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Venusiani addio

Leigh Brackett


Leigh Brackett

Venusiani addio

1

La brezza soffiava costante, ma non impetuosa. Gonfiava la vela al quarto quel tanto che bastava a spingere attraverso l’acqua lo scafo sudicio e coperto d’alghe troppo cresciute… non di più. Matt Harker era disteso accanto alla barra del timone e contava i rivoli di sudore che colavano sulla sua nudità e fissava con occhi cupi, e opachi, la notte color indaco. La rabbia, incatenata e impotente, crebbe nella sua gola come vomito amaro.

Il mare — la moglie venusiana di Rory McLaren lo chiamava il Mare degli Opali Mattutini — si stendeva immoto, nero, rigato dalla fosforescenza. Il cielo gravava basso sul mare, la densa coltre di nubi di Venere che aveva fatto del Sole una leggenda a stento ricordata dagli esiliati della Terra. Luci ardenti cavalcavano nell’oscurità blu profondo, disposte in fila. Dodici navi, tremilaottocento persone, che non andavano da nessuna parte, intrappolate nell’intervallo fra la nascita e la morte, e che non sapevano proprio che farne.

Matt Harker gettò uno sguardo alla vela e poi alla lanterna di poppa della nave che li precedeva. Il suo volto, al fioco bagliore che illuminava Venere perfino di notte, era oblungo e scarno, una successione d’ombre e di scabre prominenze ossee, coperto dalle cicatrici della vita, del bisogno e delle privazioni, della morte e dell’assenza di morte. Era un uomo magro, non alto di statura, tenace, con un’agilità da rettile nei movimenti.

Qualcuno scivolò silenzioso attraverso il ponte, da prua, evitando i corpi addormentati accalcati dovunque. Harker disse, senza emozione: «Ciao, Rory».

Rory McLaren rispose: «Ciao, Matt». Si sedette. Era giovane, forse la metà degli anni di Harker. C’era ancora speranza sul suo viso, ma già mostrava i segni della fatica. Restò seduta un po’, senza parlare, né guardare, poi disse: «In tutta franchezza, Matt, quanto tempo possiamo resistere ancora?»

«Cosa c’è, ragazzo? Cominci a cedere?»

«Non so. Forse. Quando ci fermeremo da qualche parte?»

«Quando troveremo un posto dove fermarci».

«C’è forse un posto dove fermarsi? Mi pare che da quando sono nato, non abbiamo fatto altro che cercarlo. C’è sempre qualcosa che non va. Indigeni ostili, o la febbre, o il terreno cattivo… sempre qualcosa, e noi ci rimettiamo in viaggio. Non è giusto. Non è affatto questo il modo per cercar di vivere».

Harker replicò: «Te l’avevo detto di non ostinarti ad aver figli».

«E questo cosa c’entra?»

«Stai già cominciando a preoccuparti. Il piccolo non è ancora arrivato, e tu già ti preoccupi».

«Certo che mi preoccupo». McLaren si prese all’improvviso la testa fra le mani e imprecò. Harker seppe che l’aveva fatto per impedirsi di piangere.

«Sono preoccupato», ammise McLaren. «Forse, a mia moglie e a mio figlio capiterà la stessa cosa che è successa ai tuoi. Abbiamo la febbre a bordo».

Per un attimo gli occhi di Harker arsero come carboni. Poi, alzò lo sguardo alla vela e disse: «Starebbero meglio morti».

«Non son cose da dire!»

«È la verità. Tu mi hai chiesto quando ci fermeremo… quando avremo trovato il posto giusto. Forse mai. Tu ti lagni di aver fatto questa vita da quando sei nato. Be’, io ho dovuto farla da molto più tempo. Prima che tu nascessi, ho visto coi miei occhi il nostro primo insediamento incendiato dal Popolo della Nube, e mia madre e mio padre crocifissi nella loro vigna. Ero fra quelli partiti dalla Terra, quando iniziò questo viaggio alla Terra Promessa, e sto ancora aspettando di vederla».

I tendini sul volto di Harker si erano tesi come cavi d’acciaio. La sua voce aveva una calma terribile.

«Tua moglie e tuo figlio starebbero assai meglio se morissero adesso, subito. Così, Viki che è giovane e ha ancora speranza, non la perderà mai. E il bambino non aprirà mai gli occhi su questa vita grama».

Sim, un uomo nero, grande e grosso, diede il cambio ad Harker prima dell’alba. Iniziò a cantare sommesso, qualcosa di lento e lamentoso come la brezza, e assai bello. Harker gli lanciò una maledizione e salì dentro prua per dormire, ma la canzone continuò ad accompagnarlo. Oh, ho guardato il Giordano, e cos’ho visto arrivare per portarmi a casa…

Harker si addormentò, infine. Cominciò a gemere e a contorcersi, e ad urlare. Gli altri intorno a lui si svegliarono. Lo fissarono pieni di curiosità. Da sveglio, Harker era un lupo solitario, violento e sempre di pessimo umore. Quando, a lunghi intervalli, era colto da uno dei suoi attacchi, nessuno era particolarmente desideroso di aiutarlo a uscirne. Provavano una sorta di perverso piacere a potergli sbirciare nell’intimo, quando lo coglievano così allo scoperto.

Ad Harker non importava. Stava di nuovo giocando in mezzo alla neve: aveva sette anni, e i cumuli erano bianchi e alti nel cielo, un cielo così azzurro e pulito che il bambino si chiedeva se Dio non facesse anche lui le pulizie ogni due o tre giorni, come la mamma quando sfregava energicamente il pavimento in cucina. Il sole splendeva. Era come una grande moneta d’oro, e traeva infiniti barbagli dalla neve trasformandola in uno spolverio di diamanti. Alzò le braccia verso il sole, e l’aria fredda lo schiaffeggiò come due mani pulite, e lui scoppiò a ridere. E poi ogni cosa scomparve…

«Mio Dio», disse qualcuno, «ma quelle sul suo viso non sono lagrime?»

«Strilla… Strilla come un bambino, non sentite?»

«Ehi», disse ancora il primo, impacciato, «non credete che dovremmo svegliarlo?»

«Al diavolo quel vecchio gattaccio inacidito. Ehi, ascoltate…»

«Papà», bisbigliò Harker, «papà, voglio tornare a casa».

L’alba arrivò come una manciata di opali di fuoco attraverso le nubi di un grigio perlaceo. Harker, nel sonno, udì il grido fioco e lontano. Si sentiva stordito, stanco, le palpebre gli si erano come incollate insieme. Il grido a poco a poco acquistò forma e divenne la parola «Terra!» ripetuta più volte.

Harker si scosse per svegliarsi e si alzò in piedi.

Il mare privo di maree rifletteva i colori opalini, sotto la foschia. Branchi di piccoli draghi marini, le scaglie simili a gioielli, s’innalzavano dalle onnipresenti isole galeggianti d’alghe, e le alghe stesse, o almeno una parte di esse, si agitarono, pulsando d’una vita senziente.

Davanti a loro una lunga e bassa prominenza della costa si dilatava nell’inestricabile groviglio d’una palude. Oltre la bassa distesa paludosa, si innalzava a picco fino alle nubi una scogliera di granito, una scarpata maestosa che si drizzava come una muraglia davanti agli sguardi colmi di speranza degli esuli.

Harker trovò Rory McLaren ritto in piedi, lì accanto, il braccio avvolto intorno a Viki, sua moglie. Viki era una delle molte venusiane che avevano sposato coloni terrestri. La sua pelle era bianca come il latte, i suoi capelli d’un vivido argento, le sue labbra scarlatte. I suoi occhi erano come il mare, mutevoli, pieni di vita nascosta. In quel momento avevano quella particolare espressione che gli occhi delle donne assumono quando pensano alla vita, al suo inarrestabile perpetuarsi… Harker distolse lo sguardo da lei.

McLaren disse: «Sì, è terra».

Harker ribatté: «È fango. È una palude… la febbre. È identica al resto».

Viki disse: «Non possiamo fermarci qui, solo un po’?»

Harker scrollò le spalle. «Spetta a Gibbons decidere». Stava impulsivamente per chiederle quale dannata differenza facesse dove sarebbe nato il bambino, ma per una volta tenne la lingua a freno. Viki si allontanò. In qualche punto della parte centrale della nave una donna gridò nel delirio. C’erano tre forme immote, avvolte in coperte a brandelli e distese sul tavolato accanto agli ombrinali.

«È probabile che ci fermeremo quel tanto che basterà a seppellirli», disse. «Forse… sarà sufficiente».

Guardò per un attimo il volto di McLaren. La speranza che l’aveva illuminato poco prima aveva lasciato il posto alla stanchezza. Era morta. Morta come il resto di Venere.

Gibbons chiamò i capi a bordo della sua nave: i condottieri, i combattenti, i cacciatori e i marinai, gli uomini duri e coriacei che costituivano la dura corazza intorno al corpo molle della colonia. C’erano anche Harker e McLaren. McLaren era giovane e fino a poco tempo prima aveva avuto la qualità dell’ottimismo che incoraggiava i suoi compagni di nave, una naturale inclinazione a guidare gli uomini.

Gibbons era vecchio. Era lo spirito-guida originario dei cinquemila coloni che erano venuti dalla Terra per ricominciare a vivere sul nuovo mondo. Il tempo e le tragedie, le delusioni e i tradimenti l’avevano crudelmente segnato, ma teneva ancora la testa alta. Harker ammirava il suo coraggio, pur maledicendolo come pazzo idealista.

Com’era inevitabile, cominciarono a discutere se dovessero o no tentare un insediamento permanente su quella distesa di fango, oppure continuare a vagare su quel mare inesplorato e interminabile.

Harker dichiarò, impaziente: «Perbacco, ma guardate il posto! Ricordatevi dell’ultima volta. Ricordatevi della volta prima dell’ultima, e smettetela di blaterare».

Sim, il grande uomo nero, replicò con calma: «La gente comincia ad essere tremendamente stanca. L’uomo è nato per aver radici da qualche parte. Avremo ben presto dei guai se non troveremo un pezzo di terra».

Harker sbottò: «Se pensi di poterlo trovare, amico, allora fallo».

