/ Language: Italiano / Genre:sf, / Series: Darkover (it)

La spada di Aldones

Marion Bradley

Aldones è uno degli dei di Darkover, uno dei Signori della luce. Il romanzo prosegue le vicende narrate in Ritorno a Darkover e Il Signore di Storn. La storia inizia con il figlio di Kennard Alton richiamato su Darkover dal Reggente. Sul Pianeta del Sole Rosso ha inizio la lotta contro i terrestri e alcuni nobili vogliono usare il potere di Sharra, la dea del fuoco, il cui culto è proibito, per sconfiggerli. Il giovane, figlio di un darkovano e di una terrestre, si trova così diviso fra due fazioni e avventurandosi in una delle Torri, deve confrontarsi con il potere di Sharra, cercando l'aiuto di un dio a lei superiore: Aldones. Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1963.

Marion Zimmer Bradley

La spada di Aldones

A Rick Sneary

CAPITOLO 1

RITORNO A THENDARA

Volavamo più veloci della notte.

Quando la Croce del Sud era atterrata su Darkover, sul campo di atterraggio di New Chicago era ancora buio, e io, non appena sceso dall'astronave, mi ero subito imbarcato sull'aereo navetta che doveva portarmi a Thendara. Ora, volando verso la linea dell'alba, l'aria davanti all'aereo cominciava a rischiararsi alle prime luci dell'aurora.

Sotto i miei piedi, la fusoliera si inclinò: l'aereo aveva incontrato una corrente d'aria proveniente dagli Hellers. Dall'oblò vidi passare una successione di cime che uscivano dalla coltre di nubi; ma, quando cercai di individuare qualche vetta in particolare, rimasi deluso. Eravamo troppo in alto per riconoscerle.

Dopo sei anni in cui ero passato da un sistema solare all'altro, facevo ritorno a casa; ma non provavo nessun sentimento particolare, esattamente come quando ero sceso su uno qualsiasi degli altri pianeti da me visti…

Nessuna nostalgia di casa, nessuna agitazione, neppure il riaffiorare di qualche vecchio rancore, di qualche passato risentimento, benché fossero un mio diritto.

In realtà non avevo alcun desiderio di ritornare su Darkover, ma l'idea del ritorno mi era talmente indifferente che non avevo neppure fatto lo sforzo di protestare, quando mi era stato chiesto di rientrare sul pianeta.

Sei anni prima, avevo lasciato Darkover con l'intenzione di non farvi più ritorno. Poi, i disperati messaggi del Reggente mi avevano rincorso su tutti i pianeti che avevo visitato: dalla Terra a Samarra e a Vainwal.

Costava un occhio della testa trasmettere messaggi interspazio servendosi del sistema di ripetitori terrestre, e il Vecchio Hastur — il Reggente Comyn, signore dei Sette Regni — non aveva perso tempo in spiegazioni. Semplicemente, mi aveva dato un ordine. Ma non riuscivo a immaginare perché mi volessero indietro.

Quando me n'ero andato, mi erano sembrati felicissimi di liberarsi di me.

Presto, però, dovetti rinunciare a guardare il cielo sempre più chiaro che si scorgeva dal finestrino. Chiusi gli occhi e, con la mano buona, mi massaggiai la tempia, premendo forte.

Come sempre, prima del viaggio tra le stelle, avevo preso un forte sedativo, e adesso il medicinale iniettatomi dal medico dell'astronave cominciava a non avere più effetto. La stanchezza allentava le mie barriere, e un filo di pensieri, irritante come una puntura di spillo, prese ad arrivare fino a me.

Riuscivo a sentire con la mente le occhiate di straforo che mi lanciavano gli altri passeggeri, stupiti e incuriositi del mio aspetto. Si chiedevano la ragione della cicatrice sulla mia faccia, della mancanza di una mano (il mio braccio terminava poco dietro il polso e tenevo chiusa la manica mediante una spilla).

E soprattutto, guardando i miei capelli rossi, qualcuno si chiedeva chi ero, o meglio che cos'ero, con il sospetto che fossi un lettore della mente. Un fenomeno da baraccone. Un Alton, appartenente a una delle Sette Famiglie dei Comyn, l'autarchia ereditaria che dominava Darkover fin da prima dell'arrivo dei terrestri.

Eppure, non ero esattamente uno di loro. Come tutti sapevano — ogni bambino dei Comyn conosceva quella storia — mio padre Kennard Alton aveva fatto qualcosa di sconvolgente, quasi di riprovevole. Aveva sposato, con un onorevole matrimonio di catenas, una donna terrestre, appartenente all'odiato impero che dominava tutti i pianeti conosciuti.

L'aveva potuto fare, senza essere esiliato, soltanto perché apparteneva alla massima aristocrazia del pianeta. Nel Consiglio dei Comyn avevano bisogno di lui. Subito dopo il Vecchio Hastur, Kennard Alton era il più importante uomo di Darkover. Era perfino riuscito a farmi accettare come suo erede. Ma i Comyn avevano tirato un grosso respiro di sollievo, quando me n'ero andato dal pianeta.

E adesso mi avevano ordinato di ritornare a casa.

Seduti davanti a me, due terrestri con l'aria dello studioso — probabilmente due ricercatori del Servizio Antropologico, rientrati da un viaggio di studio — ingannavano il tempo del tragitto risuscitando l'annoso problema delle origini della vita sui vari pianeti in generale, e su Darkover e la Terra in particolare.

Non l'origine dell'uomo su Darkover, che per i terrestri non costituiva un problema: l'identità tra darkovani e terrestri era dovuta semplicemente al fatto che Darkover era stato colonizzato da un'antica astronave terrestre che aveva fatto naufragio. Nel corso delle generazioni, poi, i coloni avevano perso i contatti con la madrepatria, e s'erano dimenticati di quell'antico incidente.

Gli attuali darkovani amavano attribuire la loro origine agli amori del dio Hastur, Signóre della Luce; ma sulla Terra, fin dalla “riscoperta” del pianeta, era stata rintracciata la documentazione di quell'antico viaggio, e le prove erano inoppugnabili: perfino i cognomi dei naufraghi corrispondevano ai nomi di famiglia dei vari clan darkovani.

Comunque, studiando sulla Terra, avevo notato come l'origine della vita sui vari pianeti non fosse stata chiarita in modo soddisfacente. E adesso, come sempre, uno dei due terrestri sosteneva la tesi dell'evoluzione parallela, l'altro quella della super-razza inseminatrice.

Quest'ultima teoria non si basa su alcuna prova, e perciò, più che una “teoria”, è una semplice “ipotesi”, ma piace ai terrestri perché basa l'intero universo su una pianificazione e una centralizzazione — due idee per cui i terrestri vanno in sollucchero — e pressappoco si può riassumere così: su qualche pianeta (ancora sconosciuto), due o tre miliardi di anni fa è sorta una razza intelligente che ha colonizzato l'intera Galassia, spargendo nei vari pianeti molecole capaci di dare origine a forme viventi.

Su ciascun pianeta sarebbe stata sparsa una molecola diversa, perché era un esperimento. In seguito, l'antica razza si è evoluta in un modo che noi non possiamo immaginare, ma ha continuato a tenere d'occhio i suoi esperimenti di creazione della vita, intervenendo di tanto in tanto per correggere e indirizzare l'evoluzione.

Sono idee che risalgono ad ancor prima del volo spaziale e che da allora non sono cambiate, e non erano certo una novità, almeno per me, ma io cercai di concentrarmi mentalmente sulla conversazione dei due terrestri e di non badare alla curiosità di quanti mi circondavano. In mezzo a gente non abituata a schermare i propri pensieri — e il normale terrestre non li scherma mai — un telepatico si sente sempre a disagio, come se fosse in mezzo a una piazza dove tutti gridano.

Il dispersionista, quello convinto dell'origine artificiale della vita, tirava fuori tutte le vecchie “prove” (in gran parte, semplici leggende, e alquanto manipolate) dell'esistenza di antiche razze superiori all'uomo, mentre il parallelista citava le somiglianze tra le razze non umane dei vari pianeti, che in genere sono di forma vagamente umanoide, per dire che la vita sorge da sola e che tende sempre a dare una forma analoga a quella umana.

«Anche qui su Darkover», diceva, «benché sia difficile raccogliere le prove, su un pianeta così barbaro e arretrato, che non è mai progredito oltre la cultura feudale e che oggi stenta a resistere all'impatto del nostro Impero, le razze non umane…»

Avevo già sentito molte volte quei discorsi — “l'uomo è la forma di vita più alta, l'Impero Terrestre è la forma di governo perfetta” — e a dire il vero non vedevo molta differenza tra lui e il suo collega convinto della pianificazione universale, perché solo ai terrestri poteva venire in mente la strana idea che gli dèi fossero, in ultima analisi, dei pianificatori come i loro burocrati. Così, soffocando un moto di fastidio, me ne disinteressai.

I terrestri sono impareggiabili, nel vivere con i paraocchi. Era stupefacente, mi dissi, come quei due, anche dopo mesi e anni di permanenza sul pianeta, si rifiutassero di conoscere il punto di vista darkovano e pensassero sempre a Darkover come a un pianeta barbaro, arretrato, feudale.

Questo semplicemente perché noi darkovani mostriamo non dico resistenza, ma indifferenza di fronte alle armi e ai congegni meccanici che i terrestri, sui loro pianeti, usano a ogni piè sospinto. Perché preferiamo viaggiare a cavallo, sul nostro pianeta, anziché perdere tempo e denaro a costruire autostrade. E perché Darkover, rispettando l'antico Patto del Guardiano Varzil, che proibisce le armi che colpiscono a distanza, non vuole un ritorno all'epoca delle guerre e degli stermini compiuti con armi da vigliacchi.

La legge sancita dal Patto vale per tutto Darkover, da Thendara agli Hellers e alle Città Aride: chi vuole uccidere un'altra persona deve rischiare a sua volta la morte. Sulla Terra si ironizza sulla nostra “cultura del duello”, e sul sistema feudale di Darkover — non so dire le volte che ho dovuto ascoltare quel tipo di discorsi: ogni volta che il discorso cade su Darkover, all'incirca — ma qual è più civile: un mondo dove chi trasgredisce deve affrontare di persona l'uomo che ha offeso, spada contro spada, o uno dove puoi uccidere mille sconosciuti, vecchi, donne e bambini, standotene al sicuro nella tua cabina e limitandoti a schiacciare un bottone?

Darkover non è il solo pianeta che sia stato colonizzato durante la prima, caotica fase del volo interstellare e che poi abbia perso i contatti con la Terra, ma è l'unico che abbia mantenuto la sua identità, senza lasciarsi sopraffare dalle mille seduzioni dell'Impero Terrestre.

Sono stato su altri pianeti “riscoperti” e ho visto che cosa è successo laggiù, dopo che i terrestri vi sono arrivati con la proposta di farli entrare in una civiltà capace di viaggiare tra le stelle. Non conquistano i mondi con la forza e con le armi: i terrestri possono permettersi di attendere, perché sanno che la cultura originaria del pianeta, prima o poi, finirà per crollare sotto l'impatto.

A quel punto, il pianeta supplicherà di entrare nell'Impero, e nel giro di pochi decenni diventerà identico a tutti gli altri: una minuscola rotellina del vasto Impero, burocratico e ipercentralizzato, che divora tutti i mondi che incontra.

La cultura di Darkover, però, non era crollata.

Con la coda dell'occhio, vidi che un uomo, qualche posto più avanti, si alzava e veniva nella mia direzione; pensai che volesse spostarsi in fondo alla cabina, ma quando arrivò alla mia altezza si fermò e si sedette accanto a me. Senza chiedere, notai, se il posto era libero.

«Comyn?» chiese, con il tono di chi conosce già la risposta.

Lo guardai: era alto e magro, con i capelli tra il rosso e il biondo. Un darkovano dei monti del Nord. Intanto il suosguardo si soffermava, ai limiti della maleducazione, sulla mia cicatrice, sulla manica vuota.

Poi, evidentemente soddisfatto di quel che aveva visto, l'uomo annuì tra sé.

«Ne avevo l'impressione», disse. «Sei il ragazzo che è stato coinvolto in quella vecchia faccenda di Sharra.»

Involontariamente, arrossii. Avevo impiegato sei anni a scordarmi della rivolta di Sharra e di Marjorie Scott. Ne portavo le cicatrici sulla pelle, e le avrei portate per tutta la vita. Chi diavolo era, quell'uomo, per rinfacciarmi quelle antiche vicende?

«Anche se lo ero», risposi seccamente, «adesso è acqua passata. E non mi ricordo affatto di voi», aggiunsi, calcando sul voi, tanto per tenere le distanze. Forse era anche lui un Comyn, ma che si presentasse!

«E tu saresti un Alton!» mi disse, in tono ironico.

«Nonostante tutte le storie che si raccontano per far paura ai bambini», ribattei, nello stesso tono, «gli Alton non passano la giornata a leggere nella mente delle persone. Per prima cosa, è un'attività che stanca. Per seconda cosa, in genere la mente delle persone è piena d'immondizia. E per terza cosa», aggiunsi, «non ce n'è mai fregato niente, di quello che pensano gli altri.»

L'uomo scoppiò a ridere.

«Oh», disse, «non mi aspettavo che ti ricordassi di me. Quando ti ho visto l'ultima volta, eri sotto sedativo, e deliravi. Ho detto a tuo padre che ben difficilmente saresti riuscito a salvare la mano, e ora, con dispiacere, vedo che avevo ragione.»

Il “con dispiacere” era quel che un saggista definirebbe un artificio letterario. Non mi sembrava affatto dispiaciuto.

«Sono Dyan Ardais», si presentò.

Non appena udii il nome, mi parve di ricordarmi di lui: un signorotto degli Hellers, con il castello ai confini del mondo civile. Nonostante la comune appartenenza alle Sette Famiglie e certi vecchi matrimoni tra le due casate, negli ultimi tempi non c'era stata molta simpatia, tra gli Alton e gli Ardais.

«E viaggi da solo, giovane Alton?» proseguì l'uomo. «Dov'è tuo padre?»

«È morto su Vainwal», risposi, concisamente.

L'uomo abbassò la voce.

«Allora, ti do il benvenuto, Comyn Alton», disse.

Il titolo ufficiale con cui mi salutò mi colmò di stupore, perché non mi era mai venuto in mente, sugli altri pianeti, che adesso il capo della Famiglia ero io. Dovette notare la mia sorpresa, perché, per non mettermi in imbarazzo, tese il collo verso uno dei finestrini. Il cielo era ormai chiaro.

«Siamo quasi a Thendara», mi annunciò. «Vieni con me?»

«Grazie, ma dovrebbero essere venuti a prendermi», risposi. Non era vero, ma non volevo prolungare quell'incontro casuale.

Dyan Ardais, comunque, non parve offeso dal rifiuto.

«Allora, ci vedremo in Consiglio», disse, con mi cenno del capo.

Poi si alzò, con eleganza, e tornò a guardarmi con aria indifferente.

«E proteggi con attenzione», mi disse, «le tue proprietà, Comyn Alton. Ci sarà indubbiamente qualcuno che vorrà recuperare la matrice di Sharra.»

Mi girò le spalle e tornò al suo posto, mentre io mi lasciavo scivolare nella poltroncina, inorridito.

Maledizione! Doveva avermi letto nella mente mentre io mi baloccavo con le conversazioni dei due terrestri! Altrimenti, come aveva fatto a sapere? Quel sudicio montanaro, leggermi la mente di straforo! Ancora pieno di procalamina com'ero, doveva essere penetrato nelle mie barriere mentali senza che me ne accorgessi. Che uno dei Comyn potesse davvero abbassarsi a tanto?

Lo guardai con ira e feci per alzarmi, ma dovetti sedermi perché l'aereo cominciava la manovra di atterraggio. Lampeggiò l'insegna che invitava ad allacciarsi le cinture; meccanicamente chiusi la mia; ero agitatissimo.

Quell'uomo mi aveva costretto a ricordarmi del mio passato. Mi aveva obbligato a ricordare perché ero stato costretto a lasciare Darkover, sei anni prima, sfigurato, sconfitto e segnato per tutta la vita. Sentii di nuovo il dolore di ferite che, con il tempo e il silenzio, si erano quasi rimarginate. Inoltre, quell'uomo aveva pronunciato il nome di Sharra.

Ero un meticcio, un sangue misto, entrato a far parte dei Comyn soltanto perché mio padre non aveva figli darkovani, ed ero diventato una facile preda per i ribelli e i malcontenti che si erano riuniti sotto il vessillo di Sharra.

Sharra. La leggenda diceva che era una dea trasformatasi in un demonio. Veniva raffigurata come una giovane donna, legata da catene d'oro, e la sua immagine compariva quando la si evocava con il fuoco. In passato, la dea veniva adorata dal “popolo delle forge”, un gruppo di uomini che, agli albori della storia umana su Darkover, si erano rifugiati in una zona degli Hellers ricca di ferro ed erano sempre vissuti in relativo isolamento, scambiando armi e oggetti metallici con le merci delle Pianure.

Negli ultimi secoli, comunque, i Comyn avevano cercato di scalzare il culto di Sharra, per timore che il suo fuoco distruggesse le foreste e venisse usato come arma proibita. Io, però, avevo visto quei fuochi, e avevo usato i miei poteri per evocare da essi il potere di Sharra.

Al centro della ribellione c'erano gli Aldaran, la famiglia dei Comyn che, dopo essere stata esiliata all'epoca di Varzil perché non aveva voluto giurare obbedienza agli Hastur, aveva poi accolto le prime delegazioni terrestri. E io ero un lontano parente di Beltran, il signore di Aldaran.

Rividi, come in una sfilata implacabile, le facce che avevo cercato di dimenticare. L'uomo chiamato Kadarin, capo dei ribelli, che mi aveva convinto a unirmi ai seguaci di Sharra. E gli Scott: Zeb Scott, che aveva trovato la matrice Sharra, un antichissimo talismano risalente alle Epoche del Caos; e i suoi figli Rafe, che mi considerava il suo eroe e mi seguiva dovunque; Thyra, con la faccia da bambina e gli occhi di una bestia selvatica; e Marjorie…

Marjorie. Mi parve di perdere il senso del tempo. Rividi la ragazza dai capelli castani e dagli occhi color dell'ambra con minuscole pagliuzze dorate, che correva con me, sullo sfondo del chiarore dei fuochi. Ripensai a Marjorie che, ridendo, percorreva le strade di una città ridotta a un mucchio di rovine, e ricordai che aveva in mano una ghirlanda di fiori.

Allontanai bruscamente da me quei ricordi. Era inutile ripensare a quei tempi. Il ronzio dei motori salì bruscamente di volume, quando invertirono la spinta per rallentare; dal finestrino vidi le basse torri di Thendara, illuminate dalla rossa luce dell'alba. Tutta la città era una vasta macchia chiara in mezzo al verde del territorio coperto di pascoli e foreste.

Continuammo a scendere e vidi il riflesso della luce sui laghetti, che splendevano come specchi; poi passò davanti ai miei occhi il grattacielo che ospitava il quartier generale terrestre, e le violente luci dell'aeroporto mi colpirono gli occhi.

L'aereo toccò terra con un sobbalzo e infine si fermò. Io, con impazienza, mi liberai della cintura di sicurezza e mi feci avanti per cercare Dyan.

Ma era già sceso dall'aereo, e si era confuso in mezzo ai viaggiatori che andavano e venivano in tutte le direzioni. Mi avviai verso la stazione e, mentre mi facevo strada per arrivare alla porta, urtai involontariamente contro una ragazza minuta, che indossava un vestito chiaro.

La ragazza inciampò, e io la aiutai a rialzarsi, scusandomi di averla urtata.

«Perdonatemi», le dissi, in terrestre standard. «Non sono più abituato a queste resse e non guardavo dove andavo…»

Poi, finalmente, potei vederla in faccia e rimasi a bocca aperta per la sorpresa.

«Linnell!» esclamai allegramente. «Che fortuna incontrarti qui!»

L'afferrai goffamente e la abbracciai.

«Sei venuta a prendermi?» le chiesi. «Come sei cresciuta, cuginetta!»

«Vi chiedo scusa», mi rispose la ragazza, in tono raggelante.

Con sorpresa, capii di avere commesso un errore di persona e mi affrettai a lasciarla. Aveva parlato in darkovano, ma nessuna ragazza del pianeta aveva mai parlato con un accento come il suo. La fissai a bocca aperta.

«Mi dispiace», dissi infine, confuso. «Credevo che foste…»

Non riuscivo a staccare gli occhi da lei. Era una ragazza alta, bionda, con un viso delicato a forma di cuore, capelli castani e occhi grigi e gentili… che però non erano affatto gentili, adesso. Anzi, erano incolleriti e mandavano fiamme.

«Allora?» chiese.

«Scusatemi», ripetei umilmente. «Vi avevo preso per una delle mie cugine…»

Lei si strinse nelle spalle, mormorò qualche parola che non potei udire e si allontanò. Io la seguii con lo sguardo, a occhi sgranati.

La somiglianza era fantastica. Non si trattava soltanto di una somiglianza superficiale di altezza e di colore dei capelli: quella ragazza era la copia esatta di mia cugina Linnell Aillard. Anche la sua voce era identica.

Poi sentii una mano sulla spalla e un'altra ragazza si rivolse a me, in tono divertito.

«Vergogna, Lew!» mi disse. «La povera Linnell doveva essere proprio imbarazzata. Mi è passata davanti senza dire una sola parola. Sei stato via per così tanto tempo da esserti dimenticato delle buone maniere?»

«Diana Ridenow!» esclamai, piacevolmente sorpreso.

La ragazza che mi stava accanto era minuta e aveva un'aria impertinente, lunghi capelli biondi che le arrivavano fino alle spalle e occhi grigi che mi fissavano divertiti.

«Pensavo che fossi ancora su Vainwal», le dissi.

«Se quando mi hai detto addio, lassù», ironizzò lei, «pensavi che sarei rimasta su Vainwal a piangere, allora sei proprio un illuso! Non mi conosci bene! I viaggi spaziali sono aperti a tutti, uomini e donne, Lew Alton, e anch'io ho un posto che mi attende al Consiglio dei Comyn, quando avrò voglia di andarci. Perché rimanere lassù a dormire da sola?»

Rise.

«Oh, Lew!» disse poi, guardandomi. «Dovresti vederti in faccia! Che cosa ti è successo?»

«Non era Linnell», risposi io, e fu la volta di Diana di rimanere a bocca aperta.

«Se non era Linnell, chi poteva essere?» si chiese a voce alta, e si guardò attorno.

La ragazza che assomigliava a Linnell, però, era ormai scomparsa tra la folla.

«E dove hai messo mio zio?» chiese Diana, tornando a sorridere. «Non dirmi che hai di nuovo litigato con tuo padre, Lew!»

«No», risposi io, in tono sgarbato. «È morto prima che lasciassi Vainwal.»

Possibile che nessuno lo sapesse, su tutto il maledetto pianeta?

«Altrimenti, pensi che sarei ritornato qui?» aggiunsi.

Dal viso di Diana svanì ogni velleità di ridere.

«Oh, Lew!» esclamò. «Quanto mi dispiace! Non lo sapevo!»

Fece per prendermi sottobraccio, ma io mi scostai. Diana era una sorta di esplosivo ad alto potenziale, quando eravamo insieme. E finché eravamo su Vainwal, niente da dire: lassù, la cosa mi andava benissimo. Ma sapevo, anche se forse lei non se ne rendeva conto, che sarebbe bastato poco perché la passione tornasse ad accendersi tra noi, e io avevo già troppe preoccupazioni; non desideravo cacciarmi in nuovi guai a causa di donne.

Non mi ero ricordato di schermare i miei pensieri. Tra lettori della mente, la buona educazione imponeva di non prestare (o di fingere di non prestare) attenzione a quel tipo di pensieri “marginali”, sfuggiti dalla mente di una persona e captati per caso da un'altra, ma il controllo di Diana, evidentemente, non era abbastanza forte: la ragazza non poté fare a menò di reagire, e la faccia le divenne rossa per l'imbarazzo. Accortasi di essere arrossita, si morse il labbro per la vergogna, si girò di scatto e corse via.

«Diana!» gridai dietro di lei, per scusarmi, ma in quel momento sentii gridare il mio nome.

«Lew! Lew Alton!»

Fu quello il mio primo errore. Invece di correre dietro alla ragazza, rimasi fermo dov'ero. Non chiedetemene la ragione.

Intanto, mi sentii chiamare una seconda volta.

«Lew Alton!»

Un momento dopo, un ragazzo alto, vestito da terrestre, mi raggiunse e mi sorrise.

«Bentornato, Lew!» mi disse.

E io non capii chi fosse. Non sarei riuscito a dirlo neppure se ne fosse andata di mezzo la mia vita.

Comunque, aveva qualcosa di familiare, e mi aveva riconosciuto. Ma io lo guardai con sospetto, perché ormai dubitavo di tutti. Non per niente, pochi istanti prima, avevo creduto di riconoscere Linnell, e mi ero clamorosamente sbagliato…

Il ragazzo, però, rise con divertimento.

«Non mi riconosci più?» mi chiese.

«Sono stato via per troppi anni, e ormai non sono più sicuro di saper riconoscere gli amici», ammisi.

Cercai un contatto mentale, ma avevo ancora il cervello offuscato dalla droga e riuscivo soltanto a percepire un vago senso di parentela. Scossi la testa per schiarirmela e lo guardai. Doveva essere un bambino, quando avevo lasciato Darkover; adesso era alto, ma era ancora molto giovane: probabilmente non si faceva ancora la barba. Però…

«Per tutti gli inferni di Zandru!» esclamai. «Non puoi essere Marjus!»

«Davvero non posso esserlo?» rispose lui.

Stentavo a crederlo. Mio fratello Marjus, che con la sua nascita aveva causato la morte della nostra madre terrestre… possibile che mi fossi scordato di mio fratello?

Mi sorrideva timidamente, e io mi tranquillizzai.

«Scusa, Marjus», dissi. «Ma eri tanto giovane, e sei così cambiato…»

«Possiamo parlare più tardi», si affrettò a dire. «Devi ancora passare la dogana e svolgere le altre formalità, ma volevo salutarti subito. Che hai, Lew? Hai un'aria strana. Stai male?»

Per qualche momento mi appoggiai al suo braccio, finché non mi fu passato il giramento di testa.

«Colpa della procalamina», dissi, e nel vedere la sua espressione perplessa, spiegai: «Te ne fanno un'iniezione, sull'astronave, per superare lo stress dell'assenza di gravità. Occorrono alcune ore perché l'effetto scompaia, e io sono un po' allergico a quella droga.»

Notai che mi guardava di sguincio, cercando di non farsi notare, e aggrottai la fronte.

«Ho davvero un aspetto così brutto?» chiesi. «D'accordo, non mi avevi più visto, dopo che avevo perso la mano e mi ero rovinato la faccia. Bene, dammi una buona occhiata.»

Distolse lo sguardo dalla mia faccia, e io gli strinsi il braccio.

«Non m'importa, anche se mi fissi», gli dissi, più gentilmente, «ma non voglio che tu mi guardi di straforo quando pensi che non me ne accorga, perché me ne accorgo sempre. Chiaro?»

Sorrise e mi osservò con franchezza per alcuni istanti, poi sorrise.

«Non sei bello, ma non eri una grande bellezza neppure prima, se ricordo bene. Andiamo?»

Diedi un'occhiata attorno, osservai il grattacielo del quartier generale e gli alti edifici della Città Commerciale per vedere se notassi qualche cambiamento. Dietro le costruzioni dei terrestri s'innalzava il profilo seghettato delle montagne e, alta al di sopra della pianura, si scorgeva la grande macchia chiara del Castello dei Comyn, con accanto il bianco cilindro della Torre.

«I Comyn si sono già riuniti a Thendara?» chiesi.

Marjus scosse la testa. Non riuscivo ancora ad abituarmi all'idea che fosse mio fratello. Non mi sembrava del tutto a posto.

«No», rispose. «Si riuniscono… ci riuniamo nella Città Nascosta. Lew, hai portato una pistola dalla Terra?»

«Diavolo, no», risposi. «Che me ne faccio di una pistola? E poi si può farle entrare solamente di contrabbando.»

«Allora non sei armato?»

Scossi la testa.

«No», spiegai. «Sulla maggior parte dei pianeti dell'Impero non si possono portare armi, e ho perso l'abitudine. Perché me lo chiedi?»

Marjus aggrottò la fronte.

«Sono riuscito a procurarmene una, l'anno scorso», disse. «L'ho pagata il quadruplo del suo prezzo, e porta il marchio del contrabbando. Pensavo che… ehi, ma non è il tuo nome, quello che stanno chiamando?»

Lo era davvero. Mi avviai verso i banchi della dogana passeggeri, seguito a poca distanza da Marjus. Lui scosse la testa al funzionario che gli rivolgeva un'occhiata interrogativa, indicò me e oltrepassò il cancello. Il mio bagaglio era sul nastro convogliatore, davanti al doganiere. L'uomo mi guardò senza molto interesse.

«Lewis Alton-Kennard-Montray?» mi chiese. «Atterrato a Port Chicago sulla Croce del Sud? Tecnico delle matrici?»

Gli rivolsi un cenno affermativo e prelevai di tasca il tesserino di plastica che mi qualificava come tecnico delle matrici autorizzato dalle autorità portuali di Thendara a svolgere quell'attività entro la Città Commerciale.

«Dobbiamo controllare negli archivi», disse il funzionario, ritirandolo, «e aggiornare l'autorizzazione. Occorreranno almeno due ore. Ritirerete il tesserino direttamente dal Legato.»

Prese un modulo prestampato e cominciò a leggere.

«“Affermate solennemente che, per quanto possa essere a vostra conoscenza, non avete tra le vostre proprietà armi a energia o a propulsione, disintegratori e fulminatori, isotopi atomici, farmaci narcotici, sostanze tossiche o incendiarie?”»

Misi la croce sul quadratino del “no” e firmai il modulo. L'uomo passò il mio bagaglio sotto il fluoroscopio: come prevedevo, lo schermo non s'illuminò.

Tutto il materiale citato sul modulo era di fabbricazione imperiale: in base agli accordi con cui gli Hastur avevano concesso ai terrestri l'area su cui sorgeva lo spazioporto, i terrestri si erano impegnati a non lasciar entrare nel pianeta quel genere di materiale, e comunque a non portarlo all'esterno della Città Commerciale. Su quel materiale, che sul nostro pianeta è di contrabbando, prima di poter circolare nella Città Commerciale viene stampigliato un micro-codice indelebile, con innocui inchiostri magnetici, che fa scattare le spie poste alle uscite dalla Città.

Attualmente lo spazioporto era spostato in una zona disabitata di Darkover e le piste di Thendara erano riservate agli aerei navetta. Comunque, gli aerei e il nuovo spazioporto godevano dello stesso stato di extraterritorialità ed erano a tutti gli effetti suolo imperiale.

«Qualcosa da dichiarare?» chiese intanto il doganiere.

«Un paio di binocoli di fabbricazione terrestre, una macchina fotografica terrestre e mezza bottiglia di firi acquistata a Vainwal», riferii.

«Fate vedere.»

Gli aprii la valigia e qualche istante più tardi, quando l'uomo cominciò a controllare il contenuto, non potei fare a meno di irrigidirmi. Era giunto il momento da me temuto.

