/ Language: Italiano / Genre:thriller / Series: Dexter (it)

Dexter il delicato

Jeff Lindsay

Dexter diventa papà di una bimba, la piccola Lily Anne, e qualcosa in lui cambia radicalmente: per la prima volta prova un vero sentimento d’amore, emozioni e affetto; e soprattutto non sente più la voce dentro di sé che lo obbligava a uccidere. Decide così di non dedicarsi più al suo “hobby” notturno. Ma concentrarsi sulle gioie della vita familiare non è così facile per lui, soprattutto quando sua sorella Debbie lo coinvolge nelle indagini su un caso di rapimento che presto apre uno squarcio su una terrificante vicenda di cannibalismo…

Jeff Lindsay

Dexter il delicato

A Hilary, come sempre

PERSONAGGI PRINCIPALI

Dexter Morgan: il Vendicatore

Deborah Morgan: sorellastra di Dexter

Brian: fratello di Dexter

Rita: moglie di Dexter

Astor, Cody: figli di Rita

Lily Anne: figlia di Dexter e Rita

Deke Slater: collega di Deborah

Samantha Aldovar: ragazza scomparsa

Tyler Spanos: sua amica

Bobby Acosta: figlio di un noto politico

Alana Acosta: matrigna di Bobby

George Kukarov: gestore di un locale notturno

Victor Chapin: dipendente di Kukarov

Kyle Chutsky: fidanzato di Deborah

1

Questo reparto dell’ospedale è come un paese straniero. Niente atmosfera da campo di battaglia, niente medici dai camici zuppi di sangue che si scambiano battute su organi mancanti, niente capisala con sguardo arcigno e cartelletta alla mano, né branchi di vecchi ubriaconi in carrozzella e, soprattutto, niente pazienti che fissano tremebondi le doppie porte in acciaio, terrorizzati al pensiero di quel che può uscirne. Niente puzza di sangue, di dolore, di disinfettante; solo odori delicati e familiari. Anche i colori sono differenti: le pareti hanno tinte pastello, più morbide rispetto a quelle smorte di altri reparti, adibiti alla più prosaica sopravvivenza. Infatti non si respirano né l’atmosfera né gli spiacevoli odori che ho imparato ad associare agli ospedali. C’è soltanto una folla che si accalca adorante davanti a una grande vetrata e, con mia immensa sorpresa, in mezzo ci sono anch’io.

Ci stringiamo felici contro il vetro, facendo allegramente spazio ai nuovi arrivati. Che siano bianchi o neri, latino o afroamericani, asiatici o creoli, non ha importanza. Siamo tutti fratelli. Nessuno si offende o sghignazza, né si arrabbia se riceve di tanto in tanto una gomitata nelle costole, e nessuno, meraviglia delle meraviglie, sembra nutrire istinti violenti nei confronti del prossimo. Me compreso. Al contrario, ci ammassiamo tutti contro la vetrata, per assistere al miracolo che ha luogo nella stanza accanto.

Vi sembrano questi esseri umani? Riconoscete la Miami in cui ho sempre vissuto? O forse siamo stati vittime di strani esperimenti di fisica in cui acceleratori di particelle ci hanno spediti tutti su Mondo Bizzarro, dove la gente è sempre allegra, gentile e tollerante?

Dov’è finita la folla gioiosamente omicida di un tempo? E i compagni della mia gioventù, armati fino ai denti, invasati, mezzi matti e sanguinari? Possibile che la luce nell’altra stanza li abbia così cambiati e trasfigurati?

Quale fantastica visione al di là del vetro ha potuto trasformare un corridoio gremito di esseri umani qualunque, crudeli, pericolosi e violenti, in un gruppo di bonaccioni spensierati e senza midollo?

Do un’altra occhiata, incredulo: è così. Non ci sono dubbi. Disposte su quattro file, si agitano minuscole creature rosa e marroncine… Appaiono così piccole, rugose e inutili, eppure è per merito loro che questo branco di uomini vigorosi e spietati si è trasformato in un blob strisciante e arrendevole. E, come se tutto ciò non bastasse, ecco palesarsi un altro assurdo, drammatico e incredibile prodigio: uno di quegli gnocchi rosacei si è impossessato del nostro Diabolico e Davvero Depravato Dexter, mutando anche lui in un bavoso debosciato. E ora eccolo qui, lo gnocco, che agita il ditino verso la luce del neon, del tutto inconsapevole del miracolo appena compiuto… e inconsapevole persino del dito che sta muovendo, perché è l’assoluta Immagine dell’Inconsapevolezza… Eppure, guardate che cos’ha combinato con questo suo inconsapevole e inconscio dimenarsi. Guardate questa piccola meraviglia bagnata e profumata di latte, capace di cambiare ogni cosa.

Lily Anne.

Tre sillabe brevi e così ordinarie. Paiono prive di significato… ma attaccandole insieme e associandole a quello gnocco di carne che si agita nella culla è stato messo in atto il prodigio più grande. Il Dexter da Decadi Distaccato si è trasformato in una creatura dotata di un cuore che batte e pompa vita vera, e che sembra quasi vantare una certa somiglianza con un essere umano…

Ecco: lo gnocco fa un cenno con la potente manina e la Nuova Creatura all’interno di Dexter ricambia. Qualcosa nella cavità toracica preme e si gonfia, rimbalza contro le costole fino a stimolare i suoi muscoli facciali, che ora si distendono in uno spontaneo e quasi ignoto sorriso. Fulmini del cielo, si tratta forse di un’emozione? Sono crollato così tardi e così in fretta?

Apparentemente sì. Poi succede di nuovo.

Lily Anne.

— È il primo? — domanda una voce dietro di me.

Lancio una rapida occhiata alla mia sinistra, cercando di non perdere un solo secondo dello spettacolo all’interno della vetrata, finché non vedo un tozzo latinoamericano con indosso un paio di jeans e una linda camicia da lavoro con la scritta Manny cucita sulla tasca.

— Sì — rispondo, e lui annuisce.

— Io sono al terzo — dice, poi sorride. — E non mi è ancora passata la voglia.

— Non vedo perché dovrebbe — faccio, ricambiando lo sguardo di Lily Anne. Ora agita l’altra mano… e ora le muove tutte e due insieme! Che bambina sveglia.

— Ho avuto due maschi. — L’uomo scuote il capo, e aggiunge: — E poi una femmina.

Dal tono di voce capisco che il pensiero lo diverte e gli lancio un’altra occhiata furtiva. Come immaginavo, ha dipinta sul volto un’espressione di allegro orgoglio, stupida quanto la mia.

— Spesso i maschietti sono poco chiacchieroni — dice. — Stavolta volevo proprio una femminuccia e… — Il suo sorriso si fa ancora più largo.

Restiamo insieme per un po’ in complice silenzio, in contemplazione delle nostre stupende femminucce al di là del vetro.

Lily Anne.

Lily Anne Morgan. Ovvero il DNA di Dexter che vive e si propaga nel tempo fino a raggiungere una nuova generazione e non solo, anche il futuro remoto, un giorno al di là dell’immaginazione… Il DNA perpetua la vera essenza di me stesso e procede, fuori dalle grinfie della morte, lanciandosi con un balzo nell’avvenire, ben impacchettato nei cromosomi dexteriani… Come prospettiva è stupenda. O almeno, così pare al suo folle papà.

Tutto è cambiato. Un mondo che include anche Lily Anne Morgan è qualcosa di completamente sconosciuto: è più carino, più lindo, morbido e dai colori più luminosi. Tutto è più buono, persino la barretta di Snickers e la tazzina di caffè del distributore, ovvero ciò di cui mi sono nutrito nelle ultime ventiquattr’ore. La merendina aveva un sapore più invitante del solito e il caffè sapeva di speranza. La poesia inonda la mia mente arida e rifluisce fino ai polpastrelli: tutto mi sembra nuovo e meraviglioso. Il sapore del caffè e quello della vita. Ora c’è qualcosa da crescere, da proteggere, qualcosa di cui gioire. Un pensiero assai bizzarro mi sorprende: forse la vita non consiste più nel lasciarsi trasportare da quell’estasi oscura che mi caratterizzava prima di questo apocalittico istante. Forse il mondo di Dexter deve crollare ora e sulle sue ceneri ne sorgerà uno nuovo, felice e rosa confetto. E come la mettiamo con l’antico e terribile istinto a sventrare le pecore e gettarne via le ossa, ad aggirarsi nella notte malvagia come un mietitore e a offrire alla luna i lindi resti dei Deviati e Dexteriani Desii? Forse è venuto il tempo di smetterla, di non assecondare i propri impulsi, finché non si esauriscano del tutto.

Lily Anne è qui e io voglio essere una persona diversa.

Migliore.

La voglio prendere tra le braccia. Farla sedere sulle mie ginocchia e leggerle Christopher Robin e il dottor Seuss. Spazzolarle i capelli, insegnarle a lavarsi i denti, medicarle le croste sulle ginocchia. Stringerla al tramonto in una stanza piena di peluche, mentre la banda intona Tanti auguri, e vederla crescere e diventare adulta in un mondo libero da ogni male. Voglio scoprire di non poter essere quello che sono sempre stato… e tutto ciò non è affatto un male, perché ho capito una cosa fondamentale.

Non voglio essere il Deviato Dexter. Mai più.

A pensarci, non si tratta tanto di uno shock, ma di un coronamento. Ho vissuto la mia vita muovendomi in una certa direzione e adesso sono qui. Non ho più bisogno di commettere certe cose. Non ho rimpianti, e neanche ne sento la necessità. Ora c’è Lily Anne, che è meglio di qualsiasi danza nell’oscurità. È tempo di andare avanti, di maturare! È tempo di lasciare in soffitta il Vecchio Diabolico Dexter. Quella fase l’ho superata, e ora…

Ora nel coro che celebra la felicità di Dexter si percepisce una nota decisamente stonata. Qualcosa non quadra. Da qualche parte, lì intorno, un riflesso dell’antica vita malvagia oscura il nuovo benessere rosa confetto e un rauco sferragliare altera la nuova melodia.

Qualcuno mi sta osservando.

È il Passeggero Oscuro a sussurrarmi dolcemente il pensiero, soffocando una risatina. Seppur distratto dai miei melodiosi sentimenti, è sempre all’erta. Mi volto con attenta noncuranza, il finto sorriso di un tempo stampato in faccia, ed esamino il corridoio alle mie spalle. Comincio dal lato sinistro, vicino alle macchinette. Un vecchio con la camicia infilata dentro un paio di pantaloni dalla vita troppo alta è appoggiato al distributore delle bibite. Tiene gli occhi chiusi. Un’infermiera gli passa accanto, senza notarlo.

Mi volto a destra, dove il corridoio finisce in una T che da un lato conduce a una fila di stanze e dall’altro agli ascensori. Ed eccolo lì, netto come il bip emesso da un radar, anzi, parte di un bip, dato che il tipo ha appena svoltato l’angolo e ne intravedo solo metà schiena mentre sgattaiola verso l’ascensore. Pantaloni marroncini, camicia scozzese verdastra, un frammento di scarpa da ginnastica — e poi via nel nulla, senza degnarsi di spiegarmi perché mi stava spiando. Ma io so che lo stava facendo, me lo conferma anche il Passeggero Oscuro con quel sorrisetto compiaciuto che mi affiora dentro, ed è come se dicesse: Allora… chi è che ci stavamo per lasciare alle spalle?

Non esiste alcun motivo in questo mondo, né in nessun altro, per cui qualcuno debba interessarsi del vecchio me stesso. Ho la coscienza quanto mai sgombra e cristallina — il che vuol dire, ovviamente, che l’ho sempre pulita con molta cura, e che la sua esistenza poggia su basi concrete quasi quanto quella degli unicorni.

Eppure non si può negare: qualcuno ha cercato di spiarmi e la cosa mi secca non poco, perché non mi viene in mente nessun sano e simpatico motivo per cui questo qualcuno si possa divertire a osservare il Dimesso e Debosciato Dexter. Devo inoltre tener conto che una qualsiasi minaccia per il nostro Dexter può rappresentare un pericolo anche per Lily Anne… e questo non lo posso permettere.

Inutile a dirsi, il Passeggero si sta divertendo come un matto: un attimo fa mi commuovevo dinanzi a questo nuovo virgulto, rinnegando la via della perdizione, mentre ora rieccomi qui, ansioso di uccidere… Stavolta però è diverso. Non penso al divertimento. Penso a proteggere Lily Anne, e anche ora che ho goduto dello sbocciare di questa nuova vita, sono pronto a tagliare allegramente le vene a chiunque osi avvicinarsi a lei.

Confortato da tale pensiero, svolto tranquillamente l’angolo e lancio un’occhiata all’ascensore. Nulla. Il corridoio è vuoto.

Dopo pochi secondi di disarmante silenzio, il mio cellulare comincia a vibrare. Lo estraggo dalla custodia e controllo il numero: è il sergente Deborah, sangue del mio sangue adottivo, mia sorella poliziotto. Senza dubbio mi chiama per congratularsi amorevolmente della nascita di Lily Anne e farmi gli auguri. Rispondo.

— Ciao.

— Dexter. Siamo nella merda. Ho bisogno di te. Vieni subito qui.

— Ora non sono in servizio — le dico. — Sono in congedo per paternità. — Non faccio in tempo a spiegarle che Lily Anne è deliziosa e bellissima e che Rita dorme della grossa in fondo al corridoio, che Deborah mi comunica un indirizzo e interrompe la comunicazione.

Torno a salutare Lily Anne, che agita le manine piuttosto carinamente, ma non replica nulla.

2

L’indirizzo che mi aveva dato Deborah corrispondeva a una vecchia zona di Coconut Grave, priva quindi di palazzi molto alti o di guardiole all’ingresso. Gli edifici erano bassi ed eccentrici e piante e cespugli crescevano un po’ dappertutto, in un’orgia di verde che ricopriva ogni cosa, a parte la strada, comunque stretta e oscurata dalle chiome protese dei banani. Non fu facile farsi largo in mezzo alla dozzina o più di auto d’ordinanza che, arrivate prima di me, si erano accaparrate un parcheggio. Riuscii infine a trovare una fessura accanto a un tentacolare gruppo di bambù, a un isolato di distanza. Vi infilai la macchina e mi incamminai, rassegnato, stringendo il mio kit per l’analisi delle macchie di sangue. La marcia di avvicinamento mi costò più fatica del solito, ma doveva essere la lontananza da Lily Anne a togliermi le forze.

La casa era modesta e quasi interamente coperta dalla vegetazione. Aveva un tetto piatto e inclinato, di quelli che quarant’anni fa si sarebbero definiti “moderni”; sul davanti si ergeva un bizzarro blocco di metallo ritorto, forse una specie di scultura immersa in un laghetto con una fontana che sgorgava lì accanto. Tutto l’insieme era il ritratto preciso della vecchia Coconut Grave.

Molte delle auto di servizio parcheggiate fuori mi erano parse dei federali. Infatti, non appena entrai nell’abitazione, notai un paio di completi grigi in mezzo alle divise blu e alle guayaberas color pastello della nostra squadra. Si aggiravano a gruppetti, come in una sospensione colloidale… alcuni interrogavano i presenti, altri effettuavano rilevamenti, altri ancora si limitavano a guardarsi intorno in cerca di un indizio sufficientemente importante da giustificare la loro presenza sulla scena del crimine.

Deborah faceva parte di un gruppo che si potrebbe definire “provocatore”, il che non suonava poi così strano per chi la conosceva e le voleva bene. Stava infatti questionando con due tipi in completo grigio, tra cui l’agente speciale dell’FBI Brenda Recht, che conoscevo. La mia nemesi, il sergente Doakes, me l’aveva sguinzagliata contro in seguito a un tentato rapimento ai danni dei miei due figli adottivi, Cody e Astor. Nonostante il buon sergente l’avesse infarcita delle sue paranoie, l’agente non era riuscita in alcun modo a provare la mia colpevolezza, ma si era mostrata incredibilmente sospettosa, e non avevo alcuna intenzione di rinverdire la nostra amicizia.

Al suo fianco c’era un altro individuo che potrei definire un federale qualunque, in abito grigio, camicia bianca e scarpe nere lustre. Entrambi fissavano mia sorella, e un altro tipo che non conoscevo. Era biondo, sul metro e ottanta, muscoloso e spaventosamente macho, come se Dio avesse preso Brad Pitt e avesse deciso di renderlo seriamente attraente. Era intento a scrutare una lampada a piantana, mentre Deborah ringhiava non so che cosa all’agente speciale Recht.

Quando mi avvicinai, mia sorella intercettò il mio sguardo, poi tornò a rivolgersi all’agente e aggiunse: — E adesso giù le zampe dalla mia scena del crimine, dannazione! Devo lavorare sul serio, io. — Poi si voltò, mi prese per il braccio e fece: — Laggiù. Andiamo a darci un’occhiata. — Mi trascinò sul retro, borbottando: — Federali del cazzo.

Io, ancora ebbro di amore e comprensione dopo il tempo trascorso nel reparto maternità, domandai: — Perché sono venuti stavolta?

— Perché vengono ogni volta? — ringhiò Deborah. — Pensano si tratti di un sequestro di persona, reato che sarebbe di loro competenza. Così a me che sono qui per accertarmene impediscono di fare il mio fottuto lavoro e mandano questi coglioni nelle loro merdose Florsheim tirate a lucido a cazzeggiare qui intorno. Guarda. — Rallentò leggermente e mi spinse in una stanza in fondo al corridoio.

Camilla Figg era già all’opera. Si muoveva carponi sul lato destro della camera, evitando di transitare in quello sinistro. Il che era davvero un’ottima pensata, visto che da quella parte era schizzato così tanto sangue che sembrava fosse esploso un grosso animale. Il sangue era ancora fresco e luccicava. Dinanzi a tale orribile spettacolo, mi colse un moto di disappunto.

— Dimmi… ti sembra forse un fottuto sequestro di persona? — chiese Deborah.

— Piuttosto malriuscito — osservai, fissando i vistosi spruzzi di sangue. — Si sono lasciati dietro una buona metà della vittima.

— Che cosa mi sai dire? — chiese mia sorella.

La guardai. La sua convinzione che avrei dovuto capire all’istante, istintivamente, quel che era successo, un po’ mi indisponeva. — Almeno permettimi di interrogare i tarocchi — feci. — Gli spiriti ne hanno di strada da fare, prima di venire a parlarmi.

— Allora digli di darsi una mossa — replicò lei. — Ho il fiato sul collo dell’intero dipartimento, per non parlare dell’FBI. Avanti, Dex, qualcosa me lo saprai pur dire. Informalmente parlando.

Scrutai la chiazza di sangue più grande, quella nel centro della parete, sopra il letto, che si dipartiva in mille direzioni. — Be’… informalmente parlando, mi viene più da pensare a una partita a paintball che a un sequestro.

— Lo sapevo — fece accigliata. — In che senso?

Indicai lo schizzo rosso contro la parete. — Per un rapitore non è facile ottenere un risultato simile — osservai. — A meno che non prenda il sequestrato e lo scagli contro il muro a una velocità di sessanta chilometri orari.

— La sequestrata — mi corresse Debs. — È una lei.

— È lo stesso — dissi. — Il punto è che se si tratta di una bambina piccola abbastanza da essere lanciata contro la parete, con tutto il sangue che ha perso, dovrebbe essere morta.

— Ha diciotto anni. Quasi diciannove.

— Se la ragazza è di taglia media, non so se ci conviene andare a cercare il tipo che l’ha scagliata con quella violenza. Questo è uno che se gli spari, potrebbe prenderla a male e staccarti via le braccia.

Deborah era ancora accigliata. — Quindi vuoi dire che è tutto finto? — disse.

— Il sangue sembra vero.

— Allora che cosa vuol dire?

Alzai le spalle. — Formalmente parlando, è troppo presto per dirlo.

Debs mi assestò un doloroso pugno sul braccio. — Non fare lo stronzo.

— Ahi.

— Devo cercare un cadavere, o una ragazzina che si diverte a prendere per il culo la polizia? In tal caso, dove avrebbe potuto procurarsi tutto quel sangue?

— Be’ — esordii speranzoso, ma senza crederci troppo — potrebbe anche non trattarsi di sangue umano.

Deborah scrutò le chiazze. — Certo — disse. — Come no. La ragazzina prende una brocca di sangue di vacca o simili, lo lancia contro il muro e poi taglia la corda. Per fottere ai genitori i soldi del riscatto.

— Informalmente parlando, perché no? — feci. — Aspetta almeno che lo analizzi.

— Qualcosa lo devo dire a quei cazzoni.

Mi schiarii la voce e mi esibii in una delle mie migliori imitazioni del capitano Matthews. — In attesa degli esiti delle relative analisi di laboratorio, pare che ci siano reali possibilità che… uh, che sulla scena del crimine non esista… uhm… non esista alcuna traccia di un eventuale crimine.

Deborah mi tirò un altro pugno, sempre nello stesso punto. Stavolta mi fece ancora più male. — Analizza quel fottuto sangue — disse. — Veloce.

— Qui non posso. Ne devo prendere un campione per il laboratorio.

— E prendilo, allora.

Se non mi fossi sottratto agilmente, e con un certo orgoglio, alla sua portata, Debs mi avrebbe sferrato un altro pugno devastante. Purtroppo però non potei fare a meno di finire addosso a quel belloccio che era con lei, quando discuteva con i federali.

— Pardon — disse.

— Oh — fece Deborah — lui è Deke. Il mio nuovo socio. — Pronunciò la parola “socio” con lo stesso tono con cui avrebbe detto “emorroidi”.

— Piacere — feci.

— Altrettanto — rispose Deke. Alzò le spalle e si spostò di lato, dove poteva osservare il fondo schiena di Camilla che avanzava lenta sul pavimento.

Deborah lanciò uno sguardo eloquente e denso di improperi all’indirizzo del nuovo socio. — Deke è appena arrivato da Syracuse — spiegò, con una voce così delicata da scrostare i muri. — È stato laggiù quindici anni, a rintracciare motoslitte rubate.

Deke scrollò un’altra volta le spalle senza voltarsi.

— Poi — proseguì Debs — visto che sono stata così negligente da perdere il mio socio precedente, hanno deciso di punirmi affibbiandomi lui.

Il belloccio alzò il pollice, quindi si chinò per vedere quel che faceva Camilla, che arrossì all’istante.

— Be’ — commentai — spero che si riveli migliore dell’agente Coulter. — Coulter, il precedente socio di Deborah, l’avevano fatto fuori durante una performance d’arte moderna, mentre mia sorella era ricoverata in ospedale. Nonostante fosse stato seppellito con tutti gli onori, sono certo che ora il dipartimento tenesse gli occhi puntati su Deborah: la negligenza nei confronti del partner era ampiamente disapprovata.

Mia sorella scosse il capo e borbottò qualcosa di incomprensibile, ma ricco di consonanti dure. Allora, visto che mi sforzo sempre di dispensare allegria al mio passaggio, cambiai discorso. — A chi dovrebbe appartenere? — chiesi, indicando la chiazza di sangue gigante.

— La ragazza scomparsa si chiama Samantha Aldovar — disse. — Ha diciott’anni e frequenta quella scuola per ricchi, la Ransom Everglades.

Mi guardai intorno. Sangue a parte, nella stanza non c’era niente di speciale: una scrivania con la sedia, un portatile di qualche anno precedente, un caricabatterie per iPod. Su una parete, allegramente coperto di sangue, spiccava un poster scuro con un giovanotto imbronciato. Sotto campeggiava la scritta EDWARD FAN CLUB e, in fondo, TWILIGHT. Appesi nell’armadio c’erano alcuni vestiti carini, ma niente di straordinario. Sia la casa che la camera non sembravano appartenere a gente così facoltosa da mandare la figlia a una scuola esclusiva come la Ransom, ma di tutto l’accaduto quella era la cosa meno strana, e comunque non si vedeva nessun estratto conto affisso alle pareti.

Che Samantha avesse inscenato il suo rapimento per ottenere soldi dai genitori? Come stratagemma era sorprendentemente comune, se poi contiamo che la ragazzina doveva essere circondata da compagni granosi che ogni giorno premevano perché anche lei indossasse un paio di jeans firmati… I giovani, beati loro, sanno essere estremamente crudeli, soprattutto verso chi non può permettersi un golfino da cinquecento dollari.

Ma, in ogni caso, la stanza non mi diceva altro. Il signor Aldovar poteva essere un miliardario solitario capace di acquistare l’intero quartiere e intanto volare a Tokyo per mangiare il sushi. O forse la famiglia era davvero povera di mezzi e Samantha aveva beneficiato grazie alla scuola di un qualche aiuto finanziario. Non aveva importanza; quel che contava davvero era quella disgustosa macchia di sangue fresco che andava ripulita al più presto.

Mi accorsi che Debs mi fissava con uno sguardo colmo di aspettativa e, per preservare ciò che restava del mio tricipite, annuii con il capo ed entrai rapidamente in azione. Posai il kit sulla scrivania e l’aprii. Prelevai la macchina fotografica che stava in cima e scattai una dozzina di foto alle macchie e alla zona circostante. Poi estrassi un paio di guanti in lattice. Li indossai. Presi un grosso tampone di cotone da un vasetto e mi avvicinai con attenzione alla chiazza di sangue luccicante.

Individuai una zona in cui la macchia era umida e densa e vi feci ruotare lentamente intorno il tampone, asportando materia sufficiente per ottenere un campione decente. Poi infilai con cura il tampone nel vasetto, lo chiusi ermeticamente e mi allontanai da quello scempio.

Deborah continuava a fissarmi, come se fosse in cerca di un posto morbido da prendere a pugni, ma quando mi voltai si rilassò leggermente.

— Come sta la mia nipotina? — fece, e la disgustosa macchia rossastra sulla parete si trasformò in un delicato sfondo rosa pastello.

— È meravigliosa — dissi. — Ha manine e piedini al posto giusto, ed è assolutamente fantastica.

Per un istante mia sorella si adombrò, come se le passasse per la testa un pensiero meno piacevole di quello della nipotina. Poi, prima che potessi capire di che cosa si trattasse, tornò a sfoggiare la sua vecchia faccia da cernia in servizio. — Grande. — Indicò il campione che avevo tra le mani. — Va’ ad analizzarlo e salta la pausa pranzo — disse, e uscì dalla stanza.

Richiusi il mio kit e seguii Debs in corridoio. Intanto era arrivato il capitano Matthews e si era piazzato in soggiorno, dove tutti potessero notare la sua presenza sulla scena del crimine e il suo accanimento nel perseguire la giustizia.

— Merda — fece Deborah. Poi serrò la mascella e gli andò incontro comunque, anche per assicurarsi che non calpestasse qualche indizio.

Mi sarebbe piaciuto restare a guardare, ma il dovere mi chiamava, così mi diressi verso l’uscita, e mi trovai davanti l’agente speciale Brenda Recht.

— Signor Morgan — disse. Dal modo in cui inclinò il capo e inarcò il sopracciglio, sembrava indecisa se rivolgersi a me con il mio vero nome o apostrofarmi con un nomignolo più familiare, tipo “colpevole”.

— Agente speciale Recht. — Nonostante tutto, risposi con una certa gentilezza. — Che cosa la porta qui?

— Il sergente Morgan è sua sorella? — chiese, senza peraltro rispondere alla mia domanda.

— Esatto — dissi comunque.

L’agente speciale Recht mi guardò, poi lanciò un’occhiata in fondo alla stanza, dove Deborah parlava con il capitano. — Che famiglia — commentò, e mi passò davanti, diretta verso il suo Collega Qualunque.

Mi vennero in mente un paio di battute azzeccate che l’avrebbero rimessa elegantemente al suo posto, ma, dopo tutto, nella catena alimentare lei era piazzata parecchio più in alto di me, così mi limitai ad augurarle: — Buona giornata — e uscii, diretto alla macchina.

3

Il test per scoprire se si trattasse o no di sangue umano era semplice e relativamente rapido, così, nonostante il divieto di Deborah, decisi di pranzare lo stesso. A onor del vero, il mio pasto consisteva soltanto in un panino da asporto e, in fondo, all’ospedale avevo praticamente lasciato di corsa Lily Anne per lavorare in un giorno di congedo, quindi un piccolo sandwich cubano non mi sembrava poi un granché. Infatti non mi parve quasi nulla. Lo terminai in macchina, prima di uscire dall’I-95, ma quando arrivai al laboratorio ero molto più di buonumore.

Vince Masuoka stava esaminando qualcosa al microscopio. Non appena entrai, sbatté gli occhi stupito. — Dexter — disse. — Sta bene la piccola?

— Mai stata meglio — feci, con una sfumatura poetica nella voce che mi fece sentire più allegro del dovuto.

Vince non parve apprezzare; mi fissava torvo. — Non dovresti essere qui — fece.

— La mia presenza è stata gentilmente richiesta.

— Oh. — Vince continuava a sbattere gli occhi. — Tua sorella, eh? — Scosse il capo e tornò a chinarsi sul microscopio. — Il caffè è appena fatto — disse.

Che fosse appena fatto non avevo dubbi, ma il preparato doveva giacere da anni in un fusto denso di sostanze tossiche, perché il liquido che ne venne fuori era imbevibile. D’altra parte, che cos’è la vita se non una serie di prove a cui solo i più duri sopravvivono? Sorseggiai dunque una tazza di quel pessimo intruglio senza un lamento, mentre analizzavo la macchia di sangue. In laboratorio disponevamo di diverse fiale di antisiero, e il test consisteva semplicemente nell’aggiungere il mio campione a una di esse e agitare il tutto in una provetta. Avevo appena terminato che il cellulare si mise a suonare. Per un breve e irrazionale istante credetti che fosse Lily Anne a chiamare, poi la realtà si affacciò in tutta la sua bruttura sotto le spoglie di mia sorella Deborah. Non che Debs sia brutta, per carità, ma è piena di pretese.

— Che cos’hai scoperto? — pretese infatti.

— Che potrei essermi preso la dissenteria, per colpa di quel caffè — risposi.

— Non fare il coglione — replicò. — Ne ho già abbastanza di quelli dell’FBI.

— Spiacente, ma ti toccherà sopportare di peggio — dichiarai, fissando la provetta. Tra l’antisiero e il campione prelevato dalla scena del crimine si era formata una sottile linea di precipitato. — Sembra sangue umano.

Deborah restò qualche istante in silenzio, poi disse: — Cazzo. Ne sei sicuro?

— Le carte non mentono — recitai, nel mio miglior accento gitano.

— Devo sapere di chi è quel sangue.

— L’uomo che cerchi è magro, ha i baffi e zoppica. È mancino e indossa scarpe nere e appuntite.

Mia sorella tacque per un secondo, poi saltò su. — ‘Fanculo. Ho bisogno d’aiuto, cazzo.

— Deborah, non posso fare miracoli con un campione di sangue.

— Puoi almeno dirmi se appartiene a Samantha Aldovar? — domandò.

— Posso esaminarlo nuovamente e scoprire il gruppo sanguigno — risposi. — Intanto chiedi alla famiglia qual è il suo.

_Okay — ringhiò, e tolse la comunicazione.

Vi siete mai chiesti quant’è dura tirare avanti nel mondo? Se non siete bravi nel vostro lavoro, la gente vi maltratta e magari vi licenzia. Se invece siete un po’ più che competenti, si aspetta ogni volta che facciate miracoli. Come spesso accade nella vita, si tratta di una situazione senza possibilità di successo. E quando provi a spiegarlo, non conta se lo fai con simpatia, verrai comunque scambiato per un piagnucolone e messo da parte.

Non che questo mi dispiaccia, a dire il vero. Se solo Deborah mi avesse messo da parte, sarei stato ancora in ospedale ad ammirare Lily Anne e le sue nascenti abilità motorie. D’altro canto, però, non potevo rischiare di farmi mettere da parte a tempo pieno, non con una situazione economica come quella attuale e con una famiglia sulle spalle. Così, con un sospiro denso di consapevolezza, mi arresi alla monotona routine.

Quando chiamai Deborah per riferirle il risultato del test era mezzogiorno passato. — È gruppo 0 — dissi. Non mi aspettavo una risposta colma di gratitudine, e infatti non lo fu.

— Muovi le chiappe e vieni qui — grugnì, e riattaccò.

Le mossi fino alla macchina e le trasportai a Coconut Grove, a casa Aldovar. Quando le mie chiappe furono arrivate, la festa non era finita e il mio miniparcheggio accanto al bambù ipertrofico era ormai occupato. Feci un giro dell’isolato, domandandomi se Lily Anne sentisse la mia mancanza. Avrei voluto essere lì con lei, non qui, in questo mondo tedioso e brutale, in balia di macchie di sangue giganti e della collera di Deborah. Avrei voluto correre dentro, dire a Debs che me ne sarei andato e tornare all’ospedale… sempre se avessi trovato un posto dove parcheggiare la macchina, cosa che, invece, non si stava verificando.

Feci un altro giro e finalmente trovai un parcheggio lontano il doppio di prima, accanto a un piccolo container nel cortile di una casa disabitata. Nel Sud della Florida i container sono diventati il nuovo ornamento in voga nei giardini; si stanno diffondendo come funghi dopo una pioggia estiva. Quando un edificio viene pignorato, il che al giorno d’oggi capita piuttosto spesso, arrivano gli addetti con il container e ci svuotano dentro tutto il contenuto. Di solito gli abitanti si insediano sotto un pittoresco viadotto autostradale, la banca rivende la casa per pochi soldi e tutti sono contenti… soprattutto la ditta che affitta i container.

Dal mio affascinante parcheggio con vista sui rifiuti, intrapresi una lunga marcia alla volta di casa Aldovar. La passeggiata non fu così terribile come avevo temuto. Per essere a Miami, la giornata era fresca, la temperatura si manteneva al di sotto dei trenta e l’umidità era quella di una sauna, così quando arrivai alla casa e mi feci largo tra la folla di giornalisti radunata di fronte, la mia camicia aveva ancora qualche angolo asciutto.

Il gruppo di cui faceva parte mia sorella sembrava pronto per una sfida di wrestling a coppie. Ovviamente il piatto forte era costituito da Debs contro l’agente speciale Recht; erano già arrivate al faccia a faccia ed erano nel bel mezzo di uno scambio d’opinioni piuttosto impetuoso. I rispettivi soci, Deke e il Federale Qualunque, si erano piazzati di lato, come due bravi compari, lanciandosi sguardi torvi. Dall’altro lato, accanto a Deborah, c’era un donnone sui quarantacinque, visibilmente agitato, che sembrava non sapesse bene che cosa farsene delle mani. Le alzava, poi ne lasciava cadere una, si circondava la vita, infine alzò un’altra volta la sinistra, finché non notai che stringeva un foglio di carta. Lo sventolò, poi lasciò di nuovo cadere le mani… il tutto nei tre secondi che ci misi per attraversare la stanza e unirmi all’allegro gruppetto.

— Con lei non ho tempo da perdere, Recht — ringhiava Deborah. — Quindi mi permetta di spiegarglielo in una decina di parole: tutto questo sangue è sinonimo di aggressione e, come minimo, di tentato omicidio. — Mi lanciò un’occhiata, poi tornò a fissare Recht. — Lo dice il mio esperto, e la mia esperienza.

— Esperto? — ripeté Recht nel tono composto e insieme canzonatorio dei federali. — Intende dire suo fratello? È lui il suo esperto? — Pronunciò la parola “fratello” come se si riferisse a una creatura che si cibava di rifiuti e viveva sotto una roccia.

— Lei ne conosce uno migliore? — replicò mia sorella, con foga. Sentirla prendere le mie difese mi lusingò non poco.

— Non mi serve. — Anche l’agente Recht si accalorò. — Ho a che fare con una ragazza scomparsa. Si tratta di un sequestro in piena regola.

— Scusate — intervenne il donnone che sventolava il foglio.

Debs e Recht la ignorarono.

— Stronzate — saltò su Deborah. — Non abbiamo un biglietto, né una telefonata, niente… a parte una stanza imbrattata di sangue. Non c’è stato nessun sequestro.

— Invece sì, se il sangue è quello della ragazza — obiettò Recht.

— Scusate… io… agente? — fece la donna agitata, sventolando il pezzo di carta.

Deborah fissò ancora Recht per un istante, infine si voltò verso la donna. — Sì, signora Aldovar.

La scrutai con interesse. Se lei era la madre della ragazza scomparsa, ecco che si spiegavano quei bizzarri movimenti delle mani.

— Questo forse… io… ho trovato questo — fece la signora Aldovar, e per un attimo le sue mani si alzarono, disperate. Poi la destra le crollò sul fianco, mentre la sinistra che reggeva il foglio restò su.

— Che cos’ha trovato, signora? — domandò Deborah, facendo attenzione che Recht, alle sue spalle, non si protendesse ad afferrare il pezzo di carta.

— È un… uhm… mi aveva detto di cercare… un certificato medico — disse, porgendo il foglio. — L’ho trovato. C’è scritto il gruppo sanguigno di Samantha.

A giudicare dalla mossa atletica di Deborah, l’avresti scambiata per una giocatrice di basket professionista. Si piazzò tra la donna e i federali, mostrando il fondo schiena a Recht e impedendole in qualsiasi modo di vedere il documento, il tutto mentre prendeva gentilmente il foglio dalle mani della signora Aldovar. — La ringrazio, signora — rispose, e intanto faceva scorrere il dito lungo la pagina. Dopo qualche secondo alzò la testa e mi guardò. — Mi avevi detto gruppo 0 — fece.

— Esatto.

Indicò il foglio. — Qui c’è scritto AB positivo.

— Mi faccia vedere. — Recht si slanciò in avanti per prendere il documento, ma Deborah la bloccò con un’altra delle sue mosse da giocatrice provetta dell’NBA.

— Che cazzo, Dexter — saltò su accusatoria, neanche fosse colpa mia se i due gruppi sanguigni erano diversi.

— Mi dispiace. — Non sapevo bene di che cosa dovessi scusarmi, ma dal tono della sua voce era chiaro che dovevo farlo.

— Quella ragazza, Samantha… il suo sangue è AB positivo — disse. — Chi è che ha il gruppo 0?

— Un sacco di gente — la rassicurai. — È molto comune.

— Mi aveva detto… — esordì la signora Aldovar.

Ma Deborah la interruppe. — Tutto ciò non ci aiuta per niente — dichiarò. — Se il sangue in questa stanza non è quello di sua figlia, allora… chi diavolo si mette a spargere quello degli altri sulle pareti?

— Un rapitore — intervenne l’agente speciale Recht. — Per confondere le tracce.

Deborah si voltò a guardarla, esibendo un’espressione davvero notevole. Semplicemente muovendo un paio di muscoli facciali e inarcando un poco il sopracciglio, riuscì a esprimere silenziosamente il concetto: possibile che una persona così idiota sia in grado di legarsi le scarpe e venire a gironzolare qui in mezzo a noi? — Mi spieghi un po’ — fece, caustica — “agente speciale” è sinonimo di “educazione speciale”? — Pronunciò la parola “speciale” come se intendesse dire “ritardato”.

A Deke sfuggì una risatina.

Recht arrossì. — Mi faccia vedere quel foglio — ripeté.

— Ha frequentato il college, vero? — continuò Deborah, in tono colloquiale. — E quella scuola di lusso per federali a Quantico.

— Agente Morgan — la riprese severamente Recht.

Deborah le sventolò il foglio in faccia. — Sono il sergente Morgan — la corresse. — E ho bisogno che i suoi uomini sgombrino la scena del crimine.

— I casi di sequestro sono di mia competenza… — si difese Recht.

Ma Deborah, accalorata, la interruppe senza troppa difficoltà.

— Sostiene forse che il rapitore ha gettato gran parte del suo sangue contro la parete e poi ha ancora avuto la forza di portar via una ragazzina recalcitrante? — disse. — Oppure si è presentato con un barattolo della maionese colmo di sangue, esclamando: “Vieni con me o te lo sbatto addosso”? — Scosse lentamente il capo e sorrise sarcastica. — Perché altre possibilità non ne vedo, agente speciale. — Fece una pausa, ma era così lanciata che Recht non ebbe il coraggio di intervenire. — A me sembra — continuò mia sorella — lo scherzo di una ragazzina che si diverte a mettere in scena il suo rapimento. Se invece ha anche solo una prova che si tratti di qualcos’altro, è il momento di farcela vedere.

— Faccela vedere — mormorò Deke con una risatina stupida, che nessuno sembrò udire, eccetto me.

— Lei sa perfettamente… — esordì Recht.

Stavolta venne di nuovo interrotta non da Deborah, ma dal suo socio.

— Ehi.

Ci voltammo tutti nella sua direzione.

Deke indicò il pavimento. — La signora è svenuta — disse.

Guardammo tutti nel punto che aveva indicato.

La signora Aldovar, come annunciato, giaceva a terra, priva di sensi.

4

Per un lungo istante restammo come paralizzati, in un alternarsi di indecisione e ostilità. Debs e Recht si fissavano, Deke ansimava. Io stabilii che, in qualità di analista delle macchie di sangue, assistere la donna svenuta fosse tecnicamente di mia competenza. Poi udii un frastuono provenire dalla porta principale e altra confusione alle mie spalle.

— Merda — esclamava piuttosto distintamente una voce maschile. — Merda, merda, merda.

Sullo stato d’animo generale non avevo perplessità, ma mi voltai ugualmente per tentare di cogliere le specifiche del caso. Un uomo di mezza età ci venne incontro a passo veloce. Era alto e piuttosto flaccido, portava i capelli grigi cortissimi e aveva la barba dello stesso colore. Si inginocchiò accanto alla signora Aldovar, le prese la mano. — Ehi, Emily… tesoro — disse, dandole qualche colpetto. — Forza, Em.

Durante tutta la mia carriera ho sempre collaborato con detective brillanti e professionali. Dovette essere senz’ombra di dubbio la loro influenza a spingermi a dedurre su due piedi che quell’uomo fosse il signor Aldovar. Se la cavò alla grande persino Deborah che arrivò alla stessa, stupefacente conclusione. Riuscì a staccare gli occhi dall’agente Recht e a puntarli sull’uomo accovacciato a terra.

— Il signor Aldovar? — domandò.

— Avanti, tesoro — fece lui, mi auguro non rivolto a mia sorella. — Sì, sono Michael Aldovar.

La moglie aprì gli occhi, che sfarfallarono da una parte all’altra.

— Michael? — mormorò.

Deborah gli si inginocchiò accanto. I genitori coscienti sono decisamente più utili di quelli incoscienti. — Sono il sergente Morgan — si presentò. — Sto indagando sulla scomparsa di vostra figlia.

— Non ho un soldo — fece l’uomo, mentre Deborah lo scrutava, sorpresa. — Voglio dire, se c’è di mezzo un riscatto, o… Samantha lo sa. Non può credere che… Ha telefonato qualcuno?

Debs scosse energicamente il capo. — Posso sapere dov’era, signore?

— C’era una conferenza a Raleigh — spiegò l’uomo. — Sulla statistica applicata alla medicina. Dovevo andarci… poi mi ha chiamato Emily dicendo che Samantha era stata rapita.

Deborah lanciò un’occhiata a Recht, poi tornò a rivolgersi al signor Aldovar. — Non è stata rapita — dichiarò.

L’uomo trasecolò, poi fissò mia sorella, senza lasciare la mano della moglie. — Che cosa sta dicendo? — fece.

— Le posso parlare un momento, signore? — chiese Debs.

Il signor Aldovar guardò lontano, poi di nuovo in basso, in direzione della moglie. — Potete adagiarla su una sedia? — disse.

— Insomma… starà meglio…

— Sto bene — fece lei. — È stato solo…

— Dexter — mia sorella si voltò bruscamente verso di me — procurati dei sali da annusare o simili. Tu e Deke aiutatela a tirarsi su.

Ottenere delle risposte fa sempre piacere. Ora lo sapevo. A quanto pareva, aiutare donne svenute sulla scena del crimine era di mia competenza.

Mi chinai dunque accanto alla signora Aldovar, mentre Deborah trascinava da parte il marito.

Deke mi guardava ansioso come un bel cagnone in attesa del suo osso. — Ehi, ce l’hai tu quella roba da sniffare? — domandò.

A quanto sembrava, era diventata opinione universalmente accettata che il ruolo di Eterno Addetto al Recupero Sali toccasse a Dexter. Non sapevo da dove avesse avuto origine tale fandonia e, a dire il vero, ne ero totalmente sprovvisto.

Per fortuna la signora Aldovar non era interessata a sniffare alcunché. Si aggrappò al mio braccio e a quello di Deke, mormorando: — Aiutatemi a tirarmi su. — Così la mettemmo in piedi.

Mi guardai intorno in cerca di una superficie orizzontale non occupata dalle forze dell’ordine su cui depositarla, finché non individuai un tavolo da pranzo completo di sedie nella stanza accanto.

La signora non ebbe bisogno di molto aiuto. Si sedette come aveva fatto le volte precedenti.

Nell’altra stanza l’agente speciale Recht e il Federale Qualunque si stavano dirigendo alla porta. Deborah stava ben attenta a ignorarli, impegnata a chiacchierare con il signor Aldovar. In terrazza, dietro a una porta a vetri, c’era Angel Batista Nessuna Parentela, occupato a rilevare le impronte. Intanto sentivo che in fondo al corridoio quell’enorme macchia di sangue era ancora lì, sulla parete, e chiamava Dexter. Benvenuti nel mio mondo, terra di violenza, sangue e distruzione. Ecco dove avevo trascorso finora la mia vita, sia professionale che privata.

Ma da oggi tutto quello che per anni mi aveva affascinato aveva perso il suo smalto. Non mi andava di starmene qui, a gingillarmi con quel che restava degli spensierati passatempi di uno sconosciuto… ma, soprattutto, non mi andava di trascurare i miei. Ero alla ricerca di nuovi orizzonti. Ero venuto qui controvoglia, per dovere nei confronti di mia sorella, ma ora volevo tornare nella mia nuova terra, dove tutto era allegro e luminoso, la Terra di Lily Anne.

Deborah mi scrutò assente, poi si volse di nuovo a osservare il signor Aldovar. Per lei ero uno sfondo, un elemento della scena del crimine. Il Dimenticato Dexter. Ne avevo abbastanza. Era giunto il momento di andarmene e di tornare da Lily Anne e le sue Meraviglie.

Allora, senza indugiare in imbarazzanti addii, infilai la porta e mi diressi alla macchina, che mi aspettava incastrata accanto al container. Guidai verso l’ospedale nel preludio dell’ora di punta, un momento magico in cui gli automobilisti, essendo usciti presto dal lavoro, si sentono autorizzati a occupare tutte le corsie contemporaneamente. Nella mia esistenza passata godevo alla vista di un tale spregio per la vita. Ora mi lasciava indifferente. La presenza di gente che metteva a repentaglio la salute degli altri era intollerabile in un mondo in cui presto avrei accompagnato Lily Anne a scuola di danza. Guidavo a non più di quindici chilometri sopra il limite orario, il che servì soltanto a far irritare gran parte degli automobilisti. Mi superavano a tutta velocità da ogni parte, strombazzando e mostrandomi il dito medio, ma io mantenni la mia prudente andatura, e dopo poco arrivai all’ospedale, senza essere coinvolto in alcuno scontro.

Non appena uscii dall’ascensore diretto al reparto maternità, mi bloccai per un istante. Udii un debole sussurro levarsi dal Sotterraneo del Deviato Dexter. Proprio in quel punto mi era quasi parso di notare qualcuno che mi spiava. Poi il pensiero mi sembrò talmente ridicolo che non potei far altro che scuotere il capo all’indirizzo del Passeggero. “Quasi Qualcuno”, certo. Proseguii e svoltai l’angolo, diretto verso la nursery.

Tutti i miei nuovi amici, prima accalcati davanti alla vetrata, non c’erano più, sostituiti da un nuovo gruppetto, e anche Lily Anne era scomparsa. Per un istante restai paralizzato e privo di orientamento: dov’era finita? Poi tornai a ragionare. Erano passate diverse ore, ovvio. Non potevano lasciarla sola e in mostra per così tanto tempo. Lily Anne doveva stare con sua madre, che doveva crescerla e nutrirla. Avvertii un moto di gelosia. Rita avrebbe avuto un legame intimo e importante con la neonata che io non avrei mai potuto comprendere… una sorta di precedenza nell’affetto di Lily Anne.

Poi, fortunatamente per tutti, la voce sottile e beffarda che avevo dentro parlò, e io non potei che darle ragione. Avanti, Dexter. Possibile che appena decidi di provare emozioni, devi proprio partire con l’invidia del seno? Il tuo ruolo è ugualmente importante: fornire una guida ferma e amorevole a Lily Anne, lungo quello spinoso sentiero che è la vita. E chi più di me, che ho imboccato una strada deviata e ne ho assaporato le spine, era ansioso di aiutarla a uscire illesa dal fitto del bosco? Chi più dell’Ex Depravato Papà Dexter?

Era tutto così logico e chiaro. Avevo trascorso una vita dissennata per apprendere a condurre Lily Anne verso la luce. Alla fine tutto acquistava un significato; dalle esperienze più amare avevo imparato che, se tutto ha un senso, non necessariamente tu lo sai interpretare, ma provai lo stesso un grande conforto. Esisteva un Piano, un vero e proprio Schema, e finalmente Dexter riusciva a comprenderlo e persino a considerarsene parte. Sapevo perché ero Qui… non per perseguitare i cattivi, ma per guidare i puri.

Molto più risollevato e di buon umore, superai a passo svelto l’infermeria e raggiunsi la stanza di Rita, al fondo del corridoio. Lily Anne era lì, che dormiva sul petto della madre. Un grande mazzo di rose troneggiava sul comodino, e tutto era come doveva essere.

Rita aprì gli occhi e mi rivolse un sorriso tirato. — Dexter — disse. — Dov’eri finito?

— Ho avuto un’emergenza sul lavoro — risposi.

Mi fissò sconcertata. — Lavoro… — Scosse il capo. — Dexter, io… Qui c’è tua figlia, appena nata. — Proprio in quel momento, Lily Anne si mosse lievemente, poi continuò a dormire. Era davvero aggraziata.

— Sì, lo so — la rassicurai.

— Non è… Come hai potuto allontanarti per andare al lavoro? — fece. Non l’avevo mai vista così seccata. — Quando la tua bambina è… voglio dire, sei andato al lavoro? In un momento simile?

— Mi dispiace — dissi. — Deborah aveva bisogno di me.

— Anch’io — replicò.

— Mi dispiace tantissimo — ripetei, e, stranamente, era vero. — Non sono abituato a tutto questo, Rita. — Mi fissava, scuotendo il capo. — Cercherò di comportarmi meglio — aggiunsi speranzoso.

Rita sospirò e chiuse gli occhi. — I fiori che mi hai mandato erano belli, per lo meno — disse.

Udii un flebile suono di campanello provenire dall’oscuro sedile della perversa vettura di Dexter. Non le avevo affatto mandato dei fiori, ovviamente. Non ero abbastanza esperto delle sottili ipocrisie della vita coniugale per concepire un tale astuto stratagemma… neanche mi ero reso conto che far fronte a un’emergenza sul lavoro venisse considerato uno sbaglio, figuriamoci se avevo pensato di mandare i fiori per rimediare. Certo, Rita aveva parecchi amici che avrebbero potuto inviarglieli, e io conoscevo un po’ di persone che sul piano teorico avrebbero potuto considerarsi amiche… la stessa Deborah, a dispetto delle apparenze, avrebbe potuto essere stata colta da un moto di tenerezza. In ogni caso, non c’era nessun motivo per cui un fragrante mazzo di fiori dovesse mettermi in allarme.

Eppure l’allarme lo sentivo. Indubitabilmente. Un ding ding ding continuo e irritante mi diceva che le cose non erano come dovevano essere. Allora mi avvicinai alle rose e, con il pretesto di annusarle, cercai di leggere il biglietto di accompagnamento. Ancora una volta, non notai nulla di strano. C’era scritto semplicemente: “Congratulazioni a noi!”. E sotto, scarabocchiato in blu: “Un ammiratore”.

Dalla stessa, remota regione da cui si era levato il campanello d’allarme, udii una risatina flebile e perversa. Il Passeggero Oscuro se la stava spassando… e come dargli torto? Dexter si può definire in tanti modi, ma la parola “ammirevole” non sta di certo in cima alla top ten. Inoltre, a quanto mi risultava, non avevo ammiratori. Chiunque mi conoscesse davvero al punto di arrivare ad ammirarmi, in teoria doveva essere già defunto, dissezionato e differenziato nei luoghi appositi. Dunque chi poteva aver firmato un biglietto simile? Conosco a sufficienza gli esseri umani da sapere che un amico o un parente si sarebbe cautelato scrivendo il suo nome per vedersi riconosciuto il merito di aver mandato i fiori. Un essere umano normale, infatti, avrebbe già telefonato dicendo: “Avete ricevuto i miei fiori? Volevo esserne sicuro perché sono talmente costosi!”.

Chiaramente non era arrivata nessuna chiamata, altrimenti Rita non avrebbe dato per scontato che le rose le avevo mandate io. In realtà, questo piccolo mistero non aveva nulla di così inquietante.

Allora perché sentivo quel brivido gelido carezzarmi la nuca? Perché avevo la certezza che un’insidia oscura minacciasse me e, di riflesso, Lily Anne? Cercai di utilizzare la logica, cosa che in passato mi riusciva molto bene. Ovviamente, riflettei, non era solo questione di quel mazzo di fiori anonimo… poco prima avevo udito l’allarme e avevo avuto la sensazione di essere spiato da chissà chi. Feci allora due più due, e ne conclusi: esisteva la forte possibilità che ci fosse qualcosa di mezzo, e questo qualcosa avrebbe potuto rappresentare un’eventuale minaccia. Oppure poteva trattarsi di qualcos’altro.

Messa così, in quella forma logica e razionale, avevo perfettamente ragione a sentirmi inquieto. Un idiota tormentava Lily Anne.

E quell’idiota ero io.

5

Trascorsi un’ora seduto accanto a Rita a osservare Lily Anne mentre dormiva, si agitava, mangiava. Oggettivamente non è che facessi chissà che, ma lo trovai più divertente e interessante di quanto avevo immaginato. Suppongo che lasciarsi affascinare dal proprio pupo sia più che altro un sintomo di egotismo… Certo, altri neonati così irresistibili non ne avevo conosciuti, ma, in ogni caso, dite quel che volete, ora era così e mi piaceva.

Rita sonnecchiava. A un tratto si svegliò per qualche secondo, quando Lily Anne si mise a scalciare e strattonare. Poi, pochi minuti dopo, contrasse il viso, spalancò gli occhi e guardò l’orologio sopra la porta. — I bambini — disse.

— Sì. — Osservai come Lily Anne reagiva alla voce di Rita, aprendo e chiudendo la manina.

— Dexter, devi andare a prendere Cody e Astor — disse lei. — Al doposcuola.

La fissai, attonito. Aveva ragione: il doposcuola chiudeva alle sei e dopo un quarto d’ora di ritardo la giovane che lo gestiva si faceva decisamente irritabile. L’orologio segnava le sei meno dieci. Avrei dovuto farcela in tempo.

— Okay. — Mi staccai riluttante dalla contemplazione di Lily Anne.

— Portali qui — fece Rita con un sorriso. — Devono conoscere la loro nuova sorellina.

Mi diressi alla porta, e intanto immaginavo lo spettacolo: Cody e Astor che entrano delicatamente nella stanza, i visini traboccanti di gioia e di affetto, e vedono per la prima volta quel piccolo prodigio di Lily Anne. Mi figuravo nitidamente la scena, come se Leonardo da Vinci e Norman Rockwell avessero unito i loro talenti per rappresentarla. Mentre percorrevo il corridoio, verso l’ascensore, mi sorpresi a sorridere. Un sorriso vero, per di più. Un’espressione umana reale, spontanea e non contraffatta. Di sicuro Cody e Astor, alla vista della nuova sorellina, avrebbero sfoggiato lo stesso, amorevole sorriso e scelto, come me, di abbandonare il Sentiero Oscuro.

Perché anche i due bambini erano stati condannati a vagare nelle tenebre e a trasformarsi in mostri come me, costretti all’oscurità dai feroci abusi subiti dal loro padre biologico. E io, seguendo i dettami del mio orgoglio deviato, avevo promesso di guidarli lungo il Sentiero di Harry, insegnandogli a diventare predatori prudenti e rispettosi del Codice. Ma ora la venuta di Lily Anne aveva senza dubbio cambiato le cose. Si sarebbero accorti anche loro che tutto era nuovo e diverso. Non c’era più bisogno di defilarsi e dissezionare. E come avrei potuto io, che ora vivevo nel migliore dei mondi possibili, anche solo pensare di aiutarli a muoversi in quel devastante e delizioso abisso?

Non avrei potuto; ora tutto era differente. Volevo condurli verso la luce, guidarli lungo il Cammino della Bontà, affinché si trasformassero in esseri umani rispettabili e onesti, o nella loro migliore imitazione. Le persone possono cambiare… forse non l’avevo appena fatto io, sotto i miei stessi occhi? Avevo appena provato un’emozione ed ero stato capace di un sorriso sincero; tutto era possibile.

Guidai così verso il doposcuola, che si trovava nei giardini vicino a casa nostra, permeato da uno spontaneo moto di fiducia nel genere umano, con la sensazione che le rose sarebbero presto fiorite. Era l’ora di punta e il flusso del traffico era a livelli omicidi. Mi venne un’intuizione sugli automobilisti di Miami. Non era la rabbia che li spingeva a comportarsi così, ma l’ansia. Tutti avevano qualcuno a casa ad aspettarli e che per tutta la triste giornata lavorativa non avevano potuto vedere. Era ovvio che si innervosissero se un altro guidatore li rallentava. Tutti avevano una Lily Anne da rivedere ed era comprensibile che fossero ansiosi di farlo.

Il pensiero mi diede le vertigini. Per la prima volta provai un senso di reale empatia nei confronti di quella gente. Eravamo legati l’uno all’altro, come un unico grande oceano d’umanità accomunato da uno scopo. Mi ritrovai a fischiettare allegramente e ad annuire con comprensione e indulgenza dinanzi a ogni dito medio che incontravo per la via.

Arrivai ai giardini in ritardo di pochi minuti. La giovane addetta, che mi aspettava impaziente davanti alla porta, mi affidò Cody e Astor con un sorriso di sollievo. — Signor Uhm Morgan — disse, e intanto frugava in borsetta in cerca delle chiavi. — Come sta… uhm…?

— Lily Anne sta benissimo — feci. — Presto sarà qui da voi a pitturare con le dita.

— E la signora Uhm Morgan?

— Riposa tranquilla. — La frase fatta doveva essere quella corretta, perché la ragazza annuì, sorrise di nuovo e infilò la chiave nella toppa.

— Bene, bambini — disse. — Ci vediamo domani. Ciao! — E si affrettò a raggiungere l’auto, che aveva parcheggiato dalla parte opposta rispetto alla mia.

Non eravamo ancora arrivati alla macchina che Astor disse:

— Ho fame. Quando si mangia?

— Pizza — fece Cody.

— Prima andiamo all’ospedale — spiegai. — Così conoscerete la vostra nuova sorellina.

Astor guardò Cody, lui ricambiò l’occhiata, poi si voltarono entrambi verso di me.

— Bebé — mormorò Cody, scuotendo la testa. Non aveva mai pronunciato più di due o tre parole alla volta, ma la sua eloquenza era sbalorditiva.

— Prima vogliamo mangiare — annunciò Astor.

— Lily Anne vi aspetta — dissi. — E anche vostra mamma. Saltate in macchina.

— Ma noi abbiamo fame — protestò lei.

— Non pensate che conoscere la vostra nuova sorellina sia più importante?

— No — fece Cody.

— Un bebé non se ne va da nessuna parte, e non fa proprio niente, a parte starsene sdraiato e forse fare la cacca — disse Astor.

— Noi invece ce ne siamo stati chiusi per ore in quello stupido palazzo e abbiamo fame.

— Possiamo comprare una merendina all’ospedale — feci.

— Una merendina?! — esclamò la bambina, neanche le avessi proposto di mangiare una carogna.

— Vogliamo la pizza — insistette Cody.

Sospirai. Evidentemente, il rosa confetto non era contagioso.

— Salite in macchina — feci.

I due si guardarono, mi lanciarono un’occhiataccia e obbedirono.

In teoria il tragitto verso l’ospedale avrebbe dovuto essere uguale a quello dell’andata. A me invece parve lungo il doppio, perché Cody e Astor si rifugiarono in un cupo silenzio, interrotto soltanto quando passavamo davanti a una pizzeria e Astor esclamava: “C’è Papa John!”, o Cody recitava a voce bassa: “Da Domino”. Percorrevo queste strade da una vita, ma non mi ero mai accorto che l’intera civiltà di Miami fosse così devota al culto della pizza. La città ne era invasa.

Un individuo più debole avrebbe sicuramente ceduto e si sarebbe fermato dinanzi a una delle tante pizzerie, soprattutto con quel profumo di pizza calda che penetrava in macchina, nonostante l’aria condizionata. Inoltre, non mangiavo da parecchie ore. Cominciò a venirmi l’acquolina in bocca e ogni volta che uno dei ragazzi pronunciava “Pizza Hut” ero fortemente tentato di accostare e di ordinarne una grande con sopra di tutto. Ma Lily Anne aspettava e la mia volontà era forte, così strinsi i denti e infilai la Dixie Highway e poco dopo mi ritrovai nel parcheggio dell’ospedale, intento a trascinare all’interno del palazzo due bambini recalcitranti.

Opposero resistenza per tutto il parcheggio. A un certo punto, Cody si bloccò persino; si guardava intorno come se qualcuno l’avesse chiamato, rifiutandosi di camminare, anche se non eravamo ancora saliti sul marciapiede.

— Cody — dissi. — Muoviti. Altrimenti ti investono.

Mi ignorò; il suo sguardo vagava sulle file di auto parcheggiate per poi fissarsi su una, a una quindicina di metri da noi.

— Cody — ripetei, tentando di spingerlo avanti.

Scosse lentamente il capo. — L’Uomo Ombra — disse.

Un prurito mi corse lungo la spina dorsale e, in lontananza, udii un cauto spalancarsi delle tenebrose ali. L’Uomo Ombra era il nome con cui Cody chiamava il Passeggero Oscuro, il quale, anche se fuori allenamento, non andava trascurato. Mi fermai a osservare la piccola macchina rossa che aveva attirato la sua attenzione, in cerca di tracce che facessero squillare il mio interiore campanello d’allarme. Attraverso il parabrezza dell’auto si intravedeva qualcuno intento a leggere “New Times”, il settimanale alternativo di Miami. Chiunque fosse, non mostrò alcun segno d’interesse verso di noi o altro che non fosse la storia di copertina, un servizio sui centri per massaggi della nostra città.

— Quel signore ci sta guardando — fece Astor.

Ripensai alla mia precedente sensazione d’allarme e al misterioso mazzo di rose. Furono i fiori a convincermi: è vero che le punture di rosa possono provocare il tetano, ma non mi parvero una reale minaccia. Poteva anche darsi che l’individuo in macchina fosse realmente un predatore, d’altro canto siamo a Miami, ma non mi sembrò affatto interessato a noi.

— Quel signore sta leggendo il giornale — dissi. — Mentre noi stiamo qui, nel parcheggio, a perdere tempo. Forza.

Cody si voltò lentamente e mi guardò, con un’espressione stupita e irritata allo stesso tempo. Scossi il capo e mi diressi verso l’ospedale; i bambini si scambiarono una delle loro tipiche occhiate, poi tornarono a fissarmi come se fossero seccati, ma non sorpresi del mio comportamento inadeguato. Infine si incamminarono verso l’ospedale. Cody si girò ancora tre volte a controllare la macchina e alla fine lo imitai, anche se non c’era nulla da vedere, a parte un tipo che leggeva il giornale, così entrammo.

Dexter è innanzi tutto un uomo di parola, infatti li condussi subito al distributore a prelevare la merendina promessa. Ma i due caddero di nuovo in un cupo silenzio, scrutando la macchinetta come se fosse un attrezzo di tortura. Stavo cominciando a perdere la pazienza… ecco un’altra emozione umana. Ammetto che fino ad allora la mia trasformazione in un membro della specie non mi stava divertendo affatto. — Forza — li incitai. — Sceglietene una.

— Non ci va — obiettò Astor.

— Preferite tenervi la fame?

— Preferiamo la pizza — mormorò Cody.

Stavo per digrignare i denti, ma riuscii a mantenere freddamente il controllo e replicai: — Vedete per caso una pizza in questo distributore?

— Mamma dice che troppi dolci fanno venire il diabete — dichiarò Astor.

— E troppa pizza alza il colesterolo — ribattei a denti stretti.

— Mentre in questo caso digiunare vi fa bene, quindi lasciamo perdere la merendina e andiamo su. — Gli porsi la mano e mi avvicinai all’ascensore. — Avanti — dissi.

Astor, la bocca semiaperta, esitò. Restammo per un lungo istante in quella posizione, infine Cody disse: — Kit Kat — e l’incantesimo fu spezzato.

Comprai a Cody il suo Kit Kat, mentre Astor scelse una barretta Three Musketeers, e infine, dopo quella che mi parve una lunga e penosa operazione a cuore aperto, salimmo tutti sull’ascensore incontro a Lily Anne.

Percorremmo l’intero tragitto verso la stanza di Rita senza nominare la pizza o il diabete, il che mi fece gridare al miracolo e, nel mio nuovo e umano ottimismo, mi convinsi che avremmo varcato la soglia e ci saremmo trovati al cospetto di Lily Anne.

Invece Astor si bloccò proprio davanti alla porta, e Cody la imitò. — E se non ci piace? — chiese lei.

La fissai sorpreso; e questa roba come gli era venuta in mente? — Come può non piacerti? — feci. — È una bimbetta stupenda. È tua sorella.

— Mezza sorella — sussurrò Cody.

— Jenny Baumgarten ha una sorella minore e litigano sempre — opinò Astor.

— Con Lily Anne non litigherai — dissi. Il solo pensiero mi fece inorridire. — È un bebé.

— Non mi piacciono i bebé — replicò Astor, testarda.

— Questo ti piacerà — dichiarai, stupito dal mio tono fermo e imperioso.

Astor mi fissò esitante, poi guardò il fratello.

Io approfittai dell’esitazione e colsi l’attimo. — Forza — dissi.

— Dentro. — Li spinsi entrambi con la mano.

Il quadretto non era cambiato: c’erano sempre la Madonna e il Bambino, con Lily Anne in braccio alla madre, che la stringeva al petto. Rita aprì gli occhi assonnati e sorrise, mentre la bambina si agitò lievemente per poi riprendere a dormire.

— Venite a vedere vostra sorella — fece Rita.

— Sapete dire solo quello — commentò Astor. Non si mosse, stizzita, finché Cody non le passò davanti e si avvicinò al letto. La sua testa arrivava esattamente all’altezza di quella di Lily Anne, così la studiò per un lungo istante, con apparente interesse. Finalmente Astor lo raggiunse; sembrava più interessata alla reazione di Cody che alla neonata.

Il bambino tese un dito verso la sorellina e, con molta prudenza, le toccò il pugnetto. — Morbido — disse, e le diede un leggero colpo sulla mano.

Lily Anne aprì il pugno e Cody lasciò che gli prendesse il dito. La bimba richiuse la mano e glielo strinse.

Dinanzi allo stupore di tutti, Cody sorrise. — Mi stringe — disse.

— Fammi provare — fece Astor, e gli passò davanti per toccare la piccola.

— Aspetta il tuo turno — la riprese Cody.

Lei fece un passetto indietro, tremando dall’impazienza, finché il fratello non tolse il dito dal pugno di Lily Anne e la lasciò passare. Allora Astor fece la stessa cosa e anche lei gioì nel vedere che la neonata le stringeva la mano. Il nuovo gioco proseguì per tutto il successivo quarto d’ora.

E per una mezz’ora intera nessuno nominò la parola “pizza”.

6

Era molto divertente osservare i tre bambini, i miei tre bambini!, fare amicizia tra loro. Ma, ovviamente, ogni bambino sa che quando il divertimento avviene sotto gli occhi di un adulto, prima o poi è destinato a finire. E Rita, che era l’unica vera adulta presente nella stanza, non si sconfessò. Dopo poco guardò l’orologio e disse: — Bene. — Unito alla temibile frase: — Domani si va a scuola.

Cody e Astor si scambiarono un’altra delle loro eloquenti occhiate, in cui non si proferiva parola, ma si diceva tutto. — Mami — fece Astor — stiamo giocando con la nostra nuova sorellina. — Lo disse come se stesse citando le nostre parole, perché Rita non potesse contraddirla.

Ma Rita, che era abituata, scosse la testa. — Ci giocherete domani, ancora di più — rispose. — Adesso Dex… papà vi deve portare a casa e mettere a nanna.

Mi guardarono come se fossi un traditore. Alzai le spalle. — Almeno avrete la pizza — dissi.

I ragazzi erano tanto restii ad andarsene dall’ospedale quasi quanto lo erano stati a entrarci, comunque riuscii infine a spingerli fuori e poi in macchina. Lungi dal ripetere i disastri del viaggio precedente e l’acquolina causata dalle esalazioni della pizza, permisi ad Astor di ordinare con il mio cellulare la cena, che ci venne recapitata neanche dieci minuti dopo il nostro arrivo a casa.

Cody e Astor si gettarono sulla pizza come se non mangiassero da un mese e io mi ritenni fortunato per essere riuscito ad afferrarne due fettine senza perdere un braccio.

Dopo guardammo un po’ di TV fino all’ora di andare a letto, quindi venne il momento dei consueti rituali: lavarsi i denti, infilarsi il pigiama e mettersi sotto le coperte. Officiare tale cerimonia mi fece persino un po’ effetto; vi avevo presenziato molto spesso, ma l’Alta Sacerdotessa della Buonanotte era Rita e, stupidamente, mi sentii pure un po’ ansioso di sbagliare qualcosa. Poi pensai a quel che lei aveva detto in ospedale, quando aveva incespicato sulle parole “papà” e “Dex”. Ora ero diventato davvero papà Dex, e tutto ciò sarebbe stato di normale amministrazione. Presto avrei officiato gli stessi rituali con Lily Anne, guidando lei e i fratelli attraverso le oscure insidie della notte per condurli al sicuro nel loro letto. Il pensiero mi fu stranamente di conforto e mi sostenne fino al momento in cui riuscii finalmente a infilare Cody e Astor sotto le coperte e ad avvicinare il dito all’interruttore della luce.

— Ehi — fece Astor. — Hai dimenticato le preghiere.

Sbattei gli occhi, imbarazzato. — Non ne so neanche una.

— Non c’è bisogno che le dici — spiegò. — Basta che le stai a sentire.

Suppongo che un qualsiasi individuo dotato di un briciolo di autocoscienza, davanti ai bambini, si sarebbe sentito un totale ipocrita. Quello era il mio turno. Sedetti comunque con aria solenne e ascoltai la cantilena senza senso che recitavano tutte le sere. Ero ragionevolmente certo che non ci credessero per nulla, proprio come me, ma era parte del rituale, dunque andava fatto. E quando finì tutti quanti ci sentimmo meglio.

— Bene. — Mi alzai a spegnere la luce. — Buona notte.

— Buona notte, Dexter — disse Astor.

— Notte — mormorò Cody.

Nel normale corso delle cose, mi sarei seduto sul divano con Rita a guardare un’altra ora di televisione, giusto per mantenere il travestimento. Stanotte, però, non c’era bisogno di fingermi divertito o interessato dai programmi, così non tornai in soggiorno. Attraversai il corridoio, diretto verso la stanza che Rita aveva battezzato come mio studio. La usavo soprattutto per effettuare ricerche connesse con il mio hobby. Ospitava un computer che mi permetteva di rintracciare le persone speciali meritevoli della mia attenzione, e un armadietto per riporre pochi, innocui attrezzi come il nastro isolante e il filo da pesca in nylon.

C’era anche un piccolo casellario chiuso a chiave, che conteneva alcuni fascicoli con appunti su potenziali compagni di gioco. Mi sedetti alla scrivania e lo aprii. Non c’era molto materiale, al momento. Avevo due alternative, ma, preso dal susseguirsi degli eventi, non ero riuscito a occuparmi di nessuna delle due. Ora mi chiesi se l’avrei mai fatto. Aprii un fascicolo e guardai all’interno. Si trattava di un pedofilo omicida, rilasciato un paio di volte grazie a un comodo alibi. Ero abbastanza certo di riuscire a smontarlo e a dimostrare la sua colpevolezza… non in senso legale, ovviamente, ma comunque in modo consono ai rigidi principi che Harry, il mio patrigno poliziotto, mi aveva instillato. C’era inoltre un locale notturno a South Beach che figurava come l’ultimo posto in cui parecchie persone erano state viste prima di scomparire. Si chiamava ZANNE, un nome a dir poco stupido per un club. Oltre a essere citato nei resoconti sulle persone scomparse, il locale risultava anche in alcuni documenti dell’INS, l’ufficio immigrazione. A quanto pareva, il personale addetto alle cucine era soggetto a un allarmante turnover e qualcuno all’interno dell’INS sospettava che non tutti i lavapiatti fossero tornati in Messico perché l’acqua di Miami era cattiva.