Gibbons disse in tono grave: «Ma Sim ha ragione… C’è isterismo, tra noi, febbre, dissenteria e noia, e la noia è la cosa peggiore di tutte».

McLaren esclamò: «Io voto perché ci stabiliamo qui».

Harker scoppiò a ridere. Era appoggiato al portello della cabina e fissava la scogliera, là fuori. Il granito grigio s’innalzava pulito sopra la palude. Harker cercò di penetrare le nubi che ne nascondevano la sommità, ma non ci riuscì. Socchiuse gli occhi. Le voci eccitate dietro di lui si smorzarono un po’ per volta. D’improvviso, si girò verso Gibbons e disse: «Signore, vorrei che mi venisse dato il permesso di vedere cosa c’è in cima a quella scogliera».

Seguì un completo silenzio. Poi Gibbons lo ruppe, scandendo le parole: «Abbiamo perso troppi uomini in esplorazioni del genere, e questo soltanto per scoprire un altopiano inabitabile».

«C’è sempre una possibilità. Il nostro primo insediamento era sugli altipiani, non ricorda? Aria pulita, terreno buono, niente febbre».

«Ricordo», annuì Gibbons. «Sì, ricordo…». Restò silenzioso per un po’, poi lanciò ad Harker un’occhiata d’intesa. «Ti conosco, Matt. Tanto vale che ti dia il permesso».

Harker sogghignò. «In tutti i casi non sentirete troppo la mia mancanza. Non rappresento più una buona influenza sugli altri». Si avviò verso l’uscita. «Datemi tre settimane. In ogni caso, è tempo che vi mettiate a raschiare e a rattoppare la chiglia delle navi. Forse tornerò con qualcosa di concreto».

McLaren interloquì: «Vengo con te, Matt».

Harker lo fissò senza scomporsi. «Tu farai meglio a restare con Viki».

«Se c’è del buon terreno, là sopra, e dovesse capitarti qualche guaio che t’impedisce di tornare indietro a dircelo…»

«O che non avessi più voglia di tornare indietro, forse?»

«Non ho detto questo. Potremmo anche non farcela tutti e due a tornare. Ma due… è sempre meglio di uno».

Harker sorrise. Un sorriso enigmatico e non molto piacevole. Gibbons s’intromise: «Ha ragione lui, Matt». Harker scrollò le spalle. Poi Sim si alzò in piedi.

«Due va bene», dichiarò, «ma tre è meglio ancora». Si rivolse a Gibbons: «Siamo quasi in cinquecento, signore. Se lassù c’è una nuova terra, dovremo dividere la fatica di trovarla».

Gibbons annui. Harker ribatté: «Sei matto, Sim. Perché vuoi farti tutta quella scalata, magari per non arrivare da nessuna parte?»

Sim sorrise. I suoi denti spiccarono incredibilmente bianchi sul nero lucido di sudore del suo viso. «Ma è quello che la mia gente ha sempre fatto, Matt. Un sacco di scalate per non arrivare in nessun posto».

Fecero i loro preparativi e si dedicarono a un’ultima notte di sonno. McLaren salutò Viki. La donna non pianse. Sapeva perché lui partiva. Lo baciò; tutto quello che gli disse, fu: «Stai attento». Tutto ciò che Rory disse, fu: «Tornerò prima che lui nasca».

Si misero in viaggio all’alba, portando con sé pesce secco e frutti di mare trasformati in strisce di carne essicata, e i loro lunghi coltelli e le corde per la scalata. Da molto tempo avevano finito ie munizioni per i pochi fulminatori di cui disponevano, e non avevano le attrezzature per produrne altre. Tutti erano assai esperti con le lance, e ne portavano tre, appese alla schiena, corte e munite di spine confezionate con ossa.

Quando attraversarono il tratto fangoso, pianeggiante, pioveva, e dovettero guardarlo affondando fino alle cosce nella nebbia fitta. Harker li guidò attraverso la cintura paludosa. Era un veterano in queste imprese, con una rapidità soprannaturale nell’individuare quella vegetazione che era viva, indipendente e affamata quanto lui. Venere è un’immensa serra, e le piante si sono sviluppate in innumerevoli specie, strane e fantastiche, almeno quanto i rettili e i mammiferi, capaci di strisciar fuori da quei mari pre-cambriani simili a primitivi flagellati, per sviluppare poi una propria volontà, con appetiti e motivazioni in proporzione. I bambini dei coloni imparavano sin dalla più tenera infanzia a non coglier fiori. Troppo spesso i germogli rispondevano a morsi.

La palude non si estendeva per molto, e ne uscirono sani e salvi. Un grande drago delle paludi, un leshen, urlò non molto lontano, ma era un cacciatore notturno e adesso era troppo pieno di sonno per dar loro la caccia. Infine, Harker mise il piede sul terreno solido, e si mise a studiare la scogliera.

La roccia era stata resa ruvida dalle intemperie, incisa da molti millenni d’erosione, e per di più squassata dai terremoti. C’erano tratti di scisti crollati e frantumati, grandi lastre che parevano sul punto di precipitare al solo sfiorarle, ma Harker annuì. «Possiamo arrampicarci», dichiarò. «Il problema è: quant’è alto, lassù in alto?»

Sim scoppiò a ridere. «Forse alto abbastanza per la città d’oro. Abbiamo tutti la coscienza pulita? Non posso portare il peso del peccato così lontano!»

Rory McLaren guardò Harker.

Harker disse: «D’accordo, lo confesso. Non m’importa affatto se lassù c’è o no una buona terra per noi. Tutto quello che volevo era andarmene via da quella stramaledetta nave prima di perdere del tutto la testa. Così, adesso lo sapete».

McLaren annuì. Non parve sorpreso. «Arrampichiamoci». Il mattino del secondo giorno giunsero in mezzo alle nubi. Salirono sempre più in alto strisciando attraverso un vapore semiliquido, dalle sfumature opaline, insopportabilmente caldo. Continuarono a salire strisciando per altri due giorni. Per le prime notti Sim cantò durante il suo turno di guardia, mentre gli altri due riposavano distesi su qualche cengia. Dopo, però, anche Sim fu troppo stanco.

McLaren cominciò a cedere, anche se non lo disse. Matt Harker divenne più taciturno e il suo umore peggiorò ancora, se ciò era possibile, ma per il resto non ci furono cambiamenti. Le nuvole continuavano a nascondere la sommità dello strapiombo.

Durante uno dei brevi riposi, McLaren disse con voce rauca: «Ma questa scogliera non finisce mai?» La sua pelle era giallognola, gli occhi vitrei per la febbre.

«Forse», rispose Harker, «salgono dritte al di là del cielo». La febbre era tornata a cogliere anche lui. Essa viveva nel midollo degli esuli, riaffiorando a intervalli per scuoterli e bruciarli, per poi ritirarsi. A volte non si ritirava, e dopo nove giorni non aveva più bisogno di farlo.

McLaren disse: «Non te ne importerebbe niente se fosse così, vero?»

«Non ti ho chiesto io di venire».

«Ma non te ne importerebbe».

«Ah, chiudi il becco».

McLaren si lanciò alla gola di Harker.

Harker lo colpi, con calma e precisione. McLaren si accasciò al suolo, si afferrò la testa fra le mani e pianse. Sim si tenne fuori dalla zuffa. Scosse la testa, e dopo un po’ cominciò a canticchiare fra sé… o rivolgendosi a qualcuno al di là di lui stesso. «Oh, nessuno capisce questo problema, come io lo vedo…»

Harker si alzò in piedi. Le orecchie gli rintronavano e tremava in modo incontrollato, ma riuscì ugualmente a prendere su di sé un po’ del peso di McLaren. Stavano risalendo una cengia obliqua, abbastanza larga e non troppo difficile.

«Andiamo avanti», sollecitò Harker.

Una sessantina di metri oltre quel punto la cengia piegava bruscamente verso il basso, in una sorta di gradinata rotta e accidentata. Sopra le loro teste la parete della scogliera si rigonfiava verso l’esterno. Soltanto una mosca avrebbe potuto scalarla. Si fermarono. Harker si esibì in una lenta e ragionata serie d’imprecazioni. Sim chiuse gli occhi e sorrise. Anche lui era un po’ ammattito a causa della febbre.

«C’è la città d’oro lassù in cima. È là che sto andando».

S’incamminò lungo la cengia, seguendo la sua pendenza fino a una gobba rocciosa, oltre la quale scomparve. Harker rise sardonico. McLaren si liberò dalla stretta e testardamente seguì la strada di Sim. Harker scrollò le spalle e lo imitò.

Subito oltre la gobba la cengia finiva.

Rimasero immobili. Le dense nubi di vapore li bloccavano su un lato, e sull’altro s’innalzava una parte di granito sulla quale erano appesi dei rampicanti carnosi.

Vicolo cieco.

«Allora?» fece Harker.

McLaren si sedette. Non pianse né disse niente. Si limitò a restar seduto. Sim era là, in piedi, le braccia penzoloni e il mento appoggiato sull’ampio petto nero. Harker disse ancora: «Capisci cosa voglio dire quando rido, se sento parlare di Terra Promessa? Venere è una roulette truccata. Non potrai mai vincere».

Fu allora che si accorse dell’aria fresca. Aveva creduto, sulle prime, che fosse soltanto il brivido della febbre, ma la brezza gli scompigliava i capelli e avvolgeva il suo corpo secondo una direzione ben precisa. Aveva perfino un odore fresco e pulito. Soffiava attraverso la coltre dei rampicanti.

Harker cominciò a scavare col suo coltello. Scopri che quella era la imboccatura d’una caverna, uno squarcio frastagliato, lisciato sul fondo da quello che un tempo doveva essere stato un fiume.

«La corrente d’aria arrivava dalla sommità dell’altopiano», disse Harker. «Lassù deve soffiare il vento che la spinge in basso. Potrebbe esserci il modo di passare».

McLaren e Sim mostrarono entrambi un lento e terribile rifiorire della speranza. Tutti e tre entrarono senza parlare nella galleria.

