/ Language: Italiano / Genre:sf_fantasy / Series: Harry Potter (it)

Harry Potter e l'Ordine della Fenice

J.K. Rowling

Il quarto volume delle avventure di Harry Potter ci ha lasciato con il fiato sospeso: Lord Voldemort è tornato. Che cosa succederà ora che l’Oscuro Signore è di nuovo in pieno possesso dei suoi terrificanti poteri? Quanta morte e distruzione seminerà nel tentativo di riprendere il dominio dei mondo? Sono le stesse domande che si pone Harry Potter, disperatamente segregato — come tutte le estati — nella casa dei suoi zii Babbani, lontano dal mondo magico che gli appartiene. Ma qualcosa è cambiato anche in lui. Ormai quindicenne, lo ritroviamo divorato dalla frustrazione, dalla rabbia e dall’ansia di ribellione tipiche della sua età. In uno dei libri più attesi nella storia della letteratura, J.K. Bowling non cessa di stupirci. Tessendo un’altra stupefacente trama, riesce questa volta a dar voce alle inquietudini dell’adolescenza, ad arricchire il suo già mirabolante universo di nuove creature e nuovi indimenticabili personaggi, e anche a metterci in guardia contro la stupidità del potere e di chi lo usa per combattere il talento, il coraggio, la fantasia e la diversità.

J.K. Rowling

Harry Potter e l’Ordine della Fenice

A NEIL, JESSICA E DAVID, CHE RENDONO MAGICO IL MIO MONDO

CAPITOLO 1

DUDLEY DISSENNATO

Il giorno più caldo dell’estate — almeno fino a quel momento — volgeva al termine e un silenzio sonnacchioso gravava sulle grandi case quadrate di Privet Drive. Le automobili di solito scintillanti sostavano impolverate nei vialetti e i prati un tempo verde smeraldo si stendevano incartapecoriti e giallognoli, perché l’irrigazione era stata proibita a causa della siccità. In mancanza delle loro consuete occupazioni — lavare l’auto e falciare il prato — gli abitanti di Privet Drive si erano rintanati nella penombra delle loro case fresche, con le finestre spalancate nella speranza di indurre una brezza inesistente a entrare. La sola persona rimasta all’aperto era un adolescente che giaceva lungo disteso sulla schiena in un’aiuola fuori dal numero quattro.

Era un ragazzo magro, occhialuto, dai capelli neri, con l’aria sciupata e un po’ malsana di chi è cresciuto molto in poco tempo. I suoi jeans erano laceri e sporchi, la sua T-shirt larga e sbiadita, e le suole delle scarpe da tennis si stavano scollando. L’aspetto di Harry Potter non lo rendeva caro ai vicini, persone convinte che la trascuratezza dovrebbe essere punita per legge, ma poiché quella sera si era nascosto dietro un grosso cespuglio di ortensie, era del tutto invisibile ai passanti. In effetti, avrebbe potuto essere individuato solo se suo zio Vernon o sua zia Petunia avessero ficcato la testa fuori dalla finestra del salotto e guardato diritto dentro l’aiuola.

Nel complesso, Harry era convinto di aver avuto un’ottima idea a nascondersi lì. Forse non stava molto comodo, disteso sulla dura terra calda, ma d’altra parte nessuno lo guardava storto, né digrigliava i denti così forte da impedirgli di ascoltare il notiziario, né gli sparava domande perfide, com’era successo tutte le volte che aveva tentato di sedersi in salotto a guardare la televisione con gli zii.

Come se questo pensiero fosse entrato fluttuando dalla finestra aperta, Vernon Dursley, lo zio di Harry, parlò all’improvviso.

«Sono lieto di vedere che il ragazzo ha smesso di girarci fra i piedi. Dov’è, comunque?»

«Non so» disse zia Petunia, indifferente. «Non è in casa».

Zio Vernon grugnì.

«Guardare il telegiornale…» disse, sprezzante. «Vorrei sapere che cos’ha davvero in testa. Come se a un ragazzo normale potesse importare di quello che dicono al telegiornale… Dudley non ha idea di quello che succede; credo che non sappia nemmeno chi è il Primo Ministro! Comunque, non ci può essere qualcosa che riguarda i suoi simili nel nostro telegiornale…»

«Vernon, ssst!» disse zia Petunia. «La finestra è aperta!»

«Oh… sì… scusa, tesoro».

I Dursley tacquero. Harry ascoltò uno spot sui cereali Fruit ’n’ Bran mentre osservava la signora Figg, una vecchia matta amante dei gatti che abitava nella vicina Wisteria Walk, passare lemme lemme. Era accigliata e borbottava tra sé. Harry fu molto contento di essere nascosto dietro il cespuglio, perché la signora Figg di recente aveva preso l’abitudine di invitarlo a bere il tè tutte le volte che lo incontrava per la strada. Aveva svoltato l’angolo ed era scomparsa, quando la voce di zio Vernon uscì di nuovo dalla finestra.

«Dud è fuori per la merenda?»

«Dai Polkiss» disse zia Petunia, affettuosa. «Ha tanti amichetti, gli vogliono tutti così bene…»

Harry soffocò a fatica uno sbuffo. I Dursley erano straordinariamente stupidi quando si trattava del figlio Dudley. Si erano bevuti tutte le sue ottuse bugie sul fatto di essere invitato a merenda da un membro diverso della sua banda ogni sera delle vacanze estive. Harry sapeva benissimo che Dudley non era invitato da nessuna parte a merenda; lui e la sua banda passavano tutte le sere a fare a pezzi il parco giochi, fumare agli angoli delle strade e tirar sassi alle auto e ai bambini di passaggio. Harry li aveva visti all’opera durante le sue passeggiate serali per Little Whinging; aveva trascorso gran parte dell’estate vagando per le strade a recuperare giornali dai cestini.

L’attacco della sigla del notiziario delle sette raggiunse le orecchie di Harry e il suo stomaco si contrasse. Forse quella — dopo un mese di attesa — sarebbe stata la sera giusta.

«Un numero record di vacanzieri bloccati affolla gli aeroporti mentre lo sciopero degli addetti spagnoli ai bagagli entra nella seconda settimana…»

«Gli affibbierei una bella siesta eterna, io, a quelli là» ringhiò zio Vernon in coda alla frase del giornalista, ma fuori, dentro l’aiuola, lo stomaco di Harry si rilassò. Se fosse successo qualcosa, certo sarebbe stata la prima notizia; morte e distruzione erano più importanti dei vacanzieri bloccati.

Emise un lungo, lento respiro e scrutò il cielo di un azzurro luminoso. Tutti i giorni di quell’estate erano uguali: la tensione, l’attesa, il temporaneo sollievo, e poi la tensione che saliva di nuovo… e la domanda si faceva sempre più insistente: perché non era ancora successo nulla?

Rimase in ascolto, nel caso ci fosse qualche piccolo indizio, non riconosciuto dai Babbani per quello che era davvero: una scomparsa inspiegabile, forse, o qualche strano incidente… ma lo sciopero degli addetti ai bagagli fu seguito dalla siccità nel Sud-est («Spero che il vicino stia ascoltando!» borbottò zio Vernon. «Lui e i suoi innaffiatoi accesi alle tre del mattino!»), poi un elicottero che aveva rischiato di precipitare in un campo nel Surrey, poi il divorzio di una celebre attrice dal suo celebre marito («Come se a noi interessassero le loro sordide storielle» disse tirando su col naso zia Petunia, che aveva seguito il caso morbosamente in tutte le riviste su cui era riuscita a mettere le ossute mani).

Harry chiuse di nuovo gli occhi contro il cielo ormai fiammeggiante mentre il giornalista leggeva: «… e infine, Bungy il pappagallino ha trovato un nuovo modo per passare una fresca estate. Bungy, che vive alle Cinque Piume di Barnsley, ha imparato a fare lo sci d’acqua! Mary Dorkins ci è andata per noi».

Harry aprì gli occhi. Se erano arrivati ai pappagallini dediti allo sci d’acqua, non ci sarebbe stato nient’altro che valesse la pena di ascoltare. Rotolò cauto sulla pancia e si alzò su gomiti e ginocchia, pronto a strisciar fuori da sotto la finestra.

Si era spostato forse di cinque centimetri quando successero parecchie cose in rapida sequenza.

Un forte, echeggiante crac infranse il silenzio sonnacchioso come un colpo di fucile; un gatto sgattaiolò fuori da sotto un’auto parcheggiata e filò via; uno strillo, un’imprecazione sorda e un rumore di porcellana infranta uscirono dal salotto dei Dursley e, quasi fosse il segnale che aspettava, Harry balzò in piedi sfilando dalla vita dei pantaloni una sottile bacchetta di legno come se sfoderasse una spada… ma prima che potesse raddrizzarsi del tutto, la sua testa urtò contro la finestra aperta dei Dursley. Il frastuono che seguì fece strillare zia Petunia ancora più forte.

Harry si sentì la testa come spaccata in due. Con gli occhi lacrimanti, barcollò, tentando di mettere a fuoco la strada per individuare la fonte del rumore, ma si era a stento rimesso in piedi quando due manone violacee si protesero dalla finestra per serrarsi attorno alla sua gola.

«Mettila… via!» ringhiò zio Vernon nell’orecchio di Harry. «.Adesso! Prima… che… qualcuno… la… veda!»

«Lasciami… andare!» boccheggiò Harry. Per qualche istante lottarono: Harry tirava le dita a salsiccia dello zio con la mano sinistra, e con la destra manteneva una salda presa sulla bacchetta alzata; poi Harry sentì una fitta acuta alla sommità della testa: zio Vernon guaì e lo lasciò andare come se avesse ricevuto una scarica elettrica. Una forza invisibile sembrava aver attraversato suo nipote, rendendo impossibile trattenerlo.

Ansante, Harry cadde in avanti sul cespuglio di ortensie, si rialzò e si guardò intorno. Non c’era traccia di ciò che aveva provocato la forte esplosione, ma c’erano molte facce che sbucavano da molte finestre vicine. Harry infilò in fretta la bacchetta al suo posto nei jeans e cercò di assumere un’aria innocente.

«Serata deliziosa!» urlò zio Vernon salutando con la mano la signora del numero sette di fronte, che lo guardava torva da dietro le tende a rete. «Sentito che ritorno di fiamma? Io e Petunia ci siamo presi un colpo!»

Continuò a sorridere in un modo orribile, maniacale, finché tutti i vicini curiosi non furono scomparsi dalle varie finestre; poi mutò il sorriso in una smorfia di rabbia, e fece cenno a Harry di avvicinarsi.

Harry mosse qualche passo avanti, badando a fermarsi appena prima del punto in cui le mani tese di zio Vernon avrebbero potuto riprendere a strangolarlo.

«Che cosa diavolo intendevi fare, ragazzo?» chiese zio Vernon con voce rasposa, tremante di furia.

«Che cosa intendevo fare in che senso?» ribatté Harry, gelido. Continuava a guardare a destra e sinistra lungo la strada, nella speranza di vedere il responsabile dell’esplosione.

«Quel fracasso da pistola proprio fuori dalla nostra…»

«Non sono stato io» disse Harry con decisione.

La faccia magra, cavallina di zia Petunia comparve accanto al faccione largo e violetto di zio Vernon. Era furiosa.

«Perché stavi appostato sotto la finestra?»

«Sì, sì, hai ragione, Petunia! Che cosa ci facevi sotto la nostra finestra, ragazzo

«Ascoltavo il telegiornale» rispose Harry con voce rassegnata.

Zio e zia si scambiarono uno sguardo indignato.

«Ascoltavi il telegiornale? Ancora?»

«Be’, sapete, tutti i giorni è diverso» disse Harry.

«Non fare il furbo con me, ragazzo! Voglio sapere che cos’hai davvero in mente… e non rifilarmi più queste sciocchezze sul fatto che vuoi ascoltare il telegiornale! Sai perfettamente che i tuoi simili…»

«Attento, Vernon!» sussurrò zia Petunia, e zio Vernon abbassò la voce tanto che Harry lo sentì a fatica: «…che i tuoi simili non finiscono nel nostro telegiornale!»

«Questo lo dite voi» replicò Harry.

I Dursley lo guardarono con gli occhi sbarrati per qualche istante, poi zia Petunia disse: «Sei un perfido piccolo bugiardo. Che cosa fanno…» e anche lei abbassò la voce, tanto che Harry dovette leggerle le labbra per il resto della frase «…tutti quei gufi, se non portarti notizie?»

«Aha!» esclamò zio Vernon in un sussurro trionfante. «Vediamo come te la cavi adesso, ragazzo! Come se non lo sapessimo, che tutte le notizie ti arrivano con quegli uccelli pestilenziali!»

Harry esitò un momento. Gli costava dire la verità, questa volta, anche se gli zii non potevano sapere quanto soffriva ad ammetterlo.

«I gufi… non mi stanno portando nessuna notizia» confessò, con voce piatta.

«Non ci credo» disse subito zia Petunia.

«Nemmeno io» aggiunse zio Vernon con energia.

«Sappiamo che hai in mente qualcosa di strano» disse zia Petunia.

«Non siamo stupidi, sai» aggiunse zio Vernon.

«Be’, questa sì che è una notizia» rispose Harry, che si stava arrabbiando, e prima che i Dursley potessero richiamarlo indietro, si voltò, attraversò il prato, scavalcò il muretto del giardino e marciò su per la strada.

Era nei guai, e lo sapeva. Avrebbe dovuto affrontare gli zii più tardi e pagare il prezzo della sua insolenza, ma al momento non gl’importava granché; aveva questioni molto più gravi per la testa.

Era sicuro che l’esplosione fosse stata provocata da qualcuno che si Materializzava o si Smaterializzava. Era esattamente il rumore che faceva Dobby l’elfo domestico quando svaniva nel nulla. Possibile che Dobby fosse lì in Privet Drive? Che lo stesse seguendo proprio in quell’istante? Nel pensarlo, Harry si voltò a guardare Privet Drive, che però appariva completamente deserta. Ed era certo che Dobby non sapesse rendersi invisibile.

Continuò a camminare, senza nemmeno pensare a che strada stava facendo, perché di recente aveva battuto quelle vie così spesso che i piedi lo portavano automaticamente verso i suoi rifugi preferiti. Ogni due o tre passi si guardava alle spalle. Un essere magico era vicino a lui quando era disteso tra le begonie morenti di zia Petunia, ne era certo. Perché non gli aveva rivolto la parola, perché non aveva cercato un contatto, perché ora si nascondeva?

E poi, proprio quando la frustrazione era al culmine, la sua sicurezza svanì.

Forse non era un rumore magico, dopotutto. Forse lui era così avido del minimo segno di contatto da parte del suo mondo che aveva solo una reazione eccessiva a rumori perfettamente ordinali. Poteva essere certo che non fosse stato il fragore di qualcosa che si rompeva in casa di un vicino?

Provò la sorda sensazione che lo stomaco gli sprofondasse e, prima che se ne rendesse conto, la disperazione che lo aveva afflitto tutta l’estate gli fu di nuovo addosso.

L’indomani mattina avrebbe messo la sveglia alle cinque, in modo da poter pagare il gufo che consegnava La Gazzetta del Profeta: ma aveva senso continuare a comprarla? Harry dava appena un’occhiata alla prima pagina e poi la gettava via; quando quegli idioti del giornale avessero finalmente capito che Voldemort era tornato, sarebbe stata una notizia da titoloni, ed era l’unico genere di notizie che gli interessava.

Se avesse avuto fortuna, ci sarebbero stati anche i gufi dei suoi migliori amici Ron e Hermione, anche se la speranza che le loro lettere gli portassero notizie si era infranta da tempo.

Non possiamo dire molto di Tu-Sai-Chi, ovviamente… Ci è stato raccomandato di non scrivere niente d’importante nel caso che le lettere vadano perse… Abbiamo parecchio da fare ma non posso spiegarti i dettagli… Stanno succedendo un sacco di cose, ti diremo tutto quando ci vedremo…

Ma quando si sarebbero visti? Nessuno pareva preoccuparsi di indicare una data precisa. Hermione aveva scribacchiato Spero che ci vedremo presto in fondo al suo biglietto di auguri di compleanno, ma quanto presto era presto? Per quello che poteva dedurre Harry dalle vaghe allusioni nelle loro lettere, Hermione e Ron si trovavano nello stesso posto, presumibilmente a casa di Ron. Riusciva a stento a sopportare il pensiero di quei due che si divertivano alla Tana quando lui era bloccato in Privet Drive. In effetti, era così arrabbiato con loro che aveva gettato via senza aprirle le due scatole di cioccolatini di Mielandia che gli avevano mandato per il suo compleanno. Più tardi se n’era pentito, dopo l’insalata appassita che zia Petunia aveva proposto a cena quella sera.

E che cosa teneva Ron e Hermione tanto occupati? Perché lui, Harry, non era occupato? Non si era dimostrato capace di affrontare molte più cose di loro? Si erano dimenticati tutti di quello che aveva fatto? Non era stato lui a entrare nel cimitero, ad assistere all’assassinio di Cedric, a venire legato a quella lapide e a rischiare di essere ucciso?

Non pensarci, si disse Harry con fermezza per la centesima volta. Era già abbastanza brutto continuare a rivisitare il cimitero negli incubi senza indugiare in quei pensieri anche nelle ore di veglia.

Svoltò l’angolo in Magnolia Crescent; a metà della via passò davanti allo stretto vicolo sul lato di un garage dove per la prima volta aveva scorto il suo padrino. Sirius, almeno, sembrava capire quello che Harry provava. Bisognava ammetterlo, le sue lettere erano prive di vere notizie quanto quelle di Ron e Hermione, ma se non altro, invece di tormentarlo con vaghe allusioni, cercavano di metterlo in guardia e di consolarlo: So che dev’essere frustrante per te… Sta’ alla larga dai pasticci e andrà tutto bene… Sta’ attento e non agire d’impulso…

Be’, pensò Harry mentre attraversava Magnolia Crescent, svoltava in Magnolia Road e puntava verso il parco giochi sempre più buio, si era comportato (più o meno) secondo i consigli di Sirius. Almeno aveva resistito alla tentazione di legare il baule alla scopa e partire da solo per la Tana. In fondo si era comportato anche troppo bene, considerato come si sentiva deluso e arrabbiato per essere bloccato in Privet Drive da tanto tempo, ridotto a nascondersi tra le aiuole nella speranza di scoprire qualcosa su Lord Voldemort. Tuttavia era piuttosto irritante sentirsi dire di non agire d’impulso da uno che aveva trascorso dodici anni ad Azkaban, la prigione dei maghi, era evaso, aveva cercato di commettere l’omicidio per il quale era stato condannato in origine e poi era fuggito con un Ippogrifo rubato.

Harry scavalcò con un salto il cancello chiuso del parco e s’incamminò nell’erba rinsecchita. Il parco era vuoto come le strade attorno. Quando fu alle altalene, si lasciò cadere sull’unica che Dudley e i suoi amici non erano ancora riusciti a distruggere, attorcigliò un braccio attorno alla catena e rimase lì a fissare ingrugnito il terreno. Non poteva più nascondersi nell’aiuola dei Dursley. L’indomani avrebbe dovuto pensare a un nuovo modo per ascoltare il telegiornale. Nel frattempo, l’unica sua prospettiva era un’altra notte di sonno disturbato, perché anche quando sfuggiva agli incubi su Cedric faceva sogni sconvolgenti di lunghi corridoi ciechi o che finivano contro porte chiuse a chiave, cosa che attribuiva alla sensazione di prigionia che provava da sveglio. Spesso la vecchia cicatrice sulla fronte prudeva fastidiosa, ma Harry non s’illudeva più che Ron o Hermione o Sirius l’avrebbero trovato interessante. In passato, il dolore alla cicatrice era stato il segnale d’avvertimento che Voldemort stava ridiventando forte, ma adesso che lui era tornato probabilmente gli avrebbero detto che era ovvio che fosse sempre irritata… niente di cui preoccuparsi… roba vecchia…

L’ingiustizia di tutto questo gli fece montare una rabbia quasi da urlare. Se non fosse stato per lui, nessuno avrebbe nemmeno saputo che Voldemort era tornato! E la sua ricompensa era restare prigioniero a Little Whinging per ben quattro settimane, completamente isolato dal mondo magico, ridotto ad accucciarsi tra le begonie moribonde per sentir parlare di pappagallini che facevano sci d’acqua! Com’era possibile che Silente l’avesse dimenticato così facilmente? Perché Ron e Hermione erano in vacanza insieme e non avevano invitato anche lui? Quanto ancora doveva sopportare che Sirius gli dicesse di star calmo e fare il bravo, o resistere alla tentazione di scrivere a quella stupida Gazzetta del Profeta per far notare che Voldemort era tornato? Questi pensieri furibondi vorticavano nella testa di Harry, e le sue viscere si contorcevano per la rabbia nell’afosa notte di velluto che calava attorno a lui, l’aria carica dell’odore di erba calda e secca, unico rumore il sordo brontolio del traffico sulla strada oltre le inferriate del parco.

Non sapeva quanto fosse rimasto seduto sull’altalena prima che un rumore di voci interrompesse le sue riflessioni. Alzò lo sguardo. I lampioni delle strade attorno gettavano un bagliore nebuloso abbastanza intenso da delineare un gruppo di persone che avanzavano nel parco. Uno cantava a gran voce una canzone volgare. Gli altri ridevano. Un dolce ticchettio si alzava dalle costose bici da corsa che spingevano.

Harry sapeva chi erano. La sagoma in testa era senz’ombra di dubbio quella di suo cugino, Dudley Dursley, che si avviava verso casa accompagnato dalla sua fedele banda.

Dudley era enorme come sempre, ma un anno di dieta ferrea e la scoperta di un nuovo talento avevano sortito un certo cambiamento nel suo fisico. Come zio Vernon raccontava deliziato a chiunque lo ascoltasse, Dudley di recente era diventato il Campione di Pesi Medi Juniores Scolastici del Sud-est. La “nobile arte”, come la definiva zio Vernon, aveva reso Dudley ancora più temibile di quanto non fosse apparso a Harry ai tempi della scuola elementare, quando lo aveva usato come primo punching-ball. Harry non era più neanche lontanamente intimorito dal cugino, ma non pensava che il fatto che Dudley imparasse a prendere a pugni gli altri con crescente precisione fosse da osannare. I bambini del vicinato erano terrorizzati da lui ancora più che da “quel Potter” che, li avevano avvertiti, era un teppista incallito e frequentava il Centro di Massima Sicurezza San Bruto per Giovani Criminali Irrecuperabili.

Harry osservò le sagome scure solcare l’erba e si chiese chi avevano picchiato quella sera. Guardatevi attorno, si scoprì a pensare mentre li studiava. Andiamo… guardatevi attorno… sono qui tutto solo… dai, fatevi avanti…

Se gli amici di Dudley l’avessero visto lì seduto, certo si sarebbero precipitati su di lui, e allora come si sarebbe comportato Dudley? Non avrebbe voluto perdere la faccia davanti alla banda, ma sarebbe stato terrorizzato all’idea di provocare Harry… sarebbe stato proprio divertente assistere al dilemma di Dudley, schernirlo, osservarlo, incapace di reagire… e se uno degli altri avesse tentato di colpire Harry, lui era pronto. Aveva la sua bacchetta. Dovevano solo provarci… avrebbe adorato sfogare un po’ della sua frustrazione sui ragazzi che un tempo avevano reso la sua vita un inferno.

Ma non si voltarono, non lo videro, erano quasi al cancello. Harry dominò l’impulso di chiamarli… cercare lo scontro non era una mossa astuta… non doveva usare la magia… avrebbe rischiato di nuovo l’espulsione.

Le voci della banda di Dudley si spensero; i ragazzi erano fuori dalla sua vista e puntavano verso Magnolia Road.

Ecco fatto, Sirius, pensò Harry debolmente. Niente d’impulsivo. Sono stato alla larga dai guai. Proprio il contrario di quello che avresti fatto tu.

Si alzò e si stiracchiò. Zia Petunia e zio Vernon sembravano convinti che quando Dudley si faceva vivo era l’ora giusta per rientrare a casa, e qualunque orario successivo era troppo tardi. Zio Vernon aveva minacciato di rinchiudere Harry nel capanno se fosse tornato a casa dopo Dudley, e così, soffocando uno sbadiglio, e ancora rabbuiato, Harry puntò verso il cancello del parco.

Magnolia Road, come Privet Drive, era piena di grandi case quadrate con prati perfettamente curati, tutte appartenenti a grandi proprietari quadrati che guidavano auto molto pulite simili a quella di zio Vernon. Harry preferiva Little Whinging di notte, quando le tende abbassate disegnavano macchie di colore come gioielli nell’oscurità e lui non correva il rischio di sentire borbottii di disapprovazione per il suo aspetto da “delinquente”. Camminava in fretta, tanto che a metà di Magnolia Road la banda di Dudley fu di nuovo in vista; si stavano congedando all’imbocco di Magnolia Crescent. Harry entrò nell’ombra di un grande albero di lillà e attese.

«…strillava come un maiale, vero?» stava dicendo Malcolm, tra le risate chiocce degli altri.

«Bel gancio destro, Big D» disse Piers.

«Domani alla stessa ora?» chiese Dudley.

«Da me, i miei sono fuori» rispose Gordon.

«Ci vediamo là» disse Dudley.

«Ciao, Dud!»

«Ci si vede, Big D!»

Harry attese che il resto della banda si allontanasse prima di muoversi. Quando le loro voci si furono spente di nuovo, girò l’angolo di Magnolia Crescent e procedendo molto rapido si ritrovò ben presto a tiro di voce da Dudley, che passeggiava tranquillo, canticchiando un motivo stonato.

«Ehi, Big D!»

Dudley si voltò.

«Oh» borbottò. «Sei tu».

«Quand’è che sei diventato Big D, eh?» chiese Harry.

«Piantala» ringhiò Dudley, voltandosi.

«Bel nome» disse Harry, sorridendo e accordando il passo a quello del cugino. «Ma per me sarai sempre Didino Piccino».

«Ho detto PIANTALA!» ripeté Dudley, con le mani a prosciutto strette a pugno.

«I ragazzi non lo sanno che la tua mamma ti chiama così?»

«Chiudi quella bocca».

«A lei non lo dici di chiudere la bocca. E vogliamo parlare di Patatino e Diduccio? Questi almeno li posso usare?»

Dudley non disse niente. Lo sforzo di trattenersi dal picchiare Harry sembrava richiedere tutto il suo autocontrollo.

«Allora, a chi le avete date stasera?» chiese Harry, col sorriso che svaniva. «A un altro bambino di dieci anni? Lo so che due sere fa avete picchiato Mark Evans…»

«Andava in cerca di botte» soffiò Dudley.

«Oh, sul serio?»

«Ha fatto l’insolente».

«Davvero? Ha detto che sembri un maiale a cui hanno insegnato a camminare sulle zampe di dietro? Perché questa non è insolenza, Dud, è la verità».

Un muscolo si contrasse nella mascella di Dudley. Per Harry era un’enorme soddisfazione sapere quanto stava facendo arrabbiare Dudley; era come se stesse dirottando la sua frustrazione sul cugino, la sola valvola di sfogo che aveva.

Voltarono a destra lungo lo stretto vicolo dove Harry aveva visto Sirius per la prima volta, una scorciatoia tra Magnolia Crescent e Wisteria Walk. Era vuoto e molto più buio delle vie che collegava perché non c’erano lampioni. I loro passi suonavano smorzati tra le pareti di un garage da un lato e un’alta staccionata dall’altro.

«Credi di essere un grand’uomo a portare in giro quella roba, vero?» disse Dudley dopo qualche secondo.

«Quale roba?»

«Quella… quella cosa che tieni nascosta».

Harry sorrise di nuovo.

«Non sei stupido come sembri, eh, Dud? Ma immagino che se lo fossi non riusciresti a camminare e parlare nello stesso tempo».

Harry estrasse la bacchetta. Vide Dudley guardarla torvo.

«Non hai il permesso» disse subito il cugino. «Lo so che non ce l’hai. Verresti espulso da quella scuola di mostri dove vai».

«Come fai a sapere che non hanno cambiato le regole, Big D?»

«Non è così» borbottò Dudley, anche se non suonava del tutto convinto.

Harry rise piano.

«Non hai il coraggio di sfidarmi senza quella, vero?» sibilò Dudley.

«E invece tu hai bisogno di quattro compari alle spalle per darle a un bambino di dieci anni. E quel titolo di boxe che continui a sbandierare? Quanti anni aveva il tuo avversario? Sette, otto?»

«Ne aveva sedici, per tua informazione» ribatté Dudley, «ed è rimasto secco per venti minuti dopo che l’ho steso, ed era il doppio di te. Aspetta che dica a papà che hai tirato fuori quella cosa…»

«Corri da papà, adesso, eh? Il suo campioncino di boxe ha paura della brutta bacchetta di Harry?»

«Non sei così coraggioso di notte, vero?» sogghignò Dudley.

«Adesso è notte, Diddy. Si chiama così quando diventa tutto buio».

«Voglio dire quando sei a letto!»

Aveva smesso di camminare. Anche Harry si fermò e fissò il cugino. Da quel poco che riusciva a vedere, il faccione di Dudley ostentava un’espressione di strano trionfo.

«Che cosa intendi dire, non sono coraggioso quando sono a letto?» domandò, sconcertato. «Di che cosa dovrei aver paura, del cuscino?»

«Ti ho sentito ieri notte» disse Dudley. «Che parlavi nel sonno. Che piagnucolavi».

«Che cosa intendi dire?» chiese di nuovo Harry, ma c’era una sensazione di gelo e di vuoto nel suo stomaco. La notte prima aveva rivisitato il cimitero in sogno.

Dudley esplose in un’aspra risata canina, poi scelse una voce acuta e lamentosa.

«“Non uccidere Cedric! Non uccidere Cedric!” Chi è Cedric, il tuo amichetto?»

«Io… tu menti» disse Harry automaticamente. Ma la bocca gli si era inaridita. Sapeva che Dudley non mentiva: altrimenti come avrebbe fatto a sapere di Cedric?

«“Papà! Aiuto, papà! Mi ucciderà, papà! Buuu!”»

«Zitto» sibilò Harry piano. «Zitto, Dudley, ti avverto!»

«“Aiuto, papà! Mamma, aiutami! Ha ucciso Cedric! Papà, aiuto! Mi…” Non puntarmi addosso quella cosa!»

Dudley indietreggiò contro il muro del vicolo. Harry gli stava puntando la bacchetta dritto contro il cuore. Sentiva quattordici anni di odio per Dudley pulsargli nelle vene: che cosa non avrebbe dato per colpire subito, per stregare Dudley e costringerlo a strisciare a casa come un insetto, rimbambito, con le antenne che gli spuntavano…

«Non parlarmi mai più in quel modo» ringhiò. «Mi hai capito?»

«Punta quella cosa da un’altra parte!»

«Ho detto: mi hai capito

«Puntala da un’altra parte!»

«MI HAI CAPITO?»

«TOGLI QUELLA COSA DA…»

Dudley emise uno strano sospiro tremolante, come se fosse stato immerso in acqua gelata.

Qualcosa era successo alla notte. Il cielo indaco cosparso di stelle all’improvviso era diventato nero come la pece e privo di luci: le stelle, la luna, i lampioni nebulosi ai due capi del vicolo erano scomparsi. Il rombo lontano delle auto e il sussurro degli alberi erano spariti. La serata fragrante all’improvviso era fredda e pungente. Erano circondati da un’oscurità totale, impenetrabile, silenziosa, come se una mano gigante avesse gettato uno spesso mantello ghiacciato sull’intero vicolo, accecandoli.

Per un istante Harry credette di aver praticato la magia senza volerlo, nonostante avesse resistito più che poteva. Poi la ragione ebbe la meglio: non aveva il potere di spegnere le stelle. Voltò la testa da una parte e dall’altra, cercando di vedere qualcosa, ma l’oscurità premeva sui suoi occhi come un velo senza peso.

La voce terrorizzata di Dudley esplose nell’orecchio di Harry.

«C-che cosa s-stai facendo? F-fermati!»

«Non sto facendo niente! Zitto e non muoverti!»

«N-non ci vedo! Sono d-diventato cieco! Io…»

«Ho detto zitto!»

Harry rimase immobile, spostando lo sguardo cieco a destra e sinistra. Il freddo era così intenso che tremava tutto, sulle braccia gli era spuntata la pelle d’oca e i peli sulla nuca erano ritti. Spalancò gli occhi più che poteva, gettando intorno uno sguardo vacuo, senza vedere.

Era impossibile… non potevano essere lì… non a Little Whinging… Tese le orecchie… li avrebbe sentiti prima di vederli…

«Lo d-dirò a papà!» piagnucolò Dudley. «D-dove sei? Che cosa stai f-fa…»

«Vuoi star zitto?» sibilò Harry. «Sto cercando di ascol…»

Ma all’improvviso tacque. Aveva sentito proprio quello che temeva.

C’era qualcosa nel vicolo oltre a loro due, qualcosa che faceva respiri lunghi, rochi, sonori. Harry, tremante nell’aria gelida, avvertì un terribile fiotto di paura.

«P-piantala! Smettila! Te le d-do, giuro che te le do!»

«Dudley, chiudi…»

WHAM.

Un pugno colpì Harry alla testa, alzandolo da terra. Piccole luci bianche esplosero davanti ai suoi occhi. Per la seconda volta in un’ora Harry si sentì come se la sua testa fosse stata spaccata in due; un attimo dopo atterrava con un gran tonfo sul terreno e la bacchetta gli sfuggiva di mano.

«Dudley, sei un idiota!» urlò, gli occhi che lacrimavano dal dolore mentre si rimetteva a fatica a quattro zampe, cercando freneticamente a tentoni nell’oscurità. Sentì Dudley sferrare pugni, colpire la staccionata del vicolo, barcollare.

«DUDLEY, TORNA INDIETRO! GLI STAI CORRENDO INCONTRO!»

Ci fu un orrendo urlo, come uno squittio, e i passi di Dudley si fermarono. Nello stesso momento, Harry sentì un gelo strisciante alle spalle, che poteva voler dire solo una cosa. Ce n’era più di uno.

«DUDLEY, TIENI LA BOCCA CHIUSA! QUALUNQUE COSA TU FACCIA, TIENI LA BOCCA CHIUSA! La bacchetta!» borbottò Harry agitato, con le mani che zampettavano sul terreno come ragni. «Dov’è… la bacchetta… andiamo… lumos!»

Pronunciò l’incantesimo automaticamente, avido di luce che lo aiutasse nella sua ricerca. Con suo incredulo sollievo, la luce fiottò a pochi centimetri dalla sua mano destra. La punta della bacchetta si era accesa. Harry la afferrò, si alzò barcollando e si voltò.

Gli si rovesciò lo stomaco.

Una sagoma incappucciata e torreggiante scivolava quieta verso di lui, incombente sul suolo, senza piedi o volto visibili sotto la veste, succhiando la notte.

Barcollando all’indietro, Harry levò la bacchetta.

«Expecto Patronum!»

Uno sbuffo argenteo di vapore si sprigionò dalla punta della bacchetta e il Dissennatore rallentò, ma l’incantesimo non aveva funzionato a dovere; inciampando nei propri piedi, Harry si ritrasse ancora. Il Dissennatore si chinava su di lui, e il panico gli annebbiò il cervello. Concentrati…

Un paio di mani grigie, viscide, coperte di croste scivolarono fuori dalla veste del Dissennatore, cercando di afferrarlo. Un sibilo riempì le orecchie di Harry.

«Expecto Patronum!»

La sua voce risuonò debole e remota. Un altro sbuffo di fumo d’argento, più esile del primo, si levò dalla bacchetta: non riusciva a far altro, l’incantesimo non funzionava.

C’era una risata dentro la sua testa, una risata penetrante, acuta… sentiva il fiato putrido e freddo di morte del Dissennatore che gli riempiva i polmoni, affogandolo. Pensa… a qualcosa di bello…

Ma non c’era felicità in lui… le dita ghiacciate del Dissennatore si stavano serrando attorno alla sua gola. Il riso acuto diventava sempre più forte, e una voce parlò nella sua testa: «Inchinati alla morte, Harry… forse non ti farà nemmeno male… io non posso saperlo… non sono mai morto…»

Non avrebbe mai più rivisto Ron e Hermione…

E mentre lottava per respirare, i loro volti esplosero nitidi nella sua mente.

«EXPECTO PATRONUM!»

Un enorme cervo d’argento spuntò dalla punta della bacchetta di Harry; le sue corna colpirono il Dissennatore nel punto dove avrebbe dovuto esserci il cuore; l’essere fu scagliato all’indietro, privo di peso come l’oscurità, e di fronte al cervo che caricava ancora, scivolò via come un pipistrello, sconfitto.

«DA QUESTA PARTE!» urlò Harry al cervo. Voltandosi, scattò lungo la stradina, tenendo alta la bacchetta accesa. «DUDLEY? DUDLEY!»

Aveva corso forse per una decina di passi quando li raggiunse: Dudley era rannicchiato a terra, le braccia strette sul volto. Un secondo Dissennatore era chino su di lui e gli stringeva i polsi nelle mani viscide, allontanandoli lentamente, quasi con affetto, curvando la testa incappucciata verso il suo viso, pronto a baciarlo.

«PRENDILO!» urlò Harry, e con una sorta di rombo sibilante il cervo che aveva evocato lo superò al galoppo. Il volto senz’occhi del Dissennatore era appena a qualche centimetro da quello di Dudley quando le corna d’argento lo colpirono: volò in aria e, al pari del compagno, si allontanò fluttuando e fu inghiottito dall’oscurità; il cervo trotterellò in fondo alla stradina e si dissolse in una nebbia perlacea.

Luna, stelle e lampioni si riaccesero. Una calda brezza spazzò il vicolo. Gli alberi frusciarono nei giardini vicini e il banale rombo delle auto in Magnolia Crescent riempì di nuovo l’aria. Harry rimase immobile, con tutti i sensi all’erta, prendendo atto del brusco ritorno alla normalità. Dopo un momento, si rese conto che la T-shirt gli si era incollata addosso; grondava di sudore.

Non riusciva a crederci: dei Dissennatori lì, a Little Whinging.

Dudley giaceva rannicchiato a terra, piagnucoloso e tremante. Harry si chinò a vedere se era in grado di rialzarsi, ma poi udì dei sonori passi di corsa alle spalle. Alzò d’istinto la bacchetta un’altra volta e si voltò di scatto per affrontare il nuovo venuto.

La signora Figg, la loro vicina, la vecchia matta, comparve ansimando. I capelli brizzolati le sfuggivano dalla retina, una tintinnante borsa per la spesa le penzolava dal polso e i suoi piedi erano mezzi fuori dalle pantofole di feltro scozzese. Harry fece per riporre in fretta la bacchetta al sicuro, ma…

«Non metterla via, sciocco!» strillò lei. «E se ce ne sono altri in giro? Oh, lo ucciderò, quel Mundungus Fletcher!»

CAPITOLO 2

UN PACCO DI GUFI

«Che cosa?» domandò Harry in tono vacuo.

«Se n’è andato!» disse la signora Figg, torcendosi le mani. «È andato via perché doveva vedere uno per una partita di calderoni caduti dalla coda di una scopa! Gli ho detto che l’avrei spellato vivo se fosse andato via, e adesso guarda! Dissennatori! È pura fortuna che io abbia messo di guardia Mr Tibbles! Ma non abbiamo tempo di stare a cincischiare! Presto, adesso dobbiamo portarti indietro! Oh, i guai che ne verranno! Lo ucciderò

«Ma…» La rivelazione che la vecchia vicina matta con la fissa dei gatti sapeva che cos’erano i Dissennatori fu per Harry uno shock pari quasi all’averne incontrati due nel vicolo. «Lei è… lei è una strega

«Io sono una Maganò, Mundungus lo sa benissimo, e quindi come potevo aiutarti a respingere dei Dissennatori? Ti ha lasciato del tutto privo di protezione quando io lo avevo avvertito…»

«Questo Mundungus mi seguiva? Un momento… è stato lui! Si è Smaterializzato davanti a casa mia!»

«Sì, sì, sì, ma per fortuna avevo fatto appostare Mr Tibbles sotto una macchina perché non si sa mai, e Mr Tibbles è venuto ad avvertirmi, ma quando sono arrivata a casa tua te n’eri andato… e adesso… oh, che cosa dirà Silente? Tu!» strillò rivolta a Dudley, ancora disteso per terra nel vicolo. «Tira su quel sederone, svelto!»

«Lei conosce Silente?» disse Harry, fissandola.

«Ma certo che conosco Silente, chi non conosce Silente? Ma andiamo… non sarò di nessun aiuto se quelli tornano, non sono mai riuscita nemmeno a Trasfigurare una bustina del tè».

Si chinò, afferrò con le mani rattrappite un braccio massiccio di Dudley e strattonò.

«Tirati su, fagotto inutile, tirati su

Ma Dudley o non poteva o non voleva muoversi. Rimase a terra, tremante, il volto grigio, la bocca serrata.

«Ci penso io». Harry prese il braccio di Dudley e tirò. Con uno sforzo enorme riuscì a sollevarlo. Dudley sembrava lì lì per svenire. I suoi occhietti roteavano nelle orbite e il sudore gli imperlava il viso; non appena Harry lo lasciò andare, oscillò pericolosamente.

«Presto!» esclamò la signora Figg, agitata.

Harry si tirò uno dei braccioni di Dudley attorno alle spalle e lo trascinò verso la strada, curvo sotto il peso. La signora Figg camminava barcollando davanti a loro, scrutando ansiosa dietro l’angolo.

«Tieni fuori la bacchetta» disse a Harry mentre entravano in Wisteria Walk. «Non badare allo Statuto di Segretezza adesso, scoppierà un pandemonio comunque, tanto vale farsi impiccare per un drago che per un uovo. Altroché Ragionevole Restrizione delle Arti Magiche tra i Minorenni… questo era precisamente ciò che temeva Silente… Che cosa c’è là in fondo alla via? Oh, è solo il signor Prentice… non mettere via la bacchetta, ragazzo, devo continuare a ripeterti che io sono inutile?»

Non era facile tenere ferma la bacchetta e trasportare Dudley allo stesso tempo. Harry inflisse al cugino un’impaziente gomitata nelle costole, ma Dudley sembrava aver perso ogni desiderio di muoversi in modo autonomo. Era afflosciato sulla spalla di Harry, e i suoi piedoni si trascinavano.

«Perché non mi ha detto che è una Maganò, signora Figg?» chiese Harry, ansante per lo sforzo. «Tutte le volte che sono venuto a casa sua… perché non ha detto niente?»

«Ordini di Silente. Io dovevo tenerti d’occhio senza dire niente, eri troppo giovane. Mi dispiace di averti offerto uno svago così deprimente, Harry, ma i Dursley non ti avrebbero mai permesso di venire se avessero creduto che ti divertivi. Non è stato facile, sai… ma oh, parola mia» disse in tono tragico, torcendosi le mani un’altra volta, «quando lo saprà Silente… come ha potuto andarsene, quel Mundungus, era di guardia fino a mezzanotte… dov’è? Come farò a dire a Silente che cosa è successo? Io non sono capace di Materializzarmi».

«Ho una civetta, può prenderla in prestito» gemette Harry, chiedendosi se la sua spina dorsale si sarebbe spezzata sotto il peso di Dudley.

«Harry, non capisci! Silente avrà bisogno di agire il più presto possibile; il Ministero ha i suoi modi per individuare la magia minorile, lo sapranno già, credimi».

«Ma mi stavo liberando dei Dissennatori. Ho dovuto usare la magia… saranno più preoccupati di quello che facevano dei Dissennatori vaganti per Wisteria Walk, no?»

«Oh, caro mio, vorrei tanto che fosse così, ma temo che… MUNDUNGUS FLETCHER, IO TI UCCIDERÒ!»

Ci fu un sonoro crac e un forte odore di alcol misto a tabacco stantio riempì l’aria. Un uomo tarchiato con la barba lunga, avvolto in un cappotto lacero, apparve proprio davanti a loro. Aveva gambe corte e storte, lunghi capelli rossi in disordine e occhi gonfi e iniettati di sangue che gli conferivano uno sguardo dolente da basset-hound. Reggeva un fagotto argenteo che Harry riconobbe subito. Un Mantello dell’Invisibilità.

«Cosa succede, Figgy?» disse, guardando prima la signora Figg, poi Harry e Dudley. «Non dovevi mica stare in incognito?»

«Te lo do io l’incognito!» urlò la signora Figg. «Dissennatori, brutto essere inutile, razza di vile perditempo!»

«Dissennatori?» ripeté Mundungus, sconcertato. «Dissennatori qui?»

«Sì, qui, stupido mucchio di cacche di pipistrello, qui!» strillò la signora Figg. «Dissennatori che hanno attaccato il ragazzo quando eri di guardia tu!»

«Accidenti» disse Mundungus debolmente, spostando lo sguardo dalla signora Figg a Harry e viceversa. «Accidenti, io…»

«E tu vai in giro a comprare calderoni rubati! Non te l’avevo detto di non andare? Eh?»

«Io… be’, io…» Mundungus era profondamente a disagio. «Era… era un’ottima occasione, sai…»

La signora Figg alzò il braccio da cui penzolava la borsa e colpì Mundungus sul volto e sul collo; a giudicare dal rumore metallico, era piena di scatole di cibo per gatti.

«Ahia… piantala, piantala, vecchia pipistrella pazza! Qualcuno deve dircelo, a Silente!»

«Sì… certo… che sì!» urlò la signora Figg, percuotendo con la borsa di cibo per gatti qualunque parte di Mundungus riusciva a raggiungere. «E… sarà… meglio… che… lo… faccia… tu… e… puoi… anche… dirgli… perché… non… eri… qui… a… dare… una… mano!»

«Datti una calmata!» urlò Mundungus, le braccia sopra la testa, cercando di chinarsi. «Vado, vado!»

É con un altro forte crac, scomparve.

«Spero che Silente lo ammazzi!» disse la signora Figg furiosa. «Adesso andiamo, Harry, che cosa aspetti?»

Harry decise di non sprecare il fiato residuo per spiegare che sotto la mole di Dudley riusciva a stento a camminare. Diede uno strattone al cugino semisvenuto e barcollò in avanti.

«Ti accompagno fino alla porta» disse la signora Figg mentre svoltavano in Privet Drive, «nel caso che ce ne fossero in giro degli altri… oh, parola mia, che catastrofe… e hai dovuto combatterli tu… e Silente aveva detto che dovevamo impedirti a tutti i costi di fare magie… be’, non serve piangere sulla pozione versata, immagino… e adesso… si Smaterializzi chi può!»

«E così» boccheggiò Harry, «Silente… mi… ha fatto… seguire?»

«Ma naturale» rispose la signora Figg impaziente. «Ti aspettavi che ti lasciasse andare in giro da solo dopo quello che è successo in giugno? Buon Dio, ragazzo, mi avevano detto che eri intelligente… bene… vai dentro e restaci» disse quando raggiunsero il numero quattro. «Immagino che qualcuno si metterà in contatto con te al più presto».

«E lei che cosa farà?» chiese Harry in fretta.

«Vado dritto a casa» rispose la signora Figg, scrutando la via buia con un brivido. «Devo aspettare altre istruzioni. Tu rimani dentro e basta. Buonanotte».

«Aspetti, non se ne vada ancora! Voglio sapere…»

Ma la signora Figg era già partita al trotto, con le pantofole di feltro che scivolavano e la borsa che tintinnava.

«Aspetti!» le urlò dietro Harry. Aveva un milione di domande da fare a chiunque fosse in contatto con Silente, ma di lì a pochi istanti la signora Figg fu inghiottita dall’oscurità. Accigliato, Harry si risistemò Dudley in spalla e risalì piano, a fatica, il vialetto del numero quattro.

La luce dell’ingresso era accesa. Harry infilò di nuovo la bacchetta nella cintura dei jeans, suonò il campanello e guardò la sagoma di zia Petunia diventare sempre più grande, stranamente deformata dal vetro ondulato della porta d’ingresso.

«Diddy! Era ora, cominciavo a essere… a essere… Diddy, che cosa c’è?»

Harry diede un’occhiata sghemba a Dudley e scivolò da sotto il suo braccio appena in tempo. Dudley si dondolò sul posto per un momento, la faccia verde pallido… poi aprì la bocca e vomitò sullo zerbino.

«DIDDY! Diddy, che cos’hai? Vernon? VERNON!»

Lo zio arrivò a passi pesanti dal salotto, coi baffoni da tricheco che svolazzavano di qua e di là, come sempre quando era agitato. Aiutò subito zia Petunia a trascinare Dudley oltre la soglia evitando di calpestare la pozza di vomito.

«Sta male, Vernon!»

«Che cos’hai, figliolo? Che cos’è successo? La signora Polkiss ti ha dato qualcosa di strano per merenda?»

«Perché sei tutto coperto di polvere, tesoro? Ti sei steso per terra?»

«Un momento… non sei stato aggredito, vero, figliolo?»

Zia Petunia urlò.

«Chiama la polizia, Vernon! Chiama la polizia! Diddy, tesoro, di’ qualcosa alla tua mamma! Che cosa ti hanno fatto?»

In tutta quella confusione nessuno parve notare Harry, cosa che gli andava benissimo. Riuscì a scivolare dentro appena prima che zio Vernon sbattesse la porta per chiuderla e, intanto che i Dursley avanzavano rumorosamente lungo il corridoio diretti in cucina, si spostò cauto e silenzioso verso le scale.

«Chi è stato, figliolo? Fuori i nomi. Li prenderemo, non preoccuparti».

«Ssst! Sta cercando di dire qualcosa, Vernon! Che cos’è, Diddy? Dillo alla tua mamma!»

Il piede di Harry era sul primo gradino quando Dudley ritrovò la voce.

«Lui».

Harry rimase paralizzato, il piede sulla scala, il volto contratto, pronto all’esplosione.

«RAGAZZO! VIENI QUI!»

Con un misto di paura e rabbia, Harry spostò lentamente il piede dalla scala e si voltò per seguire i Dursley.

La cucina scrupolosamente pulita emanava un singolare, irreale luccichio dopo l’oscurità dell’esterno. Zia Petunia sistemò Dudley su una sedia; era ancora molto verde e sudaticcio. Zio Vernon era in piedi davanti allo scolapiatti e scrutava Harry con gli occhietti ridotti a fessure.

«Che cos’hai fatto a mio figlio?» chiese con un ringhio minaccioso.

«Niente» rispose Harry, sapendo perfettamente che zio Vernon non gli avrebbe creduto.

«Che cosa ti ha fatto, Diddy?» domandò zia Petunia con voce tremolante, pulendo il vomito con una spugna dal giubbotto di pelle di Dudley. «È stata… è stata tu-sai-che-cosa, tesoro? Ha usato… la sua cosa

Lentamente, tremando, Dudley annuì.

«Non è vero!» esclamò Harry secco, mentre zia Petunia esalava un gemito e zio Vernon alzava i pugni. «Non gli ho fatto niente, non sono stato io, sono stati…»

Ma in quel preciso istante un allocco calò in picchiata attraverso la finestra. Mancò di poco la testa di zio Vernon, planò in cucina, lasciò cadere ai piedi di Harry la grossa busta di pergamena che reggeva nel becco, si voltò con grazia, sfiorò appena la cima del frigorifero con la punta delle ali, poi sfrecciò fuori di nuovo e si librò sopra il giardino.

«GUFI!» muggì zio Vernon con la vena della tempia che pulsava rabbiosa. Chiuse violentemente la finestra della cucina. «ANCORA GUFI! NON VOGLIO PIÙ VEDERE GUFI IN CASA MIA!»

Ma Harry stava già strappando la busta e sfilando la lettera, col cuore che batteva in un punto imprecisato dalle parti del pomo d’Adamo.

Caro signor Potter,

Siamo stati informati che lei ha praticato l’Incanto Patronus alle nove e ventitré di questa sera in una zona abitata da Babbani e in presenza di un Babbano.

La gravità di questa infrazione al Decreto per la Ragionevole Restrizione delle Arti Magiche tra i Minorenni si è tradotta nella sua espulsione dalla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Rappresentanti del Ministero saranno tra breve al suo domicilio per distruggere la sua bacchetta.

Poiché lei aveva già ricevuto un’ammonizione ufficiale per un precedente reato in base all’articolo 13 dello Statuto di Segretezza della Confederazione Internazionale dei Maghi, siamo spiacenti di informarla che la sua presenza è richiesta per un’udienza disciplinare al Ministero della Magia alle ore 9 del 12 agosto.

Sperando che stia bene,

cordiali saluti,

Mafalda Hopkirk

Ufficio per l’Uso Improprio delle Arti Magiche

Ministero della Magia

Harry lesse tutta la lettera due volte. Aveva solo una vaga idea del fatto che zio Vernon e zia Petunia stessero parlando. Dentro la sua testa, tutto era gelato e stordito. Un solo fatto era penetrato nella sua coscienza come un dardo paralizzante: era stato espulso da Hogwarts. Era tutto finito. Non sarebbe mai tornato.

Alzò lo sguardo sui Dursley. Zio Vernon era paonazzo, urlante, i pugni ancora levati; zia Petunia stringeva le braccia attorno a Dudley, che era in preda ad altri conati.

Il cervello temporaneamente inebetito di Harry parve risvegliarsi. Rappresentanti del Ministero saranno tra breve al suo domicilio per distruggere la sua bacchetta. Cera una sola cosa da fare: doveva fuggire, e subito. Dove sarebbe andato, Harry non lo sapeva, ma era sicuro di una cosa: a Hogwarts o fuori, aveva bisogno della bacchetta. In uno stato simile al sogno, la estrasse e si voltò per uscire dalla cucina.

«Dove credi di andare?» urlò zio Vernon. Quando Harry non rispose, attraversò a balzi la cucina per bloccare la porta che dava nel corridoio. «Non ho finito con te, ragazzo!»

«Levati di mezzo» gli intimò Harry, tranquillo.

«Tu adesso stai qui e mi spieghi come mai mio figlio…»

«Se non ti levi di mezzo ti faccio un incantesimo» disse Harry, alzando la bacchetta.

«Non puoi puntarla addosso a me!» sibilò zio Vernon. «Lo so che non hai il permesso di usarla fuori da quel manicomio che chiami scuola!»

«Il manicomio mi ha buttato fuori» ribatté Harry. «Quindi posso fare quello che voglio. Hai tre secondi. Uno… due…»

Un tonfo rimbombante riempì la cucina. Zia Petunia urlò, zio Vernon gridò e si chinò, ma per la terza volta quella notte Harry cercò la fonte di un rumore che non aveva provocato lui. La individuò subito: un gufo stordito e arruffato era posato sul davanzale della cucina e aveva appena cozzato contro la finestra chiusa.

Ignorando l’urlo angosciato “GUFI!” di zio Vernon, Harry attraversò la stanza di corsa e spalancò la finestra. Il gufo tese la zampa, alla quale era legato un piccolo rotolo di pergamena, scosse le piume, e ripartì non appena Harry ebbe preso la lettera. Con mani tremanti, Harry srotolò il secondo messaggio, che era scritto molto in fretta, tutto macchiato, con l’inchiostro nero.

Harry,

Silente è appena arrivato al Ministero e sta cercando di sistemare tutto. NON USCIRE DALLA CASA DEI TUOI ZII. NON FARE ALTRE MAGIE. NON CONSEGNARE LA BACCHETTA.

Arthur Weasley

Silente stava cercando di sistemare tutto… che cosa voleva dire? Quanto potere aveva Silente per contrastare il Ministero della Magia? C’era la possibilità che lui venisse riammesso a Hogwarts, allora? Un piccolo barlume di speranza si accese nel petto di Harry, quasi subito soffocato dal panico: come faceva a rifiutarsi di consegnare la bacchetta senza ricorrere alla magia? Avrebbe dovuto duellare con i rappresentanti del Ministero e, in quel caso, sarebbe stato fortunato a sfuggire ad Azkaban, per non parlare dell’espulsione.

La sua mente correva… poteva fuggire e rischiare di essere catturato dal Ministero, o restare dov’era e aspettare che lo trovassero lì. Era molto più tentato dalla prima ipotesi, ma sapeva che il signor Weasley aveva a cuore il suo interesse… e dopotutto Silente aveva sistemato cose ben peggiori in passato.

«Bene» disse Harry. «Ho cambiato idea. Resto».

Si sedette bruscamente al tavolo di cucina, di fronte a Dudley e a zia Petunia. I Dursley parvero spiazzati dal suo improvviso cambiamento. Zia Petunia gettò un’occhiata disperata a zio Vernon. La vena nella tempia violacea di quest’ultimo pulsava più forte che mai.

«Da dove vengono tutti questi maledetti gufi?» ringhiò.

«Il primo era del Ministero della Magia, che mi ha espulso» disse Harry, calmo. Aveva le orecchie tese per cogliere i rumori di fuori, nel caso che i rappresentanti del Ministero si stessero avvicinando, ed era più facile e meno rumoroso rispondere alle domande di zio Vernon che farlo arrabbiare e muggire. «Il secondo era del papà del mio amico Ron, che lavora al Ministero».

«Il Ministero della Magia?» mugghiò zio Vernon. «Gente come te al governo? Oh, questo spiega tutto, tutto, non c’è da stupirsi che il paese vada in malora».

Quando Harry non rispose, zio Vernon lo guardò truce, poi sbottò: «E perché sei stato espulso?»

«Perché ho usato la magia».

«AHA!» ruggì zio Vernon, picchiando il pugno in cima al frigo, che si spalancò. Parecchie merendine ipocaloriche di Dudley si rovesciarono e caddero a terra. «Allora lo ammetti! Che cos’hai fatto a Dudley?»

«Niente» rispose Harry, un po’ meno tranquillo. «Non sono stato io…»

«Invece sì» borbottò Dudley inaspettatamente, e zio Vernon e zia Petunia agitarono all’istante le mani verso Harry per zittirlo mentre si chinavano su Dudley.

«Vai avanti, figliolo» disse zio Vernon, «che cos’ha fatto?»

«Diccelo, tesoro» sussurrò zia Petunia.

«Mi ha puntato addosso la bacchetta» biascicò Dudley.

«Sì, è vero, però non l’ho usata…» esordì Harry rabbioso, ma…

«ZITTO!» ruggirono in coro zio Vernon e zia Petunia.

«Vai avanti, figliolo» ripeté zio Vernon, coi baffi che svolazzavano furiosi.

«È diventato tutto buio» disse Dudley con voce roca, tremando. «Tutto buio. E poi ho s-sentito… delle cose. Dentro l-la testa».

Zio Vernon e zia Petunia si scambiarono sguardi di puro terrore. Se la cosa che meno amavano al mondo era la magia — seguita a ruota dai vicini che violavano più di loro il divieto di usare l’acqua in giardino — la gente che sente delle voci era decisamente tra le ultime dieci. Era chiaro che credevano che Dudley stesse perdendo la testa.

«Che genere di cose hai sentito, caro?» sussurrò zia Petunia, molto pallida, con le lacrime agli occhi.

Ma Dudley sembrava incapace di spiegarlo. Rabbrividì di nuovo scuotendo il testone biondo e Harry, nonostante il senso di torpido terrore che era calato su di lui all’arrivo del primo gufo, provò una certa curiosità. I Dissennatori facevano rivivere a una persona i momenti peggiori della sua vita. Che cos’era stato costretto ad ascoltare il viziato, coccolato, prepotente Dudley?

«Come mai sei caduto, figliolo?» disse zio Vernon con la voce di una calma innaturale, il genere di voce che avrebbe potuto adottare al capezzale di una persona molto malata.

«S-sono inciampato» disse Dudley, tremante. «E poi…»

Accennò al proprio petto massiccio. Harry capì. Dudley stava ricordando il gelo umido che riempie i polmoni quando speranza e felicità ti vengono risucchiate.

«Terribile» gracchiò Dudley. «Freddo. Proprio freddo».

«Va bene» disse zio Vernon con calma forzata. Zia Petunia posò una mano ansiosa sulla fronte di Dudley per sentire se aveva la febbre. «E poi che cos’è successo, Dud?»

«Ho sentito… ho sentito… ho sentito… come se… come se…»

«Come se non potessi mai più essere felice» gli venne in soccorso Harry con voce inespressiva.

«Sì» sussurrò Dudley, ancora tremante.

«Allora!» esclamò zio Vernon, ergendosi diritto, la voce tornata al suo pieno, notevole volume. «Tu hai scagliato qualche stupido incantesimo su mio figlio in modo che sentisse delle voci e credesse di essere… di essere condannato all’infelicità o roba del genere, eh?»

«Quante volte devo dirtelo?» disse Harry, con malumore e voce crescenti. «Non sono stato io! Sono stati due Dissennatori!»

«Due… che cosa sono queste sciocchezze?»

«Dis-sen-na-to-ri» ripeté Harry, forte e chiaro. «Erano due».

«E che cosa diavolo sono i Dissennatori?»

«Fanno la guardia alla prigione dei maghi, Azkaban» disse zia Petunia.

Due secondi di sonoro silenzio seguirono queste parole prima che zia Petunia si premesse la mano sulla bocca come se si fosse lasciata sfuggire una parolaccia disgustosa. Zio Vernon la guardò con gli occhi sgranati. Il cervello di Harry turbinò. La signora Figg era un conto… ma zia Petunia?

«Come fai a saperlo?» le chiese, esterrefatto.

Zia Petunia pareva piuttosto sconvolta per quello che aveva detto. Scoccò a zio Vernon un’occhiata di timorose scuse, poi abbassò appena la mano, rivelando la dentatura cavallina.

«Ho sentito… quell’orribile ragazzo… spiegarlo a lei… tanti anni fa» disse a scatti.

«Se intendi la mia mamma e il mio papà, perché non usi i loro nomi?» gridò Harry, ma zia Petunia lo ignorò. Sembrava terribilmente confusa.

Harry era stupefatto. A parte uno sfogo di alcuni anni prima, nel corso del quale aveva urlato che la mamma di Harry era una svitata, non aveva mai sentito zia Petunia menzionare la sorella. Era sbalordito che avesse serbato quell’informazione sul mondo dei maghi per tanto tempo, quando in genere cercava con tutte le forze di fingere che non esistesse.

Zio Vernon aprì la bocca, la chiuse, la aprì un’altra volta, la richiuse, poi, come sforzandosi di ricordare come si fa a parlare, la aprì per la terza volta e gracchiò: «Allora… allora… loro… ehm… loro… ehm… loro esistono davvero, questi… ehm… Dissechecosa?»

Zia Petunia annuì.

Zio Vernon spostò lo sguardo da lei a Dudley a Harry, come nella speranza che qualcuno stesse per urlare “Pesce d’aprile!” Poiché nessuno lo fece, aprì di nuovo la bocca, ma la fatica di trovare altre parole gli fu risparmiata dall’arrivo del terzo gufo della serata. Filò attraverso la finestra ancora aperta come una palla di cannone piumata e atterrò con un acciottolio sul tavolo di cucina, facendo sobbalzare dallo spavento tutti e tre i Dursley. Harry gli sfilò dal becco una seconda busta dall’aria ufficiale e la strappò mentre il gufo tornava a volteggiare nella notte.

«Basta… con questi dannati… gufi» borbottò zio Vernon distrattamente, marciando sino alla finestra per richiuderla con un colpo secco.

Caro signor Potter,

In seguito alla nostra lettera di circa ventidue minuti fa, il Ministero della Magia ha rivisto la propria decisione di distruggere immediatamente la sua bacchetta. Può conservarla fino all’udienza disciplinare del 12 agosto prossimo, quando verrà presa una decisione ufficiale.

In seguito a una discussione con il Preside della Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, il Ministero ha convenuto che la questione della sua espulsione verrà anch’essa discussa in quell’occasione. Dovrà dunque considerarsi sospeso dalla scuola fino a ulteriori indagini.

I migliori saluti,

Mafalda Hopkirk

Ufficio per l’Uso Improprio delle Arti Magiche

Ministero della Magia

Harry lesse la lettera tre volte di fila. Il nodo di pena nel suo petto si allentò un po’ per il sollievo di sapere che non era ancora stato espulso definitivamente, anche se le sue paure non erano affatto bandite. Tutto sembrava dipendere da quell’udienza del dodici agosto.

«Allora?» chiese zio Vernon, riportando Harry alla realtà. «Che cosa è successo? Ti hanno condannato a qualcosa? I tuoi simili ce l’hanno, la pena di morte?» aggiunse in un ritorno di ottimismo.

«Devo andare a un’udienza» rispose Harry.

«E ti giudicheranno allora?»

«Immagino di sì».

«Allora non smetto di sperare» commentò zio Vernon, perfido.

«Be’, se questo è tutto…» disse Harry, alzandosi. Non vedeva l’ora di trovarsi da solo, per riflettere e magari spedire una lettera a Ron, Hermione o Sirius.

«NO, COL CAVOLO CHE QUESTO È TUTTO!» mugghiò zio Vernon. «RIMETTITI SEDUTO!»

«E adesso che cosa c’è?»

«DUDLEY!» ruggì zio Vernon. «Voglio sapere esattamente che cos’è successo a mio figlio!»

«VA BENE!» gridò Harry, e per la rabbia scintille rosse e d’oro sprizzarono dalla punta della bacchetta che stringeva ancora in mano. Tutti e tre i Dursley si ritrassero, terrorizzati.

«Io e Dudley eravamo nel vicolo tra Magnolia Crescent e Wisteria Walk» disse Harry, parlando in fretta, lottando per controllarsi. «Dudley credeva di fare il furbo con me, così ho tirato fuori la bacchetta, ma non l’ho usata. Poi sono comparsi due Dissennatori…»

«Ma che cosa SONO i Disseccatori?» chiese zio Vernon, furioso. «Che cosa FANNO?»

«Te l’ho detto, ti succhiano via la felicità» rispose Harry, «e se ci riescono, ti baciano…»

«Ti baciano?» ripeté zio Vernon, gli occhi quasi fuori dalle orbite. «Ti baciano?»

«È così che si dice quando ti risucchiano l’anima dalla bocca».

Zia Petunia emise un debole urlo.

«L’anima? Non gli avranno preso… ce l’ha ancora…»

Afferrò Dudley per le spalle e lo scosse, come per cercare di sentire l’anima sbatacchiare dentro di lui.

«Ma certo che non gli hanno preso l’anima, ve ne accorgereste» disse Harry, esasperato.

«Li hai battuti, vero, figliolo?» chiese zio Vernon forte, con l’aria di chi cerca di riportare la conversazione su un piano che può comprendere. «Li hai sistemati col vecchio uno-due, vero?»

«Non si possono sistemare i Dissennatori col vecchio uno-due» disse Harry a denti stretti.

«Allora perché sta bene?» inveì zio Vernon. «Perché non è tutto vuoto, allora?»

«Perché ho usato l’Incanto…»

WHOOSH. Con un gran chiasso, un sibilo di ali e una morbida spruzzata di fuliggine, un quarto gufo schizzò fuori dal caminetto della cucina.

«PER L’AMOR DI DIO!» ruggì zio Vernon, strappandosi manciate di peli dai baffoni, cosa che non gli capitava di fare da molto tempo. «NON VOGLIO QUESTI GUFI QUI, NON LO TOLLERO, TE LO RIPETO!»

Ma Harry stava già sfilando un rotolo di pergamena dalla zampa del gufo. Era così convinto che la lettera fosse di Silente che spiegava tutto — i Dissennatori, la signora Figg, che cosa stava combinando il Ministero, come lui, Silente, intendeva sistemare le cose — che per la prima volta nella vita fu deluso nel vedere la grafia di Sirius. Ignorando la tirata di zio Vernon contro i gufi, ancora in corso, e strizzando gli occhi davanti a una seconda nuvola di fuliggine sollevata dall’ultimo gufo che ripartiva su per il camino, Harry lesse il messaggio di Sirius.

Arthur ci ha appena detto che cosa è successo. Fai qualunque cosa, ma non uscire più di casa.

Harry la trovò una risposta così inadeguata a tutto ciò che era accaduto quella notte che voltò la pergamena, cercando il resto della lettera. Ma non c’era altro.

Ecco che si stava arrabbiando di nuovo. Nessuno aveva intenzione di dirgli “ben fatto” per aver respinto da solo due Dissennatori? Sia il signor Weasley che Sirius parlavano come se lui si fosse comportato male, come se stessero risparmiando le sgridate fino a quando non avessero potuto stabilire la gravità dei fatti.

«…un pacco, voglio dire, un sacco di gufi che filano dentro e fuori casa. Non lo accetto, ragazzo, io non…»

«Non posso impedire ai gufi di arrivare» sbottò Harry, appallottolando la lettera di Sirius.

