sorrise Jason. — Quando sono stato libero, ma senza alcuna abilità particolare, in quest’epoca di tecnologi, mi sono trovato come un pesce fuori dell’acqua. Probabilmente, avrei potuto fare il soldato; ma non mi garba prendere ordini. Ero fortunato al gioco; così, poco per volta, sono diventato un professionista. La gente è identica, dappertutto; ho scoperto che potevo cavarmela.

— Eppure c’è tanta differenza, fra un posto e l’altro! — rispose Meta. — A Pyrrus, io so sempre cosa faranno i miei, e perché. Sugli altri pianeti, non riesco a capirlo. Per esempio, a me piace assaggiare i cibi locali, quando arriviamo in qualche posto; vicino agli spazioporti ci sono dei ristoranti, e io ci vado. Tutte le volte, mi trovo nei guai, con gli uomini…

— Be’… una ragazza isolata, in posti simili, deve aspettarsi una buona dose di interessamento dagli uomini.

— Oh, lo so — rispose lei; — ma quello che non capisco è perché, quando dico loro di andarsene, non mi danno ascolto. Si mettono a ridere. Ma ho scoperto una cosa che funziona, in qualunque posto. Li avverto che se non la piantono di disturbarmi rompo loro un braccio.

— E la smettono? — domandò Jason.

— No ma quando ho rotto davvero a qualcuno il braccio, se ne vanno. E gli altri mi lasciano stare.

Jason non rise. Meta era una strana mescolanza di ingenuità e di forza, diversa da tutte le ragazze che aveva conosciuto.

— Parlatemi di Pyrrus — le disse. — Perché voi e Kerk siete convinti che cascherò morto appena atterreremo? Come è il pianeta?

Il suo volto era diventato impassibile, adesso. — Non posso spiegarvelo.

Dovrete capirlo da solo. Pyrrus è diverso da tutto quello che voi, abitanti della Galassia, conoscete. Non mi credereste. Volete farmi una promessa?

— No — dichiarò Jason. — Almeno sin quando non so di cosa si tratta.

— Non scendete dall’astronave, quando arriveremo. A bordo, dovreste essere al sicuro, e fra qualche settimana ripartirò con un mercantile.

— No, non accetto. Me ne andrò da Pyrrus quando vorrò. — La convinzione di essergli superiore, dimostrata dalla ragazza, l’irritava.

6

La rivide il giorno seguente. Meta si trovava nella cupola dell’astronavigatore, e guardava il cielo nero costellato di punti luminosi.

Per la prima volta non indossava la tuta; la stoffa morbida e sericea dell’abito le aderiva al corpo.

Gli sorrise. — Le stelle sono meravigliose. Venite a guardare. — Jason le andò vicino, alzando gli occhi. Le strane figure geometriche delle costellazioni gli erano familiari, ma esercitavano ancora su di lui una specie di attrazione. Tanto più in quel momento. La presenza di Meta non poteva passare inavvertita nel silenzio della cupola. La testa di lei quasi gli poggiava sulla spalla, e i capelli nascondevano in parte il cielo; il loro profumo era dolce.

Quasi senza pensare, l’abbracciò, conscio della morbidezza ferma della sua carne sotto l’abito sottile.

— State sorridendo — disse Meta. — Anche a voi piacciono le stelle.

— Molto — rispose Jason. — Ma non è quello soltanto. Ricordavo quanto mi avete raccontato ieri… Avete intenzione di rompermi un braccio, Meta?

— No, certo — rispose la ragazza con serietà. — Mi piacete, Jason. Anche se non siete di Pyrrus, mi piacete molto. E sono stata tanto sola…

Quando Meta alzò gli occhi, lui la baciò. Gli restituì il bacio senza vergogne né falsi pudori.

— La mia cabina è qui, in principio del corridoio — mormorò.

Da quel momento, non si separarono più. Quando Meta era di servizio, Jason le portava da mangiare sul ponte di comando, e parlavano. Scoperse ben poco sul suo mondo, perché, per un tacito accordo, non ne discutevano. Le raccontava dei numerosi pianeti che aveva visitato, e dei loro popoli. La ragazza sapeva ascoltare, e il tempo trascorreva svelto. Il viaggio fu meraviglioso.

Poi finì.

A bordo dell’astronave, c’erano quattordici uomini, eppure Jason non ne aveva mai visti più di due o tre assieme. Effettuavano dei turni. Gli abitanti di Pyrrus, quando non avevano da fare per servizio, badavano ai fatti propri. Soltanto quando l’astronave entrò in orbita, si riunirono, a un ordine trasmesso per radio.

Kerk dava ordini per l’atterraggio; ma erano faccende tecniche, e Jason non si preoccupò di farvi attenzione. Era il comportamento dell’equipaggio che l’interessava. Parole e gesti si facevano più rapidi. Sembravano soldati che si preparassero al combattimento.

Per la prima volta, Jason si accorse che gli somigliavano. Non che avessero la stessa faccia; o ripetessero identici movimenti. Era il modo con cui agivano e reagivano, che li rendeva uguali. Sembravano enormi felini, pronti allo scatto, con i nervi tesi.

Cercò di parlare con Meta, dopo la riunione, ma gli parve un’estranea.

Rispose a monosillabi, senza guardarlo. In realtà, Jason non aveva niente di importante da dire; e Meta si allontanò. Lui fece un gesto per fermarla, poi si trattenne. Non sarebbero mancate altre occasioni.

L’unico che gli badasse fu Kerk… per ordinargli di stendersi in una cuccetta di accelerazione.

Meta atterrava con uno stile infinitamente peggiore che al decollo.

Spunti improvvisi d’accelerazione squassavano la astronave. Poi, una fase di caduta libera parve interminabile. Tonfi sordi riscossero lo scafo. Fu più una battaglia che un atterraggio. E quando infine l’astronave fu ferma Jason non se ne accorse neanche. I 2 G di gravità, su Pyrrus, producevano un effetto di decelerazione. Soltanto il gemito sempre più debole dei reattori lo convinse che erano arrivati. Dovette fare uno sforzo per slacciare le cinghie di sicurezza e sedersi in cuccetta.

Camminare richiedeva la stessa fatica che trasportare sulle spalle un fratello gemello; quando Jason alzò un braccio, per aprire la porta, fu come alzarne due. Si spostò con lentezza verso il boccaporto principale.

L’avevano preceduto tutti; due uomini trasportavano cilindri di una lega metallica trasparente. Jason non riuscì a immaginare a cosa servissero: avevano un metro di diametro, ed erano più lunghi di un uomo. Una base era fermata da cardini, ed era a chiusura ermetica. Soltanto quando Kerk ne aperse uno, Jason capì.

— Entrate — ordinò Kerk. — Quando vi avremo chiuso qui dentro, vi trasporteranno fuori dall’astronave.

— No, grazie — ribatté Jason. — Non ho alcun desiderio di arrivare sul vostro pianeta come in una scatola.

— Non fate l’idiota — scattò Kerk. — Usciremo tutti, così. Siamo stati lontani per troppo tempo, per rischiare di scendere in superficie senza aggiornarci.

Jason, si sentì un po’ sciocco, quando vide che gli altri entravano senza indugio nei cilindri. Allora scelse il più vicino, entrandovi a piedi in avanti, e chiuse il coperchio, stringendo un volante al centro, che comprimeva una guarnizione flessibile. Dopo qualche attimo, il contenuto di C02 nel cilindro aumentò, e un rigeneratore d’ossigeno cominciò a ronzare sul fondo.

Kerk entrò nel suo cilindro per ultimo. Dopo aver controllato la chiusura di tutti gli altri, premette il comando di apertura della camera stagna.

Mentre il portello cominciava già a scorrere, con gesti rapidi si chiuse nell’ultimo involucro libero. La camera stagna si aperse, e una luce grigiastra filtrò nell’astronave, attraverso scrosci di pioggia.

Minuti interminabili trascorsero, prima che un autocarro con elevatore comparisse. Il guidatore caricò i cilindri come un qualsiasi bagaglio. Jason ebbe la sfortuna di trovarsi sul fondo; così, mentre si allontanavano, non poté vedere niente.

Soltanto quando i cilindri furono scaricati in una stanza con le pareti metalliche, incontrò per la prima volta un esemplare vivente sul pianeta.

L’autista era intento a chiudere una pesante porta, quando qualcosa entrò volando, e urtò la parete di fondo. L’occhio di Jason fu attirato da quel movimento; stava voltandosi per guardare, quando il mostro si lanciò diritto contro di lui.

Dimenticando la parete trasparente che lo proteggeva, Jason si rannicchiò tutto. Il mostro aderì al cilindro. Era quasi troppo orrendo, per essere vero. Un portatore di morte, ridotto all’essenziale. Una bocca, che divideva in due la testa, file e file di denti serrati e appuntiti. Ali cuoiose munite di artigli, e artigli più lunghi sulle zampe.

Jason fu invaso dal terrore, quando vide che gli artigli riuscivano a lacerare il metallo. Dove la saliva del mostro sfiorava il cilindro, l’acciaio ribolliva.

Senza dubbio si trattava soltanto di graffi superficiali. Ma una paura invincibile costrinse Jason a rannicchiarsi ancora di più sul fondo.

Soltanto quando il mostro cominciò a dissolversi, comprese la caratteristica della stanza in cui si trovava. Getti di liquido fumante furono proiettati da ogni lato, sin quando i cilindri ne furono coperti. Dopo un ultimo colpo di zampe, il mostro fu eliminato. Il liquido scomparve attraverso il pavimento, e una seconda, poi una terza doccia seguirono la prima.

Mentre le soluzioni disinfettanti venivano eliminate, Jason si sforzò di dominarsi. Era sorpreso. Per quanto il mostro fosse stato orribile, non riusciva a spiegarsi il terrore che era riuscito a suscitare anche attraverso le pareti del cilindro. La sua reazione era stata sproporzionata alla causa.

Anche adesso che il mostro era stato annientato, gli occorse tutta la sua forza di volontà per calmarsi, per tornare a respirare in modo normale.

Vide che Meta gli passava davanti; e capì che il procedimento di sterilizzazione era terminato. Aperse il cilindro, e ne uscì stancamente.

Anche gli altri, ormai, erano usciti, e nella stanza rimaneva soltanto un estraneo, con il naso a becco d’uccello.

— Sono Brucco, della clinica di aggiornamento — esclamò. — Kerk mi ha spiegato chi siete. Mi spiace che vi troviate qui. Adesso seguitemi. Mi occorre un campione del vostro sangue. — Lo precedette brontolando, dopo aver percorso un corridoio, entrarono in un laboratorio.

La doppia gravità stancava, premendo senza sosta sui muscoli. Mentre Brucco esaminava il campione sanguigno, Jason riposò. S’era quasi addormentato, quando Brucco tornò con un vassoio carico di fiale e di siringhe ipodermiche.

— È sbalorditivo — esclamò. — Non avete nelle vene neanche un anticorpo che vi sarebbe utile, qui. Debbo vaccinarvi… starete male come un cane, almeno per un giorno. Toglietevi la camicia.

— Vi capita spesso…? — domandò Jason, obbedendo.

Brucco gli infilò un ago nel braccio. — Oh, no. L’ultima volta è stato cinque o sei anni fa, con un gruppo di scienziati che volevano studiare le forme vitali di Pyrrus.

— E in quanti se la sono cavata…? — Jason cominciava a sentirsi più leggero, per le iniezioni.

— Uno solo. L’abbiamo fatto partire in tempo.

Per un attimo, credette che Brucco scherzasse; poi pensò che se Meta e Kerk gli avevano raccontato la verità, sei contro uno era in fondo una percentuale da disprezzarsi.

Nella stanza accanto c’era un letto, e Brucco l’aiutò a sdraiar visi. Jason si sentiva stordito. Si addormentò profondamente.

Il suo sonno fu tormentato da un incubo. Quando si svegliò, ricordava soltanto il terrore che gli aveva ispirato. Era fradicio di sudore, e tutti i muscoli gli dolevano. Effetto dei vaccini, forse.

Brucco comparve sulla soglia. — Credevo che foste morto. Avete dormito ventiquattr’ore. Non muovetevi. Vi porterò qualcosa per rimettervi in gamba.

Il «qualcosa» era un’altra iniezione, più un bicchiere di liquido dall’aspetto orribile. Gli fece passare la sete; ma gli fece anche sentire una fame insopportabile.

— Avete fame, eh? — domandò Brucco. — Per forza. Ho accelerato il vostro metabolismo, per farvi aumentare più in fretta la massa muscolare.

È l’unico modo per vincere la gravità.

Mangiarono assieme; e Jason ebbe l’opportunità di rivolgergli qualche domanda. — Quando potrò dare un’occhiata al pianeta? Finora, questo viaggio è stato interessante come un soggiorno in galera.

— Rilassatevi, e pensate a mangiare. Ci vorranno dei mesi prima che possiate uscire. Se pure ve lo permetteremo.

Jason si accorse di esser rimasto a bocca aperta. — E potreste spiegarmi il perché…?

— Certo. Dovrete ricevere lo stesso addestramento dei nostri bambini.

Loro ci impiegano sei anni, i primi sei anni di vita. E hanno il vantaggio dell’ereditarietà. Posso dirvi soltanto che uscirete di qui, quando sarete pronto. — Fissò le braccia nude di Jason con sguardo disgustato. — Innanzitutto, vi procurerò una pistola — annunciò. — Mi fa star male, vedere un tizio disarmato. — Brucco, infatti, non abbandonava mai la propria arma. — Ogni pistola — proseguì — è adattata al suo proprietari e sarebbe inutile a chiunque altro. Ora vi faccio vedere perché. — Accompagnò Jason in un’armeria stipata di arnesi letali. — Mettete il braccio qui dentro.

Era una specie di scatola, con un calcio di pistola su un lato. Jason l’impugnò, appoggiando il gomito su un sostegno metallico. Brucco adattò alcune punte che gli sfioravano il braccio, poi copiò i risultati che alcuni quadranti indicavano. Leggendo le cifre sull’elenco, scelse numerose parti da una scaffalatura carica di scatole, e in breve mise assieme una pistola, con relativo fodero. Quando il fodero gli fu assicurato all’avambraccio, ed ebbe la pistola in pugno, per la prima volta Jason si accorse che erano unite da un cavo flessibile. L’arma gli si adattava alle dita in modo perfetto.

— Questo è il segreto — spiegò Brucco, sfiorando il cavo. — È libero, mentre usate la pistola. Ma quando volete che torni nel fodero… — Fece un gesto, e il cavo si irrigidì, strappando l’arma dal pugno di Jason e tenendola sospesa in aria.

— Poi il ritorno. — Il cavo ronzò e la pistola si infilò di scatto nel fodero.

— Per estrarre, è tutto il contrario.

— Un bell’aggeggio — ammise Jason. — Ma come faccio? Devo fischiare, per far saltar fuori la pistola?

— No, non è a comando sonoro. Ecco qua… piegate la mano sinistra, e fingete di stringere una pistola. Tendete l’indice. Sentite come lavorano i tendini del polso? Degli attivatori molto sensibili nel fodero toccano appunto i tendini del vostro polso destro. Sono sensibilizzati soltanto al movimento di impugnare l’arma. Dopo un po’ il meccanismo diventa automatico.

Jason mosse la destra, piegando l’indice. Provò un dolore improvviso alla palma, e ci fu una detonazione. La pistola si trovava fra le sue dita, e un filo di fumo usciva dalla canna.

— Naturalmente, ci sono soltanto cartucce a salve, lì dentro. L’arma è sempre carica, e non ha sicurezza.

Senza dubbio, si trattava della pistola più terribile che Jason avesse mai usato. Si sforzò di imparare a manovrarla. Sembrava decisa a sfuggirgli dalle dita un attimo prima che lui premesse il grilletto; anche peggiore era la tendenza a scattar fuori del fodero prima del momento adatto. La pistola era proiettata nella posizione ideale; se le dita non erano disposte come dovevano, erano colpite con violenza. Jason smise di esercitarsi soltanto quando ebbe tutta la mano coperta di lividi.

La padronanza assoluta sarebbe venuta col tempo, ma riusciva già a capire perché a Pyrrus nessuno toglieva mai la pistola.

Brucco l’aveva lasciato solo. Quando la mano divenne inservibile, Jason si diresse verso la sua stanza. Svoltando in corridoio, intravide una figura miliare.

— Meta! Aspetta un momento! Voglio parlarti.

La ragazza si voltò con impazienza. Sembrava completamente diversa da quella che aveva conosciuto sull’astronave. Calzava un pesante paio di stivali e indossava una ingombrante tuta metallica.

— Ho sentito la tua mancanza — disse Jason.

— Cosa vuoi? — domandò Meta.

— Cosa voglio…! — ripeté, nascondendo appena la sua collera. — Sono Jason, non ti ricordi?

— Quello che è successo sull’astronave non ha niente a che vedere con Pyrrus. — Meta si avviò. — Ho terminato il riaggiornamento, e debbo tornare al lavoro. Tu resterai qui, e non ci vedremo più.

— Con i bambini, eh? Non andartene, dobbiamo sistemare qualcosa, prima…

Jason commise l’errore di tendere una mano per fermarla. In realtà non comprese quello che accadde subito dopo. Si trovò di colpo steso a terra.

Meta era scomparsa.

Tornando zoppicando verso la sua stanza, imprecò sottovoce.

7

Il mattino seguente, Jason si svegliò con un forte mal di testa, e con la sensazione di non aver dormito affatto. Mentre inghiottiva una parte degli stimolanti che Brucco gli aveva consegnato, ricordò le sue parole. «Sbrigatevi» aveva detto Brucco. «Non posso più concedervi tempo per una istruzione individuale. Vi unirete alle altre classi e seguirete i corsi prescritti. Presentatevi da me soltanto se incontrerete qualche problema particolare che gli istruttori non sapranno risolvere».

Le classi, com’era immaginabile, si componevano di ragazzi con il volto duro. Dal corpo muscoloso e dal comportamento erano riconoscibili come nati su Pyrrus. Ma erano sempre abbastanza giovani da considerare divertente avere con loro un adulto. Nel banco stretto e scomodo, Jason invece non lo trovò uno scherzo.

Ogni somiglianza con una scuola qualsiasi terminava con la forma dell’aula. Innanzitutto, ogni ragazzo portava la pistola. E tutte le lezioni riguardavano l’arte di sopravvivere. L’unica votazione possibile era quella massima, e i ragazzi non procedevano sin quando non padroneggiavano un argomento alla perfezione.

Quasi tutta la mattina fu impiegata esercitandosi con il pacchetto di pronto soccorso, che tutti portavano legato alla cintura. Conteneva un apparecchio analizzatore delle infezioni e dei veleni, che si premeva sul punto ferito del corpo. In presenza di tossine, l’antidoto era iniettato automaticamente. Funzionava in modo semplice, ma era molto complesso nelle parti che lo costituivano; e poiché ciascuno doveva occuparsi di persona del suo equipaggiamento, per averne la responsabilità, i ragazzi dovevano imparare a usarlo e a ripararlo. Jason ottenne risultati di molto migliori degli altri, anche se lo sforzo fisico lo rese esausto.

Durante il pomeriggio, fece la prima esperienza con una macchina allenatrice. Ebbe per istruttore un dodicenne, che non faceva mistero del disprezzo che sentiva per lo straniero.

— Tutte le macchine allenatici sono copie della superficie del pianeta, sempre al corrente delle modificazioni delle forme vitali. L’unica differenza sta nel diverso grado di pericolo. Questa prima macchina è naturalmente una in cui si mettono i più piccoli… appena riescono a muoversi da soli.

Quando Jason oltrepassò la porta robusta, vide che si trattava di una copia perfetta del mondo esterno, chiusa in una sala enorme. Occorreva pochissima fantasia per dimenticare il soffitto dipinto e il sole artificiale, e credersi all’aperto. La scena sembrava abbastanza pacifica, anche se alcuni banchi di nubi all’orizzonte minacciavano un uragano.

— Dovete camminare, ed esaminare tutto — spiegò l’istruttore. — Ogni volta che toccherete qualcosa, vi sarà spiegato il necessario. Così… — Si chinò, toccando con un dito lo stelo di un filo d’erba. Subito una voce rimbombò da altoparlanti nascosti.

«Erba velenosa. Indossare gli stivali».

Jason si inginocchiò, ed esaminò lo stelo. Terminava con una specie di gancio duro, lucente. Si accorse che tutta l’erba era così. Il morbido prato verde era un tappeto di morte. Rialzandosi, intravide qualcosa sotto una pianta dalle larghe foglie. Un animale rannicchiato, coperto di scaglie, la cui testa affusolata terminava con un aculeo. Si voltò, e vide che l’istruttore era uscito. Jason si strinse nelle spalle, e sfiorò il mostro.

«Diavolo cornuto» spiegò la voce impersonale. «Gli abiti e gli stivali non danno protezione sufficiente. Ucciderlo».

Una secca detonazione infranse il silenzio mentre la pistola di Jason esplodeva. Il mostro cadde su un fianco. Jason ne fu compiaciuto. Si rese conto che i suoi riflessi avevano funzionato immediatamente.

Trascorse tutto il pomeriggio vagando nell’orribile giardino. La morte era dovunque. Senza sosta, l’altoparlante gli rivolgeva consigli. Pareva impossibile che il pericolo potesse nascondersi sotto tanti aspetti repellenti.

Tutto, lì, era fatale, dall’insetto più minuscolo alla pianta più grande.

Era quasi assurdo. Perché Pyrrus era tanto ostile alla vita umana? Jason pensò che l’avrebbe domandato a Brucco. Cercò intanto, senza riuscirvi, di trovare una forma vitale che non fosse nemica. Dopo alcune ore; scoperse l’unica cosa che, toccata, non provocava un allarme. Era una roccia che sporgeva dall’erba. Jason si sedette, contento. Un’oasi di pace. Passò qualche minuto, mentre lui riposava.

«Fungo delle radici! Non toccare!».

L’altoparlante raddoppiò il volume della voce, e Jason scattò in piedi. La pistola gli balzò in pugno, pronta a sparare. Soltanto quando si chinò, osservando con attenzione la roccia su cui si era seduto, comprese. Alcune chiazze grigiastre comparivano sulla pietra; quando s’era seduto, non c’erano.

Jason trattenne un urlo di collera. Su Pyrrus, anche i bambini imparavano in fretta che sul pianeta non c’era sicurezza, tranne quella che ciascuno sapeva procurarsi.

8

Le giornate di vita nella scuola, tagliata fuori dalla vita esterna, diventarono settimane. Jason si inorgogliva, quasi della sua capacità di affrontare la morte. Era riuscito a riconoscere tutte le piante e gli animali contenuti nella prima sala, e lo promossero a un’altra, in cui gli animali gli si lanciavano contro a velocità ridotta. Con la pistola, riusciva ad abbatterli sempre. Anche le lezioni giornaliere cominciavano ad annoiarlo.

La gravità doppia lo infastidiva ancora, ma i muscoli si sforzavano di adattarvisi. Al termine delle lezioni del mattino, non si lasciava più cadere esausto in letto.

Quando infine Jason riuscì a padroneggiare tutti gli aggeggi che gli abitanti di Pyrrus usavano per restar vivi, era ormai stato promosso a una macchina allenatrice che soltanto per un pelo di capello era diversa dalla realtà. La differenza era semplicemente qualitativa. I veleni degli insetti provocavano un gonfiore e molta sofferenza, invece della morte istantanea.

Gli animali potevano provocare contusioni e ferite, ma non dilaniavano la vittima. Si poteva arrivare ben vicini alla morte, con quell’allenatrice ma si restava vivi, ecco tutto.

Jason si spostava per quella giungla immensa e caotica con gli altri ragazzi di cinque anni. La loro serietà era un po’ umoristica, anche se triste.

Badavano a sopravvivere innanzi tutto.

Alcuni ragazzi terminarono l’addestramento, e furono sostituiti da nuovi arrivati. Infine, Jason si accorse che tutti i suoi compagni del primo gruppo erano scomparsi. Quel giorno stesso, fece di tutto per incontrarsi con il capo del centro di addestramento.

— Brucco — gli domandò: — Per quanto tempo avete intenzione di tenermi in questa specie di asilo infantile?

— Nessuno vi ci trattiene — ribatté Brucco. — Ci resterete fin quando non vi sarete qualificato per la vita esterna.

— Sarebbe a dire «mai», ho idea. Riesco a smontare e rimontare con gli occhi bendati tutti i vostri maledetti aggeggi. Con la pistola, sparo benissimo. Potrei scrivere un libro sulla flora e la fauna di Pyrrus, e sull’«Arte della sopravvivenza»…

Brucco cercò di rispondere in modo evasivo, ma senza riuscirvi. — Sì, ma… sapete, non siete nato qui, e…

— Su coraggio — ribatté Jason — un uomo come voi non dovrebbe mentire! Sarò sempre un po’ lento con 2G, è logico; e avrò sempre qualche handicap ereditario. Ma il problema è: migliorerò, con altro addestramento, oppure ho già raggiunto il culmine della mia evoluzione?

Brucco sudava. — Con il passare del tempo, migliorerete; forse…

— Ditemi sì o no!

— No.

— È così, eh! Non migliorerò, ma mi tenete qui… Non è un caso! Dunque qualcuno ve l’ha ordinato! È stato Kerk?

— L’ha fatto soltanto nel vostro interesse — spiegò Brucco.

