/ Language: Italiano / Genre:sf / Series: Tre Californie

La Costa dei Barbari

Kim Robinson

2047: l’America soffre le conseguenze di un attacco nucleare portato a termine in maniera insospettabile da esecutori di nazioni diverse. Da quasi sessant’anni la più grande potenza mondiale è regredita a un’economia di pura sussistenza, e le comunità vivono un’esistenza separata, ristretta ognuna ai propri confini. Lo stato subisce una quarantena mantenuta con ferrea disciplina dalle squadre di sorveglianza militare giapponese e avallata dalle Nazioni Unite. È in questo scenario apocalittico che si svolge la vicenda di Henry Fletcher, un giovane della comunità californiana di San Onofre, che per il suo sostentamento dipende interamente dalla pesca e dai raduni di baratto che si svolgono periodicamente nella valle. Dopo l’arrivo di alcuni viaggiatori di San Diego che hanno osato sfidare la vigilanza dei guardiani giapponesi. Henry viene gradualmente a conoscenza del nuovo mondo e delle sue insidie. La sua guida spirituale è Tom, l’uomo più anziano della valle, sopravvissuto alla catastrofe tristemente nota come II Giorno. La scoperta di un mondo da cui gli americani vengono ingiustamente esclusi, il contatto con gli “stranieri” che vivono a pochi chilometri di distanza, le testimonianze di chi è riuscito a sfuggire alla prigionia in patria trascinano il giovane in un’avventura che segna la fine dell’adolescenza e la transizione verso la maturità, a cui si accompagna la speranza della redenzione per il popolo americano.

Kim Stanley Robinson

La Costa dei Barbari

PARTE PRIMA

San Onofre

1

«Non si tratta proprio di saccheggiare una tomba» spiegava Steve Nicolin. «Tiriamo fuori la bara e prendiamo l’argento. Non l’apriamo affatto. La rimettiamo nella fossa e sistemiamo tutto per bene. Cosa c’è di male? Tanto, sottoterra le maniglie d’argento si rovineranno comunque.»

Noi cinque riflettemmo sulla proposta. Al tramonto, le scogliere all’imbocco della valle risplendono del colore dell’ambra e nell’ampia spiaggia sottostante i grovigli di legna gettata a riva dal mare lanciano ombre fino ai macigni di arenaria alla base del dirupo. Ogni pezzo di legno consumato dalle onde poteva essere una lapide travolta dall’acqua e piegata sul fianco: immaginai di scavare alla ricerca di quel che vi giaceva sotto.

Gabby Mendez tirò un ciottolo a un gabbiano che planava sull’acqua. «In che senso, non vuol dire saccheggiarla?» domandò a Steve.

«Occorre profanare il cadavere, perché sia saccheggio di tombe.» Steve mi strizzò l’occhio. Ero il suo socio, in questo tipo d’imprese. «Lasceremo in pace il morto. Non gli porteremo via i gemelli, né la fibbia della cintura, anelli e protesi dentarie. Niente del genere!»

«Ugh!» disse Kristen Mariani.

Eravamo riuniti sulla sporgenza della scogliera sovrastante la foce del fiume: Steve Nicolin e Gabby, Kristen e Mando Costa, Del Simpson e io, tutti vecchi amici, cresciuti insieme; quello era il nostro solito posto di ritrovo al termine della giornata, per discutere e chiacchierare e fare piani folli… specialità di Steve e mia. Sotto di noi, alla prima curva del fiume, c’erano le barche da pesca, tirate a secco sul terreno livellato dalle maree. Mi piaceva stare seduto sulla sabbia tiepida nel vento fresco, insieme con i miei amici, sapendo che per quel giorno il lavoro era terminato, e guardare il sole che scivolava sulle creste spumeggianti delle onde. Mi sentivo un po’ assonnato. Gabby tirò un altro ciottolo ai gabbiani che, incuranti, si posarono in gruppo accanto alle barche e cominciarono a disputarsi le teste di pesce.

«Con tutto quell’argento, saremo i re del raduno» continuò Steve. «E le regine» aggiunse, rivolgendosi a Kristen, che annuì. «Potremo comprare ogni cosa due volte. O risalire la costa, se ce ne venisse voglia. O andare all’interno. Insomma, fare quel che ci va.»

E non quel che tuo padre ti dice di fare, pensai. Ma le parole di Steve mi attiravano, lo ammetto.

«Come fai a sapere che la bara che vuoi prenderti la briga di tirar fuori avrà le maniglie d’argento?» chiese Gab, dubbioso.

«Hai già sentito il vecchio parlare dei funerali nei vecchi tempi» replicò Steve. «Henry, diglielo anche tu.»

«A quei tempi avevano una paura irrazionale della morte» dissi, come se fossi un’autorità in materia. «Allora facevano cerimonie grandiose, per non pensare a quel che era accaduto realmente. Tom dice che un funerale costava fino a cinquemila dollari!»

Steve annuì, con aria d’approvazione. «Dice che ogni bara era ornata d’argento.»

«Dice anche che gli uomini hanno messo piede sulla luna» obiettò Gabby. «Questo non significa che andrò lassù a cercare orme.»

Ma l’avevo quasi convinto; sapeva che Tom Barnard, il vecchio che ci aveva insegnato a leggere e scrivere (almeno a Steve, a Mando e a me), poteva descrivere con la massima facilità e nei minimi particolari la ricchezza di un tempo.

«Allora, risaliamo l’autostrada fino alle rovine» continuò Steve. «Troviamo un cimitero e una lapide dall’aria costosa, e siamo a posto.»

«Una lapide con orecchini di brillanti, eh?» disse Gabby.

«Tom dice che non dobbiamo andare lassù» ci ricordò Kristen.

Steve gettò indietro la testa e rise. «Perché lui ha paura.» Tornò serio. «Ma è comprensibile, visto quel che ha passato. Lassù non c’è niente, tranne i frugamacerie; ma quelli di notte non vanno in giro.»

Non poteva esserne sicuro, perché non eravamo mai stati lassù, né di giorno né di notte; ma prima che Gabby glielo rinfacciasse, Mando squittì: «Di notte?»

«Certo!» esclamò Steve.

«Dicono che gli sciacalli ti mangiano, se ti prendono» disse Kristen.

«Perché, di giorno non ripari reti e non coltivi i campi? Oppure tuo padre ti permette di lasciare il lavoro?» replicò Steve a Mando. «Per tutti noi è lo stesso, e anche peggio. La nostra banda deve sbrigare i suoi affari di notte.» Abbassò la voce. «E poi, è il momento più indicato per depredare tombe in un cimitero.» Scoppiò a ridere, nel vedere la faccia di Mando.

«La spiaggia puoi saccheggiarla a qualsiasi ora del giorno» dissi, quasi fra me.

«I badili li procuro io» intervenne Del.

«E io porto una lanterna» disse in fretta Mando, per far vedere che non aveva paura. E d’un tratto eravamo lì a discutere un piano. Un po’ sorpreso, mi scossi dalla sonnolenza e divenni più attento. In precedenti occasioni, Steve e io avevamo illustrato un certo numero di progetti: andare all’interno a prendere in trappola una tigre, fondere vecchie rotaie ferroviarie per estrarre l’argento che contenevano. Quasi sempre, durante la discussione, le difficoltà pratiche finivano per saltar fuori e allora lasciavamo perdere. Erano solo chiacchiere. Ma il nostro ultimo piano era diverso: dovevamo solo andare di nascosto fra le rovine (avevamo sempre giurato di averne una voglia malta) e scavare. Così discutemmo i particolari: in quale notte era meno probabile che gli sciacalli fossero in giro (una notte di luna piena, quando compaiono i fantasmi: così garantì Steve a Mando), a chi chiedere di venire, come tagliare le maniglie d’argento in tondini commerciabili, e così via.

L’oceano lambiva l’orlo rosso del sole; la temperatura era scesa di parecchio. Gabby si alzò e si ripulì il fondo dei calzoni, parlando della cena a base di selvaggina che avrebbe mangiato quella sera. Ci alzammo tutti.

«Questa volta lo facciamo sul serio» disse Steve, con intenzione. «E perdio, non vedo l’ora.»

Nel risalire il promontorio, mi staccai dagli altri e seguii il bordo della scogliera. Sull’ampia spiaggia le pozze d’acqua lasciate dalla marea mandavano riflessi d’argento venato di rosso, modellini dello smisurato oceano che rifluiva più lontano. Dall’altra parte c’era la valle, la nostra valle, chiusa contro il mare dalle montagne. Gli alberi della foresta che copriva i monti scuotevano i rami nel vento di mare del tramonto; il sole sprofondava e conferiva al verde delle foglie di tarda primavera la sfumatura giallorosa del polline. Per chilometri, su e giù lungo la curva della costa, la foresta si agitava; abeti bianchi, pini, abeti rossi, sembravano la chioma di una creatura viva. E il vento agitava anche i miei capelli. Non si vedeva segno d’uomo, nei pendii intersecati di forre (anche se l’uomo c’era): solo alberi, alti e bassi, sequoie e pini di Torrey ed eucalipti, una cascata di montagne verde scuro nel mare; e mentre percorrevo l’orlo della scogliera color ambra, ero felice. Non avevo il minimo sospetto che, con i miei amici, avrei dato inizio a un’estate che ci avrebbe… cambiati. Mentre scrivo il resoconto di quei mesi, nel cuore dell’inverno più rigido che abbia mai visto, ho il vantaggio del senno di poi e capisco che la spedizione alla ricerca d’argento fu l’inizio di tutto… non tanto a causa di quel che accadde, sia chiaro, ma a causa di quel che non accadde; a causa dei modi in cui fummo ingannati. A causa di quel che risvegliò in noi il gusto dell’avventura. Avevo fame, capite: non solo di cibo (questa era una costante), ma di una vita che fosse qualcosa di più che pescare, strappare erbacce e controllare trappole. E Steve era anche più affamato di me.

Ma non voglio anticipare la storia. Mentre procedevo sul ripido confine di arenaria tra foresta e mare, non immaginavo minimamente quel che sarebbe accaduto e non badavo affatto agli avvertimenti del vecchio. Ero solo emozionato dall’idea di un’avventura. Quando imboccai il sentiero meridionale verso la piccola baracca che dividevo con mio padre, il profumo di resina e di salsedine mi entrò nelle narici e mi ubriacò di fame; tutto felice, immaginavo pezzetti d’argento grossi come una decina di monetine. Mi venne in mente che io e i miei amici, per la prima volta in vita nostra, avremmo davvero fatto quel che tanto spesso avevamo progettato fra mille vanterie… e a quel pensiero provai un eccitante brivido d’attesa, saltai di radice in radice sul sentiero: avremmo invaso il territorio degli sciacalli, ci saremmo avventurati a nord, nelle rovine dell’Orange County.

La notte scelta per la spedizione, chiazze bianche di nebbia si alzavano dall’oceano e giungevano a riva a folate, sotto un quarto di luna che conferiva loro una debole luminescenza. Aspettavo sulla soglia della baracca, senza fare caso al russare di Pa’. Un’ora prima gli avevo letto un libro per farlo addormentare, e lui giaceva pesantemente sul fianco, le dita callose contro la cicatrice sulla tempia. Pa’ è zoppo e debole di cervello per un incidente nel tentativo di catturare un cavallo quando ero piccolo. Mamma gli leggeva sempre qualcosa per farlo addormentare; alla sua morte, Pa’ mi aveva mandato da Tom a continuare la scuola, dicendo nel suo modo lento di parlare che sarebbe stato un bene per entrambi. Aveva ragione, credo.

Di tanto in tanto mi scaldavo le mani sulle braci grigie della stufa, perché tenevo socchiusa la porta della baracca e fuori faceva freddo. Il grande eucalipto in fondo al sentiero scompariva a tratti. Una volta mi parve di scorgere delle figure in piedi sotto l’albero; poi uno sbuffo umido di nebbia, puzzolente come la spianata alla foce del fiume, entrò in casa; quando svanì, sotto l’albero non c’era nessuno. Mi augurai che gli altri arrivassero. A parte il ronfare di Pa’, si udiva solo il fievole picchiettio delle goccioline di nebbia che dalle foglie scivolavano sul tetto.

U-uuu, u-uuu. Il richiamo di Steve mi svegliò di soprassalto: per un attimo mi ero assopito. Quel segnale era una buona imitazione del verso dei grossi gufi di canyon, anche se i gufi si udivano sì e no una volta all’anno e quindi, a mio parere, era sciocco usare proprio quel verso come segnale segreto. Comunque, era preferibile al colpo di tosse del leopardo, prima idea di Steve: almeno non rischiavamo che ci sparassero.

Scivolai fuori e mi affrettai a raggiungere l’eucalipto. Steve aveva in spalla i due badili di Del; quest’ultimo e Gabby erano fermi dietro di lui.

«Dobbiamo andare a prendere Mando» dichiarai.

Del e Gabby si scambiarono un’occhiata. «Mando Costa?» disse Steve.

Lo fissai. «Sarà lì ad aspettarci.» Mando e io eravamo più giovani degli altri, io di un anno, Mando di tre. Spesso mi sentivo obbligato a prenderne le difese.

«La casa di Mando è sulla strada, comunque» disse Steve agli altri. Seguimmo il sentiero del fiume fino al ponte, lo attraversammo e ci avviammo per il sentiero della montagna che portava dai Costa.

La bizzarra casa di Doc Costa, fatta con vecchi bidoni di petrolio, sembrava un piccolo castello nero uscito dalle pagine dei libri di Tom: tozza come un rospo e più scura, nella nebbia, di ogni altro oggetto naturale. Nicolin emise il verso; Mando uscì subito e si avvicinò in fretta.

«Sempre decisi a farlo stanotte?» chiese, con un’occhiata alla nebbia.

«Certo» risposi in fretta, prima che gli altri approfittassero della sua esitazione per lasciarlo a casa. «Hai la lanterna?»

«L’ho dimenticata.» Mando tornò in casa a prenderla. Tutti insieme scendemmo alla vecchia autostrada e la imboccammo, diretti a nord.

Procedevamo a passo svelto per scaldarci. Nella nebbia, l’autostrada era un duplice nastro livido, pieno di crepe in cui crescevano erbacce nerastre. Attraversammo in fretta il crinale che segnava l’estremità nord della nostra valle e, subito dopo, la stretta valle San Mateo. Continuammo su e giù per le ripide alture di San Clemente. Ci tenevamo vicini e non parlavamo molto. Tutt’intorno, la foresta era ingombra di rovine: pareti in prefabbricati di cemento, tetti sostenuti da intelaiature scheletriche, intrichi di cavi metallici fra un albero e l’altro… tutte cose scure e immobili. Ma sapevamo che gli sciacalli vivevano lì da qualche parte e camminavamo in fretta, silenziosi come i fantasmi sui quali Del e Gabby avevano scherzato due chilometri prima, quando si sentivano meno a disagio. Un’umida lingua di nebbia si protese sopra di noi, mentre la strada scendeva bruscamente in un largo canyon; non riuscimmo più a vedere altro che l’asfalto accidentato. Dalle tenebre silenziose e umide provenivano scricchiolii e a volte uno sgocciolio passeggero, come se qualcosa avesse sfiorato le foglie bagnate: qualcosa che seguisse noi, appunto.

Steve si fermò a esaminare una rampa d’uscita che curvava scendendo sulla destra. «Ci siamo» sibilò. «Il cimitero si trova in cima a questa altura.»

«Come lo sai?» chiese Gab, a voce normale, che risuonò terribilmente forte.

«Sono già venuto qui e l’ho visto» rispose Steve. «Come credevi che lo sapessi?»

Lasciammo l’autostrada seguendo Steve, assai impressionati perché era venuto lì da solo. Neppure io ne ero al corrente. Giù nella foresta c’erano quasi più edifici che alberi, ed erano edifici grossi, in rovina: porte e finestre strappate come denti, con cespugli e felci che crescevano in ogni apertura; pareti crollate; tetti ammonticchiati per terra. La nebbia ci seguì per questa via, provocando fruscii che sembravano lo scalpiccio di mille zampette. C’erano cavi metallici tesi su pali a volte inclinati fino a toccare la strada; fu necessario scavalcare i pali e nessuno di noi toccò i fili.

Il latrato di un coyote squarciò il silenzio. Ci fermammo di colpo. Era un coyote vero o uno sciacallo? Ma non ci furono altri rumori. Riprendemmo il cammino, più nervosi che mai. La strada faceva goffi tornanti all’estremità della valle; superati questi, ci ritrovammo sul pianoro tagliato dal canyon, un tempo la parte alta di San Clemente. Lassù c’erano delle case, di quelle grandi, disposte in fila lungo la via come pesci a seccare: si sarebbe detto che una volta la gente fosse tanto numerosa da non consentire a ogni famiglia un orto decente. Le case erano per la maggior parte sventrate e invase dalle erbacce; alcune, crollate del tutto, erano semplici pavimenti da cui sporgevano tubature, come braccia da una fossa. In quella zona erano vissuti gli sciacalli, e avevano consumato una casa dopo l’altra per ricavarne legna da ardere, passando a quella successiva quando il loro covo era esaurito: una pratica di cui avevo sentito parlare, ma di cui non avevo mai visto di persona i risultati, la distruzione e lo spreco.

Steve si fermò a un incrocio trasformato in fossa per i falò.

«Certo che le strade le progettavano bene» osservò Del.

«Da questa parte» disse Steve.

Lo seguimmo verso nord, lungo una via parallela all’oceano e al bordo del pianoro. Sotto di noi, la nebbia era simile a un secondo oceano che ci ricacciava sulla spiaggia, per così dire, e di tanto in tanto ci lambiva con le sue onde. La fila di case terminò e iniziò una staccionata, con ringhiere di ferro che collegavano pilastri di pietra. Al di là, il pianoro ondulato era cosparso di pietre squadrate sporgenti dall’erba: il cimitero. Ci fermammo a guardare. Nella nebbia era impossibile scorgere dove terminasse; sembrava un cimitero grandissimo. Finalmente scavalcammo una breccia nella staccionata e avanzammo nell’erba folta, fra cespugli e lapidi.

Le tombe erano disposte con la stessa simmetria delle case. All’improvviso Steve alzò il viso al cielo e lanciò l’ululato del coyote, yip yip yoo-ee-oo-ee-oo-eee, con vocalizzi in falsetto degni di un cane selvatico.

«Piantala» disse Gabby, disgustato. «Ci manca solo che i cani ci ululino dietro.»

«O gli sciacalli» aggiunse Mando, impaurito.

Steve si mise a ridere. «Ragazzi, siamo sopra una miniera d’argento, tutto qua.» Si piegò sui talloni per leggere una lapide. Troppo buio: saltellò a quella vicina. «Guardate questa quant’è grande» disse. Vi si accostò e con l’aiuto delle dita lesse l’iscrizione. «Abbiamo qui un certo signor John Appleby. 1904-1984. Proprio una gran bella lapide, sarà morto al momento giusto… forse abitava in una delle grandi case lungo la strada… ricco di sicuro, giusto?»

«Dovrebbe esserci un’iscrizione molto lunga, sulla pietra» dissi. «La prova che era ricco.»

«C’è, infatti. Padre amato, mi sembra, e altra robaccia. Proviamo lui?»

Per un po’ nessuno rispose. Poi Gab disse: «Lui vale un altro.»

«Di più» replicò Steve. Lasciò cadere a terra un badile e sollevò l’altro. «Togliamo di mezzo l’erba.» Conficcando il badile nel terreno, tracciò una linea. Gabby, Del, Mando e io restammo a guardarlo. Lui alzò gli occhi. «E allora? Volete o no un po’ d’argento?»

Cominciai a togliere l’erba; volevo farlo prima, ma mi rendeva nervoso. Messo a nudo il terriccio, iniziammo a scavare sul serio. Quando fummo nella buca fino alle ginocchia, passammo i badili a Gabby e a Del, ansimando un poco. Sudavo a profusione nella nebbia e mi raffreddavo in fretta. Zolle d’argilla bagnata mi si spiaccicavano sotto i piedi. Quasi subito Gabby disse: «Non si vede niente qua sotto. Meglio accendere la lanterna.» Mando tirò fuori il battifuoco e si dedicò allo stoppino.

La lanterna emise una luce giallastra, spettrale, che mi abbagliò e praticamente servì solo ad aumentare le ombre. Mi allontanai di qualche passo, per non disabituare gli occhi all’oscurità e intanto sgranchirmi. Avevo le braccia sporche di terriccio, mi sentivo più nervoso che mai. Da quella distanza, la fiamma della lanterna era più grossa e debole. I miei compagni erano sagome nere; i due con il badile erano sotto fino alla cintola. Mi trovai davanti alla fossa di una tomba lasciata aperta; sobbalzai e tornai in fretta nel cerchio di luce della lanterna, con il fiato grosso.

Gabby, che superava appena con la testa il mucchio di terriccio già estratto, mi guardò. «Li seppellivano in profondità» disse, con voce bizzarra. Lanciò fuori un’altra palata di terra.

«Forse questo qui è già stato dissepolto» suggerì Del, guardando giù nel buco, dal quale Mando gettava fuori una manciata di terriccio a ogni colpo di badile.

«Certo» lo prese in giro Steve. «O forse l’hanno sepolto vivo ed è strisciato fuori da solo.»

«Mi fanno male le mani» disse Mando. Il manico del badile era un ramo e le sue mani non erano molto robuste.

«“Mi fanno male le mani”» piagnucolò Steve, facendogli il verso. «Allora vieni fuori di lì.»

Mando si arrampicò fuori. Steve prese il suo posto e si mise a scavare con forza; il terriccio volava nella nebbia.

Le stelle non erano ancora spuntate. Sembrava tardi, avevo freddo e una fame da lupi. La nebbia s’infittiva; la zona intorno a noi sembrava chiara, ma presto la nebbia scese anche lì, finché non fu l’unica cosa visibile per metri di distanza: una muraglia bianca. Eravamo dentro una bolla di bianco; al limitare della bolla c’erano delle sagome: lunghe braccia, teste dagli occhi ammiccanti, paia di zampe veloci…

Tum. Il badile aveva urtato qualcosa. Steve raddrizzò la schiena, appoggiato al manico, guardò in basso. Provò a dare qualche colpo, tum tum tum. «Ci siamo» dichiarò a voce alta. Riprese a spalare terriccio. Dopo un poco, disse: «Spostate la lanterna da questa parte.» Mando la tenne sospesa sopra la fossa. La luce mi mostrò il viso dei miei compagni, sudato, striato di sporco, nel quale risaltava il bianco degli occhi. Anch’io avevo le braccia sporche di terra fino al gomito.

Ma fu solo l’inizio. Steve prese a imprecare. Scoprimmo che la fossa appena scavata, un buon metro e mezzo per novanta, aveva messo in luce solo un’estremità della bara. «Quei maledetti l’hanno sistemata proprio sotto la lapide!» Era ancora solidamente imprigionata nell’argilla.

Seguì una discussione. Il piano finale, di Steve, fu di grattare via il terriccio dal coperchio e dai fianchi della bara, in modo da tirarla nella fossa già scavata. Grattammo la terra fin dove arrivavano le braccia.

«Henry» disse Steve «finora sei quello che ha scavato meno di tutti. Sei alto e magro, per cui cerca d’infilarti qui dentro e spingere il terriccio verso di noi.»

Protestai. Ma gli altri convennero che ero proprio adatto alla bisogna e presto mi trovai bocconi sul coperchio della bara, con l’argilla sgocciolante a qualche centimetro dalla schiena e dal sedere, a scavare con le dita e a spingere il terriccio dietro di me. Solo una serie continua d’imprecazioni riusciva a non farmi pensare a quel che giaceva sotto il legno su cui ero disteso, esattamente parallelo a me. Gli altri mi gridavano incoraggiamenti, come: «Guarda che noi adesso ce ne torniamo a casa», oppure: «Oh, cos’è che s’avvicina?», o anche: «Non hai sentito vibrare la bara, un attimo fa?» Ma io non ci trovavo niente da ridere. Finalmente arrivai con le dita al bordo estremo della bara; strisciai fuori, mi grattai di dosso il fango, brontolai di disgusto e paura.

«Henry, sapevo di poter contare sempre su di te» disse Steve saltando nella fossa. Allora toccò a lui e a Del dare strattoni alla bara e brontolare; dopo un ultimo sforzo, la bara scivolò nella fossa, mentre Steve e Del vi si lasciavano cadere a lato.

La bara era di legno nero, con un velo verdastro che brillava come una coda di pavone alla luce della lanterna. Gabby tolse il terriccio dalle maniglie e la sporcizia appiccicosa dai listelli di rinforzo intorno al coperchio: tutto argento.

«Guardate che maniglie» disse Del, in tono reverenziale. Ce n’erano sei, tre per lato, lucide e brillanti come se fossero state seppellite il giorno prima e non sessant’anni fa. Notai nel legno lo sfregio lasciato dal colpo di badile di Steve.

«Ragazzi» disse Mando «guardate quanto argento!»

Guardammo. Immaginai tutti noi, al primo raduno di scambio, addobbati come sciacalli in giacca di pelliccia e stivali e cappello piumato, che andavamo in giro rischiando di perdere i calzoni per il peso di quei pezzi d’argento. Fra grida di gioia, ci scambiammo manate sulle spalle. Poi ci fermammo a guardare ancora, esultammo di nuovo. Gabby strofinò con il pollice una maniglia; arricciò il naso.

«Ehi» disse. «Uh…» Afferrò il badile appoggiato contro il fianco della bara e diede un colpetto alla maniglia. Thud. Un suono sordo, non di metallo contro metallo. E il colpo lasciò il segno. Gabby diede un’occhiata a Del e a Steve, si piegò sui talloni a guardare più da vicino. Colpì di nuovo la maniglia. Thud thud thud. Vi passò sopra la mano.

«Non è argento» disse. «Si è staccata. È una specie… una specie di plastica, credo.»

«Porca puttana» imprecò Steve. Saltò nella fossa e afferrò il badile; colpì i listelli del coperchio, li tagliò in due.

Be’, noi fissammo di nuovo la cassa, ma stavolta nessuno gridò di gioia.

«Quel maledetto bugiardo di un vecchio» disse Steve. Buttò via il badile. «Ha detto che ogni funerale costava una fortuna. Ha detto…» S’interruppe; lo sapevamo tutti. «Ha detto che c’era argento.»

Lui, Gabby e Del erano in piedi nella fossa. Mando posò la lanterna sulla pietra tombale. «Forse anche la lapide è di plastica» disse, cercando di alleggerire un poco il malumore generale.

Steve si accigliò. «Gli prendiamo l’anello?»

«No!» esclamò subito Mando. Ridemmo tutti.

«Prendiamo l’anello e la fibbia e le otturazioni d’oro?» ripeté Steve, con voce roca, lanciando a Mando un’occhiata di sbieco. Mando scosse con furia la testa; sembrava sul punto di piangere. Del e io ci mettemmo a ridere; Gabby uscì dallo scavo, con aria disgustata. Steve piegò la testa e rise, una risata breve e rauca. Risalì anche lui. «Prima seppelliamo questo poveraccio, poi andiamo a seppellire il vecchio.»

Buttammo dentro il terriccio con le pale. Le prime zolle colpirono la bara e ne trassero un suono cavo, bonk bonk bonk. Non ci volle molto a riempire la fossa. Mando e io aggiustammo alla meglio le zolle d’erba. A lavoro ultimato, lo spettacolo era orribile.

«Sembra che si sia messo a tirare calci, no?» disse Gabby.

Spegnemmo la lanterna e ce ne andammo. La nebbia fluiva nelle vie deserte come l’acqua nel letto di un fiume; e noi eravamo sotto la superficie, fra rovine sommerse e alghe nerastre. Sull’autostrada ci si sentiva meno sommersi, ma la nebbia spazzava la carreggiata e il freddo era più intenso. Puntammo a sud, all’andatura più veloce possibile, senza dire una parola. Quando ci fummo riscaldati, rallentammo un poco e Steve cominciò a parlare.

«Be’, dal momento che hanno colorato d’argento la plastica, significa che in periodi precedenti le bare avevano davvero maniglie d’argento… le bare della gente più ricca, o di quella sotterrata prima del 1984, o che so io.»

Capimmo tutti che si trattava di un modo indiretto per proporre un altro scavo, per cui nessuno gli diede ragione, anche se l’ipotesi pareva sensata. Steve si offese per il nostro silenzio; guadagnò terreno rispetto a noi, fino a diventare un puntolino nella nebbia. Eravamo quasi fuori San Clemente.

«Una specie di maledetta plastica» diceva Gabby a Del. Cominciò a ridere, sempre più forte, fino a posargli il gomito sulla spalla.

«Ah ah ah… abbiamo passato la notte a scavare fuori due chili di plastica. Plastica!»

D’un tratto un rumore improvviso forò l’aria: un ululato, uno stridio sonoro che iniziò su toni bassi e crebbe sempre più alto e rumoroso. Non era attribuibile a nessuna creatura vivente, era diverso da qualsiasi suono avessi mai udito. Raggiunse l’apice della sonorità, ondeggiò fra due toni, salendo e scendendo, oooooo-eeeeee-oooooo-eeeeee-oooooo, e continuò in questo modo, simile al grido dei fantasmi di tutti i morti sotterrati nell’Orange County, o alle grida finali di tutte le vittime delle bombe.

Ci mettemmo a correre. Il rumore continuò, parve seguirci.

«Che cos’è?» gridò Mando.

«Sciacalli!» sibilò Steve. Il suono salì e scese, più vicino. «Più veloci!» gridò Steve, superandolo. Gli squarci della carreggiata non ci preoccupavano, li superavamo con un balzo. Delle pietre cominciarono a colpire il cemento alle nostre spalle e il terrapieno sul quale correva l’autostrada. «Non perdete i badili» gridò Del. Raccolsi da terra un sasso di buone dimensioni, in un certo modo sollevato dal sapere che eravamo inseguiti da semplici sciacalli. Alle mie spalle c’era solo nebbia, nebbia e ululati, ma i sassi sbucavano dal nulla con buona frequenza. Tirai il sasso contro una sagoma scura e corsi dietro gli altri, inseguito da ululati che erano come minimo animaleschi e potevano essere anche umani. Ma sopra ogni rumore si alzava il suono ondeggiante. «Henry!» gridò Steve. Gli altri erano scesi con lui dal terrapieno. Saltai giù e li seguii fra le erbacce. «Prendete dei sassi!» ordinò Steve. Ubbidimmo e li scagliammo subito sull’autostrada alle nostre spalle. Ci furono grida di risposta. «Ne abbiamo colpito uno!» disse Steve. Ma era impossibile esserne sicuri. Risalimmo sulla carreggiata e continuammo a correre. Lo stridio si allontanò dietro di noi. A un certo punto sbucammo nella valle San Mateo e sulla cresta Basilone, proprio sopra la nostra stessa valle. Dietro di noi il rumore continuò, attutito dalla distanza e dalla nebbia.

«Doveva essere una sirena» disse Steve. «Quella che chiamano sirena. Una macchina per produrre rumore. Chiederemo a Rafael.» Tirammo più o meno in direzione della sirena i sassi rimasti e superammo di buon passo la cresta entrando in Onofre.

«Sciacalli puzzolenti!» disse Steve, mentre, ormai sul sentiero del fiume, riprendevamo fiato. «Vorrei sapere come hanno fatto a scoprirci.»

«Forse erano in giro da quelle parti e ci hanno trovati per caso» suggerii.

«Poco probabile.»

«Già.» Ma non riuscivo a immaginare spiegazioni più attendibili, né d’altra parte Steve ne offrì. Comunque, era attendibile quanto l’esistenza di quel rumore assurdo.

«Vado a casa» disse Mando, con una traccia di sollievo nella voce. Non sembrava lui, forse era spaventato. Un brivido mi corse lungo la schiena.

«Sì, vai pure. Per questa volta i frugamacerie la fanno franca.»

Cinque minuti dopo avevamo raggiunto il ponte. Lo attraversammo; Gabby e Del si diressero a monte del fiume. Steve e io ci fermammo alla biforcazione del sentiero. Lui cominciò a discutere della nottata, imprecando con uguale intensità contro gli sciacalli, il vecchio e il defunto John Appleby; era chiaramente su di giri, pronto a continuare fino all’alba. Ma io ero stanco: non avevo la sua resistenza ed ero ancora sottosopra per l’ululato. Sirena o non sirena, era un suono terribilmente inumano. Perciò augurai a Steve la buona notte ed entrai di soppiatto nella baracca. Il russare di Pa’ perse un colpo, riprese con regolarità. Tagliai un pezzo della pagnotta del giorno dopo e lo mandai giù in fretta; sapeva di terriccio. Tuffai le mani nel secchio dell’acqua e le lavai, ma continuarono a sembrarmi sudice e puzzavano di tomba. Lasciai perdere. Mi distesi sul letto, sentendomi sporco di terra. Mi addormentai ancora prima d’essermi scaldato.

2

Sognavo il momento in cui avevamo iniziato a riempire la fossa. Grumi di terriccio colpivano la bara cavandone quel rumore orribile, bonk bonk bonk; ma nel sogno era un bussare dall’interno, sempre più forte e più disperato, a mano a mano che la fossa si riempiva.

Pa’ mi svegliò nel mezzo dell’incubo. «Stamattina sulla spiaggia hanno trovato un cadavere gettato a riva» disse.

«Eh?» risposi. Saltai dal letto, confuso. Pa’ si scostò, sorpreso. Mi chinai sulla bacinella e mi lavai il viso. «Cos’hai detto?»

«Hanno trovato uno di quei cinesi. Sei tutto sporco di terra. Cosa t’è successo? Sei stato fuori, ieri notte?»

«Sì. Costruiamo un nascondiglio.»

Pa’ scosse la testa, perplesso, con aria di disapprovazione.

«Muoio di fame» aggiunsi, allungando la mano verso la pagnotta. Dallo scaffale presi una tazza e la tuffai nel secchio dell’acqua da bere.

«C’è rimasto solo pane.»

«Lo so.» Staccai un pezzo di pagnotta. Il pane di Kathryn era buono anche vecchio di qualche giorno. Andai ad aprire la porta: un cuneo di luce attenuata tagliò la penombra della baracca priva di finestre. Sporsi la testa: sole smorto. Lungo il fiume, alberi inzuppati d’acqua. Nella baracca la luce cadde sul tavolo da cucito di Pa’, con la vecchia macchina tutta lustra per gli anni d’uso. Accanto al tavolo c’era la stufa; sopra di essa, vicino al tubo che forava il soffitto, lo scaffale per gli utensili. Tutto questo, più la tavola, le sedie, l’armadio e i due letti, completavano i nostri averi: i semplici averi di un sempliciotto con un mestiere semplice. In realtà la gente non aveva alcun bisogno che Pa’ cucisse i vestiti…

«Farai bene a scendere alle barche» disse Pa’, severo. «È tardi, avranno già cominciato a metterle in acqua.»

«Umf.» Pa’ aveva ragione, era tardi. Continuando a masticare bocconi di pane, m’infilai scarpe e camicia. «Buona fortuna!» mi gridò dietro Pa’, mentre correvo via.

Nell’attraversare l’autostrada fui bloccato da Mando, che veniva dall’altra direzione. «Hai saputo del cinese gettato a riva?» chiese.

«Già. L’hai visto?»

«Sì. Papà è sceso a dare un’occhiata e l’ho seguito.»

«Gli hanno sparato?»

«Quattro fori di proiettile, in pieno petto.»

«Caspita.» Il mare gettava a riva parecchi cadaveri come quello. «Mi piacerebbe sapere per cosa combattono con tanto accanimento, là fuori.»

Mando si strinse nelle spalle. Nel campo di patate al di là della strada, Rebel Simpson, rossa in viso, dava la caccia a un cane con una zappetta in bocca e gli inveiva contro.

«Papà dice che al largo c’è una guardia costiera apposta per tenere lontano la gente» riprese Mando.

«Lo so. Ma mi chiedo se non siano proprio loro.»

Grosse navi comparivano come fantasmi lungo la costa, di solito all’orizzonte, qualche volta più vicino; e di tanto in tanto il mare gettava a riva cadaveri crivellati di proiettili. Ma, a parer mio, questo era il massimo che si potesse dire con certezza del mondo esterno. Quando ci pensavo, a volte diventavo così curioso da rasentare la rabbia. Mando, invece, era sicuro che suo padre (il quale si limitava a ripetere le parole del vecchio) avesse sempre la risposta giusta. Mi accompagnò fino alla scogliera. Al largo c’era una nube bianca all’orizzonte: il banco di nebbia, che più tardi sarebbe tornato a riva, spinto dal vento. In basso, sulla spianata lungo il fiume, caricavano le reti.

«Devo salire a bordo» dissi a Mando. «Ci vediamo dopo.»

Prima che terminassi di scendere la scogliera, già mettevano in acqua le barche. Raggiunsi Steve, fermo accanto alla barca più piccola, ancora sulla sabbia. John Nicolin, il padre di Steve, si avvicinò e mi guardò storto.

«Oggi voi due prendete le canne» disse. «Non sareste buoni per nient’altro.»

Lo guardai senza battere ciglio. Lui si allontanò a brontolare un ordine alla barca che scivolava in acqua.

«Sa che siamo stati fuori?»

«Già.» Steve arricciò le labbra. «Ho inciampato in una rastrelliera di pesce secco, mentre rientravo di nascosto.»

«Ha fatto storie?»

Lui girò la testa per mostrarmi un livido accanto all’orecchio. «Tu che dici?» Non era dell’umore adatto a fare conversazione. Andai ad aiutare gli uomini che trascinavano sulla spianata la barca seguente. L’acqua fredda mi lambì i piedi e mi risvegliò del tutto. In mare, il sommesso crrr, crrrrr dei frangenti indicava un leggero moto ondoso. Venne il turno della barca più piccola; Steve e io balzammo a bordo mentre la spingevano nel canale. Remammo senza molto impegno, affidandoci alla corrente; oltrepassammo con facilità i frangenti alla foce del fiume.

Quando tutte le barche furono intorno al gavitello che segna il principale banco di scogli a fior d’acqua, si trattò del lavoro di tutti i giorni. Le tre barche più grosse iniziarono la manovra circolare, calando le reti a sacco. Steve e io remammo verso sud, mentre altre barche per la pesca a canna si dirigevano a nord. All’estremità meridionale della valle c’è una piccola insenatura, quasi ostruita da blocchi di calcestruzzo a pelo d’acqua: la chiamiamo Concrete Bay. Fra gli scogli di cemento e quelli naturali più al largo c’è un canale, usato dai pesci più svelti per sfuggire alle reti; di solito, mentre le reti sono all’opera, la pesca con la canna dà buoni risultati. Steve e io gettammo l’ancora sopra il banco di scogli principale e lasciammo che il moto ondoso ci spingesse nel canale, fin quasi ai segmenti curvi degli scogli di cemento. Poi tirammo fuori le canne. Annodai alla lenza la scintillante barretta metallica che avrebbe fatto da esca. «Maniglia di bara» dissi a Steve, tenendola sollevata prima di lanciarla fuori bordo. Lui non rise. Lasciai che l’esca andasse a fondo e cominciai a recuperare piano piano la lenza.

Pescammo: lanciavamo l’esca sul fondale, riavvolgevamo la lenza a poco a poco, lanciavamo di nuovo l’esca. Di tanto in tanto le canne si curvavano e qualche minuto di lotta terminava con un colpo di raffio. Poi si ricominciava. A nord i pescatori tiravano a bordo reti argentee di pesce che si dibatteva per cercare la libertà perduta; le barche s’inclinavano sotto il peso, a volte sembrava che dovessero mostrare la chiglia e capovolgersi. Verso terra, pareva che le montagne salissero e scendessero, salissero e scendessero. Sotto il sole velato di nuvole, la foresta era di un bel verde vivo, in contrasto con il grigio smorto della scogliera e delle cime brulle.

Cinque anni prima, quando ne avevo dodici e Pa’ mi aveva mandato a lavorare da John Nicolin, la pesca mi pareva un’avventura. Ero entusiasta di tutto: la pesca in sé, gli umori dell’oceano, il lavoro di squadra degli uomini, il fascino della terra vista dal mare. Ma da allora era passato un mucchio di giorni sull’acqua, e un mucchio di pesce era stato tirato a bordo: pesci piccoli e grossi, niente pesci oppure tanto di quel pesce da esaurire la forza delle braccia e da far venire le vesciche alle mani; sopra marosi alti e lenti, o maretta spinta dal vento, o acqua piatta come specchio; e sotto cieli caldi e sereni, o nella pioggia che rendeva le montagne un miraggio grigio, oppure, in caso di tempesta, sotto nuvole che correvano in alto come cavalli… ma per lo più erano giornate come quella: mare abbastanza calmo, sole in lite con nubi alte, bottino discreto. E l’entusiasmo era scomparso da un pezzo. Ormai per me era solo lavoro.

Fra un pesce e l’altro sonnecchiai, cullato dal moto ondoso. Stare disteso con la testa appoggiata alla falchetta per un poco andò benissimo, e anche stare rannicchiato sul banco, pur con il rischio di farmi schiaffeggiare dalla coda di un pesce. Il resto del tempo lo passavo curvo sulla canna e mi svegliavo quando mi sbatteva contro la pancia. Allora riavvolgevo la lenza, tiravo il pesce, lo arpionavo, lo issavo a bordo, gli davo un colpo di mazzuolo in testa, staccavo l’esca, la gettavo di nuovo in mare e riprendevo a dormire. Provai a stendermi di schiena sul banco (per tutti i suoi novanta centimetri), a gambe incrociate, piedi in equilibrio precario contro la falchetta, per dormire dieci minuti di più.

«Henry!»

«Sì!» risposi, mettendomi a sedere e controllando la canna per forza d’abitudine.

«Abbiamo già un po’ di pesce.»

Lanciai un’occhiata ai tonni striati e ai persici. «Una decina.»

«Buona pesca. Forse nel pomeriggio riuscirò ad allontanarmi.» Steve era pensieroso.

Dubitavo che ci riuscisse, ma non dissi niente. Il sole era velato, l’acqua grigia. Cominciava a fare freddo. Il banco di nebbia iniziava l’avanzata. «Mi sa che il pomeriggio lo passeremo a riva» dissi.

«Già. Dobbiamo andare su da Barnard. Gli voglio far prendere uno spaghetto, a quel vecchio bugiardo.»

«Certo.»

In quel momento ne abboccarono due grossi e ci toccò darci da fare per non aggrovigliare le lenze. Eravamo ancora impegnati a tirarli a bordo, quando giunse il segnale di tromba di Rafael. I pescatori avevano ritirato le reti, la nebbia avanzava rapidamente. Per quel giorno la pesca era finita. Con un grido di gioia tirammo i pesci a bordo senza perdere tempo, agganciammo i remi agli scalmi e ci accostammo alla barca di Rafael. Ci rifilarono un po’ di pesce, perché alcune barche rischiavano di affondare, tanto erano piene. E remammo nella foce del fiume.

Con l’aiuto della famiglia di Nicolin e degli altri sulla riva, tirammo la barca a secco e portammo il pesce ai banchi di pulitura. I gabbiani si tuffarono più volte contro di noi, con strida acute e un frullare d’ali. Quando la barca fu vuota e tirata alla base della scogliera, Steve si avvicinò a suo padre, che controllava le reti e scuoteva il dito contro Rafael rimproverandolo per qualche fune attorcigliata.

«Posso andare adesso, Pa’?» chiese Steve. «Hanker e io dobbiamo prendere lezioni da Tom.» Ed era vero.

«No» rispose il vecchio Nicolin, ancora chino a ispezionare la rete. «Ci aiuterai a sistemare questa rete. E poi andrai a dare una mano a tua madre e alle tue sorelle per pulire il pesce.»

All’inizio John aveva mandato Steve a imparare a leggere dal vecchio, perché riteneva che per la famiglia fosse un segno di prosperità e distinzione. Poi, quando Steve ci aveva preso gusto (ma ce n’era voluto!), John aveva iniziato a tenerlo lontano dall’istruzione: un’altra arma nella battaglia sempre in corso fra loro due. John si raddrizzò, fissò Steve; era poco più basso del figlio, ma molto più robusto. Tutt’e due avevano la stessa mascella volitiva, lo stesso ciuffo di capelli castani, occhi celesti, naso dritto e marcato… Si scambiarono un’occhiata astiosa: John sfidava Steve a rimbeccarlo davanti a tutti gli uomini affaccendati lì attorno. Per un istante pensai che sarebbe successo, che Steve l’avrebbe sfidato, iniziando così chissà quale sanguinoso litigio. Ma Steve gli girò le spalle e a passo deciso si diresse ai banchi di pulitura. Aspettai un attimo che si calmasse un poco, poi gli andai dietro.

«Vado su io e dico al vecchio che verrai più tardi.»

«D’accordo» rispose Steve, senza guardarmi. «Vengo appena posso.»

Il vecchio Nicolin mi diede tre persici; li portai su per la scogliera in una sacca di rete che avrei dovuto restituire. Nel gruppo di case alla seconda curva del fiume non c’era quasi nessuno. Una squadra di ragazze lavava i panni nell’acqua e, più a monte, alcune donne erano ferme intorno al forno dei Mariani. Lassù, lontano dal mare, tutto sembrava più tranquillo; il latrato di un cane risuonò chiaramente dall’altra parte del placido corso d’acqua.

Portai i pesci a Pa’, che subito si alzò con aria famelica dalla macchina per cucire. «Oh, bene, bene. Ci penso io: uno per stasera, gli altri a seccare.» Gli dissi che andavo dal vecchio e lui annuì. Si diede una rapida tirata ai baffi. «Lo mangiamo subito dopo il tramonto, va bene?»

«Benissimo» risposi, uscendo.

La casa del vecchio si trova sulla ripida cresta che segna l’estremità meridionale della nostra valle, in uno spiazzo appena più grande della casa stessa, a circa metà strada dalla cima della montagna più alta. Da nessun’altra casa di Onofre si ha vista migliore. Quando arrivai alla casa, una costruzione quadrata di legno, con quattro stanze e un’ampia finestra sul davanti, non trovai nessuno. Attraversai con prudenza il cortile pieno di cianfrusaglie. Fra le arnie, le pinze tagliafili telefonici, le meridiane, gli pneumatici, i barili con l’imbuto di tela per raccogliere l’acqua piovana, le parti di generatore, i motori rotti, le pendole, i fornelli a gas, le casse piene di chissà cosa, c’erano grossi cocci di vetro e diverse trappole per furfanti che il vecchio spostava di continuo, per cui era saggio fare attenzione. A casa di Rafael, macchine come quelle gettate alla rinfusa nella piccola aia di Tom sarebbero state riparate e rimesse in funzione, oppure utilizzate come parti di ricambio, ma lì erano solo argomenti di conversazione. A cosa serviva un motore d’auto su cavalletti? E come l’aveva portato fin sulla cresta? Tom voleva che ci ponessimo proprio domande del genere.

Continuai a risalire il sentiero eroso che seguiva il crinale. A sud, una serie di costoni coperti di foreste si alzava a partire dalla scogliera sulla spiaggia e arrivava giù fino ai monti Pendleton. In prossimità della cima del costone che risalivo, il sentiero svoltava e scendeva ripidamente nella spaccatura a sud, uno stretto canyon troppo piccolo per contenere tutto l’anno un corso d’acqua, ma nel quale c’era una sorgente. Gli alberi di eucalipto non permettevano la crescita del sottobosco; lì, in un lieve pendio della piega di terra, il vecchio teneva gli alveari, una ventina di piccole cupole bianche in legno. Lo trovai fra le arnie; con la tuta da apicoltore e il cappello, sembrava un bambino negli abiti di un adulto. Ma si muoveva con vivacità… per uno che abbia superato i cent’anni, voglio dire. Passava da un’arnia all’altra, tirava fuori i vassoi e li tastava con la mano guantata, dava un calcio a un alveare, agitava il dito contro un altro, e capivo che non smetteva un attimo di parlare, anche se il berretto gli nascondeva quasi tutto il viso. Tom parlava a tutto e tutti: alla gente, a se stesso, ai cani, agli alberi, al cielo, al pesce nel piatto, alle pietre in cui inciampava… e naturalmente alle sue api. Infilò sotto un alveare un vassoio e si guardò intorno, improvvisamente cauto; mi scorse, agitò la mano in segno di saluto. Mentre mi avvicinavo, tornò a controllare le arnie. Camminava buttando le ginocchia in fuori, come se avesse le rotule all’esterno; e con gesti rigidi e agitati spostava in tutte le direzioni le braccia nascoste dalle lunghe maniche… per tenersi in equilibrio, immagino.

«Fila via dalle arnie, ragazzo. Le api ti pungeranno.»

«Te, non ti pungono.»

Tom agitò il cappello per ricacciare un’ape nell’arnia «In me non trovano più molto da pungere, adesso. E poi non lo farebbero mai: conoscono chi si prende cura di loro.»

Ci scostammo dalle arnie. I capelli del vecchio, bianchi e lunghi, svolazzavano nel vento, sembrava si mischiassero alle nuvole. La barba era rimboccata nella camicia, “così non mangio nessuno dei miei tesorucci”. La nebbia s’alzava già, formava rapidi fiumi opachi. Tom si fregò la testa lentigginosa.

«Togliamoci dal vento, Henry, ragazzo mio. È così freddo che le api fanno le sceme. Dovresti sentire le sciocchezze che dicono. Proprio come quando le affumicano. Prendi una tazza di tè?»

«Volentieri.» Il tè di Tom era così forte che sembrava quasi di fare un pasto.

«Ti sei preparato la lezione?»

«Certo. Hai sentito del cadavere gettato a riva?»

«Sono sceso a dargli un’occhiata. Gettato a riva proprio a nord della foce. Un giapponese, direi. L’abbiamo seppellito in fondo al cimitero, con gli altri.»

«Secondo te cosa gli è successo?»

«Be’…» Svoltammo nel sentiero che portava a casa sua. «Qualcuno gli ha sparato!» Ridacchiò, notando la mia espressione. «Immagino che cercasse di visitare gli Stati Uniti d’America. Ma gli Stati Uniti d’America sono vietati.» Attraversò l’aia senza fare la minima attenzione alle cianfrusaglie; lo seguii da vicino. Entrammo in casa. «Ovviamente qualcuno ci ha dichiarati zona vietata; siamo fuori della palizzata, ragazzo, solo che in questo caso la palizzata è piuttosto scura: le navi che vanno avanti e indietro sono così nere che le vedi anche in una notte senza luna… e sarebbe abbastanza sciocco, se davvero volessero rimanere invisibili. Non ho più incontrato uno straniero… uno straniero vivo, intendo, perché questi morti valgono poco come informatori, eh, eh… dal Giorno. Troppo, per essere semplice coincidenza, anche se non manca qualche segno della loro presenza. Ma il fatto principale è un altro: dove sono? Dal momento che ci sono davvero, là fuori.» Riempì la teiera. «Secondo la mia ipotesi, dichiararci zona vietata era l’unico modo per evitare che si disputassero il nostro territorio e lo distruggessero… ma te ne avevo già parlato, no?»

Risposi con un cenno.

«Eppure, a pensarci bene, non so neppure di chi si tratta.»

«Dei cinesi, no?»

«O dei giapponesi.»

«Allora secondo te stanno a Catalina solo per tenere lontano la gente?»

«So che a Catalina c’è qualcuno, che vive diversamente da noi. È l’unica cosa che so per certo. Da qui, la notte, ho visto le luci accendersi e spegnersi in tutta l’isola. Le hai viste anche tu.»

«Certo. Un vero spettacolo.»

«Già, Avalon dev’essere un piccolo porto molto attivo, di questi tempi. Senza dubbio c’è qualcosa di più grosso dietro, un porto di grande traffico, sai. È una benedizione, Henry, conoscere qualcosa con certezza. Sono rare, le cose che si può dire di conoscere. La conoscenza è come l’argento vivo.» Si avvicinò al focolare. «Ma c’è qualcuno, a Catalina.»

«Dovremmo andare a vedere chi c’è.»

Tom scosse la testa e guardò dall’ampia finestra le rapide folate di nebbia che arrivavano dal mare. «Non faremmo ritorno.»

Con aria mogia, gettò alcuni rametti sulle braci del fuoco sistemato in modo che bruciasse lentamente. Ci sedemmo davanti alla finestra, in due poltrone a braccioli, aspettando che l’acqua si scaldasse. Il mare era una stoffa a chiazze colorate, grigio chiaro e grigio scuro, con bottoni d’argento disseminati in una fila storta fra noi e il sole. Sembrava che venisse la pioggia, anziché la nebbia. Il vecchio Nicolin si sarebbe arrabbiato, perché non si può pescare sotto la pioggia. Tom si tirò la pelle del viso, disegnando uno schema nuovo nelle diecimila rughe che lo coprivano. «Che cosa mai è accaduto all’estate?» canticchiò. «Sì, quando la vita era fa-ci-leee.»

Gettai sul fuoco altri ramoscelli, senza far caso al motivetto udito già tante volte. Tom aveva raccontato un mucchio di storie sui vecchi tempi e aveva insistito che allora la nostra costa era un deserto spoglio e arido. Però, guardando dalla finestra le foreste e le nuvole gonfie, sentendo il fuoco scaldare l’aria gelida della stanza, ricordando l’avventura della notte precedente, non ero sicuro di potergli credere. Metà delle sue storie non trovavano conferma nei molti libri che possedeva… e poi, forse mi aveva insegnato a leggere male, in modo che le mie letture avallassero le sue parole.

Ma sarebbe stato difficile inventare un sistema coerente, mi dissi, mentre lui gettava nel bricco una bustina di tè, fatto con le erbe che raccoglieva all’interno. E ricordai la volta che, a un raduno di scambio, era venuto di corsa da me, Steve e Kathryn, ebbro d’eccitazione, balbettando: «Guardate cosa ho comprato, guardate cosa ho avuto!» e ci aveva tirati sotto una torcia per mostrarci una vecchia mezza enciclopedia malandata, aperta alla pagina che mostrava la fotografia di un cielo nero sopra un terreno bianco sul quale c’erano due figure tutte bianche e una bandiera americana. «Questa è la Luna, capite? Vi avevo detto che c’eravamo andati, ma voi non ci credevate.»

«E non ci credo ancora adesso» aveva risposto Steve. A momenti si era messo a ridere, allo scoppio di collera del vecchio.

«Per questa fotografia ho dato quattro barattoli di miele, solo per dimostrarlo a voi scettici. E tu ancora non ci credi?»

«No!»

Kathryn e io morivamo dal ridere, davanti a loro due… anche noi eravamo abbastanza brilli. Ma lui aveva conservato la foto (anche se aveva buttato l’enciclopedia) e in seguito vidi la palla azzurra della Terra nel cielo nero, piccola com’è la Luna nel nostro. Avrò fissato la foto per un’ora. Quindi, una delle cose che lui sosteneva, fra le meno attendibili, era vera. Ed ero incline a credere anche al resto, di solito.

«Bene» disse Tom, porgendomi una tazza piena di tè aromatico. «Sentiamo la lezione.»

Mi schiarii la mente per evocare la pagina del libro che Tom mi aveva dato da imparare. Le righe regolari rendevano facile ricordare la poesia; la recitai come se la leggessi:

«È questo il paese, è questo il suolo, il clima»
disse l’Arcangelo perduto «è questa la sede
che dobbiamo scambiare con il Paradiso?
… queste lugubri tenebre,
con quella luce celestiale?»

Continuai con facilità, divertendomi a recitare la sfida di Satana. Alcuni versi si prestavano particolarmente a essere declamati con voce roboante:

«Addio, campi felici,
dove la gioia dimora in eterno! Salve, orrori! Salve,
mondo diabolico! E tu, Inferno profondissimo,
accogli il tuo nuovo possessore… uno che porta
una mente che né luogo né tempo cambieranno.
La mente è il luogo stesso, dentro di sé
può rendere Paradiso l’Inferno, Inferno il Paradiso.
Che importa dove, se sarò sempre lo stesso
e quel che dovrei essere, quasi meno di colui
che il tuono ha reso più grande? Qui almeno
saremo liberi…»

«Basta così, questa l’hai imparata» disse Tom, con aria soddisfatta, guardando il mare. «I versi migliori che abbia mai scritto, per metà rubati a Virgilio. E l’altro brano?»

«L’altro lo recito anche meglio» dissi, fiducioso. «Senti:»

«Credo d’essere un profeta appena ispirato,
e così spirando prevedo di lui:
la sua impetuosa e violenta fiammata di rivolta non può durare,
perché i fuochi violenti si esauriscono presto.
L’acquerugiola dura a lungo, ma le tempeste improvvise sono brevi;
spesso si stanca chi spesso sprona troppo forte;
chi si ciba con avidità è dal cibo soffocato…»

«Proprio il nostro ritratto» m’interruppe Tom. «Qui parla dell’America. Volevamo divorare il mondo e ne siamo rimasti soffocati. Scusa, continua pure.»

Mi sforzai di ricordare il punto esatto, poi ripresi:

«Questo regale trono di sovrani, quest’isola munita di scettro,
questa terra di maestà, questa sede di Marte,
quest’altro Eden, semi-paradiso,
questa fortezza eretta per sé dalla Natura
contro l’infezione e la mano della guerra,
questa felice stirpe d’uomini, questo piccolo mondo,
questa preziosa pietra in un mare d’argento
che le serve da muraglia,
o da fossato a difesa d’una casa,
contro l’invidia di terre meno fortunate,
quest’area benedetta, questo regno, quest’Inghilterra…»

«Basta!» esclamò Tom, ridacchiando e scuotendo la testa. «O troppo. Non so cosa pensare. Ma senza dubbio ti faccio imparare a memoria della roba buona.»

«Già» dissi. «Si capisce perché Shakespeare riteneva l’Inghilterra il migliore dei tredici stati.»

«Sì… Era un grande americano. Forse il più grande di tutti.»

«Ma cosa significa fossato?»

«Fossato? Ah, un canale d’acqua che circonda un luogo per rendere difficile l’accesso. Non l’hai capito, dal contesto?»

«Se l’avessi capito, perché lo chiederei?»

Tom rise. «Ho udito questa parola in uno dei piccoli raduni di scambio nell’entroterra, solo l’anno scorso. Un contadino diceva: «Scaveremo un fossato attorno al granaio». Sono rimasto un poco sorpreso. Ma si sentono sempre parole insolite come questa. Un tale, ai raduni, diceva che avrebbero gabbato qualcuno; e un altro mi ha detto che la mia abilità di venditore era degna di un filibustiere. Insaziato, simulatore… è sorprendente come le parole entrino nella lingua parlata. Brutte notizie per lo stomaco sono buone notizie per la lingua, capisci cosa intendo?»

«No.»

«Be’, sono sorpreso di te.» Si alzò, rigido e lento; riempì di nuovo la teiera, la sistemò sul fuoco. Poi s’accostò a uno scaffale di libri. L’interno della casa sembrava un poco il cortile: cianfrusaglie da tutte le parti, solo meno voluminose; altri orologi, una collezione di lampade e lanterne, una macchina per suonare la musica (dì tanto in tanto vi metteva sopra un disco e lo faceva girare, con il dito ossuto, ordinandoci di accostare l’orecchio per udire il mormorio alto e basso della musica stridula, e intanto diceva: «Questa è l’Eroica! Ascoltatela!» finché non gli intimavamo di chiudere il becco e lasciarci ascoltare); ma due pareti erano occupate quasi per intero da scaffali sovraccarichi di libri malandati. Molti non me li aveva lasciati leggere; ma ora ne prese uno e me lo gettò in grembo. «Passiamo alla lettura a vista. Comincia dal segno, lì.»

Aprii lo smilzo e ammuffito libretto, cominciai a leggere… un compito che mi risultava ancora assai difficile, assai piacevole. «“La giustizia è di per sé impotente: ciò che per natura governa è la forza. Tirare quest’ultima a fianco della giustizia, in modo che con la forza la giustizia governi… è il problema dell’abilità politica, certo assai grave; si capisce fino a che punto, se si considera quale sconfinato egoismo riposi in quasi ogni cuore umano; e che parecchi milioni di individui sono siffatti da dover essere mantenuti nei confini della pace, dell’ordine e della legalità. Stando così le cose, è una meraviglia che il mondo nel suo insieme sia pacifico e rispettoso delle leggi così come facciamo in modo sia”» a questo punto il vecchio scoppiò a ridere e continuò a lungo «“situazione che, tuttavia, determina solo il meccanismo dello stato. Infatti l’unica cosa che può produrre un effetto immediato è la forza fisica, dal momento che è l’unica cosa che gli uomini in generale capiscono e rispettano…”»

«Ehi!»

Era Steve Nicolin, che irruppe in casa come Satana nella camera da letto di Dio. «Ti ammazzo qui e subito!» gridò, avanzando verso il vecchio.

Tom saltò in piedi. «Provaci!» gridò. «Non hai la minima possibilità!» E per un po’ si accapigliarono, con Steve che teneva il vecchio per le spalle, a distanza sufficiente per non farsi prendere dai suoi colpi feroci.

«Dove vuoi arrivare riempiendoci la testa di menzogne, vecchio figlio di puttana?» disse Steve, scuotendo Tom avanti e indietro con rabbia sincera.

«E tu dove vuoi arrivare, irrompendo in casa mia a questo modo?» Tom perse subito il piacere del solito divertimento. «E poi, quando mai ti ho detto menzogne?»

Steve sbuffò. «E quando mai non le hai dette? Ci hai raccontato che i morti li seppellivano in bare listate d’argento. Ora sappiamo che è una menzogna, perché ieri notte siamo stati a San Clemente, abbiamo dissepolto una bara e c’era solo plastica.»

«Che storia è questa?» Tom guardò dalla mia parte. «Cos’avete fatto?»

Gli raccontai della spedizione a San Clemente. Quando arrivai alla storia delle maniglie, cominciò a ridere; si abbandonò sulla poltrona e rise, hii, hiii, hi hi hiiii, per tutto il resto del racconto, compreso l’inseguimento degli sciacalli accompagnato dall’ululato di sirena.

Steve rimase in piedi: incombeva su di lui, mandava fiamme dagli occhi. «Così ora sappiamo che dici menzogne, chiaro?»

«Hiiiii, hi hi hi hi hi hi.» Un paio di colpi di tosse. «Niente menzogne, ragazzi; solo la verità, dice il vecchio Tom Barnard. State a sentire… perché secondo voi le maniglie della bara erano color argento?» Steve mi lanciò un’occhiata significativa. «Perché di solito erano d’argento, ovviamente. Avete disseppellito un poveraccio morto senza un soldo. La famiglia gli ha comprato una bara a buon mercato. Ma come mai vi siete messi a disseppellire bare?»

«Volevamo l’argento» disse Steve.

«Sfortuna nera.» Si alzò a prendere un’altra tazza, la riempì fino all’orlo. «Ti dico che la maggior parte la seppellivano avvolta nell’argento. Siedi, Stephen, bevi una tazza di tè.» Steve tirò più vicino una piccola sedia di legno, sedette e cominciò a sorbire l’infuso. Tom si rannicchiò nella poltrona, strinse le dita nodose intorno alla tazza. «Quelli davvero ricchi li seppellivano nell’oro» disse piano, fissando il vapore che si alzava dalla tazza. «Uno di loro aveva sul viso una maschera d’oro che riproduceva le sue sembianze. Nella camera mortuaria c’erano statue d’oro a immagine di sua moglie, e dei suoi cani, e dei suoi figli… calzava scarpe pure d’oro; e intorno, alle pareti della stanza, c’erano piccoli mosaici di pietre preziose, che illustravano i momenti più importanti della sua vita…»

«Ma va’…» protestò Steve.

«Dico sul serio! Era proprio così. Siete stati lassù, avete visto le rovine… vorreste dirmi per caso che non buttavano argento nel terreno insieme con i loro morti?»

«Ma perché?» domandai. «Perché la maschera d’oro e tutto il resto?»

«Perché erano americani.» Sorseggiò il tè. «E questo era il meno, vi dico.» Per qualche minuto guardò intensamente dalla finestra, perso nei ricordi. «Viene la pioggia» disse. Per un altro minuto sorseggiò il tè, in silenzio. «Come mai vi è venuta tutta questa voglia d’argento?»

Lasciai che fosse Steve a rispondere, visto che l’idea era stata sua.

«Per scambiarlo» rispose Steve. «Per procurarci quello che vogliamo, ai raduni. Per andare da qualche parte, magari giù lungo la costa, e avere qualcosa da scambiare per procurarci il cibo.» Diede un’occhiata al vecchio, che lo fissava attentamente. «Per viaggiare, come facevi tu.»

Il vecchio non raccolse l’insinuazione. «Ci si procura tutto quel che si vuole, scambiando i prodotti del proprio lavoro. I pesci, nel tuo caso.»

«Ma non si può andare dove si vuole! Non si viaggia portandosi il pesce sulla schiena!»

«Tanto, non si può più viaggiare. A quanto sembra, hanno fatto saltare tutti i ponti di una certa importanza. E se riesci ad andare da qualche parte, i locali ti ucciderebbero per rubarti l’argento, probabilmente. E anche se fossero persone oneste, prima o poi finiresti l’argento e saresti costretto a lavorare di nuovo, là dove ti trovi. Scavare pozzi neri, o cose del genere.»

Il fuoco crepitò, mentre stavamo seduti a guardarlo. Steve, testardo, emise un lungo sospiro. Il vecchio sorseggiò il tè e continuò: «Occorrono tre giorni di viaggio per arrivare al luogo dei raduni, se le condizioni atmosferiche lo permettono. Un viaggio più lungo di quelli che eravamo soliti fare, lascia che te lo dica. E incontriamo sempre meno gente nuova.»

«Sciacalli compresi» dissi.

«Meglio non litigare, con questi giovani sciacalli» disse Tom.

«L’abbiamo già fatto» replicò Steve.

A quel punto fu Tom a sospirare. «Ci sono state già fin troppe liti. Di questi tempi c’è così poca gente in vita. Non c’è motivo.»

«Hanno iniziato loro.»

Goccioloni di pioggia colpirono la finestra. Li guardai scivolare sul vetro e rimpiansi che casa mia non avesse finestre. Anche con la porta chiusa e il cielo coperto di nuvole scure, tutti i libri, le terraglie, le lanterne, perfino le pareti, luccicavano di grigio argento, come se contenessero una luce propria.

«Non voglio che facciate a pugni, al raduno» disse Tom.

Steve scosse la testa. «No, se non saremo costretti.»

Tom si accigliò e cambiò argomento. «Hai imparato a memoria la lezione?»

Steve scosse la testa. «Ho avuto troppo da lavorare… mi spiace.»

Dopo un poco, dissi: «Sai a me cosa sembra?»

«Cosa?» chiese Tom.

«La linea costiera, qui. Mi dà l’impressione che una volta non ci fossero altro che montagne e vallate giù fino all’orizzonte. Poi un giorno un gigante traccia una linea retta; a ovest della linea tutto sprofonda e vi si riversa l’oceano. Dove la linea incrociava una montagna, lì c’è un dirupo; dove incrociava una vallata, c’è una palude salmastra e una spiaggia. Ma sempre in linea retta, vedi? Le montagne non sporgono nell’oceano e l’acqua non viene a riempire le valli.»

«La linea di faglia» disse Tom, con tono sognante e gli occhi chiusi, come se nella mente consultasse un libro. «La superficie della terra è fatta di immense placche che scivolano lentamente. Verissimo! Molto lentamente… nell’arco della tua vita si sposteranno di due centimetri… della mia, cinque, eh, eh… e noi ci troviamo nelle vicinanze di una faglia, dove le placche s’incontrano. La placca del Pacifico scivola verso nord; la terra qui, verso sud. Ecco perché c’è la linea retta. E i terremoti, li hai già sentiti, sono provocati dall’incontro delle due placche, che scivolano e si stritolano l’una con l’altra. Una volta, ai vecchi tempi, c’è stato un terremoto che ha distrutto ogni città di questa costa. Gli edifici sono crollati come nel Giorno. Sono scoppiati incendi, e non c’era acqua per domarli. Le autostrade come quella qui sotto puntavano al cielo e nessuno poteva intervenire a dare aiuto, sulle prime. Per un mucchio di gente è stata la fine. Ma quando gli incendi si sono estinti da soli… Sono arrivati da tutte le parti. Hanno portato macchine gigantesche e materiali, usato come pietrisco le macerie. Un mese dopo, ogni città era ricostruita, proprio come prima, con tanta precisione che non si sarebbe detto che c’era stato un terremoto.»

«Oh, andiamo!» protestò Steve.

Il vecchio si strinse nelle spalle. «Era proprio così.»

Guardammo, fra le oblique linee d’acqua, la valle sottostante. Nere scope di pioggia spazzavano il mare incappucciato di bianco. Nonostante gli anni di lavoro compiuti nella valle, nonostante i campi squadrati vicino al fiume e il piccolo ponte che lo superava, nonostante i tetti qua e là, legno o tegole o cavi del telefono… nonostante tutto questo, l’autostrada era il segno principale che l’umanità abitava la valle… l’autostrada, piena di crepe e morta, mezza ostruita e inutile. Le enormi strisce di cemento passarono dal biancastro al grigio bagnato, mentre guardavamo. Parecchie volte eravamo rimasti a sedere in casa di Tom, a bere tè e a guardare, Steve e io, Mando e Kathryn e Kristen, durante le lezioni oppure all’aperto sotto un acquazzone, e parecchie volte il vecchio ci aveva parlato dell’America, aveva indicato l’autostrada e descritto le automobili, tanto che quasi le vedevo correre come lampi avanti e indietro, grosse macchine metalliche di tutti i colori e di tutte le forme che si limitavano a volare via, incrociandosi ed evitando per un pelo scontri disastrosi, mentre correvano a fare affari a San Diego o a Los Angeles… i fari rossi e bianchi si riflettevano sull’asfalto bagnato e ammiccavano oltre la montagna, nuvole di schizzi spiraleggiavano all’indietro e avviluppavano le auto seguenti tanto che nessuno riusciva a vedere bene, e la Morte sedeva sul posto accanto al guidatore, aspettando un errore… così Tom raccontava, finché mi sembrava davvero strano guardare in basso e vedere la strada così vuota.

Ma questa volta Tom si limitò a starsene seduto: mandava lunghi sospiri, di tanto in tanto guardava Steve e scuoteva la testa. Sorseggiava il tè, in silenzio. Mi faceva sentire depresso. Speravo che raccontasse un’altra storia. Sarei tornato a casa sotto la pioggia, Pa’ avrebbe acceso un fuoco troppo piccolo, nella baracca avrebbe fatto freddo, ancora molto dopo la cena di pesce e pane mi sarei dovuto ingobbire sopra le braci per scaldarmi, nel buio pieno di spifferi… In basso c’era l’autostrada, simile a un sentiero per giganti, grigia nel verde bagnato della foresta. Mi chiedevo se le automobili vi sarebbero mai tornate.

3

I raduni di scambio impegnavano quasi tutta la gente di Onofre nei preparativi della carovana. Al punto di partenza, dove l’autostrada attraversa la cresta Basilone, eravamo una ventina: alcuni ammassavano pesce sui carrelli delle barche, altri tornavano di corsa nella valle a prendere roba dimenticata, altri ancora inveivano contro i cani, che una volta tanto si rendevano utili perché tiravano i carrelli. Era davvero un’impresa mettere loro i finimenti. Intorno ai carrelli la gente bisticciava per avere più spazio. I carrelli, leggeri cavalletti metallici con un paio di ruote, erano mezzi di trasporto ottimi ma poco spaziosi: il vecchio Tom minacciava tutti coloro che cercavano di guadagnare spazio cambiando la posizione dei suoi barattoli di miele, Kathryn difendeva con identiche minacce e imprecazioni le sue pagnotte, Steve requisiva per il pesce carrelli interi. Al raduno portavamo soprattutto pesce, fresco e secco, nove o dieci carrelli; io avevo il compito di aiutare nel carico Rafael, Steve, Doc e Gabby. I pesci si dibattevano, i cani abbaiavano, Steve dava ordini a destra e a manca, a tutti ma non a Kathryn, che l’avrebbe preso a calci; e in alto uno stormo di gabbiani lanciava strida, quasi sapesse che non gli sarebbe toccato il pasto. Faceva impazzire i cani. La confusione di grida eccitate giunse all’apice e partimmo.

Sulla costa il cielo era color latte andato a male. Ma quando lasciammo l’autostrada e ci dirigemmo verso l’interno, risalendo la valle San Mateo, la prima a nord della nostra, il sole cominciò a comparire a tratti: chiazze di luce incendiarono di verde le montagne. La carovana si allungò, a mano a mano che la strada si restringeva: era una vecchia strada d’asfalto, piena di buche, che noi stessi avevamo riempito di sassi per rendere più agevole il percorso.

Steve e Kathryn camminavano a braccetto in fondo alla fila. Li osservai, seduto sul bordo di un carrello, lasciando strisciare un piede sull’asfalto. Conoscevo da sempre Kathryn Mariani; e da sempre ne ero quasi spaventato. I Mariani abitavano accanto a Pa’, per cui vedevo Kathryn continuamente. Era la prima di cinque sorelle; quando ero piccolo, mi sembrava che facesse sempre la prepotente con tutti noi, o che rifilasse un rapido ceffone a chi tentava di arraffare di nascosto un pezzo di pane o s’infilava di soppiatto nei campi di granturco. Era grande e grossa, anche… Dopo avermi mandato a gambe levate, con un calcio del pesante stivale, com’era successo più di una volta, il suo viso lentigginoso mi guardava con cattiveria da quella che mi pareva un’altezza tremenda. A quel tempo la consideravo la ragazza più malvagia del mondo. Solo da un paio d’anni, ormai alto come lei, la vedevo da un punto di vista diverso e notavo quant’era graziosa. Un naso a patata non sembra tanto bello, visto da terra (sembra un grugno, a dire la verità), e neppure una gran bocca spalancata… ma vista dalla stessa altezza, Kathryn sembrava a posto. L’anno prima lei e Steve erano diventati amanti e le altre ragazze ridacchiavano chiedendosi quando si sarebbero sposali; di conseguenza, lei e io eravamo diventati amici e avevo imparato a considerarla qualcosa di più di uno spaventapasseri con il matterello. Scherzammo sui vecchi tempi.

«Credo che andrò a far colazione con il pane del primo carrello; sono sicuro che nessuno ci farà caso.»

«Tocca quel pane, Henry caro, e ti mando a calci nel sedere giù fino a Onofre, come una volta.»

Steve rise. Era molto più allegro, in quei viaggi, quando si lasciava alle spalle la famiglia e il padre che guidava ogni giorno gli uomini alla pesca. I cani abbaiarono e lui andò a giocare con loro finché non tornarono di buonumore e gli fecero le feste, pronti a tirare il carico tutto il giorno, per semplice divertimento, per il modo in cui Steve rideva. Gran parte dei cani apparteneva ai Nicolin e passava quasi tutta la vita a dar la caccia ai ratti sulle scogliere. Steve li aveva addestrati bene: quando c’era lui, stavano in silenzio, così poteva uscire e rientrare di nascosto, la notte, senza che abbaiassero per fargli festa. Pa’ e io non avevamo cani… di solito eravamo già fortunati se avevamo da mangiare per noi… ma quelli dei Nicolin mi avevano in simpatia. «Bravi perros» dissi ai cani, mentre Steve tornava da Kathryn.

Verso mezzogiorno giungemmo sul posto del raduno di scambio: un campo erboso pieno di eucalipti ben distanziati e alberi del ferro. Il sole splendeva, più di metà dei villaggi partecipanti erano già arrivati, e nella luce a chiazze sotto gli alberi c’erano tendoni colorati e bandiere, carrelli e carri e lunghi banchi, decine di persone nel loro abito migliore, pennacchi di fumo di legna che s’innalzavano fra gli alberi da numerosi fuochi di bivacco. I cani impazzirono.

Reggendoli per la cavezza, seguimmo fra la folla il percorso tortuoso fino al nostro posto. Dopo aver salutato i bovari di Talega Canyon, accampati vicino a noi, ramazzammo nel pozzetto per il fuoco tutto lo sterco di vacca disseminato nella nostra zona e scaricammo i carrelli o li sistemammo come banchi. Aiutai Rafael a stendere i tendoni sopra i carrelli del pesce. Il vecchio fissò con aria estasiata il baldacchino bianco sopra i bovari; lo indicò e disse a Steve e a me: «Un tempo la gente si legava sulla schiena uno di questi affari e saltava giù dagli aeroplani, da chilometri d’altezza. E scendeva lentamente fino a terra.»

«E i pesci giocavano a baseball» disse Steve. «Hai cominciato a celebrare il raduno in anticipo, eh, Tom?»

Alle proteste del vecchio scoppiammo tutti a ridere. I cani erano una seccatura: li portammo in fondo alla nostra zona e li legammo agli alberi; per tenerli calmi, gettammo loro delle teste di pesce. Al nostro ritorno, i baratti erano già iniziati. Eravamo in genere l’unico villaggio di mare al raduno, ci conoscevano tutti. «Onofre è arrivato» gridò qualcuno. «Guarda che magnifiche orecchie di mare» disse un altro. «Ne mangio subito una!» Rafael lanciò il suo richiamo: «Pesce fresco! Pesce fresco!» Perfino gli sciacalli di Laguna venivano a fare scambi con noi: non erano buoni a pescare da soli neanche quando l’oceano li prendeva a sberle sul muso. «Non voglio le tue monete, signora» ripeteva Doc. «Voglio stivali, stivali. So che ne hai.» «Prendi le monete e compra gli stivali da un altro: li ho finiti. Il Registro dice: una moneta, un pesce.» Doc brontolò e concluse la vendita. Scaricata da un carrello la legna da ardere, avevo terminato il lavoro della giornata. A volte avevo abiti da barattare: li prendevo, strappati e laceri, dagli sciacalli e li rivendevo, rammendati da Pa’. Ma stavolta Pa’ non aveva aggiustato niente, perché il mese prima non avevamo niente da dare in cambio di abiti vecchi. Così la giornata era tutta per me, anche se avrei continuato a tenere gli occhi aperti in cerca di abiti frusti… e li vedevo, anche, ma sulle spalle della gente. Andai davanti al nostro campo e mi sedetti al sole, sul ciglio del viale principale.

Il viale ferveva d’attività. Passò una donna con una lunga veste viola, che reggeva in equilibrio sulla testa una gabbia di polli, seguita da due uomini con calzoni a strisce gialle e rosse che facevano il paio e camicia azzurra a maniche lunghe. Un’altra donna, circondata da un gruppo d’amici vestiti a colori vivaci, portava un paio di calzoni a macchie di tutti i colori, così rigidi da avere una piega davanti e dietro.

Gli sciacalli non si distinguevano solo per l’abbigliamento. Parlavano tutti a voce alta, quasi sempre. Ascoltandoli, mi dissi che forse in quel modo volevano superare il silenzio delle rovine. Tom diceva spesso che la vita fra le rovine rendeva matti gli sciacalli, dal primo all’ultimo; e infatti quelli che mi passarono davanti avevano in gran parte negli occhi una luce che sembrava dare ragione al vecchio: selvaggia e sfrenata, come se cercassero qualcosa di eccitante da fare e non lo trovassero. Osservai con attenzione maggiore i più giovani, chiedendomi se fra loro c’erano quelli che ci avevano inseguiti da San Clemente. Avevamo avuto con un gruppo di loro qualche scontro di scarsa importanza, in passato, ai raduni e nella valle San Mateo, e i sassi erano volati come bombe… ma non vidi nessuno di quel gruppo e comunque non avrei potuto riconoscere quelli che ci avevano scoperti a San Clemente. Ne passarono due in un completo di un bianco abbagliante e cappello in tinta. Mi venne da ridere. Io avevo jeans scoloriti e rattoppati sulle ginocchia chissà quante volte. La gente di paesi e di villaggi nuovi era abbigliata tutta allo stesso modo, abiti di campagna tenuti insieme da ago e preghiera, a volte abiti nuovi fatti di scarti di stoffa o pelli; era come avere il distintivo di gente sana e normale. Gli abiti degli sciacalli erano, credo, un simbolo d’altro tipo: chi li portava era ricco, e pericoloso. Subito dopo un gruppo di pastori passò una squadra di donne degli sciacalli, in abiti di merletto, ciascuno dei quali, calcolai, aveva richiesto più di sei metri di stoffa e almeno due strisciavano per terra. Spreco.

Poi vidi Melissa Shanks uscire dal nostro campo, portando un paniere di granchi. Balzai in piedi senza riflettere e m’avvicinai. «Melissa!» la chiamai. Quando si girò dalla mia parte, le rivolsi un sorriso da sciocco. «Ti serve aiuto per portare indietro quel che ricaverai dai granchi?»

Lei sollevò le sopracciglia. «E se fosse una bustina d’aghi?»

«Uh, be’, non avresti bisogno di molto aiuto.»

«Infatti. Ma sei fortunato. Devo procurarmi una mezza botte, quindi mi fa piacere che m’accompagni.»

«Magnifico.» Melissa lavorava saltuariamente ai forni; era amica di Kristen, la sorella più giovane di Kathryn. La vedevo poco, solo ai forni. Suo padre, Addison Shanks, stava su monte Basilone e non aveva molti rapporti con il resto della valle. «Sarai fortunata, se otterrai una mezza botte per quei quattro granchi» continuai, dopo un’occhiata nel paniere.

«Lo so. Il Registro dice che è possibile, ma mi toccherà sfoderare tutta la mia parlantina.» Fiduciosa, gettò all’indietro i lunghi capelli neri che brillarono al sole, così lucidi e ben curati da far sembrare che portasse dei gioielli. Era graziosa: denti piccoli, naso affilato, pelle bianca e liscia… Aveva un’intera serie di espressioni preoccupate, serie, altere, che rendevano più dolci i rari sorrisi. La fissai troppo a lungo; andai a sbattere contro una donna anziana che veniva nell’altro senso.