Avrei dovuto cercare di corromperlo. Ma avrei corso il rischio — se si trattava di un uomo onesto — di prendere una multa e di finire sulla lista nera. Non potevo permettermelo.

Il doganiere passò sotto il suo apparecchio le scatole della macchina fotografica e dei binocoli. Gli strumenti ottici di fabbricazione terrestre sono oggetti di lusso e in genere sono fortemente tassati.

«La tassa d'importazione è di dieci reis», disse l'uomo, sollevando gli abiti contenuti nella valigia. «Se il firi è meno di dieci once, è in franchigia. Che cos'è questo?»

Quando la sua mano la toccò, penso di essermi morso la lingua. Mi parve che una mano mi afferrasse il cuore e me lo stringesse.

«Non toccatela!» esclamai, con un nodo alla gola.

«Che diavolo…?» mormorò l'uomo, estraendo l'oggetto. Fu come se avesse preso un chiodo e me l'avesse passato su un nervo scoperto. Srotolò il tessuto in cui era avvolto. «Armi di contrabbando, eh? Credevate di… maledizione, è una spada

Non riuscivo a respirare. La grossa gemma azzurra incastonata nel pomo pareva brillare solo per me, e la mano del doganiere, sopra di essa, mi dava un dolore insopportabile.

«È… un'eredità di famiglia», mormorai.

Mi guardò con stupore.

«Be', non la stavo mica rovinando. Volevo soltanto controllare che non ci fosse un lanciaraggi di contrabbando, o qualcosa del genere.»

La avvolse nuovamente nel suo tessuto di seta, e io ripresi a respirare. Sollevò la bottìglia di costoso cognac di Vainwal e ne valutò il contenuto, a occhio.

«Sette once», disse. «Firmi una dichiarazione che lo importa per consumo personale e non per rivenderlo, e non pagherà tassa.»

Firmai anche il nuovo modulo. Il doganiere chiuse la valigia e io mi allontanai con il mio bagaglio.

Il primo ostacolo era stato superato, senza troppe difficoltà. Questa volta.

Raggiunsi Marjus e insieme prendemmo una vettura.

CAPITOLO 2

IL LEGATO TERRESTRE

L'Hotel dello Spazioporto era caro, lussuoso e arredato con cattivo gusto. A me non era mai piaciuto, ma laggiù non si rischiava di imbattersi in qualche Comyn, e questa era la cosa che m'importava maggiormente. I camerieri ci accompagnarono in due delle scatole di cemento che i terrestri chiamano “stanze”.

Io mi ero abituato a esse sulla Terra e su Vainwal, e ormai non mi davano più fastidio. Ma nel chiudere la porta mi venne in mente un particolare, e mi girai verso Marjus. «Per tutti gli inferni di Zandru, me n'ero dimenticato! Questa stanza ti dà fastidio?»

Sapevo che le porte, le pareti e le serrature potevano fare uno sgradevole effetto su un darkovano. Anch'io avevo conosciuto quella terribile, soffocante claustrofobia, nei primi anni trascorsi sulla Terra. È una delle cose che distingue maggiormente i darkovani dai terrestri; le stanze dei darkovani avevano le pareti traslucide, di un marmo simile all'alabastro, e tra un ambiente e l'altro c'erano tende, pannelli sottili o vetri fosforescenti.

Tuttavia, Marjus pareva del tutto a proprio agio e s'era subito sdraiato su un mobile dalla forma così bislacca che avrei avuto difficoltà a dire se era una sedia o un letto. Alzai le spalle. Se avevo imparato a vincere la claustrofobia, probabilmente l'aveva imparato anche lui.

Mi lavai, mi feci la barba e feci un pacco dei vestiti terrestri che avevo indossato sull'astronave. Quegli abiti erano comodi, ma non potevo presentarmi al Consiglio dei Comyn vestito da terrestre.

Perciò mi infilai calzoni di pelle scamosciata, stivaletti dal tacco basso, giubbotto di seta rossa, che mi allacciai con una mano sola, facendo forse eccessivamente sfoggio della mia abilità perché ero ancora un po' troppo sensibile, quando si trattava dei miei handicap. Su tutto, poi, contavo di infilarmi un corto mantello con gli stemmi degli Alton, che nascondeva egregiamente l'assenza della mano. Lo tolsi dalla valigia e, nel guardarlo, tirai un respiro di sollievo, perché mi pareva di avere cambiato pelle.

Marjus, intanto, si era alzato e aveva cominciato a girare per la stanza. C'era ancora qualcosa, in lui, che non mi convinceva del tutto. Ricordavo vagamente la sua voce e il suo mondo di comportarsi, ma non sentivo quel forte rapporto di intimità che c'è sempre tra i lettori di pensiero appartenenti alla stessa famiglia. Mi chiesi se anche lui non fosse irrequieto perché sentiva la stessa mancanza. Forse era l'effetto della droga.

Mi stesi per qualche momento sul letto, chiusi gli occhi e cercai di dormire, ma il silenzio mi fece uno strano effetto e mi impedì di riposare. Dopo otto giorni nello spazio, ormai mi ero abituato all'onnipresente ronzio dei generatori, che faceva vibrare tutta l'astronave e che riusciva a superare anche l'effetto della droga.

Alla fine, fui costretto ad alzarmi e, per trovarmi un'occupazione, andai a prendere la mia sacca da viaggio.

«Mi fai un favore?» gli chiesi.

«Certo», rispose Marjus.

«Non riesco a concentrarmi, e prima, alla dogana, quando ho dovuto farlo, mi è venuto il mal di testa. Sei in grado di aprire una serratura a matrice?»

«Se non è troppo complicata.»

Era semplicissima: anche un non telepatico sarebbe stato in grado di accordare la propria mente alla semplice configurazione psicocinetica trasmessa dalla gemma matrice che teneva chiusa la serratura.

«È semplice, ma è regolata su di me. Sfiorami la mente, e ti darò la sequenza.»

Era un tipo di richiesta che non avrei mai rivolto a un estraneo — conoscendo la mia sequenza personale, qualsiasi buon operatore di matrici avrebbe potuto sapere immediatamente dove mi trovavo, spiare i miei discorsi e la mia attività — ma tra parenti stretti era abbastanza comune. Marjus, però, mi guardò con terrore.

Io lo fissai, inarcando le sopracciglia, poi capii e sorrisi. In fondo, dopo tanti anni di separazione, tra noi si era persa ogni confidenza. Quando avevo lasciato Darkover, lui era un ragazzino: adesso dovevo apparirgli come un estraneo, e tra estranei si evita accuratamente di entrare in contatto mentale.

«Già», dissi. «Scusa. Chiudi la mente, e ti manderò la sequenza.»

Gli inviai un breve messaggio telepatico, trasmettendogli sotto forma di immagine la configurazione energetica della serratura. La sua mente era così ermeticamente chiusa che, per qualche momento, mi parve quella di un estraneo, se non addirittura quella di un non telepatico. Quella mancanza di reazione mi imbarazzò: mi parve di essere un intruso.

Dopotutto, pensai, non ero certo che Marjus fosse un telepatico. Di solito il Potere mentale — il laran, come è chiamato su Darkover fin dai tempi più antichi — non compare prima dell'adolescenza, e lui era un bambino, quando l'avevo visto l'ultima volta. Come me, era per metà terrestre, e anche se in genere, nei figli di matrimoni misti, la caratteristica darkovana finisce per dominare, non avevo alcuna prova che avesse ereditato da nostro padre quella caratteristica.

Prese la sacca, la appoggiò sul letto e, senza difficoltà, fece scattare la chiusura. Poi si spostò per lasciarmi sedere. Io presi uno dei pacchetti e glielo porsi.

«Non è granché, come regalo», gli dissi, «ma, come vedi, non mi sono dimenticato di te.»

Lui aprì la scatola, con esitazione, e guardò il binocolo, luccicante e alieno, contenuto all'interno. Lo prese in mano con imbarazzo, e lo infilò di nuovo nel contenitore, senza fare commenti.

Io rimasi alquanto seccato da quella mancanza di reazioni. Non mi ero aspettato ringraziamenti sperticati o incredibili proteste di gratitudine eterna, ma almeno avrebbe potuto dirmi grazie. E non mi aveva chiesto di nostro padre.

«I terrestri sono imbattibili, quando si tratta di strumenti ottici», commentò, dopo qualche istante.

«Certo, sanno come si molano le lenti. E come si costruiscono le astronavi. Tolto quello, però, non sanno fare altro.»

«Sanno costruire le armi», disse, ma io lasciai cadere quel discorso.

«Ti faccio vedere la mia macchina fotografica», dissi. «Però, non ti dirò il prezzo che l'ho pagata, perché mi crederesti impazzito.»

Gli mostrai gli oggetti che avevo portato con me dai miei viaggi, e Marjus si sedette sul letto e li osservò tutti, rivolgendomi parecchie domande, con diffidenza. Chiaramente, quel materiale gli interessava, ma per qualche motivo cercava di nascondere il proprio interesse. Perché lo faceva?

Alla fine arrivai anche al pacco lungo e stretto contenente la spada. E, quando lo toccai, sentii un'emozione che conoscevo bene: piacere e repulsione insieme…

Finché ero lontano da Darkover, la gemma era rimasta spenta. Dormiente. Ma adesso la vicinanza di quella pietra matrice così potente, nascosta nell'impugnatura della spada antica, mi faceva tremare. Sugli altri pianeti era un pezzo di cristallo inerte. Su Darkover era viva, ed emanava un calore strano, simile a quello di un corpo animato.

In genere, le matrici sono innocue. Sono pezzetti di cristallo — o complesse reti di fili di metallo, con incastonate tante piccole pietre: gli “schermi” usati nelle Torri — che reagiscono alle lunghezze d'onda del pensiero e che trasformano l'energia elettrica del cervello in altre forme di energia: calore, magnetismo, energia molecolare di legame.

Nella normale meccanica delle matrici — e la meccanica delle matrici, qualunque cosa ne pensino i terrestri, è una scienza esatta, e tutti possono impararla — si sfrutta solo la loro capacità telecinetica (la capacità di muovere gli oggetti senza toccarli) senza ricorrere alla telepatia. Tutti sono capaci di aprire un lucchetto a matrice, ma, naturalmente, solo i telepatici sanno arrivare ai vertici della psicocinesi, come estrarre i metalli dalla terra, trasportare gli oggetti a distanza, agire a livello molecolare, cambiando la natura chimica e fisica degli oggetti, come per esempio trasformare in diamante un pezzo di grafite. Questo perché i telepatici possono leggere nella mente di un altro telepatico la particolare configurazione mentale occorrente.

La matrice Sharra, però, era qualcosa di assai più sofisticato: matrici di quella grandezza hanno una potenza pari a quella degli schermi, ma, essendo un singolo blocco di cristallo, hanno una risposta più unitaria. Inoltre, la carica di energia mentale che aveva accumulato nei secoli le dava una sorta di sua personalità. Reagiva alla vicinanza di un lettore della mente e si sintonizzava sui suoi centri nervosi della telepatia, fino a entrare in risonanza con tutto il suo essere: corpo e cervello.

Così, se veniva toccata da un estraneo (ossia da chiunque non fosse un tecnico delle matrici, con l'addestramento delle Torri), ritrasmetteva la sensazione del contatto, enormemente amplificata, all'uomo con cui era in risonanza: esattamente come mi era successo qualche ora prima, alla dogana.

Ma era pericolosa anche per il suo possessore, perché bastava una minima disattenzione per dover assorbire tutto l'urto della sua potenza. Per tradizione, e perché non si scordi il pericolo da esse costituito, le matrici di quel genere venivano nascoste all'interno di qualche tipo di arma: in genere un corto stiletto, di quelli da portare al collo. La matrice Sharra risaliva all'Epoca del Caos ed era la più spaventosa arma che fosse stata creata su Darkover: perciò, era giusto che fosse nascosta in una spada. Anzi, sarebbe stato ancor più giusto nasconderla in una bomba a fusione nucleare. Possibilmente, in una già innescata e pronta a esplodere, capace di distruggere matrice e tutto… me compreso!

Mi accorsi che Marjus mi guardava terrorizzato. Tremava, ma non riusciva a staccare gli occhi dalla matrice.

«La matrice di Sharra!» mormorò a denti stretti. «Perché, Lew? Perché?»

Mi girai di scatto verso di lui.

«Come fai», gli chiesi seccamente, «a conoscerla?»

Infatti, Marjus non era mai stato informato. Nostro padre aveva preferito non gravargli la coscienza con un simile segreto. Mi alzai, mentre cominciavo ad avere i primi sospetti, ma, prima che potessi fare qualche domanda, venni interrotto dalla suoneria del telefono.

Marjus mi precedette e andò a rispondere. Ascoltò per un istante, poi mi porse il ricevitore, e si spostò per lasciarmi passare.

«Per te, Lew. Una comunicazione ufficiale», mi spiegò, a bassa voce.

Diedi la mia identità, e una voce secca, annoiata, disse: «Terzo Dipartimento».

«Per tutti gli inferni di Zandru!» esclamai. «Siete già qui? No… scusate… ditemi tutto.»

«Una notifica ufficiale», disse l'uomo. «Una comunicazione di intento di uccidere, ad armi pari, è stata presentata a questo ufficio nei confronti di Lewis Alton-Kennard-Montray. L'uccisore dichiarato è stato identificato come Robert Raymon Kadarin, senza fissa dimora. La notìfica vi è stata data come prescritto dalla legge; ora dovete accettarla o fornire una scusa legalmente valida per rifiutarla.»

Io inghiottii a vuoto.

«L'accetto», dissi alla fine, e riagganciai il ricevitore. Avevo la fronte madida di sudore e tornai a sedere.

Il ragazzo venne a sedersi accanto a me.

«Che cosa ti è successo, Lew?» mi chiese.

Mi faceva male la testa. Dovetti massaggiarmela con la mano sana.

«Mi hanno appena comunicato un “intento”», dissi.

«Diavolo!» esclamò Marjus. «Così presto? E da parte di chi?»

«Non lo conosci», risposi.

Sentii che la faccia mi si contraeva per un tic, dalla parte della cicatrice. Kadarin: il capo dei ribelli di Sharra. Un tempo mio amico, ora mio nemico implacabile. Non aveva davvero perso tempo, per invitarmi a risolvere definitivamente la nostra vecchia rivalità.

Mi chiesi se sapesse che avevo perso la mano, e solo allora mi venne in mente — come se fosse un episodio successo a un altro — che poteva essere una ragione legale per rifiutare il duello. Cercai di rassicurare il ragazzo.

«Non spaventarti, Marjus», gli dissi. «È un certo Kadarin, ma non ho paura di lui, ad armi pari. Non valeva molto, con la spada. Lui…»

«Kadarin!» balbettò. «Ma Bob mi aveva promesso…»

«Bob!», esclamai, stupito. Di scatto, lo afferrai per il braccio. «Come fai a conoscere Kadarin?»

«Lascia che ti spieghi, Lew», rispose lui. «Io non sono…»

«Dovrai fornirmi parecchie spiegazioni, fratellino», gli dissi con aria minacciosa.

Proprio in quel momento, qualcuno bussò rumorosamente alla porta.

«Non aprire a nessuno!» esclamò Marjus, impaurito.

Ma io andai alla porta e tolsi il catenaccio. Nella stanza entrò di corsa Diana Ridenow.

Dopo che l'avevo vista all'aeroporto s'era cambiata, e adesso portava calzoni da equitazione, di foggia maschile, un po' troppo grandi per lei, e sembrava un bambino bellicoso e polemico. Si fermò dopo essere entrata e fissò il ragazzo seduto.

«Che cosa…?» domandò.

«Conosci mio fratello», dissi io, con fastidio.

Ma Diana era ancora allibita.

«Tuo fratello?» disse infine, quando riuscì di nuovo a parlare. «Sei impazzito? Quello non è Marjus!»

Io feci un passo indietro, senza crederle, e Diana batté il piede in terra, con stizza.

«Gli occhi! Lew, imbecille, guardagli gli occhi

Il mio presunto fratello si lanciò verso di me e mi fece perdere l'equilibrio. Ci urtò con tutto il suo peso; Diana girò su se stessa, io finii con un ginocchio a terra e cercai di rialzarmi.

Gli occhi. Marjus, ricordai, aveva gli occhi uguali a quelli di nostra madre. Castano scuro. Nessun darkovano ha mai avuto gli occhi di quel colore. E quell'impostore che non era Marjus aveva gli occhi da terrestre, castano chiaro, con macchie che sembravano pagliuzze d'oro. Solo due volte avevo visto occhi come quelli. Gli occhi di Marjorie e quelli di…

«Rafe Scott!» esclamai.

Il fratello di Marjorie! Niente di strano, se mi aveva riconosciuto e se mi era parso una persona familiare. Anche Rafe, quando l'avevo visto l'ultima volta, era un bambino.

Cercò di spingermi via per fuggire, ma io lo afferrai con una stretta tale da spaccargli le ossa, e lui cercò di divincolarsi.

«Dov'è mio fratello?» gridai. Infilai il piede dietro il suo tallone e spinsi; tutt'e due finimmo a terra.

Non ha detto di essere Marjus, pensai, in quell'istante. Semplicemente, non lo ha negato quando si è accorto che l'avevo scambiato per lui…

Riuscii a mettergli il ginocchio sul petto e lo tenni fermo sotto il mio peso.

«Che cos'è questa storia, Rafe? Parla!» gli ordinai.

«Fammi alzare, maledizione! Ti posso spiegare ogni cosa!» rispose lui.

Non ne dubitavo: avrebbe certamente trovato qualche spiegazione convincente. Bastava pensare con quanta astuzia avesse scoperto che ero disarmato. La colpa, però, era anche mia: avrei dovuto fidarmi del mio istinto; non l'avevo sentito come un fratello. Non mi aveva chiesto notizie di mio padre. Era rimasto imbarazzato, quando gli avevo mostrato il regalo.

«Lew», cominciò Diana, «forse…»

Ma, prima che riuscissi a risponderle, Rafe riuscì a girarsi su se stesso, mi afferrò il ginocchio e mi fece rotolare a terra. Prima che riuscissi a rimettermi in piedi, aveva dato uno spintone a Diana, senza tante cerimonie, ed era fuggito in corridoio.

Mi alzai, con il fiato corto, e Diana si avvicinò a me.

«Sei ferito?» chiese. «Cerchiamo di raggiungerlo?»

«No, a tutt'e due le domande», risposi. Finché non avessi scoperto perché Rafe era ricorso a quella goffa impostura, sarebbe stato inutile cercarlo, perché mi avrebbe raccontato solo menzogne. Nel frattempo, dov'era il vero Marjus?

«La situazione», osservai, senza necessariamente rivolgermi a Diana, «diventa sempre più pazzesca. Ma tu, che cosa c'entri?»

Lei si sedette sul letto e mi fissò con ira.

«Vediamo se lo indovini», mi rispose.

Una volta tanto, rimpiansi di non poterle leggere nella mente. C'era una ben precisa ragione per cui non potevo farlo, ma non starò a parlarne proprio ora.

Basterà dire che Diana equivaleva a un mucchio di guai: guai in una confezione piccola, bionda, graziosa, ma un mucchio di guai.

Io ero su Darkover, adesso; e contavo di rimanerci almeno per qualche tempo. Le abitudini sociali di Vainwal — dove Diana, sotto la nominale protezione del fratello Lerrys, aveva trascorso i due anni precedenti — sono meno rigide del codice di comportamento darkovano. E Lerrys aveva avuto il buon senso di non interferire.

Ma, su Darkover, Diana era un Comyn, e vantava diritti di successione sulle grandi proprietà dei Ridenow. Mentre io ero solo un mezzo sangue, incrociato con gli odiati terrestri. Una tresca amorosa con Diana avrebbe scatenato contro di me tutti i Ridenow, che non sono pochi.

Per tutta la vita avrei continuato a essere grato a Diana. Quando avevo perso Marjorie, in quell'ultima, orribile notte in cui la potenza di Sharra si era scatenata sulle colline dall'altra parte del fiume, era come se mi fosse stato strappato qualcosa dal cuore. Non un taglio netto, come per la mano, ma una ferita interna che marciva e si guastava.

Non ero riuscito a pensare a un'altra donna, a un altro amore: solo a un orrore nero e disperato, finché non avevo conosciuto Diana. Lei si era gettata nella mia vita: una ragazza graziosa, appassionata, sicura di sé, che si era fatta carico di quell'orrore, senza mai tremare, e alla fine era riuscita a guarirmi.

Era amore? Sì e no. Ma era comprensione, fiducia. Le avrei affidato senza paura la mia reputazione, la mia fortuna, la mia salute… la vita.

Ma dei suoi fratelli mi fidavo quanto mi sarei fidato di vedere la rotta attraverso la chiglia di metallo della Croce del Sud. E non potevo permettermi di litigare con loro, almeno per il momento.

Cercai di spiegarlo a Diana senza offenderla, ma non fu facile. Lei continuò a guardare in basso, imbronciata, e a dondolare le gambe, mentre io camminavo avanti e indietro come un animale in trappola.

Già il semplice fatto che si trovasse nelle mie stanze poteva essere pericoloso, se i suoi famigliari ne fossero venuti a conoscenza, benché si trattasse di un incontro innocente. E io sapevo che se fosse rimasta ancora in quella stanza per qualche tempo, innocente non sarebbe più stato. E anche se Diana mormorava, di tanto in tanto: «Certo, certo», la cosa serviva solo a farmi infuriare, perché in realtà non ne era affatto certa; anzi, se c'era una cosa di cui era certa, era quella di voler fare il contrario di quel che le consigliavo.

Quando alzò gli occhi e prese a fissare qui e là, gli occhi le caddero sulla spada cerimoniale, ancora stesa sul letto. Aggrottando la fronte, fece per prenderla.

Non fu un vero e proprio dolore, ma mi sentii afferrare da una forte tensione, come se una mano si fosse stretta sui miei nervi. Lanciai un urlo, senza lasciar uscire dalle mie labbra alcun suono, e Diana lasciò cadere la spada, come se scottasse.

Mi fissò a bocca aperta.

«Che cosa c'è?» chiese.

«Non posso spiegartelo…» dissi, e per qualche istante mi limitai a fissare la spada.

«Prima di tutto», ripresi poi, non appena fui di nuovo in grado di respirare, «è meglio che la sistemi, in modo che si possa prenderla in mano. Per il bene mio e di chi la tocca.»

Frugai nel mio bagaglio, alla ricerca della mia attrezzatura da meccanico delle matrici. Mi restavano solo pochi pezzi della particolare seta isolante per matrici, contenente nella trama e nell'ordito una rete di fili metallici che faceva da gabbia di Faraday; ma adesso che ero su Darkover avrei potuto procurarmene dell'altra. L'avvolsi sulla gemma e sull'elsa finché non sentii più il calore e il formicolio della matrice; poi, aggrottando la fronte, la tenni a una certa distanza e la fissai con diffidenza. Con quella matrice, non ero neppure certo che le normali precauzioni avessero effetto.

Porsi la spada a Diana. Lei si morse il labbro, ma la impugnò. Sentii un leggero dolore, del tutto sopportabile; una tensione un po' fastidiosa, ma non di più. Una cosa ben diversa dalla sensazione delle ultime due volte.

«Perché hai lasciato priva di isolamento una matrice di così grande potenza?» chiese Diana. «E come diavolo le hai permesso di entrare in così forte risonanza con te?»

Erano due ottime domande, specialmente la seconda. Ma finsi di non averla udita.

«Non osavo farle passare la dogana avvolta nella seta isolante», dissi, con aria cupa. «Ormai i terrestri sanno che cosa cercare, e sono sempre alla caccia di grosse matrici. Ma finché sembra solo una gemma posta sull'elsa di una spada, nessuno bada a essa.»

Lei scosse la testa.

«Lew», disse, «non capisco.»

«Non cercar di capire, cara», le dissi. «Meno ne saprai, meglio sarà per te. Qui non siamo su Vainwal, e io non sono più l'uomo che hai conosciuto lassù.»

Le sue labbra tremavano, ed entro un minuto io avrei finito per prenderla tra le braccia e per baciarla; ma in quel momento sentii bussare alla porta.

E pensare che avevo scelto quell'albergo per non essere disturbato!

Mi staccai da Diana.

«Sarà probabilmente uno dei tuoi fratelli», dissi con amarezza, «e adesso mi troverò con un altro intento di uccidere registrato contro me.»

Feci un passo verso la porta, ma Diana mi trattenne per il braccio.

«Aspetta», mi disse, in tono pressante. «Prendi almeno questa.»

Guardai l'oggetto che mi porgeva, e per qualche istante non capii che cosa fosse. Poi la riconobbi: una piccola pistola “a propulsione”: una delle armi a polvere esplosiva chimica, di fabbricazione terrestre, che, nonostante la loro dimensione ridotta e la semplicità di funzionamento, riescono a ferire gravemente una persona, e a distanze più che notevoli: dieci braccia, venti.

Tirai indietro la mano, con un moto istintivo di ripulsa, ma Diana me la cacciò in tasca.

«Non c'è bisogno di usarla», disse. «Mi basta che tu la porti. Ti prego, Lew…»

Sentii di nuovo bussare, ma Diana mi trattenne, dicendo: «Ti prego… la pistola…» e alla fine, con fastidio, annuii. Andai alla porta e la schiusi di pochi centimetri, mettendomi in modo da non far vedere la ragazza.

Alla porta c'era un ragazzo muscoloso e scuro di capelli, con gli occhi scuri e l'aria divertita.

«Allora, Lew?» mi chiese.

Dopo un istante, la sua presenza divenne pienamente tangibile per me. Non saprei spiegare esattamente come fosse successo, ma seppi.

Tutt'a un tratto, mi parve incredibile che Rafe fosse riuscito a ingannarmi anche solo per un minuto. Era la dimostrazione, se ancora ne avessi avuto bisogno, che dopo l'atterraggio la mia mente marciava a velocità ridotta.

Dissi, con la voce roca: «Marjus!» e lo feci entrare.

Non parlò, ma il modo in cui mi strinse la mano fu caldo e intenso.

«Lew… e nostro padre?» chiese.

«Su Vainwal», dissi, «la legge proibisce di trasportare le salme nello spazio.»

Inghiottì a vuoto e chinò la testa.

«Sotto un sole che non ho mai visto…» mormorò.

Io gli misi il braccio sulla spalla, e dopo un minuto lui mi guardò.

«Almeno», disse, «tu sei qui. Sei ritornato. Mi avevano detto che non volevi farlo.»

Commosso e con un senso di colpa, mi staccai da lui. C'era voluto un ordine per farmi ritornare, e adesso non ero affatto orgoglioso della cosa. Mi guardai attorno, ma Diana non c'era più. Evidentemente, era uscita dall'altra porta. Provai un leggero sollievo: con la sua fuga, mi risparmiava le spiegazioni.

Ma, in un certo senso, la cosa mi dava fastidio. Troppe persone, in quelle ultime ore, avevano fatto una breve comparsa e poi erano sparite. Le persone sbagliate, e per i motivi sbagliati. Dyan Ardais che mi aveva letto nella mente mentre eravamo sull'aereo. La ragazza dello spazioporto, che assomigliava a Linnell ma non lo era. Rafie, che si era fatto passare per mio fratello Marjus e che invece non lo era affatto. Diana, comparsa misteriosamente, senza nessun motivo comprensibile e poi svanita. E adesso arrivava lo stesso Marjus. Semplici coincidenze? Forse, ma io avevo la testa confusa.

«Sei pronto a venire via?» mi chiese Marjus. «Ho predisposto tutto, a meno che tu non abbia qualche buona ragione per rimanere qui.»

«Dovrei ritirare il mio certificato presso la Legazione», spiegai. «Poi potremo andare.»

Forse era meglio che me andassi via in fretta, mi dissi, altrimenti metà pianeta sarebbe venuto a bussare alla mia porta, a propormi altri misteri.

«Lew», mi chiese Marjus, bruscamente, «hai una pistola?»

La stessa domanda che mi aveva fatto Rafe… e, chissà perché, mi diede fastidio. Cercavo di riflettere su tutto quello che mi era accaduto, eliminando il falso Marjus (Rafe) dai miei pensieri e rimettendovi il vero Marjus.

«Sì», dissi, senza dare spiegazioni. «Vieni in Legazione con me?»

«Verrei fino all'altro capo della città con te.» Si guardò attorno, osservando la stanza, e rabbrividì. «Non riuscirei a resistere altri dieci minuti, in questa gabbia per bestie feroci. Non intendevi dormire qui, spero!»

La Città Commerciale era ancor più cresciuta, durante la mia assenza; era più vasta di quanto non ricordassi, più sporca e più affollata. Mi sembrava giusto pensare a essa come alla “Città Commerciale” anziché con il suo nome darkovano, Thendara. Per qualche tempo, Marjus si limitò a camminare al mio fianco, senza parlare. Poi si girò verso di me.

«Lew», mi chiese, «com'è, la Terra?»

Mi aspettavo che mi rivolgesse quella domanda. La Terra, pianeta dei nostri antenati, a cui lui assomigliava tanto. Io avevo sempre odiato la mia parte di sangue terrestre. Anche per lui era così?

«Occorre tutta una vita per conoscere la Terra», risposi, «e io sono rimasto laggiù per tre soli anni. Ho imparato un mucchio di scienza e un po' di matematica. Le loro scuole tecniche sono molto buone. Ci sono troppe macchine, troppo rumore. Io abitavo sui monti; vivere a livello del mare mi faceva star male.»

«Allora», commentò Marjus, «la Terra non ti è piaciuta?»

«Oh, no, stavo benissimo. Mi avevano perfino dato una mano meccanica!» Feci una smorfia. «Ecco la Legazione.»

Marjus disse: «Faresti meglio a darmi la pistola», e mi fissò con costernazione, quando vide che lo guardavo con ira.

«Che cos'hai, Lew?» mi chiese.

«Sta succedendo qualcosa di strano», dissi, «e comincio a sospettare della gente che mi vuole disarmare. Perfino di te. Conosci un uomo chiamato Robert Kadarin?»

Marjus mi guardò con espressione imperscrutabile. Quando aveva quell'espressione, la sua faccia abbronzata era un mistero totale, illeggibile come una statua.

«Mi pare di avere già sentito quel nome», disse. «Perché me lo chiedi?»

«Ha inoltrato un intento di uccidere contro di me», dissi, ed estrassi di tasca la pistola, per pochi istanti. «Non intendo usare quest'arma contro di lui, ma preferisco averla con me», spiegai.

«Faresti meglio a lasciarmela», ripeté Marjus. Poi alzò le spalle. «Ma capisco. Scusa.»

Entrai nel grattacielo e presi l'ascensore. Dall'interno della sua cabina di vetro, vidi passare davanti a me i quartieri della forza spaziale, l'ufficio statistiche, i vari piani stipati di macchine, di archivi, di impiegati: tutta l'amministrazione di uno dei principali porti di transito della Galassia.

Giunto all'ultimo piano, mi avviai lungo il corridoio, fino alla porta su cui si leggeva: «DAN LAWTON — Legato per gli Affari Darkovani».