2

Proseguirono veloci. L’aria pulita agiva su di loro come un tonico, e la speranza li stimolava. La galleria saliva seguendo un’inclinazione piuttosto ripida, e poco dopo Harker udì uno scroscio d’acqua, un mormorio sordo e tonante, come un fiume sotterraneo che scorresse davanti a loro, a un livello più alto. L’oscurità era totale, ma non era difficile seguire quel liscio canale di pietra.

Sim disse: «Quella lì davanti, non è luce?»

«Si», annui Harker, «una specie di fosforescenza. Non mi piace quel fiume lì davanti a noi. Potrebbe bloccarci».

Avanzarono in silenzio. La luminiscenza si fece via via più intensa, l’aria più umida. Chiazze di licheni fosforescenti comparvero sulle pareti, luccicando come fiochi gioielli in un caleidoscopio di colori malaticci. Il ruggito dell’acqua si era fatto assordante. Vi capitarono davanti all’improvviso. L’acqua scorreva di traverso alla galleria, in un ampio canale scavato in profondità nella roccia, cosicché il suo livello era sceso al di sotto dell’antico letto, lasciando asciutta la galleria. Era un ampio fiume, lento e maestoso. I licheni ornavano il soffitto e ie pareti, riflettendosi in opachi luccichii sulla superficie dell’acqua.

Sopra le loro teste s’innalzava un nero camino attraverso la roccia, e la corrente d’aria fresca scendeva da li, quasi con la forza d’un uragano, ma la maggior parte di essa si dissipava nella galleria del fiume. Harker giudicò che dovesse esserci una formazione di rupi, in superficie, che convogliava il vento verso il basso, come una sorta di sifone. Quel camino nella roccia era del tutto inaccessibile.

Harker disse: «Credo che dovremo risalire il corso del fiume». La roccia era abbastanza erosa da render possibile la cosa, mostrando ampie sporgenze a tutti i livelli.

McLaren obbiettó: «E se questo fiume non venisse dalla superficie? Se sgorgasse da una fonte sotterranea?»

«Rischierai il tuo collo», ribatté Harker. «Su, vieni».

S’incamminarono. Dopo un po’, facendo capriole come focene nell’acqua nera, le creature dorate passarono nuotando, videro gli uomini e sempre nuotando tornarono indietro.

Non erano molto grandi. Fra tutte, la più grande aveva le dimensioni di un bambino di dodici anni. Il loro corpo era antropoide, ma adattato al nuoto con lucide membrane. Irradiavano una luminosità dorata, fosforescenti come i licheni, i loro occhi erano neri e senza palpebre, quasi un’unica, immensa pupilla. I loro volti erano incredibili. Seppur vagamente, ricordarono ad Harker le bocche di leone che crescevano sui prati in estate: teste e volti dei nuotatori erano identici, coperti di petali grondanti d’acqua che parevano dotati di movimenti indipendenti, come se fossero organi sensori e non soltanto decorazioni.

Harker esclamò: «Perbacco, cosa sono?»

«Sembrano fiori», disse McLaren.

«Assomigliano di più a dei pesci», osservò il negro.

Harker rise. «Scommetto che sono tutte e due le cose insieme. Scommetto che sono pianni, e anfibi per giunta». I coloni avevano abbreviato l’espressione piante-animali in piantani, e infine in pianni. «Ho visto creature, nelle paludi, non molto diverse da queste. Ma… caspita, guardateli: sembrano umani!»

«Hanno una forma quasi umana», fece McLaren, rabbrividendo, «e… vorrei che non ci guardassero così!»

Sim replicò: «Finché si limitano a guardarci, non ho intenzione di preoccuparmi…»

Ma non si limitarono a questo. Cominciarono a stringersi intorno agli uomini, nuotando controcorrente senza nessuno sforzo. Alcuni di loro cominciarono ad arrampicarsi fuori dell’acqua, su una bassa sporgenza. Erano agili e graziosi. C’era qualcosa di sgradevolmente infantile in loro. Erano quindici o venti, e ricordavano ad Harker una banda di giovani discoli: soltanto che lo scherzo, nell’insieme, dava una strana, inquietante sensazione di malignità senz’anima.

Harker fece strada ai compagni accelerando il passo sulla banchina rocciosa. Aveva estratto il pugnale e stringeva la corta lancia nella destra.

L’aspetto generale del fiume cambiò. Il letto si ampliò e in alto, davanti a loro, Harker vide che la galleria si allargava in un’ampia cavità in ombra, con l’acqua che vi formava un lago oscuro, riversandosi lentamente fuori da un basso e largo labbro roccioso. Qui altre di quelle strane creature fosforescenti, simili a bambini, stavano giocando. Subito si unirono ai loro compagni, serrando ancor più dappresso i tre uomini.

«Non mi piace», disse McLaren. «Se soltanto producessero un qualche suono, un…»

D’improvviso lo fecero. Una risatina acuta che suonava un insulto blasfemo a quella che avrebbe potuto emettere un bambino. I loro occhi luccicavano. Si lanciarono in avanti, correndo, grondanti d’acqua, lungo la riva rocciosa, protendendo fuori dall’acqua quelle che sembravano braccia per agguantare le caviglie degli uomini, mentre continuavano a ridere. All’interno del suo ventre duro e piatto, Harker sentì rivoltarglisi le budella.

McLaren gridò e scalciò. Un paio d’artigli, piccole cose spinose acuminate come aghi, gli stavano graffiando una caviglia. Sim trapassò un petto dorato con la sua lancia. Non avevano ossa. Il corpo era leggero e membranoso, e il sangue che ne gocciolò fuori era verdastro, appiccicoso, come la linfa d’una pianta. Harker rispedi dentro il fiume con un calcio due di quegli esseri, fece roteare la lancia come una mazza da baseball e ne sbalzò giù altri due dalla banchina rocciosa — erano incredibilmente leggeri — e urlò: «Lassù, su quella cengia in aito. Non credo possano arrampicarsi fin lassù».

Spinse McLaren davanti a sé e aiutò Sim in una breve scaramuccia di retroguardia, mentre si arrampicavano tutti e tre lungo un passaggio difficile. Giunto in cima, McLaren si rannicchiò, e scagliò pietre giù, verso gli aggressori. C’era una grande fessura che correva lungo tutto il soffitto della caverna, la cicatrice di qualche antico terremoto. Qualche istante dopo, un punto del costone smottò, producendo una piccola slavina.

«Su, basta», ansimò Harker. «Piantala prima di far crollare tutto il soffitto. Non possono seguirci quassù». I pianni erano attrezzati per nuotare, non per arrampicarsi. Artigliarono rabbiosamente la roccia, ma scivolarono e ricaddero all’indietro; infine, si ritirarono nell’acqua pieni di rancore. D’un tratto afferrarono il corpo esanime ancora con la lancia di Sim piantata attraverso, e lo divorarono, litigando ferocemente tra loro per i bocconi migliori. McLaren si sporse oltre la cengia e vomitò.

Anche Harker non si sentiva molto bene. Ma si rialzò in piedi e riprese ad arrampicarsi. Sim aiutò McLaren, la cui caviglia sanguinava parecchio.

Quell’alta cengia saliva a un forte angolo, correndo tutt’intorno alla parete della grande caverna occupata dal lago. Qui l’aria era più fresca e asciutta, e i licheni si diradavano sempre più, fino a svanire, lasciando ogni cosa nella più totale oscurità. Harker, a una svolta, cacciò un grido. A giudicare dall’eco, quella cavità era immensa.

Sotto, nell’acqua nera, i corpi dorati sfrecciavano come comete in un universo color ebano, scomparendo una dopo l’altra tutte nella stessa direzione. Harker avanzava tastando tutt’intorno a sé: la sua pelle fremeva per l’impulso nervoso del pericolo, la sensazione di qualcosa d’invisibile, innaturale e maligno.

Sim disse: «Ho sentito qualcosa».

Si arrestarono. L’aria cieca sapeva d’una intensa fragranza, piacevolmente aromatica… ma in qualche modo impura. L’acqua sospirava pigramente molto più in basso. In qualche punto davanti a loro si udiva lo sciabordio tranquillo d’una corrente: Harker giudicò che fosse quello il punto in cui il fiume penetrava nella caverna. Ma non erano questi i rumori sui quali Sim aveva richiamato la loro attenzione.

Il negro aveva inteso parlare del fruscio fremente che sembrava giungere da ogni punto della caverna. Ora la superficie del lago era costellata di chiazze colorate d’una vivida fosforescenza, che lasciavano dietro di sé scie impetuose. Le macchie crebbero rapidamente di numero, facendosi più vicine, e divennero tappeti di fiori, scarlatti, azzurri, dorati e purpurei. Ce n’erano interi campi galleggianti, rimorchiati sull’acqua da risplendenti nuotatori.

«Mio Dio», sillabò Harker, gli occhi sbarrati. «Quanto sono grandi?»

«Quel che basta a farne tre di me». Sim era un uomo grande e grosso. «Quelli piccoli, prima, erano davvero i bambini. Sono andati a chiamare i loro papà. Oh, Signore!»

I nuotatori erano assai simili alle creature più piccole che li avevano attaccati più in basso, salvo per le dimensioni gigantesche. Ma non erano pesanti, impacciati. Erano magnifici, agili di membra e leggeri. Le loro membrane si erano allargate in grandi ali lucenti, ogni nervatura terminava con un’estremità di fuoco. Soltanto le loro teste dorate, simili a bocche di leone, erano cambiate.

Avevano perso i petali. Le loro teste di adulti erano coronate da piatte escrescenze che avevano la bellezza velenosa e sordida dei funghi. E i loro volti erano in tutto umani.

Per la prima volta dai tempi dell’infanzia Harker si sentì raggelare.

I campi di fiori fiammeggianti furono riuniti insieme in un grande turbinio ai piedi della scogliera. I giganti dorati tutt’a un tratto si misero a gridare, una sonora nota squillante, e l’acqua cominciò a ribollire, sollevando una schiuma avvampante quando a migliaia quei corpi simili a fiori ne uscirono e cominciarono ad arrampicarsi su per la roccia su lunghe zampe a ventosa, simili a quelle dei ragni.