«Voglio la verità su quello che è successo stanotte!» abbaiò zio Vernon. «Se sono stati i Disserratori a far del male a Dudley, come mai sei stato espulso? Hai fatto una tu-sai-che-cosa, l’hai ammesso!»

Harry trasse un profondo respiro per calmarsi. La testa cominciava a fargli male di nuovo. Voleva più di ogni altra cosa uscire dalla cucina, allontanarsi dai Dursley.

«Ho fatto l’Incanto Patronus per liberarci dai Dissennatori» disse, costringendosi a restare calmo. «È la sola cosa che funziona contro di loro».

«Ma che cosa ci facevano dei Disseccatori a Little Whinging?» chiese zio Vernon in tono offeso.

«Non saprei» rispose Harry stancamente. «Non ne ho idea».

La sua testa pulsava nel bagliore del neon. La sua rabbia si sgonfiò. Si sentiva svuotato, esausto. I Dursley lo fissavano, tutti e tre.

«Sei tu» disse zio Vernon con violenza. «Deve aver a che fare con te, ragazzo, lo so. Perché altrimenti avrebbero dovuto saltar fuori qui? Perché mai dovevano essere in quel vicolo? Tu devi essere l’unico… l’unico…» Chiaramente non riusciva a pronunciare la parola “mago”. «L’unico tu-sai-cosa nel raggio di miglia».

«Non so perché erano qui».

Ma alle parole di zio Vernon, il cervello sfinito di Harry era tornato in azione. Perché i Dissennatori erano venuti a Little Whinging? Come poteva essere una coincidenza il fatto che fossero arrivati nel vicolo dove sì trovava Harry? Erano stati mandati? Il Ministero della Magia aveva perso il controllo sui Dissennatori? Avevano abbandonato Azkaban e si erano uniti a Voldemort, come aveva predetto Silente?

«Questi Disserratori sorvegliano una prigione di pazzi?» chiese zio Vernon, spezzando di colpo il filo dei pensieri di Harry.

«Sì» rispose Harry.

Se solo la testa avesse smesso di fargli male, se solo avesse potuto uscire dalla cucina e raggiungere la sua stanza buia e pensare…

«Oho! Sono venuti ad arrestarti!» esclamò zio Vernon, con l’aria trionfante di chi raggiunge una conclusione inconfutabile. «È così, vero, ragazzo? Sei in fuga dalla legge!»

«Certo che no» disse Harry, scuotendo il capo come per cacciare una mosca, con la mente che correva.

«E allora perché…?»

«Deve averli mandati lui» mormorò Harry, più a se stesso che a zio Vernon.

«Come sarebbe? Chi deve averli mandati?»

«Lord Voldemort» rispose Harry.

Registrò vagamente quanto fosse strano che i Dursley, che si ritraevano, strizzavano gli occhi, trasalivano e piagnucolavano all’udire parole come “mago”, “magia” o “bacchetta”, potessero ascoltare il nome del mago più malvagio di tutti i tempi senza il minimo tremore.

«Lord… un momento» disse zio Vernon, il volto contratto, un’espressione di crescente comprensione negli occhi porcini. «Ho sentito quel nome… era quello che…»

«Ha assassinato i miei genitori, sì» concluse Harry per lui.

«Ma è sparito» disse zio Vernon impaziente, senza minimamente pensare che l’assassinio dei genitori di Harry potesse essere un argomento penoso. «L’ha detto quel tipo gigante. È sparito».

«È tornato» rispose Harry gravemente.

Era molto strano, trovarsi lì in piedi nella cucina chirurgicamente asettica di zia Petunia, accanto al frigorifero ultimo modello e al televisore wide-screen, a parlare tranquillamente di Lord Voldemort con zio Vernon. L’arrivo dei Dissennatori a Little Whinging sembrava aver aperto una breccia nell’enorme muro invisibile che separava il mondo inesorabilmente non magico di Privet Drive dal mondo al di là. Le due vite di Harry si erano in un certo modo fuse e tutto era stato rovesciato; i Dursley chiedevano dettagli del mondo magico, e la signora Figg conosceva Albus Silente; i Dissennatori veleggiavano per Little Whinging, e lui rischiava di non tornare mai più a Hogwarts. La testa di Harry pulsò in modo ancor più doloroso.

«Tornato?» sussunò zia Petunia.

Stava guardando Harry come non lo aveva mai guardato prima. E all’improvviso, per la primissima volta nella sua vita, Harry apprezzò a fondo il fatto che zia Petunia fosse la sorella di sua madre. Non avrebbe saputo dire perché questo lo colpisse con tanta forza in quel momento. Sapeva solo di non essere l’unica persona nella stanza ad avere una vaga idea di ciò che poteva significare il ritorno di Lord Voldemort. Zia Petunia non l’aveva mai guardato così in tutta la sua vita. I suoi grandi occhi sbiaditi (così diversi da quelli della sorella) non erano serrati per il disgusto o la rabbia: erano spalancati e colmi di paura. La furibonda finzione che zia Petunia aveva sostenuto per tutta la vita di Harry — che non esisteva la magia e non esisteva mondo al di fuori di quello che abitava con zio Vernon — sembrava essere crollata.

«Sì» disse Harry, rivolto direttamente a zia Petunia, questa volta. «È tornato un mese fa. Io l’ho visto».

Le mani di lei trovarono le enormi spalle fasciate di pelle di Dudley e le serrarono.

«Un momento» riprese zio Vernon, spostando lo sguardo dalla moglie a Harry e viceversa, chiaramente stordito e confuso dalla comprensione senza precedenti che sembrava essere scattata fra loro. «Un momento. Dici che questo Lord Voldchecosa è tornato».

«Sì».

«Quello che ha assassinato i tuoi genitori».

«Sì».

«E adesso sta mandando i Dissalatori a darti la caccia?»

«Pare di sì» rispose Harry.

«Capisco» disse zio Vernon, spostando lo sguardo dalla pallida moglie a Harry e tirandosi su i pantaloni. Sembrava che si stesse ingrossando; il suo faccione violetto si dilatava davanti agli occhi di Harry. «Be’, questo decide tutto» disse, e il petto della camicia si tese mentre lui si gonfiava, «puoi andartene da questa casa, ragazzo!»

«Che cosa?» chiese Harry.

«Mi hai sentito: FUORI!» urlò zio Vernon, e perfino zia Petunia e Dudley sussultarono. «FUORI! FUORI! Avrei dovuto farlo anni fa! Gufi che trattano questo posto come un trespolo, pudding che esplodono, mezzo salotto distrutto, la coda di Dudley, Marge che rimbalza sul soffitto e quella Ford Anglia volante… FUORI! FUORI! È finita! Hai chiuso! Non resterai qui se un pazzo ti dà la caccia, non metterai in pericolo mia moglie e mio figlio, non ci procurerai altri guai. Se stai imboccando la strada dei tuoi inutili genitori, io ne ho abbastanza! FUORI!»

Harry rimase inchiodato dov’era. Le lettere del Ministero, del signor Weasley e di Sirius erano tutte accartocciate nella sua mano sinistra. Fai qualunque cosa, ma non uscire più di casa. NON USCIRE DALLA CASA DEI TUOI ZII.

«Mi hai sentito!» gridò zio Vernon, chinandosi in avanti, il faccione violetto così vicino che Harry sentì gli spruzzi di saliva colpirgli il viso. «Muoviti! Non vedevi l’ora di andartene mezz’ora fa! Ti accontento! Esci e non oscurare mai più la nostra soglia! Perché poi ti abbiamo tenuto, non lo so. Marge aveva ragione, dovevi andare all’orfanotrofio. Siamo stati troppo deboli, credevamo di fartela passare, credevamo di renderti normale, ma sei sempre stato marcio e io ne ho abbastanza… di gufi

Il quinto gufo sfrecciò giù dal camino così veloce che si schiantò a terra prima di rialzarsi per aria con un alto stridio. Harry allungò la mano per afferrare la lettera, che era dentro una busta scarlatta, ma l’uccello si librò sopra la sua testa e volò diritto verso zia Petunia, che emise un urlo e si chinò, le mani sul viso. Il gufo lasciò cadere la busta rossa sulla sua testa, si voltò e volò via su per il camino.

Harry scattò in avanti per prendere la lettera, ma zia Petunia lo precedette.

«Puoi aprirla, se vuoi» disse Harry, «ma sentirò comunque che cosa dice, perché è una Strillettera».

«Lasciala andare, Petunia» ruggì zio Vernon. «Non toccarla, potrebbe essere pericolosa!»

«È indirizzata a me» disse zia Petunia con voce tremolante. «È indirizzata a me, Vernon, guarda! Signora Petunia Dursley, Cucina, Privet Drive, numero quattro…»

Trattenne il fiato, terrorizzata. La busta rossa aveva cominciato a fumare.

«Aprila!» la esortò Harry. «Falla finita! Succederà comunque».

«No».

La mano di zia Petunia tremava. Si guardò intorno disperatamente, come in cerca di una via di fuga, ma troppo tardi: la busta scoppiò in fiamme. Zia Petunia strillò e la lasciò cadere.

Una voce terribile riempì la cucina rimbombando nello spazio limitato, levandosi dal foglio che ardeva sul tavolo.

«Ricorda la mia ultima, Petunia».

Zia Petunia sembrava sul punto di svenire. Si lasciò cadere sulla sedia vicino a Dudley, il volto tra le mani. I resti della busta si ridussero in cenere, nel silenzio.

«Che cos’è?» chiese zio Vernon con voce roca. «Cosa… io non… Petunia?»

Zia Petunia non rispose. Dudley fissava con aria stolida sua madre, a bocca spalancata. Il silenzio si levava in orride spirali. Harry osservava la zia, profondamente sconvolto, la testa che pulsava, pronta a esplodere.

«Petunia, cara…» disse zio Vernon timidamente. «P-Petunia…»

Lei alzò il capo. Tremava ancora. Deglutì.

«Il ragazzo… il ragazzo deve restare, Vernon» mormorò debolmente.

«C-cosa?»

«Lui rimane» disse lei. Non stava guardando Harry. Si alzò di nuovo.

«Lui… ma Petunia…»

«Se lo buttiamo fuori, i vicini parleranno» disse. Stava riacquistando in fretta i soliti modi bruschi e stizzosi, anche se era ancora molto pallida. «Faranno domande strane, vorranno sapere dov’è andato. Dobbiamo tenerlo».

Zio Vernon si sgonfiò come una vecchia gomma.

«Ma Petunia, cara…»

Zia Petunia lo ignorò. Si rivolse a Harry.

«Devi restare nella tua camera» ordinò. «Non devi uscire di casa. Ora vai a dormire».

Harry non si mosse.

«Di chi era quella Strillettera?»

«Non fare domande» sbottò zia Petunia.

«Sei in contatto con dei maghi?»

«Ti ho detto di andare a dormire!»

«Che cosa voleva dire? Ricorda l’ultima che cosa?»

«Vai a dormire!»

«Come mai…?»

«HAI SENTITO LA ZIA, ADESSO FILA A LETTO!»

CAPITOLO 3

L’AVANGUARDIA

Sono appena stato attaccato dai Dissennatori e potrei essere espulso da Hogwarts. Voglio sapere che cosa sta succedendo e quando uscirò di qui.

Harry ricopiò queste parole su tre diversi fogli di pergamena non appena fu alla sua scrivania nella camera da letto buia. Indirizzò il primo a Sirius, il secondo a Ron e il terzo a Hermione. La sua civetta, Edvige, era fuori a caccia; la gabbia era sulla scrivania, vuota. Harry fece su e giù per la stanza in attesa del suo ritorno, la testa che gli rimbombava, la mente troppo agitata per dormire, anche se gli occhi gli bruciavano e gli dolevano per la stanchezza. Gli faceva male la schiena per aver trascinato Dudley fino a casa, e i due bernoccoli sulla testa dove la finestra e Dudley lo avevano colpito pulsavano dolorosamente.

Andò su e giù, divorato dalla rabbia e dalla frustrazione, digrignando i denti e serrando i pugni, scoccando sguardi furiosi al cielo vuoto e trapunto di stelle tutte le volte che passava davanti alla finestra. Dissennatori mandati a prenderlo, la signora Figg e Mundungus Fletcher che lo pedinavano, poi la sospensione da Hogwarts e un’udienza al Ministero della Magia, e ancora nessuno che gli dicesse che cosa stava succedendo.

E quella Strillettera, di che cosa, di che cosa parlava? Di chi era la voce che era risuonata così orribile e minacciosa in cucina?

Perché era ancora intrappolato lì, senza spiegazioni? Perché tutti lo trattavano come un bambino cattivo? Non fare altre magie, rimani in casa…

Sferrò un calcio al baule della scuola quando gli passò accanto, ma lungi dallo sfogare la rabbia si sentì peggio, perché ora aveva un dolore acuto all’alluce che si sommava a quello del resto del corpo.

Proprio mentre zoppicava davanti alla finestra, Edvige entrò planando con un morbido fruscio di piume, come un piccolo fantasma.

«Era ora!» esclamò aspro Harry, vedendola atterrare leggera in cima alla gabbia. «Mettila giù, ho del lavoro per te!»

I grandi occhi d’ambra di Edvige lo scrutarono con aria di rimprovero al di sopra della rana morta che reggeva nel becco.

«Vieni qui» disse Harry. Prese i tre rotolini di pergamena e un laccio di cuoio e legò i cartigli alla zampa squamosa. «Portali subito a Sirius, Ron e Hermione e non tornare senza risposte lunghe. Continua a beccarli finché non hanno scritto risposte di una lunghezza dignitosa, se sei costretta. Capito?»

Edvige emise un fischio soffocato, il becco ancora pieno di rana.

«Allora muoviti» disse Harry.

La civetta decollò all’istante. Non appena fu partita, Harry si gettò completamente vestito sul letto e fissò il soffitto buio. In aggiunta a tutte le altre sensazioni deprimenti, si sentiva in colpa per aver trattato male Edvige; era l’unica amica che avesse al numero quattro di Privet Drive. Ma con lei avrebbe fatto la pace quando fosse tornata con le risposte di Sirius, Ron e Hermione.

Avrebbero certo risposto in fretta; non potevano ignorare un attacco di Dissennatori. Probabilmente l’indomani al risveglio avrebbe trovato ad aspettarlo tre grosse lettere piene di comprensione e progetti per il suo immediato trasferimento alla Tana. E con quell’idea confortante, il sonno calò su di lui, scacciando tutti gli altri pensieri.

* * *

Ma Edvige non tornò la mattina dopo. Harry passò la giornata in camera sua e ne uscì solo per andare in bagno. Tre volte quel giorno zia Petunia gli spinse del cibo nella stanza, attraverso la gattaiola che zio Vernon aveva installato tre estati prima. Tutte le volte che Harry la sentiva avvicinarsi cercava di interrogarla sulla Strillettera, ma avrebbe potuto interrogare la maniglia, per le risposte che ottenne. Per il resto, i Dursley si tennero alla larga. Harry non vedeva l’utilità di obbligarli a subire la sua compagnia; un’altra lite non avrebbe sortito nulla, se non forse il risultato di farlo arrabbiare tanto da costringerlo a compiere altre magie illegali.

Andò avanti così per tre giorni interi. Harry traboccava di un’energia irrequieta che lo rendeva incapace di concentrarsi su alcunché, e in quei momenti marciava su e giù per la stanza, furioso con tutti coloro che lo lasciavano lì a dibattersi in quel pasticcio; oppure era invaso da una sonnolenza così profonda che poteva stare disteso sul letto per un’ora di fila, a fissare inebetito il vuoto, dolorante di terrore al pensiero dell’udienza al Ministero.

Se avessero votato contro di lui? Se l’avessero davvero espulso e avessero spezzato la sua bacchetta? Che cos’avrebbe fatto, dove sarebbe andato? Non poteva tornare a vivere a tempo pieno con i Dursley, non ora che conosceva l’altro mondo, quello a cui apparteneva davvero. Avrebbe potuto trasferirsi a casa di Sirius, come il suo padrino aveva suggerito un anno addietro, prima di essere costretto a nascondersi dal Ministero? A Harry sarebbe stato concesso di vivere là da solo, visto che era ancora minorenne? O qualcun altro avrebbe deciso per lui la sua destinazione? La violazione dello Statuto Internazionale di Segretezza era così grave da farlo finire in una cella di Azkaban? Tutte le volte che gli si presentava questo pensiero, Harry invariabilmente scivolava fuori dal letto e ricominciava a camminare su e giù come un’anima in pena.

La quarta sera dopo la partenza di Edvige, Harry era in una delle sue fasi apatiche, disteso a fissare il soffitto, la mente esausta quasi vuota, quando suo zio entrò nella stanza. Harry levò lentamente lo sguardo su di lui. Zio Vernon sfoggiava il suo completo migliore e un’espressione di enorme compiacimento.

«Usciamo» disse.

«Scusa?»

«Noi… voglio dire, tua zia, Dudley e io usciamo».

«Bene» rispose Harry tetro, e tornò a fissare il soffitto.

«Non devi uscire dalla tua stanza mentre siamo fuori».

«D’accordo».

«Non devi toccare il televisore, lo stereo e nessuna delle cose di nostra proprietà».

«Va bene».

«Non devi rubare cibo dal frigo».

«D’accordo».

«Chiudo la porta a chiave».

«Fallo».

Zio Vernon gli scoccò un’occhiata obliqua, chiaramente insospettito da quella mansuetudine, poi uscì rumorosamente dalla stanza e si chiuse la porta alle spalle. Harry sentì la chiave girare nella toppa e i passi pesanti di zio Vernon che scendevano le scale. Qualche minuto dopo udì uno sbattere di portiere, un rombo di motore e l’inconfondibile stridore dell’auto che percorreva il vialetto.

Non ebbe particolari reazioni all’idea che i Dursley uscissero. Che fossero o non fossero in casa, per lui non faceva alcuna differenza. Non riusciva nemmeno a raccogliere l’energia necessaria per alzarsi e accendere la luce. La stanza divenne via via più buia attorno a lui. Giaceva ascoltando i rumori della notte entrare dalla finestra sempre aperta, in attesa del momento benedetto del ritorno di Edvige.

La casa vuota scricchiolava attorno a lui. I tubi gorgogliavano. Harry rimase lì disteso in una sorta di torpore, senza pensare a niente, sospeso nell’infelicità.

Poi udì con grande chiarezza un frastuono in cucina, di sotto.

Scattò su a sedere, e ascoltò attentamente. I Dursley non potevano essere di ritorno, era troppo presto, e comunque non aveva sentito la loro auto.

Ci fu silenzio per qualche secondo, poi voci.

Ladri, pensò, lasciandosi scivolare dal letto, ma un istante dopo gli venne in mente che i ladri avrebbero parlato a voce bassa, e chiunque si aggirasse in cucina certo non si dava la pena di farlo.

Afferrò la bacchetta dal comodino e rimase lì in piedi davanti alla porta della camera, ascoltando con tutto se stesso. Un attimo dopo sussultò, mentre dalla serratura veniva il rumore di un forte scatto e la porta si spalancava.

Harry rimase immobile a guardare il buio pianerottolo oltre la porta aperta, tendendo le orecchie in cerca di altri rumori, ma non ne vennero. Esitò un momento, poi uscì rapido e silenzioso dalla camera e andò in cima alle scale.

Il cuore gli balzò in gola. C’erano delle persone nell’ingresso denso d’ombre là sotto, stagliate contro la luce del lampione che filtrava dalla porta di vetro; erano otto o nove, e tutte, per quello che poteva vedere, guardavano lui.

«Giù la bacchetta, ragazzo, prima di cavare un occhio a qualcuno» disse una voce bassa e ringhiosa.

Il cuore di Harry batteva incontrollabile. Conosceva quella voce, ma non abbassò la bacchetta.

«Professor Moody» disse, incerto.

«Professore non saprei» brontolò la voce, «non è che abbia insegnato molto, vero? Vieni giù, vogliamo vederti bene».

Harry abbassò appena la bacchetta ma non allentò la presa e non si mosse. Aveva ottime ragioni per essere sospettoso. Aveva appena trascorso nove mesi in compagnia di colui che credeva essere Malocchio Moody solo per scoprire che non era affatto Moody, ma un impostore; di più, un impostore che aveva cercato di ucciderlo prima di essere smascherato. Non fece in tempo a decidere sul da farsi, che una seconda voce un po’ roca salì fluttuando per le scale.

«È tutto a posto, Harry. Siamo venuti per portarti via».

Il cuore di Harry fece un balzo. Conosceva anche quella voce, benché non la sentisse da più di un anno.

«Professor Lupin» disse, incredulo. «È lei?»

«Perché stiamo tutti al buio?» domandò una terza voce del tutto ignota, una voce di donna. «Lumos».

La punta di una bacchetta si accese, illuminando l’ingresso di luce magica. Harry batté le palpebre. Le persone di sotto si accalcavano ai piedi delle scale e guardavano in su, verso di lui; alcune tendevano il collo per vedere meglio.

Remus Lupin era il più vicino. Anche se era ancora piuttosto giovane, Lupin aveva l’aria stanca e un po’ malata; aveva più capelli grigi di quando Harry si era congedato da lui e la sua veste era più rappezzata e frusta che mai. Tuttavia rivolse un gran sorriso a Harry, che cercò di ricambiarlo, nonostante il suo sconcerto.

«Oooh, è proprio come lo immaginavo» disse la strega che teneva alta la bacchetta accesa. Sembrava la più giovane del gruppo; aveva il viso pallido, a forma di cuore, occhi scuri scintillanti e corti capelli spinosi di un’intensa sfumatura di viola. «Ciao, Harry!»

«Sì, ora capisco che cosa intendi, Remus» disse un mago nero calvo appena un passo indietro. Aveva una voce profonda e calma e portava un anello d’oro a un orecchio. «È identico a James».

«A parte gli occhi» precisò un mago con la voce affannosa e i capelli d’argento in fondo al gruppo. «Gli occhi di Lily»,

Malocchio Moody, che aveva lunghi capelli brizzolati e un grosso pezzo di naso mancante, strizzò sospettoso gli occhi scompagnati. Un occhio era piccolo, scuro e lucente, l’altro grande, rotondo e blu elettrico: l’occhio magico che poteva vedere attraverso le pareti, le porte e la parte posteriore della sua stessa testa.

«Sei proprio sicuro che sia lui, Lupin?» borbottò. «Sarebbe un bell’affare se portassimo via un Mangiamorte con le sue sembianze. Dovremmo chiedergli qualcosa che solo il vero Potter può sapere. A meno che qualcuno non abbia con sé un po’ di Veritaserum…»

«Harry, che forma assume il tuo Patronus?» gli chiese Lupin.

«Un cervo» rispose Harry, nervoso.

«È lui, Malocchio» disse Lupin.

Sentendosi addosso gli sguardi di tutti, Harry scese le scale, infilando la bacchetta nella tasca di dietro.

«Non mettere lì la bacchetta, ragazzo!» ruggì Moody. «E se si accende? Maghi migliori di te hanno perso le chiappe, sai?»

«Chi conosci che abbia perso una chiappa?» chiese la donna coi capelli viola, incuriosita.

«Non badarci, pensa solo a tenere la bacchetta lontana dalla tasca di dietro!» ringhiò Malocchio. «Elementari norme di sicurezza per bacchette, ah, nessuno ci pensa più». Zoppicò affaticato verso la cucina. «E comunque l’ho visto succedere» aggiunse irritato, mentre la donna alzava gli occhi al soffitto.

Lupin tese la mano e strinse quella di Harry.

«Come stai?» gli chiese, guardandolo da vicino.

«B-bene…»

Harry non riusciva quasi a crederci. Quattro settimane di niente, nemmeno il più vago sentore di un piano per portarlo via da Privet Drive, e all’improvviso una squadra intera di maghi era lì in casa, in carne e ossa, come per un accordo preso da tempo. Guardò le persone che circondavano Lupin; continuavano a fissarlo avidamente. Non si pettinava da quattro giorni, e lo sapeva bene.

«Io… siete davvero fortunati che i Dursley siano fuori…» borbottò.

«Fortunati, ha!» sbuffò la donna coi capelli viola. «Sono stata io ad attirarli lontano da qui. Ho spedito una lettera via posta Babbana che diceva che erano in finale per la Gara del Prato Suburbano Meglio Tenuto di Tutta l’Inghilterra. Stanno andando alla premiazione… o almeno è quello che credono».

Harry ebbe una fugace visione della faccia che avrebbe fatto zio Vernon scoprendo che la Gara del Prato Suburbano Meglio Tenuto di Tutta l’Inghilterra non esisteva.

«Andiamo via, vero?» chiese. «Subito?»

«Quasi subito» rispose Lupin, «stiamo solo aspettando il via libera».

«Dove andiamo? Alla Tana?» chiese Harry, speranzoso.

«Non alla Tana, no» disse Lupin, guidando Harry verso la cucina; il gruppetto di maghi li seguì, senza smettere di scrutare Harry con curiosità. «Troppo rischioso. Abbiamo stabilito il nostro Quartier Generale in un luogo non reperibile. Ci è voluto un po’…»

Malocchio Moody era seduto al tavolo di cucina e beveva a sorsi da una fiaschetta tascabile, con l’occhio magico che roteava in tutte le direzioni, esaminando i molti congegni risparmiafatiche dei Dursley.

«Questo è Alastor Moody, Harry» continuò Lupin, indicandolo.

«Sì, lo so» disse Harry a disagio. Era strano essere presentato a qualcuno che per un anno aveva creduto di conoscere.

«E questa è Ninfadora…»

«Non chiamarmi Ninfadora, Remus» disse la giovane strega con un brivido. «Io sono Tonks».

«Ninfadora Tonks, che preferisce essere nota solo col cognome» concluse Lupin.

«Lo preferiresti anche tu, se quella sciocca di tua madre ti avesse chiamato Ninfadora» borbottò Tonks.

«E questo è Kingsley Shacklebolt». L’alto mago nero s’inchinò. «Elphias Doge». Il mago con la voce ansante fece un cenno. «Dedalus Lux…»

«Ci siamo già incontrati» squittì l’eccitabile Lux, levandosi il cappello a cilindro viola.

«Emmeline Vance». Una strega dall’aria nobile con uno scialle verde smeraldo abbassò il capo. «Sturgis Podmore». Un mago con la mascella quadrata e folti capelli color paglia fece l’occhiolino. «E Hestia Jones». Vicino al tostapane una strega con le guance rosee e i capelli neri salutò con la mano.

Harry chinò il capo goffamente verso ciascuno di loro via via che venivano presentati. Avrebbe tanto voluto che guardassero qualcos’altro che non fosse lui; era come se all’improvviso fosse stato spinto su un palcoscenico. Si chiese anche come mai erano così tanti.

«Un numero sorprendente di persone si è offerto volontario per venire a prenderti» disse Lupin, come se gli avesse letto nel pensiero; gli angoli della bocca gli si incurvarono appena.

«Sì, sicuro, più siamo meglio è» grugnì Moody, cupo. «Siamo la tua scorta, Harry».

«Stiamo solo aspettando il segnale che ci dirà che si può partire tranquilli» disse Lupin, scoccando un’occhiata fuori dalla finestra. «Abbiamo più o meno quindici minuti».

«Sono molto puliti, vero, questi Babbani?» domandò la strega chiamata Tonks, guardandosi attorno con grande interesse. «Il mio papà è Babbano di nascita ed è un gran sciattone. Immagino che ce ne siano di tutti i tipi, come i maghi…»

«Ehm… sì» rispose Harry. «Senta» e si rivolse a Lupin, «che cosa sta succedendo? Non ho avuto notizie da nessuno… E Voi…»

Parecchi maghi e streghe emisero strani sibili; Dedalus Lux si sfilò di nuovo il cappello e Moody ringhiò: «Zitto!»

«Che cosa?» chiese Harry.

«Niente chiacchiere qui, è troppo pericoloso» disse Moody, puntando l’occhio normale su Harry. Quello magico rimase concentrato sul soffitto. «Dannazione» aggiunse rabbioso, portando una mano all’occhio, «continua a incastrarsi… da quando se l’è messo quell’essere spregevole».

E con uno sgradevole risucchio, tipo un tappo che viene tolto da un lavandino, se lo tolse.

«Malocchio, lo sai che è disgustoso, vero?» buttò lì Tonks.

«Prendimi un bicchiere d’acqua, ti prego, Harry» disse Moody.

Harry andò alla lavastoviglie, prese un bicchiere pulito e lo riempì d’acqua al lavandino, sempre guardato con curiosità dalla banda di maghi. I loro sguardi fissi cominciavano a irritarlo.

«Cin cin» disse Moody, quando Harry gli porse il bicchiere. Fece cadere il bulbo magico nell’acqua e lo spinse su e giù; l’occhio vorticò, fissandoli tutti uno dopo l’altro. «Voglio una visione a trecentosessanta gradi per il viaggio di ritorno».

«Come facciamo ad andare dove andiamo?» chiese Harry.

«Con le scope» rispose Lupin. «È l’unico modo. Tu sei troppo giovane per Materializzarti, la Metropolvere sarà sorvegliata e non vale la pena di allestire una Passaporta non autorizzata».

«Remus dice che voli bene» disse Kingsley Shacklebolt con la sua voce profonda.

«È bravissimo» confermò Lupin, con un’occhiata all’orologio. «Comunque è meglio che tu vada a fare le valigie, Harry, dobbiamo essere pronti a partire quando arriva il segnale».

«Vengo ad aiutarti» propose Tonks allegramente.

Seguì Harry nell’ingresso e su per le scale, guardandosi attorno con gran curiosità e interesse.

«Che posto bizzarro» disse. «È un po’ troppo pulito, capito che cosa intendo? Un po’ innaturale. Oh, qui va meglio» aggiunse quando entrarono nella camera di Harry e lui accese la luce.

La sua stanza era decisamente molto più caotica del resto della casa. Confinato lì per quattro giorni, e in più di pessimo umore, Harry non si era curato di mettere in ordine. Gran parte dei libri che possedeva erano sparsi a terra: aveva cercato di distrarsi con ciascuno di essi e poi l’aveva gettato via; la gabbia di Edvige aveva bisogno di essere pulita e cominciava a puzzare; e il suo baule era aperto, rivelando un guazzabuglio confuso di abiti Babbani e vesti da mago che si era riversato per terra tutto attorno.

Harry prese a raccogliere i libri e a gettarli in fretta nel baule. Tonks si fermò davanti all’armadio aperto per studiare con aria critica il proprio riflesso nello specchio.

«Sai, non credo che il viola sia proprio il mio colore» disse pensierosa, tirandosi una ciocca di capelli irti. «Non trovi che mi sbatta un po’?»

«Ehm…» disse Harry, guardandola al di sopra di Squadre di Quidditch della Gran Bretagna e dell’Irlanda.

«Sì, è così» concluse Tonks. Strizzò gli occhi in un’espressione tesa, come se cercasse di ricordare qualcosa. Un attimo dopo, i suoi capelli erano diventati di un rosa cicca.

«Come ha fatto?» chiese Harry, guardandola sbalordito mentre lei riapriva gli occhi.

«Sono un Metamorfomagus» disse lei, tornando a osservare il proprio riflesso e voltando la testa in modo da vedere i capelli da tutte le angolature. «Vuol dire che posso cambiare il mio aspetto quando voglio» aggiunse, quando scorse nello specchio l’espressione perplessa di Harry alle sue spalle. «Sono nata così. Ho preso il massimo dei voti in Occultamento e Travestimento al corso di addestramento per Auror senza dover studiare affatto: è stato magnifico».

«Lei è un Auror?» domandò Harry, colpito. Essere un cacciatore di Maghi Oscuri era l’unica carriera a cui avesse mai pensato dopo Hogwarts.

«Sì» rispose Tonks, con aria fiera. «Anche Kingsley. È un po’ più avanti di me, però. Io mi sono diplomata solo un anno fa. Ho rischiato di farmi bocciare in Segretezza e Inseguimento. Sono goffissima, mi hai sentito rompere quel piatto quando siamo arrivati di sotto?»

«Si può imparare a essere un Metamorfomagus?» le chiese Harry rialzandosi, del tutto dimentico dei bagagli.

Tonks ridacchiò.

«Scommetto che non ti dispiacerebbe poter nascondere quella cicatrice ogni tanto, eh?»

Il suo sguardo individuò la cicatrice a forma di saetta sulla fronte di Harry.

«No, non mi dispiacerebbe» borbottò Harry, voltandosi. Non gli andava che la gente fissasse la sua cicatrice.

«Be’, ti toccherà imparare nel modo più difficile, temo» disse Tonks. «I Metamorfomagi sono davvero rari, sono così dalla nascita, non lo diventano. Quasi tutti i maghi hanno bisogno di usare una bacchetta o delle pozioni per cambiare il proprio aspetto. Ma dobbiamo muoverci, Harry, dovremmo essere qui a fare le valigie» aggiunse in tono colpevole, guardando il caos sul pavimento.

«Oh… sì» disse Harry, afferrando qualche altro libro.

«Non fare lo stupido, sarà molto più rapido se io… Bagaglius!» gridò Tonks, agitando la bacchetta con un lungo, ampio gesto rivolto al pavimento.

Libri, abiti, telescopio e bilance si levarono tutti a mezz’aria e volarono alla rinfusa nel baule.

«Non è molto ordinato» ammise Tonks, avvicinandosi al baule e guardando il caos all’interno. «Mia mamma riesce a far entrare la roba in ordine… persino a far ripiegare le calze da sole… ma io non ho mai capito come fa… è una specie di colpetto…» E mosse appena la bacchetta, speranzosa.

Uno dei calzini di Harry si agitò un poco e ricadde in cima al caos nel baule.

«Ah, be’» concluse Tonks, chiudendo il coperchio con un tonfo, «almeno è tutto dentro. Anche quella ci guadagnerebbe con una bella pulita». Puntò la bacchetta verso la gabbia di Edvige. «Gratta e netta». Un po’ di piume e di cacche svanirono. «Be’, è un po’ meglio… non sono mai riuscita a padroneggiare questo genere di incantesimi casalinghi. Bene… hai tutto? Il calderone? La scopa? Wow! Una Firebolt

I suoi occhi si dilatarono posandosi sul manico di scopa che Harry reggeva nella mano destra. Era la sua gioia e il suo orgoglio, un dono di Sirius, un manico di scopa di statura internazionale.

«E io che cavalco ancora una Comet Duecentosessanta» disse Tonks invidiosa. «Ah, be’… hai ancora la bacchetta nei jeans? Tutte e due le chiappe sono ancora al loro posto? Ok, andiamo. Baule locomotor».

Il baule di Harry si alzò in aria di qualche centimetro. Tenendo la bacchetta come quella di un direttore d’orchestra, Tonks lo sollevò a mezz’aria e lo fece uscire dalla porta davanti a loro, reggendo la gabbia di Edvige nella mano sinistra. Harry la seguì giù per le scale portando il manico di scopa.

In cucina, Moody si era rimesso a posto l’occhio: dopo la pulizia roteava così in fretta che a Harry venne la nausea a guardarlo. Kingsley Shacklebolt e Sturgis Podmore studiavano il microonde e Hestia Jones rideva di un pelapatate che aveva trovato frugando nei cassetti. Lupin stava sigillando una lettera indirizzata ai Dursley.

«Ottimo» disse, alzando lo sguardo all’ingresso di Tonks e Harry. «Abbiamo circa un minuto, credo. Probabilmente dovremmo uscire in giardino in modo da stare pronti. Harry, ho lasciato una lettera ai tuoi zii per dir loro di non preoccuparsi…»

«Non succederà» disse Harry.

«…che sei al sicuro…»

«Li deprimerà saperlo».

«…e che li rivedrai la prossima estate».

«Devo proprio?»

Lupin sorrise, ma non rispose.

«Vieni qui, ragazzo». Moody, burbero, gli fece segno con la bacchetta di avvicinarsi. «Devo Disilluderti».

«Deve che cosa?» chiese Harry nervosamente.

«Incantesimo di Disillusione» spiegò Moody, levando la bacchetta. «Lupin dice che possiedi un Mantello dell’Invisibilità, ma non puoi portarlo mentre voliamo; questo ti nasconderà meglio. Ecco…»

Lo colpì forte sulla testa e Harry provò una singolare sensazione, come se Moody avesse appena rotto un uovo in quel punto; rivoletti freddi parvero scorrergli lungo il corpo a partire dal punto toccato dalla bacchetta.

«Ben fatto, Malocchio» approvò Tonks, fissando la vita di Harry.

Harry guardò il proprio corpo, o meglio ciò che era stato il suo corpo, perché non ne aveva più l’aspetto. Non era invisibile; aveva soltanto preso l’esatto colore e la precisa consistenza del mobile da cucina alle sue spalle. Sembrava che fosse diventato un camaleonte umano.

«Andiamo» disse Moody, aprendo la porta sul retro con la bacchetta.

Uscirono tutti sul prato curatissimo di zio Vernon.

«Notte serena» borbottò Moody, mentre il suo occhio magico scrutava i cieli. «Un po’ di nuvole ci sarebbero state più utili per coprirci. Ehi, tu» abbaiò a Harry, «voleremo in formazione compatta. Tonks starà davanti a te, stalle attaccato alla coda. Lupin ti coprirà da sotto. Io starò dietro di te. Tutti gli altri si disporranno attorno a noi. Non romperemo le righe per nessun motivo, capito? Se uno di noi viene ucciso…»

«Può succedere?» chiese Harry, ansioso, ma Moody lo ignorò.

«…gli altri continuano il volo, non si fermano, non abbandonano i ranghi. Se ci abbattono tutti e tu sopravvivi, Harry, la retroguardia è pronta a prendere il nostro posto; continua a volare verso est e ti raggiungeranno».

«Smettila di essere così allegro, Malocchio, o penserà che non prendiamo la faccenda sul serio» lo rimproverò Tonks, legando il baule di Harry e la gabbia di Edvige a una briglia che pendeva dalla sua scopa.

«Sto solo spiegando il piano al ragazzo» ringhiò Moody. «Il nostro compito è accompagnarlo sano e salvo al Quartier Generale, e se cadiamo nel tentativo…»

«Non morirà nessuno» sentenziò Kingsley Shacklebolt con la sua voce profonda e tranquillizzante.

«Salite sulle scope, ecco il primo segnale!» disse Lupin secco, indicando il cielo.

Lontano lontano, sopra di loro, una pioggia di scintille rosso vivo era esplosa tra le stelle. Harry le riconobbe all’istante come scintille di bacchetta. Gettò la gamba destra oltre la Firebolt, afferrò stretto il manico e la sentì vibrare appena, come se fosse desiderosa quanto lui di ritrovarsi di nuovo per aria.

«Il secondo segnale, andiamo!» disse Lupin ad alta voce. Altre scintille, questa volta verdi, erano esplose alte sopra di loro.

Harry decollò con un robusto slancio. La fresca aria notturna gli sfrecciò tra i capelli mentre gli ordinati giardini quadrati di Privet Drive si allontanavano, rimpicciolendo in fretta in un patchwork di verde scuro e di nero, e ogni pensiero dell’udienza del Ministero fu spazzato via quasi che il fiotto d’aria gliel’avesse soffiato fuori dalla testa. Era come se il cuore gli stesse per esplodere di piacere; volava di nuovo, volava via da Privet Drive come aveva fantasticato per tutta l’estate, stava tornando a casa… per qualche glorioso istante, tutti i suoi problemi parvero ritirarsi nel nulla, insignificanti nel vasto cielo stellato.

«Tutta a manca, tutta a manca, c’è un Babbano che guarda in su!» urlò Moody alle sue spalle. Tonks scartò e Harry la seguì, guardando il suo baule dondolare follemente sotto la scopa di lei. «Dobbiamo prendere quota… altri trecento metri!»

Gli occhi di Harry lacrimavano per il freddo mentre il gruppo saliva; non vedeva niente di sotto, ormai, tranne minuscoli puntolini di luce che erano fari di auto e lampioni. Due di quelle lucine potevano essere l’auto di zio Vernon… i Dursley ormai dovevano essere diretti verso la casa vuota, gonfi di rabbia per l’inesistente Gara del Prato… e Harry rise forte al pensiero, anche se la sua voce fu soffocata dal frastuono delle vesti svolazzanti degli altri, dal gemito della briglia che reggeva il suo baule e la gabbia, e dal sibilo del vento nelle orecchie. Da un mese non si sentiva così vivo e così felice.

«Verso sud!» gridò Malocchio. «Città a prua!»

Puntarono a destra per evitare di passare direttamente sopra la ragnatela scintillante di luci.

«Verso sud-est, e continuate a salire, davanti ci sono nuvole basse in cui possiamo nasconderci!» urlò Moody.

«Non attraversiamo le nuvole!» gridò Tonks rabbiosa. «Ci inzupperemo, Malocchio!»

Harry fu sollevato nel sentirglielo dire; le sue mani stavano perdendo la sensibilità sul manico della Firebolt. Si pentì di non aver preso un cappotto; cominciava a tremare.

Ogni tanto cambiavano rotta seguendo le istruzioni di Malocchio. Harry stringeva gli occhi contro le folate di vento gelido che cominciavano a fargli dolere le orecchie; ricordava di aver provato tanto freddo a cavallo di una scopa solo una volta prima d’allora, durante la partita di Quidditch contro Tassorosso al terzo anno, che si era tenuta in piena tempesta. La scorta attorno a lui continuava a volteggiare come uno stormo di uccelli da preda giganti. Harry perse la nozione del tempo. Si chiese da quanto volassero; almeno da un’ora, pareva.

«Puntiamo a sud-ovest!» urlò Moody. «Dobbiamo evitare l’autostrada!»

Harry ormai era così congelato che pensò con nostalgia agli accoglienti, asciutti abitacoli delle auto che scorrevano sotto di loro, poi, con nostalgia ancora più acuta, ai viaggi via Polvere Volante. Poteva anche essere scomodo, vorticare dentro i camini, ma almeno tra le fiamme c’era caldo… Kingsley Shacklebolt gli volò vicino, con la pelata e l’orecchino che scintillavano appena alla luce della luna… ora Emmeline Vance era alla sua destra, la bacchetta tesa, il capo che si voltava da destra a sinistra… poi anche lei volò sopra di lui, per cedere il posto a Sturgis Podmore…

«Dobbiamo fare dietrofront per un pezzo, per controllare che non ci seguano!» gridò Malocchio.

«TU SEI PAZZO, MALOCCHIO!» strillò Tonks da davanti. «Siamo tutti gelati dalla testa alla scopa! Se continuiamo a deviare arriveremo la settimana prossima! E poi ormai ci siamo quasi!»

«È ora di cominciare la discesa!» disse la voce di Lupin. «Segui Tonks, Harry!»

Harry seguì Tonks in picchiata. Erano diretti verso la più grande concentrazione di luci che avesse visto fino a quel momento, un’enorme, dilagante massa intrecciata, che scintillava in linee e reticoli, inframmezzati da macchie del nero più fondo. Volarono sempre più basso, finché Harry riuscì a distinguere i singoli fari e i lampioni, i camini e le antenne della televisione. Desiderava tantissimo toccare terra, anche se era sicuro che qualcuno avrebbe dovuto scongelarlo per staccarlo dalla scopa.

«Eccoci!» gridò Tonks, e qualche istante dopo era atterrata.

Harry arrivò proprio dietro di lei e smontò su una macchia di erba incolta al centro di una piazzetta. Tonks stava già sbrigliando il baule. Tremante, Harry si guardò attorno. Le facciate sudicie delle case circostanti non erano accoglienti; alcune avevano i vetri rotti, che scintillavano cupi alla luce dei lampioni; la vernice di molte porte era scrostata e mucchi di immondizia giacevano davanti a parecchi gradini d’ingresso.

«Dove siamo?» chiese Harry, ma Lupin disse piano: «Tra un minuto».

Moody stava frugando dentro il mantello, le mani contorte intorpidite dal freddo.

«Trovato» borbottò; levò quello che sembrava un accendino d’argento e lo fece scattare.

Il lampione più vicino si spense con uno schiocco. Moody fece scattare di nuovo lo Spegnino; il lampione successivo si oscurò; continuò a far scattare l’attrezzo finché tutti i lampioni della piazza furono spenti e la sola luce residua veniva dalle finestre schermate e dalla falce di luna in alto.

«L’ho preso in prestito da Silente» ringhiò Moody, intascando lo Spegnino. «Questo sistema qualunque Babbano che guardi fuori dalla finestra, capito? Adesso andiamo, presto».

Prese Harry per un braccio e lo guidò dalla macchia erbosa attraverso la strada e sul marciapiede; Lupin e Tonks li seguirono, trasportando in due il baule di Harry; il resto della scorta, tutti con le bacchette sfoderate, li affiancava.

Il pulsare soffocato di uno stereo usciva da una finestra in alto nella casa più vicina. Un acre odore di immondizia marcia si levava dalla pila di sacchi neri rigonfi appena dentro il cancello rotto.

«Qui» borbottò Moody, porgendo un pezzo di pergamena alla mano Disillusa di Harry e reggendo la bacchetta accesa vicino al foglio, in modo da illuminare ciò che c’era scritto. «Leggi in fretta e impara a memoria».

Harry guardò il foglio. La grafia serrata era vagamente familiare. Diceva:

Il Quartier Generale dell’Ordine della Fenice si può trovare al numero dodici di Grimmauld Place, Londra.

CAPITOLO 4

GRIMMAULD PLACE, NUMERO DODICI

«Che cos’è l’Ordine della…?» esordì Harry.

«Non qui, ragazzo!» ringhiò Moody. «Aspetta che siamo dentro!»

Gli sfilò la pergamena dalla mano e la incendiò con la punta della bacchetta. Mentre il messaggio si arricciava tra le fiamme e fluttuava sino a terra, Harry guardò di nuovo le case. Erano davanti al numero undici; guardò a sinistra e vide il numero dieci; a destra, tuttavia, c’era il numero tredici.

«Ma dov’è…?»

«Pensa a ciò che hai appena mandato a mente» disse Lupin piano.

Harry pensò e, non appena ebbe raggiunto la parte che riguardava il numero dodici di Grimmauld Place, una porta malconcia affiorò dal nulla tra i numeri undici e tredici, seguita in fretta da muri sudici e finestre incrostate di sporco. Era come se una casa in più si fosse gonfiata, spingendo da parte quelle ai lati. Harry la guardò a bocca aperta. Lo stereo al numero undici continuò a pulsare. A quel che pareva, i Babbani all’interno non si erano accorti di nulla.

«Andiamo, presto» ringhiò Moody, dando a Harry un colpo nella schiena.

Harry salì i consunti gradini di pietra, fissando la porta che si era appena Materializzata. La vernice nera era scrostata e graffiata. Il batacchio d’argento aveva la forma di un serpente intrecciato. Non c’erano serratura né cassetta delle lettere.

Lupin estrasse la bacchetta e picchiò alla porta una volta. Harry udì molti rumori metallici e quello che suonava come il tintinnio di una catena. La porta si aprì con un cigolio.

«Entra in fretta, Harry» sussurrò Lupin, «ma non andare troppo in là e non toccare niente».

Harry varcò la soglia per ritrovarsi nell’oscurità quasi totale dell’ingresso. Fiutò umidità, polvere e un odore dolciastro di marcio; il luogo dava la sensazione di un edificio abbandonato. Si guardò alle spalle e vide gli altri entrare dietro di lui, con Lupin e Tonks che trasportavano il suo baule e la gabbia di Edvige. Moody era sul gradino più alto, intento a liberare le sfere di luce che lo Spegnino aveva rubato ai lampioni; volarono al loro posto dentro i bulbi e la piazza brillò per un istante di luce arancione prima che Moody entrasse zoppicando e chiudesse la porta, così che l’oscurità fu completa.

«Ecco…»

Batté forte con la bacchetta sulla testa di Harry, che si sentì scorrere lungo la schiena qualcosa di caldo, questa volta, e seppe che l’Incantesimo di Disillusione doveva essere stato sollevato.

«Ora tutti fermi, che procuro un po’ di luce» sussurrò Moody.

Le voci soffocate degli altri infondevano in Harry un tetro presagio: era come se fossero appena entrati nella casa di un morente. Udì un sibilo basso e poi vecchie lampade a gas tornarono in vita sputacchiando lungo le pareti, gettando una luce tremolante e inconsistente sulla tappezzeria scollata e sulla moquette lisa di un lungo, cupo corridoio, dove un candelabro coperto di ragnatele brillava sopra di loro e ritratti anneriti dal tempo affollavano i muri. Harry udì qualcosa zampettare dietro lo zoccolo della parete. Sia il candelabro appeso al soffitto che quelli posati su un tavolino traballante lì vicino avevano la forma di serpenti.

Si udirono dei passi affrettati e la madre di Ron, la signora Weasley, emerse da una porta all’altro capo dell’ingresso. Sorrise in segno di benvenuto correndo verso di loro, anche se Harry notò che era più magra e pallida dell’ultima volta in cui l’aveva vista.

«Oh, Harry, che bello vederti!» sussurrò, stringendolo in un abbraccio stritolacostole prima di spingerlo indietro e osservarlo con aria critica. «Hai l’aria patita; hai bisogno di mangiare, ma dovrai aspettare un po’ per la cena, temo».

Si rivolse alla banda di maghi alle spalle di Harry e sussurrò frettolosa: «È appena arrivato, la riunione è cominciata».

I maghi dietro Harry si produssero in mormorii d’interesse ed eccitazione e lo oltrepassarono diretti alla porta da cui la signora Weasley era appena arrivata. Harry fece per seguire Lupin, ma lei lo trattenne.

«No, Harry, la riunione è riservata ai membri dell’Ordine. Ron e Hermione sono di sopra, puoi aspettare con loro finché non sarà finita, poi ceneremo. E parla piano nell’ingresso» aggiunse, con un sussurro.

«Perché?»

«Non voglio che niente si svegli».

«Che cosa…?»

«Ti spiegherò dopo, adesso devo muovermi, devo andare alla riunione… ti mostro dove dormirai».

Premendosi un dito sulle labbra, passò in punta di piedi accanto a una coppia di tende lunghe e tarmate, oltre la quale Harry suppose ci dovesse essere un’altra porta, e dopo aver evitato un grande portaombrelli che sembrava fatto con una zampa amputata di troll presero a salire le scale buie, passando sotto una fila di teste vizze montate su targhe lungo la parete. Un’occhiata più da vicino svelò a Harry che le teste appartenevano a elfi domestici. Avevano tutti lo stesso naso simile a un grugno.

La meraviglia di Harry cresceva a ogni gradino. Che cosa diavolo ci facevano in una casa che sembrava appartenere al più Oscuro dei maghi?

«Signora Weasley, chi…?»

«Ron e Hermione ti spiegheranno tutto, tesoro, devo scappar via, davvero» sussurrò la signora Weasley distrattamente. «Ecco…» avevano raggiunto il secondo pianerottolo «…la tua è la porta a destra. Vi chiamo quando è finita».

E corse di nuovo giù per le scale.

Harry attraversò il lugubre pianerottolo, girò la maniglia a forma di testa di serpente e aprì la porta.

Colse un rapido scorcio di una tetra stanza con il soffitto alto e due letti gemelli; poi si udì un forte cinguettio, seguito da uno stridio ancora più forte, e il suo campo visivo fu completamente oscurato da una gran quantità di capelli molto cespugliosi. Hermione gli si era gettata addosso stringendolo in un abbraccio che quasi lo stese, mentre il minuscolo gufo di Ron, Leotordo, sfrecciava eccitato attorno alle loro teste.

«HARRY! Ron, è qui, Harry è qui! Non ti abbiamo sentito arrivare! Oh, come stai? Stai bene? Sei arrabbiato con noi? Scommetto di sì, lo so che le nostre lettere erano inutili, ma non potevamo dirti niente, Silente ci ha fatto giurare, oh, abbiamo tante cose da raccontarti, e anche tu hai delle cose da raccontare a noi… i Dissennatori! Quando abbiamo saputo… e quell’udienza al Ministero… è semplicemente vergognoso, ho studiato tutto, non possono espellerti, non possono e basta, nel Decreto per la Ragionevole Restrizione delle Arti Magiche tra i Minorenni è previsto l’uso della magia in pericolo di vita…»

«Lascialo respirare, Hermione» disse Ron con un gran sorriso, chiudendo la porta dietro Harry. Sembrava cresciuto di parecchi centimetri durante il mese di separazione, ed era più alto e dinoccolato che mai, anche se il naso lungo, i capelli di un rosso acceso e le lentiggini erano gli stessi.

Sempre sorridendo radiosa, Hermione lasciò andare Harry, ma prima che potesse dire un’altra parola si udì un dolce sibilo e qualcosa di bianco calò dalla cima di un cupo armadio atterrando dolcemente sulla spalla di Harry.

«Edvige!»

La civetta candida come la neve fece schioccare il becco e gli mordicchiò l’orecchio con affetto mentre Harry la accarezzava.

«Era arrabbiatissima» disse Ron. «Ci ha quasi beccati a morte quando ha portato le tue ultime lettere, guarda qui…»

Mostrò a Harry il dito indice della mano destra, che esibiva un taglio quasi rimarginato ma profondo.

«Oh, sì» si scusò Harry. «Mi dispiace, ma volevo delle risposte, sapete…»

«Noi volevamo dartele, Harry» disse Ron. «Hermione era agitatissima, continuava a dire che avresti fatto qualche stupidaggine se fossi rimasto bloccato tutto solo senza notizie, ma Silente ci ha fatto…»

«…giurare di non dirmi niente» terminò Harry. «Sì, l’ha già detto Hermione».

Il bagliore tiepido che gli si era acceso dentro alla vista dei suoi due migliori amici si spense e qualcosa di ghiacciato gli invase la bocca dello stomaco. All’improvviso — dopo aver desiderato di vederli per un mese intero — avrebbe preferito che Ron e Hermione lo lasciassero in pace.

Calò un silenzio teso; Harry accarezzava Edvige meccanicamente, senza guardare nessuno dei due.

«Sembrava convinto che fosse la cosa migliore» disse Hermione, senza fiato. «Silente, intendo».

«Già» commentò Harry. Notò che anche le mani di lei recavano i segni del becco di Edvige e scoprì di non essere affatto dispiaciuto.

«Probabilmente pensava che eri assolutamente al sicuro con i Babbani…» tentò Ron.

«Davvero?» disse Harry, inarcando le sopracciglia. «Uno di voi due per caso è stato aggredito dai Dissennatori quest’estate?»

«Be’, no… ma è per questo che ha messo gente dell’Ordine della Fenice a sorvegliarti di continuo…»

Harry sentì un gran balzo nelle viscere, come se avesse saltato un gradino scendendo le scale. E così tutti sapevano che era seguito, tranne lui.

«Non ha funzionato tanto bene, però, vero?» chiese Harry, facendo del suo meglio per controllare il tono di voce. «Dopotutto ho dovuto badare a me stesso, no?»

«Era così arrabbiato» continuò Hermione, quasi intimorita. «Silente. L’abbiamo visto. Quando ha scoperto che Mundungus se n’era andato prima della fine del suo turno. Faceva paura».

«Be’, sono contento che se ne sia andato» disse Harry freddamente. «Altrimenti non avrei fatto nessuna magia e Silente probabilmente mi avrebbe lasciato tutta l’estate in Privet Drive».

«Non sei… non sei preoccupato per l’udienza al Ministero?» gli chiese Hermione piano.

«No» mentì Harry in tono di sfida. Si allontanò da loro e si guardò intorno, con Edvige rannicchiata sulla spalla, tutta soddisfatta, ma la stanza non aveva niente che potesse risollevare il suo umore. Era umida e buia. Una tela vuota in una cornice elaborata era l’unico arredo alla nudità delle pareti scollate, e mentre Harry le passava davanti gli parve di sentir ridacchiare qualcosa che non riusciva a vedere.

«E allora perché Silente aveva tanta voglia di tenermi all’oscuro di tutto?» chiese Harry, sempre sforzandosi di mantenere un tono di voce noncurante. «Per caso vi siete… ehm… presi la briga di chiederglielo?»

Alzò gli occhi appena in tempo per vederli scambiarsi uno sguardo: capì che si stava comportando proprio come avevano temuto. Ciò non migliorò per nulla il suo umore.

«Abbiamo detto a Silente che volevamo raccontarti che cosa stava succedendo» disse Ron. «Gliel’abbiamo detto, Harry. Ma al momento è davvero molto impegnato, l’abbiamo visto solo due volte da quando siamo qui e non aveva molto tempo, ci ha fatto solo giurare di non dirti cose importanti nelle lettere, ha detto che i gufi potevano essere intercettati».

«Però poteva tenermi informato, se voleva» ribatté Harry secco. «Non ditemi che non sa come mandare messaggi senza gufi».

Hermione scoccò un’occhiata a Ron e poi disse: «L’ho pensato anch’io. Ma lui voleva che tu non sapessi niente».

«Forse non crede di potersi fidare di me» buttò lì Harry, osservando le loro espressioni.

«Non essere idiota» rispose Ron, completamente allibito.

«O che non sappia badare a me stesso».

«Ma certo che no!» esclamò Hermione agitata.

«E allora come mai devo stare dai Dursley mentre voi due potete partecipare a tutto quello che succede qui?» chiese Harry, le parole che inciampavano l’una nell’altra, la voce sempre più alta. «Come mai voi due potete sapere tutto?»

«Non è vero!» protestò Ron. «La mamma non ci permette nemmeno di avvicinarci alle riunioni, dice che siamo troppo giovani…»

Ma prima di rendersene conto, Harry prese a urlare.

«E COSÌ NON ANDATE ALLE RIUNIONI, BELLA ROBA! MA ALMENO SIETE QUI, NO? STATE SEMPRE INSIEME! IO SONO STATO BLOCCATO UN MESE DAI DURSLEY! E HO AFFRONTATO COSE BEN PIÙ GROSSE DI QUANTO NON SIA MAI SUCCESSO A VOI, E SILENTE LO SA… CHI HA SALVATO LA PIETRA FILOSOFALE? CHI SI È SBARAZZATO DI RIDDLE? CHI VI HA SALVATO LA PELLE, A VOI DUE, DAI DISSENNATORI?»

Ogni pensiero amaro e rancoroso che Harry aveva formulato nell’ultimo mese si riversò fuori: la frustrazione per la mancanza di notizie, il dolore che loro fossero insieme senza di lui, la rabbia per essere stato seguito senza saperlo… tutti i sentimenti di cui un po’ si vergognava infine esplosero. Edvige si spaventò per il fracasso e volò di nuovo in cima all’armadio. Leotordo cinguettò allarmato e sfrecciò ancora più rapido attorno alle loro teste.

«CHI HA DOVUTO SUPERARE DRAGHI E SFINGI E TUTTE QUELLE ALTRE SCHIFEZZE L’ANNO SCORSO? CHI HA VISTO LUI CHE TORNAVA? CHI HA DOVUTO SFUGGIRGLI? IO!»

Ron era lì con la bocca mezza aperta, evidentemente stordito e incapace di dire alcunché, mentre Hermione sembrava sull’orlo delle lacrime.

«MA PERCHÉ DOVREI SAPERE CHE COSA STA SUCCEDENDO? PERCHÉ QUALCUNO DOVREBBE PRENDERSI LA BRIGA DI DIRMI CHE COSA SUCCEDE?»

«Harry, noi volevamo dirtelo, davvero…» cominciò Hermione.

«NON LO VOLEVATE PROPRIO TANTO, EH, ALTRIMENTI POTEVATE MANDARMI UN GUFO, MA SILENTE VI HA FATTO GIURARE…»

«Be’, è vero…»

«QUATTRO SETTIMANE, SONO RIMASTO PRIGIONIERO IN PRIVET DRIVE, A PESCARE I GIORNALI NEI BIDONI PER CERCARE DI SCOPRIRE CHE COSA SUCCEDEVA…»

«Noi volevamo…»

«IMMAGINO CHE VI SIATE FATTI DELLE BELLE RISATE, VERO, TUTTI RINTANATI QUI INSIEME…»

«No, sul serio…»

«Harry, ci dispiace tanto!» disse Hermione disperata, gli occhi luccicanti di lacrime. «Hai assolutamente ragione, Harry… io sarei furibonda se fosse capitato a me!»

Harry la scrutò irato, ancora ansante, poi si voltò di nuovo e prese a misurare la stanza a grandi passi. Edvige stridette cupa dalla cima dell’armadio. Ci fu una lunga pausa, interrotta solo dal funereo scricchiolio delle assi del pavimento sotto i piedi di Harry.

«Che cos’è questo posto, comunque?» sbottò, rivolto a Ron e Hermione.

«Il Quartier Generale dell’Ordine della Fenice» rispose subito Ron.

«Qualcuno si prende il disturbo di dirmi che cos’è l’Ordine della Fenice?»

«È una società segreta» rispose Hermione in fretta. «La guida Silente, l’ha fondata lui. Sono le persone che hanno combattuto contro Tu-Sai-Chi l’ultima volta».

«Chi ne fa parte?» chiese Harry, fermandosi con le mani in tasca.

«Un po’ di gente…»

«Ne abbiamo visti una ventina» disse Ron, «ma crediamo che ce ne siano degli altri».

Harry li guardò fosco.

«Allora?» chiese, guardando dall’uno all’altra.

«Ehm» disse Ron. «Allora cosa?»

«Voldemort!» disse Harry furioso, e sia Ron che Hermione trasalirono. «Che cosa sta succedendo? Che cosa sta combinando? Dov’è? Che cosa stiamo facendo per fermarlo?»

«Te l’abbiamo detto, l’Ordine non ci permette di partecipare alle riunioni» rispose Hermione nervosamente. «Quindi non conosciamo i dettagli… ma ci siamo fatti un’idea generale» aggiunse in fretta, vedendo l’espressione di Harry.

«Fred e George, sai, hanno inventato le Orecchie Oblunghe» disse Ron. «Sono proprio utili».

«Orecchie…?»

«Oblunghe, sì. Solo che ultimamente abbiamo dovuto smettere di usarle perché la mamma ci ha scoperto ed è andata su tutte le furie. Fred e George hanno dovuto nasconderle tutte per evitare che la mamma le buttasse via. Ma ci sono state parecchio utili prima che la mamma ci beccasse. Sappiamo che alcuni membri dell’Ordine stanno seguendo dei noti Mangiamorte, li tengono d’occhio, insomma…»

«Alcuni lavorano per reclutare altre persone nell’Ordine…» disse Hermione.

«E alcuni sorvegliano qualcosa» proseguì Ron. «Parlano sempre di turni di guardia».

«Non ero io, magari?» chiese Harry sarcastico.

«Oh, già, certo» disse Ron con l’aria di chi capisce qualcosa all’improvviso.

Harry sbuffò. Riprese a marciare per la stanza, guardando ovunque tranne che verso Ron e Hermione. «Allora, che cosa fate voi due, se non potete assistere alle riunioni?» chiese. «Avete detto che avete avuto da fare».

«È vero» rispose Hermione in fretta. «Stiamo disinfestando la casa: è vuota da secoli e c’è un sacco di roba che si è riprodotta qui dentro. Siamo riusciti a ripulire la cucina, quasi tutte le camere da letto e credo che domani faremo il salo… AARGH!»

Con due schiocchi sonori i gemelli Fred e George, i fratelli maggiori di Ron, erano comparsi dal nulla nel centro della stanza. Leotordo cinguettò più selvaggiamente che mai e sfrecciò a raggiungere Edvige in cima all’armadio.

«Smettetela!» ordinò debolmente Hermione ai gemelli, che avevano gli stessi capelli rosso vivo di Ron, ma erano più robusti e un po’ più bassi.

«Ciao, Harry» disse George con un gran sorriso. «Mi pare di aver sentito i tuoi toni soavi».

«Non devi reprimere la rabbia così, Harry, lasciala sfogare» disse Fred, che pure sorrideva. «Forse a una quarantina di chilometri da qui ci sono due o tre persone che non ti hanno sentito».

«Allora voi due avete superato gli esami di Materializzazione, eh?» chiese Harry imbronciato.

«Con lode» rispose Fred, che reggeva quello che sembrava un filo molto lungo color carne.

«Ci avreste messo solo trenta secondi di più a scendere le scale» osservò Ron.

«Il tempo è galeoni, fratellino» ribatté Fred. «Comunque, Harry, stai disturbando la ricezione. Orecchie Oblunghe» aggiunse in risposta alle sopracciglia inarcate di Harry, e mostrò il filo che, Harry se ne accorse in quel momento, si dipanava fin sul pianerottolo. «Stiamo cercando di sentire che cosa succede di sotto».

«Dovete stare attenti» disse Ron, fissando l’Orecchio, «se la mamma ne vede un altro…»

«Vale la pena di rischiare, è una riunione importante» rispose Fred.

La porta si aprì e comparve una lunga zazzera di capelli rossi.

«Oh, ciao, Harry!» disse allegramente Ginny, la sorella minore di Ron. «Mi pareva di aver sentito la tua voce».

Rivolta a Fred e George, aggiunse: «Niente da fare con le Orecchie Oblunghe, ha gettato un Incantesimo Imperturbabile sulla porta della cucina».

«Come fai a saperlo?» chiese George, mortificato.

«Tonks mi ha spiegato come scoprirli» rispose Ginny. «Basta buttare qualcosa contro la porta, e se non riesce a fare contatto vuol dire che la porta è stata Imperturbata. Ho provato a gettare delle Caccabombe dalla cima delle scale e non fanno che rimbalzare indietro, quindi non è possibile che le Orecchie Oblunghe riescano a passarci sotto».

Fred trasse un profondo sospiro.

«Peccato, avevo proprio voglia di scoprire che cosa sta combinando il vecchio Piton».

«Piton!» esclamò Harry. «È qui?»

«Sicuro» disse George, che chiuse cautamente la porta e si sedette su uno dei letti; Fred e Ginny lo imitarono. «Fa rapporto. Top secret».

«Idiota» disse Fred pigramente.

«È dalla nostra parte, adesso» osservò Hermione in tono di rimprovero.

Ron sbuffò. «Questo non gli impedisce di essere un idiota. Come ci guarda, quando ci vede…»

«Non piace nemmeno a Bill» disse Ginny, come se questo sistemasse la faccenda.

Harry non era sicuro che la sua rabbia si fosse già placata; ma la sete di informazioni al momento superava il bisogno di urlare. Sprofondò nel letto di fronte agli altri.

«Bill è qui?» chiese. «Credevo che fosse in Egitto».

«Ha fatto domanda per un lavoro di ufficio in modo da poter tornare a casa e collaborare con l’Ordine» disse Fred. «Dice che gli mancano le tombe, ma» e fece una smorfia, «ci sono dei vantaggi».

«Cioè?»

«Ti ricordi la vecchia Fleur Delacour?» disse George. «È stata assunta alla Gringott per migliorooore il suo engleeese…»

«E Bill le dà un sacco di lezioni private» ridacchiò Fred.

«Anche Charlie fa parte dell’Ordine» disse George, «ma è ancora in Romania. Silente vuole assoldare tutti i maghi stranieri che può, così Charlie cerca di prendere contatti nei giorni liberi».

«Non potrebbe farlo Percy?» chiese Harry. L’ultima notizia che aveva era che il terzo fratello Weasley lavorava nell’Ufficio per la Cooperazione Internazionale Magica al Ministero della Magia.

Alle parole di Harry, tutti i Weasley e Hermione si scambiarono eloquenti sguardi cupi.

«Comunque vadano le cose, non parlare di Percy davanti a mamma e papà» gli disse Ron con voce tesa.

«Perché no?»

«Perché tutte le volte che si sente il nome di Percy, papà rompe qualunque cosa abbia in mano e la mamma scoppia a piangere» disse Fred.

«È terribile» mormorò Ginny triste.

«Credo che ci siamo proprio liberati di lui» continuò George, con un’espressione insolitamente tetra.

«Che cosa è successo?» chiese Harry.

«Percy e papà hanno litigato» disse Fred. «Non ho mai visto papà litigare così con qualcuno. Di solito è la mamma che urla».

«È successo la prima settimana dopo la fine della scuola» riprese Ron. «Stavamo per venire a unirci all’Ordine. Percy è tornato a casa e ci ha detto che era stato promosso».

«State scherzando?» disse Harry.

Anche se sapeva benissimo che Percy era profondamente ambizioso, Harry aveva l’impressione che non avesse avuto un gran successo col suo primo incarico al Ministero della Magia. Aveva commesso l’incredibile leggerezza di non accorgersi che il suo capo era controllato da Lord Voldemort (non che il Ministero ci avesse creduto: avevano pensato tutti che il signor Crouch fosse impazzito).