«Carajo!»

«Chiedo scusa, signora, ma sono stato distratto da questa giovane fanciulla…»

«Allora datti da fare!»

«Ci proverò di sicuro, signora, arrivederci.» Con un’ammiccata e un pizzicotto sul sedere (lei mi diede uno schiaffo sulla mano e ridacchiò), girai intorno alla vecchia. Anche Melissa sorrise; allora le strinsi il braccio e chiacchierammo allegramente, girando nel viale principale del raduno, alla ricerca di un bottaio. A un certo punto ci dirigemmo al campo di Trabuco Canyon, i cui contadini lavoravano bene il legno.

Sopra il campo di Trabuco, un pennacchio di fumo galleggiava fra le chiazze di sole che lo tingevano di rosa conchiglia. Sentimmo odore di carne: arrostivano un vitello tagliato in due. Una certa folla si era radunala intorno al campo per unirsi al festino. Melissa e io scambiammo un granchio con due costolette e mangiammo in piedi, guardando le buffonate di un trio d’astuti sciacalli che pretendevano sei costolette per una scatola di spilli di sicurezza. Stavo per fare una battuta su di loro, quando ricordai che il padre di Melissa, secondo le voci, trafficava con gli sciacalli. Addison concludeva un mucchio di affari di notte, su a nord; e nessuno sapeva se facesse scambi con gli sciacalli, se li derubasse, se lavorasse per loro… Era lui stesso una sorta di sciacallo che preferiva vivere fuori delle rovine. Masticai la carne in silenzio, rendendomi conto all’improvviso che conoscevo ben poco la ragazza al mio fianco. Melissa ripulì la costoletta come un cane ripulisce un osso e continuò a guardare la carne che sfrigolava sul fuoco. «Era davvero buona» sospirò. «Ma non vedo botti. Mi sa che toccherà dare un’occhiata al campo degli sciacalli.»

Fui d’accordo, anche se significava trattative più difficili. Ci dirigemmo alla metà nord del parco, dove si fermavano gli sciacalli… forse per tenere sgombra la via di casa. Lì gli accampamenti e gli oggetti di scambio erano assai diversi: niente generi alimentari, a parte diversi vassoi di spezie e scatolame pregiato, sorvegliati da alcune donne. Passammo accanto a un uomo con un abito azzurro brillante, che offriva utensili esposti sopra una coperta stesa sull’erba. Alcuni erano arrugginiti, altri più lucenti dell’argento, tutti di forma e grandezza diverse. Cercammo d’indovinare a che cosa servissero. Uno, davvero buffo, consisteva in due paia di morsetti di metallo verdastro alle estremità di un filo metallico dentro un tubo di plastica arancione. «Serviva a tenere insieme marito e moglie che non andavano d’accordo» disse Melissa.

«No, ci sarebbe voluto un affare più robusto. Sarà un fermaporta.»

Lei rise. «Un cosa?» Ma non mi lasciò spiegare… cominciò a piegarsi in due ogni volta che ci provavo, fino a farmi sfiatare. Passammo davanti ad ampie esposizioni di abiti sgargianti, scarpe lucide, grosse macchine rugginose assolutamente inutili senza corrente elettrica, e davanti ad armaioli con la loro folla di spettatori pronti ad assistere a un’eventuale trattativa importante o agli spari dimostrativi. Lo scambio di sementi, lungo il confine fra il campo degli sciacalli e il nostro, era vivace come al solito. Volevo avvicinarmi a vedere se Kathryn faceva scambi, perché il suo modo di contrattare per le sementi era un’arte; ma la folla m’impediva di vedere se lei c’era e a un tratto Melissa mi tirò per il braccio. «Là!» disse. Al di là della zona riservata alle sementi, una donna vestita di rosso barattava sedie, tavoli e botti.

«Sei a posto» le dissi. Avevo visto Tom Barnard, dall’altra parte del viale. «Vado a vedere cosa combina Tom. Tu intanto comincia a trattare.»

«Bene. Farò la parte della povera innocente, finché non torni.»

«Buona fortuna.» Ma non sembrava poi tanto innocente, era questa la verità. M’avvicinai a Tom, che discuteva animatamente con un mercante di utensili. Quando mi fermai accanto a lui, mi posò la mano sulla spalla e continuò a parlare.

«… rifiuti industriali, legno fradicio, corpi d’animali, a volte…»

«Cagate» disse il venditore d’utensili. («Anche quelle» si intromise il vecchio.) «Lo facevano dalla canna da zucchero e dalla barbabietola, c’è scritto sulla scatola. E lo zucchero resta buono per sempre ed è dolce come il tuo miele.»

«Non esistono canne da zucchero e barbabietole» disse Tom, sprezzante. «Hai mai visto piante del genere? Le hanno inventate gli zuccherifici. E intanto ricavavano lo zucchero dai residui delle fogne e lo si paga con orribili malattie e deformità. Ma il miele! Il miele tiene lontano il raffreddore e tutte le malattie dei polmoni, libera dalla gotta e dall’alito cattivo, è dieci volte più gustoso dello zucchero, ti aiuta a vivere quanto me, è nuovo e naturale, non robaccia sintetica vecchia di sessant’anni. Tieni, assaggia un po’ di questo, prendine una ditata, ha entusiasmato tutto il raduno, e poi non c’è obbligo, in una ditata.»

L’uomo degli utensili tuffò due dita nel vasetto che il vecchio gli porgeva e leccò il miele.

«Sì, il sapore è buono…»

«Certo che è buono! Ora, un solo maledetto accendino… e tu ne hai migliaia, nell’Orange County… non è certo esagerato per due, dico duuueee, barattoli di questo miele delizioso. Soprattutto…» Tom si batté la mano contro la tempia, come se si fosse dimenticato. «Soprattutto perché ti restano anche i barattoli di vetro.»

«Anche i barattoli, dici.»

«Sì. Sono generoso, lo so, ma noi di Onofre siamo fatti così, daremmo via anche i calzoni, se alla gente non importasse vederci girare con il culo al vento. E poi, sono un vecchio rimbambito…»

«D’accordo, d’accordo! Chiudi pure il becco: affare fatto. Dammi i due barattoli.»

«Eccoli qui, giovanotto. Arriverai alla mia età, se mangerai questo magico elisir, lo giuro.»

«Non ci tengo, se non ti spiace» disse lo sciacallo, con una risata. «Ma il sapore è buono.» Prese l’accendino, di plastica trasparente con cappuccio metallico, e lo diede al vecchio.

«Arrivederci, allora» disse Tom, intascando rapidamente l’accendino e tirandomi via. Si fermò sotto l’albero seguente. «Hai visto, Henry? Hai visto? Un accendino per due vasetti di miele. Non è stato un affare? Ecco, guarda. Ci avresti mai creduto? Guarda.» Estrasse l’accendino, lo tenne davanti a me, premette il pollice. Lo tenne acceso per un secondo, poi lo spense.

«Grazioso» dissi. «Ma hai già un accendino.»

Accostò il viso rugoso al mio. «Procurateli sempre, quando ne trovi, Henry. Sempre. Sono la cosa più preziosa che gli sciacalli hanno da barattare. La più grande invenzione della tecnologia americana, non c’è dubbio.» Frugò nello zaino. «To’, bevi un goccio.» Mi tese una piccola bottiglia di liquido ambrato.

«Sei già passato dalla zona dei liquori?»

Sogghignò, mettendo in mostra gli spazi vuoti fra i denti. «Il primo posto dove sono andato, naturalmente. Bevi un sorso. Scotch di cent’anni. Ottimo davvero.»

Ne mandai giù un sorso, quasi soffocai.

«Prendine un altro, adesso: il primo apre solo la porta. Senti il calore che ti scende dentro?» Lo sentivo. «Roba buona.»

Bevemmo a turno. Indicai Melissa, che sembrava concludere ben poco con la donna dei barili. «Ahh!» disse Tom, con una sbirciata maliziosa. «Peccato che non sappia mercanteggiare come un uomo.»

«Senti, mi presti un vasetto di miele? Ti ricambierò lavorando agli alveari.»

«Be’, non so…»

«Su, andiamo, cosa vuoi scambiare ancora per oggi?»

«Un mucchio di roba» protestò lui.

«Hai già la cosa più importante che gli sciacalli possiedono, no?»

«Oh, va bene. Ti darò quello piccolo. Bevi un altro goccio, prima di andartene.»

Tornai da Melissa. Mi sentivo bruciare lo stomaco, girare la testa. Melissa diceva lentamente, come se fosse già la quarta volta: «Li abbiamo tirati via dall’acqua ancora vivi, stamattina. Facciamo sempre così, è risaputo. Tutti hanno mangiato i nostri granchi e mai nessuno è stato male. La carne dura una settimana, tenendola al fresco. La più saporita che ci sia, e se l’hai mai provata lo sai.»

«Già fatto» disse la donna, brusca. «Mi spiace, i granchi vanno bene, ma non ce ne sono abbastanza da far cambiare la situazione. Queste mezze botti sono difficili da trovare. A te durerà per sempre, mentre io avrò qualche boccone di granchio per una settimana.»

«Ma se non le baratti, dovrai riportarle a nord» intervenni, in tono amichevole. «Spingerle su per le montagne, stare attenta che non rotolino dall’altra parte… ti faremmo un favore a prenderne una gratis… non che ne abbiamo l’intenzione, ovviamente. Ecco… ci mettiamo anche un vasetto di miele di Barnard, oltre a questi granchi squisiti: un vero furto. Per te.» Prima Melissa mi aveva scoccato un’occhiata di fuoco perché m’impicciavo nella trattativa. Ora, speranzosa, sorrideva alla donna. Quest’ultima guardò il vasetto di miele, ma pareva poco convinta.

«Il Registro dice che mezza botte vale dieci dollari» continuai. «E i granchi valgono due dollari l’uno. Ce ne sono sette, per cui sei già in vantaggio di quattro dollari, senza contare il miele.»

«Lo sanno tutti che il Registro è pieno di stronzate» disse la donna.

«Da quando in qua? L’hanno fatto gli sciacalli.»

«No… siete stati voi zappaterra.»

«Chiunque sia stato, lo usano tutti e lo disprezzano solo quando cercano di fregare.»

La donna esitò. «Il Registro dice davvero che i granchi valgono due dollari l’uno?»

«Ma certo» risposi, augurandomi che non ce ne fosse una copia a portata di mano, perché valgono solo un dollaro e cinquanta.

«Bene» disse la donna «mi piace il sapore.»

Mentre facevamo rotolare la mezza botte fino al nostro campo, Melissa scordò la mia mancanza d’educazione. «Oh, Henry» trillò. «Come posso ringraziarti?»

«Ma figurati, non è niente, eh eh.» Fermai la botte per lasciar passare un gruppo di pastori che reggevano sulla testa un enorme tavolo capovolto. Melissa mi abbracciò e mi diede un bel bacio. Rimanemmo lì a guardarci, prima di ricominciare. Aveva le guance arrossate, il corpo caldo contro il mio. Mentre riprendevamo la strada, schioccò le labbra. «Hai bevuto, Henry?»

«Uh… il vecchio Barnard mi ha dato un paio di sorsi, laggiù.»

«Ah, sì?» Girò la testa a guardarsi indietro. «Non direi di no neppure io.»

Tornati al campo, Melissa andò a cercare Kristen, mentre io collaborai a terminare lo scambio del pesce. Steve mi si avvicinò, sigaretta fra le dita; fumammo a turno, sotto i raggi di sole che facevano scintillare la polvere nell’aria del pomeriggio. Subito dopo scoppiò una lite fra un bovaro dei Pendleton e uno sciacallo, ma fu sedata da un gruppo di omacci rudi che avevano il compito di mantenere l’ordine. Questi sceriffi dei raduni non gradivano che la gente ignorasse la loro autorità: chi si azzuffava, finiva sempre per prenderle da loro. Dopo questo episodio, mi appisolai per un paio d’ore, insieme ai cani addormentati.

Rafael mi svegliò, quando venne a portare i rifiuti ai perros. Solo a ovest il cielo era ancora azzurro; le nuvole, in alto, riflettevano un po’ di luce del tramonto. Mi alzai troppo in fretta. Passato lo stordimento, m’avvicinai al nostro fuoco di bivacco, attorno al quale qualcuno mangiava ancora. Sedetti sui talloni accanto a Kathryn, che mi offrì un po’ di stufato. «Dov’è Steve?» chiesi mentre mangiavo.

«È già andato ai campi degli sciacalli. Ha detto che sarebbe rimasto un paio d’ore in quello di Mission Viejo.»

«Ah» commentai, ingozzandomi. «Come mai non sei con lui?»

«Be’, Hanker, sai com’è. Prima di tutto, dovevo aiutare a cucinare. Ma anche se avessi potuto andarci, non posso stare insieme a Steve per tutta la notte. Sai cosa significa. Voglio dire, potrei farlo, ma non sarebbe divertente. E poi, mi sa che preferisca stare lontano da me, qui al raduno.»

«No.»

Si strinse nelle spalle. «Fra un po’ vado a cercarlo.»

«Com’è andato il baratto di sementi?»

«Benissimo. Non come a primavera, ma ho avuto un bel pacchetto di semi d’orzo. Gran colpo… tutti erano interessati a quest’orzo, visti i buoni risultati di Talega, per cui la trattativa scottava, ma il nostro buon elote l’ha spuntata. La prossima settimana semino tutto il campo alto, per vedere come va. Se non è troppo tardi.»

«Il tuo gruppo avrà da fare.»

«Hanno sempre da fare.»

«Vero.» Terminai lo stufalo. «Vado a cercare Steve.»

«Lo troverai facilmente» rise. «Dritto dove c’è più casino. Ci vediamo lì.»

Fra i campi del nuovo paese, sul lato sud del parco, c’era buio e silenzio, a parte i versi acuti e lugubri dei pavoni di Trabuco che protestavano nelle gabbie. Qua e là piccoli fuochi facevano tremolare e danzare di luce riflessa gli alberi; dalle sagome scure che schermavano le fiammelle provenivano voci. Inciampai in una radice.

Nella metà nord del parco era tutto diverso. Nelle radure ruggivano grandi falò che facevano agitare i tendoni colorati distesi fra i rami. Dagli alberi pendevano lanterne che mandavano una debole luce biancastra. Imboccai il viale e fui spinto alle spalle da una donna robusta, vestita d’arancione. «Scusa, ragazzo» mi disse. Andai al campo Mission Viejo. Un barattolo mi volò vicino, spargendo il contenuto, e s’infranse contro un albero. I colori brillanti degli abiti tremolavano alla luce dei fuochi; ogni sciacallo, uomo, donna, ragazzo, aveva tirato fuori la propria collezione di paccottiglia: tutti portavano collane d’oro e d’argento, orecchini, anelli al naso, catenelle alle caviglie, alla cintura, ai polsi; ogni ornamento era tempestato di pietre preziose che mandavano bagliori rossi, azzurri, verdi. Uno spettacolo magnifico.

Nel campo di Mission Viejo c’erano tavoli accostati l’uno all’altro in lunghe file, affiancati da panche piene di gente che beveva, discuteva, ascoltava il gruppo jazz all’estremità del campo. Per un poco mi fermai a guardare, ma non vidi nessuno di mia conoscenza. Poi Steve mi urtò il braccio, sogghignando. «Andiamo a rompere le palle al vecchio» disse. «È laggiù, con Doc e gli altri matusa.»

Tom era a capotavola, fra altri sopravvissuti dei vecchi tempi: Doc Costa, Leonard Sarowitz di Hemet, George vattelapesca di Cristianitos. I quattro erano personaggi fissi di tutti i raduni, spesso in compagnia di Roger lo Strambo e altri sopravvissuti abbastanza anziani da ricordare i vecchi tempi. Tom era di gran lunga il più vecchio del gruppo. Ci vide e ci fece posto accanto a lui sulla panca. Bevemmo un sorso dalla fiasca di Leonard; il liquore mi andò di traverso e me ne versai metà sulla camicia. I matusa morirono dal ridere. Le gengive del vecchio Leonard erano sdentate come quelle di un neonato.

«C’è Fergie?» chiese Doc a George, riprendendo la conversazione.

George scosse la testa. «È andato a ovest.»

«Ah. Peccato.»

«Sai quant’è veloce questo ragazzo?» disse Tom, rifilandomi una manata sulla schiena. Leonard scosse la testa, si accigliò. «Una volta gli ho fatto un lancio e lui con la risposta di dritto mi ha sfiorato l’orecchio… mi sono girato e ho visto la palla colpirlo nel culo mentre lui scivolava in seconda base.»

Gli altri risero, ma Leonard scosse di nuovo la testa. «Non distrarmi! Cerchi solo di distrarmi!»

«Come sarebbe a dire?»

«Il punto è… glielo stavo dicendo, ragazzi, e anche voi dovreste ascoltare… il punto è che, se Eliot avesse reagito da americano, adesso non ci troveremmo in questa condizione.»

«Quale condizione?» chiese Tom. «Per conto mio, mi trovo benissimo.»

«Non farmi ridere» intervenne Doc, acido.

«Di nuovo la stessa storia, a quanto vedo» osservò Steve, alzando gli occhi al cielo e allungando la mano verso la fiasca.

«Sono sicuro che torneremo a essere la nazione più potente del mondo, perdio» continuò Leonard.

«Un momento» disse Tom. «Non ci sono abbastanza americani vivi da formare anche solo una nazione, altro che la più potente del mondo. E che vantaggio ne avremmo, se a furia di bombe avessimo ridotto ogni altro paese nelle stesse nostre condizioni?»

Doc si sentì offeso, tanto da intervenire al posto di Leonard.«Che vantaggio ne avremmo?» ripeté. «Non ci sarebbero maledette navi cinesi lungo la costa, a tenerci d’occhio ogni momento e a bombardarci appena tentiamo di ricostruire! Ecco il vantaggio. Quel vigliacco di Eliot ha affossato l’America per sempre. Adesso siamo l’ultima ruota del carro, Tom Barnard. Siamo orsi nella fossa.»

«Grrrrr» ringhiò Steve e bevve un altro sorso. A me toccò quello dopo.

«Eravamo spacciati, una volta esplose le bombe» disse Tom. «Non fa differenza quel che è accaduto al resto del mondo. Se Eliot avesse deciso di premere il pulsante, avrebbe solo ucciso altra gente e distrutto altre nazioni. Per noi non sarebbe cambiato niente. E poi, non sono stati né i russi né i cinesi, a piazzare le bombe…»

«Parli a vanvera» disse Doc.

«Sai che è così! Sono stati i maledetti sudafricani. Pensavano che avremmo messo il becco nel loro mercato di schiavi.»

«I francesi!» gridò George. «Sono stati i francesi!»

«I vietnamiti» disse Leonard.

«No, loro no» replicò Tom. «Quei poveracci non avevano più neppure un petardo, quando siamo andati via dal loro paese. E probabilmente non è stato nemmeno Eliot a decidere di non fare rappresaglie. Pure lui, come tutti, sarà morto all’inizio del Giorno. La decisione l’avrà presa un generale a bordo di un aereo, ti ci puoi giocare i denti di legno. E sarà stata una gran sorpresa, anche per lui. Soprattutto per lui. Sarei curioso di sapere chi era.»

«Chiunque sia stato» disse Doc «era un vigliacco e un traditore.»

«Era un essere umano onesto» disse Tom. «Se avessimo colpito la Russia e la Cina, saremmo criminali e assassini. E poi, in questo caso i russi avrebbero scaricato su di noi tutto il loro arsenale: oggi non ci vivrebbe nemmeno una maledetta formica, in tutto il Nord America.»

«Le formiche sarebbero ancora vive» disse George. Steve e io chinammo la testa sul tavolo; ridacchiavamo e ci scambiavamo ditate nel fianco… “premendo il pulsante”, come dicevano i vecchi. Strano che premere un pulsante potesse scatenare una guerra. Tom ci guardava storto, allora ci raddrizzammo e bevemmo un altro goccio per calmarci.

«… più di cinquemila esplosioni nucleari e siamo sopravvissuti» diceva Doc. A ogni raduno, il numero di esplosioni cresceva. «Ne avremmo sopportata anche qualcuna in più. Ma i nostri nemici ne meritavano una dose pure loro, ecco cosa voglio dire.» Dalla voce gli era sparito il tono canzonatorio. Facevano la stessa discussione ogni volta che si riunivano con gli altri anziani, quasi sempre; ma Doc continuava ad arrabbiarsi con Tom. In tono amaro esclamò: «Se Eliot avesse premuto il pulsante, saremmo tutti nella stessa barca e allora avremmo la possibilità di ricostruire. Ma loro non ci permettono di farlo, che Dio li maledica!»

«Cominciamo già a ricostruire, Ernest» disse Tom, in tono gioviale, nel tentativo dì alleggerire la tensione. Con un ampio gesto indicò la scena tutt’intorno.

«Cerca di essere serio» replicò Doc. «Parlo di com’era una volta.»

«Non mi piacerebbe» disse Tom. «Ci farebbero saltare in aria di nuovo, probabilmente.»

Ma Leonard ascoltava solo Doc. «Faremmo a gara con i comunisti per ricostruire e sai già chi vincerebbe. Noi, vinceremmo!»

«Già!» disse George. «O forse i francesi…»

Tom si limitò a scuotere la testa. Strappò la fiasca a Steve. «Come medico, Ernest, non dovresti augurare a nessuno disgrazie del genere.»

«Come medico» replicò fieramente Doc «so meglio di tutti cosa ci hanno fatto. Siamo orsi nel pozzo.»

«Andiamocene» mi disse Steve. «Ora inizia la discussione per stabilire se apparteniamo ai russi o ai cinesi.»

«Oppure ai francesi» dissi, scivolando giù dalla panca. Bevvi un ultimo sorso di liquore e il vecchio mi diede un colpo di bastone. «Via di qui, ragazzacci ingrati» gridò. «Incapaci di ascoltare la storia senza riderci sopra.»

«Leggeremo i libri» disse Steve. «Loro non si ubriacano.»

«Ma sentitelo!» esclamò Tom, mentre i suoi amici scoppiavano a ridere. «Io gli ho insegnato a leggere e lui mi dà dell’ubriacone.»

«Non c’è da stupirsi che siano così confusi, con te come maestro» disse Leonard. «Sei sicuro di avergli insegnato a leggere dalla parte giusta?»

Li lasciammo a scambiarsi punzecchiature e ci dirigemmo, malfermi sulle gambe, all’albero arancione, una vecchia quercia gigantesca che reggeva fra i rami lanterne a petrolio rivestite di plastica trasparente color arancione. Era il segno degli sciacalli provenienti dall’Orange County centrale e la nostra banda se ne serviva come punto di ritrovo notturno. Non vedemmo nessuno di Onofre, allora ci sedemmo nell’erba sotto l’albero, ciascuno con il braccio sulle spalle dell’altro, e cominciammo a fare commenti osceni sulla gente che passava. Steve chiamò con un gesto un uomo che vendeva fiasche di liquore e gli diede due monetine da dieci centesimi per una fiasca di tequila. «Chi rende fiasche rotte prende botte» cantilenò l’uomo, continuando per la sua strada. Dall’altra parte dell’albero arancione, un piccolo generatore a pedali ronzava e crepitava; alcuni sciacalli se ne servivano per far funzionare un piccolo forno che nel giro di qualche secondo cuoceva bistecche o patate intere. «Scalda e mangia!» gridavano. «Guardate le miracolose microonde, il super horno! Scalda e mangia!» Bevvi un sorso di tequila; era roba forte, ma ero tanto ubriaco da volermi ubriacare di più. «Sono sbronzo!» dissi a Steve. «Sono borracho. Sono aplastaaa-do.»

«Sei sbronzo di sicuro» disse Steve. «Guarda quell’argento.» Indicò le pesanti collane di una donna degli sciacalli «Guardalo!» Bevve una lunga sorsata. «Hanker, questa gente è ricca. Può fare quasi tutto ciò che più gli piace, non credi? Può andare dove vuole, essere quel che vuole, no? Dobbiamo procurarci un po’ di argento. In un modo o nell’altro, dobbiamo procurarcelo. La vita non è solo faticare per il cibo nello stesso posto un giorno dopo l’altro, Henry. Così vivono gli animali. Ma siamo esseri umani, Hanker, siamo uomini, non dimenticarlo, e Onofre non è abbastanza grande per noi, non possiamo vivere tutta la vita nella valle a ruminare come vacche. Ruminare e aspettare che ci gettino in un forno e ci microondino… uhm… dammene ancora un sorso, Hanker, amico mio. M’è venuta una sete terribile.»

«La mente è il luogo stesso» dichiarai in tono solenne, passandogli la fiasca. Eravamo già pieni, ma quando arrivarono Gabby, Rebel, Kathryn e Kristen, ci mettemmo poco ad aiutarli a svuotare un’altra fiasca. Per un po’ Steve lasciò perdere l’argento e s’impegnò in un bacio; i capelli rossi di Kathryn coprirono lo spettacolo. La banda attaccò di nuovo a suonare: tromba, clarinetto, due sassofoni, batteria, contrabbasso; cantammo seguendo la musica: Waltzing Matilda, Oh, Susannah, I’ve Just Seen a Face. Arrivò Melissa e si sedette accanto a me. Aveva bevuto e fumato. La circondai con il braccio; voltandosi appena, Kathryn mi strizzò l’occhio. Altra gente si radunò intorno all’albero arancione, mentre la banda si scaldava; in poco tempo riuscimmo a vedere solo gambe. Giocammo a indovinare il villaggio di provenienza dei vari gruppi giudicando solo dalle gambe; poi ci mettemmo a ballare intorno all’albero insieme con gli altri.

Molto più tardi ci avviammo verso il nostro campo. Mi sentivo da re. Ci aprimmo la strada fra gente che cantava, restituimmo le fiasche all’uomo dei liquori, barcollammo nel viale reggendoci l’un l’altro e cantando High Hopes fuori tempo con la musica sempre più lontana.

A metà strada andammo a sbattere contro un gruppo che usciva da sotto gli alberi. Finii a gambe levate. «Chinga» dissi, rialzandomi a fatica. Grida e rumori di zuffa. Alcuni finirono a terra, si rialzarono fra mulinare di pugni e urla rabbiose. «Che diavolo…» I due gruppi si separarono e rimasero a fronteggiarsi bellicosamente; alla luce di una lanterna lontana vidi che si trattava della banda di San Clemente: avevano tutti l’identica camicia a strisce rosse e bianche.

«Oh» disse Steve, con voce che trasudava irritazione e disgusto. «Sono loro.»

Uno dei loro caporioni, un tipo maligno colpito da un sasso, avanzò sotto un raggio di luce e ghignò sgradevolmente. Aveva lacerazioni ai lobi delle orecchie, perché portava orecchini anche durante le zuffe; ma l’esperienza non l’aveva reso più accorto: infatti aveva due orecchini d’oro all’orecchio sinistro e due d’argento al destro.

«Ciao, Ghigno di bambola» disse Steve.

«I bambini non dovrebbero venire di notte a Clemente» disse lo sciacallo.

«Cos’è Clemente?» replicò Steve, con indifferenza. «A nord da noi ci sono solo rovine, rovine, rovine.»

«I bambini rischiano di spaventarsi. Rischiano di sentire un suono.» Ghigno di bambola attaccò e gli altri alle sue spalle cominciarono e canticchiare a bocca chiusa un motivo sempre più forte, uhnnnnnn-eeeeeehhhhhhh, che scendeva e saliva: la sirena da noi udita quella notte. Quando smisero, il caporione disse: «Non ci piace gente come voi nella nostra città. La prossima volta non ne uscirete così facilmente…»

Steve si esibì nel suo ghigno selvaggio. «Negli ultimi tempi avete trovato qualche buon cadavere da mangiare?» chiese agli sciacalli, in tono innocente. Subito tutti lo assalirono; Gabby e io fummo costretti ad affiancarlo e a menare forte per impedire che lo circondassero, anche se Steve faceva un buon lavoro contro le loro rotule con i pesanti stivali. Mentre la zuffa divampava a tutto spiano, si mise allegramente a urlare: «Avvoltoi! Mangiacarogne! Frugamacerie! Zopilotes!» Fui costretto a stare all’occhio, perché erano più di noi e sembrava che avessero anelli a ogni dito…

Gli sceriffi ci furono addosso urlando: «Che succede? Fermi… Ehi!» Mi ritrovai per terra un’altra volta, come la maggior parte di noi. Iniziai il laborioso processo di rialzarmi. «Voi ragazzi toglietevi di mezzo» disse uno sceriffo. Era rotondo come una botte, trenta centimetri più alto di Steve; l’aveva afferrato per la camicia. «Vi bandiremo per sempre dai raduni, se dovremo sedare di nuovo una zuffa del genere. Ora filate, prima che vi rompiamo il muso per darvi modo di riflettere.»

Ci unimmo di nuovo alle ragazze… Kristen e Rebel si erano gettate nella mischia, ma le altre erano rimaste in disparte. Ci allontanammo tutti insieme lungo il viale. Dietro di noi, la banda di Clemente iniziò a fare la sirena: uhnnnnnneeeeeeee-uhnnnnnneeeeeeeeeeee-uhnnnnnnnnnnneeeeeeee…

«Maledizione!» disse Steve, stringendo il braccio intorno a Kathryn. «Gliele avremmo suonate anche noi.» Kathryn aveva aggrottato le sopracciglia, con aria disgustata; ma a questa uscita fu costretta a ridere.

«Erano il doppio di noi» notò.

«Ma è proprio quel che volevamo, Katie.»

Convenimmo tutti che li avevamo messi alle strette e tornammo di buonumore al campo. Melissa mi prese a braccetto, rallentò; in breve ci trovammo più indietro degli altri. Intuendo qualcosa, deviai dal viale in un boschetto. Mi fermai e mi appoggiai contro un alloro.

«Eri magnifico, mentre facevi a pugni» disse Melissa. A quel punto già ci baciavamo. Dopo alcuni lunghi baci, lei sembrò scaricare su di me tutto il suo peso e io mi lasciai scivolare lungo l’albero, graffiandomi la schiena contro la corteccia. Rimasi disteso in mezzo alle foglie, mezzo sopra di lei, mezzo a fianco, con una gamba fra le sue, in una posizione goffa che però mi faceva pulsare il sangue. Ci baciavamo senza tregua, mugolando. Cercai di infilarle la mano negli slip, ma non arrivavo molto lontano; allora la infilai sotto la camicia e le strinsi un seno. Lei mi mordicchiò il collo; un brivido mi percorse tutto il corpo. Qualcuno con la lanterna passò lungo il viale; per un secondo riuscii a scorgere la spalla di Melissa: cotone spiegazzato, bianco sporco contro la pelle chiara, la curva del seno sollevato… e di nuovo baci, con quell’immagine ben chiara nella mente.

Melissa si ritrasse. «Ohhh» sospirò. «Henry, ho detto a papà che sarei tornata subito. Comincerà a cercarmi, se non mi sbrigo a tornare.» Mise il broncio, riuscivo appena a scorgerlo nel buio; feci una risata e lo baciai.

«D’accordo, un’altra volta.» Ero troppo sbronzo per sentirmi deluso, visto che cinque minuti prima non m’aspettavo niente del genere e che era facile riprovarci. Tutto era facile. L’aiutai a rialzarsi, mi tolsi un pezzo di corteccia dalla schiena. E risi.

Accompagnai Melissa al campo; dopo un ultimo e rapido bacio, la lasciai accanto al banco del padre. Tornai nei cespugli a spandere acqua. Lontano, fra gli alberi, vedevo ancora i campi degli sciacalli ondeggiare alla luce dei falò e riuscivo a udire debolmente un gruppo di gente che cantava America the Beautiful. Cantai con loro sottovoce, un accompagnamento perfetto che udivo solo io; e l’antico motivetto mi riempì il cuore.

Tornato sul viale davanti al nostro campo, vidi il vecchio che parlava con due forestieri vestiti con insoliti soprabiti scuri. Il vecchio faceva domande, ma non riuscivo a distinguere le parole. Chiedendomi chi fossero, tornai barcollando al mio giaciglio. Mi sdraiai, con la testa che girava, e fissai i rami neri contro il cielo, ogni ago di pino netto come un tratto d’inchiostro. Pensavo di addormentarmi in un istante, ma c’erano dei rumori: qualcuno schiacciava in continuazione le foglie, crick, crick, crick, crick… nel punto in cui dormiva Steve. Tesi l’orecchio; dopo un poco, udii un respiro affannoso e una fievole, ritmica espirazione, huh, huh, huh… la voce di Kathryn. Ero di nuovo eccitato. Non sarei riuscito ad addormentarmi. Rimasi in ascolto per un minuto, sentendomi strano; mi alzai rumorosamente, stizzito; andai sul davanti del campo, dove il fuoco era ridotto a una massa di braci calde. Mi sedetti a guardarle passare dal grigio all’arancione a ogni alito di vento, eccitato e invidioso e ubriaco e felice.

All’improvviso il vecchio piombò nel campo; sembrava parecchio più sbronzo di me. Il ciuffo di capelli gli ondeggiava intorno alla testa come fumo. Mi vide e si accosciò accanto al fuoco. «Hank» disse, con voce insolitamente eccitata. «Ho appena parlato con due uomini venuti a cercarmi.»

«Ti ho visto insieme a loro. Chi erano?»

Mi guardò; gli occhi iniettati di sangue riflettevano la luce del fuoco. «Hank, quei due vivono a San Diego. E sono venuti fin qui; per meglio dire, fino a sud di Onofre. Hanno parlato con Recovery Simpson e ci hanno seguiti al raduno per parlare con me, non è bello? Le voci girano, capisci, si viene sempre a sapere chi è il più anziano del villaggio…»

«Gli uomini.»

«Sì. Quei due dicono di essere venuti da San Diego a Onofre in treno!»

Restammo a fissarci da sopra il fuoco; alcune fiammelle si alzarono. La luce danzò selvaggiamente nei suoi occhi. «Sono venuti in treno.»

4

Alcuni giorni dopo il ritorno dal raduno, Pa’ e io ci svegliammo al rumore della pioggia che tamburellava con violenza sul tetto. Mangiammo una pagnotta intera e accendemmo un bel fuoco; ci sedemmo a rammendare, ma la pioggia batteva sul tetto con violenza sempre maggiore e fuori, nel grigiore generale, il grande eucalipto si scorgeva a malapena. Sembrava che l’oceano avesse deciso di avventarsi su di noi e di spazzarci via: le colture più giovani se ne sarebbero andate per prime: piante, paletti, il terriccio stesso.

«Bisognerà stendere i teloni, a quanto pare» disse Pa’.

«Ah, non c’è dubbio» risposi. Alla luce del fuoco tirammo fuori i vestiti da pioggia e girammo nella stanza scura chiacchierando emozionati. Fra il rumore degli scrosci udimmo il debole richiamo della tromba di Rafael, un suono continuo, alto-basso-alto-basso-alto-basso.

Indossammo i vestiti da pioggia e ci precipitammo fuori; nel giro di qualche secondo eravamo inzuppati fradici. Pa’ corse al ponte, diguazzando nelle pozzanghere. Al ponte, alcune persone, rannicchiate sotto ponchos e ombrelli, aspettavano l’arrivo dei teloni impermeabili. Pa’ e io corremmo allo stabilimento per i bagni; il sentiero del fiume era adesso un torrentello che costeggiava il corso d’acqua scuro e spumeggiante. Incontrammo gruppi di tre, quattro persone che avanzavano goffamente sotto il peso di un grosso telone impermeabile. Nel capannone dello stabilimento i Mendez, Mando e Doc Costa, Steve e Kathryn, sollevavano i teloni arrotolati e li mettevano in spalla al primo che capitava. Spronato dalla voce acuta di Kathryn, mi affrettai ad afferrare l’estremità di un rotolo. La ragazza teneva sotto il suo gruppo, non c’era dubbio. E pioveva come se il mondo si trovasse sotto una cascata.

Collaborai a trasportare tre teloni, nei campi coltivati, al di là del ponte. Era il momento di stenderli. Mando e io andammo a un capo del rotolo — plastica arrotolata alla buona, trasparente un tempo, ora opaca per il fango — e ci chinammo per infilarvi sotto le braccia. La pioggia mi si riversò sul fondo schiena e nei calzoni; il poncho mi svolazzava sulle spalle. Gabby e Kristen erano all’altro capo del rotolo; sistemammo il telone al limitare inferiore di una fila di cavoli cappucci. Lo srotolammo poco alla volta, brontolando per lo sforzo e gridandoci istruzioni, risalendo i solchi, nell’acqua fino alla caviglia. Il campo si estendeva in lieve salita davanti a noi, nero e gibboso. Pozze grigie d’acqua rimbalzavano sotto l’assalto furioso della pioggia, dove la pendenza non era giusta. Srotolato tutto il telone, avevamo appena coperto l’ultima fila di cavoli. Nel ritorno, vidi che un certo numero di piante si piegava nei solchi. Un sistema di protezione ben misero, ma non ne avevamo di migliori. Più in basso, figurette ingobbite srotolavano altri teloni di plastica: gli Hamlish, gli Eggloff, Manuel Reyes e il resto dei contadini di Kathryn, più Rafael e Steve. Dietro di loro il fiume ribolliva, diluvio marrone punteggiato di tronchi e di arbusti. Passò una nuvola più sottile; per un attimo la luce cambiò, tanto che ogni cosa rosseggiò tra i veli screziati della pioggia. Poi, con la stessa subitaneità, tornò la luce crepuscolare.

Il vecchio, in fondo a un appezzamento, aiutava a stendere il resto dei teloni e camminava qua e là sotto l’ombrello a spalla, un aggeggio di plastica sorretto sopra la testa da due paletti legati alla schiena. Scoppiai a ridere e sentii in bocca le gocce di pioggia. «Perché non può portare un cappello come tutti?»

«Proprio per questo» disse Mando, con le mani strette sotto le ascelle per scaldarsele. «Vuole essere diverso dagli altri.»

«C’è già riuscito anche senza quella trappola sulla testa.»

Gabby e Kristen ci raggiunsero in fondo al pendio. Gabby era infangato dalla testa ai piedi per una caduta; il suo timido sorriso pareva ancora più bianco per contrasto. Trascinammo un altro rotolo su per la salita. Il vento colpiva gli alberi più in alto; i rami sobbalzavano e si piegavano, come se il fianco della montagna fosse un grosso animale che si dibatteva sotto la tempesta, emettendo il suo gemito, uhuuuu, uhuuuu, e facendo sembrare smisurata la valle. L’acqua scorreva sui teloni di plastica già stesi. Nel tornare indietro, Gab e io ci soffermammo a lisciare le grinze al telone in modo che si piegasse correttamente nei solchi. Il canale di scolo alla fine dei campi straripava, ma tanto l’acqua finiva comunque nel fiume.

Tom ci venne incontro. Nonostante l’ombrello, era bagnato in viso come chiunque altro. «Ciao Gabriel, Henry. Ciao Armando, Kristen. Bentornati. Kathryn dice che le serve aiuto per il granturco.»

Risalimmo in fretta la riva del fiume fino ai campi di granturco; avevamo brividi di freddo, battevamo le mani lungo il corpo per scaldarci. Kathryn, al limitare inferiore dei campi, correva da tutte le parti a formare i gruppi, spingeva a calci su per la montagna i rotoli riluttanti, indicava i cedimenti dei teloni già legati. Era nera di fango quanto Gabby. Ci urlò degli ordini: nell’udire il tono acuto della sua voce, ci mettemmo a correre.

I germogli di granturco erano alti due spanne: impossibile stendere i teloni sulle piantine senza romperle. Per ovviare all’inconveniente, a intervalli di qualche metro c’erano blocchi di cemento ai quali legare i teloni di plastica mediante appositi occhielli metallici. Quindi i blocchi dovevano trovarsi in posizione corrispondente agli occhielli. Steve e John Nicolin lavoravano insieme a spostare blocchi e legare nodi. Lì tutti gocciolavano fango nero. Kathryn ci aveva mandati all’estremità superiore del campo; lassù c’erano già le sue due sorelle più giovani, Doc e Carmen Engloff, impegnati con uno dei teloni più stretti. «Ehi, papà, fai rotolare quella roba» disse Mando, mentre ci avvicinavamo.

«Dateci una mano» replicò Doc, stancamente. Loro continuarono a srotolare, mentre noi legavamo ai blocchi il telone. Kathryn aveva posizionato i blocchi alcune settimane prima ed ero stupito quanto fossero vicini alla posizione corretta, però ciascuno doveva essere comunque spostato un poco. Ci vollero un mucchio di scivoloni nel fango prima di sistemarli. Finalmente terminammo di stendere il telone e passammo subito a quello seguente.

Faticammo per un bel pezzo, di nuovo su per il pendio. Raffiche di vento afferravano la plastica e me la strappavano dalle dita gelate. Faceva male, reggerla con forza. Legare i nodi divenne quasi impossibile: mi sentivo frustrato, nel vedere come le mie dita bianche e rosse sbagliassero in continuazione. E da parecchio non sentivo più i piedi. Arrivarono nubi più dense e aumentò l’oscurità. I teloni già stesi mandavano un debole riflesso luminoso. Ginocchioni nel fango, in preda ai brividi, staccai lo sguardo dal nodo per un attimo: il campo era punteggiato di sagome nere, accosciate, striscianti o miserevolmente piegate in due, schiena al vento. Con aria torva strinsi il nodo.

Steso il terzo telone — non eravamo una squadra da record di velocità — la maggior parte dei campi era coperta. Sciaguattando intorno al nostro ultimo telo, scendemmo lungo la sponda del fiume, da Kathryn. Il fiume spinse davanti a noi un pino di Torrey e lo trascinò sotto il ponte. L’albero pareva derelitto, sbatacchiato dalla corrente, con gli aghi ancora verdi, le radici bianche e nude.

Quasi tutti si erano radunati al canale di scolo, sommerso dalla pioggia: venti di noi, o anche più, guardavano i Mendez e i Nicolin correre intorno ai teloni e strisciarvi sotto, a tenderli, allentarli, sistemarli in maniera che drenassero nel modo dovuto. Alcuni si diressero allo stabilimento per i bagni; gli altri rimasero sotto gli ombrelli a parlare dei teloni stesi. I campi ora brillavano, distese di plastica ondulata; la pioggia colpiva i teloni e rimbalzava in aria, ogni goccia si divideva in una miriade di goccioline che subito ricadevano, tanto che la plastica era quasi invisibile sotto lo strato di nebbiolina bagnata. Ruscelli d’acqua si riversavano dai teloni nel canale di scolo, senza portarsi via il fango e il nostro raccolto estivo. Era uno spettacolo soddisfacente.

Sistemati i teloni, attraversammo tutti in gruppo il ponte, diretti allo stabilimento. Nella stanza principale Rafael si era dato da fare; faceva già caldo e i bagni fumavano. Alcuni si congratularono con Rafael per il fuoco, “un magnifico falò al coperto”, come disse Steve. Mentre mi toglievo gli abiti inzuppati, ammirai per la centesima volta il complicato sistema di tubi, pompe e vasche di raccolta escogitato da Rafael per riscaldare l’acqua da bagno. Entrai nella vasca per lo sporco, già piena di gente; era la più calda delle due e l’aria risuonava dei gemiti di piacere dei bagnanti scottati. Non sentivo i piedi, ma il resto bruciava. Poi il calore penetrò nella pelle e mi sembrò di avere, al posto dei piedi, due dei puntaspilli di Pa’. Ululai a gran voce. Il foglio di lamiera che formava il fondo della vasca era bollente; la maggior parte di noi si teneva a galla, si urtava, si schizzava, parlava della tempesta. Rafael pompava acqua a tutta velocità, con un ghigno da rana.

Il bagno pulito aveva sedili di legno fissati alle pareti; presto la gente vi si raccolse intorno, chiacchierando e rilassandosi nel tepore. Il rumore sordo della pioggia sul tetto di lamiera ondulata soffocava di tanto in tanto le chiacchiere; l’intensità del rumore era un segno esatto della violenza della pioggia; quando divenne più intenso, la gente smise di parlare e rimase in ascolto. Alcuni avevano collaborato a stendere i teloni prima ancora di coprire il proprio orto; si rimisero gli abiti bagnati (se non ne tenevano uno di scorta nello stabilimento) e uscirono, assicurandoci che sarebbero tornati in un baleno. E c’era da crederlo.

La luce del fuoco lanciava sul soffitto l’ombra danzante del sistema di tubazioni; le pareti d’assi brillavano del colore del fuoco. Tutti avevano la pelle arrossata. Le donne erano bellissime: Carmen Eggloff metteva sterpi sul fuoco e le costole le risaltavano sulla schiena; le ragazze si tuffavano come foche attorno a un sedile; Kathryn parlava, in piedi davanti a me, soda e tonda, la pelle lentigginosa imperlata di goccioline; la signora Nicolin si dimenava e strillava, mentre John le schizzava addosso acqua calda in una rara esibizione d’allegria. Me ne stavo seduto nel mio solito angolo, contento, ad ascoltare Kathryn e a guardarmi intorno: una stanza di animali dalla pelle di fuoco, bagnata e fumante, la chioma scompigliata, belli come cavalli.

La maggior parte ormai usciva dalla vasca e Carmen distribuiva la sua collezione d’asciugamani, quando una voce chiamò dall’esterno.

«Ehilà! Ehi, lì dentro!»

Tutti si zittirono. Nel silenzio (tamburellare sul tetto) udimmo con maggiore chiarezza: «Ehi, lì dentro! Salve a tutti! Siamo viaggiatori, veniamo dal sud! Americani!»

Istintivamente le donne, e gran parte degli uomini, afferrarono asciugamani o vestiti. M’infilai i calzoni infangati e freddi, seguii Steve alla porta. Tom e Nat Eggloff erano già sulla soglia; Rafael si unì a noi, ancora nudo; reggeva una pistola. John Nicolin si fece strada fra noi, tirandosi su le mutande, e uscì fuori.

«Cosa vi porta da queste parti?» chiese. Non riuscimmo a udire la risposta. L’attimo dopo, Rafael riaprì la porta. Due uomini con il poncho precedettero John all’interno; parvero sorpresi nel vedere Rafael. Erano inzuppati fradici, e per questo sembravano stanchi e male in arnese. Uno, pelle e ossa, aveva il naso lungo e una sottile striscia di barba nera lungo la mascella. L’altro, basso e tozzo, portava sotto il poncho un berretto floscio e bagnato. Si tolsero il poncho e misero in mostra giacche scure e calzoni bagnati. Il basso vide Tom e disse: «Ciao, Barnard. Ci siamo incontrati al raduno di scambio, ricordi?»

Tom disse: «Sì.» Si strinsero la mano. Poi i due diedero la mano a Rafael (comica, la scena), a John, a Nat, a Steve e a me. Senza darlo molto a vedere, esaminarono il locale. Tutte le donne erano vestite o avvolte negli asciugamani; restavano solo il fuoco, le vasche fumanti e alcuni uomini nudi che luccicavano come pesci fra noi con qualcosa indosso.

Il basso mosse la testa in una sorta d’inchino. «Grazie per averci fatti entrare. Veniamo da San Diego, come il signor Barnard qui presente vi spiegherà.»

Restammo a fissarli.

«Siete venuti in treno?» chiese Tom.

I due annuirono. Il magro rabbrividì. «Siamo arrivati con i carri fino a otto chilometri da qui» disse. «Abbiamo lasciato lì la nostra squadra e proseguito a piedi. Prima di sistemare altri tratti di binario volevamo parlarne con voi.»

«Pensavamo di arrivare prima» disse il basso. «Ma la tempesta ci ha rallentati.»

«Perché siete andati in giro con questo tempo, allora?» chiese John Nicolin.

Il basso esitò. «Preferiamo viaggiare quando il cielo è coperto. Così dall’alto non possono vederci.»

John piegò di lato la testa, lo fissò a occhi socchiusi. Non capiva.

«Se volete fare un tuffo nell’acqua calda» disse Tom «accomodatevi.»

Il magro scosse la testa. «Grazie, ma…» Si scambiarono un’occhiata.

«Sembra calda» osservò il basso.

«Già» disse l’altro, annuendo un paio di volte. Aveva ancora i brividi. Si guardò intorno, impacciato, poi disse a Tom: «Ci scalderemo al fuoco, se non vi dà fastidio. Abbiamo camminato sotto l’acqua e vorremmo asciugarci.»

«Certo, certo. Fate come volete, siete a casa vostra.»

John non parve molto contento della frase di Tom, ma accompagnò i due accanto al fuoco. Carmen aggiunse altra legna. Steve mi diede di gomito. «Hai sentito? Un treno per San Diego? Possiamo andare laggiù a fare un giro!»

«Credo di sì» risposi.

I due si presentarono: il magro si chiamava Lee; il basso, Jennings. Jennings si tolse il berretto, mise in mostra capelli biondi e arruffati; poi si tolse il poncho, la giacca, la camicia, gli stivali e i calzini. Stese il tutto ad asciugare; in piedi, allungò le mani verso il fuoco.

«Sono settimane che sistemiamo i binari a nord di Oceanside» ci disse. Lee cominciò a togliersi gli abiti bagnati, imitando il compagno. Jennings continuò: «Il Sindaco di San Diego ha organizzato squadre di lavoro di vario genere, e noi abbiamo il compito di migliorare le vie di comunicazione con le città circostanti.»

«È vero che San Diego conta duemila abitanti?» chiese Tom. «Lo dicevano a un raduno di scambio.»

«Sì, più o meno» annuì Jennings. «E da quando il Sindaco ha iniziato a riorganizzare le cose, abbiamo compiuto un bel po’ di progressi. I vari insediamenti sono distanziati, ma collegati da un sistema rotabile che funziona bene. Solo carrelli a mano, capite, anche se abbiamo generatori che forniscono una buona quantità di energia elettrica. Ci sono raduni di scambio ogni settimana, una flotta peschereccia, una milizia territoriale… tutte cose che c’erano una volta. Naturalmente Lee e io siamo particolarmente orgogliosi della squadra d’esplorazione. Pensate, abbiamo ripulito la Statale 8, attraverso le montagne fino al lago Salton Sea, e vi abbiamo trasferito le rotaie.» Qualcosa, nel modo in cui Lee si mosse davanti al fuoco, indusse Jennings a tacere per qualche istante.

«Il Salton Sea sarà enorme, ora» disse Tom.

Jennings lasciò rispondere Lee. Il magro annuì. «Ora è d’acqua dolce, ricco di pesci. La gente lì se la cava abbastanza bene, tenendo conto che erano rimasti quattro gatti.»

«Perché siete venuti qui?» chiese John Nicolin, bruscamente.

Mentre Lee fissava John, Jennings diede un’occhiata ai presenti. Tutti, nella stanza, lo scrutavano attentamente e ascoltavano quel che aveva da dire. Lui parve compiacersene. «Be’, abbiamo la ferrovia su fino a Oceanside» spiegò. «E le rotaie malandate proseguono a nord, per cui abbiamo deciso di rimetterle in funzione.»

«Perché?» insistette John.

Jennings piegò la testa, imitando l’atteggiamento di John. «Meglio che lo chiediate al Sindaco, l’idea è stata sua. Vedete…» e lanciò un’occhiata a Lee, quasi a chiedere il permesso di continuare. «Sapete anche voi che i giapponesi ci sorvegliano sulla costa occidentale?»

«Certo» rispose John.

«Difficile non accorgersene» aggiunse Rafael. Aveva messo via la pistola e si era seduto sul bordo della vasca.

«Ma non mi riferisco solo alle navi al largo» disse Jennings. «Parlo anche del cielo. I satelliti.»

«Le telecamere?» disse Tom.

«Certo. Avete già visto i satelliti?»

Li avevamo visti. Tom ce li aveva indicati: puntini di luce in rapido movimento, simili a stelle, che si staccavano dall’orbita e ricadevano, mentre l’universo continuava a muoversi. E ci aveva anche detto che erano muniti di telecamere. Però…

«I satelliti hanno telecamere che riescono a distinguere anche cose non più grandi di un topo» disse Jennings. «Ci tengono sul serio gli occhi addosso.»

«Uno può alzare il viso e dire «Andate al diavolo», e loro glielo leggono sulle labbra» aggiunse Lee, con una risata a denti stretti.

«Verissimo» riprese Jennings. «E di notte hanno telecamere sensibili al calore, che rilevano oggetti piccoli come questo tetto, se in una notte serena tenete acceso il fuoco.»

Qualcuno scuoteva la testa, incredulo; ma sembrava che Tom e Rafael ci credessero. Quando gli altri lo notarono, ci furono commenti rabbiosi. «Te l’avevo detto!» sbottò Doc, rivolto a Tom. Nat, Gabby e un paio d’altri guardarono il tetto, sgomenti. L’idea di essere sorvegliati così attentamente era orribile, in un certo modo.

I forestieri portano sempre qualche notizia, si dice; ma quei due erano davvero fuori dell’ordinario. Mi chiesi se Tom l’avesse sempre saputo e non si fosse mai preso la briga di raccontarcelo, oppure se anche lui era all’oscuro. Dall’espressione, si sarebbe detto che sapesse. Dubitavo che una simile sorveglianza cambiasse la situazione, in termini di vita pratica; ma certamente era orribile, un’intrusione permanente. E nel contempo, affascinante. John guardò Tom, per avere conferma. Il vecchio gli rivolse un breve cenno d’assenso. John disse: «E voi come lo sapete? E, ripeto, cosa c’entra con la vostra venuta?»

«Abbiamo appreso alcune cose da Catalina» disse Jennings, tenendosi sul vago. «Ma non finisce qui. È chiaro che la politica dei musi gialli tende anche a mantenere isolate le nostre comunità. I musi gialli non vogliono l’unificazione, su nessuna scala. Quando abbiamo portato la ferrovia sulla Statale 8 est…» si gonfiò di sdegno al ricordo «abbiamo costruito alcuni ponti grossi e robusti. Una sera, verso il tramonto, bum, li hanno fatti saltare.»

«Cosa?» esclamò Tom. Alle parole “fatti saltare” era trasalito.

«Non fanno tanta scena» disse Jennings.

Lee sbuffò nel sentire la frase. «È vero. Sempre al crepuscolo: dal cielo arriva una scia rossa e, thunk, il ponte è distrutto. Senza la minima esplosione.»

«Bruciato?» chiese Tom.

Lee annuì. «Un calore tremendo. Le rotaie fondono, il legno incenerisce all’istante. A volte nei dintorni si sviluppa un incendio, ma in genere non succede.»

«Non ci accampiamo spesso nei pressi dei ponti» ridacchiò Jennings. «Potete ben immaginarlo.» Ma nessuno rise con lui. «Comunque, quando il Sindaco l’ha saputo, è diventato matto. Voleva completare la ferrovia, e al diavolo i bombardamenti! I contatti con altri americani sono un diritto divino, ha detto. Visto che per il momento loro hanno tutte le carte vincenti, e ci bombardano appena ci scorgono, dobbiamo solo fare in modo che non ci vedano. Sono le sue parole.»

«Ci andiamo sul serio con i piedi di piombo» disse Lee, con improvviso entusiasmo. «Gran parte dei piloni dei vecchi ponti esiste ancora; noi ci limitiamo a stendervi sopra delle travi e poi le rotaie. I carrelli a mano sono leggeri e non hanno bisogno dì supporti robusti. Attraversato il fiume, portiamo con noi travi e rotaie; le nascondiamo sotto gli alberi, così non resta segno del nostro passaggio. A furia di fare pratica, riusciamo ad attraversare in un paio d’ore i fiumi più facili.»

«Certo, non sempre funziona» aggiunse Jennings. «Una volta, nelle vicinanze di Julian, le scie rosse hanno bruciato i piloni fino a livello d’acqua.»

«Se sanno che ci diamo da fare, ci tengono d’occhio più attentamente» disse Lee. «Ma non ne siamo sicuri, non ci sono prove. Il sindaco dice che forse ci sono disaccordi sul modo di trattarci. Oppure la sorveglianza è saltuaria. Così non possiamo fare previsioni accurate. Però evitiamo di accamparci nelle vicinanze dei ponti.»

Il fatto che quei due si battessero contro i giapponesi, per quanto indirettamente, zittì tutti, nella stanza. Jennings si beava per come li guardavamo, Lee non ci badava. Dopo qualche istante, John continuò: «E ora che siete riusciti ad arrivare quassù, cosa vorrà mai da noi il vostro sindaco?»

Lee aveva cominciato a lanciare a John occhiate sempre più penetranti, ma Jennings rispose in tono amichevole: «Be’, dirvi salve, credo. Far vedere che ciascuno può accorrere in fretta dall’altro, se ce ne fosse bisogno. E si augurava che vi convincessimo a mandare un funzionario della vostra valle a discutere di accordi commerciali e cose del genere. E poi c’è la faccenda di estendere la ferrovia ancora più a nord: per questo occorrono ovviamente il vostro permesso e il vostro aiuto. Il Sindaco è molto ansioso di portare la ferrovia su fin nel bacino di Los Angeles.»

«Gli sciacalli dell’Orange County lì sarebbero un bel guaio» disse Rafael.

«Nella nostra valle non esistono funzionari» replicò John, bellicoso.

«Un portavoce della popolazione, allora» disse Jennings in tono mite.

«Il Sindaco vuole anche parlare di questi sciacalli» intervenne Lee. «A quanto ho capito, non vi vanno molto a genio, giusto?» Nessuno rispose. «Neppure a noi sono simpatici. Pare che aiutino i musi gialli.»

Steve mi aveva già dato tante di quelle gomitate che le costole mi dolevano; adesso quasi me ne ruppe una. «Hai sentito?» disse, in un mormorio feroce. «Sapevo che quegli zopilotes avevano cattive intenzioni. Ecco dove si procurano l’argento!» Kathryn e io lo zittimmo, per ascoltare il resto della discussione.

Mancava qualcosa: il tetto era silenzioso. La pioggia era cessata, almeno per il momento. Quelli che volevano andare a casa senza bagnarsi s’informarono e scoprirono che Lee e Jennings contavano di fermarsi un paio di giorni. Perciò parecchi raccolsero poncho e stivali e uscirono. Tom invitò i due di San Diego a fermarsi a casa sua; accettarono subito. Pa’ mi venne vicino.

«Ti va bene se andiamo a casa e mangiamo adesso?»

Sembrava che la discussione fosse terminata, per cui risposi di sì.

Uscimmo lentamente, come confusi. I forestieri ci avevano detto un mucchio di cose mai sentite neppure ai raduni di scambio; ci girava la testa e divenne difficile perfino trovare gli abiti asciutti che molti tenevano nello stabilimento. Dopo tutti i progetti elencati da Lee e da Jennings, il locale dei bagni sembrava una cosa ben misera. Pa’ e io indossammo di nuovo gli abiti umidi, perché non ne avevamo tanti da tenerne lì uno di riserva; tornammo a casa in fretta, seguendo il fiume scuro e rumoroso. Prima d’arrivare, già piovigginava di nuovo. Accendemmo un bel fuoco e ci sedemmo sui lettini a mangiare pesce secco e tortillas, chiacchierando dei forestieri e del treno.

«Forse porteranno la ferrovia fino al nostro ponte» dissi. «Sono sicuro che è abbastanza robusto; e poi, non potrebbero mai arrivare dove c’era il vecchio ponte con i binari.» Rotaie piegate e sporgenti sul ciglio del fiume segnavano il posto. «Secondo Tom, il fiume è tre volte più largo di prima.»

«Un’idea magnifica» disse Pa’, con ammirazione. «A te le buone idee vengono sempre, Hank. Dovresti parlarne con loro.»

«Può darsi.»

Mi addormentai pensando a treni e a ponti fatti solo di binari.

La mattina dopo, ripescavo dal nostro orto verdure sommerse, quando scorsi Kathryn percorrere il sentiero, di nuovo fangoso, reggendo in mano un mazzo di malridotte piantine di granturco. Aveva certo arrotolato i teloni; e, se aveva già terminato, lei e la sua squadra avevano iniziato a lavorare alle prime luci, perché non c’era mai molta gente disposta a raccogliere i teli. A stenderli collaboravano in molti, ma riportarli nella tettoia era un compito che più o meno toccava alla squadra. Quindi Kathryn aveva già visto i danni. Da come camminava, capivo che era inferocita. Il cane dei Mendez corse fuori e le abbaiò allegramente; lei gli rifilò una pedata e un’imprecazione. Il cane scivolò per evitare il calcio e latrò, poi tornò nell’orto. Kathryn si fermò sul sentiero; si mise a imprecare, poi con il pesante stivale prese a calci la base del grosso eucalipto, thump thump thump thump. Meglio evitare di darle il buon giorno: le avrei parlato in un altro momento. Kathryn proseguì, sempre imprecando.

Dalla direzione opposta comparve Tom. «Henry!» chiamò. Lo salutai con la mano mentre si avvicinava.

Si fermò a guardarmi con uno scintillio negli occhi. «Henry, ti piacerebbe un viaggetto a San Diego?»

«Eh? Certo! Ma come?»

Rise e sedette sulla mezza botte del nostro orto. «Ieri notte ho parlato con John, Rafe, Carmen e i due di San Diego; abbiamo deciso che andrò laggiù a sentire quel loro Sindaco. Non voglio andare da solo, ma gli adulti lavorano tutti. Allora ho pensato che a te forse non sarebbe dispiaciuto.»

«Dispiaciuto!» Gli girai intorno. «Dispiaciuto!»

«Mi pareva di no. Possiamo fare con tuo padre una sorta d’accordo.»

«Ah, sì?» disse Pa’, guardando da dietro l’angolo di casa. Sorrise, venne avanti portando due secchi d’acqua. «Di cosa si tratta?»

«Be’, Sky, voglio noleggiare tuo figlio per un viaggio.»

Pa’ posò i secchi e si tirò i baffi, mentre Tom spiegava. Discussero sul valore di una mia settimana di lavoro: convennero che non era molto, ma non erano d’accordo su quanto poco fosse; alla fine stabilirono un accordo in base al quale Tom si avvaleva dei miei servizi in cambio del necessario a ottenere la macchina per cucire vista da Pa’ a un raduno, due mesi prima.

«Anche se la macchina non funziona, d’accordo, Sky?» disse Tom.

«D’accordo. Mi serve soprattutto perché Rafe ci ricavi i pezzi di ricambio.»

E Tom doveva ancora trattare con John Nicolin per la mia assenza alla pesca.

«Ehi!» dissi. «Devi chiedere anche a Steve di venire.»

Tom mi guardò. Si grattò la barba. «Sì… dovrei chiederglielo.»

«Ah!» disse Pa’.

«Sì. Non so cosa dirà John, ma tu hai ragione. Se lo chiedo a te, devo chiederlo anche a Steve. Vedremo come andrà a finire. Al termine della pesca, chiedi a John quando posso andare a parlargli di San Diego. Ma non dire ancora niente a Steve, altrimenti lo chiederà lui a John, non io. E sarebbe la mossa sbagliata.»

Ero d’accordo. Poco dopo, me ne andai di corsa verso la scogliera, canticchiando: San Diego, Saaan Dieee-gooo. Sulla spiaggia chiusi il becco e passai il pomeriggio a pescare come al solito. Tornati a riva, dissi a John: «Tom vorrebbe parlarti a proposito degli uomini del treno, signore. Si chiede a che ora ti farebbe piacere che venissimo a trovarti.»

«Quando vuole, se non sono quaggiù» disse John, nel suo modo brusco. «Digli di venire stasera» aggiunse. «A cena da noi. E vieni anche tu.»

«Grazie, signore» risposi. Con aria di mistero strizzai l’occhio a Steve e risalii la scogliera. Corsi sul sentiero del fiume, calpestando tutte le pozzanghere. A San Diego! A San Diego in treno!

5

Più tardi, quel pomeriggio, il vecchio e io scendemmo il sentiero del fiume fino alla casa dei Nicolin. La valle aveva la forma di una coppa verde piegata su un lato per scaricarci nel mare. L’aria odorava di terra bagnata e alberi umidi. In alto i corvi gracchiavano, si tuffavano in picchiata, battevano pigramente le ali per tornare al nido. Non c’era una nuvola: niente, tranne la nitida cupola azzurra di prima sera. Ovviamente eravamo pieni d’entusiasmo. Saltavamo le pozzanghere, ci scambiavamo battute scherzose, parlavamo della cena che ci aspettava.

«Muoio di fame» dichiarò il vecchio. «Muoio di fame!» Agitò il braccio per salutare Marvin Hamish e Nat Eggloff, che pescavano in una pozza sull’altra riva del fiume. «Non ho mangiato un boccone da quando mi hai detto che eravamo invitati.»

«Ma è stato solo due ore fa!»

«Certo, però ho saltato il tè.»

Svoltammo nel viottolo che portava alla casa dei Nicolin, visibile fra gli alberi appena passata l’autostrada.

Era la casa più grande della valle, posta in un bel tratto di terra disboscata, subito dietro la parte più alta della scogliera. Il cortile era piantato a erba di canyon; la casa a due piani, con il tetto a tegole, si alzava sul prato verde (ben lontano dalla rimessa, dalle cucce dei cani e dalle stie di polli) come un residuo dei vecchi tempi. Gli scuri inquadravano finestre a vetri; c’erano ampie grondaie sopra le porte e un comignolo di mattoni. Il fumo si alzava nel cielo azzurro fiume, lampade risplendevano dietro le finestre. Tom e io ci scambiammo un’occhiata e ci avvicinammo al batacchio.

Prima di toccarlo, la signora Nicolin spalancò la porta. «Qui è tutto sottosopra» esclamò. «“Non fateci caso, entrate, entrate.»

«Grazie, Christy» disse Tom. «La casa sarà anche sottosopra, ma tu sei magnifica come sempre.»

«Oh, bugiardo» disse la signora Nicolin, ricacciandosi indietro un ricciolo folto e nero. Ma Tom era sincero: Christy Nicolin aveva un bel viso, forte e gentile; era alta e snella, anche dopo sette figli. Steve aveva preso molto da lei, più che dal padre: la statura, il naso affilato, la mascella volitiva, la linea della bocca. Christy ci indicò la porta alle sue spalle e scosse la testa al soffitto per mostrarci, come al solito, che la giornata era stata troppo faticosa per descriverla o anche solo immaginarla. «Fanno pulizia, dicono. Hanno passato il pomeriggio a fabbricare una zangola, proprio nella mia stanza da pranzo.»

La casa aveva più di dieci stanze, ma solo quella da pranzo aveva una serie di finestroni rivolti a ovest, per cui, a dispetto delle proteste della signora Nicolin, era usata per tutte le operazioni che richiedevano molta luce, soprattutto quando il cortile era bagnato. Tutte le stanze che attraversammo per arrivare a quella sulla facciata della casa contenevano ottimi mobili: letti, tavoli, poltrone che John e Teddy, il fratello dodicenne di Steve, avevano fabbricato a imitazione della roba di una volta. A me la casa sembrava uscita di peso dai libri; quando l’avevo detto a Tom, lui aveva ammesso che era la più simile alle vecchie case di tutte quelle che avesse visto: «Ma non avevano il focolare in cucina, né barili per l’acqua piovana nei corridoi, né pareti e pavimenti e soffitti di legno in ogni camera» aveva spiegato.

Quando arrivammo alla stanza da pranzo, i bambini ne uscirono gridando. La signora Nicolin sospirò e ci invitò a entrare. John e Teddy ramazzavano trucioli e pezzi di legno. Tom e John si strinsero la mano, cosa che facevano solo se l’uno era in visita a casa dell’altro. Le ampie finestre offrivano una magnifica vista sul mare. I raggi obliqui del sole colpivano la base della parete opposta e la polvere di legno a mezz’aria. «Pulite la stanza!» ordinò la signora Nicolin. Si passò le dita fra i capelli, come se solo a fermarsi lì dentro si sentisse sporca. John sollevò un sopracciglio, fingendo stupore, e le tirò un truciolo. Io uscii e attraversai la cucina piena di odori appetitosi, in cerca di Steve. Lo trovai sul retro, impegnato a pulire l’interno della zangola nuova.

«Cosa c’è in ballo?» mi chiese.

Decisi di dirglielo, perché non riuscivo a escogitare un modo per evitarlo. «Jennings e Lee hanno chiesto a Tom dì andare con loro a parlare al sindaco. Tom ha accettato e vuole portare anche noi!»

Steve lasciò cadere sull’erba la zangola. «Portare anche noi? Tu e io?» Annuii. «Uau! Andiamo in giro!» Saltò sulla zangola e agitò le braccia nella danza di vittoria. Si fermò di colpo e si girò a guardarmi. «Quanto staremo via?»

«Circa una settimana, dice Tom.»

Strinse gli occhi, serrò in una linea dura le labbra espressive.

«Cosa ti prende?»

«Mi auguro solo che mi lasci venire, tutto qui. Maledizione! Vengo lo stesso, non importa cosa dice.» Raccolse la zangola e ne tolse gli ultimi trucioli.

Quasi subito la signora Nicolin chiamò tutti in stanza da pranzo e ci sistemò intorno al grande tavolo di quercia: John e lei a capotavola; poi sua nonna Marie, 95 anni e un po’ svanita, Tom, Steve, Teddy ed Emilia, tredici anni, tranquilla e timida, e io; quindi i bambini, i gemelli Virginia e Joe, Carol e Judith, i piccoli della famiglia, accanto alla signora N. John accese le lampade sul tavolo, mentre la signora N. ed Emilia portavano il cibo. La luce giallastra delle lampade formava un netto contrasto con l’azzurro cupo della sera. Deboli immagini riflesse di tutti noi si disegnarono sulle vetrate.

Emilia e la signora N. portarono un piatto dopo l’altro, finché il piano del tavolo quasi scomparve. Tom e io ci scambiammo un calcio di nascosto. Parecchi piatti erano coperti; quando John tolse il coperchio, il vapore si riversò fuori, fragrante del profumo di pollo in salsa rossa. In una grossa ciotola di legno c’era insalata di cavolo cappuccio; in una terrina di porcellana, la minestra. C’erano vassoi di pane e tortillas, e vassoi coperti di pomodori affettati e uova. C’erano boccali di latte di capra e brocche d’acqua.

I profumi m’inebriavano. Dissi: «Signora N., questo è un convivio, un banquet, dovremo tenere gli occhi aperti casomai si manifesti il fantasma di Banquo; ma credo che non lo vedrei nemmeno, occupato a rimpinzarmi fino alle orecchie.»

I Nicolin risero e Tom disse: «Ha ragione, Christy. Di un pranzo così gli irlandesi ne farebbero una ballata.» Ci passammo i vassoi, seguendo le disposizioni della signora N.; riempito il piatto, cominciammo a mangiare; e per un po’ ci fu silenzio, a parte l’acciottolio di posate e di stoviglie. Ben presto Marie attaccò bottone con Tom, perché l’anziana signora si limitava a piluccare pollo e verdure. Tom mandava giù i bocconi con tale rapidità — sembrava che non smettesse un secondo di masticare — da trovare il tempo di parlare tra un morso e l’altro, e mentre riempiva di nuovo il piatto. Marie era contenta di vedere Tom, una delle poche persone non della famiglia che riconosceva regolarmente. «Thomas» chiese con voce acuta «hai visto qualche bel film ultimamente?»

Virginia e Joe ridacchiarono. Tom strappò un morso di pollo come se fosse pane, si chinò a parlare proprio nell’orecchio quasi sordo di Marie. «Ultimamente no, Marie» rispose. Marie ammiccò con aria saputa e annuì; dirimpetto a Tom, Virginia ridacchiò di nuovo.

«Ma Tom, la nonna sbaglia, la nonna sbaglia, non c’è i film…»

«Non ci sono film» la corresse automaticamente la signora N.

«Non ci sono film.»

«Be’, Virginia…» Tom ingollò una cucchiaiata di zuppa di pesce. «Tieni, assaggia la zuppa.»

«Ah, no!»

«Maria parlava dei vecchi tempi.»

«Adesso li confonde.»

«Sì, è vero.»

«Come?» disse Marie, a voce alta, intuendo che il discorso la riguardava.

«Niente, Marie» le gridò Tom all’orecchio.

«Perché fa così, Tom?»

«Virginia!» ammonì la signora N.

«Lascia stare, Christy. Vedi, Virginia, è facile per noi anziani confondere le cose in questo modo. A me succede di continuo.»

«Non è vero. Ma perché?»

«Abbiamo nella testa troppe cose dei vecchi tempi, capisci? Si assommano a quelle attuali e ci confondono.» Mandò giù dell’altro pollo, leccandosi golosamente il sugo dai baffi. «Assaggia questo; il pollo è una squisitezza, cucinato come lo cucina tua madre.»

«Uh, no.»

«Virginia.»

«Mau-ummmmmmm.»

«Mangia la tua razione» brontolò John, alzando lo sguardo dal piatto. Notai la smorfia di Steve. Non aveva detto una parola, dall’inizio del pranzo, anche quando sua madre lo interpellava direttamente. Il fatto mi preoccupava un poco, ma a dire la verità ero distratto dal cibo. Avevo iniziato a mangiare troppo in fretta e rallentai, assaporando meglio ogni boccone; c’erano tanti sapori, aromi, consistenze diverse; ogni forchettata aveva un gusto differente e una sorsata d’acqua dopo ogni boccone mi preparava ai sapori seguenti. Cominciavo a riempirmi, ma non potevo fermarmi. John iniziò a rallentare e parlò, senza rivolgersi a nessuno in particolare, della corrente calda che aveva colpito la costa, con la pioggia del giorno prima. Tom mangiava ancora a quattro palmenti; Virginia disse: «Nessuno te lo ruba, Tom.» Lui ci restò male, ma sorrise ugualmente a Virginia e i bambini risero.

«Mangia un po’ di pollo» mi esortò la signora N. «Prendi ancora del latte.»

«Nemmeno con l’imbuto» risposi.

La piccola Carol cominciò a piangere, Emilia si alzò per sedersi vicino a lei e farle mangiare un po’ di zuppa, imboccandola. L’ambiente era diventato rumoroso; Marie se ne accorse. «Accendi la tivù» gridò, sapendo che le sarebbe valso una risata. Intanto Steve continuava a mangiare in silenzio e John lo notò. Bevvi un’altra sorsata di latte, per rassicurarmi che tutto andasse bene.

Cominciammo a chiacchierare e a piluccare i resti del pranzo. Calmata Carol, Emilia iniziò a portare in cucina i piatti sporchi. «Stasera tocca anche a te» ricordò a Steve la signora N. Senza rispondere, Steve si alzò e portò via i piatti. Quando il tavolo fu quasi sparecchiato, portarono more con panna e un’altra brocca di latte. Tom mi rifilò un calcio, sbatté le sopracciglia come ali. «Hanno un’aria meravigliosa, Christy» disse devotamente.

Divorammo le more con panna. I bambini ebbero il permesso di allontanarsi con la nonna; John e la signora N., Steve ed Emilia, Tom e io restammo seduti, girandoci a fronteggiare la finestra. Da un armadietto John prese una bottiglia di acquavite e sorseggiammo il liquore, guardando il nostro riflesso sui vetri. Formavamo un quadro buffo. Steve quella sera non parlava, Emilia non parlava mai: gran parte della conversazione ricadeva sulle spalle di Tom e di John, con qualche occasionale intervento mio e della signora N. John rimuginava ancora sulla corrente. «Pare che le correnti calde portino le nubi più fredde… oppure che queste arrivino con le correnti. Pioggia fredda, e talvolta neve, mentre l’acqua è venti gradi più calda. Chissà perché.»

Nessuno di noi azzardò una teoria (fui sorpreso che Tom si lasciasse sfuggire un’occasione per parlare del tempo). La signora N. cominciò a lavorare a maglia ed Emilia in silenzio andò a reggerle la lana. John bevve d’un fiato il resto dell’acquavite.

«Allora… secondo te, cosa vogliono quei tipi del sud?» chiese a Tom.

Il vecchio sorseggiò il liquore. «Non lo so, John. Lo scoprirò, credo, quando sarò laggiù. Se quel che dicono è vero, non riusciranno a fare molto qui da noi, visto che gli asiatici ci sorvegliano. Però… c’è qualcosa che non dicono. Quando ho accennato ai cadaveri di asiatici gettati a riva, Jennings era sul punto di dire qualcosa, ma Lee l’ha bloccato. Jennings sa qualcosa. Ma perché sono venuti quassù? Ancora non lo so con certezza.»

«Forse vogliono solo vedere cose nuove» disse Steve, oscuramente.

«Forse» replicò Tom. «Oppure vogliono vedere cosa possono fare, mettere alla prova il loro potere. O fare scambi con noi. Oppure andare ancora più a nord. Non so. E loro non lo dicono; almeno, non lo dicono qui. Ecco perché voglio andare laggiù a parlare con quel loro sindaco.»

John scosse la testa. «Non sono ancora convinto che tu debba andarci.»

Gli angoli della bocca di Steve sbiancarono. In tono indifferente, Tom disse: «Male non può farne; e a dire il vero è utile andarci, per sapere che cosa accade. A proposito, avrei bisogno di portare con me un paio di persone e i giovani sono quelli di cui è più facile fare a meno; mi chiedevo se uno non potrebbe essere Steve. Mi sembra giusto il tipo adatto…»

«Steve?» John lanciò al vecchio un’occhiataccia. «No.» Guardò Steve, poi Tom di nuovo. «No, serve qui, lo sai.»

«Per una settimana puoi fare a meno di me» sbottò Steve. «Non sono indispensabile. Lavorerò il doppio, al ritorno, ti prego…»

«No!» John lo disse con il tono da ponte di comando. Nella stanza vicina, il rumore dei bambini che giocavano cessò di colpo. Steve si era alzato; ora si mosse di scatto verso il padre ancora appoggiato alla spalliera della sedia. Stringeva i pugni, era stravolto.

«Steve» disse piano la signora Nicolin. John cambiò posizione, per guardare meglio il figlio.

«Prima del tuo ritorno, la corrente calda sarà sparita. Mi servi adesso. La pesca è il tuo lavoro, ed è anche il lavoro più importante della valle. Andrai a sud un’altra volta, magari in inverno, quando non usciamo in mare.»

«Pagherò qualcuno che lavori al posto mio» disse Steve, disperato. Ma John si limitò a scuotere la testa; la linea decisa delle labbra divenne una smorfia rabbiosa. Mi rannicchiai sulla poltrona, intimorito. Le divergenze fra padre e figlio erano frequentissime, arrivavano subito al punto di rottura e prima o poi l’avrebbero superato, c’era da starne certi. Per un attimo pensai che il momento fosse giunto; Steve strinse i pugni, John era pronto a saltargli addosso… Ma ancora una volta Steve rimandò. Girò sui tacchi e uscì di corsa dalla stanza da pranzo. Udimmo la porta della cucina aprirsi e sbattere.

La signora Nicolin si alzò a riempire ancora il bicchiere di John. Disse: «Sei sicuro che Addison Shanks non possa prendere il suo posto per una settimana?»

«No, Christy. Il suo lavoro è qui, deve metterselo in testa. La gente dipende dalla pesca.» Diede un’occhiata a Tom, bevve una lunga sorsata; irritato, continuò: «Sai che mi serve qui, Tom. Perché vieni a mettergli in testa certe idee?»

«Pensavo che potevi farne a meno» spiegò Tom, con calma.

«No» disse John per l’ultima volta, mettendo nella negazione tutta la sua forza. «Non sono disposto a giocare là fuori, Tom…»

«Lo so, lo so.» Tom sorseggiò l’acquavite, mi lanciò un’occhiata inquieta. Imitai Emilia: finsi di non esserci. Fissai il ritratto di noi tutti sul vetro scuro della finestra. Eravamo un gruppo dall’aria molto infelice. Il silenzio si trascinò. Nella parte opposta della casa, i bambini ridevano. Steve se n’era andato da un pezzo. Sulla spiaggia, immaginai. Pensai a come si sentiva lui in quel momento: il buon pranzo si trasformò in un peso sullo stomaco. La signora Nicolin, tesa per l’ansia, cercò di riempirci di nuovo i bicchieri. Io scossi la testa, Tom coprì con la mano il suo. Si schiarì la gola.

«Bene, credo che Hank e io andremo a casa» disse. Ci alzammo. «Una cena favolosa, Christy» mormorò alla signora N. Lei cominciò a salutarci come se niente fosse accaduto; Tom la interruppe, con un’espressione sofferente. «Grazie per la cena, John. Mi spiace d’avere tirato in ballo la faccenda.»

John brontolò qualcosa e agitò la mano, perso nei suoi pensieri. Restammo tutti a guardarlo, un omaccione che meditava in poltrona, fissando la sua immagine scolorita, circondato dalle cose che possedeva… «Non importa» disse, come per liberarci. «Capisco cosa ti ha spinto a farlo. Vieni a dirmi com’è, laggiù, quando torni.»

«Senz’altro.» Tom ringraziò di nuovo la signora N. Andammo alla porta. Christy ci seguì. Sulla soglia, disse: «Avresti dovuto immaginarlo, Tom.»

«Già. Buona notte, Christy.»

Risalimmo il sentiero del fiume, con la pancia piena, ma tristi e pesanti. Tom brontolava fra sé e rifilava manate ai rami che sfioravano il sentiero. «Avresti dovuto immaginarlo… nient’altro è possibile… impossibile da cambiare… come un cuneo…» Alzò la voce.

«La storia è un cuneo in una fessura, ragazzo, e noi siamo il legno. Siamo il legno proprio sotto il cuneo, capisci, ragazzo?»

«No.»

«Ah…» Riprese a borbottare. Pareva disgustato.

«Capisco che John Nicolin è un malvagio figlio di puttana…»

«Silenzio!» sbottò Tom. «Un cuneo nella fessura» continuò.

Di colpo si fermò e mi prese per il braccio, scuotendomi con violenza. «Vedi laggiù?» gridò, indicando la riva opposta del fiume.