Gli immigrati clandestini rappresentano un facile bersaglio per i predatori. Nessuno ne reclama la scomparsa: parenti, amici e colleghi non osano rivolgersi alla polizia. Così continuano a sparire, in quanti è difficile dirlo, ma i dati sarebbero senza dubbio elevati e sbalorditivi, persino per Miami. Qualcuno, in quel club, stava certamente approfittando della situazione. Forse, pensai, si trattava del gestore, che avrebbe dovuto essere consapevole del turnover. Sfogliai la documentazione: si chiamava George Kukarov. Viveva a Dilido Island, una zona amena non lontana dal suo locale. Una distanza comoda per conciliare il lavoro con lo svago: controlli i conti, ingaggi un DJ, ammazzi il lavapiatti e poi a casa per cena. Mi sembrava di vederla, la sua splendida attività, così pulita e redditizia che quasi gliela invidiavo.

Posai un momento il fascicolo e riflettei. George Kukarov: gestore di un locale notturno e assassino. Aveva perfettamente senso, quel tipo di senso che desta il segugio interiore di Dexter e lo fa salivare, guaire eccitato e fremente dal desiderio di essere sguinzagliato dietro alla volpe. Anche il Passeggero, in segno d’assenso, sbatté le ali, che frusciarono con voluttà, come se dicessero: Sì, è lui. Stanotte, insieme… Adesso…

Percepii i raggi della luna filtrare dalla finestra e attraversarmi la pelle, penetrare dentro di me e scuotere quel brodo oscuro che è la mia mente, facendo affiorare deliziosi pensieri… e, man mano che il profumo di quel brodo interiore si diffondeva nell’aria notturna, mi parve di vederlo, legato al tavolo, che si contorceva e agitava, in preda allo stesso, soffocante terrore che aveva suscitato in chissà quanti… e vidi il gioioso coltello levarsi…

Poi si materializzò il pensiero di Lily Anne, e la luna non mi parve più così luminosa e il sussurro della lama svanì. Il corvo del neonato sé di Dexter gracchiò: Mai più. E la luna venne oscurata dalla nube argentea e vaporosa di Lily Anne, il coltello venne rinfoderato e Dexter tornò alla sua vita piccolo-borghese, mentre Kukarov era di nuovo libero e pronto a compiere i crimini più efferati.

Ovviamente il Passeggero passò al contrattacco, in perfetta sintonia con la mia mente razionale. Siamo seri, Dexter, esordì il mio amico, cantilenando sommessamente le sue ragioni. Possiamo forse permettere che predatori simili agiscano indisturbati? Lasciare che quei mostri vaghino liberi per le strade, quando abbiamo il potere di fermarli in un modo assai piacevole e definitivo? Possiamo davvero ignorare la sfida?

Pensai di nuovo alla promessa fatta in ospedale, cioè che sarei diventato un uomo migliore. Addio, Demone Dexter… ero diventato papà Dex, interamente dedito al benessere di Lily Anne e della mia nascente famiglia. Per la prima volta la vita umana mi parve un bene raro e prezioso, nonostante in giro se ne vedesse parecchia, e per la maggior parte fallisse invariabilmente nel dimostrare il suo valore. Eppure avevo promesso a Lily Anne che sarei cambiato, e l’avrei fatto.

Osservai la cartella con i fascicoli sulle mie ginocchia. Mi invocava, tenera e seduttiva, implorandomi di cantare con lei e intonare la nostra melodia sotto la luna… invece no. I gorgheggi della mia neonata coprirono tutto, in un continuo crescendo. Allora infilai con sicurezza il fascicolo nel distruggidocumenti e andai a letto.

L’indomani mi presentai al lavoro leggermente più tardi del solito, avendo accompagnato a scuola Cody e Astor. In passato era compito di Rita. Ora era tutto cambiato, naturalmente; mi trovavo nell’Anno Primo dell’Epoca d’Oro di Lily Anne. Nel futuro immediato sarebbe sempre toccato a me, almeno finché lei non fosse cresciuta abbastanza da poter essere trasportata sul sedile di un’auto. Se ciò voleva dire che non sarei più andato a lavorare con il canto del gallo, come sacrificio mi parve decisamente accettabile.

La faccenda si fece più impegnativa quando entrai in ufficio e scoprii che qualcun altro, al posto del Diligente Dexter, si era assunto l’onere di portare le ciambelle… e che non ne era rimasto più nulla, a parte una scatola di cartone unta e strappata. Ma chi se ne importa delle ciambelle, se la vita stessa è così dolce? Mi misi quindi al lavoro, con la gioia nel cuore e una canzoncina sulle labbra.

Per una volta non ricevetti nessuna affannosa chiamata che mi intimava di precipitarmi sulla scena del crimine e, per la prima ora e mezza, riuscii a smaltire un bel po’ di lavoro d’ufficio. Chiamai anche Rita, soprattutto per accertarmi che Lily Anne stesse bene e non fosse stata rapita dagli alieni, e quando mi rassicurò che era tutto okay, le dissi che nel pomeriggio sarei passato a trovarle.

Ordinai forniture, catalogai resoconti, insomma riorganizzai per bene la mia vita professionale. Certo, tutto ciò non compensava l’assenza delle ciambelle, ma mi sentii comunque molto soddisfatto di me stesso: Dexter detesta il disordine.

Poco prima delle dieci ero ancora ben avvolto nella mia nuvoletta rosa di autosoddisfazione, quando il telefono sulla scrivania squillò. Alzai la cornetta con un allegro: — Pronto, qui Morgan! — per venire ricompensato dalla ruvida voce di mia sorella, Deborah.

— Dove sei?

Domanda piuttosto inutile, pensai. Se infatti le stavo parlando da un telefono collegato alla mia scrivania da un lungo filo elettrico, dove avrei mai potuto essere? Pare proprio vero: i cellulari distruggono i tessuti cerebrali.

— Sono qui, all’altro capo del telefono — risposi.

— Vediamoci nel parcheggio — disse, e riattaccò prima che potessi protestare.

Incontrai Deborah vicino alla sua auto di servizio. Era appoggiata al cofano che mi fissava, impaziente e corrucciata, così feci una mossa strategica e decisi di attaccare per primo. — Perché mai dovevamo vederci qui? — chiesi. — Hai uno splendido ufficio, dotato di sedie e aria condizionata.

Deborah si spostò dal cofano e armeggiò in cerca delle chiavi.

— Il mio ufficio è infestato — disse.

— Da che cosa?

— Da Deke — rispose. — Quel viscido e ottuso figlio di puttana non mi lascia mai sola.

— Non deve lasciarti sola — osservai. — È il tuo socio.

— Mi sta facendo andare fuori di testa — continuò lei. — Posa il culo sulla mia scrivania e se ne sta seduto lì, in attesa che gli salti addosso.

Come immagine mi parve piuttosto forte: Deborah che si sedeva alla scrivania e finiva addosso al suo nuovo socio. Ma nonostante la scena fosse decisamente vivida, non riuscivo a coglierne il senso. — Perché dovresti saltare addosso al tuo socio? — domandai.

Mia sorella scosse il capo. — Forse ti sarai accorto di quanto sia stupidamente belloccio — fece. — Se no, sei l’unico in tutto il fottuto palazzo. Deke compreso.

Me n’ero accorto, ovviamente, ma non capivo che cosa avesse a che fare il suo aspetto con la nostra discussione. — Okay — dissi.

— Me ne sono accorto. E allora?

— Allora pensa che gli salterò addosso anch’io, come tutte le altre donnine che ha conosciuto — spiegò. — Che vomito. È più muto di una pietra e se ne sta seduto lì, sull’angolo della mia scrivania, a passarsi il filo in quella cazzo di dentatura perfetta in attesa che gli dica che cosa fare. Se lo fisso due secondi di più, gli faccio esplodere quella testa di merda. Salta in macchina.

Deborah non era mai stata una che maschera i propri sentimenti, ma nonostante tutto, quella mi parve una vera e propria sfuriata e, mentre saliva in macchina e girava la chiave nel cruscotto, rimasi un istante interdetto. Il motore stava andando su di giri; mia sorella, per farmi capire che era di fretta, diede un colpetto al clacson e io balzai fuori dalle mie fantasticherie, direttamente sul suo sedile. Non avevo ancora chiuso la portiera che eravamo già schizzati in strada, fuori dal parcheggio.

— Non penso che ci segua — dissi, mentre Deborah si infilava nel traffico con l’acceleratore a tavoletta. Non rispose. Sterzò bruscamente per evitare un autocarro carico di angurie e fuggì a tutta velocità dalla centrale e dal suo socio.

— Dove andiamo? — domandai, avvinghiato saldamente al bracciolo, tentando di non mettere a repentaglio la mia incolumità.

— Alla scuola.

— Quale scuola? — Mi chiesi se il ruggito del motore non avesse coperto parte della conversazione.

— Quella per ricchi frequentata da Samantha Aldovar — disse. — La Ransom Everglades.

La fissai perplesso. Non mi sembrava che ci fosse il bisogno di presentarsi lì con tanta fretta, a meno che Deborah non temesse di arrivare in ritardo per le lezioni, ma in ogni caso così fece, lanciandosi pericolosamente nel traffico a velocità supersonica. La mia unica consolazione fu che, se fossi sopravvissuto a un viaggio simile, laggiù non sarei andato incontro a minacce rilevanti, a parte il lancio di qualche proiettile di carta pressata. E ovviamente, a giudicare dallo status socioeconomico della scuola, la carta sarebbe stata di ottima qualità, il che fa sempre piacere.

Così mi limitai a stringere i denti e a tenermi forte, mentre Deborah correva per la città, imboccando LeJeune Road e immettendosi in Coconut Grave. Una svolta a sinistra nella US1, una a destra nella Douglas, e ancora a sinistra nella Poinciana per tagliare verso la Main Highway, ed eccoci arrivati alla scuola, in quello che si poteva tranquillamente definire un tempo record, a prescindere dalla strada percorsa.

Stavamo per varcare la cancellata in corallo, quando ci fermò una guardia. Deborah mostrò il distintivo e l’uomo si chinò a esaminarlo, prima di lasciarci proseguire. Passammo dietro a una fila di edifici e ci fermammo sotto un grande banano. Sul posto era scritto: RISERVATO AL SIG. STOKE. Deborah parcheggiò e saltò giù, e io la seguii. Camminammo prima in un vialetto ombroso, poi sotto il sole, e intanto osservavo quella che da quand’eravamo piccoli era stata denominata “scuola per ragazzi ricchi”. Gli edifici erano lindi e sembravano nuovi; il suolo era molto ben tenuto. Lì il sole era un po’ più luminoso, i palmizi frusciavano un po’ più dolcemente… insomma, non mi sarebbe dispiaciuto essere stato un ragazzo ricco.

Gli uffici amministrativi si trovavano ai lati del campus, collegati al centro da un passaggio coperto. Ci fermammo alla reception, dove ci fecero attendere il vice non so cosa. Pensai al nostro vicepreside delle medie. Era incredibilmente grosso, e con la fronte sporgente come un uomo di Cro-Magnon. Perciò, quando una donna piccolina ed elegante comparve e ci salutò, restai in un certo qual modo sorpreso.

— Siete voi gli agenti? — domandò gentilmente. — Io sono la signora Stein. Come posso aiutarvi?

Deborah le strinse la mano. — Ho bisogno di farle alcune domande su uno dei vostri studenti — disse.

La signora Stein inarcò un sopracciglio per comunicarci che trovava la cosa assai insolita; era la prima volta che la polizia la interpellava riguardo ai suoi studenti. — Venite nel mio ufficio — fece. Ci condusse attraverso il corridoio in una stanza che ospitava una scrivania, due sedie e dozzine di targhe e di foto appese alle pareti. — Prego, sedetevi — disse.

Senza neanche rivolgermi uno sguardo, Deborah si appropriò dell’unica sedia di plastica per gli ospiti e mi lasciò vagare alla ricerca di uno spazio libero da ricordi in cornice contro cui potermi comodamente appoggiare.

— Bene — esordì la signora Stein. Si sedette alla scrivania e ci scrutò con un’espressione educata, ma gelida. — Qual è il problema?

— Samantha Aldovar è scomparsa — disse Deborah.

— Sì — rispose la signora. — L’abbiamo saputo, ovviamente.

— Che tipo di studentessa è?

La signora Stein aggrottò la fronte. — Non posso riferirle i suoi voti, o simili — disse. — Comunque è abbastanza brava. Nella media, direi.

— Per l’iscrizione ha ricevuto aiuti finanziari? — continuò Debs.

— Questa è un’informazione riservata, naturalmente — rispose la donna. Deborah le lanciò uno sguardo duro, ma, incredibilmente, la signora Stein non si scompose. Doveva essere abituata a lanciare occhiate intimidatorie ai genitori abbienti.

Decisi di aiutare mia sorella a superare l’impasse. — Ci stava molto male quando i compagni la prendevano in giro? — domandai. — Sa, per i soldi o simili.

La signora Stein mi scrutò, poi dischiuse le labbra in un mezzo sorriso, per nulla divertito. — Dunque lei pensa che la sua scomparsa celi un movente finanziario — dichiarò.

— Le risulta che Samantha avesse un fidanzato? — chiese Debs.

— Non ne ho idea — rispose lei. — E se anche l’avessi, non credo che ve lo direi.

— Signora Stern — fece Deborah.

— Stein — la corresse la donna.

Mia sorella fece un cenno spazientito. — Non siamo qui per indagare su Samantha Aldovar, ma sulla sua scomparsa. Se lei elude le domande, ci impedisce di ritrovarla.

— Non vedo come…

— Ci farebbe piacere trovarla viva — la interruppe Debs, fredda e determinata, e io fui fiero di lei.

La signora Stein sbiancò all’istante. — Io non… — protestò — non ne so nulla delle sue faccende personali. Potrei farvi parlare con una sua amica…

— Ci sarebbe sicuramente utile — disse Deborah.

— Credo che frequentasse Tyler Spanos — fece. — Ma gradirei presenziare al colloquio.

— Ci porti questa Tyler Spanos, signora Stein.

La donna si morse il labbro e si alzò, infilando la porta con assai meno severità di quanto aveva fatto all’andata. Mia sorella si contorse sulla sedia in cerca di una posizione comoda. Non la trovò. Dopo un minuto si arrese e si raddrizzò, accavallando e distendendo le gambe, impaziente.

La spalla mi faceva male, così provai ad appoggiarmi sull’altra. Passò qualche minuto; Deborah mi guardò un paio di volte, ma nessuno dei due aveva niente da dire.

Finalmente udimmo delle voci dall’altra parte della porta che aumentavano in intensità e volume. Durò circa mezzo minuto, poi tornò il silenzio. Dopo altri lunghi minuti in cui Deborah aveva accavallato di nuovo le gambe e io ero tornato alla spalla d’appoggio originaria, la signora Stein entrò di corsa in ufficio. Era sempre pallida e non sembrava contenta.

— Tyler Spanos oggi è assente — disse. — E lo era anche ieri. Così ho chiamato a casa. — Esitò, come imbarazzata.

Deborah la spronò a parlare. — È malata? — chiese.

— No, lei… — La signora Stein esitò un’altra volta e si morse il labbro. — Mi hanno detto… che sta facendo un lavoro di gruppo con un’altra studentessa — disse infine. — E che… uhm… che per poter lavorare insieme è andata a stare dall’altra ragazza.

Deborah scattò in piedi. — Samantha Aldovar — disse, e non era una domanda.

La signora Stein rispose comunque. — Sì. Esatto.

7

Raccogliere informazioni su quella che ora si era tramutata in una doppia scomparsa sarebbe stato decisamente difficile per noi, da una parte per effetto della legislazione a cui ogni scuola può appellarsi per proteggere la privacy dei suoi studenti e dall’altra per via del potere di cui si sentivano investiti genitori e allievi di un istituto quotato come la Ransom Everglades. La scuola scelse però di prendere il toro per le corna e utilizzò la crisi come occasione per dar prova di attivismo. Ci fecero di nuovo sedere nell’ufficio dalle pareti ingombre, mentre la signora Stein si aggirava febbrilmente, allertando amministratori e docenti.

Mi guardai intorno e notai che il numero di sedie era sempre lo stesso. Il mio appoggio contro il muro non mi parve più così invitante. Ora però che ben due studentesse erano scomparse, decisi che la nostra rilevanza nell’ordine delle cose era salita di parecchi punti. Per farla breve, adesso ero troppo importante per starmene appoggiato al muro. Senza contare che, dopo tutto, c’era un’altra comodissima sedia in quella stanza.

Mi ero appena seduto al posto della signora Stein che il mio cellulare squillò. Sul display comparve il nome di Rita. Risposi. — Pronto?

— Ciao, Dexter, sono io — disse.

— L’avevo capito.

— Come? Oh. Va bene, senti. — Non c’era bisogno di dirlo che avrei sentito. — Il dottore ha detto che sono pronta per tornare a casa. Ci puoi venire a prendere?

— Che cosa sei? — domandai, stupito. In fondo, Lily Anne era nata soltanto il giorno prima.

— Pronta — ripeté lei, pazientemente. — Pronta per tornare a casa.

— È troppo presto — obiettai.

— Il dottore dice di no — fece Rita. — Dexter, non è la prima volta che mi succede.

— Ma Lily Anne… potrebbe prendersi qualcosa, oppure il sedile della macchina… — Ero così spaventato al pensiero che Lily Anne lasciasse un posto sicuro come l’ospedale che mi ero messo a parlare come Rita.

— Lei sta bene, Dexter, e io pure — continuò. — E vogliamo tornare a casa. Quindi, per piacere, ci puoi venire a prendere?

— Ma Rita…

— Ti aspettiamo. Ciao. — Riattaccò prima che riuscissi a tirar fuori un valido motivo per cui non avrebbe ancora dovuto lasciare l’ospedale. Fissai il telefono per un istante, poi il pensiero di Lily Anne fuori, alla mercé di un mondo pieno di germi e di terroristi, mi stimolò all’azione. Sbattei il cellulare nella custodia e balzai in piedi. — Devo andare — dissi a mia sorella.

— Già, l’avevo capito — fece lei. Mi lanciò le chiavi della macchina. — Torna qui più in fretta che puoi.

Guidai verso sud in perfetto stile Miami, cioè rapido, muovendomi agilmente dentro e fuori dal traffico come se le corsie non esistessero. Di solito non guidavo in modo così ostentato; avevo sempre pensato che, contrariamente allo spirito delle nostre strade, arrivare a destinazione fosse importante almeno quanto dare un’immagine energica durante il tragitto. Ma ora i movimenti mi venivano naturali… dopo tutto ero cresciuto in questa città e la situazione contingente sembrava richiedere tutta la rapidità e la virile fermezza di cui ero capace. Che cos’era passato per la testa a Rita? E ancora, come aveva fatto a convincere i medici a darle ragione? Non era possibile: Lily Anne era piccola, delicata, incredibilmente vulnerabile. Mandarla allo sbaraglio nella cruda e pericolosa esistenza mi parve una completa e inumana follia.

Feci un salto a casa solo per prendere il nuovo seggiolino. Mi ero allenato per settimane, per saperlo usare perfettamente quando fosse arrivato il momento… ma era arrivato troppo presto. Tentai di incastrarlo sul sedile della macchina insieme alla cintura di sicurezza, ma le mie dita, in genere molto agili, erano rigide e grossolane. Non riuscivo a nessun costo a infilarlo nella scanalatura. Spinsi, tirai, finché non mi ferii un dito con la plastica e, mentre me lo succhiavo, il seggiolino finì a terra.

E quest’affare dovrebbe essere sicuro? Come può proteggere Lily Anne se mi attacca in modo così aggressivo? E se anche funzionasse come dovrebbe, cosa che dubito, come potrei comunque proteggerla da un mondo simile? Soprattutto adesso che è appena nata… è una pazzia mandarla a casa ora, che ha solo un giorno. È la classica arroganza e indifferenza dei medici: si credono intelligenti, solo perché hanno passato chimica organica. Ma non sanno nulla… non capiscono quel che prova un cuore di padre, come il mio. È troppo presto per scaraventare Lily Anne in questo mondo spietato e crudele, soltanto per far risparmiare qualche dollaro alla compagnia di assicurazioni. Questa storia non può andare a finire bene.

Riuscii infine a sistemare il seggiolino e mi precipitai all’ospedale. Al mio arrivo, contrariamente ai miei logici e ragionevoli timori, non trovai Rita davanti alla porta impegnata a scansare proiettili, né Lily Anne che giocava con siringhe usate in mezzo ai rifiuti.

Rita era invece nell’atrio, su una sedia a rotelle, con un fagottino tra le braccia. Non appena entrai, mi rivolse un ampio sorriso:

— Ciao, Dexter, sei stato velocissimo.

— Oh — esclamai, cercando di convincermi che tutto era okay.

— Be’, a dire la verità, ero nei paraggi.

— Non ti metterai a guidare così veloce ora che torniamo a casa, vero? — disse.

Stavo per spiegare che non avrei mai guidato così veloce con Lily Anne a bordo e che in ogni caso avrebbero dovuto tenerla ancora un po’ in ospedale, quando un giovanotto capellone e dall’aria gioviale si precipitò in mezzo a noi e afferrò la carrozzella di Rita per le maniglie.

— Ehi, ecco il papà — disse. — Siete pronti a partire, gente?

— Sì, lui è… Grazie — fece Rita.

Il giovanotto sbatté le palpebre. — Benissimo! — esclamò. Premette con forza il piede per rilasciare il freno e spinse Rita verso la porta.

A quel punto mi rassegnai anch’io a cooperare con l’inevitabile. Trassi un profondo respiro e li seguii.

Arrivati alla macchina presi Lily Anne dalle braccia di Rita e la piazzai con cura sull’aggressivo seggiolino. Per motivi ignoti, la tecnica che avevo sperimentato con la vecchia bambola Cabbage Patch di Astor si rivelò inutile, finché Rita non mi diede una mano a sistemare al meglio Lily Anne. Fu così un incapace e maldestro Dexter colui che si sedette infine al volante e avviò il motore. Dopo ripetute occhiate allo specchietto retrovisore per assicurarmi che il sedile posteriore non andasse in fiamme, uscii dal parcheggio e fui in strada.

— Non andare troppo veloce — disse Rita.

— Sì, cara.

Guidai lentamente verso casa… non così piano da rischiare una rappresaglia armata da parte dei miei concittadini, ma mantenendomi a uno sputo dai limiti di velocità. Ogni strombazzare di clacson, ogni autoradio ad alto volume mi apparivano insoliti e minacciosi e, quando mi fermai al rosso, mi scoprii a scrutare ansiosamente le macchine per il timore di avere un’automatica puntata contro. Eppure arrivammo stranamente a destinazione senza che ci accadesse nulla.

Slacciare le cinghie del sedile di Lily Anne non era così complicato come allacciarle, e dopo poco lei e Rita si ritrovarono in casa, comodamente sprofondate sul divano.

Le osservai, e tutto, all’improvviso, mi parve diverso, perché per la prima volta eravamo a casa tutti insieme e vedere la mia piccola nei vecchi posti mi ricordava la nuova, meravigliosa e delicata vita che mi si prospettava.

Mi crogiolavo in quel pensiero senza vergogna, imbevendomi di gioia infinita e assaporandola intensamente. Toccai i piedini di Lily Anne e le accarezzai le guance; non avevo mai conosciuto nulla di più morbido. Mi parve persino di sentire il suo profumo rosa confetto sui miei polpastrelli. Rita l’abbracciò e scivolò sorridendo in uno stato di dormiveglia, mentre io continuavo a osservarla, annusarla e accarezzarla. Poi diedi uno sguardo all’orologio, mi accorsi di quanto tempo era passato e mi ricordai che ero giunto lì con una macchina presa in prestito, la cui proprietaria era nota per aver fatto fuori verbalmente tanta gente per molto meno.

— Stai bene? — chiesi a Rita.

Lei aprì gli occhi e schiuse le labbra in quell’antico sorriso che Leonardo aveva ritratto così bene, quello della madre verso il figlio. — Non è la prima volta, Dexter — disse. — Mi riprenderò.

— Sei sicura? — feci, con una sensibilità che non conoscevo.

— Sicura — ripeté.

Allora, molto controvoglia, me ne andai.

Quando tornai al campus della Ransom Everglades con la macchina di Debs, scoprii che le era stata assegnata una stanza in un vecchio edificio in legno con vista sulla baia, adibita provvisoriamente agli interrogatori. La Pagoda, questo era il nome dell’edificio, si ergeva su una scogliera, sopra la pista di atletica. La costruzione era così pericolante che non sembrava in grado di sopravvivere neanche a un temporale estivo, eppure era rimasta in piedi per lungo tempo fino a trasformarsi in un luogo di interesse storico.

Al mio arrivo, Deborah, che stava parlando con un giovanotto estremamente ammodo, si limitò a lanciarmi un’occhiata e ad annuire, per non interromperlo. Mi sedetti accanto a lei.

Per il resto della giornata, studenti e docenti si presentarono uno alla volta all’interno dell’edificio pericolante per raccontarci quel che sapevano su Samantha Aldovar e Tyler Spanos. I ragazzi che incontrammo erano tutti belli, intelligenti ed educati, gli insegnanti scrupolosi e zelanti: cominciai ad apprezzare i benefici dell’educazione fornita dalle scuole private. Se solo avessi avuto la possibilità di frequentare un posto simile, chissà come sarei diventato. Forse, al posto di un analista della Scientifica che di notte diventa un killer privo di coscienza, sarei potuto diventare un medico, un fisico o anche un senatore che di notte diventa un killer privo di coscienza. Il pensiero di tutto il mio potenziale andato sprecato mi rattristò terribilmente.

In ogni caso, le scuole private sono costose e Harry, con i suoi mezzi, non avrebbe potuto permettersele… e anche se avesse potuto, dubito che gli sarebbero piaciute. Aveva sempre diffidato dell’élitarismo e aveva una buona opinione delle istituzioni pubbliche. Credeva nella scuola pubblica… o forse ancora di più in quella da cui avevamo imparato una serie di stratagemmi di sopravvivenza dei quali sapeva che avremmo avuto bisogno.

E che le due ragazze scomparse avrebbero dovuto conoscere.

Quando io e Debs terminammo i colloqui, intorno alle cinque e mezzo, avevamo appreso molte cose interessanti sul loro conto, ma anche che, abituate a risolvere ogni problema con la carta di credito e l’iPhone, non sarebbero mai riuscite a cavarsela nei selvaggi dintorni di Miami.

Samantha Aldovar continuava a restare un po’ un mistero, anche per quelli che credevano di conoscerla bene. I compagni sapevano che aveva ricevuto aiuti finanziari, ma la cosa non sembrava importasse. Dissero tutti che era una ragazza amabile, tranquilla, brava in matematica, e che non era fidanzata. Nessuno riuscì a trovare un buon motivo per cui avrebbe dovuto inscenare la propria scomparsa. Nessuno l’aveva mai vista frequentare persone poco raccomandabili, a parte Tyler Spanos.

Tyler veniva descritta come una vera e propria scapestrata e, vista a posteriori, l’amicizia tra le due ragazze sembrava decisamente improbabile. Mentre Samantha veniva a scuola accompagnata dalla madre su una Hyundai di quattro anni, Tyler guidava una macchina tutta sua… una Porsche. Samantha era timida e silenziosa, al contrario di Tyler, più leggera e disinibita, e desiderosa soltanto di far festa. Non aveva un fidanzato soltanto perché non le piaceva limitarsi a un ragazzo alla volta.

Nonostante ciò, nell’ultimo anno le due erano diventate molto amiche, si vedevano spesso a pranzo, dopo la scuola e nei weekend. Non solo il fatto era molto strano, ma aveva preoccupato Deborah sopra ogni altra cosa. Aveva infatti condotto tranquillamente i colloqui, segnalato alle pattuglie di ritrovare la Porsche di Tyler e inviato, non senza una certa rassegnazione, il socio Deke a parlare con la famiglia di Tyler: niente di tutto ciò aveva turbato minimamente la calma oceanica rispecchiata nel suo viso. Invece la strana amicizia tra le due ragazze l’aveva trasformata in un cocker che sbava per la sua bistecca.

— Non ha nessun senso, cazzo — osservò.

— Sono adolescenti — le ricordai. — A quell’età niente ha un senso.

— Ti sbagli — fece Deborah. — Ci sono cose che hanno sempre un senso, specie per gli adolescenti. I nerds girano con i nerds, gli sportivi e le cheerleader con gli sportivi e le cheerleader. È sempre stato così.

— Forse hanno un interesse misterioso in comune — suggerii. Lanciai un’occhiata distratta all’orologio. Era quasi ora di tornare a casa.

— Ne sono certa — fece Debs. — Come sono certa che quando lo scopriremo, scopriremo anche dove sono finite.

— Nessuno qui sembra avere idea di che cosa si tratti — dissi, alla ricerca di una degna battuta con cui congedarmi.

— Che diavolo ti prende? — fece Deborah, brusca.

— Pardon?

— Continui a dimenarti neanche dovessi fare pipì.

— Oh… uhm… veramente… per me è quasi ora di andare. Entro le sei devo passare a prendere Cody e Astor.

Mia sorella mi scrutò per un istante che mi parve eterno. — Non ci avrei mai creduto — disse.

— Creduto a che cosa?

— Che ti saresti sposato, con bambini eccetera. Che saresti diventato un padre di famiglia, dopo tutto quel che c’è di mezzo.

Avevo capito che si riferiva al mio lato oscuro, al mio precedente ruolo di Dexter il Vendicatore, la lama solitaria che colpisce al plenilunio. Deborah era venuta a conoscenza del mio alter ego e, apparentemente, sembrava essersi riconciliata con esso… proprio mentre io stavo per abbandonare quel travestimento. — Be’ — dissi — non ci avrei mai creduto neanch’io, suppongo. Invece… — Alzai le spalle. — Invece adesso ho famiglia.

— Già — osservò Debs distogliendo lo sguardo. — E prima di me. — Cercò di ricomporsi e tornare a sfoggiare il suo cipiglio severo, ma nel tentativo apparve spaventosamente vulnerabile. — Sei innamorato? — chiese all’improvviso, dondolandosi verso di me per guardarmi in faccia.

La fissai sorpreso. Una domanda così diretta e personale non era nello stile di Deborah, ed era anche uno dei motivi per cui andavamo così d’accordo.

— Sei innamorato di Rita? — ripeté, senza lasciarmi via di fuga.

— Io… non lo so — risposi con prudenza. — Ci… ci sono abituato.

Deborah mi scrutò, e scosse la testa. — Abituato — disse. — Come a una poltrona comoda o roba simile.

— Non così comoda — feci, nel tentativo di sdrammatizzare una conversazione che mi stava mettendo decisamente a disagio.

— Hai già provato amore per qualcuno? — chiese. — Ci sei mai riuscito?

Mi venne in mente Lily Anne. — Sì. Penso di sì.

Deborah mi fissò per un lungo istante poi, visto che non c’era proprio niente da vedere, si voltò e guardò oltre la vecchia finestra di legno che dava sulla baia. — Merda — disse. — Vattene a casa. Va’ a prendere i tuoi bambini e a far compagnia alla tua comoda moglie-poltrona.

Nonostante la mia trasformazione in essere umano fosse piuttosto recente, sentivo che nel Reame di Deborah c’era qualcosa che non andava e lasciarla così mi dispiaceva. — Debs — feci. — C’è qualcosa che non va?

Le si tesero i tendini del collo, ma continuò a guardar fuori, verso il mare. — Tutte queste stronzate familiari — saltò su. — Con queste due ragazze e le loro fottute famiglie. E la tua famiglia che ha fottuto te. Non va mai come dovrebbe, è sempre un casino, ma tutti ce l’hanno e io no. — Trasse un sospiro e scosse il capo. — Io che invece la voglio davvero. — Mi si scagliò addosso, feroce. — E risparmiati le battute sull’orologio biologico, chiaro?

A essere del tutto onesto, come lo sono sempre, il comportamento di Deborah mi scioccò talmente che proprio non mi veniva nessuna battuta, né relativa agli orologi né ad altro. In ogni caso, battute o no, qualcosa dovevo pur dire, così mentre ragionavo in cerca di una frase appropriata, mi venne in mente di domandarle di Kyle Chutsky, il suo storico compagno e convivente. L’avevo visto fare in una fiction, qualche anno prima. Ero solito studiarle per imparare come comportarmi in situazioni quotidiane, e questa era l’occasione di mettere in atto ciò che avevo appreso. — Con Kyle va tutto bene? — domandai.

Deborah sbuffò, poi il suo viso si addolcì. — Quell’idiota di Chutsky. Dice di essere troppo vecchio e malridotto per una come me. Continua a ripetermi che potrei avere di meglio. E se gli rispondo che forse non mi interessa avere di meglio, lui scuote il capo e si deprime.

Era davvero interessante… una panoramica affascinante nella vita di qualcuno che era un essere umano da molto più tempo di me. Non avevo però testa per formulare commenti costruttivi e sentivo sempre di più la pressione dell’orologio, non quello biologico, ma quello che tenevo al polso. Così, dibattuto tra la ricerca di una frase adeguata e rassicurante e il mio urgente bisogno di accomiatarmi, me ne uscii alla fine con un: — Be’, sono sicuro che ci tiene.

Deborah non smetteva di fissarmi, cominciando a farmi dubitare di aver detto la cosa giusta. Infine trasse un profondo sospiro e tornò a guardare la finestra. — Già — fece. — Ne sono sicura anch’io. — Poi scrutò la baia, senza dire nulla, ma, cosa ancora peggiore, sospirò un’altra volta.

Ecco un lato di mia sorella che non conoscevo, e con cui non avrei voluto avere a che fare troppo spesso. Ero abituato a una Deborah chiassosa e collerica, che mi prendeva a pugni sul braccio. Vederla così tenera, indifesa e vittimista mi metteva estremamente a disagio. Immaginavo di doverla in qualche modo consolare, ma non sapevo proprio da dove cominciare. Così restai lì, imbarazzato, finché il mio bisogno di andarmene prevalse sul mio senso del dovere.

— Mi dispiace, Debs — dissi, e stranamente era vero. — Devo andare a prendere i ragazzi.

— Già — fece lei, senza voltarsi. — Valli a prendere.

— Mi serve… uhm… un passaggio fino alla mia macchina.

Deborah si staccò lentamente dalla finestra e guardò verso la porta, dove si aggirava la signora Stein. Annuì con il capo e si alzò. — Okay — disse. — Qui abbiamo finito. — Mi passò davanti, fermandosi soltanto per salutare la signora Stein in tono formale ed educato, e uscì in silenzio.

Il silenzio durò finché non arrivammo alla mia macchina e non fu molto piacevole. Sentivo di dover dire qualcosa per alzarle il morale, ma, dopo un paio di tentativi falliti miseramente, rinunciai. Debs entrò nel parcheggio della centrale e si arrestò davanti alla mia auto. Fissava oltre il parabrezza con lo stesso sguardo depresso che aveva esibito durante il viaggio. La guardai, ma non ricambiò.

— Okay — dissi infine. — A domani.

— Come ci si sente? — domandò, bloccandomi con la portiera semiaperta.

— Come ci si sente cosa?

— A tenere per la prima volta il proprio figlio tra le braccia — fece.

Stavolta non impiegai molto a risponderle. — È stupendo. Assolutamente magnifico. Più di ogni altra cosa al mondo.

Deborah mi guardò. Non si capiva se le fosse venuta voglia di abbracciarmi oppure di picchiarmi, comunque si limitò a scuotere lentamente il capo. — Va’ a prendere i tuoi ragazzi — disse.

Attesi un istante, nel caso avesse detto qualcos’altro, ma non lo fece. Uscii dall’auto e restai a osservare mia sorella mentre si allontanava piano, cercando di capire che cosa le passasse per la testa. Sfortunatamente erano questioni troppo complicate per un umano nuovo di zecca come me, così alzai le spalle, saltai in macchina e andai a prendere Cody e Astor.

8

Mentre guidavo diretto a sud sulla Old Cutler Road per andare a prendere Cody e Astor, trovai parecchio traffico, anche se quella sera, in quella zona della città, tutti mi parvero cortesi. Quando le corsie confluirono, un tipo al volante di un enorme Hummer rosso si fermò addirittura per farmi passare e io, cosa mai vista, acconsentii a superarlo. Mi domandai se un gruppo di terroristi avesse sciolto non so quale sostanza nel sistema idrico di Miami per renderci tutti sensibili e gentili. Prima io che sceglievo di abdicare al mio Lato Oscuro, poi Debs che quasi si metteva a piangere… e ora un guidatore di Hummer che nell’ora di punta si mostrava premuroso e servizievole. Non era forse arrivata l’Apocalisse?

Sulla strada verso il doposcuola in cui erano rinchiusi Cody e Astor non notai però nessun angelo fiammeggiante, ma ancora una volta riuscii ad arrivare entro le sei. Ad attendermi davanti all’ingresso c’era sempre la stessa donna, che agitava le chiavi e si dimenava impaziente. Quasi mi sbatté addosso i bambini, con un sorriso artificiale che non era neanche lontanamente all’altezza dei miei, poi corse alla volta della macchina parcheggiata dall’altro lato del parco.

Caricai Cody e Astor sui sedili posteriori dell’auto e mi misi al volante. Erano piuttosto silenziosi, persino Astor. Così, in virtù del mio nuovo ruolo di padre umano, decisi di sbloccare un po’ la comunicazione. — Avete passato una bella giornata? — domandai, in tono fintamente festoso.

— Anthony è uno stronzo — dichiarò Astor.

— Non si dice quella parola — la rimproverai, piuttosto scioccato.

— La dice anche mamma quando guida — si giustificò. — E comunque l’ho sentita all’autoradio.

— Non la devi usare lo stesso — spiegai. — È una parolaccia.

— Non mi puoi parlare così. Ho dieci anni — Non sono abbastanza per usarla — dissi. — E non ti preoccupare di come ti parlo.

— Allora non ti importa di quel che ha fatto Anthony? — replicò. — Ti interessa solo che non usi quella parola?

Tirai un profondo sospiro e mi trattenni a stento dal non andare a sbattere contro la macchina davanti. — Che cos’ha fatto Anthony? — chiesi.

— Ha detto che non sono sexy — disse Astor. — Perché non ho le tette.

Restai qualche istante a bocca aperta, poi, per fortuna, mi ricordai che dovevo respirare. Chiaramente ero rimasto senza parole, ma era altrettanto chiaro che dovevo dire qualcosa. — Be’… io… uhm… — farfugliai. — Voglio dire, quasi nessuno ha le tette a dieci anni.

— È un gran bastardo — fece Astor, cupa. Poi aggiunse, mielosa: — Bastardo lo posso dire, vero, Dexter?

Aprii la bocca sul punto di borbottare qualcos’altro, ma prima che potessi pronunciare una sola sillaba, Cody parlò. — Qualcuno ci sta seguendo — dichiarò.

Lanciai uno sguardo allo specchietto retrovisore. Con quel traffico, era infatti impossibile stabilire se avessimo qualcuno alle calcagna. — Perché dici così, Cody? — domandai. — Come fai a dirlo?

Lo vidi alzare le spalle attraverso lo specchietto. — L’Uomo Ombra — fece.

Sospirai un’altra volta. Prima Astor con quella raffica di parolacce e adesso Cody con l’Uomo Ombra. Mi si prospettava un indimenticabile pomeriggio da genitore. — Ogni tanto anche l’Uomo Ombra si sbaglia — dissi.

Scosse il capo. — Stessa macchina.

— Stessa di cosa?

— La stessa che c’era nel parcheggio dell’ospedale — tradusse Astor. — Quella rossa, quando hai detto che quel tipo non ci stava guardando e invece lo faceva davvero. E anche adesso, ci sta seguendo anche se tu dici che non è così.

Mi piace pensare di essere una persona razionale, persino in situazioni irrazionali, come la maggior parte di quelle in cui sono coinvolti i bambini. Ma a questo punto mi parve di avergli permesso di dare un po’ troppo libero sfogo all’immaginazione e che gli servisse una piccola lezione. Inoltre, se avevo seriamente intenzione di seguire il mio proposito e incamminarmi sul Sentiero del Bene, dovevo cominciare a distoglierli dalle loro fantasie oscure, e questo era un buon momento.

— D’accordo — dissi. — Vediamo se ci sta seguendo davvero.

Mi spostai nella corsia di sinistra e misi la freccia. Nessuno ci imitò. — Vedete qualcuno? — feci.

— No — rispose Astor, torva.

Voltai a sinistra, accanto a un centro commerciale. — E adesso, qualcuno ci sta seguendo?

— No — ripeté Astor.

Accelerai e svoltai a destra. — E adesso? — continuai allegramente. — Abbiamo qualcuno dietro?

— Dexter — grugnì Astor.

Accostai di fianco a una casa qualunque, simile alla nostra, lasciando due ruote sull’erba e il piede sul freno. — E adesso? Qualcuno forse ci segue? — dissi teatralmente, cercando di non far trapelare eccessivamente la mia vittoria.

— No — sibilò Astor.

— Sì — fece Cody.

Mi voltai per rimproverarlo e restai di sasso. Perché oltre il lunotto posteriore, a circa un centinaio di metri, una macchina puntava lenta verso di noi. La luce del crepuscolo permise di distinguere i riflessi rossastri della carrozzeria mentre avanzava a passo d’uomo nella nostra direzione, chiazzata dalle ombre degli alberi che crescevano lungo la via. Il Passeggero Oscuro, come destato da quelle ombre, si stiracchiò con cura, distese le ali e lanciò un sibilo di allarme.

Senza pensarci su, diedi violentemente gas e feci inversione a u, lasciandomi alle spalle un pezzo di prato rovinato e rischiando di investire una cassetta delle lettere. Appena riguadagnò l’asfalto, l’auto sbandò leggermente. — Tenetevi forte — ordinai ai ragazzi e, in preda a un’emozione molto simile al panico, percorsi la strada a tutta velocità, per poi svoltare a destra e rientrare nella US1.

Vedevo l’altra auto alle mie spalle, ma, entrando nella superstrada, mi trovai in vantaggio e mi infilai rapidamente nel traffico. Ripresi di nuovo a respirare, un paio di volte, mentre mi lanciavo in mezzo a tre corsie di macchine rapidissime, e poi piegavo a sinistra. Passai che era già scattato il rosso e accelerai per mezzo chilometro, finché non scorsi uno spazio in mezzo alle auto in arrivo e con uno stridore di gomme svoltai a sinistra in un’altra tranquilla strada residenziale. Superai due incroci, girai nuovamente a sinistra e mi ritrovai in una parallela della US1. La via era buia e silenziosa e stavolta alle nostre spalle non si scorgeva nessuno, neanche una bicicletta.

— Okay — feci. — Forse l’abbiamo seminato.

Dallo specchietto vidi Cody fissare oltre il lunotto, poi si voltò e confermò le mie parole con un cenno del capo.

— Ma chi era, Dexter? — chiese Astor.

— Uno squilibrato qualunque — risposi, mostrandomi più sicuro di quanto in realtà mi sentissi. — Certa gente si diverte a spaventare gli altri, senza neanche sapere perché.

— Era lo stesso — fece Cody, cupo. — Lo stesso dell’ospedale.

— Non lo puoi sapere — dissi.

— Posso.

— Si tratta di una coincidenza — replicai. — Di due matti diversi.

— Lo stesso — insistette con sdegno.

— Cody — lo ripresi. Eppure sentivo l’adrenalina scorrermi nelle vene e non mi andava di discutere, così lasciai perdere. Da grande Cody avrebbe imparato che per gli sconfinati dintorni di Miami si aggirano individui eccentrici e fuori di testa, se non peggio. Non c’era modo di scoprire perché uno di questi ci avesse seguito, e neanche aveva importanza. Chiunque fosse stato, ora non c’era più.

Per sicurezza continuai a percorrere la parallela, nel caso che il nostro persecutore stesse sorvegliando la superstrada. Inoltre, mentre il sole tramontava, era più facile individuare qualcuno alle nostre spalle in una via come questa, buia e fiancheggiata da case, piuttosto che sotto le luci aranciate della US1. Comunque non c’era nulla da vedere: due o tre volte comparvero dei fanali nello specchietto retrovisore e ogni volta si trattava di un viaggiatore pendolare diretto a casa, che svoltava nella sua via e parcheggiava nel vialetto.

Raggiungemmo finalmente la traversa che portava alla nostra casetta. Svoltai e puntai con cautela verso la superstrada, guardando in tutte le direzioni. Scorsi soltanto il traffico e nessuna auto mi parve particolarmente sinistra, così quando scattò il verde attraversai l’US1 ed effettuai le due svolte che conducevano alla nostra via.

— Okay — dissi, non appena il nostro angolo di paradiso comparve alla vista. — Non dite niente alla mamma, mi raccomando. La fareste solo preoccupare. D’accordo?

— Dexter. — Astor si protese in avanti sul sedile e indicò la nostra casa. Seguii con lo sguardo il suo dito teso e inchiodai così forte che mi vibrarono i denti.

Una macchinetta rossa era parcheggiata proprio davanti a casa, il muso puntato verso di noi. Le luci e il motore erano accesi e non si vedeva all’interno, ma questo bastò a farmi percepire il rapido frullare delle ali oscure e il sibilo rabbioso del mio Passeggero, ormai del tutto sveglio.

— Restate qui, con le porte chiuse — intimai ai ragazzi, e porsi ad Astor il mio cellulare. — Se succede qualcosa, chiama il 911.

— Se sei morto, posso scappare in macchina? — chiese Astor.

— Resta qui e basta — ripetei, poi respirai a fondo, per confondermi con l’oscurità…

— Guarda che sono capace di guidare. — La bambina si slacciò la cintura di sicurezza e si protese verso il volante.

— Astor — la richiamai seccamente, mentre percepivo dentro l’eco di un’altra voce, quella gelida del Passeggero.

Uscii lentamente e mi piazzai di fronte all’altra automobile. Non c’era modo di vedere dentro l’abitacolo, né si percepiva alcun segno di pericolo: era soltanto una macchinina rossa con i fari e il motore acceso. Avvertii l’equivalente di un rullo di tamburo da parte del Passeggero: come se si sentisse pronto per l’azione, ma senza sapere bene quale; poteva trattarsi di una motosega fiammeggiante, come di una torta in faccia.

Avanzai verso il veicolo, cercando di progettare il da farsi, cosa praticamente impossibile, visto che non sapevo che cosa volesse quel tipo, né chi fosse. L’ipotesi che si trattasse di uno squilibrato qualsiasi non reggeva più… non ora che sapeva dove abitavo. Ma chi era? Chi poteva avercela con me? Intendevo dire tra i vivi, ovviamente. A una gran quantità di mie precedenti vittime sarebbe infatti piaciuto perseguitarmi, ma non erano in grado di compiere molte azioni, a parte decomporsi.

Avanzai ancora, tentando di mantenermi pronto a tutto, altra cosa impossibile. L’altra macchina continuava a non dare cenni di vita, e il Passeggero si limitava a qualche prudente e perplesso frullio d’ali.

Quando mi trovai a circa tre metri, il finestrino del guidatore si abbassò e io mi arrestai. Per un lungo istante non successe nulla, poi dal finestrino comparve un viso, un volto familiare che sfoggiava un radioso sorriso sintetico.

— Ti sembra bello? — fece. — Aspettare tutto questo tempo e neanche dirmi che sono diventato zio?

Era mio fratello Brian.

9

Non vedevo mio fratello da quella sera memorabile, parecchi anni prima, in cui ci eravamo ritrovati dopo tanto tempo da adulti, in un container al porto di Miami, e Brian mi aveva offerto un coltello, perché l’aiutassi a fare a pezzi il compagno di giochi da lui prescelto. Vi suonerà strano, ma non ne ero stato capace. Questo perché la prescelta era Deborah e la longa e morta manus di Harry aveva strapazzato talmente bene la mia ipotetica coscienza da impedirmi di farle del male… anche se io e Debs non eravamo consanguinei, mentre io e Brian sì.

Infatti, a quanto mi risultava, mio fratello era l’unico parente biologico che avessi, benché, visto ciò che avevo scoperto sulla nostra promiscua mammina, tutto fosse possibile. Per quel che ne sapevo, potevo avere anche una dozzina di mezzi fratelli e sorelle residenti in un campeggio per roulotte a Immokalee. In ogni caso, quello che condividevamo io e Brian andava ben oltre il nostro legame di sangue. Anche se… be’, lo si poteva definire allo stesso modo. Perché mio fratello era stato forgiato dal medesimo fuoco che mi aveva trasformato nell’Oscuro Dexter, un fuoco che gli aveva trasmesso lo stesso, insopprimibile desiderio di smembrare e affettare. Purtroppo Brian era cresciuto privo delle restrizioni del Codice di Harry ed era ben felice di poter sperimentare la sua arte su chiunque, a patto che fosse giovane e appartenesse al gentil sesso. Quando le nostre strade si erano incontrate per la prima volta, si stava dilettando con una serie di prostitute locali.

Nel mio ultimo ricordo di lui, si allontanava barcollando nella notte con un proiettile nel fianco. Era stato l’unico vantaggio che avevo potuto concedergli, considerando che c’era anche Deborah ed era ansiosa di interrogarlo come pubblico ufficiale. Evidentemente doveva aver ricevuto cure mediche, perché ora appariva in buona salute; forse era un po’ più vecchio, ovvio, ma continuava a somigliarmi molto. Aveva all’incirca la mia stessa altezza e corporatura, e anche i lineamenti sembravano una grossolana imitazione dei miei, oltre allo sguardo vuoto e canzonatorio che mi rivolse dalla sua macchinetta rossa.

— Hai ricevuto i miei fiori? — domandò.

Io annuii, andandogli incontro. — Brian — feci, affacciandomi al finestrino. — Ti trovo bene.

— Anch’io, fratellino — disse, senza smettere di sorridere. Allungò la mano e mi diede una pacca sulla pancia. — Vedo che hai messo su qualche chiletto… tua moglie dev’essere un’ottima cuoca.

— Lo è, infatti — risposi. — Si prende davvero cura di me. Corpo e… uhm… anima.

Discorremmo allegramente della vita che facevo in quel mondo idilliaco e pensai di nuovo quanto fosse bello conoscere qualcuno che ti capisce davvero. Ebbi un flash rapido e tentatore di quella notte trascorsa insieme, e rimpiansi di aver rinunciato al nostro legame… e forse lo rimpiangeva anche lui, per questo si era presentato lì.

Ma, ovviamente, niente è mai così semplice, specie per noi che dimoriamo nell’Oscuro Maniero; provai infatti un lieve moto di diffidenza. — Che cosa sei venuto a fare qui, Brian?

Scosse il capo con finto vittimismo. — Dubiti ancora di me? Della tua carne e del tuo sangue?

— Be’ — feci — insomma. Cioè, se consideriamo… uhm…

— Non posso darti torto — disse. — Perché non mi fai entrare e parliamo?

La proposta fu come un improvviso getto d’acqua fredda sul collo. Farlo entrare? Nella mia casa, dove l’altra esistenza, che io mantenevo accuratamente scissa, sonnecchiava nel suo candido letto? Potevo forse permettere che una macchia di sangue profanasse l’immacolato damasco del mio travestimento? Era un’idea orribile il cui semplice pensiero mi metteva in un imbarazzo spaventoso. Senza contare che non avevo detto a tutti di avere un fratello e, visto che in questo caso quel “tutti” era Rita, l’omissione l’avrebbe di certo stupita. Come potevo invitarlo a entrare… nel regno delle frittelle di Rita, dei DVD della Disney e delle lenzuola pulite? Presentare lui, per cui tutto è profano, al sacro cospetto di Lily Anne? Non aveva senso. Era un sacrilegio, una violazione blasfema di…

Di che cosa? Non si trattava forse del mio vero fratello? Dovevo smetterla di rifugiarmi sotto il manto dell’ipocrisia? Okay, potevo fidarmi di lui… ma fino a che punto? Non c’era il rischio che avrebbe attentato alla mia identità segreta, alla mia Fortezza della Solitudine… e anche a Lily Anne, la mia kriptonite?

— Basta con le masturbazioni mentali, fratello. — Brian interruppe i miei angoscianti voli pindarici. — Un po’ di decenza.

Colto di sorpresa, mi infilai inconsciamente le mani in tasca, continuando a dibattermi in cerca di una risposta coerente. Prima che riuscissi a elaborare anche solo una sillaba, sentii strombazzare un clacson e scorsi il visino stizzito di Astor che mi fissava al di là del parabrezza. Cody le era di fianco, vigile e silenzioso. Le labbra della bambina scandirono: — Avanti, Dexter! — Seguì un’altra strombazzata.

— I tuoi figliastri — osservò Brian. — Chissà che bestioline simpatiche. Me li fai conoscere?

— Uhm… — risposi, con palese severità.

— Forza, Dexter — disse Brian. — Mica li mangio. — Gli uscì una strana risatina per niente rassicurante, ma nello stesso tempo mi resi conto che, dopo tutto, si trattava di mio fratello… e Cody e Astor avevano dimostrato, in più situazioni, di non essere affatto indifesi. In fondo non c’era niente di male a fargli conoscere il loro… uhm… ziastro.

— Okay — acconsentii, e feci cenno ad Astor di raggiungerci. Sia lei che Cody si precipitarono fuori dall’auto a una velocità inusitata e si piazzarono davanti a noi, lasciando a Brian appena il tempo di uscire dalla macchina.

— Bene, bene — fece lui. — Che bei bambini!

— Lui è bello — lo corresse Astor. — Per ora io sono solo carina, poi quando mi cresceranno le tette diventerò sexy.

— Figurati se non sei bella — disse Brian, quindi si voltò verso Cody. — E tu, caro ometto, sei… — Si bloccò non appena incrociò il suo sguardo.

Cody continuava a fissarlo, le gambe aperte, le braccia rigide e penzoloni. I loro sguardi non si staccavano l’uno dall’altro e io colsi il frullare delle oscure ali che si dispiegavano e il diabolico saluto che i due spettri gemelli si tributavano sibilando. Negli occhi di Cody si leggeva uno stupore aggressivo. Osservò Brian per un lungo momento, senza che lui abbassasse lo sguardo, poi mi scrutò. — Come me — disse. — L’Uomo Ombra.

— Stupefacente — fece Brian, mentre Cody tornava a guardarlo. — Fratello, che cos’hai combinato?

— Fratello? — esclamò Astor, che rivendicava anche lei la sua parte di attenzioni. — Lui è tuo fratello?!

— Sì, esatto — risposi, poi mi rivolsi a Brian. — Io non ho combinato proprio nulla. È stato il loro padre biologico.

— Ci picchiava davvero forte — confermò Astor.

— Capisco — disse Brian. — Questo ha sostituito l’Evento Traumatico che ha dato origine a noi.

— Suppongo di sì — feci.

— E che cos’hai pensato di fare con questo splendido e intatto potenziale? — chiese Brian, senza staccare gli occhi da Cody.

Considerato che il mio piano era quello di educare i ragazzi secondo il Codice di Harry, ma che ora non ero più così certo nemmeno di quello, mi sentii come scaraventato in un terreno incredibilmente ostile, anche perché mi accorsi che non mi andava a nessun costo di discutere dell’argomento. — Entriamo — dissi. — Vuoi un caffè?

Brian staccò gli occhi vuoti dal viso di Cody e mi guardò. — Molto volentieri, fratello — e si avviò verso l’ingresso di casa, dopo aver lanciato un altro sguardo ai ragazzi.

— Non ci avevi mai detto di avere un fratello — osservò Astor.

— Come noi — aggiunse Cody.

— Non me l’avete mai chiesto — risposi, stranamente sulla difensiva.

— Avresti dovuto dircelo lo stesso — fece Astor, e Cody mi lanciò un silenzioso sguardo d’accusa, come se avessi violato la loro fiducia.

Ma Brian era già davanti alla porta, così accelerai il passo. I ragazzi ci seguivano, vistosamente contrariati; pensai che quella non sarebbe stata l’ultima volta in cui avrei sentito pronunciare simili parole. Che cos’avrei detto a Rita, quando mi avrebbe posto la stessa, inevitabile, domanda? Era ovvio che non le avevo mai rivelato di avere un fratello. Che cosa le potevo dire, visto e considerato che Brian era uguale a me, ma privo delle restrizioni imposte dal Codice di Harry? L’unica presentazione adeguata, per un tale Disinibito Dexter, sarebbe stata: “Lui è mio fratello… mettiti in salvo!”.

In ogni caso, non mi aspettavo di rivederlo dopo quel breve e vertiginoso incontro. Non sapevo neppure se fosse sopravvissuto. Chiaramente lo era… ma perché era tornato? Secondo la mia opinione, avrebbe fatto meglio a starsene lontano. Senza dubbio Deborah si sarebbe ricordata di Brian. Gli incontri come il loro non si dimenticano facilmente e, dopo tutto, lei era proprio il tipo di persona che ricava grande soddisfazione professionale dall’arrestare gente come lui.

Sapevo anche molto bene che non era tornato per il sentimento d’affetto che ci legava. Lui non provava sentimenti d’affetto. Allora perché era qui e come mi sarei dovuto comportare?

Brian si piazzò davanti alla porta principale e si voltò a guardarmi, inarcando il sopracciglio. Apparentemente, la prima cosa da fare sarebbe stata aprirgli e invitarlo a entrare. Così feci.

Mio fratello mi rivolse un piccolo inchino ed entrò, con Cody e Astor al seguito. — Che casa deliziosa — disse, curiosando con lo sguardo per il soggiorno. — Davvero accogliente.

Pile di DVD erano sparsi sul divano sbrindellato, mentre sul pavimento giaceva un mucchio di calze e sul tavolino erano abbandonati due cartoni vuoti per pizza. Rita era stata quasi tre giorni in ospedale e al suo ritorno non aveva ovviamente avuto la forza di mettere a posto. Nonostante anch’io prediliga gli ambienti ordinati, avevo avuto i miei impegni e la casa non rendeva al meglio. Vi regnava una confusione spaventosa.

— Mi dispiace — dissi a Brian. — C’è stato… uhm…

— Sì, lo so, un lieto evento — fece. — Le faccende domestiche sono una croce per tutti.

— Che vuol dire? — chiese Astor.

— Dexter? — chiamò Rita dalla camera da letto. — C’è… c’è qualcuno con te?

— Sono io — risposi.

— C’è suo fratello — disse Astor, provocatoria.

Ci fu una pausa, a cui seguì un fruscio concitato, poi comparve Rita, pettinandosi i capelli con una mano. — Suo fratello? — esclamò. — Ma non è… Oh! — Si bloccò di colpo, fissando Brian.

— Mia cara signora — esordì lui, in tono affettato e beffardo. — Lei è semplicemente incantevole. Dexter ha sempre avuto un certo occhio per la bellezza.

Rita portò le mani al viso, ansiosa. — Oh mio Dio, sono così malmessa — disse. — E la casa fa… Ma, Dexter, non mi avevi mai detto di avere un fratello, e questo è…

— Sono io, sicuro — fece Brian. — Perdoni il disturbo.

— Ma hai un fratello — continuò Rita. — E non me l’avevi mai detto.

Sentii muoversi la mia mascella, ma per quanto mi sforzassi di ascoltare, non percepii alcuna parola.

Brian mi guardava, realmente divertito, poi parlò. — Mi dispiace, è tutta colpa mia — dichiarò infine. — Dexter credeva che fossi morto da tempo.

— Esatto — confermai. Mi sentivo come uno dei Tre Marmittoni che riceve l’imbeccata dopo aver sbagliato battuta.

— Comunque… — obiettò Rita, tentando di sistemarsi i capelli. — Insomma, non hai mai… Avevi detto che eri… cioè, come hai potuto non dirmi…?

— È una triste storia — azzardai. — Non mi va di parlarne.

— Comunque… — ripeté Rita. Ci stavamo avventurando in un territorio sconosciuto, e io preferii glissare. Tentai invece di tornare su un terreno più solido, sparando l’unica frase che mi venne in mente: — Ci prendiamo un bel caffè?

— Oh — esclamò Rita. L’espressione risentita cedette il passo a uno sguardo di ansiosa colpevolezza. — Mi scusi… abbia pazienza… cioè, sì… si sieda, prego. — Si diresse verso il divano e rimosse la spazzatura che impediva il passaggio con pochi movimenti rapidi e precisi, in un tripudio di efficienza domestica. — Qui — disse a Brian con un cenno, ammucchiando da un lato l’accozzaglia di oggetti. — Prego… si sieda, e… Oh! Io sono Rita.

Brian si fece avanti con fredda galanteria e le prese la mano. — Piacere, Brian — disse. — Ma stia seduta, la prego; non avrebbe dovuto alzarsi così presto.

— Oh… — Rita arrossì. — Ma il caffè, dovrei…

— Sono sicuro che Dexter non è così sprovveduto da non saperlo preparare. — Brian inarcò il sopracciglio al suo indirizzo, e lei fece una risatina.

— Finché non prova, non lo sappiamo — disse Rita, e sprofondò nel divano con un sorriso affettato. — Dexter, potresti per piacere… Sono tre cucchiaini per sei tazze, metti l’acqua sul…

— Credo di sapermela cavare — dissi. Pazienza se apparivo scontroso, ma avevo le mie buone ragioni. Mentre Brian sedeva sul divano accanto a mia moglie, io gironzolavo in cucina a preparare il caffè. Stavo riempiendo meccanicamente la caffettiera nel lavandino, quando percepii dentro di me un quieto frusciare d’ali: il Passeggero si ritirava. Ma i gelidi neuroni del presumibilmente potente cervello di Dexter emanavano soltanto confusione e incertezza. La terra mi tremava sotto i piedi; mi sentivo esposto, minacciato e assalito dal crudele esercito della notte.

Perché mio fratello era tornato? E perché tutto ciò mi faceva sentire così insicuro?

10

Pochi minuti dopo avevo versato il caffè nelle tazze e le avevo sistemate su un vassoio con due cucchiaini e la zuccheriera. Avanzai con cautela verso il soggiorno e mi bloccai di colpo sulla soglia. La scenetta che mi si parò dinanzi grondava felicità domestica sotto ogni aspetto… ma io ne ero escluso. Mio fratello si era accomodato sul divano di fianco a Rita come se avesse sempre vissuto lì. Cody e Astor erano poco più in là, che lo scrutavano affascinati. Restai immobile sulla porta della cucina, a fissare il quadretto con un crescente senso di malessere. Vedere Brian lì, sul mio divano con Rita protesa verso di lui mentre parlava e Cody e Astor che guardavano… era troppo strano e surreale. Gli elementi non solo erano inconciliabili, ma anche molto fastidiosi, come entrare in una chiesa e trovarsi davanti gente che copula sull’altare.

Brian, ovviamente, era del tutto tranquillo. Immagino si tratti di uno dei grandi pregi del non provare emozioni; sembrava così a suo agio sul mio sofà come se fosse cresciuto lì. E, tanto per sottolineare ancora di più la sua appartenenza alla casa rispetto a me, mi vide che osservavo la scena e indicò con un cenno la poltrona accanto al divano.

— Siediti, fratello — disse. — Mettiti a tuo agio. — Rita si alzò di colpo, e Cody e Astor si voltarono a guardarmi mentre arrivavo con il caffè.

— Oh! — fece Rita, in un tono che mi parve leggermente colpevole. — Hai dimenticato la crema, Dexter. — E prima che qualcuno potesse fiatare, era scomparsa in cucina.

— Continui a chiamarlo fratello — disse Astor a Brian. — Perché non usi il suo nome?

Brian sbatté le palpebre, e un moto di empatia mi invase: dunque non ero l’unico a essere imbarazzato. — Non so — rispose lui — forse perché la scoperta della nostra parentela è stata per entrambi una sorpresa.

Cody e Astor si voltarono all’unisono a guardarmi.

— Sì — confermai, e a ragione. — Una completa sorpresa.

— Perché? — chiese Astor. — Un sacco di gente ha un fratello.

Non sapevo come spiegarlo, così presi tempo posando il vassoio e sprofondando nella poltrona.

Ancora una volta fu Brian a rompere il silenzio. — C’è anche un sacco di gente che ha una famiglia — disse. — Come voi due. Invece mio fratell… Dexter e io non ce l’abbiamo. Siamo stati… uhm… abbandonati. In circostanze decisamente sgradevoli. — Si esibì ancora una volta in quel sorriso luminoso, e in quell’istante fui quasi certo che dietro non vi fosse nulla di sincero. — Io in particolare.

— In che senso? — domandò Astor.

— Ero orfano — spiegò Brian. — Mi avevano dato in affido. Sono cresciuto cambiando tante case diverse: non piacevo a nessuno, né mi volevano, ma erano pagati per tenermi.

— Dexter una casa ce l’aveva — osservò Astor.

Brian annuì. — Sì. E adesso ne ha anche un’altra.

Sentii un paio di artigli gelidi premermi contro la schiena, senza capirne il motivo. Le parole di Brian non erano minacciose, certo, eppure…

— Voi due dovete rendervi conto di come siete fortunati — continuò Brian — ad avere una casa… e anche qualcuno che vi capisca. — Mi guardò e sorrise un’altra volta. — E ora i qualcuno sono diventati due. — E lanciò ai ragazzi un’artificiale e spaventosa strizzata d’occhio.

— Intendi dire che vuoi venire a stare da noi? — chiese Astor.

Il sorriso di Brian continuava ad allargarsi. — Può essere — disse. — A che cosa serve altrimenti la famiglia?

La sua frase mi spinse all’azione, così scattai verso di lui neanche mi avessero bruciato la schiena. — Ne sei sicuro? — chiesi, mentre le parole mi si accartocciavano in bocca, gelide. Continuai a farfugliare. — Insomma, cioè… uhm… è stato bellissimo rivederti eccetera, ma… la cosa è piuttosto rischiosa.

— Rischiosa in che senso? — chiese Astor.

— Sono uno che sta attento — mi disse Brian — lo sappiamo bene tutti e due.

— È solo che… Deborah potrebbe passare da queste parti — feci.

— Nelle ultime due settimane non è passata — disse. Inarcò il sopracciglio. — O sbaglio?

— Come lo sai? — domandò Astor. — Che cosa ti interessa se zia Deborah passa di qui?

Fu molto interessante sentir dire “due settimane” e scoprire esattamente da quanto tempo Brian ci stesse spiando. Ignorammo entrambi la domanda di Astor, perché comportava una spiegazione troppo impegnativa. Se mia sorella avesse trovato Brian qui, saremmo finiti entrambi nei guai. Ma l’affermazione di mio fratello era vera: Deborah non passava spesso da queste parti. Non me n’ero mai realmente domandato il motivo, ma, alla luce della sua recente crisi per il fatto che io avevo messo su famiglia prima di lei, immaginai che la cosa la facesse soffrire.

Per mia fortuna mi ero appena risparmiato un’altra lezione sulle dinamiche familiari, quando Rita irruppe in soggiorno con il bricco del latte e un piatto di biscotti. — Ecco qua — disse, presentando gli oggetti secondo una disposizione perfetta. Dopo tutto, si trattava dell’Irriducibile Rita, la Regina della Casa e della Cucina. — Dexter, c’è quella miscela di caffè giamaicano che ti piace tanto. Hai usato quella? — Annuii in silenzio, mentre sistemava le cose sul tavolino. — Perché, se piace a te, magari piace anche a tuo fratello. — Mise talmente l’accento sulla parola “fratello” che era impossibile non percepirlo.

— Ha un profumo delizioso — osservò Brian. — Mi sento già meglio.

Le sue parole erano così palesemente finte che ero convinto che Rita gli avrebbe rivolto una smorfia infastidita. Invece, quando tornò a sedersi, arrossì lievemente e gli porse la tazza. — Gradisce il latte e lo zucchero?

— Oh, no — rispose Brian, lanciandomi un sorrisetto. — Mi piace molto scuro.

Rita girò il manico della tazza nella sua direzione e vi accostò un tovagliolino. — A Dexter, invece, lo zucchero piace — disse.

— Mia cara — mormorò Brian — devo dire che l’ha trovato.

Non sapevo quale orribile sofferenza avesse trasformato Brian nel Principe della Simulazione, ma pensai comunque che il non provare vergogna potesse essere un ottimo punto di partenza. Mi ero sempre vantato di riuscire a mostrarmi mellifluo e allo stesso tempo credibile; lui non aveva imparato a fare né l’uno né l’altro. I suoi complimenti erano grossolani, ovvio, e apertamente falsi. Più passava il tempo, prima con altri caffè, poi con la pizza, perché naturalmente mio fratello dovette fermarsi a cena, più la sua ipocrisia diventava palese. Cominciai ad augurarmi che si aprissero i cieli e un fulmine lo incenerisse, o almeno che una voce interiore gli intimasse di piantarla, come avrebbe detto Harry. Invece, più i complimenti e le lusinghe di Brian si facevano esagerati, più Rita si rallegrava. Persino Cody e Astor lo fissavano in silenzio, rapiti.

Al culmine della mia sofferenza, quando Lily Anne cominciò ad agitarsi nella stanza accanto, Rita la portò in soggiorno per farla vedere. Brian, riconoscente per il grande privilegio, ne lodò i piedini, il nasino, i ditini perfetti e persino il modo in cui piangeva. E Rita si beveva tutto: sorrideva, annuiva, addirittura si sbottonò la camicetta e allattò pubblicamente Lily Anne.

Nel complesso, non passavo una serata così sgradevole da… be’, a dire il vero, proprio dall’ultima volta che avevo rivisto Brian. Anzi, questa era ancora peggio, dato che non potevo dire né fare nulla… anche perché non avevo argomenti per prendermela. Dopo tutto, come Rita sottolineò con gioia ben tre volte, eravamo una famiglia. Allora perché non sederci tutti insieme a mentirci allegramente? Non è così che fanno le famiglie?

Quando mio fratello finalmente si alzò erano le nove, e Rita e i ragazzi erano tutti emozionati per avere conosciuto il nuovo parente, lo zio Brian. Quello vecchio, il distrutto e disperato papà Dexter, sembrava l’unico a essere nervoso, preoccupato e confuso.

Accompagnai Brian alla porta, mentre Rita lo salutava con un caloroso abbraccio, raccomandandogli di tornare spesso a trovarci. Cody e Astor gli strinsero entrambi la mano in un modo che definirei servile.

Ovviamente non avevo avuto occasione di parlare con mio fratello in privato, perché la sua folla di ammiratori gli era stata addosso tutta la sera. Decisi dunque di scortarlo alla macchina, sbattendo la porta in faccia ai suoi fan.

Proprio mentre saliva sul piccolo veicolo rosso, Brian si voltò e mi guardò. — Hai una splendida famiglia, fratello — disse. — Un capolavoro di felicità domestica.

— Continuo a non capire che cosa sei venuto a fare qui — dissi.

— Davvero? — replicò. — Non ti sembra ovvio?

— Orribilmente ovvio — dissi. — Ma non completamente chiaro.

— E così duro da capire che voglio avere una famiglia?

— Sì.

Piegò la testa da un lato e mi scrutò con uno sguardo totalmente vuoto. — Non è stato proprio questo che ci ha riavvicinato la prima volta? — disse. — Non ti sembra una cosa del tutto normale?

— Potrebbe esserlo — replicai. — Ma noi non siamo normali.

— Hai ragione… ahimè — disse con il suo tono melodrammatico. — Ma, nonostante ciò, mi sono sorpreso a pensarci. E a pensare a te. Al mio unico, vero parente.

— A quanto ci risulta. — Con mio grande stupore mi accorsi che Brian stava pronunciando la stessa frase nello stesso istante e, non appena lo notò, dischiuse le labbra in un largo sorriso.

— Lo vedi? — fece. — Con il DNA non si discute. Siamo legati l’uno all’altro, fratello. Siamo una famiglia.

Anche se lo stesso concetto mi era stato ripetuto allo sfinimento durante la serata e continuava a rimbombarmi nelle orecchie mentre Brian si allontanava, la cosa non riuscì affatto a rassicurarmi, e quando andai a letto continuai a sentire quegli artigli gelidi arrampicarsi lenti lungo la mia schiena.

11

Trascorsi una notte agitata, con brevi momenti di sonno alternati a lunghi e insidiosi periodi di veglia tormentata. Un terrore senza nome mi assaliva, come se una tremenda creatura mi spiasse istigata da una sorda inquietudine del Passeggero, che stavolta, disorientato com’ero, mi appariva del tutto indecifrabile. Avrei potuto rinchiudere tale creatura nella sua gabbia e godermi qualche ora di felice incoscienza… ma poi ci si metteva Lily Anne.

