/ Language: Italiano / Genre:prose_contemporary

Canto di pietra

Iain Banks

In un mondo senza tempo e senza nome, devastato da una guerra che ha rivelato il fondo barbarico della natura umana, tra cumuli di macerie e colonne di profughi in fuga, si erge un antico castello di pietra. Tra le sue austere mura vive, assieme alla sorella-amante Morgan, Abel, l’ultimo discendente di una famiglia aristocratica. Per i due giovani, quel castello sarebbe un rifugio ideale, se un giorno, a turbare la loro idilliaca «intimità», non sopraggiungesse una banda di soldati irregolari, guidati da un oscuro personaggio femminile. Stregati dal fascino magnetico e perverso di quella donna senza volto e senza anima, Abel e Morgan si trasformano ben presto nelle pedine di un sordido gioco a tre, mentre l’antica dimora diviene teatro di inaudite violenze, eccessi e distruzioni, che porteranno in un crescendo di tensione e di suspense alla catastrofe finale.

Iain Banks

Canto di pietra

Ai miei genitori

UNO

L’inverno è sempre stato la mia stagione preferita. Ma siamo già in inverno? Non lo so. Una definizione tecnica c’è, qualcosa che si basa sui calendari e sulla posizione del sole, ma credo che, semplicemente, ci si renda conto che la stagione è cambiata, e in maniera irrevocabile; è l’animale dentro di noi che sente l’odore dell’inverno. A dispetto degli schemi artificiali della nostra cronologia, l’inverno è qualcosa che viene inflitto al nostro emisfero, qualcosa che viene strappato alla terra dal cielo freddo che diventa ancora più freddo e dal sole basso che si abbassa sempre di più, qualcosa che permea l’anima e penetra nella mente attraverso il naso, tra i denti e oltre la barriera porosa della pelle.

Un crudo vento fa roteare minuscole spirali di foglie sulla superficie grigia e tormentata della strada e le scarica nelle gelide pozze d’acqua sul fondo dei fossi. Le foglie sono gialle, rosse, ocra e marrone; i colori del fuoco nel cuore di questo gelo umido. Alcune foglie restano sugli alberi ai lati della strada; non c’è ghiaccio ai bordi delle pozze, e non c’è neve sulle colline ai lati della pianura, sotto il sole di mezzogiorno che splende al centro di un’ampia porzione di cielo azzurro. Eppure sembra che l’autunno sia ormai finito. Verso nord, in lontananza, le montagne sono nascoste dietro un’incombente armata di nubi. Forse c’è neve su quelle cime, ma da qui non riusciamo a vederla. Il vento viene da nord, e sospinge verso di noi veli di pioggia dalle colline. Oltre i campi che si estendono a sud — alcuni di un biondo spento e desolato, altri mietuti e ridotti a nuda terra, altri ancora scavati da crateri — si levano colonne di fumo, deviate di lato dal vento freddo. Per un istante, il vento ha insieme l’odore della pioggia e del fuoco.

Quelli che ci circondano, profughi come noi, mormorano e pestano i piedi sulla viscida superficie della strada. Siamo, o eravamo, un flusso di umanità, un’ondata di reietti che pulsa rapida in questo paesaggio immobile, ma adesso qualcosa ci blocca. Il vento si smorza di nuovo, e col suo riflusso sento il sudore di corpi non lavati, e il puzzo dei due cavalli che trascinano la nostra carrozza di fortuna.

Tendi la mano da dietro e mi stringi il gomito.

Mi volto verso di te, pettino una ciocca dei capelli neri come ebano che ti coprono la fronte. Attorno a te sono ammucchiate le valigie e i bauli che abbiamo pensato di portarci dietro, pieni di tutto ciò che, nelle nostre speranze, poteva tornarci utile senza diventare una tentazione troppo forte per gli altri. Beni più preziosi sono nascosti dentro e sotto la carrozza. Sei rimasta seduta a cassetta, la tua schiena contro la mia, rivolta verso la strada che abbiamo percorso, forse sforzandoti di vedere la casa che abbiamo lasciato, ma adesso ti stai girando sul sedile, nel tentativo di vedere oltre me, con una ruga che turba la tua espressione come una crepa sul volto marmoreo di una statua.

«Non so perché ci siamo fermati», ti dico. Mi alzo un istante, per guardare oltre le teste della gente davanti a noi. Cinquanta metri più in là, un camion con il cassone coperto sbarra la vista; qui la strada corre dritta per almeno un chilometro, fra campi e boschi (i nostri campi, i nostri boschi, le nostre terre, come continuo a chiamarli).

Questa mattina, quando noi e i nostri pochi domestici ci siamo messi in cammino, la fiumana di gente, carri e veicoli si estendeva ininterrotta, senza fine: un’unica colonna di sfollati in movimento disordinato, con gli occhi fissi a terra, che arrancava approssimativamente da ovest a est. Non avevo mai visto una simile massa di persone: un fiume d’anime lungo la strada. Mi ricordavano gli omini di carta dell’infanzia, ritagliati da giornali piegati e poi stesi in file, uniti uno all’altro, tutti uguali, tutti leggermente diversi, tutti che traevano la propria forma da ciò che era stato rimosso e, così fragili, infiammabili, eliminabili, richiedevano per natura un appropriato maltrattamento. Ci siamo uniti a loro con sufficiente facilità: ci adattavamo benissimo, eppure spiccavamo nella massa.

Da qualche punto più avanti ci giungono dei rumori. Potrebbero essere grida; poi sento il crepitio secco di piccole armi da fuoco, suoni dispersi e acuti sospinti dal vento che ha ripreso a soffiare. Ho la bocca secca. La gente attorno a noi — famiglie, in generale, gruppetti uniti dalla parentela — pare farsi piccola. Sento un bambino che piange. Un paio dei nostri domestici, che guidano i cavalli, ci rivolgono un’occhiata. Dopo un po’, una nuova zaffata di fumo si leva da dietro il camion. Poi la coda di uomini e veicoli riprende ad avanzare. Do un colpo alle redini e le due cavalle saure ripartono. Dal tubo di scappamento del camion esce una nuvola di fumo.

«Erano spari?» mi chiedi alzandoti in piedi e guardando oltre il mio braccio. Sento il tuo profumo, il sapone del tuo ultimo bagno al castello, stamattina, come un ricordo floreale dell’estate.

«Credo di sì.»

Le cavalle ci trascinano avanti. Il puzzo del motore diesel del camion aleggia brevemente nel vento. Nascosti, legati sotto la carrozza, ci sono sei fusti di gasolio, due di benzina e uno di lubrificante. Abbiamo lasciato i nostri automezzi nel cortile del castello, considerando che i cavalli e questa carrozza avessero più probabilità di portarci in un luogo sicuro, ovunque esso sia, dei veicoli a motore. Non abbiamo valutato nel nostro calcolo solo le miglia per gallone o i chilometri per litro; dalle voci che ci sono giunte, e da quel poco che abbiamo visto, i veicoli funzionanti, e in particolare quelli in grado di viaggiare anche fuori strada, attirano l’attenzione proprio di coloro che stiamo cercando di evitare. Anche per questo il castello, a prima vista così saldo e sicuro, è in realtà una fonte di guai. Devo continuare a ripetermi — e a ripetere a te — che abbiamo fatto la cosa più saggia, lasciando la nostra casa proprio per salvarla. Si accomodino pure quelli che già adesso, senza dubbio, ci stanno mettendo sopra le mani: più cose riescono a portar via, meglio è.

Il fumo davanti a noi diventa sempre più fitto, più vicino. Penso che forse un’anima più possessiva e meno protettiva della mia avrebbe dato fuoco al castello, stamattina, alla partenza. Ma io non ho potuto farlo. Certo, mi sarei sentito meglio al pensiero di sottrarre il bottino a coloro che ci minacciano, ma non ci sono riuscito lo stesso.

Uomini armati in uniforme — sia le uniformi sia le armi sono diverse fra loro, irregolari — gridano qualcosa agli occupanti del camion davanti a noi. Il camion lascia la strada e svolta in un campo, lasciando passare chi lo seguiva. Davanti, la colonna di profughi — una corrente di persone di cui appaiono teste, cappelli, cappucci, carri stracarichi e vacillanti — si estende fino all’orizzonte.

Arriviamo all’origine del fumo, e di fianco a questa colonna verticale la nostra si ferma di nuovo. Accanto alla strada c’è un furgone che brucia; è capovolto nel fosso, non del tutto posato su un fianco; dietro, un rimorchio aperto ha la coda che punta verso l’aria; tutto ciò che conteneva sotto un telo scuro è sparso al suolo. Il furgone pulsa per il fuoco, le fiamme traboccano dal parabrezza e dai finestrini infranti, il fumo si rovescia fuori dagli sportelli posteriori spalancati. Gli sfollati che avanzano, almeno quelli a piedi, si accalcano sul lato opposto della strada mentre lo oltrepassano, forse per paura di un’esplosione. Altri uomini in uniforme frugano tra le merci cadute dal rimorchio, incuranti del fuoco vicino. Stesi sull’argine del fosso, accanto al furgone, quelli che sembravano due mucchi di stracci si rivelano per quello che sono: due corpi, uno a faccia in giù e l’altro, una donna, che fissa il cielo con immobili occhi spalancati. Una chiazza marrone scuro si allarga su un lato del suo giubbotto. Anche tu ti alzi a guardare. Più avanti si leva un gemito miserevole e disperato.

Poi, oltre il fumo e le fiamme e il tetto deformato del furgone, dove un portapacchi spezzato ha disperso borse, fusti e scatoloni sull’erba giallastra e tra gli arbusti striminziti, si muove qualcosa.

È stato allora che abbiamo visto per la prima volta la luogotenente, che si levava dietro le fiamme insanguinate del furgone; la sua figura era deformata dal calore, come se ci apparisse attraverso un velo di acqua smossa: una roccia che ostruisce la corrente.

Viene uno sparo dal punto in cui si è fermato il camion, davanti a un cancello che conduce a un campo, di fronte all’imbocco di un sentiero nel bosco. Accanto a noi la gente si abbassa, i cavalli danno uno strattone e tu sussulti, ma io non riesco a staccare lo sguardo dalla figura dietro le fiamme. Altri spari, e finalmente mi volto, per vedere alcune persone che scendono inciampando dal camion con le mani intrecciate sopra la testa, mentre altri uomini in uniforme le spingono via, fanno cadere con un tonfo la ribalta posteriore e si mettono a frugare nel veicolo. Quando mi volto, tu ti sei di nuovo seduta, e la donna in uniforme che ho visto tra le fiamme sta venendo avanti, affiancata da due di quegli irregolari, fino allo sportello della nostra carrozza aperta.

La nostra luogotenente (anche se devo ammettere che ancora non sapevamo che lo fosse) è di corporatura media, ma i suoi movimenti comunicano un’idea di grazia. La sua faccia ordinaria è scura, quasi bruna di colorito, e gli occhi grigi sono ombreggiati da sopracciglia nere. Il suo abbigliamento è composto di molte uniformi diverse: gli stivali logori e macchiati provengono da un esercito, la sua tenuta di fatica da un altro, la giacca lurida e bucata da un altro ancora, e il berretto stazzonato, su cui spiccano un paio d’ali, sembrerebbe dell’aeronautica, ma il fucile (lungo e nero, con i caricatori a forma di mezzaluna disposti con cura uno accanto all’altro) è lucido e pulitissimo. Ti sorride e si tocca appena il berretto con due dita, poi si rivolge a me. Il fucile è comodamente appoggiato al suo fianco, con la canna che minaccia il cielo.

«E lei, signore?» domanda. La sua voce ha una ruvidezza che trovo perversamente piacevole, anche se mi si accappona la pelle per la minaccia sepolta nelle sue parole, una promessa di pericolo. Aveva sospettato, aveva previsto qualcosa già allora? La nostra carrozza ci distingueva dalla folla, come un gioiello montato su un anello da poco, che attirava il predatore nascosto in lei?

«Come, signora?» le chiedo, mentre qualcuno grida. Distolgo lo sguardo e vedo un capannello di soldati radunati attorno a qualcuno steso sul ciglio della strada, a pochi metri di distanza dal furgone in fiamme. La fila dei profughi oltrepassa anche questo gruppo tenendosi il più possibile lontana.

«Ha qualcosa che potrebbe servirci?» chiede la donna in uniforme, ondeggiando con leggerezza sul predellino della carrozza e — dopo averti rivolto un altro sorriso — sporgendosi per sollevare un angolo della coperta da viaggio con la bocca del fucile.

«Non so», dico lentamente. «Cos’è che potrebbe servirvi?»

«Fucili», dice scrollando le spalle. Mi fissa e stringe gli occhi. «Qualcosa di prezioso», dice a te, poi usa la bocca del fucile per sbirciare sotto un’altra coperta dalla parte dove siedi tu, pallida, con gli occhi spalancati fissi su di lei. «Combustibile?» dice, guardandomi di nuovo.

«Combustibile?» ripeto. Mi passa per la testa di chiederle se intende carbone, o legna, ma non do voce a questo pensiero, intimidito dai suoi modi e dal fucile. Un altro grido singhiozzante proviene dalla piccola calca di uomini davanti al furgone.

«Carburante», riprende, «munizioni…» Si alza un nuovo grido dagli uomini stretti davanti a noi (tu sobbalzi di nuovo); la nostra luogotenente dà un’occhiata nella direzione di quel gemito orribile, e una minuscola ruga si forma e le svanisce sulla fronte quasi nello stesso istante in cui dice «… medicinali?» Sul suo viso appare l’ombra di un calcolo.

Scrollo le spalle. «Abbiamo un po’ di materiale di pronto soccorso.» Accenno alle cavalle. «I cavalli mangiano biada. È tutto il combustibile che gli serve.»

«Mmm», fa lei.

«Lucius», dice qualcuno davanti a noi. Il nostro domestico mormora qualcosa in risposta. Due uomini lasciano il piccolo gruppo radunato sulla strada, uno degli irregolari e il fattore del villaggio, che mi indica. La nostra luogotenente scende dalla carrozza e gli va incontro, si ferma davanti a lui volgendoci la schiena, con la testa curva, a parlare con il fattore. A un certo punto lui ci rivolge un’occhiata, poi se ne va. La luogotenente torna, risale di nuovo, sollevando il berretto sui capelli di un colore smorto, pettinati all’indietro. «Signore», dice sorridendomi. «Lei ha un castello? Avrebbe dovuto dirmelo.»

«Avevo», gli rispondo. Non posso fare a meno di gettare un’occhiata nella direzione di casa. «L’abbiamo abbandonato.»

«E un titolo», continua.

«Di poco conto», le assicuro.

«Bene», esclama la luogotenente, abbracciando con lo sguardo i suoi uomini. «Come dovremmo chiamarla?»

«Per nome, andrà benissimo. Mi chiami Abel.» Esito. «E lei, signora?»

Guarda sorridendo i suoi uomini, poi di nuovo me. «Mi può chiamare luogotenente», mi dice. E a te: «Come si chiama?» Resti seduta, con lo sguardo fisso.

«Morgan», rispondo io.

Resta a guardarti per un momento, poi, lentamente, posa di nuovo gli occhi su di me. «Morgan», dice. Un altro grido dal gruppo accalcato sulla strada. La luogotenente corruga la fronte e guarda da quella parte. «Ferita al ventre», dice con calma, mentre due dita tamburellano sulla vernice lucida dello sportello della carrozza. Dà un’occhiata ai due corpi che giacciono accanto al furgone in fiamme. Sospira. «Solo roba da pronto soccorso?» mi chiede. Faccio cenno di sì. Accarezza la ricca imbottitura all’interno dello sportello, poi scende e raggiunge il gruppetto sulla strada. Il capannello si apre e i soldati le fanno strada.

Al centro del gruppo un giovane in uniforme è sdraiato sul fianco, con le mani strette attorno alla pancia. Trema, geme. La nostra luogotenente va da lui. Posa sulla strada il fucile, si accovaccia, accarezza la testa del ragazzo e gli parla sottovoce, tenendogli una mano sulla fronte, mentre l’altra cerca qualcosa sul fianco. La luogotenente fa segno a un paio d’altri di spostarsi — obbediscono subito — poi si curva e bacia il giovane soldato sulla bocca. Sembra un bacio profondo, prolungato, quasi appassionato; un filo di saliva, che brilla ai raggi del sole che filtrano fra gli alberi, li unisce ancora mentre lei alza lentamente la testa. Le sue labbra si sono appena staccate quando la pistola posata accanto alla tempia del ragazzo esplode un colpo. La testa del soldato ha un sobbalzo, come se fosse stata scalciata con forza, il corpo ha uno spasmo e poi si placa, e un po’ di sangue schizza in alto e poi sulla strada. (Sento la tua mano sulla mia spalla, che mi stringe la pelle attraverso gli strati di giacca, maglioni e camicie.) Il giovane soldato si distende e crolla sulla schiena, bocca aperta, occhi chiusi.

La luogotenente si alza di scatto, rimettendosi il fucile sulla spalla. Concede al soldato morto un ultimo sguardo, poi si volta verso uno di quelli che si erano accalcati attorno al ferito. «Mister Taglio, fa’ in modo che sia sepolto come si deve.» Rinfodera la pistola automatica ancora fumante e dà un’altra occhiata ai corpi dei due civili stesi accanto al furgone in fiamme. «Quelli lasciateli ai cani.» Ritorna alla nostra carrozza, estrae un fazzoletto grigio da una tasca e si asciuga la faccia, togliendo qualche gocciolina di sangue del ragazzo. Salta di nuovo sul predellino, e punta i gomiti oltre lo sportello.

«Stavo chiedendo se avete armi», dice.

«Ho… ho un fucile da caccia e una carabina», le rispondo e mi trema la voce. Guardo la strada davanti a noi. «Potremmo averne bisogno per…»

«Dove sono?»

«Qui.» Mi alzo con lentezza e guardo la cassa sotto il sedile. La luogotenente accenna a un suo uomo che prima non avevo notato, dall’altra parte della carrozza. Il soldato si arrampica, apre la cassa, ci fruga dentro e solleva la borsa di tela cerata nella quale avevo stivato i fucili, la controlla e poi salta giù.

«La carabina non ha un calibro da guerra», protesto.

«Ah. Vorrà dire che non potrà sparare ai soldati», dice la luogotenente, scuotendo la testa senza malizia.

Guardo di nuovo nella direzione in cui stavamo andando. «La prego, non ho idea di quello che potremmo trovare più avanti…»

«Oh, non credo che dovrete preoccuparvi di questo», dice lei, salendo più in alto e scuotendo di nuovo la testa. Lo stesso soldato che aveva preso i fucili risale accanto a me. Comincia a perquisirmi, con precisione ma senza brutalità, mentre la luogotenente sogghigna verso di me e sorride a te, che guardi all’insù, stringendo le mani guantate che continuano a tremare. Il soldato ha un odore aspro, quasi fetido. Non trova niente degno di essere mostrato, a parte il pesante mazzo di chiavi che mi sono messo in tasca questa mattina. Le getta alla luogotenente, che le afferra con una mano sola, le solleva e le volta verso la luce.

«Che solenne mazzo di chiavi», dice, poi mi guarda con aria inquisitiva.

«Sono quelle del castello», le dico. Scrollo le spalle, con un leggero imbarazzo. «Per ricordo.»

Le rigira rumorosamente fra le mani, poi con un gesto teatrale le infila in una tasca della giacca strappata. «Sa, abbiamo bisogno di un posto dove rintanarci per un po’, Abel», mi dice. «Un po’ di riposo e ricreazione.» Sorride a te. «Quanto è lontano il castello?»

«È dall’alba che stiamo andando avanti.»

«Perché siete partiti? Un castello dovrebbe essere una protezione sufficiente, no?»

«È piccolo», le dico. «Non ha un’aria molto formidabile. Per niente formidabile. In verità è solo una casa; una volta aveva un ponte levatoio, ma adesso c’è un normale ponte di pietra sopra il fossato.»

Fa vedere che questa notizia l’ha impressionata. «Oh! Un fossato…» Suscita le risatine dei soldati attorno a lei (e noto per la prima volta che molti di loro hanno un’aria esausta e abbattuta: alcuni si radunano attorno a noi, altri portano via il corpo del ragazzo morto e altri ancora invitano la gente dietro la carrozza a superarci e proseguire il cammino. Molti soldati sembrano feriti: alcuni zoppicano, altri tengono un braccio appeso a fasce logore, altri hanno bende sporche attorno alla testa come bandane grigie.)

«Il cancello non è molto robusto», dico e sento che le mie parole sono deboli come questi soldati sporchi e raccogliticci. «Avevamo paura di un saccheggio, se avessimo provato a tener duro», continuo. «C’erano soldati da quelle parti; hanno cercato di prendere il castello, ieri», dico.

Gli occhi della luogotenente si stringono. «Che soldati?»

«Non lo so.»

«Uniformi?» chiede. Getta uno sguardo malizioso intorno. «Meglio delle nostre?»

«Non è che li abbiamo visti.»

«Armamenti pesanti? Cosa avevano?» continua e, davanti alla mia esitazione, agita una mano e suggerisce: «Carri armati, autoblindo, cannoni…?»

Scrollo le spalle. «Non lo so. Artiglieria, mitragliatrici, granate…»

«Mortaio», dici tu, deglutendo, con gli occhi sbigottiti che passano da me a lei.

Metto la mia mano sulla tua. «Non sono sicuro che fosse un mortaio», dico alla luogotenente. «Penso che fosse… una granata da fucile?»

La nostra luogotenente annuisce con gravità, sembra pensarci un momento, poi dice: «Andiamo a dare un’occhiata a questo castello, Abel, d’accordo?»

«È abbastanza facile da trovare», le dico. Mi volto per un attimo verso la direzione da cui siamo venuti. «Basta…»

«No», dice lei aprendo lo sportello della carrozza e tirandosi su fino a sedersi accanto a te. Sposta di lato un paio di borse per mettersi più comoda e si posa il fucile sulle ginocchia. «Portateci voi al castello», dice. «Ho sempre desiderato viaggiare su una carrozza come questa.» Accarezza la morbida superficie del sedile. «E un po’ di conoscenza del luogo potrebbe essere utile.» Infila una mano all’interno della giacca — qualcosa di nero, da cerimonia, a brandelli, macchiata e sporca di terra — poi estrae una lucente scatoletta d’argento, la apre e ci invita a servirci. «Sigaretta?»

Rifiutiamo entrambi; lei ne estrae una e rimette via la scatola d’argento.

«Tornare indietro non mi sembra una buona idea», dico, sforzandomi di suonare ragionevole.

Si sta togliendo il berretto e si passa una mano fra i ricci corti e bruno topo. «Be’, pazienza», dice, aggrottando le ciglia mentre ispeziona l’interno del berretto e passa un dito sull’orlo. «Consideratevi requisiti.» Si rimette il berretto e mi guarda con un sorrisetto freddo. «Giri la carrozza e torniamo indietro.» Estrae un accendino dal taschino sul petto.

«Ma siamo partiti all’alba», protesto. «E abbiamo seguito la corrente. Non ce la faremo prima di notte…»

Scuote rapidamente la testa. «Metteremo i camion davanti.» Dà un colpo al berretto. «Non avete idea di come si sposta la gente quando si vede arrivare contro un camion con una mitragliatrice; resterete sbalorditi. Non ci vorrà troppo tempo.» Fa roteare con delicatezza la sigaretta fra due dita mentre con l’altra mano aziona l’accendino. «Giri la carrozza, Abel», dice attraverso una nuvola di fumo.

Il camion che adesso è davanti a noi è stato spinto nel campo; stanno aspirando il gasolio dal serbatoio. Facciamo manovra nello spazio davanti al cancello e un paio di jeep e due camion a tre assi con teloni mimetici avanzano dal loro nascondiglio nel bosco. I soldati che avevano esaminato i resti del furgone in fiamme caricano bidoni di benzina e fusti di plastica sul cassone di uno dei camion, che si mette sulla strada davanti a noi, in mezzo alla corrente di profughi, suonando il clacson, mentre un soldato si sporge dalla cabina da cui spunta la canna di una mitragliatrice. La folla si apre e si disperde alla vista del camion come l’acqua davanti alla prua di una nave; faccio fatica a tenergli dietro. Le cavalle vanno al piccolo galoppo per la prima volta in tutto il giorno.

Una delle jeep ci segue da vicino. Anche su di essa c’è una mitragliatrice, montata su un treppiede dietro i sedili anteriori. La seconda jeep resta indietro: due soldati e i nostri domestici seppelliranno il giovane morto e poi ci raggiungeranno.

La carrozza sussulta, ondeggia, trema; il vento umido mi sferza la faccia, è freddo e violento. L’ombra della carrozza, con le ruote che tremolano, si allunga oltre il ciglio della strada nella luce acquosa del sole. La luogotenente sembra soddisfatta e se ne sta seduta con le gambe accavallate e il fucile in equilibrio contro una coscia; il berretto è posato su una borsa accanto a lei, e la mano tira distrattamente all’indietro i capelli, scuri come una foresta carbonizzata. Sorride a turno a me e a te. Tu mi guardi e posi una mano guantata sulla mia.

Dietro di noi, il flusso dei profughi si richiude e continua il cammino. Il furgone in fiamme fa un rumore simile a una tosse lontana e una scura bolla di fumo sale nel cielo grigio, unendosi al fumo di tutto ciò che brucia nella pianura, veicoli, fattorie, case.

DUE

E così siamo diretti al castello. Non pensavo di rivederlo così presto; anzi, ero quasi sicuro che non l’avrei visto mai più. Mi sento uno sciocco, come uno che alla stazione si è separato con cerimonie lunghe e toccanti da un amico intimo, per scoprire subito dopo che a causa di un equivoco sono saliti entrambi sul medesimo treno. Eppure, mentre i camion svoltano dalla strada principale, lasciandosi alle spalle la fila dei profughi, mi chiedo che accoglienza ci aspetta. Mentre ci avviciniamo cerco ansiosamente tracce di fumo: ho paura che i soldati comparsi ieri possano aver saccheggiato la casa e averle dato fuoco. Per ora, comunque, il cielo sopra gli alberi che circondano il castello mostra solo le nubi grigie che si spostano da nord.

Mentre avanziamo, la luogotenente controlla l’interno della carrozza, scoprendo molte cose che la affascinano. Mi volto quando trova il portagioie, dietro i tuoi piedi; ti pieghi e lo stringi al petto ma lei lo afferra e vince la tua resistenza con uno sguardo dolcemente ammonitore, oltre che con una forza tanto maggiore. Esamina un gioiello alla volta, provandosene alcuni sul petto, attorno al polso o a un dito; poi scoppia a ridere e te li restituisce, a parte un piccolo anello d’oro bianco con un rubino.

«Questo posso tenerlo?» ti chiede. La carrozza sobbalza rumorosamente per una buca e devo tornare a guardare avanti; la tua testa è premuta contro la mia nuca mentre tiro le redini per tener lontane le cavalle da una fila di buche sulla strada. Sento che le fai cenno di sì.

«Grazie, Morgan», dice la luogotenente, e ha un’aria molto soddisfatta.

Da qualche minuto sembra addormentata (mi dai un colpetto sulla schiena per indicarmela, e c’è un sorrisetto sulle tue labbra mentre accenni alla sua testa penzoloni). Non ne sono sicuro; il viso della nostra luogotenente non mi sembra del tutto disteso, come succede a chi si addormenta per davvero. Forse ci sta sempre osservando e aspetta di vedere cosa faremo.

Comunque stessero le cose, adesso si raddrizza, si guarda intorno, chiede dove siamo ed estrae dalla giacca una piccola radio. L’avvicina alla bocca, parla brevemente e i camion davanti grugniscono e si fermano sulla strada sterrata. Avanzo con la carrozza fino a raggiungerli; la jeep ronza in folle alle nostre spalle. Mancherà mezzo chilometro all’inizio del viale del castello, nascosto oltre una curva dietro gli scheletri umidi e scuri degli alberi.

«C’è una portineria?» mi chiede sottovoce la luogotenente. Faccio cenno di sì con la testa.

«C’è qualche altra strada per evitare la portineria?»

«Non per i camion», le rispondo.

«E con la jeep?»

«Credo di sì.»

Si alza di scatto, scuotendo la carrozza, si tocca il berretto rivolta a te e fa un cenno a me. «Ci guiderà lei. Prenderemo la jeep.» Mi rivolgi un’occhiata spaventata e stendi la mano verso di me. «Rotula», dice la nostra luogotenente a uno degli uomini sulla jeep. «Da’ un’occhiata ai cavalli.»

La luogotenente dà ordini che non sento agli uomini sui camion, poi salta sulla jeep e si mette al volante. Il soldato seduto accanto a lei tiene in mano un tubo verde oliva lungo circa un metro e mezzo. Immagino sia un lanciarazzi. Sono schiacciato sul sedile posteriore tra il treppiede metallico della mitragliatrice e un soldato pallido e grasso che puzza come una volpe morta da una settimana. Dietro di noi, all’estremità del veicolo, è accosciato il soldato che regge la pesante mitragliatrice.

Prendiamo lo stretto sentiero che penetra nella foresta, sul retro della proprietà, alle spalle della piccola scarpata bordata da sempreverdi gocciolanti. In alcuni punti gli alberi e gli arbusti formano una specie di tunnel sopra il sentiero e il soldato che impugna la mitragliatrice impreca sottovoce abbassandosi di scatto mentre i rami si impigliano nell’arma e tentano di strapparla alla sua presa. Il sentiero si avvicina al torrente che alimenta il fossato. Il ponte è marcio, con le travi sghembe, troppo fragile per reggere il peso della jeep. La luogotenente si volta verso di me e uno sguardo deluso comincia a formarsi sul suo viso.

«Ormai siamo vicini», le dico, tenendo la voce bassa. Accenno con la testa. «Da quella cresta la vista è libera.»

La luogotenente segue il mio sguardo, poi dice al soldato con la mitragliatrice: «Karma, prendi il mitra. Andiamo».

Si direbbe che conti anche me. Abbandoniamo la jeep e noi cinque — io e la luogotenente, l’uomo con il lanciarazzi, il soldato pallido e grasso e quello che ha chiamato Karma, che si carica la mitragliatrice e vari cinturoni di munizioni, direi molto pesanti — attraversiamo il ponte e montiamo sul ripido argine all’altra estremità. Dall’alto, attraverso i cespugli, si vede il castello, insieme ai giardini più vicini. La luogotenente estrae un binocolo da campo e lo punta sulla nostra casa.

Siamo sorpresi da un breve scroscio di pioggia; le gocce brillano negli ultimi raggi di sole che s’infilano sotto le nuvole provenienti da nord. Guardo la mia casa, avvolta da un sudario dorato di vento e pioggia, cercando di vederla come la vedrebbe un estraneo: una modesta fortificazione, nulla di imponente; levigata dal tempo, graziosamente circondata da un anello d’acqua e poi da prati, siepi, sentieri di ghiaia e costruzioni secondarie. Le antiche mura — in origine traforate solo da feritoie, da molto tempo ormai trasformate in finestre più generose — hanno il colore del miele, in quella luce rosata. Ha un’aria pacifica; eppure, nonostante la sua finezza architettonica, è sempre qualcosa di troppo forte per questi tempi brutali e irrispettosi.

In mezzo a tale indiscriminata barbarie, tutto ciò che spicca orgoglioso reclama di essere demolito, come un grido di sfida che non fa altro che attrarre ancor più rapidamente le mani alla gola, quelle mani che strozzano il filo d’aria dal quale dipende la nostra vita. L’unico modo di tirare avanti, in questi tempi sfrenati, è cedere alla banalità e alla svalutazione; nell’uniformità, se non nelle uniformi, come quella schiera di sfollati della quale abbiamo provato a far parte. Talvolta l’inchino più profondo è la protezione più sicura.

Per il momento, tutto è tranquillo al castello; non si leva del fumo, non ci sono figure che pattugliano la merlatura, non sventola nessuna bandiera, non brilla nessuna luce, nulla si muove. C’è ancora qualche tenda sul prato; gente del villaggio che aveva subito le attenzioni di bande armate e aveva pensato che la vicinanza del castello potesse garantire una maggiore protezione. Solo da lì proviene un po’ di fumo.

Credo che il castello non mi sia mai sembrato bello come adesso, nonostante una banda di pirati se ne sia impadronita e io sia obbligato ad aiutare un’altra banda, ancor più decisa, a occuparlo.

Il terreno intorno è un’altra questione; anche prima dei danni inferti dai nostri eterogenei senzatetto — alberi tagliati per far legna, latrine scavate nei prati — i campi, i boschi e il parco erano incolti, abbandonati a se stessi. Abbiamo perso due anni fa il nostro fattore, e io — che mi ero occupato sempre alla lontana dell’amministrazione della tenuta — non sono riuscito a prendere il suo posto. Da allora, uno alla volta, tutti gli altri lavoranti sono stati portati via dalla guerra, in un modo o nell’altro, e la natura, non più dominata, ha rinnovato la sua antica autorità sulle nostre terre.

«Là, vicino alle stalle», sussurra la luogotenente, appena sopra il rumore delle gocce che picchiettano sulle foglie attorno a noi. «Quei due fuoristrada.»

«Sono nostri», le dico. Li abbiamo lasciati lì, senza nemmeno chiudere a chiave le stalle, sapendo che ogni tentativo di proteggere qualcosa non avrebbe portato che a danni peggiori. «Però le porte spalancate non le abbiamo lasciate noi.»

«Quella costruzione con le assicelle sui lati, dietro i garage», dice la luogotenente. «È la cabina del generatore?»

«Sì.»

«C’è combustibile per alimentarlo?» Mi rivolge uno sguardo carico di speranza.

Solo sotto la carrozza. «Il serbatoio è a secco dal mese scorso», le dico, ed è quasi vero. Per risparmiare gli ultimi fusti di gasolio, abbiamo usato candele per l’illuminazione e il fuoco nei camini per scaldarci; anche le stufe delle cucine funzionano a legna. C’erano anche lampade e fornelli a propano, ma abbiamo consumato l’ultima ricarica ieri sera, prima di partire.

«Mmm», dice la nostra luogotenente, mentre il soldato accanto a lei la tocca con il gomito e indica qualcosa. Vediamo un uomo — un altro irregolare, per quello che vedo — che esce dalle stalle, mette un bidone sul cassone di uno dei fuoristrada e poi lo mette in moto, portandolo davanti al castello, lontano dalla nostra vista.

«C’è molto carburante in quelle macchine?» chiede la luogotenente sottovoce.

«Solo quello che non siamo riusciti ad aspirare», le rispondo.

«Si può portare un veicolo all’interno del castello?»

«Non uno di quelli», le dico. «Sono troppo alti. C’è un piccolo cortile, dove può manovrare solo qualcosa di non più grande di una jeep.»

«Non c’è un ponte levatoio?» dice lei guardandomi. Scuoto la testa. Lei sorride appena. «Però mi pare che abbia parlato di un cancello, vero, Abel?»

«È una cancellata leggera, e poi c’è una saracinesca di ferro battuto. Non credo che riuscirebbe a fermare…»

La radio della luogotenente squittisce. Lei leva una mano verso di me e risponde alla radio; ascolta e poi soffia attraverso il naso. «Sì, se riuscite a farlo in un modo pulito. Noi siamo sulla cresta proprio dietro il castello.»

Mette via la trasmittente. «Dilettanti», dice con un sogghigno, e scuote la testa. «Non hanno messo nessuno alla portineria.» Si rivolge all’uomo accanto a sé. «Psycho è tra gli alberi accanto al viale, laggiù», gli spiega. «Dice che sono solo in due a caricare la macchina. Non si vede niente di grosso. Sta per mettersi a sparare, poi uno dei camion e l’altra jeep arriveranno a tutta velocità dal viale. Copriteli.» Si rivolge a me. «Non sono soldati», dice con apparente disgusto, «sono solo sciacalli.» Scuote la testa, poi mette via il binocolo e prepara il fucile, lo fissa e punta. «Morte», dice al soldato con il lanciarazzi. «Non sparare. Almeno finché non te lo dico io, d’accordo?»

Il tizio sembra deluso.

Da dietro il castello vengono degli spari, dal punto in cui il viale lascia gli alberi e risale per il leggero pendio fino al grande prato. Per un istante non si vede niente, poi il fuoristrada riappare accelerando sul vialetto di ghiaia che conduce dall’entrata del castello alle stalle. L’auto sbanda sulla ghiaia, e lo sportello posteriore, aperto, ondeggia con violenza. Il parabrezza è tempestato di crepe bianche e qualcuno lo sta prendendo a pugni dall’interno. Il fucile della luogotenente abbaia all’improvviso, facendomi sobbalzare. La mitragliatrice che hanno trasportato dalla jeep apre il fuoco e io mi tappo le orecchie con le mani. Il fuoristrada trema mentre vola via qualche pezzo, poi sterza bruscamente, le ruote anteriori sembrano spiccare un salto e per poco non precipita nel fossato (per un istante i colpi della mitragliatrice sollevano minuscoli spruzzi nell’acqua); l’auto svolta dalla parte opposta e perde velocità; raddrizza per un attimo e si schianta contro il muro delle stalle.

«Stop!» grida la nostra luogotenente, e il fuoco s’interrompe.

Spirali di vapore si levano dal cofano deformato della macchina. Si apre la portiera del guidatore e qualcuno cade giù, striscia a quattro zampe sul terreno e poi crolla.

Si sente il rumore di un altro motore, altri spari sul davanti del castello, e poi sul viale d’ingresso appare uno dei camion della luogotenente, diretto all’entrata. Il fuoco s’interrompe; il camion scompare alla vista, coperto dal castello. Sentiamo il motore che s’imballa, e poi si ferma.

Ha smesso di piovere. Per qualche istante il silenzio è assoluto, e l’unico movimento è quello del vapore che esce dal motore del fuoristrada. Poi sentiamo delle grida, e altri spari. La luogotenente tira fuori la radio. «Mister T.?» dice. In risposta viene un crepitio.

«Ah, Doppel, cosa sta succedendo?»

La luogotenente ascolta. «D’accordo. Abbiamo preso il fuoristrada. È fuori combattimento. Scendiamo anche noi, dalla cresta dietro il castello. Tre minuti.» Mette via la radio. «Psycho ne ha preso uno sul ponte», ci spiega. «Ce ne sono altri due o tre dentro il castello, ma il camion è arrivato in tempo al cancello. È tutto sotto controllo.» Si mette a tracolla il fucile. «Stecco», dice al soldato grasso che era seduto con me sul sedile posteriore della jeep. «Fermati qui; spara a tutti quelli che scappano via, se non sono dei nostri.» Il soldato grasso fa lentamente cenno di sì.

Scendiamo di corsa, accucciati, tra i cespugli e gli alberi fino al giardino dietro il castello. Dall’interno provengono spari isolati. Prima raggiungiamo l’uomo caduto accanto al fuoristrada fumante. Sul sedile del passeggero c’è un uomo morto, con l’uniforme intrisa di sangue e la mandibola quasi del tutto staccata. A terra, il guidatore geme ancora; il sangue filtra sulla ghiaia sotto il suo corpo. È un giovane alto e sgraziato con la carnagione chiazzata dell’adolescenza. La nostra luogotenente si accovaccia per dargli uno schiaffo sulla faccia, nel tentativo di fargli riprendere conoscenza, ma ottiene solo gemiti. Alla fine si rialza e scuote la testa, esasperata.

Stacca lo sguardo dal ferito e si rivolge al soldato con la mitragliatrice. Karma si è tolto l’elmetto per asciugarsi la fronte; ha i capelli rossi. «Tocca a te» mormora la luogotenente. «Avanti», dice a me, mentre Karma si rimette l’elmetto, schiaccia qualcosa sulla mitragliatrice e punta la canna alla testa del giovane steso a terra. La luogotenente si allontana, e i suoi stivali stridono sulla ghiaia.

Mi volto di scatto e seguo lei e il soldato con il lanciarazzi. Avverto una strana tensione in mezzo alle scapole, come se mi stessi preparando a ricevere il colpo di grazia al posto del moribondo. L’esplosione, singola, violenta, mi fa ugualmente sussultare.

Ci troviamo, tu e io, al centro del cortile del castello, accanto al pozzo. Guardiamo in alto e d’intorno. Gli sciacalli hanno fatto pochi danni. La luogotenente ha interrogato il vecchio Arthur — che aveva deciso di restare al castello invece di venire con noi — e ha scoperto che erano arrivati solo un’ora prima; non hanno avuto il tempo materiale di cominciare il saccheggio di casa nostra prima che la nostra valorosa luogotenente giungesse a proteggerla. Adesso è sua.

I suoi uomini si stanno arrampicando dappertutto; sono come bambini alle prese con un giocattolo nuovo. Hanno messo una vedetta sulla merlatura, e un’altra sentinella alla portineria. Hanno preso possesso del cancello principale e della saracinesca — un rimpiazzo recente in ferro battuto, forse più decorativo che efficace, ma sembra che a loro piaccia lo stesso — e adesso stanno perlustrando le cantine, i depositi e le stanze; i nostri domestici — sorpresi, confusi — hanno ricevuto l’ordine di lasciargli fare quello che desiderano; sono state aperte tutte le porte. Gli uomini — ma per la maggior parte sono ancora ragazzi — si stanno scegliendo le camere; a quanto pare saranno nostri ospiti per più di un fine settimana.

Le due jeep sono parcheggiate qui nel cortile, mentre i camion stanno fuori, oltre il fossato, vicino al piccolo ponte di pietra; la nostra carrozza è stata riportata nelle stalle, e i cavalli al loro recinto. Alcuni degli abitanti del villaggio, fuggiti all’arrivo dei saccheggiatori, stanno tornando, con circospezione, alle loro tende.

All’ingresso del corpo principale del castello compare la luogotenente, avanzando con lentezza verso di noi; indossa una giacca di un rosso vivo con fili dorati e nastri di medaglie. Tiene in mano una delle nostre migliori bottiglie di champagne, già aperta.

«Ecco», dice guardando le mura del cortile. «Non hanno fatto troppi danni.» Sorride a te. «Come mi sta?» Ruota su se stessa a nostro beneficio; la giacca rossa ondeggia.

La luogotenente si allaccia un paio di bottoni. «Era di suo nonno o qualcosa del genere?» domanda.

«Di qualche parente; non ricordo chi», le dico con calma, mentre il vecchio Arthur, il più venerabile dei nostri domestici, appare alla porta con un vassoio e si dirige verso di noi.

La luogotenente sorride con indulgenza al vecchio e gli fa segno di posare il vassoio sul cofano di una delle jeep. Ci sono tre bicchieri. «Grazie… Arthur, non è vero?» dice.

Il vecchio domestico — tondo, occhialuto, rosso in viso, con radi capelli gialli sulla testa — è in preda all’incertezza; fa un cenno alla luogotenente, poi si inchina e mormora qualcosa a noi, poi esita e si allontana. «Champagne», dice la luogotenente, ridendo, mentre riempie i bicchieri; il tuo anello, che adesso circonda il suo mignolo sinistro, tintinna contro il vetro verde e spesso della bottiglia e gli steli delicati dei calici.

Prendiamo i bicchieri. «A un piacevole soggiorno», dice la luogotenente brindammo. Noi sorseggiamo; lei tracanna.

«Quanto tempo pensate di stare qui da noi, più o meno?» le domando.

«Per un po’», risponde. «È da troppo tempo che siamo in giro, nei campi e nei fienili, a dormire in case mezzo bruciate e in tende umide. Abbiamo bisogno di una licenza da questa vita militare; alla lunga ti pesa.» Agita il bicchiere, e fissa il liquido. «Capisco perché avete deciso di andarvene, ma noi possiamo difendere questo posto.»

«Noi no», dico. «È proprio per questo che abbiamo scelto di partire. Possiamo farlo adesso?»

«Siete più al sicuro qui, adesso», ci spiega.

Io getto un’occhiata a te. «Però preferiremmo partire. Possiamo?»

«No», dice la luogotenente, e sospira. «Vorrei che vi fermaste.» Scrolla le spalle, si mette a esaminare la sua bella giacca. «È il mio desiderio.» Si sistema un polsino. «E il grado ha i suoi privilegi.» Mentre si guarda intorno il suo sorriso è per un attimo abbagliante. «Noi siamo vostri ospiti, e voi nostri. Noi siamo di nostra volontà vostri ospiti; se di voi si potrà dire lo stesso, dipende solo da voi.» Un’altra scrollata di spalle. «Comunque sia, intendiamo fermarci qui.»

«E se arriva qualcuno con un carro armato?»

La luogotenente scrolla di nuovo le spalle. «Allora dovremo andarcene.» Beve un altro sorso, e si sciacqua la bocca con il vino prima di inghiottirlo. «Ma non ci sono più molti carri armati in giro, di questi tempi, Abel; non c’è più molto di organizzato, dell’opposizione o del resto. Adesso la situazione è molto fluida, dopo tutta questa mobilitazione, questi arruolamenti, accuse, frizioni e…» agita in aria una mano «…questo crollo generale, direi.» Piega la testa di lato. «Quando ha visto per l’ultima volta un carro armato, Abel? O un aereo, o un elicottero?»

Rifletto per un istante, poi faccio un cenno d’assenso.

Sento che tu guardi all’insù. Mi afferri un braccio.

I saccheggiatori: i tre che i nostri irregolari hanno scoperto dentro il castello. Si sono arresi dopo pochi spari e a quanto pare la luogotenente li ha interrogati. Adesso compaiono sul tetto sopra di noi, legati, mentre avanzano verso il camminamento della torre, sulla scala a chiocciola, spinti da una mezza dozzina di uomini della luogotenente. Hanno sacchi o cappucci in testa e corde attorno al collo; inciampano e dal modo in cui camminano si direbbe che siano stati picchiati; sento singhiozzi e implorazioni che provengono da sotto i cappucci scuri. Vengono condotti verso le due torri meridionali del castello, le cui basi fiancheggiano il cancello principale, sopra il ponte e il fossato nella direzione del prato e del viale.

Hai gli occhi spalancati, il tuo volto è pallido; la mano guantata che mi afferra stringe sempre di più. La luogotenente beve, ti osserva con attenzione; nel suo sguardo c’è qualcosa di freddo e calcolatore. Poi, mentre tu tieni gli occhi fissi sulla fila di uomini al di sopra della linea di pietra che delimita il cielo, la sua faccia si anima, si distende, si rallegra perfino. «Andiamo dentro, volete?» Prende il vassoio. «Comincia a far freddo qui, e mi sembra che stia per piovere.»

Sopra di noi, mentre rientriamo, un giovane uomo grida e invoca sua madre.

La luogotenente ci confina in un’ala del castello, per impedirci di fuggire. Ceniamo dietro porte chiuse a chiave: pane e carne sotto sale. Nel salone, la nostra carceriera allieta la truppa con tutto ciò che la nostra fiorente cucina può offrire. Come era prevedibile, hanno ucciso i pavoni. Mi aspettavo dai nuovi ospiti una notte di selvaggi bagordi, ma la luogotenente — a quanto ci hanno sussurrato i nostri domestici, quando vengono, sotto scorta, a portarci la cena e a sparecchiare — ha ordinato un doppio turno di guardia, ha concesso una sola bottiglia di vino per ciascun uomo, e ha stabilito che la nostra servitù e gli accampati sul prato non vengano molestati. Forse è preoccupata di un attacco, in questa prima notte, e in più gli uomini sono esausti, non hanno la forza di festeggiare, sono animati solo da uno stanco sollievo.

Il fuoco brucia nei camini, bruciano le candele davanti agli specchi, in candelabri a molte braccia, e torce da giardino, dissotterrate da una delle costruzioni esterne, bruciano fumando appese ai muri o infilate nei vasi, in una caricatura priva di grazia del medioevo.

Nel frattempo gli sciacalli — dopo che le loro vite sono state stroncate da un nodo, e abbreviate di quella lunghezza — pendono al vento dalle torri, arenati nell’aria della sera, atroce segnale per il mondo esterno; forse la brava luogotenente spera che il loro oscillare faccia vacillare le velleità degli altri. Per tener loro compagnia, la luogotenente e i suoi uomini hanno alzato sul pennone una bandiera adatta; un piccolo scherzo, dicono. È la pelle di un carnivoro morto da molto tempo: avvistato in un corridoio abbandonato da anni, cacciato in un ripostiglio polveroso, poi messo all’angolo in un baule cigolante. Così la pelle della vecchia tigre artica sventola nell’aria agitata dalla pioggia.

Più tardi, ricaricati dal banchetto, la luogotenente e i suoi uomini più fidati scendono in quelle campagne bruciate che abbiamo lasciato, in cerca del bottino, armamenti o uomini, che riusciranno a trovare nella notte illuminata dalle torce.

TRE

Il castello ha una riserva completa di memorie, e il loro perpetuarsi è un altro modo di morire. La luogotenente perlustra la pianura nera nella notte, gli uomini che ha lasciato qui cadono addormentati uno a uno, i nostri domestici puliscono e raccolgono tutto quello che possono e poi si ritirano nelle loro stanze, e tu, su una sdraio, sotto le coperte, dormi un sonno irrequieto davanti al fuoco che si spegne. Io non riesco a dormire; cammino avanti e indietro per le tre stanze e i due brevi corridoi in cui siamo confinati, reggendo un piccolo candeliere a tre bracci per fare luce; sono ansioso e insicuro, e sposto lo sguardo dal fossato al cortile. Da una parte c’è la luna, per metà velata da nubi sfilacciate, che illumina le fradicie colline boscose dove si sta formando la nebbia. Dall’altra parte vedo la luce vibrante e incerta di una torcia da giardino che si riflette sui ciottoli del cortile e sul pozzo. Mentre la osservo, anche quella torcia manda le ultime scintille e si spegne.

Ho visto così tanti balli, qui. Ogni ballo conduceva al castello chiunque fosse degno di nota dalle contee a monte e da quelle a valle; venivano da ogni palazzo, da ogni ricca fattoria, dalle colline boscose e dalla pianura fertile, come limatura di ferro attratta da un magnete: nobili arteriosclerotici, matrone rigide come manici di scopa, amabili buffoni rubicondi che non facevano che ridacchiare, indulgenti parenti di città venuti a prendere un po’ d’aria buona in campagna o a uccidere per sport o a cercarsi una moglie, ragazzi radiosi con le facce lucide come le loro scarpe, cinici laureati venuti a deridere e a banchettare, posati osservatori della scena sociale che rinforzavano i cocktail con osservazioni taglienti, ragazzi di campagna arricchiti da poco che stringevano in mano l’invito, fanciulle appena sbocciate per metà imbarazzate e per metà fiere delle loro attrattive; politici, sacerdoti e i coraggiosi soldati; il denaro vecchio, il denaro nuovo, quelli che una volta avevano denaro, i titolati e i realizzati, gli adulatori e i timidi cerbiatti, gli assennati e i viziosi… Nel castello c’era posto per tutti.

Il salone delle feste risuonava come un teschio ronzante di pensieri in libertà, dissimili eppure identici. La musica catturava gli ospiti, li teneva nel suo pugno guantato, insieme fusi e confusi, li disperdeva lungo i corridoi illuminati, e le loro risa erano come la melodia di un sogno.

Adesso i corridoi e le stanze sono vuoti. I balconi e la merlatura sono sospesi nel buio, come appigli nel vuoto cupo. Nell’oscurità, di fronte al ricordo, il castello sembra adesso inumano. Le finestre oscurate sono una parodia della vista che non concedono più; qui c’è la spirale di pietra di una scala che scompare in un soffitto vuoto dove molto tempo fa fu abbattuta una torre, e qui stanze minuscole si aprono alla rinfusa una dopo l’altra, lasciando immaginare un camminamento, da secoli abbandonato e rimodellato, un’appendice fra gli intestini del castello.

Mi fermo davanti a un’alta finestra aperta che domina il fossato, e guardo la marea montante della nebbia che risale a inghiottire il castello, una grande e lenta onda di oscurità che spegne le stelle e si dispiega con inerzia geologica dalla foresta e si abbatte su di noi.

Ricordo che danzavamo, molti anni fa, e lasciammo il ballo per vedere la notte, insieme, sugli spalti illuminati dinnanzi all’oscurità ventosa. Il castello era una grande nave di pietra che avanzava splendente in un mare nero; la pianura brillava di luci, che vibravano nell’aria come raggi di stelle.

Noi scappammo lassù, tu e io, e poco alla volta ci trovammo a respirare l’uno il respiro dell’altra.

«Ma i nostri genitori…» sussurrasti quando quel primo bacio si spense per permetterci di prender fiato, e lo slancio per il seguente. «Ma se qualcuno ci vede…»

Il tuo vestito era qualcosa di nero; velluto e perle se ricordo bene; davanti era di broccato: ti fasciava il petto e si apriva sotto le mie mani. Esposti alla notte e alla mia bocca, i tuoi seni morbidi avevano il pallore della luna; le aureole erano scure come lividi, i capezzoli eretti, spessi e duri come l’ultima falange di un mignolo; li succhiavo e tu ti gettavi all’indietro, aggrappata alle pietre, aspirando con violenza la notte fra i denti. Poi, con un flusso inaspettato e minuscolo, sentii un gusto dolce e denso sulla lingua, come una premonizione, come un’involontaria risonanza dell’attesa emissione di un maschio, e in quella luce pallida brillavano due gocce splendenti del tuo latte, ognuna in cima a quelle piccole torri sollevate dalla pressione del sangue.

Divorai quelle perle, appagando una sete tanto più dolorosa e intensa quanto a me ignota fino a quell’istante. Poi raccogliesti tu stessa la gonna e la sottoveste, insistendo perché chiudessi col catenaccio la porta della scala a chiocciola; ti feci coricare sulle lastre d’ardesia, sotto le stelle.

È stato allora che ti ho amata per la prima volta? Credo di sì, mia dolce addormentata. O forse è accaduto più tardi, in uno stato più calmo… Ma preferirei di no; vorrei che fosse semplicemente la lussuria. Sembra più credibile, per il solo fatto che si è così indifesi davanti alle sue richieste alimentate dal sangue.

L’amore è comune; niente lo è di più, nemmeno l’odio (nemmeno adesso), e — come accade alle madri — ognuno crede che il proprio sia il migliore. Oh, il fascino dell’amore, la produttiva fissazione dell’arte per l’amore! Ah, la sbalordita chiarezza, la forza rivelatrice dell’amore, la pulsante certezza che è tutto, che è perfetto, che ci crea, che ci rende completi… che durerà per sempre.

