/ Language: Italiano / Genre:antique,

Il sergente nella neve

Mario Stern


Il sergente nella neve

di Mario Rigoni Stern

PARTE PRIMA

IL CAPOSALDO

Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò le sue settantadue lombarde.

Prima che i russi attaccassero e pochi giorni dopo che si era arrivati si stava bene nel nostro caposaldo.

Il nostro caposaldo era in un villaggio di pescatori in riva al Don nel paese dei cosacchi. Le postazioni e le trincee erano scavate nella scarpata che precipitava sul fiume gelato. Tanto a destra che a sinistra la scarpata declinava sino a diventare un lido coperto di erbe secche e di canneti che spuntavano ispidi tra la neve. Al di là di un lido, a destra, il caposaldo del Morbegno; al di là dell’altro, quello del tenente Cenci. Tra noi e Cenci, in una casa diroccata, la squadra del sergente Garrone con una pesante. Di fronte a noi, a meno di cinquanta metri, sull’altra riva del fiume, il caposaldo dei russi.

Dove eravamo noi doveva essere stato un bel paese.

Ora, invece, delle case rimanevano in piedi soltanto i camini di mattoni. La chiesa era metà; e nell’abside erano il comando di compagnia, un osservatorio e una postazione per la pesante. Scavando i camminamenti negli orti delle case che non c’erano piú, uscivano fuori dalla terra e dalla neve patate, cavoli, carote, zucche. Qualche volta era roba buona e si faceva la minestra.

Le uniche cose vive, animalmente vive, che erano rimaste nel villaggio, erano i gatti. Non piú oche, cani, galline, vacche, ma solo gatti. Gatti grossi e scontrosi che vagavano fra le macerie delle case a caccia di topi. I topi non facevano parte del villaggio ma facevano parte della Russia, della terra, della steppa: erano dappertutto. C’erano topi nel caposaldo del tenente Sarpi scavato nel gesso. Quando si dormiva venivano sotto le coperte al caldo con noi. I topi!

Per Natale volevo mangiarmi un gatto e farmi con la pelle un berretto. Avevo teso anche una trappola, ma erano furbi e non si lasciavano prendere. Avrei potuto ammazzarne qualcuno con un colpo di moschetto, ma ci penso soltanto adesso ed è tardi. Si vede proprio che ero intestardito di volerlo prendere con la trappola, e cosí non ho mangiato polenta e gatto e non mi sono fatto il berretto con il pelo. Quando si tornava dalla vedetta, si macinava la segala: e cosí ci riscaldavamo prima di andare a dormire. La macina era fatta con due corti tronchi di rovere sovrapposti e dove questi combaciavano c’erano dei lunghi chiodi ribaditi. Si faceva colare il grano da un foro che stava sopra nel centro e da un altro foro, in corrispondenza dei chiodi, usciva la farina.

Si girava con una manovella. Alla sera, prima che uscissero le pattuglie, era pronta la polenta calda. Diavolo! Era polenta dura, alla bergamasca, e fumava su un tagliere vero che aveva fatto Moreschi. Era senza dubbio migliore di quella che facevano nelle nostre case. Qualche volta veniva a mangiarla anche il tenente che era marchigiano. Diceva: – Com’è buona questa polenta! – e ne mangiava due fette grosse come mattoni.

E poiché noi avevamo due sacchi di segala e due macine, alla vigilia di Natale mandammo una macina e un sacco al tenente Sarpi con auguri per i mitraglieri del nostro plotone che erano lassú nel suo caposaldo.

Si stava bene nei nostri bunker. Quando chiamavano al telefono e chiedevano: – Chi parla? – Chizzarri, l’attendente del tenente, rispondeva: – Campanelli! – Era questo il nome di convenienza del nostro caposaldo e quello di un alpino di Brescia che era morto in settembre. Dall’altra parte del filo rispondevano: – Qui Valstagna: parla Beppo –. Valstagna è un paese sul fiume Brenta lontano dal mio dieci minuti di volo d’aquila mentre qui indicava il comando di compagnia. Beppo, il nostro capitano nativo di Valstagna. Pareva proprio di essere sulle nostre montagne e sentire i boscaioli chiamarsi fra loro. Specialmente di notte quando quelli del Morbegno, che erano nel caposaldo alla nostra destra, uscivano sulla riva del fiume a piantare reticolati e conducevano i muli davanti alle trincee e urlavano e bestemmiavano e battevano pali con le mazze. Chiamavano persino i russi e gridavano: – Paesani! Paruschi, spacoina noci! – I russi, stupefatti, stavano a sentire.

Ma dopo abbiamo preso anche noi confidenza con le cose.

Una notte di luna sono uscito con Tourn, il piemontese, a cercare qualcosa fra case diroccate piú discoste. Siamo scesi in quei buchi che sono davanti ad ogni isba, dove i russi ripongono le provviste per l’inverno e la birra d’estate. In uno c’erano tre gatti che facevano all’amore, e che, seccati, balzarono fuori mandando scintille dagli occhi facendoci prendere un gran spavento. Quella volta trovai una pentola di ciliege secche e Tourn due sacchi di segala e due sedie, ed io in un altro buco, uno specchio grande e bello. Volevamo portare quella roba nella nostra tana, ma c’era la luna e la vedetta russa che stava al di là del fiume non voleva che portassimo via la sua roba e ci sparò. Forse aveva ragione, ma lui non l’avrebbe potuta adoperare, e le pallottole ci passavano vicine fischiando come a dirci: «Mettete giú». Dietro un camino abbiamo aspettato che una nube coprisse la luna, poi, saltando fra le macerie, abbiamo raggiunto la nostra tana dove i compagni ci aspettavano.

Era proprio bello sedersi su una sedia per scrivere alla ragazza, o radersi guardandoci nello specchio grande, o bere, alla sera, lo sciroppo delle ciliege secche bollite nell’acqua di neve.

Peccato che non riuscivo a prendere il gatto.

Quello che bisognava economizzare era l’olio per i lumini. D’altra parte, un po’ di luce ci voleva sempre nelle tane, per il caso di un allarme, sebbene avessimo armi e munizioni sempre a portata di mano.

Una notte che nevicava ero andato con il tenente oltre i nostri reticolati ove c’era la spiaggia abbandonata fra noi e il Morbegno. Non c’era nessuno là. Soltanto rottami aggrovigliati di chissà quali macchine. Volevamo vedere cosa c’era di buono fra quei rottami. Trovammo un bidone di olio, e pensammo che potesse servire per fare i lumi e per ungere le armi. Cosí un’altra notte che c’era tormenta ed era buio son ritornato lí con Tourn e Bodei.

Mettendo il bidone in una posizione comoda per poterlo vuotare nei recipienti che avevamo con noi, si fece del rumore. La vedetta sparò, ma era buio nero come il fondo esterno del paiolo della polenta; sparò cosí per scaldarsi le mani. Bodei bestemmiava sottovoce per non farsi sentire. Eravamo piú vicini ai russi che ai nostri compagni. Facendo diversi viaggi riuscimmo a portare nella tana un cento litri di olio. Abbiamo dato un po’ d’olio al tenente Cenci per il suo caposaldo, poi al tenente Sarpi, poi anche il capitano ne volle, e la squadra esploratori, e anche il maggiore al comando di battaglione. Infine, stanchi delle richieste, mandammo a dire che non ne avevamo piú. Quando ci diedero l’ordine di ripiegare ne abbiamo lasciato anche per i russi. Nella nostra tana c’erano tre lumi fatti con scatolette di carne vuote. Per gli stoppini si adoperavano stringhe da scarpe tagliate a pezzi.

La notte era per noi come il giorno. Camminavo sempre fuori dai camminamenti e andavo da una vedetta all’altra. Mi divertivo a camminare senza far rumore e giungere cosí alle loro spalle per vederle, confuse, chiedermi la parola d’ordine. Io rispondevo: – Ciavhad de Brexa –. Poi parlavo loro sottovoce in bresciano, raccontavo qualche barzelletta e dicevo parole sconce. Ridevano a sentirmi, veneto come sono, parlare nel loro dialetto. Solo quando andavo da Lombardi stavo zitto.

Lombardi! Non posso ricordare il suo viso senza che si rinnovi in me un fremito. Alto, taciturno, cupo. Quando lo guardavo in viso non mi sentivo di fissarlo a lungo e quando, molto di rado, sorrideva, faceva male al cuore.

Sembrava facesse parte di un altro mondo e sapesse delle cose che a noi non poteva dire. Una notte, mentre mi trovavo da lui, venne una pattuglia russa, e le pallottole dei mitra sfiorarono l’orlo della trincea. Io, allora, abbassai il capo e guardai attraverso la feritoia. Lombardi, invece, stava ritto con tutto il petto fuori e non si muoveva di un filo. Io avevo paura per lui, sentivo di arrossire per vergogna. Una sera, poi, durante l’attacco dei russi, venne il sergente Minelli a dirmi che Lombardi era morto con una pallottola in fronte mentre, fuori della trincea, ritto in piedi, sparava con un mitragliatore imbracciato. Ricordai allora com’era sempre stato taciturno e il senso di soggezione che mi dava la sua presenza.

Pareva che la morte fosse già in lui.

La cosa piú buffa era quando portavamo davanti alla trincea i gabbioni dei reticolati. Ricordo un alpino, piccolo, sempre attivo, con la barba secca e rada, porta-arma tiratore veramente in gamba della squadra di Pintossi. Lo chiamavamo «il Duce». Bestemmiava in un modo tutto suo particolare ed era ridicolo a vedersi perché indossava un camicione bianco piú lungo di lui, cosí che, camminando, questo s’impigliava sempre sotto gli scarponi scatenando una fila di bestemmie che lo sentivano anche i russi. S’impigliava spesso anche fra i gabbioni di filo spinato che portava con il suo compagno e allora neanche tirava il fiato per bestemmiare, e includeva la naia, i reticolati, la posta, gli imboscati, Mussolini, la fidanzata, i russi. Sentirlo era meglio che andare a teatro.

Venne anche il giorno di Natale.

Sapevo che era il giorno di Natale perché il tenente la sera prima era venuto nella tana a dirci: – é Natale domani! – Lo sapevo anche perché dall’Italia avevo ricevuto tante cartoline con alberi e bambini. Una ragazza mi aveva mandato una cartolina in rilievo con il presepio, e la inchiodai sui pali di sostegno del bunker. Sapevamo che era Natale. Quella mattina avevo finito di fare il solito giro delle vedette. Nella notte ero andato per tutti i posti di vedetta del caposaldo e ogni volta che trovavo fatto il cambio dicevo: – Buon Natale!

Anche ai camminamenti dicevo buon Natale, anche alla neve, alla sabbia, al ghiaccio del fiume, anche al fumo che usciva dalle tane, anche ai russi, a Mussolini, a Stalin.

Era mattina. Me ne stavo nella postazione piú avanzata sopra il ghiaccio del fiume e guardavo il sole che sorgeva dietro il bosco di roveri sopra le postazioni dei russi. Guardavo il fiume ghiacciato da su dove compariva dopo una curva fin giú dove scompariva in un’altra curva. Guardavo la neve e le peste di una lepre sulla neve: andavano dal nostro caposaldo a quello dei russi. «Se potessi prendere la lepre!», pensavo. Guardavo attorno tutte le cose e dicevo: – Buon Natale! – Era troppo freddo star lí fermo e risalendo il camminamento rientrai nella tana della mia squadra. – Buon Natale! – dissi, – buon Natale!

Meschini stava pestando il caffè nell’elmetto con il manico della baionetta.

Bodei faceva bollire i pidocchi.

Giuanin stava appollaiato nella sua nicchia vicino alla stufa.

Moreschi si rammendava le calze.

Quelli che avevano fatto gli ultimi turni di vedetta dormivano. C’era un odore forte lì dentro: odore di caffè, di maglie e mutande sporche che bollivano con i pidocchi, e di tante altre cose. A mezzogiorno Moreschi mandò per i viveri. Ma siccome quel rancio non era da Natale si decise di fare la polenta. Meschini ravvivò il fuoco, Bodei andò a lavare il pentolone in cui aveva bollito i pidocchi.

Tourn e io si voleva sempre stacciare la farina e, chissà dove e come, un giorno Tourn riuscí a trovare uno staccio.

Ma quello che restava nello staccio, tra crusca e grano appena spezzato, era piú di metà e allora si decise a maggioranza di non stacciarla piú. La polenta era dura e buona.

Era il pomeriggio di Natale. Il sole incominciava ad andarsene per i fatti suoi dietro la mugila e noi si stava nella tana attorno alla stufa fumando e chiacchierando.

Venne poi dentro il cappellano del Vestone: – Buon Natale, figlioli, buon Natale! – E si appoggiò con la schiena ad un palo di sostegno. – Sono stanco, – disse, – ho fatto tutti i bunker del battaglione. Quanti ce ne sono ancora dopo il vostro?

– Una squadra sola, – dissi. – Dopo viene il Morbegno.

– Dite il rosario stasera e poi scrivete a casa. State allegri e sereni e scrivete a casa. Ora vado dagli altri. Arrivederci.

– Non ha neanche un pacchetto di Milit da darci, padre?

– Ah, sí! Prendete.

E ci butta due pacchetti di Macedonia e va fuori. Meschini bestemmia. Bodei bestemmia. Giuanin dalla sua nicchia dice: – Zitti, è Natale oggi! – Meschini bestemmia ancora piú fiorito: – Sempre Macedonia, – dice, – e mai trinciato forte o Popolari o Milit. Questa è paglia per signorine.

– Boia faus, – dice Tourn, – Macedonia.

– Porca la mula, – dice Moreschi, – Macedonia.

Poi mandai fuori la prima coppia di vedette perché era buio. Ero lí che mi grattavo la schiena vicino alla stufa quando entrò Chizzarri a chiamarmi: – Sergentmagiú,

– disse, – ti vogliono al telefono. È il capitano –. Mi infilai il pastrano e presi il moschetto domandandomi cosa potessi aver fatto di male. Il telefono era nella tana del tenente. Il tenente era fuori, forse a passeggiare lungo la riva del fiume per sentire gli starnuti delle vedette russe.

Era proprio Beppo, il capitano, che mi voleva su a Valstagna, al comando di compagnia. Aveva qualcosa da dirmi. «Che sarà?» pensavo, mentre andavo su alla chiesa diroccata.

Con la faccia tonda e rossa il capitano mi aspettava nella sua tana che era larga e comoda. Aveva il cappello sulle ventitre con la penna diritta come un coscritto, le mani in tasca. – Buon Natale! – disse. E poi mi tese la mano e poi un bicchiere di latta con dentro cognac. Mi chiese come andava al mio paese e come al caposaldo.

Mi cacciò tra le braccia un fiasco di vino e due pacchi di pasta. Ritornai giú alla mia tana saltando fra la neve come un capretto a primavera. Nella furia scivolai e caddi ma non ruppi il fiasco né mollai la pasta. Bisogna saper cadere. Una volta sono scivolato sul ghiaccio con quattro gavette di vino e non versai una goccia: io ero giú per terra ma le gavette le avevo salde in mano con le braccia tese a livello. Ma era successo in Italia di aver quattro gavette di vino, al corso sciatori.

Quando arrivai al caposaldo le vedette mi diedero l’alt-chi-va-là-parola-d’ordine e gridai, forte che mi sentirono anche i russi: – Pastasciutta e vino!

Un giorno che, sdraiato sulla paglia, guardavo i pali di sostegno e pensavo che parole nuove dovevo scrivere alla ragazza, venne Chizzarri a dirmi che il tenente Cenci aveva telefonato che andassi da lui a fare due chiacchiere.

Infilai il camminamento che portava al suo caposaldo.

Mi pareva di essere al paese come quando si va da una contrada all’altra per trovare un amico e far due chiacchiere all’osteria. Ma dal tenente Cenci era differente. Aveva una tana tutta bianca scavata nel gesso, mentre le nostre erano nere. C’erano dentro un lettino ben rifatto, con le coperte pulite e senza una grinza, un tavolo con sopra una coperta da campo, alcuni libri, e il lume a petrolio che pareva un soprammobile. Vicino all’entrata, in una nicchia, una fila di bombe a mano rosse e nere parevano fiori. Presso il lettino, appoggiato alla parete, il moschetto lucido: accanto a questo l’elmetto sospeso ad un chiodo. Per terra non vi era un filo di paglia o una cicca. Prima di entrare battei e strisciai le scarpe per non portar dentro neve.

Il tenente Cenci, sorridente, mi aspettava in piedi nella sua divisa pulita e con il passamontagna bianco risvoltato intorno al capo come il turbante di un indiano. Mi chiese della ragazza, si parlava di cose belle e gentili, e poi chiamò l’attendente a fare il caffè.

Quando stavo per andarmene mi regalò un pacchetto di Africa e mi diede in prestito un libro che parlava di un aviatore che volava per l’oceano, le Ande, i deserti. Mi accompagnò per le postazioni del suo caposaldo; guardando il campo di tiro dei suoi mitragliatori gli feci osservare che doveva sparare un po’ piú alto e a sinistra perché le pallottole passavano sopra la nostra trincea e noi non potevamo mettere fuori il naso, com’era successo una volta ch’era venuta una pattuglia russa e lui sparava.

Ritornando solo alla mia tana pensavo se avrei trovato posta e che parole nuove dovevo scrivere alla ragazza. Ma le parole nuove erano sempre quelle vecchie: baci, bene, amore, ritornerò. Pensavo che se avessi scritto: gatto per Natale, olio per le armi, turno di vedetta, Beppo, postazioni, tenente Moscioni, caporale Pintossi, reticolati, non avrebbe capito niente.

Tourn, il piemontese, era il piú allegro di tutti anche se aveva un po’ di paura. L’avevano mandato al nostro battaglione per punizione perché era rientrato in ritardo dalla licenza. In principio non si era trovato bene con noi ma poi sí, e molto. Quando rientrava nella tana, dopo il suo turno di vedetta, gridava: – Madamin c’al porta ‘na buta!

Bodei, che era bresciano come tutti gli altri, rispondeva:

– Bianco o negher?

– Basta c’al sia! – riprendeva Tourn e poi cantava nel suo dialetto: – All’ombretta di un cespuglio...

Un giorno gli chiesi: – Tourn, hai ricevuto posta da casa? – Sí, – disse lui, – l’ho già fumata tutta.

Tourn, infatti, raccoglieva tutte le cicche, ne levava il tabacco e con le lettere che riceveva da casa «per via aerea» faceva cartine. Lui cosí fumava sempre e faceva in modo che da casa gli scrivessero sempre «per via aerea» per aver carta sottile.

Giuanin invece, ogni volta che gli capitavo a tiro, mi chiamava in disparte, mi strizzava l’occhio e sottovoce mi chiedeva: – Sergentmagiú, ghe rivarem a baita?

Perché lui era certo che io sapessi come sarebbe andata a finire la guerra, chi sarebbe restato vivo, chi morto e quando. Cosí io rispondevo con sicurezza: – Sí, Giuanin, ghe rivarem a baita –. Secondo lui dovevo anche sapere se avrebbe sposato la sua ragazza. Qualche volta gli dicevo che doveva stare attento agli imboscati.

Si appollaiava nella sua nicchia vicino alla stufa e con gli occhi mi ripeteva: – Sergentmagiú, ghe rivarem a baita? – Pareva che fra noi due vi fosse un segreto.

Un bel tipo era anche Meschini. Era lui che faceva la polenta la sera. Mescolava con energia: le maniche della camicia rimboccate fino al gomito, una goccia di sudore per ogni pelo di barba. Si vedevano i muscoli delle braccia e del viso irrigidirsi, si piantava a gambe larghe.

Cosí mescolava la polenta Meschini. Pareva Vulcano che batteva sull’incudine. Raccontava che quando era in Albania la tormenta faceva bianco il pelo dei muli neri e il fango cambiava in neri i muli bianchi. Quelli che avevano pochi mesi di naia lo stavano ad ascoltare increduli. Era un ex conducente e odorava ancora di mulo: la sua barba era pelo di mulo, la sua forza era di mulo, la guerra la faceva come un mulo, la polenta che mescolava era mangime di mulo. Aveva il colore della terra e noi eravamo come lui.

Anche il tenente Moscioni che comandava il caposaldo era come noi. Riposava lavorando come i muli, scavava camminamenti con noi durante il giorno e veniva con noi di notte a portare reticolati davanti alla trincea, a fare postazioni, a prendere pali tra le macerie delle case e mangiava polenta come mangime di muli.

Ma lui aveva una cosa che noi non avevamo: nello zaino nascondeva pacchetti di sigarette Popolari e Milit che fumava di nascosto nella sua tana; a noi invece passavano Macedonia ed era come fumare foglie di patata.

Moreschi, il caporalmaggiore dei mortai da 45, voleva cambiare Macedonia contro Milit ma il tenente non ci stava nemmeno a due contro una. Però, a dire il vero, Moreschi qualche Milit se la fumava sempre.

La notte di capodanno vi furono i fuochi artificiali.

Diavolo se era freddo! Cassiopea e le Pleiadi brillavano piú che mai sopra le nostre teste, il fiume era gelato completamente e ogni mezz’ora bisognava dare il cambio alle vedette.

Alla sera ero andato con il tenente sino alla postazione del sergente Garrone. Lí si giocavano alle carte i soldi della deca. Fuori la vedetta stava vicino alla mitragliatrice. La pesante sporgeva la canna verso un campo di granone indurito dal gelo: pareva una capra tanto sembrava magra, la pesante, e sotto la pancia aveva un elmetto di brace viva.

La vedetta si grattava; i muli avevano l’erpete e lui la scabbia. Ritornando verso il caposaldo pareva proprio di andare verso casa nostra. Il tenente volle tirare un colpo di pistola per vedere se le vedette stavano all’erta. La pistola fece: clic. Io allora provai a tirare un colpo di moschetto e il moschetto fece: clic. Mi disse infine di gettare una bomba a mano e la bomba a mano non fece nemmeno clic, sparí nella neve senza fare alcun rumore.

Diavolo se era freddo.

Dopo, verso mezzanotte, venne la sagra. D’un tratto pallottole traccianti mandavano a pezzi il cielo, pallottole di mitragliatrice passavano sopra il nostro caposaldo miagolando e davanti le nostre trincee scoppiavano i 152: subito dopo i 75/13 e i mortai da 81 di Baroni laceravano l’aria e i pesci nel fiume. Tremava la terra, e sabbia e neve colavano giú dai camminamenti. Nemmeno nel Bresciano nel giorno della sagra di san Faustino s’udiva un baccano simile. Cassiopea non si vedeva piú e i gatti chissà dov’erano andati. Le pallottole battevano sui reticolati mandando scintille. Improvvisamente tutto ritornò calmo, proprio come dopo la sagra tutto diventa silenzioso e nelle strade deserte rimangono i pezzi di carta che avvolgevano le caramelle e i fiocchi delle trombette. Solo ogni tanto si sentiva qualche fucilata solitaria e qualche breve raffica di mitra come le ultime risate di un ubriaco vagabondo in cerca di osteria. Tornarono a brillare le stelle sopra le nostre teste e i gatti a mettere il muso fuori dalle macerie delle case. Gli alpini rientravano nelle tane. Sul Don, nei buchi delle esplosioni, l’acqua riprendeva a gelare. Ero assieme al tenente e guardavamo le cose nell’oscurità e ascoltavamo il silenzio.

Sentimmo che Chizzarri veniva in cerca di noi. – Signor tenente, vi vogliono al telefono, – disse. Rimasi solo e guardavo i reticolati a metà sepolti nella neve, le erbe secche sulla riva del fiume immobile e duro, e sull’altra riva indovinavo nel buio le postazioni dei russi. Sentii una nostra vedetta tossire e un passo lungo e felpato come quello del lupo: il tenente ritornava. – Cos’era? – dissi. È morto Sarpi, – rispose. Guardai nuovamente il buio e ascoltai di nuovo il silenzio. Il tenente si curvò nella trincea, accese due sigarette e ne passò una a me.

Mi sentivo allo stomaco come un calcio di fucile e la gola chiusa come se avessi da vomitare qualcosa e non potessi. Tenente Sarpi. Attorno a me non c’era nulla, nemmeno le cose, nemmeno Cassiopea, nemmeno il freddo.

Solo quel dolore allo stomaco. – È stata una pattuglia, – disse il tenente; – entrò nel suo caposaldo dalle spalle e penetrò nella trincea. Uscendo di corsa dal suo ricovero alla curva di un camminamento si prese una raffica in petto. Hanno portato via anche un conducente della nostra compagnia che stava spalando la neve dai camminamenti. Andiamo a dormire ora. Buon anno, Rigoni –. Ci stringemmo la mano.

Come tutte le mattine, quando venne l’alba, andai a dormire; come sempre mi sdraiai sulla paglia che una volta era stata il tetto di un’isba, con le scarpe, le giberne, il passamontagna; mi tirai sopra il pastrano con il pelo e guardando i pali del bunker mi addormentai. Come al solito, verso le dieci, Giuanin mi svegliò per spartire il rancio. Era speciale quel giorno: patate in umido, carne, formaggio, vino, e, come sempre, nel percorso dalle cucine al caposaldo s’era gelato. Vedendo il rancio speciale mi ricordai che era capodanno e che nella notte era morto il tenente Sarpi. Uscii fuori dalla tana. Il sole mi fece vedere tutto bianco, poi andando piano per i camminamenti mi portai nella postazione piú avanzata sotto i reticolati. Da lí guardai le peste del battaglione russo che aveva attraversato il fiume a cento metri da noi. Tutto era silenzio. Il sole batteva sulla neve, il tenente Sarpi era morto nella notte con una raffica al petto. Ora maturano gli aranci nel suo giardino, ma lui è morto nel camminamento buio. La sua vecchia riceverà una lettera con gli auguri. Stamattina i suoi alpini lo porteranno giú con la barella verso gli imboscati e lo poseranno nel cimitero, lui siciliano, assieme a bresciani e bergamaschi. Eravate contento, signor tenente, dei mitraglieri; anche se bestemmiavano quando ordinavate di pulire le armi mentre a voi non piaceva sentir bestemmiare. La sera venivate nella nostra tana: prima dicevamo il rosario, poi cantavamo, poi bestemmiavamo. Allora tenente Sarpi ridevate, poi dicevate parolacce in siciliano. Ora a cento metri da qui vi sono sulla neve le tracce della pattuglia.

Parlava sovente del mio paese, mi guardava fisso con quegli occhi piccoli e neri. Giuanin chiedeva al tenente Sarpi: – Quando rivarem a baita sciur tenente? – Nel quarantotto, Giuanin, nel quarantotto –. Giuanin strizzava l’occhio, ritirava mesto la testa fra le spalle e si allontanava borbottando. Il tenente rideva, lo chiamava e gli dava una Popolare. Questa notte il pattuglione russo è passato di là e lui era già morto, con la neve che gli entrava nella bocca e il sangue che gli usciva sempre piú piano finché si gelò sulla neve.

Nella sua nicchia vicino alla stufa Giuanin mangerà il rancio e penserà: «Ghe rivarem a baita?»

Camminavo solo per i camminamenti. Mi fermai accanto a una vedetta e non dissi niente; guardai da una feritoia la neve sul fiume; non si vedevano piú le peste della pattuglia, ma io le avevo e le ho ancora dentro, come piccole ombre sulla neve di luce ghiacciata.

Andai verso la squadra del Baffo sull’estrema destra.

Era il posto piú tranquillo e sicuro del caposaldo dove il villaggio si diradava tra orti e cespugli. Da quella parte, si preparava una postazione per la pesante e il tenente Moscioni e io avevamo passato parecchie ore lavorando di notte a disporre i sacchetti di terra. In una casetta quasi intatta, una sera, trovammo un’ancora, ordigno strano per noi alpini, e quella piccola isba a un unico ambiente divenne per noi l’isba del pescatore.

Camminavo pensando al pescatore dell’isba: ove sarà adesso? Lo immaginavo vecchio, grande, con la barba bianca come lo zio Jeroska dei Cosacchi del Tolstoj. Da quanto tempo avevo letto quel libro? Ero ragazzo al mio paese. E il tenente Sarpi è morto, stanotte. –

Cos’hai sergentmagiú? – Che bel sole oggi, vero? –

Buon anno, sergentmagiú. – Buon anno, Marangoni. –

Da che parte è l’Italia, sergentmagiú? – Laggiú, vedi?

Laggiú laggiú laggiú. La terra è rotonda, Marangoni, e noi siamo fra le stelle. Tutti.

Marangoni mi guardava, capiva tutto e taceva. E ora anche Marangoni è morto, un alpino come tanti. Un ragazzo era, anzi un bambino. Rideva sempre, e quando riceveva posta mi mostrava la lettera agitandola in alto: – é la morosa, – diceva. E ora anche lui è morto.

Una mattina, smontato all’alba, era salito sull’orlo della trincea a prendere la neve per fare il caffè e vi fu un solo colpo di fucile. Piombò giú nella trincea con un foro in una tempia. Morí poco dopo nella sua tana fra i compagni e non mi sentii il cuore di andarlo a vedere.

Tante volte si era usciti all’alba, anch’io parecchie volte, e nessuno sparava. Anche i russi uscivano e noi non sparavamo mai. Perché ci fu quel colpo quella mattina? E perché morí cosí Marangoni? Forse durante la notte, pensavo, i russi avranno avuto il cambio e questi saranno nuovi. – Bisogna stare attenti e uscire con l’elmetto, – dissi per le tane. Avrei avuto voglia di appostarmi con il fucile e aspettare i russi come si aspetta la lepre. Ma non feci nulla.

La tana della squadra del Baffo era la piú in disordine e puzzolente del caposaldo. Appena entrato non distinsi nulla. V’era una nebbia pesante, gravida di mille odori, sentii brusii di parole e le grida di due alpini che litigavano per avere la pentola dove far bollire i pidocchi. –

Buon giorno a tutti e buon anno! gridai dall’uscio. E con me entrò un soffio di aria fredda e bianca. Qualcuno mi rispose, qualcuno mi tese la mano, qualche altro brontolò fra i denti. Un po’ alla volta incominciai a distinguere le figure che si muovevano. Misi d’accordo i due che litigavano per la pentola. Parlando nel loro dialetto raccontai della pattuglia e della morte del tenente Sarpi. Sapevo che il Baffo mi ascoltava anche se fingeva di dormire. Non mi vedeva volentieri nella sua tana.

Parlava male di me ai suoi uomini; alcuni gli credevano, altri no. Mi spiaceva molto che succedesse questo nel nostro caposaldo dove tutti andavamo d’accordo e ci aiutavamo. Non mi sopportava perché lo chiamavo di notte per far dare il cambio alle vedette e perché gli ordinavo di tener pulite le armi e ordinata la tana. Si lamentava quando la posta non arrivava, quando il rancio era poco, quando era freddo, quando c’era fumo, quando c’era la dissenteria, sempre. Se poi gli arrivava la posta non era contento, e se la stufa non faceva fumo non era contento, se il rancio era sufficiente non era contento, se i pidocchi lo lasciavano tranquillo non era contento, se era caldo non era contento, e gli uomini della sua squadra facevano metà lavoro di quelli di Pintossi. Per fare una postazione impiegavano giornate e giornate, e bisognava star loro dietro ad incitarli di continuo e lavorare di piú per dar loro l’esempio. Per fare il collegamento col Morbegno avevano paura di attraversare la zona deserta. Gli uomini di Pintossi, invece, avevano fatto persino il tubo della stufa con scatolette vuote incastrate l’una nell’altra. Il Baffo era cosí perché stanco di naia. Aveva piú di trent’anni e forse otto di servizio militare: era stato in Africa, poi sorteggiato per la Spagna, poi in Albania e infine qui. Era venuto nella nostra compagnia con i complementi dopo il primo settembre.

Ed era stanco di naia, non ne poteva piú.

Io parlavo nel loro dialetto, forte che mi sentisse anche il Baffo. Chiedevo dei figli a chi li aveva, che strada bisognava prendere per arrivare al loro paese, promettevo che da borghese sarei andato a trovarli. Parlavo delle sbornie che avremmo fatte, delle cantate e del vino nuovo. Dicevo a uno: – Guarda che ti esce una cordata di pidocchi dal collo –. Ridevano allora e un altro diceva a me: – Sergentmagiú, ti esce una pattuglia dalla manica, hanno la falce e il martello sulla schiena, guardali quei sovietici! – Ridevo io, allora, e ridevano tutti. Il Baffo fingeva di dormire. Prima di uscire andando verso di lui lo chiamai e gli tesi la mano. – Buon anno: vedrai che a baita ci arriveremo a fare la sbornia. – Non finisce mai, non finisce mai, – egli mi rispose. Cosí passavamo le giornate: nella tana a scrivere o a pensare guardando i pali di sostegno, oppure a buttar pidocchi sulla piastra arroventata della stufa: diventavano allora tutti bianchi e poi scoppiavano. Di notte si era fuori ad ascoltare il silenzio e a guardare le stelle, a preparar postazioni, a piantare reticolati, a passare da una vedetta all’altra. Molte notti le abbiamo passate a tagliar cespugli e canne davanti alle postazioni di Pintossi. Com’era strano tagliar cespugli e piante con accette e baionette, di là dai reticolati, nelle notti fredde sulla neve! Si capiva che i russi stavano zitti ad ascoltare cosa facevamo. Riunivamo in un gran mucchio davanti a noi tutte le piante tagliate. Ne risultava un bel groviglio che sarebbe stato difficile da attraversare piú dei reticolati. E piú rumoroso.