La cara, dolce, preziosa e insostituibile Lily Anne, cuore e anima del nuovo essere umano Dexter, possedeva un altro, meraviglioso talento che andava ben al di là del suo fascino più ovvio. Era dotata di un paio di polmoni incredibilmente potenti e intendeva renderci partecipi di questo suo dono, ogni venti minuti, per tutta la notte. Inoltre, per via di chissà quale capriccio di madre natura, ogni volta che riuscivo a scivolare in un raro episodio di sonno, esso coincideva esattamente con le grida di Lily Anne.

Rita non sembrava per nulla infastidita dal rumore, ma non per questo suscitava il mio apprezzamento. Infatti, quando la bambina gridava, diceva: “Portamela qui, Dexter” apparentemente senza svegliarsi, poi cadevano entrambe addormentate finché Rita, sempre senza aprire gli occhi, diceva: “Rimettila a posto”. Così io barcollavo verso la culla e risistemavo con cura Lily Anne sotto le coperte, supplicandola in silenzio di dormire almeno per un’ora.

Ma quando tornavo a letto, anche al buio e in un momento di relativa calma, non riuscivo a prendere sonno. Mi giravo e rigiravo, proprio come da disprezzato cliché, senza che nessuna posizione mi desse conforto. E nei rari periodi in cui mi assopivo, non so perché sognavo, ma non si trattava mai di sogni allegri. In genere non mi succede mai; credo infatti che l’atto del sogno sia legato al possesso dell’anima e, essendo abbastanza certo di non esserne dotato, quando dormo è come se fossi felicemente decerebrato, privo delle interferenze del subconscio.

Eppure, nelle umide profondità notturne, Dexter sognò. Le immagini erano contorte e attorcigliate come le lenzuola: Lily Anne stringeva un coltello nel pugnetto, Brian precipitava in una piscina di sangue, mentre Rita allattava Dexter, Cody e Astor e intanto nuotava nella stessa, orribile, piscina rossa. L’essere privi di senso era tipico di questi sogni surreali, eppure non fecero altro che inquietarmi interiormente, e quando l’indomani finalmente mi alzai dal letto, ero tutt’altro che riposato.

Mi trascinai in cucina. Rita mi sbatté davanti il caffè, senza un’ombra della cura dimostrata nel porgere la tazza a Brian. Tuttavia parve intercettare il mio molesto pensiero, neanche mi leggesse nella mente.

— Brian sembra una persona così in gamba — disse.

— Già — feci, e pensai che sembrare non vuol affatto dire essere.

— Ai ragazzi piace molto — continuò, incrementando il vago senso di sconforto che la mia coscienza ancora sonnolenta non aveva fatto nulla per scacciare.

— Sì, uhm… — Trangugiai una sorsata di caffè, sperando silenziosamente che la bevanda facesse il suo dovere e mi risintonizzasse il cervello. — In realtà, non ha mai avuto a che fare con bambini, e…

— Be’, quindi sarà molto positivo per tutti — disse Rita, allegra. — Si è mai sposato?

— Non credo — risposi.

— Non lo sai? — fece lei, indignata. — Insomma, Dexter, siamo seri… è tuo fratello.

Sarà stata la mia nuova umanità a farmi esplodere, ma alla fine la rabbia si aprì un varco nella mia nebbia mattutina. — Rita — replicai irato — lo so benissimo che è mio fratello. È inutile che continui a ripetermelo.

— Avresti dovuto dirmelo.

— Ma non l’ho fatto — constatai, e anche se poteva apparire un po’ bizzarro, stando ai fatti era vero. — E adesso possiamo cambiare ritornello?

Sembrava che Rita avesse molto altro da dire in materia, ma, saggiamente, si morse la lingua. Lasciò però crude le mie uova fritte e fu con un vero e proprio senso di liberazione che presi Cody e Astor e uscii dalla porta. E ovviamente, visto che la vita è fatta per soffrire, i bambini erano sintonizzati sullo stesso canale della madre.

— Perché non ci hai mai parlato di zio Brian, Dexter? — domandò Astor, mentre mettevo in moto.

— Pensavo che fosse morto — risposi, tentando di dare un tono conclusivo alla mia voce.

— Perché noi non abbiamo nessun altro zio — continuò. — Tutti ce l’hanno, eccetto noi. Melissa ne ha cinque.

— Melissa dev’essere una bambina speciale. — Scartai di lato per evitare un grosso SUV fermo senza motivo in mezzo alla strada.

— Quindi siamo contenti di avere uno zio — disse Astor. — E siamo contenti che sia zio Brian.

— È forte — aggiunse Cody.

Ovviamente, avrei dovuto rallegrarmi del successo di mio fratello, invece non fu affatto così. Semplicemente contribuì ad acuire quel meschino senso di tensione che si era sviluppato in me dalla prima volta in cui l’avevo visto. Brian aveva in mente qualcosa, ne ero certo, com’ero certo di chiamarmi Dexter, e finché non avessi scoperto di che cosa si trattava, quel costante senso di minaccia mi avrebbe perseguitato. Infatti, quando portai i ragazzi a scuola e mi recai al lavoro, ancora non se n’era andato.

Per una volta, lungo le strade di Miami, non era ancora comparso nessun cadavere tagliato a pezzi a spaventare i turisti. Quasi a sottolineare tale inusuale evento, Vince Masuoka aveva portato le ciambelle. Considerate le episodiche aggressioni subite nella mia vita domestica, furono da me molto gradite e stabilii che necessitavano di un rinforzo positivo. — Ave, o ciambelle, Dexter vi saluta! — esclamai, mentre Vince avanzava con il cartone colmo di dolci.

— Ave, Dexterus Maximus — disse. — Reco tributi da parte dei Galli.

— Ciambelle francesi? — dissi. — Non avranno il prezzemolo, vero?

Vince aprì il coperchio, rivelando file di lustre ciambelle. — Niente prezzemolo e niente ripieno alle lumache — fece. — Ma sono farcite di crema bavarese.

— Annuncerò al Senato di decretare il trionfo in tuo onore — dissi, e ne afferrai rapidamente una. In un mondo fondato sui principi dell’amore, della saggezza e della compassione, ciò avrebbe modificato in positivo lo spiacevole corso che stava prendendo la mia giornata. Purtroppo, invece, un mondo simile non ci appartiene, così la ciambella riuscì a malapena ad assestarsi nel mio stomaco, quando il telefono sulla scrivania cominciò a reclamare le mie attenzioni. Non so perché, ma dal modo in cui suonava, avrei scommesso che si trattava di Deborah.

— Che cosa stai facendo? — domandò, senza neanche dirmi ciao.

— Sto digerendo una ciambella — risposi.

— Vieni a farlo su nel mio ufficio — replicò, e riattaccò.

Non è facile discutere con qualcuno che ha appena staccato la linea, e di sicuro lo sapeva anche Deborah, così, piuttosto di compiere l’improbo sforzo di digitare il suo numero, mi diressi verso la sua postazione alla sezione Omicidi. A essere corretti, non si trattava tanto di un ufficio, quanto di un open space con pareti divisorie. Non mi parve comunque dell’umore giusto perché mi mettessi a cavillare, perciò lasciai correre.

Deborah era seduta alla scrivania e stringeva una specie di verbale. Il suo nuovo socio, Deke, se ne stava accanto alla finestra con un’espressione di vacuo e divertito distacco stampata sul viso belloccio.

— Guarda qui — disse Deborah, agitando violentemente i fogli. — Ci credi a queste stronzate?

— No — risposi. — Perché a questa distanza non riesco a leggerle.

— Mister Fossetta sul Mento ha interrogato la famiglia Spanos — disse, indicando Deke.

— Oh… ehi — fece lui.

— E ha individuato un sospetto.

— Una persona di interesse per le indagini — precisò Deke, serio, in poliziottese. — Non esattamente un sospetto.

— È l’unica fottuta pista che abbiamo, e tu ci sei stato sopra tutta la notte — ringhiò mia sorella. — L’ho scoperto la mattina dopo alle nove e mezzo, leggendo quel cazzo di verbale.

— Dovevo batterlo al computer — protestò lui, leggermente seccato.

— Con due ragazze scomparse, il capitano che mi sta al culo e la stampa che spera in uno scandalo tipo Three Mile Island, tu ti metti a battere al computer senza dirmi niente?

— Ehi, va bene, e che cazzo. — Deke strinse le spalle.

Deborah digrignò i denti. Dico sul serio; l’ho sempre letto nei romanzi, specie in quelli di fantasia, ma non ho mai creduto che succedesse davvero, invece ecco qua. La osservai affascinato mentre digrignava i denti. Stava per dire qualcosa di molto forte, invece gettò il verbale sulla scrivania. — Va’ a prendere il caffè, Deke — fece infine.

Deke si alzò, le puntò il dito addosso con uno schiocco secco e disse: — Latte e due cucchiaini di zucchero — poi si incamminò disinvolto verso la macchinetta nel corridoio.

— Credevo che il caffè ti piacesse nero — osservai, quando Deke se ne fu andato.

Deborah si alzò. — Se questa fosse l’ultima delle sue cazzate, sarei la donna più felice del mondo — disse. — Vieni.

Stava già camminando in corridoio, dalla parte opposta di Deke, e ancora una volta ogni mia protesta sarebbe stata irrilevante. La seguii dunque con un sospiro, chiedendomi dove avesse imparato questo suo modo di fare, forse sul Manuale di management per aspiranti bulldozer.

La raggiunsi davanti all’ascensore. — Chiedere dove stiamo andando è troppo, vero? — feci.

— Da Tiffany Spanos — disse, pigiando due o tre volte il pulsante di discesa. — La sorella maggiore di Tyler.

Mi ci volle un momento, ma quando le porte dell’ascensore si aprirono, me ne ricordai. — Tyler Spanos — dissi, seguendola nella cabina. — La ragazza scomparsa insieme a… uhm… Samantha Aldovar.

— Già. — Le porte si chiusero e cominciò la discesa. — Il Ritardato ha parlato con Tiffany della sorella. — Immaginai che con il termine “Ritardato” si riferisse a Deke, e annuii. — Gli ha detto che per un po’ Tyler si era fissata con il gotico e a una festa ha incontrato questo tipo, un gotico integralista.

Ho sempre condotto una vita morigerata, ma so che il gotico è una specie di movimento in voga tra adolescenti complessate e fastidiosamente depresse. A quanto mi risulta, consiste nell’andare in giro pallidi e vestiti di nero, e forse ascoltare musica techno-pop europea, sbavando davanti ai DVD di Twilight. Non mi sembrava che c’entrasse molto con gli integralisti. Ma la fantasia di Deborah non aveva confini.

— Posso chiederti che cosa intendi per “gotico integralista”? — domandai umilmente.

Deborah mi lanciò un’occhiata. — Quel tipo è un vampiro — disse.

— Sul serio? — feci, e ammetto che la cosa mi sorprese. — Di questi tempi? Qui a Miami?

— Già — fece, e le porte dell’ascensore si aprirono. — Ha pure i canini appuntiti — aggiunse, uscendo.

Mi affrettai a seguirla. — Allora stiamo andando a trovare questo tipo? — chiesi. — Come si chiama?

— Vlad. Un nome d’effetto, eh?

— Vlad e poi?

— Non lo so.

— Ma sai almeno dove vive? — domandai speranzoso.

— Lo troveremo — dichiarò, e si diresse verso l’uscita.

Decisi che quand’è troppo è troppo. La presi per un braccio e lei si voltò a fissarmi. — Deborah — le dissi — si può sapere che cosa diavolo stiamo per fare?

— Ancora un minuto in compagnia di quel decerebrato tutto muscoli e mi sarebbe passato di mente — rispose. — Devo uscire di qui. — Si divincolò dalla mia stretta, ma io la trattenni.

— Anch’io come tutti gli altri non vedo l’ora di fuggire terrorizzato dal tuo socio — dissi. — Ma dobbiamo trovare qualcuno di cui non sappiamo né il cognome né dove vive. Dove andiamo quindi?

Deborah tentò di nuovo di liberarsi e stavolta ci riuscì. — In un Internet café — dichiarò. — Non sono stupida. — A prima vista per stupido passavo io, che la seguivo nel parcheggio come uno schiavetto.

— Il caffè lo offri tu — dissi a voce piuttosto bassa, mentre le correvo dietro.

C’era un Internet café a pochi isolati di distanza, così in un batter d’occhio mi ritrovai seduto di fronte a una tastiera con una tazza di buon caffè in mano e un’impaziente Deborah che si agitava al mio fianco. Mia sorella è una tiratrice scelta, e senza dubbio sarà dotata di molte altre qualità, ma metterla davanti a un computer è come chiedere a un asino di ballare la polka. Infatti, molto saggiamente, lasciò a me il controllo delle ricerche su Google.

— Okay — feci. — Posso cercare il nome “Vlad”, ma…

— Odontoiatria cosmetica — disse seccamente. — Non fare il coglione.

Annuii; in effetti era la mossa più furba, ma dopo tutto l’investigatrice capo era lei. Dopo qualche istante, avevo una lista con dozzine di nominativi di dentisti di Miami, tutti che praticavano odontoiatria cosmetica. — Devo stamparla? — chiesi a Debs.

Mia sorella la guardò e si morse il labbro così forte da farmi credere che presto anche lei avrebbe avuto bisogno di un dentista. — No — rispose, afferrando il cellulare. — Mi è venuta un’idea.

L’idea doveva essere davvero top secret, perché non me la disse, ma chiamò un numero che aveva memorizzato nella rubrica veloce e dopo pochi secondi sentii: — Parla Morgan. Dammi il numero di quel dentista della Scientifica.

Scarabocchiò nel vuoto, per farmi capire che le serviva una penna. Ce n’era una vicino alla tastiera e gliela passai, insieme a un pezzetto di carta raccattato dal cestino.

— Okay — disse. — Dottor Gutmann, si chiama. Ah-hah. — Scrisse il numero e chiuse la comunicazione.

Lo chiamò subito. Parlò per un minuto con una centralinista, poi notai che batteva il tempo con il dito e dedussi che dovevano averla messa in attesa con una musichetta. Infine il dentista prese la linea.

— Dottor Gutmann — fece Deborah. — Qui parla il sergente Morgan. Mi serve il nome di un dentista della zona che possa aver affilato i canini a un tipo perché somigli a un vampiro. — Gutmann disse qualcosa che la sorprese. Debs scarabocchiava sul pezzo di carta e intanto diceva: — Ah-hah. Ho capito, grazie. — Poi richiuse il cellulare. — Ha detto che ci può essere un solo dentista in città così cretino da fare una cosa simile. Il dottor Lonoff di South Beach.

Lo individuai rapidamente nella lista. — Sta proprio dietro Lincoln Road — osservai.

Deborah si era già alzata e mi aspettava fuori dalla porta. — Avanti — disse, e ancora una volta il Diligente Dexter si mise in marcia e la seguì.

12

L’ufficio del dottor Lonoff si trovava al piano terra di un palazzo relativamente antico, situato in una traversa a un paio di isolati dal Lincoln Road Mail. Si trattava di uno di quegli edifici in stile semidéco che una volta infestavano South Beach, graziosamente restaurato e dipinto di un luminoso color verdino. Passammo davanti a una scultura geometrica che sembrava una lezione su come fare sesso in un bidone di ferraglia, finché non raggiungemmo una porta che annunciava: Dottor J. LONOFF: ODONTOIATRIA COSMETICA.

— Immagino sia questo — dissi, cercando di imitare David Caruso in CSI: Miami.

Deborah mi lanciò un’occhiataccia e aprì la porta. Il receptionist era un afroamericano magrissimo, rasato e con dozzine di piercing alle orecchie, al naso e alle sopracciglia. Portava un camice color lampone e una collanina d’oro. Un cartello sulla scrivania recitava: LLOYD. Al nostro ingresso ci rivolse un radioso sorriso e disse: — Salve! Posso aiutarvi? — nello stesso tono di: “Comincia la festa!”.

Deborah estrasse il distintivo. — Sono il sergente Morgan, della polizia di Miami. Ho bisogno di parlare con il dottor Lonoff.

Il sorriso di Lloyd si fece ancora più radioso. — Al momento è impegnato con un paziente. Potete aspettare un paio di minuti?

— No — fece Deborah. — Devo parlargli adesso.

Lloyd parve un po’ confuso, ma non smise di sorridere. Aveva denti grandi, bianchissimi e perfettamente regolari. Se erano opera del dottor Lonoff, aveva fatto davvero un buon lavoro. — Potete anticiparmi di che cosa si tratta?

— Si tratta di me che torno con un mandato e controllo il suo registro dei farmaci, se non si fa trovare qui nel giro di trenta secondi — dichiarò Deborah.

Lloyd si leccò le labbra, esitò un istante, infine si alzò. — Vado ad avvisarlo che siete arrivati — disse, e scomparve oltre una parete curva, nel retro dell’ufficio.

Il dottore anticipò la deadline dei trenta secondi di due secondi netti. Comparve ansimando da dietro la parete: si asciugava le mani in una salvietta e sembrava distrutto. — E voi chi diavolo siete… e che cosa c’entra il mio registro dei farmaci?

Deborah gli si parò davanti e lo fissò. Per essere un dentista sembrava piuttosto giovane, all’incirca sulla trentina, e a dire il vero pareva un po’ troppo gonfio, come se fosse più dedito al sollevamento pesi che alle otturazioni.

Anche Deborah doveva averlo notato. Lo squadrò dalla testa ai piedi, poi domandò: — È lei il dottor Lonoff?

— Sì — rispose, ancora trafelato. — Lei chi diavolo è?

Mia sorella mostrò un’altra volta il distintivo. — Sergente Morgan, della polizia di Miami. Devo farle qualche domanda su un suo paziente.

— Le dico io che cosa deve fare — dichiarò l’uomo con l’autorità che gli permetteva la sua professione. — Smetterla di fare la soldatessa d’assalto e spiegarmi che succede. Ho un paziente che mi attende in poltrona.

La mascella di Deborah si irrigidì e, conoscendola, mi preparai a un paio di round di lotta verbale; lei si sarebbe rifiutata di rivelare ogni dettaglio, perché erano affari della polizia, mentre lui si sarebbe rifiutato di farla accedere ai suoi archivi, perché i dati medici sono protetti da privacy, e sarebbero andati avanti così per un po’, a giocare carte sempre più alte, con me che li guardavo, sperando che la partita si interrompesse almeno in tempo per la pausa pranzo.

Stavo già per accomodarmi in poltrona con una copia del “Golf Digest” tra le mani, quando Deborah mi sorprese. Trasse un profondo respiro e disse: — Dottore, due ragazzine sono scomparse e l’unica pista che ho è quella di un tipo con i denti affilati come i vampiri. — Respirò un’altra volta e lo guardò negli occhi. — Ho bisogno di aiuto.

Non mi sarei ulteriormente stupito se il soffitto si fosse squagliato rivelando un coro di angeli che cantavano Il ballo del qua qua. Non avevo mai visto Deborah aprirsi a tal punto e mostrarsi così vulnerabile e mi chiesi se avessi dovuto indirizzarla a una consulenza psicologica. Anche il dottor Lonoff dovette aver avuto lo stesso pensiero. La fissò incredulo per qualche lungo secondo, poi lanciò un’occhiata a Lloyd.

— Non credo mi sia possibile — disse. Sembrava ancora più giovane dei trent’anni che dimostrava. — I dati sono riservati.

— Questo lo so — fece Deborah.

— Un vampiro? — ripeté Lonoff. Si abbassò il labbro inferiore, mostrando i denti. — Canini come questi?

— Esatto — confermò Deborah. — Come zanne.

— È una corona speciale — spiegò allegramente. — Me le ha fatte un messicano, un vero artista. Per il resto si segue la procedura standard di qualsiasi corona e i risultati sono di grande effetto, lo devo ammettere.

— Le avete messe a tanta gente? — Deborah apparve lievemente sorpresa.

Il dentista scosse il capo. — A un paio di dozzine — disse.

— Cerchiamo un giovane — continuò mia sorella. — Probabilmente intorno ai vent’anni.

Lonoff contrasse le labbra e rifletté. — Allora saranno stati tre o quattro — disse.

— Si chiama Vlad.

Il dottore sorrise e scosse il capo. — Non mi risulta nessuno con quel nome. Ma non mi stupirebbe se si facessero chiamare tutti così. Diciamo che è un nome in voga tra tutta quella gente.

— Perché, sono in tanti? — domandai. L’idea che a Miami ci fosse una gran quantità di vampiri, veri o falsi che fossero, mi inquietava un po’… anche solo per motivi estetici. Il total black andava di moda a New York, l’anno scorso.

— Be’, non sono in tanti. Almeno quelli che vogliono farsi i canini appuntiti — osservò Lonoff, dispiaciuto. Poi alzò le spalle.

— Comunque hanno i loro locali, i rave dedicati, eccetera. E praticamente un mondo.

— A me basta trovarne uno solo — intervenne Deborah, sfoggiando la sua antica impazienza.

Lonoff la guardò e annuì, tendendo inconsciamente i muscoli del collo. Per poco non gli scoppiò il colletto della camicia. Si morse ripetutamente le labbra e infine, come se avesse riflettuto, disse:

— Lloyd, dagli una mano a cercarli sui dati delle fatture.

— Okay, dottore.

Lonoff porse la mano a Deborah. — Buona fortuna… ehm… sergente?

Mia sorella gliela strinse. — Esatto.

Il dottor Lonoff la strinse un po’ più a lungo del dovuto e, proprio mentre pensavo che Deborah gliel’avrebbe strappata via, lui sorrise e aggiunse: — Se le interessa, le potrei sistemare quell’overbite.

— Grazie — disse Debs, ritirando la mano. — Ma mi piace così.

— Ah-hah — fece Lonoff. — Be’, in questo caso… — Diede a Lloyd una pacca sulla spalla, e soggiunse: — Aiutali tu. Ho un paziente che mi attende. — E dopo aver lanciato un ultimo, bramoso sguardo alla dentatura sporgente di Deborah, si voltò e scomparve di nuovo nel retro.

— Mettiamoci qui — fece Lloyd. — Al computer. — Indicò la scrivania a cui sedeva quand’eravamo entrati. Lo seguimmo.

— Avrò bisogno di alcuni parametri — disse.

Deborah mi guardò perplessa, come se avesse parlato in una lingua sconosciuta… e per lei suppongo fosse così, visto che non masticava il computerese.

Perciò, ancora una volta, ruppi l’imbarazzante silenzio e la salvai. — Sotto i ventiquattro — dissi. — Maschio. Canini appuntiti.

— Grande — fece Lloyd, e si mise a digitare sulla tastiera.

Deborah lo scrutava impaziente. Dall’altra parte della sala d’attesa, in un angolo vicino alle riviste, c’era un acquario con pesci di mare. Mi parve un po’ affollato, ma forse alle bestiole piaceva così.

— Trovato — disse Lloyd. Mi voltai in tempo per vedere un foglio uscire ronzando dalla stampante. Lloyd lo prese e lo porse a Deborah, che glielo strappò di mano e lo scrutò. — Ci sono soltanto quattro nomi — fece il ragazzo, con lo stesso tono dispiaciuto del dottor Lonoff, e io mi domandai se ricevesse una percentuale su ogni paio di zanne.

— Merda — disse Deborah, scorrendo la lista.

— In che senso merda? — chiesi. — Volevi più nomi?

Diede un colpetto con le dita al foglio. — Il primo nome — esordì. — Acosta. Ti dice qualcosa?

Annuii. — Mi dice guai. — Joe Acosta era una figura di spicco della politica locale, un consigliere di contea della vecchia scuola, che continuava a esercitare la sua influenza come si faceva una cinquantina d’anni prima a Chicago. Se il nostro Vlad era suo figlio, potevamo aspettarci una doccia di merda. — Che sia un altro? — domandai speranzoso.

Deborah scosse il capo. — L’indirizzo è lo stesso. Cazzo.

— Forse non è lui — fece Lloyd, fiducioso.

Lei lo fulminò, e il suo radioso sorriso svanì, neanche gli avesse sferrato un calcio nell’inguine. — Forza — fece Debs, precipitandosi alla porta.

— Grazie per l’aiuto — dissi a Lloyd, ma lui si limitò ad annuire, come se mia sorella gli avesse succhiato via tutta la gioia di vivere.

Quando la raggiunsi, era già in macchina con il motore acceso. — Forza — gridava dal finestrino. — Salta su. — Partì ancora prima che avessi chiuso la portiera.

— Sai — le suggerii, allacciandomi le cinture — potremmo lasciare Acosta per ultimo. Potrebbe benissimo essere uno degli altri.

— Tyler Spanos va alla Ransom Everglades — disse. — Dunque gira con la crema della crema. I fottuti Acosta sono la crema della crema. Dunque è lui.

La sua logica era stringente, così non dissi nulla. Mi misi comodo e lasciai che guidasse a una velocità supersonica in mezzo al traffico di metà mattina.

Percorremmo la MacArthur Causeway che ci condusse alla 836 verso la LeJeune, dove svoltammo a sinistra per Coral Gables. La casa di Acosta era situata in una zona dei Gables che, se fosse stata costruita oggi, sarebbe diventata una sorta di comunità chiusa. Gli edifici, come quello di Acosta, erano grandi e numerosi, costruiti in stile spagnolo con massicci blocchi di roccia corallina. Il prato sembrava quello di un campo da golf e di fianco si scorgeva un garage a due piani, collegato alla casa da un passaggio coperto.

Deborah parcheggiò di fronte alla casa e, prima di spegnere il motore, si fermò un istante per trarre un grosso respiro.

Mi domandai se fosse ancora vittima di quell’inconsueto tracollo emotivo che l’aveva resa più sensibile e indulgente. — Sicura che lo vuoi fare? — le chiesi. Mi guardò. Non era più l’impetuosa e determinata Deborah che conoscevo così bene. — Be’, sai com’è — feci. — Acosta potrebbe rovinarti la vita. È un questore.

Scattò di colpo, neanche le avessi tirato uno schiaffo, mentre la sua familiare mascella entrava in azione. — Non mi importa se quello è Dio — ringhiò, e fui lieto di vederla tornare alla determinazione di un tempo. Scese dall’auto e si avviò a grandi passi sul marciapiede, diretta verso la porta d’ingresso.

Scesi anch’io e la seguii. Quando la raggiunsi, stava suonando il campanello. Non ci fu risposta. Debs ondeggiava nervosamente da un piede all’altro. Era sul punto di suonare una seconda volta, quando la porta si spalancò e una donna bassa e corpulenta, in divisa da cameriera, ci scrutò attentamente.

— Sì? — disse, con un forte accento centroamericano.

— C’è Robert Acosta, per cortesia? — fece Deborah.

La cameriera si inumidì le labbra, gli occhi che saettavano da una parte all’altra. Infine, con un tremito, scosse il capo. — Che cosa volete da Bobby? — chiese.

Deborah mostrò il distintivo e la donna trattenne vistosamente il fiato. — Devo fargli alcune domande — spiegò Debs. — È qui?

La cameriera deglutì, ma non disse nulla.

— Devo parlargli — continuò mia sorella. — È molto importante.

La donna deglutì un’altra volta e lanciò un’occhiata alle nostre spalle.

Anche Deborah si voltò a guardare. — In garage? — chiese. — È in garage?

Alla fine, la domestica annuì. — El garaje — sussurrò veloce, come se temesse di essere sentita. — Bobby vive en el piso segundo.

Deborah mi lanciò un’occhiata interrogativa. — Nel garage. Abita al secondo piano — tradussi. Per qualche ignoto motivo, Debs a scuola aveva scelto di studiare il francese, pur essendo nata e cresciuta a Miami.

— Adesso c’è? — chiese alla domestica.

La donna annuì, rigida. — Creo que si. — Si inumidì nuovamente le labbra e poi, in preda a un moto convulso, chiuse la porta, quasi sbattendola.

Deborah scosse il capo. — Di che cosa avrà avuto così tanta paura?

— Di essere espulsa? — azzardai.

Mia sorella ringhiò. — Joe Acosta non assumerebbe mai un clandestino… uno come lui può ottenere una green card per chi gli pare e piace.

— Forse temeva di perdere il lavoro.

Debs si voltò a osservare il garage. — Ah-hah — fece. — E forse ha paura di Bobby Acosta.

— Be’… — esordii, ma lei si era lanciata in azione, e puntava verso il retro della casa. Quando la raggiunsi, era già nel vialetto. — Avviserà Bobby che siamo qui — dissi.

Deborah alzò le spalle. — E’ il suo lavoro. — Si bloccò davanti al doppio garage. — Dev’esserci un altro ingresso, magari tramite una scala.

— Forse sul fianco — suggerii. Avevo fatto qualche passo verso sinistra, quando udii un boato e la porta del garage si sollevò. Tornai indietro. Dall’interno proveniva un debole ronzio che si faceva più forte man mano che il garage si apriva, finché non comparve una moto. In sella c’era un tipo magro, sulla ventina, che la teneva in folle e ci scrutava.

— Robert Acosta? — disse Deborah. Avanzò di un passo verso di lui, mostrandogli il distintivo.

— Fottuti poliziotti — sibilò il ragazzo. Fece andare la moto su di giri e partì, puntando volutamente dritto verso Deborah. Il veicolo balzò in avanti, contro mia sorella, che si scansò per miracolo. Infine Acosta si lanciò in strada a tutta birra e, quando Deborah si rialzò, era scomparso.

13

Nel corso della mia carriera presso il dipartimento di polizia di Miami avevo sentito usare il termine “marea di merda” in più di un’occasione. Eppure, a esser sincero, non avevo mai assistito realmente al fenomeno naturale in questione prima che Deborah emettesse un mandato di cattura nei confronti dell’unico figlio di un influente consigliere di contea. Nel giro di cinque minuti ci trovammo con tre macchine della polizia e il furgoncino di una rete televisiva parcheggiati esattamente di fronte alla casa, accanto all’auto di Debs. Sei minuti dopo, mia sorella era al telefono con il capitano Matthews. La sentii dire soltanto: — Sissignore. Sissignore. Nossignore — per tutti i due minuti di conversazione e, quando riattaccò, aveva la mascella talmente serrata che pensai non sarebbe più riuscita a nutrirsi di alimenti solidi.

— Merda — disse, sempre a denti stretti. — Matthews ha ritirato il mio mandato.

— C’era da immaginarselo — commentai.

— Eccolo qui — fece Debs. Guardò prima me, poi la strada e aggiunse: — Oh, merda.

Seguii il suo sguardo. Deke scendeva dalla macchina, sollevandosi i pantaloni e sorridendo radioso alla giornalista accanto al furgone che si stava spazzolando i capelli prima delle riprese. La donna si interruppe e ricambiò. Lui annuì con gli occhi e si avviò noncurante nella nostra direzione. La giornalista lo osservò ancora un istante, si leccò le labbra e tornò a spazzolarsi con rinnovato vigore.

— Tecnicamente è il tuo socio — osservai.

— Tecnicamente è un coglione decerebrato — replicò Debs.

— Ehi — fece Deke, venendoci incontro. — Il capitano mi ha detto di tenerti d’occhio e assicurarmi che tu non faccia altri casini.

— Come cavolo fai tu a capire se faccio casino? — ringhiò Deborah.

— Ehi, be’… lo capisco. — Alzò le spalle. Tornò a osservare la giornalista. — Insomma, mi accerto che tu non ti metta a parlare con la stampa eccetera, no? — Le strizzò l’occhio. — Comunque, ora starò insieme a te — disse. — Controllerò che tutto proceda regolarmente.

Per un attimo pensai che Debs avrebbe sparato insulti omicidi a raffica gettando a terra Deke e incendiando il curatissimo prato degli Acosta. Invece, avendo ricevuto lo stesso ordine dal capitano, si comportò da buon soldato. Il senso di disciplina prevalse, così si limitò a lanciare una lunga occhiata a Deke e disse: — Okay. Controlliamo gli altri nomi della lista. — Poi si avviò docilmente alla macchina.

Deke si tirò di nuovo su i pantaloni e la guardò mentre si allontanava. — Bene — fece e la seguì. La giornalista l’osservò passare con un’espressione distratta, rischiando quasi di finire addosso al microfono del suo capo.

Tornai in centrale a bordo di un’auto di servizio guidata da un poliziotto di nome Willoughby che sembrava fissato con i Miami Heat. Al mio arrivo, avevo imparato un sacco di cose sui playmaker e su una roba che si chiamava pick and roll. Sono certo che erano tutte informazioni interessanti e che un giorno o l’altro mi sarebbero potute tornare utili, ma fui comunque molto lieto di immergermi nuovamente nell’afa pomeridiana e raggiungere il mio piccolo ufficio.

E lì rimasi, a sbrigarmela con le mie faccende per il resto della giornata. Per pranzo scoprii un nuovo locale, non troppo lontano, specializzato in falafel. Purtroppo era anche specializzato in una pessima salsa con peli scuri intrappolati dentro, così tornai dalla pausa con lo stomaco che non era al massimo dell’umore. Mi dedicai a lavori di routine, sistemai qualche pratica e mi crogiolai nella mia solitudine fino alle quattro, quando Deborah si avventurò nel mio ufficio. Stringeva una pesante cartella e sembrava devastata quanto il mio stomaco. Avvicinò una sedia con il piede e ci si stravaccò sopra senza parlare. Ridussi a icona il file che stavo leggendo e la guardai.

— Sembri a pezzi, sorellina — dissi.

Annuì. — È stata una lunga giornata.

— Hai controllato gli altri nominativi sull’elenco del dentista? — domandai, e lei annuì un’altra volta. Per spingerla fuori dalla sua asocialità, aggiunsi: — Insieme al tuo socio, Deke?

Si voltò di scatto e mi fulminò con un’occhiata. — Quel cazzo di idiota — disse, poi alzò le spalle e tornò a stravaccarsi.

— Che cos’ha fatto?

Alzò di nuovo le spalle. — Niente — disse. — Nei compiti di routine non è poi così male. Fa tutte le domande standard.

— Allora perché quel muso lungo, Debs?

— Mi hanno sottratto il mio sospetto, Dexter. — Ancora una volta il suo tono consapevolmente vulnerabile mi colpì. — Il figlio di Acosta sa qualcosa, ne sono certa. Forse non tiene nascoste le ragazze, ma sa chi le ha rapite e vuole impedirmi di trovarlo. — Fece un gesto di rabbia all’indirizzo del corridoio. — Mi hanno pure accollato quel coglione di Deke a farmi da babysitter perché non importuni il consigliere.

— Be’ — opinai. — Bobby Acosta potrebbe non c’entrare nulla.

Deborah mi mostrò i denti. Se non fosse stata così depressa, l’avrei scambiato per un sorriso. — Cazzo se è colpevole — disse, indicando la cartella. — Ha una fedina penale che non t’immagini… e senza contare tutto quello che hanno insabbiato quand’era minorenne.

— In questo caso quello che ha commesso da minorenne non c’entra — osservai.

Deborah si protese verso di me e per un attimo ebbi paura che mi volesse colpire con il fascicolo di Bobby Acosta. — Col cazzo che non c’entra — fece. Fortunatamente per me, anziché sbattermi la cartella sulla testa, l’aprì. — Aggressione. Aggressione con intenzione criminosa. Aggressione. Furto d’auto aggravato. — Mentre pronunciava le parole “furto d’auto” mi fissò contrita, poi tornò a leggere il fascicolo. — È stato arrestato ben due volte perché presente sul posto durante la morte di persone in circostanze sospette. Come minimo avrebbe dovuto trattarsi di omicidio colposo, ma entrambe le volte il suo vecchio l’ha tirato fuori dai guai. — Chiuse la cartella con una manata. — C’è molto di più — continuò. — Ma va sempre a finire nel solito modo, con Bobby colpevole e il paparino che gli salva il culo. — Scosse il capo. — Questo ragazzo è un fottuto bastardo, Dexter. Ha ammazzato almeno due persone e sono sicura che sa dove sono finite le studentesse. Se non le ha già uccise.

Forse Deborah non aveva torto. Non perché aver compiuto in passato episodi criminosi equivalesse a essere colpevoli nel presente, ma perché avevo percepito un debole e sonnacchioso interesse risvegliarsi nel Passeggero, un suo interiore inarcarsi di sopracciglia, mentre mia sorella leggeva il fascicolo. Il vecchio Dexter avrebbe aggiunto senza indugi il nome di Bobby Acosta al libricino nero dei suoi potenziali compagni di gioco. Ma Dexter 2.0 non avrebbe mai fatto una cosa simile, ovvio. Mi limitai dunque ad annuire benevolmente. — Forse hai ragione — dissi.

Deborah alzò di scatto la testa. — Niente forse — fece. — Ho ragione. Bobby Acosta sa dove sono quelle ragazze, e io non posso torcergli un capello per colpa del suo vecchio.

— Be’ — dissi. Ero fortemente conscio di pronunciare una frase fatta, ma non mi veniva nient’altro di meglio. — Contro la burocrazia non c’è nulla da fare, lo sai.

Mia sorella mi fissò per un istante, totalmente inespressiva. — Complimenti — fece. — Questa l’hai pensata tu?

— Avanti, Debs — dissi, ammetto un pochino offeso. — Lo sai che cose simili possono succedere, e succedono… allora perché ti danno ancora fastidio?

Trasse un profondo sospiro, poi incrociò le mani sulle ginocchia e le fissò, il che fu peggio della sfuriata aggressiva che mi sarei aspettato. — Non so — disse. — Forse non è solo questo. — Voltò le mani e ne osservò il dorso. — Forse è… non so. Tutto.

Se tutto infastidiva mia sorella, allora non era difficile comprendere la sua terribile sofferenza; essere costretti a sopportare tutto doveva costituire un fardello estenuante. Ma nella piccola esperienza che mi ero fatto con gli esseri umani, avevo imparato che quando dicono di essere oppressi da tutto, di solito vuol dire che la causa è una sola e molto specifica. Pensai che la cosa valesse pure nel caso di mia sorella, sebbene lei si fosse sempre comportata davvero come se le toccasse sopportare tutto: Debs aveva dentro qualcosa che la rodeva e la spingeva ad agire così. Ripensai a quel che mi aveva detto riguardo al suo convivente, Kyle Chutsky, e ipotizzai che il punto dovesse essere quello.

— È per Chutsky? — domandai.

Alzò di scatto la testa. — Come… credi che lui mi prenda a botte? O che mi stia imbrogliando?

— No, certo che no — feci, e ritirai la mano quasi volesse mollarmi un pugno. Sapevo che il suo compagno non si sarebbe mai permesso di imbrogliarla, e il solo pensiero di qualcuno che prendeva a botte mia sorella mi faceva ridere. — Mi riferivo a quel che mi dicevi l’altro giorno. Riguardo a quel… tic tac biologico, hai presente?

Si accasciò un’altra volta e contemplò le mani che teneva in grembo. — Ah-ah. Ho detto quello, vero? — Scosse lentamente il capo. — Be’, è abbastanza vero. E quel dannato Chutsky… non ne vuole neanche parlare.

Guardai mia sorella, e ciò che provai ammetto che non mi fece onore. Infatti la mia prima, consapevole reazione allo sfogo di Debs fu: “Wow! Sto davvero provando empatia nei confronti di un’emozione umana!”. Perché la sua inarrestabile trasformazione in una gelatina vivente di autocommiserazione mi aveva profondamente colpito, nel mio nuovo e profondo livello umano, attivato di recente da Lily Anne, e mi ero accorto che la mia memoria non aveva più pescato frasi fatte da vecchie fiction televisive. Provavo davvero qualcosa, e questo mi impressionò.

Così, senza neanche starci troppo a pensare, mi alzai e le andai vicino. Le posai una mano sulla spalla, le diedi una strizzatina leggera e dissi: — Mi dispiace, sorellina. C’è qualcosa che posso fare?

Ovviamente Deborah si irrigidì e scostò bruscamente la mia mano. Si alzò e mi guardò con un’espressione che ricordava soltanto lontanamente il suo solito ringhio. — Smetterla di fare il santarellino, tanto per cominciare — saltò su. — Gesù, Dex. Che cosa ti è successo?

E prima che potessi pronunciare anche solo una sillaba di diniego, si precipitò infuriata fuori dal mio ufficio e scomparve in corridoio.

— Lieto di aiutarti — dissi al vuoto.

Forse, essendo ancora un novellino nel provare emozioni, non ero in grado di capirle a fondo e di comportarmi di conseguenza. O forse dovevo solo lasciare a Debs un po’ di tempo per abituarsi al nuovo, pietoso Dexter. In ogni caso si faceva sempre più strada in me la sensazione che qualche persona incredibilmente cattiva stesse avvelenando le risorse idriche di Miami.

Stavo quasi per andarmene dal lavoro, quando quell’impressione di stranezza si fece ancora più forte. Squillò il cellulare. Sul display comparve il nome di Rita. — Pronto? — risposi.

— Dexter, ciao… uhm… sono io.

— Lo so, certo — dissi, incoraggiante.

— Sei ancora al lavoro?

— Stavo per uscire.

— Oh, bene… cioè, che non sei ancora andato da Cody e Astor — fece. — Perché stasera non devi andare.

Una rapida equazione mentale mi fece capire che per qualche motivo non dovevo passarli a prendere. — Oh… e come mai? — chiesi.

— Perché è che… non ci sono più — spiegò.

Per un orribile momento, mentre tentavo di decodificare le sue parole, credetti che ai bambini fosse capitato qualcosa di terribile. — Come… e dove sono finiti? — balbettai.

— Oh… è andato a prenderli tuo fratello. Brian. Li ha portati a mangiare al cinese.

Che splendido e sconosciuto mondo mi si profilava davanti nella mia nuova esistenza di essere umano. Ora, per esempio, ero rimasto senza parole dallo stupore. Un’ondata di pensieri ed emozioni mi sommergeva: dalla rabbia, alla sorpresa, fino al sospetto, insieme a riflessioni multiformi, tra cui quali fossero le reali intenzioni di Brian, perché Rita gli dava sempre corda e che cosa avrebbero fatto Cody e Astor quando si fossero ricordati che detestavano mangiare cinese. Nonostante l’abbondanza e l’accuratezza delle mie riflessioni, dalla bocca non mi uscì nient’altro che un: — Uhk.

Mentre mi sforzavo di pronunciare suoni più comprensibili, Rita disse: — Oh. Devo andare. Lily Anne piange. Ciao. — E riattaccò.

Sono certo che restai solo pochi secondi in ascolto del nulla, ma mi parvero un’eternità. Infine mi resi conto di avere la bocca asciutta, visto che era rimasta spalancata, e le mani sudate, a furia di stringere il cellulare nel pugno. Allora chiusi la bocca, misi via il cellulare e partii verso casa.

Mentre mi dirigevo a sud, l’ora di punta era al suo apice, ma, stranamente, in tutto il tragitto non assistetti a nessun atto di violenza casuale, nessuna sbandata o agitata di pugno, e a nessuna sparatoria. Il traffico, come al solito, avanzava lento, ma nessuno sembrava preoccuparsene. Forse avrei dovuto leggere il mio oroscopo… magari avrei capito che cosa mi stava capitando. Era possibile che da qualche parte a Miami persone ben documentate sui fatti (druidi, per esempio) mormorassero a capo chino: “Ahhh, Giove è in opposizione a Saturno”, versandosi l’ennesima tazza di tisana e ciabattando nelle loro Birkenstock. Oppure c’entrava quel gruppo di vampiri a cui Deborah stava dando la caccia, non so se definirli gregge, banda o simili. Forse se tutti si fossero fatti affilare i canini, una nuova era di armonia si sarebbe affacciata per tutti noi. O quantomeno per il dottor Lonoff, il dentista.

Trascorsi una tranquilla serata domestica, guardando la TV e reggendo in braccio Lily Anne. Dormiva parecchio, soprattutto quando la tenevo con me, perciò non la mollai un istante. Da parte sua, equivaleva a un forte senso di fiducia nei miei confronti. E se da un lato mi auguravo che la mia bambina crescesse priva di tale sentimento, perché non è mai saggio fidarsi troppo degli altri, dall’altro lato la cosa mi sorprese piacevolmente spingendomi ad abbracciare la risoluzione di proteggerla da tutti gli altri mostri notturni.

Spesso mi ritrovavo ad annusare la sua testolina; comportamento assai strano, senza dubbio, ma da quel che mi parve di capire totalmente in sintonia con il mio nuovo sé. L’odore era notevole, diverso da qualunque altro. Non sapeva quasi di nulla, e non si poteva definire né dolce né antico, anche se li ricordava entrambi, e molto di più. Continuavo ad annusarla, senza posa, solo perché mi andava, quando all’improvviso un nuovo odore si materializzò dalle parti del pannolino, e questo fu abbastanza facile da identificare.

Cambiare un pannolino non è così male come sembrerebbe, e a me non dava affatto fastidio. Certo, non lo farei come mestiere, ma almeno nel caso di Lily Anne non avevo alcun problema; anzi, in un certo senso provavo persino piacere, perché facevo qualcosa di utile e specifico per lei. Un’ulteriore soddisfazione la ricevetti quando vidi Rita piombare in picchiata come un bombardiere, con il timore che facessi danni, per poi accorgersi della mia pacata competenza. Che gioia quando sollevò la bambina dal fasciatoio e disse soltanto: — Grazie, Dexter.

Mentre Rita allattava Lily Anne, assistetti per qualche minuto a una partita di hockey alla TV. Fu deludente; innanzi tutto perché i Panthers erano in svantaggio di tre reti, e poi per gli scontri. In passato, quello sport mi aveva attratto per la lodevole e schietta sete di violenza dimostrata dai giocatori. Ora, invece, pensai che avrei dovuto disapprovare simili cose. Il Nuovo Me, il Delicato e Domestico Dexter, era strenuamente contrario alla violenza e non poteva di certo amare uno sport come l’hockey. Forse sarei dovuto passare al bowling. Lo trovavo terribilmente noioso, ma non c’era di mezzo il sangue, e senza dubbio era più eccitante del golf.

Prima che potessi prendere una qualsiasi decisione, Rita tornò con Lily Anne. — Ti andrebbe di farle fare il ruttino, Dexter? — disse, con un sorriso da Madonna, quella dei quadri, ovviamente, non la cantante.

— Non aspettavo di meglio — risposi, e stranamente non stavo mentendo. Mi sistemai un piccolo asciugamano sulla spalla e vi appoggiai la testa della neonata. E ancora una volta non mi dispiacque affatto quando Lily Anne fece i suoi rumorini, depositando qualche bollicina di latte sull’asciugamano. Mi ritrovai a complimentarmi silenziosamente con lei per ogni singolo ruttino, finché non crollò addormentata. La voltai in posizione frontale, la strinsi al petto, e la cullai delicatamente.

Ero proprio in questa posizione quando Brian riportò a casa Cody e Astor, intorno alle nove. Teoricamente, non aveva rispettato del tutto le regole, perché quella era l’ora di andare a letto e adesso i ragazzi avrebbero tardato almeno di quindici minuti. Ma Rita non sembrò farci caso, e da parte mia farlo notare sarebbe stato sgarbato, visto che tutti si erano divertiti. Persino Cody stava quasi sorridendo. Mi ripromisi di scoprire in quale diavolo di ristorante Brian li avesse portati per suscitare tali reazioni.

La presenza di Lily Anne tra le mie braccia mi rendeva impedito, ma intanto che Rita si affaccendava a far mettere il pigiama e a far lavare i denti ai fratelli più grandi, ne approfittai per andare a scambiare due chiacchiere amichevoli con Brian.

— Be’ — gli dissi, mentre se ne stava davanti alla porta con un’aria di placida soddisfazione — sembra che si siano divertiti.

— Oh, sicuro — fece, con quel sorriso orribilmente finto. — Sono due bambini notevoli.

— Gli involtini primavera li hanno mangiati? — chiesi, e per un istante Brian mi parve del tutto assente.

— Gli involtini… Oh, sì, hanno sbranato tutto quello che gli ho messo davanti. — Lo disse con un’allegrezza talmente sinistra che fui certo che non stavamo parlando di cibo.

— Brian — esordii.

Ma non riuscii a finire che Rita entrò come un fulmine. — Oh, Brian — esclamò, rubandomi Lily Anne dalle braccia. — Non so che cosa tu abbia fatto, ma i bambini sono stati benissimo. Non li ho mai visti così.

— È stato un vero piacere — rispose lui, mentre piccoli ghiaccioli mi spuntavano sulla spina dorsale.

— Vuoi accomodarti un attimo? — lo invitò Rita. — Posso farti un caffè, o se preferisci un bicchiere di vino…

— Oh, no — disse lui allegro. — Ti ringrazio davvero, incantevole signora, ma devo proprio andare. Non ci crederete, ma stasera ho un appuntamento.

— Oh! — Rita arrossì imbarazzata. — Spero di non averti… cioè, con i bambini di mezzo, fatto perdere… Non era il caso…

— Ci mancherebbe — rispose Brian, come se avesse colto il senso del confuso monologo di Rita. — Ho tempo da vendere. Ma ora mi devo gentilmente congedare.

— Be’ — continuò lei — se non fai complimenti… Non so proprio come ringraziarti, perché…

— Mami! — chiamò Astor dal corridoio.

— Oh, cara — fece Rita. — Scusate, ma… ancora grazie mille, Brian. — Si sporse verso di lui e lo baciò sulla guancia.

— È stato un vero piacere — ripeté mio fratello.

Rita sorrise e si allontanò per andare da Astor e Cody.

Io e Brian ci scrutammo per un istante. Avevo un mucchio di cose da dirgli, ma non sapevo come cominciare. — Brian — dissi di nuovo, e mi fermai.

Lui mi rivolse quell’orribile e finto sorrisetto d’intesa. — Lo so — replicò. — Ma ho proprio un appuntamento. — Si voltò per aprire la porta e mi lanciò un’occhiata. — Sono dei bambini notevoli, davvero — disse. — Buona notte, fratello.

Poi scomparve nella notte, lasciandomi con l’inquietante ricordo del suo sorriso e l’orribile sensazione che qualcosa di molto sinistro sarebbe accaduto.

14

Sarei stato molto curioso di sapere com’era veramente andata tra mio fratello e i ragazzi, ma Rita li spedì a letto prima che potessi indagare. Andai a dormire insoddisfatto e l’indomani mattina non vi fu occasione di parlare con Astor e Cody lontano dalla madre. Condizione questa più che necessaria, perché se c’era stato davvero qualcosa oltre al cibo cinese, ero sicuro che a Rita non sarebbe piaciuto. Senza contare che ai ragazzi doveva esser stato detto di tacere, sempre se conoscevo Brian; ma lo conoscevo realmente? Okay, credevo di prevedere in un certo senso i suoi pensieri e comportamenti, ma per il resto… chi era davvero? A che cosa aspirava nella vita, al di là delle sue allegre sessioni affettatutto? Non ne avevo idea, e non me ne venne una, nonostante ci ragionassi per tutta la colazione e nel tragitto verso l’ufficio.

Fortunatamente per la mia autostima, non ebbi molto tempo per affliggermi a causa della mia incapacità di capire mio fratello. Infatti, appena arrivato al lavoro, notai che il terzo piano, dov’era situata la Scientifica, era pervaso da quell’ansiosa frenesia che solo un crimine veramente interessante può provocare. La compassata Camilla Figg, un tecnico sui trentacinque, mi passò davanti di corsa stringendo il kit per i rilievi e, dopo avermi sfiorato il braccio, per poco non arrossì. Inoltre, quando entrai in laboratorio, anche Vince Masuoka stava cacciando frettolosamente un po’ di roba in una borsa.

— Hai per caso un casco coloniale? — mi gridò.

— Suppongo di no, dottor Livingstone — replicai.

— Dovresti procurartelo — fece. — Siamo in partenza per un safari.

— Di nuovo a Kendall? — chiesi.

— Nelle Everglades — rispose. — La notte scorsa è successo qualcosa di veramente forte.

— Sì, buana — dissi. — Porterò lo spray antizanzare.

Così, soltanto un’ora più tardi, smontavo dall’auto di Vince, vicino alla Route 41, nelle Everglades, a circa tre chilometri da Fortymile Bend. Quand’ero ragazzo, Harry mi aveva portato in campeggio da quelle parti ed era ancora vivo in me il felice ricordo di come alcuni animaletti avevano contribuito alla mia educazione.

Di fianco ai veicoli d’ordinanza, parcheggiati sul ciglio della strada, c’erano due grossi camper fermi in una piazzola sporca. A uno dei due era attaccato un rimorchio. Una quindicina di ragazzi e tre uomini in divisa da scout si accalcavano intorno, esitanti, mentre un paio di detective li interpellavano, uno per volta. Di fianco alla strada c’era un poliziotto in divisa, che disciplinava il traffico.

Vince gli diede una pacca sulla spalla. — Ehi, Rosen. Che ci fai con i boy scout?

— Sono stati loro a trovarlo. Erano venuti qui stamattina per una gita — spiegò il poliziotto. Poi, rivolto a una macchina che aveva rallentato per guardare, disse: — Avanti.

— A trovare che cosa? — domandò Vince.

— Io sono qui solo per tenere a bada queste fottute macchine — fece Rosen, acido. — Gli unici che possono giocherellare con i cadaveri siete voi. Avanti, si muova — disse a un altro curioso.

— Dove dobbiamo andare? — chiese Vince.

Rosen indicò il lato opposto del parcheggio e si voltò. Immagino che se mi fosse toccato stare in mezzo al traffico, mentre gli altri giocherellavano con i cadaveri, mi sarei seccato pure io.

Percorremmo il sentiero, superando gli scout. Dovevano aver trovato qualcosa di orribile laggiù, ma non sembravano particolarmente scossi o impauriti. Infatti ridacchiavano e si spintonavano l’uno con l’altro come se fossero in vacanza. Rimpiansi di non essere mai stato nei boy scout; forse sarei stato insignito di una mostrina speciale per il riciclo di rifiuti umani.

Arrivammo al fondo del sentiero che puntava verso sud, in mezzo alle piante, poi piegammo a ovest per circa un chilometro, finché non raggiungemmo una radura. Al nostro arrivo, Vince cominciò a sudare e a respirare affannosamente; io invece ero piuttosto impaziente, perché una voce mi aveva sibilato che avrei assistito a uno spettacolo degno di nota.

A prima vista sembrava esserci ben poco di interessante, a parte una vasta zona di terra schiacciata intorno alla buca lasciata da un falò e, sulla sinistra, un mucchietto non identificato coperto dalla sagoma curva di Camilla Figg. Di qualunque cosa si trattasse, il Passeggero sbatté le ali, curioso, e io mi avvicinai con un certo entusiasmo, dimenticando che avevo rinnegato tali Oscuri Piaceri.

— Ciao, Camilla — la salutai — che cosa abbiamo stavolta? — Lei divenne subito paonazza, come le capitava di solito, per ignoti motivi, quando mi rivolgevo a lei.

— Ossa — mormorò.

— È sicuro che non siano di un maiale o di una capra?

Scosse violentemente la testa e mi mostrò nella mano guantata quello che riconobbi come un omero umano, il che non era poi così divertente. — Sicuro — confermò.

— Be’, allora… — commentai, notando i segni carbonizzati sulle ossa e la risatina di giubilo che mi affiorava da dentro. Non avrei saputo dire se i corpi fossero stati bruciati dopo la morte, per liberarsi degli indizi, oppure…

Osservai la radura. Il suolo era stato calpestato; c’erano centinaia di impronte, come se si fosse tenuta una gran festa, e non penso che fossero stati gli scout. Erano arrivati soltanto in mattinata e non ne avrebbero avuto il tempo. Sembrava invece che parecchie persone si fossero intrattenute per diverse ore, non soltanto sedendosi, ma muovendosi e saltando disordinatamente su e giù. E tutte intorno al falò, dove giacevano le ossa, come se…

Chiusi gli occhi e quasi mi vidi la scena, mentre percepivo la mia soffocata e sinistra vocina interiore che assumeva sfumature da rettile. Guarda, mi disse, e nella finestrella che mi indicò scorsi un grande gruppo in festa. Un’unica vittima legata davanti al fuoco. Nessuna tortura, ma una sorta di esecuzione, messa in atto da una sola persona… mentre gli altri assistevano e festeggiavano… Era forse possibile?

Il Passeggero rispose con una risatina. Sì, lo è. Assolutamente.

Ballano, cantano e il festino continua. Birra e cibo in abbondanza. E un bel barbecue vecchio stile.

— Ehi. — Aprii gli occhi e mi rivolsi a Camilla. — Sulle ossa ci sono tracce di morsicature?

Camilla trasalì e mi guardò con un’espressione simile alla paura.

— Come lo sai? — chiese.

— Una fortunata intuizione, nient’altro — risposi, ma visto che lei non sembrava convincersi, aggiunsi: — Avete idea del sesso?

Mi fissò prima per qualche istante, e solo alla fine parve rendersi conto della mia domanda. — Uhm… — fece, voltandosi rapida verso i reperti. Alzò un dito guantato e indicò un osso piuttosto grande. — Dal cinto pelvico dovrebbe essere femmina. Giovane, forse.

Il potente supercomputer costituito dal cervello di Dexter emise uno scatto e produsse un foglietto. “Giovane donna” diceva.

— Oh, uhm… grazie — risposi a Camilla, e mi allontanai a riflettere sull’interessante ideuzza di mia produzione.

Lei annuì e tornò a chinarsi sulle ossa.

Osservai la radura. Nel punto in cui il sentiero scompariva nella palude scorsi il tenente Keane, intento a parlare con un tipo che riconobbi essere dell’FDLE, il Dipartimento delle forze dell’ordine della Florida, una sorta di FBI locale la cui giurisdizione si estendeva a tutto lo Stato. Insieme a loro c’era uno degli uomini più grossi che io abbia mai visto. Era scuro di pelle, alto quasi due metri, e doveva pesare almeno duecento chili, il che però non lo faceva apparire particolarmente grasso, forse per via dello sguardo cattivo. Ma dato che il tipo dell’FDLE gli stava parlando tranquillamente senza richiedere rinforzi, immaginai che si trattasse di uno dei nostri, anche se non avevo proprio idea di chi fosse. Non doveva essere un inviato dello sceriffo o di Broward County, dal momento che non l’avevo mai visto in precedenza né avevo sentito parlare della sua stazza.

In ogni caso, per quanto fosse interessante vedere un vero gigante, non bastò a monopolizzare la mia attenzione e diedi un’occhiata dall’altra parte della radura. Di fronte al gruppetto di poliziotti c’era una zona sgombra in cui si aggiravano diversi detective. Li raggiunsi e posai a terra il mio kit, riflettendo. Sapevo che una giovane donna era scomparsa, e conoscevo qualcuno che la cercava e che sarebbe stato molto interessato a confrontare i fatti. Ma come dovevo comportarmi? Non sono affatto un animale politico, anche se di politica me ne intendo… si tratta semplicemente di un sistema per praticare il mio vecchio hobby con coltelli metaforici anziché reali. Comunque non la trovavo per niente divertente. Tutte le manovre strategiche e quelle pugnalate alle spalle erano così prevedibili e prive di senso, e non portavano a nulla di eccitante. A ogni modo, sapevo quanto fossero importanti in un ambiente strutturato come il dipartimento di polizia di Miami. Anche Deborah non era molto tagliata per la politica, sebbene riuscisse spesso a imporsi con la giusta dose di talento e durezza.

Ultimamente, però, mia sorella non sembrava più se stessa. Era diventata musona e vittimista e non so se sarebbe stata in grado di reggere un confronto che avrebbe potuto mettere a dura prova le sue abilità diplomatiche. Questo caso, infatti, era stato affidato a un altro detective e forse non sarebbe riuscita a strapparglielo neanche ai tempi in cui era in forma. Ritenevo comunque che una bella sfida avrebbe potuto aiutarla a tornare in sé. Forse la cosa migliore sarebbe stata chiamarla e dirglielo… sciogli i mastini da guerra e come deve essere, sia. Come metafora era piuttosto incisiva, e per questo la trovai ancora più convincente, così mi allontanai dal gruppetto di poliziotti ed estrassi il cellulare.

Suonò a vuoto diverse volte; anche questo comportamento non era da mia sorella. Rispose proprio mentre stavo per riattaccare. — Che ce? — disse.

— Sono nelle Everglades sulla scena di un crimine.

— Buon per te.

— Debs, credo che la vittima sia stata ammazzata, cucinata e mangiata pubblicamente.

— Oh, ma è tremendo — commentò con finto entusiasmo, il che mi irritò leggermente.

— Te l’ho detto che la vittima sembra essere una giovane donna? — Per un po’ non sentii nulla. — Debs? — feci.

— Sto arrivando — disse, e colsi un po’ dell’antica fiamma bruciare nella sua voce.

Richiusi il cellulare soddisfatto. Non feci in tempo a intascarlo e a mettermi al lavoro che udii un urlo alle mie spalle: — Merdaaa! — e una raffica di proiettili esplose in mezzo a noi. Mi buttai a terra, tentando di ripararmi dietro al mio kit per le analisi, il che non fu facile, visto che era delle dimensioni di un beauty case. Cercai comunque di proteggermi il più possibile, e intanto di sbirciare in direzione della sparatoria. Quasi mi aspettavo un’orda di guerrieri maori precipitarsi addosso a noi con le lance in pugno e le lingue di fuori. Ma quel che vidi non fu esattamente la stessa cosa.

Gli agenti che fino a un momento prima chiacchieravano vicino a me erano ora sdraiati a terra in posizione di tiro e sparavano con frenesia contro un cespuglio. Contrariamente a quanto prescritto dalle procedure, i loro visi non erano freddi e spietati, ma sembravano sconvolti e impauriti. Uno dei detective aveva appena gettato via un pacchetto di caricamento vuoto e armeggiava disperato per inserirne uno nuovo, mentre gli altri continuavano a sparare con accanimento.

Il cespuglio che a prima vista stavano tentando di far fuori cominciò a dibattersi scompostamente, lasciando intravedere un luccichio giallo argentato. Brillò per un istante alla luce del sole, poi se ne andò, ma gli agenti continuarono a sparare ancora per qualche secondo, finché non accorse il tenente Keane, intimandogli di smetterla. — Che cazzo vi prende, idioti? — gridò.

— Tenente, in nome di Dio… — fece il primo.

— Un serpente! — esclamò il secondo. — Un enorme, fottuto serpente!

— Un serpente? — disse Keane. — Ve lo devo andare a schiacciare?

— Non so se lei ha dei piedi così grossi — replicò il terzo. — Perché si tratta di un pitone birmano, lungo quasi sei metri.

— Oh, merda — sbottò Keane. — Sono una specie protetta?

Mi accorsi di essere ancora accovacciato e, quando vidi arrivare il tipo dell’FDLE, mi tirai su.

— In realtà stanno pensando a una taglia per questi pistoleri — disse — sempre che uno dei nostri Wyatt Earp sia stato abbastanza fortunato da centrarlo.

— L’ho centrato io — dichiarò il terzo, acido.

— Palle — disse un altro. — Tu non sei nemmeno capace di centrare una merda con la scarpa.

Il gigante scuro si avvicinò per vedere tra i cespugli, poi tornò dov’era, scuotendo il capo. Anch’io, visto che il divertimento era finito, presi il mio kit e mi diressi nuovamente ai resti del falò.

Mi aspettava una quantità sorprendente di macchie di sangue e, dopo pochi minuti, ero già al lavoro per cogliere il senso di quell’orribile spettacolo. Il sangue non era ancora del tutto secco, forse per via dell’umidità e, visto che non pioveva da un po’, ne era penetrato parecchio nel terreno. Dunque, nonostante l’aria fosse piuttosto umida, il suolo era relativamente asciutto. Presi un paio di campioni significativi da portare in laboratorio per le analisi e provai a farmi un quadro dell’accaduto.

Gran parte del sangue era concentrato in una zona, intorno al falò. Controllai se le tracce si allargavano in cerchi sempre più ampi, ma le uniche che vidi si trovavano circa due metri più in là e sembravano trascinate da un paio di scarpe. Evidenziai le impronte con la vana speranza che qualcuno fosse in grado di identificarle e tornai alla macchia principale. Il sangue era colato dalla vittima, non schizzato via come avrebbe potuto succedere se fosse stata presa a coltellate. Intorno non si scorgevano tracce secondarie, il che voleva dire che c’era stata un’unica ferita, come se fosse stato dissanguato un capriolo… nessuno nel gruppo si era messo ad accoltellarlo o ferirlo. Si trattava di un omicidio lento e deliberato, una vera e propria macellazione, messa in atto da un’unica persona, molto attenta ed efficiente; seppur con riluttanza, non potei fare a meno di apprezzarne la professionalità.

Sapevo bene che non era facile agire in condizioni simili, in più davanti a un pubblico ebbro che magari ti incita e ti offre rozzi consigli. L’operato mi impressionò e gli dedicai l’attenzione che meritava.

Ero in ginocchio che stavo finendo di esaminare un’ultima, probabile impronta, quando percepii voci concitate, insieme a minacce di intimi e sgradevoli smembramenti e imprecazioni assortite relative a impossibili anatomie. La causa poteva essere una sola. Mi alzai a guardare in direzione del sentiero e la mia ipotesi fu ovviamente confermata.

Deborah era arrivata.

15

Lo scontro non fu niente male, e si sarebbe concluso molto più tardi se non fosse intervenuto un tipo dell’FDLE chiamato Chambers che conoscevo di fama. Si piazzò letteralmente tra Deborah e l’altro detective, un omone di nome Burris; mise una mano sul petto di Burris e, educatamente, una nel vuoto davanti a Deborah, e disse: — Dateci un taglio.

Burris si zittì all’istante. Debs prese fiato per dire qualcosa, e Chambers la fissò. Lei si trattenne, limitandosi a espirare in silenzio.

Il tipo dell’FDLE mi aveva colpito e mi avvicinai per osservarlo meglio. Aveva il cranio rasato e non era molto alto, ma quando si voltò potei vedere meglio il suo viso e, anche senza bisogno dei suggerimenti del Passeggero, compresi perché aveva lasciato Deborah senza parole. L’uomo aveva lo sguardo da pistolero, come gli sceriffi nelle vecchie immagini del West. Con quegli occhi non si discuteva. Era come guardare in fondo a due canne di pistola color ghiaccio.

— Siamo qui per risolvere la faccenda — fece Chambers. — Non per litigare. — Burris annuì, e Deborah non disse nulla. — Allora lasciate che la Scientifica finisca e identifichi la vittima. Se viene fuori che la ragazza è la sua, Morgan — continuò, rivolto a mia sorella — allora il caso è suo. Altrimenti — e si girò verso Burris — puoi festeggiare. È tutto per te. Ma fino a quel momento — lanciò un’occhiata a Debs che, e questo va a suo merito, la ricambiò senza scomporsi — lei se ne sta buona e lascia lavorare Burris. D’accordo?

— Ho il diritto d’accesso — fece Deborah, torva.

— D’accesso — replicò Chambers. — Ma non di controllo.

Lei guardò Burris, poi alzò le spalle e si voltò. — Okay — disse.

Fu così che la Battaglia delle Everglades si concluse, e tutti furono felici e contenti; eccetto, ovviamente, il Derelitto Dexter, perché Debs interpretò erroneamente il termine “accesso” con il seguirmi senza posa tempestandomi di domande. Avevo quasi finito comunque, ma avere un’ombra non facilitava le cose, specie se si trattava di una come Deborah, pronta ad attaccarmi con uno dei suoi atroci pugni ogni volta che non soddisfacevo i suoi dubbi. Le riferii quello che sapevo e che avevo intuito, mentre spruzzavo il mio Bluestar nei vari punti, in cerca delle ultime tracce di sangue. Lo spray era in grado di rilevare anche minime gocce, e senza alterare il DNA del campione.

— Che cos’è? — chiedeva Deborah. — Che cos’hai trovato?

— Niente — dissi. — Ma stai calpestando un’impronta. — Si spostò di lato, colpevole, mentre estraevo la macchina fotografica dalla borsa. Mi tirai su, arretrai di qualche passo e le andai a sbattere contro. — Debs, per piacere — feci. — Non riesco proprio a lavorare se mi stai così appiccicata.

— Okay — disse, e si spostò sul lato opposto del falò.

Avevo appena scattato un’ultima foto alla macchia di sangue più grossa, quando sentii Deborah chiamare. — Dex. Ehi, vieni qui con lo spray.

Alzai lo sguardo nella sua direzione. Vince Masuoka era inginocchiato a prendere un campione di non so che cosa. Afferrai il Bluestar e li raggiunsi.

— Spruzzalo qui — disse Deborah.

Vince scosse la testa. — Non è sangue — fece. — È del colore sbagliato.

Osservai il punto indicato. C’era un’area appiattita, come se un oggetto pesante fosse stato posato sulla vegetazione. Le foglie erano appassite dal calore e presentavano macchioline marroni, le stesse che si scorgevano ai bordi della depressione. Qualcosa doveva essersi rovesciato da una specie di recipiente che era stato poggiato lì.

— Spruzzalo qui — insistette Deborah.

Guardai Vince, che alzò le spalle. — Ne ho già preso un campione pulito — dichiarò. — Non è sangue.

— Okay — dissi, e spruzzai nell’angolino di un cespuglio.

Quasi subito comparve un debole riflesso azzurrino. — Non è sangue, eh? — fece Deborah, sdegnosa. — E allora che cazzo è?

— Merda — borbottò Vince.

— Non ce n’è molto — osservai. — Il riflesso è troppo debole.

— Ma un po’ ce n’è? — chiese Debs.

— Be’, sì.

— Allora dev’essere dell’altra merda con dentro del sangue.

Guardai Vince. — Be’ — fece lui. — Può essere.

Mia sorella annuì e si guardò intorno. — Dunque abbiamo un festino — disse, e indicò il falò. — Laggiù abbiamo la vittima. E quaggiù, dall’altra parte del fuoco, abbiamo questo. — Scrutò Vince, torva. — Con dentro del sangue. — Si voltò verso di me.

— Che cosa potrà essere?

Me lo dovevo aspettare che quel problema sarebbe diventato presto anche mio, ma mia sorella riuscì lo stesso a sorprendermi.

— Forza, Debs — dissi.

— No, forza te lo dico io — fece. — Mi serve una delle tue soluzioni speciali.

— Se te ne torni in centrale, una soluzione speciale la trovi sicuro — fece Vince. — Si chiama Ivan.

— Zitto, senza palle — gli intimò Deborah. — Forza, Dexter.

In apparenza non mi veniva in mente nulla, allora chiusi gli occhi, respirai a fondo e mi misi in ascolto…

E quasi subito il Passeggero mi diede una risposta alquanto divertente. — È una coppa da punch — dichiarai, spalancando gli occhi di scatto.

— Che cosa? — chiese Deborah.

— Una coppa per servire il punch — ripetei. — Per il festino.

— Piena di sangue umano? — continuò lei.

— Il punch? — fece Vince. — Cristo santo, Dex, sei proprio malato.

— Ehi, calma — replicai innocentemente — non sono stato mica io a berlo.

— Tu ti sei bevuto il cervello — intervenne Deborah, gentilmente.

— Debs, ascolta — dissi. — Si trova lontano dal fuoco e c’è questo avvallamento nel terreno. — Mi inginocchiai accanto a Vince e indicai la depressione. — Un oggetto pesante, da cui usciva fuori della sostanza, tante impronte intorno… non siete obbligati a chiamarlo punch, se vi dà fastidio. Ma si tratta comunque di una bevanda.

Deborah scrutò il punto che avevo indicato, tornò a fissare il falò e poi di nuovo la terra vicino ai suoi piedi. Scosse lentamente la testa, mi si accovacciò accanto e disse: — Una coppa per il punch. Cazzo.

— Sei proprio malato — ripeté Vince.

— Già — fece Deborah. — Ma penso che abbia ragione. — Si alzò. — Scommetto una dozzina di ciambelle che ci troverete dentro anche della droga — dichiarò con evidente soddisfazione.

— Ci guarderò — disse Vince. — Dispongo di un ottimo test per l’ecstasy. — Le lanciò una delle sue tremende occhiatine ammiccanti e aggiunse: — Ti piacerebbe sperimentarlo con me?

— No, grazie — rispose mia sorella. — Hai la matita troppo corta. — Si allontanò prima che Vince se ne uscisse con una delle sue pessime risposte, e io la seguii. Mi bastarono tre passi per accorgermi che in lei c’era qualcosa di decisamente strano, così mi bloccai di colpo e lei si voltò.

La fissai sorpreso. — Debs — dissi. — Ma tu stai sorridendo.

— Già. Perché abbiamo appena dimostrato che questo caso è mio.

— In che senso?

Mi lanciò un pugno dolorosissimo. Per lei poteva essere una manifestazione di gioia, ma a me fece male lo stesso. — Non essere stupido — disse. — Chi è che beve sangue?