«Sì» protestai, aguzzando gli occhi nel buio.

«Proprio lì. I Nicolin si erano appena trasferiti qui: John, Christy, John Junior e Steve. Steve era solo un bimbetto, John Junior aveva sei anni. Erano venuti dall’interno, non hanno mai detto da dove. Un giorno, all’inizio dell’inverno, John ci aiutava a costruire il primo ponte. John Junior giocava sulla riva, sopra una sporgenza… e la sporgenza è crollata nel fiume.» Il tono di voce si era fatto aspro. «È caduta con un tonfo nel fiume, capisci? Nel fiume gonfio per la pioggia della notte. Proprio davanti a John. Lui si è tuffato, ha nuotato fino al mare. Ha nuotato per un’ora senza vedere traccia del bambino. Non lo ha più visto. Capisci?»

«Sì» risposi, a disagio per la tensione che traspariva dalla sua voce. Riprendemmo il cammino. «Ma questo non significa che abbia bisogno di Steve per la pesca, dal momento che di sicuro non…»

«Silenzio» ripeté, meno bruscamente di prima. Dopo alcuni metri, disse piano, quasi parlando fra sé: «E poi abbiamo affrontato quell’inverno. Come topi. Mangiavamo qualsiasi cosa ci capitava.»

«L’ho già sentito» dissi, irritato perché continuava a rivangare i vecchi tempi. Non sentivamo parlare d’altro: il passato, il passato, il maledetto passato. La spiegazione di ogni cosa era nel passato. Un padre si comportava da tiranno con il figlio, e qual era la scusa? La storia.

«Non significa che tu sappia com’era» disse Tom, anche lui irritato. Nella debole luce vidi su di lui i segni del passato: le cicatrici, le guance incavate dove gli mancavano i denti, la schiena curva. Mi ricordò uno degli alberi sulle montagne più in alto, contorti a causa del costante vento di mare, spaccati dal fulmine. «Ragazzo, morivamo di fame. La gente ci lasciava la pelle, perché non avevamo cibo a sufficienza, d’inverno. C’era questa valle, inzuppata d’acqua, dove gli alberi crescevano come erbacce, e non riuscivamo a ricavarne il cibo per sopravvivere. Potevamo solo scavare nella neve… neve, qui, maledizione… e mangiare qualsiasi animale in letargo riuscissimo a trovare. Eravamo lupi, nient’altro. Tu non vedrai tempi come quelli. Non sapevamo nemmeno quale giorno fosse! Ci sono voluti quattro anni, a me e a Rafe, per stabilire la data.» Si fermò per riprendere fiato, ricordò il punto di partenza. «Comunque, vedevamo i pesci nel fiume e abbiamo fatto del nostro meglio per farli finire sul fuoco. Nell’Orange County ci siamo procurati canne, lenze e ami, attrezzature in vendita nei negozi di caccia e pesca, credendo che fossero roba buona.» Sbuffò e sputò nel fiume. «Pescare con quelle stupide attrezzature che si rompevano ogni tre pesci, che andavano in pezzi appena le usavi… era un vero schifo. John Nicolin lo ha capito e ha cominciato a porsi delle domande. Perché non usavamo le reti? Non c’erano reti, rispondevamo. Perché non pescavamo in mare? Niente barche, dicevamo. Lui ci ha guardati come se fossimo una manica d’imbecilli. Alcuni si sono infuriati, hanno chiesto come ci saremmo procurati le reti. E dove.»

“Bene, Nicolin aveva la risposta. È andato a Clemente e ha guardato in una guida del telefono, sant’Iddio. Ha frugato nelle maledette pagine gialle. «Scoppiò a ridere, un breve attimo di delizia.» Ha trovato l’elenco dei grossisti d’attrezzature per la pesca. Ha preso con sé alcuni uomini ed è andato a cercare. Il primo magazzino era vuoto. Il secondo era stato raso al suolo, nel Giorno. Siamo entrati nel terzo: un magazzino pieno di reti. Cavi d’acciaio, nylon pesante… magnifico. Ed è stato solo l’inizio. Abbiamo usato l’elenco telefonico e la cartina per scoprire le darsene d’Orange County, perché tutti i porti erano vuoti, e abbiamo trasportato alcune barche su per l’autostrada.

«E gli sciacalli?»

«A quei tempi gli sciacalli erano pochi e non c’era da fare a pugni con quelli che vivevano lì.»

Sapevo che a questo punto non la contava giusta. Come sempre, si lasciava fuori della storia. Quasi tutto quel che Tom raccontava l’avevo già udito da altri. E c’erano un mucchio di storie su di lui: era l’uomo più vecchio della valle, il fulcro naturale delle leggende. Aveva partecipato alle spedizioni d’approvvigionamento, fatto da guida a John Nicolin e agli altri, nel suo vecchio quartiere e altrove. Dicevano che rappresentasse la morte, per gli sciacalli di quei giorni. Se la spedizione era braccata dagli sciacalli, Tom spariva fra le macerie, e in breve non c’erano più sciacalli. Era stato Tom, in realtà, a insegnare a Rafael l’uso delle armi da fuoco. E le storie sulla resistenza di Tom… caspita, erano così numerose e fantasiose che non sapevo cosa pensare. Una parte di quelle imprese l’aveva compiuta di certo, per guadagnarsi una simile reputazione; ma quale? Aveva resistito davvero una settimana senza dormire, durante la marcia forzata da Riverside? Aveva mangiato davvero la corteccia degli alberi, quando a Tustin erano stati bloccati e circondati? Per fuggire aveva camminato davvero fra le fiamme e trattenuto il respiro sott’acqua per mezz’ora? Qualsiasi impresa avesse compiuto, di sicuro aveva stracciato ogni uomo della valle, anche se a quel tempo aveva già superato i settantacinque. Rafael diceva che il vecchio doveva essersi beccato le radiazioni, il Giorno, e per mutazione era destinato a non morire mai, come l’ebreo errante. «Una cosa è certa» diceva Rafe. «Una volta, a un raduno di scambio, sono passato con lui davanti a un contatore Geiger degli sciacalli e l’aggeggio a momenti scoppiava. Gli sciacalli se la sono svignata…»

«Comunque» diceva ora Tom «John Nicolin si è occupato, di persona o dirigendo gli altri, di qualsiasi cosa riguardasse la pesca; proprio così ha unito la popolazione della valle e ci ha reso un villaggio. Il secondo inverno dopo il nostro arrivo, per la prima volta nessuno è morto di fame. Ragazzo, tu non sai cosa significa. Abbiamo mangiato pesce secco fino ad averne nausea, ma non è morto nessuno. Ci sono stati tempi duri, da allora, ma mai come prima dell’arrivo di Nicolin. Lo ammiro. Così, se ha il pesce nel cervello, se non permette a suo figlio d’allontanarsi per una settimana e neppure per un giorno, mi dispiace davvero. Ora è diventato così, e devi capirlo.»

«Ma non importa quanto sia ben nutrito, se si fa odiare da suo figlio.»

«Sì. Però non vorrebbe, lo so. Pensa a John Junior. Può darsi, anche se lui stesso non se ne rende conto, che John voglia tenere Steve sotto i suoi occhi. Perché sia sempre al sicuro. Allora anche la pesca è solo una scusa. Non so.»

Scossi la testa. Anche così, non era giusto tenere Steve a casa. Un cuneo in una fessura. Capivo un po’ meglio cosa Tom aveva voluto significare, ma secondo me eravamo noi i cunei, conficcati nella storia al punto tale da poterci muovere in una sola direzione, sotto i colpi degli eventi. Come mi sarebbe piaciuto se fossimo stati liberi di muoverci dove volevamo!

Eravamo arrivati a casa mia. La luce del fuoco filtrava dalle fessure intorno all’uscio. «Steve farà il viaggio un’altra volta» disse Tom. «Ma noi… partiremo per San Diego la prima notte di nuvolo.»

«Già.» In quel momento la prospettiva non mi entusiasmava troppo. Tom mi diede un colpetto sulla spalla e sì allontanò fra gli alberi.

«Tienti pronto!» gridò, mentre spariva nel buio della foresta.

La notte di nuvolo ci mise un po’ ad arrivare. Una volta tanto, la corrente calda portò cieli sereni; passavo le sere a maledire le stelle, spazientito. Durante il giorno continuavo ad andare a pesca. Steve, per ordine di John, stava sulle barche delle reti; così, al largo nella barca a remi, non me lo trovavo di fronte un’ora dopo l’altra e mi sentivo solo e diverso dal solito… come se in qualche modo lo tradissi. Quando lavoravamo insieme, a scaricare il pesce o a piegare le reti, si limitava a parlare di lavoro, senza incrociare lo sguardo con me, e non trovavo niente da dire. Mi sentii sollevato, quando, tre giorni dopo quella cena, sì mise a ridere e disse: «Nemmeno a farlo apposta, se non vuoi il sereno le nubi scompaiono. Su, sfruttiamo la giornata per quello che vale.» La pesca era terminala; visto che restavano ancora alcune ore di luce, camminammo sull’ampia spiaggia fino alla foce, dove le onde passavano lentamente da linee azzurre a linee bianche. Gabby, Mando e Del ci raggiunsero, portando le pinne; guadammo la sabbia scabra e rossiccia delle secche, fino ai frangenti. L’acqua era calda come non mai. Prendemmo una pinna ciascuno e nuotammo nell’acqua torbida fino a quella chiara al di là dei frangenti. Lì il mare era un vetro azzurro: vedevo perfettamente la liscia distesa di sabbia del fondo. Per me era un piacere anche solo camminare in acqua, lasciare che le piccole onde mi si riversassero sulla testa, guardare indietro le scogliere rossicce e la foresta verde, delimitate dal cielo e dall’oceano azzurro come gli occhi, che mi arrivava al mento. Mi lasciai trasportare e cavalcai le onde con gli altri, felice che i miei amici non ce l’avessero con me, non molto almeno, perché avevo l’occasione di andare a San Diego.

Parlammo solo di onde, tuttavia, mentre aspettavamo quelle più grandi; nessuno accennò, anche indirettamente, al mio prossimo viaggio. E quando tornammo sulla spiaggia, gli altri mi salutarono e se ne andarono in gruppo. Mi sedetti sulla sabbia, sentendomi strano.

Una figura comparve lungo la riva del fiume, nello stretto passaggio fra le scogliere, dove l’acqua si riversava in mare. Quando venne più vicino, vidi che era Melissa Shanks. Mi alzai e agitai il braccio; lei mi scorse e girò intorno alle pozze d’acqua sulla spiaggia per raggiungermi.

«Ciao, Henry» disse. «Sei stato a fare surf?»

«Già. Come mai da queste parti?»

«Oh, cercavo vongole sulle secche.» Non mi venne neppure in mente che non aveva rastrello né secchiello. «Henry, è vero che vai giù a San Diego con Tom?»

Annuii. Lei spalancò gli occhi, eccitata.

«Scommetto che non stai nella pelle» disse. «Quando parti?»

«La prima notte di nuvolo. Però, a quanto pare, il tempo non vuole che vada.»

Melissa si mise a ridere e si chinò a baciarmi sulla guancia. Alzai le sopracciglia e lei mi baciò di nuovo; mi girai a restituirle il bacio.

«Non posso crederci» disse, in tono sognante, fra un bacio e l’altro. «Un viaggio così… Be’, sei il più adatto a farlo.»

Cominciai a sentirmi meglio, a proposito del viaggio.

«In quanti andate?»

«Solo Tom e io.»

«E i due forestieri?»

«Oh, certo, anche loro. Ci accompagnano.»

«Solo i due che sono venuti fin qui?»

«No, c’è una squadra in attesa lungo l’autostrada, dove hanno terminato di aggiustare la ferrovia.» Le spiegai come quelli di San Diego compivano l’operazione. «Così dobbiamo muoverci in una notte nuvolosa, per non farci vedere dai musi gialli.»

«Oddio!» Rabbrividì. «Sembra pericoloso.»

«No, non credo.» La baciai ancora, facendola rotolare sulla sabbia; ci baciammo a lungo, tanto che quasi la svestivo. D’un tratto si guardò intorno e scoppiò a ridere.

«Non qui sulla spiaggia» disse. «Dalla scogliera tutti possono vederci.»

«No, non possono.»

«Sì che possono, e tu lo sai. Ho un’idea.» Si mise a sedere e si aggiustò la camicetta azzurra di cotone. Guardai attraverso i suoi capelli neri il sole del tardo tramonto e mi sentii percorrere da un’ondata di felicità. «Quando torni da San Diego, potremmo andare su allo Swing Canyon a fare un po’ d’altalena.»

Lo Swing Canyon era il cantuccio degli innamorati; annuii con voglia e allungai la mano, ma lei si alzò.

«Adesso devo andare, sul serio. Papà si chiederà dove sono finita.» Si baciò l’indice, mi sfiorò le labbra, s’allontanò ridendo. La guardai attraversare l’ampia spiaggia, poi mi alzai anch’io. Mi scossi, scoppiai a ridere. Guardai il mare: erano nubi, quelle laggiù?

Subito dopo il tramonto, la domanda ebbe risposta. Le nubi si avventarono verso terra come onde frastagliate; il cielo divenne grigioazzurro, poi buio e privo di stelle. Mentre chiacchieravo con Pa’, tolsi dal gancio la giacca e presi dal cesto del bucato un maglione pesante. Quella sera, sul lardi, Tom bussò alla porla. Partii per San Diego.

PARTE SECONDA

San Diego

6

Jennings e Lee aspettavano sotto il grande eucalipto. «Hai un socio formato ridotto» disse scherzosamente Jennings a Tom; ma mi parve che Lee mi guardasse con aria accigliata.

«È buono come chiunque altro» gridò Pa’ dalla soglia. Pareva seccato.

«Su, andiamo» disse Lee, brusco.

Scendemmo all’autostrada e puntammo a sud. Presto oltrepassammo la ripida scarpata dietro Concrete Bay e uscimmo dalla valle, sulla costa ai piedi dei monti Pendleton. L’autostrada era in ottimo stato: presentava qua e là delle crepe, ma non vi crescevano alberi e arbusti, a parte una fila di tanto in tanto, che, simile a una staccionata, riempiva una crepa più grossa. Ma per gran parte del percorso la strada era uno stretto squarcio nella foresta scura. Attraversava un tratto piano, una striscia non molto larga fra le ripide montagne e le scogliere sul mare, tagliata spesso da gole profonde. In genere l’autostrada passava sopra questi burroni, ma due volte vi precipitava e fummo costretti a scenderne i fianchi ripidi e a guadare torrenti scuri e gorgoglianti su grossi blocchi di cemento. In silenzio Lee ci aiutò a superare queste interruzioni. Sembrava che non vedesse l’ora di tornare a San Diego.

Poco dopo la seconda interruzione, Lee si fermò. Più avanti, fra gli alberi, c’era un gruppo di edifici in rovina. Lee si portò la mano alla bocca e per tre volte di fila emise una passabile imitazione del verso dei gabbiani. La ripeté altre tre volte; dalle rovine giunse un trillo acuto di risposta. Ci avvicinammo all’edificio più grande; a metà strada fummo accolti da un gruppo di uomini che ci salutarono rumorosamente e allegramente. Ci condussero dentro l’edificio, dove un piccolo fuoco mandava poca luce e un mucchio di fumo. Gli uomini di San Diego, sette in tutto, esaminarono Tom e me.

«Avete impiegato un bel po’ di tempo a trovare due esemplari solo di questa forza» disse un bassotto tutto pancia. Si tirò la barba e rise, ma nei suoi occhi un po’ arrossati non c’era luce di divertimento.

«San Onofre vuole davvero parlare al Sindaco?» chiese l’uomo accanto al bassotto. Era la prima volta che udivo San davanti a Onofre; la gente ai raduni di scambio diceva solo Onofre, come noi.

«Piantatela» disse Jennings. «Lui è Tom Barnard, uno dei più vecchi americani viventi…»

«Si vede!» commentò il bassotto.

«E uno dei capi di Onofre. Il ragazzo è il suo assistente più in gamba.»

Tom non aveva battuto ciglio; fissava con calma il bassotto, la testa leggermente piegata, come se contemplasse una nuova specie d’insetto. Lee non si era fermato a sentire. Faceva una matassa di corda e s’interruppe solo per dire: «Spegnete il fuoco e salite sui carrelli. All’alba voglio essere a San Diego.»

Gli uomini non sollevarono obiezioni; raccolsero l’equipaggiamento e spensero il fuoco. Lasciammo l’edificio e l’autostrada, inoltrandoci nella foresta, dietro Lee, in direzione dell’oceano. Avevamo percorso solo una trentina di passi, quando Lee si fermò ad accendere una lanterna.

Nella fioca luce vidi il loro treno: una piattaforma su ruote di ferro, con una lunga asta fissata a un blocco centrale. Gli uomini gettarono la loro roba sul treno; dietro il primo, ce n’era un altro. Mi avvicinai scavalcando i binari. Erano uguali a quelli che attraversavano la nostra valle… gibbosi e arrugginiti, collegati a intervalli di circa un metro da traversine di legno spugnoso. Tom e io rimanemmo a guardare; gli altri caricarono sulle piattaforme mazze da fabbro e asce, matasse di corda e sacchetti di pioli metallici.

Ben presto tutto fu a bordo; salimmo sul primo carrello, dietro Lee e Jennings. Due uomini si piazzarono ai capi opposti della sbarra; uno, assistito da Lee, spinse in basso l’estremità alta; con uno scricchiolio la piattaforma prese a muoversi sulle rotaie arrugginite. Quando quella metà dell’asta era in basso, il bassotto panciuto trascinava giù con tutto il suo peso la metà opposta. I due spingevano a turno e il carrello andava avanti, seguito dall’altro.

Usciti dal folto d’alberi che aveva nascosto i treni, sbucammo in un tratto piano coperto di boscaglia. Le montagne s’alzavano qualche chilometro più all’interno, anziché direttamente dalla costa; gli alberi crescevano per lo più nelle gole. I binari correvano lungo il bordo dell’autostrada rivolto al mare; di tanto in tanto, quando risalivamo un’altura, scorgevo l’oceano, grigio argento sotto le nubi basse. Oltrepassammo un promontorio; una volta, per arrivare fin lì, Steve e io avevamo camminato mezza giornata. Non ero mai stato più a sud di quel punto: da lì in avanti, ero in territorio nuovo.

Le ruote del carrello macinavano le rotaie, con rumore di raspa che tagliava il metallo. Acquistammo velocità, fino a correre più rapidamente di un uomo. I quattro non impegnati sedevano intorno al blocco centrale del carrello o stavano distesi bocconi a guardare avanti. In un tratto in discesa andammo ancora più velocemente: pensai che, per provare davvero l’ebbrezza della velocità, dovevo mettermi in piedi. Non riuscivo a stare seduto e basta. Subito fui colpito da un vento freddo; le traversine marce passavano sotto il carrello in un lampo, tanto da sembrare un tavolato continuo. Gli uomini mi guardarono come se fossi pazzo, ma me ne fregai. La barba di Tom gli svolazzava sulla spalla come una bandiera. Il vecchio sogghignò. «L’unico modo di viaggiare, eh?» disse. Annuii vigorosamente, troppo emozionato per parlare. Mi sembrava di volare, nonostante il rumore di ferraglia. «A c-che v-velocità andiamo?» balbettai.

Tom guardò di lato, alzò la mano controvento. «Circa quarantacinque chilometri all’ora» rispose. «Forse cinquanta. È da tanto che non andavo così veloce, credimi!»

«Cinquanta all’ora!» gridai. «Yu-huuu!»

Gli altri si misero a ridere, ma non m’importava. Per me, erano loro i pazzi; andavamo a cinquanta all’ora e rimanevano seduti cercando di evitare il vento!

«Vuoi spingere?» disse Jennings, dall’estremità della sbarra. Tutti risero di nuovo.

«Ma certo!» dissi. Jennings si spostò. Afferrai l’estremità a T della sbarra, mentre risaliva. Quando spinsi giù, sentii il carrello schizzare avanti, in modo sproporzionato alla forza esercitata. Lanciai ancora un grido di gioia. Spinsi con forza e vidi il bianco del sogghigno dell’uomo che azionava la sbarra dall’altra parte. Spingeva forte quanto me e grazie a noi il carrello volava giù dai Pendleton come in sogno. Con le lacrime agli occhi per il vento, guardai le traversine passare in un lampo sotto di noi; all’improvviso seppi cosa significava vivere nei vecchi tempi, il potere di una volta, la meravigliosa estensione delle capacità naturali dell’uomo. Le storie di Tom e tutti i suoi libri me ne avevano parlato, ma adesso lo sentivo nei muscoli e nella pelle, mi volava intorno, era esilarante. Stavamo veramente pompando il carrello sulle rotaie!

Alle nostre spalle, gli uomini del secondo carrello chiamarono a gran voce: «Ehi, lassù! Chi avete messo alla sbarra?»

E poi: «Sappiamo benissimo che non è Jennings!»

Tutti, sui due carrelli, scoppiarono a ridere. «È davvero Jennings!» disse uno.

«Non sapevo che tua moglie ti mancasse tanto!»

«Cosa ti preoccupi che faccia?»

«Cerca di non consumare qui tutte le pompate!»

«Prendici a rimorchio, se ti senti così in forma!»

Dopo un poco, Lee intervenne. «Rallentate» disse. «Abbiamo da fare un bel pezzo di strada e non voglio stancare quei poveracci dietro di noi.»

Allora rallentammo un poco. Anche così, quando mi diedero il cambio, ero tutto sudato per la fatica; presto, a stare in piedi, sentii freddo. Mi sedetti, stringendomi nella giacca. Le estremità biancastre di rametti tagliati da poco passavano come un lampo, illuminate dalle scintille provocate di tanto in tanto dalle ruote. Il territorio divenne più ondulato. Quando c’era una salita, dovevamo collaborare tutti a manovrare la sbarra; in discesa, andavamo così forte che non mi sarei alzato nemmeno se m’avessero pagato.

Passammo davanti a uno straccio bianco appeso a un palo infisso a lato del terrapieno su cui correvano le rotaie. Lee si alzò e tirò la leva del freno; ci fermammo con una pioggia di scintille e con uno stridio che mi diede i brividi, tanto faceva male alle orecchie.

«Adesso arriva la parte complicata» disse Jennings e saltò giù dal carrello. Nel silenzio improvviso si udì davanti a noi un rumore d’acqua corrente. Tom e io scendemmo dal treno e seguimmo gli altri lungo i binari. In un avvallamento c’era un corso d’acqua di considerevoli dimensioni, largo circa la metà del fiume della nostra valle. Dall’acqua emergeva una doppia fila di pali neri, da una riva all’altra. Travetti e tavole univano alcuni pali e si estendevano su entrambe le rive, ma non mancavano larghi spazi vuoti; nell’insieme, il ponte era un disastro. Ogni palo era circondato da un cerchio di spuma, chiaro segno che si trattava di un torrente assai rapido.

«Le fondamenta del nostro ponte» disse Jennings a Tom e a me, mentre Lee dava ordini agli uomini sulla riva. «Tutto quello che resta del vecchio; l’avranno bruciato quando l’acqua era alta.»

«Più facile che sia stato distrutto dalla bomba nei Pendleton» suggerì Tom. «Non credo che l’acqua fosse più alta di adesso.»

«Forse hai ragione» ammise Jennings. «Comunque, i pali sono in buono stato. Li abbiamo livellati e vi abbiamo messo sopra dei travi laterali di collegamento. Ora posiamo le rotaie sui travi, alla distanza giusta, facciamo passare i carrelli e portiamo travi e rotaie sull’altra riva. Un mucchio di lavoro, ma una volta nascosto il materiale, nessuno capirà che abbiamo attraversato il ponte.»

«Davvero ingegnoso» disse Tom.

Intanto gli uomini avevano acceso altre lanterne e illuminavano i pali con riflettori metallici. Si davano da fare nel buio, imprecando contro manzanita e rovi, mentre “tiravano fuori i travi nascosti fra i cespugli della riva. Agganciarono i travi a una spessa fune ripescata dal basso fondale a monte del ponte. La fune andava sott’acqua fino alla riva opposta, passava da una grossa carrucola e tornava dalla nostra parte. Jennings continuò a descriverci il sistema, con l’orgoglio di un ingegnere; i dieci travi, o traversine, furono spinti nel fiume a monte dei pali; poi la fune fu allentata, finché le traversine galleggiarono fra i pali. Uomini in equilibrio sui pali (vi camminavano sopra grazie alle strette tavole lasciate stabilmente in posizione) ripescavano allora le traversine e le fissavano.

Mentre Jennings concludeva la spiegazione, sulla riva si alzò un coro d’imprecazioni. La fune si era impigliata e non passava dalla carrucola. Tutti discutevano su cosa fare, ma Lee tagliò corto.

«Uno di noi deve attraversare il fiume a nuoto e liberare la carrucola. Non possiamo portare i travi a mano, sono troppo pesanti.»

Gli uomini non apprezzarono la decisione. Uno del secondo carrello soffocò una risatina e mosse il pollice nella mia direzione. «Perché non mandiamo il giovane tutto muscoli?»

Il pancione sbuffò, divertito. Tom cominciò a protestare al posto mio. Lo interruppi. «Certo che ci vado» dissi. «Tanto sono quello che nuota meglio.»

«Ha ragione» ammise Tom. «Lui e i suoi amici fanno surf su onde più alte della vostra testa.»

«Bravo ragazzo» disse Jennings, con entusiasmo. «Vedi, Henry, abbiamo attraversato a nuoto questo fiume varie volte, ma non è facile. Farai meglio a tirarti a braccia lungo la corda, così la corrente non ti trascinerà a valle. Ti basta arrivare sulla riva e disincagliare la carrucola. Sistemeremo il ponte in un attimo.»

Mi spogliai, mi tuffai prima di gelare e mi aggrappai alla fune scivolosa. L’acqua era più fredda di quella dell’oceano nell’ultima settimana e il cuore mi batteva al punto da rendermi difficile il respiro. Reggendomi alla fune in realtà non nuotavo; ma la fune era così scivolosa che dovevo stare attento a non farmela scappare a ogni bracciata. La corrente impetuosa mi trascinava le gambe a valle, per cui i colpi di tallone erano inefficaci. La traversata richiese molto più tempo di quanto non pensassi, ma alla fine urtai le ginocchia nel fango cedevole e uscii dall’acqua sull’altra riva. In piedi su fango più solido, gridai agli uomini che la nuotata non era stata difficile; seguii la fune fino alla carrucola.

Sulla corsa si era formato un groviglio di alghe. Bastò strapparlo e la carrucola tornò a funzionare senza intoppi. Ne fui compiaciuto; dall’altra riva gli uomini mi gridarono complimenti. Ma nel guardare le loro sagome muoversi con cautela sulle assi incurvate, mi resi conto che il lavoro non sarebbe stato ultimato tanto presto. Intanto ero bagnato e infreddolito, con il fiume tra me e i vestiti. Probabilmente Jennings sapeva che sarei dovuto tornare a nuoto, ma era stato tanto gentile da non farmelo capire. L’unica soluzione era tornare in acqua e ripetere la traversata. Maledissi Jennings, gridai le mie intenzioni agli uomini, sguazzai nel fango fino ad avere l’acqua al petto e ricominciai a procedere a forza di braccia.

Ma non avevo fatto i conti con le dieci traversine ormai in mezzo al fiume, che galleggiavano a valle della fune, proprio sul mio percorso. Per girare intorno a ogni traversina dovevo spostarmi a monte o tuffarmi sotto, senza lasciare la presa sulla fune. Anche così, sarebbe andata liscia; ma dal buio vidi spuntare a mezz’acqua un pino di Torrey, tronco e tutto. L’albero avanzò dritto su di me e s’impigliò nella fune: di colpo fui trascinato sott’acqua, intrappolato in un intrico di rami contorti e di aghi pungenti. Riuscii a stento a tenermi aggrappato, ma non ebbi il tempo di riempirmi d’aria i polmoni; l’acqua gelida mi entrò in bocca e nel naso. Cercai con la mano libera di strappare via il ramo sopra di me; pensai di lasciare la presa, tuffarmi e passare sotto il tronco, ma avevo paura di andare a sbattere contro uno dei pali. L’albero non mi lasciava tornare a galla. La corda si piegava sotto il nuovo peso. Disperatamente sporsi il viso fra due rami e inspirai una rapida boccata d’aria. Cambiai mano sulla corda e con la sinistra afferrai il tronco, spingendo l’albero verso l’alto e la fune verso il basso. L’albero passò oltre. Ero ancora aggrappato alla fune, ma adesso potevo muovermi lungo di essa, continuando a reggermi. «Chinga!» ansimai. «Merda! Pinché buey!»

Dalla riva giunse un richiamo: «Ehi! Ci sono guai?» E Tom gridava: «Henry!»

«Tutto bene!» risposi. «Sono a posto!»

Ma ora gli uomini tiravano la fune e mi trascinavano. Per me andava benissimo. Capii perché nessuno era entusiasta di attraversare a nuoto il fiume. Se il ramo mi avesse colpito facendomi mollare la presa sulla fune, avrei potuto senz’altro raggiungere a nuoto la riva, più a valle; ma passare fra i piloni sarebbe stato pericoloso, e tornare a piedi fino al ponte una vera sofferenza. Provai qualche bracciata, ma gli uomini tiravano più in fretta e presto sguazzai nel fango. Due erano entrati in acqua fino al ginocchio per tirarmi fuori; sulla riva, mi avvolsero in una coperta di lana; quando mi fui asciugato, me ne diedero un altra su cui starmene seduto. Mi rincantucciai accanto alle lanterne e dissi che non era stato difficile. Loro non seppero che cosa rispondere. Tom mi lanciò un’occhiata sospettosa.

Mentre mi scaldavo, gli uomini montarono il ponte. Sistemarono sui pali le traversine, vi posarono le rotaie, collegarono con pioli le flange delle rotaie alle traversine, usando appositi fori già praticati. I binari erano più ravvicinati delle due file di pali, ma non di molto. Sagome nere strisciarono avanti e indietro sulla costruzione, stagliate contro la luce delle lanterne in una varietà di posizioni precarie; vidi una figura in piedi lasciar cadere la tavola che avrebbe dovuto calare sopra un trave isolato e buttarsi a quattro zampe per non finire in acqua. La tavola fu portata via dalla corrente. Le grida di Lee punteggiavano il rumore di martellate.

«La prima volta dev’essere stata dura» disse Tom, accoccolato accanto a me, le mani attorno al vetro della lanterna. «Penso che le traversine reggeranno il peso di un carrello, ma non vorrei essere stato il primo a portarne uno dall’altra parte.»

«Sembra che sappiano quel che fanno» dissi.

«Già. Lavoro duro, nel buio. Peccato che non possano costruire un ponte e lasciarlo lì.»

«Pensavo proprio a questo. Non riesco a credere che i…» Non sapevo come chiamarli. «Non credo che abbiano davvero bombardato un ponte così piccolo.»

«Capisco.» Nella luce fioca, l’espressione di Tom era cupa. «Ma secondo me questa gente non conta balle e non si dà tanto da fare senza motivo. Ritengo che chiunque sia lassù voglia tenere separate le piccole comunità, come ha detto Jennings. Ma non me ne rendevo conto. Brutto segno.»

Jennings camminò con noncuranza lungo una rotaia e saltò sulla riva per venire accanto a noi. «Quasi finito» annunciò. «Dovreste attraversare a piedi. Cerchiamo di caricare i carrelli il meno possibile, anche se è solo una precauzione, capite.»

«Andiamo subito» disse Tom. Mi aiutò ad alzarmi. Indossai i vestiti e mi strinsi sulle spalle le coperte, perché avevo ancora freddo. Seguimmo la rotaia a valle, in piedi, con grande precauzione, pronti ogni momento a lasciarci cadere sulla rotaia e ad aggrapparci ad essa. Le traversine mi parvero solide quando vi misi sopra il piede, ma erano un po’ deformate e su alcune di esse le rotaie non posavano in piano. Ne accennai a Jennings, che pareva del tutto a suo agio.

«È vero. Non riusciamo a mantenerle perfettamente piatte. Cedono leggermente quando si attraversa, ma niente di grave. Almeno finora. Vedremo se Lee dovrà farsi una nuotata come la tua, quando porterà dall’altra parte il primo carrello. Mi auguro di no… c’è ancora una bella camminata, prima di San Diego.»

Sulla riva meridionale ci radunammo attorno alle lanterne; gli uomini ne diressero la luce sul primo carrello. Lee e un altro lo spinsero lentamente dalla nostra parte. Le rotaie mandavano scricchiolii e gemiti, quando il carrello passava sopra una traversina; altrimenti, in un silenzio funesto, cedevano un poco sotto il peso del carrello. Era uno spettacolo bizzarro, la grossa massa nera che sporgeva dalle rotaie nel mezzo del fiume sopra due strisce sottili, simile a un ragno su due fili di ragnatela. Raggiunta la riva, gli uomini dissero: «Tutto a posto» e: «Una buona traversata», a voce bassa e compiaciuta.

Trasportarono a piedi le attrezzature, spinsero il secondo carrello, poi tolsero i pioli e portarono le rotaie sulla riva sud. Lee fu assai puntiglioso nel far rispettare l’ordine, in modo che fosse più facile rimettere tutto in posizione la volta dopo.

«Molto ingegnoso» disse Tom. «Molto astuto, molto rischioso, molto ben fatto.»

«A me è parso abbastanza semplice» replicai.

In breve rimisero a posto la fune e caricarono sui pianali le attrezzature. Salimmo con altri sul primo carrello e partimmo.

«Il prossimo ponte è molto più facile» disse Jennings, mentre superavamo la salita.

Mi offrii di azionare la sbarra, perché avevo ancora freddo. Questa volta mi misi all’estremità anteriore e con il vento contro la schiena guardai il bizzarro spettacolo delle montagne che fuggivano via. Di nuovo mi sentii inebriare dalla velocità e risi a voce alta.

«Il ragazzo nuota e pompa come un buon uomo della resistenza» disse Jennings. Non capii cosa intendesse, ma gli altri furono d’accordo con lui, almeno quelli che si presero la briga di dirlo.

Quando mi fui riscaldato, sentii la stanchezza. Il bassotto con la pancia mi diede subito il cambio; mi rifilò un’amichevole manata sulla schiena e mi mandò in fondo al pianale. Seduto sotto la coperta, dopo un poco mi appisolai, consapevole in parte del movimento del treno, del vento, dei discorsi a voce bassa.

Mi svegliai quando il carrello si fermò. «Siamo al secondo fiume?»

«No» disse piano Tom. «Guarda là.» Indicò il mare.

La luna completamente nascosta conferiva una debole luminosità alle nuvole; la superficie dell’oceano era una serie di chiazze grigie. Scorsi subito una fioca luce rossa al centro di una massa nera. Una nave. Una nave grande… una nave enorme, così gigantesca che per un attimo pensai che fosse quasi a riva, mentre in realtà si trovava a mezza strada fra la costa e l’orizzonte frangiato di nubi. Era difficile conciliare la distanza della nave con l’enorme stazza: pensai che forse era un sogno.

«Spegnete le lanterne» disse Lee.

L’ordine fu subito eseguito. Nessuno aprì bocca. La nave gigantesca navigò verso sud, simile a un fantasma: il suo moto era anormale, come le dimensioni e la posizione. Era veloce, velocissimo. Ben presto la nave fu nascosta dall’altura che avevamo risalito e sparì alla vista.

«Non vengono mai così vicino a riva, nelle zone abitate» disse Jennings, in tono da spaccone. «Uno spettacolo molto inconsueto.»

Poco dopo riprendemmo il percorso; oltrepassato un altro straccio bianco segnalatore, arrivammo alla riva di un fiume. Era più ampio del primo, ma i piloni arrivavano fin su entrambe le rive e per larghi tratti c’era una piattaforma. Gli uomini di San Diego si misero al lavoro, posando le rotaie sull’antica piattaforma traballante, mentre io e Tom restammo sul carrello accanto alle lanterne. La notte si era fatta più fredda. Ce ne stavamo rannicchiati sotto le coperte e ogni respiro si mutava in piccoli sbuffi di condensa. Alla fine ci alzammo e aiutammo a trasportare le attrezzature, solo per scaldarci. Quando i carrelli attraversarono il fiume e il ponte fu smontato, mi sistemai fra due mucchi di corda, al riparo dal vento, e mi addormentai.

Di tanto in tanto i sobbalzi mi scuotevano; mi svegliavo e imprecavo contro me stesso perché mi perdevo una parte del viaggio. Sporgevo la testa a guardarmi in giro nel buio; ma ero ancora stanchissimo e mi addormentavo di nuovo. Quando mi risvegliai ancora, il cielo si schiariva e tutti collaboravano a muovere la sbarra per superare una salita ripida. Mi costrinsi ad alzarmi, decisi di restare sveglio e di tanto in tanto aiutai a manovrare la sbarra.

Ci trovavamo in mezzo alle rovine. Non come quelle dell’Orange County, dove nella foresta intrichi di legno e di cemento segnavano gli edifici crollati; qui fra gli alberi c’erano fondamenta spoglie e, qua e là, case restaurate o edifici più grandi. Rovine ripulite. Il tappo indicò la zona in cui abitava; vi passammo davanti, dalla parte dell’entroterra. Le ripide scogliere su cui viaggiavamo si alternavano a paludi che si aprivano sulla spiaggia, per cui i binari seguivano con regolarità un percorso a saliscendi. Per attraversare le paludi passavano sopra enormi strade rialzate, sotto le quali si aprivano tunnel che consentivano alle acque di raggiungere il mare. Ma poi arrivammo a una palude priva di strada rialzata. Forse una volta esisteva, ma era scomparsa da tempo. Un ampio fiume ci separava dalla scogliera meridionale e scorreva sinuoso fra una piatta distesa di canne. Sfociava in mare in tre punti, fra le dune della spiaggia.

Gli uomini di San Diego fermarono i carrelli. «San Elijo» disse Jennings a Tom e a me. Il sole sorgeva fra le nuvole; nell’aria densa di salsedine, gli uccelli s’alzavano a centinaia dai canneti scuri e costeggiavano le pozze color bronzo e le anse del fiume. I loro richiami galleggiavano pigramente sul rumore dei frangenti al limitare dell’ampia spiaggia bruna.

«Come fate a passare?» chiese Tom. «Ci vuole un ponte bello lungo.»

Jennings ridacchiò. «Facciamo il giro. Sulle strade abbiamo piazzato binari permanenti. Pare che a loro» con il pollice indicò il cielo «questa zona non interessi.»

Così seguimmo il lato nord della palude e attraversammo il fiume fra le montagne, dov’era soltanto un torrente profondo, passando sopra un ponte fisso come quello nella nostra valle.

«Avete stabilito fino a che distanza da San Diego potete costruire senza disturbarli?» chiese Tom, mentre attraversavamo il ponte.

Lee aprì la bocca per rispondere, ma Jennings lo precedette e Lee strinse le labbra, seccato. «Lee ha una sua teoria, secondo la quale esistono limiti ben precisi prima che intervengano… In modo da isolare ogni singola contea, per quanto è possibile. Non dicevi così, Lee?»

Lee annuì, con un sorriso controvoglia.

«Da parte mia, non la vedo molto diversamente dal nostro Sindaco» continuò Jennings, senza badare all’espressione divertita di Lee. «Il Sindaco dice che non esiste motivo né spiegazione alle loro azioni; i pazzi ci guardano dallo spazio, dice, e controllano quel che possiamo o non possiamo fare. Lui se la prende sul serio. Siamo come mosche di fronte agli dèi, dice.»

«“Come mosche per bambini capricciosi siamo noi di fronte agli dèi”» citò Tom, correggendolo.

«Giusto. Pazzi, che ci guardano dall’alto.»

Lee scosse la testa. «Non è tutto. Si tratta di stabilire quanto vedono. Ma le loro reazioni sono governate da regole. Immagino che una carta delle Nazioni Unite, o qualcosa del genere, dica ai musi gialli cosa fare. In realtà…» Ma a questo punto si bloccò e corrugò la fronte, come se pensasse di essersi spinto troppo oltre.

«Oh, non c’è dubbio che abbiano telecamere in grado di riprendere un uomo» ribatté Jennings. «Quindi il problema non è quanto vedono. È quanto notano. Ora, nella ferrovia nord abbiamo fatto cambiamenti impossibili da nascondere. I ponti sono gli stessi, ma abbiamo tolto i cespugli dai binari, per esempio. A questo punto, forse nascondere il lavoro al ponte è una perdita di tempo. Tanto non siamo invisibili, anche se non diamo troppo nell’occhio, ecco. L’ho detto al Sindaco, ma non sono sicuro che abbia capito. Ora, forse gli osservatori studiano attentamente ogni fotografia, o forse hanno apparecchiature che rilevano eventuali cambiamenti: non lo sappiamo. La linea nord sarà un buon sistema per stabilire quanto sono attenti, secondo me.»

In quel momento attraversavamo un fitto bosco di pini di Torrey. Il sole tagliava le ombre e faceva splendere la rugiada. L’aria si scaldava e mi sentivo riprendere dalla sonnolenza, per quanto fossi affascinato dal territorio nuovo che ci circondava. Fra gli alberi c’erano gruppi di case dei vecchi tempi; parecchi edifici erano ristrutturati e abitati: da molti comignoli si alzava il fumo. Nel vederlo, assai turbato, diedi di gomito a Tom. Quelli di San Diego erano solo altri sciacalli! Tom capì al volo e si limitò a scuotere brevemente la testa. Non era il momento di parlarne, certo. Ma il pensiero mi metteva a disagio.

La ferrovia portava a un villaggio in certo modo simile al nostro, a parte il fatto che c’era un numero maggiore di case, che le abitazioni erano raggruppate e che molte risalivano ai vecchi tempi. Lo stridio del freno provocò schiamazzi di galline e latrati di cani… e mi costrinse a stringere i denti. Parecchi uomini e donne uscirono da un grande edificio nella radura al di là dei binari. I nostri compagni saltarono giù dai carrelli e salutarono la gente del posto. Alla luce del giorno sembravano sporchi, con la barba lunga e gli occhi arrossati, ma nessuno parve farci caso.

«Benvenuti a San Diego!» ci disse Jennings, aiutando Tom a scendere dal carrello. «O meglio, a University City, per esattezza. Possiamo offrirvi la colazione?»

Accettammo con entusiasmo. Ero tanto affamato quanto stanco, se non di più. Fummo presentati al gruppo uscito dal grande edificio ad accoglierci. Entrammo con gli altri.

L’ingresso era un vano alto due piani: tappeto rosso, tappezzeria rossa e oro, candeliere di vetro appeso al soffitto. Anche la scala interna era coperta da un tappeto e aveva la ringhiera di quercia intagliata e lucidata. Rimasi a bocca aperta. «È la casa del Sindaco?» domandai.

Scoppiarono tutti a ridere. Divenni rosso. Jennings mi circondò le spalle. «Stanotte hai dimostrato quanto vali, Henry, ragazzo mio. Non ridevamo di te. Solo… be’, quando vedrai l’abitazione del Sindaco, capirai il motivo. Questa è casa mia. Vieni a darti una ripulita e a conoscere mia moglie; poi faremo un buon pranzo per festeggiare il vostro arrivo.»

7

Fatta colazione, Tom e io dormimmo per quasi tutto il giorno, sopra due vecchi divani nell’ingresso della casa di Jennings. Sul tardi Jennings venne a svegliarci. «Forza, sbrigatevi» disse. «Sono andato a parlare al Sindaco… vi ha invitati a cena e a una conferenza: aspettare non gli piace.»

«Chiudi il becco e lascia che si preparino» intervenne la moglie di Jennings, guardandoci da sopra la spalla del marito. Gli somigliava moltissimo: bassa, tozza, allegra. «Appena pronti, vi mostrerò il bagno.» Tom e io la seguimmo; facemmo i nostri bisogni in una toilette con acqua corrente. Poi Jennings ci spinse fuori di casa. Lee e il bassotto erano già sopra un carrello. Ci unimmo a loro e ci dirigemmo a sud. Evidentemente alla luce del giorno il bassotto si sentiva più socievole, e si presentò come Abe Tonklin.

Sferragliammo su rotaie stese sul cemento pieno di crepe di un’altra autostrada, sotto un baldacchino di pini di Torrey, eucalipti, sequoie, querce. Fra mille scricchiolii il carrello passava rapidamente dalle zone d’ombra a quelle illuminate dai raggi obliqui del sole; di tanto in tanto attraversava ampie radure coltivate, per la maggior parte a granturco. Una volta agitai la mano verso un uomo fermo in un campo verde giallastro: poi capii che si trattava di uno spaventapasseri.

«Ci siamo quasi» disse Jennings, gridando per superare il frastuono. Arrivammo in cima a un’altura. Davanti a noi, da destra a sinistra, si stendeva uno stretto lago paludoso che sembrava l’inondazione di una palude simile a quelle del nord. Qua e là emergevano dall’acqua edifici altissimi… grattacieli, almeno una decina. Uno di essi, alla nostra sinistra, era una gigantesca muraglia circolare. E in mezzo al lago c’era un tratto d’autostrada, sostenuto da palafitte di cemento. Su questa sorta di piattaforma c’era una casa bianca. Sul tetto della casa riuscivo a distinguere una bandiera americana che si muoveva nella brezza. A bocca aperta per lo stupore, guardai Tom. Anche lui aveva tanto d’occhi. Tornai di nuovo a guardare la scena. Fiancheggiato da montagne coperte di foreste, illuminalo dal sole ormai basso, il lungo lago con la sua fantastica collezione di giganti sommersi e distrutti costituiva il più impressionante residuo dei vecchi tempi che avessi mai visto. Gli edifici erano grandissimi! Provai di nuovo l’impressione… simile a una mano che mi stringesse il cuore… di sapere davvero com’erano stati quei tempi…

«Ecco, quella è la casa del Sindaco» disse Jennings.

«Perdio, è Mission Valley» disse Tom.

«Giusto» rispose Jennings, pieno d’orgoglio, come se fosse opera sua. Tom scosse la testa e rise, confuso. Le rotaie terminavano lì. Lee frenò il carrello, con il solito stridio da far impazzire. Seguimmo quelli di San Diego lungo l’autostrada che portava dritta nel lago e vi scompariva. Il tratto emerso sui piloni in mezzo al lago era la continuazione; in una gola fra le montagne della riva opposta il cemento grigio tornava a spuntare dall’acqua. Il pezzo al centro del lago era il residuo di un ponte che un tempo superava la valle: l’autostrada era stata costruita sopra dei piloni, per quasi due chilometri, da un pendio a quello opposto… solo per evitare la discesa e la salita alle automobili! Ero sbalordito: non riuscivo a concepire il tipo di mente in grado d’immaginare un ponte del genere. Incredibile.

«Stai bene?» mi chiese Lee.

«Eh? Ah, sì. Guardavo il lago.»

«Gran bel panorama. Forse faremo un giro in barca, domattina.» Lee non si era mai mostrato così amichevole: mi accorsi che apprezzava il mio stupore.

Dove la strada si tuffava nel lago, un largo pontile galleggiante serviva da ormeggio a una ventina di barche a remi e piccoli catboat. Lee e Abe ci guidarono a una delle barche più grandi. Salimmo a bordo; Abe remò fino all’isola formata dal tratto di autostrada e intanto Jennings rispose alle domande di Tom a proposito del lago.

«Le piogge hanno scaricato montagne di terriccio alla foce del fiume, inquadrata da due lunghe banchine e attraversata da parecchie strade, in genere ostruite. Così il terriccio si è accumulato e ha formato un tappo. Una grossa diga. Cosa? Sì, c’è ancora un canale che porta all’oceano, ma scorre sopra il tappo: così qui ci siamo ritrovati un lago. Ben sopra il livello del mare. Arriva fino a El Cajon.»

Tom rise. «Ah! Dicevamo sempre che un buon temporale avrebbe sommerso la valle, ma questo… E il sovrappasso?»

«Dicono che la prima alluvione sia stata molto violenta. Ha strappato via i fianchi delle montagne e abbattuto i piloni dell’autostrada. Hanno resistito solo quelli centrali. Abbiamo eliminato le macerie tutt’intorno, perché la zona sembrasse più pulita. Più “progettata”, per così dire.»

«Capisco.»

Mentre vi passavamo sotto, vidi l’estremità mozza dell’autostrada, indorata dal sole al tramonto. Tondini di ferro, contorti e arrugginiti, sporgevano dal cemento segnato di cicatrici. La piattaforma, spessa circa cinque metri, distava dall’acqua almeno sei. Passammo fra gli snelli piloni di cemento schiaffeggiati dai piccoli baffi di prora.

La piattaforma aveva fatto parte di un incrocio; strette rampe si diramavano dal tratto principale disposto lungo l’asse nord-sud e scendevano sul fondo della valle. Adesso questi svincoli laterali fungevano da comode rampe d’approdo. Arrivati alla rampa est, ormeggiammo con l’aiuto di alcuni uomini venuti ad accoglierci. Dalla prua, passammo sopra un piccolo ripiano di legno, e da lì sulla rampa di cemento. Il sole rosso splendeva fra due piloni e il vento ci scompigliava i capelli. Dalle case in alto giungevano risa, voci, acciottolio di stoviglie.

«Siamo in ritardo» disse Lee. «Sbrighiamoci.»

Nel risalire la rampa, notai che era inclinata sul fianco, oltre che verso l’alto. Quando gliene parlai, Tom mi spiegò che era costruita apposta così, per evitare che ad alta velocità le automobili uscissero di strada. Dal bordo guardai l’acqua in basso e pensai che i vecchi americani erano certo degli sciocchi, o dei pazzi, a correre simili rischi.

Sopra l’ampia piattaforma in piano disposta secondo l’asse nord-sud erano state costruite delle case. La più vasta si trovava all’estremità nord; il gruppo di edifici più piccoli, ciascuno grande come casa mia, disposti a ferro di cavallo, si trovava sul lato opposto. La metà della casa più grande era alta solo un piano; sul tetto di questa parte, rivolta verso di noi, c’era una veranda con la ringhiera azzurra, alla quale erano appoggiate varie persone che ci osservavano. Jennings agitò il braccio a salutarle. Camminavo accanto a Tom e all’improvviso mi sentivo nervoso.

Abe ci lasciò per unirsi a un gruppo accanto alla ringhiera ovest della strada, una massiccia protezione metallica. Il sole calava dove le montagne s’incontravano all’estremità del lago. Lee e Jennings condussero Tom e me nella casa grande. Appena dentro, Jennings tolse di tasca un pettine e si ravviò i capelli. Lee sorrise ironicamente e passò davanti a Jennings per guidarci su per l’ampia scala. Al piano superiore percorremmo un corridoio fiocamente illuminato che portava in una stanza con parecchie poltrone e un pianoforte. Ampie porte a vetri, nella parete sud, si aprivano sul tetto a veranda. Uscimmo all’esterno.

Il Sindaco era accanto alla ringhiera, in piedi fra un piccolo gruppo di persone; guardava dalla nostra parte. Era grande e grosso, alto, largo di spalle e di torace. Aveva braccia muscolose e s’intuiva, sotto i calzoni di lana a quadretti, che anche i polpacci lo erano. Un uomo lo aiutò a infilarsi una giacca azzurra a tinta unita. La testa sembrava troppo piccola rispetto al corpo.

«Jennings, chi sono questi signori?» disse il Sindaco, con voce alta” e acuta. Sotto i baffi neri, aveva bocca piccola, mento debole. Ma mentre si sistemava il colletto, ci fissò con occhi celesti che rivelavano un’intelligenza assai acuta.

Jennings presentò Tom e me.

«Timothy Danforth» disse il Sindaco a sua volta. «Sindaco di questa bella città.» Aveva una piccola bandiera americana sul risvolto della giacca. Ci strinse la mano; quando toccò a me, strinsi con tutta la mia forza, ma sembrava di stringere pietra. Avrebbe potuto sbriciolarmi la mano come un pezzo di pane. Sarebbe bastata la stretta a farlo diventare sindaco, come disse in seguito Tom. Il Sindaco si rivolse al vecchio: «Mi dicono che lei non è il capo eletto di San Onofre, giusto?»

«Onofre non ha un capo eletto» rispose Tom.

«Ma lei ha qualche autorità?» suggerì il Sindaco.

Tom si strinse nelle spalle e andò alla ringhiera, passandogli davanti. «Avete un bel panorama da qui» disse con aria assente guardando verso ovest, dove il sole era diviso in due dalle montagne sempre più scure. Ero stupito per la scortesia di Tom. Avrei voluto intervenire, spiegare al Sindaco che Tom aveva la stessa autorità di tutti gli altri, a Onofre… e che non intendeva mostrarsi irrispettoso. Ma tenni la bocca chiusa. Tom continuò a guardare il tramonto. Il Sindaco lo fissò, a occhi socchiusi.

«Fa sempre piacere incontrare nuovi vicini» disse poi, in tono caloroso. «Festeggeremo con una cena all’aperto, se gradisce. La sera sembra abbastanza calda.» Sorrise, facendo tremolare i baffi; ma gli occhi non persero l’espressione penetrante. «Mi dica, lei è vissuto nei vecchi tempi?» Il tono sembrava dire: lei viveva in Paradiso?

«Come l’ha capito?» rispose Tom.

La decina di persone sulla veranda scoppiò a ridere, ma Danforth si limitò a fissare Tom. «È un onore conoscerla, signore. Non ne sono rimasti molti, come lei; soprattutto in così buona salute. Lei rappresenta uno stimolo per noi tutti.»

Tom sollevò le sopracciglia cespugliose. «Davvero?»

«Uno stimolo» ripeté il Sindaco, con fermezza. «Un monumento, per così dire. Un memento di ciò che ci sforziamo di ottenere, in questi tempi durissimi. Trovo che gli anziani come lei capiscono meglio le nostre aspirazioni.»

«Che sarebbero?» chiese Tom.

Per fortuna, o forse a bella posta, il Sindaco non udì la domanda di Tom, perché sembrava impegnato a ricordare il discorsetto. «Be’, venite a sedervi» disse, come se avessimo rifiutato. Sulla veranda c’erano diversi tavoli rotondi, fra alberelli in grossi vasi. Mentre ci sedevamo accanto alla ringhiera, Danforth puntò su Tom gli occhietti, con uno sguardo di sbieco assai penetrante. Tom, con aria innocente, fissò la bandiera, che si muoveva appena dall’asta sul tetto.

Una trentina di tavoli era sistemata nella strada più sotto; altre barche giungevano, nella fioca luce di prima sera. Le montagne a sud erano di un verde brillante sulla cima, illuminate dall’ultima luce. Da qualche parte, nella casa, un generatore cominciò a ronzare; all’improvviso in tutta l’isola si accesero lampadine elettriche. I piccoli edifici all’estremità sud, le ringhiere dell’autostrada, le stanze della casa: tutto risplendeva di luce bianca. Ragazze della mia età o anche più giovani si aggiravano sulla veranda, portando dall’interno piatti e argenteria. Una di loro mise davanti a me un piatto e mi rivolse un sorriso invitante. Notai ricambiando il sorriso che i capelli le rilucevano d’oro al bagliore delle luci. In cima alla rampa est comparvero uomini e donne vestiti in giacche dai colori vivaci e abiti variopinti, come sciacalli. Ma ovviamente a San Diego le cose erano diverse. Qui, almeno pensavo, la gente univa in sé il meglio degli sciacalli e dei nuovi cittadini. Una luce più brillante centrò la bandiera; tutti si misero sull’attenti, mentre il vessillo rosso, bianco e blu veniva ammainato. Tom e io imitammo gli altri; provai una singolare sensazione che mi arrossò le guance e mi diede i brividi…

Al nostro tavolo, oltre al Sindaco, sedevano Jennings, Lee e altri tre, che ci vennero presentati frettolosamente. Ben fu l’unico nome che afferrai. Jennings raccontò al Sindaco il viaggio a nord e descrisse i due ponti e le interruzioni più importanti della ferrovia. A sentire lui, i lavori di riparazione erano irti di difficoltà; immaginai che fosse in ritardo sui programmi. Ma forse esagerava per abitudine, come esagerò nel raccontare la mia traversata del fiume; divenni tutto rosso, ma notai con piacere che la biondina, servendo a tavola, si manteneva fra il nostro tavolo e quello vicino per non perdersi il racconto. Jennings ne ricavò davvero una storia emozionante; mentre tutti si complimentavano con me, Tom mi diede una gomitata di nascosto.

«Esagerazioni» dissi. «Ero ansioso di visitare la vostra città.»

Il Sindaco annuì con approvazione, affondando il mento nel collo finché non parve che fra la bocca e il pomo d’Adamo ci fossero solo pieghe di pelle.

«Qual è il tempo minimo per arrivare in treno fino a Onofre?» chiese il Sindaco a Lee. Questa volta Tom e io ci sgomitammo a vicenda. Per prima cosa, il Sindaco era passato a chiamare la nostra valle “Onofre”, anziché “San Onofre”, dopo avere sentito Tom una sola volta. In secondo luogo, sapeva a quale dei suoi uomini chiedere, se voleva una risposta diretta. Naturalmente, se non avesse capito Lee e Jennings, non avrebbe fatto il sindaco neppure in un canile. Comunque, era un segno.

Lee si schiarì la gola. «La notte scorsa ci sono volute circa otto ore, dal punto in cui ci siamo fermati fin qui a University City. Credo che sia difficile fare di meglio, a meno di lasciare montati i ponti.»

«Non possiamo» disse Danforth. Il suo viso espressivo divenne torvo.

«Credo anch’io. Comunque, occorrono altri quindici minuti per arrivare a Onofre. Lì le rotaie sono in buone condizioni.»

«E anche più avanti» aggiunse Jennings.

Tom alzò gli occhi a fissarlo. Il Sindaco si accigliò. «Di questo parleremo dopo cena» disse.

Le ragazze avevano terminato di sistemare sui tavoli piatti e bicchieri, tovaglioli di cotone e vasellame d’argento che sembrava proprio vero; portarono grosse scodelle di vetro piene d’insalata di lattuga e gamberetti. Tom esaminò con interesse i gamberi, inforcandone uno per osservarlo più da vicino. «Dove li prendete?» chiese.

Il Sindaco rise. «Dopo la preghiera di ringraziamento Ben glielo dirà.»

Le ragazze di servizio vennero tutte sulla veranda; il Sindaco si alzò e andò alla ringhiera, in modo da essere visibile anche dal basso. Notai che zoppicava: non piegava il piede sinistro. Chinammo tutti la testa. Il Sindaco recitò la preghiera: «Signore, mangiamo il cibo che ci hai procurato per renderci più forti al servizio Tuo e degli Stati Uniti d’America. Amen.» Tutti risposero: «Amen» in coro, coprendo così i colpetti di tosse di Tom. Gli diedi una bella gomitata nelle costole.

Iniziammo a mangiare l’insalata. Da basso giungevano voci acute e acciottolio di piatti. Fra un boccone e l’altro, Ben disse a Tom: «I gamberi ce li procuriamo a sud.»

«Credevo che la frontiera fosse chiusa.»

«Oh, sì, senza dubbio. Ma non la vecchia. Tijuana ormai è solo terreno di battaglia per cani e topi. Circa otto chilometri più a sud, c’è la nuova frontiera: barriere di filo spinato e, di qua è di là, una striscia spoglia di trecento metri, aperta con i bulldozer. E torri di guardia, riflettori di notte. Non ho mai sentito che una sola persona l’abbia varcata.» Addentò un boccone, mentre gli altri annuivano per confermare le sue parole. «C’è anche un pontile, dove la barriera di filo spinato tocca la spiaggia; e, al largo, le motovedette. Ma della marina messicana, capisce? I giapponesi controllano la costa fino alla frontiera, ma da lì il comando passa ai messicani. E loro non fanno un buon lavoro.»

«Neppure i musi gialli» disse Danforth.

«Verissimo. Comunque è facile evitare le motovedette messicane; una volta dall’altra parte, i pescatori vendono qualsiasi cosa abbiano o riescano a procurarsi. Per quel che li riguarda, siamo solo altri clienti. Però sanno di avere il coltello dalla parte del manico e ci spremono a ogni affare. Ma otteniamo quel che vogliamo.»

«Ossia i gamberi?» chiese Tom, sorpreso. Aveva già terminato l’insalata.

«Certo. Non le piacciono?»

«E i messicani cosa vogliono in cambio?»

«Parti di ricambio per armi da fuoco, principalmente. Souvenir. Cianfrusaglie.»

«I messicani vanno pazzi per le cianfrusaglie» disse Danforth e i suoi uomini risero. «Ma venderemo loro qualcosa di diverso, un giorno o l’altro. Li rimetteremo dov’è giusto che stiano, come una volta.» Aveva guardato Tom mangiare avidamente; vedendo che aveva terminato, chiese: «Lei viveva da queste parti, ai vecchi tempi?»

«Su nell’Orange County, in genere. Sono venuto qui a fare scuola.»

«Cambiato, vero?»

«Certo.» Tom si guardò intorno, in cerca della portata seguente. «È cambiato tutto.» Continuava a mostrarsi scortese di proposito; non riuscivo a immaginare cosa avesse in mente.

«Immagino che l’Orange County fosse piena di case, una volta.»

«Come San Diego. O anche di più.»

Il Sindaco emise un fischio sottovoce e parve impressionato.

Quando tutti terminarono l’insalata, le ragazze portarono via le ciotole e le sostituirono con pentole di minestra, piatti di carne, pagnotte, verdure, piramidi di frutta. Le portate continuavano ad arrivare e mi davano l’occasione di sorridere alla biondina. C’erano pollo e coniglio, pasticcio di maiale e zampe di rana, agnello e tacchino, pesce e manzo, vassoi di molluschi… sui tavoli c’era tanta di quella roba che, al confronto, la cena della signora Nicolin sembrava quella che Pa’ e io facevamo tutte le sere. Non sapevo da dove iniziare. Mangiai un po’ di stufato di molluschi con verdure, in attesa di prendere una decisione.

«I giapponesi» disse Danforth, mentre eravamo a metà «sbarcano nel territorio che era casa nostra, di questi tempi.»

«Ah, sì?» rispose Tom, servendosi una porzione di frutti di mare. Non sembrava impressionato dalla quantità di cibo. Sapevo che era interessato a quei discorsi sui giapponesi, ma non voleva darlo a vedere.

«A Onofre non se ne sono mai visti? Nemmeno un segno?»

Tom pareva riluttante a distrarsi dal cibo; si limitò a scuotere la testa, continuando a masticare, e subito dopo a lanciare al Sindaco una rapida occhiata.

«A loro interessa guardare le rovine della vecchia America» disse il Sindaco.

«Loro?» bofonchiò Tom, a bocca piena.

«I giapponesi, per lo più; ma anche individui di altre nazionalità. Però i giapponesi, che hanno avuto l’incarico di sorvegliare la nostra costa occidentale, sono la maggioranza.»

«Chi sorveglia le altre coste?» chiese Tom, come se volesse mettere alla prova quanto sostenevano di sapere.

«La costa orientale, i canadesi. E la costa del golfo, i messicani.»

«In teoria sono potenze neutrali» aggiunse Ben. «Per quanto nel mondo attuale il concetto stesso di potenza neutrale faccia ridere.»

«I giapponesi possiedono le isole lungo la costa e le Hawaii» continuò il Sindaco. «Per i giapponesi ricchi è facilissimo andare nelle Hawaii e da lì raggiungere la nostra costa, ma si dice che turisti di tutte le nazionalità vogliano fare la prova.»

«Come fate a sapere tutte queste cose?» disse Tom, a stento capace di mascherare il suo interesse.

«Abbiamo mandato uomini a Catalina a spiare» disse con orgoglio Danforth.

Tom non riuscì a trattenersi, per quanto mangiasse. «Insomma, cos’è successo? Siamo stati messi in quarantena?»

Con un colpo di forchetta carico di disgusto, il Sindaco rispose: «Sono stati i russi. Così si dice. Ed è ovvio. Chi altri poteva portare qui duemila bombe ai neutroni? Molti paesi non potevano permettersi nemmeno i furgoni in cui le bombe erano nascoste quando sono esplose.»

Tom socchiuse gli occhi. Credetti di sapere perché. Era la stessa spiegazione che lui aveva dato raccontandoci la storia di Johnny “Pigna”, e io ero sicurissimo che Tom quella storia se la fosse inventata. Curioso.

«Ci hanno sconfitti così» disse il Sindaco. «Non lo sapeva? Hanno nascosto le bombe in furgoni Chevvy, hanno portato i furgoni nel centro delle duemila città più grandi e li hanno parcheggiati. Poi le bombe sono esplose tutte insieme. Senza il minimo avvertimento. Sa, niente missili in arrivo, cose del genere.»

Tom annuì, come se finalmente gli avessero chiarito un mistero.

«Dopo il Giorno» intervenne Ben, dato che il Sindaco sembrava troppo sconvolto per continuare «a Ginevra le Nazioni Unite sono tornate a riunirsi. Tutti avevano paura dell’Unione Sovietica, soprattutto i paesi in possesso di armamenti nucleari, è ovvio. La Russia ha suggerito di tenerci in isolamento per un secolo, in modo da evitare che si scatenassero conflitti per impadronirsi delle nostre spoglie. Una riserva mondiale, dicevano. Chiaramente punitiva, ma chi avrebbe protestato? Ed eccoci qua.»

«Interessante» commentò Tom. «Ma negli ultimi cinquant’anni ho sentito un mucchio di ipotesi.» Riprese a lavorare di forchetta. «A me sembra che ci troviamo nella stessa condizione dei giapponesi dopo Hiroshima. Non sapevano neppure cosa li avesse colpiti, lo sa? Credevano che avessimo lasciato cadere manganese sulla ferrovia elettrica, provocando un incendio. Pietosi. E noi non siamo migliori.»

«Cos’è Hiroshima?» chiese il Sindaco.

Tom non rispose. Ben scosse la testa, di fronte ai dubbi di Tom. «Abbiamo avuto nostri uomini a Catalina per mesi interi, a volte. E… be’, domani vi manderò da Wentworth. Lui vi racconterà. Sappiamo cos’è successo, più o meno.»

«Basta con la storia» disse il Sindaco. «Quel che conta sono il momento e il luogo attuali. Ad Avalon i giapponesi diventano sempre più corrotti. I ricchi vogliono venire in America a visitare le rovine: l’ultimo grido dell’avventura. Vengono ad Avalon e si mettono in contatto con individui che li portano sul continente. Alcuni sono addirittura americani, e di notte li trasportano per mare oltre le motovedette di pattuglia e li sbarcano a Newport Beach o a Dana Point. Abbiamo sentito dire che nelle Hawaii ci sono centinaia di turisti in lista d’attesa.»

«Lo dice lei» replicò Tom con una scrollata di spalle.

Una smorfia di esasperazione comparve sul viso del Sindaco e subito svanì. Mentre portavano via i piatti, Danforth si alzò e si chinò sulla ringhiera.

«Dite alla banda di suonare!» gridò, rivolto a quelli in basso. Ci fu un’ovazione; il Sindaco entrò zoppicando in casa. Dall’alto della ringhiera vidi i grossi tavoli coperti di stoffa bianca, sui quali erano ammucchiati piatti e vasellame. Da sopra gli abitanti di San Diego apparivano tutti lustri, con i capelli ben tagliati, camicia e vestito puliti e stirati. Ancora una volta mi parvero sciacalli.

Dalla strada una piccola banda musicale attaccò una polka noiosa; comparve il Sindaco, passò da un tavolo all’altro. Conosceva tutti. Terminata la cena, la gente andò a ballare nello spazio davanti alla banda. Intorno a noi l’acqua e le rive del lago erano buie: eravamo in un’isola di luce, in risalto contro le tenebre. Sotto si divertivano; ma sulla veranda, senza il Sindaco, il gruppo pareva annoiarsi.

Poi Danforth ricomparve, inquadrato fra gli alti battenti di vetro, e rise nel vederci. «Avete terminato di rimpinzarvi? Perché non scendete a fare quattro salti? Questa è una festa! Unitevi alla gente; Ben e io scambieremo ancora quattro chiacchiere con gli ospiti giunti dal nord.»

Uomini e donne dei tavoli vicini si alzarono allegramente e sfilarono dentro la casa. Jennings e Lee andarono con loro; solo Ben rimase al piano di sopra, oltre al Sindaco, per parlare con noi.

«Nel mio studio ho una bottiglia di ottima tequila» disse Danforth. «Andiamo a provarla.»

Lo seguimmo lungo un corridoio fino a una stanza con pannelli di legno alle pareti, dominata da un’enorme scrivania. La finestra era coperta da tendaggi; la parete dietro la scrivania, da scaffali di libri. Ci sedemmo nelle poltroncine imbottite disposte a semicerchio intorno alla scrivania; Tom piegò la testa di lato nel tentativo di leggere il titolo dei libri. Da uno scaffale pieno di liquori Danforth prese una bottiglia lunga e sottile; versò a ciascuno un bicchiere di tequila. Camminò nervosamente dietro la scrivania, su e giù, fissando il tappeto. Accese la lampada da tavolo, che si rifletté sulla superficie lucida e gli illuminò dal basso il viso. La stanza era silenziosa, non si udivano rumori della festa. In tono solenne, Danforth propose un brindisi: «All’amicizia delle nostre due comunità.»

Tom alzò il bicchiere e bevve.

Assaggiai un sorso di tequila. Era fortissima. Mi sembrò di avere nello stomaco una palla di fuoco, tanto avevo mangiato. Posai il bicchiere in equilibrio sul bracciolo della poltrona, mi appoggiai allo schienale e mi preparai a guardare Tom e il Sindaco rimbeccarsi di nuovo… anche se non riuscivo a immaginare di quale disputa si trattasse.

Il Sindaco aveva un’aria pensierosa, meditabonda. Continuò a camminare lentamente avanti e indietro… Sollevò il bicchiere, sogguardò Tom. «E allora, cosa ne pensa?»

«Di cosa?» disse Tom.

«Della situazione mondiale.»

Tom scrollò le spalle. «Ne ho solo sentito parlare. Voi sapete molte più cose di noi. Ammesso che siano tutte vere. Sappiamo che ci sono orientali, a Catalina. Di tanto in tanto il mare getta sulla spiaggia un cadavere. A parte questo, sappiamo solo i pettegolezzi dei raduni di scambio; e queste voci cambiano ogni mese.»

«Avete trovato cadaveri di giapponesi?» chiese Danforth.

«Noi li chiamiamo cinesi.»

Il Sindaco scosse la testa. «Giapponesi.»

«La guardia costiera spara a chi sbarca illegalmente?» azzardò Tom.

Di nuovo il Sindaco scosse la testa. «Le guardie costiere prendono bustarelle. Non è opera loro.» Bevve un sorso. «È opera nostra.»

«Come?»

«Opera nostra!» ripeté il Sindaco, alzando improvvisamente il tono di voce. Zoppicò fino alla finestra, armeggiò con i tendaggi.

«Prendiamo il mare da Newport Beach e Dana Point, nelle notti di nebbia o quando riceviamo la soffiata di uno sbarco; e tendiamo loro un’imboscata. Ne uccidiamo più che possiamo.»

Tom fissò il bicchiere. «Perché?» chiese alla fine.

«Perché?» Il mento del Sindaco si fuse con il collo. «Lei è uno dei vecchi tempi… e chiede perché?»

«Certo.»

«Perché qui non siamo in uno zoo, ecco perché!» Riprese a zoppicare su e giù dietro la scrivania; girò intorno alle nostre poltrone. Senza preavviso, sbatté il palmo della mano sulla scrivania, smack!, facendomi sobbalzare. «Hanno fatto a pezzi il nostro paese» disse, con tono soffocato e furibondo, tutto diverso da quello che usava fino a un momento prima. «L’hanno ucciso.» Si schiarì la gola. «Ormai non possiamo farci niente. Ma loro non devono venire a fare i turisti fra le rovine. No. Finché c’è un americano vivo. Non siamo animali in gabbia. Gli insegneremo che se mettono piede sul nostro suolo, sono morti.» Con mano tremante prese la bottiglia di tequila e tornò a riempirsi il bicchiere. «Non si entra, nelle gabbie di questo zoo. Quando si spargerà la voce che nessuno torna da una visita all’America, smetteranno di venire. Non ci saranno più clienti, per quei farabutti a nord della vostra valle.» Bevve in fretta. «Lei sa che nell’Orange County ci sono sciacalli che fanno fare ai musi gialli escursioni guidate?»

«Non ne sono sorpreso» rispose Tom.

«Io sì. Sono delinquenti. Traditori degli Stati Uniti.» Lo disse come se pronunciasse una sentenza di morte. «Se ogni americano si unisse alla resistenza, nessuno metterebbe piede nel nostro paese. Ci lascerebbero in pace e noi andremmo avanti a ricostruire. Ma tutti dobbiamo fare parte della resistenza.»

«Non sapevo che ci fosse una resistenza» disse Tom, soave.

Bang! Il Sindaco tornò a colpire la scrivania. Chinò la testa e gridò: «Proprio per questo vi abbiamo fatti venire qui!» Si raddrizzò, andò a sedersi sulla poltrona, si sostenne con la mano la fronte. A un tratto parve di nuovo calmo e tranquillo. «Ben, diglielo tu.»

Ben si sporse con entusiasmo dalla poltrona. «Quando siamo arrivati al Shalton Sea, abbiamo saputo che esiste. La resistenza americana. Anche se in genere la chiamano solo resistenza. Il quartier generale si trova a Salt Lake City; e ci sono centri militari nel vecchio dislocamento del Comando Strategico dell’Aviazione, sotto Cheyenne, nello Wyoming, e anche sotto il monte Rushmore.»

«Sotto il monte Rushmore?» disse Tom.

Con la testa ancora sostenuta dalla mano e la faccia in ombra, il Sindaco lo scrutò. «Esatto. Dov’è sempre stato il quartier generale del servizio segreto militare degli Stati Uniti.»

«Non lo sapevo» disse Tom, inarcando lievemente le sopracciglia.

Ben continuò: «Ci sono organizzazioni in tutto il paese, ma in pratica si tratta di un gruppo unico, con un identico fine. Ricostruire l’America.» Parve assaporare l’ultima frase.

«Ricostruire l’America» mormorò il Sindaco. Provai di nuovo quel fuoco alle guance e quel brivido lungo la schiena. Perdio, erano in contatto con la costa orientale! New York, la Virgina, il Massachusetts, l’Inghilterra… Il Sindaco allungò la mano verso il bicchiere e bevve un sorso; Ben trangugiò due sorsate, come se facesse un brindisi. Tom e io li imitammo. Per un attimo parve che nella stanza ci fosse una comunione di sentimenti. Sentivo l’alcol andarmi alla testa, insieme con la notizia della resistenza, il sogno mio e di Steve, finalmente realizzato. Una mistura pesante.

Danforth si alzò di nuovo; guardò la carta geografica incorniciata, appesa alla parete laterale dello studio. Con tono appassionato disse: «Rendere di nuovo grande l’America, renderla quel che era prima della guerra: la nazione migliore del mondo. Questa è la nostra meta.» Nell’ombra, puntò il dito contro Tom. «Ci saremmo già riusciti, se avessimo fatto la rappresaglia contro i sovietici. Se il presidente Eliot, quel traditore, quel vigliacco, non si fosse rifiutato di difenderci. Ma possiamo ancora riuscirci. Lavoreremo duramente, pregheremo ferventemente, nasconderemo ai satelliti le nostre armi. Ne inventano di nuove, a Salt Lake e a Cheyenne, a quanto si dice. E un giorno… un giorno balzeremo di nuovo sul mondo, come una tigre. Una tigre uscita dal profondo della fossa…» La sua voce cambiò, divenne un gracchiare soffocato che non riuscivo a capire. Era girato a mezzo verso di noi e rimase in quella posizione per un bel pezzo, parlando fra sé, fra gemiti e sospiri. La luce della lampada da tavolo tremolò, una volta, due. Ben scattò dalla poltrona e andò in un angolo a prendere una lampada a cherosene.

Il Sindaco batté le nocche sulla scrivania, tornò ad alzare la voce. Sembrava rilassato e ragionevole. «Ecco di cosa volevo parlarle, Barbard. Sappiamo che, lungo questa costa, il gruppo di resistenza più numeroso è dislocato intorno a Santa Barbara. Abbiamo incontrato alcuni componenti del gruppo, al Salton Sea. Ci occorre un collegamento con loro, ci occorre presentare un’opposizione unificata contro i giapponesi, nelle isole di Catalina e Santa Barbara. La prima parte del compito consiste nel liberare da tutti i turisti giapponesi, e dai traditori che fanno loro da guida, l’Orange County e Los Angeles. Quindi abbiamo bisogno di voi. Abbiamo bisogno che Onofre si unisca alla resistenza.»

«Non posso parlare a nome degli altri» disse Tom. Quasi protestai e mossi le labbra: Ma certo che ci uniremo a loro! Mi morsicai la lingua e rimasi zitto. Tom aveva ragione: bisognava mettere ai voti la proposta. Tom gesticolò. «Sembra… be’, non so se saremo disposti.»

«Dovrete esserlo!» replicò fieramente il Sindaco, tendendo il pugno sulla scrivania. «I vostri desideri passano in secondo piano. Dica a tutti che possono riportare il loro paese com’era una volta. Possono collaborare. Ma dobbiamo lavorare tutti insieme. E il giorno verrà. Un’altra Pax Americana, automobili e aeroplani, razzi per la Luna, telefoni. Un paese unificato.» Di colpo, senza collera né mormorio appassionato, disse: «Torni lassù e lo dica agli abitanti della valle: o sono con la resistenza, o sono contro.»

«Un modo di esprimersi non molto amichevole» osservò Tom socchiudendo gli occhi.

«Lo esprima come preferisce! Ma glielo dica.»

«Glielo dirò. Ma vorranno sapere esattamente cosa pretendete da loro. E non posso garantire cosa risponderanno.»

«Nessuno le chiede di garantire niente. Sapranno quel che è giusto.» Il Sindaco lanciò a Tom una lunga occhiata, con occhietti ardenti. «Credevo che uno come lei, uno che ha conosciuto i vecchi tempi, avrebbe fatto salti di gioia a sentir parlare di resistenza.»

«Non salto molto, di questi tempi» ribatté Tom. «Male alle ginocchia.»

Il Sindaco girò intorno alla scrivania; si chinò sulla poltrona di Tom, lo fissò. Gli bloccò fra le sue la mano. «Non perda la sensibilità per l’America, vecchio» disse, rauco. «È la parte migliore di lei, quella che l’ha tenuta in vita per tutto questo tempo, che lo sappia o meno. Dovrà lottare per mantenerla, altrimenti è condannato.»

Tom ritrasse la mano. Il Sindaco si raddrizzò, tornò zoppicando dietro la scrivania. «Allora, Ben! Questi signori meritano di approfittare un poco della festa, prima di ritirarsi, non credi?» Ben annuì e ci sorrise. «So che avete passato una notte dura, ieri» continuò Danforth. «Ma mi auguro che abbiate ancora la forza di unirvi alla gente qua fuori, almeno per un poco.»

Assentimmo.

«Prima di uscire, allora, lasciate che vi mostri un piccolo segreto.» Ci alzammo e lo seguimmo fuori della stanza. Danforth zoppicò per il corridoio fino a un’altra porta; estrasse dal taschino una chiave. «La chiave di un mondo nuovo» disse. Aprì la serratura e ci precedette nella stanza, che conteneva solo parti di macchinari disseminate sopra tre tavoli. Sul tavolo più grande c’era una scatola metallica grossa come lo stipetto di una barca, piena di manopole e quadranti e indicatori; cavi elettrici uscivano da due aperture.

«Radio a onde corte?» disse Tom.

«Esatto» rispose Ben, con un sorriso d’approvazione.

«Dal Salton Sea verrà uno ad aggiustarla» mormorò il Sindaco. «Allora saremo in contatto con tutto il paese. Con ogni gruppo della resistenza. Sarà l’inizio di una nuova epoca.»

Restammo a guardare per un poco, poi uscimmo in punta di piedi dalla stanza. Il Sindaco serrò la porta; allora uscimmo sull’autostrada, dove la banda suonava ancora. Subito il Sindaco fu circondato da ragazze che volevano a tutti i costi ballare con lui. Tom si allontanò verso la ringhiera ovest e io mi diressi al tavolo bar. L’uomo al banco mi riconobbe: ci aveva aiutati a ormeggiare la barca, al nostro arrivo sull’isola. «Offre la casa» dichiarò, versandomi una tazza di ponce alla tequila. Lo presi e girai attorno alla pista da ballo. Le donne ballavano con il Sindaco, si tenevano strette a lui; si muovevano lentamente in cerchio, eseguivano passi diversi dalla polka che si ballava intorno a loro. Sentivo l’effetto dell’alcol. La musica, il riflesso di lampadine elettriche sul cemento, i tappeti dai colori vivaci, la brezza fresca, il cielo notturno, i lugubri grattacieli in rovina che si ergevano più neri delle tenebre intorno a noi… l’incredibile notizia della resistenza americana… tutto si combinava per infiammarmi d’eccitazione. Ero davvero sull’orlo di un mondo nuovo. Mi aprii la strada fra la folla, in direzione di Tom che, appoggiato alla massiccia ringhiera, guardava l’acqua più in basso.

«Tom, non è straordinario? Non è meraviglioso?»

«Lasciami riflettere, ragazzo» rispose lui, piano.

Allora tornai accanto alla banda, mogio mogio per un momento. Ma non durò. La ragazza che danzava con il Sindaco era la bionda che aveva servito a tavola durante il banchetto. Quando lasciò posto a un’altra ragazza, mi avvicinai in fretta fra i ballerini e la strinsi in un abbraccio.