Quando nevicava, bisognava stare molto attenti e guardinghi per il pericolo dei colpi di mano. Una notte mentre da solo giravo con il camice bianco sopra il pastrano, come un fantasma, mi accorsi di una pattuglia russa che tentava di aggirare il caposaldo. Non vedevo i russi ma sentivo la loro presenza a pochi passi da me.

Stavo zitto e immobile. E loro stavano zitti e immobili.

Sentivo che guardavano nel buio come facevo io, le armi pronte. Avevo paura e quasi tremavo. Se mi avessero preso e portato via? Cercavo di dominarmi ma le vene della gola mi battevano forte. Avevo veramente paura.

Infine mi decisi: gridai, buttai le bombe che avevo in mano, e saltai nel camminamento. Per fortuna una bomba scoppiò. Sentii i russi che correvano e al bagliore vidi che si ritiravano nei cespugli piú vicini. Di là aprirono il fuoco con un’arma automatica. Nel frattempo erano giunti alcuni uomini di Pintossi. Dall’orlo della trincea incominciammo a sparare anche noi. Uno corse a prendere il mitragliatore. Si sparava e poi ci spostavamo di qualche metro. I russi della pattuglia rispondevano al nostro fuoco ma lentamente si allontanavano. Si fermarono poi alquanto lontani e spararono insistentemente con una pesante. Ma alla fine era freddo, loro ritornarono alle loro tane e noi tornammo alle nostre. Se avessero potuto prendere uno di noi forse sarebbero andati in licenza al loro paese. Alla mattina, con il sole, uscii a osservare le tracce che avevano lasciato. In verità erano piú lontane di quanto avessi supposto la notte, e fumando una sigaretta guardavo le loro postazioni al di là del fiume. Ogni tanto vedevo uno di loro che si alzava a prendere la neve dall’orlo della trincea. Faranno il tè, pensavo. Mi venne il desiderio di berne una tazzina. E li guardavo cosí come si guarda da un sentiero un contadino che sparge letame nel campo.

Qualche tempo dopo appresi che per il fatto di quella notte mi avevano proposto per una medaglia. Per che cosa l’avessi meritata non lo so proprio.

Ai primi di gennaio capitarono al nostro caposaldo, assieme alla corvè del rancio, tre soldati di fanteria. Erano meridionali della divisione Vicenza che i comandi superiori, chissà perché, avevano sciolta mandando gli uomini fra le compagnie alpine. Il tenente li assegnò alla squadra del Baffo.

La sera andai a trovarli. Due non volevano uscire di vedetta: non si fidavano, mi dicevano nel loro dialetto, e uno piangeva. Li feci accompagnare al posto di vedetta da due alpini e per convincerli che non c’era pericolo camminai in piedi fuori della trincea e scesi fischiettando fino ai rottami sicuro che i russi non avrebbero sparato. Pensavo di averli convinti, ma non vollero restare soli sicché dovetti appaiarli con un alpino. Il terzo, invece, era in gamba. Da borghese faceva il saltimbanco in un circo equestre, conosceva mille giochetti e nella tana teneva allegri tutti con quello che sapeva fare e con delle uscite che facevano ridere anche il Baffo. Gli alpini gli volevano un bene dell’anima. Battendosi sui denti con due pezzi di legno componeva persino delle tarantelle. Imparò subito a suonare in quella maniera la marcia degli alpini.

Quando raccontai la cosa a Moreschi mi rispose: Poshibel ‘na cavra de het quintai! – Perché Moreschi non credeva mai a niente e quando uno diceva che la sua ragazza era la piú bella di tutte, o che teneva nello zaino un pacchetto di sigarette da cinquanta, o che a casa aveva in serbo una damigiana di vino per quando sarebbe ritornato, usciva fuori improvvisamente a dire: – Possibile una capra di sette quintali? – ogni tanto raccontava la storia di quel tale che alla stazione di Brescia aveva fermato l’Orient-Express. Era in mezzo al binario e giocava alla morra con altri compagni e quando sentí spingere alle spalle, si girò seccato gridando: – Chi è qui che urta? – Ed era l’Orient-Express che veniva da Milano. – Ma, – soggiungeva Moreschi, – era un caporalmaggiore della pesante, con le spalle larghe cosí –. Poi guardava le reclute e ripeteva: –

Poshibel ‘na cavra de het quintai? – Schiudeva quindi le labbra e tra i baffi neri e la folta barba nera mostrava una fila di denti bianchi; i suoi occhi sotto le sopracciglia nere avevano un riso ingenuo e buono. Meschini, guardando anche lui le reclute e smettendo di mestolare la polenta, concludeva: – Non era caporalmaggiore dei mitraglieri, ma dei mortai –. E le reclute ridevano.

Verso il dieci di gennaio incominciarono ad arrivare, assieme al rancio, delle notizie poco buone. Tourn e Bodei, che erano andati alle cucine, ci dissero di aver sentito dai conducenti che eravamo accerchiati da diversi giorni.

Ogni giorno arrivava qualche novità a mezzo radioscarpa; gli alpini incominciavano a diventare nervosi. Mi chiedevano quale era la direzione che bisognava prendere per arrivare in Italia e quanti chilometri c’erano. Giuanin mi domandava sempre piú spesso: – Sergentmagiú ghe rivarem a baita? Anch’io sentivo che qualcosa non andava. I russi al di là del fiume avevano avuto il cambio e di notte lavoravano a tagliare cespugli e piante per aprire il campo di tiro alle loro armi. Quando ero solo, guardavo laggiú, a sud, dove il fiume girava e vedevo dei bagliori come lampi estivi. Ma erano tenui e pareva che venissero di là dalle stelle. Qualche volta, quando tutto taceva e v’erano soltanto le cose, sentivo il rumore lontano come di ruote che rotolassero su un acciottolato coperto d’acqua. Era un rumore che prendeva tutta la notte e la riempiva. Ma non dicevo nulla alle vedette, forse lo avevano già notato anche loro. I russi erano diventati piú attivi, giravo con il moschetto senza sicura sotto il braccio e con una bomba della marca migliore in mano.

La posta arrivava sempre e il rancio anche.

Una sera che ero nella tana del tenente a fumare una sigaretta ed eravamo soli, – Rigoni, – mi disse, – ho avuto disposizioni in caso di ripiegamento –. Non risposi nulla. Capivo che ormai era finita, veramente finita, ma non volevo ammetterlo. Sentivo il mio solito dolore allo stomaco. Capivo che cosa eravamo noi e che cosa volessero i russi. Tornando nella mia tana dissi forte: – Qualunque cosa succeda, ricordatevi, e mettetevelo bene in testa, che dobbiamo restare sempre uniti.

Il tenente voleva che si provassero tutte le armi automatiche e la mia tana era diventata un’officina. Moreschi, che da borghese faceva l’armaiolo in una fabbrica della Valtrompia, puliva, oliava, smontava e persino stemprava e ritemprava i molloni per renderli piú adatti alla temperatura, limava e batteva. Quando un’arma era pronta la si portava in un camminamento verso la squadra del Baffo. Io sparavo e Moreschi e il tenente ascoltavano ed osservavano come funzionasse. Non tutte le volte Moreschi era contento, scrollava la testa e stringeva le labbra.

Riportava allora l’arma nella tana e ricominciava da capo.

Quando erano pronte mi raccomandava di dire ai capisquadra di tenerle bene avvolte in una coperta per il freddo e in un telo da tenda per la sabbia sottile che filtrava nelle tane e penetrava dovunque. Cosí dopo tanto lavorare e raccomandare, i quattro mitragliatori, la pesante e i quattro mortai da 45 erano in perfetta efficienza.

Una di quelle ultime sere, una pattuglia russa di pochi uomini era sfilata sotto i nostri reticolati e, passando inosservata sotto la scarpata, giunse al posto di vedetta dove, per fortuna, si trovava Lombardi. Questi gettò delle bombe a mano e la terza scoppiò, tirò qualche fucilata e i russi, vistisi scoperti, ritornarono indietro. Appena udii la bomba e le fucilate corsi da lui. Come se mi parlasse di vacche disse: é stata qui una pattuglia russa: uno trascinava una specie di carriola e lasciava dietro di sé un filo. Saranno stati qui a due metri –. Io stavo zitto e non volevo crederci e dopo un po’ passai dalle altre vedette. La mattina dopo, quando venne il sole, vidi le tracce sin dove mi aveva indicato Lombardi e mi vergognai di non avergli creduto. Era cosí tranquillo e impassibile!

Qualcosa non andava proprio: si viveva tutti come in un incubo e il tenente riposava poco: era sempre in giro da una postazione all’altra, di giorno e di notte. Quando una sera ci parve di sentire dei rumori sotto la nostra scarpata stette steso sulla neve con due bombe pronte, finché quasi si assiderò. E non c’era nulla: forse una lepre o un gatto.

Un alpino della mia vecchia squadra, A..., non ne poteva piú; era da poco ritornato dall’ospedale, aveva la scabbia e voleva a tutti i costi fare il cuciniere. Un mattino, ero entrato nella tana e mi ero appena sdraiato sulla paglia, egli fece girare lentamente la sicura del mio moschetto, che avevo appeso ad un chiodo su un palo di sostegno e, mentre parlava con i suoi compagni, fece partire il colpo: in direzione della canna teneva il piede. Però aveva calcolato male e si forò soltanto la sporgenza della suola. Non dissi nulla, solo lo guardai e gli feci capire che avevo intuito cosa intendesse fare. Il giorno dopo, mentre era solo e stava uscendo per andare nella postazione a fare il suo turno di vedetta, cosí raccontò, partí un colpo dal suo fucile che gli passò da parte a parte un piede. Il tenente lo fece trasportare all’ospedale, nessuno immaginò la verità. Due giorni dopo, durante l’attacco dei russi, parlai di questo al tenente. – Vedete, – gli dissi, – non poteva piú restare con noi; aveva troppa paura –. Ora quest’alpino vivrà tranquillamente al suo paese e si prenderà la pensione.

Il caporale Pintossi era forse il migliore di tutti noi: che bravo cacciatore! E che passione! Sembrava piccolo perché era largo di spalle e aveva un po’ di pancia. Sorrideva sempre ed aveva due occhi piccoli ed acuti. Trasandato nel vestire, portava il fucile con la disinvoltura e la familiarità del cacciatore. Calmo e flemmatico, non lo vidi mai irritato e non lo sentii mai bestemmiare. Ed era sempre presente, pacifico con il suo inseparabile fucile, nel momento del bisogno. E che bravo tiratore! Non dava quasi mai ordini ai suoi uomini ma faceva, e gli alpini della sua squadra facevano nel suo esempio. Con lui mi trovavo sovente a parlare di caccia. – Ai contorni, – diceva, – è il piú bel tiro e la piú bella caccia. Quando ritorneremo in Italia ci andremo assieme. A casa ho un bracco che è un fenomeno –. Faceva schioccare le dita: –

Dik si chiama. Che bella bestia –. Ecco, allora diventava triste, quando parlava del suo cane.

L’altro caporale della squadra era Gennaro. Chissà di che paese era. Meridionale certamente. Maestro o ragioniere o qualcosa di simile, frequentò un corso ufficiali.

Ma non lo avevano fatto idoneo e cosí faceva il caporale.

Parlava poco, era timido con gli alpini, e questi, se qualche volta lo canzonavano, provavano per lui rispetto ed affetto. Non aveva certamente un cuor di leone ma la sua personalità, senza farsi notare, si comunicava a chiunque gli vivesse vicino. Nel suo gruppo non succedevano mai storie, per la spartizione del rancio o per il turno di vedetta o per quello di lavoro. Il suo mitragliatore funzionava sempre. Quando c’erano allarmi o pattuglie russe che molestavano, era tra i primi che uscivano dalla tana per correre nel posto minacciato. Eppure, ne sono certo, dentro di sé tremava come una foglia di betulla.

Venne infine una mattina che i russi, prima dell’alba, incominciarono a sparare con i mortai e l’artiglieria sul caposaldo di Sarpi, poi spararono a Cenci, allungarono il tiro verso le cucine e poi su al comando di compagnia dietro il nostro caposaldo. Pensavo che addosso a noi non potevano sparare perché eravamo troppo vicini a loro. Gli alpini, nella tana, si guardavano muti, seduti attorno alle stufe, l’elmetto calcato sulle orecchie, il fucile tra le ginocchia, le tasche e la cacciatora piene di bombe a mano sotto il camice bianco. Tentavo di scherzare ma il sorriso si spegneva presto tra le barbe lunghe e sporche. Nessuno pensava: «se muoio»; ma tutti sentivano un’angoscia che opprimeva e tutti pensavamo: «quanti chilometri ci saranno per arrivare a casa?»

Le nostre artiglierie incominciarono a rispondere al fuoco dei russi e non ci sentivamo piú soli. I proiettili passavano sopra le nostre teste e pareva che alzando una mano si potessero toccare. Andavano a scoppiare sul fiume davanti a noi, sulle postazioni dei russi e nel bosco di roveri. Nei nostri ricoveri filtrava giú la sabbia fra i pali e dall’orlo delle trincee franava la neve. Un paio di colpi arrivarono corti sui nostri reticolati e vicino alle nostre tane. Lasciai fuori soltanto due vedette nelle postazioni coperte e il tenente mandò ad avvisare di allungare il tiro. Appena giorno l’artiglieria smise di sparare e i primi scaglioni di russi incominciarono a passare il fiume. Mi aspettavo un attacco davanti a noi, invece forzarono a sinistra, piú in giú del caposaldo di Cenci. Forse, penetrati di là, avrebbero voluto entrare nella valletta che ci divideva, e inoltrarsi poi verso le cucine e i comandi.

Laggiú, ove attraversavano, il fiume era piú largo; nel mezzo c’era un’isoletta coperta di vegetazione e la riva dalla nostra parte era paludosa, tutta a insenature, e coperta da alte erbe secche e da cespugli. Non vi era nessuna traccia di lavoro umano. I russi uscirono improvvisamente dal bosco di querce e trovandosi in mezzo a quel biancore si saranno stupiti battendo le palpebre. Non gridarono, spararono delle brevi raffiche correndo curvi verso l’isolotto nel mezzo del fiume. Qualcuno tirava una slitta. Era una mattina limpida alla luce nuova del sole e guardavo i russi che correvano curvi sul fiume gelato. I mitragliatori di Cenci e le pesanti, in postazione da quelle parti, incominciarono a sparare. Qualcuno nel mezzo del fiume cadeva sulla neve. Raggiunsero l’isolotto, si fermarono un poco a prendere fiato e ripresero a correre verso la nostra riva. Dei feriti ritornavano lentamente verso il bosco da dove erano usciti. Gli altri raggiunsero la nostra riva e si buttarono fra i cespugli e le insenature. Si defilarono cosí dal tiro dei mitragliatori di Cenci che avevano sparato fino allora ma non dalle nostre armi. Stavo con il tenente ad osservare i gruppetti immobili tra i cespugli. Il tenente mandò a prendere la pesante che era dalle parti del Baffo. Postammo l’arma sotto i reticolati. – Saranno ottocento metri, – disse il tenente. Puntai e sparai qualche caricatore. Ma il tiro non era efficace perché l’arma sulla neve era instabile; ogni tanto s’inceppava e in quel budello stretto non era agevole lavorarci attorno. Pure le pallottole laggiú arrivarono perché vedemmo i russi nascondersi tra i cespugli. Il tenente era serio, quasi triste.

Passava il tempo e i russi non riprendevano l’azione, ogni tanto qualcuno usciva e correva per pochi metri e tornava poi a nascondersi. Improvvisamente incominciarono a cadere laggiú delle bombe di mortaio. Scoppiavano cosí precise che parevano messe lí con le mani. Erano i mortai da 81 di Baroni, e Baroni non sciupava né bombe né vino. Cosí finí il primo attacco russo. Non fu un vero e proprio attacco; forse i russi credevano che fossimo molto piú giú di morale e pensavano che, sapendoci accerchiati, avremmo abbandonato i caposaldi al primo accenno di attacco. Quel senso di apprensione e di tensione che era in noi non ci aveva ancora lasciato. Era come se un gran peso ci gravasse sulle spalle. Lo leggevo anche negli occhi degli alpini e vedevo la loro incertezza e il dubbio di essere abbandonati nella steppa: non sentivamo piú i comandi, i collegamenti, i magazzini, le retrovie, ma soltanto l’immensa distanza che ci separava da casa, e la sola realtà, in quel deserto di neve, erano i russi che stavano lí davanti a noi, pronti ad attaccarci.

«Sergentmagiú ghe rivarem a baita?» Quelle parole erano dentro di me, facevano parte della mia responsabilità e cercavo di rincorarmi parlando di ragazze e di sbornie. Tra noi v’erano ancora di quelli che scrivevano a casa: «Sto bene, non preoccupatevi per me, sono il vostro...» ma mi guardavano con occhi mesti e indicando l’ovest mi chiedevano: – Da che parte dovremmo andare in caso di...? Che cosa prenderemmo con noi? – Pure nessuno aveva detto loro come stessero le cose, e nessuno immaginava, ne sono sicuro, quello che ci avrebbe aspettato. Ma sentivamo quello che sente un animale quando fiuta l’agguato.

Alla sera il tenente mi chiamò. – Abbiamo avuto l’ordine di ripiegare –. Cosí mi disse, ripiegare. – Siamo circondati: i carri armati russi sono arrivati al comando di corpo d’armata –. Il tenente mi porse la borsa del tabacco, ma non ero capace di arrotolarmi una sigaretta e me la fece lui.

Verso sera arrivò il rancio e il pane; come sempre era tutto gelato.

I russi ripresero a sparare con l’artiglieria e i mortai.

Incominciava ad essere buio e tra poco sarebbe sorta la luna. Nelle nostre case, in quel momento, erano attorno alla tavola.

Rimanevo poco ora nella tana; ero sempre nelle trincee sulla scarpata del fiume con le bombe e il moschetto.

Pensavo a tante cose, rivivevo infinite cose e mi è caro il ricordo di quelle ore. C’era la guerra, proprio la guerra piú vera dove ero io, ma io non vivevo la guerra, vivevo intensamente cose che sognavo, che ricordavo e che erano piú vere della guerra. Il fiume era gelato, le stelle erano fredde, la neve era vetro che si rompeva sotto le scarpe, la morte fredda e verde aspettava sul fiume, ma io avevo dentro di me un calore che scioglieva tutte queste cose.

Con il tenente notai davanti a noi rumori e movimenti insoliti. Facemmo postar fuori il mitragliatore e portar la pesante fra le macerie di una casa un po’ arretrata, per aver maggior campo di tiro. Gli alpini, silenziosi, stavano nella trincea. Ora avrebbero attaccato proprio noi.

Avrebbero funzionato le armi con quel freddo? Di là si sentiva rumore di motori. Poi ci fu un silenzio strano, quel silenzio che precede qualcosa di grave. Solo le cose e l’ansia del momento c’erano.

Si sentí la voce di uno che incitava e uscirono all’assalto. Salivano sulla scarpata del fiume, si sedevano sulla neve e poi scivolavano sulla riva. Le nostre armi aprirono il fuoco. Tirai un sospiro di sollievo: funzionavano. I mortai da 45 di Moreschi sparavano davanti ai nostri reticolati e le bombette scoppiavano con rumore strano e ridicolo. Quando sentii passare sopra le nostre teste le bombe dei mortai da 81 del sergente Baroni tirai un altro sospiro di sollievo. Sentivo che Baroni guardava giú verso di noi dando i dati di tiro con calma ai suoi uomini e mi pareva che dicesse: «Sta’ tranquillo, sono qui anch’io». E Baroni non sciupava nemmeno parole.

I russi correvano, si gettavano a terra, si rialzavano e riprendevano a correre verso di noi. Molti non si alzavano piú; i feriti chiamavano ed urlavano. Gli altri gridavano: Urrà! Urrà! e venivano avanti. Ma non riuscivano ad arrivare sotto i nostri reticolati. Mi sentii sicuro, allora; avrei potuto ancora vivere nella mia tana al caldo e leggere lettere azzurre. Non pensavo ai carri armati che già erano arrivati al comando di corpo d’armata, né quanti chilometri c’erano per arrivare a casa. Mi sentivo tranquillo e sparavo con il moschetto dall’orlo della trincea mirando calmo a quelli che si avvicinavano di piú. E allora incominciai a cantare in piemontese «All’ombretta di un cespuglio – bella pastora che dormiva». Chizzarri, l’attendente del tenente che mi stava a fianco, mi guardò sorpreso smettendo di sparare; poi ricominciò e s’uní a cantare con me. Al chiarore della luna indovinai i visi degli alpini che si spianavano e sorridevano. Vedevo che sparavano calmi, e l’alpino dalla barba secca e rada cambiava, bestemmiando, la canna arroventata del fucile mitragliatore e riprendeva con foga a sparare. I russi si convinsero subito che da noi era impossibile passare e si spostarono piú a sinistra riuscendo ad infiltrarsi nella valletta tra noi e Cenci. Si nascondevano tra i cespugli e le ombre, era difficile scorgerli. Lí vi doveva essere un campo minato ma nessuna mina scoppiò. Baroni spostò il tiro. Qualche alpino ritornò nella tana a prendere cartucce e bombe a mano. Ma avevamo ormai esaurite le munizioni. Durante l’attacco, quando i russi erano giunti sotto i nostri reticolati, avevo gettato quasi una cassa di bombe a mano. Ma poche scoppiavano; sprofondavano nella neve senza rumore. Allora pensai che forse sarebbero scoppiate levando tutte e due le sicurezze prima di lanciarle e feci cosí sebbene fosse pericoloso.

Ritornò il silenzio. Tra noi e Cenci si sentiva qualche breve raffica di mitra.

Sul fiume gelato vi erano dei feriti che si trascinavano gemendo. Sentivamo uno che rantolava e chiamava: –

Mama! Mama!

Dalla voce sembrava un ragazzo. Si moveva un poco sulla neve e piangeva. – Proprio come uno di noi, – disse un alpino: – chiama mamma.

La luna correva fra le nubi; non c’erano piú le cose, non c’erano piú gli uomini, ma solo il lamento degli uomini. – Mama! Mama! – chiamava il ragazzo sul fiume e si trascinava lentamente, sempre piú lentamente, sulla neve.

Ma i russi ricominciano a uscire dal bosco di roveri.

Salgono sulla scarpata e ridiscendono giú sul fiume. Son piú guardinghi di prima; non gridano, sembrano timidi.

Riprendiamo a sparare. Solo che questa volta non vengono per ammazzarci: vogliono solo raccogliere i feriti rimasti sul fiume. Non sparo piú, allora. Grido: – Non sparate! Raccolgono i feriti; non sparate!

Si stupirono i russi a non sentire piú le pallottole che li cercavano: si fermarono increduli, si alzarono in piedi, si guardarono attorno. Gridai: – Non sparate! – Raccolsero in fretta i loro compagni e li caricarono sulle slitte.

Correvano curvi, ogni tanto si alzavano e guardavano verso di noi. Li portarono sino alla scarpata e li trascinarono su nelle loro trincee. Sul fiume gelato la neve era tutta calpestata. Portarono via anche i morti, tranne quelli ch’erano sotto i nostri reticolati.

Ora tutto era finalmente finito. Finito? Chizzarri venne di corsa verso di me. – Vieni, vieni presto dal mio tenente, – diceva. – Sta male, ti vuole, vieni –. Correva nella trincea davanti a me e lo sentivo singhiozzare. –

Cos’è? Ferito? – gridavo. – No, corri, – diceva Chizzarri. Entrammo nella tana della squadra di Pintossi e il tenente Moscioni stava disteso su un pagliericcio. Al chiarore del lume ad olio lo vedevo pallido e rigido; stringeva i denti. Indossava il camice bianco sopra la divisa. Mi inginocchiai al suo fianco, gli presi una mano e strinsi forte. Aprí gli occhi: – Sto male, Rigoni, – disse.

Parlava piano, in un soffio. Gli feci bere un po’ di cognac che aveva Chizzarri. Nella tana tre alpini silenziosi guardavano stringendo tra le mani la canna del fucile. –

Non sono capace di rimettermi in piedi, – riprese. –

Prendi il comando del caposaldo, sta’ attento che quando la luna va sotto le nubi i russi passano il fiume. Non farmi portar via, lasciami qui. Ho ancora la pistola? – e cercava la fondina. Ero chino sopra di lui e non ero capace di parlare.

– Sta’ attento: sei tu, Rigoni? I russi passano il fiume.

In caso di ripiegamento lasciami qui. Ho ancora la pistola. Avrai ordini dal capitano; non andartene prima –. Era rigido e continuavo a stringergli la mano senza parlare.

Ma poi riuscii a dirgli qualcosa. Mi alzai in piedi. – Prendete la barella e portatelo via, – dissi rivolgendomi agli alpini. Non voleva il tenente e faceva cenno di no con la testa. – Ho ancora la pistola, – diceva piano. Gli alpini non sapevano a chi obbedire. – Comando io, ora, qui: andate per piacere –. E poi a Chizzarri: – Dàgli tutto il cognac che c’è, accompagnalo e lasciagli le cose piú necessarie, e ritornate subito –. Piú nessuno parlò. Le ombre si allungarono sulle pareti della tana. Chizzarri, in un angolo, frugava in uno zaino e singhiozzava. Il lume ad olio rendeva la tana piú raccolta; sui pali di sostegno erano inchiodate cartoline con fidanzati, fiori e paesi fra le montagne.

Dietro una vecchia busta che avevo in tasca scrissi dell’accaduto al capitano e mandai un alpino al comando di compagnia: – Digli anche che abbiamo bisogno urgente di munizioni. – Vai, Rigoni, – mi sussurrò il tenente, – i russi passano il fiume.

Ritornai fuori. Appoggiata alla trincea c’era la barella ancora macchiata del sangue di Marangoni.

Si sparse la voce per il caposaldo che il tenente era andato via. Venivano da me i capisquadra a chiedere: –

Che facciamo ora? – Quello che avete fatto sino adesso,

– rispondevo. – State tranquilli, verrà qualche altro ufficiale –. Non mi passò nemmeno per la testa di dire:

«Non s’allontani nessuno», tanto ero sicuro che nessuno se ne sarebbe andato senza un ordine. Minelli mi disse che Lombardi era morto di schianto nella trincea con una pallottola nella fronte mentre sparava in piedi con il mitragliatore imbracciato. Ordinai di farlo portare fino alle cucine, poi avrebbe pensato il cappellano. Moreschi mi fece presente che non aveva piú munizioni per i mortai. Il Baffo era tranquillo, da laggiú non vedevano nemmeno i russi venire all’attacco; non spararono nemmeno un colpo. Feci portare il suo mitragliatore nel settore della squadra di Pintossi che era il punto piú esposto e che doveva essere perciò il piú munito. La pesante non funzionava tanto bene e il Rosso, capoarma, si era preso un calcio dal tenente perché non la curava. Ordinai di smontarla, pulirla, sparare qualche raffica ogni tanto e tenerle sotto un elmetto di brace. Ma anche la pesante era ormai senza munizioni.

– Che cosa aveva il tenente? – mi chiedevano i capisquadra. – È stato preso dal freddo, – rispondevo, – dal sonno e dalla fatica –. Da tanti giorni dormiva poco e non riposava, era impossibile che potesse resistere a lungo. – Vada a dormire, – gli dicevo. – Riposi; vede? è tutto tranquillo ora –. Ma non voleva. Ora le armi, ora le postazioni, ora gli uomini, ora la pattuglia russa. Non voleva. È caduto sfinito come un mulo. – Era come essere di ghiaccio, – mi disse poi in Italia, – non sentivo piú le gambe, le braccia, il corpo, non sentivo piú niente. Mi pareva di essere solo testa e poco anche di questa. Era terribile.

Il capitano mi mandò giú un biglietto. Scriveva che sarebbe venuto un altro ufficiale a prendere il comando del caposaldo e che mi avrebbe mandato le munizioni.

Ricominciammo a sparare. I russi volevano passare il fiume a tutti i costi. Spararono addosso a noi anche con i mortai e me ne accorsi quando sentii sopra il mio capo uno schianto, qualcosa battermi sull’elmetto e sabbia e neve e fumo entrarmi negli occhi. Subito non mi resi conto che cosa fosse accaduto ma poi sentii chiamare aiuto vicino a me. Un alpino della squadra di Pintossi aveva il braccio spezzato e la parte inferiore penzolava giú come se non facesse piú parte del suo corpo. Con uno spago che avevo in tasca legai stretto sopra la ferita per arrestare il sangue che usciva a fiotto. – Il mio braccio! Il mio braccio! – diceva e urlando si teneva con la mano sana il braccio penzolante. – Sei fortunato, gli dicevo mentre legavo, – è una cosa da poco e tra quindici giorni sarai a casa. – Sí? – chiedeva lui, – andrò a casa? –

Sí, potevamo restare morti tutti e due. Ora vai giú alle cucine, non posso farti accompagnare; vai giú solo, c’è bisogno di gente qui. Fa’ presto; dammi le tue cartucce,

– e gli vuotai le giberne. Si allontanò lagnandosi per il camminamento: – Il mio braccio! il mio braccio! – e cercava di correre nel buio.

Allora mi resi conto che una bomba era scoppiata tra noi due sopra le nostre teste. Il fucile dell’alpino era rotto lí a terra. Avevo le mani rosse di sangue e il camiciotto sporco di terra e sangue.

Dopo un poco ritornò il silenzio. Ma non ero tranquillo perché un certo numero di russi erano riusciti ad infiltrarsi tra noi e Cenci. Ed erano pericolosi; potevano aggirarci e penetrare nel caposaldo dalle spalle. Con un mitragliatore e qualche uomo mi portai piú indietro e a sinistra verso Cenci. E provai paura e apprensione quando vidi che, da quella parte, i reticolati avevano dei varchi. Ma invece di venire da noi i russi cercavano di penetrare in profondità e sentimmo che sparavano verso il fosso anticarro all’imboccatura della valletta che portava alle retrovie. Questa volta, pensavo, vanno a svegliare gli imboscati. Ma gli imboscati rimasero tranquilli ancora un altro giorno perché la squadra esploratori della nostra compagnia, al comando del tenente Buogo, andò incontro ai russi.

Erano in gamba gli esploratori, tutti dello stesso paese, Collio Valtrompia, e tutti parenti fra di loro, o per lo meno uno faceva all’amore con la sorella dell’altro. Avevano una parlata tutta particolare e gridavano sempre. A quel modo scesero incontro ai russi. E allora, nella notte fredda, dopo una raffica di mitra russo sentimmo Buogo che chiamava: – Cenci! Cenci! Tenente Cenci! – E Cenci, dal suo caposaldo, gridare: – Buogo! Di’, Buogo! come si chiama la tua fidanzata? – E ripeteva: – Come si chiama la tua fidanzata?

Buogo disse un nome. Mi misi a ridere assieme agli alpini che erano con me. Il nome di una donna, di una fidanzata, il nome italiano di una ragazza gridato cosí nella notte mentre sparavano i mitra russi e i moschetti italiani! – Di’, Buogo, come si chiama la tua fidanzata? Buogo! Buogo! come si chiama? – E gli alpini ridevano.

Diavolo! Chissà che bella ragazza era, e morbida, ed elegante. Altro non poteva essere la fidanzata di un tenente, e cosí pareva anche dal nome. Immaginavo i due tenenti a farsi le confidenze nella tana guardando le fotografie. Ma un nome gridato cosí nella notte! Avevo capito perché Cenci voleva sapere il nome della ragazza.

E tutti quelli che avevano sentito ridevano. Anche i russi di certo dovevano averlo capito. Diavolo! Piantiamo qui tutto, ci sono tante belle ragazze e vino buono, no, Baroni? Loro hanno le Katiusce e le Maruske e la vodka e campi di girasole; e noi le Marie e le Terese, vino e boschi d’abeti. Ridevo, ma gli angoli della bocca mi facevano male e impugnavo il mitragliatore.

Sparavano laggiú tra i cespugli e sentivo chiaramente le voci degli esploratori gridare che il tenente Buogo era stato ferito ad una gamba e che lo portavano via.

Gridavano nel loro gergo: – Sono qui! Venite! Ci sono anche donne –. Parevano una compagnia di cento ed erano forse tredici. Gettavano bombe a mano e poi urlavano: – Li abbiamo presi, vi sono due donne, venite! –

Bestemmiavano e battevano i cespugli fra noi e Cenci.

