/ Language: Italiano / Genre:sf / Series: Urania

L'astronave del massacro

James White

A non pochi lettori, l’apparizione in un’orbita vicina al nostro pianeta di questa gigantesca e silenziosa astronave, ricorderà l’arrivo, in una sperduta baia sudamericana, del misterioso veliero di Benito Cereno. Anche qui — come nel famoso romanzo di Herman Melville — gli uomini mandati a prendere contatto con l’equipaggio si trovano di fronte a una enigmatica situazione: chi comanda, in realtà, a bordo? Chi sono i “buoni” e chi i “cattivi” ? Ma questo classico tema marinaresco si complica presto di tutte le snervanti, contraddittorie, confusionarie difficoltà che possono affliggere una moderna missione spaziale: la burocrazia militare, l’opinione pubblica, la televisione, l’impotenza tecnologica, la responsabilità di decidere — per chi è prigioniero nei labirinti della nave — sulla vitale questione: massacrare o lasciarsi massacrare?

James White

L’astronave del massacro

1

Tutto cominciò con un piccolo graffio sulla foto di certe nuvole stellari in Sagittario, la cui presenza venne attribuita alla poca cautela usata nel maneggiare la foto o a un difetto di sviluppo. Ma una secondo foto della stessa zona mostrò un identico graffio, che cominciava nel punto in cui finiva l’altro e proseguiva con una linea inconfondibilmente curva, indice di uno spostamento di traiettoria, e quindi non attribuibile a un corpo celeste naturale.

Immediatamente tutti gli apparecchi destinati alle rilevazioni vennero puntati verso l’oggetto.

I più potenti strumenti ottici segnalarono soltanto un piccolo punto luminoso. Le analisi spettrografiche indicarono una superficie riflettente, fatto che fece pensare a del metallo; le grandi coppe dei radiotelescopi, invece, non segnalarono assolutamente niente. Il presunto scafo si era inserito in un’orbita situata a circa diciotto milioni di chilometri oltre quella di Marte, e non faceva ancora nessun tentativo di mettersi in comunicazione. Venne così presa la decisione di sacrificare la sonda di Giove, nell’intento di raccogliere maggiori informazioni sull’intruso.

Come risultato, la Terra ebbe un’immagine confusa di un vascello che orbitava silenziosamente e, secondo alcuni, in modo implacabile come una gigantesca nave da guerra che navigasse intorno alle coste di una piccola isola. Non lanciava segnali, né rispondeva in alcun modo comprensibile a quelli che le venivano trasmessi. La sonda riuscì a rilevare soltanto che si trattava di un oggetto metallico, siluriforme, con un anello di protuberanze al centro, e che misurava circa mille e cinquecento metri.

Inevitabilmente a qualcuno venne voglia di dare un’occhiata più da vicino; perciò due piccoli scafi da esplorazione vennero rapidamente adattati e preparati per il lancio.

— Io credo — disse Walters con molta serietà — che non siano state prese in seria considerazione le implicazioni filosofiche della cosa. Al presente, l’astronave è un mistero; ma nel momento in cui entreremo in contatto con essa, può diventare un problema. C’è una grande differenza.

— Non proprio — ribatté Berryman, nello stesso tono. — Il problema è semplicemente un mistero spezzato in un certo numero di frammenti maneggevoli, alcuni dei quali sono di solito legati a problemi già risolti. Lontano da me il voler discutere il processo intellettivo di un collega ufficiale, ma la vostra affermazione sa di vigliaccheria mentale.

— Invocare una maggiore precauzione e un’accurata preparazione mentale non è vigliaccheria — insistette Walters. — Se vogliamo discutere i pensieri, io credo che un’eccessiva sicurezza… chiamatela pure coraggio se volete, è già una forma di instabilità che…

— Solo una mente contorta può pensare di insultare un uomo chiamandolo coraggioso! — disse Berryman ridendo. — A me sembra che in questa operazione tutti vogliano fare gli psicologi, tranne gli psicologi. Che ne dite, dottore?

McCullough taceva da alcuni minuti. Si domandava chi era stato quell’idiota che per primo aveva paragonato al volo delle farfalle l’orribile sensazione che provava dentro lo stomaco. Sapeva che gli altri due uomini stavano giocando con le parole e, in quella circostanza, lui poteva soltanto unire la sua voce a quella degli altri. Disse: — Io non sono uno psicologo. Comunque, la mia cuccetta è piena dal momento… in cui ci sono dentro.

— Scusate se v’interrompo, signori — comunicò improvvisamente la Torre di controllo. — Vi devo informare che lo scafo del colonnello Morrison ha subito un’interruzione di tre minuti, a meno diciotto; quindi, il decollo dei due scafi non sarà simultaneo. Ricevuto? Il vostro conto alla rovescia è continuato, ed è a meno sessanta secondi… ora!

— Qui il comandante — disse Berryman. — Ricevuto. Riferite al colonnello che chi arriva per ultimo allo scafo straniero è un…

— Non vi sembra di esagerare nel voler apparire lo scienziato scrupoloso e senza paura, che si permette battute ironiche a pochi secondi dal lancio verso l’ignoto? Mi meraviglio che riusciate ancora a parlare. State nascondendo, sotto una disinvoltura esagerata, una momentanea e comprensibilissima crisi di ansia. Dovete ammetterlo.

— Meno venti secondi. Conto… Diciotto, diciassette, sedici…

— Avete ragione, Walters — sorrise Berryman. — lutti vogliono fare gli psicologi!

— Dodici, undici, dieci…

— Voglio uscire — disse Walters.

— A meno sette secondi? State scherzando. Quattro, tre, due, uno…

L’accelerazione crebbe fino a convincere McCullough che il suo corpo non avrebbe potuto più resistere. Poi aumentò ancora. McCullough sentì i propri bulbi oculari assumere una forma ovoidale e gli parve che lo stomaco gli si schiacciasse con forza contro la spina dorsale. Il fatto che delle creature fragili quanto le farfalle potessero sopravvivere a una pressione così tremenda, lo sorprese; comunque le farfalle stavano tutte svolazzando come impazzite… Poi la pressione diminuì, e lui cominciò a vedere le cose con maggiore chiarezza. Fu anche in grado di guardare fuori.

E proprio in quel momento si irrigidì, paralizzato dalla meraviglia.

Il controllo e la guida dello scafo durante quella criticissima fase del viaggio furono affidati alla responsabilità dei cervelli umani ed elettronici a terra. Il breve periodo di mancanza di peso terminò nel momento in cui si accendeva il secondo stadio, e tre g di accelerazione furono quasi rilassanti, in confronto alla spinta che i passeggeri avevano sopportato nella fase di ascesa. McCullough rimase con la testa girata verso l’oblò, a guardare la splendida linea del tramonto che lasciava il posto a quella distesa completamente buia che era il Pacifico coperto di nubi.

Contro il velluto nero, una piccola stella luminosa pareva allontanarsi dalla Terra. Era lo scafo del colonnello Morrison. McCullough lo capì perché il suo bagliore scomparve tre minuti esatti dopo la separazione del secondo stadio.

Se tutto andava secondo i piani, ora dovevano trovarsi in rotta di collisione con l’Astronave distante cento milioni di chilometri. Un periodo di decelerazione, già calcolato, avrebbe assicurato una collisione lievissima… Ammesso che riuscissero a entrare in collisione: l’Astronave straniera rappresentava infatti l’esempio perfetto di un punto nello spazio. Aveva una posizione, ma non aveva misure definite, né radiazioni avvertibili, né un campo gravitazionale in grado di risucchiarli, nel caso la loro rotta si fosse leggermente spostata!

Il pensiero di mancare completamente il bersaglio rappresentato dallo scafo straniero, o di dover usare nelle ricerche tanto carburante da pregiudicare il rientro a casa, preoccupava di tanto in tanto McCullough che, in simili occasioni, tentava di pensare ad altro.

Non riusciva più a vedere lo scafo di Morrison. O era troppo piccolo per essere scorto a occhio nudo, almeno dall’occhio di un uomo di mezza età e leggermente astigmatico come McCullough, o era nascosto dai riverberi provocati dalle nuvole della stagione monsonica, in atto sull’Africa e il Sud Atlantico. Improvvisamente, il colonnello fece sentire la sua presenza.

— P-Uno chiama P-Due. Rispondete, P-Due. Come ricevete?

— Qui P-Due — disse Berryman, ridendo — vi sentiamo in modo quasi assordante, signore: e chiaro come le note di una tromba d’argento che suoni la sveglia.

— Bastava dire forte e chiaro, Berryman. Troppe parole rappresentano spreco di ossigeno. Avete portato a termine il controllo del sistema di pressurizzazione e di sicurezza?

— Sì, signore. È tutto a posto.

— Bene. Toglietevi le tute e andate a dormire non appena possibile. Usate i sonniferi, se necessario. In questo momento lo considero psicologicamente consigliabile per varie ragioni; quindi, andate a dormire prima che il vostro subconscio maligno si renda conto di avere lasciato il pianeta. È un ordine, signori. Buona notte.

Qualche minuto più tardi, mentre gli altri due lo aiutavano a togliersi la tuta, Walters disse seccamente: — Anche il colonnello si mette a fare lo psicologo, adesso!

E Berryman soggiunse: — Il fatto è che il club di psicologi non è sufficientemente riservato ai soci. Vero, dottor McCullough?

Ma il comandante pilota si sbagliava; McCullough apparteneva, in quel momento, al più esclusivo circolo della Terra: a un circolo riservato soltanto a quegli individui selezionati che, a un certo punto, avrebbero lasciato il suddetto pianeta. E, come in tutti i buoni circoli, o negli ordini monastici, o nell’esercito, c’era un certo numero di regole da seguire. Perché anche in quei giorni i membri di un equipaggio potevano trovarsi in guai seri, molto seri.

Quando succedeva una cosa del genere, loro dovevano seguire delle regole stabilite in precedenza da un certo numero di soci fondatori che si erano già trovati in situazioni del genere. Dovevano parlare con calma e mantenere il controllo dei nervi fino al momento di avere persa ogni speranza; poi, magari, rompere le radio per impedire che mogli e amici venissero afflitti dalle loro disperate richieste di aiuto in un momento in cui nessuno avrebbe potuto aiutarli; per esempio, quando finivano le riserve d’aria, o quando i veicoli cominciavano a fondersi durante le fasi di un rientro.

Durante i cinque mesi e mezzo che occorrevano per raggiungere l’Astronave, loro avrebbero mangiato, dormito, parlato e sudato a pochi centimetri uno dall’altro. McCullough si domandò se le regole del circolo, o lo spirito di corpo o qualsiasi altra qualità particolare, avrebbero impedito a quegli uomini di suicidarsi per cupa solitudine, o di uccidersi l’un l’altro per profonda noia, o di impazzire e morire per ragioni che loro non avrebbero neppur lontanamente potuto immaginare.

McCullough sperava di sì: anzi, ne era quasi certo.

2

O il Progetto Prometeo era il risultato di un modo di pensare contorto, o vi avevano introdotto una tale molteplicità di obiettivi, da far pensare che anche chi li aveva studiati non ne sapesse esattamente lo scopo.

La fretta con cui era stata preparata l’operazione e il fatto che i due scafi fossero originariamente destinati alla funzione di laboratori abitati, ideati per le osservazioni di Deimos, giustificava in parte il fatto che le istruzioni date a McCullough fossero un’accozzaglia di dati insufficienti formulati in un linguaggio poco chiaro.

Lui poteva capire le ragioni dei capi e anche provare simpatia per i loro problemi. La presenza di un’astronave straniera oltre l’orbita di Marte era un enigma. Per risolverlo, disponevano solo di due piccoli e fragili scafi, spaventosamente inadeguati, e di sei uomini. Per arrivare alla soluzione più completa possibile, i sei uomini dovevano possedere le più ampie capacità fisiche e sociali. Dato che l’Astronave era ovviamente il prodotto di una cultura altamente avanzata, il sapere dei sei uomini doveva essere completo e molto esteso.

Scegliere sei uomini sani, resistenti, dotati di grande intelligenza, in grado di sopravvivere al più lungo viaggio della storia umana e di rispondere alle domande che sarebbero state loro formulate al rientro, non fu un compito facile, perché a quegli uomini bisognava accordare la più cieca fiducia. Per quanto fossero state migliaia le persone scientificamente qualificate che avevano fatto domanda di partecipare al viaggio, l’ultima parola toccò, come al solito, al medico spaziale.

Al posto di sei riconosciuti geni della Terra, vennero scelti quattro astronauti esperti e due ancora in addestramento, poco conosciuti negli ambienti scientifici, ma molto rispettati dagli amici. Tutto ciò che si poteva dire di loro, era che avevano buone probabilità di sopravvivere al viaggio.

McCullough, secondo Berryman, era stato condizionato dalla ripetuta vista di gente che roteava nelle centrifughe. Hollis, il novellino dello scafo di Morrison, era un fisico che lavorava allo sviluppo dei reattori nucleari destinati agli scafi spaziali. Tutti e quattro i veterani avevano detto, a modo loro, a Hollis e a McCullough, di approvare la scelta fatta, anche se forse mentivano diplomaticamente. Al ritorno sarebbero diventati famosi come nessuno avrebbe mai potuto sperare di essere.

Berryman tossì rumorosamente, e riportò di colpo i pensieri di McCullough al presente.

— Io proporrei di seguire il consiglio, dottore — disse. — Sono trascorse trentuno ore, dal nostro ultimo sonno. Tra l’altro, al nostro risveglio lo troveremo ancora.

— Che cosa? — domandò Walters.

— Il vuoto — rispose Berryman. — Milioni di chilometri di vuoto.

— Segui il consiglio — disse Walters. Sospirò e chiuse di colpo gli occhi.

Quando rimasero in silenzio, aspettando che i sonniferi facessero effetto, McCullough tornò col pensiero al quasi ridicolo problema di quella gente che aveva insistito, erroneamente, nel dire che i suoi compagni di viaggio erano sotto la sua responsabilità. A lui piaceva pensare che le sue qualifiche professionali fossero necessarie al successo del viaggio, che avrebbe trascorso il suo tempo in osservazioni dettagliate e nella valutazione dei dati raccolti sulla fisiologia, la sociologia e la psicologia degli extraterrestri, benché lui non fosse uno psicologo. Ma, a parte i cinque nomi, le facce, i toni di voce, e i gradi militari, McCullough sapeva ben poco di coloro che erano suoi compagni di viaggio e potenziali pazienti.

Fondamentalmente erano degli introversi. Un astronauta non ha motivo di non esserlo. Sia il capitano Berryman, sia il maggiore Walters, avevano dimostrato grande rispetto e considerazione nei suoi confronti.

Del colonnello Morrison, McCullough, poteva dire soltanto che era cortese, ma riservato; non aveva avuto molti contatti con lui. La stessa cosa valeva per il maggiore Drew. Il terzo membro dell’equipaggio di Morrison era il fisico, il capitano Hollis. Il suo grado, come quello di McCullough, non aveva un grande significato. Con tutta probabilità, li avevano promossi allo scopo di semplificare gli incartamenti militari e facilitare la loro assegnazione all’impresa. Hollis parlava poco, sempre a bassa voce, quasi con vergogna. Forse aveva preso questa abitudine giocando a scacchi o riparando gli apparecchi TV degli amici.

Quanto a se stesso, il tenente colonnello McCullough, sapeva di avere una personalità piuttosto complessa che aveva creduto di capire fino al giorno in cui si era presentato volontario per quella missione. In quel periodo stava frequentando i corsi di addestramento MOL, e, nelle sue intenzioni, sarebbe dovuto un giorno salire con un certo numero di animali da laboratorio su una delle stazioni orbitali e studiare i processi della vita nelle condizioni di mancanza di peso. Come gli altri, anche lui non era sposato. Questa era probabilmente un’ottima cosa, nonostante la convinzione generale che il matrimonio potesse dare agli astronauti una maggiore forza e stabilità emotiva; ma la missione Prometeo poteva trasformarsi in un suicidio.

McCullough si rigirò nella cuccetta, benché in condizioni di mancanza di peso qualsiasi posizione fosse comoda. Oltre l’oblò, la Terra era una massa scura; le nuvole e la linea dei continenti erano grigie e indistinte. Le stelle sopra l’orizzonte e le luci delle metropoli brillavano con la stessa intensità, tanto che l’intero pianeta sembrava trasparente e privo di sostanza, come un mondo di ectoplasma.

Mentre si abbandonava al sonno, McCullough pensò fantasiosamente che forse, mentre non guardava, era scoppiata la guerra totale che aveva distrutto il mondo intero; e ora, a orbitare attorno al Sole c’era soltanto un fantasma grande quanto il pianeta…

Ma quando si svegliò qualche ora dopo, la Terra era tornata a essere una sfera luminosa e solida, grande appena quanto la circonferenza dell’oblò.

Berryman e Walters erano già svegli. Quando McCullough si alzò dalla cuccetta, il comandante pilota gli passò la colazione. Stavano ancora succhiando il cibo dai recipienti, quando la radio si fece sentire: — Qui Controllo Prometeo. Buon giorno, signori. Se non avete niente di meglio da fare, e non crediamo che ne abbiate, vorremmo impartirvi le prime istruzioni. Abbiamo deciso di aumentare la frequenza di queste lezioni da due a tre al giorno. Queste sono le prime. Vi potranno essere molto utili quando raggiungerete l’Astronave. Trattano di geometria pluridimensionale.

— Uffa — fece Berryman.

— All’inferno — borbottò Walters.

— No comment — disse McCullough.

— Vi ringraziamo per la vostra collaborazione, signori. Se avete pronta carta e matite…

— Obiezione, obiezione! — esclamò la voce del colonnello Morrison. — P-Uno a Controllo Prometeo e a P-Due. Sono contrario alle note scritte. La quantità di carta disponibile è limitata, e può esserci indispensabile per le comunicazioni o per degli schizzi supplementari alle fotografie dell’Astronave.

— Ottima osservazione, colonnello. Molto bene, prenderete note mentali fino a quando non riterrete opportuno il contrario. Ora, se siete pronti…

Un breve silenzio, rotto da due scariche e da un colpo di tosse. Poi si fece sentire una nuova voce.

— Bene. L’argomento di questa lezione forse necessita di una spiegazione, ed è questa: dalle nostre osservazioni sull’avvicinamento, sulla massa e sull’aspetto generale dello scafo extraterrestre, siamo convinti che esso sfrutti un sistema di propulsione che può spingerlo a una velocità superiore a quella della luce. Dato che la teoria di Einstein afferma l’impossibilità dei viaggi nel continuum di questo spaziotempo a una velocità superiore a quella della luce, dobbiamo ricadere su quelle vaghe teorie che suggeriscono la possibilità di aggirare le leggi fisiche che governano questo continuum, viaggiando ai margini o dentro qualche iperdimensione assolutamente immaginaria. Stando così le cose, con tutta probabilità non sapreste riconoscere una propulsione iperdimensionale nemmeno se vi desse il suo biglietto da visita. E forse nemmeno io.

Un piccolo colpo di tosse, secco e accademico. Poi, la voce riprese a parlare.

— Così, lo scopo di questa lezione, oltre a quello di delineare il pensiero corrente sull’argomento, unitamente alle nostre ipotesi e ai calcoli matematici, è anche quello di darvi una maggiore probabilità di riconoscere un generatore iperdimensionale, nel caso vi capitasse di vederne uno. Ulteriori lezioni più ampie su questo soggetto includeranno…

McCullough cominciò a preoccuparsi di un futuro che si preannunciava noioso. Sperò che quelli di Prometeo sapessero cosa stavano facendo, e che si fossero presi la cura di scegliere i professori adatti. Quando era stata avanzata la proposta delle lezioni, tutti si erano trovati d’accordo nel ritenere che, senza un aiuto visivo o libri di testo, l’imparare soggetti nuovi e difficili sarebbe stato tutt’altro che semplice. Se impartite nel modo dovuto, le lezioni avrebbero però sollecitato lo spirito di competizione tra i membri dell’equipaggio, concorrendo così a scacciare la noia. E sarebbe stata un’ottima trovata, a parte il rischio di far nascere in qualcuno la sensazione di essere meno intelligente degli altri, cosa che avrebbe potuto creare una quantità di conflitti e di turbamenti emotivi. Ma agli astronauti del Prometeo era stato garantito che tutte queste eventualità erano state prese in considerazione, e che si sarebbero evitati quegli effetti che potevano diventare pericolosi.

McCullough pensò che soltanto il tempo avrebbe potuto dare la risposta. Quel professore, se non altro, aveva un certo senso dell’umorismo.

Stava dicendo: — Per darvi un esempio, le nostre nozioni riguardo alla biologia, alla fisiologia e alla sociologia extraterrestre sono nulle. Ma nelle future lezioni vi daremo qualche indicazione su ciò che potrete trovare rifacendovi alle abitudini sessuali di alcune forme sociali isolate, esistenti sul nostro stesso pianeta, e prendendo in considerazione i meccanismi riproduttivi dei nostri più curiosi animali e delle piante terrestri; in tal modo potremo formarci un’idea del tipo di sistema sociale che queste creature potrebbero sviluppare nel caso raggiungessero un livello di intelligenza umana.

“Tutte queste sono semplici indicazioni su quello che i diversi professori vi potranno dire dopo di me.

“Prima di cominciare la mia serie di lezioni, conviene che mi presenti. Sono il dottor Edward Ernest Pugh, professore di matematica all’università di Coleraine…”

3

Passò del tempo.

Mentre le lezioni continuavano, la Terra e l’apparente grandezza del loro veicolo continuarono a diminuire. Quando le paratie cominciarono a stringerli troppo, uscirono a turno, curando l’incipiente claustrofobia con la minacciosa agorafobia. Fu Berryman a dare questa definizione del procedimento. Comunque lui parlava in quel modo, come tutti gli altri, del resto, per nascondere quello che veramente provava. La verità era che all’estremità del lungo cavo di sicurezza, con il loro veicolo fluttuante a cinquecento metri di distanza simile a un giocattolo surrealistico, si trovavano circondati dall’intera Creazione, a fuoco nitido e in perfetto 3-D; e quello non era uno spettacolo di cui si potesse parlare con facilità.

Con l’aumentare delle distanze dalla Terra e dal Controllo Prometeo, aumentarono anche le difficoltà di comunicazione. Non solo le periodiche interferenze solari rendevano appena percettibili le comunicazioni, ma l’intervallo di tempo tra una qualsiasi domanda e la risposta era ormai diventato superiore agli otto minuti. Quando divenne necessario aumentare il volume di ricezione per raccogliere quelle frasi che cercavano di farsi strada in mezzo al fragore delle scariche, l’intervallo di tempo divenne oltremodo irritante. Alla fine, anche il colonnello non riuscì più a sopportarlo.

— Voi forse ci trasmettete dei dati sui metodi di produzione nell’industria aeronautica — disse Morrison con un certo sarcasmo — a noi, comunque, sembra una registrazione da Omaha Beach nel giorno del Giudizio. State combattendo una battaglia persa. Smettete, almeno fino a quando quelle maledette macchie solari non se ne saranno andate a dormire.

Otto minuti dopo, una voce appena percettibile si fece largo in mezzo alle scariche per dire: — … non abbiamo capito bene il vostro messaggio… non abbiamo tattiche di battaglia… Operazione Sovraccarico immediatamente disponibile… non riusciamo a capire la vostra richiesta…

— Controllo Prometeo, avete frainteso il messaggio — disse la voce del colonnello, con maggiore forza ma minore chiarezza di dizione. — Vi ho detto di interrompere le trasmissioni…

— … è prevista una lezione sulla Teoria dei giochi, ma vi dobbiamo avvisare… Il concetto degli stranieri sulle tattiche militari può non coincidere… Eisenhower…

— Non parlate quando parlo io, maledizione!

Per circa cinque minuti, il Controllo lottò senza successo contro le scariche. Alla fine si fece udire ancora una volta la voce del colonnello.

— P-Uno a P-Due. Potete interrompere il contatto con il Controllo, anche senza il loro permesso. Me ne assumo la piena responsabilità.

Tutti rimasero a lungo a godersi la pace e il silenzio. Poi Walters brontolò con rabbia: — Quel frastuono era terribile. Voi, signore, eravate praticamente rannicchiato in voi stesso, e il dottore aveva gli occhi chiusi e la bocca tirata. È un male. Il rumore, qualsiasi rumore forte, non necessario, o fastidioso, specialmente in uno spazio ristretto come questo, mi rende nervoso. Comincio ad avere il terrore delle lezioni che ci impartiscono tre volte al giorno. Qualcuno dovrebbe dire loro qualcosa. Qualcuno che abbia autorità.

— Giusto — concordò McCullough.

— Era logico! — scattò Walters con voce stridula, quasi isterica. — Voi siete sempre d’accordo. Non sapete far altro!

— Io penso che Morrison volesse fare qualcosa — intervenne Berryman. Spostò con apprensione gli occhi da Walters a McCullough. Poi tornò a guardare Walters. — Il dottore è una persona accomodante, anche se a volte è difficile capirlo. Io stesso vorrei vederlo di tanto in tanto comportarsi in modo più clinico, e magari sentirlo parlare in modo un po’ volgare. Se non altro, avrebbe dovuto sezionarci mentalmente per qualche giorno e spiegarci le vere relazioni tra noi e il nostro primo orsacchiotto, e mostrarci quale mostruosa perversità ci sia sotto la nostra calda e cordiale facciata esteriore. Ma lui non vuole parlare come uno psicologo, né lo vuole sembrare, né tanto meno vuole ammettere di esserlo. Berryman stava tentando il possibile per appianare le cose. C’era quasi riuscito e girò lo sguardo, come per chiedere un po’ di collaborazione da parte del dottore.

— Ecco — disse McCullough — voi, se non altro, dovreste anzitutto capire che io sarei uno psicologo eisenckiano, piuttosto che freudiano, e che quindi non avrei mai occasione di usare il divano per i consulti. Però c’è stato un periodo in cui ho fatto valide ricerche, se posso dirlo, sul comportamento e sulla psicologia dei vermi. Alcuni fatti mi hanno lasciato assai perplesso — continuò. — Avevano numeri al posto dei nomi, quindi non esiste il problema della rivelazione immorale di informazioni private e intime. Avevano inoltre un grado di intelligenza tanto bassa da costringerci all’uso di leggere scariche elettriche per stimolarli sessualmente.

Berryman scosse la testa.

— Be’, io ho tentato — disse McCullough mostrandosi offeso. Poi continuò: — In quanto al blaterare come uno psicologo e a premere i vostri pulsanti mentali, sarebbe stata una perdita di tempo. Voi siete molto equilibrati, autocoscienti, intellettualmente e sentimentalmente onesti, e già molto padroni della terminologia. Un qualsiasi problema che si presenta, viene immediatamente riconosciuto, classificato e risolto con la persona in questione. Quindi, io non ho niente da fare, anche se in teoria dovrei fare qualcosa.

Ci fu un silenzio che durò circa un minuto, poi Walters disse: — Mi spiace di essermela presa con voi, dottore. Se avessi usato il cervello mi sarei reso conto che chi vuole litigare con uno psicologo, finisce sempre col venire lusingato.

— Proprio quello che intendevo — disse McCullough a Berryman. — È riuscito anche a capire il mio sottile tentativo di mantenere la concordia per mezzo dell’adulazione.

Berryman fece un cenno affermativo.

— Se solo gli stranieri dell’Astronave fossero dei vermi…

Su un piano più ampio, più obiettivo, la situazione non era decisamente normale. All’interno del P-Due lo spazio non occupato dagli apparecchi di controllo, di comunicazione e tutto il resto, non lasciava possibilità di fare movimenti, né di trovare solitudine. I passeggeri dovevano vivere in uno spazio di due metri e dieci per un metro e venti, spazio ridotto ancora dalle cuccette, dai quadri di comando e dalle apparecchiature. Nessuno si poteva muovere per più di pochi centimetri, senza urtare un gomito o un ginocchio contro la faccia o lo stomaco di qualcuno. A causa poi delle limitate riserve di ossigeno, le passeggiate fuori dallo scafo non potevano superare il totale di due ore alla settimana, e quindi quegli uomini non potevano restare soli per un periodo di tempo necessario ai normali introversi. Rimanevano così sdraiati nelle loro cuccette per qualche ora al giorno, a fare esercizi, massaggiandosi i muscoli, parlando o no, e ascoltando i segnali in arrivo.

In un abitacolo che non si poteva nemmeno confrontare con le celle dei peggiori istituti penali, l’equipaggio del P-Due, e forse anche quello del P-Uno, viveva in un clima non sempre pacifico. Ognuno cercava di essere cortese e riguardoso con gli altri, ma non troppo. La costrizione di tenere continuamente a freno la lingua e di essere sempre cortese, poteva procurare uno sforzo emotivo che avrebbe portato inevitabilmente alla violenza.

Gli uomini erano quasi sempre di cattivo umore e si mantenevano sensibili ai cambiamenti potenzialmente pericolosi dell’atmosfera. Se si accorgevano che il motivo del loro malcontento o del loro sarcasmo cominciava a incrinarsi, lasciavano che le loro battute assumessero proporzioni ridicole. Si abituarono a questo genere di cura psicologica, ma erano sempre soggetti anche alle violente pressioni esterne.

La Terra aveva deciso di affidare la missione a un gruppo di astronauti bene addestrati, anziché a un gruppo di ottimi scienziati, a indagare nell’Astronave straniera; e questa, considerata la situazione, era stata un’ottima idea. Però la Terra desiderava disperatamente che nei confronti dell’Astronave tutto si svolgesse nel migliore dei modi: voleva che si stabilissero dei cordiali contatti sociali e culturali e che si scoprissero più cose possibili sulla scienza e sulla tecnologia degli stranieri. Insomma, stava facendo di tutto per trasformare gli astronauti in scienziati.

La debolezza dei segnali e il fragore dei disturbi durante certe lezioni erano a volte irritanti. Il vero guaio era che le lezioni stesse erano un continuo promemoria di ciò che aspettava gli astronauti alla fine del viaggio.

Qualunque persona normale sarebbe stata pronta ad affrontare un problema ben definito. Ma non sapendo niente di niente, tranne che si trattava di una questione di vita o di morte, e che si doveva in qualche modo risolverla, anche la persona più equilibrata avrebbe mostrato segni di tensione.

Ora gli astronauti si trovavano a tre settimane dall’Astronave straniera…

Dopo una lezione del tutto incomprensibile, tanto da essere quasi pura fantascienza, Walters disse: — Sarebbe bello potere semplicemente stendere le mani nel gesto universale di pace. Ma quale può essere il gesto universale di pace per un polpo o un vegetale intelligente?

“Noi, di solito, non facciamo gesti di pace agli animali o alle piante, e il loro comportamento verso di noi può essere ostile oppure difensivo. Le tartarughe si ritirano nel loro guscio, i polpi spandono inchiostro, e molte piante si coprono di spine. Io direi che se un animale o un essere si comporta normalmente all’avvicinarsi di uno straniero, se non compie nessuna azione offensiva o difensiva, allora significa che, o è fondamentalmente pacifico, o soffre di una diminuzione degli apparati sensori, o forza cerebrale che sia. Ma questa è una risposta non del tutto soddisfacente, dato che possiamo trovarci di fronte a degli esseri le cui reazioni normali possono sembrarci strane quanto lo sono quelle anormali. Non so.”

— Supponiamo — ipotizzò Berryman — che l’Astronave, a parte le zone destinate ai reattori e alle apparecchiature di comando, sia zeppa di una sostanza sabbiosa ricca di vitamine, e che questa sostanza sia adatta a rigenerare gli elementi per la nutrizione e a eliminare gli scarti. L’arredamento, le cuccette, e via dicendo sarebbero virtualmente mancanti, e le leve di comando e i… pedali dovrebbero essere disposti tutto attorno, e forse anche all’interno del meccanismo stesso da controllare. La creatura potrebbe attorcigliarsi e insinuarsi dentro la macchina che opera…

— Non torniamo a parlare dei vermi! — lo fermò Walters.

— Io parlo di una creatura intelligente e vermiforme — ribatté il comandante pilota. — Un verme che è rimasto fuori dal suo buco il tempo sufficiente per guardare in alto e meravigliarsi delle stelle.

— Poetico! — disse Walters.

— Chiudete il becco, voi. Parlo di un verme che ha sviluppato un’intelligenza e un grado di cooperazione da permettergli una civiltà e un progresso tecnologico. E ora dottore, supponiamo che voi vi veniate a trovare di fronte a un individuo di questa specie. Con la vostra particolare conoscenza sulla fisiologia e sulle cause che ci portano ai primitivi antenati di questi esseri, potreste arrivare a una comprensione con loro?

McCullough ci pensò un attimo.

— Come analogia, potrei dire che un essere straniero dovrebbe poter capire un essere umano, dai dati raccolti esaminando un babbuino. No, non credo che sia possibile. In ogni caso la lacuna intellettuale ed evolutiva tra i vostri vermi spaziali e i miei è molto più grande di quella che esiste tra l’uomo e il babbuino. Ecco perché ci costringono ad ascoltare lezioni sull’accoppiamento tra l’armadillo e le cose.

— Cose, le chiama! — Berryman fece una smorfia e cominciò a passare la colazione.

Mangiavano quasi sempre dopo una discussione sugli esseri dell’Astronave, ma Berryman e Walters avevano smesso di menzionare il legame psicologico tra il senso di insicurezza e il mangiare. L’unica persona che parlava durante i pasti era Walters.

— Sapete, dottore, dovrebbe esserci qualcosa che potete fare.

Tre giorni dopo, il dottore fu in grado di fare qualcosa. Qualcosa che solo un dottore poteva fare.

— Qui Morrison. Fatemi parlare con il dottore, prego.

— Sì — disse McCullough.

— Il capitano Hollis è malato. Ha… una irritazione della pelle, tra l’altro. Non riesce a dormire senza forti dosi di sonnifero, di cui abbiamo quasi finito la scorta. Capisco che è chiedervi molto, ma preferirei che lo veniste a visitare, anziché prescrivere una cura da dove vi trovate. Potete raggiungere il P-Uno, dottore?

McCullough guardò istintivamente verso le stelle. Non poteva vedere il P-Uno perché era visibile soltanto sullo schermo radar. L’ultima volta che lo avevano scorto si trovavano ancora in orbita attorno alla Terra. Si schiarì la gola e disse: — Sì, certo.

— Alla distanza in cui ci troviamo, c’è un certo rischio.

— Me ne rendo conto.

— Molto bene. Vi ringrazio.

Dopo aver tolta la comunicazione, Walters girò la testa e rimase qualche istante a guardare attentamente McCullough. Infine levò in aria tre dita e disse: — Uno, siete stupido. Due, siete coraggioso. Tre, vi hanno fatto il lavaggio del cervello.

4

Il tubo di lancio per il personale di bordo era formato da un cilindro in lega leggera, lungo cinque metri, composto di varie sezioni unite una all’altra e privo di qualsiasi sporgenza. Puntava in avanti, in modo da rappresentare una continuazione dell’asse dello scafo; la carica che lanciava il proiettile umano nello spazio, esercitava una identica spinta verso la parte posteriore, in modo da evitare la necessità di correzioni di rotta. In quel caso, dato che gli astronauti non potevano servirei dei sistemi di puntamento visivi, dovevano puntare l’intero scafo sul bersaglio indicato dal radar.

Berryman infilò l’imbracatura di lancio nella prima sezione del tubo, poi, mentre Walters portava a termine il puntamento, aiutò McCullough ad assumere la giusta posizione entro il bizzarro congegno. Strano che McCullough lo considerasse ora un bizzarro congegno. Sulla Terra, dopo averne studiato il meccanismo e il sistema di manovra, e dopo aver visto film dimostrativi, l’aveva considerato ingegnoso e del tutto sicuro.

L’imbracatura vera e propria era una sottile incastellatura di tubi metallici costruiti nel cilindro cavo che aderiva al tubo di lancio, con i contenitori panciuti dell’ossigeno e il sistema di propulsione da una parte e lo spazio per l’uomo dall’altra.

Una volta che l’astronauta era assicurato all’imbracatura, le braccia incrociate dietro e le gambe piegate al ginocchio, e tenuto in posizione da speciali cinghie, il congegno cominciava ad assumere un aspetto più simmetrico. Con l’uomo attaccato il centro della spinta coincideva circa con il centro di gravità. In questo modo, dopo il lancio, l’intero apparecchio aveva solo una leggera tendenza a roteare su se stesso.

— La spinta di lancio vi farà viaggiare a una velocità di circa venti chilometri all’ora — gli disse Berryman, per la terza o quarta volta. — Così, se abbiamo mirato giusto e se finirete contro il P-Uno, a questa velocità sarà come finire di corsa contro una parete. Potreste farvi male, danneggiare o lacerare la tuta, e anche provocare danni all’altro scafo.

— Non scherzate su queste cose, Berryman! Tra l’altro, finirete col renderlo nervoso.

— Non sto scherzando, colonnello — disse il pilota. Poi tornò a parlare con McCullough. — Io volevo solo consigliarvi prudenza, dottore; non volevo innervosirvi. Ricordatevi soltanto di controllare in tempo la vostra velocità rispetto all’altro scafo. Cominciate la decelerazione a circa un chilometro e mezzo di distanza, e non fermatevi troppo vicino. A questo punto vi potete spostare con i vostri motori a gas. Ne avete a sufficienza per fare tutti i movimenti che volete. Avete aria per sei ore, e il viaggio durerà circa tre ore e mezzo, dato che P-Uno si trova a settantacinque chilometri di distanza.

— Supponiamo che dopo tre ore e mezzo io non veda lo scafo — obiettò McCullough. — È molto piccolo e…

— Supposizioni pessimistiche, che si convengono a un illustre psicologo — commentò Walters torvo.

— Siete pronto a partire, dottore? — chiese Berryman. — Datemi dieci minuti per rientrare e controllare il puntamento radar. Walters, state lontano dal tubo.

Il lancio, in se stesso, fu piacevole; fu come una specie di forte spinta, che ricordò a McCullough i primi secondi di salita in un ascensore molto veloce. L’uomo si staccò dal tubo di guida e cominciò a roteare lentamente su se stesso.

Liberò rapidamente le braccia e le gambe dalle cinghie di sicurezza, e quando il P-Due tornò nel suo campo visivo, le allargò per frenare il movimento rotatorio. Walters e Berryman rimasero in silenzio, ma, attraverso la cuffia, McCullough poteva sentire il loro respiro. Rimase in silenzio anche lui. Lo scafo cambiò lentamente dimensioni. Non sembrava allontanarsi da lui, diventava semplicemente più piccolo. Il tubo di lancio venne smontato e i due piloti rientrarono nel portello prima che la distanza trasformasse lo scafo in un triangolo argenteo dai contorni confusi.

Poco prima che sparisse completamente, McCullough girò su se stesso fino a che si venne a trovare con la faccia orientata nella direzione verso cui stava andando, e cominciò a cercare lo scafo di Morrison, anche se sapeva che non lo avrebbe scorto per almeno altre due ore.

Il colonnello gli aveva suggerito di dormire e di lasciare il ricevitore aperto al massimo volume; lo avrebbe svegliato lui stesso al momento giusto. McCullough non aveva voluto seguire il consiglio per due motivi. Per prima cosa, non voleva essere intontito dal sonno durante le fasi di avvicinamento al P-Uno. Le manovre richiedevano la massima lucidità. L’altra ragione la tenne per sé. Era dovuta alla paura di svegliarsi e non trovare lo scafo, senza più la possibilità, o la speranza, di venire soccorso. Solo…

Sapeva perfettamente che il cavo di sicurezza era attaccato alla sua cintura, e che l’altra estremità non era attaccata a niente.

Ma si trattava soltanto dell’inizio…

Nelle condizioni di mancanza di peso, per tenere le braccia e le gambe distese non era necessario nessuno sforzo, e in quella posizione il movimento di rotazione su se stessi veniva ridotto al minimo. Ma, a poco a poco, la posizione cominciò a diventare scomoda, ridicola e, per qualche oscura ragione, insicura. Tutto attorno stavano sospese le stelle, luminose, vicine e stupende; ma l’oscurità che si stendeva fra loro era infinita. McCullough cercò di convincersi di essere felice di trovarsi nello spazio, assicurò a se stesso che niente lo minacciava, che non aveva motivo di essere terrorizzato, e che nessuno poteva vedere la sua paura, nel caso fosse visibile.

Era completamente solo.

Gradatamente la velocità della rotazione si fece più rapida; allora McCullough piegò rapidamente le braccia e le gambe, fino al momento in cui venne a trovarsi con le ginocchia schiacciate contro lo stomaco, e con le braccia incrociate e tirate sul petto quanto lo concedeva la presenza della tuta. Ma fu soltanto quando si rese conto di avere gli occhi serrati con forza che McCullough cominciò a domandarsi cosa gli stava succedendo con esattezza.

Cercò disperatamente di riprendere il controllo di se stesso, in ogni senso.

Ma, per qualche strana ragione, il suo corpo era andato oltre il governo della sua mente, proprio come i diversi strati della sua mente avevano superato il controllo della sua volontà.