«Sì, ci ha stupito tutti» disse George, «perché si era ficcato in un sacco di guai per via di Crouch; c’è stata anche un’inchiesta. Hanno detto che Percy avrebbe dovuto capire che Crouch era fuori di zucca e informare un superiore. Ma lo sai com’è fatto Percy: Crouch gli aveva lasciato le redini dell’ufficio, e lui certo non aveva intenzione di lamentarsi».

«E allora come mai l’hanno promosso?»

«È quello che ci siamo chiesti anche noi» disse Ron, che sembrava assai desideroso di continuare con una normale conversazione ora che Harry aveva smesso di urlare. «È tornato a casa tutto compiaciuto — anche più del solito, se riesci a figurartelo — e ha detto a papà che gli era stato offerto un posto nell’ufficio di Caramell. Un posto davvero buono per uno uscito da Hogwarts da appena un anno: Assistente del Ministro. Si aspettava che papà fosse colpito, credo».

«Solo che papà non lo è stato» disse Fred cupo.

«Perché no?» chiese Harry.

«Be’, a quanto pare Caramell continua a impazzare per il Ministero controllando che nessuno abbia contatti con Silente» spiegò George.

«Il nome di Silente è fango per il Ministero in questo periodo, sai» disse Fred. «Sono tutti convinti che provochi solo guai andando in giro a dire che Tu-Sai-Chi è tornato».

«Papà ha detto che Caramell ha dichiarato che chiunque è in combutta con Silente può anche sgombrare la scrivania» disse George.

«Il guaio è che Caramell sospetta di papà, sa che è amico di Silente e ha sempre pensato che sia un po’ svitato per via della sua ossessione per i Babbani».

«Ma che cosa c’entra questo con Percy?» chiese Harry confuso.

«Ci sto arrivando. Papà sospetta che Caramell voglia Percy nel suo ufficio solo per spiare la nostra famiglia… e Silente».

Harry emise un fischio sommesso.

«Ma Percy è stato felicissimo».

Ron rise, una risata vuota.

«Ha perso completamente la testa. Ha detto… be’, ha detto un mucchio di cose terribili. Che ha dovuto lottare contro la pessima reputazione di papà fin da quando è entrato al Ministero e che papà non ha ambizioni ed è per questo che siamo sempre stati… sai… che non abbiamo tanti soldi, voglio dire…»

«Che cosa?» chiese Harry incredulo, mentre Ginny soffiava come un gatto arrabbiato.

«Lo so» disse Ron a voce bassa. «E le cose sono peggiorate. Ha detto che papà era un idiota a frequentare Silente, che Silente si stava cacciando in un grosso guaio e papà sarebbe affondato con lui, e che lui — Percy — sapeva a chi essere fedele, cioè al Ministero. E se papà e mamma avevano intenzione di tradire il Ministero lui avrebbe fatto in modo che tutti sapessero che non faceva più parte della nostra famiglia. E ha fatto i bagagli la sera stessa e se n’è andato. Adesso vive qui a Londra».

Harry imprecò sottovoce. Percy era sempre stato il fratello di Ron che gli piaceva di meno, ma non aveva mai pensato che potesse dire cose del genere al signor Weasley.

«La mamma è completamente sconvolta» disse Ron. «Sai… piange, eccetera. È venuta a Londra per cercare di parlare con Percy, ma lui le ha sbattuto la porta in faccia. Non so che cosa fa quando incontra papà al lavoro: lo ignora, immagino».

«Ma Percy deve sapere che Voldemort è tornato» disse Harry lentamente. «Non è stupido, deve sapere che tua mamma e tuo papà non rischierebbero tutto senza averne le prove».

«Sì, be’, mentre litigavano è saltato fuori anche il tuo nome» ammise Ron, scoccando a Harry uno sguardo furtivo. «Percy ha detto che la sola prova era la tua parola e… non so… non credeva che fosse abbastanza valida».

«Percy prende sul serio La Gazzetta del Profeta» disse Hermione acida, e tutti gli altri annuirono.

«Di che cosa state parlando?» domandò Harry, guardandoli. Lo osservavano tutti con aria circospetta.

«Non… non hai ricevuto La Gazzetta del Profeta?» gli chiese Hermione nervosa.

«Sì che l’ho ricevuta!»

«E l’hai… ehm… letta tutta?» insisté Hermione, ancora più tesa.

«Non da cima a fondo» rispose Harry, sulla difensiva. «Se avessero scritto qualcosa su Voldemort sarebbe stato in prima pagina, no?»

Gli altri sussultarono sentendo pronunciare quel nome. Hermione riprese in fretta: «Be’, avresti dovuto leggerla da cima a fondo per notarlo, ma quelli… ehm… ti nominano un paio di volte la settimana».

«Ma l’avrei visto…»

«No, se hai letto solo la prima pagina no» Hermione scosse il capo. «Non sto parlando di articoloni. Ti citano di sfuggita, come se fossi uno zimbello fisso».

«Che cosa…?»

«È proprio una cattiveria» disse Hermione con calma forzata. «Stanno solo continuando il lavoro che aveva cominciato Rita».

«Ma non scrive più per loro, no?»

«Oh, no, ha mantenuto la promessa… non che avesse scelta» aggiunse soddisfatta. «Ma ha gettato le basi per quello che stanno cercando di fare adesso».

«E cioè che cosa?» chiese Harry, impaziente.

«Sai che ha scritto che svenivi dappertutto e dicevi che ti faceva male la cicatrice eccetera, no?»

«Sì» rispose Harry, che non poteva aver dimenticato tanto in fretta gli articoli di Rita Skeeter su di lui.

«Be’, parlano di te come se fossi un frustrato, uno che cerca attenzione, che crede di essere un grande eroe tragico o roba del genere» disse Hermione rapidissima, come se fosse meno spiacevole per Harry venire a sapere quei fatti velocemente. «Continuano a buttar lì commenti malevoli su di te. Se esce un articolo su una storia inverosimile, scrivono cose tipo “Un racconto degno di Harry Potter”, e se qualcuno ha un incidente buffo o cose così, “Speriamo che non gli resti una cicatrice sulla fronte o presto ci toccherà adorarlo”…»

«Io non voglio che nessuno mi adori…» Harry cominciò a scaldarsi.

«Lo so che non vuoi» disse Hermione in fretta, con aria spaventata. «Io lo so, Harry. Ma lo capisci che cosa stanno facendo? Vogliono farti diventare una persona non credibile. C’è dietro Caramell, ci scommetto tutto quello che vuoi. Vogliono che i maghi della strada credano che sei solo un ragazzino stupido, una specie di macchietta, che racconta storie esagerate e ridicole perché adora essere famoso e vuole che le cose continuino così».

«Io non ho chiesto… io non volevo… Voldemort ha ucciso i miei genitori!» farfugliò Harry. «Sono diventato famoso perché ha assassinato la mia famiglia, ma non è riuscito a uccidere me! Chi vuole essere famoso per questo motivo? Non pensano che preferirei che non fosse mai…»

«Noi lo sappiamo, Harry» disse Ginny, appassionata.

«E naturalmente non hanno scritto una riga sull’aggressione dei Dissennatori» riprese Hermione. «Qualcuno ha detto loro di tenere la bocca chiusa. Dissennatori a piede libero: quella sì che sarebbe stata una notizia. Non hanno nemmeno scritto che hai violato lo Statuto Internazionale di Segretezza. Credevamo che l’avrebbero fatto, collimava così bene con l’immagine di te come uno stupido fanfarone. Secondo noi stanno aspettando che tu venga espulso per andare fino in fondo… voglio dire, se vieni espulso, ovviamente» continuò in fretta. «Non dovrebbe succedere, se si attengono alle loro stesse leggi: non ci sono argomenti contro di te».

Erano tornati a parlare dell’udienza e Harry non voleva pensarci. Cercò di cambiare argomento, ma la fatica di trovarne un altro gli fu risparmiata da un rumore di passi che salivano le scale.

«Uh-oh».

Fred diede un robusto strattone all’Orecchio Oblungo; si udì un altro sonoro schiocco e lui e George scomparvero. Qualche istante dopo, la signora Weasley apparve sulla soglia.

«La riunione è finita, potete scendere a cena, adesso. Muoiono tutti dalla voglia di vederti, Harry. Si può sapere chi ha lasciato tutte quelle Caccabombe davanti alla porta della cucina?»

«Grattastinchi» rispose Ginny senza arrossire. «Gli piace tanto giocarci».

«Oh» disse la signora Weasley, «credevo che fosse stato Kreacher, continua a fare strane cose del genere. Non dimenticate di tenere la voce bassa nell’ingresso. Ginny, hai le mani sporchissime, che cos’hai fatto? Vai a lavartele prima di scendere a cena, per favore».

Ginny fece una smorfia e seguì la madre, lasciando Harry solo con Ron e Hermione. Entrambi lo osservavano ansiosi, come se temessero che ricominciasse a urlare, ora che gli altri se n’erano andati. Le loro espressioni nervose lo fecero vergognare un po’.

«Sentite…» borbottò, ma Ron scosse il capo e Hermione disse piano: «Lo sapevamo che ti saresti arrabbiato, Harry, non c’è da biasimarti, sul serio, ma devi capire, ci abbiamo provato, a convincere Silente…»

«Sì, lo so» concluse Harry asciutto.

Cercò un argomento che non coinvolgesse il Preside, perché il solo pensiero di Silente gli faceva di nuovo friggere le viscere di rabbia.

«Chi è Kreacher?» chiese.

«L’elfo domestico che abita qui» rispose Ron. «Un pazzo. Mai visto uno così».

Hermione lo guardò accigliata.

«Non è un pazzo, Ron».

«La sua massima ambizione è farsi tagliare la testa per vederla inchiodata su una targa come quella di sua madre» disse Ron irritato. «È normale, Hermione?»

Ron sgranò gli occhi rivolto a Harry. «Hermione non ha ancora rinunciato al CREPA».

«Non si chiama CREPA!» Hermione si infervorò. «Si chiama Comitato per la Riabilitazione degli Elfi Poveri e Abbrutiti. E non sono solo io, anche Silente dice che dovremmo essere gentili con Kreacher».

«Sissì» disse Ron. «Andiamo, muoio di fame».

Uscì per primo sul pianerottolo, ma prima che cominciassero a scendere le scale…

«Fermi!» bisbigliò Ron, facendo scattare un braccio per bloccare Harry e Hermione. «Sono ancora nell’ingresso, forse riusciamo a sentire qualcosa».

Il terzetto spiò cauto oltre il corrimano. Il tetro ingresso era affollato di maghi e streghe, compresa la scorta di Harry al completo. Sussurravano eccitati. Al centro del gruppo Harry vide la testa scura e unticcia e il naso prominente dell’insegnante di Hogwarts che meno amava, il professor Piton. Si sporse un po’ di più. Voleva proprio sapere che cosa faceva Piton per l’Ordine della Fenice…

Un sottile spago color carne calò davanti agli occhi di Harry. Guardando in su, vide Fred e George sul pianerottolo di sopra, che facevano scendere cautamente l’Orecchio Oblungo verso lo scuro manipolo di persone di sotto. Un attimo dopo, però, presero tutti a muoversi verso la porta e sparirono.

«Maledizione» Harry udì Fred sussurrare, mentre riavvolgeva l’Orecchio Oblungo.

Sentirono la porta d’ingresso aprirsi e richiudersi.

«Piton non cena mai qui» disse Ron a Harry, piano. «Grazie al cielo. Andiamo».

«E non dimenticare di tenere bassa la voce nell’ingresso, Harry» sussurrò Hermione.

Mentre passavano sotto la fila di teste di elfi domestici appese al muro, videro Lupin, la signora Weasley e Tonks sulla soglia, intenti a sigillare con la magia le molte serrature e i lucchetti dietro coloro che erano appena usciti.

«Si mangia giù in cucina» sussurrò la signora Weasley, raggiungendoli alla base delle scale. «Harry, caro, se attraversi l’ingresso in punta di piedi, è oltre quella porta là…»

Crash.

«TONKS!» urlò la signora Weasley esasperata, voltandosi per guardare alle proprie spalle.

«Mi dispiace!» ululò Tonks, che giaceva a terra lunga distesa. «È quello stupido portaombrelli, è la seconda volta che ci inciampo…»

Ma il resto delle sue parole fu soffocato da un terribile stridio, da spaccare i timpani e inacidire il sangue.

Le tende di velluto tarlate davanti alle quali Harry era passato prima si erano dischiuse, ma non c’era nessuna porta dietro. Per un istante, Harry credette di guardare attraverso una finestra oltre la quale una vecchia con una cuffia nera urlava e urlava come sotto tortura. Poi capì che era solo un ritratto in grandezza naturale, ma il più realistico e il più sgradevole che avesse mai visto.

La vecchia sbavava, i suoi occhi roteavano, la pelle ingiallita del suo volto si tendeva; e lungo tutto il corridoio gli altri ritratti si ridestarono e presero anch’essi a urlare. Harry strizzò gli occhi e si premette le mani sulle orecchie.

Lupin e la signora Weasley scattarono in avanti e tentarono di chiudere a strattoni le tende sulla vecchia, ma quelle non si spostarono, e la donna gridò più forte che mai, tendendo le mani unghiute come per graffiare i loro volti.

«Sozzura! Feccia! Sottoprodotti di sudiciume e abiezione! Ibridi, mutanti, mostri, via da questo luogo! Come osate insudiciare la casa dei miei padri…»

Tonks si scusò più e più volte, trascinando l’enorme, pesante zampa di troll al suo posto; la signora Weasley abbandonò il tentativo di chiudere le tende e corse su e giù per l’ingresso, Schiantando tutti gli altri ritratti con la bacchetta; un uomo con lunghi capelli neri corse fuori da una porta di fronte a Harry.

«Taci, orrida vecchia strega, TACI!» ringhiò, afferrando la tenda abbandonata dalla signora Weasley.

La vecchia impallidì.

«Tuuuuu!» ululò, gli occhi fuori dalle orbite. «Traditore del tuo sangue, abominio, vergogna della mia carne!»

«Ho… detto… TACI!» ruggì l’uomo, e con uno sforzo formidabile lui e Lupin riuscirono a richiudere le tende.

Gli strilli della vecchia si spensero ed echeggiarono nel silenzio.

Un po’ ansante, Sirius, il padrino di Harry, si allontanò i lunghi capelli scuri dagli occhi e si voltò verso di lui.

«Ciao, Harry» disse in tono cupo. «Vedo che hai fatto conoscenza con mia madre».

CAPITOLO 5

L’ORDINE DELLA FENICE

«Tua…?»

«La mia cara vecchia mamma, sì» disse Sirius. «È un mese che cerchiamo di tirarla giù, ma deve aver gettato un Incantesimo di Adesione Permanente sul retro della tela. Scendiamo, presto, prima che si risveglino tutti quanti».

«Ma che cosa ci fa qui il ritratto di tua madre?» chiese Harry, sconcertato, mentre varcavano la porta e scendevano per primi lungo una rampa di stretti scalini di pietra.

«Non te l’hanno detto? Questa era la casa dei miei genitori» spiegò Sirius. «Ma io sono l’ultimo Black rimasto, quindi adesso è mia. L’ho offerta a Silente come Quartier Generale… praticamente è l’unica cosa utile che sono riuscito a fare».

Harry, che si era aspettato un benvenuto più affettuoso, notò come suonava dura e amara la voce di Sirius. Seguì il padrino in fondo ai gradini, oltre una porta che conduceva in cucina.

Era poco meno tetra dell’ingresso di sopra, una stanza cavernosa con le pareti di pietra viva. La luce proveniva per lo più da un gran fuoco all’altra estremità. Una cortina di fumo di pipa aleggiava nell’aria come vapori di battaglia, attraverso cui affioravano indistinte le forme minacciose di pesanti pentole e padelle di ferro appese al soffitto buio. Molte sedie erano state stipate nella stanza per la riunione, attorno a un lungo tavolo di legno, carico di rotoli di pergamena, calici, bottiglie di vino vuote, e un mucchio di quelli che sembravano stracci. Al capo del tavolo il signor Weasley e il suo figlio maggiore Bill parlavano piano, con le teste vicine.

La signora Weasley si schiarì la voce. Suo marito, un uomo magro, coi capelli rossi, una calvizie incipiente e occhiali di corno, si guardò intorno e balzò in piedi.

«Harry!» esclamò. Si avvicinò per salutarlo e gli strinse forte la mano. «È bello vederti!»

Dietro di lui Harry scorse Bill, che portava ancora i lunghi capelli raccolti in una coda, arrotolare in fretta le pergamene rimaste sul tavolo.

«Tutto bene il viaggio, Harry?» gridò Bill, cercando di raccogliere dieci rotoli in una volta sola. «Malocchio non vi ha fatto venire via Groenlandia, allora?»

«Ci ha provato» disse Tonks, che si fece avanti per aiutare Bill e rovesciò all’istante una candela sull’ultimo foglio. «Oh, no… mi dispiace…»

«Ecco, cara» sospirò la signora Weasley esasperata, e riparò la pergamena con un colpo di bacchetta. Nel lampo di luce provocato dall’incantesimo della signora Weasley, Harry colse uno scorcio di quella che sembrava la pianta di un edificio.

La signora Weasley si era accorta del suo sguardo. Tolse bruscamente la pergamena dal tavolo e la ficcò tra le braccia già sovraccariche di Bill.

«Queste cose dovrebbero essere messe via in fretta alla fine delle riunioni» sbottò, prima di spostarsi verso un’antica credenza, dalla quale prese i piatti per la cena.

Bill estrasse la bacchetta, borbottò «Evanesco!» e i rotoli sparirono.

«Siediti, Harry» disse Sirius. «Hai già conosciuto Mundungus, vero?»

La cosa che Harry aveva scambiato per un mucchio di stracci emise un prolungato sbuffo simile a un grugnito, poi si svegliò con un sussulto.

«Qualcuno mi chiama?» biascicò assonnato. «Sono d’accordo con Sirius…» Alzò una mano molto sporca come per votare; i suoi occhi languidi e iniettati di sangue erano appannati.

Ginny ridacchiò.

«La riunione è finita, Dung» disse Sirius, e si sedettero tutti al tavolo attorno a lui. «Harry è arrivato».

«Eh?» fece Mundungus, scrutando cupo Harry attraverso i capelli rossicci impastati. «Accidenti, allora è arrivato. Sicuro… stai bene, Harry?»

«Sì» rispose.

Mundungus frugò nervosamente nelle tasche, senza smettere di fissare Harry, ed estrasse una pipa nera incrostata di sporcizia. Se la ficcò in bocca, accese il fornello con la bacchetta e trasse una bella boccata. Enormi nuvole fluttuanti di fumo verdastro lo oscurarono in pochi secondi.

«Ti devo le mie scuse» grugnì una voce dal centro della nube odorosa.

«Per l’ultima volta, Mundungus» gridò la signora Weasley, «vuoi smetterla di fumare quella roba in cucina, soprattutto quando stiamo per mangiare?»

«Ah» disse Mundungus. «Giusto. Scusa, Molly».

Mundungus ripose la pipa in tasca e la nube di fumo svanì, ma un acre odore di calzini bruciati rimase nell’aria.

«E se volete cenare prima di mezzanotte avrò bisogno di una mano» disse la signora Weasley, rivolta a tutti quanti. «No, tu resta dove sei, Harry caro, hai fatto un lungo viaggio».

«Che cosa posso fare, Molly?» chiese Tonks entusiasta, balzando avanti.

La signora Weasley esitò con aria preoccupata.

«Ehm… no, è tutto a posto, Tonks, riposati anche tu, per oggi hai fatto abbastanza».

«No, no, voglio dare una mano!» esclamò Tonks allegramente, rovesciando una sedia mentre correva verso la credenza dalla quale Ginny stava scegliendo le stoviglie.

Ben presto una serie di pesanti coltelli tagliuzzavano carne e verdure per conto loro, sotto la sorveglianza del signor Weasley; intanto la signora Weasley mescolava un calderone appeso sopra il fuoco e gli altri prendevano piatti, calici e cibo dalla dispensa. Harry rimase a tavola con Sirius e Mundungus, che continuava a sbattere le palpebre in modo lugubre, guardandolo.

«Hai rivisto la vecchia Figgy?»

«No» rispose Harry. «Non ho visto nessuno».

«Capisci, non è che me ne sarei andato» disse Mundungus chinandosi in avanti, con una nota di supplica nella voce, «ma c’era questa occasione, un vero affare…»

Harry sentì qualcosa strusciare contro le sue ginocchia e sussultò, ma era solo Grattastinchi, il gatto rosso con le gambe storte di Hermione, che girò ancora una volta attorno alle sue caviglie, facendo le fusa, poi balzò in grembo a Sirius e si acciambellò. Sirius lo grattò dietro le orecchie con aria assente e si rivolse a Harry, senza abbandonare la sua espressione cupa.

«Hai passato una bella estate finora?»

«No, schifosa» rispose Harry.

Per la prima volta qualcosa di simile a un ghigno passò sul volto di Sirius.

«Non so proprio di che cosa ti lamenti».

«Che cosa?» disse Harry incredulo.

«Personalmente, avrei accolto con gioia un attacco di Dissennatori. Una lotta mortale per la mia anima avrebbe interrotto piacevolmente la monotonia. Tu credi che ti sia andata male, ma almeno hai potuto uscire e andare in giro, muovere le gambe, buttarti in qualche rissa… io sono chiuso qui dentro da un mese».

«Come mai?» chiese Harry, accigliato.

«Perché il Ministero della Magia mi sta ancora cercando e Voldemort ormai saprà che sono un Animagus, Codaliscia gliel’avrà detto. Così il mio brillante travestimento è inutile. Non c’è molto che possa fare per l’Ordine della Fenice… o almeno è ciò che pensa Silente».

Qualcosa nel tono piatto con cui Sirius pronunciò il nome di Silente disse a Harry che anche lui non era molto soddisfatto del Preside. Harry provò un improvviso trasporto verso il padrino.

«Almeno tu sai che cosa sta succedendo» disse incoraggiante.

«Oh, sicuro» replicò Sirius sarcastico. «Ascolto le relazioni di Piton e mi tocca incassare tutte le sue subdole allusioni al fatto che lui è fuori che rischia la vita mentre io sto qui seduto comodo a divertirmi… e poi mi chiede come vanno le pulizie…»

«Quali pulizie?» chiese Harry.

«Stiamo cercando di rendere questo posto adatto a ospitare degli esseri umani» disse Sirius, agitando una mano per mostrare la cucina lugubre. «Nessuno abita qui da dieci anni, da quando è morta mia madre, a meno di contare il suo vecchio elfo domestico, e lui è matto… non pulisce niente da secoli».

«Sirius» intervenne Mundungus, che non aveva prestato alcuna attenzione alla conversazione, ma era intento a studiare un calice vuoto. «Questo è mica vero argento, amico?»

«Sì» rispose Sirius, osservando l’oggetto con disgusto. «Il miglior argento lavorato da goblin del quindicesimo secolo, con inciso lo stemma dei Black».

«Si può sempre toglierlo, eh» borbottò Mundungus, lucidandolo con l’orlo della manica.

«Fred… George… NO, PORTATELI E BASTA!» strillò la signora Weasley.

Harry, Sirius e Mundungus si voltarono e un attimo dopo si tuffarono lontano dal tavolo. Fred e George avevano stregato un gran calderone di stufato, un boccale di ferro di Burrobirra e una pesante asse di legno per il pane, completa di coltello, in modo che sfrecciassero nell’aria verso di loro. Lo stufato scivolò fino in fondo al tavolo e si bloccò appena prima del bordo, lasciando una lunga bruciatura nera sulla superficie di legno; la bottiglia di Burrobirra cadde con un tonfo, versando dappertutto il contenuto; il coltello del pane scivolò dall’asse e si conficcò con la punta all’ingiù, vibrando minaccioso, esattamente dove un attimo prima c’era la mano di Sirius.

«PER L’AMOR DEL CIELO!» urlò la signora Weasley. «NON C’ERA NESSUN BISOGNO… NE HO ABBASTANZA… SOLO PERCHÉ ADESSO POTETE USARE LA MAGIA, NON DOVETE SFODERARE LA BACCHETTA PER OGNI PICCOLA COSA!»

«Stavamo solo cercando di risparmiare un po’ di tempo!» disse Fred, e corse a estrarre il coltello dal tavolo. «Mi dispiace, Sirius… non volevamo…»

Harry e Sirius ridevano; Mundungus, che si era rovesciato all’indietro ed era caduto dalla sedia, si rialzò imprecando; Grattastinchi con un sibilo rabbioso se l’era battuta sotto la credenza, da dove ora i suoi grandi occhi gialli brillavano nel buio.

«Ragazzi» disse il signor Weasley, spostando lo stufato di nuovo in mezzo al tavolo, «vostra madre ha ragione, dovreste mostrare un po’ più di senso di responsabilità adesso che siete maggiorenni…»

«Nessuno dei vostri fratelli ha combinato pasticci del genere!» inveì la signora Weasley contro i gemelli mentre schiaffava una nuova bottiglia di Burrobirra sul tavolo, e ne rovesciava quasi altrettanta. «Bill non sentiva il bisogno di Materializzarsi ogni mezzo metro! Charlie non incantava tutto quello che gli capitava a tiro! Percy…»

Si bloccò di colpo, e trattenne il respiro rivolgendo uno sguardo spaventato al marito, la cui espressione all’improvviso si pietrificò.

«Mangiamo» disse Bill in fretta.

«Ha un aspetto magnifico, Molly» disse Lupin. Le servì lo stufato e le porse il piatto.

Per qualche minuto calò il silenzio, rotto solo dal tintinnio di piatti e stoviglie e dal grattare delle sedie che venivano spostate per prendere posto a tavola. Poi la signora Weasley si rivolse a Sirius.

«Volevo dirti, Sirius, che c’è qualcosa intrappolato in quello scrittoio nel salotto, continua a tremare e a scuotersi. Naturalmente potrebbe essere solo un Molliccio, ma ho pensato che dovremmo chiedere ad Alastor di dargli un’occhiata prima di farlo uscire».

«Come vuoi» disse Sirius, indifferente.

«E le tende, anche quelle sono piene di Doxy» aggiunse la signora Weasley. «Ho pensato che potremmo affrontarle domani».

«Non vedo l’ora» rispose Sirius. Harry avvertì il sarcasmo nella sua voce, ma non era sicuro che anche gli altri lo avessero colto.

Di fronte a Harry, Tonks divertiva Hermione e Ginny trasformando il proprio naso tra un boccone e l’altro. Strizzava gli occhi ogni volta con la stessa espressione sofferente che aveva assunto nella stanza di Harry, e il suo naso prima si dilatò in una protuberanza simile a un becco che ricordava molto quello di Piton, poi rimpicciolì alle dimensioni di un fungo immaturo e infine germogliò parecchi peli da ciascuna narice. A quanto pareva era uno spettacolo consueto durante i pasti, perché ben presto Hermione e Ginny cominciarono a chiedere i loro nasi preferiti.

«Fai quello che sembra un grugno di maiale, Tonks».

Tonks eseguì, e Harry ebbe la fugace impressione che un Dudley femmina gli sorridesse dall’altra parte del tavolo.

Il signor Weasley, Bill e Lupin erano impegnati in un’accesa discussione sui goblin.

«Non hanno ceduto» disse Bill. «Non riesco ancora a capire se credono o no che è tornato. Certo, potrebbero anche decidere di non prendere posizione. Di starne fuori».

«Sono sicuro che non si unirebbero mai a Voi-Sapete-Chi» commentò il signor Weasley, scuotendo il capo. «Anche loro hanno subito delle perdite; ricordate quella famiglia di goblin che ha assassinato l’ultima volta dalle parti di Nottingham?»

«Credo che dipenda da quello che viene loro offerto» disse Lupin. «E non sto parlando di oro. Se si vedono offrire le libertà che noi neghiamo loro da secoli, saranno tentati. Non hai ancora avuto fortuna con Ragnok, Bill?»

«Al momento si sente decisamente antimaghi» rispose Bill, «non gli è ancora passata la rabbia per la faccenda Bagman, sospetta che il Ministero l’abbia insabbiata, Bagman non ha mai dato ai goblin il loro denaro, sapete…»

Uno scoppio di risate dal centro del tavolo soffocò le altre parole di Bill. Fred, George, Ron e Mundungus si rotolavano sulle sedie.

«…e poi» raccontava Mundungus con voce strozzata e con le lacrime che gli scorrevano sul viso, «e poi, se mi credete, quello mi dice, fa: “Ehi, Dung, dov’è che hai preso “sto mucchio di rospi? Perché un figlio di Bolide mi ha rubato tutti i miei!” E allora io ci dico: “Ti han rubato i tuoi rospi, Will? Allora ce n’avrai bisogno di nuovi, eh?” E credetemi, ragazzi, quell’imbecille di un gargoyle si ricompra tutti i suoi rospi da me per un bel mucchio di soldi più di quanto li aveva pagati prima…»

«Non credo che abbiamo bisogno di sentire altri dettagli sui tuoi commerci, grazie, Mundungus» commentò la signora Weasley secca, mentre Ron si afflosciava sul tavolo, ululando dalle risate.

«Scusa, Molly» rispose subito Mundungus, asciugandosi gli occhi e facendo l’occhiolino a Harry. «Ma sai, Will li aveva grattati a Harris Bubbone, e quindi non è che facevo niente di male».

«Non so dove hai imparato che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, Mundungus, ma a quanto pare hai perso alcune lezioni fondamentali» disse la signora Weasley gelida.

Fred e George seppellirono le facce nei loro calici di Burrobirra; George aveva il singhiozzo. Per qualche ragione, la signora Weasley lanciò un’occhiata molto torva a Sirius prima di alzarsi e andare a prendere il dolce, una grossa crostata di rabarbaro. Harry guardò il suo padrino.

«Molly non approva che ci sia anche Mundungus» bisbigliò Sirius.

«Come mai fa parte dell’Ordine?» chiese Harry, molto piano.

«È utile» borbottò Sirius. «Conosce tutte le canaglie… be’, per forza, visto che è una di loro. Ma è anche molto fedele a Silente, che una volta l’ha aiutato a cavarsela da un bel guaio. È un bene avere uno come Dung, viene a sapere cose che noi non scopriamo. Ma Molly crede che invitarlo a cena sia troppo. Non gli ha perdonato di aver abbandonato il suo turno di guardia quando avrebbe dovuto sorvegliarti».

Tre porzioni di torta al rabarbaro con crema pasticcera più tardi, la cintura dei jeans di Harry si rivelò fastidiosamente stretta (il che la diceva lunga, visto che in passato erano appartenuti a Dudley). Mentre posava il cucchiaio ci fu un momento di quiete generale: il signor Weasley, abbandonato contro lo schienale della sedia, sembrava sazio e rilassato; Tonks faceva dei gran sbadigli, col naso tornato normale; e Ginny, che aveva tirato fuori Grattastinchi da sotto la credenza, era seduta per terra a gambe incrociate e lo faceva giocare con dei tappi di Burrobirra.

«È quasi ora di andare a dormire, credo». La signora Weasley sbadigliò.

«Non ancora, Molly» disse Sirius, allontanando il piatto vuoto e voltandosi a guardare Harry. «Sai, sono sorpreso. Ero convinto che appena arrivato qui avresti cominciato a fare domande su Voldemort».

L’atmosfera nella stanza mutò con la rapidità che Harry associava all’arrivo dei Dissennatori. Da sonnolenta e rilassata, adesso era all’erta, perfino tesa. Al nome di Voldemort un brivido era corso attorno al tavolo. Lupin, che stava per bere un sorso di vino, abbassò piano il calice con aria diffidente.

«L’ho fatto!» disse Harry indignato. «Ho chiesto a Ron e Hermione, ma hanno detto che noi non siamo ammessi a far parte dell’Ordine, quindi…»

«E hanno ragione» intervenne la signora Weasley. «Siete troppo giovani».

Sedeva eretta nella sua sedia, i pugni serrati sulle braccia conserte, ogni traccia di sonnolenza sparita.

«Da quando uno deve far parte dell’Ordine della Fenice per fare delle domande?» chiese Sirius. «Harry è rimasto intrappolato in quella casa Babbana per un mese. Ha il diritto di sapere che cosa sta succe…»

«Un momento!» lo interruppe George.

«Perché se Harry fa delle domande a lui rispondete?» chiese Fred rabbioso.

«Noi cerchiamo di estorcervi informazioni da un mese e voi non ci avete detto una sola schifida cosa!» esclamò George.

«Siete troppo giovani, non fate parte dell’Ordine» disse Fred con una vocetta acuta che assomigliava prodigiosamente a quella di sua madre. «Harry non è nemmeno maggiorenne!»

«Non è colpa mia se non vi è stato detto che cosa fa l’Ordine» rispose Sirius calmo, «questa decisione spetta ai vostri genitori. Harry, d’altra parte…»

«Non sta a te decidere che cosa è bene per Harry!» ribatté la signora Weasley in tono secco. L’espressione sul suo viso di solito gentile era minacciosa. «Non hai dimenticato le parole di Silente, suppongo».

«Quali?» chiese Sirius educato, ma con l’aria di chi si prepara a una lite.

«Che non bisogna dire a Harry più di quanto abbia bisogno di sapere» rispose la signora Weasley, sottolineando pesantemente le ultime quattro parole.

Le teste di Ron, Hermione, Fred e George ruotavano da Sirius alla signora Weasley come se stessero seguendo una partita di tennis. Ginny era in ginocchio tra un mucchio di tappi abbandonati di Burrobirra e seguiva la conversazione a bocca aperta. Gli occhi di Lupin erano puntati su Sirius.

«Non intendo dirgli più di quanto abbia bisogno di sapere, Molly» disse Sirius. «Ma visto che è stato lui ad assistere al ritorno di Voldemort» (di nuovo si diffuse un brivido collettivo al suono del nome), «ha diritto più di molti altri…»

«Non è un membro dell’Ordine della Fenice!» lo interruppe la signora Weasley. «Ha solo quindici anni e…»

«E ha fatto esperienze pari a quelle di molti dell’Ordine» replicò Sirius, «e superiori rispetto ad alcuni».

«Nessuno vuole negare quello che ha fatto!» disse la signora Weasley con la voce che saliva e i pugni tremanti sui braccioli della sedia. «Ma è ancora…»

«Non è un bambino!» sbottò Sirius impaziente.

«Non è nemmeno un adulto!» ribatté la signora Weasley, con le gote infuocate. «Non è James, Sirius!»

«Mi è perfettamente chiaro chi è, grazie, Molly» rispose Sirius gelido.

«Non ne sono così certa!» esclamò la signora Weasley. «A volte, a sentire come parli di lui, è come se fossi convinto di riavere il tuo migliore amico!»

«Che cosa c’è di sbagliato?» domandò Harry.

«C’è di sbagliato, Harry, che non sei tuo padre, per quanto tu possa assomigliargli!» disse la signora Weasley, lo sguardo fisso su Sirius. «Vai ancora a scuola e gli adulti che sono responsabili di te non dovrebbero dimenticarlo!»

«Vorresti dire che sono un padrino irresponsabile?» chiese Sirius, alzando la voce.

«Vorrei dire che sei noto per agire d’impulso, Sirius, ed è per questo che Silente continua a ricordarti di restare in casa e…»

«Lasciamo fuori da questa discussione le istruzioni che mi dà Silente, se non ti dispiace!»

«Arthur!» disse la signora Weasley, rivolgendosi con veemenza al marito. «Arthur, dammi una mano!»

Il signor Weasley non rispose subito. Si tolse gli occhiali e li pulì lentamente con la veste, senza guardare la moglie. Solo quando li ebbe risistemati con cura sul naso parlò.

«Silente sa che la situazione è cambiata, Molly. E accetta il fatto che Harry debba essere informato, fino a un certo punto, ora che abita qui al Quartier Generale».

«Sì, ma c’è una differenza tra questo e invitarlo a chiedere tutto quello che vuole!»

«Personalmente» intervenne Lupin piano, distogliendo infine lo sguardo da Sirius mentre la signora Weasley si rivolgeva rapida a lui, nella speranza di riuscire finalmente a trovare un alleato, «credo che sia meglio che Harry venga a sapere i fatti — non tutti i fatti, Molly, ma il quadro generale — da noi, piuttosto che una versione ingarbugliata da… altri».

La sua espressione era pacata, ma Harry capì che almeno Lupin sapeva che alcune Orecchie Oblunghe erano sopravvissute alla bonifica della signora Weasley.

«Be’» disse lei, respirando a fondo e guardandosi intorno in cerca di un sostegno che non veniva, «be’… vedo che siete più forti di me. Dirò solo questo: Silente deve aver avuto le sue ragioni per non volere che Harry sapesse troppo, e parlando come chi ha a cuore tutto l’interesse di Harry…»

«Non è tuo figlio» mormorò Sirius.

«È come se lo fosse» ribatté la signora Weasley con forza. «Chi altri ha?»

«Ha me!»

«Sì» disse la signora Weasley, con il labbro arricciato, «però ti è stato abbastanza difficile prenderti cura di lui mentre eri rinchiuso ad Azkaban, vero?»

Sirius fece per alzarsi.

«Molly, non sei la sola persona a questo tavolo che si preoccupa per Harry» intervenne Lupin asciutto. «Sirius, siediti.».

Il labbro inferiore della signora Weasley tremava. Sirius si risedette lentamente, pallido.

«Credo che Harry dovrebbe avere il permesso di dire la sua» continuò Lupin, «è abbastanza grande da decidere per se stesso».

«Voglio sapere che cosa sta succedendo» disse Harry subito.

Non guardò la signora Weasley. Averle sentito dire che era come un figlio per lei lo aveva toccato, ma era anche insofferente alle sue coccole. Sirius aveva ragione, non era un bambino.

«Molto bene» disse la signora Weasley con voce spezzata. «Ginny… Ron… Hermione… Fred… George… voglio che usciate da questa cucina, adesso».

Tumulto generale.

«Noi siamo maggiorenni!» urlarono Fred e George in coro.

«Se Harry può sapere, perché io no?» urlò Ron.

«Mamma, io voglio sentire!» gemette Ginny.

«No!» urlò la signora Weasley, alzandosi, gli occhi che brillavano in maniera innaturale. «Vi proibisco assolutamente…»

«Molly, non puoi impedirlo a Fred e George» osservò il signor Weasley stancamente. «Loro sono maggiorenni».

«Vanno ancora a scuola».

«Ma sono legalmente adulti, ora» disse il signor Weasley, con la stessa voce stanca.

La signora Weasley era ormai scarlatta in viso.

«Io… oh, allora va bene, Fred e George possono restare, ma Ron…»

«Harry racconterà comunque a me e Hermione tutto quello che dite!» esclamò Ron accalorato. «Vero… vero?» aggiunse dubbioso, incrociando lo sguardo di Harry.

Per un istante, Harry contemplò l’ipotesi di dire a Ron che non gli avrebbe riferito una sola parola, così poteva provare come ci si sente a essere tenuti all’oscuro. Ma il malvagio impulso svanì mentre si guardavano.

«Certo» disse Harry.

Ron e Hermione fecero un gran sorriso.

«Bene!» urlò la signora Weasley. «Bene! Ginny… a letto!»

Ginny non partì rassegnata. La sentirono protestare con rabbia contro la madre per tutte le scale, e quando raggiunse l’ingresso gli strilli spaccatimpani della signora Black si sommarono al frastuono. Lupin corse verso il ritratto per riportare la calma. Fu solo al suo ritorno, quando si fu chiuso alle spalle la porta della cucina ed ebbe ripreso posto al tavolo, che Sirius parlò.

«Allora, Harry… che cosa vuoi sapere?»

Harry trasse un gran respiro e fece la domanda che lo ossessionava da un mese.

«Dov’è Voldemort?» chiese, ignorando i soliti brividi e sussulti al suono di quel nome. «Che cosa fa? Ho cercato di seguire i notiziari Babbani, e non è ancora successo niente che possa sembrare opera sua, niente strane morti o cose del genere».

«È perché non si sono ancora verificate strane morti» disse Sirius, «a quanto ne sappiamo noi, almeno… e sappiamo parecchio».

«Più di quello che crede lui, a ogni modo» aggiunse Lupin.

«Come mai ha smesso di uccidere?» chiese Harry. Sapeva che Voldemort aveva commesso più di un assassinio soltanto l’anno prima.

«Perché non vuole attrarre l’attenzione su di sé» rispose Sirius. «Sarebbe pericoloso per lui. Il suo ritorno non è riuscito proprio come voleva lui, sai. Qualcosa gli è andato storto».

«Cioè, tu gli sei andato storto» disse Lupin con un sorriso soddisfatto.

«Come?» chiese Harry, perplesso.

«Non avresti dovuto sopravvivere!» rispose Sirius. «Nessuno, tranne i suoi Mangiamorte, doveva sapere che era tornato. Ma tu sei sopravvissuto per raccontarlo».

«E l’ultima persona che voleva che sapesse del suo ritorno era Silente» disse Lupin. «Tu hai fatto in modo che Silente lo sapesse subito».

«E in che modo questo è stato utile?» chiese Harry.

«Stai scherzando?» intervenne Bill incredulo. «Silente è il solo di cui Tu-Sai-Chi abbia mai avuto paura!»

«Grazie a te, Silente ha potuto riconvocare l’Ordine della Fenice solo un’ora dopo il ritorno di Voldemort» disse Sirius.

«Ma che cosa fa l’Ordine della Fenice?» chiese Harry, guardandoli a uno a uno.

«Tutto quello che possiamo per assicurarci che Voldemort non realizzi i suoi piani» disse Sirius.

«Come fate a sapere quali sono i suoi piani?» aggiunse Harry in fretta.

«Silente si è fatto un’idea precisa» rispose Lupin, «e le idee precise di Silente di solito si rivelano piuttosto azzeccate».

«E Silente che cosa sospetta?»

«Be’, prima di tutto che Voldemort voglia ricostruire il suo esercito» disse Sirius. «In passato aveva grossi numeri ai suoi ordini: maghi e streghe che aveva costretto a seguirlo con la prepotenza o con incantesimi, i suoi fedeli Mangiamorte, un’enorme varietà di creature Oscure. Hai sentito che progettava di reclutare i giganti; be’, sono solo uno dei gruppi a cui fa la corte. Certamente non cercherà di impossessarsi del Ministero della Magia solo con una decina di Mangiamorte».

«Quindi state cercando di impedirgli di conquistare nuovi seguaci?»

«Facciamo del nostro meglio» rispose Lupin.

«Come?»

«Be’, la cosa principale è convincere più persone possibile che Tu-Sai-Chi è tornato, metterle in guardia» disse Bill. «Ma si sta dimostrando complicato».

«Perché?»

«Per colpa dell’atteggiamento del Ministero» intervenne Tonks. «Hai visto Cornelius Caramell dopo il ritorno di Tu-Sai-Chi, Harry. Be’, non si è mosso dalla sua posizione. Si rifiuta assolutamente di credere che sia successo».

«Ma perché?» chiese Harry disperato. «Perché è così stupido? Se Silente…»

«Ah, be’, hai centrato il problema» disse il signor Weasley con un sorriso obliquo. «Silente».

«Vedi, Caramell ha paura di lui» aggiunse Tonks malinconica.

«Paura di Silente?» Harry era incredulo.

«Paura di quello che sta facendo» spiegò il signor Weasley. «Caramell è convinto che Silente stia tramando per rovesciarlo. Crede che Silente voglia fare il Ministro della Magia».

«Ma Silente non vuole…»

«Certo che no» disse il signor Weasley. «Non ha mai voluto quel posto, anche se un sacco di gente voleva che fosse lui a prenderlo quando Millicent Bagnold è andata in pensione. Invece ha preso il potere Caramell, ma non ha dimenticato quanto sostegno popolare aveva Silente, anche se non si era mai candidato».

«In fondo, Caramell sa che Silente è molto più abile di lui, è un mago molto più potente, e nei primi giorni del suo Ministero gli chiedeva sempre aiuto e consiglio» disse Lupin. «Ma pare che si sia affezionato al potere, e che sia molto più sicuro di sé. Adora fare il Ministro della Magia ed è riuscito a convincersi di essere lui quello abile, e che Silente stia solo creando scompiglio per il gusto di farlo».

«Ma come fa a pensare una cosa del genere?» disse Harry arrabbiato. «Che Silente s’inventi tutto… che io mi inventi tutto?»

«Perché accettare il fatto che Voldemort è tornato vorrebbe dire guai, come il Ministero non ne affronta da quasi quattordici anni» osservò Sirius amaramente. «Caramell non riesce proprio ad ammetterlo. È molto più facile credere che Silente stia mentendo per destabilizzarlo».

«Capisci il problema» disse Lupin. «Finché il Ministero insiste che non c’è nulla da temere da parte di Voldemort, è difficile convincere la gente del suo ritorno, soprattutto perché nessuno ci vuole credere. In più, il Ministero conta molto sul fatto che La Gazzetta del Profeta non riporta nessuno di quelli che definiscono i pettegolezzi di Silente, così gran parte della comunità magica è completamente ignara di tutto ciò che è successo, e questo la rende facile preda dei Mangiamorte, se usano la Maledizione Imperius».

«Ma voi lo dite a tutti, no?» domandò Harry, guardando il signor Weasley, Sirius, Bill, Mundungus, Lupin e Tonks. «Lo fate sapere a tutti che è tornato?»

Sorrisero senza allegria.

«Be’, visto che in giro si crede che io sia un pazzo terrorista e il Ministero ha messo una taglia di diecimila galeoni sulla mia testa, non è che possa passeggiare per la strada a distribuire volantini, no?» disse Sirius irrequieto.

«E io non sono un ospite a cena molto gradito per gran parte della comunità» aggiunse Lupin. «È uno dei rischi professionali di un lupo marinaro».

«Tonks e Arthur perderebbero il loro lavoro al Ministero se cominciassero a parlare a destra e a manca» proseguì Sirius, «ed è molto importante per noi avere delle spie all’interno del Ministero, perché ci puoi scommettere che Voldemort le avrà».

«Siamo riusciti a convincere un paio di persone, però» disse il signor Weasley. «Tonks, per esempio: è troppo giovane per aver fatto parte dell’Ordine della Fenice l’ultima volta, e avere degli Auror dalla nostra parte è un enorme vantaggio. Anche Kingsley Shacklebolt è stato un bell’acquisto: è responsabile della caccia a Sirius, e così fa credere al Ministero che Sirius sia in Tibet».

«Ma se nessuno di voi fa circolare la notizia che Voldemort è tornato…» cominciò Harry.

«Chi ha detto che nessuno di noi fa circolare la notizia?» disse Sirius. «Perché credi che Silente sia così nei guai?»

«Che cosa intendi dire?» chiese Harry.

«Stanno cercando di screditarlo» rispose Lupin. «Non hai letto La Gazzetta del Profeta la settimana scorsa? Hanno scritto che è stato estromesso dalla Presidenza della Confederazione Internazionale dei Maghi perché sta invecchiando e perde il controllo, ma non è vero, è stato escluso dai maghi del Ministero dopo che ha tenuto un discorso per annunciare il ritorno di Voldemort. L’hanno retrocesso dalla carica di Stregone Capo del Wizengamot — è l’Alta Corte dei Maghi — e stanno decidendo se levargli anche l’Ordine di Merlino, Prima Classe».

«Ma Silente dice che non gl’importa di quello che fanno finché non lo tolgono dalle figurine delle Cioccorane» disse Bill con un gran sorriso.

«Non è il caso di ridere» ribatté il signor Weasley secco. «Se continua a sfidare così il Ministero, potrebbe finire ad Azkaban, e questa è l’ultima cosa che vogliamo. Finché Voi-Sapete-Chi sa che Silente è libero e ben consapevole di quello che lui ha in testa, deve andarci cauto. Se Silente è fuori gioco… be’, Voi-Sapete-Chi avrà campo libero».

«Ma se Voldemort sta cercando di reclutare altri Mangiamorte, dovrebbe diffondersi la notizia che è tornato, no?» chiese Harry disperato.

«Voldemort non va a bussare alla porta delle persone, Harry» disse Sirius. «Le inganna, le strega e le ricatta. È abituato ad agire in segreto. In ogni caso, raccogliere seguaci è solo una delle cose che gli interessano. Ha anche altri piani, piani che può mettere in atto senza gran clamore, e al momento si sta concentrando su quelli».

«Che cosa cerca, a parte seguaci?» chiese Harry. Gli parve di vedere Sirius e Lupin scambiarsi il più fugace degli sguardi prima che Sirius rispondesse.

«Cose che può ottenere solo se agisce in segreto».

Visto che Harry rimaneva perplesso, Sirius aggiunse: «Come un’arma. Una cosa che l’ultima volta non aveva».

«Quando era potente?»

«Sì».

«Che genere di arma?» chiese Harry. «Peggiore dell’Avada Kedavra…?»

«Basta così!»

La voce della signora Weasley emerse dall’ombra vicino alla porta. Harry non si era accorto che era tornata dopo aver accompagnato Ginny di sopra. Aveva le braccia incrociate ed era furiosa.

«Adesso vi voglio a letto. Tutti» aggiunse, guardando Fred, George, Ron e Hermione.

«Non puoi costringerci…» cominciò Fred.

«Ascoltatemi bene» sibilò la signora Weasley. Tremava lievemente, guardando Sirius. «Avete dato a Harry un sacco di informazioni. Ditegli qualcos’altro, e tanto vale ammetterlo direttamente nell’Ordine della Fenice».

«Perché no?» domandò Harry in fretta. «Ci sono, voglio esserci, voglio combattere».

«No».

Questa volta non fu la signora Weasley a parlare, ma Lupin.

«L’Ordine è formato solo da maghi maggiorenni» disse. «Maghi che hanno finito la scuola» aggiunse, mentre Fred e George aprivano la bocca. «Farne parte comporta pericoli dei quali non potete avere idea, nessuno di voi… credo che Molly abbia ragione, Sirius. Abbiamo detto abbastanza».

Sirius scrollò le spalle senza ribattere. La signora Weasley fece un cenno imperioso ai suoi figli e a Hermione. Uno per uno si alzarono e Harry, accettando la sconfitta, li imitò.

CAPITOLO 6

LA NOBILE E ANTICHISSIMA CASATA DEI BLACK

La signora Weasley li seguì di sopra con aria cupa.

«Voglio che andiate tutti dritti a letto, niente chiacchiere» disse quando furono sul primo pianerottolo, «domani ci aspetta una giornata intensa. Mi auguro che Ginny si sia addormentata» aggiunse, rivolta a Hermione, «quindi cerca di non svegliarla».

«Addormentata, sì, sicuro» mormorò Fred, dopo che Hermione ebbe augurato loro la buonanotte, mentre salivano al piano di sopra. «Se Ginny non è sveglia ad aspettare che Hermione le racconti tutto, io sono un Vermicolo…»

«Bene. Ron, Harry» disse la signora Weasley sul secondo pianerottolo, facendo loro segno di entrare in camera, «filate a letto».

«’Notte» dissero Harry e Ron ai gemelli.

«Dormite bene» rispose Fred con una strizzatina d’occhio.

La signora Weasley chiuse la porta dietro a Harry con un colpo secco. La stanza sembrava, se possibile, ancora più umida e squallida che al primo sguardo. Il quadro vuoto alla parete respirava lento e profondo, come se il suo invisibile abitante fosse addormentato. Harry si infilò il pigiama, si tolse gli occhiali e salì nel letto gelato mentre Ron gettava dei Biscottini Gufici in cima all’armadio per placare Edvige e Leotordo, che facevano ticchettare le unghie e scuotevano le ali irrequieti.

«Non possiamo lasciarli uscire a caccia tutte le notti» spiegò Ron infilandosi il pigiama marrone. «Silente non vuole troppi gufi che planano nella piazza, sarebbe sospetto. Oh, sì… dimenticavo…»

Andò alla porta e la chiuse col lucchetto.

«Come mai?»

«Kreacher» spiegò Ron spegnendo la luce. «La prima notte che ero qui è entrato alle tre del mattino. Fidati, non è bello svegliarsi e trovarlo che si aggira per la stanza». S’infilò nel letto, si sistemò sotto le coperte, poi si voltò a guardare l’amico nell’oscurità; Harry ne distinse la sagoma alla luce della luna che filtrava attraverso la finestra incrostata. «Comunque… che cosa ne pensi?»

Harry non dovette chiedere a cosa si riferiva.

«Be’, non ci hanno detto niente che non avremmo potuto indovinare, vero?» disse, riflettendo. «Insomma, hanno detto solo che l’Ordine sta cercando di impedire alla gente di unirsi a Vol…»

Ron inspirò bruscamente.

«…demort» proseguì Harry con decisione. «Quand’è che comincerai a usare il suo nome? Sirius e Lupin lo fanno».

Ron ignorò quest’ultimo commento.

«Sì, hai ragione» disse, «sapevamo già quasi tutto grazie alle Orecchie Oblunghe. L’unica novità è stata…»

Crac.

«AHIA!»

«Parla piano, Ron, o la mamma tornerà!»

«Vi siete appena Materializzati sulle mie ginocchia!»

«Sì, be’, al buio è più difficile».

Harry vide i profili sfocati di Fred e George balzare giù dal letto di Ron. Ci fu un cigolio di molle e il materasso di Harry si abbassò di qualche centimetro mentre George si sedeva vicino ai suoi piedi.

«Allora, ci siete già arrivati?» disse George impaziente.

«All’arma di cui ha parlato Sirius?» chiese Harry.

«Che si è lasciato sfuggire, più che altro» precisò Fred soddisfatto; era seduto vicino a Ron. «Di quella non abbiamo sentito parlare con le vecchie Oblunghe, vero?»

«Che cosa credete che sia?» chiese Harry.

«Potrebbe essere qualunque cosa» rispose Fred.

«Ma non può esserci nulla di peggio della Maledizione Avada Kedavra, vero?» disse Ron. «Che cosa è peggio della morte?»

«Forse è qualcosa che può uccidere un sacco di gente in una volta sola» suggerì George.

«Forse è un modo particolarmente doloroso di uccidere la gente» disse Ron terrorizzato.

«Per fare del male ha la Maledizione Cruciatus» osservò Harry, «non ha bisogno di una cosa più efficace di quella».

Ci fu una pausa e Harry capì che gli altri, come lui, stavano rimuginando sugli orrori che quest’arma avrebbe potuto compiere.

«Allora chi credete che ce l’abbia al momento?» chiese George.

«Spero che siano i nostri» rispose Ron, vagamente nervoso.

«Se è così, è probabile che la custodisca Silente» disse Fred.

«Dove?» chiese Ron in fretta. «A Hogwarts?»

«Ci scommetto!» esclamò George. «Era lì che teneva nascosta la Pietra Filosofale».

«Un’arma però dev’essere molto più grossa della Pietra Filosofale!» disse Ron.

«Non necessariamente» rispose Fred.

«Sì, la taglia non è garanzia di potenza» ammise George. «Guardate Ginny».

«Che cosa intendi dire?» chiese Harry.

«Non ti sei mai beccato una delle sue Fatture Orcovolanti, vero?»

«Ssst!» fece Fred, alzandosi dal letto. «Ascoltate!»

Tacquero. Dei passi salivano le scale.

«La mamma» disse George; e all’istante risuonò un forte crac e Harry sentì il peso svanire dai piedi del letto. Qualche istante dopo, udirono il pavimento scricchiolare fuori dalla loro porta; la signora Weasley evidentemente era in ascolto per scoprire se stavano chiacchierando.

Edvige e Leotordo tubarono dolorosamente. Il pavimento scricchiolò di nuovo e sentirono la signora Weasley salire a controllare Fred e George.

«Non si fida affatto di noi, sai» commentò Ron dispiaciuto.

Harry era sicuro che non sarebbe riuscito a addormentarsi; la serata era stata così densa che sarebbe rimasto lì disteso, perfettamente sveglio, per ore, a rimuginare. Voleva continuare a parlare con Ron, ma la signora Weasley stava tornando di sotto annunciata da altri scricchiolii, e quando si fu allontanata sentì che altri salivano le scale… in effetti, creature dotate di molte zampe trotterellavano piano su e giù davanti alla porta; Hagrid, l’insegnante di Cura delle Creature Magiche, stava dicendo: Una vera bellezza, eh, Harry? Quest’anno studiamo le armi… e Harry vide che le creature avevano la testa a forma di cannone e ruotavano per fronteggiarlo… si chinò…

Un attimo dopo era appallottolato in un fagotto caldo sotto le lenzuola e la voce squillante di George riempiva la stanza.

«La mamma dice di alzarsi, la colazione è in cucina e poi ha bisogno di voi in salotto, ci sono molti più Doxy del previsto e ha trovato un nido di Puffskein morti sotto il divano».

Mezz’ora dopo Harry e Ron, che si erano vestiti e avevano fatto colazione in fretta, entrarono nel salotto, una lunga stanza al primo piano, con il soffitto alto e pareti verde oliva coperte di arazzi sporchi. La moquette esalava nuvolette di polvere tutte le volte che qualcuno vi posava un piede, e le lunghe tende di velluto verde muschio ronzavano come se pullulassero di api invisibili. Era attorno a queste che la signora Weasley, Hermione, Ginny, Fred e George erano riuniti, tutti con un aspetto strano, visto che si erano legati uno straccio attorno al naso e alla bocca. Ciascuno di loro reggeva una grossa bottiglia di liquido nero con un beccuccio in cima.

«Copritevi la faccia e prendete uno spray» disse la signora Weasley a Harry e a Ron non appena li vide, indicando altre due bottiglie di liquido nero posate su un tavolino dalle zampe sottili. «È Doxicida. Non ho mai visto un’infestazione così grave… ma che cosa avrà fatto quell’elfo domestico negli ultimi dieci anni…»

Il volto di Hermione era seminascosto da uno strofinaccio, ma Harry la vide chiaramente rivolgere uno sguardo di rimprovero alla signora Weasley.

«Kreacher è molto vecchio, probabilmente non è riuscito…»

«Saresti sorpresa di scoprire che cosa riesce a fare Kreacher quando vuole, Hermione» disse Sirius, che era appena entrato nella stanza reggendo un sacco insanguinato pieno di quelli che sembravano ratti morti. «Ho appena dato da mangiare a Fierobecco» aggiunse, in risposta allo sguardo curioso di Harry. «Lo tengo di sopra, nella stanza da letto di mia madre. Comunque… questo scrittoio…»

Lasciò cadere il sacco di ratti in una poltrona, poi si curvò a esaminare il mobiletto chiuso a chiave che, Harry lo notò per la prima volta, vibrava appena.

«Be’, sono sicuro che è un Molliccio» disse Sirius, spiando dal buco della serratura, «ma forse dovremmo lasciare che Malocchio gli dia un’occhiata prima di farlo uscire… conoscendo mia madre, potrebbe essere qualcosa di molto peggiore».

«Hai ragione, Sirius» disse la signora Weasley.

Parlavano entrambi in tono cauto, lieve e educato, il che fece chiaramente capire a Harry che nessuno dei due aveva dimenticato i dissapori della sera prima.

Un forte, sonoro scampanellio risuonò di sotto, seguito subito dalla cacofonia di urla e ululati scatenati da Tonks che aveva rovesciato il portaombrelli.

«Continuo a ripetere di non suonare il campanello!» esclamò Sirius esasperato, correndo fuori dalla stanza. Lo sentirono scendere le scale a tonfi mentre gli strilli della signora Black echeggiavano di nuovo per la casa.

«Macchie di disonore, sudici ibridi, traditori del vostro sangue, figli della sozzura…»

«Chiudi la porta, per favore, Harry» disse la signora Weasley.

Harry si prese tutto il tempo che osò per chiudere la porta del salotto: voleva sentire che cosa succedeva di sotto. Sirius era evidentemente riuscito a chiudere le tende sul ritratto della madre, perché quella smise di urlare. Lo sentì attraversare l’ingresso, poi udì il tintinnio della catena della porta d’ingresso e infine una voce profonda che riconobbe per quella di Kingsley Shacklebolt: «Hestia mi ha appena dato il cambio, quindi adesso il mantello di Moody ce l’ha lei, ho pensato di lasciare un rapporto per Silente…»

Sentendo lo sguardo della signora Weasley sulla nuca, Harry chiuse riluttante la porta del salotto e si unì di nuovo alla battuta di caccia ai Doxy.

La signora Weasley era china sulla pagina dedicata ai Doxy dalla Guida alla disinfestazione domestica, di Gilderoy Allock, che era aperta sul divano.

«Va bene, sentite, dovete stare attenti, perché i Doxy mordono e i loro denti sono velenosi. Ho qui una bottiglia di antidoto, ma preferirei che nessuno ne avesse bisogno».

Si rialzò, si sistemò salda davanti alle tende e fece cenno agli altri di avanzare.

«Quando lo dico io, cominciate subito a spruzzare» disse. «Ci voleranno addosso, credo, ma sulle bottiglie c’è scritto che una bella innaffiata li paralizzerà. Quando sono immobilizzati, gettateli in questo secchio».

Si spostò cautamente dalla loro linea di fuoco e alzò a sua volta la bottiglia.

«Pronti… spruzzare!»

Harry spruzzava solo da qualche istante quando un Doxy completamente sviluppato uscì fluttuando da una piega del tessuto, con le lucide ali da maggiolino che frusciavano, i dentini aguzzi scoperti, il corpo da fata rivestito di folto pelo nero e i quattro pugnetti serrati dalla rabbia. Harry lo colpì in faccia con una spruzzata di Doxicida. Quello rimase immobile a mezz’aria e cadde con un tunc sorprendentemente sonoro sulla moquette consunta. Harry lo raccolse e lo gettò nel secchio.

«Fred, che cosa fai?» disse la signora Weasley secca. «Spruzzalo subito e buttalo via!»

Harry si voltò. Fred reggeva un agitatissimo Doxy tra pollice e indice.

«Va beeene» rispose Fred allegramente, e gli innaffiò rapido la faccia, facendolo svenire, ma non appena la signora Weasley si voltò, lo intascò con una strizzatina d’occhio.

«Vogliamo fare degli esperimenti con il veleno dei Doxy per le nostre Merendine Marinare» spiegò George a Harry sottovoce.

Harry centrò lesto due Doxy in una volta mentre puntavano dritti al suo naso. Poi si avvicinò a George e borbottò dall’angolo della bocca: «Che cosa sono le Merendine Marinare?»

«Una linea di dolci per farti star male» sussurrò George, sorvegliando con attenzione la schiena della signora Weasley. «Non male sul serio, però, solo abbastanza da farti uscire da un’ora di lezione quando ti va. Io e Fred ci stiamo lavorando. Sono dolcetti che hanno le due estremità marcate con colori diversi. Se mangi la metà arancione delle Pasticche Vomitose, per esempio, vomiti. Non appena ti hanno fatto uscire di corsa dall’aula per spedirti in infermeria, tu mandi giù la metà viola…»

«…’che ti rimette in salute, consentendoti di praticare l’attività di svago prescelta durante un’ora che altrimenti sarebbe stata dedicata a una noia infruttuosa’. È quello che scriveremo nella pubblicità, perlomeno» mormorò Fred, che si era tolto dal campo visivo della signora Weasley e stava raccogliendo e intascando alcuni Doxy sparsi dal pavimento. «Ma dobbiamo perfezionarle un po’. Al momento le nostre cavie hanno qualche difficoltà a smettere di vomitare quanto basta per mandar giù la parte viola».

«Cavie?»

«Noi» spiegò Fred. «Le prendiamo noi a turno. George ha sperimentato i Pasticcetti Svenevoli… tutti e due abbiamo provato il Torrone Sanguinolento…»

«La mamma credeva che ci fossimo battuti con qualcuno» disse George.

«Il negozio di scherzi va avanti, quindi?» sussurrò Harry, fingendo di sistemare lo spruzzatore sulla bottiglia.

«Be’, non siamo ancora riusciti a trovare i locali» disse Fred, abbassando ancora di più la voce mentre la signora Weasley si asciugava la fronte con la sciarpa prima di riprendere l’attacco, «quindi al momento è solo per corrispondenza. Abbiamo messo un’inserzione pubblicitaria sulla Gazzetta del Profeta la settimana scorsa».

«Tutto grazie a te, amico» disse George. «Ma non preoccuparti… la mamma non lo sa. Non vuole più leggere La Gazzetta del Profeta, perché scrive cose false su te e Silente».

Harry fece un gran sorriso. Aveva convinto i gemelli Weasley ad accettare il premio di mille galeoni che aveva vinto al Torneo Tremaghi per aiutarli a realizzare la loro ambizione di aprire un negozio di scherzi, ma era contento che la signora Weasley non sapesse del suo contributo. Lei non pensava che avere un negozio di scherzi fosse una carriera adatta a due dei suoi figli.

La dedoxizzazione delle tende occupò gran parte della mattina. Era mezzogiorno passato quando finalmente la signora Weasley si tolse la sciarpa protettiva, sprofondò in una poltrona pericolante e balzò di nuovo su con aria disgustata: si era seduta sul sacco di ratti morti. Le tende non ronzavano più; pendevano flosce e umide per le spruzzate intensive. Ai loro piedi i Doxy svenuti giacevano ammucchiati nel secchio vicino a una ciotola piena delle loro uova nere, che Grattastinchi stava annusando e Fred e George covavano con sguardi avidi.

«Credo che affronterò quelle dopo pranzo». La signora Weasley indicò le scaffalature chiuse da vetri polverosi che si ergevano ai lati del camino. Erano stipate di uno stravagante assortimento di oggetti: una selezione di pugnali arrugginiti, artigli, una pelle di serpente avvolta a spirale, alcune scatole d’argento ossidato con incise scritte in lingue che Harry non capiva e infine, la cosa più sgradevole di tutte, un’elaborata bottiglia di cristallo con una grossa opale incastonata nel tappo, piena di quello che, Harry ne era praticamente certo, doveva essere sangue.

Il fragoroso campanello suonò di nuovo. Tutti guardarono la signora Weasley.

«Restate qui» ordinò, e afferrò il sacco di ratti mentre gli strilli della signora Black ricominciavano di sotto. «Porto su dei panini».

Uscì dalla stanza, richiudendosi con cura la porta alle spalle. Subito tutti corsero alla finestra per vedere chi stava arrivando. Scorsero la sommità di una disordinata testa rossiccia e una pila di calderoni pericolosamente in bilico.

«Mundungus!» disse Hermione. «Perché ha portato tutti quei calderoni?»

«Probabilmente sta cercando un posto sicuro dove nasconderli» rispose Harry. «Non è quello che stava facendo la notte che avrebbe dovuto seguire me? Recuperare dei calderoni sospetti?»

«Sì, hai ragione!» esclamò Fred. «Accidenti, alla mamma non piacerà…» Mundungus spinse dentro i calderoni e scomparve.

Fred e George si avvicinarono alla porta e lì rimasero, ascoltando attentamente. La signora Black aveva smesso di urlare.

«Mundungus sta parlando con Sirius e Kingsley» mormorò Fred, accigliato per la concentrazione. «Non riesco a sentire bene… credete che possiamo azzardarci a usare le Orecchie Oblunghe?»

«Forse ne vale la pena» disse George. «Posso sgattaiolare di sopra a prenderne un paio…»

Ma in quel preciso istante un’esplosione di rumore rese inutili le Orecchie Oblunghe. Tutti sentirono distintamente la signora Weasley urlare a pieni polmoni.

«NON SIAMO UN COVO DI RICETTATORI!»

«Adoro sentire la mamma che urla contro qualcun altro» commentò Fred con un sorriso soddisfatto, e aprì la porta di qualche centimetro per consentire alla voce della signora Weasley di invadere la stanza, «è un piacevole cambiamento».

«…DEL TUTTO IRRESPONSABILE, ABBIAMO GIÀ ABBASTANZA PENSIERI SENZA CHE TU CI PORTI IN CASA DEI CALDERONI RUBATI…»

«Quegli idioti la stanno lasciando andare a briglia sciolta» disse George, scuotendo il capo. «Bisogna distrarla subito, altrimenti si surriscalda e va avanti per ore. Moriva dalla voglia di dirne quattro a Mundungus da quando è scappato via invece di seguire te, Harry… ecco che ricomincia la mamma di Sirius».

La voce della signora Weasley si smarrì tra nuovi strilli e grida dei ritratti nell’ingresso.

George fece per chiudere la porta e soffocare il frastuono, ma prima che ci riuscisse entrò un elfo domestico.

A parte lo straccio sudicio legato come un gonnellino attorno alla vita, era completamente nudo. Era molto vecchio: la sua pelle pareva troppo abbondante, e anche se era calvo come tutti gli elfi domestici, una gran quantità di peli neri spuntava dalle grandi orecchie a forma di ali di pipistrello. Aveva gli occhi di un grigio acquoso e iniettato di sangue e il grosso naso carnoso, molto simile a un gnigno.