«Balla anche con me» le dissi. «Vengo dal nord.»

«Lo so» rispose lei. E rise. «Non sei certo un ragazzo di queste parti, è chiaro.»

«Dal gelido nord» dissi, guidandola goffamente nei passi della polka. Mi sentivo un po’ stordito. «Dai ghiacciai e dai crepacci e dalle grandi distese di neve sono venuto nella vostra magnifica e civile città.»

«Come?»

«Qui, dal barbaro nord, a conoscere il vostro Sindaco, il profeta di un’epoca nuova.»

«Assomiglia a un profeta, vero? Come quelli della chiesa. Mio padre dice che è stato lui a fare di San Diego la città che è.»

«Ci credo. Ha fatto un mucchio di cambiamenti, da quando ha assunto la carica?»

«Oh, è sempre stato sindaco da quando mi ricordo. Da quando avevo due anni, mi pare abbia detto papà.»

«Un mucchio di tempo.»

«Quattordici anni…»

Le diedi un rapido bacio; ballammo tre, quattro volte, finché non mi tornò lo stordimento. Avevo difficoltà a muovermi. Lei mi accompagnò ai tavoli e ci sedemmo a chiacchierare. Chiacchierai come il più fantasioso contaballe della California; lo stesso Steve non sarebbe riuscito a battermi, quella notte. La ragazza rise e rise. Più tardi arrivarono Jennings e Tom; mi dispiacque vederli. Jennings disse che ci avrebbe accompagnati al nostro alloggio per la notte, all’altro capo della piattaforma. A malincuore salutai la ragazza e li seguii a passo da ubriaco giù per l’autostrada, canticchiando fra me: «Um-pap-pà» e salutando quasi tutti quelli che incontravo. Jennings ci sistemò in un bungalow nella parte sud della piattaforma; continuai a parlare a Tom per un paio di minuti, anche se lui stava in silenzio, prima di perdere conoscenza.

«Una nuova epoca, Tom, te lo dico io. Un nuovo mondo.»

8

La mattina seguente fummo svegliati da colpi di fucile. Ci precipitammo alla porta del bungalow: il Sindaco e alcuni suoi uomini sparavano ai piattelli che uno di loro lanciava sul lago. L’uomo lanciava, il piattello compiva un arco, il tiratore mirava e, bam!, un rumore secco, simile allo sbattere di una tavola bagnata contro un’altra. Circa un piattello su tre si riduceva in schegge biancastre. Gli altri picchiavano sulla superficie scintillante del lago e scomparivano. Nel vedere quell’allenamento, Tom scosse la testa sprezzante. «Hanno certo trovato da qualche parte un mucchio di munizioni» commentò.

Jennings, fermo lì accanto a guardare, si girò. Ci vide sulla soglia, si avvicinò e ci condusse ai tavoli sistemati davanti alla grande casa. Lì, fra l’odore pungente del fumo di polvere da sparo, ci sedemmo a fare colazione a base di pane e latte. Tra uno sparo e l’altro udivo lo sventagliare della bandiera americana nella brezza mattutina. La guardai muoversi al vento sopra la casa. Tornai a guardare l’allenamento: ogni volta che un piattello esplodeva, gli uomini lanciavano un grido di giubilo e facevano commenti. Il Sindaco era un buon tiratore: sbagliava di rado, forse perché era quello che sparava più spesso degli altri. I suoi uomini… tanto valeva che gettassero direttamente i piattelli nel lago.

Terminammo di fare colazione. Il Sindaco passò la doppietta a uno dei suoi e venne con passo pesante dalla nostra parte. Sotto il sole sembrava un poco più piccolo di quanto era parso alla luce delle lanterne e delle lampadine elettriche.

«Vi rimando a casa di Jennings. Ma passerete da La Jolla, così potrete parlare a Wentworth.»

«Chi sarebbe?» chiese Tom, senza neppure fingere buona educazione.

«Il nostro fabbricante di libri. Vi illustrerà meglio la situazione di cui Ben e io vi parlavamo ieri sera. Quando avrete parlato con lui, Jennings, Lee e la loro squadra vi riporteranno a nord in treno.» Sedette di fronte a noi e appoggiò sul tavolo le braccia robuste. «Tornati a casa, direte alla vostra gente quel che ho detto a voi ieri sera.»

«Mi faccia capire bene» disse Tom. «Lei vuole che ci uniamo a questa resistenza di cui ha udito parlare.»

«Di cui facciamo parte. Esatto.»

«Cosa significa, all’atto pratico?»

Danforth fissò Tom dritto negli occhi. «Ogni comunità della resistenza deve fare la sua parte. È l’unico modo per ottenere la vittoria. Certo, qui abbiamo la popolazione maggiore, perciò forniremo gran parte della manodopera su questa costa. Ma abbiamo bisogno di attraversare la vostra valle con la ferrovia, per prima cosa. E la vostra gente potrà fare incursioni lungo la costa con maggiore facilità di noi, visto dove vivete. Oppure stabiliremo noi alla foce del vostro fiume una base per le incursioni, a seconda di come decideremo di operare. Ecco, non esiste un modo prestabilito, dovreste capirlo. Ma abbiamo bisogno che vi uniate a noi.»

«E se non volessimo?»

Il Sindaco serrò le labbra. Lasciò che la domanda di Tom rimanesse nell’aria per un bel pezzo. Gli uomini intorno a noi (per il momento il tiro al piattello era stato interrotto) divennero silenziosi.

«Non capisco dove vuole arrivare, vecchio» protestò Danforth. «Si limiti a portare il mio messaggio alla gente della valle.»

«Dirò quel che mi ha detto e le farò sapere la nostra decisione.»

«È sufficiente. Arrivederci.» Spinse indietro la sedia, si alzò, entrò zoppicando nella luccicante casa bianca.

«Credo che non abbia più niente da dirvi» osservò Jennings, dopo un altro lungo silenzio. «Possiamo andarcene.»

Ci accompagnò di nuovo al bungalow. Tom riprese la sacca a spalla. Scendemmo la rampa inclinata, fino alle barche. Lee e Abe ci aspettavano sul pontile galleggiante. Salimmo tutti a bordo e tagliammo l’acqua azzurra, diretti alla sponda nord del lago. Era una bella giornata, cielo sereno, vento debole. Prendemmo un treno diverso da quello con cui eravamo arrivati, posto su rotaie diverse, che ci portarono a ovest, lungo la riva del lago.

«Avete una vera stazione» notò Tom, rompendo il silenzio.

Jennings cominciò a descrivere ogni chilometro della rete ferroviaria, ma nessuno dei nomi citati aveva significato per me, per cui smisi di ascoltarlo e restai sul chi vive per vedere il mare. Arrivammo a un grande acquitrino proprio quando mi aspettavo di scorgere l’oceano e girammo a nord costeggiando il terreno paludoso. Una collina fittamente alberata segnava l’estremità nord dell’acquitrino; avanzammo sferragliando sopra un’autostrada che serpeggiava in un avvallamento a est della collina. Prima di uscire dall’avvallamento, Lee frenò il carrello (ormai avevo imparato a tapparmi le orecchie, quando lo vedevo sul punto di frenare).

«Da qui a La Jolla non ci sono rotaie» spiegò Jennings. «Dobbiamo andare a piedi.»

«E nemmeno strade» aggiunse Lee.

Scesi dal carrello, imboccammo una pista, l’unico passaggio nella fitta foresta. Sembrava di attraversare quella che Tom chiamava giungla: felci, rampicanti e liane avvolgevano in una ragnatela i fitti alberi; rami macchiati di licheni si aggrovigliavano nella lotta per la luce del sole. Densi gruppi di pini di Torrey gareggiavano con alberi di tipo mai visto. Sulla pista spugnosa aleggiava un odore d’umidità; muffe e felci di un verde brillante crescevano sui tronchi caduti che ingombravano il sentiero. Tom camminava dietro di me, con la sacca che gli sbatteva sulla coscia. A un certo punto brontolò: «Monte Soledad a nord è solo un’altra parete dilavata, adesso. Tutte le case spazzate via. Crollato tutto, crollato tutto.»

Lee, davanti a me, si girò a dargli un’occhiata strana. Capivo il significato di quello sguardo: era difficile credere che Tom fosse vivo al tempo in cui quelle non erano ancora macerie. Tom imprecò, inciampando in una radice; continuò a borbottare, senza accorgersi dello sguardo di Lee: «Acqua e fango, pioggia e pena, fulmini e incendi, tutto crollato. Quegli orribili edifici. Ah, ah, ecco delle fondamenta. Era una casa stile Tudor? Cinese? Una hacienda? Un ranch californiano?»

«Come?» disse Jennings, credendo che fosse una domanda.

Ma Tom continuò a parlare: «Questa città era tutto fuorché se stessa. Nient’altro che soldi. Case di carta. Certo, la montagna ha un aspetto migliore, ripulita di tutta quella merda. Ah, se potessero vederla adesso, eh eh eh!»

Dalla parte dell’oceano, la montagna era tutta diversa. Dove il pendio si livellava a formare una punta che sporgeva dalla costa in entrambe le direzioni, gli alberi erano stati tagliati. Nella radura così ottenuta c’erano alcuni edifici antichi, circondati da case in legno. I muri di cemento erano stati riparati con legno di sequoia; le case nuove erano assemblate con parti delle vecchie: alcune avevano il tetto sostenuto da travi massicce; altre, un ampio camino; altre ancora, il tetto a tegole arancioni. Molte erano tinteggiate in diverse tonalità d’azzurro, giallo, arancione. Attraverso il fogliame scorgevamo la radura, mentre scendevamo il lato occidentale del monte: il piccolo villaggio risplendeva contro lo sfondo dell’oceano blu scuro. Uscimmo da sotto la foresta e la pista si aprì a formare una strada dritta e coperta di folta erba.

«Pittura» osservò Tom. «Buona idea. Ma tutta la pittura che ho visto ultimamente era dura come pietra.»

«Wentworth ha un sistema per liquefarla» disse Jennings. «Lo stesso che usa per l’inchiostro vecchio, dice.»

«Chi è questo Wentworth?» chiesi.

«Vedrai» rispose Jennings.

All’estremità opposta della strada d’erba, proprio sopra una piccola insenatura, c’era un edificio di blocchi di pietra rossiccia. Un muro dello stesso materiale circondava il posto e dei pini di Torrey si ergevano contro il muro su entrambi i lati. Varcammo un ampio portone di legno, nel quale era intagliata una tigre… una tigre verde con le strisce nere. Al di là del muro l’erba si alternava con aiuole fiorite. Jennings guardò dentro la porta aperta dell’edificio e ci fece segno di seguirlo.

La prima stanza aveva in una parete ampie finestre a vetri; a porta spalancala, era soleggiata come il cortile. Cinque o sei ragazzi e tre o quattro adulti erano al lavoro lungo bassi tavoli: impastavano una farina bianchissima che dall’odore non poteva essere di grano. Un uomo con occhiali cerchiati di nero e barba sale e pepe alzò lo sguardo dal tavolo dove dava disposizioni ai lavoranti e si avvicinò a noi.

«Jennings, Lee» disse, asciugandosi le mani nel pezzo di stoffa legato intorno alla cintola. «Come mai siete qui, oggi?»

«Douglas, questo è Tom Barnard, un… un anziano di Onofre, su lungo la costa. L’abbiamo condotto giù sulla nuova ferrovia. Tom, ti presento Douglas Wentworth, l’uomo che fabbrica i libri di San Diego.»

«L’uomo che fabbrica libri» ripeté Tom. Strinse la mano a Wentworth. «Sono lieto di conoscere uno che fabbrica libri, signore.»

«Lei s’interessa di libri?»

«Certo. Ero avvocato, un tempo; ho dovuto leggere il tipo peggiore di libri. Adesso sono libero di leggere quel che mi piace, quando riesco a trovarlo.»

«Ne possiede una vasta raccolta?» chiese Wentworth, spingendo in su con un dito gli occhiali, per guardare meglio Tom.

«No. Una cinquantina di volumi. Ma continuo a scambiarli con i vicini.»

«Ah. E tu, giovanotto… anche tu leggi?» Dietro le lenti aveva occhi grossi come uova, che ressero il mio sguardo.

«Sì, signore. Tom mi ha insegnato. E mi piace moltissimo.»

Il signor Wentworth sorrise brevemente. «Mi fa piacere che San Onofre sia una comunità istruita. V’interessa fare il giro dello stabilimento? Posso sottrarre qualche minuto al lavoro. Abbiamo un’attrezzatura per la stampa che forse vi sembrerà interessante.»

«Ne saremmo felici» disse Tom.

«Lee e io andiamo a procurarci qualcosa da mangiare» disse Jennings. «Torniamo fra poco.»

«Vi aspettiamo» rispose Tom. «Grazie per averci condotti qui.»

«Ringraziate il Sindaco.»

«Continuate a impastare finché non ottenete una consistenza perfetta» diceva intanto Wentworth ai suoi allievi. «Poi cominciate a eliminare l’acqua. Sarò di ritorno prima della pressatura.»

Ci condusse in un’altra stanza con ampie finestre, piena di piccole scatole metalliche disposte su tavoli. Davanti a una di esse, una donna girava la maniglia posta sul fianco e faceva ruotare un cilindro su cui era steso un foglio di carta scritta. Pagine stampate uscivano dalla base della scatola.

«Ciclostile!» esclamò Tom.

La donna sobbalzò all’esclamazione; guardò Tom, irritata.

«In realtà» disse Wentworth «siamo un’impresa modesta, come ho detto. Qui la nostra forma di stampa principale è il ciclostile. Non sarà il metodo più raffinato, e nemmeno il più duraturo, ma le macchine danno affidamento e poi non abbiamo molto altro.»

«E le matrici?» chiese Tom.

Wentworth, compiaciuto per la domanda, invitò la donna a scostarsi. L’operaia aggrottò le sopracciglia, ma ubbidì. «Abbiamo una buona scorta di matrici e abbiamo imparato a farne altre, usando l’inchiostro da ciclostile e questo tipo di carta. Ma sono sempre l’anello più debole della catena.» Prese una pagina dal cestino sistemato accanto alla macchina e ce la mostrò. «A causa di quel che dobbiamo conservare, con spazio uno e margini ridotti al minimo… Difficile da leggere, piuttosto brutta…»

«A me sembra magnifica» disse Tom, prendendo la pagina per leggerla.

«Sufficiente.»

«Anche l’inchiostro ha un bel colore» intervenni. L’inchiostro era viola bluastro, la pagina si presentava assai inchiostrata.

Wentworth emise una risatina, acuta e breve. «Ah! La pensi cosi? Io preferirei il nero, ma dobbiamo lavorare con quel che abbiamo. Qui c’è la cosa di cui siamo veramente orgogliosi. Un torchio per la stampa a mano.» Indicò un aggeggio formato da sbarre che reggevano una grossa vite: occupava quasi tutta la parete più lontana.

«È davvero quel che sembra?» disse Tom, rimettendo nel cestino il foglio ciclostilato. «Non ne ho mai visti.»

«Ci serve per i lavori eleganti. Ma non c’è carta a sufficienza e nessuno di noi sapeva, all’inizio, come fondere i caratteri. Quindi le operazioni procedono a rilento. Ma abbiamo avuto qualche successo. Sulle orme di Gutenberg, ecco la nostra prima opera.» Dallo scaffale accanto al macchinario tolse un grosso volume rilegato in pelle. «La versione di re Giacomo, naturalmente; ma se avessi trovato una Gerusalemme, la scelta sarebbe stata difficile.»

«Meraviglioso!» disse Tom, prendendo il libro. «Cioè…» Scosse la testa; sorrisi, vedendolo finalmente senza parole… c’era voluto un cumulo di parole scritte per fare il miracolo. «C’è voluto un mucchio di caratteri.»

«Ah!» Wentworth riprese il libro. «Davvero. E tutto per amore di un libro che già abbiamo. Ma il punto non è questo, in realtà.»

«Stampate libri nuovi?»

«Vi dedichiamo almeno la metà del nostro tempo. Ed è la parte alla quale sono maggiormente interessato, lo confesso. Pubblichiamo manuali d’istruzione, almanacchi, diari di viaggio, memorie…» Guardò Tom: gli occhi sembravano galleggiare dietro gli occhiali. «All’atto pratico, invitiamo tutti i sopravvissuti a scrivere la loro storia e a farcela leggere. Quasi certamente finiremo per stamparla. Come contributo alle registrazioni storiche.»

Tom sollevò le sopracciglia ma rimase in silenzio.

«Tu dovresti farlo» lo esortai. «Saresti la persona perfetta, con tutte le tue storie dei vecchi tempi.»

«Ah, un narratore?» disse Wentworth. «Allora dovrebbe farlo davvero. Io la penso così: più documenti di quel periodo abbiamo, meglio è.»

«No, grazie» rispose Tom, a disagio.

Scossi la testa: non capivo perché un vecchio chiacchierone come lui si rifiutasse ostinatamente di parlare della sua vita… che è il massimo di cui molti riescono a parlare.

«Ci rifletta» disse Wentworth. «Posso garantirle che la maggior parte dei residenti di San Diego leggerà il libro. Quelli istruiti, voglio dire. E poiché la gente del Salton Sea ci ha contattati…»

«Vi hanno contattati?» lo interruppe Tom.

«Sì. Due anni fa ne è arrivato un gruppo. Da allora, le vostre guide Lee e Jennings, uomini assai attivi, hanno provveduto alla ricostruzione di una linea ferroviaria fin lì. Abbiamo spedito libri a quella gente, che ci ha detto di averli inviati ancora più a est. Perciò la distribuzione del suo lavoro, per quanto incerta, potrebbe raggiungere tutto il continente.»

«Anche lei pensa che le comunicazioni si estendano così lontano?»

Wentworth si strinse nelle spalle. «Guardiamo attraverso un vetro oscurato, come ben sa. Possiedo un libro stampato a Boston, ben fatto. A parte questo, non posso dire altro. Non ho motivo per non credere alle loro dichiarazioni. In ogni caso, un suo libro potrebbe arrivare facilmente a Boston, come quel libro di Boston è arrivato fino a me.»

«Ci penserò» disse Tom; ma il tono indicava che voleva solo chiudere l’argomento.

«Cambia idea, Tom» lo esortai.

Lui si limitò a guardare il grande torchio.

«Venite a vedere i libri stampati finora» disse Wentworth, a mo’ d’incoraggiamento; ci condusse in una stanza d’angolo, anch’essa assai luminosa, le cui finestre davano sul promontorio sottostante. Era la biblioteca: alte scaffalature si alternavano alle finestre e contenevano libri vecchi e nuovi.

«La nostra biblioteca» disse Wentworth. «Non circolante, purtroppo» aggiunse, interpretando perfettamente lo schiocco voglioso delle labbra di Tom. «In questi scaffali ci sono i libri stampati qui.»

Tom cominciò a esaminare questi ultimi. La maggior parte dei libri consisteva in una cartellina piena di pagine ciclostilate; uno scaffale conteneva libri rilegati in pelle, del formato di quelli di un tempo.

Wentworth e io guardammo Tom estrarre un libro dopo l’altro. «Usi pratici dell’apparecchiatura segnatempo delle lavatrici-asciugatrici Westinghouse, di Bill Dangerfield» lesse Tom ad alta voce. E rise.

«Sembra che il tuo amico ci metterà un bel pezzo» mi disse Wentworth. «Ti piacerebbe vedere la nostra galleria d’illustrazioni?»

A dire il vero, avrei voluto guardare i libri con Tom; ma mi accorsi che Wentworth voleva mostrarsi gentile, per cui risposi di sì. Tornammo nel corridoio e lo percorremmo fino in fondo. Davanti a una lunga finestra composta di varie lastre di vetro, il corridoio si allargava; contro la parete opposta alla finestra c’erano disegni in inchiostro nero, che rappresentavano ogni sorta d’animale.

«Sono le illustrazioni originali di un libro che descrive tutti gli animali osservati nella campagna di San Diego.» Di sicuro mi mostrai sorpreso, perché i disegni raffiguravano anche animali da me visti solo nelle figure della malandata enciclopedia di Tom: scimmie, antilopi, elefanti…

«Prima della guerra» continuò Wentworth «a San Diego c’erano alcuni zoo molto grandi. Presumiamo che tutti gli ospiti dello zoo principale siano rimasti uccisi nell’esplosione del centro cittadino; ma fra le montagne c’era una succursale dello zoo. Da lì gli animali sono fuggiti, oppure sono stati liberati. I sopravvissuti ai cambiamenti climatici successivi… vantaggiosi, immagino, per alcune specie… hanno prosperato. Io stesso ho visto orsi e gnu, babbuini e renne.»

«Mi piace questa tigre» dissi. Sapevo che era una tigre, da uno dei primi libri che Tom mi aveva dato da leggere, quello su Sambo.

«Questo disegno l’ho fatto proprio io, grazie. È stato davvero un incontro fuori del normale. Vuoi che ti racconti?» Pose la domanda in modo buffo, come se la frase fosse priva di punto interrogativo.

«Certo.»

Ci sedemmo su sedie di vimini sistemate davanti alle finestre.

«Facevamo una spedizione al di là di monte Laguna. Lo conosci? È una cima di notevole altezza, una trentina di chilometri nell’interno, coperta di neve quasi tutto l’anno. In primavera i torrenti delle montagne vicine traboccano d’acqua e nei tratti più ripidi sono quasi invalicabili.»

“Il viaggio a Julian era stato perseguitato dalla sfortuna a ogni passo. L’apparecchio radio di cui ci avevano parlato era a pezzi. La biblioteca di letteratura occidentale, che speravo di ritrovare, non esisteva da nessuna parte. Un partecipante alla spedizione si ruppe la caviglia fra le rovine della città. Alla fine, cosa peggiore di tutte, durante il ritorno siamo stati scoperti dagli indiani Cuyamuca. Questa tribù è terribilmente gelosa del suo territorio; gruppi di viaggiatori nella zona raccontano di feroci attacchi notturni, quando gli indiani hanno meno paura delle armi da fuoco. Tutto sommato, era una brutta marcia di una giornata, con il nostro amico ferito da portare a braccia, mentre i Cuyamuca a cavallo ci tenevano d’occhio dalla cima di ogni altura.

“All’approssimarsi della notte, io sono andato avanti a cercare la zona adatta per accamparci. Procedevamo con tale lentezza che era impossibile non trascorrere la notte in territorio indiano. Non ho trovato nessun posto adatto a una difesa notturna, per cui, nell’imminenza del tramonto, sono tornato sui miei passi. Ma non ho ritrovato nessuno nella piccola radura in cui avevo lasciato i miei amici. Le tracce erano confuse, ma sembravano puntare a nord; e sopra il rumore del vicino torrente mi è parso di udire colpi di fucile in quella direzione.

“Mentre seguivo i miei amici, il sole calava; come tutti sanno, nella foresta il buio scende in fretta. Sono arrivato alla riva ripida di un torrente; non avevo la minima idea di dove il mio gruppo fosse finito; ho guardato il torrente senza sapere cosa fare. Fissando nel crepuscolo l’acqua corrente mi sono accorto della presenza di un altro paio d’occhi, sulla riva opposta, di fronte a me. Erano occhi enormi, del colore dei topazi.”

«Cosa sono i topazi?» chiesi.

«Diamanti gialli, avrei dovuto dire. Mentre incrociavo lo sguardo con quegli occhi fissi, la tigre a cui appartenevano è uscita a passo deciso da un folto di pini di Torrey e si è fermata sulla riva del torrente, di fronte a me.»

«Vuole scherzare!» esclamai.

«No. Era una tigre del bengala, adulta, lunga almeno tre metri e mezzo e alta al garrese più di un metro. Nella luce fioca della radura, la sua pelliccia invernale mi sembrava verde, un verde cupo segnato da strisce scure.»

“La tigre è comparsa dal folto così all’improvviso che sulle prime sono rimasto solo atterrito dalle proporzioni catastrofiche raggiunte dalla mia sfortuna. Ero sicuro di essere giunto agli ultimi istanti di vita, eppure non riuscivo a muovermi, nemmeno a distogliere lo sguardo dagli occhi immobili di quella bellissima ma pericolosissima fiera. Non so per quanto tempo siamo rimasti a fissarci. So che sono stati i minuti più importanti della mia vita.

“Poi la tigre ha attraversato il torrente, con un piccolo balzo elegante, con la stessa facilità con cui tu attraverseresti questa crepa del pavimento. Mi sono tenuto pronto, mentre s’avvicinava… la tigre ha sollevato una zampa larga come la mia coscia e me l’ha posata sulla spalla sinistra, proprio qui. Mi ha annusato tanto da vicino che ne vedevo la colorazione cristallina delle iridi e sentivo l’odore del sangue nel suo muso. Poi ha tolto la zampa e con un buffetto della testa possente mi ha spinto a destra, a monte del torrente. Io ho barcollato e poi ripreso l’equilibrio. La tigre mi è passata davanti, si è girata a guardare, come per assicurarsi che la seguissi. Ho sentito un raspare di petto… se erano fusa, somigliavano alle fusa di un gatto come un tuono somiglia allo sbattere di una porta. Ho seguito la tigre. Ero stupito oltre ogni immaginazione, non riuscivo a pensare con coerenza. Tenevo la mano sulla spalla della tigre, dove sentivo i muscoli poderosi tendersi e rilassarsi a ogni passo; e le sono rimasto al suo fianco mentre seguiva un percorso tortuoso fra gli alberi. Ogni paio di minuti girava la testa per guardarmi negli occhi, e ogni volta rimanevo di nuovo ipnotizzato dal suo sguardo calmo.

“Molto più tardi la luna si è levata; e ancora camminavamo insieme nella foresta. Poi ho sentito degli spari, più avanti; la tigre ha smesso di fare le fusa e ha teso i muscoli. In una radura illuminata dalla luna ho visto diversi cavalli e alcuni uomini… indiani, immaginavo, perché il mio gruppo era a piedi. Altri spari sono risuonati dall’altra parte della radura; ne ho dedotto che i miei amici erano lì: infatti, se loro non avevano cavalli, gli indiani Cuyamuca non avevano armi da fuoco. La tigre mi ha scostato la mano, increspando la pelliccia… il movimento con cui di solito scacciava le mosche, senza dubbio… ed è avanzata con decisione davanti a me, dritta nella radura.

«Ehi!» gridò Tom, girando in fretta l’angolo del corridoio. Reggeva in mano un libro stampato da Wentworth e lo agitava in direzione di quest’ultimo.

«Quale ha scoperto?» chiese Wentworth. Non parve seccato per l’interruzione, ma io stavo sulle spine.

«Un americano intorno al mondo» lesse Tom. «Ossia il resoconto della circumnavigazione del globo negli anni 2030-2039, di Glen Baum.»

Wentworth esplose nella sua risatina acuta e spontanea. «Bravo! Ha trovato il capolavoro della casa, direi. E Glen, essendo un intrepido avventuriero, è anche un bravissimo narratore.»

«Ma è vero? Un americano ha fatto il giro del mondo ed è tornato qui, solo otto anni fa?»

Esprimendo il concetto in questo modo, capii anch’io come mai Tom fosse rimasto tanto sconvolto… io ero ancora fermo alla tigre nella foresta. Mi alzai dalla sedia per dare un’occhiata al libro. Certo, il titolo era proprio quello, Un americano intorno al mondo: era stampato lì, sulla copertina.

Wentworth sorrideva a Tom. «Glen si è imbarcato per Catalina nel 2030, questo è certo. Ed è ricomparso a San Diego una notte d’autunno del 2039.» Gli occhi a uovo guizzarono; fra i due uomini passò qualcosa che non colsi, perché Tom rise forte. «Il resto è in queste pagine.»

«Non credevo che scrivessero ancora queste cose» disse Tom. «Stupefacente.»

«Sì, vero?»

«Adesso Glen Baum dov’è?»

«L’autunno scorso è partito per il Salton Sea. Prima di andarsene, mi ha comunicato il titolo del suo prossimo libro: A Boston, via terra. Mi aspetto che sia altrettanto interessante di quello che lei ha in mano.» Si alzò. In fondo al corridoio udivo la voce di Jennings, che scherzava con la donna nella stanza del ciclostile. Wentworth ci condusse di nuovo nella biblioteca.

«Ma cosa è successo a lei e alla tigre?» chiesi.

Wentworth si era messo a frugare in una scatola sull’ultimo scaffale di una libreria. «Abbiamo un mucchio di copie di quel libro» disse. «Ne prenda una e se la porti a San Onofre, con gli omaggi della Nuova Editrice Tigre Verde.» Offrì a Tom un libro rilegato in pelle.

«Grazie, grazie davvero» rispose Tom. «Significa molto, per me.»

«Sono sempre lieto di avere nuovi lettori, le assicuro.»

«Farò in modo che tutti i miei allievi lo leggano» disse Tom, sorridendo come se gli avessero appena dato un pezzo d’argento.

«Lo leggeremo volentieri» dissi. «Ma la tigre, quella volta?»

Jennings e Lee entrarono nella stanza. «È ora di pranzo» disse Jennings. Era chiaro che a San Diego c’era l’abitudine di consumare un pasto a metà giornata. «Vi è piaciuto il giro?» Tom e io rispondemmo di sì e gli mostrammo il libro.

«Un’altra cosa» disse Wentworth, frugando in una scatola diversa. «Eccole un libro bianco, nel caso decida di scrivere le sue memorie.» Fece scorrere le pagine di un libro già rilegato, mostrando che erano bianche. «Ce lo restituisca pieno. Penseremo noi a riprodurlo.»

«Oh, non posso accettare» disse Tom. «Ci ha già dato abbastanza.»

«La prego, lo accetti» disse Wentworth, porgendoglielo. «Di questi ne abbiamo a volontà. Non è obbligato a scrivere… ma se decide di farlo, avrà il materiale a disposizione.»

«Be’, grazie» disse Tom. Dopo un attimo d’esitazione, mise i due volumi nella sacca a spalla.

«Possiamo pranzare sul prato?» chiese Jennings, mostrando una grossa pagnotta.

«Devo tornare a fare lezione» disse Wentworth. «Ma approfittate pure del cortile.» Mentre ci accompagnava alla porta, si rivolse a Tom: «Si ricordi quel che le ho detto a proposito delle sue memorie.»

«Non lo dimenticherò. Lei porta avanti un ottimo lavoro, qui.»

«Grazie. Continui a insegnare alla gente a leggere, così non andrà sprecato. Adesso devo andare. Arrivederci, e grazie della visita. Arrivederci.» Tornò nella stanza dove gli allievi continuavano a impastare la pasta per fabbricare la carta.

Dopo il pranzo in cortile, nell’aria soleggiata e odorosa di salsedine, tornammo su per monte Soledad fino alla ferrovia e spingemmo il carrello verso nord, su e giù per le ripide montagne. Percorsi alcuni chilometri, Tom chiese a Lee di frenare. «Ti spiace se vado fino sulla scogliera a dare un’occhiata?»

Jennings non pareva molto convinto.

«Tom» dissi «guarderemo dalla scogliera quando saremo a casa.»

«Non da questa scogliera» replicò Tom. Guardò Jennings: «Voglio mostrarla al ragazzo.»

«Certo» rispose Jennings. «Ho detto a mia moglie che saremmo tornati per cena, ma tanto non sarà pronta prima di sera.»

Così scendemmo di nuovo dal carrello e ci dirigemmo alla costa, attraverso una fitta foresta di pini di Torrey e roveti. Ben presto arrivammo a un affioramento di alti macigni. Inoltrandomi fra di essi, vidi che erano di cemento. Edifici. I muri ancora in piedi, alcuni alti quanto la nostra scogliera, erano circondati da mucchi di detriti di cemento. Blocchi grossi come la mia casa si alzavano fra le felci e i rovi. Jennings continuava a parlare di quel luogo; Tom mi tenne per il braccio e disse ai due di San Diego di andare avanti fino alla scogliera. «Non ha capito niente» commentò in tono acido, quando Jennings fu fuori portata d’orecchio.

Spariti i due, vagai fra le rovine. Una bomba era esplosa nelle vicinanze, pareva; il lato nord di ogni muro ancora in piedi era annerito, tenero e friabile come arenaria. Fra i detriti e le erbacce vidi schegge di vetro, pezzi contorti di metallo, alcuni arrugginiti, altri ancora lucidi, strisce di plastica, la cassa toracica di uno scheletro, tubi di vetro fuso, scatole metalliche, lastre di ardesia… a Rafael sarebbe piaciuto. Ma dopo un certo tempo, provai un senso di oppressione, lo stesso che avevo provato a San Clemente. Queste rovine non erano diverse da quelle: i resti di un tempo ormai trascorso, i segni di un passato gigantesco ridotto ormai a pezzi di pietra sgretolata coperta d’erbacce; un passato così enorme che tutti i nostri sforzi non avrebbero potuto riportare alla vita nemmeno in parte. Rovine come quelle dicevano quanto poco contasse la nostra esistenza: e le odiai. Vidi Tom fra l’eruzione di spuntoni di cemento sul lato nord: vagava senza meta da rovina a rovina, incespicando nei blocchi di pietra e poi fissandoli come se gli fossero saltati all’improvviso tra i piedi. Si tirava la barba come se volesse strapparsela. Inconsapevole della mia presenza, parlava da solo: frasi brevi e violente che terminavano con un forte strattone alla barba. Aveva tutte le rughe del viso piegate verso il basso. Non l’avevo mai visto con un’aria così desolata.

«Che posto era, Tom?»

Pensai che non avrebbe risposto. Guardò dall’altra parte, si tirò la barba. Poi emise un sospiro. «Una scuola. La mia scuola.»

Una volta, un paio d’estati prima, ci eravamo radunati tutti sotto il pino di Torrey nel cortile di Tom: Steve e Kathryn, Gabby e Mando, e Kristen, Del e il piccolo Teddy Nicolin; parlavamo tutti insieme sotto cieli felici, litigavamo per stabilire a chi dopo toccava di leggere Le avventure di Tom Sawyer e tramavamo di solleticare Kristen fino a farla piangere… e il vecchio sedeva con la schiena contro il tronco, e rideva e rideva. «Va bene, fate silenzio, ragazzi, il professore è in riunione.»

Lasciai in pace Tom e mi diressi a ovest, fra i resti appena visibili di una strada, in mezzo agli alberi dove piccoli cumuli di travi marce segnavano la posizione di antichi edifici. Edifici che sembravano davvero costruiti dagli uomini, un tempo, e abitati. Mi sedetti sul limitare di un canyon che scendeva ripidamente al mare. Sapevo già che le scogliere sarebbero state enormi, perché mi trovavo ancora molto al di sopra dell’acqua e il canyon era corto. Il sole si abbassò. Mi asciugai una lacrima e desiderai di essere a casa, o almeno lontano da quel posto.

Tom girava fra gli alberi, a una certa distanza da me, cercandomi. Mi alzai e lo chiamai; lo raggiunsi.

«Andiamo sul margine della scogliera a trovare quei due» disse. Sembrava ancora di malumore; lo seguii senza aprire bocca.

«Qui, da questa parte.» Mi guidò verso l’orlo meridionale del canyon.

Gli alberi lasciarono posto agli arbusti, e questi a erbacce alte fino a mezza gamba. Arrivammo all’orlo della scogliera. Molto più in basso c’era l’oceano, piatto e inargentato. L’orizzonte era davvero lontano, visto da lì: di sicuro, almeno centocinquanta chilometri. Quanta acqua! Un vento sostenuto mi colpì in faccia, mentre guardavo giù dalla scogliera rossiccia e butterata che scendeva e scendeva e scendeva in una serie di gole quasi verticali, fino a una vasta spiaggia disseminata di alghe. Jennings e Lee erano un centinaio di metri più in basso, minuscole sagome sull’orlo del dirupo; gettavano sassi sulla spiaggia, ma colpivano invece la parete a picco. Guardando i sassi cadere capii all’improvviso quel che vedono i gabbiani e mi sentii come se veleggiassi nel cielo, alto sopra il mondo.

A sinistra, monte Soledad e La Jolla sporgevano nel mare e bloccavano il panorama più a sud. A nord la scogliera curvava e si allontanava, finché in lontananza piccole scogliere simili a zolle di terriccio spaccate in due si alternavano alle chiazze azzurrastre e vuote degli acquitrini. Le piccole scogliere e le paludi descrivevano una curva su fino ai verdeggianti monti Pendleton; ancora più avanti, dove le montagne si univano a cielo e mare, c’era la nostra valle, la nostra casa. Non riuscivo a credere di arrivare fin lì con la vista. Sotto di me, le onde si spezzavano in lunghe curve e lasciavano sull’acqua una traccia bianca, con un semplice sussurro, un debole kkkkkkkkkkk, kkkkkkkkkkk. Tom si era seduto sull’orlo, dondolava i piedi nel vuoto.

«La spiaggia è larga almeno il doppio» disse, con voce soffocata. Parlava da solo. «Non avrebbero dovuto permettere che il mondo cambiasse così tanto nell’arco di una sola vita. È troppo duro da sopportare.» Mi mossi per allontanarmi e lasciarlo parlare senza nessuno a portata d’orecchio. Ma lui alzò gli occhi: parlava a me. «Ho trascorso ore intere quaggiù, quando non m’importava niente se il tempo si fosse anche fermato.» Si tirò la barba. «Le scogliere sono tutte diverse, adesso.»

Non sapevo cosa rispondere. Illuminate dal sole al tramonto, le scogliere riflettevano una luce arancione che riempiva l’aria. La nostra ombra si allungava lontano nel campo alle nostre spalle. Il vento era freddo. Il mondo sembrava un luogo smisurato, un luogo enorme, ventoso, crepuscolare. A disagio, camminai avanti e indietro sull’orlo della scogliera, guardando, guardando. Il vecchio rimase lì seduto, piccola gibbosità sulla scogliera. Il sole sprofondò nell’acqua, annegò un pezzetto alla volta, si ridusse, finché non rimase solo un ammiccare luminoso color smeraldo. Il vento si rinforzò. Jennings e Lee vennero verso di noi, lungo la scogliera, figure minuscole che agitavano il braccio.

«Meglio tornare» disse Jennings quando fu più vicino. «Elma avrà già messo in tavola la cena.»

«Lascia al vecchio ancora un minuto» intervenni.

«Si arrabbierà, se la faremo aspettare troppo» disse Jennings a voce più bassa, guardando in basso gli arazzi disegnati dalle onde che si frangevano contro gli scogli.

Alla fine Tom si mosse e venne verso di noi come se si fosse appena svegliato. La stella della sera brillava come una lanterna nell’oceano del cielo.

«Grazie d’averci condotti qui» disse Tom.

«Niente» rispose Jennings. «Ma adesso è meglio tornare. Sarà una camminata dura, fra le rovine nel buio.»

«Possiamo evitarle piegando a sud» suggerì Lee «e prendendo quella strada che…» si bloccò, con un ansito profondo.

«Cosa succede?» esclamò Jennings.

Lee indicò il nord, verso i monti Pendleton.

Guardammo tutti da quella parte, scorgemmo solo la curva scura della costa, le prime, fioche stelle più in alto…

Una scia bianca segnò il cielo, si tuffò fra le montagne molto più a nord, scomparve.

«Oh, no!» mormorò Jennings.

Un’altra scia nel cielo: precipitò proprio come una stella cadente, ma non rallentò, né si frammentò in mille pezzi; cadde in linea retta, come un fulmine che seguisse un righello; non passarono più di tre battiti di ciglio, dal momento in cui comparve, altissima, a quello in cui sparì silenziosamente nella linea costiera.

«Nei Pendleton» disse Lee. «Fanno saltare la nostra ferrovia.» Cominciò a imprecare, a voce bassa, con furia a stento repressa.

Jennings prese a calci un alberello, fino a romperne il tronco. «Merda!» gridò. «Merda! Dio maledica quei bastardi, Dio li maledica! Perché non ci lasciano in pace…»

Tre nuove scie caddero dal cielo, una dopo l’altra; colpirono terra ancora più a nord, e più a nord, definendo la curva della costa. Chiusi gli occhi: lineette luminose, rosse, sciamarono nel buio. Li riaprii, in tempo per vedere fra le stelle un’altra scia sbocciare sul mondo e cadere all’istante sulla terra.

«Da dove provengono?» chiesi; e fui sorpreso nell’udire che la voce mi tremava. Temevo, credo, che fossero bombe come quelle del Giorno.

«Da un aereo» disse Jennings, torvo. «O da un satellite. O da Catalina. O dall’altra parte del mondo. Come cazzo facciamo a saperlo?»

«Bombardano i Pendleton dappertutto» disse Lee, in tono amaro. Jennings cominciò a sradicare a calci i cespugli e a gettarli giù dalla scogliera, senza smettere un attimo d’imprecare.

«Hanno smesso» disse Tom. Nel buio non riuscivo a vedere la sua espressione; dopo le grida di Jennings e di Lee, la sua voce era calma. Scrutammo il cielo, per vedere se comparissero altre scie. Niente.

«Andiamo» disse infine Lee, con voce rauca. Lentamente, in fila indiana, attraversammo il campo d’erbacce sul margine della scogliera. Entrammo nella foresta. A metà strada dal treno, Jennings, che camminava davanti a me, disse: «Al Sindaco non piacerà proprio per niente.»

9

Jennings aveva ragione. Al Sindaco non piacque affatto. Lui stesso andò a nord a ispezionare i danni; quando tornò alla casa di Jennings, a capo del suo gruppo d’assistenti, ci disse fino a che punto non gli fosse piaciuto. «Le rotaie colpite dalle bombe sono fuse» gridò, tendendo le cuciture della stretta giacca blu per battere il pugno sul tavolo da pranzo. Girò zoppicando per la stanza, si fermò a gridare sul muso degli impassibili Lee e Jennings, agitò in alto il pugno imprecando contro i giapponesi… oh, era davvero fuori della grazia di Dio. Me ne restai dietro Tom, badando bene a non aprire bocca. «Pozzanghere di ferro! E il terreno tutt’intorno è ridotto a mattonelle annerite. Alberi bruciati completamente.» Si avvicinò a Lee, gli agitò il dito sotto il naso. «I tuoi uomini devono avere lasciato qualche segno che lavoravano su quelle rotaie, tracce visibili nelle fotografie dei satelliti. Ti ritengo responsabile dell’accaduto.»

Lee rimase in piedi, a labbra serrate, lo sguardo fisso con rabbia al di là del Sindaco. Alcuni assistenti di Danforth (a cominciare da Ben) sembravano compiaciuti per la strigliata a Lee e si scambiavano occhiate ironiche. Jennings, audace a casa sua, avanzò di un passo a protestare.

«Quella ferrovia corre per la maggior parte nella foresta, Sindaco, e fra gli alberi non è visibile dall’alto. L’ha visto anche lei. Nei tratti scoperti non abbiamo toccato niente, nemmeno se i carrelli passavano in mezzo ai cespugli. E i ponti sono esattamente uguali a prima. Niente è stato cambiato, a parte le rotaie; ma non potevamo fare a meno, per renderle utilizzabili. Non c’era niente che si potesse scorgere dall’alto, lo garantisco.»

Jennings continuò per un pezzo a dire bugie e contraddizioni come queste; quando riuscì a convincere il Sindaco, questi divenne ancora più furibondo. «Spie» sibilò. «Qualcuno, a Onofre, ha certo parlato con gli sciacalli dell’Orange County, che hanno riferito tutto ai musi gialli.» Di nuovo mise alla prova la robustezza del tavolo di Jennings, bam! «Non possiamo permetterlo. Cose del genere devono cessare!»

«Come fa a sapere che le spie non sono qui a San Diego?» disse Tom.

Danforth, Ben e gli altri uomini del Sindaco lanciarono a Tom occhiate velenose. Perfino Jennings e Lee parvero sorpresi.

«Non ci sono spie, a San Diego» disse Danforth, il mento rimboccato nel collo. La sua voce ebbe su di me lo stesso effetto dei freni sulle rotaie. «Jennings, mettiti in contatto con Thompson; digli di prendere la barca e di portare a nord te, Lee e questi due. Sbarcateli a Onofre e tornate a piedi lungo le rotaie per controllare i danni. Voglio sapere quanto ci vuole per riaprire la ferrovia.»

«Le rotaie fuse saranno un guaio» replicò Jennings. «Bisognerà sostituirle, come abbiamo fatto nella ferrovia per il Salton Sea; sarà impossibile non lasciare tracce. Forse potremmo seguire la 395 su fino a Riverside e poi girare indietro verso la costa…»

Bam! «Voglio in funzione la ferrovia costiera! Prendi Thompson e fa’ come ho detto.»

«Sissignore.»

Poco dopo, il Sindaco e i suoi assistenti lasciarono la casa, senza un saluto a Tom e a me. Jennings sospirò; con aria di scusa guardò la moglie, che era ferma sulla soglia della cucina con un’espressione scoraggiata. «Lee» disse «vorrei che tu gli rispondessi, qualche volta. Se te ne stai zitto, s’infuria ancora di più.» Ma Lee era ancora arrabbiato e non disse a Jennings più di quanto avesse detto a Danforth. Tom mi rivolse un cenno; lo seguii fuori. «Sembra che si torni a viaggiare via mare» disse, con una scrollata di spalle.

Il giorno dopo, una densa muraglia di nubi avanzò verso riva. Jennings e Lee si erano già messi d’accordo con Thompson; riempimmo in fretta le sacche da viaggio e salutammo la signora Jennings. Manovrammo il carrello su per le ripide alture fino alla costa e poi a nord del fiume Del Mar. Dal promontorio a picco che costeggiava la parte sud dell’acquitrino si scorgevano le centinaia di rivoli in cui il fiume si divideva attraverso l’erba e le tife, segni color ferro nel verde uniforme. Il corso d’acqua principale curvava su se stesso formando una grande S e sfiorava uno stretto altopiano sotto il promontorio a picco su cui ci trovavamo. Lì, contro la riva, seguendone la curva, c’era un lungo pontile di legno al quale erano ormeggiate diverse barche a vela e un certo numero di barche a remi. Cominciammo a correre più rapidamente sulle rotaie, che ci portarono sulla spiaggia del mare prima di compiere un semicerchio e tornare al pontile. Anche così la pendenza era notevole; scendemmo a rompicollo e curvammo lungo la spiaggia con uno stridio maligno, come se strangolassimo mille gabbiani in una volta sola. Poi seguimmo un pendio meno accentuato, fino al pontile, dove Lee fermò il carrello con gran stridore di freni.

Per un attimo il sole al tramonto sbucò dalla nera muraglia di nubi e mandò una linea sottile di luce su per l’acquitrino, schiarendo l’oscurità del crepuscolo. Nella soffusa luce verde vidi un paio d’uomini che lavoravano attorno a un grosso sloop ormeggiato all’estremità del pontile, a valle del fiume, e attaccavano un fiocco alla drizza del bompresso. Lo sloop era di notevoli dimensioni, quasi nove metri di lunghezza, largo e basso di chiglia, con un telone davanti all’albero e sedili di legno a poppa. Mentre percorrevamo il pontile, una zaffata di pesce nell’aria salmastra mi ricordò intensamente casa mia. Le nubi si richiusero e ci riportarono nell’oscurità.

«Minaccia tempesta» osservai; infatti il vento aumentava e le nubi erano gonfie di pioggia.

«Proprio come vogliamo» disse Jennings.

«Se la tempesta sarà forte, ci troveremo nei guai.»

«Può darsi. Ma abbiamo ancoraggi sicuri lungo la costa e Thompson ha già fatto un mucchio di volte questo percorso. A dire il vero, dovrebbe essere più facile del solito, visto che non dobbiamo intercettare uno sbarco di musi gialli. Sarete a casa nello stesso tempo che ci andrebbe per ferrovia. Be’, non proprio; ma se becchiamo un forte vento da sud all’andata, e poi da nord al…»

Dallo sloop, un uomo gridò: «Sbrighiamoci. La marea cambia!»

L’uomo era Thompson. Jennings ci presentò a lui e ai suoi due marinai, Handy e Gilmour. Salimmo a bordo. Tom e io ci sistemammo sul primo banco a poppa della scassa d’albero e ci appoggiammo contro i supporti incrociati, montanti che andavano fino alle due falchette e sorreggevano anche il ponte di tela. Riponemmo le sacche sotto il telone, mentre Jennings e Lee sedevano sul banco accanto. I due marinai presero dal fondo della barca due corti remi e li fissarono agli scalmi. Gli uomini sul pontile ci sciolsero dall’ormeggio e ci spinsero in mezzo al fiume. I marmai remavano pigramente, badando solo a tenere la prua verso il mare e sfruttando la spinta della corrente. Un canotto, legato a poppa dello sloop, ci seguiva dondolando. Attraversammo a grandi anse l’acquitrino; sulle rive l’erba arrivava a metà dell’albero; decine di anatre zampettarono via fra i giunchi al nostro passaggio. Dopo una montagnola di detriti di cemento, compimmo un’ultima curva verso sinistra, dove il fiume superava un basso frangiflutti sulla spiaggia, accanto al promontorio a picco a nord dell’acquitrino. Passati sopra questo sbarramento, i marinai remarono come matti per portarci oltre la zona torbida e tumultuosa, dove c’erano anche grosse ondate. Una volta al largo, tirarono a bordo i remi e alzarono le due vele. Jennings si spostò sul lato sopravvento, in modo da non trovarsi proprio sotto la boma. Thompson, seduto alla barra del timone, orientò le vele; la barca sbandò e risalì la costa, parallela alle ondate, per cui il rollio era forte. Il vento soffiava da sudovest, permettendoci di proseguire a buona velocità.

Ci fermammo circa un chilometro e mezzo al largo. Prima che scendesse l’oscurità, fu possibile avere una bella vista delle scogliere e delle montagne coperte di foreste, più all’interno. Ma presto, tramontato il sole, il crepuscolo si mutò nel buio della notte e la massa scura della terra fu a stento visibile sotto l’orlo delle nubi. Superando lo sciaguattio delle onde e il fruscio della boma contro l’albero, Jennings raccontò a Thompson, Handy e Gilmour che avevamo visto il bombardamento della ferrovia. Tom e io restammo seduti contro l’albero, rannicchiati in ogni pezzo di stoffa disponibile. Le ondate sotto di noi fumavano un poco e le nubi si facevano sempre più basse; alla fine procedevamo in uno strato sottile di aria chiara e ventosa, presi in mezzo fra acqua e nuvole. Tom sonnecchiò di tanto in tanto, con la testa ciondoloni sul ponte di tela.

Dopo un paio d’ore, mi allungai sopra una matassa di corda fra due banchi, cercando d’imitare Tom; ma non riuscivo ad appisolarmi. Disteso sulla schiena, osservai la vela grigia, quasi dello stesso colore delle nuvole, gonfiarsi e sgonfiarsi in modo imprevedibile. Ascoltavo le voci di Jennings e degli altri a poppa, senza capire nemmeno la metà delle parole. Chiusi gli occhi e ripensai alle cose che avevo visto nel viaggio a sud: il Sindaco che batteva pugni sul tavolo di Jennings fino a far sobbalzare la saliera; la parte anteriore, coperta di manopole e di quadranti, dell’apparecchio radio guasto; il viso della graziosa ragazza con cui avevo ballato. Adesso eravamo in un mondo nuovo, mi dissi; un mondo in cui gli americani potevano liberamente seguire il proprio destino, o combattere per raggiungerlo, se erano contrastati… un inondo del tutto diverso da quello della nostra piccola valle, dove le notizie provenivano solo dai raduni di scambio. Steve sarebbe andato in estasi a sentire il racconto, a leggere il libro datoci da Wentworth… a sapere che un americano aveva fatto un viaggio intorno al mondo… a unirsi, con il resto della valle, alla resistenza, per combattere i nemici nascosti a Catalina… Oh, avevo un mucchio di novità da riferire alla nostra banda, d’accordo; e storie da far restare tutti con tanto d’occhi. Come avrei potuto descrivere la casa del Sindaco, così diversa da qualsiasi cosa di Onofre? Il riflesso di tutte quelle lampadine elettriche sul lago nero con le sue torri in rovina…

Di sicuro riuscii a prendere sonno per un poco: infatti, quando riaprii gli occhi, procedevamo nella nebbia. Non fittissima, ma quel tipo che si dirada e s’infittisce a chiazze. A volte c’era aria limpida per due metri d’altezza sull’acqua; e subito dopo, un bianco soffitto di nuvole. Altre volte le nubi toccavano il mare, si mischiavano alla superficie fumante dell’acqua. Sporsi la mano dalla murata: l’acqua era notevolmente più calda dell’aria. Infilai i piedi infreddoliti sotto la matassa di corda. Tom sedeva ancora al mio fianco; sveglio, ora, guardava a dritta.

«Come fanno a sapere dove siamo?» chiesi, succhiandomi la salsedine dalle dita gelate.

«Jennings dice che Thompson si mantiene abbastanza vicino a riva da udire il frangersi delle onde.»

Tesi l’orecchio verso terra e udii un debole rombo. «Mare grosso.»

«Già. Lui dice che il rumore cambia, quando passiamo davanti alla foce di un fiume; e che Thompson sa di quale fiume si tratta.»

«Deve avere percorso questo tratto di mare un mucchio di volte, per saperlo.»

«Infatti.»

«Speriamo che non si perda e che non ci porti nel delta del Pulgas.»

«L’abbiamo già oltrepassato, dice. Secondo me, siamo una ventina di chilometri a sud di Onofre.»

Quindi avevo dormito parecchio; una fortuna, cosi per qualche ora non avevo sentito il freddo. Gli uomini a poppa parlavano ancora sottovoce, ben svegli, appoggiati alla murata, la giacca abbottonata fino al collo avvolto in sciarpa di lana. Entrammo in una chiazza biancastra e Thompson, attento alla sbarra del timone, raddrizzò la barca verso il largo, in modo da schiaffeggiare i marosi mentre aumentava lo scarroccio. Non riuscivo a riprendere sonno; per un bel pezzo ogni cosa rimase inalterata: la nebbia, il sibilo dei marosi che scivolavano sotto la barca, lo scricchiolio della boma, il freddo. Il vento soffiava a raffiche; Thompson e Lee discussero se non fosse opportuno risalire una foce e trascorrervi la giornata.

«Impresa difficile» disse Thompson, in tono distaccato. «Troppo, con questa nebbia e con il vento che muore. I marosi aumentano, capisci cosa voglio dire? Fra poco avremo delle onde belle grosse, direi.»

L’albero mandò uno scricchiolio, quasi a dichiararsi d’accordo; il modo in cui le onde fumanti si alzavano e ricadevano, si alzavano e ricadevano, senza che le vedessimo con chiarezza, le faceva sembrare particolarmente grosse. Una dopo l’altra, sollevavano la barca e scivolavano via, con un ritmo che era quasi riuscito a farmi addormentare, quando Tom si alzò a sedere di scatto.

«Cos’è questo rumore?» esclamò bruscamente.

Non udivo niente d’insolito, ma Thompson spalancò la bocca per udire meglio e annuì. «Motovedetta giapponese. Si avvicina.»

Trascorsero lunghi istanti in cui anche noi udimmo il basso e soffocato brontolio di un motore. Thompson spostò la barra del timone…

Un’onda bianca e arricciata si riversò sulla prua e ci bloccò. La vela di maestra sbatté, poi brandeggiò. Acqua spumosa mi gocciolò in grembo dal ponte di tela; Tom afferrò la sacca per impedire che s’inzuppasse. Un cono di luce bianca comparve nella nebbia. La barca traballò alla base del cono accecante; l’orlo della nebbia illuminata rivelò la mole di un’alta nave, una sagoma nera che rombava accanto a noi, quasi immobile sulle onde. Il cuore mi batteva all’impazzata, mentre in un attimo mi rendevo conto della situazione e mi alzavo; mi afferrai a Tom, lo guardai spaventato. Eravamo in trappola!

«Radar» mormorò Tom.

«Abbassate la vela» gridò una voce. «Tutti in piedi, mani sulla testa.» La voce era amplificata meccanicamente (come venni a sapere in seguito) e aveva un suono metallico che mi diede un brivido. «Siete in arresto.»

Guardai a poppa. Lee, tutto chiaro e scuro nel bagliore accecante del faro, puntava il fucile contro la punta del cono. Crack! Con un tintinnio di vetri rotti, il faro si spense. Subito la poppa della nostra barca sputò fuoco, perché tutti sparavano contro la nave giapponese. Tom mi tirò giù, gli spari erano un rimbombo continuo, sorpassato da un gigantesco BUM e all’improvviso la parte frontale dello sloop non c’era più. Tavole rotte e acqua gelida si riversarono su di noi. «Aiuto!» gridai, liberandomi i piedi dall’intrico di corda. Scavalcavo la falchetta inclinata, quando l’albero mi crollò addosso.

Da quel momento in poi non ricordo molto. Fari accesi dentro le palpebre. Soffocanti boccate di salmastro. Confusione di grida, mani rudi che mi tiravano e mi facevano male alle ascelle. Scalini ripidi e urti dolorosi alle ginocchia. Ansiti soffocati, vomito. Un ponte di metallo, una ruvida coperta asciutta.

Ero sulla nave giapponese.

Quando me ne resi conto… fu il mio primo pensiero coerente, mentre riprendevo conoscenza e vedevo sotto il naso il ponte di metallo grigio imbullonato… mi dibattei per liberarmi. Niente da fare. Le mani mi bloccavano, delle voci mi rivolgevano parole senza senso: mishi kawa tonatu ka e cose simili, ripetute. «Aiuto!» gridai. Ma il cervello mi si schiariva, capivo di non potermi aspettare aiuto, lì. La subitaneità dell’accaduto m’impediva d’averne la sensazione esatta. Battevo i denti, soffocavo come se avessi preso un colpo allo stomaco; ma la portata reale del disastro cominciava appena a manifestarsi, mentre i marinai giapponesi mi toglievano gli abiti bagnati e mi avvolgevano in coperte. Uno mi tirava la manica della camicia dal braccio; liberai la mano dalla stoffa e con il pugno lo colpii sul naso. Lui mandò un gemito di sorpresa. Con una bella sventola ne colpii un altro alla tempia e iniziai a scalciare come un pazzo. Alcuni calci giunsero a bersaglio. Si precipitarono tutti su di me e mi portarono di peso in una cabina dalle pareti di vetro, in fondo al ponte di prua. Mi posarono sopra una panca che seguiva la curvatura dello scafo. Mi tirai a sedere contro la fiancata e piansi.

Su a prua i marinai frugavano ancora il mare, muovevano qua e là un nuovo riflettore e gridavano nell’altoparlante. Due erano dietro un grosso cannone su una torretta, senza dubbio l’arma che aveva demolito il nostro sloop. La nave vibrava per il ronzio dei motori, ma galleggiava sulle onde, senza andare da nessuna parte. Alla nostra altezza sull’acqua, la nebbia era impenetrabile. I giapponesi avevano messo in mare piccoli canotti a motore, per continuare le ricerche; i motori scoppiettavano nel buio, ma dalle voci capivo che i marinai non trovavano niente.

Avevano ucciso il mio vecchio amico Tom. Il pensiero mi spinse a piangere; una volta iniziato, continuai a singhiozzare e singhiozzare. Per tutti quegli anni Tom era sopravvissuto a ogni calamità, a ogni pericolo immaginabile, solo per finire annegato a causa di una miserabile motovedetta. Nel giro di pochi secondi.

Dopo un tempo che a me parve lunghissimo, i marinai abbandonarono le ricerche. Mi ero ripreso abbastanza e mi ero riscaldato, perché le coperte erano spesse. Sentivo freddo dentro, però, freddo nel cuore. Quella gente avrebbero pagato la morte di Tom. Il vecchio non era sembrato molto convinto della resistenza americana, ma adesso sentivo di farne parte… da quel momento e per tutta la vita. Avevo fatto un voto, nel gelo del mio cuore.

Nella parete posteriore della stanza a vetri si aprì una porta: entrò il capitano della nave. Forse lo era, forse no; ma aveva spalline dorate sulla giacca marrone, e bottoni d’oro sul davanti. Per cui lo chiamerò capitano, dal momento che era di sicuro una persona importante. Viso e mani erano di colore un po’ più scuro della giacca; la faccia sembrava quella dei cadaveri che il mare gettava sulla nostra spiaggia. Giapponese, avevo imparato a chiamarlo. Altri due ufficiali, in abito scuro ma senza spalline né bottoni dorati, stavano dietro di lui e mantenevano il viso impassibile come una maschera.

Assassini, tutti quanti. Guardai fieramente il capitano e lui mi restituì lo sguardo, con occhi privi d’espressione, sotto le palpebre pendenti. La stanza ondeggiava un poco e la nebbia premeva contro i vetri incrostati di salsedine: nebbia che pareva rossa, per il riflesso della spia luminosa sopra la porta.

«Come ti senti?» disse il capitano, in un inglese chiaro, ma cadenzato in modo per me completamente nuovo.

Lo fissai.

«Ti sei ripreso dal colpo in testa?»

Lo fissai ancora.

Dopo un poco, lui annuì. Da allora ho rivisto la sua faccia parecchie volte, in sogno: occhi marrone scuro, quasi neri; rughe profonde, dall’angolo degli occhi, a ventaglio verso le tempie; capelli neri, tagliati tanto corti da sembrare una spazzola; labbra sottili e scure, piegate in quel momento in una smorfia di disapprovazione. Aveva un’aria crudele, nell’insieme; mi sforzai di mostrarmi indifferente, fissandolo, proprio perché mi faceva paura.

«Sembri esserti ripreso.» Un ufficiale gli passò una tavoletta alla quale erano pinzati alcuni fogli di carta. Il capitano prese dal fermaglio una matita. «Dimmi, giovanotto, come ti chiami?»

«Henry. Henry Aaron Fletcher.»

«Da dove vieni?»

«America» risposi, con un’occhiata d’odio a tutti, uno dopo l’altro. «Stati Uniti d’America.»

Il capitano diede un’occhiata ai suoi ufficiali. «Ottima scena» disse, rivolto a me.

Una squadra di marinai comuni, in giacca azzurra, entrò da prua e borbottò un rapporto. Il capitano rimandò i marinai a prua e si rivolse di nuovo a me.

«Vieni da San Diego? San Clemente? Newport Beach?» Non risposi e lui continuò: «San Pedro? Santa Barbara?»

«Troppo a nord» dissi, sprezzante. Non avrei dovuto aprire bocca, mi rimproverai. Ma avevo talmente voglia di assalirlo che tremavo tutto, di paura anche, e non riuscivo a stare zitto.

«Infatti. Ma questo tratto di costa è disabitato, per cui devi venire per forza o da nord o da sud.»

«Come fa a sapere che la costa è disabitata?»

Lui sorrise, proprio come noi, anche se il risultato era sgradevole. «L’abbiamo tenuta d’occhio.»

«Spie» dissi. «Spie furtive. Si vergogni! Lei è un marinaio, signore. Non ha vergogna ad assalire naviganti disarmati in una notte di nebbia e a ucciderli tutti… marinai che non le facevano alcun male?» Dovevo fare attenzione, o mi sarei messo a piangere di nuovo. Ci mancava pochissimo, ma resistevo aggrappandomi alla rabbia.

Il capitano sporse le labbra, come se avesse addentato un boccone acido. «Non si può dire che foste disarmati. Avete sparato parecchi colpi e ferito un nostro marinaio.»

«Bene.»

«Nient’affatto.» Scosse la testa. «Inoltre… sospetto che i tuoi compagni abbiano raggiunto a nuoto la riva. Altrimenti li avremmo trovati.»

Pensai al canotto che avevamo a rimorchio e rivolsi al cielo una preghiera.

«Devo avere una risposta, prego. Vieni da San Diego?»

Scossi la testa. «Newport Beach.»

«Ah.» Lo scrisse sul blocco. «Ma ritornavi da San Diego?»

Finché mentivo, non importava se parlavo. «Andavamo a San Clemente e ci siamo persi nella nebbia.»

«Non avete trovato San Clemente? Oh, andiamo, la città è parecchi chilometri più a sud di qui.»

«Gliel’ho detto, l’abbiamo oltrepassata senza vederla.»

«Ma puntavate a nord per qualche tempo.»

«Sapevamo d’essere andati troppo avanti e tornavamo indietro. Difficile stabilire dove ci si trova, nella nebbia.»

«In questo caso, perché eravate in mare?»

«Lei cosa pensa?»

«Ah… per evitare le nostre pattuglie, vuoi dire. Ma noi non interferiamo con il traffico costiero. Per quale motivo andavate a San Clemente?»

Riflettei in fretta, a occhi bassi, per non farlo capire al capitano. «Be’… portavamo laggiù alcuni giapponesi, per una visita all’antica missione.»

«I giapponesi non sbarcano sul continente» replicò il capitano, brusco.

L’avevo fatto trasalire! «Certo che sbarcano» dissi. «Lei nega, perché ha il compito d’impedire che sbarchino. Ma lo fanno lo stesso, e lei lo sa.»

Mi fissò, poi conferì in giapponese con gli ufficiali. Era la prima volta che udivo una lingua straniera. Una lingua bizzarra. Sembrava che ripetessero di continuo quattro o cinque suoni, troppo in fretta per formare vere parole. Ma ovviamente erano discorsi: infatti gli ufficiali fecero dei gesti e assentirono, il capitano diede degli ordini, sempre in quel rapido berciare. Più del colore della pelle e del taglio degli occhi, fu il linguaggio privo di significato a dirmi che avevo a che fare con uomini venuti dall’altra parte della terra… uomini molto diversi da me rispetto a quelli di San Diego. L’idea mi atterrì. Quando il capitano si girò dalla mia parte e mi parlò in inglese, mi parve irreale, come se si limitasse a emettere suoni che non capiva.

Prendendo appunti sul blocco, disse: «Quanti anni hai?»

«Non lo so. Pa’ non ricorda.»

«Tua madre non ricorda?»

«Mio padre.» Capii che la cosa gli pareva bizzarra.

«Nessun altro lo sa?»

«Tom ritiene che abbia sedici anni, o diciassette.» Tom…

«Quante persone c’erano, sulla barca?»

«Dieci.»

«Quante persone vivono nella tua comunità?»

«Sessanta.»

«Sessanta individui a Newport Beach?» si meravigliò lui.

«Centosessanta, voglio dire.» Cominciavo a restare invischiato nelle mie stesse bugie.

«Quante persone vivono nella tua casa, o abitazione?»

«Dieci.»

Storse il naso e abbassò il blocco. «Sai descrivere i giapponesi che hai incontrato a Newport Beach?»

«Assomigliavano tutti a lei» risposi, in tono bellicoso.

Increspò le labbra. «Ed erano con voi stanotte, sulla barca colata a fondo?»

«Esatto. Sono arrivati con una nave grande come questa, perciò perché non li ha fermati lei? Non è compito suo?»

Mosse la mano, spazientito. «Non è possibile bloccare tutti gli sbarchi.»

«Soprattutto quando si è pagati per non provarci nemmeno, eh?»

Increspò ancora le labbra, mostrando di nuovo un’espressione di disgusto.

Sempre più scosso, gridai: «Dite di essere qui per sorvegliare la costa, ma non fate altro che bombardare le nostre ferrovie e ucciderci se solo andiamo in mare… se solo torniamo a casa…» E all’improvviso piangevo di nuovo, singhiozzavo e gemevo. Non potevo evitarlo. Avevo freddo, Tom era morto, sentivo un dolore profondo nell’animo, non potevo più sopportare quello straniero e le sue domande.

«La testa ti duole ancora?» Mi tenevo la testa fra le braccia. «Su, sdraiati qui sulla panca e riposa. Dobbiamo portarti all’ospedale.» Mi prese per la spalla e mi aiutò a distendermi contro il metallo ricurvo dell’alta murata della nave. Gli ufficiali mi sollevarono le gambe e le avvolsero nelle coperte. Ero troppo depresso per prenderli a calci. Le mani del capitano erano piccole e forti; mi ricordarono, bizzarramente, quelle di Carmen Eggloff e di nuovo fui sul punto di scoppiare in singhiozzi, quando notai l’anello all’anulare sinistro del capitano. Era un grosso cerchietto d’oro scuro, con sopra una pietra rossa. Intorno alla pietra erano incise alcune lettere, difficili da leggere, da dove mi trovavo. Ma la mano con l’anello rimase ferma per un attimo proprio sotto il mio naso; riuscii a decifrare la scritta: Scuola superiore di Anaheim — 1976.

Mi scostai di scatto e urtai la testa contro la paratia.

«Stai tranquillo, giovanotto. Non agitarti. Parleremo ancora di queste cose, ad Avalon.»

Portava un anello americano. L’anello di una scuola, come quelli che molti sciacalli mettevano al dito nelle serate ai raduni di scambio, per far vedere da quali rovine provenivano. Rabbrividii nelle coperte ruvide, pensando al significato della scoperta. Se il capitano della nave incaricata di tenere lontani i forestieri dalla nostra costa visitava anche lui regolarmente l’Orange County e portava un anello ottenuto senza dubbio da uno sciacallo, allora nessuno sorvegliava la costa sul serio. Era un colossale inganno, la quarantena… un inganno che era costato la vita a Tom. Gli occhi mi si riempirono di lacrime. Le ricacciai indietro, furioso per l’ingiustizia, la corruzione… furioso e confuso. Accadeva tutto troppo in fretta. Mi sembrava che fosse trascorso solo un attimo da quando sonnecchiavo a occhi chiusi nello sloop di San Diego. E ora… cos’aveva detto ancora? «Parleremo ancora di queste cose, ad Avalon.»

Mi alzai a sedere. Mi portavano a Catalina per interrogarmi. Torturarmi, forse. Sbattermi in prigione, o in schiavitù… tenermi lontano da Onofre per il resto della vita. Più ci pensavo, più ne ero atterrito. Fino a quel momento non avevo pensato a che cosa mi avrebbero fatto… ero intontito, certo… ma adesso era ovvio: non mi avrebbero riportato al fiume Onofre e scaricato lì. Nossignore. Mi avrebbero portato con loro. L’idea mi fece battere il cuore all’impazzata, tanto da farmi credere che mi sarebbe scoppiato, tanto le costole mi dolevano. Il sangue mi scorreva nelle vene come acqua nel letto di un torrente dopo l’alluvione; mi sentivo gonfiare le mani. Anche i piedi mi si scaldarono; avevo il respiro così rapido e irregolare che temetti di svenire. Catalina! Ero terrorizzato dì andare a Catalina… non avrei più rivisto casa mia! Anche se era un pensiero egoista (e il resto della storia vi dirà quanto sia stato egoista, a volte), mi faceva stare più male della morte di Tom.

Il capitano e i due ufficiali erano fermi sotto la luce rossa della porta nella parete posteriore. Incrostazioni saline macchiavano il loro riflesso sulle vetrate. L’immagine del viso del capitano era rivolta dalla mia parte: guardava il mio riflesso. Mi teneva d’occhio.

Fuori, sul ponte di prua, un paio di marinai sostava ancora accanto al riflettore. Per ripararlo, sembrava. Altrimenti, il ponte era deserto. La nebbia scorreva su di noi, gelida e bianca. Il mare era invisibile, ma dal rumore calcolai che la nave emergeva di circa cinque metri: vibrava leggermente, ma non si era ancora mossa.

Per asciugarmi mi avevano spogliato. Meglio così.

Il capitano tornò accanto a me. «Ti senti meglio?»

«Sì. Però mi viene sonno.»

«Ah. Ti faccio portare in una cuccetta.»

«No! Ancora no. Mi viene la nausea, se mi muovo. Voglio solo restare qui e riposarmi ancora un minuto.» Mi lasciai ricadere, sforzandomi di sembrare esausto.

Il capitano mi osservò. «Hai detto qualcosa a proposito di ferrovie bombardate?»

«Chi, io? Mai parlato di ferrovie.»

Annuì, con aria poco convinta.

«Perché lo fate?» chiesi, nonostante tutto. «Perché fate il giro di mezzo mondo per sorvegliare la nostra costa?»

«Per incarico delle Nazioni Unite. Non credo che comprenderesti i particolari.»

Allora era vero quel che ci avevano detto a San Diego. Una parte, comunque. «So che esistono le Nazioni Unite» dissi. «Ma non c’è nessun americano che prenda le nostre parti. Tutto ciò che fanno è illegale.» Parlai in tono assonnato, per fargli abbassare la guardia. Non avrei dovuto parlare affatto, ma la curiosità aveva preso il sopravvento.

«Non abbiamo altro, giovanotto. Senza le Nazioni Unite, forse la guerra e la distruzione ci coinvolgerebbero tutti.»

«Allora fate male a noi per aiutare voi stessi.»

«Può darsi.» Mi fissò, sorpreso che avessi la forza di discutere. «Ma può darsi anche che questa sia la politica migliore per voi.»

«Non lo è. Io vivo qui. Io lo so. Ci tenete bloccati.»

Annuì brevemente. «Ma da cosa vi blocchiamo? È proprio questa la parte di cui non hai esperienza diretta, mio giovane e coraggioso amico.»

Finsi di addormentarmi. Lui tornò accanto agli ufficiali, sotto la luce rossa. Disse qualcosa e i due risero.

Su e giù la cabina ondeggiava, su e giù, su e giù, piano piano, dolcemente. Balzai da sotto le coperte e schizzai nel vano aperto sul ponte di prua. Il capitano si aspettava una mossa del genere.

«Ah!» esclamò, correndomi dietro. Ma aveva sbagliato i conti. Colsi al volo la sua aria stupita, mentre attraversavo in un lampo la porta, prima di lui… ero troppo veloce. Appena fuori, mi precipitai alla murata e mi tuffai nella nebbia, davanti ai marinai stupiti.

10

Dopo un lungo volo colpii violentemente l’acqua. Il mare era freddissimo. Mi convinsi subito di avere commesso un errore fatale. Tre metri sotto la superficie, senza aria nei polmoni, avevo un terribile bisogno di respirare. Venni a galla per prendere fiato, la cresta di un’onda rotolò su di me e respirai acqua. Ero sicuro che gli ansiti e i colpi di tosse avrebbero rivelato la mia posizione ai giapponesi. Udivo le loro grida: senza dubbio calavano i canotti per cercarmi. L’acqua mi gelava; tutto il corpo protestava per il bisogno d’aria.

Mi misi a nuotare lontano dalle grida e dal bagliore confuso del riflettore; fui travolto da un maroso. Maledizione, mi ero tuffato proprio dal lato rivolto al mare aperto. Ero costretto a girare intorno alla nave. Eppure ero convinto di tuffarmi dal lato verso terra: come avevo fatto a sbagliare? La fiducia nel mio senso dell’orientamento scomparve; per un minuto fui preso dal panico: ero atterrito di non riuscire a trovare la riva. Non pensavo certo di scorgerla. Ma il moto ondoso era una guida attendibile, come capii subito, quando mi spinse sempre nella stessa direzione. Proveniva un poco da sud, l’avevo notato sullo sloop; non mi restava che seguirlo a nuoto, magari deviando un poco sulla destra, e mi sarei trovato nella direzione giusta per la riva.

Questo era sistemato. Ma il freddo mi sconvolgeva. L’acqua forse era ancora quella della corrente calda di cui avevamo goduto la settimana prima, ma ora, con il vento di tempesta che frustava la superficie e mi gelava testa e braccia, non sembrava affatto tiepida. Già il freddo mi mordeva, e quasi gridai ai giapponesi di venirmi a recuperare. Ma non volevo più vedere il viso del capitano. Immaginavo la scena, lo vedevo, mentre gli spiegavo: Sì, signore, volevo fuggire davvero, ma capisce, l’acqua è troppo fredda. Non avrei gridato. Se mi avessero ripescato, pazienza: una parte di me se l’augurava… e facessero in fretta, anche. Altrimenti, avrei tirato dritto.

Per combattere il freddo nuotai a tutta forza, confidando di girare intorno alla prua della nave e mettere una certa distanza fra me e i giapponesi. Sarebbe stata una terribile sorpresa, andare a sbattere all’improvviso contro lo scafo; eppure non era impossibile, perché la nebbia non mi permetteva di vedere a tre metri dal naso. Tuttavia, mentre un’onda dopo l’altra passava sotto di me, la prospettiva divenne meno probabile. Peccato, pensò una parte di me, ora non hai alternative. Ma il resto si dedicò al compito di arrivare a riva, al più presto possibile.

Solo una volta vidi o udii ancora la nave, subito dopo aver preso la decisione finale di raggiungere la riva a nuoto. Di solito la nebbia non trasmette i suoni come l’aria normale, qualsiasi cosa la gente voglia farvi credere. Tende a soffocarli, come limita la vista, anche se in misura meno drastica. Ma è un fenomeno buffo: alcune volte, sorpresi dalla nebbia durante la pesca, Steve e io abbiamo udito la voce di altri pescatori che conversavano sottovoce e sembravano sul punto di urtarci, pur essendo a mezzo chilometro da noi. Tom non l’ha saputo spiegare, e neppure Rafael.

Quella notte il fenomeno si ripeté. A un certo punto fui spaventato da voci giapponesi, dietro di me e più in alto, tanto da farmi pensare che provenissero dalla nave. Mandai un gemito, convinto di essermi confuso e di nuotare ancora in prossimità della nave; ma poi una raffica di vento gelido afferrò le voci a metà frase e le portò via per sempre. C’ero solo io… e la nebbia e l’oceano e il freddo.

Conosco solo tre modi di nuotare. Diciamo quattro. Crawl, dorso, di fianco, a rana. Il crawl era il modo di gran lunga più rapido e riusciva meglio a non farmi gelare: tuffai il viso in acqua… cosa che in un certo modo mi spaventava, ma era troppo faticoso tenere la testa fuor d’acqua… e nuotai. Le onde mi sollevavano a partire dai piedi, mi davano una piacevole spinta, passavano oltre, mi lasciavano a galla nel cavo d’onda. A parte questo, sentivo solo il vento tagliarmi le braccia a ogni battuta. La sensazione divenne così intensa da costringermi a passare al nuoto a rana solo per tenere sott’acqua le braccia. Il mare era sempre freddo, ma mi ero un poco abituato; era meglio tenere le braccia in acque che esporle al vento, bagnate. Nuotare a tutta forza era la soluzione migliore; così, dopo un breve tratto a rana, tornai al crawl. Quando ero stanco, o quando avevo troppo freddo alle braccia, passavo al nuoto a rana o di fianco e mi lasciavo trasportare dai colpi di tallone e dal moto ondoso. Si trattava solo di trasferire la sofferenza da una parte del corpo all’altra e poi sopportarla più a lungo possibile.

Il guaio del nuoto è che ti lascia un mucchio di tempo per pensare. A dire il vero, c’è ben poco da fare, tranne riflettere, a differenza per esempio delle camminate fra i boschi, quando bisogna stare attenti alle pietre e cercare il percorso meno faticoso. Nel mare tutti i percorsi sono uguali e di notte nella nebbia non c’è molto da vedere. Vedevo solo le onde nere sollevarsi e abbassarsi sotto di me, la nebbia bianca che diventava di nuovo nuvolaglia bassa all’aumentare del vento, e il mio stesso corpo. E anche questo, solo quando tenevo la testa sopra l’acqua e gli occhi aperti, cosa che non accadeva spesso. Per la maggior parte del tempo nuotavo con la testa sulla superficie e gli occhi chiusi, sentendo la crescente stanchezza dei muscoli e il dolore alle giunture causato dal freddo. Anche se i pensieri correvano all’impazzata, non si allontanavano mai troppo da quella sensazione vitale che determinava lo stile di nuoto usato di volta in volta.

Se nuotavo con forza sul dorso, mi scaldavo un poco i piedi. E ne avevo bisogno. Li sentivo a malapena. Ma procedevo lentamente, e anche con un certo sforzo. Mi sarebbe proprio piaciuto avere un paio delle pinne che Tom ci prestava per fare surf. Mi piacevano, quelle pinne: vecchie cose azzurre o verdi o nere, che ci facevano camminare come papere e nuotare come delfini. Cosa non avrei dato per averne un paio in quel momento! Il pensiero mi faceva quasi piangere. E una volta che le avevo in mente, non riuscivo a togliermele di testa. Adesso al mio piccolo assortimento di pensieri se ne aggiungeva un altro: se solo avessi avuto quelle pinne!

Mi rigirai sullo stomaco e ricominciai a battere il crawl. La parte posteriore delle braccia cominciava a irrigidirsi e a farmi male. Non sapevo da quanto tempo nuotassi e per quanto ancora ne avrei avuto. Cercai di calcolare la distanza. Grosso modo, la nave si trovava a un chilometro e mezzo dalla riva. Circa la metà della lunghezza della nostra valle. Se avessi cominciato a nuotare da monte Basilone, a quest’ora sarei stato all’altezza di… be’, non so. Non potevo fare raffronti. Però ero sicuro d’avere nuotato per un buon tratto, dal modo in cui le braccia mi dolevano.

Bracciata, bracciata, bracciata, bracciata. A volte era più semplice svuotarsi la mente e nuotare. Contavo cento bracciate e cambiavo stile. Le centinaia scivolarono via una dopo l’altra. Un mucchio di tempo. Mentre nuotavo a rana, notai che la nebbia si alzava, diventava la stessa nuvolaglia bassa che ci correva sulla testa quando, ancora sullo sloop, andavamo a nord. Forse mi avvicinavo alla terraferma. Le nubi erano bianchissime contro il nero del mare; forse la luna si era levata. La superficie dell’acqua era un’ondulata pianura d’ossidiana, sulla quale roteavano piccoli fiocchi di neve. Quando colpivano l’acqua, scomparivano all’istante, senza alcun rumore. Vedendoli, sentii ancora più freddo e quasi ricominciai a piangere, ma non avevo forze da sprecare. Ero in uno stato pietoso. Se solo avessi avuto quelle pinne!