— Ahia! — esclamai. — Bela Lugosi?

— Lui e tutti gli altri vampiri. Te lo devo sillabare?

— E quindi… oh.

— Esatto, proprio così: oh — disse. — Prima avevamo per le mani un aspirante vampiro, Bobby Acosta. E ora un intero, fottutissimo party, sempre di vampiri. Pensi che sia una coincidenza?

Pensavo di sì, ma il braccio mi faceva troppo male per dirlo. — Vedremo — risposi.

Quando facemmo ritorno alla civiltà era obiettivamente ora di pranzo, ma Debs non parve cogliere nessuno dei velati riferimenti che le lanciai e guidò dritto alla centrale senza fermarsi, nonostante la Route 41 sboccasse in Calle Ocho, dove erano situati eccellenti ristoranti cubani. Il solo pensiero mi fece brontolare lo stomaco, dinanzi alla visione dei plàtanos che sfrigolavano in padella. Ma, dal momento in cui Deborah si era sentita chiamata in causa, gli ingranaggi della giustizia si erano già messi in moto, stridendo, per produrre un verdetto di colpevolezza e dare vita a un mondo più sicuro, il che apparentemente voleva dire che, per il bene della società, Dexter poteva rinunciare benissimo al pranzo.

E così fu che un affamatissimo Dexter si trascinò stancamente al laboratorio analisi, incalzato a ogni passo dalle pressanti richieste della sorella perché identificasse in fretta la vittima delle Everglades. Tolsi i campioni dalla borsa e mi gettai sulla sedia, in preda a uno scottante interrogativo. Mi conveniva tornare in macchina in Calle Ocho? Oppure dirigermi semplicemente al Café Relampago che era più vicino e faceva ottimi panini?

Come le più importanti questioni della vita, anche questa non aveva una risposta facile, e riflettei a lungo sulle implicazioni che comportava. Era preferibile mangiare veloce, oppure bene? Se avessi scelto il piacere immediato, forse ciò mi avrebbe reso più debole? E perché proprio oggi mi andava di mangiare cubano? Perché, per esempio, non mi era venuta in mente la carne alla griglia?

Nell’istante in cui ebbi quel pensiero, cominciai a perdere l’appetito. La ragazza delle Everglades l’avevano fatta alla griglia, e per motivi che mi impensierivano parecchio. Non riuscivo a togliermi quelle immagini dalla mente: la poverina immobilizzata, che sanguinava lentamente, mentre le fiamme si facevano sempre più alte, la folla si eccitava e il cuoco la guarniva di salsa barbecue. Mi parve quasi di sentire l’odore della carne che cuoceva, il che mi tolse completamente dalla testa tutte le mie velleità di pranzare e di gustare un bel piatto di ropa vieja.

D’ora in poi la mia vita sarebbe andata avanti in questo modo? Come avrei potuto fare il mio lavoro, se provavo empatia umana per tutte le vittime con cui avevo a che fare ogni giorno? Peggio ancora, come avrei potuto reggere un lavoro che si frapponeva tra me e il mangiare?

Era davvero una brutta faccenda e lasciai che l’autocommiserazione si impossessasse di me per qualche minuto. Dexter il Disorientato, che immagine assurda. Io, che avevo spedito all’altro mondo dozzine di meritevoli criminali, ero lì a piangere la scomparsa di una ragazzina qualunque, e solo perché chi l’aveva fatta fuori non ne aveva sprecato la carne.

Era tutto così surreale; e in ogni caso, la mia potente macchina aveva bisogno di carburante. Sgombrai dunque la mente da quei tristi pensieri e attraversai il corridoio diretto ai distributori automatici.

Osservare attraverso il vetro la magra scelta di snack non servì a migliorare il mio umore. All’ospedale una barretta di Snickers mi era parsa manna dal cielo. Ora mi sembrava un castigo. Eppure nessun altro snack mi tentava con allettanti promesse. Nonostante gli involucri squillanti e gli slogan gioiosi, vedevo soltanto una vetrina affollata di prodotti dai colori chimici e pieni di conservanti. Tutta quella roba aromatizzata artificialmente da genuini additivi sintetici mi suscitava lo stesso appetito del set del Piccolo Chimico.

Ma il dovere mi chiamava, e avevo bisogno di mangiare qualcosa che mi permettesse di funzionare al massimo grado. Così mi sintonizzai sulla scelta meno invasiva: un pacchetto di cracker con una sostanza nel mezzo che pretendeva di essere burro di arachidi. Inserii il denaro e premetti il pulsante. Lo snack cadde nel cassettino e, non appena mi chinai a recuperarlo, una figurina oscura fece capolino nei sotterranei del Maniero Dexter. Mi bloccai per qualche istante e mi misi in ascolto. Non udii nulla, a parte il setoso fruscio di una bandierina d’allarme, segno che le cose non andavano come avrebbero dovuto. Mi tirai su lentamente e con cautela. Mi voltai.

Alle mie spalle non c’era nulla: nessun maniaco che brandiva un coltello, nessun autocarro che mi finiva addosso, nemmeno un colosso in turbante armato di scimitarra… nulla. Eppure, la vocina continuava ad avvisarmi di stare in guardia.

Il Passeggero mi stava prendendo in giro, ovvio. Forse si era offeso perché non l’avevo più nutrito né addestrato. “Taci” gli dissi. “Vattene, lasciami in pace.” Ma lui non la smetteva con i suoi sorrisetti, così lo ignorai e feci per attraversare il corridoio.

Finendo praticamente addosso al sergente Doakes… o, almeno, a ciò che ne rimaneva.

Doakes mi aveva sempre odiato, persino prima del momento in cui non ero riuscito a salvarlo dalle grinfie di un dottore pazzo che gli aveva tagliato mani, piedi e lingua. Insomma, io ci avevo provato, seriamente, ma la faccenda non era andata a buon fine e, come diretta conseguenza, Doakes aveva perso qualche piccola e sopravvalutata parte del corpo. In ogni caso, anche prima di questo episodio, mi odiava comunque perché, a differenza di tutti i poliziotti che conoscevo, lui era l’unico a sospettare della mia vera natura. Non disponeva di prove né di apparenti motivazioni, ma in qualche modo lo sapeva.

E ora se ne stava lì, immobile sulle sue protesi, a scrutarmi con il veleno di mille cobra. Per un istante sperai che il dottore pazzo gli avesse cavato anche gli occhi, ma poi mi resi subito conto che si trattava di un pensiero poco carino, inadatto al nuovo e umano me stesso, così lo scacciai e rivolsi a Doakes un sorriso cordiale.

— Sergente Doakes — dissi. — Lieto di vederla da queste parti, e sempre così in ottima forma.

Doakes non fece nulla, continuò semplicemente a fissarmi. Posai lo sguardo sugli uncini metallici che aveva al posto delle mani. Stavolta non aveva con sé quel congegno con le frasi preregistrate che lo aiutava a comunicare; forse voleva avere liberi entrambi gli artigli per potermi strangolare, o ancora più verosimilmente meditava di servirsi del distributore di snack. Visto che era privo di lingua, i suoi tentativi di parlare senza sintetizzatore erano decisamente imbarazzanti, costellati di “ngah” e suoni simili, e magari non voleva rischiare di fare una figura ridicola. Così si limitò a fissarmi, finché i miei tentativi di rendere l’incontro amichevole svanirono.

— Be’ — dissi — è stato bello parlare con lei. Buona giornata. — Mi diressi verso il laboratorio, girandomi una volta sola. Doakes continuava a scrutarmi con il suo sguardo velenoso.

Te l’avevo detto, gongolava il Passeggero, ma io mi limitai a fare un cenno al sergente ed entrai.

Quando Vince e gli altri furono di ritorno verso le tre, continuavo ad avere in bocca uno sgradevole retrogusto di cracker.

— Fantastico — fece Vince, gettando il borsone sul pavimento.

— Credo di essermi preso una scottatura.

— Che cos’hai mangiato a pranzo? — chiesi.

Sbatté le palpebre come se gli avessi fatto una domanda senza senso, e forse era vero. — Uno dei poliziotti si è fermato a un Burger King — rispose. — Perché?

— Non ti è passato l’appetito a pensare a quella ragazza laggiù, arrostita e mangiata?

Vince sembrava ancora più stupito. — No — fece, scuotendo lentamente il capo. — Ho preso un Double Whopper con formaggio e patatine fritte. Ti senti bene?

— Ho soltanto fame — risposi.

Vince mi lanciò un’occhiata perplessa e io, per non sentirmi osservato, mi alzai e tornai al lavoro.

16

Quando il telefono suonò, era ancora buio. Mi girai sul fianco verso la radiosveglia che tenevo sul comodino. Era odiosamente sintonizzata sulle 4.47. Dall’ultima volta che Lily Anne si era messa a piangere, avevo goduto di appena venti minuti di sonno reale, e quella sveglia telefonica non fu per niente gradita. Risposi comunque all’istante, con la speranza che lo squillo non svegliasse la piccola. — Pronto.

— Mi servi qui, presto — dichiarò mia sorella. Non sembrava affatto stanca, e la cosa mi infastidì almeno quanto l’essere stato svegliato a quell’orario assurdo.

— Deborah — obiettai, con la voce ancora impastata dal sonno — mancano ancora due ore e mezza prima che sia “presto”.

— Abbiamo confrontato il tuo campione di DNA — disse, senza considerare che, vista l’ora, si trattava di un’osservazione piuttosto complessa. — È di Tyler Spanos.

Sbattei un paio di volte le palpebre, perché il mio cervello si avvicinasse a una condizione il più possibile vicina alla veglia. — La ragazza delle Everglades? — feci. — Era Tyler Spanos? Non Samantha Aldovar?

— Già — confermò Deborah. — Così stamattina stanno organizzando una squadra. Chambers fa il coordinatore, ma io sono l’investigatore capo. — La voce le tremava dall’eccitazione.

— Grande — dissi — ma perché ti servo così presto?

Debs abbassò la voce, timorosa che qualcuno la sentisse. — Ho bisogno del tuo aiuto, Dex — disse. — La cosa si sta facendo sempre più grossa e non posso fare cazzate. Sta diventando una questione-politica, tu mi capisci. — Si schiarì leggermente la gola, un po’ in stile capitano Matthews. — Per questo ti voglio nella squadra come capo della Scientifica.

— Ma devo accompagnare i bambini a scuola — protestai, poi udii accanto a me un lieve fruscio.

Rita mi posò una mano sul braccio e disse: — Li posso portare io.

— Non dovresti ancora guidare — obiettai. — Lily Anne è troppo piccola.

— Non ne patirà — rispose lei. — E neanch’io. Dexter, non è la prima volta che partorisco, e le altre due non avevo aiuto.

Non parlavamo mai dell’ex di Rita, il padre biologico di Cody e Astor, ma da quel che sapevo non doveva essere stato un tipo molto collaborativo. Certo, Rita l’aveva fatto altre volte. E, a essere sinceri, mi sembrava in forma e per nulla sofferente, ma, ovviamente, era Lily Anne che mi preoccupava. — Ma il sedile della macchina… — feci.

— Andrà tutto bene — mi rassicurò. — Va’ a fare il tuo lavoro.

Mi parve di udire un suono proveniente da Deborah simile a un grugnito. — Ringrazia Rita da parte mia — disse. — A tra poco. — E tolse la linea.

— Ma… — protestai a vuoto.

— Vestiti — fece Rita, e ripeté: — Andrà tutto bene, fidati.

La nostra società prevede svariate leggi e consuetudini per proteggere una donna dalla forza bruta di un uomo, ma quando due donne si fissano su qualcosa e si coalizzano contro un uomo, a quest’ultimo non resta altro da fare che obbedire. Forse un giorno verrà eletta come presidente una donna più comprensiva e saranno approvate nuove leggi in materia; fino ad allora, resterò una vittima indifesa.

Mi alzai, feci una doccia e mi vestii. Nel frattempo Rita mi aveva preparato un panino con frittata da mangiare in macchina e un thermos metallizzato colmo di caffè.

— Datti da fare — disse, con un sorriso stanco. — Spero che tu riesca a catturarli. — La guardai sorpreso. — L’ho sentito al telegiornale — fece. — Hanno detto che… che quella poverina l’hanno mangiata. — Rabbrividì e bevve un sorso di caffè. — A Miami. Al giorno d’oggi. Non… cioè, sono stati dei cannibali, vero? Un’intera banda? Come si può… — Scosse il capo, bevve altro caffè, abbassò la tazza… e con grande sorpresa notai che all’angolo dell’occhio le era spuntata una lacrima.

— Rita…

— Lo so — fece lei, asciugandosi il viso. — È colpa degli ormoni, sicuro, perché… E non credo che… — Tirò su con il naso. — È per la bambina — disse. — E ora c’è di mezzo la figlia di qualcuno… Parti, Dexter. È importante.

Partii. Ero ancora assonnato, e reduce dalle frustate psicologiche infertemi da Rita e Debs, però partii ugualmente. Sembrerà strano, ma ero anche piuttosto sorpreso da quel che Rita aveva detto tra le lacrime. Cannibali. Potrebbe apparire stupido, ma a quella parola non ci avevo ancora pensato. Okay, Dexter non è un ritardato: sapevo che quella poverina era stata mangiata da alcune persone e sapevo che le persone che ne mangiavano altre si chiamavano “cannibali”. Ma non mi era proprio venuto in mente di fare due più due e di dire che erano stati i cannibali a mangiare Tyler Spanos, il che conferiva all’intera vicenda un tocco di realismo quotidiano, non privo di una certa sfumatura bizzarra e inquietante. So bene che il mondo abbonda di gente cattiva: in fondo lo sono anch’io. Ma che dire di un gruppo di festaioli che divora una ragazzina durante una grigliata fuori porta? Tutto ciò li rende cannibali veri, contemporanei, moderni, e tipici di Miami: il che significa che il livello di cattiveria si è alzato di qualche tacca.

Ecco un ulteriore tocco pittoresco che sembrava uscito dritto da un libro dell’orrore: prima vampiri e ora cannibali. Tutto a un tratto Miami si era fatta decisamente interessante. Magari la prossima volta mi sarei imbattuto in un centauro o in un drago, o addirittura in una persona onesta, chi lo sa.

Guidai verso l’ufficio al buio e con poco traffico. In cielo splendeva una bella fetta di luna, a rimproverarmi per la mia ignavia. Mettiti al lavoro, Dexter, sussurrava. Fa’ a pezzi qualcuno. Le mostrai il dito medio e tirai avanti.

Al primo piano, una sala conferenze era stata trasformata in quartier generale per la squadra speciale di Deborah e, al mio arrivo, tutti erano già in febbrile attività. Chambers, il tipo rasato dell’FDLE, sedeva a un grande tavolo su cui erano ammucchiati fascicoli, relazioni di laboratorio, cartine e tazze di caffè. Di fianco a lui facevano bella mostra sei o sette cellulari, e lui ne stava usando un ottavo.

E, purtroppo per i presenti (a esclusione forse del fantasma di J. Edgar Hoover, che doveva aleggiare vigile su di noi in una spettrale giacca da camera), accanto a Chambers sedeva l’agente speciale Brenda Recht. Sulla punta del naso portava un paio di occhiali da lettura molto chic che faceva scivolare di continuo per lanciarmi occhiate di disapprovazione. Le restituii il sorriso e guardai dall’altra parte della stanza, dove scorsi un tipo con la divisa della polizia statale di fianco al gigante d’ebano che avevo notato sulla scena del crimine. Si voltò a fissarmi, allora mi allontanai con un cenno del capo.

Deborah stava impartendo direttive a due detective di Miami e al socio, Deke, che le sedeva accanto, passandosi il filo interdentale. Non appena mi vide, mi fece segno di raggiungerli. Presi una sedia e mi unii al gruppo; intanto uno dei due detective, di nome Ray Alvarez, la interruppe.

— Ehi, ascolta — disse. — Questa storia non mi piace. Voglio dire, il tipo è fottutamente immanicato nell’amministrazione… sei già stata richiamata una volta.

— Ora è diverso — fece Deborah. — Abbiamo per le mani un delitto mai visto prima e la stampa sta impazzendo.

— Okay, chiaro — replicò Alvarez — ma tu sai fottutamente bene che Acosta sta solo aspettando di far saltare le palle a qualcuno.

— Non ti preoccupare — disse Deborah.

— Facile per te, che le palle non le hai — commentò Alvarez.

— Lo credi tu — fece Hood, l’altro detective, un enorme bruto che conoscevo appena. — Quella le ha il doppio delle tue, Ray.

— ‘Fanculo — disse Alvarez.

Deke grugnì, o forse stava ridendo, oppure il filo gli aveva fatto schizzar via una particella di cibo che gli era poi finita nel naso.

— Trovate Bobby Acosta — dichiarò mia sorella, tagliente — o le palle non saranno più un vostro problema. — Lanciò a Deke uno sguardo torvo. Lui strinse le spalle e alzò gli occhi al cielo, come se chiedesse al Signore perché ce l’aveva proprio con lui. — Comincia dalla moto — disse Debs rivolta ad Alvarez, indicando un fascicolo che aveva in grembo. — Si tratta di una Suzuki Hayabusa rossa, di un anno.

Deke fece un fischio.

— Una cosa? — domandò Alvarez.

— Una Hayabusa — ripeté Deke, piuttosto impressionato. — Un modello molto cool.

— Okay, ricevuto. — Alvarez fissò Deke con stanca rassegnazione.

Debs si rivolse a Hood. — Tu cerca l’auto di Tyler Spanos — disse. — È una Porsche del 2009, blu, decapottabile. Da qualche parte dev’essere pur finita.

— Forse in Colombia — fece Hood, e prima che Deborah aprisse la bocca per rimproverarlo aggiunse: — Okay, certo; se è ancora reperibile, la troverò. — Alzò le spalle. — Non che serva a molto, comunque.

— Ehi — intervenne Deke. — Il lavoro di routine va fatto, lo sai?

Hood lo guardò divertito. — Sì, Deke — disse. — Lo so.

— D’accordo — dichiarò Chambers a voce alta, e tutti si voltarono all’istante verso di lui. — Chiedo per un minuto la vostra attenzione. — Si alzò e si piazzò in un punto in cui fosse ben visibile. — Prima di tutto, voglio ringraziare il maggiore Nelson — indicò l’uomo con l’uniforme della polizia statale — e il detective Weems della polizia tribale miccosukee. — Il gigante scuro alzò un braccio in cenno di saluto e, stranamente, sorrise.

Diedi un colpetto a Deborah e mormorai: — Guarda e impara, Debs. È tutta politica.

Lei mi tirò una gomitata e mormorò: — Zitto.

Chambers continuò. — Sono qui con noi perché il caso è finito al centro dell’attenzione dei mass media e ha ormai fatto scalpore a livello internazionale, dunque potrebbe esserci utile il loro aiuto. Probabilmente esiste un collegamento con le Everglades — disse, riferendosi di nuovo a Weems — e abbiamo bisogno della massima collaborazione per pattugliare le strade di tutto il territorio statale. — Il maggiore Nelson non batté ciglio.

— E per quanto riguarda i federali? — Hood indicò l’agente speciale Recht.

Chambers lo fissò per un istante, e disse con prudenza: — L’FBI è qui perché quello che cerchiamo è un gruppo, e se è organizzato, forse a livello internazionale, loro devono esserne informati. D’altro canto, però, il caso riguarda pur sempre una ragazza scomparsa, e potrebbe saltare fuori che si tratta di rapimento. E francamente, visto che la situazione è già abbastanza anomala e incasinata, ritieniti fortunato di non avere qui presenti anche gli agenti del fisco, la Narcotici e i servizi segreti, quindi taci e cavalca, cowboy.

— Sissignore — fece Hood, mimando sarcasticamente il saluto militare.

Chambers lo fissò il tempo necessario per farlo sentire un verme, poi continuò. — D’accordo — disse. — Il sergente Morgan è il responsabile dell’area di Miami. Qualsiasi cosa accada in un’altra zona, fate capo innanzi tutto a me.

Deborah annuì.

— Domande? — Chambers si guardò intorno. Tutti tacquero. — Okay — disse. — Il sergente Morgan vi aggiornerà riguardo alle conclusioni cui siamo giunti fino a ora.

Deborah si alzò e lo raggiunse. Lui sedette e le cedette la parola. Lei si schiarì la gola e cominciò il riassunto. Lo spettacolo era penoso: mia sorella non è brava a parlare in pubblico e, a parte questo, è estremamente timida. Credo che, con la personalità da ispettore Callaghan che si ritrova, si sia sempre sentita a disagio nel corpo di una bella donna, e che detesti essere osservata dagli uomini. Quindi, per tutti quelli che davvero ci tenevano a lei, forse in quel momento soltanto io, non fu una bella esperienza vederla incespicare nelle parole, schiarirsi di continuo la gola e affidarsi ai luoghi comuni del poliziottese come ancora di salvezza.

Comunque, tutto prima o poi è destinato a finire, anche le cose più sgradevoli e, dopo un lungo ed esasperante interludio, Debs concluse e disse: — Domande? — Poi arrossì e guardò Chambers, accertandosi che non si fosse seccato perché lei era ricorsa alla sua stessa formula.

Il detective Weems alzò la mano. — Quale dev’essere, secondo voi, il nostro compito nelle Everglades? — chiese con una vocina incredibilmente acuta.

Deborah si schiarì la gola. Ancora. — Sapete — attaccò — dovete soltanto tenerci informati. Se qualcuno nota qualcosa laggiù, se quei tipi cercano di mettere su un’altra, sapete, un altro festino. O se ne scoprite una vecchia di cui non eravamo a conoscenza, un posto in cui ci sono prove di ciò che stiamo cercando. — E si schiarì la gola. Mi venne voglia di offrirle una pasticca per la tosse.

Fortunatamente per Deborah, Chambers decise che ne aveva abbastanza. Si alzò, prima che mia sorella si soffocasse del tutto, e disse: — D’accordo. Tutti sapete quello che dovete fare. L’unica cosa che vi raccomando è di tenere la bocca chiusa. La stampa si sta già sbizzarrendo fin troppo su questo caso, e non voglio darle altra materia per cazzeggiare. Chiaro?

Tutti annuirono, Deborah compresa.

— Bene — fece Chambers. — Andiamo a prendere quei bastardi.

La riunione terminò con stridio di sedie, strascicare di piedi e chiacchiere tra poliziotti. Tutti i presenti si alzarono e si misero a conversare con quelli che avevano intorno, eccetto il maggiore Nelson, che si calcò il berretto sulla testa rasata e marciò fuori dalla porta neanche avessero intonato la Marcia del colonnello Bogey. Il gigante della polizia tribale, Weems, si precipitò a parlare con Chambers, mentre l’agente Recht restò seduta e si guardò intorno con tacita disapprovazione.

Hood si sentì osservato e scosse il capo. — Merda — disse. — Quanto li detesto i federali, cazzo.

— Immagino che la cosa li preoccupi — osservò Alvarez.

— Ehi, Morgan, seriamente — fece Hood. — Non c’è un modo per farla in barba a quella zoccola dell’FBI?

— Certo — disse Debs, in un tono di voce così ragionevole che puzzava di complicazioni lontano chilometri. — Trova quella fottuta ragazzina, arresta quel fottuto killer e fa’ il tuo fottuto lavoro così l’FBI non ha nessuna scusa per farlo al tuo posto. — Gli mostrò i denti; non stava sorridendo, anche se forse Bobby Acosta avrebbe frainteso. — Te la senti, Richard?

Hood la scrutò per un istante, poi scosse il capo. — Merda — disse.

— Ehi, prima avevi ragione — fece Alvarez. — Quella le palle le ha più grosse persino delle tue.

— Merda — ripeté Hood. Infine, chiaramente in cerca di un facile bersaglio, si rivolse a Deke: — E tu?

— Io cosa? — fece lui.

— Tu di che cosa ti occupi?

Deke alzò le spalle. — Be’, sai — spiegò. — Il capitano vuole che io resti insieme a… uh, Morgan.

— Wow — commentò Alvarez. — Un compito rischioso.

— Siamo soci — replicò lui, lievemente offeso.

— Sta’ attento, Deke — disse Hood. — Morgan è parecchio severa con i suoi soci.

— Già, infatti ogni volta che ne trova uno, poi rimane senza — fece Alvarez.

— Ehi, voi due teste di cazzo, vi devo prendere per la manina e accompagnarvi al database della motorizzazione? — saltò su Deborah. — Oppure vi sono rimasti i neuroni sufficienti per andarci da soli?

Hood si alzò e fece: — Ci vado, capo. — E si diresse verso l’uscita.

Alvarez lo seguì, dicendo: — Guardati le spalle, Deke.

Deke li osservò allontanarsi, leggermente accigliato e, non appena si chiuse la porta, esclamò: — Perché mi devono spaccare i coglioni? Perché sono nuovo, o che cosa? — Deborah lo ignorò, e lui si voltò verso di me. — Insomma, che cosa c’è che non va? Che cosa gli ho fatto? Eh?

Non avevo nessuna risposta, a parte la più ovvia, cioè che i poliziotti sono come qualsiasi altro animale: se la prendono con i membri del branco che sembrano diversi o più deboli. Con quel suo aspetto assurdamente attraente e le capacità mentali in un certo senso limitate, Deke aveva le caratteristiche giuste per trasformarsi in bersaglio. Eppure discuterne mi parve brutto, così gli lanciai un sorrisetto rassicurante. — Sono certo che si calmeranno, quando vedranno quello che sai fare — dissi.

Scosse lentamente il capo. — Credi che io sia autorizzato a fare qualcosa? — replicò, voltandosi verso Debs. — Devo starle appiccicato come fossi la sua ombra.

Poiché mi guardava in attesa di una risposta, dissi: — Be’, sono sicuro che prima o poi verrà fuori l’occasione giusta per mostrare la tua capacità d’iniziativa.

— Iniziativa — ripeté, e per un istante pensai di dovergli spiegare che cosa fosse. Invece, per fortuna, scosse la testa, inacidito, e aggiunse: — Merda.

Prima che potessimo analizzare gli oscuri addentellati di quel suo pensiero, arrivò Chambers e posò una mano sulla spalla di Deborah. — D’accordo, Morgan — disse. — Lei sa quello che deve fare. Al piano di sotto, tra novanta minuti.

Debs lo guardò con l’espressione più vicina al terrore che le fosse mai comparsa sul viso. — Non posso — fece. — Insomma, credevo che lei… non può andarci lei?

Chambers scosse il capo con un crudele sorrisetto da elfo malvagio. — Non posso — disse. — Il capo qui è lei. Io sono solo il coordinatore. Il suo capitano vuole che sia lei a farlo. — Le diede un’altra pacca sulla spalla e se ne andò.

— Merda — mormorò Deborah, e per un attimo trovai profondamente irritante che per tutta la mattina quella fosse l’unica parola che tutti tiravano in ballo. Poi fece un gestaccio per aria e mi accorsi che la sua mano stava tremando.

— Di che cosa si tratta, Debs? — Mi domandavo che cosa mai potesse spingere la mia impavida sorellina a tremare come una foglia al vento.

Trasse un profondo sospiro e raddrizzò le spalle. — La conferenza stampa — rispose. — Vogliono che sia io a parlare con i giornalisti. — Deglutì e si leccò le labbra come se fosse già completamente disidratata. — Merda — ripeté.

17

Uno degli aspetti più gratificanti del mio lavoro è che è sempre molto vario. Certi giorni mi capita di utilizzare enormi e costosi macchinari per effettuare test altamente scientifici e moderni, altre volte non faccio che guardare dentro a un microscopio. Come se non bastasse, la situazione cambia a ogni scena del crimine. Ovviamente, ogni delitto è diverso dall’altro, a partire dalla più comune e volgare moglie fatta a pezzi fino a certi notevoli e pittoreschi sventramenti.

Eppure in tutta la mia variegata esperienza nel dipartimento, non mi era mai stato richiesto di mettere la mia formazione professionale e il mio acume al servizio della mia terrorizzata sorella per preparare una conferenza stampa. E meno male. Infatti, se sul lavoro mi avessero mai richiesto una tale competenza, avrei seriamente considerato la possibilità di rinunciare all’impiego di analista nella polizia per dedicarmi all’insegnamento dell’educazione fisica nelle scuole medie.

Deborah mi trascinò nel suo ufficio e cominciò brutalmente a farsela sotto: si sedette, si alzò, fece tre passi in tutte le direzioni, si sedette di nuovo e prese a torcersi le mani. Poi, tanto per innalzare alle stelle il Quoziente di Sgradevolezza, si mise a ripetere: — Merda. Merda, merda, merda, merda, merda — senza smettere, declinandolo in tutte le tonalità e inflessioni, finché cominciai a pensare che avesse perso anche la capacità di esprimersi intelligentemente.

— Debs — dissi infine — se queste saranno le tue dichiarazioni, dubito che il capitano Matthews sarà molto contento.

— Merda — ripeté, facendomi venir voglia di tirarle una sberla.

— Dexter, Gesù, ti prego… che cosa gli dico?

— Tutto, ma non “merda” — risposi.

Si alzò un’altra volta e si diresse verso la finestra, continuando a torcersi le mani. Da sempre, tutte le ragazzine sono cresciute sognando di diventare attrici, ballerine o comunque gente di spettacolo… tutte, eccetto Deborah. Fin dalla tenera età di cinque anni la sua ambizione era sempre stata quella di possedere un distintivo e una pistola. E grazie a un infaticabile impegno, a una tenacia fuori dal comune e a dolorosissimi pugni nel mio braccio era riuscita a ottenerli, per poi scoprire adesso che, per poterli conservare, le sarebbe toccato fare l’attrice. Il termine “ironia” è parecchio abusato, ma non posso certo negare che la situazione alimentasse in un certo qual modo il mio spirito beffardo.

Nello stesso tempo, però, Debs mi suscitò un po’ della compassione che avevo cominciato a provare dopo la nascita di Lily Anne, visto che, senza il mio aiuto, avrebbe presto fornito la prova inoppugnabile dell’esistenza della combustione spontanea. Così, quando stabilii che mia sorella aveva sofferto troppo, mi alzai dalla sedia sgangherata e le andai vicino. — Debs — dissi. — Se c’è riuscito il capitano Matthews, ce la puoi fare anche tu.

Pensavo che avrebbe ripetuto di nuovo “merda”, ma si trattenne, limitandosi a mordersi il labbro. — Non ce la faccio — disse.

— Tutte quelle persone… i giornalisti… le telecamere… non ce la faccio, Dexter.

Notai con gioia che si era ripresa un poco, quel tanto che le permetteva di distinguere tra la “gente” e i “giornalisti”, ma era chiaro che le restava ancora parecchio lavoro da fare. — Invece ce la farai, Deborah — le dissi, fermamente. — E sarà molto più facile di quanto credi. Ti piacerà persino.

Digrignò i denti e credo che mi avrebbe tirato un pugno, se solo non fosse stata così agitata. — Aspetta e spera — fece.

— Sarà facile — ripetei. — Scriveremo qualche breve appunto e a te toccherà soltanto leggerli a voce alta. Come un tema alle superiori.

— Prendevo sempre l’insufficienza nei temi — grugnì Debs.

— Non sei obbligata ad aiutarmi — dissi, mostrandomi più fiducioso di quanto non fossi in realtà. — Forza, sediamoci e buttiamo giù questa roba.

Digrignò di nuovo i denti e si torse le mani per qualche secondo, come se stesse meditando di gettarsi dalla finestra. Ma ci trovavamo soltanto al secondo piano e le finestre erano ermeticamente chiuse, così alla fine rinunciò e si lasciò cadere sulla sedia. — Okay — disse tra i denti. — Scriviamo.

Bastavano poche frasi in poliziottese per spiegare praticamente tutto alla stampa. Ecco perché uno come il capitano Matthews faceva bella figura, grazie alla sua capacità di memorizzare luoghi comuni e di pronunciarli nell’ordine giusto davanti a una telecamera. Il suo non si poteva certo definire talento, anche perché richiedeva una destrezza molto minore di quella necessaria a uno dei più semplici trucchi con le carte.

Eppure si trattava di un’abilità che Deborah non possedeva affatto, e tentare di spiegargliela era un po’ come descrivere un plaid scozzese a un non vedente. Nel complesso si rivelò una parentesi faticosa e alquanto sgradevole e, quando ci dirigemmo alla conferenza, ero devastato ed esaurito quasi quanto mia sorella. Ci sentimmo entrambi ancora peggio quando ci trovammo davanti alla folla di bavosi predatori che ci attendeva. Per un istante credetti che Deborah si bloccasse, con il piede alzato. Poi, come se qualcuno avesse premuto un interruttore, i giornalisti le andarono incontro e diedero inizio alla loro routine di domande urlate a voce alta e di scatti fotografici. Quando Debs serrò la mascella e li fissò accigliata, mi tranquillizzai. “Ce la farà” pensai con una punta di orgoglio per la mia creazione, mentre saliva sul podio.

L’orgoglio svanì non appena mia sorella aprì la bocca per dare origine a uno dei peggiori quarti d’ora della mia vita. Deborah che cercava di parlare in una sala gremita di poliziotti era un qualcosa di profondamente imbarazzante. Deborah che cercava di pronunciare una frase a una conferenza stampa era una tortura così dolorosa da far rabbrividire gli incappucciati dell’Inquisizione, convincendoli a dare forfait. Mia sorella balbettò, incespicò, esitò, sudò, mescolando le frasi che avevamo accuratamente preparato in un groviglio così contorto che sembrava dovesse confessare uno stupro infantile. Quando finalmente terminò il discorso a cui avevo lavorato con così tanto impegno, la sala ammutolì per qualche secondo. Poi, ahimè, i giornalisti approfittarono della situazione e le si gettarono frenetici addosso.

A confronto, tutto quello che era successo in precedenza era rose e fiori. Vidi Debs annodarsi lentamente la corda intorno al collo e lanciarsi nel vuoto, oscillando agonizzante su e giù, finché il capitano Matthews, pietosamente, fece un passo avanti e disse: — Basta con le domande. — Non sbatté mia sorella giù dal podio, ma era chiaro che dovette averci pensato.

Fissò torvo la folla omicida, come se il suo virile sguardo bastasse a ridurla all’obbedienza, e in effetti i presenti un po’ si calmarono. — Okay — disse. — Gli… uhm… familiari. — Si coprì la bocca con il pugno e si schiarì la gola, facendomi sospettare che Debs fosse contagiosa. — Il signore e la… uhm… signora Aldovar. Vorrebbero rilasciare una breve dichiarazione. — Il capitano annuì e fece un cenno con il braccio.

Uno stordito signor Aldovar condusse la moglie verso il microfono. La donna sembrava a pezzi e molto invecchiata, ma non appena si ritrovò davanti alla folla si ricompose visibilmente, spinse via il marito ed estrasse un foglio di carta. Strano a dirsi, ma i giornalisti tacquero per un istante.

— Per la persona o le persone che hanno rapito la nostra piccola… — esordì, poi dovette interrompersi e, per solidarietà, si schiarì anche lei la gola — la nostra Samantha — continuò. — Non siamo ricchi, ma tutto quel che abbiamo o riusciremo a procurarci è vostro. Soltanto, vi prego, non fate del male alla nostra bambina… vi prego… — Non riuscì a dire altro. Si coprì il viso con le mani e il foglio scivolò a terra.

Il marito si avvicinò, la prese tra le braccia e lanciò un’occhiataccia al pubblico, come se sapesse dove si trovava Samantha, ma non volesse dirlo. — È una brava ragazza — fece con rabbia. — Non c’è nessun motivo al mondo per… per… Vi prego — abbassò leggermente la voce. — Vi prego, lasciatela andare. Vi darò qualunque cosa, ma lasciatela andare… — Poi si incupì e si allontanò.

Il capitano Matthews fece qualche passo avanti e tornò a fissare severamente la sala. — Okay — disse. — Tutti voi avete una foto della ragazza, Samantha. Vi chiediamo di contribuire a diffonderla, e uhm… se qualcuno di voi la dovesse vedere, voi cittadini, intendo… potete chiamare il numero speciale della polizia e… anche voi giornalisti ce l’avete. E se riusciamo a far circolare questo numero, e la foto, troveremo quella ragazza. Viva. — Elargì al pubblico il suo pezzo forte, che consisteva in quello sguardo virile e determinato puntato verso le telecamere, lo sostenne per qualche istante, infine disse: — Grazie per la collaborazione. — Restò per un po’ immobile, con la mascella serrata, per permettere ai fotografi di immortalare per l’ultima volta i suoi tratti volitivi, poi concluse: — Okay, questo è tutto — e si congedò.

Come previsto, la sala precipitò nella confusione e nel caos, ma il capitano Matthews agitò un braccio e si voltò per rassicurare la famiglia Aldovar. Io mi misi a spingere per raggiungere Deborah e durante il tragitto ricevetti ed elargii svariate gomitate nelle costole. Mia sorella era in disparte, che apriva e chiudeva ripetutamente i pugni. Aveva le guance leggermente più colorite e appariva curiosamente stordita, come se qualcuno l’avesse svegliata da un brutto sogno.

— Se me lo fanno rifare di nuovo — disse tra i denti — mi strappo via il distintivo.

— Se provi a rifarlo di nuovo — osservai — ci penserà il capitano Matthews a strappartelo.

— Cristo. È stato davvero così terribile?

— Oh, no — feci. — Molto peggio.

Forse non me ne accorsi perché ero impegnato a fare del sarcasmo, ma Deborah mi colpì con uno dei suoi pugni al braccio. Da una parte, vedere che si stava riprendendo mi fece piacere, anche se dall’altra mi fece parecchio male.

— Ti ringrazio per il supporto — disse. — Adesso usciamo di qui. — Si voltò e si mise a sgomitare con violenza tra la folla, e io la seguii, massaggiandomi il braccio.

I giornalisti sono strane creature. Per far bene il loro lavoro devono avere un’alta considerazione di se stessi. Infatti quelli che avevano assistito alla pietosa performance di Deborah, benché abituati a incassare simili delusioni, dovevano credere che bastasse spingerle addosso un microfono e gridarle una domanda perché mia sorella cedesse al fascino delle loro chiome impeccabili e dei loro denti perfetti e si lasciasse sfuggire una risposta. Invece, purtroppo per la loro autostima professionale, Deborah si limitò a farsi largo verso l’uscita, abbattendo tutto ciò che le opponeva resistenza e sgomitando brutalmente i malcapitati che si trovavano sul suo cammino. Anche i giornalisti appostati vicino all’uscita, che avevano assistito alla sorte dei loro colleghi, avevano una considerazione così alta di se stessi che si comportarono nello stesso modo, meravigliandosi di ottenere lo stesso risultato.

Alcuni, per il fatto che fossi insieme a Deborah, mi scrutarono indagatori, ma dopo lunghi anni di diligente addestramento il mio travestimento era troppo ben riuscito per loro, e stabilirono che ero esattamente quel che apparivo: un essere totalmente insignificante senza risposte per nessuno. Quindi, quasi privo di molestie, spossato unicamente dai pugni al braccio di Deborah, riuscii a uscire dalla sala conferenze e a dirigermi con mia sorella verso il centro operativo della squadra, al secondo piano.

A un tratto, lungo il tragitto, Deke ci raggiunse e si appoggiò alla parete. Qualcuno aveva allestito una macchinetta del caffè. Deborah ne versò un po’ in un bicchiere di carta. Lo sorseggiò con una smorfia. — È peggio di quello del distributore — disse.

— Potremmo andare a far colazione — proposi speranzoso.

Debs abbassò la tazza e si sedette. — Abbiamo troppo da fare — dichiarò. — Che ore sono?

— Le otto e tre quarti — disse Deke. Deborah lo guardò acida, come se l’orario dipendesse da lui. — Che ci posso fare — aggiunse il poliziotto.

Si spalancò la porta e comparve il detective Hood. — Sono così fottutamente in gamba che mi spavento da solo — disse spavaldo, sedendosi di fronte a Deborah.

— Spaventa anche me, Richard — lo invitò Deborah. — Che cos’hai scoperto?

Hood estrasse un foglio dalla tasca e lo spiegò. — In tempo record — dichiarò — ecco a voi la Porsche decapottabile del 2009 di Tyler Spanos. — Schioccò il dito contro il foglio con un suono secco. — Un tipo che gestisce un’officina clandestina mi doveva un favore; gli avevo fatto avere una sospensione della pena lo scorso anno. — Il foglio schioccò un’altra volta. — Si trova in una carrozzeria abusiva, a Opa-Locka — continuò. — Ho appena mandato un’autopattuglia a fermare i tipi che la stavano riverniciando, due haitiani. — Gettò il foglio sulla scrivania, di fronte a Deborah.

— Chi è il capo, qui? — fece.

— Alza i tacchi — replicò Debs. — Voglio sapere chi gliel’ha venduta, di come ci sei arrivato non mi interessa.

Hood le rivolse un sorriso largo e feroce. — Fico — commentò.

— Adoro questo lavoro, certe volte. — Si alzò dalla sedia con una grazia sorprendente e se ne andò, fischiettando Here Comes the Sun.

Deborah lo guardò allontanarsi e, non appena si richiuse la porta, disse: — Il nostro primo risultato, e quella testa di cazzo vuol prendersene il merito.

— Risultato… sicura? — obiettò Deke. — Se l’hanno riverniciata, non ci sarà più nessuna impronta.

Deborah lo guardò con una faccia che, se fossi stato al posto suo, mi sarei nascosto sotto il tappeto. — C’è sempre qualche stupido, Deke — disse, sottolineando più del dovuto la parola “stupido”. — Avrebbero dovuto ficcare l’auto in un inghiottitoio, ma qualcuno ci teneva a tirare su in fretta un paio di migliaia di dollari, o giù di lì, così l’hanno venduta. E se scopriamo chi è stato…

— Troviamo la ragazza — fece Deke.

Deborah lo guardò con un’espressione condiscendente. — Esatto, Deke — disse. — Così troviamo la ragazza.

— Bene — replicò lui.

La porta si spalancò un’altra volta ed entrò il detective Alvarez. — Ti piacerà — le disse.

Mia sorella lo fissò, carica di aspettative. — Hai trovato Bobby Acosta? — chiese.

Alvarez scosse il capo. — C’è la famiglia Spanos e ti vuole parlare — dichiarò.

18

Se l’uomo che aveva varcato l’ingresso per primo era davvero il signor Spanos, allora voleva dire che il padre di Tyler era un culturista ventottenne con il codino e un rigonfiamento sospetto sotto il braccio sinistro. Se ne deduceva che doveva aver generato la figlia all’età di dieci anni, il che era un po’ troppo, anche per un abitante di Miami. In ogni caso, chiunque fosse, aveva l’aria dannatamente seria. Ispezionò la stanza con prudenza, scrutando anche me e Deke, poi tornò nell’atrio, annuendo con il capo.

L’altro uomo nella stanza era un po’ più simile al padre che ci saremmo immaginati per un’adolescente. Era sulla cinquantina, piuttosto basso e un po’ paffuto, dai capelli radi e gli occhiali con montatura dorata. Aveva il viso stanco e sudato e la bocca spalancata come se respirasse affannosamente. Entrò barcollando nella stanza e subito si guardò intorno disperato, poi si diresse verso Deborah, sbattendo le palpebre e ansimando.

Una donna lo seguiva, concitata. Era più giovane e più alta di una quindicina di centimetri, dai capelli biondo rossastro e un assortimento di gioielli persino troppo preziosi. Dietro di lei c’era un altro culturista, stavolta senza codino ma con i capelli rasati, che portava una valigia d’alluminio. Chiuse la porta alle sue spalle e si appoggiò allo stipite.

La donna raggiunse la scrivania di Deborah, prese una sedia e la indicò al signor Spanos. — Siediti — gli ingiunse. — E chiudi quella bocca.

L’uomo la guardò, continuando a sbattere le palpebre, poi prese posto, sospinto da una gomitata, ma senza chiudere la bocca.

La moglie lanciò un’occhiata intorno, finché non notò un’altra sedia al tavolo delle conferenze. La prese e l’avvicinò accanto a quella del signor Spanos. Sedette anche lei, scuotendo il capo, poi si rivolse a Deborah. — Sergente… Morgan? — domandò, incerta.

— Esatto — fece Deborah.

La donna la fissò severa per un istante, quasi sperasse di vederla trasformarsi in Clint Eastwood. Contrasse le labbra con un sospiro e disse: — Sono Daphne Spanos. La madre di Tyler.

Deborah annuì. — Mi dispiace davvero per la sua perdita.

Il marito emise un singhiozzo. Risuonò forte e netto, cogliendo di sorpresa Deborah, che lo fissò con tanto d’occhi, come se l’uomo stesse per intonare una canzone.

— Finiscila — disse Daphne Spanos. — Devi fartene una ragione.

— La mia bambina — continuò lui. Era chiaro che una ragione non se l’era fatta.

— Dannazione. È anche la mia, di bambina — sibilò Daphne.

— Piantala di singhiozzare, adesso.

Il signor Spanos guardò a terra, scuotendo la testa, ma almeno la piantò. In cambio trasse un profondo sospiro, chiuse gli occhi, si sedette più composto che poté e si rivolse a mia sorella. — Tocca a lei trovare quelle bestie — disse. — Quelle che hanno ammazzato la mia bambina. — Pensai si mettesse di nuovo a piagnucolare, ma strinse i denti e non si udì altro che un respiro soffocato.

— Siamo una squadra, signor Spanos — rispose Debs. — Una squadra di agenti provenienti dai diversi settori della…

L’uomo agitò la mano in aria per zittirla. — Non mi importa niente della squadra — fece. — Mi hanno detto che la responsabile è lei. O sbaglio?

Deborah lanciò un’occhiata ad Alvarez, che si voltò dall’altra parte con espressione da finto innocente, poi tornò a guardare Spanos.

— Non sbaglia — disse.

Lui la fissò a lungo. — Perché non hanno incaricato un uomo? — fece. — È per essere politically correct che hanno scelto una donna?

Alvarez si tratteneva a fatica. Deborah non ne ebbe bisogno. Era ormai abituata a questa storia, anche se non significava che le piacesse. — La responsabile sono io — dichiarò — perché sono la migliore e me lo sono meritato. Se per lei è un problema, sono fatti suoi.

Spanos la guardò, scuotendo il capo. — Non sono d’accordo — disse. — Dovevano incaricare un uomo.

— Signor Spanos — continuò Deborah — se ha qualcosa da dire, lo dica. Altrimenti, sono qui per dare la caccia a un assassino, e non intendo perdere altro tempo. — Lo fissò torva.

L’uomo sembrava confuso. Guardò prima la moglie, che annuì, stringendo le labbra, poi si voltò verso Mister Codino. — Sgombra la stanza — gli ingiunse. Codino fece un passo verso Deke.

— Alt! — abbaiò Deborah, e Codino si bloccò di colpo. — Non si sgombra nessuna stanza, qui — disse. — Siamo in un comando di polizia.

— Devo parlarle a quattr’occhi — spiegò Spanos. — Ho bisogno di discrezione.

— Io sono un poliziotto — replicò Debs. — Se le serve discrezione, si rivolga a un avvocato.

— No — replicò l’uomo. — Queste cose le posso dire solo a lei, che è a capo delle indagini, non agli altri.

— Non funziona così — disse mia sorella.

— Solo per questa volta — insistette Spanos. — Lo faccia per la mia bambina.

— Signor Spanos — obiettò Debs.

La moglie si protese verso di lei. — Per favore — disse. — Sarà questione di un minuto. — Afferrò la mano di Deborah e gliela strinse. — È importante — aggiunse. — Per le indagini. — La vide incerta e gliela strinse un’altra volta. — Vi aiuterà a catturarli — sussurrò seduttiva.

Mia sorella si liberò della stretta e guardò prima i coniugi, poi me, in cerca di un consiglio. Io ammetto che ero curioso, e mi limitai ad alzare le spalle.

— Faccia uscire in corridoio i suoi uomini — disse infine Deborah. — Io manderò fuori un paio dei miei.

Spanos scosse il capo. — Solo io e lei — si impuntò. — Così resta in famiglia.

Debs si voltò di scatto verso di me. — Mio fratello resta — dichiarò.

Gli Spanos mi fissarono. — Suo fratello — ripeté lui, e guardò la moglie, che annuì. — D’accordo. — L’uomo fece un cenno.

— Mackenzie.

Comparve il tipo rasato e gli porse la valigia.

— Tu e Harold aspettate fuori — disse Spanos. Si piazzò la valigia sulle ginocchia, mentre i due culturisti uscivano in corridoio.

— Sergente? — si rivolse a Debs.

— Deke, Alvarez — disse lei, con un gesto — date un occhio a quei due in corridoio.

— Veramente è a te che dovrei dare un occhio — fece Deke.

— Ordini del capitano.

— Esci — disse Debs. — Due minuti.

Lui la fissò testardo per qualche istante, poi Alvarez gli venne incontro e gli posò una mano sulla spalla. — Forza, amico — fece.

— Se il boss ha detto di uscire, usciamo.

Deke alzò sprezzante il mento con la fossetta e per un secondo mi parve il virile eroe di un telefilm per ragazzi. — Due minuti — ripeté La fissò ancora per un istante come se stesse per aggiungere qualcosa poi, visto che non gli veniva in mente niente, si voltò e uscì. Alvarez lanciò a Debs un sorrisetto beffardo e lo seguì.

La porta si chiuse alle loro spalle e per un attimo nessuno si mosse. Infine il signor Spanos posò con un grugnito la valigia sulle ginocchia di Deborah. — La apra — disse. Lei lo guardò. — La apra, avanti — insistette. — Non c’è mica una bomba.

Mia sorella abbassò lo sguardo verso la valigia. Aveva due chiusure. Le aprì entrambe, circospetta, e dopo aver lanciato un’ultima occhiata agli Spanos fece scattare il coperchio. Scrutò l’interno senza battere ciglio, la mano immobile sulla valigia, il viso indecifrabile. Poi si rivolse agli Spanos con l’espressione più gelida che le avessi mai visto. — Che cazzo di roba è? — disse tra i denti.

I sentimenti umani mi erano nuovi, ma non la curiosità, così mi protesi in avanti a guardare. Per capire che cazzo di roba era, non mi ci volle un esame approfondito.

Erano soldi. In gran quantità.

A giudicare dallo strato superiore doveva trattarsi di mazzette da centinaia di dollari, strette in fascette di banca. La valigia ne era stracolma, al punto che non si capiva come Spanos avesse fatto a chiuderla, a meno che Codino non ci si fosse seduto sopra.

— Mezzo milione di dollari — spiegò l’uomo. — In contanti. Non tracciabili. Da consegnarle dove lei desidera. In una banca delle isole Cayman o dove preferisce.

— Per che cosa? — domandò Debs, secca.

Se il signor Spanos l’avesse conosciuta come la conoscevo io, avrebbe avuto di che preoccuparsi.

Ma non la conosceva. Infatti gli parve di essere entrato in confidenza per il solo fatto che lei avesse domandato “per che cosa?”, e sorrise, non con allegria, ma per mostrare che era ancora capace di farlo. — Praticamente per nulla — disse. — Soltanto per questo. — Agitò il dito per aria. — Quando troverà quelle bestie che hanno ammazzato la mia bambina… — La voce gli si incrinò, e si interruppe. Si tolse gli occhiali, li pulì con la manica. Se li rimise, si schiarì la gola e tornò a guardare Deborah. — Quando troverà quei bastardi, lo dica a me per primo. Ecco tutto. Dieci minuti prima di fare qualunque altra mossa. Lei mi telefona. E quei soldi sono tutti suoi.

Deborah lo fissò. Lui ricambiò lo sguardo. E per qualche istante non sembrò più un piagnucolone, ma un uomo che conosceva il fatto suo e sapeva esattamente come ottenerlo.

Scrutai il denaro nella valigia aperta. Mezzo milione di dollari. Una sommetta niente male. Non mi sono mai fatto abbagliare dai soldi: dopo tutto, non ho studiato da avvocato. Ho sempre ritenuto il denaro un modo che gli uomini utilizzano per apparire migliori degli altri. Ma adesso quei mucchi di banconote impilati nella valigia non mi parvero più astratti simulacri per accumulare prestigio. Volevano dire lezioni di danza per Lily Anne. Studi universitari assicurati. Ore di equitazione, vestiti nuovi, l’apparecchio per i denti, e passeggiate in cerca di conchiglie sulle spiagge delle Bahamas. E tutto racchiuso in quella valigetta zeppa di banconote che mi strizzavano l’occhio, ammiccanti, e dicevano: “Perché no? Che cosa c’è di male?”.

Mi accorsi in quel momento che il silenzio durava da troppo tempo per non considerarsi imbarazzante, così misi da parte il pensiero della futura felicità di Lily Anne e guardai Deborah. A quanto sembrava, né lei né Spanos avevano cambiato espressione.

Alla fine, comunque, mia sorella posò a terra la valigia con un profondo sospiro e si rivolse a Spanos. — Se li riprenda — disse, spingendoli verso di lui con un piede.

— Sono suoi — insistette l’uomo, scuotendo il capo.

— Signor Spanos — dichiarò Debs. — Offrire tangenti a un pubblico ufficiale è considerato reato.

— Quale tangente? — replicò lui. — Si tratta di un omaggio. Lo accetti.

— Li riprenda, e se ne vada — disse mia sorella.

— Mi basta una semplice telefonata — protestò. — Le sembra un crimine?

— Sono davvero spiacente per la sua perdita — scandì Debs, lentamente. — Se li raccoglie e se ne va all’istante, mi dimenticherò dell’accaduto. Ma se quando rientrano gli altri detective quei soldi sono ancora qui, allora la sbatterò dentro.

— Capisco — fece Spanos. — Non dica più nulla adesso; siamo d’accordo. Ma prenda il mio biglietto da visita e mi chiami quando li trova: il denaro sarà suo. — Le porse il biglietto.

Ma Deborah si alzò in piedi e lo lasciò cadere sul pavimento. — Se ne vada a casa, signor Spanos — disse. — E porti via quella valigia. — Si diresse alla porta e la spalancò.

— Mi basta una chiamata — insistette l’uomo.

Ancora una volta la moglie si mostrò maggiormente dotata di senso pratico. — Non fare l’idiota — lo apostrofò. Si chinò ad afferrare la valigia e riuscì a richiuderla con uno spintone un istante prima che Deke e Alvarez rientrassero con i due culturisti. Porse la valigia a quello rasato e si rialzò. — Andiamo — disse al marito.

Lui la guardò, quindi si voltò verso Deborah che era sulla porta. — Mi telefoni — disse.

— Arrivederci, signor Spanos — fece mia sorella.

L’uomo la guardò ancora per qualche secondo, infine la moglie lo prese per il gomito e lo trascinò fuori.

Deborah chiuse la porta con un profondo sospiro e tornò a sedersi. Alvarez la scrutò, ridacchiando. Non fece in tempo a ricomporsi che mia sorella lo guardò.

— Fottutamente spassoso, eh, Alvarez? — ringhiò Debs.

Entrò Deke e si piazzò nello stesso posto in cui si trovava prima di uscire. — Quanto? — le domandò.

— Come? — fece Deborah, sorpresa.

Deke strinse le spalle. — Ti ho chiesto, quanto — ripeté — Quanto c’era nella valigia?

Lei scosse il capo. — Mezzo milione.

Deke grugnì. — Robetta — disse. — Un tipo a Syracuse al mio collega Jerry Kozanski ne aveva offerti due, di testoni, ed era solo uno stupro.

— Questo è niente — intervenne Alvarez. — Qualche anno fa un narcotrafficante mi ha offerto tre milioni per il tossico che gli aveva rubato la macchina.

— Tre milioni e non li hai presi? — fece Deke.

— Be’, perché puntavo ai quattro — replicò Alvarez.

— Okay — disse Debs. — Abbiamo perso abbastanza tempo con queste cazzate. Torniamo al caso. — Indicò Alvarez. — Non me ne frega niente delle tue stronzate. Voglio Bobby Acosta. Portamelo qui.

Mentre Alvarez si precipitava fuori, riflettei che in fondo mezzo milione di dollari non erano poi così tanti, non per una figlia mangiata viva. Ma proprio perché si trattava di una cifra così bassa, accettarla dagli Spanos in cambio di una futile telefonata sarebbe stato un buon affare. Eppure Deborah non ne era stata tentata, neanche per un istante, e Deke ci aveva scherzato sopra.

Ma, a quanto sembrava, a Debs andava bene così. Mi guardò dritto negli occhi. — Non ci pensiamo più — disse. — Voglio saperne di più su quella roba… su quella coppa da punch. Quella che devono avere usato nelle Everglades. Insieme al sangue, conteneva dell’altro che potrebbe fornirci una pista. Datti da fare.

— Va bene — dissi. — E tu e Deke di che cosa vi occupate?

Mi lanciò uno sguardo che era il bis di quello da limone inacidito che aveva rivolto a Deke. — Noi — esordì con una vena di disgusto — ci occuperemo degli altri tre nominativi nell’elenco del dentista. Quei tipi con i canini da vampiro. — Guardò il socio e poi nel vuoto, stringendo i denti. — Qualcuno di quei ragazzi sa qualcosa, dannazione — continuò. — E noi lo scopriremo.

— Okay — l’assecondò Deke.

— Bene, allora me ne torno in laboratorio a lavorare — dissi.

— Già — fece Deborah. — Ti tocca.

Obbedii, e abbandonai mia sorella con il suo sgradito assistente.

19

Quando arrivai al laboratorio, Vince Masuoka era già in fibrillazione. — Ehi — disse. — Ho sottoposto il mio test per l’ecstasy a quei campioni delle Everglades.

— Splendido — feci. — Stavo per proportelo.

— Sono risultati positivi — continuò. — Ma lì dentro c’è dell’altro, e in gran quantità. — Alzò le spalle con un gesto d’impotenza. — È roba organica, ma non è venuto fuori nulla di più.

— Insisti. Prima o poi lo scopriremo, mon frère.

— Ancora con quel francese? Quand’è che la finirai?

— Quando arriveranno le ciambelle — feci speranzoso.

— Be’, alours sta’zitto, visto che non arriveranno — replicò Vince, senza accorgersi che le sue parole non avevano senso in nessuna lingua, figuriamoci in francese.

Ma non ero responsabile della sua istruzione, così lasciai correre e ci concentrammo sul campione prelevato dalla coppa del party cannibale.

Entro mezzogiorno nel nostro piccolo laboratorio avevamo sperimentato quasi ogni test possibile e scoperto un paio di cose inutili. Primo, che l’ingrediente base della brodaglia era una popolare bevanda energetica ad alto numero di ottani. Vi era stato aggiunto sangue umano e, nonostante il campione fosse piccolo e piuttosto degradato, ero ragionevolmente certo che provenisse da fonti diverse. Ma l’ultimo ingrediente, quello organico, continuava a restare sconosciuto.

— Va bene — dichiarai infine. — Proviamo ad arrivarci in un modo diverso.

— E come? — fece Vince. — Con una tavoletta Ouija?

— Quasi — dissi. — Che ne dici se utilizziamo la logica induttiva?

— Okay, Sherlock. Sarà di sicuro più divertente della solita gascromatografia.

— Mangiare i tuoi amici umani non è naturale — esordii, cercando di immedesimarmi in uno dei presenti al festino, ma Vince interruppe la mia lenta discesa in trance.

— Che cosa dici… stai scherzando? — replicò. — Ma ti sei documentato? Il cannibalismo è la pratica più naturale del mondo.

— Non nel ventunesimo secolo a Miami — obiettai. — L“‘Enquirer” la pensi come vuole.

— Eppure è solo una questione culturale.

— Per l’appunto — dissi. — Il nostro tabù al riguardo è così forte che bisogna trovare un modo per infrangerlo.

— Be’, quelli bevevano il sangue, quindi il passo successivo non era poi tanto strano.

— Abbiamo una folla — dissi, tentando di zittire Vince e immaginarmi il quadro. — Gente che si carica con le bevande energetiche, si lascia eccitare dall’ecstasy ed è tutta presa psicologicamente dalla scena… forse si sente anche suonare una specie di musica ipnotica… — Non appena mi resi conto di quel che stavo dicendo mi bloccai.

— Come? — fece Vince.

— Ipnotica — ripetei. — Quel che manca è un qualcosa che predisponga la folla in uno stato mentale recettivo. Qualcosa che agisca insieme alla musica e a tutto il resto rendendo la gente suggestionabile.

— Marijuana — suggerì Vince. — Mi fa sempre venire un certo languorino.

— Merda — feci, mentre un debole ricordo si faceva strada nella mia mente.

— No, la merda non funziona — intervenne Vince. — E poi è cattiva.

— Come tu abbia scoperto che gusto ha, non lo voglio sapere — dissi. — Dov’è quel librone con i bollettini della Squadra Narcotici?

Lo trovai. Si trattava di un grosso raccoglitore a tre anelli in cui conservavamo i rapporti più interessanti che ci inviava la Narcotici. Mi bastò sfogliarlo per qualche minuto e individuai la pagina che ricordavo. — Ecco — indicai. — È questo.

Vince lesse. — Salvia divinorum… ne sei sicuro?

— Da un punto di vista puramente logico induttivo, sì.

Annuì lentamente. — “Elementare, Vince”, ecco che cosa dovresti dire.

— È una cosa relativamente nuova — spiegai a Deborah. Eravamo seduti nella sala operativa della squadra insieme a Vince, con Deke in piedi alle sue spalle. Indicai la pagina sul libro della Narcotici. — Nella contea di Miami la salvia è stata dichiarata illegale un paio d’anni fa.

— La conosco quella fottuta salvia — intervenne Debs, secca. — E non ho mai sentito che avesse altri effetti, se non istupidire la gente per qualche minuto.

Annuii. — Certo — dissi. — Ma non sappiamo che cosa può fare in dosi massicce, specialmente associata con quest’altra roba.

— Per quel che ne sappiamo — aggiunse Vince — potrebbe anche non fare assolutamente nulla. Ma qualcuno ha pensato che mescolarla con il resto fosse fico.

Deborah lo scrutò a lungo. — Hai idea di quanto questa spiegazione faccia fottutamente acqua?

— Un tipo a Syracuse se n’era fumata un po’ — disse Deke. — E poi aveva cercato di buttarsi. — Ci guardò e alzò le spalle. — Giù nel cesso, intendo.

— Se vivessi a Syracuse, nel cesso mi ci butterei anch’io — replicò Deborah.

Deke fece un gesto spazientito.

— Ehm — dissi, sforzandomi coraggiosamente di non divagare. — In questo caso quel che conta non è perché l’hanno usata, ma che sia stato fatto. Considerata la quantità di gente, ne avranno utilizzata parecchia. E se ne serve così tanta…

— Ehi, potremmo risalire facilmente allo spacciatore — disse Deke.

— A fare due più due ci arrivo ancora — saltò su Deborah.

— Deke, corri alla Narcotici. Chiedi al sergente Fine un elenco dei più grossi trafficanti di salvia della zona.

— Sarà fatto. — Deke mi strizzò l’occhio. — Ci vuole un po’ d’iniziativa, no? — Fece il gesto di puntarmi addosso una pistola e abbassò il pollice di scatto. — Bum — esclamò con un sorriso, mentre si allontanava. Appena uscito dalla porta per poco non sbatté addosso a Hood, che gli diede uno spintone e raggiunse il nostro gruppetto, sfoggiando un sorriso largo e per nulla attraente.

— Sei in compagnia dell’intellighenzia, vedo — disse a Debs.

— Sono in compagnia di due nerds e di un coglione — rispose lei.

— Ehi — obiettò Vince. — Noi non siamo nerds. Siamo geeks.

— Aspetta e vedrai — annunciò Hood.

— Che cosa dovrei vedere, Richard? — fece mia sorella, acida.

— Ho trovato quei due haitiani — disse. — Vedrai che ne varrà dannatamente la pena, garantito.

— Lo spero bene, Richard, perché ne ho dannatamente bisogno — rispose Debs. — Dove sono?

Hood aprì la porta e fece cenno a qualcuno in corridoio. — Dentro — disse, e due individui gli sfilarono accanto.

Erano molto magri e di colore. Avevano le manette ed erano stati spinti dentro da un poliziotto in divisa. Il primo prigioniero era leggermente claudicante, il secondo sfoggiava un occhio gonfio e un po’ chiuso. Vennero sospinti gentilmente al cospetto di Deborah, mentre Hood tornava ad affacciarsi in corridoio, guardando da entrambe le parti come se cercasse qualcuno. — Ehi, Nick! Per di qua! — esclamò infine, e una terza persona ci raggiunse.

— Mi chiamo Nichole — disse, rivolta a Hood. — Non Nick. — Hood le lanciò un sorrisetto e lei scosse il capo, facendo svolazzare una lucente massa di ricci scuri. — Senza contare che per te sarei la signorina Rickman. — Lo guardò dritto negli occhi, ma Hood non abbandonava il suo sorrisetto, così la donna rinunciò e si avvicinò al tavolo. Era alta, vestita alla moda e portava con sé un grosso album per gli schizzi e parecchie matite. Era l’artista forense della Scientifica.

Deborah la salutò con un cenno. — Nichole. Tutto bene?

— Sergente Morgan — rispose. — Fa sempre piacere disegnare qualcuno che non è morto. — Inarcò il sopracciglio. — Perché non lo è, vero?

— Spero proprio di no — rispose Deborah. — Visto che è la mia migliore possibilità per salvare quella ragazza.

— Okay — disse Nichole — proviamoci. — Posò l’album con le matite sul tavolo, si sedette e si preparò a disegnare.

Intanto Deborah osservava i tizi condotti da Hood. — Che cosa è capitato a questi due? — chiese al detective.

Lui alzò le spalle con una faccia da santarellino. — In che senso?

Debs lo fissò ancora per un po’, ma l’uomo si appoggiò alla parete, facendo l’indifferente. Si rivolse allora ai prigionieri. — Bonjour — disse.

Nessuna risposta. Se ne stavano entrambi con gli occhi bassi, poi Hood tossicchiò. Allora quello con l’occhio gonfio alzò di scatto la testa e guardò il detective, nervoso. Hood indicò Deborah e l’uomo si mise a parlare velocemente in creolo.

Per non so quale inutile idealismo, mia sorella al liceo aveva studiato francese e, per qualche secondo, credette che le fosse d’aiuto per capire quel che le veniva detto. Guardò l’interlocutore tentando di districarsi tra le frasi, infine scosse il capo. — Je nais comprend… Dannazione, non mi ricordo più come si dice. Dexter, cerca qualcuno che possa tradurre.

L’altro uomo, quello claudicante, alzò la testa. — Non ce n’è bisogno — disse. Aveva un accento marcato, ma alla fine si capiva molto meglio di mia sorella che tentava di parlare in francese.

— Bene — fece Deborah. — E il tuo amico? — Indicò l’altro tipo.

Lo Zoppo alzò le spalle. — Parlerò per mio cugino — rispose.

— Okay — disse Debs. — Ti chiediamo di descriverci l’uomo che vi ha venduto quella Porsche… perché si trattava di un uomo, vero?

Alzò di nuovo le spalle. — Di un ragazzo.

— Okay, un ragazzo. E com’era fatto?

— Era un blanc — rispose. — Giovane e…

— Quanto giovane? — l’interruppe Deborah.

— Non saprei. Vecchio abbastanza da portare la barba, perché non se l’era fatta… da tre o quattro giorni.

— Va bene — fece Deborah, perplessa.

— Mi permette di partecipare, sergente? — intervenne Nichole.

Deborah la guardò, poi annuì. — D’accordo — disse. — Fai pure.

Nichole sorrise ai due haitiani. — Complimenti per l’inglese — disse. — Vi farò solo qualche semplice domanda, okay?

Lo Zoppo la scrutò sospettoso, ma visto che lei non smetteva di sorridere, si calmò. — Okay — fece.

Nichole si avventurò in una serie di domande che trovai decisamente vaghe, ma a cui assistetti con interesse; dicevano infatti che era molto brava nel suo mestiere. In principio, pensai l’avessero sopravvalutata, perché chiedeva cose tipo “Che cosa ti ricordi di quell’uomo?”, e quando lo Zoppo rispondeva, si limitava ad annuire e a scribacchiare sul taccuino con un “Ah-ah, okay”. Comunque ottenne un’accurata descrizione dell’individuo che si era presentato al garage con la Porsche di Tyler, di quello che si erano detti e di un mucchio di insulsi particolari. Mi chiedevo come facesse, partendo da lì, a risalire all’identikit di una persona, viva o morta che fosse, ed era chiaro che Debs stava pensando la stessa cosa. In effetti si mise quasi subito a friggere e a schiarirsi la gola, e ogni volta gli haitiani alzavano gli occhi e la guardavano nervosi.

Ma Nichole la ignorò e continuò con quelle sue domande terribilmente generiche, finché, molto lentamente, mi accorsi che stava ricavando una descrizione niente male. Solo a quel punto scese in dettagli più specifici, tipo: — Com’era la forma esterna del viso?

Il prigioniero la scrutò, assente. — Esterna? — ripeté.

— Rispondi — gli ingiunse Hood.

— Non lo so — disse l’uomo.

Nichole guardò il detective, che fece un altro dei suoi sorrisetti e tornò ad appoggiarsi alla parete. — Ti faccio vedere alcune forme — continuò la donna, rivolta all’haitiano. Estrasse un grosso foglio con gli schizzi di diversi ovali. — Ce n’è uno che ti ricorda la forma di quella faccia? — chiese.

Il prigioniero si protese in avanti a esaminarli. Dopo un po’, li guardò anche il cugino dall’occhio gonfio e disse qualcosa a bassa voce. Il primo annuì: — Quello lassù, in cima.

— Questo? — fece Nichole, indicandone uno con la matita.

— Sì. Quello.

Lei annuì e si mise a disegnare, con tratto rapido e sicuro, interrompendosi soltanto per rivolgere altre domande e mostrare altre immagini. Com’era la bocca? E le orecchie? A quali somigliavano? E così via… Finché una vera faccia cominciò a prendere forma sul foglio. Deborah tacque e lasciò che Nichole guidasse i due haitiani nel colloquio. A ogni domanda i cugini si consultavano sottovoce in creolo, infine quello che sapeva l’inglese rispondeva, mentre l’altro annuiva.

Nel complesso lo spettacolo non poté che affascinarmi, tra i due tipi ammanettati che chiacchieravano in creolo e il viso che poco per volta spuntava magicamente dalla pagina, così che mi rammaricai di vederlo finire.

Eppure finì. Nichole alzò l’album per mostrarlo ai due haitiani. Occhio Gonfio, che non parlava inglese, lo fissò con attenzione, poi annuì. — Oui.

— È lui — fece l’altro, sorridendo improvvisamente a Nichole. — Come per magia. — In realtà aveva detto “masgia”, ma si capiva lo stesso.

Deborah, che prima era rimasta seduta a osservare Nichole al lavoro, si alzò e le si avvicinò per vedere il disegno. — Figlio di puttana — disse. Guardò Hood, che era sempre appoggiato alla porta con quel sorrisetto morboso dipinto sulle labbra. — Porta qui quel fascicolo — gli disse. — Quello con le foto.

Hood si diresse all’altro capo del tavolo, dove giaceva una pila traballante di dossier, accanto al telefono. Ne sfogliò cinque o sei mentre Deborah friggeva, impaziente. — Sbrigati, dannazione — lo incitò. Hood annuì, prese un fascicolo e glielo porse.

Debs sparpagliò sul tavolo un mucchio di fotografie, le visionò rapida e ne estrasse una, mostrandola a Nichole. — Niente male — disse, mentre la disegnatrice annuiva e l’avvicinava al suo schizzo.

— Già, davvero niente male — ripeté Nichole, poi guardò mia sorella, radiosa. — Cavoli se sono brava. — Le restituì la foto che Debs mostrò ai due haitiani.

— È questo l’uomo che vi ha venduto la Porsche? — chiese.

Occhio Gonfio stava già facendo sì con la testa. — Oui — rispose. Nell’esaminare la foto, lo Zoppo fece un po’ di scena: si piegò a osservarla attentamente, e infine dichiarò con autorevolezza: — Sì. Non c’è dubbio. È lui.

Deborah li scrutò. — Ne siete convinti? — chiese. — Tutti e due?

Entrambi annuirono energicamente.

— Bon — fece Debs. — Très beaucoup bon. — Gli haitiani sorrisero e Occhio Gonfio disse qualcosa in creolo.

Deborah guardò il cugino per la traduzione.

— Dice se per favore puoi parlare in inglese, così ti può capire — spiegò lo Zoppo con un sorriso ancora più largo.

Vince e Hood ridacchiarono. Ma Deborah era troppo felice per la storia della foto. Niente la poteva turbare. — È Bobby Acosta — disse, e mi guardò. — Quel piccolo bastardo è nostro.