Come Legato, Lawton prendeva molto sul serio il suo lavoro di collegamento tra i due pianeti, e amava tenere sotto controllo i movimenti di chi andava e veniva sul pianeta. Io avevo avuto occasione di conoscerlo prima di lasciare Darkover e sapevo che la sua storia assomigliava alla mia: padre terrestre, madre appartenente a una famiglia Comyn. Eravamo perfino lontani parenti, ma non saprei dire esattamente di che grado.

Lawton era un uomo alto e robusto, dai capelli rossi, che sarebbe potuto passare benissimo per darkovano e che avrebbe potuto rivendicare un seggio nel Consiglio dei Comyn, se l'avesse chiesto.

Tuttavia, lui non l'aveva chiesto. Aveva scelto l'Impero, e oggi era uno dei più alti funzionari di collegamento tra terrestri e darkovani. Secondo me, nessun uomo che viva secondo i costumi terrestri può essere completamente onesto con se stesso; ma lui lo era più di tanti altri.

Ci stringemmo la mano alla maniera dei terrestri — abitudine che io, come tutti i telepatici, odio — e mi accomodai davanti a lui. Mi sorrise con aria amichevole, senza false esagerazioni, e non cercò di sfuggire al mio sguardo. Vi assicuro che non sono molti coloro che riescono a guardare negli occhi un lettore dei pensieri.

Mi riconsegnò il tesserino di plastica.

«Eccolo», disse. «Non l'ho fatto trattenere perché fosse necessario il controllo, ma perché mi serviva una scusa per parlare con te, Alton.»

Io m'infilai in tasca il documento, ma non dissi niente.

«Sei stato sulla Terra, se mi hanno bene informato», continuò. «Ti è piaciuta?»

«Il pianeta, sì», risposi, «ma la gente — senza offesa — no.»

Lui rise.

«Non hai bisogno di scusarti», disse. «Me ne sono andato via anch'io. Laggiù rimangono solo i peggiori. Chi ha un po' di intelligenza e di spirito di iniziativa viene mandato a farsi l'esperienza sugli altri pianeti. Alton, perché non hai mai chiesto la cittadinanza imperiale? Tua madre era terrestre: avresti tutto da guadagnare, a chiederla, e niente da perdere.»

«E perché tu non hai chiesto un seggio tra gli Hastur?» ribattei io.

Lui annuì. «Capisco.»

«Lawtori», gli dissi allora, «io non combatto contro la Terra. Non sono granché soddisfatto della presenza dell'Impero su Darkover, ma noi, quando combattiamo, non ragioniamo in termini di città, di nazioni e di pianeti. Se un terrestre fosse mio nemico, andrei a depositare un intento e poi cercherei di ucciderlo. Se dieci di loro mi bruciassero la casa o mi rubassero i cavalli, chiamerei i miei famigliari, ci metteremmo insieme e li uccideremmo. Ma non posso odiare qualche migliaio di persone — persone che non mi hanno mai fatto del male, e neppure del bene — semplicemente per il fatto che sono qui. Noi non ragioniamo così. Noi odiamo le singole persone, non le masse.»

«Posso provare simpatia per questa posizione, ma vi mette in svantaggio nei confronti dell'Impero», disse Lawton, con un sospiro. «Comunque, non ti tratterrò più a lungo, a meno che non ci sia qualcosa che posso fare per te, naturalmente.»

«Forse, sì», risposi. «Conosci un uomo che si fa chiamare “Kadarin”?»

La sua reazione fu immediata.

«Non dirmi che è qui a Thendara!» esclamò.

«Lo conosci?» chiesi di nuovo.

«Vorrei non avere mai sentito il suo nome! Voglio dire che non lo conosco personalmente, che non l'ho mai visto. Ma salta fuori dappertutto. Afferma di avere cittadinanza darkovana quando è in territorio terrestre, e in qualche modo riesce sempre a dimostrarlo; e mi risulta che pretende di essere un terrestre, e che riesce a dimostrarlo, quando ne è fuori.»

«E…?» lo incoraggiai.

«E non possiamo negargli i suoi Tredici Giorni», disse, scuotendo la testa.

Risi. Avevo già visto molti terrestri scuotere la testa allo stesso modo, quando si scoprivano beffati dalla nostra legge dei Tredici Giorni: una legge che a loro sembra solo un'illogica trappola giuridica. Un esiliato, un fuorilegge, perfino un assassino, aveva un diritto inalienabile, che risaliva ai tempi più lontani, di trascorrere una giornata a Thendara, tredici volte l'anno, per esercitare i suoi diritti legali. In quel periodo, a patto che non commetta alcun crimine, gode di una completa immunità.

«Se si fermasse un solo minuto oltre il limite, lo arresteremmo immediatamente. Ma è molto attento. Non possiamo neppure arrestarlo perché ha sputato sul marciapiede. L'unico posto dove si reca è l'orfanotrofio. Poi, a quanto pare, scompare nell'aria.»

«Be', presto potrai sbarazzarti di lui», gli dissi. «Non arrestarmi, quando lo ucciderò. Ha registrato il suo intento contro di me.»

Lawton sorrise.

«Se potessimo essere sicuri che non succeda il contrario», disse, mentre io mi alzavo per andarmene.

Tuttavia, quando ero già alla porta, mi richiamò indietro, con rabbia. Il tono amichevole era scomparso dalla sua voce; si alzò e venne verso di me, con ira.

«Hai un oggetto di contrabbando! Dammelo!»

Io gli consegnai la pistola. Naturalmente, accanto alla porta ci doveva essere un detector. Lawton controllò il tamburo, poi si fermò per qualche istante, fissò qualche particolare che non riuscii a vedere, aggrottò la fronte e mi restituì l'arma.

«Riprendila. Non avevo capito.»

Me la mise in mano, con impazienza.

«Avanti, prendila! Ma va' via di qui, prima che qualcun altro ti scopra. Poi restituiscila al proprietario. Se vuoi un permesso, cercherò di fartene avere uno, ma non andare in giro con armi di contrabbando!»

Mi lasciò la pistola e virtualmente mi cacciò via dall'ufficio. Io guardai la pistola senza capire, la girai sopra e sotto, mentre raggiungevo l'ascensore. Poi l'occhio mi cadde su una piccola piastrina avvitata sotto l'impugnatura: RAFAEL SCOTT.

E all'improvviso capii che non era il caso di chiedere spiegazioni né a Diane che me l'aveva data né a Marjus che avrebbe voluto tenerla mentre andavo dal Legato.

CAPITOLO 3

IL CONSIGLIO DEI COMYN

«Benissimo, signori. Allora, farò come volete!» disse una donna.

Nell'udire la sua voce, m'immobilizzai per un momento, poi aprii le tende ed entrai nel palco degli Alton, nella sala del Consiglio dei Comyn.

Eravamo arrivati tardi nella Città Nascosta: così tardi che non avevo avuto il tempo di darne notizia al Vecchio Hastur, e neanche di informare della mia presenza Linnell, che, come mia parente più stretta e sorella adottiva, doveva essere la prima a essere informata. Marjus, che non era stato accettato nel Consiglio, si era separato da me all'esterno della sala ed era andato a prendere il suo posto in platea, tra gli spettatori e i figli cadetti che componevano la cosiddetta “Camera Bassa”. Io mi ero recato nel nostro palco, con l'intenzione di sedermi in uno dei posti riservati alla mia famiglia, ma ora rimasi in piedi, sorpreso.

La donna che aveva parlato era Callina Aillard.

La conoscevo fin dalla nascita, naturalmente. Anche lei era mia cugina; era la sorellastra di Linnell. Ma quando l'avevo vista l'ultima volta, sei anni prima — cercai di non pensare a quel giorno — era una bambina, silenziosa e indifferente. Adesso vidi che era una donna, e bellissima.

Era ferma davanti al banco della presidenza: una donna snella, dalla pelle chiara e dall'aspetto fragile, con una veste nera. I suoi lunghi capelli erano ornati di gemme; aveva una catena d'oro al collo e una cintura d'oro alla vita, e queste le davano l'aspetto di una prigioniera che, pur coperta di catene, continuava a sfidare i suoi nemici. La sua voce era forte, chiara e incollerita.

«Quando mai, prima d'oggi», chiedeva, «una Guardiana è stata tenuta a obbedire ai capricci del Consiglio?»

Ecco dunque il motivo della sua collera!

Marjus non mi aveva detto che nel Consiglio dei Comyn c'era una nuova Guardiana; e a me non era venuto in mente di chiederglielo.

A dire il vero, non mi aveva detto molto, e ora, mentre mi sedevo, osservai come fosse cambiata la sala del Consiglio.

Era una grande sala dal soffitto a cupola, piena di luce e di ombre nette. In platea c'erano la piccola nobiltà e i cadetti, che potevano esprimere la loro approvazione o la loro disapprovazione solo quando veniva loro chiesto espressamente; nei palchi, uno per famiglia, disposti in semicerchio, c'erano i Comyn del Consiglio.

Al centro, su un banco posto su un'alta predella, vidi il vecchio Dantan Hastur, Reggente dei Comyn, e dietro di lui, nell'ombra, un giovane che non riuscii a riconoscere.

Accanto a Dantan scorsi il giovane Derik Elhalyn, Signore dei Comyn, che ancora per un anno, fino al conseguimento della maggiore età, sarebbe stato sottoposto all'autorità del Reggente. Derik, sprofondato su una sedia, aveva l'aria annoiata.

Continuai a guardarmi attorno e presto riuscii a orientarmi. Come se avesse sentito la mia presenza, Dyan Ardais si girò verso di me e mi rivolse un sorriso enigmatico. Dietro di lui, Diana Ridenow era seduta in mezzo ai fratelli; vidi anche mia cugina Linnell, che però, dal punto dove si trovava, non era in grado di vedermi.

Poi il mio sguardo si spostò nuovamente su Callina. Una Guardiana!

Da anni non si presentava in Consiglio una Guardiana delle Torri. La vecchia Ashara era sempre rimasta nella sua Torre, fin da quando mio padre era un ragazzo, e ormai doveva avere raggiunto un'età più che ragguardevole.

Quando ero bambino, si era vista in Consiglio una ragazza dai capelli rosso fiamma, velata come una stella spuntata in mezzo alla nebbia, a cui s'inchinavano anche gli Hastur. Però, poco più tardi, doveva essere morta o essersi ritirata nella sua Torre, e a quell'epoca non c'era nessun'altra ragazza che venisse addestrata da Guardiana.

Ormai da tempo le Torri svolgevano solo un'attività limitata, anche se era tradizione che i futuri Comyn vi passassero un periodo di addestramento. Oltre ai telepatici che insegnavano ai giovani delle Famiglie, nelle Torri c'erano alcuni tecnici esperti e meccanici delle matrici — me compreso, nel mio periodo di addestramento — che si occupavano del funzionamento delle reti di comunicazione, e nessuno pretendeva che in quei luoghi si facesse di più. Era difficile convincersi che mia cugina Callina fosse una Guardiana e che disponesse delle antiche conoscenze sulla scienza delle matrici, ormai quasi dimenticate, che le Guardiane si trasmettono l'una all'altra.

Eppure, sapevo quanto fosse coraggiosa. Quel pensiero minacciò di ridestare ricordi dolorosi. Non volevo pensare all'ultima volta che l'avevo vista.

Il Vecchio Hastur parlò con severità.

«Mia signora», disse, «i tempi sono cambiati. Oggi…»

«Oggi sono cambiati davvero», lo interruppe lei, sollevando la testa con un leggero tintinnio di preziosi, «se su Darkover c'è la schiavitù, e una Guardiana può essere venduta come un pesce sui banchi dei mercato! No, ascoltate! Vi dico che faremmo meglio a consegnare oggi stesso tutti i nostri segreti ai maledetti terrestri, invece di allearci con i rinnegati di Aldaran!»

Si guardò attorno e all'improvviso mi scorse, benché fossi in ombra; sollevò un braccio e puntò il dito verso di me.

«E lassù», disse, «c'è una persona che potrà dimostrarvelo!»

Ma io ero già in piedi.

Un'alleanza con Aldaran? pensavo.

Fu qualcosa di più forte di me. Senza che me accorgessi, stavo già gridando: «Maledetti imbecilli!»

Cadde il silenzio, a cui, dopo qualche istante, fece seguito un coro di voci basse, un brontolio stizzito; solo allora mi resi conto di quello che avevo fatto.

Mi ero cacciato mani e piedi in una faccenda di cui non sapevo assolutamente nulla. Ma il nome di Aldaran mi era sufficiente. Guardai fisso il Vecchio Hastur, con aria di sfida.

«Non ho sentito dire “allearci con i rinnegati di Aldaran”?» gridai. «Con quei traditori il cui nome è la vergogna dell'intero Darkover? Gli uomini che per secoli ci hanno combattuto con armi proibite, che dopo, avere venduto le nostre Pianure ai banditi a cui offrivano rifugio sui loro monti, adesso hanno venduto il nostro mondo ai terrestri?»

La mia voce era incrinata come quella di un fanciullo.

Accanto all'Hastur, il giovane Derik Elhalyn si alzò. Rivolse un cenno al vecchio e parlò con tranquillità.

«Lew», disse, «non accalorarti così.»

Poi, fatto un passo avanti e portatosi sotto un raggio di sole che gli fece brillare i capelli rosso-oro, rivolse all'intero Consiglio un affascinante sorriso.

«Vergogna!» disse. «Uno dei più grandi Comyn ritorna dopo cinque anni d'assenza, e noi non gli riserviamo nessuna accoglienza, lo lasciamo entrare in segreto come un topo che rientra nel nido! Bentornato a casa, Lew Alton!»

Io interruppi sul nascere ogni tentativo di applauso.

«Lasciamo stare questi convenevoli», dissi. «Signore Hastur, mio principe, rifletti! Un tempo gli uomini di Aldaran erano fratelli degli Hastur, ma li hanno traditi prima ancora della fondazione di questo Consiglio. E perché, dopo essere stati esiliati, non sono mai più stati invitati a rientrare fra i Comyn?»

M'interruppi per un istante.

«Il perché», ripresi immediatamente, «lo sappiamo tutti! O gli antichi tradimenti sono solo una favola da raccontare ai bambini? E chi è stato, pochi decenni fa, a tradire una seconda volta il Patto, supplicando i terrestri di dargli le loro armi da codardi? Chi ha aperto ai terrestri le porte di Darkover? Siete impazziti? O il pazzo sono io, e le parole che ho sentito, “allearci con Aldaran”, sono una mia allucinazione?»

Passai lo sguardo lungo i palchi, cercando segni di comprensione.

«Volete che l'Aldaran porti il suo alleato, l'Impero Terrestre, fin nelle nostre case?» gridai.

E infine, disperatamente, ricorsi alla mia ultima arma. Sollevai il braccio che termina con una manica chiusa e dissi, con voce tremante:

«Volete Sharra

Per un momento, tutti tacquero. Poi presero a parlare tutti insieme. Non volevano sentire quel tipo di discorsi. Al di sopra delle altre, si levò, allegra e squillante, la voce di Dyan Ardais.

«Non lasciare che sia il tuo odio a parlare, Lew», disse. «Lascia parlare il tuo buon senso. Amici, penso che queste parole, da parte di Lew Alton, siano perfettamente giustificabili.

«Ha tutte le ragioni di essere prevenuto nei confronti di Aldaran», spiegò, con un grande sorriso. «Ma i tempi a cui si riferisce sono ormai passati; dobbiamo giudicare in base a quanto avviene oggi, non ai dissapori di un tempo. Siediti pure, Lew, sei stato lontano per molto tempo. Quando sarai meglio informato della situazione, vedrai che cambierai idea. E, comunque, ascolta anche la nostra proposta.»

E ci fu addirittura un mormorio di approvazione, maledetto lui! Maledetto Ardais!

Tremante d'indignazione, mi misi a sedere. Aveva lasciato intendere — no, maledizione, l'aveva detto espressamente! — che ero da compatire, un invalido con un vecchio risentimento, che era ritornato e che cercava di riprendere il vecchio litigio dal punto in cui l'aveva interrotto. Facendo abilmente leva su sentimenti che i Comyn non avrebbero mai ammesso a voce alta, aveva fatto in modo di togliere qualsiasi validità alle mie parole.

Ma l'Aldaran era stato al centro della ribellione di Sharra! Che non sapessero neppure quello?

O che non volessero saperlo? La ribellione di Sharra era stata solo un simbolo, un sintomo — come tutte le guerre civili — di lacerazioni intestine. Aldaran non era il solo, sull'intero Darkover, che subisse il fascino dell'Impero Terrestre. I Comyn erano pressoché i soli a resistere all'attrazione magnetica di quella confederazione di mondi.

E io ero un facile capro espiatorio per tutt'e due. I conservatori Comyn non si fidavano di me perché ero per metà terrestre, e la fazione contraria ai Comyn non si fidava di me perché mio padre Kennard Alton era stato il massimo sostenitore degli Hastur.

Tutt'e due le fazioni, comunque, temevano quel che conoscevo di Sharra. Per loro, facevo ancora parte di quella terribile esperienza che aveva visto la regione riempirsi di guardie terrestri armate di fucili a energia, invece che di oneste spade, e che aveva sporcato la notte con gli scarichi dei loro razzi. Non avevano mai scordato quella notte. E perché mai avrebbero dovuto scordarla?

«I nostri antenati hanno cacciato via dalle Famiglie quella degli Aldaran», disse Lerrys Ridenow, «ma ormai è tempo di dimenticare le loro superstizioni e le loro sciocche paure.»

Dall'ombra dietro l'Hastur, un giovane parlò in tono diffidente.

«Perché non ascoltiamo quello che Lew Alton vuole dirci?» chiese. «Lui conosce i terrestri: è vissuto tra loro. Ed è parente degli Aldaran. Vi pare che possa parlare contro i suoi consanguinei senza averne buoni motivi?»

«Discutiamone però tra i Comyn!» suggerì Callina.

Hastur, dopo qualche momento, annuì. Pronunciò la formula con cui si congedavano gli estranei, e anche se ci fu qualche protesta dalla platea, presto le voci si spensero e gli esponenti della Camera Bassa lasciarono la sala, a gruppetti di due o tre persone.

Come sempre, quando ero nella sala del Consiglio, la testa cominciava a farmi male. Naturalmente, quel luogo era pieno di attenuatori telepatici che impedivano le interferenze mentali: una misura necessaria nei luoghi dove si radunava un certo numero di Comyn. Uno degli attenuatori era collocato proprio sulla mia testa. Per legge, quei vibratori dovrebbero essere disposti a caso, ma in qualche modo finivano sempre dove si trovava un Alton.

Ciascuna delle Famiglie Comyn aveva la sua specifica dote telepatica, che secondo la leggenda le veniva dal suo fondatore, uno dei sette figli del dio Hastur (o che — secondo gli agnostici bene informati sulla nostra storia — derivava dagli esperimenti genetici in cui si erano lanciate le varie famiglie nobili, nell'Epoca del Caos). Negli Alton era il particolare sviluppo di alcuni centri telepatici, che permetteva di entrare nella mente di un'altra persona, “forzandola” al rapporto mentale, o di paralizzarla, e gli altri Comyn hanno più di trent'anni in cui Ashara non si era presentata in quella sala, il Consiglio aveva preso gusto a quel genere di libertà dalle nostre vecchie istituzioni, e non aveva alcun desiderio di sottostare nuovamente alla volontà di una donna.

Osservando spassionatamente la situazione, comunque, la posizione del Consiglio non era irragionevole. Come aveva detto l'Hastur, i tempi erano cambiati. Che ci piacesse o no. Un tempo, il ruolo di Guardiana era pericoloso, e per questo era diventato quasi sacro. Mio padre, che aveva sempre amato la storia, mi aveva parlato dell'antica tecnologia di Darkover, basata sul potere delle matrici. L'estrazione dei minerali, la costruzione di strade e castelli, il trasporto istantaneo da una Torre all'altra, perfino la produzione di isotopi radioattivi e di sostanze incendiarie — la “pece stregata”, capace di bruciare la pietra con un misto di reazione chimica e di reazione nucleare senza emissione di radioattività — erano effettuate da Cerchi di tecnici delle matrici, guidati da un Guardiano.

Ma la tecnologia era cambiata o era stata dimenticata, e ora, per il poco lavoro svolto dalle Torri, che in genere si limitava alle comunicazioni mentali tra le varie città, non c'era più bisogno di Guardiane che vivessero giorno dopo giorno al culmine della loro concentrazione, isolate nelle Torri, lontano da ogni contatto umano. E perciò non c'era bisogno di chinarsi davanti a loro, né di nutrire nei loro riguardi la tradizionale venerazione.

Callina doveva avere colto i miei pensieri. Sorrise.

«È vero», disse, «e quel tipo di potere non mi interessa. Tuttavia», continuò, fissandomi negli occhi, «sai perché sono contraria a questa alleanza, Lew. Non ho voluto parlarne in Consiglio, perché in realtà è una cosa tua. Ora, non vorrei chiedertelo, ma devo farlo. Sei disposto a parlare loro di Sharra e degli Aldaran?»

Io chinai la testa, incapace di parlare.

Per non rischiare di impazzire, da tempo evitavo di pensare a quello che gli Aldaran, e la loro orda di ribelli, avevano fatto a me… e a Marjorie.

Ma adesso non potevo farne a meno. Avevo un debito nei riguardi di Callina, e non avevo altro modo di ripagarlo. Dopo il terribile esito di quegli avvenimenti, quando ero fuggito con Marjorie — tutt'e due eravamo feriti, e lei era in fin di vita — era stata Callina ad aprirci le porte della Città Nascosta.

Quella notte, quando eravamo inseguiti dai fucili dei terrestri e dalle lame dei darkovani, Callina aveva rischiato di essere contaminata dai residui radioattivi lasciati dalle vecchie astronavi e aveva rischiato un'agonia lunga e terribile, per cercar di salvare Marjorie. Per lei, purtroppo, era ormai troppo tardi; ma io non me ne sarei mai dimenticato.

Eppure… ripetere in Consiglio tutta quella sgradevole vicenda… Al solo pensiero mi si copriva di sudore la fronte.

Regis disse a bassa voce: «Sei la sola speranza che ci resti, Lew. Trattandosi di te, può darsi che ti diano ascolto».

Io inghiottii a vuoto. Alla fine annuii.

«Cercherò di farlo», promisi.

«Fare che cosa? Cercare di non ubriacarti finché non ci avrai salutati tutti?» scherzò qualcuno.

Era Derik Elhalyn, che si fece strada in mezzo a Regis e a Callina per posarmi allegramente la mano sulla spalla.

«Lew, vecchio mio», disse, «non sapevo che fossi su Darkover finché non sei saltato fuori come uno di quei pupazzi con la molla che tuo padre mi regalava per scherzo! L'ho già detto prima, ma adesso lo ripeto: benvenuto a casa.»

Fece un passo indietro, come se si aspettasse che gli ricambiassi la stretta, poi scorse la mia manica vuota.

«Sono lieto di rivederti», disse in fretta, per superare l'imbarazzo. «Come ci divertivamo, ricordi?»

Io annuii. Mi dispiaceva del suo imbarazzo, ma il ricordo di quei tempi lontani mi fece sorridere.

«E ci divertiremo ancora, spero», dissi. «I falchi degli Elhalyn sono sempre i migliori delle montagne? Sali sempre sui precipizi per rubare le uova?»

«Sì, anche se non trovo quasi mai il tempo», rispose Derik, ridendo. «Ricordi quando abbiamo scalato la parete a nord di Nevarsin, aggrappandoci con le unghie e con i denti?»

Anche ora si interruppe, con un leggero imbarazzo, perché doveva essergli venuto in mente che io, almeno, non avrei più potuto fare quelle scalate. Da parte mia, mi chiedevo che ne sarebbe stato dei Comyn, una.volta che quel ragazzo così simpatico, ma così scervellato, fosse salito alla carica che era sua di diritto. Il Vecchio Hastur era uno statista e un diplomatico, ma Derik? Una volta tanto, mi rallegrai della presenza degli attenuatori telepatici, che impedivano loro di leggermi nei pensieri.

Derik, senza togliermi la mano dalla spalla, mi accompagnò verso il palco degli Hastur.

«Ogni cosa era già stata predisposta prima della morte di tuo padre, come ricorderai, ma Linnell non ha voluto sentir parlare di fissare una data, finché tu non fossi ritornato. Così», terminò allegramente, «adesso ho anche un'altra ragione per rallegrarmi del tuo ritorno!»

Gli sorrisi anch'io, perché ero affezionato a lui. Dopotutto, ragionai, non ero solo: avevo amici e famigliari. Del matrimonio fra Derik e Linnell si parlava fin da quando lei aveva messo via le bambole, eppure avevano aspettato il mio consenso.

«Non ho ancora visto Linnell», gli spiegai. E aggiunsi: «Anche se ho creduto di vederla, non appena messo piede su Darkover».

Mi chiesi se Linnell sapesse di aveva una sosia, nella Zona Terrestre. Mi riproposi di dirglielo: senza dubbio, la cosa l'avrebbe divertita.

Intanto, però, Hastur ci richiamava all'ordine, e io mi misi a sedere in mezzo a Regis e Derik. Rimasi sorpreso nel constatare come fossero pochi coloro che potevano vantare diritti ereditari a un seggio tra i Comyn: contandoli tutti, tra uomini e donne non arrivavano a una quarantina. Eppure, mi parvero un esercito schierato contro di me, quando, a un cenno dell'Hastur, mi alzai per parlare.

Iniziai a parlare lentamente, sapendo che un eccessivo calore avrebbe deposto a mio sfavore.

«Se ho ben capito», dissi, «volete allearvi con l'Aldaran, per riunire tutte le antiche Famiglie Hastur. Contate su questa alleanza per fare la pace con tutti i signori delle montagne e per eliminare le sommosse e gli atti di banditismo che si verificano ai confini. Per ottenere la cooperazione degli Aldaran nel tenere al loro posto banditi, uomini delle foreste e rinnegati, ossia per tenerli sull'altra sponda del Kadarin. Forse anche per commerciare con i terrestri e per ottenere macchine e aerei attraverso Aldaran, senza dover fare troppe concessioni all'Impero stesso.»

Si alzò Lerrys Ridenow.

«Fin qui, le tue parole sono sostanzialmente corrette», disse, in tono affettato. «Ci puoi dare qualche nuova informazione?»

«No», risposi, e mi girai a guardarlo.

Lerrys era l'unico dei fratelli di Diana che meritasse la qualifica di uomo, anche usando il termine in senso ampio. Li avevo conosciuto tutt'e tre sul satellite dei divertimenti, in orbita attorno a Vainwal. Erano delicati, effemminati, eleganti come gatti… e pericolosi come tigri. Avevano sempre cercato di godersi il meglio di tutt'e due i mondi, privilegio loro assicurato dalla loro grande ricchezza e dall'esenzione di cui godevano i Comyn rispetto alle leggi darkovane che vietavano i contatti con l'Impero Terrestre. Tuttavia, dietro i suoi atteggiamenti languidi, quasi femminili, Lerrys aveva la stoffa di un uomo, e perciò meritava una risposta.

«No», ripetei, «ma posso dirti qualcosa di vecchio», spiegai. «L'accordo non funzionerà. Beltran d'Aldaran, personalmente, è una persona corretta, ma ormai è così compromesso con banditi, rinnegati, ribelli e spie mezzosangue che non riuscirebbe a far rispettare la pace con noi neppure se lo volesse. E voi vorreste ammetterlo tra i Comyn?» chiesi.

Allargai le braccia.

«Ma certo», continuai, con ironia. «Ammettete Beltran d'Aldaran, e poi ammettete anche l'uomo che ad Aldaran viene chiamato Kadarin, e poi fate venire da Thendara il Legato Lawton e ammettete anche lui, e chiamate pure il Coordinatore terrestre di Port Chicago!»

Hastur aggrottò la fronte.

«Chi è “Kadarin”?» chiese.

«Be', non lo so», risposi. «Si diceva che fosse un lontano parente degli Aldaran», dissi.

«Come te», mormorò Dyan.

«Sì, e probabilmente è per metà terrestre. È un rivoltoso su qualsiasi pianeta in cui si rechi. L'hanno deportato da almeno due altri mondi, prima che finisse qui. E Beltran d'Aldaran — l'uomo a cui vorreste dare in sposa una Guardiana — ha trasformato il Castello di Aldaran in un rifugio per tutti i rinnegati di Kadarin.»

«“Kadarin” non è il nome di una persona umana», disse Lerrys.

«E io, infatti, non sono sicuro che sia un uomo», risposi. «Viene dai monti dietro Aldaran: sapete che cosa vive in quelle regioni. Uomini delle forge, ma anche uomini gatto, uomini delle foreste e chissà che altro: creature che non sono realmente umane. E Kadarin ha un aspetto sufficientemente umano, finché non gli guardate gli occhi.»

Dovetti fermarmi, inorridito da quel ricordo. Poi, ricordandomi all'improvviso dove fossi, mi feci forza e ripresi a parlare.

«Si è dato nome “Kadarin” in segno di sfida», ripresi. «Nei monti oltre il fiume Kadarin, qualsiasi bastardo viene genericamente definito un “figlio del Kadarin”. Dicono che quell'uomo non ha mai saputo chi fosse suo padre. Quando i terrestri lo interrogarono, diede come nome “Kadarin”. Tutto qui.»

«Allora, lavora anche contro i terrestri», disse Lerrys.

«Forse sì, forse no. Ma è collegato a Sharra.»

«Be', lo eri anche tu», disse Dyan Ardais. «Ma adesso sei qui.»

Mi sollevai di scatto, facendo cadere la sedia.

«Sì, maledizione!» esclamai. «Perché credi che mi assoggetterei a tutto questo, se non sapessi che male è? Pensi che il pericolo sia scomparso? Se potessi mostrarvi un luogo dove, ancora adesso, la forza di Sharra è fuori controllo — a neppure dieci miglia da qui — allora rinuncereste a questa folle alleanza?»

Hastur mi parve preoccupato. Fece segno a Dyan e a Lerrys di tacere.

«Puoi farlo, Lew?» mi chiese. «Sei un Alton, e un lettore della mente, ma neppure tu potresti fare una cosa simile, da solo. Ti occorrerebbe un secondo fuoco mentale…»

«Conta proprio su questo», ironizzò Dyan. «È un semplice bluff. È il solo Alton adulto che sopravviva…»

Dall'ombra, qualcuno disse: «No, non è il solo».

Marjus si alzò e io lo fissai con stupore. Credevo che fosse uscito con gli altri. Che osasse sfidare il più temuto tra tutti i poteri dei Comyn?

Dyan rise.

«Tu… terrestre?» gli chiese. Lo disse come un insulto.

Io non ero disposto a ritirarmi sconfitto.

«Vuoi che spegniamo l'attenuatore», chiesi, «e che mio fratello provi la sua Dote su di te, Ardais?»

Questo era davvero un bluff. Non sapevo assolutamente se Marjus avesse la Dote degli Alton, o se fosse destinato a impazzire e morire, una volta che la mia mente fosse entrata con la forza nella sua. Ma non lo sapeva neanche Dyan, che impallidì e finì per abbassare gli occhi.

«Comunque, il suo bluff è un altro», intervenne Lerrys. «Per attivare un luogo come quello, gli occorre la matrice di Sharra, che, come tutti sappiamo, è andata distrutta. Con che assurdità ci vuoi spaventare, Lew? Non siamo bambini, da rabbrividire per un'ombra. Sharra! Ecco dov'è Sharra!» esclamò, schioccando le dita.