L’elfo non badò assolutamente a Harry e agli altri. Come se non li vedesse, avanzò trascinando i piedi, ingobbito, lento e risoluto, verso l’estremità della stanza, borbottando sottovoce con un tono rauco e profondo da rana toro.

«…puzza come una fogna e in più è un criminale, ma lei non è meglio, brutta vecchia traditrice del suo sangue con i suoi mocciosi che impiastrano la casa della mia padrona, oh, la mia povera padrona, se sapesse, se sapesse la feccia che hanno lasciato entrare in casa sua, che cosa direbbe al vecchio Kreacher, oh, vergogna, Mezzosangue e lupi marinari e traditori e ladri, povero vecchio Kreacher, che cosa può farci…»

«Ciao, Kreacher» disse Fred a voce un po’ più alta del normale chiudendo la porta di scatto.

L’elfo domestico rimase immobile, tacque e si esibì in un sussulto di sorpresa molto enfatico e molto poco convincente.

«Kreacher non aveva visto il padroncino» rispose, voltandosi e inchinandosi a Fred. Ancora con la faccia al pavimento, aggiunse, a un livello perfettamente udibile: «Perfida piccola canaglia di un traditore del suo sangue, ecco cos’è».

«Scusa?» disse George. «Non ho sentito l’ultima parte».

«Kreacher non ha detto niente» rispose l’elfo, con un secondo inchino a George, e aggiunse sottovoce, con molta chiarezza: «Ed ecco il suo gemello, sono bestiole mostruose».

Harry non sapeva se ridere o no. L’elfo si raddrizzò, occhieggiandoli tutti con malevolenza, apparentemente convinto che non potessero sentirlo.

«…ed ecco la Mezzosangue, quella non ha paura di niente, oh, se la mia padrona sapesse, oh, come piangerebbe, e c’è un ragazzo nuovo, Kreacher non sa come si chiama. Che cosa ci fa qui? Kreacher non lo sa…»

«Questo è Harry, Kreacher» disse Hermione esitante. «Harry Potter».

Gli occhi sbiaditi di Kreacher si allargarono e borbottò più forte e furioso che mai.

«La Mezzosangue parla a Kreacher come se fosse sua amica, se la padrona di Kreacher lo vedesse in simile compagnia, oh, che cosa direbbe…»

«Non chiamarla Mezzosangue!» esclamarono Ron e Ginny insieme, molto arrabbiati.

«Non importa» sussurrò Hermione, «non è del tutto in sé, non sa che cosa…»

«Non illuderti, Hermione, lui sa esattamente quello che dice» intervenne Fred, osservando Kreacher con enorme disgusto.

Kreacher continuava a bofonchiare, lo sguardo su Harry.

«È vero? È Harry Potter? Kreacher vede la cicatrice, dev’essere vero, quello è il ragazzo che ha fermato il Signore Oscuro, Kreacher si chiede come ha fatto…»

«Ce lo chiediamo tutti, Kreacher» disse Fred.

«Che cosa vuoi, comunque?» gli chiese George.

Gli occhioni di Kreacher scattarono su quest’ultimo.

«Kreacher pulisce» rispose, evasivo.

«Probabile» disse una voce dietro Harry.

Sirius era tornato; guardò torvo l’elfo dalla soglia. Il fracasso nell’ingresso si era placato; forse la signora Weasley e Mundungus avevano deciso di continuare a litigare giù in cucina. Alla vista di Sirius, Kreacher si prostrò in un inchino ridicolmente profondo che gli appiattì a terra il naso a forma di grugno.

«Tirati su» disse Sirius impaziente. «Allora, che cos’hai in mente?»

«Kreacher pulisce» ripeté l’elfo. «Kreacher vive per servire la Nobile Casata dei Black…»

«Che diventa sempre più nera, è sudicia» aggiunse Sirius.

«Il padrone ha sempre amato scherzare» disse Kreacher inchinandosi di nuovo, e continuò sottovoce: «Il padrone era un perfido porco ingrato che ha spezzato il cuore di sua madre…»

«Mia madre non aveva un cuore, Kreacher» sbottò Sirius. «Si manteneva in vita per puro dispetto».

Kreacher s’inchinò di nuovo.

«Come vuole il padrone» mormorò furioso. «Il padrone non è degno di asciugare la melma dagli stivali di sua madre, oh, mia povera padrona, che cosa direbbe se vedesse che Kreacher serve lui, come lo odiava, che delusione è stato…»

«Ti ho chiesto che cos’hai in mente» insisté Sirius gelido. «Tutte le volte che sbuchi con la scusa di pulire, fai sparire qualcosa e la porti in camera tua per impedirci di buttarla via».

«Kreacher non vorrebbe muovere niente dal suo posto nella casa del padrone» rispose l’elfo, poi biascicò molto in fretta: «La padrona non perdonerebbe mai Kreacher se venisse buttato via l’arazzo, sono sette secoli che è in famiglia, Kreacher deve salvarlo, Kreacher non permetterà al padrone e ai traditori del loro sangue e ai mocciosi di distruggerlo…»

«Lo supponevo» disse Sirius, scoccando un’occhiata sprezzante alla parete opposta. «Mia madre deve aver scagliato un altro Incantesimo di Adesione Permanente lì dietro, non ne dubito, ma se solo posso sbarazzarmene lo farò. Adesso vai via, Kreacher».

Pareva che Kreacher non osasse disobbedire a un ordine diretto; ma lo sguardo che rivolse a Sirius mentre passava strascicando i piedi davanti a lui era colmo del più profondo disprezzo. L’elfo continuò a parlare sottovoce uscendo dalla stanza.

«…torna da Azkaban per dare ordini a Kreacher, oh, la mia povera padrona, che cosa direbbe se vedesse la casa adesso, la feccia che ci vive, i suoi tesori gettati via, ha giurato che non era suo figlio ed è tornato, dicono che è anche un assassino…»

«Continua a borbottare e lo diventerò!» ringhiò Sirius, chiudendo con violenza la porta dietro l’elfo.

«Sirius, non è a posto col cervello» lo supplicò Hermione, «non credo che capisca che possiamo sentirlo».

«È rimasto solo per troppo tempo» rispose Sirius, «a prendere ordini folli dal ritratto di mia madre e a parlare da solo, ma è sempre stato un sudicio piccolo…»

«Se solo potessi liberarlo» disse Hermione speranzosa, «forse…»

«Non possiamo liberarlo, sa troppe cose dell’Ordine» replicò Sirius secco. «E comunque, lo shock lo ucciderebbe. Prova a suggerirgli di andar via di casa e vedrai come reagisce».

Sirius attraversò la stanza e raggiunse l’arazzo che Kreacher aveva tentato di proteggere. Occupava tutta la parete. Harry e gli altri lo seguirono.

L’arazzo sembrava immensamente antico; era sbiadito e pareva rosicchiato qua e là dai Doxy. Tuttavia, il filo d’oro con cui era ricamato scintillava ancora abbastanza da mostrare un esteso albero genealogico che risaliva (per quanto ne capiva Harry) al Medioevo. Grosse lettere in cima all’arazzo recitavano:

La Nobile e Antichissima Casata dei Black

’Toujours pur’

«Tu non ci sei!» osservò Harry esaminando la parte più bassa dell’albero.

«Ero qui» disse Sirius, indicando un buchetto rotondo carbonizzato nel tessuto, simile a una bruciatura di sigaretta. «La mia cara dolce madre mi ha incenerito dopo che sono scappato di casa… Kreacher ha una vera passione per bofonchiare questa storia».

«Tu sei scappato di casa?»

«Avevo quasi sedici anni» disse Sirius. «Non ne potevo più».

«Dove sei andato?» chiese Harry.

«Da tuo padre» rispose Sirius. «I tuoi nonni furono davvero buoni con me; in un certo senso mi adottarono come un secondo figlio. Sì, mi accampavo da tuo padre per le vacanze scolastiche, e a diciassette anni mi sono trovato un posto tutto mio. Mio zio Alphard mi aveva lasciato un bel po’ d’oro — è cancellato, qui, probabilmente per questo motivo — e comunque, da allora in poi ho badato a me stesso. Però ero sempre il benvenuto dai signori Potter per la colazione della domenica».

«Ma… perché…?»

«Me ne sono andato?» Sirius fece un sorriso amaro e si passò le dita tra i lunghi capelli in disordine. «Perché li odiavo tutti: i miei genitori, con la loro mania del sangue puro, convinti che essere un Black ti rendesse praticamente di stirpe reale… il mio fratello idiota, così sciocco da crederci… eccolo».

Sirius puntò un dito alla base dell’albero, sul nome “Regulus Black”. Una data di morte (che risaliva a una quindicina di anni prima) seguiva quella di nascita.

«Era più giovane di me» disse Sirius, «ed era un figlio molto migliore, come mi veniva ricordato di continuo»,

«Ma è morto» osservò Harry.

«Si» disse Sirius. «Stupido idiota… si è unito ai Mangiamorte».

«Stai scherzando!»

«Andiamo, Harry, non hai visto abbastanza di questa casa per capire che genere di maghi erano quelli della mia famiglia?» chiese Sirius stizzito.

«I tuoi genitori erano… erano anche loro Mangiamorte?»

«No, no, ma credimi, erano convinti che Voldemort avesse ragione, erano per la purificazione della razza magica, per liberarsi dei Babbani di nascita e avere al governo dei purosangue. Non erano soli, comunque; molta gente, prima che Voldemort mostrasse il suo vero volto, credeva che avesse ragione… poi però si sono spaventati quando hanno visto che cosa era pronto a fare per ottenere il potere. Ma scommetto che i miei genitori erano convinti che Regulus fosse un autentico piccolo eroe per essersi unito a Voldemort all’inizio».

«È stato ucciso da un Auror?» chiese Harry esitante.

«Oh, no» rispose Sirius. «No, è stato assassinato da Voldemort. O per ordine di Voldemort, più probabilmente; dubito che Regulus sia mai stato così importante da scomodare Voldemort in persona. Da quanto ho scoperto dopo la sua morte, si era fatto coinvolgere fino a un certo punto, poi è stato preso dal panico per quello che gli era stato richiesto e ha cercato di fare marcia indietro. Be’, non si consegnano le dimissioni a Voldemort. È servizio a vita, o morte».

«Il pranzo» annunciò la signora Weasley.

Teneva la bacchetta alta davanti a sé, reggendo in equilibrio sulla punta un enorme vassoio carico di panini e fette di torta. Era molto rossa in faccia e sembrava ancora arrabbiata. Gli altri si fecero avanti, avidi, ma Harry rimase con Sirius, che si era chinato sull’arazzo.

«Non lo guardo da anni. Ecco Phineas Nigellus, il mio bisbisnonno, sai? Il Preside meno amato che Hogwarts abbia mai avuto… e Araminta Melliflua, cugina di mia madre… ha cercato di far passare un progetto di legge al Ministero per legalizzare la caccia ai Babbani… e la cara zia Elladora… ha avviato la tradizione di famiglia di decapitare gli elfi domestici quando diventavano troppo vecchi per portare i vassoi del tè… Naturalmente, tutte le volte che la famiglia ha prodotto qualcuno di appena decente, è stato diseredato. Vedo che Tonks qui non c’è. Forse è per questo che Kreacher non vuole prendere ordini da lei… lui dovrebbe fare tutto ciò che qualsiasi membro della famiglia gli chiede…»

«Tu e Tonks siete parenti?» chiese Harry, sorpreso.

«Oh, sì, sua madre Andromeda era la mia cugina preferita» rispose Sirius, esaminando l’arazzo con attenzione. «No, non c’è nemmeno lei, guarda…»

Indicò un’altra piccola bruciatura rotonda tra due nomi, Bellatrix e Narcissa.

«Le sorelle di Andromeda ci sono ancora perché hanno contratto deliziosi, rispettabili matrimoni con purosangue, ma Andromeda ha sposato un Babbano di nascita, Ted Tonks, e così…»

Sirius mimò l’atto di incendiare l’arazzo con una bacchetta e scoppiò in una risata acida. Harry, tuttavia, non rise; era troppo occupato a fissare i nomi sulla destra della bruciatura di Andromeda. Una doppia linea di ricamo d’oro univa Narcissa Black a Lucius Malfoy e una singola linea verticale portava dai loro nomi a Draco.

«Sei imparentato con i Malfoy!»

«Le famiglie purosangue sono tutte imparentate» disse Sirius. «Se hai deciso che i tuoi figli e le tue figlie sposino solo dei purosangue la scelta è molto limitata; siamo rimasti pochissimi. Io e Molly siamo cugini acquisiti e Arthur dev’essere mio cugino di secondo grado. Ma non serve cercarli qua: se c’è una famiglia di rinnegati, sono i Weasley».

Harry però guardava il nome alla sinistra della bruciatura di Andromeda: Bellatrix Black, unita da una doppia linea a Rodolphus Lestrange.

«Lestrange…» mormorò Harry. Il nome aveva risvegliato qualcosa nella sua memoria; sapeva di averlo sentito da qualche parte, ma per un attimo non riuscì a ricordare dove, anche se gli suscitava una strana sensazione, come un brivido nello stomaco.

«Sono ad Azkaban» rispose Sirius asciutto.

Harry lo guardò incuriosito.

«Bellatrix e suo marito Rodolphus sono entrati con Barty Crouch junior» spiegò Sirius, con lo stesso tono brusco. «C’era anche Rabastan, il fratello di Rodolphus».

Allora Harry ricordò. Aveva visto Bellatrix Lestrange dentro il Pensatoio di Silente, il misterioso bacino nel quale pensieri e ricordi potevano essere conservati: una donna alta e scura con le palpebre pesanti, che al proprio processo si era alzata e aveva proclamato perenne fedeltà a Lord Voldemort, il suo orgoglio per aver cercato di ritrovarlo dopo la sua caduta e la certezza che un giorno sarebbe stata ricompensata per tanta lealtà.

«Non hai mai detto che è tua…»

«È importante che sia mia cugina?» sbottò Sirius. «Per quanto mi riguarda, non è la mia famiglia. Lei di sicuro non fa parte della mia famiglia. Non la vedo da quando avevo la tua età, tranne che di sfuggita quando è arrivata ad Azkaban. Credi che sia orgoglioso di avere una parente come lei?»

«Scusa» si affrettò a dire Harry, «non volevo… ero solo sorpreso, tutto qui…»

«Non importa, non scusarti» borbottò Sirius. Si voltò, le mani affondate nelle tasche. «Non mi va di essere di nuovo qui» aggiunse, fissando un punto dall’altra parte del salotto. «Non pensavo che mi sarei trovato di nuovo prigioniero di questa casa».

Harry capiva benissimo. Sapeva come si sarebbe sentito, una volta cresciuto e convinto di essere libero per sempre, se fosse tornato a stare al numero quattro di Privet Drive.

«Come Quartier Generale è l’ideale, naturalmente» disse Sirius. «Mio padre l’ha dotata di ogni misura di sicurezza nota al mondo magico, quando abitava qui. È irrilevabile, quindi i Babbani non potrebbero mai venire a suonare alla porta — come se potessero mai desiderarlo — e ora che Silente ha aggiunto la sua protezione, sarebbe difficile trovare una casa più sicura. Silente è il Custode Segreto dell’Ordine, sai. Nessuno può trovare il Quartier Generale a meno che lui non gli dica personalmente dove si trova. Quel biglietto che Moody ti ha mostrato ieri notte era di Silente…» Sirius scoppiò in una breve risata simile a un latrato. «Se i miei genitori potessero vedere a che uso è adibita la loro casa adesso… be’, il ritratto di mia madre dovrebbe darti una vaga idea…»

S’incupì per un istante, poi sospirò.

«Non ci farei caso se solo potessi uscire ogni tanto e fare qualcosa di utile. Ho chiesto a Silente se posso accompagnarti all’udienza — come Felpato, ovviamente — per offrirti un po’ di sostegno morale, che cosa ne dici?»

Harry si sentì come se lo stomaco gli fosse sprofondato nella moquette polverosa. Non aveva più pensato all’udienza dalla cena della sera prima; nell’eccitazione di essere di nuovo tra le persone che preferiva, e di essere messo al corrente di quanto stava succedendo, gli era del tutto passata di mente. Alle parole di Sirius, però, lo schiacciante senso di terrore fece ritorno. Fissò Hermione e i Weasley, che stavano addentando i loro panini, e pensò a come si sarebbe sentito se loro fossero tornati a Hogwarts senza di lui.

«Non preoccuparti» disse Sirius. Harry alzò lo sguardo e si accorse che il suo padrino lo stava osservando. «Sono certo che ti scagioneranno, di sicuro lo Statuto Internazionale di Segretezza prevede che si possa usare la magia per salvarsi la vita».

«Ma se invece mi buttano fuori» mormorò Harry, «posso venire qui a vivere con te?»

Sirius sorrise triste.

«Vedremo».

«Affronterei molto meglio l’udienza se sapessi che non devo tornare dai Dursley» insisté Harry.

«Devono essere tremendi, se preferisci questo posto» osservò Sirius malinconico.

«Sbrigatevi, voi due, o non resterà niente» disse loro la signora Weasley.

Sirius trasse un altro profondo sospiro e gettò uno sguardo cupo all’arazzo; poi lui e Harry si unirono agli altri.

Harry fece del suo meglio per non pensare all’udienza mentre vuotavano le librerie a vetri, quel pomeriggio. Per sua fortuna, era un lavoro che richiedeva concentrazione, perché molti oggetti sembravano alquanto riluttanti a lasciare i loro polverosi scaffali. Sirius ricevette un brutto morso da una tabacchiera d’argento; in pochi secondi la mano ferita fu ricoperta da una sgradevole crosta che la fasciava come un robusto guanto marrone.

«È tutto a posto» disse, esaminando la mano con interesse prima di batterla appena con la bacchetta e farla tornare normale, «dev’esserci dentro polvere di Capperuncolo».

Gettò la scatola nel sacco dove stavano buttando la spazzatura degli armadietti; poco dopo Harry vide George avvolgersi con cura una mano in uno straccio e infilare di nascosto la tabacchiera nella tasca già piena di Doxy.

Trovarono uno strumento d’argento dall’aspetto inquietante, delle specie di pinzette con molte zampe, che si arrampicarono su per il braccio di Harry come un ragno quando lui le prese, e cercarono di perforargli la pelle. Sirius le afferrò e le schiacciò con un pesante volume intitolato Nobiltà di Natura: Genealogia Magica. C’era un carillon che una volta caricato emise una musichetta tintinnante e vagamente sinistra, e si sentirono tutti stranamente deboli e sonnolenti, finché Ginny non ebbe il buonsenso di chiudere il coperchio; un pesante lucchetto che nessuno di loro riuscì ad aprire; un certo numero di antichi sigilli; e, in una scatola polverosa, un Ordine di Merlino, Prima Classe, che era stato attribuito al nonno di Sirius per “servizi resi al Ministero”.

«Vuol dire che ha dato loro un bel mucchio d’oro» commentò Sirius sprezzante, gettando la medaglia nel sacco della spazzatura.

Kreacher s’insinuò parecchie volte nella stanza e tentò di sottrarre oggetti nascondendoli sotto il gonnellino, biascicando maledizioni terribili tutte le volte che veniva sorpreso. Quando Sirius gli strappò dalla presa un grosso anello d’oro con lo stemma dei Black, scoppiò addirittura in lacrime di rabbia e uscì dalla stanza singhiozzando sottovoce e apostrofando Sirius con parole che Harry non aveva mai sentito prima.

«Era di mio padre» spiegò Sirius, gettando l’anello nel sacco.

«Kreacher non era devoto a lui proprio quanto a mia madre, ma la settimana scorsa l’ho sorpreso a sbaciucchiare un paio di suoi vecchi pantaloni».

* * *

La signora Weasley li fece lavorare sodo nei giorni che seguirono. Ci vollero tre giornate per disinfestare il salotto. Alla fine, le uniche cose indesiderabili rimaste furono l’arazzo dell’albero genealogico dei Black, che resistette a tutti i loro tentativi di staccarlo dalla parete, e lo scrittoio traballante. Moody non era ancora passato al Quartier Generale, quindi non potevano essere certi del contenuto.

Si spostarono dal salotto a una sala da pranzo al piano terreno, dove trovarono ragni grandi come piattini appostati nella credenza (Ron uscì di corsa dalla stanza per farsi una tazza di tè e non tornò per un’ora e mezza). Sirius gettò in un sacco, senza alcun riguardo, tutte le porcellane che recavano impressi lo stemma e il motto dei Black, e la stessa sorte toccò a un gruppo di vecchie fotografie in ossidate comici d’argento: tutti i ritratti emisero urla perforanti quando il vetro che li ricopriva s’infranse.

Piton poteva anche definire il loro lavoro “pulizie”, ma secondo Harry in realtà stavano muovendo guerra alla casa, e la casa opponeva una fiera resistenza, aiutata e sostenuta da Kreacher. L’elfo domestico compariva tutte le volte che si riunivano; il suo mormorio diventava sempre più offensivo mentre cercava di sottrarre quello che poteva dai sacchi della spazzatura. Sirius arrivò a minacciare di vestirlo, ma Kreacher lo fissò con uno sguardo acquoso e disse: «Il padrone deve fare come il padrone desidera» prima di voltarsi e borbottare a voce molto alta: «Ma il padrone non caccerà via Kreacher, no, perché Kreacher sa quello che hanno in mente, oh, sì, lui sta tramando contro il Signore Oscuro, sì, con questi Mezzosangue traditori feccia…»

Al che Sirius, ignorando le proteste di Hermione, afferrò Kreacher dal retro del gonnellino e lo gettò di peso fuori dalla stanza.

Il campanello suonava parecchie volte al giorno, e ogni volta la madre di Sirius ricominciava a strillare, e Harry e gli altri tentavano di origliare le parole del visitatore; ma raggranellarono pochissimo dalle brevi occhiate e dai frammenti di conversazione che riuscivano a rubare prima che la signora Weasley li richiamasse ai loro compiti. Piton entrò e usci furtivamente di casa molte volte, anche se con sollievo di Harry non si trovarono mai faccia a faccia; Harry vide anche di sfuggita la sua insegnante di Trasfigurazione, la professoressa McGranitt, che sembrava assai strana, vestita con un abito e un soprabito Babbani, e anche lei troppo indaffarata per attardarsi. Qualche volta però il visitatore restava a dare una mano. Tonks si unì a loro in un memorabile pomeriggio nel quale scoprirono un vecchio demone assassino appostato in un bagno di sopra, e Lupin, che abitava con Sirius ma usciva per lunghi periodi a svolgere compiti misteriosi per l’Ordine, li aiutò a guarire un orologio a pendolo dalla spiacevole abitudine di scagliare grossi dardi ai passanti. Mundungus riuscì a redimersi un po’ agli occhi della signora Weasley salvando Ron da un antico completo viola che aveva cercato di strangolarlo quando l’aveva tolto dall’armadio.

Nonostante dormisse ancora male e sognasse ancora corridoi e porte chiuse che gli facevano prudere la cicatrice, Harry riuscì a divertirsi per la prima volta in tutta l’estate. Finché era indaffarato, era sereno; ma quando sospendevano il lavoro e abbassava la guardia, o giaceva sfinito a letto osservando ombre sfocate muoversi sul soffitto, lo riprendeva l’ansia per l’udienza imminente. La paura gli perforava le viscere al pensiero di che cosa gli sarebbe successo se fosse stato espulso. L’idea era così terribile che non osava esprimerla, nemmeno a Ron e Hermione, i quali, anche se lui li vedeva spesso sussurrare tra loro e gettargli sguardi ansiosi, seguivano il suo esempio e non ne parlavano mai. A volte non poteva impedire alla sua fantasia di mostrargli un funzionario senza volto del Ministero che spezzava in due la sua bacchetta e gli ordinava di tornare dai Dursley… ma non ci sarebbe andato. Su questo era fermissimo. Sarebbe tornato in Grimmauld Place a vivere con Sirius.

Fu come se un mattone gli fosse cascato nello stomaco quando mercoledì sera, durante la cena, la signora Weasley gli disse piano: «Ho stirato i tuoi vestiti migliori per domani mattina, Harry, e voglio anche che stasera ti lavi i capelli. Una buona prima impressione può fare meraviglie».

Ron, Hermione, Fred, George e Ginny smisero tutti di parlare e lo guardarono. Harry annuì e cercò di continuare a mangiare la sua costoletta, ma la bocca gli era diventata così asciutta che non riusciva a masticare.

«Come ci vado?» chiese alla signora Weasley, cercando di suonare tranquillo.

«Arthur ti porta con sé al lavoro» rispose lei dolcemente.

Il signor Weasley sorrise incoraggiante dall’altra parte del tavolo.

«Potrai aspettare nel mio ufficio fino all’ora dell’udienza» disse.

Harry guardò Sirius, ma prima che riuscisse a formulare la domanda, la signora Weasley era già intervenuta.

«Il professor Silente non crede che sia una buona idea che Sirius venga con te, e devo dire che…»

«…credi che abbia proprio ragione» concluse Sirius a denti stretti.

La signora Weasley strinse le labbra.

«Quando gliel’ha detto Silente?» chiese Harry, fissando Sirius.

«È venuto ieri sera mentre dormivi» rispose il signor Weasley.

Sirius infilzò di malumore una patata. Harry abbassò lo sguardo sul piatto. Il pensiero che Silente fosse stato in quella casa la vigilia dell’udienza e non avesse chiesto di vederlo lo fece sentire, se possibile, ancora peggio.

CAPITOLO 7

IL MINISTERO DELLA MAGIA

La mattina dopo Harry si svegliò alle cinque e mezza, di colpo e completamente, come se qualcuno gli avesse urlato in un orecchio. Per qualche istante rimase disteso immobile, mentre la prospettiva dell’udienza disciplinare riempiva ogni piccola parte del suo cervello, poi, incapace di sopportarlo, balzò fuori dal letto e inforcò gli occhiali. La signora Weasley aveva disposto i suoi jeans e la T-shirt appena lavati ai piedi del letto. Harry se li infilò. Il quadro vuoto sulla parete ridacchiò.

Ron era disteso sulla schiena, a braccia aperte, con la bocca spalancata, profondamente addormentato. Non si mosse nemmeno quando Harry attraversò la stanza, uscì sul pianerottolo e richiuse piano la porta. Cercando di non pensare alla prossima volta in cui avrebbe visto Ron, se non fossero più stati compagni di scuola a Hogwarts, Harry discese piano le scale, passò sotto le teste degli antenati di Kreacher e scese in cucina.

Si era aspettato di trovarla vuota, ma giunto davanti alla porta sentì un quieto borbottio. La aprì e vide il signore e la signora Weasley, Sirius, Lupin e Tonks seduti, come se lo stessero aspettando. Erano vestiti di tutto punto tranne la signora Weasley, che indossava una vestaglia trapuntata viola e balzò in piedi all’ingresso di Harry.

«La colazione» disse sfoderando la bacchetta, e corse verso il camino.

«Buo-buo-buongiorno, Harry» sbadigliò Tonks. Quella mattina aveva i capelli biondi e ricci. «Dormito bene?»

«Sì» rispose Harry.

«Sono sta-sta-stata su tutta la notte» disse, con un altro sbadiglio che la scosse tutta. «Vieni a sederti…»

Prese una sedia e rovesciò quella accanto.

«Che cosa vuoi, Harry?» domandò la signora Weasley. «Porridge? Muffin? Aringhe? Uova e pancetta? Pane tostato?»

«Solo… solo pane tostato, grazie» rispose Harry.

Lupin gli lanciò un’occhiata e poi disse a Tonks: «Che cosa stavi dicendo a proposito di Scrimgeour?»

«Oh… sì… be’, dobbiamo stare un po’ più attenti, ha fatto strane domande a me e a Kingsley…»

Harry si sentì vagamente grato che non gli fosse richiesto di unirsi alla conversazione. Aveva le budella attorcigliate. La signora Weasley gli mise davanti due fette di pane tostato con la marmellata d’arance; lui cercò di mangiare, ma era come masticare moquette. La signora Weasley sedette al suo fianco e cominciò a sistemargli la T-shirt, infilando l’etichetta dentro il collo e lisciando le pieghe sulle spalle. Harry avrebbe preferito che non lo facesse.

«…e dovrò dire a Silente che domani non posso fare il turno di notte. Sono t-t-troppo stanca» concluse Tonks, con un nuovo enorme sbadiglio.

«Ti sostituisco io» disse il signor Weasley. «Sto bene, e comunque devo finire una relazione…»

Non indossava una veste da mago, ma un paio di pantaloni gessati e un vecchio giubbotto imbottito. Si rivolse a Harry.

«Come ti senti?»

Harry scrollò le spalle.

«Presto sarà tutto finito» gli disse il signor Weasley in tono incoraggiante. «Tempo poche ore e sarai scagionato».

Harry non rispose.

«L’udienza è al mio piano, nell’ufficio di Amelia Bones. È il Direttore dell’Ufficio Applicazione della Legge sulla Magia, ed è lei che condurrà l’interrogatorio».

«Amelia Bones è a posto, Harry» disse Tonks con fervore. «È una persona onesta, ti ascolterà fino in fondo».

Harry annuì, sempre incapace di pensare a qualcosa da dire.

«Non perdere il controllo» intervenne Sirius all’improvviso. «Sii educato e attieniti ai fatti».

Harry annuì di nuovo.

«La legge è dalla tua» aggiunse Lupin tranquillamente. «Anche i maghi minorenni sono autorizzati a usare la magia in pericolo di morte».

Qualcosa di molto freddo colò lungo il collo di Harry; per un attimo pensò che qualcuno gli stesse scagliando un Incantesimo di Disillusione, poi capì che la signora Weasley stava attaccando i suoi capelli con un pettine bagnato.

«Ma non stanno mai giù?» chiese in tono disperato.

Harry scosse il capo.

Il signor Weasley guardò l’orologio e poi Harry.

«Andiamo» disse. «Siamo un po’ in anticipo, ma starai meglio al Ministero che qui a ciondolare».

«D’accordo» rispose Harry automaticamente; lasciò il pane tostato e si alzò.

«Andrà una meraviglia, Harry» disse Tonks, dandogli delle pacche sul braccio.

«Buona fortuna» aggiunse Lupin. «Sono sicuro che andrà bene».

«E se non va bene» disse Sirius cupo, «ci penso io ad Amelia Bones…»

Harry fece un debole sorriso. La signora Weasley lo abbracciò.

«Teniamo tutti le dita incrociate».

«Bene» rispose Harry. «Be’… ci vediamo dopo».

Seguì il signor Weasley su per le scale e nell’ingresso. Sentì la madre di Sirius grugnire nel sonno dietro le tende. Il signor Weasley aprì le serrature e uscirono nell’alba fredda e grigia.

«Di solito non va al lavoro a piedi, vero?» gli chiese Harry mentre facevano il giro della piazza a passo sostenuto.

«No, di solito mi Materializzo» disse il signor Weasley, «ma naturalmente tu non puoi, e credo che sia meglio arrivare in un modo assolutamente non magico… darà un’impressione migliore, visto il motivo per cui sei indagato…»

Il signor Weasley teneva la mano sotto la giacca. Harry sapeva che era serrata attorno alla bacchetta. Le strade scalcinate erano quasi deserte, ma quando arrivarono alla miserabile piccola stazione della metropolitana la trovarono già affollata di pendolari mattinieri. Come sempre quando si trovava in vicinanza di Babbani intenti alle loro occupazioni quotidiane, il signor Weasley riusciva a stento a trattenere l’entusiasmo.

«Semplicemente favoloso» sussurrò, indicando le biglietterie automatiche. «Meravigliosamente ingegnose».

«Sono fuori servizio» osservò Harry, indicando il cartello.

«Sì, ma anche così…» disse il signor Weasley, rivolgendo loro un sorriso appassionato.

Comprarono dunque i biglietti da un guardiano insonnolito (se ne incaricò Harry, perché il signor Weasley non era molto abile con il denaro Babbano) e cinque minuti dopo salirono su un convoglio che li portò sferragliando verso il centro di Londra. Il signor Weasley continuava a controllare e ricontrollare ansioso la cartina della metropolitana appesa sopra i finestrini.

«Ancora quattro fermate, Harry… Ancora tre… Solo due fermate, Harry…»

Scesero in una stazione nel cuore di Londra, e vennero trascinati fuori dal treno da una marea di uomini in giacca e cravatta e donne armate di valigette. Salirono la scala mobile, attraversarono la barriera (il signor Weasley fu deliziato dalla colonnina che inghiottì il suo biglietto) ed emersero in una larga strada fiancheggiata da edifici imponenti e già piena di traffico.

«Dove siamo?» chiese il signor Weasley con aria smarrita, e per un istante mozzafiato Harry credette che fossero scesi alla fermata sbagliata nonostante i continui controlli del suo accompagnatore sulla cartina; ma un attimo dopo il signor Weasley disse: «Ah, sì… da questa parte, Harry» e lo guidò lungo una strada laterale.

«Scusa» disse, «ma non vengo mai con la metropolitana e sembra tutto parecchio diverso da un punto di vista Babbano. In effetti non ho mai usato l’ingresso dei visitatori».

Più camminavano, più piccoli e meno imponenti diventavano gli edifici, finché si trovarono in una via che ospitava uffici dall’aria trascurata, un pub e un cassone traboccante di macerie. Harry si aspettava una sede un po’ più maestosa per il Ministero della Magia.

«Eccoci» annunciò allegramente il signor Weasley, indicando una vecchia cabina del telefono rossa, che era priva di numerosi pannelli di vetro e si ergeva davanti a un muro tutto coperto di graffiti. «Dopo di te, Harry».

Aprì la porta della cabina.

Harry entrò, chiedendosi che cosa accidenti significasse. Il signor Weasley si intrufolò vicino a lui e chiuse la porta. Ci stavano strettissimi; Harry era schiacciato contro l’apparecchio telefonico, che penzolava storto dalla parete come se un vandalo avesse tentato di svellerlo. Il signor Weasley tese la mano verso il ricevitore.

«Signor Weasley, credo che anche questo sia fuori servizio» fece notare Harry.

«No, no, sono sicuro che funziona» rispose il signor Weasley, reggendo il ricevitore sopra la testa e guardando il disco. «Vediamo… sei…» e fece il numero, «due… quattro… ancora quattro… e ancora due…»

Il disco tornò al suo posto con un ronzio uniforme e una fredda voce femminile risuonò nella cabina, non dal ricevitore che il signor Weasley teneva in mano, ma forte e chiara come se una donna invisibile fosse lì in piedi accanto a loro.

«Benvenuti al Ministero della Magia. Per favore dichiarate il vostro nome e il motivo della visita».

«Ehm…» fece il signor Weasley, evidentemente incerto se parlare o no nel ricevitore. Scelse un compromesso e avvicinò la cornetta all’orecchio: «Arthur Weasley, Ufficio per l’Uso Improprio dei Manufatti dei Babbani; sono qui per accompagnare Harry Potter, che deve presentarsi a un’udienza disciplinare…»

«Grazie» disse la fredda voce femminile. «Il visitatore è pregato di raccogliere la targhetta e assicurarla sul vestito».

Si udì uno scatto e un tintinnio, e Harry vide qualcosa cadere nel contenitore metallico dove di solito sbucavano le monete del resto. Lo raccolse: era una spilla quadrata d’argento con scritto sopra Harry Potter, Udienza Disciplinare. La fissò sulla maglietta mentre la voce femminile riprendeva a parlare.

«Il visitatore del Ministero ha l’obbligo di sottoporsi a perquisizione e di presentare la bacchetta perché sia registrata al banco della sorveglianza, all’estremità dell’Atrium».

Il pavimento della cabina tremò. Stavano sprofondando lentamente nel suolo. Harry guardò preoccupato il marciapiede che sembrava alzarsi oltre i vetri della cabina finché l’oscurità non si chiuse sopra di loro. Poi non vide nulla; sentiva solo il sordo cigolio della cabina che scendeva attraverso la terra. Dopo circa un minuto, anche se a lui parve molto di più, una luce dorata illuminò i suoi piedi e salì lungo il suo corpo, fino a illuminarlo in viso. Dovette strizzare le palpebre per impedire agli occhi di lacrimare.

«Il Ministero della Magia vi augura una buona giornata» salutò la voce femminile.

La porta della cabina si spalancò e il signor Weasley uscì, seguito da Harry, che rimase a bocca spalancata.

Erano all’estremità di un lunghissimo, magnifico salone d’ingresso con il pavimento splendente di legno scuro. Il soffitto blu pavone era incastonato di scintillanti simboli dorati che continuavano a muoversi e mutare come un enorme tabellone celeste. Le pareti ai due lati erano coperte da pannelli di lucido legno scuro dove si aprivano molti camini dorati. Ogni pochi secondi un mago o una strega affioravano da uno dei camini sulla sinistra con un dolce fruscio. Sul lato destro, davanti a ogni camino si formavano brevi code di maghi e streghe in attesa di partire.

Al centro dell’ingresso c’era una fontana. Un gruppo di statue dorate, più grandi del naturale, si ergeva al centro di una vasca circolare. La più alta di tutte rappresentava un mago dall’aspetto nobile, con la bacchetta puntata diritta in aria. Radunati attorno a lui c’erano una bella strega, un centauro, un goblin e un elfo domestico. Gli ultimi tre guardavano con aria adorante la strega e il mago. Scintillanti zampilli d’acqua schizzavano dalle estremità delle loro bacchette, dalla punta della freccia del centauro, dalla cima del cappello del goblin e dalle orecchie dell’elfo domestico, così che il gorgogliare dell’acqua che cadeva si aggiungeva ai pop e crac di coloro che si Materializzavano e al frastuono dei passi di centinaia di maghi e streghe che, con espressioni accigliate e assonnate, avanzavano verso una serie di cancelli d’oro all’altro capo dell’ingresso.

«Da questa parte» disse il signor Weasley.

Si unirono alla folla, facendosi strada tra i dipendenti del Ministero, alcuni dei quali reggevano pile vacillanti di pergamene, altri valigette fruste; altri ancora leggevano La Gazzetta del Profeta mentre camminavano. Passando vicino alla fontana Harry vide falci d’argento e zelimi di bronzo scintillare sul fondo della vasca. Un piccolo cartello sbavato lì accanto recitava:

TUTTI I PROVENTI DELLA FONTANA DEI MAGICI FRATELLI

VERRANNO DEVOLUTI ALL’OSPEDALE SAN MUNGO

PER MALATTIE E FERITE MAGICHE.

Se non mi espellono da Hogwarts, butto dieci galeoni, Harry si ritrovò a pensare disperatamente.

«Per di qua, Harry» disse il signor Weasley, e uscirono dal flusso di impiegati del Ministero per dirigersi verso i cancelli dorati. Seduto a una scrivania sulla sinistra, sotto un cartello che diceva Sorveglianza, un mago con la barba malfatta e un abito blu pavone li guardò avvicinarsi e posò La Gazzetta del Profeta.

«Accompagno un visitatore» disse il signor Weasley, indicando Harry.

«Venga» rispose il mago con voce annoiata.

Harry si avvicinò e il mago tese una lunga asta dorata, sottile e flessibile come l’antenna radio di un’auto, e la passò su e giù davanti e dietro Harry.

«Bacchetta» borbottò il mago della sorveglianza rivolto a Harry, posando lo strumento dorato e tendendo la mano.

Harry estrasse la bacchetta. Il mago la lasciò cadere in uno strano congegno d’ottone, che assomigliava a una bilancia con un solo piatto. Il congegno prese a vibrare. Una strisciolina di pergamena sbucò da una fessura alla base. Il mago la strappò e lesse.

«Undici pollici, anima di piuma di fenice, in uso da quattro anni. Corretto?»

«Sì» rispose Harry nervoso.

«Questo lo tengo io» disse il mago, infilzando il pezzetto di pergamena su un piccolo puntale di ottone. «Questa se la riprenda» aggiunse, consegnando la bacchetta a Harry.

«Grazie».

«Un momento…» disse il mago lentamente.

Il suo sguardo balenò dalla targhetta d’argento sul petto di Harry alla sua fronte.

«Grazie, Eric» tagliò corto il signor Weasley, e prendendo Harry per una spalla lo guidò lontano dalla scrivania, di nuovo nel fiume di maghi e streghe.

Tra gli urti della folla, Harry seguì il signor Weasley oltre i cancelli, nell’ingresso più piccolo, dove almeno venti ascensori si aprivano dietro elaborate griglie dorate. Harry e il signor Weasley si unirono alla folla attorno a uno di essi. Vicino a loro un grosso mago barbuto reggeva uno scatolone di cartone che emetteva rumori rasposi.

«Tutto bene, Arthur?» disse il mago facendo un cenno al signor Weasley.

«Che cos’hai lì, Bob?» chiese il signor Weasley guardando la scatola.

«Non lo sappiamo bene» rispose il mago serio. «Credevamo che fosse un normalissimo pollo finché non ha cominciato a sputar fuoco. Sembrerebbe una grave violazione del Bando dell’Allevamento Sperimentale».

Con un gran stridere e sbatacchiare un ascensore scese davanti a loro; le griglie dorate si spalancarono; Harry e il signor Weasley entrarono col resto della folla e Harry si ritrovò spiaccicato contro la parete sul fondo. Parecchi maghi e streghe lo guardavano incuriositi; lui si fissò i piedi per evitare di incrociare qualche sguardo e si appiattì la frangia. Le griglie si chiusero con fragore e l’ascensore prese a salire lentamente, con le catene che sbattevano, e la stessa fredda voce femminile che Harry aveva sentito nella cabina telefonica risuonò di nuovo.

«Settimo Livello, Ufficio per i Giochi e gli Sport Magici, comprendente il Quartier Generale della Lega Britannico-Irlandese del Quidditch, il Club Ufficiale di Gobbiglie e l’Ufficio Brevetti Ridicoli».

Le porte dell’ascensore si aprirono. Harry scorse un corridoio dall’aria trascurata, con numerosi poster di squadre di Quidditch appesi storti alle pareti. Uno dei maghi nell’ascensore, che trasportava una bracciata di manici di scopa, si districò a fatica, uscì e scomparve nel corridoio. Le porte si chiusero, l’ascensore sussultò e riprese a salire e la voce della donna annunciò:

«Sesto Livello, Ufficio del Trasporto Magico, comprendente l’Autorità della Metropolvere, il Controllo Regolativo delle Scope, l’Ufficio Passaporta e il Centro Esami di Materializzazione».

Ancora una volta le porte dell’ascensore si aprirono e scesero quattro o cinque maghi e streghe; nello stesso tempo, parecchi aeroplani di carta vi entrarono planando. Harry li guardò stupito volteggiare pigramente sopra la sua testa: erano di un violetto pallido; riuscì a leggere Ministero della Magia stampigliato lungo l’orlo delle ali.

«Sono solo promemoria interuffici» borbottò il signor Weasley. «Una volta usavamo i gufi, ma era un pasticcio incredibile… le scrivanie coperte di cacche…»

Mentre continuavano a salire sferragliando, i promemoria sbatacchiavano attorno alla lampada che penzolava dal soffitto dell’ascensore.

«Quinto Livello, Ufficio per la Cooperazione Internazionale Magica, comprendente il Corpo delle Convenzioni dei Commerci Magici Internazionali, l’Ufficio Internazionale della Legge sulla Magia e la Confederazione Internazionale dei Maghi, Seggi Britannici».

Quando le porte si aprirono, due promemoria uscirono sfrecciando insieme a un po’ di maghi e streghe, ma molti altri entrarono, così che la luce della lampada si affievoliva e lampeggiava sopra di loro a seconda di come i promemoria le svolazzavano intorno.

«Quarto Livello, Ufficio Regolazione e Controllo delle Creature Magiche, comprendente la Divisione Bestie, Esseri e Spiriti, l’Ufficio delle Relazioni con i Goblin e lo Sportello Consulenza Flagelli».

«Permesso» disse il mago che trasportava la gallina sputafuoco e scese inseguito da una flottiglia di promemoria. Le porte si richiusero sferragliando.

«Terzo Livello, Dipartimento delle Catastrofi e degli Incidenti Magici, comprendente la Squadra Cancellazione della Magia Accidentale, il Quartier Generale degli Obliviatori e il Comitato Scuse ai Babbani».

Tutti scesero dall’ascensore tranne il signor Weasley, Harry e una strega intenta a leggere un lunghissimo foglio di pergamena che si trascinava sul pavimento. I promemoria residui continuarono a svolazzare attorno alla lampada. L’ascensore balzò in su, poi le porte si aprirono e la voce fece il suo annuncio.

«Secondo Livello, Ufficio Applicazione della Legge sulla Magia, comprendente l’Ufficio per l’Uso Improprio delle Arti Magiche, il Quartier Generale degli Auror e i Servizi Amministrativi Wizengamot».

«È il nostro, Harry» disse il signor Weasley, e seguirono la strega fuori dall’ascensore e lungo un corridoio pieno di porte. «Il mio ufficio è dall’altra parte».

«Signor Weasley» disse Harry notando una finestra da cui entrava splendente la luce del sole, «non siamo ancora sottoterra?»

«Sì, certo» rispose il signor Weasley. «Sono finestre incantate. Quelli della Manutenzione Magica decidono che tempo avremo tutti i giorni. L’ultima volta che volevano un aumento abbiamo avuto due mesi di uragani… Per di qua, Harry».

Voltarono un angolo, attraversarono una massiccia porta a due battenti di quercia e sbucarono in un open space sovraffollato, diviso in cubicoli, che ronzava di chiacchiere e risate. I promemoria sfrecciavano tra i pannelli divisori come razzi in miniatura. Un cartello sbilenco sul cubicolo più vicino diceva: Quartier Generale degli Auror.

Harry guardò furtivo dentro le porte. Gli Auror avevano tappezzato le pareti dei loro cubicoli con un po’ di tutto, da ritratti di maghi ricercati e foto delle loro famiglie a poster delle loro squadre del cuore di Quidditch e articoli della Gazzetta del Profeta. Un uomo vestito di scarlatto con una coda di cavallo più lunga di quella di Bill era seduto con gli stivali sulla scrivania e dettava una relazione alla sua piuma. Un po’ oltre, una strega con una benda sull’occhio parlava con Kingsley Shacklebolt da sopra la parete del suo cubicolo.

«Buongiorno, Weasley» disse Kingsley distrattamente mentre si avvicinavano. «Devo dirti una cosa, hai un secondo?»

«Sì, se è davvero un secondo» rispose il signor Weasley, «sono piuttosto di fretta».

Parlavano come se si conoscessero appena e quando Harry aprì la bocca per salutare Kingsley, il signor Weasley gli pestò un piede. Seguirono Kingsley lungo la fila dei cubicoli, fino all’ultimo.

Harry ebbe un attimo di spavento: il volto di Sirius occhieggiava da tutte le parti. Ritagli di giornali e vecchie foto, compresa quella in cui era testimone al matrimonio dei Potter, tappezzavano le pareti. L’unico spazio privo di Sirius era una cartina del mondo sulla quale piccoli spilli rossi rilucevano come gemme.

«Tieni» disse Kingsley in tono brusco al signor Weasley, ficcandogli in mano un fascio di pergamene. «Ho bisogno di tutte le informazioni possibili su veicoli Babbani volanti avvistati negli ultimi dodici mesi. Abbiamo ricevuto informazioni secondo cui Black potrebbe ancora usare la sua vecchia motocicletta».

Kingsley rivolse a Harry una gran strizzata d’occhio e gli sussurrò: «Dagli la rivista, potrebbe trovarla interessante». Poi disse in tono normale: «E non metterci troppo, Weasley, il ritardo di quella relazione sui carmi da fuoco ha bloccato le nostre indagini per un mese».

«Se avessi letto la mia relazione sapresti che il termine esatto è armi da fuoco» rispose asciutto il signor Weasley. «E temo che dovrai aspettare per avere informazioni sulle motociclette: al momento siamo estremamente occupati». Abbassò la voce e aggiunse: «Se riesci a liberarti prima delle sette, Molly fa le polpette».

Fece un cenno a Harry e lo guidò fuori dal cubicolo di Kingsley, attraverso una seconda porta di quercia, in un altro passaggio, voltò a sinistra, avanzò lungo un altro corridoio, voltò a destra in un corridoio fiocamente illuminato e decisamente squallido, e alla fine raggiunse un vicolo cieco, dove una porta sulla sinistra era socchiusa, rivelando un armadio per scope, e un’altra sulla destra recava un’ossidata targa di ottone: Uso Improprio dei Manufatti dei Babbani.

Lo squallido ufficio del signor Weasley si sarebbe detto un po’ più piccolo dell’armadio delle scope. Vi erano state stipate due scrivanie e c’era appena lo spazio per girarci intorno per via di tutti gli archivi traboccanti, in cima ai quali si ergevano precarie pile di cartelle. Il poco spazio libero sulle pareti testimoniava l’ossessione del signor Weasley: poster di auto, compreso quello di un motore smontato; due illustrazioni di cassette della posta che sembrava aver ritagliato da libri Babbani per bambini; e uno schema che mostrava come collegare una spina.

In cima alla vaschetta tracimante della posta in entrata c’erano un vecchio tostapane che singhiozzava sconsolato e un paio di guanti di pelle vuoti che giravano i pollici. Una foto della famiglia Weasley stava accanto alla vaschetta. Harry notò che Percy se n’era andato.

«Non abbiamo la finestra» spiegò il signor Weasley a mo’ di scusa, sfilandosi il giubbotto e sistemandolo sullo schienale della sedia. «Abbiamo fatto domanda, ma evidentemente non ritengono che ne abbiamo bisogno. Siediti, Harry, a quanto pare Perkins non è ancora arrivato».

Harry si insinuò nella sedia dietro la scrivania di Perkins mentre il signor Weasley scorreva il fascio di pergamene che gli aveva dato Kingsley Shacklebolt.

«Ah» disse con un gran sorriso, sfilando una copia di una rivista intitolata Il Cavillo, «sì…» La sfogliò. «Sì, ha ragione, sono sicuro che Sirius la troverà molto divertente… oh, cielo, e adesso che cosa c’è?»

Un promemoria era appena sfrecciato attraverso la porta e si era posato in cima al tostapane singhiozzante. Il signor Weasley lo aprì e lesse ad alta voce.

«Terzo bagno pubblico traboccante denunciato a Bethnal Green, prego indagare immediatamente’. Sta diventando ridicolo…»

«Un bagno che trabocca?»

«Burle anti-Babbani» spiegò il signor Weasley, accigliato. «Ne abbiamo avuti due la settimana scorsa, uno a Wimbledon, uno a Elephant and Castle. I Babbani tirano l’acqua e la roba invece di sparire… be’, te lo puoi immaginare. Quei poveretti continuano a chiamare gli… idropici, credo che si chiamino… sai, quelli che riparano i tubi e roba del genere».

«Idraulici?»

«Sì, proprio così, ma naturalmente sono confusi. Spero solo che riusciremo a prendere i responsabili».

«Saranno gli Auror a dar loro la caccia?»

«Oh, no, è troppo banale per gli Auror, è la normale Pattuglia della Squadra Speciale Magica… ah, Harry, questo è Perkins».

Un vecchio mago curvo dall’aria timorosa e soffici capelli bianchi era appena entrato, ansante.

«Oh, Arthur!» esclamò disperato, senza guardare Harry. «Grazie al cielo, non sapevo che cosa fare, se aspettarti qui o no. Ho appena spedito un gufo a casa tua, ma evidentemente l’hai mancato… è arrivato un messaggio urgente dieci minuti fa…»

«So del bagno che rigurgita» disse il signor Weasley.

«No, no, non è il bagno, è l’udienza del giovane Potter… hanno cambiato ora e luogo… comincia alle otto ed è giù nel vecchio Tribunale, Aula Dieci…»

«Giù nel vecchio… ma mi avevano detto… per la barba di Merlino!»

Il signor Weasley guardò l’orologio, emise un gemito e balzò su dalla sedia.

«Presto, Harry, avremmo dovuto essere lì cinque minuti fa!»

Perkins si appiattì contro gli archivi e il signor Weasley uscì di corsa dall’ufficio, con Harry alle calcagna.

«Perché hanno cambiato orario?» chiese Harry senza fiato sfrecciando davanti ai cubicoli degli Auror; i maghi misero fuori la testa a guardarli che filavano via. Harry si sentiva come se avesse lasciato le viscere alla scrivania di Perkins.

«Non ne ho idea, ma grazie al cielo siamo arrivati presto; se non ti fossi presentato sarebbe stata una catastrofe!»

Il signor Weasley si bloccò davanti agli ascensori e sferrò un pugno impaziente al pulsante “giù”.

«E MUOVITI!»

L’ascensore arrivò sferragliando e loro corsero dentro. Tutte le volte che si fermava, il signor Weasley imprecava con furia e colpiva più volte il pulsante del Nono Livello.

«Quelle aule non vengono usate da anni» disse arrabbiato. «Non riesco a capire perché la tengono laggiù… a meno che… ma no…»

Una strega grassa che reggeva un calice fumante salì in quel momento, e il signor Weasley non concluse la frase.

«Atrium» annunciò la fredda voce femminile, e le griglie si aprirono, offrendo a Harry uno scorcio remoto delle statue dorate nella fontana. La strega grassa scese e salì un mago con la pelle olivastra e un viso molto funereo.

«’Giorno, Arthur» salutò con voce sepolcrale mentre l’ascensore cominciava a scendere. «Non ti si vede spesso quaggiù».

«Affari urgenti, Bode» rispose il signor Weasley, che saltellava per l’impazienza e scoccava sguardi ansiosi a Harry.

«Ah, certo» disse Bode, scrutando Harry senza batter ciglio. «Naturalmente».

Harry non aveva voglia di preoccuparsi anche di Bode, ma il suo sguardo fermo non lo fece sentire molto più a proprio agio.

«Ufficio Misteri» annunciò la fredda voce femminile e non aggiunse altro.

«Presto, Harry» disse il signor Weasley quando le porte si aprirono cigolando, e presero a correre lungo un corridoio alquanto diverso da quelli di sopra. Le pareti erano spoglie; non c’erano finestre né porte, tranne una, liscia e nera, in fondo. Harry si aspettava che la varcassero, ma invece il signor Weasley lo prese per un braccio e lo trascinò a sinistra, dove c’era un’apertura che dava su una rampa di scale.

«Giù di qua, giù di qua» disse ansante, scendendo due gradini alla volta. «L’ascensore non arriva così in basso… perché la tengono qui, io…»

Raggiunsero la base delle scale e fecero di corsa un altro corridoio, che assomigliava moltissimo a quello che portava al sotterraneo di Piton a Hogwarts, con torce appese alle pareti di pietra viva. Le porte che oltrepassarono erano di legno massiccio con chiavistelli e serrature di ferro.

«Aula… Dieci… credo… ci siamo quasi… ecco».

Il signor Weasley si fermò barcollando davanti a una porta scura coperta di sudiciume, con un enorme chiavistello di ferro e si afflosciò contro la parete, premendosi la mano al petto.

«Vai avanti» disse ansimando e indicò la porta. «Entra».

«Lei non… lei non viene con…?»

«No, no, non mi è permesso. Buona fortuna!»

Il cuore di Harry tambureggiava con veemenza contro il suo pomo d’Adamo. Deglutì forte, abbassò la pesante maniglia di ferro ed entrò nell’aula.

CAPITOLO 8

L’UDIENZA

Harry boccheggiò. Non poté farne a meno: la vasta segreta in cui era entrato gli era terribilmente familiare. Non solo l’aveva già vista, ma c’era già stato. Quello era il luogo che aveva visitato dentro il Pensatoio di Silente, il luogo in cui aveva visto i Lestrange condannati all’ergastolo ad Azkaban.

Le pareti erano di pietra scura, illuminate fiocamente da torce. Panche vuote si ergevano ai due lati di Harry, ma di fronte, sulle panche più alte, c’erano molte sagome in ombra. Stavano parlando a bassa voce, ma quando la pesante porta si chiuse dietro a Harry calò un silenzio carico di presagi.

Una fredda voce maschile risuonò nell’aula.

«Sei in ritardo».

«Mi dispiace» disse Harry nervosamente. «Io… io non sapevo che l’orario era stato cambiato».

«Non per colpa del Wizengamot» ribatté la voce. «Ti è stato mandato un gufo questa mattina. Siediti al tuo posto».

Harry lasciò cadere lo sguardo sulla sedia al centro della stanza, coi braccioli coperti di catene. Aveva visto quelle catene animarsi e legare chiunque prendesse posto tra loro. I suoi passi echeggiarono forte attraverso il pavimento di pietra. Quando si sedette cautamente sull’orlo della sedia, le catene tintinnarono minacciose, ma non lo legarono. Preso da una leggera nausea, guardò in su, verso le persone sedute sulle panche in alto.

Ce n’erano una cinquantina: tutte, per quanto riusciva a vedere, indossavano una veste color prugna con una “W” d’argento dal ricamo elaborato sul lato sinistro del petto, e tutte lo fissavano dall’alto al basso, alcune con espressioni molto severe, altre con sguardi di sincera curiosità.

Al centro esatto della fila davanti sedeva Cornelius Caramell, il Ministro della Magia. Caramell era un uomo corpulento che spesso portava una bombetta verde acido, anche se quel giorno ne aveva fatto a meno; aveva fatto a meno anche del sorriso indulgente che un tempo esibiva quando si rivolgeva a Harry. Una vasta strega dalla mascella quadrata con i capelli grigi molto corti sedeva alla sua sinistra; portava un monocolo e aveva l’aria ostile. Alla destra di Caramell c’era un’altra strega, ma era seduta così indietro sulla panca che il suo volto rimaneva in ombra.

«Molto bene» cominciò Caramell. «Dal momento che l’accusato è presente… finalmente… cominciamo. Sei pronto?» chiese, rivolto verso il basso.

«Sissignore» rispose una voce zelante che Harry conosceva. Il fratello di Ron, Percy, era seduto all’estremità della prima panca. Harry lo guardò, aspettandosi un cenno di riconoscimento, che però non venne. Gli occhi di Percy, dietro gli occhiali cerchiati di corno, erano fissi sulla pergamena, una piuma pronta in mano.

«Udienza disciplinare del dodici agosto» annunciò Caramell con voce sonora, e Percy cominciò subito a prendere appunti, «per violazioni commesse contro il Decreto per la Ragionevole Restrizione delle Arti Magiche tra i Minorenni e lo Statuto Internazionale di Segretezza da Harry James Potter, residente al numero quattro di Privet Drive, Little Whinging, Surrey.

«Inquisitori: Cornelius Oswald Caramell, Ministro della Magia; Amelia Susan Bones, Direttore dell’Ufficio Applicazione della Legge sulla Magia; Dolores Jane Umbridge, Sottosegretario Anziano del Ministro. Scrivano della Corte: Percy Ignatius Weasley…»

«Testimone per la Difesa: Albus Percival Wulfric Brian Silente» disse una voce pacata alle spalle di Harry, che voltò la testa così in fretta che si fece male al collo.

Silente avanzava con serenità nell’aula, sfoggiando una lunga veste blu mezzanotte e un’espressione di calma perfetta. La lunga barba e i capelli d’argento scintillavano alla luce delle torce mentre si avvicinava a Harry e guardava in su verso Caramell attraverso gli occhiali a mezzaluna posati a metà del naso adunco.

I membri del Wizengamot borbottarono. Gli occhi di tutti ora fissavano Silente. Alcuni sembravano seccati, altri un po’ spaventati; due anziane streghe nella fila dietro, tuttavia, levarono la mano e salutarono in segno di benvenuto.

Un’emozione potente era sorta nel petto di Harry alla vista di Silente, una sensazione di forza e di speranza simile a quella che gli infondeva il canto della fenice. Voleva incrociare il suo sguardo, ma Silente non guardava dalla sua parte; continuava a guardare in su, verso un Caramell in evidente stato di agitazione.

«Ah» disse Caramell, che sembrava sconcertato. «Silente. Sì. Tu… ehm… hai ricevuto il nostro… ehm… messaggio sul fatto che orario e… ehm… luogo dell’udienza erano cambiati, dunque?»

«Devo essermelo perso» rispose Silente allegro. «Tuttavia, a causa di un fortunato errore sono arrivato al Ministero con tre ore di anticipo, quindi niente di male».

«Sì… be’… immagino che ci servirà un’altra sedia… io… Weasley, potresti…?»

«Non c’è problema, non c’è problema» disse Silente in tono amabile; estrasse la bacchetta, la agitò appena, e una soffice poltrona di chintz apparve dal nulla vicino a Harry. Silente si sedette, unì le punte delle lunghe dita e guardò Caramell sopra di esse con un’espressione di educata curiosità. Il Wizengamot stava ancora borbottando e si agitava irrequieto; solo quando Caramell parlò di nuovo, maghi e streghe si calmarono.

«Sì» disse di nuovo Caramell, sfogliando gli appunti. «Bene, allora. Dunque. Le accuse. Sì».

Sfilò un foglio di pergamena dalla pila che aveva davanti, trasse un profondo respiro e lesse: «Le accuse sono le seguenti:

«Che consapevolmente, deliberatamente e in piena conoscenza dell’illegalità delle sue azioni, avendo ricevuto un precedente avvertimento scritto dal Ministero della Magia per un’accusa analoga, l’imputato ha prodotto un Incanto Patronus in una zona abitata da Babbani, in presenza di un Babbano, il due agosto alle ventuno e ventitré, ciò che costituisce violazione al Decreto per la Ragionevole Restrizione delle Arti Magiche tra i Minorenni, 1875, Comma C, nonché all’articolo 13 dello Statuto di Segretezza della Confederazione Intemazionale dei Maghi.

«Lei è Harry James Potter e vive al numero quattro di Privet Drive, Little Whinging, Surrey?» chiese Caramell, scrutando torvo Harry da sopra la pergamena.

«Sì» rispose Harry.

«Lei ha ricevuto un’ammonizione scritta dal Ministero per aver praticato magia illegale tre anni fa, non è così?»

«Sì, ma…»

«Eppure lei ha evocato un Patronus la sera del due agosto?» chiese Caramell.

«Sì» disse Harry, «ma…»

«Sapendo che non le è permesso usare la magia al di fuori della scuola fino al raggiungimento dei diciassette anni?»

«Sì, ma…»

«Sapendo di trovarsi in una zona piena di Babbani?»

«Sì, ma…»

«Pienamente consapevole di essere in stretta vicinanza con un Babbano in quel momento?»

«Sì» disse Harry irato, «ma l’ho usata solo perché stavamo…»

La strega col monocolo lo interruppe con voce tonante.

«Hai prodotto un Patronus completamente formato?»

«Sì» rispose Harry, «perché…»

«Un Patronus corporeo?»

«Un… cosa?» disse Harry.

«Il tuo Patronus aveva una forma chiaramente definita? Voglio dire, era più che semplice vapore o fumo?»

«Sì» disse Harry, che si sentiva impaziente e vagamente disperato, «è un cervo, è sempre un cervo».

«Sempre?» disse col suo vocione Madama Bones. «Hai prodotto un Patronus prima d’ora?»

«Sì» rispose Harry, «lo faccio da più di un anno».

«E hai quindici anni?»

«Sì, e…»

«L’hai imparato a scuola?»

«Sì, il professor Lupin me l’ha insegnato al terzo anno, perché…»

«Notevole» disse Madama Bones, fissandolo dall’alto, «un vero Patronus alla sua età… davvero notevole».

Alcuni maghi e streghe attorno a lei borbottarono di nuovo; alcuni annuirono, ma altri s’incupirono e scossero il capo.

«La questione non è quanto notevole sia stata la magia» disse Caramell con voce stizzita. «In effetti, più è impressionante peggio è, direi, dal momento che il ragazzo l’ha compiuta davanti agli occhi di un Babbano!»

Coloro che prima erano accigliati mormorarono in segno d’assenso, ma fu la vista dell’ossequioso breve cenno di Percy che spinse Harry a parlare.

«L’ho fatto per i Dissennatori!» esclamò, prima che qualcuno potesse interromperlo di nuovo.

Si era aspettato altri borbottii, ma il silenzio che cadde parve in qualche modo più denso.

«Dissennatori?» chiese Madama Bones dopo un attimo, le folte sopracciglia inarcate tanto che il suo monocolo parve sul punto di cadere. «Che cosa intendi dire, ragazzo?»

«Intendo dire che c’erano due Dissennatori lungo il vicolo e hanno aggredito me e mio cugino!»

«Ah» disse Caramell di nuovo, con uno sgradevole sorriso allusivo, e guardò tutto il Wizengamot, come invitando il consiglio a condividere la facezia. «Sì. Sì, lo immaginavo che avremmo sentito qualcosa del genere».

«Dissennatori a Little Whinging?» chiese Madama Bones in tono di enorme sorpresa. «Non capisco…»

«Davvero, Amelia?» disse Caramell, sempre con quel sorrisetto compiaciuto. «Lascia che ti spieghi. Ci ha riflettuto e ha deciso che i Dissennatori avrebbero fornito una bella storiella come alibi, molto carina, davvero. I Babbani non possono vedere i Dissennatori, vero, ragazzo? Decisamente opportuno, decisamente opportuno… quindi è solo la tua parola, non ci sono testimoni…»

«Non sto mentendo!» gridò Harry, sovrastando un’altra esplosione di borbottii della Corte. «Ce n’erano due, che venivano dalle due imboccature del vicolo, è diventato tutto buio e freddo e mio cugino li ha sentiti ed è scappato…»

«Basta, basta!» intervenne Caramell con un’espressione molto sdegnata. «Sono spiacente di interrompere quella che sono certo sarebbe stata una storia assai ben costruita…»

Silente si schiarì la voce. Sul Wizengamot cadde di nuovo il silenzio.

«In effetti abbiamo un testimone della presenza di Dissennatori in quel vicolo» disse, «a parte Dudley Dursley, voglio dire».

Il volto grassoccio di Caramell parve afflosciarsi, come se qualcuno l’avesse sgonfiato. Scrutò Silente per un attimo, poi, con l’aria di chi tenta di riprendere il controllo, rispose: «Non abbiamo tempo di ascoltare altre fandonie, temo. Silente, voglio che ce la sbrighiamo in fretta…»

«Potrei sbagliarmi» replicò Silente in tono amabile, «ma sono certo che secondo la Carta dei Diritti del Wizengamot l’accusato ha il diritto di presentare testimoni a suo favore. Non è questa la prassi dell’Ufficio Applicazione della Legge sulla Magia, Madama Bones?» continuò, rivolto alla strega col monocolo.

«Vero» convenne Madama Bones. «Assolutamente vero».

«Oh, molto bene, molto bene» sbottò Caramell. «Dov’è questa persona?»

«L’ho portata con me» rispose Silente. «È qui fuori dalla porta. Devo…?»

«No… Weasley, vai tu» abbaiò Caramell a Percy, che si alzò subito, scese di corsa i gradini di pietra della balconata del giudice e passò frettoloso davanti a Silente e Harry senza degnarli di uno sguardo.

Un attimo dopo, Percy tornava, seguito dalla signora Figg. Sembrava spaventata e più svitata che mai. Harry avrebbe voluto che si fosse cambiata le pantofole di feltro.

Silente si alzò e cedette la poltrona alla signora Figg, evocandone un’altra per sé.

«Nome completo?» chiese Caramell quando la signora Figg si fu appollaiata nervosamente sull’orlo della poltrona.

«Arabella Doreen Figg» rispose la signora Figg con la sua voce tremula.

«E chi è lei di preciso?» chiese Caramell in tono annoiato e altero.

«Sono un’abitante di Little Whinging, sto vicino a Harry Potter» rispose la signora Figg.

«Non abbiamo traccia di maghi o streghe che abitino a Little Whinging, a parte Harry Potter» intervenne Madama Bones. «La situazione è sempre stata attentamente tenuta sotto controllo, dati… dati gli eventi del passato».

«Sono una Maganò» disse la signora Figg. «Quindi non mi avete censita, vero?»

«Una Maganò, eh?» ripeté Caramell, scrutandola sospettoso. «Controlleremo. Lasci i dettagli della sua ascendenza al mio Assistente Weasley. Per inciso, i Maghinò sono in grado di vedere i Dissennatori?» aggiunse, guardando alla sua destra e poi a sinistra.

«Sì che possiamo!» esclamò la signora Figg indignata.

Caramell tornò a guardarla dall’alto, le sopracciglia inarcate. «Molto bene» disse, distaccato. «Qual è la sua versione?»