20

Il poliziotto in divisa condusse i due prigionieri in cella di sicurezza. Nichole raccolse i suoi strumenti e se ne andò, mentre Deborah si sedette, fissando la foto di Bobby Acosta. Vince mi guardò, stringendo le spalle come per dire: “E adesso?”.

— Sei ancora qui? — saltò su mia sorella.

— No, me ne sono andato dieci minuti fa — rispose Vince.

— Fottiti — fece Debs.

— Se mi dai una mano.

— Levati dalle palle, coglione.

Vince si congedò con una delle sue terribili risatine artificiali. Deborah lo guardò allontanarsi. La conoscevo bene, e sapevo che cosa sarebbe accaduto, infatti la cosa non mi sorprese.

— Okay — disse, dopo che Vince era sparito da circa trenta secondi. — Andiamo.

— Oh. — Mi mostrai il più possibile colto alla sprovvista. — Vuoi dire che non intendi aspettare il tuo socio, contrariamente al regolamento e all’ordine del capitano Matthews?

— Porta il culo fuori da questa porta — disse Debs.

— E del mio che ci faccio? — chiese Hood.

— Friggilo. — Deborah saltò su dalla sedia e si diresse verso l’uscita.

— Al tuo socio che cosa gli dico? — fece Hood.

— Digli di informarsi sugli spacciatori di salvia — rispose.

— Forza, Dex.

Mi venne in mente che stavo passando un’incredibile quantità del mio tempo a seguire mia sorella come un cagnolino. Non mi venne in mente, però, come fare a sottrarmi, così lo feci anche stavolta.

Deborah imboccò la Dolphin Expressway, poi puntò verso nord sulla 95. Non fornì altre informazioni, ma non era così difficile capire dove sarebbe andata, quindi, tanto per amor di conversazione, le chiesi: — Hai scoperto un modo per rintracciare Bobby Acosta semplicemente fissando la sua fotografia?

— Già — replicò scontrosa. Il sarcasmo non era mai stato il suo forte. — Praticamente.

— Wow — feci, riflettendo un istante. — L’hai scoperto tramite la lista di nomi del dentista? Di quei tipi con le zanne da vampiro?

Deborah annuì, aggirando un pickup con rimorchio. — Esatto — disse.

— Ma non li hai già verificati insieme a Deke?

Debs mi guardò, il che non mi parve affatto una buona idea, visto che andavamo ai centoquaranta. — Ne manca uno — rispose.

— Ma è quello buono. Lo so.

— Occhio — feci, e Debs tornò a concentrarsi sulla strada appena in tempo per evitare una grossa autocisterna che aveva inspiegabilmente deciso di cambiare corsia.

— Quindi pensi che l’ultimo nome della lista ci permetterà di trovare Bobby Acosta? — chiesi.

Deborah annuì energicamente. — Me lo sentivo fin dall’inizio — disse, spostandosi nella corsia di destra con un solo dito sul volante.

— E allora l’hai lasciato per ultimo?… Deborah! — urlai, mentre un paio di moto ci tagliavano la strada e poi rallentavano in cerca dell’uscita.

— Già — rispose, atterrando nella corsia centrale.

— L’hai fatto per aumentare la suspense?

— L’ho fatto per Deke — replicò. Notai con entusiasmo che finalmente guardava la strada. — È soltanto che… — Esitò per un istante, poi lo disse: — Quel tipo porta iella.

Era da un bel po’ che passavo la vita in mezzo ai poliziotti e mi aspettavo che sarebbe stato così anche in futuro, specie se un giorno mi avessero scoperto. Sapevo dunque che pensieri superstiziosi possono venir fuori nelle situazioni più improbabili ma, nonostante tutto, sentirne parlare mia sorella mi stupì. — Porta iella? — ripetei. — Debs, vuoi che chiami un santero? Magari si mette a sgozzare un pollo e…

— Lo so che può sembrare strano, dannazione — fece lei. — Ma che altro può essere?

Potevano essere un sacco di altre cose e me ne vennero in mente parecchie, ma tacqui per diplomazia.

E Debs continuò. — Okay, forse sono tutte stronzate — disse.

— Ma per questo caso mi serve un po’ di fortuna. C’è un conto alla rovescia in atto e quella ragazza… — Si interruppe come colta da una forte emozione.

La guardai sorpreso. Il sergente di ferro che provava emozioni?

Deborah non si voltò, limitandosi a scuotere il capo. — Sì, lo so — disse. — Non dovrei farmi prendere. È solo che… — Alzò le spalle, irritata, il che mi sollevò. — Ultimamente mi sento un po’… uhm… non saprei. Un po’ strana, ecco.

Ripensai agli ultimi giorni e mi accorsi che aveva ragione: mia sorella si era dimostrata incredibilmente vulnerabile ed emotiva.

— Sì, è vero — osservai. — E come mai, secondo te?

Deborah sospirò profondamente, altra cosa che non faceva spesso.

— Forse… non saprei — rispose. — Chutsky dice che è colpa della coltellata. — Scosse il capo. — Dice che è come la depressione post parto, che ti fa sentir male dopo un evento fortemente doloroso.

Annuii. Un senso ce l’aveva. Recentemente Deborah era stata accoltellata ed era andata così vicina alla morte per dissanguamento che un ritardo di pochi secondi dei soccorsi le sarebbe stato letale. Di sicuro il suo compagno Chutsky di situazioni simili aveva una certa esperienza: prima del suo infortunio era una specie di agente dei servizi segreti e aveva il corpo costellato di cicatrici.

— Comunque — feci — non devi permettere che questo caso prenda il sopravvento su di te. — Mi tenni in guardia, certo che la mia battuta volesse dire un pugno al braccio assicurato, invece ancora una volta Deborah mi sorprese.

— Lo so — mormorò — ma non ci posso fare niente. È solo una ragazzina. Brava a scuola, con una famiglia che le vuol bene… nelle mani di quei cannibali. — Scivolò in un silenzio cupo e riflessivo, in stridente contrasto con la velocità che teneva nel traffico.

— Non è facile, Dexter — disse infine.

— Immagino.

— Forse mi immedesimo nella ragazzina perché la sento vulnerabile come sono io adesso. — Fissava la strada, ma non sembrava vederla davvero, il che mi allarmò lievemente. — E tutto il resto. Non saprei.

Sarà perché stavo vendendo cara la vita su un veicolo scagliato a rotta di collo in mezzo al traffico, ma non riuscii a cogliere dove volesse arrivare. — In che senso, tutto il resto? — chiesi.

— Ah, be’, lo sai — fece, anche se le avevo detto piuttosto chiaramente che non lo sapevo. — La storia della famiglia. Cioè… — Si incupì e mi lanciò un’occhiataccia. — Se ti sfugge una sola fottuta parola con Vince o con altri sul ticchettio del mio orologio biologico, giuro che t’ammazzo.

— Perché, sta ticchettando? — domandai, piuttosto meravigliato.

Deborah mi guardò torva per un attimo poi, fortunatamente per la mia incolumità, tornò a fissare la strada. — Già — disse. — Lo sento. Ho proprio voglia di una famiglia, Dex.

Immagino che avrei dovuto dirle qualcosa di confortante basato sulla mia esperienza: forse che la famiglia è un’istituzione sopravvalutata e i bambini sono soltanto un inquietante mezzo per farci sentire prematuramente vecchi e stupidi. Invece pensai a Lily Anne e all’improvviso desiderai che anche mia sorella avesse una famiglia per provare i miei stessi sentimenti. — Bene — dissi.

— Merda, l’uscita! — esclamò Deborah, immettendosi sulla rampa con una brusca sbandata.

L’atmosfera si dissolse e io persi il senso di quel che volevo dire. Il cartello, che lampeggiava a pochi centimetri dalla mia testa, annunciava che eravamo diretti a North Miami Beach, una zona di abitazioni e negozi modesti che negli ultimi vent’anni non era cambiata molto. Un quartiere insolito per un cannibale.

Al termine della rampa, Deborah rallentò e si infilò nel traffico, anche se continuava comunque ad andare troppo veloce. Guidò per alcuni isolati a est, poi a nord, infine svoltò in una zona composta da sei o sette complessi abitativi in cui i residenti avevano fatto crescere delle siepi per sbarrare le strade d’accesso, lasciando libera soltanto la via principale. In quella parte della città si trattava di una pratica comune per difendersi dal crimine. Nessuno mi aveva mai detto se funzionava.

Entrammo in quella minicomunità e, dopo due isolati, Debs accostò sull’erba, davanti a una modesta casa giallo pastello, e spense il motore. — È questa — disse, lanciando un’occhiata al foglio che teneva sul sedile. — Il tipo si chiama Victor Chapin e ha ventidue anni. L’abitazione è di proprietà della vedova di Arthur Chapin, sessantatré. Lavora in centro.

Osservai la casetta. Era lievemente sbiadita e piuttosto ordinaria. Non c’erano pile di teschi ammonticchiate fuori, né simboli del malocchio dipinti sui muri, nessun segno che indicasse la presenza del male. Una Mustang di una decina d’anni era parcheggiata nel vialetto e tutto sembrava immobile e tranquillo.

— Vive con sua madre? — domandai. — Ai cannibali è permesso?

Debs scosse il capo. — A lui sì — fece, spalancando la portiera.

— Andiamo.

La vidi scendere dalla macchina e dirigersi impettita verso l’ingresso. Ripensai alla volta in cui aveva fatto la stessa cosa e io ero rimasto in macchina ad aspettarla, mentre lei veniva pugnalata. Ci restai male, così mi alzai di scatto e la raggiunsi nel momento in cui suonava il campanello. Dall’interno della casa proveniva una complicata sinfonia, difficile da inquadrare, ma molto drammatica.

— Notevole — commentai. — Mi ricorda Wagner.

Deborah scosse il capo e batté impazientemente il piede sul porticato in cemento.

— Forse sono tutti e due al lavoro — ipotizzai.

— Impossibile. Victor lavora in un locale notturno di South Beach — disse Debs. — Il posto si chiama Zanne. E non apre prima delle undici.

All’improvviso percepii un tremito percorrere il suolo delle mie cupe e remote segrete interiori. Zanne. L’avevo già sentito, ma dove? Sul “New Times”? O in uno dei racconti di Vince Masuoka sulle sue prodezze nei locali notturni? Non riuscivo a ricordarmene e, quando Deborah, rabbiosa, premette un’altra volta il campanello, non ci pensai più.

Dall’interno, la musica crebbe di nuovo, ma stavolta, proprio nel bel mezzo dell’accordo più toccante, si udì qualcuno gridare: — Cazzo! Arrivo! — La sinfonia cessò e pochi secondi dopo la porta si aprì.

Un individuo, che presumibilmente doveva essere Victor Chapin, comparve sulla soglia, scrutandoci ostile. Era magro, alto circa uno e settanta, con i capelli scuri e la barba di qualche giorno. Indossava i pantaloni del pigiama e una canotta da muratore. — Eh, che cavolo! — esclamò aggressivo. — Stavo cercando di dormire!

— Victor Chapin? — domandò Deborah.

Il suo tono da poliziotta dovette averlo colpito, perché si irrigidì all’improvviso e si mostrò un po’ più sulle sue. Si inumidì le labbra con la lingua e per un istante intravidi uno dei canini rivestiti del dottor Lonoff. — Che cosa… perché? — chiese, guardando ripetutamente me e Debs.

— Sei tu Victor Chapin? — ripeté lei.

— Voi chi siete?

Deborah estrasse il distintivo. Chapin capì di che cosa si trattava ancora prima che lei glielo mostrasse ed esclamò: — Cazzo! — tentando di sbatterci la porta in faccia.

Per puro istinto, infilai il piede in mezzo e la porta rimbalzò, finendogli in faccia. Chapin si voltò e corse verso il retro della casa.

— L’uscita posteriore! — gridò Deborah, precipitandosi a fare il giro della casa. — Tu resta qui! — E scomparve dietro l’angolo.

Sentii una porta sbattere in lontananza, Deborah che urlava a Chapin di fermarsi, poi più nulla. Ripensai di nuovo a quando mia sorella era stata accoltellata e al senso di vuota impotenza che avevo provato su quel marciapiede, mentre la vita lentamente l’abbandonava. Debs non aveva modo di sapere se Chapin si fosse davvero diretto verso l’uscita posteriore. Avrebbe potuto benissimo entrare in cerca di un lanciafiamme. E ora avrebbe potuto attaccarla.

Diedi una sbirciata all’interno, ma era scuro e non si vedeva niente, né si udivano suoni, a eccezione del ronzio del condizionatore.

Uscii e aspettai. Aspettai ancora. Continuava a non succedere nulla, né si sentivano rumori. Poi percepii una sirena in lontananza. Un aereo che mi volava sulla testa. Da qualche parte, lì intorno, qualcuno accordava una chitarra e si metteva a suonare Abraham, Martin and John.

Proprio quando avevo deciso che non avrei più aspettato e che sarei andato a dare un’occhiata, udii una voce petulante levarsi dal prato di fianco: comparve Victor Chapin, con le braccia ammanettate dietro la schiena, e Deborah dietro che lo sospingeva verso la macchina. Il ragazzo aveva il pigiama macchiato d’erba sulle ginocchia e metà della faccia paonazza. — Non puoi… cazzo… un avvocato… merda! — borbottava.

Non so se si trattasse di un parlare smozzicato in voga tra i cannibali, ma Deborah non si lasciò impressionare. Si limitava a spingerlo avanti e, mentre mi affrettavo a raggiungerla, mi accorsi che negli ultimi tempi non l’avevo mai vista così soddisfatta.

— Ma cazzo! — Stavolta Chapin si rivolgeva a me.

— Eh, già — lo assecondai.

— Cazzo! — urlò.

— Sali in macchina, Victor — disse Deborah.

— Non potete… ma come! — fece. — Dove mi volete portare?!

— All’istituto di detenzione — rispose lei.

— Non potete… cazzo — protestò.

Mia sorella sorrise. Non ho incontrato molti vampiri, ma credo che il suo sorriso fosse più inquietante di tanti succhiasangue messi insieme. — Victor, scappando hai opposto resistenza a un pubblico ufficiale. Quindi vuol dire che, cazzo, posso portarti via — disse. — E lo farò, cazzo, e tu risponderai per me ad alcune cazzo di domande altrimenti non vedrai la luce del sole per un bel po’.

Il ragazzo aprì la bocca e trasse un respiro. All’improvviso i suoi canini lucenti non mi parvero poi così minacciosi. — Quali domande? — volle sapere.

— Sei andato a qualche bel party, ultimamente? — gli chiesi.

Ho sentito spesso parlare, e ho anche letto, di quando il sangue non arriva più alla testa, ma era la prima volta che assistevo di persona a tale fenomeno, eccezion fatta per quel che capitava durante il mio hobby segreto. Victor si fece più pallido della sua canottiera e, prima che Debs facesse in tempo a lanciarmi un’occhiataccia perché avevo parlato senza il suo consenso, esclamò: — Giuro su Dio che non ne ho mangiata neanche un po’!

— Di che cosa, Victor? — chiese amabilmente Deborah.

Ora Victor tremava e agitava la testa su e giù. — Mi ammazzeranno — mormorò. — Cazzo se mi ammazzeranno, Gesù santo.

Deborah mi rivolse un rapido sguardo carico di gioioso trionfo. Poi posò una mano sulla spalla del ragazzo e lo sospinse gentilmente verso la macchina. — Sali, Victor — disse.

21

Durante il viaggio verso l’istituto di detenzione Deborah non parlò molto. Tentò di chiamare Deke, per dirgli di farsi trovare laggiù, ma inspiegabilmente non ottenne risposta, né alla radio né al cellulare. Debs lasciò detto in centrale di raggiungerci e, a parte quello, viaggiammo in silenzio, sempre se così si può definire il sorbirsi un monologo sconclusionato di una decina di minuti incentrato unicamente sulla parola “cazzo”. Chapin era stato assicurato al sedile posteriore (non per niente le auto di servizio sono dotate di anelli imbullonati al pavimento) e sedeva borbottando, inveendo e minacciando, sempre per mezzo del solito termine. Per conto mio, fui lieto quando arrivammo a destinazione, ma a Debs andare avanti all’infinito non sarebbe dispiaciuto. Ogni volta che guardava Chapin attraverso lo specchietto un sorriso si dipingeva sul suo viso e, quando parcheggiammo e lo trascinammo fuori, era il ritratto della felicità.

Compilate le pratiche, Victor fu comodamente rinchiuso nella sala interrogatori e Chambers dell’FDLE venne a vedere la nostra preda. Ci raggiunse mentre lo osservavamo dall’esterno: Chapin aveva poggiato gli avambracci sul tavolo e si era lasciato cadere in avanti, la testa che penzolava a pochi centimetri dalle manette.

— D’accordo — fece Chambers. — È superfluo ricordarle che si deve agire con cognizione di causa. — Deborah lo scrutò allarmata, ma lui ignorò il suo sguardo e proseguì. — Ha fatto un buon lavoro, Morgan; abbiamo qui un perfetto indiziato e, se ci atteniamo scrupolosamente alle regole, con un pizzico di fortuna riusciremo ad accollargli un paio di reati.

— Non è il verdetto di colpevolezza che mi interessa — fece Deborah. — Voglio salvare quella ragazza.

— Tutti lo vogliamo — disse Chambers. — Ma sarebbe altrettanto bello riuscire a mettere al fresco quest’individuo.

— Mi ascolti — insistette Deborah. — Questa non è una questione di politica o di pubbliche relazioni.

— Lo so — disse Chambers, ma Debs lo interruppe.

— Ho un tipo per le mani che sa qualcosa — fece. — Si sente solo, indifeso e spaventato a morte, ed è pronto a farsi piegare. E io lo piegherò, cazzo.

— Morgan, pensi ad attenersi scrupolosamente al suo lavoro e…

Deborah si voltò con veemenza verso Chambers, neanche fosse lui a tenere reclusa Samantha Aldovar. — Il mio lavoro è trovare quella ragazza — dichiarò, puntando l’indice contro il petto di Chambers. — E quel piccolo bastardo là dentro mi dirà come.

Chambers afferrò il dito di Deborah e lo rimise lentamente al suo posto. Le posò una mano sulla spalla, poi avvicinò il viso al suo e mormorò: — Mi auguro che quel ragazzo ci dica quello di cui abbiamo bisogno. In ogni caso, lei deve agire secondo le regole e non permettere che i sentimenti prendano piede e la facciano partire per la tangente. D’accordo?

Deborah gli lanciò un’occhiata torva. L’uomo sostenne lo sguardo; nessuno dei due sbatté le palpebre o disse una parola e per un lungo istante ci fu solo la rabbia di Debs contro la freddezza del pistolero: fuoco contro ghiaccio. Era uno scontro decisamente affascinante e, in altre circostanze, sarei rimasto ad assistervi per l’intera giornata, solo per sapere chi avrebbe vinto. Ma stavolta mi parve che stessero tirandola anche troppo per le lunghe, così mi schiarii deliberatamente la gola.

— Ehm — abbozzai, ed entrambi mi fissarono. — Spiacente di interrompervi — esordii, indicando Chapin al di là del vetro. — Ma, come si suol dire, tempus fugit.

Sotto quegli sguardi fu come se una parte del mio viso bruciasse e l’altra si congelasse all’istante. Poi Chambers si voltò verso Debs inarcando un sopracciglio, lei gli restituì l’occhiata, con un cenno del capo, e l’incantesimo si spezzò.

— Dov’è il tuo socio? — chiese Chambers. — Dovrebbe essere presente anche lui.

Deborah scosse la testa. — Non risponde — disse — e io non ho tempo da perdere.

— D’accordo — fece — lo faremo noi due. — Si voltò verso di me e la vista dei suoi freddi occhi azzurri quasi mi ferì. — Lei resti qui — ingiunse, e io non trovai nulla da ridire.

Li osservai attraverso il vetro, mentre entravano nella stanza con Chapin. Attraverso l’altoparlante potevo sentire tutto quello che veniva detto ma, dopo aver assistito alla conversazione, pensai che avrebbero potuto benissimo evitare di amplificare l’audio.

— Sei finito in un bel casino, Chapin — disse Deborah. Il ragazzo non alzò neanche lo sguardo. Allora Debs si piazzò a un metro di distanza da lui, a braccia conserte, e disse: — A che cosa ti riferivi, quando dicevi che non ne avevi mangiata neanche un po’?

— Voglio un avvocato — fece Chapin.

— Sequestro di persona, omicidio e cannibalismo — dichiarò Deborah.

— È stato Vlad; è tutta colpa sua.

— Vlad ti ha costretto a farlo? Vuoi dire Bobby Acosta?

Chapin guardò Debs a bocca aperta, e abbassò di nuovo la testa.

— Voglio un avvocato — ripeté.

— Se ci consegni Bobby, la passerai piuttosto liscia. Altrimenti… sarebbero un cinquecento anni di prigione — dichiarò Deborah. — Sempre se ti lasciano in vita.

— Voglio un avvocato. — Chapin alzò di nuovo la testa e mise a fuoco, oltre a Debs, il lato opposto del tavolo, dov’era seduto Chambers. — Voglio un avvocato — disse di nuovo, poi balzò in piedi e gridò. — Voglio un avvocato, cazzo!

Nei due minuti successivi non successe nulla di rilevante. Chapin si mise a gridare ancora più forte che voleva un avvocato e, a parte le solite tediose parolacce, questo fu tutto. Chambers tentò di calmarlo e farlo tornare a sedere, mentre Deborah se ne stava in piedi, torva e a braccia conserte. Quando finalmente ci riuscì, il poliziotto prese mia sorella per un braccio e la condusse fuori dalla stanza.

Li raggiunsi in corridoio appena in tempo per sentire Chambers che diceva: — … lo sa benissimo che ora dobbiamo procurargliene uno.

— ‘Fanculo, Chambers! — saltò su Debs. — Possiamo fare uno strappo alla regola e aspettare altre ventiquattr’ore.

— Ha chiesto un avvocato — replicò lui, come se spiegasse a un bambino che non si mangiano i biscotti prima di pranzo.

— Lei mi sta uccidendo — fece Deborah. — E sta uccidendo quella ragazza.

Per la prima volta scorsi sul viso di Chambers una lieve traccia di calore. Fece un passo avanti per guardare Deborah dritto in faccia. Credetti di assistere a un nuovo attentato alla vita di mia sorella e mi irrigidii, pronto a separarli con un balzo. Ma Chambers trasse un profondo sospiro, posò le mani sulle braccia di Deborah e scandì: — Il suo sospettato ha chiesto di avere un legale e noi per legge dobbiamo fornirglielo. Adesso. — Si scrutarono per qualche istante, poi l’uomo abbassò le mani e si voltò. — Vado a cercarne uno d’ufficio — disse, e sparì in corridoio.

Deborah lo guardò allontanarsi, mentre una serie di pensieri sgradevoli si avvicendavano nella sua mente. Si voltò verso la sala interrogatori. Chapin era tornato a sedersi, nella sua posa iniziale, accasciato sul tavolo. — ‘Fanculo — sbottò Debs. — Dannato Chambers. — Scosse il capo. — Se quel coglione di Deke fosse stato qui, non sarebbe successo.

— Ci sarebbe stato, se tu non ti fossi sbarazzata di lui — osservai.

— Fottiti, Dexter — disse, e sparì anche lei in corridoio dietro a Chambers.

Miami è una città con un sovraccaricato sistema giudiziario in cui la funzione di avvocato d’ufficio risulta piuttosto sacrificata rispetto alle altre mansioni. Ecco uno dei buoni motivi per cui Dexter aveva oculatamente messo da parte un po’ di risparmi nel corso degli anni. Ovviamente, i casi di omicidio hanno la priorità, ma sono comunque così numerosi che per l’accusato è sempre bene potersi permettere un proprio legale. Infatti, se un tempo la carica di avvocato d’ufficio era ricoperta da individui idealisti e liberali, ora è diventata una stressante tappa per pochi giovani laureati, speranzosi di fare carriera. Un caso dev’essere davvero speciale per ottenere qualcosa di più della loro attenzione distratta e a mezzo servizio.

Una cartina di tornasole sulla rilevanza del nostro caso la ricevemmo poco meno di un’ora più tardi, quando una giovane donna appena uscita dalla Stetson Law School si presentò come l’avvocato di Victor Chapin. Indossava un elegante tailleur pantalone, l’ultimo modello stile Hillary Clinton. Avanzava impettita come se fosse il ritratto della Giustizia Americana, stringendo una ventiquattr’ore che doveva costare più della mia macchina.

Si sedette con tutta la sua baldanza nella sala interrogatori, di fronte a Chapin. Posò la valigetta sul tavolo e disse seccamente alla guardia: — Voglio spenti tutti i microfoni e gli apparecchi di registrazione. Subito.

La guardia, un vecchio che doveva aver smesso di preoccuparsi da quando Nixon si era dimesso, alzò le spalle. — Okay, certo — disse, e uscì in corridoio ad abbassare l’interruttore che spegneva l’altoparlante.

Sentii esclamare alle mie spalle: — Merda! — e immaginai che mia sorella fosse tornata. Mi voltai e infatti vidi Deborah che scrutava torva la stanza ora silenziata. Non mi era chiaro se ci potevamo ancora parlare, visto che avevo disobbedito al suo ordine di andare a farmi fottere, così mi voltai di nuovo a sbirciare lo spettacolo. In realtà c’era ben poco da vedere: il nuovo avvocato di Chapin si protese verso di lui e gli parlò rapidamente per qualche minuto. Il ragazzo l’osservò con crescente interesse e infine parlò anche lui. L’avvocato estrasse un’agenda, prese alcuni appunti e gli fece qualche altra domanda, a cui Chapin rispose con sempre maggior animazione.

Dopo dieci-quindici minuti l’avvocato si alzò e uscì dalla stanza, e Deborah andò ad attenderlo in corridoio. La donna la scrutò dalla testa ai piedi, mostrandole che non incontrava esattamente la sua approvazione. — È lei il sergente Morgan? — domandò, mentre le sue parole si trasformavano in ghiaccioli.

— Sì — rispose Deborah, grave.

— È lei l’agente che ha proceduto all’arresto? — fece, come se le stesse chiedendo se aveva stuprato un minorenne.

— Sì — confermò Debs. — E lei chi è?

— Sono DeWanda Hoople, avvocato d’ufficio del sospettato — dichiarò, quasi che tutti dovessero conoscere il suo nome. — Penso che il signor Chapin debba essere lasciato andare.

Mia sorella scosse il capo. — Non credo proprio — disse.

La signorina Hoople mostrò una dentatura di prima classe che definire sorriso sarebbe stato troppo. — Quello che lei crede non mi interessa, sergente Morgan — replicò. — Detto in termini chiari e semplici, le sue accuse non hanno fondamento.

— Quel piccolo bastardo è un cannibale — ringhiò Deborah — e sa che fine ha fatto la ragazza che cerchiamo.

— Mamma mia! — fece la signorina Hoople. — Immagino che abbia delle prove per asserire una cosa simile.

— È corso da me — disse Debs, leggermente seccata — e mi ha detto di non averne mangiata neanche un po’.

Hoople inarcò il sopracciglio. — Ha spiegato di che cosa? — domandò, con la calma di chi si sente dalla parte della ragione.

— Il contesto era chiaro.

— Spiacente — fece Hoople. — Ma in materia di contesti sono una profana.

Conoscendo mia sorella, sapevo che era sul punto di esplodere e, al posto della signorina Hoople, mi sarei preoccupato di indietreggiare, tendendo in avanti le mani. Deborah trasse un profondo respiro e disse tra i denti: — Signorina Hoople, il suo cliente sa dove si trova Samantha Aldovar. Salvarle la vita è la cosa più importante.

L’avvocato non smise di sorridere: — Non più importante della Dichiarazione dei diritti dell’uomo — ribatté. — Deve rilasciarlo.

Deborah la guardò. Nel tentativo di controllarsi, quasi tremava. Se c’era una situazione che richiedeva un forte pugno sul naso, era questa, e non era affatto normale che mia sorella ignorasse tale impulso. Ma combatté e la spuntò. — Signorina Hoople — disse infine.

— Sì, sergente?

— Quando dovremo comunicare ai genitori di Samantha Aldovar che la loro figlia è morta e che lei ha lasciato andare la persona che avrebbe potuto salvarla — fece Deborah — le chiederò di essere presente.

— Non è mestiere mio — replicò l’avvocato.

— Non dovrebbe essere neppure il mio — rispose Deborah. — Ma lei sta facendo in modo che lo diventi. — La signorina Hoople non riuscì a replicare. Allora Deborah si voltò e se ne andò.

22

Guidavo verso casa in mezzo al traffico dell’ora di punta, al solito passo da lumaca, e intanto riflettevo. Erano capitate tante cose strane e sconcertanti, tutte insieme: Samantha Aldovar e i cannibali a Miami, il singolare tracollo emotivo di Deborah e l’inquietante ricomparsa di mio fratello Brian. Ma la più strana di tutte era il Nuovo Dexter che si trovava a fronteggiare queste sfide. Lo Scaltro Signore di Deviate Delizie si era incredibilmente trasformato nel Superpapà Dexter, difensore dei bambini e della vita familiare.

… Eppure, continuavo a passare il mio tempo lontano dalla famiglia, alla sterile caccia di gente malvagia e di una ragazza che neanche conoscevo. Va bene il lavoro, ma come potevo giustificare di aver trascurato mia figlia appena nata, dedicando tutte quel!le ore di straordinario per star dietro a mia sorella, intenta alla freudiana ricerca di una famiglia? Non vi pare un controsenso?

Mentre riflettevo su tali argomenti, mi accadde una cosa ancor più bizzarra e preoccupante: cominciai a sentirmi male. Io, il Diabolico e Distante Dexter, non solo sentivo finalmente qualcosa, ma mi sentivo male! Inorridii al solo pensiero. Mi ero appena congratulato con me stesso per la mia incredibile trasformazione, e poi da Allegro Mattatore mi tramutavo in Parente Assente, passando semplicemente a un altro tipo di violenza. A parte il fatto che ultimamente non avevo più ammazzato nessuno, di quale orgoglio potevo fregiarmi?

Un forte senso di colpa e di vergogna mi invase. Ecco che cosa voleva dire per gli umani essere un vero genitore: io avevo tre splendidi figli e loro avevano me soltanto. Meritavano molto di più. Avevano bisogno di un padre che li guidasse e insegnasse loro a vivere, non di uno che sembrava più interessato a trovare la figlia altrui che a giocare con loro. Tutto ciò era orribile, disumano. Non mi ero affatto riabilitato, ma soltanto trasformato in un altro tipo di mostro.

Senza contare che i ragazzi più grandi, Cody e Astor, continuavano a provare uno spiccato impulso verso l’oscurità. Si affidavano a me perché li guidassi nel mondo dell’ombra. Non soltanto non li avevo aiutati, ma non avevo fatto nulla per distoglierli da tale proposito. Colpa si accumulava a colpa: sapevo benissimo che avrei dovuto passare un po’ più di tempo con loro, riavvicinarli alla luce e mostrargli che la vita custodisce gioie più profonde di quelle che l’omicidio può dare. Per fare questo, avrei dovuto restargli vicino, invece avevo fallito.

Ma forse non era ancora tutto perduto. Forse sarei ancora riuscito a istruirli. D’altronde, per cambiare completamente non basta volerlo. Non era facile emergere dal mio bozzolo perverso e trasformarmi in un padre fatto e finito. Per diventare un essere umano ci voleva tempo, figuriamoci per fare il genitore; per me tutto era nuovo. Dovevo fidarmi un po’ più di me stesso. Avevo molto da imparare, ma ci stavo provando. Inoltre i bambini sono indulgenti. Potevo ripartire da adesso e presentarmi a loro facendo qualcosa di raro e speciale, per dimostrargli che le cose erano cambiate e che era arrivato il loro Vero Padre: di sicuro avrebbero reagito con gioia e rispetto.

Quel proposito mi fece sentire istantaneamente meglio: papà Dex era tornato. Come riprova che ora le cose stavano funzionando secondo le leggi di un universo saggio e compassionevole, scorsi un grande negozio di giocattoli in un centro commerciale alla mia sinistra e, senza esitazioni, accostai la macchina ed entrai.

Mi guardai intorno e ciò che vidi non fu affatto incoraggiante. Erano esposte file e file di giocattoli violenti, neanche mi stessi aggirando in un negozio creato apposta per i figli del vecchio Dexter. C’erano spade, pugnali, sciabole leggere, mitragliatrici, bombe, pistole, fucili che sparavano proiettili di plastica, paintball e sparadardi, missili per far saltare in aria i tuoi amici e volendo anche la loro città, corsie e corsie colme di apparecchi per addestrarsi al massacro ricreativo. Non c’era da stupirsi che il nostro mondo fosse così crudele e violento, né che esistessero persone simili a quello che ero stato prima. Se insegniamo ai ragazzi che ammazzare è divertente, non dobbiamo sorprenderci che qualcuno sia così bravo da imparare a farlo.

Vagai per quella fabbrica di devastazione finché non finii in un angolino del negozio con scritto GIOCHI EDUCATIVI. Ospitava diversi scaffali con oggetti d’artigianato, alcuni kit scientifici e giochi da tavolo. Li esaminai con cura, alla ricerca di qualcosa di appropriato. Doveva essere educativo, d’accordo, ma non noioso o pedante, né da fare da soli, come i modellini da ricostruire. Cercavo qualcosa di esaltante e che si potesse fare in compagnia.

Scelsi infine un gioco a quiz intitolato Capoclasse. Una persona poneva le domande e gli altri, a turno, dovevano rispondere. Ottimo. Avrebbe cementato l’unità familiare e tutti avremmo imparato un sacco di cose, senza rinunciare al divertimento. Cody avrebbe persino dovuto sforzarsi di formulare frasi intere. Perfetto.

Mentre mi dirigevo alla cassa, passai davanti a uno scaffale di libri parlanti, quelli con i bottoni da schiacciare per ottenere effetti sonori. Ce n’erano parecchi di fiabe, e pensai subito a Lily Anne. Che bel pretesto per farla appassionare alla lettura. Potevo leggerle le storie, mentre lei, su mio suggerimento, premeva il pulsante giusto e nel frattempo imparava le fiabe classiche. L’occasione era irrinunciabile, così scelsi tre libri, i più promettenti.

Andai alla cassa e pagai. Il gioco costava quasi venti dollari, tasse comprese, ma pensai che ne valesse davvero la pena e li spesi senza rimorsi.

Arrivai a casa che era già buio. Tre quarti di una luna solitaria brillavano fiocamente all’orizzonte e mi incitavano bramosi, suggerendo con insistenza quel che Dexter avrebbe potuto fare con un coltello in una nottata simile. Chapin sappiamo dove sta, bisbigliava. Potremmo inciderlo fino ai canini e farci raccontare un po’ di cose interessanti, e faremmo contenti tutti…

Per un istante mi lasciai cullare da quell’impulso seducente; una marea oscura e velenosa mi avviluppò, tentando di inghiottirmi. Poi il peso dei giochi e dei libri che avevo acquistato mi strappò dalle nefaste insidie del chiaro di luna, riportandomi al sicuro nella terra del Nuovo Dexter. Basta; non avrei più dato retta al Passeggero, mai più. Con poche, aspre parole respinsi il mio compagno al suo posto, segregandolo nel profondo. Vattene, gli ordinai, e lui strisciò via come un rettile, tra i singhiozzi. Doveva capire che non ero più quel tipo di persona. Ero diventato papà Dex, che torna a casa impaziente di rivedere Lily Anne e di godere di tutti i nitidi comfort della vita domestica. Ero il sostegno della famiglia, l’educatore dei miei figli, lo scudo contro ogni dolore. Ero papà Dex, la roccia su cui Lily Anne avrebbe costruito il suo futuro, e Capoclasse l’avrebbe dimostrato.

Poi rallentai sotto casa e, non appena scorsi la macchinetta rossa di mio fratello parcheggiata lì davanti, mi tramutai all’istante nel Disorientato Dex. Non avevo idea di che cosa Brian ci facesse di nuovo a casa mia, ma di qualunque cosa si trattasse, non mi piaceva affatto. Lui rappresentava tutto ciò che ero stato e che ora non volevo più essere, dunque non mi andava di vederlo vicino a Lily Anne.

Scesi dall’auto e feci lentamente il giro intorno a quella di mio fratello, scrutandola come se il vero pericolo fosse lei. Era una stupidaggine, ovviamente. Le autobombe non erano nello stile di Brian, che preferiva fare a pezzi la gente con il coltello, proprio come il vecchio me stesso. Non ero più fatto così, anche se la voglia di affettare qualcuno stava tornando anche a me, man mano che mi avvicinavo alla porta, e sentivo quei gridolini di gioia infantile provenire dall’interno. Di tutta la montagna di assurdità, questa era la peggiore: provavo risentimento, sospetto, persino una rabbia squisitamente umana nel sentire che i bambini si stavano divertendo in mia assenza.

Fu così un confuso papà Dex quello che aprì la porta e si ritrovò davanti l’intera famigliola più fratello riunita di fronte al televisore. Rita sedeva a un capo del divano tenendo in braccio Lily Anne, Brian al capo opposto, con Astor in mezzo e tutti avevano un grande sorriso dipinto sul volto. Cody stava in piedi, tra loro e la TV, brandendo un apparecchio di plastica grigiastra verso lo schermo e saltando su e giù, tra i sorrisi dei presenti.

Al mio ingresso, tutti, escluso Cody, mi puntarono gli occhi addosso, poi tornarono a fissare il televisore, senza dare l’impressione di riconoscermi. Brian, invece, non smetteva di osservarmi, con quel suo sorriso finto che si faceva sempre più largo alla vista di me che cercavo di capire, senza successo, che cosa stesse capitando in salotto, nel mio territorio personale.

Poi un sonoro scoppio di risa esplose tra il pubblico, terminando in un “Oooooohhhh…” prolungato, mentre Cody si allontanava torvo dallo schermo.

— Gran partita, Cody — fece Brian, senza staccarmi gli occhi di dosso. — Da paura.

— Ho fatto tanti punti — disse Cody, formulando una frase incredibilmente lunga per lui.

— Già — commentò Brian. — Ora vediamo se tua sorella riesce a batterti.

— Sicuro! — urlò Astor, armeggiando nel vuoto con un altro di quegli apparecchi di plastica. — Sei fritto, Cody!

— Qualcuno mi può dire che cosa diavolo sta succedendo? — chiesi, e intanto mi facevo pena da solo.

— Oh, Dexter — fece Rita, guardandomi come se fossi un oggetto qualsiasi che vedeva per la prima volta nel suo salotto. — E che Brian… tuo fratello ha regalato ai ragazzi una Wii, ed è davvero… ma non doveva — continuò, voltandosi a guardare il televisore. — Cioè, è troppo costosa, e… glielo dici tu? Perché… Oh! Bel colpo, Astor! — Si mise a saltellare dall’eccitazione, agitando leggermente la testa di Lily Anne.

Era chiaro che se mi fossi spogliato e dato fuoco nessuno se ne sarebbe accorto, a parte Brian.

— È davvero ottima per loro — mi disse lui, con il suo sorriso da Stregatto. — Li aiuta a fare esercizio e sviluppa le loro capacità motorie. Senza contare — aggiunse — che è terribilmente divertente. Devi provarla, fratello.

Restituii a Brian il suo finto sorriso, mentre la luna in strada invocava il mio nome, promettendomi nitide e gioiose soddisfazioni. Mi voltai e vidi Rita e i ragazzi, felicemente presi dalla loro nuova, splendida esperienza, e all’improvviso la scatola che tenevo sotto il braccio, con dentro Capoclasse, quasi venti dollari tasse comprese, mi parve pesante e inutile come un vecchio barile di petrolio colmo di teste di pesce. Mi cadde a terra, e intanto mi vedevo davanti il cartone animato di Dexter che correva piangente nella sua stanza e affondava la testa nel cuscino, singhiozzando con il cuore spezzato.

Fortunatamente, a confronto con la classica idea di paternità, l’immagine mi parve così ridicola che mi limitai a trarre un profondo sospiro, a esclamare: — Ops! — e a chinarmi per raccogliere il pacco.

Per me sul divano non c’era spazio, perciò passai davanti al gruppetto, che spostava la testa per non perdersi neanche un singolo, emozionante secondo dell’epico scontro televisivo di Astor. Posai il gioco sul pavimento e sedetti, a disagio, su una poltrona. Mi sentivo gli occhi di Brian addosso, ma non lo guardai; mi sforzai soltanto di mantenere una facciata di educato entusiasmo e, dopo qualche secondo, lui tornò a fissare il televisore. Per tutti gli occupanti della stanza ero di nuovo scomparso, come se non fossi mai esistito.

Osservai Cody e Astor mentre si alternavano al costosissimo apparecchio. Nonostante la loro eccitazione, non riuscivo proprio a entusiasmarmi. Erano passati a un gioco diverso, in cui bisognava ammazzare la gente con una spada anziché con la pistola, ma neppure la vista di una lama suscitò in me il minimo interesse. Naturalmente, erano tutti così felici che soltanto uno scorbutico avrebbe avuto da obiettare… il che voleva dire che avrei dovuto aggiungere la parola “scorbutico” al mio curriculum. Dexter Morgan, Analista di macchie di sangue, Massacratore Redento, attualmente impiegato come Guastafeste. Desiderai quasi che Debs fosse stata presente. Intanto perché Brian sarebbe stato costretto ad andarsene, ma soprattutto perché avrei potuto dirle: “Guarda che cosa rimpiangi: dei bambini, una famiglia… ah-ha!”. E con una risata amara ne avrei sottolineato la fragilità.

— Oooooohhh — esclamò Astor con una vocina alta e stridula, e Cody si precipitò a giocare.

Era chiaro che avrei potuto fare qualunque cosa, ma loro non mi avrebbero mai apprezzato davvero né avrebbero mai fatto tesoro di quel che avevo da offrirgli. Non erano solo sleali, erano anche indifferenti come gattini, piccoli predatori distratti dal primo pezzo di cordino o da un qualsiasi gingillo luccicante che rotola sul pavimento, e non avrei potuto in alcun modo far breccia nella loro ostinata inconsapevolezza.

Poi sarebbero cresciuti… diventando che cosa? Degli assassini simulatori come me e Brian, pronti a pugnalarsi senza esitazione alle spalle, in senso proprio o figurato. Qual era il punto? Che avrebbero vissuto un’infanzia all’insegna del caos e della confusione e, raggiunta l’età giusta per capire il mio messaggio, sarebbero stati troppo vecchi per riuscire a cambiare. Era sufficiente per farmi abdicare alla mia nuova umanità e scivolare fuori, nell’avvolgente chiaro di luna, in cerca di qualcuno da fare a pezzi. Stavolta niente selezioni accurate né raffinatezze, solo pura e liberatoria violenza gratuita, proprio come faceva Brian.

Guardai mio fratello: sedeva sul divano con mia moglie e sembrava più bravo di me a far felici i miei figli. Era questo che voleva? Diventare me, ma un me migliore di quel che fossi mai stato? Al solo pensiero mi affiorò dentro un sentimento a metà tra la bile e la rabbia e decisi che quella sera avrei dovuto affrontarlo, chiedergli che cosa pensava di fare e ottenere che la smettesse. E nel caso che non mi volesse dar retta, c’era sempre Deborah.

Così mi sedetti mesto con un mezzo sorriso fintissimo dipinto sulle labbra e mi sorbii un’altra mezz’ora di draghi, pugni magici e grida gioiose. Persino Lily Anne sembrava felice, e questo mi parve il tradimento supremo. Sbatteva le palpebre e agitava i pugnetti in aria, mentre Astor strillava, poi tornava a raggomitolarsi al seno di Rita: non l’avevo mai vista così entusiasta verso qualcosa che non fosse il cibo. Infine, quando mi accorsi che non ero più in grado di reggere la mascherata per un secondo di più, tossicchiai e dissi: — Ehi, Rita. Hai programmi per la cena?

— Cosa? — fece lei senza guardarmi in faccia, tutta presa dal gioco. — Hai progr… Oh, Cody! Scusa, Dexter, che cosa dicevi?

— Dicevo — scandii — se Hai Programmi Per La Cena?

— Sì, certo — rispose, sempre senza staccare gli occhi dal televisore. — Devo soltanto… Oh! — esclamò, seriamente allarmata, stavolta non perché fosse successo qualcosa nel gioco, ma perché aveva alzato lo sguardo e visto l’orologio. — Oh, mio Dio, sono le otto passate! Non ho neanche… Astor, apparecchia la tavola! Oh, mio Dio… domani si va a scuola!

Osservai con una leggera soddisfazione Rita che balzava su dal divano, mi affidava bruscamente Lily Anne e correva in cucina, senza smettere di parlare. — Per la grazia di… Oh, lo so che è bruciato, che cosa… Cody, tira fuori l’argenteria! Non mi è capitato un simile… Astor, ricordati di mettere un piatto anche per zio Brian! — Il fracasso continuò per parecchi minuti, mentre Rita apriva il forno e sbatteva pentole e teglie dappertutto, poi si tornò alla vita normale.

Cody e Astor, chiaramente riluttanti ad abbandonare il loro nuovo mondo televisivo seppur per mangiare, si guardarono a vicenda, poi si voltarono all’unisono verso lo zio Brian.

— Forza, ragazzi — li esortò lui con la sua solita, finta allegria — fate quel che dice la mamma.

— Voglio giocare ancora un po’ — dichiarò Cody. Da tempo non gli sentivo pronunciare insieme tutte quelle sillabe.

— Lo immagino — rispose Brian. — Ma adesso non si può. — Rivolse loro quel suo gran sorrisone; faceva il possibile per apparire simpatico, ma non risultava affatto convincente, molto meno di quanto lo fossi io.

Tuttavia Cody e Astor gli diedero subito credito; si guardarono a vicenda, annuendo con il capo, poi si avviarono rumoreggiando in cucina, ad aiutare per la cena.

Quando si allontanarono, Brian si voltò verso di me, le sopracciglia fintamente inarcate in segno di educata anticipazione. Ovviamente però, non era in grado di anticipare nulla di ciò che stavo per dirgli, ma, mentre mi preparavo traendo un profondo respiro, mi accorsi che non ci riuscivo nemmeno io. Sentivo di dovergli rivolgere delle accuse. Ma per che cosa? Perché aveva acquistato un giocattolo molto più costoso del mio? O perché aveva portato i ragazzi a mangiare al cinese o forse in un posto ancora più sinistro? O forse perché aveva cercato di essere me, mentre io ero troppo impegnato per sostenere il mio ruolo? Immagino che il vecchio e insensibile Dexter gli avrebbe semplicemente detto: “Qualunque cosa tu stia facendo, finiscila”. Ma al nuovo me, frastornato da tutti quei complicati sentimenti che gli mulinavano dentro, sembrava si fosse seccata la lingua. Come se non bastasse, mentre me ne stavo a bocca aperta e con il cervello paralizzato, Lily Anne emise un gorgoglio e la mia camicia fu all’istante ricoperta di un blob biancastro di latte inacidito.

— Accidenti — fece Brian, con una simpatia non meno finta delle altre sue emozioni.

Mi alzai e attraversai il corridoio, reggendo Lily Anne davanti a me a braccia tese, per non macchiarmi ulteriormente. Nella stanza da letto c’era un fasciatoio con una serie di asciugamani impilati su uno scaffale. Ne presi un paio: uno per rimediare al disastro, l’altro da poggiare sotto la neonata per salvare ciò che restava della mia camicia.

Tornai a sedermi in poltrona; sistemai l’asciugamano sulla mia spalla e vi appoggiai la testa di Lily Anne, dandole qualche lieve colpetto sulla schiena. Brian continuava a guardarmi, e io feci per parlare.

— La cena è pronta! — Rita si precipitò rumorosamente nella stanza, reggendo un vassoio con due grossi guanti da forno. — Mi dispiace che non sia… cioè, non è che si sia bruciato, ma non… è solo un po’ asciutto. Astor, versa il riso nella terrina blu. Siediti, Cody.

La cena fu divertente almeno quanto i precedenti video guerrafondai. Rita cominciò a scusarsi per il pollo all’arancia, e a essere sinceri ne aveva ben donde. Era uno dei suoi cavalli di battaglia e l’aveva fatto cuocere fino alla disidratazione. Ma Cody e Astor ridevano del suo imbarazzo e si misero a prenderla in giro con sottile crudeltà.

— È asciutto — fece Cody dopo la terza volta che la madre si scusava. — Non come le altre volte. — E strizzava l’occhio a Brian.

— Sì, lo so, ma… mi dispiace davvero, Brian — disse Rita.

— Ma no, è delizioso; non ci pensare, incantevole signora — fece lui.

— Non ci pensare proprio, cara mamma — gli fece eco Astor, altezzosa, poi lei e lo zio scoppiarono a ridere.

E avanti così, finché la cena non finì e i ragazzi si precipitarono a sparecchiare, allettati dalla promessa di poter usufruire di un altro quarto d’ora di Wii prima di andare a dormire.

Rita scomparve in corridoio a cambiare Lily Anne e, per un istante, io e Brian ci trovammo da soli a tavola. Era il momento di parlare e di tirare fuori quel che avevamo dentro, così mi affrettai ad approfittarne.

— Brian — dissi.

— Sì? — inarcò il sopracciglio, in attesa.

— Perché sei tornato? — chiesi, in un tono il meno possibile accusatorio.

Mi guardò, fintamente stupito. — Per stare con la mia famiglia, ovvio — rispose. — Per che altro, se no?

— Non ne ho idea — feci, sempre più irritato. — Ma un motivo ci dev’essere.

Scosse il capo. — Perché pensi questo, fratello?

— Perché ti conosco.

— Non del tutto — replicò, puntandomi gli occhi addosso.

— Conosci soltanto una piccola parte di me. E penso che… dannazione — fece, mentre le note metalliche della Cavalcata delle valchirie risuonavano fuori dalla sua tasca. Estrasse il cellulare, lanciò un’occhiata allo schermo e disse: — Accidenti. Mi spiace per la mia toccata e fuga, e altrettanto per la nostra chiacchierata. Sarà meglio che vada a portare le mie scuse alla tua gentile signora. — Si alzò rapido e irruppe in cucina, dove si produsse nei soliti, infiorettati complimenti e richieste di perdono.

La famiglia al completo l’accompagnò alla porta, ma riuscii a tagliarla fuori uscendo con mio fratello e chiudendo fermamente il portone alle nostre spalle.

— Brian — esordii — io e te dobbiamo parlare ancora un momento.

Si fermò e si voltò a guardarmi. — D’accordo, fratello — fece.

— Una bella chiacchierata come si faceva una volta. Per tenerci aggiornati l’uno con l’altro, eccetera. Dimmi un po’, come va con quella storia della ragazza scomparsa?

Scossi il capo. — Non intendevo quello — dissi, determinato a sviscerare l’argomento e a scoprire quel che Brian nascondeva.

Ma il cellulare emise un’altra volta quel frenetico ritornello wagneriano. Lui lo prese e lo spense. — Un’altra volta, Dexter — fece. — Ora devo proprio andare. — E prima che potessi replicare, mi assestò una goffa pacca sulla spalla e si diresse rapido verso la macchina.

Lo guardai allontanarsi, e la mia unica consolazione fu che la spalla su cui mi aveva dato la pacca era quella ancora bagnata dal rigurgito di Lily Anne.

23

Mi fermai a osservare i fanali dell’auto di Brian che si allontanavano nella notte. Ma la mia frustrazione non se ne andò con mio fratello. Mi turbinava dentro e si faceva sempre più acuta, accentuata dalla luce della luna e dalla rabbia che provavo. Ancora una volta quella voce da rettile mi blandiva, sibilando i suoi scaltri consigli. Vieni con noi, sussurrava mielosa e insieme ragionevole. Vieni con noi nella notte; vieni a giocare e ti sentirai molto meglio…

La scacciai, resistendo fermo e risoluto nella nuova terra, quella della mia paternità. Ma la luna non si arrendeva, continuava a premere, costringendomi a chiudere gli occhi per allontanarla. Pensai a Lily Anne. Poi a Cody e ad Astor, e alla servile simpatia che mostravano nei confronti di Brian, il che mi suscitò un altro moto di rabbia. Lo repressi e pensai a Deborah e alla sua profonda infelicità. Era così contenta quando aveva catturato Victor Chapin, e così triste quando aveva dovuto lasciarlo andare. Volevo che fosse felice. Volevo che anche i bambini fossero felici… La vocina perversa riaffiorò, mormorando: So io come renderli felici, e lo sai anche tu.

L’ascoltai per un istante, e tutto si incastrava in modo nitido e perfetto. Mi vidi scivolare nella notte, con il coltello e il nastro isolante…

Respinsi per l’ennesima volta quel pensiero, a fatica, e la scena scomparve. Trassi un profondo respiro e aprii gli occhi. La luna era ancora al suo posto e risplendeva, come in attesa. Ma io scossi fermamente il capo. Sarei stato più forte, e l’avrei spuntata. Mi accomiatai con difficoltà dalla notte e rientrai bruscamente in casa.

Rita era in cucina che puliva. Lily Anne gorgogliava nella culla di vimini, mentre Cody e Astor erano di nuovo attaccati al televisore, a giocare con la Wii. Era giunto il momento di cominciare a parlarci chiaro, di fugare la nefasta influenza di Brian e condurre i bambini fuori dal buio. Era possibile e io ce l’avrei fatta.

Puntai risoluto verso Cody e Astor, piazzandomi tra loro e il televisore. Mi guardarono come se quella sera mi vedessero per la prima volta.

— Ti sei messo in mezzo — protestò Astor.

— Dobbiamo parlare — dissi.

— E noi dobbiamo giocare a Dragon Blade — replicò Cody.

Il suo tono non mi piacque. Lo guardai, guardai Astor, e loro mi squadrarono con l’aria supponente e irritata di chi crede di essere nella ragione. Mi protesi verso la Wii e staccai la spina.

— Ehi! — saltò su Astor. — Hai annullato la partita! Adesso dobbiamo ricominciare dal primo livello!

— Me ne infischio della vostra partita — dichiarai.

Mi fissarono a bocca aperta. — Non è giusto — disse Cody.

— La giustizia non c’entra niente — feci. — È una questione di onestà.

— Non ha senso — intervenne Astor. — Se una cosa è giusta, allora è anche onesta. Avevi detto che… — Stava per continuare, poi vide la mia espressione e si bloccò. — Che cosa c’è? — domandò.

— Il cibo cinese non vi è mai piaciuto — dissi gravemente. Due faccine mi fissarono interdette, poi si guardarono reciprocamente, mentre ripensavo a quello che avevo appena detto. Non aveva molto senso neanche per me. — Mi riferivo a quando siete usciti con Brian. — Tornarono a scrutarmi. — Mio fratello. Zio Brian.

— Abbiamo capito — fece Astor.

— Avete detto a vostra madre che siete andati a mangiare cinese — dissi. — Invece era una bugia.

Cody scosse il capo e Astor precisò: — È stato lui che gliel’ha detto. Noi avremmo detto la pizza.

— E anche quella sarebbe stata una bugia — continuai.

— Ma, Dexter, ce l’avevi detto tu — replicò la bambina, e Cody annuì. — Mamma non deve sapere niente di quella storia, lo sai. E di tutto il resto. Così abbiamo dovuto mentirle.

— No — feci. — Quel che dovete fare è non farlo mai più.

Lo stupore si dipinse sulle loro facce. Cody scosse la testa, sconcertato, e Astor prese a dire: — Ma non è… cioè, non puoi, davvero… che cosa intendi? — Per la prima volta in vita sua, stava parlando come sua madre.

Sedetti sul divano in mezzo a loro. — Che cos’avete fatto quella sera con zio Brian? — domandai. — Quando ha detto che vi aveva portato a mangiare cinese?

Si guardarono a vicenda, allacciando una conversazione muta che nessuno, a parte loro, poteva capire. Infine Cody si voltò verso di me: — Cane randagio — disse.

Annuii. E la rabbia mi rimontò dentro. Brian li aveva portati fuori e aveva trovato loro un cane randagio con cui sperimentare e imparare. Una cosa simile dovevo immaginarmela, ma riceverne conferma accrebbe lo sdegno nei confronti di mio fratello e dei bambini. Stranamente però, seppur arroccato nella torre della mia legittima indignazione, una sottile e malefica voce mi sussurrava che avrei dovuto essere io a farlo. Avrebbe dovuto essere la mia mano a rendere saldi i loro inesperti colpi di coltello, e la mia voce paziente e saggia a guidarli, insegnando loro come catturare, affettare e poi ripulire quando il gioco era finito.

Eppure era assurdo; ero qui per condurli fuori dall’oscurità, non per spiegargli come trarne diletto. Scossi la testa e lasciai che la mia parte sana prendesse il sopravvento. — Quel che avete fatto è sbagliato — dichiarai. Ancora una volta mi fissarono sbalorditi.

— Che cosa vuoi dire? — chiese Astor.

— Voglio dire che dovete smetterla di…

— Oh, Dexter. — Rita irruppe nella stanza, asciugandosi le mani in un telo per i piatti. — Non devono più giocare; domani vanno a scuola. Guarda l’ora, santo cielo. E non avete neanche… Forza, voi due, preparatevi per andare a letto. — E li spinse fuori dalla stanza prima che potessi battere ciglio.

Cody si voltò a guardarmi prima che la madre lo conducesse in corridoio. La sua faccia era un misto di confusione, sofferenza e irritazione.

Mentre si affaccendavano in bagno, tra i rumori dell’acqua corrente e lo strofinare degli spazzolini, digrignai i denti, frustrato.

Nulla stava andando per il verso giusto. Avevo cercato di rendere più unita la mia famigliola, e mio fratello ci aveva pensato prima di me. Avevo tentato di confrontarmi con lui, ma Brian mi aveva mollato su due piedi, lasciandomi con tutti i miei interrogativi. Avevo appena intrapreso l’importante compito di condurre i ragazzi lontano dalla malvagità, per essere interrotto nel punto cruciale. Adesso loro se l’erano presa, Rita mi ignorava, mia sorella era gelosa di me… e io continuavo a non capire che cosa Brian avesse in mente.

Avevo fatto il possibile per trasformarmi in un padre di famiglia ideale e irreprensibile, ma continuavo a essere zittito, umiliato e deriso. L’irritazione crebbe dentro di me fino a sfociare in rabbia, e poi anche questa cominciò a cambiare forma, finché non mi sentii gorgogliare dentro un acido senso di disprezzo: disprezzo per Brian, Rita, Deborah, Cody e Astor, per tutti quegli idioti bavosi in questo mondo claudicante… Ma soprattutto provai disprezzo per me, il Demente Dexter, che voleva camminare alla luce del sole, annusare i fiori e osservare spirali di arcobaleno nel cielo dipinto di rosa. Ma aveva dimenticato che il sole è quasi sempre offuscato da nubi, i fiori hanno le spine e gli arcobaleni sono irraggiungibili. Puoi anche sognare l’impossibile, ma quando ti svegli resti comunque con un pugno di mosche.

Lo stavo scoprendo nel modo più traumatico, continuando a sbattere ogni volta il naso, e ora desideravo soltanto prendere qualcuno per la gola e stringere…

Attraverso il corridoio mi arrivò il monotono vociare di Rita e dei ragazzi che recitavano le preghiere. Non le avevo mai imparate a memoria, il che mi ricordò ulteriormente che non ero ancora papà Dex e forse non lo sarei mai diventato. Credevo di essere l’unico leopardo della storia a cambiare manto, invece ero un gatto randagio qualunque costretto a nutrirsi di spazzatura.

Mi alzai. Avevo bisogno di muovermi, calmarmi, raccogliere le idee e contenere l’affiorare di questi sentimenti bizzarri e brutali, prima che mi trascinassero via in una marea di stupidità. Entrai in cucina, accompagnato dal ronzio della lavastoviglie. Sentii scattare il congelatore. In casa, tutto era lindo e funzionale: tutti i dispositivi preposti alla felicità domestica erano al proprio posto e facevano il loro dovere, eccetto me. Non ero stato fatto per essere incassato dentro la cucina di questa o di un’altra casa. Ero fatto per il baluginare della lama affilata al chiaro di luna, per il rassicurante scatto del nastro isolante sul suo rullo e per le urla soffocate dei malvagi, giunti al cospetto del loro sterminatore…

Eppure vi avevo rinunciato, abdicando alla mia vera natura, cercando di adattarmi a un modello che neanche esisteva, come un demone sbattuto sulla copertina del “Saturday Evening Post”, con l’unico esito di trasformarmi in un perfetto idiota. Non c’era da stupirsi che Brian fosse stato capace di portarmi via i bambini così facilmente. Non sarei mai riuscito a trascinarli lontano dal lato oscuro, senza proporgli in cambio un convincente modello di bontà.

Inoltre, con tutta la cattiveria esistente al giorno d’oggi, come avrei potuto appendere il coltello al chiodo? C’era così tanto lavoro da fare, e tanti aspiranti compagni di gioco che avevano bisogno di imparare le nuove regole, le regole di Dexter. C’erano persino dei cannibali in giro per Miami! Potevo forse sedermi in poltrona a sferruzzare, mentre loro infierivano sulla Samantha Aldovar di turno? Dopo tutto, anche lei era una figlia, e c’era qualcuno che provava per lei lo stesso affetto che sentivo per Lily Anne.

A questo pensiero, una rabbia bruciante mi affiorò dentro, e persi il controllo. Avrebbero potuto prendere anche Lily Anne. Prima o poi sarebbe potuto accadere, e io non stavo facendo nulla per proteggerla. Ero uno stupido illuso. Mi stavano attaccando su tutti i fronti e io li stavo semplicemente lasciando fare. Stavo permettendo ai predatori di appostarsi e uccidere, e se un giorno o l’altro fosse stato il turno di Lily Anne, o di Cody e Astor, la colpa sarebbe stata mia. Ero perfettamente in grado di proteggere la mia famiglia dai mali del mondo, ma mi ero illuso che i pensieri gentili bastassero a tenere lontani i mostri, mentre i mostri erano in agguato dietro la mia stessa porta.

Guardai fuori dalla finestra sul retro, nel nero del cortile. Le nubi avevano offuscato la luna, e il buio era pressoché totale. Questo era realmente il mondo: solo oscurità, che celava zone di erba secca e sporcizia. Niente andava per il verso giusto. E sarebbe sempre stato così. In qualsiasi luogo. Per chiunque. Ci sono solo oscurità, decadenza e lerciume, e se cerchi di convincerti che esiste anche qualcos’altro, in cambio otterrai soltanto sofferenza. Non ci potevo fare nulla. Proprio nulla.

… Poi le nubi si aprirono e un debole raggio di luna illuminò le tenebre, e la vocina sibilante tornò ancora una volta a stuzzicarmi. C’è una cosa sola…

E quel semplice pensiero era il più sensato al mondo.

— Torno subito — dicemmo a Rita, che sedeva sul divano con la bambina in braccio. — Ho del lavoro da finire.

— In che senso torni? — cinguettò lei, confusa. — Non mi dire che stai andando… ma è notte!

— Sì, lo so — rispondemmo, e il nostro sorriso luccicò al solo pensiero del buio vellutato che ci attendeva fuori.

— Be’, ma non puoi… non puoi aspettare fino a domani mattina?

— No — replicammo. Dal nostro tono trapelava l’allegra follia di tale gesto. — Non posso. È una faccenda da sbrigare stanotte. — La verità si leggeva chiaramente sul nostro viso.

Rita aggrottò la fronte, ma disse soltanto: — Be’, spero che tu… oh! Ho svuotato il cestino dei pannolini, ed è davvero… puoi prendere il sacchetto e… — Balzò in piedi e si diresse in corridoio.

L’interruzione mi innervosì non poco, ma per fortuna fu di ritorno dopo qualche secondo, stringendo un sacco della spazzatura.

Me lo porse, dicendo: — Mentre esci, ti dispiace… ma devi proprio andarci? Cioè, non è che ci metti tanto? Perché, cioè, guida piano, ma…

— Non ci metto tanto — la rassicurammo, impazienti. Poi uscimmo, accolti dalla notte e dai suoi raggi di luna che stillavano dalle nubi, promettendo l’unica cosa che avrebbe lavato via la sorda sofferenza per aver tentato di tradire, invano, la mia natura. Posammo frettolosamente l’immondizia sul pavimento del sedile posteriore, insieme ai nostri giocattoli, e salimmo in macchina.

Guidammo a nord nel poco traffico, in direzione del lavoro, proprio come avevamo detto, ma non ci riferivamo a quello diurno, caotico e disordinato. Ci apprestavamo a un compito ben più divertente, lontano dalla noia e verso la delizia, sempre verso nord ma oltre l’aeroporto, sulla rampa che conduce a Miami Beach. Infine rallentammo, avanzando attentamente lungo la strada, in cerca di una certa casa color giallo pastello in un quartiere modesto.

“Il locale non apre fino alle undici” aveva detto Deborah. Vi passammo davanti con cautela e notammo le luci accese, all’interno e all’esterno, e un’auto nel vialetto che prima non c’era. Doveva essere quella della madre, ovvio, il che aveva perfettamente senso, visto che probabilmente la usava durante il giorno per andare al lavoro. Molto vicino alla casa, per metà in ombra, era parcheggiata la Mustang. Lui era lì. Non erano ancora le dieci e South Beach non era lontano. Doveva essere dentro, a godere della libertà ingiustamente ottenuta, e a pensare che ancora una volta nel suo piccolo mondo tutto era filato liscio: era proprio così che lo volevamo.

Avevamo molto tempo davanti e pensammo freddamente che la cosa non ci dispiaceva affatto.

Facemmo il giro dell’isolato per assicurarci che non vi fosse nulla di sospetto, e non notammo nulla. Era tutto calmo e tranquillo; le case erano linde, illuminate e ben protette dagli artigli affilati della notte.

Proseguimmo. Quattro isolati più avanti scorgemmo una casa con un container che giaceva nel prato incolto, senza dubbio contenente i beni pignorati dei vecchi abitanti: proprio quel che faceva al caso nostro. Gli edifici intorno erano bui, si scorgeva soltanto una luce due porte più avanti, ma tutto era silenzioso e la casa con il container era perfetta. Pignorata, vuota, in attesa che vi arrivasse gente con un nuovo sogno, cosa che presto sarebbe successa, anche se per qualcuno si sarebbe trattato di un incubo. Parcheggiammo sotto a un lampione rotto, un isolato più lontano, accanto a una siepe. Uscimmo lentamente, pregustando l’attesa e l’allegro rito della preparazione, predisponendo tutto per l’evento che avrebbe avuto luogo un’altra volta e, oh!, così presto.

L’ingresso posteriore della casa, che si trovava al riparo da qualsiasi sguardo indiscreto, si aprì rapidamente e in silenzio. All’interno, l’abitazione era vuota e immersa nel buio, a eccezione della cucina, dal cui lucernario penetravano raggi di luna che illuminavano un bancone da macellaio. A quella vista, esplodemmo in un coro di gioia. Ecco la conferma di quanto sarebbe successo quella notte, che sembrava fatta apposta per noi; quella stanza era il posto adatto al nostro scopo e, quasi a incentivo della nostra malvagità, trovammo anche mezzo scatolone di sacchi per l’immondizia.

Dovevamo sbrigarci; il tempo premeva, ma la pulizia era importante. Aprimmo i sacchi neri, trasformandoli in teli di plastica. Li stendemmo meticolosamente sul tavolone da macellaio, sul pavimento e sulle pareti circostanti, e in ogni altro luogo in cui, nella foga del divertimento, un’orribile macchiolina rossa sarebbe potuta schizzare inosservata. Infine fu tutto pronto.

Respirammo. Eravamo pronti anche noi.

Raggiungemmo rapidamente la casetta giallo pastello. Stavolta avevamo le mani libere, a parte il laccio di nylon. Un bel cappio fatto con un robusto filo da pesca, l’ideale per stringere legami, specie intorno al collo di qualche malvagio compagno di giochi. Ne avrebbe percepito il sibilo, mentre fendeva l’aria per poi stringersi intorno alla sua gola, e stupito avrebbe udito queste parole: “Vieni con noi, adesso. Vieni a sperimentare il tuo limite”. E lui ci avrebbe seguito, perché non aveva scelta, e la vista gli si sarebbe appannata sempre più, e avrebbe potuto respirare solo a fatica e quando ci piaceva.

E se si fosse messo a dimenarsi e a lottare più del dovuto, sarebbe bastato stringere un poco il cappio, e avrebbe percepito soltanto il suo cuore che batteva a precipizio e il filo di nylon che sibilava: “Visto? Ti abbiamo preso la voce e il respiro e presto ti prenderemo di più, molto di più. Ti prenderemo tutto, e infine ti tramuterai in polvere e buio, e in qualche ordinato sacchetto dell’immondizia…”.

Il pensiero affiorò, irregolare come il nostro respiro. Facemmo una pausa, per rilassarci e lasciare che dita gelide ci placassero i nervi, affinché si inebriassero della prima, cauta scossa di piacere.

Calma. Un altro respiro e tutto ci apparirà chiaro, perfetto e luminoso, e parteciperemo con ferrea consapevolezza dell’unica, vera realtà della notte. Accadrà ora. Stasera.

Adesso.

I nostri occhi si spalancarono in un mondo di ombre e i nostri sensi scivolarono via e si dispiegarono in ogni angolo di buio, pronti a rilevare la seppur minima presenza di un osservatore. Non c’era nessuno: niente uomini, animali o Mostri miei simili. Nessuno si muoveva o ci spiava; eravamo gli unici cacciatori in giro quella notte e tutto era come doveva essere. Eravamo pronti.

Avanziamo con un’andatura fintamente disinvolta fino alla modesta dimora gialla. La oltrepassiamo con cautela e ci infiliamo nell’ombra della siepe della casa accanto, in attesa. Non udiamo suoni, né movimenti. Siamo soli e inosservati. Scivoliamo più vicino, cauti e in silenzio, finché non ci troviamo all’angolo della casa gialla. Respiriamo a fondo, lentamente, confondendoci con le ombre.

Avanziamo ancora, sempre cauti e silenziosi, e tutto va esattamente come previsto: siamo davanti alla portiera della Mustang.

L’auto è aperta: quella spregevole bestiolina ci ha reso le cose fin troppo facili. Scivoliamo sul sedile posteriore senza far rumore e ci fondiamo con l’oscurità del pavimento della macchina, in attesa.

Secondi, minuti… il tempo passa e noi continuiamo ad aspettare. L’attesa è una fase semplice e naturale della caccia. Respiriamo adagio, con calma, e tutto ci appare stupendo, mentre pregustiamo il momento che sta per arrivare.

E arriva.

Un urlo in lontananza, infine l’uscio si spalanca e la coda dell’ultima discussione ci arriva alle orecchie.

— … l’ha detto l’avvocato! — esclama, con la sua vocina stizzita e crudele. — E adesso devo andare a lavorare, va bene? — Sbatte la porta e si dirige come una furia verso la Mustang. Continua a borbottare, anche mentre apre la portiera e si lascia cadere davanti al volante.

Quando sta per accendere il motore le sagome appostate nell’ombra prendono forma e noi balziamo fuori, silenziosi, e il cappio si stringe intorno al suo collo, sibilando, impedendogli di riflettere e di respirare.

— Non un suono, né una mossa — gli intimiamo con la nostra terribile Voce Altra, e lui si immobilizza. — Ascolta bene e fa’ esattamente quello che ti diciamo, e potrai vivere ancora un poco. Chiaro?

Annuisce rigido, gli occhi sbarrati dal terrore, il viso che si fa sempre più scuro per la mancanza d’ossigeno. E noi lasciamo che provi cosa vuol dire smettere di respirare, gli concediamo un assaggio di quel che gli accadrà in eterno, nell’oscurità senza fine.

Stringiamo solo un po’, perché capisca che possiamo farlo molto più forte, finché tutto si ferma, e il suo viso si fa ancora più scuro e gli occhi stanno per schizzargli fuori dalle orbite e riempirsi di sangue…

… poi gli concediamo una tregua, rilasciando il cappio di nylon quel tanto da permettergli di respirare con un rantolo. Infine stringiamo di nuovo, impedendogli di parlare o di tossire.

— Sei mio — gli diciamo.

Lui percepisce la fredda verità celata nelle nostre parole e, mentre si prefigura il suo destino, per un istante dimentica persino che può respirare, e dimena convulsamente le braccia.

Allora riprendiamo a stringere, stavolta un po’ più forte. — Finiscila — diciamo, e lui obbedisce al nostro gelido sibilo di comando. Oscuriamo di nuovo il suo piccolo mondo crudele, non troppo a lungo, però. Quanto basta ad alimentare in lui, una volta allentato il cappio, una speranza, flebile come i raggi di luna, necessaria a mantenerlo docile e quieto, finché la quiete non si trasformi in quella eterna. — Guida — gli ordiniamo, strattonando lievemente il cappio, mentre lui rantola.