Sentiva, anziché pensare. Aveva l’impressione di essere un’enorme spugna asciutta che si imbeve fino a saturarsi di solitudine. La solitudine puramente soggettiva del sentirsi solo e ignorato in mezzo a una folla, la grande solitudine del trovarsi su una spiaggia deserta, dove gli insensibili fenomeni naturali del vento e delle onde premono tutto attorno, e la spaventosa sensazione di solitudine che prova un bambino nel buio della notte, quando crede, a torto o a ragione, di essere indesiderato e senza affetti. McCullough provava un senso di solitudine distillato, concentrato e perfettamente raffinato. Ogni sensazione provata nelle sue precedenti esperienze, appariva al confronto con questa, una leggera scottatura solare confrontata con le ustioni di terzo grado.

Si rannicchiò ancora di più, mentre le invisibili stelle continuavano a roteargli attorno e le lacrime calde cercavano di aprirsi un varco tra le ciglia serrate.

Poi la spaventosa percezione di solitudine cominciò a diminuire; o forse era lui che si allontanava da lei. Il roteare senza peso divenne stranamente piacevole: aveva una qualità ipnotica, priva di tempo. La sensazione era paragonabile a quella che si prova un momento dopo un tuffo in acque profonde, quando è impossibile stabilire se si è a testa in giù o meno, e le calde acque del mare sorreggono, proteggono, e stringono…

— Dite qualcosa! — gridò McCullough.

— Qualcosa — disse subito Berryman.

— Siete in difficoltà, dottore? — domandò Morrison.

— No… non proprio, signore — rispose McCullough. — Comunque… adesso sto bene.

— Meno male. Io pensavo che foste addormentato… Siete rimasto in silenzio per oltre due ore. A questo punto dovreste già vedere il nostro scafo.

McCullough allargò le gambe e le braccia per rallentare la rotazione. Le stelle spuntarono maestose dall’alto del visore, raggiunsero il centro, e lentamente scesero per scomparire dietro il bordo inferiore. Quando comparve il sole, McCullough mise una mano davanti agli occhi per proteggere la vista e continuò a scrutare il cielo. Ma i due oggetti che scorse erano troppo luminosi per essere degli scafi. Probabilmente erano Sirio e Giove; ma lui era ancora troppo disorientato per poterlo stabilire con esattezza.

— Non riesco a trovarvi.

Doveva esserci una traccia di panico nel tono della sua voce, perché Morrison rispose all’istante.

— Va tutto bene, dottore. Sul nostro radar vediamo il P-Due con estrema chiarezza. Se foste di molto fuori rotta vedremmo due tracce. Se c’è uno spostamento deve essere minimo. Guardatevi attorno con attenzione.

Passarono circa dieci minuti, poi Morrison fece di nuovo sentire la sua voce.

— Quando vi hanno lanciato, la nostra posizione rispetto al vostro scafo era circa dieci gradi in basso e quindici a destra della stella centrale nella metà destra della W di Cassiopea, oppure in alto e a sinistra della stella centrale a sinistra, nel caso siate rovesciato e vi sembri una M. Usate Cassiopea come punto di riferimento e spostate le ricerche seguendo la linea Perseo, Andromeda e Cepheus… Avete capito? Più vicino siete, più grande può sembrare il nostro spostamento apparente.

“A questo punto dovremmo essere l’oggetto più luminoso in vista. Fra sette minuti e mezzo vi conviene iniziare la decelerazione…”

Se non avesse decelerato, McCullough sarebbe finito oltre il P-Uno, forse anche senza nemmeno vederlo. Ma se avesse decelerato senza vederlo e avesse usato la spinta dei suoi reattori per dirigersi verso la sezione di cielo indicata, correva il pericolo di avviarsi su una rotta tangente o di superare lo scafo a una velocità doppia di quella attuale. In questo caso, dubitava moltissimo che la riserva di aria e la carica dei reattori sarebbero state sufficienti a permettergli di tornare verso lo scafo.

McCullough cercò di non pensarci. Si concentrò tanto da non accorgersi subito di avere nuovamente le ginocchia schiacciate contro lo stomaco e le braccia intrecciate sul petto, e che le stelle gli stavano girando vorticosamente attorno come una tormenta di gioielli. Lanciò un’imprecazione e si allargò ancora una volta a stella di mare, poi concentrò la mente sui cieli che roteavano attorno a lui, e cercò di mettere un certo ordine in quella che era diventata una massa di luci indistinte. Guardò le stelle a testa eretta, poi cercò di immaginarle rovesciate: a poco a poco riuscì a distinguere le forme dei Cacciatori, degli Arcieri, e dei Granchi. Improvvisamente, si rese conto che, oltre a rotolare su se stesso, si era anche girato di fianco; riuscì infatti a identificare Capella, sulla propria sinistra.

Capella si era unita a un compagno molto strano.

McCullough si allineò il più rapidamente possibile con l’oggetto spaziale e infilò le mani e i piedi nelle maniglie e nelle staffe. Poi disse: — Vi ho visti. Comincio la decelerazione.

— Fra otto secondi, dottore. Devo dire che avete fatto appena in tempo… Adesso!

Poco dopo Morrison disse: — Vediamo la fiamma dei vostri reattori, dottore. Ottimo lancio, P-Due.

Dall’altro scafo giunsero le voci di Berryman e di Walters che volevano fare i modesti. Il pericolo precalcolato di decelerazione terminò, e McCullough venne a fermarsi a circa trecento metri dall’altro scafo, dove due uomini stavano già uscendo dal portello. Puntò con precisione e riaccese i reattori per dirigersi lentamente verso lo scafo.

— Dottore — disse Morrison — come sapete, all’interno c’è pochissimo spazio; così, mentre voi date un’occhiata al capitano Hollis, Drew e io restiamo all’esterno a montare il tubo di lancio per il vostro viaggio di ritorno. Fate con calma… entro certi limiti, naturalmente. Forse preferite che non ci sia contatto radio durante la visita al paziente; quindi, quando avrete finito, fateci un segnale con la lampada del portello.

Dopo una breve conversazione, McCullough raggiunse il portello e penetrò all’interno. Venne a trovarsi in una cabina perfettamente identica a quella dell’altro scafo. Anche l’odore era identico. L’unica differenza era data dall’uomo disteso nella cuccetta.

McCullough diede a Hollis una lunga occhiata clinica e piena di simpatia; poi sospirò.

— Cosa vi sentite? — chiese senza nessuna originalità.

5

La domanda era semplice, ma McCullough sentiva che la risposta sarebbe stata complessa. Hollis soffriva ed era profondamente turbato.

Naturalmente, a bordo degli scafi della spedizione Prometeo, non c’era la possibilità di fare dei bagni. Gli equipaggi si massaggiavano periodicamente con l’alcol per pulire i pori; poi l’alcol veniva filtrato e introdotto di nuovo nel sistema di circolazione d’aria. I cibi, per quanto mancassero di volume, contenevano tutte le vitamine. Tuttavia, McCullough, mentre sollevava la coperta dalle spalle e dalle braccia di Hollis, si trovò a pensare agli antichi vascelli con l’acqua che marciva nei barili e con gli equipaggi colpiti da scorbuto o da malattie peggiori.

Gran parte del corpo del fisico non aveva evidentemente visto alcol da diversi mesi. La pelle era sporca, secca e squamosa. Le braccia, il petto e le spalle erano ricoperti di macchie dovute a infiammazione e di piaghe che salivano verso il collo e la faccia. Per quanto nell’impossibilità di usare le unghie, era chiaro che Hollis si era continuamente fregato e grattato attraverso la tuta, fino al giorno in cui il suo corpo era diventato una piaga unica.

— Ricordate quando è cominciato? — domandò McCullough, cercando di ignorare il prurito, dovuto alla suggestione, che gli serpeggiava lungo il corpo.

— Circa… circa nove settimane fa — rispose Hollis senza guardare McCullough e continuando a passarsi le mani sul corpo. — Mi sembra che sia cominciato due settimane dopo che Drew si è lasciato sfuggire… Dopo che ho scoperto cosa stavano facendo. Comunque, non posso parlarvene.

— Perché no? — chiese McCullough sorridendo. — Non m’impressiono facilmente.

Hollis lo guardò stupito, e fu quasi sul punto di ridere. Poi si scusò rapidamente.

— Mi spiace, vi ho dato un’idea sbagliata. Non si tratta di ciò che pensate. Loro… hanno un segreto. Hanno un loro segreto! Naturalmente non sanno che io ne sono venuto a conoscenza. Neppure Walters e Berryman ne sono al corrente. Né voi. Ma si tratta di una cosa terribile. Comunque mi spiace… non ve ne posso parlare. Non riesco a immaginare come potreste reagire. Potreste lasciarvi sfuggire qualcosa con Morrison. Oppure parlarne apertamente ed essere causa di… immagino che lo si possa chiamare ammutinamento. Mi spiace, non è onesto caricarvi un simile peso sulle spalle. Io… io non ne voglio parlare.

Era comunque evidente che ne voleva parlare, disperatamente; e McCullough avrebbe potuto fare ben poco, anche sapendo il cupo e spaventoso segreto per intero.

— Immagino che sappiate cosa vi conviene fare — disse McCullough, sempre sorridendo. — A ogni modo, mi sarebbe piaciuto avere qualche pettegolezzo da raccontare quando torno al mio scafo…

— Ma è una cosa molto seria, accidenti a voi!

— Molto bene — replicò McCullough con minore cordialità. — Parleremo delle vostre attuali condizioni di salute. Dato che ho preferito visitarvi in privato, e dato che Drew e Morrison sono qua fuori con una limitata riserva d’aria, noi parleremo soltanto dello stretto necessario.

“Dato che tutti i membri di questa spedizione sono ferratissimi in materia di psicologia e psichiatria” disse tornando a sorridere “immagino che voi possiate perfettamente comprendere l’azione del subconscio. Saprete delle perfettamente normali pressioni, conflitti di personalità e insicurezze fondamentali a cui tutti noi siamo soggetti, e che tutte queste cose vengono aggravate dall’ambiente che ci circonda. Stando così le cose, voi dovreste capire che il vostro malanno fisico, questa brutta e fastidiosa irritazione della vostra pelle, è dovuta semplicemente a un fatto psicologico. Qui non ci sono germi, non c’è mancanza di vitamine, né esistono sullo scafo cose a cui potreste essere allergico.”

McCullough pensò: “Se Berryman e Walters mi potessero sentire in questo momento”. La difficoltà stava nel fatto che non era molto semplice parlare come uno psicologo.

— Ecco — continuò — mi rendo conto che l’essere separato dal resto dell’umanità da settantacinquemila milioni di chilometri sia una cosa abbastanza terribile. Ma se siete stato respinto o se vi sentite respinto dai vostri compagni di scafo, si potrebbe ricercare in questo la causa iniziale dei vostri disturbi. La vostra evidente ansietà per il segreto che avete scoperto non può certo aver migliorato la situazione.

McCullough provò il quasi impellente bisogno di grattarsi l’ascella sinistra attraverso la tuta; poi un altro prurito cominciò a tormentarlo sotto il ginocchio destro.

— Una persona respinta — riprese — tende a diventare ipersensibile e molto più conscia di se stessa, sia del fisico, sia della mente. Il vostro corpo è diventato sensibile a quegli stimoli che normalmente ignora. I vostri disturbi sono probabilmente cominciati con un leggero prurito al lobo dell’orecchio o al collo, che voi avete grattato quasi senza pensarci. Poi, gradualmente, attraverso la continua ripetizione e l’irritazione, il prurito psicosomatico è diventato reale.

“Questa naturalmente, è una semplificazione estrema” continuò McCullough. “Senza dubbio devono esserci stati molti altri fattori che hanno contribuito a ridurvi così. Adesso è necessario fare qualcosa di positivo per sollevarvi da queste condizioni… qualcosa che sia più efficace della lanolina, dato che questa allevierebbe soltanto i sintomi fisici. Inoltre, dato che il detto ‘mal comune mezzo gaudio’ è assolutamente vero e molto più vecchio della psicologia, io vorrei sapere il segreto che vi ha tanto sconvolto. Naturalmente, sarò discreto…”

Lasciò la promessa sospesa nell’aria; ma, evidentemente, Hollis aveva bisogno di essere ancora pregato. McCullough tentò allora una nuova tattica.

— Com’è Morrison, come persona? — domandò. — E Drew? Le relazioni tra voi sono cambiate, dopo la partenza? Cercate di essere il più obiettivo possibile.

Una persona può dire moltissime cose su se stessa, mentre è intenta a parlare di altri.

All’inizio Hollis pensò di essere obiettivo. McCullough invece, ascoltando, perse a poco a poco molta della sua obiettività. Cominciò col provare collera contro Morrison e Drew, specialmente contro il colonnello. Hollis, nonostante il suo cervello fenomenale, era sempre stato un tipo vergognoso, timido, preoccupato di andare d’accordo con tutti: gli si doveva quindi dare tutto il rispetto che meritava. Man mano che le sue relazioni con gli altri due peggioravano, malgrado il tentativo di rientrare in rapporti cordiali con i compagni, la sua timidezza era cresciuta fino a diventare ridicola e irritantissima in un uomo adulto. Hollis si era umiliato fino a divenire quasi servile, comportandosi come un cane bastonato.

Logicamente queste cose non furono dette da Hollis. Però, McCullough riuscì a leggerle tra le righe.

Tutto era cominciato perché il colonnello e Drew si conoscevano da molto tempo, prima ancora di entrare nell’astronautica. Avevano combattuto per breve tempo insieme nell’Asia sud orientale, e Drew aveva fatto a Morrison un certo favore. Hollis non era mai riuscito a scoprire se si trattava di un favore indegno o sublime, se aveva a che fare con lo schiavismo dei bianchi, col mercato nero, o se aveva semplicemente salvato la vita del colonnello.

Col passare delle settimane, i due avevano cominciato a parlare in ogni momento della loro piccola guerra, nominando persone e luoghi, e dicendo malignità su alcuni ex commilitoni. Hollis veniva logicamente via via escluso dalla maggior parte delle loro conversazioni, e quando, per pura disperazione, cercava di unirsi a loro, riusciva soltanto a interromperli e ottenere il silenzio.

Ascoltando il fisico, McCullough si trovò a pensare allo scafo su cui viaggiava. Ebbe un attimo di esitazione nel fare paragoni con i due pseudopsicologi del P-Due e l’atmosfera artificiale di cordialità che a volte riuscivano a creare, ma se Morrison e Drew avessero fatto uno sforzo identico, con tutta probabilità Hollis non si sarebbe trovato in quelle condizioni. Per quanto avesse conosciuto Hollis soltanto durante il periodo di addestramento, aveva pensato che il fisico, una volta superata la vergogna e la timidezza iniziale sarebbe stato una persona da desiderare come compagno di viaggio.

Morrison e Drew avevano parlato della loro guerra privata come di un mondo che escludeva Hollis. Poi si erano messi a parlare in un modo diverso… in uno slang stretto che Hollis non avrebbe dovuto capire. Ma Hollis aveva capito. Poco, al primo momento, poi era riuscito a mettere insieme i diversi pezzi della spaventosa operazione. Ammise sinceramente con McCullough che era stata un’indiscrezione ascoltare cose che riguardavano donne e faccende di politica. Aveva speso gran parte della sua vita a collezionare lauree, ma questo non significava che fosse un fissato.

— Immagino che questo sia stato il momento in cui avete cominciato a sentire il prurito — insinuò McCullough. — E avete cominciato a irritare i vostri compagni. Come hanno reagito?

— Il colonnello non ha minimamente reagito — rispose Hollis. — Ha smesso semplicemente di rivolgermi la parola. Drew mi ha dimostrato per un certo tempo la sua collera, poi si è comportato come Morrison. Alla fine, hanno cominciato a uscire insieme tra una lezione e l’altra, ma restavano collegati con i tubi ai rigeneratori d’aria dello scafo per risparmiare quella di riserva. A volte interrompevano il contatto radio e si parlavano tenendo gli elmetti a contatto. I tubi di collegamento portavano però le loro voci fino allo scafo; a volte sono riuscito a capire cosa si dicevano. Capivo quel tanto che bastava a farmi intuire cosa succedeva.

“Lo sapevate che il decollo del nostro scafo è stato ritardato di proposito?” disse Hollis all’improvviso. “Sapevate che Morrison non ha fatto nessun tentativo per accorciare la distanza tra i due scafi? L’ha fatto per risparmiare carburante, dice lui. Sapevate che il vostro scafo può venire tranquillamente sacrificato? Hanno discusso ogni genere di ipotetico avvicinamento e di tattiche da usare contro lo scafo straniero. Le convenienze di usare le armi o meno…”

Hollis aveva le braccia intrecciate e si grattava meccanicamente un avambraccio. Comunque, le sue unghie erano troppo rosicchiate per poter danneggiare la pelle. All’improvviso smise di grattarsi e chiuse gli occhi.

— Mi spiace. Non volevo dirvelo. Però, dottore, voi avete il diritto di sapere. Il P-Uno trasporta la Lurida Annie!

La Lurida Annie era un aggeggio nucleare troppo distruttivo e dagli effetti troppo prolungati per essere definito un normale ordigno tattico. McCullough rimase per qualche istante in silenzio, pensando al significato di ciò che aveva sentito. Poi affermò: — È una cosa molto seria.

Si rese immediatamente conto di aver detto una frase pericolosamente ambigua. Ma Hollis non se ne rese conto. Il fisico aveva cominciato a parlare rapidamente, scusandosi per aver scaricato le sue preoccupazioni sul dottore, pregandolo di non dir niente al colonnello, e supplicandolo contemporaneamente di fare qualcosa nei riguardi di Morrison e Drew. McCullough ascoltò con la mente turbata dalla comprensione.

Ma non tutta la sua comprensione andava a Hollis.

Anche Morrison e Drew, costretti a lunghi e imprevisti periodi di attività extraveicolare, non dovevano avere avuto dei momenti piacevoli. Potevano essere colpevoli di insensibilità nel trattare con Hollis, ma le costanti uscite dallo scafo dovevano averli caricati di un nervosismo pericoloso. I veicoli P non potevano sopportare il sovraccarico di alcune tute di ricambio; quindi, non potevano certamente trasportare una bomba atomica.

McCullough si domandò all’improvviso che forma avrebbe preso una sua contrarietà. Quale particolare incubo avrebbe creato il suo subconscio vedendosi respinto da Walters e da Berryman. Una bomba atomica era forse uno spauracchio troppo semplice per essere l’incubo di un fisico; ma non bisognava dimenticare che, in fondo, Hollis era una creatura molto ingenua.

Rimaneva comunque ancora la questione della cura.

McCullough riprese a parlare con calma e serietà.

— Naturalmente non parlerò di questo né con il colonnello né con Drew. Al momento opportuno, discuterò la questione con Walters e Berryman… Comunque anche loro terranno la bocca chiusa. È difficile stabilire cosa fare, quando non è ancora arrivato il momento di agire. Ricordate soltanto che, al momento giusto, saremo in quattro contro due. E ricordate anche questo. Il problema non è più una cosa vostra soltanto. Tre amici vi aiuteranno a risolverlo. Loro, dato che si trovano a una certa distanza, possono anche considerare il problema con maggiore obiettività e trovare la soluzione adatta. Ricordatevelo. Ricordatevelo in ogni momento.

McCullough rimase un attimo in silenzio, poi disse: — Vi sarete già reso conto che le vostre condizioni di salute sono direttamente collegate alle preoccupazioni per la bomba. Tutte le persone con un grammo di sensibilità avrebbero reagito alla stessa maniera. Adesso non avete più motivo di tormentarvi… Almeno fino al punto di rovinarvi la salute.

“Rimarrete sorpreso nel constatare la rapidità del miglioramento della vostra pelle, e di come vi sentirete più sollevato in generale. Anche il colonnello potrà sorprendersi, e per questo io vi lascerò dei medicinali adatti a facilitare il processo di guarigione. Morrison si convincerà che il miglioramento è dovuto alle pillole. Questo è un sotterfugio necessario, dato che non gli potrete dire la vera causa della vostra guarigione, e cioè che il suo segreto non è più un segreto. A ogni modo, per allontanare maggiormente i suoi sospetti, io sarò con voi molto severo… o fingerò di esserlo…”

McCullough fu molto severo anche con Drew e con il colonnello. Ordinò a Morrison di ovattare e bendare le mani del paziente per impedirgli di grattarsi e facilitare il cicatrizzarsi delle piaghe. Questo significava che Hollis doveva essere aiutato in ogni azione dagli altri due uomini. Probabilmente, sarebbe stato Drew a fare da infermiere; ma l’applicazione delle pomate, che doveva essere fatta ogni giorno, avrebbe senz’altro impegnato anche Morrison. In breve, Hollis non doveva più venire trattato come un paria, e Morrison e Drew si sarebbero accorti che la lebbra psicosomatica non li avrebbe contagiati.

In un primo momento Drew e il colonnello non sarebbero stati molto delicati nel trattare il paziente. Si sarebbero trovati in imbarazzo, e l’atmosfera non sarebbe di certo stata calda e amichevole. Ma, se non altro, avrebbero smesso di ignorare Hollis, e questo rappresentava già un primo passo. In seguito, gli altri passi li avrebbero capiti da soli.

McCullough sapeva che si trattava soltanto di una questione di tempo, che le condizioni del fisico sarebbero ritornate normali, e che le relazioni a bordo del P-Uno sarebbero diventate più… armoniose.

Non considerò minimamente la possibilità che il colonnello rifiutasse di cooperare. In campo medico, Morrison era una nullità, e non sembrava certo il tipo che disobbediva agli ordini di un dottore.

Più tardi, quando si trovarono tutti riuniti nella cabina di comando, McCullough fu felice di constatare che i suoi consigli venivano seguiti. Era chiaro che i due si sentivano colpevoli nei riguardi di Hollis e che erano molto ansiosi di riparare. Questo fatto restituì a McCullough la fiducia nella gente, quella fiducia che tipi come Morrison e Drew potevano cancellare.

Avrebbe voluto poter parlare a lungo e in privato con i due uomini, se non altro per sentire la loro versione della storia; ma, date le circostanze, non lo avrebbe potuto fare senza convincere Hollis di essersi fatto un nuovo nemico, anziché tre amici…

Durante il viaggio di ritorno ebbe molto da pensare sulla situazione. Questa volta tenne mani e piedi nelle maniglie e nelle staffe, e rimase per tutto il tempo con gli occhi spalancati. Quando ebbe raggiunto il P-Due, mentre Berryman e Walters lo aiutavano a sfilare la tuta, disse, in tono molto più serio di quanto non fosse nelle sue intenzioni: — È bello essere di nuovo a casa.

6

I disturbi radio erano completamente spariti, e le lezioni, la musica, le istruzioni dell’ultimo minuto, il continuo ricordare agli equipaggi che erano i protagonisti di un evento storico e la raccomandazione di non fare niente di avventato giungevano attraverso lo spazio con tanta chiarezza da non permettere alcuna scusa per chiudere gli apparecchi. Venne detto agli astronauti che dovevano assolutamente ricordare e mettere in pratica tutte quelle cose che avevano imparato durante il viaggio, ma che, nello stesso tempo, dovevano dimenticare senza esitazione tutte le teorie e i preconcetti scientifici, sociologici, e psicologici in caso di situazioni impreviste. Insomma, veniva ordinato di fare una cosa, e, subito dopo, di non farla. E questo accadeva diverse volte ogni ora.

Non era necessario essere degli psicologi per capire che quelli del Controllo Prometeo avevano raggiunto uno stadio acuto di nervosismo.

— La spaventosa immensità nera dello spazio — disse Walters con irritazione, durante uno dei rari radio-silenzi. — La grande e sconvolgente solitudine che si prova in mezzo alle stelle. L’inesprimibile stanchezza che uccide l’anima. Accidenti a loro, non ci danno neanche dieci minuti di pace e tranquillità per annoiarci. Berryman scosse la testa.

— C’è forse già qualche intelligenza superumana extraterrestre che ci sfiora le menti con invisibili tentacoli di pensiero per valutarci e giudicarci, e forse giudicare attraverso di noi l’intera razza umana? O c’è qualche specie di insetto seduto dietro un lanciarazzi in attesa di averci nel raggio di tiro?

— Ne abbiamo già parlato diverse volte! — replicò McCullough al pilota, rimproverandolo così di avere toccato un argomento che nessuno di loro voleva discutere. Poi cercò, con un certo imbarazzo, di rimediare al proprio scatto. — Nell’ultima ora, ne abbiamo parlato tre volte.

— Frenata fra meno trenta secondi, P-Due. Tenetevi pronti, P-Uno.

Nella voce del Controllo c’era una nota di autosoddisfazione che superava quella di tensione. Considerando il fatto che i loro calcoli dovevano portare i due scafi a colpire un bersaglio incredibilmente piccolo, quell’esultanza non era del tutto ingiustificata. Però McCullough si domandò, un po’ cinicamente, quanto grata poteva essere la freccia nei confronti dell’arciere, quando il colpire il centro perfetto o il finire sui sacchi di sabbia le avrebbe procurato l’identico violento mal di testa…

Dopo tanti mesi vissuti nella completa mancanza di peso, la decelerazione fu una sensazione sgradevole. La frenata dello scafo di Morrison venne ritardata di parecchi secondi per concedere al P-Uno di avvicinarsi al P-Due… ma non troppo. Era stato deciso che lo scafo di Berryman si avvicinasse direttamente all’astronave straniera, fino alla distanza di un chilometro e mezzo, e che il comandante pilota facesse rapporto su ogni metro di avanzata; avrebbe anche potuto agire di sua iniziativa, nel caso fosse successo qualcosa di imprevisto. Morrison, con la sua radio di maggiore potenza, avrebbe ritrasmesso i rapporti alla Terra e dato consigli a Berryman solo in caso di necessità. Il Controllo non avrebbe potuto fare altro che rimanere in ascolto.

Infatti, a causa dell’intervallo di tempo-radio, qualsiasi cosa potessero dire sarebbe arrivata in ritardo.

In vicinanza dell’astronave straniera tutte le decisioni sarebbero state prese dal colonnello Morrison. Berryman avrebbe avuto una certa sua iniziativa all’inizio, ma, una volta valutata la situazione, tutte le più importanti decisioni toccavano al colonnello. Come misura di precauzione, venne modificata la frenata del P-Uno, in modo da farlo fermare a settantacinque chilometri dallo scafo straniero.

McCullough si domandò cosa poteva pensare Hollis di questa decisione.

Nelle tre settimane dal giorno in cui lo aveva visitato, le condizioni fisiche e mentali di Hollis erano molto migliorate. Il fisico aveva parlato varie volte per radio con McCullough, rassicurandolo sulla propria salute, senza naturalmente accennare alla faccenda della Lurida Annie. Benché non avesse potuto parlare ampiamente del suo problema, McCullough ebbe la certezza che in quel momento Hollis si rendeva perfettamente conto di essersi troppo abbandonato alla immaginazione e di aver manifestato tutti i sintomi classici della mania di persecuzione.

Sullo schermo radar l’obiettivo appariva ora come una macchia di luce pulsante, la cui distanza diminuiva di continuo. Al telescopio, l’Astronave divenne sempre più grande, fino a coprire l’intero campo visivo. A poco a poco la velocità del P-Due rispetto a quella dell’altro vascello diminuì fino a che il piccolo scafo venne a trovarsi sospeso, immobile, a una distanza di circa un chilometro e mezzo.

“Come un avannotto che osserva uno squalo addormentato” pensò McCullough.

Berryman tossì rumorosamente, per schiarirsi la voce.

— L’Astronave… è grandissima. Calcolo che sia lunga poco meno di ottocento metri e che abbia un diametro di cento. Il diametro è uniforme in tutta la lunghezza dello scafo. Somiglia a un siluro, solo che alle due estremità ha delle curvature verso l’interno. A due terzi, verso poppa, almeno immagino che sia la poppa perché all’altra estremità c’è molto più materiale trasparente, lo scafo è circondato da una cintura di grosse bolle. Mi pare che siano una dozzina. Il sole batte direttamente su una di queste bolle, e posso vedere dei riflessi metallici.

“C’è un altro gruppo di cupole trasparenti, attorno alla prua” continuò. “Però sono più piccole e più schiacciate… Forse contengono gli equipaggiamenti di comunicazione e di vigilanza, mentre quelle più grandi, o sono armi… o… o… Forse il professor Pugh potrebbe avere qualche idea di cosa sono, perché lungo tutto lo scafo non si vede niente che somigli ai motori a razzo convenzionali o a scarichi di reattori.”

Il pilota divideva le sue attenzioni tra il telescopio e l’oblò per l’osservazione diretta. Parlava con voce calma, controllata e ostentatamente fredda. Ma tutte le volte che si muoveva, le gocce di sudore che gli imperlavano la fronte, si staccavano dalla pelle e rimanevano sospese nell’aria, come la raffigurazione di stupore dei personaggi di un fumetto. Il labbro inferiore di Walters era scomparso dietro la fila dei denti superiori. McCullough non riuscì a immaginare il proprio aspetto; comunque, non si sentiva per niente bene.

Berryman continuò a parlare.

— Stiamo trasmettendo segnali radio su tutta la gamma di frequenze, nel tentativo di far capire che siamo esseri intelligenti. E lanciamo un razzo luminoso ogni quindici minuti. Fino a questo momento, non abbiamo ottenuto risposta. Non riusciamo a capire il perché di tale atteggiamento, dato che non stiamo tentando di avvicinarci furtivamente. Posso avanzare?

Per dargli maggiore fiducia, Morrison non gli raccomandò di essere prudente, né gli ricordò l’assoluta necessità di agire nel modo migliore. Rispose soltanto: — Molto bene. Noi ci porteremo a un chilometro e mezzo dall’Astronave, per tenervi sotto copertura.

— Con che cosa? — domandò McCullough, istintivamente.

Stava ancora pensando a Hollis e alla sua fissazione sulla presenza di una Lurida Annie a bordo del P-Uno. All’improvviso, McCullough si domandò se un’idea simile poteva essere contagiosa, come una specie di raffreddore psicosomatico…

— È soltanto un modo di dire, dottore. Noi vi possiamo dare soltanto un sostegno morale. Vi prego di ricordare che tutto quanto diciamo viene ritrasmesso su tutta la Terra; quindi, riservate questo canale per il capitano Berryman.

McCullough aveva completamente dimenticato che ogni parola pronunciata sul P-Due veniva ritrasmessa dal Controllo Prometeo in ogni angolo del mondo. Ora immaginava il gruppo dei medici spaziali della base terrestre, intento a riascoltare quel pezzo del nastro magnetico e a valutare ogni parola e inflessione nei minuti particolari, per poi borbottare frasi che si richiamavano ai complessi del padre, a immagini archetipe, e a insicurezze fondamentali. McCullough si sentì avvampare, ma i due piloti erano troppo occupati a guidare lo scafo nella nuova posizione, per poterlo notare.

Si spostarono avanti e indietro lungo i fianchi della gigantesca astronave straniera, per tutta la maggior parte del tempo che avevano stabilito essere il giorno. A ogni passaggio, sorvolavano una differente striscia di superficie, e annotavano tutti i diversi particolari che potevano osservare. Quando raggiungevano le cupole trasparenti di quella parte dello scafo che loro immaginavano fosse la prua, lanciavano un razzo luminoso.

Non ci furono segni di vita da parte dell’astronave.

— O non c’è nessuno a bordo — ipotizzò Berryman — o il loro ufficiale di vedetta si è addormentato. Se non fosse per il fatto che lo scafo ha decelerato in un’orbita solare, e molto precisa anche, io direi che si tratta di un’astronave alla deriva o in condizioni di gravi difficoltà.

— Di solito, uno scafo in difficoltà lancia segnali per chiedere aiuto, con la maggiore frequenza possibile.

— Se fossero dei telepatici — disse McCullough — potrebbero supporre che la loro disperazione possa venire percepita da tutti.

— Se fossero telepatici, saprebbero già che noi non lo siamo.

Berryman lanciò una breve occhiata di simpatia al dottore, poi riprese a parlare.

— Loro non possono, o non vogliono, rispondere agli abituali sistemi usati per attirare l’attenzione, e il loro scafo sembra in condizioni di non potere ripartire. Io penso che sia venuto il momento di raggiungere il più vicino portello, bussare, ed entrare… con molta educazione, naturalmente, e con tutte le precauzioni necessarie.

“Proporrei di lasciare il dottore a guardia dello scafo” continuò Berryman. “Io e Walters potremmo scendere a dare un’occhiata al grande portello che sta passando sotto di noi, proprio in questo momento. Sembra un portello da carico, e da questa distanza sembra grande abbastanza da permettere l’ingresso del P-Due. Nel portello grande se ne apre anche uno più piccolo… Per l’equipaggio, immagino. Penso che sia possibile aprirlo. In fondo non sono moltissimi i sistemi di apertura di una porta.”

Morrison rimase in silenzio per parecchio tempo, tanto da far pensare che stesse aspettando dalla Terra l’autorizzazione di dare il permesso.

— Ammetto che dovremmo fare qualche azione più positiva, ma sono preoccupato dalla possibilità dell’esistenza di trappole. Trappole non intenzionali, sotto forma di meccanismi con principi di funzionamento tanto diversi da quelli che conosciamo da rappresentare un pericolo.

— Saremo prudenti, signore — disse Berryman.

— Apriremo soltanto il portello — sussurrò Walters al dottore, ma con un tono di voce non sufficientemente basso.

— Walters, anche Pandora aveva pensato la stessa cosa, dovreste ricordarlo! Comunque, avete il permesso di scendere sullo scafo dell’Astronave e di aprire il portello. Fate i preparativi con calma… non devono verificarsi spiacevoli incidenti. Voi, Berryman, rimarrete a guardia dello scafo. Non posso correre il rischio di perdere tutti e due i piloti. Possono scendere Walters e il dottore… se vogliono…

Dopo quelle parole, ascoltate da molti milioni di persone sulla Terra, non c’era possibilità di scelta.

Ma, strano a dirsi, McCullough non ebbe paura. Era stato teso e impaziente per tutto il tempo impiegato nel prendere la decisione, ma non aveva mai avuto paura. Solo quando si erano avvicinati per la prima volta allo scafo e si era aspettato letteralmente tutto, aveva provato davvero paura. Forse aveva superato quello stadio che alcuni uomini chiamano il momento della verità. Ma quando questo momento di verità si allunga per oltre ventisei ore consecutive, si verifica una considerevole diminuzione degli effetti.

McCullough seguì il pilota, facendo bene attenzione a che i suoi magneti finissero con l’attaccarsi all’astronave straniera e non la respingessero. Dopo qualche minuto, i due uomini compirono un lieve atterraggio, a pancia in giù, contro lo scafo. McCullough staccò i magneti dei polsi e si alzò.

Fu solo in quel momento che se ne accorse.

Le lastre di metallo che aveva sotto i piedi erano fatte di un minerale estratto dal sottosuolo: ma non da quello della Terra.

Dal punto in cui si trovava McCullough, la fusoliera gli sembrava così grande da apparire una specie di pianeta metallico, completo di una stupenda catena di colline trasparenti. Il sole brillava attraverso una delle colline. I raggi, distorti dalla rifrazione, spandevano attorno una fortissima luce diffusa. Quella costruzione era il prodotto degli studi e del lavoro di esseri che non erano della Terra. Quelli della McDonnel o della BAC non erano mai arrivati a progettare una cosa del genere.

La ragione della sua esistenza poteva essere strana e inconcepibile quanto gli esseri che l’avevano costruita, chiunque essi fossero. Comunque McCullough intuì che gli scopi basilari potevano essere facilmente capiti da esseri umani di un certo tipo psicologico… Del tipo di quelli che annegano, o esplodono, o cadono dalle montagne nel tentativo di salire più in alto, o di volare più velocemente, o di tuffarsi a profondità mai raggiunte dagli altri.

Per qualche strana ragione, McCullough sentì che quegli stranieri avevano viaggiato tra le stelle e che si erano portati vicino a quella stella per il semplice motivo che c’era…

— Quando ci hanno impartito le lezioni — disse a Walters, sfoggiando tutta la sua abilità nel trasformare le cose sublimi nel ridicolo — si sono dimenticati quelle di scassinamento. Come si fa ad aprire un portello?

7

— Non sono molti i modi in cui si può aprire una porta — disse Walters, con serietà. — Ascoltatemi attentamente, e controllate. Può aprirsi all’interno o all’esterno, girando su dei cardini. Può aprirsi scivolando verso l’alto, verso il basso, o ai due lati. Può essere montata su un perno centrale, come una valvola a farfalla, o può essere a vite. Ho dimenticato qualcosa?

— Non credo — rispose McCullough. — Ma se questi esseri sono abbastanza avanzati nella tecnica molecolare, gli ingressi potrebbero aprirsi e chiudersi a iride.

— È poco probabile — ribatté Walters. — Le porte e le pareti tutto attorno sono fatte di metallo normale, non molto levigato, e ricoperto di graffi. Se gli esseri sconosciuti fossero capaci di controllare le forze molecolari di legatura dei metalli fino al punto di spalancare un’apertura in una piastra solida… di fare scorrere il metallo come un liquido vischioso… tutte queste graffiature non ci sarebbero. Questi segni possono essere stati fatti dai macChinari o dalle grosse casse che sono passate attraverso il portello. Hanno profondità diverse, ma uguale lucentezza.

“Se hanno montato lo scafo nello spazio, i graffi possono essere stati fatti in un qualsiasi momento della costruzione, e apparire ancora lucidi e recenti. Ce ne sono un’infinità, in ogni angolo.”

— Vorremmo avere una descrizione più dettagliata dei meccanismi della porta, se ce ne sono. Con questo telescopio non riesco a vedere molto.

La voce che giunse dal P-Uno era tesa, ma, da una lieve inflessione di tono, si poteva capire che la tensione era voluta e dedicata ai milioni di uomini in ascolto. Sulla Terra, tutti coloro che avessero avuto la possibilità di ascoltare una radio sarebbero rimasti sospesi a ogni parola che veniva pronunciata. Morrison non poteva fare a meno di sentire la presenza di quel miliardo di orecchi. Anche Walters sembrava più preoccupato da questo, che non da ciò che poteva esserci dentro l’astronave.

Il pilota si lasciò sfuggire un sospiro, poi riprese a parlare.

— A venti centimetri dal bordo del portello per l’equipaggio, verso la parte posteriore dello scafo, c’è una leva di circa sessanta centimetri. È tutta a livello della fusoliera; però, a una delle estremità, c’è un incavo ovale, profondo circa nove centimetri, che permette di maneggiarla.

Aveva usato quel verbo con molta libertà, pensò McCullough mentre fotografava la leva; era evidente infatti che quella leva non era fatta per essere afferrata da mani. Terminava in una piccola maniglia con due leggere depressioni ai due lati opposti, come fatte per un pollice e un indice. O per delle pinze.

— Ora la sollevo — disse Walters rapidamente, senza dare tempo al colonnello di cambiare idea. — La sto muovendo con molta lentezza. All’inizio ho incontrato un po’ di resistenza, come se la leva fosse tenuta da un fermo a molla; ora però la sposto senza nessuna fatica. Questo fatto può significare che si tratta di un attivatore di energia, piuttosto che di un meccanismo collegato con il portello stesso. Fino a questo momento, non è successo niente. La leva è adesso sollevata di circa trenta gradi. Mi avvicino ai quarantacinque… Oooh!

Il portello si aprì all’improvviso scatenando un breve e silenzioso uragano; i due astronauti vennero a trovarsi al centro di un globo di nebbia, che si disperse quasi istantaneamente. McCullough fece un passo avanti, afferrò la leva, e la fece scendere di nuovo nella scanalatura. Il portello si chiuse docilmente. McCullough aspettò diversi secondi; poi manovrò la leva diverse volte.

— Cosa diavolo succede, laggiù? — gridò furiosamente il colonnello, dimenticando per un attimo il collegamento radio e il genere di linguaggio adatto alle famiglie in ascolto. — Cosa state facendo, voi due?

Walters guardò un attimo McCullough, poi rispose.

— Una cosa di cui abbiamo discusso molte volte, durante il viaggio: cerchiamo cioè di fare tutto ciò che ci pare giusto partendo dal presupposto che ci troviamo di fronte a dei retrogradi… Almeno, tutto ciò che noi pensiamo sia giusto. Noi abbiamo pensato che le reazioni degli stranieri siano molto simili alle nostre, per quanto riguarda i meccanismi di difesa e di autoconservazione.

“Nella presente situazione noi stiamo entrando furtivamente nel loro scafo. Si può dire che noi violiamo la loro porta, che entriamo illegalmente in un posto in cui non ci hanno invitato. Loro possono non avere notato i razzi e i segnali radio che abbiamo lanciato durante le fasi di avvicinamento. Forse non erano né in ascolto, né in osservazione, o forse sono tanto diversi da noi da non avere né occhi né orecchie. Ma un portello che si apre e si richiude dovrebbe mettere in azione, nella cabina-comando dell’Astronave, un segnale comprensibile all’equipaggio straniero.

“Abbiamo pensato questo: un ladro che vuole entrare in una casa, non apre e richiude di continuo una porta, o una finestra.”

— Molto bene. Capisco il vostro punto di vista. Ma se uno sconosciuto venisse a sbattere diverse volte la mia porta di casa per farmi capire che è sulla soglia, mi potrei anche arrabbiare.