«Ero uscita a comprare del cibo per gatti al negozio all’angolo in fondo a Wisteria Walk, erano circa le nove, la sera del due agosto» borbottò la signora Figg subito, come se avesse imparato a memoria quello che stava dicendo, «quando ho sentito un rumore nel vicolo che unisce Magnolia Crescent a Wisteria Walk. Mi sono avvicinata all’imbocco del vicolo e ho visto dei Dissennatori che correvano…»

«Che correvano?» intervenne Madama Bones in tono aspro. «I Dissennatori non corrono, scivolano».

«Era quello che intendevo dire» aggiunse in fretta la signora Figg, e macchie rosse le apparvero sulle guance avvizzite. «Che scivolavano lungo il vicolo verso quelli che sembravano due ragazzi».

«Che aspetto avevano?» chiese Madama Bones, stringendo gli occhi tanto che l’orlo del monocolo scomparve nella carne.

«Be’, uno era molto grosso e l’altro molto magro…»

«No, no» disse Madama Bones impaziente. «I Dissennatori… li descriva».

«Oh» mormorò la signora Figg, mentre il rossore le si propagava al collo. «Erano grossi. Grossi, e portavano il mantello».

Harry provò una terribile sensazione di vuoto alla bocca dello stomaco. Qualunque cosa potesse dire la signora Figg, gli pareva che al massimo avesse visto un’immagine di un Dissennatore, e un’immagine non avrebbe mai potuto rivelare com’erano davvero quegli esseri: il modo strano di muoversi, aleggiando a qualche centimetro da terra; o il loro odore di putrefazione; o quel terribile rumore metallico che facevano quando risucchiavano l’aria tutto intorno…

Nella seconda fila, un mago tarchiato con i baffoni neri si chinò verso la vicina, una strega con i capelli crespi, per sussurrarle qualcosa all’orecchio. La strega fece un sorrisetto e annuì.

«Grossi, e portavano il mantello» ripeté Madama Bones gelida e Caramell sbuffò beffardo. «Capisco. Nient’altro?»

«Sì» disse la signora Figg. «Li ho sentiti. Tutto è diventato freddo, ed era una sera molto calda d’estate, sapete. E mi sono sentita… come se tutta la felicità fosse sparita dal mondo… e ho ricordato… cose terribili…»

La sua voce si spezzò e si spense.

Gli occhi di Madama Bones si dilatarono appena. Harry vide i segni rossi sotto il sopracciglio, dove il monocolo aveva scavato un solco.

«Che cos’hanno fatto i Dissennatori?» chiese, e Harry provò un moto di speranza.

«Hanno aggredito i ragazzi» disse la signora Figg con voce più forte e sicura, mentre il rossore le defluiva dal viso. «Uno di loro era caduto. L’altro indietreggiava, cercando di respingere il Dissennatore. Era Harry. Ha provato due volte ma ha fatto solo del vapore d’argento. Al terzo tentativo, ha prodotto un Patronus, che ha cacciato il primo Dissennatore, e poi, su esortazione di Harry, ha cacciato via il secondo da suo cugino. E questo… questo è quel che è successo» concluse la signora Figg debolmente.

Madama Bones guardò la signora Figg in silenzio. Caramell non la guardava affatto, ma giocherellava con le sue carte. Infine alzò gli occhi e chiese in tono piuttosto aggressivo: «Questo è ciò che ha visto, vero?»

«Questo è quel che è successo» ripeté la signora Figg.

«Molto bene» disse Caramell. «Può andare».

La signora Figg lanciò uno sguardo spaventato da Caramell a Silente, poi si alzò e strascicando i piedi si avviò verso la porta. Harry la udì chiudersi con un tonfo alle sue spalle.

«Un testimone non molto convincente» commentò Caramell sprezzante.

«Oh, non saprei» ribatté Madama Bones con la sua voce tonante. «Certo ha descritto con molta precisione gli effetti dell’attacco di un Dissennatore. E non riesco a immaginare perché dovrebbe dire che c’erano se non c’erano».

«Dissennatori che vagano in un sobborgo Babbano e per caso incrociano un mago?» sbuffò Caramell. «Le probabilità devono essere molto, molto scarse. Nemmeno Bagman avrebbe scommesso…»

«Oh, io penso che nessuno di noi creda che i Dissennatori fossero lì per caso» intervenne Silente in tono leggero.

La strega seduta alla destra di Caramell, quella con il volto in ombra, si mosse appena, ma tutti gli altri rimasero immobili e silenziosi.

«E questo cosa vorrebbe dire?» chiese Caramell gelido.

«Vuol dire che io credo che abbiano ricevuto l’ordine di andare laggiù» disse Silente.

«Ci sarebbe traccia nei registri se qualcuno avesse ordinato a una coppia di Dissennatori di andare a passeggio a Little Whinging!» abbaiò Caramell.

«Non se i Dissennatori di questi tempi prendono ordini da qualcuno che non è il Ministero della Magia» replicò Silente tranquillo. «Ti ho già esposto le mie opinioni in proposito, Cornelius».

«Sì, è vero» rispose Caramell accalorandosi, «e io non ho ragione di credere che le tue opinioni siano altro che sciocchezze, Silente. I Dissennatori stanno al loro posto ad Azkaban e fanno tutto ciò che chiediamo loro di fare».

«Allora» disse Silente sempre calmo ma incalzante, «dobbiamo chiederci perché qualcuno all’interno del Ministero ha ordinato a una coppia di Dissennatori di andare in quel vicolo il due di agosto».

Nel completo silenzio che accolse queste parole, la strega alla destra di Caramell si chinò in avanti e Harry la vide per la prima volta.

Gli ricordò un grosso, pallido rospo. Era tozza, con la faccia larga e vizza, il collo corto come quello di zio Vernon e la bocca molto grande e molle. Aveva gli occhi grandi, tondi e un po’ sporgenti. Perfino il fiocchetto di velluto nero in equilibrio in cima ai corti capelli ricci gli fece pensare a una mosca che lei stesse per catturare con la lingua lunga e appiccicosa.

«La Presidenza dà la parola a Dolores Jane Umbridge, Sottosegretario Anziano del Ministro» annunciò Caramell.

La strega parlò con una voce eccitata, da bambina, acutissima, che colse Harry di sorpresa; si era aspettato un gracidio.

«Sono certa di averla fraintesa, professor Silente» disse, con un sorriso lezioso che lasciò freddi i suoi occhioni rotondi. «Che sciocca. Ma per un brevissimo istante mi è parso che lei suggerisse che il Ministero della Magia avrebbe ordinato di aggredire questo ragazzo!»

Scoppiò in una risata argentina che fece rizzare i peli sulla nuca di Harry. Alcuni altri membri del Wizengamot risero con lei. Non avrebbe potuto essere più evidente che nessuno era davvero divertito.

«Se è vero che i Dissennatori prendono ordini solo dal Ministero della Magia, e se è anche vero che due Dissennatori hanno aggredito Harry e suo cugino la settimana scorsa, ne consegue logicamente che qualcuno al Ministero deve aver dato ordine di aggredirli» disse Silente in tono educato. «Naturalmente, questi particolari Dissennatori potrebbero essere fuori dal controllo del Ministero…»

«Non ci sono Dissennatori fuori dal controllo del Ministero!» sbottò Caramell, diventato rosso mattone.

Silente piegò il capo in un breve inchino.

«Allora sicuramente il Ministero condurrà un’indagine approfondita per scoprire perché due Dissennatori erano così lontani da Azkaban e perché hanno attaccato senza autorizzazione».

«Non sta a te decidere che cosa fa o non fa il Ministero della Magia, Silente!» esplose Caramell, ormai di una sfumatura rosso violetto della quale zio Vernon sarebbe stato fiero.

«Certo che no» convenne Silente in tono mite. «Stavo solo esprimendo la mia fiducia sul fatto che questa faccenda non resterà senza accertamenti».

Guardò Madama Bones, che si riassestò il monocolo e rispose allo sguardo, un po’ accigliata.

«Vorrei ricordare a tutti che il comportamento di questi Dissennatori, se invero non sono frutto dell’immaginazione di questo ragazzo, non è l’argomento di questa udienza!» esclamò Caramell. «Siamo qui per prendere in esame le violazioni di Harry Potter al Decreto per la Ragionevole Restrizione delle Arti Magiche tra i Minorenni!»

«Certo» disse Silente, «ma la presenza di Dissennatori in quel vicolo è di enorme rilevanza. L’articolo 7 del Decreto stabilisce che la magia può essere usata davanti a Babbani in circostanze eccezionali, e queste circostanze eccezionali comprendono situazioni che minaccino la vita del mago o della strega stessi, o qualsivoglia strega, mago o Babbano presente al momento del…»

«Conosciamo l’articolo 7, grazie mille!» ringhiò Caramell.

«Ma certo» disse Silente ossequioso. «Allora conveniamo che le circostanze in cui Harry ha usato l’Incanto Patronus rientrano precisamente nella categoria che l’articolo descrive come eccezionali?»

«Se c’erano dei Dissennatori, cosa di cui dubito».

«L’hai sentito dire da un testimone oculare» ribatté Silente. «Se ancora dubiti della sua sincerità, richiamala, interrogala di nuovo. Sono certo che non farà obiezioni».

«Io… che… non…» inveì Caramell, trafficando con i documenti che aveva davanti. «È… voglio chiudere oggi, Silente!»

«Ma naturalmente non t’importerà quante volte interroghi un testimone, pur di evitare un grave errore giudiziario» disse Silente.

«Un grave errore i miei stivali!» urlò Caramell con la voce al massimo volume. «Hai mai fatto il conto del numero di panzane che questo ragazzo si è inventato, Silente, per cercare di coprire i suoi flagranti abusi di magia fuori dalla scuola? Immagino che tu abbia dimenticato l’Incantesimo di Librazione che ha usato tre anni fa…»

«Non sono stato io, è stato un elfo domestico!» protestò Harry.

«VISTO?» ruggì Caramell, indicando Harry con un gesto teatrale. «Un elfo domestico! In una casa Babbana! Sentiamo».

«L’elfo domestico in questione è al momento un dipendente della Scuola di Hogwarts» disse Silente. «Posso convocarlo qui in un attimo a testimoniare, se lo desideri».

«Io… non… io non ho tempo di stare ad ascoltare degli elfi domestici! Comunque, non è la sola… ha gonfiato sua zia, per l’amor di Dio!» urlò Caramell, pestando il pugno sul banco del giudice e rovesciando una boccetta di inchiostro.

«E tu molto gentilmente non muovesti accuse in quell’occasione, ammettendo, suppongo, che anche i maghi migliori non riescono sempre a controllare le emozioni» osservò Silente calmo, mentre Caramell cercava di pulire l’inchiostro dai suoi appunti.

«E non ho nemmeno cominciato a raccontare quello che combina a scuola».

«Ma poiché il Ministero non ha l’autorità di punire gli studenti di Hogwaits per infrazioni commesse a scuola, il comportamento di Harry lassù non è rilevante per questa udienza» disse Silente, educato come sempre, ma ora con una punta di freddezza.

«Oho!» sbottò Caramell. «Quello che fa a scuola non sono affari nostri, eh? La pensi così?»

«Il Ministero non ha il potere di espellere gli studenti da Hogwarts, Cornelius, come ti ho ricordato la sera del due agosto» disse Silente. «Né ha il diritto di confiscare bacchette finché le accuse non sono state pienamente provate, come ti ho ricordato sempre la sera del due agosto. Nella tua ammirevole fretta di assicurare che le leggi siano rispettate, pare che, certamente senza volerlo, tu stesso ne abbia trascurata qualcuna».

«Le leggi si possono cambiare» replicò Caramell in tono feroce.

«Ma certo» convenne Silente, chinando il capo. «E sembra proprio che tu sia impegnato a compiere molti cambiamenti, Cornelius. Insomma, nelle poche settimane da quando mi è stato chiesto di lasciare il Wizengamot, è già diventato uso corrente tenere un vero e proprio processo criminale per un semplice caso di magia minorile!»

Alcuni dei maghi sopra di loro si agitarono imbarazzati nei loro banchi. Caramell divenne di una sfumatura color pulce un po’ più intensa. La strega con la faccia di rospo alla sua destra si limitò a scrutare Silente con volto inespressivo.

«A quanto ne so» continuò Silente, «non esiste ancora una legge che dice che è compito di questa Corte punire Harry per ogni magia che ha compiuto. Gli è stata mossa un’accusa precisa e lui ha presentato la sua difesa. Tutto ciò che io e lui possiamo fare ora è aspettare il vostro verdetto».

Silente congiunse di nuovo le punte delle dita e non disse altro. Caramell lo guardò furente, chiaramente esasperato. Harry scoccò uno sguardo in tralice a Silente, in cerca di rassicurazioni; non era affatto certo che fosse il caso di dire al Wizengamot, in effetti, che era ora di prendere una decisione. Ma Silente parve ancora ignorare Harry e continuò a guardare in su, verso le panche, dove l’intero Wizengamot era immerso in una concitata discussione a bassa voce.

Harry si guardò i piedi. Il suo cuore, che sembrava essersi dilatato fino a dimensioni innaturali, batteva forte sotto le costole. Si sarebbe aspettato che l’udienza durasse di più. Non era per niente sicuro di aver fatto una buona impressione. Non aveva detto molto, in verità. Avrebbe dovuto spiegare meglio la storia dei Dissennatori, che era caduto, che sia lui sia Dudley erano quasi stati baciati…

Due volte alzò lo sguardo verso Caramell e aprì la bocca per parlare, ma il cuore gonfio gli bloccava le vie respiratorie ed entrambe le volte sospirò profondamente e tornò a guardarsi le scarpe.

Poi il bisbiglio cessò. Harry voleva guardare in su verso i giudici, ma scoprì che era molto, molto più facile, davvero, continuare a studiarsi i lacci.

«Quanti sono per l’assoluzione dell’imputato da tutte le accuse?» chiese la voce tonante di Madama Bones.

La testa di Harry scattò in su. C’erano delle mani alzate, tante… più della metà! Respirando molto in fretta, cercò di contarle, ma prima che riuscisse a finire, Madama Bones domandò: «E quanti sono per la condanna?»

Caramell alzò la mano; così fecero una mezza dozzina di altri presenti, compresi la strega alla sua destra, il mago baffuto e la strega coi capelli crespi in seconda fila.

Caramell guardò tutti quanti, con l’aria di chi ha qualcosa di grosso incastrato in gola, poi abbassò la mano. Trasse due respiri profondi e annunciò, con voce deformata dalla rabbia repressa: «Molto bene, molto bene… assolto».

«Perfetto» commentò Silente sbrigativo. Scattò in piedi, estrasse la bacchetta e fece sparire le due poltrone di chintz. «Be’, devo andare. Buona giornata a tutti».

E, senza neanche un’occhiata a Harry, uscì con aria altera dalla segreta.

CAPITOLO 9

LE PENE DELLA SIGNORA WEASLEY

La brusca partenza di Silente colse Harry del tutto di sorpresa.

Rimase seduto dov’era nella sedia con le catene, lottando con i propri sentimenti di spavento e sollievo. Tutti i membri del Wizengamot si stavano alzando, parlavano, raccoglievano le loro carte. Harry si alzò. Nessuno parve rivolgergli la minima attenzione, tranne il rospo alla destra di Caramell, che adesso fissava lui come prima fissava Silente. Ignorandola, cercò di incrociare lo sguardo di Caramell o di Madama Bones, per chiedere se era libero di andare, ma Caramell sembrava ben deciso a non notarlo e Madama Bones era occupata con la sua valigetta, così lui mosse qualche passo esitante verso l’uscita e, quando nessuno lo richiamò, camminò più in fretta.

Salì gli ultimi gradini di corsa, spalancò la porta e quasi urtò contro il signor Weasley, che era lì fuori, pallido e preoccupato.

«Silente non mi ha detto…»

«Assolto» annunciò Harry, chiudendosi la porta alle spalle, «da tutte le accuse!»

Con un gran sorriso il signor Weasley lo prese per le spalle.

«Harry, è meraviglioso! Be’, naturalmente non potevano trovarti colpevole, non sulla base delle prove, tuttavia non posso nascondere di essere stato…»

Ma il signor Weasley s’interruppe, perché la porta dell’aula si era appena riaperta. I Wizengamot stavano uscendo.

«Per la barba di Merlino!» esclamò il signor Weasley stupefatto, e trasse da parte Harry per lasciarli passare tutti. «Sei stato giudicato dalla Corte plenaria?»

«Credo di sì» rispose Harry sottovoce.

Uno o due maghi fecero un cenno a Harry passando e qualcuno, tra cui Madama Bones, disse «’Giorno, Arthur» al signor Weasley, ma la gran parte distolse lo sguardo. Cornelius Caramell e il rospo furono tra gli ultimi a uscire dalla segreta. Caramell si comportò come se il signor Weasley e Harry facessero parte del muro, ma di nuovo la strega guardò Harry come per valutarlo. L’ultimo fu Percy. Come Caramell, ignorò del tutto suo padre e Harry; passò loro davanti stringendo un grosso rotolo di pergamena e una manciata di piume di riserva, la schiena rigida e il naso per aria. Le rughe attorno alla bocca del signor Weasley s’irrigidirono appena, ma a parte questo non diede altro segno di aver visto il suo terzo figlio.

«Ti riporto subito indietro, così potrai dare agli altri la bella notizia» disse, facendo cenno a Harry di muoversi non appena i tacchi di Percy furono spariti su per i gradini che portavano al Nono Livello. «Ti accompagno e poi vado a vedere quel bagno a Bethnal Green. Andiamo…»

«E che cosa farà per il bagno?» chiese Harry con un ghigno. All’improvviso tutto sembrava cinque volte più buffo del solito. Cominciava a rendersene conto: era stato scagionato, sarebbe tornato a Hogwarts.

«Oh, è una controfattura abbastanza semplice» rispose il signor Weasley mentre salivano le scale, «ma non è tanto dover riparare il danno, è più l’atteggiamento che sta dietro i vandalismi, Harry. Tormentare i Babbani può anche sembrare divertente ad alcuni maghi, ma è espressione di qualcosa di molto più profondo e malvagio e io per…»

S’interruppe a metà frase. Erano appena arrivati al corridoio del Nono Livello e Cornelius Caramell era a qualche metro da loro, a parlare piano con un mago alto, con lisci capelli biondi e un viso pallido e affilato.

Il mago si voltò al suono dei loro passi. Anche lui s’interruppe, i suoi freddi occhi grigi si strinsero e puntarono sul viso di Harry.

«Bene, bene, bene… Patronus Potter» disse Lucius Malfoy in tono gelido.

Harry si sentì mozzare il fiato, come se avesse appena sbattuto contro qualcosa di duro. L’ultima volta che aveva visto quei freddi occhi grigi era stato attraverso le fessure di un cappuccio da Mangiamorte, e l’ultima volta che aveva sentito la voce beffarda di quell’uomo era stato in un cupo cimitero, mentre Lord Voldemort lo torturava. Harry non riusciva a credere che Lucius Malfoy osasse guardarlo in faccia; non riusciva a credere che fosse lì, al Ministero della Magia, o che Cornelius Caramell stesse parlando con lui, quando solo qualche settimana prima Harry aveva detto a Caramell che Malfoy era un Mangiamorte.

«Il Ministro mi stava giusto raccontando che te la sei cavata, Potter» proseguì con voce strascicata il signor Malfoy. «Davvero stupefacente, come continui a strisciar fuori dai buchi più stretti… serpentesco, in effetti».

Il signor Weasley strinse la spalla di Harry in segno d’avvertimento.

«Sì» disse Harry, «sono bravo a cavarmela».

Lucius Malfoy alzò lo sguardo sul signor Weasley.

«E c’è anche Arthur Weasley! Che cosa fai qui, Arthur?»

«Io lavoro qui» rispose il signor Weasley brusco.

«Non qui, vero?» disse il signor Malfoy, alzando le sopracciglia e scoccando un’occhiata alla porta oltre la spalla del signor Weasley. «Credevo che stessi su al Secondo Livello… non fai qualcosa tipo portarti a casa di nascosto dei manufatti Babbani e stregarli?»

«No» sbottò il signor Weasley, con le dita affondate nella spalla di Harry.

«E lei che cosa ci fa qui, invece?» chiese Harry a Lucius Malfoy.

«Non credo che gli affari privati tra me e il Ministero siano fatti tuoi, Potter» disse Malfoy, lisciandosi la veste sul petto. Harry sentì chiaramente il dolce tintinnio di quella che sembrava una tascata d’oro. «Davvero, solo perché sei il cocco di Silente, non devi aspettarti la stessa indulgenza da tutti noi… andiamo su nel suo ufficio, allora, Ministro?»

«Certo» rispose Caramell, voltando le spalle a Harry e al signor Weasley. «Da questa parte, Lucius».

Si allontanarono insieme, parlando a bassa voce. Il signor Weasley non lasciò andare la spalla di Harry finché non furono scomparsi nell’ascensore.

«Perché non stava aspettando fuori dall’ufficio di Caramell se hanno degli affari da sbrigare insieme?» esplose Harry, furioso. «Che cosa ci fa quaggiù?»

«Cercava di intrufolarsi nell’aula, secondo me» disse il signor Weasley, agitatissimo; si guardò alle spalle come per essere certo che nessuno lo sentisse. «Per scoprire se eri stato espulso o no. Lascerò un biglietto per Silente quando ti accompagno a casa, deve sapere che Malfoy ha parlato di nuovo con Caramell».

«E comunque che razza di faccende private hanno in comune?»

«Oro, immagino» rispose il signor Weasley con rabbia. «Malfoy fa da anni generose donazioni per ogni sorta di cose… così incontra le persone giuste… e poi può chiedere favori… ritardare leggi che non vuole… oh, ha un sacco di contatti utili, Lucius Malfoy».

L’ascensore arrivò; era vuoto, a parte una flottiglia di promemoria che svolazzarono attorno alla testa del signor Weasley, che li allontanò con la mano, irritato, e premette il bottone per l’Atrium. Le porte si chiusero con un tonfo.

«Signor Weasley» disse Harry lentamente, «se Caramell incontra dei Mangiamorte come Malfoy, e li incontra da solo, come facciamo a sapere che non gli hanno scagliato una Maledizione Imperius?»

«Non credere che non ci abbiamo pensato» bisbigliò il signor Weasley. «Ma Silente è convinto che Caramell agisca di sua volontà per ora: il che, come dice lui, non è molto consolante. Adesso è meglio non parlarne più, Harry».

Le porte si aprirono e i due uscirono nell’Atrium ormai quasi deserto. Eric il guardiamago era di nuovo nascosto dietro la sua Gazzetta del Profeta. Avevano appena superato la fontana d’oro quando Harry ricordò.

«Aspetti…» disse al signor Weasley, estrasse dalla tasca la borsa del denaro e tornò alla fontana.

Guardò in su il bel volto del mago, ma da vicino lo trovò scialbo e un po’ insulso. La strega aveva un sorriso svaporato da concorso di bellezza e, per quello che Harry sapeva di goblin e centauri, era alquanto improbabile che li si potesse sorprendere a guardare in modo così svenevole qualunque genere di umani. Solo l’atteggiamento di strisciante servilismo dell’elfo domestico era convincente. Con un sorriso al pensiero di quello che avrebbe detto Hermione se avesse visto la statua dell’elfo, Harry rovesciò la borsa vuotando nella vasca non solo dieci galeoni, ma tutto il suo contenuto.

* * *

«Lo sapevo!» urlò Ron, scagliando i pugni in aria. «Te la cavi sempre!»

«Dovevano assolverti» disse Hermione, che si stava consumando dalla preoccupazione quando Harry era entrato in cucina e ora teneva una mano tremante sugli occhi, «non c’erano argomenti contro di te, nessuno».

«Sembrate tutti piuttosto sollevati, però, considerando che sapevate già che ce l’avrei fatta» osservò Harry sorridendo.

La signora Weasley si asciugò il volto nel grembiule e Fred, George e Ginny si diedero a una sorta di danza di guena cantando: «Ce l’ha fatta, ce l’ha fatta, ce l’ha fatta…»

«Basta!» urlò il signor Weasley, ma sorrideva anche lui. «Ascolta, Sirius, Lucius Malfoy era al Ministero…»

«Che cosa?!» domandò Sirius.

«Ce l’ha fatta, ce l’ha fatta, ce l’ha fatta…»

«Zitti, voi tre! Sì, l’abbiamo visto parlare con Caramell al Nono Livello, poi sono saliti insieme nell’ufficio di Caramell. Silente deve saperlo».

«Assolutamente» disse Sirius. «Glielo diremo, non ti preoccupare».

«Be’, è meglio che vada, c’è un bagno vomitante che mi aspetta a Bethnal Green. Molly, tornerò tardi, faccio il turno di Tonks, ma può darsi che Kingsley venga a cena…»

«Ce l’ha fatta, ce l’ha fatta, ce l’ha fatta…»

«Adesso basta… Fred… George… Ginny!» ordinò la signora Weasley mentre suo marito usciva dalla cucina. «Harry, caro, vieni a sederti, mangia qualcosa, non hai mangiato niente a colazione».

Ron e Hermione si sedettero davanti a lui, felici come mai da quando era arrivato in Grimmauld Place, e la sensazione di vertiginoso sollievo di Harry, che in qualche modo era stata intaccata dall’incontro con Lucius Malfoy, si dilatò di nuovo. La tetra casa sembrava all’improvviso più calda e più accogliente; perfino Kreacher parve meno brutto quando infilò il naso a gnigno in cucina per indagare sulla fonte di tutto quel fracasso.

«Certo, quando Silente è comparso al tuo fianco, figuriamoci se ti condannavano» disse Ron allegramente, distribuendo mucchi di purè di patate in tutti i piatti.

«Sì, è stato decisivo» ammise Harry. Sentiva che sarebbe stato profondamente ingrato, per non dire infantile, aggiungere “Vorrei che mi avesse parlato, però. O almeno che mi avesse guardato”.

E nel pensarlo, la cicatrice sulla fronte bruciò così forte che lui dovette battervi sopra una mano.

«Che cosa succede?» chiese Hermione, preoccupata.

«La cicatrice» borbottò Harry. «Ma non è niente… succede di continuo, ormai…»

Nessuno degli altri si era accorto di nulla: tutti si stavano servendo e gongolavano per l’assoluzione di Harry; Fred, George e Ginny continuavano a cantare. Hermione era piuttosto agitata, ma prima che riuscisse a dire qualcosa, Ron intervenne allegramente: «Scommetto che Silente stasera viene a festeggiare con noi».

«Non credo che ce la farà, Ron» disse la signora Weasley, posando un enorme piatto di pollo arrosto davanti a Harry. «Al momento è davvero molto occupato».

«CE L’HA FATTA, CE L’HA FATTA, CE L’HA FATTA…»

«SILENZIO!» ruggì la signora Weasley.

* * *

Nei giorni che seguirono, Harry non poté fare a meno di notare che una persona al numero dodici di Grimmauld Place non sembrava proprio sopraffatta dalla gioia al pensiero che lui sarebbe tornato a Hogwarts. Sirius aveva ostentato una più che credibile parvenza di felicità alla notizia, aveva stretto la mano a Harry e aveva fatto dei gran sorrisi come tutti gli altri. Ben presto, tuttavia, divenne più scontroso e corrucciato che mai: parlava meno con tutti, Harry compreso, e passava sempre più tempo chiuso nella stanza di sua madre con Fierobecco.

«Non vorrai sentirti in colpa!» esclamò Hermione con fermezza, quando Harry confidò le sue sensazioni a lei e Ron mentre ripulivano un armadio ammuffito al terzo piano, qualche giorno dopo. «Tu appartieni a Hogwarts e Sirius lo sa. Personalmente, credo che si comporti da egoista».

«Sei un po’ dura, Hermione» disse Ron accigliato, tentando di grattar via un po’ di muffa che gli si era appiccicata al dito. «Neanche tu vorresti stare rinchiusa in questa casa senza compagnia».

«Ma lui ce l’avrà, la compagnia!» ribatté Hermione. «È il Quartier Generale dell’Ordine della Fenice, no? Solo che sperava che Harry sarebbe venuto a vivere qui con lui».

«Non credo» obiettò Harry, strizzando il suo straccio. «Non mi ha dato una risposta chiara quando gli ho chiesto se potevo».

«Perché non voleva illudersi» disse Hermione, saggia. «E probabilmente si sentiva anche lui un po’ in colpa, perché ho l’impressione che una parte di lui si augurasse davvero che tu venissi espulso. Così sareste stati dei reietti tutti e due».

«Ma andiamo!» dissero Harry e Ron in coro; Hermione si limitò a scrollare le spalle.

«Come credete. Però a volte penso che la mamma di Ron abbia ragione e che Sirius faccia un po’ di confusione fra te e tuo padre, Harry».

«Cioè credi che sia un po’ tocco?» chiese Harry infiammandosi.

«No, credo soltanto che sia rimasto troppo solo troppo a lungo» rispose Hermione con semplicità.

A questo punto la signora Weasley entrò nella stanza.

«Non avete ancora finito?» chiese, infilando la testa nell’armadio.

«Credevo che fossi venuta a dirci di fare una pausa!» protestò Ron amareggiato. «Lo sai quanta muffa abbiamo tolto da quando siamo qui?»

«Eravate così entusiasti di aiutare l’Ordine…» osservò la signora Weasley. «Potete fare la vostra parte rendendo abitabile il Quartier Generale».

«Mi sento come un elfo domestico» brontolò Ron.

«Be’, adesso che capisci quanto è terribile la loro vita, forse ti darai un po’ più da fare per il CREPA!» disse Hermione speranzosa, mentre la signora Weasley li lasciava. «Sai, forse non sarebbe una cattiva idea mostrare esattamente alla gente com’è tremendo dover pulire di continuo: potremmo fare una pulizia sponsorizzata della sala comune di Grifondoro, e destinare i proventi al CREPA; questo potrebbe accrescere la conoscenza del problema, oltre che i fondi».

«Io ti sponsorizzo se non parli più del CREPA» borbottò Ron irritato, ma piano, in modo che solo Harry lo potesse sentire.

* * *

Harry si scoprì a fantasticare su Hogwarts sempre più spesso via via che si avvicinava la fine delle vacanze; non vedeva l’ora di ritrovare Hagrid, di giocare a Quidditch, perfino di passeggiare tra i rettangoli dell’orto verso le serre di Erbologia; sarebbe stata una festa solo lasciare quella casa polverosa e muffita, dove metà degli armadi erano ancora sprangati e nell’ombra Kreacher sibilava insulti, anche se Harry stava bene attento a non lasciar indovinare questi suoi sentimenti a Sirius.

Il fatto era che vivere al Quartier Generale del movimento anti-Voldemort non era neanche da lontano così eccitante quanto Harry si sarebbe aspettato. Anche se i membri dell’Ordine della Fenice andavano e venivano regolarmente, e a volte si fermavano per i pasti o per scambiare informazioni sottovoce, la signora Weasley faceva in modo che Harry e gli altri fossero tenuti accuratamente fuori tiro d’orecchio (Oblungo o normale) e nessuno, nemmeno Sirius, pareva credere che Harry avesse bisogno di sapere qualcosa di più di quello che aveva sentito la notte del suo arrivo.

L’ultimo giorno delle vacanze Harry stava spazzando le cacche di Edvige dalla cima dell’armadio quando Ron entrò con un paio di buste.

«Sono arrivate le liste dei libri» disse, gettandone una a Harry, che era in piedi su una sedia. «Era ora, credevo che si fossero dimenticati, di solito arrivano molto prima…»

Harry buttò le ultime cacche in un sacchetto della spazzatura e lo scagliò oltre la testa di Ron, nel cestino nell’angolo, che lo inghiottì e fece un gran rutto. Poi aprì la sua lettera. Conteneva due fogli di pergamena: uno era il solito avviso che la scuola cominciava il primo settembre; l’altro elencava i libri per il nuovo anno.

«Solo due nuovi» disse, leggendo la lista. «Il Libro Standard degli Incantesimi, Classe Quinta di Miranda Goshawk, e Teoria della Magia Difensiva di Wilbert Slinkhard».

Crac.

Fred e George si Materializzarono proprio accanto a Harry. Ormai ci era così abituato che non cadde nemmeno dalla sedia.

«Ci stavamo chiedendo chi ha scelto il libro di Slinkhard» disse Fred.

«Perché significa che Silente ha trovato un nuovo insegnante di Difesa contro le Arti Oscure» continuò George.

«Era anche ora» buttò lì Fred.

«Perché?» chiese Harry, saltando giù dalla sedia.

«Be’, abbiamo origliato con le Orecchie Oblunghe mentre la mamma e il papà parlavano, qualche settimana fa» rispose Fred, «e a sentir loro, Silente ha avuto serie difficoltà a trovarne uno quest’anno».

«Non c’è da stupirsi, se pensi a che cosa è successo agli ultimi quattro, no?» disse George.

«Uno licenziato, uno morto, uno con la memoria rimossa e uno chiuso in un baule per nove mesi». Harry li contò sulle dita. «Sì, capisco».

«Cos’hai, Ron?» chiese Fred.

Ron non rispose. Harry si voltò. L’amico era assolutamente immobile, con la bocca un po’ aperta, e fissava la sua lettera da Hogwarts.

«Cosa succede?» chiese Fred impaziente, e si avvicinò a Ron per guardare la pergamena da sopra la sua spalla.

Anche la bocca di Fred si spalancò.

«Prefetto?» disse, guardando incredulo la lettera. «Prefetto?»

George fece un balzo in avanti, afferrò la busta dall’altra mano di Ron e la rovesciò. Harry vide qualcosa di dorato e scarlatto cadere nel palmo di George.

«Impossibile» mormorò George con voce soffocata.

«C’è stato un errore» disse Fred, sfilando la lettera dalla presa di Ron e tenendola controluce come per controllare la filigrana. «Nessuno col cervello a posto sceglierebbe Ron come prefetto».

Le teste dei gemelli si voltarono insieme ed entrambi fissarono Harry.

«Pensavamo che tu fossi una certezza!» disse Fred, come se Harry li avesse in qualche modo ingannati.

«Credevamo che Silente dovesse scegliere te!» esclamò George indignato.

«Dopo che hai vinto il Tremaghi e tutto!» aggiunse Fred.

«Forse la storia della pazzia ha pesato contro di lui» disse George a Fred.

«Sì» convenne Fred dopo un po’. «Sì, ti sei cacciato in troppi guai, amico. Be’, almeno uno di voi sa quali sono le cose importanti nella vita».

Andò da Harry e gli diede una gran pacca sulla schiena, lanciando a Ron uno sguardo pungente.

«Prefetto… Ronnino il prefettino».

«Ohh, la mamma sarà rivoltante» gemette George, gettando la spilla a Ron come se fosse infetta.

Ron, che non aveva ancora detto una parola, la fissò per un momento, poi la tese a Harry come cercando una muta conferma della sua autenticità. Harry la prese. Una grossa “P” era sovrapposta al leone di Grifondoro. Aveva visto una spilla identica sul petto di Percy il suo primo giorno a Hogwarts.

La porta si aprì con violenza. Hermione entrò di corsa, le guance arrossate e i capelli svolazzanti. Aveva in mano una busta.

«Hai… ti è arrivata…?»

Vide la spilla in mano a Harry ed emise uno strilletto.

«Lo sapevo!» esclamò eccitata, brandendo la sua lettera. «Anch’io, Harry, anch’io!»

«No» rispose Harry in fretta, premendo di nuovo la spilla nella mano di Ron. «È Ron, non sono io».

«È… che cosa?»

«Ron è prefetto, non io» disse Harry.

«Ron?» Hermione spalancò la bocca. «Ma… sei sicuro? Voglio dire…»

Diventò rossa, mentre Ron la guardava con aria di sfida.

«C’è il mio nome sulla lettera» disse.

«Io…» mormorò Hermione, sconcertata. «Io… be’… wow! Bravo, Ron! È davvero…»

«Inaspettato» concluse George, annuendo.

«No» disse Hermione, più rossa che mai, «no, non lo è… Ron ha fatto un sacco di… è veramente…»

La porta si aprì di nuovo e la signora Weasley entrò di spalle nella stanza con una pila di abiti appena lavati e stirati fra le braccia.

«Ginny mi ha detto che finalmente sono arrivate le liste dei libri» disse, guardando le buste mentre raggiungeva il letto e cominciava a dividere i vestiti in due pile. «Se le date a me, le porto a Diagon Alley oggi pomeriggio e vi prendo i libri mentre voi fate i bagagli. Ron, dovrò comprarti altri pigiami, questi sono troppo corti di almeno quindici centimetri, è incredibile come stai crescendo in fretta… che colore ti piacerebbe?»

«Prendiglieli rossi e oro, così s’intonano alla spilla» suggerì George con un sorrisetto maligno.

«S’intonano a cosa?» chiese la signora Weasley distrattamente, arrotolando un paio di calzini marroni e sistemandoli sulla pila di Ron.

«Alla sua spilla» disse Fred, con il tono di chi vuole che il peggio passi in fretta. «La sua deliziosa splendente nuova spilla da prefetto».

Ci volle un momento perché le parole di Fred facessero breccia nella mente della signora Weasley, concentrata sui pigiami.

«La sua… ma… Ron, non sei…?»

Ron mostrò la spilla.

La signora Weasley emise uno strillo identico a quello di Hermione.

«Non ci credo! Non ci credo! Oh, Ron, è meraviglioso! Prefetto! Come tutti in famiglia!»

«Io e Fred chi siamo, i vicini della porta accanto?» disse George indignato, ma sua madre lo spinse da parte e gettò le braccia attorno al più piccolo dei suoi maschi.

«Aspetta che lo sappia tuo padre! Ron, sono così fiera di te, che notizia meravigliosa, potresti diventare Caposcuola come Bill e Percy, è il primo passo! Oh, che bella cosa, tra tutti questi pensieri, sono emozionata, oh, Ronnie…»

Fred e George facevano finta di vomitare, e forte, alle sue spalle, ma la signora Weasley non se ne accorse; con le braccia strette attorno al collo di Ron, gli baciava tutta la faccia, che era diventata più rossa della spilla.

«Mamma… non… mamma, controllati…» balbettò lui, cercando di allontanarla.

Lei lo lasciò andare e disse, senza fiato: «Be’, che cosa vuoi? A Percy avevamo regalato un gufo, ma tu ce l’hai già».

«C-che cosa vuoi dire?» chiese Ron, come se non osasse credere alle proprie orecchie.

«Ti meriti un premio!» disse la signora Weasley in tono affettuoso. «Che cosa ne dici di un bel po’ di vestiti nuovi?»

«Glieli abbiamo già comprati noi» intervenne Fred in tono acido, quasi rimpiangendo quell’atto di generosità.

«O un calderone nuovo, quello vecchio di Charlie è tutto arrugginito, o un topo nuovo, ti piaceva Crosta…»

«Mamma» disse Ron speranzoso, «posso avere una scopa nuova?»

L’espressione gioiosa della signora Weasley si attenuò lievemente. I manici di scopa erano cari.

«Non una bella!» si affrettò ad aggiungere Ron. «Solo… solo una nuova, per una volta…»

La signora Weasley esitò, poi sorrise.

«Ma certo… be’, è meglio che mi muova se devo comprare anche una scopa. Ci vediamo più tardi… il piccolo Ronnie prefetto! E non dimenticate di fare i bauli… prefetto… oh, sono tutta un tremito!»

Diede a Ron un altro bacio sulla guancia, tirò su forte col naso e uscì agitata.

Fred e George si scambiarono uno sguardo.

«Non ti dispiace se non ti baciamo, Ron?» chiese Fred con voce falsamente preoccupata.

«Possiamo inchinarci, se vuoi» aggiunse George.

«Oh, piantatela» rispose Ron, guardandoli torvo.

«Se no?» disse Fred, con un ghigno perfido che si allargava sul suo viso. «Ci vuoi mettere in castigo?»

«Vorrei proprio vedere» ridacchiò George.

«Può anche farlo, se non state attenti!» intervenne Hermione arrabbiata.

Fred e George scoppiarono a ridere, e Ron borbottò: «Lascia perdere, Hermione».

«Dovremo stare attenti, George» disse Fred, fingendo di tremare, «con questi due alle costole…»

«Sì, sembra proprio che i nostri giorni da fuorilegge siano giunti all’epilogo» commentò George, scuotendo il capo.

E con un altro sonoro crac i gemelli si Smaterializzarono.

«Quei due!» esclamò Hermione furibonda, fissando il soffitto, attraverso il quale si sentivano Fred e George in preda alle risate nella stanza di sopra. «Non badarci, Ron, sono solo invidiosi!»

«Non credo» disse Ron dubbioso, guardando a sua volta il soffitto. «Hanno sempre detto che solo gli stupidi diventano prefetti… però» aggiunse in tono più allegro, «loro non hanno mai avuto delle scope nuove! Vorrei poter andare con la mamma a sceglierla… non potrà mai permettersi una Nimbus, ma è uscita la nuova Tornado, sarebbe magnifico… sì, credo che andrò a dirle che mi piace la Tornado, così, perché lo sappia…»

E schizzò via, lasciando Harry e Hermione soli.

Per qualche motivo, Harry scoprì di non aver voglia di guardare Hermione. Si voltò verso il suo letto, raccolse la pila di abiti puliti che la signora Weasley vi aveva posato e attraversò la stanza diretto al suo baule.

«Harry» fece Hermione incerta.

«Complimenti, Hermione» disse Harry, con una voce così affabile che non suonò affatto come la sua, e aggiunse, sempre senza guardarla: «Brava. Prefetto. Grandioso».

«Grazie» disse Hermione. «Ehm… Harry… mi presti Edvige, così lo dico alla mamma e a papà? Saranno contenti… insomma, prefetto è una cosa che possono capire».

«Sì, non c’è problema» disse Harry, sempre con lo stesso orrendo tono cordiale che non gli apparteneva. «Prendila pure!»

Si chinò sul baule, posò i vestiti sul fondo e finse di cercare qualcosa mentre Hermione andava all’armadio e chiamava Edvige. Passarono alcuni istanti; Harry udì la porta chiudersi ma rimase piegato, in ascolto; gli unici rumori venivano dal quadro vuoto sulla parete, che ridacchiava di nuovo, e dal cestino della carta straccia nell’angolo, che tossiva soffocato dalle cacche di civetta.

Si rialzò e si guardò alle spalle. Hermione era uscita, Edvige era sparita. Tornò a passi lenti al suo letto e vi sprofondò, guardando la base dell’armadio senza vederla.

Si era completamente dimenticato che i prefetti vengono scelti al quinto anno. Era troppo afflitto dalla possibilità di essere espulso per dedicare un solo pensiero al fatto che le spille dovevano essere in viaggio. Ma se l’avesse ricordato… se ci avesse pensato… che cosa si sarebbe aspettato?

Non questo, disse una vocina sincera dentro la sua testa.

Harry contrasse il volto e lo seppellì fra le mani. Non poteva mentire a se stesso: se avesse saputo che la spilla stava per arrivare, si sarebbe aspettato che toccasse a lui, non a Ron. Era un arrogante come Draco Malfoy? Si credeva superiore a chiunque altro? Era proprio convinto di essere migliore di Ron?

No, disse la vocina in tono di sfida.

Davvero? si chiese Harry, sondando preoccupato i propri sentimenti.

Io sono più bravo a Quidditch, disse la voce. Ma non sono più bravo in nient’altro.

Era la verità, pensò Harry; non era migliore di Ron a scuola. Ma fuori dalle aule? E quelle avventure che lui, Ron e Hermione avevano vissuto da quando avevano cominciato a frequentare Hogwarts, rischiando spesso molto più che l’espulsione?

Be’, Ron e Hermione erano quasi sempre con me, disse la voce dentro la testa di Harry.

Non sempre, però, Harry ribatté a se stesso. Non hanno lottato contro Raptor. Non hanno sfidato Riddle e il Basilisco. Non si sono sbarazzati di tutti quei Dissennatori la notte della fuga di Sirius. Non erano nel cimitero con me, quando Voldemort è tornato…

E la stessa sensazione di ingiustizia che l’aveva sopraffatto la notte del suo arrivo si destò di nuovo. Ho decisamente fatto di più, pensò Harry indignato. Ho fatto più di tutti e due!

Ma forse, disse la vocina con onestà, forse Silente non sceglie i prefetti perché si sono ficcati in un mucchio di situazioni pericolose… forse li sceglie per altre ragioni… Ron deve avere qualcosa che tu non hai…

Harry aprì gli occhi e sbirciò tra le dita le zampe artigliate dell’armadio, ricordando le parole di Fred: “Nessuno col cervello a posto sceglierebbe Ron come prefetto…”

Harry scoppiò a ridere. Un attimo dopo si sentì disgustato di se stesso.

Ron non aveva chiesto a Silente di dargli la spilla da prefetto. Non era colpa sua. Lui, Harry, il migliore amico di Ron, gli avrebbe tenuto il broncio perché lui non aveva una spilla, avrebbe riso con i gemelli alle sue spalle, gli avrebbe sciupato questa gioia quando per la prima volta aveva battuto Harry in qualcosa?

A quel punto Harry udì i passi di Ron sulle scale. Si alzò, si raddrizzò gli occhiali e si stampò un sorriso sulla faccia mentre il suo amico entrava saltando tutto allegro.

«L’ho raggiunta appena in tempo!» annunciò. «Dice che se può compra la Tornado».

«Forte» disse Harry, e fu sollevato nel sentire che la sua voce aveva smesso di suonare cordiale. «Senti… Ron… complimenti, bel colpo!»

Il sorriso svanì dal volto di Ron.

«Non ho mai pensato che capitasse a me!» ammise, scuotendo il capo. «Credevo che saresti stato tu!»

«No, io mi sono cacciato in troppi guai» rispose Harry, ripetendo le parole di Fred.

«Sì» disse Ron. «Già, forse… be’, è meglio che riempiamo i bauli, no?»

Era strano vedere a che raggio di distanza le loro cose si erano sparpagliate dal loro arrivo. Impiegarono gran parte del pomeriggio a recuperare libri e oggetti da tutta la casa e riporli di nuovo nei bauli di scuola. Harry notò che Ron continuava a spostare la spilla da prefetto: prima la mise sul comodino, poi la infilò nella tasca dei jeans, poi la prese e la posò sui vestiti piegati, come per vedere l’effetto del rosso contro il nero. Solo quando Fred e George entrarono e si offrirono di appiccicargliela alla fronte con un Incantesimo di Adesione Permanente, la avvolse con tenerezza nei suoi calzini marroni e la chiuse nel baule.

La signora Weasley tornò da Diagon Alley verso le sei, carica di libri, con un lungo pacco avvolto in carta spessa che Ron le tolse di mano con un gemito di desiderio.

«Non è il momento di aprirla, adesso, sta arrivando gente a cena, vi voglio tutti di sotto» disse la signora Weasley, ma non appena fu sparita Ron strappò la carta con frenesia e studiò ogni centimetro della sua nuova scopa con espressione estatica.

Giù nel seminterrato, sopra la tavola ingombra di piatti la signora Weasley aveva appeso uno striscione scarlatto:

CONGRATULAZIONI

RON E HERMIONE

NUOVI PREFETTI

Harry non l’aveva vista così di buonumore in tutte le vacanze.

«Ho pensato di organizzare una festicciola, non una cena seduta» disse. «Tuo padre e Bill stanno arrivando, Ron. Ho mandato un gufo a tutti e due e sono eccitatissimi» aggiunse, con un gran sorriso.

Fred alzò gli occhi al cielo.

Sirius, Lupin, Tonks e Kingsley Shacklebolt erano già arrivati e Malocchio Moody fece il suo ingresso zoppicando poco dopo che Harry si fu servito una Burrobirra.

«Oh, Alastor, sono felice che tu sia qui» disse la signora Weasley allegra, mentre Malocchio si liberava del mantello da viaggio. «È un secolo che volevamo invitarti… potresti dare un’occhiata allo scrittoio nel salotto e dirci che cosa c’è dentro? Non abbiamo voluto aprirlo nel caso che sia qualcosa di veramente pericoloso».

«Non c’è problema, Molly…»

L’occhio blu elettrico di Moody ruotò verso l’alto e si fermò sul soffitto della cucina.

«Il salotto…» ringhiò, mentre la pupilla si contraeva. «Lo scrittoio nell’angolo? Sì, lo vedo… sì, è un Molliccio… vuoi che vada su a toglierlo di mezzo?»

«No, no, lo farò io più tardi» rispose la signora Weasley raggiante, «tu serviti da bere. Stiamo festeggiando…» Indicò lo striscione scarlatto. «Il quarto prefetto in famiglia!» disse con affetto, scompigliando i capelli di Ron.

«Prefetto, eh?» ringhiò Moody, con l’occhio normale puntato su Ron e quello magico che scrutava l’interno della testa. Harry ebbe la sgradevole sensazione che stesse guardando lui e si spostò verso Sirius e Lupin.

«Be’, congratulazioni» disse Moody, continuando a osservare Ron con l’occhio normale, «le posizioni di autorità attirano sempre guai, ma immagino che Silente sia convinto che tu possa resistere agli incantesimi principali altrimenti non ti avrebbe scelto…»

Ron rimase stupito da questo aspetto della questione, ma la pena di replicare gli fu risparmiata dall’arrivo di suo padre e del fratello maggiore. La signora Weasley era così di buonumore che non brontolò nemmeno per il fatto che avevano portato con sé Mundungus; costui indossava un lungo cappotto stranamente rigonfio in punti improbabili e declinò l’offerta di toglierlo e riporlo con il mantello da viaggio di Moody.

«Be’, credo che un brindisi sia d’obbligo» disse il signor Weasley quando tutti ebbero da bere. Levò il calice. «A Ron e Hermione, i nuovi prefetti di Grifondoro!»

Ron e Hermione sorrisero e tutti bevvero alla loro salute e applaudirono.

«Io non sono mai diventata prefetto» disse Tonks allegramente alle spalle di Harry, quando tutti si spostarono verso il tavolo per servirsi. I suoi capelli quella sera erano rosso pomodoro e lunghi fino alla vita; sembrava la sorella maggiore di Ginny. «Il Direttore della mia Casa diceva che mi mancavano alcune qualità necessarie».

«Tipo?» chiese Ginny, che stava scegliendo una patata al forno.

«Tipo comportarmi bene» rispose Tonks.

Ginny rise; Hermione non sapeva se sorridere o no e scese a un compromesso bevendo un sorso troppo lungo di Burrobirra e soffocandosi.

«E tu, Sirius?» Ginny diede grandi pacche a Hermione sulla schiena.

Sirius, che era accanto a Harry, fece la sua solita risata simile a un latrato.

«Nessuno mi avrebbe voluto come prefetto, passavo troppo tempo in punizione con James. Il bravo ragazzo era Lupin, lui sì che ha portato la spilla».

«Silente sperava che sarei riuscito a esercitare un po’ di controllo sui miei migliori amici» aggiunse Lupin. «Inutile dire che ho fallito clamorosamente».

L’umore di Harry migliorò di colpo. Nemmeno suo padre era stato prefetto. All’improvviso la festa fu molto più divertente; si riempì il piatto, sentendosi ancora più affezionato a tutti quanti nella stanza.

Ron cantava le lodi della sua nuova scopa a chiunque volesse ascoltarlo.

«…da zero a settanta in dieci secondi, non male, vero? Se pensate che la Comet Duecentonovanta fa solo da zero a sessanta, e col vento in coda, secondo Quale Manico di Scopa…»

Hermione spiegava infervorata a Lupin le sue opinioni sui diritti degli elfi.

«Insomma è un’idiozia come la segregazione dei lupi marinari, no? Tutto per questa orribile idea che hanno i maghi di credersi superiori alle altre creature…»

La signora Weasley e Bill, al solito, stavano discutendo dei capelli di Bill.

«…stai esagerando, e sei così un bel ragazzo, starebbero molto meglio corti, vero, Harry?»

«Oh… non so…» disse Harry, un po’ allarmato nel sentirsi chiamato in causa; scivolò via verso Fred e George, che erano rincantucciati in un angolo con Mundungus.

Mundungus smise di parlare quando vide Harry, ma Fred gli strizzò l’occhio e gli fece segno di avvicinarsi.

«Tranquillo» disse a Mundungus, «possiamo fidarci di lui, è il nostro finanziatore».

«Guarda che cosa ci ha portato Dung» disse George, tendendo la mano verso Harry. Era piena di quelli che sembravano baccelli avvizziti. Emettevano un debole ticchettio, pur essendo completamente immobili.

«Semi di Tentacula Velenosa» continuò George. «Ci servono per le Merendine Marinare, ma sono una Sostanza Non Commerciabile di Classe C e quindi abbiamo avuto qualche difficoltà a procurarceli».

«Dieci galeoni per tutti, allora, Dung?»

«Con tutti i guai che ho passato?» protestò Mundungus, gli occhi iniettati di sangue ancor più dilatati del solito. «Mi spiace, ragazzi, ma fanno venti, non uno zellino di meno».

«A Dung piace scherzare» disse Fred a Harry.

«Sì, finora il massimo che ha preso è stato sei falci per un sacchetto di piume di Knarl» aggiunse George.

«Attenti» li mise in guardia Harry a voce bassa.

«A cosa?» chiese Fred. «La mamma è occupata con il prefetto Ron, siamo al sicuro».

«Ma Moody potrebbe avervi messo l’occhio addosso» osservò Harry.

Mundungus si guardò dietro le spalle, nervoso.

«Ha ragione» brontolò. «E va bene, ragazzi, facciamo dieci, se li prendete in fretta».

«Evviva, Harry!» disse Fred deliziato, dopo di che Mundungus si vuotò le tasche nelle mani tese dei gemelli e sgattaiolò via in direzione del cibo. «Meglio portarli di sopra…»

Harry li guardò allontanarsi, un po’ a disagio. Gli era appena venuto in mente che i signori Weasley avrebbero voluto sapere come facevano Fred e George a finanziare il negozio di scherzi quando, com’era inevitabile, l’avessero finalmente scoperto. Regalare ai gemelli la vincita del Tremaghi era sembrato semplice al momento, ma se avesse portato a un’altra lite domestica e a un distacco come quello di Percy? La signora Weasley avrebbe continuato a considerare Harry come un figlio se avesse scoperto che era stato lui a permettere a Fred e George di avviare una carriera tanto sconveniente?

Lì in piedi dove l’avevano lasciato i gemelli, con la sola compagnia di un senso di colpa alla bocca dello stomaco, Harry sentì pronunciare il suo nome. La voce profonda di Kingsley Shacklebolt sovrastava il chiacchiericcio circostante.

«…perché Silente non ha scelto Harry come prefetto?» stava chiedendo.

«Avrà avuto le sue ragioni» rispose Lupin.

«Ma avrebbe dato prova di aver fiducia in lui. È quello che avrei fatto io» insisté Kingsley, «soprattutto con La Gazzetta del Profeta che lo attacca ogni tre giorni…»

Harry non si voltò; non voleva che Lupin o Kingsley si accorgessero che aveva sentito. Anche se non aveva nemmeno un po’ di fame, seguì Mundungus al tavolo. La sua gioia per la festa era evaporata in fretta com’era venuta; desiderò essere di sopra, a letto.

Malocchio Moody stava annusando una coscia di pollo con quel che gli restava del naso; evidentemente non riconobbe alcuna traccia di veleno, perché strappò via una striscia di carne con i denti.

«…il manico è di quercia spagnola con una laccatura antimalocchio e controllo delle vibrazioni incorporato…» Ron stava spiegando a Tonks.

La signora Weasley si esibì in un gran sbadiglio.

«Be’, credo che sistemerò quel Molliccio prima di andare a dormire… Arthur, non farli andare a letto troppo tardi, d’accordo? Buonanotte, Harry caro».

Uscì dalla cucina. Harry posò il piatto e si chiese se sarebbe riuscito a seguirla senza attirare l’attenzione.

«Tutto bene, Potter?» borbottò Moody.

«Sì, bene» mentì Harry.

Moody bevve una sorsata dalla sua fiaschetta, l’occhio blu elettrico che guardava Harry in tralice.

«Vieni qui, ho una cosa che potrebbe interessarti» disse.

Da una tasca interna dell’abito estrasse una vecchia foto magica molto consunta.

«L’Ordine della Fenice originario» ringhiò. «L’ho trovata ieri sera mentre cercavo il mio Mantello dell’Invisibilità di riserva, visto che Podmore non ha avuto il garbo di restituirmi quello buono… ho pensato che alla gente qui sarebbe piaciuto vederla».

Harry prese la foto. Una piccola folla di persone, alcune che lo salutavano con la mano, altre che levavano i bicchieri, rispose al suo sguardo.

«Questo sono io» disse Moody, indicando se stesso senza che ce ne fosse bisogno. Il Moody nella foto era inconfondibile, anche se i capelli erano un po’ meno grigi e il naso intatto. «E vicino a me c’è Silente, dall’altra parte Dedalus Lux… questa è Marlene McKinnon: è stata uccisa due settimane dopo che la foto è stata scattata, hanno preso tutta la sua famiglia. Questi sono Frank e Alice Paciock…»

Guardando Alice Paciock Harry, già a disagio, sentì lo stomaco contrarsi; conosceva molto bene il suo viso tondo e cordiale anche se non l’aveva mai incontrata, perché era identica a suo figlio Neville.

«…poveri diavoli» ringhiò Moody. «Meglio morti che come loro… e questa è Emmeline Vance, l’hai conosciuta, e Lupin, ovviamente… Benjy Fenwick, se n’è andato anche lui, abbiamo ritrovato solo dei pezzi… spostatevi, voi» aggiunse, premendo col dito sull’immagine, e i piccoli personaggi fotografici si fecero da parte, così che quelli coperti venissero avanti.

«Questo è Edgar Bones… il fratello di Amelia Bones, hanno preso lui e la sua famiglia, era un gran mago… Sturgis Podmore, accidenti, com’era giovane… Caradoc Dearborn, scomparso sei mesi dopo, non abbiamo mai ritrovato il corpo… Hagrid, naturalmente, è sempre lo stesso… Elphias Doge, l’hai conosciuto, mi ero dimenticato che portava sempre quello stupido cappello… Gideon Prewett, ci sono voluti cinque Mangiamorte per uccidere lui e suo fratello Fabian, hanno combattuto da eroi… spostatevi, spostatevi…»

Le piccole persone nella foto si pigiarono e quelli nascosti in seconda fila si fecero avanti.

«Questo è Aberforth, il fratello di Silente, l’ho incontrato solo quella volta, un tipo strano… ecco Dorcas Meadowes, Voldemort l’ha uccisa personalmente… Sirius, quando aveva ancora i capelli corti… e… ecco, ho pensato che questo ti poteva interessare!»

Il cuore di Harry ebbe un balzo. Sua madre e suo padre gli sorridevano, seduti ai due lati di un ometto dagli occhi acquosi che Harry riconobbe subito per Codaliscia, colui che aveva rivelato il nascondiglio dei suoi genitori a Voldemort e così ne aveva provocato la morte.

«Eh?» disse Moody.

Harry guardò il volto di Moody, solcato da profonde cicatrici e butterato. Chiaramente Moody era convinto di aver offerto a Harry qualcosa di ghiotto.

«Sì» disse Harry, cercando di nuovo di sorridere. «Ehm… senta, mi sono appena ricordato che non ho messo via il mio…»

La fatica di inventare un oggetto che non aveva riposto gli fu risparmiata. Sirius aveva appena detto: «Che cos’hai lì, Malocchio?» e Moody si era voltato verso di lui. Harry attraversò la cucina, scivolò oltre la porta e salì le scale prima che qualcuno potesse richiamarlo.

Non sapeva perché era stato un tale shock; aveva già visto altri ritratti dei suoi genitori, e aveva incontrato Codaliscia… ma vederseli sbattere davanti così, quando meno se lo aspettava… non sarebbe piaciuto a nessuno, pensò con rabbia…

E poi, circondati da tutte quelle altre facce allegre… Benjy Fenwick, ritrovato a pezzi, e Gideon Prewett, morto da eroe, e i Paciock, torturati sino alla follia… tutti che salutavano allegri dalla foto per sempre, senza sapere di essere condannati… be’, Moody poteva anche trovarlo interessante… lui, Harry, lo trovava intollerabile…

Sgattaiolò su per le scale dell’ingresso, oltre le teste impagliate degli elfi, felice di essere di nuovo solo, ma quando si avvicinò al primo pianerottolo sentì dei rumori. Qualcuno singhiozzava in salotto.

«Chi c’è?» chiese Harry.

Non ebbe risposta, ma i singhiozzi continuarono. Salì i gradini rimasti due alla volta, attraversò il pianerottolo e aprì la porta del salotto.

Qualcuno era rannicchiato contro la parete scura, la bacchetta in mano, il corpo scosso dai singulti. Disteso sul vecchio tappeto polveroso in una macchia di luce lunare, chiaramente morto, c’era Ron.

Tutta l’aria parve sparire dai polmoni di Harry; si sentì come se stesse precipitando attraverso il pavimento; il cervello gli si gelò. Ron morto, no, non era possibile…

Ma un momento, non era possibile… Ron era di sotto…

«Signora Weasley…» gracchiò Harry.

«R-R-Riddikulus!» disse la signora Weasley tra i singhiozzi, puntando la bacchetta tremante verso il corpo di Ron.

Crac.

Il corpo di Ron si trasformò in quello di Bill, disteso sulla schiena a braccia spalancate, gli occhi dilatati e vuoti. La signora Weasley pianse più forte che mai.

«R-Riddikulus!» ripeté tra i singulti.

Crac.

Il corpo del signor Weasley sostituì quello di Bill, gli occhiali di traverso, un rivolo di sangue che gli colava sul volto.

«No!» gemette la signora Weasley. «No… Riddikulus! Riddikulus! RIDDIKULUS!»

Crac. I gemelli morti. Crac. Percy morto. Crac. Harry morto…

«Signora Weasley, esca di qui!» urlò Harry, fissando il proprio corpo sul pavimento. «Lasci fare a qualcun altro…»

«Che cosa succede?»

Lupin era arrivato di corsa nella stanza, seguito a ruota da Sirius, con Moody che arrancava zoppicando alle loro spalle. Lupin guardò prima la signora Weasley, poi il corpo di Harry sul pavimento, e parve capire all’istante. Estrasse la bacchetta e disse, molto forte e chiaro: «Riddikulus!»

Il corpo di Harry sparì. Un globo argenteo rimase sospeso nell’aria sul punto in cui prima era disteso il cadavere. Lupin agitò ancora una volta la bacchetta e il globo svanì in uno sbuffo di fumo.

«Oh… oh… oh!» boccheggiò la signora Weasley e poi esplose in un gran pianto, il volto tra le mani.

«Molly» disse Lupin desolato, avvicinandosi. «Molly, non…»

Un attimo dopo la signora Weasley singhiozzava con tutta l’anima sulla spalla di Lupin.

«Era solo un Molliccio» disse Lupin cercando di consolarla, accarezzandole la testa. «Solo uno stupido Molliccio…»

«Li vedo m-m-morti di continuo!» gemette la signora Weasley contro la sua spalla. «Di c-c-continuo! Me lo s-s-sogno…»

Sirius fissava la macchia di moquette dove il Molliccio era rimasto disteso fingendo di essere il corpo di Harry. Moody osservava Harry, che evitò il suo sguardo. Aveva la strana sensazione che l’occhio magico di Moody lo avesse seguito fin dalla cucina.

«N-n-non ditelo ad Arthur». La signora Weasley deglutì, asciugandosi frettolosamente gli occhi con le maniche. «N-n-non voglio che sappia… che sono una sciocca…»

Lupin le diede un fazzoletto e lei si soffiò il naso.

«Harry, mi spiace tanto. Che cosa penserai di me?» disse con voce tremante. «Non sono nemmeno capace di sbarazzarmi di un Molliccio…»

«Non dica sciocchezze» rispose Harry, sforzandosi di sorridere.

«È solo che s-s-sono così preoccupata» continuò lei mentre le lacrime le colavano di nuovo dagli occhi. «Metà f-f-famiglia fa parte dell’Ordine, sarà un m-m-miracolo se ne usciremo tutti vivi… e P-P-Percy non ci rivolge la parola… e se succede qualcosa di t-t-terribile e non abbiamo fatto la p-p-pace con lui? E se io e Arthur veniamo uccisi, chi s-s-si prenderà cura di Ron e Ginny?»

«Molly, adesso basta» disse Lupin con fermezza. «Non è come l’ultima volta. L’Ordine è più preparato, abbiamo un certo vantaggio, sappiamo che cos’ha in mente Voldemort…»

La signora Weasley emise un breve squittio di terrore al suono di quel nome.

«Oh, Molly, andiamo, è ora che ti abitui a sentirlo… Ascolta, non posso promettere che nessuno si farà del male, nessuno può prometterlo, ma adesso siamo molto meglio organizzati. Allora non facevi parte dell’Ordine, non capisci. Eravamo schiacciati venti a uno dai Mangiamorte, ci venivano a cercare uno alla volta…»

Harry pensò di nuovo alla foto, ai volti sorridenti dei suoi genitori. Sapeva che Moody lo stava ancora osservando.

«Quanto a Percy, non preoccuparti» intervenne Sirius bruscamente. «Rinsavirà. È solo questione di tempo: quando Voldemort uscirà allo scoperto tutti al Ministero ci supplicheranno di perdonarli. E non sono sicuro che accetterò le loro scuse» aggiunse amareggiato.

«Quanto a chi si occuperà di Ron e Ginny se tu e Arthur non ci foste più» aggiunse Lupin con un vago sorriso, «cosa credi, che li lasceremmo morire di fame?»

La signora Weasley abbozzò un sorriso tremulo.

«Sono una sciocca» borbottò di nuovo, asciugandosi gli occhi.

Ma Harry, chiudendo la porta della propria stanza una decina di minuti dopo, non riuscì a pensare che la signora Weasley fosse una sciocca. Vedeva ancora i suoi genitori sorridergli dalla vecchia foto strappata, ignari che le loro vite, come quella di molti intorno a loro, si avvicinavano alla fine. L’immagine del Molliccio che si spacciava per il cadavere di ogni membro della famiglia Weasley continuava a balenargli davanti agli occhi.

Senza alcun preavviso, la cicatrice sulla fronte gli bruciò di nuovo e il suo stomaco si contorse orribilmente.

«Piantala» disse deciso, strofinandosi la cicatrice mentre il dolore si affievoliva.

«È il primo segnale di follia, parlare con la tua testa» osservò una voce maligna dal quadro vuoto sulla parete.

Harry la ignorò. Si sentiva più vecchio che mai e gli parve straordinario che meno di un’ora prima si fosse preoccupato di un negozio di scherzi e di una spilla da prefetto.

CAPITOLO 10

LUNA LOVEGOOD

Harry passò una notte inquieta. I suoi genitori continuavano a entrare e uscire dai suoi sogni, senza mai parlare; la signora Weasley singhiozzava sul cadavere di Kreacher, vegliato da Ron e Hermione che portavano fiori, e ancora una volta Harry si ritrovò a camminare lungo un corridoio che finiva su una porta chiusa a chiave. Si svegliò all’improvviso con la cicatrice che gli prudeva. Ron era già vestito e gli stava parlando.

«…meglio muoversi, la mamma è fuori di sé, dice che perderemo il treno…»

C’era una grande agitazione in casa. Da quello che sentì mentre si vestiva a tutta velocità, Harry dedusse che Fred e George avevano stregato i loro bauli in modo che volassero di sotto, per risparmiarsi la fatica di trasportarli, col risultato che quelli avevano urtato Ginny e l’avevano fatta precipitare per due rampe di scale fino all’ingresso; la signora Black e la signora Weasley urlavano tutt’e due a pieni polmoni.

«…POTEVATE FARLE MALE SUL SERIO, IDIOTI…»

«…SUDICI IBRIDI CHE INFANGATE LA CASA DEI MIEI PADRI…»

Harry si stava infilando le scarpe da ginnastica quando Hermione entrò correndo nella stanza, tutta agitata. Edvige si dondolava sulla sua spalla, e lei reggeva tra le braccia Grattastinchi che si divincolava.

«Mamma e papà hanno appena rimandato Edvige». La civetta sbatté piano le ali e si appollaiò in cima alla propria gabbia. «Sei pronto?»

«Quasi. Ginny sta bene?» chiese Harry, infilandosi gli occhiali.

«La signora Weasley l’ha risistemata» disse Hermione. «Ma ora Malocchio brontola che non possiamo uscire se non arriva Sturgis Podmore, altrimenti mancherà una persona alla scorta».

«La scorta?» disse Harry. «Dobbiamo andare a King’s Cross con la scorta?»

«Tu devi andare a King’s Cross con la scorta» lo corresse Hermione.