A quel punto, gettai al vento ogni cautela.

«Distrutta un corno!» gridai. «In questo momento, è nella mia stanza!»

Tutti, nel cerchio, trattennero il fiato.

«L'hai tu?» chiese Lerrys.

Io annuii, lentamente. Non mi avrebbero più dato del bugiardo.

Poi colsi lo sguardo soddisfatto di Dyan.

E capii che non era affatto stata una mossa intelligente da parte mia.

CAPITOLO 4

IL RITORNO DI KADARIN

Marjus si sporse a guardare che cosa facessi, mentre io estraevo la spada, ancora isolata, e la posavo sul pomo della mia sella.

«Vuoi aprire qui la mia Dote?» chiese. Attorno a noi, la sottile aria del mattino era immobile come la sua faccia. Alle nostre spalle si alzava il monte; dagli Hellers veniva fino a noi l'odore pungente del fumo: a una distanza indeterminabile da noi, qualche bosco doveva essere stato distrutto da un incendio. Dietro di noi, nella radura, gli altri Comyn attendevano, in sella. Io avevo abbassato le barriere, e sentivo l'urto delle loro emozioni. Ostilità, curiosità, incredulità e disprezzo caratterizzavano gli Ardais, gli Aillard e i Ridenow; simpatia e preoccupazione giungevano dagli Hastur e, curiosamente, da Lerrys Ridenow.

Avrei preferito fare tutto in privato. I pensieri che mi giungevano da quegli osservatori, a me ostili, avrebbero finito per togliermi il coraggio. E il fatto che la vita di mio fratello dipendesse dal modo in cui fossi riuscito a controllare i miei nervi era un altro motivo di agitazione.

Rabbrividii. Se Marjus fosse morto — e c'era un forte rischio che morisse — solo la testimonianza dei Comyn avrebbe potuto salvarmi da un'accusa di omicidio. Tutt'e due correvamo un forte rischio, e io avevo paura.

La messa a fuoco — la prima comparsa, in ogni nuovo Alton — della Dote della nostra Famiglia non è un procedimento semplice, e deve essere imposta a forza dall'esterno, da un Alton che la possegga già. Il fatto che tutt'e due le persone siano consapevoli di ciò che fanno e che lo facciano volontariamente non lo rende più facile, neppure per due telepatici esperti; lo rende solo possibile.

La Dote degli Alton è un particolare tipo di un'altra Dote che di tanto in tanto compare tra i lettori del pensiero e che non è mai stata attribuita a una Famiglia in particolare: quella di catalizzatore telepatico, ossia la capacità di sviluppare le doti telepatiche delle altre persone.

Ciò che, in Consiglio, avevamo promesso di fare per eliminare il pericolo di Sharra si può spiegare in poche parole: collegare le nostre menti. Ma non in un normale contatto telepatico; e neppure nel rapporto forzato che un Alton (e un Hastur) può imporre a un'altra mente per trasmetterle un pensiero o per bloccarla. Occorreva un rapporto totale e reciproco: mente conscia e mente subconscia, centri telepatici e psicocinetici, coordinazione e funzioni energetiche, in modo da funzionare a tutti gli effetti come un solo cervello in due corpi.

Per poterlo fare, tuttavia, prima dovevo portare alla luce, in Marjus, la Dote degli Alton. Occorreva penetrare, nei primi istanti, con la forza nella sua mente, e farla entrare in risonanza con la mia. Normalmente quella risonanza forzata è pericolosissima — ed è per questo che tutti temono gli Alton — ma la nostra Dote fa in modo che un particolare centro cerebrale entri in fase con quello dell'Alton adulto e diventi uguale a esso.

In un vero Alton, quel centro è sempre plastico, modellabile, finché non viene “messo a fuoco” da un altro Alton; in tutti gli altri, invece, ha già una sua funzione, e la sovrapposizione forzata lo distrugge, causando la pazzia e, in pochi istanti, la morte.

Mio padre aveva fatto con me quel che volevo fare con Marjus: una volta sola, e per circa trenta secondi, con la mia piena consapevolezza che rischiavo di morire. Ma era l'unica prova accettabile del fatto che fossi un vero Alton. E, grazie a quella prova, mio padre aveva costretto i Comyn ad accettarmi fra loro. Io mi ero addestrato per giorni interi, e lui aveva usato tutta la sua abilità. Marjus, invece, vi arrivava pressoché senza preparazione.

Mi pareva di vedere mio fratello per la prima volta. La differenza di età, la sua faccia da straniero e i suoi bizzarri occhi me l'avevano sempre reso estraneo; adesso, la consapevolezza che poteva morire sotto la mia mente, entro pochi minuti, me lo faceva sembrare meno reale: un'ombra, la comparsa di un sogno.

«Vuoi rimandare, Marjus?» gli chiesi, con un'incrinatura nella voce.

Mi guardò con aria divertita.

«Sei geloso?» mi chiese a bassa voce. «Vuoi tenete solo per te i privilegi del laran? Non vuoi altri Alton in consiglio, vero?»

Senza altri preamboli, gli rivolsi la domanda cruciale.

«Ma tu possiedi», gli chiesi, «la Dote degli Alton?»

Lui alzò le spalle.

«Non ne ho la più pallida idea», rispose. «Non ho mai cercato di scoprirlo. Con tutto quello che è successo, mi hanno sempre fatto capire che sarebbe stata una grave insolenza da parte mia.»

Sentii un brivido. In quella frase era racchiusa tutta la sua vita: avrei dovuto immaginarlo. C'era la possibilità che quel giorno, invece di dargli la morte, gli dessi la piena condizione di Alton e di Comyn, e se lui pensava che il gioco valesse candela, non avevo diritto di oppormi. Mio padre aveva fatto la stessa scommessa con me, e l'aveva vinta. Abbassai la testa e cominciai a togliere dalla gemma lo strato isolante. Per fare quello che intendevo fare, occorreva una pietra matrice, e non potevo essere in fase con nessun'altra pietra, finché ero in fase con la matrice di Sharra.

«È una vera spada?» chiese Derik Elhalyn, accostandosi a noi.

Io annuii, ma afferrai l'elsa e la ruotai con forza. Si svitò e potei liberare la gemma incastonata sul pomo. Quando la toccai, sentii come una mano che mi serrasse il petto.

«La lama è quella di una spada», spiegai, «ma l'impugnatura serve anche per bloccare la matrice. Puoi guardarla senza pericolo, se vuoi.»

Così dicendo, gli porsi il pezzo che avevo svitato, ma lui si ritrasse istintivamente.

Vidi che gli altri Comyn si sforzavano di non sorridere. Sotto un certo aspetto, però, non era affatto divertente che Derik, prossimo Signore dei Comyn, fosse un fifone. Il vecchio Hastur, che intanto era venuto a guardare, si fece dare i due pezzi e li infilò l'uno nell'altro.

«Con il platino e gli zaffiri di questa impugnatura», disse, «si potrebbe comprare mezza città. Ma sono lieto che Lew non mi abbia passato la parte più pericolosa.»

Liberai dall'isolante la matrice, e sentii di nuovo il suo familiare tepore. Era una gemma di forma ovale, azzurra, con sottili pagliuzze dorate all'interno, e con qualche inclusione chiara, alla superficie, che pareva accendersi e spegnersi.

«Gli zaffiri dell'impugnatura», spiegai, «sono sensibilizzati, e ripetono lo schema di forze della matrice, per fare da secondo fuoco. La pietra ha sensibilizzato anche le mie reazioni nervose, e…»

M'interruppi. Che sorta di idiozia, di desiderio di punirmi con le mie mani, me l'aveva fatta riportare su Darkover? Stavo riaprendo volontariamente le porte dell'inferno che Kadarin aveva spalancato per me.

«Ma che cosa intendi fare, esattamente?» chiese Derik.

Cercai di trovare una spiegazione facilmente comprensibile.

«In tutti gli Hellers e qua e là per le Pianure», spiegai, «ci sono dei punti ancora “attivi”, come quello di cui vi parlavo, che è a una ventina di miglia dalla Città Nascosta. Sono stati caricati d'energia mentale — non saprei dire da quale dei precedenti possessori della matrice — per rispondere alle vibrazioni specifiche della dea Sharra. Quei punti si possono utilizzare per attingere alla forza di Sharra.»

Nessuno mi rivolse la domanda che temevo maggiormente: Che cos'è Sharra? Avrei dovuto rispondere che non lo sapevo. La tradizione dice che è la dea del fuoco, trasformatasi in diavolo. Io non volevo discutere la natura di Sharra. Io volevo soltanto tenermene lontano.

E quella era la sola cosa che non potevo fare.

Il Vecchio Hastur s'impietosì di me, e proseguì al posto mio.

«Una volta che un certo luogo è stato messo in risonanza con la matrice di Sharra, e con le forze che chiamiamo “Sharra” — come è stato fatto in passato in quei luoghi — vi rimane un residuo di energia mentale, e quel punto è facilmente riattivabile.

«Lew», proseguì, «ha tenuto con sé la matrice per tutti questi anni, nella speranza di poter trovare quei punti, mediante la loro risonanza con la matrice stessa che li ha attivati, e di togliere loro l'energia residua.

«Una volta scoperti e “scaricati” tutti i punti attivi, la matrice può essere tenuta sotto controllo da un normale schermo delle Torri oppure può essere disattivata e distrutta. Ma neppure un Alton riuscirebbe a fare quel tipo di lavoro senza un secondo centro. Non basta un solo corpo per sopportare una vibrazione così intensa.»

«E il secondo centro sono io, se sopravvivo», disse Marjus, con impazienza. «Possiamo procedere?»

Gli rivolsi un'occhiata, in fretta; poi, senza altri preliminari, entrai in contatto con la sua mente.

Non c'è modo di descrivere il primo impatto di un rapporto mentale. L'accelerazione di un jet alla partenza, un pugno al plesso solare, un tuffo nell'ossigeno liquido: potrebbero darne l'idea, se faceste tutt'e tre queste esperienze nello stesso tempo. Sentii che Marjus, sotto la scossa, si afflosciava letteralmente sulla sella, e che tutte le difese della sua mente si concentravano nel compito di allontanarmi. La mente umana non era fatta per quel genere di esperienze. Un istinto cieco gli faceva alzare quelle barriere; una mente normale sarebbe morta a causa del solo sforzo occorrente per offrire quel tipo di resistenza.

Tutto si riduceva a una semplice alternativa: se aveva ereditato la Dote degli Alton, sarebbe sopravvissuto, se non l'aveva ereditata, sarebbe morto.

Interiormente, io ero totalmente concentrato su Marjus, ma, esteriormente, ogni particolare dell'ambiente che mi circondava giungeva con grande precisione ai miei sensi, come se fosse inciso con l'acido; il sudore freddo che mi scorreva lungo la schiena, la pietà sul viso del vecchio Reggente, le facce dei presenti. Sentivo gemere Lerrys.

«Fermateli!» diceva. «Fateli smettere! Si stanno uccidendo tutt'e due!»

Per un istante, provai un dolore così grande che temetti di essermi messo a gridare. Sentii la tensione di un arco teso, piegato fino al punto in cui si sarebbe dovuto rompere, e poi ancora e ancora, finché anche la rottura e la morte sarebbero state un sollievo indescrivibile.

In quel momento, Regis Hastur scattò come una molla; prese dalle mani del Reggente l'impugnatura della spada, con le sue gemme accordate su Sharra, e la infilò a viva forza nella mano di Marjus. Sentii sparire ogni dolore dalla mente di mio fratello, sentii i suoi pensieri mettersi a fuoco, sovrapporsi e integrarsi. La trasformazione si allargò a tutto il cervello, come le onde circolari fatte da una pietra caduta in uno stagno. In breve, la sua mente fu ferma e salda, capace di resistere alla mia.

Un Alton! Nelle sue vene scorreva una parte di sangue terrestre, ma era un vero Alton, e mio fratello!

Il mio respiro di sollievo si trasformò quasi in un singhiozzo. Non c'era bisogno di parole, ma le dissi ugualmente.

«Tutto a posto, fratello?» chiesi.

«Certo», rispose, e abbassò gli occhi sull'impugnatura di spada che aveva in mano. «Dove diavolo ho preso questa cosa?»

Gli consegnai la matrice di Sharra, e contrassi i muscoli, in attesa della familiare sensazione di dolore; ma, quando Marjus la toccò, non sentii altro che l'abituale contatto telepatico. Tornai a respirare.

«Fatto», dissi. «Allora, Hastur?»

Il Reggente fece un inchino a Marjus, con grande serietà; un segno ufficiale di riconoscimento. Poi mi disse: «A te il comando».

Mi guardai attorno, osservando gli uomini a cavallo che ci accompagnavano.

«Alcuni dei punti attivati sono qui vicino», dissi, «e più presto li scaricheremo, più presto saremo al sicuro. Ma…»

M'interruppi. Tutto preso dall'orrore di quanto dovevo fare a mio fratello, non avevo pensato a chiedere una scorta. A quanto pareva, però, non era venuto in mente neppure agli altri. Oltre ai due Hastur, a Dyan, Derik e ai fratelli Ridenow, c'erano solo cinque o sei guardie.

«A volte», riflettei a voce alta, «gli uomini delle foreste si spingono così vicino alla Città Nascosta.»

«Non se ne sono più visti, dopo la campagna di Narr», disse Lerrys, con distacco.

Il suo pensiero, però, mi giunse chiaramente: Siete stati tu e i tuoi amici di Sharra a scatenarli contro di noi. Poi ve la siete squagliata, ed è toccato a noi combattere!

«Eppure…» Alzai gli occhi, verso gli alberi. Era sicuro allontanarsi così tanto, con così pochi uomini? Gli uomini delle foreste sono una razza intelligente originaria di Darkover, e alcune loro tribù, nelle valli più isolate, sono pacifici umanoidi che costruiscono i loro villaggi sugli alberi, e attaccano l'uomo soltanto se gli vedono accendere un fuoco. Ma quelli delle zone intorno ad Aldaran sono una razza mista, frutto di incroci risalenti all'Epoca del Caos — quando una scienza delle matrici, ormai dimenticata, permetteva quel genere di interventi che i terrestri chiamano “ingegneria genetica” — e sono pericolosi.

Alla fine mi strinsi nelle spalle.

«Se non avete paura voi», dissi, «allora non l'ho neanch'io.»

Dyan mi guardò e sorrise ironicamente.

«Tu e tuo fratello vi siete vantati di poter fare una cosa», disse. «Hai paura che qualcuno ti chieda di mantenere la promessa?»

Chiaramente, era indispettito dal fatto che Marjus fosse riuscito a resistere, sotto la mia mente, e non fosse morto.

Rivolsi a Marjus un'occhiata interrogativa, ed egli annuì. Tutti insieme, ci avviammo verso l'ombra sotto gli alberi.

Per ore cavalcammo in mezzo alla foresta, e per tutto il tempo continuai a concentrarmi sui punti di potere che riuscivo a percepire grazie alla matrice. Il mio corpo e la mia mente cominciavano a essere stanchi: non ero più abituato a quel prolungato sforzo mentale, e, per di più, non andavo a cavallo da quando avevo lasciato Darkover. Certa gente parla del potere della mente sulla materia, ma in realtà il rapporto è quello inverso. Una schiena indolenzita impedisce la concentrazione con la stessa efficacia di un attenuatore telepatico.

Il sole cominciava ormai a scendere verso l'orizzonte, quando mi accostai al Reggente.

«Ascolta», gli dissi, «siamo seguiti. Ero pronto a scommettere che nessuno sapesse che la matrice fosse in mano mia, ma qualcuno, evidentemente, doveva saperlo, e adesso si serve del potere dei punti attivi per rilevare la nostra posizione.»

Mi fissò con gravità.

«Non hai scoperto altro?» mi chiese.

«Non saprei…» risposi.

L'Hastur si girò verso Regis e gli rivolse un cenno. Il ragazzo si affiancò a noi.

«Siamo seguiti, Lew», confermò. «Ne avevo già l'impressione, ma adesso ne sono sicuro. Mi sono già scontrato con gli uomini delle foreste, negli anni passati.»

Alzai gli occhi per osservare i massicci rami che si incrociavano sopra di noi. Quei rami erano stati uniti tra loro dagli uomini delle foreste, in modo da formare un labirinto di passatoie aeree; tuttavia, così vicino alla città, mi ero aspettato che fossero inutilizzati da secoli.

«Non siamo in condizioni di affrontare uno scontro armato», disse il Reggente.

Guardò con preoccupazione Regis e Derik, e io — che avevo abbassato le barriere — gli lessi nella mente.

Tutto il potere dei Comyn è qui, in questo momento. Con un solo attacco, potrebbero spazzarci via. Perché ho permesso loro di venire, senza guardie? Poi, un altro pensiero che il Reggente non riuscì a nascondere: Che questi Alton ci conducano in una trappola?

Gli rivolsi un sorriso obliquo.

«Non hai tutti i torti a pensarlo», dissi. «Anche se non è così. Ma se qui attorno ci fosse qualcuno davvero in grado di usare il potere di Sharra — e io ne so usare una minima parte — sarei solo una pedina in mano sua. E potrei davvero condurvi in una trappola, senza volerlo.»

Il Reggente non mi rivolse altre domande. Si girò sulla sella.

«Torniamo indietro», disse.

«Che succede?» chiese Corus Ridenow. «Gli Alton hanno paura?»

Per sua disgrazia, in quel momento Marjus cavalcava accanto a lui. Si sporse sulla sella e lo schiaffeggiò con ira. Il Ridenow si tirò indietro; la mano gli corse al coltello che portava infilato nello stivale…

E in quel preciso istante accadde ciò che temevo!

Corus s'immobilizzò, come se fosse diventato una statua di pietra, con il coltello ancora sollevato. Nel silenzio, Marjus lanciò un grido spaventoso. Non avevo mai sentito un grido così straziante uscire da una gola umana. La piena potenza del Luogo di Potere ci investì entrambi. Dea o demonio, forza, macchina o spirito elementare che fosse, Sharra si era scatenata, ed era qualcosa di infernale. Udendo un secondo grido di protesta, non mi accorsi che veniva da me.

In quel momento si levarono attorno a noi gridi selvaggi, e da ogni parte vidi forme semiumane che scendevano dagli alberi. Qualcuno afferrò per la briglia il mio cavallo. E io capii chi avesse allestito la trappola.

L'uomo che vidi davanti a me, sulla strada, era alto e sottile; sotto un ciuffo di capelli chiarissimi si scorgeva una faccia affilata e scurita dagli elementi, due occhi color dell'acciaio che mi fissavano; era più vecchio, più pericoloso di quando l'avevo visto l'ultima volta.

Era Kadarin!

Il mio cavallo s'impennò; per poco non caddi sulla strada. Attorno a me era scoppiata la mischia: clangore di spade, nitriti di cavalli impauriti. Kadarin che gridava, nel dialetto gutturale usato con gli uomini delle foreste.

«Non toccate gli Alton! Li voglio io!»

Tirando la briglia del mio cavallo, faceva in modo da trovarsi sempre dietro l'animale, perché io non potessi colpirlo. Io mi piegai sul collo della bestia, e sentii uno sparo. Il proiettile mi passò accanto alla testa.

«Codardo!» gridai, e, con uno strattone alle redini, costrinsi l'animale a voltarsi bruscamente. L'urto scagliò a terra Kadarin, che dopo qualche istante tornò ad alzarsi; ma in quei pochi istanti ero smontato di sella e avevo preso la spada, per quel che poteva valere.

Un tempo, io sapevo usare bene le armi, e Kadarin era un pessimo schermidore, come gran parte dei terrestri. Portava una spada e la usava contro chi era ancor meno abile di lui, ma tutti facevano così, sulle montagne.

Però, io avevo imparato la scherma quando avevo due mani, e con me avevo solo la spada di Sharra, che era un po' troppo corta e leggera. Mentalmente, mi diedi dell'imbecille. Avevo fiutato il pericolo, l'aria ne era piena, e io non avevo preso con me neppure un'arma adatta!

Dietro di me, Marjus lottava contro uno degli uomini delle foreste: una creatura pelosa, coperta di stracci e con un lungo coltello. Il collegamento mentale tra noi mi faceva sentire tutti i colpi che si scambiavano, e io mi affrettai a interrompere il contatto; avevo già abbastanza guai con il mio duello. Parai all'ultimo istante un colpo di Kadarin.

La sua scherma, notai con sorpresa, era migliorata. In pochi istanti mi fece perdere l'equilibrio; non potevo attaccarlo, riuscivo solo a difendermi. Eppure, provavo anche una sorta di piacere, benché ansimassi e avessi già qualche piccola scalfittura; Kadarin era davanti a me, e questa volta non c'era nessuno — uomo o donna — a separarci.

Comunque, chi è costretto alla difensiva finisce prima o poi per perdere. Cercai di trovare un modo per compensare il mio svantaggio. L'unica debolezza di Kadarin era il suo carattere impulsivo. Se fossi riuscito a farlo andare in collera, per qualche minuto avrebbe perso la ragione e si sarebbe comportato come una bestia impazzita. E con la ragione avrebbe perso anche la sua abilità nella scherma. Non era un modo di lottare molto sportivo, ma io non ero in condizione di fare lo schizzinoso.

«Finalmente ti rivedo, figlio del Fiume!» gli gridai nel dialetto degli Hellers, che si presta a più sfumature, nell'insulto, di ogni altra lingua a me conosciuta. «Portatore di sandali! Non potrai più nasconderti dietro le gonne della tua sorellina, questa volta!»

Non ci fu alcun rallentamento nei suoi colpi di spada, non del tutto eleganti, ma assai minacciosi. Del resto, non avevo realmente sperato di ottenere un risultato immediato.

Ma, per una frazione di secondo, abbassò le barriere mentali.

E in quella frazione di secondo divenne mio prigioniero.

Con la mente bloccata dalla paralisi caratteristica della Dote degli Alton, anche i suoi muscoli si irrigidirono. Io gli tolsi la spada dalla mano e non badai alla battaglia che si svolgeva attorno a noi. Per me, su quella strada, in mezzo alla foresta, esistevamo soltanto Kadarin e io… e il mio odio. Entro pochi istanti lo avrei ucciso.

Ma attesi un momento di troppo. Ero già stanco per la lotta mentale con Marjus e per lo sforzo di seguire la risonanza del punto attivo. Per un attimo, la mia forza mentale vacillò, e Kadarin, che aspettava soltanto un momento di debolezza da parte mia, si liberò con un grido selvaggio. Era più pesante di me, e mi buttò a terra con un pugno; un attimo più tardi, ci fu un'esplosione, qualcosa mi colpì alla testa e io piombai nell'oscurità.

Dopo quella che mi parve un'eternità, scorsi davanti a me la faccia del Vecchio Hastur. Avevo un mal di testa così forte che persino lo sforzo di muovere gli occhi mi dava una fitta di dolore.

«Non muoverti, Lew», diceva il Reggente. «Ti ha sparato. Adesso sono fuggiti.»

Feci per alzarmi, ma gli altri mi tennero fermo. Avevo un occhio chiuso, ma con l'altro contai le facce che mi stavano attorno, all'ultima luce del tramonto. Lontano, sentii la voce di Lerrys, bassa e addolorata.

«Povero ragazzo», diceva.

Ero ferito e dolorante, ma c'era un dolore ancor più forte, un vuoto, una lacerazione che mi rendeva mortalmente solo.

Senza bisogno che me lo dicessero, ormai sapevo che Marjus era morto.

CAPITOLO 5

LA GUARDIANA DI THENDARA

Avevo una commozione cerebrale, a causa del secondo proiettile di Kadarin, che mi aveva portato via anche un pezzo d'osso. Inoltre, la perdita di Marjus era stata un forte trauma per le cellule del mio cervello; i collegamenti neuronici e sinaptici che si erano recentemente costituiti erano stati lacerati dalla sua morte. Per molti giorni avevo rischiato di perdere la ragione, se non la vita.

Di quel periodo ricordo solo una serie di luci forti, il freddo e lo shock, la sensazione di venire trasportato qua e là, l'odore delle medicine. Senza avere la cognizione del tempo trascorso, aprii gli occhi e mi trovai nelle mie vecchie stanze, nel castello dei Comyn di Thendara. Accanto a me c'era Linnell Aillard.

Assomigliava molto a Callina, ma era un poco più alta e più scura di capelli, e in un certo senso era più gentile, con un viso dolce e infantile, anche se aveva pressappoco i miei anni. Mi pareva anche molto bella. Non che la cosa importasse. Nella vita di ogni uomo ci sono alcune donne che non destano in lui alcuna attrazione sessuale. Linnell non era mai stata una donna, per me; era mia cugina. Per qualche minuto mi limitai a guardarla, senza parlare, finché lei non si accorse del mio sguardo e non mi sorrise.

«A questo punto», disse, «penso che tu mi abbia riconosciuto. Ti fa male la testa?»

La risposta era affermativa. Provai a tastarmi il punto dove mi doleva, e mi accorsi di essere fasciato. Con gentilezza, Linnell mi spostò la mano.

«Da quanto tempo sono qui?» chiesi.

«A Thendara?» rispose. «Due giorni. Ma sei rimasto privo di coscienza per un mucchio di tempo.»

«E… Marjus?»

Gli occhi le si riempirono di lacrime.

«È sepolto nella Città Nascosta», mi disse. «Il Reggente gli ha reso i pieni onori di Comyn, Lew.»

Allontanai la mano dalla sua e per un lungo tempo fissai le luci che si muovevano sulle pareti traslucide.

Infine chiesi: «Il Consiglio?»

«Si sono affrettati ad approvarlo prima che venissimo qui a Thendara. La cerimonia del matrimonio si terrà la notte della Festa.»

La vita proseguiva, riflettei.

«Tu e Derik?» chiesi.

«Oh, no», disse, sorridendo timidamente. «Per quello non c'è fretta. Callina e Beltran d'Aldaran.»

Di scatto, mi rizzai a sedere sul letto, senza badare al dolore acuto.

«Intendi dire», chiesi, con stupore, «che pensano ancora a quell'alleanza? Stai scherzando, Linnell! O sono impazziti?»

Lei scosse la testa. Aveva l'aria preoccupata.

«Penso che sia per questo che si sono affrettati ad approvarlo. Avevano paura che tu ti riprendessi, e che cercassi nuovamente di bloccarli. Derik e gli Hastur volevano aspettare il tuo ritorno, ma sono stati messi in minoranza.»

Non ne dubitavo affatto. Non c'era nulla che i Comyn odiassero più di un Alton in Consiglio. Spostai le coperte.

«Voglio vedere Callina!» dissi.

«Le dirò di venire da te; non c'è bisogno che ti alzi.»

Ma io scossi la testa. Durante le sessioni del Consiglio, quelle stanze erano tradizionalmente assegnate agli Alton, ormai da generazioni; probabilmente erano ben controllate mediante trappole telepatiche e attenuatori. I Comyn non si erano mai fidati degli Alton adulti. Preferivo vedere Callina in un altro luogo.

I suoi servitori mi dissero dove avrei potuto trovarla. Spostai una tenda dall'aria innocente, e una scarica di luce abbagliante mi esplose sulla faccia. Con un'imprecazione, mi portai le mani davanti agli occhi; per qualche istante continuai a vedere macchie gialle e rosse, anche a occhi chiusi, poi sentii pronunciare il mio nome, in tono di sorpresa. Le luci svanirono e scorsi Gallina.

«Mi dispiace», disse. «Adesso, riesci di nuovo a vedere? Devo proteggermi, sai, mentre lavoro.»

«Non hai bisogno di scusarti», risposi.

Una Guardiana, quando è in mezzo ai suoi schermi matrice, è vulnerabile in modi che la gente comune non sospetta neppure.

«Avrei dovuto pensarci», aggiunsi. «Non dovevo entrare in quel modo.»

Callina mi sorrise e sollevò la tenda per farmi passare.

«Certo», commentò. «Mi stupisco che tu non ci abbia pensato. Mi pareva che tu fossi un tecnico delle matrici.»

Quando lasciò cadere le tende, mi accorsi all'improvviso della stranezza della sua bellezza.

Si può dire tutto, su una donna, dal modo in cui cammina. Il modo di camminare di una donna che ama farsi corteggiare suggerisce questa sua caratteristica. L'innocenza proclama la propria natura correndo senza preoccupazioni. Callina era giovane e bella, ma non camminava come una bella donna. Nel suo modo di muoversi c'era qualcosa che sembrava insieme molto giovane e molto vecchio, come se la goffaggine dell'adolescenza si fosse incontrata in lei con la cautela e il decoro della vecchiaia, senza uno stadio intermedio.

Lasciò che le tende si chiudessero, e tutta la stranezza svanì. Mi guardai attorno, e sentii l'effetto calmante delle emissioni infrasoniche. Un tempo, anch'io avevo un piccolo laboratorio di matrici nella vecchia ala del castello, ma non certo su quella scala di grandezza.

C'era il regolare sistema di monitoraggio, in cui lampeggiavano tante minuscole stelle: una per ogni matrice autorizzata, di tutti i livelli, in quella regione. C'era un attenuatore modulato secondo fasi particolari, che filtrava le frequenze telepatiche senza interferire con i normali pensieri. E c'era un enorme pannello che luccicava come cristallo fluido, e di cui non avrei saputo dire lo scopo; forse era uno dei quasi leggendari trasmettitori psicocinetici, capaci di trasferire un corpo umano da una città all'altra. Stranamente prosaici, c'erano poi un normale cacciavite e alcuni pezzi di seta isolante, posati su un tavolo.

«Naturalmente», disse, «saprai che sono fuggiti con la matrice di Sharra.»

«Se avessi avuto un briciolo di intelligenza», imprecai, «l'avrei gettata in un convertitore di materia, mentre ero sulla Terra, e me ne sarei liberato… liberando così anche Darkover!»

«Se tu l'avessi fatto», rispose Callina, «avresti eliminato per sempre ogni possibilità di controllo su quelle forze; quando la matrice era lontana dal pianeta, Sharra era soltanto dormiente. Distruggendo la matrice avremmo perso ogni speranza di scaricare i luoghi attivi. Sharra non è sugli schermi mastri, lo sai. È una matrice illegale, fuori degli schermi monitor. Non potremo tenerla sotto monitoraggio finché non avremo trovato e messo sotto controllo tutti quei punti attivi e l'energia libera di cui sono carichi. Com'è lo schema?»

Aspettai che spegnesse gli attenuatori, poi cercai di proiettare lo schema su uno degli schermi monitor; tuttavia, sulla sua superficie di cristallo comparvero solo macchie e spirali di nebbia.

«Non avrei dovuto permetterti di farlo», disse Callina, con voce contrita, «a così poca distanza da una ferita alla testa. Vieni via, cerca di riposare.»

In una piccola stanza, la cui parete di vetro trasparente si affacciava sulla valle, mi accomodai in una soffice poltrona, mentre Gallina mi guardava con distacco, pensierosa.

«Callina», chiesi infine, «conoscendo lo schema, potresti fare un duplicato della matrice e servirtene per cercare i punti focali?»

Non ebbe bisogno di riflettere sulla domanda, per rispondermi.