Il nostro è un po’ particolare, per comune accordo. Siamo diventati, da tutti i punti di vista — e ce n’erano molti, e diversi, e spesso fantasiosi — famigerati; involontari, anche se indomiti, reietti molto prima del nostro fallito tentativo di diventare profughi. È stata una nostra decisione, però. Non era per noi quel fascino pacchiano, la tranquilla comodità della folla, il calore matrimoniale di una separazione condivisa. Vediamo il mondo allo stesso modo, i nostri occhi sono sintonizzati sulla sua ambivalenza, e ciò che blocca lo sguardo di un cervello ottuso, libera la mente di coloro che dispongono di una vista più ampia. Questo castello imprime il suo marchio sulla terra perché non fa più parte del mondo in cui è sorto; queste pietre si impongono sull’aria con un’aspra pretesa che è libera di raggiungere un livello più alto solo non concedendosi alcuna pace. Questo era il nostro principio; quale altro, se no?

Percorro questi corridoi mentre tu dormi accanto al fuoco spento (la cenere è come uno stagno, le pellicce e le coperte che ti scaldano sono dello stesso colore). Le nuvole scorrono in silenzio attorno a noi, umido fumo, di quale fuoco liquido non saprei dire. Una momentanea corrente d’aria porta fin qui il suono di una lontana cascata sulle colline, e solo la notte trova la sua voce finale, un rumore bianco che rimbomba nello spazio nero, privo di senso.

Il mattino trova la luogotenente di nuovo al castello; la nebbia si è diradata come una folla, la rugiada grava sulla foresta e il sole, che si leva tardi sulle colline meridionali, splende con una stanchezza invernale, esitante e provvisorio come la promessa di un politico.

La brava luogotenente si fa servire la colazione nelle nostre stanze; una vecchia bandiera — immagino non sappia che è lo stendardo della nostra famiglia — è stata stesa sul tavolo di quercia a mo’ di tovaglia. La luogotenente ha un’aria stanca ma animata, gli occhi rossi e la faccia accaldata. Puzza appena di fumo e ha intenzione di dormire per qualche ora dopo aver mangiato. La sua colazione (pano tostato, qualcosa di arrostito) viene servita sulla migliore argenteria; tiene in mano e usa le posate affilate e splendenti con la destrezza di chi è abituato a maneggiare le armi. Anche l’anello d’oro e rubino sul mignolo luccica come si deve.

«Abbiamo trovato qualcosa», risponde la luogotenente alla mia domanda su come era andata la notte. «È altrettanto importante quello che non abbiamo trovato.» Beve d’un fiato il latte, si appoggia allo schienale e scalcia lontano gli stivali. Si posa il piatto sul grembo e mette i piedi con le calze sporche sul tavolo, selezionando e infilzando i bocconi dall’alto.

«Che cosa non avete trovato?»

«Molta altra gente», ci spiega la luogotenente. «C’erano alcuni profughi accampati, ma niente… di minaccioso; nessuno armato, niente di organizzato.» Inghiotte altri bocconi dal suo piatto di carne e uova. Tiene lo sguardo sul soffitto, come se ammirasse i pannelli di legno dipinto e gli scudi con gli stemmi. «Crediamo che possa esserci in giro un altro gruppo. Da qualche parte», fa, poi stringe gli occhi mentre mi fissa. «Concorrenza», dice, facendo il suo solito sorriso freddo. «Non amici nostri.»

Un morbido rosso d’uovo, isolato chirurgicamente dal bianco che lo circonda e dalla fetta di pane dove era stato posato mediante precedenti incisioni, viene sollevato — intatto, giallo, tremolante — sulla forchetta della luogotenente e le finisce in bocca. Le labbra sottili si chiudono attorno a quella curva dorata. La luogotenente estrae la forchetta dalla bocca e la tiene dritta, facendola roteare mentre muove la mandibola e chiude gli occhi. Inghiotte. «Mmm», dice, tornando in sé e facendo schioccare le labbra. «L’ultima notizia su quell’allegra brigata li dava sulle colline più a nord.» Scrolla le spalle. «Non siamo riusciti a trovare nessuna traccia di loro; può darsi benissimo che siano andati a est con tutti gli altri.»

«Pensate sempre di fermarvi qui?»

«Oh, sì.» Posa il piatto, si asciuga le labbra su un tovagliolo e lo getta sulla tavola. «Mi piace molto la vostra casa; credo che io e i ragazzi potremo essere felici qui.»

«Intendete fermarvi a lungo?»

La luogotenente corruga la fronte e fa un respiro profondo. «Da quanto tempo», chiede, «abita qui la vostra famiglia?»

Esito. «Qualche centinaio di anni.»

Apre le braccia. «Be’, allora, che differenza fa se ci fermiamo qualche giorno, qualche settimana, qualche mese?» Scava fra due denti con un’unghia rovinata, rivolgendo a te un sorriso furbo. «Qualche anno, magari?»

«Dipende da come trattate questo posto», dico. «Questo castello resiste da più di quattrocento anni, ma per la maggior parte del tempo è stato vulnerabile ai cannoni e, adesso, potrebbe essere distrutto in un’ora con un grosso mortaio e in un secondo con una bomba ben piazzata o con un missile; dall’interno, tutto quello che occorre potrebbe essere semplicemente un fiammifero al posto giusto. Gli effetti della nostra permanenza in quanto famiglia non hanno purtroppo alcuna relazione con quelli della vostra in quanto occupanti, specialmente considerando il mondo e le circostanze al di fuori di queste mura.»

La luogotenente annuisce con gravità. «Ha ragione, Abel», dice, strofinandosi un indice sotto il naso e fissandosi le calze grigie e macchiate. «Siamo qui come occupanti, non come ospiti, e voi siete nostri prigionieri, non i padroni di casa. E questo posto corrisponde alle nostre esigenze; è comodo, facile da difendere, ma per il resto non ha nessun significato per noi.» Afferra di nuovo la forchetta e la esamina con attenzione. «Ma i miei uomini non sono vandali. Ho detto loro di non distruggere assolutamente niente, e se dovesse accadere qualcosa del genere sarebbe per goffaggine più che per insubordinazione. Oh, c’è qualche buco di pallottola qua e là, ma la maggior parte dei danni che troverete sono stati causati dai saccheggiatori, non da noi.» Pulisce qualcosa dai rebbi della forchetta. «E gliel’abbiamo fatta pagare cara, la loro… disgustosa profanazione.» Mi sorride.

Io fisso te, mia cara, ma adesso tieni lo sguardo a terra. «E noi?» chiedo alla nostra luogotenente. «Come intendete trattare noi?»

«Lei e sua moglie?» dice, poi osserva con attenzione. Io non mostro, lo spero, nessun segno di reazione. Tu guardi lontano, verso la finestra. «Oh, con rispetto», continua la luogotenente, annuendo seria. «Anzi, con onore.»

«Ma non al punto di onorare il nostro desiderio di partire.»

«Giusto!» dice. «Voi siete i miei esperti del luogo, Abel. Sapete come muovervi da queste parti.» Fa girare la mano, comprendendo nel gesto l’intero castello. «E io ho sempre avuto un debole per i castelli; potete offrirmi una visita guidata, se ne avete voglia. Be’, siamo sinceri: se io ne ho voglia. E ne ho voglia. Non le dispiace, vero, Abel? No, naturalmente no. Sono sicura che anche per lei sarà un piacere. Sono sicura che lei conosce chissà quante storie interessanti su questo castello: antenati affascinanti, famosi visitatori, episodi emozionanti, cimeli esotici di terre lontane… Ah! Per quanto ne so io, il castello potrebbe avere persino un fantasma!» Si sporge in avanti, agitando la forchetta come una bacchetta. «Ce l’ha, Abel? C’è un fantasma in questo posto?»

Io cerco di allontanarmi, appoggiandomi allo schienale. «Non ancora.»

Questo la fa ridere. «Appunto. I vostri veri tesori sono cose a cui i ladri non erano interessati: la casa in sé, la sua storia, la biblioteca, gli arazzi, antiche casse, vecchi abiti, statue, grandi quadri cupi… tutto ancora intatto, quasi tutto. Magari mentre stiamo qui lei potrebbe educare i miei soldati, trasmettergli il gusto della cultura. Sono sicura che il mio senso artistico è già cresciuto, semplicemente stando qui a parlare con lei.» Sbatte la forchetta contro il vassoio. «È questo il punto, capisce: gente come me ha così poche possibilità di parlare con una persona come lei e stare in un posto simile.»

Annuisco lentamente. «Sì, e lei sa chi sono io, chi siamo noi; ci sono libri nella biblioteca che elencano le generazioni della mia famiglia, e ritratti di quasi tutti gli antenati alle pareti; ma noi non sappiamo chi è lei. Possiamo chiederglielo?» Do un’occhiata dalla tua parte; hai di nuovo gli occhi fissi sulla luogotenente. «Basterebbe anche solo un nome», le dico.

La luogotenente si strofina contro lo schienale, stirandosi le spalle, inarcando la schiena e reprimendo gran parte di uno sbadiglio. «Naturalmente», dice, unendo le mani e premendole una contro l’altra. «Quello che non è facile da capire, finché non si entra a farne parte, è l’importanza che le unità di prima linea — le bande, le squadre — danno ai soprannomi. Ci lasciamo alle spalle il nostro nome da civili, insieme alla nostra vecchia personalità; diventiamo un’altra persona, dopo l’addestramento. Magari è una cosa sciamanica, una specie di incantesimo, di portafortuna.» Sorride. «Mi spiego: la pallottola con il proprio nome avrebbe scritto sopra il nome da civile, non quello vero, quello con cui ci chiamano i compagni.» Sbuffa. «Sa che ho dimenticato i veri nomi di tutti gli uomini di questa squadra? Con alcuni di loro sono insieme da due anni, e sembra un sacco di tempo, date le circostanze, no?» Annuisce. «Ma, i loro nomi… Be’, c’è Mister Taglio…»

«In che senso?» dico.

Lei mi guarda con un’aria strana, poi continua. «È una specie di vice; era sergente, nel suo vecchio reparto. Poi c’è Ricciolo, Morte, Vittima, Karma, Stecco, Rotula, Verbale, Fantasma… ah!» sorride all’improvviso. «Vede, ce l’abbiamo già un fantasma!» Si sporge in avanti, elencando i nomi mentre conta sulle dita. «…Fantasma, Eros, Paraurti, Discarica, Grugnito, Foglialarga, Poppy, Fissato, Doppel, Psycho… e… e… sono tutti qui», dice appoggiandosi allo schienale, silenziosa, incrociando le braccia e le gambe. «C’era Mezzacasta, ma ormai è morto.»

«Era il ragazzo di ieri, sulla strada?»

«Sì», dice velocemente. Poi tace per un istante. «Sa qual è la cosa strana?» Mi fissa. Io la osservo. «Mi è venuto in mente il vero nome di Mezzacasta, il suo vecchio nome, il nome da civile, quando l’ho baciato.» Un altro momento di pausa. «Si chiamava… Be’, adesso non ha più importanza.»

«E poi l’ha ammazzato.»

La luogotenente mi fissa a lungo. Ho costretto molti uomini ad abbassare lo sguardo, ma quei freddi globi grigi stanno per farmi cedere. Alla fine dice: «Lei crede in Dio, Abel?»

«No.»

La luogotenente si produce in uno dei suoi sorrisi di minor calibro. «Allora si limiti a desiderare di non trovarsi a morire di una ferita alla pancia quando non c’è nessuno vicino armato di qualcosa di meglio di un cerotto e di analgesici per una media emicrania. O nessuno disposto a mettere fine alla sua agonia.»

«Non avete un medico?»

«L’avevamo. È stato colpito da una scheggia di shrapnel di mortaio due settimane fa. Si chiamava Vet», dice, sbadigliando di nuovo. «Vet», ripete, e si mette le braccia dietro la testa, come per arrendersi (la sua giacca colorata si apre e, all’interno della camicia militare, i seni premono per un istante all’infuori; sospetto che siano, come lei, fermissimi). «Vet non nel senso di veterano. Nel senso di veterinario. D’altra parte, si prende quello che c’è, no?»

«Allora, per finire, come dovremmo chiamarla?» le chiedo, tentando di approfittare di quest’istante di terribile sentimentalismo.

«Davvero vuole saperlo?»

Faccio cenno di sì con la testa.

«Lu», mi dice, quasi timida. Scrolla di nuovo le spalle. «Dopo un po’, Abel, uno diventa la propria funzione. Io sono la luogotenente, così mi chiamano Lu. Sono diventata Lu. È a questo nome che rispondo.»

«E prima?»

«Prima?»

«Come la chiamavano prima?»

Lei scrolla la testa, sbuffa. «Facile.»

«Facile?»

«Già. Ripetevo sempre ‘Facile, adesso’. Poi è stato abbreviato.» Si osserva le unghie. «Le sarò grata se non userà questo nome.»

«Certo. Le battute che suggerisce sarebbero… be’, eponime.»

La luogotenente mi osserva stringendo per un momento gli occhi, poi dice «Proprio così». Sbadiglia, quindi si alza in piedi. «E adesso vado a dormire», annuncia, stirandosi le braccia. Si curva a raccogliere gli stivali. «Pensavo che potremmo — tutti e tre — fare una passeggiata, più tardi, sulle colline», dice. «Magari andare un po’ a caccia, questo pomeriggio.» Mi passa accanto e mi batte una mano sulla spalla. «Voi due, consideratevi a casa vostra.»

QUATTRO

Temo di essere stato favorevolmente impressionato dalla nostra luogotenente. Ha la grazia di una pietra grezza, e trovo ininfluente la sua mancanza di bellezza (proprio come la considera lei, con intenzione). Non mi piacciono le persone che si premurano di farmi notare i loro difetti.

Ti alzi in piedi e giri intorno al tavolo, stirando le pieghe della bandiera mentre ti avvicini, poi ti fermi dietro di me, posi le mani sulle mie spalle, e premi con delicatezza. Mi lascio massaggiare per un po’ i muscoli affaticati, e il mio corpo ondeggia appena, la testa si muove lentamente avanti e indietro. Credo davvero che il sonno stia finalmente arrivando; i miei occhi sono semichiusi, e metto confusamente a fuoco la superficie della nostra bandiera, stesa sul tavolo. Noto sparse tracce di fango secco, un ricordo della pianura che dobbiamo alla cortesia degli stivali della luogotenente. Senza dubbio le nostre stanze, i corridoi e i tappeti saranno ormai schizzati di questa terra. Attraverso il velo confuso delle ciglia degli occhi semichiusi, il mio sguardo si fissa su quella polvere incrostata che chiazza i nostri colori, e mi torna in mente il nostro secondo appuntamento.

Una volta ti gettai su questa stessa bandiera, anche se non su questo tavolo, non in questa stanza. Più in alto di qui: una vecchia soffitta, polverosa e calda per i raggi di sole che aveva assorbito, dall’altra parte di quelle lastre d’ardesia che avevamo usato come sostegno del nostro piacere la notte precedente. Vi eravamo scivolati dentro mentre gli altri presenti alla festa, per riprendersi dall’eccitazione della notte, pranzavano sul prato o affondavano l’emicrania in un bagno. Ti volevo all’istante — il mio desiderio era stato attizzato e poi soffocato, arginato per il resto di quella notte dapprima dalla tua preoccupazione, fin troppo assennata, che la nostra assenza venisse notata, e poi dalle sistemazioni notturne, che prevedevano che ognuno di noi dovesse dividere la stanza con altri parenti — ma tu eri restia, in nome di una riconquistata timidezza.

E così, come i bambini che non eravamo più, ci mettemmo a esaminare vecchi bauli, scatole, casse, e il nostro pretesto dichiarato era all’improvviso divenuto reale. Trovammo vecchi vestiti, tessuti bucati dalle tarme, antiche uniformi, armi arrugginite, scatole vuote, interi cassoni di pesanti dischi di vinile, urne, coppe e vasi dimenticati e un centinaio di altri cimeli scartati della nostra storia, antica e recente, risaliti alla superficie come detriti leggeri fra le turbinanti correnti della fluida vitalità del castello, depositati sulla sua sommità polverosa e inutilizzata, come i polverosi ricordi nella testa di un vecchio.

Ci provammo alcuni vecchi vestiti; io brandivo una spada macchiata dal tempo. La bandiera, estratta da un baule, faceva da tappeto per le scarpe e gli abiti che ci eravamo tolti e poi — quando finalmente, dopo aver preso coraggio, ti avevo tolto altri vestiti, ti avevo aiutata ad addobbarti, lasciando indugiare le mani e le dita sul tuo corpo, e poi baciandoti — era diventata il nostro letto.

Nella calma arida di quel luogo buio e abbandonato, la nostra passione prese a scuotere la bandiera, scompigliandola e sgualcendola come se fosse stata esposta a una lenta tempesta, finché non la inumidii con una rada pioggia più preziosa di quella che avrebbero mai potuto offrire i venti e le nubi.

Mi tornarono alla mente quelle perle di luna offerte alla notte precedente, ed era come se fossero tornate allora sulla bandiera, un memento sopra uno stemma cucito e spiegazzato, con spade e una bestia rampante della mitologia.

Mi avevi lentamente prosciugato; il nostro piacere divenne dolore e scoprii che soffrivi in silenzio, e urlavi — sottovoce, roca, a scatti — di pura felicità. Alla fine cademmo addormentati, l’uno nelle braccia dell’altra, sullo stemma della nostra famiglia.

Il tuo riposo era simile al tuo piacere: dormivi con un occhio semiaperto, sopra uno scolorito unicorno ricamato. Dormimmo per un’ora, poi ci rivestimmo e — per fortuna senza essere visti — scendemmo e ci separammo, tu per fare un bagno e io verso una passeggiata sulle colline che, più tardi, fingemmo entrambi che avessi cominciato molto prima.

Continui a massaggiarmi le spalle, ad accarezzarmi il collo, a premere sulla mia nuca. Il mio sguardo resta fisso sul fango lasciato dagli stivali della luogotenente. Quando ero giovane, quando ero ancora un bambino — e tu eri lontana, separata da me per via di quella disputa familiare che la nostra unione cercava in qualche modo di sanare — ricordo che odiavo il fango e la terra e la sporcizia più di qualsiasi altra cosa. Mi lavavo le mani dopo il minimo contatto con ciò che ritenevo sporco, fuggendo da ogni gioco all’aperto per sciacquare sotto il più vicino rubinetto ciò che non era altro che semplice terra, quasi fossi terrorizzato dall’idea di essere contaminato dalle cose terrene.

La colpa, naturalmente, era della mamma, una donna di città; quell’eccesso di schizzinosità che lei favoriva aveva avuto effetti negativi su quei primi anni, dato che attirava sul mio capo una cascata di insulti da parte di amici, compagni e parenti più sudici di tutto quello che avrei mai potuto raccogliere in un parco.

Era una sorta di orrore per ciò che è ordinario; qualcosa che nostra madre credeva fosse radicato nei geni sia della nostra classe sia in particolare della nostra famiglia, eppure in maniera ancora insufficiente, se considerato attraverso i suoi severissimi criteri; qualcosa che doveva essere ribadito, nutrito, educato, come un fiore coltivato con cura o un purosangue ben allevato.

Quella pulizia fanatica era il simbolo della mia adorazione per la mamma, e il riconoscimento, l’espressione della nostra superiorità sui sottoposti. La mamma era sbigottita davanti al fallimento della sua opera di apostolato, su questo principio, nei confronti dei nostri pari. Conoscevo persone come noi — come noi di ottima famiglia, di antichissima stirpe, e dotati di immense proprietà — che, agli occhi di nostra madre, tralignavano completamente dal loro grado vivendo con la stessa miseria — o piuttosto nello stesso sudiciume — di qualunque contadino senza scarpe, con un pavimento di terra battuta e nessun cambio d’abito. Conoscevo proprietari di mezza contea che usualmente raccoglievano sotto le unghie più terra di quanta la mamma riteneva accettabile per una cassetta di fiori, uomini il cui alito, il cui corpo puzzavano talmente che era possibile riconoscere il loro odore in una stanza dopo mezza giornata che ne erano usciti, e che, tranne in occasioni specialissime, indossavano vestiti così lerci e sbrindellati che a ogni nuovo domestico appena assunto occorreva spiegare con cura che, nel caso fossero entrati in contatto con quegli stracci nelle rare occasioni in cui non si trovavano addosso ai loro proprietari, non dovevano raccoglierli fra pollice e indice né, tenendoli a distanza, gettarli al più presto nel fuoco o nel bidone della spazzatura più vicini.

Nostra madre osservava con disgusto tali trasandatezze. Naturalmente era facile vivere senza regole se non c’era nessuno a costringerti a fare diversamente e se uno possedeva una rendita indipendente da qualsiasi autorizzazione sanitaria esterna, ma proprio quello era il punto: i poveri avevano una scusa per la propria sporcizia, mentre i ricchi, i nobili no, e mostrarsi felici di vivere in condizioni che avrebbero indignato un maiale era un insulto sia per quelli come nostra madre che si mantenevano fedeli al principio dell’igiene immacolata, sia, in fondo, anche per i meno fortunati.

I miei pensieri in materia coincidevano perfettamente con quelli della mamma; erano l’immagine riflessa dei suoi, e rimasi un devoto discepolo fino a un giorno d’inizio primavera, all’età di nove anni. Ero solo nel bosco a nord del castello. Avevo litigato con la mamma e il precettore, e appena finite le lezioni della giornata mi ero precipitato fuori di casa, senza notare che da ovest avanzavano nubi cariche di pioggia. Il vento mi sorprese sotto gli alberi ancora spogli: un tumulto scosse le cime, e solo allora mi voltai per tornare al castello, stringendomi nel soprabito leggero, cercando nelle tasche i guanti che non c’erano. Poi venne la pioggia, un gelido fuoco di fila che oltrepassava i rami nudi, dove le prime gemme brillanti interrompevano la bruna monotonia della corteccia. Maledissi la mamma, e il mio precettore. Maledissi me stesso, per aver prestato così poca attenzione al tempo e per non essermi assicurato di avere berretto e guanti con me. Il soprabito — il più elegante che avevo, un’altra sciocchezza causata dalla rabbia e dalla fretta — continuava a impigliarsi nei rami mentre avanzavo verso casa. Le scarpe, lucide fino a risplendere, ormai erano graffiate e schizzate di terra. Maledissi gli alberi che mi ghermivano, l’intera foresta strepitante, le stesse colline, simili a enormi escrementi, e il cielo nero che vomitava pioggia (anche se i termini che usavo, va detto, avrebbero semplicemente fatto aggrottare le sopracciglia della mamma: credevo, come lei, nell’obbligo di non insozzare non solo la pelle ma anche la bocca).

Il sentiero scendeva lungo il fianco di una collina, sotto i tronchi alti e ondeggianti; era una strada tortuosa, comoda e in lieve pendenza, ma lunga. La pioggia, ormai furibonda, mi frustava le guance, mi incollava i capelli alla testa e cominciava a insinuarsi nel colletto, come un gelido millepiedi che mi strisciava sulla pelle. Gridai contro le colline incuranti, lo stolido tempo e la malasorte. Mi fermai sul ciglio del sentiero, guardai in basso e mi decisi a tagliare le curve e a precipitarmi giù per il pendio.

Scivolai due volte su uno strato di fango e foglie in decomposizione, e dovetti fare presa sul terreno fradicio e scivoloso per non rotolare ancora più in basso. Le mie dita sguazzavano nel fango freddo e nell’humus marcio dell’autunno precedente, gelido, bruno, simile a quello di una porcilaia; mi pulii alla meglio le mani sull’erba, lasciando chiazze nerastre. Il prezioso soprabito era sempre più pesante per via della pioggia, la sua superficie era scurita dalle gocce incessanti, l’eleganza di sartoria era sgualcita dalla pioggia battente che, era probabile, l’aveva rovinato per sempre.

In fondo all’itinerario che avevo scelto c’era un ripido argine e un fosso profondo che dovevo attraversare prima di raggiungere la strada; sbattei gli occhi per liberarli dall’acqua che mi scorreva sul viso, e guardai a destra e a sinistra, in cerca di un passaggio più comodo, ma argine e fosso proseguivano in entrambe le direzioni e non c’erano scorciatoie. Decisi di spiccare un salto, ma anche se presi una breve rincorsa, l’argine cedette sotto di me e mi fece rotolare a braccia aperte giù per la riva fangosa. Urtai contro grosse radici sporgenti e fui sbalzato dall’altra parte, atterrando sulla schiena contro l’altro argine. Il colpo mi tolse il respiro, picchiai la testa contro una pietra, e poi, disorientato, col fiato mozzo e le vertigini, non potei fare a meno di rimbalzare, cadendo in avanti, nelle scure e luride profondità del fosso.

Mi ritrovai sdraiato con le mani strette alla terra sulle due rive e la faccia piantata nel fango rancido. Liberai la testa della stretta soffocante della terra e cercai di espellere il fango dalla bocca e dal naso, scosso da conati di vomito mentre sputavo e soffiavo fuori il suo muco denso e freddo. Cercai di respirare, inghiottendo aria fra gli sputi e tentando di costringere i polmoni a funzionare, mentre un orribile vuoto che non riuscivo a riempire mi si insediava nel petto, prendendosi gioco di me.

Mi girai, sempre ansimando, e pensai con terrore che avrei potuto morire lì, soffocato in mezzo ai gelidi escrementi di quei boschi; forse mi ero rotto qualcosa; forse quella tremenda impossibilità di respirare era solo l’inizio di una paralisi progressiva.

La pioggia continuava a sferzarmi. Mi ripulì un po’ la faccia, ma la nuca e la schiena erano sprofondate nel fango e avevo le scarpe piene di un’acqua ghiacciata e lurida. Continuavo a rantolare in cerca d’aria. Presi a vedere strane luci sopra di me, fra gli alberi, mentre nell’insieme mi si oscurava la vista, e l’aria mi gridava addosso un’oscena ninna nanna, presaga di morte.

Riuscii a mettermi seduto, mi inginocchiai, mi misi carponi per tossire ancora una volta, e finalmente riuscii a spingere fino ai polmoni un po’ d’aria carica di saliva. Fui assalito da altri conati di vomito, sputai e fissai la nera colla di terra e foglie decomposte che mi scorreva attorno alle mani. Il liquame prese a salire e a ricoprirle, finché non si vedevano che i polsi pallidi, che spiccavano sul fluido nero e fangoso, mentre sotto la superficie schiumosa le mie mani impastavano il fango tiepido e cedevole, che all’improvviso mi sembrò carne.

Tossii un’altra volta, starnutii, e osservai i lunghi filamenti glutinosi che mi pendevano dalla bocca e dal naso e mi tenevano legato alla terra, finché non li spezzai con una mano.

Presi a respirare più facilmente e poi, ormai sicuro che non sarei morto e che non avevo nessuna grave ferita, mi guardai in giro. Fissai le gocce battenti che schizzavano tutt’intorno, la curva lucida e gonfia della riva del fosso, segnata da un bordo fradicio di erba pesante e piegata, gli alberi scuri che torreggiavano imperiosi sopra di me, i trasparenti veli di pioggia che spazzavano la foresta, i rivoli setosi dell’acqua che scorreva su radici lucenti simili a membra, sporgenti dalla riva dell’argine, e che stillava sulla strada come un aspro, gelido sudore della terra.

Per qualche motivo cominciai a ridere. Questo mi fece tossire di nuovo, ma non m’importava; ridevo e piangevo e scuotevo la testa e poi mi lasciai cadere in avanti nel fango nerastro, arrendendomi a esso, muovendomi come per nuotare nel suo abbraccio glutinoso mentre cercavo di impadronirmene, di stringerlo fra le dita, di riempirmene la bocca, di spalmarmelo sulla faccia, di berlo. Presi a spogliarmi dei vestiti fradici, dimenandomi goffamente, gettandoli lontano, per metà esasperato, per metà incitato dalla loro appiccicosa resistenza, finché non fui nudo nel pantano gelido, e mi ci rotolai come un cane nello sterco, intirizzito, felice e mugolante, e mi spalmai quella melma su tutto il corpo, così eccitato dalla sua carezza vischiosa che il freddo e l’umidità vennero sconfitti dal calore che sorgeva dentro di me, e poco dopo mi inginocchiai sul fondo del fosso, ricoperto di strisce di fango e — per la prima volta in vita mia — mi masturbai.

Non ci fu emissione, il suolo restò intatto e in quel momento non mi unii fino in fondo alla terra, ma dopo quell’orgasmo secco e feroce, e con quella tiepida incandescenza che mi avvolgeva le cosce e risuonava ancora dentro di me, mi rivestii, tremando, e maledissi i vestiti umidi, granulosi, così poco cooperativi. Adesso le mie maledizioni erano più fiorite; usavo il linguaggio di alcuni giardinieri che avevo ascoltato per caso mesi prima, come se i loro innesti solo allora avessero attecchito nella mia anima, e sbocciassero in una bocca ormai davvero insozzata.

La pioggia era quasi cessata quando arrivai al castello; accettai le attenzioni dei domestici, i gentili strilli e l’indaffarata simpatia di nostra madre e mi immersi con piacere nel bagno fumante, nei morbidi asciugamani, nella nuvola di talco profumato e di acqua di colonia, poi mi lasciai vestire con abiti puliti e inamidati, ma ormai indossavo qualcosa d’altro, qualcosa che adesso faceva parte di me, come l’acqua terrosa che avevo inghiottito nel fosso e che si stava lentamente facendo strada nel mio corpo, diventando, almeno in parte, parte di me.

Fango, melma, lordura, suolo: la terra in sé, in tutta la sua viscida, scatologica rudezza, poteva essere una fonte di piacere. C’era un’estasi nel lasciarsi andare, e un valore nella continenza al di là della sua propria ricompensa. Tenere le distanze, restare incontaminato, mantenere un certo distacco dal terreno sconsacrato della vita poteva rendere l’abbraccio ultimo, la finale presa di possesso di quella qualità fondamentale, uno dei piaceri più dolci e preziosi, addirittura una delle più acute beatitudini.

Credo che da quel giorno anche la mamma mi considerasse con occhi diversi. Io so che mi sentivo diverso rispetto al ragazzo che era uscito per quella passeggiata. Cercai di rimanere beneducato e cortese come avrebbe desiderato la mamma quando ero in sua compagnia, o con coloro che potevano incarnare, grazie ai buoni o cattivi rendiconti, una presenza vicaria, ma nel fondo dell’animo sapevo di essere una creatura nuova e sagace, provvista di una certa sapienza, e non più solo una cosa di sua proprietà. In futuro lei non avrebbe più potuto offrirmi consigli, né censure, né regole, e nemmeno amore, senza che tutto ciò venisse confrontato con l’esperienza del gusto di una capitolazione vile e sfacciata che avevo scoperto dentro di me, nel mezzo della forza impregnante di diluvio, discesa e caduta.

CINQUE

Nel pomeriggio andiamo a caccia. Per la maggior parte gli uomini della luogotenente si curano le ferite o dormono; alcuni vanno in ricognizione lì vicino. I nostri domestici hanno cominciato a pulire il castello: spolverano sotto l’occasionale foro di proiettile, mettono in ordine dopo il passaggio dei soldati, lavano e asciugano. Solo il trio degli sciacalli impiccati non può godere delle loro attenzioni; la luogotenente vuole che restino dove sono, in qualità di avviso e memento. Intanto l’accampamento di sfollati sui nostri prati è tornato a riempirsi; la gente che proviene da fattorie e villaggi bruciati si ripara fra i gazebo e i padiglioni, pianta tende sul campo da croquet e attinge agli stagni ornamentali; le nostre trote fanno la stessa fine dei pavoni della sera prima. Qualche fuoco in più viene acceso fuori delle tende e delle baracche di fortuna, e all’improvviso, in mezzo alla nostra aristocratica proprietà, spunta un barrio, una favela, il nostro piccolo ghetto. I soldati hanno già perquisito l’accampamento: in cerca di armi, a loro dire, ma per trovare quello che hanno subito stabilito essere un’inaccettabile eccesso di cibo e qualche bottiglia il cui contenuto non sarebbe dovuto finire nelle gole sbagliate.

La giornata è quasi calda, mentre marciamo verso le colline, sotto nuvole calme e lente. La luogotenente ha mandato avanti me; lei mi segue insieme a te. La retroguardia è composta da due suoi uomini che imbracciano le loro carabine e portano la pesante sacca di tela dei fucili da caccia.

La luogotenente continua a chiacchierare: indica specie di alberi, arbusti e uccelli, parla di caccia come se ne sapesse molto, raccoglie impressioni su come tu e io dobbiamo aver vissuto in tempi più pacifici. Tu ascolti; non mi volto, ma immagino di sentire i tuoi cenni di assenso. Il sentiero è ripido; risale attraverso gli alberi e sulla cresta alle loro spalle, poi segue quasi sempre il corso del torrente che alimenta il fossato del castello, attraversandolo più volte su piccoli ponti di legno che valicano burroni profondi e buie fenditure della roccia, dove l’acqua romba luminosa sul fondo e il cielo sopra di noi è uno specchio brillante spezzato dai rami nudi degli alberi. Il fango e lo strato di foglie decomposte rendono incerto ogni appoggio, e spesso ti sento scivolare, ma la luogotenente ti afferra, ti sorregge, ti aiuta a proseguire, ridendo e scherzando senza sosta.

Sempre più in alto. Guido il drappello fuori dai nostri boschi e in quelli di un vicino; se questa farsa deve proprio cominciare, almeno non sarà sulle terre che un tempo erano nostre.

La luogotenente fa una gran scena e insiste perché anche a noi tocchi un fucile: te ne mette uno fra le braccia, ne porge uno a me. Devo aprirlo per controllare che non sia già carico. I due soldati a cui lei aveva fatto portare i fucili restano indietro, con le loro carabine pronte — noto che hanno tolto la sicura. La luogotenente si caricherà da sola la sua doppietta — era delusa del fatto che non avessimo quegli arnesi a pompa — ma noi ci troviamo nella condizione privilegiata di avere ciascuno un aiuto: i soldati ricaricheranno per noi.

Su un’alta cresta di brughiera, la luogotenente si erge statuaria, impugnando un binocolo: scruta la pianura, il fiume, la strada, il castello lontano, si cerca una preda. «Laggiù», dice. Passa il binocolo a te. «Vede il castello? Vede la bandiera?»

Il tuo sguardo vola sul paesaggio e si ferma; annuisci lentamente. Indossi una giacca da caccia, una gonna pantalone scura, un comodo cappello e gli stivali; la luogotenente sfoggia la sua mimetica, ma con un cappello da cacciatore. Io ho pensato di mettere un vestito più adatto a un informale ricevimento da pomeriggio che a una battuta di caccia sulle colline, ma la nostra brava luogotenente non sembra aver notato la mia leggera stravaganza. In questo punto sopraelevato la nostra assurdità viene messa a nudo; facciamo una tal fatica per trovare piccole stupide creature da ammazzare, quando tutt’intorno — nella pianura, entro le colline più basse, nei paesi e nelle città più lontane, in ogni luogo in cui la carta indica un insediamento umano — ci sono le prove più evidenti di atrocità e di una smisurata moltiplicazione di macellai imbrattati di sangue: bersagli più adatti, avrei pensato, dato che non richiedono scuse, nessun elaborato e artificiale surrogato dell’ira per trasformarli in prede.

«Shhh!» fa la nostra luogotenente, toccandosi appena la testa. Ci mettiamo tutti ad ascoltare, e sentiamo, sopra il vento che cambia direzione, trasportati in sordina attraverso le cime degli alberi, i borborigmi, i rumori cupi e per metà avvertiti attraverso le vibrazioni del terreno, di una lontana artiglieria pesante.

«Lo sentite?» dice la luogotenente.

Tu annuisci. Lo stesso fa lei, pensosa. Quel lento battito ci cade addosso: due immense mani che applaudono, la terra cava e l’aria sonora che rimbombano insieme. La luogotenente si riprende il binocolo e interroga con quegli occhi grigi e freddi le terre distese sotto di noi, facendo scorrere lo sguardo su di esse, cambiando di continuo direzione, cercando invano l’origine di quello spettrale bombardamento.

«Oltre le colline, molto distante» dice sottovoce. Alla fine il rumore svanisce, sospinto su qualche invisibile superficie entro la portata del vento. La luogotenente scrolla le spalle e ritorna alle sue intenzioni originarie, punta il margine di una fitta foresta lungo il fianco della collina e ci ordina di puntare tutti in quella direzione. Ben presto ci troviamo davanti al bosco: un muro verde scuro a metà del pendio.

Non riesco a immaginare che possiamo trovare proprio lì qualcosa a cui sparare; avevo cercato di rimanere il più possibile sul vago, mentre la luogotenente pianificava questa spedizione. Non mi ero pronunciato su cosa c’era da cacciare e dove, sostenendo di essermi sempre affidato ai fedeli servigi di un dipendente che da tempo ci aveva lasciati perché mi mostrasse dove appostarmi per puntare il fucile, anche se avevo buttato lì che questa non fosse la stagione migliore per ciò che aveva in mente la luogotenente. Avrebbe preferito cervo, cinghiale o pecora?

Eppure, quando arriviamo a una piega fra le colline dove la foresta fa una V poco profonda, ci imbattiamo in uno stagno e in un intero stormo di piccoli uccelli che si abbeverano; un qualche tipo di fringuelli, penso. La luogotenente ci invita a stare pronti, controlla che i suoi uomini guardino noi e non la preda, poi spara i primi colpi quando le creature sono ancora troppo lontane e a terra. Gli uccelli si alzano in volo e roteano, si disperdono e poi si raggruppano mentre lo stormo si leva nel cielo. La luogotenente urla e scavalca una siepe, ricaricando in corsa. Tu e io ci guardiamo negli occhi. Anche le nostre scorte si scambiano un’occhiata, senza sapere cosa fare. Gli uccelli volano in cerchio, e ci sorpassano, mentre la luogotenente, ormai sotto di loro, spara di nuovo. Anche tu alzi il fucile e spari. Io no. Due nuvole di piume nell’aria e due corpi che precipitano a spirale segnalano un certo successo.

«Venite!» grida la luogotenente mulinando le braccia. I suoi battitori si fanno avanti; uno mi tocca sulla schiena col fucile. Procediamo, mentre lo stormo fugge seguendo la discesa del pendio; la luogotenente spara ancora e un altro corpicino sussultante cade sull’erba a ciuffi. Ricominciano intanto i colpi sordi di quella lontana artiglieria pesante, mentre la luogotenente scorge alcuni scoiattoli che si arrampicano su un albero vicino; apre il fuoco contro quei bersagli minuscoli e mette fine al loro comico zampettio con una piccola esplosione di rami, foglie, aghi, pelo e sangue. Quando la raggiungiamo ai margini di un boschetto lei sta scalciando un arbusto spinoso e ricarica la doppietta; è rossa in viso, il suo respiro è veloce.

«Verbale, raccogli gli uccelli che prendiamo, d’accordo?» Uno dei soldati torna indietro arrancando per recuperare i trofei conquistati dalla luogotenente. «Ma come…?» comincia, poi si calma e alza una mano. «Verbale, giù!» sibila. Il soldato che sta raccogliendo gli uccelli morti si abbassa, obbediente come un vero cane da caccia. Un altro stormo di uccelli sta volando in cerchio, piegando verso la discesa da un passo sulle montagne; rotea e picchia sopra lo stagno, un’unica entità di ronzanti puntolini bruno-nerastri, come uno sciame racchiuso in un’immensa sacca invisibile, dai bordi elastici, che si espande e cambia forma, si fende, si fende un’altra volta e infine, con un ultimo slancio, si posa. La luogotenente getta un’occhiata verso di noi, annuisce e poi spara.

I pallini esplodono sull’acqua dello stagno, sollevando migliaia di piccoli spruzzi in mezzo al disperato battito d’ali dello stormo terrorizzato.

La luogotenente mi fissa, corruga per un attimo la fronte e poi sorride. «Cattiva forma, eh, Abel?» grida. Apre il fucile, e saltano fuori le cartucce fumanti. «Ma un gran divertimento!» conclude, e scoppia a ridere. Aspetto finché gli uccelli sono in volo, poi sparo per mancarli, troppo basso. Tu ne prendi un altro paio. La luogotenente, sempre ridendo, ha il tempo di ricaricare prima che lo stormo riesca a fuggire; i suoi bersagli volano sopra di noi, e i colpi di fucile fanno cadere una grandinata di foglie e rametti che picchiettano su se stessi. Fra di loro cadono anche gli uccelli moribondi, un minuscolo detrito di morte in mezzo agli echi e ai rimbombi — anche se penso che la luogotenente non li senta — del più grande conflitto nel mondo sotto di noi.

Un’attesa eccitata, nascosti al limitare del bosco, poi appare un altro volo d’uccelli. Comincio a chiedermi se non è la stessa massa di idioti a ritornare ogni volta, con la memoria troppo corta per ricordare le recenti perdite, ma questo stormo è più grosso di quelli che abbiamo visto finora e credo che la luogotenente si sia imbattuta nella rotta seguita da questa specie nella loro migrazione verso sud all’inizio dell’inverno, lungo queste alte vallate.

La luogotenente si alza in piedi, spara, avanza e spara di nuovo, abbattendo altri uccelli; tu ne colpisci un altro prima che lo stormo si disperda. Imbraccio il fucile aperto; nessuno pare accorgersene.

Gli uomini della luogotenente raccolgono i corpicini e li infilano in una vecchia sacca per le cartucce. Tu chiedi permesso, e ti inoltri nella foresta scura alle nostre spalle. La luogotenente, senza fiato per l’eccitazione, ti guarda sorridendo, poi si volta verso di me.

«Cerchi di partecipare, Abel», dice con un sorriso a labbra strette, fissando il mio fucile. «Non bisogna fare i pesi morti, in queste uscite, no?»

«Mi sembrava che stesse facendo così bene lei», le dico, in malafede. «Mi sento completamente superfluo.»

Le sue labbra si increspano per un istante. «Certo. Ma non sta bene, non è vero? Bisogna fare uno sforzo.»

«Davvero?»

Lei dà un’altra occhiata nella tua direzione. «Morgan sta facendo del suo meglio; mi sembra che si diverta, per quello che posso capire.» Corruga la fronte.

«È docile di natura.»

«Mmm», fa la luogotenente, annuendo, sempre cercandoti con gli occhi. «È molto silenziosa, vero?»

«Quando pensa ad alta voce», dico alla luogotenente, con un sorriso educato.

Penso proprio di averla presa alla sprovvista. Poi esce in una risata leggera. «Be’, accidenti», dice sottovoce, «lei è molto aspro.»

Fisso anch’io le cupe profondità marine degli alti tronchi dove sei scomparsa tu. «Qualcuno apprezza un po’ di asprezza», le dico.

Ci pensa un attimo, poi trae un sospiro profondo. «Davvero? Un debole per l’asprezza?» Alza gli occhi e scruta il cielo. «Allora ci sarà in giro un sacco di gente soddisfatta, di questi tempi.»

Apre il suo fucile, fa saltar fuori le cartucce, ne inserisce con cura altre due. «Bene», dice, richiudendo di scatto il fucile con una mano sola. Io sbatto le palpebre. «Voi due siete sposati? È sua moglie?»

«Non esattamente.»

Sempre tenendo il fucile con una mano sola, mira lungo la canna puntando al suolo. «Ma in pratica.»

«Già. Anzi, è una relazione più intima di qualunque altra.»

Credo che la luogotenente vorrebbe continuare con le domande, ma in quel momento ritorni tu, con un sorriso timido e gli occhi bassi, e imbracci di nuovo il tuo fucile. In alto appare uno stormo più piccolo, del tutto ignaro.

Spariamo ancora un po’. Io continuo a puntare per sbagliare, tu hai qualche successo ma non sei mai stata una buona doppietta, mentre la luogotenente sembra essersi scoperta un talento particolare, e fa cadere uccelli morti e moribondi sulle rive dello stagno.

«Come tiratore mi sembra molto scarso, Abel», mi dice con la faccia severa, mentre i suoi uomini recuperano il suo bottino. «Davo per scontato che fosse molto meglio.» Brandisce la sua doppietta. «Tutti questi fucili erano per gli altri? Lei non andava mai a caccia?»

«Sono abituato a bersagli più grossi», le dico, e in effetti è la verità.

«Anche Eros.» Sorride a uno dei soldati. «Facciamo provare anche a lui.»

Devo cedere il mio fucile. Il soldato — un giovane rigido, dall’aria goffa, con una faccia dieci anni più vecchia della sua corporatura — ha bisogno di un po’ di istruzioni, ma poi si abbandona al divertimento. Il suo compagno continua a ricaricarti il fucile. Il sacco pieno di cadaveri piumati mi viene ficcato in mano e sono costretto a occuparmi della raccolta dopo la loro caccia.

«Bene, Eros!» La luogotenente dà istruzioni mentre siamo in attesa tra due ondate di uccelli. «Eros si sta comportando molto bene, non le pare, Morgan?» Il tuo breve sorriso potrebbe essere assente. «Molto bene per un uomo ferito. Mostrale le tue cicatrici, Eros.»

Il giovane soldato ha un’aria esitante mentre scopre una spalla — per fortuna non quella che subiva il rinculo del fucile — e ti mostra un bendaggio sudicio. «E il resto? Non essere timido, su!» ringhia la luogotenente, quasi sprezzante, dando una sculacciata al ragazzo.

Il soldato deve sbottonarsi i pantaloni, se li cala fino alle ginocchia e arrossisce. Un altro voluminoso bendaggio attorno a una coscia (non avevo nemmeno notato che zoppicasse, anche se, adesso che ci penso, mi rendo conto che sì, zoppicava). Le mutande sono anche più grigie delle bende, e adesso la sua faccia è più scura delle une e delle altre. Comincio a provare pietà per lui.

«A un pelo da qualcosa d’altro là sotto, eh, Eros?» dice la luogotenente strizzando l’occhio. Il giovane fa una risata nervosa e si riveste velocemente. Tu hai guardato da un’altra parte. «Eros se l’è cavata per un soffio», ti dice la luogotenente, scrutando il cielo in cerca di nuovi divertimenti. «Shrapnel, vero, Eros?» Il ragazzo soldato grugnisce, sempre imbarazzato. «Granata», ci informa la luogotenente. «Magari è stata sparata da uno di quei cannoni che sentiamo adesso», dice stringendo gli occhi, con il naso levato nella direzione del vento. I due soldati sembrano confusi e tu non hai nessuna reazione. Io mi concentro, e c’è infatti, lo sto sentendo di nuovo, quel rullio distante, quasi impercettibile, dell’artiglieria lontana. «Ah…» sospira la luogotenente, mentre un’altra macchia confusa di minuscoli uccelli si precipita incontro a noi dalle montagne e rotea sopra lo stagno.

Alcuni, solo feriti, cadono sbattendo un’ala, intrappolati in una confusione di foglie cadute ed esplose fino ad atterrare ai tuoi piedi: quando colpiscono il suolo cinguettano e si agitano con eccentrica preoccupazione di sé, solo per essere calpestati.

Quando eri più giovane, ti saresti messa a piangere a sentire un simile scricchiolio di minuscoli crani. Ma hai imparato a distogliere lo sguardo e a controllare il tuo fucile o, in mezzo ai fili di fumo che si arricciano grigi attorno ai tuoi capelli raccolti a crocchia, ad aprirlo e ricaricare.

Ah, quanto ti ho desiderata in quel momento; ti volevo per la notte, senza aspettare che ti lavassi, per metà vestita, in un viluppo di abiti e tappeti e stivali e cinture, divorato da un fuoco impaziente mentre l’odore di quel fumo di cartuccia indugiava cupo sulla tua pelle e nei tuoi capelli scomposti.

Non sarebbe stato così. Dopo avermi assegnato la dignità di cane per il resto di quella battuta di caccia, e avermi fatto riempire due sacche di bottino, la luogotenente mi avrebbe ordinato di andare a letto presto come un bambino ribelle, appena arrivati al castello.

Doveva essere a causa della mia trasgressione, ritengo. Tra cane da caccia e bambino, sono diventato per un po’ una bestia da soma: mi viene ordinato di portare le pesanti sacche, calde di uccelli morti, e un fucile aperto, per tutta la ripida discesa fino al castello.

Dietro di me, la luogotenente continua a parlare, intrattenendoti con la sua vita; un’altra famiglia a pezzi. Un misero avvio, in tempi meno tormentati, modeste vittorie a scuola e nello sport su cui si fonda un barlume di considerazione di sé e che conducono a una lotta lenta e determinata per innalzarsi dal resto del gregge. Poi un periodo in qualche università e poi — grazie alla timida spinta di una delusione d’amore — la decisione di arruolarsi, qualche tempo prima dello scoppio delle presenti ostilità.

Insomma, una di quelle persone per le quali simili disordini sono in verità una liberazione, dato che portano a edificare un carattere individuale nel teatro di questa più vasta rovina; un piccolo vortice di creazione in questi tempi così ferocemente corrosivi. La nostra luogotenente è uno spirito liberato dal riordino implicito in questo generale disordine; una beneficiaria, almeno fin qui, del conflitto. Ciò che ha trascinato al fondo noi ha fatto emergere lei e, nel castello, ci incontriamo, specchiandoci gli uni nell’altra, e forse ci diamo il cambio.

Mi piacerebbe ascoltare qualcos’altro della storia di colei che ci ha fatti prigionieri, ma cogliendo l’occasione faccio cadere il mio prezioso carico. Sul primo ponte che attraversa il torrente scivolo e mi afferro al parapetto sguisciante, e lascio che le sacche rigonfie mi sfuggano, insieme al fucile, così che tutto il bottino della luogotenente se ne vola verso le rapide più sotto. Il fucile sparisce in silenzio, il suo tonfo si perde nell’infinito flusso schiumante del ripido torrente. Le sacche cadono più lentamente, finiscono in un gorgo e lasciano uscire i loro morti. Gli uccelli nuotano fuori, la schiuma si riempie di penne e piume, piombo e carne, e gli uccelli, fradici, fluttuano e girano in cerchio e si allontanano e fuggono via nel torrente, quasi fosse una corrente d’aria.

Mi alzo con lentezza, e mi asciugo la melma verde che ho sulle mani. La luogotenente mi raggiunge, con una faccia torva. Dà un’occhiata, oltre la balaustra del ponte, al torrente rombante e vorticoso che sta portando via tutto il suo bottino. «Che sbadataggine, Abel», mi dice attraverso labbra simili a una ferita grigio-rosa e denti poco inclini a separarsi.

«Probabilmente ho messo le scarpe sbagliate», le spiego, con aria di scusa. Lei abbassa gli occhi sulle mie grosse scarpe marroni; hanno a prima vista un’aria ragionevolmente rustica, ma le suole sono poco adatte a questo terreno.

«Forse», dice. Credo proprio di aver paura di lei, solo per un istante. Potrei credere che sia capace di farmi un buco nella pancia con la doppietta, o di ficcarmi in testa una pallottola della sua pistola, o semplicemente di ordinare ai due soldati di gettarmi oltre il parapetto di legno. Invece lancia un’ultima occhiata al punto in cui gli uccelli spariscono fra le rocce e, quando li ha persi di vista in quelle rapide, ordina ai soldati di darmi la sacca dei fucili. «Questi non li perderei, Abel», dice con un tono quasi triste. «Sul serio.» Si volta. «Stai attento al nostro amico», dice al soldato dietro di me. «Non vorremo certo che scivoli di nuovo. Sarebbe una cosa proprio terribile. Vero, cara signora?» ti chiede mentre ti oltrepassa. Andiamo avanti, e lasciamo il rombo del fiume sepolto nel suo abisso.

Sono rinchiuso in una camera alta e mai usata, una palude interrata nel piano più alto della torre orientale. È ingombra di tutta la schiuma della nostra vita, come la soffitta dalle dolci memorie. Le finestrelle sono quasi tutte infrante, e i davanzali ricoperti di guano. I vetri rotti lasciano entrare la pioggia gelata; cerco di tappare i buchi con vecchie tende. Accendo nel caminetto un fuoco intermittente con volumi rilegati di vecchie riviste dalle pagine ingiallite, alcune delle quali trattano di caccia e di altre materie rurali; mi sembra molto appropriato. Il tema continua. Non posso credere che la brava luogotenente abbia memorizzato in un solo giro tutte le stanze del castello, perciò concludo che è un caso che mi abbia confinato qui, con queste vecchie raccolte di giornali e — in bacheche di vetro — trofei di antiche cacce. Mammiferi, uccelli e pesci guardano fuori, con occhi vitrei, in pose irrigidite, come goffi antenati nei ritratti. Le bacheche sono serrate, e non trovo le chiavi; per questo forzo alcuni di questi sarcofagi trasparenti, scheggiando il legno e incrinando il vetro.

Guardando l’uccello impagliato, il pesce sventrato, la volpe e la lepre con gli occhi di vetro, picchietto i loro occhi duri e morti, annuso il piumaggio che non conosce polvere e accarezzo le loro strane pelli secche. Penne e squame resistono alla mia mano. Li tengo davanti alla luce della candela per tentare di scorgere il legame che li unisce, il loro lentissimo trapasso dal mare all’aria, dalle squame alle penne, da coda a coda, da iridescenza a iridescenza; a quel legame, a quel trapasso tali estremità rimandano, esprimendo la glaciale ed erratica continuità dell’evoluzione.

Apro una finestrella che dà sul fossato e lancio gli uccelli: cadono. Spingo fuori i pesci, verso le acque: stanno a galla. Suppongo che questo riveli l’elemento aggiuntivo: l’animazione presente nelle cose viventi che sovrasta tutto il resto e fa sì che fuoco, aria, terra e acqua sembrino più simili l’uno all’altro di quanto possano mai essere affini a essa.