«Perché?» chiese Harry seccato. «Credevo che Voldemort fosse nascosto, o mi stai dicendo che salterà fuori da dietro un cestino dell’immondizia per farmi fuori?»

«Non so, è Malocchio che lo dice» rispose Hermione distrattamente, guardando l’orologio, «ma se non usciamo in fretta perderemo il treno di sicuro…»

«VOLETE SCENDERE TUTTI QUANTI, PER FAVORE?» urlò furiosa la signora Weasley; Hermione fece un balzo come se si fosse scottata e corse fuori dalla stanza. Harry afferrò Edvige, la ficcò senza tante cerimonie nella gabbia e scese dietro a Hermione, trascinando il baule.

Il ritratto della signora Black ululava dalla rabbia, ma nessuno si diede la pena di chiuderle le tende in faccia; tutto il fracasso nell’ingresso l’avrebbe risvegliata comunque.

«Harry, tu devi venire con me e Tonks» urlò la signora Weasley sovrastando gli strilli ripetuti di «MEZZOSANGUE! FECCIA! SUDICIE CREATURE!». «Lascia qui baule e civetta, ai bagagli ci pensa Alastor… oh, per l’amor del cielo, Sirius, Silente ha detto di no

Un cane nero simile a un orso era comparso al fianco di Harry, che stava scavalcando i vari bauli stipati nell’ingresso per raggiungere la signora Weasley.

«Oh, insomma…» sbottò lei, esasperata. «Be’, la responsabilità è solo tua!»

Aprì con forza la porta d’ingresso e uscì nel debole sole settembrino. Harry e il cane la seguirono. La porta si richiuse con un tonfo alle loro spalle e gli strilli della signora Black s’interruppero all’istante.

«Dov’è Tonks?» chiese Harry, guardandosi intorno mentre scendevano i gradini di pietra del numero dodici, che sparirono non appena raggiunsero il marciapiede.

«Ci sta aspettando laggiù» rispose la signora Weasley in tono severo, distogliendo lo sguardo dal cane nero che avanzava a balzi al fianco di Harry.

Una vecchia signora li salutò all’angolo. Aveva i capelli grigi a riccioli fitti e portava un cappello viola a forma di pasticcio di maiale in crosta.

«Ciao, Harry» disse, con una strizzatina d’occhio. «Meglio muoversi, no, Molly?» aggiunse, guardando l’orologio.

«Lo so, lo so» gemette la signora Weasley allungando il passo, «è che Malocchio voleva aspettare Sturgis… se solo Arthur fosse riuscito a mandarci un’altra volta delle macchine dal Ministero… ma di questi tempi Caramell non gli lascia prendere in prestito nemmeno una boccetta vuota d’inchiostro… come fanno i Babbani a viaggiare senza magia…»

Ma il cagnone nero diede in un latrato di gioia e saltò attorno a loro, cercando di mordere i piccioni e inseguendo la propria coda. Harry non poté fare a meno di ridere. Sirius era rimasto rinchiuso per molto, molto tempo. La signora Weasley strinse le labbra in un modo che ricordava tanto zia Petunia.

Impiegarono venti minuti per raggiungere King’s Cross a piedi, e l’unico avvenimento significativo fu quando Sirius spaventò un paio di gatti per divertire Harry. Una volta dentro la stazione, indugiarono con aria disinvolta vicino alla barriera tra i binari nove e dieci finché non ci fu via libera, poi ciascuno di loro vi si appoggiò a turno e passò tranquillamente sul binario nove e tre quarti, dove l’Espresso per Hogwarts eruttava vapore fuligginoso lungo un marciapiede affollato di studenti in partenza e delle loro famiglie. Harry inspirò l’odore ben noto e sentì il morale decollare… tornava davvero a Hogwarts.

«Spero che gli altri arrivino in tempo» disse la signora Weasley preoccupata, guardando dietro di sé l’arco di ferro battuto che sovrastava il binario.

«Bel cane, Harry!» gridò un ragazzo alto con i riccioli rasta.

«Grazie, Lee» rispose Harry con un gran sorriso, mentre Sirius scodinzolava frenetico.

«Oh, bene» disse la signora Weasley sollevata, «ecco Alastor con i bagagli…»

Con un cappuccio da facchino abbassato sugli occhi scompagnati, Moody si fece avanti zoppicando sotto l’arco, spingendo un carrello carico dei loro bauli.

«Tutto a posto» borbottò alla signora Weasley e a Tonks, «non credo che ci abbiano seguito…»

Qualche istante dopo, il signor Weasley comparve sul marciapiede con Ron e Hermione. Avevano quasi scaricato il carrello di Moody quando Fred, George e Ginny arrivarono con Lupin.

«Niente guai?» chiese Moody.

«Nulla» rispose Lupin.

«Farò ugualmente rapporto su Sturgis a Silente» ringhiò Moody, «è la seconda volta che non si fa vedere in una settimana. Sta diventando inaffidabile come Mundungus».

«Be’, state bene» disse Lupin, stringendo la mano a tutti. Si avvicinò a Harry per ultimo e gli diede una pacca sulla spalla. «Anche tu, Harry. Sta’ attento».

«Sì, testa bassa e occhi aperti» aggiunse Moody, stringendo a sua volta la mano a Harry. «E non dimenticate, tutti quanti… attenti a quel che scrivete nelle lettere. Se avete dei dubbi, non scrivetelo».

«È stato magnifico conoscervi tutti quanti» disse Tonks, abbracciando Hermione e Ginny. «Ci vedremo presto, immagino». Risuonò un fischio d’avvertimento; gli studenti ancora sul marciapiede si affrettarono verso il treno.

«Svelti, svelti!» esclamò la signora Weasley concitata, abbracciandoli a caso e acchiappando Harry due volte. «Scrivete… fate i bravi… se avete dimenticato qualcosa ve la spediremo… ora salite sul treno, presto…»

Per un breve istante, l’enorme cane nero si rizzò sulle zampe di dietro e posò quelle davanti sulle spalle di Harry, ma la signora Weasley spinse via Harry verso lo sportello del treno, soffiando: «Per l’amor del cielo, comportati in modo più canino, Sirius!»

«Ci vediamo!» gridò Harry dal finestrino aperto mentre il treno cominciava a muoversi; Ron, Hermione e Ginny salutavano con la mano accanto a lui. Le sagome di Tonks, Lupin, Moody e dei signori Weasley rimpicciolirono in fretta, ma il cane nero corse accanto al finestrino, scodinzolando; le persone sfocate sul marciapiede risero nel vederlo inseguire il treno, poi questo fece una curva, e Sirius sparì.

«Non avrebbe dovuto venire con noi» osservò Hermione preoccupata.

«Oh, dài» ribatté Ron, «non vedeva la luce del giorno da mesi, poveraccio».

«Bene» disse Fred, battendo le mani una volta, «non possiamo star qui a chiacchierare tutto il giorno, abbiamo degli affari da discutere con Lee. Ci vediamo dopo» e lui e George sparirono a destra lungo il corridoio.

Il treno prese velocità; le case fuori dal finestrino sfrecciavano via e loro tre cominciarono a barcollare.

«Andiamo a cercarci uno scompartimento, allora?» chiese Harry.

Ron e Hermione si scambiarono uno sguardo.

«Ehm» fece Ron.

«Noi… be’… io e Ron dovremmo andare nella carrozza dei prefetti» disse Hermione cauta.

Ron non stava guardando Harry; sembrava profondamente interessato alle unghie della propria mano sinistra.

«Oh» disse Harry. «D’accordo. Va bene».

«Non credo che dovremo restarci per tutto il viaggio» aggiunse in fretta Hermione. «Le lettere dicevano che dobbiamo ricevere istruzioni dai Capiscuola e poi sorvegliare i corridoi ogni tanto».

«Va bene» ripeté Harry. «Be’… allora magari ci vediamo dopo».

«Sì, sicuro» disse Ron lanciandogli uno sguardo furtivo e ansioso. «È uno strazio doverci andare, preferirei… ma dobbiamo… insomma, non mi diverto, non sono mica Percy» concluse con enfasi.

«Lo so» Harry sogghignò. Ma vedendo Hermione e Ron che trascinavano i bauli, Grattastinchi e la gabbia con Leotordo verso la locomotiva, Harry provò uno strano senso di abbandono. Non aveva mai viaggiato sull’Espresso per Hogwarts senza Ron.

«Andiamo» gli disse Ginny, «se ci muoviamo riusciremo a tenere il posto anche per loro».

«Giusto» fece Harry. Prese con una mano la gabbia di Edvige e con l’altra la maniglia del baule. Avanzarono a fatica lungo il corridoio, sbirciando oltre i vetri delle porte degli scompartimenti, già pieni. Harry non poté fare a meno di notare che un sacco di ragazzi rispondevano ai suoi sguardi con enorme interesse e che parecchi davano gomitate ai loro vicini e lo indicavano. Dopo aver osservato questo comportamento in cinque carrozze di fila, ricordò che La Gazzetta del Profeta aveva raccontato per tutta l’estate ai suoi lettori che razza di bugiardo esibizionista era. Rabbuiato, si chiese se i ragazzi che lo fissavano e mormoravano credessero a quegli articoli.

Nell’ultima carrozza incontrarono Neville Paciock, compagno di Harry tra i Grifondoro del quinto anno, la faccia tonda lucente per lo sforzo di trascinare il baule e trattenere con una mano sola il suo rospo agitato, Oscar.

«Ciao, Harry» disse, ansante. «Ciao, Ginny… è pieno dappertutto… Non riesco a trovare un posto…»

«Ma che dici?» ribatté Ginny, che si era insinuata oltre Neville per sbirciare nello scompartimento dietro di lui. «Qui c’è posto, c’è solo Luna “Lunatica” Lovegood…»

Neville borbottò confusamente che non voleva disturbare nessuno.

«Non fare lo sciocco» rise Ginny, «lei va benissimo».

Fece scorrere la porta e trascinò dentro il suo baule. Harry e Neville la seguirono.

«Ciao, Luna» disse Ginny, «possiamo sederci qui?»

La ragazza vicino al finestrino alzò lo sguardo. Aveva capelli disordinati, lunghi fino alla vita, di un biondo sporco, sopracciglia molto pallide e occhi sporgenti che le conferivano un’espressione di perenne sorpresa. Harry capì all’istante perché Neville aveva deciso di passare oltre quello scompartimento. La ragazza dava la netta sensazione di essere completamente tocca. Forse era la bacchetta che si era infilata dietro l’orecchio sinistro, o la collana di tappi di Burrobirra che indossava, o la rivista che stava leggendo a rovescio. Il suo sguardo vagò su Neville e si fermò su Harry. Annuì.

«Grazie». Ginny le sorrise.

Harry e Neville sistemarono i tre bauli e la gabbia di Edvige sulla rastrelliera e si sedettero. Luna li osservò da sopra la rivista rovesciata, intitolata Il Cavillo. Non sembrava che avesse bisogno di sbattere le palpebre quanto un normale essere umano. Fissò a lungo Harry, che si era seduto di fronte a lei e se n’era già pentito.

«Hai passato una bella estate, Luna?» le chiese Ginny.

«Sì» rispose lei in tono sognante, senza togliere gli occhi di dosso a Harry. «Sì, è stata abbastanza piacevole, sai. Tu sei Harry Potter» aggiunse.

«Lo so» disse Harry.

Neville ridacchiò. Luna puntò su di lui gli occhi pallidi.

«E non so chi sei tu».

«Nessuno» rispose Neville in fretta.

«No che non sei nessuno» disse Ginny, secca. «Neville Paciock… Luna Lovegood. Luna è del mio anno, ma è di Corvonero».

«Un ingegno smisurato per il mago è dono grato» canticchiò Luna.

Alzò la rivista quanto bastava a nasconderle il viso e tacque. Harry e Neville si guardarono con le sopracciglia inarcate. Ginny soffocò un risolino.

Il treno continuò a sferragliare, portandoli in aperta campagna. Era una strana giornata dal tempo incerto; un momento la carrozza era inondata di sole, un attimo dopo passavano sotto minacciose nuvole grigie.

«Indovinate che cosa ho ricevuto per il mio compleanno?» disse Neville.

«Un’altra Ricordella?» chiese Harry, rammentando quella specie di biglia che la nonna di Neville gli aveva mandato nel tentativo di aiutare la sua pessima memoria.

«No» rispose Neville. «Mi potrebbe servire, però, quella vecchia l’ho persa un secolo fa… no, guarda qui…»

Ficcò la mano libera da Oscar nella borsa dei libri e dopo aver rovistato un po’ estrasse quello che sembrava un piccolo cactus grigio in un vasetto, ma invece che di spine, era coperto di bolle.

«Mimbulus mimbletonia» disse orgoglioso.

Harry fissò la cosa. Pulsava lievemente, e questo le dava l’aspetto abbastanza sinistro di un organo interno ammalato.

«È molto, molto rara» spiegò Neville con un gran sorriso. «Non so se ce n’è una nemmeno nella serra di Hogwarts. Non vedo l’ora di mostrarla alla professoressa Sprite. Me l’ha presa il mio prozio Algie in Assiria. Voglio vedere se riesco a farla riprodurre».

Harry sapeva che la materia preferita di Neville era Erbologia, ma non riusciva assolutamente a capire che cosa ci potesse fare con quella piantina rachitica.

«Fa… ehm… qualcosa?» chiese.

«Un sacco di cose!» rispose Neville fiero. «Possiede uno straordinario meccanismo difensivo. Ecco, tienimi Oscar…»

Scaricò il rospo in grembo a Harry e prese una piuma dalla borsa dei libri. Gli occhi sporgenti di Luna Lovegood apparvero di nuovo da sopra la rivista rovesciata. Tenendo la sua Mimbulus mimbletonia davanti agli occhi, la lingua fra i denti, Neville affondò nel cactus la punta della piuma.

Da ogni bolla schizzò del liquido: getti densi, puzzolenti, verde scuro. Colpirono il soffitto, i finestrini, e macchiarono la rivista di Luna Lovegood; Ginny, che aveva alzato le braccia davanti al viso appena in tempo, si ritrovò soltanto con una specie di viscido cappello verde sulla testa, ma Harry, che aveva le mani occupate per tenere Oscar, ricevette uno schizzo in piena faccia. Puzzava di letame rancido.

Neville, che aveva anche lui faccia e busto zuppi, scosse il capo per liberarsi gli occhi.

«S-scusate» disse, boccheggiando. «Non ci avevo ancora provato… non sapevo che sarebbe successo così… non preoccupatevi, comunque, la Puzzalinfa non è velenosa» aggiunse, teso, mentre Harry ne sputava una boccata per terra.

In quel preciso istante la porta dello scompartimento si aprì.

«Oh… ciao, Harry» disse una voce nervosa. «Ehm… è un brutto momento?»

Harry si ripulì le lenti degli occhiali con la mano libera da Oscar. Una ragazza molto graziosa con lunghi, lucidi capelli neri stava sulla soglia e gli sorrideva: Cho Chang, il Cercatore della squadra di Quidditch di Corvonero.

«Oh… ciao» rispose Harry in tono piatto.

«Ehm…» fece Cho. «Be’… avevo pensato di passare a salutarti… allora arrivederci».

Piuttosto rossa in faccia, chiuse la porta e se ne andò. Harry si afflosciò nel sedile con un gemito. Gli sarebbe piaciuto che Cho lo avesse trovato seduto in compagnia di un gruppo di compagni molto in gamba che ridevano a crepapelle per qualche sua battuta spiritosa; non con Neville e Lunatica Lovegood, un rospo tra le mani e Puzzalinfa da ogni parte.

«Non importa» disse Ginny incoraggiante. «Possiamo liberarci in fretta di questa roba». Estrasse la bacchetta. «Gratta e netta!»

La Puzzalinfa sparì.

«Scusate» ripeté Neville con la voce piccola.

Ron e Hermione non comparvero per quasi un’ora. Nel frattempo il carrello del cibo era già passato. Harry, Ginny e Neville avevano finito i loro Zuccotti di zucca ed erano occupati a scambiarsi le figurine delle Cioccorane quando la porta dello scompartimento si aprì e i due amici entrarono, accompagnati da Grattastinchi e da Leotordo, che strideva acutissimo nella sua gabbia.

«Muoio di fame» annunciò Ron. Stipò Leotordo vicino a Edvige, afferrò una Cioccorana di Harry e si gettò nel sedile vicino al suo. Strappò la busta, staccò con un morso la testa della rana e ricadde all’indietro con gli occhi chiusi, come se avesse appena passato una mattinata estenuante.

«Be’, ci sono due prefetti del quinto anno per ogni Casa» disse Hermione, che prese posto con aria assai scontenta. «Un maschio e una femmina».

«E indovina chi è il prefetto di Serpeverde?» chiese Ron, sempre a occhi chiusi.

«Malfoy» rispose subito Harry, certo che il suo peggior timore avrebbe avuto conferma.

«Naturale» commentò Ron amareggiato. Si ficcò il resto della rana in bocca e ne prese un’altra.

«E quella vacca totale di Pansy Parkinson» aggiunse Hermione con rabbia. «Come ha fatto a diventare prefetto, se è più tonta di un troll che ha preso una botta in testa…»

«Chi sono quelli di Tassorosso?» chiese Harry.

«Ernie Macmillan e Hannah Abbott» biascicò Ron.

«E Anthony Goldstein e Padma Patil per Corvonero» disse Hermione.

«Tu sei andato al Ballo del Ceppo con Padma Patil» osservò una voce sognante.

Tutti si voltarono a guardare Luna Lovegood, che scrutava Ron senza batter ciglio da sopra Il Cavillo. Lui mandò giù il suo boccone di rana.

«Sì, lo so» rispose, un po’ sorpreso.

«Non si è divertita granché» lo informò Luna. «Dice che tu non l’hai trattata molto bene, perché non hai voluto ballare con lei. Io non credo che me la sarei presa» aggiunse pensierosa, «a me non piace molto ballare».

Sparì di nuovo dietro Il Cavillo. Ron fissò la copertina a bocca aperta per qualche istante, poi guardò Ginny in cerca di spiegazioni, ma lei si era cacciata le nocche in bocca per soffocare il riso. Ron scosse il capo, confuso, poi guardò l’orologio.

«Dovremmo pattugliare i corridoi ogni tanto» disse a Harry e Neville, «e possiamo punire chi si comporta male. Non vedo l’ora di beccare Tiger e Goyle per qualcosa…»

«Non dovresti abusare della tua posizione, Ron!» esclamò Hermione severa.

«Già, perché Malfoy non ne abuserà affatto» ribatté Ron sarcastico.

«Allora vuoi abbassarti al suo livello?»

«No, voglio solo beccare i suoi amici prima che lui becchi i miei».

«Per l’amor del cielo, Ron…»

«Costringerò Goyle a scrivere cento volte la stessa frase, lo ucciderà, lui odia scrivere» disse Ron allegro. Abbassò la voce per imitare il ringhio sordo di Goyle e, contraendo il viso in un’espressione dolorosamente concentrata, fece il gesto di scrivere per aria. «Io… non… devo… assomigliare… al sedere… di un babbuino».

Tutti risero, ma nessuno forte come Luna Lovegood. Le sue urla sguaiate svegliarono Edvige che sbatté le ali indignata; Grattastinchi balzò sulla rastrelliera dei bagagli, soffiando. Luna rideva così forte che la rivista le sfuggì di mano e scivolò a terra.

«Che divertente

I suoi occhi bulbosi erano inondati di lacrime, e lei cercava di prendere fiato, fissando Ron. Decisamente sconcertato, lui guardò gli altri, che ora ridevano per la sua espressione e per la risata assurdamente lunga di Luna Lovegood, che si dondolava avanti e indietro, tenendosi i fianchi.

«Mi prendi in giro?» le chiese Ron, accigliato.

«Il sedere… di un babbuino!» disse lei con voce strozzata, tenendosi le costole.

Tutti gli altri guardavano Luna che rideva, ma a Harry cadde l’occhio sulla rivista per terra e notò una cosa che lo indusse a raccoglierla all’istante. Prima, alla rovescia, era difficile capire che cosa fosse l’immagine di copertina, ma Harry si rese conto che era una pessima vignetta su Cornelius Caramell; lo riconobbe solo grazie alla bombetta verde acido. Una delle mani di Caramell era stretta attorno a un sacco d’oro; l’altra strangolava un goblin. La didascalia recitava: Dove arriverà Caramell per ottenere la Gringott?

Sotto erano elencati i titoli di altri articoli all’interno della rivista.

Corruzione nella Lega del Quidditch: così i Tornados stanno prendendo il comando

I segreti delle antiche rune svelati

Sirius Black: colpevole o vittima?

«Posso dare un’occhiata?» chiese Harry a Luna, impaziente.

Lei annuì, senza fiato per il gran ridere, lo sguardo fisso su Ron.

Harry aprì la rivista e scorse l’indice. Fino a quel momento si era completamente dimenticato della rivista che Kingsley aveva passato al signor Weasley per Sirius, ma doveva essere proprio quel numero del Cavillo.

Trovò la pagina e cercò eccitato l’articolo.

Anche quello era illustrato da una vignetta piuttosto brutta: Harry non avrebbe capito che si trattava di Sirius se non ci fosse stata la didascalia. Il suo padrino era in piedi su una pila di ossa umane, con la bacchetta sfoderata. Il titolo era:

SIRIUS BIACKNERO COME LO SI DIPINGE?

Famigerato terrorista o innocente star musicale?

Harry dovette leggere la frase parecchie volte per assicurarsi di non aver frainteso. Da quando Sirius era una star musicale?

Da quattordici anni Sirius Black è ritenuto colpevole della strage di dodici Babbani innocenti e di un mago. L’audace fuga di Black da Azkaban due anni fa ha portato alla più vasta caccia all’uomo mai condotta dal Ministero della Magia. Nessuno di noi ha mai messo in dubbio il fatto che meriti di essere catturato e riconsegnato ai Dissennatori.

MA È COSÌ?

Secondo una nuova, sorprendente testimonianza Sirius Black non avrebbe commesso i crimini per i quali fu rinchiuso ad Azkaban. In effetti, dichiara Doris Purkiss, 18 Acanthia Way, Little Norton, Black non sarebbe nemmeno stato presente agli omicidi.

«Quello che la gente non capisce è che Sirius Black è un nome falso» dice la signora Purkiss. «L’uomo che tutti credono Sirius Black è in realtà Stubby Boardman, il solista del popolare gruppo corale Gli Hobgoblin, che si ritirò dalla vita pubblica quasi quindici anni fa dopo essere stato colpito sull’orecchio da una rapa durante un concerto nell’Auditorium della chiesa di Little Norton. Io l’ho riconosciuto non appena ho visto la sua foto sul giornale. Ora, Stubby non avrebbe potuto commettere quei crimini, perché nel giorno in questione si stava godendo una romantica cenetta a lume di candela con me. Ho scritto al Ministero della Magia e mi aspetto che da un giorno all’altro esso conceda la piena assoluzione a Sirius».

Harry finì di leggere e fissò incredulo la pagina. Forse era uno scherzo, pensò, forse la rivista pubblicava spesso degli scoop inventati. Tornò indietro di qualche pagina e trovò l’articolo su Caramell:

Cornelius Caramell, il Ministro della Magia, ha negato di aver mai nutrito qualsivoglia ambizione di assumere la gestione della Banca dei Maghi Gringott da quando è stato eletto Ministro della Magia cinque anni fa. Caramell ha sempre dichiarato che non desidera altro che “cooperare in pace” con i guardiani del nostro oro.

MA È VERO?

Fonti vicine al Ministero hanno rivelato di recente che la più grande ambizione di Caramell è arrivare a controllare le riserve auree dei goblin e che non esiterà a ricorrere alla forza se necessario.

«Non sarebbe nemmeno la prima volta» ha dichiarato una talpa del Ministero. «Cornelius “Spaccagoblin” Caramell, così lo chiamano gli amici. Se poteste sentirlo quando crede che nessuno lo ascolti… oh, parla sempre dei goblin che ha fatto fuori; li ha fatti annegare, li ha fatti defenestrare, li ha fatti avvelenare, li ha fatti cucinare in crosta…»

Harry non andò oltre. Caramell poteva avere molti difetti, ma Harry non se lo vedeva a dare ordine di cucinare goblin in crosta. Sfogliò il resto della rivista e lesse qua e là: l’accusa ai Tutshill Tornados di star vincendo il Campionato di Quidditch grazie a una combinazione di ricatti, manomissione illegale di scope e torture; un’intervista a un mago che sosteneva di essere volato sulla luna con una Tornado Sei e di aver riportato come prova un sacco pieno di rane lunari; e un articolo sulle antiche rune che almeno spiegava perché Luna prima stesse leggendo Il Cavillo alla rovescia. Secondo la rivista, le rune capovolte rivelavano un incantesimo per trasformare le orecchie del nemico in mandarini cinesi. In effetti, rispetto al resto degli articoli, il suggerimento che Sirius potesse davvero essere la voce solista degli Hobgoblin era decisamente plausibile.

«C’è qualcosa di buono?» chiese Ron, mentre Harry chiudeva la rivista.

«No di certo» intervenne Hermione pungente, prima che Harry potesse rispondere. «Il Cavillo è solo spazzatura, lo sanno tutti».

«Scusa» disse Luna; all’improvviso aveva perso il tono sognante. «Mio padre è il direttore».

«Io… oh» balbettò Hermione, imbarazzata. «Be’… ci sono delle cose interessanti… voglio dire, è piuttosto…»

«Me la riprendo, grazie» tagliò corto Luna, gelida. Si chinò in avanti e strappò la rivista dalle mani di Harry. Sfogliò fino a pagina cinquantasette, la ribaltò con aria decisa e scomparve dietro di essa, proprio quando la porta dello scompartimento si aprì per la terza volta.

Harry si voltò a guardare: se l’aspettava, ma ciò non rese affatto più piacevole la vista di Draco Malfoy che gli rivolgeva un sorrisetto compiaciuto tra i suoi compari Tiger e Goyle.

«Che cosa c’è?» chiese in tono aggressivo prima che Malfoy potesse aprir bocca.

«Sii educato, Potter, o dovrò metterti in castigo» rispose Malfoy con la sua voce strascicata. I lisci capelli biondi e il mento appuntito erano identici a quelli del padre. «Vedi, io, a differenza di te, sono stato scelto come prefetto, il che significa che io, a differenza di te, ho il potere di infliggere punizioni».

«Sì» disse Harry, «ma tu, a differenza di me, sei un idiota, quindi esci e lasciaci in pace».

Ron, Hermione, Ginny e Neville risero. Malfoy fece un sorrisetto.

«Dimmi, che cosa si prova a essere secondi a Weasley, Potter?» chiese.

«Taci, Malfoy» intervenne Hermione in tono asciutto.

«A quanto pare ho toccato un nervo scoperto» continuò Malfoy con un ghigno. «Be’, stai attento, Potter, perché io ti starò addosso come un segugio aspettando che tu faccia un passo falso».

«Fuori!» urlò Hermione, alzandosi.

Sogghignando, Malfoy scoccò a Harry un ultimo sguardo maligno e se ne andò, con Tiger e Goyle che si trascinavano alle sue spalle. Hermione chiuse violentemente la porta dello scompartimento e si voltò a guardare Harry: come lui, aveva registrato le parole di Malfoy e ne era altrettanto turbata.

«Butta un po’ un’altra rana» disse Ron, che evidentemente non si era accorto di nulla.

Harry non poteva parlare in libertà davanti a Neville e Luna. Scambiò con Hermione un’altra occhiata nervosa, poi si mise a guardare fuori dal finestrino.

L’idea di Sirius di accompagnarlo alla stazione gli era sembrata subito un po’ sciocca, ma ora all’improvviso gli parve avventata, se non addirittura pericolosa… Hermione non sbagliava… Sirius non sarebbe dovuto venire. E se il signor Malfoy avesse notato il cane nero e l’aveva detto a Draco? E se avesse dedotto che i Weasley, Lupin, Tonks e Moody sapevano dove si nascondeva Sirius? O l’uso della parola “segugio” da parte di Malfoy era una coincidenza?

Il tempo rimase incerto anche più a nord. La pioggia spruzzava i vetri di malavoglia, poi il sole faceva una debole comparsa prima che le nuvole lo coprissero di nuovo. Quando calò il buio e le lampade si accesero negli scompartimenti, Luna arrotolò Il Cavillo, lo ripose con cura nella borsa e prese invece a fissare tutti i compagni di viaggio.

Harry era seduto con la fronte premuta contro il finestrino e cercava di avvistare un primo scorcio di Hogwarts, ma era una notte senza luna e il vetro rigato di pioggia era sudicio.

«Meglio cambiarsi» disse infine Hermione. Lei e Ron si appuntarono con cura le spille da prefetto sulla veste. Harry vide Ron scrutare il proprio riflesso nel finestrino nero.

Infine il treno prese a rallentare; lungo il convoglio, con un gran chiasso, tutti si davano da fare per recuperare bagagli e animali. Poiché Ron e Hermione dovevano sorvegliare tutto questo, scomparvero di nuovo, lasciando Harry e gli altri a occuparsi di Grattastinchi e Leotordo.

«lo porto il gufo, se vuoi» disse Luna a Harry, e tese la mano per prendere Leo; Neville ripose con grande cautela Oscar in una tasca interna.

«Oh… ehm… grazie» rispose Harry, passandole la gabbia e reggendo più salda tra le braccia quella di Edvige.

Uscirono a fatica dallo scompartimento e avvertirono il primo pizzicore dell’aria notturna già mentre si univano alla folla nel corridoio. Lentamente avanzarono verso gli sportelli. Harry annusò l’odore dei pini che fiancheggiavano il sentiero per il lago. Scese sul marciapiede e si guardò intorno, in attesa del familiare richiamo «Primo anno da questa parte… primo anno…»

Ma non venne. Invece una voce alquanto diversa, sbrigativa e di donna, gridava: «Quelli del primo anno in fila da questa parte, per favore! Tutti quelli del primo anno da me!»

Una lanterna avanzò dondolando verso Harry, rivelandogli il mento prominente e il severo taglio di capelli della professoressa Caporal, la strega che l’anno prima aveva sostituito per qualche tempo Hagrid come insegnante di Cura delle Creature Magiche.

«Dov’è Hagrid?» chiese Harry.

«Non lo so» rispose Ginny, «ma è meglio se ci togliamo di mezzo, così blocchiamo il passaggio».

«Ah, sì…»

Harry e Ginny vennero separati lungo il marciapiede che usciva dalla stazione. Spintonato dalla folla, Harry strizzò gli occhi nel buio per scorgere Hagrid; doveva esserci, Harry ci contava: rivederlo era una delle cose che aveva più atteso. Ma non ce n’era traccia.

Non può essersene andato, si disse Harry varcando lentamente con gli altri una porta stretta che dava sulla strada. Avrà il raffreddore, una cosa così…

Cercò con lo sguardo Ron o Hermione; voleva sapere che cosa ne pensavano, ma nessuno dei due era vicino, così si lasciò sospingere in avanti, nella buia strada lavata dalla pioggia fuori dalla stazione di Hogsmeade.

C’erano parcheggiate più o meno un centinaio di carrozze senza cavalli che portavano sempre al castello gli studenti dal secondo anno in su. Harry diede loro una rapida occhiata, si voltò per avvistare Ron e Hermione, poi tornò a guardare stupito.

Quelle carrozze non erano senza cavalli. C’erano delle creature tra le stanghe. Se avesse dovuto dar loro un nome, probabilmente li avrebbe definiti cavalli, eppure avevano qualcosa di rettile. Erano completamente privi di carne, i manti neri aderivano allo scheletro, di cui era visibile ogni osso. Avevano teste di drago, con occhi senza pupille bianchi e sgranati. Dal garrese spuntavano vaste ali nere della consistenza del cuoio, come di pipistrelli giganti. Immobili e tranquille nell’oscurità, le creature avevano un aspetto misterioso e sinistro. Harry non riusciva a capire come mai le carrozze venissero tirate da quegli orribili cavalli quando in realtà erano in grado di muoversi da sole.

«Dov’è Leo?» domandò la voce di Ron appena dietro a Harry.

«Ce l’aveva quella Luna» rispose Harry, voltandosi in fretta, ansioso di discutere con Ron di Hagrid. «Dove credi che…»

«…Hagrid? Non so» disse Ron, e sembrava preoccupato. «Speriamo che stia bene…»

Poco lontano, Draco Malfoy, seguito da una piccola banda di compari tra cui Tiger, Goyle e Pansy Parkinson, spingeva via alcuni intimoriti allievi del secondo anno, di modo che lui e i suoi amici potessero avere una carrozza per sé. Qualche istante dopo, Hermione emerse ansante dalla folla.

«Malfoy è stato assolutamente tremendo con uno del primo anno, laggiù. Giuro che farò rapporto, ha la spilla da tre minuti e la usa per fare il bullo… dov’è Grattastinchi?»

«Ce l’ha Ginny» rispose Harry. «Eccola…»

Ginny era appena sbucata dalla folla; teneva stretto Grattastinchi, che si divincolava.

«Grazie» disse Hermione, prendendo il gatto. «Andiamo, saliamo su una carrozza insieme prima che si riempiano tutte…»

«Non ho ancora Leo!» disse Ron, ma Hermione era già diretta verso la carrozza vuota più vicina. Harry rimase indietro con Ron.

«Che cosa sono quelle cose, ne hai idea?» gli chiese, indicando gli orrendi cavalli, mentre gli altri studenti li superavano.

«Quali cose?»

«Quei cava…»

Luna apparve reggendo la gabbia di Leotordo tra le braccia; il minuscolo gufo cinguettava eccitato, come sempre.

«Eccoti» disse. «È un gufetto tanto carino, vero?»

«Ehm… sì, è a posto» rispose Ron burbero. «Be’, allora andiamo, saliamo… che cosa dicevi, Harry?»

«Dicevo, che cosa sono quelle specie di cavalli?» chiese Harry, mentre lui, Ron e Luna raggiungevano la carrozza in cui erano già sedute Hermione e Ginny.

«Quali cavalli?»

«Questi… guarda!»

Harry prese per un braccio Ron e lo fece voltare in modo che si trovasse proprio di fronte al cavallo alato. Ron lo fissò per un secondo, poi tornò a guardare Harry.

«Che cos’è che dovrei guardare?»

«Lì, in mezzo alle stanghe! Attaccato alla carrozza! È proprio davanti a…»

Ma poiché Ron rimaneva perplesso, uno strano pensiero attraversò la mente di Harry.

«Non… non li vedi?»

«Vedere che cosa

«Non vedi che cos’è che tira le carrozze?»

Ron ormai era seriamente preoccupato.

«Ti senti bene, Harry?»

«Io… sì…»

Harry era sconcertato. Il cavallo era lì davanti a lui, scintillante e concreto nella luce tenue che emanava dalle finestre della stazione, col vapore che gli usciva dalle narici nella fredda aria notturna. Eppure, a meno che non facesse apposta — ed era uno scherzo molto stupido, se lo era — Ron non riusciva proprio a vederlo.

«Allora, saliamo?» chiese Ron dubbioso e guardò preoccupato Harry.

«Sì» rispose Harry. «Sì, prima tu…»

«Stai tranquillo» disse una voce sognante accanto a Harry, mentre Ron spariva nel buio interno della carrozza. «Non stai impazzendo. Li vedo anch’io».

«Davvero?» chiese Harry disperato, voltandosi verso Luna. Vide i cavalli con le ali da pipistrello riflessi nei grandi occhi argentei della ragazza.

«Oh, sì» confermò Luna. «Li vedo dal primo giorno che vengo qui. Hanno sempre tirato le carrozze. Non preoccuparti. Sei sano di mente quanto me».

Con un vago sorriso salì dietro Ron nell’aria stantia della carrozza. Non del tutto rassicurato, Harry la seguì.

CAPITOLO 11

LA NUOVA CANZONE DEL CAPPELLO PARLANTE

Harry non voleva dire agli altri che lui e Luna avevano la stessa allucinazione, se di questo si trattava, così non parlò più dei cavalli; prese posto nella carrozza e chiuse lo sportello con forza. Tuttavia non poté fare a meno di osservare le loro sagome che si muovevano fuori dal finestrino.

«L’avete vista tutti la Caporal?» chiese Ginny. «Che cosa ci fa di nuovo qui? Hagrid non può essere andato via, vero?»

«Ne sarei felice» disse Luna, «non è un insegnante molto bravo, no?»

«Sì, invece!» la rimbeccarono Harry, Ron e Ginny.

Harry guardò torvo Hermione. Lei si schiarì la voce e disse in fretta: «Ehm, sì, è molto bravo».

«Be’, noi di Corvonero pensiamo che sia un po’ ridicolo» insisté Luna, imperterrita.

«Allora avete un pessimo senso dell’umorismo» sbottò Ron. Le ruote sotto di loro si avviarono cigolando.

Luna non parve turbata dall’insolenza di Ron; al contrario, si limitò a guardarlo per un po’ come se fosse un programma televisivo di blando interesse.

Sbatacchiando e ondeggiando, le carrozze avanzarono in fila lungo la strada. Quando passarono dal cancello che portava nel territorio della scuola, fra gli alti pilastri di pietra sovrastati da cinghiali alati, Harry si sporse in avanti per cercare di vedere se c’erano luci accese nella capanna di Hagrid vicino alla foresta proibita, ma i prati erano immersi in una completa oscurità. Il Castello di Hogwarts, tuttavia, incombeva sempre più vicino: una massa imponente di torrette, nero giaietto contro il cielo scuro, e qua e là una finestra diffondeva una luce vibrante sopra di loro.

Le carrozze si fermarono sferragliando accanto ai gradini di pietra che salivano al portone di quercia. Harry scese per primo e si voltò di nuovo in cerca di finestre illuminate giù vicino alla foresta, ma non c’era alcun segno di vita nella capanna di Hagrid. Riluttante, perché aveva quasi sperato che sarebbero scomparse, rivolse invece lo sguardo alle strane creature scheletriche immobili e tranquille nella gelida aria notturna, i vacui occhi bianchi che brillavano.

Harry aveva fatto già una volta l’esperienza di vedere qualcosa che Ron non vedeva, ma quello era un riflesso in uno specchio, molto più inconsistente di un centinaio di bestie dall’aspetto assai concreto, tanto forti da tirare un convoglio di carrozze. Se bisognava credere a Luna, le bestie erano sempre state lì, invisibili. Allora perché Harry all’improvviso riusciva a vederle, e Ron no?

«Vieni?» disse Ron al suo fianco.

«Oh, sicuro» rispose Harry, e si unirono alla folla che si affrettava a salire i gradini per entrare nel castello.

La Sala d’Ingresso era splendente di torce ed echeggiava dei passi degli studenti che attraversavano il pavimento di pietra diretti alla doppia porta sulla destra, che portava nella Sala Grande, al banchetto d’inizio anno.

Nella Sala Grande, i quattro lunghi tavoli delle Case si stavano riempiendo sotto il cielo nero privo di stelle, identico a quello che si scorgeva dalle alte finestre. Candele galleggiavano a mezz’aria sopra i tavoli, illuminando i fantasmi argentei sparpagliati nella Sala e i volti degli studenti immersi in fitte conversazioni, intenti a scambiarsi notizie dell’estate, a gridare saluti agli amici delle altre Case, a osservare i loro nuovi abiti e tagli di capelli. Harry notò ancora una volta che alcuni sussurravano al suo passaggio; strinse i denti e cercò di comportarsi come se non se ne accorgesse o non gli importasse.

Luna si allontanò da loro per raggiungere il tavolo di Corvonero. Quando furono a quello di Grifondoro, Ginny fu chiamata da alcuni compagni del quarto anno e andò con loro. Harry, Ron, Hermione e Neville si sedettero vicini a metà del tavolo tra Nick-Quasi-Senza-Testa, il fantasma di Grifondoro, e Calì Patil e Lavanda Brown; queste ultime rivolsero a Harry saluti fin troppo amichevoli, dai quali capì che avevano smesso di parlare di lui un attimo prima. Ma Harry aveva preoccupazioni più importanti: guardò oltre le teste degli studenti il tavolo degli insegnanti, lungo la parete in fondo alla Sala.

«Non c’è».

Anche Ron e Hermione scorsero con lo sguardo il tavolo degli insegnanti, benché non ce ne fosse bisogno: la taglia di Hagrid lo rendeva evidente a colpo d’occhio.

«Non può essersene andato» disse Ron, un po’ inquieto.

«Certo che no» concordò deciso Harry.

«Non pensate che sia… malato, o ferito?» chiese Hermione inquieta.

«No» rispose subito Harry.

«Ma allora dov’è?»

Ci fu una pausa, poi Harry disse molto piano, in modo che Neville, Calì e Lavanda non sentissero: «Forse non è ancora tornato. Sapete… la sua missione… quella cosa che doveva fare in estate per Silente».

«Sì… sì, dev’essere così» disse Ron, rassicurato, ma Hermione si morse il labbro, osservando gli insegnanti come se sperasse in una spiegazione definitiva dell’assenza di Hagrid.

«Chi è quella?» chiese in tono brusco, indicando il centro del tavolo.

Lo sguardo di Harry seguì il suo. Si posò prima sul professor Silente, seduto sul suo seggio d’oro dall’alto schienale al centro del lungo tavolo; indossava una veste viola scuro cosparsa di stelle d’argento e un cappello in tinta. La testa di Silente era china verso la strega seduta accanto a lui, che gli parlava all’orecchio. Aveva l’aspetto, pensò Harry, di una zia zitella: tarchiata, con corti capelli ricci color topo in cui aveva infilato un orrendo cerchietto, rosa come il vaporoso cardigan che indossava sopra la veste. Voltò appena il viso per bere un sorso dal calice e Harry riconobbe con orrore una faccia pallida da rospo e un paio di gonfi occhi sporgenti.

«È la Umbridge!»

«Chi?» chiese Hermione.

«Era alla mia udienza, lavora per Caramell!»

«Bel cardigan» commentò Ron con una smorfia.

«Lavora per Caramell!» ripeté Hermione, accigliata. «Ma allora che cosa diavolo ci fa qui?»

«Non so…»

Con gli occhi ridotti a fessure Hermione controllò il tavolo degli insegnanti.

«No» borbottò, «no, impossibile…»

Harry non capì di che cosa parlava ma non glielo chiese; la sua attenzione era stata catturata dalla professoressa Caporal, appena comparsa dietro il tavolo, che si faceva strada fino all’estremità e sedeva nel posto che avrebbe dovuto occupare Hagrid. Ciò significava che quelli del primo anno dovevano aver attraversato il lago e raggiunto il castello; infatti qualche istante dopo si aprirono le porte e dalla Sala d’Ingresso entrò una lunga fila di bambini dall’aria spaventata. In testa c’era la professoressa McGranitt, che reggeva uno sgabello sul quale era posato un antico cappello da mago, pieno di toppe e rammendi, con un ampio strappo vicino al bordo sfilacciato.

Il chiacchiericcio nella Sala Grande svanì. I bambini del primo anno si allinearono davanti al tavolo degli insegnanti, col viso rivolto verso il resto degli studenti: la professoressa McGranitt posò con cautela lo sgabello davanti a loro, poi si trasse in disparte.

I volti degli studenti del primo anno rilucevano pallidi alla luce delle candele. Un bambinetto al centro della fila sembrava tremare. Harry ricordò per un attimo il terrore che aveva sentito quando si era trovato lì in piedi, in attesa della prova ignota che avrebbe deciso la sua Casa di appartenenza.

Tutta la scuola aspettava col fiato sospeso. Poi lo strappo vicino al bordo del cappello si spalancò come una bocca e il Cappello Parlante prese a cantare:

Un tempo, quand’ero assai nuovo berretto
e Hogwarts neonata acquistava rispetto,
i gran fondatori del nobil maniero
sortivan tra loro un patto sincero:

divisi giammai, uniti in eterno
per crescere in spirito sano e fraterno
la scuola di maghi migliore del mondo,
per dare ad ognuno un sapere profondo.
’Insieme insegnare, vicini restare!’

Il motto riuscì i quattro amici a legare:
perché mai vi fu sodalizio più vero
che tra Tassorosso e il fier Corvonero,
e tra Serpeverde e messer Grifondoro

l’unione era salda, l’affetto un ristoro.
Ma poi cosa accadde, che cosa andò storto
per rendere a tale amicizia gran torto?
Io c’ero e ahimè qui vi posso narrare

com’è che il legame finì per errare.
Fu che Serpeverde così proclamò:
«Di antico lignaggio studenti vorrò».
E il fier Corvonero si disse sicuro:

«Io stimerò sol l’intelletto più puro».
E poi Grifondoro: «Darò gran vantaggio
a chi compie imprese di vero coraggio».
E ancor Tassorosso: «Sarà l’uguaglianza

del mio insegnamento la sana sostanza».
Fu scarso il conflitto all’inizio, perché
ciascuno dei quattro aveva per sé
un luogo in cui solo i pupilli ospitare,

e a loro soltanto la scienza insegnare.
Così Serpeverde prescelse diletti
di nobile sangue, in astuzia provetti,
e chi mente acuta e sensibile aveva

dal fier Corvonero ricetto otteneva,
e i più coraggiosi, i più audaci, i più fieri
con ser Grifondoro marciavano alteri,
e poi Tassorosso i restanti accettava,

sì, Tosca la buona a sé li chiamava.
Allora le Case vivevano in pace,
il patto era saldo, il ricordo a noi piace.
E Hogwarts cresceva in intatta armonia,

e a lungo, per anni, regnò l’allegria.
Ma poi la discordia tra noi s’insinuò
e i nostri difetti maligna sfruttò.
Le Case che con profondissimo ardore

reggevano alto di Hogwarts l’onore
mutarono in fiere nemiche giurate,
e si fronteggiaron, d’orgoglio malate.
Sembrò che la scuola dovesse crollare,

amico ed amico volevan lottare.
E infine quel tetro mattino si alzò
che Sal Serpeverde di qui se ne andò.
La disputa ardente tra gli altri cessava
ma le Case divise purtroppo lasciava,

né furon mai più solidali da che
i lor fondatori rimasero in tre.
E adesso il Cappello Parlante vi appella
e certo sapete qual è la novella

che a voi tutti quanti annunciare dovrò:
ma sì, nelle Case io vi smisterò.
Però questa volta è un anno speciale,
vi dico qualcosa ch’è senza l’uguale:

e dunque, vi prego, attenti ascoltate
e del mio messaggio tesoro ora fate.
Mi spiace dividervi, ma è mio dovere:
eppure una cosa pavento sapere.

Non so se sia utile voi separare:
la fine che temo potrà avvicinare.
Scrutate i pericoli, i segni leggete,
la storia v’insegna, su, non ripetete

l’errore commesso nel nostro passato.
Adesso su Hogwarts sinistro è calato
un grande pericolo, un cupo nemico
l’assedia da fuori, pericolo antico.

Uniti, e compatti resister dobbiamo
se il crollo di Hogwarts veder non vogliamo.
Io qui ve l’ho detto, avvertiti vi ho…
e lo Smistamento or comincerò.

Il Cappello tornò immobile; scoppiò un applauso, anche se inframmezzato, per la prima volta a quanto ricordava Harry, da borbottii e sussurri. Per tutta la Sala Grande gli studenti si scambiavano commenti e Harry, battendo le mani con gli altri, sapeva con precisione di che cosa parlavano.

«Ha un po’ esagerato quest’anno, eh?» commentò Ron, le sopracciglia inarcate.

«Altroché» rispose Harry.

Il Cappello Parlante di solito si limitava a descrivere le qualità diverse che ciascuna delle quattro Case di Hogwarts ricercava e il proprio ruolo nel riconoscerle. Harry non ricordava che avesse mai cercato di dare consigli alla scuola.

«Chissà se ha mai dato avvertimenti prima d’ora» si chiese Hermione, un po’ preoccupata.

«Sì, sicuro» disse Nick-Quasi-Senza-Testa, con tono saputo, curvandosi su di lei attraverso Neville (che trasalì; è molto spiacevole avere un fantasma che ti attraversa). «Il Cappello si sente tenuto a dare alla scuola i necessari consigli tutte le volte che avverte…»

Ma la professoressa McGranitt, che aspettava di leggere la lista dei ragazzi del primo anno, fulminò gli studenti con lo sguardo. Nick-Quasi-Senza-Testa si posò un dito trasparente sulle labbra e tornò a sedersi sussiegoso mentre il borbottio s’interrompeva. Dopo un ultimo sguardo accigliato che percorse i quattro tavoli delle Case, la professoressa McGranitt abbassò gli occhi sulla lunga pergamena e pronunciò a voce alta e chiara il primo nome.

«Abercrombie, Euan».

Il bambino terrorizzato che Harry aveva già notato avanzò barcollando e si mise in testa il Cappello, che non gli cadde fino alle spalle solo perché aveva le orecchie molto sporgenti. Il Cappello meditò un istante, poi lo strappo vicino al bordo si aprì di nuovo e urlò: «Grifondoro!»

Harry applaudì forte con gli altri Grifondoro; Euan Abercrombie si avvicinò malsicuro al tavolo e si sedette, con l’aria di chi avrebbe molto gradito sprofondare nel pavimento e non farsi mai più vedere.

Lentamente, la lunga fila di bambini del primo anno si ridusse. Nelle pause tra i nomi e le decisioni del Cappello Parlante, Harry sentiva lo stomaco di Ron borbottare forte. Finalmente, “Zeller, Rose” fu assegnata a Tassorosso, la professoressa McGranitt portò via Cappello e sgabello e il professor Silente si alzò.

Per quanto fosse amareggiato dal comportamento del suo Preside, Harry fu in qualche modo tranquillizzato nel vedere Silente davanti a tutti loro. Tra l’assenza di Hagrid e la presenza di quei cavalli simili a draghi, sentiva che il ritorno tanto atteso a Hogwarts era pieno di sorprese inaspettate, come note stonate in una canzone familiare. Ma questo, almeno, era come doveva essere: il loro Preside che si alzava per salutarli tutti prima del banchetto d’inizio anno.

«Ai nuovi arrivati» disse Silente con voce forte, le braccia allargate e un gran sorriso sulle labbra, «benvenuti! Ai nostri vecchi amici… bentornati! C’è un tempo per i discorsi, ma non è questo. Dateci dentro!»

Ci fu una risata di approvazione e uno scoppio di applausi mentre Silente sedeva con garbo e si gettava la lunga barba sulla spalla per tenerla lontana dal piatto: il cibo era apparso dal nulla e i cinque lunghi tavoli erano carichi di arrosti e pasticci e piatti di verdure, pane e salse e boccali di succo di zucca.

«Ottimo» disse Ron, con un gemito di desiderio e, afferrato il piatto di costolette più vicino, prese ad ammucchiarle sul suo, sotto lo sguardo assorto di Nick-Quasi-Senza-Testa.

«Che cosa stavi dicendo prima dello Smistamento?» chiese Hermione al fantasma. «Il Cappello dà consigli?»

«Oh, sì» rispose Nick, lieto di avere un motivo per distrarsi da Ron, che mangiava patate arrosto con un entusiasmo quasi indecente. «Sì, ho sentito dire che il Cappello l’ha già fatto, sempre quando ha avvertito periodi di enorme pericolo per la scuola. E naturalmente il suo consiglio è sempre lo stesso: restate uniti, siate forti dall’interno».

«Come fafpeve cafcuoa impvico feanpello?» chiese Ron.

Aveva la bocca così piena che a Harry sembrò un gran risultato che riuscisse a emettere un qualunque verso.

«Scusa?» domandò educatamente Nick-Quasi-Senza-Testa; Hermione era visibilmente disgustata.

Ron inghiottì un boccone immenso e disse: «Come fa a sapere che la scuola è in pericolo se è un cappello?»

«Non ne ho idea» rispose Nick-Quasi-Senza-Testa. «Certo, risiede nell’ufficio di Silente, quindi oserei dire che raccoglie le sue informazioni lassù».

«E vuole che tutte le Case siano amiche?» chiese Harry, guardando il tavolo di Serpeverde, dove Draco Malfoy teneva banco. «Facile».

«Be’, ecco, non dovresti assumere questo atteggiamento» lo rimproverò Nick. «Cooperazione pacifica, questa è la chiave. Noi fantasmi, anche se apparteniamo a Case distinte, manteniamo legami di amicizia. Nonostante la competitività tra Grifondoro e Serpeverde, non mi sognerei mai di scatenare una disputa con il Barone Sanguinario».

«Solo perché ti fa paura» disse Ron.

Nick-Quasi-Senza-Testa fu enormemente offeso.

«Mi fa paura? Io, Sir Nicholas de Mimsy-Porpington, mi pregio di non essere mai stato colpevole di codardia nella mia vita! Il nobile sangue che scorre nelle mie vene…»

«Quale sangue?» chiese Ron. «Non ne hai più…»

«È un modo di dire!» esclamò Nick-Quasi-Senza-Testa, ormai così irritato che la testa semimozzata gli tremava in modo minaccioso. «Suppongo di poter ancora far uso delle parole che preferisco, anche se i piaceri del mangiare e del bere mi sono negati! Ma sono abbastanza avvezzo a che gli studenti traggano divertimento dalla mia morte, te lo garantisco!»

«Nick, non ti voleva prendere in giro!» disse Hermione, scoccando un’occhiata furiosa a Ron.

Purtroppo Ron aveva di nuovo la bocca piena da scoppiare e riuscì a bofonchiare solo «Onti voevo fendere», che Nick non parve considerare una scusa adeguata. Si levò a mezz’aria, raddrizzò il cappello piumato e volò via verso l’altro capo del tavolo, dove atterrò tra i due fratelli Canon, Colin e Dennis.

«Bravo, Ron» esplose Hermione.

«Cosa?» disse Ron indignato, dopo essere riuscito finalmente a mandar giù. «Non posso fare una semplice domanda?»

«Oh, lascia perdere» tagliò corto Hermione irritata, e i due passarono il resto della cena immersi in un silenzio scocciato.

Harry era troppo abituato ai loro battibecchi per preoccuparsi di riconciliarli; pensò che avrebbe speso meglio il suo tempo attaccando con decisione tutto il suo pasticcio di carne e rognone, poi una gran fetta di torta alla melassa, la sua preferita.

Quando tutti gli studenti ebbero finito di mangiare e il frastuono nella Sala prese a crescere, Silente si alzò un’altra volta. Smisero tutti all’istante di parlare e si voltarono verso il Preside. Harry si sentiva piacevolmente assonnato. Il suo letto a baldacchino lo aspettava lassù, meravigliosamente caldo e morbido…

«Bene, ora che stiamo tutti digerendo un altro splendido banchetto, chiedo alcuni istanti della vostra attenzione per i soliti avvisi» cominciò Silente. «Quelli del primo anno devono sapere che la foresta nel territorio della scuola è proibita agli studenti… e ormai dovrebbero saperlo anche alcuni dei nostri studenti più anziani». (Harry, Ron e Hermione si scambiarono dei sorrisetti.)

«Il signor Gazza, il custode, mi ha chiesto, per quella che mi riferisce essere la quattrocentosessantaduesima volta, di ricordarvi che la magia non è permessa nei corridoi tra le classi, così come un certo numero di altre cose, che si possono controllare sulla lista completa ora appesa alla porta del suo ufficio.

«Abbiamo avuto due avvicendamenti nel corpo insegnanti, quest’anno. Siamo molto felici di salutare di nuovo la professoressa Caporal, che terrà le lezioni di Cura delle Creature Magiche; siamo anche lieti di presentare la professoressa Umbridge, nostra nuova insegnante di Difesa contro le Arti Oscure».

Ci fu un giro di applausi educati ma decisamente poco entusiasti; Harry, Ron e Hermione si scambiarono sguardi di vago panico: Silente non aveva detto per quanto tempo la professoressa Caporal avrebbe insegnato.

Silente riprese: «I provini per le squadre di Quidditch delle Case si terranno il…»

S’interruppe, guardando interrogativo la professoressa Umbridge. Siccome non era molto più alta in piedi che da seduta, per un attimo nessuno capì perché Silente avesse smesso di parlare, ma poi lei si schiarì la voce, «Hem hem», e fu chiaro che si era alzata e intendeva tenere un discorso.

Silente parve stupito solo per un attimo, poi si sedette prontamente e guardò con molta attenzione la professoressa Umbridge, come se non desiderasse altro che ascoltarla. Altri membri del corpo insegnanti non furono così abili nel nascondere la loro sorpresa. Le sopracciglia della professoressa Sprite scomparvero sotto i capelli svolazzanti e la bocca della professoressa McGranitt era sottile come Harry non l’aveva mai vista. Nessun nuovo insegnante aveva mai interrotto Silente prima d’allora. Molti studenti ammiccarono; era chiaro che quella donna non sapeva come andavano le cose a Hogwarts.

«Grazie, Preside» disse in tono lezioso la professoressa Umbridge, «per le gentili parole di benvenuto».

La sua voce era acutissima, tutta di gola, da bambinetta, e di nuovo Harry provò un potente moto di disgusto che non riuscì a spiegarsi; sapeva solo che detestava tutto di lei, dalla sua stupida voce al suo soffice cardigan rosa. Lei fece un altro colpetto di tosse per schiarirsi la voce («Hem hem») e continuò.

«Be’, devo dire che è delizioso essere di nuovo a Hogwarts!» Sorrise, rivelando denti molto aguzzi. «E vedere queste faccette felici che mi guardano!»

Harry si guardò intorno. Nessuno dei volti che vedeva aveva un’aria felice. Al contrario, erano tutti sconcertati dal fatto che si rivolgesse loro come se avessero cinque anni.

«Non vedo l’ora di conoscervi tutti e sono certa che saremo ottimi amici!»

Gli studenti si scambiarono occhiate e alcuni nascosero a stento delle smorfie.

«Sarò sua amica, basta che non mi presti mai quel cardigan» sussurrò Calì a Lavanda, e tutt’e due furono scosse da risatine silenziose.

La professoressa Umbridge si schiarì la voce di nuovo («Hem hem»), ma quando riprese, un po’ del timbro di gola era sparito. Suonava molto più pratica e le sue parole avevano il tono piatto di un discorso imparato a memoria.

«Il Ministero della Magia ha sempre considerato l’istruzione dei giovani maghi e streghe di vitale importanza. I rari doni con i quali siete nati possono non dare frutto se non vengono alimentati e perfezionati da un’educazione attenta. Le antiche abilità della comunità dei maghi devono essere trasmesse di generazione in generazione o le perderemo per sempre. Il tesoro della sapienza magica accumulato dai nostri antenati dev’essere sorvegliato, arricchito e rifinito da coloro che sono stati chiamati alla nobile professione dell’insegnamento».

La professoressa Umbridge qui fece una pausa e rivolse un breve inchino ai colleghi, nessuno dei quali rispose. Le scure sopracciglia della professoressa McGranitt si erano contratte tanto da darle il cipiglio di un falco, e Harry la vide chiaramente scambiare uno sguardo eloquente con la professoressa Sprite, mentre la Umbridge faceva un altro piccolo “hem, hem” e continuava il suo discorso.

«Ogni Preside mago o strega di Hogwarts ha portato il proprio contributo all’oneroso compito di governare questa scuola storica, ed è così che dev’essere, perché senza progresso vi sarebbero torpore e decadenza. E tuttavia, il progresso per il progresso dev’essere scoraggiato, perché le nostre consolidate tradizioni spesso non richiedono correzioni. Un equilibrio, dunque, fra il vecchio e il nuovo, fra la stabilità e il cambiamento, fra la tradizione e l’innovazione…»

Harry sentì l’attenzione calare, come se il suo cervello ogni tanto fosse fuori sintonia. La calma che riempiva sempre la Sala quando parlava Silente si stava infrangendo, e gli studenti avvicinavano le teste per bisbigliare e ridacchiare. Al tavolo di Corvonero, Cho Chang discuteva animatamente con le sue amiche. Qualche posto più in là, Luna Lovegood aveva estratto di nuovo Il Cavillo. Nel frattempo, al tavolo di Tassorosso, Ernie Macmillan era uno dei pochi che ancora fissavano la professoressa Umbridge, ma aveva lo sguardo vitreo e Harry era certo che fingesse solo di ascoltare nel tentativo di dimostrarsi degno della nuova spilla da prefetto che scintillava sulla sua veste.

La professoressa Umbridge non parve notare l’irrequietezza della platea. Harry aveva l’impressione che avrebbe potuto scoppiarle sotto il naso una rissa in piena regola e lei avrebbe tirato dritto col suo discorso. Gli insegnanti, tuttavia, ascoltavano ancora con molta attenzione, e Hermione sembrava bersi ogni singola parola, anche se, a giudicare dalla sua espressione, non erano affatto di suo gusto.

«…perché alcuni cambiamenti saranno per il meglio, mentre altri, a tempo debito, verranno riconosciuti come errori di giudizio. Nel frattempo, alcune vecchie abitudini verranno mantenute, e a ragione, mentre altre, obsolete e consunte, devono essere abbandonate. Andiamo avanti, dunque, in una nuova era di apertura, concretezza e responsabilità, decisi a conservare ciò che deve essere conservato, perfezionare ciò che ha bisogno di essere perfezionato e tagliare là dove troviamo abitudini che devono essere abolite».

Sedette. Silente applaudì. Gli insegnanti seguirono il suo esempio, anche se Harry notò che alcuni unirono le mani solo una o due volte prima di smettere. Alcuni studenti fecero lo stesso, ma quasi tutti erano stati colti di sorpresa dalla fine del discorso, avendone ascoltato solo qualche parola e, prima che potessero mettersi ad applaudire sul serio, Silente si alzò di nuovo.

«Grazie infinite, professoressa Umbridge, è stato profondamente illuminante» disse, con un inchino. «Ora, come dicevo, i provini per il Quidditch si terranno…»

«Sì, è stato illuminante davvero» commentò Hermione a bassa voce.

«Non mi dirai che ti è piaciuto?» replicò piano Ron, rivolgendo uno sguardo inespressivo a Hermione. «È il discorso più noioso che abbia mai sentito, e io sono cresciuto con Percy».

«Ho detto illuminante, non piacevole» precisò Hermione. «Ha spiegato molto».

«Davvero?» chiese Harry, sorpreso. «A me sono sembrate un sacco di ciance».

«C’erano cose importanti nascoste tra le ciance» rispose Hermione cupa.

«Sul serio?» disse Ron in tono piatto.

«Che cosa ne dite di: “Il progresso per il progresso dev’essere scoraggiato”? E di: “Tagliare là dove troviamo abitudini che devono essere abolite”?»

«Be’, che cosa vuol dire?» chiese Ron, impaziente.

«Te lo spiego io» rispose Hermione minacciosa. «Vuol dire che il Ministero si sta intromettendo negli affari di Hogwarts».

Attorno a loro si levò un gran sbatacchiare; era chiaro che Silente aveva appena congedato gli studenti, perché tutti si alzavano, pronti a uscire dalla Sala. Hermione scattò in piedi, turbata.

«Ron, dobbiamo mostrare la strada a quelli del primo anno!»

«Oh, sicuro» disse Ron, che chiaramente se l’era dimenticato. «Ehi… ehi, voi! Nanerottoli!»

«Ron!»

«Be’, è vero, sono minuscoli…»

«Lo so, ma non puoi chiamarli nanerottoli!… Voi del primo anno!» gridò Hermione in tono autoritario lungo il tavolo. «Da questa parte, per favore!»

Un gruppo di nuovi studenti si avviò timidamente lungo lo spazio fra i tavoli di Grifondoro e di Tassorosso, ciascuno deciso a non passare per primo. Sembravano davvero molto piccoli; Harry era certo di non aver avuto un’aria così giovane al suo arrivo. Rivolse loro un gran sorriso. Un ragazzino biondo vicino a Euan Abercrombie rimase pietrificato; diede una gomitata a Euan e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Euan Abercrombie sembrò altrettanto spaventato e scoccò uno sguardo di terrore a Harry, che sentì il gran sorriso scivolargli via dalla faccia come Puzzalinfa.

«Ci vediamo dopo» disse a Ron e Hermione, e uscì dalla Sala Grande da solo, sforzandosi di ignorare altri mormorii, altri sguardi fissi e altri cenni al suo passaggio. Tenne lo sguardo puntato davanti a sé facendosi strada fra la calca nella Sala d’Ingresso, poi corse su per la scalinata di marmo, imboccò un paio di scorciatoie nascoste e ben presto si lasciò alle spalle gran parte della folla.

Era stato uno stupido a non prevederlo, pensò con rabbia percorrendo i corridoi molto più sgombri dei piani di sopra. Naturale che lo guardassero tutti: due mesi prima era sbucato dal labirinto del Tremaghi col cadavere di un compagno, affermando che Lord Voldemort era tornato. Non c’era stato tempo, alla fine dell’anno, di dare spiegazioni prima che andassero tutti a casa, anche se avesse avuto voglia di fornire alla scuola intera un resoconto dettagliato dei terribili eventi accaduti in quel cimitero.

Harry aveva raggiunto la fine del corridoio che portava nella sala comune di Grifondoro e si arrestò davanti al ritratto della Signora Grassa prima di rendersi conto che non conosceva la nuova parola d’ordine.

«Ehm…» mormorò, depresso, fissando la Signora Grassa, che si lisciò le pieghe dell’abito di satin rosa e sostenne il suo sguardo con fermezza.

«Niente parola d’ordine, niente ingresso» disse altezzosa.

«Harry, la so io!» Qualcuno arrivava ansante alle sue spalle. Voltandosi Harry vide Neville che trottava verso di lui. «Indovina? Per una volta me la ricorderò…» Agitò il piccolo cactus striminzito che gli aveva mostrato in treno. «Mimbulus mimbletonia!»

«Esatto» disse la Signora Grassa e il suo ritratto sì spalancò verso di loro come una porta, rivelando un buco circolare nella parete.

La sala comune di Grifondoro era accogliente come sempre, una confortevole stanza rotonda in una torre, piena di poltrone spellate e mollicce e di vecchi tavoli traballanti. Un fuoco scoppiettava allegramente nel camino e alcuni ragazzi si scaldavano le mani prima di salire nei loro dormitori; dall’altra parte della stanza, Fred e George Weasley stavano appendendo qualcosa alla bacheca. Harry li salutò con la mano e puntò diritto verso la porta che conduceva al dormitorio dei maschi; non aveva molta voglia di chiacchierare al momento. Neville lo seguì.

Dean Thomas e Seamus Finnigan erano arrivati per primi e stavano coprendo le pareti accanto ai loro letti di poster e fotografie. Parlavano quando Harry aprì la porta, ma s’interruppero di colpo non appena lo videro. Harry si chiese se per caso stavano parlando di lui, poi se per caso stava diventando paranoico.

«Ciao» disse; si avvicinò al proprio baule e lo aprì.

«Ehi, Harry» rispose Dean, che si stava infilando un pigiama con i colori dei West Ham. «Belle vacanze?»

«Non male» borbottò Harry, poiché una cronaca veritiera della sua vacanza avrebbe occupato gran parte della notte e non se la sentiva. «E tu?»

«Sì, tutto bene» disse Dean con una risatina soffocata. «Meglio di quelle di Seamus, comunque: mi stava raccontando proprio adesso».

«Perché, che cos’è successo, Seamus?» chiese Neville posando con delicatezza la sua Mimbulus mimbletonia sul comodino.

Seamus non rispose subito; era molto impegnato ad assicurarsi che il poster della squadra di Quidditch dei Kenmare Kestrels fosse ben diritto. Poi disse, dando ancora la schiena a Harry: «La mamma non voleva che tornassi qui».

«Che cosa?» fece Harry, immobilizzandosi nell’atto di tirar fuori i suoi abiti.

«Non voleva che tornassi a Hogwarts».

Seamus si voltò e prese il pigiama dal baule, sempre senza guardare Harry.

«Ma… perché?» chiese Harry, esterrefatto. Sapeva che la madre di Seamus era una strega e non riusciva a capire come potesse essere diventata così simile ai Dursley.

Seamus non rispose finché non ebbe finito di abbottonarsi il pigiama.

«Be’» disse poi con voce misurata, «immagino… per colpa tua».

«Che cosa vuoi dire?» chiese Harry in fretta.

Il suo cuore batteva forte. Aveva la vaga sensazione che qualcosa gli si stesse chiudendo addosso.

«Be’» ripeté Seamus, evitando ancora lo sguardo di Harry, «lei… ehm… be’, non sei solo tu, è anche Silente…»

«Crede alla Gazzetta del Profeta?» disse Harry. «Crede che io sia un bugiardo e Silente un vecchio pazzo?»

Seamus lo guardò.

«Sì, qualcosa del genere».