«No», disse. «Posso duplicare una matrice di primo o di secondo livello come questa…» indicò il piccolo cristallo che le fermava il vestito, in corrispondenza del seno, «…e forse potrei riuscire a costruire uno schermo di complessità uguale a quella di Sharra, anche se dovrei avere qualche tecnico delle matrici ad aiutarmi. Ma due matrici identiche, del quarto livello o di livelli superiori, non possono esistere simultaneamente, nello stesso universo e nello stesso tempo, senza creare una distorsione spaziale.»

«Sì, la legge di Cherillys», rammentai. «“Una matrice è il solo oggetto unico dello spazio-tempo, e poiché esiste autonomamente, senza bisogno della sua copia a farle da punto di equilibrio, può trasferire l'energia da una forma all'altra.”»

Callina annuì.

«Il tentativo di costruire un esatto duplicato molecolare di una matrice complessa come quella che controlla Sharra — e che deve essere almeno di nono o decimo livello — rischierebbe di scagliare fuori dall'ordinario spazio-tempo una buona metà del pianeta.»

«Ne avevo l'impressione», annuii, «ma soltanto una Guardiana poteva saperlo con certezza.»

«Una Guardiana!» esclamò lei, ridendo. Tacque per qualche istante, poi riprese. «Suppongo che Linnell ti abbia detto tutto», disse. «Lew, non è solo l'alleanza a preoccuparmi. Se hanno deciso di allontanarmi, di assicurarsi che non venga ad avere troppo potere in Consiglio, riusciranno a farlo. Non posso combattere contro l'intero Consiglio, Lew. E se pensano che l'alleanza con Aldaran possa essere utile ai Comyn, come posso obiettare? Il Reggente Hastur non è uno sciocco, e può darsi che abbiano ragione: non so nulla di politica. Se non fossi una Guardiana, non mi avrebbero neppure chiesto il mio consenso; mi avrebbero dato ordine di sposarmi, e io avrei obbedito! Credo che un marito valga l'altro.»

Anche adesso ebbi la curiosa impressione di avere davanti a me una ragazzina ingenua e sprovveduta nel corpo di una donna. Parlava del suo matrimonio come una bambina avrebbe potuto parlare del matrimonio della propria bambola. Eppure era una donna bella e desiderabile. Era un'esperienza che mi metteva a disagio.

«Non capisco come sia potuto succedere», disse poi, cambiando discorso. «Non credo che dei semplici uomini delle foreste possano avervi attaccato proprio in quel momento, e che abbiano rubato la matrice di Sharra. Chi li guidava?»

La fissai con stupore.

«Il Reggente Hastur non te lo ha detto?» chiesi. «Credo che non lo sapesse neanche lui.» «Gli uomini della foresta», dissi, con irritazione, «rubano armi, cibo, vestiti, e magari gioielli, ma non oserebbero toccare una matrice. Soprattutto quella matrice! Mi chiedo perché sono ancora vivo.» La guardai negli occhi. «Callina, io ero in fase con quella matrice, corpo e cervello! Anche quando era isolata, se una persona non in fase la toccava, sentivo dolore! Ci sono tre sole persone, sull'intero pianeta, che possono toccarla senza che io muoia in conseguenza dello shock. Non ti hanno detto che è stato lo stesso Kadarin?»

Callina impallidì.

«Non credo che il Reggente sia in grado di riconoscere Kadarin», disse. «Ma come poteva sapere, quel bandito, che tu avevi la matrice?»

Vero: da chi l'aveva saputo? Non potevo credere che fosse stato Rafe Scott a tradirmi a Kadarin. I fuochi di Sharra avevano colpito anche lui. Preferivo pensare che Kadarin fosse ancora in grado di leggere nella mia mente, anche da lontano. All'improvviso mi resi conto di quel che significava la perdita di Marjus, per me: adesso ero completamente solo.

«Cerca di non pensarci», disse Callina. «Non addolorarti così.»

Ma sapevo perché lo diceva. Per lei, Marjus era solo un estraneo, un mezza-casta, disprezzato per la sua origine. Come poteva capire? Eravamo stati in rapporto mentale completo, io e Marjus, per quasi tre ore, con tutto ciò che ne consegue. Ero giunto a conoscere Marjus meglio di me stesso, con le sue forze e le sue debolezze, i suoi desideri e le sue speranze e le sue delusioni. Era come se fossimo vissuti insieme per anni. Fino al momento in cui ero entrato in rapporto con lui, non mi ero mai reso conto di avere un fratello, ma dal momento del contatto a quello della sua morte non avevo più conosciuto la solitudine. Però, non sapevo come spiegarlo a Callina.

Dopo qualche tempo, fu lei a riprendere la parola.

«Lew», chiese, «come hai fatto a lasciarti coinvolgere in…» stava per dire “Sharra”, ma, nel vedere la mia smorfia di dolore, non pronunciò la parola, «… quelle trame di Kadarin? L'hai mai raccontato?»

«Sono avvenimenti a cui preferisco non pensare», dissi, sbrigativamente. E pensai: Ancora una volta… non la smetteranno mai di mettere il ferro nella piaga?

«So che non è facile per te», disse allora lei. «Ma anche per me non è facile lasciarmi consegnare all'Aldaran.»

Non mi guardò. Allungò la mano per prendere una sigaretta da una scatola di cristallo, e l'accese con la matrice che portava al dito. Anch'io feci per prenderne una; lei sollevò la testa si scatto e mi fissò con stupore.

Io la fissai a mia volta.

«Sugli altri pianeti», le dissi, «anche gli uomini fumano, e non solo le donne.»

«Non ci credo!»

«No, è come ti dico io.»

Con aria di sfida, prelevai una sigaretta e, ricordando che non avevo fiammiferi, le presi la mano e accostai alla sigaretta l'anello con la piccola pietra matrice.

«E nessuno», continuai, «ride di loro o li considera effemminati, “portatori di sandali”, “fratellini” o altro. È un'abitudine antichissima the non desta la minima attenzione. Anch'io ho preso questa abitudine, e talvolta, quando mi concentro, devo accendere una sigaretta. Credi di poter resistere allo spettacolo di un uomo che fuma, comynara Callina?» conclusi ironicamente.

Ci scambiammo uno sguardo carico di ostilità, che non aveva niente a che vedere con il battibecco su un particolare sciocco e trascurabile come quello delle sigarette.

Lei sorrise con aria sprezzante.

«C'era da aspettarselo, da un terrestre», disse, scuotendo la testa. «Fa' come vuoi.»

Le tenevo ancora la mano con l'anello. La lasciai andare e aspirai una boccata del fumo leggero e dolciastro.

«Mi hai fatto una domanda», dissi poi, avvicinandomi alla finestra. Fissai per qualche momento le vette dei monti, coperte di neve, in fondo alla valle, prima di voltarmi di nuovo verso di lei. «Cercherò di rispondere.

«Kadarin», proseguii, «era un fratello adottivo del signore di Aldaran, a quanto ho sentito dire. Nessuno sa chi fossero i suoi genitori, e neppure a che razza appartenessero. Alcuni dicono che sia figlio di un rinnegato terrestre, Zeb Scott, e di una donna della razza dei chieri, da lui incontrata nelle foreste degli Hellers. Però, deve avere fatto parte di quel Cerchio illegale che si è formato nel Castello di Aldaran, e lì deve essere stato addestrato come tecnico delle matrici.

«Sia come sia, resta il fatto che Kadarin è un uomo di straordinaria intelligenza. È stato per molti anni ad Aldaran e laggiù ha imparato la meccanica delle matrici, poi è stato per qualche tempo nello spionaggio dei terrestri e ha lasciato Darkover. Si è fatto allontanare da tre o quattro pianeti, e alla fine è ritornato al punto di partenza, ossia negli Hellers.

«Molti terrestri di quelle parti hanno una parte di sangue darkovano, e ci sono anche i discendenti dei vecchi incroci con razze non umane. Kadarin ha cominciato a raccogliere attorno a sé tutti i malcontenti e i ribelli, e alla fine ha incontrato me.»

Mi allontanai di qualche passo.

«Sai com'era la mia vita, qui su Darkover», dissi. «Per i Comyn ero un bastardo, uno straniero. Per i terrestri ero uno scherzo di natura, un lettore della mente. Tutt'e due diffidavano di me. Kadarin, invece, mi fece sentire a mio agio, mi fece pensare di avere trovato lo scopo della mia vita.»

Non volevo ammettere neanche a me stesso che a quell'epoca ero rimasto totalmente affascinato da lui. Sospirai.

«Prima», continuai, «ho fatto il nome di un rinnegato terrestre, Zeb Scott, che avrebbe incontrato uno degli ultimi chieri.»

Mi tornarono alla mente gli anni di ricerche, di avventure, ma li condensai in poche parole.

«Se vai a chiedere di lui nelle Terre Aride, ti diranno che Zeb Scott è morto in una taverna di Carthon, ucciso dall'alcool, e che quando era ubriaco parlava sempre di una spada azzurra con la potenza di cento diavoli. Kadarin, che aveva ascoltato quella storia prima di ogni altro, sapeva che doveva trattarsi di Sharra e, seguendo i vaghi ricordi di Scott, si era messo alla sua ricerca.

«Una delle tante leggende su Sharra dice che gli Aldaran, molti secoli fa, l'avevano evocata e le avevano aperto le porte del nostro pianeta; in seguito, però, le porte d'accesso erano state chiuse e gli Aldaran erano stati esiliati per il loro crimine. Solo allora avevano cominciato a lottare contro le altre Famiglie nel modo che sappiamo, e a proteggere i banditi che facevano razzie nelle Pianure. Fino a cogliere, in tempi più recenti, l'occasione dell'arrivo dei terrestri per dare loro una base sul nostro mondo e per procurarsi le loro armi.

«Kadarin, come dicevo, si era messo alla ricerca della spada di Sharra e alla fine era riuscito a trovarla. Conosceva la meccanica delle matrici e cominciò a fare esperimenti con il suo potere. Tuttavia, per usare la matrice, gli occorreva un lettore del pensiero, e pensò subito a me. Io ero a sua disposizione, ed ero troppo giovane e impulsivo per capire fino in fondo quello che stavo facendo. Inoltre c'erano gli altri figli di Scott: abitavano con Kadarin — e lui, ti assicuro, li trattava come se fossero suoi fratelli — ed erano i miei migliori amici. Rafe era piccolo, allora, ma aveva due sorelle più vecchie: Thyra e Marjorie…»

Mi fermai, perché era inutile parlare. Non sarei riuscito a farle capire di me e Marjorie. Aprii la finestra e gettai via la sigaretta; la vidi roteare su se stessa, sempre più in basso, finché non sparì, portata via da un improvviso soffio di vento.

Perso in quei ricordi, mi ero dimenticato di Callina. Ora sentii la sua voce.

«Che cosa intendeva fare, precisamente, con quegli esperimenti?» mi chiese.

Quello era un terreno sicuro, su cui non correvo il rischio di venire travolto dai sentimenti.

«Che cosa ha sempre cercato di rubarci, ogni traditore?» chiesi. «I terrestri cercano da decenni di conoscere i segreti della meccanica delle matrici, e non solo quelle poche nozioni che usano i loro “meccanici” autorizzati, nella Zona Terrestre.

«I Comyn, però, sono incorruttibili, e perciò Kadarin sapeva che i terrestri l'avrebbero ricompensato generosamente. Con il potere della matrice, riattivò alcuni dei punti attivi, e mostrò ai terrestri alcuni poteri di Sharra. Ma alla fine tradì anche i terrestri, e aprì un buco nello spazio, una porta tra i mondi, per usare a scopo personale tutto quel potere…»

La voce mi si incrinò.

«Maledetto Kadarin!» mormorai. «Maledetto sempre, quando dorme e quando è sveglio, adesso e quando sarà morto, qui e in tutti gli altri mondi!»

Mi ripresi subito, però, e continuai, con voce più pacata: «Lui ha ottenuto il potere che voleva, ma io e Marjorie eravamo ai due poli di potenza, e…»

Scossi la testa. Che altro potevo dire? Parlare della fiamma che si era scatenata su due mondi, del fuoco infernale? Di Marjorie, che aveva fatto da polo, sicura di sé, priva di ogni timore, e che improvvisamente era caduta a terra, colpita da quella potenza terribile?

«Io mi sono staccato dalla matrice e sono riuscito a chiudere di nuovo la porta. Ma Marjorie era ormai…»

Incapace di proseguire, mi lasciai scivolare su una sedia e mi coprii gli occhi con la mano. Callina si inginocchiò accanto a me e mi posò la mano sulla spalla.

«Lo so, Lew. Lo so», mi disse.

Ma io mi voltai con ira verso di lei.

«Lo sai?» le chiesi. «Ringrazia tutti i tuoi dèi di non saperlo!» dissi con rabbia. Poi, tradito da quei ricordi, appoggiai la testa sul suo petto. Callina aveva ragione: lei sapeva. Aveva cercato di salvarci tutt'e due. Marjorie le era morta tra le braccia.

«Sì», dissi. «Il resto lo sai.»

Avevo una forte pulsazione alla testa, ma sentivo il battito del suo cuore, attraverso la soffice seta della sua veste da Guardiana. I suoi capelli sulla mia faccia sembravano polvere di fiori. Sollevai la mano e le strinsi le dita.

Lei alzò la testa e mi fissò.

«Siamo solo noi due, Lew, contro tutto questo», mi disse. «Il Reggente è tenuto per giuramento a obbedire al Consiglio. Derik è un imbecille, e Regis è troppo giovane. I Ridenow e l'Ardais si afferrerebbero a qualsiasi cosa che potesse dare loro il potere: si venderebbero alla stessa Sharra, se pensassero di poterlo fare senza pericolo! Da solo, non puoi fare niente. E io…»

Mosse le labbra, ma non ne uscì alcuna parola.

Dopo qualche istante, continuò: «Io sono una Guardiana, e potrei disporre del potere di Ashara, se volessi usarlo. Ashara mi darebbe la forza sufficiente a dominare l'intero Consiglio, se glielo lasciassi fare, ma io… non voglio essere una marionetta in mano sua, Lew, non voglio essere solo una sua pedina! Il Consiglio mi tira da una parte, Ashara dall'altra. Beltran non può essere peggiore di loro!»

Ci abbracciavamo come due bambini spaventati dal buio. Il suo corpo era morbido, tra le mie braccia. La strinsi più forte; poi il suo tentativo di protesta si spense in un bacio. Non cercò di resistere quando la sollevai e la baciai di nuovo.

All'esterno, l'ultima traccia rossa del tramonto sparì dietro i monti e nel cielo nudo cominciò ad ammiccare qualche stella.

CAPITOLO 6

IL SEGNO DELLA MORTE

Il culmine dei potere dei Comyn, due o tre secoli fa, la Sala dei Cristalli doveva essere parsa piccola, per tutti coloro che potevano vantare il loro diritto ereditario. Dalle pareti trasparenti si diffondeva una serena luce azzurra, in cui, di tanto in tanto, guizzava un lampo verde, rosso, giallo. Durante il giorno sembrava di trovarsi al centro dell'arcobaleno; di sera pareva un luogo fuori del mondo, una nave di cristallo che veleggiava sui venti dello spazio.

Laggiù io ero stato presentato ai Comyn, quando avevo cinque anni, ma ero troppo robusto e scuro di capelli per essere un vero Comyn. Eppure, anche se ero così giovane, ricordavo ancora il dibattito, e il vecchio Duvic Elhalyn che diceva: «Kennard Alton, perdi il tuo tempo e insulti questo sacro luogo, se credi di poter portare in Consiglio i tuoi bastardi mezza-casta!»

E ricordavo che mio padre si era voltato verso di lui, con rabbia e mi aveva sollevato tra le braccia, in piena vista dei Comyn.

«Guardate il bambino, e rimangiatevi le vostre parole!» aveva detto, e il vecchio Elhalyn non aveva più parlato. Nessuno osava sfidare mio padre una seconda volta.

Non che quella sfuriata di mio padre fosse servita a molto. Mezza-casta ero, e bastardo ero rimasto; sarei sempre rimasto un estraneo. Esattamente come il bambino che era stato per ore a sorbirsi il lungo cerimoniale incomprensibile, col braccio che gli faceva male dove l'avevano tatuato con la matrice per dimostrare la sua appartenenza alle Famiglie.

Mi guardai il polso. Avevo ancora il tatuaggio, poco al di sopra del punto dove mi avevano dovuto tagliare la mano.

«A che cosa pensi?» mi chiese Derik.

«Oh, scusami», dissi io, sorpreso. «Mi hai chiesto qualcosa? Pensavo a quando sono entrato per la prima volta in questa sala. In quegli anni c'era molta più gente.»

Derik rise.

«Allora», disse, «è tempo che tu metta al mondo qualche nuovo Alton da mandare in Consiglio!»

L'idea non mi dispiaceva. Le mie terre, fertili vallate verdi a qualche giorno di viaggio da Thendara, avevano bisogno di me. Guardai Gallina: sedeva accanto a Linnell, su una poltrona capace di accogliere almeno sei ragazze come loro. Derik mi lasciò per andare a parlare con Linnell: vidi che la ragazza gli sorrideva, felice, e che anche il viso sottile e aggraziato del principe si illuminava. Non era veramente sciocco come molti lo giudicavano, Derik; più che altro, come tanti giovani Comyn, non credeva nelle proprie responsabilità.

Non aveva una sufficiente forza di volontà per Linnell, ma lei lo amava…

Incrociai lo sguardo con quello di Diana Ridenow, che arrossì con stizza e abbassò gli occhi. Dai prismi dell'ingresso fece la sua comparsa Dyan Ardais, e io lo guardai con sospetto, perché la morte di Marjus non era ancora chiara, per me. Soltanto Dyan, finché non l'avevo detto in Consiglio, sapeva che la matrice di Sharra era in mano mia. Mio fratello Marjus, finché io ero lontano da Darkover, era solo un ragazzo, senza potere e disprezzato dai Comyn per il suo sangue straniero. E anch'io, da solo, ero privo di potere. Ma io e Marjus, messi insieme, costituivamo un avversario non disprezzabile, una minaccia per la sua ambizione.

Il duello con Kadarin rientrava nella contesa tra me e lui, e Kadarin aveva onestamente registrato le sue intenzioni. Non avrebbe ucciso Marjus, e in effetti non aveva ucciso neanche me: si era limitato a ferirmi, perché voleva uccidermi con la spada, non con un'arma proibita.

Quanto agli uomini delle foreste, tutti sapevano che rubavano, ma avrebbero rischiato di uccidere un Alton, anche se solo per sbaglio? La vendetta era sempre stata rapida e terribile… o almeno lo era stata quando i Comyn erano ancora degni di questo nome. All'improvviso, decisi di entrare in contatto con la mente di Dyan. Lui se ne accorse e, aggrottando la fronte, alzò tutte le sue barriere, ma io non raccolsi la sfida, anche se sarei stato in grado di entrargli nella mente a viva forza. Non era ancora il momento.

Intanto, il Reggente Hastur ci richiamava all'ordine del giorno. Naturalmente, si trattava di una formalità, di un semplice riguardo per coloro che erano stati malati o assenti. La ragione stava nel fatto che la cerimonia di chiusura delle sessioni del Consiglio non si poteva tenere se non erano presenti tutti coloro che avevano diritto di partecipare: perciò ci si assicurava che nessuno si lamentasse di non aver potuto esporre le sue ragioni. In teoria, io avrei potuto tenerli lì per tutto il tempo che avessi voluto — io o qualsiasi altro membro — semplicemente rifiutando il mio assenso. In realtà, se l'avessi fatto, avrebbero cominciato a discutere di minuzie e di questioni formali, per impedirmi di parlare, e alla fine avrei dovuto cedere per stanchezza e si sarebbero affrettati a chiudere la sessione. Chiusi i lavori, la legge mi proibiva di rimettere in discussione le decisioni prese. Avevo già visto applicare molte volte quella tecnica ostruzionistica.

Infatti, come se temesse un mio intervento, Lerrys Ridenow si affrettò a far segno che voleva parlare. Si guardò attorno con aria minacciosa, e il Reggente gli diede la parola, senza guardare me.

«Comyn», disse Lerrys, «mi rivolgo a voi per una questione personale.»

Vidi che Diana stringeva i pugni. Stentavo a credere che Lerrys avesse davvero l'intenzione di tirar fuori la cosa in Consiglio, e che venisse a chiedermi soddisfazione, dopo tanto tempo, di una cosa che era successa su un altro pianeta.

Poi mi accorsi che Lerrys non guardava me, ma Derik.

«Miei signori, in momenti come questi, in cui il solco tra i Comyn e gli altri poteri di Darkover si sta approfondendo, il nostro futuro signore dovrebbe prendere una moglie non appartenente al Consiglio, in modo da portarci forti alleanze. Anche Linnell Aillard potrebbe utilizzare il suo matrimonio per far venire tra noi qualche uomo adatto a far parte dei Comyn.»

Lo guardai a occhi sgranati. Certo, io e Diana ci eravamo evitati una pubblica reprimenda, ma la proposta di Lerrys Ridenow era qualcosa di altrettanto grave. Linnell era pallida per la sorpresa, e Callina si era alzata in piedi e lo guardava con occhi fiammeggianti.

«Linnell è affidata alla mia custodia!» esclamò. «Il suo matrimonio non riguarda il Consiglio!»

Dyan ne approfittò subito per farle fare una brutta figura.

«Come?» chiese. «Una Guardiana dei Comyn osa discutere il volere del Consiglio?»

«Non quando riguarda me!» esclamò Callina, con aria di sfida. «Ma, quando riguarda Linnell,

Sapevo che Lerrys aveva parlato solo per impedirmi di intervenire, ma non potevo guardare l'espressione spaventata di Linnell senza intervenire.

«Idioti!» esclamai con ira «Sì, anche tu, Reggente! Avete astutamente approvato la cosa in Consiglio mentre ero fuori di me, e…»

«Dal suo profondo disprezzo per le normali procedure», disse Lerrys, languido, «ho l'impressione che Lew Alton sia tuttora fuori di sé.»

«Allora, sarebbe stato meglio che lo foste stati anche voi», gridai, voltandomi verso di lui. «Questo Consiglio è una buffonata, e adesso è sceso fino a diventare un'osteria dove tutti litigano! Siamo qui, come tanti perdigiorno nella piazza del mercato, a parlare di matrimoni! Pensate che una diga si possa riparare con gli stuzzicadenti?»

Tutti mi ascoltavano, ma io m'interruppi perché mi sentivo stringere alla gola. Che cosa mi stava succedendo?

La faccia di Gallina sembrava tremolare davanti a me, in uno sfarfallio di tutti i colori. O erano i miei occhi? Ma lei riprese il discorso dal punto in cui l'avevo interrotto.

«Certo», disse. «Qui ci sentiamo talmente al sicuro da poter perdere il nostro tempo in queste sciocchezze! I terrestri si appropriano della nostra gente migliore, e trasformano Thendara in una puzzolente, oscena Città Commerciale, ma noi stiamo qui a discutere, e i giovani delle nostre Famiglie pensano solo ad andare a divertirsi sugli altri pianeti…» fissò gelidamente Diana Ridenow, «…noi stiamo qui, nella Sala dei Cristalli, a combinare matrimoni. E la matrice di Sharra è caduta in mano a Kadarin!

«Avete avuto la dimostrazione, pochi giorni fa, degli antichi poteri dei Comyn, ma che cosa avete fatto? Avete lasciato uccidere Marjus Alton e ferire Lew. Proprio i due che avreste dovuto proteggere con tutte le forze! Chi di voi può rispondere della vita di Marjus? Chi di voi oserebbe prendere il suo posto?»

Prima che qualcuno facesse in tempo a rispondere, intervenni io.

«I terrestri ci hanno lasciato ancora una piccola parte del nostro potere di governarci, e noi ci balocchiamo nel nostro angolino come bambini che litigano per il loro castello di sabbia! Una volta, la gente comune odiava i terrestri, ma oggi odia noi! Da qualche parte, o addirittura dal nulla, potrebbe sorgere un capopopolo, e allora tutto questo odio divamperebbe come una fiammata! Mentre ero sulla Terra, sentivo definire Darkover come l'anello più debole dell'Impero Terrestre. Potremmo essere il primo anello a infrangere la catena della schiavitù, ma che cosa stiamo facendo?»

Mi dovetti interrompere perché ero senza fiato. Per prima cosa, mi accorsi che io e Callina eravamo in contatto mentale, e per seconda cosa che anche quel debole contatto superficiale consumava tutte le mie energie.

Le trasmisi un comando disperato: Interrompi il contatto! Che cosa le era venuto in mente? Io non ero in grado di mantenere quel contatto in presenza di un attenuatore! Lei, senza capire, continuò ad afferrarsi alla mia mente, e io le inviai una piccola scarica mentale, per staccarla da me. Ero talmente debole da non poter più stare in piedi. Mi afferrai ai braccioli della poltrona e mi sedetti, ma non riuscii a staccarmi da quello spietato contatto mentale. Ma era davvero Callina?

Nella sala era sceso il silenzio. Vidi che Diana era pallida e tesa. Lerrys chiese, quasi senza fiato: «Che cosa è successo agli attenuatori?»

Il Reggente Hastur si alzò, si appoggiò al tavolo e fece per parlare; poi sollevò lo sguardo e rimase a bocca aperta.

Anche Callina s'immobilizzò.

Sentii che il pavimento dondolava sotto i miei piedi, come per il terremoto, e che non voleva più fermarsi. E sopra di noi c'era una sorta di miraggio, una distorsione dell'aria.

Diana lanciò un grido.

«Il segno della morte!» mormorò qualcuno, e tutti coloro che erano nella sala rimasero senza parole.

Fissai anch'io il segno che bruciava nell'aria, come un geroglifico di fiamma vivente, e mi sentii raggelare, sentii che tutte le forze mi abbandonavano. Sapevo che cos'era — una distorsione spaziale locale: lo spazio tra noi e chissà quale universo primevo era sottoposto a una tensione insopportabile, e si contorceva e fiammeggiava — ma anche la mia mente era presa da un analogo tormento, ed era piombata in un panico primevo. Per questo, fin da tempi immemorabili quel segno significava morte e distruzione, corpi e menti votati alla rovina.

«Strega! Demonio!» imprecò Dyan. In pochi passi raggiunse Callina, la afferrò per le spalle e la sollevò di peso, portandola via dal suo posto; poi la spinse lontano, nel centro della sala.

Ma il giovane Regis, grazie a qualche sua sensibilità sovrumana, correva già verso Callina: riuscì ad afferrarla prima che cadesse a terra. Nell'assistere a quella scena, l'orrore che mi aveva immobilizzato si spezzò bruscamente; e io mi voltai verso Dyan.

Finalmente, quell'uomo mi aveva fornito la scusa per attaccarlo! Chi osava mettere le mani su una Guardiana perdeva automaticamente ogni diritto.

La furia con cui investii l'Ardais lo colse alla sprovvista. La Dote degli Alton, anche in presenza di un attenuatore, può essere un'esperienza molto spiacevole. In pochi istanti, la sua mente fu in balia della mia, senza protezione, e io cominciai a colpirla con crudeli onde di pensiero. E lo feci con grandissima soddisfazione, devo ammetterlo. Aspettavo quel momento fin da quando mi aveva letto nella mente, sulla navetta per Thendara. Gemendo, Dyan scivolò a terra e prese a boccheggiare.

Le lettere di fiamma si spensero e sparirono. La sala ritornò alla normalità.

Callina era pallida, tremava, e doveva appoggiarsi a Regis. Io ero ancora chino su Dyan: era assolutamente inerme e mi sarebbe stato facile ucciderlo. Ma Derik mi prese per — le spalle e mi tirò indietro.

«Che cosa stai facendo? Sei impazzito?» mi gridò.

A volte, in occasione di un contatto fisico, si riesce a leggere tutta la mente di una persona. E quel che lessi in Derik, in quell'istante, mi scosse profondamente. Derik era un debole, lo sapevo, ma non mi sarei mai aspettato di trovare nella sua mente una così grande confusione. Non riuscii a sopportarla neppure per quell'istante, e mi tirai indietro, rinunciando anche all'attacco contro Dyan.

In tono severo, il Reggente Hastur ordinò: «Nel nome di Aldones! Cerchiamo di non litigare tra noi, almeno!»

Dyan si alzò faticosamente e indietreggiò. Io non riuscivo ancora a muovermi, anche se non avevo intenzione di oppormi al Reggente. Il Vecchio Hastur fissò severamente Callina.

«Una cosa molto grave, comynara Callina», disse.

«Grave, certamente. Ma soltanto la mia azione?» Si staccò dal braccio con cui Regis la teneva. Poi comprese. «Oh, capisco. Accusi me di quella… manifestazione?»

«Chi altri?» gridò Diana. «Ha un'aria tanto innocente, ma lei e Ashara…»

Callina la guardò con ira.

«Saresti disposta a raccontare al Consiglio, comynara Diana Ridenow, tutta la tua vita? Anche tu hai cercato Ashara, in passato.»

Diana lanciò un'occhiata nella mia direzione. Poi, con l'aria di chi scopre improvvisamente di essere stata abbandonata, si gettò tra le braccia del fratello Lerrys e tuffò la testa contro la sua spalla.

Callina affrontò con grande dignità il Consiglio.

«Non c'è bisogno che mi difenda dalle accuse che mi hai mosse per il tuo sciocco panico, Diana. E quanto a te, Dyan Ardais, non mi aspetto di essere trattata con cortesia da un par tuo, ma ti avverto che, se mi toccherai ancora, lo farai a tuo rischio. Che tutti sentano, e che Ardais faccia attenzione a non toccarmi nemmeno con un dito: sono una Guardiana. E nessun uomo sopravvivrà fino a potermi offendere la terza volta.»

Si diresse verso la porta, e finché le tende non si furono chiuse alle sue spalle, nella sala regnò il silenzio.

Poi Dyan rise, con cattiveria.

«In sei anni non sei affatto cambiato, Lew Alton», disse. «Conservi sempre la tua passione per le streghe. Ti fai avanti qui in Consiglio, quando credi di dover difendere la nostra strega, proprio come quando hai gettato al vento tutto il tuo onore di Comyn per una sgualdrina dei monti, la sorella di Kadarin, ansiosa di attirare nel suo letto un membro delle Famiglie…»

Non riuscì a dire altro.

«Per tutti gli inferni di Zandru!» esclamai. «Era mia moglie, e tu non sei neppure degno di pronunciare il suo nome!»

Così dicendo, schiaffeggiai quella sua bocca sorridente. Lui gridò e fece un passo indietro, e, veloce come il fulmine, infilò la mano nella camicia…

Ma anche Regis fu veloce come il fulmine, e gli afferrò la mano, prima che riuscisse a portarla alle labbra. Gli tolse dalle dita il piccolo, mortale oggetto, e lo scagliò a terra, con disgusto.

«Una cerbottana al veleno… nella Sala dei Cristalli! E proprio un momento fa ci parlavi di onore, Dyan Ardais?»

I due Hastur tennero fermo Dyan. Uno dei fratelli Ridenow mi tratteneva per il braccio, ma non c'era bisogno che lo facesse.

Ne avevo abbastanza.

Girai la schiena a tutti e mi allontanai.

Sarei soffocato per il disgusto, se mi fossi fermato anche un solo istante di più.