— Non parliamone. Ma non sono venuto a Pyrrus per divertirmi a sparare ai robots con i vostri bambini. Dunque, vi prego di accompagnarmi all’uscita. O c’è una cerimonia? Discorsi, distribuzione di distintivi…

— Niente del genere — scattò Brucco. — Non capisco come abbiate sempre voglia di scherzare. C’è soltanto un ultimo lavoretto nella camera di sopravvivenza parziale. È in contatto con l’esterno… anzi, ne è una parte; ma le forme di vita più letali ne sono escluse. Ogni tanto, però, qualcuna riesce a entrare.

— Quando ci andrò? — chiese Jason.

— Domani mattina. Fatevi una buona dormita. Ne avrete bisogno.

Ma una piccola cerimonia ci fu. Quando il mattino dopo Jason entrò nell’ufficio di Brucco, l’altro buttò sul tavolo una pesante cartucciera.

— Questi non sono proiettili a salve — spiegò. — Sono certo che vi serviranno. Da ora in poi, terrete la pistola sempre carica.

Andarono a un robusto portello di camera stagna. Mentre Brucco l’apriva, un ragazzo di otto anni si avvicinò zoppicando. Aveva una gamba fasciata.

— Vi presento Grif — disse Brucco. — Starà con voi, dovunque andiate, da ora in avanti.

Jason guardò il ragazzo, che gli arrivava appena al petto.

— Grif ha avuto una discussione con un uccello sega — proseguì Brucco — e per un po’ non potrà lavorare molto. Avete ammesso voi stesso che non riuscirete mai a essere come uno di noi; dunque dovreste essere contento di avere un po’ di protezione.

Jason e il ragazzo entrarono nella camera stagna, e Brucco chiuse il portello dietro di loro. Subito dopo, il portello esterno si aperse automaticamente. Aveva dischiuso soltanto uno spiraglio, quando la pistola di Grif sparò due volte. Poi, uscirono alla superficie di Pyrrus, passando sul cadavere di un animale. Un fatto molto significativo, pensò Jason. Lo irritava riflettere che non soltanto non aveva pensato di fare attenzione a qualcosa che potesse entrare, ma che addirittura non gli riusciva a riconoscere il mostro dai suoi resti carbonizzati. Si guardò attorno con attenzione, sperando di essere il primo a sparare, la prossima volta.

Ma rimase deluso. Gli animali che si imbattevano in loro erano sempre scorti in anticipo dal ragazzo. Dopo un’ora, Jason era tanto nervoso che ridusse in cenere un vegetale velenoso. Ma Grif non aveva peli sulla lingua.

— Quella pianta era lontana — sentenziò. — È stato sciocco, sciupare munizioni inutilmente.

La giornata trascorse senza incidenti. Jason finì per annoiarsi, malgrado l’imprevisto rappresentato da numerosi temporali che lo bagnarono sino alle ossa; Grif non era certo un buon conversatore, e non rispose alle allusioni di Jason. Il giorno dopo, fu identico; il terzo giorno, infine, comparve Brucco.

— Non mi garba, dirlo, ma sono convinto che non potrete mai essere più pronto di adesso. Ricordatevi di cambiare tutti i giorni i filtri alle narici…

Controllate sempre le condizioni degli stivali e dell’abito… Il pacchetto di pronto soccorso è rinnovato una volta la settimana.

— Devo anche soffiarmi il naso e mettere le soprascarpe… Nient’altro? — ribatté Jason.

Brucco fece per rispondere qualcosa, ma cambiò idea. — Niente che ormai non dovreste sapere… State in guardia. Buona fortuna. — Fece seguire a quelle parole una stretta di mano del tutto inaspettata. Appena il sangue ebbe ripreso a circolare nelle dita di Jason, lui e Grif uscirono all’aperto.

9

Pur tanto simili alla realtà, le macchine allenatrici non l’avevano preparato a vivere su Pyrrus. La sensazione dell’erba velenosa sotto gli stivali, il volo di un uccello munito di aculeo e con le ali enormi, nell’attimo prima che Grif lo incenerisse… Ma si notavano appena, nell’infuriare degli elementi che li circondavano.

La pioggia cadeva a scrosci. Il vento la faceva turbinare. Jason cercò di asciugarsi gli occhi, e riuscì appena a distinguere la sagoma di due vulcani all’orizzonte, che proiettavano nubi di fumo e fiamme. Poi Jason sentì qualcosa crepitare sul casco; si chinò, e raccolse un chicco di grandine grosso come un uovo. Per un attimo, la grandinata infuriò. Poi l’uragano terminò rapidamente, com’era nato. Il sole tornò a splendere, di fuoco, sciogliendo la grandine; una nube di vapore si alzò dalla strada umida.

Jason sudava nell’abito corazzato. Ma non avevano percorso un isolato, che aveva ripreso a piovere e lui era scosso da tremiti gelati.

Grif continuava a camminare zoppicando, indifferente ai fenomeni atmosferici o ai vulcani che rombavano all’orizzonte e facevano tremare il terreno.

— Immagino che non ci saranno taxi, su Pyrrus — mormorò Jason.

Grif si limitò a corrugare la fronte. Era chiaro che non ne aveva mai sentito parlare. Proseguirono, e il ragazzo si regolava sul passo di Jason, che cominciava a rallentare. Ma dopo mezz’ora, avevano già visto tutto il visibile.

— Grif, la vostra è una città un po’ scalcagnata. Spero che le altre siano in condizioni migliori.

— Non so cosa vogliate dire con «scalcagnata». Ma non ci sono altre città. Solo qualche accampamento di minatori, che non poteva essere incluso nel perimetro. Niente città.

Jason rimase sorpreso. Aveva sempre creduto che Pyrrus avesse più di una città. A un tratto, si accorse che del pianeta sapeva ben poco. Dal suo arrivo, non aveva fatto altro che addestrarsi a sopravvivere.

— Conosci Kerk? — domandò al ragazzo.

— Certo, lo conoscono tutti. Ma ha da fare; non potete disturbarlo.

— Potrai essere la mia guardia del corpo; ma a quello che voglio fare penso io. D’accordo?

Di malavoglia Grif lo accompagnò verso un edificio centrale. Si incontravano più viandanti, lì, e qualcuno si permise di fissare Jason per un attimo, prima di proseguire per i fatti suoi. Jason si trascinò per due rampe di scale; poi raggiunsero una porta segnata Coordinamento e Rifornimenti.

— Lì c’è Kerk — disse il ragazzo. — È il responsabile.

— Bene. Adesso va’ a far colazione, o quello che vuoi; ci rivediamo qui fra un paio d’ore. Sono sicuro che Kerk potrà proteggermi bene quanto te.

Grif rimase dubbioso per un attimo, poi si allontanò. Jason spinse l’uscio, entrando.

Nell’ufficio si trovavano alcuni individui. Nessuno alzò la testa, o domandò qualcosa. Ciascuno aveva un compito, su Pyrrus. Se Jason si trovava lì, doveva avere buoni motivi. Nessuno avrebbe mai osato chiedergli cosa desiderava. Jason attese qualche attimo, prima di comprendere. La stanza aveva un’altra porta soltanto; vi si avvicinò, e spinse.

Kerk alzò gli occhi da una scrivania carica di carte. — Mi domandavo quando vi sareste fatto vivo — esclamò.

— Molto prima, se non me l’aveste impedito — rispose Jason, abbandonandosi stancamente in una poltrona. — Finalmente ho capito che avrei passato tutta la vita in quel maledetto asilo infantile, se non mi fossi deciso. Dunque, Eccomi qui.

— Pronto a tornare ai mondi «civili»?

— Un accidente — affermò Jason. — E sono stanco di sentirmi ripetere che me ne dovrei andare. Comincio a pensare che abbiate qualcosa da nascondere.

— Cosa potremmo nascondere? Non credo che esista un pianeta più semplice e conformista del nostro.

— Dunque non vi spiacerà rispondere a qualche domanda?

Kerk fece per protestare, poi rise. — Bravo… ormai avrei dovuto capire che è difficile discutere con voi. Cosa volete sapere?

Jason cercò di mettersi comodo, senza riuscirvi. — Quanti sono gli abitanti del vostro pianeta? — domandò.

Kirk esitò un istante. — Trentamila circa. Non sono molti; ma il motivo è evidente.

— E va bene, trentamila… ma cosa mi dite della vita in superficie? Mi ha sorpreso scoprire che questa città, chiusa dentro le sue mura, il «perimetro», come lo chiamate voi… è l’unica su Pyrrus. Non contiamo gli accampamenti minerari perché evidentemente sono una filiazione della città. Volete forse dire che il vostro popolo controlla più o meno un’estensione identica al passato?

Kerk si concentrò, prima di rispondere. — È difficile stabilirlo, così su due piedi. Debbono esistere registrazioni in proposito, benché non sappia dove potrei trovarle. Dipende da tanti fattori…

— Dunque non parliamone, per ora — proseguì Jason. — C’è un’altra faccenda, più importante. Non direte che la popolazione di Pyrrus decresce costantemente, un anno dopo l’altro?

Kerk si alzò di scatto imporporandosi di collera. — Non dite cose simili!

— urlò. — Non fatevi più sentire da me dire una cosa simile!

Jason rimase immobile, e scelse con cura le parole. — Non irritatevi, Kerk. Sono dalla vostra parte. Vi dico questo perché conoscete l’universo molto più degli altri, che non si sono mai mossi di qui. Siete abituato a discutere… sapete che le parole sono soltanto simboli.

Kerk abbassò le braccia. Si voltò e versò un bicchier d’acqua da una bottiglia che stava sulla scrivania. Bevve. Poi si lasciò cadere pesantemente in poltrona. — Scusate — esclamò. — Non perdo spesso il controllo. Ma ho lavorato molto, in questi ultimi tempi.

— Capita a tutti — confermò Jason. — Non sto a descrivere in quali condizioni erano i miei nervi, quando sono arrivato a Pyrrus. Oggi devo ammettere che tutto quello che mi avevate detto era vero. È il posto più inospitale del sistema. Soltanto chi ci nasce può sperare di sopravviverci.

Io riesco a cavarmela appena, dopo l’addestramento; probabilmente, sapete che ho un ragazzo di otto anni, come guardia del corpo.

Kerk era tornato padrone di sé. — Mi sorprende, sentirvelo dire. Non avrei mai creduto che avreste ammesso la superiorità di qualcuno. Non eravate venuto qui per dimostrare che valevate come uno di noi? Eppure, adesso siete costretto a dire che un ragazzo di otto anni vi batte. Mi sembra strano… In quale altro modo sentite la vostra superiorità?

Jason rifletté a lungo, prima di rispondere. — Vi spiegherò — disse infine.

— Punto sulla speranza che vi sappiate controllare. Perché il mio discorso riguarderà argomenti che sono tabù, su Pyrrus. Ai vostri occhi sono un inetto, perché vengo da un altro Sistema. Ma rendetevi conto che questa è invece la mia forza! Riesco a vedere fenomeni che a voi sono nascosti dall’abitudine.

Kerk fece un cenno di assenso, e Jason proseguì. — Sapete, come quel tale, che non riusciva a vedere la foresta, per colpa degli alberi che aveva davanti. Quando sono atterrato, io riuscivo a distinguere soltanto la foresta invece. Per me alcuni fenomeni sono evidenti. Credo che anche voi li conosciate ma, senza accorgervene, evitate di rifletterci sopra. Ora vi dirò il più importante… Spero che riusciate a dominarvi.

Le mani enormi di Kerk si strinsero sui braccioli della poltrona. Jason parlò in tono calmo; ma le sue parole penetravano come un bisturi. — Io penso che gli uomini stiano perdendo, su Pyrrus. Dopo centinaia di anni di colonizzazione, questa è l’unica, città sul pianeta… ed è per metà in rovina.

Come se un tempo avesse avuto una popolazione più numerosa. La prodezza con cui ci siamo procurati il carico di armi avrebbe anche potuto non funzionare. E in tal caso, cosa sarebbe capitato, alla città? Camminate sul cratere di un vulcano, e non volete ammetterlo.

Kerk rimase rigido, con il volto coperto di gocce di sudore.

— Non mi fa piacere, dirvelo. Ma voi non potete affrontare questi fatti, perché altrimenti dovreste riconoscere che la lotta mortale che conducete è assolutamente senza scopo. La vostra popolazione decresce; la guerra dunque è soltanto un suicidio razziale. Potreste abbandonare il pianeta, ma sarebbe riconoscersi sconfitti. Per voi è inconcepibile.

Kerk si alzò a mezzo; Jason lo imitò, gridando.

— Cerco di aiutarvi… non capite? Eliminate l’ipocrisia dalla vostra mente, vi sta distruggendo! Anche adesso, preferireste uccidermi piuttosto che ammettere che combattete una battaglia perduta! Questa non è una guerra; è limitarsi a lottare contro i sintomi di un malessere più profondo, come tagliare a uno a uno le dita a una mano cancerosa!

Kerk torreggiava su Jason come un gigante. Soltanto la forza delle parole dell’altro lo tratteneva. — Dovreste affrontare la realtà! Dovete rendervi conto che è possibile attaccare le cause di questa guerra, e concluderla per sempre!

Il significato di queste frasi dissipò la collera di Kerk. Si lasciò cadere di nuovo nella poltrona. — Cosa diavolo intendete dire? Sembrate un maledetto Grubber!

Jason non domandò chi fossero i «grubber», ma prese nota del nome.

— Dite un sacco di sciocchezze — continuò Kerk. — Questo è un pianeta ostile che si deve combattere. Le cause della guerra sono fenomeni concreti.

— No, invece — insistette Jason. — Pensate un momento: se appena state lontano un po’ dal pianeta, dovete frequentare un corso di aggiornamento per rendervi conto di quanto la situazione sia peggiorata, durante la vostra assenza. Questa è una progressione lineare. Se l’avvenire riserva il peggio, il passato doveva essere migliore! Mi sembra evidente che se torniamo indietro nel tempo, finiremo per raggiungere un’epoca, in cui l’uomo e Pyrrus non si combattevano.

Kerk lo fissava sbalordito.

— Esistono delle prove, per questa teoria. La flora e la fauna di Pyrrus hanno un aspetto in comune. Non sono funzionali. Nessun’arma, della loro armeria immensa, viene usata fra loro. Le tossine non hanno efficacia contro la vita del pianeta. Servono soltanto a dare morte all’uomo. E questo è materialmente impossibile. Nei trecento anni che l’uomo si trova qui, le forme vitali non possono essersi adattate così, in modo naturale.

— Eppure l’hanno fatto! — gridò Kark.

— Certo — confermò Jason. — Dunque, dev’esserci un fattore determinante, in azione. Come opera non so. Ma qualcosa ha deciso Pyrrus a dichiararvi guerra, e io vorrei scoprire cos’è. Qual era la forma vitale dominante, quando i vostri antenati arrivarono qui?

— Non l’ho mai saputo. Non vorrete insinuare che su Pyrrus si trovano esseri intelligenti diversi dall’uomo?

— Non sono stato io, a dirlo. E non saprei cosa può aver provocato quel cambiamento; ma mi piacerebbe scoprirlo. E vedere se il processo può essere invertito. Ammetterete che vale la pena di indagare, spero!

Kerk si alzò, e fece qualche passo avanti e indietro per l’ufficio. Era in lotta con se stesso; idee nuove lottavano con convinzioni antiche. Tutto era avvenuto tanto rapidamente…

Jason si versò da bere. Era esausto.

Kerk non impiegò molto, a decidere. Abituato all’azione, gli era impossibile fare altrimenti. Si fermò, fissando Jason.

— Non dico che mi abbiate convinto, ma trovo impossibile trovare subito una risposta ai vostri argomenti. Quindi, sin quando non ci sarò riuscito, dovrete comportarvi come se fossero giusti. Bene; cosa avete intenzione di fare? Cosa potrete fare?

Jason contò sulle dita. — Innanzitutto, mi occorre un posto dove vivere e lavorare, ben protetto. Poi, voglio qualcuno che mi aiuti… e mi faccia contemporaneamente da guardia del corpo. Proporrei Meta, come la più adatta.

— Meta? — Kerk era sorpreso. — È pilota spaziale, e fa servizio agli schermi difensivi; a cosa potrebbe servire, in un progetto come questo?

— A molto. Ha esperienza di altri mondi, e riesce a vedere le cose da punti di vista diversi… almeno in parte. E conosce Pyrrus come ogni altro adulto potrà rispondere a tutte le mie domande. — Jason sorrise. — Inoltre, è bella, e mi piace la sua compagnia.

Kerk brontolò qualcosa. — Mi sembrano motivi validi, e non farò obiezioni. La farò sostituire, e la chiamerò qui. C’è un’infinità di edifici chiusi, che potrete usare.

Dopo aver parlato con un assistente, Kerk effettuò alcune chiamate al teleschermo. Jason lo osservava con interesse.

— Vi sembro un dittatore, eh? — domandò Kerk. — Ma non è così.

Nessuno ha un potere assoluto, su Pyrrus. D’altra parte, non esiste neppure un sistema che si possa dire democratico. La nostra popolazione raggiunge gli effettivi di qualche reggimento. Ciascuno fa il lavoro per cui è meglio qualificarlo. Le attività sono separate in dipartimenti, comandati dal più adatto.

In quel momento entrò Meta. Si rivolse a Kerk, fingendo di non vedere Jason. — Mi hanno mandata qui — disse. — Cosa c’è, un cambiamento di programma nei voli?

— Potresti dire così — rispose Kerk. — Da questo momento sei dispensata da tutti gli incarichi precedenti, e assegnata a un nuovo dipartimento: Indagini e Ricerche. Quello è il tuo capo. — Indicò Jason.

Meta li guardò l’uno dopo l’altro. — Non capisco. Non posso crederlo. Un nuovo dipartimento… Perché? — Era nervosa, quasi sconvolta.

— Jason ha un sistema… o potrebbe averlo… di grande utilità per Pyrrus.

Sei disposta a aiutarlo?

Meta era riuscita a dominarsi. — È un ordine? Sai che avevo un lavoro, da compiere. Importante più di quanto un estraneo può immaginare. Lui…

— Arrossì.

— Sì. È un ordine.

— Forse potrei spiegare… — intervenne Jason. — Ma debbo domandarvi un gesto di cooperazione. Volete togliere il caricatore alla pistola, e consegnarlo a Kerk.

Meta parve intimorita, ma Kerk fece un cenno di assenso. — Per pochi minuti soltanto, Meta. Jason ha ragione.

Con riluttanza, Meta consegnò il caricatore, dopo aver tolto il colpo che si trovava in canna. Soltanto allora Jason spiegò.

— Ho una teoria sulla vita a Pyrrus, e temo che dovrò infrangere qualche vostra illusione. Tanto per cominciare, si deve ammettere che state perdendo la guerra e finirete per essere distrutti…

Prima ancora che terminasse la frase, Meta aveva estratto la pistola e premeva con rabbia il grilletto. Il suo sguardo esprimeva soltanto odio e ribrezzo. Quello era il pensiero più orribile, per lei. Che la guerra cui dedicava la vita fosse già perduta!…

Kerk le strinse le spalle e la fece sedere al suo posto, in poltrona, prima che accadesse qualcosa di peggio. Occorse qualche minuto, prima che la donna potesse calmarsi abbastanza da ascoltare Jason. Ma una luce pazzesca le brillava ancora negli occhi, quando lui ebbe terminato di ripeterle tutto quanto aveva discusso con Kerk. Rimase seduta, contratta, come se le mani di Kerk soltanto riuscissero a trattenerla.

— Forse, era troppo, per assimilarlo in una volta sola — esclamò Jason. — Diciamolo in forma più semplice. Io credo che possiamo scoprire il motivo per l’odio degli animali contro gli uomini. Forse il nostro odore non garba a Pyrrus… Può darsi che scopriamo un intruglio di cimici pestate che ci renda immune… Non so. Ma qualunque sia il risultato, dobbiamo indagare.

Kerk è d’accordo con me.

Meta guardò Kerk, e lui annuì.

— Io… — mormorò — non posso dire di essere d’accordo, e neanche di capire tutto quello che avete detto. Ma se Kerk pensa che sia giusto…

— Certo — l’assicurò Kerk. Le porse il caricatore della pistola.

10

Scesero le scale in silenzio. In strada, Meta incenerì un uccello munito di aculeo, che non rappresentava un pericolo immediato. Jason tacque.

Meglio l’uccello, che lui.

In un edificio, fra i numerosi occupati dai calcolatori elettronici, c’erano locali disponibili. Erano tenuti chiusi per evitare l’intrusione di qualche mostro. Mentre Meta si procurava una branda in magazzeno, Jason trascinò nella stanza una scrivania, un tavolo e alcune sedie. Quando la donna tornò con un materasso pneumatico, vi si lasciò cadere con un sospiro. Meta fece una smorfia.

— È meglio che ti ci abitui — esclamò Jason. — Ho intenzione di lavorare sdraiato il più possibile. Tu mi farai da braccio destro. Dunque, braccio destro… potresti procurarmi qualcosa da mangiare? Intendo fare anche i pasti, nella stessa posizione.

Meta uscì di scatto. In sua assenza, Jason rifletté un po’, quindi prese alcuni appunti. Quand’ebbero finito di mangiare, iniziò la ricerca.

— Meta, dove posso trovare documenti antichi? Qualunque informazione, di ogni tipo, sui primi giorni della colonia su Pyrrus.

— Non ne ho mai sentito parlare. Non saprei davvero…

— Ma dev’esserci qualcosa, da qualche parte — insistette lui. — Anche se oggi pensate soprattutto alla sopravvivenza, non dev’essere sempre stato così. Avete una biblioteca?

— Certo. La sezione tecnica è eccellente.

Cercando di non gemere, Jason si alzò. — Andiamo.

La biblioteca funzionava in modo completamente automatico. Un indice forniva il numero di ogni volume da consultare. I microfilm arrivavano per tubo pneumatico trenta secondi dopo l’ordine.

— Splendido — esclamò Jason, spingendo indietro il catalogo. — Ma non contiene niente che ci interessi. Soltanto una infinità di testi.

— Cos’altro dovrebbe esserci in una biblioteca?

— Ne parleremo più tardi — disse Jason. — Adesso dobbiamo trovare una traccia. Può darsi che esistano microfilm o nastri magnetici che questa macchina non registri?

— È improbabile, ma possiamo chiedere a Poli. Vive qui, da qualche parte, e la biblioteca gli è affidata. Registra i microfilm e cura le macchine.

La porta che conduceva nella parte posteriore dell’edificio era chiusa, e neanche bussando riuscirono a svegliare l’incaricato. Allora Jason premette il pulsante Macchina guasta. Ottenne l’effetto desiderato; entro cinque minuti; Poli si trascinava davanti a loro.

Di solito, la morte era rapida, su Pyrrus. Se qualche ferita diminuiva l’efficienza di un uomo, il nemico sempre in agguato terminava in fretta di liquidarlo. Poli era l’eccezione alla regola. La parte inferiore del suo volto era scomparsa quasi per intero. Aveva il braccio sinistro contratto e inutile.

Riusciva appena a spostarsi zoppicando da un punto allo altro. Ma aveva sempre un braccio buono, e ci vedeva bene… Poteva lavorare alla biblioteca, sostituendo un uomo efficiente. Nessuno sapeva da quanto tempo si trascinava, come un rottame, per l’edificio; malgrado la sofferenza, che gli occhi lacrimosi e orlati di rosso esprimevano, Poli continuava a vivere.

Disinnestò la sirena d’allarme che l’aveva chiamato; poi inserì in un orecchio uno strumento acustico. Jason spiegò cosa cercava. Poli fece un cenno di assenso, e scrisse la risposta su un foglio.

Ci sono molti vecchi libri… qui sotto, in magazzeno.

Quasi tutto l’edificio era occupato dal sistema elettronico di registrazione e trasporto dei volumi: Jason e Meta seguirono Poli fra le file compatte di macchine, sino a una porta chiusa, sul fondo. Poli l’indicò. Mentre Jason e Meta si sforzavano di aprirla, togliendo i chiavistelli incrostati di ruggine, scrisse ancora qualcosa sul blocco degli appunti: Non si apre da tanti anni, topi.

Con gesto automatico, Jason e la donna impugnarono la pistola; Jason terminò di aprire l’uscio da solo. Poli e Meta si tennero pronti.

In realtà, non fu neppure lui, che aperse. Il rumore che aveva provocato doveva essere stato udito dai roditori chiusi nella parte bassa dell’edificio: e quando Jason fece per girare la maniglia, la porta si spalancò, spinta dall’interno.

Aprire l’inferno, per vedere cosa ne esce…! Meta e Poli, spalla a spalla, spararono nella massa immonda che rigurgitava dall’apertura; Jason saltò da parte, e si incaricò di eliminare i pochi topi che venivano verso di lui.

Parve un’eternità; trascorsero lunghi minuti, prima che l’ultima bestia infetta si fosse lanciata all’attacco. Meta e Poli aspettarono qualche istante; erano eccitati dalla possibilità di eliminare tanti nemici. Jason notò un graffio sul volto della donna. Meta non vi badava.

Estraendo il necessario per il pronto soccorso, Jason girò attorno al mucchio degli animali morti e si avvicinò, appoggiando l’analizzatore al graffio. L’apparecchio scattò, e Meta fece un balzo, mentre l’ago delle antitossine la trafiggeva. Soltanto in quel momento si accorse di quello che Jason stava facendo.

— Grazie — esclamò. — Erano tanti, e uscivano tanto in frettai Poli aveva una grossa torcia elettrica, e Jason la prese. Per quanto malconcio, il vecchio era sempre molto abile, nel maneggio delle armi.