Harry non replicò. Gettò la bacchetta sul comodino, si tolse la veste, la ficcò rabbioso nel baule e s’infilò il pigiama. Era stufo marcio; stufo di essere la persona che tutti fissavano e di cui tutti parlavano di continuo. Se avessero saputo, se uno solo di loro avesse avuto la più vaga idea di come ci si sentiva a essere quello a cui erano successe tutte quelle cose… Che ne sapeva la signora Finnigan, quella stupida? pensò con ferocia.

S’infilò nel letto e fece per tirare le tende attorno a sé, ma Seamus disse: «Senti… cos’è successo veramente quella notte quando… sì, insomma, quando… con Cedric Diggory?»

Sembrava teso e curioso allo stesso tempo. Dean, che era chino sul suo baule nel tentativo di recuperare una ciabatta, si immobilizzò, e Harry capì che stava ascoltando.

«Perché me lo chiedi?» ribatté Harry. «Basta che tu legga La Gazzetta del Profeta come tua madre, no? Ti dirà tutto quello che hai bisogno di sapere».

«Non prendertela con mia madre» sbottò Seamus.

«Me la prendo con chiunque mi dà del bugiardo» ribatté Harry.

«Non parlarmi con quel tono!»

«Io parlo come mi pare e piace» disse Harry, con ira crescente, tanto che riprese la bacchetta dal comodino. «Se è un problema dividere il dormitorio con me, vai a chiedere alla McGranitt di spostarti… così tua mamma non sta più in pensiero…»

«Lascia stare mia madre, Potter!»

«Che cosa succede?»

Ron era apparso sulla soglia. I suoi occhi spalancati si spostarono da Harry, inginocchiato sul letto con la bacchetta puntata contro Seamus, a Seamus, in piedi con i pugni levati.

«Offende mia madre!» urlò Seamus.

«Che cosa?» disse Ron. «Harry non lo farebbe mai… abbiamo conosciuto tua madre, ci è simpatica…»

«Prima che si mettesse a credere a quello schifo della Gazzetta del Profeta!» gridò Harry.

«Ah» fece Ron, cominciando a capire. «Ah… ecco».

«La sai una cosa?» disse Seamus infervorato, scoccando a Harry un’occhiata velenosa. «Ha ragione. Io non voglio più stare in dormitorio con lui, è pazzo».

«Stai esagerando, Seamus» ribatté Ron; le sue orecchie cominciavano a diventare rosse ed era sempre un segnale di pericolo.

«Io esagero?» urlò Seamus, che a differenza di Ron stava diventando pallido. «Tu credi a tutte le sciocchezze che ha sparato su Tu-Sai-Chi, vero, tu sei convinto che dica la verità?»

«Sì, certo» rispose Ron arrabbiato.

«Allora sei pazzo anche tu» concluse Seamus disgustato.

«Davvero? Be’, purtroppo per te, amico, sono anche un prefetto!» Ron si picchiò il petto con un dito. «Quindi, se non vuoi un castigo, occhio a quello che dici!»

Per qualche attimo parve che Seamus considerasse un castigo un prezzo ragionevole per dire quello che gli passava per la mente; poi con un verso sprezzante si voltò, balzò nel letto e chiuse le tende così violentemente che si strapparono e caddero in una pila polverosa sul pavimento. Ron guardò torvo Seamus, poi si rivolse a Dean e Neville.

«I genitori di qualcun altro hanno problemi con Harry?» chiese in tono aggressivo.

«I miei sono Babbani, amico» disse Dean con un’alzata di spalle. «Non sanno niente di morti a Hogwarts, perché non sono così stupido da raccontarglielo».

«Tu non conosci mia madre, riuscirebbe a farsi raccontare qualsiasi cosa da chiunque!» ribatté Seamus. «E poi i tuoi genitori non leggono La Gazzetta del Profeta. Non sanno che il nostro Preside è stato licenziato dal Wizengamot e dalla Confederazione Intemazionale dei Maghi perché ha qualche rotella fuori posto…»

«Mia nonna dice che sono scemenze» intervenne Neville. «Dice che è La Gazzetta del Profeta che sta peggiorando, non Silente. Ha disdetto l’abbonamento. Noi crediamo a Harry» concluse con semplicità. Si arrampicò sul letto e si tirò le coperte fino al mento, guardando Seamus al di sopra di esse, come un gufo. «Mia nonna ha sempre detto che Tu-Sai-Chi sarebbe tornato un giorno. E se Silente dice che è tornato, è tornato».

Harry provò un moto di gratitudine per Neville. Nessun altro parlò. Seamus estrasse la bacchetta, riparò le tende e ci sparì dietro. Dean entrò nel letto, si voltò e tacque. Neville, che a sua volta pareva non aver nient’altro da aggiungere, guardava con affetto il suo cactus illuminato dalla luna.

Harry ricadde sui cuscini mentre Ron si affaccendava attorno al letto vicino, mettendo via le sue cose. Era scosso dalla lite con Seamus, che gli era sempre stato molto simpatico. Quanta altra gente avrebbe insinuato che lui mentiva o era impazzito?

Silente aveva sofferto così tutta l’estate, quando prima il Wizengamot poi la Confederazione Internazionale dei Maghi l’avevano radiato? Era la rabbia verso Harry, forse, che gli aveva impedito di mettersi in contatto con lui per mesi? Erano nella stessa barca, dopotutto; Silente aveva creduto a Harry, aveva annunciato la sua versione degli eventi a tutta la scuola e poi alla più vasta comunità magica. Chiunque pensasse che Harry era un bugiardo doveva pensare che lo era anche Silente, oppure che era stato ingannato…

Alla fine scopriranno che abbiamo ragione, pensò Harry sconfortato mentre Ron s’infilava nel letto e spegneva l’ultima candela del dormitorio. Ma si chiese quanti altri attacchi come quello di Seamus avrebbe dovuto sopportare prima che venisse quel momento.

CAPITOLO 12

LA PROFESSORESSA UMBRIDGE

La mattina dopo, Seamus si vestì in tutta fretta e uscì dal dormitorio prima che Harry avesse il tempo di infilarsi i calzini.

«Ha paura di diventare uno svitato se sta nella stessa stanza con me per troppo tempo?» chiese Harry ad alta voce, mentre l’orlo della veste di Seamus spariva svolazzando.

«Lascia stare, Harry» borbottò Dean, issandosi in spalla la borsa dei libri, «è solo…»

Ma non riuscì a dire con precisione che cos’era Seamus, e dopo una pausa di imbarazzo se ne andò anche lui.

Sia Neville che Ron rivolsero a Harry uno sguardo che voleva dire è-un-problema-suo-non-tuo, ma lui non si sentì molto consolato. Quanto ancora avrebbe dovuto sopportare?

«Che cosa succede?» chiese Hermione cinque minuti dopo, raggiungendo Harry e Ron nella sala comune per scendere a fare colazione. «Sembri assolutamente… oh, per l’amor del cielo…»

Stava guardando la bacheca, dove era stato affisso un grosso cartello nuovo.

GALLONI DI GALEONI!

Le vostre paghette non bastano per le vostre spese?

Vi piacerebbe guadagnare un po’? Contattate Fred e George Weasley, sala comune di Grifondoro, per un impiego semplice, part-time, virtualmente indolore. (purtroppo il lavoro è a rischio e pencolo dei candidati.)

«Hanno passato il limite» commentò Hermione in tono cupo, staccando il cartello che Fred e George avevano appeso sopra la comunicazione del primo finesettimana a Hogsmeade, che sarebbe stato in ottobre.

Ron fece una faccia decisamente preoccupata.

«Perché?»

«Perché siamo prefetti!» esclamò Hermione, attraversando il buco del ritratto. «Sta a noi stroncare questo genere di cose!»

Ron non rispose; Harry capì dalla sua espressione accigliata che la prospettiva di impedire a Fred e George di fare esattamente quello che volevano non gli sembrava allettante.

«Ma insomma, che cosa c’è, Harry?» continuò Hermione mentre scendevano una rampa di scale fiancheggiate da ritratti di vecchi maghi e streghe che, immersi in una loro conversazione, li ignorarono. «Sembri proprio arrabbiato».

«Seamus crede che Harry stia mentendo su Tu-Sai-Chi» spiegò Ron succinto, quando Harry non rispose.

Hermione, da cui Harry si aspettava una reazione stizzita, sospirò.

«Sì, anche Lavanda la pensa così».

«Avete fatto una bella chiacchieratina, avete discusso se sono un idiota bugiardo che cerca di attirare l’attenzione?» scattò Harry.

«No» rispose Hermione tranquilla. «Le ho detto di chiudere quella boccaccia, veramente. E sarebbe carino se la smettessi di aggredirci, Harry, perché, nel caso non te ne sia accorto, io e Ron siamo dalla tua parte».

Ci fu una breve pausa.

«Scusa» mormorò Harry.

«Figurati» disse Hermione con grande sussiego. Poi scosse il capo. «Non ti ricordi che cos’ha detto Silente al banchetto di fine anno?»

Sia Harry che Ron la guardarono con aria smarrita e Hermione sospirò di nuovo.

«Su Voi-Sapete-Chi. Ha detto che la sua “abilità nel seminare discordia e inimicizia è molto grande. Possiamo combatterla solo mostrando un legame altrettanto forte di amicizia e fiducia…”»

«Come fai a ricordarti una cosa del genere?» chiese Ron, guardandola ammirato.

«Ascolto, Ron» disse Hermione, con una punta di asprezza.

«Anch’io ascolto, però non saprei dirti che cosa…»

«Il punto è» proseguì Hermione, «che è esattamente di questo che parlava Silente. Voi-Sapete-Chi è tornato solo due mesi fa e abbiamo già cominciato a litigare fra noi. E l’avvertimento del Cappello Parlante è lo stesso: state vicini, restate uniti…»

«Harry aveva ragione ieri sera» ribatté Ron. «Se vuol dire che dobbiamo fare gli amiconi con Serpeverde… non se ne parla proprio».

«Be’, io penso che sia un peccato non sforzarsi di ottenere un po’ di unità tra le Case» concluse Hermione severa.

Erano arrivati ai piedi della scalinata di marmo. Una fila di Corvonero del quarto anno attraversava la Sala d’Ingresso; avvistarono Harry e si affrettarono a stringersi tra loro, come se avessero paura che potesse attaccare gli isolati.

«Sì, dovremmo proprio fare amicizia con gente del genere» commentò Harry, sarcastico.

Seguirono quelli di Corvonero nella Sala Grande ed entrando guardarono tutti d’istinto verso il tavolo degli insegnanti. La professoressa Caporal chiacchierava con la professoressa Sinistra, l’insegnante di Astronomia, e Hagrid ancora una volta si notava solo per l’assenza. Il soffitto incantato sopra di loro rifletteva l’umore di Harry: un deprimente grigio da pioggia.

«Silente non ha nemmeno detto quanto resterà la Caporal» osservò Harry, mentre raggiungevano il tavolo di Grifondoro.

«Forse…» disse Hermione pensierosa.

«Cosa?» chiesero Harry e Ron in coro.

«Be’… forse non voleva attirare l’attenzione sul fatto che Hagrid non è qui».

«Come sarebbe, attirare l’attenzione?» disse Ron con una mezza risata. «Come facevamo a non accorgercene?»

Prima che Hermione potesse rispondere, una ragazza nera alta, con lunghe treccine si avvicinò a Harry.

«Ciao, Angelina».

«Ciao» disse lei in tono spiccio, «bella estate?» E senza aspettare risposta: «Senti, sono diventata Capitano della squadra di Quidditch di Grifondoro».

«Magnifico» Harry le rivolse un gran sorriso; immaginava che le ramanzine di Angelina non sarebbero state prolisse come quelle di Oliver Baston, il che poteva essere solo un miglioramento.

«Sì, be’, abbiamo bisogno di un nuovo Portiere adesso che Oliver se n’è andato. I provini sono venerdì alle cinque e voglio che ci sia tutta la squadra, d’accordo? Così possiamo vedere come si inserisce il nuovo giocatore».

«Va bene» rispose Harry.

Angelina gli sorrise e se ne andò.

«Mi ero dimenticata che Baston non c’è più» disse Hermione vaga, sedendosi vicino a Ron e tirando verso di sé un piatto di pane tostato. «Immagino che per la squadra farà una bella differenza, vero?»

«Credo di sì» rispose Harry, prendendo posto sulla panca di fronte. «Era un buon Portiere…»

«Ma non sarà male avere delle nuove energie, no?» disse Ron.

Tra fruscii e sbatter d’ali, centinaia di gufi planarono dalle finestre in alto, portando lettere e pacchetti ai destinatari e spruzzando i ragazzi seduti a far colazione con una pioggia di goccioline d’acqua; evidentemente fuori pioveva forte. Edvige non c’era, ma Harry non ne fu sorpreso; il suo unico corrispondente era Sirius e dubitava che avesse qualcosa di nuovo da dirgli dopo solo ventiquattr’ore. Hermione, invece, dovette spostare in fretta il suo succo d’arancia per fare spazio a un grosso umido gufo che reggeva nel becco una copia zuppa della Gazzetta del Profeta.

«Come mai continui a riceverla?» chiese Harry irritato, pensando a Seamus, mentre Hermione infilava uno zellino nella borsa di cuoio sulla zampa del gufo, che decollò subito. «A me non interessa… dice un mucchio di sciocchezze».

«È meglio sapere che cosa pensa il nemico» rispose Hermione cupa, poi srotolò il quotidiano, ci sparì dietro e non riemerse finché Harry e Ron non ebbero finito di mangiare.

«Niente» disse semplicemente, arrotolando il giornale e posandolo vicino al piatto. «Niente su di te o su Silente o nient’altro».

La professoressa McGranitt avanzava lungo il tavolo, distribuendo gli orari.

«Guardate oggi!» gemette Ron. «Storia della Magia, due ore di Pozioni, Divinazione e due ore di Difesa contro le Arti Oscure… Rüf, Piton, Cooman e quella Umbridge tutti in un giorno! Spero che Fred e George si spiccino a perfezionare quelle Merendine Marinare…»

«Le mie orecchie m’ingannano?» domandò Fred, arrivando con George e stringendosi sulla panca vicino a Harry. «I prefetti di Hogwarts certo non desiderano saltare le lezioni, vero?»

«Guarda che cos’abbiamo oggi» ribatté Ron scontroso, ficcando l’orario sotto il naso di Fred. «È il lunedì peggiore che abbia mai visto».

«Hai ragione, fratellino» disse Fred, scorrendo la colonna. «Puoi avere un po’ di Torrone Sanguinolento a buon prezzo, se vuoi».

«Come mai costa poco?» chiese Ron insospettito.

«Perché continui a perdere sangue dal naso finché non ti prosciughi; non abbiamo ancora trovato un antidoto» rispose George, servendosi un’aringa affumicata.

«Grazie tante» borbottò Ron, intascando l’orario, «ma credo che sceglierò le lezioni».

«E a proposito delle vostre Merendine Marinare» intervenne Hermione, scrutando Fred e George con gli occhi fiammeggianti, «non potete attaccare annunci sulla bacheca di Grifondoro per cercare cavie».

«E chi lo dice?» chiese George, esterrefatto.

«Io» rispose Hermione. «E Ron».

«Lasciami fuori» disse Ron in fretta.

Hermione lo guardò torva. Fred e George ridacchiarono.

«Cambierai registro molto presto, Hermione» disse Fred, spalmando uno spesso strato di burro su una focaccina. «Stai cominciando il quinto anno, e molto presto pregherai in ginocchio per una Merendina».

«E perché cominciare il quinto anno dovrebbe farmi desiderare una Merendina Marinara?» chiese Hermione.

«Il quinto è l’anno del G.U.F.O.»

«E allora?»

«E allora si avvicinano gli esami, no? Vi faranno sgobbare da star male» disse Fred con gusto.

«Metà di quelli del nostro anno hanno avuto un esaurimento nervoso in zona G.U.F.O.» raccontò George allegramente. «Lacrime e scenate… Patricia Stimpson continuava a svenire…»

«A Kenneth Towler sono venute le pustole, ti ricordi?» continuò Fred abbandonandosi alle memorie.

«Perché gli avevi messo della polvere di Bulbadox nel pigiama» gli rammentò George.

«Oh, sì» disse Fred con un ghigno. «Me l’ero scordato… è difficile tenere tutto a mente, a volte, vero?»

«Comunque è un anno da incubo, il quinto» proseguì George. «Se a uno importano i risultati degli esami, almeno. Io e Fred siamo riusciti a tenerci su».

«Sicuro… vi siete beccati, quanti erano, tre G.U.F.O. per ciascuno?» chiese Ron.

«Sì» rispose Fred con aria indifferente. «Ma abbiamo la sensazione che il nostro futuro si estenda oltre il mondo dei successi accademici».

«Abbiamo seriamente discusso se dovevamo prenderci la briga di tornare qui per il settimo anno» disse George tutto allegro, «adesso che abbiamo…»

Era lì lì per farsi scappare della vincita del Tremaghi, ma s’interruppe a un’occhiataccia di Harry.

«…adesso che abbiamo i nostri G.U.F.O.» concluse in fretta. «Voglio dire, abbiamo proprio bisogno dei M.A.G.O.? Ma abbiamo pensato che la mamma non avrebbe sopportato che lasciassimo la scuola in anticipo, non adesso che Percy si è rivelato l’idiota più grande del mondo».

«Non abbiamo intenzione di sprecare l’ultimo anno che passiamo qui, però» disse Fred, e guardò con affetto la Sala Grande. «Lo useremo per fare un po’ di ricerche di mercato, scoprire esattamente che cosa chiede lo studente medio di Hogwarts a un negozio di scherzi, valutare con attenzione i risultati della nostra indagine e infine proporre prodotti che soddisfino la domanda».

«Ma dove li prenderete i soldi per aprire un negozio di scherzi?» chiese Hermione scettica. «Vi serviranno gli ingredienti e il materiale… e anche i locali, immagino…»

Harry non guardò i gemelli. Si sentiva il viso bollente: lasciò cadere apposta la forchetta in terra e si tuffò a riprenderla. Sentì Fred che diceva: «Non farci domande e non ti racconteremo bugie, Hermione. Andiamo, George, se arriviamo presto forse riusciamo a vendere un po’ di Orecchie Oblunghe prima di Erbologia».

Harry affiorò da sotto il tavolo e vide Fred e George allontanarsi, carichi di pile di pane tostato.

«Che cosa voleva dire?» chiese Hermione, guardando prima Harry, poi Ron. «“Non farci domande…” Vuol dire che hanno già dell’oro per aprire un negozio?»

«Sai, me lo chiedo anch’io» disse Ron, la fronte aggrottata. «Mi hanno regalato un nuovo corredo di vestiti quest’estate e non sono riuscito a capire dove hanno preso i galeoni…»

Harry decise che era ora di deviare la conversazione da quel terreno pericoloso.

«Pensate che davvero quest’anno sarà così duro?»

«Oh, sì» disse Ron. «Deve esserlo, no? I G.U.F.O. sono proprio importanti, il lavoro che puoi cercare dipende da loro, e tutto il resto. Quest’anno, più avanti, ci sono anche gli incontri di orientamento professionale, me l’ha detto Bill. Così uno può scegliere i M.A.G.O. che vuole affrontare l’anno prossimo».

«Voi lo sapete che cosa volete fare dopo Hogwarts?» chiese Harry agli altri due poco dopo, quando uscirono dalla Sala Grande diretti a Storia della Magia.

«Non proprio» disse Ron lentamente. «Solo che… be’…» Sembrava un po’ imbarazzato.

«Che cosa?» insisté Harry.

«Be’, sarebbe forte diventare Auror» rispose Ron disinvolto.

«Sì, è vero» concordò Harry.

«Però sono, insomma, il meglio» disse Ron. «Bisogna essere bravi sul serio. E tu, Hermione?»

«Non so» rispose lei. «Credo che mi piacerebbe fare qualcosa di davvero utile».

«Un Auror è utile!» esclamò Harry.

«Sì, è vero, ma non è la sola cosa utile» disse Hermione pensosa. «Voglio dire, se riuscissi a far crescere il CREPA…»

Harry e Ron evitarono accuratamente di guardarsi.

Storia della Magia era per opinione comune la materia più noiosa mai concepita dal mondo magico. Il professor Rüf, il loro insegnante fantasma, aveva una voce affannosa e monotona che dava la garanzia quasi assoluta di una pesante sonnolenza entro dieci minuti, cinque quando faceva caldo. Non variava mai la forma delle sue lezioni, ma parlava senza interrompersi mentre gli allievi prendevano appunti, o piuttosto fissavano il vuoto insonnoliti. Harry e Ron fino ad allora erano riusciti a strappare la sufficienza copiando gli appunti di Hermione prima degli esami; solo lei sembrava capace di resistere al potere soporifero della voce di Rüf.

Quel giorno sopportarono tre quarti d’ora di borbottii sulle guerre dei giganti. Harry sentì abbastanza nei primi dieci minuti da intuire che, affidata a un altro insegnante, la materia avrebbe potuto essere vagamente interessante, ma a quel punto il suo cervello si scollegò, e lui trascorse la restante ora e venti a giocare con Ron all’impiccato su un angolo della pergamena, sotto gli sguardi torvi di Hermione.

«Che cosa succederebbe» chiese lei in tono gelido quando uscirono dalla classe per l’intervallo (Rüf fluttuò via attraverso la lavagna), «se quest’anno mi rifiutassi di prestarvi i miei appunti?»

«Verremmo bocciati al G.U.F.O.» rispose Ron. «Se vuoi questo peso sulla coscienza, Hermione…»

«Be’, ve lo meritereste» sbottò lei. «Non ci provate nemmeno ad ascoltarlo, vero?»

«Ci proviamo eccome» ribatté Ron. «È solo che non abbiamo il tuo cervello o la tua memoria o la tua concentrazione… sei più brava di noi, tutto qui… ti pare bello farcelo pesare?»

«Oh, non rifilarmi queste sciocchezze» disse Hermione, ma parve un po’ addolcita mentre marciava davanti a loro nel cortile umido.

Cadeva una pioggerellina fitta e leggera, e i ragazzi riuniti a gruppetti attorno al cortile sembravano come sfocati. Harry, Ron e Hermione scelsero un angolo appartato sotto un balcone che gocciolava pesantemente, si rialzarono i colletti contro la fredda aria di settembre e parlarono di che cosa avrebbe preparato Piton per la prima lezione dell’anno. Erano arrivati a concordare che probabilmente sarebbe stato qualcosa di molto impegnativo, per coglierli alla sprovvista dopo due mesi di vacanze, quando qualcuno voltò l’angolo e venne verso di loro.

«Ciao, Harry!»

Era Cho Chang, e per di più era di nuovo sola. Cosa alquanto insolita: Cho era quasi sempre circondata da una banda di ragazze ridacchianti; Harry ricordava la difficoltà di trovarla da sola per invitarla al Ballo del Ceppo.

«Ciao» le disse, e sentì che la faccia gli si scaldava. Almeno questa volta non sei coperto di Puzzalinfa, si disse. Cho a quanto pareva stava pensando la stessa cosa.

«Allora ti sei liberato di quella roba, eh?»

«Sì» rispose Harry, cercando di sorridere, come se il ricordo del loro ultimo incontro fosse divertente invece che umiliante. «Allora, hai… ehm… passato una bella estate?»

Il tempo di pronunciare queste parole, e desiderò di non averlo fatto: Cedric era stato il ragazzo di Cho, e il ricordo della sua morte doveva aver afflitto la sua vacanza almeno quanto quella di Harry. Qualcosa parve irrigidirsi sul suo volto, ma lei rispose: «Oh, è andato tutto bene, sai…»

«È una spilla dei Tornados?» chiese Ron all’improvviso, indicando la veste di Cho, dove era fissata una spilla azzurro cielo con incisa una doppia “T” d’oro. «Non tieni mica per loro, vero?»

«Sì» rispose Cho.

«Da sempre, o solo da quando hanno cominciato a vincere il campionato?» chiese Ron, con un tono di voce che Harry giudicò eccessivamente accusatorio.

«Tengo per loro da quando avevo sei anni» rispose Cho con freddezza. «Comunque… ci vediamo, Harry».

E se ne andò. Hermione aspettò che Cho fosse a metà cortile prima di scagliarsi contro Ron.

«Sei privo di qualsiasi tatto!»

«Che cosa? Le ho chiesto solo se…»

«Non hai capito che voleva parlare da sola con Harry?»

«E allora? Poteva farlo, non gliel’ho impedito…»

«Perché l’hai aggredita sulla sua squadra di Quidditch?»

«Aggredita? Io non l’ho aggredita, stavo solo…»

«Chi se ne importa se tiene ai Tornados?»

«Oh, andiamo, metà della gente che vedi con quelle spille le ha comprate solo la stagione scorsa…»

«Ma che importanza ha?»

«Vuol dire che non sono dei veri tifosi, saltano sul carrozzone del vincitore…»

«La campanella» disse Harry svogliato, perché Ron e Hermione discutevano a voce troppo alta per poterla sentire. Non smisero di litigare per tutta la strada fino al sotterraneo di Piton, così Harry ebbe il tempo per riflettere che, tra Neville e Ron, sarebbe stato fortunato a sostenere due minuti di conversazione con Cho che poi potesse ricordare senza voler lasciare il paese.

Eppure, pensò mentre si univano alla coda che si allungava fuori dalla classe di Piton, Cho aveva deciso di venire a parlare con lui, no? Era stata la ragazza di Cedric; avrebbe potuto odiare Harry per essere uscito vivo dal labirinto del Tremaghi quando Cedric era morto, eppure gli parlava da amica, non come se lo credesse pazzo, o bugiardo, o in qualche orrendo modo responsabile per la morte di Cedric… sì, aveva proprio deciso di venire a parlare con lui, ed era la seconda volta in due giorni… a quell’idea l’umore di Harry si risollevò. Perfino il cigolio minaccioso della porta del sotterraneo di Piton che si apriva non fece scoppiare la piccola, speranzosa bolla che pareva essersi gonfiata nel suo petto. Entrò in classe dietro a Ron e Hermione e li seguì al solito banco in fondo, dove sedette ignorando i loro battibecchi.

«Seduti» disse Piton con voce fredda, chiudendosi la porta alle spalle.

Non ci fu bisogno di richiamare nessuno all’ordine: nel momento in cui la classe aveva sentito la porta chiudersi, ogni irrequietezza si era placata. La sola presenza di Piton bastava ad assicurare il silenzio in una classe.

«Prima di cominciare la lezione di oggi» disse Piton, raggiungendo la cattedra e facendo scorrere lo sguardo su tutti gli studenti, «ritengo opportuno ricordarvi che il prossimo giugno affronterete un esame importante, durante il quale dimostrerete quanto avete imparato sulla composizione e l’uso delle pozioni magiche. Per quanto alcuni alunni di questa classe siano senza dubbio deficienti, mi aspetto che strappiate un “Accettabile” al vostro G.U.F.O., o incorrerete nel mio… disappunto».

Il suo sguardo questa volta indugiò su Neville, che deglutì.

«Dopo quest’anno, naturalmente, molti di voi smetteranno di studiare con me» continuò Piton. «Io ammetto solo i migliori nella mia classe di Pozioni per il M.A.G.O., il che significa che ad alcuni dovrò dire addio».

I suoi occhi si soffermarono su Harry e le sue labbra si arricciarono. Harry rispose allo sguardo torvo, provando un fiero piacere all’idea che dopo il quinto anno avrebbe potuto piantarla con Pozioni.

«Ma abbiamo un altro anno davanti prima di quel lieto congedo» continuò Piton piano, «così, che intendiate o no cercare di affrontare il M.A.G.O., consiglio a tutti voi di concentrare i vostri sforzi sul mantenimento dell’alta media che mi aspetto dai miei studenti.

«Oggi prepareremo una pozione che viene richiesta spesso al G.U.F.O.: la Bevanda della Pace, una pozione che calma l’ansia e placa l’agitazione. Attenti: se esagerate con gli ingredienti infliggerete al bevitore un sonno pesante e qualche volta irreversibile, quindi dovete prestare molta attenzione». Alla sinistra di Harry, Hermione si mise un po’ più diritta, ostentando la massima concentrazione. «Gli ingredienti e il metodo» disse Piton, agitando appena la bacchetta, «sono sulla lavagna» (e vi apparvero). «Troverete tutto quello che occorre» e agitò di nuovo la bacchetta, «nell’armadio» (la porta dell’armadio si spalancò). «Avete un’ora e mezza… cominciate».

Proprio come Harry, Ron e Hermione avevano predetto, Piton non avrebbe potuto assegnare una pozione più complicata e insidiosa. Gli ingredienti dovevano essere aggiunti nel calderone nell’ordine e nella quantità esatti; l’intruglio doveva essere mescolato per un preciso numero di volte, prima in senso orario, poi antiorario; il calore della fiamma sul quale sobbolliva doveva essere abbassato esattamente al livello giusto per un determinato numero di minuti prima di aggiungere l’ingrediente finale.

«Un lieve vapore d’argento dovrebbe ora sprigionarsi dalle vostre pozioni» annunciò Piton, a dieci minuti dalla fine.

Harry, che sudava copiosamente, si guardò intorno disperato. Il suo calderone emanava un’abbondante quantità di fumo grigio scuro; quello di Ron sprizzava scintille verdi. Seamus attizzava in modo febbrile le fiamme alla base del suo con la punta della bacchetta, perché erano lì lì per spegnersi. La superficie della pozione di Hermione, tuttavia, era una nebbiolina fosforescente di vapore argenteo, e passando Piton la guardò senza fare commenti, il che voleva dire che non trovava nulla da criticare. Ma davanti al calderone di Harry si fermò, e lo scrutò con un orribile sorriso mellifluo.

«Potter, e questa che cosa sarebbe?»

I Serpeverde in prima fila alzarono lo sguardo eccitati; adoravano quando Piton tormentava Harry.

«La Bevanda della Pace» rispose Harry, teso.

«Dimmi un po’, Potter» disse Piton dolcemente, «sai leggere?»

Draco Malfoy rise.

«Sì» rispose Harry, le dita serrate attorno alla bacchetta.

«Leggimi la terza riga delle istruzioni, Potter».

Harry guardò la lavagna strizzando gli occhi; non era facile decifrare le istruzioni nella bruma di vapore multicolore che riempiva il sotterraneo.

«“Aggiungere la pietra di luna in polvere, mescolare tre volte in senso antioriario, lasciar bollire per sette minuti, poi aggiungere due gocce di sciroppo di elleboro”».

Il suo cuore ebbe un tuffo. Non aveva aggiunto lo sciroppo di elleboro, ma era passato alla quarta riga delle istruzioni dopo aver lasciato bollire la sua pozione per sette minuti.

«Hai fatto tutto quello che c’era scritto alla terza riga, Potter?»

«No» rispose Harry molto piano.

«Prego?»

«No» disse Harry più forte. «Ho dimenticato l’elleboro».

«Lo so, Potter, il che vuol dire che questa porcheria è del tutto inutile. Evanesco».

La pozione di Harry svanì; lui rimase come un idiota accanto al calderone vuoto.

«Quelli di voi che sono riusciti a leggere le istruzioni riempiano una fiaschetta con un campione della loro pozione, scrivano chiaramente sull’etichetta il loro nome e la portino alla mia scrivania per la verifica» disse Piton. «Compito: trenta centimetri di pergamena sulle proprietà della pietra di luna e i suoi usi nella preparazione di pozioni, da consegnare giovedì».

Mentre tutti attorno a lui riempivano le loro fiaschette, Harry ripose le sue cose, fremente. La sua pozione non era peggiore di quella di Ron, che al momento emanava un odoraccio di uova marce; né di quella di Neville, che aveva raggiunto la consistenza di cemento fresco e che Neville era intento a spalare dal calderone; eppure era lui, Harry, che avrebbe preso zero punti quel giorno. Rificcò la bacchetta nella borsa e si afflosciò sulla sedia, guardando gli altri sfilare fino alla cattedra di Piton con le fiaschette piene e tappate. Al suono della campana fu il primo a uscire, e aveva già cominciato a pranzare quando Ron e Hermione lo raggiunsero nella Sala Grande. Il soffitto era diventato di un grigio ancora più cupo nel corso della mattinata. La pioggia frustava le alte finestre.

«È stato davvero ingiusto» disse Hermione per consolarlo; prese posto vicino a Harry e si servì di carne e purè. «La tua pozione non era nemmeno lontanamente orrida come quella di Goyle; quando l’ha versata, la fiaschetta è andata in frantumi e gli si è incendiato il vestito».

«Già» mormorò Harry, guardando minaccioso il piatto, «quando mai Piton è stato giusto con me?»

Nessuno dei due rispose; tutti e tre sapevano che l’ostilità reciproca tra Piton e Harry era totale dal momento in cui Harry aveva messo piede a Hogwarts.

«Ero convinta che sarebbe andata un po’ meglio quest’anno» disse Hermione in tono deluso. «Voglio dire… insomma…» Si guardò intorno, cauta; c’erano una mezza dozzina di posti vuoti da entrambi i lati e nessuno stava passando «…adesso che fa parte dell’Ordine».

«Il lupo perde il pelo…» disse Ron saggiamente. «Comunque, io ho sempre pensato che Silente fosse pazzo a fidarsi di Piton. Dove sono le prove che ha davvero smesso di lavorare per Voi-Sapete-Chi?»

«Io credo che Silente abbia un sacco di prove, anche se non le racconta a te, Ron» ribatté Hermione.

«Oh, smettetela, voi due» sbottò Harry con veemenza, mentre Ron apriva la bocca per rispondere a tono. Sia lui che Hermione rimasero lì immobili, arrabbiati e offesi. «Non potete darci un taglio?» continuò Harry. «Non fate altro che beccarvi, è una cosa che mi fa impazzire». E, abbandonando il suo arrosto, si gettò di nuovo la borsa in spalla e li piantò lì seduti.

Salì la scalinata di marmo due gradini alla volta, superando i molti studenti che si affrettavano a scendere a pranzo. La rabbia che era appena divampata così a sorpresa ardeva ancora dentro di lui, e la visione delle facce sconvolte di Ron e Hermione gli dava una profonda soddisfazione. Gli sta bene, pensò, perché non la smettono… non fanno altro che bisticciare… farebbero diventare matto chiunque…

Oltrepassò il grande ritratto di Sir Cadogan il cavaliere su un pianerottolo; Sir Cadogan sfoderò la spada e la brandì con ferocia contro Harry, che lo ignorò.

«Toma indietro, vile cane! Fermati e combatti!» strillò Sir Cadogan con voce soffocata dietro la visiera, ma Harry continuò a camminare e, quando il cavaliere tentò di seguirlo correndo in un quadro confinante, fu respinto dal suo abitatore, un grosso levriero iracondo.

Harry passò il resto dell’ora di pranzo da solo, seduto sotto la botola in cima alla Torre Nord. Quindi fu il primo a salire la scala d’argento che portava nella classe di Sibilla Cooman quando suonò la campana.

Dopo Pozioni, Divinazione era la lezione che Harry amava di meno, soprattutto per l’abitudine della professoressa Cooman di predire la sua prematura morte ogni due o tre lezioni. Era una donna sottile, avvolta in strati di scialli e fili di perline scintillanti, e ricordava sempre a Harry un insetto, con quegli occhiali che le dilatavano le pupille. Quando Harry entrò nell’aula la trovò indaffarata a distribuire libri rilegati in pelle consunta su ciascuno dei tavolini dalle gambe esili; la luce emanata dalle lampade coperte da veli e il fuoco che ardeva basso e greve di aromi malsani erano così tenui che parve non accorgersi di lui che prendeva posto tra le ombre. Il resto della classe arrivò nei cinque minuti seguenti. Ron emerse dalla botola, si guardò intorno con attenzione, individuò Harry e andò diritto verso di lui, per quanto fosse possibile andare diritto in mezzo a tavoli, sedie e pouf troppo imbottiti.

«Io e Hermione abbiamo smesso di litigare» annunciò, sedendosi di fianco a Harry.

«Bene» borbottò Harry.

«Ma Hermione dice che sarebbe carino se tu la smettessi di scaricare i tuoi nervi su di noi» disse Ron.

«Io non…»

«Faccio solo da ambasciatore» lo interruppe Ron. «Ma credo che abbia ragione. Non è colpa nostra se Piton e Seamus ti trattano così».

«Io non ho mai detto che…»

«Buongiorno» disse la professoressa Cooman con la sua solita voce nebulosa e sognante, e Harry tacque. Di nuovo, un po’ era irritato e un po’ si vergognava di se stesso. «E bentornati a Divinazione. Naturalmente ho seguito le vostre sorti con estrema attenzione durante le vacanze e sono assai lieta di vedere che siete tutti tornati a Hogwarts sani e salvi… come, naturalmente, sapevo che sarebbe successo.

«Troverete sui tavoli davanti a voi le copie dell’Oracolo dei Sogni di Inigo Imago. L’interpretazione dei sogni è un mezzo assai importante per prevedere il futuro, e molto probabilmente sarà una prova del G.U.F.O. Naturalmente non credo che la promozione o la bocciatura a un esame abbia la più remota importanza quando è in gioco la sacra arte della Divinazione. Se avete l’Occhio Interiore, diplomi e voti contano assai poco. Tuttavia, il Preside desidera che voi affrontiate l’esame, quindi…»

La sua voce sfumò delicatamente, non lasciando dubbio alcuno sul fatto che la professoressa Cooman considerava la propria materia al di sopra di basse faccende come gli esami.

«Andate all’introduzione, per favore, e leggete ciò che Imago ha da dire sull’interpretazione dei sogni. Poi dividetevi in coppie. Usate L’Oracolo per interpretare i rispettivi sogni più recenti. Prego».

C’era una cosa buona da dire a proposito della lezione: non era di due ore. Quando tutti ebbero finito di leggere l’introduzione, rimasero dieci minuti scarsi per l’interpretazione dei sogni. Al tavolo vicino a quello di Harry e Ron, Dean faceva coppia con Neville, che s’imbarcò subito nella lunghissima spiegazione di un incubo con un paio di forbici giganti che portavano il cappello migliore di sua nonna; Harry e Ron si limitarono a scambiarsi uno sguardo cupo.

«Io non mi ricordo mai i sogni che faccio» disse Ron, «raccontane uno tu».

«Devi ricordartene almeno uno» ribatté Harry, impaziente.

Non aveva intenzione di condividere i suoi sogni con nessuno. Sapeva benissimo che cosa significava il suo incubo ricorrente del cimitero, non aveva bisogno di Ron o della professoressa Cooman o di quello stupido Oracolo dei Sogni.

«Be’, l’altra notte ho sognato che giocavo a Quidditch» disse Ron, contraendo il viso nello sforzo di ricordare. «Che cosa credi che voglia dire?»

«Probabilmente che sarai divorato da un marshmallow gigante o roba del genere» rispose Harry, voltando distrattamente le pagine dell’Oracolo dei Sogni. Era molto noioso cercare frammenti di sogni in quel libro, e Harry non si rallegrò quando la professoressa Cooman diede loro il compito di tenere un diario dei sogni per un mese. Quando suonò la campana, lui e Ron furono i primi a scendere la scala. Ron si lamentava a gran voce.

«Ma lo sai quanti compiti abbiamo già? Rüf ci ha dato un tema di cinquanta centimetri sulle guerre dei giganti, Piton ne vuole trenta sull’uso della pietra di luna, e adesso abbiamo un diario di un mese di sogni per la Cooman! Fred e George non avevano torto sull’anno dei G.U.F.O., eh? Sarà meglio che quella Umbridge non ce ne dia…»

Quando entrarono nella classe di Difesa contro le Arti Oscure, trovarono la professoressa Umbridge già seduta alla cattedra, con addosso il vaporoso cardigan rosa della sera prima e il fiocco di velluto nero in cima alla testa. A Harry ricordò di nuovo con estrema precisione una grossa mosca che per imprudenza si fosse posata su un rospo ancora più grosso.

Tutti entrarono in silenzio; la professoressa Umbridge era ancora un’entità ignota e nessuno sapeva quanto potesse essere rigorosa in fatto di disciplina.

«Be’, buon pomeriggio!» disse quando finalmente tutti si furono seduti.

Alcuni borbottarono «Buon pomeriggio».

«Mmm, mmm» disse la professoressa Umbridge. «Così non va, no? Vorrei per favore che rispondeste “Buon pomeriggio, professoressa Umbridge”. Un’altra volta, prego. Buon pomeriggio, ragazzi!»

«Buon pomeriggio, professoressa Umbridge» le risposero in coro.

«Bene» disse la professoressa Umbridge in tono amabile. «Non era troppo difficile, vero? Via le bacchette e fuori le piume, prego».

Molti ragazzi si scambiarono sguardi cupi; l’ordine “Via le bacchette” non era mai stato seguito da una lezione interessante. Harry ripose la sua ed estrasse piuma, inchiostro e pergamena. La professoressa Umbridge aprì la borsa, sfilò la bacchetta, che era insolitamente corta, e batté forte la lavagna; subito apparvero le parole:

Difesa contro le Arti Oscure

Ritorno ai principi base

«Allora, l’insegnamento di questa materia è stato piuttosto discontinuo e frammentario, non è così?» esordì, voltandosi verso la classe con le mani intrecciate davanti a sé. «Il continuo cambio d’insegnanti, molti dei quali pare non abbiano seguito alcun programma approvato dal Ministero, ha purtroppo sortito l’effetto di porvi assai sotto la media d’istruzione che ci aspetteremmo di vedere nell’anno dei G.U.F.O.

«Vi farà piacere sapere, tuttavia, che questi problemi saranno finalmente risolti. Quest’anno seguiremo un corso di magia difensiva strutturato con cura, fondato sulla teoria, approvato dal Ministero. Copiate le frasi seguenti, prego».

Colpì di nuovo la lavagna; il primo messaggio sparì e fu sostituito dagli “Obiettivi del Corso”.

1. Comprendere i principi base della magia difensiva.

2. Imparare a riconoscere le situazioni nelle quali la magia difensiva può essere usata legalmente.

3. Porre la magia difensiva in un contesto per l’uso pratico.

Per un paio di minuti l’aula fu invasa dal fruscio delle piume sulla pergamena. Quando tutti ebbero ricopiato i tre obiettivi del corso, la professoressa Umbridge chiese: «Avete tutti Teoria della Magia Difensiva di Wilbert Slinkhard?»

La classe fu percorsa da un cupo mormorio di assenso.

«Credo che dobbiamo riprovarci» disse la professoressa Umbridge. «Quando vi faccio una domanda, vorrei che rispondeste “Sì, professoressa Umbridge”, o “No, professoressa Umbridge”. Allora: avete tutti Teoria della Magia Difensiva di Wilbert Slinkhard?»

«Sì, professoressa Umbridge» risuonò nell’aula.

«Bene» disse la professoressa Umbridge. «Vorrei che apriste il libro a pagina cinque e leggeste “Capitolo Uno, Fondamenti per principianti”. Non ci sarà bisogno di parlare».

Si allontanò dalla lavagna e si sedette dietro la cattedra, osservandoli con quegli occhi gonfi da rospo. Harry andò a pagina cinque del libro e cominciò a leggere.

Era infinitamente noioso, quasi orrendo come ascoltare il professor Rüf. Sentì che la concentrazione si dileguava; ben presto si ritrovò a leggere la stessa riga per la decima volta senza capire altro che le prime poche parole. Passarono alcuni minuti di silenzio. Vicino a lui, Ron si rigirava la piuma tra le dita con aria assente, fissando lo stesso punto della pagina. Harry guardò a destra e la sorpresa lo riscosse dal torpore: Hermione non aveva nemmeno aperto il libro. Guardava fisso la professoressa Umbridge, con la mano alzata.

A quanto ricordava Harry, Hermione non aveva mai trascurato di leggere quando le veniva ordinato, né in verità aveva mai resistito alla tentazione di aprire qualunque libro le capitasse sotto il naso. La guardò interrogativo, ma lei si limitò a scuotere appena il capo per far capire che non aveva intenzione di rispondere ad alcuna domanda, e continuò a fissare la professoressa Umbridge che guardava con altrettanta decisione da un’altra parte.

Dopo parecchi minuti, tuttavia, Harry non fu più il solo a tenere d’occhio Hermione. Il capitolo che era stato ordinato loro di leggere era così noioso che un numero crescente di ragazzi aveva deciso di osservare il muto tentativo di Hermione di attirare l’attenzione della professoressa Umbridge invece di affaticarsi sui “Fondamenti per principianti”.

Quando ormai più di metà della classe fissava Hermione al posto dei propri libri, la professoressa Umbridge parve decidere che non poteva più ignorare la situazione.

«Voleva chiedere qualcosa a proposito del capitolo, cara?» domandò a Hermione, come se si fosse appena accorta di lei.

«Non a proposito del capitolo, no» rispose Hermione.

«Be’, adesso stiamo leggendo» disse la professoressa Umbridge, mostrando i dentini affilati. «Se ha altre domande, possiamo affrontarle alla fine della lezione».

«Ho una domanda sugli obiettivi del suo corso» ribatté Hermione.

La professoressa Umbridge alzò le sopracciglia.

«Il suo nome è?»

«Hermione Granger» rispose Hermione.

«Be’, signorina Granger, credo che gli obiettivi del corso siano perfettamente chiari se li legge attentamente» disse la professoressa Umbridge con deliberata dolcezza.

«Veramente non mi pare» obiettò Hermione brusca. «Là non c’è scritto niente sul fatto di usare incantesimi di Difesa».

Ci fu un breve silenzio durante il quale molti ragazzi si voltarono a guardare corrucciati i tre obiettivi del corso ancora scritti sulla lavagna.

«Usare incantesimi di Difesa?» ripeté la professoressa Umbridge con una risatina. «Be’, non riesco a immaginare una situazione nella mia classe che richieda di ricorrere a un incantesimo di Difesa, signorina Granger. Lei non si aspetta di venire aggredita durante le lezioni, no?»

«Non useremo la magia?» domandò Ron ad alta voce.

«Gli studenti alzano la mano quando desiderano parlare durante le mie lezioni, signor…?»

«Weasley» disse Ron, scagliando la mano in aria.

La professoressa Umbridge, con un sorriso ancora più ampio, gli voltò le spalle. Anche Harry e Hermione alzarono subito la mano. Gli occhi gonfi della professoressa Umbridge indugiarono su Harry un istante prima di rivolgersi a Hermione.

«Sì, signorina Granger? Voleva chiedere qualcos’altro?»

«Sì» rispose Hermione. «Senza dubbio lo scopo di Difesa contro le Arti Oscure è esercitarsi negli incantesimi di Difesa, no?»

«Lei è per caso un’esperta di istruzione del Ministero, signorina Granger?» chiese la professoressa Umbridge con la sua voce falsamente dolce.

«No, ma…»

«Be’, allora temo che non sia qualificata per decidere qual è lo “scopo” di un corso. Maghi molto più anziani e capaci di lei hanno ideato il nostro nuovo programma di studi. Apprenderete gli incantesimi di Difesa in un modo sicuro, privo di rischi…»

«A che cosa serve?» chiese Harry ad alta voce. «Se verremo attaccati, non sarà in un…»

«La mano, signor Potter» cantilenò la professoressa Umbridge.

Harry scagliò il pugno in aria. Di nuovo, la professoressa Umbridge gli voltò rapida le spalle, ma ormai parecchi ragazzi avevano la mano alzata.

«Il suo nome è?» chiese la professoressa Umbridge a Dean.

«Dean Thomas».

«Allora, signor Thomas?»

«Be’, è come dice Harry, no?» disse Dean. «Se verremo attaccati, non sarà privo di rischi».

«Ripeto» rispose la professoressa Umbridge, sorridendo a Dean in modo assai irritante, «si aspetta di venire aggredito durante le mie lezioni?»

«No, ma…»

La professoressa Umbridge lo interruppe. «Non ho intenzione di criticare il modo in cui le cose sono state condotte in questa scuola» disse, con un sorriso nient’affatto convincente che le stirava la bocca larga, «ma in questo corso siete stati esposti all’influenza di maghi assai irresponsabili, davvero assai irresponsabili… per non parlare» e diede in una risatina maligna, «di ibridi estremamente pericolosi».

«Se intende il professor Lupin» sbottò Dean arrabbiato, «è stato il migliore che abbiamo mai…»

«La mano, signor Thomas! Come stavo dicendo, siete stati introdotti a incantesimi complessi, inadatti alla vostra età e potenzialmente letali. Siete stati indotti con la paura a credere che sia probabile imbattersi in Attacchi Oscuri un giorno sì e uno no…»

«Non è così» disse Hermione, «abbiamo solo…»

«La sua mano non è alzata, signorina Cranger!»

Hermione alzò la mano. La professoressa Umbridge si voltò dall’altra parte.

«Mi pare di aver capito che il mio predecessore non solo ha praticato maledizioni illegali davanti a voi, ma addirittura su di voi».

«Be’, è saltato fuori che era un pazzo, no?» disse Dean accalorandosi. «Ma comunque abbiamo imparato un sacco di cose».

«La sua mano non è alzata, signor Thomas!» trillò la professoressa Umbridge. «Ora, è opinione del Ministero che una conoscenza teorica sarà più che sufficiente a farvi superare gli esami, e dopotutto è questo lo scopo della scuola. Il suo nome?» aggiunse, fissando Calì, che aveva appena fatto scattare in aria la mano.

«Calì Patil, e al G.U.F.O. non c’è anche una prova pratica di Difesa contro le Arti Oscure? Non dobbiamo dimostrare di saper concretamente eseguire le contromaledizioni, eccetera?»

«Se avrete studiato abbastanza a fondo la teoria, non c’è ragione per cui non dovreste essere in grado di eseguire gli incantesimi durante gli esami, in circostanze di massima sicurezza» rispose la professoressa Umbridge categorica.

«Senza mai averli provati prima?» chiese Calì incredula. «Ci sta dicendo che la prima volta che potremo fare gli incantesimi sarà agli esami?»

«Ripeto, se avrete studiato a fondo la teoria…»

«E a che cosa servirà la teoria nel mondo reale?» intervenne Harry ad alta voce, la mano di nuovo levata.

La professoressa Umbridge alzò lo sguardo.

«Qui siamo a scuola, signor Potter, non nel mondo reale» disse piano.

«Allora non dobbiamo prepararci a ciò che ci aspetta là fuori?»

«Non c’è niente che ci aspetta là fuori, signor Potter».

«Oh, davvero?» ribatté Harry. La rabbia che gli borbottava dentro sommessa da tutto il giorno stava raggiungendo la temperatura di ebollizione.

«Chi immagina possa desiderare di aggredire ragazzini come voi?» indagò la professoressa Umbridge con voce tremendamente mielosa.

«Mmm, mi lasci pensare…» rispose Harry in tono falsamente meditabondo. «Forse… Lord Voldemort?»

Ron trattenne il fiato; Lavanda Brown emise un gridolino; Neville scivolò giù dallo sgabello. La professoressa Umbridge, tuttavia, non batté ciglio. Fissava Harry con aria di cupa soddisfazione.

«Dieci punti in meno per Grifondoro, signor Potter».

La classe era immobile e silenziosa. Tutti fissavano la Umbridge o Harry.

«Ora, permettete che chiarisca un paio di cose».

La professoressa Umbridge si alzò e si sporse verso di loro, le mani dalle dita tozze allargate sul piano della cattedra.

«Vi è stato riferito che un certo Mago Oscuro è tornato dal mondo dei morti…»

«Non era morto» disse Harry con rabbia, «ed è tornato!»

«Signor-Potter-lei-ha-già-fatto-perdere-dieci-punti-alla-sua-Casa-non-peggiori-la-situazione» disse la professoressa Umbridge tutto d’un fiato, senza guardarlo. «Come stavo dicendo, vi è stato riferito che un certo Mago Oscuro è di nuovo in circolazione. Questa è una bugia».

«NON è una bugia!» esclamò Harry. «Io l’ho visto, io ho combattuto contro di lui!»

«Punizione, signor Potter!» La professoressa Umbridge era trionfante. «Domani sera. Alle cinque. Nel mio ufficio. Ripeto, questa è una bugia. Il Ministero della Magia garantisce che non correte alcun pericolo da parte di alcun Mago Oscuro. Se siete ancora preoccupati, venite assolutamente da me dopo le ore di lezione. Se qualcuno vi mette in agitazione diffondendo frottole su Maghi Oscuri rinati, vorrei esserne informata. Sono qui per aiutarvi. Sono vostra amica. E ora, volete per favore continuare la lettura? Pagina cinque, “Fondamenti per principianti”».

La professoressa Umbridge sedette dietro la cattedra. Harry invece si alzò. Lo guardavano tutti; Seamus era mezzo spaventato, mezzo ammaliato.

«Harry, no!» sussurrò Hermione allarmata, tirandolo per una manica, ma lui allontanò il braccio con uno strattone.

«Quindi secondo lei Cedric Diggory è morto così, da solo, vero?» chiese con voce tremante.

Trattennero tutti il respiro, perché nessuno di loro, tranne Ron e Hermione, aveva mai sentito Harry parlare di ciò che era successo la notte della morte di Cedric. Spostarono gli sguardi curiosi da Harry alla professoressa Umbridge, che aveva alzato gli occhi e lo guardava senza alcuna traccia del suo sorriso posticcio.

«La morte di Cedric Diggory è stata un tragico incidente» rispose in tono gelido.

«È stato un assassinio» disse Harry. Avvertiva il proprio tremito. Non aveva parlato quasi con nessuno della cosa, men che meno davanti a trenta compagni di classe avidi di sapere. «Voldemort l’ha ucciso, e lei lo sa».

Il volto della Umbridge era privo di espressione. Per un attimo, Harry pensò che gli avrebbe urlato contro. Invece disse, con la voce più morbida, più dolcemente infantile che riuscì a trovare: «Venga qui, signor Potter, caro».

Lui calciò via la sedia, oltrepassò Ron e Hermione e raggiunse la cattedra. Sentì il resto della classe trattenere il respiro. Era così arrabbiato che non gli importava di quello che sarebbe successo.

La professoressa Umbridge estrasse un piccolo rotolo di pergamena rosa dalla borsetta, lo srotolò sulla cattedra, intinse la piuma in una boccetta di inchiostro e prese a scrivere in fretta, chinandosi in modo che Harry non potesse vedere quello che scriveva. Nessuno parlò. Dopo un minuto la Umbridge arrotolò la pergamena e la colpì con la bacchetta; il rotolo si sigillò completamente, in modo che lui non potesse aprirlo.

«Lo porti alla professoressa McGranitt, caro» disse la professoressa Umbridge, e gli porse il messaggio.

Lui lo prese e uscì dall’aula senza fiatare, senza nemmeno voltarsi a guardare Ron e Hermione. Sbatté la porta alle proprie spalle, percorse in fretta il corridoio con il biglietto per la McGranitt stretto in mano, e voltando un angolo cozzò contro Pix il Poltergeist, un ometto con una gran bocca che svolazzava sulla schiena a mezz’aria, facendo il giocoliere con parecchi calamai.

«Ma guarda, è Pottino Potter!» chiocciò Pix, lasciando cadere due calamai che si frantumarono a terra e schizzarono le pareti di inchiostro; Harry balzò indietro con un ringhio.

«Alla larga, Pix».

«Oooh, Potteruccio fa i capricci» disse Pix; inseguì Harry lungo il corridoio sfrecciando sopra di lui e guardandolo con astio. «Che cosa c’è questa volta, caro il mio amico Potty? Senti delle voci? Hai delle visioni? Parli delle strane…» e diede in una pernacchia gigante, «lingue?»

«Ho detto di lasciarmi IN PACE!» urlò Harry, scendendo di corsa la più vicina rampa di scale, ma Pix scivolò con la schiena lungo il corrimano.

«In molti son convinti che blateri insensato,
alcuni, più gentili, lo danno per malato,
ma Pix lo sa benissimo che Potty è un po’ suonato…»

«ZITTO!»

Una porta alla sua sinistra si aprì di colpo e la professoressa McGranitt uscì dal suo ufficio con aria cupa e un po’ infastidita.

«Si può sapere perché diamine urli, Potter?» scattò, mentre Pix gongolava allegramente e sfrecciava via. «Perché non sei a lezione?»

«Sono stato mandato da lei».

«Mandato? Come sarebbe, mandato

Le tese il messaggio della professoressa Umbridge. La professoressa McGranitt lo prese, accigliata, lo aprì con un colpo di bacchetta, lo srotolò e cominciò a leggere. I suoi occhi si spostavano da un lato all’altro del foglio dietro gli occhiali quadrati mentre scorreva le parole della Umbridge, e a ogni riga si stringevano di più.

«Entra, Potter».

Harry la seguì nell’ufficio. La porta si chiuse da sola dietro di lui.

«Allora?» chiese la professoressa McGranitt, voltandosi. «È vero?»

«È vero che cosa?» chiese Harry, più aggressivo di quanto non volesse. «Professoressa?» aggiunse, nel tentativo di sembrare più educato.

«È vero che hai urlato contro la professoressa Umbridge?»

«Sì» rispose Harry.

«E le hai dato della bugiarda?»

«Sì».

«Le hai detto che Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato è tornato?»

«Sì».

La professoressa McGranitt si sedette alla sua scrivania e osservò Harry, accigliata. Poi disse: «Prendi un biscotto, Potter».

«Prendo… che cosa?»

«Prendi un biscotto» ripeté lei impaziente, indicando una scatola di latta stampata con un disegno scozzese in cima a una pila di documenti sulla scrivania. «E siediti».

Già in un’altra occasione Harry si era aspettato di venire bacchettato dalla professoressa McGranitt e invece si era visto assegnare alla squadra di Quidditch di Grifondoro. Sprofondò in una sedia di fronte a lei e prese uno Zenzerotto, confuso e spiazzato come quella volta.

La professoressa McGranitt posò il biglietto della professoressa Umbridge e guardò Harry con molta serietà.

«Potter, devi stare attento».

Harry inghiottì il boccone di Zenzerotto e la fissò. Il suo tono di voce non era affatto quello a cui era abituato; non era sbrigativo, asciutto e severo; era basso e ansioso e in qualche modo molto più umano del solito.

«Una cattiva condotta nella classe della professoressa Umbridge potrebbe costarti molto di più di qualche punto sottratto alla Casa e un castigo».

«Che cosa…?»

«Potter, usa il buonsenso» sbottò la professoressa McGranitt, con un brusco ritorno ai soliti modi. «Sai da dove viene, quindi dovresti sapere a chi riferisce».

Suonò la campana che segnalava la fine della lezione. Sopra di loro e tutto attorno risuonarono i rumori elefantiaci di centinaia di studenti in movimento.

«Qui c’è scritto che ti ha assegnato una punizione per tutte le sere di questa settimana, a partire da domani» disse la professoressa McGranitt, guardando di nuovo il biglietto della Umbridge.

«Tutte le sere della settimana!» ripeté Harry, orripilato. «Ma professoressa, non può…?»

«No, non posso» rispose la professoressa McGranitt in tono piatto.

«Ma…»

«È una tua insegnante e ha tutti i diritti di infliggerti punizioni. Andrai nel suo ufficio domani alle cinque per il primo. Ricorda solo questo: stai attento a Dolores Umbridge».

«Ma ho detto la verità!» esclamò Harry, offeso. «Voldemort è tornato, lei lo sa; il professor Silente sa che è…»

«Per l’amor del cielo, Potter!» inveì la McGranitt raddrizzandosi gli occhiali con rabbia (aveva fatto una smorfia terribile al nome di Voldemort). «Credi davvero che c’entrino la verità o le bugie? Il problema è che devi stare tranquillo e controllarti!»

Si alzò, le narici dilatate e la bocca sottilissima, e anche Harry si alzò.

«Prendi un altro biscotto» disse lei in tono irritato, spingendo la scatola verso di lui.

«No, grazie» rispose Harry freddamente.

«Non essere ridicolo».

Lui ne prese uno.

«Grazie» disse controvoglia.

«Non hai sentito il discorso di Dolores Umbridge al banchetto d’inizio anno, Potter?»

«Sì… ha detto… che il progresso verrà proibito o… be’, voleva dire che… che il Ministero della Magia sta cercando di interferire a Hogwarts».

La professoressa McGranitt lo scrutò per un attimo, poi tirò su col naso, fece il giro della scrivania e gli aprì la porta.

«Be’, sono felice che almeno ascolti Hermione Granger» disse, e gli fece segno di uscire dal suo ufficio.

CAPITOLO 13

PUNIZIONE CON DOLORES

La cena nella Sala Grande non fu un’esperienza piacevole per Harry. La notizia della sua urlata con la Umbridge aveva viaggiato con straordinaria rapidità anche per gli standard di Hogwarts. Quando si sedette a mangiare con Ron e Hermione udì tutto un sussurrare attorno. Il buffo era che nessuno sembrava preoccuparsi che lui sentisse che cosa dicevano. Al contrario era come se sperassero che si arrabbiasse e ricominciasse a urlare, in modo da poter ascoltare la sua storia di prima mano.

«Dice che ha visto assassinare Cedric Diggory…»

«Sostiene di aver combattuto con Voi-Sapete-Chi…»

«Ma andiamo…»

«A chi crede di darla a bere?»

«Per favooore…»

«Quello che non capisco» disse Harry con voce spezzata, posando coltello e forchetta (le mani gli tremavano troppo), «è perché hanno creduto tutti a questa storia due mesi fa quando gliel’ha raccontata Silente…»

«Harry, non sono sicura che sia così» disse Hermione cupa. «Oh, andiamo via di qui».

Sbatté anche lei sul tavolo coltello e forchetta; Ron guardò con desiderio la torta di mele lasciata a metà, ma li seguì. Gli altri ragazzi fissarono tutti e tre mentre uscivano dalla Sala.

«Che cosa vuol dire che non sei sicura che sia così?» chiese Harry a Hermione quando ebbero raggiunto il pianerottolo del primo piano.

«Senti, tu non sai com’è andata dopo» mormorò Hermione.

«Tu sei arrivato in mezzo al prato con il cadavere di Cedric… nessuno di noi ha visto che cos’è successo nel labirinto… avevamo solo la parola di Silente che Tu-Sai-Chi era tornato e aveva ucciso Cedric e lottato con te».

«Ed è la verità!» esclamò Harry.

«Lo so, Harry, quindi per favore vuoi smetterla di aggredirmi?» disse Hermione stancamente. «Solo che prima che la verità potesse entrare nella testa a tutti, sono andati a casa per l’estate e hanno passato due mesi a leggere che tu sei un pazzo e Silente è rimbambito!»

La pioggia picchiava sulle finestre dei corridoi deserti che portavano alla Torre di Grifondoro. Harry aveva la sensazione che il primo giorno fosse durato una settimana, ma aveva ancora una montagna di compiti da fare prima di andare a dormire. Un dolore sordo e pulsante stava aumentando sopra il suo occhio destro. Guardò fuori da una finestra lavata dalla pioggia, verso il parco buio, mentre svoltavano nel corridoio della Signora Grassa. Nella capanna di Hagrid ancora nessuna luce.

«Mimbulus mimbletonia» disse Hermione prima che la Signora Grassa lo chiedesse. Il ritratto si aprì e i tre varcarono il buco.

La sala comune era quasi vuota; quasi tutti erano ancora giù a cena. Grattastinchi si srotolò, balzò giù da una poltrona e trotterellò verso di loro facendo le fusa, e quando Harry, Ron e Hermione portarono le loro tre poltrone preferite vicino al fuoco balzò lieve in grembo a Hermione e vi si appallottolò come un rosso cuscino peloso. Harry guardò le fiamme; si sentiva svuotato e sfinito.

«Com’è possibile che Silente l’abbia permesso?» gemette Hermione all’improvviso, facendo trasalire Harry e Ron; Grattastinchi balzò via, offeso. Lei per la rabbia prese a pugni i braccioli della poltrona, tanto che pezzetti d’imbottitura sfuggirono dai buchi. «Come può permettere che quella donna orribile sia nostra insegnante? E nell’anno dei G.U.F.O., per di più!»

«Be’, non abbiamo mai avuto dei grandi insegnanti di Difesa contro le Arti Oscure, no?» disse Harry. «Sai com’è, Hagrid ce l’ha spiegato, nessuno vuole quel posto; dicono che ha il malocchio».

«Sì, ma assumere qualcuno che si rifiuta categoricamente di lasciarci fare magie! A che gioco sta giocando Silente?»

«E lei sta cercando di convincere la gente a fare la spia» disse Ron cupo. «Avete sentito quando ci ha chiesto di andare da lei, se qualcuno ci dice che Voi-Sapete-Chi è tornato?»

«È ovvio che è qui per spiarci, se l’ha mandata Caramell» sbottò Hermione.

«Non ricominciate a litigare» disse Harry stancamente, mentre Ron apriva la bocca per ribattere. «Non possiamo… facciamo quei compiti, togliamoceli dai piedi…»

Recuperarono le borse dei libri e tornarono alle poltrone vicino al fuoco. Gli altri ragazzi cominciavano a tornare dalla cena. Harry distolse il viso dal buco del ritratto, ma sentì lo stesso gli sguardi su di sé.

«Facciamo prima Piton?» chiese Ron, intingendo la piuma nell’inchiostro. «Le proprietà… della pietra di luna… e i suoi usi… nella preparazione di pozioni…» recitò, scrivendo le parole in cima alla sua pergamena. «Ecco». Sottolineò il titolo, poi guardò Hermione, in attesa.

«Allora, quali sono le proprietà della pietra di luna e i suoi usi nella preparazione di pozioni?»

Ma Hermione non stava ascoltando; cercava invece di scrutare in fondo alla stanza, dove Fred, George e Lee Jordan erano seduti al centro di un gruppo di bambini del primo anno dall’aria innocente, tutti intenti a masticare qualcosa che sembrava essere uscito da un grosso sacchetto di carta in mano a Fred.

«No, mi dispiace, questo è troppo» disse. Si alzò, decisamente furiosa. «Andiamo, Ron».

«Io… cosa?» fece Ron, cercando di prendere tempo. «No… dài, Hermione… non possiamo sgridarli perché regalano dei dolci».

«Sai perfettamente che quelli sono pezzi di Torrone Sanguinolento o… Pasticche Vomitose, o…»

«Pasticcetti Svenevoli?» suggerì Harry piano.

Uno dopo l’altro, come se fossero stati colpiti sulla testa da un martello invisibile, i bambini del primo anno si afflosciarono svenuti sulle poltrone; alcuni scivolarono per terra, altri si limitarono a ciondolare dai braccioli, le lingue penzoloni. Quasi tutti i presenti ridevano; Hermione, tuttavia, raddrizzò le spalle e marciò diritta verso il punto dove Fred e George, reggendo delle tavolette, osservavano attentamente i piccoli del primo anno privi di sensi. Ron si alzò a metà dal suo posto, rimase lì indeciso per qualche istante, poi borbottò a Harry «Ha tutto sotto controllo» prima di sprofondare più giù che poteva nella poltrona, per quanto lo consentiva la sua figura allampanata.

«Basta così!» gridò Hermione a Fred e George; entrambi alzarono lo sguardo, un po’ sorpresi.

«Sì, hai ragione» disse George e annuì, «questo dosaggio sembra abbastanza forte, vero?»

«Ve l’ho detto stamattina, non potete sperimentare le vostre schifezze sugli studenti!»

«Li paghiamo!» obiettò Fred indignato.

«Non me ne importa, potrebbe essere pericoloso!»

«Sciocchezze» disse Fred.

«Calmati, Hermione, stanno bene!» la rassicurò Lee, passando da un ragazzino all’altro e infilando dei dolcetti viola nelle bocche aperte.

«Sì, guarda, si stanno riprendendo» disse George.

Alcuni bambini in effetti si muovevano. Parecchi sembravano così spaventati di ritrovarsi distesi a terra, o penzoloni dalle poltrone, che Harry fu certo che Fred e George non li avevano avvertiti dell’effetto dei dolciumi.

«Ti senti bene?» chiese George gentilmente a una bambina minuscola con i capelli scuri distesa ai suoi piedi.

«Io… credo di sì» rispose lei, tremante.

«Ottimo» esclamò Fred allegro, ma un attimo dopo Hermione gli aveva strappato di mano sia la tavoletta che il sacchetto di Pasticcetti Svenevoli.

«Non è ottimo!»

«Certo, sono vivi, no?» disse Fred arrabbiato.

«Non puoi farlo; e se qualcuno fosse stato male sul serio?»

«Non li faremo star male, l’abbiamo già sperimentato su di noi, è solo per vedere se tutti reagiscono allo stesso…»

«Se non la smettete, io vi…»

«Ci metterai in castigo?» chiese Fred in tono da voglio-proprio-vedere-se-ci-provi.

«Ci farai scrivere cento volte la stessa frase?» incalzò George con un sorrisetto.