D’un tratto mi accorsi che incominciava l’alba. Una lepre mi passò davanti correndo e andò a nascondersi tra l’erbe secche della riva. Un portaordini venne ad avvisarmi che il plotone arditi del Morbegno sarebbe venuto in nostro aiuto per eliminare quei russi che ancora erano rimasti fra noi e Cenci. Mi raccontò che i nostri esploratori avevano preso poco prima due donne russe che erano venute all’assalto in pantaloni e mitra. Poco dopo sentii gli arditi del battaglione Morbegno. Che lingere questi contrabbandieri comaschi! Si chiamavano tra loro, facevano chiasso, sparavano, bestemmiavano.

Quasi come i nostri esploratori. – L’è qua! l’è qua! – gridavano e gettavano bombe a mano. Incominciò a venir su il sole dietro il bosco di roveri. Tante mattine l’avevo visto sorgere e allora le nostre tane e le loro fumavano tranquille come i camini di un villaggio tra le alpi o tra la steppa; e tutto era tranquillo e la neve sul fiume intatta, senza macchie di sangue o tracce di uomini.

Sentivo gli occhi che non volevano stare aperti. Da qualche giorno non mi lavavo e avevo una crosta sul viso. Le mani, sporche di sangue e terra, odoravano di fumo e desideravo una mattina come le altre per poter lavarmi il viso e andare a dormire nella tana. Erano due notti e due giorni che non dormivo: e ora non c’erano munizioni, gli alpini erano stanchi, la posta non arrivava, il tenente non c’era. Avevo sonno, fame, e restavano tante cose da fare. Ma avevo sigarette.

Mandai un portaordini dal capitano a dire che avevo bisogno assoluto di munizioni per tutte le armi, e bombe a mano, tante. Feci raccogliere le cartucce inesplose che saltavano via dai mitragliatori quando s’inceppavano per spararle con i fucili.

Gli alpini stanchi, si buttavano sulla paglia delle tane e russavano con il fucile in mano e le bombe nelle tasche; dormendo qualcuno saltava in piedi gridando e subito ripiombava giú a russare. Lasciai fuori solo tre vedette, ma non potevo dormire. Arrivarono le munizioni.

Le portarono a spalla i conducenti e appena messe giú le casse si allontanarono in fretta.

Stavo con una vedetta a guardare i cadaveri dei russi che erano rimasti sul fiume e osservando cosí, nel sole del mattino, mi accorsi di due russi che stavano nascosti poco lontano da noi dietro un rialzo del terreno sulla riva del fiume. Dopo un po’ che li osservavo si mossero; uno sorse in piedi e di corsa tentò di passare di là. Mirai.

Mi pareva di vederlo davanti alla canna del moschetto e tirai. Lo vidi cadere di schianto sulla neve. L’altro suo compagno, che si era alzato in piedi per seguirlo, tornò a nascondersi. Osservavo con un binocolo il russo caduto sul fiume.

Lo vedevo immobile. Ma perché non aveva aspettato la notte per passare di là? Anche la vedetta osservava.

D’un tratto esclamò: – Si muove! – E lo vidi scattare come un babau e correre verso l’altra riva – Me l’ha fatta, – dissi forte, e risi. Ma la vedetta prese il mitragliatore della postazione e mezzo ritto sulla trincea sparò. Vidi il russo cadere nuovamente, ma non come prima. Si contorceva e si trascinò per qualche metro, infine si fermò con un braccio teso verso la sponda ormai vicina. L’altro suo compagno che era rimasto dalla nostra parte ritentò il passaggio ma una raffica di mitragliatore lo costrinse a nascondersi nuovamente. Pensavo: «Aspetterà la notte, ora; gli converrebbe». Avrei voluto gridarglielo.

Vi era un bel sole: tutto era chiaro e trasparente, solo nel cuore degli uomini era buio. Buio come una notte di tempesta su un oceano di pece. Allora sentii un gran boato e tremare la terra sotto i piedi. La neve franava dalla trincea, aratri di fuoco solcavano il cielo sopra di noi e una colonna alta di fumo saliva dall’altra riva e oscurava il sole: vicino alla terra era gialla e piú su nera.

Negli occhi della vedetta vidi il mio terrore, mi agitavo nello spazio di pochi metri dentro la trincea. Ma la mia paura non sapeva dove andare né cosa fare. Mi guardavo attorno e non ero capace di ragionare. La vedetta era il mio specchio. Poi sentii e vidi gli scoppi levarsi dietro il caposaldo di Cenci; tanti, uno vicino all’altro e nel medesimo istante. Questa, riuscii a pensare, è la Katiuscia a settantadue colpi. Diavolo che accidente d’ordigno!

Sparò altre due volte e ogni volta trattenevo il fiato. Finalmente la nostra artiglieria incominciò a rispondere.

Poi ritornò il silenzio.

Aspettavo il nuovo ufficiale che sarebbe venuto a prendere il comando del caposaldo. Avrei voluto dormire un po’, almeno un’ora. Intanto passava il tempo. Potevano essere le nove, mezzogiorno, le due, non sapevo; il quindici o il sedici o il diciassette di gennaio.

Udii la voce di uno che incitava parlando forte in russo.

Capii qualche parola: patria, Russia, Stalin, lavoratori.

Mandai subito una vedetta per le tane a far uscire gli uomini con tutte le armi. Uscivano in fretta imprecando; con gli occhi pieni di sonno, socchiusi alla luce del sole. Odoravano di fumo. Dissi: – Non sparate se prima non vi do l’ordine; tenetevi pronti –. Era ritornato il silenzio; di là la voce s’era taciuta; di qua tutti erano pronti con le armi puntate. Erano cessati i brontolii, le bestemmie, i passi affrettati, i rumori degli otturatori. I russi sorsero in piedi sull’orlo del bosco, vennero sulla scarpata e tutto era ancora tranquillo. Non un colpo di fucile, non un grido. Erano stupiti di quel silenzio. Forse ci credevano già partiti? Si sedettero sulla neve e scivolarono sulla riva del fiume. Ma quando i primi furono ai piedi della scarpata: – Spara! – gridai all’alpino che vicino a me imbracciava il mitragliatore. Una breve raffica, poi improvvisamente tutte le armi spararono: i quattro mitragliatori, la pesante, i trenta fucili, i quattro mortai di Moreschi, i due di Baroni. Tutte le pallottole battevano dove la scarpata si raccordava al fiume e appena i russi mettevano i piedi sulla riva, dopo la scivolata con i1 sedere, vi rimanevano cuciti contro. Quelli che erano rimasti sull’orlo del bosco e in piedi sulla scarpata rimanevano indecisi e infine ritornavano al riparo nelle loro trincee. Le armi smisero di sparare, ma sulla riva del Don i gemiti e le implorazioni d’aiuto continuavano. I piú tenaci tentavano risalire la riva per ritornare al sicuro e qualcuno vi riusciva. Si sentì nuovamente la voce di prima.

Che diceva? Forse di vendicare i compagni caduti sulla neve o forse dei villaggi distrutti. Riapparvero con piú decisione. Ricominciammo a sparare. Non si fermarono questa volta, né ritornarono indietro. Molti ne caddero sotto la scarpata, molti. Gli altri venivano avanti gridando: –

Urrà! Urrà! – ma pochi riuscivano ad avvicinarsi ai nostri reticolati. Sparavo con il moschetto a quelli che mi sembravano piú impetuosi e che correvano davanti a tutti. Vi erano di quelli che fingevano di essere morti: restavano immobili sul fiume e poi quando non erano piú osservati sorgevano in piedi e riprendevano a correre verso di noi.

Uno si serví di questa astuzia per tre o quattro volte finché, giunto sotto la nostra trincea, fu veramente colpito.

Cadde con la testa e le spalle sprofondate nella neve. Una gamba in aria continuava a fare il movimento dell’arrotino sempre piú lentamente sino a fermarsi.

Doveva essere terribile passare il fiume, camminare cosí sulla neve alla luce del sole, senza il minimo riparo tra pallottole e bombe come tempesta. Solamente i russi potevano osare questo; ma non era possibile arrivare sino a noi. Smisero e ritornò la quiete. Sul fiume la neve era piú rossa e calpestata di prima e piú numerosi erano quelli rimasti sulla neve con le scarpe al sole. Ritornai nella tana. Stavo attorno alla stufa e guardavo il fuoco tenendo il moschetto fra le ginocchia. Gli alpini parlavano dell’attacco che avevano appena finito di respingere.

– Che hai lí, sergentmagiú? – mi chiese Pintossi. E indicò sul mio moschetto il punto dove era attaccata la baionetta ripieghevole. Vidi incastrata una pallottola di mitragliatrice. – L’hai scampata bella, – mi disse Pintossi.

Ricordai allora che durante l’attacco avevo sentito un colpo secco mentre, inginocchiato sulla trincea, osservavo e tenevo il moschetto davanti alla fronte. Gli alpini attorno al fuoco si passavano il moschetto ed osservavano:

– L’hai scampata bella, quando sarai a casa dovrai mettere un quadretto alla Madonna. – Anche due ne puoi mettere. – Se non è la tua ora non parti. – Già è destino...

Levai la pallottola e me la misi nel taschino della giubba dicendo: – Quando sarò a casa ne farò un anello per la morosa.

Finalmente venne il tenente Cenci. Fui contento di vederlo e come si avvicinò gli chiesi: – Come si chiama la tua fidanzata? – Rise e poi guardandomi e vedendomi sporco di sangue disse: – Ma Rigoni, sei ferito? – No, – dissi, – non è mio –. Poi riprese: – Poteva anche essere un russo che mi chiamava stanotte e per questo chiesi a Buogo come si chiamasse la sua fidanzata. Un russo non poteva sapere il nome della ragazza di Buogo. È stato ferito a una gamba da una pallottola che gli ha spezzato l’osso. Hai sigarette, Rigoni? – E me ne porse una. Girammo un po’ per le trincee ma poi entrammo nella tana della squadra di Pintossi. – Non è rimasto nessun russo di qua, Rigoni, – disse Cenci (ma io sapevo che ce n’era ancora uno), – ed abbiamo preso anche due donne. Erano sui quarant’anni e portavano i pantaloni e il parabellum. I conducenti, pur brontolando, le hanno caricate sulle slitte e hanno offerto loro sigarette. Andate a cucinare, borbottavano, e non alla guerra. Al mio caposaldo è venuto il tenente Pendoli. Cerca di riposare e di dormire ora: ne hai bisogno.

Mi buttai sul tavolato: ma non ero capace di addormentarmi. Le bombe nella cacciatora mi premevano sulle reni, le giberne piene di caricatori mi pesavano sullo stomaco. Ma nemmeno in un letto di piuma sarei riuscito a dormire. In una tasca interna della giubba, entro una borsa fatta con un pezzo di tela, tenevo le mie cose piú care; erano lettere e sentivo quelle parole entro di me. Ove sarà ora? Forse in un’aula a leggere poesie in latino o nella sua stanza, e guardando tra vecchi libri e cose morte avrà trovato una stella alpina. Ma sono sciocco a pensare queste cose. Perché non viene il sonno?

Perché non dormo? Cenci mi guardava sorridendo. –

Perché non dormi? – disse. – Come si chiama la tua fidanzata? – Per fortuna venne Tourn a dirmi che era arrivato il rancio e mi recai nella tana di Moreschi a prendere la mia razione. Lí vi era una confusione insolita: coperte in disordine, sporco per terra, la paglia sparsa assieme a calze e fazzoletti e mutande. Parlavano sottovoce. Giuanin non mi disse niente. Mi guardò e nei suoi occhi cíerano tutte le cose che voleva chiedermi. Tourn non rideva piú e i suoi baffi neri sempre ben curati erano sporchi di muco. Meschini era indaffarato intorno allo zaino. Tutti gli altri facevano qualcosa. Due erano fuori nelle postazioni dei mortai. Solo Giuanin non faceva nulla, stava nella nicchia vicino alla stufa fredda. –

Meschini, – domandai, – perché non fai la polenta? Ho fame; è meglio farla ancora una volta.

Mangiai la mia razione di rancio, ma senza alcun gusto. Arrivò qualche colpo di mortaio attorno alla nostra tana e uno sopra. Ma il nostro bunker era solido e ben fatto: filtrò soltanto un po’ di terra e si ruppero i vetri.

Il rumore del cucchiaio nelle gavette era piú strano dei colpi di mortaio.

Prima di uscir fuori dissi: – Ricordatevi che dobbiamo restare sempre uniti.

Ritornai dal tenente Cenci e assieme ci avviammo verso una postazione. Eravamo soli. – Stasera dobbiamo ripiegare –. Cosí disse. – Sono venuto qui apposta per dirtelo.

Stasera dobbiamo ripiegare. Prendi, fuma. Io ritornerò al mio caposaldo; forse verrà qui il tenente Pendoli, forse dovrai arrangiarti da solo. Le squadre lasceranno il caposaldo una alla volta. La prima si fermerà a metà strada con le armi pronte fra te e me, e aspetterà la seconda per ripartire. Cosí di seguito fino all’ultimo uomo. L’appuntamento è alle cucine per le ore... – e disse un numero che non ricordo. – Ci sarà tutta la compagnia che ti aspetterà. Pensa tu a stabilire il turno per le squadre –. Non risposi nulla e solo quando fu terminata la sigaretta dissi: – Va bene.

Ritornai nella mia tana a preparare lo zaino; mi cambiai con biancheria pulita e lasciai sulla paglia quella sporca e impidocchiata. Cercai di mettermi addosso quanta piú roba potevo senza averne i movimenti impacciati. Mi rimasero due paia di calze e una maglia che cacciai nello zaino assieme al pacchetto di medicazione, ai viveri di riserva, a una scatola di grasso anticongelante e a una coperta da campo. Completai lo zaino con munizioni, in maggior parte bombe a mano. Aiutato da Tourn provai a mettermelo sulla schiena, ma forse era ancora troppo pesante. Bruciai, poi, tutte le lettere e le cartoline che avevo, tranne un piccolo fascio. I libri li lasciai nella tana. «Saranno curiosi i russi di sapere che cosa c’è scritto», pensavo. Ma che male nel compiere queste cose. Dissi forte: – Vestitevi piú che potete ma senza restar stretti. Mettete nello zaino le cose che credete piú necessarie e piú munizioni che potete.

Bombe a mano tante e del tipo piú buono: le O.T.O. o le Breda. Le S.R.C.M. buttatele sotto la neve. Nessuno pensi di andarsene per conto proprio. Dobbiamo restare sempre uniti. Ricordatevi questo, sempre uniti.

– Quando dobbiamo muoverci? – mi chiedevano. –

Stasera, forse –. E chiamai Moreschi da parte e gli dissi:

– Non preoccuparti molto dei mortai, prendili con te, ma non con tante munizioni. Bombe a mano e cartucce.

Tutto andrà bene.

– Allora sergentmagiú, – disse forte Meschini, – è meglio fare la polenta ancora una volta. – È meglio farla ancora una volta, – risposi.

Uscii fuori a ripetere nelle altre tane quello che avevo detto nella mia. Gli alpini chiedevano mille cose e gli occhi domandavano piú che le parole. Attorno a me era un gran punto interrogativo.

Prima di sera il tenente Cenci se ne tornò al suo caposaldo. – Credo non verrà nessuno, – mi disse. – Vecio, sta’ in gamba, non farti sorprendere e buona fortuna.

Arrivederci.

Sentivo tutta la responsabilità che mi gravava addosso. Se un rumore o una cosa qualsiasi avesse fatto notare che noi stavamo per abbandonare il caposaldo, chi sarebbe ritornato a baita? Gli alpini mi guardavano con gli occhi stanchi e pieni di sonno aspettando una mia parola. Cercavo di star sereno e pensavo a quello che avrei dovuto fare nel caso che fosse andata male. Quando venne la notte mandai a chiamare tutti i capisquadra: Minelli, Moreschi, il Baffo, il Rosso della pesante e Pintossi. Chiesi: – Come va? Avete tutto pronto? – Novità N.N., – risposero, – tutto pronto. – La prima a partire, – ordinai, – sarà la squadra di Moreschi. Oltre alle munizioni individuali dovete portare le munizioni per le armi della squadra. Fate caricare gli uomini il piú possibile; le munizioni che rimarranno nascondetele nella neve. Bisogna caricarsi come muli; non sappiamo quello che ci aspetterà. In caso le lasceremo poi lungo la strada quando non ne potremo piú. Appena Moreschi raggiungerà la casa diroccata che c’è fra noi e Cenci, aspetterà con le armi pronte che sia giunta la seconda squadra. Allora ripartirà. La seconda aspetterà la terza e cosí via. Nell’attesa dovete stare con le armi pronte e in silenzio. La seconda a partire sarà quella del Baffo; poi la pesante; poi Minelli; per ultima quella di Pintossi. Io verrò con quella di Pintossi –. Feci ripetere a tutti quello che avrebbero dovuto fare. E ripresi: – Se sentite sparare non preoccupatevi; la squadra che è in movimento raggiunga le cucine; lí ci sarà tutta la compagnia ad aspettare. Il caposquadra dovrà essere l’ultimo a partire. Tenetevi sempre gli uomini vicini e assicuratevi del funzionamento delle armi. Non lasciate i cucchiai nelle gavette, fanno rumore e bisognerà fare tutto nel massimo silenzio. Tutto andrà bene, tenetevi pronti, vi manderò io ad avvisare quando dovrete andarvene. Andate e arrivederci.

Per fortuna la notte era buia. La piú nera di tutte. La luna stava dietro le nubi ed era molto freddo. Il silenzio era pesante come la notte. Lontano, al di là delle nubi, dietro di noi, si vedevano i bagliori della battaglia e ne veniva un rumore come di ruote sull’acciottolato.

Stavo fuori della trincea con un mitragliatore imbracciato e scrutavo il buio verso le postazioni dei russi. Anche da loro era silenzio: pareva non esistessero piú. «Se attaccassero adesso?» pensavo. E fremevo.

Un alpino che avevo messo allíimbocco del camminamento che portava alla valletta venne a dirmi: – é passata la squadra di Moreschi, tutto bene. – Vai ad avvisare il Baffo, – dissi. Scrutavo il buio stringendo il mitragliatore e tremavo. – Sergentmagiú, è passato il Baffo, tutto bene. – Vai ad avvisare la pesante. – È passata la pesante, tutto bene. – Parla piano, vai ad avvisare Minelli –.

Era silenzio. Sentii Minelli che partiva, i passi che si allontanavano nei camminamenti, qualche bestemmia sottovoce. – Sergentmagiú, è passato anche Minelli –.

Guardavo davanti il fiume nero. Non tremavo piú. –

Preparatevi anche voi –. Sentivo il rumore degli uomini di Pintossi che si preparavano: parole mormorate sottovoce in un soffio, rumore di zaini che venivano caricati in spalla. – Sergentmagiú, possiamo andare? –Vai, Pintossi, vai e non far baccano. – E tu non vieni? – Vai, Pintossi, io verrò –. Mi si avvicinò l’alpino dalla barba secca e rada. – Non vieni? – disse. – Vai –. Ero solo.

Dalla trincea sentivo i passi degli alpini che si allontanavano. Erano vuote le tane. Sulla paglia che una volta era il tetto di un’isba giacevano calze sporche, pacchetti vuoti di sigarette, cucchiai, lettere gualcite: sui pali di sostegno erano inchiodate cartoline con fiori, fidanzati, paesi di montagna e bambini. Ed erano vuote le tane, vuote, vuote di tutto e io ero come le tane. Ero solo sulla trincea e guardavo nella notte buia. Non pensavo a nulla. Stringevo forte il mitragliatore. Premetti il grilletto, sparai tutto un caricatore; ne sparai un altro e piangevo mentre sparavo. Saltai nella trincea, entrai nella tana di Pintossi a prendere lo zaino. Vi erano delle bombe a mano e le gettai nella stufa. Levai ad altre bombe le due sicurezze e le posai piano sul fondo della trincea.

Mi incamminai verso la valletta. Incominciava a nevicare. Piangevo senza sapere che piangevo e nella notte nera sentivo solo i miei passi nel camminamento buio.

Nella mia tana, inchiodato ad un palo, rimaneva il presepio in rilievo che mi aveva mandato la ragazza per il giorno di Natale.

PARTE SECONDA

LA SACCA

Prima di arrivare al fosso anticarro raggiunsi la squadra di Pintossi. Camminavano curvi, silenziosi. Ogni tanto qualcuno imprecava ma era uno sfogo per la disperazione che gravava dentro. Dove si andrà ora? Si accorgeranno i russi che abbiamo abbandonato il caposaldo? E ci inseguiranno subito? Resteremo prigionieri?

Mi fermavo ad ascoltare e guardavo indietro. Era tutto nero, era tutto silenzio.

Al fosso anticarro alcuni alpini della centotredici armi d’accompagnamento mettevano le mine. – Presto, – ci dissero, – siete gli ultimi. Dobbiamo distruggere la passerella.

Quando passai la passerella e fui di là mi pareva di essere in un altro mondo. Capivo che non sarei piú ritornato in quel villaggio sul Don; che stavo per staccarmi dalla Russia e dalla terra di «quel villaggio». Ora sarà ricostruito, i girasoli saranno ritornati a fiorire negli orti attorno alle isbe e il vecchio con la barba bianca come lo zio Jeroska, avrà ripreso a pescare nel suo fiume. Noi, scavando i camminamenti, trovavamo tra la neve e la terra patate e verze; ora avranno tutto livellato e vangando a primavera avranno trovato i bossoli vuoti delle armi italiane. I ragazzi giocheranno con quei bossoli, e io vorrei dir loro: «Vedete, anch’io fui qui, dormivo là sotto di giorno e di notte andavo per i vostri orti che non c’erano piú. Avete trovato l’àncora?»

Ad un certo punto dovevo incontrare la compagnia che mi aspettava; la trovai piú avanti; alle cucine. Quando il capitano sentí che arrivavo, venne verso di me imprecando e calpestando con ira la neve. Mi mise l’orologio sotto il naso dicendomi: – Guarda, cretino, abbiamo piú di un’ora di ritardo. Siamo gli ultimi. Non potevi sbrigati prima? – Tentai di dire qualcosa per spiegarmi, ma mi impose di tacere. – Vai col tuo plotone, – disse.

Ritrovai il mio plotone mitraglieri. Eravamo contenti di ritrovarci, ma non c’eravamo tutti. Il tenente Sarpi non era piú con noi; qualche altro, ferito, era all’ospedale. Antonelli mi si avvicinò: – é finita questa volta, – disse, – è finita –. Ci incamminammo per la strada che avevamo percorso quando ai primi di dicembre eravamo venuti a dare il cambio al Valcismon della Julia. Un pezzo da 75/13 sparò qualche colpo. Si andava con la testa bassa, uno dietro l’altro, muti come ombre. Era freddo, molto freddo, ma, sotto il peso dello zaino pieno di munizioni, si sudava. Ogni tanto qualcuno cadeva sulla neve e si rialzava a fatica. Si levò il vento. Dapprima quasi insensibile, poi forte sino a diventare tormenta. Veniva libero, immenso, dalla steppa senza limiti. Nel buio freddo trovava noi, povere piccole cose sperdute nella guerra, ci scuoteva, ci faceva barcollare. Bisognava tenere forte la coperta che ci riparava la testa e le spalle. Ma la neve entrava da sotto e pungeva il viso, il collo, i polsi come aghi di pino. Si camminava uno dietro l’altro con la testa bassa. Sotto la coperta e sotto il camice bianco si sudava ma bastava fermarsi un attimo per tremare dal freddo. Ed era molto freddo. Lo zaino pieno di munizioni a ogni passo aumentava di peso; pareva, da un momento all’altro, di dover schiantare come un abete giovane carico di neve. Ora mi butto sulla neve e non mi alzo piú, è finita. Ancora cento passi e poi butto via le munizioni. Ma non finisce mai questa notte e questa tormenta? Ma si camminava. Un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro. Pareva di dover sprofondare con la faccia dentro la neve e soffocare con due coltelli piantati sotto le ascelle. Ma quando finisce? Alpi, Albania, Russia. Quanti chilometri? Quanta neve? Quanto sonno? Quanta sete? é stato sempre cosí?

Sarà sempre cosí? Chiudevo gli occhi ma camminavo. Un passo. Ancora un passo. Il capitano in testa alla compagnia perse il collegamento con gli altri reparti. Eravamo fuori dalla strada giusta. Ogni tanto accendeva la pila sotto la coperta e consultava la bussola. Qualche alpino si staccava lentamente dalla squadra, si sedeva sulla neve e alleggeriva lo zaino. Non potevo dire nulla, tranne che: – Nascondetele sotto la neve, tenetevi le bombe a mano –. Antonelli portava l’arma della pesante, non bestemmiava piú, non perché non volesse ma perché non poteva. Nel buio posai casualmente i piedi su cose oscure e solide: cassette portabombe per mortaio da 45. Erano della squadra di Moreschi, lo cercai e gli dissi: – Con la tua squadra devi aiutare le altre del plotone a portare le pesanti e le munizioni per le pesanti. Abbandona anche i mortai, – aggiunsi piú piano, – e le altre casse; cerca di fare in modo che non s’accorga il capitano –. In testa si fermarono, ci fermammo tutti.

Nessuno parlava, sembravamo una colonna di ombre.

Mi buttai sulla neve con la coperta sulla testa; aprii lo zaino e seppellii nella neve due pacchi di cartucce per mitragliatore. Si riprese a camminare, dopo un po’ mi feci dare da Antonelli la pesante e passai a lui le due canne di ricambio che avevo portato fino allora. Antonelli aprí la bocca, sospirò forte e bestemmiò tutto quello che poteva bestemmiare. Sembrava, tanto era divenuto leggero, che il vento lo dovesse portar via. E a me di sprofondare. – Sotto, – dissi, – dobbiamo restare uniti –.

Dove abbiamo camminato quella notte? Su una cometa o sull’oceano? Niente finiva piú.

Abbandonato sulla neve, a ridosso d’una scarpata al lato della pista, stava un portaordini del comando di compagnia. Si era lasciato andare sulla neve e ci guardava passare. Non ci disse nulla. Era desolato, e noi come lui. Molto tempo dopo, in Italia (e c’era il sole, il lago, alberi verdi, vino, ragazze che passeggiavano), venne il padre di questo alpino a chiedere notizie di suo figlio a noi pochi che eravamo rimasti. Nessuno sapeva dire niente o non voleva dire niente. Ci guardava duramente:

– Ditemi qualche cosa, anche se è morto, tutto quello che potete ricordarvi, qualsiasi cosa –. Parlava a scatti, gesticolando, e per essere il padre di un alpino era vestito bene. – È dura la verità, – dissi io allora, – ma giacchè lo volete vi dirò quello che so.

Mi ascoltò senza parlare, senza chiedermi nulla. – Ecco, – finii, – è cosí –. Mi prese sotto il braccio e mi portò in un’osteria. – Un litro e due bicchieri. Un altro litro.

Guardò il ritratto di Mussolini appeso alla parete e strinse i denti e i pugni. Non parlò e non pianse... Poi mi tese la mano e ritornò al suo paese.

Non finiva mai quella notte. Dovevamo arrivare in un paese delle retrovie dove c’erano magazzini e comandi.

Ma noi non sapevamo nessun nome di paese delle retrovie. I telefonisti, gli scritturali e gli altri imboscati sapevano tutti i nomi. Noi non sapevamo nemmeno il nome del paese dove era il nostro caposaldo; ed è per questo che qui trovate soltanto nomi di alpini e di cose. Sapevamo solo che il fiume davanti al nostro caposaldo era il Don e che per arrivare a casa c’erano tanti e tanti chilometri e potevano essere mille o diecimila. E, quando era sereno, dove l’est e dove l’ovest. Di piú niente.

Dovevamo arrivare in uno di questi paesi dove, ci dicevano gli ufficiali, avremmo potuto riposare e mangiare. Ma dove era? In un altro mondo? Finalmente lontano, si vide una luce tenue; s’ingrandiva sempre piú fino a diventare rossigna ed illuminare il cielo. Ma questa luce rossa era nel cielo o sulla terra? Poi avvicinandosi si poté distinguere che era un villaggio che bruciava. Ma la tormenta non smetteva e c’erano sempre i coltelli piantati sotto le ascelle e si era schiacciati dal peso dello zaino e delle armi. E altre luci rosse si videro in quel buio.

La neve pungeva gli occhi ma si camminava. Arrivammo in un paese, intravvedemmo le isbe scure nella tormenta e sentimmo abbaiare i cani; si sentiva che sotto la neve c’era una strada. Ma non potevamo fermarci, bisognava camminare ancora. Altra gente camminava lí attorno.

Forse russi. Ma è meglio morire. Uno mi si avvicina, mi tira per la coperta, mi guarda fisso: – Che reparto siete?

– mi chiede. – 55 del Vestone, 6¡ Alpini, – rispondo –

Conosci il sergente maggiore Rigoni Mario? – dice l’ombra. – Sí, – rispondo. – È vivo? – chiede – Sí, – dico, – è vivo. Ma chi sei? – Sono un suo cugino, – dice. – Ma dov’è? – Sono io Rigoni, – dico, – ma tu chi sei? –

Adriano –. E mi prende per le spalle e mi chiama per nome e mi scuote. – Come va parente? – dice Adriano.

Ma io non riesco a dirgli niente. Adriano avvicina i suoi occhi al mio viso e ripete: – Come va parente? – Male, – dico, – va male. Ho sonno, ho fame, non ne posso piú.

Ho tutto quello che si può avere di peggio –. Adriano, me lo raccontò poi al paese, si stupí quella notte a sentirmi parlare cosí. – Io, – diceva al paese, – quando lo incontravo lo vedevo sempre sereno e allegro. Ma quella notte. Quella notte!

Adriano levò dallo zaino una scatola di marmellata e un pezzo di parmigiano di un paio di chili. – L’ho presa in un magazzino questa roba, – disse, – mangia –. Con la baionetta cercai di rompere il formaggio per staccarne un pezzo e restituirgli l’altro. Ma dopo essermi levato i guanti sentii un dolore impensabile straziarmi le mani e non fui capace di tagliarlo. Le mani non seguivano il cervello e le guardavo come cose non mie e mi venne da piangere per queste povere mani che non volevano piú essere mie. Mi misi a sbatterle forte una contro l’altra, sulle ginocchia, sulla neve; e non sentivo la carne e non le ossa; erano come pezzi di corteccia d’un albero, come suole di scarpe; finché me le sentii come se tanti aghi le perforassero, e me le sentii a poco a poco tornare mie queste mani che adesso scrivono. Quante cose può ricordarmi il mio corpo.

Riprendemmo a camminare nella notte. – E i paesani, Adriano? – chiesi. – Sono tutti sani, – rispose. – Ma io ora devo ritornare al mio reparto, ci rivedremo ancora. Stai in gamba parente. – Arrivederci, – dico, – in gamba sempre.

Sotto, sotto, dobbiamo restare uniti. Non ho il coraggio di parlare ai miei compagni di case di vino di primavera. A che gioverebbe? A buttarsi sulla neve e dormire e sognare queste cose e poi svanire nel nulla, nel niente, e sperdersi, sciogliersi con la neve a primavera nell’umore della terra. Era tutto buio ed in lontananza, nel cielo, riflessi rossi dei villaggi che bruciavano. Ancora un passo, ancora un altro; la neve passava la coperta e pungeva il viso, il collo, i polsi. Il vento ci toglieva il respiro e voleva strapparci la coperta. Mangiai un po’ del formaggio che mi aveva dato Adriano. Era duro a spezzarsi con i denti, a masticarlo era come sabbia, e sentivo che assieme al boccone mandavo giú sangue che mi usciva dalle gengive e dalle labbra. Il fiato mi si gelava sulla barba e sui baffi e con la neve portata dal vento vi formava dei ghiaccioli. Con la lingua mi tiravo quei ghiaccioli in bocca e succhiavo. E venne líalba. E la tormenta aumentò.

E il freddo aumentò. Ma ora mi domando: se non vi fosse stata la tormenta saremmo sfuggiti ai russi?

In quella notte il tenente Cenci era di retroguardia con il suo plotone. A un certo punto si erano fermati in un’isba isolata per riposare ma se due donne non li avessero svegliati in tempo per riprendere in fretta il cammino sarebbero stati sorpresi dai russi che già erano in vista dell’isba. E l’alba era grigia e il sole non veniva mai e c’era solo la neve e il vento e noi nella neve e nel vento.

Nessuno voleva piú portare le pesanti e le casse di munizioni; e quando uno si prendeva sopra lo zaino una di queste cose non c’era piú nessuno che voleva dargli il cambio. Cercavo di convincerli che bisognava tenerle con noi. Le Breda della mia squadra erano le armi migliori della compagnia e sapevo che cosa significasse per i fucilieri sentire le pesanti in caso di attacco. Bisognava portarcele con noi a costo di qualsiasi sacrificio. Ma quando, in quella mattina, dopo una tale notte, bisognava prendere sopra lo zaino il treppiede o una cassa di munizioni i coltelli sotto le ascelle pareva raggiungessero il cuore e i polmoni rimanevano senz’aria. Alleggerendo un compagno di una di queste cose, pareva che costui si alzasse in volo: sospirava, bestemmiava e poi diceva mentalmente un’avemaria.