Sembrava fosse del tutto inutile provarsi a fuggire, ma Harker li sollecitò: «Scappiamo via!» Adesso da quell’esercito là sotto s’irradiava luce sufficiente a illuminare il cammino davanti a loro. Harker cominciò a correre sulla sporgenza rocciosa con gli altri alle calcagna. I fiori che li inseguivano si arrampicavano veloci, mentre i loro padroni nuotavano comodamente più in basso, osservando la scena.

La sporgenza rocciosa curvò verso il basso. Harker schizzò lungo di essa come un cervo. Al di là del punto più basso, Harker si tuffò in una nuova galleria, quella da cui proveniva il fiume. Una breve galleria, alla cui estremità…

«La luce del giorno!» urlò Harker. «La luce del giorno!»

La gamba sanguinante di McLaren cedette e il giovane cadde al suolo.

Harker lo agguantò. Erano sul punto più basso della discesa. Le bestie-fiori erano subito sotto di loro e stavano ormai per raggiungerli. Il piede di McLaren era gonfio, il polpaccio esangue. Un’infezione dal fulmineo decorso dovuta agli artigli dei pianni. McLaren si dibatté nella stretta di Harker. «Vattene», lo sollecitò. «Corri, salvati!»

Harker lo colpi con forza alla tempia e ricominciò ad avanzare, trascinando con sé il corpo esanime del giovane. Ma vide che non avrebbe funzionato: McLaren pesava più di lui. Lo gettò tra le braccia possenti di Sim. Il grosso negro annui e continuò la corsa reggendo McLaren come un bambino. Harker vide i primi fiori salire sulla sporgenza rocciosa davanti a loro.

Sim li scagliò via: non erano molto grossi, e in quell’avanguardia erano soltanto in tre. Altri comparvero dietro di loro e si lanciarono all’inseguimento: Harker li colpi con la lancia, squarciandoli con gli uncini d’osso. Ma ormai erano in molti ad aver completato la scalata e li inseguirono come una grande onda di marea luminosa. Harker accelerò, ma i fiori erano più veloci. Li ricacciò indietro con la lancia e il coltello e riprese a correre, poi tornò a voltarsi per combattere ancora; quand’ebbero infine percorso tutta la galleria, Harker barcollava, stremato.

Sim si arrestò. Disse: «Non c’è via d’uscita».

Harker alzò lo sguardo: il fiume precipitava da una parete a picco: il salto era troppo alto, e il getto d’acqua aveva troppa forza perché anche i giganteschi pianni potessero pensare di affrontarlo. La luce del giorno si riversava su di loro dall’alto, calda e accogliente come avrebbe potuto esserlo su Marte.

Vicolo cieco.

Poi Harker individuò il piccolo canale eroso che saliva contorto su un lato. Era poco più di uno scolo, lungo e asciutto, e formava un passaggio fino alla sommità della cascata, una fessura a stento larga perché un uomo riuscisse a strisciarvi attraverso. Era una speranza fin troppo vaga, un azzardo, ma…

Harker l’indicò, fra una stoccata e l’altra contro i fiori che sciamavano dappertutto. Sim gridò: «Tu per primo». Harker, poiché era il miglior scalatore, obbedì, aiutando McLaren ancora intontito a salire dietro di lui. Sim maneggiava la lancia come un dardo fiammeggiante, proteggendo le loro spalle, strisciando all’insù un centimetro dopo l’altro.

Raggiunto un appoggio abbastanza sicuro, si fermò. Il suo petto gigantesco si gonfiava come un mantice, le sue braccia continuavano ad alzarsi e ad abbassarsi come sbarre d’ebano. Harker gli gridò di continuare a salire. Lui e McLaren erano quasi arrivati in cima.

Sim scoppiò a ridere: «Come intendi farmi passare attraverso quel buchetto?»

«Vieni su, pazzo!»

«Farete meglio a sbrigarvi. Io sono pressoché finito».

«Sim! Sim, dannazione a te!»

«Striscia fuori da quel buco, tappo, e tirati dietro quello spilungone! Io sono un uomo che ha le dimensioni di un uomo, e devo restar qui». Poi, infuriandosi: «Sbrigati, altrimenti ti trascineranno indietro prima che tu sia passato!»

Aveva ragione. Harker sapeva che aveva ragione. Si mise al lavoro spremendo McLaren attraverso la stretta apertura. McLaren era ancora intontito, ma era magro e con le ossa sottili, e ce la fece. Ruzzolò fuori su un pendio coperto d’erba verde, la prima che Harker vedeva dai giorni in cui era bambino.

Ora Harker si affannò per seguire McLaren. Non si voltò a guardare Sim.

L’uomo nero stava cantando tutta la gloria della venuta del Signore.

Harker tornò a infilare la testa nel buio dello stretto condotto: «Sim!»

«Sì?» Debole, rauco, echeggiante.

«Qui c’è terra, Sim. Una buona terra».

«Già».

«Sim, troveremo a tutti i costi il modo…»

Sim aveva ripreso a cantare. La sua voce si fece più fioca, allontanandosi sempre più verso il basso. Le parole si smarrirono, ma non ciò che sottintendevano. Matt Harker affondò il viso nell’erba verde, e la voce di Sim scomparve con lui nel buio.

Le nubi si stavano colorando dei bagliori del sole nascosto che tramontava. Erano sospese sopra di loro come un baldacchino d’oro intriso di sangue. Vi era un profondo silenzio, interrotto soltanto dal canto degli uccelli. Giù nei luoghi bassi non si udivano mai simili canti d’uccelli. Matt Harker ruotò su se stesso e lentamente si rizzò a sedere. Gli pareva di essere stato picchiato a sangue. Provava nausea e vergogna, e l’antica, micidiale collera era avvolta in strette spire intorno al suo cuore.

Davanti a lui si stendeva un ampio pendio erboso che arrivava fino al fiume, il cui corso curvava verso sinistra, allontanandosi fino a sparire dietro uno sperone roccioso. Oltre il pendio si stendeva un vasto terreno pianeggiante, e ancora più oltre una foresta d’alberi giganteschi. Parevano galleggiare in un alone color rame, le fronde scure dispiegate come ali e costellate di fiori. L’aria era fresca, senza alcun sentore di fango e di marcio. L’erba era abbondante, il suolo pulito e morbido.

Rory McLaren cacciò un gemito sommesso e Harker si voltò verso di lui. La gamba del giovane aveva un pessimo aspetto. McLaren era in preda a un crescente stordimento, la sua pelle era arrossata e arida. Harker imprecò a bassa voce, chiedendosi cosa mai avrebbe potuto fare.

Si voltò indietro a guardare verso la pianura, e vide la ragazza.

Non sapeva come fosse arrivata li. Forse era sbucata fuori dai cespugli che crescevano in folte macchie qua e là sul pendio. Poteva esser lì da parecchio tempo, a osservarli. E anche adesso teneva il suo sguardo puntato su di loro, restando immobile a una dozzina di passi. Una grande farfalla scarlatta si teneva aggrappata alla sua spalla, muovendo le ali con pigra voluttuosità.

Pareva più una bambina che una donna. Era nuda, piccola di statura, deliziosamente snella. La sua pelle, sotto il biancore, aveva una lieve sfumatura verde. I suoi capelli, simili a foglie d’erba e raccolti in corte ciocche ricciute sulla testa, erano d’un azzurro cupo, e anche i suoi occhi erano azzurri, e strani.

Harker la fissò, e lei fissò lui, senza che nessuno dei due accennasse a muoversi. Un uccello dai vividi colori scese giù in picchiata e si librò per un attimo accanto alle sue labbra, accarezzandole col becco. Lei lo sfiorò con una carezza, e sorrise, ma non distolse gli occhi da Harker.

Harker si alzò in piedi, lentamente. La chiamò: «Ehi».

La ragazza non si mosse, né produsse alcun suono, ma tutt’a un tratto un paio di enormi uccelli con becco e artigli come quelli di un’aquila, e neri come il peccato, si tuffarono giù dal cielo e sfiorarono la testa di Harker con un sibilante fruscio, poi tornarono in alto e si misero a girare in cerchio.

Harker tornò a sedersi.

Gli strani occhi della ragazza si staccarono da lui, fissando la fenditura, più in alto sulla parete rocciosa, dalla quale era uscito. Le sue labbra non si mossero, ma la sua voce — o qualcosa del genere — gli parlò chiaramente dentro la testa:

«Sei venuto da… là». Quel conteneva una fremente carica di eccitazione, per niente piacevole.

«Harker replicò: «Sì. Telepate… uh?»

«Ma tu non sei…» L’immagine di alcuni nuotatori dorati si formò nella mente di Harker. Erano chiaramente riconoscibili, ma l’odio e la paura avevano spazzato via da essi ogni traccia di bellezza, lasciando soltanto l’orrore.

Harker disse: «No». Le spiegò cos’era successo a lui e a McLaren. Le parlò di Sim. Sapeva che lei stava ascoltando attenta la sua mente, saggiandola per controllare se diceva la verità. Ma non lo preoccupava ciò che lei vi avrebbe trovato.

«Il mio amico è ferito», le disse. «Abbiamo bisogno di un rifugio».

Per un po’ non vi fu risposta. La ragazza era era tornata a fissarlo. Il suo volto, la forma e la struttura del suo corpo, i suoi capelli, e infine i suoi occhi. Non era mai stato guardato in quel modo prima di allora. Cominciò a sogghignare. Un sogghigno provocante del tipo «che tu sia dannata…», che arricchiva d’una luce e d’un fascino sorprendenti la sua personalità sardonica.

«Tesoro», le disse, «sei formidabile. Animale, vegetale o minerale?»

Lei drizzò la piccola testa rotonda con un guizzo per la sorpresa, e gli restituì, pronta, la stessa domanda. Harker scoppiò a ridere. Lei sorrise, piegando la bocca in una V invitante, e i suoi occhi scintillavano vividi. Harker accennò a muoversi verso di lei.

E nell’identico istante i due rapaci lo ammonirono a tornare indietro. La ragazza scoppiò a ridere, un’increspatura d’allegria sbarazzina. «Vieni», lo invitò, e si voltò.