Mentre i due parlavano, McCullough accese la torcia per ispezionare l’ingresso. Ma, prima di spingere il raggio direttamente nella camera stagna, lo fece girare sui bordi della porta, come per dimostrare a un possibile osservatore che si trattava di una sorgente di luce, e non di un’arma. Era poco probabile che qualcuno li aspettasse dietro il portello. Comunque, McCullough compiva soltanto atti semplici e innocui, nella speranza che apparissero tali anche agli occhi e alla mentalità dei non-umani.

Si afferrò con una mano allo stipite del portello e, con molta cautela, infilò la testa e le spalle nell’apertura. L’interno non era illuminato, ma la sua torcia gli permise di vedere abbastanza bene la camera stagna, tranne il punto la cui visuale era impedita dal battente del portello.

I colori dominanti erano il grigio pallido e il grigio-azzurro pallido. Pareti, soffitto e pavimento, difficile stabilire quale fosse uno, l’altro o l’altro, erano coperti da ordinate file di tubi, di ganci e di piattaforme, che sembravano fatte per il deposito di carichi pesanti. Tutte queste cose erano dipinte rispettivamente con brillanti colori verdi, blu e rossi. La camera stagna era lunga circa nove metri e larga tre. Su ciascuna parete si aprivano dei portelli quattro o cinque volte più grandi di quello attraverso cui McCullough stava guardando; e, al centro di ciascuno di questi, c’era un piccolo pannello trasparente. Comprese che erano trasparenti perché il raggio della sua torcia mostrò la visione tentatrice degli oggetti brillantemente colorati che si trovavano dall’altra parte.

McCullough pensò che quello fosse il compartimento in cui venivano scaricate le casse di cibo e di materiale. I ganci dovevano servire per fissarle fino al momento di essere trasportate negli appositi magazzini. I carichi pesanti, sospesi nell’aria per le condizioni di mancanza di peso potevano rappresentare per gli stranieri lo stesso pericolo che rappresentavano per gli esseri umani. La presenza dei ganci e delle piattaforme di appoggio suggeriva la mancanza di una forza di gravità, naturale, artificiale, o dovuta all’accelerazione. Questo poteva significare che l’interno dello scafo rimaneva in condizioni permanenti di mancanza di gravità, anche durante i periodi di volo meccanico.

Su quello scafo doveva essere stato adottato un sistema di propulsione molto più avanzato di quello a razzi. Tuttavia, ogni cosa sembrava così… poco sofisticata.

McCullough si sentì afferrare al fianco da una mano e tirare lentamente indietro. Poi Walters gli domandò: — Che succede? Non avete sentito ciò che vi ho detto?

— Quando l’antenna del casco era dentro lo scafo, la vostra voce è completamente scomparsa — rispose McCullough. — Immagino che sia dovuto a un effetto schermante.

— Già. Proprio quello che diceva il colonnello in questo momento. Controllare le comunicazioni dall’interno del compartimento agli scafi P.

Dopo qualche minuto, il pilota entrò nella camera stagna e si chiuse il portello alle spalle. Da dentro non riusciva a farsi sentire, né a ricevere la voce del colonnello, senza mettere l’antenna a contatto con le pareti metalliche dello scafo. Solo in questo modo era possibile comunicare, benché la diminuzione di intensità del segnale fosse notevole.

Walters riaprì il portello, invitò McCullough a raggiungerlo e poi richiuse.

Morrison non fu molto entusiasta di quanto i due stavano facendo. A costo di dare un dispiacere agli innumerevoli milioni di ascoltatori sulla Terra, annunciò diverse volte che i suoi uomini avevano bisogno di riposo, che il passo successivo delle loro indagini era cruciale, e che voleva i due uomini nelle più perfette condizioni fisiche. Erano trascorse trentadue ore dal momento del loro ultimo periodo di riposo. Temeva che i due uomini sull’Astronave fossero ormai troppo stanchi, anche per parlare.

— Sarcastico fino a un certo punto — commentò Walters interrompendo momentaneamente il contatto con la parete dello scafo. Sbadigliò e poi continuò: — Se non ne avesse parlato, non mi sarei neppure ricordato di essere stanco. Adesso parlategli voi. Io voglio controllare i tubi che corrono lungo le pareti. Sono troppo piccoli per trasportare un liquido; quindi, devono essere destinati all’impianto di comunicazioni interne, o all’impianto d’illuminazione.

“Riferite al colonnello che cosa faccio, e poi ditegli ciò che volete.”

McCullough informò Morrison, poi cominciò una descrizione dettagliata del compartimento e di ciò che si vedeva attraverso i cinque pannelli trasparenti. Alla fine, azzardò le prime conclusioni sull’Astronave e sugli esseri che l’avevano costruita.

I fili, condotti, o tubi che fossero, erano di una straordinaria varietà di tinte-codice. Alcuni erano contrassegnati con punti o strisce di altri colori. McCullough pensò che un tecnico elettronico si sarebbe sentito nel suo regno.

Per quanto gli era possibile vedere alla luce della torcia attraverso i pannelli trasparenti, i compartimenti vicini contenevano tutti lo stesso tipo di attrezzature. Apparentemente, la camera stagna si trovava tra la fusoliera esterna e quella interna, nello spazio che conteneva i meccanismi di propulsione, di guida e di controllo. Quella camera, una fra tante altre, doveva servire anche come accesso allo spazio tra le fusoliere nel caso di un guasto, o per la manutenzione. Il pannello attraverso cui guardava ora McCullough mostrava le cose meno interessanti da vedere: un tratto di corridoio, largo due metri e cinquanta, e di imprecisabile lunghezza. Le pareti erano rivestite da una rete a larghe maglie.

I macchinari e le strutture visibili sembravano molto rozzi. Nei bracci di sostegno e nelle strutture non si vedevano fori di alleggerimento o nervature, e niente indicava che i progettisti avessero tenuto in considerazione, nei loro calcoli, né il peso né il rapporto massa-energia.

— È troppo presto per fare supposizioni sugli stranieri — continuò McCullough. — Sappiamo che non hanno dita e che possono avere delle estremità a forma di pinza. Probabilmente, a giudicare dalla intensità dei colori-codice dei cavi, le loro capacità e sensibilità visive sono molto simili alle nostre. L’inutile robustezza delle parti strutturali secondarie indicano un’indifferenza ai problemi di peso e di energia necessaria per la spinta. Le reti del corridoio indicano che non sono avanzati al punto di avere un sistema di gravità artificiale, e la completa mancanza di luce e di movimenti fanno capire che l’astronave orbita in condizioni di mancanza di energia… Walters!

Nel corridoio si erano accese le luci.

— Scusate, sono stato io — disse Walters, con un certo impaccio. — Ho scoperto qualcosa che assomiglia a un interruttore, ma posso essermi sbagliato… — Le luci del corridoio si accesero e si spensero diverse volte; poi, all’improvviso, si accesero anche quelle nella camera stagna. — Meglio informare il colonnello anche di questo — aggiunse alla fine.

McCullough comunicò al colonnello che Walters aveva trovato gli interruttori della luce e li aveva provati, che l’illuminazione era di un bianco-azzurro brillante, e che proveniva da lampade cilindriche che loro, in un primo momento, avevano scambiato per tubi. Non si verificò ancora nessuna reazione da parte dell’equipaggio, e McCullough cominciò a domandarsi se realmente ci fosse qualcuno a bordo.

— Voi due avete la passione di sbattere le porte e accendere le luci! A ogni modo avete scoperto qualcosa che ci potrà servire in futuro. Abbiamo bisogno di riposo. Tornate al P-Due. Dobbiamo pensare parecchio, prima di fare il prossimo passo sull’Astronave. Date conferma.

— Ricevuto, signore — disse Walters. — Però, prima di uscire, vorremmo prendere un campione d’aria dello scafo. Ci basteranno cinque minuti.

McCullough cominciava a sentirsi irritato e molto stanco; nello stesso tempo, però, voleva avere al più presto la possibilità di analizzare il tipo di atmosfera respirata dagli stranieri. Ma si rendeva conto che non si stava comportando in un modo prudente, che infrangeva i suoi stessi principi, e che la fatica è una specie di leggera ubriacatura carica di rischi.

Walters aprì il portello del corridoio, e l’aria dell’astronave irruppe nella camera stagna. Le loro tute persero l’aspetto rigonfio e si incollarono ai corpi. La pressione dell’Astronave doveva essere leggermente superiore a quella delle tute, pensò McCullough, mentre prendeva il campione d’aria. Il pilota si avvicinò al portello.

— Voglio dare soltanto un’occhiata. McCullough gli andò vicino.

Nel corridoio brillava soltanto una lampada, quella accesa da Walters; le due estremità del corridoio stesso sparivano nel buio completo. Improvvisamente, McCullough sentì le reti vibrare. Poi qualcosa saettò verso di loro, dal fondo del corridoio.

McCullough fece un balzo indietro. Walters, che aveva un braccio e una gamba oltre la soglia, non fu altrettanto lesto. Il dottore intravvide qualcosa passare come un lampo davanti all’apertura. Qualcosa che somigliava vagamente a una grossa stella marina. Poi Walters afferrò la leva e chiuse di scatto il portello.

Il pilota rimase sospeso nell’aria con una mano stretta alla maniglia e l’altra grottescamente appoggiata al fianco. Pallido e madido di sudore, Walters teneva gli occhi chiusi.

— Non può entrare. Siamo… salvi… — disse McCullough, poi s’interruppe.

Walters non era salvo. Sul fianco sinistro, la tuta presentava un ampio strappo triangolare. Attraverso lo squarcio, i fili del sistema di condizionamento sembravano vene messe allo scoperto. Il pilota, comunque, non sembrava ferito e tentava di avvicinare i lembi dello strappo. Ma la lacerazione era troppo vasta, e i lembi erano troppo irregolari. La differenza di pressione poi era troppo grande per evitare che l’atmosfera straniera penetrasse nella tuta.

Walters cominciò a tossire.

8

McCullough desiderò di potersene andare. Lo desiderò più di quanto avesse mai desiderato qualsiasi altra cosa in tutta la sua vita. Mai come allora gli stretti e maleodoranti confini della sua navicella gli erano sembrati tanto desiderabili e sicuri. E il P-Due si trovava a meno di cento metri, con Berryman pronto a farlo entrare e a toglierlo da quel luogo divenuto improvvisamente spaventoso. Non doveva fare altro che sollevare una semplice e stupida leva.

Quel gesto avrebbe provocato la morte di Walters, per decompressione. Comunque, il pilota stava soffocando per l’atmosfera straniera; l’altra morte sarebbe stata più rapida e meno dolorosa…

Ma forse Berryman non avrebbe accettato di ripartire senza Walters, e la morte per decompressione non era certo bella, anche se rapida… Inoltre, McCullough era sempre stato contrario alla eutanasia.

— Dottore — disse Walters, scosso dagli accessi di tosse — avete… dei cerotti?

— Cosa? — domandò McCullough, poi fece un cenno affermativo. — Accidenti, sono proprio uno stupido!

Fuori dell’Astronave, un cerotto impermeabile non sarebbe bastato a tenere insieme i lembi di uno strappo. Ma in quella camera, con una pressione quasi identica tra ambiente e tuta, avrebbe costituito una barriera sufficiente a impedire la penetrazione dell’atmosfera straniera attraverso lo squarcio. Per un certo tempo, almeno. McCullough prese rapidamente i cerotti dalla sua sacca e le dispose sullo strappo, mentre Walters li schiacciava per farli ben aderire.

— Come vi sentite? — domandò McCullough, a operazione ultimata. — Avete dolori al petto? Nausea? Vista annebbiata?

Walters scosse la testa.

— L’odore… è quello della ammoniaca… o della formaldeide — balbettò quasi soffocando per lo sforzo di non tossire. — È forte e acuto, ma non nauseante. Informate il colonnello.

McCullough fece un cenno affermativo e appoggiò l’antenna contro la parete.

Il colonnello lo interruppe soltanto una volta per domandare cosa fosse andato a fare il pilota nel corridoio; poi disse a McCullough di continuare il rapporto, senza cercare giustificazioni per la stupidità di Walters. Il dottore ubbidì. Fece un semplice accenno all’incidente, e si dilungò a discutere i problemi che aveva sollevato.

— Potete legare strettamente la gamba, in modo da evitare un mortale sbalzo di pressione nei pochi minuti che vi sono necessari per raggiungere il P-Due. Significa la decompressione della gamba, certo, ma è sempre meglio che…

— No, signore. Lo strappo è troppo in alto sul fianco sinistro. Non è possibile lasciare la camera stagna, con Walters in queste condizioni. Io non posso uscire, e nessuno può entrare. A meno che…

— A meno che Walters non torni in corridoio quando la camera è senza aria. Domandategli se si sente di fare una cosa del genere.

Fu necessario censurare parecchio la risposta del pilota. McCullough disse soltanto: — Lo farà. Ma non ne è molto entusiasta.

Morrison non fece commenti su ciò che pensava Walters.

— Questo risolve il vostro ritorno. Lui, per tornare al P-Due, dovrà indossare una nuova tuta.

C’erano diverse buone ragioni per non avere tute di riserva sugli scafi P. A parte il peso in eccesso e la mancanza di spazio in cui collocarle, c’era il fatto che le tute spaziali dovevano essere tagliate su misura per la persona che doveva indossarle. Questo significava una tuta di riserva per ogni membro della spedizione. Tra l’altro, un danno alla tuta significava normalmente la morte di chi la indossava; quindi la possibilità di ripararle non era mai stata presa in considerazione. In ogni caso, la riparazione delle tute era un lavoro da specialisti e richiedeva l’uso di macchine che non potevano trovare posto in uno scafo.

— Hollis e Berryman sono più o meno della corporatura di Walters — disse il colonnello. — E Berryman è il più vicino a voi. Vi manderò Drew. Nel frattempo Berryman si può togliere la tuta e metterla nella camera stagna del P-Due. Drew si fermerà a prenderla, poi verrà a portarvela e a prendere il campione d’aria.

“Voi, dottore, resterete con Walters per aiutarlo a indossare la tuta e per accertarvi che non si danneggi forzando le chiusure. Non ci possiamo permettere né di perdere un ottimo pilota, né di danneggiare un’altra tuta. In che condizioni è, adesso?”

Walters stava ascoltando con l’antenna appoggiata alla parete dello scafo. Cercò di rispondere, ma scoppiò in una serie di colpi di tosse, e fece un gesto di stizza. McCullough riferì.

— Ha una tosse persistente, che può essere dovuta soltanto all’irritazione della gola. Non presenta altri sintomi preoccupanti. Walters non accusa dolori al petto, e non ho riscontrato effetti tossici visibili. Il morale è buono.

Il dottore non era sicuro delle proprie affermazioni, ma ricorreva all’ottimismo per non demoralizzare il paziente. — Comunque, gli farò un esame accurato appena possibile — soggiunse rapidamente prima che il colonnello intuisse il motivo di quelle sue affermazioni.

Poco dopo, Morrison li informò che Drew era uscito e che il P-Uno si stava avvicinando con lo scafo al P-Due. Il colonnello ammise che, tatticamente, non era una mossa consigliabile, ma la giustificò dicendo che, in un’occasione del genere, la tattica e il buon senso potevano subire delle varianti. A ogni modo i due scafi si sarebbero potuti allontanare rapidamente, se necessario.

— Per tornare a casa? — domandò McCullough.

— Non so, dottore. Ci sono altre considerazioni da fare.

Dopo il momento drammatico del primo e sfortunatamente violento contatto con gli stranieri, il colonnello cominciò a preoccuparsi della possibilità che il Controllo Prometeo non avesse provveduto a interrompere il contatto radio durante l’incidente tra Walters e gli stranieri. Improvvisamente consci della possibilità di avere milioni di ascoltatori, gli astronauti divennero laconici fino all’eccesso. Il colonnello augurò a Walters buona fortuna. E Walters rispose: — Grazie. — Berryman suggerì a McCullough di fare uno schizzo dell’essere che aveva attaccato Walters e di consegnarlo a Drew. Morrison disse che era un’ottima idea, per ogni eventualità. Nessuno gli domandò a quale eventualità pensasse.

Durante i venti minuti che Drew impiegò per raggiungere l’Astronave, venti minuti che sembrarono a tutti dieci anni, McCullough disegnò uno schizzo dello straniero e fece un disegno del compartimento in cui si trovavano. Nel fare questo, scoprì una piccola incrinatura in una delle giunture dei tubi. Probabilmente il continuo aprire e richiudere del portello aveva sottoposto il sistema idraulico a uno sforzo eccessivo. La giuntura perdeva, e alcune gocce di un liquido di color brunastro ribollivano lungo il tubo, McCullough si augurò che non succedesse niente nel momento in cui la camera si sarebbe vuotata dell’atmosfera.

Drew raggiunse l’Astronave e domandò per radio istruzioni per aprire il portello. Poi aspettò che McCullough aprisse il portello interno e si mettesse al riparo, con Walters, nel corridoio. Nel momento in cui usciva l’aria e Drew entrava, attorno al tubo incrinato si formò una leggera nebbia. Nient’altro.

Nella parte illuminata del corridoio, non si vedevano stranieri.

— Se ne vedo arrivare qualcuno mi afferro alla rete e lo colpisco con i piedi — disse McCullough a Walters. — Voi badate soltanto a non far staccare i cerotti.

Il dottore cominciava a provare la sensazione che il guaio accaduto al pilota fosse dovuto a una mancanza sua anziché a uno sbaglio di Walters.

Il guasto nel sistema idraulico lo preoccupava. Si trattava senza dubbio di un guasto recente, probabilmente verificatosi per l’eccessivo sforzo al quale lo avevano sottoposto. McCullough si era dimenticato il numero di volte che aveva aperto e richiuso il portello. Diciassette o diciotto in pochi minuti; e il portello, forse poteva sopportare soltanto lo sforzo di un paio di aperture al giorno.

Si era anche convinto, naturalmente, che quelli non erano stranieri onnipotenti, e che il loro scafo poteva avere occasionali guasti meccanici. Un guasto simile doveva risultare segnalato nella loro cabina comando, e loro avrebbero mandato qualcuno a controllare, o ad affrontare coloro che avevano provocato il guasto, cioè gli esseri umani che avevano invaso lo scafo. McCullough si rese conto che le loro azioni, intese semplicemente ad avvisare gli stranieri della loro presenza a bordo, potevano essere state interpretate come azioni criminali o atti di sabotaggio. In questo caso, una certa ostilità degli stranieri era perfettamente comprensibile.

“La gente che pensa di trattare con dei retrogradi” rifletté McCullough “finisce spesso con la faccia a terra.”

— Walters. Dottore — disse a un tratto la voce di Drew. — Il colonnello vi ha mandato una specie di arma. Dice di usarla soltanto in caso di autodifesa. Afferratela al centro e usatela come una lancia.

McCullough guardò prima ai due lati del corridoio, sempre deserto, poi nella camera stagna.

— Ma è soltanto un pezzo di tubo.

— Una baionetta spuntata fa più danni di una lama appuntita — disse Drew — e un pezzo di tubo da tre, spuntato, può diventare un’arma temibile. Badate soltanto a mirare bene e a colpire con forza. Vi garantisco che può scoraggiare chiunque non sia protetto da una corazza. Adesso vado. Buona fortuna.

Dopo qualche secondo, Drew venne proiettato fuori dall’aria che usciva dal portello. Il tempo che ci mise a tornare indietro facendo uso dei razzi e a richiudere, parve un’eternità. Walters e McCullough rientrarono nella camera stagna, senza venire ostacolati dagli stranieri.

Ora il problema era quello di togliere Walters dalla tuta danneggiata e infilarlo nell’altra, senza farlo morire soffocato. McCullough cominciò con l’aprire la visiera, chiudendo le narici al pilota e facendolo respirare direttamente dal tubo della bombola d’ossigeno. Poi gli si mise a cavalcioni sui fianchi e cominciò a strappare la tuta danneggiata.

Fu un lavoro duro, faticoso. Era difficile tagliare con un coltello il tessuto di plastica e metallo, e McCullough aveva anche paura di tagliare la pelle. L’apparecchio di condizionamento della sua tuta non riusciva più ad asciugare l’eccessiva abbondanza di sudore, il visore gli si era spaventosamente appannato, nonostante la sua speciale composizione, e lui non riusciva a disperdere a sufficienza il calore del corpo.

Gli sarebbe stato difficile non lasciarsi vincere da un colpo di calore.

Riuscì a liberare le gambe, le braccia e il torace. Lasciò solo la sezione di tuta delle spalle, quella che conteneva la riserva dell’aria e l’attaccatura del casco. Eseguendo una lenta danza senza peso nell’aria, riuscì a infilare le gambe e le braccia del pilota nella nuova tuta, lasciando penzolare sulle spalle i resti di quella vecchia. Walters non gli poteva dare nessun valido aiuto, perché l’atmosfera della camera gli aveva riempito gli occhi di lacrime. E non riusciva a smettere di tossire, fatto che finiva col fargli introdurre nuova aria viziata nei polmoni. Quando McCullough disse al compagno di raccogliere il fiato e di trattenerlo per dargli tempo di completare il cambiamento della tuta, ebbe anche il timore che Walters avesse ormai respirato troppa aria infetta.

Finalmente furono pronti per partire. La tuta inservibile ondeggiava lentamente nella leggera nebbia che usciva dal tubo rotto. Sembrava un cadavere smembrato. McCullough si domandò cosa ne avrebbero fatto gli stranieri, e cosa ne avrebbero dedotto sulla razza umana. Il pensiero gli fece girare lo sguardo verso il pannello trasparente del portello.

E vide tre stranieri.

McCullough avanzò, allora, senza pensare, verso la porta del corridoio… La ragione di questo suo modo di comportarsi la capì dopo, non prima. Rivolgendosi a Walters, disse: — Se aprono questa porta ci sarà impossibile aprire l’altra… Ci deve essere certamente un collegamento di sicurezza tra le due porte… Se intuiscono che abbiamo intenzione di andare, apriranno la porta del corridoio. Io mi avvicino al pannello per bloccare la visuale; voi, intanto, aprite la porta esterna. Il risucchio ci trascinerà fuori. Dov’è quel maledetto tubo che ha portato Drew?

Non riuscì a vederlo. Probabilmente si nascondeva sotto i suoi occhi, in mezzo ai tubi dell’Astronave: un albero nascosto in una foresta.

La sua idea era di attirare in qualche modo l’attenzione degli stranieri e distogliere i loro sguardi da Walters. Per fare questo, doveva avvicinarsi al pannello trasparente e fare qualcosa che suscitasse tutto il loro interesse, o li spaventasse. McCullough non riusciva a immaginare gesti in grado di accendere il loro interesse; però, li avrebbe potuti spaventare con la macchina fotografica.

Era uno stupendo apparecchio, irto di obiettivi supplementari e di attacchi, che poteva benissimo venire scambiato per un’arma.

Una voce interna ricordò a McCullough la necessità di considerare il punto di vista degli stranieri e di non fare niente che potesse dare un’idea sbagliata sugli esseri umani e sul comportamento umano. McCullough provò un attimo di smarrimento, ma era troppo spaventato per ascoltare quella voce.

Quando si spinse verso il pannello trasparente puntando la macchina fotografica, da parte degli esseri sconosciuti non vi fu nessuna reazione percettibile. Uno di loro stava volteggiando al centro del corridoio. Era tozzo e ricoperto di aculei. Ciascuna metà del suo corpo aveva circa le dimensioni di un pallone da football, e non si vedevano organi sensori né arti. Un secondo essere stava appeso come un ragno alla rete del corridoio. McCullough poteva perfettamente vedere il corpo, a forma di stella di mare, e i tentacoli che terminavano con delle pinze ossee, bianche e simili a delle zanne d’elefante in miniatura. Stimò che la massa fisica del corpo fosse circa la metà di quella di un uomo, e che i tentacoli misurassero dal metro e venti al metro e cinquanta.

Il terzo straniero era dello stesso tipo del secondo. Copriva con il corpo parte del pannello trasparente, e McCullough poteva vederne la parte inferiore. Era di un colore rosa brunastro, coperto di pieghe e aperture che potevano essere bocche, o branchie, oppure organi sensori, tutti raccolti attorno a un grosso corno o aculeo centrale.

McCullough si sentì mancare il fiato. A giudicare dall’aspetto puramente fisico, quelli non erano certamente degli esseri trattabili.

All’improvviso, gli stranieri cominciarono a muoversi. McCullough non sapeva ancora dove avessero gli occhi; tuttavia, per qualche strana ragione, capì che il centro delle loro attenzioni si era spostato. Qualcosa stava avanzando lungo il corridoio. McCullough non riuscì ad avvicinare gli occhi al pannello, ma, attraverso le pareti metalliche a contatto con il casco, gli giunse un profondo brontolio. Abbassò rapidamente la macchina fotografica e la puntò verso la parte buia del corridoio. L’obiettivo disponeva di un angolo di visuale molto più grande del suo.

I tre stranieri scomparvero.

In quel momento, Walters spalancò il portello esterno, e il risucchio dell’aria trascinò i due uomini fuori dallo scafo, a roteare lentamente nello spazio. Comunque, McCullough fece ancora in tempo a vedere qualcosa ricoperto di pelo bianco, forse di una pelliccia, che passava davanti al pannello trasparente.

9

— Sono proprio uno stupido — disse McCullough, in tono di scusa, a Walters. — Avrei dovuto pensarci quando eravamo nell’Astronave. Se non altro, lo avrei dovuto immaginare quando ho esaminato lo strappo.

— Ammesso che cambiare la tuta nel corridoio avrebbe procurato minori disturbi alla gola e agli occhi di Walters, io dubito che avreste fatto in tempo a completare tutte le operazioni prima dell’arrivo degli stranieri. Quindi non avete niente da rimproverarvi. Avete scattato delle fotografie… Be’, avete fatto un bel lavoro.

— E io non mi lamento — disse Walters.

Le analisi del campione d’aria preso nel corridoio avevano dimostrato che l’atmosfera dell’Astronave non era pericolosa per gli esseri umani; anzi, risultava molto meno tossica di quella respirata nelle grandi città. Invece il campione preso nella camera stagna conteneva una quantità di liquidi vaporizzati che potevano soltanto provenire dal tubo avariato. Apparentemente, ciò che Walters aveva respirato non era più pericoloso di una uguale quantità di gas lacrimogeni.

McCullough aveva portato a termine l’esame dello sfortunato pilota con estrema scrupolosità.

— Ora dobbiamo decidere cosa fare. Vorrei che il dottore e il maggiore Walters dessero qualche suggerimento. In fondo, ne sanno più di tutti, sull’Astronave. Come vedete la situazione?

— Io non dico niente. Ho la gola troppo irritata — disse Walters.

Dagli altoparlanti giunse un sospiro irritato. McCullough fece un rapido cenno a Walters e cominciò a parlare.

Secondo lui, l’ispezione compiuta all’interno dell’Astronave straniera non aveva ancora dato risposta ai quesiti più importanti; a quelli, cioè, sulle origini e sugli scopi dell’Astronave stessa, la quale rimaneva ancora un gigantesco scafo, di circa ottocento metri, orbitante attorno al Sole a una distanza di duecentoquaranta milioni di chilometri; pareva che non possedesse l’energia sufficiente a continuare il viaggio, e rifiutava di rispondere ai segnali. La precisione con cui era stata inserita in orbita e la reazione di quel gruppo dell’equipaggio, che doveva essere una squadra di controllo delle avarie, faceva cadere l’ipotesi che si trattasse di un relitto o di un’Astronave in serie difficoltà.

Le indicazioni raccolte facevano pensare a un rifiuto di avere contatti, da parte dell’equipaggio, perché il suo compito era semplicemente quello di svolgere osservazioni di qualche genere. Forse quegli esseri non volevano contatti con razze inferiori, o avevano ordine di non accettarne. McCullough fu molto accorto nell’usare la parola osservazioni anziché ricognizione; comunque, aveva paura che, sulla Terra, la gente avrebbe ricavato delle conclusioni, senza badare alla parola che aveva usata.

Per quanto riguardava la struttura fisica dell’Astronave, le osservazioni fotografiche e quelle visuali stabilivano con chiarezza che lo scafo non era fatto per sopportare forti accelerazioni, e neppure per decollare da un pianeta normale. Inoltre, se le reti osservate coprivano tutte le pareti dei corridoi dello scafo, era poco probabile che esistesse un controllo di gravità, sia all’interno dello scafo, sia come mezzo di propulsione. Dato che non erano visibili razzi o altri propulsori convenzionali a reazione in grado di muovere uno scafo di quelle dimensioni, era chiaro che, a parte il mezzo di propulsione usato, lo scafo rimaneva in stato di mancanza di peso, sia che fosse in movimento o meno.

Sull’equipaggio dello scafo straniero, McCullough poté dire qualcosa di più.

— Oltre ai particolari fisiologici che appaiono sulle fotografie — osservò — fotografie che ci potranno essere molto utili quando avremo la possibilità di studiarle attentamente, noi sappiamo che l’equipaggio è composto da tre specie distinte. Lo straniero con il pelo, o pelliccia bianca, sembra essere in posizione di autorità o di dominio sugli altri. Benché la loro curiosità dovesse essere fortissima, gli altri si sono subito allontanati alla comparsa del terzo tipo di straniero.

McCullough continuò.

— Il secondo tipo, quello che si è lanciato su Walters, è molto più aggressivo o impulsivo del tipo Tre. A mio avviso, il Tre è pari a un ufficiale, mentre gli altri due appartengono alle squadre dei tecnici incaricati delle riparazioni; arrabbiati per i danni che abbiamo arrecato al sistema idraulico, hanno voluto esprimere la loro collera assalendo Walters. Ma se presumiamo che avessero ordine di ignorarci e di rimandare le riparazioni a quando avessimo lasciato lo scafo, e che il tipo Tre sia arrivato sulla scena per ricordare gli ordini e per cacciarli…

— Se ne sono andati — lo corresse Walters. — Non li ha cacciati.

— Non credo che questo sia molto importante — disse McCullough, poi continuò: — Colpire uno di noi è stata una reazione comprensibile. Non amichevole, certo; ma se non altro dimostra che le loro reazioni emotive sono identiche alle nostre e potrebbero un giorno formare la base di una reciproca comprensione… se ci viene permesso di mantenere il contatto con loro.

“Personalmente non lo credo.

“Perché ora sanno che siamo presenti. Forse ci hanno individuati dal momento in cui abbiamo lasciato la Terra. Comunque, non siamo i benvenuti, e dovremmo andarcene prima che facciano qualcosa di positivo per scoraggiarci” concluse McCullough con serietà.

Ci fu un lungo silenzio, poi Berryman affermò: — Siamo arrivati a un punto in cui non possiamo girare semplicemente le spalle e andarcene.

— Io… sono d’accordo — disse Hollis dal P-Uno. — L’eccessivo volume della radio fece sembrare la voce del colonnello piena di autorità e accentuò il tono timido del fisico. — Una serie di foto sui generatori, che devono essere certamente collegati al sistema di propulsione, possono non dirci tutto ciò che vogliamo sapere; però, possono essere sufficienti a impedire che i nostri scienziati seguano troppe inutili strade di ricerca.

“Sono anche d’accordo con il dottore. Non dobbiamo più entrare nell’Astronave, se non siamo i benvenuti.”

Si sentì Morrison tossire, e Hollis s’interruppe. Ovviamente il colonnello desiderava che l’altro continuasse a parlare, solo fino a quando diceva cose giuste. Parlare di andarsene non era una cosa giusta; quindi era altrettanto ovvio che il colonnello desiderava restare.

Walters ritrovò improvvisamente la voce.

— Abbiamo fatto uno sbaglio nel danneggiare il loro meccanismo di chiusura, ma questo non significa necessariamente che ci debbano classificare alla pari dei ragazzini che vanno a rubare la frutta nell’orto! Questo sarebbe un atto troppo… meschino, per una razza capace di compiere viaggi interstellari.

— Anch’io vorrei pensarla in questo modo — disse McCullough, seccamente. — Però vi voglio ricordare le cose meschine che abbiamo fatto nell’era dei vascelli e delle diligenze, e quanti di noi ne stanno ancora facendo.

— Ma noi siamo disarmati! — esclamò Berryman. — I nostri scafi sono dei mezzi primitivi, a paragone del loro. E, in un certo senso, anche noi apparteniamo allo stesso club. I viaggi nello spazio sono meno pericolosi per loro che per noi, certo, però…

— Però pensate che il capitano straniero debba accogliere a bordo, e con tutti gli onori, i coraggiosi primitivi — concluse McCullough, in tono sarcastico. — Non credete che una cosa del genere possa essere già capitata altre volte, proprio a quello stesso scafo? Forse sono stanchi di coraggiosi primitivi che vengono a vedere com’è fatta la loro Astronave. A questo punto, forse, non getterebbero neanche una metaforica moneta nell’acqua per vederci tuffare a prenderla. Questo per evitare il pericolo che si finisca con l’insudiciare le loro metaforiche eliche.

— L’idea che Walters si è fatta degli stranieri può essere troppo nobile — disse Berryman — ma la vostra è troppo spregevole e cinica. Non è da voi, dottore.

— No, infatti — concordò Walters soffocando un colpo di tosse. — Ma forse stiamo dimenticando che in realtà è tutto frutto di immaginazione. Non si tratta di idee nobili o meschine. In fondo, quegli esseri possono anche non avere raggiunto tecniche molto avanzate, a giudicare dalla costruzione del loro scafo. E io non penso che si debba fuggire senza sapere almeno davanti a chi fuggiamo.

“In quanto al dottore” aggiunse con tono pungente “io penso che la circolazione sanguigna dei suoi piedi cominci a difettare. Stanno diventando freddi.”

— Io vi ho chiesto il punto di vista sulla situazione presente, non su di voi. Calmatevi signori. Non ce ne andiamo. Non immediatamente, e nemmeno fra una settimana. Sembra che il Controllo ci abbia tenuto all’oscuro, per nostra tranquillità, dicono, di certi nuovi sviluppi che rendono necessaria la nostra presenza qui. Il periodo minimo indispensabile è di tre settimane.

“Dovete sapere che i nostri amici, quando la nostra situazione ha cominciato a diventare eccitante, non hanno più censurato le trasmissioni da diffondere sulle reti mondiali, e gli effetti politici collaterali non sono ancora stati valutati. In questo momento, ricevo notizie, ordini e contrordini, con una media di tre volte al giorno.”

L’incidente sull’Astronave, a causa dei traduttori e dei commentatori di lingua non inglese, era uscito dalle sue proporzioni, praticamente per tutti gli abitanti della Terra. Prometeo aveva tentato di interrompere le trasmissioni, ma avevano ricevuto un’incredibile quantità di pressioni perché continuasse a trasmettere notizie sugli stranieri, che qualcuno cominciava già a definire con parole come Invasori e Nemici; per quanto sapeva il colonnello, sulla Terra continuavano a ricevere tutto quanto veniva trasmesso da lui. A ogni modo aveva usato tutta la sua discrezione circa le comunicazioni ultimamente ricevute dal P-Due.

Si parlava già di un intervento della NASA, della formazione di un’armata, e dello studio di nuove misure. La reazione pubblica era ancora fluida e alquanto confusa, comunque era diventata opinione pubblica generale che si dovesse fare qualcosa di positivo. Qualcuno aveva proposto che gli Stati Uniti e la Russia unissero le loro forze spaziali per combattere il comune nemico.

— I russi si sarebbero certamente schierati con noi, se non avessero dato il via al loro ambizioso progetto di lanciare una stazione spaziale abitata in orbita attorno a Venere pochi giorni prima che comparisse l’Astronave. Le loro forze sono tutte impegnate nel compito di rifornire la base. A ogni modo, se la nostra permanenza in questa zona doveva prolungarsi, Baikonur ha offerto a Prometeo due veicoli da rifornimento ad alta accelerazione, alla sola condizione che non vengano usati per trasportare anni.

“Vi renderete conto che le implicazioni politiche sono andate oltre le nostre capacità di controllare questa situazione. Alcuni affermano che è stato un errore colossale quello di effettuare il primo contatto. Le Nazioni Unite sono state molto severe.

“Ora dobbiamo escogitare qualche sistema per rimettere le cose a posto. Voi siete liberi di interrompermi e di dare consigli in qualsiasi momento.”

La prima interruzione avvenne qualche secondo dopo, a opera di Berryman, il quale dichiarò che sarebbe stato un crimine andarsene e sprecare l’opportunità di scoprire qualcosa di più sulla scienza, e possibilmente sulla cultura straniera. Aggiunse che una qualsiasi tattica da usare contro gli stranieri avrebbe dovuto essere semplicemente difensiva. Hollis, Walters e McCullough furono d’accordo. Drew disse che, considerate le piccole dimensioni dei loro scafi, non avevano altra scelta.

Morrison replicò, irritato, che non aveva intenzione di dichiarare guerra a nessuno. E pregò tutti di dare suggerimenti più costruttivi e di natura meno generale.

Alla fine venne presa la decisione di agganciare il P-Uno al P-Due muso a muso. L’operazione era possibile, e come risultato, Walters avrebbe potuto spostarsi da una cabina di comando all’altra, senza la necessità di indossare la tuta. Inoltre, dal momento che gli altri sarebbero rimasti assenti lunghi periodi di tempo per gli studi sull’Astronave extraterrestre, si poteva usare un solo impianto d’aria e risparmiare così parecchia energia. I compiti dell’unico uomo lasciato di guardia a bordo, sarebbero stati limitati ai contatti con i compagni che indagavano sull’Astronave, e con il Prometeo.

Drew ebbe parecchio da dire sulle armi difensive. Disse che era giusto non avere intenzione di fare del male, né tanto meno di uccidere quelli che si trovavano sull’Astronave. Ma fece anche notare che se i terrestri vi entravano, dovevano essere in grado di proteggere se stessi e le tute spaziali. Con l’aiuto dei pochi dati fisiologici raccolti dal dottore sulle forme di vita estranee, venne studiato e costruito il prototipo di un’arma. Somigliava a una racchetta da sci ed era in grado di tenere lontani gli stranieri e di punzecchiarli, nel caso si fossero fatti troppo irruenti.

Gli astronauti parlarono poi delle intenzioni e dei possibili metodi di comunicazione a grande distanza degli stranieri, e si trovarono d’accordo sulla necessità di tornare sull’Astronave.

Parecchie ore dopo, mentre si avvicinavano al P-Uno per le operazioni di attracco, Walters disse all’improvviso: — Dottore, mi spiace per quanto vi ho detto prima. Non avrei dovuto criticare i vostri piedi; soprattutto dopo ciò che avete fatto per me sull’Astronave. Ma voi avevate esposto degli ottimi motivi per andarcene, e io ho avuto paura che il colonnello decidesse da un momento all’altro di ascoltarvi. Abbiamo l’incredibile opportunità di… di…

— Di prendere delle bastonate? — domandò Berryman, sogghignando. — Comunque, Walters, se fossi in voi non perderei tempo a scusarmi. Io credo che se la vostra mente fosse veramente capace di pensieri tortuosi, se non foste semplicemente uno psicologo dilettante, vi sareste ormai reso conto che il dottore si stava prendendo il lusso di fare un gioco di prestigio psicologico. Probabilmente l’aveva studiato in anticipo con il colonnello. Parlando bene, dicendo cose sensate, esponendo tutte le nostre paure segrete e il nostro istintivo desiderio di sopravvivere, ci ha costretti a insorgere per dimostrare la nostra superiorità su di lui. È la famosa storia dei suonatori che andarono per suonare e vennero suonati. Naturalmente, non vorrà ammetterlo.

Girarono lo sguardo verso di lui.

McCullough si sentì avvampare, ma nel suo intimo provò una piacevole sensazione di calore. E si rese improvvisamente conto che non esiste cieco peggiore di chi ci vede perfettamente ma chiude gli occhi perché sa di avere di fronte un amico.

— È un’idea — disse. Poi soggiunse, tra sé: “Un’ottima idea”.

10

Come unico membro della spedizione in possesso sia di tuta sia di una benché minima esperienza nei confronti degli stranieri, McCullough venne messo al comando del secondo gruppo di sbarco. Queste furono le ragione esposte da Morrison; e gli altri dettero tacitamente a McCullough l’impressione di considerare saggia la decisione del colonnello.

Comunque, cinque minuti dopo la partenza dagli scafi P, Morrison dimenticò completamente di avere messo McCullough al comando.

Il portello d’ingresso scelto era a un centinaio di metri da quello usato la prima volta. McCullough mise in funzione il meccanismo di apertura ed entrò, seguito dal colonnello, da Berryman, Hollis e Drew. Questa volta non sbatté il portello, né sottopose a sforzo eccessivo l’impianto idraulico. All’interno fece vedere come funzionavano gli interruttori della luce. La camera era quasi identica a quella precedente; comunque, questa volta l’avrebbero esaminata nei minimi particolari.

Non c’erano stranieri nella camera. Né se ne vedevano nel corridoio.

Morrison aveva portato un riflettore del P-Uno. Attraverso i grandi pannelli trasparenti delle quattro porte laterali, fece fotografie dello spazio tra le due fusoliere. Drew si mise di guardia alla porta del corridoio e tenne il contatto radio con Walters sul P-Due, mentre Berryman, Hollis e McCullough ispezionavano accuratamente la camera.

Dopo alcuni minuti, Berryman disse: — Mi rendo conto che la robustezza dello scafo, unita alla semplicità del disegno, ha lo scopo di ridurre il pericolo di guasti alle diverse parti. Però, questo supporto angolare è di una semplicità addirittura sconcertante.