Abbassai la testa e ostinatamente continuai a battere il crawl, ordinando a me stesso di pensare ad altro e non solo al freddo. Per esempio, alle volte in cui avevo guardato il mare calmo e tiepido. Ricordai una volta in cui Steve, Tom e io poltrivamo nel cortile del vecchio e cercavamo di scorgere Catalina. «Chissà come sarebbe, se non ci fosse l’acqua» aveva detto Steve. Tom si era buttato a pesce sull’argomento. «Crederemmo di essere sopra una montagna gigantesca. Al largo si estenderebbe un altopiano in pendenza, tagliato da canyon così profondi che non riusciremmo a vederne il fondo. Poi l’altopiano scenderebbe a picco, tanto da non permetterci di vedere le pianure lontane. Sarebbe lo zoccolo continentale di cui vi ho parlato. Le pianure si alzerebbero di nuovo a formare i primi contrafforti delle isole Catalina e San Clemente, che sarebbero montagne altissime, come la nostra.» Aveva continuato a parlare, fingendo d’infilarsi immaginari stivali da pescatore per guidarci a esplorare la nuova terra, una distesa di fanghiglia coperta di ciuffi d’alghe e di pesci dall’aria stupita, e a cercare relitti di navi e i loro cofani pieni di tesori…

Era il momento meno adatto a ricordare quella discussione. Nel pensare a quant’acqua c’era sotto di me, a quanto era lontano il fondo, mi spaventai e tirai i piedi più vicino alla superficie. E tutti quei pesci, poi… l’oceano brulicava di pesci, come ben sapevo; e alcuni di essi avevano denti acuminati e appetito insaziabile. E non dormivano, la notte. Forse in quello stesso momento uno di quelli brutti, con fauci tutte denti, si avvicinava per addentarmi. Oppure potevo incappare in un banco intero di quei pesci e quasi sentivo il loro corpo scivoloso urtare il mio… la pelle dura e granulosa di uno squalo, o gli aculei di uno scorfano… Ma era ancora peggio pensare a tutta quell’acqua sotto, giù, giù, più fredda e più buia, giù fino al fondo limaccioso così lontano. Per qualche istante mi dibattei in preda al panico, terrorizzato al pensiero di nuotare sopra un mare così profondo.

I momenti di panico si susseguirono, passarono; e io ero ancora lì, a galla. Non potevo fare niente per cambiare la situazione. E intanto il vero pericolo, il freddo, si manifestava e mi faceva dimenticare le paure nate dall’immaginazione. Al freddo non potevo sfuggire, ormai non avevo più la forza di nuotare vigorosamente per scacciarlo; e l’acqua gelida non era più rifugio dal vento e dal nevischio. Presto il freddo mi avrebbe ucciso, lo sentivo nei muscoli; e mi atterriva molto di più delle dimensioni del mare.

Anche i pensieri parvero gelarsi, divennero pigri, stupidi. Le braccia mi dolevano, riuscivo appena a muoverle. Nuotare sul dorso era faticoso, il crawl era faticoso, la rana era faticoso. Stare a galla era faticoso. Se solo avessi avuto quelle pinne! Tanta di quell’acqua, fino al fondo. Le braccia erano rigide e pesanti come rami d’albero del ferro; i muscoli addominali avevano bisogno di riposo. Un crampo e sarei annegato. Eppure non avevo scelta, dovevo tenerli in tensione e continuare a nuotare. Misi la faccia intirizzita nell’acqua e battei un crawl doloroso, cercando di accelerare.

Potevo mantenere un certo ritmo, se non badavo al dolore. Perdetti il senso del tempo. E anche la nozione della meta. Non si trattava più di andare da qualche parte, ma di evitare la morte, lì e subito. Sinistra, destra, respiro; sinistra, destra, respiro. E così via. Ogni movimento era una lotta contro il freddo. Le rare volte in cui mi preoccupai di guardare in alto, niente era cambiato: nubi basse e bianche, fiocchi di neve che mulinavano e scomparivano in mare, con un fievole, ssss, ssss, ssss. Non sentivo più mani e piedi; il freddo avanzava lungo gli arti e li rendeva sempre meno ubbidienti ai miei comandi. A poco a poco diventavo troppo intirizzito per nuotare.

E venne il momento in cui pensai che non ce l’avrei fatta. Tutti i magnifici racconti preparati per il mio gruppo di amici sarebbero andati sprecati, li avrei solo raccontati a me stesso in un ultimo slancio di pensiero, mentre sprofondavo nell’abisso. Uno spreco, ma inevitabile. Non potevo più nuotare. Se solo avessi avuto quelle pinne! Eppure, ogni volta che dicevo a me stesso: «Hanker, ci siamo, è il momento di lasciarti andare a fondo»… trovavo ancora l’energia per un’altra bracciata. Mi sembrava di nuotare nel burro gelato. Non ce la facevo più. Decisi di nuovo di piantarla, di nuovo trovai la forza per alcuni colpi di tallone. La maggior parte delle persone che annega, immagino, non decide mai di cedere: è il corpo che smette di ubbidire, che prende la decisione.

Nuotando sul dorso, potevo muovere i talloni a rana e agitare lungo i fianchi le braccia. Era l’unico modo rimastomi, per cui lo seguii, ansioso di posporre il momento in cui mi sarei lasciato andare, per quanto sapessi che non era molto lontano. Il pensiero fu terrificante, nauseante. Diverso da qualsiasi sensazione mai provata. Essere portato a Catalina non era niente, al confronto! Ora sapevo con certezza di avere fatto un errore fatale, saltando fuori bordo. Le ondate si alzarono dal buio, divennero visibili mentre mi sollevavano. Forse mi avrebbero risparmiato la fatica, se fossi riuscito a tenermi a galla. Non volevo morire. Non volevo cedere. Ma ero troppo intirizzito, troppo debole. In quella posizione, sul dorso, dovevo badare a non inghiottire acqua, quando la cresta delle onde mi passava sopra: una sola boccata mi avrebbe fatto affondare come cinquanta chili di ferro. Solo confusamente, sulle prime, notai che le onde si facevano più alte. Proprio quel che ci vuole, pensai. Un’onda più grossa, magnifico. Però… non significava qualcosa? Ero intirizzito, non pensavo come si fa di solito, parlando in silenzio a se stessi. Avevo solo pensieri molto semplici: sensazioni, il reiterato rifiuto di lasciarmi andare, ordini agli arti indeboliti.

Dita gelide mi strofinarono la schiena e le gambe. Strillai.

Alghe, lisce e frondose. Girai faticosamente attorno al ciuffo galleggiante. Lo spavento mi aveva dato un po’ di forza. Poi, in cima a un’onda, udii il rumore: p-KKkkkkkkkk… p-KKkkkkkkkkk. Frangenti. Ce l’avevo fatta.

Di colpo mi tornò l’energia. Non mi capacitavo di non avere udito prima il rumore, tanto era chiaro. Sulla cresta dell’onda seguente guardai verso terra: certo, la riva era lì, una massa nera e solida sotto le nubi. «Sì!» gridai. «Sì!»

Urtai un altro ciuffo d’alghe, ma non ci badai. Me ne liberai, superai un’altra onda. Dalla cresta, il chiaro rumore di frangenti mi disse che i guai non erano terminati. Anche da dietro, il crack lungo e frammentato delle onde che ricadevano era più intenso del colpi di fucile del Sindaco. E subito dopo c’era un rombo basso, krrkrrhrkrrkrrkrrkrrkrr, che s’indeboliva quanto bastava a rendere percettibile il frangente successivo. Tutti i rumori si mescolavano in un fiero rombo tremulo; difficile credere di non averlo udito prima. Troppo stanco.

Continuai a nuotare. Ora, dalla cresta delle onde, vedevo i marosi frangersi più avanti, venire risucchiati come se fossero sull’orlo del mondo; la spuma bianca esplodeva nella nebbia e la massa d’acqua sconvolta rotolava sulla spiaggia. Sarebbe stato difficile raggiungere la riva.

Le onde continuarono a spingermi finché una, più grossa delle altre, non mi afferrò portandomi via sempre più in alto. Galleggiavo sotto la cresta; quasi subito mi accorsi che l’onda mi avrebbe scagliato da una certa altezza sulla riva. Inspirai a fondo e mi tuffai; sentii la trazione, mentre sprofondavo nell’onda ed emergevo più indietro. Anche così fui quasi trasportato sul retro del frangente e intrappolato nell’acqua torbida e turbinante. L’onda seguente era grossa quasi come l’altra e mi costrinse a nuotare a tutta forza per abbandonarla prima che si frangesse. Mi trovai di petto sulla cresta, con l’onda verticale; guardai l’acqua striata di spuma, quattro metri più in basso. Quella chiazza scura era roccia? C’erano scogli, sotto di me?

Gemendo miseramente, nuotai più al largo per non farmi afferrare da un’onda ancora più grossa delle due precedenti che quasi m’avevano sommerso. Il pensiero degli scogli era spaventoso. Ero troppo stanco per affrontare un’evenienza del genere, volevo solo nuotare dritto fino alla riva. Che era vicinissima. Forse avevo visto solo una chiazza d’acqua scura nella spuma, ma non potevo esserne sicuro; e se mi sbagliavo, ci lasciavo la pelle. Mi tenni a galla per un poco, studiai le onde che si frangevano e risucchiavano acqua alle loro spalle. Il punto in cui i frangenti erano più intensi segnavano l’acqua più bassa; se c’erano scogli, probabilmente si trovavano lì. Allora nuotai parallelamente alla riva, fino al punto in cui le onde si frangevano con maggiore ritardo. Il freddo mi penetrava di nuovo nel cervello e la paura cresceva. Decisi di andare avanti.

Prestai attenzione alle onde: se una si fosse infranta prima di raggiungermi, mi avrebbe fatto rotolare e non mi avrebbe più lasciato. No, dovevo prendere un’onda e galleggiare sulla sua cresta, proprio come facevamo per divertimento al largo di Onofre. Se prendevo quella giusta, forse sarei riuscito a farmi portare fin sulla sabbia. Non volevo altro. Mi occorreva un’onda grossa… non troppo, però: media. Le onde in genere venivano a serie di tre, una grossa seguita da due più piccole, ma nel buio non riuscivo a distinguerle. Girando la testa per guardare avanti e indietro, inghiottii una boccata d’acqua che quasi mi mandò a fondo. Non potevo fare troppo l’esigente; andai avanti, sul dorso, deciso a prendere l’onda successiva. Se fossi finito contro gli scogli, pazienza: non avevo scelta. Dovevo correre il rischio.

Di colpo, mentre un’onda m’afferrava, non sentii più la stanchezza, pur nuotando ancora con impaccio. Mi girai sullo stomaco, mentre l’onda mi piegava i piedi verso l’alto, e nuotai per mantenerla. Che cosa non avrei dato, per un paio di pinne di Tom! Mi avrebbero permesso di uguagliare con minore fatica la velocità crescente dell’onda. Riuscii lo stesso a prenderla e a farmi trasportare. Ero in alto sul fronte ripido, quando l’onda s’inalberò, per cui caddi nel vuoto e schiaffeggiai con il petto l’acqua. E non scogli, per fortuna, altrimenti sarebbe stata la fine. Scivolai sull’acqua con il frangente, sporgendo solo la testa dalla spuma e rotolando a velocità tremenda fra gli spruzzi.

L’onda tuttavia morì troppo presto e mi lasciò a boccheggiare nell’acqua torbida. Mi misi dritto, tentai di toccare il fondo… niente da fare; andai sotto, con i piedi toccai quasi subito la sabbia. Risalii in tempo per veder sopraggiungere un’altra ondata fumante. Mi rannicchiai come una palla e lasciai che l’onda mi sbattesse verso riva… un normale trucco di chi fa surf a corpo libero, poco adatto però al mio stato di prostrazione. Cessata la spinta in avanti, riuscii a stento a tornare a galla. Ma ora toccavo! Potevo stare in piedi, ansimando, sulla sabbia! I primi passi mi provocarono subito crampi alle gambe. Crollai lungo e disteso. L’acqua spinta sulla spiaggia dalle ultime ondate scelse proprio quel momento per scorrere via di nuovo verso il mare; in ginocchio artigliai la sabbia sfuggente, mentre quel fiume mi passava sopra. E poi, libero, barcollai fuori dell’acqua.

Raggiunto il ripido bagnasciuga e il segno dell’alta marea, caddi per terra. La spiaggia era coperta da uno strato granuloso di grandine che già si scioglieva. Finalmente distesi i muscoli dello stomaco e cominciai a vomitare. Non credevo d’avere ingoiato tanta acqua. Impiegai un bel po’ di tempo a vomitarla tutta. Me ne fregavo: era un vomito di trionfo.

C’ero riuscito. Tutto d’un pezzo. Ma non era il caso di festeggiare, si presentava una nuova serie di difficoltà. La neve aveva smesso per un momento di cadere, ma il vento mi flagellava. Strisciai fino ai piedi della scogliera. La spiaggia era stretta; la scogliera, alta tre volte me… poteva essere un punto qualsiasi della costa dei monti Pendleton. Ai piedi della scogliera il vento era meno forte; mi rannicchiai dietro un masso d’arenaria, in mezzo ad altri massi precipitati dal costone. Cercai d’asciugarmi usando le dita; intanto mi guardai intorno.

Sul mare le nubi schiarite dalla luna oscuravano il panorama. La spiaggia si estendeva in entrambe le direzioni, coperta da mucchi neri di alghe. Cominciavo a tremare. Un monticello di alghe aveva una forma più regolare degli altri. Mi alzai a guardare meglio; il vento mi colpì in pieno. Eppure, quel mucchio di alghe… Barcollando, girai intorno al masso; mi avvicinai, attento a non fare movimenti avventati e a non cadere.

In una spaccatura della scogliera, sfuggita alla mia attenzione, sboccava una gola profonda percorsa da un torrente che tagliava la spiaggia e si riversava in mare. Mi lasciai scivolare lungo l’argine sabbioso fino al torrente, per bere un sorso d’acqua… incredibile, ma morivo di sete. Mi rialzai e fu una lotta per superare il metro di terrapieno sul lato opposto: continuavo a scivolare; alla fine, tra ansiti e imprecazioni, fui costretto a procedere carponi. Superato il dislivello, mi rialzai.

Sulla spiaggia vedevo chiaramente la montagnola nera. I miei sospetti trovarono conferma: una barca tirata a secco fin quasi alla base della scogliera. «Oh, sì» dissi. Non dovevo muovermi con troppa fretta, altrimenti sarei caduto. La barca era più lontano dei previsto, ma alla fine la raggiunsi e sedetti al suo riparo. Con le mani rese insensibili dal freddo mi afferrai alla falchetta.

Nella barca c’erano due remi e nient’altro; non potevo esserne sicuro, ma pensavo proprio che fosse la scialuppa a rimorchio dello sloop. Quindi gli altri avevano raggiunto la riva! Tom era (quasi certamente) vivo!

Mentre io, d’altro canto, ero quasi morto. I miei compagni erano probabilmente nei dintorni. Forse avevano risalito la gola, sembrava una buona ipotesi… ma non potevo seguirli. Ero troppo debole e intirizzito per reggermi in piedi. Anzi, anche solo a stare seduto sbattevo la testa sulla fiancata della scialuppa. Ero in condizioni pietose, ma non volevo morire dopo essermi dato la pena di farmi tutta la nuotata fino a riva. Mi tirai su in ginocchio. Peccato che non avessero lasciato qualcosa nella barca, oltre ai remi. Dato che non avevano lasciato niente… ragionavo con lentezza da lumaca, come ubriaco. Un pensiero al minuto, lento e barcollante come il cammino percorso sulla spiaggia. “Devo… togliermi… dal vento, sì.” Strisciai fino a un cumulo di alghe, strappai gli strati superiori. Erano aggrovigliati e non volevano staccarsi. Mi arrabbiai… “Stupide alghe, staccatevi!”… e non smisi di brontolare finché non arrivai alla parte interna del mucchio, ancora asciutta. Solo per questo le alghe sembravano calde. Tirai via tutte quelle che riuscivo a portare; tornai barcollando alla barca. Lasciai cadere il fascio sulla sabbia.

Spinsi la fiancata della scialuppa. Non si mosse, neanche fosse di pietra. Mandai un grugnito. Premendo contro la falchetta, riuscivo a farla dondolare un pochino. “Gira, barcaccia!” Ero stupito e spaventato per la mancanza di forza: normalmente, una scialuppa come quella la rovesciavo con una mano sola. Adesso, diventava il grande sforzo della vita, capovolgere la maledetta barca. Tolsi i remi, ne infilai uno sotto la chiglia, sollevai la pala e la bilanciai sull’impugnatura dell’altro, conficcato nella sabbia. In questo modo la barca s’inclinò. Girai dall’altra parte, salii con i piedi sulla falchetta inferiore e tirai verso di me quella superiore. La barca si rovesciò. Mi gettai lungo e disteso, per evitare che mi schiacciasse.

Sputai sabbia e mi rialzai. Trasportai un sasso di arenaria vicino alla prua. Sollevarla fu meno difficile del previsto; spinsi il sasso sotto la prua, per tenerla sollevata. Se prima avessi avuto il buonsenso di mettere le alghe dentro la barca, a quest’ora sarei stato a posto. Ma non ragionavo al punto da prevedere così in anticipo le mie mosse. Ammassai le alghe sotto la prua, poco alla volta; cacciarmi sotto la barca fu più difficile; mi graffiai la schiena, ma alla fine, spingendo con la testa, riuscii a sollevare la prua quanto bastava a strisciare al coperto.

Fui tentato di distendermi e restare lì, perché ero esausto. Ma tremavo ancora come un cane bagnato. Frugando a tentoni nel buio, ammassai le alghe. Formai un giaciglio abbastanza spesso e vi strisciai sopra; rimanevano alghe sufficienti a formare una sorta di coperta. Tirai via il sasso: così ero al riparo del vento, in un letto asciutto.

Cominciai a tremare seriamente. Battevo i denti al punto da avere male alle mascelle; intorno a me, le alghe secche scricchiolavano e frusciavano. Ma non per questo sentivo più caldo. Gocce di pioggia o nevischio colpirono il fondo della barca; fui contento d’essermi messo al riparo. Ma non smettevo di tremare. Cambiai posizione, tenni le mani sotto le ascelle, mi rannicchiai meglio fra le alghe… qualsiasi cosa, pur di stare più caldo. Era una lotta.

Trascorse una di quelle lunghe ore di cui spesso parla chi racconta avventure; un’ora piena di freddo e di paure, spesa interamente nello sforzo di scaldarmi. Alla fine ci riuscii un poco. Non crepavo certo di caldo, ma dopo il mare gelido e la spiaggia spazzata dal vento, il letto di alghe secche sotto la barca sembrava magnifico. Volevo solo starmene lì per sempre, rannicchiato, e dormire e non muovermi più.

Ma sapevo di dover trovare Tom e i compagni di San Diego prima che si allontanassero troppo. Come me, pensavo, avrebbero passato la notte in una specie di rifugio; ma sarebbero partiti al mattino. Sollevai la prua della scialuppa. Si vedeva un sottile spicchio d’alba: sabbia, scogliera accidentata, nubi nere. Il giorno più scuro e più miserevole mai spuntato, senza dubbio. Il vento fischiava sopra la barca. Ma dovevo trovarli, mi dissi, prima che se ne andassero senza di me.

Uscire da sotto la barca fu più facile: sollevai la prua, la puntellai con il sasso, scivolai nell’apertura. Il vento fu uno choc, soffiò via in un istante tutto il mio prezioso tepore. Nella luce dell’alba vedevo più lontano: la spiaggia era spoglia e vuota, una distesa grigia e desolata. Spostai la barca e misi allo scoperto le alghe; me le attorcigliai intorno fino a coprirmi di steli fruscianti e neri. Mi proteggevano dal vento meglio di quanto m’aspettassi e certo meglio di niente.

La gola tagliava una V nella scogliera, quasi a livello della spiaggia; potevo camminare seguendo il letto del torrente ed evitare i cespugli. A quel punto non m’importava affatto la fine che avrebbero fatto i miei piedi sul letto del torrente, ma per fortuna vi trovai ciottoli lisci e arrotondati. Un ramo mi graffiò la gamba; lasciai perdere i fianchi della gola e badai a dove mettevo i piedi. Superata una cascatella, mi trovai fra gli alberi; i cespugli divennero meno fitti. La gola faceva una brusca curva a sinistra, poi curvava di nuovo; da lì in avanti non c’era quasi più vento. In alto la cima degli alberi ondeggiava e gli aghi sibilavano. Fiocchi di neve si ammucchiavano fra i rami e ne rendevano confusi i contorni. Con un gemito continuai a camminare.

La gola s’inerpicava e le cascate diventavano più alte; per superarle dovevo arrampicarmi fra arbusti di mesquite, senza badare se mi graffiavano e mi portavano via a poco a poco la protezione di alghe. Ero così debole che, quando giunsi alla terza delle piccole scogliere, scoppiai a piangere. Non ce l’avrei mai fatta. Superata la crisi di sconforto, mi arrampicai strisciando sulle mani e sulle ginocchia, proprio in mezzo al ruscello, per evitare gli arbusti sulle rive. Era una soluzione sciocca, forse; ma ormai la mia lucidità era andata a farsi benedire. E non sono sicuro che ci fosse un’altra via per superare la scogliera. Nei pressi della cima scivolai e finii lungo e disteso: quasi annegavo in trenta centimetri d’acqua, dopo essere sopravvissuto in alto mare. Ma riuscii a sollevare la testa e, poco dopo, a superare l’ultimo tratto. Ormai ero quasi troppo stanco per camminare. Se solo avessi avuto le pinne di Tom, pensai. Quando mi resi conto del pensiero, soffocai una risata e scoppiai a piangere. Guadai il laghetto sopra le piccole cascate e continuai lungo la riva del torrente; procedevo ingobbito, mi lasciavo dietro una scia di alghe, tiravo su col naso e piangevo, convinto che presto sarei morto di freddo.

In questo stato inciampai nel loro campo. Girai intorno a un cespuglio e quasi finii con i piedi nel fuoco, giallo vivido e abbagliante, fra tutto quel grigio e quel nero.

«Ehi!» gridò qualcuno. D’un tratto diversi uomini scattarono in piedi. Lee brandiva un’accetta.

«Ah, eccovi» dissi. «Sono io.»

«Henry!»

«Cristo…»

«Che diavolo…»

«Henry! Henry Fletcher, perdio!» La voce di Tom. Individuai la posizione del vecchio: dritto davanti a me.

«Tom» dissi. Mi sentii stringere fra le braccia. «Sono felice di vederti.»

«Tu felice di rivedere me?» Mi stringeva al petto. Lee lo staccò da me per avvolgermi in una giacca di lana. Tom rise, una rauca risata di gioia. «Henry, Henry! Hank, ragazzo mio, stai bene?»

«Freddo.»

Jennings gettava legna sul fuoco, rideva e parlava, a me o a un altro, non so. Lee tirò via Tom e mi sistemò la giacca. Il fuoco cominciò a fare fumo; tossii e quasi caddi.

Lee mi sorresse e mi sistemò accanto al fuoco. Gli altri mi fissavano. Avevano costruito un riparo di rami, una capanna a una falda sopra una base di legna secca. Davanti al riparo, il fuoco ardeva con forza sufficiente a bruciare legna umida.

«Henry… hai nuotato fino a riva?»

Annuii.

«Cristo, Henry, abbiamo remato in cerchio finché abbiamo potuto, ma non t’abbiamo visto! Come hai fatto a passarci davanti?»

Scossi la testa, ma Lee disse: «Lasciatelo in pace e strofinategli le gambe. Il ragazzo rischia di morire se non lo scaldiamo: non vedete quant’è livido? E non può parlare. Stendiamolo accanto al fuoco. Più tardi ci racconterà cos’è successo.»

Mi stesero all’imboccatura del riparo, accanto al fuoco. Mi tolsero di dosso le alghe, mi asciugarono con delle camicie. Ero coperto di sabbia, sapevo che così mi avrebbero graffiato, ma non sentivo niente. Ero molto sollevato. Il fuoco sembrava un forno aperto. Il calore mi raggiungeva a ondate, piano piano mi entrava in corpo. Non avevo mai provato una sensazione così splendida. Tesi la mano sopra le fiammelle laterali; Tom la sollevò, me la tenne sul fuoco. Lee mi avvolse intorno alle gambe una spessa coperta di lana.

«D-dove avete preso i v-vestiti?» domandai a fatica.

«Avevamo un bel po’ di roba, nella scialuppa» rispose Jennings.

Tom mi sollevò l’altro braccio. «Ragazzo, non sai quanto sono felice di vederti. Urrà!»

«È vero» intervenne Jennings. «Dovevi vedere come si lamentava. Sembrava che stesse male.»

«Stavo male, non mi vergogno di dirlo. Ma ora sto benissimo. Non hai idea di quanto sia felice di rivederti, ragazzo. Non ricordo di essere mai stato così felice.»

«Peccato che t’abbiamo perso, nel buio» disse Jennings. «Altrimenti remavi con noi e ti risparmiavi un bella faticata, scommetto. Di posto ce n’era un mucchio.»

A queste parole, Thompson e gli altri scoppiarono a ridere.

«Mi hanno raccolto i giapponesi» dissi.

«Cosa?» esclamò Jennings.

Meglio che potevo, raccontai del capitano e dell’interrogatorio. «Allora lui ha detto che andavamo a Catalina, così sono saltato dalla murata.»

«Sei saltato dalla murata?»

«Sì.»

«E hai nuotato fin qui?»

«Sì.»

«Caspita! Hai visto la scialuppa, sulla riva?»

«Come ci sei arrivato, con quei marosi?»

A fatica misi in ordine le domande. «Ho nuotato. Ho visto la barca sulla spiaggia e mi sono riposato sotto. Immaginavo che eravate quassù.» Guardai gli uomini, incuriosito. «Come avete portato a secco la barca?»

Naturalmente fu Jennings a dare spiegazioni. «Quando lo sloop è affondato, siamo saltati tutti sulla scialuppa, tranne Lee che era caduto in acqua. Così non ci siamo bagnati. Ci siamo allontanati un poco e abbiamo tirato fuori Lee dalla broda. Ti abbiamo aspettato. Ma non riuscivamo a trovarti. E Thompson ha detto che l’albero ti era caduto addosso. Allora abbiamo pensato che eri annegato e abbiamo remato a riva.»

«Come avete portato a secco la barca?» chiesi di nuovo.

«Be’, merito di Thompson. Con tanta gente a bordo, la barca sporgeva solo di cinque centimetri; così Thompson, trovata la foce del torrente, dove i frangenti erano meno pericolosi, ha buttato in acqua Lee e me e ci ha costretti a nuotare. Non ti dico che piacere… ma certo lo sai. Alla fine la barca ha preso una delle onde più piccole e ha toccato terra. Una manovra come se ne vedono poche.»

Thompson ridacchiò. «Per fortuna l’abbiamo presa giusta, quell’onda.»

«Così, tranne Lee e me alla fine, non ci siamo neppure bagnati! Ma tu, ragazzo, ti sarai fatto una nuotata d’inferno.»

«Non finiva mai» ammisi. Ero sul fianco, rannicchiato in modo da stare tutto accanto al fuoco. La lana raccoglieva tutto il calore e lo tratteneva intorno a me; ed ero felice… mi accontentavo di ascoltare le voci, senza preoccuparmi di decifrare le parole.

Parecchie volte, durante la giornata, Tom mi svegliò per vedere se stavo bene; se borbottavo qualcosa, mi lasciava riprendere sonno. La prima volta che mi svegliai da solo, avevo il braccio destro intorpidito e fui costretto a cambiare posizione sul giaciglio di rami. Mossi il braccio per riattivare la circolazione. Sentii fitte acute dappertutto. Le braccia mi dolevano. Mi sollevai sul gomito. Era quasi buio. La neve mista a pioggia cadeva a blocchi filtrando tra i rami. Gli uomini erano sotto il riparo, dietro di me, distesi o seduti sui rami tagliati da Lee per il fuoco notturno. Lee affilava l’accetta. Vide che ero sveglio e gettò sul fuoco un altro ramo. Thompson e i due marinai dormivano. Avevo la schiena fredda. La girai verso il fuoco e sentii il calore sfiorarmi. Tom e Jennings fissavano le fiamme con aria cupa.

Il campo si trovava in una piccola ansa del torrente, nella cavità creata da un albero caduto e sradicato. Accanto al nostro riparo, le radici puntavano ancora al cielo e aumentavano la protezione. Gli alberi intorno a quello caduto erano abbastanza alti da sporgere oltre la gola; la cima si agitava e ondeggiava. Mi girai di nuovo verso il fuoco e mi rannicchiai. Il torrente gorgogliava, il fuoco scoppiettava e sibilava, le cime degli alberi ululavano. Mi addormentai.

Tornai a svegliarmi a notte fonda. Sembrava che non nevicasse più. Alimentammo il fuoco, ci alzammo e ci stiracchiammo. Thompson tirò fuori della sacca l’ultima pagnotta e la divise fra tutti. Il pane di Kathryn non mi era mai parso buono come quella roba umida e stantia. Tom tolse dalla sacca alcuni bastoncini di pesce secco e li distribuì; Lee passò in giro la sua tazza, dopo avervi scaldato dell’acqua. Quando Tom prese il pesce, notai la sacca. «Hai ancora i libri di Wentworth?» domandai.

«Sì. Non si sono bagnati per niente.»

«Bene.»

Sopra la gola, il vento diventava più forte; le nubi correvano basse nel cielo. Quelli di San Diego discussero il da farsi, tirandola per le lunghe per ingannare il tempo. Mi chiesero di raccontare nei particolari la nuotata. Dopo tornarono a fare piani; decisero che, se la tempesta non peggiorava o non cessava del tutto, avrebbero abbandonato la scialuppa e raggiunto a piedi la ferrovia. Avevano nascondigli di cibo lungo il percorso e parevano sicuri di riuscire a tornare a casa via terra. Tom e io potevamo andare con loro, oppure puntare a nord; Onofre, ci assicurò Lee, distava solo alcuni chilometri. Tom annuì. «Andremo a casa» disse. Scese il silenzio. Jennings mi chiese di descrivergli di nuovo il capitano giapponese; gli dissi tutto quel che ricordavo. Quando accennai all’anello, quelli di San Diego mostrarono un’aria disgustata ma anche compiaciuta: era un’altra prova di corruzione. Tom si accigliò, come se non gli andasse che rivelassi altre cose del genere. Quelli di San Diego cominciarono a raccontare aneddoti sulla vita a Catalina. Ero interessato, ma non riuscivo a tenermi sveglio. Mi sedetti e mi appisolai.

Nonostante il freddo e l’umidità, dormii per alcune ore. Tuttavia verso mezzanotte mi svegliai; avevo fatto il pieno di sonno. Misi un ramo sul fuoco. Ormai c’era una buona base di braci e il ramo prese fuoco quasi subito. Alla sua luce vidi gli altri, distesi sotto il riparo o accanto al fuoco, davanti a me. Notai con sorpresa il riflesso degli occhi: erano tutti svegli, tranne Thompson e Jennings, e aspettavano che il giorno spuntasse. Avevo i piedi freddi, ero rigido e indolenzito dappertutto, sapevo che non avrei ripreso sonno. Cambiai posizione e allungai i piedi verso il fuoco. Le ore trascorsero lentamente… ore di irrigidimento, di crampi, di fame, di noia, di sofferenza… un altro di quei periodi che si saltano, quando si raccontano le avventure, anche se, a giudicare dalla mia, buona parte di ogni avventura passa proprio così, nell’attesa irritante di fare qualcosa. Lee mise sul fuoco un altro ramo; guardammo il legno fumare, finché le fiamme non comparvero e non fecero presa.

Un mucchio di rami si ridusse in cenere prima che la livida luce di un’alba tempestosa creasse lentamente il senso di distanza fra le sagome nere della gola. Nevicava di nuovo, in modo irregolare; cadeva nevischio che si scioglieva appena toccava qualcosa. La faccia irsuta e rugosa degli uomini rivelava che erano irrigiditi, intirizziti e affamati come me. Lee si alzò e andò a tagliare altra legna. Anche gli altri si alzarono e si allontanarono a spandere acqua o a distendere i muscoli doloranti.

Lee gettò sul fuoco la legna raccolta e maledì il fumo. «Tanto vale mettersi in cammino» brontolò. «Il tempo non migliorerà affatto per un bel pezzo, credo. E non ho voglia di aspettare tutto il giorno per esserne sicuro.»

Thompson e i marinai non erano molto convinti, mi parve. Jennings disse loro: «Arrivati al Ten Post River, troveremo una cassa di cibo e di vestiti. Costruiremo un riparo come questo, se occorrerà, e avremo da mangiare.»

«Quanto dista?» chiese Thompson.

«Forse otto chilometri.»

«Un po’ tanto, con questo tempo.»

«Sì, ma possiamo farcela. E loro possono essere a Onofre per mezzogiorno.»

Thompson si dichiarò d’accordo; senza altre discussioni ci preparammo a partire. Jennings rise, nel vedere la mia faccia afflitta; mi diede i suoi mutandoni, un paio d’affari bianchi e spessi, ancora umidi, che mi arrivavano sotto i piedi. «Con questi e la giacca dovresti essere a posto» disse.

«Grazie, signor Jennings.»

«Di niente. Per colpa nostra sei finito a mollo. E te la sei vista brutta, mi pare.»

«Non è ancora finita» disse Tom, guardando cadere la neve.

Risalimmo la gola finché non fu solo un declivio della foresta. Lì ci fermammo. Tutt’intorno dai rami cadevano goccioloni e il vento sibilava. Dai piedi intirizziti e scalzi il freddo cominciava a risalirmi lungo le gambe; ero stufo.

Scambiammo un saluto frettoloso con quelli di San Diego. «Torneremo presto a Onofre» mi disse Jennings. «Così mi riprendo i vestiti.»

«E il Sindaco vorrà avere vostre notizie» disse Lee a Tom.

Promettemmo di farci trovare pronti; dopo qualche attimo d’imbarazzo, loro s’allontanarono fra gli alberi. Tom e io girammo a nord. Presto incontrammo i resti di una stretta strada asfaltata; Tom disse che dovevamo seguirla.

«Non è meglio risalire fino all’autostrada?»

«Troppo esposta. Il vento spazza i tratti non riparati.»

«Lo so, ma ci sono tratti aperti anche qui. E là si cammina meglio.»

«Può darsi. I piedi, eh? Fa freddo anche lassù. E poi, lungo questa strada c’è una serie di gabinetti, ricordo di quando la zona faceva parte di un parco marittimo. Se sarà il caso, potremo fermarci in uno: in alcuni ci ho messo provviste di legna da ardere.»

«D’accordo.»

La strada era solo una serie di chiazze d’asfalto nella foresta, interrotta con regolarità da piccoli burroni. Procedevamo con una certa lentezza e presto non sentii più i piedi. Camminare mi sembrava un’impresa. Tom si teneva sopravvento rispetto a me, di tanto in tanto mi sorreggeva con la destra. Non sapevo nemmeno dov’ero, finché non giungemmo a una lunga distesa priva d’alberi, coperta di arbusti alti un metro, squassati dal vento. Da lì si vedeva il mare e il vento colpiva con tutta la sua forza.

«Tom, ho freddo.»

«Lo so. Più avanti c’è un vecchio gabinetto; ci fermeremo lì. Lo vedi?»

Ma quando vi arrivammo, scoprimmo che la parete opposta era crollata e che il tetto mancava. E il gabinetto si riempiva di fanghiglia.

«Maledizione» disse Tom. «Allora è il prossimo.»

Continuammo. Non mi accorgevo di tremare. «Tengo sueño» borbottai. «Ten-go sue-gno.» Il freddo: so di averlo menzionato molte volte; ma non quanto basta a far capire la sua forza, la sua influenza micidiale… il male che fa anche se si è insensibili, come prosciuga di ogni forza, come tiene sveglia una parte della mente, spaventata a morte che le altre parti siano addormentate come le dita…

«Henry!»

«… Eh?»

«Siamo quasi arrivati. Mettimi il braccio attorno alle spalle. Henry! Il braccio. Così.» Mi sorresse e barcollammo verso il gabinetto… l’unico edificio dei vecchi tempi più piccolo di casa mia.

«È questo» disse Tom. «Entriamo a scaldarci, poi riprendiamo il cammino. Il vento non continuerà a soffiare così per tutto il giorno. Siamo a tre chilometri da casa, non di più. Ma il vento è troppo. Andiamo al riparo.»

I cespugli rimbalzavano in continuazione contro il terreno; sul pendio in alto, il vento ululava fra gli alberi. La neve oscurava la vista del mare, continuava a colpirmi negli occhi. Raggiungemmo la costruzione isolata. Tom scrutò cautamente nell’apertura. «Bene» disse «è questo. E non ci sono animali.»

Mi tirò dentro, mi aiutò a sedermi contro la parete. Il vano d’ingresso era rivolto all’entroterra, per cui il riparo dal vento era totale. Già questo era una benedizione. Ma nell’angolo di fronte a me c’era una grossa catasta di rami, legno morto da tempo e perfettamente secco. Tom balzò verso la catasta, congratulandosi da solo, e cominciò a spostare la legna nel vano d’ingresso. Soddisfatto del lavoro, frugò nella sacca e tirò fuori un accendino. Come per magia scaturì un’alta fiammella. Alla luce arancione, la faccia di Tom brillò: un sorriso la divideva in due e metteva in mostra la decina di denti rimasti. Dalla zucca l’acqua gli colava nel complicato sistema viario di rughe; barba e capelli erano arruffati, gli occhi mostravano il bianco attorno all’iride. Le mani gli tremavano. Si mise a ridere come un animale selvatico. Spense e accese la fiammella due volte, poi si piegò sui talloni e l’accostò ai rametti più piccoli e ai fuscelli alla base della catasta. Quasi subito tutta la legna prese fuoco. L’aria del piccolo locale si scaldò. Mi strinsi fra le mani i piedi e cambiai posizione per accostarli alla fiamma. Tom vide che riuscivo a muovermi da solo e saltellò allegramente attorno al fuoco.

«Se avessimo da mangiare, saremmo a posto. Neanche un castello sarebbe meglio. La mia stessa casa non sarebbe migliore. Ragazzo, guarda il vento. Infuria. Ma sembra che la nevicata si calmi. Appena ci saremo scaldati faremo una corsa a casa a procurarci un buon pasto, eh? Soprattutto se smette di nevicare.»

Da dentro la nostra piccola fortezza, il ruggito del vento era rumoroso. Mi scaldai abbastanza da ricominciare a tremare. I piedi mi causavano fitte di dolore, bruciavano. Tom mise altra legna sul fuoco. «Uau! Guarda che vento. Ragazzo, il peggio è passato. Il peggio è passato, capisci?»

«Uh.» Credevo di capire. Ma questo non era il peggio, per me. Il peggio era avanzare nell’acqua di notte, dentro un’onda gigante che si frangeva, senza sapere se c’erano scogli fra me e la spiaggia. Ero stufo del peggio, almeno per il momento e forse per sempre. Non volevo averci più niente a che fare.

Ci scaldammo abbastanza da toglierci i vestiti e strizzarli. Poi Tom mi disse di prepararmi a partire. «Non nevica più e il giorno non durerà per sempre.» Ero affamato come un lupo, perciò ammisi che aveva ragione, anche se mi dispiaceva abbandonare il rifugio. In quella che sembrava una ninnananna del vento, lasciammo il nostro fortino e ci affrettammo lungo la strada d’asfalto. Subito il vento ci gelò i vestiti; sentivo la giacca e i mutandoni riempirsi d’umidità. Le nuvole galoppavano nel cielo, ma per il momento la neve aveva smesso di cadere.

«Neve a luglio» borbottò Tom, con una bestemmia. Si mise di nuovo sopravvento rispetto a me e regolò l’andatura sulla mia, passo a passo. Entrambi tenevamo la faccia girata per non esporla al vento. «In questa zona non nevicava mai. Mai. Era già tanto che piovesse qualche volta. E gli sbalzi di temperatura dell’oceano. Folli. Qualcosa ha mandato a puttane il clima del mondo, Hank, te lo dico con la massima certezza. Mi chiedo se abbiamo dato inizio a un’altra epoca glaciale. Ragazzo, non gli servirebbe da lezione? Certo che gli servirebbe da lezione, maledetti loro. Se è colpa della guerra, gli sta bene e buona notte al secchio. Se siamo stati noi, prima di essere colpiti, allora è buffo. Rivincita postuma, giusto, Henry? Eh?»

Continuò con quelle scempiaggini, nel tentativo di distrarmi.

«Una volta hai imparato un brano che si adatta alla nostra situazione attuale, vero, Hank? Non ti ho dato da studiare qualcosa del genere? Tom si raffredda, ragazzo, l’hai detto. Congela! Non l’ho mai imparato a memoria nemmeno io. Soffiate, venti! Grandinate, uragani! Qualcosa del genere. Certo una buona recita, se lo dico io…»

E via di questo passo, finché il freddo non prese anche lui; allora Tom abbassò la testa, mi strinse il braccio intorno alla vita e arrancammo. Pareva che dovesse durare per sempre. Una volta alzai gli occhi e vidi il mare verde come la foresta, nubi grigie ammassate sull’acqua, creste spumose che si frangevano da ogni parte, al punto che il mare era quasi tanto bianco quanto verde. Poi riabbassai la testa.

A un certo punto Tom disse: «Lassù c’è il costone e casa mia. Ce l’abbiamo quasi fatta.»

«Bene.»

Allora ci trovammo di nuovo fra gli alberi e attraversammo il costone. Al di là di Concrete Bay e su fino all’autostrada. Nevicava di nuovo, non si vedeva un accidente. Gli alberi sembravano fantasmi usciti dalla fanghiglia che cadeva dal cielo. Volevo affrettarmi, ma non sentivo più i piedi e continuavo a inciampare. Se non fosse stato per il vecchio, sarei caduto una decina di volte.

«Andiamo a casa mia» dissi. «Non ce la faccio a salire fino alla tua.»

«Certo. Tanto, tuo padre vorrà vederti.»

Perfino la valle sembrava allungarsi; fu un’impresa attraversarla. Barcollando passammo davanti al grosso eucalipto all’angolo, arrivammo alla porta. In vita mia non ero mai stato così felice di vedere la baracca. Dal tetto scivolò una fanghiglia biancastra, quando battemmo il pugno contro la porta ed entrammo all’improvviso, come viaggiatori smarriti da tempo. Pa’ dormiva, ma si svegliò subito e mi abbracciò, sorpreso. Si tirò i baffi. «Hai un’aria terribile» disse. «Cos’è successo ai tuoi vestiti?»

Tom e io scoppiammo a ridere; cominciammo a parlare. Posai i piedi sopra la stufa, sentii la pelle bruciare. Tom parlava in fretta come Jennings, rideva una frase sì una no. Saccheggiai gli scaffali e lanciai a Tom mezza pagnotta, conservandone un pezzo per me.

«Non hai altro?» chiese Tom, a bocca piena. Pa’ tirò fuori per noi un po’ di carne secca. La divorammo in un baleno. Mangiammo tutto quello che c’era di commestibile in casa e attizzammo il fuoco nella stufa, più alto di quanto fosse mai stato dalla morte di mia madre. E non smettemmo di parlare.

«Non sapevo cosa t’avrei raccontato» diceva Tom. «Era sparito per sempre!» Pa’ lo guardava a occhi sgranati. Presi il secchio d’acqua e mi lavai con uno straccio, ripulendomi della sabbia sotto le ascelle e nell’inguine. Il bruciore ai piedi era aumentato. Continuammo a raccontare a Pa’ la nostra storia, confondendolo del tutto. Alla fine la smettemmo tutt’e due nello stesso istante.

«Sembra che te la sei vista brutta» disse Pa’.

«Sì» confermò Tom e rise forte, quasi istericamente, di sollievo. Si mise in bocca l’ultimo pezzetto di pane, annuì, inghiottì. «Brutta davvero.»

PARTE TERZA

Il mondo

11

Tom andò a casa sua. Dormii come un sasso per il resto della giornata e per tutta la notte. Il mattino dopo, rimasi male nel vedere che la tempesta era cessata. Il sole inondava la porta come se non fosse mai andato via. E se noi ci fossimo trattenuti nel rifugio ancora un giorno, saremmo tornati a casa con la massima facilità. Mandai un lamento. Fa’ mi udì e smise di cucire. «Vado io a prendere l’acqua, stamattina?»

«No, lascia stare. Sono solo indolenzito.» A dire il vero, le braccia erano blocchi di legno, e i muscoli delle gambe pure; e purtroppo scoprii di avere un mucchio di graffi, lividi e tagli che dolevano praticamente a ogni respiro. Ma non vedevo l’ora di uscire, di guardare in giro. Con altri gemiti, mi alzai dal letto.

Fuori di casa, imboccai il sentiero (a ogni passo i secchi strattonavano le mie povere braccia) e la luce del sole mi colpì negli occhi. C’era ancora qualche nuvola, ma il cielo era in gran parte sereno e un filo di vapore s’alzava da ogni cosa. La casa di bidoni dei Costa sembrava bruciare, da come fumava. Procedetti a fatica lungo il sentiero, fissando ogni particolare.

Ho già descritto la valle? Ha la forma di una mano a coppa ed è piena di alberi. Nella piega del palmo c’è il fiume che scorre sinuoso fino al mare, e i campi di granturco, d’orzo, di patate. L’attaccatura della mano è monte Basilone: lassù c’è la casa dei Costa, la torre di Addison, la traballante casa di Rafael con annessa officina. Dalla parte opposta, le dita coperte di foreste del costone di Tom. Tutte le case più vecchie erano stravaganti: non l’avevo mai notato, ma ora me ne accorgevo. Rafael continuava ad aggiungere stanze per conservare meccanismi e congegni vari; seguiva il profilo del pendio montuoso, quindi a un certo punto chi avesse voluto disegnarne la pianta avrebbe tracciato una X in cima a una W. Doc Costa si era costruito la casa sfruttando bidoni di petrolio, come ho già detto, per trattenere il calore d’inverno e il fresco d’estate. Probabilmente non aveva previsto che la casa si sarebbe messa a ululare come uno spettro al minimo alito di vento; diceva che la cosa non gli dava alcun fastidio, ma secondo me era questa la ragione per cui Mando s’impressionava tanto facilmente. I Nicolin avevano la loro grossa casa dei vecchi tempi, sul promontorio prospiciente la spiaggia, e gli Eggloff erano rintanati più all’interno del pendio, nel punto d’incontro fra il pollice e l’indice, se manteniamo il paragone con la mano a coppa. Vivevano lì come donnole, ed erano anche vicini al cimitero, ma sostenevano di battere Doc, in quanto a caldo d’inverno e fresco d’estate. E poi c’era Tom, in cima al costone, dov’era destinato a gelare nelle tempeste e ad arrostire nei giorni di sole, ma a lui non importava niente. Lui voleva guardare. Proprio come Addison Shark, si sarebbe detto, che si era stabilito su monte Basilone in una casa costruita intorno a una vecchia torre elettrica; ma forse Addison stava lì perché il posto era grazioso e vicino a San Clemente, dove lui conduceva i suoi traffici al riparo d’occhi indiscreti. Le case più recenti, ora, si trovavano giù nella valle, vicino ai campi coltivati, a giusta distanza dal fiume, e tutti avevano dato una mano a costruirle, tanto che sembravano quasi fatte in serie: scatole quadrate, montanti di ferro agli angoli, pareti di legno stagionato, tetto di legno o di lamiera o anche di tegole. Mettendone due insieme si aveva lo stabilimento per i bagni.

Giunto al fiume, mi sedetti cautamente e continuai a guardarmi intorno. Non riuscivo a saziarmi. Tutto mi sembrava familiare, eppure estraneo. Prima del viaggio a sud di Onofre, quella era solo la mia casa, un luogo naturale; le case, il ponte e i sentieri, i campi e le latrine, ne facevano parte quanto le scogliere, il fiume, gli alberi. Ma adesso vedevo la valle con occhi nuovi. Il sentiero. Un largo tratto polveroso di terra battuta che tagliava le erbacce, che curvava per superare l’angolo dell’orto dei Simpson, che si restringeva dove le rocce s’ammassavano ai lati… Seguiva quel percorso perché tutti avevano convenuto, quando la gente si era trasferita nella valle, che era la via migliore dal fiume ai campi meridionali. Il pensiero umano aveva creato quel sentiero. Guardai il ponte… rozze tavole su montanti d’acciaio, che superava il vuoto fra le basi di pietra delle rive. Gente che conoscevo aveva progettato, e costruito, quel ponte. E lo stesso valeva per ogni edificio della valle. Cercai d’immaginare il ponte com’era un tempo, in quanto parte delle cose di una volta, ma non ci riuscii. Quando si cambia, non si torna indietro. Niente sembra più lo stesso di prima.

Mentre tornavo a casa, con le braccia che mi dolevano per il peso dei secchi pieni, mi sentii afferrare rudemente da dietro.

«Ahia!»

«Sei tornato!» Era Steve Nicolin, con un sorriso tutto denti. «Dove te ne stai nascosto?»

«Sono tornato solo ieri notte» protestai.

Steve prese un secchio. «Be’, racconta.»

Risalimmo insieme il sentiero. «Sei tutto sderenato!» disse Steve. «Barcolli!»

Gli raccontai della corsa in treno a sud e della cena a casa del Sindaco. Steve socchiuse gli occhi, cercando d’immaginare la casa sull’isola, ma non ci sarebbe mai riuscito, mi dissi. Né potevo, solo a parole, trasmettergli l’impressione esatta. Quando gli parlai del viaggio di ritorno, della fuga a nuoto e di tutto il resto, posò il secchio nell’orto di Pa’ e mi afferrò per le spalle, scuotendomi e ridendo alle nuvole. «Saltato in acqua! Nella tempesta! Bravo, Henry, bravo davvero!»

«Incosciente, altro che bravo» dissi, massaggiandomi il braccio, mentre lui saltellava intorno al secchio. Ma ero compiaciuto.

Steve smise di saltellare e sporse le labbra. «Così questi giapponesi sbarcano nell’Orange County?»

Annuii.

«E il Sindaco di San Diego vuole che lo aiutiamo a farli smettere?»

«Esatto. Ma Tom non sembra molto entusiasta dell’idea.»

I cavolfiori avevano le lumache. Mi chinai cautamente a sbatterle via. Da vicino vedevo i danni che quegli animali nocivi avevano fatto a ciascuna testa. Erano cavolfiori ben miseri. Mandai un sospiro, ricordando le insalate alla cena del Sindaco.

«Sapevo che gli sciacalli macchinavano qualcosa» disse Steve, fissando il nord. «Ma aiutare i giapponesi è proprio spregevole. Gliela faremo pagare. E saremo la resistenza americana!» Agitò il pugno al cielo.

«Almeno una parte, comunque.»

L’idea lo trasportò in un mondo tutto suo; Steve vagò nell’orto, senza badarmi. Strappai qualche erbaccia, ispezionai il resto dei cavolfiori. Non era un buon lavoro.

Con aria indifferente Steve mi chiese: «Esci a pesca, oggi?»

«Non credo. Ho le braccia ancora così rigide che quasi non riesco a muoverle. Non sarei di alcun aiuto.»

«Be’, io invece fra poco devo andarci.» Steve si accigliò. «Ma parlami ancora di questo Sindaco.»

Così per un poco parlammo del viaggio e Pa si unì a noi nell’orto ad ascoltarmi. Steve se ne andò presto. Trascorsi il resto della giornata a sonnecchiare e stiracchiarmi nell’orto, cercando di sciogliermi i muscoli. Anche quella notte dormii come un ghiro. Il mattino dopo, Steve passò da casa mia per accompagnarmi alla foce. Gli uomini smisero di tirare in acqua le barche il tempo necessario a salutarmi e rivolgermi alcune domande. Quando John si avvicinò, smettemmo tutti di parlare e fingemmo di essere indaffarati, finché lui non passò oltre. A un certo punto mettemmo in acqua le barche; portarle al largo richiese tutta la nostra attenzione. I pescatori rimasero impressionati perché ero riuscito a nuotare di notte in quei marosi; a dire il vero, ero impressionato quanto loro: sentii tornare la paura, ma cercai di non darlo a vedere. Lontano, a sud, vedevo le lunghe linee curve dei marosi correre verso la riva, frangersi, rotolare sulla spiaggia bianca di spuma. Niente eguagliava una simile esibizione di potere incontrollato. Ero fortunato di essere sopravvissuto, maledettamente fortunato! Ricacciai il cuore al suo posto e strinsi i pugni per impedire che le mani mi tremassero.

Rafael voleva sentire tutto sui giapponesi. Mentre calavamo le reti, continuai il racconto; lui mi rivolse alcune domande e mi divertii. John si avvicinò in barca, ordinò a Steve di andare a pescare con la canna… e disse a me di restare lì a occuparmi delle reti. Steve salì sul canotto e remò verso sud; girando appena la testa ci lanciò un’occhiata di stizza.

E poi arrivò di nuovo il momento di uscire a pesca. Le barche si agitavano parecchio nel mare mosso, gli spruzzi brillavano al sole, le montagne verdi danzavano all’orizzonte, a nord e a sud. Calammo le reti (le braccia protestavano ogni volta che tiravo o lanciavo), le tendemmo in cerchio, le ritirammo piene di pesce. Remai, tirai reti, ammazzai pesce, mi ressi alla falchetta, parlai, mi massaggiai le braccia e, lanciando una volta un’occhiata al solito panorama della valle dal mare, credetti che la mia avventura fosse conclusa. Nonostante tutto, mi dispiaceva.

Terminata la pesca, portate a secco le barche, Steve e io trovammo tutta la banda in attesa in cima alla scogliera. Kathryn mi abbracciò, Del e Gabby e Mando mi diedero manate sulla schiena dolorante e guardarono con ahhh! e ohhh! di stupore i tagli e i lividi di cui ero pieno. Kristen e Rebel lasciarono i forni e si unirono a noi; tutti mi chiesero di raccontare la mia avventura. Mi sedetti e iniziai; per l’entusiasmo, procedevo a spizzichi, facevo lunghe pause d’effetto.

Era la terza volta, in due giorni: ormai facevo tesoro di certi giri di frase che sembravano rendere più avvincente il racconto. Ma era anche la terza volta che Steve Nicolin ascoltava; capivo, da come serrava le labbra e da come guardava lontano fra gli alberi, che si annoiava. Riconosceva tutte le frasi, mi frenava. Trovai nuove descrizioni, ma non faceva differenza. Così esposi gli avvenimenti più in fretta che potevo; Gab e Del saltarono su a tempestarmi di domande per sapere i particolari. Mentre rispondevo, Steve ascoltava, ma continuava a guardare fra gli alberi. Pur limitandomi ai fatti, avevo l’impressione di raccontare spacconate. Kathryn s’intrecciava le ciocche ribelli e m’incoraggiava con un commento qua e là; si era resa conto della situazione: la sorpresi a scoccare occhiatacce a Steve. Tornammo all’argomento San Diego; parlai loro di La Jolla, pensando che Steve non avesse ancora ascoltato quella parte del viaggio. Descrissi le rovine della scuola e il luogo dove stampavano libri; stavolta Steve ammorbidì la stretta delle labbra e mi guardò.

«… E poi, dopo averci mostrato ogni cosa, ha dato a me e a Tom due libri, uno ancora bianco, per scriverci, e uno stampato da poco, dal titolo» pausa d’effetto «Un americano intorno al mondo.»

«Cosa?» disse Steve. «Un libro?»

«Un americano intorno al mondo» ripeté Mando; assaporò le parole, a occhi spalancati.

Riferii quel che sapevo. «Questo tizio è andato a Catalina e da lì ha fatto il giro del mondo prima di tornare a San Diego.»

«Come?» chiese Steve.

«Non so. C’è scritto nel libro, ma non l’ho letto. Non abbiamo avuto tempo.»

«Perché non me ne hai parlato prima?»

Mi strinsi nelle spalle.

«Credi che Tom abbia già terminato di leggerlo?» chiese Mando.

«Non mi stupirebbe. Lui legge in fretta.»

Tutti annuirono. «Più in fretta di chiunque altro» dichiarò Mando.

Steve si alzò. «Henry, sai che ho già sentito la storia della nuotata, quindi scusami, ma vado a strapparlo di mano al vecchio, se riesco.»

«Stephen» cominciò Kathryn, con impazienza. La interruppi: «Certo, Steve.»

«Devo leggere quel libro. Se me lo procuro, lo leggeremo tutti insieme di mattina.»

«Ma prima di domani l’avrai già terminato» protestò Gabby.

«Steve» disse di nuovo Kathryn. Ma lui era già per strada e la zittì con un gesto, senza neanche girarsi.

Lo guardammo dirigersi in fretta all’autostrada. Continuai il racconto. Ma senza Steve, anche se era stato d’ostacolo, mi divertivo molto meno.

Era quasi il tramonto, quando terminai. Gabby e Del tornarono a casa. Mando e Kristen seguirono a ruota; sull’autostrada, Mando si avvicinò timidamente a Kristen e la prese per mano. Inarcai un sopracciglio. Kathryn lo notò e scoppiò a ridere.

«Già, gatta ci cova.»

«Dev’essere successo mentre ero via.»

«Ancora prima, credo; ma adesso sono più arditi.»

«Non è successo nient’altro?»

Kathryn scosse la testa.

«Steve come l’ha presa?»

«Oh… non troppo bene. Gli dava fastidio che tu e Tom foste via. I rapporti fra lui e John si sono fatti più tesi. Quei due…»

«Lo so.»

«Speravo che si calmasse, vedendoti tornare.»

«Può darsi che si calmi.»

Kathryn scosse la testa: sospettai che avesse ragione.

«Quelli di San Diego verranno di nuovo da queste parti, giusto? E poi, il libro. Non so cosa succederà, quando l’avrà letto.» Aveva un’aria spaventata che mi sorprese. Non ricordavo d’averla mai vista spaventata.

«È solo un libro» dissi debolmente.

Mi lanciò un’occhiata penetrante. «Quello scemo finirà per voler fare anche lui il giro del mondo. Lo so.»

«Non potrebbe.»

«Basta e avanza che lo voglia, per quanto mi riguarda.» Sembrava così amareggiata e sconsolata che mi venne voglia di chiederle cosa c’era fra lei e Steve. Certo non era solo la questione del libro. Ma esitai. Non erano affari miei, per quanto bene li conoscessi e per quanto curioso fossi.

«Meglio tornare a casa» disse Kathryn. Il sole scivolava sotto le montagne. La seguii fino al sentiero del fiume, guardandole la schiena e le ciocche ribelli. Varcato il ponte, lei mi mise il braccio sulle spalle e mi diede una stretta che mi strappò una smorfia di dolore. «Sono felice che tu non sia annegato, laggiù.»

«A chi lo dici!»

Si mise a ridere e se ne andò. Ancora una volta mi domandai cosa ci fosse fra lei e Steve… di cosa parlassero, eccetera. Come sempre, ero incuriosito soprattutto dalle cose che non potevo sapere. Anche se uno dei due avesse voluto parlarmene, non avrebbe potuto farlo… non c’era il tempo, e non c’era l’onestà.

Quella notte Steve era furibondo. «Non ha voluto darmi il libro! Ci credi? Ha detto di tornare domani.»

«Almeno ha intenzione di farcelo leggere.»

«Ma certo! E sarà meglio! Se non lo fa, lo prendo a pugni e glielo porto via! Non vedo l’ora di leggerlo. E tu?»

«Anch’io ne ho una gran voglia» ammisi.

«Credi che l’autore sia andato in Inghilterra? Così ne sapremmo di più sulla costa orientale. Mi auguro che ci sia andato.» Discutemmo di possibili percorsi e di questioni di viaggio, senza dati su cui basare le ipotesi, finché Pa’ non ci buttò fuori di casa, dicendo che era ora d’andare a dormire. Sotto il grande eucalipto (le foglie erano tutte bruciate dalla tempesta) ci accordammo per andare da Tom il giorno dopo, terminata la pesca, e costringerlo, con le cattive se occorreva, a darci il libro, perché eravamo fieramente decisi a rimediare in parte alla nostra ignoranza del mondo e quél libro sembrava il più adatto a farlo.

Il giorno dopo, quando arrivammo da Tom, senza fiato per la corsa, scoprimmo che Mando, Kristen e Rebel erano già lì. «Molla l’osso» ansimò Steve, entrando come una furia.

«Ehi, ehi» disse Tom, piegando la testa a fissare Steve. «Avevo una mezza idea di darlo prima a un altro.»

«Glielo strapperò di mano.»

«Be’, non so» disse Tom, strascicando le parole e guardando in giro per la stanza. «Hank avrebbe il diritto di precedenza. L’ha visto per primo, capisci?»

Come mettere sale sulla ferita. Steve s’imbronciò. Aveva un’aria estremamente seria, ma Tom lo guardò negli occhi ammiccando con l’innocenza di un agnello.

«Ah» disse. «Stammi a sentire, Steve Nicolin. Devo andare a lavorare un poco agli alveari. Ti presto il libro; ma anche gli altri vogliono leggerlo, perciò, prima di andartene, leggi ad alta voce un paio di capitoli. Anzi, leggi finché non torno, e dopo discuteremo le modalità del prestito.»

«Affare fatto» disse Steve. «Dammi il libro.»

Tom andò in camera da letto e tornò con il libro. Steve mandò un grido di trionfo e gli balzò addosso; vociarono e si spintonarono finché Steve non s’impadronì del libro. Tom prese l’equipaggiamento da apicoltore e disse: «Attenti, con le pagine.» Poi aggiunse: «E non piegate troppo la costola.» E cose del genere.

Appena Tom uscì, Steve sedette accanto alla finestra. «Bene, adesso comincio a leggere. Sedetevi e fate silenzio.»

E cominciò.

UN AMERICANO INTORNO AL MONDO

Ossia il resoconto di una circumnavigazione del globo durante gli anni dal 2030 al 2039, di GLEN BAUM.

Nacqui a La Jolla, figlio di un paese distrutto, e crebbi nell’ignoranza del mondo e delle sue condizioni; ma sapevo che c’era, e che me ne tenevano lontano. La sera del mio ventitreesimo compleanno, dalla cima di monte Soledad guardai la distesa smisurata dell’oceano. All’orizzonte, luci fioche ammiccavano, simili a stelle rosse, raggruppate come in una costellazione sulla gobba nera nelle tenebre, l’isola di San Clemente. Sotto quei puntini rossi camminavano senza mai mostrarsi gli stranieri che avevano solo il compito di tenermi lontano dal mondo, come se il mio paese fosse una prigione. D’un tratto mi resi conto di non poter più sopportare questa situazione e decisi su due piedi, prendendo a calci i sassi della cima fino a formare un cumulo a testimonianza del mio impegno, che sarei sfuggito alle restrizioni imposte su di me e avrei girato il globo per vedere quel che volevo. Avrei scoperto cos’era il mondo in realtà, avrei visto i cambiamenti occorsi in seguito alla grande devastazione del mio paese, sarei tornato e avrei riferito ai miei compatrioti quel che avevo visto.

Dopo qualche settimana di riflessione e di preparativi, mi ritrovai sul troncone del molo Scripps, insieme con mia madre in lacrime e con alcuni amici. Il piccolo sloop appartenuto a mio padre dondolava impaziente sulle onde. Salutai con un bacio mia madre, le promisi di tornare se possibile entro quattro anni, scesi la scaletta del molo e salii a bordo. Il sole era appena tramontato. Con una certa trepidazione mollai gli ormeggi e navigai nella notte.

Era una notte chiara; il vento Santa Ana soffiava debolmente dal quadrante di dritta e mi spingeva a buona velocità verso nordovest. Intendevo raggiungere l’isola di Catalina, anziché quella di San Clemente, perché correva voce che a Catalina si trovasse un numero di stranieri dieci volte superiore e anche l’aeroporto più grande. Nella barca portavo una buona giacca pesante, un involto con pane e formaggio di mia madre, e basta. Nient’altro di quel che potevo procurarmi a La Jolla mi sarebbe stato utile. In dieci ore attraversai il canale, mantenendo sempre la rotta.

A oriente strisce azzurre filtravano nel nero, quando mi avvicinai alla ripida costa di Catalina. Le montagne nere, segnate da nervature di un nero meno intenso, erano punteggiate di luci rosse, bianche, gialle, azzurre. Navigai intorno al capo meridionale dell’isola, con l’intenzione di prendere terra in una spiaggia adatta allo scopo e di camminare fino ad Avalon. Per mia sfortuna, il lato occidentale di Catalina sembrava formato da scogliere ripidissime e prive di spiaggia, assai diverse dagli analoghi tratti della costa di San Diego; era quel momento dell’alba in cui si distinguono i contorni ma non il colore delle cose. In quel mondo di sfumature grigie navigai seguendo la costa (al riparo dell’isola il vento era caduto), quando con sorpresa vidi contro la scogliera una vela, issata da un albero che non avevo notato. Subito cercai di virare verso il mare aperto, ma la barca bordeggiò lentamente davanti a me per intercettarmi. Meditavo se mi convenisse dirigermi alla scogliera e tentare lì la sorte, quando vidi che l’unica persona a bordo dell’altra barca era una ragazza dai capelli neri. Mi passò davanti e mise la sua imbarcazione in rotta parallela alla mia, poi mi si accostò, senza smettere di fissarmi.

«E lei chi è?» mi chiese.

«Un pescatore di Avalon.»

Scosse la testa. «Chi è lei?»

Dopo un attimo d’esitazione, scelsi la temerarietà e gridai: «Vengo dalla terraferma e vado ad Avalon e nel mondo!»

Lei m’indicò a gesti di ammainare la vela; eseguii l’operazione. Lei mi imitò e le nostre barche vennero a contatto. Pur bianca di pelle, la ragazza aveva lineamenti orientali. Le domandai se ci fosse una spiaggia dove prendere terra. Mi rispose che c’era, ma che tutte le spiagge erano pattugliate, come le coste dell’isola, da guardie che portavano in galera chi era privo di documenti.

Non avevo previsto questa difficoltà e non sapevo che cosa fare. Guardai l’acqua lambire le barche, poi dissi alle ragazza: «Non potrebbe aiutarmi?»

«Sì» rispose lei. «E mio padre le procurerà i documenti. Ecco, salga a bordo della mia barca. Bisogna abbandonare la sua.»

Controvoglia scavalcai le falchette, portando con me il fagotto. La barca di mio padre dondolò, vuota. Prima di staccarci, dall’altra barca presi un’accetta e squarciai il fondo della mia. Di nascosto mi asciugai una lacrima, mentre la guardavo affondare.

Nel doppiare il capo meridionale per avvicinarci ad Avalon, la ragazza «si chiamava Hadaka» mi disse di nascondermi sotto il pesce sul fondo della barca. Aveva fatto pesca notturna e catturato un buon numero di prede il cui contatto mi metteva a disagio: anguille, calamari, squali grigi, scorpene, polpi, tutti alla rinfusa. Ma seguii il suo consiglio. Rimasi disteso, respirando a fatica, immobile come i pesci morti che mi ricoprivano, mentre lei si fermava all’ingresso del porto di Avalon e veniva interrogata in giapponese. Entrai ad Avalon, con un polpo sul viso.

Quando Hadaka ebbe ormeggiato la barca, saltai fuori e mi comportai come se fossi il suo aiutante. «Lasci lì i pesci» disse la ragazza, quando furono coperti. «Svelto, venga a casa mia.»

Percorremmo una strada ripida, passando davanti a mercati appena aperti. Mi sentivo al centro dell’attenzione, non foss’altro per come puzzavo di pesce; ma per fortuna nessuno badò a noi. Su fra le colline che circondano la città, varcammo senza farci scorgere un cancello e ci trovammo nel piccolo giardino davanti alla casa della sua famiglia.

A oriente il sole colpì il suolo dell’America e splendette su di noi. Mi ero lasciato alle spalle il mio paese, per la prima volta in vita mia ero in terra straniera.

«Bene, questo era il primo capitolo» disse Steve. «Lui si trova a Catalina!»

«Leggi ancora!» esclamò Mando. «Vai avanti!»

«Basta così» disse Tom dalla porta. «È tardi, ho bisogno di pace e riposo.» Tossì, posò in un angolo l’attrezzatura da apicoltore. Ci indicò di uscire: «Nicolin, puoi tenere il libro quanto basta e leggerlo…»

«Uau!»

«Calma, calma. Quanto basta a leggerlo agli altri qui presenti.»

«Bene» disse Mando, con un’occhiata avida al libro.

«Sarà divertente» disse Kristen; e guardò Mando.

«D’accordo» convenne Steve. «E poi, mi piace leggere ad alta voce.»

«Bene, allora andate a casa a cena. Tutti!»

Tom ci cacciò fuori, non senza rivolgere a Steve terribili avvertimenti sulle conseguenze di eventuali danni al libro. Steve rise e ci precedette giù lungo il sentiero del costone, reggendo alto il libro, con aria di trionfo. Guardai in direzione di Catalina, stimolato dalla curiosità; ma le nuvole m’impedirono di scorgerla. Sull’isola c’erano degli americani! Avevo una gran voglia d’andarci anch’io. Con la punta del piede malandato urtai un sasso; mandai un gemito di dolore e riportai l’attenzione al sentiero. In basso, nel punto in cui si biforcava, ci fermammo e decidemmo di riunirci il pomeriggio seguente a leggere altre pagine del libro.

«Vediamoci ai forni» disse Kristen. «Kathryn vuole fare un’infornata completa, domani.»

«Dopo la pesca» assentì Steve e scantonò lungo il sentiero della spiaggia, tenendo in alto il libro.

Ma il giorno seguente, dopo la pesca, Steve non era altrettanto allegro. John continuava a tormentarlo per chissà quali motivi e, tirate a secco le barche, gli ordinò di aiutare a dividere il pesce e a pulirlo. Steve si bloccò, immobile come una roccia, a fissare il padre, finché non gli rifilai una gomitata e lo spinsi via.

«Avverto gli altri che farai tardi» dissi; e lo lasciai sulla scogliera prima che sfogasse su di me la rabbia, con qualcosa di più di una semplice occhiataccia.

Su ai forni, Kathryn aveva messo le ragazze al lavoro: Kristen e Rebel pompavano i mantici, rosse per lo sforzo, striature di farina nei capelli. Kathryn e Carmen Eggloff preparavano tortillas e pagnotte e le disponevano sulle teglie. Sopra i forni di mattoni, l’aria tremolava per il calore. Dietro l’angolo della casa dei Mariani, la signora M. aiutava altre ragazze a impastare farina d’orzo. Kathryn smise di comandare a bacchetta Kristen e Rebel quanto bastava a salutarmi. «Vatti a sedere» mi disse, quando le riferii che Steve avrebbe tardato. «Tanto, Mando e Del non sono ancora arrivati.»

«Gli uomini sono sempre in ritardo» commentò da dietro l’angolo la signora Mariani. Si divertiva a stare in compagnia delle ragazze a spettegolare. «Henry, dov’è la tua amica Melissa?» mi chiese, con la speranza di mettermi in imbarazzo.

«Non l’ho ancora vista, da quando sono tornato» risposi con disinvoltura.

Rebel e Carmen discutevano. «Non posso credere che Jo sia così stupida da restare di nuovo incinta» disse Carmen. «È una vergogna.»

«No, se ne farà uno giusto» obiettò Rebel.

«Ne ha fatti quattro di fila, uno peggio dell’altro. Un segno da non trascurare.»

«Ma è dura non avere niente da mostrare, dopo tante gravidanze» disse Rebel.

«Erano malfatti» disse Carmen. «Veramente malfatti.»

«Li crea Dio anche loro» replicò Rebel, mettendo il broncio.

«Lui non li fa deformi» obiettò Carmen. «È colpa delle radiazioni; e sono sicura che Dio non approva. Quando nascono deformi, è una benedizione per loro rimandarli al Creatore e lasciare che Lui ci provi di nuovo. Se li lasciamo in vita, saranno un peso per se stessi, oltre che per noi. Non so come fai a non capirlo, Rebel.»

Rebel scosse la testa ostinatamente. «Sono tutti figli di Dio.»

«Ma sarebbero un peso» intervenne Kathryn, in tono pragmatico. «Bisogna capire che non si deve avere un figlio fin dopo il giorno dell’imposizione del nome.»

«Non ne abbiamo il diritto» disse Rebel. «E se fossi nata tu, con un braccio solo? Avresti avuto ugualmente il cervello e l’iniziativa per riportare il pane in questa valle. Il tuo talento non è nel corpo.»

«Il pane l’ha riportato il lievito, non io» disse Kathryn, cercando di alleggerire la tensione.

«Ma se li lasciamo vivere» continuò Carmen «metà della valle sarebbe di menomati. E la generazione successiva rischierebbe di non sopravvivere.»

«Non ci credo» disse Rebel. Sua madre, dopo Del e lei, aveva avuto quattro figli deformi: per questo Rebel era molto sensibile all’argomento. Credo che sentisse la mancanza di quei mocciosi. Ma Carmen era altrettanto ferma nell’altro senso. Toccava a lei e a Doc prendere la decisione; secondo me non le piaceva nemmeno che se ne parlasse. Kathryn capì che cominciavano a scaldarsi, notò il mio interesse e preferiva, credo, che non facessi da spettatore. Disse: «Forse Jo non aveva intenzione di restare incinta.»

«Ah, ne sono sicura» intervenne la signora Mariani, con un sorrisetto compiaciuto. «Marvin Hamish non è tipo da badare troppo al calendario.»

Risero tutte, anche Rebel e Carmen. Poi arrivarono Mando e Del. Il discorso si spostò sulla qualità del grano di quell’anno. Kathryn era depressa: la tempesta che per poco non mi aveva ucciso aveva avuto maggiore successo con buona parte delle messi.

Poi arrivò Steve. Abbracciò Kathryn sollevandola da terra e si pulì le mani che gli si erano infarinate.

«Katie, sei tutta sporca!» esclamò.

«E tu puzzi di pesce» lo rimbeccò lei.

«Nient’affatto. Bene, è il momento del secondo capitolo di questo magnifico libro.»

«Prima bisogna infornare le teglie» disse Kathryn. «Puoi darci una mano.»

«Ehi, ho terminato la giornata di lavoro.»

«Vieni qui e datti da fare» ordinò Kathryn. Steve ubbidì controvoglia e tutti quanti aiutammo a infornare le teglie.

«Una padrona davvero inflessibile» la prese in giro Steve.

«Chiudi il becco e guarda quel che fai» lo rimbeccò Kathryn.

Infornate le teglie, ci mettemmo a sedere. Dalla tasca della giacca Steve prese il libro e ricominciò a leggere.

Capitolo II: L’isola internazionale.

Fra due cespugli di rose pieni di boccioli gialli c’era una donna bianca, alta, con un paio di cesoie da giardinaggio. Anche se non si somigliavano molto, era la madre di Hadaka. Quando mi vide, la donna fece scattare a vuoto le cesoie, con un gesto di rabbia.

«E lui chi è?» disse, mentre Hadaka abbassava la testa. «Ne hai portato a casa un altro, stupida?»

«Ecco come si procura gli amici» commentò Rebel, fra le risa delle ragazze. «Non male, come metodo!»

«Proprio quel che si dice pescare uomini» convenne Carmen.

«Silenzio!» ordinò Steve. E continuò.

«L’ho visto fare vela verso la spiaggia proibita, madre. E ho capito che proveniva dalla terraferma…»

«Basta così! Questa storia l’ho già sentita.»

Intervenni. «Sono profondamente grato a sua figlia e a lei per avermi salvato la vita.»

«In questo modo non fai che incoraggiare tuo padre» sbraitò la madre di Hadaka. E poi, a me: «Non l’avrebbero uccisa, a meno che non tentasse la fuga».

«Vedi?» disse Kathryn a me. «Avrebbero potuto ucciderti, quando ti sei buttato dalla loro nave. Hai corso un rischio maggiore che non restando a bordo.»

«Ah, be’…» cominciai.

«Piantatela» disse Steve. Era stufo di sentir parlare della mia avventura, questo era certo. Mando aggiunse: «Per favore!» Aveva una voglia matta di conoscere la storia del libro: gli piaceva davvero. Steve annuì con un gesto d’approvazione e riprese a leggere.

Le cesoie tagliarono l’aria. «Entri e si dia una ripulita» mi disse. Arricciò il naso, quando le passai accanto; non potevo darle torto, visto quant’ero sporco e irsuto. Mi sentivo un barbaro. Dentro la stanza da bagno dalle pareti a piastrelle, mi lavai sotto una doccia che forniva acqua di varie temperature, dal gelido al bollente, a seconda del desiderio di chi la usava. La signora Nisha (scoprii che questo era il loro cognome) mi portò degli abiti e mi mostrò come usare un rasoio che ronzava. Quando fui presentabile, mi ammirai in uno specchio perfetto: calzoni grigi, camicia azzurro vivo… un vero cosmopolita.

Il padre di Hadaka, rientrando in casa, si mostrò meno sconvolto della moglie per la mia presenza. Il signor Nisha mi esaminò da tutte le parti e mi strinse la mano; in un inglese aspro m’invitò a sedere con la famiglia. Era giapponese, forse non l’ho ancora detto, e somigliava molto a Hadaka, anche se era più scuro di pelle. Era anche molto più basso della signora Nisha.

«Devo procurare a te documenti» disse, quando Hanaka gli raccontò la storia del mio arrivo. «Io procuro documenti e tu lavori per me un poco. D’accordo?»

«Affare fatto.»

Mi pose mille domande e poi altre mille. Gli raccontai tutto di me, inclusi i progetti. A quanto pareva, nell’incontrare Hadaka ero stato più fortunato di quanto ancora non sapessi, perché il signor Nisha era impiegato nell’amministrazione giapponese delle Isole del Canale e lavorava nel dipartimento responsabile degli americani che vivevano in quella zona. Nell’ambito del suo lavoro aveva conosciuto la signora Nisha, che aveva attraversato come me il canale una ventina d’anni prima. Il signor Nisha aveva anche lo zampino come minimo in una decina di altre attività, per la maggior parte illegali, anche se mi occorse un paio di settimane per capirlo. Ma quella notte stessa capii che era un individuo assai intraprendente e mi presi la pena di fargli intuire che l’avrei servito in ogni modo possibile. Quando lui terminò d’interrogarmi, tutti e tre m’accompagnarono al giaciglio nel capanno del giardino e mi ritirai di buonumore.

Entro una settimana avevo documenti da cui risultava che ero nato a Catalina e vi ero sempre vissuto, al servizio dei giapponesi. Da quel momento, potevo lasciare liberamente la casa dei Nisha. Il signor Nisha mi affidò dei lavori: andavo a pesca con Hadaka, strappavo le erbacce in giardino. In seguito, terminato questo periodo di prova, mi mandò nelle vie di Avalon a scambiare con gente a me sconosciuta pesanti pacchetti avvolti in carta marrone, oppure ad accompagnare in città giapponesi sbarcati all’aeroporto nell’interno dell’isola, ovviamente evitando loro il fastidio dei vari posti di controllo.

Non bisogna credere che queste e altre attività clandestine assegnatemi dal signor Nisha fossero insolite ad Avalon. La città brulicava di rappresentanti di qualsiasi razza, credo e nazione; dal momento che, per disposizione delle Nazioni Unite, l’isola doveva essere usata solo dai giapponesi e all’unico scopo di mantenere in quarantena la costa americana, era chiaro che la presenza di parecchi visitatori era illegale. Ma funzionari come il signor Nisha erano numerosi, e li si trovava a tutti i livelli, sia nell’isola di Catalina sia nelle Hawaii, il porto d’ingresso per l’America occidentale. Quasi tutti, in città, avevano documenti che autorizzavano la loro presenza sull’isola ed era impossibile dire quali fossero contraffatti o comprati; ma, girando per le vie, vidi gente vestita secondo tutti gli stili, con tratti somatici orientali o messicani, o con pelle nera come il carbone: nell’amministrazione giapponese qualcosa non funzionava.

Approfittavo di ogni occasione per scambiare due chiacchiere con gli stranieri, grazie alle poche parole di giapponese che conoscevo, e per ascoltare alcune singolari versioni della lingua inglese. Gli unici individui con cui ero cauto nell’attaccare bottone erano quelli che avevano l’aspetto di americani: ma anche loro, notai, non avevano molta voglia di parlare con me. C’erano buone probabilità che pure loro fossero profughi, impegnati in chissà quale impresa disperata per rimanere ad Avalon; correva anche voce che un buon numero di costoro lavorasse per la polizia. Di fronte a questi rischi, sembrava più opportuno ignorare qualsiasi sentimento di fratellanza.

La zona vecchia di Avalon era rimasta in gran parte tale e quale ai vecchi tempi, mi dissero: piccole case intonacate, sul fianco della montagna che scendeva fino alla piccola baia utilizzata come porto. Erano state costruite banchine per allargare il porto; nuove costruzioni si riversavano sulle montagne a nord e a ovest, centinaia di edifici in stile giapponese, con spesse travi, pareti sottili, tetto a punta coperto di tegole. Tutta l’isola aveva nuove strade asfaltate, fiancheggiate da bassi muretti di pietra che dividevano i terreni in appezzamenti simili a parchi, nei quali sorgevano quegli enormi edifici che i giapponesi chiamano dacie. Lì vivevano i funzionari delle Nazioni Unite e dell’amministrazione giapponese. Le dacie sul lato occidentale dell’isola erano più piccole; quelle davvero grandi fronteggiavano la terraferma, perché la vista dell’America era tenuta in grande pregio. Le dacie più grandi di tutte, almeno così ho sentito, si trovavano sul lato orientale dell’isola di San Clemente: le luci da me viste la notte in cui decisi di circumnavigare il globo.

Trascorsero alcune settimane. Viaggiai in automobile sulle strade bianche, guidai io stesso una volta e a momenti andai a sbattere contro un muro; quando l’automobile si muove, crea un forte spostamento d’aria e tutto scorre via un po’ troppo rapidamente per i riflessi umani.