Harker si accigliò. Si chinò e parlò a McLaren con insolita gentilezza. Riuscì in tal modo a convincere il giovane a rizzarsi in piedi, poi se lo caricò sulle spalle, vacillando un poco sotto il suo peso. McLaren parlò, staccando le sillabe: «Sarò di ritorno prima che nasca».

Harker attese finché la ragazza non si fu decisamente avviata, poi la seguì, tenendosi a debita distanza. I due grandi uccelli neri lo seguirono vigili. Attraversarono la folta erba del pianoro in direzione degli alberi. Adesso il cielo aveva tutto il colore del sangue.

Una leggera brezza avvolse la testa della ragazza e prese a giocare coi suoi capelli. Matt Harker vide che quei capelli erano corti e piatti, come petali azzurri.

3

Fu una lunga camminata, prima di raggiungere la foresta. L’intero altopiano, lassù, sembrava avere una forma a scodella, protetta da alte rupi tutt’intorno. Harker, riandando col pensiero al loro primo insediamento di tanto tempo prima, decise che quel posto era infinitamente migliore. Era quasi la visione che aveva avuto nei suoi sogni febbricitanti: la Terra Promessa. Era come se l’aria tersa e fresca di quell’altopiano gli avesse tolto dei pesi dai polmoni, dal cuore, da tutto il corpo.

Ma anche se quell’aria pulita gli restituiva vigore e giovinezza, non riusciva a compensare del tutto il peso di McLaren. Poco dopo, Harker fu costretto a dirle: «Aspetta», e si sedette, facendo rotolare con delicatezza il corpo di McLaren sull’erba folta. La ragazza si fermò. Tornò indietro di qualche passo e studiò Harker, che stava sbuffando come un cavallo esausto.

Harker sollevò gli occhi su di lei, sogghignando.

«Sono sfinito», le spiegò; «Ho consumato troppe energie per un uomo della mia età. Non puoi chiamare qualcuno che mi aiuti a portarlo?»

Ancora una volta lei lo studiò in silenzio, affascinata e perplessa. La notte stava ormai per chiudersi sopra di loro, era d’una sfumatura indaco, più chiara della notte cupa che tutti opprimeva al livello del mare. Gli occhi della ragazza mostravano una curiosa luminosità nel buio.

«Perché lo fai?» gli chiese.

«Far che cosa?»

«Portare quello».

«Quello», per Harker fu facile intuirlo, era McLaren. D’improvviso, fu gelidamente consapevole dell’abisso che li separava… e che nessuna dose di spiegazioni, per quanto abbondante, sarebbe riuscita a colmare. «È un mio caro amico. È un… Devo farlo».

Lei studiò i suoi pensieri, poi scosse il capo. «Non capisco. È guasto…»

L’immagine, nella sua mente, era una combinazione di «rotto», «finito» e «inutile».

«… portarselo dietro?»

«McLaren non è un "quello". È un uomo come me… un amico. È ferito, e devo aiutarlo».

«Non capisco». La sua scrollata di spalle fu fin troppo eloquente, l’ovvio giudizio che lui era un pazzo, e che non valeva la pena dedicargli altro tempo. La ragazza ricominciò ad avanzare senza prestar più nessuna attenzione agli appelli di Harker, che le chiedeva di aspettarlo. Per forza di cose, Harker si caricò nuovamente del peso di McLaren e la seguì barcollando. Desiderò ardentemente che Sim fosse là, e subito desiderò di non aver pensato a Sim. Si augurò che Sim fosse morto in fretta prima di… prima di che cosa? Oh Dio, è buio e ho paura e il mio stomaco è diventato acqua fredda e quella creatura che trotterella davanti a me, in mezzo a questa foschia azzurra…

Tuttavia, quella creatura era molto bella. Uno splendido, affascinante profilo, uno snello, curvo luccichio fatto d’impalpabile chiaro di luna, il calice d’un fiore esotico contenente il nettare mistico e profumato dell’irreale, l’ignoto, l’inesplorato… Suo malgrado, Harker sentì il sangue pulsargli d’una profonda eccitazione.

Giunsero infine sotto le ombre fragranti degli alberi. La foresta non era un groviglio impraticabile, ma aveva abbondanti radure e crinali coperti di muschio. Non c’era sottobosco, né arbusti, né macchie di felci, ma soltanto distese fiorite. La ragazza si fermò e protese una mano verso l’alto. Un ramo piumato, lassù, fuori della sua portata, si piegò e le sfiorò il viso, la ragazza ne colse un grande germoglio pallido e se l’infilò tra i capelli.

Si voltò e sorrise ad Harker. Questi cominciò a tremare, in parte per la stanchezza, in parte per qualcos’altro.

«Come puoi farlo?» le chiese.

Lei lo fissò perplessa. «Vuoi dire il ramo? Oh, quello!» Rise. Era il primo, vero suono che l’udiva emettere, e gli parve d’essere trapassato da uno spruzzo di mercurio bollente. «Mi basta pensare che mi piacerebbe un fiore… e il fiore viene».

Teletrasporto, psicocinesi… come lo definivano nei libri? Sulla Terra ne sapevano qualcosa, ma la colonia non aveva avuto neppure il tempo di compulsare la sua povera biblioteca. C’era stata qualche setta religiosa che riusciva a far chinare le rose che reggevano in mano. L’antica saggezza, la misteriosa forza dietro i miracoli biblici… niente più che il pensiero, l’infinito potere del pensiero. Molto semplice. Già. Harker si chiese a disagio se la ragazza potesse usarlo anche su di lui. Ma anche lui aveva un proprio cervello. O no?

«Qual è il tuo nome?» le chiese.

Lei produsse un limpido trillo. Harker cercò d’imitarlo fischiando, ma subito ci rinunciò. Una specie di linguaggio tonale, pensò, privo di parole… o almeno, di parole come lui le intendeva. Pareva che lei, la sua gente — qualunque cosa fossero — avessero copiato gli uccelli.

«Ti chiamerò Fiordaliso» le disse. «Sì… Fiordaliso. Ma tu non sai cosa vuol dire».

Lei colse l’immagine nella sua mente e gliela rinviò. Fiori dai petali azzurri che occhieggiavano dalla fruttiera di porcellana di sua madre. La ragazza tornò a ridere, mandò via gli uccelli neri e s’inoltrò tra gli alberi facendogli strada, riempiendo l’aria di trilli come un rigogolo. Altre voci le risposero e poco dopo, correndo come la brezza fra gli alberi, arrivò la sua gente.

Erano tutti come lei. C’erano maschi… esili creature simili a ragazzini… e ragazze come Fiordaliso. Erano molte centinaia, tutti nudi, tutti che ridevano incuriositi, i loro corpi flessuosi che guizzavano come farfalle fra le ombre color indaco. Erano coronati di petali — così li chiamava Harker, anche se non sapeva, in realtà, cosa fossero — di tutti i colori, dallo scarlatto al bianco più puro.

Vi fu un lungo incrociarsi di trilli. A quanto pareva Fiordaliso stava raccontando come aveva trovato Harker e McLaren. Tutta quella folla avanzò lenta attraverso la foresta fino ad arrivare a un vasto spiazzo aperto cosparso di pochi alberi qua e là. Una sorgente formava un laghetto, dal quale usciva un ruscello che si perdeva fra la vegetazione.

Continuava ad arrivare altra gente del piccolo popolo; ora Harker vide finalmente i più giovani: dalle creature più minuscole e sottili, via via attraverso le varie fasi dello sviluppo, erano repliche in minor formato degli adulti. Non c’erano vecchi. Non c’era nessuno che avesse un corpo imperfetto, o ferito. Harker, esausto e sull’orlo di un attacco di febbre, provò un profondo scoramento davanti a tanta fragile bellezza.

Mise giù McLaren accanto alla sorgente. Bevve, ansando come un animale, e si rinfrescò la testa e le spalle. Il popolo della foresta si era disposto in cerchio tutt’intorno ad osservarlo. Adesso erano silenziosi. Harker si sentì rozzo e bestiale, in un certo senso quasi come se avesse ruttato sonoramente in una chiesa.

Si occupò di McLaren. Lo lavò, lo aiutò a bere, e si diede da fare per curargli la gamba ferita. Ma avrebbe avuto bisogno di luce, d’un fuoco.

C’erano foglie secche, lì intorno, e zolle di muschio morto. Ne raccolse abbastanza, fra le rocce intorno alla sorgente, e le ammucchiò. La gente della foresta l’osservava. Harker cominciò a sentirsi innervosito per tutti quegli sguardi luminescenti puntati verso di lui. Le mani presero a tremargli al punto che dovette ricominciare per ben quattro volte con la selce e l’acciarino prima di ottenere una scintilla.

Già quel minuscolo guizzo produsse un’intensa agitazione tra le file silenziose degli astanti. Harker ci soffiò sopra. Le fiamme si levarono, dapprima piccole e pallide, poi presero vigore, crebbero e crepitarono. Harker vide i loro volti all’improvviso sfavillio luminoso, i loro occhi spalancati per il terrore. Uno strillo acuto eruppe dalle loro gole, e poi fuggirono tutti come foglie frusciami, sospinte dal vento.

Harker estrasse il coltello. Un profondo silenzio era calato sulla foresta. C’era silenzio… ma non tranquillità. Harker sentì la pelle accapponarglisi sulla schiena, mentre i capélli gli si rizzarono in testa. Sentì la gola secca. Passò la lama tra le fiamme. McLaren alzò lo sguardo su di lui. Harker gli disse: «Va tutto bene, Rory». E gli vibrò un pugno sulla punta del mento. McLaren si rovesciò all’indietro, immobile. Harker gli afferrò la gamba gonfia, gliela distese, e si mise al lavoro.

Era di nuovo l’alba. Harker giaceva accanto alla sorgente, in mezzo all’erba fresca, le ceneri del fuoco erano grige e morte lì accanto alle chiazze più scure della vegetazione. Si sentiva riposato, i nervi distesi, e sembrava che la paura l’avesse lasciato. L’aria era inebriante come vino.