Anche il rozzo supporto, come tutte le altre strutture che loro stavano esaminando, aveva il suo contrassegno di identificazione.

Pensarono semplicemente che ogni macchina oltre un certo grado di complessità, dall’automobile all’aeroplano fino all’Astronave lunga oltre ottocento metri, richiedeva un enorme lavoro di progettazione, con calcoli e disegni, prima che anche le parti più semplici si trasformassero in un pezzo di metallo tridimensionale sul banco di montaggio. Per una nave di quelle dimensioni, il numero totale degli schemi particolareggiati, dei calcoli sulla resistenza dei metalli, dei diagrammi per le parti elettriche e così via, doveva essere quasi inconcepibile. Quella montagna di carte aveva lo scopo di indicare a gente di media intelligenza come montare e unire una all’altra tutte le parti del gigantesco rebus tridimensionale.

Se era stato seguito il normale sistema umano, e se i tecnici aeronautici che avevano loro impartito le lezioni durante il viaggio avevano reso ben chiaro che non esisteva un sistema più semplice, a parte quello di agitare una bacchetta magica, allora tutti gli schemi dovevano anche comprendere le istruzioni precise per collocare ogni parte al posto giusto.

Poteva darsi che gli extraterrestri avessero qualche loro sistema particolare per contrassegnare le varie parti come quello di imprimere su ognuna una specie di etichetta telepatica o riconoscibile al tatto, anziché ricorrere a simboli visibili. Ma considerata la mole del veicolo, e lo spaventoso numero di parti da identificare, era molto probabile che avessero scelto il sistema più facile, quello di incidere sulla superficie dei singoli pezzi dei segni che fossero identificabili a prima vista.

Il sistema usato per l’Astronave sembrava quello della vibroincisione. Ed era bello scoprire che, almeno nella filosofia aeronautica e nella costruzione dei veicoli spaziali, gli extraterrestri e gli umani ragionavano allo stesso modo.

— Avete notato che in questi simboli non esistono linee curve? — chiese Hollis a un tratto. — Sarà dovuto al fatto che hanno delle pinze anziché delle dita, e di non avere il pollice opponibile?

— Non credo — osservò McCullough. — Se avessimo continuato a usare i numeri romani al posto di quelli arabi…

— Rimandate a più tardi le discussioni teoriche, signori — disse Morrison, con impazienza. — Ora daremo una rapida occhiata lungo il corridoio. Berryman e io andremo verso poppa, Hollis e McCullough andranno a prua, e Drew rimarrà a guardia della camera stagna. Fermatevi alla prima intersezione. In questo modo sarà impossibile restare tagliati fuori dagli altri. Disegnate una mappa con la posizione delle porte e tutto ciò che vedete d’interessante. Se le porte hanno dei pannelli trasparenti, annotate le dimensioni delle camere laterali e ciò che contengono.

“Fate il più velocemente possibile” concluse Morrison. “Se incontrate qualcuno, ritiratevi o difendetevi senza ferire. Bene, Drew, aprite il portello.”

Presero tutti le direzioni stabilite. McCullough si portò leggermente avanti a Hollis, quasi per paura di punzecchiarlo con quella loro ridicola arma. Dato che lo scafo sembrava progettato per viaggi in caduta libera, il corridoio non aveva pavimento, soffitto o pareti ben definite. Le reti erano tese a qualche centimetro dalle pareti e si interrompevano a intervalli regolari davanti alle porte di quelli che dovevano essere i diversi magazzini. Volendo agire con grande prudenza, i due uomini proiettarono il raggio delle loro lampade attraverso le porte che avevano il pannello trasparente, e passarono senza fermarsi di fronte alle altre, pur sapendo che avrebbero potuto facilmente aprirle, trattandosi di porte scorrevoli e non a pressione. Tutte le porte erano contrassegnate da simboli, rovesciati uno rispetto all’altro, in modo che fossero facilmente leggibili da qualsiasi parte ci si avvicinasse.

Lungo le pareti del corridoio, a intervalli regolari, c’erano lampade e interruttori. Però McCullough non le accese. La torcia di Hollis e la sua proiettavano raggi di luce sufficiente, e non c’era motivo di far sapere agli stranieri della sala controllo che gli esseri umani si erano introdotti nell’Astronave.

All’intersezione, il loro corridoio proseguiva in avanti, mentre l’altro girava nelle due direzioni seguendo la curvatura dello scafo e permettendo la visibilità per una ventina di metri. Proprio all’estremità in cui potevano spingere lo sguardo, in tutte e due le direzioni, si vedevano le aperture di due corridoi paralleli al loro.

— Imboccando uno di quei corridoi — disse Hollis — e poi girando alla prima intersezione, ci dovremmo incontrare con il colonnello e Berryman.

— Volete tentare? — domandò McCullough.

— No.

Il fisico cominciò a prendere note sul blocco degli appunti, e McCullough rimase a guardia dei quattro corridoi. Ma non vennero disturbati da nessuno; dopo un po’, la voce del colonnello ordinò loro di tornare alla camera stagna.

Dieci minuti dopo uscivano tutti dall’Astronave e si dirigevano verso una delle grandi cupole trasparenti, per osservarle da vicino. Hollis stava letteralmente balbettando d’eccitazione, al pensiero di trovarsi di fronte a un autentico generatore iperspaziale. Walters, dal P-Due, gli ricordò che, probabilmente, aveva una potenzialità di parecchi milioni di volt. McCullough non disse niente e pensò alla voce del colonnello Morrison.

Morrison aveva l’irritante abitudine di usare un volume di trasmissione troppo alto, e la sua voce sembrava più una scarica di fulmini che non la voce di un comandante. Ora, però, il dottore cominciava a domandarsi se il volume eccessivo, e forse anche un accorto uso del controllo di tono per far sembrare la voce più profonda, non fossero la sola causa che faceva apparire Morrison secco e autoritario. Certo, la diversità tra la sua voce naturale e quella trasmessa dalla radio era sorprendente. McCullough ebbe la sgradevole sensazione che, in una conversazione faccia a faccia, il colonnello si doveva giocare buona parte della sua autorità, ogni volta che apriva la bocca.

Evidentemente il Morrison che lui, Berryman e Walters avevano conosciuto come voce dal P-Uno era molto diverso da quello conosciuto da Drew e da Hollis, in modo diretto, sullo stesso scafo del colonnello. Cominciava a diventare molto facile credere Morrison capace di spettegolare come una vecchia con Drew, senza badare a Hollis, e lasciando che il fisico precipitasse in quello spaventoso stato in cui McCullough lo aveva trovato dopo il suo viaggio attraverso lo spazio.

Nello stesso tempo, McCullough comprese che doveva guardarsi dai troppo improvvisi capovolgimenti di sensazioni. Una debolezza inaspettata, specialmente in una materia tanto suscettibile alle interpretazioni sbagliate quale il giudicare il tono di voce, non significava automaticamente che il colonnello fosse un uomo debole, inefficiente, inadatto al comando, e che quindi non avesse alcun diritto alla loro obbedienza.

McCullough pensò al colonnello durante tutto il tragitto compiuto per giungere al portello successivo.

Questa volta il gruppo rimase nella camera stagna soltanto pochi minuti, e non penetrò nel corridoio. L’accesso allo spazio tra la fusoliera esterna e quella interna era costituito da una semplice porta scorrevole, non pressurizzata; l’aria che si trovava dall’altra parte era identica a quella del corridoio. Cavi, tubi, e misteriose scatole sporgevano da tutte le parti, in mezzo alla foresta delle intelaiature, tranne nel punto in cui una sottile scala di rete si allungava in una specie di galleria scavata nella giungla metallica. All’altra estremità della scala, la pila del colonnello illuminò un ingresso che, se i loro calcoli erano esatti, doveva dare accesso a una delle cupole.

— Ciascuno usi la propria pila — ordinò Morrison — e che nessuno si allontani dalla scala. Potremmo accidentalmente provocare un corto circuito e ucciderci.

— Non credo — obiettò Berryman. — I cavi sembrano tutti molto bene isolati.

— Lo penso anch’io — disse Hollis. — Comunque, ci conviene esaminare i segni codice sui cavi che entrano nella cupola e stabilire quali sono quelli dell’impianto d’illuminazione, del circuito degli strumenti, e dei condotti di energia.

— Siate molto prudenti — insistette il colonnello. — Drew rimane a guardia della camera stagna. Gli altri mi seguano.

Due giorni prima, Berryman avrebbe ribattuto alle parole di un colonnello del genere, pensò McCullough; ma non Hollis.

L’atmosfera rimase tesa fino a quando non ebbero superato il portello per entrare nella cupola. All’interno, scoprirono che non esisteva atmosfera. Il fatto non sorprese Hollis, il quale spiegò di essersi aspettato che i generatori operassero nel vuoto. Pochi minuti dopo, scoprirono che il vuoto era mantenuto nella cupola da aperture sullo spazio. Quelle aperture nel materiale trasparente erano però troppo piccole per il passaggio di un uomo, e forse anche per quello di uno straniero, pensò McCullough. La luce del sole penetrava attraverso la plastica trasparente e si rifletteva in modo sbalorditivo sui metalli e sul materiale simile a ceramica azzurra che li circondava. I due scafi-P erano chiaramente visibili contro il cielo nero, e la cupola non costituiva un ostacolo alle comunicazioni.

— Nella sala ci sono dei cavi scoperti — avvertì il colonnello, seccamente. — Quindi state molto attenti.

— Sì, signore — rispose Hollis. — Comunque, non credo che costituiscano un pericolo… Il generatore non è acceso. Tra l’altro, ci vorranno settimane per esaminare la sala con attenzione, e mi piacerebbe poterlo fare senza correre rischi.

La sua idea era di mettere in corto circuito i cavi elettrici nel punto in cui entravano nella cupola. Era assolutamente certo che il generatore doveva avere fusibili e dispositivi di sicurezza in grado di proteggere la complessa apparecchiatura. Se fosse stato lui a costruire il generatore avrebbe provveduto in tal senso. Hollis non ritenne necessario far notare che l’intricato apparecchio non era costruito rozzamente: sembrava montato con la precisione degli orologiai.

Era anche possibile che il generatore non potesse entrare in funzione qualora dei corpi estranei, i loro, per esempio, si fossero trovati nella cupola. Hollis disse che avrebbe esaminato quella sala con molta maggiore tranquillità, sapendo di correre meno pericolo di venire colpito da un momento all’altro dall’energia degli stranieri.

— Siete voi il fisico — disse il colonnello. — Io, però, sono convinto che se smontiamo uno dei loro generatori, diventeranno furiosi. Molto più di quanto non lo siano diventati per aver sentito sbattere una porta.

Al posto delle reti, attorno e in mezzo alla massa dei macchinari che si trovavano nella cupola, si stendeva una specie di scala di plastica sottile, che terminava a forma di gigantesca racchetta. Era evidente che, in quel luogo, doveva lavorare più di uno straniero. Hollis esaminò gli apparecchi senza parlare; aprì bocca solo per dire in tono eccitato a McCullough che la sua macchina fotografica conteneva le più preziose fotografie mai scattate.

McCullough lo ascoltò distrattamente. Aveva la sensazione che gli altri si fossero lasciati trasportare troppo dall’entusiasmo, e che nessuno si preoccupasse minimamente di quanto potevano pensare i padroni dell’Astronave: sembravano tutti propensi a dimenticare dove si trovavano. Forse volevano proprio dimenticarlo. L’entusiasmo e la mancanza di preoccupazioni favorivano il compimento del lavoro.

Però, McCullough era convinto che sarebbe stato meglio interrompere il lavoro e considerare attentamente il da farsi.

Erano tutti consapevoli, però, di aver commesso un errore, affrontando la situazione in quel modo. Avevano danneggiato la proprietà degli stranieri, e si erano resi colpevoli di sconfinamento. Le loro intenzioni non erano cattive, certo; ma questo poteva anche non essere compreso dagli stranieri.

La paura di McCullough aumentò con il passare delle ore. E quando il dottore sentì all’improvviso la voce di Walters nella cuffia trasalì in modo tale che quasi gli sfuggì di mano la macchina fotografica.

— Signore! — disse il pilota. — Drew riferisce movimenti nel corridoio davanti alla camera in cui si trova. Sono passati cinque Tipi Due, diretti verso la cupola che state perlustrando. Aveva spento la luce della camera stagna e li ha visti chiaramente, senza che loro vedessero lui.

— Tutti fuori! — gridò il colonnello. — Presto. Passiamo dalla strada che abbiamo percorso prima, evitando il corridoio. Io… non credo che sia ancora venuto il momento di tentare un contatto formale…

— Drew dice anche che, attaccato alle reti dell’intercapedine tra le fusoliere c’è uno straniero che somiglia al Tipo Uno.

— Faremo finta di non vederlo — disse Morrison — e speriamo che anche lui faccia altrettanto. Hollis, muovetevi!

Uscirono tutti dalla cupola. Morrison camminava in testa; Hollis e McCullough tenevano d’occhio le pareti; Berryman chiudeva la marcia. Si trascinarono lentamente verso Drew e la porta aperta della camera stagna, frugando con gli occhi negli spazi scuri tra i vani e le tubature che li circondavano.

— Dottore!

La torcia di Morrison aveva inquadrato un piccolo straniero irsuto, molto simile a un porcospino, che si allontanava traballando. McCullough non riuscì a vedere se avesse delle mani, o qualcosa di simile.

— Fatto — disse riponendo la macchina fotografica e avanzando in fretta.

Drew si era messo nella classica posizione difensiva, all’esterno della porta. Si era rannicchiato e aveva infilato una gamba tra le maglie della rete, appoggiando alla parete l’estremità della racchetta da sci, con la punta nella direzione dei compagni in arrivo. Morrison, leggermente imbarazzato, si mise nell’identica posizione, all’altro lato della porta, e fece cenno agli altri di entrare.

Passarono prima McCullough e Hollis, che si voltarono poi per aiutare Berryman; quando l’imprevisto si verificò avevano appena infilato la mano sotto le ascelle del pilota.

Nel momento in cui quattro voci cercarono di usarla contemporaneamente, la radio di McCullough sembrò impazzire, in un fragore di oscillazioni. Poi McCullough vide gli stranieri spuntare e balzare verso di loro da quelle masse scure che aveva preso per dei macchinari. Non riusciva a vedere Morrison e Drew. Il colonnello aveva perso la sua pila, ma l’aveva recuperata subito, e Berryrnan veniva trascinato indietro con forza.

Uno degli stranieri si era ancorato con due tentacoli alla rete e altri due si erano attorcigliati attorno ai piedi del pilota. Un altro extraterrestre si portò alle spalle di Berryman, agitando furiosamente i pungiglioni, e colpì con violenza le bombole dell’ossigeno. Se McCullough e Hollis avessero mollato la presa, il pilota sarebbe andato incontro a una morte orribile.

11

Per alcuni secondi McCullough guardò affascinato la pila del colonnello, che veniva spinta avanti e indietro nella lotta e colpiva gli stranieri che si trovavano sulla soglia. La scena, illuminata da quel raggio di luce impazzito, assumeva il tono irreale dei vecchi film muti. Lampi di luce abbagliavano e confondevano terrestri ed extraterrestri; proprio per questo motivo, McCullough tardò ad accorgersi che Berryman si era liberato un piede e lo stava usando per colpire il tentacolo avvinghiato all’altro. McCullough aveva visto tutta la scena come una serie di quadri sconnessi.

Hollis, attraverso la radio che trasmetteva sempre un fragore di oscillazioni per il fatto che tutti la volevano usare nello stesso tempo, gli urlò qualcosa e gli indicò la rete. Il fisico si era inginocchiato accanto alla porta scorrevole e aveva infilato la parte inferiore delle gambe tra le maglie e la parete. McCullough capì e fece altrettanto. Poi insieme afferrarono Berryman con tutte e due le mani e tirarono con forza.

Berryman si liberò dal primo straniero, all’improvviso, e andò a sbattere il casco contro lo stipite. La forza dello strattone era stata tanto violenta da proiettarlo oltre la porta a tale velocità da costringere i suoi due compagni ad afferrarlo per i piedi. Il secondo straniero era ancora attaccato alle bombole d’ossigeno e continuava a colpirle con violenza.

Un paio di gambe comparvero dietro lo stipite. McCullough ne afferrò una e tirò per aiutare il compagno a entrare. Nel tessuto che ricopriva la gamba c’erano ampi squarci, e uno di questi era macchiato di sangue.

Il continuo fragore rendeva difficile anche il pensare.

McCullough e Hollis adagiarono Berryman in mezzo a loro, gli infilarono le gambe nella rete e concentrarono tutti i loro sforzi contro lo straniero ancora attaccato alla schiena del pilota. Hollis infilò la punta della racchetta da sci tra il ventre dello straniero e le bombole, per fare leva. Lo straniero, forse colpito in un punto molto sensibile, ebbe una scossa violenta ma non lasciò la presa. Poi McCullough scoprì il modo di liberare Berryman. Afferrando l’estremità dei tentacoli e tirandoli, questi si staccavano con una certa facilità.

Si udì uno scatto smorzato. McCullough si guardò attorno e vide che anche tutti i suoi compagni erano al riparo nella camera stagna. Drew stava infilando la sua arma tra i tubi che correvano ai due lati della porta scorrevole e la maniglia, in modo da formare un catenaccio. Forse gli stranieri sarebbero riusciti ad aprirla, ma non senza danneggiare l’impianto idraulico.

Il frastuono nella cuffia diminuì e permise di distinguere parole e frasi.

— … Ho la tuta strappata. Mi manca l’aria… Toglietemelo di dosso! Toglietemelo… State zitti, tutti quanti… Tenetelo fermo, altrimenti colpisce… La mia gamba, maledizione, dov’è il dottore? Chiudete la radio e aprite i visori… Silenzio, e aprite gli elmetti…

McCullough rimase in silenzio, come gli era stato ordinato, e, improvvisamente, si rese conto che anche lui aveva contribuito al frastuono generale. Comunque non aprì il visore, perché aveva le mani piene di tentacoli dello straniero.

Nei pochi minuti che gli furono necessari per togliere dalla schiena di Berryman il corpo che si contorceva, McCullough ebbe modo di osservare lo straniero con attenzione. Tra la base dei tentacoli, quasi all’orlo del ventre, c’era una leggera rientranza, in cui brillava qualcosa di morbido e umido che poteva soltanto essere un occhio. Il meccanismo di apertura e di chiusura era costituito da doppie palpebre che si muovevano verticalmente anziché in senso orizzontale; l’occhio stava indubbiamente fissando McCullough. Le estremità dei tentacoli vibravano nel tentativo di liberarsi della stretta e per qualche strana ragione McCullough pensò al cane grosso, stupido e amico, al quale un giorno aveva cercato d’insegnare a porgere la zampa.

Ma quella creatura non era certamente amica… Almeno non lo era nel senso che alla parola davano gli umani… E non era nemmeno stupida. A meno che…

Non riuscì a finire il pensiero, perché Berryman era riuscito a togliersi da sotto lo straniero e la creatura aveva cominciato a sobbalzare tra loro due, tentando furiosamente di tendere e ritirare i tentacoli. Berryman afferrò una racchetta che ondeggiava nell’aria e l’appoggiò al ventre della creatura per respingerla. Hollis e McCullough lasciarono andare i tentacoli, e lo straniero rimase sospeso al centro della camera stagna, privo di forze.

— Io volevo rimetterlo nel corridoio, con i suoi amici — disse Hollis, dopo aver riaperto il visore. — Qui, dove siamo in cinque contro uno, può lasciarsi prendere dal panico e ferirsi…

— Siete sicuri che quest’aria sia respirabile? — domandò Berryman attraverso il vetro rotto del visore. Aveva il naso e una guancia feriti da un profondo taglio.

— Dottore — disse il colonnello — guardate la guancia di Drew. E la mia spalla…

— Hollis! Dietro di voi!

Lo straniero, che nel frattempo era riuscito ad afferrarsi alla rete e aveva ripreso le forze, si era lanciato come una furia contro il fisico. Berryman sollevò in tempo la sua racchetta: lo straniero vi finì violentemente addosso, ma non si fermò. La parte posteriore dell’arma venne spinta contro la parete, ma la creatura non rallentò ancora lo slancio. Il disco metallico destinato a impedire alla punta di penetrare nel corpo più di mezzo centimetro scivolò indietro, lungo l’asta; la creatura, trascinata dallo slancio fu trapassata da parte a parte.

Lo straniero agitò i tentacoli e colpì l’asta; con violenza, in un primo momento, e poi sempre più lentamente. All’improvviso, i tentacoli si attorcigliarono e rimasero immobili.

McCullough, rendendosi conto che non c’era più pericolo, si lanciò verso lo straniero, sollevò un tentacolo e sfilò delicatamente l’asta.

Non era una semplice ferita. Si trattava di qualcosa di molto, molto peggio.

Per qualche minuto, nessuno parlò. McCullough guardò i quattro compagni cercando disperatamente di non pensare. Le tute di Morrison, Drew e Berryman erano lacere, o, comunque fuori uso. Il colonnello e Drew erano feriti, e forse seriamente: per di più, le loro ferite potevano essere infette da microrganismi stranieri; a una infezione di quel genere, i loro corpi non avrebbero potuto reagire. I due uomini dovevano venire allontanati da quel luogo al più presto. Ma c’erano soltanto due tute intatte; quella del fisico e quella di McCullough. La prima poteva servire soltanto allo stesso Hollis. E quella di McCullough poteva andar bene solo a Drew. Il dottore ebbe paura di considerare le conseguenze di quella constatazione… Erano troppo terribili. Ma soprattutto non voleva pensare al corpo contorto dello straniero che stringeva ancora tra le mani, e a tutte le cose spaventose che avrebbero fatto seguito alla morte di quella creatura.

— Dottore — disse il colonnello con voce arrochita dal dolore — voi dovreste pensare agli esseri umani. Lasciate perdere quello straniero. Ormai, è morto.

McCullough fu felice di rivolgere tutte le sue attenzioni ai feriti; ma, per qualche strana ragione, il cadavere dello straniero gli capitava sempre sotto lo sguardo tutte le volte che sollevava gli occhi da un paziente. Gli divenne quindi sempre più difficile non pensarci. Il sangue delle due specie era dello stesso colore: la cosa non lo avrebbe dovuto sorprendere, date le quasi identiche condizioni di atmosfera. Gocce rosse rimanevano sospese nell’aria, come scura pioggia di ghiaccio scarlatto. L’assenza di gravità, oltre a rendere difficile il controllo della perdita di sangue, ostacolava anche la possibilità di curare rapidamente la più semplice ferita.

Benché i pazienti collaborassero attaccandosi con le mani o con i piedi alla rete, e benché Hollis facesse del suo meglio per impedire a McCullough di volteggiare nell’aria, gli ci volle molto tempo.

Morrison era in pessime condizioni. Uno straniero aveva tentato di colpirlo alla testa e al petto, ma il colonnello era riuscito a proteggersi in tempo, sollevando il gomito. Fortunatamente il suo avambraccio era leggermente più lungo del corno dello straniero; così, per quanto il suo elmetto fosse stato ridotto a una massa di metallo ammaccato e le spalle e la parte superiore del braccio fossero completamente ricoperte di piccole ferite, Morrison era riuscito a salvarsi la vita. Drew, a quanto sembrava, aveva preferito i piedi alla racchetta, e una gamba ne aveva sopportato tutte le conseguenze; le ferite, però, erano molto meno gravi di quelle del colonnello. Berryman aveva un brutto taglio sulla faccia, causato dal colpo contro il vetro del visore.

Erano comunque le tute ad avere sofferto i maggiori danni. Prima, per l’attacco degli stranieri, e poi per opera di McCullough stesso.

Il tagliare e allargare gli squarci nella tela delle tute, il piegare i rinforzi di plastica e i tubi di metallo del sistema di aria condizionata stancarono il dottore più dell’esaminare e medicare le ferite. Ammesso che non fossero ormai fatalmente infette, quelle ferite si sarebbero rimarginate con una certa facilità. La rapidità con cui il corpo umano guarisce le proprie lente è sorprendente. Ma l’aumentare i danni a delle tute che non si potevano riparare, era come infliggere delle ferite di natura molto più grave. Nello spazio, la tuta era molto più di una pelle protettiva. Walters, ammaestrato dall’esperienza diretta, aveva detto che erano analoghe all’utero e alla placenta, e che il perderle prematuramente rappresentava uno spaventoso dramma.

Il pensiero di trovarsi in quel luogo senza tuta, era già sufficiente a spingere McCullough sull’orlo del panico; e il dottore non voleva immaginare cosa avrebbero provato gli altri, una volta superato lo shock delle ferite, nel rendersi perfettamente conto di cos’era loro capitato.

Quando ebbe finito di medicare i suoi compagni, il suo pensiero aveva preso una piega freudiana e decisamente macabra. Guardò quelli del P-Due, e si domandò se sarebbero mai riusciti a rivedere la loro casa.

Improvvisamente, il colonnello parlò. Aveva una voce quasi impercettibile. O non stava usando la radio, o il microfono si era rotto. Disse: — Voi dovrete riferire la nostra… critica situazione, dottore. E dite a Walters di trasmettere anche tutto il materiale tecnico e le fotografie. Hollis vi aiuterà… È l’unico in grado di capire ciò che ha visto nella cupola e di riferirlo con esattezza. Una volta fatto questo, rimarrete in continuo contatto radio con noi, fino a quando non avremo studiato qualcosa.

“Per farvi uscire, noi ci dovremo trasferire nel corridoio. Quindi fate presto” concluse il colonnello, spostandosi lentamente verso il portello interno.

— Sarebbe meglio che io restassi — obiettò McCullough, piuttosto a disagio. — Nessuno di voi è in perfette condizioni, e se vi dovessero attaccare mentre siete nel corridoio…

— Non posso rischiare di perdere un’altra tuta — replicò il colonnello, controllando con braccia e gambe il suo lento volo attraverso la camera stagna. — Drew organizzerà la nostra difesa. Ci sa fare, in questo genere di cose.

— La prima cosa che faremo — disse Drew con rabbia — è quella di togliere la racchetta dai nostri bastoni. Chiunque ci vorrà saltare ancora addosso, si prenderà venti centimetri di tubo nel ventre, anziché ricevere soltanto una piccola puntura. Il freddo dell’acciaio ha sempre avuto sugli esseri umani un effetto paralizzante… Ecco perché le cariche alla baionetta sono sempre rimaste in uso nei secoli. Forse…

— No — ribatté McCullough — abbiamo già ucciso uno di loro. Involontariamente, certo… e non possiamo minimamente immaginare i guai che ne possono derivare. Ma se cominciamo a uccìderli deliberatamente… Dobbiamo pensarci molto bene, prima di un’altra mossa che può venire fraintesa.

— Io, invece, credo che abbiamo già pensato troppo! — disse Drew, con voce furente. — Se una persona agisce come un animale selvaggio, allora noi la dobbiamo trattare di conseguenza. Per il momento, penso che ci convenga liberarci di quella… carcassa. Mi fa venire il voltastomaco.

— Mentre ve ne state a litigare — intervenne Berryman, nel tentativo di ristabilire la pace — io sto pensando seriamente proprio a questo problema. Mi sembra che siano possibili soltanto tre soluzioni. La prima è di restituire il corpo agli stranieri, mettendolo nel corridoio… cosa che li potrebbe infuriare maggiormente. La stessa cosa può succedere se teniamo il corpo in questa camera, dove lo possono vedere guardando attraverso lo sportello trasparente. Infine, possiamo nascondere il cadavere in un posto in cui gli stranieri hanno poche probabilità di ritrovarlo. Cioè facendolo portare via da Hollis e dal dottore.

“Io sono a favore di quest’ultima soluzione. Perché, per quanto gli stranieri possano pensare che il loro compagno sia morto, non ne avranno mai la certezza… In questo modo possono anche presumere, o sperare, che sia prigioniero. Nel dubbio, se non vedono il corpo, può essere che si comportino verso di noi con maggiore cautela.”

— Penso esattamente la stessa cosa — disse il colonnello. — Portatelo sul P-Due, dottore, e cercate di scoprire cosa lo rendeva così coriaceo.

— Converrebbe conoscere il nemico dentro e fuori — concluse Drew, in tono malvagio.

— Non vorrete suggerire… — cominciò McCullough sgomento. Poi s’interruppe. Cercò disperatamente di pensare come loro. Lui non aveva le spalle e le braccia trafitte dal pungiglione degli stranieri, né aveva le gambe ferite dai loro artigli. Lui non poteva sapere, in modo personale e soggettivo, cosa significasse avere la tuta lacera, con tutte le altre implicazioni. La pelle di McCullough, e la sua preziosissima tuta, erano ancora intatte. Anche lui era stato attaccato, ma non aveva subito danni.

Ma la violenza è una catena a reazione, con un fattore K positivo. Una volta iniziata, diventa rapidamente autosufficiente. Fin dall’inizio erano stati gli stranieri ad agire o a reagire con violenza, nei confronti degli umani. Ora la situazione era precipitata al punto da essere incontrollabile, dato che tutte e due le parti usavano la violenza.

Se gli stranieri avevano reagito con brutalità alla veniale colpa commessa dagli umani entrando nello scafo, come avrebbero reagito all’uccisione e al sezionamento di uno di loro?

12

Nella generale confusione delle ultime ore, McCullough aveva dimenticato un fattore molto importante: cioè quello della decompressione esplosiva di un corpo umano, o non umano, senza protezione. Non appena l’extraterrestre venne a trovarsi nello spazio, la sua parte inferiore, morbida e piatta, si gonfiò come un pallone ed esplose. Niente di quanto McCullough avrebbe fatto a quel cadavere poteva renderlo più orripilante dello scoppio; perciò, quando raggiunse il P-Due, il dottore aveva già deciso di esaminare quella strana forma di vita.

Ma prima c’erano cose molto più urgenti da fare.

Fu soltanto dopo aver sviluppato la pellicola e quando ormai le immagini erano in viaggio verso la Terra, che riuscì a soddisfare la curiosità di Walters, circa la lotta che avevano sostenuta sull’Astronave. E lo fece soltanto perché Walters rimase in ascolto mentre McCullough faceva il suo rapporto a Controllo Prometeo. Nel frattempo, Hollis era tornato all’Astronave con una scorta di cibo e di acqua per Morrison e gli altri.

Prima di partire, Hollis aveva fatto presente che quell’acqua sarebbe stata definitivamente persa, dato che senza gli apparecchi di rigenerazione degli scafi P, non ci sarebbe stata possibilità di recuperarla. Si era scusato per avere ricordato quel particolare, ma disse che era una cosa da tenere sempre presente, nel caso di una lunga permanenza nello spazio.

McCullough aveva annuito e aveva inserito nel suo rapporto anche quella spiacevole circostanza.

— Questa è la situazione in tutti i suoi dettagli — aveva concluso. — La nostra più urgente necessità è quella di avere delle tute che ci permettano di trasportare i feriti; oppure, nel caso che non sia possibile far questo, dobbiamo avere cibo e acqua sufficiente a prolungare la nostra permanenza nello spazio fino al momento in cui sia possibile il recupero dei feriti. C’è anche il pericolo che le ferite vengano infettate da batteri stranieri, contro i quali i loro organismi non hanno difesa. A ogni modo come esiste la probabilità che i patogeni stranieri infettino il corpo e uccidano in poche ore, può darsi anche che non abbiano alcun effetto, in quanto il corpo umano potrebbe rappresentare un ambiente in cui quei batteri non possono sopravvivere. C’è anche la possibilità che i nostri antibiotici siano efficaci contro le infezioni extraterrestri quanto lo sono contro…

— Qui, Brady — interruppe una voce dal controllo. Era la voce burbera, impaziente, e tuttavia preoccupata, della persona sulle cui spalle gravava la responsabilità del Progetto Prometeo, nonché il peso non indifferente di otto stellette. — Siete in un bel guaio, dottore, lo ammetto. Avete considerato la possibilità di entrare con uno scafo-P nella camera stagna dell’Astronave, lasciando uno di voi in tuta all’esterno per aprire e richiudere il portello?

— I portelli sono troppo piccoli per il passaggio di un nostro scafo — rispose McCullough. — Anche Berryman aveva avuto la stessa idea. Ma, come ho detto all’inizio del rapporto…

— Se quella soluzione non è attuabile — continuò il generale — la vostra sola speranza è quella di chiedere aiuto agli stranieri. Siete sicuro che siano aggressivi come dite?

— Io vi ho già riferito…! — sbottò McCullough, poi s’interruppe. Si era reso conto che il generale lontano rispondeva alla prima parte del suo rapporto: e, come McCullough poteva ricordare, quella parte non era stata molto coerente.

— McCullough, smettete di parlare quando parlo io…! — disse il generale, irritato. Poi si rivolse a qualcuno che gli stava accanto. — Sì, sì, ho dimenticato l’intervallo di tempo. Ora vediamo… McCullough!

— Sì, signore — disse McCullough per semplice forza di abitudine. Intrattenere una conversazione con intervalli di mezz’ora tra le diverse battute del dialogo richiedeva una certa abitudine.

Walters, sintonizzato sulla frequenza radio della tuta di Berryman, annunciò: — Gli stranieri se ne sono andati. Sia il corridoio, sia l’intercapedine tra le due fusoliere sono liberi. Berryman dice che le ferite sono dolorose, ma, che per il momento, non presentano sintomi di forte infiammazione.

— Dato che il contenuto del vostro rapporto è di estrema gravità e può richiedere una rapida decisione in un qualsiasi momento — disse il generale — io mi propongo di ascoltare il vostro rapporto in arrivo, e, nello stesso tempo, di informarvi della delicata situazione che si sta sviluppando sulla Terra. Il colonnello Morrison è al corrente degli eventi verificatisi sino alla scorsa notte, quella di quindici ore fa, per essere più precisi; ma la situazione è ormai molto cambiata. Cambia a ogni istante, dottore. Vorrei che lo ricordaste e che parlaste tenendo presente questo particolare.

“In breve, la posizione è questa…”

Ogni trasmissione irradiata dalla zona dell’Astronave straniera era stata ritrasmessa per intero dalle più grandi reti informative. Lo stesso era avvenuto per le foto scattate durante l’avvicinamento e l’esame del primo portello, e per quelle che McCullough aveva scattate agli stranieri. Il motivo di questa ampia divulgazione era semplice. L’interesse pubblico per i voli spaziali era in diminuzione a causa delle costosissime attrezzature necessarie (specialmente quando si trattava di superare l’orbita di Marte) e una serie di sequenze illustrate sul primo incontro tra gli umani e una cultura extraterrestre poteva risvegliare quell’interesse più di ogni altra cosa. Ma, dal momento che l’incontro era degenerato e che la missione si era trasformata in una questione di vita o di morte, l’iniziativa aveva ottenuto effetti assolutamente imprevisti.

Non si poteva più parlare di semplice interesse. Nell’opinione pubblica si erano formate fazioni tendenti al fanatismo.

In un primo tempo, i responsabili del Prometeo avevano cercato di mantenere segreto l’incidente; poi si erano resi conto dell’inutilità del procedimento, dato che i segnali degli scafi-P potevano venire captati da un qualsiasi apparecchio radio di qualità discreta. Per la ricezione delle foto, anche se più difficile, bastava soltanto un radiotelescopio di moderata grandezza: apparecchio che ogni grande giornale possedeva.

Era questo il motivo per cui avevano chiesto a McCullough di scegliere accuratamente le parole dei suoi rapporti al Controllo. Gli venne consigliato, nei limiti del possibile, di mascherare la gravità degli eventi e degli sviluppi (quelli del Controllo avrebbero capito la vera gravità della situazione e avrebbero agito di conseguenza) e di evitare a ogni costo di mostrare paura o collera. Sarebbe stata un’ottima cosa rileggere attentamente i rapporti prima della trasmissione, e togliere tutte quelle parole e frasi che potevano far intuire uno stato d’animo negativo.

— Ma, signore…! — disse McCullough, poi s’interruppe di nuovo. L’immagine di Brady seduto nella sala Controllo lasciò il posto a quella di Berryman, Morrison e Drew, impauriti e feriti, che si nascondevano a degli stranieri minacciosi a oltre settantacinque milioni di chilometri da casa. O Brady era uno stupido, o pretendeva che lui si comportasse come tale. McCullough non riusciva a immaginare come descrivere la loro situazione in un linguaggio privo di emozione, senza farlo sembrare farsesco. Se qualcuno moriva, o se i tre uomini nell’Astronave venivano colpiti da un’infezione sconosciuta, cosa avrebbe dovuto dire? Avrebbe dovuto parlare di un piccolo guaio? O di un brutto spettacolo?

Se il generale parlava seriamente, lui, McCullough, non avrebbe mai dovuto riferire la morte di nessuno!

— … Un punto a nostro vantaggio è che la gente può ascoltare soltanto voi. Possono sentire tutte le parole che dite, ma non possono intercettare i messaggi inviati a voi da terra. Comunque, al momento, non vi posso dare istruzioni dettagliate circa la vostra presente situazione. Dal momento che vi trovate sul posto, voi dovete agire di vostra iniziativa. Badate soltanto a evitare che…

Mentre il generale stava parlando, McCullough si accorse di un’altra voce che parlava in sottofondo. Era una voce debole, aspra, nervosa, che cercava di lottare contro le interferenze. All’improvviso, si rese conto che quella era la sua voce. La sua voce che diceva le parole dette da lui trenta minuti prima. Sentì anche il generale Brady interromperlo, e per alcuni secondi ci furono un McCullough e due generali Brady che parlavano contemporaneamente. Gli parve una cosa molto divertente, e scoppiò a ridere.

Walters lo guardò preoccupato, ma tacque. Non così il generale.

— Dato che tutto il mondo vi ascolta, voi vi dovete rendere conto che qualsiasi vostra frase non ben ponderata può avere gravi conseguenze. Quindi, quando dovete dire “Buon giorno” ditelo dopo averci pensato bene…

Il generale continuò dicendo che McCullough, come ufficiale più anziano dopo il colonnello Morrison, avrebbe dovuto tenersi pronto ad assumere il comando della spedizione. Nel caso della morte di qualcuno, McCullough avrebbe dovuto usare la massima prudenza nel formulare i rapporti. Il generale non suggeriva di nascondere un eventuale decesso: consigliava solo a McCullough di agire secondo la sua discrezione, o magari di comunicare le notizie scottanti usando un semplice codice verbale. L’umanità aveva il diritto di sapere; però McCullough non poteva prevedere come la gente avrebbe interpretato i fatti.

— Ora consideriamo la questione urgente dei rifornimenti. Li riceverete entro quarantun giorni, per mezzo di un razzo modificato ad alta accelerazione. Cinque giorni di conto alla rovescia, già cominciati, e trentasei giorni di viaggio. In seguito, discuteremo le procedure di contatto. Vi devo subito informare che il carico farà parte integrale del veicolo, e quindi dovete fornirmi indicazioni precise. Dobbiamo dare la precedenza al cibo, all’acqua, alle tute, o alle armi? E in quale proporzione?

“Senza dubbio, dovrete parlarne anche con quelli che si trovano sull’Astronave; quindi sospendo momentaneamente il contatto radio. Buona fortuna a tutti.”

Al generale seguì un certo McDonnel, che parlò ininterrottamente sulle limitazioni di peso e di spazio del veicolo di rifornimento, e sui problemi di contatto. McCullough lasciò Walters all’ascolto e si mise in contatto con quelli dell’Astronave, per riferire le istruzioni di Brady. Parlò soltanto con Drew, perché gli altri dormivano. Drew non volle svegliare il colonnello, e McCullough ammise che la faccenda poteva benissimo essere rimandata di qualche ora. La parola sonno gli fece fare una breve pausa per calcolare da quanto tempo non dormiva; l’immediato risultato dei suoi calcoli fu un lungo e sonoro sbadiglio. Alla fine, disse a Drew che lui, Walters e Hollis avrebbero fatto dei turni di ascolto alla radio, e lo pregò di chiamare immediatamente per comunicare ogni eventuale cambiamento di condizioni delle loro ferite, o in qualsiasi altro caso d’emergenza.

Hollis rientrò nello scafo mentre stava ancora parlando. Il suo arrivo provocò una noiosa ripetizione di quanto McDonnell aveva già detto. Dall’espressione del fisico, McCullough capì che tutte le questioni squisitamente tecniche erano state affidate a Hollis. Desiderando evitare una conversazione impegnativa, data la terribile stanchezza di tutti, fece presente il loro assoluto bisogno di riposo e disse che avrebbero ripreso il contatto fra dodici ore, a meno che non si fossero verificate emergenze.

Non riuscendo ad assumere toni di comando nonostante la sua superiorità di grado, suggerì a Walters e a Hollis di andare a riposare. Lui avrebbe fatto il primo turno di guardia.

Il fisico annuì, si tolse lentamente la tuta e si legò nella cuccetta. Walters, già coricato, intrecciò le mani dietro la testa e chiuse gli occhi. Poco dopo, il pilota dormiva profondamente: Hollis, invece, teneva gli occhi chiusi fingendo di dormire. Poi girò la testa e si grattò furtivamente la nuca. Il dottore, nonostante ogni suo sforzo di volontà, si sentì prendere dal sonno.