Si camminava su una strada e la neve era ammucchiata ai lati; ma quella vecchia, non quella portata dalla tormenta. A destra c’era una rada fila di isbe. Si camminava a gruppetti e con lunghe code, era difficile tenere unito il plotone. Tra uno spazio e l’altro passava libero il vento e sibilava la tormenta. Eravamo tutti grigi e si vedeva poco.

Qui, una volta, vi dovevano essere magazzini o conducenti, perché tra la neve, si vedevano dei fili di paglia.

Pensate: paglia che una volta era un campo di grano. Vi erano anche delle casse di galletta. Come vedono le casse gli alpini vi si gettano sopra, sono vuote, ma pure qualche cosa ci deve essere nel fondo perché a spintoni e a pugni cercano di farsi largo e di affondarvi le mani.

Quelli che sono presi sotto gridano; poi lentamente si allontanano tutti. Uno rimane, gira ancora attorno alle casse, poi le rovescia e fruga nella neve.

Il capitano in testa a tutti si ferma e guarda la bussola.

Ma dove siamo? A un lato della strada vedo una massa oscura e immobile. Un camion? o una carretta? o un carro armato? é una macchina rotta e abbandonata.

Un senso di apprensione m’invade e mi pare che carri armati russi debbano uscire dalla tormenta. – Andiamo,

– dice il capitano, – state sotto, dobbiamo camminare in fretta. Avanti –. Finalmente arriviamo in un grosso paese dove erano comandi e magazzini. La tormenta è cessata, però tutto è grigio: la neve, le isbe, noi, i muli, il cielo, il fumo che esce dai camini, gli occhi dei muli e i nostri. Tutto di uno stesso colore. E gli occhi non vogliono piú stare aperti, la gola è piena di sassi che vi ballano dentro.

Siamo senza gambe, senza braccia, senza testa, siamo solo stanchezza e sonno, e gola piena di sassi.

Vediamo il maggiore comandante il battaglione uscire da un’isba. – Andate nelle isbe al caldo e riposatevi, – ci dice. – Sono già diverse ore che sono qui le altre compagnie. Dove siete andati? Chissà dove siete andati voi questa notte. Entrate nelle isbe, – dice il maggiore. Forse pensa di parlare con delle ombre perché stiamo lí come i muli che fumano dalla pelle. – Andate al caldo e riposate, – dice il capitano, – tra poche ore si riparte.

Sistemate i plotoni nelle isbe, – dice agli ufficiali e a me,

– e fate pulire le armi.

Quando siamo partiti dal caposaldo, eravamo con le squadre al completo; ora, guardando cosí, mi accorgo che mancano parecchi uomini: forse spersi nella tormenta, forse fermatisi in qualche isba, forse entrati nelle case appena arrivati qui. Ma nessuno s’interessa a controllare chi manca. Quelli che sono rimasti si allontanano a gruppetti in cerca di un’isba libera dove entrare. Io solo rimango fuori e giro da una strada all’altra senza sapere dove andare. Perché non sono andato con i miei compagni di plotone? anzi con i miei uomini? Non lo so perché. Rimango solo, fuori sulla neve; e non so dove andare. Infine vado a bussare a qualche porta. Ma, o mi rispondono male o non mi aprono. La maggior parte delle case è occupata da gente dell’autoreparto, della sussistenza, dei magazzini, della sanità. Voglio dormire un po’ al caldo, perché non mi lasciano entrare? Non sono anch’io un uomo come voi? E no, non sono come loro, io. Sono solo in mezzo alla strada e mi guardo attorno. Mi si avvicina un vecchio e mi indica, dietro una fila di isbe, in un orto, un cumulo di terra. Dalla terra sporge un comignolo, e dal comignolo esce del fumo.

Mi fa cenno di andare là e scendere giú. E un rifugio antiaereo. All’altezza del terreno vi sono due piccole finestre con vetri, scendo per una scaletta, scavata nel terreno e busso alla porta. Provo a spingere ma è chiusa dall’interno. Qualcuno viene ad aprire, è un soldato italiano. – Siamo già in tre qui, – dice, – e una famiglia russa –. E richiude la porta. Batto: – Lasciatemi entrare, – dico, – mi fermerò poco, voglio solo dormire un po’, non mi fermerò tanto –. Ma la porta resta chiusa. Busso, la porta torna ad aprirsi, si affaccia una donna russa e mi fa cenno di entrare. È caldo qui dentro, è come nella mia tana al caposaldo, o nelle stalle, con la differenza che qui vi è questa donna russa con tre bambini e tre imboscati italiani. Ma ora ve n’è uno solo perché gli altri due sono fuori. Quello che è rimasto mi guarda male. La donna mi aiuta a levarmi il cappotto. Devo avere una faccia proprio conciata male se mi guarda con quegli occhi pieni di compassione che quasi piangono. Ma io non so piú commuovermi, ora. L’imboscato che da un angolo mi guarda, come vede che sulla manica ho due straccetti di gradi e sopra il taschino qualche nastrino, vuole attaccare discorso. Porca naia! E se fossi un conducente qualsiasi? un fuciliere? un mulo? una formica? Non rispondo alle sue domande e mi levo anche l’elmetto e il passamontagna. Mi pare di essere nudo. E svuoto le tasche dalle bombe e le metto nell’elmetto e mi levo le giberne che mi pesano sul ventre. Cavo da una tasca della giubba una manciata di caffè misto a neve e nel coperchio della gavetta lo pesto con il manico della baionetta.

La donna ride, l’imboscato sta zitto e mi guarda. La donna mette a bollire l’acqua e fa alzare i ragazzini che mi guardano sdraiati su dei cuscini. Prende i cuscini e li mette su una specie di palco, vi butta sopra anche una coperta; la mia la mette ad asciugare vicino al fuoco. Mi fa cenno di salire sul palco a dormire. Mi siedo con le gambe ciondoloni e finalmente dico: – Spaziba –. La donna mi sorride e anche i bambini. L’imboscato mi guarda sempre zitto. Levo dallo zaino la marmellata che mi aveva dato Adriano, non ho altro, e mangio. Voglio offrirne anche ai bambini ma la donna non vuole: – Cusciai, – mi dice, – cusciai, – mi dice sottovoce sorridendo. Quando l’acqua bolle mi fa il caffè e, finalmente, dopo tanti giorni, mando dentro qualche cosa di caldo. Mi aggiusto il posto per dormire, mi metto vicino il moschetto e l’elmetto con le bombe a mano. – Stamattina c’erano qui i carri armati russi, – mi dice l’imboscato. –

Ma tu cosa fai qui? – domando. – Che cosa aspetti? Non vai con il tuo reparto? – Non risponde. Fuori fa freddo, c’è la steppa, il vento, la neve, tanto vuoto attorno, i carri armati russi e lui sta qui al caldo con i suoi due compagni e la donna russa. – Se senti sparare, svegliami, – dico. Su di un’asse, contro la parete di terra gialla, c’è una vecchia sveglia e faccio cenno alla donna di svegliarmi quando la lancetta piccola sarà arrivata al numero due. A quell’ora devo trovarmi con la compagnia. Sono le undici, ora, dormirò tre ore. E mi butto giú sui cuscini, vestito e con le scarpe addosso. Ma perché non sono capace di dormire? Perché penso ai miei uomini che sono nelle isbe al caldo? Perché sto con le orecchie tese a sentire se sparano? Perché non viene il sonno? Da tanti giorni non dormo. Ritornano i due imboscati che erano fuori e sento che parlano fra di loro; sento un bambino che piange e sto con gli occhi aperti a guardare la parete di terra gialla. Il caposaldo, i chilometri, i miei compagni, i russi morti nel fiume, la Katiuscia, i miei paesani, il tenente Moscioni, le bombe a mano, la donna russa, i muli, i pidocchi, il moschetto. Ma esiste ancora l’erba verde? Esiste il verde? E poi dormo; dormo, dormo.

Senza sognare nulla. Come una pietra sotto l’acqua.

Quando la donna russa mi sveglia è tardi, mi ha lasciato dormire mezz’ora di piú. In fretta lego la coperta allo zaino, rimetto in tasca le bombe a mano e in testa l’elmetto. Quando sono pronto per uscire la donna mi porge una tazza di latte caldo. Latte come quello che si beve nelle malghe all’estate; o che si mangia con la polenta nelle sere di gennaio. Non gallette e scatolette, non brodo gelato, non pagnotte ghiacciate, non vino vetroso per il freddo. Latte. E questa non è piú naia in Russia, ma vacche odorose di latte, pascoli in fiore tra boschi d’abete, cucine calde nelle sere di gennaio quando le donne fanno la calza e i vecchi fumano la pipa e raccontano. La tazza di latte fuma nelle mie mani, il vapore sale per il naso e va nel sangue. Bevo. Restituisco la tazza vuota alla donna dicendo: – Spaziba.

Mi rivolgo, poi, ai tre imboscati: – Non venite? – Ma dove vuoi andare? – mi risponde uno: – Siamo circondati dai russi e qui siamo al caldo. – Lo vedo, – dico; – io vado. Vi saluto e auguri –. E ritorno fuori.

Il paese era tutto un brulicare, come quando nel bosco si introduce un bastone in un formicaio. Ragazzi, donne, bambini, vecchi entravano nelle isbe con fagotti e sacchi mezzi pieni e subito ritornavano fuori con i sacchi vuoti sotto il braccio. Andavano nei magazzini che bruciavano e prendevano tutto quello che riuscivano a salvare dalle fiamme. Slitte, muli, camion, automobili andavano e venivano senza scopo per le strade; un gruppo di carri armati tedeschi fece presto ad aprirsi un passaggio tra quel groviglio. Un fumo giallo e acre si fermava sopra il villaggio e fasciava le case. Il cielo era grigio, le isbe grige, la neve calpestata in tutti i sensi era grigia.

Avevo ancora in bocca il sapore del latte, ma ormai ero fuori. Ora camminavo verso casa. Sia quel che sia.

Le mani in tasca, guardavo quello che succedeva intorno a me; mi sentivo solo. Passando davanti a un edificio, forse le scuole, vidi pendere verso la strada due bandiere; una italiana e l’altra della Croce Rossa e quest’ultima era cosí grande che quasi toccava terra. Divenni improvvisamente triste. Immaginavo il paese vuoto con i magazzini che finivano di bruciare, gli abitanti chiusi nelle isbe, qualche mulo abbandonato che rosicchiava i torsi dei cavoli che spuntavano dalla neve. Immaginavo i soldati russi che arrivavano. I muli, allo sferragliare dei carri armati, muovevano appena le orecchie.

I nostri feriti guardavano dalle finestre dell’ospedale.

Tutto era grigio e le due bandiere pendevano verso la strada deserta.

Dall’ospedale ora stavano uscendo i feriti che potevano camminare e tentavano di aggrapparsi alle slitte e ai camion di passaggio.

Non riuscivo a vedere un soldato della mia compagnia o del battaglione. Forse erano già partiti tutti. Vidi uno del Cervino che camminava cosí come camminavo io. Lo chiamai e andammo assieme. Chiesi notizie di conoscenti. Il Cervino era il battaglione con il quale avevo partecipato a un’azione dell’inverno precedente. – E il sergente Chienale? – chiesi. – È morto. – E il tenente Sacchi? – Morto –. Tanti e tanti altri erano morti. Pochi, appena dieci, forse, erano rimasti di quel Cervino che era piú spavaldo di un battaglione di bersaglieri.

Attraversai il paese passando accanto ai magazzini che stavano bruciando. Piú tardi seppi che alpini arrivati qui dalla linea erano entrati nei magazzini abbandonati; e i soldati della sussistenza avevano detto: – Prendete quel che volete –. Trovarono cioccolata, cognac, vino, marmellata, formaggio. Sparavano nelle botti di cognac e mettevano sotto la gavetta. Dopo tanto tribolare, finalmente, bevevano e mangiavano e dormivano. Molti non si svegliarono piú: bruciati o assiderati. Altri svegliandosi si saranno trovati davanti al viso le canne dei mitra russi.

Ma qualcuno è riuscito a raggiungerci e a raccontare.

Poco prima di uscire dal paese, tra tutta quella confusione, riuscii a vedere degli uomini della mia compagnia.

Li raggiunsi. Al passaggio d’una balca, prima di entrare nella steppa libera, v’era tutto un ammasso di camion, di slitte, di auto. Camion erano rovesciati nel fondo della balca e là chi bestemmiava, chi gridava, chi chiamava aiuto per spingere o cercare di liberare la pista. Provai piacere quando vidi i camion rovesciati che non si potevano muovere e ricordai come, nell’estate precedente, durante le interminabili marce notturne di avvicinamento, ci sorpassavano le lunghe autocolonne e la polvere color cioccolata delle piste si appiccicava al sudore di noi che si camminava sotto lo zaino, penetrava nella gola e ci faceva sputar giallo per delle settimane.

E quelli della sussistenza, dei magazzini e del genio di retrovia ai lati della pista ci guardavano passare e ridevano. Sí! porca naia, ridevano. «Ma questa volta si muoveranno anche loro. Diavolo se si muoveranno. Se vogliono arrivare a baita si muoveranno!» Questo pensavo mentre li guardavo affaccendarsi attorno alle loro macchine che portavano le scartoffie o i bagagli dei loro ufficiali o chissà che diavolo. Alle spalle si levavano le fiamme e il fumo degli incendi e si udiva sempre piú vicino il rumore delle cannonate. «Disincantatevi, imboscati, è giunta l’ora anche per voi di lasciare le ragazze delle isbe, le macchine da scrivere e tutti gli altri accidenti che il diavolo se li pigli. Imparerete a sparare con il fucile, venite con noi se volete; per noi, ne abbiamo abbastanza».

Pensavo a questo, e questo pensiero mi metteva energia e calpestavo con forza la neve fuori dalla pista. Camminavo piú spedito e andavo avanti. Risalimmo la balca.

Attraverso la steppa si snodava la colonna che poi spariva dietro una collina, lontano. Era una striscia come una S nera sulla neve bianca. Mi sembrava impossibile che ci fossero tanti uomini in Russia, una colonna cosí lunga.

Quanti caposaldi come il nostro eravamo? Una colonna lunga che per tanti giorni doveva restarmi negli occhi e sempre nella memoria.

Ma si avanzava lentamente, troppo lentamente, e cosí, con il gruppo che mi seguiva, ritornai fuori dalla pista per cercar di portarmi piú avanti. Avevamo due Breda con qualche migliaio di colpi e ancora i viveri di riserva.

Il peso ci faceva sprofondare nella neve ma pure si andava molto piú lesti della colonna. Gli spallacci dello zaino ci segavano le ascelle. Antonelli, come sempre, bestemmiava e Tourn ogni tanto mi guardava come a dirmi:

«La finirà, no?» C’era con noi qualcuno della squadra di Moreschi che cercava di rimanere qualche passo indietro per evitare il turno di portare l’arma. Antonelli inveiva contro costoro con le piú belle parole dei bassifondi veronesi. Si incontrava ogni tanto qualche uomo supino nella neve che, trasognato, ci guardava passare senza farci alcun cenno. Un ufficiale italiano con stivali e speroni, a un lato della pista, gesticolava e gridava insulsamente. Era ubriaco e ciondolava. Cadeva nella neve, si rialzava gridando chissà che cosa e poi ritornava giú.

Stava assieme a un carabiniere che cercava di sostenerlo e di tirarlo avanti. Infine si fermarono dietro a un pagliaio isolato nella steppa. Piú avanti incontrai altri soldati della mia compagnia, poi quattro uomini del mio plotone tra i quali Turrini e Bosio. Si erano arrangiata una piccola slitta e vi avevano caricato sopra la pesante e tre casse spalleggiabili di munizioni. Un po’ qua e un po’ là, lungo la colonna, ero riuscito a radunare quasi tutto il mio plotone. Ogni qualvolta un gruppetto si univa al mio già grosso era un piacere; ci si chiamava per nome e si rideva scherzando sulle nostre condizioni. Quelli che camminavano nella colonna alzavano gli occhi dalla neve, ci davano uno sguardo e ritornavano ad abbassare la testa. – Stiamo uniti, – dicevo, – e camminiamo in fretta.

Venne la notte e arrivammo in un piccolo paese nella steppa. Non so che giorno o che notte fosse, so che faceva molto freddo, e avevamo anche fame. Ci trovammo riuniti con gli altri plotoni della compagnia e con il battaglione. Ormai eravamo nel nostro ambiente: si sentiva parlar bresciano. Anche il maggiore Bracchi parlava bresciano: – Corai s’cet, forza s’cet –. Il maggiore Bracchi: cappello in testa, scarpe Vibram, sigaretta in bocca, gradi di banda sulle maniche del pastrano, il passo sicuro, occhi azzurri e voce che infondevano serenità. – Coraggio, ragazzi, diceva in bresciano, – per Pasqua saremo a casa a mangiare il capretto –. Chiamava per nome or l’uno or l’altro di noi e sorrideva.

– Barba di Becco, – disse (cosí mi chiamava lui, Barba di Becco o Vecio), – mi sembri diventato un po’ magro e trasandato. Una pastasciutta ci vorrebbe o un liter de negher. – Naia potente se ci vorrebbe! – dissi, – anche due. E lei non ci starebbe? – Sciur magiur, – gli disse Bodei, – deve restare consegnato, le manca un bottone sul pastrano e ha la penna storta. – Enculet ciavad, – gli rispose il maggiore. Il maggiore sorrideva e scherzava quando parlava con noi, ma poi diventava serio e gli occhi si spegnevano. E io pensavo: «Pasqua è ancora lontana, abbiamo appena passato Natale; e tanti chilometri ci sono da camminare».

Era notte e molto freddo, e si era con le scarpe nella neve in attesa di ordini. Vedevo che il capitano era stanco da non poterne piú. Il tenente Cenci, avvolto in una coperta come in uno scialle, fumava una sigaretta dietro l’altra e ogni tanto bestemmiava. Quando succhiava il fumo vedevo la braccia accendersi come un occhio di gatto. Parlava un poco con un alpino del suo plotone e bestemmiava in modo gentile con voce armoniosa e da salotto. Mi si avvicinò: – Come va, Vecio? – disse. – Va bene, – risposi, – va bene; ma fa un po’ freddo –. Naia potente se faceva freddo!

Attorno a noi c’era una gran confusione; si sentiva parlare tedesco, ungherese, e italiano in tutti i dialetti.

Poco lontano bruciavano delle isbe e dei magazzini e la neve attorno riverberava la luce rossastra sino ai limiti del villaggio, dove poi incominciava la steppa. E laggiú bruciava anche il paese che avevamo lasciato nel pomeriggio. Ogni tanto si sentivano scoppi e rumore di motori ma pareva che di là dal chiarore rossastro degli incendi non vi fosse piú nulla. Il mondo finiva là. Diavolo! e noi dovevamo andare piú avanti di quel buio. Ma le scarpe erano come legno, la neve secca come sabbia e le stelle pareva che strappassero la pelle come speroni. Nel paese non era rimasto nessuno; non c’erano nemmeno vacche, pecore, oche. Lontano, nel buio, si sentivano abbaiare i cani. I nostri muli erano con noi; e con le orecchie abbassate sognavano le mulattiere delle Alpi e l’erba tenera. Mandavano vapore dalle narici come le balene; avevano il pelo coperto di brina e mai erano stati cosí lustri. E i pidocchi anche c’erano; i nostri pidocchi che se ne fregavano di tutto e stavano al caldo nei posti piú reconditi. Ecco, pensavo, se dovessi morire i pidocchi che ho addosso che fine farebbero? Creperanno piú tardi di me quando il sangue nelle vene sarà come vetro rosso oppure resisteranno sino a primavera?

Quando, al caposaldo, mettevamo fuori le maglie con quaranta gradi di freddo per due giorni e due notti e le indossavamo dopo averle asciugate vicino alla stufa subito i pidocchi si facevano vivi. Erano robusti e forti.

– Rigoni, vuoi una sigaretta? – dice Cenci. Fumo, almeno il fumo è caldo. Antonelli impreca: – Ci muoviamo o no? Che facciamo qui? – E bestemmia.

Ascoltando quelli che erano qui prima di noi veniamo a sapere che i carri armati russi, arrivati fin qui, hanno portato il terrore. Ma ora siamo in tanti: una divisione ungherese, un corpo corazzato tedesco, la divisione Vicenza, quello che è rimasto della Julia, la Cuneense e noi della Tridentina. E poi tutti i servizi: autoreparti, sussistenza, genio, sanità, ecc. Buona parte di questi ultimi hanno già abbandonato le armi nella neve e sono convinti di essere già prigionieri. Prigionieri si è, penso e dico, quando un soldato russo ti fa camminare dove vuole puntandoti un fucile, ma non come ora.

– Sergentmagiú, ghe rivarem a baita? – È Giuanin che si è avvicinato. – Ghe rivarem sí, Giuanin, – gli dico, – ma non pensarci ora alla baita, salta tra la neve per non gelarti i piedi –. Finalmente il maggiore Bracchi che si era allontanato in cerca di ordini, ritorna. Ci muoviamo finalmente, ma torniamo indietro. – Andiamo di retroguardia, – dice il tenente Pendoli. – Sempre a noi tocca,

– brontoliamo. (E quelli del Tirano diranno altrettanto).

– Vestú! Avanti da questa parte, – grida Bracchi.

Si cammina nella neve alta; ogni tanto si batte la testa sull’elmetto del compagno che sta avanti e ogni tanto bisogna correre per star sotto. I magazzini e le isbe bruciano e qua e là si sente gridare in tedesco. Passiamo vicino a dei grossi panzer col motore acceso (per non gelare, penso). Camminando cosí nella neve do dentro col piede in un barattolo e lo raccolgo. È mezzo pieno e al chiarore di un incendio vedo che contiene roba da mangiare. Introduco la mano senza levarmi il guanto: questa è la manna di Mosè: marmellata e burro mescolati assieme. Mi lecco il guanto e i baffi; mangio camminando e mangiano quelli che mi sono vicino.

Non so quanto abbiamo camminato; ogni passo pareva un chilometro e ogni attimo un’ora; non si arrivava mai e non finiva mai. Finalmente ci fermiamo a delle isbe isolate. Sistemo il mio plotone in un edificio in muratura: saranno state le scuole o la casa dello starosta. Vi troviamo anche dei soldati dell’autocentro. Questi sono come i pidocchi: s’annidano dappertutto. E c’è un fuoco, e c’è caldo e persino paglia sul pavimento. Ah! com’è bello buttarsi giú e cavarsi l’elmetto e mettere lo zaino sotto la testa stretti al caldo uno vicino all’altro.

Finalmente possiamo chiudere gli occhi e dormire.

Ma chi è che mi chiama lí fuori? Andate al diavolo, lasciatemi dormire. Uno apre la porta e fa il mio nome: –

Va’ dal capitano, ti vuole –. Ho dentro un fuoco che mi brucia. Mi alzo, i miei compagni sono già addormentati e russano. Per uscire devo pestare i loro piedi: bestemmiano, aprono gli occhi, si girano dall’altra parte e ritornano a dormire. Fuori è freddo; è tutto silenzio, il portaordini non c’è piú, tante stelle ci sono invece come in un cielo di settembre. Ma erano belle allora le notti di settembre nei campi di grano e papaveri; tiepide e amorose come la terra queste stelle. Ora non so se è un incubo o se uno spirito maligno si diverte alle mie spalle. Non c’è nessuno fuori e vado a cercare il capitano che mi vuole. Che avrà da dirmi? Cerco in uníisba e non lo trovo, busso alle altre. Mi rispondono in tedesco: – Raus! – o in bresciano: – Inculet!

– Trovo i fucilieri della mia compagnia e mi chiedono se voglio entrare a dormire da loro. – Cerco il capitano, – dico. – È qui? – No, – mi rispondono. Giro tra i cavalli degli ungheresi e cerco i1 capitano; lo chiamo per le piste che portano nella steppa. Nessuno mi risponde. Le stelle mi straziano la carne, mi viene da piangere e da maledire.

Vorrei istintivamente uccidere qualcuno. Pesto con ira la neve; agito le braccia; faccio crocchiare i denti; i sassi mi ballano nella gola. Calmati! Non impazzire! Calma! Ritorna nell’isba del tuo plotone, ritorna a dormire. Chissà cosa ti attenderà domani. Domani! Ma è già líalba, laggiú incomincia il crepuscolo. Le mattine al caposaldo quando rientravo nella tana calda ed era pronto il caffè; le mattine prima di venir soldato quando andavo per legna e sentivo il canto degli urogalli, le mattine che salivo alle malghe con il mulo grigio. E lei starà dormendo tra lenzuola di bucato, nella sua città di mare, e dal mare entrerà nella stanza il primo chiarore dell’alba. Ma sarebbe meglio buttarsi su quel mucchio di neve e dormire, chissà come sarà morbida. All’erta, sta’ all’erta, cerca l’isba del tuo plotone. Stringo i denti e i pugni e do calci nella neve. Ritrovo l’isba, entro e mi lascio cadere fra i corpi caldi dei miei compagni.

Ma non dormo forse nemmeno un’ora perché Cenci batte alla porta e dice forte: – Plotone mitraglieri sveglia! Fate presto, si parte. Rigoni sveglia! – E sento i miei compagni che si alzano in silenzio e arrotolano le coperte e poi le bestemmie di Antonelli. Come desidererei dormire, dormire ancora un poco, un poco solo; non ne posso piú; o impazzisco o mi sparo. Ma pure mi alzo, esco, raduno il plotone, controllo per vedere chi manca; vado in cerca dei ritardatari e facendo questo ritorno quello di sempre. Non penso piú né al sonno né al freddo. Mi assicuro se non abbiamo lasciato nulla nell’isba, munizioni o armi. Controllo i presenti, guardo se le armi sono pulite, tiro il carrello di armamento e premo il bottone a vuoto. Questo mio fisico è davvero meraviglioso: muscoli, nervi, ossa; non credevo prima d’ora che potesse sopportare tanto. Ci avviamo verso l’altra estremità del villaggio. Gli altri plotoni della compagnia sono già partiti e noi siamo gli ultimi. Sorpassiamo le slitte degli ungheresi e un gruppo di artiglieria alpina. Nel fondo di una balca non tanto profonda ci riuniamo alla compagnia. Ma il capitano manca. Il maggiore Bracchi, impaziente, cammina avanti e indietro sulla neve.

Mi chiama e mi manda a cercare il capitano e una compagnia che manca. – Fai presto, – mi dice Bracchi, – dobbiamo andare all’assalto e cercare di aprire la sacca –. Torno a rifare la strada. E lo trovo il capitano. Sta su una slitta; mi chiama mentre sono ancora lontano. – Rigoni, paesano, – dice, – ho la febbre. Volevo fermarmi in un’isba; no, non sto bene. Dov’è la compagnia? – Capitano, – dico, – la compagnia è laggiú, – e indico con la mano. – Vi aspetta, mi ha mandato in cerca di voi il maggiore.

Sono con il capitano, l’attendente e il conducente della slitta. Il suo aspetto non è piú quello di una volta, gioviale e furbesco; ma con la coperta tirata sulla testa come uno scialle e il passamontagna infilato sino al collo, non sembra piú il contrabbandiere di Valstagna.

– Portatemi dov’è la compagnia, – dice il capitano, – non lasciatemi solo. Sono il vostro capitano, no? Non vorrete mica lasciarmi solo, sono il vostro capitano! Ho la febbre, – ripete. – Andiamo, – rispondo.

Trovo un tenente della compagnia che manca, con il suo plotone. – La compagnia sta venendo, – mi dice. Ma intanto abbiamo fatto tardi e al nostro posto sono andati il Verona e un battaglione del 5¡. Si sente già sparare.

Sparano forte. Si odono le raffiche secche dei mitra russi, le nostre pesanti, i colpi acuti dei fucili, qualche scoppio di mortaio e anche di bombe a mano. Dev’essere dura lassú. Sento brividi per la carne, mi pare sentire le pallottole cucire la mia anima, ogni tanto trattengo il respiro. Mi viene una grande malinconia e un gran desiderio di piangere. Lassú dove sparano: una fila di isbe sul dorso di una mugila. E bisogna passare, dicono, perché al di là c’è una strada da dove ci possono venire incontro le motorizzate tedesche.

Ma i russi non vogliono lasciarci passare. Sparano, sparano, sparano e io ho paura e se fossi con loro no. Mi pare che qualcosa si stacchi da me a ogni raffica, a ogni esplosione. Noi siamo qui pronti ad intervenire e vorrei finirla di stare ad aspettare in questa balca fredda a ridosso del villaggio e con questa angoscia. Passeranno o è davvero finita? I miei compagni sono stanchi, ogni tanto un uomo del mio plotone se ne va, gira per il villaggio tra le slitte degli ungheresi. Questi sono i piú passivi e i piú neutri di tutti. Hanno le slitte stracariche di lardo, salumi, zucchero, tavolette di vitamine, ma niente armi e munizioni. Gli alpini girano attorno alle slitte, sornioni, con le mani in tasca e l’aria da fessi. Quando ritornano tra noi tirano fuori pezzi di lardo e salami di sotto i pastrani. Abbiamo acceso un gran fuoco, ci stiamo attorno a cerchio e ogni tanto ci voltiamo per scaldarci da tutte e due le parti. Si chiacchiera e il vino è l’argomento principale. – Quando sarò a casa voglio fare un bagno in una botte di vino, – dice Antonelli. – E io mangiare tre gavette di pastasciutta, – aggiunge Bodei (si è dimenticato oramai che a casa si mangia nel piatto), – e fumare un sigaro lungo come un alpenstock –. Serio e convinto, guardando il fuoco, Meschini dice: – Fare una sbornia di grappa e liquefare con il fiato tutta la neve della Russia –.

Ma ogni tanto si sta zitti e lassú continuano a sparare. –

Sparano, – dice Antonelli, e bestemmia. – Tourn! – grida, battendogli una mano sulla spalla: – e bute e meze bute, Barbera e Grignolin! – E Tourn alza la testa, gli occhietti da scoiattolo sotto il passamontagna si accendono: – Basta ch’el sia da beive, – dice. Ma qui porca naia non c’è niente. Un fuoco che ti affumica davanti e neve che ti agghiaccia dietro. I tenenti Cenci e Pendoli chiamano adunata vicino alle slitte della compagnia: c’è qualcosa da distribuire. Sono gli ultimi viveri che ci vengono dati come razione e che i cucinieri sono riusciti a portare sin qua. Io ero convinto che non ci fosse piú nulla. I sacchi delle pagnotte sono incrostati di neve e odorano di cipolla, di carne, di conserva, di fumo di caffè; dell’odore dei cucinieri insomma. Ci sono due pagnotte per ciascuno, dure, gelate, e vecchie; e dalle slitte esce anche una forma di reggiano e anche quello è gelato. Per spaccarlo il tenente Cenci deve prendere un’accetta e poi l’aiuto io con la baionetta a fare le razioni per i plotoni. C’è anche cognac. Quando il cuciniere tira fuori i bidoni ne sentiamo l’odore e annusiamo l’aria come i cani da caccia e quelli che sono lontani si fanno sotto. Capisquadra fuori le gavette! Quante volte ho fatto le razioni in quattro anni di naia: una gavetta sino ai chiodi del manico otto razioni di vino, un gavettino di cognac una squadra. Ma di cognac ora ce n’è di piú e le parti le fa Cenci. Ritiro con i capisquadra la roba per il mio plotone. Attorno al fuoco beviamo il cognac; attorno al fuoco.

Antonelli bestemmia, Tourn si liscia i baffi, Meschini mugola. Cenci viene da noi. – In gamba, pesante, – dice e ci dà da fumare. Naia potente!

So che vicino a noi del Vestone ci dovrebbe essere il battaglione del genio alpino della nostra divisione ove ho i paesani e vado in cerca di loro. Trovo il Vecio e Renzo. Vengono dalla battaglia dove erano di collegamento presso il colonnello Signorini. Appena li vedo camminare stanchi sulla neve mi ritorna alla memoria che in settembre erano venuti a trovarmi in linea e tanto bene era nascosta la mia tana nel campo di grano che quasi ci cascavano dentro con la motocicletta che montavano. Strano il rumore della motocicletta nel campo di grano. Solo quello si sentiva e io, sdraiato nella tana, pensavo: «Chi sarà?» Ed erano loro, i miei paesani che mi portavano un sacchetto di frumento per fare il pane.

Quel giorno avevo un bidoncino di vino: un mese di razioni arretrate. Mi sembrava di vedere il mio paese nell’incontrarli. – Ciao Renzo, ciao Vecio. – Mario! –

Mario! – Vengono dal combattimento e sono stanchi. –

Questa volta non arriveremo a casa, Mario; ci lasceremo la pelle. I russi non ci lasciano passare, – dice il Vecio.