Per un istante non si muove. Stringiamo ancora. — Adesso. — Mette in moto febbrile, per comunicarci la sua ansia di compiacerci, e ci allontaniamo lentamente dal vialetto, dall’abitazione giallo pastello e dalla mediocre vita quotidiana, verso l’oscuro e gioioso destino che ci attende in quella splendida notte di luna.

Lo portiamo nella casa vuota con il cappio alla gola, scortandolo rapidamente e con cautela nel buio, fino alla stanza che abbiamo attrezzato: la stanza avvolta nella plastica, in cui dorati raggi di luna filtrano dal lucernario e illuminano il tavolone da macellaio, come un altare nel tempio del dolore. Un vero e proprio tempio di sofferenza, e quella notte noi saremo i sacerdoti, preposti a officiare il rituale, per condurlo all’estrema epifania, e liberarlo nella grazia.

Lo portiamo davanti al tavolone, permettendogli per un istante di respirare, in modo che possa vedere quel che l’aspetta. Quando si accorge che tutto è stato approntato soltanto per lui, la sua paura cresce, e ci guarda per vedere se si tratta di un brutto scherzo…

— Ehi — dice con voce malferma. Un’espressione di consapevolezza si dipinge sul suo viso, e scuote lievemente il capo, per quanto il cappio glielo permette. — Tu sei quel poliziotto — dice, e nel suo sguardo si legge una nuova speranza che si tramuta presto in sfrontatezza e gli fa aggiungere ruvido: — Quel cazzo di poliziotto insieme a quella troia scoppiata di agente! Porca puttana, ti sei cacciato in un bel pasticcio del cazzo. Per una roba simile, cazzo se ti sbattono dentro, brutto pezzo di merda…

Strattoniamo il cappio, stavolta con rabbia, e il suo osceno gracchiare cessa come se l’avessero accoltellato, e ancora una volta il suo mondo si oscura, mentre lui annaspa debolmente per togliersi il nylon dalla gola, e infine perde il controllo delle dita e abbandona la presa. Crolla in ginocchio, ondeggiando, finché non lo stringo forte, sempre più forte, e gli occhi gli escono dalle orbite e si affloscia sul pavimento.

Ora dobbiamo sbrigarci. Lo adagiamo sul tavolone, gli tagliamo via i vestiti, lo immobilizziamo con il nastro isolante prima che si risvegli… cosa che accade prontamente. Sbatte le palpebre e strattona convulsamente le braccia prima di rendersi conto della sua nuova, estrema posizione. Spalanca gli occhi e tenta a fatica di muoversi, ma invano. Allora lo scrutiamo, per spaventarlo ancora di più e aumentare la nostra gioia. Ecco quello che siamo, e perché siamo qui. Siamo coloro che conducono il macabro ballo, e questa è la notte del nostro concerto.

E la musica cresce e noi lo trasciniamo lontano, dove ha inizio la danza, l’adorabile coreografia della Fine, con i suoi veloci passi e i movimenti così familiari che odorano di nastro isolante e di paura. Stanotte la lama è rapida e affilata e si muove a tempo con il ritmo crescente della luna per sfociare nel ritornello finale, fonte di immenso piacere… perché il mondo è gioia, gioia, gioia.

Ci fermiamo un istante prima della fine. Un orribile dubbio si insinua come una lucertolina nel nostro piacere e striscia sull’aureola della nostra felicità. Lo guardiamo, mentre continua a dimenarsi terrorizzato per quanto gli sta accadendo e per il pensiero che gli accadrà molto di peggio.

Hai quasi finito, sussurra la voce. Non fermarti adesso…

Chiaro che non ci fermeremo. Ma ci interrompiamo un istante. Osserviamo l’essere che si contorce sotto il nostro coltello. È quasi andato, e ora respira piano, ma continua ad accanirsi contro i legacci, come se una bollicina gravida di speranza lottasse contro il dolore e l’agonia. Prima di far scoppiare quella fragile bolla, dobbiamo sapere un’ultima cosa, un piccolo dettaglio necessario a spalancare le porte del nostro piacere.

— Bene, Victor — sibiliamo gelidi — che sapore ha Tyler Spanos? — Gli strappiamo via il nastro isolante dalla bocca. È troppo sofferente per accorgersene, ma trae un sospiro profondo e lentamente cerca il mio sguardo. — Che sapore ha? — ripetiamo, e lui annuisce, in segno d’accettazione del proprio destino.

— È squisita — dice con la voce stentorea di chi sa che non c’è più tempo per le menzogne. — Più buona delle altre. È stato… divertente… — Chiude gli occhi per un istante, e quando li riapre una piccola speranza balena nel suo sguardo: — Mi lascerai andare, adesso? — chiede, incerto come un bambino spaurito, anche se conosce già la risposta.

Un frullio d’ali ci sovrasta e non udiamo neanche la nostra voce che dice: — Sì, puoi andartene. — E un istante dopo così accade.

Abbandonammo la Mustang di Chapin dietro a un centro commerciale Lucky 7 a poco più di un chilometro dall’abitazione, con le chiavi ancora all’interno. A Miami non avrebbe superato la nottata; entro l’indomani sarebbe stata riverniciata e imbarcata per l’America del Sud. Vista la situazione, con Victor ci era toccato sbrigarcela un po’ più in fretta del solito, ma ora ci sentivamo incredibilmente meglio, come accadeva sempre. Quando salii sulla mia fida macchinetta diretto a casa, stavo quasi canticchiando.

Mi lavai con cura, mentre l’eccitazione man mano si placava. Debs si sarebbe sentita un po’ meglio. Anche se non le avrei detto nulla, ovviamente. Ma Chapin si era guadagnato il ruolo di protagonista nel proprio piccolo dramma notturno, e il mondo era diventato leggermente migliore.

Come me, d’altronde, che mi sentivo più calmo, rilassato e pronto a fronteggiare il precipitare degli ultimi eventi. Era vero che avevo cercato di lasciarmi queste cose alle spalle e non c’ero riuscito, ma si era trattato di uno scivolone irrilevante e necessario, che avrei avuto cura di non ripetere. Un piccolo passo indietro, per una volta, non è niente di che. Dopo tutto, nessuno smette di fumare all’istante, no? Ora che ero più calmo e controllato, non sarebbe più accaduto. Fine dell’incidente, e ritorno al mio comportamento da pecorella… stavolta per sempre.

Mentre tentavo di radicare questi pensieri nella mente del mio nuovo, radioso personaggio, mi sentii strattonare dal fiero artiglio del Passeggero che mormorava: Certo… fino alla prossima volta…

La mia brusca reazione ci sorprese entrambi: No!, esclamai dentro di me con uno scatto di rabbia. Non ci sarà nessuna prossima volta. Vattene! Ora lo volevo davvero, così fortemente che il Passeggero ammutolì scioccato per poi ritirarsi dignitosamente e infine sparire. Inspirai ed espirai lentamente. Chapin sarebbe stato l’ultimo, irrilevante ostacolo nella costruzione dello smagliante futuro di Lily Anne. Non sarebbe successo mai più. Stammi lontano!, esclamai a mo’ di conferma.

Non udii risposta, soltanto il remoto sbattere di una porta in una delle alte torri del Maniero Dexter.

Mentre mi lavavo le mani, mi guardai allo specchio del lavandino. Un uomo nuovo rispose al mio sguardo. Stavolta era finita, finita sul serio. In quei luoghi oscuri non avrei mai più fatto ritorno.

Mi asciugai, gettai i miei indumenti nella roba da lavare ed entrai in punta di piedi in camera da letto. Quando scivolai sotto le coperte, l’orologio del comodino segnava le 2.59.

I sogni arrivarono puntuali, non appena mi addormentai.

Sono di nuovo addosso a Chapin, e impugno il coltello per farlo a fette… Ma quello sul tavolo non è più lui; è Brian, immobilizzato dal nastro isolante. Il suo sorriso è così largo e finto che spunta persino dal nastro con cui gli ho chiuso la bocca. Alzo il coltello più in alto, ed ecco che Cody e Astor compaiono alle mie spalle. Brandiscono i joystick della Wii e me li puntano addosso, cliccando con furia: mi sto muovendo al loro comando. Abbasso il coltello, l’allontano da Brian e lo rivolgo verso me stesso, finché non sto per affondarmelo in gola. Un urlo terribile arriva dal tavolo alle mie spalle. Mi volto. Al posto di Brian, stretta dal nastro isolante, vedo Lily Anne, che agita i suoi ditini perfetti nella mia direzione…

… e Rita che mi tira una gomitata. — Avanti Dexter, svegliati, per piacere — e io obbedisco. L’orologio segna le 3.28 e Lily Anne piange.

— Tocca a te — borbottò Rita alle mie spalle, poi si rigirò sotto le coperte e si coprì la testa con il cuscino. Mi alzai, le gambe pesanti come il piombo, e barcollai verso la culla. Lily Anne agitava in aria manine e piedini e per un istante non riuscii a distinguere il sogno dalla realtà e mi bloccai, titubante e perplesso. Poi il faccino di Lily Anne cambiò espressione e mi accorsi che stava per strillare a tutto volume, allora scossi il capo per scacciare le nebbie del sonno. Stupido sogno. Come lo sono tutti, d’altronde.

Presi in braccio Lily Anne e la stesi dolcemente sul fasciatoio, mormorandole rassicuranti sciocchezze; dubitavo che potessero calmarla, pronunciate dalla mia voce gracchiante per il sonno. Eppure funzionò. Le cambiai il pannolino, mi sedetti sulla sedia a dondolo vicino al fasciatoio e, dopo poco, lei si calmò.

Il senso di angoscia provocato dal mio stupido sogno si acquietò; continuai a cullarla, canticchiando, ancora per qualche minuto, e quando fui certo che Lily Anne si fosse addormentata, mi alzai e la misi a letto, ripiegandole intorno le coperte come a formare un piccolo nido.

Mi ero appena sdraiato nel mio di nido, quando squillò il telefono. Lily Anne scoppiò a piangere all’istante, mentre Rita esclamava: — Oh, Cristo — che detto da lei mi fece un certo effetto.

Non c’era il minimo dubbio su chi fosse a quell’ora. Doveva essere Deborah, che chiamava per comunicarmi nuove, terrificanti emergenze e farmi sentire in colpa se non balzavo istantaneamente dal letto per correre al suo fianco. In principio, pensai di non rispondere: dopo tutto era una donna adulta, ed era ora che cominciasse a camminare sulle sue gambe. Poi subentrarono l’abitudine e il senso del dovere, e una gomitata da parte di Rita. — Mio Dio, Dexter, rispondi — sbottò, e alla fine cedetti.

— Sì? — feci, lasciando trapelare la mia irritazione.

— Mi servi qui, Dex — disse Deborah. Aveva la voce seriamente affaticata, e non solo. Sembrava addolorata anche, come le capitava di recente, ma il ritornello era sempre lo stesso e stavo cominciando a stufarmi. — Sto venendo a prenderti.

— Mi dispiace, Deborah — protestai con decisione. — L’orario di lavoro è finito e devo stare con la mia famiglia.

— Hanno trovato Deke — dichiarò. Dal modo in cui me lo disse mi passò la voglia di sentire il resto, ma lei proseguì lo stesso. — È morto, Dexter — fece. — Ed è stato in parte mangiato.

24

Che i poliziotti siano insensibili è una verità trita e ritrita, uno stereotipo così abusato che viene utilizzato spesso anche dalla TV. Ogni giorno tali individui si imbattono in eventi così macabri, brutali e bizzarri che nessuna persona normale può pensare di averci a che fare quotidianamente e restare sana. Per questo i poliziotti hanno imparato a mantenersi distanti e impassibili dinanzi alle stranezze che gli esseri umani commettono l’uno verso l’altro. Nessuno esterna emozioni, e forse i poliziotti di Miami ci riescono meglio degli altri, perché hanno più occasioni per imparare.

Per questo motivo, quando arrivai sulla scena del crimine, notai con visibile imbarazzo i volti scioccati e tetri degli uomini di sorveglianza; ma il mio sconcerto aumentò quando mi infilai sotto il nastro giallo e sorpresi Vince Masuoka e Angel Batista Nessuna Parentela, i più nerds della Scientifica, che se ne stavano in disparte, zitti e cadaverici. Questa è gente che approfitta di un fegato umano in bella vista per fare una battuta di spirito, ma evidentemente ciò a cui avevano assistito doveva essere stato così orribile da fargli passare l’ispirazione.

Dinanzi alla morte, tutti i poliziotti erigono un muro di freddezza. Ma inspiegabilmente, quando la vittima è un altro poliziotto, il muro di cinismo crolla e le emozioni fluiscono come linfa dagli alberi. Persino se il poliziotto in questione è uno di cui non è mai importato niente a nessuno, come Deke Slater.

Il corpo era stato gettato dietro a un piccolo cinema in Lincoln Road, accanto a un mucchio di vecchi mobili, quadri e a un cassonetto colmo di sacchi della spazzatura. Giaceva sulla schiena, in una posa quasi melodrammatica, a torso nudo, le mani incrociate sul petto aggrappate a una specie di paletto di legno, conficcato all’altezza del cuore.

Aveva il volto contratto in una maschera di agonia, presumibilmente dovuta al paletto che gli attraversava la pelle e le ossa, ma si trattava senza dubbio di Deke, nonostante gli fosse stata strappata via un bel po’ di carne dal viso e dalle braccia e i segni dei denti fossero visibili a un metro di distanza. Persino io, alla vista di ciò che restava dell’irritante e belloccio socio di mia sorella, provai un discreto moto di pietà.

— Abbiamo trovato questo — disse Debs alle mie spalle, porgendomi una busta per i reperti con un foglietto all’interno.

In un angolo era macchiata di sangue secco e marroncino, ma la presi lo stesso e l’esaminai. Sul biglietto era scritto un breve messaggio, con caratteri grandi ed elaborati che potevano provenire da un qualsiasi computer del mondo. Diceva: “È piaciuto a chi non era di suo gusto”.

— Non li facevo così intelligenti questi cannibali — commentai.

Deborah mi fissò: la tensione covata nei giorni precedenti ora veniva lentamente a galla. — Già — saltò su. — È davvero divertente. Specie per uno come te, che ama queste cose.

— Debs — feci, e mi guardai intorno sperando che nessuno avesse sentito. Non scorsi nessuno a portata d’orecchio, ma, a giudicare dalla sua faccia, dubito che gliene sarebbe importato qualcosa.

— Per questo mi servi qui, Dexter — continuò lei. Parlava a voce sempre più alta e la sua furia cresceva. — Perché per colpa di questa fottuta storia ho perso la pazienza e adesso ho perso anche il mio socio… e Samantha Aldovar sta per perdere la vita e in tutta questa merda io ho bisogno di capirci qualcosa… — Si interruppe e inspirò profondamente, poi abbassò leggermente la voce: — E quindi voglio trovare quei bastardi e sbatterli dentro. — Mi piazzò una ditata sul petto e abbassò ancora di più la voce. — Ed ecco che entri in scena tu. Tu — ditata, ditata — entri in trance, o parli con il tuo spirito guida, o prendi la tavoletta Ouija, insomma fa’ quello che ti pare — ogni parola un’ulteriore ditata — ma… fallo… adesso.

— Deborah — protestai. — Non è così semplice. Sul serio. — Mia sorella era l’unica persona ancora vivente a cui avessi parlato del mio Passeggero Oscuro; credo però che avesse deliberatamente frainteso la mia maldestra descrizione della vocina che mi sussurra dai sotterranei anche quando sono cosciente. È vero che in passato mi era stata d’aiuto con alcune ottime intuizioni, ma agli occhi di Deborah sembrava una specie di oscuro Sherlock Holmes che potevo evocare a mio piacimento.

— Semplificala tu, allora — replicò, poi si voltò, diretta verso il nastro giallo.

Non troppo tempo fa mi ero ritenuto fortunato ad avere una famiglia. Ora, in un’unica nottata, ero stato ignorato da mia moglie e dai miei bambini, sostituito da mio fratello e gravato di impossibili aspettative da parte di mia sorella. La mia adorabile famiglia… L’avrei barattata volentieri in cambio di una decente ciambella coi canditi.

In ogni caso, mi avevano messo alle strette e dovevo provare. Inspirai profondamente, tentando di scacciar via le mie nuove emozioni. Poggiai a terra il mio kit e mi chinai accanto al cadavere smembrato di Deke Slater. Esaminai con attenzione le ferite sul viso e sulle braccia, quasi certamente infette da denti umani, su cui si evidenziavano tracce di sangue secco, segno che erano state fatte mentre il cuore era ancora in funzione. Era stato mangiato vivo.

Altre tracce di sangue si scorgevano nel punto in cui il paletto era conficcato nel petto e rigavano l’intero torace: dunque, quando gliel’avevano affondato dentro Deke era ancora in vita, seppure per poco. Il sangue doveva avergli bagnato la camicia. Forse gli era stata tolta per questo motivo, o perché a qualcuno piacevano i suoi addominali. Ecco come mai ne mancavano parecchi bocconi.

Sullo stomaco, intorno ai segni dei denti notai una debole macchia marroncina: non sembrava sangue. Dopo un momento mi tornò in mente quella sostanza rinvenuta nelle Everglades. La bevanda preparata per il party, a base di ecstasy e salvia. Estrassi dal mio kit alcuni strumenti per rilevare i campioni e infilai i tamponi in una busta per i reperti.

Esaminai più in alto, sopra le ferite al petto e alle mani, strette intorno al paletto, senza notare nulla di significativo. Si trattava di un pezzo di legno qualsiasi. Sotto le unghie scorsi qualcosa di scuro, forse dovuto alla lotta; tentai di analizzarlo a prima vista, proprio come un oscuro Sherlock, il che era soltanto una perdita di tempo. I colleghi della Scientifica si sarebbero precipitati in picchiata e l’avrebbero fatto molto meglio di me, che volevo provarci a occhio nudo. Quello di cui avevo bisogno e che Deborah pretendeva da me era una delle mie intuizioni speciali sulle menti deviate e perverse che avevano deciso di far fuori Deke in quel modo. Nel passato riuscivo sempre a vedere le cose più chiaramente degli altri colleghi, perché io stesso ero deviato e perverso.

Ma adesso? Adesso che ero cambiato ed ero diventato papà Dex, ignorato e snobbato dal Passeggero, ci sarei ancora riuscito?

Non lo sapevo e non mi interessava neanche scoprirlo, ma sembrava che mia sorella non mi avesse lasciato scelta. Come in tutte le situazioni in cui c’era in ballo la famiglia, le mie opzioni variavano tra l’impossibile e lo sgradevole.

Chiusi dunque gli occhi, in attesa di qualche scaltro suggerimento.

Nulla. Non un fruscio d’ali, né un cenno di irritato risentimento, neanche una stizzita manifestazione di rifiuto. Sembrava che il Passeggero non esistesse.

Oh, avanti, lo invocai in silenzio nel luogo in cui viveva. Piantala di fare l’offeso.

Udii un verso di distaccato disprezzo, come se non meritassi risposta.

Per favore…?

Subito non udii risposta, poi percepii chiaramente un rettiliano hmmf, uno sbattere d’ali, e infine udii crudelmente riecheggiare la mia voce che diceva: Stammi lontano!, seguita dal silenzio, come se avesse tolto la comunicazione.

Riaprii gli occhi. Deke continuava a essere cadavere, e dopo la mia miniseduta spiritica continuavo a ignorarne il come e il perché. Era chiaro che se volevo farmi venire qualche idea, dovevo provarci da solo.

Mi guardai intorno. Deborah era alle mie spalle, a una decina di metri, e mi fissava con un’espressione di rabbiosa attesa. Non avevo niente da dirle e, sebbene non sapessi come avrebbe reagito quando gliel’avessi detto, mi parve orientata ben al di là del pugno al braccio, verso un’arma nuova e potenzialmente ancor più dolorosa.

E va bene: i mezzi della Scientifica mi toccava lasciarli agli altri, per fare gli zelanti non c’era tempo, e il Passeggero mi teneva il muso. Non mi restava che sperare in un colpo di fortuna. Osservai la zona intorno al cadavere. Non c’era nessuna impronta di scarpe fatte su misura per un mancino, né bustine di fiammiferi significative o biglietti da visita abbandonati a terra, e Deke non aveva scarabocchiato con il sangue il nome dell’assassino. Però qualcosa attrasse la mia attenzione. Nel cumulo di spazzatura lasciata accanto al bidone traboccante, presso la porta del cinema, notai che tutti i sacchetti erano del tipo semitrasparente color marrone giallastro utilizzato per i rifiuti industriali. Ma uno di questi, gettato a metà del mucchio, era bianco.

Di sicuro non voleva dire nulla. Forse l’impresa di pulizie aveva terminato gli altri o qualcuno aveva buttato la spazzatura di casa. Eppure, se volevo davvero affidarmi alla fortuna, mi toccava lanciare i dadi. Mi tirai su, cercando di ricordarmi come si chiamasse la dea romana incaricata all’uopo. Fortuna, per caso? Non aveva importanza. Ero quasi certo che parlava soltanto latino, e io non lo conoscevo.

Mi avvicinai con cura all’immondizia, badando a non intaccare nessun potenziale indizio che giaceva a terra, e mi accovacciai un’altra volta, accostando il viso al sacchetto bianco. Era anche più piccolo degli altri, del formato standard che si utilizza in cucina. Ma, cosa più interessante, era mezzo vuoto. Perché mai avrebbero dovuto gettare un sacchetto pieno per metà? Forse poteva capitare alla fine di una giornata di lavoro. Ma questo era infilato sotto altri tre o quattro; o era stato buttato insieme agli altri… Oppure qualcuno l’aveva abbandonato nel mucchio più tardi. Ma allora perché non gettarlo in cima? Perché qualcuno che andava di fretta lo voleva nascondere, agendo in modo stupido e precipitoso.

Estrassi una biro dalla tasca e colpii ripetutamente il sacco con l’estremità non appuntita. Doveva esserci qualcosa di morbido e cedevole, stoffa forse. Premetti un po’ più forte e sull’involucro del sacco affiorarono macchie rosso scuro. Era sangue, senza dubbio. E, anche se non me l’aveva suggerito il Passeggero, ero ragionevolmente certo che non era quello di uno spettatore che si era tagliato un dito con la macchinetta dei popcorn.

Mi alzai in cerca di mia sorella. Non si era mossa e continuava a fissarmi, torva. — Deborah? — feci. — Vieni a vedere.

Mi raggiunse all’istante e si accovacciò accanto a me.

— Guarda — dissi. — Questo sacchetto è diverso dagli altri.

— Gran bella scoperta — commentò. — E questo è tutto?

— No — risposi. — Ce anche questo. — Diedi un altro colpetto al sacco con la biro e ancora una volta sulla plastica bianca comparvero quelle orribili chiazze di sangue. — Sarà una coincidenza — dissi.

— Merda — mormorò seccamente Debs. Poi si alzò e guardò oltre la barricata d’immondizia. — Masuoka! Vieni qui! — Vince la fissò come un capriolo abbagliato dai fari. Lei urlò: — Muoviti! — e lui si affrettò a raggiungerla.

Le procedure standard sono dei veri e propri rituali, ed è per questo che le trovo rassicuranti. Mi piace fare cose che implicano regole ben definite in un ordine consolidato, perché così non devo preoccuparmi di simulare un comportamento adeguato all’occasione. Mi basta rilassarmi e portare a termine le diverse fasi. Ma stavolta la routine mi parve monotona, inutile e frustrante. Ero impaziente di lacerare quel sacco, mentre Vince, in modo lento e metodico, rilevava le impronte: prima tutt’intorno al cassonetto, poi sulla parete e infine su ogni singolo sacco posto sopra a quello bianco. Dovevamo sollevarli muniti di appositi guanti, cospargerli di polvere per evidenziarne le impronte, esaminarli attraverso la luce normale e quella UV, infine aprirli con cautela, rimuovendo e controllando ogni singolo oggetto. Ovvero cianfrusaglie, rifiuti, scarti e altre schifezze. Quando finalmente toccò al sacco bianco stavo per mettermi a urlare e a scaraventare l’immondizia addosso a Vince. Comunque ci eravamo arrivati e la differenza dagli altri era netta.

Se ne accorse pure Vince, che stava cospargendo il sacco di polvere. — Pulito — disse, spalancando gli occhi dalla sorpresa. Gli altri sacchi erano un mosaico di impronte unte e sbavate. Questo era immacolato, come se fosse appena uscito dalla scatola.

— Passiamo ai guanti di gomma — feci. Bruciavo dall’impazienza. — Avanti, aprilo. — Mi guardò neanche gli avessi fatto una proposta indecente. — Aprilo! — esclamai.

Vince strinse le spalle e si mise a sciogliere con cautela il laccio di plastica. — Sei troppo impaziente, cicala — osservò. — Devi imparare ad aspettare, come fanno le formiche. Le cose accadono sempre a colui che…

— Apri quel maledetto sacco — saltai su. Quell’affare mi inquietava molto più di Vince.

Lui si limitò ad alzare le spalle e a rimuovere il laccio, piazzandolo in una busta per i reperti. Mi accorsi di essermi sporto un po’ troppo in avanti, così mi tirai su… e finii addosso a Deborah, che era protesa sopra di me. Non batté ciglio, e si accovacciò nel posto che avevo lasciato libero.

— Masuoka, vieni qui, maledizione — disse.

— Voi due dovete essere parenti o qualcosa del genere — osservò Vince. Prima che potessi tirargli un calcio, aveva aperto il sacco e lo stava rimborsando all’esterno. Vi armeggiò dentro, cauto, e con irritante lentezza cominciò a estrarre…

— La camicia di Deke — osservò Deborah. — Ce l’aveva addosso questo pomeriggio. — Mi guardò e io annuii: me la ricordavo anch’io, era una guayabera beige con palmizi verde acido. Ma ora aveva una fantasia differente: era ricoperta da un’orribile turbinio di macchie di sangue, ancora umide per via del sacchetto sigillato.

Vince estrasse lentamente e con prudenza la camicia insanguinata, e qualcos’altro cadde a terra tintinnando e rotolò contro l’ingresso posteriore dell’edificio.

— Merda — fece Deborah, e saltò in piedi a recuperare l’oggetto che si era fermato poco più in là.

La seguii e, dato che indossavo i guanti, mi chinai a raccoglierlo.

— Fa’ vedere — disse mia sorella.

Aprii il palmo della mano.

Non c’era molto da vedere, in realtà. Sembrava una fiche da poker, perfettamente rotonda e dai bordi dentati come quelli di un ingranaggio. Ma era nero corvino e su una faccia era inciso un simbolo dorato. Sembrava una specie di 7, ma una linea tagliava a metà l’asta diagonale.

— Che cazzo è? — fece Debs.

— Forse un sette all’europea? — dissi. — A volte lo rappresentano così, con una linea che l’attraversa.

— Okay. E che cazzo simboleggia un sette all’europea?

— Quello non è un sette — intervenne Vince, dietro di noi, sbirciando alle spalle di Deborah. Ci voltammo. — È una z corsiva — dichiarò, come se fosse una verità indubitabile. — Con il trattino inferiore consumato.

— Come lo sai? — chiese Debs.

— L’ho già vista altre volte — rispose. — Durante il mio night-clubbing, sai com’è.

— Che cosa intendi per nightclubbing? — domandò Debs.

Vince alzò le spalle. — Be’, ti lascio immaginare — fece. — Andare in giro per i locali notturni di South Beach. Ne ho già viste. — Tornò a osservare il gettone nero, e gli diede un colpetto con la mano guantata. — z — ripeté.

— Vince. — Mi trattenni educatamente dal mettergli le mani intorno alla gola e stringere fino a fargli schizzare gli occhi dalle orbite. — Se sai che cos’è questa roba, per cortesia, spiegalo a Deborah prima che ti faccia fuori.

Mi guardò contrariato e mise avanti le mani. — Ehi, calmatevi, Cristo. — Gli diede un altro colpetto. — È un gettone d’entrata, z sta per Zanne. — Ci guardò sorridente. — Zanne, non vi dice niente? Il locale notturno. — A quelle parole mi sentii pizzicare lungo la spina dorsale, ma, prima che potessi grattarmi, Vince continuò a palpare il gettone e a parlare. — Senza uno di questi non ti fanno entrare. Procurarseli non è facile. Ci avevo provato. Perché è un club privato… di quelli aperti tutta la notte, anche quando gli altri chiudono, e avevo sentito che là dentro si fanno follie.

Deborah scrutava il gettone come se si aspettasse di sentirlo parlare. — E com’è che Deke ne aveva uno? — chiese.

— Forse gli piaceva far festa — osservò Vince.

Deborah guardò prima lui, poi il cadavere di Deke. — Sicuro — disse. — Sembra appena tornato da un rave. — Poi domandò: — Fino a che ora resta aperto quel posto?

Vince alzò le spalle. — Praticamente tutta la notte — rispose.

— È un locale a tema, le zanne si riferiscono ai canini dei vampiri. Quindi sta aperto fino all’alba. Possono permetterselo perché è privato e l’ingresso è riservato ai soci.

Deborah annuì e mi afferrò per un braccio. — Andiamo — disse.

— Dove?

— Secondo te? — ringhiò.

— No, aspetta un secondo — protestai. Non aveva nessun senso.

— Com’è possibile che quel gettone sia finito nella camicia di Deke?

— Che cosa vuoi dire? — fece Debs.

— La camicia non ha tasche — osservai. — E non è il tipo di oggetto che tieni in mano quando ti sbarazzi di un cadavere. Quindi qualcuno deve avercelo infilato dentro. Apposta.

Per un istante Deborah rimase immobile. Non respirava neppure. — Potrebbe essere caduto e… — Si interruppe, forse rendendosi conto dell’implausibilità di quel che stava dicendo.

— Non è possibile — feci. — E non ci credi neanche tu. Qualcuno vuole farci andare in quel locale.

— Bene — disse lei. — E allora andiamoci.

Scossi il capo. — È una follia, Debs. Si tratta senza dubbio di una trappola.

Digrignò i denti, testarda. — Samantha Aldovar è chiusa in quel club — dichiarò. — E io intendo farla uscire.

— Non puoi sapere dove si trova — obiettai.

— È là dentro — replicò Debs. — Lo so.

— Deborah…

— ‘Fanculo, Dexter. Non abbiamo altri indizi.

Ancora una volta ero l’unico ad accorgermi della locomotiva in corsa che ci stava finendo addosso. — Dio mio, Debs, è troppo pericoloso. Qualcuno ha messo lì il gettone perché andassimo in quel club. È di sicuro una trappola, oppure una falsa pista.

Ma Deborah scosse il capo e mi trascinò per il braccio, conducendomi oltre la scena del crimine. — Me ne fotto se è falsa — disse. — Perché è l’unica pista che abbiamo.

25

Il club si trovava lungo Ocean Drive, a South Beach, ai margini della zona che riprendono sempre in TV per pubblicizzare la sgargiante movida notturna della Miami più trendy. Tutte le sere, la passeggiata era affollata di gente praticamente svestita, che esibiva corpi invitanti. Camminavano su e giù, passando davanti agli alberghi déco animati dalle insegne al neon, dalla musica a tutto volume e da altra folla che entrava e usciva dagli edifici in un perenne moto browniano in versione ultrachic. Pochi anni prima, quegli stessi palazzi erano pensioni da quattro soldi, piene di anziani semiparalizzati che avevano deciso di trasferirsi al Sud per morire al sole. Una stanza che prima costava cinquanta dollari a notte, ora si pagava dieci volte tanto, con l’unica differenza che gli albergatori erano più carini e che quei palazzi venivano ripresi dalla TV.

Anche a quell’ora di notte c’era gente in giro, sebbene si trattasse più che altro dei superstiti: quelli che avevano festeggiato alla grande e non erano più in grado di tornare a casa, e gli irriducibili che non volevano gettare la spugna benché tutti i locali fossero chiusi.

Tutti eccetto uno.

Zanne si trovava in fondo all’isolato, in un palazzo meno buio e silenzioso degli altri, però l’ingresso principale non era su South Beach, ma nel vicolo dalla parte opposta. Facemmo il giro dell’edificio e scorgemmo un bagliore nerastro e un’insegna piuttosto piccola con scritto zanne a caratteri gotici. Non c’erano dubbi: la lettera zeta era la stessa che compariva sul gettone nero rinvenuto insieme alla camicia di Deke. Al di sotto troneggiava un cupo portone chiodato e dipinto di nero, che nell’immaginario di un ragazzino avrebbe dovuto evocare l’ingresso di una segreta.

Deborah non si disturbò a cercare parcheggio. Infilò la macchina sulla passeggiata e balzò fuori, in mezzo ai passanti che si stavano diradando. La imitai, rapido, ma quando tentai di raggiungerla era già a metà del vicolo. Mentre ci avvicinavamo al portone, un tonfo ritmico risuonò nelle pieghe del mio cervello. Era un suono fastidioso e insistente che mi veniva da dentro e che premeva perché facessi qualcosa, subito, senza però suggerirmi cosa. Pulsava incessantemente, a velocità doppia rispetto a un normale battito cardiaco, per poi trasformarsi in un suono vero e proprio quando ci trovammo davanti al lucente portone.

Notai un piccolo cartello, scritto in lettere dorate dello stesso carattere gotico del gettone e dell’insegna. Diceva: CLUB PRIVATO, INGRESSO RISERVATO AL soci. Deborah non si lasciò intimidire. Afferrò il pomello e lo spinse: il portone non si aprì. Gli diede una spallata, ma senza risultato.

Le passai davanti. — Perdonami — dissi, e premetti il piccolo pulsante sotto il cartello.

Debs contrasse le labbra, irritata, ma non disse nulla.

Dopo pochi secondi il portone si spalancò, e per un istante fui colto da un certo imbarazzo. L’uomo che era venuto ad aprire e ci fissava sembrava il fratello gemello di Lurch, il domestico della Famiglia Addams. Era alto più di due metri e indossava la classica tenuta da maggiordomo, completa di giacca a coda di rondine. Fortunatamente, per non acuire il mio già forte spaesamento, si rivolse a noi con un forte accento cubano. — Ghiamado? — disse.

Deborah mostrò il distintivo; dovette tendere il più possibile il braccio per avvicinarlo al viso di Lurch. — Polizia — intimò. — Ci faccia entrare.

Il maggiordomo puntò il dito lungo e nodoso verso il cartello con scritto CLUB PRIVATO. — è un glub brìvado — disse.

Deborah lo scrutò e Lurch, nonostante fosse alto quasi mezzo metro più di lei e indossasse una divisa più cool della sua, fece mezzo passo indietro. — Fammi entrare — gli ingiunse Debs — altrimenti torno con un mandato, e con un funzionario della migra, e tu ti pentirai di essere nato.

Non so se per paura dell’ufficio immigrazione o dello sguardo torvo di mia sorella, ma Lurch si fece da parte e ci aprì la porta. Deborah mise via il distintivo e si precipitò dentro, e io la seguii.

All’interno del locale, il rumore pulsante che fuori mi aveva infastidito si era trasformato in un vero e proprio tormento. Su quel battito insopportabile dominava un suono acuto ed elettronico, due note giustapposte che non si armonizzavano tra loro, ma davano origine a un altro motivo di una decina di secondi che veniva ripetuto all’infinito. Il motivo era inframmezzato da una voce profonda ed elettronicamente distorta che sussurrava sopra la musica; una voce bassa e perversa, suggestiva, molto simile a quella del Passeggero.

Percorremmo un breve corridoio diretti verso quel tremendo fracasso e, mentre ci avvicinavamo, notai il riflesso di una luce stroboscopica, ovviamente nera. Qualcuno gridò: — Uuh! — e le luci, in un guizzo, si fecero rapidamente rosso scuro, poi, quando attaccò un’altra orribile “canzone”, divennero bianco brillante e quindi ultraviolette. Il pulsare proseguiva invariato, ma le due note acute si lanciarono in un nuovo motivo, ora accompagnate da uno stridio devastante, forse prodotto da una chitarra elettrica distorta e mal accordata. Infine la voce, stavolta comprensibile, disse: — Bevilo — mentre il coro in sottofondo esclamava: — Uuuh! — e altri moderni versi d’incitamento. Quando fummo sulla soglia, la voce profonda e malvagia si esibì in una risata diabolica stile vecchi film dell’orrore: — Muahahahaha! — E ci accolse nella sala principale del club.

Dexter non era mai stato un gran festaiolo. Di solito, quando mi ritrovo in un raduno affollato, ringrazio di non essere governato da impulsi umani. Eppure mai prima di allora avevo avuto davanti un esempio più calzante di quanto fosse orribile cercare di divertirsi in compagnia; persino Deborah rimase interdetta per un istante nel vano tentativo di capire.

La sala era avvolta da un fitto strato d’incenso e stipata di gente, a prima vista tutti sotto i trenta e tutti vestiti di nero. Si dimenavano avanti e indietro sulla pista al ritmo di quel rumore terribile, sui volti un’espressione di stordito delirio. Le luci stroboscopiche nere illuminavano i canini, che molti si erano fatti trasformare in zanne, generando sinistri bagliori.

Alla mia destra, su una piattaforma rialzata che ruotava lentamente, vidi due donne. Entrambe avevano capelli lunghi e corvini e una carnagione così pallida che sotto lo sfarfallio delle luci appariva quasi verdastra. Portavano abiti neri talmente attillati da sembrare dipinti sulla pelle, il collo stretto in alti collari e il décolleté a forma di diamante per far risaltare la zona sopra al seno. Stavano molto vicine e, quando si trovavano di fronte, i loro visi si sfioravano teneramente e si toccavano con la punta delle dita.

A un lato della stanza pendevano tre spesse tende di velluto. Una era aperta a rivelare un’alcova in cui si trovava un uomo più maturo, anche lui vestito interamente di nero. Stringeva una giovane donna con un braccio e con l’altro si puliva la bocca. Per un istante un lampo di luce illuminò qualcosa sulla spalla nuda della donna e una vocina mi sussurrò che era sangue. Ma la donna sorrise al compagno, poggiando la testa sul suo braccio, e lui la condusse fuori dall’alcova, verso la pista, e scomparvero nella folla.

Dalla parte opposta della sala si ergeva una gigantesca fontana. Vi gorgogliava fuori un liquido scuro, illuminato da una luce pulsante che cambiava colore a tempo di musica. Dietro alla fontana, investito dal basso da una teatrale e oscena luce bluastra, si stagliava nientemeno che Bobby Acosta. Stringeva un’enorme coppa dorata con incastonata una grossa gemma rossa, e ogni volta che passava un ballerino ne versava il contenuto nel calice che gli veniva teso. Aveva un sorriso stereotipato e, ovviamente, sfoggiava le costose corone appuntite opera del dottor Lonoff. Levò in alto la coppa, guardandosi allegramente intorno, e lo sguardo gli cadde su Deborah. Si irrigidì e, malauguratamente, il contenuto della coppa gli si rovesciò sulla testa e gli colò sugli occhi. Molti dei presenti alzarono imperiosamente i calici e brindarono. Ma Bobby non smetteva di fissare Deborah, poi lasciò cadere la coppa e corse verso un corridoio laterale.

— Figlio di puttana! — Mia sorella si precipitò in mezzo alla pista, tra la calca, e io non potei fare altro che seguirla in quel gregge impazzito.

I ballerini si muovevano in massa in una direzione, e Deborah cercava di tagliargli la strada per raggiungere il corridoio in cui era scomparso Bobby Acosta. Mani vaganti si appendevano a noi da tutte le parti, finché una, affusolata e dalle unghie smaltate di nero, levò il calice in direzione della mia faccia, rovesciandomi qualcosa sulla camicia. La proprietaria della mano era una ragazza snella che indossava una maglietta con scritto TEAM EDWARD. Si leccava le unghie nere e mi fissava, poi ricevetti uno spintone alle spalle e mi voltai verso mia sorella. Un tipo grosso e dallo sguardo vacuo che portava un mantello sul torso nudo afferrò Debs e cercò di sbottonarle la camicetta. Lei si fermò giusto il tempo di tirargli una pedata e assestargli un destro sulla mascella, gettandolo a terra. Intorno a loro, parecchi si misero a strillare allegramente e a spingere sempre più forte. Gli altri li sentirono e si voltarono, e dopo un istante premevano tutti verso di noi, scandendo ritmicamente: — Ehi! Ehi! Ehi! — o roba simile. Poco per volta venivamo trascinati indietro, in direzione del portone da cui eravamo entrati, sorvegliato da Lurch.

Deborah opponeva il più possibile resistenza, e dal movimento delle sue labbra mi accorsi che stava pronunciando una delle sue solite imprecazioni, il che non era affatto positivo. Fummo inevitabilmente spinti fuori dalla pista, e quando ci ritrovammo dinanzi all’ingresso mani forti ci afferrarono per le spalle, ci sollevarono e ci sbatterono in corridoio, neanche fossimo due bambini.

Mi voltai. I nostri salvatori erano due tipi incredibilmente grossi, uno bianco e l’altro di colore, con enormi bicipiti scolpiti che fuoriuscivano dalle eleganti camicie senza maniche. Il nero portava un codino lungo e lucente stretto da un legaccio che pareva fatto di denti umani. Il bianco era rasato e aveva un vistoso orecchino a forma di teschio dorato. Se solo gliel’avessero ordinato, sembravano entrambi risoluti a farci saltare la testa.

Il tipo che comparve in mezzo a loro, mentre ci scrutavano annoiati, pareva avere proprio quell’intenzione. Se il portiere ricordava Lurch, questo era Gomez Addams in persona: sui quaranta, capelli scuri, completo gessato, rosa rosso sangue all’occhiello e baffetti sottili. Ma a differenza di Gomez sembrava parecchio incazzato. Puntò il dito verso Deborah e si mise a urlare, sopra il frastuono. — Nessuno l’ha autorizzata a entrare! — sbraitò. — Questo è un abuso delle forze dell’ordine e io le farò causa!

I nostri sguardi si incontrarono per un istante: all’improvviso, una lama di gelo attraversò l’atmosfera viziata del locale e un tremito mi percorse. Era il Passeggero che mi sussurrava di stare attento. Percepii nell’aria una sagoma nera, rettiliforme, e un tassello del puzzle si incastrò nella mia mente. Mi ricordai di dove avevo sentito parlare di Zanne: nel fascicolo che avevo distrutto con le informazioni sui miei potenziali compagni di giochi. Conoscevo l’identità dell’altro predatore.

— George Kukarov, suppongo — feci, mentre Deborah mi fissava sorpresa. Non mi importava. Ciò che contava era che due Passeggeri Oscuri si erano incontrati, e si stavano mettendo reciprocamente in guardia.

— Chi cazzo sei? — chiese Kukarov.

— Sono con lei. — Come risposta vi apparirà piuttosto soft, ma in realtà sottintendeva un messaggio che solo un altro predatore poteva cogliere, ovvero “Lasciala in pace o dovrai vedertela con me”.

Kukarov mi scrutò a sua volta e in lontananza si percepì il ringhiare sommesso dei due mostri, poi Deborah intervenne: — Di’ a questo coglione che sono un agente di polizia!

L’incanto si ruppe. Kukarov distolse lo sguardo e si voltò verso Debs. — Non avete nessun diritto di essere qui, cazzo — sibilò, e poi, per fare scena, riprese a sbraitare. — Questo è un club privato e voi non siete stati invitati!

Deborah si sintonizzò sul suo stesso volume e aumentò il veleno. — Ho motivo di credere che in questo locale sia stato commesso un crimine… — esordì, ma Kukarov la interruppe.

— Ne avete le prove? — ruggì. — Immagino di no. — Deborah si morse il labbro. — I miei avvocati la mangeranno viva! — esclamò. Il buttafuori bianco sembrava piuttosto divertito, ma Kukarov lo fissò torvo e lui si ricompose e tornò a fissare il vuoto. — E adesso portate via il culo dal mio locale! — urlò, indicando l’uscita.

I due tipi nerboruti afferrarono me e Deborah per un braccio e ci trascinarono a forza lungo il breve corridoio. Lurch spalancò il portone e fummo entrambi scagliati sul marciapiede. Rischiammo di battere la testa.

— State alla larga dal mio locale, cazzo! — urlò Kukarov.

Mi voltai appena in tempo per vedere Lurch che con un sorrisetto sbatteva la porta.

— Uh — fece mia sorella — mi sa che ti eri sbagliato. — Lo disse con una tale calma che la guardai impensierito, temendo che avesse davvero battuto la testa. Infatti, le due cose a cui teneva di più erano la deferenza nei confronti del suo distintivo e il non farsi comandare a bacchetta, ed entrambe non erano state rispettate. Eppure se ne stava lì sul marciapiede a togliersi la polvere di dosso come se niente fosse e, quando parlò, subito non riuscii ad afferrare quello che diceva. E per un po’ continuai a restare perplesso.

— Sbagliato? — Non capivo a che cosa si riferisse. — In che senso, dovrei essermi sbagliato?

— Che razza di trappola è questa? — fece Debs. Mi ci volle un attimo per capire quello che intendeva, e intanto lei proseguì. — Secondo te attirarci in un locale da cui veniamo sbattuti fuori dopo due minuti equivale a tenderci una trappola?

— Be’…

— Dannazione, Dexter! — esclamò. — Là dentro sta capitando qualcosa!

— Là dentro di cose ne capitano un bel po’ — osservai. Mi assestò un pugno violento al braccio. Ero lieto di vederla tornare in sé, ma nello stesso tempo la cosa mi fece piuttosto male.

— Lo dicevo, io! — saltò su. — Qualcuno deve aver fatto cadere il gettone per sbaglio, il che può sembrare stupido, oppure… — Si fermò, e io compresi dove voleva arrivare. C’era un “oppure”. Ma a che cosa si riferiva?

Attesi educatamente che lo rivelasse, ma visto che non lo fece, intervenni. — Oppure… qualcuno coinvolto nella faccenda voleva che scoprissimo quel che succedeva, all’insaputa di altri.

— Giusto — fece lei, lanciando un’occhiataccia al lucente portone nero, che non si mosse di un millimetro. — Il che vuol dire — continuò pensierosa — che ti toccherà tornare là dentro.

Aprii la bocca, ma senza riuscire a spiccicare verbo, e dopo poco mi convinsi di aver capito male. — Pardon? — feci, e ammetto che la voce mi uscì un tantino stridula.

Debs mi scosse per le braccia. — Tu tornerai dentro quel locale — disse — e scoprirai quello che nascondono.

Mi divincolai dalla sua presa. — Debs, quei due buttafuori stavano per ammazzarmi. E, a essere onesti, ci sarebbe riuscito benissimo anche uno solo.

— Per questo tu ci entrerai più tardi — replicò come se mi stesse proponendo qualcosa di ragionevole. — Quando il locale è chiuso.

— Perfetto — dissi. — Così non solo mi pesteranno per violazione di proprietà privata, ma essendomi introdotto clandestinamente saranno autorizzati a spararmi. Grande idea, Debs.

— Dexter. — Era da parecchio tempo che mia sorella non mi fissava con quell’intensità. — Samantha Aldovar è là dentro. Lo so.

— Non lo puoi sapere.

— Invece sì — replicò. — Lo sento. Dannazione, credi di essere l’unico a sentire le voci? Samantha Aldovar è là dentro, e non può più aspettare. Se ce ne andiamo, quelli l’ammazzano e se la mangiano. E se perdiamo tempo con la solita trafila per richiedere l’intervento delle squadre speciali, prima la faranno sparire e poi la uccideranno. Lo so. Ora è là dentro, Dex. Lo sento intensamente, non sono mai stata così sicura di qualcosa.

Il ragionamento di Deborah non faceva una grinza, a parte un paio di trascurabili passaggi, per esempio quando sosteneva di saperlo, ma stava comunque dimenticando una questione fondamentale. — Debs — dissi. — Se ne sei tanto sicura, perché non agire alla luce del sole e procurarsi un mandato? Perché ci devo entrare proprio io?

— Impossibile ottenerlo in tempo. Non ci sono prove evidenti — rispose, e io me ne rallegrai: dunque non era ancora completamente pazza. — Ma ho fiducia in te — continuò. Mi batté sul petto, e mi accorsi di essere bagnato.

Abbassai gli occhi e notai una grossa macchia marrone sulla parte anteriore della mia camicia; ripensai alla ragazza che mi aveva versato addosso la bevanda, sulla pista. — Guarda — feci. — La stessa sostanza che abbiamo trovato nelle Everglades: salvia ed ecstasy. — I sospettati si erano fregati da soli. — E’ quella roba, ne sono certo. Ed è illegale — dichiarai. — Questo campione, Debs, è la prova evidente che cercavi.

Ma lei stava già scuotendo la testa. — Illegalmente ottenuta — replicò. — Senza contare che prima di trovarci a discuterne davanti al giudice, Samantha sarà già spacciata. Non c’è altra soluzione, Dexter.

— Vacci tu, allora.

— Non posso — replicò. — Se mi scoprissero, perderei il lavoro, forse finirei pure in galera. Tu riceveresti soltanto una multa… che io provvederci a pagare.

— No, Deborah. Non me la sento.

— Devi farlo, Dex.

— No — dichiarai. — Neanche morto.

26

Fu così che poche ore più tardi mi ritrovai seduto nell’auto di Deborah a osservare l’ingresso di Zanne. In principio, non c’era molto da vedere. La gente usciva poco per volta, alla spicciolata, per poi vagare in strada o allontanarsi in macchina. Per quanto mi risultò, nessuno si trasformò in pipistrello o volò via su una scopa. Non fummo notati: Deborah aveva spostato l’auto in un angolo buio dall’altra parte della strada, all’ombra di un furgoncino parcheggiato sul marciapiede. Debs non aveva molto da dire, e io ero ancora troppo seccato per far conversazione.

Il caso era di Deborah, l’intuizione pure, ma il lavoro sporco toccava a me. Lo consideravo un gesto stupido, ma per il mero fatto di essere suo fratello, tra l’altro pure adottivo, dovevo essere io a compierlo. Non ne faccio una questione di giustizia, benché in materia ne sappia qualcosa. Ma vi pare che tutto ciò abbia un senso? Nella vita e nel lavoro mi impegno seriamente per integrarmi, per rispettare le regole e fare il bravo ragazzo. Eppure, quando la miccia sta per esplodere, nei paraggi ci sono sempre io.

Comunque continuare a discutere era inutile. Se mi fossi rifiutato di introdurmi nel club, l’avrebbe fatto Deborah al mio posto, e quel che mi aveva detto era vero; in quanto rappresentante della legge, se l’avessero scoperta sarebbe finita in galera, mentre io sarei stato soltanto assegnato al servizio civile, con l’obbligo di raccogliere l’immondizia nel parco o di insegnare a sferruzzare ai giovani dei quartieri degradati. L’immagine di Deborah in rianimazione era troppo vivida nella mia mente per permetterle di correre qualsiasi rischio… Scommetto che lei aveva calcolato anche quello. Fu così che toccò a Dexter entrare in ballo.

Poco prima dell’alba, l’insegna del locale si spense e uscì un sacco di gente, tutta insieme, poi per mezz’ora non successe nulla. Dalla parte dell’oceano, il cielo si fece luminoso e un uccello cinguettò, ignaro. Il primo sportivo comparve a fare jogging su Ocean Drive, sorpassato dal camion dell’immondizia. Infine il portone scuro si spalancò e ne uscì Lurch, seguito dai due buttafuori, da Bobby Acosta e da un paio di scagnozzi mai visti prima. Pochi minuti dopo comparve anche Kukarov, che chiuse il portone e saltò su una Jaguar parcheggiata mezzo isolato più avanti. L’auto si mise subito in moto, contraddicendo tutto quel che avevo sentito dire su quel tipo di macchine, e Kukarov si allontanò oltre l’alba, dove l’attendeva una nuova, piacevole giornata di sonno, giù nella cripta, tra le braccia della sua Morticia.

Guardai Deborah che scosse il capo, allora aspettai un altro po’. Uno sprazzo di luce aranciata spuntò sull’oceano e all’improvviso si fece giorno. Passarono tre giovani in costume da bagno che parlavano tedesco, diretti alla spiaggia. La visione del sole nascente mi ispirò una certa dose di ottimismo; mi convinsi di avere una possibilità su tre che quello non sarebbe stato il mio ultimo giorno sulla terra.

— Okay — disse infine Deborah. — È ora.

Osservai il locale. Che fosse ora a me non sembrava affatto. Forse poteva essere ora di andare a dormire, ma certamente non di entrare nella tana del mostro, non con tutta quella luce, almeno. Dexter si muove nelle tenebre, nel buio e nel fioco chiarore della luna, e non alla luce del sole. Ma, come al solito, non avevo scelta.

— Potrebbe esserci qualcuno là dentro. Una guardia, o simili — fece Debs. — Fa’ attenzione.

Non trovai la sua raccomandazione degna di risposta, così mi limitai a inspirare e a richiamare in me l’oscurità, per prepararmi.

— Il cellulare ce l’hai, no? — continuava. — Se ci sono problemi, o se la trovi e lei è sorvegliata, chiama il 911 ed esci di lì. Dovrebbe essere semplice.

— Non proprio come restarsene in macchina — replicai. Ero piuttosto scocciato, lo ammetto. Come se non bastasse, Debs non se ne stava a bocca chiusa. Come fa una persona a evocare il suo Passeggero se gli altri intorno continuano a chiacchierare?

— Bene — concluse. — E, mi raccomando, sta’ attento, okay?

Visto che il discorso non accennava a finire, misi una mano sulla portiera e dissi: — Andrà tutto bene, ne sono certo. Che cosa potrebbe mai succedermi di male nell’introdurmi in un covo di vampiri e cannibali che hanno già rapito e ammazzato diversa gente?

— Cristo, Dexter — fece Debs, ma io non ebbi pietà.

— Dopo tutto, ho un cellulare — continuai. — Se mi prendono, li minaccerò con un SMS.

— E va bene, cazzo — sbottò lei.

Spalancai la portiera. — Apri il bagagliaio — dissi.

Sbatté le palpebre. — Come?

— Apri il bagagliaio della macchina — ripetei.

Debs tentò di piazzare altre parole, ma io ero già in piedi, lì davanti. Appena sentii lo scatto, spalancai il bagagliaio, recuperai il grosso cacciavite del kit per smontare gli pneumatici e me lo infilai in tasca, coprendo il manico sporgente con la camicia. Richiusi il tutto e raggiunsi Deborah, che aveva abbassato il finestrino.

— Addio, sorellina — feci. — Di’ alla mamma che sono morto da eroe.

— Cristo santo, Dexter — saltò su lei.

Attraversai la strada e l’abbandonai alle sue concitate imprecazioni.

A essere sincero, sperai davvero che sarebbe stato semplice come sosteneva Deborah. Per uno dotato delle mie modeste abilità, entrare non rappresentava un problema. Durante il mio innocente hobby, mi ero introdotto in posti molto meno accessibili e per di più abitati da mostri veri, non da quei freak conciati come se fosse Halloween, con il mantello nero neanche andassero all’opera e i denti finti. Con la luce del giorno che ora illuminava South Beach, proprio non riuscivo a prendere sul serio le loro festicciole adolescenziali.

Sorprendentemente, non riuscivo neppure a entrare in collegamento con il Passeggero. Avevo un incredibile bisogno dei suoi avvertimenti e dell’invisibile cappa di oscurità che solo lui era in grado di fornirmi, ma, nonostante la sua rapida comparsata poco prima nel club, doveva essere ancora offeso. Mi fermai sul lato opposto della strada e chiusi gli occhi, poggiai la mano su un palo del telefono e pensai: Pronto? Ce qualcuno in casa? Qualcuno c’era, ma sembrava non gradire visite; percepii un lento e leggero frullio d’ali, come se si stesse sgranchendo gli arti in attesa di quel che sarebbe successo. Avanti, pensai. Ancora nulla.

Aprii gli occhi. Un camion percorreva Ocean Drive, con la radio che trasmetteva salsa a tutto volume. Ma fu l’unica musica che sentii. A quanto pareva, avrei dovuto cavarmela da solo.

E va bene, allora: quando il gioco si fa duro eccetera. Mi infilai le mani in tasca e mi misi a passeggiare intorno all’edificio, cazzeggiando senza meta. Caspita, che palme. Nell’Iowa palme così non se ne vedono. Perbacco.

Feci il giro del palazzo, guardandomi intorno sbalordito. A quanto sembrava, il mio Innocente Vagabondare era passato inosservato, ma un po’ di pignoleria non fa mai male, così continuai a fare il turista per altri cinque minuti. L’edificio occupava l’intero isolato. Lo esaminai da tutti i lati. Il punto debole era palese: in un vicolo, dalla parte opposta all’ingresso, c’era un cassonetto. Accanto notai una porta che senza dubbio conduceva alla cucina del club. Era nascosta alla vista, a meno che uno non si trovasse nel bel mezzo del vicolo.

Infilai la mano destra in tasca e “accidentalmente” feci cadere una manciata di monete sul marciapiede. Mi fermai a raccoglierle, guardandomi intorno da ogni parte. Sempre che non ci fosse qualcuno sul tetto con un binocolo, non mi aveva visto nessuno. Abbandonai a terra trentasette centesimi e scivolai rapido nel vicoletto. Lì era molto più buio, ma il Passeggero non si fece vedere comunque, così mi affrettai tutto solo verso il cassonetto. Esaminai l’ingresso posteriore. Era dotato di due scoraggianti chiavistelli senza scatto. Con un po’ più di tempo a disposizione e i miei attrezzi da scasso, avrei potuto aprirli agevolmente, ma avevo con me solo il cacciavite, inutile allo scopo. La porta era fuori questione. Avrei dovuto inventarmi un altro ingresso, seppur meno signorile.

Osservai il palazzo: proprio sopra alla porta c’era una fila di finestre, a un metro e mezzo circa l’una dall’altra, che correva per tutto il lato dell’edificio. La seconda alla mia sinistra era facilmente raggiungibile dalla cima del cassonetto; una persona agile avrebbe potuto issarsi e infilarcisi senza troppa difficoltà. Nessun problema: Dexter è destro, e se fosse riuscito ad aprire la finestra non avrebbe avuto problemi.

Il cassonetto aveva due coperchi affiancati, e uno dei due era spalancato. Poggiai entrambe le mani su quello chiuso… e qualcosa balzò fuori dall’apertura strillando orribilmente e mi passò rapido vicino alle orecchie. Mi bloccai, paralizzato dal terrore, finché non mi accorsi che si trattava di un gatto. Era spelacchiato, sudicio e malridotto, ma atterrò poco più in là, inarcando la schiena e soffiando in perfetta posa da Halloween. Mi guardai alle spalle e per un istante pensai che nel locale avessero rimesso la musica, invece era solo il martellare del mio cuore. Mentre il gatto si allontanava dal vicolo, trassi un profondo sospiro e mi arrampicai sul cassonetto. Il Passeggero fece una blanda comparsa, giusto per rivolgermi una risatina sarcastica.

Ci misi un momento per riprendermi, poi, per sicurezza, guardai all’interno. Sembrava contenere soltanto spazzatura, il che mi fece parecchio piacere. Mi piazzai sul lato chiuso e, dopo aver controllato ancora una volta che non passasse nessuno, mi issai verso la finestra a ghigliottina. La toccai e sbatacchiò leggermente. Buona notizia: voleva dire che non era inchiodata o sigillata da anni di pittura approssimativa.

Dalla mia posizione, non riuscivo a vedere l’infisso superiore, ma a quanto pareva la finestra doveva essere priva di allarmi. Un’altra buona notizia, che comunque non mi sorprese troppo. Molti locali risparmiano un sacco di soldi illudendosi che i tentativi di effrazione possano verificarsi solo al piano terra. Quindi anche i vampiri possono essere tirchi, pensai, e la cosa mi fece sorridere.

Cercai di estrarre dalla tasca il cacciavite, e per poco non mi cadde. Avrebbe colpito il coperchio del cassonetto con un fracasso sufficiente a svegliare l’intero vicinato. Avevo le mani bagnate di sudore. Questa era un’esperienza nuova; prima ero sempre stato freddo e razionale, ma dopo il risentimento del Passeggero e l’agghiacciante apparizione del gatto ero diventato incredibilmente ansioso. Sudare era comprensibile: eravamo a Miami. Ma sudare di paura? Proprio il Diabolico e Depravato Dexter, il Re del Disincanto? Non era affatto un buon segno. Feci un’altra pausa, prima di allungarmi e infilare il cacciavite tra la finestra e l’infisso.

Spinsi il manico verso il basso, prima con delicatezza, poi sempre più forte, visto che la finestra non accennava ad aprirsi. Non volevo spingere troppo violentemente, per non staccare l’infisso e rompere il vetro, altrimenti avrei fatto molto più fracasso di una dozzina di cacciaviti contro il coperchio del cassonetto. Andai avanti per una decina di secondi, aumentando gradualmente la pressione, e proprio mentre stavo pensando di studiare qualcos’altro, la finestra si aprì verso l’alto con uno scatto secco. Mi fermai per un istante, l’orecchio teso verso eventuali movimenti o sirene d’allarme. Nulla. Allora mi tirai su, scivolai all’interno e richiusi la finestra alle mie spalle.

Mi guardai intorno. Mi trovavo in un corridoio che alla mia sinistra terminava sulla strada e a destra svoltava ad angolo. Lungo il corridoio c’era una porta. Aveva il chiavistello, ma nessuna maniglia. La spinsi con delicatezza e si aprì. La stanza era completamente buia, ma dal debole odore di Lysol e di urina che si percepiva nell’aria, sospettai di trovarmi in un bagno. Entrai, chiusi la porta e, tastando la parete, trovai un interruttore. Lo tirai su. Si trattava infatti di un piccolo bagno, dotato di lavandino, wc e armadio a muro. Per amor di precisione, l’aprii e la cosa più inquietante che vidi furono i rotoli di carta igienica. Nello stanzino non c’era nient’altro, meno che mai un posto dove nascondere un corpo, vivo o morto che fosse, così spensi la luce e uscii.

Avanzai circospetto verso il punto in cui il corridoio faceva angolo, infine mi fermai e mi guardai furtivamente intorno. Era tutto vuoto e illuminato da un’unica lampada di emergenza situata sopra una porta socchiusa. Notai altre due porte e, al fondo del corridoio, una rampa di scale in discesa.

Svoltai l’angolo e mi avvicinai al primo ingresso alla mia sinistra. Girai il pomello lentamente e con cautela. Il battente si schiuse. Entrai, chiudendo ancora una volta la porta alle mie spalle, e tastai sulla parete in cerca dell’interruttore. Lo azionai. La luce era ancora più fioca di quella d’emergenza nel corridoio, ma capii di essere finito in una sala privata per le feste. Sulla parete di sinistra c’era un televisore a schermo piatto e contro quella di destra un divano lungo e basso con davanti un tavolino. Alle spalle del divano scorsi un bancone ricoperto di marmo verdastro, dotato di un piccolo frigobar. La parete di fronte a me era coperta da un lungo drappo di velluto rosso.

Raggiunsi il bancone. C’erano alcune bottiglie, ma al posto dei bicchieri vidi una rastrelliera colma dei becher che si usano in laboratorio. Ne presi uno. Era in pyrex e su un lato era stampigliato a lettere d’oro: PRIMA BANCA NAZIONALE DEL SANGUE.

Scostai il drappo rosso dalla parete. Dietro c’era una porta. La aprii, tenendo sollevato il drappo per vedere all’interno. Era un semplice stanzino con il necessario per le pulizie: scopa, spazzolone, secchio e una borsa piena di stracci. Richiusi e abbassai il drappo.

Lungo il corridoio, la porta successiva era alla mia destra, sotto la luce d’emergenza. Era chiusa, così rimandai e mi diressi verso quella di sinistra. Mi infilai all’interno e trovai un’altra sala privata per le feste, una sorta di duplicato della prima.

Rimaneva soltanto la porta chiusa. Il buonsenso mi suggeriva che sono le cose più preziose a venir chiuse a chiave, ma anche che il chiavistello era bello resistente e che per aprirlo avrei lasciato chiare tracce del mio passaggio, e magari fatto scattare qualche allarme. Mi domandai se volevo restare invisibile o se, una volta salvata Samantha Aldovar, non avesse importanza che qualcuno sapesse della mia venuta. Con Deborah non ne avevamo parlato, e ora l’argomento stava assumendo una certa importanza. Ci ragionai su e stabilii che ero venuto fin lì per trovare Samantha e che dovevo cercarla ovunque, soprattutto nei posti in cui mi veniva impedito di guardare, per esempio dietro a questa porta chiusa.

Così mi feci coraggio e provai a forzare il battente con il cacciavite. Cercai di procedere con calma per lasciare il minor numero di segni possibile, ma alla fine fui più attento a non far rumore che a non danneggiare lo stipite in legno. Quando infine riuscii a spalancare la porta facendo leva con il cacciavite, sembrava che fosse stata presa a morsi da un branco di castori rabbiosi. In ogni caso si era aperta, ed entrai.

Per quanto potesse custodire chissà quali reconditi segreti, quella stanza avrebbe sconfortato chiunque, a parte un contabile. Senza dubbio doveva essere l’ufficio amministrativo del club; c’era una grande scrivania in legno, un computer e un mobile portadocumenti a quattro cassetti. Il computer era rimasto acceso; mi sedetti ed esaminai rapidamente i dati sull’hard-disk. C’erano alcuni file gestionali che dimostravano che i profitti del locale erano buoni, alcuni documenti di Word, lettere standard indirizzate a membri attuali e futuri del club. C’era un file discretamente pesante denominato Sabba.wpd protetto da un programma di sicurezza così vecchio che per decriptarlo mi sarebbero bastati due minuti. Ma io non li avevo, quindi mi limitai ad ammirare la loro ingenuità e proseguii.

Non c’era nulla che rivestisse il più lontano interesse, nessun file chiamato Samantha.jpg o qualcosa di simile che mi rivelasse dove lei si trovava. Controllai rapidamente nei cassetti della scrivania e nel mobile portadocumenti, e di nuovo non trovai nulla.

Perfetto: avevo sfasciato lo stipite della porta senza motivo. Non è che mi sentissi in colpa, ma avevo perso un bel po’ di tempo e dovevo cominciare a pensare di concludere la missione e uscire di lì. Sarebbero potuti arrivare gli addetti alle pulizie, oppure Kukarov ad ammirare lo stipite d’ingresso del suo ufficio.

Uscii, tirando la porta, e mi diressi verso le scale. Ero abbastanza sicuro che non fosse il caso di controllare la zona riservata al pubblico. Era praticamente impossibile che tutti gli invitati alla festa fossero cannibali: centinaia di persone non sarebbero state in grado di mantenere un simile segreto. Dunque, se Samantha si trovava davvero lì dentro, doveva essere in una zona inaccessibile ai più.

Per questo scesi le scale e attraversai la pista da ballo senza fermarmi a guardare in giro. Nel retro, dietro a quell’area sopraelevata in cui Bobby si era piazzato con la sua coppa, c’era un breve corridoio. Lo percorsi. Conduceva all’ingresso posteriore, che avevo notato dal vicolo, e alle cucine, che non avevano nulla di interessante. C’erano un piccolo fornello, un forno a microonde, un lavandino con una rastrelliera metallica per appendere le pentole e molti, splendidi coltelli. Dall’altra parte della stanza vidi una grande porta metallica che sembrava condurre a una cella frigorifera. E poi nient’altro, neanche una dispensa chiusa a chiave.

Per appagare la mia smania di perfezionismo, mi diressi verso la cella frigorifera. C’era una spessa finestrella di vetro, ad altezza occhi e, con mia sorpresa, notai una luce all’interno. Incuriosito dal fatto che a porta chiusa le luci non fossero spente, schiacciai il naso contro il vetro e sbirciai dentro.

La cella era larga circa un metro e ottanta e lunga due e mezzo. Sui lati c’erano file di scaffali, la maggior parte colmi di grossi barattoli, mentre, contro la parete posteriore, vidi un oggetto piuttosto strano per essere conservato in un frigorifero: una vecchia branda.

Cosa ancora più strana, la branda era occupata. Seduto in silenzio e avvolto in una coperta, c’era un fagotto con la forma di una giovane donna. Teneva la testa china e non si muoveva, ma quando la guardai, alzò lentamente il capo, come se fosse esausta o drogata. I nostri occhi si incontrarono.

Era Samantha Aldovar.

Senza pensarci un istante, afferrai la maniglia e tirai. Anche se dall’esterno la porta non era chiusa a chiave, dall’interno non si poteva aprire. — Samantha — dissi. — Va tutto bene?

Mi sorrise stancamente. — Alla grande — rispose. — È ora?

Non avevo idea di che cosa intendesse, così non ci feci caso. — Sono qui per salvarti — spiegai. — Per riportarti a casa dalla tua famiglia.

— Perché? — chiese. Non c’era dubbio, era proprio stata drogata. Il che aveva un senso: le droghe l’avrebbero tenuta tranquilla, alleggerendo il lavoro di sorveglianza. Ma voleva anche dire che mi sarebbe toccato trascinarla fuori di lì suo malgrado.

— D’accordo — dissi. — Solo un secondo. — Mi guardai intorno in cerca di qualcosa per tenere aperta la cella e scelsi un pentolone da una ventina di litri appeso sopra il fornello. Lo sistemai tra la porta e lo stipite e rientrai.

Avevo fatto appena due passi, quando mi accorsi di qual era il contenuto dei barattoli che affollavano gli scaffali dell’enorme frigorifero.

Sangue.

Barattolo dopo barattolo, litro dopo litro, erano colmi di sangue. Li scrutai per un lungo istante e loro ricambiarono il mio sguardo. Non riuscivo a muovermi. Poi trassi un profondo respiro e la realtà tornò a fuoco. In fondo si trattava di un semplice fluido, simpaticamente messo sotto chiave dove non avrebbe potuto nuocere a nessuno. La cosa fondamentale era portare Samantha fuori di lì. Così avanzai verso la branda e la guardai.

— Forza — dissi. — Torniamo a casa.

— Non mi va.

— Lo immagino — l’assecondai, pensando che fosse palesemente preda della sindrome di Stoccolma. — Andiamo. — La presi per la vita e la feci scendere dalla branda. Non oppose resistenza.

Le misi un braccio intorno alla mia spalla e l’accompagnai alla porta, verso la libertà.

— Un secondo — disse confusamente. — Il portafogli. Sul letto. — Indicò la branda e mi tolse la mano dalla spalla per appoggiarsi allo scaffale.

— Okay. — Tornai alla branda, abbassando lo sguardo. Non vidi nessun portafogli… ma udii uno strano sferragliare. Quando mi voltai, Samantha aveva sferrato un calcio al pentolone da venti litri e la porta della cella frigo si stava chiudendo. — Ferma! — La mia esclamazione apparve più stupida di quanto non lo fosse in realtà.

Dovette averlo pensato anche Samantha, perché non si fermò e, prima che riuscissi a raggiungerla, la porta si era chiusa e lei mi fissava con un’espressione di stordito trionfo. — Te l’avevo detto che non volevo tornare a casa.

27

Dentro la cella frigorifera faceva freddo. Potrebbe sembrare una cosa ovvia, ma l’ovvietà non aiuta a scaldarsi e, dopo lo shock del voltafaccia di Samantha, non avevo smesso di tremare. Faceva freddo, la stanzetta era colma di barattoli di sangue e non c’era via d’uscita, neanche con l’aiuto del mio cacciavite. Avevo tentato di fracassare la finestrella sulla porta, il che dimostra quanto fossi in preda al panico. Il vetro era spesso due centimetri e mezzo e rinforzato con filo metallico; in ogni caso, se anche fossi riuscito a spaccarlo, ci sarebbe passata a malapena una gamba.

Naturalmente, avevo provato a chiamare Deborah al cellulare e, ancor più naturalmente, all’interno di una cella isolata e dalle spesse pareti metalliche non c’era campo. Sapevo che erano spesse perché, dopo aver rinunciato a rompere la finestrella e aver piegato il cacciavite tentando di far leva sulla porta, mi ero messo a battere per qualche minuto contro le pareti, con l’effetto che se mi fossi messo a girare i pollici sarebbe stato uguale. Il cacciavite si era deformato, quelle sterminate file di barattoli sembravano stringersi addosso a me e io cominciai a far fatica a respirare, mentre Samantha se ne stava seduta, e sorrideva.

Mi chiesi come mai se ne stesse lì, tutta soddisfatta, con quel sorriso da Gioconda stampato in faccia. Doveva essere al corrente che presto o tardi, in un futuro non troppo distante, sarebbe diventata il piatto principale della serata. Eppure, quand’ero comparso io, sul cavallo bianco, pronto a salvarla, aveva tirato un calcio alla porta, intrappolandoci entrambi. Era colpa delle droghe di cui senza dubbio l’avevano imbottita? Oppure si era talmente illusa da credere che non le avrebbero mai fatto fare la fine della sua migliore amica, Tyler Spanos?