Scesero adagio la scala coperta di escrementi.

Qualcosa si lanciò nel raggio della torcia, e una detonazione lo fermò a mezz’aria…

Ai piedi della scala, si guardarono attorno. C’erano stati libri, e registrazioni, lì, una volta. Ma per decenni i topi li avevano rosicchiati e divorati sistematicamente.

Jason si spostò nel locale. Niente rimaneva di utilizzabile. Con la punta di uno stivale, diede un calcio a una catasta di frammenti, incollerito. Sotto i detriti, brillò per un attimo un riflesso metallico.

— Tieni questa! — Passò a Meta la torcia e dimenticando per un attimo il rischio, cominciò a frugare nel mucchio. Comparve una scatola appiattita di metallo, con un quadrante numerato sul coperchio.

— Diamine, è un libro di bordo! — esclamò Meta, sorpresa.

— È quanto pensavo — rispose Jason. — Se lo è davvero… potrebbe anche darsi che fossimo fortunati.

11

Trasportarono la scatola nell’ufficio di Jason. Dopo averla irrorata di liquido disinfettante, l’esaminarono. Meta indicò alcune parole incise sul coperchio.

— «TS Victory…» doveva essere il nome dell’astronave. Ma non so cosa significa TS.

— Trasporto Siderale — rispose Jason, mentre tentava il meccanismo di chiusura. — Ne ho sentito parlare. Li costruivano durante l’ultima ondata di espansione galattica. Erano, in pratica, recipienti enormi d’acciaio, con le parti che venivano saldate nello spazio. Li caricavano di gente, macchine e rifornimenti, e li trainavano al sistema planetario prescelto. Il rimorchiatore provvedeva anche all’atterraggio, esercitando un’azione frenante. Lo «scafo» costituiva una fonte di metalli, e i coloni potevano cominciare subito a colonizzare il nuovo mondo. Erano davvero enormi; ciascuno conteneva almeno cinquantamila passeggeri. — Si accorse del significato di ciò che aveva detto; gli abitanti di Pyrrus, adesso, erano molti di meno che nella colonia iniziale. — Ma non possiamo esser certi di quanti fossero a bordo — si affrettò ad aggiungere. — Neppure che sia il libro di bordo dell’astronave che raggiunse Pyrrus per prima. Sei capace di trovare qualcosa per aprire quest’arnese? La serratura è tutta corrosa.

Meta sfogò la sua collera sulla scatola. Riuscì ad aprire il coperchio di uno spiraglio, e vi esercitò tutta la sua forza. Il metallo arrugginito cedette; un pesante volume cadde sul tavolo.

«LIBRO DI BORDO DEL TS/VICTORY,

DIRETTO DA SETANI A PYRRUS

CON 55.00 °COLONI».

Immobile alle spalle di Jason, con i pugni stretti, Meta lesse, mentre lui voltava le pagine ingiallite. Sfogliarono in fretta la parte preliminare, che riguardava i preparativi per la partenza e l’inizio del viaggio. Soltanto quando fu arrivato all’atterraggio, cominciò a leggere adagio.

«… il secondo giorno dalla partenza dei rimorchiatori; siamo isolati, adesso. I coloni non si sono ancora abituati al pianeta, malgrado conferenze d’orientamento ogni sera. Penso che non si debba fargliene una colpa; il clima di questo pianeta è spaventevole, peggio di quanto abbiamo mai visto altrove. Avevo dunque ragione, quando durante le riunioni preliminari consigliavo di non scegliere coloni di ceppo industriale? Questi, provenienti dalle città sotterranee di Setani, hanno paura dell’acqua. D’altra parte, abituati all’ 1,5G di Setani, si adattano senza fatica alle 2G di qui. Questo è stato il fattore decisivo. Ma ormai è comunque troppo tardi. L’unica soluzione sarà iniziare i lavori minerari, vendere i metalli e costruire città sotto cupole.

«Gli unici che non ci siano ostili, in questo pianeta dimenticato, sono gli animali. All’inizio abbiamo incontrato alcuni grossi predatori, ma le guardie li hanno eliminati subito. Tutte le altre bestie ci lasciano in pace.

Meno male! Hanno percorso un processo evolutivo tanto antico che non ho mai visto esemplari tanto pericolosi. Persino i piccoli roditori, non più grandi di una mano, sono corazzati come carri armati…».

— Non ci credo! — interruppe Meta. Jason indicò in silenzio la parola PYRRUS sulla copertina. Poi continuò a sfogliare in fretta le pagine. Una frase attirò il suo sguardo. La lesse a voce alta.

e i guai aumentano. Ha cominciato Har Palo, con la sua teoria che il vulcanismo è tanto prossimo alla superficie che il terreno è tiepido, e i cereali crescono bene. Se anche fosse, cosa importa? Non dobbiamo dipendere dall’ambiente, se vogliamo sopravvivere. E ora un nuovo fenomeno. Pare che l’incendio della foresta abbia spinto dalla nostra parte un sacco di animali. Insetti e persino uccelli hanno attaccato i coloni. (Nota per Har: controllare se una possibile migrazione stagionale potrebbe spiegare il fatto). Abbiamo avuto quattordici morti, per ferite e punture velenose. Sono convinto che sia necessario costruire una specie di perimetro difensivo, per tenere fuori dell’accampamento le bestie di maggior mole».

— Bene — concluse Jason. — Se non altro, sappiamo di che natura è la battaglia in cui siamo presi. Aver scoperto che una volta gli animali erano meglio disposti verso di noi, non rende Pyrrus più facile; ma ci dà un’indicazione. Qualcosa ha sobillato la fauna e la flora del pianeta, scatenandole contro l’uomo. Dobbiamo scoprire cos’è.

12

Il libro di bordo non diede altre indicazioni utili. A quanto sembrava, il capitano del Victory non aveva mai pensato che la vita stesse modificandosi, su Pyrrus, ma aveva creduto semplicemente alla scoperta di nuovi animali pericolosi. L’ultima annotazione diceva:

«Il capitano Kurkowski è morto oggi, per avvelenamento da puntura d’insetto. Tutti lo compiangono».

— Dobbiamo mostrare questo libro a Kerk — disse Jason. C’è qualche mezzo di trasporto, o si deve andare a piedi?

— A piedi, naturalmente — rispose Meta.

— Prenditi il libro, allora. Con 2G è molto difficile fare il gentiluomo e portare il pacco.

Erano appena entrati nell’ufficio di Kerk, quando un urlo stridulo uscì dallo schermo del videofono. Jason impiegò un attimo per rendersi conto che si trattava di un segnale. Kerk si precipitò alla porta, correndo verso la strada. Tutti, in ufficio l’imitavano. Meta sembrò perplessa; si voltò verso la porta poi guardò Jason.

— È l’allarme di settore — spiegò. — Si è aperta una breccia nella difesa perimetrale. Tutti devono accorrere.

— Va’ pure, allora. Non preoccuparti per me.

Fu come premere un grilletto. Meta aveva impugnato la pistola, ed era già fuori prima che lui avesse finito di parlare. Fece per seguirla, quando fu trattenuto da un appello del videofono.

— Tutte le stazioni perimetrali mandino il venticinque per cento degli effettivi alla zona 12.

Doveva trattarsi di una situazione grave; gli appelli si susseguivano.

— … abbandonare il primo piano, le bombe all’acido non bastano.

— Se resistiamo, saremo tagliati fuori; chiediamo rinforzi.

— NO, MERV… È INUTILE!

— Il napalm è quasi finito. Ordini?

— Il camion è ancora là, portalo al magazzino, troverai chi ti sostituirà…

Soltanto le due ultime frasi avevano un significato. Venendo da Kerk, Jason aveva notato i cartelli indicatori: i due piani inferiori dell’edificio in cui si trovava erano stipati di rifornimenti. Toccava a lui entrare in azione, adesso.

Quando arrivò al livello stradale, un turbocarro s’era appena fermato davanti alla piattaforma di carico. Due coloni rotolavano all’aperto bidoni di napalm. Jason non osò intromettersi. Scoperse che poteva aiutare, sistemando i bidoni sull’autocarro; i due coloni accettarono quell’aiuto in silenzio.

Era una fatica tremenda, spostare i pesanti cilindri di metallo, con 2G.

Dopo qualche minuto, Jason lavorava immerso in una nebbia rossastra. Si accorse che tutto era finito soltanto quando il veicolo partì di scatto, gettandolo sul pavimento del cassone. Rimase lì steso, ansimante. Quando arrivarono alla breccia nelle difese perimetrali, aveva ricuperato la vista, ma ansava ancora.

Era una scena caotica. Le pistole sparavano, vampate altissime ardevano, e uomini e donne correvano da tutte le parti. I bidoni di napalm furono scaricati senza il suo aiuto, e il turbocarro ripartì. Jason si appoggiò al muro di un edificio semidistrutto, e cercò di orientarsi. Sembrava che ci fosse un gran numero di animali di piccola taglia; ne uccise due che l’attaccavano.

Un colono, pallido per il dolore, si avvicinò barcollando. Il braccio destro, gocciolante di sangue, gli penzolava inerte al fianco. Impugnava la pistola con la sinistra; Jason credette che cercasse l’aiuto di un medico.

Nulla di più sbagliato.

Stringendo la pistola fra i denti, il colono afferrò un bidone di napalm con la mano valida, rovesciandolo. Poi, impugnando di nuovo la pistola, cominciò a farlo rotolare a calci. Non rinunciava al combattimento.

Jason accorse, e si piegò sul bidone. — Ci penso io — esclamò. — Tu puoi coprirci tutti e due con la pistola.

L’uomo si asciugò il sangue e il sudore, e parve riconoscere Jason. — Avanti. Posso ancora sparare. Due mezzi uomini… forse assieme combineremo qualche cosa.

Un’esplosione aveva scavato un cratere nella strada. Due coloni, sul fondo, lavoravano ad approfondirla a colpi di vanga. Pareva assurdo.

Proprio mentre Jason e il ferito si avvicinavano, gli altri due uscirono dalla buca con un salto, e cominciarono a spararvi dentro. Il primo si voltò: era una ragazza di appena dieci anni.

— Dio sia lodato! — ansimò. — Hanno trovato il napalm. Un mostro sta uscendo di qui verso la zona 13… L’abbiamo appena scoperto! — Parlando, fece ruotare il bidone, lo aperse, e cominciò a versare nella buca il gelido contenuto. Quando la metà era già uscita gorgogliando, vi gettò addirittura il bidone. L’altro colono accese un fiammifero, e glielo buttò dietro.

— Indietro, svelti! — gridò. — Il caldo non gli garba!

Il napalm si accese, e lingue di fumo denso si alzarono al cielo. Il terreno tremò sotto i piedi di Jason. Un mostro indistinto, lungo e nero, si mosse nel cuore delle fiamme, poi si inarcò, altissimo. Era enorme, con un diametro di almeno due metri; sembrava interminabile. Le vampe non l’arrestavano, l’infastidivano soltanto.

Jason si fece un’idea della sua lunghezza, quando la strada si aperse in un crepaccio per cinquanta metri da ogni parte della buca. Sparò con la pistola, come gli altri. Non che i proiettili avessero molta efficacia… Altri coloni arrivavano di corsa, armati in modo disparato; soltanto i lanciafiamme e le bombe a mano sembravano ottenere qualcosa.

— Ritirarsi… indietro, indietro!

Jason si voltò, e riconobbe Kerk, che era arrivato con alcuni autocarri carichi di materiale. La sua voce provocò nei coloni una reazione immediata. Scomparvero in un attimo.

Parve a Jason di essere nudo, lì solo al centro della strada. Con lui era rimasto appena il colono ferito. Barcollò verso Jason, agitando il braccio valido. Non capì cosa diceva. Kerk gridava altri ordini, da un autocarro.

Jason si mise a correre.

Era tardi. Da ogni parte, il terreno si fendeva, aprendosi, mentre il corpo del mostro, arcuandosi, ne emergeva. Un anello grigiastro gli bloccò la fuga.

Per un attimo che gli parve un’eternità, Jason rimase impietrito. Tutto sembrava immobile. Il mostro lo sovrastava; il corpo era ruvido e segnato di cicatrici, come corteccia. Una infinità di pseudopodi ne erano proiettati in tutte le direzioni, e si torcevano pallidi, come serpi. Il mostro era un vegetale e si muoveva come un animale, scricchiolando, fendendosi.

Quello era il peggio. Nel suo «corpo» si produssero aperture che vomitarono un’orda di piccoli animali. Jason udì le loro strida, acute eppure confuse, come lontane. Vide le mandibole contornate di zanne. Una specie di paralisi lo teneva inchiodato, immobile. Kerk gli gridava qualcosa; i coloni sparavano contro il mostro.

A un tratto, si sentì spinto in avanti, da un colpo di spalla. Il ferito era ancora lì, e cercava di portare Jason in salvo. Con la pistola stretta fra i denti, trascinava Jason con il braccio sano. Verso il mostro. Gli altri coloni smisero di sparare. Avevano compreso il suo progetto.

Il corpo arcuato del mostro lasciava uno spazio libero, come un ponte. Il colono ferito si piantò a gambe larghe, e tese i muscoli. Con la mano che gli rimaneva sollevò Jason da terra, e lo lanciò oltre quell’arco vivente. Gli pseudopodi che si torcevano gli sfiorarono il volto; poi fu in salvo, e cadde rotolando a terra. Il suo salvatore lo seguì con un balzo.

Era tardi. Il colono avrebbe potuto salvarsi, se non avesse pensato, prima, a Jason. Il mostro aveva avvertito un movimento, quando Jason aveva sfiorato gli pseudopodi. Si lasciò cadere di colpo, e schiacciò il ferito sotto il suo peso. L’uomo scomparve; aveva premuto il grilletto della pistola, e l’arma continuò a sparare per qualche attimo dopo la sua morte.

Jason si allontanò strisciando. Alcuni animali corsero verso di lui, ma furono uccisi. Lui non se ne rese conto. Poi alcune mani lo afferrarono, tirandolo avanti. Kerk urlava, infuriato. Jason si sentì buttare sul cassone di un autocarro. Era ancora cosciente, ma non riusciva a muoversi. Fra un attimo, la stanchezza sarebbe scomparsa, e avrebbe potuto sedersi di nuovo… Ecco, era appena un po’ stanco…

In quel momento svenne.

13

— Come ai vecchi tempi — esclamò Jason. Senza una parola, Brucco servì il cibo a Jason e agli altri feriti, poi uscì. — Grazie — gli gridò dietro il terrestre.

Uno scherzo, un sorriso, come sempre. Ma, dentro, Jason si sentiva rigido, impassibile. Rivedeva, con gli occhi, il mostro che riduceva il colono in poltiglia. L’uomo era morto per lui.

Dal momento in cui aveva ricuperato i sensi, non aveva potuto pensare altro. Sapeva che avrebbe dovuto morire là, nella strada dilaniata dalla battaglia. Avrebbe dovuto scomparire, per aver commesso l’errore di credersi utile ai coloni. Se non fosse stato per colpa sua, il ferito si sarebbe salvato. Il letto in cui Jason era steso apparteneva all’ altro.

L’altro, che era morto per lui. L’altro, che non sapeva neanche come si chiamasse.

Nel cibo, c’era qualche droga, che lo faceva dormire. Le medicazioni toglievano l’arsura delle scottature, dove gli pseudopodi gli avevano sfiorato il volto.

Un uomo era morto per lui.

Non avrebbe potuto farci niente; ma poteva fare in modo che il colono non fosse morto inutilmente.

Jason comprese qual era il suo compito; era più importante, adesso. Se fosse riuscito a risolvere l’enigma di quel mondo terribile, avrebbe saldato il debito.

Quando si tirò seduto sul letto, lo sforzo gli fece girare la testa adagio, dolorosamente, infilò gli abiti. Entrò Brucco; vide quello che stava facendo, e uscì di nuovo, senza parlare.

Impiegò molto tempo, a vestirsi. Quando Jason lasciò la stanza, trovò Kerk che l’aspettava.

— Kerk, voglio dirvi…

— Non ditemi niente! — L’urlo di Kerk riecheggiò dalle pareti. — Sono io, che devo dirvi qualcosa. Che è finita, una volta per tutte. Siete indesiderato su Pyrrus, Jason dinAlt. Mi sono lasciato convincere, una volta, e vi ho aiutato trascurando altro lavoro più importante. Avrei dovuto capire quale sarebbe stato il risultato della vostra «logica»! Welf è morto per voi. E valeva il doppio.

— Welf… si chiamava così?

— Non lo sapevate neanche! — Kerk fece una smorfia di disprezzo. — Eppure si è sacrificato per voi…! — Sputò, avviandosi verso l’uscita. Come ripensandoci si voltò verso Jason.

— Resterete qui dentro, fin quando l’astronave tornerà, fra due settimane.

Poi lascerete il pianeta, e non tornerete più. Altrimenti, vi ucciderò subito.

E con piacere. — Entrò nella camera stagna.

— Un momento — gridò Jason. — Non potete… Non potete… Non avete neanche visto le prove che ho scoperto… Chiedete a Meta… — Il portello si chiuse con un tonfo.

Jason si voltò, e vide che Brucco era immobile alle sue spalle. — Avete sentito? — gli domandò.

— Sì, e sono d’accordo. Potete considerarvi fortunato.

— Fortunato di essere trattato come un idiota…?

— Sì, fortunato — ribatté Brucco. — Welf era l’unico figlio di Kerk. Aveva grandi speranze per lui, e lo addestrava per sostituirlo.

— Mi dispiace, anche se il mio dolore non aumenta, sapendolo. Ma è dunque per quello, che Kerk mi butta fuori? Le prove che ho scoperto…

— Le ho viste — interruppe Brucco. — Un documento storico molto interessante.

— Un… documento storico? È così che lo intendete?

— Il passato è passato — rispose Brucco. — Noi dobbiamo combattere il presente. Basta a impegnare tutte le nostre energie.

Da chiunque, Jason incontrava soltanto indifferenza…

— Siete un uomo intelligente, Brucco… eppure non riuscite a vedere più lontano della punta del naso! Forse è inevitabile. Voi coloni siete superuomini, secondo il metro terrestre. Duri, spietati, imbattibili. Su Pyrrus, il genere umano è stato spinto sino al limite estremo dell’adattabilità dei muscoli e dei riflessi nervosi. Ma è un vicolo cieco. È stato il cervello, che ha fatto uscire l’uomo dalle caverne, e l’ha portato alle stelle. Se ricominciamo a «pensare» coi muscoli, torniamo indietro! Non siete forse cavernicoli, voi di Pirrus, che combattono con le belve? Non pensate mai al motivo per cui vi trovate qui? A quello che vi aspetta?

Brucco parve riflettere. — Cavernicoli?… — domandò. — Ma noi non viviamo nelle caverne, e non adoperiamo mazze di pietra. Non capisco.

Impossibile discutere. Jason si sentì troppo stanco per farlo. La logica dei coloni era semplice: il passato e l’avvenire non contavano, soltanto il presente. — Come va la battaglia? — domandò infine, per cambiare argomento.

— Finita, o all’ultimo stadio, almeno. — Brucco gli mostrò con entusiasmo alcune foto stereoscopiche degli assalitori.

— Cosa sono? Serpenti?

— Non siate assurdo. — Brucco batté sulla foto con un dito. — Radici.

Nient’altro. Molto modificate, ma sempre radici. Hanno superato lo sbarramento passando in profondità. Non sono molto pericolose, in se stesse… possiedono una mobilità limitata. Il pericolo nasceva dall’essere usate come gallerie di accesso. Due o tre specie animali che vivono in simbiosi. Adesso che sappiamo di cosa si tratta, possiamo stare in guardia.

Così, sull’orlo della fine, come su un vulcano. I coloni erano felici di ogni giorno che trascorreva senza portare la distruzione. Jason tacque. Si fece consegnare da Brucco il libro di bordo del Victory, e tornò a letto. I coloni feriti non gli badarono, quando si infilò sotto le coperte, e aperse il volume a pagina uno.

Per due giorni, Jason non si mosse di lì. I feriti se ne andarono, e lui ebbe tutta la stanza per sé. Pagina per pagina, lesse il documento, sin quando conobbe per filo e per segno la storia della colonia. Disegnò una cartina della sede originale, e la sovrappose a una delle città. Non coincidevano affatto.

Era un vicolo cieco. Quanto aveva immaginato si rivelava dolorosamente vero. La città era stata spostata in una zona diversa, dall’epoca del primo atterraggio. Nella biblioteca, non rimanevano altri documenti…

La pioggia scrosciava contro il robusto cristallo della finestra, illuminata dai lampi che traversavano il cielo. I vulcani erano tornati in attività, e il pavimento vibrava del loro rombare nella profondità del pianeta…

14

Jason trascorse ancora una giornata sdraiato a letto, contando i bulloni del soffitto, e sforzandosi di accettare la sconfitta. Il fatto che Kerk gli avesse ordinato di non abbandonare l’edificio gli legava le mani. Si sentiva vicino a una soluzione; ma non avrebbe mai potuto raggiungerla.

Ma non riuscì a resistere oltre. L’atteggiamento di Kerk era esclusivamente emotivo, privo della minima logica. E Jason, dalla vita, aveva imparato a diffidare dell’emotività. No, non poteva essere d’accordo con Kerk… e ciò significava che avrebbe dovuto usare i dieci giorni che rimanevano per risolvere la situazione.

Jason afferrò il blocco per appunti con un entusiasmo nuovo.

Mordicchiando la penna, e riflettendo sino allo spasimo, annotò una nuova serie di altre possibilità. Quando il foglio fu pieno, cancellò tutte le ipotesi troppo azzardate e impossibili, come per esempio quella di una consultazione di documenti storici conservati su altri mondi. Il problema doveva essere risolto su Pyrrus.

L’elenco, infine, offerse due possibilità. Scoprire qualche documento che i coloni potevano possedere, oppure individuare narrazioni verbali tramandate per tradizione. La prima ipotesi sembrava più semplice, e Jason vi si dedicò subito. Dopo aver controllato con attenzione il pacchetto di pronto soccorso e la pistola, si recò da Brucco.

— Che novità sono saltate fuori, da quando mi trovo qui? — domandò.

Brucco lo fissò con irritazione. — Non potete uscire — ribatté. — Kerk l’ha proibito.

— Vi ha incaricato di sorvegliarmi? — domandò ancora Jason.

Brucco rifletté qualche attimo. — No, non devo farvi la guardia… — concluse — e neanche vorrei. Per quanto ne so, è una faccenda fra voi e Kerk, e tale deve rimanere. Uscite pure, quando volete. E fatevi ammazzare da qualche parte, così una volta per tutte i nostri guai saranno finiti.

— Contraccambio l’augurio. Adesso istruitemi sugli sviluppi dell’evoluzione delle belve.

L’unico cambiamento degno di nota riguardava una lucertola color ardesia, che sputava un getto di veleno con precisione mortale. La morte si verificava entro alcuni istanti, se la saliva toccava la pelle. Occorreva uccidere le lucertole prima che arrivassero a tiro. Un’ora di esercitazione bastò ad adeguare Jason al fenomeno.

Uscì senza scalpore dall’edificio, e nessuno lo vide. Era un pomeriggio caldo e silenzioso, disturbato soltanto da tuoni lontani, e da qualche detonazione. Jason si recò al dormitorio più vicino. Faceva fresco, lì dentro; si abbandonò su una panca, rimanendovi sin quando il sudore gli fu asciugato. Poi entrò nella sala convegno, per iniziare la ricerca.

Era già finita prima di cominciare. Nessun colono conservava documenti antichi, e trovava anzi molto divertente l’idea, per la sua assurdità. Dopo la ventesima risposta negativa, Jason comprese che avrebbe avuto le stesse possibilità di rintracciare quanto gli interessava, come di scoprire le lettere della nonna nello zaino di un soldato.

Rimaneva la seconda ipotesi: la tradizione orale. Ma ancora una volta Jason ottenne risultati identici. I coloni cominciavano a infastidirsi per la sua insistenza; Jason si arrese, prima di trovarsi nei guai. Il commissario gli servì un pasto che pareva composto di polpa plastica e fibra di legno.

Lo consumò in fretta, poi rimase seduto a riflettere. Non voleva ammettere di trovarsi di nuovo in un vicolo cieco. Chi avrebbe potuto aiutarlo? Aveva parlato soltanto con dei giovani. Non avevano il minimo interesse per le vecchie storie. Era roba da vecchi, quella e non c’erano vecchi, su Pyrrus.

Conosceva un’eccezione soltanto; Poli. Era un’ipotesi; forse che come lui lavorava in una biblioteca provava qualche interessamento per la storia e i libri vecchi. Poteva darsi che ricordasse di aver letto, un tempo, volumi ora scomparsi. Una traccia molto esile, in verità; ma degna di essere seguita.

Poli lavorava nell’interno di una macchina catalogatrice. Smise soltanto quando Jason gli batté sulla spalla. Inserì l’apparecchio acustico, e aspettò con calma che parlasse.

— Avete qualche vecchio documento, o qualche lettera, che avete conservato per vostro uso personale?

Scosse la testa. — No.

— E racconti… sapete, a proposito di qualche grande avvenimento del passato, che possono avervi fatto quand’eravate giovine?

— No.

Ogni domanda otteneva, come risposta, quel cenno negativo del capo di Poli. Presto il vecchio si infastidì, e indicò il lavoro che non aveva terminato.