Proprio così: l’uccello e il pesce, distinti per elemento vitale, sono più simili l’uno all’altro di quanto entrambi lo siano a noi. (Distendo le ali non infilzate — stridono contro la loro carena. Il corpo flessuoso della trota, un unico muscolo avvolto in un tessuto color arcobaleno, rimane rigido come un osso.) Ma la loro è la bellezza degli estremi, e ricordo di aver scorto una volta il profilo di un pipistrello contro il fascio di luce di un proiettore: la sua pelle era come carta traslucida, ogni osso, lungo e sottilissimo, era distinto in quella radiografia di un volo. La creatura era aggraziata, ma il profilo di un arto allungato, la forma dell’artiglio, tesa e contorta fino a diventare metà di tutta l’ala, sembravano un’assurda distorsione, una forma folle ed esagerata di cui la natura dovrebbe in verità sentirsi colpevole. La grazia e l’equilibrio conferiti all’animale da quell’esagerata correzione delle sue parti ereditate, da mano ad ala, è qualcosa che ha bisogno di tempo e di una mente che lo plasmi con tale decisione.

Butto via quelle cose inutili, le brucio sul letto delle pagine. Prima di coricarmi, su una piattaforma di scatole, tappeti e mantelli, mangio il piatto di pavone arrosto che hai convinto la luogotenente a mandarmi.

La notte ho sognato, e nel naufragio ambrato dei tuoi occhi, come un vetro infranto che contiene il tuo spirito gelido, nuotavano lente immagini confuse di un fato più luminoso. Era, alla fine, la solita cosa, l’usuale specialità della casa della nostra mente, una spiacevole lotta combattuta fra le pieghe imbottite del cervello; desiderio espresso con l’intento di impressionare. Eppure, come un libro antico da fuoco o umidità contorto, ai bordi di questa fantasia si acquattava il mio pensiero sommerso (o il sogno è il fuoco, che consuma, la mente è il centro, il frammento intatto, la prosa ridotta, promossa a fortuita poesia).

E io ti ho scritta, mia cara; ho lasciato il mio segno, l’inchiostro è colato dalla mia penna, sei rimasta macchiata, e non solo la mia lingua ha sferzato, cadendo. Tagliata, ferita, legata, presa, lasciata, vuoi ciò che non vuoi e lo ottieni; un destino più benevolo, mi fa comodo pensare, che volere davvero ciò che fai, e non averlo.

Ma per essere all’occasione meno che tenero, ti ho resa più rara, e ciò che abbiamo in comune non viene spesso condiviso. Ho osservato domestici, contadini, artigiani, segretari diventare quella timida bestia, ho notato la loro insulsa uguaglianza con il nostro stato, e di quell’intima ordinarietà, di quella normalità compiaciuta e inconsapevole, sono rimasto perversamente disgustato.

Ho stabilito, per quanto a freddo, che perché qualcosa in questa vita, questo pensiero fuggevole, questo filo di senso in tutto il caos universale che ci circonda abbiano valore, siano in qualche modo degni, io, noi, dobbiamo sottrarci a tali obiettivi terreni, distaccarci sia nella messa in scena di quell’atto abituale sia nei vestiti, nell’abitazione, nel parlare e nelle maniere accessorie. Pertanto ho degradato entrambi allo scopo di distaccarci dal volgo fin dove riesce a spingersi la mia immaginazione, sperando — in virtù di una simile imprudenza — di rendere entrambi prudentemente separati.

E tu, mia meschina adorata, non mi hai mai biasimato. Nonostante tutto quell’estatico dolore e la necessaria malvagità; con tutto quello che è passato dalle tue labbra, non una parola di abiura ti è affiorata alla bocca.

Oh, tu eri sempre perduta nelle profondità di qualche calmo giudizio, sempre rapita, sempre ammantata del semplice ma entusiasmante impegno di essere te stessa; ho visto la scelta dell’abito da mattino che ti occupava quasi fino al pranzo, sono stato testimone della ricerca dell’unico perfetto profumo, ti ho osservata mentre dedicavi un pomeriggio o anche più all’operazione delicata e impegnativa di spalmarti un unguento sulla pelle, strofinartela con lentezza e annusarti con cura, ho visto che un semplice sonetto ti assorbiva per una sera di tormentati sospiri, ti ho scoperta intenta e seria, l’immagine stessa della sincerità assoluta, a soppesare per tutta una sera ogni parola di qualche insopportabile pedante, e sapevo che dormendo, l’avrei giurato, ti eccitavi fino all’orgasmo e poi ripiombavi nel più profondo dei sonni senza nemmeno svegliarti davvero.

Eppure credo ancora che tu la pensi come me, nonostante le differenze.

Noi soli siamo completi, noi soli siamo ordinati, mentre gli altri — distribuiti, ammassati come granelli di sabbia, questi profughi — non sono che luce casuale, un sibilo bianco, una pagina vuota, uno schermo sfarfallante, il rinnovato decadimento da uno stato di grazia al quale noi possiamo almeno aspirare con tutte le nostre forze.

Sbatte, azzanna — credo di sentirla — nell’aria sopra la mia mente che mulina — la pelle della vecchia tigre artica, come se, agitando una zampa e battendo l’altra, salutasse la notte.

SEI

Giunge splendente il mattino; l’aurora dalle dita insanguinate incendia mari d’aria con la sua luce zelante e costringe la terra a un’altra falsa partenza. I miei occhi si schiudono come fiordalisi, pungono, incrostati della loro impura rugiada, e poi si imbevono di quella luce.

Mi alzo, mi trascino fino a inginocchiarmi a una delle strette finestre della torre, mi strofino il sonno dagli occhi e guardo fuori per essere testimone dell’aurora.

Brandita come una spada di fuoco, la luce del sole colpisce questa grigia pianura e ne fa un calderone dove i vapori si moltiplicano e si radunano per scomparire poi nell’aria limpida, dissolti nella distesa oceanica del cielo.

Osservo tutto ciò mentre mi libero delle mie scorie: con una lenta parabola, il mio personale contributo al fossato zampilla dorato nella foschia luminosa del nuovo giorno e tocca schiumando le scure acque più sotto, e ogni goccia colpita dal sole, nettamente delineata, è la maglia lucente di una catena d’oro, è una curva matematica, è una metafora della luce.

Torno alleggerito al mio letto di fortuna accanto al caminetto freddo, pieno di pagine bruciate; vorrei semplicemente riposare, ma mi riaddormento di nuovo, e mi risveglio solo al rumore di una chiave che gira e a una serie di colpi alla porta.

«Signore?»

Mi siedo sul letto, disorientato dalla vacuità del sonno, ripreso senza bisogno e poi bruscamente interrotto.

«Buon giorno, signore. Le ho portato un po’ di colazione.» Il vecchio Arthur, senza fiato dopo la faticosa ascesa sulla scala a chiocciola, apre col corpo la porta e deposita un vassoio su una cassa. Mi guarda con un’aria di scusa. «Posso sedermi, signore?»

«Certo, Arthur.»

Crolla riconoscente su una sedia carica di giornali e provoca una nube di polvere che si solleva pigra nelle lame di luce che penetrano dalle finestre. Il suo petto si alza e si abbassa, lui allarga le gambe ed estrae dalla tasca un fazzoletto per asciugarsi la fronte.

«Chiedo scusa, signore. Non sono più giovane come una volta.»

Ci sono circostanze in cui, semplicemente, non c’è nulla da dire; se qualcuno della mia condizione avesse pronunciato una frase del genere, avrei scelto una replica con la ghiotta e giudiziosa esultanza di un cacciatore alla posta che ha appena identificato un perfetto e ignaro esemplare della sua preda, e deve decidere quale fucile usare. Con un vecchio e apprezzato domestico, un diletto del genere sarebbe fuori luogo, avvilente per me e per lui. Ne ho conosciuti alcuni, di quelli che appartengono per nascita al nostro rango ma non lo meritano, che sfruttano simili occasioni per umiliare coloro che li servono, e a quanto pare ricavano immense soddisfazioni da quell’ignobile commedia, ma il loro spirito, ritengo, è figlio della debolezza. Dovremmo incrociare la spada solo con i nostri pari, altrimenti la contesa non ci direbbe nulla di più di ciò che è ovvio in misura perfino imbarazzante; e senza volerlo confermano questa verità coloro che, inclini come sono a colpire chi non ha la possibilità di rispondere in maniera diretta, si espongono senza difesa agli attacchi di quanti quella possibilità ce l’hanno.

Inoltre, so che i nostri inferiori hanno il loro orgoglio; sono la nostra immagine, in circostanze differenti, e i membri del nostro ceto assecondano fin troppo l’uno nell’altro il sentimento dell’amor proprio. Tutti noi siamo il nostro sistema legale, quando ne sentiamo il bisogno e ne vediamo l’opportunità; arrestiamo, giudichiamo, emaniamo la sentenza e, quando possiamo, facciamo rispettare tutto ciò che, secondo la nostra personale filosofia, consideriamo legittimo. Il sarcasmo nei confronti di un cameriere verrà probabilmente seguito — oltre la porta a vento della cucina — dallo stesso favore ricambiato, non metaforicamente, sotto forma di una salsa aggiunta di nascosto al piatto seguente, e di certo molti servitori disprezzati hanno nutrito a lungo un rancore, finché non sono riusciti a restituire l’offesa grazie a un pettegolezzo diffuso al momento opportuno o — agendo in base all’intima conoscenza di ciò che è più prezioso al loro tormentatore — con il danneggiamento, la ferita, la rovina o la perdita di quel tesoro. C’è in queste relazioni ineguali un equilibrio calcolato con cura, che chi sta sopra può ignorare molto più facilmente di chi sta sotto; ma lo fa a proprio rischio e pericolo.

È forse possibile cogliere un tale errore, riflesso ed esagerato, nello specchio deformante delle nostre presenti difficoltà. Oggi posso solo rammaricarmene, ma non mi è mai importato molto della politica, che ho sempre considerato una materia da disprezzare a ragion veduta, ed è probabile dunque che qui possa parlare con minore autorità che in altri campi, ma mi sembra che il conflitto che adesso ci circonda sia almeno in parte sorto a causa di una simile mancanza di considerazione.

Ci sono tensioni fra gli stati, i popoli, le razze, le caste e le classi che ogni singolo attore — sia esso un individuo o un gruppo — semplicemente trascura, o dà per scontate, o cerca di manipolare a proprio vantaggio, mettendo però in tal modo a repentaglio la propria esistenza e tutto ciò che ha di più caro. Farlo con cognizione di causa significa essere temerari; farlo inconsapevolmente equivale a proclamare apertamente la propria assoluta idiozia.

Quante tragedie senza scopo, quante lotte mortali e guerre sanguinose sono cominciate per la ricerca di un minimo profitto, per una minima acquisizione territoriale, per minime concessioni e ammissioni, per diventare poi — a causa di impuntature, di un orgoglio traboccante e di azioni imposte da un ipocrita senso della giustizia — un orrore generalizzato che in breve tempo rade al suolo l’edificio che i contendenti volevano solo ritoccare?

Il vecchio Arthur se ne sta seduto ad ansimare nella nube di polvere che lui stesso ha sollevato. Noto all’improvviso che è straordinariamente invecchiato nel corso degli ultimi mesi. Certo, è comunque vecchio; è di gran lunga il più venerabile dei nostri dipendenti, e immagino che quando ci avviciniamo alla tomba i gradini diventino sempre più ripidi. È stato l’unico a scegliere di fermarsi al castello invece di venire con noi e confidare nelle strade e nel supposto anonimato dei profughi. Noi capivamo le sue ragioni, e non abbiamo fatto troppi sforzi per fargli cambiare idea; la strada prometteva solo lunghe privazioni, mentre il castello, occupato da altri, gli offriva sempre la possibilità di trarre vantaggio dagli ultimi residui di rispetto che i giovani guerrieri potevano ancora dimostrare a vecchi innocenti; alla peggio, poteva contare forse su una rapida fine.

Arthur starnutisce. «Chiedo scusa, signore.»

«I nostri ospiti vi trattano bene?»

«Me, signore?» Il vecchio sembra confuso.

«Te e gli altri domestici; i soldati vi trattano in maniera decorosa?»

«Ah.» Fissa il fazzoletto, poi si soffia il naso. «Sì, signore, abbastanza. Anche se, in effetti, tendono a fare un gran disordine.»

«Credo che abbiano vissuto all’aperto, o in posti in rovina, per troppo tempo.»

«Dal momento che sono stati loro e quelli come loro a mandare in rovina tutto quanto, signore», dice sporgendosi in avanti e abbassando la voce, «può darsi che la rovina sia il loro ambiente naturale!» Si appoggia di nuovo allo schienale, annuendo, ma con un’aria preoccupata, come se non volesse prendersi tutta la responsabilità di ciò che le sue labbra avevano appena detto.

«Un’osservazione acuta, Arthur», gli dico divertito. Appoggio i piedi sul pavimento e mi metto a sedere sul letto. Prendo un bicchiere di latte tiepido dal vassoio. C’è pane tostato, un uovo, una mela, qualche marmellata e una caraffa di caffè, che ha un sapore stantio (è molto tempo che è ospitato nella dispensa) ma è sempre ben accetto.

«Lo sa, signore», dice Arthur scuotendo la testa. «Uno di loro dorme ogni notte fuori dalla porta della luogotenente, come un cane! È quello con i capelli rossi, Karma ho sentito che lo chiamano, o un nome buffo del genere. L’ho visto stanotte, sdraiato sull’entrata con addosso una coperta e basta. A quanto pare fa sempre così, in qualunque posto lei decide di dormire; ai suoi piedi se sono accampati all’aperto, signore; ai suoi piedi, proprio come un cane!»

«Encomiabile», dico, finendo il latte. «E poi dicono che al giorno d’oggi non si trovano più servitori affidabili, eh?»

«Devo andare a prenderle dei vestiti puliti, signore?» chiede Arthur, che ha ripreso il suo solito tono professionale. «Ce ne sono ancora in lavanderia.»

«Dovrei prima lavarmi», gli dico mentre scelgo una fetta di pane; alcune sono quasi bianche, altre troppo tostate, ma bisognerà abituarsi a simili privazioni, immagino. «C’è acqua calda?»

«Farò in modo di sì, signore. Vuole fare un bagno nelle sue stanze?»

Mi strofino la faccia, ancora unta dopo la giornata di ieri e la notte. «Ne ho il permesso?» gli chiedo. «La nostra brava luogotenente considera scontata la mia pena?»

«Credo di sì, signore; prima di andarsene mi ha detto di portarle la colazione e di lasciarla uscire.» I suoi occhi si spalancano non appena si rende conto di quello che ho appena detto. «Punirla, signore? Punire lei? Che diritto ha di fare una cosa del genere?» Sembra indignato. È da quando ero bambino, e lo tormentavo, che non lo sentivo alzare la voce in quel modo. «Che… ma… che diritto…? E come ha fatto lei, in… in… in… casa sua, lasciare che quella donna…?»

«Ho lasciato cadere una sacca piena di cose che non si potevano mangiare», gli dico, nel tentativo di calmarlo. «Ma hai detto ‘prima di andarsene’. Dov’è andata?»

Arthur rimane seduto ancora per qualche secondo con una smorfia di disapprovazione, poi si scuote. «Io… Oh, non so, signore; se ne sono andati. Credo che qui ce ne siano ancora una mezza dozzina, mentre gli altri, quelli che si è portata dietro la luogotenente, sono usciti all’alba. Ne sono rimasti pochi. In cerca di materiale, quelli che se ne sono andati, cioè, ha detto uno, mi pare, ma mi potrei sbagliare, signore; il mio udito…» Arthur scuote la testa, e si porta vicino a un orecchio le dita secche e tremanti.

«E la signora? È fuori anche lei?» gli chiedo sorridendo.

«Fuori, con loro, signore», dice il vecchio domestico, con un’espressione preoccupata. «La luogotenente… si è portata dietro anche lei, come guida, a quanto pare.»

Uso il coltellino da frutta per la mela, e resto in silenzio per un po’. «Davvero?» dico alla fine, premendomi le labbra con un tovagliolo, pulito ma, ahimè, non stirato. «E hanno detto quando pensavano di tornare?»

«Gliel’ho chiesto, signore», dice Arthur scuotendo la testa. «La luogotenente ha detto solo ‘Per tempo’. È tutto quello che sono riuscito a tirarle fuori.»

«Già», borbotto. «E probabilmente non più di quello che si potrebbe metterle dentro.»

«Chiedo scusa, signore?»

«Niente, Arthur», gli dico, lasciando che mi versi una tazza di caffè. «Preparami il bagno, d’accordo? E se riuscissi a procurarmi dei vestiti…»

«Certo, signore.» Se ne va e mi lascia immerso nei miei pensieri.

Fuori, con te. Una guida; bella guida, non c’è che dire. Tu, che ti perderesti fra due stanze affiancate, tu, che scambieresti due siepi per un labirinto. Se la luogotenente non ha carte geografiche — o qualcuno dei suoi uomini un po’ di senso dell’orientamento — può darsi benissimo che non riveda più né te né loro. La luogotenente voleva scherzare, credo. Tu potresti essere una mascotte o un trofeo per compensarla delle inutili prede che ieri ho consegnato alle acque, ma non certo, ne sono convinto, una vera guida.

Ma ti ha portato via da me. Provo una sorta di gelosia, direi. Che strano sentimento, considerando tutto quello che abbiamo condiviso, o disseminato, si potrebbe anche dire. Potrei perfino aver voglia di assaporare questo aroma così poco familiare, o quanto meno sciacquarmene la bocca prima di sputarlo fuori, ma l’ho sempre considerata un’emozione ignobile, una confessione di debolezza morale.

Mi sento ridimensionato da lei, così vicina a te. Ho paura di considerare la mia stessa seduzione con il moralismo volgare e facile che ho sommamente disprezzato negli altri.

Mi alzo e mi dirigo verso le nostre stanze; i cuscini sono ammucchiati in una strana maniera sul tuo letto, e quando li sposto, trovo due fori di proiettile nella testiera. Risistemo i cuscini e passo in camera mia. Sento un odore di bruciato; forse vecchi crini di cavallo. Non riesco a trovare la possibile fonte di quell’odore, anche se forse il materasso mi sembra diverso, quando mi ci siedo sopra per togliermi le scarpe. Guardo all’insù; le nappe che formano la frangia del baldacchino sembrano scure e sporche di fuliggine proprio sopra il punto in cui sono seduto. Be’, si direbbe che non ci siano altri danni.

Arthur ha fatto portare agli altri domestici brocche e catini di acqua bollente, prodotta dall’onnivora stufa della cucina. Il camino della camera da letto viene riempito di legna, e mi accendono il fuoco. Faccio il bagno, da solo, finisco la mia toilette e poi mi vesto davanti al fuoco scoppiettante.

Dalla finestra, do un’occhiata agli altri nostri ospiti, fuggiti, scacciati dai campi e ammassati sul nostro prato con tende e animali; la semplice scelta del luogo dove accamparsi è una muta richiesta di protezione. C’era una cattedrale, in una città non molto distante, ma credo sia stata abbattuta a colpi di cannone qualche mese fa. Sarebbe stata un centro di attrazione più adatto, ma forse per coloro che si sono radunati qui il castello svolge la stessa funzione; la sua pietrosa esistenza nel corso degli anni è forse in sé un augurio di buona fortuna, un talismano che garantisce vita e pietà a chi gli sta vicino. Penso che sia un ottimo esempio di ciò che viene chiamato pio desiderio.

Procedo alla mia ispezione del castello. Tra gli uomini della luogotenente, si sono fermati qui quelli che hanno più bisogno di riposo: quelli che hanno subito ferite più gravi, e i due sotto shock bellico. Credo di dover parlare con qualcuno, e così provo a fare conversazione con un paio dei feriti, in quell’infermeria di fortuna che è diventato il nostro salone delle feste.

Uno è un uomo robusto, precocemente ingrigito, con una cicatrice che sembra vecchia di un anno, dentellata e non ancora guarita del tutto, sulla faccia; saltella su due grucce improvvisate, con una gamba ferita dalla mina che, una settimana fa, ha ucciso l’uomo che lo precedeva. L’altro è un giovane timido, con i capelli color sabbia, una carnagione pallida, una pelle bellissima. Ha un proiettile in una spalla, tutta fasciata e bendata; il suo petto è liscio e privo di peli. Sembra dolce, perfino seducente, anche per quest’aria di vulnerabilità ferita. Credo che, in altre circostanze, tutti e due avremmo potuto affezionarci a lui.

Faccio del mio meglio, ma in entrambi i casi c’è molta goffaggine, in me e in loro; l’uomo robusto è di volta in volta taciturno e garrulo — c’è in lui della rabbia, mi pare di capire, nei confronti di ciò che ai suoi occhi rappresento — mentre il ragazzo è semplicemente schivo e diffidente, e distoglie gli occhi ombreggiati da lunghe sopracciglia. Mi trovo più a mio agio con i domestici, nel condividere il loro tranquillo orrore e sincero divertimento davanti alla rozzezza dei soldati. Sembrano contenti del semplice fatto di essere di nuovo indaffarati, di essere tornati ai propri compiti: trovano sollievo nel servizio e nei doveri familiari. Osservo qualcosa sull’importanza di essere occupati che ottiene un’educata risposta di circostanza, più che un sincero apprezzamento.

Faccio una passeggiata nel prato. La gente dell’accampamento sembra taciturna come i soldati. Molti di loro sono malati; mi dicono che ieri è morto un bambino. Incontro la moglie del fattore del villaggio che alimenta un fuoco vicino a una tenda; abbiamo visto suo marito l’altro ieri sulla strada, quando la luogotenente ci ha intercettati. Vivono entrambi qui, adesso. Lui se n’è andato con gli uomini abili dell’accampamento in cerca di altro cibo, nella speranza di saccheggiare fattorie già depredate molte volte.

Sento di dover fare qualcosa di positivo, di dinamico; dovrei organizzare la mia fuga, cercare di corrompere i soldati ancora al castello, adoperarmi per suscitare la resistenza dei domestici o far sollevare la gente dell’accampamento… Ma credo di non avere il carattere richiesto da tali atti eroici. Le mie doti vanno in altre direzioni. Se per lottare e mantenere il comando bastassero pochi commenti acuminati, mi getterei subito nell’azione e ne uscirei vittorioso. In verità, vedo troppe opzioni e possibilità, deduzioni e controdeduzioni, obiezioni e alternative. Perso nel labirinto di specchi del potenziale tattico, vedo tutto e nulla, e perdo la strada fra i riflessi. Uomini d’acciaio scoprono che la propria anima è contaminata, la determinazione corrosa in presenza di un eccesso di ironia.

Mi ritiro nel castello, mi arrampico sulla merlatura, accanto alla torre — la stessa in cui sono stato imprigionato la notte scorsa — ed esamino il trio impiccato lassù. Ondeggiano nella brezza umida, con le uniformi che sbattono. I cappucci scuri che coprono le loro teste, me ne accorgo adesso, sono federe di seta nera su cui spesso abbiamo posato il capo. Il tessuto bagnato aderisce ai loro tratti, trasformando i volti in sculture d’ebano. Due di loro, con le mani legate dietro la schiena, hanno il mento puntato sul petto, come se guardassero incupiti il fossato. La testa del terzo uomo è gettata all’indietro, e le sue mani stringono la corda all’altezza del collo, con le dita premute fra la corda e la pelle illividita; una gamba è tirata all’insù verso il dorso, la schiena è inarcata e l’intero corpo è immobilizzato nell’ultima, disperata tensione dell’agonia. Dietro la seta nera, i suoi occhi sembrano aperti, fissi sul cielo, accusatori.

Sembra tutto così ingiusto: il loro delitto è stato quello di saccheggiare brevemente un edificio abbandonato dai suoi proprietari, senza immaginarsi di incorrere nella furia vendicatrice della luogotenente. Lei sostiene che è una questione di principio, che lo scopo è quello di dare l’esempio, che la spietatezza iniziale ha il fine di rendere possibile un regime più moderato.

Sopra di loro, sul pennone, la vecchia pelle della tigre artica si increspa nel vento. Le due zampe posteriori sono state crudelmente legate alla corda, e la pelle logora sembra assottigliarsi in alcuni punti, è intrisa della pioggia che ci ha visitato negli ultimi giorni e che ancora flagella in lontananza la pianura, e comunque è troppo pesante per l’uso a cui gli uomini della luogotenente hanno voluto assoggettarla. Una brezza più sostenuta la solleverebbe a fatica, un vento deciso la farebbe sbattere e veleggiare, ma basterebbe qualcosa di più potente — una raffica come si deve — e ho il sospetto che abbatterebbe anche il pennone.

È una fine ignominiosa per questo antico cimelio di famiglia, ma come avrebbe altrimenti finito i suoi giorni? Gettata in un letamaio, bruciata in un falò? Forse questa è una morte più appropriata.

Si torce nella brezza, e lascia cadere qualche goccia della pioggia che l’ha intrisa sui corpi appesi sotto di lei.

Il freddo ha fatto sì che i trofei della luogotenente non abbiano ancora cominciato a puzzare. Li lascio insieme alla bandiera di pelliccia alla loro fissa contemplazione di tutte le cose pendule e incombenti e cammino sulla compatta sommità del castello.

Da queste valorose merlature, in compagnia di un falcone scelto con cura, un tempo lasciavo volare liberamente il mio spirito. Appollaiato su questa gruccia di pietra, io, come le prede che i rapaci afferravano, venivo artigliato da loro e per mezzo di quei lucenti carnivori, rapidi artigiani della morte, sentivo di condividere la loro feroce e alata destrezza e vedevo, nel vertiginoso istante di mortalità al termine della picchiata, una sorta di effimera persistenza. Ecco le antiche regole, scritte nel cielo con scura determinazione, in linee curve di volo planato, negli scarti terrorizzati e nelle picchiate, nei disperati allunghi, tuffi, scatti del bersaglio, a cui rispondono all’istante gli strappi e le virate del falco che insegue, sempre più vicino. Ecco la violenta, improvvisa congiunzione — talvolta, se erano abbastanza vicini, si sentiva il colpo sordo degli artigli che affondano nella carne — la nuvoletta di piume sospesa nell’aria, poi la lunga caduta a spirale, mentre le ali del predatore cercano di riacquistare portanza, mentre la preda, che si dimena appena o è ormai abbandonata, sbatte anch’essa le ali, e l’insieme, questa binaria creatura alata — una morta o moribonda, l’altra più viva che mai, quasi trasfusa dall’altrui vita — quei gemelli uniti dalla morte, nella presa di tendini e artigli, roteano attorno all’asse comune precipitando insieme, con le piume gocciolanti, e mentre la preda esala gli ultimi lamenti, cadono finalmente al suolo, sul prato, nel bosco.

I cani erano addestrati a spaventare i falchi, poi con la preda ancora calda tornavano correndo al castello, attraversavano il ponte di pietra e il cortile interno, salivano per la scala a chiocciola, sbucavano sulla merlatura, lasciando sui gradini una traccia di sangue e piume.

Con questi cacciatori vicari pensavo di partecipare alla lotta, impietosamente elegante, fra morte e vita, evoluzione e selezione, predatore e preda. Credevo di contrastare, per mezzo loro, il duro assedio dell’aria e la lenta corrosione del tempo e la faticosa avanzata dell’età, andando incontro a tutto ciò non col metodo della nuvola — cedendo, rinunciando — ma fendendo l’aria: una fissità di visione e di presa che mi avrebbe consentito — per delega ma non per questo sminuito — di resistere, connesso alla natura e da essa definito.

I cani sono morti l’anno scorso; una malattia quando non c’erano più veterinari in giro. Generazioni di devozione e di meticoloso allevamento sono sparite con loro.

Ho liberato quei maledetti uccelli quando abbiamo deciso di lasciare il castello, perché fuggissero quel destino che invece ha colto noi, e dove volteggino adesso, cosa vedano e catturino, non lo posso sapere.

Il vento mi avvolge, il vento mi viene incontro dalla pianura sferzata. Sottili schegge di sole premono sotto le nuvole e, riflettendosi, sembra che si impadroniscano delle cose invece di illuminarle, confondono il paesaggio come una mimetizzazione, per via dello stridente contrasto, chiaro su scuro, spezzano le poche forme sopravvissute e i segni della civiltà umana ancora evidenti — in una luce migliore (come quella che fornisce la memoria) — all’interno del caos assoluto che domina il paesaggio a perdita d’occhio.

Nei campi, sulle colline sporgenti e nelle macchie d’alberi, gli stagnanti tratti di fiume brillano di una grazia gialla e contaminata: sono vivi allo sguardo solo da questa prospettiva. Gli alberi, colorati fino a poco fa per il freddo cambio di stagione, adesso sono sagome nere e spoglie, rami nudi pronti ad accogliere il peso della neve e la forza delle tempeste invernali. Più in alto, le foreste scintillano al passaggio delle nubi che scorrono sopra di loro, restando impigliate nelle cime degli alberi con la loro lenta grazia.

Ascolto i colpi dell’artiglieria, ma il vento, più freddo, ha cambiato direzione, e trattiene gli spari. Quel tuono lontano e artificiale è diventato quasi un compagno rassicurante nel corso delle ultime settimane. È come se fossimo ricaduti in un sistema di credenze più primitivo, come se nell’agitazione delle nostre storie di sopravvissuti avessimo risvegliato un antico dio: un dio delle tempeste, che percorre la terra con martelli al posto dei piedi e una testa a forma d’incudine, una creatura amorfa, adirata e onnipresente, mentre il tuono, simile al rumore di teschi frantumati, si schianta sulle nostre terre oscurate e l’aria trasporta l’alito del lampo sulla terra.

Quella divinità risvegliata sta marciando su di noi, adesso, verso le porte del castello. Il rumore è quello dei borborigmi della terra, di un vecchio pugno che si abbatte su assi vuote in un paradiso abbandonato sopra di noi, e anche se il vento ha formato un fronte contro quell’esplosione, e il movimento dell’aria ha disperso quel rumore, sappiamo che è sempre lì; ciò che il vento nasconde, il vento insiste a rivelare, fornendoci il ricordo di quel suono.

L’aria e le rocce, e anche i mari, dimenticano più rapidamente di noi.

Un grido sulle montagne si spegne in pochi secondi, la terra stessa risuona come una campana quando i suoi continenti che scivolano e si scontrano hanno uno spasmo, ma anche quel segnale svanisce nel giro di qualche giorno, e nonostante le gigantesche onde di una tempesta o di un maremoto possano girare attorno al globo per settimane e mesi, quella modesta massa di materia, quel fiore attaccato a uno stelo che chiamiamo cervello supera di gran lunga questi ricordi brutalmente meccanici, e ciò che echeggia in un cranio umano può risuonare di gioia, paura e rimpianto per un’intera vita, e decadere lentamente solo dopo qualche decennio.

Stringo gli occhi per vedere attraverso la barriera della luce: in lontananza credo di distinguere alcune forme in movimento, sagome rese più magre, più allungate dalla riverberante luminosità dell’acqua. Non ho più binocolo né cannocchiali — sono stati tutti requisiti — ma sarebbe peggio che inutile fissare questa luce, dolorosa anche a occhio nudo. Sono profughi quelli che vedo, impliciti nel luccichio delle ombre contro la luce? Potrebbero essere anche soldati, immagino; potresti essere anche tu, mia cara, che guidi la nostra luogotenente e i suoi uomini in un’involontaria impresa disperata. Ma credo di no. Fino a qualche mese fa, avrebbe potuto essere anche una mandria di buoi, ma ormai quasi tutte le bestie dei dintorni sono state abbattute e mangiate, e le poche che restano vengono sorvegliate con tutte le cure e non hanno più il permesso di vagabondare.

Profughi, allora; un’eco anticipata del fronte che si avvicina, l’immagine stessa del profondo avvallamento prima che si abbatta l’onda gigantesca, un sospiro trattenuto prima dell’urlo; un flusso di cellule morte in un’arteria, una ventata di foglie secche prima dell’arrivo della tempesta. Alberi spogli e spezzati sono allineati sul loro sentiero, con i monconi scheggiati, il pallido cuore dell’albero messo a nudo; tagliati, abbattuti per il fuoco degli accampamenti o dai colpi dell’artiglieria. Sono ancora lì, cresciuti ma spezzati, a imitazione di coloro che li hanno nervosamente mutilati.

La luce cambia, e i lampeggi corruschi si spengono. Il fiume, gli affluenti, i canali di scolo, le anse, gli stagni e i campi allagati si oscurano a mano a mano che le nuvole coprono la loro diretta fonte di luce. Adesso vedo fili sottili di fumo levarsi nella pianura, dove sorgevano villaggi, case, fattorie, abitazioni costruite e cresciute sulla terra, che la includevano con tutti i suoi distinti prodotti e che adesso si combinano con l’aria infruttuosa.

Cerco di vedere te, mia cara, la nostra luogotenente e i suoi uomini, ma tutto è perduto nella superficie spezzata della vista, tutto è sprofondato nella sua afflitta complessità, e la terra, solidificandosi, ha assorbito anche te.

E così cammino su queste pietre, percorro questo cammino sopraelevato, mi strofino le mani e osservo il vapore che mi esce dalla bocca come se fosse un avviso che si materializza davanti a me, e posso solo aspettare.

Ho freddo; sputo catarro verso il fossato, poi sorrido a quei cerchi che si dipartono nell’acqua. E lì sotto, come foglie sparse nel vento d’autunno — di nuovo come cellule eliminate, e come gli sfollati che si ammucchiano sulle nostre strade -, dopo aver seguito la corrente, dopo un lungo viaggio, sono arrivati i fringuelli, gli uccelli che abbiamo ucciso e che io avevo perduto, tutti morti e bagnati, sudici, freddi, che girano nell’anello d’acqua che circonda il castello. I nostri poveri pennuti morti, venuti finalmente a casa, per farsi arrostire.

SETTE

La notte avvolge il castello, e io torno a dormire. I miei sogni, carissima, prendono la stessa direzione dei miei ultimi pensieri coscienti, e si volgono a te, non ancora tornata. Simili fantasticherie sollecitano i vecchi ricordi lascivi della mia mente — evocati, tornati a galla dalle sue profondità ad opera dei crescenti piaceri che richiamano.

Ti cerco nei miei sogni, mentre barcollo in un paesaggio di desideri in cui le nuvole e i mucchi di neve diventano cuscini, una guancia accarezzata, un seno pallido e pesante. Mentre sprofondo in crepacci bordati di felci, mentre cedo alla palude che mi afferra e al suo profumo dolcemente amaro, vedo alberi che crescono, tumescenti, da contorte vene di radici; rocce levigate che si fendono in gole vertiginose; steli che pulsano di linfa e di vita; frutti lanuginosi, caduti e spaccati; crepe aperte nella terra, circondate da creste e corone di roccia; mi rendo conto che ogni tratto del paesaggio nasconde qualcosa che bramo. In adorazione prima e poi infuocato dal desiderio, mi scopro smarrito, come se fossi già stato infettato dalla tua natura.

Vorrei possedere questa terra; voglio prenderla, farla mia, ma non posso. L’acqua rimane acqua, niente di più, gli alberi torreggianti sono solo alberi, i frutti marciscono e le pietre, curve e levigate, sembrano promettere qualcosa, se solo potessero essere sollevate e spostate… Ma non verranno smosse.

L’unica cosa da fare è rivoltarsi in questo letto troppo grande; prima, in simili circostanze, sarei salito al piano di sopra in cerca di una cameriera compiacente con la quale trascorrere la notte, ma in questi giorni sono rimasti solo uomini alle nostre dipendenze; non c’è nulla che mi possa eccitare nel personale.

Alla deriva nella zattera del letto, mi abbandono ai sogni come una nave senza meta, guidata dalle onde lunghe o dai venti. Il tuo corpo è un lontano ricordo, come la vista nebbiosa di un’isola.

Poi, per uno strano capovolgimento, l’immagine crea la realtà. La nostra coraggiosa luogotenente è tornata, e ti ha mandato da me, a strisciare in silenzio nel mio letto e infilarti fra le lenzuola. Mi volto nel sonno e mi scopro perfettamente sveglio. Tu ti inginocchi, poi ti sdrai, sempre in silenzio. Ti stringo, mia cara. Fissi, ancora per metà vestita, lo scuro baldacchino sopra il letto. La luce — duplice, gettata dal fuoco che sta morendo nel camino e dalla luna che splende in una finestra — mette in mostra le tue guance arrossate. La tua pelle ha il profumo inebriante dell’aria aperta, e i tuoi capelli lunghi, neri, sciolti sono ingioiellati di fuscelli e foglie strappate.

I tuoi occhi hanno lo sguardo ferito e distratto della prima volta che ci siamo uniti. Guardandoli di lato, mi sembra di leggere in essi più di quanto vi abbia mai visto finora. Talvolta solo la vista laterale dice la verità; il nostro io, i volti che costruiamo per il mondo, per rendere più agevole il nostro passaggio, sono troppo abituati all’assalto frontale, e credo di vedere adesso in te più verità di quanta sia mai riuscito a cogliere fissandoti negli occhi. Avrei dovuto saperlo: cosa ci hanno insegnato i nostri gusti comuni se non che c’è più interesse quando le cose vengono osservate — e prese — di lato?

«Stai bene?» ti chiedo.

Resti in attesa, poi fai cenno di sì.

Gli uomini della luogotenente fanno rumore in cortile; i motori scoppiettano nel silenzio, cadono fucili, vibrano le luci dietro le tende tirate, echeggiano grida fra le mura del castello come voci delle pietre, e il castello, più di noi, sembra respirarci intorno.

Insisto. «Come è andata la giornata?»

Un’altra esitazione. «Abbastanza bene.»

«C’è qualcosa che vorresti dirmi?»

Pieghi appena la testa e mi guardi. «Cosa vuoi sapere?»

«Dove siete stati. Cosa è successo.»

«Sono stata con Lu» mi dici, con la testa voltata. Cerco di alzare una mano verso di te, ma sono rimasto impigliato fra le coperte aggrovigliate. Devo scivolare per tutto il letto, sbuffando, per liberarmi dal nodo. «Abbiamo attraversato le colline», continui. Adesso ho liberato la mano, ma non riesco ad accumulare abbastanza furia per colpirti. Potrei averti attribuito troppo spirito, in ogni caso. «Sono stata con Lu.» Forse non voleva dire nient’altro che quello che suggerisce l’interpretazione più innocente. In più, mi torna in mente, ho deciso di non essere geloso. Passo la mano ormai libera fra i miei capelli, poi fra i tuoi. Libero fuscelli che cadono sul cuscino.

«È successo qualcosa?» ti chiedo.

«Hanno trovato una capra, legata a un palo in una fattoria. In un’altra c’era una cisterna di gasolio che hanno cercato di svuotare ma non ci sono riusciti. Hanno bucato la cisterna per riempire alcuni bidoni ma hanno scoperto che conteneva solo acqua. C’era un posto che hanno detto doveva essere un orfanotrofio, a ovest. Io non ne avevo mai sentito parlare. I bambini erano stati tutti crocifissi.»

«Crocifissi?» chiedo corrugando la fronte.

«Ai pali del telegrafo. Sulla strada. Venti, anche di più, tutti lungo la strada. Ho perso il conto. Stavo piangendo.»

«Chi può aver fatto una cosa del genere?»

«Hanno detto che non lo sapevano.» Ti volti verso di me. «Subito dopo, hanno incontrato un uomo e gli hanno sparato. Tutti insieme, tutti nello stesso momento. Si stava allontanando e aveva delle scatolette che secondo loro aveva rubato all’orfanotrofio. Lui aveva detto di non aver visto i bambini, ma si capiva benissimo che mentiva.»

«E dopo?»

«Hanno trovato una cava sulle colline, con un deposito di dinamite, ma era vuoto.»

«E poi?»

«Hanno parlato con la gente che c’era sulla strada: profughi. Li hanno minacciati ma non hanno fatto loro del male; hanno detto una cosa che i soldati volevano sapere. Siamo saliti sulle colline, su un camion. Credo che siamo passati dalla casa degli Anders. Alcuni soldati sono andati avanti, sui cavalli che hanno preso in una fattoria vicina, e gli altri hanno continuato a piedi. Io sono rimasta alle jeep con due di loro. Sono tornati tutti dopo un po’ senza aver trovato niente. Ormai era buio. Troppo buio.»

«E dopo?»

«Siamo tornati indietro. Oh, abbiamo attraversato un ponte sul fiume, e c’erano barche con molta gente morta dentro; uno dei loro esploratori le aveva viste già ieri. Hanno tirato in secco le barche e le hanno nascoste, nel caso che ne abbiano bisogno in seguito. I morti li hanno lasciati galleggiare nel fiume. Questo mentre tornavamo a casa.»

«Una giornata piena di avvenimenti.»

Fai cenno di sì. Il fuoco getta ombre tremolanti sul soffitto stuccato e sulle scure pareti ricoperte di legno.

«Una giornata piena di avvenimenti», sussurri.

Non dico niente per un po’. «È andato tutto bene, per te?» ti chiedo alla fine. «La luogotenente ti ha trattata bene?»

Resti a lungo in silenzio. Le ombre del fuoco continuano la loro danza. Poi dici: «Con tutta la deferenza e la stima che sono arrivata ad aspettarmi da lei».

Non so cosa dire. Perciò non dico niente. Osservo invece la nostra situazione. Tu resti sdraiata, immobile, e io ti guardo, e rimaniamo così — in osservazione, immobili — come se quell’istante fosse senza tempo.

Ma non siamo mai così; i miei pensieri contraddicono la loro stessa genesi. Già il tempo non è senza tempo, figuriamoci noi. Siamo vittime volontarie della nostra rapidità e, mentre il comportamento più elegante sarebbe stato quello di voltarmi e ignorarti, non ho fatto così. Invece ho steso una mano, ho fatto uno sforzo, e per un istante ho deciso di non decidere più e poi, guidato nell’azione da un livello di pensiero più rozzo e più semplice, ho afferrato il bordo delle coperte e le ho stese sopra di te.

Ho sognato l’estate, nel mio nuovo sonno, ho sognato il periodo, molti anni fa, in cui la nostra relazione era nuova e fresca e ancora segreta, o così pensavamo, e tu e io facemmo un picnic, guidando i cavalli verso un lontano prato in mezzo alle colline boscose.

Queste energiche galoppate ti eccitavano sempre, e così proseguimmo, con te di fronte a me, con le gambe a cavalcioni, impalata, con la gonna che copriva la nostra unione, mentre quel vigoroso cavallo, rassegnato, girava in tondo nell’arena nascosta e illuminata dal sole, nella radura coperta di fiori e rumorosa di insetti, e la muscolosa e scattante vigoria dell’animale ci condusse alla fine, nonostante la nostra relativa immobilità (ipnotizzati, dimentichi, perduti in quell’istante prolungato di luce screziata e aria ronzante, dopo aver ceduto ogni controllo ai movimenti pulsanti dell’animale), alla dolce reciprocità della beatitudine.

Benché io abbia sempre preferito l’ingiustizia poetica alla probità prosaica, sarebbe stato un peccato, credo, se ciò che ci ha svegliato la mattina ci avesse all’istante fatto riaddormentare, così da farci giacere per sempre, in un modo o nell’altro.

Il tuo sonno è sempre stato più profondo: ho visto spesso il tuo lento risveglio richiedere più del canto di un gallo. Oggi però la sveglia la suona qualcosa capace di volare che, per fortuna, non trova la sua voce.

Un frastuono improvviso e invadente percorre il tetto del castello, i piani, le mura e la nostra camera e scuote ogni cosa con violenza. Fa vibrare le pietre del castello come bandiere sfilacciate e libera la polvere e noi, che in un tumulto mulinante ci troviamo in mezzo alla sua nuvola, persi nella confusione delle particelle turbinanti.

Una granata, un unico colpo fortunato che ha colto il castello e l’ha colpito in pieno, percorrendolo dall’alto in basso, lasciando una scia violenta di polvere di pietra, legno scheggiato e panico. Ma senza climax: si ferma tra il pianterreno e gli scantinati, inesplosa.

Devo rassicurarti mentre singhiozzi, e mi riduco, a causa di quest’intrusione inaspettata, a batterti dolcemente sulla schiena e a mormorare frasi vuote e scontate. Osservo la foschia secca di polvere soffocante che il passaggio della granata ha diffuso su di noi, mentre una doccia arida di detriti picchietta dal buco nel soffitto sul pavimento, poi mi allontano calmo e sorridente da te e con un fazzoletto premuto sul naso, diradando con la mano la nuvola bianca, vado a ispezionare l’angolo distrutto della mia stanza. C’è un buco in alto, e tra la polvere si intravede la luce del giorno. La parte superiore della parete è stata distrutta per un largo semicerchio, come se fosse stata morsicata da un gigante, e consente la vista di uno spazio buio della camera accanto. Dovrebbe essere un vecchio ripostiglio, pieno di mobili fino al soffitto, se non ricordo male. Al di là c’è la grande suite per gli ospiti, che la luogotenente ha chiesto per sé.

Mi arrampico sul fianco di un elegante armadio — risparmiato per un palmo dal passaggio della granata — e mi chino nelle ombre del lato opposto del muro. Mentre mi allungo in avanti e tendo le mani, oltre il legno infranto e annerito dagli anni, distinguo uno strano odore chimico: un odore dell’infanzia che associo ai vestiti, alle feste, ai nascondigli. Vedo luccicare qualcosa di metallico e allungo la mano. Naftalina: è odore di naftalina, mi viene in mente all’improvviso.

La mia mano si chiude attorno a una gruccia. La levo dalla sbarra nel guardaroba bucherellato che sta nella stanza buia, poi la getto all’indietro e scendo dall’armadio. Ai miei piedi, un altro buco conduce, attraverso il mosaico di legno, travi e gesso del pavimento, nella sala da pranzo piena di polvere. Dal buco vengono grida, e il suono di piedi che corrono.

Raggiungo le finestre e le apro sulla luce del giorno, chiudendomi le tende alle spalle. Fuori regna una curiosa pace: un altro giorno come tanti, con la nebbia e un sole basso e acquoso. Nei boschi cantano gli uccelli. «Cosa stai facendo?» mugoli dal letto. «Ho freddo!»

Mi sporgo a guardare il cielo — sto ancora pensando che potremmo essere stati colpiti da una bomba più che da una granata — e poi verso le colline e la pianura. «Credo che sia più sicuro lasciare le finestre aperte, nel caso che veniamo bombardati», ti spiego. «Se vuoi, forse la cosa migliore sarebbe mettersi sotto il letto.» Cerco i miei vestiti, ma li avevo lasciati su una sedia che stava esattamente nel punto da cui è passato il nostro piccolo ospite. Sul pavimento, accanto al buco, vedo qualche pezzetto carbonizzato della sedia e un paio di bottoni della mia giacca. Mi avvolgo in un lenzuolo bianco, vuoto le scarpe dalla polvere e me le infilo, poi mi vedo allo specchio e mi libero con un calcio delle scarpe. Scendo incontro agli altri, immaginando di seguire il percorso della granata attraverso il castello.

Nel salone al piano di sotto gli uomini della luogotenente corrono e gridano, afferrando un’arma o le mutande. A un sibilo smorzato oltre le mura tutti ci pieghiamo o ci gettiamo a terra. Segue una specie di tonfo equivoco, qualcosa che né le orecchie né i piedi vogliono assumersi la piena responsabilità di percepire, una conclusione a cui sarebbe potuto giungere il cervello da solo. Ci alziamo, e io continuo ad avanzare.

Nella sala da pranzo, le cui generose profondità sono dilatate dalla polvere che la riempie, due soldati agitano le braccia sopra un buco sul pavimento che deve condurre in cucina o in cantina. Sopra, il tetto bucherellato lascia cadere una pioggia granulosa. Da uno squarcio nel soffitto pende un pezzo di tubo, ondeggiando; acqua bollente zampilla come da un geyser, inondando il tavolo e il tappeto centrale, mentre il vapore contende il primato al peso della polvere che cade a spirale. Le tende, travolte da un pezzo del fregio del soffitto, sono stese sul pavimento, lasciando così entrare la luce che si riflette sui granelli di polvere e sul vapore. Mi immobilizzo per un istante, costretto ad ammirare questo fantastico scompiglio.

Mentre mi avvicino ai due soldati e al buco, un rumore lacerante, frammisto a un urlo disumano e morente, squarcia il cielo sopra di noi; i due irregolari si gettano a terra, e dopo il tonfo si solleva altra polvere. Io resto in piedi a guardarli. Questa volta c’è un’esplosione: il suono deflagra in lontananza, fa tremare le assi sotto i piedi e scuote i vetri come le raffiche di una tormenta. Corro alla finestra mentre gli uomini della luogotenente si rimettono in piedi. Guardo fuori ma non riesco a vedere niente: solo il solito cielo calmo.

Do un’occhiata nel buco accanto al quale sono adesso inginocchiati i soldati, poi mi dirigo verso il corridoio, in punta di piedi, attraverso una pozza di acqua calda.

«Già un fantasma?» dice la voce della luogotenente. Mi volto ed eccola lì, spettinata, con gli stivali che rimbombano sulle scale mentre scende i gradini due a due, si infila la giacca, spinge i lembi di una pesante camicia verde dentro i pantaloni della mimetica, si assicura la fondina con la pistola. Ha un’aria stanca, come se si fosse appena risvegliata dalle profondità del sonno, eppure sembra ancora più esperta e padrona delle circostanze, come se tutto questo caos non sia servito ad altro che a far bollire l’acqua in eccesso nel suo spirito, lasciandola ancora più concentrata.

«Mister Taglio!» grida, guardando oltre me, al suo vice appena comparso all’altra estremità del salone. «Fissato è di guardia? Manda su anche Morte e Poppy; vedi un po’ se riescono a capire da dove viene questa roba. Digli di stare giù con la testa e di controllare anche il parco, nel caso sia fuoco di copertura. E chiama Fantasma alla radio; cerca di sapere se riesce a vedere qualcosa dalla portineria.» Sporge la testa attraverso la porta per guardare nella sala da pranzo. «Doppel!» chiama. «Sistema quella perdita; prendi uno dei domestici e fatti dire dove sono i rubinetti generali.» Si fa vento davanti alla faccia per allontanare la polvere, poi starnutisce, e per un brevissimo istante sembra una ragazzina, una figura insieme dura e delicata in questa nebbia caotica, scossa dalla forza del castello.

«Oh, signore!» Rolans, uno dei più giovani tra i nostri domestici, un ragazzo pallido, goffo, grassoccio, viene di corsa da me, dimenandosi per infilarsi la giacca. «Signore, cosa…?»

«Tu andrai benissimo», dice la luogotenente, prendendo il ragazzo per il polso. Lo spinge verso il soldato che sta uscendo dalla sala da pranzo. «Ecco qui, Doppel; avanti con i lavori idraulici.»

Il soldato chiamato Doppel grugnisce. Rolans mi guarda; io gli faccio cenno di sì. I due si allontanano lungo il corridoio, e le loro facce imbiancate spiccano come distintivi nell’oscurità mattutina. Il fumo disseccato che è la polvere della pietra e del gesso si leva attorno a loro, e contamina tutti noi — mentre ci muoviamo e respiriamo all’interno di questa onnipresente superficie — con l’infezione che si spande dal castello assalito, e ci trasforma tutti in quasi-fantasmi, e rende me, con la mia bianca uniforme, maliziosamente archetipico.

La luogotenente si volta verso un uomo che ci zoppica accanto indossando un elmetto d’acciaio e stringendo un fucile. Gli mette un braccio attorno al petto e lo ferma con delicatezza. L’uomo ha un’aria spaventata: il sudore gli ricopre la faccia, tranne che su una lunga cicatrice frastagliata. È il più anziano dei soldati con cui ho parlato ieri. «Vittima», dice con gentilezza la luogotenente (e devo ammettere che almeno lui ha ricevuto un nome appropriato). «Sta’ tranquillo, adesso. Porta i feriti nelle cantine, nella parte orientale del castello, va bene?»

L’uomo inghiotte, annuisce, e zoppica via velocemente.

Lo seguo con lo sguardo. «Non sono sicuro che sia il posto più sicuro», dico alla luogotenente. «Credo che la prima granata sia finita proprio in una cantina.»

«Andiamo a dare un’occhiata, d’accordo?»

«È sicuro?» chiedo mentre la luogotenente fa scattare l’accendino nell’oscurità.

Mi guarda, e il suo viso è illuminato dalla fiammella gialla e tremolante. La bocca si storce appena. «Sì», dice semplicemente. Siamo nelle cantine, acquattati in cima al deposito di carbone, vuoto, e fissiamo un mucchio di detriti caduti dal soffitto e atterrati sopra un cumulo di legna. Quella specie di toga che ho addosso rende scomoda e goffa la mia posizione e devo avere i piedi luridi.

La luogotenente estrae il portasigarette d’argento dal giubbotto, si sceglie una sigaretta e la accende. Credo di essere invitato a un’esibizione di coraggio. Lei aspira languidamente ed emette il fumo.

«Volevo dire», sento la mia voce che parla, «che siamo in un deposito di combustibile.» La mia voce suona così debole. Spero che alla fiamma dell’accendino non si noti il mio imbarazzo.

La luogotenente ha un’aria scettica e dà un’occhiata alla cantina buia. «C’è qualcosa di esplosivo qui dentro?»

«Solo quella, immagino.» Indico il mucchio di detriti in cui crediamo che sia finita la corsa della granata.

«Improbabile», dice lei, dando un altro tiro alla sigaretta. «Tenga questo», mi dice. Mi passa l’accendino. La luce è fioca. È strano, sono così tante le cose di cui si sente la mancanza. Sto cercando di ricordare l’ultima volta che ho visto una torcia elettrica. La luogotenente si piega in avanti, con la sigaretta incastrata in un angolo della bocca, e gratta via con cura un po’ dei detriti, mandando piccole cascate di polvere biancastra sul pavimento del deposito del carbone. Quindi seguono alcuni cocci, poi lei si mette a tirare e spingere, grugnendo, un pezzo più riluttante. C’è uno schiocco allarmante e un po’ di pietra polverosa e di legno spezzato crolla dalle scaffalature del vino, trascinando qualche ceppo.

«Avvicini la luce», mi dice. Eseguo. «Ah», dice, sostenendosi al soffitto mentre si cala in avanti per afferrare e spingere qualcosa. «Eccola qui.» Abbasso gli occhi e vedo il lato gonfio di una lucente custodia di metallo. Lei rimuove con la mano la polvere che copre l’oggetto e la tiene con delicatezza, come una madre con la testa del figlioletto. «Due e dieci», sospira. Un tremito scuote la cantina attorno a noi, e attraverso il buco che dà sulla sala da pranzo giunge il rumore di un’esplosione lontana. La luogotenente torna a sedersi e batte le mani per liberarle dalla polvere, senza badare all’esplosione, si direbbe. «Meglio tentare di estrarla dal pianterreno.»