Man mano che l’impulso di battere contro le pareti cessava insieme al mio tremolio, cominciai a interrogarmi su di lei. Non sembrava badare ai miei febbrili e goffi tentativi di far saltare un’enorme cella d’acciaio con un fragile cacciavite di metallo, che in questo caso avrebbe fatto meglio a chiamarsi di latta. Samantha non smetteva di sorridere, gli occhi semichiusi, anche quando mi arresi e mi sedetti accanto a lei, lasciando che il gelo si impossessasse di me.

Quel sorriso iniziò a infastidirmi. Era la tipica espressione di uno che aveva appena commesso una strage in ufficio e poi si era imbottito di tranquillanti; sembrava così soddisfatta di se stessa, delle sue azioni e dell’idea che si era fatta del mondo che cominciai a desiderare che avessero mangiato lei per prima.

Perciò le sedetti vicino, tremando e alternando orribili pensieri al suo riguardo. Non solo finora si era comportata male, ma non mi aveva neanche offerto un po’ della sua coperta. Cercai di ignorarla. Impresa non facile quando la persona da dimenticare si trova seduta di fianco a te nello stesso gelido locale, ma ci provai.

Osservai i barattoli colmi di sangue. Mi suscitavano una leggera nausea, ma almeno non mi facevano pensare al voltafaccia di Samantha. Quel disgustoso liquido appiccicaticcio… Distolsi lo sguardo, e finalmente individuai un pezzo di parete da fissare, libera dal sangue e da Samantha.

Mi domandai che cosa stesse facendo Deborah. Era egoistico da parte mia, lo ammetto, ma sperai che stesse cominciando a preoccuparsi seriamente per me. Ormai era da troppo tempo che non tornavo. Me la vidi seduta in macchina che digrignava i denti, tamburellava con le dita sul volante e scrutava torva l’orologio, chiedendosi se fosse troppo presto per fare qualcosa e, in caso contrario, cosa. Mi venne da sorridere. Non tanto perché si stesse dando da fare per intervenire, ma per la sua stizza. Le stava bene. Sperai che digrignasse i denti così violentemente da dover ricorrere al dentista. C’era sempre il dottor Lonoff a sua disposizione.

Per la noia e il nervoso, estrassi il cellulare e provai a richiamarla. Era sempre fuori uso.

— Qui dentro non c’è campo — disse lentamente Samantha, allegra.

— Sì, lo so.

— Allora ti conviene smetterla.

Sono ancora un profano in materia di sentimenti, ma ero certo che lei mi ispirava un’irritazione ai confini col disgusto. — È così che hai fatto? — dissi. — Ti sei arresa?

Scosse lentamente il capo, con un sorrisetto grave. — Per niente — rispose. — Non io.

— Allora, dannazione, perché ti comporti in questo modo? Perché mi hai intrappolato qui dentro e mi guardi con quella faccia?

Si voltò verso di me ed ebbi la sensazione che mi stesse mettendo a fuoco per la prima volta. — Come ti chiami? — domandò.

Non c’era nessun motivo per non dirglielo, e nessuno per non prenderla a schiaffi, ma per ora quello poteva aspettare. — Mi chiamo Dexter — risposi. — Dexter Morgan.

— Cavoli. — Le uscì un’altra delle sue fastidiose risatine. — Che nome strano.

— Sì, davvero bizzarro — replicai.

— Comunque, Dexter — continuò — non c’è niente nella tua vita che desideri da morire?

— Vorrei uscire di qui.

Scosse il capo. — Intendevo qualcosa di… cioè, qualcosa del tutto, aah… del tutto proibito. Qualcosa di totalmente sbagliato. Ma tu lo desideri a tutti i costi, così tanto che… cioè, non lo puoi dire a nessuno, ma ci pensi di continuo…

Mi venne in mente il Passeggero Oscuro. Lo sentii agitarsi leggermente dentro di me, come per ricordarmi che se gli avessi dato retta nulla di tutto questo sarebbe successo. — No, per me non c’è niente di simile — risposi.

Mi scrutò per un lungo istante, schiudendo le labbra, ma senza smettere di sorridere. — Okay — fece, come se sapesse che stavo mentendo ma non le importasse. — Per me sì, invece. Per me esiste.

— È molto bello avere un sogno — replicai. — Ma non pensi che potrebbe avverarsi più facilmente se usciamo di qui?

Samantha scosse il capo. — Mmmh… no — disse. — Il punto è proprio questo. Che devo stare qui. Altrimenti, cioè… non potrò… — Si morse le labbra, senza smettere di agitare la testa.

— Che cosa? — chiesi. La sua ritrosia mi stava facendo venire sempre più voglia di spaccarle i denti. — Che cosa non potrai?

— Non è facile dirlo, persino adesso — disse. — È una specie di… — Si incupì, il che non mi dispiacque affatto. — Non hai anche tu un segreto che… non puoi farci niente, ma insomma… cioè, di cui ti vergogni?

— Certo — risposi. — Ho visto tutte le puntate di X-Factor.

— Quelle le hanno viste tutti — disse sdegnosa, poi mi rivolse una smorfia acida. — Ma proprio tutti. Io intendevo qualcosa che… sai, la gente fa di tutto per inserirsi, per essere considerata come gli altri. E se hai qualcosa dentro che ti fa sentire… Lo sai che è del tutto sbagliato, e bizzarro; non sarai mai come gli altri… ma desideri tanto diventarlo. E ci stai male, e forse per te sentirti inserito conta ancora di più. Che alla nostra età ha una grande importanza.

La guardai, leggermente sorpreso. Mi ero dimenticato di aver a che fare con una diciottenne che, a quanto avevo sentito dire, doveva essere una tipa sveglia. Forse l’effetto delle droghe che le avevano somministrato stava svanendo, e nel frattempo era contenta di avere qualcuno con cui parlare. In ogni caso, finalmente mostrava un minimo di spessore, alleggerendomi il peso di quell’orribile prigionia.

— Non solo alla tua età — feci. — È importante sempre.

— Ma alla mia ci stai più male — replicò. — Quando sai che stanno organizzando una festa, e nessuno ti invita. — Distolse lo sguardo, non verso il sangue, ma verso la nuda parete d’acciaio.

— Certo. Ti capisco molto bene — dissi. Mi fissò con aria incoraggiante. — Alla tua età, anch’io ero diverso. Ho dovuto impegnarmi molto per far finta di essere come gli altri.

— Lo dici tanto per dire.

— No — replicai. — È vero. Mi toccava imitare i bambini più tosti, ho dovuto imparare a fingermi un duro, persino imparare a ridere.

— Come — fece lei con un altro dei suoi sorrisetti — non sei capace di ridere?

— Adesso sì.

— Vediamo.

Mi esibii in una delle mie facce perfettamente allegre e in una delle mie risatine da bravo ragazzo.

— Ehi, ma ti è venuto benissimo — disse.

— Anni di pratica — replicai con modestia. — All’inizio invece mi veniva malissimo.

— Ah-hah, bene. Io invece sto continuando a farne, di pratica. Ed è molto più difficile che imparare a sorridere.

— Perché voi adolescenti siete egocentrici — le dissi. — Pensate che le cose che vi capitano siano le più dure. Ma il fatto è che diventare essere umani è duro per tutti e lo è sempre stato. Specie per chi non lo è.

— Io penso di esserlo — mormorò Samantha. — Solo di una specie diversa dagli altri.

— D’accordo. — Ammetto che la cosa stava cominciando a intrigarmi. Mi domandai che tipo di persona fosse veramente. — Comunque non c’è niente di negativo. E, se hai un po’ di pazienza, vedrai che si trasformerà in qualcosa di positivo.

— Okay — disse.

— Ma se non esci di qui, non puoi fare nulla… Restare in questo posto è una soluzione permanente a un problema temporaneo.

— Bella questa.

Aveva ripreso a fare l’impertinente, e la mia nuova sensibilità umana ne risentiva. Aveva cominciato a mostrarsi interessante e io mi ero aperto, avevo iniziato ad apprezzarla e a provare reale empatia nei suoi confronti. E ora eccola nascondersi di nuovo dietro a quella maschera da adolescente distaccata e strafottente. La cosa mi irritò non poco e provai il forte desiderio di prenderla a schiaffi. — Dannazione — saltai su. — Possibile che tu non capisca perché ti trovi qui? Questa gente ti vuole fare arrosto e poi mangiare!

Samantha distolse un’altra volta lo sguardo. — Sì, lo so — disse. — Perché è questo che voglio. — Tornò a fissarmi, con occhi grandi e umidi. — È il mio grande segreto.

28

È buffo pensare a quanti suoni si percepiscono quando si crede di restare nel più assoluto silenzio. Per esempio, sentivo il battito del mio cuore riecheggiare nelle orecchie e Samantha, accanto a me, respirare piano, ma, sopra tutto, il ronzio metallico della ventola che continuava a soffiare aria fredda nella cella. Percepii persino qualcosa che zampettava sotto la branda, forse una cimice o uno scarafaggio.

Nonostante tali assordanti rumori, il più fastidioso fu il suono dell’ultima affermazione di Samantha che rimbombava nella cella. Dopo un po’ cominciai a non cogliere il senso neanche di ogni singola parola, e la guardai.

Sedeva immobile, con il solito, insopportabile sorrisetto stampato in faccia. Se ne stava ingobbita, a fissare dritto davanti a sé, senza evitare del tutto il mio sguardo, curiosa della mia reazione. Non la sopportavo più.

— Perdonami — feci. — Ma quando ho detto che ti avrebbero mangiato e tu mi hai risposto che è quello che vuoi… che cosa diavolo intendevi?

Rimase zitta per qualche secondo, poi smise di sorridere e assunse un’espressione pensierosa e insieme sognante. — Quand’ero piccina — disse infine — mio padre era sempre via, per conferenze o simili. E quando tornava, per farsi perdonare, mi leggeva le storie. Le fiabe, sai. E quando arrivava al punto in cui l’orco o la strega divorava qualcuno, lo faceva anche lui. Faceva finta di mangiarmi il braccio o la gamba, e imitava anche i rumori. E quindi… cioè, io ero solo una bambina e mi divertivo un sacco e ripetevo: “Ancora, ancora”. E lui faceva: “Gnam, gnam”, e io ridevo come una matta e…

Si interruppe, tirandosi indietro un ciuffo di capelli dalla fronte. — Dopo un po’ — riprese, con più calma — cominciai a crescere. E… — scosse il capo e il ciuffo le ricadde sulla fronte; lo scostò un’altra volta — … e mi accorsi che non erano le storie a piacermi così tanto. Mi piaceva… che mio padre mi divorasse la mano. Più ci pensavo, più l’idea di essere mangiata si faceva largo dentro di me. Avevo bisogno di una strega o di… cioè… anche solo di qualcuno che mi arrostisse lentamente, mi facesse a bocconcini e mi mangiasse e… e che gli piacessi davvero, io, il mio sapore e…

Respirò a fondo e rabbrividì, ma non di paura. — Poi è arrivata la pubertà e tutto il resto. Tutte le mie amiche dicevano: “Oh, quel tipo… vorrei farci di tutto e mi farei fare qualunque cosa”, ma io non riuscivo proprio a capirle, non facevano altro che strillare, confrontare ragazzi e… Perché io avevo un solo pensiero, volevo una cosa soltanto, cioè essere mangiata. — Agitava ritmicamente il capo e parlava con voce bassa e roca. — Voglio essere arrostita viva, lentamente, per poter vedere la gente che mi mastica e fa: “Mmmh”, e ne prende un altro pezzo, finché…

Riprese a tremare e si tirò la coperta sulle spalle, abbracciandosi forte. Cercai qualcosa da dire, che non fosse se aveva già valutato di sottoporsi a una terapia psichiatrica. Non mi venne in mente nulla, se non uno dei commenti preferiti di Deborah.

— Santa merda.

Samantha annuì. — Sì, infatti.

A parte quello, non mi restava altro da dire; poi mi ricordai che ero pagato dalla municipalità di Miami per investigare, così le domandai: — E Tyler Spanos?

— Come?

— Eravate amiche — osservai. — Ma sembravate non aver niente in comune.

Annuì, e il sorriso sognante tornò a dipingersi sul suo viso. — Già. Niente, a parte questo — disse.

— Era stata una sua idea? — chiesi.

— Oh, no — rispose. — Questa gente è qui da anni. — Indicò i barattoli pieni di sangue e sorrise. — Ma Tyler è una tipa un po’ scoppiata. — Alzò le spalle e il sorriso si fece più largo. — Era un po’ scoppiata. Aveva conosciuto quel tipo a un rave dark.

— Bobby Acosta?

— Bobby, Vlad, insomma, lui — fece. — Per rimorchiare le dice: “Non indovinerai mai che cosa facciamo nel nostro gruppo. Mangiamo la gente”. Lei gli fa: “Puoi mangiare anche me”, e lui, pensando che avesse capito male, le ripete: “No, intendevo dire che li mangiamo sul serio”. E Tyler: “Be’, certo, anche io e la mia amica intendiamo farci mangiare sul serio”.

Samantha si strinse forte a sé, senza smettere di tremare, dondolandosi piano. — Ci eravamo dette che avremmo voluto conoscere qualcuno di simile. Cioè, eravamo andate sulla chat di Yahoo, ma c’è solo gente che pensa al porno e ad altre stronzate, e come puoi fidarti di qualcuno conosciuto su Internet? Poi Tyler conosce quel ragazzo. — Tremò ancora, stavolta molto più forte. — Allora viene da me e mi dice: “Non crederai mai a quello che mi è successo l’altra notte”. E io: “Okay, l’hai fatto di nuovo?”, e lei: “No, dico sul serio”. Dopodiché mi racconta di Vlad e del suo gruppo…

Chiuse gli occhi e si leccò le labbra, prima di continuare. — È come un sogno che diventa realtà — fece. — Cioè, è troppo bello. Subito non ci credevo. Perché Tyler è… era una tipa bizzarra, e i ragazzi se ne accorgevano e le raccontavano storie solo per… per portarsela a letto. Credevo che avesse preso dell’ecstasy o roba simile. Come potevo essere sicura che quel tipo esistesse davvero? Poi però mi ha fatto conoscere Vlad, che ci ha mostrato foto e altro, e io mi sono detta: “È fatta”.

Samantha mi guardava, scostandosi il ciuffo dal viso. Aveva una bella capigliatura, pulita e luminosa, anche se color topo. La si sarebbe scambiata facilmente per una qualsiasi adolescente intenta a raccontare a un adulto comprensivo un interessante aneddoto capitato durante la lezione di francese. — Ho sempre saputo che un giorno ci sarei riuscita — riprese. — Cioè, a trovare qualcuno che mi avrebbe mangiato. Lo volevo sopra ogni cosa. Ma credevo che sarebbe successo più tardi, sai, dopo il college o… — Strinse le spalle e scosse il capo. — Ma ecco che arriva lui, e io e Tyler ci diciamo: “Perché aspettare?”. Perché far spendere ai miei genitori i soldi per l’università, quando avrei potuto avere subito quel che desideravo? Così abbiamo detto a Vlad: “Okay, noi ci stiamo, alla grande”, e lui ci ha presentato al capo del gruppo e… — Sorrise. — E ora sono qui.

— Tyler no, invece — osservai.

Samantha annuì. — Lei è la solita fortunata. L’hanno chiamata per prima. — Allargò il sorriso. — Ma la prossima sono io. Non manca molto.

La sua impazienza di seguire Tyler nel calderone prosciugò tutto il mio zelo professionale, e non riuscii a dire altro. Samantha mi scrutava per vedere che cos’avrei fatto, ma per la prima volta nella mia vita io stesso non ne avevo idea. Qual è la corretta espressione facciale da esibire quando qualcuno ti racconta che sogna da sempre di essere mangiato? Shock? Incredulità? Indignazione morale? Ero abbastanza certo che l’argomento non fosse mai comparso in nessuno dei film o degli sceneggiati televisivi da me studiati, e anche se in alcuni ambienti sono considerato una persona intelligente e creativa, proprio non mi veniva in mente nulla di adeguato. Perciò mi limitai a guardarla.

Samantha ricambiò il mio sguardo, e così eccoci qua: un uomo perfettamente normale, sposato, con tre bambini, una promettente carriera e l’hobby di ammazzare la gente, e un’adolescente perfettamente normale che frequenta una scuola prestigiosa, le piace Twilight e sogna di essere mangiata, tutti e due seduti, uno di fianco all’altra, dentro la cella frigorifera di un club per vampiri a South Beach. Di recente mi ero impegnato parecchio a condurre una vita anche solo lontanamente normale, ma se voleva dire diventare come lei, allora ci rinunciavo volentieri. Al di fuori dei quadri di Salvador Dalì, non credevo che la mente umana potesse concepire qualcosa di più estremo.

Alla fine, anche per due non umani come noi, continuare a fissarci ci fece sentire un po’ strani, e ci voltammo dall’altra parte.

— Comunque — fece Samantha. — Non ha importanza.

— Che cosa non ha importanza? Che vuoi essere mangiata?

Alzò le spalle, stavolta proprio come fanno gli adolescenti. — Vabbè — disse. — Tanto tra poco arriveranno.

Rabbrividii. — Chi arriverà?

— Uno di quelli del sabba — rispose, e mi guardò. — È così che lo chiamano il… sai, il gruppo di quelli che mangiano la gente.

Pensai al file che avevo visto al computer. Sabba. Rimpiansi di non averlo copiato per poi correre a casa. — Come fai a sapere che stanno arrivando?

Samantha alzò di nuovo le spalle. — Devono venire a nutrirmi. Tipo tre volte al giorno, sai.

— Come mai? — chiesi. — Se poi ti devono ammazzare, perché dovrebbero prendersi cura di te?

Mi guardò come se fossi un ritardato, scuotendo la testa. — Mi devono mangiare, non ammazzare — replicò. — Non mi vogliono tutta secca e sciupata. Devo essere bella paffuta, sai. Soda. Gustosa.

Grazie al mio lavoro e al mio hobby posso vantarmi di avere uno stomaco piuttosto forte. Ma questa storia mi stava mettendo a dura prova. Il fatto che Samantha avrebbe allegramente mangiato tre bei pasti al giorno perché la sua carne diventasse più saporita era un po’ troppo persino per me, specie prima di fare colazione, così mi voltai. Poi, fortunatamente per il mio appetito, un pensiero pragmatico si fece strada in me. — In quanti verranno? — domandai.

Samantha mi fissò, poi abbassò lo sguardo. — Non so — disse. — Di solito sono solo in due. Nel caso che cambiassi idea, sai, e decidessi di scappare. Ma… — Riprese a guardarmi, per poco.

— Stavolta penso che con loro ci sarà anche Vlad — disse infine. Il che non mi piacque affatto.

— Come fai a dirlo?

Scosse il capo, sempre senza guardarmi. — Quando toccava a Tyler — spiegò — aveva cominciato a venire con loro. E… a farle delle cose. — Si leccò le labbra. — Non solo, sai… Non solo sesso. Cioè, non sesso normale. Lui… uhm… Le faceva tanto, tanto male. Perché era così che si eccitava e… — Tremò, infine alzò la testa.

— Dev’essere per questo che mi mettono della roba nel cibo, forse dei tranquillanti — aggiunse. — Così mi tengono, sai, calma e rilassata. Perché, altrimenti… — Distolse di nuovo lo sguardo. — Magari Vlad non verrà — fece.

— Ma almeno i due tipi verranno?

Annuì. — Certo.

— Sono armati? — chiesi. Mi fissò, assente. — Coltelli, pistole, bazooka… hai presente? Portano armi?

— Non so — rispose. — Io, al loro posto, un’arma me la porterei.

Pensai che me la sarei portata anch’io, e a costo di passare per cinico pensai anche che se fossi stato in Samantha avrei badato a quali armi portavano i miei carcerieri. Ovviamente, io non vedevo me stesso nelle sembianze di un banchetto, il che giovava di certo alle mie capacità osservative.

Così sarebbero stati in due, probabilmente armati, quasi sicuramente di pistole, visto che eravamo a Miami. Voleva dire che anche Bobby Acosta avrebbe avuto con sé qualche arma, essendo latitante e danaroso. E io mi trovavo chiuso in una stanzetta, senza nessun posto in cui nascondermi, con Samantha tra le scatole che magari si sarebbe messa a gridare: “Attenti!” ai suoi carcerieri, mentre cercavo di sorprenderli. Dalla mia, invece, avevo il cuore puro e un cacciavite deformato.

Non era granché, ma avevo imparato che, esaminando attentamente la situazione, si può trovare un modo per aumentare le proprie possibilità di riuscita. Mi alzai e mi guardai intorno, nel caso che qualcuno avesse dimenticato un fucile d’assalto su uno scaffale. Mi sforzai persino di spostare i barattoli per sbirciarci dietro, ma senza fortuna.

— Ehi — fece Samantha. — Se pensi di… cioè, io non voglio salvarmi.

— Fantastico — dissi. — Io invece sì. — La guardai, avvolta nella sua coperta. — Non voglio essere mangiato. Ho una vita, e una famiglia. Mi è appena nata una figlia — spiegai — e voglio riabbracciarla. Vederla crescere, leggerle le fiabe.

Samantha trasalì lievemente, sembrava confusa. — Come si chiama? — domandò.

— Lily Anne. — Distolse di nuovo lo sguardo. Notai che era combattuta, e calcai un po’ la mano. — Samantha — dissi — qualunque cosa tu voglia fare, non hai il diritto di costringere anche me. — Mi sentii molto falso a farle la predica, ma dopo tutto la posta in gioco era terribilmente alta e, in ogni caso, avevo passato gran parte della mia esistenza a fare l’ipocrita.

— Ma… io lo desidero — disse. — Cioè, è da una vita che…

— Lo desideri al punto da ammazzarmi? — chiesi. — Perché è questo che stai facendo.

Mi fissò, e abbassò rapidamente lo sguardo. — No. Ma…

— Sì, ma — replicai. — Se non riuscirò ad avere la meglio sui tizi che verranno a darti da mangiare, sarò morto, e lo sai.

— Non ci posso rinunciare.

— Non sei obbligata — le dissi. Mi scrutò attentamente. — Tu puoi restare qui, basta che mi lasci scappare.

Si morse il labbro per qualche secondo. — Non so — fece. — Cioè, come faccio a fidarmi? Chi mi assicura che non lo dici alla polizia, che poi mi viene a prendere?

— Prima che io torni con la polizia — dissi — ti avranno già portato da un’altra parte.

— Vero. — Annuì lentamente. — Ma chi mi dice che tu non vuoi trascinarmi via di qui, sai… per salvarmi da me stessa?

Mi inginocchiai ai suoi piedi. Facevo il melodrammatico, lo so, ma era una ragazzina e forse ci sarebbe cascata. — Samantha — dichiarai. — Permettimi soltanto di provarci. Se non fai nulla, io non cercherò di portarti via contro la tua volontà. Ti do la mia solenne parola d’onore. — Non udii alcun fragore di tuono, né l’eco di una risata lontana e, nonostante avessi collezionato di recente parecchie emozioni sgradevoli, non provai alcuna vergogna. Anzi, la mia performance mi parve decisamente convincente. Era infatti la recita della mia vita. Stavo mentendo, ovviamente, ma in quella situazione le avrei volentieri promesso di fare un giro sul mio disco volante, se mi fosse servito a uscire di lì.

Samantha stava cominciando a ragionare. — Be’… non so. Cioè, insomma. Devo solo stare seduta qui senza dire niente? E basta?

— E basta — ripetei. Le presi la mano e la guardai dritto negli occhi. — Ti prego, Samantha — mormorai. — Fallo per Lily Anne. — Ero proprio senza vergogna, ma, con mia sorpresa, mi accorsi che ci stavo credendo. E, ancora peggio, avevo gli occhi velati. Forse avevo preso un po’ troppo sul serio il metodo Stanislavskij, che ora stava pure interferendo con la mia visuale, producendo effetti estremamente spiazzanti.

Ma anche estremamente efficaci.

— D’accordo — fece Samantha, porgendomi la mano. — Non dirò nulla.

Gliela strinsi. — Grazie — dissi. — Anche da parte di Lily Anne. — Anche questa era un po’ sopra le righe, ma per una situazione simile le istruzioni comportamentali sono così rare.

Mi alzai e impugnai il mio cacciavite. Non era molto, ma sempre meglio di niente. Andai alla porta e provai a posizionarmi di fianco allo stipite, in modo che, se prima avessero guardato dalla finestrella, non mi avrebbero visto. Scelsi il lato più vicino alla maniglia; la porta si apriva verso l’esterno, quindi avrebbero controllato più facilmente l’altro angolo. Dovevo sperare che non si accorgessero di nulla e, vedendo Samantha al suo posto sulla branda, entrassero senza alcuna diffidenza. Poi, con un po’ di fortuna, gli avrei rifilato un bel gancio e me la sarei svignata in quattro e quattr’otto.

Ero appiattito nel mio nascondiglio da circa cinque minuti, quando percepii un lontano vociare attraverso la spessa porta della cella. Trassi un profondo respiro e cercai di farmi ancora più piccolo. Guardai Samantha, che si leccò le labbra e annuì col capo. Ricambiai, poi sentii qualcuno girare la maniglia e la porta si spalancò.

— Ehi, maialetta — fece una voce, seguita da una risatina crudele. — Oink, oink.

Comparve un individuo con una borsa frigo di nylon rosso. Gli sbattei con violenza il manico del grosso cacciavite sul cranio e lui cadde in avanti, senza un grido. Veloce come un lampo, oltrepassai il corpo e mi precipitai fuori, con il cacciavite alzato, pronto a tutto…

… ma non al potente pugno che mi colpì in faccia, schiacciandomi contro la parete. Feci appena in tempo a riconoscere il nerboruto buttafuori dalla testa rasata che lui mi immobilizzò, piazzandomi l’avambraccio intorno alla gola, mentre Bobby Acosta, alle sue spalle, urlava: — Ammazza quel coglione!

Poi il buttafuori mi assestò un pugno sul mento delle dimensioni di un pianoforte, e io precipitai nel buio.

29

Mi trovavo in un luogo lontano, in cui sottili scintille di luce volteggiavano su un mare buio e sconfinato, e Dexter l’attraversava a nuoto, con le gambe pesanti come il piombo, le braccia rigide e una sgradevole sensazione di galleggiamento che mi dava la nausea. Per lungo tempo non percepii altro pensiero o sensazione, a parte di esistere, finché un suono ripetuto mi raggiunse da lontano per concretizzarsi in un’impressione molto forte, espressa da un’unica sillaba cristallina: Ahi! Divenni così consapevole che “Ahi” non era un termine mistico utilizzato per la meditazione, né una terra perduta citata nella Bibbia, ma l’unico mezzo per riassumere con efficacia il Dolore di Dexter, dalle spalle in su. Ahi…

— Forza, Dexter, svegliati — mormorò una voce femminile. Una mano fredda mi si posò sulla fronte. Non avevo idea di chi si trattasse e, a dire il vero, non mi parve così importante come il fatto che la mia testa fosse in preda a un dolore indescrivibile e il collo non si muovesse.

— Dexter, ti prego — insistette la voce. La mano fredda mi diede dei colpetti sulla guancia che, a rigor di termini, erano un po’ troppo forti per essere considerati educati, e a ogni colpetto un’ondata di ahi riecheggiava nella mia testa.

Riacquistai infine il controllo delle braccia e ne utilizzai una per liberarmi dalla mano che mi martellava. — Ahi — mi uscì, e il mio lamento risuonò come il canto lontano di un uccello grosso e stanco.

— Sei vivo — disse la voce, e quella dannata mano riprese ad assestarmi colpetti sulla guancia. — Mi ero davvero preoccupata. — Quella voce dovevo averla già sentita, ma non sapevo dire dove, e in ogni caso non era la mia priorità al momento, visto che la mia testa era una specie di porridge fiammeggiante.

— Ahiii — ripetei, con più forza. Non riuscivo a dire altro, ma poco male, visto che riassumeva con eloquenza ciò che sentivo.

— Avanti — disse la voce. — Apri gli occhi, Dexter. Forza.

Riflettei su quella parola: “occhi”. Ero abbastanza sicuro di conoscerla. Se non sbagliavo, doveva avere a che fare con… uhm… con il vedere? Erano localizzati da qualche parte sulla faccia o giù di lì? Sì, doveva essere giusto; provai un piacere opaco e confuso. Una l’avevo azzeccata. Complimenti.

— Dexter, ti prego — ripetè la voce femminile. — Apri gli occhi, avanti.

Sentii di nuovo muoversi la sua mano, come per darmi un altro colpetto sulla guancia, e, all’idea, il senso di fastidio mi suscitò un ricordo: cioè che potevo aprire gli occhi proprio in quel modo. Ci provai. Il destro si spalancò all’istante, mentre il sinistro esitò un po’ di volte, infine un mondo offuscato mi si materializzò dinanzi. Sbattei le palpebre, finché non misi a fuoco quello che avevo davanti, di cui però non riuscii a comprendere il senso.

A neanche mezzo metro da me scorsi una faccia. Non aveva l’aria cattiva ed ero abbastanza certo di conoscerla. Era una donna, giovane e dall’aria ansiosa, che però, mentre tentavo di ricordarmi chi fosse, mi sorrise.

— Ehi, eccoti qui — disse. — Mi hai fatto tanto preoccupare.

Sbattei di nuovo le palpebre; stavo facendo troppi sforzi, più di quanti ne potessi tollerare. Mettermi pure a pensare era eccessivo, così smisi almeno di sbattere le palpebre. — Samantha — mormorai con voce impastata, e mi sentii subito molto fiero di me. Ecco il nome a cui corrispondeva quella faccia, che tra l’altro era a così poca distanza dalla mia perché avevo la testa sulle sue ginocchia.

— In persona — disse. — Felice di riaverti qui.

I particolari affiorarono lentamente nel mio cervello pulsante: Samantha, i cannibali, la cella frigo, quel pugno spropositato… Mi dovetti impegnare, ma riuscii a connettere i diversi eventi e poco per volta tracciai un quadro dell’accaduto, che si rivelò essere assai più doloroso della mia testa. Chiusi di nuovo gli occhi. — Ahiii — gemetti.

— Sì, l’hai già detto — fece Samantha. — Non ho nessuna aspirina o roba simile, ma se ti può servire… tieni. — La sentii piegarsi leggermente in basso e aprii gli occhi. Stringeva una grossa bottiglia di plastica; svitò il tappo. — Bevine un sorso — disse. — Piano. Non troppo, che ti fa male.

Obbedii. L’acqua era fresca e dal retrogusto indefinibile. Mentre la buttavo giù, mi accorsi di quanto avessi la gola secca e irritata. — Ancora — dissi.

— Poco alla volta — rispose Samantha, e me ne lasciò bere un altro piccolo sorso.

— Bene — feci. — Avevo sete.

— Wow — commentò lei. — Tre parole di fila. Ti sei proprio ripreso. — Bevve anche lei, e rimise a terra la bottiglia.

— Posso averne ancora un po’? — chiesi, e aggiunsi: — Sono cinque parole.

— Sicuro — rispose Samantha. Sembrava lieta della nuova abilità che avevo acquisito. Mi avvicinò la bottiglia alle labbra e ne bevvi un altro sorso. Sentii sollievo alla gola e al mio mal di testa, e insieme provai la crescente consapevolezza che le cose non stavano andando esattamente per il meglio.

Mi voltai per guardarmi intorno e ottenni in cambio una scarica di dolore dal collo fino alla cima della testa. Riuscii però a vedere anche qualcosa in più oltre al viso di Samantha e alla sua camicetta, il che non fu incoraggiante. Sopra le nostre teste, un neon fluorescente illuminava una parete verdastra. Nel posto in cui sarebbe stato logico trovare una finestra c’era una lastra di compensato grezzo. Altro non si vedeva, a patto di non muovere ulteriormente il capo, cosa che non mi sognai di fare, visto il dolore lancinante appena sperimentato.

Posizionai lentamente la testa nella posizione di prima e tentai di riflettere. Non riconobbi l’ambiente che mi circondava, ma almeno non mi trovavo più nella cella frigorifera. Percepii uno sferragliare meccanico e, come ogni abitante della Florida che si rispetti, riconobbi il suono del condizionatore. Ma né quello né il compensato mi fornirono indizi rilevanti.

— Dove siamo? — domandai.

Samantha deglutì una sorsata d’acqua. — In una roulotte — fece. — Da qualche parte nelle Everglades, non so. Uno di quelli del sabba possiede una cinquantina di ettari di terreno e ci tiene queste roulotte, per andare a caccia. Ci hanno portati qui così siamo del tutto isolati. Quaggiù non ci troverà nessuno. — La cosa sembrava rallegrarla, ma poi si ricordò che doveva sentirsi almeno un po’ in colpa e cercò di mascherare la gioia con un’altra sorsata.

— Come? — Avevo di nuovo la gola impastata, e allungai la mano in cerca della bottiglia. Stavolta bevvi parecchio. — Come hanno fatto a portarci fuori dal club, senza che nessuno ci vedesse? — feci.

Agitò la mano, facendomi sobbalzare la testa. Il movimento era leggero, ma il dolore inimmaginabile. — Ci hanno infilato dentro a dei tappeti — spiegò. — Poi sono arrivati due tipi in tuta da lavoro, hanno trasportato fuori i tappeti, li hanno gettati su un furgone e ci hanno condotti via. “Pulizia Tappeti Gonzalez”, c’era scritto. Semplice. — Sorrise, strinse le spalle e trangugiò un’altra sorsata.

Ragionai. Se Deborah fosse rimasta appostata, si sarebbe di certo insospettita nel veder uscire due grossi fagotti. E in questo caso, conoscendola, sarebbe saltata giù dalla macchina con la pistola spianata e li avrebbe bloccati. Dunque voleva dire che se n’era andata. Ma com’era possibile? Davvero avrebbe abbandonato il suo diletto fratello, lasciandolo in balia di un destino peggiore della morte, ma non esente da essa? Non credo che l’avrebbe fatto, almeno non volontariamente. Bevvi un altro sorso e tentai di riflettere. Debs non mi avrebbe mai abbandonato volontariamente. D’altro canto, non sarebbe stata neanche in grado di chiamare rinforzi: il suo socio era morto, e il suo comportamento stava andando lievemente tanto contro le regole del dipartimento, quanto contro il codice penale della Florida. Che cos’avrebbe fatto?

Trangugiai un’altra sorsata. Ora la bottiglia era mezzo vuota, ma il mio mal di testa sembrava essersi calmato un pochino. Non che il dolore se ne fosse andato, per carità, ma non potevo comunque lamentarmi. Avere dolore voleva dire essere vivi e… “Quando c’è vita c’è speranza”… chi era che lo diceva? Forse Samantha se ne ricordava. Stavo per domandarglielo, quando lei mi prese la bottiglia di mano per bere. Mi ricordai allora che stavo cercando di ricostruire che cos’avesse fatto mia sorella e perché io fossi finito lì.

Mi rimpossessai della bottiglia e bevvi ancora un po’. Deborah non mi avrebbe abbandonato. Sicuro. Deborah mi amava. Una consapevolezza si fece strada dentro di me: l’amavo anch’io. Buttai giù un’altra sorsata. L’amore è strano. Certo, accorgersene alla mia età suonava piuttosto buffo, ma ero stato circondato da così tanto amore… A partire dai miei genitori adottivi, Harry e Doris: visto che non ero il loro vero figlio, non erano tenuti ad amarmi, ma l’avevano fatto lo stesso. E così tanti altri, da allora fino ad adesso: Debs… e Rita, Cody, Astor e Lily Anne. Magnifica, adorata, magica Lily Anne, ultima portatrice d’amore. Ma anche tutti gli altri mi amavano, sebbene a modo loro…

Samantha prese la bottiglia e, mentre beveva, ebbi un’intuizione terribile: persino lei aveva dimostrato di amarmi. Aveva rischiato di perdere ciò a cui teneva di più, e che aveva sempre sognato, soltanto per darmi la possibilità di scappare! Non era forse questo un atto di puro amore?

Mandai giù un’altra sorsata. Mi sentivo attorniato da splendide persone, persone che mi amavano nonostante avessi combinato cose davvero brutte. Ma, diamine, ora avevo smesso, non vi pare? Non avevo forse il diritto di condurre una vita virtuosa e responsabile, in un mondo che all’improvviso si era illuminato di gioia e di meraviglia?

Samantha afferrò la bottiglia e bevve una gran sorsata. Me la restituì e io la finii, avidamente. Era deliziosa, la migliore che avessi mai bevuto. O forse stavo solo cominciando ad apprezzare di più le cose. Sicuro. Dopo tutto, il mondo era un luogo davvero straordinario e io mi ci stavo ambientando alla perfezione. E pure Samantha. Che persona splendida. Anche senza averne l’obbligo, si era persino presa cura di me. E continuava a farlo, anche adesso! I suoi colpetti al mio viso e le sue attenzioni erano dettate soltanto dall’amore: che ragazza meravigliosa! E se desiderava essere mangiata quel continuo toccarmi non era altro che una manifestazione del suo desiderio… wow. Il cibo è amore… dunque voler essere mangiati era un altro modo di condividere l’amore! E Samantha doveva aver scelto proprio questa via perché era così colma d’amore da non riuscire a esprimerlo in nessun’altra forma! Incredibile!

La rivalutai. Avevo davanti una persona splendida e generosa. E, anche se il collo mi faceva male, dovevo dimostrarle di aver compreso il suo gesto e che l’apprezzavo davvero. Così alzai la mano e l’avvicinai al suo viso. La sua pelle era morbida, tiepida, vitale. Le accarezzai delicatamente la guancia, per qualche istante. Mi guardò e sorrise, ricambiando la carezza.

— Sei così bella — mormorai. — Anche se la parola “bella” ti descrive solo in superficie, perché si riferisce a qualcosa di esteriore e non esprime esattamente quel che io intendo per bellezza… specie nel tuo caso, perché credo di aver capito che cosa rappresenta per te questa faccenda di farti mangiare… Cioè, sei bella anche fuori, ovvio; non volevo diminuire il tuo fascino, so quanto conta l’aspetto esteriore per una ragazzina. Anzi, una donna. Hai diciotto anni; sei una donna, lo so, perché hai fatto una scelta da adulta, una scelta da cui non si può tornare indietro, e in questo senso ti sei comportata da grande, perché sono certo che ti rendi conto delle conseguenze. E non c’è una definizione migliore di adulto: prendere una decisione estrema da cui sai di non poter tornare indietro. Hai la mia massima ammirazione per questo. E anche perché sei veramente, ma veramente bella.

Samantha mi accarezzò il viso, poi la sua mano scivolò lungo il colletto della camicia e sul petto. Mi faceva sentire bene. — So bene che cosa intendi dire, e sei la prima persona che capisce davvero che cosa significa per me tutto questo… — Mi tolse la mano dal petto e l’agitò in aria, per indicare quello che avevamo intorno, ma io la presi e gliela rimisi dov’era prima, perché mi piaceva troppo e mi era venuta voglia di toccarla. Lei sorrise e tornò ad accarezzarmi. — Lo so che non è facile da capire, ed ecco perché non ne ho mai parlato con nessuno, ed è per questo che ho passato gran parte della mia vita in solitudine, anzi, tutta la vita… perché chi è che avrebbe mai capito una cosa simile? Cioè, se avessi detto a qualcuno “Voglio essere mangiata”, se ne sarebbe saltato su con un: “Oddio, devi andare da uno strizzacervelli”, e nessuno mi avrebbe mai più considerato una persona normale, mentre a me non sembra che ci sia niente di strano, il mio è un modo totalmente normale di esprimere…

— Amore — feci.

— Tu che mi capisci! — Fece scivolare la mano più in basso, sul mio stomaco, poi tornò a posarla sul petto. — Oh mio Dio, lo sapevo che ci saresti arrivato, perché anche quand’eravamo nella cella frigo sentivo che eri diverso da tutti gli altri che avevo incontrato nella mia vita e mi ero detta: chissà se per una volta potrò mai parlare con una persona che mi capisce davvero e non mi guarda come se fossi una freak mostruosa e deviata!

— No, no, tu sei così bella — feci. — Nessuno potrà mai pensare di te una cosa simile, anche soltanto il tuo viso è stupendo…

— No, ma io non…

— Lo so, non è quello che intendevi — dissi. — Ma il tuo viso è un aspetto di te che rispecchia tutto il resto: cioè, se uno non è del tutto idiota non può non guardare il tuo viso e non pensare: “Wow, questa è una persona incredibile”, e poi accorgersi che quel che hai dentro è ancora più sorprendente. — Infine, visto che le semplici parole non bastavano a esprimere ciò che sentivo, e ci tenevo davvero che lei lo capisse, avvicinai il suo viso al mio e la baciai. — Sei bella dentro e fuori — le mormorai.

Mi rivolse un sorriso così caldo e colmo di gratitudine che ebbi l’impressione che tutto sarebbe andato per il meglio. — Anche tu — disse, poi si abbassò e mi baciò di nuovo. Stavolta il bacio durò di più. Mi accorsi di provare una sensazione nuova e che anche lei la provava, ma nessuno dei due si interruppe, anzi, lei si sdraiò sul pavimento accanto a me e continuammo a lungo, finché Samantha non si fermò per un istante e disse: — Forse ci hanno messo qualcosa nell’acqua.

— Non ha importanza — feci. — Perché quel che abbiamo capito non dipende da una sostanza sciolta nell’acqua, ma da qualcosa dentro di noi, dal nostro autentico sé, ed è qualcosa di vero, e so che anche tu lo senti. — La baciai e lei rispose per un minuto al mio bacio, poi si interruppe e mi avvicinò entrambe le mani alle guance.

— In ogni caso — disse — anche se c’era qualcosa nell’acqua, non conta niente, perché ho sempre pensato che tutto ciò fosse importante: l’amore, voglio dire. E non quello che uno sente, ma quello che uno fa, perciò credo che… cioè, ho diciotto anni; dovrei farlo almeno una volta prima di andarmene, non trovi?

— Almeno una — concordai.

Lei sorrise, chiuse gli occhi, avvicinò il viso al mio, e lo facemmo.

Più di una volta.

30

— Ho sete — fece Samantha, in tono piagnucoloso.

La cosa mi infastidì, ma non dissi nulla. Anch’io avevo sete. A che cosa serviva ripeterlo? Tutti e due ce l’avevamo. E da un po’. L’acqua era finita, e non ce n’era più. Ma era l’ultimo dei miei problemi: la testa mi faceva male, ero intrappolato in una roulotte nelle Everglades e avevo appena fatto qualcosa di cui non comprendevo il senso. Oh, e presto sarebbe anche arrivato qualcuno per uccidermi.

— Mi sento così stupida — disse Samantha. Anche stavolta, non avevo molto da dirle. Ora che l’effetto della sostanza sciolta nell’ acqua era passato, ci sentivamo entrambi stupidi, ma lei sembrava avere più difficoltà ad accettare ciò che avevamo fatto sotto l’effetto di droghe. Una volta tornati in noi, Samantha mi sembrò sempre più a disagio, poi nervosa, infine decisamente allarmata. Si era messa a rovistare in giro per la roulotte, in cerca dei vestiti che, in preda al trasporto, erano finiti un po’ dappertutto. Nonostante lo trovassi piuttosto imbarazzante, la imitai; li raccolsi anch’io e li indossai.

Insieme alle mutande, ritrovai anche un barlume del mio perduto raziocinio. Mi tirai su e ispezionai la roulotte, da una parte all’altra. Non ci misi molto. Non era lunga neanche una decina di metri. Alle finestre erano inchiodate assi di compensato spesse due centimetri. Battei contro con il pugno. Mi ci buttai addosso con tutto il mio peso. Non si mossero. Dovevano essere state rinforzate dall’esterno.

C’era soltanto una porta. Stessa storia. Provai anche a prenderla a spallate, con l’unico risultato che la testa mi fece ancora più male. E ora avevo anche male alla spalla. Mi sedetti per qualche minuto, tentando di riprendermi dal dolore. Fu in quel momento che Samantha si mise a piagnucolare. Era come se, dopo essersi rivestita, si sentisse autorizzata a lamentarsi praticamente di tutto, e non soltanto che fosse finita l’acqua. Per di più, non so se per colpa di qualche crudele gioco di acustica o se per pura sfortuna, l’eco della sua voce era perfettamente sincronizzato con il pulsare della mia testa. A ogni suo lamento, un’ondata di dolore sordo riaffiorava tra la devastata materia grigia del mio cranio.

— Sento puzza di… stantio — disse.

La sentivo anch’io, ricordava un misto di vecchio sudore, peli di cane bagnato e muffa. Ma non c’è niente di più inutile che lamentarsi di qualcosa quando non ci si può fare nulla. — In macchina dovrei avere un deodorante per auto — dissi. — Vado un attimo a prenderlo.

Samantha distolse lo sguardo. — Non mi sembra il caso di fare il sarcastico — commentò.

— No — feci. — Piuttosto è il caso di andarsene.

Non mi guardò, né reagì in alcun modo, il che mi sembrò una benedizione. Chiusi gli occhi, tentando di scacciare quel dolore opprimente. Non funzionò e, dopo un minuto, Samantha mi interruppe di nuovo.

— Vorrei che non l’avessimo fatto — disse.

Aprii gli occhi. Lei continuava a guardare da un’altra parte, in un insignificante angolo della roulotte. Era del tutto vuoto e disadorno, ma a quanto pareva più attraente della mia faccia.

— Mi dispiace — feci.

Strinse le spalle, sempre senza voltarsi. — Non è colpa tua — disse, con falsa magnanimità. — Sono sicura che dentro quell’acqua c’era qualcosa. Lo mettono sempre. — Alzò di nuovo le spalle. — Comunque l’ecstasy non l’ho mai provata.

Ci misi un attimo a capire che si riferiva alla droga. — Neanch’io — feci. — Dici che era quella?

— Ne sono abbastanza sicura — dichiarò. — Almeno da quanto ho sentito dire. Tyler se ne fa… se ne faceva tanta. — Scosse il capo e arrossì. — Comunque. Mi aveva raccontato che ti faceva venir voglia di… cioè, di toccare tutti e… sai. Di essere toccata.

Se quello era l’effetto dell’ecstasy, non potevo darle torto. Senza contare che o ne avevamo presa in gran quantità, oppure era una droga incredibilmente potente. Ripensai a quello che avevo detto e fatto e quasi me ne vergognai. Una cosa era cercare di diventare un po’ più umano, un’altra oltrepassare il limite e comportarsi da coglione. Forse avrebbe dovuto chiamarsi eccess-stasy. A posteriori, fui molto felice di poter dare la colpa a una droga. Pensare di essermi comportato in un modo così grottesco non mi piaceva.

— In ogni caso, lo dovevo fare — continuò Samantha, ancora paonazza. — Non ne sentirò la mancanza. — Strinse di nuovo le spalle. — Non era poi quella gran cosa.

Non ero un grande esperto di quelle che chiamano “chiacchiere da letto”, ma quel genere di onestà non lo ritenni comunque elegante. Per quel poco che ne sapevo, ero convinto che si dovessero esprimere frasi lusinghiere, anche quando lo si fosse ritenuto un fiasco. Tipo: “È stato bellissimo, non inquiniamo il ricordo tentando di ripetere la stessa magia”. Oppure: “Sembrava di essere a Parigi”. In questo caso, “Sembrava di essere in quell’orribile e puzzolente roulotte nelle Everglades” non aveva esattamente lo stesso impatto, ma almeno Samantha ci poteva provare. Forse quello era un modo per vendicarsi del suo forte malessere, o forse lo pensava davvero e, essendo giovane e inesperta, non sapeva che quelle cose non si dicono.

Comunque, le sue rimostranze si associarono al mio mal di testa, suscitando in me un’insospettata vena di crudeltà. — Hai ragione, non è stata quella gran cosa — dissi.

Stavolta si voltò verso di me, con un’espressione molto vicina alla rabbia, ma non disse nulla e tornò a guardare dall’altra parte.

Finii di stiracchiarmi, mi massaggiai il collo e mi alzai. — Una via d’uscita ci dev’essere. — Lo dissi più che altro a me stesso, ma lei rispose ugualmente.

— No, non c’è — fece. — Questa roulotte è a prova di scasso. Ci hanno sempre rinchiuso la gente e nessuno è mai riuscito a fuggire.

— Se erano sempre drogati, non sappiamo se ci hanno davvero provato.

Samantha socchiuse gli occhi e scosse adagio la testa, come se avesse a che fare con uno stupido, poi si voltò. Forse stupido lo ero anche, ma non al punto da starmene lì seduto ad aspettare che mi venissero a mangiare. Non senza fare il possibile per scappare, almeno.

Ispezionai di nuovo la roulotte. Non c’era niente di nuovo da vedere, ma controllai il tutto più attentamente. Non c’erano mobili, ma sul fondo notai una panca incassata nella parete che doveva fare le veci di un letto. Sopra c’era una striscia sottile di gommapiuma, coperta da un logoro lenzuolo grigio. Rovesciai il materasso sul pavimento e misi a nudo un quadrato di compensato che copriva un’apertura. Lo sollevai. Sotto c’era uno scomparto metallico. Conteneva un cuscino molto basso, con la federa intonata al lenzuolo. Il vano sembrava piuttosto largo, anche se nel buio non se ne percepiva il fondo.

Tirai fuori il cuscino. Nello scomparto restava soltanto un pezzo di legno, lungo neanche mezzo metro. A un’estremità la punta era smussata e sporca di terra. Sull’altra c’erano parecchie tacche e un solco inciso nel legno, forse da una corda. Per chissà quale arcano motivo, il legno doveva essere stato usato come picchetto, piantato a martellate nel terreno per reggere qualcosa tramite una corda. Vi era anche conficcato un chiodo vecchio e ricurvo a cui attaccare la corda. Presi il pezzo di legno e lo poggiai accanto al cuscino. Infilai il più possibile la testa nello scomparto, ma non vidi altro. Premetti il fondo e lo trovai leggermente elastico; allora premetti più violentemente e fui ricompensato dalla cedevole sensazione del metallo che si piega.

Bingo. Gli assestai un colpo e il metallo si incrinò visibilmente. Tirai fuori la testa e uscii dal vano, per poi infilarci dentro entrambi i piedi. Entravo a malapena nell’apertura, ma era sufficiente e mi misi a saltare più energicamente che potevo. Rimbombava fortissimo, e al settimo rimbombo Samantha venne a vedere che cosa succedeva.

— Che cosa fai? — domandò. Oltre che piagnucolosa, era anche stupida.

— Sto scappando — risposi, e saltai di nuovo, con forza.

Mi guardò mentre continuavo a saltare, poi scosse la testa, perplessa, e alzò la voce, in modo che nonostante il rumore potessi percepire lo stesso la sua negatività. — Non credo che ci riuscirai — dichiarò.

— Qui il metallo è più sottile — spiegai. — A differenza del pavimento.

— Ma entra in gioco la resistenza alla trazione — asserì a voce alta. — Come la tensione di superficie in una tazza d’acqua. L’abbiamo studiato in fisica.

Per un secondo il pensiero di una lezione di fisica che insegnasse agli studenti a calcolare la resistenza alla trazione del pavimento di una roulotte quando stai per scappare da un festino cannibale mi lasciò interdetto, e mi bloccai in fase di salto. Forse Samantha aveva ragione: non per niente la Ransom Everglades era una scuola prestigiosa in cui probabilmente insegnavano cose che la scuola pubblica non trattava. Uscii dall’armadio e controllai il risultato dei miei sforzi. Niente di che. Era visibilmente ammaccato, ma non al punto da farmi nutrire qualche speranza.

— Prima che tu riesca a sfondarlo saranno qui — disse. Con un po’ di cattiveria, si sarebbe potuto asserire che stava gufando.

— Può darsi — feci, e mi cadde l’occhio sul paletto. Non esclamai propriamente “Ah-ha!”, ma sperimentai uno di quei momenti in cui ti si illumina la lampadina. Presi in mano il pezzo di legno ed estrassi il vecchio chiodo. Ne infilai la testa in una fessura sulla punta del paletto e lo conficcai nel centro dell’ammaccatura sul fondo dello scomparto. Poi lanciai un’occhiata eloquente a Samantha, e cominciai a battere più forte che potevo sulla sommità del legno.

Faceva male. Tre schegge mi penetrarono nella mano.

— Ah — fece Samantha.

Si dice che dietro a ogni grande uomo c’è sempre una grande donna. Per analogia potrei dire che dietro a ogni Dexter che fugge c’è sempre una Samantha che lo molesta, perché il suo gioire dinanzi ai miei fallimenti mi stimolava a ideare stratagemmi Sempre nuovi. Mi tolsi una scarpa, la sistemai sulla cima del paletto e riprovai a battere. Non mi faceva troppo male ed ero certo che con un po’ di forza sarei riuscito a bucare il pavimento del vano.

— Ah lo dico io — replicai.

— Vabbè — fece Samantha, e tornò a sedersi dov’era prima, nel mezzo della roulotte.

Mi rimisi al lavoro, sbattendo la suola della scarpa con tutta la mia forza. Mi fermai dopo un paio di minuti e osservai il risultato; l’ammaccatura era più profonda e ai lati la lastra sembrava sollecitata. Il chiodo era penetrato nel metallo; poco dopo notai un forellino. Mi impegnai, e nel giro di un altro paio di minuti il suono sembrava cambiato. Tolsi il paletto e diedi un’occhiata.

C’era un piccolo buco, largo abbastanza da permettermi di vedere la luce del giorno sotto la roulotte. Con un po’ di tempo e di sforzo ero sicuro di riuscire ad allargare il buco e tagliare la corda.

Rigirai il più possibile la punta del paletto nell’apertura e battei ancora più forte. Lo sentii che penetrava lentamente e lo colpii con maggior vigore; il legno si piantò di parecchi centimetri. Smisi di martellare e presi a muovere il paletto avanti e indietro, deformando il metallo per allargare il più possibile il buco. Provai in tutti i modi a fare leva; mi rimisi persino la scarpa e assestai calci al pezzo di legno. Dopo una ventina di minuti la lamiera della roulotte si arrese ed ebbi finalmente una via d’uscita.

Mi fermai ad ammirare la breccia. Ero esausto, dolorante e madido di sudore, ma a un passo dalla libertà.

— Sono salvo — gridai a Samantha. — Questa è la tua ultima possibilità di scappare.

— Ciao ciao — rispose lei. — Buon viaggio. — Dopo tutto quel che era successo tra noi, la trovai un po’ freddina, ma da lei non dovevo aspettarmi di più.

— Okay — dissi. Entrai nello scomparto e infilai le gambe nel foro che avevo fatto. Sentii i piedi toccare terra, poi mi contorsi per far passare anche il resto. Era molto stretto; camicia e pantaloni mi si agganciarono ai bordi metallici e si strapparono. Alzai le mani sopra la testa e continuai a contorcermi, finché dopo un po’ mi ritrovai seduto sul sudicio e tiepido suolo delle Everglades. Avevo i pantaloni inzuppati, ma mi sentivo incredibilmente meglio di quando ero sul pavimento della roulotte.

Trassi un profondo respiro; ero libero. Intorno a me c’era un blocco di cemento che teneva il veicolo sollevato dal suolo. Notai due spazi vuoti, uno all’altezza dell’ingresso e l’altro dal lato opposto. Mi rotolai sulla pancia e strisciai in quella direzione.

Avevo appena fatto capolino alla luce del giorno e cominciato ad assaporare la libertà, che una mano enorme mi afferrò per i capelli. — Adesso basta, coglione — ringhiò una voce, poi mi sentii sollevare in alto fino a sbattere il cranio contro la roulotte.

Nonostante la mia testa già dolorante fosse impegnata a vedere le stelle, riconobbi il mio vecchio amico, il buttafuori dalla testa rasata. Mi aveva inchiodato contro il fianco del veicolo e, come era accaduto quando mi aveva ridotto KO nella cella frigorifera, mi immobilizzò piazzandomi l’avambraccio sulla gola.

Riuscii a vedere che la roulotte si trovava in una piccola radura, circondata dalla lussureggiante vegetazione delle Everglades. Da un lato scorreva un canale, e numerose zanzare si avventarono allegramente addosso a noi, ronzando. Da qualche parte risuonò il canto di un uccello. E da un sentiero, al limitare della radura, comparve Kukarov, il manager del club, seguito da due brutti ceffi. Uno portava una borsa frigo, l’altro una tracolla di pelle.

— Ehi, porcellino — fece Kukarov con un ghigno davvero disgustoso. — Dove credevi di andare?

— Avevo un appuntamento dal dentista — spiegai. — Non potevo proprio mancarlo.

— Spiritoso — disse Kukarov, e il buttafuori mi assestò uno schiaffone. Vista la collezione di emicranie che mi ritrovavo, mi fece più male del dovuto.

Chi mi conosce bene sa che Dexter non perde mai la calma, ma quando è troppo, è troppo. Alzai rapidamente il piede e sferrai un violento calcio nell’inguine al buttafuori con una forza che lo costrinse a lasciarmi andare e a piegarsi in avanti dalla nausea. Ringalluzzito dalla facilità con cui avevo ottenuto il risultato, mi voltai verso Kukarov con le braccia in posizione da combattimento.

Ma lui aveva una pistola e me la puntò esattamente in mezzo agli occhi. Era un’arma molto grossa e costosa, a prima vista avrei detto una Magnum.357. Il cane era armato e gli occhi di Kukarov erano più bui dell’interno della canna.

— Avanti — fece. — Provaci.

Come suggerimento era invitante, ma decisi di non seguirlo e alzai le mani. Mi scrutò per un istante, poi indietreggiò di qualche passo, sempre senza staccarmi gli occhi di dosso, e si rivolse agli altri. — Legatelo — disse. — Dategli qualche botta, ma senza danneggiare la carne. Stavolta avremo un porcello maschio.

Uno dei due mi afferrò e mi mise le mani dietro la schiena, così forte da farmi male, mentre l’altro cominciò a svolgere il nastro isolante dal rotolo. Mi aveva appena stretto i polsi quando udii quello che mi parve il più bel suono che avessi sentito in vita mia: lo stridio di un megafono e Deborah che vi parlava attraverso.

— Polizia — dichiarò. — Siete circondati. Gettate le armi e faccia a terra.

I due aiutanti sobbalzarono e si voltarono verso Kukarov, sbalorditi. Il buttafuori era ancora in ginocchio, in preda a conati di vomito.

Kukarov ringhiò: — Io l’ammazzo quel coglione! — Poi alzò la pistola e avvicinò il dito al grilletto.

Un proiettile attraversò l’aria e metà della sua testa scomparve. Si afflosciò bruscamente da un lato, come una marionetta, e crollò al suolo.

Gli altri due cannibali si gettarono a terra all’unisono e anche il buttafuori si abbassò. Deborah balzò fuori dalla vegetazione sul bordo della radura e mi corse incontro, seguita da almeno una dozzina di agenti, tra i quali una squadra speciale dell’SRT armata fino ai denti e il detective Weems, il gigante d’ebano della polizia tribale miccosukee.

— Dexter! — esclamò Deborah. Mi strinse con forza le braccia e mi guardò per un istante. — Dex — ripetè. Notai una certa ansia dipinta sul suo viso e la cosa mi fece piacere. Mi diede qualche pacca sulle braccia e quasi sorrise, manifestazione decisamente rara per lei. Ovviamente, visto che era pur sempre Debs, si premurò di far calare subito il pathos e chiese: — Dov’è Samantha?

Guardai mia sorella. Avevo la testa che mi pulsava, i pantaloni strappati, la faccia e la gola contuse dall’aggressione del buttafuori, ero imbarazzato per quello che avevo fatto e le mie mani erano ancora legate dietro la schiena. Senza contare che avevo sete. Ero stato picchiato, sequestrato, drogato, di nuovo picchiato e minacciato con un grosso revolver, il tutto senza un lamento. Ma Deborah pensava a Samantha, che se ne stava ben pasciuta al fresco del condizionatore, e attendeva ansiosa il suo turno, piagnucolando per ogni minimo disagio, mentre io ero uscito allo scoperto, esponendomi al fuoco nemico e a un incredibile numero di zanzare che le mani legate dietro la schiena mi impedivano di scacciar via.

Ma ovviamente Deborah era di famiglia, e comunque avevo le mani bloccate, così mollarle uno schiaffo era fuori discussione. — Sto bene, sorellina — dissi. — Grazie per il pensiero.

Come al solito, con Deborah era tempo sprecato. Mi scosse per le braccia. — Dov’è? — fece. — Dov’è Samantha?

Mi arresi con un sospiro. — Dentro la roulotte — dissi. — Sta bene.

Mi guardò per un istante, poi si precipitò come un turbine verso l’ingresso. Weems la seguì, e udii un potente scricchiolio, come se avesse scardinato la porta. Un attimo dopo mi passò davanti, con la manona che la reggeva per la maniglia.

Debs avanzava dietro di lui con un braccio intorno a Samantha. La conduceva verso la macchina, mormorando: — Ti ho trovato, adesso sei salva. — Mentre la ragazza, curva e ingrugnita, borbottava: — Lasciami in pace.

Mi guardai intorno. Nella radura un gruppetto di poliziotti con le divise dello Special Response Team stava ammanettando, senza troppi complimenti, gli scagnozzi di Kukarov.

La situazione si era definitivamente distesa, a parte l’indefessa attività dei nove milioni di zanzare che si erano accorte del mio capo scoperto. Cercai di allontanarle, ma con le mani bloccate dietro la schiena era ovviamente impossibile. Scossi la testa per scacciarle, ma senza risultato, anzi, mi faceva così male che in ogni caso non ne sarebbe valsa la pena. Provai a muovere i gomiti, ma invano. Ebbi la sensazione di sentire le zanzare ridermi in faccia, e intanto leccarsi i baffi e invitare gli amici al banchetto.

— Qualcuno mi può slegare le mani, per cortesia? — chiesi.

31

Riuscii finalmente a farmi liberare i polsi dal nastro isolante. Dopo tutto ero circondato da poliziotti, e quegli zelanti agenti avrebbero commesso un grave errore a tenermi legato come se fossi un… be’, a essere onesti, in effetti lo ero, ma stavo facendo di tutto per smettere. Inoltre, visto che nessuno di loro era a conoscenza di ciò che ero stato, presto o tardi qualcuno avrebbe dovuto impietosirsi e venirmi a liberare. Infine così accadde: quel qualcuno fu Weems, il gigante della polizia tribale.

Mi venne incontro e mi guardò; un largo sorriso si dipinse sul suo faccione, poi scosse il capo. — Che cosa ci fai qui con le mani legate? — fece. — Non c’è più nessuno che ti vuole bene?

— Non sono in cima alle loro priorità, suppongo. Ma non posso dire la stessa cosa delle zanzare.

Rise, di una risata acuta ed esageratamente divertita che durò parecchi secondi, il che, dal mio “stretto” punto di vista, mi parvero sin troppi. Poi, mentre stavo per uscirmene con un’osservazione pungente, estrasse un grosso coltello tascabile e fece scattare la lama. — Facciamo che tu possa di nuovo scacciare le zanzare — disse, e mi indicò di voltarmi.

Obbedii allegramente, e Weems avvicinò rapidamente il coltello al nastro isolante che mi stringeva i polsi. La lama sembrava molto affilata, perché bastò una minima pressione per tagliare il nastro di netto. Portai le mani davanti e lo strappai via. Mi strappò via anche parecchi peli dei polsi, ma con una manata sulla nuca riuscii a far fuori più di sei zanzare, il che mi parve un ottimo scambio.

— Grazie mille — dissi.

— Figurati — fece con la sua vocina acuta. — Io le persone le preferisco sciolte. — Rise da solo alla sua brillante battuta e io, sentendomi in debito, pensai che rivolgergli uno dei miei migliori sorrisi sintetici fosse il minimo che potessi fare.

— Sciolte… buona questa — dissi. Forse avevo calcato un po’ troppo la mano, ma la gratitudine aveva prevalso e, in ogni caso, la testa mi faceva troppo male per rispondergli in modo arguto.

In ogni caso, poco importava, perché Weems stava già pensando ad altro. Si era allontanato in tutta calma, la testa piegata da un lato e gli occhi socchiusi, come se l’avessero chiamato a distanza.

— Che succede? — chiesi.

Per un istante non disse nulla. Poi scosse il capo. — Fumo — disse. — Qualcuno deve aver appiccato un incendio illegale, qui intorno. — Rivolse il mento verso il fitto delle Everglades. — In questo periodo dell’anno può essere molto pericoloso.

Percepii soltanto il tipico aroma di terriccio della zona, misto a sudore e a un leggero odore di polvere da sparo che stagnava ancora nell’aria, ma non mi permisi di discutere con il mio salvatore.

Anche perché avrei discusso con la sua schiena, visto che stava caracollando via, diretto verso il centro della radura. Lo guardai allontanarsi, mentre mi massaggiavo i polsi e consumavo la mia furiosa vendetta sulle zanzare.

Intorno alla roulotte non c’era molto da vedere. Gli agenti avevano ammanettato i cannibali con i polsi dietro la schiena, trascinandoli verso un’ignobile prigionia, che io mi augurai fosse il più ignobile possibile. I ragazzi dell’SRT stavano intorno a uno dei loro, forse quello che aveva fatto saltare la faccia a Kukarov. La sua espressione era un misto di shock ed eccitazione, e i compagni lo assistevano, protettivi.

La confusione stava scemando; era giunta l’ora della Dipartita di Dexter. L’unico problema, ovviamente, era che mi trovavo privo di mezzi di trasporto e dipendere dalla gentilezza degli sconosciuti è sempre un terno al lotto. Certo, dipendere dai propri familiari spesso è ancora peggio, ma mi parve la cosa migliore e andai in cerca di Deborah.

Mia sorella era seduta in macchina, cercando di mostrarsi empatica, sensibile e protettiva nei confronti di Samantha Aldovar, tutte doti, queste, che non le erano molto congeniali. Perciò, se anche la ragazza fosse stata compiacente, sarebbe stata comunque una dura impresa. Samantha ovviamente non lo era, e quando scivolai sul sedile posteriore, le due si trovavano nel pieno di un’impasse emotiva.

— Non starò affatto meglio — asseriva la ragazza. — La smette di trattarmi come se fossi una ritardata?

— Tu hai avuto un grosso shock, Samantha — diceva Debs. Si mostrava rassicurante, ma le sue parole sembravano prese pari pari dal manuale Come salvare un ostaggio in dieci lezioni. — Ma ora è tutto finito.

— Non voglio che sia finito, dannazione — fece Samantha, poi si voltò a guardarmi mentre chiudevo la portiera. — Bastardo — disse.

— Non ho fatto niente — mi difesi.

— Mi hai portato qui — fece. — Era tutta una trappola.

Scossi la testa. — No — dissi. — Non sapevo come avrebbero fatto a trovarci.

— Ceeeerto — ridacchiò lei, sarcastica.

— Sul serio — feci, e mi rivolsi a Debs. — Come avete fatto a trovarci?

Deborah strinse le spalle. — Chutsky era con me quando ti aspettavo. Non appena è arrivato il furgone dei tappeti, gli ha piazzato addosso un segnalatore. — La cosa era possibile: Chutsky, che era un agente segreto praticamente a riposo, era di sicuro in possesso di simili congegni. — Così quando vi hanno messo nel furgone e sono partiti, noi li abbiamo seguiti a distanza. Arrivati alle paludi, ho contattato l’SRT. Speravo di prendere anche Bobby Acosta, ma non c’era tempo da perdere. — Guardò Samantha. — La nostra priorità era quella di salvarti, Samantha.

— Ma io non volevo essere salvata, cazzo — protestò lei. — Lo vuole capire sì o no? — Deborah fece per parlare, ma Samantha le coprì la voce. — E se mi dice un’altra volta che ora starò meglio, giuro su Dio che mi metto a urlare.

Se l’avesse fatto, non mi sarebbe dispiaciuto, a dire il vero. Ero talmente stufo delle lamentele di Samantha che stavo io per mettermi a gridare, e anche mia sorella era piuttosto vicina a scoppiare. Ma Debs doveva ancora assorbire l’idea di aver salvato da una brutta esperienza una vittima riluttante; perciò, nonostante avesse le dita terree e contratte dal desiderio di strangolare la ragazza, cercò di dominarsi.

— Samantha — esordì con cautela. — Che tu ora ti senta confusa è perfettamente normale.

— Non sono affatto confusa — replicò lei. — Sono incazzata e vorrei che voi non mi aveste trovato. Anche questo è perfettamente normale?

— Sì — fece Deborah, ma un’ombra di dubbio si insinuò sul suo viso. — Molto spesso, quando viene presa in ostaggio, la vittima sviluppa un legame emozionale nei confronti dei suoi carcerieri.

— Sembra che tu stia recitando le frasi a memoria — fece Samantha. Mi compiacqui della sua osservazione, anche se il tono continuava a innervosirmi.

— Suggerirò ai tuoi genitori di sottoporti a qualche seduta psicologica… — disse Deborah.

— Uno strizzacervelli… forte — commentò lei. — È proprio quello di cui ho bisogno.

— Ne avrai bisogno, se vorrai parlare con qualcuno di tutto quel che ti è successo — fece Deborah.

— Certo, non vedo l’ora di parlare di tutto quello che mi è successo — dichiarò Samantha, e si voltò a guardarmi. — Voglio parlare proprio di tutto, perché alcune cose sono avvenute del tutto contro la mia volontà e tutti saranno ansiosi di venirne a conoscenza.

All’improvviso mi assalì un’orribile sensazione… non tanto per quello che Samantha aveva detto, ma per il fatto che l’avesse detto proprio a me. A che cosa si riferiva era chiaro; ma davvero avrebbe raccontato a tutti del nostro breve intermezzo dettato dall’ecstasy, dicendo che era avvenuto contro il suo volere? Non dovevo preoccuparmene: dopo tutto, si trattava di una questione intima accaduta anche contro il mio, di volere. Infatti non le avevo messe io le droghe in quella bottiglia, né consideravo il gesto degno di lode.

Eppure, man mano che la sua minaccia prendeva forma, un’angoscia terribile si impossessava del mio stomaco. Se Samantha sosteneva che l’atto era avvenuto contro la sua volontà, in termini tecnici la definizione era “stupro”, il che, pur essendo al di fuori della mia consueta area di interesse, sicuramente alla legge non sarebbe piaciuto, quasi alla stregua di altri crimini da me commessi. Se quella parola fosse venuta fuori, nessuna delle mie splendide e brillanti scuse sarebbe servita a nulla. E come avrei potuto discolparmi? Un uomo adulto che sta per morire, imprigionato insieme a una ragazza: nessuno avrebbe mai scoperto il suo gesto. Era un’immagine che parlava da sola. Perfettamente credibile… e del tutto imperdonabile, anche se il colpevole sapeva di essere sul punto di morire. Non avevo mai sentito una difesa dall’accusa di stupro basata su circostanze attenuanti ed ero praticamente certo che non avrebbe funzionato.

Avrei potuto dire quel che volevo, le capacità oratorie di Dexter avrebbero potuto travalicare i limiti umani del linguaggio e muovere a commozione la marmorea statua della Giustizia, con l’unico risultato che si sarebbe sempre trattato della mia parola contro la sua. Sarei stato comunque quello che aveva approfittato di una ragazzina inerme e prigioniera. Immaginai l’opinione che la gente si sarebbe fatta di me. In fondo, avevo sempre plaudito ogni volta che un uomo adulto e sposato perdeva il lavoro e la famiglia per aver fatto sesso con una ragazza più giovane. E io mi ero comportato esattamente allo stesso modo. Anche se fossi riuscito a convincerli che ero sotto l’effetto delle droghe e che non era stata colpa mia, per me sarebbe stata ugualmente la fine. “Festini sessuali a base di droga con adolescenti” sembrava più un titolo da giornale scandalistico che una giustificazione.

E neppure il miglior avvocato del mondo avrebbe mai potuto scagionarmi nei confronti di Rita. Non ero ancora riuscito a comprendere interamente il comportamento degli esseri umani, ma avevo visto abbastanza sceneggiati in Tv da capire come sarebbe andata. Rita non avrebbe pensato allo stupro, ma la faccenda non sarebbe cambiata. Avrebbero potuto legarmi mani e piedi, drogarmi e costringermi a fare sesso con una pistola puntata addosso, ma quando lei l’avesse saputo, avrebbe chiesto ugualmente il divorzio e cresciuto Lily Anne senza di me. Sarei rimasto tutto solo e infreddolito, senza arrosto di maiale, senza Cody e Astor, e senza Lily Anne a illuminare i miei giorni: il Decaduto Papà Dexter.

Niente famiglia, niente lavoro: nulla. Rita si sarebbe tenuta persino i miei amati coltelli da cucina. Era orribile, terrificante, spaventoso; sarei stato privato di tutti i miei affetti: la mia vita intera gettata in un cassonetto. E tutto perché mi avevano drogato. Non era ingiusto, di più. I miei pensieri dovevano leggermisi in faccia, perché Samantha continuava a fissarmi e ad annuire.