— Sì, so che dovete lavorare — disse Jason — ma è una faccenda importante. — Poli scosse ancora la testa, e alzò la mano per togliere l’apparecchio acustico. — Un momento… Ancora una domanda soltanto.

Poli, cos’è un grubber? Ne avete mai visto uno, e sapete cosa fanno, e dove si possano trovare?

Jason tacque di colpo, mentre Poli girava su se stesso e lo colpiva in faccia con il braccio valido. L’urto fu violento, e buttò indietro Jason.

Come in una nebbia, vide che Poli gli si avvicinava barcollando, con il volto orrendo contorto dalla collera.

Non rimaneva tempo per la diplomazia. Movendosi il più svelto possibile, Jason corse verso la porta. Riuscì appena a chiuderla in faccia a Poli.

Fuori, s’era messo a nevicare e Jason si avviò con passo stanco, massaggiandosi la mandibola. Grubber significava qualcosa… Ma cosa? E a chi avrebbe osato domandare altre informazioni? Rimaneva soltanto Meta…. Decise di cercarla dimenticando la stanchezza; ma gli occorse tutta la sua forza, per avviarsi barcollando verso l’edificio di Brucco.

Il mattino dopo, uscì presto, appena dopo colazione. Gli rimaneva soltanto una settimana. Jason imprecò, mentre si trascinava contro il peso delle 2G. Meta era stata di servizio, quella notte, e sarebbe dovuta tornar presto al suo alloggio. Quando rientrò Jason era sdraiato sulla cuccetta.

— Fuori — esclamò la donna con voce atona. — O devo pensarci io?

— Pazienza, per favore — esclamò lui, sedendosi. — Mi riposavo un po’, aspettandoti. Devo farti una domanda, e quando avrai risposto non ti disturberò più.

— Avanti. — Meta batté il piede per terra. Ma la sua aveva anche una sfumatura di curiosità. Jason rifletté un attimo.

— Cerca di controllarti. Sai che sono uno straniero, e spesso dico cose sconvenienti… Vuoi dimostrare la tua superiorità dominandoti, ed evitando di ridurmi in briciole?

Meta rispose soltanto con un altro colpo del piede.

— Cos’è un grubber?

Per un attimo, la donna rimase immobile. Poi lo guardò con disgusto. — Trovi davvero gli argomenti più antipatici.

— Può darsi… ma non è ancora una risposta, la tua.

— Sono… be’, gente di cui non si parla. Rivolgiti a Krannon; da me non saprai altro. — L’afferrò per il braccio, trascinandolo verso l’uscita. Chiuse la porta sbattendola forte.

Ora avrebbe dovuto scoprire chi era Krannon.

L’ufficio matricola registrava un individuo con quel nome, e gli diede l’indicazione del suo turno e del punto in cui lavorava. Non era lontano, e Jason vi andò. Era un grande edificio cubico privo di finestre, con una parola soltanto, Viveri, accanto alle entrate, tutte sigillate. Per introdurvisi, Jason passò attraverso una serie di camere automatizzate che lo sottomisero a ultrasuoni, ultravioletti, antibiotici, spazzole rotanti e tre docce finali. Infine fu ammesso, bagnato come un pulcino ma molto più pulito, alla zona principale. Uomini e robot ammucchiavano casse, e a uno di loro domandò di Krannon. il colono lo guardò dall’alto in basso, e sputò per terra, prima di rispondere.

Krannon lavorava da solo. Quando Jason si avvicinò, smise di accatastare balle, e si sedette su una di esse. Era un individuo tarchiato, sul cui volto sembrava scolpita l’infelicità; e le rughe sembrarono approfondirsi, mentre Jason gli spiegava il motivo per cui era venuto lì.

Sbadigliò senza farne mistero. Quando Jason ebbe finito, sbadigliò ancora, e non si prese neppure la briga di dire una parola.

Jason insistette. — Dunque non avete vecchi libri, documenti, registrazioni o roba simile?

— Avete pescato proprio il tipo adatto, straniero — esclamò Krannon. — Da ora in avanti, vedrete quanti guai!

— Perché?

— Perché? — Per la prima volta, sembrò animarsi. — Vi dirò io perché! Ho fatto uno sbaglio, una volta, e mi hanno condannato senza appello. Per sempre… che ne dite? Sempre da solo; e dover prendere ordini anche dai grubbers.

Jason si sforzò di controllarsi.

— I grubbers? Cosa sono?

L’assurdità di quella domanda sbalordì Krannon: gli pareva impossibile che al mondo esistesse qualcuno che non aveva mai sentito parlare dei grubbers. Un’espressione compiaciuta gli comparve sul volto. Aveva davanti qualcuno che l’avrebbe ascoltato…

— I grubbers sono traditori… ecco cosa sono. Traditori della razza umana, e dovrebbero essere eliminati. Vivono nella giungla.

— Cioè sono uomini… coloni come voi?

— Non come me egregio. Non ripetete questo sbaglio, se volete vivere…

Una volta mi sono addormentato mentre ero di guardia, e devo sopportarne le conseguenze… Ma questo non significa che i grubbers mi garbino, o che io piaccia a loro. Puzzano, vi dico, e se non fosse per i viveri che ci procurano sarebbero tutti morti, entro un’ora. Mi ci dedicherei con entusiasmo.

— Se vi forniscono viveri, dovete dare qualcosa, in cambio?

— Qualche mercanzia, coltelli, sementi la solita roba. Provvedo io alla consegna.

— Come? — domandò Jason.

— Con un turbocarro corazzato. Lascio la roba in un posto convenuto, poi torno a ritirare i viveri che loro lasciano in cambio.

— Posso accompagnarvi, la prossima volta?

Krannon rifletté per un attimo, corrugando la fronte. — Be’, credo che non ci sia niente in contrario, se siete abbastanza idiota da venire… Potrete aiutarmi nel carico. Sarà fra otto giorni.

— Ma l’astronave sarà già partita… sarà troppo tardi. Non potete andarci prima?

— Sentite, i vostri guai non mi riguardano — brontolò Krannon, alzandosi.

— Non cambierò certo data, per voi.

Jason comprese che per quel primo incontro non avrebbe potuto ottenere altro, da Krannon. Si diresse all’uscita, poi si voltò.

— Un’ultima cosa. Che aspetto hanno questi selvaggi… i grubbers?

— E chi lo sa! — sbottò Krannon. — Io scambio merci, con loro, non ci faccio l’amore. Se ne vedessi uno, lo farei fuori sul posto. — Fece un gesto con la mano, e la pistola gli balzò in pugno. Jason uscì senza dir altro.

Sdraiato in cuccetta, mentre riposava, cercò un modo per convincere Krannon a cambiare la data di consegna. I milioni di crediti che possedeva non avevano valore su Pyrrus. Eppure, se Krannon non poteva essere convinto, doveva esser corrotto. Come? Lo sguardo di Jason incontrò l’armadietto in cui erano rinchiusi i suoi abiti da straniero, e gli venne un’idea.

Era già mattino, quando poté tornare al deposito viveri, e aveva adesso un giorno di meno a disposizione. Krannon non si disturbò ad alzare gli occhi, mentre Jason si avvicinava.

— Vi piace questa? — domandò Jason, porgendogli una scatola appiattita, d’oro, che sul coperchio aveva incastonato un grosso diamante. Krannon tese la mano per restituire l’oggetto. — Non ho bisogno di luce, per quello che faccio. Tenete.

— Un momento — insistette Jason. — Non è tutto… Se premete il diamante, salta fuori una di queste. — Una pallina nera, grossa come un’unghia, gli cadde in mano. — Una bomba, di ultranite pura. Basta premerla e buttarla.

Tre secondi dopo esplode; ha abbastanza potenza da distruggere quest’edificio.

Krannon, adesso, sorrise, tendendo la mano. Le armi esercitavano un fascino invincibile, sui coloni.

— È tutta roba vostra, se anticipate a domani la consegna ai grubbers… e mi lasciate venire con voi.

— Trovatevi qui alle cinque — rispose Krannon.

15

Il turbocarro si fermò alla porta delle difese perimetrali. Krannon rivolse un cenno alle guardie, dal finestrino, poi vi chiuse sopra una corazza metallica. Quando la porta si aperse, il turbocarro, che era in realtà un carro armato enorme, scivolò adagio in avanti. Incontrarono un’altra porta, che si aperse soltanto dopo la chiusura della prima. Jason guardò dal periscopio del secondo pilota. Una batteria di lanciafiamme automatici lanciò getti ardenti, cessando il fuoco soltanto quando il turbocarro li raggiunse. Una zona di terreno arso circondava l’uscita; subito dopo, cominciava la giungla. Tutte le piante e gli animali di cui aveva visto appena qualche esemplare, esistevano lì a profusione. Rami e liane si allacciavano in modo inestricabile, e la vita selvaggia pullulava.

Un concerto infernale di urla e strida fu amplificato dagli altoparlanti.

Krannon rise, e girò un interruttore, interrompendo il circuito.

Il turbocarro procedeva a bassa velocità nella giungla. Krannon teneva la faccia incollata alla maschera di gomma del periscopio, e regolava i comandi. Con il passare dei chilometri, però, parve che il viaggio diventasse più agevole; infine Krannon si staccò dal periscopio, e riaperse il finestrino. La giungla era ancora folta, mortale, ma già ben diversa dalla zona immediatamente attorno al perimetro difensivo. Sembrava che le forze ostili di Pyrrus si concentrassero contro la colonia. Perché? Jason se lo domandò.

I motori si spensero, e Krannon si alzò. — Siamo arrivati — esclamò.

Scaricarono.

Il turbocarro si trovava sulla roccia nuda, un’elevazione dove la flora poteva attecchire. Krannon aperse i portelli di scarico, e assieme i due uomini spinsero fuori le casse. Poi Jason si abbandonò, esausto, sulla catasta.

— Tornate dentro, ce ne andiamo — ordinò Krannon.

— Io non vengo. Resto qui.

Krannon lo guardò freddamente. — Rientrate o vi uccido. Innanzitutto, non riuscireste a cavarvela, da solo. Cadreste in mano ai grubbers che vi eliminerebbero subito. Peggio ancora; non possiamo permettere che il vostro equipaggiamento cada nelle loro mani.

Il cervello di Jason lavorava in modo febbrile. Sperò che Krannon fosse lento di comprendonio quanto era svelto di riflessi.

Fissò con ostentazione gli alberi, scrutando fra i rami. Krannon si accorse subito di quel gesto. Quando Jason dilatò gli occhi, impugnando di scatto la pistola, anche l’arma di Krannon uscì dal fodero, e il colono si voltò nella medesima direzione.

— Là… in alto — urlò Jason, sparando. Anche Krannon aperse il fuoco.

Immediatamente Jason si buttò indietro, raggomitolandosi, rotolando giù per la roccia. Gli spari avevano coperto il rumore della caduta, e prima che Krannon potesse voltarsi l’attrazione delle 2G avevano portato il terrestre fra il fogliame intricato della giungla. I rami intricati lo fermarono.

Quando si immobilizzò, era immerso nel folto. I colpi di Krannon furono tardivi, e non lo colpirono.

Sdraiato a terra, stanco e contuso, Jason sentì Krannon imprecare. Girò attorno alla roccia, sparando nel folto, ma evitò di entrarvi. Infine cedette, e tornò al turbocarro. Il motore fu acceso, e i cingoli strepitarono mentre si allontanava. Gli schianti, poco per volta, diminuirono.

Jason era solo.

Sino a quel momento, non s’era reso conto di quanto grande sarebbe stata quella solitudine. Dovette vincere l’impulso a rincorrere l’autocarro.

Se ci fosse stato un altro mezzo, per risolvere la situazione, l’avrebbe scelto; ma Kerk gli aveva forzato la mano. Era indispensabile entrare in contatto con i grubbers, e presto!

Non sapeva dove potevano trovarsi, o quando sarebbero giunti. Se la giungla non era letale come attorno alla città, avrebbe potuto rimaner lì nascosto, e scegliere il momento opportuno per avvicinarli. Se l’avessero individuato, fra i rifornimenti portati da Krannon, avrebbero anche potuto ucciderlo subito.

Qualcosa si mosse, su un ramo, ma scomparve quando Jason si avvicinò camminando stancamente. Le piante che circondavano un enorme tronco non sembravano velenose, e Jason vi si appoggiò, rilassandosi per un attimo contro la corteccia ruvida.

Un corpo estraneo, morbido e soffocante, gli cadde addosso; si sentì afferrare in una stretta d’acciaio. Tentò di dibattersi ma la forza che l’avvinceva aumentò sentì che il sangue gli tuonava nelle orecchie, e gli mancava il fiato.

Soltanto quando Jason si afflosciò inerte la pressione cessò. Il suo terrore diminuì un poco, quando capì che non era stato un animale, ad attaccarlo. Non aveva mai visto un grubber; ma sembravano uomini, e ciò gli lasciava qualche probabilità di salvezza.

Gli legarono braccia e gambe, strappandogli il fodero dell’arma. Si sentì nudo, in modo strano, senza la pistola. Poi, mani robuste lo afferrarono di nuovo, e si sentì gettare in aria, per ricadere sul ventre, attraverso un corpo morbido e tiepido. Il terrore lo invase di nuovo: si trattava questa volta di un grosso animale. Tutti gli animali, a Pyrrus, davano la morte.

Ma quando l’animale cominciò a camminare, trasportandolo, il panico fu sostituito da una sensazione di sollievo crescente. I grubbers erano riusciti a concludere una tregua almeno con una forma di vita animale. Doveva scoprire come! Se fosse riuscito a portare quel segreto ai coloni, avrebbe ripagato tutte le sue sofferenze. Forse anche la morte di Wolf, se la guerra poteva essere conclusa.

Le membra, legate, gli dolevano forte, in principio, ma si intorpidirono, quando la circolazione diminuì. Il viaggio, pieno di scosse, continuò; perse la sensazione del tempo. Uno scroscio di pioggia lo infradiciò, poi sentì che i suoi abiti fumavano, quando ricomparve il sole.

Il viaggio, infine, si concluse. Fu strappato dalla groppa dell’animale e lo lasciarono cadere a terra. Si trovò le braccia libere appena qualcuno allentò i legami. La circolazione riprese dolorosamente; quando le mani gli obbedirono, le alzò sulla faccia, togliendosi il sacchetto di pelliccia che sino a quel momento gli aveva impedito di vedere. La luce lo accecò, mentre i suoi polmoni aspiravano aria fresca a grandi boccate.

Battendo le palpebre, si guardò attorno. Era sdraiato su un pavimento di tavole grezze, e il sole al tramonto gli illuminava la faccia penetrando dalle aperture, prive di porta, della baracca. All’esterno, c’era un campo arato, che si stendeva per la collina sino al limite della giungla. Nella baracca, era troppo scuro per poter vedere molto.

Qualcosa interruppe il raggio di luce sulla soglia: un uomo, con i capelli lunghi e una barba folta. Era coperto di pellicce; anche le gambe erano avvolte di pelo. Fissava il prigioniero, mentre con una mano carezzava il manico di un’ascia che aveva alla cintura.

— Chi siete? Cosa volete? — domandò a un tratto.

Jason scelse con cautela le parole, chiedendosi se quel selvaggio fosse tanto pronto a entrare in collera, come i coloni.

— Mi chiamo Jason. Vengo in pace. Voglio essere vostro amico.

— Menzogne — gridò l’uomo, estraendo l’ascia dalla cintura. — Ho visto che vi nascondevate. Mi aspettavate, per uccidermi. Ma io vi farò fuori prima! — Provò il filo dell’ascia, poi l’alzò.

— Un momento! — gridò Jason in tono disperato. — Non capite!

L’ascia si abbassò, sibilando.

— Sono arrivato da un altro pianeta, e…

Il tonfo dell’arma che urtava il tavolato lo riscosse. All’ultimo momento, il grubber aveva deviato il colpo. Afferrò Jason per il vestito e lo sollevò di peso, sin quando i loro volti si toccarono.

— È vero? — urlò. — Venite da un altro pianeta? — Aperse la mano, e Jason ricadde, prima di poter rispondere. Il selvaggio lo superò con un salto, correndo verso il fondo in penombra della baracca.

— Devo informare subito Rhes — esclamò, mentre tastava la parete. Un fiotto di luce inondò il locale.

Jason guardò, sbalordito. Il selvaggio coperto di pellicce metteva in funzione un apparecchio radio.

Era privo di sensi. Chi stava chiamando, il grubber? Gli apparecchi radio dovevano essere almeno due. Rhes era una persona, o un dio, una cosa, un mostro?

Si dominò con uno sforzo. La situazione presentava sviluppi imprevisti.

Si disse che sarebbe bastato conoscere i fatti per capire. Chiuse gli occhi.

— Alzatevi — gli ordinò la voce del grubber. — Dobbiamo andare.

Aveva le gambe ancora intorpidite. L’uomo barbuto fece una smorfia di disgusto e lo tirò in piedi, appoggiandolo alla parete. Jason si sostenne alle tavole di legno, nodose. Il grubber si allontanò.

Jason si guardò attorno. Era la prima volta che si trovava in una fattoria, da quand’era ragazzo. Quel pianeta era diverso, ma gli aspetti simili erano evidenti. Un campo appena seminato si stendeva per la collina, davanti alla baracca. Era stato arato da uno che sapeva il fatto suo. I solchi, tutti eguali, seguivano il profilo dell’altura. Un altro edificio, più grande, si alzava vicino al primo; probabilmente una stalla o un fienile.

Sentì un rumore alle sue spalle, e si voltò di scatto. Rimase di pietra.

Con la mano, cercò la pistola, e strinse il dito su un grilletto inesistente.

Il mostro era uscito dalla giungla, e si era avvicinato senza rumore.

Aveva zampe robuste, con piedi muniti di artigli, che affondavano nel terreno. Il corpo, lungo due metri, era coperto di una pelliccia gialla e nera, tranne che il capo e le spalle, difese da piastre ossee.

Jason attese la morte.

La bocca del mostro, tagliata diritta nel muso appiattito, si spalancò, mostrando due file di denti frastagliati.

— Qui, Fido! — ordinò il grubber, ricomparendo. L’animale fece un balzo, sfiorando Jason sbalordito, e strofinò la testa contro le gambe dell’uomo. — Bravo, bravo — esclamò quello, carezzandolo.

Aveva portato dalla stalla due altri animali come quello che aveva trasportato Jason dopo la cattura, già sellati e con le briglie. Jason notò appena la pelle lucida e liscia, e le gambe snelle, mentre saliva in groppa al primo. Il grubber gli legò i piedi alle staffe. Quando si avviarono, Fido li seguì.

— Fido! — mormorò Jason, e senza motivo scoppiò a ridere. Il grubber lo fissò corrugando la fronte, sin quando tacque.

Quando entrarono nella giungla, era ormai buio, ed era impossibile distinguere qualcosa, sotto il fogliame. Ma gli animali sembravano conoscere la strada. Tutto attorno, si udivano stridori e scricchioli, ma Jason non se ne preoccupò. Forse, la tranquillità con cui il grubber affrontava il viaggio lo rassicurava, o la presenza del «cane», che sentiva, più che vedeva. Percorsero molta strada, ma senza molto disagio.

Il movimento regolare dell’animale che lo trasportava, e la fatica, vinsero Jason, che cadde in un dormiveglia intermittente, svegliandosi con un sobbalzo ogni volta che la testa gli arrivava sul petto. Finì per dormire seduto in sella. Trascorsero così alcune ore, sin quando aperse gli occhi e intravide un rettangolo luminoso. Erano arrivati.

Aveva le gambe rigide e piene di vesciche. Quando gli furono slegati i piedi, scese con uno sforzo, e per poco non cadde. Una porta si aperse, e Jason entrò. Impiegò qualche attimo per abituarsi alla luce, poi riuscì a distinguere l’uomo, sdraiato su un letto, che gli stava davanti.

— Avvicinatevi, e sedete. — La voce era forte e sonora, abituata a dare ordini. Il corpo era da invalido. Una coperta lo nascondeva sino al petto; la pelle visibile aveva un biancore malsano, chiazzato di noduli rossi, e pendeva floscia sulle ossa.

— Non è uno spettacolo piacevole — proseguì lo sconosciuto — ma io mi ci sono abituato. — Cambiò bruscamente tono. — Naxa dice che non siete di Pyrrus. È vero?

Jason rispose con un cenno, e quel gesto parve ridare vita all’altro. Alzò la testa dal cuscino, e gli occhi cerchiati lo fissarono con intensità disperata. — Mi chiamo Rhes, e sono un… grubber. Siete disposto a aiutarmi?

Jason si meravigliò della forza con cui gli era stata rivolta quella semplice domanda. La risposta era ovvia. — Certo che vi aiuterò, in tutti i modi. A patto di non danneggiare nessun altro. Cosa volete?

La testa dell’ammalato era ricaduta indietro, esausta. Ma i suoi occhi mantenevano uno sguardo ardente. — State tranquillo… non voglio far male ad alcuno — assicurò Rhes. — Al contrario. Come vedete, ho addosso una malattia che i nostri rimedi non riescono a vincere. Fra qualche giorno, sarò morto. Ebbene, ho visto… i coloni… usare una macchina… la premono sulle ferite, o sul punto morsicato da un animale. Ne avete una con voi?

— Certo. Analizza e cura quasi tutte le infezioni. — Jason premette un pulsante alla cintura, e la scatola gli cadde in mano.

— Siete disposto a usarla su di me? — insistette Rhes.

— Scusate — mormorò Jason. — Avrei dovuto pensarlo subito. — Fece un passo avanti, e premette lo strumento su una delle chiazze rosse del petto di Rhes. Una lampadina si accese, e la sottile lama analizzatrice sondò il punto ammalato. Quando si fu ritirata, la macchina emise un ronzio leggero, e quindi scattò tre volte, mentre tre diversi aghi ipodermici affondavano nella pelle. Poi la luce si spense.

— È tutto qui? — domandò Rhes, mentre Jason riponeva alla cintura l’apparecchio.

Il terrestre annuì, e notò contemporaneamente le lacrime che inumidivano gli occhi e il volto dell’altro. Rhes si asciugò con un gesto irritato.

— Quando ci si ammala — esclamò — il corpo ci tradisce. Non ricordo di aver pianto, da quand’ero ragazzo. Ma dovete capire… Non piangevo per me. Migliaia dei miei uomini sono morti, perché non avevano quell’apparecchietto.

— Ma avrete bene dei medici, delle cure?

— Già, erbe e stregoni — rispose Rhes. — Quei pochi che si impegnano sono danneggiati dal fatto che, di solito, le terapie semipsicologiche basate sulla fiducia funzionano meglio.

Parlare l’aveva stancato. Rhes si interruppe e chiuse gli occhi. Sul petto, le chiazze rosse sbiadivano già, mentre le iniezioni facevano effetto. Jason si guardò attorno.

Il pavimento, e le pareti, erano fatti di assi avvicinate, senza vernice né abbellimenti. Ma guardando con più attenzione, si accorse che i grubbers vi avevano strofinato della cera, per far risaltare la venatura. Erano davvero selvaggi, dunque, se avevano cercato di ottenere il possibile da materiali grezzi? L’effetto finale era superiore alla verniciatura che copriva le stanze imbullonate dei coloni.

Rhes aveva ammesso che i grubbers preferivano gli stregoni ai medici.

Come coincideva, con ciò, la presenza dell’apparecchio radio? O il soffitto, luminoso, che rischiarava la stanza?

Rhes riaperse gli occhi, e guardò Jason come se lo vedesse per la prima volta. — Chi siete? Cosa fate qui?

Quelle parole nascondevano una minaccia, e Jason la sentì. I coloni odiavano i grubbers, e senza dubbio quel sentimento era reciproco. Naxa era entrato senza rumore, e rimaneva immobile, sfiorando con la mano l’impugnatura dell’ascia. Jason comprese che non poteva rispondere dicendo la verità. Se i grubbers avessero sospettato che si trovava fra loro per spiarli a vantaggio dei coloni, sarebbe stata la fine.

— Sono Jason dinAlt, un ecologo… sono venuto qui per motivi scientifici.

— Cos’è un «ecologo»? — interruppe Rhes.

— In poche parole, l’ecologia è quel ramo della scienza biologica che studia i rapporti fra gli organismi e il loro ambiente. Come il clima e altri fattori influiscono sulle forme vitali, e come queste, a loro volta, si influenzano a vicenda. — Jason non ne sapeva molto di più, e si affrettò a proseguire. — Ho sentito parlare di Pyrrus, e sono venuto qui per documentarmi sul posto. Ho lavorato il più possibile, in città, ma non bastava. I coloni sono convinti che io sia pazzo; ma finalmente hanno permesso che venissi qui.

— Che disposizioni sono state prese per il vostro ritorno? — domandò Naxa.

— Nessuna — spiegò Jason. — Sembravano sicuri che sarei stato ucciso subito, e non speravano affatto che tornassi.

La risposta parve convincere Rhes. — Certo che la pensano così, quegli idioti. Non sanno uscire un metro fuori della città senza un carro armato grande come una stalla. Cosa vi dicevano di noi?

Jason rifletté un attimo, prima di rispondere. — Be’, voglio essere sincero.

Dicevano che eravate selvaggi ignoranti. E che… avevate strane abitudini.

Che vi davano semi e qualche oggetto in cambio di viveri…

I due grubbers, a quelle parole, scoppiarono a ridere.

— Oh, ci credo — esclamò Rhes. — Sono le idiozie adatte a loro. Quella gente non sa niente del pianeta su cui vive. Vi credo, non siete di Pyrrus.