Si girò sulla schiena. Soffiava un vento forte e vivificante, ricco d’aromi. Gli alberi ondeggiavano vivaci, sembravano quasi urlare di piacere. Harker inspirò profondamente. L’odore, quella sensazione di purezza, di pulizia…

D’improvviso si rese conto che le nubi erano alte, più alte di quanto le avesse mai viste prima d’ora. Il vento le sospingeva tutte d’un lato, e la luce del giorno era luminosa, tanto luminosa che…

Harker balzò in piedi. Il sangue gli tumultuava nelle vene. Avverti un bruciore negli occhi, un intenso pizzichio. Cominciò a correre verso un alto albero, fece un salto aggrappandosi ai rami più bassi, poi prese ad arrampicarsi spericolatamente fino alla cima ondeggiante. La conca della valle si stese sotto di lui, verde, rigogliosa… affascinante. Le grige rocce di granito s’innalzarono intorno ad essa, crescevano sempre più imponenti contro il cielo nella direzione verso la quale il vento soffiava. Erano molto alte ma al di là, molto al di là di esse, torreggiavano montagne colossali.

E su queste montagne, attraverso gli squarci delle nubi sferzate dal vento, si stendeva una coltre nevosa, gelida e bianca, d’una purezza accecante, e mentre Harker aguzzava gli occhi, colse un brillio, così rapido e fuggevole che lo intuì più che altro col cuore… La luce del sole. Campi di neve e, sopra di essi, il sole…

Molto tempo dopo, tornò a calarsi nel silenzio della radura. E restò immobile, gli occhi fissi su ciò che, prima, non aveva fatto in tempo a vedere.

Rory McLaren non c’era più, e non c’erano più neppure gli zaini, col cibo, le corde da scalata, le bende, la selce e l’acciarino. Neppure le corte lance c’erano più. Harker si tastò istintivamente il fianco, e non vi trovò niente, soltanto la carne nuda. Il coltello, perfino il perizoma gli erano stati tolti.

Un corpo snello, delizioso, avanzò fuori dall’ombra degli alberi. Grandi boccioli bianchi spiccavano sui riccioli azzurri che le coronavano la testa. Occhi luminosi fissarono Harker, pieni d’una vibrazione sottile e d’una ironia appena accennata.

Fiordaliso sorrise.

Matt Harker s’incamminò verso Fiordaliso, senza affrettarsi, i muscoli del viso induriti, cancellando ogni espressione. Cercò di mantenere sgombro anche il cervello. «Dov’è l’altro, il mio amico?»

«Nel luogo del termine». Gli indicò con un vago cenno del capo i dirupi intorno al punto dove lui e McLaren erano emersi dalla galleria. Colse l’immagine mentale di qualcosa d’intermedio fra un mucchio di spazzatura e un cimitero, in una sorta di traduzione approssimativa che riuscì a fare nei concetti terrestri. Colse anche una totale noncuranza e anche un po’ di fastidio per il tempo perso in una simile sciocchezza.

«L’avete… è ancora vivo?»

«Lo era quando l’abbiamo messo là. Tutto andrà bene, aspetterà fino a quando non si… fermerà. Come tutti».

«Perché è stato spostato? Perché avete…»

«Era brutto». Fiordaliso scrollò le spalle. «In ogni caso era rotto». Protese le braccia in alto e alto il viso al vento. Un brivido deliziato la percorse. Tornò a sorridere ad Harker, in tralice.

Lui cercò di dominare la rabbia, di tenerla nascosta. Si avviò, con volto sempre privo d’espressione, verso i dirupi. Passò accanto a un cespuglio dai fiori gialli e i rami spinosi e flessibili. D’un tratto la pianta si contorse e lo sferzò sul ventre. Harker si arrestò di botto, piegandosi in due. E udì la risata di Fiordaliso.

Quando si raddrizzò, la ragazza era davanti a lui. «È rosso», lei fece, sorpresa, e appoggiò le sue dita sottili e appuntite sui graffi lasciati dalle spine. Pareva eccitata, e affascinata, dal colore e dal tocco del sangue. Le sue dita si mossero, saggiando la forma dei suoi muscoli, la trama della sua pelle e la peluria scura sul suo petto. Le dita tracciarono piccole linee di fuoco lungo il suo collo, la sporgenza delle sue mascelle… gli toccarono i lineamenti, uno ad uno, le palpebre, le nere sopracciglia.

«Cosa sei?» gli bisbigliò con la mente.

«Questo». Harker la cinse, lentamente, con le braccia. La pelle di lei era liscia, e stranamente gelida, sotto le sue mani, facendogli provare un brivido indescrivibile, in parte di piacere, in parte di ripugnanza. Piegò la testa. Gli occhi di lei s’incupirono, laghi di fuoco azzurro, poi Harker trovò le sue labbra. Erano fredde e strane come il resto di lei, cedevoli, come il resto del suo corpo, odoranti di spezie, lo stesso profumo che esalò, con improvvisa, sopraffacente dolcezza, dai suoi petali ricciuti.

Harker colse un movimento tra gli squarci della foresta, un assieparsi di corolle dai vivaci colori. Fiordaliso si tirò indietro. Gli prese la mano e lo condusse via, verso il ruscello e le macchie di felci che lo bordavano. Alzando lo sguardo, Harker vide che i due uccelli neri avevano ripreso a seguirli, alti nel cielo.

«Ma allora in realtà siete piante? Fiori come questi?» Toccò i bianchi boccioli sopra la sua testa.

«Allora in realtà tu sei una bestia? Come le creature pelose e ringhianti che a volte si arrampicano su dal passo?»

Scoppiarono a ridere tutti e due. Il cielo sopra di loro aveva il colore di un vello soffice e perlaceo. Il terreno era tiepido e le felci cedevano elastiche sotto i loro piedi. «Quale passo?» chiese Harker.

«Laggiù». Lei gliel’indicò verso il confine roccioso della valle. «Scende giù fino al mare, credo. Molto tempo fa andavamo anche noi fin laggiù, ma in realtà non era necessario… e le bestie lo rendono pericoloso».

«Davvero», disse Harker, e la baciò nel cavo sotto il mento. «Cosa succede quando vengono le bestie?»

Fiordaliso scoppiò a ridere. Prima che potesse muoversi, Harker si trovò saldamente intrappolato in un groviglio di rampicanti e di robuste fronde di felci, e gli uccelli neri si precipitarono giù stridendo e fecero roteare i loro becchi taglienti a pochi centimetri dal suo viso.

«Ecco cosa succede», disse Fiordaliso. Accarezzò le felci. «I nostri cugini ci capiscono ancora meglio degli uccelli».

Harker giacque a terra, ansante e intriso di sudore, anche dopo essere stato liberato. Alla fine disse: «Quelle creature del lago sotterraneo… sono anch’essi vostri cugini?»

Il pensiero di Fiordaliso, pieno di paura, si scontrò con la sua mente come un paio di mani che cercassero di spingersi affannosamente lontano. «No, non… La leggenda dice che molto, molto tempo fa tutta questa valle era un immenso lago e i nuotatori ci vivevano dentro. Erano d’una specie completamente diversa dalla nostra. Noi siamo venuti dalle alte gole, dove adesso vi sono soltanto rocce spoglie. Questo è stato molto tempo fa. Man mano il lago si ritirava, siamo diventati sempre più numerosi e abbiamo cominciato a scendere verso il basso, alla fine ci fu una battaglia e i nuotatori furono cacciati oltre la cascata, dentro il lago nero. Hanno tentato molte volte di uscire, di tornare alla luce, ma non hanno potuto. Alle volte mandano fuori i loro pensieri verso di noi. Loro…» S’interruppe. «Non voglio più parlare di loro».

«Come potreste combattere contro di loro, se dovessero uscire?» le chiese Harker, sbrigativo. «Soltanto con gli uccelli e le creature che crescono dal suolo?»

Fiordaliso tardò alquanto a rispondere. Poi disse: «Ti farò vedere un modo». Gli appoggiò le mani sugli occhi. Per un attimo ci fu soltanto buio. Poi cominciò a prender forma un’immagine… gente, la gente di Harker, vista come un riflesso su uno specchio opaco e distorto, ma riconoscibile. Si riversarono dentro la valle attraverso una fenditura tra i dirupi, e subito ogni cespuglio, ogni albero, ogni singolo filo d’erba si scatenavano contro di loro. Essi combattevano selvaggiamente coi loro coltelli, riuscendo ad avanzare, ma lentamente. E poi attraverso il pianoro venne avanti una nebbia leggera, ma morbida e compatta.

Si fece più vicina, avanzando per forza propria, sfidando il vento contrario. Harker vide che si trattava d’una infinità di pappi, semi portati da seriche ali. La nube si distese sopra la gente intrappolata tra i cespugli. Era una marea interminabile e lenta che li coprì tutti d’una sottile lanugine. Gli uomini cominciarono a contorcersi e ad urlare per il dolore, in preda a una terribile paura. Si dibattevano, ma non riuscivano a fuggire.

La lanugine bianca cadde giù dai loro corpi, i quali rivelarono adesso di esser coperti da minuscole, innumerevoli punture verdi, attraverso le quali venivano risucchiate le sostanze chimiche dalla carne viva… I semi lì conficcati cominciavano già a crescere.

Il pensiero parlato di Fiordaliso si sovrappose alle immagini: «Ho visto i tuoi pensieri… o almeno alcuni di essi… dal momento in cui sei uscito dalle caverne. Non riesco a capirli, ma ho potuto vedere le nostre terre squarciate fino alla nuda roccia, i nostri alberi abbattuti e ogni creatura abbrutita. Se la tua razza venisse qui, noi dovremmo andarcene. E la valle appartiene a noi».

Il cervello di Matt Harker giacque immobile nell’oscurità del suo cranio, vigile, ritirato in se stesso. «Prima di voi, apparteneva ai nuotatori».

«Non sono riusciti a tenersela. Noi possiamo farlo».

«Perché mi hai salvato, Fiordaliso? Cosa vuoi da me?»

«Da te non veniva nessun pericolo. Eri strano. Volevo giocare con te».

«Mi ami, Fiordaliso?» Il suo dito sfiorò una larga pietra liscia tra le radici delle felci.

«Amore? Cos’è?»