La luogotenente osserva i due uomini che frugano la tomba momentanea della granata, inginocchiati sul pavimento scheggiato della sala da pranzo; si allungano per liberarla dai frammenti di pietra e di legno. Il flusso del tubo spezzato, sospeso sopra il tavolo, è stato ridotto a uno sgocciolio; l’acqua si è raccolta vicino al muro esterno, formando una pozzanghera allungata e fumante. Di sopra, uno dei domestici sta cercando di riparare il vuoto che si è aperto nel pavimento della mia stanza, coprendo il buco con legna e un vecchio materasso; i suoi sforzi producono altre nubi di polvere. Ogni tanto dal buco cadono pezzi di gesso, e colpiscono il pavimento attorno a noi come piccole bombe polverose.

Un rumore alle nostre spalle è il soldato con i capelli rossi, che avanza con comica circospezione sulla pellicola di polvere che ricopre il pavimento e regge qualcosa di lungo e scuro. Si avvicina alla luogotenente, fa una sorta di mezzo inchino e mormora poche parole, porgendole l’indumento. È una cappa lunga e nera, da sera all’opera, foderata di rosso. Credo che fosse di mio padre. La luogotenente sorride al soldato, fa un passo indietro, lo ringrazia. Guarda me con uno sguardo di divertita tolleranza, poi la indossa, aprendola e facendosela ricadere sulle spalle come un’ombra.

Un’altra bomba di gesso piomba dal soffitto, schiantandosi sul pavimento accanto ai due uomini che stanno ripulendo la granata e facendoli sussultare. Si danno un’occhiata intorno e poi continuano. La luogotenente manda uno sguardo di fuoco all’insù, agitando una mano davanti alla faccia.

«Quanta polvere», dice.

Anch’io alzo gli occhi. «Davvero. D’altronde questo castello ha avuto quattro secoli di tempo per asciugarsi.»

Lei si limita a grugnire, poi batte le mani, sollevando altra polvere, ed esce turbinando in una tempesta di minuscole particelle, sbattendo la cappa, e le sue impronte sul lurido pavimento sembrano quelle di un animale sulla neve.

Sempre avvolto nel mio lenzuolo mi ritrovo sulla merlatura insieme alla luogotenente e ai suoi uomini, sforzandomi di non tremare di freddo. Lei abbassa il binocolo. «Nessun segno», dice. Le sue dita tozze tamburellano sulla pietra e gli occhi si stringono mentre guarda in lontananza.

Il fuoco d’artiglieria si è interrotto e sembra aver lasciato la mattinata stesa ad asciugarsi, con la rugiada che pende dalle creste levigate e dagli aghi degli abeti come un velo pudico di cui la terra si è ricoperta dopo l’assalto violento di quel lontano cannone. Da una decina di minuti non sono piovute altre granate. L’ultima è stata la più vicina — a parte la prima che ha perforato il castello — ed è atterrata sul bosco in collina a un centinaio di metri da qui. Un debole sbuffo di fumo si leva dal punto in cui è caduta, anche se non sembra ci siano altri danni alla foresta. Gli uomini che la luogotenente aveva spedito sul tetto non sono stati capaci di capire da dove venivano le granate. Si mettono a discutere, tentando di mettersi d’accordo almeno sul numero dei colpi sparati. Stabiliscono che sono stati sei, dei quali almeno due inesplosi. Parlano un po’ di chi potrebbe averci sparato, e della loro posizione. La luogotenente manda due uomini di sotto e si appoggia al parapetto, fissando le colline.

«Sa chi ci ha sparato?» le chiedo. I miei piedi sono ormai intirizziti, ma voglio scoprire tutto quello che posso.

Lei fa cenno di sì, senza guardarmi. «Vecchi amici.» Si prende un’altra sigaretta e l’accende. «Una o due settimane fa abbiamo cercato di prendere quel cannone, ma adesso l’hanno portato sulle colline.» Aspira il fumo della sigaretta.

«E a quanto pare siamo finiti sotto il loro tiro», dico sorridendo.

Mi guarda impassibile. «Credo che anche ieri li abbiamo quasi trovati», dice scrollando le spalle. «Pensavo che se ne fossero andati. A quanto pare, le cose non stanno così. Devono sapere dove siamo. Cercano di costringerci ad abbandonare questo posto.»

Lascio che il silenzio duri altre due boccate di fumo, poi le chiedo: «Cosa farete?»

Un altro tiro. Lascia cadere un po’ di cenere nel fossato ed esamina con attenzione la punta fumante della sigaretta. C’è qualcosa, nel modo in cui lo fa, che mi agghiaccia, come se la nostra luogotenente fosse abituata a controllare che quell’incandescenza abbia la temperatura adatta per bruciare le carni dell’uomo che deve essere interrogato. «Penso», dice con aria contemplativa, «che potrebbe essere necessario andare a prenderci quel cannone.»

«Ah. Capisco.»

«Quel cannone ci serve: o distrutto, o per poterlo usare noi. Dobbiamo prendergli quell’arnese o andarcene di qui.» Si volta verso di me con quel suo sorriso sottile. «E io non voglio andarmene.» Distoglie di nuovo lo sguardo. «Abbiamo una vaga idea di dove potrebbero essere; sto per mandare qualcuno dei miei in ricognizione.» Si appoggia ai gomiti, con gli avambracci distesi di fronte a sé e le mani unite. Esamina l’anello d’oro col rubino che porta al mignolo, poi sposta di nuovo lo sguardo su di me. «Vorrei che più tardi dessimo insieme un’occhiata ad alcune mappe», dice stringendo gli occhi. Non ho nessuna reazione. «Ne ho trovate alcune nella biblioteca», continua. «Ma ci sono strade che nella nostra spedizione di ieri, verso ovest, mi sembravano diverse.»

«Sono mappe piuttosto vecchie», le confermo. «Se si tratta della proprietà degli Anders, hanno modificato la maggior parte dei sentieri nella foresta, nel corso degli anni. Hanno costruito nuovi ponti, hanno sbarrato con una diga uno dei fiumi. Svariate cose.»

«Lei conosce bene quelle zone, Abel?» mi chiede, cercando di avere un’aria noncurante, quando invece si sta grattando la testa.

«Abbastanza per farvi da guida, vuole dire?»

«Mmm.» Dà un ultimo tiro alla sigaretta e poi la getta nel fossato. Ci sono ancora dei fringuelli che galleggiano presso l’argine. Non so se li abbia notati.

«Credo di sì», dico.

«Lo farà? Ci farà da guida?»

«Perché no?» dico scrollando le spalle.

«Sarà pericoloso.»

«Tanto come restare qui.»

«Sì, giusta considerazione.» Fa scorrere lo sguardo su di me, dall’alto verso il basso. «È meglio che vada a vestirsi. Troviamoci nella biblioteca fra dieci minuti.»

Dieci minuti, per la toilette e per vestirsi? La mia espressione, immagino, mi tradisce.

«D’accordo», dice lei con un sospiro. «Venti minuti.»

Ci metto qualcosa di più, anche se mi pare di non essermi mai vestito così velocemente, a parte le volte in cui c’era qualche incentivo particolarmente efficace, come i rumori che rivelavano il ritorno inaspettato di un marito geloso.

È colpa tua, al principio, mia cara. Quando torno alle nostre stanze sei in camera tua, boccheggiante, a frugare nei cassetti in cerca di un inalatore. Tossisci e hai il respiro affannoso, mentre ti dibatti per ogni singola boccata d’aria. È un vecchio problema: l’asma ti tormenta fin dall’infanzia. La polvere o lo spavento, entrambi potrebbero essere la causa di questo attacco. Faccio del mio meglio per confortarti, ma poi c’è un altro strepito, e qualcuno bussa freneticamente alla porta.

«Signore, oh, signore!» Lucius, un altro dei domestici, si precipita dentro non appena gli do il permesso. «Signore, signore: Arthur!»

Seguo i tacchi di Lucius su per la scala a chiocciola fino alla soffitta. Avrei dovuto pensarci: la stanza del vecchio Arthur è sopra la nostra, sulla traiettoria della granata. Ho un po’ di tempo per immaginare ciò che potremmo trovare.

È una piccola stanza, a filo della grondaia; una tappezzeria chiara, per metà nascosta dalla polvere che si è posata. Mobili da poco prezzo. Non credo di esserci mai entrato prima: è sempre stata la camera del nostro vecchio domestico. Doveva essere piuttosto tetra. C’è un lucernario, ma gran parte dell’illuminazione proviene dal buco frastagliato nel soffitto inclinato, non lontano dalla porta, dove è passata la granata; ho davanti ai piedi lo squarcio che si apre sulla mia stanza.

Arthur è sdraiato su un fianco nel letto all’estremità opposta della stanza, a prima vista incolume. È voltato verso di noi, appena sollevato da un braccio e dal cuscino, eppure allo stesso tempo sembra accasciato. Indossa un pigiama. In un barattolo sul comodino c’è la dentiera, accanto a un libro su cui sono posati gli occhiali. La faccia è grigia, ed esprime una seccata concentrazione, come se stesse guardando il pavimento nel tentativo di ricordare dove ha messo il libro, o cosa ne ha fatto degli occhiali. Lucius e io siamo fermi sull’entrata. Alla fine vado avanti io, oltrepassando il buco e camminando sul tappeto.

Il polso del vecchio Arthur è freddo e non batte più. Sulla pelle ha uno strato di qualcosa che sembra talco. Gli soffio sul viso, sollevando una patina di polvere bianca. Sotto, la pelle è sempre grigia. Rivolgo a Lucius un’occhiata di scusa e faccio scivolare una mano sotto le coperte, con una smorfia. Anche il ventre è freddo.

Attorno al collo ha una catenina d’oro. Invece di un emblema religioso o di un portafortuna, porta solo una piccola chiave. Gli faccio scorrere la catena sopra la testa e la prendo nel palmo della mano. La infilo in una tasca della giacca.

Gli occhi di Arthur sono ancora parzialmente aperti; gli metto le dita sulle palpebre e glieli chiudo, e poi faccio forza su una spalla per farlo cadere sulla schiena, in una posa ritenuta di solito più appropriata per una persona appena defunta.

Mi alzo e scuoto la testa. «Un attacco di cuore, immagino», dico a Lucius, guardando lo squarcio nel soffitto. «Oserei dire che deve essere stato un brusco risveglio.» Mi sembra che il gesto sia in un certo senso richiesto, perciò tiro il lenzuolo fino a coprire la faccia grigia di Arthur. «Dormi», mi sento mormorare.

Lucius fa uno strano rumore, e quando mi volto sta singhiozzando.

Ritorno da te, mia cara, sulla strada dell’appuntamento con la luogotenente, quasi aspettandomi di trovarti stesa sul pavimento, ansante, con la faccia blu, con le mani strette alla gola, ma — allo stesso modo, eppure diverso, del nostro rapido ospite e del nostro vecchio domestico — adesso ti sei addormentata.

OTTO

Quando scendo a incontrare la luogotenente, i soldati sono nell’atrio a osservare la granata, ormai dissotterrata, che viene portata fuori su una barella. I suoi cerei portatori maneggiano quell’essere solido e inanimato con una parvenza di rispetto ancora più devoto di quello che riservano al loro comandante, come se stessero trasportando qualcuno che non intendono svegliare. Così, piccola e tenera come un neonato, la granata se ne va lentamente, per essere scaricata da qualche parte nel bosco. Faccio mente locale e mi riprometto di chiedere quale sarà il punto preciso, nella remotissima possibilità che possiamo sopravvivere per vedere di nuovo la pace, e poi proseguo per la mia strada, verso la biblioteca e la luogotenente.

Entro nell’oscurità dietro i muri spessi della biblioteca attraverso la porta già aperta, e penetro nel silenzio con il dovuto rispetto. La luogotenente è seduta su un’antica poltrona, con la testa posata sulle braccia, piegate sul tavolo davanti a lei. Ha tolto la cappa da sera, e l’ha deposta, come un lembo ripiegato della notte, sullo schienale dietro di sé. Una mappa delle nostre terre è spiegazzata sotto la sua testa, e i capelli ricci e sudici si librano come una nuvola nera sopra tutti noi. Ha gli occhi chiusi e la bocca appena aperta; ha lo stesso aspetto di qualunque donna addormentata, anzi è meno significativa di molte altre. L’anello al mignolo luccica debolmente.

Quanti devoti di Morfeo ci sono stamattina nel castello. Per un breve istante ho una sensazione di potere nei confronti della luogotenente addormentata, e penso che potrei allungare una mano fra il mantello e la camicia e liberare la pistola dalla fondina, e con essa minacciarla, ucciderla, prenderla in ostaggio così da costringere i suoi uomini a lasciare il castello, o forse, per l’audacia del mio gesto, convincerli che sono un comandante più degno d’essere seguito.

Ma non è vero. Ognuno ha la propria posizione, il proprio posto, in queste vicende militari come in tutte le altre, anzi forse di più.

Sarebbe, comunque, un atto indegno, perfino poco galante.

E per di più, potrei combinare un pasticcio.

Accanto alla testa della luogotenente c’è un atlante, vecchio e pesante, aperto anch’esso sulle nostre zone. Ne sollevo uno dei due lati e lo lascio cadere. Il tonfo, piatto e risonante, la sveglia. Si strofina gli occhi e si stira, appoggiandosi allo schienale scricchiolante e, senza pensarci, posando gli stivali accanto alla mappa. Non sono stivali militari, e non sono nemmeno quelli che indossava la prima volta che l’abbiamo incontrata; sono alti stivali da cavallerizzo, di cuoio morbido e lucido, appena consunti ma ancora buoni. Sembrano un vecchio paio dei miei, gli ultimi che ho abbandonato perché divenuti troppo piccoli; altri due profughi strappati al nostro passato, esumati senza alcun dubbio da qualche vecchia credenza, da un ripostiglio, da una stanza chiusa da tempo. Osservo piccoli grumi di fango che si staccano dalle suole e cadono sulla mappa. «Ah, Abel», dice la luogotenente mentre io cerco un’altra sedia e mi siedo di fronte a lei. Senza eleganza nella veglia come nel sonno, si gratta un orecchio con un dito, osserva la punta sporca di cerume, poi guarda l’orologio e corruga la fronte. «Meglio tardi che mai.»

«Il ritardo non è tutta colpa mia: è appena morto il nostro domestico più anziano.»

Ha un’aria interessata. «Come, il vecchio Arthur? Cosa gli è successo?»

«La granata è passata attraverso la sua camera. Non era ferito, ma credo che il cuore abbia ceduto.»

«Mi dispiace», dice, togliendo gli stivali dal tavolo. La fronte è sempre corrugata, ma adesso ha un’aria preoccupata, perfino partecipe. «Immagino che fosse qui da molto tempo.»

«Era già qui quando sono nato io», le dico.

Fa uno strano verso con la bocca. «Avevo creduto che l’avessimo scampata tutti senza danni. Maledizione.» Scuote la testa.

Comincio a provare una violenta irritazione per questa partecipazione, per questo apparente dolore. Se c’è qualcuno che dovrebbe essere addolorato, non potrei essere che io: lui era il mio domestico e lei non ha nessun diritto di assumere il mio ruolo, anche se ho deciso di non interpretarlo fino in fondo; io ho il diritto di recitare senza troppa enfasi, ma lei non può permettersi di imparare la mia parte per sostituirmi.

«Invece no: di danni ne abbiamo subiti», dico bruscamente. «Sono sicuro che tutti lo rimpiangeremo», aggiungo. (Chi mi porterà la colazione, d’ora in poi?)

Lei annuisce con aria pensosa. «C’è qualcuno che dovremmo cercare di avvertire?»

Non ci avevo nemmeno pensato. Faccio un rapido gesto con la mano. «Credo che avesse qualche parente, ma vivono dall’altra parte della nazione.» La luogotenente annuisce di nuovo. Dall’altra parte della nazione: in queste circostanze è come dire sulla luna. «Di sicuro non aveva nessuno nelle vicinanze», le dico.

«Provvederò a farlo seppellire, se lo desidera.»

Mi viene in mente tutta una sfilza di battute, per replicare a quest’offerta, ma mi costringo a un cenno del capo e a un «Grazie».

«Allora.» Prende un respiro profondo, si alza, si slancia verso le finestre e apre le tende al cielo. «Queste mappe», dice, risistemandosi sulla poltrona.

Discutiamo la sua campagna in miniatura: vuole colpire nel pomeriggio, prima che faccia buio. Sembra una bella giornata, e senza un lusso come le previsioni del tempo, i soldati, come chiunque altro, sono ridotti a quella specie di sapienza meteorologica che ha guidato in modo apocrifo i pastori nel corso dei secoli; meglio attaccare finché si può, prima che arrivi la pioggia e trasformi l’operazione in un’impresa fradicia e letale. Cerco di essere d’aiuto come meglio posso. Correggo a matita le carte: traccio una nuova strada qui, costruisco lì un ponte con un paio di tratti, e con un’unica linea ininterrotta e qualche torsione del polso sbarro il corso di un fiume e riempio d’acqua un bacino. La luogotenente sembra apprezzare, annuisce e fa qualche inarticolato mormorio di approvazione mangiandosi un’unghia mentre esaminiamo la questione. Una nuova e curiosa sensazione di essere utile si insinua in me. Comprendo anche, con una sorprendente fitta di piacere, il significato di appartenere a una squadra come quella che la luogotenente ha ai propri ordini: ogni uomo dipende da piani come questo, ogni vita è legata alla capacità (o all’incapacità) del comandante di capire con precisione quale obiettivo si può chiedere di raggiungere. Che impresa collettiva, perfino conviviale, anche se potenzialmente umiliante e fatale; un tale spirito di corpo fa sembrare l’artificioso cameratismo della caccia un surrogato pallido e meschino.

Più tardi ci raggiunge il suo vice, Mister Taglio, e si siede con noi a esaminare le mappe e ad ascoltare le proposte della luogotenente. Mister Taglio sembra quasi alle soglie della vecchiaia, anche se non è abbastanza vecchio da poter essere il padre della luogotenente. È alto e magro, ha i capelli scuri brizzolati e porta occhiali dalla montatura sottile, posati in alto sullo stretto naso aquilino.

Adesso che ci penso, è l’unico fra gli uomini della luogotenente che non ha la barba (anche se in alcuni casi quella barba è poco più di una peluria giovanile). Anch’io l’anno scorso ho portato la barba, quando siamo rimasti senza elettricità. In quest’ultimo anno ho usato un antico rasoio a mano libera che Arthur aveva trovato in un ripostiglio, completo di pennello, bicchiere di metallo, specchietto, cote e coramella. Mi sorprendo a chiedermi se Mister Taglio abbia una provvista di lamette da barba, e se il suo soprannome non sia in qualche modo legato alle sue abitudini di rasatura.

Il tizio siede ingobbito e si concentra sulle mappe. Contribuisce con qualche grugnito e qualche suggerimento, in gran parte connessi alle sue pessimistiche previsioni sulla distanza che possono coprire i veicoli prima di finire il carburante.

A un certo punto vengo congedato, anche se con i ringraziamenti, a prima vista sinceri, della luogotenente. Mi sento escluso: mi viene sottratta la possibilità di assistere ai piani più dettagliati forse a causa del loro istintivo bisogno di mantenere segreti i preparativi, o forse perché la luogotenente si è convinta, sbagliando, che queste faccende militari potrebbero annoiarmi. Mi fermo alla porta della biblioteca, determinato.

«Siete a corto di carburante?» chiedo.

La luogotenente alza gli occhi e dà un’occhiata a Mister Taglio. «Be’, sì», dice, quasi divertita. «Più o meno come tutti, di questi tempi.»

«So dove potete trovarne», le dico.

«Dove?»

«Sotto la nostra carrozza, nelle stalle, sono stati legati alcuni fusti di benzina e di gasolio e uno di lubrificante.»

Mi fissa inarcando un sopracciglio.

«Pensavo di usarli come moneta di scambio», le spiego, rifiutando di assumere un’aria intimidita. «Qualcosa da barattare lungo la strada.» Aggrotto per un momento la fronte e faccio un gesto con la mano. «Ma vi prego, non fate complimenti.» Sorrido più graziosamente che posso.

La luogotenente fa un paio di sospiri. «Be’, è molto generoso da parte sua, Abel», dice. Stringe gli occhi al di sopra di un sorriso tirato. «C’è qualcosa d’altro che ha tenuto da parte e che potrebbe interessarci?»

«Non c’è nient’altro di nascosto», le dico, un po’ deluso dalla sua reazione. «Tutto quello che c’è nel castello e nel parco è a vostra disposizione, e sotto i vostri occhi. Non abbiamo armi né medicinali di cui non siate già a conoscenza, e lei ha lasciato a Morgan i suoi gioielli.»

La luogotenente annuisce. «Già», dice. Il sorriso diventa più disteso. «Bene, grazie per il suo contributo», dice. «Le dispiacerebbe chiedere a uno dei soldati di tirar fuori il carburante e portarlo ai camion?»

«Anzi», dico con un piccolo inchino, poi esco e mi richiudo la porta alle spalle, mentre mi percorre una strana sensazione di sollievo e insieme di esaltazione.

Dopo aver eseguito il mio compito, risalgo di nuovo da te, mia cara, e mi fermo per un attimo a una delle finestre della mia camera. Lo squarcio nel pavimento è stato riempito e coperto con un tappeto e una grossa urna di ceramica, mentre un vecchio arazzo è stato inchiodato sul soffitto e sul muro, in corrispondenza del buco d’entrata. Il continuo rumore di martelli che proviene da sopra testimonia gli sforzi dei domestici per riparare come meglio possono il tetto.

Spalanco le finestre e osservo fra nebbie e scrosci di pioggia le terre lontane e spopolate, il prato rovinato dalle tende e colgo — portato dal vento che ha cambiato direzione sopra le colline e la pianura — il rombo del fuoco d’artiglieria e l’odore decomposto della morte sopra la brezza che rinfresca.

NOVE

Tu ti agiti, il vento sta producendo un rapido cambiamento nell’aria che si rasserena e negli alberi che fremono attorno a noi mentre mi preparo a partire. Decido che le mie scarpe non sono abbastanza robuste e le cambio con un paio di solidi stivali, e questo richiede anche un cambiamento di calze e pantaloni, quindi di giacca, camicia e panciotto se non voglio sembrare ridicolo. Sto ben attento a prendere tutto ciò che avevo nelle altre tasche, e provvedo perfino ad appendere da solo i vestiti scartati.

Mentre passo dalla tua stanza, ti trovo con gli occhi pesanti e la bocca piena, intenta a fare colazione. Mi siedo sul tuo letto e ti guardo mentre mangi lentamente. Fai ancora un po’ di fatica a respirare.

«Roly mi ha detto», sussurri ansimando, «che è morto Arthur.»

«Non dovresti chiamarlo Roly», dico automaticamente.

«È vero?» chiedi.

«Sì», rispondo. Tu annuisci e continui a mangiare.

Mi chiedo cosa sto provando adesso e stabilisco che è nervosismo. Sono abituato solo all’aspettativa, non a questa emozione forse simile ma del tutto spiacevole, e immagino che mi colpisca così acutamente proprio perché ne sono così poco avvezzo. Ci sono stati spaventi e crisi a volontà in questi ultimi anni, col peggiorare della situazione — in maniera del tutto incredibile all’inizio, anche se, col senno di poi, c’è il marchio dell’inesorabilità su tutto ciò che è accaduto — fino all’attuale eccesso di avversità, ma in qualche modo in passato riuscivo a sfuggire a questo senso di timore.

Forse in passato mi sono sempre sentito padrone delle circostanze, sicuro com’ero dell’amministrazione della nostra casa e delle sue distribuite risorse; perfino mettersi per strada, abbandonando il castello nel suo interesse, mi era sembrato un atto coraggioso e assennato, perché finalmente prendevamo fra le mani il nostro destino, dopo che la determinazione precedente cominciava a sembrare più temeraria che coraggiosa. E alla fine di quel tentativo di fuga, quando la luogotenente ci ha riportati indietro, io provavo preoccupazione, rabbia e una specie di indignata paura fisica, ma tutto questo era tenuto in scacco al fondo della mente dalla necessità di una reazione immediata che la situazione ci richiedeva, dalla nostra immersione nel presente e nelle sue pretese.

Ma questa trepidazione, questa ansietà febbrile, questa apprensione rivolta al futuro è qualcosa di completamente diverso. Non riesco a ricordare di essermi mai sentito così fin da quando venivo spedito in camera mia in attesa della punizione da parte di papà.

Do un’occhiata alla tua stanza. Sento che, di sotto, la luogotenente sta gridando gli ordini ai suoi uomini. Di sopra continuano i colpi di martello. Il castello, circondato, assaltato, invaso, usato e trafitto, ci trattiene tutti: te e me, i nostri domestici, i soldati della luogotenente. Le sue antiche pietre, per quanto inviolate, sembrano adesso diminuite: non per un’offesa intenzionale, non per il furto di qualche significativo tesoro, ma solo per la presenza della luogotenente e dei suoi uomini, il castello perde valore, viene ridotto a qualcosa che si può esprimere semplicemente in termini di tempo e di circostanze. Dov’è finito ormai il nostro retaggio? Dove va cercato lo spirito del luogo, e quanto importa ancora?

Nonostante il suo aspetto bellicoso, il castello appartiene a una civiltà raffinata, e il suo valore si può apprezzare solo in tempo di pace; per riassumere completamente il suo antico significato e potere, tutto attorno a noi dovrebbe precipitare ancora più in basso, fino al punto in cui non funzioni più nessun motore, non esistano più le armi da fuoco e la luogotenente e i suoi uomini siano ridotti all’uso di frecce, archi e lance (eppure, anche così, le macchine da assedio riuscirebbero lo stesso ad abbatterlo).

Sto facendo, e ho fatto, la cosa giusta? Forse avrei dovuto confonderli riguardo alla mappa e avvisare invece il fronte avversario del loro attacco, e poi — evitando con un pretesto di andare con loro — fermarmi qui e sopraffare i pochi soldati lasciati indietro, nella speranza che il grosso della loro truppa venisse annientata dai nemici. Forse non avrei dovuto far parola del carburante nascosto sotto la carrozza.

Eppure credo ancora di aver fatto bene; per il momento siamo dalla stessa parte e io perseguo i nostri scopi aiutandoli nel tentativo di conquistare il cannone. Quell’arma ormai ci ha preso le misure, e solo la fortuna gli ha impedito di distruggere metà del castello — e te e me — con il primo colpo di stamattina. Chissà cosa accadrà oggi pomeriggio? In qualunque attacco, il mio posto sarà per forza nella retroguardia, disarmato. Se falliscono, dovrei riuscire a scappare, a ritirarmi con loro, o perfino a liberarmi della loro compagnia. Comunque vada, non esisterà più la ragione per la quale hanno sparato contro il castello, e così potremo magari essere lasciati in pace. Se il gruppo della luogotenente avrà successo, benché di sicuro ridotto nel numero, la minaccia più immediata al castello sarà stata comunque eliminata, dato che sarà finita nelle mani della luogotenente o sarà stata distrutta.

E se non altro, libererò per un po’ la casa dalla loro presenza. Li guiderò fuori di qui per la battaglia, e in virtù di questo episodio più o meno irrilevante, mi sarò lasciato coinvolgere: mi sarà consentito di sentirmi vivo come mai mi è capitato in precedenza.

Forse nessuno di noi tornerà indietro, mia cara; forse solo tu, i nostri pochi domestici e i più miti e malconci della truppa della luogotenente erediterete il castello. Ti guardo sbadigliare, pettini all’indietro un pesante ciuffo di capelli neri che ti è caduto sul viso, spalmi il burro su una fetta di pane, e mi chiedo se mi ricorderai con affetto e rimpianto o se mi ricorderai e basta, dopo un po’.

Oh, cara. Credo proprio che sia autocommiserazione. Sto immaginando di morire in circostanze drammatiche, di esserti tragicamente sottratto, e poi di essere dimenticato, cosa ancor più lamentevole. A quali terribili cliché ci riducono la guerra e le lotte sociali, e come devono essere potenti i loro effetti, se perfino io ne sono stato infettato. Credo sia il caso di tornare padrone di me stesso.

Finisci la colazione e ti strofini le dita, guardandoti intorno in cerca di un tovagliolo. Sto per offrirti il mio fazzoletto quando tu scrolli le spalle e usi l’orlo di un lenzuolo, e poi ti succhi un dito alla volta. Vedi che ti sto guardando e sorridi.

Mi chiedo quanto tempo abbiamo. Forse dovrei cercare di ricavare il massimo da quella che potrebbe essere l’ultima nostra occasione di vederci: liberarti dalle coperte, sbottonarmi i pantaloni e rapidamente ficcarmi tra le tue gambe, ansioso per la minaccia incombente di una morte tutt’altro che piccola.

All’improvviso mi tornano in mente le innumerevoli volte in cui il nostro amore — considerato sbagliato, per natura, e intensificato da tutte le irregolarità che riuscivamo a escogitare — si è palesato in questo alto e grande letto a baldacchino, questo palcoscenico dei nostri copiosi atti, questa piattaforma di tante provocatorie vedute: una volta con oli profumati, e ci è voluta una vita per toglierci dalla pelle quegli odori dolciastri; una volta con una camicia da notte sollevata fino al collo, e poi tesa strettamente sul tuo volto, fino a cancellarti in quel vuoto, e a far emergere uno per uno i tratti del tuo viso mentre sobbalzavi e ti dimenavi (la qual cosa mi ha insegnato che talvolta è un minimo cambiamento, la più piccola e contingente delle variazioni che fornisce il piacere più intenso); quante volte, in verità, ci siamo mascherati mentre allo stesso tempo eravamo nudi, o con il corpo travestito, mentre il linguaggio dei vestiti mentiva sul sesso; o limitati nei movimenti, legati con morbide sciarpe o cinghie di cuoio, con uno di noi ridotto in forma di X fra i robusti montanti di questo letto; o impegnato in qualche umiliazione smodata, bestiale e crudele; tu, o io, al guinzaglio, la nostra stessa vita in potere dell’altro — in un cappio, in un laccio di pelle o fatto con i tuoi capelli, quando li avevi lunghi, il mio metodo preferito — boccheggianti fino a quell’orgasmo strozzato che è stato negato ai nostri poveri saccheggiatori; o insieme ad altri, in un intrico di corpi che si sfioravano al lume delle candele, soffocati e abbandonati in una condivisa tempesta di carezze, dolci e aspre e gentili e feroci e indulgenti e severe e lubriche e crudeli, mentre tutti scivolavamo, lottavamo, spingevamo e ci costringevamo a un sollievo vacillante e molteplice.

E, soprattutto, la prima volta che ti ho condivisa, verso l’alba di un ricevimento, molti anni fa, poco prima che le nostre feste diventassero famigerate, quando, dopo averti a lungo incoraggiata, con accenni, lusinghe e l’esempio implicito, mi fu concesso di trovarti qui, senza freni, su questo letto trasformato in un gonfio paesaggio di puro biancore, immobilizzata e immobilizzante e sobbalzante allo sprone del piacere, salendo e cadendo come un vascello abbandonato sul mare gonfio e tempestoso.

Era un cugino, uno dei miei migliori amici, con cui ero andato a cavallo, avevo cacciato e tirato di scherma e passato molte altre notti ebbre e dissipate. In quel momento lo scoprii sotto di te, legato con corde di satin, che godeva di te mentre lo cavalcavi, eretta e arcuata, con le mani strette attorno alle sue caviglie, e poi — dopo che il ragazzo si era ripreso dalla sorpresa iniziale al vedermi, e aveva colto la mia idea, che anzi l’aveva evidentemente rinvigorito — per me ti curvasti in avanti, allungandoti verso di lui e baciandolo mentre anch’io mi univo a voi, salendo vicino a lui, parallelamente ai suoi colpi generosi ma — con tenerezza, con pazienza, sforzandomi di non causare dolore — dedicandomi a un approccio più basilare. Mentre tu a una mia parola ti fermasti, come una cavalla obbediente, sentendo lui che si muoveva sotto e dentro, fu lui con grandi sforzi a rendersi conto che stava liberando in me ciò che cercava in te e in se stesso.

È stato, forse, il mio miglior momento. A giudicare secondo i crudi criteri contabili che si possono applicare a simili materie, in molte occasioni seguenti ci saremmo senza dubbio superati, ma c’era una freschezza, un’insostituibile e irripetibile novità in quella prima volta che la rese altrettanto preziosa — no, più preziosa — della semplice perdita della verginità. Per ciascuno di noi quel primo atto è di solito un’occasione di nervosismo, di affannosa goffaggine e di squisiti zenit di imbarazzo che solo la giovinezza può fornire davvero; non può mai assurgere all’appagamento fisico e alla raffinatezza intellettuale del gusto — la capacità di apprezzare pienamente ciò che si sta compiendo — che solo l’esperienza può portare con sé e che, col passare del tempo, uno riesce a cogliere nelle successive variazioni dell’atto, senza considerare in quali precise particolarità esso non abbia precedenti.

A quanto pare sono riuscito a decidermi. Tutto è silenzioso per un istante. Allungo una mano verso la tua caviglia, e la afferro attraverso le coperte mentre tu alzi gli occhi, sbigottita, e qualcuno bussa bruscamente a una porta. Il suono proviene dalla mia camera. Volgiamo entrambi lo sguardo.

«Sì?» dico, a voce abbastanza alta.

«Stiamo andando», grida una voce militaresca. «La luogotenente dice che deve venire anche lei.»

«Un minuto!» grido. Strappo via lenzuola e coperte dal tuo letto.

Hai un’aria imbronciata, mentre sollevi i fianchi per tirare in su la camicia da notte. «Stiamo tentando di battere un record?»

«Ci sono cose che non ci aspetteranno», dico, sbottonandomi appena mentre mi sollevo verso di te.

«Be’, non farmi male…» dici con aria petulante.

Più che dolore, una tale forzatura richiede tempo, nonostante la determinazione che uno possa metterci. Seppellisco la faccia fra le tue gambe, e sprofondo nel profumo di te, terrestre e insieme salmastro. Lascio cadere un po’ di saliva, poi mi sollevo e mi immergo in te.

Un altro grido.

DIECI

Un vestibolo ribassato: nell’atrio d’ingresso del castello, la cappa della luogotenente è stata gettata da parte come una pelle di velluto, attorno alle spalle di un’armatura vuota che sta immobile sotto un rosone di spade appese al muro. I motori freddi delle jeep sferragliano in cortile. La luogotenente sta parlando con il soldato dai capelli grigi, quello ferito alle gambe e con la cicatrice sulla faccia; lui si appoggia alla stampella di fortuna e ascolta coscienziosamente gli ordini. Vicino ci sono due nostri domestici che osservano la luogotenente e poi si volgono verso di me.

La luogotenente mi squadra dalla testa ai piedi. «Cambiato di nuovo, Abel?»

«In meglio, spero», le dico toccandomi i pantaloni per assicurarmi di averli riabbottonati. Non credo che lei noti il mio gesto.

Anche la luogotenente è vestita in modo diverso: ostenta sempre gli stivaloni, ma adesso indossa calzoni di tweed e un gilè sulla camicia verde. Il giubbotto mimetico e un elmetto d’acciaio fanno fatica a dare il necessario tocco marziale a quella tenuta da campagna. Sopra l’elmetto c’è un tessuto verde, tenuto fermo da una reticella nera tesa e aderente e — in questo momento di detumescenza in cui il cuore mi rimbomba nel petto — evocativa.

Il soldato con la cicatrice mormora qualcosa alla luogotenente. Lei aggrotta le sopracciglia, dà un’occhiata ai domestici e si piega verso di me, mi mette una mano sul braccio e dice sottovoce: «Seppelliranno il vecchio Arthur nel bosco dietro il castello; il posto migliore è forse un cratere di granata. Se non altro è profondo».

Faccio cenno di sì, leggermente sorpreso. «E appropriato», concordo. Così Arthur andrà a raggiungere papà. La mamma aveva sparso proprio lì le sue ceneri: l’aveva restituito alla terra di casa al suo ritorno, in una cassa, dopo essere stato assassinato in una città straniera.

«Probabilmente incideranno qualcosa su un pezzo di legno», dice la luogotenente. «Come si chiamava di cognome?»

La guardo imbarazzato. «Di cognome?» ripeto, per prendere tempo.

Mi fissa stringendo gli occhi, sospettando, ne sono convinto, che non lo sappia. Ha ragione, naturalmente, ma non posso perdere il piccolo vantaggio che ho su di lei.

«Sì», dice, «Il cognome di Arthur: come si chiamava?»

«Ignatius», le rispondo, aggrappandomi al primo nome che mi viene in mente (e adesso che ci penso, era il nome del cugino che avevo scoperto con te in quella notte di occupazioni condivise).

La luogotenente corruga la fronte, ma poi trasmette con calma questa falsa informazione al soldato sfregiato, che annuisce e si allontana zoppicando. Lei mi rivolge un sorriso sottile e solleva il fucile che aveva posato vicino al muro. Non me n’ero accorto. Il contenitore che aveva ospitato il fucile della luogotenente era un vecchio bossolo di granata che la nostra famiglia aveva sempre usato per riporre ombrelli, bastoni da passeggio e così via. Lei coglie il mio sguardo mentre controlla il fucile e se lo mette in spalla. Con uno stivale dà un colpetto al cilindro d’ottone. «Un calibro più piccolo», mi dice, poi accenna alla porta e al cortile.

«No, no, dopo di lei», rispondo, battendo i tacchi.

La sua bocca fa di nuovo quella piccola torsione, e dopo un cenno ai due soldati feriti nell’atrio esce alla luce del sole, batte le mani, raduna i suoi uomini e, con una fretta improvvisa, si mette a gridare: «Su, avanti! Andiamo!»

Prendo posto sulla seconda jeep, con lei. La luogotenente si siede dietro l’autista, io sull’altro sedile posteriore, e fra noi c’è il treppiede della mitragliatrice, affidata al soldato coi capelli rossi, Karma, che per il momento sta seduto, con una natica puntata su ciascuno degli schienali dei sedili e i piedi schiacciati fra le nostre cosce.

La prima jeep abbaia e scatta in avanti, evitando di poco il pozzo e sbandando attraverso il cancello e il ponte sopra il fossato. Noi la seguiamo, oltrepassiamo il pozzo, avanziamo sui ciottoli umidi con una minima perdita di aderenza, e poi ci tuffiamo verso la stretta apertura del cancello. Il motore aumenta i giri mentre passiamo nel breve tunnel sotto l’antico corpo di guardia, fra le torri. Al di là, il sole mi acceca, inondandomi gli occhi di una ricca luce dorata. In alto, il cielo è blu cobalto.

La nostra luogotenente si mette una mano in una tasca e infila gli occhiali da sole. Il soldato al volante fa lo stesso. È senza elmetto ma porta una bandana verde oliva legata attorno ai capelli biondi; nonostante la temperatura e la scarsa protezione dagli elementi fornita dal parabrezza della vettura aperta, ha le braccia nude e indossa solo una maglietta strappata, uno scaldino, qualcosa che sembra un giubbotto antiproiettile e, sopra, un gilè con le tasche rigonfie e ornato di nastri di proiettili da mitragliatrice.

La jeep ci fa piegare di nuovo all’indietro mentre il ponte di pietra ci trasporta oltre il fossato e il primo fuoristrada accelera lungo il viale d’accesso. Superiamo i camion, in attesa sulla ghiaia. Ciascun motore tossisce, dà gas e ci viene dietro obbediente, mentre i tubi di scappamento annebbiano il cielo con neri schizzi di fumo. Mi chiedo se abbiano già riempito i serbatoi con il carburante di cui gli ho parlato.

La luogotenente mi mette in mano un fascicolo di carte infilato in una cartelletta di plastica. Dentro l’involucro trasparente vedo una parte della mappa che abbiamo consultato insieme, nella biblioteca. Lei si tira fuori una sigaretta e la accende, fissando la strada davanti a sé. Le ruote rombano sulla ghiaia. Mi guardo attorno mentre, osservati dagli sguardi cupi di alcune facce tese e ansiose, oltrepassiamo l’accampamento degli sfollati.

Dietro di noi i due camion avanzano ondeggiando fra i tiranti dell’accampamento; i loro teloni mimetici sembrano tende svolazzanti che per qualche motivo si sono messe in movimento fra le altre. Al di là, il castello. Si ergono i suoi blocchi di granito, luccicano le finestre, le torri e le merlature dividono il cielo blu, e la mole dorata, come il mantello di un leone contro il fondale dei boschi e il cielo di zaffiro, resiste, fiera e sempre vittoriosa, nonostante tutto.

Parto solo per ritornare, dico a me stesso. Lo abbandono solo per difenderlo meglio. I castelli hanno bisogno della loro dose di fortuna, oltre che di essere ben disegnati; stamattina abbiamo già avuto la nostra razione di buona sorte, e anche di più, quando la granata piovuta dal cielo non è riuscita a germinare e a produrre il suo fiore esplosivo, e spero che i miei stratagemmi — assorbire, cooperare, osservare, attendere — possano fornire una più ragionevole protezione di una sfida arcigna e ammonitrice che invita solo all’assalto e alla distruzione.

Assorbire come la terra, cooperare come il contadino, osservare e aspettare come il cacciatore. Le mie strategie devono rimanere nascoste sotto l’apparenza delle cose, come la geologia che si può solo sospettare sotto la superficie del mondo. È lì, nella rotazione palatale delle rocce sotterranee, che si decide il vero corso delle storie e dei continenti. Sepolte entro un limite indefinito, sollecitato da una continua tensione sotterranea, giacciono le potenze represse che plasmano il mondo futuro; una presa cieca e brutale di pressione e calore fluido, che tiene e trattiene la sua pietrosa riserva di forza.

E il castello, prodotto dalla roccia, modellato con quella durezza dalla carne e dal cervello e dalle ossa e dalle maree di tutti gli interessi umani in conflitto, è un poema inciso in quella forza; un valoroso e aggraziato canto di pietra.

Credo di vederti, mia cara, a una finestra, mentre saluti. Mi chiedo se ricambiare quel saluto, poi mi accorgo che la luogotenente, al mio fianco, si è voltata anche lei a guardarti. Si sistema la rete che le avvolge l’elmetto, soffia una nube di fumo che viene spazzata via dalla nostra avanzata e si volta di nuovo.

Quando torno a guardare non ci sei più, e al tuo posto c’è un abbagliante riflesso di luce, incastonato fra quelle pietre color miele come un gioiello liquido e splendente. Al di sopra, i tre saccheggiatori impiccati ondeggiano nella brezza, dimenticati; e ancora più in alto, con una grazia pesante e spontanea, senza potersi opporre alla salda presa del vento, il nostro vecchio memento, il nostro nuovo emblema, la bandiera, ci invia il suo saluto.

Un istante dopo, con una curva, ci infiliamo tra gli alberi, e il castello ci viene negato dal suo stesso parco.

UNDICI

La terra è tiepida sotto l’alta mano del sole, la luce cade bocconi e aggiunge nuove tonalità alla tavolozza delle stagioni; questa strada, dorata per un recente acquazzone, fuma come un lucente sentiero diretto verso il cielo. Ci muoviamo velocemente, senza incontrare nessuno, attraverso una nebbia da palcoscenico che si innalza tortuosamente, colpita dal sole. Ci trasciniamo dietro, lungo viali alberati, il fumo dei tubi di scappamento, fili spezzati di un burattino. Le strade fumanti sono tranquille, se non vuote; passiamo accanto a carri e roulotte finiti nei fossi, camion rovesciati su un fianco o precipitati nei canali di scolo, con le ruote puntate verso l’aria e il naso infisso nel fondo umido. Altri camion, autobus, furgoni, pickup e automobili trasformano in gincane i lunghi rettilinei della strada. Le loro carcasse sono bruciate o capovolte, o semplicemente sono state abbandonate. Tutto parla delle folle che hanno percorso questa strada, lasciandosi alle spalle questi carapaci di metallo come fanno i granchi dal corpo molle sul fondo del mare, dopo aver mutato la loro precedente anatomia. Ci muoviamo a zigzag in questa desolazione senza vita come un ago che percorre un lacero arazzo di rovine.

In più, la strada è ostruita da mucchi e file di beni abbandonati, e si vede la miseria dell’immaginazione dei profughi, se non della loro stessa vita, considerando quello che dapprima avevano pensato di portarsi dietro, e poi sono stati costretti a lasciare: elettrodomestici, poveri oggetti per ornare la casa, vasi di piante, intere collezioni di dischi, sgargianti mucchi di riviste ormai fradicie di pioggia; come se, travolti da un panico improvviso, avessero afferrato la prima cosa capitata sottomano, non appena si erano resi conto che starsene a casa loro non era più un’idea così consigliabile.

Non ci sono cadaveri, a quanto vedo, ma qua e là ci sono mucchi di vestiti, sparsi dal vento o da qualche animale attraverso i campi e sulla sede stradale, disposti talvolta dal caso in una vaga somiglianza con una forma umana, che attira così l’attenzione di un occhio sbigottito. Continuiamo la nostra corsa senza tentare di evitare questi detriti, travolgendoli e gettando qua e là pentole e padelle, paralumi, scatole, custodie di plastica. Rimbalziamo su mucchi di vestiti stracciati, e li spargiamo a destra e a manca.

Il nostro autista corre veloce e sterza all’improvviso, a quanto pare per colpire qualche oggetto mancato o fatto rimbalzare all’indietro dalla jeep che ci precede; urla e ride quando distrugge un altro oggetto domestico smarrito o una padella che ruota su se stessa, colpita dall’altra jeep. La sua pelle nuda è chiazzata dal freddo, ma lui sembra non accorgersene. La sua bandana verde oliva si increspa nel vento, gli occhiali da sole scintillano. La luogotenente è seduta con una gamba appoggiata alla maniglia interna della porta, il calcio del lungo fucile è posato sul suo grembo accanto alla radio, e la canna è ritta nel vento come una frusta. Il soldato davanti a me sta seduto allo stesso modo, e continua a controllare il suo fucile, togliendo il caricatore e infilandolo di nuovo, dentro e fuori, dentro e fuori.

Ogni tanto si piega in avanti e, con uno straccio estratto da una giberna che porta alla cintura, olia qualche altro millimetro quadrato della lucida superficie dell’arma. Porta alti stivali con legacci, una voluminosa tenuta da fatica e un giubbotto trapuntato che, credo, una volta doveva essere bianco ma che poi è stato chiazzato di colori che rappresentano tutte le tonalità del fango, dal marrone al nero, al rosso, giallo e verde. Ha in testa un elmetto metallico simile a quello della luogotenente ma con le parole MORTO DENTRO scarabocchiate sulla tela verde, con qualcosa che sembra rossetto scarlatto.

Dietro e sopra di me, Karma indossa un paio di calzoni alla zuava rubati a qualche contadino, sormontati da una pelliccia che proviene da un nostro armadio e copre il suo giubbotto da combattimento; le mani strette alla staffa della mitragliatrice sono avvolte in guanti da sci, a uno dei quali è stata rimossa la punta dell’indice, per permettere un migliore accesso al grilletto. Sulla tela che ricopre l’elmetto ha cucito le decorazioni concesse a qualche mio antenato.

Il soldato davanti a me estrae ancora una volta il caricatore. Ispeziona le pallottole scintillanti annidate al suo interno, lo rigira e ripete l’operazione, poi lo fa scattare di nuovo al suo posto. Sento l’odore dell’olio del fucile. Il soldato si mette a cantare; qualcosa di vagamente riconoscibile, che doveva essere popolare qualche anno fa. La luogotenente fruga in una borsa a tracolla posata ai suoi piedi — qualcosa che ha sulla mano attira il mio sguardo e penso alla borsa dei gioielli che tenevi vicino ai piedi sulla carrozza — poi torna ad appoggiarsi allo schienale e aggancia due bombe a mano sul davanti del giubbotto. La superficie sfaccettata delle bombe fa venire in mente grosse barrette di cioccolato fondente. La luogotenente si accende un’altra sigaretta.

Ho partecipato a battute di caccia non molto diverse da questa spedizione. Fuoristrada con trazione integrale e aria condizionata al posto di jeep con la mitragliatrice, rimorchi per il trasporto di cavalli invece di camion, doppiette, non armi automatiche. Eppure la sensazione è la stessa, e anche gli attori non sono molto diversi. La luogotenente possiede un suo stile, mentre sfreccia nella jeep con gli occhiali da sole, una sigaretta stretta fra le labbra, lo sguardo fisso avanti. Anche ai suoi uomini non manca un’aria militar-chic. Abitano articoli spaiati di un vestiario militare talvolta incongruo — un berretto da generale, spalline d’oro ma luride cucite su un giubbotto da combattimento, un’esibizione di nere bombe a mano appese su un gilè come distintivi. Altri ostentano abiti e articoli civili — un panciotto sgargiante indossato sotto una mimetica, un altro berretto dall’ambiguo statuto militare che forse apparteneva a un velista, l’anello per l’apertura di una lattina portato come orecchino: e molte di queste cose serviranno da portafortuna, immagino, oltre che come espressione di individualità.

E in un certo senso loro ci surclassano. Le nostre cacce erano frivole: semplici giochi per gente che aveva tempo, terre e risorse da sprecare in tali divertimenti. Lo scopo della luogotenente è più serio, la sua missione ha un’importanza molto maggiore delle nostre: adesso in palio c’è molto di più della vita o della morte di qualche sensibile animale. Tutti i nostri destini, e quello del castello, sono posati sul piatto oscillante della bilancia, in attesa di un giudizio emesso non da una magistratura, per quanto parziale nelle sue vedute, ma dalla nuda forza delle armi.

Questi tempi livellatori restano ingiusti, e rendono comune, degradandolo, ciò che dovrebbe essere libero da ogni volgare minaccia, in una campagna così incivilita e coltivata. Questa tensione malata e ansiosa, queste devastazioni che ci circondano mi sembrerebbero naturali in luoghi più aspri, dove meno si è edificato e meno c’è da distruggere. Ma in questo risiede forse il nostro errore originario; tutti coloro che hanno dato inizio a questo tumulto non riuscivano a credere che ci saremmo ridotti alla barbarie che abbiamo abbracciato.

Mi chiedo quale sia la storia della luogotenente e dei suoi uomini. Sembrano, almeno in parte, provenire da un vero esercito, anche se sono ovviamente irregolari e agiscono solo per se stessi, senza far parte di una forza più ampia e senza nessuna particolare devozione a una causa superiore. Eppure, mi viene in mente, i loro veicoli sono (o erano) dell’esercito. Molte delle bande armate che percorrono la nazione — poco meno, o poco più, di banditi — prediligono (o non hanno altra scelta che requisire) fuoristrada o pick-up civili. Al contrario, la luogotenente e i suoi uomini hanno vere jeep e camion militari, e le loro armi sembrano provenire tutte da una stessa fornitura: parecchie mitragliatrici pesanti, fucili automatici, granate da fucile, pistole automatiche simili. Avevo creduto che volessero prendersi anche i miei fucili da caccia ma, dato il loro arsenale, armi del genere non possono davvero essere la loro prima scelta. Sembrano anche, pensandoci adesso, molto disciplinati. Forse una volta erano un’unità dell’esercito regolare?

Decido di chiederglielo. Guardo la luogotenente, seduta con lo sguardo fisso sulla strada, gli occhi nascosti dietro gli occhiali neri. Volta appena la testa quando attraversiamo un incrocio, per leggere un cartello stradale piegato, e riprende la posizione di prima. Medito sul modo migliore di attaccare discorso. Lei estrae il portasigarette d’argento, lo apre e se ne sceglie una. Mi piego verso di lei, oltre il ginocchio di Karma. «Posso?» le chiedo, indicando il portasigarette che sta per riporre.

La maschera creata dagli occhiali da sole mi guarda: vedo il mio riflesso distorto. Le sue labbra si tendono. Mi allunga il portasigarette. «Certo. Si serva pure.»

Prendo una sigaretta; ci curviamo l’uno verso l’altra e lei accende prima la mia sigaretta e poi la sua. Il gusto è acre; il tabacco si deve essere seccato almeno per un anno, per essere diventato così amaro. Mi ero chiesto dove la luogotenente trovava il tabacco: davo per scontato che ci fosse un contatto, per quanto tortuoso e insicuro, e prerogativa di contrabbandieri e disperati, con qualche luogo dove potrebbero ancora prevalere la pace e una sembianza di prosperità, ma questi tubetti secchi sono stati di sicuro rubati in qualche negozio devastato o requisiti agli sfollati in fuga; nessuna traccia di una fornitura fresca.

«Non sapevo che fumasse, Abel», dice la luogotenente al di sopra del rumore della jeep.

«Un sigaro ogni tanto», le dico, cercando di non tossire.

«Mmm», fa lei, dando un tiro alla sigaretta. «Nervoso?» mi chiede.

«Un po’.» Sorrido. «Immagino che voi invece siate ormai abituati a queste cose.»

La luogotenente scuote la testa. «No. Alcuni diventano totalmente insensibili.»

Scuote la cenere nel vento e poi torna a guardare avanti. «Ma di solito muoiono appena dopo. Per la maggior parte delle persone la prima volta è la peggiore, poi va meglio per un po’, se nel frattempo si ha tempo di recuperare, ma dopo, di solito subito dopo, è sempre peggio.» Si volta verso di me. «Si diventa più bravi a nasconderlo, tutto qui.» Scrolla le spalle. «Finché non si crolla del tutto.» Un altro tiro alla sigaretta acida. «Ci sono due scuole di pensiero: alcuni dicono che ogni tanto è meglio abbandonarsi alla pazzia, per cercare di eliminarla dall’organismo, a rischio però di perdere completamente la testa; secondo altri invece bisogna reprimere tutto, nella speranza che veniamo travolti dagli eventi e scoppi all’improvviso la pace, così che possiamo avere il nostro bello stress post-traumatico in tutta comodità.»

Accidenti, sono arrivati a pensare anche questo. «Una scelta truce», dico. «Ma voi siete stati addestrati per tutto questo, no?»

La luogotenente getta la testa all’indietro ed emette un suono che potrebbe essere una risata. «L’addestramento militare era già parecchio accelerato, quando ci siamo arruolati quasi tutti noi.»