Un colono non avrebbe mosso un dito, per salvarmi. Siate dunque il benvenuto. Vi aiuteremo in tutti i modi. — Chiuse gli occhi. — Adesso mi sento stanco. Resterete qui, Jason. Posso offrirvi una coperta, per stanotte.

La fatica colpì improvvisamente Jason, come una mazzata. Come in una nebbia, rifiutò da mangiare, e si avvolse in una coperta sdraiandosi sul pavimento. Si addormentò di schianto.

16

Ogni centimetro quadrato del corpo gli doleva, dove le 2G del pianeta avevano premuto la carne contro le tavole dure del pavimento. Sedendosi con uno sforzo, dovette trattenere un gemito.

— Salve, Jason — salutò Rhes dal letto. — La vostra macchinetta è miracolosa.

Sembrava davvero guarito. Le chiazze rosse erano scomparse dalla pelle, e anche gli occhi avevano uno sguardo diverso. — C’è della roba da mangiare, in quell’armadietto — proseguì. — Dev’esserci anche dell’acqua, o del visk da bere.

Il visk si dimostrò una specie di beveraggio distillato, di potenza straordinaria, che liberò in un attimo il cervello di Jason dalla nebbia che lo avvolgeva. E il cibo era un pezzo di carne dolcemente affumicata, la migliore che avesse assaggiato su Pyrrus. La colazione gli restituì la fiducia nella vita e nell’avvenire.

Ora che non doveva più preoccuparsi di sopravvivere, e che la stanchezza era scomparsa, i suoi pensieri tornarono subito al problema che li dominava. Chi erano in realtà i grubbers, e come avevano potuto rimanere in vita, immersi in quella natura selvaggia? Appesa dietro la porta, vide una balestra e un fascio di frecce di metallo. Dimostravano che quegli uomini erano tutt’altro che selvaggi. Ecco: innanzitutto, gli occorrevano altre informazioni.

— Rhes, vi siete messo a ridere, quando vi ho detto quello che i coloni pensavano di voi. Cosa vi danno, in cambio dei viveri?

— Tutto, entro certi limiti — rispose Rhes. — Piccoli manufatti, come componenti elettronici per le nostre radio. Leghe inossidabili che noi non possiamo produrre, convertitori atomici che producono energia da elementi radioattivi… Ci danno tutto quello che non figura sull’elenco proibito.

Hanno molto bisogno di cibo.

— E cosa c’è sull’elenco proibito?

— Armi, naturalmente, o quanto potrebbe essere trasformato in armi potenti. Sanno che produciamo polvere da sparo; e non ci darebbero per esempio grosse quantità di tubi a pressione, che potremmo trasformare in canne. Le scaviamo noi a mano anche se la balestra è più silenziosa e comoda, nella giungla. Poi, non vogliono che impariamo molte cose… per questo ci forniscono soltanto manuali tecnici di manutenzione, e niente opere teoriche. Infine, è bandita la medicina; e questo non riesco a capirlo.

Li odio, per tutti i morti che si sarebbero potuti evitare.

— Io capisco, invece — esclamò Jason. — Si tratta semplicemente di sopravvivenza. La loro popolazione diminuisce, e sarà scomparsa, entro qualche anno. Voi invece almeno dovete rimanere in equilibrio se pure non aumentate, anche senza i mezzi meccanici protettivi di cui dispongono i coloni. In città, vi detestano, e sono contemporaneamente gelosi di voi. Se vi dessero le medicine, vincereste la battaglia che loro hanno perduto.

Immagino che vi tollerino come un male necessario, perché li rifornite di viveri; altrimenti sareste già tutti morti.

— Sembra chiaro — ammise Rhes. — È la logica contorta che ci si può aspettare da gente come quella! Ci sfruttano, dandoci in cambio il minimo possibile; ma intanto ci tagliano fuori dai viaggi interplanetari e dall’umanità! Ci credete davvero selvaggi, Jason? Sembriamo quasi animali perché dobbiamo combattere per vivere su un livello animalesco.

Ma sappiamo che esistono altri pianeti. In quell’armadietto ci sono più di trenta libri; tutti quelli che abbiamo. Romanzi, quasi tutti, con qualche accenno di storia e di scienza. Bastano appena per tener vivo il ricordo di come ci siamo stabiliti qui, e quello del mondo esterno. Vediamo le astronavi arrivare, e sappiamo che esistono altri mondi che possiamo soltanto sognare, ma che non vedremo mai! Vi meraviglia, che odiamo i coloni?

Era un’aspra condanna ma non mancava di verità. Jason non tentò di spiegare che i coloni ritenevano il loro atteggiamento l’unico possibile. — Com’è nato il dissidio fra di voi? — domandò.

— Non so — rispose Rhes. — Non abbiamo documenti di quell’epoca.

Sappiamo che siamo tutti discendenti di coloni che arrivarono qui assieme.

A un certo punto, i due gruppi si sono separati. Ho una teoria; può darsi che sia stata la scelta del luogo dove fondare la città, che ha provocato il contrasto. Ma non posso dimostrarlo.

— Non capisco bene.

— Conoscete quei tali. Avete visto dove hanno costruito la città. L’hanno piazzata proprio nel punto più selvaggio del pianeta. A loro non interessa niente degli altri esseri; sono capaci soltanto di sparare e uccidere. Sono certo che i miei antenati hanno capito quanto fosse idiota la scelta di quel posto, e che hanno cercato di convincerli. Un motivo sufficiente per la guerra, no?

— Può darsi. Ma io penso che non vediate con esattezza il problema. La guerra vera è fra gli uomini e la vita di Pyrrus; ciascuno tenta di distruggere gli altri. Le forme vitali si evolvono di continuo, per annientare l’invasore.

— Ma non è vero affatto! — ribatté Rhes. — Ammetto che la vita non sia molto semplice, su Pyrrus… se è vero quello che ho letto, nei miei libri, degli altri pianeti. Comunque, si può sopravvivere. Ma i coloni vanno in cerca di guai, e sono contento che li abbiano.

Jason non insistette. — Immagino che non sia importante sapere chi ha iniziato il dissidio — dichiarò. — Ma dovete ammettere che gli abitanti della città sono sempre in lotta con l’ambiente. Voi, invece, siete riusciti a farvi amiche almeno due specie di animali. Com’è stato possibile?

— Naxa arriverà fra un momento — rispose Rhes. — Chiedetelo a lui. È lui, quello che parla meglio di tutti.

— Che parla? — ripeté Jason. — M’era sembrato il contrario. Non ha detto molto, e quel poco… non mi sembrava molto chiaro.

— Non parla come tutti gli altri — interruppe Rhes con impazienza. — La gente come Naxa si occupa degli animali. Addestrano i cani e i doryms, e i migliori come Naxa, cercano di addomesticare anche altre specie. Si vestono di pelli, ma è indispensabile. Li ho sentiti dire che agli animali non garbano i manufatti, il metallo e il cuoio conciato. Ma la loro sporcizia non ha niente a che vedere con l’intelligenza,

— Doryms? Sono quelle bestie che usate per trasporto?

Rhes annuì. — Anche qualcosa di più. I maschi tirano gli aratri e altre macchine, mentre i più giovani ci danno la carne. Ma chiedetelo a Naxa; lo troverete nella stalla.

— Con piacere. — Jason si alzò. — Soltanto, senza pistola mi sento a disagio.

— Prendetela; è in quell’armadio, vicino alla porta. Ma state attento a quello che prendete di mira.

Naxa era intento a limare gli artigli di un dorym. L’animale dilatò le narici, quando Jason entrò. Naxa gli batté sul collo, parlandogli con voce dolce. L’animale si calmò, rabbrividendo.

— Buon giorno — esclamò Jason. Naxa brontolò qualche parola indistinta, e si rimise al lavoro. Jason lo osservò; avvertiva una strana sensazione, in parte familiare. Gli sfuggiva, appena cercava di precisarla. Qualunque fosse, era cominciata quando Naxa aveva parlato al dorym.

— Mi potreste chiamare un cane, Naxa? Vorrei vederne uno più da vicino.

Senza alzare la testa, Naxa emise un fischio leggero. Non poteva essere ascoltato fuori dalla stalla. Eppure, di lì a un attimo, uno degli strani animali a sei zampe entrava senza rumore. Naxa gli carezzò la testa, mormorando, mentre il «cane» lo fissava negli occhi.

L’animale divenne inquieto, quando Naxa si rimise al lavoro con il dorym. Gironzolò per la stalla, fiutando, poi si mosse, svelto, verso la porta. Jason lo richiamò.

Almeno, ne ebbe l’intenzione. All’ultimo momento, non aperse bocca.

D’impulso, tacque; chiamò il cane mentalmente. Pensando le parole Vieni qui! diresse verso di lui quell’impulso, con tutta la forza possibile. Si rese conto che da molto tempo non usava le sue facoltà extrasensoriali.

Il cane si fermò, voltandosi; gli si avvicinò, esitando.

Visto da vicino, sembrava un incubo. Le piastre protettive erano glabre; i piccoli occhi orlati di rosso, e gli innumerevoli denti che gocciolavano saliva, facevano ben poco per ispirare confidenza. Eppure, Jason non ebbe paura. Quello, era un rapporto fra uomo e animale, un rapporto cosciente.

Senza quasi accorgersene, tese la mano, e carezzò la bestia sulla schiena.

— Non sapevo che sapevate parlare alle bestie — esclamò Naxa. Per la prima volta, la sua voce ebbe una sfumatura amichevole.

— Non lo sapevo neanch’io… fino ad adesso — ammise Jason. Guardò il cane negli occhi, e cominciò a capire.

Gli individui come Naxa dovevano aver sviluppato qualità extrasensoriali. Non esiste barriera di razza, quando due esseri condividono le loro emozioni; e i telepatici come Naxa erano stati i primi a spezzare la barriera dell’odio su Pyrrus, e a imparare a vivere con la fauna del pianeta. Poi, altri avevano seguito il loro esempio; così si erano formate le comunità dei grubbers.

Ora che vi si concentrava, Jason sentiva anche il flusso dei pensieri che l’avvolgeva. L’autocoscienza del dorym era affiancata da altri schemi mentali identici, che provenivano dal fondo della stalla, e anche dall’esterno, dai campi.

— Ma ci avete mai pensato, Naxa? Come mai riuscite a farvi obbedire dagli animali, mentre gli altri uomini non ci riescono?

Era un pensiero troppo difficile, per Naxa. Fece una smorfia. — Mai pensato. Capita. Basta conoscere le bestie, e si indovina quello che stanno per fare.

Evidentemente Naxa non aveva mai riflettuto sulle sue possibilità. E come lui, gli altri; accettavano i propri poteri come un semplice fatto concreto.

Le idee si accavallavano nella mente di Jason. Aveva detto a Kerk che la flora e la fauna di Pyrrus erano unite contro l’uomo… Ebbene, ne ignorava tuttora il motivo, ma cominciava a capire come ciò poteva avvenire.

— A che distanza siamo dalla città? — domandò.

— Mezza giornata per l’andata, e mezza per il ritorno. Perché?

— Oh, non voglio tornarci, non ancora. Ma mi piacerebbe, se potessi avvicinarmi — rispose Jason.

— Chiedetelo a Rhes — dichiarò Naxa.

Rhes diede il permesso, senza far domande. Sellarono subito due dorym, e partirono, in modo da poter tornare entro la giornata.

Viaggiavano da meno di un’ora; quando Jason «sentì» che si avvicinavano alla città. Attimo per attimo, quella sensazione divenne più forte. Anche Naxa sembrava inquieto; dovevano rassicurare di continuo le loro cavalcature, che diventavano nervose.

— Basta così — disse a un certo punto Jason. Naxa si fermò.

Un’onda di pensieri inespressi e silenziosi invadeva la mente di Jason.

Poteva sentirli in tutte le direzioni, ma molto più forti verso la città invisibile. Una cosa dunque era evidente, ora: gli animali di Pyrrus erano sensibili alle emanazioni telepatiche; forse anche le piante avvertivano il contatto extrasensoriale. Poteva darsi che comunicassero addirittura, per mezzo loro, dato che obbedivano a chi la padroneggiava. In quella zona, le onde telepatiche erano fitte come mai Jason aveva sentito. Anche se personalmente era specializzato in psicocinesi, nel controllo mentale della materia inerte, era sensibile ai fenomeni extrapercettivi.

E, tutto attorno a lui, un pensiero giganteggiava, spaventoso e orribile, in parte fatto di terrore, in parte di odio. Esprimeva soltanto volontà di distruzione.

«UCCIDETE IL NEMICO»:

così avrebbe potuto esprimerlo Jason. Ma era ben più violento; un fiume mentale di distruzione e di ribrezzo.

— Torniamo, adesso — esclamò, sentendosi a un tratto nauseato. E, durante la cavalcata, comprese molte cose.

Il terrore improvviso, inesprimibile, quando il mostro di Pyrrus l’aveva assalito nel cilindro, appena sbarcato sul pianeta. E gli incubi ricorrenti, che non erano mai cessati, neanche con l’uso di droghe. Erano semplicemente la sua reazione all’ondata di odio diretta senza sosta contro la città. Anche se non se ne era reso conto sino a quel momento, una quantità sufficiente filtrava sino a lui da produrre un disagio simile.

Rhes dormiva, quando arrivarono, e poté parlargli soltanto il mattino seguente. Trascorse riflettendo buona parte della notte. Avrebbe potuto rivelargli tutto quanto aveva scoperto? No, perché altrimenti avrebbe anche dovuto spiegarne l’importanza, e lo scopo per cui intendeva servirsene. Meglio tacere, sin quando tutto non sarebbe stato finito.

17

Dopo la colazione, informò Rhes che desiderava tornare in città.

— Avete visto abbastanza, eh? Volete tornare dai vostri amici? Per aiutarli a eliminarci, forse?

— Spero che non lo crediate neanche voi — rispose Jason. — Al contrario, sarei felice che questa guerra civile terminasse, e che anche voi poteste godere i benefici della scienza, e della medicina, di cui vi hanno privato sinora. Io farò tutto il possibile per ottenerlo.

— Non sprecate tempo — consigliò Rhes. — Ma una cosa dovete fare, per protezione vostra e anche nostra. Non ammettete mai di aver visto i grubbers!

— Perché?

— E me lo chiedete? Farebbero di tutto; per evitare un nostro successo, e preferirebbero mille volte vederci tutti morti. Credete che esiterebbero, se sospettassero che siete entrato in contatto con noi? Sanno cosa ci occorre, e cosa vogliamo. Immaginerebbero subito quanto sto per chiedervi…

Aiutateci, Jason dinAlt. Tornate fra loro, e mentite. Dite che non ci avete mai visti; che siete rimasto nascosto nella foresta e che vi abbiamo attaccato e che avete dovuto sparare, per salvarvi. Penseremo noi a distribuire qualche cadavere, per rendervi credibile. Cercate di convincerli; e quando crederete di esserci riuscito, continuate a recitare la vostra parte, perché vi terranno d’occhio! Poi, informateli che avete terminato il lavoro, e che siete pronto ad andarvene. Partite da Pyrrus, andate dove volete… e io vi prometto la ricchezza!

— Pyrrus è un pianeta ricco — proseguì Rhes. — I coloni scavano e vendono i metalli, ma noi siamo in grado di fare molto meglio. Portate qui un’astronave, e atterrate dove volete; sul continente. Noi non abbiamo città, ma i grubbers hanno fattorie dappertutto; vi troveremo; e cominceremo a commerciare. Per conto nostro. Questo è quanto desideriamo tutti, e lavoreremo sodo, per ottenerlo. E sarete voi, che ce lo renderete possibile. Poi, non avrete che da chiedere, e otterrete tutto. Ve lo prometto; e i grubbers mantengono sempre la parola.

La grandezza di quelle frasi, di quella visione, scossero Jason. Comprese che Rhes diceva la verità; e per un attimo ne fu tentato. Ma subito dopo comprese che se i grubbers fossero potuti diventare potenti, il loro primo gesto sarebbe stato la distruzione dei coloni. La guerra civile si sarebbe perpetuata.

Quella lotta, invece, avrebbe dovuto cessare; i due gruppi etnici sarebbero potuti vivere finalmente in pace.

— Non farò niente che possa danneggiare la vostra gente, Rhes — esclamò — e tutto quanto, invece, potrà aiutarvi — promise.

Quella risposta un po’ evasiva soddisfece Rhes, che poteva interpretarla in un modo soltanto, impiegò il rimanente della mattinata dando disposizioni, per radio, a proposito del rifornimento di viveri, che doveva esser trasportato al luogo convenuto.

— È tutto pronto, e abbiamo inviato il segnale — concluse. — Il turbocarro arriverà domani, e voi andrete ad attenderlo. Tutto è stato predisposto come vi ho detto. Partirete subito, con Naxa. Dovete raggiungere il punto d’incontro prima dei coloni.

— Sono quasi qui… sapete cosa dovete fare? — domandò Naxa.

Jason annuì, e guardò il cadavere. Una belva gli aveva strappato un braccio, ed era morto d’emorragia. Adesso gli avevano cucito il braccio alla manica, e visto da lontano sembrava normale.

— Eccoli… — sussurrò Naxa.

Il turbocarro, questa volta, rimorchiava tre vagoni. Il convoglio si fermò; Krannon uscì dalla cabina, e si guardò attorno con attenzione, prima di aprire i rimorchi. Aveva con sé un robot, che l’avrebbe aiutato nelle operazioni di carico.

— Adesso! — sibilò Naxa.

Jason si precipitò nella radura, urlando il nome di Krannon. Sentì un rumore alle sue spalle, mentre due grubbers nascosti lanciavano il cadavere attraverso il fogliame. Si voltò, sparando senza fermarsi, e cogliendo il bersaglio a mezz’aria.

Si udì la detonazione di un’altra pistola, mentre Krannon lo imitava; il suo colpo tagliò in due il cadavere, prima che toccasse terra. Poi continuò il fuoco, dirigendolo fra le piante alle spalle di Jason.

Proprio mentre Jason raggiungeva il turbocarro, si udì un ronzio, e una sferzata di dolore lo colpì alla schiena, abbattendolo. Si guardò attorno, mentre Krannon lo trascinava al sicuro, e vide una freccia metallica che gli sporgeva dalla spalla destra.

— Siete fortunato — esclamò il colono. — Qualche centimetro più in basso vi avrebbe liquidato. Vi avevo avvertito a proposito dei grubbers! — Sparò ancora qualche colpo nel bosco ormai silenzioso.

Togliere la freccia fu molto doloroso. Jason imprecò, mentre Krannon lo bendava, e ammirò la completezza con cui i grubbers facevano il loro lavoro.

Quando Jason fu bendato, Krannon completò il carico, poi avviò il convoglio verso la città. Jason inghiottì qualche pillola, e si addormentò.

Probabilmente, Krannon dovette avvertire i coloni per radio; quando infatti arrivarono al perimetro difensivo, Kerk li aspettava. Appena il turbocarro oltrepassò le porte, Kerk aperse la cabina, e afferrando Jason lo strappò fuori. Le bende si allentarono, e lui sentì che la ferita si riapriva.

Strinse i denti; non avrebbe dato a Kerk la soddisfazione di urlare.

— Vi avevo detto di non uscire sin quando non fosse partita l’astronave!

Perché avete disobbedito? Perché siete andato nella giungla? Avete parlato con i grubbers, vero?

— Ho… parlato… con nessuno — riuscì a dire Jason. — Ne ho fatti fuori due… sono dovuto stare nascosto sin quando sono tornati i camion.

— E lì ne ha fregato un altro — intervenne Krannon. — Un bel tiro, anche.

Ho visto io. Lasciatelo stare, Kerk, gli hanno tirato nella schiena, prima che riuscisse a raggiungermi.

Basta così, pensò Jason. Cambiamo argomento.

— Eppure ho lavorato per voi, Kerk — esclamò — mentre eravate qui, al sicuro. — Si appoggiò alla fiancata del turbocarro, quando l’altro allentò la stretta. — Ho scoperto la ragione vera di questa battaglia per il pianeta… e come potrete vincerla.

Altri coloni si erano avvicinati. Nessuno si mosse. Impietriti, come Kerk, fissavano Jason.

— Cosa intendete dire?

— È chiaro. Tutta Pyrrus combatte contro di voi… attivamente e sapendo di farlo. Se vi allontanate un po’ dalla città, potete sentire le ondate di odio che le sono dirette contro. No, forse non ci riuscireste, perché siete nato qui. Ma io le ho sentite, e come me ci riuscirebbe chiunque che avesse qualche sensibilità extrasensoriale. Dirigono contro di voi un messaggio di guerra, senza sosta! La flora e la fauna del pianeta sono telepatiche, e obbediscono ad esso. Così vi attaccano, e si modificano per distruggervi. E continueranno, sin quando sarete tutti morti. A meno che non concludiate la guerra.

— Come? — scattò Kerk. Le persone attorno a lui ripetevano quella domanda.

— Scoprendo chi, o cosa, invia quel messaggio. Le forme vitali che vi attaccano non sono dotate di intelligenza autonoma. Ricevono l’ordine di farlo! Io credo di sapere come individuare la sorgente di tali ordini. Poi, si tratterà soltanto di inviare un nostro messaggio, e di chiedere una tregua, prima della fine delle ostilità.

Un silenzio mortale seguì le sue parole. Kerk si rivolse ai coloni.

— Al lavoro, voialtri! Questo è affar mio, e me ne occuperò. Appena avrò scoperto se ha detto la verità, riferirò. — I coloni si allontanarono in silenzio.

18

— Spiegatevi con ordine, adesso — ordinò Kerk. — E dite tutto.

— C’è poco da aggiungere. Ho visto gli animali, e ho sentito il messaggio.

Ho fatto qualche esperimento con alcune bestie, e hanno reagito come desideravo. Adesso, non mi resta che individuare la fonte delle onde telepatiche.

— Vi dirò qualcosa — proseguì Jason — che non ho mai confessato. Le mie vittorie al gioco non sono soltanto fortuna. Ho possibilità extrasensoriali sufficienti ad alterare le probabilità in mio favore. Naturalmente, ho sempre cercato di migliorarle. Le capacità extrasensoriali possono svilupparsi, con l’esercizio; sono state escogitate addirittura delle macchine, che possono agire come amplificatori su di esse. Appunto una di tali macchine, se usata correttamente, è un buon indicatore direzionale.

— E vorreste costruirla? — domandò Kerk.

— Appunto. Costruirla, e portarla fuori della città, nell’astronave. Segnali tanto forti da provocare una guerra vecchia di secoli dovrebbero essere facili, da individuare. Li seguirò, entrerò in contatto con chi li emette, e cercherò di scoprire perché lo fanno. Immagino che approverete ogni piano che possa far terminare questa guerra?

— Ogni piano ragionevole — rispose Kerk in tono freddo. — Quanto tempo vi occorrerà per costruire una macchina simile?

— Qualche giorno appena, se avete in magazzino le parti che mi servono.

— Mettetevi al lavoro, dunque. Darò ordine che l’astronave non parta, e che rimanga a vostra disposizione. Quando avrete costruito la macchina e individuato il segnale, voglio che mi riferiate.

— D’accordo — rispose Jason. — Appena mi avranno rimesso a posto il buco che ho nella spalla, preparerò l’elenco di quello che mi occorre.

Come guardia, e guida nello stesso tempo, gli assegnarono un individuo con la faccia tetra, un certo Skop. A Jason, non occorse molto per accorgersi che, in realtà, lo trattava come un prigioniero in libertà vigilata.

Al primo sospetto, la guardia si sarebbe trasformata in giustiziere.

Jason pensò, con un brivido, che ciò si sarebbe verificato senza dubbio.

Non poteva permettersi il lusso di correre rischi. I grubbers erano illusi se credevano che un progetto come quello potesse riuscire. Certo che non avrebbero avuto niente da perdere, se fosse fallito.

Soltanto per metà la mente di Jason era occupata nel lavoro, mentre preparava un elenco di materiale che gli sarebbe occorso per l’indicatore telepatico. Si tormentava per cercare una via d’uscita inesistente. Kerk non gli avrebbe permesso di squagliarsela; se non fosse riuscito a far terminare la guerra, e a sistemare la questione dei grubbers, non avrebbe più abbandonato Pyrrus.

Quando l’elenco fu pronto, chiamò i magazzeni. Con qualche sostituzione appena, tutto era disponibile, e promisero di mandarglielo.

Skop, apparentemente, si appisolò in una poltrona, mentre Jason disegnava uno schema della macchina. Malgrado la fatica, il diagramma si sviluppò in fretta.

Meta arrivò a tarda sera, portando le parti che lui aveva richiesto.

Depose una scatola sul tavolo di lavoro, fece per parlare, poi cambiò idea, e tacque. Jason alzò gli occhi, e sorrise.

— Confusa? — domandò.

— Non capisco cosa intendi dire — ribatté lei. — Soltanto irritata. Il solito viaggio è stato rimandato, e i rifornimenti ne resteranno sconvolti per dei mesi. E invece di pilotare, o di andare di servizio al perimetro difensivo, devo star qui, ad aspettare i tuoi ordini. Poi, dovrò seguire chissà quale rotta idiota, secondo i tuoi capricci. Ti meravigli che sia irritata?

Jason, prima di rispondere, dispose con attenzione le parti sul telaio della macchina. — Non è il caso che ti offenda perché dico «confusa», Meta. Non potrebbe essere diversamente. Tu hai una mentalità insulare. È giusto: Pyrrus è come un’isola, che presenta una quantità di problemi che tu sei qualificata a risolvere. Ma non è meno isola, e per questo… quando ti trovi di fronte a un problema di carattere diverso, ti confondi. O, anche peggio… ti convinci che i soliti problemi insulari sono più importanti.