«Non hai detto di avere provato la stessa impressione, sul treno?» intervenne Rebel, rivolgendosi a me.

«Verissimo» risposi. «Vai così forte che ti sembra di tagliare l’aria. Per fortuna non occorreva guidarlo, altrimenti saremmo andati a sbattere almeno cento volte.»

«Zitti!» esclamò Mando. Steve continuò, troppo interessato al racconto per alzare gli occhi dalla pagina.

Vidi le gigantesche macchine volanti, i jet, atterrare all’aeroporto come pellicani e decollare con un ruggito che quasi faceva scoppiare le orecchie. E intanto eseguivo parecchi lavori a profitto del signor Nisha. Quando cominciò a fidarsi completamente di me, mi chiese se potevo guidare a San Diego una spedizione notturna, composta di cinque uomini d’affari giapponesi in visita a Catalina proprio a questo scopo. Ero riluttante a tornare sulla terraferma, ma il signor Nisha propose di dividere con me la tariffa che applicava per questi viaggi, una cifra enorme. Valutai i vantaggi e accettai.

Così una notte mi ritrovai a tornare a San Diego, in una barca a motore, e a dare istruzioni al pilota, Ao, l’unica persona a bordo che parlasse inglese. Ao sapeva quale percorso avrebbero seguito quella notte le navi di pattuglia lungo la costa e mi garantì che non ci sarebbero state interferenze. Lo indirizzai a un approdo nella parte interna di Point Lorna, condussi i turisti alle rovine del piccolo faro e li portai fra i vialetti del piccolo cimitero navale, fiancheggiati di croci bianche: un cimitero così vasto che si sarebbe detto contenesse tutti i morti della grande devastazione. All’alba ci nascondemmo in una casa abbandonata; per tutto il giorno i cinque uomini d’affari giapponesi fecero scattare le loro grosse macchine fotografiche puntandole sul profilo dentellato del centro città e sul porto distrutto. La notte tornammo ad Avalon e mi sentii ragionevolmente soddisfatto dell’impresa.

Dopo la prima, guidai altre quattro spedizioni a San Diego, con buon guadagno e senza difficoltà, tranne l’ultima, durante la quale mi lasciai convincere, nonostante il mio parere contrario, a guidare di notte la motobarca nella foce del Mission River. I miei lettori di San Diego sanno certo che la foce del Mission è ostruita dai detriti, scorre sopra un paio di vecchi moli e di vecchie strade, cambia percorso ogni primavera e in genere è una delle foci più turbolente, bizzarre e pericolose che esistano. Ora, quella notte l’oceano era liscio come una tavola, ma il giorno prima era piovuto a dirotto e l’acqua turbinava sui blocchi di cemento della foce come quella di una cascata. Un nostro cliente, sotto il peso della macchina fotografica (hanno macchine che fotografano anche di notte), cadde fuori bordo e io mi tuffai per soccorrerlo. Occorse un mucchio di fatica, da parte mia e di Ao, per riunirci tutti e trovare scampo in mare. In una barca a vela saremmo annegati, e io ero abituato alle barche a vela.

Da quella volta non fui più molto entusiasta all’idea di guidare altre spedizioni. E avevo accumulato, grazie alla generosità del signor Nisha, un buon gruzzolo. Due notti dopo la spedizione del disastro, durante una grande festa in una dacia di lusso sulle pendici orientali dell’isola, l’uomo a cui avevo salvato la vita mi propose, nelle sue dieci parole d’inglese, di entrare al suo servizio e di accompagnarlo in Giappone. Evidentemente Ao gli aveva parlato di quanto desideravo vedere il mondo e lui desiderava ripagarmi per avergli salvato la vita.

Condussi Hadaka in giardino, fra i cespugli sagomati ad arte; ci sedemmo davanti alla fontana illuminata che gorgogliava nella terrazza inferiore. Mentre guardavamo la massa scura del continente, le parlai dell’occasione che mi si presentava. Con un bacio da sorella maggiore (un paio di volte ci eravamo scambiati baci di natura differente…

«Figuriamoci se non l’avevano fatto!» esclamò Rebel e le ragazze risero.

Kathryn imitò la voce di Steve: «… e mi preparai a dire alla mia cara madre, giù a casa, che i suoi nipotini sarebbero stati per un quarto giapponesi…»

«Niente interruzioni!» gridò Steve, ma ormai tutti ridevamo a crepapelle. «Continuo subito!»

E riprese.

… (un paio di volte ci eravamo scambiati baci di natura differente, ma non provavo per lei un’attrazione tanto forte da rischiare la collera del signor Nisha)…

«Oh, il vigliaccone!» esclamò Kristen. «Che coniglio!»

«Un momento» obiettò Steve. «Quest’uomo ha in mente una mela, vuole andare in giro per il mondo. Non può fermarsi a Catalina. Voi ragazze pensate solo al lato romantico della storia. Adesso state zitte, o smetto di leggere.»

«Per favore!» supplicò Mando. «Voglio sapere cosa accade dopo.»

… Hadaka mi disse che sarebbe stato meglio per tutti se avessi colto al volo l’occasione e fossi partito; anche se i Nisha non me l’avevano fatto capire, la mia permanenza a casa loro non era del tutto sicura: era sempre possibile dimostrare che avevo documenti contraffatti e in questo caso il signor Nisha si sarebbe trovato in guaì grossi. Capii allora che proprio per questo lui m’aveva dato una parte così grossa del guadagno dei viaggi sul continente: alla fine avrei avuto il necessario per andarmene. Mi dissi che era una famiglia generosissima e che avevo avuto una grande fortuna a incontrarla.

Perciò tornai dentro la dacia, evitai le ragazze americane nude che offrivano a tutti bevande e sigarette, e dissi al mio benefattore, signor Tasumi, che accettava la proposta. Poco dopo rivolsi un triste saluto alla mia famiglia di Catalina. Quando avevo lasciato mia madre e gli amici, a San Diego, avevo potuto dire sinceramente che avrei cercato di tornare; ma cosa potevo dire ai Nisha? Baciai madre e figlia, abbracciai il signor Nisha e in un sincero conflitto d’emozioni andai all’aeroporto per imbarcarmi in un viaggio a diecimila chilometri sopra lo smisurato oceano Pacifico.

«Qui finisce il secondo capitolo» disse Steve, chiudendo il libro. «Si è messo in moto.»

«Leggi ancora!» supplicò Mando.

«Ora no.» Steve lanciò un’occhiata acida alle donne, che toglievano dal forno le teglie. «È quasi ora di cena, mi pare.» Si alzò, scosse la testa verso di me e di Mando. «Queste ragazze non sanno apprezzare un buon libro» si lamentò.

«Quante storie!» disse Kathryn. «Che divertimento c’è a leggerlo insieme, se non possiamo parlarne?»

«Non lo prendete seriamente.»

«Cosa significa? Forse non lo prendiamo troppo seriamente.»

«Vado a casa» disse Steve, di cattivo umore. «Vieni, Hank?»

«Torno a casa anch’io. Ci vediamo domattina.»

«Tom vuole che domani sera ci sia una riunione pubblica in chiesa» disse Carmen. «Lo sapevate?»

Nessuno di noi ne era informato. Stabilimmo di trovarci prima della riunione per leggere un altro capitolo.

«Cosa riguarda la riunione?» chiese Steve.

«San Diego» rispose Carmen.

Steve si bloccò.

«Tom vorrà discutere la faccenda dell’aiuto a quelli di San Diego per combattere i giapponesi» dissi. «Te ne avevo parlato.»

«Ci sarò» garantì Steve, aspro; e se ne andò. Aiutai Kathryn a staccare dalle teglie le pagnotte. Ne portai una a Pa’; mentre la sbocconcellavo, mi chiedevo quanti giorni occorrevano per volare fin dall’altra parte dell’oceano.

12

In genere le riunioni si tenevano nella chiesa di Carmen, ma questa volta lei e Tom avevano infastidito tutte le persone della valle, spingendole a partecipare (Tom era perfino andato nell’interno, a sollecitare Roger lo Strambo), per cui la chiesa, uno stretto edificio simile a un fienile, nel pascolo degli Eggloff, non bastava a contenerci; ci saremmo riuniti nello stabilimento per i bagni. Pa’ e io ci andammo per tempo e aiutammo Tom ad accendere il fuoco. Mentre portavo dentro la legna, dovetti scansare Roger lo Strambo, che ispezionava il pavimento e le pareti in cerca di bruchi, uno dei suoi cibi preferiti. Guardando Roger, Tom scosse la testa. «Non so se valeva la pena trascinarlo fin qui» disse. Sembrava meno entusiasta di quanto m’aspettassi e insolitamente silenzioso. Da parte mia, non stavo nella pelle: quella sera ci saremmo uniti alla resistenza, finalmente saremmo tornati a far parte dell’America.

Fuori il cielo della sera era striato di nubi sfilacciate che riflettevano ancora un po’ di luce; un vento sostenuto soffiava dal mare. La gente chiacchierava e rideva, mentre si avvicinava allo stabilimento; qua e là delle lanterne brillavano fra gli alberi. In fondo al campo di patate dei Simpson, i cani imploravano con ululati patetici di unirsi a noi. Giunse Steve, con fratelli e sorelle. Ci sedemmo sui teloni impermeabili. «Così vidi che il pescecane aveva spalancato la bocca enorme ed era sul punto di ingoiarmi» diceva Steve ai fratelli. «Gli infilai il remo fra le fauci per impedirgli di mordermi. Ma dovevo mantenere la presa sul remo, per non farmi risucchiare sotto, e non avevo più aria nei polmoni. Dovevo escogitare subito qualcosa.»

Poi, dalla curva del sentiero del fiume, spuntarono John e la signora Nicolin e i loro figli s’affrettarono a entrare. Marvin e Jo Hamish attraversarono il ponte; per nascondere il ventre sempre più grosso, Jo indossava un camicione bianco che si gonfiava al vento. Ricordando la conversazione ai forni, mi domandai che cosa le crescesse dentro, questa volta. E poi veniva gente da ogni parte, scendeva allo stabilimento da tutte le direzioni. Un branco di bambini dei Simpson e dei Mendez comparve da dietro l’angolo delle alture a grano, precedendo i padri che si consultavano sottovoce. Rafael, Mando e Doc scesero dalla montagna al di là del fiume; dietro di loro c’erano Add e Melissa Shanks. Agitai il braccio per salutare Melissa e lei mi rispose: i suoi capelli neri fluttuavano nel vento. Poco dopo Carmen e Nat Eggloff uscirono dai boschi, portando insieme una grossa lanterna e discutendo, mentre Manuel Reyes e famiglia si affrettavano dietro di loro per approfittare della luce. Sembrava un raduno di scambio infilato a forza nello stabilimento: quando vennero i Mariani, pensai che la capienza massima fosse ormai superata. Ma fuori faceva freddo. Rafael prese il comando e disse a tutti di sedersi: gli uomini contro le pareti; i bambini piccoli in braccio alle madri; la nostra banda in una delle vasche vuote. Alla fine tutta la popolazione della valle era stipata come pesce in una cassetta pronta per il mercato. Lanterne furono appese alle pareti e grossi ceppi furono accesi nel focolare: la stanza risplendeva come mai durante i bagni. Il chiacchiericcio era così forte che i bambini più piccoli cominciarono a strillare e a piangere; il resto di noi era quasi altrettanto emozionato, perché non ci riunivamo mai a quel modo, tranne a Natale e nelle rare riunioni della valle.

Tom gironzolò un poco, parlando con gente che non vedeva da parecchio. Intanto richiamò tutti all’ordine, ma lo scambio di convenevoli continuò nonostante i suoi annunci e anche altri si misero a girare e a discutere, imitandolo. Tuttavia la maggior parte aveva solo domande; e quando Marvin chiese a Tom: «Allora, qual è lo scopo di questa riunione?», la domanda fu ripresa da molti e il locale divenne più silenzioso.

«Benissimo» disse Tom, rauco. Iniziò a parlare del nostro viaggio a San Diego. Seduto sul bordo della vasca, guardai gli altri. Avevo l’impressione che fosse trascorso un mucchio di tempo da quando Lee e Jennings erano entrati in quella stanza dicendo che avevano rimesso in funzione la ferrovia. E mi pareva impossibile che solo alcune settimane racchiudessero tutti gli avvenimenti accaduti da allora… e mi avessero cambiato a quel modo. Mi sentivo una persona diversa, ma non sapevo esattamente fino a che punto, né che cosa significava per me il cambiamento. Era solo una sensazione, un disagio, un’incertezza, un’ignoranza… come se dovessi imparare tutto da capo. Non mi piaceva.

Da come la raccontò Tom, quelli di San Diego sembravano sciocchi o buoni a nulla, allo stesso livello degli sciacalli. Per cui di tanto in tanto mi sentii in dovere d’intervenire per esprimere anche la mia opinione… per parlare a tutti delle batterie e dei generatori elettrici, della radio guasta, del fabbricante di libri, del sindaco Danforth. Non era bello discutere davanti a tutti, ma secondo me era giusto che gli altri conoscessero anche il mio punto di vista, perché Tom era contro quelli del sud. Dissentì con forza, quando continuai a parlare del Sindaco.

«Henry» disse «lui vive in grande stile perché ha un gruppo di uomini che pensano solo ad aiutarlo a mandare avanti le cose, tutto qui. Solo questo gli dà il potere di mandare emissari a est, per contattare le altre città.»

«Può darsi» replicai. «Ma tu racconta a tutti quel che hanno trovato a est.»

Tom annuì e si rivolse agli altri. «Secondo lui, i suoi uomini sono arrivati fino all’Utah e tutti i villaggi dell’interno si sono uniti in un movimento chiamato resistenza americana. La resistenza, dicono, vuole unificare di nuovo l’America.»

Quelle parole zittirono tutti. Dalla parete accanto alla porta, John Nicolin ruppe il silenzio. «E allora?»

«Allora» continuò Tom «vuole che ci uniamo anche noi a questo grandioso progetto, aiutando quelli di San Diego a combattere i giapponesi a Catalina.» Riferì la lunga discussione con il Sindaco. «Ora sappiamo perché il mare getta sulla nostra spiaggia cadaveri di orientali. Ma è chiaro che non hanno smesso di scendere a terra; e ora quelli di San Diego vogliono il nostro aiuto per liberarsene per sempre.»

«Cosa intendono esattamente per aiuto?» chiese la signora Mariani.

«Be’…» Tom esitò. Intervenne Doc.

«Il permesso di usare la foce del nostro fiume come base per i loro attacchi.»

Nello stesso momento Recovery Simpson, padre di Del e di Rebel, disse: «Significa che finalmente avremmo fucili e potenziale umano per fare qualcosa contro la sorveglianza continua a cui siamo sottoposti.»

Entrambe le opinioni suscitarono reazioni e la discussione si frammentò in un mucchio di piccoli battibecchi. Non intervenni, ma ascoltai e cercai di scoprire come ciascuno la pensava. Anche un gruppo piccolo come il nostro poteva essere diviso in gruppi ancora più piccoli. Recovery Simpson e il vecchio Mendez erano a capo delle famiglie che svolgevano gran parte del lavoro nell’entroterra, ossia andavano a caccia, piazzavano le trappole e curavano le greggi; Nat, Manuel e i pastori erano pronti a seguire in genere l’imbeccata di Simpson. Poi c’erano i contadini. Ognuno coltivava un pezzo di terra, ma Kathryn dirigeva tutte le donne che curavano i raccolti importanti. I pescatori di Nicolin erano il terzo gruppo principale, che comprendeva tutti i Nicolin, gli Hamish, Rafael e me; infine c’erano coloro che non rientravano in alcun gruppo, come Tom, Doc, mio padre, Addison, Roger lo Strambo. In un certo senso si trattava di falsi raggruppamenti, perché ciascuno faceva un po’ di tutto. Ma per un po’ credetti d’avere notato qualcosa; i cacciatori, il cui lavoro somigliava già al combattimento, sembravano a favore della resistenza, mentre i contadini, per i quali era necessario che le cose fossero sempre le stesse anno dopo anno (e che comunque erano per la maggior parte donne) si sarebbero dichiarati contro. Aveva senso, per me: ed ero sicuro che la presa di posizione dei Nicolin avrebbe determinato l’esito. Ma poi notai che c’erano tante eccezioni quanti erano gli esempi a conferma; non fui più sicuro di capire che cosa succedeva.

Doc fu uno dei primi a darmi una delusione. Era vecchio quasi quanto Tom; durante i raduni di scambio, al tavolo degli anziani, sosteneva sempre che l’America era stata tradita da coloro che non volevano combattere. Mi era sembrato ovvio che continuasse a dissentire da Tom e sostenesse la necessità di unirci a quelli di San Diego nella lotta. Ma lui si alzò a dire: «Mi ricordo di un tempo, quando alla gente di Gabino Canyon fu chiesto di unirsi a quella di Cristianitos, che combatteva contro Talega per i pozzi di Four Canyon Flat. Quelli di Gabino accettarono; ma alla fine, ai raduni non c’era più gente di Gabino: solo di Cristianitos. In altre parole, i villaggi grossi tendono a inghiottire quelli più piccoli. Henry può dirvi che a San Diego ci sono centinaia di persone…»

«Ma noi non siamo solo gli abitanti del canyon accanto» obiettò Steve. «Fra noi e loro ci sono chilometri e chilometri. E poi, dovremmo combattere davvero i giapponesi. Ogni villaggio dovrebbe far parte della resistenza, altrimenti non ci sono speranze.» Aveva parlato con veemenza; parecchi annuirono, ignorando i discorsi intorno a loro. Steve aveva presenza, d’accordo. La sua voce colpiva l’orecchio.

«I chilometri non significheranno niente, se la ferrovia tornerà in funzione» rispose Doc. Quindi era contrario all’unione. Stupito, stavo per chiedergli come mai si rimangiava tutti i discorsi fatti ai raduni, proprio quando aveva la possibilità di passare ai fatti; ma Tom, a voce alta, dichiarò: «Ehi! Parliamo uno per volta.»

Rafael approfittò del momento di silenzio. «Dovremmo combattere i giapponesi ogni volta che l’occasione si presenta» sostenne. «Affrontiamo la realtà: ci circondano. Siamo come pesci in una rete a sacco. E non solo ci tengono lontano dal resto del mondo, ma anche separati gli uni dagli altri, bombardando ferrovie e ponti.»

«Abbiamo solo la parola di quelli di San Diego» obiettò Doc. «Siamo sicuri che dicano la verità?»

«Certo che la dicono!» replicò Mando, indignatissimo. Agitò il pugno in direzione di suo padre. «Henry e Tom hanno visto le bombe colpire la ferrovia.»

«Può darsi» concesse Doc. «Ma non significa che tutto il resto sia vero. Forse volevano solo spaventarci, spingerci a chiedere aiuto. Il sindaco di San Diego penserà di essere anche sindaco di Onofre, non appena ci uniremo a loro.»

«Ma cosa può farci?» disse Recovery. Gli altri cacciatori annuirono. Recovery avanzò di un passo per intervenire nella discussione fra Doc e Mando. «Significa solo che tratteremo con un altro villaggio, proprio come trattiamo con tutti i villaggi che vengono ai raduni.»

Doc piombò sulla tesi di Cov come un pellicano su un pesce. «Tutto il contrario! San Diego è molto più grande di noi: loro non si limiteranno a fare scambi. Come hai detto tu, Cov, hanno un mucchio di fucili.»

«Ma non spareranno a noi» disse Cov. «Inoltre, stanno a ottanta chilometri da qui.»

«Sono d’accordo con Simpson» disse il vecchio Mendez. «Un’alleanza come questa contribuirà a riannodare le fila. Loro non vogliono ciò che abbiamo noi e non possono farci niente, anche se lo volessero. Vogliono solo aiuto in una lotta che è anche la nostra, che partecipiamo o no.»

«Proprio quel dico!» aggiunse con decisione Rafael. «Ci tengono sotto, questi giapponesi! Dobbiamo combatterli solo per rialzarci.»

Steve e io annuimmo, muovendo la testa come burattini allo spettacolo dei raduni. Gabby, fra noi, alzò i pugni e li agitò con aria di trionfo. Non sapevo che Rafe patisse tanto per la nostra situazione, perché non ne parlava molto. La nostra banda ne rimase impressionata. Steve cambiò posizione nella vasca, dimenandosi come un gatto, mentre cercava il coraggio di alzarsi e schierarsi con quelli che volevano combattere. Ma prima che potesse farlo, suo padre si staccò dalla parete e prese la parola.

«Lavorare, ecco cosa dovremmo fare. Dovremmo raccogliere cibo e conservarlo, costruire altri ricoveri e migliorare quelli che già abbiamo, procurarci più indumenti e medicine ai raduni. Procurarci più barche e attrezzature, più legna da ardere, tutto. Far funzionare la comunità. Questo è il tuo compito, Rafe. Non combattere contro gente mille volte più potente di noi. È un sogno. Se mai combatteremo, lo faremo solo in questa valle e per la valle. Non per altri. Non per quei pagliacci del sud, e di sicuro non per un ideale come l’America.» Pronunciò la parola come se fosse la più brutta delle bestemmie e intanto lanciò un’occhiata di fuoco a Tom. «L’America non esiste più. È morta. Ci siamo noi, nella valle, e altri, a San Diego, nell’Orange, oltre i Pendleton, sull’isola di Catalina. Ma loro non sono noi. Questa valle è la patria più grande che avremo in vita nostra; per essa dovremmo lavorare, mantenendo in vita e in buona salute chiunque ci abiti. Ecco cosa dovremmo fare, secondo me.»

Lo stabilimento divenne silenzioso, dopo quelle parole. Così, John era contrario. E Tom e Doc… Mi sentivo come se alle nostre vele fosse venuto a mancare il vento per colpa di John. Ma Rafael si alzò a parlare.

«La nostra valle non è abbastanza grande per pensarla alla tua maniera, John. La gente con cui facciamo scambi dipende da noi, ma anche noi dipendiamo da loro. Siamo tutti compatrioti. E siamo tenuti divisi dalle guardie a Catalina. Non puoi negarlo e devi convenire che lavorare solo per noi nella valle significa essere liberi di progredire quando possiamo. Al momento attuale, non abbiamo questa libertà.»

John si limitò a scuotere la testa. Accanto a me, Steve mandò un fischio sommesso. Ribolliva… teneva le mani strette a pugno, cercava di dominarsi. Non era una novità. Nelle riunioni Steve non andava mai d’accordo con suo padre. Ma John non sopportava che suo figlio gli si opponesse in pubblico, per cui Steve doveva sempre starsene zitto. Al termine di ogni riunione, Steve scoppiava sempre d’indignazione e di collera. E forse anche questa sarebbe stata uguale alle altre, se poco prima Mando non si fosse messo a discutere con Doc. Steve l’aveva notato: come poteva starsene zitto, mostrarsi meno coraggioso del piccolo Armando Costa? Figuriamoci! E io avevo discusso con Tom per tutta la notte. Le pressioni erano troppe e si verificavano tutte nello stesso istante. D’un tratto Steve saltò su, rosso in viso, mani strette a pugno lungo i fianchi. Guardava da tutte le parti, tranne che in direzione di suo padre.

«Siamo tutti americani, a prescindere dalla valle di provenienza» disse in fretta. «Non possiamo farci niente, ma non possiamo negarlo. Abbiamo perso la guerra e ne paghiamo ancora le conseguenze in tutti i modi, ma un giorno saremo di nuovo liberi.» John lo fissò ferocemente, ma Steve si rifiutò di fare marcia indietro. «Quando ci riusciremo, sarà perché la gente ha combattuto sfruttando ogni occasione.»

Ricadde sul bordo della vasca e solo allora guardò dalla parte di John, sfidandolo a replicare. Ma John non ne aveva l’intenzione, non si degnava di discutere in pubblico con suo figlio. Si limitò, a fissare Steve, rosso in viso. Ci fu un silenzio imbarazzato, durante il quale ciascuno capì che cosa succedeva: John negava a suo figlio il diritto di partecipare alla discussione.

Tom, che si scaldava le mani al fuoco, sollevò lo sguardo e si rese conto della situazione. «Tu cosa ne pensi, Addison?» disse.

Add era appoggiato alla parete, con Melissa seduta ai suoi piedi; di tanto in tanto le accarezzava i capelli lucidi e guardava attentamente gli altri discutere. Ora Melissa teneva gli occhi bassi e si mordeva il labbro inferiore. Se era vero che Add trafficava con gli sciacalli, avrebbe avuto difficoltà a unirsi alle nostre spedizioni nell’Orange County. Ma lui si strinse nelle spalle e incrociò sfrontatamente lo sguardo con noi, come se non gliene fregasse un fico. «La faccenda» rispose «non m’interessa molto, in un senso e nell’altro.»

«Pinché!» disse il vecchio Mendez. «Avrai pure un’opinione.»

«No, non ce l’ho» replicò Add, strascicando le parole.

«Sei di grande aiuto» disse Mendez. Gabby parve sorpreso nell’udire che suo padre interveniva. Il vecchio Mendez era un uomo taciturno.

«Già, Add, cosa sei venuto a fare, allora?» disse Marvin.

«Un momento.» Pa’ si tirò in piedi. «Non è un delitto venire qui senza avere un’opinione precisa. Proprio per questo discutiamo.»

Add rivolse a Pa’ un cenno di ringraziamento. Tipico di Pa’: l’unica volta che parlava, giustificava il silenzio.

Doc e Rafael non badarono a Pa’; ripresero la discussione, scaldandosi. Ma c’erano battibecchi dovunque, quindi ciascuno dei due poteva parlare rabbiosamente senza mettere l’altro in imbarazzo.

«Tu hai sempre voglia dì giocare con i fucili» disse Doc, in tono di scherno.

Con occhi che mandavano lampi da sotto le sopracciglia nere e marcate, Rafael replicò: «Se tu sei l’unico medico della valle, ammetterai che vuol dire che non ce la passiamo bene quanto credi.»

Un discorso del genere non piacque a nessuno; m’intromisi dicendo: «Niente attacchi personali, va bene?»

«Oh, in fin dei conti parliamo solo della nostra vita!» replicò Rafe, sarcastico. «Non vogliamo metterla sul piano personale! Ma dammi retta, il medico qui presente può baciare il culo ai serpenti, se pensa che m’impiccio di fucili solo per divertimento.»

«Ma voi due siete amici…»

«Ehi!» gridò Tom, con aria stanca. «Ancora non abbiamo ascoltato tutti.»

«Henry, per esempio» disse Kathryn. «Anche lui è stato a San Diego e li ha visti. Secondo te cosa dovremmo fare?» Mi lanciò un’occhiata che chiedeva qualcosa, ma non sapevo cosa. Dissi quel che pensavo e mi augurai che andasse bene.

«Dovremmo unirci a quelli di San Diego» dichiarai. «Se ci venisse il sospetto che vogliono assorbirci, possiamo sempre distruggere i binari e liberarci di loro. In caso contrario, faremo di nuovo parte della nazione e verremo a sapere un mucchio di cose su quel che succede all’interno.»

«Nei raduni vengo a sapere tutto quel che voglio» replicò Doc.

«E distruggere i binari non impedirebbe loro di venire per mare. Se sono mille, come dicono, e noi… quanti? Sessanta?… e in gran parte ragazzi, possono fare tranquillamente quel che vogliono, nella valle.»

«Possono farlo comunque, che siamo o no d’accordo» disse Cov. «E se ci uniamo a loro adesso, forse otterremo quel che vogliamo.»

John Nicolin parve particolarmente disgustato a quest’idea, ma prima che aprisse bocca intervenni: «Doc, non ti capisco. Ai raduni protesti sempre perché non abbiamo avuto la possibilità di rivalerci bombardandoli. Adesso che si presenta l’occasione, tu…»

«L’occasione non l’abbiamo!» insisté Doc. «Non è cambiato un bel niente…»

«Basta!» disse Tom. «Questi discorsi li abbiamo già sentiti prima. Carmen, tocca a te.»

Con il suo tono da predicatore, Carmen disse: «Nat e io ne abbiamo parlato parecchio e non ci siamo trovati d’accordo; ma la mia idea è chiara. La lotta in cui quelli di San Diego vogliono coinvolgerci è inutile. Uccidere i visitatori che vengono da Catalina non ci restituisce la libertà. Non sono contro la lotta, se fosse a fin di bene; ma questo è solo omicidio. L’omicidio non è mai il mezzo per raggiungere un buon fine, quindi sono contraria a unirci alla resistenza.» Annuì con enfasi e guardò il vecchio. «Tom? Non hai ancora espresso la tua opinione.»

«Diavolo, se l’ha espressa!» dissi, seccato con Carmen per il tono da predicatore e per le parole piene di luoghi comuni: in fin dei conti era solo la sua opinione. Ma lei mi diede un’occhiataccia e restai zitto.

Tom si strappò al torpore per la vicinanza al fuoco. «Una cosa non mi è piaciuta, di questo Danforth. Ha cercato di indurci a unirci a lui, che lo volessimo o no.»

«Come?» replicò Rafael.

«Ha detto: o siamo con lui, o siamo contro di lui. Per me è una minaccia.»

«Ma cosa potrebbero farci, se non ci uniamo a loro?» disse Rafe. «Portare un esercito fin qui e puntarci il fucile alla testa?»

«Non so. Ma hanno davvero un mucchio di fucili. E uomini per puntarli.»

Rafael sbuffò. «Allora sei contrario ad aiutarli.»

Be’, sì «disse lentamente Tom, come se anche lui fosse incerto.» Mi piacerebbe scegliere se collaborare o no, a seconda di quel che hanno in mente. Caso per caso, per così dire. Allora non saremmo solo una sezione staccata di San Diego che ubbidisce agli ordini.

«Il punto è che possono costringerci a ubbidire» protestò Recovery. «Così invece è solo un’alleanza, un accordo su scopi comuni.»

«Vuoi dire che è quel che speri» disse John Nicolin.

Cov cominciò a discutere con John; Rafael ce l’aveva ancora con Tom; il dibattito si frammentò di nuovo e ben presto ogni adulto nel locale vi partecipava, e anche gran parte dei giovani. «Vuoi che vengano nel nostro fiume?» «Chi, i giapponesi o quelli di San Diego?» «Rischierai la pelle per nulla.» «Mi venga un colpo se voglio che le motovedette stabiliscano i confini di tutta la mia vita.» Continuò di questo passo, con intromissioni nelle controversie dei vicini, quando uno udiva qualcosa che gli andava o che non gli andava. Volarono imprecazioni, anche intorno a Carmen; ci furono dita agitate sotto il naso; Kathryn afferrò Steve per il davanti della camicia, per dimostrare le sue ragioni… a giudicare dal volume delle voci, sembravamo divisi m due fazioni uguali, tanto che nessuna prevaleva. Ma noi favorevoli all’unione eravamo in difficoltà. Il vecchio, John Nicolin, Doc Costa e Carmen Eggloff… tutt’e quattro erano contrari, e loro contavano molto nella valle. Rafael, Recovery e il vecchio Mendez erano importanti per la comunità, avevano voce in capitolo nelle discussioni, ma non godevano del tipo d’influenza degli altri. John e Doc circolavano per la stanza e discutevano alla chetichella con Pa’ e Manuel, Kathryn e la signora Mariani; sapevo da che parte si sarebbero messe le cose al momento della votazione.

All’apice della discussione, Roger lo Strambo si alzò e gesticolò, con un’assurda luce di comprensione negli occhi. Schiamazzava rumorosamente e Kathryn si accigliò. «Ha la fortuna di non essere nato nella valle» brontolò. «Altrimenti non sarebbe mai arrivato al giorno dell’imposizione del nome.» Un mucchio di gente la pensava come lei, era sconvolta che Tom avesse condotto lì Roger. Ma all’improvviso lo Strambo parlò con chiarezza, a voce acuta e rauca.

«Uccidete ogni sciacallo della terra, uccideteli tutti! Gli sciacalli avvelenano l’acqua, strappano i lacci, mangiano i morti. Se non si elimina l’arto cancrenoso, il corpo muore! Dico: uccideteli tutti, uccideteli tutti, uccideteli tutti!»

«D’accordo, Roger.» Tom lo prese per il braccio e l’accompagnò in un angolo. Poi tornò al focolare e, finalmente stufo, chiuse le discussioni. «Silenzio! Nessuno dice qualcosa di nuovo. Propongo di mettere ai voti la questione. Ci sono obiezioni?»

Ce n’erano in quantità, ma dopo altre discussioni sul modo di formulare la proposta, fummo pronti.

«Chi è favorevole a San Diego e alla resistenza americana alzi la mano.»

Rafael, i Simpson, i Mendez, Marvin e Jo Hamish, Steve, Mando, Nat Eggloff, Pa’ e io alzammo la mano e aiutammo i fratellini e le sorelline di Gabby ad alzare la loro. Sedici in tutto.

«Adesso, chi è contro.»

Tom, Doc Costa, Carmen; i Mariani, gli Shanks, i Reyes; e John passò in rassegna la fila della sua famiglia, sollevando la mano di Teddy e di Emilia, di Virginia e di Joe, di Carol e di Judith, perfino quella di Marie, quasi fosse una dei bambini, il che dal punto di vista mentale era vero. Little Joe, sull’attenti, alzò la mano; i capelli neri gli ricadevano sul viso, pancino e pisello gli sporgevano da sotto la camiciola sporca di moccio. La signora Nicolin mandò un sospiro, nel vedere la camiciola. «Oh, Cristo» si lamentò Rafael. Ma la regola era quella: tutti votavano. Quindi, 23 voti contrari. Ma, fra gli adulti, lo scarto era assai minore. Carmen eseguì il conteggio; nel silenzio carico di tensione che seguì, ci fu uno scambio di occhiate dure. Non avevo mai visto niente del genere nella valle. La prospettiva di una zuffa può sembrare divertente, per esempio quando ai raduni ci si trova a fronteggiare una banda di sciacalli; ma nella valle, fra amici e vicini di casa, sembrava solo un guaio. Tutti erano colpiti nella stessa maniera, credo; e nessuno pensò al modo di metterci una pezza.

«Bene» disse Tom. «Quando torneranno, dirò a Lee e a Jennings che non li aiuteremo.»

«Ogni singolo individuo è libero di fare come meglio crede» dichiarò all’improvviso Addison Shanks, come se esponesse un principio generale.

«Certo» rispose Tom. Lanciò a Shanks un’occhiata penetrante. «Come sempre. Non facciamo un’alleanza con loro, tutto qui.»

«Benissimo» disse Add. Spinse fuori Melissa e se ne andò.

«Per me non va affatto bene» dichiarò Rafael, guardando un po’ tutti, ma John in particolare. «È sbagliato. Ci tengono sotto, capite? Il resto del mondo va avanti, con l’aiuto delle macchine progredisce, cura le malattie eccetera. Con le bombe ci hanno tolto tutto questo e adesso ci tengono lontano da tutto questo. Non è giusto per niente.» Non l’avevo mai udito usare un tono così amaro: quella non era la voce di Rafael. «Dovremmo combatterli.»

«Vuoi dire che non seguirai le decisioni generali?» chiese John.

Rafael gli scoccò un’occhiata astiosa. «Mi conosci, John. Accetto il risultato della votazione. Tanto, da solo non potrei fare molto. Però penso che è sbagliato. Non possiamo nasconderci per sempre in questa valle come donnole: no, visto che siamo proprio di fronte a Catalina.» Inspirò a fondo, lasciò uscire il fiato. «Be’, merda. Tanto, non possiamo cambiare il voto.» A passo deciso si aprì la strada fra la gente ancora seduta e lasciò lo stabilimento dei bagni.

La riunione era terminata. Attraversai il locale, con Steve e Gabby. Steve faceva del suo meglio per evitare suo padre. Nella confusione, Del ci rivolse un gesto; con un cenno a Mando e a Kathryn, li seguimmo fuori.

Senza una parola ci avviammo per il sentiero del fiume, dietro la luce della lanterna di qualcuno. Attraversammo il ponte, andammo fino ai grossi massi in fondo al campo d’orzo. I massi erano bagnati, per cui non potemmo sederci. Il vento piegava gli alberi. Faceva abbastanza freddo da farmi venire la pelle d’oca. Nel buio burrascoso, i miei amici erano semplici sagome, simili a protuberanze dei massi. Dall’altra parte del fiume, le lanterne ammiccavano fra gli alberi, punteggiando i sentieri che gli altri seguivano per tornare a casa.

«Ci credete, a tutte quelle chiacchiere?» disse Gabby sprezzante.

«Rafael ha ragione» disse Steve, amaro. «Cosa penseranno di noi, a San Diego e altrove, quando lo sapranno?»

«Ormai è fatta» disse Kathryn, nel tentativo di consolarlo.

«Per te» replicò Steve. «È andata come volevi. Ma per noi…»

«Per tutti» insisté Kathryn. «È fatta per tutti.»

Ma Steve non l’avrebbe mai ammesso. «Ti piacerebbe che fosse vero, ma non lo è. Non lo sarà mai.»

«Cosa vuoi dire?» chiese Kathryn. «Abbiamo votato.»

«E tu sei stata contentissima del risultato, vero?» l’accusò Steve.

«Ne ho abbastanza di questa storia, per una sera sola» replicò Kathryn. «Vado a casa.»

«Forza, vattene» disse Steve, con rabbia. Nello scendere dal masso, Kathryn si fermò per lanciargli un’occhiataccia. Ero felice di non essere nei panni di Steve in quel momento. Senza una parola, Kathryn si diresse al ponte. «Non comandi tu, nella valle!» le gridò dietro Steve, con la voce rauca per la tensione. «E non comandi neanche me! Non mi comanderai mai!» Scese dal masso, andò avanti e indietro nel campo d’orzo. Distinguevo appena Kathryn che attraversava il ponte.

«Non so perché si è comportata così stasera» si lamentò Steve.

Dopo un lungo silenzio, Mando disse: «Avremmo dovuto votare sì.»

«Ah-ha» disse Del. «L’abbiamo fatto. Ma non eravamo in numero sufficiente.»

«Tutti, volevo dire.»

«Dovevamo unirci» gridò Steve dal campo d’orzo.

«E allora?» disse Gabby, pronto come sempre a istigare Steve. «Cosa conti di fare?»

Dall’altra parte del fiume dei cani abbaiarono. Per un istante vidi la luna, sopra le nubi in corsa. Dietro di me l’orzo frusciava; rabbrividivo nel vento freddo. Qualcosa, nel movimento delle ombre, mi ricordò la disperata risalita del canalone alla ricerca dì Tom e degli altri; fui di nuovo assalito dalla paura, che mi frusciò dentro come il vento. È così facile dimenticare la paura! Steve girava intorno ai massi come un lupo preso al laccio.

«Noi potremmo unirci» disse.

«Come?» chiese Gab, ansioso.

«Solo noi. Hai sentito cos’ha detto Add alla fine. I singoli individui sono liberi di fare come meglio credono. E Tom non l’ha proibito. Potremmo avvicinarli, dopo che Tom avrà risposto no; diremo che vogliamo aiutarli. Solo noi.»

«Ma come?» chiese Mando.

«Che tipo d’aiuto vogliono? Nessuno lo sa, ma io sì! Vogliono gente che faccia loro da guida nell’Orange County, ecco. E noi siamo le guide migliori, a Onofre.»

«Non ne sono tanto sicuro» disse Del.

«Possiamo guidarli come chiunque altro!» si corresse Steve, perché era vero che negli anni passati suo padre e alcuni altri avevano trascorso un bel po’ di tempo su a nord. «Quindi, perché non dobbiamo farlo, visto che ne abbiamo voglia?»

Intimorito, dissi: «Forse sarebbe meglio attenerci alla votazione.»

«In culo la votazione!» gridò Steve, furibondo. «Cosa ti prende, Henry? Hai paura di combattere i giapponesi, adesso? Merda, sei andato a San Diego e ora vieni a dirci cosa dobbiamo fare, è così?»

«No!» protestai.

«Sei spaventato, ora che hai fatto il grande viaggio e li hai visti da vicino?»

«No.» Ero sconvolto dalla furia di Steve e troppo confuso per pensare a come difendermi. «Voglio combattere» dissi debolmente. «L’ho detto, nella riunione.»

«La riunione era una cazzata. Sei con noi o no?»

«Sono con voi. Non ho mai detto il contrario.»

«E allora?»

«Allora… dovremmo chiedere a Jennings se vuole delle guide, credo. Non ci ho mai pensato.»

«Io sì che ci ho pensato!» disse Steve. «Ed è quel che faremo.»

«Dopo che avranno parlato con Tom» disse Gabby, riassumendo la situazione.

«Giusto. Dopo. Ci penseremo io e Henry. Giusto, Henry?»

«Certo» dissi, sobbalzando al tono di voce. «Certo.»

«Io ci sto» disse Del.

«Anch’io» esclamò Mando. «Voglio fare da guida anch’io. Ho girato l’Orange County quanto voi.»

«Nessuno vuole lasciarti da parte» lo rassicurò Steve.

«E io pure» disse Gabby.

«E tu, Henry?» insisté Steve. «Sei dei nostri?»

Intorno c’erano solo ombre, soffiate dal vento nel buio. La luna scivolò in uno squarcio delle nuvole e mi permise di vedere le chiazze chiare del viso dei miei amici, simili a grumi di farina, puntate su di me. Posammo insieme la destra sopra il masso centrale; le loro dita callose si intrecciarono alle mie.

«Sono con voi» dissi.

13

Quando rividi il vecchio me la presi con lui, perché se si fosse schierato a favore della resistenza era probabile che la votazione avrebbe avuto un risultato diverso. E se la valle avesse votato a favore, Steve non avrebbe escogitato il piano di unirci in segreto a quelli di San Diego e io non avrei ceduto, approvandolo. Per non ammettere con me stesso d’avere ceduto a Steve, decisi che il suo piano era buono. Quindi, in un certo senso, era tutta colpa del vecchio. Non era bello agire di nascosto per aiutare quelli di San Diego, ma dovevamo fare parte della resistenza. Ricordavo fin troppo bene come mi ero sentito nel guardare il ponte metallico della nave giapponese, piangendo perché credevo che Tom e gli altri fossero morti e giurando di combattere per sempre i giapponesi. E non dovevo nemmeno ringraziare loro, se Tom era sopravvissuto. Sarebbe potuto morire ugualmente, e io pure. Gliele cantai, a Tom, rimproverandolo di avere votato contro, alla riunione. «E ogni volta che andiamo fuori, può capitare la stessa cosa» conclusi, agitandogli il dito sotto il naso.

«Ogni volta che andiamo al largo in una notte di nebbia e spariamo contro di loro, vuoi dire» ribatté Tom, masticando un pezzo di favo. Eravamo nel suo cortile e soffocavamo sotto nubi alte e rade; lui bruciava le assicelle di alcuni coperchi quadrati di un alveare non riuscito. Cavalletti, affumicatori e coperchi d’alveare erano disseminati intorno a noi fra le erbacce. «Può darsi che le ghiandaie abbiano mangiato tutte le api di questo alveare» brontolò. «Quella ghiandaia rachitica da sola ne ingoiava dieci a pasto. Ho piazzato una trappola per topi di Rafael in cima al palo su cui si posava; quando è scesa, la trappola l’ha sbattuta almeno a cinque metri. Com’era infuriata! Mi ha maledetto in tutte le lingue conosciute dalle ghiandaie.»

«Ah, stronzate» dissi, tirandogli via dall’angolo della bocca un ciuffo dei lunghi capelli bianchi, prima che l’ingoiasse. «Da quando siamo nati non hai fatto che parlarci dell’America. Di quant’era grande. Ora abbiamo l’occasione di combattere per la patria, e tu voti contro. Non capisco. Fa a pugni con tutto ciò che ci hai insegnato.»

«No. L’America era grande come sono grandi le balene, capisci cosa intendo?»

«No.»

«Ultimamente ti sei rincitrullito parecchio, sai? Voglio dire, l’America era grande, un gigante. Nuotava nel mare e mangiava le nazioni più piccole… assorbendole man mano che progrediva. Mangiavamo il mondo, ragazzo; per questo il mondo si è sollevato e ci ha fatto smettere. Quindi non mi contraddico affatto. L’America era grande come una balena… era gigantesca e maestosa, ma puzzava e assassinava. Un mucchio di pesci è morto per renderla così grande. Non vi ho sempre insegnato questo?»

«No.»

«Diavolo se non ve l’ho insegnato! E tutte le discussioni, ai raduni di scambio, con Doc, con Leonard, con George?»

«Là parli diversamente, ma solo per dare in testa a Doc e a Leonard. Qui a casa hai sempre fatto sembrare l’America il paese di Dio. Inoltre, non c’è alcun dubbio che in questo momento ci tengono sotto, proprio come ha detto Rafe. Dobbiamo combatterli, Tom. E tu lo sai.»

Scosse la testa e si succhiò l’interno delle guance, così che dalla mia posizione sembrava che avesse solo mezza faccia. «Carmen ha battuto sul chiodo con maggiore durezza, come al solito. L’hai ascoltata? Non direi. Sosteneva che assassinare quegli scemi di turisti non serve affatto a cambiare la situazione. Catalina sarebbe sempre giapponese, i satelliti continuerebbero a sorvegliarci, saremmo sempre tenuti in quarantena. E i turisti non la smetteranno di venire. Saranno solo armati meglio e più pronti a difendersi.»

«Se i giapponesi cercano davvero di tenere lontano la gente, possiamo uccidere tutti i visitatori che vengono di nascosto.»

«Può darsi, però la situazione rimane la stessa.»

«Ma è un punto di partenza. Un’azione così semplice può essere fatta subito, e l’inizio sembra sempre poco importante. Se tu fossi vissuto al tempo della Rivoluzione, non l’avresti nemmeno iniziata. «L’assassinio di qualche giubba rossa non cambierà la struttura» avresti detto.»

«E invece non l’avrei detto, perché la struttura non era la stessa. Non siamo un territorio occupato, siamo un territorio in quarantena. Se ci unissimo a San Diego nella lotta, l’unico risultato sarebbe quello di diventare parte di San Diego. Doc aveva ragione, proprio come Carmen.»

Pensai di averlo colto in fallo. «La stessa obiezione valeva anche allora. La gente della Pennsylvania poteva dire: «Se ci uniamo alla lotta, diventeremo parte di New York». Ma dal momento che facevano parte dello stesso paese, hanno lavorato insieme.»

«Ragazzo, è una falsa analogia, come lo sono sempre le analogie storiche. Tu credi di capire la storia solo perché te l’ho insegnata. Durante la Rivoluzione, gli inglesi avevano uomini e fucili, e noi avevamo uomini e fucili. Adesso abbiamo ancora uomini e fucili, come nel 1776, ma il nemico ha satelliti, missili intercontinentali, navi che possono prenderci a cannonate dalle Hawaii, raggi laser e bombe atomiche e chissà cos’altro. Ragiona un momento. Uno scontro fra tigre e topolino sarebbe più equilibrato.»

«Be’, non so» brontolai, sotto il peso delle sue argomentazioni. Mi aggirai fra gli alveari smantellati, le meridiane, i barili per la pioggia e la paccottiglia, per riordinare le idee. Sotto di noi la valle era una trapunta colorata, i campi sembravano fazzoletti d’oro gettati sulla foresta, dove i raggi del sole disegnavano campi di verde brillante ancora più estesi. «Sostengo ancora che ogni rivoluzione ha un piccolo inizio. Se tu avessi votato a favore della resistenza, avremmo pensato qualcosa. Così invece mi hai cacciato in una situazione poco bella.»

«Cosa vorresti dire?» chiese, guardandomi negli occhi.

Avevo parlato troppo. Cercai di aggiustarla. «Oh, nelle discussioni, capisci.» Poi trovai lo spunto giusto. «Dal momento che non aiuteremo la resistenza, sarò l’unico della banda che è stato a San Diego. A Steve, a Del, a Gabby, la cosa non piace.»

«Ci andranno anche loro, prima o poi» disse. Respirai di sollievo per averlo messo fuori pista. Ma mi dispiaceva tenerlo all’oscuro; significava mentirgli regolarmente, da quel momento in avanti. Tornai vicino a lui; mentre lo guardavo lavorare, strofinai con un certo impaccio i tacchi a terra per liberarli dal fango. Le sue argomentazioni erano sensate, non potevo negarlo, anche se ero sicuro che le conclusioni fossero errate. Volevo che lo fossero.

«Hai studiato la lezione?» chiese Tom. «A parte la storia degli Stati Uniti.»

«Un pezzo.»

«Diventi peggio di Steve.»

«Non è vero.»

«Sentiamo, allora. “Ti conosco. Dov’è il re?”»

Richiamai alla mente la pagina; mi comparve su uno sfondo grigio e confuso, ingiallita e friabile, con gli arrotondati segni neri così pieni di significato. Lessi i versi come li vedevo.

In lotta con gl’irritabili elementi;
ordina che il vento soffi la terra in mare,
o gonfi le acque increspate sull’oceano,
che le cose cambino o cessino; strappa i suoi capelli bianchi,
che le raffiche impetuose, con rabbia cieca,
afferrano nella loro furia e non capiscono;
si batte nel suo piccolo mondo d’uomo per superare in spregio
l’andirivieni di pioggia e vento in lotta.
Stanotte, in cui l’orsa attirata dai cuccioli s’acquatta,
il leone e il lupo dal ventre tormentato e vuoto
tengono asciutto il loro pelo, a capo scoperto corre,
e ordina quel che tutto prenderà.

«Benissimo!» esclamò Tom. «Era la nostra notte, d’accordo. “Tuono che tutto scuoti, appiattisci la spessa rotondità del mondo, spacca gli stampi della natura, spargi subito tutti i germi che rendono ingrato l’uomo.”»

«Ehi, hai tenuto a mente due versi interi» dissi.

«Oh, sta’ zitto. Ti darò dei versi da Re Lear. Ascolta.»

Il peso di questo triste tempo dobbiamo ubbidire;
dire quel che sentiamo, non quel che dovremmo.
Il vecchio ha sopportato il massimo; noi che siam giovani,
non vedremo mai così tanto, né vivremo così a lungo.

«Noi che siam giovani?» domandai.

«Silenzio! Acuminato invero più di dente di serpe. Il vecchio ha sopportato il massimo, nessuna menzogna.» Scosse la testa. «Ma stammi a sentire, marmocchio ingrato, ti ho dato quei versi per aiutarti a ricordare il tuo viaggio fin qui nella tempesta. Da come ti comporti, sembra che tu l’abbia già dimenticato…»

«Nient’affatto.»

«Oppure non ci hai creduto, o non gli hai trovato posto nella tua vita. Ma ti è capitato, ti è capitato davvero.»

«Lo so.»

I liquidi occhi neri mi fissarono con durezza. A bassa voce, Tom disse: «Sai che è accaduto. Ora devi procedere da lì. Devi trarne insegnamento, altrimenti sarebbe un’esperienza sprecata.»

Non lo seguivo. Ma all’improvviso Tom si era messo a grattare il coperchio che teneva sulle ginocchia. E diceva: «Ho sentito che leggono quel libro, giù dai Mariani… come mai non sei lì anche tu?»

«Cosa?» esclamai. «Perché non me l’hai detto?»

«Non cominceranno prima di avere sfornato il pane. Inoltre, per te era l’ora della lezione.»

«Ma a metà pomeriggio avranno già finito di cuocere il pane!» protestai.

«Non è questa, l’ora?» chiese, con un’occhiata al cielo.

«Vado» dissi, afferrando un pezzo di favo gocciolante dal vassoio alle sue spalle.

«Ehi!»

«Arrivederci.»

Di corsa scesi il sentiero del costone, tra i boschi (sfruttai una mia scorciatoia) e tra i campi di patate, fino all’orto delle erbe aromatiche dei Mariani. Erano tutti seduti sull’erba, tra i forni e il fiume: Steve, Kathryn, Kristen, la signora Mariani, Rebel, Mando, Rafael e Carmen. Steve leggeva e gli altri mi diedero appena un’occhiata, quando mi sedetti, ansando come un cane.

«È in Russia» m’informò Mando, sottovoce.

«Oh, merda, come c’è arrivato?» chiesi.

Steve non sollevò lo sguardo dalla pagina, ma continuò a leggere.

«Il primo anno dopo la guerra, furono molto franchi con le Nazioni Unite, per dimostrare che non avevano avuto niente a che fare con l’attacco. Diedero alle Nazioni Unite l’elenco di tutti gli americani che si trovavano in Russia; dopodiché, le Nazioni Unite furono irremovibili nella pretesa di sapere dove ci trovavamo e cosa ci succedeva. Se non fosse per questo, ora non parlerei inglese. I russi ci avrebbero assimilati. Oppure uccisi.»

Il tono di Johnson mi spinse a esaminare con maggiore attenzione i sovietici, pesantemente vestiti, dall’aria inoffensiva, che affollavano con noi lo scompartimento. Alcuni di loro ci lanciarono occhiate furtive, quando ci udirono parlare in una lingua straniera; la maggior parte se ne stava stravaccata al proprio posto e dormiva, oppure guardava senza interesse dal finestrino. L’odore di fumo era soffocante e copriva solo fino a un certo punto altri odori: sudore, formaggio, alcol non raffinato di quel loro liquore detto vodka. All’esterno, l’enorme e grigia città di Vladivostok aveva lasciato posto alle foreste dei territori ondulati, un chilometro dopo l’altro. Il treno correva a velocità tremenda, percorreva decine e decine di chilometri all’ora; eppure Johnson mi assicurò che il nostro viaggio avrebbe richiesto vari giorni.

Ci eravamo limitati a stringerci la mano, prima di camminare sotto gli occhi delle guardie del treno e di sostenere la nostra parte. Ora gli chiesi notizie di sé, dove abitava, qual era la sua storia, quale attività svolgeva.

«Sono meteorologo» rispose. Notando la mia reazione, spiegò: «Studio il clima. O meglio, lo studiavo. Ora guardo uno schermo Doppler usato per le previsioni del tempo e per l’anticipazione delle tempeste più intense. In realtà il sistema Doppler è uno degli ultimi frutti della scienza americana. Ma ormai è sorpassato e la mia posizione è d’importanza secondaria».

Naturalmente ero assai interessato. Gli chiesi se sapeva spiegarmi come mai, dopo la guerra, la temperatura fosse diventata così fredda, sulla costa della California. Viaggiavamo già da diverse ore; i sovietici intorno a noi riempivano lo scompartimento e mostravano un’aria di noia assoluta; all’idea di parlare della sua specializzazione, il viso di Johnson s’illuminò un poco.

«La domanda è complicata» rispose. «In genere si concorda nel ritenere che la guerra abbia alterato il clima del mondo, ma si discute ancora su come siano avvenuti i cambiamenti. Si calcola che tremila bombe ai neutroni siano esplose sul continente degli Stati Uniti, quel giorno del 1984; non hanno liberato un grande quantitativo di radiazioni a lungo termine, per vostra fortuna; ma nella stratosfera, ossia lo strato superiore dell’aria, si è generato un mucchio di turbolenza e a quanto pare la corrente a getto ha alterato per sempre il suo corso. Sa cos’è la corrente a getto?»

Con un cenno della testa indicai di no. «Ma ho volato su un aviogetto» aggiunsi.

Scosse la testa. «Nei livelli superiori dell’atmosfera, il vento è costante e intenso. Ci sono enormi fiumi di vento. Nell’emisfero nord la corrente a getto descrive un cerchio da ovest a est e si sposta a zigzag su e giù mentre compie il giro del mondo: circa cinque zig e cinque zag ogni giro completo.» Strinse la mano a pugno e con l’altro indice tracciò il percorso della corrente a getto. «Ogni volta varia un poco, ovviamente; ma prima della guerra c’era un punto fermo, al di sopra delle vostre Montagne Rocciose. La corrente a getto invariabilmente curvava verso nord, girando intorno alle Rockies, e poi di nuovo a sud, attraverso gli Stati Uniti, così.» Indicò le nocche del pugno, che rappresentavano le Rockies. «Da dopo la guerra, il punto fermo è scomparso. La corrente è libera e ora si muove a casaccio: a volte soffia direttamente dall’Alaska al Messico, ed è per questo che di tanto in tanto la California ha un clima artico.»

«Proprio così» confermai.

«In parte» mi corresse. «Il clima è un organismo complesso, di cui non si può mai indicare un singolo aspetto e darlo per certo. La corrente a getto è libera, ma anche i sistemi tropicali sono cambiati… e non si sa quale abbia causato il mutamento dell’altro, né se ci siano correlazioni. Nessuno può dirlo. Il sistema del Pacifico, per esempio, che interessa anche voi della California meridionale, era un’area d’alta pressione, molto stabile, al largo della costa occidentale del nord America. D’estate si spostava a nord e si stabiliva al largo della California, respingendo a nord la corrente a getto; d’inverno scendeva nella zona sotto Baja California. Ora d’estate non si sposta più a nord, quindi non vi protegge. Anche questo è un fattore importante: ma, di nuovo, si tratta della causa o dell’effetto? E poi c’è la polvere scagliata nella stratosfera dalle bombe e dagli incendi, che abbassa di un paio di gradi la temperatura del mondo… e le nevi perenni che ne derivano, sulla Sierra Nevada e sulle Rockies, e che generano ghiacciai che riflettono la luce del sole e raffreddano ancora di più l’ambiente… e lo spostamento delle correnti del Pacifico… un mucchio di cambiamenti.» L’espressione di Johnson era una bizzarra mescolanza di tetraggine e d’interesse affascinato.

«Pare che il clima della California sia cambiato più di tutti» dissi.

«Oh, no» rispose Johnson. «Nient’affatto. La California è stata intensamente colpita, non c’è dubbio: come se l’avessero spostata a nord di quindici gradi di latitudine. Ma altre parti del mondo hanno subito conseguenze altrettanto gravi, o perfino peggiori. Per esempio, le eccezionali precipitazioni sul Cile settentrionale, con conseguente dilavamento delle sabbie andine. Caldo tropicale estivo in Europa, siccità durante il monsone… potrei continuare per un pezzo. Il cambiamento del clima ha provocato più sofferenze umane di quanto lei non immagini.»

«Non ne sia tanto convinto.»

«Ah. Sì. Bene, non è solo il grigio impero sovietico ad avere reso il mondo un luogo così tetro, da dopo la guerra: il clima ha avuto la sua grossa parte. Per fortuna neanche la Russia è rimasta indenne.»

«Come mai?»

Johnson scosse la testa e non volle dare spiegazioni.

Due giorni dopo, sempre in Siberia, nonostante la velocità del treno, capii cosa intendesse.

Avevamo trascorso la mattinata nel corridoio della carrozza, esibendo i documenti di viaggio a un trio di controllori sospettosi. Il fatto che non sapessi una parola di russo non aiutava certo a farci accettare da loro; chiacchierai in giapponese e pseudo-giapponese, nel tentativo di rassicurarli che venivo da Tokyo, come i documenti dichiaravano, augurandomi che non si rendessero conto di quanto fosse poco probabile. Per fortuna i nostri documenti erano autentici e i controllori se ne andarono soddisfatti.

A quel punto Johnson era troppo sconvolto per tornare nello scompartimento. «Sono stati quegli stupidi ficcanaso lì dentro a provocare il controllo» disse. «Ci hanno sentiti parlare in una lingua straniera ed è bastato. I sovietici sono uguali dappertutto. Restiamo un poco qui fuori. Tanto, non sopporto più la loro puzza.»

Eravamo ancora nel corridoio, appoggiati ai finestrini, quando il treno si fermò nel bel mezzo della sconfinata foresta siberiana, senza il minimo segno di civiltà in vista. Montagne coperte d’alberi si estendevano a perdita d’occhio in ogni direzione; attraversavamo un’ondulata pianura verde, sotto un basso cielo azzurro pieno di nubi ancora più basse. Smisi di descrivere la California, di cui Johnson non si stufava mai; ci sporgemmo dal finestrino a guardare verso la parte anteriore del treno. A ovest le nubi, basse e scure, formavano ora una linea nera e continua. Nel vederla, Johnson si sporse maggiormente dal finestrino. «Mi regga per le gambe» disse. «Mi regga per le gambe.»

Quando scivolò di nuovo dentro la vettura, aveva un sogghigno feroce sul viso solitamente tetro. Si chinò verso di me e mormorò: «Un tornado».

Nel giro di alcuni minuti, arrivarono i controllori e diedero ordine a tutti di scendere.

«Non servirà a niente» dichiarò Johnson. «Anzi, preferirei restare sul treno.» Ci unimmo comunque alla folla davanti alla porta.

«Allora perché ci fanno scendere?» chiesi, cercando di tenere d’occhio le nubi.

«Oh, una volta un treno intero è stato sollevato in aria e scagliato per tutta la campagna. Sono morti tutti i passeggeri. Ma chi si fosse trovato accanto al treno sarebbe morto ugualmente.»

L’idea non mi parve molto rassicurante. «Quéste trombe d’aria sono frequenti, allora?»

Johnson annuì, con sinistra soddisfazione. «È il cambiamento del clima russo, cui avevo solo accennato. La parte centrale del continente è più calda, ma adesso ci sono trombe d’aria. Prima della guerra, il 95 per cento di queste perturbazioni si verificava negli Stati Uniti.»

«Non lo sapevo.»

«È vero. Erano il risultato della combinazione delle locali condizioni atmosferiche e della geografia specifica delle Rockies, delle grandi pianure e del golfo del Messico: almeno così si credeva, visto che i tornado sono un altro mistero meteorologico. Ma ora sono frequenti in Siberia.» I nostri compagni di viaggio ci fissavano; per continuare, Johnson attese di scendere dal treno. «E sono enormi. Enormi come la Siberia stessa. Hanno cancellato dalla carta geografica diverse città.»

I controllori ci riunirono in una radura nei presi della ferrovia, in fondo al treno. Nubi nere coprivano il cielo, un vento gelido sibilava fra gli alberi. Nel giro di alcuni minuti, il vento aumentò d’intensità; foglie e ramoscelli volavano a mezz’aria sopra di noi; tenendoci a qualche passo di distanza dagli altri passeggeri, potevamo parlare senza essere ascoltati da alcuno; anzi, riuscivamo appena a sentirci.

«Karymskoye è poco più avanti, credo» disse Johnson. «Mi auguro che il tornado la colpisca.»

«Si augura?» esclamai, stupito. Credevo di avere udito male, dato che, a dire il vero, l’inglese di Johnson non era privo d’inflessioni.

«Sì» disse lui in un sibilo, tenendo il viso molto vicino al mio. Nella soffusa luce verdastra mi parve d’un tratto selvaggio, fanatico. «La giusta punizione, capisce? La terra stessa si vendica della Russia.»

«Ma credevo che le bombe le avesse piazzate il Sud Africa.»

«Il Sud Africa» replicò, con rabbia. Mi afferrò per il braccio. «Come fa a essere così ingenuo? Dove si sarebbe procurato le bombe, il Sud Africa? Tremila bombe ai neutroni. Sud Africa, Argentina, Vietnam, Iran… non importa chi le abbia realmente piazzate negli Stati Uniti e le abbia fatte esplodere; e poi, non credo che lo sapremo mai con certezza: forse tutti insieme… ma è stata la Russia a fabbricarle, la Russia a fornirle, la Russia a trarne i maggiori vantaggi. Il mondo intero lo sa; e nota come mostruose trombe d’aria la tormentino. È la giusta punizione, glielo dico io! Guardi la loro faccia! Lo sanno tutti, dal primo all’ultimo. È il castigo della Terra. Guardi! Ecco che arriva!»

Guardai nella direzione da lui indicata. A ovest ora la nube nera a un certo punto arrivava fino a terra, formava un imbuto nero e turbinante. Il vento ululava intorno a noi, mi strappava i capelli; eppure udivo ancora un basso digrignare, una vibrazione nel terreno, come se un treno varie volte più grande del nostro corresse su lontane rotaie.

«Viene da questa parte» mi gridò Johnson all’orecchio. «Guardi quant’è grosso!» Sul viso spigoloso e barbuto c’era un’espressione d’estasi religiosa.

Il tornado si assottigliò, divenne una colonna nera che turbinava furiosamente su se stessa. Alla base alberi interi volavano via a decine. Il ruggito profondo crebbe d’intensità; alcuni russi, nella radura, si gettarono a terra; altri s’inginocchiarono a pregare e rivolsero al cielo nero il viso stravolto. Johnson agitò il pugno contro di loro, gridò parole subito soffocate dal frastuono. La tromba d’aria aveva certo colpito Karymskoye, perché gli alberi volanti avevano lasciato posto a detriti, pezzi di città ridotta in macerie in un istante. Johnson ballò una giga sbilenca, lasciandosi spingere dal vento.

Anch’io tenni d’occhio quella tempesta soprannaturale. Si muoveva da sinistra a destra davanti a noi e si avvicinava di sbieco. La colonna turbinante era d’un nero così intenso che avrebbe potuto essere una torre di carbone. Di tanto in tanto la base della torre si sollevava da terra, toccava un’altura al di là della città colpita, ne strappava gli alberi, rimbalzava in aria fin quasi alla nube nera sovrastante, si allungava e toccava terra di nuovo, continuava ad avanzare. Con mio considerevole sollievo, sembrava che sarebbe passata circa cinque chilometri a nord da noi. Quando ne fui sicuro, mi sentii pervaso in parte dalla stessa esaltazione di Johnson. Avevo appena assistito alla distruzione di una città. Ma l’Unione Sovietica, aveva detto Johnson, era responsabile della distruzione del mio paese, di migliaia di città: e gli credevo. Il tornado era davvero una giusta punizione… la vendetta, addirittura. Gridai con quanto fiato avevo nei polmoni, sentii che il vento mi strappava il grido e lo portava lontano. Gridai di nuovo. Ero sorpreso della gioia con cui accoglievo un colpo vibrato contro gli assassini della mia patria… di quanto avessi bisogno di vederlo. Johnson mi batté la mano sulla spalla e mi asciugò gli occhi bagnati di lacrime; barcollammo nel vento, attraversammo la radura, ci rifugiammo fra alcuni alberi, dove potevamo gridare e segnare a dito il tornado e prendere a calci i tronchi; lanciare maledizioni troppo terribili perché altri le udissero, lamenti troppo terrificanti anche solo da immaginare. La nostra patria era morta; quello sventurato in esilio, la mia guida, ne soffriva intensamente quanto me. Gli circondai le spalle, abbracciai un compatriota, un fratello. «Sì» disse lui, in un sibilo. «Sì, sì, sì» ripeté.

Nel giro di venti minuti il tornado rimbalzò per sempre su fra le nubi; e noi restammo lì, nel vento intenso e gelido, a riprenderci. Johnson si asciugò gli occhi. «Mi auguro che non abbia divelto tratti troppo lunghi di rotaia» disse, con la sua pronuncia lievemente gutturale. «Altrimenti resteremo qui una settimana.»

Un’ombra cadde sulla pagina. Steve smise di leggere. Alzammo gli occhi. John Nicolin era lì fermo, mani sui fianchi.

«Mi serve il tuo aiuto per sostituire la chiglia danneggiata» disse a Steve.

Steve era ancora nelle foreste della Siberia, lo capivo dallo sguardo sfocato. Disse: «Non posso, devo leggere…»

John gli strappò il libro, lo chiuse con un colpo secco, tum. Steve sobbalzò, riuscì a dominarsi. I due si squadrarono con odio. Il viso di Steve divenne sempre più rosso. Trattenni il respiro, disorientato dal brusco distacco dal racconto.

John lasciò cadere sull’erba il libro. «Puoi sprecare il tempo come più ti piace, quando il tuo aiuto non mi serve. Ma quando mi serve, me lo dai, chiaro?»

«Sì» disse Steve. Ora guardava il libro per terra. Si allungò a raccoglierlo, mentre John si allontanava. Steve continuò a esaminare il libro, per vedere se si era macchiato d’erba, evitando il nostro sguardo. Mi dispiaceva essere presente. Sapevo come si sentiva, protagonista di una simile scenata sotto gli occhi di tutti. E c’erano Kathryn, Mando, la madre e la sorella di Kathryn, gli altri… Guardai l’ampia schiena di John scomparire giù lungo il sentiero del fiume; fra me, gli lanciai un paio di maledizioni. Non c’era bisogno di fare a Steve una scenata del genere. Era semplice malvagità, che nessun precedente poteva scusare. Ero felice che John non fosse mio padre.

«Bene, la lettura è sistemata» disse Steve, nel suo solito tono scherzoso, o almeno in una imitazione. «Ma pensate al tornado, eh?»

«Tanto devo andare a casa per la cena» disse Mando. «Ma non vedo l’ora di sapere cosa succede dopo.»

«Non ti preoccupare, ti avvisiamo» disse Kathryn, quando fu evidente che Steve non avrebbe risposto. Mando salutò Kristen e si allontanò verso il ponte. Kathryn si alzò. «Meglio che vada a controllare le tortillas» disse. Si chinò a baciare Steve sulla testa. «Non prendertela, tutti devono lavorare, una volta o l’altra.»

Steve le lanciò un’occhiata acida e non rispose. Gli altri andarono via con Kathryn. Mi alzai. «Vado via anch’io, mi sa.»

«Già. Senti, Hank, vedi sempre Melissa, no?»

«Di tanto in tanto.»

Mi fissò negli occhi. «Ma sfrutti bene il tempo, scommetto.»

Mi strinsi nelle spalle, con un cenno d’assenso.

«Il punto è questo» continuò lui. «Se proponiamo a quelli di San Diego di fare loro da guida nell’Orange County, non ci basterà solo saper seguire l’autostrada verso nord. Lo sa fare chiunque. Forse non vorranno avere niente a che fare con noi, se gli offriamo solo questo. Ma se sapessimo dove i giapponesi sbarcheranno, e quando, allora ci porterebbero con loro, capisci.»

«Può darsi.»

«No, è sicuro! Cosa vuoi dire, con “Può darsi”?»

«Niente, d’accordo. E allora?»

«Dal momento che sei amico di Melissa, perché non chiedi ad Addison se può darci una mano?»

«Cosa? Ehi… Add lo conosco appena. E i suoi traffici nell’Orange County riguardano solo lui, nessuno gli chiede mai niente.»

«Be’» disse Steve, guardando per terra con aria avvilita «certo che ci farebbe comodo.»

Sussultai, nel vederlo così abbattuto. Per un pezzo restammo tutt’e due con gli occhi bassi. Steve si batté il libro contro la coscia.

«Non farebbe male, no?» supplicò. «Se non vuole parlarne, dirà di no e basta.»

«Già» ammisi, incerto.

«Prova, d’accordo?» Ancora non mi guardava negli occhi. «Voglio davvero fare qualcosa, su a nord… combatterli, capisci? Mi domandai chi volesse combattere in realtà, i giapponesi o suo padre. Era lì, a occhi bassi, accigliato, abbattuto, ancora sofferente perché suo padre lo tiranneggiava. Mi dispiaceva molto vederlo in quello stato.»

«Parlerò con Add e vedremo cosa risponde» dissi, con chiara riluttanza.

Steve non badò al tono. «Benissimo!» Mi rivolse un breve sorriso. «Se ci dice qualcosa, è garantito che faremo da guida a quelli di San Diego.»

Faceva un certo effetto, la gratitudine di Steve. L’avevo vista di rado. Prima, ci scambiavamo favori da amici, da fratelli, ed era normale, niente di notevole. Prima… oh, adesso la situazione era cambiata, né poteva tornare all’antico. Prima, se non ero d’accordo con lui, era roba da ridere; discutevamo e, quale che fosse il risultato, non si trattava di una sfida alla sua supremazia nella banda. Ma adesso, se discutevo con lui di fronte al gruppo, Steve non ci stava, s’arrabbiava. Adesso, chiedergli spiegazioni equivaleva a mettere in discussione la sua autorità: solo perché io ero stato a San Diego e lui no. Cominciavo a pentirmi di quello stupido viaggio.

E ora, a peggiorare le cose, ero l’amico di Melissa e di Addison Shanks; così, proprio quando meno lo voleva, Steve era costretto a chiedere a me di agire, mentre lui rimaneva di nuovo in margine, a fare da spettatore; e doveva essermene grato! E io… io non potevo discutere con lui senza rischiare di rovinare la nostra amicizia; dovevo approvare qualsiasi piano lui facesse, anche quelli che non mi piacevano; e ora dovevo andare, dietro sua richiesta, a fare una cosa che gli sarebbe piaciuto fare di persona, per la quale io non ero portato. La situazione mi sfuggiva di mano. (Almeno, me n’ero fatto l’idea: a noi stessi, in simili circostanze, diciamo un mucchio di menzogne.)

Tutto questo lo capii in un attimo: uno di quei momenti di comprensione, quando un mucchio di cose viste ma non capite si uniscono, come frammenti di disegno nel comportamento dì un altro, che ora assume significato. Era una cosa che mi era capitata sempre più spesso, quell’estate, ma che continuava a cogliermi di sorpresa. Sbattei le palpebre e guardai di nuovo Steve, valutandolo rapidamente. «Farai meglio a scendere ad aiutare tuo padre» dissi.

«Ma sì, ma sì» disse, di nuovo arrabbiato. «Ancora alla catena. D’accordo, ci vediamo presto, va bene, amico?»

«Ci vediamo» risposi; e mi avviai su per il sentiero del fiume. Arrivato a casa, mi resi conto di non avere visto niente, per tutto il percorso.

14

Una sera ero fuori nell’orto di Pa’ a godermi il cielo sereno con la sua serie di sfumature d’azzurro, quando scorsi il fuoco sul costone. Un falò nel terreno di Tom, un ammiccare giallo vivo nel crepuscolo. Infilai la testa in casa. «Vado da Tom» dissi a Pa’. Nella foresta gli uccelli cinguettavano, mentre percorrevo la scorciatoia. A dire il vero, di notte non era visibile, ma la seguivo basandomi sul terreno e sulla sagoma delle ombre, e quasi correvo, anche senza la voce degli alberi a farmi da guida. Fra i varchi nei cespugli, il falò mi strizzava l’occhio, m’incitava ad affrettarmi.

Sul costone m’imbattei in Rafael, Addison e Melissa, i vicini di monte Basilone, fermi sul sentiero a bere una caraffa di vino. I falò di Tom attiravano la gente. Steve, Emilia e Teddy Nicolin erano già nel cortile e gettavano nel fuoco legna resinosa. Tom precedette fuori di casa Mando e Recovery, tossendo e ridendo. I piccoli Simpson saltellavano fra il ciarpame del cortile, cercando di spaventarsi a vicenda.

«Rebel! Deliverance! Charity! Spostate le chiappe da lì!» gridò Recovery.

Sogghignai. Era una vista piacevole, la sera, il falò di Tom sulla montagna. Ci salutammo e sistemammo alla giusta distanza dal fuoco i ceppi e le sedie; mandammo qualche grido d’entusiasmo quando comparvero John e la signora Nicolin, portando una bottiglia di rum e un grosso pezzo di burro incartato. All’arrivo di Carmen, di Nat e dei Mariani, la festa era già avviata. Nessuno parlò della riunione, naturalmente; ma, guardandomi in giro, non riuscivo a non pensarci. La festa era l’antidoto, per così dire. L’idea che la nostra banda andasse contro il voto mi metteva a disagio; provai a non pensarci, ma Steve continuava a muovere la testa in direzione di Melissa: già non vedeva l’ora che mi dessi da fare con gli Shanks.

Melissa scherzava con le ragazze dei Mariani; presi la mia tazza di rum al burro e cautamente bevvi un sorso, davanti al fuoco. Guardai le fiamme schizzare dalle gocce di resina. Mando cercava di fare dei treppiedi di rami sopra il punto più caldo del fuoco e di giocarci (aveva imparato il trucco da me). Il fuoco intorpidisce la mente in una sorta di pace bizzarra. Esige l’attenzione dell’occhio, come nessun’altra cosa. Trasparenti pennoni gialli si alzano tremolando dalla legna e scompaiono: che roba è, poi? Lo chiesi a Tom, ma la sua spiegazione era la più zoppicante che avessi mai ascoltato, ed è tutto dire. Si riduceva al fatto che, se le cose diventano abbastanza calde, bruciano; e la combustione è il cambiamento del legno in fumo e in cenere, per mezzo della fiamma. Dal gran ridere, Rafael a momenti si soffocava con il rum, quando Tom terminò.

«Davvero illuminante» sghignazzai, scansando le sberle di Tom. «La spiegazione più zoppa… Ah, ah… che ci hai mai rifilato.»

«E allora… i fulmini?» schiamazzò Rafael.

«E il motivo per cui i delfini sono animali a sangue caldo?» aggiunse Steve. Tom ci scacciò con un gesto, come se fossimo zanzare, e si versò altro rum; noi continuammo a ridacchiare.

Ma Tom sapeva perché il fuoco cattura a quel modo l’occhio e la mente, o almeno così mi pareva. Una volta avevo azzardato che il fuoco era una buona immagine della mente… i pensieri tremolano come le fiamme, alla fine esauriscono la legna della carne. Tom aveva annuito, ma aveva risposto che no, era al contrario. La mente, diceva, era una buona immagine del fuoco, almeno sotto questo aspetto: per milioni di anni gli esseri umani sono vissuti in modo più miserevole di noi. Proprio ai margini dell’esistenza, per milioni di anni letteralmente. Giurava che il tempo era quello e mi obbligava a immaginare tutte le generazioni, cosa ovviamente per me impossibile. Immaginarle, voglio dire. Comunque, tornando all’inizio, il fuoco si manifestò agli esseri umani solo come fulmine e incendi delle foreste, che bruciarono un sentiero dall’occhio al cervello.

«Poi, quando Prometeo ci diede il controllo del fuoco…» disse Tom.

«Chi è Prometeo?»

«Prometeo è il nome di quella parte del nostro cervello che contiene la conoscenza del fuoco. Il cervello possiede escrescenze come i tuberi, o i nodi d’albero, dove s’accumula la conoscenza di certi argomenti. Mentre la vista del fuoco provocava l’evoluzione di questo nodo particolare, esso crebbe finché non fu chiamato Prometeo; e allora l’animale uomo ebbe il dominio del fuoco.»

Così, continuò Tom, generazione dopo generazione, un numero incalcolabile di esseri umani si è seduto intorno al fuoco a guardare le fiamme. Per questi antenati morsi dal gelo, il fuoco significava calore; per loro, che divoravano sì e no un giorno su quattro la carne di creature più piccole, significava cibo. Fra l’occhio e Prometeo crebbe un sentiero di nervi simile a un’autostrada e il fuoco divenne uno spettacolo da far girare la testa e da estasiare lo spettatore. Nell’ultimo secolo dei vecchi tempi, l’umanità civilizzata perdette la dipendenza dai semplici fuochi; ma un secolo è solo un battito di ciglia nell’estensione del tempo umano; ormai il battito era passato e noi fissavamo di nuovo il fuoco, come ipnotizzati. Perché il battito di ciglia del tempo non aveva toccato la strada di nervi: ogni cervello l’aveva ancora, ed essa portava ardenti sensazioni al Prometeo dormiente, con la rapidità di sempre, risvegliando quel vecchio nodo dai sogni, dai simboli, dai vividi pensieri perduti.

«Raccontaci una storia» disse Rebel Simpson.

«Sì, Tom, racconta» disse Mando.

Gli altri si unirono a me intorno al fuoco; restammo in semicerchio a sorseggiare rum e a contemplare le fiamme. Tutti erano d’accordo, volevano una storia. Tom si agitò sulla sedia a dondolo, si schiarì la voce, brontolò che sarebbe stata una fatica. Con il viso arrossato dalle fiamme, aspettammo pazientemente che la smettesse.

«Raccontaci di John Pigna» supplicò Rebel. «Voglio la storia di John Pigna.»

Era una delle mie preferite, la storia di come, negli ultimi secondi del vecchio tempo, Johnny fosse inciampato in una delle bombe atomiche nascoste nel retro di un vecchio furgoncino Chevvy e vi si fosse buttato sopra, come un marine su una granata, per usare l’espressione dì Tom, nella speranza di proteggere dall’esplosione i concittadini… e di come fosse sopravvissuto nella bolla d’aria immota a livello zero, e poi soffiato a chilometri d’altezza e ricreato dai raggi cosmici, cosicché, quando era ricaduto fluttuando come una foglia d’eucalipto, era matto quanto Roger, e anche immortale. E di come fosse salito sulle montagne di San Bernardino e su a San Gorgonio, avesse raccolto pigne e le avesse portate sulla piana costiera, piantandole in riva a ogni fiume nuovo, “per mettere un mantello di verde sull’arida nudità della nostra povera terra”… avanti e indietro, avanti e indietro, anno dopo anno dopo anno, finché gli alberi non erano spuntati e non avevano ricoperto il territorio; e Johnny si era seduto sotto una sequoia che cresceva come il fagiolo di Jack e si era addormentato, e lì dorme ancora oggi, aspettando il momento in cui ci sarà di nuovo bisogno di lui.

Era una bella storia. Ma altri obiettarono che Tom l’aveva già raccontata la stagione prima.

«Sai solo tre storie, Tom?» lo rimbrottò Steve. «Perché non ce ne racconti mai una nuova? Perché non racconti una storia sui vecchi tempi?»

Tom gli rivolse la sua tipica occhiata sfottente e tossicchiò. Rafael e Cov si unirono a Steve nel prendere in giro il vecchio.

«Raccontaci una storia che parli di te nei vecchi tempi.»

Sorseggiai il rum e guardai attentamente Tom. L’avrebbe raccontata, stavolta? Sembrava un po’ sfinito e di malumore. Mi lanciò un’occhiata: penso che ricordasse il nostro vivace scambio d’idee, dopo la riunione, quando gli avevo rinfacciato quanto grande ci avesse fatto sembrare l’America.