Ed è triste. Chissà quanti ne avrà visti morire; chissà cosa sarà passato per la sua radio. Renzo, invece, è sempre uguale. Se avesse un fiasco di vino o sentisse una quaglia cantare nell’avena, alla sacca non ci penserebbe piú. Ma forse non ci pensa nemmeno adesso. – Su, coraggio paesani, – dico, – vedrete che festa faremo quando saremo ritornati, che pastasciutte e che sbornie! Ci sarà anche lo Scelli con l’armonica e le ragazze e grappa –. Ma il Vecio sorride sfinito e gli occhi gli luccicano. Chiedo a loro di Rino. Non sanno dirmi dove sia e cosí vado a cercarlo.

Trovo il tenente medico del suo battaglione e mi dice d’averlo visto un attimo prima. Mi rallegro: almeno è vivo. Chiedo di lui ai suoi compagni: Era qui adesso, – mi dicono. Lo chiamo ma non riesco a trovarlo. Incontro Adriano e Zanardini: – Coraggio, – dico, – ce la faremo

–. Ritorno dov’è il mio plotone. Mi metto dietro un’isba e accendo il fuoco. Non so come, mi trovo assieme a Marco Dalle Nogare. Marco che non si risparmia mai con nessuno, amico di tutti. Con lui mi sento meglio anch’io. Nella tasca del pastrano, ho trovato un pacchetto di verdura essiccata; facciamo sciogliere la neve nella gavetta e la mettiamo a bollire. Mangiamo assieme. – Che naia, Marco! – Ma siamo abbastanza allegri noi due; e parliamo di quando in Albania abbiamo vuotato una bottiglia di doppio Kummel. Dopo mangiato Marco ritorna con i portaordini del comando di reggimento.

Come passano lente le ore; il freddo aumenta con l’avvicinarsi della sera. Lassú non si è deciso ancora niente e gli spari si fanno sempre piú radi, anche le raffiche sembrano stanche. Il cielo è tutto verdeceleste, immobile come il ghiaccio, gli alpini parlano poco e sottovoce fra di loro. Giuanin mi si avvicina, mi guarda da sotto la coperta che si è tirato sulla testa, non dice niente e torna via. Vorrei chiamarlo e gridargli: «Perché non mi chiedi se arriveremo a baita? Èfreddo e si fa sera, la neve e il cielo sono uguali. A quest’ora nel mio paese le vacche escono dalle stalle e vanno a bere nel buco fatto nel ghiaccio delle pozze. Dalle stalle escono il vapore e l’odore di letame e latte; i dorsi delle vacche fumano e i camini fumano. Il sole fa tutto rosso: la neve, le nubi, le montagne e i volti dei bambini che giocano con le slitte sui mucchi di neve: mi vedo anch’io tra quei bambini. Ele case sono calde e le vecchie vicino alle stufe aggiustano le calze dei ragazzi. Ma anche laggiú in quell’estremo lembo della steppa c’era un angolo di caldo. La neve era intatta, l’orizzonte viola, e gli alberi si alzavano verso il cielo: betulle bianche e tenere e sotto queste un gruppetto di isbe. Pareva che non ci fosse la guerra laggiú; erano fuori del tempo e fuori del mondo, tutto era come mille anni fa e come forse tra mille anni ancora. Lí aggiustavano gli aratri e le cinghie dei cavalli; i vecchi fumavano, le donne filavano la canapa. Non ci poteva essere la guerra sotto quel cielo viola e quelle betulle bianche, in quelle isbe lontane nella steppa. Pensavo:

«Voglio anch’io andare in quel caldo, e poi si scioglierà la neve, le betulle si faranno verdi e ascolterò la terra germogliare. Andrò nella steppa con le vacche, e alla sera, fumando macorka, ascolterò cantare le quaglie nel campo di grano. D’autunno taglierò a fette le mele e le pere per fare gli sciroppi e aggiusterò le cinghie dei cavalli e gli aratri e diventerò vecchio senza che mai ci sia stata la guerra. Dimenticherò tutto e crederò di essere sempre stato là». Guardavo in quel caldo e si faceva sempre piú sera.

Ma poi sentii un ufficiale che chiamava adunata e sorrisi. – Adunata Vestone. – Cinquantacinque adunata! –

Si radunarono le compagnie, i plotoni, le squadre. Si ritornava a fare la retroguardia. Era sera e non capivo dove si andava. Vedevo attorno a me gente che camminava e io andavo con loro. Dopo (quanto dopo?) ci fermammo vicino a delle costruzioni basse e lunghe, isolate nella steppa. Lí trovammo tre o quattro carri armati tedeschi e un gruppo di artiglieria alpina. Le costruzioni dovevano essere state o magazzini di qualche colcos o stalle. Dentro faceva freddo e c’era odore di muli, e per terra paglia mista a letame. Tra le fessure si vedevano le stelle. Non so dove andarono le altre compagnie; noi ci fermammo. Stabilii il turno di vedetta e misi fuori le sentinelle del mio plotone. In una buca accesi il fuoco con degli sterpi e nella neve liquefatta feci bollire una pagnotta gelata. In tasca avevo anche un cartoccio di sale.

Era tanto freddo, freddo; il fuoco faceva piú fumo che fiamma e gli occhi mi bruciavano per il fumo, il freddo, il sonno. Mi sentivo triste, infinitamente solo senza capire la causa della mia tristezza. Forse era il gran silenzio attorno, la neve, il cielo pieno di stelle che si perdeva con la neve. Ma pure, anche in simili condizioni, il corpo faceva il suo dovere: le gambe mi portavano in cerca di sterpi, le mani mettevano gli sterpi sul fuoco e frugavano nelle tasche per cercare il sale da mettere nella gavetta. Anche il cervello faceva il suo dovere perché, dopo, andai a fare un giro dalle vedette (– Come va, sergentmagiú? – Va bene, va bene; muoviti per non gelare) e andai a chiamare quelli che dovevano dare il cambio. Era come se io fossi due e non uno e uno di questi due stava a guardare cosa faceva l’altro e gli diceva cosa dovesse fare e non fare. Lo strano era che uno esisteva come esisteva l’altro, proprio fisicamente, come uno che l’altro potesse toccare.

Andai a dormire in un capannone. Ma i posti migliori erano occupati e cosí mi allungai dietro i muli, in prossimità delle loro parti posteriori. Era tutto zeppo di artiglieri e di alpini e bisognava camminare sopra le loro membra. Cercavo di fare piano, di camminare leggero ma pure qualche volta mi capitava di mettere i piedi su un arto assiderato e allora erano urli e bestemmie. Ogni tanto dovevo uscire per dare il cambio e accertarmi delle vedette. Ero appena rientrato da uno di questi controlli, quando un artigliere, camminando nel buio, mi mise gli scarponi sul viso lasciandomi i segni dei chiodi sulla pelle. Cosí gridai anch’io con tutta la mia voce.

Prima dell’alba vi fu adunata ancora una volta; ordine di abbandonare tutto tranne le armi e le munizioni. I miei compagni mi guardano e mostrandomi un fascio di lettere mi chiedono: – Questo lo possiamo tenere? – Sono tristi e pensierosi; nessuno butta via le munizioni. –

Forse si va, finalmente, – dico loro, – dovremo camminare molto e bisognerà essere leggeri –. Gli ufficiali dicono: – Fate presto, si parte.

Camminiamo spediti. Le stelle fanno presto a sparire e il cielo ritorna come ieri. Una compagnia del nostro battaglione manca all’adunata e non si sa dove sia. Piú tardi venni a sapere che questa compagnia restò tutta prigioniera. Era sola di retroguardia e quella mattina s’era attardata sulle posizioni. Dalla steppa avanzavano colonne di uomini in cachi e gli ufficiali dicevano: – Sono gli ungheresi che vengono a darci il cambio –. Ma quando li ebbero addosso si accorsero che erano russi.

Cosí ci rimasero. Si salvò un ufficiale, qualche alpino, e il capitano che ci raggiunse piú tardi. Era ubriaco di cognac e gridava: – La mia compagnia è tutta prigioniera, siamo tutti circondati, è inutile combattere –. Ma era ubriaco e nessuno gli badava.

Ora tocca a noi andare su a tentare di rompere l’accerchiamento. Dicono che stanotte gli ufficiali superiori della nostra divisione abbiano tenuto consiglio decidendo di tentare la sorte sino all’ultima speranza.

Diventiamo tutti fiduciosi, allegri quasi, siamo convinti che questa volta ce la faremo. Con Antonelli e Tourn canto: «Maria Giuana l’era su l’us...» Qualcuno, passando, ci guarda con compassione: ci credono pazzi. Ma noi cantiamo piú allegramente. Il tenente Cenci ride.

– Avanti il Vestone, – si sente gridare. Ecco, ora toccherà a noi. Passiamo in testa a tutti. Gli artiglieri aprono le loro giberne e ci dànno i loro caricatori e le loro bombe a mano. Ci guardano come noi guardavamo quelli che andavano su ieri e cercano di farci coraggio.

Rido con Antonelli e diciamo: – Sparate giusto con il 75/13, a fil di penna. – State tranquilli paesani, – ci dicono, – state tranquilli.

Ecco, ora si dovrebbe essere sotto il tiro. Ma perché non sparano i russi? Di tratto in tratto si vede sulla neve un alpino disteso: sono i nostri compagni del Verona rimasti ieri con le scarpe al sole. Alle prime case sentiamo qualche raffica di arma automatica, poi piú nulla. Giriamo a destra e ci addentriamo in un bosco di querce. Si sprofonda nella neve con tutta la gamba; nel bosco accendiamo un fuoco con delle cassette vuote di munizioni.

Hanno detto di aspettare qui. Ora i russi si sono attestati a quell’altro villaggio laggiú che è come un’appendice di questo primo; e di là bisogna passare perché, ci ripetono, dopo c’è una bella strada da dove ci verranno incontro le motorizzate tedesche. Qui a comandare il mio plotone viene un tenente di Genova. Ma comandare non sa, almeno in queste situazioni, e mette lo scompiglio tra i miei uomini. Tiene sempre una mano sulla fondina della pistola e con l’altra gesticola; grida: – Dovete venire con me, io vi porterò in Italia, a chi si allontana sparo –. E intanto non si assicura che le armi funzionino e quante munizioni abbiamo. Noi non diamo importanza né ai suoi gesti né alle sue parole e io vado a far due chiacchiere con i fucilieri. Attorno al fuoco stanno pulendo i mitragliatori. Faccio portar là le due Breda che sono in grado di funzionare.

– Avanti il Vestone, – si sente ancora. In testa alla compagnia vediamo il capitano; non so dov’è stato finora, lo ritroviamo davanti a noi come una volta. Intanto, da dove siamo partiti stamattina, è salita una lunga colonna di gente. All’orlo del bosco sono appostate delle piccole Katiusce tedesche; guardo con curiosità quelle strane armi e penso con raccapriccio al rumore che faranno sparando.

Gli ufficiali stanno studiando la manovra. Noi della cinquantacinque dovremo fare un lungo giro e prendere il villaggio quasi alle spalle. Il Valchiese e i battaglioni del 5¡ manovreranno con noi; all’ultimo momento entreranno in azione le Katiusce e i carri armati dei tedeschi. Le autocarrette e i camion vengono abbandonati sulla pista che sale quassú. Passando vicino vediamo gli autisti che rendono inservibili i motori e levano la benzina per darla ai carri armati. Sulla neve sono sparsi pacchi di marchi nuovi e dalle casse sfondate escono circolari, ruolini, registri, ecc., e sono contento di vedere la fine di queste cose.

Da una autocarretta vedo scendere il tenente Moscioni. Cammina zoppicando sulla neve, è pallido, stringe i denti e viene avanti rigido e lungo. Lo chiamo e vado verso di lui. Mi chiede subito del suo plotone e della compagnia: – Ecco lí il suo plotone, signor tenente, andiamo –. Tante cose avrei da chiedergli e lui a me. Ma ci guardiamo felici di esserci ritrovati.

Camminiamo nella neve alta, si avanza a fatica. Portando le armi si sprofonda ed è una pena tirar su la gamba dalla neve e mandarla avanti per fare il passo. Siamo tutti stanchi e mi diventa sempre piú difficile far dare il cambio ai portatori. Il tenente X... vuole imporsi, ha sempre la pistola in mano, ma mi accorgo che non l’ascoltano e non hanno fiducia in lui: grida troppo.

Anch’io porto il treppiede per il mio tratto. C’è tanto sole, ora, e si suda. Siamo allo scoperto, e cosí sulla neve si è proprio un bel bersaglio. Cammino con l’animo sospeso pensando: «Se sparassero con i mortai? Per le loro armi automatiche siamo ancora troppo lontani». Mi accorgo che non tutti gli uomini del plotone mi seguono, anche i miei amici se ne accorgono e mi chiedono: –

Perché non vengono con noi? – Stiamo uniti, animo, ce la faremo, – dico, – siamo del peso noi –. Antonelli inveisce sempre piú, sprofondando sotto il peso dell’arma.

È in gamba veramente; bestemmia e impreca ma va sempre avanti e l’arma della sua squadra se la porta quasi sempre lui. Il tenente, che non vuole sentire bestemmiare, rimprovera Antonelli. Antonelli bestemmia piú forte e lo manda al diavolo. Come ho vivo questo ricordo!

Gli altri plotoni continuano a camminare in ordine sparso alla nostra destra; noi dobbiamo proteggere la sinistra della compagnia, i russi potrebbero capitare da qui. Il capitano è in testa a tutti e ci grida di camminare piú in fretta. Sento le voci di Pendoli, di Cenci, di Moscioni che incitano i loro plotoni. D’un tratto, sotto la crosta di terra che mi copre il viso, sento d’impallidire; ho sentito alcuni colpi di partenza. Ecco il sibilo: mortai. Le bombe passano sopra di noi e vanno a scoppiare cinquanta metri piú giú dove non c’è nessuno. – Avanti, presto, avanti, – dico. Ma come si fa? – Avanti, laggiú c’è una balca dove ci si può defilare. Avanti presto –.

Tutti vogliono stringersi intorno a me. – Sparpagliatevi,

– grido. – A sinistra –. Ecco un rombo lungo, ossessionante; lo conosco bene ma non sembra cosí furioso come allora. Alzo la testa e come vedo che le scie delle bombe a razzo vanno in direzione dei russi mi rallegro.

– Sono per loro! – grido, – sono i tedeschi che sparano

–. Dove cadono i colpi vediamo delle isbe che si incendiano e subito i mortai russi cessano di sparare su noi.

Alle prime case del villaggio si ode una nutrita sparatoria; lí c’è il Valchiese, noi siamo piú avanti di loro e dobbiamo fare un lungo giro. Il tenente, intanto, continua a gridare impugnando la pistola. Vede russi dappertutto, scambia per russi anche i plotoni della nostra compagnia e vuole piazzare le armi ogni cento metri puntandole in direzioni fantastiche. Era pazzo, credo, o sulla via di diventarlo.

Nel frattempo, a causa della confusione creata dal tenente, e del tempo che si perdeva a cambiare i portatori, i rimanenti plotoni della nostra compagnia ci avevano distaccati di un bel po’. Il capitano ci urlava da lontano:

– Fate presto –. E se la prendeva con me. Ed era giusto che bisognava fare presto, perché in caso di attacco noi si restava tagliati fuori né potevamo appoggiare i fucilieri con le pesanti. Accelero. Sudiamo e imprechiamo ma giungiamo in una balca ove si può tirare il fiato. Risaliamo; ora siamo vicini al paese e si sta per completare la manovra. Vedo una massa scura sulla neve e mi avvicino. è un alpino dell’Edolo, ha la nappina verde. Sembra placidamente addormentato, all’ultimo momento avrà visto i pascoli verdi della Val Camonica e sentiti i campanacci delle vacche.

Nel paese, tra isba e isba, passano delle slitte veloci e sento esplosioni di bombe a mano. – Guardate, – grido,

– scappano –. Ancora un poco, avanti. Il giro è compiuto, siamo arrivati alle ultime isbe del paese. Bisogna stare attenti perché sparano anche da pochi metri. Ma invece no; per non restare accerchiati, allíultimo momento se ne sono andati e hanno fatto pochissima resistenza. Sopra il paese grava una nube di fumo nero e puzzolente, delle isbe bruciano, vicino a queste vi sono dei cadaveri: donne, bambini, uomini. Si sentono lamenti e pianti. Un senso di raccapriccio mi invade e cerco di guardare altrove. Ma lí è come una calamita e il mio sguardo vi ritorna.

Ci fermiamo a bere vicino ad un pozzo e caliamo giú le gavette con il lungo palo a bilanciere. Qui sostiamo un poí.

Il colonnello Signorini ci passa accanto, sul volto onesto ha un sorriso di soddisfazione; la manovra è riuscita come in piazza d’armi e ci dice: – Bravi ragazzi –. Simultaneamente tutti sono presi da un sollievo, da un’allegria grande. È finita ora! Ancora pochi chilometri e saremo fuori dalla sacca. Davanti a noi si apre una strada larga e battuta. Il tenente del mio plotone dice: – Avete visto cosa ci voleva? Siamo in Italia ormai. Ve l’avevo detto di venire con me.

Ci raggiungono anche gli uomini del mio plotone che si erano allontanati al principio dell’azione. Li rimprovero; Antonelli non li guarda nemmeno. A ogni modo li carico ora delle armi. Il maggiore Bracchi è giulivo e fiero, si dà attorno per riorganizzare le compagnie del suo Vestone: – Sotto s’cet, forza s’cet! A Pasqua saremo a casa per mangiare il capretto.

Intanto la testa della colonna ci raggiunge, la fine si perde nella steppa. Veniamo a sapere che dove eravamo stamattina sono arrivati i carri russi. – Hanno fatto strage, – ci dicono. La divisione ungherese è rimasta quasi tutta prigioniera assieme a quelli che non avevano abbastanza coraggio o forza per venire con noi. Ma ora tutti corrono avanti creando confusione. In testa, però, ci vuole della gente armata e si sente gridare: – Avanti la Tridentina –. Bracchi grida: – Vestú! Avanti.

Il sole è basso, le nostre ombre si allungano sulla neve. Attorno vi è una distesa immensa, senza case, senza alberi, senza il segno di un uomo, solo noi e la colonna dietro di noi che si sperde in lontananza dove il cielo si unisce alla steppa.

Camminiamo. Guardando in giro mi accorgo che sulla nostra via, un poco fuori mano, vi sono dei cavalli sbandati. Riesco a prenderli. Sul piú forte proviamo a caricare le due Breda e le munizioni. Ma il capitano non vuole. Dice che le armi bisogna averle sempre pronte. E cosí ci tiriamo dietro i cavalli e le armi in spalla. Dopo un po’ un cavallo se lo prende il capitano e vi monta sopra. È molto stanco e ha la febbre. Un cavallo se lo prende Cenci per il suo plotone. Su quello che mi resta carico gli zaini dei portatori.

Ora non c’è piú il sole e si cammina ancora. Muti, con le teste basse, camminiamo barcolloni, cercando di mettere i piedi sulle peste del compagno che sta davanti.

Perché camminiamo cosí? Per cadere sulla neve un po’ piú avanti e non alzarci piú.

Alt. Il compagno davanti si è fermato e tutti ci fermiamo. Ci buttiamo sulla neve. Ufficiali superiori italiani e tedeschi su un automezzo cingolato, vicino a noi, consultano carte e bussole. Le ore passano, viene la notte e non ci si muove ancora. Forse aspettano una comunicazione radio. Stando fermi si sente il freddo piú che sempre, e tutto attorno è buio: la steppa e il cielo. Erbe secche e dure escono dalla neve. Fanno nel vento uno strano rumore ch’è il solo che si senta. Nessuno di noi parla. Sediamo sulla neve con la coperta sulle spalle uno vicino all’altro. Siamo ghiaccio dentro e fuori, eppure siamo ancora vivi. Levo dallo zaino la scatoletta di carne di riserva. L’apro, ma mi sembra di masticare ghiaccio, non ha nessun gusto e non vuole andarmi giú; riesco a mangiarne metà e il resto lo ripongo nello zaino. Mi alzo, batto i piedi, mi avvicino al tenente Moscioni. Viene anche Cenci e assieme fumiamo una sigaretta. Non ci diciamo che poche parole, sembra che ci si siano gelate anche le corde vocali. Ma restare in piedi cosí, fumando, ci dà un po’ di conforto. Non pensiamo a nulla, fumiamo e tutto è silenzio. Non si sente nemmeno Antonelli bestemmiare.

– In piedi! In piedi! – si sente infine gridare da qualcuno. Si riparte. È difficile, molto difficile muovere i primi passi; le gambe dolgono, le spalle dolgono, le membra intorpidite dal freddo sembrano non obbedire.

Qualcuno torna a cadere nella neve appena s’è alzato.

Ma un po’ alla volta, piano, piano, le gambe tornano a portare avanti il corpo.

Di nuovo, dunque, si camminava; squadra per squadra, plotone per plotone. Il sonno, la fame, il freddo, la stanchezza, il peso delle armi erano niente e tutto. L’importante era solo camminare. Ed era sempre notte, era neve e solo neve, erano stelle e solo stelle. Guardando le stelle mi accorsi che si cambiava direzione. Ma dove andiamo ora? E sentii che si ritornava a sprofondar nella neve. Dalla sommità di una mugila vediamo in lontananza dei lumi; si vedono anche delle case: un villaggio! Antonelli ritorna a bestemmiare e il tenente a rimproverarlo e lui a rimandarlo nei bassifondi di Verona. E Bodei mi chiede: – Sergentmagiú, ci fermeremo là? – Sí, ci fermeremo, – rispondo forte. Ma che ne posso io sapere, penso, se lí ci fermeremo; o se ci passeremo o se ci sono i russi? – Ci fermeremo, – dico forte per loro e per me. Il maggiore Bracchi passa vicino a noi: – Rigoni, – mi dice, ma in maniera da farsi sentire da tutti. – Là troveremo un’isba calda, Rigoni.

Nel paese però potrebbero esserci i russi e cosí ci prepariamo per l’attacco. La mia compagnia è di punta e il capitano dà le disposizioni. A plotoni aperti scendiamo lentamente la mugila, ogni tanto mi guardo attorno per vedere se gli uomini mi seguono. Tre panzer tedeschi vengono con noi. Accovacciati sopra vi sono i soldati tedeschi vestiti di bianco. Immobili impugnano le pistole mitragliatrici, fumano in silenzio e ci guardano. La colonna si è fermata in alto a vedere che cosa succede.

Improvvisamente, dalla nostra destra, entra velocissima un’autoblinda nera. Passa davanti a noi come un fantasma, sfiora un panzer tedesco e allora gli uomini del panzer si accorgono che è russa. Ma come è apparsa, cosí scompare, e nel cielo si vedono i segni luminosi delle pallottole traccianti che la inseguono invano. Tutto è successo in un tempo cosí breve da rimanere stupiti e increduli. Ma riprendiamo a camminare in direzione del paese. Al suo ingresso vi sono due pagliai che bruciano e due camion che pure bruciano. Questi sono carichi di munizioni che scoppiano e mandano attorno fiamme, scintille e schegge come un fuoco d’artificio. Passando vicino sentiamo il calore e ci si vorrebbe fermare lí a godere quel caldo di paglia, di camion e di munizioni che bruciano nella notte.

Attraversiamo un fiume gelato profondamente incassato tra due rive ripide. Dall’altra parte ci fermiamo ad aspettare i panzer tedeschi. Da un buco fatto nel ghiaccio, forse dalle donne per prender acqua o dai vecchi per pescare, tiriamo su, con le gavette, acqua per bere.

Beviamo quell’acqua fredda e aspettiamo che passino i carri armati battendo i piedi sul ghiaccio.

Ma come faranno a passare di qua i panzer? Risaliamo la scarpata e qualcuno entra nelle prime isbe del villaggio. Ma c’è nervosismo in noi; l’autoblinda di poco prima, i camion incendiati, un silenzio strano. Parliamo sottovoce pensando che i russi non dovrebbero essere lontani. Faccio postare le armi sull’orlo superiore della scarpata. Intanto la colonna si è mossa, scendono lentamente verso di noi come un delta di fiume. Vediamo le strisce nere che si muovono sulla neve piú chiara. Un po’ piú a monte di noi c’è un ponte di legno e i carri armati provano a passare uno alla volta. Ma sono pesanti i panzer e il ponte di legno è piccolo. Ce la farà a sostenerli? Tutta la nostra attenzione è lí sulle assi del ponte.

Il primo passa lentamente. Il ponte traballa tutto e scricchiola. Ora anche gli altri tentano di passare. Due soldati tedeschi sotto il ponte, uno da una parte e uno dall’altra, osservano le travature e ogni tanto gridano qualcosa.

Uno alla volta i panzer passano tutti.

I primi della colonna sono già arrivati alle isbe del paese. I camini fumano. Staranno bollendo le patate, qualcuno dormirà già e noi siamo sempre qui con le armi piazzate. Penso che sarebbe meglio andarcene anche noi al caldo con loro. Chi è che ci fa stare qui al freddo con le armi piazzate? Perché lo facciamo? Il maggiore Bracchi è andato via con un ufficiale tedesco, e i nostri ufficiali ci hanno detto di restare qui. Finalmente qualcuno viene a dirci che possiamo anche noi entrare in paese. Ma poi ci faranno ancora aspettare sulla strada davanti a un grande edificio in mattoni rossi. Poi entriamo. Ci stipiamo nelle stanze. Alcuni hanno trovato anche della paglia, si sono sdraiati e dormono. Tardivel e Artico, i caporalmaggiori del secondo plotone fucilieri, hanno acceso il fuoco in un angolo della stanza e fanno bollire galletta e scatoletta. Il locale è pieno di fumo, ma è vasto e freddo; siamo dentro in due plotoni. Nella tasca del pastrano ho ancora del caffè in chicchi e lo pesto nell’elmetto con il manico della baionetta. Non ho niente da mangiare. Nella cacciatora trovo alcune tavolette di meta, le accendo e con l’acqua della borraccia riempita al fiume tento di farmi un po’ di caffè. Ma l’acqua non vuol saperne di bollire, il meta fa poco calore. Ho sonno, molto sonno, sento che i miei compagni già russano e io sono intestardito a voler fare il caffè e l’acqua non bolle. I fuochi sono spenti e tutti dormono, dalle finestre senza vetri entra il gelo della notte, gli alpini sono uno addosso all’altro per riscaldarsi. Fucili ed elmetti sono allineati attorno alle pareti. Qualcuno nel sonno si lamenta e uno in un angolo, solo e triste, si osserva un piede; poi lentamente se lo sfrega e lo fascia con un pezzo di coperta; si è acceso vicino un mozzicone di candela, l’ha incollato al coperchio della gavetta. L’acqua non bolle ancora e allora butto dentro il caffè pestato e bevo tutto. Mi sdraio, i piedi sono come due pezzi di sasso bianco ma non voglio levarmi le scarpe. Mi rannicchio, vorrei farmi entrare le gambe nel ventre e le braccia nel petto. Ma con questo freddo non si può dormire.

– Allarmi! Allarmi! – Sento il capitano che mi chiama: – Rigoni! Scendi immediatamente con le armi. Adunata, – grida e bestemmia. Io salto in piedi, non ho ancora dormito un minuto, e grido: – Sveglia! Sveglia, fate presto e calma –. Succede un trambusto generale, chi si era levate le scarpe non è piú capace di rimetterle perché i piedi si sono gonfiati e le scarpe sono dure come il legno. Chi cerca il fucile e chi l’elmetto, qualche altro ha un sonno pesantissimo e lo sveglio a scossoni.

Per le scale e i corridoi vi è una confusione peggiore.

Vi sono gli artiglieri del Valcamonica; si passa a fatica non senza inciampare in qualcuno che non si può alzare e si lamenta. Fuori, davanti all’edificio, ci raduniamo.

Molti uomini mancano né si capisce dove siano; mi manca anche un’arma, ma è quella che non funziona. Il capitano entra nell’edificio e nello stanzone trova l’arma che manca. Quando scende se la prende con me. – Capitano, – dico, – l’ho lasciata lí io perché non funziona. È tutta scassata e portarla è un peso inutile. Guardate in che condizioni siamo. Abbiamo anche poche munizioni

–. Ma queste ragioni il capitano non le intende e risalgo io stesso a prenderla.

I plotoni di Moscioni, Cenci, Pendoli sono già spariti, inghiottiti nel buio, in direzioni diverse. Con il tenente che fa il bravaccio andiamo con le tre pesanti verso le ultime isbe a sinistra del paese. Faccio star sotto gli alpini del mio plotone e come un cane da pastore vado avanti e indietro: – Sotto Bodei, forza Tourn, cammina Bosio; venite avanti con le cassette di munizioni –. E cosí arriviamo nel luogo assegnatoci dal capitano. Chissà che cosa è successo, forse ci stanno venendo addosso i russi.

Non riesco a rendermi conto della situazione. Ogni tanto sentiamo degli spari alla nostra destra. Postiamo le armi, pronte per far fuoco; una all’angolo di un’isba e l’altra davanti a un piccolo cocuzzolo. Faccio puntare in due direzioni differenti, cosí a istinto, verso la steppa. È notte fonda, forse le due del mattino, il cielo si copre lentamente e la luna che sta tramontando alle nostre spalle, tra uno squarcio e l’altro delle nubi, illumina la steppa davanti a noi. Quando esce dico ai miei compagni di mettersi nell’ombra.

Il tenente entra nell’isba piú vicina. Sono povere isbe, piú povere delle solite, piccole e fredde anche a guardarle. Ma il tenente esce subito impugnando la pistola.

Mi grida di correre da lui. Vado ed entro con una bomba in mano. Vi sono due donne e dei bambini e vuole che li leghi. Penso che il tenente stia proprio perdendo la ragione. Le donne e i bambini hanno capito e mi guardano con occhi terrorizzati. Piangendo si rivolgono a me parlando in russo. Che voce avevano le donne e i bambini! Sembrava il dolore di tutta l’umanità e la speranza. E la rivolta contro tutto il male. Prendo per un braccio il tenente ed usciamo. Il tenente, sempre impugnando la pistola, entra in uníaltra isba. Lo seguo.

Qui trovo dei soldati sbandati della divisione Vicenza.

Stanno rannicchiati sotto il tavolo, disarmati, semiassiderati, e pieni di paura. Su un letto di ferro c’è un vecchio.

Il tenente mi grida: – È un partigiano, ammazzalo! – Il povero vecchio mi guarda sospirando e tremando tutto da far ballare il letto. – Legalo, se non vuoi ammazzarlo,

– mi grida ancora il tenente. Antonelli è entrato nell’isba e ha visto tutto. Il tenente mi indica in un angolo un pezzo di corda. È proprio pazzo. Mi chino lentamente a prendere la corda; Antonelli leva le coperte al vecchio e mi avvicino. Il vecchio! Il vecchio è un povero paralitico e getto via la corda e dico al tenente: – Che partigiano, e partigiano. È un paralitico! – Il tenente esce dall’isba, si vede che ha ancora un briciolo di ragione. Sotto il tavolo vi sono sempre quei poveri diavoli della Vicenza pieni di paura e io li invito a venire con noi. – Non m’affido; non míaffido, – dicono. E rimangono. Esco con Antonelli e lasciamo in pace quella povera gente.

Sotto, dove è appostata un’arma, proprio sotto terra sento dei bisbigli. C’è una botola. È uno di quei buchi in cui i russi ripongono le provviste per l’inverno: una specie di cantina vicino all’isba. Tiro su la botola. Vediamo giú un lume acceso e donne e bambini stretti lí sotto.

Salgono la scaletta ed escono fuori uno alla volta con le mani alzate. Mi viene da sorridere ma i bambini piangono. Ma quanti sono? Non finiscono mai. Antonelli ride e dice: – C’è un formicaio là sotto –. Mando tutta quella gente nelle isbe e ci vanno contenti e di corsa. Fortuna per loro che il tenente non si è accorto di niente. Dopo un po’ un ragazzino ci porta delle patate calde bollite.

Due bombe di artiglieria passano sibilando sopra di noi e scoppiano all’altra estremità del paese. Mi accorgo che due colonne nella steppa stanno venendo verso di noi. Russi o nostri sbandati? Sono ancora lontani ed è notte. Ogni tanto la luna esce ad illuminare la steppa ma ora s’è fatto quasi completamente buio. Il tenente è ritornato. Si è accorto anche lui della gente che sta venendo verso di noi. Forse è ritornato per questo. – Sparate!

– dice. – Sparate! Avanti, sparate. – No, – dico io, – non sparate; state calmi, non fate rumore.

Le armi erano piazzate, il tenente diceva: – Sparate, sparate vi dico –. E io: – No. Bisogna aspettare che siano piú vicini, abbiamo poche munizioni e poi potrebbero anche essere italiani o tedeschi –.