«Siete sempre stati…?»

La radio gracchia. Lei alza una mano verso di me mentre si porta all’orecchio il ricevitore. Dalla base della radio si dipartono dei fili che finiscono sotto il sedile dell’autista. Mi rendo conto all’improvviso che solo i motori dei veicoli, e dunque il carburante, tengono in carica le radio. Non riesco a sentire ciò che viene trasmesso, e la sua risposta è così rapida che non riesco a distinguere le parole.

La luogotenente dà un colpetto sulla spalla all’autista e si allunga per parlargli in un orecchio; lui comincia a lampeggiare alla jeep che ci precede e agita un braccio, mentre la luogotenente ruota sul sedile e gesticola al camion dietro di noi.

Rallentiamo, i veicoli accostano, e a me viene ordinato di starmene in disparte, a prendere a calci pietre da spedire nel fosso acquitrinoso, mentre la luogotenente si riunisce coi suoi uomini. Getto nelle acque immobili e profonde del fosso il mozzicone di sigaretta, che fa una specie di sibilo. Più in là, interi campi sono allagati: il sistema di irrigazione e drenaggio della pianura è stato sconvolto dalla mancanza di cure da parte degli uomini.

La luogotenente apre una mappa sul cofano di una jeep, indica col dito, gesticola e guarda i suoi uomini a turno, dando ordini a ciascuno di loro.

Ripartiamo, e poco dopo svoltiamo in strade secondarie, fino a imboccare una ripida pista sterrata che ci conduce sul fianco di una piccola valle. La luogotenente sembra tesa, e non ha voglia di parlare; i miei tentativi di riprendere la conversazione di prima le strappano solo grugniti e monosillabi. Non fuma altre sigarette. La nostra jeep si porta in testa e, dopo che qualcuno è andato avanti a piedi, arriviamo alle spalle di una fattoria sul pendio; la luogotenente salta giù e sparisce all’interno della casa.

Riappare pochi minuti dopo, va dietro uno dei camion e si fa passare una borsa che riconosco. È quella in cui avevo messo i fucili quando siamo scappati con la carrozza. A quanto si vede, deve essere altrettanto pesante. Lei la porta dentro la fattoria. Dietro di me, Karma scruta i fianchi della valle e i boschi con un binocolo; si irrigidisce puntando il profilo di una collina, poi si rilassa. «Spaventapasseri», lo sento borbottare.

La luogotenente torna senza la borsa. «Va bene», dice agli altri sulla jeep, e si allunga a prendere la tracolla vicino al suo sedile.

Entrambi i camion e una delle jeep vengono parcheggiati in un alto fienile aperto sul cortile della fattoria. La luogotenente controlla le cartine con me. Indico la prima parte della strada che inizia da qui e anche uno dei soldati, che si è dipinto il viso di verde, nero e giallo, allunga la testa per guardare. Un uomo che non avevo visto prima — un contadino, a giudicare dal vestito e dai modi — apre il cancello di una stalla e tira fuori una dozzina di cavalli. Sono una mescolanza di giovani e vecchi, puledri, giumente e castrati. Ce ne sono due che sembrano purosangue e una coppia di enormi cavalli da tiro, con gli zoccoli larghi e coperti di peli. Vengono sellati i più piccoli, mentre sulle ampie groppe dei cavalli da lavoro vengono fissati gli zaini presi dai camion.

«Salti su», mi dice la luogotenente mentre monta goffamente su una cavalla nera, ingarbugliando le redini. Mi guarda dall’alto. «Sa cavalcare, no?»

Con una torsione monto in sella al castrato sauro accanto a lei. Lo accarezzo sul collo e mi sistemo sulla sella, mentre lei sta ancora districando le redini e cerca di infilare il piede nell’altra staffa.

Strofino la criniera del mio cavallo. «Come si chiama?» chiedo al contadino.

«Jonah», risponde lui andandosene.

Avrei voluto non averglielo chiesto.

Mister Taglio e un’altra mezza dozzina di soldati montano sugli altri cavalli.

Tre soldati prendono la jeep che è rimasta fuori dal fienile e tornano indietro per la strada sterrata da cui siamo saliti. Due uomini restano alla fattoria, a guardia dei tre veicoli. Un soldato — quello che ha studiato la mappa con noi — va in avanscoperta. Ha una piccola radio, non porta lo zaino ed è armato solo di pistola e coltello. Ci mettiamo a seguirlo con i cavalli salendo il pendio, prima attraverso un prato ripido e poi in un bosco fitto e intricato.

La luogotenente riesce a far rallentare la sua cavalla finché arriva al mio fianco. «D’ora in poi facciamo molto silenzio, d’accordo?»

Annuisco. Lei fa lo stesso, poi con un paio di colpi di tacco spinge avanti la cavalla.

Il sentiero si stringe; i rami ci graffiano, ci sferzano, mirano agli occhi. Dobbiamo abbassarci per evitarli, e i cavalli da tiro devono aspettare pazientemente di districare i loro carichi. La nostra ridotta pattuglia arranca a fatica, superando una successione di creste e fossati che sembrano onde dell’oceano, pietrificate e fissate di traverso sul fianco della collina. L’aria è immobile e silenziosa, nella fioca penombra sotto il traforo di rami e le scure torri delle conifere. Alla guida c’è la luogotenente, goffa sulla cavalla nera. Io sono l’unico davvero capace di montare. Il mio castrato sbuffa, e il suo fiato produce da solo un cambiamento nell’aria gelida.

Dietro di noi, i valorosi bruti della luogotenente si sforzano di tenere contemporaneamente sotto controllo le armi che sbattono fra loro e le cavalcature: sono già in battaglia.

Qualcuno vomita, sul fondo della pattuglia.

Ci fermiamo a un bivio, dove ci attende il nostro esploratore. Si direbbe che sulla mimetica e l’elmetto sia spuntata una foresta di rametti, fronde d’abete e ciuffi d’erba. Io e la luogotenente consultiamo la mappa: le nostre gambe si toccano, i cavalli si strofinano il muso l’uno contro l’altro. Indico la strada a lei e all’esploratore. Mentre segno col dito un punto sulla mappa mi accorgo che mi trema la mano. La ritraggo subito, sperando che la luogotenente non se ne sia accorta.

Continuiamo a salire lungo il sentiero ripido e stretto. Mi sembra di distinguere nell’aria un odore di morte che filtra in questi boschi umidi. Qualcosa si rigira nel mio ventre, come se la paura fosse un bambino che entrambi i sessi possono portare e far crescere nelle viscere. Il continuo avvallarsi e innalzarsi di creste contorte ricorda la superficie di un cervello umano, esposto dal bisturi di un chirurgo sotto le volte insanguinate del cranio: ogni divisione nasconde un pensiero maligno.

Sopra il fitto manto dei sempreverdi e oltre l’insieme spezzato di rami nudi e neri, il cielo che prima era blu sembra dissanguato di ogni colore. Ha la tonalità delle ossa seccate dal vento.

DODICI

Qualcosa mi dice che questa storia non finirà bene. Lo sa il mio corpo (mi sussurra qualcosa): gli antichi istinti, quella parte della mente che un tempo chiamavamo cuore o anima, sono più acuti dell’intelletto nel giudicare simili situazioni, sanno annusare l’aria e capiscono con chiarezza che ciò in cui ci siamo imbarcati non potrà portarci che male.

Divento il torturatore di me stesso; ogni senso lotta con gli altri per ricavare il massimo da tutte le sensazioni, ottenendo invece il minimo di significato, e producendo una galleria degli specchi dove un nervoso eccesso di enfasi tende i suoi agguati. Cerco di calmare i miei pensieri ansiosi, ma la sostanza profonda del mio io sembra incapace di qualsiasi presa. Ciò che era solido e affidabile si è liquefatto e non c’è nulla a cui aggrapparsi che non scivoli subito via, lasciandosi dietro un recipiente vuoto e risonante ad amplificare ogni voce di pericolo che i nervi scorticati si affrettano a comunicare.

Attorno a me, ogni ombra sul terreno diventa la sagoma furtiva di uomini armati, ogni uccello che sbatte le ali fra due rami si trasforma in una granata scagliata nella mia direzione, ogni animale che fruscia nel sottobosco accanto al sentiero è il preludio a un balzo, a un attacco, ai colpi di maglio di pallottole che mi colpiscono o a una mano stretta attorno agli occhi e a una lama che mi taglia senza pietà la gola. Ho il naso e la bocca pieni del puzzo di foreste in decomposizione, dell’afrore di uomini brutali e spietati che attendono, sudando, di aprire il fuoco, e dell’odore di armi oliate e lucenti, ciascuna colma di morte e puntata verso di noi come i galli delle banderuole indicano la direzione del vento. Allo stesso tempo, mi sembra che ogni nostro rumore — il respiro dei cavalli, il più piccolo fruscio di una foglia o lo schiocco di un rametto — declami a piena voce la nostra avanzata e le nostre intenzioni alle foreste, alle pianure, alle colline.

Chiudo gli occhi, stringo i pugni. Vorrei che le budella smettessero di agitarsi. Uno dei soldati è stato male, mi dico. Lo so: l’ho sentito pochi minuti fa. È tutto il giorno che hanno la faccia pallida, nessuno ha mangiato dopo la colazione. Parecchi sono spariti sul retro della fattoria dove ci siamo fermati, per liberarsi da un’estremità o dall’altra. Non devi cedere. Pensa alla vergogna: doverti fermare, smontare, correre in cerca di un riparo, calarti i pantaloni, farti ridere dietro mentre te ne stai accovacciato, obbligato ad ascoltare le loro battute. Pensa all’espressione della luogotenente, alla sua sensazione di trionfo, di superiorità. Non lasciare che accada una cosa del genere. Resisti!

Il mio cavallo si arresta.

Apro gli occhi. Ci siamo fermati tutti. Il soldato mandato in avanscoperta è sul lato del sentiero e sussurra qualcosa alla luogotenente. Lei si volta, fa scorrere lo sguardo sulla fila di uomini a cavallo. Fa con la mano segnali che non capisco, e due soldati smontano e corrono da lei, oltrepassandomi. Entrambi hanno la faccia dipinta di colori mimetici e portano rami e foglie sull’uniforme. Uno regge una lunga balestra nera. Ci siamo ridotti a questo punto, penso io.

La luogotenente dà gli ordini; i tre uomini corrono avanti a grandi passi.

La luogotenente alza un braccio, indica l’orologio e mostra cinque dita. Vedo che gran parte degli altri smontano da cavallo. Alcuni scompaiono silenziosamente nella boscaglia. Noto che l’abbigliamento degli uomini è adesso più convenzionale, più militare; i vestiti variopinti, i souvenir del castello hanno lasciato il posto alla monotona uniformità delle mimetiche. La luogotenente li osserva e sorride. Accarezzo con dolcezza il collo di Jonah, poi mi siedo di nuovo sulla sella, con le braccia conserte. La luogotenente si volta di nuovo, fissando il sentiero imboccato dai tre soldati. La sua schiena sembra tesa e nervosa.

Scivolo in silenzio giù dal cavallo e faccio qualche passo nel sottobosco, in discesa, consapevole dello sguardo della luogotenente. Mi fermo accanto a un albero e mi sbottono i pantaloni. Mi fermo, pronto, si direbbe, e poi guardo di lato, come se solo in questo momento notassi che lei mi sta osservando. La fisso per un istante, poi mi allontano un po’, fino a un alto arbusto. Credo di vedere il suo sorriso, prima di essere nascosto.

Finalmente. Mi slaccio in fretta la cintura, mi accoscio e mi libero. Un’opportuna brezza fornisce un sussurro che copre altri rumori. Ho scelto la direzione giusta: la corrente d’aria proviene dal sentiero. Basta un fazzoletto, sacrificato.

Torno a unirmi agli altri, riabbottonandomi con cura. La luogotenente tiene sempre lo sguardo fisso sul sentiero davanti a sé. Mentre rimonto a cavallo, c’è qualche movimento nella direzione sulla quale sembra appuntarsi la sua attenzione. Fa un altro segnale agli uomini, e riprendiamo a salire lungo il sentiero.

Un minuto dopo superiamo le due sentinelle uccise. Stavano in una piccola trincea fra gli alberi, a monte del sentiero. Sono state trascinate fuori dal loro nido e gettate insieme sul terreno in pendio. Sono entrambe giovani, in tenuta da combattimento; uno ha una freccia di balestra conficcata nell’occhio sinistro, l’altro ha la gola tagliata così in profondità che la testa è quasi staccata dal corpo. Guardando da vicino, si vede che anche la gola dell’altro è stata tagliata, ma con maggiore eleganza. I nostri due soldati asciugano i coltelli sui vestiti degli uomini che hanno ucciso, e hanno un’aria orgogliosa. La luogotenente annuisce soddisfatta e fa un segnale; i corpi vengono gettati di nuovo nella trincea, dove ricadono pesantemente. I due eroi rimontano sui cavalli condotti fino a loro; il terzo uomo, l’esploratore, è scomparso di nuovo.

Troviamo il cannone dieci minuti dopo. A un segnale dell’esploratore la luogotenente ci raduna in un avvallamento e ci fa smontare. Gli uomini si caricano in spalla i pesanti zaini e imbracciano le armi; i cavalli vengono legati agli alberi. La luogotenente fa scorrere lo sguardo sugli uomini, sui loro volti, gli zaini, le armi. Sussurra a qualcuno, sorride, distribuisce colpetti sulle braccia.

Viene da me e mi parla all’orecchio. «Questa è la parte pericolosa, Abel», sussurra. «Fra poco si comincia a sparare.» Sento il suo alito sulla guancia, sento la fisicità di questo basso mormorio che penetra le soffici circonvoluzioni di cartilagine e carne. «Può stare qui con i cavalli, se vuole», mi dice. «O venire con noi.»

Volto la testa, accosto la bocca al suo orecchio. La sua pelle olivastra non ha nessun odore. «Vi fidate a lasciarmi qui con i cavalli?» le chiedo, divertito.

«Oh, be’, dovremmo legarla a un albero», dice con dolcezza.

«Legato o costretto a guardare», le dico. «Lei mi vizia. Verrò con voi.»

«Pensavo anch’io.» All’improvviso compare davanti ai miei occhi un enorme coltello seghettato, con la lama coperta di strisce di vernice scura e opaca: resta nudo solo il filo dentellato, una linea lucente che mi oscilla davanti agli occhi. «Ma d’ora in poi neanche un sospiro, Abel», sibila la luogotenente, «o sarà l’ultimo.» Stacco a fatica lo sguardo da quella lama spaventosa e cerco di cogliere una traccia di ironia negli occhi grigi, ma vedo solo il riflesso di un acciaio ancora più grigio. I miei occhi si sono spalancati; li stringo e sorrido nella maniera più indulgente che posso, ma lei si è già voltata. In lontananza, portato dalla brezza, sento il ronzio di un motore.

Lasciamo i cavalli, attraversiamo un basso argine e un’altra leggera depressione e poi ci arrampichiamo per il ripido pendio di una cresta, solcato di radici; il rumore del motore diventa sempre più forte. Alla fine della salita, in mezzo a un umido felceto nel quale la luogotenente e i suoi uomini strisciano con una grazia delicata e la minima agitazione — cose che cerco di emulare — ci troviamo in cima a una rupe.

Sotto, in piena luce, c’è il cannone, a un tiro di granata. Sta al centro delle costruzioni di una vecchia miniera, circondato dalle rovine di un’impresa fallita: una graticciata corrosa di binari bruni a scartamento ridotto, una traballante torre di legno sormontata da un’unica ruota, scortecciata, magazzini cadenti con finestre vuote o infrante, tetti di lamiera curvi e deformati e una manciata di bidoni arrugginiti.

Solo il cannone sembra efficiente e completo. La sua forma metallica è di un verde scuro e opaco; il suo corpo è più lungo dei camion che abbiamo lasciato alla fattoria. Appoggia su due ruote alte con pneumatici di gomma; sotto la canna ci sono due tubi paralleli, lunghi e sigillati, e a protezione degli uomini c’è una piatta corazza inclinata sulla culatta, dove un intrico di ruote, maniglie, leve e due sedili ribaltabili sormonta una larga base circolare, che dà l’impressione di poter essere abbassata per bilanciare l’arma.

Sul retro, i due lunghi puntelli sono stati girati per formare una specie di asta da traino. Un gruppo di soldati è impegnato ad agganciarlo a un rumoroso trattore, mentre dietro di loro è in attesa, col motore ronzante, un camion non militare col cassone aperto. Altri uomini in uniforme stanno caricando borse, zaini e scatoloni sul camion, andando avanti e indietro dalla meno rovinata delle costruzioni della miniera; un edificio di mattoni a due piani che doveva ospitare gli uffici. Conto in tutto solo una dozzina di uomini, nessuno dei quali, a prima vista, porta armi. Ci raggiunge l’odore del gasolio.

La luogotenente, accanto a me, usa il binocolo da campo, poi sussurra ansiosamente ai suoi uomini; vengono passati gli ordini in entrambe le direzioni della fila, sopra la mia testa. Percepisco l’eccitazione nell’atto stesso della sua comunicazione ai soldati, due gruppi dei quali stanno correndo via ai due lati della fila, proprio sotto il culmine della cresta: le loro ombre si disperdono, si fondono buie con l’oscurità. Si muovono più velocemente di prima, dato che ogni loro rumore è coperto dai motori e dal vento favorevole. La luogotenente e gli uomini rimasti accanto a lei stanno tutti infilando una mano negli zaini, per prendere caricatori e granate.

Mi guardo intorno: l’azzurro perfetto e privo di vita del cielo, la massa scura di abeti sul pendio ocra dietro la miniera, il cielo arancione, sospeso sul ciglio lontano della collina come dita che si aggrappano a una sporgenza; poi abbasso di nuovo gli occhi sul cannone, che adesso è all’ombra delle colline occidentali. È stato agganciato al trattore. Dietro, il camion si sta muovendo, con l’autista che si sporge fuori dallo sportello mentre il veicolo accosta a fianco di un edificio crollato, verso una roulotte a due assi coperta di tela cerata. Quattro soldati si mettono dietro la roulotte e cercano di spingerla verso il camion, ma non ci riescono. Scoppiano a ridere, e le loro voci rimbombano, poi scuotono la testa, e si mettono a fare gesti al camion.

La luogotenente si irrigidisce all’improvviso; piega la testa, come se volesse sentire qualcosa, o avesse sentito qualcosa. Mi guarda e aggrotta le sopracciglia, ma non credo che mi veda. Forse riesco a sentire qualcosa. Potrebbe essere una sparatoria lontana: non i tonfi nebulosi dell’artiglieria ma il secco scoppiettio di piccole armi automatiche. La luogotenente punta il fucile, abbassando la guancia all’altezza del calcio. I soldati sdraiati accanto a lei prendono anch’essi la mira.

Torno a guardare i soldati della miniera. Il trattore ronza in folle, attaccato al cannone. Sembra che abbiano qualche problema col gancio della roulotte. Passa mezzo minuto.

Poi dall’edificio di mattoni esce di corsa un soldato, agitando un fucile e gridando qualcosa. L’atmosfera cambia all’istante; i soldati si guardano intorno, poi scappano; alcuni si dirigono alla palazzina degli uffici, altri puntano alla cabina del camion, dove l’autista è in piedi sul predellino, si direbbe con lo sguardo fisso su di noi.

Poi vengono colpi d’arma da fuoco da qualche parte alla nostra destra, e il terreno sotto i soldati che corrono verso gli uffici comincia a sussultare e vibrare di detonazioni in miniatura di terra e pietra. Due uomini cadono.

La luogotenente fa una specie di sibilo, poi il suo fucile comincia a eruttare: germogliano fiamme e spine gemelle di dolore mi si conficcano nella testa. Mi infilo le dita nelle orecchie, gli occhi si serrano involontariamente, mentre abbasso la testa, la premo al suolo e mi lascio scivolare all’indietro. L’ultima cosa che vedo della miniera è il parabrezza del camion che diventa bianco, trafitto da grossi buchi neri, e l’autista che viene gettato all’indietro, e cade e si piega come se fosse stato colpito al ventre dal calcio di un cavallo.

Il fuoco prosegue per qualche minuto, intervallato dalla secca esplosione delle granate fra gli edifici della miniera; alzo gli occhi e vedo la luogotenente che si ferma per inserire il caricatore, poi di nuovo sostituisce la coppia consumata con quella posata accanto alla sua mano, e ogni movimento è eseguito con fluida abilità, senza fretta. Il fucile continua ad abbaiare, quasi senza sosta. Nell’aria c’è un puzzo amaro e acre. Un paio di tonfi dietro e sotto di noi potrebbero essere colpi di risposta, e credo di sentire gracchiare la radio della luogotenente, ma lei la ignora o non riesce a sentirla. Ben presto l’unico suono è quello delle armi della luogotenente e dei suoi uomini.

Poi si ferma.

Il silenzio risuona. Apro del tutto gli occhi, e fisso la figura bocconi della luogotenente. Lei sta osservando la fila di uomini al suo fianco. Anche loro si stanno guardando, si controllano. Nessuno sembra ferito.

Mi spingo di nuovo all’insù, lungo il piccolo tunnel di felci appiattite che ho appena prodotto, fino alla cima della rupe e guardo la miniera. Si leva un po’ di fumo. Alcune finestre della palazzina degli uffici sembrano corrose, i loro infissi di metallo sono deformati, i mattoni che le circondano sono polverizzati, ridotti a curve, e frammenti di mattone arancione sono sparsi per terra. Osservando il camion, si direbbe che un gigante abbia intriso un immenso pennello di vernice nera e poi abbia cominciato a scrollarlo, distribuendo macchie nere sulla lamiera. Esce vapore dal radiatore e dai buchi aperti nel cofano. Al di sotto, una scura pozza di gasolio si allarga come sangue sotto un cadavere. Il trattore è inclinato: una grossa ruota posteriore ed entrambe le gomme anteriori sono sgonfie. Ovunque sul terreno giacciono corpi caduti e scomposti, alcuni con fucili al fianco o ancora stretti in mano.

Poi, un movimento alla porta della palazzina degli uffici. Viene gettato fuori un fucile, che atterra e scivola per un tratto del binario. Qualcosa di pallido balugina nell’oscurità dell’entrata. La luogotenente mormora qualcosa. Un uomo esce zoppicando dall’edificio, con la faccia insanguinata, un braccio penzoloni e l’altro che agita quello che sembrerebbe un foglio di carta bianca. Viene colpito da uno sparo che proviene dalla nostra destra, e getta all’indietro il capo. Cade come un sacco di cemento e non si muove più. La luogotenente fa un verso di leggera disapprovazione. Grida qualcosa ma le sue parole sono coperte dai colpi che provengono dall’ultimo piano dell’edificio. Il fuoco di risposta dal nostro fianco destro solleva polvere dai mattoni attorno alla finestra e poi, con uno scoppio, qualcosa sfreccia sopra trattore, cannone e camion e scompare nella stessa apertura; l’esplosione segue quasi immediatamente, e produce una nuvola di detriti che escono dalla finestra scuotendo la polvere dalle grondaie del tetto di lamiera.

Torna il silenzio.

Sono fermo nella luce del crepuscolo sulla strada che conduce alla miniera; il cielo è una fredda cupola turchese sopra la folla buia e silenziosa degli alberi. La luce del sole si ritira lentamente davanti alle ombre, risalendo il pendio. L’aria è fragrante, carica del profumo di resina che ha preso il posto del fumo di polvere da sparo. La ghiaia rossa sotto i miei piedi stride mentre mi volto per ispezionare il campo di battaglia.

Osservo gli uomini della luogotenente che controllano con cautela le forme abbattute che costellano il suolo; tengono i fucili puntati e carichi, voltano e perquisiscono ogni cadavere, impadronendosi di armi, munizioni e di qualunque cosa ecciti la loro fantasia. Uno dei caduti geme mentre viene girato sulla schiena ed è messo a tacere da un coltello. Il fiato gli gorgoglia dalla ferita come un sospiro. Poco sangue, curiosamente.

La luogotenente ha controllato il cannone, e l’ha trovato in perfetta efficienza; Mister Taglio ne sembra affascinato: monta a controllare gli strumenti, fa girare le ruote metalliche, tira le leve, abbassa il lucente fondo metallico della culatta e infila dentro il naso. La luogotenente cerca di usare la radio, ma deve risalire sulla cresta per ristabilire il contatto. La roulotte dietro il camion si rivela piena di granate e cariche per il cannone.

Il cassone del camion devastato offre altre munizioni, varie provviste, cibo e parecchie casse di vino, in massima parte intatte.

Sulla strada compare la jeep che non si era fermata alla fattoria, annunciata da un grido dell’uomo che la luogotenente ha lasciato di vedetta sulla cresta. I soldati della jeep urlano e ridono e applaudono quelli che hanno conquistato la miniera, e raccontano la loro sparatoria: avevano sorpreso un altro camion all’inizio della strada per la miniera. Raccontano storie, si scambiano insulti burleschi, una sensazione di sollievo riempie l’aria, ovvia e acuta come l’odore di pino. In tutto hanno ucciso circa venticinque nemici. Al passivo: una ferita da nulla, già pulita e bendata.

Qualcosa si muove ai miei piedi. Abbasso gli occhi e per terra, come un altro soldato ferito, vedo un’ape che arranca goffa e appesantita e si trascina alla cieca sulla fredda ghiaia del sentiero: sta morendo nella sua spessa e pelosa uniforme, vinta dal gelo della stagione che avanza.

Un altro grido della sentinella sulla cresta e si sente il rombo di un motore che risale verso la miniera. È uno dei camion della fattoria, con i fari che lampeggiano. Avanza dritto verso di me; devo togliermi dalla strada per farlo passare. Gira ondeggiando al centro degli edifici e si ferma stridendo. Abbasso gli occhi al punto in cui sono passate le ruote, aspettandomi… Ma no: l’ape non è stata schiacciata e continua a strisciare.

Ce ne andiamo alla svelta. Il camion aggancia il cannone e carica il bottino e tutti noi, preceduto dalla jeep, che trascina a fatica la roulotte, appesantita dalle munizioni. Alla fattoria il secondo camion prende in consegna la roulotte e il contadino viene rapidamente informato del luogo dove potrà trovare i suoi cavalli. Ha un’aria scura ma è abbastanza saggio da tenere a freno la lingua.

La luogotenente risale sulla sua jeep; io vengo lasciato sul secondo camion insieme ai soldati, sempre più allegri; mi mettono in mano una bottiglia di vino e mi offrono una sigaretta mentre scendiamo sobbalzando lungo la pista sterrata, nell’oscurità degli alberi.

C’è un ultimo atto, appena prima di imboccare una strada asfaltata: un sussulto di freni e una serie di colpi di mitragliatrice davanti a noi manda tutti in cerca di fucili ed elmetti. Poi alcune grida ci informano che la faccenda è stata sistemata.

Era un pick-up, pieno di commilitoni di quelli uccisi alla miniera, colpito non appena aveva lampeggiato i fari vedendoci arrivare. Anche loro sono stati eliminati senza nessuna perdita: solo uno era riuscito a fuggire dal veicolo crivellato, per morire a faccia in giù sulla strada. Il pick-up incendiato viene spinto fuori strada dal primo camion, si ferma su un fianco in un fosso invaso dalle erbacce sotto gli alberi, e comincia a crepitare per via delle munizioni che esplodono. Lo lasciamo a illuminare la notte, e riprendiamo la strada cantando.

Osservo per qualche minuto quel fuoco lontano, mentre corriamo lungo la strada rettilinea. Il pick-up in fiamme, i cespugli, gli alberi sopra di essi e tutto ciò che può essere infettato da quella febbre producono un rogo che cresce eppure resta uguale; una tremante conflagrazione che aggredisce il cielo notturno e si diffonde mentre noi la riduciamo allontanandoci, così che quella massa instabile sembra fissarsi, e quella consunzione furiosa e unica sembra, per qualche istante, destinata a durare.

Ma poi, dall’apertura sul fondo del camion, che oscilla forsennatamente nelle curve per evitare le carcasse dei veicoli abbandonati, vedo che tutto ciò che abbiamo affidato all’attenzione della notte stellata alla fine soccombe, e le fiamme si smorzano e muoiono.

Io non canto, non grido, non bevo, non rido con l’allegra truppa che divide con me le panche del camion. Aspetto invece un agguato, uno schianto, una conclusione drammatica che non arriva, e quando in questa sguaiata notte d’inverno svoltiamo nel viale della nostra casa, percepisco la mole del castello con una fitta di sorpresa e di amara, sicura delusione.

TREDICI

La presa di una mano si adatta quasi perfettamente al cranio, la calotta è racchiusa osso dopo osso. E dicendolo lo afferriamo.

Ognuno di noi contiene in sé l’universo, la totalità dell’esistenza è inclusa in ciò che ci serve per dare a essa un senso: una massa fungosa, grigia e corrugata, versata in una scodella d’osso delle dimensioni di una piccola pentola (gli uomini della luogotenente dovrebbero guardare dentro l’unta oscurità dei loro elmetti, e vedrebbero il cosmo). Nei miei momenti più solipsistici, ho ipotizzato che non ci limitiamo a sperimentare ogni cosa grazie a quella sfera schiacciata: creiamo tutto lì dentro. Forse immaginiamo i nostri stessi destini e così, in un certo senso, ci meritiamo ciò che ci accade, per non aver avuto abbastanza ingegno da inventare qualcosa di meglio.

Così, quando, nonostante la mia viscerale certezza di una sciagura imminente, arriviamo di nuovo al castello senza incidenti, senza imboscate, e lo ritroviamo tutto intero, con i suoi abitanti sani e salvi, il mio timore precedente svanisce come nebbia al vento, e dentro di me sorge una curiosa sensazione di vittoria e perfino, paradossalmente, di conferma e rivendicazione. Come sempre quando mi ritrovo in questo fervido umore autoreferenziale, mi convinco che quell’insonne forza di volontà che di continuo mantiene la mia vita nel giusto corso ha sconfitto le confuse fantasie di una corrente che avrebbe potuto metterci tutti in pericolo. Forse sono stato io a tener lontano dalla luogotenente e dai suoi uomini quel disastro che li avrebbe travolti se non fossi andato con loro; forse ho davvero fatto loro da guida, in un senso molto più profondo di quello che si immaginano.

Tuttavia, mentre avanziamo rombando sul viale d’accesso e i fari trasformano in una galleria gli alberi grigi e spogli, esamino questa supposizione, e la trovo, a essere benevoli, improbabile. È troppo precisa, troppo autosufficiente; una di quelle credenze superficiali alle quali prestiamo fede, ma da cui non ricaviamo credito, e il cui unico sicuro effetto è di farci diventare ciò che non diventa noi.

I camion accostano fuori dal castello, gli uomini saltano giù e ridono, gridano, scherzano. Sbattono le ribalte posteriori facendo risuonare le catene, il cannone viene sganciato, il bottino della miniera viene scaricato e portato via e i soldati rimasti al castello corrono incontro a quelli tornati dalla mischia. Pacche sulle spalle, finti scambi di pugni, ruvidi abbracci, bottiglie sollevate e fatte tintinnare: le roche risate di sollievo riempiono la notte del vapore che esce dalle bocche.

Smonto timidamente dal camion, incapace di unirmi a questi caldi saluti. Cerco te, mia cara: pensavo ci saresti stata anche tu in questa folla che ci dà il benvenuto, o che guardassi semplicemente da una finestra, ma tu non compari. Vedo la luogotenente che sorride accanto al cannone appena conquistato, circondata da tutto questo turbolento cameratismo, e passa in rassegna con uno sguardo pieno di approvazione la sua chiassosa truppa, e sul suo viso si può leggere un calcolo. Grida, spara in aria, e in una breve saccatura di silenzio, mentre tutte le facce sono voltate verso di lei, annuncia una festa, per celebrare.

Tirar fuori altro vino, ordina; procurarsi le compagne di danza nel campo degli sfollati, far preparare ai domestici il banchetto più splendido con quello che hanno in dispensa, e alimentare il generatore con prezioso carburante per accendere ogni singola luce del castello: stanotte ci divertiremo tutti quanti!

I soldati urlano di gioia, abbaiano alla luna, levano al cielo le canne dei fucili e si mettono tutti insieme a sparare in aria, così forte da svegliare i morti.

La luogotenente e Mister Taglio si consultano brevemente, stando in piedi accanto al cannone e con lo sguardo fisso al ponte sul fossato, mentre gli uomini corrono dai camion al castello, reggendo in due le casse, con le braccia tese in fuori come contrappeso; altri si caricano in spalla bidoni di carburante e si dirigono alle stalle, e la maggior parte, dopo aver puntato i fari di un camion sull’accampamento dei profughi, corrono fra le loro tende, distribuendo gli inviti, anzi insistendo per avere la compagnia delle donne. Sento urla, gemiti, minacce; cominciano alcune zuffe e si rompe qualche testa, ma niente spari. I soldati pian piano ritornano, trascinando le compagne per il polso; alcune mansuete, altre furiose, altre che cercano di indossare i vestiti, altre ancora che saltellano sull’erba e sulla ghiaia mentre si infilano le scarpe. I volti dei loro uomini abbandonati, cupi e impotenti, guardano dalle tende nell’ombra.

La luogotenente e il suo vice hanno deciso: si farà un tentativo. Il cannone viene sganciato dal camion e attaccato a una jeep.

Il bottino della luogotenente viene trascinato con cura dalla jeep, e nonostante i lamenti del motore attraversa la bocca ferrata nel volto del castello. Il voluminoso pezzo d’artiglieria ci passa appena, le ruote fanno cadere pietre dalla balaustra del ponte, mandandole a finire con tonfi sordi nelle nere acque del fossato; la punta della lunga canna graffia la volta del passaggio sotto il vecchio corpo di guardia. Le ruote della jeep slittano sui ciottoli del cortile e il cannone sembra bloccarsi, ma i soldati, ridendo, lo spingono e lo trascinano e così, a viva forza, riesce a entrare e viene parcheggiato accanto al pozzo nel nucleo cavo del castello. La canna viene sollevata per fare un po’ di spazio, e così le due bocche aperte, il pozzo e il cannone, la ruvida pietra e l’acciaio rigato, puntano entrambe la notte, in un silenzioso concerto di calibri male accoppiati.

Intanto riesce a entrare anche la seconda jeep, trascinandosi dietro la roulotte delle munizioni, circondata da soldati che, a loro volta, trascinano donne e ragazze pallide, alcune delle quali indossano abiti da giorno, e altre solo camicie da notte.

I soldati accendono le torce, brandiscono candele, aprono le stanze e gettano grossi ceppi nei caminetti. Fuori, altri mettono al sicuro i camion nelle stalle e accendono il generatore, inondando il castello di luce elettrica e facendoci strizzare gli occhi non più abituati a tanto bagliore. Quando tornano, abbassano la saracinesca di ferro battuto e la chiudono con un lucchetto. I domestici che non si sono ancora alzati vengono tirati giù dal letto, si accendono le stufe della cucina, si saccheggiano le dispense e in molti risalgono dalla cantina con le braccia cariche di bottiglie. Le doppie porte del salone vengono spalancate, qualcuno scopre una raccolta di dischi e ben presto la musica riempie i locali. I miei gusti si rivelano subito inadatti, e si trovano musiche più consone nelle stanze dei domestici.

La luogotenente fa tirare le tende per nascondere le luci e ordina con calma ad alcuni uomini di divertirsi, certo, ma anche di organizzare turni di guardia sul tetto, per evitare che la festa attiri ospiti indesiderati dall’esterno.

I soldati ripongono i fucili e le bombe a mano, si tolgono i giubbotti, le bandoliere e parte dell’abbigliamento da battaglia. Saccheggiano gli armadi e le stanze di sopra e sulle scale compare un gruppo carico di vestiti appartenuti a noi e ai nostri antenati. Vengono gettati per il salone abiti da sera, camicie, pantaloni, giacche, stole, scialli e soprabiti di seta, broccato, velluto, lino, pelle, visone, ermellino e di pelli e pellicce di un’altra dozzina di specie, vengono disputati, indossati, branditi con aria ultimativa e accettati con riluttanza; le donne traballano su tacchi a spillo, sono costrette a mettere calze di seta, corpetti, vecchi corsetti. Compare una scelta di cappelli. Sulle teste dei soldati e delle loro compagne spuntano piume, penne, caschi, veli; copricapi provenienti da mezzo mondo danzano sotto i lampadari. Alcuni soldati s’infilano pezzi di armatura e tentano ugualmente di ballare, mandando suoni metallici. Due di loro fingono di duellare con le spade, e scoppiano a ridere quando le lame sprizzano scintille, sfregando contro le pareti; sventrano un quadro, tentano di tagliare in due le candele. La luogotenente scuote la testa, ordina loro di mettere via le spade prima che facciano male a se stessi o agli altri.

Mi dirigo verso le scale per venirti a cercare, mia cara, ma la luogotenente, sorridendo, con un bicchiere pieno fino all’orlo in mano, mi afferra per il polso appena metto il piede sul primo gradino. «Abel? Non vorrai lasciarci proprio adesso, vero?» Quanta familiarità. Si è rimessa la vecchia cappa da serata all’opera, e mentre si muove la fodera rossa si increspa dentro la seta nera.

«Pensavo di andare da Morgan. Non l’ho ancora vista. Potrebbe essersi spaventata.»

«Lascia fare a me», dice lei. «Perché non vai a divertirti?» Accenna con il bicchiere al salone, dove la musica rimbomba e i corpi avvinghiati saltano e fanno capriole.

Guardo in quella direzione, e faccio un sorrisetto addolorato. «Magari vi raggiungo più tardi.»

«No.» La luogotenente scuote la testa. «Vacci subito. Sarà meglio.» Allunga una mano mentre si avvicinano Lucius e Rolans, uno portando un enorme vassoio pieno di cibo, l’altro uno più piccolo, di bottiglie di vino già aperte. Ne afferra una, poi spinge verso il salone i domestici. Mi infila la bottiglia in mano. «Renditi utile, Abel», dice. «Riempi i bicchieri fino all’orlo. Ecco il tuo lavoro per stanotte. Cameriere. Pensi di potercela fare? Pensi di averne le capacità? Mmm.»

Sembra già ubriaca, anche se non ce n’è quasi stato il tempo. Si era già messa a bere nella jeep, sulla via del ritorno, o forse la nostra valorosa luogotenente non regge il vino? Guardo l’etichetta della bottiglia, cercando di stabilire l’annata. «Pensavo che avendovi fatto da guida mi fossi già guadagnato il pane, per oggi.»

«Normalmente sarebbe andata così, certo», dice la luogotenente, e sale un altro gradino per mettermi un braccio intorno al collo. «Ma i ragazzi hanno dovuto sparare tutto il tempo e tu no, e poi non sono abituati alle feste nei castelli. Sii un bravo ospite», dice, dandomi un colpetto sulla giacca col bicchiere e versandomi il vino sul gilè. «Ops. Scusa.» Tocca la macchia, la asciuga con la mano. «Viene via, quando lo si lava, Abel. Ma sii un bravo ospite; sii servizievole, per una volta nella vita; renditi utile.»

«E se rifiuto?»

Lei scrolla le spalle, e aggrotta le sopracciglia quasi con grazia. «Oh, sarei terribilmente seccata.» Beve un sorso di vino. «Non mi hai mai visto perdere le staffe, vero, Abel?»

Sospiro. «Dio non voglia.» Getto un’occhiata alla spirale delle scale. «Per favore, di’ a Morgan di non preoccuparsi, e vorrei chiederti di non costringerla a scendere se non vuole. Certe volte è piuttosto timida con le persone.»

«Non preoccuparti, Abel», mi dice la luogotenente, dandomi un colpetto sulla spalla. «Sarò così dolce che più dolce non si può.» Accenna al salone e mi spinge posandomi le mani sulla schiena. «E adesso va’, presto», dice, poi gira sui tacchi e comincia a salire le scale saltellando.

La guardo andare di sopra, e poi con riluttanza raggiungo il salone. Mi aggiro per il saturnale riempiendo bicchieri, prendendo nuove bottiglie da una credenza a mano a mano che le vuoto. Per come è ridotto il pavimento si direbbe che il vino versato equivalga a quello bevuto. Mentre svolgo questo compito vengo di volta in volta ringraziato con affettata stravaganza o semplicemente ignorato. In ogni caso, non tutti necessitano dei miei servigi: alcuni dei soldati si tengono strette le loro bottiglie e bevono a canna. Le loro compagne vengono dapprima lusingate, poi persuase e costrette a bere la loro parte; a poco a poco, però, trascinate dalla musica, dalla danza e dalle rumorose bravate dei soldati, alcune cominciano a sciogliersi, e danzano e bevono di loro spontanea volontà.

Accanto, nella polvere della sala da pranzo in parte demolita, anche lì il pavimento è bagnato di vino, e i vassoi di salatini, carni e dolciumi vengono spazzati via appena arrivano. È sorprendente la quantità e la varietà del cibo, considerando che la festa è stata organizzata senza preavviso; ho il sospetto che le provviste di cibo in scatola del castello non arriveranno fino al mattino.

Un grido, e da sotto un telo compare il piano a coda del salone. Un soldato tira fuori lo sgabello, si siede, fa schioccare le dita e — mentre la musica viene prima abbassata e poi spenta — si lancia in una faticosa, stridente canzone sentimentale. Digrigno i denti e afferro altre due bottiglie da un vassoio appena riempito. Salta fuori una chitarra e una delle donne si offre di suonarla. Un tamburo, con i colori di un reggimento, viene strappato da una parete e il giovane Rolans viene convinto a percuotere la sua pelle logora. Il complesso formato da un soldato, un domestico e una profuga suona come è logico aspettarsi che suoni: troppo forte, senza gusto, selvaggiamente.

Ricompare la luogotenente, facendo strada a te. Mi blocco mentre sto riempiendo un bicchiere, e vi osservo. Tu hai indossato un abito da sera di satin blu marino, un paio di lunghi guanti topazio, hai raccolto in alto i capelli e porti un luccicante girocollo di diamanti. Anche la luogotenente si è cambiata, e adesso porta una giacca da smoking con pantaloni e cravattino nero. Forse non è riuscita a trovare bastone e cilindro. È uno dei miei vestiti, le sta largo, ma non sembra importarle. La musica ha un’esitazione quando il pianista vi vede entrare. Gli uomini della luogotenente fischiano e gridano e applaudono. Lei si inchina con volgare esagerazione, ringrazia per l’accoglienza, si prende un altro calice di vino, ne porge uno a te, e poi ci invita a continuare.

La donna che suona la chitarra è trascinata a ballare; il complesso si prende una lunga pausa e riprende la musica registrata. Le bottiglie di vino passano direttamente dalla cantina ai vassoi e da questi alle mani e il loro contenuto viene versato nei bicchieri e nelle gole. La sala si scalda, la musica viene alzata, i mucchi di cibo diminuiscono, i soldati fanno ballare le loro donne, alcuni le portano di sopra, altri giocano come goffi bambini troppo cresciuti, e scompaiono per ritornare con un nuovo giocattolo scoperto in qualche angolo del castello. Soldati urlanti montano su vassoi e si lanciano giù per le scale; un vecchio mappamondo di legno che riproduce il mondo antico, rimosso dal suo supporto, viene fatto rotolare fino al salone e preso a calci come un pallone; i soldati strappano due picche da un pannello sulla parete, legano cuscini alle estremità, due uomini le afferrano, e seduti su carrelli portavivande vengono spinti dai compagni su e giù per il salone, in una giostra che tra le risa e le cadute abbatte vasi e urne, lacera tappeti, strappa ritratti dalle pareti.

La luogotenente danza con te, al centro del salone. Quando la musica si interrompe e lei ti guida di lato a prendere i vostri bicchieri, io mi avvicino per servirvi. Un tremendo schianto, seguito da molte risate, risuona da qualche punto del piano superiore. Sopra di noi c’è un rombo di tuono, qualcosa di pesante che rotola, un rumore più forte della musica che è ripresa.

«I tuoi uomini si comportano da vandali», dico alla luogotenente mentre le riempio il bicchiere, cercando di sovrastare il chiasso. «Questa è casa nostra; la stanno devastando.» Giro lo sguardo per vederti, ma tu non sembri interessata, fissi con gli occhi spalancati le capriole dei ballerini che si urtano e mulinano sul pavimento. Un soldato sta bevendo qualcosa che ha l’odore della paraffina, lo sputa e gli dà fuoco. Accanto alla finestra, seminascosti dalla tenda, un uomo e una donna stanno copulando contro il muro. Un altro schianto di sopra. «Gli avevi ordinato di trattare bene il castello», ricordo alla luogotenente. «Ti stanno disobbedendo.»

Lei si guarda intorno, con gli occhi grigi che le luccicano. «Prede di guerra, Abel», mormora pigramente. Fissa te, poi mi sorride. «Ogni tanto è necessario togliere loro il guinzaglio, Abel. Tutti gli uomini che erano con te, oggi, probabilmente pensavano di andare incontro alla morte; invece sono vivi, hanno vinto, hanno ottenuto il premio e non hanno perso nessuno dei loro amici, per una volta. Sono eccitati dal fatto stesso di essere sopravvissuti. Che cosa ti aspettavi che facessero, che si bevessero una tazza di tè e se ne andassero a letto presto con un buon libro? Guardali…» Fa oscillare il bicchiere in direzione della folla. La sua pronuncia è sempre più confusa. «Abbiamo vino, donne e musica, Abel. E domani potrebbero essere tutti morti. E oggi hanno ucciso. Ucciso un sacco di uomini proprio come loro: uomini che avrebbero potuto essere loro. Forse adesso bevono anche alla loro memoria, o semplicemente per dimenticarli; una cosa del genere», dice corrugando la fronte e sospirando.

Il soldato che voleva dar fuoco al suo respiro si è invece incendiato i capelli; si mette a gridare e a correre e qualcuno cerca di gettargli addosso una pelliccia bianca, ma sbaglia mira. Un altro afferra l’uomo che brucia e gli versa una bottiglia di vino in testa, spegnendo le fiamme. Si sentono grida che provengono dall’esterno del salone, e il suono di qualcosa che arriva rimbombando, precipita lungo la spirale di gradini di pietra e si schianta a metà strada, facendo risuonare l’aria.

«Mi dispiace moltissimo che stiano facendo un po’ di confusione», dice la luogotenente, volgendo lo sguardo da me a te. Scrolla le spalle. «I ragazzi sono ragazzi.»

«Così non hai intenzione di fare nulla? Non li fermerai?» le dico. Un uomo si arrampica su per un grande arazzo di fronte alle finestre. Fuori, nell’atrio, un altro cerca di mettersi in piedi sulle spalle di un commilitone e afferrare il cristallo più basso del lampadario.

La luogotenente scuote la testa. «Sono solo proprietà, Abel. Solo cose. Cose senza vita. Solo cose. Spiacente.» Mi prende la bottiglia dalla mano, si riempie il bicchiere e me la ripassa. «Ti converrà andare a prendere altro vino», dice, posando il bicchiere sulla credenza. Prende anche il tuo bicchiere, lo sistema accanto al suo, poi ti prende la mano. «Balliamo?» ti chiede.

Vai con lei, al centro della sala, mentre le altre coppie vi fanno posto. Il tizio che si arrampicava sull’arazzo scivola, si aggrappa alla tela, urla mentre l’arazzo si squarcia dall’alto in basso e lo spedisce a schiantarsi, ridendo, su un carrello pieno di bicchieri e piatti.

Continuo a riempire bicchieri nella sala da pranzo e nell’atrio, mentre osservo i tesori del castello che poco alla volta avvizziscono e si polverizzano attorno a me. La cosa che rotolava di sopra e precipitava per le scale era un’enorme urna di ceramica, vecchia di duecento anni, portata fin qui dall’altro capo del mondo grazie a un antenato — un’altra preda di guerra, adesso infranta, ridotta in cocci e polvere, che giace in una luccicante serie di mucchi di detriti, sparsi sulla scalinata come un’immobile cascata di polvere brillante.

Hanno cominciato a togliere i ritratti dalle pareti: ritagliano le teste e infilano nel buco le loro facce congestionate. Uno cerca di ballare, barcollando sbilanciato, con una statua di marmo bianco; un nudo perfetto, splendente, una quarta Grazia; gli altri urlano di gioia vedendolo inciampare e lasciare la presa, così che la statua cade, e la sua nivea serenità finisce con lui, senza protestare, a colpire la cornice di una finestra e a infrangersi; la testa rotola lontano, si staccano entrambe le braccia. Rimettono in piedi il soldato e infilano la testa di marmo su un’armatura priva di elmo. Un altro si arrampica sull’orlo esterno del lampadario, e si mette a ondeggiare come un pendolo tintinnante di luci e barbagli, facendo scricchiolare il gancio che lo regge al soffitto.

Le fanciulle e le matrone già oltraggiate adesso barcollano e turbinano nella danza, stridono ubriache, aprono le bocche e le gambe poco superbe per accogliere gli uomini della luogotenente. Molti soldati ubriachi stanno duellando con le spade, e solo un residuo di buonsenso li ha condotti a usare armi ancora nel fodero. Nel cortile, osservati dalle facce smunte, premute contro la saracinesca, degli uomini due volte privati dei loro possessi, alcuni soldati rompono una bottiglia di vino sulla canna del pezzo d’artiglieria e lo battezzano «il Cazzo della Luogotenente».

Uno di loro perde una gara di discesa dalle scale su vassoi e viene condotto, tenuto alto sopra le teste dei portatori, oltre il cancello — i mariti e i genitori dell’accampamento vengono dispersi da un paio di colpi in aria — e gettato nel fossato. Le donne vengono gettate sui letti delle nostre camere degli ospiti; il vino e il cibo in eccesso vengono invece rigettati in cortile, nei bagni, in vasi e vassoi.

Il generatore continua a ronzare, presenza remota ma indispensabile della festa. Le luci brillano, la musica s’innalza e inonda ogni cosa e l’atrio luminoso e ancora pieno di polvere risuona di un piacere vacuo e doloroso.

La luogotenente balla con te, guidandoti. Tu ridi, l’abito da sera svolazza come fredde fiamme azzurre o acqua setosa che schiuma in un’aria senza peso. Mi fermo a guardarti, senza partecipare. Il mio sguardo segue te, fedele, ostinato, posandosi solo di striscio sugli altri. Ma gli zotici mi circondano e mi battono sulla schiena e mi infilano in mano una bottiglia di liquore, ordinandomi di bere: bevi questo, bevi quello, fuma questo, adesso balla, balla con questa, balla con lei, su bevi qualcosa. Mi danno pacche sulle spalle, mi baciano e mi fanno sedere al piano. Mi versano addosso un bicchiere di vino, mi ficcano in testa un elmo con il cimiero e mi invitano a suonare. Rifiuto. Loro credono che sia perché rimbomba ancora la musica registrata, e gridando e discutendo la fanno smettere. Su. Adesso puoi suonare. Suona adesso. Suonaci qualcosa. Suona.

Scrollo le spalle e dico che non sono capace; è un’abilità che mi manca.

Appare la luogotenente con te sottobraccio; siete entrambe radiose, brillate di un’esaltazione condivisa che vi addolcisce. Lei stringe una bottiglia di brandy. Tu tieni in mano il brandello di un dipinto: un vaso di fiori, che ha un’aria ottusa e assurda in mano tua.

«Abel, non vuoi suonarci qualcosa?» grida la luogotenente piegandosi verso di me; il suo viso avvampato risplende, la sua carne è arrossata dal vino dentro di lei come la sua camicia bianca è chiazzata di fuori.

Ripeto con calma la mia scusa.

«Ma Morgan dice che sei un virtuoso!» grida, agitando la bottiglia.

Volto lo sguardo da lei a te. Hai un’espressione che ormai riconosco e in cui credo di essere rimasto intrappolato anche prima che ne fossi consapevole: le labbra appena separate, con gli angoli tirati e sollevati come per un sorriso incipiente, gli occhi socchiusi, con le scure palpebre abbassate, con le sfere acquose che vagano accomodanti in quell’ambiente calmo e umido. Cerco una qualche apologia, un’ammissione in quegli occhi, la più minuta alterazione di altezza o separazione di quelle labbra che possa esprimere rincrescimento o anche comprensione, ma non trovo nulla. Ti rivolgo il mio sorriso più triste; tu sospiri e ti lisci i capelli, poi distogli lo sguardo, per osservare di lato la testa della luogotenente, la curva della sua guancia sopra l’alto colletto bianco.

La luogotenente mi dà un pugno sulla spalla. «Avanti, Abel, suonaci qualcosa! Il tuo pubblico ti aspetta!»

«Ovviamente la mia modestia è stata del tutto inutile», mormoro.

Estraggo un fazzoletto dalla tasca e lo apro mentre gli uomini e le donne che ancora stavano nell’atrio si radunano attorno al pianoforte; pulisco la tastiera da tracce di cibo, cenere e macchie di vino che si è anche seccato sui tasti bianchi. Inumidisco di saliva il fazzoletto. La superficie liscia e splendente dell’avorio ha preso la stessa sfumatura giallastra dei capelli dei vecchi.

Il pubblico si fa impaziente, strascica i piedi e borbotta. Io allungo una mano dentro lo strumento ed estraggo un bicchiere di vino posato sulle corde e lo passo a qualcuno al mio fianco. Gli uomini e le donne attorno al piano sbuffano e ridacchiano. Poso le mani sui tasti, parti di zanne strappate a creature morte, un cimitero degli elefanti fra le colonne di legno nere come il cuore.

Comincio a suonare un’aria, qualcosa di leggero, quasi inconsistente, ma con un certo ritmo e un delicato equilibrio, e passo per una naturale consequenzialità, con una progressione inerente e non forzata, a una conclusione più pensosa e dolceamara. Il silenzio si impadronisce di quelli che si sono radunati ad ascoltarmi, qualcosa che si posa al di sopra del loro energico desiderio di divertirsi come un telo nero gettato sulla gabbia di un saltellante uccello canterino. Muovo le mani con un movimento carezzevole, studiato, attento, la danza delicata delle mie dita sui tasti è in sé un piccolo balletto armonioso, un’arcata ipnotica di ossa ricoperte di carne che sfiorano l’avorio con l’apparenza di una grazia fluida e naturale, che solo una mezza vita di studio e migliaia di aritmetiche e tediose ripetizioni di sterili scale consentono di ottenere.