— Sciocchezze — ribatté Meta. — Pyrrus non è affatto un’isola, e combattere per la sopravvivenza non è uno scherzo.

— Scusa. Poniamo i termini della questione su basi più concrete.

Supponiamo che io ti dica che sull’architrave della porta c’è un insetto velenoso…

La pistola di Meta puntava già la porta prima che Jason finisse di parlare. Anche Skop, in un attimo, era scattato in guardia, impugnando l’arma.

— Era appena un esempio — spiegò Jason. — In realtà, non c’è niente, là. — La pistola di Skop rientrò nel fodero, e il colono gli rivolse uno sguardo di sprezzo.

— Vi siete dimostrati in grado, tutti e due, di risolvere un problema connesso alla vita su Pyrrus — concluse Jason. — Ma se vi dicessi che sull’architrave c’è invece un insetto che sembra velenoso, ma che in verità tesse una seta sottile che si può adoperare per farne abiti?…

Skop osservò ancora la porta, brontolò qualcosa, poi uscì calcando il passo. Meta corrugò le sopracciglia, perplessa.

— Sarebbe impossibile — rispose infine. — E anche se l’insetto non fosse velenoso, ti morderebbe, se ti avvicinassi; perciò sarebbe indispensabile ucciderlo. — Sorrise, soddisfatta della sua stessa logica.

— Hai sbagliato ancora — dichiarò Jason. — Ho descritto semplicemente il ragno mimetico, che vive sul pianeta di Stover. Imita le specie più temibili, e ci riesce tanto bene che non ha più bisogno di altri mezzi difensivi.

Eppure, se lo prendi in mano, si limita a tessere la sua tela. Se ne scaricassi un’infinità qui a Pyrrus, non sapreste più quali eliminare, vero?

— Ma non ce ne sono — affermò Meta.

— Potrebbero esserci. E in tal caso, tutte le regole del vostro… gioco cambierebbero. Capisci, adesso? Esistono leggi e norme precise, nella Galassia, e non sono quelle secondo cui vivete voialtri. La vostra legge è la guerra con tutto il pianeta! Io voglio che ciò invece finisca. Non ti piacerebbe un’esistenza che non si limiti a un combattimento incessante per sopravvivere? Una vita dove si possa amare, fare della musica, della poesia, essere felici… tutte cose per cui non avete mai avuto tempo?

Meta lo fissò per un attimo, incredula, poi si dominò, e gli voltò le spalle, avviandosi alla porta. La voce di Jason la fermò.

— Skop se n’è andato perché non voleva perdere la fiducia nella sua logica unilaterale. Ma tu hai visto altri pianeti, Meta… sai che esiste una vita diversa che uccidere o essere uccisi! Tu sai che ho detto la verità, anche se non vuoi ammetterlo.

Meta uscì di scatto; ma Jason pensò con un sorriso che forse la parte di donna che c’era in lei avrebbe finito per vincerla sul colono.

19

— Lasciate cadere quella roba, e Kerk vi staccherà la testa — esclamò Jason. — Lo vedo là, e a quel che pare è scontento di essersi lasciato convincere.

Skop imprecò per il peso dell’indicatore direzionale, e lo passò a Meta, che aspettava nell’inquadratura del portello dell’astronave. Jason sorvegliava l’operazione di carico, e teneva lontani tutti gli animali pericolosi a colpi di pistola. Erano numerosi, quel mattino; ne eliminò quattordici, poi entrò per ultimo.

— Dunque… — disse rivolgendosi a Meta. — Per installare l’apparecchio, mi occorre un punto che non abbia davanti metalli densi che interferiscono con il segnale. La plastica può ancora andare; se preferisci, posso montarlo all’esterno, con un telecomando.

— Forse sarà necessario — rispose Meta. — Lo scafo è tutto in un pezzo.

Per guardar fuori, usiamo teleschermi. No, un momento… forse un posto ci sarebbe.

Lo accompagnò alla sporgenza dello scafo dov’era sistemata una scialuppa di salvataggio. Vi entrarono. — Queste scialuppe hanno oblò trasparenti, coperti da schermi antifrizione, che vengono ritirati in caso di lancio.

— Possiamo togliere gli schermi adesso?

— Credo — rispose Meta. Seguì il circuito di collegamento sino a una scatola, e l’aperse. Appena chiuse il relay, le pesanti piastre scivolarono di nuovo entro lo scafo. La visione era ampia e nitida l’oblò sporgeva dalla fiancata dell’astronave.

— Perfetto — ammise Jason. — E come farò per parlarti?…

— Usando questo — indicò un microfono. — È sintonizzato. Non toccare nient’altro; specialmente quest’interruttore. È il lancio di emergenza. Fa’

attenzione; la scialuppa è senza carburante.

— Sta’ tranquilla. Adesso, Skop… collegatemi con la centrale energetica dell’astronave, e l’apparecchio sarà pronto a funzionare.

L’indicatore direzionale era semplice; soltanto la sintonizzazione era stata un po’ laboriosa. Un’antenna a forma di disco raccoglieva i segnali, individuandone con precisione l’origine; uno stadio amplificatore completava l’opera. Quando tutto fu pronto, Jason rivolse un cenno all’immagine di Meta sullo schermo. — Decolla… con calma, per favore. Fa’

un giro lento attorno al perimetro difensivo; poi ti darò la rotta. L’astronave si alzò con un’accelerazione costante, poi iniziò il giro orbitale. Ruotarono per cinque volte attorno alla città, prima che Jason scotesse la testa.

— Sembra che quest’arnese funzioni… Ma riceviamo troppi disturbi.

Allontanati di trenta chilometri, e gira ancora.

I risultati migliorarono, questa volta. Un segnale molto forte proveniva dalla direzione della città con una derivazione di appena un grado. Meta fece ruotare l’astronave, in modo che la scialuppa dove si trovava Jason puntasse verso il basso.

— Bene così… Tieniti bene in rotta…

Dopo aver annotato con precisione la parallasse, Jason spostò l’antenna ricevitrice di centottanta gradi. Mentre l’astronave continuava a orbitare, raccolse tutti i segnali che puntavano verso la città. Avevano già percorso mezzo giro, quando captò un’altra emissione.

Sì, era là, senza dubbio, non ampia ma forte… Per scrupolo, lasciò che l’astronave descrivesse due giri, e annotò ogni volta il rilevamento sulla girobussola. I dati coincidevano. Al terzo giro, chiamò Meta. — Tieniti pronta per descrivere un angolo retto a destra… pronto… adesso!

Jason riuscì a rimanere sempre in onda con il segnale. Diminuì d’intensità, a tratti, ma fu in grado sempre di riagganciarlo. Meta allora aumentò la potenza ai motori.

Un’ora di volo, alla massima velocità atmosferica consentita, non portò cambiamenti. Jason insistette. Il segnale, anziché diminuire, aumentava adagio di potenza. Oltrepassarono la catena vulcanica che segnava i confini del continente; poi si trovarono sul mare.

Quando le isole comparvero all’orizzonte, il segnale si avvicinò all’azimut dell’astronave.

Un tempo, c’era stato un continente, lì, che emergeva dal nucleo ancora liquido del pianeta. Poi le pressioni erano mutate, le masse continentali si erano spostate, e l’oceano le aveva sommerse. Adesso, rimaneva soltanto una catena di isole, che una volta erano state le vette più alte dei monti.

Quelle isole, che si alzavano a picco dalle onde, ospitavano gli ultimi abitanti del continente perduto. Lì vivevano gli indigeni di Pyrrus.

— Scendi adagio — ordinò Jason — verso quella vetta grande… Sembra che i segnali nascano lì.

Sorvolarono la montagna a bassa quota, ma oltre alle piante e alle rocce inondate di sole nient’altro era visibile.

Poi una sofferenza acutissima per poco non fece esplodere la testa di Jason. Una sferzata di odio, che l’amplificatore ingigantiva. Jason si strappò gli auricolari, e si prese il capo fra le mani. Con gli occhi pieni di lacrime, vide lo stormo di mostri volanti che si lanciava verso di loro.

Intravvide appena il declivio sottostante, poi Meta diede potenza ai motori e l’astronave balzò via di slancio.

— Li abbiamo trovati! — La sua esultanza svanì, quando vide Jason al teleschermo. — Stai bene? Cos’è successo…?

— Mai ho sentito un’esplosione simile di odio! Ho intravisto una apertura, come una grotta… Sembrava che il raggio venisse di lì.

— Sdraiati. Torniamo il più svelto possibile. Dobbiamo avvertire Kerk.

Un gruppo li aspettava all’astroporto; quando scesero. Kerk si precipitò all’interno appena il portello fu aperto. Corse da Jason, steso in una cuccetta d’accelerazione. — È vero? — gridò. — Avete individuato i criminali che hanno fatto scoppiare la guerra?

— Calma, per favore — mormorò Jason. — Ho scoperto di dove viene il messaggio telepatico che tiene aperte le ostilità. Non ho prove, circa chi ha iniziato la guerra…

— L’avete individuato, sì o no?

— È segnato sulla carta — intervenne Meta. — Ci andrei a occhi chiusi.

— Bene, bene. — Kerk si fregò forte le mani. — Non è facile convincersi che, dopo tanti secoli, la guerra potrebbe finire davvero. Ma invece di lottare con la miriade dei mostri, che si rinnova sempre, attaccheremo i loro Capi. Pagheranno di persona!

— No, invece! — Jason si mise seduto con uno sforzo. — Dico di no! Da quando sono arrivato su Pyrrus, mi avete sbattuto da tutte le parti, e ho rischiato dieci volte la vita. Credete che l’abbia fatto per la vostra smania di distruzione? È la pace, che voglio! Avete promesso di entrare in contatto con quelle creature, e di trattare la pace. Siete un uomo di parola, sì o no?

— Non baderò a questo insulto… anche se in altre circostanze vi avrei ucciso, per la vostra impudenza — ribatté Kerk. — Siete stato molto utile al nostro popolo, e non abbiamo vergogna di riconoscere i nostri debiti. Ma non accusatemi di non mantenere promesse che ho mai fatto! Ho promesso di accettare qualsiasi piano ragionevole che avrebbe fatto finire la guerra.

E ho intenzione di farlo! Il vostro progetto di trattare la pace non è ragionevole. Quindi, distruggeremo il nemico.

— Riflettete un momento! — Jason gridò a Kerk, che si allontanava. — Che pericolo c’è nel tentare trattative, o in un armistizio? Se va male, potete sempre ricorrere alla forza.

Intanto, una piccola folla di coloni si era raccolta attorno a loro. Kerk si voltò. — Vi dirò io perché non accetto un armistizio… È una scappatoia da vigliacchi! Pensate davvero che anche per un attimo potrei pensare a una soluzione simile? Non parlo per me solo, ma per tutti. A noi non importa combattere. Sappiamo che quando la guerra sarà finita potremo costruire un mondo migliore su Pyrrus! E se non avessimo scelta, fra la guerra e una pace vigliacca, sceglieremmo la guerra! Continueremo a combattere sino alla distruzione totale del nemico!

I coloni mormorarono il loro assenso. Jason dovette urlare. — Bene.

Credete di essere originale…? Siamo dalla parte del giusto, e il nemico è il diavolo… Non importa un accidente se anche gli altri dicono la stessa cosa!

Come può esistere una pace vigliacca? Dite la verità: vi piace uccidere, e volete continuare a farlo!

I coloni tacquero. Kerk, pallido, si dominò con uno sforzo. — Avete ragione, Jason. Ci piace uccidere. E continueremo! Tutti quelli che ci hanno combattuto, su Pyrrus, dovranno morire…!

Se ne andò, questa volta, e il peso delle sue parole rimase come sospeso nell’aria. I coloni lo seguirono, parlando eccitati fra loro. Jason si sentiva esausto.

Quando rialzò gli occhi, vicino a lui c’era soltanto Meta. I suoi occhi avevano lo stesso sguardo assetato di sangue degli altri; ma quell’espressione scomparve, quando lui la fissò.

— Che c’è, Meta? — scattò Jason. — Non hai dubbi? Non sei convinta anche tu che l’unico mezzo per concludere la guerra sia la distruzione totale?

— Non so… — rispose la donna. — Per la prima volta in vita mia, mi trovo con diverse soluzioni alla stessa domanda.

— Congratulazioni — esclamò Jason in tono amaro.

20

Jason guardava il mortale carico entrare dai boccaporti nella stiva dell’astronave. I coloni erano di buon umore, mentre accatastavano armi di ogni specie, granate e bombe e gas. Quando arrivò a bordo una bomba atomica portatile, cominciarono addirittura a cantare un inno di guerra.

Jason, invece, era tetro. Gli sembrava di aver tradito la vita. Forse gli esseri misteriosi che aveva individuato meritavano di essere distrutti… e forse no. Annientarli senza il minimo tentativo di conciliazione gli sembrava un omicidio in massa.

Comparve Kerk, e le pompe dei motori d’avviamento pulsarono nell’astronave. Jason si avvicinò a Kerk. — Vengo con voi. Me lo dovete concedere; sono stato io a individuarli.

Kerk esitò. — Questa è una missione di guerra — esclamò. — Non c’è posto per osservatori. E il peso extra… — Quindi, decidendosi improvvisamente:

— E va bene, salite a bordo! Ma tenetevi fuori dei piedi, d’accordo?

Ora che la destinazione era nota, il volo fu molto più rapido. Meta sollevò l’astronave alla stratosfera, in un arco che si concludeva alle isole.

Kerk sedeva al posto del secondo pilota; Jason, alle sue spalle, teneva d’occhio gli schermi. La pattuglia da sbarco, composta di venticinque volontari, era pronta nella stiva con le armi. L’astronave, pilotata con attenzione da Meta, prese terra vicino all’imboccatura della caverna.

Jason era preparato all’urto dell’onda telepatica ma la sua violenza era ancora quasi insostenibile. Tutti gli animali dell’isola si stringevano attorno all’astronave. Ne furono massacrati a migliaia; ma sembravano arrivare senza interruzione. Un macello orribile.

Dopo mezz’ora, il fuoco rallentò. Gli animali attaccavano ancora, ma gli assalti in massa sembravano terminati. Kerk si accostò all’interfono. — Pattuglia da sbarco… fuori! Tenere gli occhi aperti! Portate la bomba nella caverna, il più avanti possibile. State pronti a rientrare appena chiamo!

Gli uomini sciamarono giù per le scalette, e si disposero in formazione da battaglia. Si trovarono presto attaccati, ma gli animali venivano annientati prima che riuscissero ad avvicinarsi. Non occorse molto tempo, perché l’uomo di testa raggiungesse la caverna. Portava una minuscola telecamera collegata con l’astronave; Kerk seguiva l’avanzata allo schermo.

— È una grande caverna… — brontolò. — Inclinata verso il fondo e all’indietro. Quello che temevo. Se lanciassimo la bomba, servirebbe soltanto a chiuderla, colpendo l’imboccatura. E non avremmo garanzie che chi c’è dentro non potrebbe uscire da un’altra parte. Dovremo scoprire dove finisce.

Nella caverna, adesso, c’era calore sufficiente per l’uso dei raggi infrarossi. Agli schermi, le pareti erano visibili in un contrasto violento di bianchi e di neri.

— Nessun segno di vita — riferì il capopattuglia. — Qualche osso scarnificato, ed escrementi di pipistrelli… per ora.

L’avanzata continuò passo per passo, sempre più lenta. Se pur insensibili alle emanazioni extrasensoriali i coloni avvertivano l’onda di odio che era proiettata senza sosta contro di loro. Jason aveva un forte mal di testa.

A un tratto, Kerk urlò: — Attenzione…! — Fissava gli schermi con orrore.

La caverna era stipata di minuscoli animali senza occhi. Si riversavano da piccoli corridoi laterali, e sembravano emergere dal terreno. Le prime file si dissolsero fra le fiamme lanciate dalle armi, ma altre ne comparvero.

Sullo schermo, la caverna parve ruotare pazzamente, quando l’uomo che portava la piccola telecamera cadde. Una massa di corpi minuscoli coperse le lenti.

— Stringere le file… lanciafiamme e gas! — gridò Kerk.

Neppure metà dei coloni era ancora viva, dopo quel primo assalto. I sopravvissuti lanciarono le bombe a gas. Qualcuno, scavando fra i cadaveri bruciacchiati degli animali, trovò la telecamera.

— Lasciate lì la bomba, e ritiratevi — ordinò Kerk. — Abbiamo già avuto abbastanza perdite.

— Ci spiace, signore — esclamò un colono. Il capopattuglia era morto. — Siamo circondati. Sarebbe più facile avanzare, fin quando abbiamo bombe a gas, che tornare indietro.

— È un ordine! — urlò ancora Kerk. Ma l’avanzata proseguì.

Sullo schermo, le pareti bianche e nere della caverna si spostavano con movimento costante. Ogni volta che gli animali tornavano all’attacco, qualche bomba a gas li tratteneva.

— C’è qualcosa davanti a noi… sembra diverso… — ansimò a un certo punto il capopattuglia. La caverna s’era allargata in una sala enorme, di cui non si scorgevano il soffitto e le pareti.

— Che roba è? — domandò Kerk. — Puntate un faro sulla destra!

L’immagine allo schermo, adesso, era confusa. I particolari non si potevano distinguere.

— Non so, non ho mai visto roba del genere… Sembrano piante… alte almeno dieci metri… e si muovono! Puntano i rami verso di noi, e provo una sensazione in testa…

— Eliminatene una, vediamo cosa succede — ordinò Kerk.

La pistola sparò, e nello stesso momento un’onda intensa di odio mentale sommerse gli uomini, facendoli cadere a terra. Si rotolarono su se stessi, poi furono sopraffatti, incapaci di resistere agli animali che si lanciavano in un nuovo attacco.

Nell’astronave, anche Jason sentì la potenza dell’urto telepatico, come Kerk e Meta; Kerk mandò un grido. — Indietro! Ritiratevi!

Era troppo tardi. Gli uomini si agitavano appena, mentre le bestie li ricoprivano a ondate; soltanto un colono riuscì ad alzarsi, e respingeva i mostri con le mani nude. Con un colpo di spalle, sollevò un compagno. Era morto, ma aveva ancora lo zaino assicurato alle spalle. Con dita sanguinanti, manovrò un pulsante, poi tutti e due furono sommersi di nuovo.

— Era la bomba! — gridò Kerk. — Esploderà fra dieci secondi! Via, subito!

Jason ebbe appena il tempo di buttarsi in cuccetta, e i razzi dell’astronave avvamparono. La pressione la schiacciò, aumentando ancora; vide nero, ma senza perdere i sensi. Il sibilo dell’aria cessò, quando uscirono dall’atmosfera.

Nell’attimo in cui Meta toglieva il contatto, una vampata accecante esplose negli schermi. Premendo un pulsante, la donna inserì una serie di filtri neri.

Sotto di essi, sul mare ribollente, una nube di fiamma a forma di fungo giganteggiava sul punto dove s’era trovata l’isola. La fissarono, in silenzio.

Kerk fu il primo a riprendersi.

— Torniamo, Meta; comunica al quartier generale che abbiamo avuto venticinque morti, ma che la missione è riuscita. Hanno annientato i mostri, e la guerra è finita. Sono caduti da eroi.

Meta inserì il pilota automatico, poi chiamò per radio la città.

— C’è qualche guaio… — rispose. — Sento un segnale di contatto, ma nessuno risponde.

Poi un uomo comparve allo schermo. Era coperto di sudore, e aveva uno sguardo stravolto. — Kerk — disse con voce rotta — siete voi? Tornate subito.

Abbiamo bisogno di una maggiore potenza di fuoco, al perimetro. Qui è scoppiato l’inferno; un minuto fa, è cominciato un attacco generale, il peggiore che abbia mai visto.

— Cosa diavolo… — balbettò Kerk, incredulo. — La guerra è finita.

Abbiamo distrutto il quartier generale del nemico!

— La guerra continua, più di prima — ribatté l’altro. Non so cos’abbiate fatto voi, ma piantatela di discutere e tornate subito!

Kerk si voltò verso Jason, con il volto contratto. — Voi! Siete stato voi!

Da quando siete arrivato qui, non avete fatto altro che seminare la morte in tutte le direzioni! E mi sono lasciato convincere! Avete ucciso Welf, e avete fatto morire i miei uomini nella grotta! — Lo colpì con un manrovescio, che lo fece cadere a terra. La mano di Jason tastò un tubo sigillato, che conteneva le matrici di rotta.

Vedendosi perduto, Jason strinse, e con tutta la sua forza, colpì Kerk sulla faccia. Gli produsse una lacerazione sulla fronte e sullo zigomo; ma Kerk, sanguinante, non si fermò. Sorrise senza pietà, mentre Jason si rialzava.

— Bene — esclamò — fate pure. Avrò tanto più piacere, uccidendovi. — Alzò un pugno enorme.

— No — rispose Jason, immobilizzandosi. — Non resisterò. Uccidetemi pure. Ma non dite che è giusto! Welf è morto per salvarmi. Ma gli uomini della pattuglia sono morti per causa vostra. Io volevo la pace! Voi avete scelto la guerra. Ce l’avete, adesso. Uccidetemi perché non riuscite a sopportare la verità!

Con un urlo di rabbia, Kerk abbassò il braccio.

Meta l’afferrò per il polso, e deviò il colpo. — No! — gridò. — Jason non voleva che la pattuglia uscisse! L’idea è stata vostra! Non potete ucciderlo per quello!

Ma Kerk, cieco di rabbia, non ascoltava più. Si strappò Meta di dosso.

La donna poté resistere soltanto un attimo. Bastò perché Jason raggiungesse la porta.

La superò inciampando, e chiuse di schianto il portello. Una frazione di secondo dopo che aveva tirato il catenaccio, Kerk la urtava con tutto il suo peso. Il metallo cedette, stridendo. Un cardine fu strappato, e l’altro rimase trattenuto soltanto da un brandello d’acciaio. Al prossimo colpo, sarebbe caduto.

Jason non rimase ad aspettare. Alla maggior velocità possibile, corse lungo il corridoio. Sull’astronave, non avrebbe potuto salvarsi; dunque, avrebbe dovuto uscirne. Le scialuppe di salvataggio erano davanti a lui.

Sin da quando le aveva viste la prima volta, vi aveva pensato. Pur non prevedendo una situazione simile, sapeva che sarebbe venuto un momento in cui avrebbe avuto necessità di un mezzo di trasporto. Ma Meta gli aveva detto che erano prive di carburante… Effettivamente, la scialuppa in cui era entrato il giorno della ricognizione non ne aveva; ma Jason aveva riflettuto ancora.

Quella era l’unica astronave di Pyrrus. I coloni non erano mai riusciti a acquistarne un’altra, perché qualche nuova spesa militare aveva sempre avuto la precedenza. L’astronave dunque doveva volare a pieno ritmo; e mai un colono avrebbe pensato di abbandonarla, perché la sua fine avrebbe significato la fine del pianeta.

Da quel punto di vista, non era affatto necessario tener pronte le scialuppe. Non tutte, almeno. Ma sembrava ragionevole che una, almeno, ne avesse abbastanza, nei serbatoi, per un breve volo, che l’astronave non avrebbe affrontato, per economia.

Ora, a Jason non rimaneva tempo per controllare tutte le scialuppe.

Pensò che se una doveva essere in condizione di partire, doveva trattarsi di quella più vicina alla cabina di comando. Vi si diresse con un salto.

Alle sue spalle, la porta cedette con uno schianto. Kerk si lanciò urlando.

Jason rotolò nella scialuppa. Con tutt’e due le mani afferrò la leva di lancio, e premette.

Una sirena d’allarme ululò, e il portello si chiuse di scatto in faccia a Kerk. Soltanto la sveltezza dei suoi riflessi gli evitò di restarne schiacciato.

Il carburante si accese, proiettando la scialuppa lontano dall’astronave.

La breve accelerazione premette Jason sul fondo; poi egli galleggiò in aria, quando la scialuppa iniziò la caduta libera. I razzi principali non entrarono in funzione.

In quell’attimo, si sentì morto. Priva di carburante, la scialuppa sarebbe caduta nella giungla, come una pietra.

Poi i razzi si accesero a un tratto, e Jason cadde ancora sul ponte…

Si trascinò al posto di pilotaggio. L’altimetro, collegato al sistema automatico di guida, aveva mantenuto la scialuppa a livello del terreno. I comandi erano molto semplici, previsti per essere usati da chiunque. Jason effettuò una brusca virata, e l’autopilota la corresse…

Dall’oblò vide che l’astronave descriveva invece una manovra molto più brusca. Jason non pensò a chi poteva essere ai comandi. Cercò di scendere in picchiata; e imprecò quando ancora una volta il pilota automatico rallentò la manovra. L’astronave si tuffò su di lui. La torretta prodiera aperse il fuoco, e un’esplosione scosse la scialuppa.

Forse il pilota automatico ne fu danneggiato. La picchiata si accentuò.

Jason ebbe appena il tempo di correggere la manovra e di portare le braccia davanti al volto, prima dell’urto.

Lo schianto dei reattori e quello degli alberi infranti si confusero. Seguì il silenzio, e il fumo svanì. Alta nel cielo, l’astronave sembrò esitare. Perse un po’ quota, come per indagare. Poi tornò ad alzarsi, mentre una nuova richiesta urgente di aiuto giungeva dalla città.