I pochi uomini che mi sono rimasti dei cinquanta del plotone hanno ancora fiducia in me, e non sparano. – È matto il tenente, – dice Antonelli. – È matto, – dice qualcun altro. – Perché sparare? non c’è nessuna necessità.

Sparano per il paese. Che succede ora? Pallottole sperdute passano miagolando fra gli orti e le isbe; ma il nostro angolo è tranquillo.

Ramazzini, un portaordini in gamba di Collio Valtrompia, viene di corsa e mi dice trafelato: – Presto Rigoni, fa’ presto, bisogna che tu ti riunisca con la compagnia.

Come ombre smontiamo le armi e ce le carichiamo in spalla con le munizioni e, in fila, senza dire una parola, ritorniamo presso l’edificio in mattoni. Non troviamo nessuno dei nostri. La compagnia è partita senza aspettarci.

Il paese è tutto in trambusto. Slitte che si incrociano, ufficiali che gridano, gente che va in ogni direzione. Infine la colonna si forma. Camminiamo in fretta ai lati della pista per portarci avanti e raggiungere la compagnia.

Ma è piú faticoso perché dobbiamo batterci la strada nella neve fresca. Bombe scoppiano davanti e dietro a noi, qualche volta colpiscono in pieno la colonna. Ma è tutto cosí apatico e freddo. Si bada ai colpi di artiglieria come ai morsi dei pidocchi.

Viene l’alba livida e grigia, incomincia a nevicare.

Guardo indietro, siamo rimasti in pochi, forse dieci; ma le armi le abbiamo sempre con noi, manca qualche cassetta di munizioni. Nemmeno il tenente c’è, chissà dove sarà rimasto. Camminiamo ancora ai lati della colonna fiancheggiando un bosco di abeti; siamo tutti bianchi di neve come gli abeti. Un tedesco, aviatore dalla divisa, cammina lentamente davanti a noi, ha i piedi fasciati di stracci, lo sorpassiamo. Sorpassiamo qualche slitta di tedeschi e ungheresi.

Ora si sono fermati tutti perché in testa alla colonna sparano. Noi continuiamo a camminare. Troviamo gli artiglieri alpini, qui siamo tra i nostri, avanti ancora. Finalmente raggiungiamo la nostra compagnia. Il capitano ci vede arrivare e non dice niente. Stiamo fermi; in testa c’è il Valchiese. Si sentono sparare le nostre pesanti e il gruppo Bergamo mette in batteria i pezzi. Bisogna conquistare un altro paese per passare. Ma sparano poco. Si riprende a camminare lentamente e cosí, ora, ci sembra di riposare. Veniamo raggiunti anche da qualche altro alpino del nostro plotone. Qua e là sulla neve si vedono dei bossoli vuoti, macchie nere di scoppi, solchi di cingoli dei panzer.

Il paese è rivolto a levante, dietro una mugila. Scende verso il fondo di una balca ed è circondato da alberi da frutto. Si sentono abbaiare i cani nell’aria chiusa dalla neve. Il maggiore passa tra noi e dice: – Qui riposeremo; andate nelle isbe, mangiate e dormite; forse si ripartirà domattina –. A noi non sembra vero poter riposare tutta una notte. Al caldo tutta la notte!

Scelgo una bella isba verso il centro del paese. Entriamo e mettiamo vicino al fuoco le armi incrostate di neve e ghiaccio. Andiamo in un’altra isba a prendere tre galline (penso che non è giusto prenderle dove siamo ospitati, altri poi verranno a prenderle qui). Siccome il paese è in pendenza e noi siamo in un punto dominante vediamo dall’alto l’affaccendarsi della gente che sta arrivando. Alpini della mia compagnia inseguono un maiale che corre a zig zag sulla neve come un pipistrello; gli sparano anche col fucile.

Infine lo prendono e lo finiscono. Corrono, gridano e ridono; pare un giorno di sagra per loro.

Rientriamo nell’isba a spennare le galline tra le grida di gioia della padrona di casa. Mettiamo l’acqua a bollire; chi porta paglia per il giaciglio, e chi legna.

Infine ci sediamo sulle panche attorno al fuoco. È bello vedere il fuoco; stiamo bene, siamo contenti e non pensiamo a nulla. Ma nemmeno qui si può stare tranquilli. È entrato il capitano. – Rigoni, che cosa fai qui? – mi dice, e si è rotto l’incanto. Guarda le galline, il fuoco, la paglia, la legna. – Che cosa fate qui? – ripete. Entrano anche attendenti, furieri e portaordini. – Rigoni, vai con gli uomini e le armi laggiú in quell’isba –. E il capitano me la indica, attraverso la porta aperta e la neve che cade, giú in fondo alla balca. – Devi andare laggiú e piazzare le armi in quella direzione, – e me la segna con la mano. Dice: – Vi può essere un attacco da un momento all’altro; di partigiani o di soldati. Piazzate le armi e datevi il turno per riposare e riscaldarvi –. Si tiene per sé l’isba calda con il focolare e la paglia e non ci lascia prendere nemmeno le galline. Antonelli bestemmia e anche gli altri imprecano ma come sempre mi seguono.

Questo è peggio che andare all’attacco. Scendiamo verso il fondo del paese. L’isba è vuota e fredda. Postiamo le armi e cerchiamo di sistemarci alla meno peggio. Accendiamo il fuoco. Ma nevica e le armi s’incrostano subito di ghiaccio. Cosí finirà che non potranno sparare e una la porto dentro, e l’altra la piazzo nel vano tra la porta interna e la porta esterna dell’isba, con la canna rivolta verso la steppa.

Poi il capitano ci manda giú due galline, e le cuciniamo nelle gavette. Ci lasceranno tranquilli, adesso. Mi fermo sulla porta a guardar nevicare e sento rumore di motori nell’aria. Sono aeroplani. Volano bassi ma nella neve non si distingue se sono nostri o russi. Il rumore giunge ovattato. Vedo bene però che se ne staccano delle cose oscure e poi che si aprono dei paracadute. Corro ad avvertire il capitano. Penso che siano dei paracadutisti russi. Sono in molti e scendono lentamente sulla mugila di fronte a noi, al di là dei frutteti. Il capitano guarda e non sa cosa dire. Subito, però, veniamo a sapere che non si tratta di paracadutisti russi ma di munizioni, medicinali, benzina lanciati dai tedeschi.

Ritorno al mio plotone, le due galline sono cotte e le dividiamo in quindici. Ma nemmeno adesso possiamo stare in pace: si è fermata qui davanti una slitta carica di feriti del gruppo Bergamo. Un capitano mi chiede ospitalità. – Le altre isbe sono tutte occupate, – dice, – lasciateci entrare. Siamo feriti –. Intanto è giunta un’altra slitta di feriti e cosí lasciamo a loro il posto e il brodo delle galline.

Proviamo a sistemarci in una piccola stalla lí vicino, ma è aperta ai quattro venti. Il capitano ci manda a dire che poco lontano da noi, a protezione del paese, si è appostato un altro plotone di un’altra compagnia e che noi possiamo ritirarci. Ma dove possiamo andare ora a passare la notte? é già quasi buio. Bussiamo a delle isbe: sono tutte occupate. Finalmente riusciamo a trovare i nostri fucilieri. Ci dànno ospitalità. Ma non ci stiamo tutti: sul tavolo, sotto il tavolo, sulle panche, sotto le panche, sopra il forno, per terra. Mi devo accontentare di restare in piedi vicino al forno. Ma fuori c’è la tormenta ora, e qui fa caldo. Anche troppo caldo L’isba è satura di vapore, di fumo, di odori. Tardivel mi chiede se ho mangiato.

Hanno ammazzato una pecora, e mi dà fegato cucinato con la cipolla nel grasso della pecora. È incredibile quanto sia buono il fegato e che buon compagno sia Tardivel che ha fatto tre anni di Africa e otto di naia alpina.

Cenci, che è con il suo plotone in un’isba di fronte a questa, mi manda a dire che se qui siamo troppo stretti qualcuno può andare da lui. Andiamo in quattro.

Mi allungo sotto il tavolo, distendo le gambe e mi sembra che in nessun altro posto del mondo si possa star bene come qui. Il lume a olio si affievolisce sempre piú; Cenci parla sottovoce con un alpino, si sente frusciar la paglia, il fuoco nel forno e il russare calmo dei primi addormentati. E io penso a una luna grande che illumina il lago, a una strada tutta fiancheggiata da giardini odorosi, a una voce calda, a un riso tintinnante e al rumore delle onde sulla riva. È meglio che allora, fuori c’è la tormenta e mi addormento.

Battono. Battono alla porta. Non in modo brusco, in maniera civile, da città; ma insistentemente. Qualcuno si sveglia e brontola. Il tenente Cenci dice: – Chi sarà? –

Battono e si sente la tormenta. Mi alzo al buio e vado ad aprire. Un soldato italiano, a testa scoperta e senza pastrano, mi guarda tranquillamente. Calmo mi dice: –

Buona sera, ingegnere. È in casa suo padre? – Lo guardo fisso. – Buona sera, – dico. – Volete entrare? – E lui:

– é in casa suo padre, ingegnere? – Sí, – dico; – ma dorme. Che volete? – Sono venuto per gli articoli, – risponde, – raccomando a lei la pubblicazione. Ma ritornerò piú tardi quando suo padre sarà alzato. Arrivederci. Ritornerò piú tardi –. E cosí si allontana tranquillamente a capo chino, le mani dietro la schiena, e sparisce nella tormenta e nella notte. Quando rientro Cenci dice: –

Chi era? – Uno che cercava mio padre, aveva degli articoli da pubblicare, ritornerò piú tardi, ingegnere, buona sera –. Cenci mi guarda in silenzio e mi osserva finché io ritorno a sdraiarmi sotto la tavola.

Ci svegliamo di soprassalto: una pallottola è entrata schiantando i vetri della finestra piantandosi nella parete di fronte sopra la mia testa. – Allarmi! Allarmi! – si sente gridare. – I partigiani! – Usciamo con precauzione. Ombre corrono di qua e di là; le pallottole passano per l’aria come vespe. Mi metto sotto una siepe vicino all’isba e aspetto di vedere cosa succede. Da breve distanza una vampata nella mia direzione. Sento la pallottola passarmi sopra. Balzo da un lato, sparo in direzione della vampata e faccio un salto. Silenzio. Poi sento parlare: sono italiani. Per fortuna non ho colpito nessuno.

Li chiamo, mi rispondono e vanno via. Non si capisce cosa stia succedendo, sto li fermo e solo. Dall’altra parte della balca scendono persone gridando: – Taliani non sparare. Deutschen Soldaten! Non sparare. Camarad! – Sono tedeschi ch’erano stati presi per partigiani.

Ma può anche darsi che ci siano stati realmente dei partigiani. Rientriamo nelle isbe, dormiamo ancora un’ora e viene l’alba.

Da quell’alba non ricordo piú in che ordine i fatti si siano susseguiti. Ricordo solo i singoli episodi, il viso dei miei compagni, il freddo che faceva. Certe cose chiare e limpide. Altre come un incubo. Cadenzate dalla voce di Bracchi che ci rincuorava: – Forza s’cet! – O che ci dava gli ordini: – Avanti il Vestone! Avanti il gruppo Bergamo! Avanti il Morbegno!

È mattina, la colonna si divide in due. Il Vestone è di punta nella colonna di sinistra. In testa la mia compagnia. C’è un bel sole e non fa freddo. Da una pista vediamo venire verso di noi degli automezzi, a una certa distanza si fermano. Gli ufficiali guardano con i binocoli: sono russi. Arrivano subito dei cannoni anticarro tedeschi, in fretta li mettono in posizione e sparano qualche colpo. Gli automezzi spariscono nella steppa come sono venuti. Poco dopo, forse mezz’ora, nell’affiorare all’estremità di una mugila, siamo accolti da una nutrita sparatoria di armi automatiche. Stando laggiú in quel paese i russi vedranno spuntare solo le nostre teste e sparano. Le pallottole passano alte. Ritorniamo indietro di qualche decina di metri e aspettiamo. Arrivano le altre compagnie del Valchiese e l’automezzo cingolato tedesco con su gli ufficiali superiori. Ora bisognerà conquistare questo paese per poter passare.

Risaliamo la mugila e scendiamo per l’altro versante verso il paese. Alla nostra destra il Valchiese. Alla sinistra le altre compagnie del Vestone.

I russi riprendono a sparare. Tourn, che cammina qualche passo dietro a me, viene ferito a una mano. Mi grida: – Sono ferito! – E agitando la mano che cola sangue sulla neve, ritorna indietro. Grido di sparpagliarci.

Sparano forte i russi. Ci stendiamo sulla neve cosí allo scoperto e poi riprendiamo a scendere. Dietro a un pagliaio, un po’ piú a destra di noi, si è fermato il capitano con gli esploratori. Li raggiungo con quelli che mi seguono. Sparano tremendamente forte in direzione del pagliaio e quando riusciamo a raggiungerlo tiriamo un sospiro di sollievo. Riparati là dietro proviamo il funzionamento della pesante. Smontiamo, puliamo, facciamo azionare energicamente la massa battente col carrello di armamento e controlliamo la valvola di recupero gas. Le pallottole continuano a passare ai lati del pagliaio e un portaordini, Ramazzini, che viene mandato da Moscioni con un biglietto del capitano, si accascia gemendo su se stesso appena è allo scoperto. Due suoi compagni di squadra e compaesani escono a prenderlo. Lo riportano al sicuro sempre fra le pallottole che sibilano. È stato colpito all’addome e ora geme sulla neve vicino a noi.

Sentiamo dei colpi di partenza e poi vediamo gli scoppi tra le isbe del paese: sono i nostri 75/13 e non ci sembra piú d’essere soli. Ora la pesante funziona e mi porto con Antonelli davanti al pagliaio. C’è una specie di bassa trincea di neve, mettiamo l’arma in postazione e ritorniamo dietro il pagliaio a prendere le munizioni.

Tutto il paese è lí davanti a noi, ora. Siamo l’arma, Antonelli e io. Gli altri sono dietro il pagliaio, o piú su, immobili nella neve. Spariamo a delle slitte che passano veloci tra uno steccato e l’altro e a un gruppo di soldati russi che stanno entrando in un’isba. Vediamo la loro sorpresa. Ma ora ci hanno visto e sparano anche loro. I nostri compagni riprendono ad avanzare. Quelli del Valchiese, lassú a destra, sono alla nostra altezza, camminano a fatica nella neve alta e i russi sparano. Sentiamo le raffiche. Alpini si trascinano lentamente indietro e altri si sostengono a vicenda. Mi porto con l’arma piú avanti e piú a sinistra per dominare meglio il paese. Riprendiamo a sparare. L’arma non inceppa un colpo, tutto sembra regolare. Io introduco caricatori e osservo il tiro, Antonelli spara. Da dietro il pagliaio il capitano grida: – Spara! Spara! Spara! – Ma finiamo le munizioni e grido: – Portateci munizioni –. Bodei, Giuanin e Menegolo camminano curvi verso di noi con tre cassette da trecento colpi. Dietro il pagliaio è arrivata una cassa grande, da basto, che avevano i conducenti della cinquantaquattro. Camminano curvi perché i russi sparano sul serio e vado loro incontro per aiutarli.

Il tenente Cenci osserva con il binocolo il paese e da una trentina di metri mi grida: – Rigoni attento! Vi sono dei russi che passano a gruppi sotto quel ponte in principio del paese. Io vedo quando partono. Tu puoi vederli appena sbucano di sotto al ponte. Ti avviserò delle partenze e tu allora tienti pronto a sparare. Eccoli che partono –. Io vedo che i russi escono correndo di sotto il ponte, li vedo per pochi metri, e poi saltano in un fosso.

Puntiamo l’arma in quel passaggio obbligato, saranno duecento metri da noi. Cenci grida: – Pronto Rigoni! – e Antonelli che ha gli occhi fissi laggiú spara. Cenci grida:

– Pronto! – Antonelli spara e io introduco caricatori. I russi corrono. Ma sparano anche su di noi. Proprio su Antonelli e me. E le pallottole passano vicinissime. Due colpiscono l’arma: a una gamba del treppiede e sotto lo zoccolo dell’alzo: e pallottole entrano nella neve sollevando piccoli spruzzi davanti, di fianco e dietro a noi.

Antonelli bestemmia: la nostra pesante si è inceppata.

Mi alzo in piedi e apro il coperchio dell’arma. Una cosa da poco. Antonelli bestemmia e mi dice: – Abbassati che ti ammazzano –. Riprendiamo a sparare e mi posto davanti una sull’altra le cassette di munizioni. «Qualcosa ripareranno», penso.

Una ventina di metri dietro a noi c’è il tenente scomparso. Quello che avrebbe dovuto comandare il mio plotone. Sento che si lamenta e chiama. È ferito a una gamba. Gli grido che si ritiri da lí. Ma non si muove. Allora lo vengono a prendere due soldati della nostra compagnia, e io non l’ho piú rivisto. So che la gamba ferita gli andò in cancrena e che morí su una slitta, sicché ora mi sembra che fosse un buon diavolo anche lui.

I plotoni fucilieri che si sono distesi sulla neve un po’ dietro a noi si alzano e inastano la baionetta. Quelli del Valchiese scendono e anche gli altri che sono piú in là. Il nostro capitano è tra i primi e grida ordini imbracciando un parabellum russo. Andiamo anche noi ma l’arma è arroventata e cosí Antonelli che vuole prenderla per la canna, si scotta le mani. Ora ci raggiungono anche gli altri compagni di plotone. I russi non aspettano di venire alle corte e se ne vanno. Piazziamo ancora la pesante e spariamo a quelli che ritardano. Siamo alle prime isbe e qualcuno lancia delle bombe a mano. Intanto scendono sferragliando i carri armati tedeschi. Ho trovato per terra un disco rosso, di quelli che usano le autocolonne per le segnalazioni, e con questo mi metto a sbracciare in direzione dei panzer segnando via libera. I tedeschi passano ridendo. Appena entrano nel paese, quelli che sono sui carri saltano agilmente a terra, e io osservo il modo che hanno di occupare le isbe. Dànno un calcio alla porta, balzano da un lato, spianano la pistola mitragliatrice e poi pian piano guardano dentro. Dove vedono mucchi di paglia sparano dentro qualche colpo. E scrutano con le pile negli angoli bui e nei sotterranei.

Mi metto a girare da solo il paese. I borghesi sono quasi tutti scomparsi. I soldati nostri che entrano nelle isbe non fanno come i tedeschi. Aprono le porte e varcano le soglie senza sospetto. Mi imbatto in una pattuglia del genio alpino. Rimango meravigliato a vederli in quel luogo e chiedo loro di Rino. – È qui con noi, – mi dicono, – o almeno lo era sino a un momento fa –. E mentre parlo con loro vedo Rino attraversare di corsa la strada. Anche lui mi vede; ci chiamiamo e siamo uno nelle braccia dell’altro. Ha l’elmetto calcato in testa, stringe nella mano il moschetto e con l’altra mano mi afferra il collo. Rino! Tutta la mia giovinezza mi vedo davanti, il mio paese, i miei cari. Siamo stati a scuola insieme. Lo ricordo com’era da ragazzo e mi vien voglia di chiedergli perché sia cresciuto. Ma non so dirgli nulla.

Vedo il suo ardore, il suo desiderio di rendersi utile, di fare qualcosa per chi non sa fare o anche per chi non vuol fare, poi mi accade di trovarmi nuovamente solo.

Non so come sia stato, ed entro in un’isba per tornare subito fuori. Un cavaliere tedesco passa a galoppo per il paese gridando: – Ruski panzer! Ruski panzer! – Il rumore dei motori gli è dietro. Sento anche lo sferragliare dei cingoli. Impallidisco, vorrei farmi piccolo in modo da potermi cacciare in un buco da topo. Mi metto dietro a uno steccato e attraverso le fessure vedo i carri armati che passano a meno di un metro di distanza. Trattengo il fiato. Su ogni carro vi sono dei soldati russi con armi automatiche in pugno. È la prima volta che ne vedo in combattimento cosí da vicino. Sono giovani e non hanno la faccia cattiva, ma solo seria e pallida, e compunta, guardinga. Indossano pantaloni e giubboni imbottiti. In testa hanno il solito berrettone a punta con la stella rossa. Avrei dovuto sparare? I carri erano tre, passarono l’uno dopo l’altro rasente allo steccato, spararono qualche raffica cosí a caso e scomparvero. Io mi precipitai verso un’isba. Dentro c’erano tre ragazze. Erano giovani e mi sorridevano tentando cosí di indurmi a non cercare quello per cui ero entrato. Trovai del latte e ne bevetti un poco; e, in un cassetto, tre scatole di marmellata, alcune gallette, del burro. Tutta roba italiana presa forse in qualche magazzino militare abbandonato. Le tre ragazze, ora, quasi piangevano e mi si facevano attorno con preghiere. Mi sforzai di spiegar loro che quella era roba italiana e non russa, e che quindi potevo prendermela, e che avevo fame e che i miei compagni avevano fame. Ma le ragazze quasi piangevano, mi guardavano supplichevoli, e cosí lasciai loro una scatola di marmellata e un pacchetto di burro. Uscii con il resto della roba rosicchiando una galletta. Le tre ragazze guardavano per terra e dicevano: – Spaziba.

Fuori feci in tempo a vedere le ultime cannonate che si scambiavano i carri russi e tedeschi. Mentre ero nell’isba non avevo sentito niente. Le ragazze mi avevano fatto dimenticare la guerra per un attimo. Seppi piú tardi che il cavaliere passato poc’anzi gridando aveva avvisato i carri tedeschi che si erano appostati fuori dal paese. E i carri russi, ora, bruciavano tutti, e sulla neve si vedevano i segni del breve combattimento: solchi di improvvise virate, di giri viziosi, di fermate brusche, e chiazze nere di olio e d’altro. Un carro era stato colpito nei cingoli e i cingoli segnavano la neve come due strisce nere tracciate su un foglio bianco: tristi come moncherini di una cosa già viva. Cadaveri bruciavano vicino ai carri. Dei soldati russi che scesero da un carro caddero subito sulla neve. Un tedesco si avvicinò cauto, strisciando quasi, e da pochi centimetri sparò nella nuca ai russi.

Gli altri tedeschi, da poco piú lontano, facevano fotografie e ridevano, agitavano le braccia e parlavano, mostrando sulla neve i segni del combattimento. Ma da un carro russo che bruciava partí una raffica di arma automatica in direzione dei tedeschi e questi si sparpagliarono subito come uno stormo di uccelli. Due salirono sul loro carro e tirarono un colpo di cannone al carro russo e questo, colpito nella riserva delle munizioni, saltò in aria come si vede qualche volta al cinematografo. Io assistevo all’accaduto da non molto lontano, e tutti i russi che avevo visto passare di dietro a un semplice steccato, ora erano lí, morti, nella neve.

Gli alpini del mio e degli altri plotoni si erano radunati nelle vicinanze e io vado da loro. Distribuisco quel po’ di roba che avevo trovato nell’isba e per me spalmo su una galletta un po’ di burro e marmellata. Il capitano ha visto; mi chiama e mi rimprovera davanti a tutti, perché, dice, questo non è il momento di mangiare o di pensare a mangiare e mi fa mettere via ogni cosa. Forse ha la febbre il capitano; non rispondo e mi ritiro in disparte. Poi il capitano mi chiama e mi dice: – Dài qualcosa anche a me da mangiare.

Lasciamo il paese. Incontro Rino un’altra volta. – Ho bevuto un secchio di latte, – mi dice, e sorride.

Attraversiamo una palude gelata. Vi sono erbe alte e dure che potrebbero nascondere qualche sorpresa e procediamo cauti. La mia compagnia è in testa; le pattuglie di Cenci e Pendoli braccano il terreno davanti a noi, subito dopo vengo io; dietro vi sono le altre compagnie del Vestone, gli altri due battaglioni del sesto, le batterie del secondo da montagna, gli altri battaglioni del quinto, e poi l’interminabile fila degli sbandati. Italiani, ungheresi, tedeschi. Feriti, congelati, affamati, disarmati.

Sulla sommità di una mugila è apparso un carro russo e spara qualche colpo sulla colonna, ma un 75/13 della diciannove è pronto a rispondere e il carro russo scompare. Il maggiore Bracchi, il nostro capitano, un ufficiale tedesco, un maggiore di artiglieria sono dietro a noi e di tanto in tanto ci gridano degli ordini. Ci avviciniamo a un gruppo di costruzioni, magazzini per il grano forse.

Da uno di questi vediamo uscire gente che agita le braccia, grida verso di noi e ci viene incontro. – Sono dei nostri, sono dei nostri! – gridiamo. Pensiamo a mille cose ma la piú forte è: sono italiani, soldati italiani che ci vengono incontro dall’altra parte. «Siamo fuori dalla sacca», pensiamo. Diventiamo tutti allegri. Viene il desiderio di fare capriole sulla neve. Antonelli grida e canta.

Camminiamo piú lesti e leggeri verso di loro, sembra di volare e di non arrivare mai. Ma l’illusione dura solo pochi minuti. Quando siamo vicini ci accorgiamo che sono senza armi. Vorrebbero abbracciarci. Sono qualche centinaio. Nella confusione, apprendiamo, in poche parole, che sono stati prigionieri dei russi, che dalle fessure delle baracche dov’erano custoditi hanno visto il combattimento volgere in nostro favore, e che le sentinelle russe sono scappate al nostro avvicinarsi. Noi vorremmo saper dell’altro, ma Bracchi taglia corto e li manda in coda alla colonna.

Cala la sera e camminiamo sempre nella steppa. Vediamo dei soldati italiani stesi rigidi nella neve uno di fianco all’altro. Dal colore delle fiamme e dal numero noto che sono del genio alpino della divisione Cuneense. La pista è dura, lucida di ghiaccio levigato dal vento.

Porto in spalla l’arma della Breda 37, e scivolo, e cado.

Mi rialzo, cammino e di nuovo cado. Quante volte cosí?

La compagnia ha serrato le file e si cammina in fretta. Il maggiore Bracchi mi cammina al fianco, mi guarda e tace. È notte: si cammina e ancora cado. Poi rimango indietro e Bracchi mi dice: – Forza, ci arriveremo –. Ma quanto è lontano ancora? Ora è qui anche il nostro generale. Ci sorpassa su un automezzo tedesco. Si ferma e ci guarda: – Bravi ragazzi, bravi ragazzi, – ci dice. Ci guardava passare uno per uno dall’automezzo. Dopo ci raggiunge ancora, cammina un poco con noi e dice forte: – Ancora poche ore e poi saremo fuori, a pochi chilometri c’è un caposaldo tedesco.

Un mio compagno, finalmente, mi dà il cambio a portare l’arma. Si cambia direzione. Gli ufficiali si sono fatti seri; tra loro dicono che una colonna di russi si è infiltrata fra noi e il caposaldo tedesco. Quando ci fermiamo a pernottare in un villaggio è notte. Non ne possiamo piú, siamo disperati di fatica, di freddo, di fame, di sonno.

Le scarpe le abbiamo di vetro sulla neve. Ci sentiamo nelle tasche le lettere che non possiamo spedire. «Avanti s’cet, forza s’cet». Polenta e latte in una cucina al caldo. «Ghe rivarem a baita?» Avanti, forza. E si cade per terra. Ma ora c’è un villaggio a cui siamo arrivati.

I panzer tedeschi si fermano alle prime isbe, noi andiamo alle ultime. Le isbe sono vuote e il villaggio è deserto. Le porte sono chiuse a chiave. Dobbiamo scardinarle per entrare. Il forno dell’isba dove siamo entrati è ancora caldo, ma non c’è nessuno. È un’isba pulita e tiepida; davanti alle icone arde ancora il lumino e vi sono tende alle finestre e drappi e fotografie alle pareti.

Chi porta legna e chi paglia. Nella stalla vicina vi sono due pecore e un maiale. Le pecore le diamo agli altri plotoni e noi ci ammazziamo il maiale.

A comandare il mio plotone mandano un ufficiale che ha la fama di iettatore. Entra nell’isba, si pianta in mezzo con le mani in tasca e comanda. Vuole che la paglia sia ben sparpagliata, le coperte tese e allineate, il pavimento pulito, e che il maiale venga cucinato cosí e cosí. Ha due occhi cattivi e duri, ed è alto e rigido. Comanda. Ma i miei compagni hanno piú buon senso di lui, non rispondono nulla, non dicono nulla, e continuano a fare come hanno sempre fatto da quando mi trovo con loro. «Domattina, penso, – vado dal capitano e, se non basta, dal maggiore e dal colonnello. Non voglio questo ufficiale nel mio plotone. Sono piú che sufficiente io. Se no mi mandino uno come Moscioni o Cenci».

Vengo a sapere che in un’isba vicina c’è Rino e vado a chiamarlo. Ho voglia di averlo con me, stanotte. Poi arrostisco sulla brace un pezzo di maiale e seduti sulla paglia mangiamo assieme. Infine ci sdraiamo, coprendoci con le coperte e i pastrani. Il tepore di un corpo riscalda l’altro, l’alito di uno riscalda il viso dell’altro, ogni tanto socchiudiamo gli occhi e ci guardiamo. Quanti ricordi fanno groppo alla gola. Vorrei parlare di casa nostra, dei nostri cari, delle nostre ragazze, dei nostri monti; degli amici. Ti ricordi, Rino, quella volta che l’insegnante di francese ci disse: – Una mela guasta può far marcire una mela sana, ma una mela sana non può sanare una mela guasta? – E la mela guasta ero io e la sana tu. Ricordi, Rino? E prendevo sempre quattro e tre. Tante cose vorrei dirti e non sono capace di augurarti la buona notte. I nostri compagni già dormono e noi ancora no. Fuori c’è la steppa desolata e le stelle che splendono di sopra a quest’isba sono le stesse che splendono di sopra alle nostre case. Ci addormentiamo.

Al mattino vado dal capitano a chiarire la situazione del mio plotone. Il capitano ne parla al maggiore. L’ufficiale nuovo viene mandato via e non lo vedrò piú. Sarà andato a far l’eroe fra gli sbandati. Cosí, da ora, rimarrò solo a comandare il plotone. Quei venti uomini che sono rimasti sono contenti e io pure. Antonelli piú di tutti.

Il sole nel cielo limpido ci riscalda le membra indolenzite e si continua a camminare. Che giorno è oggi? E dove siamo? Non esistono né date né nomi. Solo noi che si cammina.

Passando per un villaggio vediamo dei cadaveri davanti agli usci delle isbe. Sono donne e ragazzi. Forse sorpresi cosí nel sonno perché sono in camicia. Le gambe e le braccia nude sono piú bianche della neve, sembrano gigli su un altare. Una donna è nuda sulla neve, piú bianca della neve e vicino la neve è rossa. Non voglio guardare, ma loro ci sono anche se io non guardo.

Una giovane è con le braccia aperte, e ha sul viso un lino bianco. Ma perché questo? Chi è stato? E si continua a camminare.

Passiamo per una valletta stretta e deserta. Cammino con angoscia, vorrei che se ne fosse già fuori; mi sembra di soffocare. Guardo da tutte le parti con apprensione.

Ascolto e trattengo il fiato. Vorrei correre. Mi aspetto di veder comparire da un momento all’altro le torrette dei carri armati e di sentire le raffiche delle mitragliatrici.

Ma passiamo.

Ho fame. Quando ho mangiato l’ultima volta? Non ricordo. La colonna passa tra due villaggi distanti tra loro pochi chilometri. Lí ci sarà certamente qualcosa da mangiare. Dalla colonna si staccano dei gruppetti che vanno verso i villaggi in cerca di cibo. Gli ufficiali gridano, dicono che potrebbero esservi dei partigiani o delle pattuglie russe. Soldati del mio plotone vanno anch’essi in cerca di cibo. Durante una breve sosta ci fermiamo a bere ad un pozzo e poi vado in un’isba che mi sembra la piú vicina. Ma è una delle piú vistose ed è già stata visitata da molti. Non vi trovo che un pugno di fettine di mele essiccate che i russi usano per fare i decotti.