Nel punto in cui la struttura del pezzo, per la sua grammatica implicita, avrebbe dovuto condurre a una dolce celebrazione del tema principale e a una gentile risoluzione, introduco un cambiamento assoluto. Le mie mani erano un paio d’ali che scorrevano con dolcezza e solennità su ogni minuscola particella d’aria sopra il letto dei tasti. Adesso diventano artigli proletari, grosse zampe arcuate con le quali colpisco il lastricato della tastiera con un fatuo passo di marcia, uno-due, uno-due, uno-due. Allo stesso tempo la melodia — sempre riconoscibilmente connessa all’agile ed elegante figura di prima — diventa un automa istupidito di stridenti dissonanze seguite da crudeli armonie, che si scontrano e strisciano furtive nel corso della canzone, e le cui goffaggini, nel riecheggiare la grazia di prima e nel richiamare all’orecchio la sua dolcezza, la scherniscono con una violenza ancora maggiore e insultano l’ascoltatore più pienamente di quanto sarebbe riuscito a fare un cambio radicale di genere e ritmo.

Alcuni dei miei ascoltatori sono così irrimediabilmente privi di gusto da continuare a sorridere e a fare cenni con la testa, marionette legate alle corde che tocco. Altri, però, fanno un passo indietro, o mi lanciano occhiate di fuoco, o fanno versi di disapprovazione e scuotono il capo. La luogotenente si limita a stendere la mano e posarla sul coperchio della tastiera. Faccio appena in tempo a togliere le dita prima che ricada con un tonfo.

Mi volto verso di lei, ruotando sullo sgabello. «Pensavo che vi sarebbe piaciuto», le dico, con la voce e le sopracciglia alzate, nel tono e nell’immagine dell’innocenza. La luogotenente mi dà uno schiaffo. Molto forte, bisogna dirlo, anche se è stato impartito con una sorta di spassionata autorità, come un accorto genitore di una prole numerosa potrebbe colpire il primogenito, per tenere in riga anche gli altri. Il rumore immobilizza gli astanti con un’efficacia anche maggiore del mio tentativo musicale.

Mi pizzica la guancia. Sbatto le palpebre. Porto una mano alla guancia, dove c’è un po’ di sangue. La causa, immagino, sarà l’anello di oro bianco e rubino sulla mano della luogotenente. Lei mi fissa tranquilla. Guardo te. Sembri appena sorpresa. Qualcuno mi afferra da dietro per le spalle e un’ondata di alito fetido mi spazza la faccia. Un’altra mano mi stringe per i capelli e mi tira indietro la testa; il tizio sta ringhiando. Cerco di non staccare lo sguardo dalla luogotenente. Lei alza la mano, guardando gli uomini dietro di me. Scuote la testa. «No, lasciatelo.» Guarda me. «Che peccato, Abel: rovinare una canzone così bella.»

«Davvero? A me sembrava un miglioramento. È solo una canzone, in fondo. Una cosa senza vita.»

Lei scoppia a ridere, gettando all’indietro la testa. Sul fondo della bocca scintilla dell’oro. «Be’, d’accordo, Abe», dice. Indica i tasti con la bottiglia. «Continua a suonare, allora. Suona quello che ti pare. È la nostra festa, ma il piano è tuo. Decidi tu. No: un valzer. Suona un valzer. Così io e Morgan possiamo ballare. Sei capace di suonare un valzer, Abe?»

Osservo te, mia cara. Sbatti le palpebre. Cerco di trovare una scintilla di comprensione nei tuoi occhi. Alla fine faccio un piccolo inchino. «Un valzer.» Mi alzo, apro lo sgabello e frugo tra le musiche che contiene. «Ecco qua.» Sollevo il coperchio e metto la musica sul leggio. La suono come è scritta. Leggo, suono, aggiungo qualche pedestre abbellimento ogni tanto, sono una semplice conduttura per le note stampate, per i suoni nella mente del compositore, per la forma dell’opera; una scusa a cui attenersi, una colonna sonora per la civetteria, il corteggiamento, l’accoppiamento e la fortuna.

Quando finisco mi guardo intorno, ma tu e la luogotenente ve ne siete andate. Tutti i soldati e le loro ondeggianti conquiste applaudono, poi gli uomini convergono su di me, mi inchiodano sul pavimento, mi legano mani e piedi con le corde ricamate delle campanelle e mi ficcano in testa l’elmo di un’armatura. Nell’elmo, il mio respiro rimbomba; sento l’odore del mio alito e del mio sudore e quello metallico dell’antichità. La vista di ciò che avviene all’esterno è ridotta a una serie di minuscoli oblò, singole perforazioni nell’antico acciaio. La mia testa picchia contro il metallo mentre mi tirano su e mi portano, sempre legato, in cortile dove — mentre vengo capovolto e rigirato e ciò che vedo rotea furiosamente — il cannone scintilla alla luce elettrica e a quella delle torce, e i ciottoli risplendono. Sollevano la grata di ferro che chiude la bocca del pozzo, tirano su il secchio (sento il cigolio della catena), posano il secchio sull’orlo di pietra e mi ci mettono dentro, piegandomi le gambe finché il bordo del secchio punta contro la mia spina dorsale e mi ritrovo le ginocchia contro il mento. Poi, ridendo, mi spingono sopra il buco, tengono per un istante la corda e poi mi lasciano cadere. Cado dritto nel pozzo: sferragliare di catena e sibilo di vento.

L’impatto con il fondo è uno schianto stordente: picchio la testa all’indietro contro la parete, poi, di rimbalzo, avanti, e si innesca una linea di fuoco e di dolore che mi percorre la schiena e mi si conficca all’altezza del naso come una lancia.

Mi fermo, stordito, mentre l’acqua gorgoglia intorno a me.

QUATTORDICI

Sono oscuramente consapevole del dolore, del freddo e del sapore di metallo. Scorticato, stranito, senza nemmeno poter scuotere la testa, sono appollaiato sul mio piccolo trono di legno, in mezzo ai resti fangosi dell’acqua scomparsa da tempo, in equilibrio su una nascosta piattaforma di pietrisco che da un secolo o più soffoca il pozzo, ridotto ormai a un ornamento. Ho sempre in testa la corona di metallo e i miei vestiti strappati sono quelli di un umile lavoratore. L’acqua filtra attorno a me, sotto di me, gelida e spossante.

Guardo in su, nonostante la mia vista sia limitata dalla maschera di ferro.

Sono già stato qui una volta, molto tempo fa. Ero un bambino. Mentre cercavo di vedere oltre il cielo.

Avevo letto da qualche parte che dal fondo di un buco abbastanza profondo è possibile vedere le stelle, se la giornata è molto limpida. C’eri anche tu, in una delle tue rare visite. Ti avevo convinta ad aiutarmi nel mio piano; mi osservavi, con gli occhi spalancati e una mano premuta sulla bocca, mentre sollevai il secchio, lo posai saldamente sulla pietra e mi infilai dentro. Ti dissi di farmi scendere. Quella discesa fu poco meno violenta di quella a cui mi hanno sottoposto gli uomini della luogotenente. Non avevo considerato che il peso del secchio sarebbe stato molto maggiore con me dentro, che tu eri troppo debole, o semplicemente che avevi una certa inclinazione a tirarti indietro e a lasciare accadere ciò che doveva accadere. Afferrasti la manovella, reggesti per qualche istante mentre io spingevo il secchio al di là della vera del pozzo. Appena libero dal sostegno della pietra, precipitai all’istante. Lanciasti un urlo e facesti un tentativo di frenare la manovella, lasciandoti strattonare e sollevare in punta di piedi, poi mollasti.

Caddi nel pozzo. Picchiai la testa. Vidi le stelle.

Non mi venne in mente che, in un certo senso, avevo raggiunto il mio scopo. Ciò che vidi erano luci, strane, confuse, bizzarre. Fu solo in seguito che collegai i sintomi visivi di quell’impatto con le stelle e i pianeti stilizzati che vedevo nei fumetti quando un personaggio riceveva un colpo simile. In quel momento rimasi dapprima intontito, poi temetti di affogare, poi mi accorsi con un sospiro di sollievo che sotto il secchio l’acqua era così bassa, e infine ero furioso con te che mi avevi lasciato cadere e impaurito per quello che avrebbe detto la mamma.

In alto, la tua silhouette si sporse a guardare oltre l’orlo del pozzo. Anche se potevo vedere solo il tuo profilo, notai che badavi a tenere i capelli ben lontani dalle pietre del pozzo e dalla corda del secchio. Gridasti e mi chiedesti se stavo bene.

Riempii i polmoni e aprii la bocca per parlare, per gridare, e tu chiamasti di nuovo, e c’era una nota di panico crescente nella tua voce, e le tue parole bloccarono in fondo alla gola le mie. Mi fermai a pensare per un istante, poi mi lasciai andare all’indietro, aprii braccia e gambe, non dissi nulla ma chiusi gli occhi e aprii la bocca.

Mi chiamasti un’altra volta, e la tua voce era colma di terrore. Rimasi immobile, socchiudendo appena gli occhi per osservarti attraverso l’ombra delle ciglia. Scomparisti in cerca di aiuto.

Attesi un istante, poi mi rimisi in piedi e tirai la catena finché divenne corda; continuai finché la svolsi completamente dal cilindro di legno attaccato alla manovella. Il cranio mi ronzava, ma per il resto non avevo dolori. Mi attaccai alla corda e puntai i piedi in fuori, tentando di fare presa sulle pietre viscide della gola del pozzo. Io ero giovane e forte, la corda era nuova e il pozzo non era più profondo del fossato rispetto al cortile. Mi tirai su rapidamente fino in cima, poi mi issai oltre il bordo e atterrai sui ciottoli del cortile. Sentii voci allarmate che provenivano dal portone del castello. Corsi dalla parte opposta, verso il passaggio che conduce al ponte, sotto il corpo di guardia, e mi nascosi fra quelle ombre.

Papà e mamma comparvero insieme a te e al vecchio Arthur; la mamma strillava, agitando le mani. Papà gridò e disse ad Arthur di tirare la manovella dell’argano. La mamma si muoveva in tondo con le mani strette alla bocca, girando attorno al pozzo. Tu stavi indietro, con un’aria pallida e sconvolta, singhiozzando e respirando a fatica, con gli occhi fissi sulla scena.

«Abel! Abel!» gridò papà. Arthur si affannava alla manovella del pozzo, sudato. La corda strideva sul tamburo, e alla fine cominciò a sollevare qualcosa. «Maledizione, non riesco a vedere…»

«È colpa sua, sua!» gemeva la mamma, indicando te. Tu la guardavi senza espressione, e tormentavi l’orlo del vestito.

«Non fare la stupida!» le disse papà. «La responsabilità è tua: perché la grata del pozzo non è chiusa a chiave?»

Mi percorse allora un brivido sconvolgente; provai una sensazione che solo in seguito avrei potuto identificare come qualcosa di sensuale, di orgasmico, mentre osservavo in disparte gli altri che si preoccupavano, faticavano, si lasciavano prendere dal panico e recitavano solo per me. La vescica rischiava di mettermi in imbarazzo e dovetti serrare lo stomaco attorno a un grumo di gioia mentre allo stesso tempo incrociavo le gambe e mi stringevo con le dita la virilità ancora glabra per evitare di bagnarmi un’altra volta i calzoni.

Apparvero altri domestici e l’amante di nostro padre, affollandosi attorno al pozzo mentre Arthur portava alla superficie il secchio vuoto. I lamenti della mamma riempirono il cortile. «Una torcia!» gridò nostro padre. «Trovatemi una torcia!» Un domestico tornò di corsa dentro il castello. Il secchio era posato sul muretto, gocciolante. Papà saggiò la corda. «Può darsi che qualcuno debba scendere giù», dichiarò. «Chi è il più leggero?»

Io ero piegato al buio, e cercavo sempre di non farmela addosso. La fiamma di un’esaltazione feroce mi riempì, minacciando di esplodere.

Poi vidi la fila di goccioline che avevo lasciato, dal ponte al portico in cui mi trovavo. Guardai inorridito le chiazze, scure monete dell’acqua sporca del pozzo caduta dai miei abiti fradici sui ciottoli grigi e asciutti; due o tre per ogni passo. Ai miei piedi, nel buio, l’acqua aveva formato una piccola pozza. Volsi di nuovo gli occhi al cortile, dove si era radunata una folla ancora maggiore che quasi oscurava nostro padre, il quale stava adesso illuminando con una torcia il fondo del pozzo e spiegava ai domestici di sollevare le giacche sopra di lui, così che la luce del giorno non lo abbagliasse mentre tentava di vedere nell’oscurità.

Le gocce cha avevo lasciato luccicavano al sole. Non riuscivo a credere che nessuno le avesse notate. Adesso la mamma stava urlando in maniera isterica: un rumore acuto e stridente che prima non avevo mai sentito da lei né da nessun altro. Mi scuoteva l’anima, mi inondava la coscienza. Cosa dovevo fare? Mi ero vendicato di te — anche se, avevo notato, tu sembravi solo un po’ preoccupata — ed eri già stata almeno in parte incolpata, ma adesso dove sarei finito? Era tutto diventato molto più serio di quanto avessi previsto, passando con vertiginosa rapidità da una grandiosa beffa originata da un lampo di genio a qualcosa — lo capivo semplicemente dal numero e dall’anzianità degli adulti che stavano perdendo il controllo — che non sarebbe finito senza una punizione grave, dolorosa e prolungata inflitta a qualcuno: quasi sicuramente a me. Mi maledissi per non averci pensato prima. Da un abile piano alla caduta, all’affanno, alla calamità: tutto in pochi minuti.

L’idea mi apparve come un salvagente a un uomo che affoga. Raccolsi tutto il mio coraggio e lasciai il nascondiglio nelle ombre sotto il corpo di guardia, avanzando malfermo e sbattendo le palpebre. Lanciai un debole grido, tenendomi una mano alla fronte, poi gridai un po’ più forte, dato che il primo era stato ignorato. Qualcuno si voltò, poi tutti; si levarono urla ed esclamazioni. Feci qualche altro passo esitante mentre la gente mi correva incontro, poi crollai teatralmente sui ciottoli appena prima che mi raggiungessero.

Quando fui seduto, consolato, con la testa premuta contro il petto gemente della mamma, con le mani tenute e strofinate da due diversi domestici, sospirai e dissi «Oh, povero me» e sorrisi valorosamente e sostenni di aver trovato un tunnel segreto dal fondo del pozzo al fossato, e che avevo strisciato e nuotato finché non ne ero uscito, mi ero arrampicato sull’argine e avevo percorso, esausto, il passaggio sotto il corpo di guardia.

Ero quasi convinto di averla fatta franca quando papà si acquattò davanti a me, con un’espressione cupa e gli occhi di pietra. Mi fece ripetere la storia. La ridissi, esitando, non più così sicuro di me. Avevo detto che mi ero arrampicato sull’argine? Volevo dire il ponte. I suoi occhi si strinsero. Pensando di colmare un buco, ma in realtà portando un’altra fascina al mio rogo, dissi che il passaggio segreto era crollato alle mie spalle; non sarebbe servito, dunque, mandare qualcuno di sotto a controllare. Anzi, tutto il pozzo era pericolante. Io mi ero salvato per puro miracolo.

Guardare negli occhi nostro padre era come guardare in un tunnel nero senza stelle in fondo. Era come se mi stesse vedendo per la prima volta, come se io stessi fissando un passaggio segreto attraverso il tempo, fino ad acquisire una prospettiva da adulto, grazie alla quale capivo come mi sarebbero sembrati il mondo e le storie di bambini bugiardi e impertinenti quando avessi raggiunto la sua età.

Le parole mi morirono in gola.

Lui allungò il braccio e mi schiaffeggiò, con forza, in piena faccia. «Non essere ridicolo, ragazzino», disse, concentrando in quelle poche parole tutto il disprezzo che una lingua riesce a comunicare. Si rialzò agilmente e si allontanò.

La mamma gemette, e si mise a strepitare in maniera incoerente contro di lui. I domestici avevano un’aria confusa: alcuni fissavano me con un’espressione preoccupata, altri seguivano lui con lo sguardo, mentre rientrava nel castello. La sua amante lo seguì, tenendo te per mano.

Arthur, che allora mi appariva vecchio ma in realtà non lo era, guardò il vuoto nella folla creato dalla partenza di nostro padre; la sua espressione era preoccupata e piena di rimpianto, scuoteva la testa o sembrava volerlo fare; non perché avessi vissuto una terribile avventura e poi, ingiustamente, il mio stesso padre non mi avesse creduto e, anzi, mi avesse colpito con violenza, ma perché anche lui riusciva a vedere attraverso la mia misera e disgraziata bugia, ed era preoccupato per l’anima, per il carattere, per la futura tempra morale di un bambino così svergognato — e incapace — da ricorrere con tanta facilità a bugie simili. In quella compassione c’era un rimprovero altrettanto severo e sferzante di quello che nostro padre mi aveva indirizzato con la doppia manciata di dita e di parole; proprio in quanto confermava che era quello il giudizio maturo e consapevole delle mie azioni e di quelle di mio padre e non un’aberrazione che avrei potuto minimizzare o ignorare, il muto rimprovero di Arthur mi colpì ancor più in profondità.

Cominciai a piangere. E piansi non con le calde lacrime facili e futili della frustrazione e della rabbia infantili, ma con la prima angoscia da adulto, con un dolore intenzionalmente spogliato di qualunque piccola preoccupazione da bambino; grandi lacrime singhiozzanti di un dolore che veniva dal cuore — non solo egoistico, per un angusto senso dell’utile o dello spiacevole, perché ero stato scoperto o perché sapevo che probabilmente mi aspettava una lunga punizione, anche se c’era anche questo — ma per aver fatto perdere a nostro padre la fiducia e l’orgoglio nel suo unico figlio maschio.

Ecco cosa mi torturava, e si estendeva fino alle pietre del castello; ecco cosa mi afferrava come un artiglio e spremeva da me quelle lacrime fredde e amare di dolore e non poteva essere placato dalle tenere carezze di mia madre e dai dolci colpetti sulla schiena e dai morbidi abbracci.

In seguito, la mamma avrebbe continuato a dichiarare che credeva alla mia storia, anche se ho il sospetto che lo dicesse solo per sottrarre a nostro padre il suo ultimo convertito, per frustrare la sua volontà; un’altra falsa vittoria nella campagna ultradecennale che combattevano l’uno contro l’altra, dapprima nel castello, assediandosi e tradendosi a vicenda, poi separati. Lei conveniva che dovessi essere punito, anche se per salvare la faccia sosteneva che la ragione era la mia idea di scendere nel pozzo. (La mia pretesa di essere caduto, che anche il fatto di essere sceso nel pozzo era stato un incidente, era stata contraddetta da te, mia cara, che già rivelavi un improvvido rispetto per la verità.)

E così venni mandato in camera mia per la prima di molte notti, senza altra compagnia che i libri di scuola e razioni da prigioniero.

Il mio esilio mi apportò un beneficio incalcolabile, un premio che non avevo per nulla cercato e che, anni dopo, sarebbe maturato fino a consolidarsi.

Venisti tu in camera mia, dopo aver persuaso un domestico a lasciarti entrare con un passe-partout, così da poterti scusare per quella che, secondo te, era stata la tua responsabilità nel mio delitto. Portasti un dolcetto rosa che avevi preso in cucina e nascosto nel vestito. Ti inginocchiasti accanto al mio letto. Un’unica lampada da comodino illuminava le mie guance gonfie di lacrime e i tuoi occhi neri e spalancati. Mi porgesti il dolce con le due mani, con un rispetto quasi comico. Lo presi annuendo, ne mangiai metà col primo morso, e poi mi infilai il resto in bocca.

Ti alzasti in piedi con una grazia misteriosa e sollevasti il vestito per denudare la carne dal bordo dei calzini all’ombelico. Ti fissai smettendo di masticare, con la bocca piena di una pasta rosea e zuccherosa. Fermasti l’orlo del vestito sotto il mento, poi infilasti una mano sotto le lenzuola e mi prendesti la mano più vicina, guidandola con dolcezza verso la fessura lanuginosa tra le tue gambe, tenendola premuta lì e strofinandola piano avanti e indietro. L’altra tua mano si chiuse attorno ai miei genitali, e poi cominciò a tirare e accarezzare il mio sesso. Inumidite, incoraggiate, le mie dita scivolarono dentro di te, lasciandomi sbalordito sia per essere stato in qualche modo inghiottito sia per il calore che vi scoprii. Anch’io inghiottii di riflesso: il boccone del dolce rosato.

Tu continuavi a massaggiare insieme me e te, mentre io restavo sdraiato, ancora incredulo, paralizzato dalla novità di quanto accadeva, da quell’ultimo e bizzarro cambiamento della sorte. Avevo paura a reagire, esitavo perfino a manifestare la minima volontà, temendo che la stupefacente (e perciò, di necessità, precaria) combinazione di circostanze che aveva elargito tale imprevedibile rapsodia venisse sconvolta dal minimo errore da parte mia.

Dopo aver guidato le mie dita inghiottite in te con un ritmo più rapido e più deciso, all’improvviso ti mettesti a tremare, sospirasti, e subito dopo allontanasti la mia mano dandomi un colpetto sul polso. Lasciasti ricadere il vestito, tirasti indietro le mie coperte, poi ti inginocchiasti e mi prendesti in bocca, succhiando e muovendo la testa, con i tuoi capelli che mi facevano il solletico alle cosce.

Mi limitai a guardare. Forse fu semplicemente quella sorpresa, forse — più probabile — il fatto che ero ancora troppo piccolo. In ogni caso, non ci fu, in quella prima prova, nessuna culminante esplosione di tripudio né alcuna emissione nel tempo che avemmo a disposizione. Il solletico, il movimento della testa, il succhiare andarono avanti per un po’, finché il domestico, sempre più nervoso per la paura di essere scoperto, bussò alla porta e la aprì appena per sussurrare un ammonimento. Lasciandolo cadere dalla bocca come uno scintillante lecca lecca, baciasti il mio roseo gonfiore, poi lo copristi e ti allontanasti con calma eleganza; la porta si aprì e si richiuse per te e rimasi solo.

O non del tutto: arrotolai di nuovo le coperte per osservare il mio nuovo amico, che ormai mi stava lentamente abbandonando. Lo toccai a titolo sperimentale mentre mi annusavo lo strano aroma sulle dita, ma la mia virilità se ne andò di sua iniziativa, e non l’avrei più rivista appieno fino al giorno in cui il vento e la pioggia mi tesero un’imboscata nei boschi fangosi.

Tu, mia cara, non avresti rivisto lo spettro che avevi risvegliato fino al nostro convegno sul tetto del castello, dieci anni dopo, in una notte tiepida, sopra la festa.

QUINDICI

L’acqua nera del pozzo sa di marcio: è l’odore di qualcosa che trasuda dalla terra, un odore che, benché rancido, dovrebbe almeno essere caldo e avvolgente, e invece è freddo e acuto. Colgo anche una traccia di odore umano, che indica che il vino e il cibo vomitati qui dentro si sono mescolati all’orina per creare toni ancora più pungenti che accompagnano il lezzo terroso del buco.

Tiro su nel naso un po’ di sangue; dentro l’elmo di metallo avverto una specie di rimbombo. Cerco di alzarmi ma mi sento paralizzato dal freddo. Mi chiedo da quanto tempo mi trovo qui. Alzo la testa, facendo sbattere l’elmo contro la parete del pozzo, per cercare di vedere l’imboccatura. Luce. Luce attraverso i fori dell’elmo, forse. O no. Sbatto gli occhi e la vista si mette a girare. Mi fa male il collo. Abbasso la testa e vedo ancora le luci.

Poi rivedo le stelle e resto sdraiato nel cuore svuotato del castello, stretto nel suo abbraccio notturno, mentre la sua avida freddezza mi infetta, e mi sento parte dei suoi soffocanti detriti: un altro granello disperso, gettato prima agli elementi più rapidi e poi al suolo, fatto rotolare lungo una direzione, una strada, un letto che non ho la possibilità di scegliere, e nessun modo di abbandonare.

Io non sono che cellule: niente di più, credo. La presente combinazione — ossa, carne, sangue — è più complicata della maggior parte delle miscele similari reperibili sulla rozza superficie del mondo, e la mia quota di plasma cosciente può essere maggiore di quanto riescano a mettere insieme altri animali, ma il principio è lo stesso, e il risultato di tanta sapienza in eccesso è semplicemente quello di farci conoscere appieno la verità della nostra irrilevanza. Il mio corpo, tutto questo essere stordito, sembra poco più di un mucchio di foglie d’autunno, sospinte e adunate da un mulinello di vento, e intrappolate, stipate da una casuale geografia sussidiaria in un deposito circoscritto. In che cosa sono più importante di quella temporanea pila di foglie, di quell’aggregato di cellule, sottoposte a una morte collettiva? Perché ciascuno di noi dovrebbe avere più significato?

Eppure continuiamo ad ascrivere a noi stessi una quantità di dolore, di gioia, di peso, di importanza maggiore rispetto a qualsiasi altro ammasso di materia, ed è questo il nostro sentimento profondo. Forse ci lasciamo sedurre dalle nostre stesse immagini, e quella di una foglia secca trascinata lungo la strada non è la stessa di un profugo.

Portiamo dentro di noi il limo dei nostri ricordi, come i tesori riposti nelle soffitte del castello e ne siamo sbilanciati, ma il nostro limo ha profondità geologiche e risale, attraverso le storie comuni, le genealogie, le stirpi, ai primi contadini, al primo gruppo di cacciatori, alla prima caverna condivisa o albero con un nido. Grazie al nostro spirito riusciamo a risalire ancora più indietro, e al di là, tanto che conserviamo gli strati sepolti delle geologie di tutti i pianeti negli stadi del cervello, e conteniamo nel nostro corpo la conoscenza delle esplosioni dei soli che vissero e morirono ben prima che noi esistessimo.

Più è profondo il limo più è potente il flusso, e non riesco a scendere fino in fondo, fino agli estremi detriti, non finché respiro e penso e sento. Le mie ossa potrebbero restare comodamente qui sotto — solo minerali, cose fredde, «cose» — ma non l’uomo che pensa a un eventuale epilogo.

Sprofondato in questo buco, credevo un tempo di vedere le profondità del cielo, di guardare in quel passato che è l’antica luce delle stelle, e allo stesso modo adesso, abbassato a una comprensione più elevata, aiutato dai miei torturatori, credo di vedere la via verso il futuro. Da qui, con questa nuova prospettiva, credo di vedere l’insieme del castello, il suo disegno si staglia su di me, trasparente e confermato, grazie a una terra non più opaca, che mette a nudo le pietre dell’edificio innalzate dal suolo alla comunione della pioggia e dell’aria.

Ecco la casa militante, un’impresa perfettamente abbozzata rannicchiata attorno a un vuoto segreto e protetto, con le insegne e le bandiere che si agitano impavide al soffio di venti volgari; un pugno in un guanto di ferro che prevale sull’aria spianatrice.

Giaccio sul fondo, seminale, germinale; una cosa diretta verso il fango, verso la terra, in evoluzione, per nulla sgomentata dal peso del passato incommensurabile compresso sotto di me e dalla colonna di atmosfera che tenta di schiacciarmi, due forze che insieme premono e mi costringono a sottomettermi e a diventare parte di una superficie più grande e più grossolana.

Ma adesso è adesso, è adesso la richiesta, e devo agire.

Tento di scrollarmi o di strapparmi via l’elmo, ma non ce la faccio. Decido di liberare prima le mani.

Mi dimeno, intirizzito dal freddo, per sciogliere il nodo. Piego le dita e cerco di far presa sulla corda di campanella che mi tiene strette le mani. Spingo e tiro e contorco i polsi tra i legacci.

Un rumore, di sopra.

Alzo lo sguardo nel buio, e mi pisciano addosso; l’urina rimbalza su di me, risuonando delicatamente sull’elmo e sibilando nell’acqua. È appena tiepida: il passaggio nell’aria fresca della gola del pozzo l’ha portata quasi alla stessa temperatura dell’acqua immobile sul fondo. Qualche grido, e poi, con un tonfo che mi fa sussultare, qualcosa di solido colpisce l’elmo e finisce in acqua. Risate, di sopra; altre grida, che si affievoliscono e poi tornano. Poi alcuni conati di vomito.

E il vomito, questa volta. È più caldo dell’urina. Il suo fetore rancido cresce attorno a me. Soprattutto vino, direi. Altre risate, poi il silenzio.

Continuo a lottare con i legacci che mi stringono i polsi. Credo che se solo riuscissi a vedere bene, anche in questa oscurità quasi totale, ce la farei. Ma ho bisogno delle mani per togliermi l’elmo. Provo, invece, a mettermi in piedi nel secchio, pensando che potrei riuscire a liberarmi dell’elmo se riuscissi a incunearlo con più forza contro la parete del pozzo. Anche questo tentativo fallisce: le mie gambe si rifiutano di collaborare.

Mi rimetto al lavoro coi nodi. Sono diventati umidi e scivolosi; le dita non fanno presa sulla superficie viscida. Finalmente, sento qualcosa che si scioglie a un’estremità del nodo, ma per quanto torca i polsi e allarghi il più possibile le dita non riesco a tirare il capo.

Ricado all’indietro, esausto, vedendo ancora le luci davanti agli occhi. Credo di aver perso conoscenza.

Non passa molto tempo, o forse sì.

Mi piego in avanti per incastrare la visiera dell’elmo contro la catena dell’argano, e poi, un anello alla volta, spingo all’insù la visiera finché riesco a portarla sopra la testa e a bloccarla. Adesso finalmente ci vedo, anche se non c’è molto da vedere. Vorrei che l’aria fosse più respirabile. Alzo lo sguardo: una corona stellare di pietra, composta di luci riflesse, mi fissa a sua volta, vuota.

Vederci non mi aiuta a sciogliere la corda. Dopo un’altra pausa boccheggiante e altre vertigini, mi piego all’indietro, sollevo i polsi, mi protendo con la bocca e faccio pendere verso i denti il capo pendulo della corda.

La puzza è spaventosa; qualcosa di umido mi gocciola sulla faccia. Ho un conato di vomito, devo fermarmi. Quando è passato lo stimolo faccio un altro tentativo. Alla fine riesco ad afferrare fra i denti la corda. Comincio a tirare, torcendo di nuovo i polsi e cercando di sfilare le mani.

Qualcosa cede. I polsi si stanno liberando. Una mano scivola fuori, umida e viscida e scorticata. Sputo la stoffa lurida che mi è rimasta in bocca. Sciolgo il cappio rimasto sull’altro polso, poi mi distendo, con le braccia e la schiena che protestano, e mi levo il peso dell’elmo dalla testa. Lo lascio cadere nell’acqua accanto a me, poi cerco di mettermi dritto, facendo forza con le mani sull’orlo del secchio. Senza successo. La schiena mi fa male come se fosse stata appena ustionata. Allungo le mani verso la catena del secchio e la tiro verso di me finché, un tratto alla volta, la corda finisce e si tende. Mi appendo, tiro e finalmente riesco a liberare la schiena e le caviglie incastrate.

L’acqua arriva solo a metà polpaccio. Cerco di stare in piedi ma non ci riesco: le gambe si piegano e devo stendere entrambe le braccia per sostenermi, appoggiandomi precariamente all’indietro. Alla fine ribalto il secchio e mi ci siedo sopra, in attesa, tremante, che mi ritorni una qualche sensibilità alle gambe.

Perdo di nuovo i sensi, e mi risveglio nell’acqua fetida e ghiacciata, dibattendomi e sputando. Mi inginocchio nella feccia gelida e cerco a tastoni il secchio. Torno a sedermici sopra.

Non so quanto tempo sia passato. Sto seduto con la testa fra le mani, cercando di soffiare un po’ di vita nel mio corpo; ogni tanto mi metto a tremare. A un certo punto il rumore di fondo cambia, finisce qualcosa, e quando alzo gli occhi, dopo aver percepito una nuova alterazione, è notte fonda; è scomparso il bordo di luce elettrica riflessa dalla roccia, e sopra di me non c’è più alcun alone luminoso. Abbasso la testa, poi provo ad alzarmi. Il formicolio mi assale le gambe, dall’inguine all’alluce. Riesco a stare in piedi, con lo sguardo puntato nell’oscurità.

Passa un po’ di tempo prima che mi senta pronto per un tentativo. Non so quanto. Non viene nessun altro a liberarsi nella mia segreta o a ridere di me, anzi, lassù in alto tutto sembra perfettamente silenzioso e buio.

Afferro di nuovo la corda del secchio, aggrappandomici con tutto il mio peso per saggiarla. In cima qualcosa cigola, e la corda cede appena. Sembra poco sicura. Non sono certo di avere la forza di risalire il pozzo. Forse dovrei starmene qui seduto sul secchio ad aspettare il mattino. Alla fine avranno compassione di me, o semplicemente si ricorderanno di me, e forse caleranno una corda per tirarmi su. Oppure no: magari mi lasceranno qui finché muoio, o mi getteranno addosso pietre e rocce fino a seppellirmi. Posso confidare nella compassione della luogotenente? O nel tuo amore? Non posso averne la certezza.

Poi mi appoggio all’indietro, con le scapole contro il muro, e spingo avanti i piedi nell’acqua, oltre il secchio e l’elmo sommerso, fino al muro più lontano, curvo e stretto. Mi tendo e mi tiro, sollevandomi. La nuca e la spina dorsale fanno a gara a chi protesta più dolorosamente, ma le ignoro entrambe. La catena congiunta alla corda si arrotola a spirale sul mio grembo. Adesso i piedi sono mezzo metro sopra il livello dell’acqua; la testa è un metro sopra di loro. Faccio una pausa, incuneato nella mia posizione. Ero troppo piccolo per fare così, la prima volta. In questo modo, però, posso fermarmi durante la salita nel pozzo, facendo riposare le braccia se diventano troppo deboli per lo sforzo.

Provo a partire, tirando la corda; ho il respiro affannato e il cuore batte sempre più forte a mano a mano che salgo. Le braccia cominciano a tremare, vibrare e bruciare per la fatica; mi fermo a prendere fiato, lasciandole penzolare, facendo smorfie di dolore quando la nuca e la schiena incontrano rocce ruvide e sporgenti. Anche le gambe cominciano a tremare. Riprendo a salire, a un incerto ritmo d’ambio: una mano stringe la corda, tirando, poi sale un piede, poi l’altra mano, poi l’altro piede.

Scivolo quando sono ormai vicino all’imboccatura. Una mano, stanca, trova qualcosa di viscido su quel filamento e perdo la presa; cado per un tratto, mi aggrappo d’istinto con entrambe le mani alla corda e di sopra l’argano stride con forza. Riesco a far presa e mi fermo, con le gambe penzoloni. Per l’attrito, i palmi e le dita bruciano come carbonizzati, facendomi gemere con la fronte appoggiata alla corda, mentre stelle luminose vorticano nel mio campo visivo. Ondeggio come un impiccato, con i piedi che urtano contro le pareti del pozzo. Sulle guance mi scorrono le lacrime. Spingo i piedi all’infuori per fare presa e incunearmi. Potrei lasciarmi cadere, rinunciare, fermare il dolore che parte dalle mani e mi inonda semplicemente arrendendomi all’attrazione seduttiva della terra; morte o incoscienza, non ha molta importanza. Ma qualcosa in me non cederà e sa che cos’è quell’unione di mani bruciate sulla corda fredda e consunta: una miccia.

Muovere le dita, costringendole ad aprirsi e chiudersi su quella superficie ruvida, mi fa boccheggiare. Piango per il dolore e la fatica; le braccia tremano così forte che sono certo che si piegheranno e cederanno al prossimo sforzo. Decido di fermarmi a riposare, punto le spalle contro la parete e quasi urlo quando la testa cade all’indietro, priva d’appoggio, e urta contro una pietra orizzontale.

Ho raggiunto la superficie. Sento col naso e le orecchie la differenza e annuso l’aria più fresca.

Tiro fuori i piedi, poi ruoto su un fianco, stringendo il muro di roccia, e per poco non ricado nel pozzo quando perdo l’appiglio su una pietra scivolosa. Invece cado da questa parte del cerchio di pietra e mi ritrovo sui ciottoli del cortile, accanto al cannone della luogotenente, che giganteggia nell’oscurità pietrosa del cortile. Poso le mani sui ciottoli freddi, e lascio che il castello rinfreschi come un unguento la pelle ustionata dalla corda.

Il castello non è del tutto buio: le luci elettriche sono spente ma tremolano alcune feudali torce da giardino. Regna un frammentario silenzio: sento un lontano colpo di tosse e un grido, forse umano. Mi rimetto in piedi, in attesa, respirando con forza, ondeggiando un po’. Il cielo notturno invia una pioggerella leggera e spruzza d’acqua il mio viso levato all’insù; alzo le mani verso la sua freschezza, come se mi arrendessi. La debole luce delle torce si riflette sulla mole metallica del cannone, mostrando la sua muta bocca puntata verso l’oscurità. Barcollo fino alla jeep più vicina, solo per sedermi. Mi porto le mani davanti alla faccia, e le piego nonostante il dolore.

Sedendomi, trovo una borsa infilata fra i due sedili, con qualcosa di duro all’interno. Infilo una mano, mordendomi le labbra per il dolore, e tiro fuori una pistola automatica, pesante, con uno splendore offuscato. La rigiro. È fredda e allevia il dolore della mano. La tengo stretta e mi allontano dalla jeep, raggiungendo la saracinesca chiusa che blocca il passaggio sotto il corpo di guardia. Oltre il breve tunnel c’è un barlume di torcia che illumina la balaustra spezzata del ponte sul fossato. Sbircio attraverso la griglia di ferro battuto.

Sento qualcuno che russa, quasi sotto di me, dall’altra parte della saracinesca. Faccio un salto all’indietro. Arrivano i suoni di qualcuno che si sveglia, si rigira, borbotta. Ho come l’impressione di un’oscurità che si muove, di gente che si alza per riempire lo spazio davanti a me. Poi uno strofinio, e un fiammifero che si accende. Mi riparo gli occhi, e attraverso la griglia metallica vedo prima una mano, poi un viso scuro, poi altri tre. Gli uomini dell’accampamento mi fissano attraverso il ferro battuto, le cui aperture tracciano un grafico di rassegnata preoccupazione sui loro volti tirati e sporchi.

«Chi è?» dico. Il fiammifero tremola. Non posso leggere nulla su quelle facce; sono forse spaventate, rassegnate, furiose? Non lo saprei dire. «Vi conosco?» chiedo loro. «Conosco qualcuno di voi? Chi siete? Cosa è successo? Che ora è?»

Il fiammifero tremola di nuovo, prossimo alla fine. Viene lasciato cadere all’ultimo momento, e si spegne prima di toccare i ciottoli. Apro la bocca per ripetere le domande, ma sembra del tutto inutile. Sento uno scalpiccio, il rumore di gente che si risistema, e capisco che gli uomini si stanno sdraiando di nuovo, come prima.

Provo a girare la ruota di ferro che alza e abbassa la saracinesca, ma il lucchetto è chiuso. Sto per voltarmi quando mi viene in mente la chiave che ho preso ad Arthur e infilato in una tasca. Mi sono ricordato di spostarla quando mi sono cambiato d’abito? Mi tocco con delicatezza le tasche con la mano libera. Trovo la chiave, la prendo fra due dita impacciate e la provo, ma sbatte nella serratura del lucchetto, molto più larga. Gli uomini si agitano al rumore, poi si rimettono sdraiati, e ben presto ricominciano a russare.

Mi fermo lì, con le mani tremanti per la fatica, stringendo una chiave sbagliata nell’oscurità quasi assoluta, poi mi volto e lascio gli uomini in attesa oltre la saracinesca, serrata ma aperta, e avanzo verso il cuore del castello, indovinando di essere diretto verso qualche piccola sciagura.

SEDICI

Nero su nero, il castello si staglia sospeso nella distorta simmetria dell’aria, senza offrire garanzie di soluzione, ma lasciandomi entrare, lurido e dissotterrato, attraverso la porta non chiusa né sorvegliata. L’atrio, illuminato dagli ultimi mozziconi di candela, sembra il quadro vivente di un massacro. Corpi disseminati sul pavimento; pozze di vino, scure come sangue. Solo un respiro sonoro e qualcosa di mormorato in un sonno profondo provano che si tratta di torpore di massa, e non della scena di una strage. Mi avvio sulla scalinata. I miei piedi restano appiccicati su alcuni gradini e, nonostante le mie cautele, sbriciolano rumorosamente qualcosa su altri. Nei corridoi e nelle stanze del primo piano mi accoglie una confusione di tavoli rovesciati, sedie fatte a pezzi e scrittoi abbattuti; ecco tende appallottolate sotto le finestre, ecco un opaco luccichio di frammenti di cristallo e cerchi metallici nel punto in cui è caduto e si è infranto il lampadario; nel camino del salone fumano i resti bruciacchiati di sedie scheggiate e di cassetti: spirali di fumo si levano pigre nell’oscurità che le attende a bocca aperta. Due corpi addormentati giacciono avvolti nei brandelli squartati dell’arazzo che prima occupava l’intera parete; vedo una mano soldatesca che stringe ancora il collo di una bottiglia.

Dappertutto scintilla la devastazione di vasi, lampade, statuette, ridotti ad ammassi seghettati le cui punte taglienti, estratte da ciò che era un tempo il loro io intatto, risplendono come ghiaccioli confitti in un ammasso di ritagli torti e strappati che un tempo erano pagine di libri e mappe, stampe e dipinti, tessuti e fotografie, tutti gettati come una neve vecchia e grigia di riporto su un paesaggio di desolazione assoluta: la morbidezza di questo strato sembra una sorta di espiazione per la violenza che è stata necessaria alla sua creazione.

Una tale deliberata distruzione. La mia casa, la nostra casa, desolata, saccheggiata, in rovina; il tesoro raccolto nei secoli, da un intero albero genealogico di antenati e in mezzo mondo annientato in una notte di frenetica e insensata licenza. Mi guardo intorno, scuotendo la testa, mentre i sensi vacillano davanti alla percezione della portata e della scala di ciò che è andato perduto. Una tale bellezza, una tale eleganza, una tale grazia: tutto devastato. Tanti oggetti accumulati con amore, tanti preziosi possessi, tanta elaborata ricchezza, tutto cancellato dall’adulta esagerazione di una collera infantile, liquidato davanti all’esplosione momentanea di un’allegria distruttiva, abbandonato a nient’altro che alla furia improvvisa e infiammata di un vandalo.

C’è, nondimeno, una parte di me che esulta al pensiero di ciò che è stato compiuto e che si sente liberata grazie a tutta questa distruzione.

Da dove ha avuto origine gran parte del nostro irregolare godimento, se non dall’infrazione, dalla rottura, dalle macerie? Abbiamo infranto leggi e tabù e strutture morali, e il nostro apostolato, la nostra infezione hanno causato lo stesso comportamento negli altri. La massima parte dei valori che la società considera fondamentali li abbiamo sdegnati, demoliti, abbattuti. Più un’azione era aberrante, più vi abbiamo trovato diletto: il piacere elementare di un atto veniva ingrandito e moltiplicato dalla gioia deliziosa di immaginare la rabbia apoplettica che avrebbero ostentato quasi tutti gli altri se fossero mai venuti a conoscenza di ciò che avevamo fatto, per non parlare — altro pensiero maligno, eroticamente eccitante — delle arteriosclerotiche vette di scandalo a cui si sarebbero innalzati se ne fossero stati testimoni oculari.

Abbiamo piegato a tali voleri il corpo — nostro e altrui — che ormai non ci restano altre proibizioni da ignorare, altre santità da insozzare, altre leggi da infrangere. Ci siamo fermati davanti allo stupro non simulato, alla tortura non volontaria e all’omicidio, ma a parte ciò molte volte ci siamo sottomessi a grandi dolori e corteggiato la morte mediante dolci costrizioni. Cosa rimane, che non richieda la forza, e dunque che ci abbassi al livello del comune stupratore o del vile torturatore, la stirpe miserabile che può raggiungere i propri scopi solo con la materiale sopraffazione degli altri? Nulla, avrei pensato fino a oggi.

Avevo creduto che ormai non ci rimanesse che la prospettiva degli stessi atti compiuti con nuove sfumature e l’occasionale, minima variazione. Era, è vero, la causa di una punta di rimpianto, qualcosa con cui è abbastanza facile convivere, come il rendersi conto che è impossibile ottenere tutti gli oggetti del proprio desiderio, o la distante prospettiva della morte in tarda età. Vedo adesso che restava sempre questa possibilità: la distruzione dei nostri valori, delle proprietà che avevamo care. Riconosco di essere stato cieco a non capire che una parte della moralità che condividevamo con gli altri implicava restrizioni degne di essere infrante, e perciò nascondevano in quella sovversione una quantità di piacere in precedenza mai sospettato.

Non credo che avrei mai potuto compiere una simile devastazione: la nostalgia, qualche residuo di sentimento familiare, il rispetto per l’abilità artigianale e la consapevolezza dell’impossibilità di condurre a termine una tale rovina me l’avrebbero impedito; ma dato che ormai tutto questo è stato compiuto da altri, perché non dovrei assaporarlo e gloriarmi del risultato? Chi altro dovrebbe farlo? Chi altro lo meriterebbe? Non certo questi casuali distruttori, questi occupanti temporanei: dubito che sapessero che i dipinti che hanno ridotto a brandelli, il vaso scagliato contro un muro o il libro gettato nel fossato o lo scrittoio schiantato e bruciato nel camino valessero ciascuno più di quanto potrebbero mai pensare di guadagnare, in pace come in guerra. Io solo posso con equità e con il dovuto discernimento apprezzare cosa è andato qui distrutto. E non mi dovevano questi materiali, questa ricchezza di mercanzie e d’arte un ultimo contrappeso di piacere, un’ultima tenerezza, benché non fosse altro che il riconoscimento, nel commiato, del loro perduto valore?

Perduto, dunque. E insieme a tutto ciò, è scomparsa anche gran parte delle cose che ci eravamo trascinati dietro quando abbiamo lasciato il castello, pochi giorni fa. Adesso potremmo anche rinunciare a questi muri non più ingombri, credo. Ora non resta che la nuda struttura, e non vorrei tentare di indovinare quanto riuscirà a sopravvivere rispetto ai beni che un tempo ha ospitato. Resiste solo il guscio, il solo corpo: comatoso, vegetativo, rapidamente abbandonato dagli abitanti, con la padronanza di sé ridotta ormai a nulla.

Ma grazie a questa perdita, noi vinciamo. Siamo liberi, possiamo finalmente andarcene, allontanarci col cuore oltre che con le gambe.

Attraverso il salone deserto, passando davanti al fragile applauso dei vetri infranti e alla ferrosa approvazione delle armature gettate per terra, delle spade cadute e di indecifrabili detriti metallici. Una fioca luce lunare filtra fra le nubi che si aprono e si allontanano, consentendomi di vedere. Strappo un arazzo che pende insaccato da una parete e digrigno i denti per la feroce fitta di dolore che ne ottengo. Rimetto sul piedistallo una fanciulla di marmo e appoggio il suo braccio spezzato sullo scaffale accanto; la fanciulla splende lattescente nella luce grigio-azzurra, luminosa e spettrale.

Raccolgo, chinandomi, una statuetta. È una pastorella, idealizzata, ma squisita e splendidamente eseguita, come la ricordavo. Ha perduto la testa, ed è stata spezzata dal suo piedistallo. Mi accuccio per cercare gli altri pezzi. Trovo la testa coperta da un cappellino, e strofino via un po’ di polvere di gesso dai lineamenti delicati. Il naso è stato scheggiato, e la punta brilla, bianchissima, attraverso il leggero rossore della vernice. La testa sta in precario equilibrio sulla sottile scanalatura del collo: la poso con cura sullo scaffale della libreria, accanto al braccio della statua, e poi continuo ad avanzare in mezzo alla devastazione.

…E non posso fare a meno di ricordare altri danni tumultuosi, molti anni fa, provocati da papà anche se portati a termine dalla mamma. Fu anche l’occasione della nostra prima separazione.

Il ricordo è annebbiato, non tanto per l’accumulo degli eventi che si frappongono quanto per la mia giovanissima età in quel momento. Rammento che dopo l’iniziale scambio di urla, la mamma strillava e papà si limitava a parlare, che la voce di lei aggrediva le orecchie e che invece bisognava sforzarsi per distinguere le parole di lui. Ricordo che lei lanciava e lui si abbassava, o tentava prese al volo.

Noi eravamo in camera nostra, a giocare, quando sentimmo le loro voci, talmente alte che erano salite fino a noi, raggiungendoci nello spazio arioso della soffitta dipinta di chiaro. La bambinaia era sempre più nervosa, sentendo le urla e le grida, le parole aspre e le accuse che filtravano dalla camera da letto al piano di sotto. Andò a chiudere la porta, ma il rumore arrivava lo stesso, per mezzo di qualche strada secondaria della geografia più volte alterata del castello, mentre noi giocavamo con i mattoncini o i treni o le bambole. Credo che ci guardassimo l’un l’altra, restando in silenzio, e continuammo a giocare.

Finché non potei più resistere e superai la bambinaia, aprii la porta e scesi di corsa gli stretti gradini, singhiozzando, mentre la donna mi gridava di tornare indietro. Anche lei si mise a correre, e tu ti avviasti a passi felpati dietro di lei.

Erano nella camera di papà. Varcai di corsa la porta mentre la mamma gli scagliava contro qualcosa. Una porcellana, parte della collezione che lui aveva radunato, volò, bianca come una colomba, attraverso la stanza e si infranse sul muro, sopra la testa di papà. Credo che avesse cercato di afferrarla, e ce l’avrebbe fatta, se non fosse stato distratto dalla mia improvvisa comparsa. Mi guardò infuriato, mentre correvo in lacrime dalla mamma.

Lei era in piedi accanto a una vetrina, vicino al muro; lui era vicino alla porta che collegava le due stanze da letto. Papà era vestito per andare in città. La mamma indossava una camicia da notte trasparente sotto la vestaglia, era spettinata, sulla faccia aveva la crema di qualche trattamento di bellezza. Nella mano sinistra teneva un foglio di carta color lavanda su cui c’era scritto qualcosa.

Lei non si accorse della mia presenza finché non andai a batterle contro la coscia e mi aggrappai a lei, supplicando che lei e papà smettessero di gridare, di litigare, di comportarsi in maniera così orribile. Annusai il suo profumo, quel suo odore naturale difeso con tanta cura e quella leggera essenza floreale che prediligeva, ma colsi anche qualcosa d’altro; c’era un profumo diverso, più chiaro e muschiato del suo, e solo in seguito capii che doveva provenire dal biglietto spiegazzato che teneva in mano.

Pensavo, forse, che solo per il fatto di essere lì, solo col ricordare loro la mia esistenza sarei riuscito a farli smettere di litigare, senza immaginare che la mia presenza, anzi, proprio la mia esistenza avrebbe potuto fornire un altro stimolo alla disputa. Non sapevo che l’intero corso successivo delle nostre vite sarebbe stato determinato da due pezzi di carta, presenti entrambi in quella stanza. Uno — bianco, severo, dai bordi netti, piegato con cura nella giacca di papà — era una lettera con un sigillo di stato, che lo inviava in una capitale straniera a rappresentare la sua nazione; l’altro — quello azzurro e profumato, stretto con furia dalla mano della mamma — era stato nascosto da papà, scoperto dalla mamma, nuovamente nascosto da lei e infine rivelato, pochi minuti prima, come reazione. Entrambi rappresentavano una possibilità per chi li sventolava; insieme definivano la calamità che incombeva sulla nostra famiglia.

La mamma mi strinse a sé e io singhiozzai nella consolante trapunta della vestaglia, mentre il suo pugno chiuso — quello che stringeva il biglietto — mi premeva tremante fra le scapole. Lei riprese a urlare, con le parole che precipitavano veloci, disperate e affannate dalla bocca. Parole feroci, accusatrici, umiliate; frasi e periodi carichi di scoperte e tradimenti e abbandoni e atti sordidi e odio. Allora capivo ben poche di quelle parole, oggi non ne ricordo direttamente nessuna, ma il loro significato, il loro peso mi perforavano le orecchie come lance infuocate e mi esplodevano nella mente; le gridai di smettere e mi portai le mani alle orecchie.

Anche altre mani si chiusero attorno a me e cominciarono a spingermi fuori. Mi aggrappai di nuovo alla mamma, ancora più stretto, mentre la bambinaia cercava di strapparmi via e tu eri ferma sulla soglia, con la mano sulla maniglia, con gli occhi scuri spalancati, calmi, inquisitori.

La voce di papà era misurata, calma, ragionevole. Parlava di dovere e opportunità, di stanchezza e di nuovi inizi, del peso del passato e delle promesse del futuro, di terre inaridite e di terre vergini. La sua calma glaciale aveva l’effetto opposto sulla mamma e ogni parola sembrava eccitare il suo furore e trarre nuovo veleno da lei: ogni parola che alludeva alle responsabilità pubbliche veniva distorta, e costretta a mettere in discussione il suo comportamento privato, e diventava non solo vuota ma disonorevole.

Papà riteneva doveroso che andassimo tutti; la mamma gridava che sarebbe partito da solo.

La voce della mamma si stava arrochendo; infilò una mano nella vetrina, estrasse una statuetta e la scagliò contro papà, che la prese al volo e la tenne in pugno mentre le parlava con il più ragionevole dei toni. Lei si mosse, trascinandomi con sé mentre la bambinaia cercava di staccarmi le dita dal suo fianco; la mamma posò l’avambraccio sullo scaffale e fece cadere con un solo movimento tutte le statuette di porcellana, che si infransero o rimbalzarono sul pavimento.

Io gemevo e tiravo calci alla bambinaia.

Tu attraversasti la stanza e prendesti delicatamente la statuina dalla mano di papà, poi — quando la mamma ne gettò un’altra sopra la tua testa, e la statuetta, deviata dal braccio teso di papà, si frantumò sul pavimento — ti inginocchiasti a raccogliere i frammenti di porcellana, riponendoli nel grembiule macchiato di colori dove giaceva anche la figura intatta.