Per restare sveglio doveva trovare qualcosa di molto più importante che preoccuparsi della salute mentale del fisico, e quindi pensò di cominciare lo studio del cadavere straniero. Ma non poteva lavorare in quel posto. Sarebbe stato troppo anche per il senso umoristico di Walters il fatto di svegliarsi e trovare la cabina piena di interiora galleggianti. E non poteva lavorare nel piccolo ripostiglio in cui aveva lasciato il cadavere. La migliore soluzione sarebbe stata di spostarsi nella cabina del P-Due e di mettersi in ascolto all’altra radio.

Con il procedere degli esami del cadavere dell’extraterrestre, McCullough riuscì a dimenticare la sua stanchezza. Aveva cominciato col presumere che gli organi vitali della creatura, compreso il cervello, dovessero trovarsi al centro della corazza protettiva, e la sua deduzione si dimostrò esatta. Poi riuscì a identificare e isolare i polmoni, la strana pompa muscolare che era il cuore, e il meccanismo di ingestione, digestione ed escrezione. Nei punti più salienti dell’esame, scattò diverse foto.

In un primo momento si presentarono dei punti oscuri, che poi vennero risolti separando gli apparati digerente, respiratorio e, per quanto era possibile con gli strumenti che McCullough aveva a disposizione, il sistema nervoso. Trovare il collegamento tra occhi, orecchi e la pericolosa arma che spuntava da sotto il ventre fu una cosa abbastanza facile. Quest’ultima era un semplice corno ricurvo, con un piccolo grado di mobilità e non un pungiglione, come aveva in un primo tempo pensato. Alcuni punti, però, rifiutavano di farsi risolvere. Per esempio il sistema riproduttivo della creatura.

Il dottore non riusciva neppure a farsi un’idea del tipo di ambiente in cui poteva essersi sviluppata una creatura con quella forma. E non riusciva a immaginare quale fosse l’angolo di visuale, o quale grado di controllo potesse esercitare la creatura sui quattro tentacoli. Nessuna delle appendici aveva delle caratteristiche particolari.

Ma era ormai troppo stanco per rispondere a quegli interrogativi. Cominciò a raccogliere i pezzi dello straniero, che galleggiavano per tutta la cabina, pensando che fra poco avrebbe svegliato Walters e che avrebbe avuto finalmente la possibilità di riposare.

13

Passarono sei giorni, e nessuno degli uomini che si trovavano sull’Astronave morì o ebbe le ferite infette. Forse il corpo degli umani rappresentava un ambiente inadatto alla vita di microrganismi extraterrestri; o forse le medicazioni e gli antibiotici terrestri erano in grado di combattere i germi di qualsiasi origine. La gioia di McCullough per questo fatto fu grande, ma venne dimenticata poco dopo, durante il colloquio con il generale.

McCullough aveva sviluppato un certo numero di teorie sullo straniero di Tipo Due, ma voleva che le sue conclusioni su alcuni degli aspetti più sconcertanti di quella fisiologia gli venissero confermate da qualche eminente personalità del ramo. Un gruppo di otto fotografie, scattate durante il sezionamento, erano state trasmesse alla Terra da Walters. Poi McCullough aveva cominciato la trasmissione del rapporto. Durante il tempo necessario al segnale per raggiungere la Terra e prima di ottenere la reazione del generale, riuscì a dire parecchie cose.

Troppe, forse.

— Silenzio! Smettete di parlare! — urlò all’improvviso la voce di Brady. — Smettete immediatamente di parlare!

Ma ormai per almeno mezz’ora niente avrebbe potuto impedire alla voce di McCullough di arrivare alla Terra, e Brady se ne rese subito conto. Riuscì a soffocare la collera e riprese a parlare in tono quasi rassegnato.

— McCullough, vi avevo pregato di ponderare attentamente ogni parola. Se voi fate, o dite, qualcosa di sbagliato, le conseguenze si riflettono su tutti, non solo su di voi, o sui responsabili del progetto. Ne soffrono l’intera nazione e le nostre ideologie. Non vi rendete conto che il vostro operato causerà una valanga di critiche e di censure dall’interno e dall’estero, e che gran parte della popolazione del mondo proverà collera e vergogna per ciò che avete fatto?

“Ogni volta che aprite bocca, McCullough, voi perdete amici, e noi perdiamo sostenitori. Pensateci, prima di parlare!

“Alcune persone approveranno ciò che avete fatto: i biologi, per esempio, che sono troppo interessati a conoscere la morale e la politica di questi stranieri. E anche tutti coloro che sostengono la necessità di un’energica azione contro gli esseri ostili. Ma non dobbiamo dimenticare quanti fastìdi ci procurano le persone contrarie alla dissezione degli animali domestici e da laboratorio: e voi avete addirittura fatto a pezzi il membro di una specie extraterrestre intelligente!”

McCullough si sforzò di non replicare. Nei sei giorni che avevano fatto seguito al combattimento con gli stranieri, erano successe molte cose. Dalla Terra era stato lanciato il primo veicolo ad alta accelerazione, con i rifornimenti. E il lancio era stato preceduto, accompagnato e seguito da migliaia di consigli. Nel P-Due, McCullough aveva completato l’esame dello straniero e aveva comunicato le sue considerazioni ai tre uomini isolati sull’Astronave. Il motivo principale che l’aveva spinto ad agire così, era quello di non farli pensare alle loro ferite… Comunque, McCullough si sentì alquanto imbarazzante dal fatto che la sua teoria fosse stata accettata in toto da tutti, tranne che da lui.

In fondo, si trattava solo di una teoria, e i fatti su cui era basata potevano venire interpretati in diversi modi. McCullough, prima che il generale fosse colto dalla crisi di isterismo, aveva trasmesso un gruppo di foto e un certo numero di dati, ma non aveva parlato della sua teoria. Apparentemente, Brady non voleva sentirla. Brady non voleva sentire niente!

— Dottore — sussurrò Walters — da dieci minuti state battendo le dita sul microfono. Quando il generale comincerà a sentire i colpi penserà che stia succedendo qualcosa di terribile.

— È già successa — disse McCullough. — Ho perso la pazienza. Dato che mi è proibito discutere le mie scoperte sulla fisiologia dell’extraterrestre di Tipo Due, o trarre conclusioni, o anche chiedere consigli a chi abbia maggiore competenza di me, io posso aggiungere soltanto una cosa. Le fotografie e il rapporto verbale trasmessi fino a questo momento si riferiscono a fatti, e tanto la mia teoria quanto i problemi che essa solleva, sono impliciti in questi fatti. Basta solo sottoporli all’attenzione della persona giusta. Fine del messaggio.

Il generale stava ancora esponendo le sue lamentele. McCullough abbassò il volume e spense l’apparecchio trasmittente. Poi prese una delle racchette modificate che lui e Walters avevano costruite e comunicò al pilota che sarebbe andato a portarla sull’Astronave e che avrebbe rimandato indietro Hollis. Se il generale, o qualcun altro del Controllo voleva riprendere il contatto radio, Walters e Hollis dovevano parlare solo di generatori iperdrive, e di nient’altro.

Pochi minuti dopo, il dottore entrò nella camera stagna; Hollis gli richiuse il portello esterno alle spalle. Subito dopo ci fu l’afflusso d’aria proveniente dal corridoio, immediatamente seguito dalla comparsa dei tre naufraghi. Per quanto nel corridoio non ci fossero stranieri, i movimenti dei tre uomini erano rapidi, precisi, indispensabili, frutto di un perfetto addestramento. Vivendo in quel luogo, si erano adattati, se non altro, alle condizioni dell’Astronave. Prima ancora che McCullough potesse parlare, Drew si tuffò verso di lui e fece abilmente i movimenti necessari per fermarsi senza andargli addosso.

— È questa la nuova arma? — domandò.

McCullough fece un cenno affermativo e gliela porse con evidente riluttanza.

— So cosa pensate, dottore — disse Drew. — Siete preoccupato per quella nuova forma di terrore che dovrete seminare sul nostro piccolo mondo. Questa non è un’arma distruttrice di masse. Noi la useremo con prudenza, e solo per uccidere quegli stranieri che vogliono uccidere noi…

— Ma loro sono stranieri! — disse McCullough con rabbia. — La mia teorìa può essere interamente sbagliata.

— Io penso di no — intervenne il colonnello Morrison. — A ogni modo, noi avevamo assolutamente bisogno di qualcosa con cui fermare quelli di Tipo Due; e questo mi sembra l’aggeggio adatto.

Quando un Tipo Due veniva fermato da una delle racchette costruite in precedenza c’era sempre il pericolo di ferirlo seriamente e di ucciderlo; pertanto l’arma era stata leggermente accorciata, in modo da poterla maneggiare come una spada. L’estremità del tubo era stata tagliata diagonalmente, come quella di un ago ipodermico, e la punta era appiattita in modo da ottenere due angoli taglienti. A pochi centimetri dalla punta, la lama si curvava con un angolo di circa trenta gradi e veniva vagamente a somigliare alla spada dei toreri.

Lo scopo dell’arma era quello di infliggere una profonda ferita di punta, e di potere, con un rapido movimento semicircolare della mano, aggravare il danno. Al pensiero della spaventosa devastazione che un colpo bene assestato avrebbe provocato dentro il corpo della vittima, McCullough provò un disagio fisico e mentale: non riusciva ancora a capire come fosse entrato in quella faccenda.

Pensò che Esculapio e Ippocrate non avrebbero approvato il suo comportamento.

La sua sola attenuante, cioè il fatto che anche il corno dei Tipo Due era uno strumento di morte e distruzione, non riusciva a tranquillizzarlo. Esisteva però il particolare che le ferite provocate dalla sua arma a organi vitali e le conseguenti emorragie, avrebbero ucciso la vittima in pochi secondi.

La voce del colonnello interruppe i suoi pensieri: — Io vorrei sapere con esattezza quale libertà di azione mi è concessa — disse Morrison. — Possiamo agire di nostra iniziativa riguardo la situazione e i problemi locali, o dobbiamo seguire le direttive della Base?

— Noi — rispose McCullough amaramente — dobbiamo attenerci al modo di pensare dei russi, dei buddisti, delle Nazioni Unite, e della Società Protettrice degli Animali.

Tutti lo guardarono stupiti.

McCullough si accorse che le ferite al braccio e alla spalla dovevano procurare a Morrison un forte dolore. E gli altri due non dovevano stare meglio. Avevano perso moltissimo sangue e, dal giorno in cui erano rimasti isolati sull’Astronave, avevano vissuto in uno stato di continua tensione, senza poter riposare a sufficienza. Le fredde lampade azzurre rendevano impossibile nascondere anche i più leggeri cambiamenti d’espressione o il pallore.

Le preoccupazioni di McCullough non erano sfuggite agli altri.

— Vorrei tornarmene a casa! — disse il dottore.

— Andate pure — replicò Morrison, secco.

— Scusatemi, colonnello — disse McCullough dopo un lungo silenzio. — Il nostro problema, o meglio, il vostro problema è questo. Ci vengono impartite istruzioni da gente che non conosce tutti i fatti, e che non li vuole conoscere per paura dei loro effetti sull’opinione pubblica. Le loro istruzioni, se possiamo chiamarle istruzioni, sono così vaghe, così prive di consigli pratici, da non avere nessun valore. Noi abbiamo bisogno di aiuto. Non solo non ce lo danno, ma ci hanno anche ordinato di non chiederlo!

“Io, personalmente, vorrei avere la conferma su ciò che ho scoperto durante l’autopsia del Tipo Due” continuò McCullough, prendendo gradatamente un tono di voce rabbioso. “Mi basterebbe il sostegno morale per formulare una teoria e per prendere una decisione che non ho il coraggio di prendere da solo. Invece di darmi l’aiuto necessario, Brady si è fatto prendere da una crisi isterica e non mi ha lasciato spiegare la situazione! Non riesco a capire cosa sia successo. Sembrano loro in pericolo, anziché noi!”

— In un certo senso lo sono… — cominciò Morrison.

— Mi sembra che siate troppo altruista, signore — disse McCullough, acido. — È mia opinione professionale, e per questa non ho bisogno di nessun sostegno morale, che gli sforzi fisici e mentali per sostenere la presente situazione siano già abbastanza pesanti, senza che ci si debba anche sentire responsabili delle beghe politiche che avvengono sulla Terra.

“È una cosa ridicola! Siamo lontani da casa come nessun altro gruppo di uomini è mai stato. Questo lo sappiamo. In un certo senso, stiamo sostenendo una prova per la nostra intera razza. Ma questo nostro lavoro potrebbe avere maggior valore e risultati più positivi se i responsabili del progetto non si lasciassero paralizzare dal panico del palcoscenico!

“Signore” concluse McCullough, con più calma “io vorrei avere il permesso di chiedere istruzioni e assistenza, senza dovermi preoccupare della massa degli ascoltatori.”

— Avete ragione, dottore — disse Morrison, dopo un attimo di pausa. — E, nello stesso tempo, non ci possiamo permettere di ignorare completamente l’opinione pubblica.

— Ma questo è lo stesso modo di parlare di Brady!

— Ci penserò — concluse Morrison, secco. — Ora dobbiamo discutere la situazione del cibo e dell’acqua, delle armi, e… di un cambiamento di base. Dal momento che non ci possiamo muovere di qui, ci conviene studiare il più attentamente possibile l’Astronave. E, mentre parliamo, dottore, date un’occhiata alla mia medicazione.

McCullough rimase sull’Astronave tre giorni. In questo periodo il gruppo si spostò due volte, sistemandosi sempre in compartimenti vicini alla cupola del generatore per facilitare il lavoro di Hollis. Nonostante i frequenti attacchi a intervalli irregolari dei Tipo Due, e le volte in cui gli uomini dovettero restare chiusi nei loro rifugi per diverse ore, la raccolta di dati sull’Astronave continuò.

Quando si verificavano attriti, cosa che capitava di frequente, McCullough si affrettava a intervenire. Si rendeva conto che le sue capacità di paciere non erano mai state messe a così dura prova in tutta la sua vita. Ma il suo tatto non aveva nessun effetto sul colonnello. Nonostante tutti i suoi argomenti sulla necessità di raccogliere nuovi dati per avere la conferma o invalidare la sua teoria, Morrison non diede il permesso di tentare nuovi contatti con i Tipo Due.

“Con i Due” aveva detto il colonnello.

Qualche tempo dopo, mentre Drew montava la guardia, McCullough fece vedere alcuni disegni geometrici a un Tre, coperto di pelo bianco. Ma prima che avesse potuto ottenere qualcosa dallo straniero a forma di tappeto volante, venne improvvisamente attaccato da un paio di Due. Drew ne uccise uno, ma McCullough sarebbe stato certamente ucciso, o seriamente ferito, se lo straniero peloso non si fosse avventato contro l’altro Due. McCullough ebbe anche la fortuna di potersi sottrarre all’attacco con la tuta indenne.

Questo incidente aumentò le sue perplessità sui Due.

Erano esseri intelligenti, affetti da xenofobia tanto intensa da spingerli ad attaccare tutti gli stranieri alla cieca, senza pensarci? Erano tipi di intelligenza inferiore, una specie di schiavi, forse, capaci solo di un ragionamento limitato, e dalle reazioni leggermente superiori a quelle di un animale? O lui aveva formulato una teoria esatta, per quanto pazza potesse sembrare?

La forma di vita extraterrestre di Tipo Due ragionava, o no?

14

Nel successivo rapporto al generale la voce di McCullough fu la più piatta e incolore possibile… All’inizio, almeno.

— Alla luce degli ulteriori dati raccolti negli ultimi giorni — disse con prudenza il dottore — noi dobbiamo considerevolmente modificare la nostra opinione circa gli scopi dell’Astronave straniera e del suo equipaggio.

“Anzitutto, l’Astronave…”

Il vascello straniero aveva fatto un avvicinamento controllato e si era inserito in un’orbita chiaramente calcolata in precedenza, sosteneva McCullough, dopodiché non aveva intrapreso azioni di nessun genere. Questo, comunque, non escludeva la possibilità che gli extraterrestri avessero l’intenzione di raccogliere dei dati, dal momento che tutta la parte anteriore dello scafo era circondata da un certo numero di cupole trasparenti che potevano benissimo contenere apparecchi di rilevamento. McCullough si dichiarò anzi convìnto che lo scopo principale, e forse l’unico, dell’Astronave, fosse quello di raccogliere dei dati.

Circa la costruzione dell’Astronave, McCullough dovette ammettere che lui e i suoi compagni erano riusciti a esaminare soltanto una piccolissima parte dell’enorme vascello, ma affermò che tutti erano giunti a conclusioni ben definite.

Secondo loro, la costruzione dell’Astronave era basata su una filosofia di disegno in cui il peso aveva soltanto un’importanza minima, e forse non ne aveva affatto. Apparentemente la fonte di energia era tanto forte da non richiedere alleggerimenti di peso mediante fori nelle strutture portanti, o di disegnare angolari portanti in grado di sopportare soltanto la quantità di sforzo necessaria alle sue funzioni, più il minimo indispensabile alla sicurezza.

Tutti i particolari indicavano che l’Astronave doveva essere stata montata nello spazio, probabilmente in una cintura di asteroidi extrasolare, o forse nelle vicinanze di una piccola luna, dove metalli e mezzi di lavoro potevano essere a portata di mano. I più complessi apparecchi di propulsione, di controllo e di sicurezza dovevano essere stati costruiti sul pianeta d’origine e trasportati pezzo per pezzo fino allo scalo. Quel poco che gli astronauti avevano visto dei corridoi, le reti appese, i numerosi punti di accesso all’interno, tutto stava a indicare che erano stati costruiti più per servire ai costruttori che per necessità dell’equipaggio.

Gli astronauti potevano essere colpevoli di avere grossolanamente sopravvalutato anche l’intelligenza e le capacità dell’equipaggio.

— Noi abbiamo i dati completi di una soltanto delle tre forme di vita — continuò McCullough — e precisamente di quella a tentacoli, il Tipo Due, a forma di stella marina. In tutti i nostri incontri, questi esseri di Tipo Due si sono dimostrati estremamente aggressivi. Dopo il secondo attacco, Drew ha detto che, dal momento che si comportano come animali selvaggi, noi li dovremmo trattare come tali. Il mio successivo esame fisiologico sul Due ha rilevato una struttura cerebrale e un sistema nervoso insolitamente piccoli e semplici e una mancanza di controllo adeguato nei confronti degli arti: il che conferma la teoria di Drew.

“Noi ora siamo tutti convinti di avere tentato un contatto di comunicazione intelligente con uno straniero equivalente a una cavia!”

La teoria di McCullough e dei suoi compagni era che l’Astronave fosse una specie di laboratorio interstellare, carico di animali da esperimento, i quali erano sfuggiti al controllo e avevano sopraffatto e ucciso l’equipaggio. Poteva anche darsi che non ci fosse mai stato un equipaggio, e che le apparecchiature destinate al mantenimento della vita e l’impianto di illuminazione interno, fossero inizialmente serviti ai costruttori durante il montaggio del vascello per essere alla fine usati dagli animali caricati a bordo. In base a queste considerazioni, gli astronauti si sentivano liberi di combattere una guerra difensiva contro le forme di vita straniere che infestavano l’Astronave, per poter fare i rilievi, fotografare, e studiare con tutta tranquillità i macchinari dello scafo e le loro funzioni.

Comunque, avrebbero dato priorità alle ricerche sul sistema di procurare i mezzi di sostentamento usato dagli stranieri. La ragione di questo, come avevano già spiegato, stava nel fatto che l’acqua usata dagli uomini costretti a vivere sull’Astronave si perdeva quasi completamente, dal momento che se ne poteva recuperare soltanto una piccola parte, da filtrare negli apparecchi di rigenerazione degli scafi-P.

— L’acqua viene minuziosamente razionata — continuò McCullough — e al nostro ritmo attuale di consumo la riserva ci potrà bastare per trentadue giorni. Questo ci porta tre giorni oltre l’arrivo dello scafo di rifornimento; ma questo scafo porterà soltanto una riserva per quaranta giorni. Un calcolo molto semplice ci dimostra che, se non possiamo riportare tutti gli uomini sugli scafi-P, dove è possibile rigenerare l’acqua, il nostro problema di scorte è logisticamente insolubile.

“Abbiamo già intaccato le riserve di cibo destinate al viaggio di ritorno” concluse McCullough con amarezza “e se non possiamo trovare delle risorse d’acqua, ci sarà impossibile fare ritorno a casa.”

McCullough non aveva da temere la reazione del generale Brady a questo suo ultimo rapporto. Di lì a poche settimane, la Terra e Prometeo sarebbero passati dietro il Sole. Il veicolo ripetitore, destinato a ovviare a quell’inconveniente non era ancora operante, e i messaggi in arrivo venivano resi quasi incomprensibili dalle interferenze.

Non del tutto, naturalmente. Walters, chiedendo al Controllo di ripetere ogni frase almeno una decina di volte, riusciva quasi sempre a ricomporre un messaggio completo. Walters, al contrario di McCullough, non aveva niente di meglio da fare, e un segnale, quando doveva essere ripetuto tante volte, perdeva in qualche modo tutto il suo contenuto d’importanza e di carica emotiva.

Il razzo ad alta accelerazione con i rifornimenti si unì al P-Uno nel momento calcolato. Oltre all’acqua, conteneva una riserva di cibo per venti giorni, pellicole, carta, e una tuta lacera, accuratamente impacchettata. Qualche bene intenzionato, forse d’impulso e senza pensare ad avvolgere l’arma nel modo dovuto, aveva infilato una .45 automatica nella tuta; i quaranta g di accelerazione del veicolo di rifornimento e la pesante pistola avevano prodotto nella tuta un ampio squarcio all’altezza dell’anca rendendola completamente inutilizzabile.

Gli astronauti avevano perso una tuta ed erano entrati in possesso di una pistola priva di munizioni.

La linea di ricerche prese la forma di una spirale piatta che si snodava lentamente e avanzava più lentamente ancora lungo l’asse laterale dell’Astronave. A intervalli regolari, il gruppo stabiliva delle basi provvisorie per compiere le ricerche entro un raggio di venticinque metri o più, secondo le possibilità di sistemazione e le eventuali ostilità da parte degli esseri extraterrestri. Una volta conclusa la spirale di ricerche, nella mappa tridimensionale che stavano costruendo sarebbero sempre rimaste delle ampie zone inesplorate.

Gli astronauti trovarono soltanto magazzini e compartimenti pieni di utensili le cui forme e i cui scopi divennero loro a poco a poco familiari; dappertutto erano presenti corridoi tappezzati di reti che congiungevano i vari locali. Era evidente che gli alloggi dell’equipaggio, se esistevano, e gli impianti destinati al mantenimento della vita, con tutte le altre apparecchiature essenziali, si trovavano nelle profondità ancora inesplorate dello scafo.

— Non conviene allontanarci dalla fascia esterna e perdere il contatto con i nostri scafi — disse il colonnello, durante una sosta tra una sortita e l’altra effettuate per completare una piccola sezione della mappa — però mi sembra che ci siano periodi in cui il rischio è minore. Forse avrete notato che, ogni cinque o sei ore, l’attività degli stranieri e il loro numero diminuiscono sensibilmente. Supponendo che questo fatto sia dovuto alla loro periodica alimentazione, noi potremmo approfittare di questi momenti per spingere le nostre ricerche nelle profondità dello scafo. Potremmo anche fare il tentativo di seguire uno degli stranieri tenendoci a distanza di sicurezza, nella speranza che ci porti alla fonte del cibo e dell’acqua.

— Le assenze degli extraterrestri non sono completamente regolari — fece osservare Hollis. — Alcune sono più lunghe. Forse si tratta dei periodi di riposo, dopo un certo numero di pasti. Questo può essere un dato molto importante per calcolare la lunghezza del loro giorno e la rotazione del loro pianeta d’origine.

— Personalmente — intervenne Drew con impazienza — preferisco raccogliere dati che ci possono aiutare a sopravvivere. Per esempio, se uno di noi dovesse perdere l’arma, ne sappiamo a sufficienza sulla struttura fisica degli extra-T, per usare un qualsiasi colpo di karate? Mi spiego meglio, dottore. Qual è il loro punto più delicato, quello in cui si può ficcare la punta dello stivale?

McCullough glielo disse, con una certa riluttanza.

Non cercarono di uccidere di proposito gli stranieri, tranne quando venivano attaccati da quelli di Tipo Due, cosa che accadeva spesso. Una volta uccisero un Due che mostrava chiaramente di essere stato parzialmente divorato. Hollis disse che si trattava di un altro dato molto importante a conferma della teoria di McCullough, e cioè che gli extra-T fossero animali da laboratorio, e non esseri razionali.

Il riconoscimento non diede a McCullough molta soddisfazione, perché proprio in quel momento lui stava elaborando una nuova teoria, basata sulla supposizione che l’Astronave avesse sofferto una specie di catastrofe immateriale: per esempio, l’oppressione psicologica di un viaggio troppo lungo, che aveva fatto impazzire l’equipaggio: i Tipo Due potevano essere gli ultimi superstiti, oppure i discendenti dell’equipaggio originale, ormai ridotti allo stato di animali selvaggi.

Non parlò agli altri della sua nuova teoria per non turbarli maggiormente.

Hollis e Berryman stavano diventando degli esperti nell’identificare e nel seguire i cavi di energia e quelli di controllo, senza peraltro sapere cosa rifornissero o comandassero quelle linee. Secondo loro doveva essere possibile utilizzare uno dei circuiti per far giungere i messaggi radio dalle profondità dello scafo, fino al metallo della carenatura esterna. In effetti, i circuiti o le tubature avrebbero funzionato da estensione delle antenne delle loro tute. E, dato che i segnali sarebbero stati impulsi di radio frequenze, anziché flussi di corrente, non c’era pericolo di danneggiare le linee di controllo o i meccanismi degli stranieri.

Allo scopo di sperimentare quella possibilità, e per avvicinarsi al luogo in cui i Tipo Due si nutrivano, la base successiva venne stabilita a circa quaranta metri nell’interno dell’Astronave.

Era un grande compartimento, dalle pareti grigie, pieno delle ordinate masse di tubature e dei soliti armadietti chiusi, che sporgevano da tutti e sei i lati. Una rapida perlustrazione garantì agli astronauti che era deserto; McCullough si mise di guardia all’unica entrata costituita da una porta scorrevole, e non a pressione come quelle della zona esterna. Hollis, Berryman e Drew, ondeggianti uno vicino all’altro, cominciarono una discussione per stabilire se l’ultimo Due fosse stato ucciso per difesa personale, o se lo avessero ucciso prima di venire attaccati. Cominciarono a parlare ad alta voce, con foga, sentendosi evidentemente al sicuro da ogni pericolo. Improvvisamente, un Due che si era tenuto nascosto chissà dove, piombò in mezzo a loro.

Echeggiarono grida e imprecazioni, seguite da un urlo disumano: uno degli astronauti doveva essere stato colpito a morte. McCullough si girò sollevando l’arma, ma il centro della stanza era diventato una massa confusa di corpi roteanti. Poi una nebbia rossa, che diventava sempre più densa, oscurò la scena. Non c’era niente da fare. Il Due aveva avvolto i tentacoli attorno a qualcuno e lo stava furiosamente colpendo con il corno, mentre gli altri cercavano di allontanarlo colpendolo con i calci e con le armi.

Quando il Due, colpito a morte, lasciò la presa, McCullough si lanciò verso l’uomo ferito e lo strinse a sé, tenendone la faccia appoggiata contro il proprio petto, per impedirgli di vedere le spaventose ferite. Poi cominciò a parlargli con voce rassicurante e smise solo quando Drew gli annunciò seccamente che il colonnello Morrison era morto.

Berryman, Hollis e Drew rimasero a guardare McCullough. Evidentemente attendevano istruzioni o si aspettavano che si dichiarasse contrario ad assumere le responsabilità del comando. McCullough chiuse gli occhi nel tentativo di cancellare l’immagine del corpo di Morrison tanto dalla mente quanto dalla vista.

Poi disse: — Berryman, cercate una cassa vuota, o qualcosa del genere, e metteteci il corpo del colonnello. Legate o sigillate le chiusure, in modo che quegli animali non riescano a prenderlo. Quando avrete finito, andate nella camera stagna esterna più vicina e riferite a Walters cos’è successo. Oggi avevamo stabilito di seguire i Due fino al loro deposito di acqua e di viveri: questo rimane il nostro programma.

“A ogni modo” concluse “se vi capita di sentire del chiasso, non venite di corsa in nostro aiuto. Restate in un luogo sicuro fino a successivo intervallo di colazione, e poi tornate qui. Chiaro?”

Berryman girò lo sguardo da Hollis a Drew. Poi tornò a guardare McCullough. Nonostante la differenza di grado e la disciplina militare che li doveva tenere legati, in quel momento, e McCullough lo intuiva benissimo, si stava svolgendo qualcosa di molto simile alle elezioni. Era evidente che Hollis, a giudicare dalla sua espressione, stava timidamente dando il suo voto positivo. La faccia di Drew diceva un secco no, e Walters, dal momento che non si trovava direttamente coinvolto nella lotta contro i Tipo Due, in corso sull’Astronave, non venne interpellato. Toccava quindi a Berryman dare il voto decisivo di quelle elezioni. Mentre perdurava il silenzio, McCullough si domandò quali fossero le qualità che quel pilota, normalmente spensierato, giudicava necessarie a un capo; e, nel caso lo giudicasse incapace di comandare come avrebbe fatto Berryman a farglielo capire?

Sarebbe stato un ammutinato cortese e pieno di tatto, pensò McCullough.

Alla fine, Berryman fece un cenno affermativo e disse secco: — Il colonnello è morto. Lunga vita al tenente colonnello.

Quel giorno il colonnello Morrison aveva avuto l’intenzione di esplorare l’Astronave il più profondamente possibile, e di seguire gli stranieri fino al luogo in cui si nutrivano, nonostante il rischio per i terrestri di venire completamente circondati dai Due. Gli ordini di McCullough non furono una sorpresa, e tutti probabilmente pensarono che volesse proseguire la missione stabilita in omaggio al colonnello caduto, oppure, a voler essere cinici, che non sapesse cos’altro fare di meglio.

Videro un Due dopo circa dieci minuti, e lo seguirono mantenendosi a una ventina di metri di distanza, attenti a non perderlo di vista quando cambiava direzione. Di tanto in tanto infilavano pezzi di carta nella rete per essere certi di ritrovare la strada durante il ritorno. Il Due continuò a ignorarli, forse perché non li aveva visti, o forse per il fatto che aveva qualcosa di molto più importante a cui pensare. Dopo qualche minuto venne raggiunto da un altro della sua specie, poi da altri tre, ma nessuno parve interessarsi agli umani, che ora si stavano spingendo sempre più in profondità nell’Astronave. Qui, lunghi tratti di corridoio erano permanentemente illuminati, e i terrestri non ebbero bisogno di accendere le luci. Tra l’altro, non videro nemmeno interruttori di sorta. Alla fine udirono un ronzio che cambiava di tono in modo continuo e irregolare, ma che diventava sempre più forte.

A un tratto si accolsero di essere seguiti da tre stranieri, che guadagnavano rapidamente terreno.

Prima di trovarsi troppo insaccati tra i due gruppi di extra-T, McCullough guidò il suo gruppo nel più vicino compartimento vuoto. La porta scorrevole aveva un’ampia finestra, che gli permise di non accendere la luce della stanza. Mentre aspettava che il secondo gruppo di stranieri passasse oltre, McCullough ebbe qualche minuto per guardarsi attorno, e scoprì qualcosa che gli fece quasi dimenticare la ricerca dell’acqua.

Quel compartimento era diverso da tutti gli altri che avevano esplorato. La diversità era evidente anche alla debole luce che filtrava dal corridoio. Non c’erano cavi né tubature, a meno che non fossero nascosti dietro i pannelli delle pareti; gli oggetti che occupavano la sala avevano l’inconfondibile e preciso aspetto di mobili. Al centro della stanza c’era sospesa una lunga forma cilindrica, che poteva benissimo essere un’amaca per la caduta libera.

— Sono passati — disse Drew, socchiudendo la porta scorrevole. — Dobbiamo correre. Stanno girando a un incrocio.

McCullough segnò con cura sulla sua mappa la posizione di quel compartimento, poi uscì con gli altri. Sentì tuttavia che avrebbe dovuto trattenerli per prendere in esame tutte le implicazioni di quella sala che si lasciavano alle spalle.

Un laboratorio popolato di animali non aveva bisogno di sale arredate. Questo significava che sull’Astronave dovevano esserci degli extraterrestri intelligenti.

McCullough aveva bisogno di tempo per pensare. La ricerca dell’acqua poteva venire rimandata di qualche ora, o di qualche giorno; nel frattempo bisognava decidere quale fosse la miglior cosa da fare. McCullough era il capo, e poteva benissimo dare l’ordine di fare ritorno alla base.

Non lo diede, perché tutto accadde troppo in fretta.

Girarono in un corridoio completamente diverso da quelli che avevano percorso fino a quel momento. Una delle pareti era formata da una pesante rete metallica, attraverso la quale si vedeva un grande compartimento pieno di Due, mentre altri Due si accalcavano e lottavano per passare attraverso gli squarci che si aprivano nella rete. Dall’altra parte, la lotta per conquistare una posizione era così violenta che diversi extra-T erano morti. Lo scopo della lotta sembrava essere quello di guadagnare una posizione di fronte a un lungo pannello di plastica che correva su una delle pareti. Dal pannello, sporgeva una quantità di tubi aperti di piccolo diametro, e un identico numero di altri tubi che terminavano con una protuberanza di gomma. La lotta che si svolgeva davanti alla parete era tanto violenta da impedire di vedere cosa uscisse dalle tubature.

— Io penso che dai tubi esca del cibo semiliquido — disse Hollis, eccitato. — E dai poppatoi deve uscire una specie di acqua.

Come un singolo rintocco assordante che si ripercosse lungo i corridoi, i terrestri sentirono per la prima volta una voce straniera.

Pur rendendosi conto che poteva trattarsi di uno scherzo della sua immaginazione, McCullough ebbe l’esatta sensazione che il suono fosse diverso da quello provocato dai Due, intenti a cibarsi. Quei suoni articolati sembravano più complessi e sottintendevano un significato: avevano quasi un tono di incitamento. McCullough sapeva che era ridicolo cercare dei significati in una sequenza di suoni completamente sconosciuti, ma gli rimase la forte sensazione di essere stato ammonito. Tutte le volte che la voce smetteva di parlare, si ripeteva l’assordante rintocco… O forse la voce continuava a parlare tra i rintocchi.

I Due dietro la rete diventavano sempre più agitati, a ogni rintocco; ma nessuno di loro smise mai di mangiare o di lottare.

Drew disse a Hollis qualcosa su Pavlov e la sua teoria sui riflessi condizionati, e McCullough prese il registratore. Drew sollevò la sua arma per indicare la vicina griglia di un altoparlante, dove sarebbe stato possibile ottenere una registrazione senza i troppi disturbi sollevati dagli animali che si cibavano. Ma non completò il movimento. Quando la sua lancia toccò il muro del corridoio e la rete, da quest’ultima si sprigionò un doppio lampo accecante.

Drew fece un sobbalzo violento, rotolò lateralmente, e rimase immobile, inanimato.

Una seconda voce straniera si unì alla prima, e le parole aumentarono d’intensità.

La seconda voce sembrava parlare la stessa lingua della prima. Spesso ripeteva le stesse parole dell’altra, ma le si sovrapponeva, e non si interrompeva nel momento dei rintocchi. A volte parlava rapidamente; altre volte le parole venivano trascinate e il loro tono, volume e inflessione variavano tanto da farle sembrare un canto. McCullough rimase sconcertato: aprì e richiuse le palpebre, per cancellare il bagliore del lampo dagli occhi, e, nel frattempo, cercava di capire cosa stesse succedendo. Aveva bisogno di tempo per pensare.

Ma non gli fu concesso. Berryman avanzava dal fondo del corridoio gridando.

— Dottore! Dottore! Walters dice che le cupole dei generatori si sono illuminate… tutte quelle che può vedere dal P-Due! Dice che l’Astronave sta partendo!

15

Lì per lì, McCullough provò più rabbia che paura. Era troppo, pensò. Bloccati sull’Astronave, correvano il rischio di restare senz’acqua e dovevano subire l’incessante attacco degli stranieri; per di più, avevano perso il colonnello Morrison e forse Drew. Era veramente il colmo. L’Astronave non doveva partire!

Berryman continuava a farfugliare cose su Walters, sul bagliore che si diffondeva dall’interno delle cupole dei generatori, e sulle interferenze raccolte dalla radio del P-Due; tutte cose che indicavano un costante aumento di energia all’interno dell’Astronave. Poi, c’erano l’incessante trangugiare cibo dei Due, i rintocchi, le voci straniere che uscivano dagli altoparlanti infissi alle pareti. Se il vascello stava veramente partendo, McCullough doveva fare qualcosa, doveva reagire, prendere decisioni e dare subito degli ordini.

Non vi riuscì.

Il problema era troppo grande e complicato per permettere decisioni rapide e soluzioni immediate. McCullough aveva bisogno di rimettere un certo ordine nella mente, guadagnare tempo per considerare gli eventi sotto divelsi aspetti e risolvere il problema senza ricorrere a decisioni troppo affrettate. Doveva agire ignorando l’annuncio dato da Berryman e fare come se Drew fosse ancora vivo.

A questo punto i pensieri di McCullough si arrestarono improvvisamente e presero un’altra direzione. Poteva darsi benissimo che Drew fosse ancora vivo. Ora che ci pensava, la cosa gli parve anzi molto probabile. Indicò le rete e poi Drew, e cercò di parlare.

Avrebbe voluto dire che nella rete passava la corrente e che dovevano stare lontani, che l’arma di Drew l’aveva toccata quando l’altra estremità era a contatto con il pavimento, e che si era formato un corto circuito lungo l’asta. Avrebbe voluto dire che, secondo lui, nella rete non passava una corrente molto forte… che a suo giudizio esisteva soltanto la carica necessaria a tenere gli animali sotto controllo… e che, in ogni caso, Drew indossava i guanti della tuta, fatto che avrebbe dovuto dargli una certa protezione. Considerati i guanti e il fatto che la scarica era passata attraverso l’asta, e non per il corpo di Drew, c’erano delle ottime probabilità di salvarlo, praticando i sistemi di rianimazione. Avrebbe voluto dire tutte questo, ma riuscì soltanto a balbettare e a fare dei gesti con la mano. Non riuscì né a farsi capire né a richiamare l’attenzione dei suoi compagni.

Hollis gli gridò qualcosa, ma il fragore degli altoparlanti impedì a McCullough di capire ciò che il fisico stava dicendo. Berryman, invece, che era molto più vicino a Hollis, rispose. Hollis prese l’arma di Drew, che ondeggiava nell’aria, e la mise nella mano in cui già stringeva l’altra, poi gridò qualcosa a McCullough; alla fine si lanciò nella direzione da cui erano appena venuti. Berryman spostò lo sguardo dal fisico, che si allontanava rapidamente, a McCullough, poi fece un cenno e si allontanò lui pure.

In mezzo al susseguirsi dei rintocchi, al frastuono dei Due che si agitavano, e alle due voci straniere, McCullough non era riuscito a capire cosa gli avevano detto.

La fuga di Hollis, era comprensibile: il fisico indossava una delle due tute indenni, e aveva la possibilità di raggiungere in tempo una camera stagna e gli scafi-P. Ma perché era fuggito anche il pilota? Certamente, Berryman non poteva pensare di togliere la tuta a Hollis senza lottare e stordirlo. L’unico risultato di una lotta del genere sarebbe stato quello di rompere un’altra tuta.

Non sapendo cosa pensare e amareggiato dal comportamento dei due, McCullough aprì il visore e si chinò su Drew. In condizioni di mancanza di peso e con una rete elettrificata alle spalle, c’era un solo mezzo di rianimazione possibile. McCullough fece del suo meglio per ignorare le voci degli stranieri, l’ingurgitare e l’agitarsi dei Due e il generale frastuono dei rintocchi. Si concentrò invece per dare il bacio di vita a Drew, senza sapere se era morto o solo privo di sensi.

Ma il trovare la bocca di Drew fu estremamente difficile. La testa del pilota si allontanava di continuo e dondolava inerte all’interno del casco. Alla fine, dopo avere infilato una mano dentro l’elmetto e avere afferrato la nuca di Drew, McCullough riuscì a sollevare la faccia dell’altro fino all’apertura del visore.

I risultati si delinearono rapidamente.

Boccheggiando, tossendo, e annaspando come un uomo semiannegato, Drew cominciò a riprendersi. Strinse un braccio attorno al collo di McCullough, con forza, tanto che il dottore temette di vedersi strappare il casco. Tenne Drew lontano dalla rete elettrica fino a quando il pilota non ebbe ritrovata la calma; poi si liberò dal suo abbraccio.

Drew gli balbettò qualcosa, con una certa difficoltà e leggermente imbarazzato.

— Non vi posso sentire — disse McCullough al pilota. — Comunque, non c’è bisogno di ringraziarmi. Con tutta probabilità, non sareste morto.

— Dov’è andata a finire la mia lancia? — domandò Drew guardandosi intorno. — Dove sono Hollis e Berryman? È una tattica molto pericolosa dividere le nostre forze in questo modo, signore.