Si cammina e viene ancora notte. È freddo: piú freddo di sempre, forse quaranta gradi. Il fiato si gela sulla barba e sui baffi; con la coperta tirata sulla testa si cammina in silenzio. Ci si ferma, non c’è niente. Non alberi, non case, neve e stelle e noi. Mi butto sulla neve; e sembra che non ci sia neanche la neve. Chiudo gli occhi sul niente. Forse sarà cosí la morte, o forse dormo. Sono in una nuvola bianca. Ma chi mi chiama? Chi mi dà questi scossoni? Lasciatemi stare. – Rigoni. Rigoni. Rigoni! In piedi. La colonna è partita. Svegliati, Rigoni -. È il tenente Moscioni che mi chiama quasi con angoscia e aprendo gli occhi lo vedo curvo su di me. Mi dà un paio di scossoni e vedo bene il suo viso ora, e i due occhi scuri che mi fissano, la barba dura e lucente di brina, la coperta sopra la testa. – Rigoni, prendi, – dice. E mi dà due piccole pastiglie. – Inghiotti, fatti forza, avanti –. Mi alzo, cammino con lui e a poco a poco raggiungiamo la compagnia e capisco tutto... Ma quanti che si sono buttati sulla neve non si alzeranno piú? Cenci e Moscioni mi fanno salire su un cavallo. Ma è peggio che camminare; temo di congelarmi, ridiscendo e cammino. Cenci mi dà una sigaretta e fumiamo. – Di’ Rigoni, che desidereresti adesso? – Sorrido, sorridono anche loro. La sanno la risposta perché altre volte l’ho detta camminando nella notte. Entrare in una casa, in una casa come le nostre, spogliarmi nudo, senza scarpe, senza giberne, senza coperte sulla testa; fare un bagno e poi mettermi una camicia di lino, bere una tazza di caffè-latte e poi buttarmi in un letto, ma un letto vero con materassi e lenzuola, e grande il letto e la stanza tiepida con un fuoco vivo e dormire, dormire e dormire ancora. Svegliarmi, poi, e sentire il suono delle campane e trovare una tavola imbandita: vino, pastasciutta, frutta: uva, ciliege, fichi, e poi tornare a dormire e sentire una bella musica –. Cenci ride, Antonelli ride e anche i miei compagni ridono. –

Eppure lo voglio fare, se ci ritorno, – dice Cenci, – e poi,

– aggiunge, – un mese di mare alla spiaggia, sulla sabbia tutto nudo, solo con il sole che brucia –. Intanto camminiamo e Cenci vede il mare verde e io un letto vero. Ma Moscioni è serio, è il piú consapevole tra noi, ha i piedi nella neve e vede steppa, alpini, muli, neve. Laggiú si vede un lume. Non è il mare verde, non è il letto vero, è solo un villaggio.

Ma quel lume è come quello della favola. Anzi è piú lontano. Non ci si arriva mai. Il villaggio è piccolo e non c’è posto per tutti; siamo tra i primi, ma le isbe sono già tutte occupate. Dovremo forse passare il resto della notte all’aperto. Il capitano, Cenci, Moscioni e una metà della già ridotta compagnia vanno in cerca di alloggio.

Io rimango con il resto degli uomini e il mio plotone.

Il mattino dopo il capitano mi disse che aveva mandato un portaordini: da loro c’era posto per tutti. Ma io non vidi arrivare nessun portaordini, quella notte.

Parte dei miei compagni si sistemarono attorno a un pagliaio coprendosi poi di paglia. Altri andarono non so dove, e io rimasi solo con Bodei davanti a un fuoco.

D’un tratto si sentí belare e Bodei si alzò, andò a prendere la pecora che aveva belato e l’uccise vicino al fuoco. Io l’aiutai a scuoiarla e sul fuoco vivo mettemmo ad arrostire una coscia della pecora per ciascuno. La carne calda e sanguinolenta era incredibilmente buona. E dopo le cosce, abbrustolimmo il cuore, il fegato, i rognoni infilati alla bacchetta del fucile. Attorno al fuoco si abbrustoliva la carne della pecora e l’odore del fumo era grasso e buono. Mangiammo le braciole, e passavano le ore, poi il collo e le gambe anteriori. Vennero da noi, forse attratti dall’odore, due fanti italiani e un tedesco; finirono di mangiare la pecora; anzi spolparono le ossa che Bodei e io avevamo lasciato. Erano senza armi e al posto delle scarpe avevano stracci e paglia legati attorno ai piedi con filo di ferro. Facemmo loro un po’ di posto vicino al fuoco, e se ne stettero lí silenziosi. Non si alzavano nemmeno per andare in cerca di legna e Bodei brontolava; nemmeno il fumo scansavano con la testa.

Io avevo un gran sonno. Mi addormentai ma incominciava l’alba, e di lí a poco mi svegliarono i rumori che sempre precedevano la partenza della colonna. Raduno i miei compagni di plotone. Si va, ma la colonna, invece di proseguire, ritorna sulla pista di ieri. Che succede? Vediamo giú a destra un paese abbastanza grosso.

Dicono che vi sono i russi e che bisogna conquistarlo per lasciare la strada aperta agli altri dei nostri che seguiranno. – Avanti il Vestone! – gridano in testa, e ci fanno passare. Ora son pronti a farci passare. Ci viene comunicato da che parte attaccare e andiamo ancora una volta. Il plotone di Cenci e Moscioni a destra, io al centro e un po’ arretrato con la pesante, poi le altre compagnie del battaglione, infine i tedeschi. Da un fosso vengono fuori dei soldati russi con le mani alzate e i nostri li disarmano. Si sente qualche sparo qua e là, ma fiacco. Il maggiore Bracchi ci segue e ogni tanto ci grida degli ordini. Vediamo altri soldati russi che se ne vanno.

Non sembra una vera battaglia. La pesante non spara nemmeno un colpo. Noi siamo piú in alto e vediamo tutto. Raggiungiamo le prime isbe e aggiriamo il paese.

Troviamo un branco di oche che strepitano. Ne acciuffiamo alcune; e tiriamo loro il collo e ce le portiamo in spalla tenendole per la testa. È stata per le oche la battaglia. Dal centro del paese, dove c’è la chiesa, gridano adunata. È già finito tutto.

Andando in direzione della chiesa vediamo dei camion abbandonati di marca americana, vi sono anche dei cannoni piazzati con le munizioni accanto. Strano che i russi abbiano tanta artiglieria in un piccolo paese.

Ma perché non hanno sparato? Era un caposaldo ben munito. Stanotte la colonna è passata sull’orlo della mugila che sovrasta il paese. È stato là che io mi sono addormentato sulla neve. Non ci hanno sentiti. Eravamo veramente ombre. E mi ricordai di aver visto qualche chiarore nelle vicinanze. E che mi ero detto: «Perché non andiamo lí?» Pensando a queste cose vedo ora un’isba con la porta aperta ed entro. Non mi accorgo che entrando ho scavalcato un morto, un russo, messo di traverso sulla soglia. Nellíisba mi guardo attorno per cercare qualcosa da mangiare. C’è già qualcun altro che mi ha preceduto; vedo cassetti aperti, biancheria, merletti sparsi sul pavimento e cassapanche aperte. Frugo in un cassetto, ma poi in un angolo vedo delle donne e dei ragazzi che piangono. Piangono singhiozzando forte con la testa fra le mani e le spalle che sussultano. Allora mi accorgo dell’uomo morto sulla porta e vedo che lí vicino il pavimento è tutto rosso di sangue. Non so dire quello che ho provato; vergogna o disprezzo per me, dolore per loro o per me. Mi precipitai fuori come se fossi il colpevole.

Vi è di nuovo adunata. Stavolta è davanti alla chiesa.

Si vedono abbandonati dei camion italiani carichi di sacchi di patate secche tagliate a fette e mi riempio le tasche di queste. Sulla neve vi sono pure due botti di vino. Una è sfondata con dentro il vino gelato tutto a scaglie rosse.

Mi riempio la gavetta di scaglie rosse e me ne metto qualcuna in bocca. Un ufficiale dice: – State attenti, potrebbe essere avvelenato –. Ma non era affatto avvelenato.

I tedeschi si prendono tutti i prigionieri russi che abbiamo fatto, si allontanano e poi sentiamo numerose raffiche e qualche colpo. Nevica.

Si riprende a camminare. I reparti si confondono fra loro. Si alza un forte vento freddo. Siamo tutti bianchi.

Il vento sibila tra l’erba secca, la neve punge il viso. Ci attacchiamo uno all’altro. I muli degli artiglieri sprofondano sino alla pancia, ragliano e non vogliono andare avanti. Bestemmie, richiami, urli nella tormenta.

Un’altra notte in un altro villaggio. Non sono isbe quelle laggiú vicino a quegli alberi? Cammino solo in quella direzione; sprofondo nella neve sino al petto e avanzo come se nuotassi sognando un’isba. Raggiungo il punto dove credevo che fossero le isbe e non trovo che ombre. Ombre di che cosa? Torno indietro. Ma poi di nuovo ho l’impressione di vedere delle isbe. E vado da quella parte fino alla riva di un fiume. Anche qui però non c’è niente, ci sono solo tre betulle cariche di ghiaccioli che tendono i rami irsuti di ghiaccio al cielo carico di stelle. Piango in riva al fiume gelato. Dove sono i miei compagni? Avrò la forza di ritornare da loro? Li ritrovo in un edificio di mattoni. Il paese non era che a poche centinaia di metri e io avevo camminato nella direzione opposta. Fa freddo e quel po’ di fuoco che abbiamo acceso manda piú fumo che altro. La stanza è occupata in gran parte da un mucchio di grano. Ci sdraiamo sul grano, tutti sporchi di neve e con le coperte gelate. Sono innumerevoli giorni che non mi tolgo le scarpe e ora me le tolgo per farne sciogliere il ghiaccio e asciugarle. Subito i piedi mi si gonfiano. Le calze non le levo per la paura di vedermi i piedi bluastri con la pelle che si stacca. Mi addormento. Un bagliore improvviso e scoppi di bombe a mano ci svegliano di soprassalto. «Ci siamo», penso.

Non sono capace di mettermi le scarpe che trovo dure come legno. Afferro il moschetto e prendo le bombe a mano. Chi urla, chi piange, uno rompe i vetri della finestra e salta giú scalzo nella neve della strada. Striscio via sul mucchio del grano ad appostarmi dietro la finestra.

C’è un grande incendio, il paese ne è tutto illuminato.

Vedo gente correre tra le fiamme, altri che ne escono e si buttano fra la neve. Entra da noi il tenente Pendoli: –

Non è un attacco, – grida; – non sono i partigiani –. I fuochi accesi dai soldati per scaldarsi hanno provocato l’incendio della chiesa e le munizioni che erano nella chiesa stanno scoppiando. La spiegazione riporta la calma e ritorniamo a sdraiarci sul grano.

Attraverso la finestra senza piú vetri entra un terribile freddo e si vede la neve tutta rossa come inzuppata di sangue.

Che giorno sarà oggi? Vedo che c’è un bel sole e che il cielo è rosa. Sembra una di quelle giornate di marzo che preannunziano la primavera. Giornate piene di speranza. Ci fermiamo, c’è una breve sosta. Con Tourn, Antonelli e Chizzarri canto in piemontese: «All’ombra di un cespuglio, bella pastora che dormiva». Cantiamo tranquillamente e con convinzione, e non siamo pazzi.

Cammina, cammina, ogni passo che facciamo è uno di meno che dovremo fare per arrivare a baita. Attraversiamo un villaggio piú grande dei soliti e con qualche casa in muratura. Si vede che ormai usciamo dalle steppe.

Ci stiamo addentrando nell’Ucraina.

Ogni tanto un soldato corre in una casa e ne torna fuori con un favo di miele biondo. Un soldato del mio plotone ha portato a Cenci un secchio pieno di latte e miele. Cenci beve avidamente. Si direbbe che la bevanda, appena penetrata nello stomaco si tramuti subito in sangue. Ne bevo anch’io. La strada è fiancheggiata di isbe, per chilometri. Ma la maggior parte delle isbe sono chiuse, in quelle aperte non si trova niente. In lontananza risuonano spari. Possono essere partigiani, e affretto il passo lungo la colonna per raggiungere la mia compagnia. Mentre passo vengo insultato e un ufficiale di artiglieria dice: – Sempre cosí questi sbandati.

Sempre i primi ad arraffare e sempre gli ultimi dove c’è da combattere –. Egli mi dà una spinta. – Sono del Vestone, – io gli dico, – sto cercando il mio plotone. Mi chiamo Rigoni. – Rigoni tu? – dice l’ufficiale e ride. È un sottotenente del gruppo Vicenza che mi ha conosciuto in Albania.

La colonna si è fermata. Il maggiore Bracchi e altri ufficiali che sono in testa vengono investiti da una raffica di mitra. Un ufficiale di artiglieria è ferito a un piede.

Bracchi mi grida di portare avanti la pesante. Da un cortile spariamo ai russi che passano di corsa davanti a noi.

Di fianco alla mia pesante è piazzata una vecchia Fiat azionata dagli artiglieri. Sparano bene anche loro. Nel cortile vi sono molti ufficiali superiori che ci osservano.

Mi sembra di essere agli esami di caporale e divento rosso quando l’arma, sprofondando nella neve, mi sposta il tiro e spara troppo corto.

I russi scendono in una balca e si dileguano. Nell’isba vicina è sdraiato sul tavolo il tenente ferito. Lo trovo che scherza con gli altri ufficiali. Vi è anche il generale. Una donna russa porta caffè a tutti e ne dà una tazzina anche a me. Pure la raffica di mitra dev’essere partita da questa stessa casa.

Il grosso della colonna si ferma nel villaggio e noi del Vestone con una batteria alpina, proseguiamo verso un altro villaggio situato a destra sopra una mugila. Vi arriviamo che è notte. Vi entriamo con precauzione, a squadre distanziate, e prendiamo posto nelle isbe. Siamo comodi, un plotone per isba; e il mio, da cinquanta uomini, è ridotto a meno di venti. Troviamo patate, miele, galline, ci prepariamo la cena spensieratamente.

Avremo una buona serata, a quel che sembra, e potremo anche fare una buona dormita.

Rino è in un’isba vicino alla mia, con altri paesani, Renzo, Adriano, Guzzo. Il loro reparto è stato aggregato al mio battaglione in sostituzione di una compagnia rimasta prigioniera. Tornando dalla visita che faccio loro trovo la cena quasi finita e la paglia già stesa per il riposo. Un giovane russo dai lineamenti del viso delicati e nobili si dà attorno per aiutarci; porta dentro legna da ardere, porta fuori tavole e panche per far posto, prepara ciotole e cucchiai. Cammina sciancato e curvo, con le mani che quasi toccano terra e ride continuamente.

Mentre l’osservo mi si avvicina Giuanin a dirmi sottovoce: – Sergentmagiú, qui fuori c’è la paglia piena di armi

–. Esco a vedere. È proprio vero. Sotto un pagliaio vicino allíisba trovo fucili automatici e bombe. Quando rientriamo il giovane sciancato è scomparso. I miei compagni dicono che dev’essere un partigiano in gamba.

Viene il 26 gennaio 1943, questo giorno di cui si è già tanto parlato. È l’aurora. Il sole che sta sorgendo dal basso orizzonte ci manda i suoi primi raggi. Il biancore della neve e il sole abbagliano gli occhi. Abbiamo con noi dei panzer tedeschi.

Una slitta fugge veloce in lontananza, da un carro tedesco partono alcuni colpi e la slitta salta in aria. Ci fermiamo piú avanti ad aspettare il grosso della colonna.

Affacciandoci ad una dorsale vediamo giú un grosso villaggio che sembra una città: Nikolajewka. Ci dicono che al di là c’è la ferrovia con un treno pronto per noi. Saremo fuori dalla sacca se raggiungiamo la ferrovia. Guardiamo giú e sentiamo che questa volta è veramente cosí.

Intanto il grosso della colonna si avvicina a noi. Nel cielo appaiono tre enormi aeroplani, anzi quattro, e si abbassano a mitragliare i nostri compagni. Vediamo le fiammelle che escono da tutte le armi di bordo e la colonna che si sbanda e si sparpaglia. Gli aeroplani risalgono la colonna e poi s’allontanano e ritornano ancora a mitragliare e vanno in giú verso la coda che come una linea nera si perde nella steppa.

Dicono, e continuano a dire, che a Nikolajewka vi siano state tre divisioni di russi. Ma, a giudicare da come le cose si svolsero, io credo di no. Il Vestone, il Valchiese, l’Edolo, il Tirano devono andare all’attacco. La nostra artiglieria s’è piazzata. Il colonnello e il generale consultano le carte e quindi chiamano a rapporto i comandanti di battaglione. Noi del Vestone dobbiamo attaccare a destra. Il luogo di ritrovo è la piazza davanti alla chiesa.

Preparazione di artiglieria non se ne può fare perché vi sono poche munizioni. I bravi artiglieri sono desolati.

Ritrovo Rino. Lo saluto come se si fosse sulla piazza del nostro paese. – A stasera, – gli dico. Saluto gli altri paesani: – In gamba ragazzi, – dico loro. – E conservate sempre la calma.

Con Cenci e Moscioni fumo l’ultima sigaretta. Il capitano ci osserva uno per uno. Infine ci muoviamo. Il mio plotone è l’ultimo a destra. Il capitano è tra il mio e il plotone di Cenci. Poi vengono gli altri. Come usciamo allo scoperto siamo subito accolti da colpi anticarro e da colpi di mortaio.

I miei uomini esitano, si tengono indietro, vi è già qualche ferito e grido: – Avanti, avanti, venite avanti –.

Anch’io esito un poco, ma ormai ci siamo dentro e sarà quel che sarà. Il capitano grida: – Avanti, avanti! – I miei compagni cominciano a seguirmi, e Antonelli e qualche altro mi sorpassano. Ho con me la pesante, ma non abbiamo munizioni.

Dovrebbe portarne giú la squadra di Moreschi. Ma Moreschi ha un po’ paura e i suoi uomini sono come lui. Lo chiamo: – Venite giú; venite avanti, ormai è tutto lo stesso –. I colpi arrivano attorno a noi sprofondando nella neve. Si continua ad avanzare. Il capitano impugna un mitra russo e indicando il paese grida: – Avanti! avanti!

In questo momento penso con accoramento a Rino, e guardo dove sta scendendo il suo reparto. Ora sparano anche con le mitragliatrici; le pallottole si infilano miagolando nella neve accompagnandoci passo per passo.

Qualcuno tra noi è colpito e si abbatte gemendo nella neve. Ma non si può nemmeno fermarsi a vedere chi è.

Grido di sparpagliarci. Ma è inutile perché quando il pericolo è maggiore viene naturale il contrario. Il capitano mi grida di portarmi piú a destra e in alto. C’è una leggera depressione da superare. Cosí formiamo un bersaglio nitidissimo, con il sole in faccia e d’infilata alle mitragliatrici. Vedo Cenci accasciarsi sulla neve e sento che dice forte: – Mi hanno ferito a tutte e due le gambe –.

Due alpini del suo plotone lo riportano indietro. Dovranno risalire allo scoperto fin dove è la colonna. Chissà se arriveranno vivi. Ma aveva la pelle dura Cenci, e l’ho ritrovato sei mesi dopo in Italia.

Il caporalmaggiore Artico prende subito il comando del plotone e davanti a tutti grida: – Secondo e terzo plotone avanti! – Un’arma automatica mi ha preso di mira, spara raffiche brevi e precise: «Ecco, – penso trattenendo il fiato, – adesso muoio». E trattengo il fiato: adesso muoio. Mi allungo in un piccolo avvallamento nella neve e le pallottole battono lí attorno sollevando spruzzi. La saliva mi si impasta in bocca. Non so che cosa penso o che cosa faccio, guardo gli spruzzi di neve a un palmo dalla mia testa. Antonelli e qualche altro mi sorpassano a dieci metri, allora mi alzo e vado ancora avanti.

Guardando a sinistra vedo il reparto del genio muovere all’assalto di un cannone anticarro che sparava su di noi. Dopo un lancio di bombe a mano e una breve mischia il cannone è preso. Quei genieri hanno lo slancio dei primi combattimenti. Sarà perché non ne hanno avuti prima. Io invece mi sento tanto vecchio di guerra al loro confronto.

Ci avviciniamo alla scarpata della ferrovia dietro a cui sono trincerati i russi. Col mio plotone stringo verso il centro. Trovo il sergente Minelli del plotone di Moscioni; perde sangue da varie ferite leggere alla testa e alle braccia; ma ha le gambe fracassate da un colpo anticarro. Si lamenta e piange: – El me s’cet, – dice, – el me s’cet-. Gli faccio coraggio come posso. – Non sei grave,

– gli dico. – Animo Minelli, dietro vi sono i portaferiti, ti verranno a prendere –. So che mentisco, chissà dove diavolo saranno i portaferiti. Forse lassú a vedere come andrà. Ma Minelli mi crede. Mi saluta, mi sorride anche tra le lacrime. Io vorrei fermarmi con lui ma non posso, i miei uomini mi aspettano alla scarpata e Antonelli mi chiama. Minelli riprende a dire: – Il mio bambino, il mio bambino –. E piange.

Spariamo dall’orlo della scarpata; Moscioni ha imbracciato il mitragliatore e spara; spariamo anche con la pesante a dei russi che si ritirano. Ora, qui dietro, possiamo un po’ tirare il fiato; ma siamo in pochi. Guardando per dove siamo scesi si vedono tante macchie nere sulla neve. Ma so anche che nella mia compagnia ve ne sono che si son finti morti per non venire all’assalto. Ora bisogna uscire dal nostro riparo. Inastiamo la baionetta.

Il capitano controlla il funzionamento del suo mitra russo, soffia nella canna e poi mi guarda: – Corajo paese, – mi dice, – la xe l’ultima –. Ci dà gli ordini: – Tu, Rigoni, vai con i tuoi uomini per quella strada. Tu, – dice poi a Moscioni, – vai in un primo tempo con Rigoni e poi gira a sinistra all’altezza di quell’isba. Pendoli, con il plotone comando, e Artico con il secondo e il terzo vengono con me. Andiamo –. Scavalchiamo la ferrovia, siamo accolti da qualche raffica ma ci buttiamo giú per l’altro versante. Io non incontro molta resistenza, il capitano coi suoi due plotoni ne incontra di piú ma poi cedono anche quelli. Alla mia destra noto dei russi vestiti di bianco ma non me ne curo e continuo ad andare avanti. Ora spara anche la nostra artiglieria; vedo russi che corrono attraverso la piazza del paese.

In una delle prime isbe lascio i feriti. Vi è una donna russa e la prego di averne cura. Inoltre lascio con loro, ad assisterli, Dotti della squadra di Moreschi. Con Antonelli e la pesante entro in un’altra isba. Mi sembra un posto ottimo per piazzarvi l’arma. Un soldato del mio plotone mi segue con una cassetta di munizioni. Sfondo una finestra con il calcio del fucile e trascino lí il tavolo coperto da una tovaglia ricamata. Sopra il tavolo postiamo l’arma e spariamo dalla finestra. I russi sono a un centinaio di metri, di schiena. Li cogliamo di sorpresa, ma dobbiamo fare economia di munizioni. Mentre spariamo i ragazzini dell’isba si stringono piangendo alle gonne della mamma. La donna, invece, è calma e seria.

Ci guarda silenziosa.

Durante una pausa vedo spuntare di sotto a un letto gli stivali di un uomo. Sollevo la coperta e lo faccio venir fuori. È un vecchio alto e magro che si guarda attorno spaurito come una volpe nella tagliola. Antonelli ride e poi fa il gesto di dargli un calcio nel sedere e lo manda dov’è la donna coi bambini.

Spariamo qualche raffica a un gruppo di russi che stanno trascinando un cannone anticarro. Non ci restano piú che tre caricatori.

Usciamo dall’isba e incontriamo Menegolo che veniva in cerca di noi con una cassetta di munizioni. Mi irrito perché non vedo comparire Moreschi con le altre cassette. Antonelli e Menegolo postano l’arma all’angolo di un’isba; io un po’ piú avanti, alla loro destra, indico dove devono sparare e sparo con il moschetto attraverso le fessure di uno steccato. Siamo sempre quasi alle spalle dei russi e rechiamo loro molto fastidio. Spero intanto che la colonna si decida a scendere da dove l’abbiamo lasciata ferma. Dopo un po’ che spariamo i russi riescono a individuarci e un colpo d’anticarro porta via l’angolo dellíisba pochi centimetri sopra alla testa di Antonelli. – Spostiamoci, – gli grido. Ma Antonelli si mette a cavallo del treppiede e dice: – Adesso li ho proprio di mira –. E spara ancora.

Il tenente Danda con qualche soldato della cinquantaquattro (credo) vuole attraversare la strada e venire dove siamo noi, ma da una casa vicina partono dei colpi e rimane ferito a un braccio.

La nostra artiglieria non spara piú da un pezzo. Avevano pochi colpi, li avranno sparati tutti. Ma perché non scende il grosso della colonna? Che cosa aspettano? Da soli non possiamo andare avanti e siamo già arrivati a metà del paese. Potrebbero scendere quasi indisturbati ora che abbiamo fatto ripiegare i russi e li stiamo tenendo a bada. Invece c’è uno strano silenzio. Non sappiamo piú niente nemmeno degli altri plotoni venuti all’attacco con noi.

Compresi gli uomini del tenente Danda saremo in tutto una ventina. Che facciamo qui da soli? Non abbiamo quasi piú munizioni. Abbiamo perso il collegamento con il capitano. Non abbiamo ordini. Se avessimo almeno munizioni! Ma sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro.

Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mniè khocetsia iestj, – dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste piú. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. –

Spaziba, – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta, – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco.

Cosí è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto piú del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere.

Tornato tra i miei compagni appendiamo il favo di miele al ramo di un albero e un pezzo per uno ce lo mangiamo tutto. Io poi mi guardo attorno come risvegliandomi da un sogno. Il sole scompare all’orizzonte. Guardo l’arma e i due caricatori che ci sono rimasti.

Guardo per le strade deserte del paese, e mi accorgo che da una di esse avanza verso di noi un gruppo di armati.

Sono vestiti di bianco e procedono con sicurezza. Sono nostri? Sono tedeschi? Sono russi? Giunti a qualche decina di metri da noi si fermano e ci guardano. Sono incerti anche loro. Poi sentiamo che parlano. Sono russi.

Ordino in fretta di seguirmi e mi butto tra le isbe e gli orti. Antonelli e Menegolo mi vengono dietro con l’arma. Tutti mi guardano perplessi come se aspettassero di vedermi compiere un miracolo. Mi rendo conto che la situazione è disperata. Ma non ci passa per la testa di darci prigionieri. Un alpino, di non so quale compagnia, ha un fucile mitragliatore ma non munizioni; un altro mi si avvicina e dice: – Ho piú di cento colpi –. Sporgendomi di sopra a uno steccato sparo un paio di caricatori con il mitragliatore a un gruppo di russi poco lontani e poi passo l’arma a un alpino: – Spara, – gli dico. Da sopra lo steccato l’alpino spara ma poi mi cade rantolando ai piedi, colpito alla testa. Riprendo a sparare con il mitragliatore e i russi si diradano. I cento colpi sono già finiti. Anche Antonelli ha finito le munizioni e ora smonta la pesante e ne disperde i pezzi nella neve. La nostra compagnia perde cosí la sua ultima arma.

Siamo meno di una ventina di uomini. – Animo, – dico, – preparate tutte le bombe a mano che avete, gridate, fate baccano e poi seguitemi –. Sbuchiamo fuori dallo steccato. Siamo in quattro gatti ma facciamo baccano per tre volte tanto e le bombe fanno il resto. Non so se siamo stati noi ad aprirci la strada o se i russi ci abbiano lasciato passare; il fatto è che ci siamo messi in salvo.

Raggiungiamo di corsa la scarpata della ferrovia, e ci infiliamo in un condotto che l’attraversa, ma come metto fuori la testa dall’altra parte vedo che lí davanti la neve è coperta di cadaveri. Una raffica mi passa rasente al muso. – Indietro, – grido, – indietro! – Ritorniamo fuori l’uno dopo l’altro da dove siamo entrati. Mi getto in una piccola balca e sempre correndo ne risalgo il fondo. I miei compagni mi seguono. Costeggio una siepe e sento arrivare dei colpi alle nostre spalle. Giungiamo alle isbe di dove, al mattino, tiravano su di noi con gli anticarro.

Ci fermiamo un attimo a riprender fiato e a guardarci.

Ci siamo ancora tutti. Dall’isba piú vicina vedo uscire il tenente Pendoli. – Rigoni, – mi chiama, – Rigoni, venite qui a prendere il nostro capitano che è ferito. – Ma gli altri, – chiedo, – dove sono? – Non c’è piú nessuno, – risponde il tenente Pendoli. – Andiamo a prendere il capitano, – dico ai miei compagni. Ma dalle isbe attorno, e dalle siepi, dagli orti, vengono fuori sparando decine e decine di soldati russi. Molti dei miei compagni cadono, altri corrono verso la breve scarpata della ferrovia, raggiungono le rotaie e lí ricevono un’altra raffica come una grandinata. Ne cadono ancora due o tre. Io mi precipito per unirmi ai rimasti. Le pallottole battono sulle rotaie con rumore di tempesta e mandano scintille, ma riesco a rotolare dall’altra parte. Sono ultimo dietro agli scampati che si arrampicano nella neve. La scarpata della ferrovia ci divide dai russi. Passo vicino a un cannone anticarro e mi fermo per cercare di toglierne l’otturatore e renderlo inservibile. Ma intanto, i russi riappaiono sulla scarpata e mi sparano contro. Allora riprendo a correre in su come posso, sprofondando di continuo nella neve sino al ginocchio. Sono allo scoperto sotto il fuoco dei russi e a ogni passo che faccio arriva un colpo. «Adesso e nell’ora della nostra morte», dico tra di me, come un disco che giri a vuoto. «Adesso e nell’ora della nostra morte. Adesso e nell’ora della nostra morte».

Sento qualcuno che geme e invoca aiuto. Mi avvicino.

È un alpino che era al mio caposaldo sul Don. È ferito alle gambe e al ventre da schegge d’anticarro. Lo circondo con le braccia sotto le ascelle e lo trascino. Ma faccio troppa fatica e me lo carico sulle spalle. I russi ci sparano contro con l’anticarro. Sprofondo nella neve, avanzo, cado, e l’alpino geme. Non ho proprio la forza di continuare a portarlo. Riesco tuttavia a portarlo dove i colpi non arrivano. Del resto i russi smettono di sparare. Dico all’alpino di provarsi a camminare. Egli tenta inutilmente, e ci fermiamo dietro a un mucchio di letame. – Resta qui, gli dico. – Ti mando a prendere con la slitta. E fatti coraggio perché non sei grave.

Io poi, non mi sono ricordato di mandare giú la slitta, ma i portaferiti della nostra compagnia sono giusto passati di là e lo hanno raccolto. Ho saputo in Italia ch’egli si era salvato, e un gran peso mi è caduto dal cuore. Lo ritrovai un giorno, finito tutto, a Brescia. Non lo riconobbi, ma lui mi vide da lontano, mi corse incontro, mi abbracciò. – Non ricordi sergentmagiú? – Io non lo riconoscevo e lo guardavo. – Non ricordi? – ripeteva, e si batteva con la mano sulla gamba di legno. – Va tutto bene ora –. E rideva. – Non ricordi il 26 gennaio? – Allora mi ricordai e tornammo ad abbracciarci con tanta gente attorno che ci osservava senza capire.

Ora, mentre continuavo da solo il mio cammino nella neve, sento d’un tratto un trambusto e vedo la massa nera della colonna precipitarsi giú per il pendío. Che diavolo fanno? Penso che il fuoco dei russi li sterminerà.

Perché non sono venuti giú prima? Ma vi sono di nuovo degli aeroplani. Mitragliano e lanciano spezzoni. È di nuovo come stamattina. In piú dal paese sparano con gli anticarro e i mortai. Alcuni panzer tedeschi scendono lentamente, guardinghi. Uno è colpito e si ferma, ma continua a sparare con il cannone. Gli altri mi passano vicino. Gruppi di soldati tedeschi li seguono e io mi unisco a loro. Cosí arrivo ancora una volta alle prime case.

Spariamo coi fucili di dietro ai carri. Spiegandomi a cenni cerco di far avanzare un panzer fin dove si trova il capitano ferito. Do loro a intendere che si tratta di un ufficiale superiore. Dopo molte esitazioni i tedeschi cedono alle mie insistenze. Facciamo pochi metri nella direzione che indico loro, e un colpo di anticarro frantuma il periscopio. Il panzer è costretto a fermarsi e dobbiamo rinunciare. Non siamo in numero sufficiente per addentrarci nel paese senza l’appoggio del carro.

Intanto è cominciata la sera. Mi metto dietro alle macerie di una casa sparando contro i russi che passano per gli orti. Sono rimasto solo. Venti metri piú a destra vi è un soldato tedesco che si avvicina, strisciando cauto sulla neve, a due russi appostati dietro un muricciolo. Egli poi lancia due granate su di loro. Io allora corro fino a una casa piú avanti. Dal marciapiede in faccia un soldato russo mi vede e svolta la cantonata per poi prendermi di mira. Io dal mio riparo e lui dal suo ci scambiamo dei colpi di fucile. Un capitano dell’artiglieria alpina che mi viene incontro cade colpito al petto mentre sta per rivolgermi la parola. Ha uno sbocco di sangue che mi chiazza le scarpe e i calzettoni. Arriva il suo attendente. Arriva un altro ufficiale. Piangono su di lui che rantola. Appena poi è morto l’attendente gli toglie dalla tasca il portafogli e dal polso l’orologio. Io non ne posso piú dalla stanchezza e vado a sedermi dietro un piccolo argine.