«È il domani e lo ieri. È speranza e felicità e dolore. È la totalità dell’essere perché è disinteressato, la catena che ti lega alla vita e che fa sì che valga la pena viverla. Capisci?»

«No. Io cresco, prendo al suolo e alla luce, gioco con gli altri, con gli uccelli, il vento e i fiori. Quando viene il momento sono matura di semi, e dopo vado lì, nel termine, ad aspettare. È tutto ciò che capisco. È tutto ciò che c’è».

Harker sollevò lo sguardo e guardò nei suoi occhi. Un brivido lo colse. «Non hai anima, Fiordaliso. Ecco la differenza tra noi. Tu vivi… ma non hai anima».

E dopo… non gli fu difficile far ciò che doveva. Farlo in fretta, fare ciò che era la sua unica, debole possibilità di giustificare la morte di Sim. Ciò che Fiordaliso poteva anche aver intravisto nella sua mente, ma contro la quale non poteva difendersi, poiché a lei mancava del tutto la comprensione dell’assassinio.

4

Gli uccelli neri si scagliarono contro Harker, ma la costrizione che li guidava si spense troppo presto. Le felci e i rampicanti vibrarono convulsi, poi s’immobilizzarono. Gli uccelli neri volarono via con pesanti battiti delle ali. Matt Harker si alzò in piedi. Era probabile che il popolo dei fiori mantenesse un contatto mentale molto intimo, ma forse non avrebbero notato l’assenza di Fiordaliso per un po’. Forse non sbirciavano nei suoi pensieri perché lui era il giocattolo di Fiordaliso. Forse…

Cominciò a correre verso le rupi, verso il punto dov’era il termine. Si tenne quanto più possibile sui tratti aperti, lontano dagli alberi e dai cespugli. Evitò accuratamente di guardare, prima di allontanarsi, ciò che adesso giaceva ai suoi piedi.

Era ormai vicino alla sua destinazione, quando seppe di essere stato individuato. Gli uccelli neri tornarono indietro, sfrecciando verso di lui sulle ali sibilanti. Harker raccolse un ramo secco per respingerli, ma questo gli si sbriciolò tra le mani. Telecinesi. Il potere della mente sulla materia. Una volta Harker aveva letto che si poteva sempre vincere ai dadi, pensando intensamente alla posizione in cui si volevano far cadere. Desiderò poter concepire un fulminatore col pensiero…

Becchi adunchi gli lacerarono le braccia. Si coprì il volto e, afferrato uno degli uccelli per il collo, l’uccise. L’altro urlò, e questa volta Harker non fu altrettanto fortunato. Quand’ebbe infine ucciso anche il secondo, aveva abbondantemente assaggiato i suoi artigli, e aveva le guance incise da solchi sanguinolenti. Riprese a correre.

I cespugli si piegavano di scatto verso di lui mentre passava. Rami spinosi si allungavano. Rampicanti balzavano su come serpenti dall’erba, e ogni filo d’erba puntava come un coltello a trafiggergli i piedi. Ma, ormai aveva raggiunto le rupi: davanti a lui si apriva una distesa brulla, e l’erba e i cespugli mancavano quasi del tutto.

Seppe di esser vicino al termine quando ne sentì l’odore. La fragranza dolciastra dei fiori appassiti, con sotto un acre odore di marcio e di morte. Gridò il nome di McLaren, atterrito all’idea che potesse non esserci nessuna risposta… e quasi si afflosciò per il sollievo quando la risposta vi fu. Scavalcò di corsa alcune rocce franose in direzione di quel suono. Un piccolo rampicante gli attorcigliò intorno a un piede e lo fece cadere. Harker lo strappò, con le radici, dalla fenditura poco profonda da cui sporgeva, e proseguì. Quando si voltò a guardare dietro di sé, vide un sottile velo bianco, una piccola chiazza lontana a mezz’aria, che stava avanzando verso di lui.

Giunse infine al termine.

Era un canyon dalla sezione quadrata, profondo, le pareti a picco, così da assomigliare a un ampio pozzo. In fondo ad esso, i corpi inerti in esso gettati formavano un mucchio spugnoso e secco. Corpi vegetali senza più nessun colore, vizzi e ingrigiti, un’incredibile coacervo in decomposizione.

McLaren giaceva in cima al mucchio, in apparenza illeso. I due zaini erano accanto a lui, con le armi. Sparsi sopra il mucchio, seduti o distesi, che si muovevano appena, c’erano quelli in attesa, come aveva detto Fiordaliso, di fermarsi. Qui c’erano i vecchi, gli sbiaditi e consunti, gli imperfetti e i feriti, gettati in un luogo in cui tali brutture non potevano offendere nessuno. Naturalmente, parevano tutti quasi morti, ormai. Non prestavano nessun attenzione né agli uomini, né ai loro simili. Riuscivano a sopravvivere ancora per un po’ soltanto grazie alle pure energie vegetative, allo stesso modo in cui un geranio resta fiorito ancora un po’, dopo che il suo stelo è stato reciso.

«Matt», disse McLaren, «oh, Dio, Matt… sono contento di vederti!»

«Stai bene?»

«Sicuro. Anche la mia gamba sta molto meglio. Puoi tirarmi fuori?»

«Lancia quassù quegli zaini».

McLaren obbedi. Anche lui si trovò contagiato dalla febbrile urgenza di Harker, e soprattutto alla vista del sangue che colava giù dal viso dilaniato dell’amico, che faceva presagire qualcosa di brutto. Harker gli spiegò in fretta l’accaduto, mentre tirava fuori una delle corde, usandola subito dopo per tirar fuori McLaren, di peso, dal pozzo. Adesso la nebbia bianca si era fatta vicina… troppo vicina.

«Riesci a camminare?» gli chiese Harker.

McLaren fissò la nube lanuginosa. Harker gli aveva detto cos’era. «Ce la faccio», annuì. «Ce la farei a correre come il demonio».

Harker gli porse la corda. «Vai sul lato opposto del pozzo proprio sul lato opposto, hai capito?» Aiutò McLaren a infilarsi lo zaino. «Tienti sulla roccia spoglia… e stai pronto a tirarmi su con la corda».

McLaren si allontanò. Zoppicava molto e aveva il volto contorto dal dolore. Harker imprecò. Ora la nube era così vicina che riusciva a distinguere i milioni di semi che galleggiavano sulle loro ali seriche, lanugine di cardo guidata dalle menti del popolo dei fiori, giù nella valle. Si affibbiò le cinghie dello zaino e cominciò ad avvolgere bende e ciuffi d’erba morta intorno alla punta d’osso d’una delle lance che aveva recuperato. L’orlo della nube gli era quasi addosso quando fece scoccare una scintilla dentro la torcia improvvisata, per poi balzare dentro al mucchio di creature-fiore morte, nel pozzo.

Sprofondò dentro quella superficie traditrice, lottando per passarvi attraverso, mentre appiccava il fuoco con la torcia. La materia appassita, secca, s’incendiò. Harker continuò ad allargare la cortina di fiamme fino all’opposta parete rocciosa, poi si guardò alle spalle. Le creature morenti non si erano mosse, neppure quando il fuoco le aveva avvolte. Sopra la sua testa, l’orlo della nuvola di semi avvampava crepitando, agitandosi alla cieca sopra il fuoco. Vi fu un pallido lampo di luce, e la nube comparve in uno sbuffo di fumo.

«Rory!» urlò Harker. «Rory!»

Per un lungo minuto rimase là sotto, tossendo, soffocando in mezzo al fumo, sentendo la vampa delle fiamme tutt’intorno, che gli arrostiva la pelle. Poi, quand’era quasi troppo tardi, il volto sudato di McLaren comparve sopra di lui, e la corda scese giù come un serpente. Lingue di fuoco gli lambirono rabbiose la schiena, mentre si arrampicava rapido come una scimmia lungo la parete a picco.

Si allontanarono dal pozzo, salendo ancor più in alto sul terreno roccioso, colpendo di tanto in tanto coi coltelli gli arbusti e i rampicanti che non riuscivano ad evitare. McLaren rabbrividì.

«Ma è impossibile…» esclamò. «Come ci riescono?»

«Sono cugini di sangue. O forse dovrei dire di linfa. Credo che sia più o meno come un collegamento radio: basta trasmettere sulla frequenza giusta. Ecco, fermiamoci qui per un attimo».

McLaren si lasciò cadere al suolo con un sospiro di sollievo. Il sangue filtrava attraverso le bende ben strette, là dove Harker gli aveva inciso il gonfiore prodotto dalla ferita. Harker tornò a guardarsi indietro, verso la valle.

Il popolo dei fiori si era sparpagliato per un ampio tratto, in un ampio schieramento curvo, le vivide teste multicolori si stagliavano con chiarezza contro il verde del pianoro. Harker immaginò che avrebbero tenuto il passo sotto stretta sorveglianza. Immaginò che avessero saputo tutto quello che gli era passato per la mente, allo stesso modo in cui l’aveva saputo Fiordaliso. Una sorta di comunismo, una mente per tutti e tutti per una mente. Si rese subito conto che, anche senza la menomazione di McLaren, non ce l’avrebbero mai fatta ad arrivare al passo. Neppure un sorcio ce l’avrebbe fatta.

Harker si chiese quanto tempo ci sarebbe voluto prima che arrivasse la prossima nube di semi.

«Cosa possiamo fare, Matt? C’è qualche modo…» McLaren non stava pensando a se stesso. Stava guardando la valle allo stesso modo in cui Lucifero avrebbe occhieggiato con bramosia verso il Paradiso, e stava pensando a Viki… non a Viki soltanto, ma a Viki come simbolo di tremilaottocento nomadi umani sulla superficie di Venere.

«Non so», Harker rispose. «Il passo è da escludere, e la galleria del fiume anche… Ehi! Non ricordi quando abbiamo combattuto contro quelle bestiacce lì al fiume, e tu quasi hai provocato un crollo scagliando pezzi di roccia? Là c’era una faglia, proprio sopra il bordo del lago. Una lunga fessura causata da un terremoto. Se soltanto potessimo arrivarci da sopra e farla precipitar giù…»

Ci volle un minuto prima che McLaren capisse. Sgranò gli occhi. «Una frana che sbarrasse il lago…»

«Se il livello s’innalzasse abbastanza, i nuotatori potrebbero uscir fuori». Harker fissò gli occhi brucianti sulle teste oscillanti del popolo dei fiori, là in fondo alla valle.