Senza curarmi di dove mi portassero i miei passi, salii le scale che conducevano alla torre del Castello dei Comyn. In un certo senso, lo sforzo puramente fisico di salire, una dopo l'altra, tante rampe di scale, mi dava una sorta di amaro sollievo. Avanzavo a testa china, dolorante, ma avevo bisogno di sfogarmi in qualche modo.

Perché diavolo non ero rimasto sulla Terra?

Quel maledetto segno! Metà dei Comyn l'aveva preso per un'apparizione sovrannaturale, un avvertimento di pericolo. E avvertiva di un pericolo, certo, ma non era niente di sovrannaturale. Era pura meccanica delle matrici, ma mi allarmava più di qualunque spettro.

Si trattava di una matrice-trappola: una delle vecchie matrici illegali, basate sullo stesso principio del velo di energia che impedisce di entrare nelle Torri a chi non appartiene alle Famiglie. A parte la distorsione spaziale, che serviva ad alimentarla, la matrice che avevo visto operava direttamente sull'inconscio, destando memorie razziali, paure ataviche, timori irrazionali, allo scopo di far regredire a uno stadio bestiale, ferino, le persone che ne venivano colpite.

Chi poteva avere costruito una matrice del genere?

Io sarei stato capace di farlo, ma non ero stato io. Callina? Nessuna Guardiana si sarebbe sognata di profanare la sua carica con un simile aggeggio. Lerrys? Avrebbe potuto vederlo come una sorta di scherzo perverso, ma non mi pareva che avesse l'addestramento necessario. Dyan? No, aveva subito l'effetto della matrice-trappola. Diana, Regis, Derik? Sospettare di loro era assurdo. Alla stessa stregua avrei potuto sospettare del Reggente o della mia piccola Linnell.

E Dyan? Non potevo neppure avere il piacere di ucciderlo in un duello.

Anche con una mano sola, non avevo paura di lui: dopotutto, Dyan aveva vent'anni più di me! Ma non perché io legga nella mente del mio avversario, come certi telepatici dei racconti popolari, e riesca dunque a scoprire in anticipo i suoi colpi di scherma. Per leggere nella mente di un'altra persona occorre tranquillità, concentrazione. Nessuno di noi — neppure il Figlio di Aldones, il dio Hastur — riuscirebbe a duellare così.

Ma ora, anche se lo avessi affrontato ad armi pari, davanti a cento testimoni, tutti mi avrebbero giudicato un assassino. Dopo quello che gli avevo fatto nella Sala dei Cristalli, e dopo quello che mi avevano visto fare a Kadarin. In realtà, il bandito era l'unica persona che potessi bloccare in quel modo, durante un duello. Io e Kadarin, un tempo, eravamo stati in rapporto attraverso la matrice di Sharra, e ciascuno di noi — benché la cosa ci garbasse poco — aveva una sorta di avamposto nella mente dell'altro.

Ma Dyan non lo sapeva.

E non sapeva che Kadarin, ormai, si era preso la sua vendetta.

Sei anni di viaggi sui pianeti dell'Impero mi avevano guarito, per quanto possibile. Non ero più il giovane che, in preda al dolore, aveva lasciato il pianeta sei anni prima. E non ero il giovane idealista che aveva visto in Kadarin la speranza di conciliare le sue due nature, o che aveva scorto, in una ragazza dagli occhi color ambra, tutto quel che poteva desiderare al mondo.

Almeno, avevo creduto di non esserlo più. Ma al primo colpo, tutte le mie difese erano crollate. Che fare, adesso?

Ero finito su un balcone che sporgeva da una delle pareti del Castello. Sotto di me, il terreno si stendeva come una carta geografica dipinta con i marroni cupi, i rossi e gli ocra del pomeriggio. Di fianco a me s'innalzavano le pareti iridescenti del Castello, che, alla luce del sole, assumevano un colore di fuoco, un colore di sangue.

Il sole di sangue. Così i terrestri chiamano il sole di Darkover. Un nome giusto, per loro e per noi.

E sopra di me, sul monte, s'innalzava la Torre, che si teneva arrogantemente in disparte dal castello e dalla città. La guardai con timore. Non pensavo che Ashara, per vecchia che fosse, rimanesse in disparte, limitandosi ad assistere, anche davanti alla distruzione dei Comyn.

Qualcuno mi chiamò per nome, e io mi girai. Dietro di me, scorsi Regis Hastur.

«Ho un messaggio per te», mi disse. E aggiunse: «Ma preferisco non riferirtelo.»

Nonostante la mia delusione, riuscii a sorridergli.

«Non dirmelo, allora. Di che cosa si tratta?»

«Mio nonno mi ha mandato a cercarti per farti ritornare nella Sala. In realtà, volevo una scusa per uscire anch'io.»

«Dovrei ringraziarti», dissi, «per avere strappato di mano a Dyan la cerbottana al veleno. In questo momento, però, penso che vi sareste risparmiati molti futuri guai se gliel'avessi lasciata usare.»

«Intendi sfidarlo a duello?» mi chiese.

«Non posso», risposi. «Sai che cosa dicono degli Alton.»

Regis si appoggiò alla ringhiera.

«Vuoi che combatta io, per procura?» mi propose. «Sai che sarebbe perfettamente legale.»

La sua offerta mi colpì, ma cercai di non fargli vedere quanto fossi commosso.

«Grazie», dissi, «ma faresti meglio a tenerti lontano dal nostro conflitto.»

«Troppo tardi, ormai», rispose. «Ci sono dentro fino al collo.»

Gli chiesi, d'impulso: «Conoscevi bene mio fratello Marjus?»

«Adesso vorrei poter dire di sì», rispose, con una smorfia. «Ma purtroppo no, non l'ho mai conosciuto bene.»

«Qualcuno lo conosceva?»

«Non credo. Anche se lui e Lerrys erano amici, in un certo senso.»

Con il tacco, tracciò qualche segno sulla polvere, sovrappensiero. Dopo un attimo, li lisciò con la punta dello stivale.

«Ho trascorso qualche giorno nel castello dei Ridenow, prima di venire al Consiglio, e…» S'interruppe. Poi riprese, dopo qualche istante: «È una cosa difficile, l'ho sentita per caso, e l'unica cosa onorevole che potessi fare è stata quella di promettergli di non ripeterla. Ma il ragazzo è morto, ora, e penso che tu abbia il diritto di conoscere l'accaduto.»

Non dissi nulla. Non avevo il diritto di chiedere a un Hastur di violare la sua parola. Aspettai che fosse lui a decidere. Alla fine, mi fissò negli occhi.

«È stato Lerrys», disse, «a suggerire l'alleanza con Aldaran, e fu lo stesso Marjus a recarsi al Castello di Aldaran come ambasciatore. Credi che Beltran avrebbe avuto l'insolenza di chiedere in moglie una Guardiana se non gliene fosse stata offerta la possibilità?»

Avrei dovuto pensarci. Qualcuno doveva avere detto a Beltran che una simile offerta sarebbe stata presa in considerazione. Ma Regis aveva violato una promessa per dirmi semplicemente che mio fratello si era prestato come intermediario in un piccolo intrigo che poteva anche passare per tradimento?

«Non capisci?» mi chiese Regis. «Perché Callina? Perché una Guardiana? Perché non Diana, o Linnell, o mia sorella Javanne, o un'altra qualsiasi comynara? Beltran non avrebbe mosso obiezioni. In effetti, gli sarebbe andata bene una donna qualsiasi, purché potesse dargli il diritto di entrare in Consiglio. Ascolta, conosci la legge? Quella che dice: “Una Guardiana deve rimanere vergine, altrimenti perde il diritto di lavorare con gli schermi”?»

«Superstizioni», dissi, alzando le spalle.

«Superstizioni o no, il Consiglio le rispetta», rispose Regis. «Il fatto è un altro: con questo matrimonio si lanciano due frecce con un arco solo. Con un colpo solo, Beltran si allea al Consiglio e Callina viene allontanata in un modo sicuro, legale.»

«Comincio a capire», dissi. «Dyan e tutto il resto.»

Dopotutto, mi dicevo, c'era una cosa che a Dyan piaceva ancor meno che la presenza in Consiglio di un Alton adulto: una Guardiana Comyn poteva costituire, per lui, una minaccia ancora maggiore.

«Ma prima di celebrare quel matrimonio», conclusi, «dovranno passare sul mio corpo.»

Regis capì subito che cosa intendessi dire.

«Allora», mi disse, «sposala tu stesso, Lew, e immediatamente! Fallo in modo illegale, nella Zona Terrestre.»

Gli rivolsi un sorriso ironico e gli mostrai il mio braccio mutilato. Non avrei potuto sposarmi, secondo la legge di Darkover, finché Kadarin fosse vissuto. Una faida irrisolta passa davanti a ogni altro impegno personale, ma in effetti, come diceva Regis, per la legge terrestre potevamo sposarci.

Scossi la testa, gravemente.

«Non accetterà mai», dissi.

«Se Marjus fosse vivo!» esclamò Regis, e io mi commossi per la sincerità delle sue parole; il primo onesto rimpianto che avessi udito, anche se tutti mi avevano fatto le condoglianze. Mi commosse ancor di più per il fatto che non accennò al suo dolore personale, ma si limitò a esprimere la sua opinione.

«I Comyn avevano tanto bisogno di lui», disse. «Lew, non potresti usare un altro lettore del pensiero… per esempio me… per costituire un punto focale di quel tipo?»

«Non lo so», risposi, «ma probabilmente la risposta è no. E preferirei non fare la prova. Tu sei un Hastur, e probabilmente non corri un rischio personale, ma non sarebbe un'esperienza gradevole.» Poi aggiunsi, con severità: «Adesso, dimmi quello che volevi dirmi fin dal primo momento!»

«Il segno della morte», balbettò. Poi venne preso dal panico. «Non volevo, non intendevo…»

Avrei potuto raccogliere tutte le sue confidenze, se avessi avuto la pazienza di aspettare. Invece, feci una cosa di cui mi vergogno ancora. Con la mano buona, lo afferrai per il polso, e con una rapida torsione — una mossa che avevo imparato sulla Terra — lo spinsi contro la ringhiera. Lui fece per attaccarmi, ma, dopo un istante, lessi i suoi pensieri.

Non posso lottare con un uomo senza una mano.

Quel pensiero mi irritò ancor di più. In un istante di collera, proiettai la mia mente sulla sua e gli imposi un rapporto mentale; entrai nella sua mente senza alcun ritegno: con una rapida ricerca, presi quello che mi serviva, poi mi ritirai.

Pallido e tremante, Regis si lasciò scivolare contro la ringhiera. E io, con in bocca l'amaro di quel che avevo fatto, gli girai la schiena.

Poi, per giustificare a me stesso quello che avevo fatto, gli parlai con durezza.

«Allora sei stato tu a creare quel segno! Tu… un Hastur!»

Regis si girò verso di me, tremante di collera.

«Ti spaccherei la faccia per quello che hai fatto, se tu non fossi…» disse. «Perché l'hai fatto?»

«Ho saputo quel che dovevo sapere», risposi io, in modo sgarbato.

«Oh, certo», mormorò lui.

Poi, con la furia negli occhi e la voce incrinata, aggiunse: «È quello, che mi ha spaventato. E che mi ha spinto a cercarti. Sei un Alton, pensavo che potessi spiegarmelo.

«Nella Sala del Consiglio», proseguì, «qualcosa si è impossessato di me. Io non conosco la meccanica delle matrici, lo avrai certamente visto nella mia mente. Non so come ho fatto, né perché. Ho solo superato l'impossibilità e tracciato il segno. Pensavo di poterne parlare con te, chiederti…»

La sua voce si spezzò. Ansimava come un bambino e tremava.

Dopo qualche momento, riprese: «Certo. Sono ancora atterrito. E potrei ucciderti per quello che hai fatto. Ma non ho un altro a cui chiedere aiuto.» Inghiottì a vuoto. «Quello che hai fatto, comunque, l'hai fatto apertamente. Posso sopportarlo. Quel che non posso sopportare è il timore che la cosa si ripeta.»

Incapace di rispondere, e pieno di vergogna, mi allontanai. Pensavo che Regis, il quale mi aveva trattato con amicizia, aveva ricevuto lo stesso trattamento che, poco prima, avevo riservato al mio peggiore nemico. Non sarei riuscito a guardarlo in faccia.

Dopo qualche istante, lui mi seguì.

«Lew», riprese, «dicevo che faremmo meglio a dimenticare tutto. Non possiamo permetterci di lottare tra noi. Non ci hai pensato? Ci troviamo tutt'e due nella stessa situazione: tutt'e due facciamo cose che non faremmo mai volontariamente.»

Tutt'e due sapevamo che non era la stessa cosa, ma potei girarmi verso di lui e tornare a guardarlo in faccia.

«Perché l'ho fatto, Lew?» mi chiese. «Puoi dirmi qualcosa?»

«Non perdere la testa», gli dissi. «Tutti abbiamo paura. Anch'io. Ma ci deve essere una spiegazione.»

M'interruppi, cercando di ricordare quanto sapevo delle Doti delle varie Famiglie. Oggi è difficile trovarle in forma pura, dopo secoli di matrimoni tra le varie Famiglie, ma Regis era fisicamente vicino alla forma Hastur pura; probabilmente lo era anche dal punto di vista mentale.

«La Dote degli Hastur, qualunque sia», continuai, «è latente in te. Forse, inconsciamente, sapevi di dover interrompere il Consiglio, e l'hai fatto in quel modo drastico.» E aggiunsi, in tono dubitativo: «Se non fosse successo… quello che è successo, potrei offrirmi di esplorarti la mente. Ma, ora, non credo che tu ti fidi di me.»

«Probabilmente, no», rispose. «Mi dispiace.»

«Non c'è bisogno che ti scusi», risposi io, sgarbatamente. «Anch'io non mi fido più di me, dopo quello che è successo. Ma una qualsiasi delle Guardiane, Ashara o Callina, potrebbe sondarti la mente e cercare di scoprirlo.»

«Ashara…» mormorò, guardando pensosamente la Torre sulla montagna. «Non so. Potrebbe essere.»

Ci appoggiammo alla ringhiera e guardammo in direzione della valle, che ormai perdeva i dettagli a causa del buio, con il calar della notte. L'aria venne improvvisamente scossa da un rumore di tuono, e un ago d'argento attraversò il cielo, seguito da una coda di cometa di vapori arroventati, per poi sparire.

«Il razzo postale», commentai, «dalla Zona Terrestre.»

«Terra e Darkover», disse qualcuno, dietro di noi. «La forza irresistibile e l'oggetto inamovibile.»

Il Reggente Hastur ci raggiunse sul balcone.

«Lo so, lo so», disse. «A voi, giovani Alton, non piace ricevere ordini. Francamente, neanche a me piace darli; sono troppo vecchio.»

Sorrise a Regis.

«Ti ho mandato via», gli disse, «per impedirti di finire nei guai insieme a Lew. Ma avrei preferito che tu fossi riuscito a mantenere la calma, Lew Alton!»

«Io dovevo mantenere la calma!»

La palese ingiustizia dell'accusa mi lasciò senza fiato.

«Lo so, lo so, sei stato provocato», disse il Reggente. «Ma se avessi controllato la tua giusta collera…» pronunciò con ironia le due ultime parole, «…Dyan si sarebbe trovato chiaramente nel torto. Invece, sei stato il primo a infrangere l'immunità dei Comyn, e questo è grave. Dyan giura che ti farà esiliare.»

Con un sorriso, gli ricordai la legge.

«Non può farlo», dissi. «La legge richiede che sieda in Consiglio almeno un erede, dotato di laran, per ciascuna Famiglia. Altrimenti, perché ti saresti preso la briga di farmi ritornare? Io sono l'ultimo Alton vivente e non ho figli. Neppure Dyan può cambiare la legge in quel modo.»

Hastur mi guardò con irritazione.

«Allora», disse, «credi di poter infrangere tutte le nostre leggi, di essere insostituibile? Rifletti bene, Lew, perché Dyan dice di avere trovato una tua figlia.»

«Mia?» feci io, con rabbia. «È una sporca menzogna! Per sei anni sono stato fuori del pianeta, e prima ero un meccanico delle matrici, con quello che comporta. E tutti sanno che sono sempre vissuto da solo.»

Mentalmente mi autorizzai a trascurare l'unica deroga. Se Diana avesse messo al mondo una mia figlia, dopo quel che era successo tra noi a Vainwal, l'avrei saputo. Saputo? Sarei stato ucciso dai suoi fratelli!

Il Reggente mi guardò con scetticismo.

«Certo, certo. Lo so. Ma prima di allora? Eri già in grado di avere un figlio, vero, prima di entrare nella Torre? Quella bambina è una Alton, Lew.»

Regis aggiunse, parlando piano: «Tuo padre non è mai stato un recluso. E Marjus… quanti anni aveva? Non potrebbe avere avuto un figlio, senza saperlo?»

Riflettei su quelle affermazioni. Mi pareva improbabile che esistesse una mia figlia. Non era del tutto impossibile, ricordando certi esperimenti sessuali della mia giovinezza, ma era difficile che fosse successo.

D'altra parte, nessuna donna di Darkover avrebbe osato sostenere che io, o i mei parenti, eravamo il padre, a meno di non esserne certa. È inutile mentire a un lettore del pensiero.

«E se chiedessi a Dyan di dimostrarmelo?» domandai. «Di farmi vedere la bambina, di dimostrarmi la sua paternità, di darle il mio posto in Consiglio, di mandarmi in esilio? Che lo faccia. Non sono stato io, a voler ritornare su Darkover. Supponiamo che gli dica di fare quello che vuole?»

«Allora», disse il Reggente, con gravità, «saremmo di nuovo al punto di partenza.»

Mi posò la mano sul braccio.

«Lew, ho lottato per farti ritornare, e questo perché tuo padre era mio amico e perché noi Hastur siamo in minoranza, in Consiglio. Ritenevo che i Comyn avessero bisogno di te. E poco fa, quando li hai sgridati per i loro litigi — “bambini che giocano”, li hai definiti — mi hai dato grandi speranze. Non farmi vergognare di me infrangendo la legge ogni momento!»

Chinai la testa, pentito.

«Cercherò di non farlo», dissi infine, in tono di sconfitta. «Ma, per la Spada di Aldones, avrei preferito rimanermene sugli altri pianeti.»

CAPITOLO 7

LA DOTE DEI RIDENOW

Dopo che gli Hastur mi ebbero lasciato, feci ritorno nelle mie stanze e riflettei su quanto avevo saputo.

Non avevo sospettato che Dyan intendesse tendermi una trappola, e c'ero caduto in pieno. E se non ero stato esiliato, dovevo ringraziare il Reggente. Fin dal mio arrivo — ora me ne accorgevo — mi avevano spinto a violare qualche legge. Una volta esiliato me, questa mia figlia (o sorellastra, o nipote) sarebbe stata una docile marionetta nelle loro mani; avrebbero avuto in Consiglio una bambina, non un uomo adulto, con tutti i propri poteri.

E Callina. L'idea che una Guardiana dovesse rimanere vergine era una superstizione, certo, ma doveva basarsi su un fondo di verità scientifica, come tutte le tradizioni dei Comyn.

I superstiziosi potevano credere quello che volevano. Ma la mia esperienza mi aveva insegnato una cosa: un lettore del pensiero, dopo avere lavorato per qualche tempo con gli schermi monitor, si accorgeva che il suo sistema nervoso e i suoi riflessi finivano per entrare in sintonia con la matrice.

I tecnici delle matrici attraversano dei lunghi periodi di impotenza, del tutto involontaria, che era una sorta di difesa naturale. Se un tecnico sconvolge le proprie reazioni nervose o il proprio equilibrio ghiandolare con le droghe o con gli strapazzi fisici ed emotivi, si trova a dover pagare un caro prezzo. Senza che se ne accorga, il suo sistema nervoso si sovraccarica fino al punto di bloccarsi e può rimanere privo di energia nel momento cruciale. Le conseguenze possono andare dall'esaurimento nervoso alla morte.

Una donna, invece, non ha la difesa fisica costituita dall'impotenza. Le Guardiane sono sempre state rigorosamente isolate dai contatti con il mondo. Infatti, una volta che una donna, lettrice del pensiero, è stata risvegliata sessualmente da un uomo della sua casta, questa prima risposta sensuale ha enormi ripercussioni sul sistema nervoso e sul cervello.

Da quel momento in poi, non le è più possibile determinare i propri limiti di sicurezza, ossia il livello di energie che può ancora gestire. Perciò, per una donna, l'alternativa è semplice: o la castità assoluta, o rinunciare al lavoro sugli schermi di livello superiore.

A quel punto, sentii un forte brivido di paura. Dovevo fare attenzione. Avevo esposto Callina a un terribile pericolo!

Mi girai, perché mi era parso che fosse entrato qualcuno, e vidi il vecchio Andrés, che mi fissava con disapprovazione. È un terrestre basso e tozzo, scuro e brutto, burbero e ostile… ma io lo conoscevo troppo bene per lasciarmi ingannare dalle sue sopracciglia aggrottate.

Non ho mai capito come un terrestre, ex guardia della Polizia Spaziale, fosse riuscito a entrare nelle simpatie di mio padre, ma Andrés Ramirez era con noi da prima della mia nascita. Mi aveva insegnato a cavalcare e a fare la lotta con le armi e senza, aveva fabbricato giocattoli per Marjus, ci aveva sgridato quando ci accapigliavamo o quando lanciavamo il cavallo al galoppo, e ci aveva raccontato infinite storie delle sue avventure, senza mai lasciar trapelare la vera storia della sua vita. Non avevo mai saputo se non ritornasse sulla Terra perché non voleva o perché non poteva, ma nel vedere la sua aria severa mi parve di avere bruscamente perso vent'anni.

«Che cosa fai, fermo lì a mangiarti il fegato?» mi domandò.

«Non mi “mangiavo il fegato”, maledizione!» risposi. «Riflettevo su certi avvenimenti.»

Il vecchio sbuffò, con aria d'incredulità.

«C'è il giovane Ridenow che vuole vederti», mi disse. «Belle compagnie ti sei messo a frequentare!»

Nell'altra stanza c'era Lerrys, che mi parve teso e impacciato; nel vedere la sua espressione, cominciai a preoccuparmi anch'io, ma, sforzandomi di mantenere una parvenza di cortesia, gli feci segno di accomodarsi.

«Se sei qui come padrino di Dyan», lo avvertii, «digli che non se ne fa nulla. Il duello è sospeso. Ordine del Reggente.»

Lerrys si sedette.

«Be', no, non sono venuto per quello», disse. «In realtà venivo con una proposta. Come avrai notato, adesso che tuo padre è scomparso, la forza del Consiglio siamo tu, io e Dyan.»

«Mi metti proprio in una bella compagnia», commentai, seccamente.

«Lasciamo perdere gli insulti», rispose. «Non c'è ragione di litigare tra noi, c'è abbastanza potere per tutti. Tu sei per metà terrestre, e perciò suppongo che abbia un po' di buon senso terrestre.

«Sai come l'Impero Terrestre tratta i pianeti come il nostro, che non fanno parte della loro federazione ma sono in rapporti diplomatici con essa? Aspettando che chiedano l'ammissione a pieno titolo, lascia loro l'autonomia di governo per ciò che riguarda le questioni interne, e tratta con chiunque abbia l'autorità di dare ordini.

«Perché allora non dovremmo essere noi tre a trattare per Darkover?» terminò.

«Perché è alto tradimento», risposi io, lentamente. «Parli come se i Comyn fossero già esautorati.»

«In un paio di decenni lo saranno», replicò Lerrys, alzando le spalle. «Come osservavi tu, il Consiglio è incapace di prendere decisioni sulle questioni importanti. Sono stati tuo padre e il Vecchio Hastur a tenerlo unito con la pura forza della loro personalità, negli ultimi dieci anni. E conosci Derik. Pensi che possa prendere il posto del Vecchio?»

Non lo pensavo neanch'io, ma non feci commenti.

«In qualsiasi caso», dissi, «sono un Comyn e ho giurato di sostenere Derik finché sarà vivo.»

«Tenere in piedi il Consiglio per un'altra generazione, costi quello che costi?» chiese Lerrys. «Non è preferibile prendere accordi adesso, anziché aspettare che crolli tutto, e lasciare che regni per anni l'anarchia, prima che si possa rimettere in ordine la situazione?»

Appoggiando il mento sulle punte delle dita, mi fissò attentamente.

«I terrestri», riprese, «possono fare molto, per Darkover, e puoi farlo anche tu. Ascolta, Lew. Ogni uomo ha il suo prezzo, e oggi ho visto come guardavi Callina. Io non sfiorerei neppure con un dito quella gatta rabbiosa, e l'idea di innamorarmene mi pare francamente assurda, ma i gusti sono gusti.

«Per qualche tempo ho avuto l'impressione che ti piacesse Diana, ma anche tu e Callina potete rientrare benissimo nel nostro piano. Tu saresti perfino preferibile a Beltran. Hai studiato sulla Terra, ma sei cresciuto su Darkover. Sei un Comyn della più antica aristocrazia, più di un Ridenow o di un Ardais. Il popolo ti accetterebbe. Potresti essere tu a governare il pianeta.»

«Sotto il protettorato dei terrestri», aggiunsi io.

«Presto, qualcuno dovrà farlo», rispose Lerrys, stringendosi nelle spalle. «E se non vuoi essere tu… be', ti sei fatto una brutta fama a causa della ribellione di Sharra. E sei un Comyn. I terrestri non vogliono avere tra i piedi i membri delle precedenti famiglie reali, a meno che non siano disposti a collaborare. Alla Terra non importa che tu viva o muoia.»

Lerrys, riflettei, probabilmente era nel giusto, e non solo su quell'ultimo punto. Quando gli imperi sono sul punto di crollare, l'eccessiva fedeltà al passato diventa anacronistica. Il Consiglio avrebbe perso ogni autorità, con il suo attuale modo di fare; perché non sostituirlo con un direttorio di tre persone e impedire che il pianeta piombasse nell'anarchia?

«Allora», chiese Lerrys, «rifletterai sulla mia proposta?»

Non gli risposi. Una sorta di intuizione mi spinse ad alzare lo sguardo, e vidi che era pallidissimo, che il suo viso affilato era teso, esangue. E questo mi allarmò.

I Ridenow sono dei sensitivi. Nelle Epoche del Caos, quando gli uomini di Darkover entravano spesso in contatto con le razze non umane e con le entità dei vari livelli spirituali, quella Famiglia aveva selezionato nei propri discendenti la Dote dei Ridenow, che permetteva di scoprire i tentativi di possessione mentale, le presenze anomale, le razze non umane, o gli ambienti in cui si erano accumulate pericolose atmosfere psichiche o telepatiche.

«Ci sono cose peggiori dell'Impero Terrestre, Lew», mi disse, con uno strano tono di voce, stridulo come quello di un vecchio. «Meglio portare l'Impero su Darkover, che affrontare Sharra, o qualche altra entità come Sharra, scatenata dalla nostra stessa gente.»

«Che Erlik ci protegga da tutt'e due!» esclamai io, meccanicamente, facendo uno scongiuro.

«La decisione finale potrebbe spettare a te», continuò lui.

«Oh, maledizione, Lerrys, non sono così importante!» protestai.

«Può darsi che tu, senza saperlo», mi avvertì, «sia la chiave di tutto.»

All'improvviso ebbi la sensazione che Lerrys si fosse sdoppiato, e che in lui convivessero due persone diverse. Una era l'ex amico di mio fratello Marjus, che cercava di conquistarmi alla sua fazione, ma l'altra era una presenza più profonda, che usava il corpo e la mente di Lerrys per i propri scopi. Mi chiesi se non fosse il caso di attivare un attenuatore telepatico, prima che potesse tentare qualche trucco mentale contro di me.

Ma non fui abbastanza svelto.

Un flusso di pura malvagità scaturì improvvisamente da lui. Io mi alzai di scatto e, con uno sforzo terribile, riuscii ad allontanarlo dalla mia coscienza. Poi balzai su Lerrys, lo afferrai con una mano, e, con rabbia, scagliai la mia mente contro la sua.

Non era la mente di Lerrys!

Incontrai un blocco perfetto, una difesa inespugnabile… mentre Lerrys, senza aiuti esterni, non sarebbe riuscito a impedirmi di penetrare nella sua mente. Avevo usato contro di lui una forza molto più intensa di quella che avevo usato contro Dyan, e i Ridenow non hanno molta capacità di resistere agli attacchi mentali.

Inoltre, anche se non arrivava a toccare l'entità che si era impadronita di lui, la mia scarica era un tormento per il giovane Ridenow. Si agitò per un istante, poi si afflosciò; infine, spinto dalla volontà estranea che lo dominava, venne preso dalle convulsioni.

Con la forza di un pazzo o di un maniaco, riuscì ad allontanare da sé la mia mano. Poi, con l'energia mentale che gli veniva data dalla misteriosa entità che si era impadronita di lui, riuscì a innalzare un'ultima difesa che bloccò il mio attacco. Digrignando i denti per la collera, fui costretto a smettere: se la volontà esterna si fosse bruscamente ritirata, lasciando la sola mente di Lerrys a resistere al mio attacco, la forza del mio attacco mentale l'avrebbe fatto impazzire.

Per un momento, Lerrys rimase immobile, respirando affannosamente. Poi si alzò. Io mi preparai a rintuzzare un nuovo attacco mentale, ma, imprevedibilmente, il giovane mi sorrise.

«Non fare quella faccia così preoccupata, Lew», mi disse. «Ti stupisci, se ti dico che un Alton è importante per Darkover? Pensa a quanto ti ho detto. Tuo fratello era una persona dotata di molto buon senso, e anche tu dovresti averne. Sono certo che ti convincerai che ho ragione.»

Sorridendomi amichevolmente, mi porse la mano all'uso terrestre. Io ero ancora confuso. Gli sfiorai le dita, con cautela, sospettando qualche nuovo trucco.

Ma Lerrys aveva la mente vuota, senza colpe, e la presenza estranea se n'era ormai andata.

Il giovane Ridenow non sapeva neppure che cosa fosse successo.

«Come va, tra l'altro?» mi chiese. «Mi sembri pallido. Se fossi in te, accenderei un attenuatore e mi metterei a dormire. Non sei ancora del tutto a posto, secondo me. Su quei colpi alla testa non c'è da scherzare.»

Con un inchino, uscì dalla stanza; io mi lasciai scivolare su un divano, chiedendomi se il colpo non mi avesse davvero fatto avere le allucinazioni.

Devo guardarmi da tutti, mi chiesi, perché ogni persona è diventata un potenziale aggressore, oppure sono io che vaneggio?

Una lotta mentale come quella da me sostenuta lascia sempre qualche residuo, anche dopo che è terminata. Tremavo come una foglia. Andrés, che entrò nella stanza qualche istante più tardi, si fermò a guardarmi con apprensione.

«Portami da bere», gli dissi.

Stava cominciando a farmi il solito fervorino sui rischi che si corrono bevendo a stomaco vuoto, ma, dopo avermi dato un'altra occhiata, s'interruppe a metà della frase e uscì. Molte volte avevo già avuto l'impressione che riuscisse a leggere nei pensieri più di quanto non fosse disposto ad ammettere.

Quando fece ritorno, non aveva con sé il leggero cordiale di Darkover, ma il forte liquore terrestre di contrabbando che circola a Thendara.