Credo che i singhiozzi desolati alla fine dovettero fiaccarmi, perché la bambinaia riuscì a staccarmi dalla mamma; mi tenne stretto per la mano e mi trascinò via urlante, con i piedi che si tiravano dietro un tappeto, verso di te. Tu alzasti lo sguardo, ti alzasti in piedi e svuotasti con cura il grembiule sull’alto letto di papà. Prendesti l’altra mano della bambinaia e lei condusse te e trascinò me alla porta; le sue scuse vennero cancellate dalle urla strozzate della mamma. La statuina seguente colpì con forza papà alla testa. Lui si portò una mano alla fronte e fece un’espressione seccata alla vista del sangue che gli macchiava le dita.

Alla porta riuscii a liberarmi e corsi indietro; la bambinaia tentò di inseguirmi e io saltai sul letto e lo attraversai a grandi passi, disperdendo i pezzi di porcellana che avevi raccolto tu. Raggiunsi papà: ora volevo difenderlo dalla furia della mamma.

Lui mi spinse via. Mi fermai, confuso, in mezzo a loro due, fissando papà mentre lui mi puntava il dito contro e gridava qualcosa. Ricordo che non capii, e pensai: Perché non mi vuole? Cosa c’era che non andava in me? Perché accettava solo te?

La mamma strillava il suo rifiuto; la bambinaia mi afferrò con entrambe le mani e mi tenne sotto un braccio, appoggiato su un fianco; all’inizio mi dibattei appena, ancora sconvolto. Presso la porta mi scossi e mi liberai ancora una volta e mi diressi verso papà. Questa volta lui imprecò, mi prese per la collottola e mi spinse fuori dalla porta, passando accanto alla bambinaia piangente che si scusava. Mi scagliò lontano nell’atrio. Atterrai ai tuoi piedi. La bambinaia uscì di corsa dalla camera da letto e la porta sbatté alle sue spalle; si sentì scattare la serratura.

Tu allungasti la mano per asciugare un po’ del sangue di papà che mi era rimasto sul collo.

Quel giorno stesso lui ti portò via con sé, e per la prima e ultima volta colpì sua moglie che cercava di trattenerti. La mamma fu lasciata in lacrime sui ciottoli del cortile mentre lui conduceva te, tranquilla e remissiva, lungo il passaggio sotto il corpo di guardia e poi oltre il ponte fino alla macchina che lo attendeva. Io mi inginocchiai accanto alla mamma, condividendo le sue lacrime, e osservando la vostra partenza.

Ti voltasti solo una volta, mi guardasti negli occhi, sorridesti e salutasti con la mano. Non ricordo che tu abbia mai avuto un’aria più indifferente. Le mie lacrime sembrarono asciugarsi all’istante, e mi ritrovai ad agitare debolmente la mano, verso la tua schiena, mentre saltellavi via.

Mi avvio sulla scalinata centrale, dove il gesso, simile a una purissima nevicata, ricopre una figura addormentata, che si muove, bofonchia nel sonno e disturba appena la polvere. Qualcosa mi schiocca sonoramente sotto i piedi mentre passo accanto al soldato addormentato, e dalla forma raggomitolata esce un insulto ubriaco e incoerente. Resto immobile, e il soldato si riaddormenta, e il mormorio si smorza nel silenzio.

Mi viene in mente di lasciare qui la pistola che pende dal mio braccio destro, ma la mano dolorante e ustionata ormai si è abituata all’arma; serrata attorno alla sua freddezza, la carne bruciata non si lamenta, a parte un dolore sordo e distante; costringerla a muoversi adesso, staccare la pelle gemente dal calcio della pistola e flettere quella superficie segnata vorrebbe dire suscitare altro dolore. È meglio, meno penoso, lasciarla dov’è. E comunque, chissà, magari la pistola può tornarmi utile.

Salgo i gradini curvi fino al caposcala del piano delle stanze da letto, dove le ringhiere della balaustra, inclinate e spezzate, sporgono verso la tromba delle scale come dita che artigliano il vuoto. I miei piedi, che preferiscono il limite interno dei gradini, strusciano polvere di gesso a ogni passo. Il corridoio trabocca d’ombre, una buia foresta di colonne e pilastri pallidi, ampie chiazze di ombre d’inchiostro e raggi obliqui della luna; un sentiero invernale fra i detriti, fiancheggiato di oscure pozze che hanno lo stesso colore del retro degli specchi antichi. Sento lontani grugniti, un letto o un’asse scricchiolante, qualcuno che tossisce. L’aria puzza di fumo e sudore e alcol. Sul pavimento, la corrente di una finestra rotta spazza via un turbine di pagine strappate da libri. Provo a seguirle.

La porta della mia camera è socchiusa; all’interno l’aria è turbata dal russare di vari uomini. Nell’entrata che dà sulla tua camera, mia cara — e nella cornice di una finestra proiettata dalla luce della luna — giace un’altra forma assopita, arrotolata in un sacco a pelo, con un elmetto posato accanto alla testa e un fucile in equilibrio contro uno stipite della porta. Mi avvicino al soldato, posando con cura i piedi per evitare di far rumore schiacciando fogli e dischi rotti o un’asse danneggiata che scricchiola sempre. Mi sporgo verso di lui e colgo una traccia di quella che, alla luce della luna, sembra una ciocca di capelli rossi. È Karma, allora, il nostro mitragliere e fedele guardiano del sonno della luogotenente. Credo di poter girare la serratura della porta, ma se la aprissi farei cadere il fucile. Potrei sollevarlo, ma la cinghia è avvolta intorno al polso del guardiano, subito sotto il pugno serrato come quello di un bambino, accanto alla guancia.

Mi ritiro e punto sulla porta aperta del mio appartamento. L’oscurità è riempita dal rumore raschiante di un ubriaco che si dibatte nel sonno. C’è poca luce: il camino è spento, le tende sono tirate e comunque la stanza non è esposta alla luce della luna. Faccio scivolare con cura i piedi. So dove sarebbero tutti gli oggetti di questa stanza in condizioni normali, ma quali rifiuti siano stati abbandonati, quali vestiti lasciati cadere e quali mobili spostati da chiunque dorma qui adesso non lo posso indovinare né vedere.

Striscio attorno ai piedi del letto e avanzo a tastoni oltre la cassapanca, e la mia mano sensibilizzata dal fuoco sfiora qualcosa che sembra biancheria femminile e un bicchiere posato accanto. Attraverso la stanza fino al muro accanto alla porta che dà sulla tua camera. Le scarpe incontrano vetri rotti, uno strato crepitante sulla superficie del tappeto. La vetrina accanto al muro è stata aperta; la mia mano in avanscoperta tocca lo sportello di legno e vetro e lo chiude con un morbido scatto e con il rumore stridente di qualcosa che gratta sul vetro. Mi immobilizzo. Il russare alle mie spalle ha un’esitazione e cambia tonalità, ma continua virilmente. Avanzo a tentoni fino alla porta.

Il passe-partout di Arthur fa scattare con dolcezza la serratura. Ricordo che ci sono chiavistelli su entrambi i lati della porta. Allungo la mano e scopro che quello da questa parte non è chiuso. Ho un’esitazione, chiedendomi cosa potrà mai succedere quando girerò questa maniglia, a cosa potrà condurre l’apertura di questa porta.

La maniglia si abbassa con facilità nella mia mano dolorante, e con una minima pressione la porta, robusta e pesante, comincia ad aprirsi.

Entro nella stanza, in un malcerto spazio ambrato pieno di ombre. La porta si chiude con uno scatto inavvertibile.

Finalmente, mia cara. Trovo te e la nostra luogotenente.

La stanza è illuminata da larghi monconi di candela e dai resti del fuoco nel camino, con i ciocchi ridotti a incandescenti caverne rosso scuro in un paesaggio grigio e nero, privo di fumo e di fiamma. Su ogni candela c’è un bagliore a forma di lacrima, immobile come vetro soffiato. Tremano appena alla debole corrente prodotta dal mio ingresso, una dopo l’altra: prima la candela sul lato più vicino del camino, poi quella su una cassapanca, poi quella all’estremità lontana del fuoco, infine la candela sul comodino, su cui è posata una pistola automatica di metallo nero e lucente. La dolce marea delle ombre lambisce la pelle della luogotenente e la tua, come la luce che accarezza le forme levigate della vostra carne condivisa.

Il corpo della luogotenente, di cui è visibile una metà in verticale, è più snello di quello che mi sarei aspettato. In questa luce, la sua pelle sembra quella di un bambino: morbida e rosata. Siete sdraiate insieme, nude, con le membra intrecciate, circondate da un caos indolente di cuscini, lenzuola, vestiti; la tua guancia è sulla sua spalla, la sua gamba gettata sul tuo fianco, una sua mano è posata con leggerezza sul tuo seno. Come sembra vulnerabile, insieme a te, mia cara, la nostra luogotenente, come è muto l’orgoglio del comando, quanto poco da luogotenente è la sua nuda accessibilità, quanto disposta al sonno la spalla che si adatta alla guancia, la nera capigliatura arruffata, la posa languida del braccio gettato all’infuori, la curva succosa della natica e la morbida mano a coppa: tutte le sue membra fluttuano sulle gonfie lenzuola di seta come relitti a stento collegati in un mare magico e calmo.

E quanto innocente, quanto bella appari tu, innalzata sopra la dissolutezza alcolica inghiottita dai piani inferiori, languida e composta in una pace comune e silenziosa, sicura nella tua morbida cittadella di sonno. Avanzo con cura ai piedi del letto, stando bene attento ai punti in cui il pavimento cigola, abbassandomi per evitare che la mia ombra proiettata dalle candele cada sul viso serenamente addormentato della luogotenente.

Quanto desidero unirmi a voi due, scivolare in silenzio fra voi e condividere il vostro calore, essere accettato da lei e insieme da te.

Ma so che non è possibile. Nessun atto della luogotenente fa pensare che i suoi gusti possano accettare una simile inclusione, o che lei possa cedere a ciò che desidero io. Devo contentarmi di essere stato testimone, di aver visto quanto doveva essere visto e sarà serbato con cura nella mia memoria. È sufficiente. Non ho idea di cosa potrebbe comportare quanto ho visto, del mutamento di situazione e fedeltà che potrà suscitare in seguito, ma da molto tempo abbiamo convenuto che cose come queste devono essere trattate con ragionevole passione, e di correre questo rischio. Solo il margine che ci siamo concessi ci permette di andare alla deriva insieme, solo i legami più allentati ci terranno uniti. La nostra ampia licenza è stata la garanzia di una rilassata affiliazione, e ci ha mantenuto nelle nostre orbite irregolari, mentre una minor portata di reciproco consenso ci avrebbe ben presto separati per sempre.

È stato egoistico, da parte mia, intromettermi in questo modo. Continuate a dormire, gentili signore. Perdonatemi per aver tratto questa minima quantità di piacere dalle conseguenze del vostro. Uscirò di scena, vi lascerò in pace e forse troverò un letto da qualche parte, di sopra.

Mi muovo con la cautela necessaria attorno al letto, badando di nuovo a dove metto i piedi, di nuovo piegandomi sotto la linea di luce che congiunge lo stoppino delle candele agli occhi chiusi della nostra luogotenente.

Un’asse scricchiola sotto di me, dove prima non si era mai mosso nulla. Certo, capisco all’improvviso; sono vicino al tappeto che copre il buco lasciato dalla granata. La luogotenente si muove nel sonno. Faccio un lungo passo per togliermi dall’asse danneggiata, che manda uno schiocco improvviso tornando a posto. Sento un rumore dietro di me, sul letto, e comincio a voltarmi, sbigottito, perdendo l’equilibrio, barcollo e metto il piede sul bordo del tappeto, pensando che sia centrato sul buco.

Ma qualcosa nel castello mi tradisce. Mentre guardo all’indietro, e vedo la tua testa che comincia a levarsi e la luogotenente che si volta di scatto, torcendo le coperte attorno a sé come un bozzolo filato — mentre i suoi occhi si aprono lentamente e la sua mano si protende verso il comodino — il mio piede finisce nel buco malchiuso sotto il tappeto. La gamba scompare di sotto, trascinandomi con sé; l’altro piede scivola sul pavimento di legno mentre comincio a sprofondare. Le mie braccia si distendono, e le mie mani tentano di stringersi a…

La pistola, dimenticata nella mia presa bloccata dall’ustione, emette un rumore assordante. Liberata come un uccello artigliato per aggrapparsi alla salvezza del trespolo marmoreo del camino, la mia mano, con le dita che si contraggono dolorosamente, si stringe invece al grilletto della pistola. Esplode uno sparo, e rimbomba nella stanza con una forza assordante, e una lancia di fuoco sgorga dalla bocca, coprendo la luce delicata delle candele e delle braci, accecandomi. Ho la gamba incastrata nel buco; mi volto mentre cado, e la mia testa colpisce la griglia metallica al bordo del focolare; la pistola sta ancora sparando, posseduta da una sua vita sussultante, e il suo folle abbaiare mi riempie la mano e le orecchie. Il marmo si crepa, si disperdono schegge, grida e colpi di rimbalzo echeggiano da qualche parte nel gorgo del rumore. Rotolo sulla schiena, confuso, mentre la pistola continua a saltarmi in mano. Anche mentre cado sul pavimento, con la gamba bloccata, preso come un animale in trappola, mi scopro a chiedermi come faccia la pistola a continuare a sparare, e solo oscuramente comincio a capire che, al contrario di tutte le pistole che abbia mai usato, questa spara finché si tiene premuto il grilletto. Dico alla mia mano di aprirsi, voglio che le mie dita lascino il grilletto, e intanto cerco di risollevarmi, di mettermi seduto.

Allora vedo la luogotenente, nuda e inginocchiata a gambe larghe sul letto, con una pistola tenuta a due mani e puntata contro di me. Apro la bocca per spiegare. Dietro — oltre il rosa del suo corpo agile e disteso — vedo te, rannicchiata, piegata in due, tremante, che ti stringi un braccio.

È sangue quello che c’è sulle lenzuola? Sono stato io che…?

La luogotenente spara prima che io riesca ad aprire la bocca, prima che possa spiegare, o chiedere, o protestare. Qualcosa mi colpisce sul lato della testa come un picchetto conficcato da un martello, facendomi ruotare, facendomi contorcere, facendomi girare gli occhi così da vedere le minuscole fiamme delle candele che roteano e lasciano una scia e creano un alone attorno a me, e le loro piccole vite tremolanti si trasformano in un intero popolo di candele.

Poi la luce si spegne del tutto mentre cado di nuovo all’indietro, colpendo le assi in un silenzio che svanisce.

Oscurità. Non più spari. Immobilità.

Mi sembra di non poter sentire nulla direttamente, eppure in qualche modo sono consapevole delle cose. Sono cosciente di un pianto, di grida, di voci che tranquillizzano, di cose che sbattono pesantemente e terribili ruggiti e rumori di tonfi e di passi. L’esistenza, la presenza di questi suoni mi viene in qualche modo segnalata, ma solo in quanto concetti, entità astratte. Non saprei dire chi piange, chi parla o cosa si dice o quali sono esattamente quei suoni e cosa significano.

Voglio aprire gli occhi ma non posso. C’è una tempesta in arrivo, penso. La pistola mi viene tolta dalla mano. Non fa troppo male. Qualcosa mi rimbomba nel fianco, nelle costole. Accade di nuovo. Mi ci vuole un momento, nell’oscurità che mi avvolge, per capire che vengo preso a calci. Comincia a far male. Il pianto, le grida, i colpi continuano. Sono gli alberi? Sento gli alberi che hanno preso a muoversi nella brezza? Un altro calcio, e questa volta fa più male.

«…qui!» dice una voce, distintamente.

Alcune mani si stringono attorno a me, mi sollevano bruscamente. La gamba viene districata dal buco nel pavimento. Poi sono di nuovo messo giù, e atterro su qualcosa di morbido, credo.

Sono sulla schiena. No, bocconi.

Adesso sento rumori confusi. Scricchiolano assi, sbattono porte, arrivano zoppicando alcuni piedi; fruscio di vestiti, sdrucciolii; lontani passi di corsa, con un ritmo spezzato, tutti diretti qui; urla confuse, preoccupate, sollevate e irose; frenetici scambi di parole. Credo che soffriremo tutti quando arriverà la tempesta. La mia testa viene sollevata, e poi lasciata cadere di nuovo. Sento la tempesta che si raccoglie sulle montagne. Strano torpore. Altre parole. Corone di nubi nere che si ammassano. Respira ancora. Una certa oscurità in cima. Barry. Bara. Sbarazzarsi.

Sei tu che piangi, credo. Parole di conforto della luogotenente. Sto ancora cercando di parlare perché ci devono essere cose da dire. Credo che i miei occhi siano aperti, ma non perché credo di vedere qualcosa. Credo di poter vedere. Di certo mi piacerebbe. Consapevole di altre persone. La stanza sembra molto rossa, come la osservassi attraverso una nebbia di sangue. Tu sei sul letto, rannicchiata, abbracciata: accudita. Gesso sul pavimento, sangue scuro sul letto. La luogotenente, seduta sul letto, si sta infilando uno stivale. Un leggero sibilo, qualche vecchio arnese alimentato a gas. C’è un tappeto sotto di me, che si inzuppa lentamente. Voce che riconosco: quella di un domestico, che grida, implora, nella stanza accanto, poi una frettolosa discussione, ordini e altre grida, la voce del domestico che protesta, si calma, se ne va, scompare. Ma la tempesta continua ad avvicinarsi; romba contro le mura cave del castello.

Mi chiedo chi abbia gridato. Sei stata tu, mia cara, o lei? O io, forse? Per qualche ragione mi sembra importante proprio adesso, sapere chi ha gridato, ma so solo che qualcuno l’ha fatto. Ricordo quell’urlo, mi torna in mente il suono, posso ripeterlo nella mia mente anche al di sopra del rombo della tempesta, ma nel ricordo potrebbe essere stato chiunque di noi tre. Forse siamo stati tutti e tre insieme. No.

«…on qui!» dice una voce. Ma di chi?

Uno scuro rombo postumo mi consuma. Adesso è arrivata la tempesta. L’ultima cosa che sento è «Non qui, non qui. Non…»

DICIASSETTE

Castello, sono nato dentro di te. Adesso mi rivedi come un bambino inerme portato attraverso le tue sale devastate. Sulla stessa barella che era servita per la granata vengo condotto davanti ai soldati, alle loro temporanee conquiste e ai nostri domestici, tutti in piedi, a bocca aperta. I detriti che avevo attraversato e le forme assopite che solo pochi minuti fa avevo sfiorato — unica creatura animata, unica in piedi e capace di stare in equilibrio, sprezzante di fronte alla loro rumorosa letargia — adesso sono gli ebbri testimoni della mia espulsione: vengo spazzato via, impotente e disarmato. Ciascuno con una candela in mano, i membri di quella congregazione mi osservano, come una vergine abbagliante e pacchiana condotta per la processione annuale in mezzo all’usuale squallore dei fedeli.

La luogotenente allarga le braccia mentre avanza a grandi falcate, infilandosi il giubbotto. Tranquillizza la folla, dicendo a tutti di tornarsene a letto, schiacciandosi per superare me e i miei portatori, sistemandosi il colletto mentre scendiamo le scale. Il sangue scorre alla testa. No, no, un incidente. Troveremo aiuto. So dove si può trovare un dottore, l’ho visto l’altro giorno. Anche la signora è ferita ma di striscio. Tutti e due sembra che stiano peggio di come stanno in realtà. A letto; tornatevene a letto. Continuate a dormire. Andrà tutto bene.

Vedo un altro viso, calmo, pallido ma composto in cima alle scale mentre scendiamo rumorosamente (mani bianche sul legno scuro e straziato, l’altro braccio avvolto in bende, stretto al tuo seno latteo)? Credo di sì, ma poi la rampa di scale mi fa voltare e mi toglie quella visione.

L’atrio, e sono di nuovo orizzontale. Vedo un’armatura accanto alla porta, con una cappa nera foderata di rosso sulle spalle. Cerco di toccarne l’orlo quando le passiamo accanto, e il braccio si protende in una supplica, mentre la bocca tenta di articolare parole. Il braccio ricade, toccando il pavimento, e le nocche colpiscono il gradino della porta, crocchiando su di esso mentre usciamo in cortile. La porta viene chiusa con violenza. Sento stivali che corrono sui ciottoli, poi urla e grida.

Non il pozzo, cerco di dire. Abbiate pietà. (Forse lo dico, credo, mentre mi scaricano dalla barella e mi buttano sul pianale tra i sedili di una jeep.) Il fondo odora di fango e olio. Qualcosa di freddo e rigido viene gettato sopra di me, sopra tutto il mio corpo, togliendomi la poca luce che c’è. Le sospensioni del veicolo cedono, viene mormorata qualche parola, un lontano rumore metallico viene coperto quando il motore si avvia rombando e l’acciaio sotto di me si mette a tremare.

Cigolano gli ammortizzatori, l’aria sibila; due pesanti paia di stivali si posano su di me, schiacciandomi la testa e le ginocchia. Il motore tossisce e si imballa, le marce stridono e partiamo con uno strattone. I ciottoli del cortile mi scuotono, il passaggio sotto il corpo di guardia amplifica il rombo del motore, e poi siamo fuori, oltre le mura, sopra il ponte — altre grida e un unico colpo di pistola — e scendiamo per il viale d’accesso.

Cerco di seguire la strada, sforzandomi di combinare la mappa della memoria con i movimenti ciechi della jeep; qui la testa è spinta contro la fiancata, qui gli stivali pesano di più, o scivolano all’indietro o in avanti. Credevo di conoscere bene questo territorio, ma penso di aver perso l’orientamento prima ancora di lasciare il parco. Giriamo a sinistra alla fine del viale, credo, ma sono ancora confuso. Mi fanno male la testa e le costole. Anche le mani, e questo mi sembra così ingiusto, dato che le loro ferite risalgono a un tempo molto più remoto, e ormai dovrebbero essere guarite da un pezzo.

Vogliono uccidermi. Mi pare di averli sentiti dire ai domestici che mi avrebbero portato da un dottore, ma non ci sono dottori. Non mi portano dove mi aiuteranno, a meno che non vogliano aiutarmi a morire. Qualunque cosa sia mai stato per loro, adesso sono nulla; non un uomo, un altro essere umano, solo qualcosa di cui sbarazzarsi. Solo una cosa.

La luogotenente crede che abbia voluto uccidere lei, o te, mia cara, o tutte e due. Anche se avessi la facoltà di parlare, non c’è nulla che potrei dirle che non sembri una misera scusa, una storia mal congegnata. Volevo vedere; sono stato solo curioso, nulla di più. Lei si era impadronita della nostra casa, si era impadronita di te eppure io non ne ero risentito, non la odiavo. Volevo solo guardare, avere conferma, essere testimone, condividere una minima parte della vostra gioia. La pistola? La pistola si era semplicemente presentata, è una creatura per natura promiscua, una cosa raccolta per caso, un invito rivolto alla mano per riempire la quale è stata disegnata e poi — nello stato in cui ero, attaccato a essa com’ero — era più facile tenerla che abbandonarla. Me ne stavo andando. Non avreste mai saputo che ero stato lì; la sorte, il puro destino ha decretato la mia caduta.

Non qui. Non qui. Sei stata davvero tu a dirlo? È quello che ho sentito davvero? Le parole mi echeggiano nella testa. Non qui. Non qui…

Così fredde, mia cara. Le parole, il loro significato così pratico, così oggettivo. Anche tu hai pensato che fossi venuto come un innamorato ardente e furioso a uccidervi entrambe? La nostra vita comune non ti ha insegnato chi e cosa sono io? Tutte le nostre giudiziose imprudenze, i nostri piaceri largamente diffusi, le reciproche libertà non ti hanno ancora convinto della mia mancanza di gelosia?

Oh, che dovessi ferire proprio te, che anche adesso tu debba cullare vicino al tuo petto quella ferita, pur leggera, pensando che l’abbia fatto apposta, e che volessi fare di peggio: questo è ciò che fa male, che mi ferisce. Vorrei poter soffrire io per quella ferita che con tanta imprudenza ti ho procurato. Le mie mani si stringono, sotto la tela cerata. Sembrerebbe che le mani siano diventati i miei occhi, e il mio cuore: perché entrambe piangono, e soffrono.

Il piano d’acciaio sotto di me ronza e vibra, la cerata s’increspa e sbatte, e un angolo mi picchietta in continuazione su una spalla come un villano fanatico che cerca di attrarre la mia attenzione. Il rumore dell’aria mi riempie le orecchie, vorticando e riverberandosi, lacerante, ossessivo, feroce nella sua insensata intensità, eppure capace di creare una calma più decisa di quella a cui avrebbe potuto aspirare il semplice silenzio. Mi ronza la testa, malata di questo vuoto risonante.

La mano destra è accanto alla fronte; trovo il comando che la porta più vicino, e la tela cerata copre il movimento. Sfioro la tempia: tocco qualcosa di bagnato, e sento il dolore della carne esposta; una lunga ferita che sanguina ancora, non più copiosamente, una scanalatura lungo un lato della testa, che parte dalle vicinanze dell’occhio e finisce oltre l’orecchio. Il sangue mi gocciola dalla fronte. Prendo qualche goccia e la strofino tra le dita, pensando a nostro padre.

Che triste razza è la nostra, che triste fine continuiamo a escogitare per tutti noi. Senza volerlo, mia cara, eppure quanti danni abbiamo provocato. A te, a noi, e a me, già ferito ma ormai vicino al momento in cui non potrò subire altro male. Dovrei andare così rassegnato alla mia fine? Non sono sicuro di avere molta scelta.

Siamo tutti partigiani di noi stessi, ognuno di noi, quando è costretto, è un combattente, e i vestiti sono la nostra armatura, racchiudono morbidi le nostre incerte corporature, mentre la nostra carne è il tessuto mortale così adatto alla mischia. Dal primo all’ultimo degli uomini, siamo tutti soldati, eppure ci sono quelli che anche di fronte alla morte non scoprono mai l’eccitante ferocia che questa marziale rivelazione richiede, dato che il loro particolare carattere ha bisogno di una combinazione di circostanze e motivazioni che non si è prodotta. I tiranni semplicemente astuti depredano la tollerante intelligenza di coloro che sono migliori di loro. Con la brutalità, gli eserciti forgiano nelle truppe quella fratellanza che dovrebbero estendere a tutti gli altri, e poi mettono l’uno contro l’altro. La nostra luogotenente fa qualcosa di simile su di me? Tiene anche me nel suo incantesimo? Avrei agito diversamente se fosse stata un uomo? E devo scoprire al momento della morte una capacità di sofferenza volontaria e un fatalismo che non avevo mai sospettato durante la vita?

Forse la caduta dalla ricchezza e da un ordinamento sociale a questa brutale assenza di regole imposta dalle armi ha talmente corroso il mio senso della dignità che posso considerare con relativa equanimità la mia resa al processo di eliminazione: sono una foglia sospesa che sente il respiro della tempesta e si lascia andare, lieta. Adesso credo di essermi dimostrato miope, nel non rendermi conto che, anche quando viviamo in epoche di pace, quei periodi sono solo la riserva che prepara il loro opposto, proprio come la ricchezza accumulata, bifronte, implica nel suo dono la povertà. Siamo l’unico animale perverso per natura; non dovrebbe essere una sorpresa, per me, che questa valutazione si adatti alle questioni più generali esattamente come a circostanze più intime. Compiliamo regole per le relazioni fra sistemi, stati e fedi, e per quelle fra noi stessi, ma sono scritte sull’onda del momento, e per quanto le eludiamo, le glossiamo, le selezioniamo, per quanto cambiamo opinione e siamo abilmente maldestri nelle nostre modifiche, giustificazioni e pretesti epiciclici, finiamo sempre presi nelle nostre pastoie, e impigliati nei nostri fili ricadiamo sugli altri, non meglio preparati di noi.

Con una parte di me, colma di risentimento e frustrata da tanta sopportazione, me ne starei disteso qui sotto per un’accorta simulazione, radunando le forze, raccogliendo tutte le risorse, per poi balzare all’improvviso, prendendoli di sorpresa, afferrare un fucile, rovesciare la situazione e piegarli al mio volere, costringendoli ad accettare la mia autorità e a prendere la direzione che desidero.

Ma questo non sono io. Io sono ancora perduto nel mio corpo: le comunicazioni fra le varie parti sono ancora frammentarie, le gambe formicolano, le mani sono involontariamente serrate, la testa e le costole mi dolgono, la bocca riesce solo a gocciolare saliva; se cercassi di saltare non otterrei più di uno strattone, e se davvero riuscissi a mettermi in piedi un bambino potrebbe abbattermi con una spinta, e se anche afferrassi una pistola probabilmente sbaglierei mira o sarei vinto dal bottone di una fondina.

E anche se stessi bene di corpo e di spirito, dubito che potrei indossare la veste del comandante. Questi soldati sanno cosa vogliono fare, hanno una missione e seguono il loro corso, sono all’interno del loro ambiente naturale, per quanto possano soffrirne, per quanto possano bramare di riassumere abiti civili. Ma per me quello stato è l’unico in cui potrei essere me stesso, l’unico che riesco a comprendere e che non solo ha senso per me, ma è l’unico in cui io abbia un senso.

Vorrei tornare da te, mia cara, e al nostro castello, e poi essere libero di stare o andarmene a seconda dei nostri desideri, ecco tutto. Ma se mi levassi e prendessi una pistola — ammesso che ci riuscissi — se arrivassi a comandare, otterrei mai quel risultato? Potrei ucciderli tutti e tornare a salvarti? Uccidere la luogotenente, la tua nuova amante, e uccidere gli altri? Credo che su questa jeep viaggino anche Mister Taglio e Karma, anche se non sono sicuro che ci siano né — se ci sono — di come faccia io a saperlo.

Troppe cose sono imponderabili. Ci sono troppe cose da pensare.

Potrei saltare su e scappare, forse, evitando in qualche modo i loro spari; potrebbero lasciarmi andare, potrei non valere la fatica di un inseguimento. Ma per andare dove? Posso abbandonare te, abbandonare il castello? Voi due siete il mio contesto e la mia società, solo in voi e grazie a voi trovo e definisco me stesso. Benché entrambi siate stati catturati, l’uno rovinato per sempre, l’altra, per il momento, trattenuta con le lusinghe, io continuo a non avere un’esistenza reale senza di voi.

Sono senza risorse. Le scelte che hanno portato a questa conclusione si perdono troppo indietro nel tempo, lungo la strada o all’inizio della corrente — anche il modo di considerarlo è una nostra scelta — per poter fare qualche differenza adesso. Se fossi sempre stato un uomo d’azione, o se non ti avessi amata in questo modo, o fossi stato meno indiscreto, o avessi amato di meno il castello e l’avessi lasciato quando lasciarlo era più facile — o se l’avessi amato un po’ di più, così da essere disposto a morire lì invece di sperare di fuggire lontano per poi ritornare — allora forse non mi troverei steso qui sotto. Forse se mi fossi concentrato meno su di te e sul castello, e tu su di me, e se fossimo stati creature più convenzionalmente sociali, meno orgogliose del nostro rifiuto di nascondere ciò che provavamo l’uno per l’altra, forse anche così le cose sarebbero state diverse.

Perché siamo stati orgogliosi e sprezzanti, non è vero, mia cara? Fossimo stati più prudenti, meno sdegnosi, avessimo nascosto le nostre azioni e il nostro disprezzo per la trita morale del branco, avremmo forse conservato la più ampia rete di amici, conoscenti e contatti che poco alla volta si è sfilacciata attorno a noi, al diffondersi della verità sui nostri rapporti. Non è stata nemmeno solo quella consapevolezza che gradualmente ci ha isolati, era piuttosto l’impossibilità di negare quella percezione, perché la gente sa tollerare moltissimo negli altri, soprattutto in coloro la cui stima viene ritenuta degna di essere conquistata, ma solo se chi possiede quella conoscenza può fingere con verosimiglianza, con se stesso e con gli altri, di non sapere ciò che in realtà sa.

Tuttavia, quell’autoinganno a noi non bastava; sembrava una parte di quella moralità fuori moda che avevamo due volte negato, per mezzo della nostra unione proibita e per l’ampio raggio di relazioni poco meno scandalose a cui partecipavamo e che incoraggiavamo. E così, nella nostra vanità, dopo aver scoperto uno stimolo in quei primi scandali, desiderosi forse di nuove vie per scandalizzare, abbiamo reso troppo difficile per coloro che ci circondavano, e che avevano una minima considerazione per il giudizio degli altri, il negare ciò che eravamo e cosa facevamo.

Avevamo ancora amici, e venivamo ricevuti abbastanza civilmente nella maggior parte dei posti che avevamo conosciuto, e nessuno con una casa come la nostra, con cantine ben fornite e una generosa disposizione, ha mai fatto fatica a trovare gente che affollasse un party, ma nondimeno ci siamo resi conto che calavano gli inviti nelle altre grandi case, così come il tipo e la scala degli eventi pubblici in cui un minimo investimento nelle azioni della morale convenzionale era uno dei requisiti d’ingresso.

In quel tempo, accettavamo la nostra condizione di quasi reietti con l’indignazione dell’altezzosità, e non ci mancavano gli zelanti accoliti disposti a incoraggiare una tale convinzione. In seguito, quando tutti sono finiti in guerra e le terre attorno a noi si sono svuotate, quella selezione ci sembrò nient’altro che un riconoscimento del nostro coraggioso e volontario distacco, e dichiaravamo compiaciuti, ai pochi ancora lì ad ascoltarci, che i vigliacchi che erano fuggiti ci avevano finalmente lasciato in pace. Ancora più tardi, quando ormai potevamo parlare solo fra noi, abbiamo smesso di accennare a simili cose, e forse speravamo che, al sicuro nella nostra casa ormai vuota, le ostilità che si avvicinavano potessero anch’esse ignorarci, così come aveva fatto il resto della società.

Avremmo potuto agire diversamente. Avrei potuto agire diversamente. Sono così tante le scelte che forse mi avrebbero evitato di finire qui sotto.

Ma adesso che ci sono, non so cosa fare. Se c’è un rimedio, non sta nelle mie mani. E naturalmente un rimedio c’è, e sta nelle mani della luogotenente, ed è il suo fucile.

È venuta la mia ora, credo, mia cara. Certo, in un altro senso è venuta ed è andata. Credo di aver fatto del mio meglio per proteggere te e il castello, e adesso, forse, andando verso la morte senza un lamento, potrei almeno portare con me la consolazione di aver lasciato te, se non la nostra casa, in mani più sicure di quanto si siano dimostrate le mie. Forse non c’è salvezza per il castello; il suo valore probabilmente si è ridotto della metà semplicemente per le devastazioni al suo interno, e inoltre lui continuerà a spiccare e a costituire una ghiotta preda per i cannoni finché dureranno questi tempi tormentati. Ma per te c’è speranza; al fianco della luogotenente, se è così che deve andare, grazie alla libertà di movimento, all’abilità e all’equipaggiamento del suo gruppo, potresti trovare una certa sicurezza, una certa protezione. Le sue braccia ti proteggeranno meglio di quanto non abbiano potuto fare le mie.

Poche cose vanno secondo le nostre aspettative, eppure mi sorprendo quando c’è un grido — della luogotenente — e all’improvviso vengo gettato in avanti, semischiacciato sotto i sedili anteriori mentre risuonano altre grida. In lontananza crepitano degli spari, e una sequenza di tonfi scuote la jeep. Prima immagino che abbiamo lasciato la strada e siamo finiti su un terreno roccioso, ma qualcosa in quegli impatti mi dice che non è così. Sterziamo con violenza. Adesso gli spari echeggiano sopra le nostre teste, c’è un’altra sequenza di colpi penetranti, misti al suono di vetro infranto e a un rantolo e un grido, e sterziamo ancor più violentemente nella direzione opposta. Vicino, le urla sono quasi strilli, poi un terribile schianto, da spezzare la schiena, fa roteare il mondo e accende le luci sul fondo dei miei occhi. Rotolo nell’oscurità, colgo per un attimo la luce del giorno, poi qualcosa mi colpisce alla nuca e sono oscuramente consapevole di atterrare su qualcosa di freddo e umido e morbido e profumato di terra, mentre un peso mi grava sulle gambe.

Attorno a me esplode il tuono infuocato di una mitragliatrice. L’odore acre della polvere da sparo mi riempie il naso, mi fa lacrimare gli occhi.

«Karma?» sento che dice qualcuno, da una certa distanza, come dall’esterno. Credo di avere gli occhi aperti ma tutto sembra molto buio. Una sensazione di freddo comincia a penetrarmi nelle ginocchia.

«No», dice un’altra voce. Un’altra sparatoria. Quella cosa che mi pizzica il naso potrebbe essere erba. Sento l’odore di gasolio.

«Là», rantola un’ultima voce. La luogotenente. «Il mulino. Presto: adesso!»

Una terribile esplosione di spari, vicinissimi; di nuovo l’odore di polvere da sparo. Poi diminuisce, e continua a decrescere rapidamente mentre prosegue in lontananza. Mi sembra di sentire gente che corre, sento il tonfo dei piedi sul terreno. Cerco di muovere le gambe: non riescono ad andare in su o in giù, intrappolate da qualcosa di pesante sopra di esse. L’odore di gasolio diventa ancora più forte. Tutt’intorno risuonano armi da fuoco. Mi assale il panico, il cuore si mette a correre all’impazzata e il mio respiro si fa breve e rapido. Ho anche un braccio intrappolato, preso tra il mio fianco e qualcosa di solido.

Districo l’altra mano da duri strati di tela cerata e scopro che vicino alla faccia ho del terriccio coperto d’erba. Sono sdraiato per terra, e la jeep è sopra di me. Pianto le dita nel terreno come artigli, mi afferro e tiro con tutte le mie forze. Le gambe scivolano di qualche centimetro; cerco di scalciare e di fare presa con i piedi. Uso il braccio intrappolato come leva per districarmi da ciò che mi immobilizza, e scopro che a bloccarmi è il mio stesso peso. Qualcosa mi gocciola sulla nuca. L’odore di gasolio diventa sempre più forte. La terra sussulta sotto di me e un improvviso schianto acuto mi fa pensare che sia esplosa una granata in mezzo alle scariche di mitragliatrice.

Spingendo all’insù, poi afferrandomi di nuovo al suolo, riesco a liberare parte delle gambe dal peso che le blocca. I miei piedi incontrano una sporgenza sul pavimento rovesciato della jeep; scalcio e tiro e spingo, cercando di liberare le scarpe, ma si rifiutano di muoversi. Il liquido che mi cola sulla testa sembra caldo, come l’olio del motore. Cerco di girarmi su me stesso, in modo da appoggiare la schiena al suolo. Le gambe restano com’erano, torte a fatica. Adesso c’è un po’ di luce. Spingo via la tela cerata dal mento e tendo una mano, trovando il retro del sedile anteriore. Mi aggrappo al sedile e tiro con tutte le mie forze una gamba. Strisciando, la gamba si libera; l’altra la segue un istante dopo. Il liquido adesso mi cade sulla faccia, e ne sento il sapore. Non è olio del motore, non è gasolio, ma sangue. Lo sputo e mi dirigo verso la luce fioca, facendomi largo fra le pieghe della tela cerata come fra vestiti gettati via.

Il bordo della carrozzeria della jeep mi blocca. C’è solo una spanna di apertura verso l’esterno, dove l’alba pallida che sta spuntando fornisce i primi indizi della forma delle cose. Vengo di nuovo assalito dal panico con l’aumentare della puzza di gasolio. Solo un paio di minuti fa ero pronto a morire, ero colmo di un fatalistico senso di accettazione, ma in quel momento non avevo più speranza, mentre adesso sì. Inoltre, immaginavo che la luogotenente mi avrebbe concesso una morte rapida; un paio di proiettili in testa e sarebbe stato tutto finito. Morire in trappola, bruciato vivo, invece, non mi sembra affatto attraente.

Faccio un tentativo per spostare di peso il veicolo che mi imprigiona, spingendo a quattro zampe, e poi mi dico che non è il caso di fare lo stupido. Tastando attorno, stabilisco che non ci sono altre vie d’uscita. Sopra di me, oltre lo schienale del sedile del guidatore, la mia mano incontra qualcosa. Sembra una testa, una nuca. Incuneata tra lo schienale e il terreno, è ancora calda, e i capelli sono intrisi di sangue. Qualcosa si muove sotto i capelli, facendomi gelare il sangue. Tiro via subito la mano, e cade anche un pezzo di tessuto, freddo, umido, appiccicoso, che mi si avvolge attorno alle dita. Scuoto la mano, cercando disperatamente di liberarmene. Cade vicino alla mia testa e nella fioca luce che filtra dall’esterno riesco appena a distinguere la bandana di Karma.

Sembra che debba crearmi da solo una via d’uscita. Mi volto e comincio a scavare nel terreno intriso di rugiada, strappando zolle di terra sotto la piccola apertura. La sparatoria continua implacabile e scoppiano altre due granate, e la seconda manda frammenti di shrapnel a picchiettare la jeep sopra di me. Mi aggrappo e strappo e scavo e spingo, estraendo interi cespi d’erba, e le dure radici si spargono e frustano l’aria nel lasciare la terra fredda; poi spingo all’indietro, accanto a me, le zolle, e riprendo a scavarne ancora.

A un certo punto la testa comincia a girarmi, e devo fare una pausa. Il rumore di spari sembra calato, più lontano. Sprofondo la faccia nell’erba spruzzata di terra sotto di me. Ha l’odore terroso dell’umidità, ma anche del sangue, del gasolio, della polvere da sparo. Mi perdo in esso per un istante. Il fuoco è calato di sicuro. Distinguo colpi singoli. Esplode un’altra granata, più distante. Usando una sola mano, misuro la trincea che ho scavato sotto la carrozzeria. Ancora un po’. Strappo erba e terra all’estremità del buco, poi mi volto sulla schiena e spingo, usando come appoggio la sporgenza sul pavimento della jeep e trascinandomi con tutte le forze sul terreno sdrucciolevole e granuloso.

La testa emerge nell’aria fresca; in alto, il cielo è grigio scuro, striato di tonalità più chiare. Punto le spalle contro la carrozzeria della jeep. Ho di nuovo le braccia intrappolate; mi scuoto, mi agito, scalcio con i piedi per fare presa su qualcosa all’interno della jeep. Spingo la testa all’indietro dal fondo del buco che ho scavato, e punto il mento contro il petto. Faccio forza per gettare all’indietro la testa, gemendo di dolore, poi scalcio e mi dimeno. Le spalle si liberano, scivolo più fuori, estraggo le braccia e spingo, e striscio sull’erba umida verso i rami nudi di una macchia di arbusti.

DICIOTTO

Sono sdraiato accanto a radici contorte, e respiro con violenza. Vorrei alzarmi in piedi o almeno mettermi seduto, ma tutt’intorno a me continuano a sparare e non ho il coraggio di alzare la testa. Mi fanno male le mani; avevo dimenticato che erano ustionate quando le usavo per scavare. La jeep è rovesciata sull’argine di un fosso, e il retro è affondato nell’acqua del fondo; le ruote anteriori sono puntate contro le nubi che cominciano a rischiararsi. La strada è disseminata dei detriti lasciati dai profughi, e la jeep non è che uno dei tanti veicoli abbandonati sul nastro asfaltato o ai suoi margini. Davanti a me ci sono degli alberi, una scura massa di conifere. Con una torsione, se guardo attraverso i rami degli arbusti vedo una landa tormentata e sabbiosa, con costoni e colline e qualche basso albero spoglio.

Sulla collina più alta c’è un vecchio mulino a vento, una costruzione di assi dipinte di nero con le pale malconce che formano un crocifisso levato contro la grigia distesa del cielo.

Qualcosa si muove a est, verso le prime luci dell’alba: è un uomo che corre piegato, da un muretto di pietra all’altro. Dalla porta aperta del mulino viene una vampata di fuoco. Il suono dei colpi arriva nello stesso momento in cui l’uomo cade a terra. Cerca di rialzarsi, poi — mentre schioccano altri colpi — si scuote, ha un sobbalzo e giace immobile.

Guardando indietro, vedo un’altra figura che gira dal lato opposto attorno al mulino, tenendo il fucile con una sola mano e sollevando l’altra, stretta attorno a una spalla. Stringo gli occhi per tentare di distinguere meglio l’uomo nella luce ancora scarsa. Non credo che sia un soldato della luogotenente. C’è un istante di silenzio, mentre l’uomo si avvicina alla porta. Nulla si muove all’interno del mulino. Il soldato si avvicina, e arriva a un passo dalla porta.

Dall’interno arriva solo uno sparo, e l’uomo si leva di scatto dal lato del mulino, lascia cadere il fucile e si trascina avanti tenendosi un fianco. Sulla parete del mulino, dove prima era appoggiato l’uomo c’è una piccola chiazza pallida. Il soldato un po’ corre, un po’ cade attraverso la porta aperta del mulino, con le braccia che si muovono e lanciano qualcosa. Altri spari. Lui salta, le braccia si tendono in fuori e per un istante l’uomo ha l’aria comica di uno che voglia imitare la forma del mulino: i suoi quattro arti si allargano come le quattro pale. Quindi cade, crollando come un sacco di ossa rotte, finendo seduto per terra prima di ribaltarsi in avanti e scomparire nell’erba.

L’esplosione nel mulino è un unico lampo improvviso di luce e uno stridulo scossone di suono. Dopo pochi secondi dal mulino si leva un fumo bianco-grigiastro. Per un po’ resto immobile, in attesa, e non avverto altri movimenti né altri rumori.

Poi comincia il canto degli uccelli. Mi fermo ad ascoltarlo.

Non si muove ancora nessuno. Quando rabbrividisco decido di alzarmi. Mi alzo in piedi, barcollando, usando gli arbusti come sostegno, poi mi asciugo la faccia con il dorso di una mano tremante. Mi viene in mente che dovrei avere un fazzoletto da qualche parte, e finalmente lo trovo. Attraverso il tratto sabbioso verso il mulino, piegandomi e sentendomi ridicolo, ma continuo a temere che possa esserci ancora qualcuno, più paziente di me, nascosto, in attesa, con un fucile. Mi fermo accanto a un albero rachitico, e scruto l’oscurità oltre la soglia del mulino. Qualcosa scricchiola sopra di me. Mi abbasso di scatto e quasi cado, ma sono solo i rami, che oscillano nella brezza.

Mister Taglio è appeso a una palizzata di filo spinato, appena sotto il mulino, quasi inginocchiato, con la faccia posata sulle punte; sotto di lui la terra è intrisa di sangue scuro. Il fucile gli pende da una mano, ondeggiando nel vento.

A poca distanza, sul pendio, c’è il soldato che ha gettato la bomba a mano, sdraiato nell’erba alta. La sua uniforme non mi è familiare, anche se non avrei comunque potuto riconoscerlo, dato che la sua faccia è una rossa devastazione di carne insanguinata.

Salgo fino al mulino e provo a entrare. L’interno puzza di fumo e di un odore di muffa che dev’essere quello della farina vecchia. Gli occhi si adattano gradatamente all’oscurità. Nell’aria c’è ancora polvere o farina, che volteggia e si posa sospinta dalla brezza che entra dalla porta. Dal soffitto esce un’unica grande asta di legno, connessa con un assale a due enormi mole antiche, di pietra, in equilibrio nella loro posizione come una coppia di danzatori immobilizzati in una figura. Imbuti e scanalature vanno dalle tramogge alle pietre, vene e arterie di un duplice cuore. Una predella ottagonale di legno circonda il grande troncone di roccia. Non resta molto altro: niente sacchi né grano né farina macinata di fresco; credo che sia passato molto tempo dall’ultima volta che il mulino ha funzionato.

Inciampo su un paio di caricatori di fucili automatici. Accanto alla porta vedo un uomo sdraiato sulla schiena, con il petto squarciato e sanguinante. Sotto la maschera di sangue e farina c’è un viso che riconosco: è uno degli uomini della luogotenente, anche se non so come si chiama. Accanto a lui c’è una radio che sibila. La bomba a mano sembra sia esplosa poco avanti, ai piedi di una spirale di scale di legno che portano a un’oscurità ancora più profonda; i gradini sono spaccati e scheggiati.

Dietro le mole di pietra del mulino c’è la luogotenente, seduta, con la schiena appoggiata alla parete di legno. Ha le gambe tese davanti a sé e la testa è abbandonata sul petto. La testa dà uno strattone quando mi avvicino, e si leva anche la mano, impugnando una pistola. Indietreggio, ma la pistola le sfugge dal pugno e rimbalza sulle assi del pavimento. Lei mormora qualcosa, poi la testa le ricade in avanti. C’è sangue sotto di lei, e la sua superficie è coperta da una sottile patina di farina. Una polvere grigio-biancastra sui capelli, sulla pelle e sull’uniforme della luogotenente la fa assomigliare a un fantasma.

Mi accuccio accanto a lei, le metto una mano sul mento e le rialzo la testa. Gli occhi si muovono sotto le palpebre e anche la bocca, e nient’altro. Il sangue uscito dal naso ha tracciato due rivoli gemelli che superano le labbra e continuano sul mento. Le lascio ricadere la testa sul petto. Accanto alla sua mano c’è il fucile automatico. Un caricatore è aperto e vuoto. Tocco varie levette e graffe e alla fine trovo quella che apre anche l’altro caricatore: anche questo è stato svuotato completamente. Vado a raccogliere la pistola della luogotenente. Sembra leggera, ma quando la apro vedo che ha ancora almeno due proiettili.

Guardo l’uomo morto accanto alla porta, gli altri due morti che si vedono fuori, Mister Taglio appeso al filo spinato come la fotografia di una guerra più antica, il soldato che ha lanciato la bomba a mano, bocconi, con la faccia nascosta nell’erba ondeggiante. Tengo la pistola della luogotenente nella mano ustionata e tremante.

Cosa fare? Cosa fare? Infuriare, mormora la mia musa, e mi accuccio di nuovo accanto alla luogotenente e le metto, a titolo di esperimento, la bocca della pistola contro la tempia. Ricordo il primo giorno che ci siamo incontrati, quando lei aveva fatto saltare le cervella al ragazzo con la ferita al ventre, dopo averlo baciato sulla bocca. Penso a com’era pochi minuti fa, nuda sul letto, inginocchiata per spararmi, per uccidermi. La mano trema talmente che devo impugnare la pistola anche con l’altra. La canna vibra contro la pelle della tempia, sotto i riccioli castani. Sotto la superficie olivastra pulsa debolmente una piccola vena. Deglutisco. Il mio dito è troppo debole, è incapace di esercitare la minima pressione sul grilletto. Per quanto ne so, sta morendo comunque; avrà una commozione cerebrale, o comunque sta perdendo coscienza e tutto questo sangue indica per forza una grave ferita, da qualche parte. Ucciderla potrebbe essere una liberazione. Rafforzo la mia presa e miro lungo la canna, come se facesse qualche differenza.

Ma avverto un cigolio, uno schiocco sopra di me, e poi un disorientante senso di movimento, e un rumore sordo che mi circonda. Mi guardo intorno con gli occhi sbarrati, chiedendomi cosa stia succedendo, e non posso credere ai miei occhi, e solo allora mi rendo conto che è il mulino che si è messo a ruotare. La forza del vento deve essere appena diventata sufficiente per spingere l’alto cerchio delle pale a rivolgersi alla corrente. Stridendo, risuonando, con molti gemiti luttuosi e dolenti cigolii, il mulino si muove e — come se le pale e gli ingranaggi e le pietre fossero magneti — alla fine si stabilizza di fronte all’aspro nord. Osservo il cambiamento del paesaggio attraverso la porta: scivola lentamente dalla strada e dalla foresta verso il suo lato lontano, toglie alla vista i morti e rallenta borbottando fino a fermarsi, per mostrare il paesaggio verso ovest, lungo la strada che, a quanto pare, il destino mi impedisce di percorrere fino alla fine, per costringermi a tornare indietro, verso il castello.

Il mio sguardo torna a posarsi sulla luogotenente. Il vento irrompe dalla porta aperta e le scompiglia i riccioli castani. Depongo la pistola. Non posso farlo. Raggiungo l’entrata, di nuovo assalito dalla debolezza e dalle vertigini, guardo il giorno che nasce e respiro profondamente. Le pale del mulino, la cui tela è lacera e slabbrata, sono sollevate in una vana supplica al vento, impotenti.

Eppure, una parte di me continua a dire: «Sforzati, afferma il tuo io…» Ma lo fa troppo bene, questa frase è pronunciata con troppa chiarezza. Non so, non posso impersonare una rabbia così vitale. È una cosa che conosco empiricamente, ma niente di più e questa conoscenza mi inchioda.

La osservo di nuovo. Cosa farebbe lei? Eppure: perché dovrebbe importarmi quello che farebbe lei? È seduta lì, più vicina alla morte di quanto possa sapere, è in mio potere. Sono io che comando, io che ho vinto, anche se per pura fortuna. Cosa farò? Cosa dovrei fare? Essere quello che sono, agire normalmente? Ma cosa vorrà mai dire normale, e che valore, che utilità può avere la normalità in tempi così anomali? Vale meno di niente, direi. Perciò: rompi le regole, agisci in maniera diversa, sii irregolare.

La luogotenente si merita la mia ira per quello che ha sottratto a noi, compresa la possibilità di fuggire, pochi giorni fa, quando ci ha fermato su questa stessa strada. Quella prima intromissione ha condotto a tutto il resto: alla occupazione della nostra casa, alla distruzione del lascito della nostra famiglia, alla luogotenente che ha preso il mio posto accanto a te e — come doveva essere nelle sue intenzioni — al progetto del mio assassinio. Quel suo primo sparo, che mi ha abbattuto: quello è stato nell’agitazione del momento. Ma quando mi hanno messo nella jeep, mi hanno portato via dal castello, nell’ora tradizionale delle esecuzioni, l’hanno fatto a sangue freddo, mia cara.

La tolleranza che ho ostentato e provato nei confronti della nostra luogotenente era un residuo di epoche più civili, quando grazie agli agi della pace potevamo concederci l’un l’altro una simile cavalleria. Pensavo di dimostrare, con un’esibizione di civiltà, tutto il mio disprezzo per questi giorni disperati e per la volgare arroganza della luogotenente, ma oltre un certo grado una simile gentilezza diventa controproducente. Devo lasciarmi infettare dalla natura violenta di questi tempi, devo aspirare il loro respiro contaminante, accettare il loro fatale contagio. Guardo la pistola che ho in mano. Eppure, questa è la maniera della luogotenente. Ucciderla con l’arma che lei avrebbe potuto usare per uccidere me sarà anche poetico — giustizia o ingiustizia poetica — ma è una rima troppo facile per i miei gusti.