Evidentemente Drew aveva ritrovato tutta la sua padronanza, e McCullough avrebbe potuto quindi dargli con maggiore tranquillità le brutte notizie circa l’Astronave in partenza e la diserzione di Hollis e Berryman. Comunque, non ebbe bisogno di farlo. Berryman tornò da loro e si afferrò alla rete per riprendere fiato, e, guardando come se fosse sorpreso di vederlo vivo, disse a McCullough: — Scusatemi se me ne sono andato… senza permesso… Ero preoccupato… e mi sono allontanato senza pensare ad avvertirvi. Voi avevate dato l’idea al capitano Hollis di… mettere in corto circuito i generatori con le aste metalliche… e lui mi ha detto che aveva bisogno di aiuto. Ne ha bisogno ancora. È dentro la cupola. Voi avete l’unica altra tuta intatta. Non ci rimane molto tempo…

Fino a quel momento McCullough non si era reso conto di non avere suggerito alcuna idea a chicchessia. Comunque, capì immediatamente che cosa Hollis stava per fare: avevano discusso quella possibilità diverse volte. Ora aveva fretta di raggiungere la cupola del generatore per vedere quale particolare forma di sabotaggio avesse intenzione di attuare il fisico.

Lungo la strada, a un incrocio, incontrarono un tipo Due di media grandezza. Essendo disarmati, Drew e Berryman afferrarono due tentacoli ciascuno, infilarono i piedi nella rete, e fecero sbattere con forza e ripetutamente il corpo dell’avversario contro una sporgenza della parete. Alla fine la corazza si ruppe, e la creatura smise di muoversi. Berryman era diventato leggermente pallido, e Drew, che aveva escogitato quel tipo di combattimento senza armi, borbottò qualcosa che riguardava la pelle dei Due e la sua.

Attraversarono rapidamente la camera stagna e lo spazio tra le carenature in cui era avvenuto il loro primo grave scontro con i Due, e raggiunsero finalmente la porta di accesso alla cupola del generatore. Attraverso il pannello trasparente videro Hollis.

Mentre McCullough lo raggiungeva, Berryman appoggiò l’antenna contro la parete dello scafo e disse: — Walters si sta allontanando con lo scafo, dottore. Hollis ha detto che se i generatori dell’Astronave raggiungono la massima energia, verranno a crearsi degli effetti di gravitazione. Ha detto che gli scafi-P potrebbero venire risucchiati, e ha suggerito a Walters di allontanarsi di almeno otto chilometri, tanto perché rimanga qualcuno per informare la Terra di quanto è successo agli altri…

Ascoltandolo, McCullough si domandò: se il sabotaggio rimaneva senza esito, se lui non moriva nel tentativo, e se riusciva a raggiungere il portello di uscita in tempo, avrebbe avuto il coraggio di lanciarsi verso Walters e gli scafi-P… anche se l’Astronave si stava di già allontanando? Con rabbia si domandò perché non si era semplicemente allontanato da Drew e da Berryman e non aveva usato la camera stagna per uscire dallo scafo. Ci aveva pensato… ma non seriamente.

“Non c’è da vergognarsi nell’ammettere di essere un codardo” pensò con cinismo “ma solo fino a quando qualcuno non riesce a provarlo.”

All’interno della cupola c’era un silenzio di morte. Le interferenze delle radio erano state tali da costrìngere i terrestri a spegnere gli apparecchi e a parlare tra loro mettendo gli elmetti a contatto. Benché la voce di Hollis gli giungesse come un rimbombo indistinto, McCullough riuscì a capire quanto diceva il fisico.

— Io immagino che, per i viaggi a una velocità superiore alla luce, tutti i generatori di uno scafo debbano essere collegati tra loro, e che un guasto a uno dei generatori blocchi immediatamente tutti gli altri e immobilizzi la nave. Come potete vedere, all’interno della cupola i cavi non sono isolati. Io li conosco ormai abbastanza… e sono in grado di far saltare questo generatore. Ma il risultato potrebbe essere una catastrofe per lo scafo, e sarebbe certamente fatale per tutti quelli che si trovano dentro o nelle immediate vicinanze. Cioè, per noi.

“Così anziché mettere in corto circuito i cavi principali, io propongo di provocare un guasto agli ingressi e ai sistemi di controllo secondari. Sono sicuro che quei grossi aggeggi a forma di otto, con la parte terminale ricoperta di ceramica blu, sono qualcosa di simile alla griglia di una vecchia valvola radio. Ce n’è uno su tutti i più importanti apparecchi che si trovano nella cupola, e io penso di avere scoperto due delle più vitali sezioni dei generatori. Noi dobbiamo fare questo…”

Venne concertata una doppia azione di sabotaggio, simultanea. I generatori avrebbero raggiunto il loro massimo potenziale entro una ventina di minuti. Non c’era quindi molto tempo a disposizione. Alcuni aggeggi cominciavano a emanare una luce abbagliante. Mentre McCullough si trascinava verso la posizione a lui assegnata, alcuni lampi rosa gli saettavano silenziosamente attorno. La lancia che stringeva nella mano si circondò di una pallida corona azzurra, e i capelli gli si rizzarono in testa, scaricando elettricità contro l’elmetto. A ogni metro, turbini magnetici colpivano la sua arma o le parti metalliche della tuta, e cercavano di strapparlo dalla passerella isolata su cui si trovava, per trascinarlo a compiere un atto di sabotaggio avventato che lo avrebbe ucciso e che avrebbe forse distrutto l’intero scafo.

McCullough, per delle ragioni che erano tanto egoistiche quanto altruistiche, non desiderava una cosa del genere. Voleva che la sua pelle e lo scafo soffrissero il minor danno possibile. Improvvisamente, si rese conto che, per quanto preoccupato per la sua immediata salvezza, era anche furioso per ciò che lui e i suoi compagni avevano fatto e stavano per fare allo scafo. Non erano mai riusciti ad avere sotto controllo la situazione. Avevano agito stupidamente, anche se con buone intenzioni. Benché avessero cambiato comportamento tutte le volte che erano venuti a conoscenza di nuovi dati, non avevano mai veramente usato il cervello. Si erano lasciati prendere dal panico. Non si erano mai concessi il tempo per pensare. E quando si erano trovati di fronte a un pericolo, avevano soltanto combattuto per sopravvivere.

Tutto considerato, come campioni della specie dell’Homo cosiddetto sapiens, loro non avevano fatto una bella figura.

Finalmente McCullough raggiunse la propria posizione. Guardò verso Hollis e vide che il fisico gli stava facendo dei lenti movimenti con una mano: evidentemente voleva ricordargli che non bisognava scagliare le armi con forza, ma lanciarle con lentezza e precisione. Alla fine, Hollis sollevò tre dita. Il silenzio era assoluto. McCullough trattenne il fiato e gli sembrò di udire il proprio cuore battere furiosamente. Hollis mostrò due dita, un dito, poi strinse il pugno. McCullough lanciò lentamente la sua lancia verso il bersaglio che gli era stato assegnato.

L’arma, che una volta era stata un pezzo del tubo di lancio del P-Due, era lunga quel tanto che bastava per mettere in contatto la griglia a forma di otto con la vicina struttura metallica; per i primi secondi di volo, sembrò che sarebbe riuscita nell’intento. Poi l’asta venne improvvisamente afferrata da un flusso magnetico che ne deviò la traiettoria. Una delle estremità riuscì a toccare la griglia. L’altra girò verso una grossa spirale di rame, circondata da un luminoso alone azzurro. McCullough si afferrò alla passerella e fece appena in tempo a chiudere gli occhi.

Il lampo fu accecante. McCullough ebbe tutti i nervi del corpo scossi da un tremito che non era né piacevole, né doloroso, né caldo, né freddo, ma che fu peggiore di qualsiasi altra sensazione provata in tutta la sua vita. Trasalì in modo tale che rischiò di cadere dalla passerella. Si sentì afferrare un piede, e la paura di venire trascinato verso una sorgente elettrica gli fece vincere la paralisi. Sollevò le ginocchia e fece frenetici movimenti di nuoto per allontanarsi. Ma la stretta non diminuì. McCullough sbatté furiosamente le palpebre per liberare dalla nebbia gli occhi, e vide che Hollis lo aveva afferrato a un piede e lo stava trascinando in salvo verso un portello.

Quando fu dall’altra parte, i suoi occhi erano quasi ritornati alla normalità. Vide allora che, dentro la cupola dei generatori, era tornata l’oscurità e che non c’era segno di vita. Lungo i corridoi non si sentivano echeggiare rintocchi, e le voci degli stranieri erano ammutolite.

Sparita ogni interferenza, Walters si mise in contatto e dopo aver chiesto notizie sulla loro salute, disse di avere visto un’esplosione. Non appena McCullough ebbe aperto il visore, Drew gli consigliò di stabilire una base nella camera stagna adiacente, allo scopo di ostacolare tutte le squadre di stranieri mandate a riparare il generatore.

Ma la mente di McCullough era ancora ferma sul precedente corso di pensieri.

— Non siamo altro che un branco di stupidi — disse con rabbia. — Una massa di incapaci, pieni di buone intenzioni. Noi, come esseri intelligenti, avremmo potuto capire e valutare una situazione strana… anche se completamente nuova… senza combinare tutti i guai che… che…

Lasciò la frase incompiuta, poi riprese a parlare più in fretta, quasi con precipitazione.

— Noi sappiamo che su questo scafo ci sono degli esseri intelligenti. Li abbiamo sentiti parlare! Ai loro occhi, noi dobbiamo sembrare come dei delinquenti minorenni, o qualcosa di peggio. Dobbiamo andarcene, abbandonare immediatamente l’Astronave. Chiederò che il prossimo razzo di rifornimento trasporti soltanto tute e cibo. Dal momento che abbiamo scoperto l’acqua, noi possiamo partire immediatamente dopo l’arrivo del razzo.

— Dov’è questo nostro equipaggio di extraterrestri intelligenti? — domandò Hollis, caustico. — Fino a questo momento, non si sono fatti vedere… Almeno, noi siamo sicuri di non averli visti. Perché? Si trovano in qualche specie di guaio, o sono troppo pochi per correre un rischio? Dobbiamo abbandonarli a sbrigarsela con i Due che occupano lo scafo?

— Noi non siamo delinquenti e non siamo stupidi! — disse Berryman con rabbia. — Se i vostri extra-T sono intelligenti come dite, dottore, avranno certamente capito che tutto il nostro comportamento è stato la conseguenza della situazione contingente e della curiosità scientifica, uniti al normale istinto di sopravvivenza. Se non possono capire una cosa tanto semplice come questa, allora sono degli stupidi; troppo stupidi per avere costruito quest’Astronave! Ma loro l’hanno costruita, quindi…

— Uccidiamoli tutti! — gridò Drew. — Distruggiamo quelle maledette cimici!

Fu Walters ad avere l’ultima parola. Portando al massimo il volume della trasmittente disse: — Voglio ritrasmettere le vostre ultime parole, mentre l’Astronave vi trasporta fuori dal Sistema solare, verso qualche terribile destino extraterrestre. Il vostro coraggioso scambio di idee verrà ascoltato da tutta la Terra.

— Penso che il generale non approverà parte del nostro linguaggio…

16

Sulla Terra ormai si parlava di un solo argomento, tutti i giorni, tutte le ore. Questo argomento era la lotta sull’Astronave.

In questa guerra non c’erano potenze neutrali, né c’erano potenze che non avessero un preciso indirizzo, anche se tra la gente che formava le nazioni, come tra gli individui di una stessa famiglia, si potevano trovare posizioni completamente diverse. Tutti erano al corrente della guerra. Alcuni, per fortuna, la trovavano del tutto priva d’interesse; altri invece la trovavano tanto grave ed eccitante, da organizzare dibattiti, dimostrazioni, e da giungere perfino a incendiare edifici di ambasciata. Ma la maggior parte della gente si preoccupava solo della salvezza degli uomini che si trovavano a bordo dell’Astronave, e discuteva su quelli che potevano essere stati gli errori commessi.

Naturalmente, tutto quello che gli astronauti dicevano o facevano, secondo i diversi punti di vista, era sbagliato.

Quegli scienziati che venivano considerati duri, insistevano perché venisse dedicato più tempo alla raccolta di informazioni dettagliate sui principi di funzionamento e sulla distribuzione delle fonti di energia del vascello. E poi altri, molti altri dati, su ciò che tutti chiamavano semplicemente generatori iperdrive e sistema centrale di controllo dello scafo. Gli scienziati meno duri desideravano che venisse dedicato più tempo alla raccolta di informazioni sulla biologia e sul metabolismo degli extraterrestri, sui fattori ambientali, e sui sistemi di sopravvivenza degli stranieri. Volevano che si praticassero autopsie su specie diverse dai Due. Gli psicologi, i sociologi e gli antropologi invece, non pretendevano molto, e, nello stesso tempo, erano quelli che impartivano le raccomandazioni più concrete.

Gli psicologi stavano vivendo una lunga successione di giornate campali. Ogni grande o piccolo incidente che si svolgeva sull’Astronave veniva studiato, valutato e discusso in ogni dettaglio. Ogni parola o inflessione registrata era sottoposta ad analisi molto rigorose. Tanto è vero che nel corso di un collegamento, una breve e strana risata di Walters seminò il panico per tre giorni in un gruppo di medici spaziali. Poi si scoprì che il tono stridulo notato nella voce del pilota, molto simile a quello che precede una crisi isterica, era semplicemente dovuto alla distorsione naturale dei segnali in arrivo.

Nell’ambiente dei più giovani, meno maturi emotivamente, l’Astronave rimpiazzò completamente i cowboy e gli indiani. Ogni giorno, in tutto il mondo, a Walters veniva stracciata la tuta dal primo Due, il colonnello Morrison incontrava la sua triste morte, e McCullough, che aveva un carattere difficile e che non appagava la fantasia dei ragazzi, si muoveva attorno apparentemente senza far niente, ma cambiando continuamente idea.

Tra i due estremi rappresentati dai ragazzi e dagli intellettuali si stendeva la massa sterminata delle persone dotate di intelligenza media. Erano le persone che ascoltavano avidamente ciò che chiamavano le Notizie di Guerra, e che assorbivano con voracità tutti i fatti e le deduzioni che provenivano dagli informatissimi annunciatori della radio e della TV, benché molti sapessero che i commentatori non potevano essere molto più informati degli ascoltatori.

Guardavano attentamente le ultime fotografie e gli ultimi schizzi, ritoccati e leggermente drammatizzati per la presentazione in TV, e ascoltavano i gruppi di esperti di ogni campo che li commentavano. Ascoltavano una tale quantità di analisi, di teorie, di previsioni, di opinioni, di punti di vista e di valutazioni etiche, da essere spinti per forza a parteggiare per qualcuno e ad accettare come proprie le idee altrui su ciò che era giusto, o sbagliato, o nella valutazione di eventuali espedienti politici.

Alcuni reagirono fracassando finestre e rovesciando macchine, altri agitandosi a favore dei Due per chiedere che venissero presi sotto la protezione dell’ONU o dell’USPAC, altri ancora invocando l’invio di aiuti ai terrestri, pur sapendo quanto sarebbe costato recapitare anche un solo grammo di materiale a uomini tanto lontani. Ma ce n’erano altri, pochi all’inizio, che si dedicarono all’incomodissimo compito di pensare con la loro testa e arrivarono alla conclusione che il loro mondo era cambiato; non era più il Mondo, ma solo un mondo fra tanti altri, e questo portava a molte implicazioni.

Ma quella fazione era andata ad aumentare il numero dei gruppi che facevano pressioni per dire la loro nel Controllo Prometeo.

L’iniziale idea di rendere pubblica ogni fase del progetto aveva avuto lo scopo di aumentare l’interesse per i voli nello spazio e di conquistare il maggior numero possibile di sostenitori, disposti a concorrere alle enormi spese degli impianti… In breve, si era trattato di un lavoro di public relation su ampia scala. Il progetto era nobile, ma non lo erano altrettanto la maggior parte di coloro che vi aderivano. Ora che il Prometeo stava andando male, le persone a bordo sembravano dei tenibili e sadici assassini; sulla Terra, la nobiltà di intenti dava segni di cedimento nei punti più impensati.

Sulla Terra, come sull’Astronave, Prometeo stava sfuggendo al controllo.

— Andando in cerca dell’acqua sull’Astronave e mettendo fuori uso il generatore — gracchiò la voce del generale Brady — avete compiuto un atto di violenza sia verso gli stranieri, sia verso i loro macchinari. Non vi biasimiamo del tutto per questo, però pensiamo che abbiate esagerato nell’assumervi alcune iniziative. L’opinione pubblica si sta mettendo contro di voi e contro il Prometeo, anche se la maggioranza è ancora eccitata dalla guerra e dalle imprese degli scienziati eroi, e si abbandona a una reazione temporanea, instabile, e anche sbagliata. Le critiche al vostro operato aumentano costantemente. Accusano voi e, per riflesso anche noi, di comportarci come barbari! Si afferma che state semplicemente saccheggiando l’Astronave di tutto il suo bottino scientifico. Tutto questo deve finire!

La radio di una delle tute danneggiate dondolava, trattenuta dal filo dell’antenna lungo la parete esterna della camera stagna. La naturale distorsione causata dal sovraccarico delle cuffie dei caschi che dovevano sostituire gli altoparlanti veniva aumentata dalla collera che vibrava nella voce di Brady, quella collera raggiungeva gli astronauti da settantacinque milioni di chilometri.

— Abbiamo cominciato il conto alla rovescia di un lancio multiplo… Tre veicoli ad alta accelerazione che trasportano solo cibo e tute. Fino a quando non vi arriveranno, cioè per le prossime sette settimane voi non dovrete far niente! Dovrete limitare la vostra attività a raccogliere acqua e accumularne una riserva per il viaggio di ritorno.

“Stabilite la base in una delle camere stagne vicine agli scafi-P, e difendetela, se necessario, ma non iniziate l’offensiva! Cercate di non uccidere i Due, e non molestateli in nessun modo, anche se cominciano a riparare il generatore! Pochissimi di noi sono convinti che la forma di vita Due sia quella dell’animale non-intelligente. Le esplorazioni dell’Astronave devono immediatamente cessare, e dovete anche smettere gli esperimenti con i sistemi di controllo e di energia: voi stessi correrete meno rischi. Cercate, piuttosto, di comunicare con gli stranieri intelligenti che possono esserci sull’Astronave. Tutto il futuro della nostra società…”

Berryman abbassò rapidamente il volume della radio fino a ridurre la voce a un bisbiglio. Poi girò lo sguardo su McCullough, Drew e Hollis.

— In base a quanto ci ha detto il generale — commentò con un sorriso palesemente forzato — ciò che avevamo intenzione di compiere equivarrebbe a un ammutinamento.

— Proprio così — disse Hollis. Come il pilota, aveva un’espressione spaventata e pareva che stesse pensando a qualcos’altro.

— O non sa quello che dice! — esclamò Drew, con rabbia. — O non crede a quanto gli abbiamo detto.

— Invece che degli eroi, stiamo diventando dei capri espiatori — disse McCullough. — Almeno, questa è la mia impressione. Comunque, questo significa che ci concedono una certa libertà di azione: se non lo facessero, non potrebbero poi biasimarci per tutto ciò che succede qui.

— In altre parole — disse Drew — se non possiamo soddisfare nessuno, possiamo almeno fare il tentativo di soddisfare noi stessi.

— Non rivela alcuna comprensione per tutti i guai che ci sono capitati — osservò Hollis. — Il colonnello è morto ormai da tre giorni, e lui non l’ha mai nominato. Questo fa pensare che verremo ritenuti responsabili di tutto ciò che non è andato come doveva. Non vi pare?

— Forse — disse McCullough. — Comunque, io credo che se noi siamo troppo vicini al fronte, loro ne sono troppo lontani. Siete d’accordo, su questo?

I tre uomini annuirono, poi Berryman scoppiò improvvisamente a ridere.

— Questo deve essere il primo caso della storia, in cui il comandante è anche il capo dell’ammutinamento.

Si interruppe per ascoltare il cambiamento di tono nella voce che usciva alterata dalle cuffie. McCullough gli fece cenno di alzare il volume.

— E non si rende conto dei danni che possono arrecare la sua collera e la sua ostilità verso di voi — disse una voce femminile, calda e cordiale. — In termini di lontananza fisica, voi dovete sentirvi tagliati fuori, separati, reietti dai vostri amici, e forse anche dalla vostra stessa razza. E voi siete davvero separati dalla realtà; avete perso il contatto con il mondo e con la vita normale. I disturbi psichici, le turbe emotive e la prolungata rinuncia alle più semplici necessità, come quella del mangiare e del bere senza far ricorso a sistemi innaturali, sono più che sufficienti; senza contare, poi, la grave responsabilità del Primo Contatto.

“Non intendo dire che qualcuno di voi possa aver raggiunto un punto di grave instabilità” soggiunse con calore “o che non siate sani di mente. Io voglio farvi presente, invece, che il vostro modo di giudicare e le vostre reazioni sono seriamente influenzate dalla situazione e che non vi potete fidare completamente di voi stessi. È questo che preoccupa il generale, perché viene ritenuto responsabile di tutto ciò che voi pensate di fare; e tutti i gruppi di minoranza del mondo gli fanno pressioni suggerendogli cinquanta linee di condotta, tutte diverse tra loro! Noi tutti sappiamo che è un genio in apparecchiature astronautiche e in logistica. Comunque, diciamolo senza alcuna offesa, non è uno psicologo…”

McCullough, piuttosto sconcertato, spense con rabbia la radio. Chi era quell’idiota che aveva portato una psicologa al microfono del Controllo Prometeo? Anzitutto, nessuno aveva mai accennato agli effetti prodotti sulla psiche dalla separazione, nel tempo e nello spazio, dal mondo della normale esistenza. Quando quegli effetti si erano fatti manifesti, loro li avevano ignorati. L’equipaggio degli scafi-P era stato trattato come se si trovasse in un viaggio normale prolungato, e come se la loro distanza dalla Terra fosse di settantacinquemila chilometri, e non settantacinque milioni.

Quelli del Controllo si erano sempre preoccupati di farli sentire molto vicini a casa. I continui contatti radio, e la consapevolezza che praticamente tutti gli abitanti del mondo partecipavano alle loro esperienze e si preoccupavano per loro, erano stati due fattori determinanti, intesi a quello scopo. Poi, forse ce n’erano anche altri che solo i medici spaziali conoscevano. Ma chiunque fosse stato colui che aveva permesso a uno psicologo sprovveduto di parlare di questi fattori, e soprattutto aveva permesso che fosse una donna a farli dubitare della loro sanità mentale, o era uno stupido, o un criminale irresponsabile.

— Walters sta ascoltando — disse McCullough. — Ci potrà dire se ha detto qualcosa di veramente importante. Adesso vorrei riascoltare la nostra registrazione. Mi è venuta un’altra idea.

Per diversi minuti, il rumore della loro corsa verso la cupola riempì la camera stagna. McCullough pregò gli altri di prestare particolare attenzione alle voci dei due stranieri. Alla fine della registrazione, disse: — Secondo me, la prima voce è una registrazione trasmessa in congiunzione con i rintocchi di avvertimento. Ciascun gruppo di parole-suono è identico di tono, volume, e lunghezza di trasmissione. La seconda voce non ha niente di tutto questo. Il tono generale è diverso, il volume e le inflessioni variano enormemente, e il messaggio trasmesso dalla prima voce viene ripetuto, alla meglio, dalla seconda. Direi quasi che il messaggio non viene ripetuto, ma parodiato dalla seconda voce.

“Ho l’impressione che certe parole vengano ripetute troppo spesso per far parte di una comunicazione intelligente. È come se una parola di una frase venga ridetta venti volte e pronunciata in toni diversi. Molti suoni sembrano essere dei semplici rumori organici, privi di senso… Li avete sentiti.

“La mia nuova teoria” concluse McCullough, guardando i tre uomini “si basa proprio su questi fatti. In breve, l’equipaggio degli stranieri non ha un controllo effettivo della propria Astronave; tutte le operazioni sono quasi interamente automatiche e gli animali da esperimento si sono impadroniti dello scafo. La seconda voce straniera appartiene a uno dell’equipaggio, o forse a uno dei discendenti dell’equipaggio originale, ed è quella di un essere intelligente, che però, ora, non è più raziocinante.”

17

I due scafi-P, uniti per i portelli principali, si erano portati a pochi metri sopra le cupole dei generatori, in modo che Walters potesse rilevare qualsiasi tentativo di riparare il danno causato dai suoi compagni. L’arrivo di una squadra di tecnici era da considerarsi improbabile; comunque, la presenza di Walters in funzione di sentinella confermava che tutti, all’interno dell’Astronave, erano impegnati in quello che McCullough chiamava una ricognizione ad alto livello, e che Drew, più onestamente, chiamava un pattugliamento offensivo.

Il loro vero scopo, comunque lo volessero chiamare, era quello di uccidere i Due. Avrebbero anche dato la caccia e sterminato qualsiasi forma di vita straniera che si fosse rivelata pericolosa per loro o per le forme di vita intelligente a bordo dell’Astronave.

— Grazie al dottore, noi conosciamo i loro punti vitali — disse Drew, mentre si preparavano a uscire dalla camera stagna. — Basta mantenere il sangue freddo e prendere la mira esatta; uccidere gli animali è relativamente facile. Comunque non bisogna affrontarne più di uno alla volta, a meno di non trovarci avvantaggiati da una solida posizione difensiva. Non è molto sportivo, dato che noi siamo in quattro, ma non ci possiamo permettere delle perdite.

McCullough ascoltava Drew, ma pensava a Walters. Non era necessario essere degli psicologi per intuire che il pilota era prossimo al crollo. Anche se si trovava in una posizione meno pericolosa degli altri, Walters, in un certo senso, doveva sopportare la fatica maggiore. Il Controllo Prometeo, il generale Brady, e una combriccola di medici spaziali, lo stavano martellando di continuo, essendo l’unico membro della spedizione con cui poter parlare e dal quale poter ottenere una risposta immediata. E proprio per il semplice fatto che il pilota era l’unica persona con cui potesse parlare, Brady si comportava con Walters in modo molto più duro di quanto la situazione richiedesse. Il generale cercava sempre di mettersi in comunicazione con McCullough e gli altri, ma la sua collera, le recriminazioni e le minacce sembravano sempre dirette a Walters soltanto.

McCullough non comunicava più direttamente con il generale. Di solito era troppo affaccendato sull’Astronave, e Walters era in grado di ritrasmettergli tutte le novità o i suggerimenti costruttivi, se c’erano. Questo, lo sapeva benissimo, non giovava al pilota, che, a volte, doveva aspettare giorni prima di potere comunicare con lui senza neppur sapere, per lunghi periodi, se i suoi compagni fossero ancora vivi. A volte, dopo un contatto con Brady particolarmente burrascoso, qualche cosmonauta della stazione circumvenusiana che fungeva da ponte radio, aggiungeva qualche parola per augurargli buona fortuna. E Walters rispondeva sempre in un modo che, in un adulto, era rivelatore e imprevedibile.

Il pilota aveva bisogno di compagnia. McCullough o Hollis, gli unici due ad avere una tuta intatta, avrebbero dovuto visitarlo più spesso. Ma non avevano mai tempo. Sull’Astronave succedeva sempre qualcosa…

Improvvisamente il dottore si rese conto che la porta della camera stagna era aperta e che Drew stava dicendo: — … e ricordate che questo non è un gioco. Se qualcuno pensa una cosa del genere, si ricordi che il più vicino ospedale si trova a novanta milioni di chilometri.

Sulla strada verso gli alloggiamenti degli animali incontrarono tre stranieri provvisti di tentacoli, e li uccisero. Dato che avevano concordemente stabilito che i Due erano animali da laboratorio non-intelligenti, il lavoro di ucciderli venne compiuto con efficienza e, così parve a McCullough, anche con un certo entusiasmo. Anche Drew se ne era accorto, e continuò a ripetere il suo ammonimento riguardo al gioco, fino a che si trovarono di fronte alle gabbie. Se McCullough non lo avesse interrotto, avrebbe forse continuato a parlare senza interruzione.

— Sono d’accordo con Drew — disse secco il dottore. — Dobbiamo conservare il sangue freddo. Comunque, prima di mettere in atto il nostro piano, io vorrei avere un’idea più chiara delle capacità fisiche di questi esseri. Per cominciare, come hanno fatto a liberarsi?

Era un periodo di intervallo tra i pasti degli extra-T, e quindi ebbero la possibilità di ispezionare accuratamente la sala.

Il quartiere degli animali occupava un’area cilindrica, di circa diciotto metri di lunghezza e venti di diametro. Era diviso in recinti di varia grandezza da pesanti reti metalliche, tese tra i tubi, e tutti gli animali in gabbia potevano essere sempre visti da chi passava lungo i quattro corridoi ai lati della gabbia.

I distributori di cibo e di acqua, che avevano diversa grandezza e complessità, erano montati sulle pareti divisorie tra le gabbie, in modo da servire a due esseri contemporaneamente. Alcune gabbie erano ancora occupate da carcasse che ondeggiavano nell’aria, rinsecchite e prive di tutte le parti che si potevano mangiare.

Dallo stato dei corpi, dagli squarci fatti nella rete, e dalla condizione dei distributori di cibo, i quattro uomini riuscirono a farsi un’idea abbastanza chiara di quanto era successo.

Uno o più distributori erano rotti. Se il guasto si fosse prodotto per un difetto di costruzione oppure per la violenza del modo di mangiare degli animali non riuscirono a capirlo. Comunque, la conseguenza era stata un attacco alle reti: un attacco coronato da un successo quasi totale. Gli animali si erano aperti un varco per raggiungere i distributori delle gabbie vicine, oppure le gabbie che contenevano piccole forme di vita commestibili. Il passaggio degli animali da una gabbia all’altra aveva portato a un sovraccarico degli altri distributori. Alla fine anche questi si erano guastati, e ne erano rimasti in funzione pochi soltanto. Era stato fatto un tentativo di frenare la fuga in massa elettrificando parti della rete. Ma si trattava di un impianto di emergenza, che si era completamente rotto in diversi punti.

A giudicare dalle condizioni dei corpi, la maggior parte degli altri animali era stata incapace di opporre difesa contro i terribili aculei e i tentacoli dei Due. Un certo numero doveva essere fuggito attraverso gli squarci nella rete, altrimenti nell’Astronave ci sarebbe stata una sola specie di animale. In una gabbia, c’era un essere a forma di bruco, che non aveva avuto la fortuna di fuggire. Da ciò che ne restava, McCullough riuscì a capire che l’animale non aveva scheletro. Tutto il suo corpo era circondato da grandi masse di muscoli. La testa, unica parte sostenuta da una struttura ossea, oltre ai normali organi di senso, portava quattro specie di appendici prensili, o antenne. La pelle era color grigio pallido e molto liscia, come quella di un tricheco.

Nella gabbia vicina, invece, i Due avevano evidentemente incontrato qualche creatura che li aveva sopralfatti. McCullough e gli altri rimasero per parecchio tempo a guardare le carcasse ondeggianti dei Due, spogliati di ogni parte che si poteva mangiare, ridotte quasi alla parte ossea, e con tutta la pesante corazza perforata da piccoli buchi.

Fu Berryman a parlare per primo.

— E ora — disse cupo — dobbiamo andare a cercare lo straniero che possiede il fucile mìtragliatore…

Avevano però troppo da fare, prima dell’arrivo dei Due, per mettersi a discutere la nuova ipotesi.

Il primo passo fu quello di staccare la corrente dalla parte elettrificata della rete. Sarebbe stato spiacevole subire accidentalmente una scarica durante la battaglia con i Due. Poi, dai più o meno danneggiati distributori di cibo, i quattro uomini staccarono pezzi di tubo e di metallo e li infilarono nella rete per riparare gli squarci, rinforzare i lati della gabbia, e sbarrare le porte più gravemente danneggiate. Non presero nessun accorgimento per uscire dalla gabbia in caso di fallimento del loro piano. Comunque tutti ci stavano pensando, anche se, lavorando parlavano ad alta voce dei probabili effetti che avrebbe provocato negli animali dell’Astronave l’impedir loro l’ingresso a quella che sembrava essere la loro unica fonte di cibo e di acqua.

A parte un paio, tutti gli altri distributori adesso erano guasti. Alcuni erano stati incidentalmente rovinati dai Due, altri deliberatamente dagli uomini.

— Sarebbe stato più semplice avvelenarli — disse Berryman, quando la gabbia che avevano scelto si dimostrò essere la più sicura possibile. — Basterebbe sapere quale tossico agisce su di loro. E bisognerebbe poterlo avere, naturalmente.

— Troppo lento — obiettò McCullough.

— Venti centimetri di sbarra in lega d’alluminio sono tossici per tutti — affermò Drew.

— Arriva compagnia — annunciò Hollis.

Tre extra-T del Tipo Due e due tappeti volanti dal pelo bianco, erano comparsi nel corridoio e si avvicinavano alle loro gabbie. La guerra civile scoppiò quasi all’istante.

Non appena un peloso Tipo Tre fu alla distanza adatta, un Due fece scattare il tentacolo, la cui estremità ossea aprì una ferita di venti centimetri nella pelliccia bianca. Mentre il Tre si dibatteva senza speranza al centro del corridoio, il Due si appoggiò alla rete e sferrò un secondo e più mortale attacco. Nella pelle si aprirono delle ampie ferite che si tinsero di rosso. Il Tre cominciò a fluttuare senza più controllo e, alla fine, sembrò una grande bandiera, macchiata di sangue, che sventolasse in una bufera. Poi, all’improvviso, si trasformò in uno straccio senza vita e l’attaccante cominciò a divorarlo voracemente.

Nel frattempo, il secondo Due era in difficoltà. In qualche modo, l’animale ricoperto di pelo era riuscito a evitare i tentacoli dell’assalitore e ad afferrarlo poi alla schiena, tenendosi così al riparo dai colpi dei tentacoli. In un primo momento McCullough pensò a una versione extraterrestre del vecchio adagio che consiglia di tenere la tigre per la coda, ma poi vide che il corpo del Tre si allargava, passava tra l’attaccatura dei tentacoli e, raggiunti gli occhi, accecava l’avversario. Poi si allargò ancora e bloccò le aperture respiratorie del Due.

Quando il Due morì, l’animale peloso non si fermò a mangiarlo. Si avviò invece, fluttuando, verso la rete. Doveva essere vegetariano.

Durante la battaglia, il terzo Due si era attaccato alla rete, tastandola preoccupato e colpendola con il corno e i tentacoli. Poi, dopo essersi afferrato alla rete tesa sulla parete opposta, si era scagliato con la corazza contro le sbarre della gabbia. McCullough si era sempre domandato come avessero fatto gli animali a uscire dalle gabbie, dato che la robustezza delle sbarre gli era sembrata sufficiente a resistere agli attacchi di quegli esseri relativamente piccoli. Ma quando vide le sbarre piegarsi verso l’interno, sotto i colpi di quell’unica creatura furiosa, tutto gli fu chiaro. Alla fine, il Due, stanco di colpire la barriera, infilò i tentacoli tra le sbarre e cercò di allargarle.

Immediatamente, Drew afferrò un tentacolo, puntò i piedi contro le sbarre e tirò l’animale a tutta forza, mentre con l’altra mano vibrava un colpo mortale di lancia. I tentacoli della bestia furono scossi da un tremito, poi si immobilizzarono. Un altro Due cominciò a scagliarsi contro le sbarre. Poi un altro ancora.

Il distributore emise un lieve rumore ovattato; poi, da uno spinotto che aveva la parte terminale mordicchiata, uscirono un lento zampillo d’acqua e una serie d’oggetti grigi, della grandezza di un’arancia. Quando uno di questi oggetti gli colpì il casco, Berryman riferì che aveva la consistenza di un budino. Poi, dal momento che gli era schizzato anche sul naso e sulle labbra, soggiunse che aveva sapore e profumo abbastanza gradevoli.

Non ebbero più tempo di parlarne: uccidere i Due non era facile come Drew aveva pensato.

I terrestri erano molto ostacolati dalla mancanza di peso e per colpire con efficienza erano costretti ad afferrarsi ai Due, o a infilare i piedi tra le sbarre. Spesso, però, i Due allungavano tra le sbarre troppi tentacoli, e l’ancorarsi con i piedi era come chiedere di farseli fracassare dalla punta ossea o farseli infilare dagli aculei. Senza un punto d’appoggio, la mira diventava imprecisa e gran parte dei colpi andavano a vuoto, compromettendo la resistenza fisica degli uomini, ai quali rimase solo la forza sufficiente a respingere i Due e a infliggere delle ferite superficiali. Il risultato di questo colpire a vuoto portava gli astronauti a volteggiare nell’aria e a trovarsi così in continuo pericolo di essere colpiti dagli aculei dei Due e anche dalle lance dei compagni.

— È un piano stupido — borbottò McCullough, allontanando la punta di una lancia che gli stava arrivando in faccia.

— Dato che è vostro — disse Berryman dall’altra parte della gabbia — io mi devo astenere dal fare commenti.

— Fermatevi — gridò Drew. — Voglio tentare qualcosa…

Durante i pochi minuti di pausa, in cui illustrò e dimostrò la sua idea, la rete, specialmente nei punti rappezzati e rinforzati, cominciò a cedere. Cavi di rinforzo si spezzarono, pezzi di tubo si piegarono scivolando dalle loro posizioni. Si trattava soltanto di una questione di tempo: di lì a poco i Due si sarebbero trovati in gabbia con loro.

Seguendo le istruzioni di Drew, si lanciarono dal pannello del distributore con le braccia distese in avanti e con le lance strette tra le mani. Saltarono insieme per ridurre il pericolo di infilzarsi l’un l’altro, e con l’idea di colpire il bersaglio infilando la punta delle lance tra le maglie della gabbia. Le creature possedevano un certo peso e l’inerzia sufficiente per non essere spinti indietro senza subire profonde ferite. Inoltre, dato che la lunghezza combinata del braccio e della lancia era di molto superiore a quella dell’aculeo o dei tentacoli, gli uomini non correvano quasi pericolo di venire feriti.

Il sistema funzionò.

Dopo i primi tentativi poco fruttuosi, la lotta divenne un gioco. Ciascun uomo sceglieva il proprio bersaglio; poi tutti e quattro si davano una spinta, puntando i piedi, contro il pannello del distributore e liquidavano ognuno la propria vittima. Ma c’erano sempre altri extra-T che prendevano il posto dei caduti, infilando i tentacoli tra le sbarre, agitando gli spaventosi pungiglioni, e starnazzando come galline spaventate. A McCullough pareva di uccidere sempre lo stesso Due. Aveva perso il conto delle volte che si erano lanciati dal distributore, ormai reso scivoloso dal viscido miscuglio di cibo, acqua e sangue degli extra-T, e si erano lanciati attraverso un’aria che era diventata come una densa zuppa della stessa mistura.

Un certo numero di Tre, dal pelo bianco, si erano mescolati ai Due e si erano afferrati alle sbarre per sorbire i rivoli di cibo e di acqua che schizzavano verso di loro. Ce n’erano anche due dentro la gabbia. Erano scivolati attraverso un piccolo squarcio e ondeggiavano nell’aria, come grandi mante pelose. Tutti gli uomini stavano attenti a non uccidere gli stranieri di tipo Tre. Dopo aver visto cos’aveva fatto uno di loro a un Due, avevano deciso di considerarli alleati, anziché nemici. Inoltre, il fatto di non ucciderli introduceva una certa discriminazione in ciò che stavano facendo, e li aiutava a pensare che non si trattasse più di un massacro brutale.

McCulIough cercò di pensare ad altro. Intanto il massacro continuava.

Al loro ingresso, avevano trovato la gabbia sorprendentemente pulita. Questo significava che il distributore doveva anche servire allo scarico dei rifiuti. Però, mentre l’acqua e il cibo venivano senz’altro rigenerati, tutti i materiali di scarto dovevano venire pompati fino alla carena esterna e dispersi. Le tubature di questo impianto di scarico dovevano essere di metallo e, dal momento che non trasportavano corrente elettrica, tra il distributore e lo scarico esterno non dovevano esserci punti isolati. Al termine della battaglia avrebbe immediatamente appoggiato l’antenna all’apparecchio per mettersi in contatto con Walters.

McCullough si sentì alquanto compiaciuto per essere stato in grado di pensare a cose del genere mentre era impegnato nell’inconsueto lavoro di uccidere i Due. Poi, all’improvviso, non ci furono più bersagli. I Due superstiti si ritirarono lungo i corridoi, trascinandosi dietro, se appena ne erano in grado, i corpi dei loro compagni morti, per mangiarli. E il distributore, che aveva cessato di produrre cibo da circa mezz’ora, cominciò improvvisamente il nuovo lavoro.

Pesanti pannelli scivolarono di lato, scoprendo grandi aperture ricoperte da una griglia protettiva. Il cibo sospeso nell’aria, l’acqua e tutti gli altri rifiuti si mossero verso le aperture aumentando gradatamente velocità. Tale era la forza del risucchio, che l’aria cominciò a fischiare. In pochi minuti la gabbia si pulì. Ma c’era ancora dell’altro. Dagli otto angoli uscì un filo di liquido schiumoso dall’odore pungente, immediatamente seguito da otto spruzzi d’acqua ad alta pressione. Quando l’apparecchio si fermò, gli uomini e le due creature pelose che si trovavano dentro la gabbia erano, come l’aria, puliti, freschi, e leggermente bagnati.