Feci per prendere il bicchiere, ma la mano continuava a tremarmi: non riuscii a stringerlo. Dovetti sollevare la testa e farmi aiutare da Andrés, che mi accostò alle labbra il bicchiere.

Quel liquore forte e aspro non mi era mai piaciuto; ma, dopo averne inghiottito un paio di sorsi, la testa mi si schiarì e potei prendere in mano il bicchiere senza rovesciarlo.

«E piantala di trattarmi come se fossi un bambino!» gridai ad Andrés, che mi ronzava attorno come se temesse di vedermi andare in pezzi da un momento all'altro. Tuttavia, il suo brontolio ebbe un effetto calmante; aveva brontolato allo stesso modo quando ero caduto da cavallo e mi ero rotto un paio di costole.

Comunque, ricordi d'infanzia o no, rifiutai tutti i suoi suggerimenti di mangiare e di andare a dormire e uscii dal mio appartamento.

Il cielo era scuro, con tracce di nuvole. Dagli Hellers arrivavano nubi cariche di pioggia. Brutto tempo per i terrestri, che non possono fare a meno di aerei che volano nell'alto dell'atmosfera, dove le correnti aeree sono imprevedibili. Invece, i nostri cavalli di montagna viaggiano con qualsiasi tempo: pioggia, neve, tempesta. Perché gente intelligente come i terrestri si affidava a un elemento ingannevole come l'aria?

Scesi al piano terreno e attraversai il cortile fino al fondo; mi fermai sul passaggio che correva sulla parte superiore del muro di sostegno, tra il castello e la ripida scarpata che terminava sull'orlo di un alto precipizio; sotto di essa si stendeva l'intera città di Thendara. Mi appoggiai alla ringhiera. Se avessi voluto attaccare i terrestri, mi sarebbe bastato scegliere una notte di tempesta — che avrebbe costretto a terra i loro aerei e i loro elicotteri — per poterli affrontare ad armi pari.

Più avanti, le montagne erano soltanto una linea scura, seghettata, sotto il cielo scuro; ma lontano, poco al di sotto di una delle vette, vidi come una fiamma. Erano solo i fuochi di un carbonaio, probabilmente; ma a causa di quel chiarore ebbi l'impressione che in un altro punto di quei monti uno strano fumo bianco si levasse da una fiamma che non veniva da un normale fuoco, ma da un'incredibile matrice del decimo livello che distorceva lo spazio circostante.

Quando un uomo aveva conosciuto il fuoco di Sharra, quella strana fiamma lo chiamava a sé; faceva vibrare i suoi nervi come la mano dell'arpista faceva vibrare le corde tese del suo strumento. E se non avessi spento quelle vibrazioni, avrei finito per cedere a esse, completamente. Perciò mi opposi con tutte le mie forze alla pulsazione che sentivo dentro di me, simile al respiro di un calore vivo, e che mi ricordava cose che temevo e odiavo… ma che, in modo strano, con mia grande vergogna, desideravo, amavo, avrei voluto riavere.

Dove potevo andare, per smorzare quella vibrazione?

Solo da Callina.

CAPITOLO 8

LE DUE GUARDIANE

Le stanze degli Aillard erano ampie e luminose; le pareti di luce illuminavano di delicati colori Callina, che, inginocchiata sul tappeto, giocava con un animaletto delle foreste, dal mantello a strisce. L'animale le balzava sulla spalla, facendo le fusa e poi correva a nascondere la testa dentro la sua manica.

Linnell sedeva accanto a Callina e aveva sulle ginocchia un'arpa. In piedi, dietro di lei, c'era Regis. Tutti avvertirono immediatamente la mia presenza. Linnell posò l'arpa, e Callina si affrettò ad alzarsi, posò a terra l'animaletto e si aggiustò la veste.

Io, però, andai subito da Callina e la abbracciai. Non si rendeva conto di quanto mi fosse cara, in momenti come quello, in cui la vedevo meno controllata, meno distante. La tenni tra le mie braccia per un momento, poi il vecchio timore si infilò tra noi come la lama di una spada e ci indusse a separarci. Sta' attento, mi dissi.

Per staccarsi da me, Callina prese a parlare di Linnell. «Povera piccola», disse. «Temo che lei e Derik abbiano litigato. Lei gli vuole bene…»

«A me», la interruppi, «interessa solo sapere a chi vuoi bene tu.»

«Sono una Guardiana», rispose lei. «E una comynara

«Comynara!» dissi io, con amarezza. «I Comyn firmerebbero la tua condanna a morte con la stessa indifferenza con cui firmano il tuo certificato di nozze, se la cosa servisse alla loro causa!»

«Se servisse alla mia causa, la firmerei io stessa», disse.

Io la presi per la spalla.

«Intendi lasciarti vendere da loro?» le chiesi, pronunciando quelle parole come se fossero una maledizione. «Che debito abbiamo, nei riguardi del Consiglio? I Comyn hanno giocato con la nostra vita fin da quando siamo nati!»

«Lew, non credo che tu capisca», rispose lei. «Sono stata una pazza, a lasciarti pensare che potessimo appartenere l'uno all'altra. Non sarà mai possibile.»

Sollevò le mani e mi allontanò da sé, ciecamente.

«Posso sposare Beltran, e mantenere il mio potere per aiutare te e i Comyn, solo perché non lo amo, capisci?»

Capivo. La lasciai e feci un passo indietro, fissandola costernato. Il lavoro con le matrici, per un uomo, ha i suoi aspetti frustranti. Ma non mi ero mai soffermato a pensare (o meglio, non me ne era mai importato nulla) dei particolari fastidi che poteva dare a una giovane donna. Prima che potessi protestare, Callina si rivolse a Regis.

«Ashara ci ha chiamati», gli disse. «Vieni anche tu?»

«Non ora», rispose Regis.

In quelle poche ore, il giovane Hastur era cambiato: sembrava più maturo, più grave. Sorrideva come sempre, ma io mi sentivo a disagio in sua presenza. Provavo un senso di colpa quando mi accorgevo che aveva innalzato uno schermo mentale nei miei riguardi, ma in un certo senso preferivo che fosse così.

Una cameriera avvolse Callina in un mantello simile a un'ombra grigia. Mentre uscivamo, e mentre scendevamo la scala, Linnell rimase accanto alla tenda, a guardarci e a sorriderci. Le luci colorate dell'interno, riflesse dalla sua veste, le diedero l'aspetto di una statua color dell'arcobaleno, avvolta in un'aureola dorata. All'improvviso, per un momento, la vaga inquietudine che provavo da qualche minuto prese forma in un pensiero netto, uno di quei lampi di chiaroveggenza di cui, nei momenti di tensione, tutti i lettori dei pensieri fanno l'esperienza.

Linnell era condannata!

«Lew, che cos'hai?» mi chiese Callina.

Io battei le palpebre. La certezza, l'istante in cui il mio cervello aveva lasciato la consueta traccia spazio-temporale, era finito, e rimaneva solo la confusione, il senso di tragedia. Quando alzai di nuovo gli occhi, la tenda era chiusa e Linnell era rientrata nella stanza.

All'esterno cadeva la solita pioggia serale. Nella vecchia città di Thendara, ai piedi del monte, le luci erano spente, ma la Zona Terrestre splendeva di forti insegne al neon, rosse, gialle, verdi, che illuminavano la notte. Io mi fermai accanto alla ringhiera.

«Preferirei essere laggiù», dissi con voce stanca, «o in un altro posto qualunque, tranne questo castello infernale.»

«Anche nella Zona Terrestre?» chiese lei.

«Anche nella Zona Terrestre», risposi.

«Allora, perché non ci vai?» continuò. «Nessuno ti trattiene qui, se non vuoi più starci.»

Mi voltai verso di lei. Il vento le scuoteva le falde del mantello, che battevano come ali; i capelli, come una fine pioggia, le velavano la faccia. Girai la schiena alle luci e la attirai a me. Per un attimo cercò di resistere, poi, all'improvviso, mi strinse selvaggiamente; le sue labbra cercarono le mie come se fosse in preda a un terrore disperato. Quando ci staccammo, tremava come una foglia.

«Che cosa faremo, Lew?» mi chiese. «Che cosa faremo, adesso?»

Con un gesto brusco, indicai le luci al neon.

«Andiamo a sposarci nella Zona Terrestre», le dissi. «Mettiamo i Comyn davanti al fatto compiuto, e lasciamo che si cerchino un'altra marionetta con cui giocare.»

Lentamente, il suo sguardo parve spegnersi. Voltò la schiena alla città e indicò le montagne lontane. Di nuovo sentii ritornare l'illusione: Un fumo bianco e sottile, una strana fiamma…

«Laggiù», disse, «il fuoco di Sharra brucia ancora, Lew. Tu non sei più libero di quanto non lo sia io.»

La presi sottobraccio e lentamente ritornai alla ragione: tornai ad accettare il mio dovere. La pioggia che cadeva sulla nostra faccia era gelida; ci avviammo in silenzio verso la massa buia della Torre.

Il vento, interrotto nella sua corsa dagli spigoli del castello, scagliava addosso a noi scrosci di pioggia. Attraversammo cortili chiusi da muri e lunghi porticati, e infine ci fermammo davanti a una porta ad arco, che dava accesso a quella che sembrava solo una nicchia. Gallina mi fece segno di entrare, e il pavimento, sotto di noi, ci sollevò come se fossimo stati in un ascensore della Zona Terrestre.

La Torre, secondo la leggenda, era stata costruita per la prima Guardiana, quando Thendara non era ancora la capitale e gli Hastur risiedevano ancora a Hali. Per tradizione la sua Guardiana più anziana prendeva sempre il nome di “Ashara”, e l'attuale doveva avere almeno un'ottantina di anni, perché era già Guardiana quando mio padre aveva fatto il suo tirocinio nella Torre, ma la tradizione vuole che le Guardiane vengano sepolte in tombe senza nome, in luoghi conosciuti solo dai membri del loro Cerchio, e perciò è difficile sapere la loro vera età.

La Torre era molto grande: anche se ormai da decenni ospitava un solo Cerchio e gran parte delle sue stanze erano vuote, un tempo aveva ospitato fino a tre Cerchi di matrici. Noi continuammo a salire per parecchi minuti, ma alla fine ci fermammo. Davanti a noi c'era una porta di cristallo; non una tenda, o un pannello luminoso, ma una vera e propria porta.

Entrammo in un ambiente che sembrava l'essenza del blu. Luci che sgorgavano da punti invisibili venivano riflesse e rifratte dalle pareti di cristallo in modo da dare l'impressione che la stanza fosse priva di dimensione; che fosse nello stesso tempo immensa e minuscola. L'azzurro dell'illuminazione pareva far vibrare l'aria e lo stesso pavimento, sotto i nostri piedi. Era come nuotare in un lago azzurro o nella fiamma di una gemma di quel colore.

«Entrate», disse una donna, con una voce cristallina come l'acqua che, d'inverno, scorre sotto il ghiaccio. «Vi aspettavo.»

Solo allora riuscii a mettere a fuoco la vista, in mezzo a quella luce azzurra che, pur non essendo intensa, abbagliava gli occhi perché impediva loro di posarsi su un punto preciso. Riuscii a vedere un grande trono di cristallo, su cui sedeva una donna: una figura minuscola, quasi infantile, con una veste che rifletteva la luce e la faceva sembrare trasparente.

«Ashara», mormorai, e chinai la testa davanti alla Guardiana dei Comyn.

I suoi lineamenti pallidi, privi di rughe come quelli di Callina, parevano incorporei, tanto erano puri. E nello stesso tempo erano vecchi, come se il tempo avesse finito per spianarle anche le rughe. Anche gli occhi, grandi e allungati, parevano incolori, benché, alla normale luce del sole, dovessero essere azzurri. Tra le due Guardiane c'era una vaga, indefinibile aria di famiglia, come se Ashara fosse un ritratto stilizzato di Callina e questa fosse un embrione di Ashara, destinato, con il tempo, a diventare come lei.

Anch'io cominciai a credere che fosse davvero immortale, come sussurrava il popolino; che vivesse su Darkover fin dal tempo in cui vi abitava il Figlio della Luce.

Disse, a bassa voce: «Così, tu sei stato sull'altra sponda del mare delle stelle, Lew Alton».

Non sarebbe onesto dire che la sua voce non fosse gentile. Quella voce non era abbastanza umana per esserlo. Dava l'impressione che lo sforzo di parlare con persone normali, viventi, fosse troppo grande per lei; come se la nostra presenza turbasse la pace luminosa, cristallina, che doveva sempre regnare in quella stanza.

Callina, che doveva essere abituata a quel genere di conversazione — almeno, così supposi — le rispose con soggezione.

«Tu vedi ogni cosa, Madre», disse. «Tu sai tutto quello che abbiamo visto.»

Negli occhi di Ashara comparve un guizzo di vita.

«No», rispose, «neppure io posso vedere tutto. E tu mi hai negato l'unica possibilità di aiutarti, Callina. Sai che adesso non ho alcun potere, all'esterno di questo luogo.»

Ora la sua voce era un po' più vivace, come se si stesse progressivamente svegliando alla nostra presenza.

Callina le rivolse un profondo inchino.

«Eppure», le disse, con un filo di voce, «ti supplico di aiutarmi con la tua saggezza, Ashara.»

La vecchia sacerdotessa sorrise con grande distacco.

«Parla», disse.

Ci sedemmo ai piedi di Ashara, su uno sgabello di pietra, e le parlammo degli avvenimenti dei giorni precedenti. Infine le rivolsi la domanda che più mi preoccupava.

«Tu», le chiesi, «potresti fare un duplicato della matrice di Sharra?»

«Neanch'io posso cambiare le leggi della materia e dell'energia», rispose. «Tuttavia, avrei preferito che tu non conoscessi tanta scienza terrestre, Lew.»

«Perché?» chiesi io, sorpreso.

«Perché, adesso che l'hai conosciuta, cerchi la spiegazione di ogni cosa. La tua mente sarebbe più stabile, se potessi chiamarli dèi, demoni, talismani sacri, come facevano i Comyn tanti anni fa. Sharra è un demone? Non più di quanto Aldones sia un dio», disse, con un sorriso. «Eppure, in un certo senso, sono entità viventi, anche se forse vivono solo nel mondo della mente. E non sono né entità buone né entità malvagie, anche se così possono parere nel loro contatto con gli uomini. Che cosa dice la leggenda?»

Callina sussurrò: «Che Sharra è incatenata con catene d'oro dal Figlio di Hastur, che a sua volta è Figlio di Aldones, che a sua volta è il Figlio della Luce…»

«Parole del rito!» esclamai io, con fastidio. «Semplici superstizioni!»

Il viso impassibile si voltò verso di me.

«Lo credi davvero?» mi chiese Ashara. «Che sai della Spada di Aldones?»

Inghiottii a vuoto.

«È l'arma contro Sharra», dissi. «Suppongo che sia una matrice, e che, come quella di Sharra, sia nascosta in una spada.»

Si trattava, comunque, di una discussione accademica, e lo dissi. La Spada di Aldones era nel Rhu Fead, il luogo sacro dei Comyn, ed era inaccessibile come se si fosse trovata in un'altra Galassia.

Ci sono molti oggetti come quello, su Darkover, e in genere si tratta delle antiche armi sopravvissute all'Epoca del Caos, che non possono essere distrutte senza liberare la loro potenza, ma che sono così potenti, e così pericolose, da non poter essere affidate neppure ai Comyn, neppure alle Torri.

Il Rhu Fead, la Caverna Sacra di Hali, è protetta da schermi matrice che impediscono di entrare a chiunque, tranne ai Comyn con sul braccio il sigillo del Consiglio. Per un estraneo è fisicamente impossibile entrare senza che la sua mente si riduca a un foglio bianco. Quando entra nei suoi campi di forza, una sorta di attenuatore telepatico gli cancella dalla mente tutti i pensieri, e l'estraneo non ricorda più il motivo che lo ha indotto a entrare.

I Comyn del passato, però, avevano fatto in modo che nessuno dei loro discendenti, una volta giunto all'interno, potesse prendere quegli oggetti. C'era una seconda linea di difesa, che operava in senso inverso alla prima. Nessun Comyn poteva oltrepassarla. Un estraneo — una volta entrato -avrebbe potuto prendere senza difficoltà gli oggetti del Rhu Fead, ma i Comyn non potevano avvicinarsi agli schermi matrice che li circondavano.

Dissi: «Da mille anni non c'è stato un solo Comyn privo di scrupoli che non abbia cercato il modo di oltrepassare quegli schermi di matrici».

«Ma nessuno di loro ha potuto avere al suo fianco una Guardiana», disse Callina. Guardò Ashara: «Provare con un terrestre?»

«Forse», rispose Ashara. «Almeno, un uomo di un altro mondo. Non un terrestre nato su Darkover, con la mente già assuefatta alle forze del pianeta, ma un vero estraneo. Una persona del genere potrebbe entrare dove noi non possiamo. La sua mente sarebbe del tutto isolata, rispetto a quelle forze, perché non sospetterebbe neppure la loro esistenza.»

«Proprio una cosa da nulla», commentai ironicamente. «Mi basta fare un viaggio di cinquanta anni-luce e di portarne qui uno, senza dirgli nulla di Darkover e di ciò che vogliamo da lui, e augurarmi che abbia un talento telepatico sufficiente a cooperare con noi.»

Negli occhi di Ashara mi parve di scorgere una sfumatura di disprezzo.

«Tu sei un tecnico delle matrici», disse. «Perché non servirti dello schermo?»

All'improvviso mi comparve nella mente lo strano schermo luccicante che avevo visto nel laboratorio di matrici di Callina. Allora, era davvero uno dei leggendari trasmettitori psicocinetici! Vagamente, mi parve di capire che cosa avessero in mente le due donne.

Volevano trasmettere la materia — animata o inanimata — istantaneamente attraverso lo spazio.

«Nessuno lo ha mai più fatto!» protestai io. «Da centinaia di anni!»

«So quel che Callina è capace di fare», disse Ashara, con il suo sorriso impenetrabile. «Comunque, tu e Callina siete entrati in contatto mentale, in Consiglio…»

«Un contatto superficiale», precisai io. «E ne siamo usciti esausti, tutt'e due.»

Ashara annuì.

«Perché tutta la tua energia e tutta quella di Callina», spiegò, «sono state spese per mantenere il contatto. Ma io potrei mettervi tutt'e, due in contatto focale, come tu hai fatto con Marjus quando vi siete collegati.»

Io sporsi le labbra in avanti, come se volessi fischiare. Mi pareva un po' drastica, come soluzione. In genere, solo gli Alton possono resistere a quel tipo di contatto focale profondo.

«Gli Alton e le Guardiane», precisò Ashara.

Io rivolsi un'occhiata a Callina, per comunicarle i miei dubbi, ma notai che aveva abbassato gli occhi. Era comprensibile: quel tipo di rapporto costituisce la forma più profonda di intimità. Neanch'io ero particolarmente ansioso di fare quell'esperienza; avevo anch'io i miei scheletri nell'armadio, e avevo sempre cercato di nasconderli; ero disposto, adesso, a mostrarli a Callina?

Poi fu lei stessa a scuotere la testa in segno di rifiuto.

«No!» disse, seccamente.

E io, per qualche motivo, davanti al suo rifiuto, rimasi profondamente ferito. Se io — forse — ero disposto ad accettare, perché lei doveva opporsi così decisamente?

«Non intendo farlo!» riprese Callina, incollerita, ma anche impaurita. «La mia mente appartiene soltanto a me, e nessuno, e soprattutto tu, deve violarmela!»

Non capii se si rivolgesse a me o ad Ashara, ma, per cercare di calmarla, le parlai dolcemente.

«Callina, fallo per me», le dissi. «Non possiamo amarci, per ora, ma non potresti essere mia in questo modo?»

Avevo bisogno di lei, ma Callina si irrigidì come se mi odiasse. Prese a singhiozzare.

«Non posso!» esclamò. «Non voglio! Pensavo di poterlo fare, ma ora capisco che non posso!»

Infine si voltò verso Ashara. Aveva la faccia pallida come uno straccio, gli occhi accesi.

«Sei stata tu a farmi diventare così!» la accusò. «Darei la mia vita, per liberarmi di te, per non averti mai vista, ma sei stata tu a rendermi così, e io non posso più cambiare!»

«Callina…» dissi.

«No!» rispose con voce carica di passione. «Tu non sai nulla! Non lo vorresti neppure tu, se sapessi tutto!»

«Basta», esclamò Ashara, con un tono di voce che sembrava il rintocco di una campana di ghiaccio, per ricordarci che nella Torre doveva regnare il silenzio.

Negli occhi di Callina, la fiamma bellicosa si spense.

«Come vuoi tu, allora; non posso costringerti. Farò quello che devo fare», concluse la vecchia Guardiana.

Si alzò in piedi e scese dal trono di cristallo. Sollevò le mani, azzurre come il ghiaccio a causa di quella luce innaturale, e le appoggiò sulle spalle di Callina. Poi si voltò verso di me e incrociò lo sguardo con il mio, per la prima volta. I suoi occhi glaciali, irresistibili, parvero inghiottirmi…

La stanza di cristallo svanì. Per un momento mi parve di scorgere soltanto il vuoto assoluto, come se fossi sull'orlo dell'abisso senza stelle, quello che si stende oltre il confine dell'universo; ero un'ombra fra innumerevoli altre ombre trasportate alla deriva in una nebbia pungente. Poi sentii pulsare un primo seme di forza; nel profondo del mio cervello, una scintilla, un nucleo duro si risvegliò e mi ridiede una forza che, lungo i miei nervi intorpiditi, bruciò come una fiamma. Mi vidi come una rete di fibre nervose, una rete di forza vivente.

Poi, all'improvviso, nella mia mente si disegnò un volto.

Non potrei descrivere quel volto, anche se oggi, ormai, so che cosa era. In tutto, nella mia vita, l'ho visto tre volte, ma non esistono parole umane capaci di spiegarlo. Era bello al di là di qualsiasi immaginazione. E non era malvagio. Ma era un viso condannato, maledetto. Rimase nella mia mente per una minima frazione di secondo, poi scomparve in una fiammata. Però, per quella minima frazione di secondo, ebbi l'impressione di essermi affacciato sull'inferno.

Con un brivido, ritornai alla realtà. Ero di nuovo nella stanza di Ashara, immerso nella sua luce azzurra. Ero di nuovo lì? L'avevo lasciata? Mi girava la testa, ero confuso e disorientato; ma Callina si gettò sul mio petto, e la stretta convulsa delle sue braccia, la fragranza dei suoi capelli, la pressione della sua faccia contro di me, servirono a ridarmi l'equilibrio.

Mi guardai attorno e vidi che il trono di cristallo era vuoto.

«Dov'è Ashara?» chiesi, senza capire.

Callina si staccò da me. Da un momento all'altro, improvvisamente, aveva smesso di singhiozzare. Il suo viso era stranamente immobile, senza traccia di emozione.

«È meglio che tu non me lo chieda», mormorò. «Non crederesti mai alla mia risposta.»

Aggrottai la fronte. Non avevo idea di come potesse essere il legame tra le due Guardiane. Avevo davvero visto Ashara, o quella che mi aveva parlato era soltanto un'immagine? E anche Callina aveva visto il volto che mi era apparso per un istante, quando la mia mente si era affacciata ai margini dell'universo?

Una volta usciti dalla Torre, vedemmo che era scesa la notte; attraversammo i cortili ancora umidi di pioggia e i lunghi porticati senza scambiarci neppure una parola. Con sollievo, poi, una volta entrati nel laboratorio di Callina, potei togliermi il mantello e scaldarmi davanti al caminetto, mentre lei attivava gli attenuatori telepatici. Attraversai la sala fino a raggiungere l'immenso schermo che avevo visto il giorno precedente, e osservai con curiosità la rete di matrici di cui era costituito.

Uno schermo trasmettitore.

Accanto a esso, posata su vari strati di seta isolante, c'era la più grossa matrice naturale che avessi mai visto. Un normale tecnico delle matrici lavora sui primi sei livelli. Un lettore del pensiero può agire sul settimo e sull'ottavo. Sharra controllava nove livelli o dieci — non avevo mai approfondito questo suo aspetto — e per usarla occorrevano almeno tre menti collegate, una delle quali doveva essere quella di un lettore del pensiero. Ma non riuscivo a immaginare il livello della matrice che comandava quel particolare schermo.

Che cos'era, stregoneria, oppure scienza, ma basata su leggi fisiche sconosciute ai terrestri? E v'era davvero differenza tra le due cose, se la “stregoneria” dava un risultato prevedibile e ripetibile a volontà? E la Dote della mia Famiglia, connaturata con il mio sangue, la particolare scintilla che correva lungo i miei nervi, mi permettevano di usarla: ero un Comyn, e i Comyn erano stati creati dal dio Hastur, come dicevano alcuni — o selezionati mediante uno spietato programma genetico, nelle nostre Epoche del Caos, come dicevano gli storici — per lavorare con le matrici.

È impossibile spiegare uno schermo come quello di Callina a una persona non appartenente ai Comyn: trattandosi di un'attività fisico-mentale, una parte della spiegazione deve essere operativa, e solo un Comyn può capirla. Sarebbe come voler spiegare come si fa un nodo senza avere a disposizione un pezzo di corda… e senza avere le mani. Perciò, non starò a spiegarlo.

Per analogia, comunque, si può dire che lo schermo di Callina catturava le immagini. Era sotto un certo aspetto un duplicatore, sotto un altro una rete da pesca con cui catturare un oggetto ben determinato. Con la matrice si stabilivano le caratteristiche dell'oggetto desiderato, e lo schermo cercava un oggetto che entrasse in risonanza con quelle caratteristiche; poi lo portava a coincidere con la sua descrizione, ossia lo trasportava nello spazio davanti a sé.

Si dice che uno schermo come quello fosse stato usato dal generale Bard, all'epoca di Varzil, per trovare un sosia che avesse il suo stesso genio militare, in modo da poter combattere su due fronti, e in effetti pare che uno degli araldi di Bard fosse del tutto identico a lui. Ma in genere quegli schermi erano usati, nei tempi antichi, per trasportare da una Torre all'altra un tecnico o un meccanico delle matrici: la persona che doveva spostarsi creava una propria immagine nella Torre di destinazione, lo schermo di questa Torre cercava la persona corrispondente all'immagine — processo istantaneo, perché la persona era già nell'altra Torre, accanto a uno schermo analogo! — e quando l'originale veniva sovrapposto all'immagine, la persona prescelta giungeva nel luogo di destinazione e scompariva da quello di partenza.

Con lo stesso genere di istruzioni, lo schermo poteva essere usato per cercare il duplicato esatto di un oggetto o di una persona, oppure per cercare oggetti di cui si conoscesse la descrizione, ma non il luogo in cui si trovavano, sempre che non fossero chiusi entro uno schermo: per esempio, non poteva essere usato per prelevare la Spada di Aldones dal luogo in cui era nascosta.

Tuttavia, anche nell'epoca d'oro delle Torri e dei Comyn, per usare senza danni quel tipo di schermi occorreva un Cerchio di matrici, e anche se Ashara ci aveva garantito che io e Callina saremmo riusciti a usarla, non avevo una chiara idea dei rischi che potevamo correre.

In sostanza, avremmo agito così: con la mia capacità di leggere i pensieri, enormemente amplificata dalla matrice, avrei cercato, senza limiti di spazio, la persona da noi desiderata. Tra tutti i miliardi di menti umane e aliene esistenti su tutti i pianeti e in tutto il corso del tempo, ce n'era certamente una che servisse al fatto nostro, ossia che avesse alcune capacità e che non ne avesse, invece, certe altre.

Trovata la mente, ne avremmo costruito l'immagine nello spazio apposito, davanti allo schermo, e, approfittando della distorsione dello spazio creata dalla matrice, avremmo sovrapposto la persona alla sua immagine. A quel punto, con un blocco psicocinetico, le avremmo impedito di ritornare nel suo spazio-tempo.

I terrestri avrebbero parlato di iperspazio, viaggio attraverso la quarta dimensione, trasmissione istantanea di materia, ma queste sono soltanto parole. Nessun terrestre con una matrice sarebbe riuscito a teletrasportare un oggetto come contavamo di fare noi: tutt'al più avrebbe potuto creare una distorsione spaziale e vedere l'oggetto distante (sempre che avesse una matrice abbastanza grande; e nessuna matrice di livello superiore era mai rimasta attiva, una volta caduta in mano ai terrestri: gli schermi monitor, con la situazione di tutte le matrici, istante per istante, servivano anche a questo!) Però, una volta annullata la distorsione, l'oggetto sarebbe ritornato al suo posto. Il difficile non era trasportare un oggetto, ma toglierlo dalla sua bolla di spazio-tempo.

Mi sedetti davanti allo schermo, e cominciai a regolarne le caratteristiche, per metterle in fase con il mio schema mentale. Ruotai avanti e indietro le piccole manopole, ma non riuscii a eliminare una sfasatura di fondo.

Senza guardare Callina, le dissi: «Devi staccare lo schermo monitor, altrimenti c'è interferenza».

Lei annuì, e si avvicinò a me per disinserire il contatto con le matrici di quella parte di Darkover. Poi attese accanto allo schermo, come se aspettasse una comunicazione.

«C'è un ripetitore collegato con la Torre di Arilinn», mi spiegò.

Dallo schermo, infatti, giunse subito un leggero ronzio, come quello di un cicalino. Callina chiuse gli occhi per comunicare.

«Certo, Manica», disse poi, a voce alta, perché sentissi anch'io, «me ne rendo perfettamente conto. Ma dovrete controllarle voi, le matrici. Noi ci siamo staccati dal circuito principale. Adesso interromperemo anche il collegamento con voi.»

Attese la risposta, poi disse con impazienza: «Su, stacca il collegamento dalla tua parte! Adesso innalzerò una barriera di terzo livello attorno alla Torre di Thendara! Dobbiamo fare un lavoro per il Reggente, obbedisci!»

«Quella ragazza è il tecnico più curioso che esista sul pianeta», disse. «Mi dispiace che non ci fosse un'altra, alle reti. Ad Arilinn c'è qualche tecnico che riesce a superare una barriera di terzo grado, ma se ne mettessi una di quarto…»

Trasse un sospiro, senza terminare la frase.

Io, però, capii perfettamente quello che voleva dire; una barriera di terzo grado viene normalmente usata da chi ha bisogno di concentrazione per un lavoro complesso, e la si innalza, in genere, quando si deve dare l'ultimo ritocco a uno schermo, o per piccoli lavori analoghi, che non hanno molto interesse per le altre Torri. Una barriera di quarto grado, invece, fa subito pensare a lavori con sostanze pericolose: se ne avessimo innalzato una, ogni Torre si sarebbe messa sul chi vive, e avrebbe pensato che al Castello dei Comyn si stesse facendo qualcosa di illegale.

Dato il generale disinteresse di Torri e Comyn, comunque, il rischio di essere spiati era molto ridotto. Regolai la fase dello schermo; Callina si sedette al suo posto, davanti alla matrice. Quando lei fu pronta, mi svuotai la mente e pensai soltanto alla configurazione da noi voluta. Come doveva essere, lo straniero che ci occorreva? Tuttavia, senza volontà conscia da parte mia, mi si disegnò subito nella mente uno schema ben preciso.