21

I rami degli alberi avevano attutito la caduta; ma l’urto fu egualmente violento. La scialuppa malconcia sprofondò adagio nell’acqua stagnante e nel fango della palude. La prua era già immersa, quando Jason riuscì a spalancare il portello di emergenza nello scafo.

Era impossibile prevedere quanto tempo avrebbe impiegato la scialuppa ad affondare, e Jason, inciampando e cadendo più volte, raggiunse la terraferma, dove si lasciò cadere.

Alle sue spalle, la scialuppa affondò. Qualche bolla d’aria gorgogliò, poi tutto tacque.

Gli insetti ronzavano, e si udì il ruggito crudele di una belva che uccideva la propria preda. Poi, fu di nuovo silenzio.

Jason si alzò con uno sforzo. Gli pareva di esser passato attraverso una dura lotta, e si sentiva immerso come in una nebbia. Dopo qualche minuto di riflessione, decise che avrebbe dovuto usare il pronto soccorso. Ma il bottone automatico di sgancio non funzionava più, e infine dovette torcere il braccio, premendolo contro l’apparecchio che rimaneva fissato alla cintura. Il dispositivo ronzò per alcuni attimi; dopo qualche minuto, la vista cominciò a schiarirglisi. Gli analgesici fecero effetto, ed egli uscì lentamente dal torpore che l’aveva invaso.

Il cervello riprese a funzionare, e Jason si sentì solo. Era abbandonato, senza amici, senza cibo, circondato dalle forze ostili del pianeta. A fatica, dominò il panico che stava per invaderlo.

— Pensa, Jason, non lasciarti vincere — esclamò a voce alta. Se ne pentì subito; quelle parole erano sembrate deboli, nel vuoto che lo circondava, con una sfumatura di isterismo. Si schiarì la gola, e sputò; c’era del sangue, nella saliva. Provò a un tratto una grande collera; sentì di detestare Pyrrus, e l’idiozia di chi ci abitava. L’ira cancellò la paura, riportandolo alla realtà.

Star seduti a terra era piacevole, adesso. Il sole era tiepido; sdraiandosi, non sentiva il peso interminabile dovuto alla gravità doppia. Un po’ di riposo… Dove c’è vita, c’è speranza… Sogghignò, ma comprese che quelle parole nascondevano un fondo di verità.

Era malconcio, ma ancora vivo. Le contusioni non sembravano gravi, e non aveva ossa rotte. La pistola usciva e rientrava perfettamente nel fodero. Aveva il pronto soccorso… Se fosse riuscito a tenersi calmo, spostandosi in linea retta, forse sarebbe potuto tornare in città. Come l’avrebbero accolto…? Be’, l’avrebbe saputo all’arrivo. Innanzitutto, doveva arrivare là.

Il cielo si oscurò di colpo, e uno scroscio di pioggia bagnò la foresta.

Prima che la visibilità si annullasse del tutto, Jason si orientò. Una catena frastagliata di montagne si distingueva all’orizzonte; ricordò che in volo le avevano sorpassate. Quella sarebbe stata la prima tappa quando le avrebbe raggiunte, avrebbe deciso. Già fradicio e rabbrividendo, si avviò.

Scese la notte, e pioveva sempre. Non c’era modo di riconoscere la direzione; era inutile proseguire. Inoltre, Jason era esausto. Non ebbe la forza di arrampicarsi su un albero; impossibile trovare un punto asciutto dove ripararsi. Infine, si raggomitolò contro un tronco, a sottovento, e si addormentò tremando, mentre l’acqua continuava a scorrergli addosso.

A mezzanotte circa, smise di piovere, e la temperatura scese. Jason si svegliò da un incubo in cui gli era sembrato di morire assiderato, e scoperse che quella era quasi la verità. Piccoli batuffoli di neve impolveravano gli alberi e il terreno. Il gelo gli mordeva la carne, e quando sternutì sentì un forte dolore al petto. Desiderava soltanto di riposare; ma un’ultima scintilla di intelligenza lo spinse ad alzarsi. Rimanere sdraiato, sarebbe stata la morte. Sostenendosi con una mano a un tronco, cominciò a girargli attorno. Un passo dopo l’altro, e un altro, e un altro, strascicando i piedi, e poi ancora, sin quando smise di tremare. La fatica lo opprimeva come una cappa di piombo. Continuò a camminare, con gli occhi chiusi, riaprendoli soltanto quando cadeva e doveva rialzarsi.

All’alba, il sole dissolse le nubi che avevano portato la neve. Jason lo guardò con gli occhi doloranti. Appoggiandosi con la schiena al tronco, scivolò a terra, dove i suoi passi avevano cambiato la neve in fanghiglia.

La tosse, ormai quasi senza sosta, gli artigliava il petto con dita di fuoco. E il sole bruciava già.

Qualcosa non andava… Quel pensiero lo tormentò, sin quando comprese.

I sintomi erano chiari.

Polmonite.

Le sue labbra aride si screpolarono, e il sangue le inumidì, quando Jason sorrise. Era riuscito a evitare tutte le belve di Pyrrus, i carnivori e i rettili, per restare colpito da un microbo. Be’, anche a quello c’era rimedio!

Rimboccandosi la manica con le dita che tremavano, premette il braccio contro l’apparecchio di pronto soccorso. Scattò, e cominciò a ronzare. Poi emise un fischio. Ciò significava qualcosa, Jason lo ricordava, ma cosa…?

Guardando, vide che una siringa sporgeva dall’alveolo. Certo! Era vuota.

Non c’era più antibiotico.

Jason la gettò lontano, imprecando, e cadde in una pozzanghera. Fine dell’antibiotico, fine del pronto soccorso, e fine di Jason dinAlt. Era bastato un giorno a eliminarlo.

Sentì un ringhio alle sue spalle. Si voltò di scatto, sparando. Tutto era finito, prima quasi che se ne accorgesse. L’addestramento aveva condizionato i suoi riflessi addirittura a livello precorticale. Jason fissò spaventato la bestia che moriva a meno di un metro da lui. L’avevano addestrato bene davvero.

La prima reazione fu di infelicità; aveva ucciso un «cane». Ma quando lo osservò meglio, si accorse che era un po’ diverso da quelli che aveva visto presso i grubbers. Anche se il colpo gli aveva incenerito le zampe anteriori, e mentre il sangue ne usciva zampillando, sempre più lento, tentava nell’agonia di raggiungere Jason.

No, non era un cane; forse una specie di lupo. Chissà se anche su Pyrrus i lupi cacciavano a branchi?

Appena quel pensiero lo colpì, alzò gli occhi al momento giusto. Gli animali strisciavano fra gli alberi, avvicinandosi a semicerchio. Quando ne abbatté due, gli altri scomparvero nella foresta. Ma non si allontanarono.

Un coro di ululati si alzò tutt’intorno.

Jason rimase seduto, con le spalle appoggiate al tronco, e aspettò che gli animali si avvicinassero. A ogni colpo, a ogni compagno caduto, i sopravvissuti ululavano più forte.

In fondo, avere la febbre era un vantaggio, pensò. Capiva che sarebbe rimasto vivo soltanto fino al tramonto, o fino all’esaurimento delle munizioni. Eppure, ciò non lo preoccupava. Non molto, almeno. Si rilassò, alzando il braccio soltanto per sparare. A intervalli, doveva alzarsi per guardare dietro l’albero…

Chissà quando, nel pomeriggio, tirò l’ultimo colpo. Uccise un animale che aveva lasciato avvicinare di proposito. S’era accorto che la sua mira non era molto buona, da lontano. La bestia cadde. Un’altra belva comparve, e Jason premette il grilletto. Sentì soltanto uno scatto.

La pistola era vuota, come il caricatore di riserva alla cintura; non ricordava più quante volte aveva ricaricato l’arma.

Dunque quella era la fine. I coloni avevano avuto ragione. Pyrrus era terribile. Ma non avrebbero dovuto parlare troppo forte. Anche loro avrebbero fatto la stessa fine, prima o poi.

Ora che non doveva più costringersi a stare in guardia, la febbre lo vinse.

Desiderò di dormire, e immaginò che sarebbe stato un lungo sonno.

Guardò con gli occhi semichiusi i carnivori che si avvicinavano. Il primo arrivò a distanza utile per il balzo… Tese i muscoli, per scattare. Scattò.

Roteò in aria, e cadde senza toccarlo. Uno schizzo di sangue bagnò Jason. Da una tempia del mostro spuntava l’asta di una freccia.

Due uomini uscirono dal bosco. Parve che la loro presenza bastasse a spaventare i carnivori, che scomparvero.

Grubbers. Aveva avuto tanta fretta di raggiungere la città, che aveva dimenticato i grubbers.

Provò un sentimento di gratitudine. Sorrise. Ma le labbra gli facevano male. Così, si abbandonò al sonno.

22

Per chissà quanto, da quel momento, ebbe soltanto ricordi confusi.

Movimento, bestie grandi attorno… Pareti, fumo di legna, un mormorio di voci. Cosa importava? Meglio dormire.

— Era quasi ora — esclamò Rhes. — Due giorni ancora, e avremmo dovuto seppellirvi.

Jason lo fissò, sforzandosi di mettere e fuoco la vista. Lo riconobbe, infine, e volle rispondere; ma subito un accesso di tosse lo scosse tutto.

Qualcuno gli avvicinò alle labbra una coppa di liquido dolciastro.

— Siete qui da otto giorni proseguì Rhes. — Perché non avete obbedito a quello che vi avevo detto? Avreste dovuto rimanere vicino alla scialuppa.

Non ricordavate che vi avevo chiesto di scendere in un punto qualsiasi del continente? Ma ormai è inutile parlarne. Però la prossima volta, datemi retta. La mia gente è arrivata al relitto prima di buio! Un cane trovò le vostre tracce, ma poi le perse nella palude. È scesa la neve… Il giorno dopo, i miei stavano già per mandare a chiedere aiuti, quando vi hanno sentito sparare. Hanno fatto appena in tempo, da quanto mi hanno detto.

Per fortuna, uno di loro sapeva parlare ai cani selvatici, e li ha costretto ad allontanarsi. Altrimenti, avrebbero dovuto ucciderli tutti, e sarebbe stato un male.

— Grazie — riuscì a dire Jason. — Poi cos’è successo? Mi ricordo che avevo la polmonite. Sembra che i vostri rimedi non siano poi tanto inutili.

Gli mancò la voce, quando Rhes scosse la testa, adagio. No. Rughe profonde gli si incidevano sul volto. Jason si guardò attorno, e vide Naxa e un altro individuo. Sembravano egualmente preoccupati.

— Cos’è…? — domandò. — Se i vostri rimedi non sono serviti… cos’è stato?

Il mio pronto soccorso era esaurito.

— Morivate — rispose Rhes con voce lenta. — Non saremmo riusciti a curarvi, con i nostri mezzi. Soltanto un apparecchio dei coloni avrebbe potuto farlo. Abbiamo usato quello del guidatore del turbocarro.

— Ma come…? — domandò Jason, sbalordito. — Non ve l’avrebbe consegnato mai, di sua volontà.

Rhes annuì. — Certo. Era morto… L’ho ucciso io. Con piacere.

Jason si abbandonò contro i cuscini. Quanti erano morti, per lui! — Ma non capite…? — proruppe. — Per la morte di Krannon, i coloni vi attaccheranno!

— Certo, lo sappiamo. Non è stato facile decidere. I rifornimenti erano l’ultimo legame col mondo, per noi.

— E l’avete spezzato per salvarmi… Perché?

— Soltanto voi potete rispondere. Abbiamo visto che la città era attaccata; contemporaneamente, l’astronave lanciava bombe sull’oceano… abbiamo visto il lampo. Poi l’astronave è tornata, e voi ne siete uscito, in una scialuppa. Vi hanno sparato contro… Cosa poteva significare, tutto questo?

Abbiamo intuito soltanto che si trattava di fatti importanti, vitali. Se non vi avessimo curato, sareste morto senza spiegarli. La scialuppa poteva essere riparata, e volare ancora; forse era per quello, che l’avevate presa. No, non potevamo lasciarvi morire, a nessun costo. Ho spiegato la situazione a tutti i miei che potevo raggiungere per radio, e hanno deciso di salvarvi. Io allora ho preso il pronto soccorso di Krannon… Ma adesso spiegatemi qual è il vostro piano?

Un sentimento di colpa chiuse la bocca di Jason. I tre grubbers si protesero verso di lui. Chiuse gli occhi, per non vederli. Cos’avrebbe potuto dire…?

All’esterno, si udì un rumore di corsa, e un grido soffocato. Soltanto Jason parve accorgersene. Gli altri erano troppo intenti alla sua risposta.

La porta si aperse di schianto. Un individuo tarchiato, rosso di collera, comparve sulla soglia.

— Siete tutti sordi? — gridò. — Corro tutta la notte e grido fino ad asciugarmi i polmoni, e voi state qui seduti come femmine! Fuori! Il terremoto! Sta per esserci un terremoto!

Scattarono in piedi. — Tu Hananas! Quanto tempo abbiamo?

— Tempo! E chi lo sa! — imprecò il vecchio. — Uscite, o morirete tutti.

Non so altro!

Nessuno si fermò a discutere. Jason fu strappato dal letto, e lo legarono su una specie di barella, in groppa a un dorym. — Cos’è, successo? — domandò al grubber che stringeva le cinghie.

— Si avvicina un terremoto — rispose quello, senza fermarsi. — Hananas riesce a sentirlo prima che cominci. Se tutti si sbrigano, riescono a salvarsi.

Era diventato buio, e il sole era appena un riflesso rossastro nel cielo.

Udì un rombo lontano, più con l’istinto che con le orecchie, e il terreno vibrò. I dorym partirono di galoppo, senza bisogno di essere incitati.

Traversarono una palude, e appena l’ebbero oltrepassata Hananas mutò bruscamente direzione. Qualche attimo dopo, verso sud, il cielo parve esplodere. Vampe abbaglianti illuminarono la scena, e una pioggia di cenere e di lapilli colpì gli alberi. Soltanto il fatto che fino a poco prima piovesse impedì che la foresta andasse a fuoco.

Una sagoma enorme giganteggiava al loro fianco, e Jason la osservò con attenzione, alla luce riflessa dal cielo, mentre traversavano una radura.

— Rhes…! — chiamò, con voce soffocata. Ma il grubber guardò l’animale, il suo corpo irsuto e le corna contorte, alte come un uomo, poi distolse gli occhi. Non dimostrò di aver paura, e neanche di provare il minimo interesse.

Gli animali in fuga non facevano rumore, ecco perché Jason non li aveva scorti prima. Ma sui due lati del gruppo forme scure correvano fra le piante. Per qualche minuto, furono accompagnati da torme di cani selvaggi, che si mescolavano a quelli domestici. Gli uccelli volavano bassi.

Sotto la minaccia comune, ogni altra ostilità era dimenticata. La vita rispettava la vita. Un gregge di animali grassi, simili a maiali, muniti di zanne ricurve, bloccò il passo; i dorym rallentarono per non calpestarli.

Animali di piccola taglia si aggrappavano al dorso di quelli più grossi, indisturbati.

Scosso senza pietà dalla barella, Jason si addormentò. Il suo sonno fu traversato dalle visioni di animali in fuga, che correvano silenziosi per sempre. Con gli occhi aperti, o gli occhi chiusi, lo spettacolo era sempre identico.

Ciò significava qualcosa, e si sforzò di capire. Animali che correvano.

Animali di Pyrrus.

Si mise seduto di scatto, torcendosi in barella, completamente sveglio.

— Che c’è? — domandò Rhes; avvicinandosi.

— Continuiamo — rispose Jason. — Usciamo di qui, mettiamoci al sicuro.

So come far terminare la guerra. C’è un modo; e so come usarlo.

23

Gli animali erano scomparsi nella foresta, appena il terremoto era cessato di intensità. La tregua del pericolo condiviso in comune era finita; Jason dovette accorgersene, quando il loro gruppo si fermò per un po’ di riposo e uno spuntino. Lui e Rhes si avviarono verso un tronco caduto, per sedersi nell’erba. Un cane selvatico vi era arrivato prima di loro. Era steso sotto il tronco, con i muscoli tesi, e la prima luce dell’alba dava ai suoi occhi un riflesso scarlatto. Rhes lo fissò, a circa tre metri di distanza, immobile. Non tentò di afferrare un’arma, o di chiamare aiuto. Anche Jason si immobilizzò, sperando che il grubber non sbagliasse tattica.

Senza il minimo avvertimento, l’animale balzò contro di loro. Jason cadde all’indietro, spinto da Rhes. Anche il grubber cadde, ma nella mano adesso stringeva il coltello, strappato dal fodero che portava assicurato alla gamba. Velocissima, la lama si alzò, sprofondando fra le costole dell’animale, che con il suo stesso peso aperse una ferita mortale.

Rhes ripulì il coltello sulla pelliccia della belva. — Di solito, non danno fastidio — spiegò — ma questo era eccitato. Probabilmente ha perduto il branco. — Sembrava quasi spiaciuto di averlo dovuto abbattere.

Quell’atteggiamento aveva un grande significato. Ora Jason comprendeva perché la battaglia terribile fra gli uomini e il pianeta fosse cominciata, un giorno; e di nuovo pensava a come concluderla. Tutte le morti che avevano insanguinato Pyrrus non erano state inutili. Rimaneva soltanto un gesto, da compiere.

Rhes lo fissava, e Jason capì che condivideva i suoi pensieri. — Spiegatevi — disse il grubber. — Cosa intendevate dire, affermando che eravate in grado di restituirci la libertà?

— Riunite anche gli altri, e ve lo dirò. In particolar modo, desidero parlare con Naxa e con chi come lui sa parlare agli animali.

Si raggrupparono in fretta. Tutti sapevano che Krannon era stato ucciso per salvare Jason, e che in lui riposavano tutte le loro speranze. Jason guardò la folla che lo fissava, e si augurò di saper trovare le parole adatte.

— Vogliamo tutti veder la fine della guerra, su Pyrrus. Un modo c’è; ma costerà qualche vita. Può darsi che qualcuno di voi muoia, per ottenere la pace. Io penso che ne valga la pena; il successo vi darà tutto quanto avete sempre desiderato. — Si guardò attorno. — Dovremo invadere la città, superare il perimetro difensivo. So come fare…

I grubbers mormorarono. Qualcuno sembrava felice, al pensiero di poter eliminare il nemico ereditario; altri fissarono Jason come se lo considerassero impazzito. Ma quando ricominciò a parlare, tacquero tutti.

— So che sembra impossibile — proseguì lui. — Ma è questo, il momento.

Gli abitanti della città possono resistere anche senza i vostri viveri; i loro concentrati hanno un gusto orribile, ma bastano a evitare la morte. A voi, però, toglieranno tutto. Non avrete più metalli da lavorare, o pezzi di ricambio per le radio. È probabile che con l’astronave cerchino di individuare le fattorie, e che le distruggano. Non basta; stanno perdendo la guerra, e sono sicuro che distruggeranno il pianeta, piuttosto che ammetterlo.

— Allora; come possiamo fermarli? — gridò un grubber.

— Colpendoli subito — rispose Jason. — Io conosco bene la città e la disposizione delle difese. Le mura li proteggono dagli animali; ma potremo superarle, se saremo abbastanza decisi.

— E a cosa servirebbe? — interruppe Rhes. — Contrattaccherebbero in forza. Come potremmo resistere alle loro armi?

— Non sarà necessario. Io conosco il punto esatto dove si trova la loro astronave. Sarà lì, che attaccheremo. Ci impadroniremo dell’astronave. Chi la possiede, domina Pyrrus! Poi, minacceremo di distruggerla, se non accettano le nostre condizioni. Spero che avranno tanto buon senso da cedere.

Per un attimo i grubbers tacquero, poi si alzò un coro di commenti. Rhes rimise l’ordine. — Silenzio! Non sappiamo ancora come potremo effettuare l’invasione che Jason ci propone.

— Il mio progetto si basa su Naxa — rispose il terrestre. — È qui? — Aspettò sin quando il grubber comparve in prima fila. — Voglio sapere di più delle tue capacità, e di quelli come te. So che potete parlare ai doryms e ai cani… potete anche con gli animali selvatici? Sapete costringerli a fare ciò che volete?

— Son sempre animali… Certo che possiamo parlare con loro. Dipende dal nostro numero. Più siamo, più potenza abbiamo.

— Allora tutto andrà bene — concluse Jason. — Potete riunirvi tutti dal lato della città opposto allo spazioporto, e scatenare gli animali contro la città?

Fargli attaccare le difese perimetrali?

— Se possiamo? Gli animali arriveranno da tutte le parti! Sarà l’assalto più terribile che hanno mai visto!

— D’accordo, dunque. Scatenerete l’attacco. Se vi tenete nascosti, le guardie non immagineranno che accada qualcosa di anormale. Ho visto come fanno. Quando la situazione è grave, chiamano riserve dalla città, e tolgono gli uomini dalle altre zone difensive. Al culmine dell’assalto, noi cattureremo l’astronave. Questo è il mio progetto; e funzionerà.

Jason si lasciò cadere su un masso, esausto. Ascoltò le discussioni dei grubbers; nessuno riuscì a trovare difetti importanti nel piano. Volevano riuscire, e ce l’avrebbero fatta.

Finalmente, gli uomini guidati da Naxa partirono. Rhes si avvicinò a Jason.

— È tutto predisposto — comunicò. — Gli uomini di Naxa avvertiranno tutti quelli come loro. I telepatici sono la nostra arma principale, e più ne avremo, meglio sarà. Non usiamo la radio, perché i coloni potrebbero intercettare il messaggio. Fra cinque giorni, potremo scattare.

— Certo, dà una sensazione strana — mormorò Jason. — Mai avevo visto la cinta difensiva da questa parte. — Sdraiato sul ventre accanto a Rhes, guardavano da dietro un riparo di foglie. Malgrado il caldo di mezzogiorno, erano avvolti in pesanti pellicce. Davanti a loro, oltre una zona di terra bruciata, si stendevano le difese perimetrali: una muraglia alta, fatta dei materiali più disparati. Era impossibile riconoscere le parti originali; generazioni di assalitori l’avevano danneggiata, rovinata, minata.

Era stata riparata alla svelta, con rattoppi improvvisati, che erano diventati definitivi. Pezzi in cemento si sgretolavano, mostrando l’intelaiatura di travi; alcune decine di metri erano di piastre metalliche, fermate da bulloni.

Ma anche l’acciaio era stato intaccato, e sacchi di sabbia bucati riversavano il loro contenuto da un grosso foro frastagliato. I cavi dell’impianto di avvistamento, e altri cavi irregolari, lanciafiamme automatici sporgevano dal parapetto, e ripulivano la base della muraglia.

— Quelli possono darci fastidio — esclamò Rhes.

— Oh, no — lo assicurò Jason. — Sembra che funzionino senza una regola, ma non è così. L’intervallo cambia appena abbastanza per ingannare gli animali; è di uno, due, quattro, tre minuti. Poi ricomincia.

Strisciarono indietro, verso la cavità dove Naxa e gli altri aspettavano. Il gruppo riuniva soltanto trenta uomini. L’azione sarebbe potuta riuscire grazie alla rapidità; la loro arma più efficace sarebbe stata la sorpresa. Le armi di cui disponevano non avrebbero resistito un attimo, contro quelle dei coloni. Sembravano tutti a disagio per il peso delle pellicce.

— Fate bene attenzione — ordinò Jason. — Il pericolo vero non sono gli animali; ci pensa Naxa, con i suoi. Ogni foglia, qui, ogni filo d’erba è velenoso. Le punture degli insetti sono mortali.

Aspettarono, affilando su qualche pietra le punte delle frecce, già acutissime. Soltanto Naxa non condivise quel riposo. Con gli occhi persi nel vuoto, seguiva i movimenti degli animali nella giungla che li circondava.

— Arrivano — esclamò. — Mai vista una cosa simile… Non c’è una belva, fra qui e le montagne, che non stia correndo verso la città.

Jason avvertiva una tensione strana, nell’aria, e un’ondata di odio e di rabbia più intensi. Il loro piano avrebbe avuto successo, pensò, se fossero riusciti a concentrare l’attacco su una zona delimitata delle difese perimetrali. Naxa e i telepatici si erano dichiarati sicuri del fatto loro.

Avevano cominciato a lanciare il messaggio mentale sin dal mattino.

— Ecco, cominciano! — avvertì infine Naxa.

Gli uomini scattarono in piedi. Dalla città venne un frastuono di detonazioni. Fili sottili di fumo si alzarono oltre le cime degli alberi.

Attorno a loro, la giungla sembrava mormorare un coro furibondo. Le piante si torcevano, e l’aria era piena di insetti ronzanti. Naxa sudava, per lo sforzo di respingere gli animali che avrebbero potuto attaccarli.

Quando raggiunsero la terra di nessuno, sotto le mura, avevano già perduto quattro uomini, punti dagli insetti o lacerati da una spina velenosa.

Ma prima di scattare, occorreva aspettare il segnale.

Installarono l’apparecchio radio; era accuratamente schermato, perché nessuna perdita di potenza potesse tradirli. Dall’altoparlante venne un sibilo di elettricità statica.

— Avremmo potuto fissare un’ora… — mormorò Rhes.

— No — ribatté Jason. — Dobbiamo attaccare nel momento più favorevole.

Anche se sentiranno il messaggio, non avrà senso, per loro.

Proprio in quel momento, una voce alla radio pronunciò una breve frase.