Gli altri studenti ridevano. Hermione si erse in tutta la sua statura; i suoi occhi erano ridotti a fessure e i capelli cespugliosi sembravano crepitare di elettricità.

«No» rispose, la voce vibrante di rabbia, «ma scriverò a vostra madre».

«Non dici sul serio» boccheggiò George orripilato, facendo un passo indietro.

«Oh, sì» rispose Hermione. «Non posso impedirvi di mangiare quelle stupide cose, ma non dovete darle a quelli del primo anno».

Fred e George erano atterriti. Era chiaro che consideravano la minaccia di Hermione un colpo basso. Con un ultimo sguardo severo, lei rificcò la tavoletta e il sacchetto di Pasticcetti tra le braccia di Fred, e tornò a passi rigidi alla sua poltrona vicino al fuoco.

Ron era scivolato così in basso che il suo naso era quasi allo stesso livello delle ginocchia.

«Grazie per il sostegno, Ron» disse Hermione acida.

«Te la sei cavata benissimo da sola» borbottò Ron.

Hermione fissò il foglio di pergamena intonso per qualche istante; poi disse, tesa: «Oh, è inutile, adesso non riesco a concentrarmi. Vado a dormire».

Spalancò la borsa; Harry pensò che stesse per mettere via i libri, ma invece estrasse due oggetti informi di lana, li posò con cautela su un tavolo vicino al fuoco, li coprì con qualche pezzo di pergamena stropicciata e una piuma spezzata e si ritrasse per ammirare l’effetto.

«Che cosa stai facendo, nel nome di Merlino?» chiese Ron, scrutandola come se temesse per la sua salute mentale.

«Sono berretti per elfi domestici» spiegò lei sbrigativa, riempiendo la borsa di libri. «Li ho fatti quest’estate. Senza magia sono lenta a lavorare ai ferri, ma adesso che sono tornata a scuola dovrei riuscire a farne molti di più».

«Lasci in giro i berretti per gli elfi domestici?» domandò Ron lentamente. «E li copri di immondizia?»

«Sì» rispose Hermione in tono di sfida, gettandosi la borsa sulle spalle.

«Non vale» disse Ron arrabbiato. «Stai cercando di indurii a prendere i berretti con l’inganno. Li liberi quando potrebbero non volerlo».

«Ma certo che vogliono essere liberi!» ribatté subito Hermione, anche se stava arrossendo. «Non provare a toccare quei berretti, Ron!»

E se ne andò. Ron aspettò che fosse sparita nei dormitori femminili, poi tolse l’immondizia dai berretti di lana.

«Almeno dovrebbero vedere quello che tirano su» disse con fermezza. «Comunque…» arrotolò la pergamena sulla quale aveva scritto il titolo del tema per Piton, «è inutile cercare di finirlo adesso, non ci riesco senza Hermione. Non ho la più pallida idea di che cosa bisogna fare con la pietra di luna, e tu?»

Harry scosse il capo, e nel farlo si accorse che il dolore alla tempia destra stava peggiorando. Pensò al lungo tema sulle guerre dei giganti e il dolore lo trafisse acuto. Sapendo benissimo che il mattino dopo avrebbe rimpianto di non aver finito i compiti quella sera, ammucchiò i libri dentro la borsa.

«Vado a dormire anch’io».

Avviandosi alla porta che conduceva ai dormitori passò accanto a Seamus, ma non lo guardò. Harry ebbe la fugace impressione che Seamus avesse aperto la bocca per parlare, ma accelerò e raggiunse la pace confortevole della scala a chiocciola di pietra senza dover sopportare altre provocazioni.

* * *

Il giorno dopo si annunciò plumbeo e piovoso come quello precedente. A colazione Hagrid mancava ancora dal tavolo degli insegnanti.

«Ma, in compenso, oggi niente Piton» disse Ron incoraggiante.

Hermione fece un gran sbadiglio e si versò del caffè. Sembrava vagamente compiaciuta per qualcosa, e quando Ron le chiese che cos’aveva da essere cosi contenta, si limitò a dire: «I berretti sono spariti. Pare che gli elfi domestici vogliano la libertà, dopotutto».

«Non ci scommetterei» le rispose Ron, tagliente. «Non so se contano come vestiti. A me non sembravano affatto dei berretti, piuttosto delle vesciche di lana».

Hermione non gli rivolse la parola per tutta la mattina.

Le due ore di Incantesimi furono seguite da due ore di Trasfigurazione. Sia il professor Vitious che la professoressa McGranitt passarono i primi undici minuti della loro lezione a fare una predica alla classe sull’importanza dei G.U.F.O.

«Quello che dovete ricordare» disse il piccolo professor Vitious con voce gracchiante, appollaiato come sempre su una pila di libri per riuscire a vedere oltre la cattedra, «è che questi esami possono infuenzare il vostro futuro per molti anni a venire! Se non avete ancora pensato seriamente alla vostra carriera, ora è il momento di farlo. E nel frattempo, temo che lavoreremo più che mai per garantire che tutti voi siate all’altezza del vostro talento!»

Poi passarono più di un’ora a ripassare gli Incantesimi di Appello, che secondo il professor Vitious sarebbero senz’altro venuti fuori all’esame di G.U.F.O., e lui completò la lezione assegnando loro il più gran quantitativo di compiti mai dati per Incantesimi.

A Trasfigurazione fu lo stesso, se non peggio.

«Non potete superare un G.U.F.O.» disse la professoressa McGranitt minacciosa, «senza una seria applicazione, esercizio e studio. Non vedo ragione per cui qualcuno in questa classe non dovrebbe ottenere un G.U.F.O. in Trasfigurazione, a patto che lavori sodo». Neville fece un versetto triste e incredulo. «Sì, anche tu, Paciock» continuò la professoressa McGranitt. «Non c’è niente che non vada nel tuo lavoro, a parte la mancanza di sicurezza. Quindi… oggi cominceremo gli Incantesimi Evanescenti. Sono più facili degli Incantesimi di Evocazione, che non dovreste affrontare fino al livello del M.A.G.O., ma sono sempre tra le magie più ardue in cui verrete valutati al G.U.F.O.».

Aveva ragione; Harry trovò gli Incantesimi Evanescenti tremendamente difficili. Alla fine delle due ore né lui né Ron erano riusciti a far sparire le lumache con le quali si stavano esercitando, anche se Ron dichiarò speranzoso che la sua gli sembrava un po’ più pallida. Hermione, d’altra parte, fece svanire con successo la sua lumaca al terzo tentativo, ottenendo un bonus di dieci punti per Grifondoro dalla professoressa McGranitt. Fu la sola a non avere compiti; a tutti gli altri venne ordinato di esercitarsi subito nell’incantesimo, pronti per un nuovo tentativo con le lumache il pomeriggio seguente.

Con un vago senso di panico per la catasta di compiti che li aspettava, Harry e Ron passarono l’ora di pranzo in biblioteca a indagare sugli usi della pietra di luna nella preparazione delle pozioni. Ancora arrabbiata per l’insulto di Ron ai suoi berretti di lana, Hermione non si unì a loro. Al momento di Cura delle Creature Magiche, nel pomeriggio, a Harry faceva di nuovo male la testa.

La giornata era diventata fresca e ventosa e, attraversando il prato che scendeva fino alla capanna di Hagrid al limitare della foresta proibita, sentirono qualche rara goccia di pioggia sul viso. La professoressa Caporal aspettava la classe a una trentina di metri dalla capanna; davanti a lei c’era un lungo tavolo su cavalletti carico di bastoncini. Harry e Ron si stavano avvicinando, quando un alto scoppio di risate risuonò alle loro spalle: si voltarono e videro Draco Malfoy che avanzava, circondato dalla solita banda di compari di Serpeverde. Doveva appena aver detto qualcosa di molto divertente, perché Tiger, Goyle, Pansy Parkinson e gli altri continuarono a sghignazzare di cuore mentre si radunavano attorno al tavolo; e a giudicare da come lo guardavano, Harry indovinò l’argomento della battuta senza troppe difficoltà.

«Ci siete tutti?» abbaiò la professoressa Caporal. «Allora cominciamo. Chi sa dirmi come si chiamano questi?»

Indicò il mucchio di bastoncini davanti a sé. La mano di Hermione scattò in aria. Alle sue spalle, Malfoy fece l’imitazione di lei con i denti sporgenti che saltava su e giù ansiosa di rispondere e Pansy Parkinson diede in una risata che si trasformò quasi subito in un urlo. I bastoncini sul tavolo balzavano in aria rivelandosi minuscole creature di legno simili a folletti, ciascuna dotata di braccia e gambe nodose e marroni, di due dita a rametto al termine di ciascuna mano e di una buffa faccia piatta di corteccia in cui luccicava un paio di occhi marrone scarafaggio.

«Oooooh» fecero Calì e Lavanda, irritando profondamente Harry. Sembrava che Hagrid non avesse mai mostrato loro creature impressionanti; bisognava ammetterlo, i Vermicoli erano stati un po’ noiosi, ma le salamandre e gli Ippogrifi si erano rivelati decisamente interessanti e gli Schiopodi Sparacoda forse anche troppo.

«Siate così gentili da abbassare la voce, ragazze!» esclamò imperiosa la professoressa Caporal, sparpagliando una manciata di quello che sembrava riso bruno tra le creature-stecco, che si gettarono subito sul cibo. «Allora… qualcuno sa come si chiamano? Signorina Granger?»

«Asticelli» rispose Hermione. «Sono guardiani di alberi, di solito vivono sugli alberi da bacchette».

«Cinque punti per Grifondoro» disse la professoressa Caporal. «Sì, questi sono Asticelli e, come giustamente dice la signorina Granger, di solito vivono sugli alberi il cui legno è di qualità da bacchette. Qualcuno sa che cosa mangiano?»

«Onischi» rispose Hermione all’istante, il che spiegava come mai quelli che Harry aveva preso per chicchi di riso bruno si muovevano. «Ma anche uova di fata, se riescono a prenderle».

«Brava, altri cinque punti. Allora, quando avete bisogno di foglie o di legna di un albero in cui risiede un Asticello, è saggio tenere pronta un’offerta di onischi per distrarlo o calmarlo. Possono non sembrare pericolosi, ma se si arrabbiano tenteranno di strapparvi gli occhi con le dita, che, come potete vedere, sono molto appuntite e nient’affatto desiderabili in zona pupille. Adesso accostatevi, prendete qualche onisco e un Asticello — uno ogni tre persone — e studiateli più da vicino. Voglio che ciascuno di voi prepari un disegno con le definizioni di tutte le parti del corpo per la fine della lezione».

La classe si raggruppò attorno al tavolo. Harry fece il giro dall’altra parte in modo da trovarsi vicino alla professoressa Caporal.

«Dov’è Hagrid?» le chiese, mentre tutti gli altri sceglievano gli Asticelli.

«Non sono affari tuoi» rispose la professoressa Caporal secca, con lo stesso atteggiamento dell’ultima volta, quando Hagrid non si era presentato a lezione. Con un sorriso malevolo sul viso appuntito, Draco Malfoy si chinò di fronte a Harry e afferrò l’Asticello più grosso.

«Forse» disse sottovoce, in modo che solo Harry potesse sentirlo, «quel deficiente si è fatto male sul serio».

«Forse è quello che succederà a te, se non stai zitto» soffiò Harry da un angolo della bocca.

«Forse si sta impicciando di cose troppo grosse per lui, se capisci cosa intendo».

Malfoy si allontanò rivolgendo un sorrisetto mellifluo a Harry, che all’improvviso si sentì male. Malfoy sapeva qualcosa? Suo padre dopotutto era un Mangiamorte; aveva informazioni sul destino di Hagrid che non erano ancora giunte alle orecchie dell’Ordine? Fece di corsa il giro del tavolo per raggiungere Ron e Hermione, che erano accovacciati sull’erba poco lontano e cercavano di convincere un Asticello a restare fermo per poterlo disegnare. Harry prese piuma e pergamena, si accoccolò vicino a loro e riferì in un sussurro quello che Malfoy aveva appena detto.

«Silente lo saprebbe, se fosse successo qualcosa a Hagrid» disse subito Hermione. «Farsi vedere preoccupati significa stare al gioco di Malfoy, fargli capire che non sappiamo bene che cosa sta succedendo. Dobbiamo ignorarlo, Harry. Ecco, tieni un momento l’Asticello, così riesco a disegnare la faccia…»

«Sì». Dal gruppo più vicino si levò chiara la voce strascicata di Malfoy. «Mio padre ha parlato col Ministro un paio di giorni fa, sapete, e pare che sia proprio deciso a farla finita con l’insegnamento scadente in questo posto. Quindi, anche se quel deficiente troppo cresciuto si fa vedere di nuovo, probabilmente lo spediranno subito a fare i bagagli».

«AHIA!»

Harry aveva stretto l’Asticello così forte che quello si era quasi spezzato, e per vendicarsi gli aveva sferrato un gran colpo alla mano con le dita affilate, lasciandovi due tagli profondi. Harry mollò la presa. Tiger e Goyle già sghignazzavano all’idea che Hagrid venisse licenziato e risero ancora più forte quando l’Asticello fuggì a tutta velocità verso la foresta, un omino mobile di legno ben presto inghiottito fra le radici degli alberi. Quando la campana echeggiò lontana sul parco, Harry arrotolò il ritratto insanguinato dell’Asticello e marciò a Erbologia con la mano avvolta nel fazzoletto di Hermione e la risata di scherno di Malfoy che ancora gli risuonava nelle orecchie.

«Se dice ancora una volta che Hagrid è un deficiente…» mormorò a denti stretti.

«Harry, non attaccare briga con Malfoy, non dimenticare che adesso è un prefetto, potrebbe renderti la vita difficile…»

«Accidenti, chissà come dev’essere, una vita difficile» commentò Harry, sarcastico. Ron rise, ma Hermione s’incupì. Insieme si trascinarono attraverso l’orto. Il cielo sembrava ancora incapace di decidere se voleva piovere o no.

«Vorrei solo che Hagrid si spicciasse a tornare, tutto qui» disse Harry a bassa voce mentre si avvicinavano alle serre. «E non dire che quella Caporal è un’insegnante migliore!» aggiunse minaccioso.

«Non ne avevo l’intenzione» rispose Hermione, tranquilla.

«Perché non sarà mai brava come Hagrid» concluse Harry perentorio. Sapeva perfettamente di aver appena assistito a una lezione esemplare di Cura delle Creature Magiche e questo lo irritava.

La porta della serra più vicina si aprì e ne uscirono alcuni studenti del quarto anno, compresa Ginny.

«Ciao» disse allegramente passando. Qualche istante dopo, emerse Luna Lovegood, in coda al resto della classe, con una macchia di terra sul naso e i capelli legati in un nodo in cima alla testa.

Quando vide Harry, i suoi occhi sporgenti parvero gonfiarsi per l’agitazione e andò dritta verso di lui. Molti dei compagni di Harry si voltarono incuriositi a guardare. Luna trasse un profondo respiro e poi dichiarò, senza nemmeno un ciao preliminare: «Credo che Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato è tornato e credo che tu hai combattuto contro di lui e gli sei sfuggito».

«Ehm… bene» disse Harry imbarazzato. Luna portava a mo’ di orecchini quelli che sembravano due rapanelli arancioni, cosa che Calì e Lavanda sembravano aver notato, perché ridacchiavano tutte e due indicando i suoi lobi.

«Potete anche ridere» Luna alzò la voce, evidentemente convinta che Calì e Lavanda ridessero per le sue parole invece che per i suoi accessorii, «ma la gente una volta credeva che non esistessero cose come il Cannolo Balbuziente o il Ricciocorno Schiattoso!»

«Be’, avevano ragione, no?» disse Hermione in tono spiccio. «Il Cannolo Balbuziente o il Ricciocorno Schiattoso non esistono».

Luna le lanciò uno sguardo incendiario e se ne andò furibonda, con i rapanelli che dondolavano all’impazzata. Calì e Lavanda non erano le sole a ululare dal ridere, ora.

«Potresti evitare di offendere le sole persone che mi credono?» chiese Harry a Hermione quando entrarono in classe.

«Oh, per l’amor del cielo, Harry, puoi avere di meglio di lei» disse Hermione. «Ginny mi ha raccontato tutto: a quanto pare, crede solo alle cose di cui non esiste alcuna prova. Be’, non mi aspetto altro dalla figlia del direttore del Cavillo».

Harry pensò ai sinistri cavalli alati che aveva visto la notte del suo arrivo e che anche Luna aveva detto di vedere. Ebbe un attimo di sgomento. Aveva mentito? Ma, prima che potesse dedicare altri pensieri all’argomento, Ernie Macmillan gli si avvicinò.

«Voglio che tu sappia, Potter» disse a voce alta e sicura, «che non sono solo gli strambi a crederti. Personalmente ti credo al cento per cento. La mia famiglia è sempre stata dalla parte di Silente, e io anche».

«Ehm… grazie mille, Ernie» rispose Harry, colto alla sprovvista, ma compiaciuto. Ernie poteva anche essere pomposo all’occasione, ma Harry apprezzava profondamente un voto di fiducia da parte di uno senza rapanelli penzolanti dalle orecchie. Le parole di Ernie avevano cancellato il sorriso dalla faccia di Lavanda Brown, e quando Harry si voltò per parlare con Ron e Hermione colse l’espressione di Seamus, a un tempo confusa e spavalda.

Nessuno si stupì quando la professoressa Sprite tenne un discorsetto sull’importanza dei G.U.F.O. Harry avrebbe preferito che i professori la smettessero; cominciava a provare un senso di ansia e confusione tutte le volte che ricordava quanti compiti doveva fare, sensazione che peggiorò drammaticamente alla fine della lezione, quando la professoressa Sprite assegnò un altro tema. Stanchi e intrisi del forte odore di cacca di drago, il fertilizzante preferito della Sprite, un’ora e mezza dopo i Grifondoro si avviarono a ranghi compatti verso il castello, e nessuno di loro parlò molto: era stata un’altra lunga giornata.

Siccome Harry era affamato, e aveva la prima punizione con la Umbridge alle cinque, andò subito a cena senza passare a lasciare la borsa nella Torre di Grifondoro, in modo da buttar giù qualcosa prima di affrontare ciò che era in serbo per lui. Ma non aveva ancora raggiunto l’ingresso della Sala Grande, che una voce forte e rabbiosa urlò: «Ehi, Potter!»

«E adesso che cosa c’è?» borbottò Harry stancamente, voltandosi per affrontare Angelina Johnson, che sembrava imbufalita.

«Te lo dico io che cosa c’è» disse, marciando dritto fino a lui e picchiandogli forte il petto con l’indice. «Si può sapere come ti è saltato in mente di farti mettere in castigo per le cinque di venerdì?»

«Che cosa?» disse Harry. «Perché… oh, sicuro, i provini per il Portiere!»

«Adesso se lo ricorda!» ringhiò Angelina. «Non ti ho detto che volevo fare un provino con la squadra al completo, e trovare qualcuno che andasse d’accordo con tutti? Non ti ho detto che avevo prenotato apposta il campo di Quidditch? E adesso tu hai deciso che non ci sarai!»

«Non l’ho deciso io!» protestò Harry, ferito dall’ingiustizia di quelle parole. «Ho preso un castigo da quella Umbridge solo perché le ho detto la verità su Tu-Sai-Chi».

«Be’, adesso fili da lei e le chiedi di lasciarti libero venerdì» gli intimò Angelina, «e non m’importa come. Dille che Tu-Sai-Chi è un prodotto della tua immaginazione, se credi, basta che tu faccia in modo di esserci!»

E si allontanò di fretta.

«Sapete una cosa?» disse Harry a Ron e Hermione quando entrarono nella Sala Grande. «Credo che sarà meglio verificare col Puddlemere United se per caso Oliver Baston è stato ucciso durante un allenamento, perché pare che Angelina incarni il suo spirito».

«Secondo te quante probabilità ci sono che la Umbridge ti lasci libero venerdì?» chiese Ron scettico, mentre si sedevano al tavolo di Grifondoro.

«Meno di zero» rispose Harry tetro. Si fece scivolare sul piatto delle costolette d’agnello e cominciò a mangiare. «Meglio provare, però, no? Mi offrirò di stare in punizione altri due giorni, non so…» Mandò giù un boccone di patate e aggiunse: «Spero che non mi trattenga troppo, stasera. Lo sapete che dobbiamo scrivere tre temi, esercitarci negli Incantesimi Evanescenti per la McGranitt, trovare un controincantesimo per Vitious, finire il disegno dell’Asticello e cominciare quello stupido diario dei sogni per la Cooman?»

Ron gemette e levò lo sguardo al soffitto.

«E pare che stia per piovere».

«Che cosa c’entra con i compiti?» chiese Hermione, le sopracciglia inarcate.

«Niente» rispose subito Ron, arrossendo sulle orecchie.

Alle cinque meno cinque Harry salutò gli altri due e s’incamminò verso l’ufficio della Umbridge al terzo piano. Quando bussò alla porta lei disse «Avanti» con voce zuccherosa. Entrò cauto e si guardò attorno.

Aveva già visto quell’ufficio al tempo dei tre precedenti occupanti. Nei giorni in cui Gilderoy Allock era vissuto lì, era tappezzato dei suoi ritratti sorridenti. Quando l’aveva occupato Lupin, era assai probabile incontrarvi qualche ammaliante Creatura Oscura in una gabbia o in un acquario. Nei giorni di Moody l’impostore, era ingombro di vari strumenti e congegni per riconoscere malefici e occultamenti.

Adesso però era irriconoscibile. Le superfici piane erano state ricoperte da tovaglie e pizzi. C’erano parecchi vasi pieni di fiori secchi, ciascuno posato sul suo centrino, e su una delle pareti era appesa una collezione di piatti ornamentali, raffiguranti gattini in technicolor, ma ognuno con un fiocco diverso al collo. Erano così orrendi che Harry li fissò costernato finché la professoressa Umbridge non parlò di nuovo.

«Buonasera, signor Potter».

Harry trasalì e si guardò attorno. Lì per lì non l’aveva notata perché indossava un completo a fiorami sgargianti che si mimetizzava perfettamente con la tovaglia sul tavolo dietro di lei.

«’Sera, professoressa Umbridge» rispose impacciato.

«Prego, si sieda» disse lei, indicando un tavolino ricoperto di pizzo al quale aveva avvicinato una sedia con lo schienale rigido. Un foglio di pergamena bianco era posato sul tavolo, a quel che pareva in sua attesa.

«Ehm» mormorò Harry senza muoversi. «Professoressa Umbridge. Ehm… prima che cominciamo, io… volevo chiederle un… favore».

Gli occhi da rospo si strinsero.

«Oh, davvero?»

«Be’, io… io faccio parte della squadra di Quidditch di Grifondoro. E venerdì alle cinque dovevo essere al provino per il nuovo Portiere, e mi stavo… mi chiedevo se posso saltare la punizione quella sera e farla… farla un’altra sera… invece…»

Ben prima di finire la frase seppe che era inutile.

«Oh, no» rispose la Umbridge, con un sorriso così ampio che pareva avesse appena inghiottito una mosca particolarmente sugosa. «Oh, no, no, no. Questa è la punizione che lei si merita per aver diffuso storie malvagie e maligne per attirare l’attenzione, signor Potter, e le punizioni non possono essere modificate secondo i comodi del colpevole. No, domani alle cinque lei verrà qui, e il giorno dopo, e anche venerdì, e subirà la sua punizione come stabilito. Credo che sia bene che lei perda qualcosa a cui tiene sul serio. Dovrebbe rafforzare la lezione che sto cercando di impartirle».

Harry sentì il sangue salirgli alla testa e avvertì una serie di tonfi nelle orecchie. Quindi lui raccontava “storie malvagie e maligne per attirare l’attenzione”?

L’insegnante lo osservava con la testa appena inclinata, sempre con quell’ampio sorriso, come se sapesse esattamente che cosa stava pensando e aspettasse di vedere se avrebbe ricominciato a urlare. Con uno sforzo enorme, Harry distolse lo sguardo da lei, lasciò cadere la borsa dei libri vicino alla sedia con lo schienale rigido e si sedette.

«Ecco» disse la Umbridge dolcemente, «stiamo già diventando più bravi a controllare i nostri scatti, vero? Ora ricopierà un po’ di frasi per me, signor Potter. No, non con la sua piuma» aggiunse quando Harry si chinò ad aprire la borsa. «Userà una delle mie, una piuttosto speciale. Ecco qui».

Gli porse una lunga piuma nera e sottile con la punta insolitamente affilata.

«Voglio che lei scriva Non devo dire bugie» gli sussurrò.

«Quante volte?» chiese Harry, con una lodevole affettazione di cortesia.

«Oh, quanto ci vuole perché il messaggio penetri» rispose la Umbridge mielosa. «Cominci».

Si spostò alla sua scrivania, si sedette e si chinò su una pila di pergamene che sembravano temi da correggere. Harry levò la piuma nera affilata, poi capì che cosa mancava.

«Non mi ha dato l’inchiostro» osservò.

«Oh, non le servirà l’inchiostro» disse la professoressa Umbridge, con una vaghissima punta di ilarità nella voce.

Harry posò la punta della piuma sul foglio e scrisse: Non devo dire bugie.

Emise un gemito di dolore. Le parole erano comparse sulla pergamena in quello che sembrava scintillante inchiostro rosso. Nello stesso tempo, erano apparse anche sul dorso della mano destra di Harry, incise sulla sua pelle come tracciate da un bisturi: mentre lui era ancora intento a fissare il taglio luccicante, la pelle si richiuse, lasciando il punto dove si era aperta appena più rosso di prima, ma liscio.

Harry guardò la Umbridge. Lei lo osservava, la larga bocca da rospo stirata in un sorriso.

«Sì?»

«Niente» disse Harry piano.

Tornò a guardare la pergamena, vi posò di nuovo la piuma, scrisse Non devo dire bugie, e sentì una seconda volta il dolore lacerante sul dorso della mano; di nuovo, le parole si erano incise nella sua pelle; di nuovo, si rimarginarono dopo qualche secondo.

E andò avanti così. Più e più volte Harry scrisse le parole con quello che ben presto capì non essere inchiostro, ma il suo stesso sangue. E più e più volte le parole furono incise sul dorso della sua mano, si rimarginarono, e riapparvero non appena ebbe posato di nuovo la piuma sulla pergamena.

Il buio cadde oltre la finestra della Umbridge. Harry non chiese quando avrebbe potuto smettere. Non guardò nemmeno l’orologio. Sapeva che lei lo stava osservando in cerca di segnali di debolezza e non voleva mostrarne alcuno, nemmeno se avesse dovuto restare lì fino al mattino a squarciarsi la mano con quella piuma…

«Venga qui» disse lei, dopo quelle che parvero ore.

Harry si alzò. La mano era tutta una puntura dolorosa. Quando la guardò, vide che la ferita si era chiusa, ma la pelle era rosso vivo.

«La mano» disse lei.

Lui la tese. Lei la prese nella sua. Harry represse un brivido quando lo toccò con le grosse dita tozze cariche di vecchi orribili anelli.

«Mmm, direi che non ho fatto ancora molta impressione» concluse, sorridendo. «Be’, dovremo riprovare domani sera, vero? Può andare».

Harry uscì dal suo ufficio senza una parola. La scuola era praticamente deserta; era di sicuro mezzanotte passata. Risalì lentamente il corridoio, poi, quando ebbe voltato l’angolo e fu sicuro che lei non lo sentisse, prese a correre.

* * *

Non aveva avuto tempo di esercitarsi negli Incantesimi Evanescenti, non aveva scritto un solo sogno nel diario, non aveva finito il disegno dell’Asticello e non aveva nemmeno fatto i temi. La mattina dopo saltò la colazione per scribacchiare un paio di sogni inventati per Divinazione, alla prima ora, e fu sorpreso di trovare uno scarmigliato Ron a tenergli compagnia.

«Come mai non li hai fatti ieri sera?» chiese Harry, mentre Ron fissava disperatamente la sala comune in cerca d’ispirazione. Ron, che era profondamente addormentato quando Harry era tornato nel dormitorio, borbottò di aver fatto qualcos’altro, si chinò sulla sua pergamena e scarabocchiò qualche parola.

«Questo basterà» stabilì, chiudendo il diario con un tonfo. «Ho detto che ho sognato che mi compravo un paio di scarpe nuove, non può cavarne niente di strano, no?»

Si affrettarono a raggiungere insieme la Torre Nord.

«Com’è stata la punizione con la Umbridge? Che cosa ti ha fatto fare?»

Harry esitò per una frazione di secondo, poi rispose: «Scrivere delle frasi».

«Non è poi così male, allora, eh?» disse Ron.

«No».

«Ehi… m’ero dimenticato… ti ha lasciato libero per venerdì?»

«No» rispose Harry.

Ron gemette, solidale.

Fu un’altra brutta giornata per Harry: riuscì uno dei peggiori a Trasfigurazione, visto che non si era affatto esercitato negli Incantesimi Evanescenti. Dovette rinunciare all’ora di pranzo per completare il disegno dell’Asticello e nel frattempo le professoresse McGranitt, Caporal e Sinistra diedero loro altri compiti, che non aveva alcuna speranza di finire quella sera a causa della seconda punizione con la Umbridge. A coronare il tutto, Angelina Johnson lo cercò di nuovo a cena e quando seppe che non sarebbe riuscito ad andare ai provini, gli disse che non era affatto contenta del suo comportamento e che si aspettava che chi desiderava continuare a far parte della squadra mettesse gli allenamenti al di sopra degli altri impegni.

«Sono in castigo!» urlò Harry ad Angelina, che si allontanò a grandi passi. «Credi che preferisca restare chiuso in una stanza con quella vecchia rospa invece di giocare a Quidditch?»

«Almeno sono solo frasi» disse Hermione per consolarlo, mentre Harry si lasciava ricadere sulla panca e guardava il pasticcio di carne e rognone, di cui non aveva più molta voglia. «Non è una punizione così tremenda, davvero…»

Harry aprì la bocca, la richiuse e annuì. Non sapeva bene perché non voleva dire a Ron e Hermione che cosa succedeva di preciso dalla Umbridge: sapeva solo che non voleva vedere i loro sguardi di orrore; avrebbero fatto sembrare la cosa ancora peggiore e quindi più difficile da affrontare. E poi intuiva vagamente che quella era una faccenda tra lui e la Umbridge, una battaglia privata di volontà, e non intendeva darle la soddisfazione di sapere che si era lamentato.

«Non posso credere a quanti compiti abbiamo» disse Ron abbacchiato.

«Be’, perché non hai fatto niente ieri sera?» gli chiese Hermione. «Dov’eri?»

«Io ero… avevo voglia di fare una passeggiata» rispose Ron, evasivo.

Harry ebbe la chiara impressione di non essere il solo a nascondere qualcosa.

* * *

Il secondo castigo fu orrendo come il precedente. La pelle sul dorso della mano di Harry si irritò più in fretta e ben presto fu rossa e infiammata. Harry pensò che non sarebbe riuscita a rimarginarsi del tutto ancora a lungo. Ben presto la ferita sarebbe rimasta incisa sulla sua mano e la Umbridge forse sarebbe stata soddisfatta. Non si lasciò sfuggire nemmeno un gemito di dolore, tuttavia, e dal momento in cui entrò nella stanza a quando fu congedato, di nuovo dopo mezzanotte, non disse altro che «buonasera» e «buonanotte».

La situazione dei suoi compiti però era ormai disperata, e quando tornò alla sala comune di Grifondoro non andò a letto, pur essendo sfinito, ma aprì i libri e cominciò il tema per Piton sulla pietra di luna. Quando ebbe terminato erano le due e mezza. Sapeva di aver fatto un lavoro pessimo, ma non ci poteva far niente; se non avesse consegnato qualcosa, sarebbe stato punito anche da Piton. Poi buttò giù delle risposte alle domande assegnate dalla professoressa McGranitt, mise insieme qualcosa sul corretto trattamento degli Asticelli per la professoressa Caporal e barcollò a letto, dove crollò sulle coperte vestito di tutto punto e si addormentò all’istante.

* * *

Il giovedì passò in una bruma di stanchezza. Pure Ron sembrava molto assonnato, anche se Harry non capiva perché. Il terzo castigo di Harry trascorse come gli altri due, tranne per il fatto che dopo due ore le parole Non devo dire buge non si cancellarono più dal dorso della mano di Harry, ma vi rimasero incise, colando goccioline di sangue. Sentendo che la piuma appuntita aveva smesso per un momento di grattare sulla pergamena, la professoressa Umbridge alzò lo sguardo.

«Ah» disse dolcemente, facendo il giro della scrivania per osservare la mano. «Bene. Dovrebbe servirle come monito, vero? Per stasera può andare».

«Devo sempre tornare domani?» chiese Harry, raccogliendo la borsa con la mano sinistra invece che con la destra dolorante.

«Oh, sì» rispose la professoressa Umbridge, col suo ampio sorriso. «Sì, credo che possiamo imprimere il messaggio un po’ più a fondo con un’altra sera di lavoro».

Harry non aveva mai pensato prima d’allora di poter odiare un altro insegnante più di Piton, ma tornando alla Torre di Grifondoro dovette ammettere che Piton aveva un valido concorrente. È cattiva, pensò, salendo una scalinata per andare al settimo piano, è una perfida, perversa vecchia pazza…

«Ron?»

In cima alle scale, aveva girato a destra e quasi era andato a sbattere contro Ron, appostato dietro una statua di Lachlan l’Allampanato, con il suo manico di scopa stretto in pugno. Fece un gran balzo di sorpresa quando vide Harry e cercò di nascondere la sua nuova Tornado Undici dietro la schiena.

«Che cosa fai?»

«Ehm… niente. E tu

Harry lo guardò accigliato.

«Andiamo, a me puoi dirlo! Perché ti nascondi?»

«Io… io mi nascondo da Fred e George, se vuoi saperlo» disse Ron. «Sono appena passati con un gruppo del primo anno, scommetto che stanno sperimentando dell’altra roba su di loro. Voglio dire, adesso non possono farlo in sala comune, no? C’è Hermione».

Parlava velocissimo, in modo febbrile.

«Ma come mai hai la scopa, non sei andato a volare, no?» chiese Harry.

«Io… be’… be’, va bene, te lo dico, ma tu non ridere, d’accordo?» disse Ron sulla difensiva, diventando ogni secondo più rosso. «Io… io pensavo di fare il provino per il posto da Portiere di Grifondoro adesso che ho una scopa decente. Ecco. Avanti. Ridi».

«Non sto ridendo» rispose Harry. Ron sbatté le palpebre. «È un’ottima idea! Sarebbe forte se entrassi nella squadra! Non ti ho mai visto giocare da Portiere, sei bravo?»

«Non sono male» disse Ron, che parve immensamente sollevato dalla reazione di Harry. «Charlie, Fred e George mi facevano sempre stare in porta quando si allenavano durante le vacanze».

«Allora questa sera ti sei allenato?»

«Tutte le sere da martedì… da solo, però. Sto cercando di stregare le Pluffe perché vengano da me, ma non è facile e non so quanto servirà». Ron era nervoso e preoccupato. «Fred e George moriranno dal ridere quando mi presenterò ai provini. Da quando sono diventato prefetto non la smettono di prendermi in giro».

«Vorrei esserci» disse Harry amareggiato mentre si avviavano insieme verso la sala comune.

«Sì, anch’io… Harry, che cos’hai alla mano?»

Harry, che si era appena grattato il naso con la mano destra libera, cercò di nasconderla, ma ebbe tanto successo quanto Ron con la sua Tornado.

«È solo un taglio… non è niente… è…»

Ma Ron afferrò l’avambraccio di Harry e sollevò il dorso della sua mano all’altezza degli occhi. Ci fu una pausa, durante la quale fissò le parole incise nella pelle; poi, con l’aria di sentirsi male, lasciò andare la mano.

«Credevo che ti desse solo delle frasi da scrivere».

Harry esitò, ma dopotutto Ron era stato sincero con lui, così gli raccontò la verità sulle ore che aveva trascorso nell’ufficio della Umbridge.

«Quella vecchia megera!» sussurrò Ron disgustato fermandosi davanti alla Signora Grassa, che sonnecchiava tranquilla con la testa contro la cornice. «È una squilibrata! Vai dalla McGranitt, dille qualcosa!»

«No» ribatté subito Harry. «Non le darò la soddisfazione di sapere che è riuscita nel suo intento».

«Riuscita? Non puoi permettere che la passi liscia!»

«Non so quanto potere ha la McGranitt su di lei» disse Harry.

«Silente, allora, dillo a Silente!»

«No» rispose Harry in tono piatto.

«Perché no?»

«Ha già abbastanza grane a cui pensare». Ma non era quello il vero motivo: Harry non aveva intenzione di andare a chiedere aiuto a Silente quando Silente non gli rivolgeva la parola da giugno.

«Be’, secondo me dovresti» insisté Ron, ma fu interrotto dalla Signora Grassa, che li aveva osservati sonnacchiosa e ora sbottò: «Volete dirmi la parola d’ordine o devo stare sveglia tutta la notte ad aspettare che finiate di cianciare?»

* * *

Il venerdì cominciò imbronciato e zuppo come il resto della settimana. Harry guardò automaticamente verso il tavolo degli insegnanti quando entrò nella Sala Grande, ma senza alcuna vera speranza di vedere Hagrid, e rivolse subito la mente ai problemi più pressanti che lo affliggevano, come la pila di compiti ormai simile a una montagna e la prospettiva di un’altra punizione della Umbridge.

Due cose sostennero Harry quel giorno. Il pensiero che era quasi la fine della settimana; e il fatto che, per quanto terribile dovesse essere l’ultimo castigo con la Umbridge, dalla finestra del suo ufficio si vedeva da lontano il campo di Quidditch, e con un po’ di fortuna sarebbe riuscito a scorgere qualcosa del provino di Ron. Raggi di luce piuttosto deboli, era vero, ma Harry era grato per qualunque cosa potesse illuminare la sua attuale oscurità; non aveva mai passato una prima settimana di scuola peggiore a Hogwarts.

La sera alle cinque bussò alla porta dell’ufficio della professoressa Umbridge per quella che sperava essere l’ultima volta, e gli fu detto di entrare. La pergamena bianca era pronta per lui sul tavolino coperto di pizzo, la piuma nera affilata lì accanto.

«Sa che cosa fare, signor Potter» disse la Umbridge, sorridendogli dolcemente.

Harry prese la piuma e guardò oltre la finestra. Se spostava la sedia di appena qualche centimetro a destra… Con la scusa di avvicinarsi al tavolo, ci riuscì. Ora vedeva da lontano la squadra di Quidditch di Grifondoro che volteggiava su e giù per il campo e una mezza dozzina di sagome nere ai piedi delle tre alte porte, evidentemente in attesa del loro turno per fare i provini. Era impossibile dire quale fosse Ron da quella distanza.

Non devo dire bugie, scrisse Harry. Il taglio sul dorso della mano destra si aprì e riprese a sanguinare.

Non devo dire bugie. Il taglio si fece più profondo; pungeva e bruciava.

Non devo dire bugie. Il sangue gli colò lungo il polso.

Azzardò un’altra occhiata fuori dalla finestra. Chiunque difendesse la porta in quel momento stava facendo un pessimo lavoro. Katie Bell segnò due volte nei pochi secondi in cui Harry si arrischiò a guardare. Sperando intensamente che il Portiere non fosse Ron, Harry posò di nuovo lo sguardo sulla pergamena macchiata di sangue.

Non devo dire bugie.

Non devo dire bugie.

Guardava in su tutte le volte che pensava di poter rischiare: quando sentiva il grattare della piuma della Umbridge o l’aprirsi di un cassetto della scrivania. La terza persona a sottoporsi alla prova fu decisamente brava, la quarta fu terribile, la quinta schivò un Bolide benissimo ma poi si lasciò sfuggire una parata facile. Il cielo diventava più scuro e Harry dubitò di riuscire a vedere la sesta e la settima prova.

Non devo dire bugie.

Non devo dire bugie.

La pergamena luccicava di gocce di sangue e il dorso della mano gli bruciava di dolore. Quando Harry alzò di nuovo lo sguardo, era calata la notte e il campo di Quidditch non si distingueva più.

«Vediamo se ha capito il messaggio, d’accordo?» disse la voce stucchevole della Umbridge un’ora dopo.

Avanzò verso di lui e tese le corte dita coperte di anelli per prendergli il braccio. E quando lo afferrò per osservare le parole ora incise nella sua pelle, il dolore esplose, non sul dorso della mano, ma nella cicatrice sulla fronte. Nello stesso momento, Harry avvertì una sensazione del tutto insolita attorno al diaframma.

Liberò il braccio dalla presa e balzò in piedi, fissandola. Lei gli restituì lo sguardo, con un sorriso che le stirava la bocca larga e molle.

«Sì, fa male, vero?» chiese, soave.

Lui non replicò. Il cuore gli batteva forte e rapido. Stava parlando della sua mano o sapeva che cosa aveva appena sentito sulla fronte?

«Be’, credo di aver raggiunto l’obiettivo, signor Potter. Può andare».

Harry raccolse la borsa dei libri e uscì dalla stanza più veloce che poté.

Rimani calmo, si disse filando su per le scale. Rimani calmo, non vuol dire per forza quello che credi…

«Mimbulus mimbletonia!» disse ansante alla Signora Grassa.

Un gran fragore lo accolse. Ron gli venne incontro correndo, con un sorriso da orecchio a orecchio, rovesciandosi addosso un calice di Burrobirra.

«Harry, ce l’ho fatta, sono Portiere!»

«Che cosa? Oh… magnifico!» rispose Harry cercando di sorridere in modo naturale, mentre il cuore continuava a correre e la mano pulsava e sanguinava.

«Prendi una Burrobirra». Ron gli infilò in mano una bottiglia. «Non ci posso credere… dov’è andata Hermione?»

«È là». Fred, tracannando a sua volta una Burrobirra, indicò una poltrona vicino al fuoco. Hermione vi sonnecchiava, con la bevanda pericolosamente inclinata in mano.

«Be’, prima ha detto che era contenta» disse Ron, un po’ contrariato.

«Lasciala dormire» si affrettò a dire George. Ci volle qualche istante perché Harry notasse che parecchi bambini del primo anno riuniti attorno a loro recavano inconfondibili segni di recenti emorragie nasali.

«Vieni qui, Ron, e vedi un po’ se la vecchia divisa di Oliver ti va bene» gridò Katie Bell, «possiamo togliere il suo nome e metterci il tuo…»

Dopo che Ron si fu allontanato, Angelina avanzò a grandi passi verso Harry.

«Mi dispiace se sono stata un po’ dura con te, Potter» disse bruscamente. «È faticosa, questa faccenda di dirigere la squadra, sai, comincio a pensare di essere stata ingiusta con Baston, qualche volta». Osservò Ron da sopra l’orlo del suo calice con un vago cipiglio.

«Senti, lo so che è il tuo migliore amico, ma non è un fenomeno» disse senza giri di parole. «Credo che con un po’ di allenamento andrà bene, però. Viene da una famiglia di buoni giocatori. Conto sul fatto che rivelerà un po’ più di talento di quello che ha dimostrato oggi, a essere sincera. Vicky Frobisher e Geoffrey Hooper hanno volato meglio tutti e due, stasera, ma Hooper è una piaga, si lamenta sempre, e Vicky fa parte di ogni genere di gruppo. Ha ammesso anche lei che se gli allenamenti si accavallassero con il Club di Incantesimi metterebbe il Club al primo posto. Comunque, abbiamo un allenamento domani alle due, quindi fai in modo di esserci, stavolta. E fammi un favore, aiuta Ron più che puoi, ok?»

Harry annuì, e Angelina tornò da Alicia Spinnet. Harry andò a sedersi vicino a Hermione, che si svegliò con un sussulto quando lui posò la borsa.

«Oh, Harry, sei tu… è bello, per Ron, vero?» bofonchiò. «Sono così… così… così stanca» sbadigliò. «Sono stata sveglia fino all’una a fare altri berretti. Spariscono in un soffio!»

A guardar bene, Harry vide che c’erano berretti di lana nascosti per tutta la stanza, dove elfi incauti potevano raccoglierli senza rendersene conto.

«Grandioso» disse distrattamente; se non l’avesse raccontato subito a qualcuno, sarebbe esploso. «Senti, Hermione. Sono appena stato su nell’ufficio della Umbridge e mi ha toccato il braccio…»

Hermione ascoltò con attenzione. Quando Harry ebbe finito, disse lentamente: «Temi che Tu-Sai-Chi possa controllarla come controllava Raptor?»

«Be’» rispose Harry, abbassando la voce, «è possibile, no?»

«Immagino di sì» disse Hermione, ma suonava poco convinta. «Però non credo che riesca a possederla come possedeva Raptor, voglio dire, ora è di nuovo vivo e vegeto, no? Ha il suo corpo, non ha bisogno di usare quello di un altro. Potrebbe controllarla con la Maledizione Imperius, però…»

Harry osservò per un attimo Fred, George e Lee Jordan che facevano i giocolieri con le bottiglie vuote di Burrobirra. Poi Hermione disse: «Ma l’anno scorso la cicatrice ti faceva male senza che nessuno ti toccasse. E Silente non ha detto che dipendeva da quello che provava Tu-Sai-Chi in quel momento? Voglio dire, forse quello che senti adesso non c’entra affatto con la Umbridge, forse è solo una coincidenza che sia successo mentre eri con lei».

«È cattiva» disse Harry in tono piatto. «Perversa».

«È tremenda, sì, ma… Harry, credo che dovresti dire a Silente che ti fa male la cicatrice».

Era la seconda volta in due giorni che gli consigliavano di andare da Silente e la risposta che Harry diede a Hermione fu la stessa che aveva dato a Ron.

«Non lo voglio seccare con questa faccenda. Come hai appena detto, non è una gran cosa. Mi ha fatto male un po’ sì un po’ no per tutta l’estate… stasera è stato solo peggio, tutto qui…»

«Harry, sono sicura che Silente vorrebbe essere seccato per questa…»

«Sì» sbottò Harry prima di riuscire a trattenersi, «è la sola parte di me che interessa a Silente, vero, la mia cicatrice?»

«Non dire così, non è vero!»

«Credo che scriverò a Sirius, per sapere che cosa ne pensa…»

«Harry, non puoi scrivere una cosa del genere in una lettera!» disse Hermione, preoccupata. «Non ti ricordi? Moody ci ha detto di stare attenti! Non siamo più sicuri che i gufi non vengano intercettati!»

«Va bene, va bene, allora non glielo dico!» Irritato, Harry si alzò. «Vado a dormire. Dillo tu a Ron, d’accordo?»

«Oh, no» disse Hermione, sollevata, «se vai tu vuol dire che posso andare anch’io senza essere scortese. Sono completamente sfinita e domani voglio fare altri berretti. Senti, puoi aiutarmi se ti va, è divertente, sto migliorando, so fare i disegni e i pompon e un sacco di cose, adesso».

Harry la guardò: era radiosa di gioia, e lui cercò di sembrare almeno un po’ tentato dalla sua offerta.

«Ehm… no, non credo, grazie» rispose. «Ehm… non domani. Ho un mucchio di compiti da fare…»

E si trascinò fino alla scala dei maschi, lasciandola un po’ delusa.

CAPITOLO 14

PERCY E FELPATO

La mattina dopo Harry fu il primo del suo dormitorio a svegliarsi. Rimase disteso a guardare la polvere vorticare nel raggio di sole che passava dalle tende del baldacchino, e assaporò il pensiero che era sabato. La prima settimana di scuola sembrava essersi protratta in eterno, come una gigantesca lezione di Storia della Magia.

A giudicare dal silenzio sonnacchioso della stanza e dalla luce acerba del raggio di sole, era appena passata l’alba. Scostò le tende attorno al letto, si alzò e cominciò a vestirsi. Il solo rumore, a parte il cinguettio remoto degli uccelli, era il lento, profondo respiro dei suoi compagni di Grifondoro. Aprì la borsa dei libri con cautela, prese piuma e pergamena e uscì dal dormitorio, diretto alla sala comune.

Andò dritto verso la sua vecchia, molle poltrona preferita accanto al fuoco ormai spento, si mise comodo e srotolò il foglio. Si guardò intorno: i frammenti accartocciati di pergamena, vecchie Gobbiglie, barattoli di ingredienti vuoti e incarti di dolci che in genere ingombravano la sala comune alla fine di ogni giornata erano spariti, così come tutti i berretti da elfo di Hermione. Chiedendosi distratto quanti elfi fossero ormai stati liberati volenti o nolenti, Harry stappò la boccetta dell’inchiostro, intinse la piuma, poi la tenne sospesa qualche centimetro sopra la liscia superficie giallognola della pergamena e pensò intensamente… ma dopo un minuto si trovò a fissare il focolare vuoto, senza che gli fosse venuta un’idea.

Ora capiva com’era stato difficile per Ron e Hermione scrivergli durante l’estate. Come faceva a raccontare a Sirius tutto quello che era successo nell’ultima settimana e a chiedergli tutte le cose che gli premevano senza dare a potenziali ladri di lettere un sacco di informazioni inopportune?

Rimase seduto immobile per un po’, scrutando dentro il camino; poi finalmente prese una decisione, intinse ancora una volta la piuma nella boccetta d’inchiostro e la posò risoluto sulla pergamena.

Caro Tartufo,

Spero che tu stia bene, i primi giorni qui sono stati terribili, sono proprio felice che sia arrivato il finesettimana. Abbiamo una nuova insegnante di Difesa contro le Arti Oscure, la professoressa Umbridge. È simpatica quasi come la tua mamma. Scrivo perché la cosa di cui ti avevo scritto la scorsa estate è successa di nuovo ieri sera mentre ero in castigo con la Umbridge.

Il nostro più grande amico manca a tutti quanti, speriamo che torni presto.

Ti prego, rispondi in fretta.

I migliori saluti,

Harry

Harry rilesse parecchie volte la lettera, cercando di vederla dal punto di vista di un estraneo. Era certo che nessuno avrebbe potuto capire di che cosa parlava, o con chi. Sperò che Sirius cogliesse l’allusione a Hagrid e dicesse loro quando sarebbe tornato. Harry non voleva chiederlo direttamente per non attirare troppo l’attenzione su Hagrid e su quello che stava facendo.

Nonostante fosse una lettera molto corta, aveva richiesto molto tempo; la luce era strisciata fino a metà della stanza e ormai Harry sentiva lontani movimenti nei dormitori di sopra. Sigillò con cura la pergamena, uscì dal buco dietro il ritratto e andò alla Guferia.

«Io non andrei da quella parte se fossi in te» disse Nick-Quasi-Senza-Testa, attraversando una parete appena davanti a Harry che scendeva per il corridoio. «Pix sta tramando uno spassoso scherzo ai danni della prossima persona che passerà davanti al busto di Paracelso a metà del corridoio».

«Consiste nello scaraventare Paracelso in testa alla persona, per caso?» chiese Harry.

«Parrà buffo, ma è così» disse Nick-Quasi-Senza-Testa con voce annoiata. «La finezza non è mai stata il suo forte. Vado a cercare il Barone Sanguinario… forse riuscirà a fermarlo… ci vediamo, Harry…»

«Sì, saluti» rispose Harry, e invece di voltare a destra prese a sinistra, imboccando un percorso più lungo ma più sicuro per la Guferia. Il suo umore migliorò quando, oltrepassando una finestra dopo l’altra, vide il cielo di un azzurro brillante: più tardi c’erano gli allenamenti, finalmente sarebbe tornato sul campo di Quidditch.

Qualcosa gli sfiorò le caviglie. Guardò giù e vide la gatta scheletrica del custode, Mrs Purr, che camminava furtiva dietro di lui, e gli puntò addosso per un attimo gli occhi gialli simili a lampadine prima di sparire dietro una statua di Wilfred il Meditabondo.

«Non sto facendo niente di male» le gridò dietro Harry. Lei aveva tutta l’aria di stare andando a riferire al suo padrone, eppure Harry non riusciva a capire perché; aveva tutti i diritti di salire alla Guferia di sabato mattina.

Il sole ormai era alto nel cielo e quando Harry entrò nella Guferia le finestre prive di vetri lo abbagliarono; spessi raggi dorati s’incrociavano nella stanza circolare in cui centinaia di gufi erano appollaiati sulle travi, un po’ irrequieti nella luce del mattino; alcuni erano appena tornati dalla caccia. Il pavimento coperto di paglia scricchiolò un po’ mentre Harry calpestava ossicini di animali, tendendo il collo per cercare Edvige.

«Eccoti qui» disse, individuandola in un punto molto vicino al soffitto a volta. «Scendi, ho una lettera per te».

Con un fischio sommesso, Edvige aprì le ampie ali bianche e planò sulla sua spalla.

«È vero, fuori c’è scritto Tartufo» le disse, dandole la lettera da reggere nel becco e sussurrando senza sapere bene perché, «ma è per Sirius, d’accordo?»

Lei chiuse e aprì una volta gli occhi d’ambra e lui lo prese come il segno che aveva capito.

«Buon volo, allora» disse, e la portò sino a una finestra; con una breve pressione sul suo braccio, Edvige decollò nel cielo accecante. Lui la guardò finché non divenne un puntino nero e sparì, poi spostò lo sguardo sulla capanna di Hagrid, che dalla finestra si vedeva chiaramente ed era altrettanto chiaramente disabitata, il camino senza fumo, le tende tirate.

Le cime degli alberi della foresta proibita dondolavano alla brezza leggera. Harry le osservò, assaporando l’aria fresca sul viso, pensando al Quidditch che lo aspettava… poi lo vide. Un enorme cavallo alato, di quelli che trainavano le carrozze di Hogwarts, con le ali nere di cuoio spalancate come uno pterodattilo, si librò dagli alberi simile a un grottesco uccello gigante. Planò disegnando un grande cerchio, poi si tuffò di nuovo tra le chiome. Il tutto accadde così in fretta che Harry riuscì a stento a credere a ciò che aveva visto, se non per il cuore che gli martellava forte.

La porta della Guferia si aprì dietro di lui. Sobbalzò spaventato, si voltò di colpo e vide Cho Chang che reggeva una lettera e un pacchetto.

«Ciao» disse Harry automaticamente.

«Oh… ciao» rispose lei, senza fiato. «Non pensavo che ci fosse qualcuno quassù così presto… Mi sono ricordata solo cinque minuti fa che è il compleanno di mia mamma».

Mostrò il pacchetto.

«Ho capito» mormorò Harry. Il suo cervello sembrava inceppato. Voleva dire qualcosa di buffo e interessante, ma il ricordo di quell’orribile cavallo alato era ancora fresco nella sua mente.

«Bella giornata» disse, accennando alle finestre. Sentì le viscere accartocciarsi dall’imbarazzo. Il tempo. Stava parlando del tempo…

«Sì» rispose Cho, guardandosi attorno in cerca di un gufo adatto. «Buone condizioni per il Quidditch. È tutta la settimana che non esco, e tu?»

«Nemmeno».

Cho aveva scelto uno dei gufi della scuola. Lo persuase a scendere sul suo braccio, e quello tese con garbo una zampa in modo che lei potesse fissare il pacchetto.

«Ehi, Grifondoro ha già un nuovo Portiere?» chiese.

«Sì» rispose Harry. «È il mio amico Ron Weasley, lo conosci?»

«Quello che odia i Tornados?» chiese Cho in tono distaccato. «È bravo?»

«Sì» disse Harry. «Credo di sì. Non ho visto il suo provino, però, ero in punizione».

Cho alzò lo sguardo, il pacchetto attaccato solo per metà alla zampa del gufo.

«Quella Umbridge è disgustosa» sussurrò. «Punirti soltanto perché hai detto la verità su come… come è morto. L’hanno sentito tutti, lo sapeva tutta la scuola. Sei stato proprio coraggioso a tenerle testa».

Le viscere di Harry si rigonfiarono così in fretta che gli parve di poter galleggiare a qualche centimetro dal pavimento coperto di cacche. Chi se ne importava di uno stupido cavallo volante? Cho era convinta che lui fosse stato proprio coraggioso. Per un attimo, pensò di mostrarle “casualmente” la mano ferita mentre la aiutava a legare il pacchetto al gufo… ma proprio in quell’istante la porta della Guferia si aprì di nuovo.

Gazza il custode entrò ansimando. Macchie violette chiazzavano le sue guance incavate e coperte di venuzze, le mascelle gli vibravano e i sottili capelli grigi erano arruffati; a quanto pareva era arrivato di corsa. Mrs Purr trotterellava alle sue calcagna, guardò in su verso i gufi e miagolò affamata. In alto si udì un irrequieto frusciare di ali e un grosso uccello marrone fece schioccare il becco, minaccioso.

«Aha!» disse Gazza, facendo un passo coi suoi piedi piatti verso Harry, le guance flosce tremanti di rabbia. «Ho ricevuto una soffiata, vuoi spedire un grosso ordine di Caccabombe!»

Harry incrociò le braccia e scrutò il custode.

«Chi le ha detto che sto ordinando delle Caccabombe?»

Cho spostava lo sguardo da Harry a Gazza, anche lei accigliata; il gufo sul suo braccio, stanco di reggersi su una zampa sola, stridette in segno di avvertimento, ma lei lo ignorò.

«Ho i miei informatori» disse Gazza con un sibilo compiaciuto. «Ora consegnami la roba che stai spedendo».

Immensamente sollevato per non aver perso tempo, Harry rispose: «Non posso, è partita».

«Partita?» chiese Gazza, la faccia deformata dalla rabbia.

«Partita» ripeté Harry tranquillo.

Gazza aprì la bocca infuriato, boccheggiò per qualche istante, poi frugò con lo sguardo l’abito di Harry.

«Come faccio a sapere che non ce l’hai in tasca?»

«Perché…»

«L’ho visto io spedirla» disse Cho arrabbiata.

Gazza la aggredì.

«Tu l’hai visto…?»

«Proprio così, io l’ho visto» rispose lei, feroce.

Ci fu un attimo di pausa in cui Gazza e Cho si guardarono torvi, poi il custode andò verso la porta trascinando i piedi. Si bloccò con la mano sulla maniglia e tornò a guardare Harry.

«Se sento anche solo una zaffata di Caccabomba…»

Scese le scale a tonfi. Mrs Purr gettò un’ultima occhiata di desiderio ai gufi e lo seguì.

Harry e Cho si guardarono.

«Grazie» disse Harry.

«Non c’è di che». Finalmente Cho fissò il pacchetto alla zampa del gufo, un po’ rossa in viso. «Non stavi ordinando delle Caccabombe, vero?»

«No» rispose Harry.

«Chissà come mai ne era convinto» disse, portando il gufo verso la finestra.

Harry scrollò le spalle. Ne sapeva quanto lei, ma stranamente la cosa non lo turbava, al momento.

Uscirono dalla Guferia insieme. All’inizio del corridoio che portava all’ala ovest del castello, Cho disse: «Io vado di qua. Be’, ci… ci vediamo in giro, Harry».

«Sì… ci vediamo».

Gli sorrise e se ne andò. Harry continuò a camminare, pervaso da una quieta euforia. Era riuscito a sostenere un’intera conversazione con lei senza una sola occasione di imbarazzo… sei stato proprio coraggioso a tenerle testa… Cho l’aveva definito coraggioso… non lo odiava perché era vivo…

Certo, aveva preferito Cedric, lui lo sapeva… ma se solo l’avesse invitata al Ballo prima di Cedric, le cose sarebbero potute andare diversamente… era parsa davvero dispiaciuta di aver dovuto rifiutare quando Harry l’aveva invitata…

«’Giorno» disse Harry allegro a Ron e Hermione, unendosi al tavolo di Grifondoro nella Sala Grande.

«Come mai sei così contento?» domandò Ron sorpreso.

«Ehm… per il Quidditch, dopo» rispose Harry con gioia, tirandosi vicino un gran vassoio di uova e pancetta.

«Oh… sì…» fece Ron. Posò il pezzo di pane tostato che stava mangiando e bevve un lungo sorso di succo di zucca. Poi chiese: «Senti… non ti andrebbe di uscire un po’ prima con me? Solo per… ehm… farmi fare un po’ di pratica prima degli allenamenti? Così posso, insomma, prendere un po’ le misure».

«Sicuro» disse Harry.

«Sinceramente, non mi sembra il caso» intervenne Hermione seria. «Siete tutti e due indietro con i compiti…»

Ma s’interruppe: stava arrivando la posta del mattino e, come al solito, La Gazzetta del Profeta planava verso di lei nel becco di un allocco, che atterrò pericolosamente vicino alla zuccheriera e tese una zampa. Hermione infilò uno zellino nella borsetta di cuoio, prese il quotidiano e scrutò la prima pagina con sguardo critico mentre il gufo partiva.

«Qualcosa d’interessante?» chiese Ron. Harry fece un gran sorriso, sapendo che l’amico era deciso a distoglierla dall’argomento compiti.

«No» sospirò lei, «solo qualche sciocchezza sulla bassista delle Sorelle Stravagarie che si sposa».

Hermione aprì il giornale e vi si immerse. Harry si dedicò a un’altra porzione di uova e pancetta. Ron fissava le alte finestre, un po’ preoccupato.

«Aspettate» disse Hermione all’improvviso. «Oh, no… Sirius!»

«Che cosa è successo?» chiese Harry, afferrando il giornale con tanta violenza che si strappò e lui e Hermione se ne ritrovarono in mano metà per ciascuno.

«Il Ministero della Magia ha ricevuto una soffiata da una fonte attendibile sul fatto che Sirius Black, famigerato terrorista… bla bla bla… al momento si nasconde a Londra!» lesse Hermione sulla sua metà, in un sussurro angosciato.

«Lucius Malfoy, ci scommetto quello che volete» mormorò Harry, furioso. «Ha riconosciuto Sirius al binario…»

«Cosa?» disse Ron, preoccupato. «Non avevi detto…»

«Ssst!» lo zittirono gli altri due.

«…Il Ministero avverte la comunità magica che Black è molto pericoloso… ha ucciso tredici persone… evaso da Azkaban… Le solite sciocchezze» concluse Hermione. Poi posò la sua metà del giornale e guardò Harry e Ron spaventata. «Be’, non potrà più uscire di casa, ecco tutto» sussurrò. «Silente gli aveva raccomandato di non farlo».

Harry guardò sconsolato la parte del Profeta che aveva strappato. Gran parte della pagina era dedicata alla pubblicità di Madama McClan: abiti per tutte le occasioni, che a quel che pareva aveva dato inizio ai saldi.

«Ehi!» esclamò, appiattendo il foglio in modo che Hermione e Ron potessero vederlo. «Guardate qui!»

«Non ho bisogno di vestiti» disse Ron.

«No. Guardate… questo pezzo…»

Ron e Hermione si chinarono per leggere; l’articolo era lungo pochi centimetri e sistemato proprio in fondo a una colonna. Era intitolato:

EFFRAZIONE AL MINISTERO

Sturgis Podmore, 38 anni, residente al numero due di Laburnum Gardens, Clapham, è apparso davanti al Wizengamot con l’accusa di effrazione e tentata rapina al Ministero della Magia il 31 agosto. Podmore è stato arrestato da Eric Munck, guardiamago del Ministero della Magia, che l’ha sorpreso nel tentativo di forzare una porta di massima sicurezza all’una di notte. Podmore, che si è rifiutato di parlare in propria difesa, è stato condannato per entrambe le accuse e dovrà scontare sei mesi ad Azkaban.

«Sturgis Podmore?» ripeté Ron scandendo le parole. «È quel tipo con la testa che sembra impagliata, no? Fa parte dell’Ord…»

«Ron, ssst!» lo zittì Hermione, guardandosi intorno atterrita.

«Sei mesi ad Azkaban!» sussurrò Harry, spaventato. «Solo per aver tentato di aprire una porta!»

«Non fare lo sciocco, non è solo perché ha tentato di aprire una porta. Che cosa accidenti ci faceva al Ministero della Magia all’una di notte?» bisbigliò Hermione.

«Credi che stesse facendo qualcosa per l’Ordine?» chiese Ron.

«Aspettate un momento…» disse Harry pensieroso. «Sturgis doveva venire ad accompagnarci, ricordate?»

Gli altri due lo guardarono.

«Sì, avrebbe dovuto far parte della scorta che ci portava a King’s Cross, vi ricordate? E Moody era arrabbiato perché non si era fatto vedere: quindi non poteva essere in missione per loro, no?»

«Be’, forse non si aspettavano che venisse catturato» disse Hermione.

«Potrebbe essere una montatura!» esclamò Ron eccitato. «No… sentite!» continuò, abbassando di colpo la voce all’espressione minacciosa di Hermione. «Il Ministero sospettava che fosse uno della banda di Silente, così — non so — lo hanno attirato laggiù, e non stava affatto cercando di aprire una porta! Forse si sono solo inventati qualcosa per prenderlo!»

Harry e Hermione rifletterono. Harry la trovava un’ipotesi troppo inverosimile. Hermione, invece, pareva piuttosto convinta.

«Sapete, non ne sarei affatto sorpresa».

Ripiegò la sua metà del giornale, sovrappensiero. Mentre Harry posava coltello e forchetta, lei parve uscire da una fantasticheria.

«Giusto, bene, credo che dovremmo affrontare per primo il tema per la Sprite sugli arbusti autofertilizzanti, e se siamo fortunati riusciremo a cominciare con l’Incantesimo Inanimatus Conjurus della McGranitt prima di pranzo…»

Harry sentì una piccola fitta al pensiero della pila di compiti che lo aspettavano di sopra, ma il cielo era di un azzurro limpido che dava l’euforia, e non era montato sulla sua Firebolt per tutta la settimana…

«Be’, possiamo farli stasera» disse Ron, mentre lui e Harry scendevano per i prati verso il campo di Quidditch, con le scope in spalla; le terribili minacce di Hermione che sarebbero stati bocciati a tutti i G.U.F.O. ancora risuonavano nelle loro orecchie. «E abbiamo anche domani. Si agita per i compiti, è il suo problema…» Ci fu una pausa e poi aggiunse, in tono appena più ansioso: «Credi che parlasse sul serio quando ha detto che non ci avrebbe lasciato copiare da lei?»

«Sì» rispose Harry. «Però è importante anche questo, dobbiamo allenarci se vogliamo continuare a far parte della squadra di Quidditch…»

«Sì, è vero» disse Ron, rincuorato. «E abbiamo un sacco di tempo…»

Mentre si avvicinavano al campo di Quidditch, Harry guardò alla sua destra, dove gli alberi della foresta proibita fremevano oscuri. Nulla si alzò in volo; il cielo era vuoto, a parte alcuni gufi che volteggiavano lontano attorno alla Torre della Guferia. Aveva già abbastanza preoccupazioni, il cavallo volante non gli faceva alcun male, e lo cacciò via dalla mente.

Presero delle palle dall’armadio dello spogliatoio e cominciarono ad allenarsi: Ron sorvegliava le tre alte porte, Harry giocava da Cacciatore e tentava di far passare la Pluffa oltre Ron. Ron era proprio bravo; bloccò i tre quarti dei tiri di Harry e giocava sempre meglio via via che si allenavano. Dopo un paio d’ore tornarono al castello per il pranzo, durante il quale Hermione annunciò senza giri di parole che li riteneva due irresponsabili; poi tornarono al campo di Quidditch per i veri allenamenti. Tutti i loro compagni, tranne Angelina, erano già nello spogliatoio.

«Tutto bene, Ron?» chiese George con una strizzatina d’occhi.

«Sì» rispose Ron, che era diventato sempre più silenzioso man mano che si avvicinavano al campo.

«Pronto a farci fare brutta figura, prefettuccio?» domandò Fred, sbucando tutto spettinato e con un ghigno malizioso dal collo della divisa da Quidditch.

«Taci» mormorò Ron, il volto di pietra, infilando la divisa per la prima volta. Gli andava bene, considerato che era appartenuta a Oliver Baston, parecchio più largo di spalle.

«Bene, tutti quanti» disse Angelina, arrivando già vestita dall’ufficio del Capitano. «Cominciamo. Alicia e Fred, potete portare la cesta delle palle? Oh, c’è un po’ di gente là fuori a guardare, ma voglio che la ignoriate, d’accordo?»

Qualcosa nel suo finto tono disinvolto suggerì a Harry che forse sapeva chi erano gli spettatori non invitati; infatti uscirono dallo spogliatoio nella vivida luce solare sotto una tempesta di fischi e urla della squadra di Serpeverde e di tifosi assortiti, raggruppati a metà delle tribune vuote. Le loro voci echeggiavano forte nello stadio.

«Che cosa cavalca quel Weasley?» gridò Malfoy con la sua beffarda voce strascicata. «Chi è che ha gettat