Nei corridoi, i Due morti ondeggiavano e roteavano lentamente, con i tentacoli rigidi, simili a stelle marine fossili. Sopra, sotto, e tutto attorno, la rete era un cumulo di creature, come fosse una specie di carta moschicida che nessuno cambiava da molto tempo.

Berryman appoggiò la sua antenna al distributore e si mise in contatto con Walters. Cercò di parlare, ma riuscì soltanto a dire qualche parola. Guardandolo, McCullough vide che stringeva con forza gli occhi, come se avesse davanti qualcosa che non voleva vedere; qualcosa di molto peggiore del macabro spettacolo che avevano attorno. Alla fine parlò.

— Siamo nei guai — disse cupamente. — Walters è… sconvolto. Brady lo ha tartassato ancora, e poi gli ha parlato la ragazza. Dice che sembra una ragazza comprensiva, ma che lo confonde. Il primo razzo dei rifornimenti è uscito di rotta. La donna non ha detto che siamo dei ragazzacci cattivi e che, se non facciamo quanto ci dicono, finiremo col perderci tutti. Gli ha detto soltanto che l’opinione pubblica è molto suscettibile e che le autorità si trovano in difficoltà a fornire garanzie, dato che quelli sull’Astronave continuano a rovinare tutto. Dice che gli ha parlato di cose strettamente personali, cose che non si sarebbe mai aspettato di sentir nominare; informazioni privilegiate. Walters pensa a tutta la gente che ha sentito ciò che lei gli ha detto… agli uomini della stazione di Venere e a tutti i loro connazionali che si trovano in Russia. Tutti lo verranno a sapere, e questo gli secca molto.

Berryman smise di parlare ed emise un profondo sospiro che fatica e tensione trasformarono in uno spaventoso sbadiglio; ma nessuno rise.

— Così, ha spifferato tutto a Brady — seguitò. — La vostra nuova teoria, i nostri piani, tutto. Dice che non ha potuto farne a meno. Dice che vuol tornare a essere un bravo ragazzo; così gli permetteranno di tornare a casa…

18

Per tre giorni si barricarono all’ora dei pasti nell’interno della gabbia e uccisero altri Due. Come previsto, il numero degli extra-T uccisi diminuiva di giorno in giorno. Questo, naturalmente, dipendeva dal fatto che all’esterno della gabbia, si poteva trovare una grande quantità di cibo, rappresentata dagli animali uccisi in precedenza. Il quarto giorno, i terrestri adottarono una tattica diversa.

Costituirono una serie di ripostigli di cibo nei compartimenti che si aprivano lungo i corridoi, che andavano dalla gabbia fino alle camere stagne. Erano riusciti a chiudere i distributori di cibo e avevano gettato nello spazio un gran numero di extra-T morti riducendo così alla fame i Due che ancora erano sull’Astronave.

L’operazione di collocare del cibo tra la gabbia e le camere stagne nei minuti precedenti l’ora dei pasti era molto rischiosa, ma valeva la pena di compierla, Si concludeva sempre in una camera stagna nella quale i Due si disputavano accanitamente un piccolo pezzo di carne, senza accorgersi che qualcuno li chiudeva improvvisamente dentro, e che qualcun altro fuori dall’Astronave, si teneva pronto ad aprire il portello verso lo spazio.

In questo modo i quattro uomini riuscivano a eliminare almeno sei Due alla volta.

Al nono giorno, McCullough ritenne che fosse stato eliminato un numero considerevole di Due e stabilì che bisognava nuovamente dedicarsi a forme di attività più costruttive.

Non fu facile prendere una decisione nei confronti di Walters: d’altra parte era necessario prenderla.

Le punizioni e i rimproveri erano logicamente da scartare, dato che avrebbero sollevato le critiche o le proteste degli altri compagni. Solo com’era stato per settimane intere, il pilota aveva già avuta la sua punizione. Inoltre, il generale Brady doveva averlo strigliato più che a sufficienza. Per McCullough la lotta aperta e la guerra psicologica erano diventati sinonimi.

— Avrei dovuto venirvi a trovare prima — disse a Walters sollevando il visore, dopo aver chiuso il portello interno. Poi fece un vago gesto verso l’oblò, per indicare i Due, morti per decompressione, che galleggiavano nello spazio. — Siamo stati molto occupati.

— Lo so — rispose il pilota sorridendo. Ho fatto qualche bellissima fotografia delle pulizie di primavera.

La voce era calma e cordiale. Walters aveva un aspetto riposato, ma si stringeva con troppa forza ai bordi della branda.

— Non dico di non avervi biasimato — riprese McCullough, con un certo disagio. Ora non più. Dire la verità, troppo spesso può farla sembrare una menzogna. Comunque, non preoccupatevi, se capita ancora. Voi sapete cosa vogliono farvi fare; quindi, la prossima volta, non sarà tanto facile. Possono perfino cambiare tattica…

— Lo hanno già fatto — disse Walters. — Poco prima del vostro arrivo, la ragazza mi ha detto che non dirotteranno i razzi di rifornimento, anche se abbiamo fatto delle stupidaggini e se abbiamo messo loro nei guai. Naturalmente questa notizia dovrebbe scuoterci, farci piangere di gratitudine e ringraziare la mamma che ci ama ancora, anche se siamo stati cattivi.

“Vorrei non aver letto tutti quei libri di psicologia” concluse con amarezza. “Mi hanno reso cinico.” McCullough scoppiò a ridere.

— Il cinismo è un’ottima arma di difesa, e ci fa provare una leggera simpatia per il nemico… mi riferisco a Brady, non ai Due. Anche una buona dose di presunzione può essere di molto aiuto. Si comincia col dubitare di tutto ciò che ci dicono gli altri e ci si domanda quali possano esserne i motivi. Nel nostro caso, si cerca di capire là posizione del generale, ma senza dimenticare la vera importanza che noi rappresentiamo in tutta la situazione. Così, si dubita di Brady, si prova per lui una certa pena, e, sia pure in modo calmo e rispettoso, ci si sente superiori a lui. Avete afferrato l’idea?

— Negli ultimi tempi — borbottò Walters — sono diventato sempre meno calmo e rispettoso.

— Questo perché non riuscite a sentirvi abbastanza superiore a lui — spiegò McCullough asciutto. Poi continuò: — In questa particolare situazione, siamo noi gli esperti. È ridicolo pretendere che si obbedisca agli ordini impartiti da persone che ne sanno meno di noi… da persone che, se dovessero riprendere il completo controllo su di noi, sarebbero soggette a tali pressioni di carattere contrastante che non saprebbero dare gli ordini adatti.

McCullough aspettò, senza darlo a vedere, domandandosi se il maggiore pilota si era accorto dell’esca, e se avrebbe abboccato: abboccò.

— Voi ritenete che tentino di riconquistare il completo controllo su di noi — disse Walters. — Senza contare il fatto che il controllo imposto dalla disciplina militare e dall’abitudine all’obbedienza è molto lontano dall’essere completo, come possono influenzarci?

— Questa è una domanda piuttosto imbarazzante — disse McCullough, preparandosi a scivolare dalla discutibile psicologia spicciola nella fantasia pura — perché non voglio parlarne fino a quando non sarò sicuro dei miei argomenti. Comunque mi sembra che ci abbiano scelto come soggetti da sottoporre a una forma di condizionamento intesa sia a sostenerci e a guidarci, quanto a fornire Prometeo di un ampio raggio di controllo. Per questo io dico che è stata una vera astuzia non interferire con allusioni, e, nello stesso tempo, lasciarci all’oscuro del fatto di essere aiutati e controllati. Io non so con esattezza come sia stato inculcato questo condizionamento; però, sospetto che tutte le ore trascorse nel simulatore, in ascolto di quelle lezioni in barattolo, abbiano qualcosa a che fare con tutto questo; a ogni modo il sistema usato per rinforzare il condizionamento e per controllarci, è certamente quello delle trasmissioni che provengono dalla base.

“La meccanica del processo può comprendere l’uso di certe parole chiave e di frasi; però sono quasi sicuro che dipenda ancor più dalle qualità tonali della voce usata… Si possono alterare a volontà le oscillazioni degli apparecchi per ottenere, sulla radiofrequenza, una specie di effetto subliminale. Ma, per diverse ragioni, il condizionamento si è infranto, o si è considerevolmente indebolito; e così quelli di Prometeo hanno perso gran parte del controllo che avevano sopra di noi.”

Le interferenze di carattere naturale sul segnale potevano essere un fattore, continuò a spiegare McCullough, e il continuo ricevere le trasmissioni attraverso le radio delle tute aveva forse attenuato ancor più l’effetto. Non c’era quindi da stupirsi se gli uomini che ricevevano gli ordini del Controllo non direttamente, ma attraverso la ritrasmissione dello scafo-P, erano riusciti a sottraisi alla forma di cieca obbedienza; Walters, invece, in diretto contatto radio, non aveva mai avuto la possibilità di opporre resistenza.

— La vostra teoria mi fa sentire molto meglio — commentò il pilota, quando McCullough finì di parlare. — Se non altro, mi fornisce anche la scusa per qualche piccola disobbedienza futura. Però, l’arma psicologica di Brady è a doppio taglio. Lo costringe a rendere pubbliche quelle notizie che avrebbe preferito mantenere segrete. Una di queste è lo sterminio dei Due: anzi, il massacro, come lo chiama lui. Per non correre il rischio di far sentire al mondo qualcosa di più spiacevole, al generale conviene lasciarmi in pace.

— Dubito che lo farà — disse McCullough.

— Ma se continua — ribatté Walters con rabbia — significa che punta su un aborto psicologico! Ci vuole fiaccare! E, alla fine, anziché essere in grado di pensare e di compiere complesse attività tecniche, saremo soltanto un gruppo di rammolliti, incapaci di pensare e agire; e, tanto meno, di obbedire agli ordini. Vuole distruggere il Progetto? Può anche darsi che abbia la possibilità di premere un bottone e di far saltare il nostro carburante per il ritorno. Probabilmente avevano progettato anche questo diabolico dispositivo, nella eventualità che gli extra-T fossero esseri malvagi venuti a minacciare il mondo.

“Non mi fido più di Brady, e non mi piace venire trattato come se facessi parte del macchinario.”

S’interruppe notando l’espressione di McCullough.

— Non mi piace — ripeté. — E c’è un mezzo molto semplice per impedirglielo. La prossima volta che ci metteremo in contatto, dirò al mondo in ascolto che qui si sta verificando una misteriosa esplosione, e che questa esplosione è provocata da Brady. — Scoppiò improvvisamente a ridere. — Il vostro vero pericolo sono io! Sapendo la verità, e con tutto il tempo libero che ho a disposizione, io posso analizzare e modificare l’effetto di condizionamento. Allora la mia parola diventerà legge, e io vi potrò avvolgere attorno al mio dito mignolo!

“Come avevo previsto” pensò McCullough girandosi per uscire “un po’ di presunzione non guasta.”

Tornando verso l’Astronave McCullough cominciò ad analizzare il proprio modo di agire. Aveva mentito con Walters, inducendolo a non ritenersi responsabile del suo apparente tradimento. Aveva dato la colpa di tutto a una forma di condizionamento che non era assolutamente possibile. Ma non lo aveva fatto soltanto per compiere un atto umanitario. Lui stesso aveva bisogno di sostegno e di sicurezza. Voleva dalla sua parte più gente possibile, e non poteva correre il rischio di lasciare Walters schierarsi con Brady. McCullough non riusciva a immaginare quali sarebbero state le conseguenze, se il pilota si fosse messo a collaborare attivamente con il Controllo anziché con gli uomini dell’Astronave. Nel mondo spaventosamente semplice delle relazioni emotive e della sopravvivenza fisica, l’amicizia di Walters poteva essere conservata soltanto se il pilota diventava completamente e totalmente ostile al generale.

Così, McCullough stesso si rendeva colpevole di una pressione psicologica e trattava un essere umano come se facesse parte di una macchina. E, per di più, lo faceva senza rendersene esattamente conto e senza prevedere quale avrebbe potuto essere il risultato finale. Infine, cosa peggiore di tutte, tutto ciò non disturbava la coscienza di McCullough nella misura dovuta.

La sua coscienza sembrava essersi ricoperta di callosità. McCullough si domandò quanto tempo sarebbe ancora trascorso prima che lui fosse completamente decivilizzato.

Nei giorni seguenti, l’avanzata all’interno dell’astronave avvenne in modo disordinato. Berryman venne colpito da una livida e pruriginosa eruzione cutanea che durò una giornata intera. McCullough pensò con orrore a un equivalente extraterrestre della peste bubbonica, causata dai cadaveri dei Due. Poi, l’eruzione scomparve. Fu solo a questo puntò che Hollis, Drew e Berryman confessarono, pieni di vergogna, di aver mangiato, nelle ultime settimane, qualche grammo di cibo degli extra-T al giorno. McCullough li mise in guardia sui possibili e pericolosi effetti di accumulo a lunga scadenza… Il fatto che l’allergia di Berryman fosse scomparsa in così breve tempo, non garantiva che il cibo non fosse tossico. In quel momento, McCullough si rese conto di parlare come il generale Brady, e che i tre uomini si erano aspettati complimenti, e non critiche. Pertanto aggiunse che forse gli effetti cumulativi della tossina, a lunga scadenza, non si sarebbero potuti distinguere dalle normali malattie della vecchiaia.

Spronati da questo suo atto di codardia morale, si misero immediatamente all’opera per studiare un piano atto ad addomesticare i Tre.

In un primo tempo usarono i budini extraterrestri per conquistare la fiducia dei Tre e ricorsero a punizioni per insegnare loro a non avvolgere i loro corpi pelosi attorno alla testa degli esseri umani, benché non rappresentassero un vero pericolo, perché le dita umane potevano staccarli con facilità. Diversi Tre si affezionarono molto a Berryman e a Drew; Hollis e McCullough andarono a cercarne altri per farseli a loro volta amici.

I Tre avevano una pelliccia morbida e si dimostravano docili e affezionati come i cani. McCullough sospettò che, come i cani, il grattarli tra il pelo desse loro un piacere che li aiutava a liberarsi dei parassiti, e si domandò come potevano essere le pulci straniere. Come i cani, erano anche utili, oltre all’essere affezionati. Potevano infatti sentire i Due a distanza, e il loro allarme riuscì a salvare gli uomini diverse volte.

Nonostante gli scontri vittoriosi avvenuti nella gabbia e il successivo stratagemma di rinchiudere le bestie nella camera stagna e di scaricarle poi nello spazio, i movimenti dei terrestri all’interno dell’Astronave erano sempre pericolosamente ostacolati dai Due, che si dimostravano costantemente feroci, violenti, e affamatissimi.

Seguendo i condotti che partivano dai distributori di cibo, i quattro uomini raggiunsero il compartimento dove i generi alimentari venivano lavorati e distribuiti alle diverse gabbie. Per fortuna, le porte di quel compartimento erano a prova di Due. La prima mossa fu quella di sospendere la distribuzione di viveri, allo scopo di costringere i Due a uccidersi tra loro per nutrirsi. Il sistema si dimostrò particolarmente lento, e per quanto scoprissero ogni tanto uno di quegli esseri ucciso e divorato dai suoi simili, trovavano anche le prove che i Due superstiti, calcolati in non più di venti, preferivano nutrirsi di carne umana.

“L’esplorazione continua” diceva McCullough a se stesso; ma un osservatore obiettivo avrebbe detto piuttosto che gli umani venivano braccati per tutta l’Astronave.

19

Esplorarono anche la zona vicina alla centrale elettrica. Quello era il compartimento da cui uscivano tutti i grossi cavi che portavano l’energia ai generatori e alle apparecchiature d’illuminazione di tutto lo scafo. Rimasero due giorni in quella zona, senza mai scoprire il modo di penetrare all’interno. Evidentemente quella parte dell’Astronave era chiusa per tutti, compreso l’equipaggio.

La stesura della pianta dell’Astronave mise in evidenza altre zone inesplorate, composte di compartimenti chiusi a tutti e a tutto.

— Come c’è scritto sul libretto di manutenzione della mia macchina — disse Hollis, cercando di nascondere il suo disappunto — le riparazioni e la manutenzione devono essere affidate soltanto a meccanici specializzati o eseguite nelle stazioni di servizio…

Uno dei compartimenti in cui entrarono con facilità conteneva grande abbondanza di cibi e di liquidi, oltre all’acqua, il tutto racchiuso in involucri studiati appositamente per lo spazio. Questa volta furono i Tre, e non gli uomini, a manifestare gioia; sembravano tanti cuccioli allegri. McCullough espresse il dubbio che nei contenitori ci fossero vernici, e non cibo, dando così il via a una discussione sul sistema di etichette usato per identificare i diversi recipienti.

Alla fine, Hollis cercò di tirare le somme.

— Siamo tutti d’accordo che la riga di caratteri stampati sull’etichetta è una specie di codice d’identificazione o un numero di serie. Pensiamo che sia un numero, anziché una parola, a causa della ripetizione di certi caratteri e perché abbiamo trovato combinazioni similari su parti minori e su dettagli strutturali dello scafo. I segni sull’etichetta stessa, simili a quelli che abbiamo trovato ai comandi del portello, sono parole che specificano il contenuto; in qualche caso si tratta forse di scritte semplicemente pubblicitarie. L’immagine illustrativa su certe etichette è confusa, ma dobbiamo considerare che l’illustrazione di una fetta di prosciutto non potrebbe dare a uno straniero l’idea di com’è fatto un maiale. Dobbiamo presumere che nei contenitori ci sia qualche specie di animale commestibile, o qualche tessuto vegetale, anche se esiste la lontana possibilità…

— … che sulle etichette ci sia il ritratto del capocuoco — lo interruppe Berryman, sogghignando.

Hollis non gli fece caso, e continuò: — Il fatto che il compartimento abbia una temperatura inferiore a quella media dell’Astronave, e che molti armadi siano superrefrigerati, depone a favore della teoria del cibo. Quello che mi lascia perplesso è la foto del Tre sulla grande porta di quell’armadio refrigerato; senza contare gli utensili, la posateria e tutto l’assortimento dei piccoli pacchi all’interno, che presentano anch’essi l’immagine di un Tre. Che il Tre rappresenti una ghiottoneria?

Drew scosse la testa.

— Nelle nostre case non teniamo il caviale nel cassetto dei coltelli.

McCullough, rimasto soprappensiero mentre il fisico parlava, disse all’improvviso: — Io penso che certi pacchetti siano troppo piccoli e troppo bene avvolti per contenere cibo. La posateria è troppo appuntita, e sui pacchetti che la contengono c’è l’emblema di un Tre stilizzato. A me suggerisce… Quale animale associate alla medicina e ai compiti di soccorso?

— La croce… No, avete detto animale — fece Hollis. — Il serpente! I serpenti attorcigliati sul bastone di Esculapio. Oppure… pensavate al San Bernardo?

McCullough fece un cenno affermativo, e Berryman cominciò a carezzare il Tre che gli si era aggrappato ai fianchi.

— Simpatica bestiola — disse sorridendo.

Ma la maggior parte dei compartimenti che visitavano, li lasciavano perplessi e non fornivano nessuna informazione utile.

Erano grandi locali che contenevano otto, dodici, e a volte sedici grossi cilindri, di uno strano materiale plastico, sospesi al centro del soffitto per mezzo di cavi flessibili. I cilindri misuravano circa tre metri di lunghezza, ed erano circondati, a intervalli, da bande di materiale gommoso di circa trenta centimetri, che davano al cilindro stesso l’aspetto di un bruco. All’interno, il cilindro era ricoperto da una spessa imbottitura.

I compartimenti erano completi d’impianto d’illuminazione, di armadi e di vari oggetti misteriosi, la cui forma e colore erano molto meno funzionali di ogni altra cosa vista sullo scafo. Invariabilmente, le porte degli armadi portavano il disegno di un Tre stilizzato; e all’interno alcuni dei pacchi erano stati manomessi e il loro contenuto era stato evidentemente usato. In alcuni compartimenti c’erano foto appese alle pareti. Erano fotografie grandi e confuse, in cui sembrava di vedere piante che crescevano orizzontalmente, e con dei rami che si piegavano quasi a formare nuove radici; o c’erano cumuli di qualcosa di somigliante a spaghetti di molti colori. Altre illustrazioni coprivano tutta la parete, raffiguranti qualcosa che somigliava al marmo, o a una corteccia rugosa.

A volte, l’accurata ricerca in quei compartimenti portava alla luce libri dimenticati o scartati, diagrammi, e fotografie. Nessun libro era illustrato: i diagrammi erano puramente tecnici e le fotografie lasciavano ancora più perplessi, dal momento che ritraevano oggetti, o esseri, o avvenimenti completamente sconosciuti.

— Io — commentò Hollis malinconicamente rigirando tra le dita una di quelle foto nel vano tentativo di trovare l’esatto punto di vista — vorrei che fossero stati un po’ più disordinati. Frugando nel cestino della carta straccia, si possono scoprire molte cose sulle persone.

— Se questi cilindri sono delle specie di amache tubolari — disse Berryman a McCullough — e non vedo cos’altro possano essere, l’unico extra-T che presenti dimensioni adatte a occuparlo, è quel grosso bruco che abbiamo trovato mezzo divorato nella gabbia degli animali. Però, quello che veramente mi preoccupa è il numero di questi compartimenti-dormitorio, e il numero delle amache che c’è in ciascuno. A che cosa serviva questo scafo? Al trasporto di truppe? Era adibito a qualche progetto di colonizzazione fallito?

— Di solito un grande scafo ha bisogno di un equipaggio numeroso — osservò Drew. — Ma dove diavolo è andato a finire questo equipaggio?

McCullough scosse la testa.

— Secondo me doveva essere, ed è tuttora, un equipaggio molto ridotto. Se fossero stati in molti al momento della fuga dei Due, noi ne avremmo trovato le tracce… Carcasse, ossa, resti non mangiabili. Come quella specie di bruco sia capitato nella gabbia, io non lo posso sapere, però…

— Supponiamo che non fosse stato intelligente — disse Hollis — ma che appartenesse a una specie fisica che somigliava agli esseri intelligenti. Prima di mandare un essere umano nello spazio, noi abbiamo fatto gli esperimenti con le scimmie, perché il loro metabolismo e…

— Per amore del cielo — lo interruppe McCullough, irritato — la situazione è già abbastanza complicata! La mia idea è questa. I dormitori erano usati dagli esseri che hanno costruito lo scafo, i quali se ne sono andati al termine del lavoro. Forse i compartimenti dovevano servire ai coloni o ai passeggeri di un viaggio successivo, ma non di questo. L’Astronave era, anzi è, al suo viaggio inaugurale.

— E, dato che i comandi sembrano essere completamente automatici — soggiunse Berryman — l’equipaggio doveva essere di conseguenza molto ridotto.

— Voglio che tutti ascoltiate di nuovo il nastro magnetico — disse McCullough.

Riascoltarono il grugnire dei Due nella gabbia, i rintocchi, il ronzio e le due voci straniere. Come i Due, anche loro potevano trascurare una delle voci e i rintocchi di accompagnamento, dato che doveva essere quasi di certo una sequenza registrata di avvertimento di trasmissione. Il ronzio poteva provenire da una macchina che funzionava male; solo che nessuna macchina avrebbe fatto un rumore del genere. Hollis e Berryman avanzarono l’idea che poteva trattarsi di una musica suonata negli alloggi della seconda voce. Il suono poteva provenire da un certo numero di strumenti ad arco; però l’estensione e il tono erano pazzeschi.

Quindi, con tutta probabilità, si trattava dello straniero intelligente.

— Io sono del parere che sull’Astronave sia rimasto un solo extra-T intelligente — disse McCullough, mentre si preparavano a uscire dal compartimento — e che si trovi in cattive condizioni fisiche e mentali. Ma, per poterlo aiutare, abbiamo bisogno di maggiori informazioni sul suo mondo, sulla sua società, sulle sue relazioni con i compagni e con i membri del sesso opposto: dei sessi opposti, nel caso che fossero più di due. Dobbiamo sapere il più possibile su di lui. In qualche angolo dell’Astronave ci deve essere una fotografia di famiglia…

— La psicoterapia è rischiosa anche con gli esseri umani — osservò Berryman con calma. — Tentarla su un essere straniero mentalmente malato mi sembra… mi sembra…

— Una follia — finì Hollis.

Drew non disse niente. Da quando McCullough lo aveva salvato non si era più messo in contrasto con il dottore. Però, a volte, come in quel momento, la sua faccia diventava completamente priva di espressione.

Per stabilire il contatto con lo straniero, pensò McCullough, loro dovevano essere certi che questo essere sapesse comportarsi razionalmente, e mostrargli che gli erano amici. Il fatto di aver liberato l’Astronave dalla maggioranza dei Due doveva essere una prova delle loro buone intenzioni, ma solo se l’essere era lucido in modo sufficiente da apprezzare e capire ciò che loro stavano facendo. Quell’essere possedeva, o aveva posseduto, un’arma. Perché, allora, non usciva dal suo nascondiglio per aiutarli a sterminare i Due?

Avevano bisogno di maggiori informazioni. Il guaio era che dovevano continuamente combattere per entrare in possesso di dati, e c’era il pericolo che qualche informazione assolutamente priva d’importanza potesse costare la vita di qualcuno.

Comunque, il materiale che inviavano al Controllo era di grande valore. I rapporti e le fotografie delle etichette disegnate sugli involucri di cibo e i libri avrebbero scatenato un parossismo di gioia tra gli esperti linguistici di tutto il mondo; per non parlare del metodo usato per conquistare l’amicizia della forma di vita Tre, e della loro successiva attività in collaborazione. C’erano anche abbondanti informazioni sugli equipaggiamenti dell’Astronave e sui sistemi di controllo. Cosa per cui Brady non avrebbe potuto sollevare nessuna obiezione.

Naturalmente, non potevano riferire tutto. Parte dei guai dovevano tenerseli per sé.

Hollis, nelle rare occasioni in cui aveva la possibilità di dormire, cominciò a piangere nel sonno. Drew raccolse e addestrò più Tre di quanti non ne avesse veramente bisogno per difesa. Quando si muoveva, era circondato da una falange ondeggiante di Tre, e, prima di addormentarsi, li carezzava tutti fino a che non lo avvolgevano completamente in un bozzolo di pelo. Berryman e McCullough si facevano la guardia l’un l’altro, e parlavano dei problemi fisici e psicologici, individuali e di gruppo, dei significati che stavano dietro gli incubi cui tutti erano soggetti, e della loro vecchia vita, pubblica e privata. Discutevano di tutto ciò con una finta obiettività che non ingannava nessuno dei due. Ciascuno aspettava il crollo dell’altro, traendo nuova energia da questa attesa.

Le volte che si svegliavano gridando e tremando non si contavano più; ormai tutti soffrivano di incubi.

Anche Walters era infelice, tagliato fuori da tutto e in contatto solo con la voce del Controllo Prometeo. Ma quella voce gli suonava adesso più nervosa e falsa. Il pilota era disperatamente preoccupato per la sicurezza dei suoi amici… Dei suoi unici amici, cioè degli uomini che si trovavano sull’Astronave. Durante i loro frequenti contatti radio, dato che in quei giorni era impossibile a McCullough fargli visita, lo sforzo che si sentiva nella sua voce era quasi tangibile.

Il generale e la psichiatra cominciavano di nuovo a preoccuparlo. Dicevano che le argomentazioni di McCullough circa la possibilità che i compartimenti dormitorio fossero stati usati dai costruttori dell’Astronave, potevano adattarsi anche a un’altra teoria forse più logica: e cioè che le amache tubolari fossero destinate a una coppia di Due, e che i Due fossero stati l’unico equipaggio dell’Astronave. Walters non volle seccare il dottore riferendogli questi sproloqui; ma certe volte il generale riusciva quasi a essere convincente.

Walters cominciò a odiare il generale; e questo lo si poteva capire dalla sua voce.

20

Un giorno i terrestri furono costretti a cercare rifugio in una sala che era più elegante di ogni altra, sia esteticamente sia strutturalmente. La sala conteneva solo due amache tubolari; gli armadi e gli altri oggetti erano molto meno funzionali di quelli soliti, e alle pareti erano appesi una infinità di quadri. Leggerissimo, in sottofondo, si udiva un ronzio, simile a un lamento. Era un suono che avevano sentito una volta soltanto, ma che non avrebbero mai potuto dimenticare.

In quel compartimento, lo scheletro delle strutture non era visibile, e le parti metalliche e le tubature erano troppo ben nascoste dai pannelli per permettere di appoggiare l’antenna a una parte metallica e mettersi così in contatto con Walters. Di conseguenza, McCullough non riuscì a comunicare al pilota la meravigliosa scoperta che avevano fatta e a farlo partecipare alla discussione che seguì.

— Sono alloggi dell’equipaggio — disse Hollis — non c’è dubbio. Però non credo che questa sala servisse solo per dormire… L’arredamento è troppo diverso, e ci sono troppi quadri. Riempire una camera da letto di quadri è una cosa di dubbio gusto…

— Quindi, si tratta di una camera da letto matrimoniale — concluse Berryman.

— Siate serio, una volta tanto — replicò Hollis. — Io sto cercando di fare il punto su questo. Nell’Astronave c’è spazio a sufficienza per offrire ai membri dell’equipaggio camere separate per dormire, mangiare, soggiornare, e così via… Questo compartimento, sorprendentemente piccolo in uno scafo enorme, sembra combinale tutte e tre le funzioni. Forse traggo una conclusione avventata, comunque io credo che gli extra-T preferiscano alloggi piccoli e graziosi. Questa stanza sembra… sembra l’illustrazione di un nido, oppure… bah, rinuncio.

— Io sono soltanto uno psicologo dilettante — disse Berryman — uno psicologo dotato, naturalmente… ma sono d’accordo su questo punto. Però, la domanda è questa: se l’equipaggio preferisce vivere in piccole e graziose stanze all’interno di una grande Astronave… e con tutti i Due che circolano per i corridoi, chi lo può biasimare… se non c’è nessuno in casa?

Dalla porta, dov’era di guardia davanti al pannello trasparente, Drew disse: — I Due se ne stanno andando. È passato un Tre, uno dei tappeti volanti che non siamo ancora riusciti a conquistare, e i Due si sono lanciati all’inseguimento. Posso chiudere la porta?

— Non ancora — rispose McCullough.

Era stato troppo occupato con la macchina fotografica, per poter seguire la discussione, e tentava invano di emulare l’apparecchio per imprimersi nella mente lutto ciò che vedeva. Ma non era tanto eccitato o curioso, da dimenticare le precauzioni, né la sua teoria, abbastanza fondata, che gli extra-T fossero malati di mente e in possesso di un’arma da offesa.

Potevano essere più pericolose le creature intelligenti che non i Due affamati. McCullough aveva dato ordine di lasciare socchiuse le porte scorrevoli, per favorire una rapida fuga.

McCullough tossicchiò, poi disse: — A costo di somigliare al generale Brady, io direi che prima di fare una mossa per comunicare con l’equipaggio, ci conviene esaminare attentamente i nuovi dati che abbiamo la possibilità di raccogliere.

Tutti, a eccezione di Drew, tornarono indietro per studiare ciò che c’era nella stanza. Si ricordarono diverse volte a vicenda che, con tutta probabilità, stavano esaminando degli oggetti personali, e che quindi li dovevano trattare con grande cura. A volte, scoppiavano a ridere senza una ragione apparente, o gridavano eccitati, o si parlavano a bassa voce, come se qualcuno li potesse ascoltare.

Oltre all’armadio dei medicinali, con il simbolo del Tre, c’era uno scaffale a parete che conteneva delle bobine di nastri magnetici, o di film, sorprendentemente simili a quelli della Terra. Un altro armadietto, con grande disappunto degli uomini, conteneva dei libri non illustrati. Un altro ancora conteneva dei tubi di plastica flessibile, pieni di una sostanza liquida, o semiliquida, dall’odore pungente.

— Probabilmente è un liquore, o una crema di bellezza — disse Berryman, strisciando fuori da uno dei letti. Aveva ispezionato l’interno di tutte e due le amache. Quando ebbe liberato anche le gambe soggiunse: — Sono abbastanza comode. Però puzzano e sono umide. Quando ci si appoggia alle pareti, l’imbottitura secerne qualcosa che puzza come… come… È un puzzo di umidità, per niente gradevole.

McCullough si avvicinò per controllare. Per poterlo fare fu costretto a farsi largo in mezzo a diversi Tre. Ma gli animali continuavano ad agitarsi davanti a una sola delle due amache. Improvvisamente, si ricordò che i cani si eccitavano all’odore del loro padrone, o all’odore di un vestito o di un oggetto di proprietà del loro padrone. Uno di quei letti doveva essere stato occupato di recente, altrimenti i Tre non si sarebbero agitati tanto. Tornò indietro per esaminare gli enigmatici quadri.

Quasi tutti rappresentavano una pallida vegetazione senza foglie, che si stagliava contro uno sfondo scuro macchiettato, o contro qualcosa che somigliava a una corteccia. Nei quadri, malgrado una definita sensazione di profondità, non esisteva né media distanza, né orizzonte. McCullough immaginò che fossero delle specie di nature morte. Però, c’erano due quadri che avevano tutto. C’era ampiezza, prospettiva, e un dettaglio quasi fotografico. Una mostrava la pianta, o l’oggetto, o qualsiasi cosa fosse, che loro in un primo tempo avevano scambiato per un mucchio di spaghetti multicolori. Sullo sfondo si allungava una fila di alberi e di nuvole che davano un senso di grande spaziosità. Un altro rappresentava degli alberi con strane foglie, un folto sottobosco, un Due in corsa, e un cielo incredibilmente luminoso. Quel quadro diede molte risposte circa la forma di vita Due.

“Il cervo extra-T braccato” pensò McCullough.

Ora poteva dire con sicurezza al generale Brady che i Due erano animali, e non creature intelligenti. Questa certezza, che avrebbe tolto un peso dalla mente di chiunque, lasciava sempre a McCullough il problema del mettersi in contatto con gli extraterrestri intelligenti che si trovavano sullo scafo. Improvvisamente, si sentì pieno di paura e di incertezze. Non voleva quella responsabilità, e non voleva prendere quella decisione… Non subito, almeno.

Entro un paio d’ore, forse. O giorni…

In quel momento voleva essere certo di tutto. Voleva del tempo, per esaminare ogni cosa, vecchia o nuova, e per discuterla con calma, in ogni dettaglio possibile. Questa volta non si poteva permettere di premere il bottone psicologico sbagliato, perché era fermamente convinto che, sull’Astronave, doveva esserci un solo extraterrestre intelligente, e che le sue condizioni fisiche e mentali non dovevano essere buone.

Fu costretto a un tremendo sforzo per mantenere la voce sicura e ferma.

— Tutti fuori — ordinò. — Dobbiamo riferire le novità a Brady e decidere la nostra prossima mossa. Questa volta non ci possiamo permettere uno sbaglio. Chiamate i Tre e andiamo. Presto!

Ma i Tre non si volevano muovere. Ci vollero dieci minuti di carezze e incitamenti, per convincerli a staccarsi dall’amaca cilindrica. Nel frattempo, Drew aveva riferito che i Due si stavano nuovamente adunando in fondo al corridoio, e aveva chiesto il permesso di chiudere la porta. Berryman, con i suoi Tre avvolti attorno al corpo come una pelliccia, continuò a curiosare nella stanza.

All’improvviso gridò: — Da questa parte!

Aveva aperto lo sportello di uno dei numerosi armadi a muro e si era trovato davanti a un corto corridoio. In fondo, c’era un’altra porta con il pannello trasparente. Oltre la porta, una stanza buia in cui si vedevano brillare miriadi di lampadine che si accendevano e spegnevano, come stelle addestrate. Mentre guardavano, un’ombra nera si mise tra loro e un certo numero di stelle.

— Fuori! — gridò McCullough. — Presto, e chiudete bene la porta alle spalle!

— Ma ci sono dozzine di Due! — avvertì Drew con rabbia. — Sembrano nervosi. Non li ho mai sentiti grugnire in quel modo.

— Uscite!

Quando la porta del compartimento fu chiusa alle loro spalle, McCullough cercò di spiegare il motivo che lo aveva indotto a farli uscire da una sala relativamente sicura, per affrontare una situazione terribilmente pericolosa. Ma gli altri erano troppo in collera per parlare, e in fondo al corridoio c’erano troppi Due per distogliere gli occhi e guardare McCullough. Probabilmente, lo stavano odiando per la sua stupidità, o per la sua codardia. O per tutte e due. McCullough, però, oltre alla paura di trovarsi faccia a faccia con lo straniero, aveva avuto anche il terrore di un’altra possibilità.

Si era improvvisamente ricordato del presunto membro dell’equipaggio divorato, che avevano scoperto nella gabbia, e aveva avuto la visione di ciò che avrebbero fatto i Due se fossero riusciti a penetrare nell’ultimo compartimento.

Si domandò se lo straniero, sempre supponendo che fosse in grado di ragionare, avesse considerato il suo comportamento come una reazione di codardia. Ma, anche se il dolore per la perdita di quello che doveva essere il suo compagno, la solitudine, la paura di trovarsi in uno scafo infestato dai Due, e le probabili ferite lo avevano portato alla pazzia, o molto vicino, la reazione di un codardo doveva essere comunque rassicurante. Niente può infondere coraggio a un codardo più del trovarsi di fronte a un individuo più codardo di lui. McCullough si rese anche conto, però, che non poteva curare lo straniero, o comunicare con lui, fuggendo.

Sulla Terra il trattamento psichiatrico dei malati di mente molto gravi otteneva soltanto dei successi limitati. Così, quali possibilità poteva avere un dottore, che non era neppure uno psicologo, di curare un paziente le cui immagini archetipe non erano del suo mondo, i cui simboli fallici erano irriconoscibili, e la cui cultura conteneva, con tutta probabilità, un cumulo di teorie psicologiche molto più complesse e contraddittorie di quelle correnti sulla Terra? Naturalmente, doveva esistere una forma di terapia relativamente semplice. L’equivalente extra-T, della fossa dei serpenti, dove i pazienti si curavano da soli con il solo aiuto di gente inesperta, ma dotata di una carica di simpatia.

Ma quello era chiedere troppo. In quel momento, McCullough aveva bisogno di consigli e dell’assistenza di uno specialista della Terra.

— Torniamo alla camera stagna — disse. — Dobbiamo metterci in contatto con Walters e con Brady. Presto!

I Due attaccarono mentre stava ancora parlando. Riempirono il corridoio di corpi che si urtavano, e di tentacoli sferzanti.

Nella confusione generale, prima di uscire dal corpo a corpo, Drew e Hollis ne uccisero tre, e Berryman uno. McCullough ne ferì gravemente due e perse il contatto con il suo Tre, dopo che la creatura pelosa si era avventata contro un Due che aveva tentato di attaccarlo alle spalle. All’improvviso, se la rivide accanto durante la ritirata lungo il corridoio. Allungò un braccio e se la tirò sulle spalle, come un grande mantello peloso.

A un tratto, si trovarono in trappola. Un gruppo di Due sbucò da un incrocio di corridoi e avanzò verso di loro: gli animali saltavano sulle reti mulinando i tentacoli.

— Qui dentro! — gridò Berryman.

Teneva aperta una porta scorrevole di un grande compartimento dormitorio. Entrarono camminando all’indietro e tennero le lance distese, per allontanare i Due. Dopo qualche secondo, riuscirono a chiudere la porta, che si piegò paurosamente sotto la carica furiosa dei Due. Comunque, non uscì dalle guide. Drew e Berryman infilarono le lance nelle fessure ai lati della porta e continuarono a colpire, stando al riparo. Uccisero quattro animali, senza per altro scoraggiare gli altri. Hollis e McCullough fecero una rapida ispezione del compartimento. Le due più importanti scoperte furono una seconda uscita e, in un angolo, una rivista illustrata.

Le riproduzioni a colori e i significati erano strani. I caratteri erano più strani ancora, per non parlare del motivo in rilievo agli angoli inferiori esterni delle pagine, destinati evidentemente a stranieri forniti di dita ossee. In qualche modo la rivista somigliava però a una qualsiasi rivista illustrata della Terra. McCullough la esaminò attentamente e discusse con gli altri. Voleva fotografarla, pagina per pagina, e incaricare Walters di trasmettere le foto sulla Terra per ottenere il parere di qualche esperto.

Ma, alle loro spalle, i Due si stavano ormai aprendo un varco nella porta scorrevole. McCullough piegò con cura la rivista e l’infilò tra la schiena e le bombole dell’aria; poi fece strada fino all’altra uscita.

Continuarono a entrare e uscire dai compartimenti. Alcuni erano grandi dormitori comunicanti con diverse uscite; per diversi minuti i quattro uomini fecero perdere le loro tracce ai Due: ma in quel momento si erano completamente persi anche loro.

— Berryman — disse McCullough, afferrandosi a un’amaca per riprendere fiato — cercate una tubatura che ci permetta il contatto radio con Walters. Hollis, aiutatelo. Intanto pensate a un sistema rapido per riparare il generatore. Mentre cercate di mettervi in comunicazione con il P-Uno, io incido il rapporto per il generale.

Ma dopo qualche minuto, i Due cominciarono a percuotere la porta, costringendo gli uomini a spostarsi.