— Portatemi tre barili di farina.

— Andiamo! — Rhes scattò.

— Un momento! — Jason lo prese per il braccio. — I lanciafiamme… Ecco!

— Una vampata lambì il piede della muraglia, poi si spense. — Abbiamo quattro minuti di tempo, adesso!

Corsero, inciampando nei mucchi di cenere e nelle ossa carbonizzate.

Due uomini afferrarono Jason, trasportandolo di peso. Risparmiarono così alcuni attimi preziosi. Lo lasciarono alla base della muraglia. Jason estrasse le bombe che aveva fabbricato. Le cariche della pistola di Krannon erano state collegate con un circuito.

Aveva scelto per l’attacco la parte di muraglia protetta da lastre d’acciaio.

Offriva la resistenza maggiore alla vita animale, perciò c’erano buone probabilità che non fosse rinforzata da altre difese.

Gli uomini avevano impiastrato contro la parete alcune masse resinose.

Jason vi premette le cariche, e formarono una specie di rozzo rettangolo, dell’altezza di un uomo. Intanto, veniva steso il filo per il detonatore, e gli uomini si appiattivano ai piedi della muraglia. Jason corse inciampando fra la cenere, verso il detonatore; vi cadde sopra, e premette.

Uno schianto scosse la muraglia, e si alzò una vampata di fiamme. Rhes arrivò per primo sulla breccia. Era piena di fumo, e dall’altra parte non si vedeva niente. Jason si tuffò nell’apertura, rotolò su un mucchio di macerie e urtò qualcosa di solido. Quando il fumo si dissolse, si guardò attorno. Era dentro la città.

Anche gli altri si precipitarono all’interno, e lo raccolsero. Qualcuno individuò l’astronave, e corsero in quella direzione.

Un colono girò l’angolo di un edificio. La rapidità dei suoi riflessi lo fece scattare al riparo, appena vide gli invasori; ma anche i grubbers erano svelti. L’uomo ricadde in strada, con tre frecce piantate addosso.

Continuarono a correre, piegati in due verso l’astronave.

Qualcuno era riuscito a raggiungerla prima di loro; videro lo sportello esterno che si chiudeva. Una nube di frecce l’urtò senza conseguenze.

— Avanti! — gridò Jason. — Dobbiamo arrivare allo scafo prima che possano usare i cannoni!

Questa volta, tre grubbers non ci riuscirono. Tutti gli altri erano già al sicuro sotto la massa d’acciaio, quando tutte le armi di bordo fecero fuoco assieme. I tre ritardatari scomparvero. Chiunque si trovava nell’astronave aveva cercato di annientarli, chiamando contemporaneamente aiuto. In quel momento, senza dubbio lanciava un appello radio. Non c’era tempo da perdere.

Jason si protese, cercando di aprire il portello. Era chiuso dall’interno.

Un grubber lo spinse da parte, e afferrò la maniglia. Si spezzò fra le sue dita possenti; ma il portello non si aperse.

I cannoni tacevano, adesso.

— Qualcuno ha preso la pistola del morto? — domandò Jason. — Basterebbe per aprire.

Non aveva ancora finito di parlare, che già due grubbers correvano verso l’edificio dov’era caduto il colono. I cannoni dell’astronave tuonarono; un grubber fu ridotto a brandelli, ma l’altro era già arrivato alla meta.

Si lanciò nel ritorno, allo scoperto, e da trenta metri lanciò la pistola.

Poi, cadde.

Jason raccolse l’arma. Si udiva il gemito dei turbocarri che si avvicinavano. Sparò contro il portello. La lastra d’acciaio si contorse, aprendosi. Erano entrati tutti, prima che i coloni comparissero. Naxa rimase ultimo, con la pistola, per difendere l’entrata sin quando i compagni non avessero raggiunto la centrale di comando. Con un gesto, Jason aveva indicato la strada, e i grubbers l’avevano preceduto; lo scontro era già terminato, quando lui arrivò. Il colono che aveva tentato di difendere l’astronave sembrava un cuscinetto puntaspilli. Un grubber aveva afferrato i comandi delle artiglierie di bordo e sparava selvaggiamente.

— Qualcuno dica per radio ai telepatici di interrompere l’attacco — ordinò Jason. Lui, con un gesto, inserì il teleschermo. Vi comparve Kerk, con gli occhi sgranati.

— Voi! — esclamò, come per imprecare con una sola parola.

— Sì — rispose Jason, senza alzare gli occhi, dandosi da fare con le dita al pannello dei collegamenti. — Fate attenzione… È probabile che non sappia come far volare quest’arnese, ma so bene come farlo esplodere. Sentite questo rumore? — Girò un interruttore, e si alzò il ronzio lontano di una pompa. — È la pompa principale del carburante. Se la lascio in funzione, riempirà la camera di scoppio di carburante grezzo. Finirà per uscire dai tubi di scarico. Cosa credete che succederà della vostra unica astronave, se poi premerò il pulsante dei reattori? Non vi domando cosa sarà di me… so che non ve ne importa… ma pensate all’astronave!

Nella cabina, adesso, c’era silenzio. La voce di Kerk risuonò rauca.

— Cosa volete, Jason? Che intenzioni avete? Perché avete portato lì quelle bestie…? — La collera lo soffocava.

— Badate a quello che dite, Kerk — ribatté Jason. — Gli uomini di cui parlate sono gli unici a Pyrrus che posseggano un’astronave. Se volete che la dividano con voi, fareste meglio a venir qui subito… Portate anche Brucco e Meta.

Kerk fece per ribattere, ma tacque. Si allontanò dallo schermo, senza spegnerlo. Tutta la città poteva seguire la scena.

24

Rhes sfregò la mano contro il metallo lucido del pannello di comando, per convincersi che non si trattava di un sogno.

Jason era esausto. Aperse l’armadietto del pronto soccorso e vi frugò sin quando ebbe trovato gli stimolanti. Tre minuscole pillole cancellarono la fatica, e poté pensare di nuovo con chiarezza.

— Ascoltate — gridò. — Cercheranno in tutti i modi di rioccupare l’astronave, e dobbiamo star pronti. Voglio che qualcuno trovi il comando della camera stagna! Accertatevi che tutti i boccaporti siano chiusi.

Mandate qualcuno a controllare se occorre. Accendete tutti i teleschermi; nessuno deve avvicinarsi. Che un uomo stia di guardia nella sala motori. E converrà frugare tutta l’astronave, per il caso che ci siano nemici nascosti.

Rhes divise gli uomini a gruppi, e scattarono. Jason si tenne vicino all’interruttore dei reattori. La battaglia non era ancora finita.

— Sta arrivando un turbocarro — avvertì Rhes. — Viene adagio.

— Debbo farlo saltare in aria? — domandò l’uomo ai cannoni.

— Aspettate sin quando potete vedere di chi si tratta.

A bordo, c’era il guidatore, e tre passeggeri. Jason aspettò sin quando fu certo della loro identità. — Sono loro. Rhes, fermateli all’entrata.

Prendetegli le pistole, poi togliete anche tutto l’equipaggiamento. Fate attenzione specialmente a Brucco… il tipo magro con il naso a becco. E fermate anche l’autista; non voglio che torni dai suoi, a riferire che il portello è rotto.

In corridoio, ci fu un rumore di passi e di imprecazioni soffocate. I prigionieri vennero spinti all’interno. Jason li guardò. — Rhes, fateli allineare contro la parete, e teneteli d’occhio. Arcieri, tenetevi pronti. — Fissò quelli che un tempo erano stati suoi amici. Meta, Kerk, Brucco. Il turbocarro era guidato da Skop, che un giorno gli aveva fatto da guardia.

Sembrava stesse per esplodere dalla rabbia.

— Tenete le spalle contro la parete — ordinò Jason — e non tentate di avvicinarvi. Se fossi solo, riuscireste senz’altro a raggiungermi prima che accendessi i reattori. Ma ho qui i miei arcieri… Non tentate; sarebbe un suicidio. Lo dico nel vostro interesse… Possiamo parlare tranquillamente, se state calmi. Non avete scampo. Dovrete ascoltare tutto quello che dirò.

La guerra è finita.

— E l’abbiamo persa… Per causa tua, traditore! — ringhiò Meta.

— Sbagli — rispose Jason in tono blando. — Non sono un traditore, perché devo la mia lealtà a tutti gli abitanti di questo pianeta, dentro e fuori il vostro «perimetro»! E quanto a perdere, non è vero. Anzi, avete vinto.

Avete vinto Pyrrus. — Si rivolse a Rhes, che lo ascoltava perplesso e irritato. — Naturalmente anche i vostri hanno vinto, Rhes. Non dovrete più combattere i coloni; otterrete medicine, potrete entrare in contatto con altri pianeti…

— Mi sembra che promettiate troppo. Ci sono troppi interessi in contrasto.

— Grazie. Avete centrato il problema. Lo risolveremo, facendo bene attenzione a non danneggiare nessuno. Innanzitutto, pace fra la città e le fattorie; pace fra gli uomini e gli animali di Pyrrus.

— Siete impazzito — commentò Kerk.

— Forse. Giudicherete quando avrò finito. Ora vi racconterò la storia del pianeta; perché è lì che stava il guaio, ma anche la soluzione.

— Quando i primi coloni atterrarono su Pyrrus trecento anni fa — cominciò Jason — trascurarono un elemento essenziale, che lo rende diverso da tutti gli altri pianeti. Non possiamo biasimarli; avevano già abbastanza guai. L’ambiente costituì un mutamento sconvolgente, in confronto alle città industriali, sotterranee, da cui provenivano. Gli uragani, il vulcanismo, le inondazioni, i terremoti… ce n’era abbastanza da impazzire. La vita animale era una minaccia costante, diversa dalle poche specie innocue che avevano conosciuto. Sono sicuro che non si resero mai conto che anche gli animali, a Pyrrus, erano telepatici…

— Ci siamo di nuovo! — scattò Brucco. — Sono stato tentato di credere alla vostra teoria dell’attacco controllato con onde extrasensoriali: ma il fiasco che avete provocato dimostra che avevate torto.

— Lo ammetto — rispose Jason. — Sbagliavo, pensando che un agente esterno dirigesse l’assalto alla città, guidandolo telepaticamente. Mi era sembrato logico, allora; le prove puntavano in quella direzione. La nostra puntata contro l’isola è stata un fiasco; ma non dimenticate che è stata condotta in modo opposto a come avrei voluto. Se fossi entrato io, nella grotta, è probabile che niente sarebbe successo. Credo che avremmo scoperto che la fauna di Pyrrus possiede capacità extrasensoriali fuori del comune gli animali della grotta, semplicemente, risentivano delle onde di odio proiettate contro la città. Avevo pensato il contrario della verità. Ma l’annientamento dell’isola non è stato inutile. Ci ha fatto capire dove cercare i responsabili: chi conduceva la lotta contro la città, dirigendola e ispirandola.

— Chi? — mormorò Kerk.

— Diamine, voi, naturalmente! — affermò Jason. — Oh, non voi come individuo, ma tutta la vostra gente. Forse la guerra non vi era molto gradita; comunque, siete responsabili della sua durata.

Jason dovette trattenere un sorriso, quando vide la loro meraviglia. — Ecco come andava. Ho detto che la vita su Pyrrus era telepatica: tutta la vita. Ogni insetto, pianta o animale. Chissà quando, fra le vicende terribili di questo pianeta, soltanto i telepatici poterono sopravvivere, con la cooperazione. Pur competendo l’un contro l’altro, in condizioni normali, reagivano uniti contro chiunque li minacciasse nel loro complesso. Quando un terremoto, o un’inondazione, li minacciava, fuggivano insieme. Un comportamento simile si può osservare su tutti i pianeti, in occasione di un incendio delle foreste, per esempio. Ma qui, la cooperazione per la sopravvivenza arrivò all’estremo, per le condizioni terribili dell’ambiente.

So che questo è vero, perché l’ho notato io stesso.

— D’accordo, avete ragione… — gridò Brucco. — Ma che c’entriamo, noi?

Se tutti gli animali scappano assieme, cos’ha a che fare con la guerra?

— Non si limitano a scappare assieme — spiegò Jason. — Lavorano anche, uniti, contro i disastri naturali che li minacciano. Certo, a noi interessa in modo speciale la loro reazione contro gli abitanti della città. Non avete ancora capito che vi consideravano una calamità naturale?

— Non sapremo forse mai — proseguì Jason — come nacque questo atteggiamento, anche se il diario che ho scoperto può offrirci una traccia.

Diceva che un incendio nella foresta aveva lanciato nuove specie contro i coloni. Ma non erano affatto nuove specie; erano i soliti animali, con nuove attitudini! Riuscite a immaginare il comportamento dei coloni di fronte al fuoco? Persero la testa, com’è logico. Il loro accampamento si trovava sulla strada degli animali; senza dubbio la loro reazione fu di abbatterli senza pietà.

— Facendolo — aggiunse Jason — si autoclassificarono come una calamità naturale. Gli animali attaccarono il nemico; furono uccisi; e la guerra cominciò. I sopravvissuti continuarono a lottare, e informarono le altre forme vitali dei motivi della lotta. Pyrrus ha un forte grado di radioattività, che deve contribuire a produrre molte mutazioni; e ogni mutazione ebbe lo scopo di combattere l’uomo, per secoli.

Un silenzio generale seguì quelle parole. Kerk e Meta impallidirono, comprendendone il significato. Brucco mormorò qualche parola, immerso in profonde riflessioni. Soltanto Skop fissava ancora Jason con occhi pieni di odio.

Rhes parlò per primo. — C’è un fattore che non coincide — dichiarò. — E noi? Viviamo su Pyrrus, senz’armi e senza muraglie attorno. Siamo uomini anche noi; eppure gli animali non ci attaccavano.

— È semplice — rispose Jason. — Non vi attaccavano, perché non vi identificavano con il nemico. In città, tutti emanavano sospetto, crudeltà e morte. Godevano di uccidere. Voi, invece, cooperavate; e usavate la forza soltanto se minacciati personalmente.

— Ma com’è cominciata la separazione fra i nostri due gruppi?

— Non lo sapremo mai. Forse, voi discendete da agricoltori, che per caso non si sono trovati con i coloni in occasione di una calamità naturale. Il loro comportamento fu trovato corretto secondo le leggi naturali di Pyrrus; e avete potuto sopravvivere. Sono convinto che due comunità separate si formarono molto presto.

— Non posso crederlo — esclamò Kerk. — Sembra logico, ma deve esserci anche un’altra spiegazione.

— Nessuna. — Jason scosse la testa. — Ma posso capire la vostra incredulità. Se vi dessi le prove che la gravità non esiste, per esempio, che è una forza interamente diversa da quella immutabile che conosciamo, non vi contentereste di parole. Probabilmente, vorreste vedere qualcuno camminare in aria. — Si rivolse a Naxa. — Non sarebbe una cattiva idea…

Senti qualche animale, qui attorno? Qualcuno di una specie pericolosa.

— Oh, pullulano — rispose Naxa.

— Potresti catturarne uno? Senza farti ammazzare, naturalmente.

Naxa fece una smorfia. — Non è ancora nata la bestia che può farmi del male.

Rimasero tutti in silenzio, immersi nei loro pensieri, aspettando il ritorno di Naxa. Jason, ormai, non aveva più niente da dire; sarebbero stati i fatti, a convincere Kerk e Meta e Brucco.

Naxa tornò ben presto, portando un volatile munito di aculei, legato per una zampa a una striscia ai cuoio. Strideva battendo le ali.

— Mettilo in mezzo alla cabina, lontano da tutti — ordinò Jason. — Puoi farlo stare tranquillo?

— Qui sulla mia mano va bene. — Naxa mostrò la destra, protetta da un guanto di cuoio.

— C’è qualcuno che dubita..? — domandò Jason. — Voglio che siate sicuri che non c’è trucco.

— L’esemplare è autentico — dichiarò Brucco. — Sento l’odore del veleno negli artigli. — Indicò le chiazze nere sul guanto, dove era caduta qualche goccia. — Se il liquido riesce a passare, quello, è un uomo morto.

— Dunque siamo d’accordo — commentò Jason. — La mia teoria sarà dimostrata, quando qualcuno di voi potrà avvicinare l’uccello, come ha fatto Naxa.

Tutti ebbero un brivido. Quell’animale era sinonimo di morte.

Meta parlò per prima.

— Non possiamo… Quell’uomo vive nella giungla, come una bestia. In qualche modo, ha imparato come fare. Ma per noi è diverso.

— No, invece — interruppe Jason. — Se non odiate l’uccello, e se non avete paura che vi attacchi, non lo farà. Pensate a un esemplare di un altro pianeta, a un animale innocuo!

— Non ci riesco! — gemette Meta. — È pericoloso!

Allora Brucco fece un passo avanti, con gli occhi fissi al volatile appollaiato sulla mano di Naxa. Jason fece segno agli arcieri di tenersi pronto a colpirlo. Brucco si fermò a un metro di distanza, e cominciò a fissare l’uccello. Mosse le ali, sibilando. Una goccia di veleno si formò all’estremità di ogni aculeo, sulle ali. Nella cabina scese un silenzio di morte.

Poi Brucco alzò lentamente la mano. Con attenzione cauto, la tese verso l’animale. Gli sfiorò la testa, poi un fianco. Il volatile rabbrividì appena.

Su Pyrrus cominciava un’era nuova.

25

— E adesso? — domandò Meta con voce tremante. Esprimeva il pensiero dei coloni presenti, e quello delle migliaia che seguivano la scena ai teleschermi. Tutte le differenze erano dimenticate. Jason aveva cambiato il loro vecchio mondo, e gliene offriva un altro, con problemi diversi, sconosciuti.

— Un momento — rispose Jason, alzando una mano. — Non sono un sociologo, io. Non cercherò di guarire il pianeta; gente in gamba ne ha abbastanza.

— Ma sei l’unico che può aiutarci — ribatté Meta. — Cosa ci riserva l’avvenire?

Improvvisamente stanco, Jason si abbandonò nel seggiolino imbottito del posto di pilotaggio. Si guardò attorno. Sembrava che i coloni, adesso, fossero sinceri. Almeno per il momento, l’ostilità fra i grubbers e i cittadini pareva dimenticata.

— Be’, vi dirò quello che penso — ammise Jason. — In questi ultimi giorni, ho riflettuto molto. Innanzitutto, ho capito che la vecchia utopia del leone e dell’agnello che mangiano vicini non è realizzabile. Teoricamente, ora che avete scoperto le ragioni dei vostri guai, dovreste abbattere il muro di cinta, e lasciar entrare gli animali. Ma non credo che in pratica funzionerebbe… Non dobbiamo dimenticare il fenomeno dell’inerzia mentale. Una verità teorica non è sempre applicabile in pratica. Le religioni barbariche dei primitivi non hanno un atomo di verità, anche se pretendono di spiegare tutto il mondo. I selvaggi si ostinano a credere, e dicono che la loro è «fede». Poi — proseguì Jason — c’è anche l’inerzia culturale. So che voi mi credete, e desiderate che tutto cambi; ma siete sicuri che anche la vostra gente lo vorrà? Gli ostinati, gli opportunisti, gli inerti, rallenteranno tutti i vostri progetti.

— Dunque non c’è più speranza per Pyrrus? — domandò Rhes.

— Non ho detto questo; spiegavo soltanto che i vostri guai non termineranno tutto a un tratto. Io vedo tre possibilità, per il futuro; probabilmente, si verificheranno tutte e tre assieme.

— Innanzitutto — spiegò Jason — la città e le fattorie si riuniranno nell’unico gruppo iniziale da cui provengono. Ciascuno dei due è incompleto, adesso, e ha qualcosa che serve anche all’altro. In città, voi avete la scienza, e la possibilità di rapporti con il resto della Galassia. Ma avete anche la guerra… Le fattorie invece vivono in pace con tutti, ma non conoscono la medicina, non hanno conoscenze scientifiche e non sono in contatto con gli altri pianeti. Unendovi, guadagnerete tutti e due. Ma contemporaneamente, dovrete dimenticare l’odio che vi divideva… Così nasceranno comunità nuove, che non saranno più di coloni né di grubbers, ma di Pyrrus.

— E la nostra città…? — domandò Kerk.

— Resterà qui; e probabilmente non cambierà in nulla. Nei primi tempi, le difese perimetrali potranno ancora servire; e anche quando saranno nate altre città, resterà sempre qualcuno che non vorrà lasciarsi convincere.

Rimarrà qui a combattere, e finirà per scomparire. Forse otterrete risultati migliori educando i loro figli. Ma non ho idea di quale sarà veramente il destino della città.

— E la terza possibilità? — chiese Meta.

— È la mia favorita — sorrise Jason. — E spero di trovare gente abbastanza, che sia disposta a seguirmi. Ho intenzione di spendere tutti i miei milioni per equipaggiare la migliore astronave possibile, con l’equipaggiamento scientifico più progredito che riuscirò a trovare. Poi offrirò a dei volontari di venire con me.

— Perché, poi? — insistette Meta.

— Oh, non per carità. Ho addirittura intenzione di guadagnarci. Mi capite…, dopo questi mesi, non sarei più capace di tornare alla mia vecchia vita. Dunque, prenderò l’astronave, e mi dedicherò all’esplorazione di nuovi mondi. Esistono migliaia di pianeti dove l’uomo sarebbe disposto a stabilirsi; ma sono troppo rozzi e pericolosi, per i normali coloni. Ma sapreste immaginare un pianeta dove un individuo proveniente da Pyrrus non si troverebbe come a nozze con l’addestramento che ha avuto? E non si tratterebbe soltanto di divertirsi. In città, vi siete abituati a una vita piena di rischi. Ora, l’avvenire vi riserva la pace… Io vi offro la possibilità di continuare la vita cui siete abituati, e di compiere nello stesso tempo azioni costruttive. La scelta tocca a voi.

Prima che qualcuno potesse rispondere, Skop, con un balzo, scattò. Con un movimento solo del braccio, strappò Jason dalla poltrona del pilota, afferrandolo per la gola. Gli arcieri lo presero di mira, ma non osarono tirare, perché Skop si faceva scudo di lui.

— Kerk! Meta! — urlò Skop con voce rauca. — Prendete le pistole! Aprite i boccaporti! I nostri entreranno, e faranno fuori i grubbers con tutte le loro menzogne!

Jason afferrò le dita che lo soffocavano, ma era come aggrapparsi a sbarre d’acciaio. Le orecchie gli ronzavano. Aveva perduto. Si sarebbero massacrati, nell’astronave, e Pyrrus sarebbe rimasto per sempre il mondo della morte.

Meta balzò come una molla, e le corde degli archi ronzarono. Una freccia la colse alla gamba, l’altra le trafisse il braccio. Ma era rimasta colpita dopo lo scatto, e l’inerzia le fece traversare la cabina, fino a Skop.

Alzò il braccio valido, e colpì con violenza, con il taglio della mano.

Il braccio destro di Skop ricadde inerte, lasciando libero Jason. Meta colpì ancora Skop alla trachea; il colono cadde.

Jason vedeva come in una nebbia, quasi svenuto.

Skop si rialzò a fatica, e guardò gli amici. — Stai sbagliando — disse Kerk. — Non farlo!

Il ferito emetteva un rantolo più animalesco che umano. Quando si lanciò verso le pistole, all’altro lato della cabina, le corde degli archi e delle balestre risuonarono come arpe di morte. Skop cadde ancora; tese la mano verso le armi, ma non riuscì a raggiungerle.

Quando Brucco si avvicinò a Meta, nessuno lo impedì. Jason respirava a grandi boccate, tornando in vita. I teleschermi diffondevano la scena in tutta la città.

— Grazie, Meta… del tuo aiuto… e della tua… comprensione — articolò.

— Skop aveva torto — dichiarò Meta. Strinse i denti per un attimo, mentre Brucco estraeva di colpo le due frecce. — Non resterò in città; soltanto gente come Skop potrà farlo. E temo che non avrò il coraggio di affrontare la giungla. Se non hai niente in contrario, credo che verrò con te. Ne sarei felice.

Jason riuscì soltanto a sorridere; ma Meta comprese.

Kerk guardò il cadavere ai suoi piedi. — Skop aveva torto… ma posso capirlo. Non lascerò la città, per ora. Qualcuno dovrà badare a mantenere l’ordine, mentre si verificano i cambiamenti. Certo, l’idea dell’astronave è buona, Jason. Sono sicuro che i volontari non vi mancheranno. Ma dubito che Brucco venga con voi.

— No, certo! — scattò Brucco. — C’è abbastanza da fare qui a Pyrrus.

Dovremo studiare gli animali… sono sicuro che chissà quanti scienziati arriveranno qui da tutte le parti!

Kerk si avvicinò a passo lento allo schermo che rimandava l’immagine della città. Guardò gli edifici, il fumo che saliva ancora dalla cinta, la giungla tutta attorno.

— Avete cambiato tutto, Jason — disse. — Pyrrus non sarà più com’era prima della vostra venuta. Molto meglio, o molto peggio.

— Meglio, accidenti, meglio — esclamò Jason con voce rauca, passandosi una mano sulla gola che gli faceva ancora male. — E adesso datevi la mano, e fate finire la guerra in modo che il popolo ci creda davvero.

Rhes si voltò, e dopo un attimo di esitazione tese la mano a Kerk. Il colono provò una ripugnanza identica. Tutta una vita di odio gli tornò alla 1mente. Toccare un grubber!

Ma i due si strinsero la mano. L’avvenire era in moto.

FINE.