«Ma, Matt, se la valle verrà allagata e quelle bestiacce prenderanno il sopravvento, che vantaggio ne trarranno i nostri?»

«Non ci sarà poi una gran frana, non credo. La roccia è solida su entrambi i lati della faglia. E, in ogni caso, il peso della gran massa di acqua trattenuta quassù spingerebbe via qualunque cosa, perfino una diga di cemento armato, nel giro d’un paio di settimane». Harker studiò con attenzione il profilo della valle. «Vedi laggiù com’è il pendio? Anche se la frana non venisse spazzata via dall’acqua, un po’ di scavi basterebbero a scaricare l’inondazione giù per il passo. Non faremmo altro che creare un nuovo fiume… anzi, una nuova cascata».

«Forse», annui McLaren. «Anzi, sì, immagino di si. Ma rimarranno pur sempre i nuotatori, i pianni. Non credo che sarebbero molto più disposti di queste maledette creature-fiori a rinunciare a questa terra». Il tono della sua voce diceva chiaramente che avrebbe preferito di gran lunga combattere contro la gente di Fiordaliso, piuttosto che con le creature della caverna.

La bocca di Harker si torse in un lento sogghigno. «Rory, i nuotatori sono creature acquatiche. Anfibie. Inoltre hanno vissuto sottoterra nella più totale oscurità, Dio sa per quanto tempo. Sai bene cosa succede a un verme per pescatori quando lo tiri fuori alla luce. Sai cosa succede a un fungo che cresce al buio». Si passò le dita, quasi con reverenza, sulla pelle. «Hai notato niente su di te, Rory? Oppure sei stato troppo occupato?»

McLaren lo fissò. Si sfregò la pelle e sussultò; se la sfregò di nuovo, notando come sulla sua pelle si formassero dei lividi bianchi che sparivano subito.

«Il sole mi ha scottato», esclamò, pieno di meraviglia. «Mio Dio, il sole mi ha scottato!»

Harker si alzò in piedi: «Andiamo a dare un’occhiata». Là sotto le teste dei fiori erano in preda a una viva agitazione. «Non gli piace questo pensiero, Rory. Forse si può fare… e loro lo sanno».

McLaren si alzò, appoggiandosi a una delle corte lance come a un bastone. «Matt, non ce lo lasceranno fare».

Harker corrugò la fronte. «Fiordaliso ha detto che c’erano altri modi oltre ai semi…» Si girò di scatto. «Non serve a niente star qui a preoccuparsi».

Ripresero l’arrampicata, molto lenta, a causa di McLaren. Harker cercò di calcolare il punto in cui si trovavano, rispetto alla caverna sottostante. Il fiume costituiva una buona traccia. Qui le rocce erano quasi prive di vegetazione, il che era una benedizione. Tornò a guardare, ma non vide niente di minaccioso che stesse arrivando dalla valle. Adesso il popolo dei fiori era ridotto a lontani punti di colore, immobili.

D’un tratto la formazione rocciosa cambiò. Antichi terremoti avevano lasciato cicatrici in forma di strati contorti, grandi lastre di granito inclinate, in precario equilibrio come danzatori, e fessure che sprofondavano nel buio.

Harker si fermò. «Ecco, ci siamo. Ascolta, Rory. Voglio che tu vada lassù, in alto, fuori dall’area pericolosa…»

«Matt, io…»

«Chiudi il becco. Uno di noi deve restar vivo per informare le navi, non appena sarà riuscito a uscir fuori dalla valle. Non c’è molta fretta, e ce la farai ad arrivare in tre… o quattro giorni. Tu…»

«Ma perché io? Tu sei molto più bravo di me, qui in montagna…»

«Tu sei sposato», l’interruppe Matt, brusco. «Basterà uno soltanto di noi a spinger giù un paio di quei grossi lastroni. Praticamente, sono lì pronti a cader giù sotto il loro stesso peso. Forse non accadrà nulla. Forse ne uscirò vivo. Ma sarebbe davvero sciocco se corressimo tutti e due il rischio, non trovi?»

«Sì. Ma, Matt…»

«Ascolta, figliolo». La voce di Harker si era fatta stranamente gentile. «So quello che sto facendo. Porta i miei saluti a Viki e…»

S’interruppe con un acuto grido di dolore. Abbassò gli occhi, incredulo, e vide il proprio corpo coperto da tante esitanti fiammelle, che guizzavano, si spegnevano, ma lasciavano le loro rosse impronte.

McLaren stava sperimentando la stessa cosa.

Si guardarono negli occhi. Un terrore impotente afferrò Harker alla gola. Di nuovo la telecinesi. Il popolo dei fiori ora li aggrediva con la loro stessa arma. Avevano visto il fuoco e ciò che faceva, e stavano copiando il processo nella loro mente, concentrando tutti insieme l’intera forza mentale della colonia sui due umani. Harker capiva perfino perché la stavano concentrando sulla pelle: avevano colto il pensiero della bruciatura solare, e l’avevano applicato alla lettera.

Il fuoco. Combustione spontanea. Una reazione semplice e facile, se si conosceva il trucco. C’era qualcosa a proposito d’un roveto che bruciava…

L’attacco si ripeté, e con più forza. Adesso il popolo dei fiori stava prendendoci mano. Faceva male. Oh, Dio, se faceva male! McLaren urlò. Il suo perizoma e le bende cominciavano a fumare.

Cosa fare? pensò Harker, frenetico, presto, dimmi cosa fare…

Il popolo dei fiori riusciva a mettersi a fuoco sugli umani attraverso la loro mente cosciente. Forse non potevano arrivare con altrettanta facilità al subconscio, ai suoi simboli, alle sue immagini troppo vaghe. Forse, se Rory non avesse più pensato secondo un pensiero cosciente, non avrebbero più potuto concentrarsi su di lui…

Un’altra vampata di dolore bruciante, straziante. Fra un attimo avrebbero raggiunto una mortale efficacia, rinnovando i loro attacchi fino a quando…

Senza preavviso, Harker colpi con violenza McLaren alla mascella, e lo trascinò più in alto, là dove la roccia era solida, compatta. Fece tutto questo con rapidità ed energia stupefacenti. Non c’era nessun bisogno che salvasse se stesso. Non avrebbe avuto bisogno di se stesso ancor per molto.

Si allontanò più o meno d’un trentina di metri, sempre con gli occhi fissi su McLaren. Un terzo attacco lo colpi: si sentì stordito e nauseato, e quasi cadde al suolo. Rory McLaren, questa volta, non era stato toccato.

Harker sorrise. Si girò e tornò indietro di corsa verso il punto franoso in mezzo ai dirupi. Una parte del suo pensiero cosciente si era concentrato su quell’idea con tale intensità che il suo corpo gli obbedì automaticamente, senza fermarsi neppure quando le fiamme investirono ancora, e ancora, la sua pelle, ravvivandosi, crescendo, rafforzandosi sempre più man mano le energie mentali del popolo di Fiordaliso si fondevano insieme sempre meglio, in forma sempre più completa. Abbatté un tentennante colosso di pietra, e l’urto ne smosse un altro. Harker ne raggiunse barcollando un terzo, appoggiato su un letto scivoloso di scisto, spinse con tutte le sue forze e anche di più, e anch’esso crollò con un fragore di tuono.

Harker cadde. L’universo si dissolse in un caos ruggente, al di là d’un vivido velo di fiamma e all’acre odore di carne bruciata. A quel punto, una cosa soltanto era chiara nella mente di Harker, un’immagine prodotta dalla seconda porzione della sua coscienza, collegata alla prima e perfino più forte di questa.

L’immagine che portò con sé nella morte era un’alta montagna incappucciata di candida neve che risplendeva, abbacinante, al sole.

Era notte. Rory McLaren giaceva prono su una sporgenza sopra la valle. Sotto di lui, la valle scompariva in un’immensa distesa d’ombra color indaco, ma c’era un nuovo, lontano fragore: un rabbioso, fremente turbinio dell’acqua.

E c’era anche nuova vita. Cavalcava la cresta delle acque inondanti, ardendo dorata nerazzurro cupo della notte, risplendenti giganti che ritornavano, vendicativi, al loro antico luogo d’origine. Grandi chiazze di avvampante fosforescenza, dalla sfumatura di gioielli, punteggiavano le acque: i fiori cacciatori, scatenati all’inseguimento delle prede. E fra essi, nelle mille evoluzioni d’un gioco mortale, guizzavano i piccoli dei nuotatori. McLaren contemplò la caccia al popolo della foresta. Per tutta la notte guardò, tremando per la paura, mentre i titani dorati riscuotevano il pagamento delle molte epoche trascorse nel buio. All’alba era tutto finito. E poi, durante il giorno successivo, vide morire i nuotatori.

Il fiume, ripiegatosi su se stesso, gl’impediva di far ritorno alle caverne. E l’intensa, vivida luce esterna li abbatteva. Dapprima i nuotatori si rivolsero ad essa, salutandola con patetica gioia. Poi si resero conto…

McLaren guardò altrove. Aspettò, riposando, fino a quando, come Harker aveva predetto, la barriera rocciosa fu spazzata via dal tremento peso dell’acqua accumulata, e il grande lago che aveva invaso la valle tornò a vuotarsi, e il fiume riprese a scorrere normalmente. Quando McLaren raggiunse il passo tra le rocce, la valle già si stava prosciugando.

McLaren alzò lo sguardo verso le montagne e respirò il vento fresco e salubre, e provò una grande vergogna e umiltà per trovarsi lì, a far questo.

Guardò verso la caverna, dove Sim era morto, e le rupi sovrastanti, che avevano sepolto i resti di Matt Harker. Gli parve di dover dire qualcosa, ma non gli vennero le parole, il suo petto era così gonfio che riusciva appena a respirare. Si voltò, e discese in silenzio il passo roccioso verso il Mare degli Opali Mattutini e i tremilaottocento nomadi che avevano trovato una casa.