Un sottotenente mi si avvicina gridando: – Vigliacco, che fai lí? Vieni fuori –. Io non lo guardo nemmeno, e lui finisce che si mette a sedere lí vicino e se ne resta lí anche dopo che io me ne vado.

Vengo a sapere che il tenente colonnello Calbo dell’artiglieria alpina è stato colpito. Lo cerco. Il suo attendente gli sorregge il capo e piange. Il colonnello ha gli occhi velati e già forse non vede piú nulla. Mi parla credendomi il maggiore Bracchi. Non ricordo le parole che mi disse; ricordo solo il suono della sua voce, l’affanno cagionato dalla ferita e lui sulla neve. Qualcosa di grande era nel suo aspetto e io mi sentivo timido e stupito. Intanto i carri dei tedeschi sono tornati ad avanzare.

Alpini e tedeschi si mettono dietro. Le pallottole battono sulla corazza dei panzer e schizzano attorno a noi. Su un carro è accovacciato il generale Reverberi che ci incita con la voce. Poi egli scende e cammina da solo davanti ai carri impugnando la pistola.

Da una casa sparano con insistenza. Da quella sola casa. – Ci sono ufficiali? – grida il generale verso di noi.

Ufficiali forse ve ne sono, ma nessuno esce. – Ci sono alpini? – grida ancora. E allora esce un gruppetto di dietro ai carri. – Andate in quella casa e fatela finita, – ci dice. Noi andiamo e i russi se ne vanno.

é notte fatta, la colonna si è riversata nel paese e tutti cercano un posto per passare la notte al caldo, e, se è possibile, mangiare qualcosa. Che confusione ora! Sembra una fiera. Incontro alcuni genieri e chiedo loro di Rino. Lo hanno visto ferito leggermente ad una spalla durante il primo assalto, da allora non sanno piú nulla.

Lo chiamo e lo cerco senza trovarlo. Incontro il capitano Marcolini e il tenente Zanotelli del mio battaglione.

Con questi mi metto vicino alla chiesa e chiamiamo: –

Vestone! Vestone! Adunata Vestone! – Ma potrebbero rispondere i morti? – Si ricorda Rigoni, il primo di settembre? – mi dice piangendo il tenente. – È come allora.

– È peggio, – dico.

Ai nostri richiami risponde Baroni dei mortai e viene con un gruppetto del suo plotone. Hanno ancora un tubo di mortaio, nessuna bomba, nient’altro. Di tutto il Vestone riusciamo a radunarci in circa una trentina. Le isbe sono tutte occupate e prendiamo posto nelle scuole. Ma qui i vetri sono rotti, non c’è paglia e l’impiantito è di cemento. Ci sdraiamo ma non è possibile dormire. Ci congeleremmo. «La Ecia», alpino della mia compagnia, ha trovato chissà dove delle gallette e me ne dà una. Rosicchiamo assieme. Bodei, che mi è vicino, trema dal freddo. Ci alziamo e usciamo. Busso a un’isba; viene alla porta un soldato tedesco con la pistola spianata e me la punta al petto. – Voglio entrare, – dico. Gentilmente, con la mano, gli sposto la pistola e gli rido in faccia. Sconcertato la rimette nel fodero e mi chiude la porta sul viso. Entriamo in una stalla e accendiamo un piccolo fuoco con degli sterpi. Ci riscaldiamo, ma la parte che non guarda il fuoco è gelata.

I muli ci guardano con le orecchie basse. La testa ci ciondola di qua e di là. Lentamente mi addormento con la schiena appoggiata a un palo.

Questo è stato il 26 gennaio 1943. I miei piú cari amici mi hanno lasciato in quel giorno.

Di Rino, rimasto ferito durante il primo attacco, non sono riuscito a sapere nulla di preciso. Sua madre è viva solo per aspettarlo. La vedo tutti i giorni quando passo davanti alla sua porta. I suoi occhi si sono consumati.

Ogni volta che mi vede, quasi piange per salutarmi e io non ho il coraggio di parlarle. Anche Raul mi ha lasciato quel giorno. Raul, il primo amico della vita militare.

Era su un carro armato e nel saltar giú per andare ancora avanti, verso baita ancora un poco, prese una raffica e morí sulla neve. Raul, che alla sera prima di dormire cantava sempre: «Buona notte mio amore». E che una volta, al corso sciatori, mi fece quasi piangere leggendomi Il lamento della Madonna di Jacopone da Todi. E anche Giuanin è morto. Ecco Giuanin, ci sei arrivato a baita. Ci arriveremo tutti. Giuanin è morto portandomi le munizioni per la pesante quando ero giú al paese e sparavo. È morto sulla neve anche lui che nel ricovero stava sempre nella nicchia vicino alla stufa e aveva sempre freddo. Anche il cappellano del battaglione è morto: «Buon Natale, ragazzi, e pace». È morto per andar a prendere un ferito mentre sparavano. «State sereni e scrivete a casa». «Buon Natale, cappellano». E anche il capitano è morto. Il contrabbandiere di Valstagna.

Aveva il petto passato da parte a parte. I conducenti, quella sera, lo misero su una slitta e lo portarono fuori della sacca. Morí all’ospedale di Carkof. Sono andato a casa sua, quando ritornai in primavera. Ho camminato attraverso i boschi e le valli: «Pronto? Qui Valstagna, parla Beppo. Come va paese?» E la sua casa era vecchia e rustica e pulita come la tana del tenente Cenci. E soldati del mio plotone e del mio caposaldo, quanti ne sono morti quel giorno? Dobbiamo restare sempre uniti, ragazzi, anche ora. Il tenente Moscioni si ebbe bucata una spalla e poi in Italia la ferita non poteva chiudersi.

Ora è guarito della ferita ma non delle altre cose. Oh no, non si può guarire. E anche il generale Martinat è morto quel giorno. Lo ricordo quando in Albania lo accompagnavo per le nostre linee. Io camminavo in fretta davanti a lui perché conoscevo la strada e mi guardavo indietro per vedere se mi seguiva. «Cammina, cammina pure in fretta caporale, ho le gambe buone io». E anche il colonnello Calbo che era cosí bravo con i suoi artiglieri della diciannove e della venti. E anche il sergente Minelli era ferito lí nella neve: – El me s’cet, – diceva e piangeva, – el me s’cet –. Giuanin, troppo pochi siamo arrivati a baita, dopo tutto. Nemmeno Moreschi è ritornato. «Possibile una capra di sette quintali? Porca la mula sempre Macedonia». E neanche Pintossi, il vecchio cacciatore, è arrivato a baita a cacciare i cotorni. E sarà morto pure il suo vecchio cane, ora. E tanti e tanti altri dormono nei campi di grano e di papaveri e tra le erbe fiorite della steppa assieme ai vecchi delle leggende di Gogol e di Gorky. E quei pochi che siamo rimasti dove siamo ora?

Quando mi svegliai trovai che le scarpe mi si erano bruciate ai piedi. Sentii un rumore di gente che si preparava a partire. Non trovai piú nessuno della mia compagnia né del battaglione. Nel buio persi anche Bodei e rimasi solo. Cercavo di camminare piú in fretta possibile perché i russi potevano ritentare di agganciarci. Era ancora notte e c’era un gran trambusto per il paese. Feriti gemevano sulla neve e nelle isbe. Ma io, ormai, non pensavo piú a niente; neanche alla baita. Ero arido come un sasso e come un sasso venivo rotolato dal torrente. Non mi curavo di cercare i miei compagni e, dopo, nemmeno di camminare in fretta. Proprio come un sasso rotolato dal torrente. Piú niente mi faceva impressione; piú niente mi commoveva. Se fosse accaduto di combattere ancora sarei andato avanti, ma per conto mio; senza curarmi di quelli che mi avrebbero seguito o sorpassato.

Avrei fatta la battaglia per mio conto; personalmente; isolato; da isba a isba, da orto a orto; senza ascoltare comandi, senza darne, libero di tutto, come per una caccia in montagna; da solo.

Avevo ancora dodici colpi per il moschetto e tre bombe a mano. Ve n’erano pochi, forse, in tutta la colonna che avevano tante munizioni quante ne avevo io.

Un’altra giornata di cammino sulla neve. Le scarpe bruciate vanno in pezzi e me le saldo attorno ai piedi con del filo di ferro e stracci. Camminando il cuoio secco mi ha rotto la pelle sotto il malleolo e ha formato una piaga viva. Le ginocchia mi dolgono; a ogni passo che muovo fanno cric crac. Mi viene anche la dissenteria.

Cammino senza dire una parola con nessuno per chilometri e chilometri.

Ora la colonna procede a monconi. I piú validi camminano in fretta, gli altri come possono. Io non sono tra questi, ma neanche tra i piú validi, ormai. Vado per conto mio.

Un altro giorno di cammino sulla neve. Lungo la pista sono abbandonati i cannoni dell’artiglieria alpina. È giusto; è inutile portarli, è giusto che i muli siano adoperati per i feriti. Capita ogni tanto di sentire delle brevi discussioni tra artiglieri alpini e tedeschi. Dei tedeschi, chissà come, erano riusciti a impossessarsi dei nostri muli che ora certamente valevano piú delle loro macchine. Soltanto noi avevamo muli. Ma gli alpini e gli artiglieri discutono poco; fermano i muli e fanno scendere i tedeschi. Si riprendono le brave bestie e vanno via. Hanno i loro paesani feriti da caricarci sopra. Di fronte alla pacatezza degli alpini l’ira dei tedeschi era ridicola.

Era molto lunga quel giorno la marcia. Non si vedeva nessun paese da nessun lato e bisognava camminare. Si mangiavano manciate di neve. Venne la notte. Ancora non ci si fermava né si vedeva un paese. Finalmente, lontano, una luce, e non pareva mai di arrivarci. Lo potete immaginare, voi, quanto era lontana quella luce e quanta neve bisognava calpestare per arrivarci? Fu interminabile nella notte. Era un villaggio. Non so dove andai a dormire né con chi; né se mangiai. Alla mattina quando ripartii c’era il sole. La maggior parte erano già andati; ero con gli ultimi; le isbe erano vuote e i fuochi si spegnevano. Ricordo che entrai in un’isba; per terra c’erano delle bucce di patate arrostite tra la cenere e le mangiai.

Ero sempre solo.

Una sera incontrai in un’isba dei soldati del mio battaglione. Mi riconobbero. Uno era congelato alle gambe. Alla mattina quando ripartimmo aveva le gambe nere per la cancrena e piangeva. Non poteva piú venire con noi né si trovò una slitta per caricarlo. Lo raccomandai alle donne dell’isba. Piangeva e anche le donne piangevano. – Addio Rigoni, – mi disse. – Ciao sergentmagiú.

Io sono sempre solo. Un giorno trovo sulla neve una tavoletta gialla; la raccolgo e mangio. Sputo subito.

Chissà che diavolo è. Lo sputo è giallo. Ha un gusto tremendo. Sputo e sputo giallo, mangio neve e sputo giallo, dove cade lo sputo la neve attorno si fa gialla. Per tutto il giorno ho sputato giallo e per tutto il giorno ho avuto quel sapore in bocca. Chissà che diavolo era quella roba; forse anticongelante per i motori o esplosivo. Ma sono solo e non m’importa del mio sputo giallo sulla neve né della dissenteria.

Una notte mi fermo a dormire con alcuni ufficiali del Valchiese. Entro nell’isba, parlo bresciano e dico che sono del loro battaglione. Mi accettano nella loro compagnia. Accendo il fuoco nel forno e un soldato porta dentro una capra. L’ammazzo e la faccio a pezzi per arrostirla nel forno. Troviamo anche un po’ di sale. Faccio le razioni e mangiamo tutti lí dentro, saremo una quindicina. Gli altri a vedermi cosí intraprendente e pratico mi prendono in simpatia. Ma faccio tutto come un automa. Trovo anche della paglia e dopo aver mangiato la capra ci addormentiamo al caldo. Alla mattina mi sveglio per primo ed è ancora buio. – Sveglia, – dico,

– dobbiamo partire se no rimaniamo gli ultimi –. Ma non si vogliono alzare, vogliono dormire ancora. Esco solo e cammino nella colonna che si è già avviata.

Un pomeriggio si arriva in un villaggio, la colonna è avanti: sono tra gli ultimi. Da una mugila vedo la colonna che avanza a zigzag per la steppa e poi degli aeroplani che sorvolano e mitragliano. Nel villaggio vi sono gruppetti di due tre persone che vanno per le isbe in cerca di cibo. Nella piazza vi sono dei colombi. Penso di sparare a uno e poi mangiarlo. Levo dalla spalla il moschetto, abbasso la sicurezza e miro da venti passi. Il colombo s’alza per volare e allora sparo. Quello cade giú fulminato senza battere le ali. Di essere un discreto tiratore lo sapevo, ma non sino al punto di colpire un colombo al salto con fucile a pallottola. Mi stupisco, certo è stato un caso. Mi riprendo un po’ e sorrido di soddisfazione. Un vecchio russo che mi osserva da poco lontano si avvicina ed esprime la sua meraviglia. Scuote la testa incredulo e indica il colombo morto; poi lo prende in mano, osserva il foro della pallottola che lo ha passato da parte a parte e conta i passi da dove ho sparato. Mi dà il colombo e mi stringe la mano. Mi commuovo un poco. È un vecchio cacciatore come lo zio Jeroska.

Entro in un’isba per cucinare il colombo e levo la gavetta che porto infilata nella cinghia delle giberne. Lí vi sono due soldati italiani ma nessun borghese. Piú tardi entrano degli ufficiali giovani e disarmati. Dopo aver mangiato il colombo faccio per riprendere il moschetto che avevo appoggiato al muro ma non lo trovo piú. Il mio vecchio moschetto di tante battaglie, che funzionava cosí bene, che sparava cosí bene e che avevo cosí caro. Chi me lo aveva preso?

Gli ufficiali non c’erano piú, non posso dire che me lo avessero preso loro. Ma lo penso. Rimasi male, veramente male. Ora che si era sfuggiti all’accerchiamento, i disarmati, ed erano i piú, cercavano di prendere le armi a quelli che le avevano tenute fino allora. Non volevo né potevo ritornare dai miei compagni disarmato, avevo buttato l’elmetto, la maschera antigas, lo zaino, bruciate le scarpe, persi i guanti ma il mio vecchio moschetto lí avevo sempre tenuto con me. Avevo ancora i caricatori e le bombe a mano. Nell’isba c’era un fucile pesante e rozzo. Presi quello: le cartucce andavano bene. Quando uscii sentii degli spari vicino al paese e delle grida. Erano partigiani o soldati regolari che attaccavano gli ultimi sbandati della colonna. Per non rimanere prigioniero corsi in fretta, come potevo, tra gli orti e le isbe dietro gli steccati e poi nella steppa finché raggiunsi la colonna.

La piaga del piede s’era fatta purulenta e puzzava, camminando ne sentivo l’odore e la calza s’era attaccata.

Mi faceva male: era come se uno mi avesse piantato i denti nel piede e non mollasse. Le ginocchia scricchiolavano, a ogni passo facevano cric crac, cric crac. Camminavo con passo regolare, ma ero lento e anche sforzandomi non ero capace di tenere un’andatura piú svelta. In un orto avevo preso un bastone e mi appoggiavo a quello.

Un’altra notte mi fermai in un’isba dove c’era un tenente medico servito da una guardia ucraina. (Uno di quei borghesi con la fascia bianca sul braccio che facevano servizio per le truppe di occupazione). L’ucraino preparò la minestra di miglio e latte, e me ne diede un piatto. Era proprio buona. Mi levai gli stracci e le scarpe bucate. Le calze erano attaccate alla piaga e l’odore di marcio era proprio fetido. Attorno alla piaga la carne era bianchiccia, sporca di un umore giallo. Lavai con acqua e sale. Fasciai con un pezzo di tela. Rimisi le calze, i resti delle scarpe, gli stracci e legai con il filo di ferro.

In quel villaggio, la sera prima, avevo incontrato Renzo. – Come va, paesano? – gli chiesi. – Va bene, – rispose, – va bene. Guarda, io sono in quell’isba; domani ripartiremo assieme –. E corse via. Lo rividi in Italia. Ero solo, non cercavo nessuno, volevo restar solo. Nell’isba, poi, venne a bussare un tedesco. Vidi che non era uno dei soliti. Entrò da noi e mangiò con noi. Dopo, seduto sulla panca, levò dal portafogli le fotografie: – Questa è mia moglie, – disse, – e questa è mia figlia –. La moglie era giovane e la figlia era bambina. – E questa è la mia casa, – disse poi. Era una casa della Baviera, tra gli abeti, in un piccolo paese.

Camminai ancora un altro giorno con il passo del vecchio viandante appoggiandomi al bastone. Per delle ore mi sorprendevo a ripetere: «Adesso e nell’ora della nostra morte», e questo pensiero mi ritmava il passo. Lungo la pista s’incontravano spesso delle carogne di mulo.

Un giorno stavo tagliandomi un pezzo di carne da una carogna quando mi sentii chiamare.

Era un caporalmaggiore del battaglione Verona che avevo avuto per allievo a un corso rocciatori nel Piemonte. Mi chiama e vedo che è contento d’incontrarmi.

– Vuoi che camminiamo assieme? – dice. Per me. Andiamo, – dico.

Due o tre giorni camminai con lui. Al corso rocciatori lo chiamavamo Romeo perché una notte era andato a trovare una pastora scalando la finestra. (Era proficuo il corso rocciatori). Romeo e lei Giulietta. Era recluta e lo canzonavamo per questo. Un’altra sera che eravamo in un rifugio tra i ghiacciai scese al paese per trovarla e camminò tutta la notte. La mattina dopo c’era da scalare una vetta ed era stanco ma il tenente Suitner lo caricò bene di corde e di attrezzi. Ora, qui in Russia, avevo sentito dire che era un caporalmaggiore tra i migliori del Verona. Camminando parlavo poco con lui, ma la sera, quando si arrivava nelle isbe, ci aiutavamo scambievolmente per preparare qualcosa da mangiare e la paglia per dormire.

Il sole incominciava a farsi sentire, le giornate si erano allungate. Si camminava in una vallata lungo il corso di un fiume. Si sentiva dire che ormai eravamo fuori dalla sacca e che un giorno o l’altro saremmo entrati nelle linee tedesche. Quelli che s’erano attardati alla fine della colonna dicevano che i soldati russi, i carri armati e i partigiani ogni tanto tagliavano la coda e facevano dei prigionieri.

Al passaggio d’una balca, v’erano un giorno delle slitte di feriti bloccate nella neve. Romeo e io si camminava fuori dalla pista per conto nostro. Il conducente e i feriti di una slitta chiedevano aiuto. C’era tanta gente lí attorno ma mi pareva che si rivolgessero proprio a noi. Mi fermai.

Mi guardai un po’ indietro e ripresi a camminare. Dopo, girandomi ancora, vidi che le slitte s’erano mosse. Ero solo; non cercavo nessuno, non volevo niente.

Un giorno passiamo per un villaggio; c’è ancora il sole alto, dalle finestre di un’isba delle donne battono sui vetri e ci fanno cenno di entrare. – Entriamo? – domanda il mio compagno. – Entriamo, – dico. L’isba è bella con tendine ricamate alle finestre e le icone adornate con fiori di carta. Tutto è pulito e caldo. Le donne fanno bollire due galline per noi, ci dànno da bere il brodo e mangiare la carne con patate lessate. Dopo ci preparano da dormire. Verso sera entrarono anche dei sottufficiali dell’Edolo. Chiedo a loro di Raul. Cosí per chiedere, perché vedo dalla nappina che sono del suo battaglione.

– È morto, – mi rispondono, – è morto a Nikolajewka.

Andava all’assalto su un carro armato e saltando a terra si prese una raffica –. Io non dico nulla.

Quando alla mattina devo muovere i primi passi sono costretto a fare piano. Cric crac mi fanno le ginocchia.

Piano piano fino a che si riscaldano e poi continuare il cammino appoggiandomi al bastone. Il mio compagno ha pazienza e viene con me silenzioso. Come due vecchi viandanti che si sono messi insieme senza conoscersi.

Nella colonna si sente sovente imprecare e litigare.

Siamo diventati irascibili, nervosi, per una cosa da nulla si trova da dire.

Un giorno entriamo in una capanna; abbiamo sentito lí dentro cantare un gallo. Vi sono molte galline, ne prendiamo una per ciascuno. Camminando le spenniamo per mangiarle alla sera. Un aeroplano tedesco «Cicogna» è atterrato vicino alla colonna; vengono caricati dei feriti. Tra qualche ora quelli saranno all’ospedale.

Ma non m’importa niente di nulla.

Incontriamo dei soldati tedeschi che non erano con noi nella sacca. Sono di un caposaldo e ci aspettavano.

Sono lindi e ordinati. Un ufficiale di questi osserva all’orizzonte attorno attorno con il binocolo. Siamo fuori, tento di pensare. Ma non provo nessuna emozione nemmeno quando troviamo delle tabelle segnavia scritte in tedesco.

Al lato della pista si è fermato un generale. È Nasci, il comandante del corpo d’armata alpino. Sí, è proprio lui che con la mano alla tesa del cappello ci saluta mentre passiamo. Noi, banda di straccioni. Passiamo davanti a quel vecchio dai baffi grigi. Stracciati, sporchi, barbe lunghe, molti senza scarpe, congelati, feriti. Quel vecchio col cappello d’alpino ci saluta. E mi sembra di rivedere mio nonno.

Sono camion italiani quelli laggiú, sono i nostri Fiat e i nostri Bianchi. Siamo fuori, è finita. Ci sono venuti incontro per caricare i feriti e i congelati o chiunque voglia saltarci sopra. Guardo i camion e passo oltre. La mia piaga puzza, le ginocchia mi dolgono, ma continuo a camminare sulla neve. Delle tabelle indicano: 6¡ alpini; 5¡ alpini; 2¡ artiglieria alpina. Battaglione Verona, e il mio compagno se ne va senza che me ne accorga. Battaglione Tirano, battaglione Edolo, gruppo Valcamonica e la colonna si assottiglia. 6¡ alpini, battaglione Vestone, indica una freccia. Sono del 6¡ alpini io? Del battaglione Vestone? Avanti per di qua allora. Vestone, Vestone, el Vestú. I miei compagni.

«Sergentmagiú ghe rivarem a baita?» Sono a baita. Adesso e nell’ora della nostra morte. – Vecio! Ciao Vecio! – Ma chi è quello? Sí, è Bracchi. Mi viene incontro, mi batte una mano sulla spalla. Si è lavato, si è fatto la barba.— Vai laggiú, Vecio, in quelle isbe troverai la tua compagnia-. Guardo e non dico niente. Lentamente, sempre piú lentamente vado laggiú dove sono quelle isbe. Sono tre, nella prima vi sono i conducenti con sette muli, nella seconda la compagnia e nella terza un’altra compagnia. Apro la porta, nella prima stanza vi sono dei soldati che si stanno radendo e pulendo. Mi guardo attorno. – E gli altri? – dico. – Sergentmagiú! Sergentmagiú! – E arrivato anche Rigoni, – gridano. – E gli altri? – ripeto. C’è Tourn e Bodei, Antonelli e Tardivel. Visi che avevo dimenticato. – E allora è finita? – dico. Sono contenti di rivedermi e qualcosa dentro di me si muove, ma lontano come una bolla d’aria che viene dagli abissi del mare. – Vieni, – dice Antonelli. E mi accompagna nell’altra stanza dove c’è un ufficiale che era alla compagnia comando. – È lui che comanda la compagnia, – dice Antonelli. C’è anche il furiere e su un pezzo di carta annota il mio nome. – Sei il ventisettesimo,

– dice. – È stanco, Rigoni? – mi chiede il tenente. – Se vuole riposare si accomodi in qualche modo.

Mi butto sotto il tavolo che è appoggiato a una parete e sto lí rannicchiato. Tutto il giorno e tutta la notte seguente sto lí sotto ad ascoltare le voci dei miei compagni e vedere i piedi che si muovono sulla terra battuta del pavimento.

Alla mattina esco fuori e Tourn mi porta un po’ di caffè nel coperchio della gavetta. – Come va, sergentmagiú? – Oh Tourn, Vecio! Sei tu, vero? E gli altri? – dico.

– Sono qui, – dice, – vieni –. Il plotone, il nostro plotone pesante. – Dove sono? – Vieni, sergentmagiú –. Chiamo vicino a me Antonelli, Bodei e qualche altro. – Giuanin,

– chiedo, – dov’è Giuanin? – Non mi dicono niente.

«Ghe rivarem a baita?» Di nuovo domando di Giuanin.

– È morto, – mi dice Bodei. – Ecco il suo portafogli. – E gli altri? – chiedo. – Siamo in sette con te, – dice Antonelli. – In sette con te del plotone pesante. E quella recluta, – e m’indica Bosio, – ha una gamba spezzata. – E tu Tourn? Mostrami la mano, – dico. Tourn mi stende la mano aperta. – Vedi, – dice, – è guarita, vedi come la cicatrice è sana. – Se vuoi farti la barba vado a scaldarti dell’acqua, – dice Bodei. – Ma non importa, perché? – rispondo. – Puzzi, – mi dice Antonelli.

Qualcuno mi mette in mano un rasoio di sicurezza e un piccolo specchio. Guardo queste cose nelle mie mani e poi mi guardo nello specchio. E questo sarei io: Rigoni Mario di GioBatta, n. 15454 di matricola, sergente maggiore del 6¡ reggimento alpini, battaglione Vestone, cinquantacinquesima compagnia, plotone mitraglieri. Una crosta di terra sul viso, la barba come fili di paglia, i baffi sporchi di muco, gli occhi gialli, i capelli incollati sulla testa dal passamontagna, un pidocchio che cammina sul collo. Mi sorrido.

Bodei mi dà un paio di forbici, mi taglio con queste il piú della barba e poi mi lavo. L’acqua viene giú del colore della terra. Con il rasoio di sicurezza, piano, perché chissà quante barbe come la mia ha tagliato questa lametta, incomincio a radermi. Mi lascio la barba sul mento e i baffi come una volta. Poi ritorno a lavarmi e i miei compagni mi guardano come sto uscendo dal bozzolo.

Tourn mi passa un pettine. Ohi, come fa male a pettinarsi. – Puzzi ancora, – dice Antonelli. – È il piede, – dico, – è il piede. – Avete un po’ di sale? – Anche il sale c’è, – dice Bodei. E fa bollire un po’ di acqua e sale. –

Sei congelato? – mi chiedono. Mi levo gli ultimi pezzi delle scarpe e gli stracci. Che odore! Sembra che sulla piaga vi siano dei vermi tanto è putrida e schifosa. Con l’acqua e sale mi lavo per bene, mi lavo anche i piedi.

Antonelli ha anche un pezzo di garza rimastagli del pacchetto di medicazione e mi fascio. Infine ritorno sotto il tavolo e rimango lí a fissare la parete dell’isba.

Tre giorni siamo rimasti lí. In quei tre giorni arrivò ancora qualche ritardatario. Ma ormai era finita. Il sergente furiere, congelato, partí il giorno dopo il mio arrivo per l’ospedale. Piú nessun ufficiale della compagnia era rimasto: Moscioni, Cenci, Pendoli, Signorini. Piú nessuno e neanche sottufficiali tranne il sottotenente e il sergente maggiore dei conducenti. Bosio, la recluta della vecchia squadra di Moreschi, quello che aveva la gamba ferita, lo accompagnai personalmente con un mulo e lo caricai su un camion che sgomberava i feriti. V’era un altro alpino del terzo plotone fucilieri, paesano di Tourn, che aveva un fazzoletto attorno alla testa. – Che hai lí? – gli chiesi. Si levò il fazzoletto e vidi che era senza un occhio; al suo posto restava un buco rosso. – È guarito ormai, – disse, – vengo in Italia con voi.

Uno di quei giorni morí il nostro colonnello Signorini. Dissero che dopo aver tenuto rapporto ai comandanti di battaglione e udito quel che rimaneva del suo reggimento si sia ritirato in una stanza dell’isba dove alloggiava e sia morto di crepacuore. Mi ricordai che un giorno, prima di andare al caposaldo sul Don ed eravamo a scavar tane, venne da noi. Bracchi mi chiamò e mi presentò al colonnello. Nel mettermi la mano sulla spalla un guanto s’impigliò in una stelletta della mia mantellina e si strappò. Ricordo il mio imbarazzo e il suo sorriso. E ora anche lui ci ha lasciati.

Andai anche al comando di reggimento per domandare di Marco Dalle Nogare. – È rimasto congelato, – mi dissero, – ed è partito per l’Italia.

Il tenente che aveva preso il comando della compagnia mi chiese il nome di quelli che meritavano di essere decorati. Diedi i nomi di Antonelli, di Artico, di Cenci, di Moscioni, di Menegolo, di Giuanin, di Tardivel, e di qualche altro.

Ecco, ora è finita la storia della sacca, ma della sacca soltanto. Tanti giorni poi abbiamo ancora camminato.

Dall’Ucraina ai confini della Polonia, in Russia Bianca. I russi continuavano ad avanzare. Qualche volta si facevano delle lunghe marce anche di notte. Un giorno, quasi perdetti le mani per congelamento perché mi ero aggrappato a un camion ed ero senza guanti. Vi furono ancora tormente di neve e freddo. Si camminava reparto per reparto e a gruppetti. Alla sera ci fermavamo nelle isbe per dormire e mangiare. Tante cose ci sarebbero ancora da dire, ma questa è un’altra storia.

Un giorno mi accorsi che era arrivata la primavera. Si camminava da tanti giorni; era il nostro destino camminare. E mi accorsi che la neve sgelava, che nei paesi attraverso i quali si passava c’erano delle pozzanghere. Il sole scaldava e sentii cantare una calandra. Una calandrella che cantava primavera. Desiderai l’erba verde, sdraiarmi sull’erba verde e sentire il vento tra i rami degli abeti. E l’acqua tra i sassi.

Si era in attesa del treno che ci doveva portare in Italia; eravamo nella Russia Bianca nei dintorni di Gomel. La nostra compagnia, pochi ormai, era in un villaggio vicino alla foresta. Per arrivarci dovemmo camminare parecchie ore attraverso i campi che sgelavano. Quel luogo era famoso per i partigiani; nemmeno i tedeschi si fidavano ad andarci. Mandarono noi. Lo starosta del villaggio ci disse che doveva metterci uno o due per famiglia per non gravare sulla popolazione. L’isba dove mi accettarono era spaziosa e pulita, e abitata da una famiglia di gente giovane e semplice. Mi preparai in un angolo sotto la finestra la cuccia per dormire. Passai sdraiato su un po’ di paglia tutto il tempo che rimasi in quella capanna; sempre lí, sdraiato per ore e ore a guardare il soffitto. Nel pomeriggio c’erano nell’isba solo una ragazza e un neonato. La ragazza si sedeva vicino alla culla. La culla era appesa al soffitto con delle funi e dondolava come una barca ogni volta che il bambino si muoveva. La ragazza si sedeva lí vicino, e per tutto il pomeriggio filava la canapa con il mulinello a pedale. Io guardavo il soffitto e il rumore del mulinello riempiva il mio essere come il rumore di una cascata gigantesca. Qualche volta la osservavo e il sole di marzo, che entrava tra le tendine, faceva sembrare oro la canapa e la ruota mandava mille bagliori. Ogni tanto il bambino piangeva e allora la ragazza spingeva dolcemente la culla e cantava. Io ascoltavo e non dicevo mai una parola. Qualche pomeriggio venivano le sue amiche delle case vicine. Portavano il loro mulinello e filavano con lei. Parlavano tra loro dolcemente e sottovoce, come se avessero timore di disturbarmi.

Parlavano armoniosamente tra loro e le ruote dei mulinelli rendevano piú dolci le voci. Questa è stata la medicina. Cantavano anche. Erano le loro vecchie canzoni di sempre: Stienka Rasin, Natalka Poltawka e i loro antichi motivi di balli. Guardavo per ore e ore il soffitto e ascoltavo. Alla sera mi chiamavano per mangiare con loro. Mangiavamo tutti nel medesimo recipiente con religiosità e raccoglimento. Ritornava la madre; ritornava il padre; ritornava il ragazzo. Solo alla sera ritornavano il padre e il ragazzo; si fermavano poco, ogni tanto guardavano dalla finestra e poi uscivano insieme sino alla sera dopo. Una sera che non vennero la ragazza pianse.

Vennero al mattino... Il bambino dormiva nella culla di legno, che dondolava leggermente sospesa al soffitto; il sole entrava dalla finestra e rendeva la canapa come oro; la ruota del mulinello mandava mille bagliori; il suo rumore sembrava quello di una cascata; e la voce della ragazza era piana e dolce in mezzo a quel rumore.

Preblic (Austria), gennaio 1944 - Asiago, gennaio 1947.

Edizione di riferimento:

in Il sergente nella neve (Ricordi della ritirata di Russia); Ritorno sul Don, Einaudi, Torino 1973