«D’accordo» decise Tom. «Vi racconterò una storia dei vecchi tempi. Ma vi avverto, non è inventata, è solo un avvenimento realmente accaduto.»

Soddisfatti, ci accomodammo sui ceppi e sulle sedie svergolate dalla pioggia.

«Allora» disse Tom «nei vecchi tempi possedevo un’automobile. Ve lo giuro. E all’epoca della storia, andavo in auto da New York a Flagstaff. Un viaggio come quello avrebbe richiesto circa una settimana, ad andare svelti. Ero quasi alla fine, sulla Statale 40, nel Nuovo Messico. Si avvicinava il tramonto e prometteva tempesta. Grandi nubi nere sembravano un’onda che rotolasse a riva dal Pacifico; il cielo era azzurro chiaro, sopra di me e dietro di me; in basso, la terra era un deserto disseminato di mesas e nient’altro, a parte i cespugli e le due corsie della strada. Un paese fantasma.»

“Per prima cosa notai che due raggi di sole spuntavano dalla sommità del fronte di nubi, fenomeno che anche voi avete visto; ma quei due raggi sembravano fari, si aprivano da sinistra a destra davanti a me, come portenti di qualche sorta. Pensate solo a quei raggi di sole… Avevano sfiorato la terra di tanto così «(mise in mostra pollice e indice appena staccati)» eppure l’avevano mancata, per cui avrebbero continuato per sempre nell’universo. Ma prima mi diedero un segno.

“In secondo luogo, comparve la vecchia Volvo, sbuffando per superare una ripida salita con un cartello in vetta, si cui era scritto Spartiacque continentale. Avrei dovuto immaginarlo. Prima della discesa, sul ciglio della strada c’era un autostoppista.

“A quell’epoca ero avvocato e davo valore alla mia solitudine. Per una settimana intera non ero costretto a parlare con nessuno e l’idea mi piaceva. Possedevo un’automobile, ma da giovane anch’io avevo fatto l’autostop e conoscevo la disperazione dell’autostoppista, il cumulo sempre crescente di piccole delusioni nell’umanità. E poi, stava per piovere. Ma non volevo dare un passaggio a quel tipo, per cui decisi di guardare dall’altra parte nel sorpassarlo, per non incrociare il suo sguardo. Ma sarebbe stata vigliaccheria. Così, all’ultimo istante, lo guardai. E, credetemi, nell’attimo in cui lo riconobbi, sterzai sul bordo della strada e slittai sulla ghiaia, fermandomi.

“Quell’autostoppista ero io. Io in persona.”

«Oh, contaballe» disse Rebel.

«Non è una bugia! Era così, in quei tempi. Voglio dire, ogni giorno capitavano cose anche più bizzarre di questa. Perciò lasciatemi continuare il racconto.»

“Allora. Tutt’e due lo capimmo, quel tizio e io. Non eravamo due semplici sosia, come quelli di cui ti parlano gli amici e poi, quando li incontri, non t’assomigliano per niente. Questo tizio era l’uomo che vedevo nello specchio ogni mattina quando mi radevo. Indossava perfino una mia vecchia giacca a vento.

“Scesi di macchina. Ci fissammo. «Allora, chi sei?» disse lui, in una voce che riconobbi perché avevo ascoltato registrazioni su nastro della mia.

“«Tom Barnard» risposi.

“«Anch’io» disse lui.

“Ci fissammo davvero.

“Come ho detto, all’epoca ero avvocato, d’inverno lavoravo a New York. Per cui ero piuttosto magro, con un po’ di pancetta. Si vedeva subito che l’altro Tom Barnard aveva fatto lavori manuali: era più robusto, duro, in piena forma, con un principio di barba e la pelle abbronzata dalla vita all’aria aperta.

“«Bene, vuoi un passaggio?» dissi. Cos’altro potevo dire? Dopo una breve esitazione, lui annuì; raccolse lo zaino e si avvicinò alla macchina. «La Volvo è ancora in giro, vedo» commentò. Salimmo. A sedere lì con lui, fianco a fianco, provai una sensazione tanto bizzarra da non riuscire a mettere in moto. Insomma, aveva sul braccio una cicatrice identica a quella che mi era rimasta cadendo da un albero! Straordinario! Comunque, ripresi la strada.

“Bene, a stare seduti in silenzio veniva la pelle d’oca a tutt’e due. Cominciammo a parlare. Eravamo il medesimo Tom Barnard, eccome! Nati nello stesso anno, dagli stessi genitori. Confrontando il nostro passato anno per anno, in breve scoprimmo il momento in cui ci eravamo suddivisi, sdoppiati, o chissà cosa. Un settembre di cinque anni prima, io ero tornato a New York, mentre lui era andato in Alaska.

“«Sei tornato allo studio legale?» chiese. Con un sussulto, confermai. Ricordai che avevo pensato di andare in Alaska, una volta terminato il lavoro con il Consiglio Navaho; ma non mi era sembrata una soluzione pratica. E dopo molte riflessioni ero tornato a New York. Alla fine determinammo il momento esatto: il mattino in cui partii in auto per New York, prima dell’alba, nel silenzio assoluto, c’era stato un istante, nell’imboccare la Statale 40, in cui non riuscivo a ricordare se la rampa d’accesso era una semplice curva a sinistra o un cerchio completo sulla destra; e mentre ancora ci pensavo, mi ero ripreso ed ero già sull’autostrada, diretto a est. La stessa cosa era accaduta al mio doppio: solo, lui si era diretto a ovest. «Ho sempre saputo che questa era una macchina magica» disse. «Anch’essa è doppia… ma ho venduto la mia a Seattle.»

“Be’… c’eravamo. La tempesta si scatenò e proseguimmo fra piccoli scrosci di pioggia. Il vento spingeva la macchina. Dopo un poco vincemmo lo stupore e prendemmo a chiacchierare. Gli raccontai cosa avevo fatto negli ultimi cinque anni… pratiche legali, per lo più… e lui scosse la testa, come se mi ritenesse matto. Mi raccontò cos’aveva fatto lui, e mi parve una vita magnifica. Pesca in Alaska, cartografia di fiumi nello Yukon, raccolta di scheletri d’animali per il dipartimento caccia e pesca… lavoro duro, a contatto con la natura. Quanto ridevo, alle sue storie! E da lui udivo la mia risata come la udivano i miei amici, e l’idea mi faceva solo ridere più forte. Vi è mai venuto in mente che la gente vi vede nello stesso modo in cui la vedete voi, una raccolta di apparenze, abitudini, azioni, parole… e che non arriva mai a leggervi i pensieri, a sapere quanto siete fantastici in realtà? In modo che agli altri sembrate estranei quanto loro a voi? Bene, quella sera guardai me stesso dall’esterno e vidi davvero un tipo buffo.

“Ma che vita aveva vissuto! Mi dava una sensazione di vuoto allo stomaco. Capite, aveva vissuto una vita assai vicina a quella che avevo sognato di vivere nel mio piccolo appartamento di New York, un inverno dopo l’altro. Mentre la mia vita in città era solo una serie di luoghi chiusi in cui sedevo a guardar parlare la gente o a parlare io stesso. Tutta qui, la mia vita. Ma quest’altro Tom! Era andato via, aveva fatto quel che volevo fare io. E non sapeva come sarebbe stato il resto della sua vita, disteso davanti a lui come la strada davanti a noi. Capii che amavo viaggiare all’interno del paese proprio perché attraversavo la campagna… che le volte in cui desideravo di girare la macchina nel Nuovo Messico e tornare a New York, e poi girare di nuovo e andare all’ovest, e continuare così, come se la Volvo fosse un pendolo appeso al polo nord… era perché volevo stare in campagna, all’aperto. Cominciai a sentire il vuoto della mia vita, il vuoto provato quando nel mio appartamento di New York guardavo nello specchio mentre mi radevo, quando notavo le rughe sotto gli occhi e pensavo che avrei potuto vivere una vita diversa, che avrei potuto renderla migliore.

“Mi demoralizzai a un punto tale da suggerire a un tratto al mio doppio che forse non ero altro che una sua allucinazione. Mi pareva un’ipotesi sensata. Lui aveva fatto la scelta più forte, io la più debole… non era forse logico pensare di essere niente di più di uno spettro venuto a tormentarlo, una visione di quel che gli sarebbe accaduto se avesse fatto l’errore di tornare a New York?

“«Non credo» disse lui. «È più probabile che sia io un’allucinazione che ti sei fermato a raccogliere per strada. E poi, saresti davvero un diavolo d’allucinazione, per portarmi fino al Nuovo Messico. No, siamo tutt’e due qui in carne e ossa.» Mi diede un pugno sul braccio; dove mi toccò, sentii un forte calore.

“«Hai ragione» ammisi. «Siamo qui tutt’e due. Ma come lo spieghi?»

“«C’era troppa roba per un corpo solo!» disse. «Per questo avevamo difficoltà a prendere sonno.»

“«Soffro ancora d’insonnia» riconobbi. E sapevo perché: avevo vissuto la vita sbagliata, avevo scelto la vita in scatola.

“«Anch’io» disse lui, con mia sorpresa. «Forse perché dormo troppo sul terreno. Ma forse per il mio genere di vita.» Per un attimo parve demoralizzato quanto me. «A volte ho l’impressione di non fare niente di reale, perché nessuno lo fa. Vado contro la mia inclinazione, immagino. Spesso il sonno ne risente.»

“Così anche lui aveva i suoi guai. Ma sembravano ben poca cosa, paragonati ai miei. Era più sano e felice di me, senza dubbio.

“La tempesta aumentò d’intensità. Misi in funzione i tergicristalli, aggiungendo il loro cigolio al rombo sommesso del motore e al sibilo di pneumatici sul bagnato. I fari illuminavano scrosci di pioggia; sull’altra corsia rombavano autotreni diretti a est, che si lasciavano alle spalle lunghi strascichi di schizzi. Mettemmo nell’autoradio una cassetta con la Terza di Beethoven: il secondo movimento sembrava il rumore della tempesta. Restammo ad ascoltare e parlammo di quando eravamo bambini. «Ricordi questo?» «Oh, certo.» «Ricordi quest’altro?» «Avrei dato chissà cosa perché nessuno venisse mai a saperlo.» E così via. Chiacchiere amichevoli, che però mettevano a disagio. Non potevamo più parlare della nostra vita diversa, perché c’era qualcosa di sbagliato, una tensione, un contrasto, anche se nessuno dei due era soddisfatto.

“Cominciava a piovere più forte, il vento squassava l’auto. Si vedeva ben poco, a parte il cono di luce dei fari… la massa nera della terra, le nubi nere più in alto. La marcia del secondo movimento, musica più grandiosa di quanto non possiate immaginare, si riversò dagli altoparlanti uguagliando colpo su colpo la tempesta. E parlammo e ridemmo, e ci sentimmo felici, gridammo, battemmo i pugni sul tettuccio, sommersi da quel che accadeva… perché se eravamo lì entrambi, significava che eravamo speciali, capite. Significava che eravamo magici.

“Ma nel bel mezzo degli schiamazzi, il motore della Volvo sputacchiò, in cima a un’altra salita. Schiacciai l’acceleratore, ma il motore si spense. Mi accostai al ciglio, provai a rimettere in moto. Niente da fare. «Acqua nello spinterogeno» disse il mio doppio. «Non l’hai mai fatta riparare?»

“«No» ammisi. Discutemmo un poco e decidemmo di tentare d’asciugarlo. Non sarebbe stato facile, ma era sempre meglio di stare lì seduti tutta la notte. Tirammo fuori i ponchos; per fortuna la pioggia si ridusse a un’acquerugiola continua. Mentre indossavo il poncho, il mio compagno aveva già sollevato il cofano ed era chino sul motore. Reggeva una piccola torcia elettrica e con l’altra mano tirava via lo spinterogeno. Lo aiutai: tre mani di Tom Barnard tolsero la calotta, staccarono i fili, asciugarono le puntine, rimisero tutto a posto. Il mio doppio corse a prendere un sacchetto di plastica, mentre io restavo chino sul motore, con il poncho disteso come un mantello, e sentivo il calore che si alzava. Il mio doppio tornò… lavoravamo a velocità d’emergenza, capite… e si chinò sul motore: le nostre quattro mani lavorarono con sovrannaturale coordinazione. Rimesso a posto lo spinterogeno, lui si precipitò sul sedile di guida e mise in moto. Il motore si accese e lui lo portò su di giri. L’avevamo aggiustato! Mentre chiudevo il cofano, il mio doppio scese di macchina, sorridendo. «Bene!» disse, dandomi una manata sul palmo; a un tratto spiccò un balzo e si mise a ululare il canto Navaho che avevamo imparato quand’ero bambino… e io giravo con lui, agitavo il poncho come se fosse un manto per le danze Hopi, gridavo a pieni polmoni. Oh, era uno spettacolo bizzarro, noi due che ballavamo davanti all’auto, su quell’altura, saltellando, girando, pestando i piedi nelle pozzanghere; e mi sentii… non esistono parole per esprimere come mi sentivo in quel momento, davvero.

“La pioggia era cessata. All’orizzonte, verso sud, piccole schegge di luce saettavano a terra dalle nuvole basse. Restammo fianco a fianco a guardarle, due tre al secondo. Niente tuoni.

“«La mia vita sembra questa» disse uno di noi, non ero sicuro quale dei due. Il mio braccio, il destro, scottava, dove toccava il suo. Guardai il braccio…

“E vidi che il mio e il suo si erano uniti e terminavano in una sola mano. Diventavamo di nuovo un tutt’uno. Ma era una mano sinistra… la sua. Allora notai che la mia gamba e la sua si univano nello stesso stivale, uno stivale destro. Il mio piede.

“Nell’avambraccio che si muoveva tra noi vedevo i tessuti rossastri, simili a una cicatrice da ustione. E sentivo l’attrazione ardente, il risucchio. Ci fondevamo insieme! Già avevamo in comune parte del braccio, presto saremmo stati uniti fino alla spalla, come gemelli siamesi; e sentivo lo stesso bruciore alla gamba destra, oh, il nostro tempo era giunto alla fine! Prima braccia e gambe, poi il tronco, poi la testa!

“Nel suo viso vidi l’immagine speculare del mio, stravolta dall’orrore. Pensai, ecco come sono, ecco chi sono, il nostro tempo è terminato. Incontrai il suo sguardo.

“«Tira!» disse lui.

“Tirammo. Con la destra lui afferrò il parafango; io scostai il piede sinistro, cercando appiglio nella ghiaia fangosa. Mi piegai all’infuori, tirai come mai avevo tirato in vita mia. L’avambraccio sporgeva fra noi simile a un artiglio. Ansimammo, grugnimmo, tirammo; il tessuto cicatriziale sopra il gomito bruciava, si stirava, restituiva a ciascuno di noi un po’ del braccio. Era doloroso, come se mi fossi afferrato a un sostegno e avessi cercato deliberatamente di strapparmi il braccio. Ma funzionava. Adesso ciascuno di noi aveva un gomito suo.

“«Tieniti forte» ansimai. Mi lanciai verso la strada. Srrppp! Un istante d’acuta sofferenza… e caddi sull’asfalto bagnato. Mi rialzai sostenendomi su tutt’e due le mani. Avevo tutt’e due i piedi. Scossi con violenza la destra, mi afferrai lo stivale destro. Ero di nuovo intero.

“Il mio doppio se ne stava appoggiato alla macchina, si reggeva nella destra l’avambraccio sinistro, tremava. M’accorsi di tremare anch’io. Lui mi fissava con espressione rabbiosa. Per un secondo pensai che volesse assalirmi. Per un istante ebbi una visione, lo vidi saltarmi addosso e prendermi a pugni, vidi le mani penetrare dentro di me e non venire più fuori, cosicché lottavamo a morsi e a calci, a ogni colpo ci fondevamo l’uno nell’altro fino a diventare una singola persona che si colpiva da sola, prona sulla ghiaia, e sobbalzava e si contorceva.

“Ma era solo una visione. In realtà, lui scosse con forza la testa, arricciò le labbra in un’espressione amara.

“«Meglio che me ne vada» disse.

“Risposi: «Credo di sì». Mentre mi rimettevo in piedi, si accostò alla portiera e prese lo zaino. Si tolse il poncho per mettersi in spalla lo zaino.

“«Per te c’è il ritorno a casa, eh, Thomas?» disse. C’era disprezzo, nel suo tono. All’improvviso mi arrabbiai.

“«E tu puoi tornartene sulla strada» risposi. «Sono felice di vederti andare via. Da te ho avuto la sensazione che tutta la mia vita sia stata uno sbaglio, che tu abbia fatto bene e io male. Ma non ho fatto male! Vivo con la gente, come un essere umano dovrebbe vivere; tu fuggi, vaghi sulle strade. Brucerai in fretta.»

“Mi lanciò un’occhiata d’odio e disse: «Hai capito male, fratello. Cerco di vivere la mia vita meglio che posso. E non brucerò mai». Si rimise il poncho. «Prendi tu il nome» disse. «Non so se vivo nel tuo stesso mondo, ma qualcuno potrebbe accorgersene. Perciò, tieni tu il nome. Tanto, ho la sensazione che sia tu il Tom Barnard reale.»

“Così avevamo litigato.

“Mi guardò un’ultima volta. «Buona fortuna» disse. Poi s’allontanò dalla strada, risalì il costone. Nella nebbiolina, con il poncho addosso, parve inumano. Ma io sapevo chi era. E mentre lo guardavo svanire nel buio e fra gli arbusti, il mio spirito si riempì di disperazione. Era me stesso, colui che scompariva laggiù; guardavo il mio vero essere svanire nella pioggia. Un’esperienza che non auguro a nessuno.

“Quando non riuscii più a scorgerlo, m’allontanai in macchina, in preda al panico. Bastava uno scricchiolio a farmi sobbalzare, avevo troppa paura per girarmi a vedere cosa fosse. Guidavo a velocità sempre maggiore e pregavo che lo spinterogeno restasse asciutto. Le valli a est dell’Arizona passarono una dopo l’altra. Per la prima volta, credo, mi resi conto di quanto il paese fosse vasto davvero. Non riuscivo a togliermi dalla testa gli ultimi avvenimenti. Le frasi parevano ancora sospese a mezz’aria. Avrei voluto più tempo a disposizione… avrei voluto che ci fossimo lasciati da amici… che la fusione si fosse realizzata! Perché la completezza ci aveva atterriti tanto? Ma avevo paura: il terrore di quell’unione mi sommerse. Spinsi l’auto a velocità ancora maggiore, come se lui, bagnato ed esausto, m’inseguisse sull’autostrada, chilometri più indietro.”

Tom tossì un paio di volte; fissava il fuoco, ricordando l’episodio. Lo guardavamo a bocca aperta.

«L’hai più rivisto?» chiese Rebel, in tono ansioso. Le parole spezzarono l’incantesimo. Molti di noi risero, Tom compreso. Ma poi il vecchio si accigliò e annuì.

«Sì, l’ho rivisto. E non è tutto.»

Tornammo a metterci comodi. Pensavo che i più anziani avessero già udito quella storia, ma anche loro parvero sorpresi.

«Parecchi anni dopo lo rividi. Capirete da soli a quale anno mi riferisco. Ero ancora avvocato, più vecchio, più trasandato, più grasso che mai. Era così, la vita nei vecchi tempi: gli anni in scatola la consumavano in fretta.» A questo punto Tom guardò me, come per accertarsi che lo ascoltassi. «Era davvero una vita stupida. Ecco perché non capisco la gente che parla di combattere per tornare a una vita del genere. A quei tempi, la gente s’affannava a lavorare in scatole per avere scatole da affittare e scatole a cui fare visita; e passava tutta la vita a correre dentro una scatola, come topi. Anch’io facevo così, e non aveva senso.»

“Una parte di me lo sapeva e si ribellava senza troppa convinzione. A quell’epoca ero di nuovo all’ovest in viaggio. Decisi di salire in cima al monte Whitney, la montagna più alta degli Stati Uniti. Nelle mie condizioni fisiche, era impresa disperata anche solo salire il sentiero di quindici chilometri, ma in un paio di giornate di fatica ci riuscii. Monte Whitney. Proprio sul far della sera… di nuovo. Per questo motivo ero l’unico sulla cima, cosa abbastanza rara.

“Camminavo sulla vetta, grande circa mezzo ettaro. Il sentiero risale il lato di ponente, un pendio facile e graduale. Ma la parete orientale scende quasi a picco e a guardare giù, nelle ombre, provai una bizzarra sensazione. Allora notai uno scalatore. Risaliva da solo la ripida parete, lungo un canalone. Anche il vecchio John Muir aveva risalito da solo la parete est, ma lui andava pazzo per il rischio e da allora ben pochi scalatori hanno osato imitarlo. Mi girava la testa solo a guardare, ma continuai lo stesso a osservare lo scalatore. Quando fu più vicino, prese a lanciare occhiate alla vetta; a un certo punto mi vide e agitò la mano. Più saliva, più mi pareva di conoscerlo. E poi capii chi era. Il mio doppio, con attrezzatura da alpinista e un gran barbone. Sembrava in piena forma. Ed era lì, sulla parete di granito!

“Be’, pensai di svignarmela giù dal sentiero; ma a un certo punto, nell’alzare gli occhi, mi riconobbe. Non potevo non salutarlo. Così aspettai.

“L’ultimo tratto di scalata parve eterno; e intanto lui correva il rischio di morire a ogni passo. Ma quando lui strisciò sulla cima, il sole era ancora alto all’orizzonte, laggiù sul Pacifico, nella foschia. Il mio doppio si alzò, camminò verso di me. Si fermò a un metro di distanza. Restammo a fissarci, senza parlare, in quella luce ambrata che si vede solo sulle Sierras al crepuscolo. Pareva che non ci fosse niente da dire, eravamo come impietriti.

“Accadde allora.”

Qui la voce di Tom assunse un tono rauco e duro; il vecchio si sporse sulla sedia zoppa, smise di dondolarsi, fissò il fuoco, non guardò in viso neppure uno solo di noi. Tossì tre quattro volte, riprese a parlare in fretta: «Il sole era una mezza sfera arancione all’orizzonte e… e ne fiorì un’altra, lì a fianco, e poi un mucchio, su e giù lungo la costa della California. Cinquanta soli in fila, nello splendore del tramonto. Nubi a fungo, alte come noi, poi ancora più alte. Piccoli aloni di fumo intorno a ogni colonna. Era il Giorno, gente. Era la fine.»

“Vidi cos’era, capii cos’era. Mi girai a guardare il mio doppio, lo vidi piangere. Mi venne a fianco, ci tenemmo per mano. Tutto qui, semplicemente. Ci fondemmo insieme con la massima facilità, come se fossimo d’accordo. Al termine, ero là sulla vetta, da solo. Ricordavo tutt’e due i miei passati, sentivo in me la forza di mio fratello. Un vento freddo soffiò verso di me le nubi a fungo. Oh, mi sentivo solo, credetemi; tremavo, guardavo l’orrendo spettacolo; e mi sentivo… come dire?… in qualche modo guarito e… Oh, non so. Non so. Scesi dal monte, chissà come.”

Si appoggiò alla spalliera e quasi spinse troppo all’indietro la sedia a dondolo. Tutti traemmo un respiro profondo.

Tom si alzò, con un rametto stuzzicò il fuoco. «Capite, non si poteva vivere una vita intera, nei vecchi tempi» disse, con tono di nuovo rilassato, perfino irascibile. «Solo ora siamo accanto al fuoco, nel mondo…»

«Risparmiaci la morale, per favore» disse Rafael. «Ce ne hai fatta fin troppa negli ultimi tempi, grazie.»

John Nicolin annuì.

Il vecchio batté le palpebre. «D’accordo, come volete. Tanto, le storie non dovrebbero mai avere una morale. Mettiamo altra legna sul fuoco! La storia è terminata, ho voglia di bere qualcosa.»

Con un colpo di tosse, andò lui stesso a prendersi da bere e ci lasciò liberi. Alcuni si alzarono a mettere legna sul fuoco, altri chiesero alla signora Nicolin se c’era ancora burro… tutti con tono un po’ mogio, ma soddisfatto.

«Il vecchio la sa sempre lunga» disse Steve. Poi mi prese per il braccio e indicò Melissa, dall’altra parte del fuoco. Lo scostai, con un’alzata di spalle; ma dopo un poco girai intorno al falò e le andai vicino. Melissa mi circondò con il braccio. Sentire la piccola mano sul fianco mi fece balzare il rum in corpo. Girellammo nel cortile pieno di cianfrusaglie e ci baciammo con desiderio. Ogni volta ero sorpreso di quanto fosse facile, con Melissa.

«Bentornato a casa» disse lei. «Ancora non mi hai parlato del viaggio… l’ho solo sentito di seconda mano! Perché non vieni a casa mia, più tardi, e mi racconti? Papà sarà presente, è chiaro, ma forse andrà a letto.»

Mi affrettai ad accettare l’invito, pensando più ai baci che alle informazioni che in teoria avrei dovuto strappare a Shanks. Ma quando me ne ricordai (mentre premevo le labbra sul collo di Melissa, bellissimo alla luce del fuoco), fui soddisfatto di me. Sarebbe stato più facile di quanto non credessi. «Andiamo a vedere se c’è ancora un po’ di rum» dissi.

Poco dopo avevamo trovato il rum e l’avevamo mandato giù; e Addison ci aveva trovati. «Andiamo via» disse sgarbatamente a Melissa.

«È ancora presto» rispose lei. «Henry può venire con noi? Voglio sentire il racconto del suo viaggio e mostrargli la nostra casa.»

«Certo» disse Addison, con indifferenza. Dietro la schiena di Melissa rivolsi un gesto di saluto a Steve e a Kathryn; mi sentii assai scaltro, quando scorsi l’espressione stupita di Steve. Imboccammo il sentiero del costone. Add ci precedette nella valle, senza una parola né un’occhiata, così non vide il braccio di Melissa intorno alla mia cintura, né la sua mano nella mia tasca. La tasca aveva un buco comodo per lei, ma io non mi sentivo affatto a mio agio, con Add proprio davanti a noi, e non reagii, se non con un bacio sul ponte, perché lì sapevo dove mettevo i piedi. Percorrendo a passo malfermo il sentiero di monte Basilone, sentivo il rum scorrermi nel sangue e le dita di Melissa frugare nei calzoni. Uau! Ma nello stesso tempo pensavo a come rivolgere a Shanks domande sugli sciacalli e sui giapponesi. Il rum mi confondeva il cervello, se riflettevo sul problema, ma non si trattava solo dell’alcol. Non esisteva una buona soluzione, ecco tutto. Dovevo lanciare l’amo senza l’esca e sperare.

La casa degli Shanks era una delle più vecchie: Add l’aveva costruita prima ancora che qualcuno si stabilisse a Onofre. Come intelaiatura aveva sfruttato un traliccio elettrico, per cui la casa era piccola, ma alta e robusta come un albero. Le pareti a scandole s’inclinavano leggermente verso l’interno; i quattro montanti del traliccio spuntavano dagli angoli del tetto e si univano in un intrico metallico molto più in alto.

«Entra» mi disse Add in tono ospitale, mentre toglieva di tasca una chiave e apriva la porta. All’interno, strofinò un fiammifero e accese una lanterna: l’odore d’olio di balena bruciato riempì la stanza. C’erano scatole e utensili ammucchiati contro le pareti, ma niente mobili.

«Abitiamo di sopra» disse Melissa, mentre Add ci precedeva su per la ripida scala di assi nell’angolo. Ridacchiò e mi spinse per il sedere, salendo dietro di me; quasi sbattei la testa in un grosso montante di ferro del vecchio traliccio.

Per quanto ne sapevo, ero il primo abitante dì Onofre a vedere il piano superiore. Ma non c’era niente di speciale: cucina in un angolo, tavolo di legno chiaro, un vecchio divano e alcune poltrone. Tutta roba da sciacalli. Una scaletta e una botola indicavano la presenza di un altro piano. Add posò la lanterna sopra il fornello e cominciò ad aprire le finestre togliendo le imposte di protezione. Ce n’erano un mucchio. Quando terminò, avevamo un bel panorama nelle quattro le direzioni: scure cime d’albero, da ogni parte.

«Avete un mucchio di finestre» dissi, sotto la spinta del rum.

Add annuì. «Siediti» m’invitò.

«Vado a cambiarmi» disse Melissa; salì la scaletta del piano superiore.

Mi accomodai in una delle grosse poltrone imbottite, di fronte al divano. «Dove ti sei procurato tutto questo vetro?» chiesi, con la speranza di arrivare così all’argomento che mi premeva. Ma Add sapeva che sapevo la provenienza del vetro e mi sorrise storto.

«Oh, qua e là» rispose. «Tieni, prendi un bicchiere di rum. Il mio è migliore di quello dei Nicolin.»

Avevo già bevuto a sufficienza, ma accettai il bicchiere.

«Siediti qui sul divano» disse Add, reggendomi il bicchiere mentre mi spostavo. «Da lì c’è la vista migliore. Se l’aria è chiara, si vede Catalina. Se no, il mare. Stava per diventare la tua seconda casa, a quanto dicono.»

«Seconda e ultima, a momenti.»

Rise forte e a lungo. «Ho sentito, ho sentito. Bene.» Bevve un sorso. «Una bella serata. Mi piacciono le storie di Tom.»

«Anche a me.» Sorseggiammo il rum; per un momento parve che non avessimo più niente da dire. Per fortuna Melissa scese, in un vestito da casa bianco che le stringeva il seno. Con un sorriso prese un bicchiere di rum e venne a sedersi accanto a me sul divano, premendomi braccio e gamba. La cosa mi rendeva nervoso, ma Add ci rivolse quel suo sorriso di storto (molto diverso da quello di Tom, causato da una cicatrice: Add sollevava solo un angolo delle labbra) e annuì, quasi fosse soddisfatto nel vederci in quella posizione intima. Si allungò contro la spalliera, posò il bicchiere in equilibrio sul bracciolo consunto della poltrona.

«Buon rum, vero?» disse Melissa. Riconobbi che era vero. «L’abbiamo scambiato con due dozzine di granchi. Vogliamo solo il rum migliore.»

«Mi piacerebbe fare scambi con San Diego» disse Add, irritato. «Davvero è grande come dice Tom?»

«Certo. Forse anche più grande.»

Melissa mi posò la testa sulla spalla. «Ti è piaciuto, laggiù?»

«Direi di sì. Un gran bel viaggio, lo ammetto.»

Cominciarono a chiedermi i particolari. Quanti villaggi c’erano? Erano tutti collegati dalla ferrovia? Il Sindaco era benvoluto? Quando raccontai che la mattina il Sindaco si allenava al tiro al bersaglio, si misero a ridere.

«Tutte le mattine?» chiese Add, alzandosi a riempire di nuovo i bicchieri.

«Così dicono.»

«Significa che hanno un mucchio di munizioni» borbottò fra sé, nell’angolo cucina. «Ehi, la bottiglia è vuota.»

«Ne hanno di sicuro» dissi. Mi parve che ci fosse il modo di portare presto la conversazione sugli sciacalli. Mi rilassai e cominciai a gustare la visita. «La zona è piena di magazzini navali e il Sindaco li ha fatti esplorare tutti.»

«Ah-hah. Un momento, scendo di sotto a prendere un’altra bottiglia.»

L’istante in cui la testa di Add sparì sotto il livello della botola, Melissa e io ci baciammo. Le sentivo il rum sulla lingua. Le posai la mano sul ginocchio; lei si tirò su il vestito, così toccavo la coscia nuda. Altri baci. Avevo il fiato corto. Spinsi il vestito sempre più su, finché scoprii che Melissa non portava niente sotto. Per la sorpresa il sangue mi rimbombò nelle orecchie. Il ventre le pulsava. Lei mi prese la mano, se la premette sul ventre. Ci baciammo più forte; lei mi strinse l’uccello nei pantaloni. Il fiato mi mancò del tutto, whoosh, whoosh!

Thump, thump, risposero gli stivali di Add sulla scala. Melissa si staccò da me e si tirò giù il vestito. Per lei andava benissimo, ma il rigonfio nei calzoni tradiva la mia erezione. Melissa mi diede un’altra strizzatina maliziosa che rese ancora più evidente il rigonfio e ridacchiò alla mia aria costernata. Bevvi il rum e mi rannicchiai nell’angolo del divano. Add entrò nella stanza, ruppe il sigillo della bottiglia. A questo punto ero presentabile, anche se il cuore batteva due volte più in fretta.

Bevemmo ancora. Melissa mi lasciò la mano sul ginocchio. Add si alzò e girò per la stanza in penombra, a scrutare dalle finestre; ne aprì prima una, poi un’altra, per regolare la circolazione d’aria, disse. Il rum mi dava alla testa.

«Il fulmine non colpisce mai la casa?» chiesi.

«Certo» risposero insieme e risero. Add aggiunse: «A volte ci colpisce e fa saltare via le scandole da tutta una parete. Quando le controllo, sono tutte bruciacchiate.»

«E a me si rizzano i capelli» disse Melissa.

«Non avete paura dell’elettrocuzione?» chiesi, compitando con cura l’ultima parola.

«No, no» disse Add. «Qui siamo bene a massa.»

«Cosa vuol dire?»

«Il fulmine corre lungo i montanti d’angolo e si scarica nel terreno. Ho chiesto a Rafe di dare un’occhiata e lui ha confermato che non corriamo alcun pericolo. Il suo parere mi consola, quando il fulmine ci colpisce e squassa la casa, e scintille azzurre ronzano come mosconi da tutte le parti.»

«A me piace» disse Melissa. «È eccitante.»

Add continuò a giocherellare con le finestre. Quando lui guardava da un’altra parte, Melissa mi prendeva la mano e se la posava in grembo, bloccandola fra le cosce. Quando Add si girava, lei allentava la stretta e io tiravo via di scatto la mano. Mi sembrava d’impazzire. Arrivai al punto da non aspettare che fosse Melissa a prendermi la mano: mi tuffavo su di lei alla minima occasione. Bevemmo ancora. Finalmente le finestre furono disposte in modo da soddisfare Add, che venne a fermarsi davanti al divano e mi guardò come se sapesse cosa succedeva alle sue spalle.

«Secondo te, cosa cerca in realtà il Sindaco di San Diego?» mi chiese.

«Non so» risposi. Ero confuso… impaziente di allungare la mano sotto il vestito di Melissa, ma consapevole della presenza di Add, proprio di fronte a me.

«Vuole essere il re di tutta la costa?»

«Non credo. Vuole cacciare i giapponesi dal continente, tutto qui.»

«Ah. L’hai già detto, alla riunione. Non so se crederci.»

«Perché?»

«Non ha senso. Di quanti uomini hai detto che dispone?»

«Non mi pare d’averlo detto. E poi, non lo so con esattezza.»

«Hanno apparecchi radio?»

«Ehi, come hai fatto a indovinare? Hanno una grossa radio vecchia, ma ancora non funziona.»

«No?»

«Non ancora, ma hanno intenzione di far venire dal Salton Sea un tizio a ripararla.»

«Chi te l’ha detto?»

«La gente di San Diego. Il Sindaco.»

Con tutte quelle domande, ritenni fosse il momento migliore per farne qualcuna anch’io. «Add, dove hai preso veramente tutto quel vetro?»

«Ai raduni di scambio, per la maggior parte.» Adesso guardava Melissa. Si scambiarono un’occhiata di cui non compresi il significato.

«Dagli sciacalli?»

«Certo. Sono loro che vendono il vetro, no?»

Decisi di sfiorare l’argomento. «Non tratti mai direttamente con gli sciacalli, Add? Voglio dire, al di fuori dei raduni.»

«No di certo. Perché lo chiedi?» Aveva ancora quel sorriso storto, ma gli occhi divennero attenti. Il sorriso svanì.

«Così» risposi. Provai per un attimo la sensazione che mi leggesse nel pensiero. «Curiosità, solo questo.»

«No» disse, deciso. «Non tratto mai con gli zopilotes, qualsiasi voce ti sia giunta. Pesco i granchi sotto Trestles, per cui giro molto da quelle parti, ma non faccio altro.»

«Raccontano un mucchio di menzogne, su di noi» intervenne Melissa, in tono tragico.

«Non importa» disse Add, di nuovo con il sorriso. «Ognuno, credo, dà adito a storie, d’un tipo o dell’altro.»

«Vero» confermai. Ed era proprio così. Chiunque non vivesse nella valle, sotto l’esame costante di tutti, era oggetto di pettegolezzi. Capivo come le voci nascessero più in fretta nei confronti di un tipo riservato come Addison. Era ingiusto nei suoi riguardi. Non sapevo cosa dire. Steve avrebbe dovuto trovare un altro modo per procurarsi le informazioni da riferire a quelli di San Diego. Battei le palpebre, respirai a fondo e con regolarità, nel tentativo di annullare gli effetti del rum. Add aveva acceso solo una lanterna; anche se quell’unica fiammella era riflessa da cinque o sei finestre, la stanza era piena di ombre danzanti. Nel mio bicchiere c’erano ancora due dita di rum, ma decisi di lasciar perdere. Addison si allontanò dal divano. Melissa si drizzò a sedere. Add andò nell’angolo della cucina e consultò un grosso orologio a sabbia.

«È stato divertente, ma s’è fatto tardi. Melissa, dovremmo già essere a letto. Abbiamo un mucchio di lavoro, domattina.»

«Va bene, papà.»

«Accompagna giù Henry e dagli la buonanotte in fretta. Henry, torna a farci visita, uno di questi giorni.»

Mi alzai, poco saldo sulle gambe, ma impaziente. Add mi strinse con forza la mano, sorridendo. «Fai attenzione, tornando a casa.»

«Certo. Grazie per il rum, Add.»

Seguii Melissa a pianterreno e poi fuori della porta, nella notte. Ci baciammo. Mi appoggiai con la schiena contro la parete inclinata per tenermi in piedi, una gamba fra quelle di Melissa, mentre lei si premeva addosso a me. Mi ricordò la prima volta che avevamo amoreggiato, al raduno di scambio; solo che questa volta ero più sbronzo. Melissa mi si strusciò contro la coscia e lasciò che la toccassi, mentre mi baciava sul collo e ansimava, umm, umm, sottovoce.

«Mi aspetta» disse poi. «È meglio che torni di sopra.»

«Oh.»

«Buonanotte, Henry.»

Un bacetto sul naso, ed era scomparsa. Mi staccai dalla parete e attraversai, malfermo sulle gambe, la piccola radura. C’erano fondamenta antiche, i resti di vecchie case, pareva. Tutto sparito, tranne le lastre di cemento, che scricchiolavano sotto le erbacce. Inciampai in una lastra e mi sedetti per un poco, a guardare attraverso gli alberi la torre degli Shanks. Davanti alla luce, nel soggiorno, c’era una sagoma. Assaggiai il dito che aveva toccato Melissa. Il sangue mi andò alla testa. Mi parve che occorresse un terribile dispendio di energie, per rialzarmi: allora me ne restai seduto a ricordare le sensazioni che mi aveva dato. Vedevo anche lei, la sagoma era la sua: si muoveva nell’angolo cucina della stanza superiore. Immaginai che stesse pulendo. Non so quanto tempo trascorresse, ma all’improvviso la lanterna della cucina si oscurò, ricomparve… una, due, tre e quattro volte. Mi parve una stranezza.

A una certa distanza alla mia destra, un ramoscello si spezzò. Capii all’istante che qualcuno camminava sulle antiche fondamenta. Senza fare rumore, strisciai fra due grossi alberi e tesi l’orecchio. A nord della casa c’erano almeno due persone, poco abili a muoversi silenziosamente nei boschi. Gente della valle non avrebbe mai fatto tutto quel rumore. E poi non c’era motivo che due della valle si trovassero lì. Me ne resi conto in un attimo, nonostante la sbronza. Senza pensarci due volte, mi distesi bocconi dietro un albero, da dove vedevo la porta di casa degli Shanks. E infatti le ombre sul lato opposto della piccola radura si mutarono in sagome umane, tre individui. I tre andarono dritti alla porta e dissero qualcosa, rivolgendosi al piano superiore.

Fu Melissa a farli entrare. Mentre erano ancora al pianterreno, scivolai fra gli alberi, silenzioso come un gufo, e mi appiattii contro la parete della casa. Benedissi la mia velocità (ero di gran lunga il più veloce di Onofre) e trattenni il fiato. Solo allora mi domandai se volevo davvero essere lì. Colpa della sbronza: a volte rende rapida l’azione solo perché impedisce di riflettere.

Da terra udivo le voci, ma non riuscivo a capire le parole. Mi ricordai d’avere visto blocchi di legno inchiodati alla parete vicino alla porta, in modo da formare una scala per arrivare al tetto. Mi spostai lungo la parete e cominciai a salire piano piano, un minuto per blocco, per non provocare scricchiolii. Arrivato con la testa a livello delle finestre, mi fermai e tesi l’orecchio.

«Hanno una radio» diceva Addison. «Lui dice che non funziona ancora, ma che arriverà un tizio dal Salton Sea a cercare di ripararla.»

«Gonzales, probabilmente» commentò una voce nasale, acuta.

Una voce più profonda aggiunse: «Danforth si vanta sempre d’essersi procurato apparecchiature quasi funzionanti, ma non sempre è vero. Ha descritto le condizioni della radio?»

«No» rispose Add. «Ma tanto non saprebbe dare un giudizio.»

Mi avevano spremuto! Ero andato lì per carpire informazioni e loro invece avevano torchiato me. Diventai rosso come un peperone. E c’era di peggio: Melissa probabilmente aveva combinalo con Add d’avvicinarmi quando ero già sbronzo, così non avrei fatto caso alle domande. Era davvero una brutta cosa.

E poi Melissa disse, con disprezzo: «Non sa niente di più di quel che sanno gli altri zappaterra.»

«Conosce i libri» la corresse Add. «E tastava il terreno per scoprire qualcosa, non so cosa. Vetro? Oppure l’Orange, più facilmente. Può darsi che fosse solo curioso. Ma non è ignorante come la maggior parte di loro.»

«Oh, è in gamba» disse Melissa. «E regge bene l’alcol, anche.»

Uno degli sciacalli si muoveva per la stanza; ne scorsi l’ombra quando passò sopra di me. M’incollai alla parete, cercando di sembrare una scandola. Se m’avessero sorpreso… be’, potevo batterli tutti, nei boschi di notte. Se non cadevo. Ma non ero nelle condizioni migliori per correre. All’improvviso provai la paura che avrei dovuto provare fin dall’inizio.

Continuarono a parlare di quelli di San Diego. Add e Melissa riferirono tutto quel che avevo detto. Fui sorpreso nello scoprire quanto: certe cose non ricordavo affatto d’averle dette. M’avevano spremuto per bene, questo era certo. E io da loro non avevo appreso un accidente. Mi sentii un babbeo. Digrignai i denti contro quei due.

Ma ora rendevo loro la pariglia. E nonostante quel che lei aveva fatto e quel che diceva adesso, una parte di me voleva allungare ancora la mano sotto il vestito di Melissa.

«I nostri amici dell’isola contano di sbarcare gente e materiali, fra non molto» disse la voce nasale. «Dobbiamo sapere fino a che punto Danforth è informato e cosa sarebbe in grado di fare, se fosse al corrente. Può darsi che ci tocchi cambiare il punto d’approdo.»

«Quelli non sanno niente» disse Add. «E Danforth sa solo muovere la lingua. Se potessero arrivare a Dana Point, non chiederebbero aiuto alla gente di Onofre.»

«Forse vogliono solo un buon porto su a nord, qui lungo la costa» disse l’uomo sopra di me. Guardava fuori della finestra. «Las Pulgas ha troppe secche ed è troppo lontano.»

«Possibile. Ma da quanto si sente dire, non sembra che siano fonte di preoccupazioni.»

La voce nasale sembrava della stessa idea. «Danforth non può soffrire il suo uomo più in gamba, a quanto si dice. Non dev’essere un granché, come capo.»

Parlarono nei particolari di Danforth e dei suoi uomini. Sul gradino di legno tremavo di rabbia: per sapere tante cose avevano certo spie dappertutto! Noi eravamo una banda di sempliciotti ignoranti, a confronto di una simile organizzazione.

«Dobbiamo andare» disse la voce nasale. «Voglio essere a Dana Point per le tre.»

L’uomo continuò a parlare, ma appena accennò alla partenza io cominciai a scendere i blocchi, spostando con cautela il peso del corpo e pregando che l’uomo sopra di me non guardasse dalla finestra. Ero bloccato contro la casa: da qualsiasi parte andassi, c’erano buone probabilità che qualcuno mi scorgesse. Lo spazio aperto meno esteso era a ovest; mi spostai su quel lato dell’edificio e aspettai. Erano già scesi? Pensai di sì e mi rifugiai nei boschi. Una volpe non avrebbe attraversato la radura più rapidamente di me.

E infatti ben presto gli sciacalli comparvero sulla soglia. Melissa li salutò agitando la mano: indossava ancora l’abito bianco. Fui tentato di accostarmi di nuovo alla casa per spiare padre e figlia, ma non volevo chiedere troppo alla fortuna. Finché non sapevano che avevo assistito di nascosto al loro incontro con gli sciacalli, avevo cambiato le carte in tavola a mio vantaggio. Sembrava una buona cosa. Mi avviai al fiume, piano, senza fare rumore. Alla fin fine, avevo ottenuto più informazioni io di loro; e mi credevano ancora mezzo scemo. Forse sarebbe tornato utile in seguito. Morivo dalla voglia di vendicarmi. Se solo gli sciacalli avessero precisato il giorno dello sbarco! Ma sapevo che i giapponesi sarebbero sbarcati presto a Dana Point: un’informazione valida da passare a Steve. Avevo una bella storia da raccontargli. E, con la chiarezza degli ubriachi, pensai che Steve si sarebbe ingelosito di nuovo. Me ne fregavo. Avrei preso gli Shanks… mostrato a Steve quel che sapevo fare… spazzato via i giapponesi… tolto i vestiti a Melissa… trionfato in tutti i modi…

Lo scricchiolio di un albero mi fece saltare per davvero. Badai di più al percorso. Impiegai un bel po’ di tempo per arrivare a casa e anche di più per addormentarmi. Che notte! Mi rividi, appeso al muro della casa degli Shanks. Avevo avuto successo un’altra volta. Quella Melissa, però… aveva urtato i miei sentimenti. Ma tutto sommato ero soddisfatto. Fuggire dalla nave giapponese, battere in astuzia gli sciacalli e le loro spie… davvero un bel lavoro. Dopo un po’ di queste fantasie da ubriaco mi addormentai. Quella notte sognai di essere sdoppiato, inseguito da due copie del capitano giapponese e, in una casa inesistente sul fiume, salvato da due Kathryn.

15

«Bene, Henry» disse Steve, alla fine del racconto della nottata (un poco abbellito e scorciato della parte in cui Add e Melissa mi avevano spremuto tutto quel che sapevo) «dobbiamo sapere a tutti i costi quando sbarcheranno a Dana Point, altrimenti non abbiamo niente in mano. Pensi di riuscirci?»

«E come vuoi che faccia? Add non mi dirà un bel niente. Perché non cerchi di scoprirlo tu?»

Parve offeso. «Sei tu quello che conosce Melissa e Add.»

«Come ho detto, non serve.»

«Be’… potremmo spiarli di nuovo» suggerì, poco convinto.

«Sì, forse.»

Riprendemmo a pescare in silenzio. Il sole picchiava sull’acqua e i frangenti imbiancavano le onde. Giorni caldi come quello erano la mia felicità… il fianco delle montagne fumava, l’acqua e il cielo erano due tonalità dello stesso azzurro vivo… ma questa volta non vi badavo. Steve rifletteva su come spiare Add e meditava cosa riferire a Lee e Jennings. Aveva previsto tutto quel che avrebbe detto per convincerli a prenderci come guide nell’Orange. Mentre remavamo verso la foce, aprii bocca, per la prima volta da quando avevo raccontato la mia storia.

«Puoi cominciare a mettere in atto i piani… a riva c’è Jennings che parla con tuo padre.»

«Proprio lui?»

«Già. Non lo riconosci?»

Anche se il suo viso era piccolo come l’unghia del mio mignolo, lo riconoscevo. Nel vederlo, il viaggio a San Diego mi tornò alla mente tutto in una volta, come se fosse una cosa che mi era accaduta davvero. Il ricordo mi diede i brividi. Lee non si vedeva. Jennings parlava, come al solito. Adesso che lo vedevo in carne e ossa, il nostro piano mi parve sciocco. «Steve, penso sempre che trattare per conto nostro con quelli di San Diego non sia una buona idea. Che cosa dirà il resto della valle, quando verrà a saperlo?»

«Nessuno lo scoprirà. Via, Henry, non lasciarmi nella bagna proprio adesso. Sei il mio migliore amico, no?»

«Già. Ma questo non significa che…»

«Significa che adesso devi aiutarmi. Da solo non posso farcela.»

«Ah… merda.»

«Dobbiamo ascoltare cosa dicono quei due.»

Remò come se facesse una gara. Quando toccammo la sabbia, dissi: «Come facciamo ad avvicinarci tanto da udirli?»

Saltammo a riva e sollevammo la barca sopra il riflusso dell’ultima ondata. «Mentre porti via il pesce, passa davanti a loro e tendi l’orecchio. Io ti vengo dietro. Metteremo insieme quel che abbiamo udito.»

«Non sarà facile.»

«Merda, sappiamo quel che dice mio padre. Forza!»

Afferrai per le branchie un paio di persici e camminai lentamente sulla sabbia fino ai banchi di pulitura, muovendomi proprio alle spalle di Jennings. Lui si girò. «Ehi, ciao, Henry! A quanto pare sei tornato a casa sano e salvo.»

«Certo, signor Jennings. Dov’è il signor Lee?»

«Ah, ora…» Socchiuse gli occhi. «Non è venuto con noi, stavolta. Ti manda i saluti.» I due compagni di Jennings (uno era stato sul mio treno, mi parve) sorrisero furbescamente.

«Capisco.» Peccato, pensai.

«Siamo andati a fare visita al tuo amico Tom, ma era a letto malato. Ci ha detto di venire qui a parlare con il signor Nicolin.»

«Ed è quel che facciamo» disse John. «Quindi, Hank, togliti dai piedi.»

«Malato?»

«Sparisci!» disse John.

«Ne parliamo dopo» disse Jennings.

Portai i persici ai banchi di pulitura e salutai le ragazze. Nel tornare alla barca incrociai Steve, poi udii John dire: «Non hai alcun diritto d’insistere, amico. Vogliamo restarne fuori.»

«Per noi va benissimo» replicò Jennings. «Ma abbiamo bisogno di usare le rotaie; e passano proprio dalla valle.»

«Ci sono rotaie anche fra le montagne. Usate quelle.»

«Il Sindaco non vuole.»

Non ero più a portata d’orecchio. Difficile udire la loro voce, con i gabbiani che scendevano in picchiata e stridevano disputandosi gli scarti. Presi un tonno striato e un altro persico, m’affrettai a tornare. Steve li aveva appena oltrepassati.

«Barnard si è rifiutato di parlare con me» disse Jennings. «Vuole forse che ci mettiamo d’accordo noi?»

«Tom ha votato contro la vostra richiesta d’aiuto, come la maggioranza degli altri, questo è tutto.»

Ai banchi, la signora Nicolin mi chiese: «Perché quell’uomo discute con John?»

«Vuole il permesso di usare le rotaie della valle.»

«Ma sono rovinate, soprattutto vicino al fiume.»

«Già. Di’, il vecchio è malato?»

«Così ho sentito. Ma quando i vecchi si ammalano…»

Steve mi diede una spinta da dietro. Mi girai per un altro viaggio.

«Al Sindaco non piacerà» diceva Jennings. «E a nessuno dei nostri. Gli americani devono stare insieme, di questi tempi, non lo capisci? Henry! Sapevi che il tuo viaggio a San Diego non è servito a niente?»

«Uh…»

«Sai cosa succede qui?»

John mi rivolse un gesto rabbioso. «Voi ragazzi toglietevi di mezzo» ordinò.

Steve udì, nonostante le strida dei gabbiani, e mi spinse sul sentiero della scogliera. Dalla cima guardammo la spianata del fiume. Jennings parlava ancora. John gli stava di fronte, a braccia incrociate. Fra non molto avrebbe afferrato Jennings e l’avrebbe sbattuto in acqua.

«Quello lì è uno sciocco» disse Steve.

«Non credo. Sapevi che il vecchio è malato?»

«Già.» Non parve molto interessato.

«Perché non me l’hai detto?»

Non rispose.

«Vado a vedere come sta.»

Quando ci aveva raccontato la storia, aveva tossito parecchio. E anche durante la riunione era parso svogliato e fiacco. Tutto quel che ricordavo della morte di mia madre era che anche lei tossiva parecchio.

«Non ora» disse Steve. «Appena quello lì la pianta con mio padre, lo raggiungiamo da solo e gli parliamo del nostro progetto.»

«Jennings» dissi bruscamente. «Quello lì si chiama Jennings. Meglio che te ne ricordi, quando gli parlerai.»

Steve mi squadrò. «Lo sapevo.»

Percorsi un tratto di sentiero. Ero in collera. Giù ai banchi John si allontanò da quelli di San Diego, con la spalla ne scostò uno, si girò a dire qualcosa. Poi lasciò che i tre si guardassero tra loro. Jennings diede un ordine e i tre imboccarono il sentiero della scogliera.

«Togliamoci di vista» disse Steve.

Ci nascondemmo fra gli alberi, a sud del cortile dei Nicolin. Ben presto Jennings e i suoi due compagni comparvero sulla cresta della scogliera e s’incamminarono dalla nostra parte.

«Bene, andiamo a incontrarli» dissi.

«Meglio seguirli» replicò Steve.

«Forse non saranno contenti.»

«Dobbiamo parlare con loro dove nessuno ci vede.»

«Va bene, ma non prendiamoli di sorpresa.»

Quando i tre si furono inoltrati fra gli alberi a sud, iniziammo a seguirli, fermandoci spesso a scrutare davanti a noi, come banditi di un romanzo.

«Eccoli là» disse Steve, rosso per l’eccitazione. Le giacche scure comparivano a tratti fra gli alberi davanti a noi. Ci giungevano brani della voce di Jennings, forte come al solito.

«Questo posto vale un altro» disse Steve.

«Ah-hah.»

«Fermiamoli, allora.»

«Per me va bene. Non ti trattengo.»

Mi squadrò di nuovo. Si scostò dall’albero. «Ehi, ferma! Fermatevi!»

Di colpo la foresta fu silenziosa. Quelli di San Diego erano spariti.

«Signor Jennings!» chiamai. «Sono io, Henry! Dobbiamo parlarti.»

Jennings sbucò da dietro un eucalipto; rimise in tasca la pistola. «Perché non l’hai detto prima?» disse, irritato. «Non è bene cogliere di sorpresa la gente nei boschi.»

«Scusa» dissi, con un’occhiata a Steve. Era rosso fuoco.

«Cosa volete?» chiese Jennings, spazientito. I suoi due compagni gli comparvero alle spalle.

«Vogliamo parlarvi» disse Steve.

«L’ho già sentito. Parlate, allora. Cosa volete?»

Steve esitò. «Vogliamo unirci alla resistenza. Non tutti nella valle sono contrari ad aiutarvi. A dire il vero, la differenza di voti è stata minima. Se alcuni di noi vi aiuteranno, forse anche gli altri alla fine cambieranno idea.»

Un compagno di Jennings ridacchiò, ma lui con un gesto lo zittì. «Un magnifico pensiero, amico; ma quel che ci occorre davvero è la possibilità di attraversare la valle per andare a nord. Non credo che tu possa garantircela.»

«No, infatti. Ma possiamo farvi da guida, quando sarete nell’Orange, e questo conta di più. Se andrà tutto bene, ripeto, probabilmente in seguito gli altri si uniranno a noi.»

Sbigottito, fissai Steve; ma Jennings non guardava dalla mia parte.

«Conosciamo alcuni sciacalli che stanno dalla nostra parte» continuò Steve. «Da loro sapremo dove e quando i giapponesi sbarcheranno.»

«Chi ve lo dirà?» chiese Jennings, scettico.

«Gente che conosciamo» rispose Steve. Notando l’espressione poco convinta di Jennings, aggiunse: «Quassù ci sono sciacalli che conoscono altri sciacalli che trafficano con i giapponesi; la cosa non gli va giù. Non possono farci molto, ma possono informarci; allora penseremo noi a fare qualcosa, giusto? Siamo stati lassù un mucchio di volte, conosciamo il territorio e tutto il resto.»

«Informazioni del genere ci servirebbero» disse Jennings.

«E noi ve le daremo.»

«Bene. Benissimo.» Più lentamente aggiunse: «Stabiliremo un sistema per avere da voi informazioni di tanto in tanto.»

«Vogliamo fare di più» dichiarò Steve, deciso. «Possiamo guidarvi in qualsiasi punto i giapponesi tocchino terra. Nessuno di voi conosce le rovine bene quanto noi. Ci siamo stati di notte un mucchio di volte. Se fate un’incursione, vi serve qualcuno che conosca il territorio, per arrivare rapidamente sul posto e tornare via.»

Jennings non era molto bravo a nascondere i propri pensieri; adesso sembrava interessato.

«Vogliamo venire con voi e combatterli» disse Steve, con veemenza. «Siamo come il Sindaco: vogliamo che i giapponesi abbiano troppa paura per mettere ancora piede sulla nostra terra. Voi fornite uomini e fucili; quattro o cinque di noi vi guideranno e combatteranno con voi. E vi faremo sapere il momento degli sbarchi.»

«Gran bella proposta» disse lentamente Jennings, guardando me.

«Siamo giovani, ma non importa» proseguì Steve. «Sappiamo combattere… e tenderemo loro delle buone imboscate.»

«Proprio quel che facciamo noi» dichiarò Jennings, brusco. «Tendiamo imboscate e li uccidiamo. Qui si parla di uccidere esseri umani.»

«Lo so.» Steve parve offeso. «I giapponesi sono degli invasori. Approfittano della nostra debolezza. Ucciderli è difendere il nostro paese.»

«Vero» convenne Jennings. «Tuttavia… quell’uomo, nella valle, non gradirà che traffichiamo con voi alle sue spalle, giusto? Non so se sia il caso di accettare la vostra offerta.»

«Non ne saprà mai niente. Siamo in pochi, nessuno farà parola. Di notte andiamo spesso fra le rovine… non avranno sospetti, quando verremo con voi. Inoltre, se le cose andranno bene, saranno obbligati a unirsi a noi.»

Jennings girò lo sguardo dalla mia parte. «È così, Henry?»

«Certo, signor Jennings.» Continuai anch’io sulla stessa linea. «Vi guideremo lassù e nessuno ne saprà niente.»

«Può darsi» disse Jennings. «Può darsi.» Lanciò un’occhiata ai suoi uomini, poi mi fissò. «Sapete già quando ci sarà uno sbarco?»

«Presto» disse Steve. «Sappiamo che presto ce ne sarà uno. Sappiamo già dove e scopriremo esattamente quando, penso nel giro di qualche giorno.»

«D’accordo. Ecco cosa vi dico. Se avete notizia di uno sbarco, venite a riferircelo, alla stazione della pesa dove abbiamo finito di riattivare i binari. Avremo gente, lì. Io tornerò a parlare con il Sindaco; e se lui approverà l’idea, cosa possibile, porteremo altri uomini quassù e ci terremo pronti a muoverci. Abbiamo rimesso in funzione la ferrovia, te l’avevo detto, Henry? È stata dura, ma ce l’abbiamo fatta. Comunque, sapete dov’è la stazione della pesa.»

«Lo sappiamo tutti» disse Steve.

«Bene, bene. Ascoltate, adesso: se avrete notizia di uno sbarco di musi gialli, venite di corsa alla stazione a riferircelo; vedremo cosa si potrà fare. Per il momento restiamo intesi così.»

«Dobbiamo partecipare anche noi alla spedizione» insistette Steve.

«Certo, non l’ho già detto? Sarete le nostre guide. Dipende tutto dal Sindaco, capite, ma penso che sarà d’accordo. Lui vuole colpire i musi gialli in tutti i modi possibili.»

«Anche noi» dichiarò Steve. «Giuro.»

«Oh, ti credo. Adesso è meglio andare.»

«Quando possiamo venire a chiedere cosa ne pensa il Sindaco?»

«Oh… fra una settimana, diciamo. Ma venite pure prima, se avete notizie.»

Steve annuì. Jennings spinse gli uomini verso sud.

«Mi ha fatto piacere parlare con voi, amici. È bello sapere che qualcuno, in questa valle, è un vero americano.»

«E noi lo siamo. Vi rivedremo presto.»

«Arrivederci» dissi anch’io.

Li guardammo scivolare fra gli alberi. Steve mi diede un colpo al braccio.

«Ci siamo! Andremo anche noi, Henry, andremo anche noi!»

«Così sembra» risposi. «Ma cos’è che hai detto? Che nel giro di qualche giorno sapremo il posto dello sbarco? Hai mentito a quella gente! Non potevi essere sicuro che lo scopriremo, se mai lo scopriremo!»

«Su, su, Henry. Dovevo pur dire qualcosa. Fingi sempre di trovare obiezioni, ma sei contento quanto me. Sei bravo! Il più rapido di pensiero e di gambe che ci sia qui in giro, il più astuto nell’intuire questo genere di cose. Riuscirai senz’altro a scoprire la data di sbarco, se ti ci metti.»

«Può darsi» risposi, compiaciuto mio malgrado.

«Ma certo che ci riuscirai.»

«Beh… torniamo, prima che qualcuno noti la nostra assenza.»

Steve rise. «Vedi? Sei in gamba, Henry, in queste cose. Lo giuro.»

«Ah-hah.»

Ero convinto che avesse ragione, ecco il guaio! In fin dei conti, ero stato io a impedire che Jennings e i suoi ci sparassero per sbaglio. E ogni volta che mi trovavo in difficoltà, sembrava che succedessero proprio le cose giuste per tirarmene fuori. Avevo l’impressione che queste cose non mi capitassero per caso, ma che fossi io a provocarle. Ero io a dare agli avvenimenti la giusta piega. Significava che li controllavo: avrei aiutato la resistenza e combattuto i giapponesi senza andare contro al voto, senza fare infuriare tutti. Pensavo davvero di poterlo fare.

Poi ricordai il vecchio e sentii svanire ogni sensazione di potere. Eravamo ancora nella foresta fra la casa dei Nicolin e Concrete Bay; se mi fossi diretto verso l’interno, in poco tempo avrei raggiunto il costone dì Tom.

«Salgo a vedere come sta il vecchio» dissi.

«Devo tornare al lavoro» rispose Steve. «Ma… aspetta un minuto!»

Mi ero già allontanato fra gli alberi verso l’interno.

16

Il cortile davanti alla casa del vecchio sembrava sempre in disordine; le erbacce crescevano più alte della staccionata cadente e le cianfrusaglie erano disseminate da ogni parte. Ma ora, mentre risalivo il sentiero del costone, l’ansia mi spingeva a vedere con occhio nuovo ogni cosa: la casetta segnata dalle intemperie, con la grande finestra sul davanti che rifletteva il cielo; il cortile sommerso d’erbacce; gli alberi rachitici sul costone, agitati dal vento, che allungavano i rami a ghermire le nubi di vapore più grandi di minuto in minuto. Ogni cosa sembrava abbandonata, come se il proprietario della casa fosse morto e sepolto da dieci anni.

Kathryn comparve alla finestra. Cercai di cambiare linea di pensiero. Il vento piegava avanti e indietro le erbacce. Kathryn mi vide e mi rivolse un gesto di saluto; ricambiai con un cenno. Mentre attraversavo il cortile, lei aprì la porta e aspettò sulla soglia.

Con falsa noncuranza dissi: «Allora, come sta? Cosa gli è preso?»

«Adesso dorme. Non credo che abbia dormito molto, stanotte. Tossiva da far paura.»

«Mi ricordo che aveva un po’ di tosse, quando ci ha raccontato quella storia.»

«Ora è peggio. È tutto congestionato.»

Studiai il viso di Kathryn: il ben noto disegno di lentiggini era smosso da rughe di preoccupazione. Lei mi prese il braccio. La strinsi a me. Lei mi posò la testa sulla spalla. Il gesto mi spaventò. Se Kathryn era spaventata, io ero atterrito. Cercai di farle coraggio con la mia stretta, ma tremavo.

«Chi c’è lì fuori?» gridò Tom, dalla stanza da letto. «Sono sveglio. Chi è?»

E tossì. Una tosse profonda, secca, come se cercasse di proposito di renderla più forte.

«Sono io, Tom» dissi, quando si calmò. Andai alla porta della stanza. Lì nessuno di noi era il benvenuto: Tom la considerava il suo rifugio privato. Guardai dentro. «Dicevano che sei malato.»

«Hanno ragione.» Si era tirato su a sedere e si appoggiava alla parete del capezzale. Sembrava malato, senza dubbio. Barba e capelli erano arruffati e madidi, il viso pallido e sudato. Mi guardò senza muovere la testa. «Entra» disse.

Per la prima volta entrai nella stanza. Era piena di libri, come il ripostiglio in fondo al corridoio. C’erano un tavolo e una poltrona, tutt’e due con sopra diversi libri; un paio di pile di dischi; e appesa con puntine alla parete, sotto l’unica finestrella, una raccolta di fotografie arricciate ai bordi.

«Avrai preso un’infreddatura nel viaggio di ritorno» dissi.

«Avresti dovuto prenderla tu. Sei stato quello a patire di più.»

«Abbiamo preso freddo tutt’e due.» Ricordai che aveva camminato al mio fianco e mi aveva protetto dal vento; e che mi aveva sorretto, per farmi andare avanti. Guardai le fotografie, sentii che Kathryn smuoveva qualcosa, nella stanza grande.

«Cosa combina, di là?» chiese Tom. «Ehi, ragazza! Piantala!» Riprese a tossire.

Quando smise, il cuore mi batteva forte. «Non dovresti gridare.»

«Già.»

Dissi debolmente: «È un guaio beccarsi un’infreddatura d’estate.»

«Sì, certo.»

Kathryn si fermò sulla soglia.

«Dov’è tua sorella?» domandò Tom. «Era qui un momento fa.»

«Doveva sbrigare una commissione» rispose Kathryn.

«C’è nessuno?» gridò una voce dalla porta.

«Sarà lei» disse Kathryn. Ma era la voce di Doc.

«Uh oh» disse Tom. «Mi hai disubbidito.»

«È vero» si scusò Kathryn.

Doc avanzò nella stanza, borsa nera in mano, Kristen alle calcagna.

«Cosa ci fai qui?» disse Tom. «Non voglio che ti agiti per me, Ernest. Hai sentito?» Cambiò posizione nel letto, fino a trovarsi contro la parete laterale.

Con un sogghigno feroce Doc gli andò vicino.

«Lasciami stare, ti dico…»

«Chiudi il becco e mettiti disteso» disse Doc. Posò la borsa sul letto e tirò fuori lo stetoscopio.

«Ernest, lascia perdere. Ho solo un raffreddore.»

«Silenzio» disse Doc, brusco. Mostrò lo stetoscopio. «Fai come ho detto, altrimenti te lo faccio ingoiare.»

«Sai che paura!»

Ma Tom si mise supino e lasciò che Doc gli prendesse il polso e gli auscultasse il torace. Non smise di lagnarsi, ma Doc gli infilò in bocca un termometro, con il risultato di zittirlo, o quanto meno di rendere incomprensibili le sue lagne. E riprese ad auscultarlo.

Dopo un po’ gli tolse di bocca il termometro e lo lesse. «Respira lentamente» ordinò, con lo stetoscopio contro il petto di Tom.

Tom respirò un paio di volte, trattenne il fiato fino a diventare viola, tossì, un colpo lungo e forte.

«Tom» disse Doc, nel silenzio che seguì (trattenevo il fiato anch’io) «adesso vieni a casa mia per il ricovero in ospedale.»

Tom scosse la testa.

«Niente proteste» lo avvertì Doc. «Per te ci vuole l’ospedale, ragazzo.»

«Nemmeno per sogno» disse Tom. Si schiarì la gola. «Resto qui.»

«Maledizione a te!» Doc era sinceramente arrabbiato. «È facile che tu abbia la polmonite. Se non vieni con me, mi trasferisco qui io. Cosa penserà Mando?»

«Ne sarebbe felice.»

«Ma io no.»

Tom colse l’espressione sul viso di Doc. Probabilmente era vero: sarebbe stato più facile che Doc si trasferisse a casa di Tom che non il contrario. Ma casa di Doc era anche l’ospedale. Doc non esercitava più seriamente… Cioè, faceva quel che poteva, ma a volte non bastava. Fratture, tagli, parti… era bravo, in questo. Anni prima, quando Doc era giovane, suo padre, un medico innamorato della professione, gli aveva insegnato con insistenza da fanatico tutto quel che sapeva. Ma ora Doc era responsabile della sorte del suo migliore amico, gravemente ammalato… e forse trasferire Tom all’ospedale era un modo per convincersi di poter fare qualcosa per lui. Vedevo quasi Tom fare lo stesso ragionamento, mentre guardava Doc in viso… con lentezza maggiore del solito, forse.

«Polmonite, eh?» disse.

«Infatti.» Doc si girò verso di noi. «Uscite tutti per qualche minuto.»

Kathryn, Kristen e io ci fermammo nel cortile, fra i pezzi di macchinario arrugginito che macchiavano il terreno. Kristen ci disse come aveva trovato Doc. Kathryn e io fissammo l’oceano, condividendo in silenzio la nostra pena. Le nubi avanzavano rapidamente. Succedeva fin troppo spesso: un giorno pieno di sole, oscurato dalle nuvole a metà pomeriggio. Il vento frustava le erbacce e i capelli.

Doc sporse la testa. «C’è bisogno d’aiuto, dentro» disse. Entrammo in casa. «Kathryn, metti insieme un po’ di vestiti, un paio di camicie da portare a letto, roba così. Henry, vuole prendersi qualche libro, vai a vedere quale.»

Tornai in camera da letto. Tom era in piedi davanti alle fotografie appuntate alla parete, con il dito ne teneva una ben distesa. «Oh, scusa» dissi. «Quali libri vuoi portarti via?»

Si girò, andò lentamente accanto al letto. «Ti faccio vedere.» Andammo insieme al ripostiglio. Nel buio guardò i libri ammucchiati. Quelli che voleva portarsi via erano tutti in una pila accanto alla porta. Tom si accoccolò e me li passò a uno a uno. Notai solo un titolo, Grandi prospettive. Si fermò quando fui a braccia piene. Prese ancora un libro.

«Ecco. Questo tienilo per te.»

Mi tese il libro che Wentworth ci aveva dato, quello con le pagine bianche.

«Cosa me ne faccio?»

Cercò di mettermelo fra le braccia insieme con gli altri, ma non c’era posto.

«Un momento… non dovevi scriverci le tue storie?»

«Voglio che lo faccia tu.»

«Ma io non conosco le storie!»

«Sì, invece.»

«No. E poi, non so come si scrive.»

«Sai scrivere eccome! T’ho insegnato io, Cristo.»

«Sì, a scrivere. Ma non a scrivere libri.»

«Non ci vuole niente. Vai avanti finché non hai riempito tutte le pagine.» Mi costrinse a reggere il libro sotto l’ascella.

«Tom, no» protestai. «Sei tu che devi scriverlo.»

«Non posso. Ho tentato. Vedrai che mancano le prime pagine. Ma non ci riesco.»

«Non ci credo. Come, la storia che ci hai raccontato l’altra sera…»

«Non è la stessa cosa, credimi.» Parve desolato. Restammo lì a fissare il libro bianco che reggevo sottobraccio, sconvolti. «Le storie che so io, non vorresti vederle scritte.»

«Oh, Tom.»

Entrò Doc. «Henry, non riuscirai a portare tutti quei libri. Passali a Kristen, lei ha una sacca.»

«E io cosa porto?»

«Tu e io portiamo Tom, giovanotto. Ti sembra che sia in grado di attraversare a piedi la valle?»

Pensai che Tom gli avrebbe dato un pugno, ma il vecchio non reagì. Parve solo imbronciato e stanco. Disse: «Non sapevo che avessi una barella, Ernest.»

«Non ce l’ho, infatti. Useremo una delle tue poltrone.»

«Ah. Be’, sarà faticoso.» Entrò nella stanza grande. «Quella vicino alla finestra è la più leggera.» La portò fuori lui stesso e vi si sedette.

«Metti i libri nella sacca di Kristen» disse Doc.

«Se pesano!» disse Kristen, mentre li impilavo dentro. Andai ad aiutare Kathryn a cercare le camicie di Tom. Incuriosito, controllai la fotografia che Tom aveva guardato; era un viso di donna. Kathryn prese una bracciata di vestiti e uscimmo. Il vecchio fissava il mare. L’oceano già s’infuriava e a metà strada dall’orizzonte comparivano e scomparivano le prime creste di spuma.

«Sei pronto?» chiese Doc.

Tom annuì, senza guardarci. Doc e io afferrammo ai lati la poltrona, dal fondo e dal bracciolo. Tom piegò il collo per dare ancora un’occhiata alla casa, mente camminavamo lentamente lungo il sentiero del costone. Con le labbra piegate in una smorfia, disse: «Sono l’ultimo americano.»

«Col cavolo che sei l’ultimo» dissi. «Col cavolo.» E lui ridacchiò debolmente.

La discesa del sentiero fu piena di difficoltà, ma a valle Tom pareva ancora più pesante. «Prendo il tuo posto» disse Kathryn a Doc. Posammo a terra la poltrona. Tom rimase seduto, a occhi chiusi; non disse una parola. Era così insolito che il vecchio stesse zitto! Anche nel vento fresco, aveva sulla fronte goccioline di sudore.

Kathryn e io lo sollevammo. Kathryn era molto più robusta di Doc, per cui avevo meno peso da portare. Entrammo nell’ombra della foresta.

«Peso troppo?» disse Tom. Aprì gli occhi e guardò Kathryn. Le braccia lentigginose, a gomiti stretti, schiacciavano i seni davanti al viso del vecchio. Tom mimò il gesto di morderli.

Kathryn rise. «Non più di una poltrona piena di sassi.»

Al ponte ci fermammo a riposare; guardammo le nubi rotolare sopra di noi, parlando come se facessimo una normale passeggiata. Ma, con Tom nella poltrona, le frasi mancavano di naturalezza. Sulla riva a monte, alcuni bambini sguazzavano nell’acqua; si fermarono a guardarci attraversare il ponte, abbastanza stretto da costringermi a fare strada camminando a ritroso. Tom guardò mestamente i marmocchi nudi, che lo segnavano a dito e strillavano. Kathryn vide la sua espressione; mi lanciò uno sguardo furtivo, addolorata. Nubi grigie e gonfie calavano su di noi, il vento ci scompigliava i capelli, faceva freddo, la luce diminuiva… Cercai miseramente di trovare un modo per distrarre Tom.

«Ancora non capisco cosa me ne faccio di quel libro in bianco» dissi. «Tienilo tu, Tom, è meglio. Forse da Doc ti verrà voglia di scrivere qualcosa.»

«No. È tuo.»

«Ma… ma cosa me ne faccio?»

«Scrivici sopra. Per questo te l’ho dato. Scrivici la tua storia.»

«Ma non ho una storia.»

«Certo che ce l’hai. “Un americano in patria”.»

«Ma non vale niente. E poi, non so come scriverla.»

«Scrivi e basta. Scrivi come parli. Racconta la verità.»

«Quale verità?»

Dopo una lunga pausa, disse: «Lo scoprirai. Il libro serve proprio a questo.»

Non lo seguivo più, ma ormai risalivamo il sentiero per la casa dei Costa ed eravamo quasi alla piccola terrazza spoglia sul fianco della montagna, dove la casa sorgeva. Guardai Kathryn e lei mi ringraziò con un rapido sorriso perché distraevo il vecchio. Lo portammo per l’ultimo tratto.

La casa dei Costa luccicava di nero contro gli alberi e le nuvole. Mando uscì ad accoglierci. «Come stai, Tom?» chiese vivacemente. Senza rispondere, Tom cercò di reggersi in piedi e di varcare la soglia. Non ci riuscì; Kathryn e io lo portammo dentro. Mando ci precedette nella stanza d’angolo che chiamavano ospedale. Le due pareti esterne erano di bidoni; c’erano due letti, una stufa, una botola sul tetto per far entrare sole e aria, un liscio pavimento di legno. Sistemammo Tom nel letto d’angolo. Lui vi rimase disteso, con una debole smorfia. Andammo in cucina e lasciammo che Doc si prendesse cura di lui.

«Sta male davvero, eh?» disse Mando.

«Tuo padre dice che è polmonite» rispose Kathryn.

«Allora son contento che sia qui. Siediti, Henry. Sembri sfinito.»

«Esausto.»

Mando ci portò due bicchieri d’acqua. Era sempre un padrone di casa coscienzioso. Mentre Lui e Kristen non guardavano, Kathryn e io ci scambiammo un sorriso, nel vedere come si dava da fare. Ma fu un sorriso brevissimo: eravamo tristi davvero. Mando continuò a chiacchierare con Kristen e le mostrò alcuni disegni di animali.

«Hai visto davvero quell’orso, Armando?»

«Sì, certo… Del può confermarlo, era con me.»

Con la testa Kathryn indicò la porta. «Vieni fuori» mi disse.

Ci sedemmo sopra la panca ricavata da un tronco, nell’orto dei Costa. Kathryn emise un sospiro. Restammo seduti a lungo, senza parlare.

Mando e Kristen vennero fuori. «Papà dice di cercare Steve e di farlo venire qui a leggere un po’ di quel libro» disse Mando. «A Tom piacerebbe.»

«Sembra una buona idea» disse Kathryn.

«Sarà a casa» dissi. «O in fondo alla scogliera, accanto alla casa, sapete il posto.»

«Sì, proveremo a cercarlo lì.» Si avviarono lungo il sentiero, mano nella mano. Li guardammo finché non scomparvero, poi restammo a sedere in silenzio.

D’un tratto Kathryn diede una manata a una mosca. «È troppo vecchio, per questo» disse.

«Be’, è già stato malato.» Ma sapevo anch’io che stavolta era diverso.

Kathryn non rispose. I ciuffi ribelli si sollevavano e ricadevano nel vento pungente che soffiava dal mare. Sotto le nubi sempre più grosse, la foresta della valle splendeva di verde vivo. Tutta quella vita…

«Penso sempre che non abbia età» dissi. «Vecchio, ma… ecco, sempre uguale.»

«Capisco.»

«Ho paura, quando si ammala così!»

«Lo so.»

«Alla sua età. Insomma, è molto anziano.»

«Più di cento anni.» Kathryn scosse la testa. «Incredibile.»

«Mi chiedo perché invecchiamo. A volte mi sembra… innaturale.»

Intuii, più che vedere, la scrollata di spalle. «È la vita.»

Non era una gran risposta, per conto mio. Più profonda la domanda, più superficiale la risposta… fino al punto che le domande più profonde di tutte non ne avevano nessuna. Perché le cose sono così come sono, Kath? Un sospiro, braccia sfiorate, ricci svolazzanti sul viso, il vento, le nuvole in alto. Quale altra risposta, oltre questa? Mi sentivo soffocato, come se l’oceano o le nuvole mi riempissero fino a scoppiare. Un ciuffo di capelli di Kathryn mi rotolò su e giù per il naso; lo guardai con rabbia, notai ogni piega e ogni arricciamento, ogni filo rosso nel castano, come mezzo per controllarmi… per agguantare con i sensi il mondo, per tenerlo stretto a me e non lasciarlo scivolare via.

Passò il tempo. (È sempre il tempo, che ci manca.) Kathryn disse: «Steve è così teso, ultimamente, che rischia di spezzarsi. Come una corda d’arco da dieci chili in un arco da sessanta. Litiga in continuazione con suo padre. E tutte quelle stronzate sulla resistenza. Se non gli do sempre ragione, litiga anche con me. Comincio a essere stufa.»

Non seppi che cosa dire.

«Perché non gli parli tu, Henry? Non riesci a trovare un modo per scoraggiarlo, su questa faccenda della resistenza?»

«Da quando sono tornato, non mi permette più di discutere con lui.»

«Già. Me ne sono accorta. Ma ci sarà un modo. Anche tu sei favorevole alla resistenza, però capisci che non è il caso di dare i numeri per l’entusiasmo.»

Annuii.

«Un modo che non comporti discussioni. Tu sei bravo con le parole, Henry, potresti trovare un sistema per smorzare il suo entusiasmo.»

«Può darsi.» “E il mio, di entusiasmo?” avrei voluto replicare; ma, guardandola, mi mancò il coraggio. E poi, non avevo anch’io i miei dubbi?

«Per favore, Henry.» Mi posò la mano sul braccio. «Questa storia ci rende solo infelici, lui e me. Se sapessi che ti adoperi per calmarlo, mi sentirei meglio.»

«Oh, Kath, non so!» Ma lei mi strinse il braccio. Aveva gli occhi umidi. Questa era Kathryn, la ragazza che mi aveva comandato a bacchetta: ora mi chiedeva aiuto, da amica. Sotto il tocco della sua mano, mi sentii collegato a tutto il mondo che si precipitava su di noi, freddo e bellissimo. «Gli parlerò» continuai. «Farò del mio meglio.»

«Grazie, Henry, grazie. Steve ascolta più te di ogni altro, qualsiasi cosa tu dica.»

Rimasi sorpreso. «Credevo che ascoltasse te.»

Lei mise il broncio, ritrasse la mano. «Non andiamo d’accordo come una volta, te l’ho detto. A causa di questa storia.»