Il vento mi accarezza le guance e mi tira per i capelli. Il mulino si tende, sembra sul punto di muoversi ancora, poi si blocca. Poso la pistola sul pavimento, la riprendo in mano, controllo che abbia la sicura e me la infilo nella cintura dei pantaloni, dietro la schiena. Mi guardo intorno, alla ricerca di una leva, di qualcosa che governi il meccanismo.

Corro in cima alle scale scheggiate, e ho un breve attacco di vertigini per lo sforzo, poi entro nell’oscurità degli ingranaggi di legno, dei longheroni, dei recipienti, delle tramogge; alla fine trovo una leva di legno simile a quelle delle vecchie cabine ferroviarie, unita per mezzo di barre di ferro arrugginito a un diaframma di legno nel muro, attraversato da un assale orizzontale che scompare all’esterno. Tiro la maniglia. Un rumore come un sospiro, e un gemito. Una sensazione di potenza liberata pervade il mulino, e l’asta orizzontale comincia a ruotare lentamente, facendo muovere i cigolanti ingranaggi di legno che convertono il movimento orizzontale in verticale e lo trasmettono alle macine del piano di sotto. Mi precipito di nuovo da basso, quasi cadendo per la fretta in fondo ai gradini.

Le due grandi macine girano lentamente lungo il loro percorso, scuotendo l’intero mulino con il loro rimbombo basso e determinato. Rallentano mentre le osservo, in corrispondenza del calo del vento, e poi riprendono velocità. Ecco una fine diversa, ecco una poesia più appropriata. Sono scosso da una strana eccitazione e la fronte mi si imperla di sudore. Devo assolutamente farlo, finché la risolutezza mi infiamma.

Le mie mani scivolano sotto le ascelle della luogotenente e la tiro su. Lei emette un debole lamento. La poso accanto al grande cerchio di pietra del binario delle macine, facendola inginocchiare come una fedele nel tempio. Sorreggo il peso del suo tronco, impedendole di cadere in avanti. Ha un fianco intriso di sangue. Una ruota passa lentamente davanti a lei. Mi tremano le mani mentre la tengo e faccio passare la ruota; poi lascio che la luogotenente si protenda in avanti, con le spalle posate sul bordo del binario e la testa sulla strada della ruota, pronta al sacrificio. Mi sporgo all’indietro, e il cuore martella impazzito; la ruota di pietra che segue romba poderosa e letargica verso il cranio della luogotenente, gettando un’ombra sulla sua testa. Chiudo gli occhi.

Un suono terribile e stridente mi scuote, quindi si placa. Apro gli occhi. La testa della luogotenente è incastrata fra la macina e il binario, ma è intatta. Credo di sentirla emettere una specie di piagnucolio. Corro alla porta. Una debole brezza ansima davanti alle pale bucate, immobili, bloccate. Torno alla macina e cerco di fare arretrare le ruote per liberare la testa della luogotenente, ma si rifiutano di muoversi. Tremo di rabbia, urlo e cerco di spingerle nella direzione opposta, per frantumarle il cranio con le mie sole forze, ma anche così so che non spingerò con tutta la mia potenza, e il risultato è lo stesso, e lei resta incastrata ma incolume, con la testa che blocca le pietre.

Cosa sto cercando di fare? Potrei comunque toglierla di qui, farla rinvenire e chiederle scusa? O vivrò col ricordo delle pietre che si muovono e del suo cervello che schizza sulle mole? Scoppio a ridere, lo ammetto: non c’è nient’altro da fare. Non posso ucciderla e non posso liberarla. Dalla radio accanto al cadavere vicino alla porta esce un improvviso suono gracchiante. Mi allontano dalla luogotenente, lasciandola inginocchiata lì, premuta e bloccata, una supplice per metà prostrata davanti a un tondo altare di pietra. Sulla porta di quel fortino improvvisato mi volto verso il vento, poi salto fuori, correndo via, volgendo il viso verso il vento e verso di te, mio castello.

Mi sferza una pioggia gelida, mia cara, ma io rivolgo la faccia anche a te, in quella vecchia torre rovinata, e finalmente le gocce nascoste nella brezza mi donano le lacrime per tutti noi. Mi fermo alla jeep, come se il mio ultimo mezzo di trasporto potesse in qualche modo benedire il mio viaggio, ma non ha nulla da offrirmi. Mi avvio da solo per la strada nell’aria fredda e cammino nella brezza intrisa di pioggia lungo i campi desolati.

Siamo creature liquide, mia cara, e questa pioggia contagiosa sembra qualcosa che tu mi invii, affinché io possa afferrare i suoi fili ed esserne guidato. Il mio spirito, lontano da quella costruzione di legno e pietra, comincia a risollevarsi, al pensiero di tornare da te. Ero sicuro che non sarebbe mai successo, ma adesso ne ho di nuovo la possibilità. Posso trovare la maniera di entrare, o aspettare che gli uomini della luogotenente se ne vadano, senza comandante, in fuga. Posso riscattarti, se lo vuoi.

Credo, solo per un istante, di udire un grido, che mi insegue dal mulino, e mi volto un’ultima volta a guardarlo, ma una voce dovrebbe lottare contro il rumore della pioggia, e potrebbe essere stata semplicemente la radio; in più, non sono nemmeno sicuro di aver sentito davvero qualcosa; mi volgo un’altra volta verso il castello, a testa bassa contro la pioggia.

Alla fine credo di avere uno scopo: portarti via. Solo te, nulla dei nostri averi, delle cose, senza la minima intenzione di tornare nel luogo che è stato la nostra casa. La luogotenente e i suoi uomini ci hanno liberati dai nostri fragili possessi e dalla lealtà alle pietre del castello, e così ci lanciano, insieme e da soli, nell’aria libera della fuga, finalmente consci della sua forza pervasiva in tutta la sua ribelle eloquenza. Le dita della luogotenente possono averti sottratta a me per un breve istante, ma tu tornerai a essere mia come sei sempre stata.

Guidami, guidami, vento. Guidami con la tua resistenza e portami dalla mia amata, conducimi al nostro rifugio, mio profugo infido. L’anello, penso, fermandomi.

Avrei dovuto strappare dalla mano della luogotenente l’anello d’oro bianco con rubino, quello che lei ti aveva preso il primo giorno, sulla carrozza, su questa stessa strada. Mi volto, esitando.

Sento in questo istante il rumore di un motore, dalla direzione del castello. Mi riparo dietro un vecchio carro rovesciato sul ciglio della strada, con una grande ruota di legno, a raggi, puntata verso il cielo. Il suono proviene da uno dei camion della luogotenente, che avanza con una faccia verde oliva immobilizzata nel rictus della griglia e gli occhi luminosi dei fari. Supera a tutta velocità il mio nascondiglio, trascinandosi dietro nubi di fumo, con le ruote che mandano un rumore lacerante solcando il fondo stradale. Il telone che copre l’intelaiatura d’acciaio sbatte e schiocca nella scia. Noto che dentro sono seduti degli uomini, impegnati a trafficare con le armi.

Mi rimetto in piedi accanto al carro, guardando il camion che corre in direzione del mulino. La scia del camion mi avvolge, mi scuote, finché non torna la brezza. Decido che non mi vergognerò del sollievo che provo in questo momento pensando a lei. Che la trovino loro, che la salvino. Non si merita niente di meno, immagino. È stata una follia trattarla così. Dietro di me, gli alberi oscillano, qualche foglia morta si leva da un fosso e un’altra raffica gelida mi fa ondeggiare, tremare.

In lontananza, vedo accendersi le luci posteriori degli stop, e il camion si ferma accanto alla jeep ribaltata. Gli alberi fra me e il mulino si piegano, lentamente, poi tornano in posizione, e dalle cime scure si alzano in volo le forme di uccelli neri.

Il camion, minuscolo per la distanza, fa retromarcia vicino al mulino. Mi volto verso ovest, verso il castello, e la pioggia mi punge, sotto la sferza del vento. Il camion si è fermato. Gli uomini stanno saltando giù. Poi c’è un suono improvviso, proprio accanto a me e faccio un salto, portandomi le mani tremanti alla schiena, in cerca della pistola.

Ma è solo un vecchio straccio, un sacco impigliato nella ruota del carro, che fa vela nel vento e fa muovere la ruota.

Mi strofino gli occhi e osservo le figurine che corrono verso il mulino: saltano giù dal cassone, oltrepassano il fosso, scavalcano di slancio i muretti, corrono sul terreno aperto, si fermano, saltano, corrono, si slanciano all’insù, il primo si avvicina alla porta del mulino.

Dove le braccia di legno, benché infrante, benché lacere nel tessuto che le ricopre, avanzano sicure nel loro corso circolare, e finalmente libere salutano il vento che le oltrepassa.

Volto la schiena, e corro, prima lungo la strada, poi, quando la strada piega, continuo diritto verso di te, nei campi, attraverso i boschi, nella pioggia battente, nel vento che mi soffoca, e vedo tutto e non vedo nulla, e ho sempre davanti agli occhi la vista di quelle logore pale di mulino, che salutano, salutano, salutano.

DICIANNOVE

Mi arrampico su pendii, supero palizzate, guado torrenti. Rami e foglie morte mi sferzano e mi impacciano. Gli animali selvatici scappano via, gli uccelli sobbalzano e si alzano in volo e mi lascio dietro il vapore del mio respiro, traforato dalla pioggia, cancellato dal suo tranquillo bombardamento. Corro e salto e inciampo, mi getto attraverso rami, siepi e cespugli, mi tuffo in tutta la fragile riserva dell’inverno imminente finché non vedo il castello.

Il castello: talismano, emblema, si leva grigio dalla grigia forma degli alberi gocciolanti davanti a me. In questo momento, nella nebbia della pioggia gelida, non sembra affatto una cosa nata dalla terra, ma un’invenzione delle nuvole, un sogno che sorge dall’aria brumosa.

Supero il vecchio ponticello vicino al frutteto, e le sue travi sospese squittiscono e restano a oscillare sui cavi. Oltrepasso il giardino murato, l’aranciera, i depositi dei vasi, i nudi alberi ornamentali, le serre infrante, le fredde intelaiature dei tubi di riscaldamento, pile di travi marce e piccole dipendenze annerite, davanti alle quali il terreno è disseminato di latte, vecchie ruote, bastoni e schegge, pentole e padelle. Corro e le mie gambe sono stanche e cedono, la testa mi martella, la gola mi brucia; corro sulle pietre ricoperte di muschio, sulle lastre d’ardesia cadute, sui mucchi fradici di vecchia segatura, e mi ritrovo, finalmente, su un lato del castello.

Tutto sembra in pace. Un camion è fermo davanti al ponte sul fossato. Sui prati, l’accampamento degli sfollati manda un po’ di fumo azzurro pallido a fondersi con la pioggia. Non vedo nessuno. Perfino i saccheggiatori sembrano aver abbandonato la loro postazione: non pendono più dalla torre e hanno lasciato solo la vecchia pelle di tigre, appesantita, pendula, agitata dal vento, a salutare il nuovo giorno.

Mi lascio cadere nei cespugli, col petto che si gonfia nel tentativo di prendere fiato, mentre cerco di recuperare le forze e di pensare a cosa fare adesso.

La pioggia, ubiqua, continua a cadere dal cielo basso e pesante, mi imbeve gocciolando dai rami neri e spogli, rovesciandosi dalle ultime foglie del colore della decomposizione: hanno forme frastagliate come mani contorte e restano tenacemente attaccate, ma con fatica, in lotta perenne col vento che le visita. Le raffiche disperdono il fumo che si leva dalle tende e fa scricchiolare e sbattere i rami sopra di me. Mi tiro su e mi inginocchio, e mi imbevo di ogni particolare del castello: le pietre annerite dalla pioggia, le finestrelle disperse sui muri, il buco sul tetto dove sbatte una tela cerata grigia e, sulla torre più lontana, la pelle inzuppata, a brandelli, della tigre artica, da cui, a ogni raffica di vento, esplode una miriade di goccioline; e mi sembra di poter accogliere ogni pietra scheggiata e rimossa, di vederle tutte disposte in un progetto davanti a me, trasformate in un diagramma nella mia mente.

Avanti, dico al mio corpo tremante ed esausto. Muoviti adesso. Ma ha bisogno di qualcosa di più, di più tempo, non riesce ancora a funzionare. Estraggo la pistola automatica, quasi che il suo peso metallico possa contagiarmi con la sua determinazione. Mi fanno male le mani e la testa, dove la pioggia lava la ferita. Le gambe si irrigidiscono. Tremo, e fisso con confusa incredulità i vapori che si levano dalle gambe e dalla faccia e dalle mani e dal corpo, pensando che questo velo fumante sia il mio corpo che evapora, la mia determinazione che si dissolve nella pioggia. Poi riprende a soffiare il vento, e spazza via il mio sudario.

Passo in rassegna le finestre e la merlatura del castello in cerca di te, mia cara, e ho il disperato bisogno di vedere il tuo volto. Guarda giù, guarda giù, perché non guardi giù, a vedere uno di cui la luogotenente sarebbe stata fiera, uno come lei, un assassino adesso, come il suo spirito velato, come un fantasma, nascosto fra i cespugli con una pistola, coperto di fango e di foglie, sfregiato dalla battaglia e da un proiettile, pronto a progettare l’attacco e la liberazione: non un profugo, ma un nuovo soldato, per te.

Sopra il sibilo grigio della pioggia si leva un rumore che si raccoglie e gonfia oltre il castello. Riconosco il rombo di un motore, che cresce, cala, cambia, e allora sento il clacson del camion, suonato con violenza in qualche punto, ancora distante, del viale d’accesso. Esco di corsa dai rami, inciampando e scivolando sull’erba intrisa di pioggia, puntando verso la facciata del castello e il ponte sul fossato. Devono essere partiti all’improvviso, richiamati dalla radio; potrebbero essere andati tutti, lasciando il castello incustodito. Scivolo sulla ghiaia e per poco non cado. Supero il camion, corro sul ponte e mi infilo nel passaggio coperto sotto il corpo di guardia. La saracinesca mi blocca la strada: la scuoto e cerco di sollevarla, invano. Dietro di me, sento il motore del camion, che si fa sempre più vicino.

Dall’altra parte del cortile, appena visibile oltre il cannone, un soldato esce dalla porta principale. Mi immobilizzo. Lui mi vede, torna dentro e riappare all’improvviso con un fucile, spianandolo contro di me. Non mi viene nemmeno in mente di sparargli con la pistola che tengo in mano. Invece mi abbasso, mi volto e corro via; i colpi del fucile scheggiano le pietre mentre io mi lancio oltre il ponte. Il camion sta risalendo dal viale, con le luci accese. Qualcuno si sporge da una finestra, prendendo la mira su di me. Sento un altro sparo.

Provo ad aprire la portiera del camion parcheggiato, ma è chiusa a chiave. Attraverso il sentiero di ghiaia verso la riva erbosa che finisce nel fossato, pensando di usare l’argine come riparo, ma l’erba è troppo bagnata; faccio pochi passi e poi scivolo verso il basso. Cado nel fossato, finisco nell’acqua e mi dibatto disperatamente, boccheggiando in quella stretta gelida, cercando di trovare un appoggio nel pendio ripido sul fondo, sempre reggendo con una mano la pistola e tentando con l’altra di afferrare l’erba o il terreno per tirarmi fuori.

Sollevo spruzzi d’acqua, appoggio la schiena all’argine erboso e guardo in su. Un soldato si sporge dalla merlatura, puntandomi contro un fucile. Agita la mano, grida qualcosa. Io cerco di stare in equilibrio e prendo la mira; la pistola rincula con violenza, una volta, due volte, poi si ferma. Dall’alto delle mura cadono schegge di pietra. Tiro ancora il grilletto, poi getto via l’inutile pistola. Il soldato è scomparso, ma adesso riappare: sbircia, poi si sporge dal parapetto e grida qualcosa. Volto la schiena, e comincio a issarmi con entrambe le mani per uscire dal fossato, aspettando per tutto il tempo lo sparo, il terrificante colpo di maglio di un proiettile che mi colpisce. Invece sento solo risate.

Dimenandomi goffo e impacciato dai vestiti appesantiti dall’acqua, mi tiro all’asciutto e risalgo l’argine. Vola una bottiglia e colpisce l’erba vicino a me, rimbalzando nell’acqua sul fondo. Raggiungo il sentiero di ghiaia e mi metto in piedi, barcollando, e alzo gli occhi alle mura. Il soldato agita ancora il braccio. Adesso i due camion sono parcheggiati insieme. Alcuni soldati stanno scaricando qualcosa dal cassone del camion che è appena ritornato; altri sono fermi a guardarmi. Un’altra bottiglia parte dalla merlatura, frantumandosi dopo un volo arcuato sulla ghiaia vicino ai miei piedi. Uno dei soldati del camion comincia ad avanzare verso di me, e col fucile mi fa cenno di avvicinarmi. Mi metto a correre verso gli alberi.

Mentre attraverso di corsa il prato sento un grido, e mi volto per vedere il soldato che torna verso i camion. Gli altri non mi inseguono né mi sparano. Si radunano dentro il castello.

Mi acquatto fra i cespugli, rabbrividendo. Il mio corpo trema incontrollabilmente per il freddo, e devo farmi forza per convincermi di potermi scaldare ancora. Sulla merlatura, un soldato ubriaco agita una bottiglia, poi si volta e si allontana. Io guardo per terra, a quattro zampe, boccheggiando come un amante frustrato verso il terreno insensibile, inghiottendo il mio stesso respiro. Non riesco a mantenere nemmeno questa patetica postura, perché cedono sia le braccia sia le gambe; devo rotolarmi su un fianco, raggomitolato e fremente fra i cespugli come un animale spaventato e ferito.

Avevo creduto di essermi dimostrato impetuoso e temerario, ma il castello mi respinge. Sono chiuso fuori, e i soldati, sappiano o no che sono stato io a uccidere la loro luogotenente, sembrano disinteressarsi a me e non mi giudicano degno della fatica di inseguirmi. E tu, mia cara, non sei da nessuna parte. La pistola non è servita a niente: due colpi inutili, poi niente. E cosa avrei potuto fare, comunque, con quella roba? Stampella, lapide, tubo, mazza, lancia: le armi da fuoco hanno molti usi, molteplici effetti. Forse alterano le menti oltre che le anatomie; forse le loro emissioni entrano sotto la pelle non in un solo modo, ma in molti. Sono forse loro a decidere, più che quelli che le impiegano? Le loro bocche davvero parlano così forte, le loro canne traboccano di morte e mutilazioni con tale efficacia da parlare più forte di noi che, rifuggendo dal loro uso, non riusciamo a vedere che il danno maggiore lo procurano dietro di loro, piuttosto che davanti?

Ma la luogotenente…

Ma la luogotenente è morta, e così non è un buon esempio. L’ho uccisa perché sono diverso, o perché sono come lei? Ha poca importanza, e comunque la pistola l’ho buttata via.

Adesso sento altre grida che provengono dal castello. Mi metto in ginocchio, perché non riesco ancora a stare in piedi. Il freddo sembra essermi penetrato negli intestini; non credo di poter correre via. Colpi di fucile, ma solo in aria.

Sono dietro le merlature; quasi tutti gli uomini della luogotenente, e alcune delle donne dell’accampamento. Siamo divisi da grigi veli di pioggia, ma riesco a vedere tutto: le pietre scheggiate, la pelle di tigre gonfia d’acqua, il tetto bucato, e quella fila male assortita di uomini e donne, per lo più ubriachi e barcollanti, alcuni che agitano le mani, altri che sorridono, altri che gridano, altri ancora che sparano in aria.

Siete tutte e due con loro. Fino a questo momento c’era una parte della mia mente che si sforzava di credere che la luogotenente non fosse davvero morta, che potesse essersi districata prima che il vento mettesse in movimento le macine, che un soldato che non avevo notato fosse entrato nel mulino prima che le pale ripartissero, che qualcosa fosse saltato nel meccanismo del mulino, così che al muoversi delle pale le macine fossero rimaste ferme. Con la stessa furiosa e insensata speranza, quella parte di me si era illusa sognando una tua fuga dal castello: non eri affatto ottimista sul mio destino — come sembrava — ma inorridita da quello che sapevi che la luogotenente mi avrebbe fatto, e decisa a fuggire dal castello e dal suo controllo.

Fantasie, mia cara, e mi sento ancor più esecrabile per aver immaginato che il fatto di lasciare sullo sfondo quei pensieri, di non aver osato pensarli apertamente avrebbe dato loro una possibilità in più di riflettere la realtà delle nostre circostanze. Invece, ecco la luogotenente: il suo corpo decapitato viene sorretto da due dei suoi uomini. Qualcuno dietro di lei mette un berretto o un basco su quello che è rimasto del suo collo. Credo che alcuni degli uomini stiano ridendo.

Due soldati costringono te — calma, priva di espressione — a salire sulle pietre del parapetto. I tuoi capelli neri, fradici, si appiccicano alla camicia da notte bianca. La stoffa bagnata aderisce come una pelle alla pelle, e lì in piedi, con le braccia dietro la schiena, con lo sguardo fisso nel vuoto, hai un’aria a un tempo smarrita e sensuale.

Ti tirano indietro, sul camminamento; vedo che ti sollevano la camicia da notte sopra la faccia mentre ti spingono contro il parapetto, con la testa fra due merli. Sento grida di scherno. Mi scopro a mordermi un labbro, e me ne accorgo solo quando sento il sapore del sangue.

Non credo che tu conceda un gran divertimento ai soldati, o forse le loro donne tengono a freno gran parte di loro; in ogni caso, dopo pochi minuti ti rimettono sul parapetto. La tua espressione è sempre indecifrabile. Mi sembra di vedere anche un filo di sangue sul mento. Ti stanno legando le braccia dietro la schiena; dal tuo avambraccio destro pende una benda. Credo di vederti tremare.

Gli uomini stanno urlando, e mi gridano di saltar fuori. Cerco di alzarmi, ma ricado all’indietro, paralizzato dal freddo e dalla consapevolezza della mia impotenza assoluta.

Il corpo della luogotenente viene unto con il vino, e poi spinto oltre il bordo del parapetto; cade dopo qualche volteggio nel fossato. Tu, mia cara, hai un’aria impotente quanto me, e i tuoi occhi sono vuoti come lo è la mia mente di idee che potrebbero salvarci. Alcuni sfollati — uomini, vecchie, bambini — avanzano dal lato della facciata del castello, esitanti, incerti, ma attratti dalle grida e dalle risate e dai colpi in aria e dalle voci delle ragazze sulla merlatura. In gran parte si radunano sul sentiero di ghiaia, anche se alcuni restano indietro, timorosi. Osservo gli uomini sulla merlatura, osservo il castello, con la sua bandiera che sbatte, osservo la pioggia, e un uccello nero che volteggia altissimo, e che potrebbe essere uno dei miei, uno dei rapaci che ho liberato, finalmente di ritorno.

Solo te non posso guardare: quella terribile espressione vuota mi agghiaccia, devia verso l’alto, o verso il basso, o di lato il mio debole sguardo. Quel volto è stato lo specchio della mia vanità; su di esso mi hai lasciato scrivere tutto ciò che io abbia mai voluto scrivere, mi hai mostrato tutto quello che io abbia mai voluto vedere. Adesso, come quel punto cieco nell’occhio che solo ci permette di vedere, è l’unica cosa che non posso guardare, l’unica vista che non posso costringermi ad accettare.

Boccheggiano. La folla boccheggia vedendoti cadere, una fiamma bianca e splendente che fluttua verso il fossato.

Corro di nuovo fuori, sbalordito della mia mancanza di controllo ma anche della forza che mi è tornata all’improvviso. I soldati non mi sparano.

Supero alcuni degli sfollati, facendomi largo a spinte, inciampando sull’argine del fossato. Ti si vede solo la testa, che spunta sulla superficie agitata dell’acqua come una risposta al corpo decapitato che galleggia poco lontano, e si muove a causa delle onde generate dalla tua caduta. Tossisci e sputi, dibattendoti. Accanto a me, la gente mormora qualcosa. Guardo in alto e vedo una corda che da un punto vicino alla tua testa raggiunge la merlatura. Qualcuno la tende e la tua testa scompare, trascinata sott’acqua. I piedi, legati, si levano dalla superficie, sussultando, poi le gambe, nude e scalcianti, e il tuo corpo, appeso a quella corda, si torce, visibile a tutti, finché solo la testa rimane sott’acqua.

Sobbalzi, ti pieghi in due, riesci a tirar fuori la testa; il corpo pallido è nudo, e la testa e i capelli sono coperti dal lungo sudario bianco della camicia da notte inzuppata, bloccata attorno al collo; sbatte, gocciola, si increspa, pallida e sinuosa come il tuo corpo tirato. Ti fanno cadere di nuovo. Dopo il tuffo vai sotto; la camicia da notte galleggia attorno a te come una ninfea, poi riemergi, boccheggiando. La corda si tende ancora e tu scompari sotto.

Mi sento gridare, li supplico di fermarsi, di lasciarti andare. Cerco di ricordare i loro nomi, ma non sono sicuro di saperli: «Fogliasecca! Verbo!» grido, ma si mettono a ridere, applaudono e ti tirano su e giù con la corda.

Corro avanti, scivolo e cado lungo l’argine fino all’acqua. Gli uomini fischiano e urlano quando entro nel fossato, tendo le braccia, cerco di afferrarti mentre ti pieghi di nuovo e sollevi la testa fuori dalle onde, ma loro ti spostano più in là, fuori dalla mia portata, applaudendo e sparando di nuovo in aria. Io mi getto a nuoto verso di te, dimentico del freddo e della fatica, con le dita che si protendono come artigli per afferrarti.

Qualcuno si muove sull’argine, uno degli sfollati che grida verso di me e si mette a scendere sull’erba, allungandomi qualcosa. Dall’alto vengono grida di avvertimento, poi sparano e davanti a lui l’acqua crepita e spruzza. L’uomo viene tirato su dai compagni sul sentiero; si stanno muovendo in tondo, seguendo te mentre i soldati ti rituffano in acqua e io cerco di inseguirti.

Afferro l’orlo della camicia da notte e cerco di tirarti a me, ma loro ti trascinano ancora più in là, verso l’angolo del castello e del fossato, e la tela si strappa e cade via. Ci nuoto sopra e si impiglia a me, mi trattiene, mi rallenta. I soldati sghignazzano. Tu colpisci il muro, poi finisci di nuovo sott’acqua, poi salti fuori, sputando acqua, piegandoti debolmente sulla vita; il tuo viso è stravolto dalla tensione, la tua voce non è ancora stata udita.

Continuo a venirti dietro, e l’acqua mulina attorno a me: è un pozzo livido e incalzante di freddo, che prosciuga il calore, la forza, il respiro, il pensiero, la vita. Con le unghie scavo nella melma gelida e indurita che ricopre le pietre del castello, e la camicia da notte da cui non riesco a liberarmi e i miei stessi vestiti intrisi d’acqua mi trattengono indietro, mi tirano a fondo. Giriamo l’angolo, seguiti dalla folla, con i soldati che si danno i turni per reggere la corda, abbassarti e tirarti fuori, e gettano bottiglie che mi cadono vicino, e ridono e urlano. Inghiotto aria, inghiotto acqua, agito disperato le acque cupe, cado all’indietro, mentre loro continuano a trascinarti, e ti scorticano la pelle nuda sulle pietre ruvide dell’angolo seguente. Ormai non ti dibatti quasi più: quando prendi fiato, il suono che ti esce dalla bocca è stridulo e disperato, asmatico. Dall’alto i soldati fingono di incitarmi mentre avanzo, senza coordinazione, nell’acqua gelida e gli sfollati seguono la tua forma pendula e silenziosa fino all’angolo seguente, e poi oltre, scomparendo.

Le mie dita, ustionate, congelate, artigliano le pietre viscide e mi trascinano lentamente avanti, sempre con la tua camicia da notte impigliata dietro di me, fino all’angolo. Anch’io giro attorno.

I soldati sono in silenzio, immobili, e la folla è ferma sulla ghiaia.

Tu penzoli nell’acqua, sospesa per le caviglie, e il tuo unico movimento è un ritmico torcersi della corda, che porta il tuo corpo, dal seno ai piedi, verso l’esterno e poi verso il castello, mentre la testa, le spalle e i capelli restano sommersi nella quieta circonferenza del fossato.

Io tremo, poi mi spingo avanti, andando a sbattere contro i tre cadaveri decomposti dei saccheggiatori. Nuoto verso di te. E in questo stato sospeso ci incontriamo dolcemente.

Ti tocco la testa fredda e la sollevo fuori dall’acqua. Hai gli occhi aperti, fissi; l’acqua ti gocciola dalla bocca e si raccoglie nelle narici. La pioggia cade piano attorno a noi.

Uno strattone della corda, e mi vieni strappata: la testa che cullavo scatta verso l’alto, colpisce la pietra, ha uno scarto e gocciola; i capelli neri cadono in lunghe linee rette e morbide, a incontrare la rozza compassione della pioggia. Quelle gocce mi colpiscono in viso, e i soldati ti issano oltre il parapetto, e sputano su di me.

Ondeggio all’indietro, urto l’argine erboso, mi volto. Gli sfollati guardano in basso, in alto, poi due allungano una mano e mi aiutano a risalire, vicino al ponte; la camicia da notte è rimasta a galleggiare sull’acqua. Quando raggiungo la ghiaia in cima all’argine, barcollo e non riesco a stare in piedi; i due che mi hanno soccorso mi aiutano a sedere sull’erba e mi mettono attorno alle spalle un vecchio cappotto; poi grida e spari li disperdono, ricacciandoli nell’accampamento. Cerco di rialzarmi, pensando che in qualche modo potrei ancora fuggire, ma riesco solo a mettermi in ginocchio, e finisco inginocchiato all’ombra dei camion, sulla ghiaia davanti ai ciottoli levigati del ponte.

I soldati sciolgono la pelle di tigre e la gettano di sotto; cade pesantemente sull’erba. Al suo posto legano te, e tirano la corda in modo da issarti; il pennone si incurva, e tu rimbalzi contro di esso mentre ti tirano fino in cima, legata per i piedi, e fissano la corda. La corda si torce e si ritorce, offrendoti alle sconfinate profondità del cielo.

I soldati abbandonano il tetto e, subito dopo, si leva del fumo.

Gli sbuffi grigi diventano neri, riempiono l’aria attorno a te; i riccioli neri del fumo vengono spazzati via dal vento carico d’acqua.

Vedo scomparire la tua sagoma bianca in mezzo al grigio e al nero. Abbasso la testa, e poco alla volta piccoli fiocchi di caligine scendono a ricoprirmi.

La gente è tornata all’accampamento: alcuni si mettono a levare le tende, altri sono già in viaggio sui carri. La pioggia e la fredda acqua del fossato gocciolano via da me. La saracinesca geme e gratta, e si avviano i motori. Uno dei soldati viene a prendermi, mi solleva per un gomito e mi sostiene mentre barcollo e poi mi guida quasi con gentilezza sul ponte. Voglio scappare, correre via per salvarmi, o lanciarmi verso gli sfollati, mettermi a gridare e a piangere e chiedere il loro aiuto, o forse far vergognare i soldati e costringerli a dimostrare pentimento e rimpianto, ma non ho più forze, non ho più calore per te o per me o per chiunque o per qualunque altra cosa.

Gli altri soldati mi vengono incontro, mi mostrano il castello vestito di fiamme, il fuoco che trabocca esultante da ogni porta e da ogni finestra, e poi, con i camion e la jeep e il cannone, abbandonano il luogo alle fiamme e al fumo e mi portano con loro fuori di lì.

Ti vedo attraverso il fuoco, credo, fredda e bianca e sospesa in un punto immobile, intatta fra quelle ondate bellicose, ondeggiante in quella mistura rapida e tumultuosa, in volo nella raffica del vento, un saluto per ogni rovina.

VENTI

E adesso, mia cara, ho finito. La storia è finita, e ha fatto di noi ciò che voleva. C’è stata una sera, e con l’alba verrà il peggio. Guardo il giorno morire lentamente: il pacchiano spettacolo del sole trascina le nuvole con sé e finalmente ha la meglio sull’ultimo debole bagliore del castello.

Un uccello da preda, di ritorno dalla caccia, sta volteggiando ad ampi cerchi, e sale e si lascia cadere sull’ultimo arreso calore emesso dalla nostra casa, tagliando secchi angoli nel tranquillo fumo grigio, riemergendone al di là, virando all’indietro.

Un falco, ne sono certo. Uno di quelli che ho liberato, che adesso è tornato indietro. Alzo lo sguardo, lasciandomi vincere per un istante da una facile ammirazione per l’animale, immaginando che in qualche modo sappia che io sono qui e tu no e che tutto è perduto, che il coltivato istinto dell’assassino l’abbia richiamato a riconoscere i nostri destini.

Ma era solo un uccello, e anche stupido, secondo i nostri criteri; la sua struttura delicatamente feroce, quel cranio tagliato stretto, ospitano l’intelligenza necessaria alla sua funzione di carnivoro, e nessun altro pensiero. Disegnato per occupare il suo posto nella vita grazie alle lotte dei suoi progenitori, scolpito dalla vasta semplicità dell’evoluzione, non ha percezione delle nostre tribolazioni più di quanta ne abbia un coltello, o un proiettile, ed è altrettanto innocente. La sua crudele bellezza, come siamo soliti chiamarla, soddisfa il nostro acquisito timore reverenziale, ma è il nostro orgoglio, la nostra ferocia e la nostra grazia che noi deifichiamo in esso, e a nostro rischio scordiamo che è la nostra mente a essere sottoposta alla presa meccanica dell’artiglio, e proprio grazie al nostro pensiero rimaniamo per sempre superiori a esso.

Sento altri cannoni, il grande rombo che rulla sulla terra da qualche fronte lontano, e quasi mi sorprende: il mondo inconsapevole viene risospinto nella mia coscienza, mentre sono qui legato, condannato, in attesa.

I soldati dicono che partiranno domani. Hanno cacciato via i profughi per occupare il loro misero accampamento sul prato, e adesso anche un paio di mariti e uno dei nostri domestici galleggiano nel fossato. Tu, silenziosa per sempre, sei ancora innalzata nell’aria che si rischiara, una forma annerita sospesa sopra il guscio crollato e sventrato del castello; i tuoi occhi sereni osservano asciutti ciò che l’aria ti offre, e mi chiedo se il falco preferisca la carne cotta o al sangue, e se verrà a visitarti.

Perché anch’io sono legato, ridotto a un giocattolo, a una marionetta davanti alla bocca del cannone. Mi hanno legato qui per le braccia, le gambe e il corpo, con l’ampia imboccatura del pezzo puntata sul fondo della schiena (un’arma più grossa e più potente dove tenevo quella più piccola, l’inutile pistola della luogotenente); sono un sacrificio su un altare sospeso, inarcato come una quantità sconosciuta, una risposta sbagliata, un bacio al fondo della pagina, come le pale di un mulino, in verità, ma senza ruotare. Sono stato in posizioni più comode, è vero, ma posso stendermi sulla canna d’acciaio per togliere peso alle gambe allargate. Le braccia, tirate indietro dalle corde, sono del tutto intorpidite e così non mi fanno più male, e gli uomini mi hanno tirato un cappotto e una coperta, di modo che non dovrei morire troppo presto. Mi hanno perfino dato da mangiare un po’ di pane e del vino.

Tutti i miei tentativi di impersonare l’uomo d’azione, l’assassinio della luogotenente e la responsabilità del tuo, mi hanno assicurato solo un giorno di vita in più, e ci sono costati tutto. L’intenzione dei soldati è di puntarmi verso il cielo, alle prime luci dell’alba, di elevarmi, disteso sul muso del cannone, mettere una carica senza granata nella culatta e poi gettare i dadi per stabilire chi tirerà la corda dello sparo.

Li ho supplicati, ho cercato di farli ragionare, ho reclamato, ma loro considerano questa morte del tutto appropriata, e non solo perché sono convinti — a ragione — che sia stato io a uccidere la luogotenente. Le mie suppliche erano troppo eloquenti, forse, il mio appello alla ragione era destinato al fallimento fin dal principio, e quanto al tentativo di rivolgermi a loro da uomo a uomo — come un poveretto ingiustamente accusato, un commilitone, un compagno di sventura — doveva essere, a quanto pare, semplicemente risibile (di sicuro loro hanno riso).

Eppure, nonostante tutto il mio terrore — che sento negli intestini che subiranno l’urto della mia espulsione — credo di poter ancora assaporare il fatto che la mia vita finirà con un vuoto, e vedo le possibilità di variazioni raffinate che i soldati potrebbero non apprezzare. E così vorrei che il falco scendesse a rodere qualche parte di me, o che i soldati mi innalzassero adesso, mi mettessero un vecchio elmetto di latta sulla testa, avvicinassero una spugna alla mia bocca e mi colpissero al fianco con una baionetta… Ma io sono comunque fra questi ladroni, un occhio di calma nel cerchio dei loro veicoli, qualcosa di cui si sono già stancati.

Il falco si posa su di te, mia cara. Cerco di guardarlo con un occhio disinteressato mentre ti tira, stacca brandelli di carne, ti lacera, ma è un esercizio impossibile, e devo distogliere lo sguardo verso gli alberi spogli e le tende scure e gli uomini della luogotenente rimasti qui.

Sono impegnati a esaurire le ultime provviste del castello, a consumare il cibo e il vino, o si occupano delle donne che hanno deciso di tenere con sé. Domani potrebbero sparare qualche altro colpo nella direzione di un nebbioso fronte occidentale, e poi ritirarsi, ma forse no.

Ci sono state discussioni. Sembrano indecisi. Alcuni vogliono abbandonare il cannone, perché sarebbe un peso che li rallenterebbe, e in più non hanno nessun bersaglio da colpire. Altri vorrebbero offrire i propri servigi a qualche organizzazione più ampia, o trovare qualche altro riparo, una cittadella o un paese che potrebbero minacciare con il cannone, e così farsi pagare in cambio della promessa di non usarlo.

Io non capisco la loro guerra, non so chi combatte chi, per che cosa e perché. Potremmo essere in qualunque luogo, in qualunque epoca, e ogni causa porterebbe gli stessi risultati, la stessa fine, che si vinca o che si perda.

Osservo il campo, finalmente appropriato alla loro natura: i soldati sono tranquilli o sbuffano, attizzano un fuoco, fumano le rinsecchite sigarette della luogotenente, trangugiano il loro bottino, controllano le armi o stanno con le donne.

Devo essere troppo tollerante, ho il sospetto, perché la verità è che provo pietà per questi bruti. Adesso mi uccidono ma moriranno poco dopo, torcendosi sulla terra intrisa del loro sangue senza una luogotenente pronta a baciarli sulla bocca e finirli rapidamente; o vivranno mutilati, o in un ospizio, con un fantasma di dolore che aleggerà per sempre intorno al ricordo abbreviato della carne, o si porteranno le ferite ancora più in profondità, nell’oscurità abissale della mente, e ancora fra molti decenni si agiteranno, tormentati da sogni di morte, soli nel sonno anche se qualcuno dormirà al loro fianco, trasportati dai memori artigli dell’orrore impresso dentro di loro in un tempo al quale credevano di essere sopravvissuti e sfuggiti, e dove invece ritorneranno per sempre.

La mia opinione è che, a meno che il coinvolgimento non sia superficiale, nessuno sopravvive a una guerra; la gente che esce dall’altra parte non è la stessa che ci è entrata. Oh, lo so, tutti cambiamo, tutti i giorni, e ogni mattina emergiamo diversi dal bozzolo del sonno, per incontrare un viso inesprimibilmente alieno, e ogni malattia, ogni shock ci invecchia e ci cambia in diversa misura… Però quando la malattia è passata e lo shock è svanito, torniamo a raggiungere, più o meno, la stessa società che avevamo lasciato, e su di essa ci riequilibriamo. Questa confortante triangolazione ci è negata quando la comunità stessa è cambiata quanto e più di noi, e dobbiamo ricostruire non solo i nostri esseri ma anche il tessuto di quel mondo condiviso.

E il soldato, che rinuncia al suo posto nel flusso della vita civile per essere inserito nei ranghi militari, cede più degli altri ai capricci di quella confusione. I profughi, collettivizzati dalla miseria e dalla sfortuna, portano con sé la propria vita quando si muovono, e continuano a nutrire una speranza pratica, anche se parziale, di resurrezione futura; quando i soldati sottraggono agli altri la vita, o perdono la propria, vanno verso la fine non per essere lodati o condannati, o per contemplare una vita così marchiata dall’errore, ma semplicemente per abbracciare la vuota verità della distruzione della mente.

Cara luogotenente, credo che tutti noi ti abbiamo sedotta, ti abbiamo deviata da un corso che forse ti avrebbe salvato la vita. Hai occupato la nostra casa cercando qualcosa nel fondo di noi, tentando di assicurarti una specie d’amore contrassegnato dall’antichità, dalla terra, dalla famiglia; aspiravi all’eredità che era nostra, e se non hai capito che pretese simili hanno ripercussioni ramificate, e che le pietre richiedono una loro continuità di sangue, se non hai compreso la serietà del loro isolamento, della solitudine in cui sono intrappolate, della durezza della loro responsabilità, allora non puoi dare la colpa al castello o a qualcuno di noi, e lamentarti di essere stata condotta alla tua fine.

Io avevo lasciato il castello; tu ci hai riportati indietro.

Scende profonda la notte su di loro e i soldati si riparano, nelle tende o sui camion, vicino a me. Il corpo mi duole per tutto quello che ha patito, straziato dal tempo e dal freddo. Continuo a credere che verrà il falco e sarà la mia liberazione, strappandomi gli occhi in un’ultima impensata estensione del tormento, o forse davvero mi libererà, lacerando le corde che mi tengono legato così da concedermi un ultimo tentativo di fuga.

… Ma è l’alba la mia liberazione più probabile. O forse potrei — una fine ignominiosa, questa — soccombere al gelido bacio della notte, cedendo, come il castello, il calore vitale all’abbraccio dell’aria e del vento.

Dovrei gridare, strillare, bestemmiare, scagliare imprecazioni contro questi imbecilli, o almeno disturbare il loro sonno nella mia ultima notte, ma temo le torture che potrebbero escogitare se li seccassi così, perché a quanto ho sentito e letto e visto, l’uomo abbrutito, così carente di ogni altro tipo di immaginazione, si dimostra straordinariamente ricco di risorse quando si tratta di inventare metodi nuovi e ingegnosi per fare del male.

Non posso accusare nessuno di noi, o tutti. Siamo tutti morti e moribondi, siamo tutti feriti. Noi tre, il castello in rovina, questi tristi guerrieri, nessuno di noi si merita di finire così, ma non dovremmo sorprenderci: è degno di nota, e anche di essere celebrato, il fatto che qualcuno riceva ciò che si merita.

Castello, non saresti mai dovuto bruciare. Quel mulino era di legno: combustibile pieno d’aria. Tu eri di pietra. Sentivi con antico disprezzo il rombo terrestre delle sue ruote in ininterrotto movimento, eppure sei bruciato tu al posto suo, e adesso, a parte il tuo cranio scavato di travi annerite, non sembri quasi cambiato, visto da qui, nell’oscurità, eppure sei sventrato, come lo sarò io fra poco… Mi hanno detto che potrebbero minarti, per raderti al suolo, ma credo che l’abbiano detto più per abbattere me che te. Dovrebbero sprecare dell’utile esplosivo solo per distruggere te? Non credo proprio che lo faranno.

Castello, non ti ho reso giustizia dicendo che questa potrebbe essere un’epoca qualsiasi; un tempo le tue pietre avrebbero garantito la migliore delle protezioni, ma nei giorni dei cannoni e dell’artiglieria, basta puntarle contro di te, le canne dei cannoni, simili ad aghi di bussola, per appiccarti all’istante quel fuoco.

Forse abbiamo distrutto ciò di cui facevi parte nell’istante stesso in cui l’acciaio ha colpito la pietra della cava, e il martello del muratore e la granata sparata dal cannone sono entrambi responsabili della ferita. Tutto alla fine è costruzione, compreso questo: un uomo sul punto di morire che si rivolge a un edificio bruciato. Il mio sbaglio estremo, la mia finale follia. Ma in fondo siamo la bestia che dà nomi, l’animale che pensa grazie a una lingua, e tutto attorno a noi si chiama come noi abbiamo stabilito di chiamarlo, per mancanza di termini migliori, e ogni cosa a cui diamo un nome significa — per quanto ci riguarda — proprio ciò che vogliamo che essa designi. E, comunque, alla fine veniamo ugualmente puniti: perché le nostre belle parole definitorie alla fine non domano nulla, e se cadiamo vittime dell’ignota grammatica della nostra vita, dobbiamo affrontare con coraggio gli elementi e soffrire in cambio la loro indifferenza, del tutto ricambiata.

Il falco se n’è andato. Le ombre della notte ti lasciano sola come un’unica fiamma pallida sospesa sul guscio del castello, appena sfiorata da un cupo bagliore rosso rubino emesso dalle braci ancora accese all’interno. Forse l’uccello tornerà a liberarmi dalle corde, o forse i superstiti del gruppo a cui apparteneva il cannone — e che forse sono gli stessi che stamattina hanno teso l’imboscata alla luogotenente — attaccheranno all’improvviso, sconfiggeranno i miei torturatori e mi libereranno, colmi di gratitudine. O forse il vento gelido e le nuvole gonfie preannunciano la neve, che scenderà a coprirmi e ad ammorbidire i profili di ogni cosa qui intorno, compresi i cuori dei soldati, che avranno pietà di me e mi lasceranno andare.

Voglio una fine troppo pulita? O troppo aperta? Non lo so, miei cari, anche se prima dell’alba avrò la risposta, senza alcun dubbio.

Credo di voler morire, adesso. Davvero? Sono paradossale? Siamo tutti così: in noi la destra controlla e percepisce la sinistra, la sinistra la destra, ciò che vediamo è tutto invertito, e siamo sempre in due menti.

Vieni, alba, a coprirmi, vieni, luce, e fammi diventare ombra. Cancellami da questo luogo raso al suolo.

La vita è morte e la morte vita: accarezzare l’una significa abbracciare l’altra. Ho visto bestie morte, accanto a torrenti di montagna, dilatate dai gas, gravide di una morte generatrice. E tu, mia cara, tu trovasti l’espressione più adatta — anche se non ho mai potuto dirtelo, non ho mai potuto accennarti che era così che la vedevo — con quel tuo gonfiore, quando desti alla luce la morte (che noi nascondemmo, timorosi per la prima e unica volta della nostra intimità, minacciati da tutto ciò che condividevamo. Fu dopo quella silenziosa espressione del nostro amore che tu rifiutasti di articolare molto altro).

Forse, mio ingiusto amore, forse sei stata tu l’unica a vedere veramente chiaro, e col tuo rifiuto di scoprire ciò che cercavamo di trovare attraverso di te, l’hai saputo fin dall’inizio, e così ti sei serbata fedele. Forse, per quanto ingiustamente, il tuo stesso sesso ti ha resa più vicina a ciò per cui noi dovevamo lottare, negandolo. Forse tu sola hai capito il nostro destino dal principio: il tuo genere e la tua inclinazione ti fornivano gli strumenti per ospitare concezioni che a noi erano negate.

La pioggia cade su di me; lecco l’umidità dalle labbra. Siccome nessun falco è venuto a tagliare le corde che mi legano e i soldati liberatori non hanno attaccato, ho dovuto liberarmi comunque, sospeso quassù. Dovrei vergognarmene? No, non me ne vergogno. Siamo fatti in gran parte d’acqua, e noi stessi non siamo altro che bolle, e il nostro corpo non è che un vortice momentaneo, un’onda immobile nel flusso del nostro corso aggregato. Passiamo in acqua i mesi più formativi, in una vita che anche allora ci è semplicemente data in prestito, un’indipendenza che fin dall’inizio è legata a una serie di corde, e non ha molta importanza se la nostra fine è un composito scioglimento o una vincolante decomposizione. È già abbastanza dover camminare su questa riva e trascinarci su simboli instabili, per preoccuparci che quella corda ci strangoli.

Eppure, mentre il calore si raffredda sulla mia gamba, all’improvviso tremo di paura, come se la ripetizione di quest’atto infantile portasse con sé anche il costante timore vissuto nell’infanzia, e confesso che, come un bambino, mi metto a piangere. Ah, l’autocommiserazione; credo che il massimo della sincerità lo raggiungiamo quando abbiamo pietà di noi stessi.

Ma la mia paura è in gran parte una formalità, mia cara perduta sofista, un omaggio formale — tremante, lo ammetto, non irrigidito — che il corpo esige per se stesso, e di cui la mente non si stupisce, poco convinta com’è che ci siano molte ragioni per andare avanti, a parte l’abitudine. Se c’è qualcosa dopo questa esistenza, preferirei vederlo adesso piuttosto che in seguito, e se — come sospetto — l’unico pasto che seguirà a questo aperitivo sarà il festino dei vermi, perché allora accumulare altri dolci ricordi a cui dover dire addio, quando sopravverrà l’inevitabile?

Quanto al volgare interesse di vedere il risultato delle nostre vite — spingere poco più in là il nodo del presente, prima che ricada nel passato e si avviluppi un’altra volta — non provo un grande desiderio di vedere tanto per vedere ciò che, lo sento, finirà più o meno allo stesso modo. Ogni età, contenendo noi, contiene anche tutte le altre fino al limite della nostra comprensione reciproca, e domani, quando verrà, sarà semplicemente un altro giorno in una processione quasi infinita di giorni dopo giorni, e verrà e se ne andrà, come hanno fatto tutti gli altri e come faremo anche noi: esisterà per il tempo assegnatogli, e poi, per un tempo infinitamente più lungo, non esisterà. E se noi, presi nel gorgo di quell’infinita marea e sprofondando per la nostra prima e ultima volta, riusciamo ad aggrapparci a un pugno di altri giorni, tendo a credere che lo facciamo non tanto nella debole speranza di salvarci, quanto nel maligno tentativo di trascinarli sul fondo con noi.

E che dire della superstizione? Un tempo il castello aveva una cappella; nostro padre, che adesso è in questa terra, la fece eliminare. Bambino, mi fermai nell’opaco splendore del rosone, il giorno prima che venissero gli operai, piangendo al pensiero della sua fine, per ragioni puramente sentimentali. Qualche giorno più tardi, quando la sua dogmatica immobilità di vetrate colorate era stata rimossa, salii con te sull’altare, battendo gli occhi davanti al rigoglio vivente della campagna estiva, che finalmente si apriva alla vista.

La stessa intuizione che debba esistere qualcosa oltre questo mondo fisico mi fa pensare che sia sbagliata. Ci inebriamo troppo di tale sentimento, e se dobbiamo abbandonarci a questa sorta di antropomorfismo, potrei allora sostenere che la realtà non potrebbe certo resistere alla tentazione, né lasciarsi sfuggire l’opportunità, e si sentirebbe obbligata a sopprimerci. Il modo in cui accadono le cose, in cui agiscono, include un’asprezza assoluta, una generale mancanza di cerimonie e di rispetto alla quale possiamo opporre tutte le nostre pie convinzioni e le più riverite istituzioni e contro la quale possiamo imprecare e opporci per il tempo preciso della nostra vita, ma che abbraccia tutte le nostre aspirazioni e degradazioni, tutte le nostre promesse e menzogne, tutto ciò che facciamo e non facciamo, e che alla fine ci spazza via con minor sforzo di quanto una metafora riesca a comunicare.

Ci vogliono più errori, più possibilità del tutto casuali, più caos e minuzie per produrre una storia epica che una sordida, o l’eroe piuttosto che l’uomo comune. Il romanzesco, o la nostra fede in esso, è la nostra vera rovina.

Eppure c’è una sorta di progresso, potrei ammetterlo; un tempo credevamo in felici distese di caccia, urì, veri palazzi sospesi nel cielo, e dèi in forma umana. Oggi, fra coloro con abbastanza senno da rendersi conto della dificoltà in cui si trovano, prevale una spiritualità più sofisticata: un’infinita insensatezza che rimpiazza e sposta ogni cosa, così che, un giorno, quando tutti saremo polvere, particella, onda elettromagnetica, coloro che ci succederanno vedranno in quel nostro stato una continuità maggiore di quella che ci saremmo meritati.

E nella nostra piccola sfera, anche la mortalità è mortale, e c’è una fine alle fini, e ai giorni: non sono infiniti.

Grazie a un empio potere, in sé privo di significato, tanto insensato quanto implacabile e irresistibile, dovremmo sapere alla fine che tutto ci è ostile, e che il nostro amore muore con noi, non il contrario. (Nulla sopravvive così a lungo, così viva il nulla, così addio.)

D’altra parte, magari è proprio come dicono loro.

Ma ne dubito, e mi porterò le mie probabilità, come tutto il resto, via con me.

La notte mi punta all’angolo estremo del cono d’ombra della terra, come se mi mirasse verso il suo lembo remoto. Ah, fate del vostro peggio, idiota stella e roccia complice. E, nero uccello, fa’ ciò che era prevedibile, per quello che ho raggiunto e quello che ho lasciato, per quello che ho fatto e quello che ho trascurato, per quello che ho provato e quello che ho lasciato perdere, ciò che sono stato e che non sono stato, per ciò che importa e significa ed è meno di un mezzo pensiero in ciascuno di noi, e niente di peggio — e di sicuro niente di meglio — di questo.

Lasciami morire, lasciami andare; ho detto quello che dovevo dire, ho rifiutato di farcela, e adesso — è già l’alba? È questa una sorta di sonno, o sto sognando, o sento davvero la sveglia e l’ultimo squillo di tromba? — affronto il mio futuro, volto la schiena alla desolazione di una vita e a questi ottusi persecutori e sono giustamente innalzato, glorioso e trionfante, verso cieli del colore del sangue e delle rose, sogghigno ai dadi che rotolano (sì sì: iacta est alea, noi che stiamo per morire vi disprezziamo), rido agli applausi che si levano, tenendomi a galla, e così saluto la mia fine.

FINE