Drew lanciò una tremenda imprecazione, e disse di non capire cosa poteva aver eccitato i Due in quel modo. Di solito erano feroci e combattivi, ma ora, per raggiungere gli esseri umani, si stavano letteralmente uccidendo, fracassando i loro stessi gusci contro le porte metalliche e infilandosi l’un l’altro con gli aculei. Era come se fossero in preda a uno spaventoso isterismo, che aumentava di minuto in minuto.

Doveva essersi risvegliato in loro una specie d’istinto omicida, pensò McCullough, mentre correva verso un altro compartimento. Un istinto che doveva essere profondamente radicato, dal momento che quei Due rappresentavano quasi di certo la seconda o terza generazione, rispetto a quella salita a bordo dell’Astronave all’inizio del viaggio.

Il rapporto venne finalmente completato in un momento in cui i Due, i quali non riuscivano a liberarsi dal condizionamento che li spingeva a raggiungere i distributori all’ora dei pasti, se ne erano andati. Berryman trovò una tubatura del sistema idraulico del portello da carico, e disse che sarebbe stato possibile un ottimo collegamento con lo scafo. Il pilota collegò l’antenna. Dall’altra parte, qualcuno stava già parlando. Alzò il volume.

La voce di Brady, lontana e distorta, gracchiò furiosamente: — Ciò che avete detto è abbastanza grave. Siete un incosciente, irresponsabile e criminale, se si considera la nostra posizione politica attuale… E non mi riferisco al tono, che potrebbe essere definito da insubordinato, da ammutinato! Ma queste foto, quella carneficina a sangue freddo di creature che sono senza dubbio intelligenti… Voi avete taciuto, McCullough non ha neppure il coraggio di parlarmi, e non mi meraviglio! L’uccidere i Due è diventata un’arte, e a giudicare da queste foto…

— Walters! — chiamò McCullough.

— … il praticare questa nuova arte è fonte di gioia! Voi agite come dei barbari, e non come degli esseri civili. Non potete nemmeno invocare la scusa della insanità mentale, perché le vostre azioni sono compiute con troppo sangue freddo, e sono studiate con troppa cura. Viltà morale, che non può essere una scusa, e megalomania! Ecco cosa ci affligge. Voi avete fatto uno sbaglio, McCullough, mi sentite? Avete fatto uno sbaglio con i Due, fin dall’inizio, e piuttosto di ammetterlo siete pronto a trucidarli tutti! Vi voglio parlare, dottore. So che avete paura di ascoltare, ma…

— Interrompete il contatto, Walters. Vi voglio parlare! — gridò McCullough.

— … la spiegazione esatta è sempre la più semplice, non la più complicata. Pensate a questa teoria, dottore. L’ha sviluppata della gente che conosce il suo mestiere, e si adatta anche ai fatti. I grandi dormitori sono stati costruiti per un gran numero di Due. Forse si trattava di un progetto di colonizzazione, o di un trasporto di truppe, o semplicemente di un’Astronave che aveva bisogno di un numeroso equipaggio. Quelle amache possono servire a una coppia di Due… Non lo avete mai considerato? Poi, durante la prima parte del loro viaggio, quando erano ormai diretti verso questo sistema solare, è successo qualcosa.

“Qualsiasi catastrofe sia successa, non è stata di certo fisica. Il risultato finale è stato un processo di involuzione culturale che ha portato l’equipaggio al livello degli animali. Sono entrati, non usciti, nelle gabbie degli animali in cerca di cibo; e possono anche essere scesi alla pratica del cannibalismo. Ma non hanno dimenticato i loro primi insegnamenti… o gli insegnamenti dei loro antenati… perché reagiscono con violenza contro gli individui che minacciano l’Astronave.

“Vi posso anche fare una predizione basata su questa teoria, McCullough. È questa. Più vi avvicinerete al centro di controllo dell’Astronave… che adesso i Due devono considerare come una zona sacra e tabù, anche se non sanno il perché… più la loro ostilità verso di voi diventerà feroce.”

Berryman, Hollis e Drew stavano guardando McCullough. Avevano le facce ceree e riflettevano le stesse tenibili paure, colpe e incertezze che tormentavano McCullough. Non poteva essersi sbagliato in quel modo, pensò con disperazione il dottore. Non doveva ascoltare!

— … oltre gli appelli alla ragione. Attraverso il vostro comportamento, il mondo giudica noi, la nostra nazione, e tutti quelli che la abitano. Però a voi questo non interessa, vero? Bene, a noi non interessa niente di voi! Credetemi, se dirigessimo fuori rotta i due razzi di rifornimento, nessuno ci verrebbe a criticare. Abbiamo vergogna di voi, McCullough, e del vostro branco di assassini. Non siete altro che dei cani rabbiosi! Ci disgustate!

Walters ridusse il volume, e la voce di Brady scomparve.

Comunque fecero in tempo a sentire: — … qui nessuno vi vuole. Chiaro? Non vogliamo vedervi tornare!

21

L’angoscia può assumere diverse forme, pensò McCullough. Può andare dalla semplice preoccupazione per un possibile dispiacere futuro al profondo dolore per la perdita di una persona cara: in questi casi si tratta però di emozioni precise, semplici, anche se di elevato grado di intensità. Gli astronauti del Prometeo si trovavano invece di fronte al tormentoso, quasi fisico dolore provocato dal tradimento di un amico fidato che si trasforma all’improvviso in un nemico all’ennesima potenza: non si trattava infatti soltanto del tradimento dei loro amici personali di Prometeo, ma quello di tutta la loro sporca razza.

Dalle espressioni sconcertate dei suoi compagni, McCullough capì che si potevano prevedere solo due reazioni: rabbia, con conseguente rivolta, oppure profondo senso di colpa, con conseguente disperazione.

Sull’Astronave, quegli uomini avevano sopportato troppe cose, e avevano superato troppi pericoli fisici, per morire di crepacuore, pensò McCullough, però non era certo di poter credere a se stesso. Non gli riusciva più di credere a niente.

Un colpo metallico alla porta lo avvertì che i Due, resi forse ancora più furiosi per il fatto di non avere trovato cibo, stavano tornando. Improvvisamente si domandò se un essere intelligente poteva essere sceso così in basso da ridursi a mangiare il cibo degli animali. Si convinse di sì. Comunque la teoria di Brady era troppo semplice. C’erano fatti che non la spiegavano.

Uno dei fatti, poi, era addirittura ovvio.

— Io non sono uno psicologo — affermò McCullough, cercando di controllare la sua gioia — però sono convinto che una persona intelligente non può mai dimenticare come si apre una porta.

Si girò verso la radio e si rivolse a Walters: — Così, avete inviato le fotografie di noi che lanciamo i Due nello spazio. Però posso immaginare alcune cose che il generale vi ha detto per convincervi a farlo; quindi, non vi preoccupate. Mettetemi in contatto con la trasmittente. Devo parlare col generale.

Aveva parlato al pilota con calma. Ma quando si rivolse al generale, la collera gli trasformò completamente la voce.

— Ci fate pena, generale Brady — disse. — Ci fate pena tutti. Sarebbe una menzogna dire che non proviamo verso di voi anche collera e disgusto. I fatti del contatto con la cultura extraterrestre sono stati riferiti a voi e a tutti. Voi avete paura. I significati vi cominciano a essere chiari soltanto ora. E vi sentite colpevole e pieno di vergogna, perché le cose possono essersi svolte in un modo sbagliato. È un momento molto scomodo per tutti voi, ma i vostri sentimenti e i dubbi di coscienza ve ne danno credito. Ma voi, generale, e tutti voi, vi sentite così a disagio, da voler evitare tanto la responsabilità, quanto la colpevolezza, scaricandole su di noi. Poi, con tutta probabilità ci sconfesserete seppellendo e dimenticando l’intera faccenda.

“Non c’è niente di originale in tutto questo” continuò McCullough. “È un chiaro caso che i vostri occhi e le vostre mani vi scandalizzano; e voi, allora, citate la più alta Autorità possibile riguardo le vostre successive azioni al riguardo. Se il tuo occhio destro ti scandalizza, fallo schizzare fuori. Se la tua mano destra ti scandalizza, tagliala e gettala lontano, e così via. Ma se ci pensate bene, vi renderete conto che questa non è un’analogia corretta. Noi non siamo soltanto i vostri occhi e le vostre mani; noi siamo la rappresentazione tipica di tutti gli abitanti della Terra. Ecco cosa vi preoccupa veramente, e lo sapete! Ciò che noi proviamo verso gli stranieri è ciò che avreste provato voi nelle stesse circostanze. Voi sapete che è vero, però non volete affrontare la realtà. Al contrario, ci state trasformando in capri espiatori.

“Noi qui facciamo del nostro meglio per risolvere la situazione” continuò, con più calma. “Siamo meglio qualificati per valutarla, dato che ci troviamo sul posto, e siamo convinti di agire nel migliore dei modi. Abbiamo preparato un rapporto pieno di importanti nuove informazioni. Lasceremo il nastro in una cassetta a prova di Due: vi verrà trasmesso mentre tenteremo di raggiungere e riparare il generatore danneggiato. Nello stesso tempo, Due permettendo, cercheremo di metterci in contatto con gli esseri intelligenti, o, con tutta probabilità con il solo essere intelligente dell’equipaggio.

“Intanto, generale, lasciate in pace Walters! Quello che state facendo nei suoi confronti è criminale e stupido. Non è assolutamente responsabile delle nostre azioni all’interno dell’Astronave. È solo, rimane tagliato fuori dai contatti radio con noi per giorni interi, senza sapere se siamo ancora vivi o se siamo morti; e ora è convinto che a voi non interessa cosa gli può succedere. Se volete capire la sua posizione, domandate qualcosa ai medici spaziali… Si trova sull’orlo di un pauroso collasso psichico.

“Potete considerare anche la nostra posizione. Abbiamo due sole tute intatte, siamo costantemente attaccati o costretti a nasconderci per evitare i Due; e alcuni di noi non dormono da tre giorni. Ora ci siete contro e minacciate di far dirottare i razzi di rifornimento. Non è leale. Siamo lontanissimi da casa, e voi siete in vantaggio su di noi letteralmente di un miliardo contro uno. Se le tute di ricambio non arrivano, noi non potremo mai uscire dall’Astronave…”

McCullough s’interruppe. La voce gli si era fatta tremula e il rendersene conto lo mandò in collera. Nell’espressione degli altri poteva vedere la loro stanca disperazione, e poteva sentire i Due che riprendevano l’attacco alla porta, Ma non fu per questo motivo che alzò la voce.

— Se ci abbandonate qui, per disgrazia o per calcolo, stampatevi in mente questo. Noi, dal giorno in cui si è perso il razzo dei rifornimenti, abbiamo vissuto con il cibo e l’acqua rigenerata degli extra-T. Il cibo, quando si ha fame, diventa abbastanza gradevole, e il sapore dell’acqua è dovuto soltanto al fatto che molte volte pensiamo a quali ne sono le origini. A ogni modo, possiamo restare qui se necessario. Possiamo andare al pianeta di provenienza dell’Astronave e… vedere cose che nessun essere umano della storia ha mai viste.

“Quindi voi ci potete respingere, generale” concluse con rabbia “o abbandonare, o farci qualsiasi altra cosa… perché noi ce ne potremo andare!”

Dopo qualche minuto uscirono dalla seconda porta, dirigendosi in quella che speravano fosse la direzione verso la cupola del generatore. Nelle cuffie di Berryman e di Hollis, che controllavano la trasmissione del nastro, la voce stereofonica e lontana di McCullough sembrava un duetto. Se si fosse interrotta, significava che la cassetta contenente la radio e il registratore non era poi a prova di Due, come avevano sperato.

“… le nostre deduzioni circa la forza di gravità del pianeta di origine” stava dicendo la voce “le condizioni atmosferiche e ambientali sono state confermate dalle foto appese alle pareti dei quartieri di alloggio e dalla rivista. Circa gli alloggi, tuttavia…”

— Da che parte? — domandò Berryman. — Non riesco a capire se andiamo verso prua, verso poppa, o verso le fiancate.

McCullough sentì i Due irrompere fuori dal compartimento che avevano appena lasciato. Quegli animali erano dei veri segugi extraterrestri.

— A destra, credo.

“… il personale dei costruttori doveva vivere a bordo, e ha lasciato gli alloggi, piuttosto spogli, al termine del lavoro. Il gran numero di magazzini vuoti, quartieri di residenza, e soprattutto il fatto che i portelli d’ingresso e i circuiti d’illuminazione siano a comando locale, e non centralizzato, e che non ci siano linee di comunicazione permanenti tra i diversi compartimenti, ci convince che sono stati usati soltanto dalle squadre dei tecnici.

“È molto probabile che le grandi dimensioni dello scafo fossero dettate dalla potenza dei generatori iperdrive, e che, in questo primo volo, gli extraterrestri abbiano impiegato lo scafo come sonda interstellare con guida automatica, apparecchiature di rilevamento, e un certo numero di animali da sperimentare nello spazio, e alcune creature, poco più che intelligenti, da sottoporre agli stessi esami. Ci sono indicazioni che l’equipaggio non ha il minimo controllo sull’Astronave, e che, all’inizio, contava soltanto due creature…”

Imboccarono un lungo corridoio che sembrava andare nella direzione sbagliata. Tutti i Due dell’Astronave dovevano essere alle loro calcagna, ma non si vedevano ancora.

“… Abbiamo stabilito che la forma di vita Due non è intelligente perché non ha un linguaggio organizzato, e non ha l’abilità manuale nell’aprire e chiudere le porte o manovrare gli interruttori della luce. Inoltre, non ha nessuna inclinazione nel comunicare. Qui devo fare presente la nostra convinzione che una specie intelligente con cui si viene in contatto per la prima volta deve concedere un certo limite di comportamento anticonvenzionale, e non reagisce con tanta e continua violenta ostilità. Alla luce di queste considerazioni, noi pensiamo che gli animali in gabbia…”

— Se ci muovessimo verso le fiancate dovremmo attraversare più incroci — disse Hollis. — Uno a ogni livello di ponte.

I Due erano di nuovo in vista alle loro spalle, e rotolavano lungo il corridoio come nuvole di un uragano. Al contrario degli umani, loro non avevano la preoccupazione di non urtarsi per non danneggiare le tute. E si avvicinavano rapidamente.

“È ovvio che i Due sono scappati dalle gabbie e che hanno sterminato tutte le altre forme di vita esistenti, a eccezione dei Tre che, per quanto non ostili verso di noi e verso l’extra-T intelligente, si sanno difendere dai Due. I Due sono cresciuti senza un freno, nutrendosi ai distributori di cibo e di tutti gli animali da esperimento che erano sfuggiti alla prima carneficina, regolando il loro numero con l’abitudine di lottare e mangiarsi tra di loro.

“Una delle carcasse che abbiamo trovate nella gabbia degli animali era di una creatura a forma di bruco. Non doveva certamente appartenere a quel luogo. Tutto attorno, c’erano carcasse di Due. Oltre ai segni di essere stati divorati, avevano le ossa perforate dai proiettili di una grossa arma da fuoco.

“È chiaro che la forma di vita bruco, intelligente, come abbiamo potuto provare in seguito, è stata uccisa mentre cercava di contenere la fuga dalle gabbie. L’arma può essere stata usata da questa creatura contro i Due e in seguito, recuperata dalla seconda creatura intelligente; può darsi anche che il secondo extra-T abbia usato l’arma nel tentativo di salvare il compagno, o per vendicarlo.”

— Non va bene — disse Hollis senza più fiato, da un altro compartimento. — C’è una porta sola.

Potendo difendere la porta dall’attacco dei Due, la sala avrebbe dato loro protezione all’infinito, ma contro le pareti dei dormitoli e dei magazzini non c’erano reti, e loro non avevano la possibilità di tenersi saldi per combattere. Se i Due fossero riusciti a entrare, il risultato poteva essere soltanto un vortice di corpi, di lance e di tentacoli. E la maggior parte delle perdite si sarebbe avuta dalla parte degli umani.

Se dovevano affrontare i Due, conveniva farlo nel corridoio.

“… Prima di esporre i dati e il ragionamento che ci hanno portato a pensare che sull’Astronave esistessero soltanto due extra-T intelligenti, e che uno di loro ancora sopravviva in precarie condizioni fisiche e mentali, noi dobbiamo studiare ciò che sappiamo e si deduce sull’ambiente del loro pianeta di origine e sulla loro cultura…”

Al segnale di McCullough, tutti si afferrarono alla rete e infilarono piedi e gambe tra le maglie, per evitare di essere sbalzati durante l’attacco. La parte terminale delle lance venne appoggiata contro i supporti della rete o contro qualsiasi altra sporgenza adatta. McCullough pensò che sembravano un piccolo gruppo di fanti medievali che aspettavano la carica della cavalleria.

— Io penso che negli alloggi dell’equipaggio — osservò Hollis — dobbiamo avere assorbito qualche tipo di odore. Sono diventati pazzi. Riconosco dei Due che ho ferito qualche settimana fa. E tutti quelli che ci sono ancora a bordo devono essere qui. Ci si offre la buona occasione di ucciderli tutti.

— Li avete contati? — domandò Berryman.

— Sono sedici — rispose Drew.

“… la cui pressione, gravità e composizione è simile a quella della Terra… Questa, con tutta probabilità, è la principale ragione della presenza dell’Astronave nel nostro sistema. L’osservazione delle foto sulla flora e sulla fauna di quel pianeta suggeriscono un mondo soggetto a frequenti, o forse continui forti venti…”

I primi Due erano a pochi metri.

22

Non potevano sapere con esattezza quale posto occupassero nel quadro i Tre e gli Uno, ma la posizione dei bruchi intelligenti e dei Due era perfettamente chiara.

L’animale con i tentacoli e il corno era carnivoro ed era il naturale nemico degli extra-T intelligenti. I Due si erano bene adattati alla mancanza di peso, ma sul pianeta di origine il loro normale metodo di locomozione doveva essere quello di usare il lungo corno ricurvo come una specie di pattino e di darsi la spinta con i tentacoli. Quando balzavano addosso alle prede, il pattino serviva anche come arma. Oppure, infilato nel terreno durante i periodi di forte vento serviva ai Due per ancorarsi e afferrare i piccoli animali che venivano trascinati alla portata dei loro tentacoli.

La vita vegetale rimaneva un mistero.

Le piante più piccole erano fatte di lunghi steli flessibili che, a causa del vento, restavano coricati o si sollevavano di poco dal terreno. Gli steli portavano un certo numero di grosse foglie, con la pagina inferiore ricoperta di spine o piccole radici, e sembravano combinare il processo di fotosintesi con la capacità di nutrirsi dei piccoli insetti celati nel terreno. In netto contrasto con queste c’erano le gigantesche piante con tronchi del diametro di quindici metri e tozzi rami in proporzione.

Per la loro tremenda grandezza, i tronchi e i rami si piegavano di poco al vento. Le foglie erano enormi superfici aerodinamiche controllate dal sistema nervoso vegetale della pianta, o da un sistema stabilizzatore automatico della foglia stessa, così da piegarsi alla deriva del vento, e, nello stesso tempo, da rimanere allineate con la superficie rivolta alla luce del sole.

Le foglie erano l’unica parte opaca della pianta. Tronchi e rami erano traslucidi, tranne in alcune zone scure che si presentavano a intervalli regolari. Potevano essere delle crescite di parassiti, o piccoli animali schiacciati contro il tronco dalla furia del vento. Altre macchie più scure erano quelle delle varie forme di vita animale che si svolgeva tra i rami.

Altra forma o struttura che lasciò perplessi gli astronauti fino a quando non trovarono altre foto che diedero l’esatta indicazione della grandezza, fu il cumulo multicolore di spaghetti trasparenti. Era una massa flessibile e data la scarsa superficie permetteva che il vento soffiasse senza esercitare una pressione eccessiva su ogni singolo tubo. Questi si dividevano ripetutamente, a intervalli e per tutta la lunghezza, prima di unirsi di nuovo in un unico ramo, o prima di congiungersi con un ramo nuovo, che conteneva le protuberanze di centinaia di bulbi. In cima a questa massa contorta e affascinante di buffi e sottili steli, sbocciavano centinaia di fiori metallici.

Finalmente si resero conto di avere sotto gli occhi una città straniera: la grande pianta artificiale, con fiori a mulino a vento, era destinata a fornire energia a una struttura che si doveva estendere a una considerevole profondità sotto terra.

Il vento era una tale parte integrante nella vita degli stranieri che, sull’Astronave, il suo rumore veniva impiegato come musica…

“… In origine, gli extra-T intelligenti si devono essere sviluppati da una specie che viveva nel tronco degli alberi. Fisicamente, assomigliano a degli enormi bruchi dalla pelle coriacea; le teste sono ben fornite di denti, che ora mostrano i segni di una avanzata atrofizzazione. Hanno quattro mandibole, che terminano in quattro appendici flessibili all’apparenza forti e molto sensibili…”

Il primo Due avanzò al centro del corridoio, con lo scudo in avanti, simile a una palla di cannone provvista di tentacoli. Le lance degli uomini erano inutili contro la corazza ossea, e così McCullough e i suoi compagni si addossarono alla rete e lo lasciarono passare. L’altro arrivò agitando i tentacoli, tenendosi vicino alla parete occupata da Drew. L’astronauta sollevò la lancia puntandola al centro dei tentacoli. La spinta del Due fece il resto. L’animale morente fu abbandonato nel corridoio.

“… questa agorafobia razziale è profondamente radicata… In fondo, sono abitanti di gallerie, anche se le scavano attraverso alberi quasi trasparenti. Le pitture murali, le illustrazioni, e specialmente le amache tubolari ne danno la conferma.

“Si può dedurre che il graduale processo seguito per vincere questa agorafobia e per raggiungere il livello tecnico evidente, sia stato lentissimo. Questo può significare che sono molto più avanti di noi nelle scienze sociologiche, e che può essere possibile un primo contatto pacifico… se non fosse per quella sospetta alienazione mentale.”

Altri animali si scagliarono contro i terrestri, due o tre alla volta; sembravano riempire il corridoio di tentacoli.

McCullough infilò la sua lancia in un punto vitale, ma nell’allontanare l’animale morente, che si dibatteva con furia, sentì un tentacolo colpirgli violentemente le gambe. Quando girò lo sguardo, vide un Due che gli si arrampicava lungo una gamba; dato che la sua lancia era troppo lunga per poterlo colpire, si piegò disperatamente di fianco, sfilò la gamba libera dalla rete e la sollevò fino all’altezza del mento; poi colpì con forza il Due, alla base del corno. Il movimento gli fece sfuggire l’altro piede dalla rete, ma il calcio doveva aver provocato gravi danni interni, perché il Due ebbe una convulsione violenta e morì.

— Sporca faccenda — disse Drew, non appena ebbe finito, con metodi più convenzionali, un altro Due. — Mi devo ricordare il vostro sistema.

Prima che McCullough avesse avuto il tempo di ritirare le gambe, un altro Due gli afferrò un piede. Questa volta avrebbe potuto farlo fuori con un colpo di lancia, ma prima di riuscire ad ucciderlo si colpì a una gamba. Stranamente, si preoccupò soltanto per la perdita della tuta. Ora ne rimaneva soltanto una in buone condizioni. Ma il dottore non ebbe molto tempo di pensare al problema. Il corridoio era diventato una massa solida di corpi stranieri e umani che vorticavano in un incubo di tentacoli, di gambe, braccia, tappeti pelosi, corni e lance appuntite. E, sopra il grugnire acuto e le furiose grida dei combattenti, si sentiva sempre la voce calma di McCullough che esponeva le sue teorie sulla psicologia straniera.

“… Per quello che possiamo dire, i Due sono una forma di vita nemica di tutto ciò che vive e si muove, ma, in particolar modo, degli extra-T intelligenti che formano l’equipaggio dello scafo. Non c’è quindi da meravigliarsi che l’unico straniero superstite rifiuti di uscire dal suo nascondiglio. Oltre a un altissimo livello di paura, bisogna aggiungere la solitudine e la mancanza di un aiuto da parte di compagni. Si tratta di una sensazione che noi stessi siamo perfettamente in grado di comprendere. Se supponiamo che la razza degli extra-T sia composta di individui di due sessi, cosa che fino a questo momento non abbiamo potuto smentire né appurare, possiamo presumere che l’equipaggio fosse formato da una coppia…”

McCullough allontanò un animale con un Tre sulle spalle e vide che Drew era in serio pericolo.

Aveva perso la lancia, e un Due gli si era avvinghiato ai fianchi. Drew teneva le braccia distese contro il ventre dell’animale e cercava disperatamente di allontanarlo. Morrison era morto in quel modo, pensò McCullough, preparandosi a colpire l’animale con la lancia senza ferire Drew.

Ma, prima che potesse fare qualcosa, un secondo Due piombò sulle spalle di Drew e gli conficcò il corno nella schiena. Drew lasciò ricadere le braccia inerti, e venne a trovarsi schiacciato tra due animali. Per un attimo, lanciò un’occhiata verso McCullough, mentre diveniva sempre più pallido, e cercò di dire qualcosa. Dalla bocca gli uscì soltanto del sangue, e McCullough uccise entrambi i Due, senza più preoccuparsi del pericolo di colpire anche Drew.

Poi, all’improvviso, il corridoio rimase vuoto. I Due erano passati tutti dall’altra parte, La mezza dozzina di superstiti si erano attaccati alle reti, alle spalle dei terrestri, e si preparavano nuovamente ad attaccare.

“… Se il membro dell’equipaggio ha perso il suo compagno, specialmente se il superstite è il più debole, o il meno tecnicamente qualificato dei due, questo può spiegare le alterate condizioni emotive, quanto la mancanza di intervento da parte sua durante la nostra esplorazione.

“C’è anche la possibilità che il superstite sia anche fisicamente menomato, oltre che malato di mente. Comunque, in questo momento è l’aspetto mentale che ci preoccupa…”

— Ecco che arrivano — gridò Berryman, con una voce troppo stanca per rivelare qualsiasi emozione.

McCullough distolse gli occhi dal groviglio di corpi in cui si trovava Drew e cercò disperatamente di pensare che non era successo niente e che presto si sarebbe svegliato in un posto molto lontano.

Ma non si svegliò. I Due gli balzarono addosso, come frammenti di un incubo. I loro tentacoli si agitavano come le gambe di un enorme ragno, e i corni si muovevano vibrando per aumentare l’orrore di ogni assalto.

“… la psicologia è molto lontana dall’essere una scienza esatta, ed è abbastanza difficile curare le aberrazioni di una mente umana…!”

Due volte la lancia di McCullough colpì il bersaglio, e un altro paio di Due scomparvero. Il dottore cominciò a pensare che forse sarebbero riusciti a sterminare gli animali. Era evidente che erano tutti in quel corridoio, attratti dall’odore che gli umani avevano raccolto nel quartiere dell’equipaggio. Senza Due, avrebbero potuto ispezionare lo scafo con tutta comodità, farsi un’immagine della cultura che esisteva sul pianeta di origine, e cercare di comprendere il membro dell’equipaggio prima di tentare il contatto.

Poi, tutto si rovesciò all’improvviso.

Berryman colpì un Due proprio nell’attimo in cui un altro animale si avvicinava lungo la rete dalla parte di McCullough. Il dottore mancò il colpo e fu costretto a liberarsi dell’avversario con un calcio. I due animali urtarono uno contro l’altro proprio nell’attimo in cui ne arrivava un terzo; e dopo un attimo, tutti gli altri Due si trovarono in mezzo al groviglio. McCullough perse la lancia, del resto ormai inservibile, poi qualcuno gridò e si lasciò sfuggire una bestemmia. A McCullough venne voglia di ridere: quel grido dimostrava che la ferita non era stata mortale.

Afferrò con un braccio un Due che stava passando e lo strinse con la corazza contro il petto, in modo da formarsi, con il corno e la corazza, uno scudo difensivo. Poi gridò: — Andatevene! Strisciate lungo la rete. Uscite di qui.

Gli uomini si liberarono dal groviglio di corpi, prima Berryman, poi Hollis, e alla fine McCullough, seguiti dai loro frenetici Tre. I primi Due stavano intanto tornando all’attacco.

— Dobbiamo trovare un riparo — disse Berryman, mentre avanzavano lungo il corridoio. — Una buona porta solida…

Hollis si guardò alle spalle.

— Sono… sono… solo cinque.

— Qua dentro!

Berryman si era fermato, afferrandosi alla rete, e aveva disteso un braccio per fermare Hollis. Insieme spinsero una porta e si fermarono puntando le lance, per difendere l’ingresso fino a quando non fossero entrati gli altri.

Alle loro spalle, i Due divennero improvvisamente furiosi.

— No! — gridò McCullough. — Berryman, uscite di lì!

Ma era troppo tardi.

Un Due passò come una furia accanto a lui e a Hollis, senza preoccuparsi di colpirli. Si infilò sulla lancia di Berryman spingendo l’impugnatura indietro, fino a incastrarla tra la parete e il pannello scorrevole. Berryman gridò di non poter liberare la lancia… e la porta rimase aperta.

Hollis si era afferrato alla rete accanto alla porta e stava per entrare. McCullough fece in tempo ad arrivargli alle spalle e a tirarlo indietro. Berryman lo guardò come se gli avesse visto commettere un omicidio.

— Mettetevi in contatto con Walters — gridò McCullough, mentre Hollis rotolava lungo il corridoio. — Riparate il generatore! E non preoccupatevi dei Due… Adesso non pensano più a voi!

Non avrebbero più seguito Hollis… perché Berryman aveva aperto un’altra via per gli alloggi dell’equipaggio.

Era un ingresso diverso e si apriva in un compartimento che non avevano ancora visto. Una delle pareti era ricoperta con quelle pitture murali che McCullough conosceva ormai molto bene; il resto della piccola stanza era adibito a magazzino. Non si sentiva soffiare il vento attraverso le piante sconosciute. La stanza era vuota.

McCullough indicò la porta interna e disse: — Non devono uccidere l’ultimo superstite. Abbiamo già fatto abbastanza danni allo scafo. Dobbiamo ucciderli tutti, qui e subito.

“… dobbiamo quindi concludere che l’extra-T superstite, date le sue condizioni fisiche e mentali, e la completa mancanza di aiuto…”

La porta era molto grande. La lancia incastrata tra gli stipiti non formava un’efficace barriera.

Il primo attaccante andò a finire contro la lancia di Berryman, il secondo l’allontanò con un tentacolo e cercò di afferrare il pilota con gli altri tre. Senza rete cui potersi afferrare, e dondolante senza peso al centro della stanza, Berryman si trovò esposto al corno dell’avversario; ma un Tre gli si mise davanti e parò il colpo. Poi si agitò come una bandiera al vento e morì, mentre Berryman riusciva ad allontanarsi. Gli altri Due stavano entrando nella stanza.

McCullough subì un colpo che gli paralizzò il braccio; improvvisamente, si trovò un Due con i tentacoli attorno alla testa e alle spalle e con il corno a pochi centimetri dalla faccia. Lasciò andare la lancia e afferrò il corno con tutte e due le mani. Era duro e caldo, e somigliava a una corteccia ruvida. Tutta la superficie del ventre era viscida di sudore, o di saliva, e puzzava in modo spaventoso. Nella lotta, i due avversari cominciarono a roteare su se stessi e tutta la stanza sembrò girare lentamente.

Berryman comparve dietro un Due morente. Era ferito seriamente, e macchie rossastre gli uscivano dal petto. Un Tre lo stava coprendo, come nel tentativo di fermare l’uscita del sangue; Berryman, con un’espressione quasi sublime, gli stava carezzando il pelo della schiena. Dopo un po’, McCullough si accorse che il pilota era morto. Comunque, non cessò mai di stringere il corno, nel tentativo di allontanare il Due.

Ma l’avversario non mollava la sua presa e rimaneva sospeso sopra la testa di McCullough, come uno stranissimo ombrello. Il dottore si sentì le gambe legate, e, in quel momento, si accorse che un altro Due gli si era attaccato al corpo. Cercò di colpirlo con un calcio, ma non vi riuscì. Poi vide che l’avversario aveva un Tre sul dorso, che lo soffocò fino a ucciderlo.

Ma tutti i Tre si aggiravano nervosamente per il compartimento, senza nessuna intenzione di venire in aiuto a McCullough, la cui lancia ondeggiava a pochi metri di distanza, senza che lui avesse il coraggio di mollare il corno per afferrarla. Il Due cambiò la presa, e ogni volta il corno si faceva sempre più vicino. E le braccia di McCullough si stavano stancando…

“… in termini generali, le sue tribolazioni psicologiche derivano dalla solitudine, dal dolore, e dalla paura causata dal fatto di essere circondato da nemici. Deve avere la sensazione che a nessuno importi della sua vita o della sua morte.

“Conosciamo pochissimo di questa creatura, e le terapie curative vanno oltre le nostre possibilità. Ma se le necessità basilari sono quasi identiche alle nostre e se le sue condizioni mentali non hanno raggiunto un grado di irreversibilità, noi, con le nostre semplici azioni, gli possiamo dimostrare…”

McCullough cercò di contare lentamente fino a dieci. Pensò che, se fosse riuscito a tenere lontano quell’orribile corno, ci sarebbe poi riuscito per altri dieci secondi ancora. Aveva i muscoli della schiena completamente indolenziti, e le braccia gli sembravano di fuoco. Chiuse gli occhi con forza perché aveva una paura terribile di guardare in faccia la propria morte.

“… e fargli finalmente capire che non è solo e che qualcuno lo vuole aiutare…”

Nel ristretto spazio si levò un fragore incredibile.

McCullough aprì gli occhi per vedere brandelli di corazza e di tentacoli schizzare dal suo Due. Poi vedendo la strana arma a due impugnature con canna e caricatori normali, e la creatura che la stava stringendo, capì perché i Tre erano eccitati.

Vide anche che, delle quattro appendici attorno alla testa dello straniero, tre erano terribilmente mutilate, ed era un vero miracolo che riuscissero ancora a reggere l’arma. E vide anche le profonde cicatrici sparse su tutto il corpo dell’extra-T. Poi guardò la creatura negli occhi; per parecchio tempo, nessuno dei due si mosse. Alla fine, lo straniero gettò l’arma lontano; McCullough, dal momento che la ritrasmissione del suo rapporto era finita, cercò di mettersi in contatto radio con Hollis e con Walters.

23

I due razzi da rifornimento con l’acqua, il cibo e le tute di ricambio uscirono di rotta.

Nel comunicare la notizia, la voce di Walters era dominata dalla tensione. McCullough poteva capire ciò che stava provando il pilota. Intuiva la sua paura di come il dottore avrebbe potuto reagire, qualora avesse chiesto un aiuto che il pilota non gli poteva dare; senza contare le paure personali di Walters per il viaggio verso casa, con Hollis, in un veicolo che aveva ormai superato il tempo limite di sicurezza operativa. Nel parlare, il pilota usava un’allegria evidentemente forzata.

Disse: — Brady si sente mortificato. Dice che avete agito nel modo migliore, nonostante l’opposizione sua e quella di tutti gli altri. Gli spiace di avervi detto certe cose, e sente di meritarsi tutto ciò che avete detto a lui… Lui… be’ parla del debito che l’intera umanità ha verso di voi, delle incalcolabili conquiste sociali e scientifiche che possono derivare da questo primo contatto, e così via. Vorrebbe soltanto che ci fosse un solo mezzo per farci tornare tutti quanti a casa.

Il pilota s’interruppe un attimo, poi aggiunse, a disagio: — Voi una volta avete parlato di quanto meraviglioso sarebbe un viaggio verso un altro Sistema solare…

McCullough e Hollis si guardarono, e lo straniero guardò loro due. Erano nell’anticamera della cupola dei generatori, dove il fisico aveva appena terminato le riparazioni. L’extra-T li aveva seguiti fin lì, come li aveva sempre seguiti in ogni posto. A volte indirizzava loro dei suoni, o agitava le mandibole, o tracciava degli schizzi. Ma, per la maggior parte del tempo, rimaneva a guardarli in silenzio.

Era anche possibile che la creatura temesse da parte loro nuovi atti di sabotaggio. Però, McCullough non lo pensava. Secondo lui, l’extra-T era felice di avere una compagnia. Una compagnia qualsiasi.

— Allora mi sembrava una buona idea — disse a Walters — ma in quel momento non dovevo essere in possesso delle mie piene facoltà mentali. Senza dubbio, qualcuno sarebbe pronto a dare qualsiasi cosa per poterci andare e subito. A questo punto io sono convinto che potremo duplicare i generatori di questa Astronave. Quindi, preferisco tornare a casa.

— Ma, signore…

— La tuta di Hollis è ancora intatta, e a me è venuta una idea. La scorsa settimana non sarebbe stata attuabile.

Infatti la settimana prima Berryman e Drew erano ancora vivi; e, per tornare a casa, avrebbero dovuto usare tutti e due gli scafi-P.

Quando finì di spiegare, Walters dimostrò la sua gioia.

— Per fare il lavoro, possono bastare due giorni — disse allegramente. — A ogni modo, mi metto immediatamente in contatto con Brady e chiedo una rotta basata su un conto alla rovescia di quattro giorni. In questo modo avremo la possibilità di controllare anche il nostro scafo. E… dirò loro di preparare i biglietti di ritorno per tre persone.

Quando McCullough si accinse a spiegare la sua idea allo straniero, non incontrò molte difficoltà. Un vecchio proverbio dice che un buon disegno vale duemila parole, e questo proverbio si dimostrò valido anche nei confronti di un extra-T. Il risultato fu che, da quel momento, lo straniero rimase ancor più incollato a loro, specialmente quando Hollis lavorava sul P-Uno. Li costrinse persino a prendere degli oggetti: vecchi pezzi di macchinario, quadri, sculture, libri e bobine di pellicola, oltre al cibo e all’acqua. McCullough gli spiegò graficamente cos’era la riserva di carburante e il carico possibile, e si convinse che lo straniero lo aveva capito; ma l’altro continuò a portargli nuovi oggetti.

All’inizio del secondo giorno, Hollis portò a termine il suo lavoro sul P-Uno. Sull’Astronave si aprì un grande portello e Walters, avanzando con la massima lentezza e precisione, diresse verso l’apertura i due scafi-P, attaccati l’uno all’altro. Hollis aveva staccato al P-Uno tutte le antenne sporgenti e gli apparecchi scientifici di rilevamento, e aveva completamente tolto il serbatoio di riserva con i suoi reattori. In questo modo, lo scafo poteva perfettamente entrare nel grande portello da carico.

Walters spinse il P-Uno nella camera stagna, staccò il P-Due, e si allontanò. Il grande portello esterno venne richiuso, e venne ristabilita la pressione. Hollis, McCullough e lo straniero cominciarono a trasferire sullo scafo terrestre cibo, acqua, manufatti, fotografie e appunti che avevano accumulato vicino alla porta del corridoio. Poi legarono saldamente il modulo alle travature della camera stagna. Era un regalo della Terra a una cultura lontana un numero di anni luce incalcolabile.

Poi, venne improvvisamente il momento di andare.

Era stato relativamente facile scambiarsi dei semplici concetti per mezzo dei disegni; ma McCullough non riuscì a trasmettere allo straniero ciò che stava pensando negli ultimi minuti trascorsi nella camera stagna. L’extra-T era soltanto un grosso bruco, un mostro da incubo, con troppi occhi e troppe bocche, tutte nel posto sbagliato; non si riusciva a distinguere un’espressione in quei lineamenti… Il problema, comunque, doveva essere reciproco. McCullough riuscì soltanto a guardare lo straniero in silenzio per qualche minuto, mentre l’altro guardava lui. Poi, seguì Hollis nel P-Uno.

Il portello da carico si aprì, l’aria uscì sibilando nello spazio, e Walters si avvicinò col P-Due. Walters unì gli scafi, e gli uomini si trasferirono con tutte le loro cose sul P-Due; poi gli scafi tornarono a staccarsi. Il grosso portello si chiuse. Walters usò per qualche istante i razzi di correzione, e la grande Astronave si allontanò.

McCullough rimase a lungo in silenzio. Pensò allo straniero che avevano appena lasciato sull’Astronave e alle creature che l’avevano lanciata nello spazio, e si domandò cosa avrebbero pensato della sua razza… della gente che aveva sacrificato tre sue creature per liberare l’Astronave da una forma animale tanto pericolosa. Dietro uno dei portelli da carico, c’era anche un manufatto dell’uomo. Un piccolo, ridicolo, fragile scafo che aveva portato per oltre settantacinque milioni di chilometri tre esseri umani fino all’Astronave. Non riuscì a immaginare cosa avrebbero pensato della sua gente; ma quello scafo-P avrebbe potuto dire molte cose agli stranieri.

Walters ultimò i controlli e si mise in ascolto radio. Negli ultimi secondi del conto alla rovescia, le cupole dell’Astronave si accesero all’improvviso. In un attimo l’enorme scafo scomparve.

Hollis si lasciò sfuggire un gran sospiro di sollievo.

— Avevo paura di avere sbagliato le riparazioni — confessò. Poi guardò McCullough e soggiunse: — Non abbiate paura, dottore, il nostro amico è a posto. Toma a casa.

Walters mosse silenziosamente le labbra. Poi premette di scatto un pulsante.

— Anche noi! — disse.

FINE