«Ah!» E le avevo assicurato il mio aiuto nella faccenda (l’avrei aiutata sempre, se me l’avesse chiesto), proprio quando in ogni momento libero cospiravo con Steve per condurre quelli di San Diego nell’Orange County! Nel pensare a quel che avevo combinato, mi venne la nausea. Il senso di comunanza con la foresta, le nuvole, il profumo del mare, la voce degli alberi, svanì di colpo; quasi dissi a Kathryn che non potevo farlo, che ero in combutta con Steve. Ma rimasi zitto. Sentivo un nodo dentro di me, alla bocca dello stomaco.

Steve comparve sul sentiero in basso, seguito da Mando, Kristen e Gabby; in una mano reggeva il libro e agitò l’altra a salutarci. Mando e Kristen andavano a passo svelto, per stargli alle calcagna.

«Ehilà!» gridò Steve allegramente. «Ehi lassù!»

Ci alzammo e lo aspettammo sulla soglia.

«Così Doc l’ha portato qui, eh?» disse Steve.

«Pensa che abbia la polmonite» spiegò Kathryn.

Steve trasalì. Sotto i capelli neri e folti, la fronte mostrava una ruga di preoccupazione. «Andiamo a tenergli compagnia, allora.»

Dentro casa, il nodo allo stomaco cominciò a sciogliersi. Quando Steve e Tom fecero la solita scena, risi anch’io insieme con gli altri.

«Cosa ci fai in ospedale, vecchio pelandrone? Hai già morsicato le infermiere?»

«Solo perché non allunghino troppo la mano quando mi lavano» disse Tom, con un debole sorriso.

«Certo, certo. E il cibo è orribile? E il… come lo chiami… Il pappagallo, va bene?»

«Attento, ragazzo, che te ne rovescio uno sulla testa. Pappagallo, proprio…»

Quando terminarono di rimbeccarsi, Steve aveva messo Tom a sedere sul letto, contro i bidoni. Ci radunammo nella stanza ospedale, seduti sull’altro letto o per terra; ridevamo come se fossimo alla festa intorno al falò di Tom. Steve riusciva a tirarci su di morale. Perfino Kathryn rideva. Solo Doc era rimasto serio, lo sguardo fisso su Tom. Lì era responsabile del vecchio e già mostrava i segni della tensione. Non credo che a Doc piacesse essere il nostro medico. Avrebbe preferito dedicarsi all’orto, se avesse potuto fare a modo suo. Ma era consuetudine che si occupasse lui dei malati; anche se aveva addestrato Kathryn perché lo aiutasse, anche se giurava che lei ne sapeva ormai quanto lui, Doc era il solo a cui si affidavano gli ammalati, nella valle. L’unico che avesse la conoscenza dei vecchi tempi. Era il suo lavoro. Ma non gli piaceva, neppure nei casi più semplici; e ora, costretto a curare il suo migliore amico, l’unico altro sopravvissuto dei dintorni, Doc sembrava davvero preoccupato.

Mando andava matto per Un americano intorno al mondo, anche più di Steve: cominciò a protestare perché ancora la lettura non iniziava. Steve sedette sul letto, ai piedi di Tom; Kathryn per terra, accanto alle gambe di Steve, dove lui poteva accarezzarle i capelli mentre leggeva. Gabby, Doc e io ci accomodammo sulle sedie prese in cucina; Mando e Kristen occuparono il letto vuoto, tenendosi di nuovo per mano.

Steve iniziò a leggere dal capitolo 16, intitolato “Meglio una vendetta simbolica che nessuna vendetta”. Baum era già arrivato a Mosca; durante la sfilata del Primo Maggio, quando tutti i tiranni del Cremlino passano in rivista la potenza militare sovietica, Baum mise di nascosto in un bidone per la spazzatura, nella Piazza Rossa, un pacchetto di fuochi artificiali, l’esplosivo più potente che era riuscito a procurarsi. Sul più bello della sfilata, i fuochi artificiali disseminarono il cielo di scintille rosse, bianche e azzurre, e costrinsero l’intero politburo dell’Unione Sovietica a cercare riparo sotto le poltrone. Questo tiro mancino, minuscola eco di quel che la Russia aveva fatto all’America, procurò a Baum lo stesso piacere del tornado, ma lo costrinse anche a svignarsela dalla capitale, perché la ricerca del colpevole era intensissima. Le peripezie che affrontò per raggiungere Istanbul, nel capitolo seguente, avrebbero sfiancato un cavallo. Un’avventura rischiosa dopo l’altra. A certi episodi Doc alzò gli occhi al cielo e ridacchiò davvero, come quello in cui Baum rubava un aliscafo in Crimea e lo pilotava sul Mar Nero, inseguito dalle cannoniere sovietiche. Baum rischiava la pelle, ma Doc continuò a ridacchiare.

«Insomma, perché ridi?» domandò Steve, irritato che la risata avesse rovinato la lettura della fuga disperata di Baum nel Bosforo.

«Oh, niente, niente» s’affrettò a rispondere Doc. «Si tratta solo del suo stile. Vedi, è troppo freddo nel racconto.»

Ma nel capitolo seguente, “Venezia sommersa”, Doc rise di nuovo. Steve si accigliò e smise di leggere.

«Aspetta un momento» disse Doc, anticipando il rimprovero. «Dice che il livello dell’acqua è dieci metri più alto di quello d’una volta. Ma tutti vedono che il livello dell’acqua è sempre lo stesso. Anzi, forse è addirittura inferiore.»

«È lo stesso» disse Tom, sorridendo alla discussione.

«Va bene. In questo caso, dovrebbe essere lo stesso anche a Venezia.»

«Forse lì le cose sono diverse» protestò Mando, sdegnato.

Doc ridacchiò ancora. «Gli oceani sono comunicanti» disse a Mando. «Il mare ha un livello solo.»

«In pratica secondo te questo Glen Baum è un bugiardo» disse Kathryn, con un certo interesse. Non ne sembrava dispiaciuta e io sapevo il motivo. «Il libro è tutto un’invenzione!»

«Non è vero!» gridò Steve, con rabbia. E Mando gli fece eco.

Doc alzò la mano. «Non dico che sia inventato. Ma non so se sia tutto vero. Forse c’è qualche esagerazione, per ravvivare la storia.»

«Dice che Venezia è sprofondata» obiettò freddamente Steve e rilesse quel brano. Spiegò: «Gli isolotti sono sprofondati ed è stato necessario costruire baracche sui tetti, per stare fuori dell’acqua. Quindi non occorreva che il livello del mare aumentasse.» Stizzito, guardò Doc. «A me sembra attendibile.»

«Può darsi, può darsi» disse Doc, serio. Steve serrò le mascelle, rosso in viso.

«Andiamo avanti con la lettura» intervenni. «Voglio sapere cosa succede dopo.»

Steve riprese a leggere, con voce rauca, in fretta. Le avventure di Baum divennero frenetiche. Era sempre in pericolo, ma in un certo senso non era più lo stesso. Nel capitolo intitolato “Remota Tortuga”, quando da un aereo in avaria si era paracadutato nel Mar dei Caraibi insieme con altri passeggeri che poi avevano gonfiato una zattera, Doc lasciò l’ospedale e passò in cucina, girando il viso per nascondere a Steve e a Mando l’ampio sogghigno. Gli uomini sulla zattera gonfiabile, tra parentesi, perirono uno alla volta, vittime della sete e degli assalti di tartarughe giganti, finché il solo Baum toccò terra, sulla spiaggia ai margini della giungla dell’America centrale. Sarebbe stata una situazione drammatica, e anche dolorosa; ma quando Baum incontrò nella giungla un cacciatore di teste, Tom cominciò a ridacchiare, in cucina Doc si sganasciò e anche Kathryn scoppiò a ridere. Steve chiuse rumorosamente il libro e a momenti diede un pestone a Kathryn, alzandosi di scatto.

«Per gente come voi non leggo più!» esclamò. «Non avete il minimo rispetto per la letteratura!»

Tom rise ancora più forte, tanto da rimettersi a tossire. Doc rientrò subito e ci scacciò lutti. La seduta di lettura era terminala.

Ma tornammo la sera dopo; e Steve, controvoglia, accettò di leggere. Ben presto Un americano intorno al mondo terminò, e forse fu meglio così; continuammo con Grandi prospettive e poi a turno leggemmo Molto rumore per nulla e anche altri libri. Era sempre un divertimento. Ma Tom continuava a tossire. Divenne più silenzioso, più magro, più pallido. I giorni trascorsero lentamente tutti uguali; non me la sentivo di unirmi agli scherzi sulle barche, né d’imparare a memoria le letture, né di leggere. Tutto mi pareva privo d’interesse e Tom era sempre più malato, giorno dopo giorno, fino al punto che certe sere non avevo cuore di guardarlo, disteso sulla schiena, quasi inconsapevole della nostra presenza; e ogni mattina mi svegliavo con quel nodo allo stomaco e con la paura che quello fosse il suo ultimo giorno di vita.

17

Certe mattine mi svegliavo all’alba, prima che le barche uscissero, e andavo a dare un’occhiata a Tom. Quasi sempre lo trovavo addormentato. Le notti erano dure, diceva Doc. Tom peggiorò in continuazione, fino a ridursi quasi in fin di vita… lo vedevo anch’io… e lì rimase sospeso, rifiutandosi di andarsene. Una mattina era mezzo sveglio: gli occhi iniettati di sangue mi fissarono con aria di sfida. Non è ancora giunto il mio momento, dicevano. Tom non aveva dormito quella notte, mi disse Mando. Adesso non si sentiva di parlare. Mi fissava e basta. Gli strinsi la mano: pelle umida, inerte, solo ossa. Me ne andai, scuotendo la testa di fronte a quella tenacia. Cent’anni di vita non gli bastavano. Voleva vivere per sempre. L’espressione dei suoi occhi me l’aveva detto. Sorrisi brevemente, augurandomi che ci riuscisse. Ma la visita m’aveva spaventato. Scesi in fretta la montagna fino alle barche, come se fuggissi via dalla Mietitrice in persona.

Un’altra mattina notai che Doc diventava più vecchio, a prendersi cura di Tom. Doc aveva superato i settanta, in molti villaggi sarebbe stato il più anziano. Forse, molto presto, lo sarebbe stato nel nostro. Una mattina, dopo una notte assai dura, sedetti con Mando e Doc al tavolo della cucina. Loro due erano rimasti svegli fin quasi all’alba, cercando di lenire la tosse di Tom, meno tormentosa ma più continua. Doc aveva rughe arrossate e profonde, borse sotto gli occhi. Mando appoggiò la testa sul tavolo, a bocca aperta come un pesce. Mi alzai ad attizzare il fuoco, misi a scaldare un bricco d’acqua, preparai tè e fiocchi d’avena caldi.

«Perderai la barca» disse Doc; ma piegò gli angoli della bocca in un sorriso. Gli tremavano le mani, mentre reggeva la tazza di tè. Mando si svegliò al profumo dei fiocchi d’avena e alzò a fatica il viso dal tavolo. Ridemmo di lui e mangiammo. Poi tornai giù. Avevo sempre un nodo allo stomaco.

Quel giorno era sabato. La domenica andai in chiesa. C’erano altri che, come me, ci andavano di rado: Rafael, Gabby, Kathryn e, nascosto in fondo, Steve. Carmen capì perché eravamo venuti; al termine della preghiera conclusiva disse: «E Ti preghiamo, Signore, di ridare a Tom la salute.» La sua voce aveva tanto potere e tanta calma che ci si sentiva quasi toccati, avvinti: sarebbe andato tutto bene… Gli «Amen» furono forti. Uscimmo dalla chiesa come una sola, grande famiglia.

Questo domenica mattina, però. Per il resto della settimana, la tensione rese irritabile la gente. Mando perse il sonno e fu la vittima degli sfoghi di Doc. E se ne fregò di quale libro leggevo, o se leggevo.

«Armando!» dissi. «Proprio tu, fra tutti, hai bisogno di leggere.»

«Lasciami stare» rispose, esausto.

Intorno ai forni, le donne parlavano a bassa voce. Niente pettegolezzi, niente risate. Sulle barche, niente scherzi da marinaio. Aiutai i Mendez a raccogliere legna: quasi litigai con Gabby per decidere come trasportare alla sega un eucalipto caduto. Più tardi, quel giorno stesso, passai davanti alla signora Mariani e alla signora Nicolin, che discutevano animatamente sulla porta della latrina. Nessuno m’avrebbe creduto, se l’avessi raccontato. Percorsi in fretta il sentiero, sempre più infelice.

Un giorno, alla foce, fu peggio. Quando arrivai, tiravano a secco le barche… in quel periodo passavo una settimana ad aiutare i Mendez e scendevo solo per fare pulizia. Mi unii agli uomini che portavano il pesce dalle barche ai banchi. I gabbiani volteggiavano in alto e con le loro strida aspre squarciavano l’aria. Steve e Marvin tiravano giù dalle barche le reti e le lavavano nell’acqua bassa prima di arrotolarle. Di solito Marvin se ne occupava da solo. John vide Steve e lo chiamò: «Steve, vieni qui ad aiutare Henry!»

Steve non alzò nemmeno la testa. In ginocchio sulla sabbia dura della spianata, tirò la rigida fune metallica in cima alla rete. “Rispondigli!” pensai. John s’avvicinò, lo squadrò dall’alto in basso.

«Vai a scaricare il pesce» ordinò.

«Sto piegando la rete» disse Steve, senza alzare gli occhi.

«Smettila e scarica il pesce.»

«E mollo qui la rete, eh?» rispose Steve, sarcastico. «Lasciami stare.»

John lo afferrò per le ascelle e lo tirò in piedi. Con un grido soffocato, Steve si liberò, barcollò all’indietro nell’acqua bassa. Si riprese e si lanciò contro John, che gli andò incontro e lo spinse di nuovo in acqua. Steve alzò il pugno, pronto a colpire. Marvin si frappose tra loro. «Per l’amor di Dio!» gridò. Con la spalla spinse John indietro di un passo. «Smettetela, capito?»

Steve non parve udire. Girava già intorno a Marvin, quando gli afferrai a due mani il polso destro e lo trascinai via; caddi nell’acqua bassa, per scansare un suo gancio sinistro. Se Rafael non l’avesse afferrato e immobilizzato, Steve mi avrebbe colpito con un pugno e si sarebbe lanciato di nuovo contro John. Aveva occhi da pazzo, non riconosceva nessuno di noi. Rafael lo portò di peso qualche passo più in là e con uno spintone lo lasciò andare.

Sulla spiaggia tutti avevano interrotto il lavoro. Guardavano la scena, con aria torva, o senza espressione, o segretamente compiaciuti, o anche apertamente divertiti. Piano piano mi rialzai.

«Voi due rendete difficile lavorare in pace» li rimproverò Rafael. «Cercate di risolvere in privato le questioni di famiglia.»

«Chiudi il becco» lo apostrofò John. Ci guardò, mosse bruscamente il braccio e ordinò: «Tornate al lavoro.»

«Vieni» dissi a Steve, tirandolo lontano dalle barche. Con uno scrollone lui si liberò. Inciampammo nella rete all’origine di tutto. «Su, Steve, andiamo via di qui.» Si lasciò tirare via. John non ci guardò. Scartai il sentiero della scogliera, per timore che Steve tirasse sassi a suo padre. Risalimmo la riva del fiume. Ero sconvolto, ma lieto che Marvin avesse avuto la prontezza di spirito d’intervenire. Io avevo la fama d’essere il più scattante, ma Marvin si era riavuto per primo dalla sorpresa. Se fosse stato più lento… be’, non m’andava di pensarci.

Steve aveva ancora il fiatone, come se avesse appena finito di fare surf sopra una serie intera di marosi. A denti serrati ripeteva una sfilza incoerente d’imprecazioni. Seguimmo il sentiero del fiume fino all’estremità in rovina dell’autostrada e ci sedemmo sotto un pino di Torrey che sporgeva sui sassi biancastri e sul fiume più in basso. Cercavamo un rifugio, come due coyote dopo lo scontro con un tasso.

Per un poco rimanemmo seduti e basta. Raccolsi mucchietti d’aghi di pino. Grattai il terriccio fino al cemento. Il respiro di Steve rallentò, tornò normale.

«Vuole obbligarmi a fare a pugni» disse, sforzandosi di mantenere calma la voce. «Lo so.»

Non ne ero convinto, ma dissi: «Può darsi. In questo caso, non dovresti arrivare al punto di accontentarlo.»

«E come vuoi che ci riesca?»

«Be’, non so. Evitalo, fa’ quel che ti ordina…»

«Oh, certo» esclamò, alzandosi. Si sporse su di me a gridare: «Devo continuare a strisciare e mangiare merda! Mi sei proprio di grande aiuto! Non cercare di dirmi cosa debbo farmene della mia vita, signor Grand’uomo. Sei come tutti gli altri! E non metterti mai più in mezzo, quando gli salto addosso, altrimenti rompo il muso a te anziché a lui!» Attraversò l’autostrada, tagliò per i campi di patate e sparì.

Emisi un gran sospiro di sollievo perché non m’aveva preso a pugni lì e subito. A parte questo, ero davvero giù di corda.

Kathryn aveva detto che Steve ascoltava me più di chiunque altro. Forse significava che non ascoltava più nessuno. O forse Kathryn si sbagliava. O forse avevo detto io la cosa sbagliata… o nel modo sbagliato. Non so.

Mi ci volle parecchio per trovare il coraggio di alzarmi e di andare via.

Un giorno risalii il sentiero del fiume, al di là degli orti, dei forni e delle donne che all’ansa facevano il bucato, fin dove le montagne si stringevano e la foresta cresceva quasi dentro l’acqua su entrambe le rive. Lì il sentiero spariva e bisognava aprirsi la strada da soli. Giunto sotto gli alberi, mi sedetti per terra, con la schiena contro il tronco di un grosso pino.

Vagare fra gli alberi e sedermi in compagnia della foresta era una cosa che facevo da molto tempo. Avevo cominciato quando mia madre era morta e mi pareva di udire la sua voce fra gli alberi vicino casa nostra. Era sciocco, e avevo smesso presto. Ma ora avevo ripreso l’abitudine. Con Tom malato, non c’era nessuno con cui potessi parlare, nessuno che non volesse qualcosa da me. Mi metteva tristezza. Allora, quando mi sentivo di quest’umore, andavo nei boschi e mi sedevo. Lì niente poteva toccarmi. E il nodo allo stomaco finiva per sciogliersi.

Quello era un posto particolarmente buono. Lì ero circondato dagli alberi, grossi pini di Torrey attorniati da figli più piccoli. Il terreno era coperto d’aghi, il tronco si piegava proprio all’angolo esatto per fare da schienale, in alto i rami arricciati bloccavano gran parte del sole, ma non tutto. Chiazze dì luce nuotavano sulle toppe dei miei jeans, aghi d’ombra facevano la scherma con quelli marrone sotto di me. Una pigna mi cadde addosso. Mi rannicchiai contro la corteccia scabra. Mi girai a raccogliere da una fessura un frammento di resina secca. Lo schiacciai con le dita, finché la parte centrale ancora liquida non uscì dalla crosta. Resina di pino. Ora le dita mi sarebbero rimaste appiccicose e avrebbero raccolto ogni genere di sporco: macchie scure mi sarebbero comparse sulle mani e sulle dita. Ma la resina aveva un profumo intenso di pino. Quell’aroma e gli odori di salsedine, di terra, di fumo di legna, di pesce, componevano la fragranza della valle. Il vento agitò gli aghi e ne gettò alcuni su di me; ognuno era composto da cinque aghi tenuti insieme da un pezzetto di corteccia alla base. Si staccavano con un rumorino secco.

Delle formiche strisciarono su di me. Le spazzai via. Chiusi gli occhi; il vento mi toccò la guancia, sospirò fra tutti gli aghi di tutti i rami di tutti gli alberi, disse: oh mmmmmmm. Avete mai sentito il rumore del vento fra i pini… voglio dire, ascoltato sul serio, come si ascolta la voce di un amico? Non c’è niente che dia uguale consolazione. Quasi m’indusse a dormire; mi spinse in uno stato di trance assai simile al sonno, anche se udivo ancora. Ogni alito, ogni calo di vento, variavano il mormorio o il sibilo o il ruggito di quella voce. A volte sembrava il rumore di una grossa cascata appena fuori vista, a volte quello delle onde sulla spiaggia… altre volte ancora, un migliaio di persone lontane che cantassero oh a pieni polmoni. Di tanto in tanto richiami d’uccelli interferivano, ma in genere si udiva solo il vento. Il vento, il vento, oh. Abbastanza da riempire l’orecchio per sempre. Non volevo udire altre voci.

Ma c’erano delle voci: voci umane, fra gli alberi vicino al fiume. Seccato, rotolai sul fianco per scoprire chi parlava. Non vedevo nessuno. Pensai di gridare un richiamo, ma non mi sentivo obbligato: dopotutto, invadevano il mio rifugio. Non potevo biasimarli troppo, la valle era piccola, non c’erano molti posti dove andare se ci si voleva allontanare dalla gente. Peccato però che avessero scelto proprio quel posto. Tornai a distendermi contro l’albero e mi augurai che se ne andassero. Non se ne andarono. Alcuni rametti si spezzarono alla mia sinistra; poi le voci ripresero, abbastanza vicino da distinguerne le parole: infatti erano solo a qualche albero di distanza. Una era la voce di Steve; gli rispose quella di Kathryn. Mi alzai a sedere, accigliato.

Steve disse: «Tutti in questa valle continuano a dirmi cosa devo fare.»

«Tutti?»

«Sì! Sai cosa intendo. Cristo, anche tu stai diventando come tutti.»

«Tutti?»

Bastò quest’unica parola a farmi capire che Kathryn era infuriata.

«Tutti» ripeté Steve, più triste che arrabbiato. «Steve, scendi giù a prendere i pesci. Steve, non andare nell’Orange County. Non andare a nord, non andare a sud, non andare a est, non andare troppo al largo in mare. Non lasciare Onofre, non fare niente.»

«Ti dicevo solo di non trafficare con quelli di San Diego dietro le spalle della gente di qui. Chissà cosa vogliono davvero, quelli.» Dopo una pausa, aggiunse: «Henry cerca di dirti la stessa cosa.»

«Henry, merda! Riesce ad andare a sud, e quando torna è diventato Henry Grand’uomo e mi dice cosa devo fare, come tutti.»

«Non ti dice cosa devi fare. Ti dice quel che pensa. Da quando in qua non può più farlo?»

«Oh, non so… Non è più Henry.»

A disagio, mi rannicchiai dietro l’albero. Brutto segno, che parlassero di me; si sarebbero accorti della mia presenza, a furia di nominarmi; si sarebbero guardati intorno, mi avrebbero visto; e io avrei fatto la figura di spiarli, quando invece avevo cercato solo di starmene un po’ in pace. Non volevo ascoltare i loro discorsi, non volevo saperne niente. Be’… non era del tutto vero. Comunque, non mi allontanai.

«Dì cosa si tratta, allora?» chiese Kathryn, rassegnata e anche un poco timorosa.

«Questa… vivere questa piccola vita in questa piccola valle. Sotto il pugno di mio padre, per sempre. Non lo sopporto.»

«Non sapevo che vivere qui ti desse tanto fastidio.»

«Ah, Kathryn, andiamo. Non si tratta di te.»

«No?»

«No! Qui sei la parte migliore della mia vita, continuo a dirtelo. Ma, non capisci? Non posso restarmene intrappolato qui per sempre, a lavorare per mio padre. Non sarebbe vita. Fuori di qui c’è un mondo intero! E chi m’impedisce di raggiungerlo? I giapponesi. E c’è gente che combatte i giapponesi, ma noi non l’aiutiamo. Mi fa star male. Quindi devo farlo, devo aiutarla, non lo capisci? Forse mi ci vorrà tutta la vita a renderci di nuovo liberi, forse non basterà neppure, ma almeno con la mia vita farò qualcosa di più che non raccogliere cibo per la pancia.»

Una ghiandaia saettò in un lampo azzurro e si posò sul ramo sopra di me, informando della mia presenza Steve e Kathryn. Ma loro non l’ascoltarono.

«Per te vivere qui significa solo questo?» chiese Kathryn.

«No, merda, non mi ascolti?» Dal tono traspariva irritazione.

«Sì. Ti ascolto. E ti sento dire che la vita in questa valle non ti soddisfa. Questo include anche me.»

«T’ho detto che non è vero!»

«Non puoi continuare a dire qualcosa, Steve Nicolin. Non puoi comportarti in un modo per mesi e mesi, e poi dire che no, non è così, e cancellare tutti quei mesi e tutto quello che hai fatto in quel periodo. Così non funziona.»

Non avevo mai udito Kathryn parlare con quel tono di voce. Rabbioso… l’avevo udita molte volte, quand’era arrabbiata, più di quante non mi piacesse ricordare. Adesso il tono rabbioso era completamente inespressivo. Mi dispiaceva sentirla parlare in quel modo. Non volevo udire quel tono, per niente… e all’improvviso quel sentimento superò la mia curiosità e la sensazione che quel posto fosse solo mio. Mi allontanai strisciando fra gli alberi, sentendomi sciocco. E se mi avessero visto ora, mentre per non fare rumore scavalcavo un ramo caduto? Imprecai fra me, una bestemmia dopo l’altra. Quando non mi arrivarono più le loro voci (litigavano ancora), mi alzai e mi allontanai, strascicando i piedi, scoraggiato. Una lite fra Steve e Kathryn… peggio di così come poteva andare?

Dopo la strettoia all’imboccatura della valle, il fiume si allarga e procede sinuoso tracciando larghe curve nei campi. Il tratto che scorre nel canyon è più facile da percorrere in canoa; dopo un pezzo a piedi, tornai a sedermi e guardai il fiume riversarsi in un laghetto e uscirne. I pesci si rifugiavano sotto la riva sporgente. Il vento sospirava ancora fra gli alberi, ma non riuscivo a ritrovare il senso di pace, per quanto mi sforzassi di ascoltare. Il nodo allo stomaco mi era tornato. A volte, più ti sforzi, meno se ne va. Dopo un poco, tanto per fare qualcosa, andai a dare un’occhiata alle trappole poste dai Simpson al limitare dell’unico meandro abbandonato.

Una donnola era rimasta presa al laccio. Aveva cercato di mangiare il coniglio morto nella stessa trappola; e ora il suo corpo lungo e sinuoso era tutto attorcigliato dai lacci. Quando m’avvicinai, la donnola diede un ultimo strattone alle corde; guaì, snudò i denti in una smorfia feroce, mi lanciò uno sguardo assassino, pieno d’odio… anche dopo che con un rapido calcio le spezzai il collo. Almeno, così mi parve. Tolsi i due animali e risistemai la trappola; mi diressi a casa, reggendoli per la coda, tutt’e due in una mano. Non riuscivo a dimenticare l’ultima occhiata della donnola.

Tornato nella gola, seguii il fiume, ricordando un tempo in cui il vecchio aveva cercato di staccare un alveare selvatico da un basso eucalipto sul pendio meridionale. Era stato punto e aveva lasciato cadere la camicia avvolta intorno all’alveare; le api infuriate ci avevano inseguito fin dentro il fiume. «Tutta colpa tua» aveva borbottato, mentre nuotavamo a riva.

Il sole calava. Un altro giorno era trascorso, niente era cambiato. Seguii la curva fino alla strettoia dove il fiume forma un paio di cascate alte mezzo metro; m’imbattei in Kathryn, seduta da sola sulla riva, intenta a gettare rametti nella corrente e a guardarli roteare a valle.

«Kath!» chiamai.

Lei alzò gli occhi. «Hank» disse «cosa ci fai qui?» Lanciò un’occhiata a valle, forse in cerca di Steve.

Andavo in giro su nel canyon «risposi. Le mostrai i due animali morti.» Ho guardato un paio di trappole dei Simpson. E tu?

«Niente. Sto seduta e basta.»

Mi avvicinai. «Sembri a terra.»

Parve sorpresa. «Davvero?»

Mi vergognai di me, a fingere di leggerle così bene nel pensiero. «Un poco.»

«Be’, hai ragione.» Buttò in acqua un altro rametto.

Mi sedetti accanto a lei. «Sei seduta sul bagnato» protestai.

«Già.»

«Niente di grave, immagino.»

Guardava in basso, o nel fiume; ma vidi che aveva gli occhi rossi. «Allora, di quale guaio si tratta?» chiesi. Di nuovo mi vergognai per la mia doppiezza. Dove avevo imparato cose del genere? In quale libro di Tom?

Alcuni bastoncini volteggiarono giù dalle cascate e scomparvero, prima che lei rispondesse. «Sempre la stessa storia» disse. «Io e Steve, Steve e io.» A un tratto si girò a guardarmi in viso. «Oh» disse, in tono feroce «devi costringere Steve a lasciar perdere il progetto di aiutare quelli di San Diego. Lui lo fa solo per contrariare John. Visto come vanno d’accordo, appena John lo scopre, gli fa sputare l’anima. Non glielo perdonerà mai… Non so cosa accadrà.»

«Certo» dissi, posandole la mano sulla spalla. «Ci proverò. Farò del mio meglio. Non piangere.» Vederla piangere mi spaventava. Da buon idiota, lo ritenevo impossibile. Disperatamente dissi: «Senti, Kathryn, sai che non posso farci molto, visto com’è lui in questo periodo. A momenti mi picchiava perché l’ho trattenuto, quando si è scagliato contro suo padre, l’altro giorno.»

«Lo so.» Si mise a quattro zampe, si sporse a tuffare la testa nell’acqua. La macchia umida sul fondo dei calzoni rimase in aria. Dopo un bel pezzo, Kathryn si rialzò, sbuffando e soffiando; scosse la testa come un cane, schizzando me e il fiume.

«Ehi!» protestai. Mentre teneva la testa in acqua, avrei voluto dirle, senti, non posso aiutarti, sono in combutta con Steve… ma poi, guardandola faccia a faccia, non dissi niente. Non potevo. La verità era che non potevo fare niente: qualsiasi decisione avessi preso, avrei tradito qualcuno.

«Vieni a casa mia» disse Kathryn. «M’è venuta fame e mamma ha fatto una crostata di bacche.»

«Magnifico» dissi, asciugandomi il viso. «Non devi chiedermelo due volte, se c’è di mezzo una crostata di bacche.»

«Non me n’ero mai accorta» rise lei, e scansò la manata d’acqua che le gettai.

Ci alzammo. Seguimmo la riva del fiume finché non comparve il sentiero, prima come una linea calpestata fra le erbacce e gli arbusti, poi come terra battuta e pietre spostate, infine sotto forma di solchi nella terra grassa che si mutavano in torrentelli dopo ogni temporale. Nuovi sentieri comparivano accanto ai solchi, quando questi ultimi diventavano troppo umidi, o profondi o sassosi. Mi ricordavano una cosa che Tom aveva detto prima di partire per San Diego: che siamo cunei conficcati in fessure. Ma capii che non era esatto: non eravamo legati così strettamente. Siamo invece gente su un sentiero, su una rete di sentieri come quella che attraversava l’acquitrino qui accanto al fiume… «Scegliere la strada è più facile, se ti trovi su un sentiero battuto» dissi, più a me stesso che a Kathryn.

Lei piegò la testa di lato. «Fare quel che la gente ha già fatto, vuoi dire.»

«Sì, esatto. Un mucchio di gente ha percorso questa strada e ha stabilito il percorso migliore. Ma nel bosco…»

Kathryn annuì. «Ora siamo tutti nel bosco.» Un martin pescatore volò in un lampo sopra una sporgenza. «Non so perché.» L’ombra degli alberi sulla riva opposta si allungava sull’acqua increspata e disegnava righe scure sulla nostra sponda. Nella tranquillità di una pozza laterale una trota venne in superficie e da quel punto le onde crebbero in cerchi perfetti… perché il coraggio non può crescere altrettanto in fretta? Volevo sapere… volevo sapere cosa facevo.

Più sono emozionato, più sono lucido. Quella sera capii tutto, con una chiarezza che mi sorprese: le foglie avevano tutte il bordo affilato, i colori erano vividi come l’abbigliamento di uno sciacallo al raduno di scambio… Ma sentivo solo emozioni confuse, oceani di nuvole nel petto, il nodo nello stomaco. Troppo mischiate, per riordinarle e definirle con il loro nome. Il fiume al crepuscolo; il passo lungo di quella donna, amica mia; la prospettiva della crostata di bacche e l’acquolina in bocca; di contro, l’idea di un paese libero. I piani di Steve. Il vecchio, in un letto, sull’altra riva del fiume in ombra. Non trovavo il nome per definire tutte queste sensazioni. Camminai accanto a Kathryn, senza dire una parola, per tutto il tratto a valle, fino a casa sua.

All’interno faceva caldo (Rafael aveva sistemato sotto la casa dei tubi che convogliavano nelle stanze il calore dei forni per il pane), le lampade brillavano, la crostata fumante era in tavola. Le donne chiacchieravano. Mangiai la mia fetta di crostata e dimenticai tutto il resto. Bacche viola, dolce sapore d’estate. Mentre andavo via, Kathryn disse: «Mi aiuti, allora?»

«Ci proverò» risposi. Nel buio lei non poteva vedermi il viso. Così non seppe che, tornando a casa, proprio mentre pensavo agli argomenti per indurre Steve ad abbandonare il progetto, cercavo anche di trovare il modo per estorcere a Shanks la data dello sbarco. Avrei potevo spiarlo ogni notte, finché non ne avesse parlato…

Continuai a pensarci, ma non escogitai nessun trucco per carpire a Shanks l’informazione. Appena fossi uscito di nuovo a pesca con Steve, non avrei più potuto tergiversare.

E infatti, la prima volta, mentre remavamo fuori portata d’orecchio dalle altre barche, Steve disse: «Sono giù alle rovine della stazione. Ci sono stato. Sembrava che vi stabilissero un campo permanente. Jennings era a capo delle operazioni.»

«Ah, così sono lì, eh? In quanti?»

«Quindici, forse venti. Jennings ha chiesto dov’eri. E voleva sapere quando i giapponesi sbarcano. Dove e quando. Gli ho detto che sapevamo dove e presto avremmo scoperto quando.»

«Perché gliel’hai detto? Insomma, può darsi che lo sbarco non avvenga tanto presto.»

«Ma l’ha sentito dagli sciacalli!»

«Certo, ma non è detto che avessero ragione.»

«Be’, merda» disse lui e lanciò l’esca nel canale. Fissai a disagio la parete ripida in fondo a Concrete Bay. «Se la metti in questo modo, non potremo mai essere sicuri di niente» continuò Steve. «Ma se gli sciacalli l’hanno detto a Shanks, significa che anche lui è coinvolto, per cui saprà la data dello sbarco. Ho ripetuto a Jennings quel che gli avevamo già detto, che scopriremo la data.»

«Quel che tu gli avevi detto» lo corressi.

«Anche tu c’eri dentro» replicò. «Non fare finta di no.»

Calai l’esca dalla parte opposta e lasciai scorrere la lenza. «C’ero dentro anch’io, ma non significa che sia una buona idea. Senti, Steve, se ci sorprendono ad aiutare quella gente dopo il voto contrario, che cosa diranno? Come ci giustificheremo?»

«Me ne frego degli altri.» Un pesce abboccò e lui tirò con rabbia. «Sempre che ci scoprono. Non possono impedirci di fare come vogliamo, soprattutto quando combattiamo anche per loro, quei vigliacchi.» Arpionò il tonno striato come se fosse uno dei vigliacchi di cui parlava; lo issò sulla barca e lo colpì con il mazzuolo. Il tonno si agitò debolmente e morì. «Cosa c’è, mi abbandoni? Ora che quelli di San Diego sono là ad aspettarci?»

«No, non ti abbandono. Solo, non so se facciamo la cosa giusta.»

«È quella giusta, e lo sai! Hai dimenticato cos’hai detto alla riunione? Hai parlato meglio di tutti… hai detto cose giuste, dalla prima all’ultima. E lo sai. Ma torniamo a bomba: dobbiamo sapere da Add la data. Sei tu quello che conosce gli Shanks. Vai da loro e convinci Melissa, tutto qui.»

«Uhm.» Adesso diventava scomodo non avere raccontato a Steve tutta la verità sul modo in cui Add e Melissa mi avevano ingannato… Sentii abboccare, ma tirai troppo forte e il pesce non rimase agganciato. «Credo di sì.» Non potevo confessare d’avere mentito per fare bella figura.

«Devi farlo!»

«Va bene, va bene» sbuffai. «Ma lasciami stare, d’accordo? Non mi pare che tu abbia suggerito un piano astuto per indurlo a parlarcene anche se non ne ha voglia. Dacci un taglio!»

Così pescammo in silenzio e badammo alle lenze. A riva, i fianchi delle montagne ballonzolavano e il sole del pomeriggio stendeva su di essi una sfumatura color polline.

Steve cambiò argomento. «Vorrei che tentassimo di nuovo la pesca delle balene, quest’inverno. Potremmo farcela, se ne arpionassimo una piccola. Magari da più di una barca.»

«Non mettere in mezzo anche me, grazie» dissi, brusco.

«Non so cosa t’ha preso, Hanker. Da quando sei tornato…»

«Non m’ha preso un bel niente.» In tono amaro, aggiunsi: «Potrei dire la stessa cosa di te.»

«Solo perché vorrei ritentare la cattura di una balena?»

«No, perdio!» L’unica volta che abbiamo tentato di pescare una delle balene grigie durante la loro migrazione lungo la costa, siamo usciti nelle barche da pesca e abbiamo arpionato una balena. È stato un lancio eccellente di Rafael, che ha usato un arpione costruito da lui stesso. In piedi sulle barche, abbiamo guardato la balena sprofondare e tirarsi dietro tutta la corda. Abbiamo fatto l’errore di legare il capo della fune alla gassa di prua; la balena ci ha tirato via la barca da sotto i piedi. La prua è finita sotto la superficie e slurp, sparita. Ci è toccato ripescare dall’acqua gelida i nostri uomini, altro che la balena. E la fune ha fatto un taglio nel braccio di Manuel, che ha rischiato di morire dissanguato. John ha dichiarato che le balene sono troppo grosse per le nostre imbarcazioni e io, che mi trovavo nella barca vicina a quella finita sott’acqua, ero propenso a dargli ragione.

Ma non pensavo a quell’episodio. «Spingi troppo le cose» dissi lentamente. «Finirà che tuo padre non lo sopporterà più. Non so cosa pensi che accadrà…»

«Tu non sai cosa penso e basta» m’interruppe; dal tono, non voleva che continuassi, era chiaro. Serrò le labbra, sul punto di esplodere. I nostri cani hanno la stessa espressione, di tanto in tanto: un’espressione che vuol dire “dammi ancora un calcio e ti stacco il piede a morsi”. Un pesce abboccò, offrendomi una comoda occasione per lasciar perdere il discorso; ne approfittai al volo. Ma, ovviamente, avevo toccato un punto delicato. Forse lui pensava che John l’avrebbe sbattuto a calci via dalla valle, così sarebbe stato libero da tutto…

La preda era un grosso persico. Ci volle del bello e del buono, per issarlo a bordo.

«Vedi, questo pesce non è più lungo del mio braccio, e per poco non sono riuscito a catturarlo. Le balene sono lunghe il doppio della barca!»

«Però le catturano, su a San Clemente» disse Steve. «E ne ricavano anche un mucchio d’argento, ai raduni. Quanti barili d’olio Tom dice che si ottengono da una balena?»

«Non lo so.»

«Uffa, anche tu, con questi “non lo so”! Sentimi bene. L’intera valle sta andando in malora.»

«Balle» dissi, torvo. Steve sbuffò e tornammo a pescare. Catturati alcuni altri pesci, Steve ricominciò.

«Potremmo avvelenare gli arpioni. Oppure arpionare la stessa balena due volte, da due barche diverse.»

«Finiremmo incasinati. Le barche andrebbero a sbattere l’una contro l’altra, si fracasserebbero.»

«Il veleno, allora.»

«Sarebbe meglio attaccare all’arpione un cavo tre volte più lungo, così la balena può andarsene dove le pare.»

«Ecco, ora ragioni.» Steve era compiaciuto. «Che ne dici di questa proposta? Legare l’arpione a un cavo che arrivi fino alla spiaggia… sostenuto da piccoli galleggianti o qualcosa del genere. Quando l’arpione va a segno, se la sbrigano gli uomini a riva. Alla fine resterebbe solo da tirare la balena fino alla foce.»

«L’arpione dovrebbe essere ben agganciato.»

«Sì, certo. Dev’essere così in ogni caso.»

«Credo anch’io. Ma occorrerà anche un mucchio di cavo. Di solito le balene passano a più d’un chilometro da riva, no?»

«Già…» Dopo una riflessione, continuò: «Chissà come fanno quelli di San Clemente a catturare ’sti mostri.»

«Non ne ho idea. Ma certo non lo dicono.»

«Neppure io lo direi, fossi in loro.»

«Ah, sì? Pensavo che secondo te tutti i villaggi dovrebbero unirsi, siamo una nazione sola, eccetera.»

«Vero. L’hai detto anche tu. Ma finché tutti non sono d’accordo, devi tenere nascosti i tuoi assi.»

La risposta sembrava adattarsi al mio caso personale, ma non riuscivo esattamente a stabilire in che modo. Comunque, avevo fatto l’errore di riportare il discorso sulla politica; mentre remavamo a barca piena verso la foce, Steve tornò alla carica.

«Ricorda che a Jennings l’abbiamo promesso. E sai benissimo che tu pure vuoi combattere i musi gialli. Non dimenticare cos’hanno fatto a te e agli altri, durante la tempesta.»

«Già» risposi. Be’, Kathryn, ci ho provato, pensai. Ma sapevo benissimo come stavano le cose. Steve aveva ragione. Volevo anch’io cacciare dal nostro oceano quei giapponesi.

Superammo i frangenti della foce e proseguimmo fra le onde tranquille che l’alta marea spingeva nella gola del fiume.

«Allora, vai su a vedere cosa riesci a combinare con Melissa. Ha un debole per te, farà quello che vuoi.»

«Uhm.»

«Forse lo chiederà lei stessa a Add.»

«Ne dubito.»

«Tanto devi pur cominciare da qualche parte. E vedrò se riuscirò a scoprire qualcosa per conto mio. Potremmo origliare i loro discorsi, come hai fatto tu l’ultima volta.»

Risi. «Forse sarebbe l’unica soluzione» convenni. «Ci avevo già pensato.»

«D’accordo, ma prima fai quel che puoi, capito?»

«Capito. Tenterò con lei.»

Passai un paio di giorni a pensarci, nella speranza di escogitare qualcosa… e intanto vivevo con quel nodo allo stomaco, al punto da avere difficoltà a prendere sonno. Una mattina, prima dell’alba, smisi di pensarci e attraversai il ponte zuppo di rugiada per andare dai Costa. Doc era sveglio; sedeva al tavolo della cucina, beveva il tè e fissava la parete. Bussai alla finestra e lui aprì. «Dorme, adesso» disse, con tono di sollievo. Mi sedetti con lui. «Diventa sempre più debole» aggiunse, fissando il tè. «Non so se… Peccato che abbiate trovato un tempo così brutto, tornando da San Diego. Tu sei giovane, potevi sopportarlo; ma Tom… Tom si comporta come se fosse un giovanotto, e non lo è. Forse questa esperienza gli insegnerà a essere più prudente, a prendersi più cura di se stesso. Se sopravvive.»

«Dovresti farlo anche tu» dissi. «Sembri a pezzi.»

Annuì.

«Se non avessero guastato la ferrovia, saremmo tornati facilmente» continuai. «Quei bastardi…»

Doc mi guardò negli occhi. «Può morire, sai?»

«Lo so.»

Bevve un po’ di tè. La cucina cominciò a schiarirsi, con l’arrivo dell’alba. «Penso che andrò a letto.»

«Fai bene. Mi fermerò finché Mando non si sarà alzato. Starò attento io.»

«Grazie, Henry.» Spinse indietro la sedia. Si alzò a fatica. Rimase in piedi, si riprese. Andò in camera sua.

Quel pomeriggio andai sul Basilone per vedere se Melissa era in casa. Attraversai i boschi, poi il cemento crepato e verdastro delle antiche fondamenta. Quando entrai nella radura attorno alla loro torre, vidi Addison oziare sul tetto; fumava la pipa e batteva i talloni contro la parete della casa, thump-thump, thump-thump. Appena mi vide, smise di battere, ma non sorrise, né mi rivolse un cenno di saluto. A disagio sotto il suo sguardo fisso, mi avvicinai. «C’è Melissa?» chiesi.

«È giù nella valle.»

«No, sono qui» disse Melissa, sbucando nella radura dal lato nord… quello opposto alla valle. «Sono a casa!»

Add si tolse di bocca la pipa. «Ah, eccoti qui.»

«Cosa c’è, Henry?» disse Melissa con un sorriso. Indossava larghi calzoni di tela ruvida e una camicetta azzurra senza maniche.

«Vuoi fare una passeggiata sul costone?»

«Volevo proprio chiedertelo.»

«Papà, vado con Henry. Tornerò prima di sera.»

«Se non ci sono» disse Add «arriverò per cena.»

«Va bene.» Si scambiarono un’occhiata. «Te la terrò in caldo.» Mi prese per mano. «Andiamo, Henry.»

Ci inoltrammo nei boschi sopra la casa.

Mentre lei faceva strada su per la montagna, saltellando fra gli alberi per scansarli, mi lanciò domande. «Cos’hai fatto di bello, Henry? Sei andato ancora a San Diego? Non vuoi rivedere tutte quelle meraviglie?»

Ricordando quel che aveva detto agli sciacalli quella notte, quasi non riuscii a trattenermi dal sorridere. Non che fossi divertito. Ma era chiarissimo che mi torchiava di nuovo per ottenere informazioni. Ogni mia risposta fu una menzogna.

«Sì, sono andato di nuovo a San Diego, da solo. È un segreto. Ho conosciuto un intero…» esercito di americani, stavo per dire, ma non volevo farle capire che ero al corrente delle sue macchinazioni. «Un mucchio di gente» conclusi.

«Davvero?» esclamò lei. «E quand’è stato?»

Era lei, la vera spia. Ma, nello stesso tempo, era così snella e flessuosa, mentre scivolava fra gli alberi e raggi di sole traevano riflessi azzurrastri dai suoi capelli neri, che non mi sarebbe dispiaciuto tuffare le mani in quei capelli, spia o no.

Più in alto lungo il costone, gli alberi lasciavano posto ai cespugli di mesquite e a qualche ostinato ginepro. Seguimmo la gola di un piccolo ruscello su fino allo spartiacque; ci fermammo lì al vento. Il culmine del crinale era di arenaria perfettamente divisa, come il dorso di un pesce. Camminammo lungo la divisione, parlando della vista sul mare e sulla valle San Mateo.

«Swing Canyon è proprio dietro quello sperone» dissi.

«Sì? Vuoi andarci?»

«Certo.»

«Andiamoci.»

Ci baciammo per suggellare la decisione. Provai una fitta; perché non era come una delle altre ragazze, le Mariani o le Simpson? Continuammo lungo il costone. Melissa non smise di fare domande e io continuai con le menzogne. Dopo Cuchillo, ossia la cima del Basilone, dal crinale principale diversi speroni rocciosi si protendevano sulla valle. La ripida gola formata dai primi due era Swing Canyon; dalla nostra posizione guardavamo proprio nel suo interno, nel punto dove il torrentello si riversava in uno dei campi di Kathryn. Scivolammo sul sedere lungo la parete ripida e camminammo con prudenza fra i bassi e folti cespugli di mesquite. E intanto Melissa continuava a fare domande. Ero stupito di quanto fosse ovvia la manovra; ma forse, se fossi stato all’oscuro delle sue intenzioni, non me ne sarei accorto. La sua, dopotutto, sembrava curiosità pura e semplice, o quasi. Riflettendoci, decisi che potevo permettermi di essere più ardito, nelle mie domande. Ne sapevo più io di lei. Un po’ più ardito, sotto tutti gli aspetti: aiutandola a scendere un tratto verticale, la sostenni per l’inforcatura delle gambe; lei allargò un ginocchio per facilitarmi e ridacchiò, a terra, divincolandosi. Dopo un bacio, riprendemmo la discesa.

«Hai mai sentito parlare dei giapponesi che vengono qui da Catalina per guardare le rovine nell’Orange County?» domandai.

«Pare che sia vero» rispose vivacemente. «Ma non ne so altro. Racconta.»

«Mi piacerebbe assistere a un loro sbarco» dissi. «Sai, quando la nave giapponese mi ha preso a bordo, ho parlato con il capitano e ho visto che portava un anello delle scuole superiori, come quelli che vendono gli sciacalli!»

«Ma davvero?» disse, spalancando tanto d’occhi. “Adesso esageri” avrei voluto dirle.

«Proprio così! Il capitano della nave! Immagino che tutti i capitani delle vedette costiere giapponesi siano corrotti, dal momento che certe notti lasciano passare i turisti. Mi piacerebbe spiare uno di questi sbarchi, solo per vedere se riconosco quel capitano.»

«Ma perché?» domandò Melissa. «Vuoi sparargli?»

«No, no, certo. Voglio solo sapere se l’ho giudicato bene o no. Sai, se, come credo, collabora agli sbarchi.» Non mi sembrava una spiegazione convincente (e non avrei dovuto usare il verbo spiare), ma era la migliore che avevo trovato.

«Non credo che lo scoprirai mai» disse Melissa, ragionevolmente. «Comunque, buona fortuna. Mi piacerebbe aiutarti, ma non vorrei esserci anch’io.»

«Be’, forse puoi aiutarmi lo stesso.»

Eravamo nell’avvallamento, proprio all’inizio del canyon. Smisi di parlare per darle un lungo bacio. Dopo andammo all’albero della fune, vicino alla sorgente che origina il torrentello. La sorgente formava un laghetto, prima di riversarsi giù nel canyon da una costola d’arenaria; intorno al laghetto c’era uno spiazzo riparato da un cerchio di abeti rossi. Era il posto preferito dalle coppiette. Melissa mi prese per mano e mi condusse lì direttamente, quindi immaginai che lo conoscesse quanto me. Sedemmo nella penombra e ci baciammo, poi ci stendemmo sul letto di foglie e di aghi e ci baciammo di nuovo. Ci stringemmo l’uno addosso all’altra, rotolammo oziosamente sulle foglie scricchiolanti. Infilai le dita sotto il laccio dei calzoni di tela grezza e le accarezzai la pancia, i peli folti e ricci… lei mi palpò l’erezione, attraverso i jeans, e mi strinse con forza, e ci baciammo, ci baciammo, fra ansiti irregolari. Ero eccitato, ma… non potevo dimenticare tutto e accarezzarla. Le altre volte che ero stato con una ragazza… con Melissa, in precedenti occasioni, o Rebel Simpson l’anno prima, o quella Valerie di Trabuco che mi aveva reso così interessanti parecchie notti ai raduni… una volta iniziato, smettevo di ragionare, non pensavo a niente, e quando avevamo terminato mi sembrava di tornare in me. Questa volta, mentre l’accarezzavo e le baciavo il collo e le spalle, mi chiedevo come potevo rendere convincente, essenziale addirittura, il desiderio di assistere a uno sbarco di giapponesi; come potevo chiederle d’informarsi da Addison. Una situazione bizzarra.

«Forse puoi aiutarmi sul serio» dissi, fra un bacio e l’altro, quasi mi fosse venuto in mente solo allora. Tenevo ancora la mano dentro i suoi calzoni e con il dito la titillai.

«E come?» chiese lei, dimenandosi.

«Non puoi dire a tuo padre di parlarne a uno dei suoi contatti? So che non ne ha molti, ma hai ammesso anche tu che conosce un paio di…»

«Non ho ammesso un bel niente» disse lei, brusca, ritraendosi. La mano mi scivolò fuori dai suoi calzoni e si mosse a tentoni fra le foglie, cercandola. «Non ti ho mai detto cose del genere» continuò Melissa. «Papà lavora per conto suo.» Si alzò a sedere. «E poi, cosa vuoi andarci a fare? Non lo capisco. Per questo oggi parlavi con lui?»

«No, certo. Volevo vedere te» replicai, convinto.

«Per chiedermi di chiedergli» obiettò lei, per niente impressionata.

Strisciai accanto a lei, le strofinai il viso sul collo e sui capelli. «Ti spiego subito» dissi, confusamente. «Se non rivedo quel capitano giapponese, per tutta la vita avrò paura di lui. Sarà il mio incubo ricorrente. Ma so che Add può aiutarmi.»

«Come vuoi che faccia?» mi rimbeccò, irritata. Cercai d’infilarle di nuovo la mano nei calzoni per distrarla; ma lei la spinse via. «Smettila» disse freddamente. «Vedi? Mi hai fatta venire fin qui per chiedermi di infastidire mio papà. Stammi a sentire: non voglio che tu lo scocci con l’Orange County o i giapponesi o altre storie, capito? Non chiedergli niente e non immischiarlo negli affaracci tuoi.» Si tolse dai capelli un paio di foglie, strisciò verso il bordo del laghetto. «Ha già abbastanza guai, nella maledetta valle, senza che gliene rifili altri.» Nella mano a coppa raccolse un po’ d’acqua e bevve; poi si lisciò i capelli, con gesti rabbiosi.

Mi alzai, incerto; mi avvicinai all’albero della fune. Le sue parole mi facevano sentire orribilmente colpevole e calcolatore; e lei era bellissima, inginocchiata lì accanto al laghetto scuro. Eppure, quel comportamento innocente, dopo il modo con cui aveva parlato agli sciacalli quella notte… dopo che lei e Add li avevano accolti in casa per riferire quel che avevano appreso spiando la nostra “maledetta valle” e il suo più sciocco abitante, Henry Aaron Fletcher… mi faceva digrignare i denti.

L’albero della fune cresce proprio sulla costola che trattiene il laghetto. Molto tempo prima qualcuno aveva legato un robusto pezzo di corda a un ramo alto e la fune serviva per dondolarsi sopra il ripido canyon sottostante. Con rabbia afferrai la fune per i nodi all’estremità libera e indietreggiai dal dirupo. Mi aggrappai per bene sopra i nodi, attraversai di corsa in diagonale la radura e mi lanciai a dondolare nel vuoto. Da molto tempo non provavo più la magnifica sensazione di dondolare nel buio. Vedevo la parete opposta del canyon, sulla quale batteva ancora qualche raggio di sole, e sotto di me la cima degli alberi, in ombra. Ruotai lentamente su me stesso; lanciai un’occhiata per stabilire la posizione del grosso tronco. Atterrando, lo mancai di un buon margine. Una volta Gabby si era lanciato mentre era sbronzo ed era tornato dritto contro il tronco, di schiena, colpendo uno spuntone di ramo. Era impallidito.

«Non parlare mai più con noi di queste cose, hai sentito, Henry?»

«Ho sentito.»

«Mi sei simpatico, ma non sopporto sentir dire che papà traffica con quella gente lassù. Già così è abbastanza seccante e almeno ce ne fosse il motivo! Tutte chiacchiere prive di fondamento.» Sembrava così rattristata e depressa che avrei voluto gridarle: «È seccante perché siete davvero due sciacalli, brutta puttana! Ti ho visto fare la spia per conto loro! La tua recita non m’inganna!» Invece strinsi i denti e dissi: «Già» e iniziai un’altro lancio. «Ti sento» gridai amaramente all’aria. Lei non rispose. La corda scricchiolò forte. Muovendo i piedi, girai lentamente su me stesso, per benino. Tornai a terra, mi lanciai ancora, e poi ancora. Per un momento provai quant’era meraviglioso dondolare, desiderai di farlo per sempre, girare lentamente all’estremità di una fune, staccato dalla terra e senza altre preoccupazioni se non quella di scansare il tronco, pensando solo all’aria che mi sfiorava, agli alberi scuri che mi ruotavano intorno, al laghetto verde scuro, in basso di lato. Allora il nodo allo stomaco sarebbe certo scomparso. Nel toccare terra, quasi andai a sbattere con il viso contro il tronco. Così va la vita: passi il tempo a sognare e ti becchi un albero sul muso.

Melissa era accucciata accanto al laghetto; con la mano si tirava indietro i capelli, china a bere direttamente dalla sorgente.

«Me ne vado» le dissi, brusco.

«Ho bisogno del tuo aiuto per salire sul costone» rispose, senza guardarmi.

Stavo per dirle che poteva scendere il canyon e fare il giro della valle anche senza il mio aiuto; ma cambiai idea.

Non avevamo molto da dirci, al ritorno. Era faticoso risalire l’ultimo tratto della ripida parete; ci sporcammo di terriccio. Melissa si lasciò aiutare solo quando non poteva farne a meno, forse ricordando l’appiglio di cui mi ero servito durante la discesa. Più pensavo a come mi aveva lavorato, più mi arrabbiavo. E l’avevo desiderata ancora! Ecco, ero proprio uno sciocco… e gli Shanks non erano meglio dei ladri. Sciacalli. Spie. Zopilotes! Non solo, ma non sarei mai riuscito a ottenere da loro l’informazione che volevo.

Scendemmo il pendio del Basilone, tenendoci a qualche albero di distanza l’uno dall’altra. «Non ho più bisogno del tuo aiuto» dichiarò freddamente Melissa. «Puoi tornartene alla valle a cui appartieni.»

Senza una parola, le girai le spalle e tagliai attraverso il pendio, verso la valle. Sentii che rideva. Furibondo, mi fermai dietro un albero e aspettai un poco. Poi continuai verso la casa degli Shanks, compiendo un ampio giro, in modo da arrivare da nord, passando da albero ad albero, con grande cautela. Dall’incavo di un pino spaccato scorgevo perfettamente la loro bizzarra abitazione. Addison, fermo sulla soglia, discuteva animatamente con Melissa. Lei indicò il sud, verso la valle, e rise; Add annuì. Indossava la lunga giacca scura e unta (che s’intonava benissimo ai suoi capelli); terminato d’interrogare Melissa, aprì la porta e la spinse dentro, dandole una manata sul sedere. Poi s’allontanò nei boschi; mi passò a un paio d’alberi di distanza, diretto a nord. Aspettai un poco e lo seguii. C’era una sorta di sentiero, tracciato senza dubbio da Addison stesso nei suoi molti viaggi a nord; lo percorsi rapidamente, in punta di piedi, facendo attenzione ai rametti secchi e alle mosse di Addison, più avanti. Quando lo scorsi di nuovo, lasciai il sentiero e mi nascosi, ansando, dietro un abete rosso. Sporsi la testa: Add si allontanava. Lasciai il riparo e corsi fra gli alberi, badando a posare i piedi sul terriccio o sugli aghi di pino, muovendo le gambe come se ballassi, per non spezzare ramoscelli e arbusti. Al termine di ogni scatto, mi fermavo dietro un tronco e mi guardavo intorno per determinare di nuovo la posizione di Add. Per il momento andava tutto bene: lui non aveva la minima idea d’essere seguito. Di tanto in tanto controllavo che mi girasse sempre la schiena e aspettavo finché non era nascosto dagli alberi, così non potevo stabilire con certezza quale direzione seguisse; allora saltavo fuori dal mio nascondiglio e correvo a zigzag secondo il percorso che ritenevo più silenzioso. Dopo alcune corse a casaccio, ci presi gusto. Avevo ancora una certa dose di paura, ma mi divertivo. Dopo tutta la merda che Add e Melissa mi avevano scaricato addosso, era un vero piacere fregarlo… dimostrarmi migliore nel suo stesso campo.

Era anche un piacere svolazzare a quel modo fra i boschi. Come seguire le tracce di un animale selvatico, ma non proprio, perché un animale non si sarebbe lasciato seguire così facilmente, si sarebbe accorto di me in un attimo e non si sarebbe più fatto vedere né mi avrebbe fatto capire dove fosse finito. Era facile, invece, seguire un uomo. Riuscivo persino a stabilire da quale parte sarei comparso, per poi attraversare il suo percorso e sbucare dalla parte opposta. Una specie di nascondino. Solo che il gioco aveva una posta ben precisa.

A metà strada dalla valle San Mateo mi resi conto che avrei avuto difficoltà a seguirlo oltre il fiume. L’autostrada era l’unico ponte che superava il San Mateo River ed era esposta come qualsiasi ponte. Avrei dovuto aspettare un bel pezzo che Add attraversasse, e poi correre fra gli alberi, con la speranza di passargli davanti e di ritrovarlo.

Studiavo ancora un piano, quando Add raggiunse la riva del San Mateo, assai più a valle dell’autostrada. Mi tuffai dietro un albero, un eucalipto un po’ troppo sottile per i miei scopi, chiedendomi quali intenzioni avesse. Add si guardava intorno, anche dalla mia parte; mi acquattai e tenni la testa dietro il tronco, anche se così non lo vedevo più. La ruvida corteccia dell’eucalipto trasudava resina; con il fiato grosso, la fissai, incerto se sporgere di nuovo la testa. Add mi aveva udito? A quel pensiero il cuore mi batté come un picchio. D’un tratto, seguire un uomo non mi parve più solo divertimento. Mi distesi per terra, badando bene a non fare rumore fra le foglie secche; trattenendo il fiato, sporsi un occhio.

Add non si vedeva. Sporsi tutta la testa, ma non lo vidi ugualmente. Mi tirai in piedi. Proprio allora dal fiume giunse il brontolio di un motore. Add tornò in piena vista: era sempre sulla riva, guardava dalla parte del mare e agitava il braccio. Rimasi immobile. Add non si guardò più intorno. Poco dopo, fra gli alberi, scorsi una piccola barca con tre uomini a bordo. Non aveva remi, ma un motore montato a poppa. L’uomo di mezzo era giapponese. Quello a prua si alzò, mentre accostavano; saltò nell’acqua bassa e aiutò Add a legare la barca a un albero.

Mentre gli altri due scendevano dalla barca, strisciai come un gatto da un albero all’altro; alla fine scivolai sopra un ammasso di foglie d’eucalipto e di aghi, fino a un pino di Torrey, a soli quattro alberi di distanza da loro. Sotto i rami bassi e dietro il tronco, fui sicuro che non m’avessero visto.

Il giapponese (assomigliava un poco al mio capitano, ma era più basso) prese dalla barca un sacco di tela bianca, legato in cima. Lo passò ad Addison. I tre rivolsero delle domande a quest’ultimo e Add rispose. Udivo le voci, soprattutto quella del giapponese, ma non riuscivo a distinguere le parole. Risucchiai aria fra i denti, imprecai con forza fra me. Ero fin troppo vicino a loro, non potevo rischiare di avvicinarmi ancora. Niente da fare. Ma a parte qualche parola di tanto in tanto, un “come” o un “tu”, distinguevo solo il tono delle voci. Ero vicino come lo ero stato a Steve e a Kathryn, quando senza volerlo avevo ascoltato la loro conversazione; ma i quattro parlavano sulla riva di un fiume e l’acqua corrente, anche se non sembra molto rumorosa, basta già a confondere le parole. Imparavo in quel momento che è impossibile ascoltare di nascosto con buoni risultati chi sta sulla riva: quindi l’inseguimento e l’appostamento erano sprecati. Non riuscivo a capacitarmi di tanta sfortuna. Lì c’era Add, che parlava con un giapponese, forse proprio degli argomenti che volevo conoscere; e qui c’ero io, proprio dove volevo, a meno di quattro barche di distanza. Ma non serviva a niente. Mi venne voglia di affondare la testa fra gli aghi di pino e piangere.

Di tanto in tanto uno dei due sciacalli (presumo che lo fossero, anche se erano vestiti da paesani) rideva e prendeva in giro Addison a voce più alta, permettendomi di udire frasi intere. «Facile far fesso un fesso» disse uno. Add rise alla battuta. «Ci tornerà tutto indietro fra un paio di mesi» disse l’altro, indicando la sacca di Add. «Alle nostre puttane, almeno!» sogghignò il primo. Il giapponese guardava di volta in volta chi parlava e non rise mai alle battute. Rivolse ad Add ancora qualche domanda e Add rispose, almeno credo: mi voltava la schiena, quindi non lo udivo affatto.

E poi, sotto i miei occhi, i tre risalirono sulla barca. Add slegò la fune e la gettò a bordo, spinse l’imbarcazione, la guardò scivolare a valle. I tre sparirono subito alla vista, ma udii il motore accendersi. Era tutto. Non avevo appreso niente che già non sapessi. Premetti il viso contro gli aghi di pino e ne stritolai alcuni fra i denti.

Add continuò a guardare la barca per un paio di secondi, poi mi passò accanto. Restai disteso, immobile, per un poco; poi mi alzai e gli andai dietro. Presi addirittura a pugni qualche albero, passandogli vicino. E non vedevo Add da nessuna parte. Rallentai, furioso e frustrato al punto da non sapere se volevo sprecare pazienza a pedinarlo. Cosa ne ricavavo? Ma l’alternativa, tornare a Onofre da solo, era anche peggiore. Cominciai ad avanzare tracciando ampie diagonali, danzando di nuovo fra gli alberi in una corsa silenziosa.

Non lo vidi finché non mi colpì con una spallata che mi buttò a terra. Estrasse dalla cintola un coltello e mi assalì, cadendomi quasi addosso. Rotolai su me stesso, con un calcio lo colpii al braccio, poco sopra il coltello; mi contorsi, lo scalciai al ginocchio; mi alzai, schivai, lo colpii sul collo a mani unite, sempre muovendomi con la massima rapidità possibile. Lui andò a sbattere contro un albero, si accasciò, stordito; gli strappai rapidamente la sacca dalla sinistra e balzai indietro per evitare una coltellata. Tenni sollevata la sacca, come se fosse una mazza, e mi ritrassi in fretta.

«Resta fermo lì, altrimenti scappo e non rivedrai più la sacca» lo apostrofai. Senza riflettere, aggiunsi: «Sono più veloce di te, non mi prenderai mai. Nessuno mi raggiunge, nei boschi.» E risi di trionfo, nel vedere la sua espressione, perché era vero e lui lo sapeva. Nessuno è più veloce di me. E sconfiggere fra gli alberi Add e il suo coltello, più veloce del pensiero, più veloce di quanto mi occorreva per decidere le mie mosse, me ne dava la sensazione esatta. Anche lui lo sapeva. Finalmente, finalmente, avevo Add Shanks dove lo volevo. Con la mano libera Add si massaggiò il collo, lanciandomi la stessa occhiata d’odio che avevo visto negli occhi della donnola in trappola. «Cosa vuoi?» domandò.

«Non voglio molto. Non voglio questa sacca, anche se sembra contenere un bel po’ d’argento e magari roba ancora più importante, eh?» Forse non avevo indovinato il contenuto, ma una cosa era certa: rivoleva la sacca. La fissò, si mosse in avanti, ma io arretrai di tre passi, spostandomi anche sulla destra, dove avevo una via di fuga fra gli alberi. «Mi sa che Tom, John, Rafael e gli altri sarebbero molto interessati a vedere la sacca e a sentire quel che ho da dire al riguardo.»

«Che cosa vuoi?» ringhiò.

Per niente intimorito, ricambiai lo sguardo carico d’odio. «Non mi piace come hai approfittato di me» dissi. Il coltello gli sobbalzò in mano; pensai: “Non fargli capire quanto ne sai”. «Voglio vedere uno sbarco di giapponesi nell’Orange County. So che scendono a terra e so che sei d’accordo con loro. Voglio sapere dove e quando ci sarà il prossimo sbarco.»

Parve perplesso; abbassò di una spanna il coltello. Poi sogghignò, sempre con quell’espressione di odio. Trasalii. «Ah, già, sei in combutta con gli altri ragazzi, giusto? Il giovane Nicolin, Mendez e il resto.»

«Sono da solo.»

«Mi spiavi, vero? E John Nicolin non ne sa niente, scommetto. Niente.»

Sollevai la sacca. «Dimmi quando e dove, Add. Altrimenti la porto nella valle e tu non ci metterai più piede.»

«Ce lo metterò eccome!»

«Facciamo la prova?»

Arricciò le labbra in un ringhio. Tenni duro. Lo guardai riflettere. Poi Add sogghignò di nuovo, in un modo che non capii. Pensai, allora, che facesse come la donnola, che mostrasse i denti in un ultimo ringhio feroce, prima di morire.

«Sbarcheranno a Dana Point questo venerdì. A mezzanotte.»

Gli gettai la sacca e corsi via.

All’inizio corsi come un daino braccato, saltai tronchi caduti, schiantai piccoli cespugli, approfittai del lusso di fare rumore. Ora avevo paura: forse, con la sacca, gli avevo gettato una pistola; oppure lui era un abile lanciatore di coltelli e mi avrebbe trapassato con la lama pesante che impugnava. Però, attraversata gran parte della valle San Mateo, capii di essere al sicuro, e continuai a correre solo perché ero felice. Trionfante, danzavo fra gli alberi, superavo a salti cespugli che avrei potuto scansare, strappavo piccoli rami che mi ostacolavano. Corsi fino all’autostrada, proseguii in discesa a tutta velocità. Non credo di avere mai corso più rapidamente in vita mia, né di essermi divertito tanto. «Venerdì notte!» gridai al cielo e volai sull’asfalto, come un’automobile: il nodo allo stomaco era finalmente scomparso.

18

Ma il nodo ricomparve presto. Attraversai di corsa la valle e andai dritto a casa dei Nicolin, ma la signora N. seppe dirmi solo che Steve era da qualche parte con Kathryn. La ringraziai e me ne andai; già mi sentivo a disagio. Steve e Kathryn litigavano di nuovo? Cercavano di rappacificarsi? Kathryn l’aveva convinto a lasciar perdere? (Questa ipotesi pareva poco attendibile.) Controllai alcuni dei nostri soliti luoghi di ritrovo; non ci tenevo molto a trovare Kathryn, ma desideravo vedere Steve al più presto. Non li trovai da nessuna parte. E non avevo indizi per scoprire dove fossero, né che cosa facessero. Mentre risalivo un’altra volta Swing Canyon, mi resi conto che quei due non li capivo più, se mai li avevo capiti. Che cosa si fa, dopo una lite come quella che avevo ascoltato di nascosto? La vita privata di altre coppie… una delle cose più riservate che esistano. Anche se ne parlano con altri, solo i diretti interessati sanno cosa succede realmente tra loro. E se non ne parlano, il mistero è assoluto, nascosto al mondo.

Questo, mercoledì sera. Tornai dai Nicolin due volte, quella notte, ma non trovai nessuno. E più non riuscivo a raccontare tutto a Steve, più mi sentivo a disagio. Che cosa avrebbe detto, Kathryn, quando avesse saputo la mia parte nella faccenda? Avrebbe pensato che le avevo mentito, che avevo tradito la sua fiducia. D’altro canto, se non avessi parlato a Steve dello sbarco, se avessi lasciato passare venerdì… e se mai lui l’avesse scoperto… bene, non meritava neppure pensarci. Avrei perso sul momento il mio migliore amico.

Dopo la seconda visita notturna ai Nicolin, tornai a casa e andai a letto. Era stata una gran giornata, pensavo di non riuscire a prendere sonno; ma dopo qualche minuto dormivo già. Però un paio d’ore più tardi mi svegliai e per il resto della notte continuai a rigirarmi nel letto; ascoltai il vento, meditai su come comportarmi.

Subito dopo l’alba mi svegliai, di nuovo con quel nodo allo stomaco; e cercare di riprendere sonno non faceva altro che peggiorarlo. Avevo la vaga impressione d’avere fatto un sogno così orribile che non avevo nessuna voglia di ricordarlo più chiaramente… in sogno mi davano la caccia… ma dopo qualche istante non ero nemmeno sicuro d’avere sognato. Come tutte le mattine uscii a orinare e scoprii che s’era alzato il vento Santa Ana, quel vento del deserto che soffia dalle montagne orientali, spinge a mare le nubi, scalda la terra, secca ogni cosa. Il Santa Ana colpisce tre, quattro volte all’anno e cambia completamente il nostro clima. Questa volta già aumentava d’intensità e piegava gli alberi in senso opposto alla naturale inclinazione dovuta al vento di mare. Presto avrebbe spezzato i rami dei pini e li avrebbe trascinati verso l’oceano.

Il secchio dell’acqua da bere, vuoto, mi diede la scossa quando lo presi per riempirlo. Elettricità statica, la chiamava Tom, ma per quanto sì sforzasse, non era mai riuscito a farmi capire il fenomeno: qualcosa di simile a milioni di minuscoli fuochi che si muovono in cerchio (certo ricorderete che bella spiegazione del fuoco mi aveva dato!)… e i cavi tesi fra i tralicci come quello degli Shanks avevano portato l’elettricità da ogni parte e fatto funzionare tutte le macchine automatiche dei vecchi tempi. Una simile energia, da piccole scosse come quella che avevo appena provato.

Mentre andavo al fiume, nel vivido sole del mattino, sembrava che ogni cosa fosse imbottita di colore, come se l’elettricità statica fosse una cosa che riempiva tutto e lo rendeva più splendente. I peli sulle braccia mi si rizzavano; sentivo le radici nello scalpo, mentre il vento mi agitava qua e là i capelli. Elettricità statica… forse negli esseri umani si raccoglieva nello stomaco. Al fiume entrai in acqua fino alle ginocchia, tuffai la testa sotto la superficie, feci gargarismi, con la speranza che l’elettricità si disperdesse nell’acqua e se ne andasse. Non funzionò.

Adesso ero completamente sveglio. Piccole onde si aprivano a ventaglio sulla superficie dell’acqua, una dopo l’altra, spingendola a mare. Già l’aria era calda e secca, pareva che presto sarebbe diventata ardente. Il cielo era di un celeste brillante. Bevvi mezzo secchio d’acqua, tirai sassi a un tronco caduto, impigliato nella riva opposta. Che fare? In alto i gabbiani volavano in cerchio, battevano le ali lamentandosi per la fatica che erano costretti a fare nel vento contrario. Tornai a casa e mangiai con Pa’ una pagnotta.

«Cosa fai oggi?» mi chiese Pa’.

«Vado a dare un’occhiata alle trappole. Così m’ha detto il vecchio Mendez.»

«Sarebbe una bella novità rispetto al solito pesce.»

«Già.»

Pa’ mi guardò, arricciò il naso. «Ultimamente non chiacchieri molto. Annuii, troppo turbato per prestargli attenzione.»

«Non vuoi fare in modo che la gente ti parli» continuò.

«No. Meglio che vada, però.»

Tornai al fiume, pensando di andare comunque a controllare le trappole. Mi sedetti sopra uno dei minuscoli promontori che sporgono a picco sulla riva. A valle, le donne comparvero a una a una, il gruppo Mariani e le altre; approfittavano del Santa Ana per fare il bagno e per lavare abiti, lenzuola, coperte, asciugamani, qualsiasi cosa potessero portare al fiume. L’aria era un po’ più calda a ogni minuto e talmente secca da sentirla nelle narici. Le donne tirarono fuori il sapone e si spogliarono; si mossero nell’acqua bassa della curva, portando assi da bucato e ceste di abiti e di panni; si misero al lavoro, chiacchierando e ridendo, tuffandosi nel centro del fiume per sguazzare un poco e togliersi il sapone di dosso. Il sole del mattino si rifletteva sui corpi bagnati e sui capelli incollati alla testa; avrei potuto restare a guardarle ancora, tanto erano bianche e snelle. Pensai che sembravano un gruppo di delfini; si schizzavano acqua addosso, dondolavano le tette, mentre strofinavano i panni sull’asse da bucato, a bocca aperta per ridere e sorridere al cielo. Ma mi avevano visto, seduto più a monte; presto, se fossi rimasto, mi avrebbero tirato sassi, avrebbero alzato le gambe per mettermi in imbarazzo, avrebbero gridato frasi scherzose come: «Ehi, non ti liscia niente contropelo?» Oppure: «Ti serve aiuto, con l’affare?» O anche: «Attento che non ti si consumi come questo pezzo di sapone»…

E poi, comunque, avevo altre cose per la mente; diedi loro un’ultima occhiata, mi girai e risalii il fiume; dimenticai le donne e cominciai di nuovo a preoccuparmi. (Ma loro cosa avrebbero pensato?)

Capite, potevo non dirgli niente. Potevo dirgli: “Steve, non ho scoperto niente e non so come fare”. E finirla lì. Venerdì sarebbe arrivato e passato, non ci saremmo mai accorti della differenza. Almeno, loro non se ne sarebbero accorti. E tutto sarebbe continuato come prima. Nel percorrere il sentiero del fiume mi venne proprio quest’idea; e mentre andavo da una trappola all’altra, la meditai. Per certi versi mi andava a genio.

Ma ricordai lo scontro con Add: mi aveva sbattuto contro un albero, quando lui aveva il coltello e io no. Tolsi un coniglio dal laccio e risistemai la trappola. Ricordai la fuga dalla nave giapponese, la nuotata a riva, la fatica per risalire il canalone. Adesso mi sembrava una grande avventura. Ricordai l’arrampicata sulla parete della casa degli Shanks per origliare la conversazione con gli sciacalli e il silenzioso pedinamento di Addison nei boschi. Mi era piaciuto più di qualsiasi altra cosa fosse mai successa a Onofre. Non avevo mai sentito in me un potere del genere. Più che mai mi parve che questi avvenimenti non mi accadessero per caso, ma che fossi io stesso a provocarli, che decidessi io di fare certe cose e che poi le facessi. E adesso avevo l’occasione di fare qualcosa di meglio, di combattere per la mia terra perduta. La terra su cui camminavo era nostra, l’unica cosa che ci fosse rimasta. Ne stessero lontano o sopportassero le conseguenze! Non eravamo una vetrina di mostruosità, una versione in grande delle fiere degli orrori che a volte venivano ai raduni ed esibivano patetiche vittime delle radiazioni, umane e animali… Eravamo una nazione, una nazione viva, comunità vive in una terra viva, e dovevano lasciarci in pace.

Così quando tornai nella valle attraverso la strettoia, lasciai perdere tre conigli e una moffetta puzzolente e continuai fino alla casa dei Nicolin. Steve, davanti alla casa, gridava furiosamente contro sua madre, ferma sulla soglia. Qualcosa che riguardava ancora John, mi parve di capire; qualcosa che lui aveva detto o fatto per irritare Steve… Trasalii e attesi che Steve smettesse di gridare. Quando si diresse allo scogliera, lo avvicinai.

«Cosa c’è?» disse, vedendomi.

«Ho scoperto la data!» esclamai. S’illuminò. Gli raccontai tutto. Al termine, provai una sorta di brivido; be’, gliel’ho detto, pensai. Non avevo preso la decisione, era stata automatica.

«Magnifico» continuò a ripetere Steve. «Magnifico. Adesso li abbiamo in pugno! Perché non me l’hai detto?»

«Te l’ho appena detto» risposi, irritato. «L’ho saputo solo ieri.»

Mi diede una manata sulla schiena. «Andiamo a riferirlo a quelli di San Diego. Non c’è molto tempo… un giorno, uau! Forse dovranno far venire altri uomini dal sud, o chissà cosa.»

Ora che gliel’avevo detto, però, ero più incerto di prima che fosse la cosa giusta. Era stupido, ma era successo. Scrollai le spalle.

«Vai tu a dirglielo; io informerò Gabby, Del e Mando, se li vedo.»

«Be’…» piegò curiosamente la testa. «Certo. Se vuoi così.»

«La mia parte l’ho fatta» replicai, sulla difensiva. «Se ci andiamo tutt’e due, rischiamo di attirare l’attenzione.»

«Forse è vero.»

«Fatti vedere stasera e dimmi cosa ne pensano.»

«D’accordo.»

Quando si presentò, quella sera, il vento soffiava più forte che mai. I rami del grosso eucalipto sbattevano l’uno contro l’altro, le foglie crepitavano e cadevano volteggiando su di noi. I pini borbottavano il loro accordo più basso e si agitavano contro le vivide stelle.

«Indovina chi c’era, al loro campo» mi disse Steve. Non stava nella pelle per l’eccitazione. «Indovina!»

«Non so. Lee?»

«No, il Sindaco! Il Sindaco di San Diego.»

«Davvero? Cosa ci faceva, lì?»

«È qua per combattere i musi gialli, naturalmente. Era contentissimo, quando gli ho detto che potevamo guidarli al punto di sbarco. Mi ha stretto la mano, abbiamo bevuto insieme un bicchiere di whisky, e tutto il resto.»

«Logico. Gli hai detto il luogo?»

«Certo che no! Mi prendi per uno stupido? Ho detto che fino a domani non avremmo avuto la conferma e che li avremmo informati dopo esserci uniti a loro. Così saranno obbligati a portarci con sé, capisci? A dire il vero, ho detto che solo tu conosci il punto esatto dello sbarco e che non vuoi rivelarlo a nessuno.»

«Oh, magnifico. E perché dovrei comportarmi cosi?»

«Perché sei un tipo sospettoso, naturalmente. E non vuoi che i giapponesi scoprano chissà come che siamo al corrente. Così gli ho detto.»

Questo mi suggerì una cosa alla quale non avevo mai pensato, che lo crediate o no: i giapponesi potevano venire a sapere da Add che eravamo al corrente dello sbarco. E potevano rinviarlo, dopotutto. Mi si presentò alla mente un’altra possibilità: Add poteva avere mentito, sulla data. Ma questo lo tenni per me. Non volevo creare difficoltà. Dissi solo: «Crederanno che siamo pazzi.»

«Ma va’! E perché? Il Sindaco era davvero contento di noi.»

«Ah, lo credo! Quanti uomini aveva?»

«Quindici, forse venti.»

«C’era anche Jennings?»

«Certo. Senti, hai parlato a Del, Gabby e Mando?»

«E Lee? Lee c’era?»

«Non l’ho visto. Hai parlato alla banda?»

Ero preoccupato per l’assenza di Lee. Non capivo, né gradivo, il modo in cui era scomparso dal gruppo. «Ho parlato a Gabby e a Del» dissi, dopo un poco. «Venerdì Del va con suo padre a Talega Canyon, per procurarsi qualche vitello; perciò non ci sarà.»