— Esatto — disse. — Pensaci.

Ricambiai il suo sguardo e ci pensai. Mi domandai se almeno per una volta avrei potuto sbarazzarmi di qualcuno per qualcosa che non aveva ancora commesso: una specie di trastullo proattivo.

Ma, fortunatamente per Samantha, prima che potessi afferrare il nastro isolante, Deborah decise di imporsi nuovamente nel ruolo della salvatrice empatica. — Okay — le disse. — Ora a queste cose non ci pensiamo. Ti riportiamo dai tuoi genitori. — E le posò una mano sulla spalla.

Ovviamente, Samantha la scacciò come se fosse un disgustoso insetto. — Fantastico — fece. — Non vedo l’ora.

— Allaccia la cintura — le disse Deborah, poi si voltò distrattamente verso di me: — Vuoi un passaggio, suppongo.

Stavo quasi per dirle: “No, non disturbarti, io resto qui a sfamare le zanzare”, ma poi mi ricordai che mia sorella non amava il sarcasmo, così annuii e mi allacciai la cintura.

Deborah chiamò la centrale e disse: — La Aldovar è con me. La sto riportando a casa — mentre Samantha borbottava: — Vaffanculo. — Debs le rivolse una specie di ghigno che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto essere un sorriso rassicurante, infine mise in moto la macchina e partì.

Me ne restai una buona mezz’ora accucciato sul sedile posteriore a immaginare la mia vita che andava a pezzettini.

Era un quadro davvero deprimente: Dexter Deposto, gettato nel dimenticatoio, privato del travestimento che si era con grande cura costruito e di tutti i suoi punti saldi, scaraventato nudo e negletto nel mondo freddo e nemico… senza che potesse muovere un dito per evitarlo.

Quando avevo cercato di scappare, mi ero dovuto mettere in ginocchio per supplicare Samantha di non intervenire. E allora era stata neutrale. Ma adesso che ce l’aveva con me, non c’era alcun modo per convincerla a non parlare. Non avrei potuto neanche restituirla ai cannibali: con la morte di Kukarov e il resto del gruppo catturato o allo sbando, non c’era più nessuno disponibile a mangiarla. Insomma, il quadro della situazione era spaventosamente chiaro: la fantasia di Samantha era diventata irrealizzabile, secondo lei la colpa era mia e per questo si sarebbe orribilmente vendicata. Senza che io potessi far nulla per impedirglielo.

Non sono mai stato un fanatico dell’ironia, ma qui non potevo evitare di scorgerne un pochettino: dopo tutti i crimini che avevo commesso, volontariamente e con gioia, dovevo proprio farmi mettere nel sacco da una ragazzina imbronciata e da una bottiglia d’acqua? Era una faccenda talmente grottesca che l’avrebbero apprezzata soltanto i francesi.

Giusto per sottolineare le mie ansie e la sua determinazione, a ogni chilometro del lungo e deprimente viaggio verso casa sua, Samantha si girava e mi fissava torva. Percorremmo la Route 41, poi la LeJeune, finché non raggiungemmo casa Aldovar, a Coconut Grove.

Qui, proprio per ricordarmi che ogni danno ha la sua beffa, quando svoltammo nella via di Samantha e ci avvicinammo alla sua abitazione, Deborah borbottò: — Merda.

Mi abbassai a guardare oltre il parabrezza e mi trovai davanti a un’atmosfera carnascialesca.

— Quel maledetto figlio di puttana — saltò su Debs, assestando un colpo brutale al volante.

— Chi? — feci. Ammetto che non stavo nella pelle all’idea di scaricare la situazione nelle mani di qualcun altro.

— Il capitano Matthews — ringhiò. — Quando ho chiamato in centrale, deve aver avvisato tutti i fottuti media per poter abbracciare Samantha a testa alta davanti alle telecamere.

Infatti non appena Deborah accostò l’auto di fronte a casa Aldovar, il capitano comparve per incanto davanti alla portiera e si protese per aiutare a uscire un’ingrugnita Samantha, bersagliata dai flash e dai mormorii di sorpresa dell’orda di giornalisti. Il capitano le cinse le spalle con fare protettivo e ingiunse imperiosamente alla folla di fare largo e lasciarli passare. Momento topico, questo, nella storia dell’ironia, visto che era stato proprio Matthews a radunarli lì per assistere alla scena, e ora faceva mostra di allontanarli per confortare Samantha. Mi godetti talmente lo spettacolo che per un intero minuto mi angosciai soltanto due o tre volte per il mio futuro.

Deborah non pareva divertirsi allo stesso modo. Avanzava dietro a Matthews con una smorfia, spintonando i giornalisti che stupidamente le intralciavano il cammino, neanche la stessero mettendo sotto accusa.

Seguii l’allegro gruppetto attraverso la folla, finché il capitano non raggiunse l’ingresso, dove i coniugi Aldovar attendevano di riabbracciare la loro ribelle figliola, tra baci, pianti e singhiozzi. Fu una scena estremamente toccante e il capitano Matthews la interpretò alla perfezione, come se si fosse esercitato per mesi. Affiancò il terzetto familiare, raggiante, mentre i genitori tiravano su con il naso e Samantha storceva la bocca; poi, quando gli parve che il picco di attenzione dei giornalisti stesse calando, si parò dinanzi a loro, alzando una mano.

Un istante prima di parlare alla folla, si piegò verso Deborah e le mormorò: — Tranquilla, Morgan. Stavolta non le farò dire nulla.

— Sissignore — ringhiò mia sorella.

— Si faccia solo vedere fiera e insieme modesta — fece. Le diede una pacca sulla spalla e le sorrise, sotto il ronzio delle telecamere. Deborah gli mostrò i denti e il capitano tornò a rivolgersi alla folla.

— Vi avevamo detto che l’avremmo trovata — dichiarò — e l’abbiamo fatto! — Si voltò verso gli Aldovar in modo che venisse scattata una foto in cui lui guardava la famiglia, protettivo. Poi si lanciò in un breve discorso autocelebrativo. Ovviamente, del terribile sacrificio di Dexter e dello zelo di Deborah non fece parola, ma forse avremmo dovuto stupirci del contrario. Come previsto, la tirò un po’ per le lunghe, ma infine gli Aldovar entrarono in casa, i fotografi si stancarono delle pose del capitano e Deborah mi prese per un braccio, si diresse alla macchina sgomitando nella calca e mi accompagnò a casa.

32

Deborah percorse la Dixie Highway e svoltò in direzione sud verso casa mia, sempre in silenzio; poi, dopo qualche minuto la faccia torva si distese e le dita si rilassarono sul volante. — Comunque — dichiarò infine — l’importante è che abbiamo trovato Samantha.

Ammiravo la capacità di mia sorella di distinguere ciò che era “importante”, anche se fui tentato di contraddirla, visto che il suo concetto di importanza non includeva me. — Samantha non voleva essere trovata — spiegai. — Voleva essere mangiata.

Deborah scosse il capo. — Nessuno vorrebbe una cosa simile — fece. — Ha detto così perché forse era fuori di sé e stava cominciando a identificarsi con quei bastardi che l’avevano rapita. Che cos’hai detto che voleva essere? Mangiata? — Tornò alla sua faccia da limone rancido e scosse di nuovo la testa. — Avanti, Dex.

Avrei potuto dirle che ne ero abbastanza certo e che lo sarebbe stata anche lei, se le avesse parlato per altri cinque minuti. Ma quando mia sorella si mette in testa qualcosa, per farle cambiare idea ci vuole un ordine scritto del questore, di cui in quel momento non disponevo.

— Senza contare — continuò — che adesso è tornata in famiglia e la potranno mandare da uno strizzacervelli o simili. La cosa più importante per noi è portare a termine la faccenda, catturando Bobby Acosta e il resto del gruppo.

— Quelli del sabba — asserii, a costo di sembrare pedante. — Samantha mi ha detto che si fanno chiamare così.

Deborah si incupì. — L’avevo immaginato che c’entrassero le streghe.

— A prima vista sembravano dei cannibali — replicai.

— Un gruppo di uomini non l’avrebbe mai chiamato “sabba” — insistette mia sorella, testarda. — Credo che siano streghe. Donne.

Non mi parve una questione di molto conto, specie dopo tutto quello che avevo passato, ed ero troppo stanco per discutere. Fortunatamente, il tempo passato con Samantha mi aveva addestrato a dare la giusta risposta. — Vabbè — feci.

Deborah parve soddisfatta e, dopo qualche trascurabile osservazione, ci trovammo nella mia via. Mia sorella mi lasciò sotto casa e se ne andò e io, felice di essere arrivato, non ci pensai più.

La mia famiglia mi aspettava e la cosa mi sorprese e mi commosse. Deborah aveva avvisato Rita dicendole che avrei tardato, ma di non preoccuparsi perché stava andando tutto bene, il che da parte sua mi era parso di un’ingenuità disumana. Rita infatti aveva visto il telegiornale della sera che aveva dato ampio spazio alla notizia della cattura. E d’altronde come avrebbero potuto resistere? Cannibali, ragazzine in pericolo, sparatorie nelle Everglades: come storia era perfetta. C’era stata persino una telefonata da parte di un network via cavo, che voleva avere i diritti sulla notizia.

Nonostante le rassicurazioni di Deborah, Rita doveva in qualche modo aver scoperto che ero stato coinvolto nella faccenda, correndo un grave pericolo, e aveva risposto da vero campione. Mi attendeva sulla porta in preda a un’agitazione senza pari. — Oh, Dexter — singhiozzò, subissandomi di baci e abbracci. — Eravamo così… È passato al telegiornale e io ti ho visto, ma anche dopo che Deborah ha chiamato… — disse, e riprese a baciarmi. — I bambini stavano guardando la TV e Cody ha detto “C’è Dexter” e io ho guardato… era un notiziario — spiegò. Immaginai volesse rassicurarmi che non avevo fatto una comparsata a sorpresa in SpongeBob. — Oh, Signore — riprese, dopo avermi abbracciato tremante, affondando la testa nel mio collo. — Non dovresti fare certe cose — protestò seria. — Sei stato assunto per fare l’analista e… non avevi neanche una pistola, e non era… Ma come gli è saltato in mente? Tua sorella mi ha detto, e l’hanno detto anche in TV, che sono stati i cannibali, e che ti hanno preso, e alla fine hai trovato quella ragazza, e quello lo so che era molto importante, ma Dio mio… i cannibali! Non riesco neanche a pensarci… e ti avevano preso, e avrebbero potuto… — Alla fine si interruppe, forse per evitare l’asfissia, e per un minuto si mise a tirar su con il naso nella mia camicia.

Approfittai della pausa per contemplare il mio piccolo regno. Cody e Astor sedevano sul divano e ci scrutavano, disgustati da quello sfogo emotivo così sopra le righe, mentre accanto a loro sedeva mio fratello Brian, sfoggiando ai quattro venti il suo sorrisone largo e temibile. Accanto c’era Lily Anne, nella sua cesta, che agitava affettuosamente le manine al mio indirizzo, in cenno di saluto. Era un perfetto quadretto familiare; si sarebbe potuto intitolare: il Ritorno dell’Eroe. Non potevo dire che la presenza di Brian mi facesse piacere, ma non avevo neanche motivo per augurarmi che se ne andasse. Senza contare che la bontà è contagiosa, persino quella artificiale di mio fratello, e nell’aria regnava un profumino squisito che mi fece venire l’acquolina e che riconobbi come uno dei più grandi miracoli del mondo moderno: l’arrosto di maiale di Rita.

Dorothy del Mago di Oz aveva ragione: non c’è nessun posto migliore di casa.

Non mi parve bello dire a Rita che era ora di piantarla di soffiarsi il naso nella mia camicia, ma avevo patito orribili tribolazioni, digiuno compreso, e quel profumino che invadeva la casa mi mandava in subbuglio lo stomaco; a confronto l’overdose di ecstasy era stata una passeggiata.

L’arrosto di maiale di Rita era un’opera d’arte sublime che avrebbe fatto saltare una statua giù dal suo piedistallo, esclamando: “Squisito!”. Così, non appena riuscii a sganciarmi e a ripulirmi la spalla, la ringraziai profusamente e mi diressi spedito verso la tavola, dopo una breve pausa a salutare Lily Anne e ad assicurarmi che i suoi ditini ci fossero ancora tutti.

Infine ci sedemmo. Eravamo l’immagine della famiglia perfetta, il che mi fece riflettere sull’efficacia delle illusioni ottiche. A capo tavola, ovviamente, sedeva papà Dexter, un mostro vero che cercava di diventare un po’ più umano. Alla sua sinistra, fratello Brian, ancora più mostruoso e impenitente; di fronte a lui, due bambini dal visetto fresco e innocente, che non sognavano altro che di diventare come il loro perverso zietto. E tutti quanti sfoggiavano le espressioni più fintamente autentiche e comuni di questo mondo. Saremmo stati un soggetto perfetto per un Norman Rockwell in vena di fare sarcasmo.

La cena proseguì in un deliziato silenzio, rotto soltanto da rumori di mandibole, mormorii di piacere e richieste di Lily Anne di essere nutrita, forse suscitate dall’aroma dell’arrosto. Di tanto in tanto Rita interveniva con qualche ansiosa esternazione, prontamente tranquillizzata quando qualcuno porgeva il piatto per avere un’altra porzione. Cosa che, a parte Lily Anne, facemmo un po’ tutti.

Alla fine del pasto, quando fu dimostrato per l’ennesima volta che le parole “avanzo d’arrosto” erano una contraddizione in termini, assaporai la gioia di essere tornato sano e salvo nel mio confortevole nido.

La sensazione di benessere proseguì anche dopo cena, quando Cody e Astor si gettarono su un gioco della Wii che consisteva nell’ammazzare orribili mostri, e io mi sedetti sul divano a far fare il ruttino a Lily Anne, mentre Rita riordinava. Brian sedette accanto a me. Per un po’ osservammo distrattamente i bambini giocare, infine mio fratello parlò.

— Bene — disse. — Dunque sei sopravvissuto all’incontro con quelli del sabba.

— Così pare — feci.

Brian annuì e, mentre Cody faceva fuori una creatura dall’aria incredibilmente malvagia, esclamò: — Bel colpo, ragazzino! — Dopo un po’ si voltò verso di me e aggiunse: — E il capo delle streghe l’hanno preso?

— George Kukarov, intendi — feci. — Gli hanno sparato ed è morto sulla scena del crimine.

— Vuoi dire il gestore di quel club, Zanne? — domandò sorpreso.

— Esatto. Devo dire che gli hanno sparato appena in tempo, e hanno preso bene la mira.

Brian restò qualche minuto in silenzio, poi disse: — Ho sempre pensato che il capo delle streghe dovesse essere una donna.

Era la seconda volta quella sera che mi veniva rivolta la stessa obiezione, e ne ero un po’ stufo. — Non è un problema mio — replicai. — Deborah e la sua squadra cattureranno il resto del gruppo.

— Non credo proprio che ci riuscirà, se crede che il capo sia Kukarov — obiettò Brian.

Lily Anne si esibì in un ruttino silenzioso ma esplosivo che inzuppò lentamente l’asciugamano e la camicia sottostante, mentre reclinava la testolina sulla mia spalla per dormire.

— Brian — dichiarai. — Quella gente mi ha fatto passare davvero una giornataccia, e io sono esausto. Non mi interessa se il vero capo sia un uomo, una donna o un lucertolone a due teste venuto dal pianeta Nardone. È un problema di Deborah, e io ne ho abbastanza… Ma come mai tutto questo interesse?

— Non importa niente neanche a me — disse. — Ma tu sei mio fratello. E di te, invece, mi importa.

Meritava una risposta davvero pungente, ma l’urlo angosciato di Astor mi coprì la voce: — Nooooooo!

Ci voltammo entrambi verso il televisore appena in tempo per vedere il suo avatar biondo che veniva divorato da un mostro.

— Ah — fece Cody, pacato ma trionfante, alzando in aria il suo telecomando.

La partita proseguì e io mi dimenticai delle streghe, del sabba e dell’interessamento di mio fratello nei loro confronti.

La sera volgeva a conclusione. Mi accorsi che stavo sbadigliando sguaiatamente e, malgrado un certo imbarazzo, non riuscii a farne a meno. Il mio povero organismo stava pagando lo scotto delle terribili traversie patite, senza contare che quell’arrosto di maiale doveva essere stato imbottito di triptofano. Un po’ per un motivo e un po’ per l’altro, anche papà Dex era alle corde e presto avrebbe seguito Lily Anne nel mondo dei sogni.

Stavo per congedarmi dal piacevole consesso, nonostante l’indifferenza da parte del gruppo, concentrato sul videogame, quando dal cellulare di Brian si levarono le note della Cavalcata delle Valchirie.

Mio fratello estrasse l’apparecchio dalla custodia e lo scrutò, torvo; poi si alzò, quasi immediatamente, mormorando: — Maledizione. Sarebbe stata una piacevole serata, ma devo andare via subito.

— Lo sarebbe stata — borbottò Astor, fissando il punteggio vincente di Cody sullo schermo — ma non lo è ancora.

Brian le rivolse uno dei suoi finti sorrisoni. — Per me è sempre piacevole, Astor — disse. — Siete la mia famiglia. — Quindi aggiunse: — Purtroppo il dovere mi chiama e devo andare al lavoro.

— Ma è notte — protestò Cody, senza alzare lo sguardo.

— Lo so — fece Brian. — Ma ogni tanto mi tocca lavorare anche a quest’ora. — Mi guardava allegro, come se stesse per strizzarmi l’occhio, finché la mia curiosità vinse il sonno.

— Di che cosa ti occupi, adesso? — domandai.

— Lavoro per una compagnia di servizi — rispose. — E devo proprio andare. — Mi diede una pacca sulla spalla, quella non occupata da Lily Anne, e disse: — Sicuramente dopo tutto quello che hai passato avrai bisogno di dormire.

Sbadigliai di nuovo. Non potevo dargli torto. — Mi sa che hai ragione — feci, e mi alzai. — Ti accompagno fuori.

— Non ti disturbare — disse Brian, dirigendosi in cucina. — Rita? Grazie ancora per la splendida cenetta e la piacevole serata.

— Oh. — Rita spuntò fuori dalla stanza, asciugandosi le mani in un telo. — Ma è ancora presto, e… gradisci un caffè? Oppure un…

— Ahimè — fece Brian — devo proprio levare le tende.

— Perché le devi levare? — chiese Astor. — A che cosa serve?

Brian le strizzò l’occhio. — A niente. Vuol dire solo che devo scappare — spiegò, poi si voltò verso Rita e l’abbracciò goffamente. — Grazie mille, adorabile signora, e buona notte.

— Mi spiace davvero che… cioè, è un po’ tardi per andare a lavorare, e tu… e trovare qualcosa di nuovo? Perché questo non è…

— Lo so — fece Brian. — Ma attualmente questo è il lavoro più congeniale alle mie abilità. — Mi guardò, e una nausea gelida mi aggredì la bocca dello stomaco: a quanto ne sapevo, di abilità Brian ne aveva soltanto una e dubitavo che per quella sarebbe mai stato pagato. — Senza contare — continuò, rivolto a Rita — che dà le sue gratificazioni, che al momento ritengo importanti. E con questo vi saluto con affetto, miei cari. — Alzò la mano, evidentemente per salutarci con affetto, e si diresse alla porta.

— Brian — dissi rivolto alle sue terga, poi mi bloccai, perché un altro sbadiglio mi stava inchiodando la mascella e il corpo intero.

Brian si voltò, inarcando il sopracciglio. — Sì, Dexter?

Cercai di ricordarmi quello che gli volevo dire, ma un altro sbadiglio me lo scacciò dalla mente. — Niente — feci. — Buona notte.

Ancora una volta gli comparve in faccia quel famigerato finto sorriso. — Buona notte, fratello — disse. — Riposati. — Poi aprì la porta e sparì nella notte.

— Be’ — osservò Rita — Brian sta proprio diventando uno di famiglia.

Annuii e mi sentii andare leggermente alla deriva, come se muovere la testa mi facesse perdere l’equilibrio, col rischio di cadere a faccia in giù sul pavimento. — Eh, sì — feci, e tanto per cambiare sbadigliai.

— Oh, povero Dexter… devi andare subito a letto; devi essere… su, dammi la piccola — disse Rita. Corse a posare l’asciugamano in cucina, poi tornò rapida a prendere Lily Anne. Nel mio stato di devastazione vederla muoversi così rapida mi parve sorprendente. Dopo un istante aveva steso Lily Anne nel suo cestino e mi stava spingendo verso la stanza da letto. — Ora — fece — ti fai una bella doccia calda e poi vai a letto. Domani dovresti dormire fino a tardi. Non possono aspettarsi… cioè, dopo tutto quel che hai passato!

Ero troppo stanco per poterle rispondere. Prima di buttarmi a letto riuscii a trascinarmi sotto la doccia e, una volta lì, dovetti vedermela con tutta la sporcizia che mi si era accumulata addosso in quell’orribile giornata. Fu dura restare sveglio mentre l’acqua calda mi lavava via quel sudiciume. E finalmente, con una gioia quasi soprannaturale, crollai a letto, chiusi gli occhi, mi tirai le coperte fino al mento e…

… e naturalmente, non appena mi fui sdraiato, non riuscii ad addormentarmi. Me ne stavo disteso, a occhi chiusi, con una grossa quantità di sonno che cresceva dall’altro lato del cuscino, ma non mi voleva avvicinare. Cody e Astor continuavano a giocare con la Wii. Sentivo le loro voci lungo il corridoio, ora un po’ più basse su insistenza di Rita, che gli aveva spiegato che stavo cercando di dormire. E in effetti così era, ma senza successo.

I pensieri mi sfilavano nel cervello come al ralenti. Pensavo a quei quattro oltre il corridoio, la mia famigliola. La cosa mi parve leggermente bizzarra. Papà Dex, difensore e pater familias. La cosa ancor più bizzarra era che mi piaceva.

Pensai a mio fratello. Continuavo a non capire che cosa avesse in mente e perché avesse cominciato a girare intorno a noi. Era davvero possibile che sentisse soltanto il bisogno di avere una famiglia? Era difficile a credersi, ma lo sarebbe stato anche nel mio caso, prima della nascita di Lily Anne, e invece eccomi qui, pronto a rinunciare alle Deviate Delizie per assaporare le gioie di una vera famiglia. Forse era questo che cercava Brian, un semplice rapporto umano. Forse anche lui voleva cambiare.

Come no. Sarebbe stato più facile battere tre volte le mani ed evocare il genio della lampada. Era tutta la vita che Brian percorreva il Sentiero Oscuro e non sarebbe mai potuto cambiare, non così tanto. Dovevano essere altri i motivi per cui si era infilato nel mio nido, e presto o tardi sarebbero venuti a galla. Non pensavo che avesse intenzione di far del male alla mia famiglia, ma l’avrei tenuto d’occhio per capire quel che aveva in mente.

Ovviamente pensai anche a Samantha e alla sua minaccia di riferire l’accaduto. Si trattava solo di una minaccia, di un semplice modo di esprimere la sua grande frustrazione per non essere stata mangiata? Oppure avrebbe parlato davvero, raccontando a tutti una versione distorta dal suo desiderio di vendetta? Dal momento in cui fosse venuta fuori la parola “stupro” tutto sarebbe cambiato, e non in meglio. Sarei diventato il Depravato Dexter, stritolato in mezzo agli ingranaggi del nostro sistema di in-giustizia. Fatto questo oltremodo terribile, e del tutto ingiusto. Chiunque mi avesse conosciuto, non mi avrebbe mai immaginato come un orco maniaco e affamato di sesso. Ero sempre stato un orco differente. Ma la gente ama gli stereotipi, specie quando sono falsi, e un uomo adulto insieme a una ragazzina viene qualificato in questo modo. Non era stata affatto colpa mia; ma chi ti ascolterebbe, senza lanciarti almeno una strizzatina d’occhio e un sorrisetto ammiccante? Quelle droghe non le avevo prese volontariamente. Samantha avrebbe potuto punirmi per una situazione in cui la vera vittima ero io? Era brutto a dirsi, ma la risposta era sì. Quella ragazzina era pronta a distruggere ogni frammento della vita che mi ero accuratamente costruito.

Eppure, che cosa potevo farci? Non potevo evitare di pensare che ammazzarla avrebbe risolto le cose, e che lei avrebbe persino collaborato, se le avessi promesso di gustare qualche suo bocconcino prima di ucciderla. Promessa che, ovviamente, non avrei mantenuto, ma che cosa c’è di male in una piccola bugia, se aiuta a far star bene la gente?

Comunque, fino a quel punto non ci sarei mai arrivato. Vi sembrerà un’altra grande ironia, ma non potevo ammazzare Samantha, neanche se lo desideravamo entrambi. Non che la mia coscienza fosse maturata, affatto; il punto era che l’atto andava completamente contro il Codice di Harry, oltre a rivelarsi estremamente pericoloso, visto che ora i riflettori erano puntati sulla ragazza e avvicinarla non sarebbe stato facile. Mi toccava escogitare un modo meno rischioso di salvarmi la vita.

Ma quale? Non riuscivo a trovare nessuna soluzione, e neanche a dormire. I pensieri rotolavano in caduta libera sul suolo molliccio del mio cervello insonne. Il gruppo del sabba: che importanza aveva se fosse stato capeggiato da un uomo o da una donna? Kukarov era morto, segnandone la fine.

Ma era rimasto Bobby Acosta. Forse avrei potuto trovarlo, fare in modo che si nutrisse di Samantha e poi passarlo a mia sorella. Avrei fatto la felicità di entrambe.

Deborah ne avrebbe proprio avuto bisogno: ultimamente si stava comportando in un modo davvero strano. C’era qualcosa sotto? O erano soltanto i postumi delle sue ferite di coltello?

Già, il coltello. Sarei riuscito a rinunciare per sempre ai miei Deviati Diletti, in nome di Lily Anne?

Lily Anne… pensai a lei per un periodo che mi parve eterno, finché, all’improvviso, si fece giorno.

33

Seguii il suggerimento di Rita e l’indomani mattina dormii fino a tardi. Mi svegliai con i rumori di una casa vuota: il gocciolio lontano della doccia, il ronzio del condizionatore e il ticchettio della lavastoviglie proveniente dalla cucina. Restai sdraiato qualche minuto a inebriarmi di quella relativa quiete e della sensazione di intontimento che mi pervadeva. Il giorno precedente non era stato niente male e, alla fin fine, ero lieto di essere sopravvissuto. Avevo il collo ancora un po’ rigido, ma il mal di testa se n’era andato e mi sentivo meglio del dovuto… Finché non ripensai a Samantha.

Restai sdraiato ancora per un po’, domandandomi se ci fosse un modo per convincerla a non parlare. Farla ragionare sarebbe stato praticamente impossibile. C’ero riuscito una volta, nella cella frigorifera del club Zanne, toccando punte di retorica mai raggiunte prima. Avrei potuto ripetermi e avrebbe funzionato una seconda volta? Ne dubitavo. Mentre rimuginavo sulle mie opportunità, mi saltò alla mente quella vecchia battuta sulla “lingua degli uomini e degli angeli”. Non ricordavo come andasse a finire, ma non bene, credo. Mi pentii di aver letto Shakespeare.

Sentii aprirsi la porta e Rita si precipitò fragorosamente in casa, dopo aver portato a scuola i bambini. Entrò in salotto e poi in cucina con tutto il trambusto di chi cerca di non far rumore. La udii parlare sotto voce rivolta a Lily Anne, mentre la cambiava, e un istante dopo era di nuovo in cucina, e la macchinetta avvisava tossicchiando che il caffè era quasi pronto.

Presto il profumo raggiunse la camera da letto e cominciai a sentirmi un po’ meglio. Ero a casa, con Lily Anne, e tutto andava bene, almeno momentaneamente. Non era una sensazione razionale, ma avevo imparato che i sentimenti non lo sono mai, e ti conviene godere di quelli positivi finché puoi. Purtroppo, non erano molti e duravano poco.

Mi sedetti sulla sponda del letto, ruotando leggermente il collo per scacciare le ultime fitte di dolore. Non servì, ma non sentii troppo male. Mi alzai, e questo fu un po’ più arduo del dovuto. Avevo le gambe intorpidite e doloranti e mi diressi barcollando verso il bagno. Dopo dieci lunghi e voluttuosi minuti di doccia bollente, un nuovo e quasi normale Dexter comparve in cucina, dove un misto di suoni e profumi paradisiaci mi dissero che Rita si era messa duramente al lavoro.

— Oh, Dexter — disse, abbassando la spatola e schioccandomi un bacio sulla guancia. — Ho sentito che eri nella doccia, così ho pensato: che ne dici di qualche frittella ai mirtilli? Ho dovuto usare quelli congelati, che non sono proprio come… Ma tu come ti senti? Perché non sono… se vuoi invece posso farti le uova e surgelare le frittelle per… Oh, tesoro, siediti; devi essere a pezzi.

Con l’aiuto di Rita mi sedetti e dissi: — Le frittelle saranno splendide — e così fu. Ne mangiai persino troppe, ripetendomi che la mia scelta era stata vantaggiosa, e cercando di scacciare la vocina perversa che mi sussurrava: Se non ti sbarazzi di Samantha, questa potrebbe essere l’ultima volta.

Dopo colazione mi sedetti e bevvi qualche tazza di caffè, nella vana speranza che mantenesse le promesse e mi riempisse di energie. Era squisito, ma non bastò a liberarmi dalla stanchezza, così mi misi a ciondolare per casa. Mi sedetti per un po’ e presi in braccio Lily Anne, che mi vomitò addosso, anche se, stranamente, la cosa non mi infastidì. Poi si addormentò tra le mie braccia e restai con lei per qualche tempo, a godere della sua presenza.

Infine il mio senso del dovere cominciò a tormentarmi. Rimisi dunque Lily Anne nel suo cestino, baciai Rita e uscii.

Non c’era molto traffico e mi diressi a mente leggera verso la Dixie Highway. Poi, quando imboccai la Palmetto Expressway, un senso di disagio mi colse, come se le cose non stessero andando come dovevano. Riportai dunque in carreggiata il potente cervello di Dexter, e riflettei. La soluzione arrivò molto rapidamente, non per merito della mia logica, ma del mio olfatto che intercettò uno strano odore proveniente dal sedile posteriore. Si trattava di un puzzo terribile, di qualcosa di vecchio, innominabile e in avanzato stato di putrefazione che fermentava e si decomponeva alla velocità della luce. Non sapevo di che cosa si trattasse, sapevo solo che era orribile e inarrestabile.

Alle mie spalle non vedevo nulla, neanche inclinando lo specchietto. Mentre mi dirigevo a nord, verso il lavoro, cercai di riflettere, finché uno scuolabus non mi tagliò la strada, costringendomi a concentrarmi sulla guida. Anche quando c’è poco traffico non bisogna distrarsi, non a Miami, così abbassai il finestrino e mi impegnai ad arrivare vivo al dipartimento.

Non appena entrai nel parcheggio e rallentai per infilare la macchina al mio posto, il puzzo si ripresentò. Ragionai. L’ultima volta che avevo guidato la mia auto era stato prima del salvataggio di Samantha al club, e prima di…

Chapin.

Avevo preso la macchina per giocare con Victor Chapin e, quando tutto era finito, avevo fatto sparire i suoi resti dentro alcuni sacchi dell’immondizia. Possibile che alcuni pezzetti fossero caduti fuori e si trovassero ancora qui, a marcire lentamente nel calore di una macchina chiusa tutto il giorno e a emanare quest’odore disgustoso? Impensabile, per una persona precisa come me. Ma che cos’altro poteva essere? L’odore non solo era spaventoso, ma peggiorava sempre più, e il mio panico ne amplificava le esalazioni. Inchiodai, guardai alle mie spalle e vidi…

Un sacco dell’immondizia. Non so come, ma dovevo averne dimenticato uno… Eppure era impossibile, non ero mai stato così stupido e distratto…

A meno che quella sera non mi fossi fatto sopraffare dalla fretta di sbrigarmi e andare a dormire. Così per colpa della mia pigrizia, della mia stupida ignavia e del mio egoismo, adesso mi trovavo qui, alla centrale di polizia, con un sacco pieno di resti umani dentro la macchina. Parcheggiai e uscii. Mentre aprivo la portiera posteriore ero talmente nel panico che il sudore mi gelava la schiena e mi colava lungo il viso. Mi chinai a guardare.

Sì, era proprio un sacco dell’immondizia. Ma come aveva fatto ad arrivare lì, mentre gli altri erano stati attentamente chiusi nel portabagagli, e poi…?

E poi un’auto parcheggiò nel posto accanto al mio. Un’altra fitta di panico e tentai di calmarmi, traendo un profondo sospiro. Non c’era nessun problema, non per me almeno. Chiunque fosse stato, gli avrei rivolto un cordiale saluto, lui sarebbe scomparso nel palazzo e io mi sarei allontanato in macchina, liberandomi dei resti di Chapin. Non era il caso di drammatizzare, ero sempre il buon vecchio Dexter, l’analista della Scientifica, e nessuno al dipartimento avrebbe avuto motivo di pensarla diversamente.

A parte l’uomo che uscì dall’auto e prese a scrutarmi, torvo. O, a essere precisi, i due terzi di uomo. Le mani e i piedi se n’erano andati, e lo stesso aveva fatto la lingua; infatti girava con un piccolo notebook portatile che l’aiutava a parlare. Mentre lo fissavo senza fiato, lui l’aprì e, senza staccarmi gli occhi di dosso, si mise a schiacciare i tasti per formulare una frase elettronica.

“Che-cosa-c’è-dentro-il-sacco?” chiese il sergente Doakes per mezzo del computer.

— Sacco? — feci. Delle mie uscite ammetto che non fu tra le migliori.

Doakes mi guardava irritato, non so se fosse soltanto perché mi odiava e aveva intuito la mia natura o perché mi vedeva accovacciato a terra a palpare un sacco pieno di resti. In ogni caso, un terrificante bagliore gli attraversò lo sguardo e prima che potessi fare qualcosa, oltre a fissarlo a bocca aperta, Doakes balzò in avanti, calò rapidamente l’uncino metallico e tirò fuori il sacco dalla macchina.

Lo scrutai terrorizzato e sempre più consapevole della mia fine imminente, mentre poggiava il notebook sul tettuccio, apriva il sacco e vi frugava all’interno, digrignando i denti trionfante, per estrarre un putrido, schifoso e puzzolente pannolino.

Osservai il volto di Doakes assumere tutta la gamma di espressioni dalla vittoria fino al totale disgusto, e allora ricordai. Quando ero uscito di casa per dedicarmi al mio improvvisato passatempo con Chapin, Rita mi aveva messo in mano il sacco con i pannolini sporchi. Nella fretta, mi ero riservato di gettarlo più tardi. Poi si erano susseguiti la morte di Deke, il mio rapimento, la terribile esperienza con Samantha, e tutto ciò aveva contribuito a farmi passare di mente quell’insignificante sacco colmo di pannolini. Però, man mano che il ricordo si faceva più chiaro, una crescente felicità mi invadeva, resa ancora più grande dalla consapevolezza che Lily Anne, quella splendida e magica bimba, la regina dei pannolini, la paladina della popò, la mia dolce Lily Anne con i suoi pannolini sporchi mi aveva salvato. E, come se non bastasse, aveva persino umiliato Doakes.

La vita era bella, e la paternità si dimostrava ancora una volta una splendida avventura.

Mi alzai e guardai Doakes, con un sorriso allegro. — Lo so, è roba tossica — dissi. — E forse viola anche un bel po’ di ordinanze comunali. — Tesi la mano per riprendere il sacco. — Ma la prego, sergente, non mi arresti. Prometto che la getterò via nel luogo idoneo.

Doakes staccò gli occhi dall’immondizia e me li puntò addosso. Mi fissò con un’espressione di disgusto mista a rabbia così intensa che per un attimo parve sopraffare il lezzo dei pannolini. Poi disse: — Brrrt strrnzz — e aprì l’uncino che reggeva il sacco, il quale cadde a terra. Un istante dopo anche il pannolino che stringeva nell’altro uncino fece la stessa fine.

— “Brrrt strrnzz”? — ripetei candidamente. — Che lingua è, tedesco?

Ma Doakes si limitò ad afferrare il notebook argentato dal tettuccio, voltare le spalle a me e ai pannolini sporchi e allontanarsi con passo pesante sui suoi due piedi artificiali.

Mentre se ne andava, provai un senso di sollievo totale e quando scomparve alla mia vista trassi un profondo respiro. Il che si rivelò un errore imperdonabile, visto ciò che giaceva ai miei piedi. Tossicchiando e sbattendo le palpebre per scacciare le lacrime, mi chinai, rimisi il pannolino nel sacco, lo richiusi e lo gettai nel cassonetto.

Quando finalmente arrivai in ufficio era l’una e mezzo. Mi dedicai ad alcuni esiti di laboratorio, eseguii un test di routine allo spettrometro, ingoiai un orrendo caffè, finché non si fecero le quattro e mezzo. Mi stavo appena rallegrando per aver passato indenne il primo giorno dopo la mia cattura, quando entrò Deborah con una faccia spaventosa. Subito non afferrai, ma capii che qualcosa era andato terribilmente storto e che la stava prendendo sul personale. Visto che la conoscevo da una vita e sapevo come funzionava la sua testa, intuii che per Dexter erano in arrivo nuove complicazioni.

— Buon pomeriggio — la salutai allegro, pensando che il mio sorriso avrebbe neutralizzato il problema, qualunque fosse. Ovviamente, ciò non accadde.

— Samantha Aldovar — disse mia sorella, puntandomi lo sguardo addosso.

Tutte le ansie della sera precedente mi si rovesciarono addosso: lo sapevo, Samantha aveva parlato con Deborah e lei era venuta per arrestarmi. La mia irritazione nei confronti della ragazza crebbe in modo spropositato, non mi aveva nemmeno lasciato il tempo di elaborare una scusa decente. Neanche avesse avuto la lingua attaccata a una molla, che si era messa in funzione dal primo istante del suo salvataggio. Doveva aver cominciato a calunniarmi ancor prima che si chiudesse la porta di casa sua, e ora per me non c’era più niente da fare. Ero distrutto, finito, fottuto, stavolta nel senso letterale del termine. Ero colmo di ansia, apprensione, amarezza. Dov’era finita la buona, vecchia discrezione?

Comunque ormai era fatta e a Dexter non restava altro che stare a guardare. Trassi dunque un profondo sospiro, fissai Debs dritto negli occhi e dichiarai: — Non è stata colpa mia — mentre il mio ingegno si aguzzava per trovare argomenti per la Prima Fase della Difesa di Dexter.

Deborah sbatté le palpebre e un lampo di perplessità le attraversò il viso imbronciato. — Che cazzo dici, che non è colpa tua? — fece. — Chi ti ha detto niente… perché dovresti essere stato tu?

Ancora una volta, ebbi la sensazione che tutti gli altri stessero recitando battute imparate a memoria, mentre a me sarebbe toccato improvvisare. — Volevo solo dire… niente — mi interruppi, sperando di ricevere qualche indizio su quel che avrei dovuto rispondere.

— Cristo santo — fece. — Perché dovresti esserci sempre di mezzo tu?

Avrei potuto spiegarle: “Perché in qualche modo finisco sempre per essere coinvolto, di solito contro la mia volontà, e di solito per causa tua”, ma la razionalità prevalse. — Mi dispiace, Debs — dissi. — Che è successo?

Mi fissò per qualche istante, poi scosse il capo e si lasciò cadere sulla sedia di fianco alla mia scrivania. — Samantha Aldovar — ripetè. — È di nuovo scomparsa.

A volte penso che avere alle spalle anni di allenamento nel mostrare solo reazioni controllate sia un’ottima cosa. In questo caso infatti il mio primo impulso fu di mettermi a gridare: “Wow! Grandioso!” e intonare un’allegra canzoncina. Invece mi mostrai preoccupato e sconvolto, esibendomi in una delle migliori prove attoriali dei nostri tempi. — Stai scherzando — dissi, mentre dentro di me speravo vivamente di no.

— Oggi non è andata a scuola, per riposarsi — spiegò Deborah. — Visto tutto quello che ha passato. — Mia sorella non si era minimamente preoccupata che io avessi passato ben di peggio, ma nessuno è perfetto. — Così intorno alle due la madre è andata al supermercato — continuò. — E al suo ritorno, poco dopo, Samantha se n’era andata. — Deborah scosse il capo. — Ha lasciato un biglietto: “Non cercatemi; non ho intenzione di tornare”. È scappata, Dex. Ha preso ed è scappata.

Ero così felice che riuscii persino a controllare l’impulso di rinfacciarle: “Te l’avevo detto”. Dopo tutto, quando le avevo spiegato che la prima volta Samantha si era fatta catturare volontariamente dai cannibali, Debs si era rifiutata di credermi. Visto che invece avevo ragione, aveva perfettamente senso che la ragazza approfittasse della prima occasione per tagliare la corda. Non era un pensiero molto nobile, lo ammetto, ma mi augurai che trovasse un buon posto dove nascondersi.

Deborah sospirò e scosse di nuovo la testa. — Mai sentito di un attacco così forte di sindrome di Stoccolma da spingere la vittima ad andare in cerca dei suoi carcerieri.

— Debs — esordii, e stavolta non potei proprio farne a meno — te l’avevo detto. La sindrome di Stoccolma non c’entra. Samantha vuole essere mangiata. È una sua fantasia.

— Stronzate — disse con rabbia. — Nessuno vuole una cosa simile.

— Allora perché è scappata, secondo te? — domandai.

Lei scosse la testa e abbassò lo sguardo. — Non ne ho idea — disse. Fissava le mani abbandonate sulle ginocchia, neanche la risposta fosse scritta sulle nocche, poi alzò gli occhi. — Non importa — fece infine. — Quello che importa è dove è finita. — Mi guardò. — Dove può essere andata, Dex?

A essere sincero, dove Samantha fosse andata non mi interessava molto, l’importante era che ci rimanesse. Eppure, qualcosa lo dovevo dire. — E Bobby Acosta? — chiesi. — L’avete poi trovato?

— No — rispose irritata, e strinse le spalle. — Ma non può nascondersi per sempre — disse. — Abbiamo sollevato un bel polverone. Senza contare — e mise avanti le mani — che i suoi sono ricchi e potenti, e sono convinti che con il loro aiuto lui la spunterà.

— Pensi che ce la faranno?

Deborah si guardò le nocche. — Forse — disse. — Cazzo. Forse sì. Abbiamo testimoni che possono metterlo in relazione con l’auto di Tyler Spanos, ma un buon avvocato è capace di incastrare quei due haitiani in un paio di secondi. C’è poi il fatto che Acosta è scappato di fronte a me, ma non è molto. Il resto sono tutte congetture e dicerie, e… merda, immagino che tornerà in circolazione. — Annuì, e riprese a guardarsi le mani. — Sì, certo, Bobby Acosta tornerà in circolazione — ripetè sottovoce. — Di nuovo. E nessuno finirà dentro per tutto questo… — Si contemplò ancora le nocche, poi mi scrutò con un’espressione che non le avevo mai visto.

— Che ti prende? — feci.

Deborah si morse le labbra. — Forse — disse. Distolse lo sguardo. — Non so. — Tornò a fissarmi e trasse un profondo respiro.

— Forse tu… tu potresti fare qualcosa.

Sbattei ripetutamente le palpebre, a stento smisi di fissare il pavimento chiedendomi se esisteva ancora sotto i nostri piedi. Per come la vedeva Debs, io avrei potuto fare soltanto due cose, e in questo caso non si riferiva al farmi utilizzare le mie capacità oratorie per incastrare Bobby Acosta.

Deborah era l’unica persona sulla terra al corrente del mio hobby.

Avevo sempre pensato che se ne fosse fatta una ragione, seppur con riluttanza, ma ora mi proponeva addirittura di praticarlo su qualcuno, travalicando i limiti della sua approvazione. Ne rimasi scioccato. — Deborah — dissi, e dal mio tono si capiva che ero sconvolto.

Ma lei si protese il più avanti che poteva senza rovesciare la sedia e abbassò la voce. — Bobby Acosta è un assassino — disse brutalmente. — E tornerà in circolazione, di nuovo, solo perché è ricco e potente. Non è giusto, e tu lo sai… sono queste le cose di cui papà voleva che tu ti occupassi.

— Ascolta — dissi, ma non aveva ancora finito.

— Dannazione, Dexter — saltò su. — Ho fatto una fatica boia per cercare di capirti, e di capire quel che papà voleva fare di te, e finalmente ci sono arrivata… ci sono, okay? Ho capito esattamente quello che papà aveva in mente. Perché sono un poliziotto come lui e ogni poliziotto, prima o poi, si trova davanti uno come Bobby Acosta, qualcuno che può uccidere e continua a circolare, anche se tu agisci secondo le regole. E tu non riesci a chiudere occhio e a farti passare la rabbia, e ti viene da urlare e strozzare qualcuno, ma mangiare merda e buttarla giù fa parte del tuo lavoro e non ci puoi fare nulla. — Finalmente si alzò, sbatté il pugno sulla mia scrivania e piazzò il viso a una quindicina di centimetri dal mio. — Finché… — continuò — finché papà non ha escogitato un modo per risolvere questo fottuto casino. — Mi premette il pugno contro il petto. — Grazie a te — aggiunse. — E ora, Dexter, ho bisogno che tu segua gli insegnamenti di papà. Ho bisogno che tu ti occupi di Bobby Acosta.

Debs mi fissò severa per qualche secondo, mentre mi arrampicavo sui vetri per trovare una risposta. Nonostante fossi noto per avere la battuta pronta e la lingua sciolta, non riuscii a spiccicare neanche una parola. Voglio dire, dopo tutto quel che avevo fatto per cambiare e vivere una vita normale, in nome della quale ero stato drogato, costretto alla promiscuità, picchiato e deriso dai cannibali, ecco che mia sorella, agente di polizia e paladina della legge, oltre che strenua oppositrice dei miei deviati diletti, mi chiedeva di ammazzare qualcuno. Mi domandai se per caso non fossi sdraiato da qualche parte, legato e drogato, in preda a un’allucinazione. L’idea mi rilassò parecchio, ma lo stomaco mi borbottava e il petto mi doleva nel punto in cui Debs mi aveva assestato il pugno, così maturai la consapevolezza che forse era tutto vero e che ero obbligato a farci i conti.

— Deborah — dissi cauto — ti vedo un po’ agitata…

— Cazzo se sono agitata — replicò. — Mi spacco il culo per ritrovare Samantha, e lei scappa di nuovo… Ci scommetto che sarà da Bobby Acosta e che il bastardo la farà franca un’altra volta.

Per amor di precisione, Debs avrebbe dovuto dire che era stata lei a spaccarmi il culo perché ritrovassi Samantha, ma non era il momento di correggerla, e in ogni caso sospettai che su Bobby Acosta avesse ragione. Era colpa sua se la ragazza era stata coinvolta in quella faccenda ed era una delle ultime persone rimaste in grado di appagare il suo sogno. Quantomeno la questione mi offrì un diversivo per cavarmi da quell’imbarazzante momento, sempre se fossi riuscito a incentrare la conversazione su dove si trovasse Acosta, e non su quello che avrei dovuto fargli.

— Credo tu abbia ragione — dissi. — È stato Acosta a iniziare Samantha a tutto questo. E ora lei vorrà andare da lui.

Deborah continuava a restare in piedi, e a fissarmi con le guance paonazze e gli occhi di fuoco. — D’accordo — fece. — Scoverò quel piccolo bastardo. E poi…

A volte si può solo sperare in una tregua e in un cambio d’argomento, ed era quello che stava accadendo. Dovevo augurarmi che, nel cercare Acosta, Deborah si calmasse un pochettino e decidesse che gettare il suo criminale in pasto a Dexter non fosse la scelta più saggia. Magari avrebbe potuto sparargli di persona. In ogni caso, ero fuori dai guai, almeno per un po’.

— Okay — dissi. — Come hai intenzione di trovarlo?

Deborah si drizzò, gesticolando nel vuoto. — Parlerò con il suo vecchio — fece. — Deve capire che la cosa migliore che può fare suo figlio è presentarsi qui con un avvocato.

Il che poteva essere vero. Ma Joe Acosta era un uomo ricco e potente e mia sorella una tipa dura e cocciuta: un incontro tra due persone simili avrebbe avuto senso solo se una delle due fosse stata dotata di almeno un briciolo di tatto. Deborah non ne aveva mai avuto; forse non sapeva neanche che cosa fosse. Invece, a giudicare dalla sua reputazione, Joe Acosta doveva essere uno di quelli disposti a comprarne al momento del bisogno. E poi c’ero io.

Mi alzai. — Vengo con te — dissi.

Debs mi scrutò per un istante; pensai quasi che mi dicesse di no, per pura crudeltà, invece annuì. — Okay — fece, e uscì.

34

Come molta gente di Miami, gran parte di quello che sapevo su Joe Acosta l’avevo appreso dai giornali. Sembrava che fosse stato da sempre consigliere di contea, anche se di tanto in tanto sui media si coglievano brandelli della sua precedente esistenza. Era una di quelle belle storie edificanti in cui un ragazzo qualsiasi, nel suo caso un chico qualsiasi, visto che era cubano, si fa strada nella vita e diventa ricco.

Joe Acosta era arrivato a Miami dall’Avana su uno dei primi voli della speranza. A quel tempo era abbastanza giovane da potersi facilmente inserire tra gli americani, ma per un po’ aveva continuato a recitare il suo ruolo di immigrato per mantenere una buona posizione nella comunità cubana, il che gli aveva giovato parecchio. Durante il boom economico degli anni Ottanta si era dedicato al settore immobiliare investendo tutti i suoi profitti in una delle prime grandi aree di sviluppo urbano a South Miami. L’aveva rivenduta edificata nel giro di sei mesi. Allora la società immobiliare e di costruzione Acosta era una delle più grosse del Sud della Florida e quando giravi in macchina fuori città c’era un cartello con il loro nome stampato a ogni cantiere. Acosta aveva ottenuto così tanto successo che persino l’attuale tracollo finanziario non gli aveva provocato troppi danni. Naturalmente, non doveva contare soltanto sui suoi affari in campo edilizio. Poteva sempre ripiegare sullo stipendio di seimila dollari annui come consigliere di contea.

Joe era sposato da dieci anni in seconde nozze, ma il divorzio non sembrava aver infangato la sua immagine, perché continuava a essere molto agiato e a condurre una vita pubblica. Compariva spesso sui quotidiani, nella sezione riservata al gossip sulle celebrità, insieme alla nuova moglie. Questa era un’attraente anglosassone, autrice di pezzi techno-pop davvero orribili. Quando il pubblico si era reso conto della nefandezza della sua musica, la donna era venuta a Miami, aveva trovato Joe e si era dedicata alla placida esistenza di moglie trofeo.

Acosta aveva un ufficio in Brickell Avenue, e fu lì che lo trovammo. Occupava interamente l’ultimo piano di uno dei nuovi grattacieli di Miami, uno di quelli che nello skyline parevano enormi e affilati frammenti di un gigantesco specchio precipitato dallo spazio. Oltrepassammo la guardia all’ingresso e salimmo in cima su un ascensore lucente. Anche la sala d’attesa ultrachic di Acosta, tutta pelle e acciaio, era dotata di una splendida vista su Biscayne Bay, il che si rivelò un’ottima cosa. Potemmo goderne a lungo, perché Acosta ci fece aspettare quarantacinque minuti; dopo tutto, a che cosa serve avere potere se non lo utilizzi per infastidire la polizia?

Infatti la strategia funzionò, almeno con Deborah. Io mi sedetti e mi misi a sfogliare alcune riviste di pesca, ma lei si agitava, si torceva le mani, stringeva la mascella, incrociava di continuo le gambe e batteva il tempo con il dito sul bracciolo della poltrona. Sembrava una tossica in attesa che aprisse la clinica con il metadone.

Dopo un po’, nemmeno io riuscii più a concentrarmi su quelle ridicole foto patinate di ricchi, tutti con un braccio allacciato a una modella in bikini e l’altro stretto intorno a un grosso pesce, così posai la rivista. — Debs, mio Dio, smettila di agitarti o consumerai la poltrona.

— Quel figlio di puttana mi sta facendo aspettare perché ha in mente qualcosa — sibilò.

— Quel figlio di puttana, oltre a essere ricco e potente, è anche un uomo impegnato — dissi. — E in più sa che stai cercando suo figlio. Il che vuol dire che ci farà aspettare quanto gli pare. Quindi rilassati e goditi il panorama. — Le porsi una rivista. — L’hai già letto questo numero di “Cigar Aficionado”?

Deborah sbatté via il giornale con un colpo secco che nell’elegante e silenziosa sala d’attesa suonò innaturalmente forte. — Gli do altri cinque minuti — ringhiò.

— E poi? — feci. Non ebbe la risposta pronta, almeno a parole, ma mi lanciò uno sguardo che in un istante sarebbe bastato a far cagliare il latte.

Non potei mai scoprire che cos’avrebbe fatto, trascorsi quei cinque minuti, perché dopo che ne passai tre e mezzo a osservare mia sorella digrignare i denti e agitare le gambe come una ragazzina, l’ascensore si aprì e ne uscì una donna elegante. Sarebbe stata alta anche senza i tacchi a spillo e aveva i capelli platinati tagliati corti, forse per mettere in bella mostra il gigantesco diamante che le pendeva al collo, appeso a una spessa catena d’oro. Il gioiello era incastonato in una specie di ankh egizio che terminava in una sorta di piccolo pugnale. La donna ci lanciò uno sguardo altezzoso e si diresse alla reception.

— Muriel — disse con un gelido accento britannico. — Portaci il caffè, per cortesia. — Poi, sempre senza fermarsi, entrò nell’ufficio di Acosta, chiudendo la porta alle sue spalle.

— Quella è Alana Acosta — sussurrai a Debs. — La moglie di Joe.

— Lo so benissimo, dannazione — fece lei, e riprese a digrignare i denti.

Compresi che i miei miseri tentativi di allietare e di distrarre Deborah erano inefficaci, e prelevai un’altra rivista. Era dedicata ad abiti da indossare in barca costosi quasi quanto il Pil di un piccolo Stato. Purtroppo non feci in tempo a capire come mai un paio di pantaloncini da milleduecento dollari fosse meglio di uno da quindici del supermercato che la receptionist ci chiamò.

— Sergente Morgan? — disse, e Deborah scattò dalla poltrona come se fosse stata seduta su una molla gigante. — Il signor Acosta vi riceverà ora — continuò la segretaria, indicando la porta dell’ufficio.

— Con calma, cazzo — borbottò Debs a bassa voce, ma credo che Muriel l’avesse sentita, perché quando mia sorella le passò davanti, infuriata, ci rivolse un sorrisetto di superiorità.

L’ufficio di Joe Acosta era così spazioso che avrebbe potuto ospitare un congresso. Un’intera parete era occupata dal televisore a schermo piatto, il più grande che io avessi mai visto, mentre su quella opposta campeggiava un enorme quadro che avrebbe potuto star bene in un museo circondato da un servizio di sicurezza. C’erano un bar, completo di angolo cottura, una zona conversazione dotata di un paio di divani e un gruppo di poltrone che sembravano uscite da un club per gentiluomini dell’epoca vittoriana e che dovevano costare più di casa mia. Alana Acosta era adagiata comodamente su una di queste e sorseggiava il caffè da una tazza di fine porcellana. Non ce ne offrì.

Joe Acosta sedeva a una massiccia scrivania in vetro e acciaio di fronte a una vetrata fumé attraverso cui il panorama di Biscayne Bay sembrava la foto del suo cottage nei boschi. Nonostante tutto, però, la luce del crepuscolo riflessa nell’acqua penetrò nella stanza, illuminandola di magici riflessi.

Al nostro ingresso Acosta si alzò in piedi e il chiarore proveniente dalla vetrata gli creò intorno una specie di aureola. Fissarlo era impossibile, se non strizzando gli occhi, ma io lo guardai lo stesso, e lo trovai comunque imponente.

Non in senso fisico, però. Acosta era un uomo magro e aristocratico dagli occhi e i capelli scuri, e indossava un completo dall’aria molto costosa. Non era alto, e di sicuro la moglie con i tacchi a spillo lo sovrastava. Ma l’aspetto emanava la consapevolezza che la forza della sua personalità avrebbe prevalso sulla sua statura. O forse la forza del suo denaro. In ogni caso, di qualunque cosa si fosse trattato, lui ce l’aveva. Ci scrutò dall’altra parte della scrivania e io provai l’immediato impulso di inginocchiarmi, o almeno battermi sulla fronte.

— Perdoni l’attesa, sergente — disse. — Mia moglie ci teneva a essere presente. — Indicò con un cenno la zona conversazione. — Sediamoci laggiù, così possiamo parlare — ci invitò. Fece il giro della scrivania e sedette sulla grande poltrona imbottita di fronte ad Alana.

Deborah esitò per un istante. La vidi un po’ insicura, come se fosse la prima volta che le toccava affrontare qualcuno che si trovava poco al di sotto di Dio. Poi trasse un profondo respiro, irrigidì le spalle e marciò alla volta del divano. Prese posto e io mi sedetti accanto a lei.

Il divano doveva essere stato creato con lo stesso principio della Venere acchiappamosche, perché venni immediatamente risucchiato da un altro cuscino più profondo. Mentre lottavo per restare a galla mi resi conto che era tutto voluto, un altro stupido trucco di Acosta per dominare la gente, come quello di piazzare la scrivania di fronte a una finestra luminosa. Deborah doveva essere giunta alla stessa conclusione, perché serrò la mascella e si protese di scatto in avanti per poi appollaiarsi imbarazzata sull’orlo.

— Signor Acosta — cominciò. — Ho bisogno di parlare con suo figlio.

— Di che cosa? — chiese l’uomo. Sedeva comodamente in poltrona, le gambe accavallate e un’espressione di cortese interesse sul viso.

— Di Samantha Aldovar — rispose mia sorella. — E di Tyler Spanos.

Acosta sorrise. — Roberto ha così tante fidanzate che non riesco neanche a tenere il conto.

Deborah sembrava irritata, ma per la fortuna di tutti riuscì a mantenere la calma. — Come immagino lei sia al corrente, Tyler Spanos è stata assassinata e Samantha Aldovar è scomparsa. E penso che suo figlio ne sappia qualcosa.

— Che cosa glielo fa pensare? — domandò Alana dalla poltrona di fronte a quella di Joe. Ecco un altro trucco: ci toccava girare la testa a destra e a sinistra, come a una partita di ping pong.

Ma Deborah la guardò comunque. — Suo figlio conosce Samantha — fece. — E alcuni testimoni dichiarano che è stato lui a vendere la macchina di Tyler. L’accusa è di furto d’auto e favoreggiamento di omicidio, e siamo solo all’inizio.

— Non mi risulta che sia stata formulata nessuna accusa — obiettò Acosta.

Entrambi ci voltammo nella sua direzione. — Non ancora — fece Deborah. — Ma succederà.

— Allora forse dovremmo parlarvi in presenza di un avvocato — disse Alana.

Deborah la guardò rapida, poi si voltò verso il marito. — Volevo parlare prima con voi — fece. — Prima di mettere in mezzo gli avvocati.

Acosta annuì, come se fosse scontato che un agente di polizia gli tributasse tale cortesia per via dei suoi soldi. — Perché? — chiese.

— Bobby è nei guai — dichiarò Deborah. — Credo che lo sappia. E a questo punto la decisione migliore è quella di presentarsi nel mio ufficio con un avvocato e costituirsi.

— Così per lei sarebbe tutto lavoro risparmiato, vero? — disse Alana con un sorrisetto di superiorità.

Mia sorella la scrutò. — Il lavoro non mi spaventa — disse. — E Bobby lo troverò comunque. Ma quando questo accadrà, non se la caverà facilmente. Se si oppone all’arresto, potrebbe rischiare di farsi del male. — Tornò a guardare Acosta. — Sarebbe decisamente meglio per lui se si presentasse di sua spontanea volontà.

— Come mai lei pensa che io sappia dove si trova? — chiese l’uomo.

Deborah lo fissò per un istante, poi distolse lo sguardo, verso la finestra illuminata che si affacciava sulla baia. — Se fosse mio figlio — disse — vorrei sapere dove si trova. O come trovarlo.

— Lei non ha figli, vero? — fece Alana.

— No — rispose Debs. Fissò la donna per un lungo e imbarazzante momento, poi tornò a rivolgersi al marito. — Si tratta di suo figlio, signor Acosta. Se lei sa dove si trova e non me lo vuole dire, dovrò accusarla di nascondere un ricercato.

— Lei pensa che potrei mai consegnare mio figlio alla polizia? — replicò. — Le pare bello?

— Sì — fece Debs.

— Un consigliere deve far rispettare le leggi, anche quando sono scomode — intervenni, con il tono freddo dell’annunciatore televisivo. Acosta mi fissò incollerito. Io alzai le spalle. — Può tirarne fuori una migliore, se preferisce.

Non ci provò nemmeno. Si limitò a fissarmi per un altro lungo istante. Non avevo niente da nascondere, così ricambiai lo sguardo, finché non si rivolse a Deborah. — Non me la sento di tradire mio figlio, sergente — dichiarò, quasi in un soffio. — Non mi importa di quello che lei crede abbia combinato.

— Quello che credo è che sia coinvolto in giri di droga, omicidio e anche peggio — disse Debs. — E non è la prima volta.

— Ora ha smesso — replicò Acosta. — Quelle cose sono passate. Poi Alana l’ha fatto rigare dritto.

Debs guardò Alana, che le rivolse un altro sorrisetto di superiorità. — Non ha smesso per niente — insistette. — È peggiorato.

— È mio figlio — fece Acosta. — È solo un ragazzino.

— È un mostro — replicò Deborah. — Altro che ragazzino. Ammazza la gente e poi se la mangia. — Alana sbuffò, mentre Joe Acosta impallidì e cercò di dire qualcosa. Mia sorella glielo impedì. — Bobby ha bisogno di aiuto, signor Acosta. Gli occorre una terapia psicologica, un counseling, o roba simile. Suo figlio ha bisogno di lei.

— Dannazione — fece Acosta.

— Se lei non fa qualcosa, suo figlio andrà a finire male — continuò Debs. — Se invece verrà da noi con le sue gambe…

— Non posso consegnare mio figlio — ripetè l’uomo. Era ovvio che stava lottando per mantenere il controllo, e parve spuntarla.

— Perché no? — insistette Deborah. — Sa benissimo che con il suo aiuto la passerà liscia; l’ha già fatto in passato. — Lo disse molto severamente, e la cosa parve sorprendere Acosta che la guardò, muovendo le labbra, ma senza riuscire a proferire parola. Allora lei proseguì, con il tono di chi descrive un dato di fatto. — Con gli appoggi e i soldi che si ritrova può permettersi gli avvocati migliori del paese. Bobby se la caverà con una bacchettata sulle dita. Non è giusto, ma è così che andrà e lo sappiamo entrambi. Suo figlio sarà di nuovo libero, proprio come le altre volte. Ma solo se si costituirà.

— Lei dice così — fece Acosta. — Ma la vita è imprevedibile. E, in ogni caso, avrei pur sempre venduto mio figlio. — Mi fissò torvo. — E sulla base di una semplice insinuazione. — Si voltò verso Deborah. — Non accetto.

— Signor Acosta — protestò lei, ma l’uomo la interruppe con un gesto della mano.

— In ogni caso — fece — non so dove sia.

Si scrutarono reciprocamente; capii subito che nessuno dei due aveva intenzione di arrendersi e dopo poco lo capirono anche loro. Deborah lo guardò, scuotendo lentamente il capo, e si alzò a fatica dal divano.

— E va bene — dichiarò. — Se l’è voluta lei. Grazie per la disponibilità. — Gli diede le spalle e si diresse verso la porta.

Non mi ero ancora liberato dalla morsa del divano carnivoro che mia sorella aveva già abbassato la maniglia. Mi misi in piedi con difficoltà, mentre Alana Acosta distese le lunghe gambe affusolate e si alzò dalla poltrona. Il movimento fu così improvviso e melodrammatico che rimasi a osservarla mentre si tirava su e mi passava davanti con noncuranza, ostentando la sua vertiginosa statura.

— Che noia — disse.

— Vai a casa? — le domandò Acosta.

Alana si chinò a dargli un bacetto sulla guancia, e il grande diamante incastonato nell’ankh gli sbatté sulla faccia. Non parve ferirlo e Acosta non fece una piega. — Sì — disse lei. — Ci vediamo stasera. — Si diresse elegantemente alla porta e io mi accorsi che non potevo evitare di guardarla. Allora mi diedi un contegno e la seguii fuori dall’ufficio.

Deborah mi aspettava davanti all’ascensore, a braccia conserte, battendo nervosamente un piede.

Alana, forse pensando che non vi fosse motivo di imbarazzo, ci raggiunse e le andò vicino. Mia sorella la scrutò; per guardarla in faccia le toccò tirar su il più possibile il collo. La donna ricambiò lo sguardo inespressiva, poi, al suono del campanello di arrivo dell’ascensore, distolse gli occhi. Alana entrò e Deborah la seguì impettita, digrignando i denti. A me non restò altra scelta che precipitarmi in mezzo a loro, sperando di riuscire a impedire la rissa.

Che per fortuna non ci fu.

Le porte si richiusero, l’ascensore scese sobbalzando e, prima che Deborah potesse di nuovo incrociare le braccia, Alana la guardò dall’alto verso il basso e disse: — Io so dove si trova Bobby.

35

In principio nessuno parlò. Era uno di quei momenti in cui le parole restano sospese in aria e, anche se di ognuna conosci l’esatto significato, non riesci a metterle insieme per coglierne il senso. L’ascensore continuava a scendere, rapido. Guardai Alana. I miei occhi le arrivavano al mento, ed ebbi un’ottima visuale della sua collana. Avevo indovinato, il pendente era proprio un ankh. Era leggermente allungato e la punta avrebbe potuto pungerle la pelle. Mi domandai se non le avesse lasciato qualche cicatrice. Non ero molto ferrato in diamanti, ma questo doveva essere autentico ed era molto grosso.

Ovviamente, Deborah non godeva della mia stessa vista sul gioiello, così fu la prima a riprendersi. — Che cosa significa, dannazione? — fece.

Alana abbassò gli occhi verso di lei. Certo, alta com’era non avrebbe potuto fare diversamente, ma c’era di più. Le lanciò uno di quegli sguardi divertiti e condiscendenti tipici degli inglesi, e disse: — Che cosa vorrebbe che significasse, sergente? — Pronunciò la parola “sergente” come se si rivolgesse a un buffo insetto, e la cosa non sfuggì a mia sorella, che arrossì.

— Senta, si diverte a prendersi gioco della gente e a tenerla sulla corda? — saltò su Deborah. — Perché cazzo dovrebbe rivelarmi che sa dov’è, se tanto non me lo vuole dire?

Alana la guardò, ancora più divertita. — Chi le ha detto che non glielo voglio dire?

Deborah si spostò bruscamente di lato e pigiò il pulsante rosso sul pannello di controllo dell’ascensore. La cabina si bloccò con uno strattone. Un campanello cominciò a suonare.

— Mi ascolti — fece mia sorella, fissando Alana dritta in faccia, o per essere precisi sul collo. — Non ho tempo da perdere con i suoi fottuti giochini. C’è una ragazza là fuori in pericolo di vita e penso che sia con Bobby, o che lui sappia dov’è, e devo trovarla prima che venga ammazzata. Se lei sa dove si trova Bobby, me lo dica. Adesso. Altrimenti mi seguirà in carcere con l’accusa di occultamento di prove.

Alana non parve impressionarsi. Sorrise, scosse il capo, poi passò davanti a Deborah e pigiò il pulsante. L’ascensore riprese a muoversi. — Dico sul serio, sergente — fece. — Non c’è bisogno che mi minacci con frusta e catene. Glielo dico volentieri.

— Allora la pianti di tenermi sulla corda e parli — le ingiunse Debs.

— Joe ha una proprietà che a Bobby piace parecchio — spiegò. — È abbastanza grande, oltre una quarantina di ettari, ed è completamente disabitata.

— Dov’è? — chiese Deborah tra i denti.

— Avete mai sentito parlare della Terra dei Bucanieri? — disse Alana.

Deborah annuì. — Ho presente — disse.

Ce l’avevo presente anch’io. La Terra dei Bucanieri era stato il più grande parco dei divertimenti del Sud della Florida; da piccoli c’eravamo stati parecchie volte sia io che mia sorella, e ci piaceva molto. Ovviamente, all’epoca eravamo gente semplice che non aveva mai visto niente di meglio, e quando un intraprendente affarista aprì un altro parco a nord, ci rendemmo conto di quanto la Terra dei Bucanieri fosse obsoleta. La stessa cosa accadde un po’ in tutto il Sud della Florida e in seguito la Terra dei Bucanieri venne chiusa. Ma il ricordo mi era rimasto.

— Ha chiuso anni fa — dissi, e Alana mi guardò.

— Infatti — annuì. — Ha fatto fallimento ed è rimasta lì per anni, finché Joe non l’ha acquistata per pochi centesimi. È una proprietà di grande valore commerciale. Ma Joe non ne ha ancora fatto nulla. Perché a Bobby piace. Spesso ci va in moto con gli amici.

— Perché crede che sia lì? — chiese Debs.

Alana alzò le spalle, un altro gesto elegante per umiliare l’interlocutore. — Perché ha un senso — disse, altezzosa. — È un posto deserto e completamente isolato. Andarci gli piace. All’interno della proprietà c’è il vecchio cottage del custode che Bobby continua a tenere in funzione. — Sorrise. — Credo che di tanto in tanto ci porti qualche ragazza.

L’ascensore terminò la corsa. Le porte si aprirono e una dozzina di persone si precipitarono all’interno.

— Accompagnatemi alla macchina — disse Alana in mezzo alla folla. Avanzò tra la gente, fiduciosa che si sarebbero spostati al suo passaggio. E, in un certo senso, così accadde.

La seguimmo a fatica. Io ricevetti una gomitata nelle costole da una pingue donna di mezza età e, per non rimanere intrappolato nell’ascensore, dovetti bloccare le porte con la mano. Debs e Alana erano già in fondo all’atrio e si dirigevano a passo svelto verso il garage. Mi affrettai a raggiungerle.

Arrivai mentre stavano entrando nel parcheggio e colsi solo il finale di una delle snervanti domande di Deborah. — … e io dovrei crederle?

— Certo, tesoro — fece Alana. — Perché Bobby ha compromesso tutto il mio lavoro.

— Il suo lavoro? — fece Deborah, con spregio. — Non le pare una parola un po’ grossa?

— No, affatto — replicò Alana. — A cominciare dalla mia Carriera Discografica. — Pronunciò le ultime parole come se fossero il titolo di un noiosissimo libro. — Comunque mi creda, fare carriera in campo musicale è davvero dura, specie per una priva di talento come me. — Sorrise a Debs con affetto. — Gran parte del lavoro consiste nell’andare a letto con gente terribilmente sgradevole, ovvio. Ne converrà che non è facile.

— È molto più facile consegnare suo figlio alla polizia, suppongo — disse Debs.

— Figliastro, a dire il vero — la corresse Alana, imperturbabile. Alzò le spalle e si fermò davanti a una smagliante Ferrari arancione decapottabile parcheggiata di fronte a un cartello di divieto di sosta. — Io e Bobby non siamo mai andati d’accordo, a differenza di quello che pensa Joe. E in ogni caso, come lei ha fatto abilmente notare, con i soldi e gli appoggi che ha suo padre, Bobby la passerà sicuramente liscia. Ma se permettiamo che la situazione vada avanti, il prestigio di Joe potrebbe risentirne. Così Bobby finirà nei guai, Joe trascurerà gli affari e per tirarlo fuori andrà in bancarotta. Di conseguenza a me toccherà trovare un altro modo per sbarcare il lunario, il che non sarà tanto facile, visto che non sono più nel fiore degli anni.

Deborah mi lanciò un’occhiata che ricambiai. Il discorso di Alana aveva senso, specie per una persona priva di sentimenti quale ero stato io. Era un ragionamento contorto, ma freddo e razionale, e si adattava perfettamente alla natura di Alana. Eppure… c’era qualcosa di sbagliato in lei, non so se fosse il modo in cui parlava o altro, comunque non mi convinceva del tutto.

— Che cosa accadrà se Joe dovesse scoprire che ce l’ha detto? — le domandai.

Alana mi guardò. Nel fondo dei suoi occhi scorsi una presenza alata e oscura. Afferrai all’istante che cosa c’era di sbagliato, poi il sarcasmo british tornò a regnare sul suo viso. — Mi toccherà farmi perdonare — disse, e atteggiò le labbra in un sorriso splendidamente finto. — Ma