Per un breve istante, prima che il riflesso dello schermo si allargasse e mi abbagliasse, riuscii a vedere lo schema, all'interno della matrice; poi, quando la mia mente venne assorbita entro lo schermo, divenni cieco e sordo a tutto quello che si svolgeva attorno al mio corpo.

Gradualmente, senza aiuto dagli organi di senso, cominciai però a orientarmi dentro lo schermo, che era nello stesso tempo un modello dell'universo e un modello della mia mente. Attraversai distanze incredibili in frazioni di secondo: anni-luce e intere galassie, mentre mi sfioravano frammenti di pensiero, immagini ed emozioni slegate da un preciso significato: il solito rumore di fondo che si incontra nel mondo mentale.

Poi, ancor prima di avvertire il contatto, sentii il lampo incandescente che era esploso sullo schermo.

Era stata trovata una mente che corrispondeva allo schema cercato. Avevamo teso la nostra rete nello spazio e nel tempo, come pescatori, e la mente che cercavamo era stata catturata.

Io ero senza corpo, sparso su un'infinità di stelle; se in quel momento fosse successo qualcosa, la mia mente sarebbe rimasta isolata dal corpo e si sarebbe persa nello spaziotempo.

Con infinita cautela, entrai in contatto con la mente estranea. Dopo una lotta brevissima, ma intensa, riuscii a impossessarmene. Tutto l'universo, attorno a me, era tornato a essere una fiamma di vetro e di colore, e il riflesso sullo schermo divenne progressivamente un'immagine, poi…

Una luce fortissima mi colpì gli occhi. Un urto insopportabile mi squassò il cervello, il pavimento parve balzare verso la mia faccia, e Callina, che barcollava come me, mi finì addosso.

Stordito, ma cosciente, guardai Callina. La mente estranea non era più agganciata alla mia. Lo schermo era spento.

E afflosciata sul pavimento, ai piedi dello schermo, immobile nel punto dove era arrivata, c'era una ragazza snella, dai capelli scuri.

CAPITOLO 9

UN'EREDE PER GLI ALTON

Ancora malcerta sulle gambe, Callina si inginocchiò vicino alla forma distesa in terra. Io mi accostai, più lentamente, e mi piegai su di lei.

«Non è morta, vero?» chiesi.

«Certo, che non lo è», rispose lei, alzando gli occhi. «Ma è stato terribile, anche per noi. Come credi che sia stato, per lei? È sotto shock.»

La ragazza era stesa su un fianco e si copriva ancora, con il braccio, la faccia. I capelli rosso-bruni le erano caduti in avanti e le nascondevano il viso. Io li scostai delicatamente, poi dovetti immobilizzarmi per la sorpresa.

«È Linnell», disse Callina, con un gemito. «Linnell!»

Sul pavimento era distesa la ragazza che avevo visto allo spazioporto: quella che avevo incontrato nei primi, confusi momenti del mio arrivo a Thendara.

Per un momento, pur sapendo che cosa doveva essere successo, temetti di perdere la ragione. Anche per me, l'esperienza del trasporto era stata una grande fatica. Non c'era nervo che non mi facesse male.

«Che cosa abbiamo fatto?» gemeva Callina. «Che cosa abbiamo fatto?»

La strinsi a me. Dovevo aspettarmelo, mi dissi. Linnell era vicina a noi, tutt'e due le avevamo parlato e avevamo pensato a lei, nelle ore precedenti. E così…

Cercai di darle una spiegazione semplice.

«Tu stessa mi hai ricordato la legge di Cherillys, dei due poli», le dissi. «Ogni oggetto, tranne una matrice, ha un duplicato esatto. Questa sedia, il mio mantello, il cacciavite che hai sul tavolo, la fontana del parco di New Chicago: ciascun oggetto dell'universo ha un duplicato molecolare esatto. Il solo oggetto unico è una matrice, e nell'universo non ci sono tre cose uguali tra loro: se ne esistesse una terza, ne esisterebbe anche una quarta.

«Sai anche il motivo, che è legato a equilibri del secondo ordine nella struttura delle forme: quando un oggetto assume una forma, crea una distorsione permanente nello spazio, dovuta alle forze che mantengono questa forma.

«Secondo la scienza fisica dei terrestri, queste distorsioni si annullano a vicenda, ma noi sappiamo che invece si sommano sempre. Ogni distorsione agisce come una leva sull'intero spazio e lo stacca dalla sua traiettoria spaziotemporale, creando una scia di distorsioni, che a loro volta ne generano altre, e così via, all'infinito.

«Non appena una di queste distorsioni diventa abbastanza grande — e una lo diventa subito, in base alle semplici variazioni casuali; anzi, più è complesso l'oggetto, più in fretta avviene la cosa — le altre confluiscono in essa, e, dato che il sistema tende a uno stato in cui non consuma energia, la configurazione finale è quella identica. Come per i due pesi della bilancia.

«E più è complessa la struttura dell'oggetto, maggiore sarà la distanza tra i duplicati: la copia del tuo cacciavite può essere a poche miglia da noi, ma la copia di una persona non può trovarsi a meno di parecchi anni luce da essa. La copia di una matrice di grado elevato deve essere addirittura in un altro universo.»

«Allora, questa è la gemella di Linnell?» chiese Callina.

«È qualcosa di più della gemella», risposi io. «È quasi impossibile che due gemelli siano anche i due duplicati previsti dalla legge di Cherillys: uno dei due avrà una cicatrice leggermente diversa, o qualcosa del genere. Ma questa è la vera copia di Linnell, il suo “doppio”. Hanno le stesse impronte digitali, le stesse impronte della retina, le stesse onde beta e lo stesso gruppo sanguigno. Probabilmente, la sua personalità sarà diversa da quella di Linnell, perché è cresciuta in un ambiente diverso. Ma fisicamente sono identiche, anche come patrimonio genetico.»

Presi il polso della ragazza e lo mostrai a Callina. Anche su di esso si scorgeva il tatuaggio che viene praticato ai figli legittimi dei Comyn, mediante una matrice, quando vengono presentati in Consiglio.

«In lei è una macchia di nascita», dissi, «ma l'effetto è identico. Vedi?»

Mi alzai. Callina non riusciva a staccare gli occhi dalla ragazza.

«Può vivere nel nostro ambiente?» volle sapere.

«Perché no?» risposi io. «Essendo il duplicato di Linnell, i suoi muscoli e i suoi organi interni sono identici.»

«Sei in grado di sollevarla e di portarla in un'altra stanza?» mi chiese Callina.

Indicò i vari schermi luccicanti.

«Se dovesse svegliarsi in questo momento», disse, «avrebbe un altro brutto shock.»

Io feci una smorfia.

«Avrà un brutto shock in qualsiasi caso», mormorai.

Tuttavia, riuscii a sollevarla senza difficoltà: era leggera come Linnell. Callina mi tenne aperta la tenda, mi mostrò il letto su cui avrei dovuto metterla.

La coprì con alcune soffici coperte, perché quella stanza era più fredda del laboratorio, e, mentre accendeva il caminetto, si girò verso di me.

«Mi chiedo da dove provenga», disse.

«Viene certamente da un pianeta con la gravità uguale a quella di Darkover, e con un sole non troppo luminoso. Proxima è da escludere, altrimenti avrebbe la pelle più abbronzata. Potrebbe essere di Vialles, di Wolf o anche della Terra. Oppure di qualche pianeta lontano, che non conosco.»

Quando l'avevo sentita parlare, dall'accento mi era parsa una terrestre; tuttavia non avevo mai raccontato a Callina il mio incontro allo spazioporto, e non avevo voglia di raccontarglielo ora.

«Lasciamola dormire: si sveglierà quando le sarà passato lo shock», dissi. E aggiunsi: «E anche noi faremmo bene a dormire.»

Callina mi raggiunse accanto alla soglia e, tenendosi al mio braccio, guardò un'ultima volta la ragazza, prima di uscire.

Era stanca, ma mi parve ancor più incantevole, dopo avere condiviso con lei i rischi e le fatiche. Mi chinai su di lei e la baciai.

«Callina», mormorai. Era quasi una domanda, ma lei lasciò il mio braccio, gentilmente, e io non insistetti. Lei aveva ragione; tutt'e due eravamo esausti, dopo avere lavorato sulle matrici.

Uscii senza guardarmi indietro e, invece di andare a mangiare qualche cibo molto nutriente che mi ridesse le forze, come si insegnava a tutti coloro che operavano con le matrici, scesi nel cortile e cominciai a camminare avanti e indietro.

Era ormai quasi l'alba, e quando a est comparvero le prime luci, presi la mia decisione e andai alla Torre.

Temevo che, senza Callina al mio fianco, avrei trovato chiusa la stanza di cristallo azzurro, o che Ashara si fosse ritirata in qualche luogo inaccessibile. Invece, la vidi al suo posto, sul trono, e tale era l'illusione di quelle strane luci, o la stanchezza dei miei occhi, che mi parve più giovane, meno distante: mi parve quasi uguale a Callina, ma a una Callina strana, fredda e inumana.

Non potevo pensare chiaramente, ma alla fine riuscii a rivolgerle la domanda.

«Tu sei in grado di vedere nel tempo», le dissi. «Ti prego, quella bambina che, secondo Dyan, è mia figlia…»

«È davvero tua figlia», rispose Ashara.

«E chi…?»

«Capisco», rispose lei. «Non hai mai avuto donne, tranne la comynara Diana Ridenow, dopo la morte della tua Marjorie Scott.»

Io rimasi a bocca aperta per lo stupore, ma lei continuò, imperturbabile.

«No, non te l'ho letto nella mente», mi disse. «Avevo pensato che la ragazza Ridenow potesse essere addestrata come… come ho addestrato Gallina, ma poi ho constatato che non poteva esserlo.

«Non m'importa della tua moralità o di quella di Diana; è solo una questione di collegamenti nervosi ancora da plasmare. Una volta fissati da un'esperienza sensuale, non sono più flessibili come quelli dell'area cerebrale caratteristica di voi Alton.

«Il Reggente Hastur», proseguì, con voce priva di qualsiasi emozione, «non era disposto ad accettare la nuda parola di coloro che gli hanno portato la bambina; così, l'ha portata da me perché la controllassi. È qui nella Torre. Puoi vederla. È tua figlia. Seguimi.»

Con mia grande sorpresa — non so perché, ma avevo avuto l'impressione che Ashara non potesse lasciare la sua strana sala di cristallo azzurro — si alzò e varcò un'altra delle strane porte di cristallo. La seguii e mi trovai in una camera normalissima, circolare. Una delle creature pelose non umane che servono nelle Torri, dove i normali servitori non possono entrare — una sottospecie di uomo delle foreste che è sempre vissuta con l'uomo — si allontanò silenziosamente da noi.

Alla normale luce del giorno, Ashara era quasi diafana, indistinta. Mi chiesi se non fosse davvero una proiezione mentale, quella che vedevo. La stanza era disadorna, e su un lettino bianco, nel centro, c'era una bambina di pochi anni, che dormiva profondamente. I suoi capelli, sul cuscino, erano di color rosso-oro.

Mi avvicinai e la guardai con attenzione. Non poteva avere ,più di cinque o sei anni. E nel guardarla capii che Dyan aveva detto il vero. Sarebbe stato impossibile spiegarlo, tranne che a un lettore del pensiero e a un Alton, ma lo capii senza possibilità di errore: era mia figlia, nata dal mio sangue. Il viso minuto, triangolare, non aveva alcuna somiglianza con il mio, ma il mio sangue la riconobbe. Non era figlia di mio padre. E neppure di mio fratello. Era mia figlia. Carne della mia carne.

«Chi è la madre?» chiesi piano.

«Sarai più felice, per tutta la vita, se non lo saprai», mi rispose.

«Sono perfettamente in grado di sopravvivere anche a una simile conoscenza», dissi, con una smorfia. «Chi è, qualche ragazza di taverna di Carthon o degli Hellers?»

«No.»

La bambina mormorò nel sonno, poi si mosse e aprì gli occhi. Feci un passo verso di lei, poi mi voltai, con un'espressione disperata, verso Ashara. Quegli occhi, color dell'ambra e con minuscole pagliuzze dorate…

«Marjorie», dissi con voce roca, dolorosamente. «Marjorie è morta, non può…»

«Non è la figlia di Marjorie Scott», disse Ashara, con voce fredda e implacabile. «È la figlia di Thyra Scott.»

«Thyra?» chiesi, sforzandomi di non scoppiare follemente a ridere. «Impossibile! Non avrei toccato quella strega neppure con la punta delle dita, tanto meno mi sarei sognato di…»

«Comunque, è figlia tua e di Thyra», tagliò corto Ashara. «I particolari non mi sono chiari. C'è stato un periodo in cui… Non saprei. Potrebbero averti dato qualche droga, o ipnotizzato. Forse potrei scoprirlo, ma non sarebbe facile, neppure per me. Quella parte della tua mente è chiusa e sigillata. Ma il modo in cui è successo non ha alcuna importanza.»

Serrai i denti, preso da una rabbia selvaggia. Thyra! Quella strega dai capelli rossi, tanto simile a Marjorie e, nello stesso tempo, tanto diversa da lei; la migliore alleata di Kadarin! Che cosa avevano fatto, quei due? Come erano riusciti a…

«Non ha importanza», ripeté Ashara. «Quello che conta è che è figlia tua.»

Fui costretto ad accettare il fatto, ma fissai con ira la bambina. Lei si rizzò a sedere, tesa come un piccolo animale spaventato, e io provai all'improvviso un grande dolore per lei.

Avevo visto la stessa espressione sul viso di Marjorie. Sola. Perduta. Spaventata.

Dissi, con quanta gentilezza potei: «Non avere paura di me, chiya, bambina. Non sono bello a vedersi, ma non ho mai mangiato i bambini piccoli».

Lei sorrise. All'improvviso, la sua piccola faccia dal mento appuntito mi parve incantevole; un sorriso da elfo, con una fossetta accanto alle labbra. C'erano due posti vuoti tra i suoi dentini dritti.

«Mi hanno detto che sei il mio papà.»

Mi voltai verso Ashara, ma lei era sparita, e io ero solo con quella inattesa figlia. Mi sedetti accanto al lettino. Ero un po' impacciato.

«Già, proprio così. Come ti chiami, chiya?» le chiesi.

«Marja», mi rispose timidamente. «Sarebbe Marguerhia…» spiegò, faticando a pronunciare il nome, che era il nome di Marjorie, nel dialetto dei monti. «Marguerhia Kadarin, ma io preferisco Marja.»

Si mise in ginocchio e mi osservò con attenzione.

«Che cosa hai fatto dell'altra mano?» mi chiese.

Risi per la sorpresa. Non ero abituato ai bambini.

«Mi sono fatto male», spiegai, «e hanno dovuto tagliarmela.»

I suoi occhi color dell'ambra erano enormi. Si sedette sulle mie ginocchia e io le appoggiai la mano sulla spalla. Non sapevo ancora bene che cosa fare.

La figlia di Thyra. Thyra Scott era ufficialmente la moglie di Kadarin… ammesso che si potesse chiamare moglie, perché tutti sapevano che Kadarin, probabilmente, era suo fratellastro.

Di Kadarin, infatti, si diceva che fosse figlio di Zeb Scott e di una donna delle strane razze semiumane che s'incontrano talvolta negli Hellers, nel fitto delle foreste. Una donna dei chieri, i cosiddetti “elfi” di Darkover, dai grandi poteri mentali, secondo alcuni; una donna nata da un incrocio tra i chieri e gli uomini, secondo altri.

La prima ipotesi, comunque, era poco probabile, perché i chieri, secondo tutte le leggende, erano ermafroditi, e si sono accoppiati con gli uomini solo nei primi secoli dopo l'arrivo dell'uomo sul pianeta. Secondo queste leggende, i figli di tali unioni sono gli Hastur, e infatti, di tanto in tanto, qualcuno accusa ancora gli Hastur di avere “sangue elfo” (e in realtà, nelle Epoche del Caos, molto prima dei Cento Regni, spesso nasceva un Hastur ermafrodita e con sei dita nelle mani, come i chieri).

Sono leggende, certo, ma mio padre mi aveva raccontato che un chieri si era fatto vedere da lui, quando era ragazzo, e che gli aveva dato la conferma di alcune di quelle leggende: grazie al loro potere mentale, gli aveva detto, i chieri erano riusciti a mescolare la loro razza con quella degli uomini per dare ai discendenti i loro poteri. Il chieri da lui incontrato, anzi, considerava gli uomini di Darkover come gli autentici eredi e “figli” della sua razza.

Comunque, dagli esperimenti con cui i chieri hanno cercato di trasmettere agli uomini i loro poteri mentali, non sono sorti solo gli Hastur — che forse si devono considerare come il tentativo meglio riuscito — ma anche le altre Famiglie dei Comyn, e probabilmente anche altri gruppi.

Infatti, noi conosciamo solo quelli che hanno adottato gli usi e costumi umani, mentre i gruppi che condividevano il desiderio di solitudine e di isolamento caratteristico dei chieri non hanno mai avuto interesse a prendere parte alla vita delle città dette Pianure e devono essere rimasti isolati negli Hellers e in altre zone: doveva trattarsi di gruppi di pochi individui, molto longevi, a metà strada tra gli uomini e gli elfi, e dotati di un laran a noi sconosciuto, ma orientato verso la natura, un po' come la sensibilità dei Ridenow, o come la Dote dei MacAran, che permetteva di parlare con gli animali.

È probabile dunque che Zeb Scott, con le sue storie di lontani pianeti e di strane avventure, avesse colpito l'immaginazione di una donna di uno di quei gruppi, da lui incontrata nelle foreste, e che fosse rimasto con lei per parecchio tempo. Dall'incontro era nato Kadarin, e forse erano nati anche gli altri Scott. Quasi certamente Thyra.

Poi, quando Zeb aveva voluto fare ritorno alla civiltà, la donna-elfo doveva avergli cancellato parte dei ricordi: questo spiega anche le difficoltà incontrate da Kadarin per capire dove fosse nascosta Sharra, sulla base delle confuse indicazioni del vecchio Scott.

Kadarin e Thyra, dunque, erano fratellastri se non fratelli, ma negli Hellers c'è ancora l'abitudine di sposarsi tra fratello e sorella, specialmente tra il popolo, che non ha i mezzi per dare una dote alle figlie, e spesso, per evitare tare genetiche, in questo tipo di matrimonio si adotta il figlio di un'altra coppia, o si cerca di avere un figlio da una persona importante, approfittando della Festa del Solstizio: per esempio da qualche esponente della piccola nobiltà, perché il figlio erediti il suo laran.

E un Alton come me sarebbe stato il padre ideale, per un figlio della coppia Kadarin-Thyra!

Aggrottai la fronte, cercando di ricordare esattamente certi particolari del periodo da me trascorso con Kadarin. Di buona parte degli avvenimenti legati a Sharra, però, conservavo solo ricordi confusi; del resto, per sei anni avevo pensato a Sharra il meno possibile e non avevo mai cercato di vincere la parziale amnesia, perché avevo il sospetto che, a ricordare tutto, sarei impazzito.

Forse mi avevano drogato con l'afrosone. Conoscevo i sintomi. La persona drogata vive un'esistenza che esteriormente sembra del tutto normale, ma non conserva alcun ricordo delle proprie azioni, perché da un giorno all'altro perde la continuità del pensiero.

I terrestri direbbero che quella droga lascia inalterata la memoria a breve termine ma blocca quella a lungo termine. In realtà, comunque, una traccia rimane, ma è in codice, come i sogni; uno psichiatra terrestre, o un telepatico delle Torri, potrebbe ricostruire quei sogni e, da essi, scoprire quello che è accaduto alla persona drogata, ma io non lo avevo mai voluto sapere. E non volevo saperlo neppure adesso.

«Dove sei stata, finora, Marja?» chiesi alla bambina.

«In una grande casa, con tanti bambini», mi disse. «Quelli, però, sono orfani, mentre io non lo sono. Io sono un'altra cosa. Me lo dicevano sempre, ma la direttrice non vuole che lo ripeta perché è una brutta parola. Vuoi che te la dica lo stesso?»

«Non importa», le dissi, con un brivido. Non ci voleva molto, a capire che cosa dicessero, quegli orfani mezzo darkovani, a una bambina dai capelli rossi come i suoi, colore posseduto solo dai Comyn. L'avrebbero chiamata “strega”, soprattutto ora che i Comyn venivano osteggiati dalla popolazione comune, ansiosa di gettarsi tra le braccia dell'Impero Terrestre.

Quanto al fatto che la “grande casa” fosse l'orfanotrofio terrestre di Thendara, anch'esso era evidente. Lo stesso Legato Lawton, nella Città Commerciale, mi aveva detto che Kadarin, quando entrava nella Zona Terrestre, si recava soltanto laggiù.

Marja appoggiò la testa sul mio braccio e chiuse gli occhi. Io la sollevai per rimetterla nel suo lettino, e in quel momento sentii una strana pressione nella mente, e compresi, con incredulità, che la bambina cercava di leggermi nei pensieri.

L'idea era stupefacente. A bocca aperta, guardai la bambina. Impossibile! Fino alla pubertà, i bambini non hanno poteri telepatici… Neppure i figli degli Alton! Mai!

Mai? Non potevo dirlo; ovviamente, Marja li aveva. La abbracciai, ma interruppi il contatto, delicatamente, perché non sapevo quale fosse la sua resistenza.

Ma sapevo una cosa. Indipendentemente da chiunque avesse la patria potestà su di lei, Marja era mia! E nessuno sarebbe riuscito a staccarmi da lei. Marjorie era morta, ma Marja viveva, chiunque fosse sua madre, con i lineamenti di Marjorie impressi sulla faccia, ed era la figlia che Marjorie avrebbe potuto darmi se fosse vissuta, e tutto il resto non contava.

E se qualcuno — Hastur, Dyan, lo stesso Kadarin — pensava di potermi togliere la figlia, aveva soltanto da provarci!

Il cielo era ormai chiaro, all'esterno della Torre, e tutt'a un tratto sentii una grande stanchezza. Era stata una notte piena di emozioni. Appoggiai Marja sul letto e la coprii con le coperte, rimboccandole fino al mento. Lei mi guardò con desiderio, senza parlare.

D'impulso mi chinai ad abbracciarla.

«Dormi bene, figlia mia», le dissi, e uscii dalla stanza senza fare rumore.

CAPITOLO 10

LA TERRESTRE

L'indomani, Beltran di Aldaran, con la sua scorta di nobili degli Hellers, giunse al Castello dei Comyn.

Non avrei voluto presenziare alle cerimonie di benvenuto, ma il Reggente Hastur insistette, e io finii per dare il mio assenso. Prima o poi, del resto, avrei dovuto incontrare Beltran, ed era meglio che l'incontro avvenisse in mezzo a estranei, dove tutt'e due potevamo lasciare da parte i nostri dissapori.

Mi salutò con qualche esitazione; un tempo eravamo amici, ma tra noi c'erano adesso gli avvenimenti del passato, con la loro cupa ombra di sangue. Ero lieto di dover dire soltanto le frasi fatte del cerimoniale; potevo pronunciarle senza timore di tradire quell'ostilità che non potevo mostrare.

Beltran mi presentò ufficialmente a qualche uomo della sua scorta. Alcuni li avevo conosciuti anni prima; ma dovetti distogliere gli occhi quando scorsi in mezzo a loro una faccia familiare.

«Ti ricorderai di Rafael Scott», disse Beltran di Aldaran.

Me ne ricordavo.

Nella realtà, non esiste nulla che corrisponda esattamente alla parola “interminabile'', altrimenti la cerimonia continuerebbe ancora. Comunque, alla fine Beltran e il suo seguito vennero accompagnati nelle stanze loro riservate, perché si rifocillassero e si riposassero in attesa dei festeggiamenti serali. Quando il gruppo si sciolse, Rafe Scott mi seguì; una volta usciti dalla sala, mi voltai verso di lui, con ira.

«Ascoltami, tu», gli dissi. «Qui sei sotto il salvacondotto di Beltran, e perciò non posso alzare le mani su di te, ma ti avverto…»

«Che diavolo hai?» mi chiese. «Marjus non ti ha spiegato tutto? E dov'è Marjus, tra l'altro?»

Lo fissai con irritazione. Questa volta non intendevo lasciarmi ingannare dalle sue maniere amichevoli, come quando ero appena arrivato a Thendara ed ero troppo intontito dalla droga del viaggio per dubitare di lui.

Mi prese per le spalle.

«Dov'è Marjus, maledizione?» mi chiese.

Ma lo venne a sapere attraverso il contatto. Mi lasciò andare e fece un passo indietro.

«Morto! Oh, no!» Si coprì con le mani la faccia e questa volta non potei dubitare della sua sincerità. Se non altro, il momentaneo rapporto mentale ci aveva convinti che ciascuno di noi diceva la verità all'altro.

Con la voce incrinata, mi disse: «Era mio amico, Lew. Il migliore che avessi. Che io possa morire nel fuoco di Sharra se ne sapevo qualcosa».

«Puoi condannarmi, se dubito di te?» gli risposi. «Eri il solo a sapere che avevo con me la matrice di Sharra, e l'hanno ucciso per rubarla.»

Lui mi rispose, con voce ferma: «Puoi credere quello che vuoi, ma avrò visto Kadarin una volta o due al massimo, nello scorso anno».

Era profondamente addolorato.

«Marjus non ha trovato il tempo di spiegarti niente?» mi chiese. «Maledizione, se avessi avuto intenzione di fargli del male, gli avrei prestato la mia pistola? Lui l'ha poi data a Lerrys Ridenow, perché non sapeva come farla uscire dalla Zona Terrestre. Come ti avevo detto, ha il marchio del contrabbando. Io ho il permesso di portarla, ma lui non lo aveva. Quando ho visto che mi avevi scambiato per Marjus, ho finto di essere lui, perché volevo tenerti lontano da tutti finché non ti avessi spiegato la situazione…»

Era sincero; non potevo rifiutarmi di credergli. Dopo un momento, gli posai la mano sulla spalla. Se fossimo stati due darkovani, ci saremmo abbracciati e ci saremmo messi a piangere; ma la nostra parte di sangue terrestre ce lo impediva.

Alla fine, gli chiesi: «Hai visto Kadarin, in questi anni?»

«L'ho visto qualche volta, con Thyra, ma in genere cerco di tenermi lontano da lui.»

Poi mi guardò in modo strano.

«Oh, capisco», disse. «Ti hanno parlato della sua bambina.»

«Sua e mia», dissi, aggrottando la fronte. «Immagino che mi avranno drogato con l'afrosone. Perché lo hanno fatto?»

«Non lo so», rispose Rafe. «Thyra non racconta mai niente a nessuno. In tante cose, ha un modo di comportarsi strano, quasi inumano. E si comportava in modo strano anche con la bambina: Bob, alla fine, è stato costretto a metterla nell'orfanotrofio. Anche se non avrebbe voluto staccarsi da lei, perché vuole bene alla bambina.»

«E Kadarin sa che è mia figlia?» chiesi. Tutti quegli avvenimenti mi parevano privi di senso. Soprattutto il fatto che una mia figlia fosse cresciuta come figlia di Kadarin, portasse il suo nome e gli volesse bene.

«Certo, che lo sa!» esclamò Rafe. «È stato lui a spingere Thyra. Dopo averla messa nell'orfanotrofio ha provato diverse volte a portare a casa Marja, ma non ha potuto tenerla perché Thyra…»

Prima che potesse proseguire, venne interrotto da un valletto del castello, che portava un messaggio di Callina.

«Finiremo il nostro discorso», disse Rafe, quando io gli dissi che dovevo andare via subito. E io non capii se prenderlo come una promessa o come una minaccia.

Callina aveva un'aria stanca e preoccupata.

«La ragazza è sveglia», mi disse, senza preamboli. «Quando ha ripreso i sensi, è stata colta da un attacco di nervi. Io le ho dato un sedativo, e lei si è calmata. Lew, che cosa facciamo?»

Non lo sapevo neanch'io.

«Per dirlo», le risposi, «devo vederla.»

La ragazza era stata trasferita in un'elegante stanza degli appartamenti degli Aillard. Quando entrammo era stesa sul letto, la faccia nascosta fra le coperte. Ma nel sentirci entrare sollevò la faccia e ci guardò con aria di sfida, senza lacrime.

Era davvero il doppio di Linnell, constatai nuovamente. E adesso era assolutamente identica a lei, perché indossava abiti darkovani, che ritenni — correttamente, seppi poi — appartenere al guardaroba della stessa Linnell.

«Vi prego di dirmi la verità», ci chiese con voce ferma, parlando in terrestre standard. «Dove sono? Oh…» gridò, portandosi le mani alla faccia. «L'uomo senza una mano, che mi ha abbracciato allo spazioporto, quando ero su Darkover!»

Callina si tenne sullo sfondo, con aria severa e sdegnosa, e lasciò a me, che ero imbarazzatissimo, il compito di dover rispondere.

«Quella volta…» dissi, impacciato, «…è stato un errore. Permettetemi di presentarmi. Sono il Comyn Lew Alton, z'par servu, servo vostro. E voi?»

«Questa è la prima cosa sensata che sento dal mio arrivo», commentò la ragazza.

Per fortuna, ricordai, parlava anche un po' di darkovano, e si sarebbe potuta muovere tra noi fingendo di essere Linnell. Una vera fortuna.

«Sono Kathie Marshall», si presentò.

«Terrestre?» chiesi io.

«Sì, terrestre. E voi siete darkovani? Che cosa è successo?» chiese.

«Suppongo di dovervi una spiegazione», cominciai, e m'interruppi subito, con quella che doveva essere un'espressione totalmente idiota. «Ma non so da che parte cominciare.»

«Non dovete avere paura», intervenne Callina. «Siete qui perché abbiamo bisogno di voi.»

«Ma perché proprio io?» domandò lei. «E dove mi trovo? E perché pensate che sia disposta ad aiutarvi, dopo che mi avete rapita?»

Mi parve una buona domanda.

Callina le chiese: «Volete che chiami Linnell, in modo che possiate vederla? Vi abbiamo portata qui, Kathie, perché siete la gemella mentale di mia sorella Linnell. Non sapevamo se sareste stata disposta ad aiutarci, ma non intendiamo costringervi a fare qualcosa contro la vostra volontà. E nessuno vi farà del male».

Quando Callina si avvicinò, Kathie si alzò e fece un passo indietro.

«“Gemella mentale”?» esclamò. «È assurdo! Dove mi trovo?»

«A Thendara, nel Castello dei Comyn», le risposi.

«Thendara? Ma quella città è… su Darkover! Io ho lasciato Darkover settimane fa! Sono arrivata a Samarra soltanto ieri. No», disse, scuotendo la testa. «Sto sognando.»

Guardò me.

«Vi ho visto su Darkover e adesso sto sognando di voi!» continuò.

Si avvicinò alla finestra e guardò fuori. Vidi che si afferrava bruscamente alle tende.

«Il sole è rosso… Darkover… oh, faccio sempre questo genere di sogni, quando non riesco a svegliarmi. E adesso non riesco a svegliarmi…»

Era così pallida che temetti di vederla afflosciarsi a terra. Ma Callina si avvicinò a lei e la, prese sottobraccio, e lei, questa volta, non si allontanò.

«Cerca di credere alle nostre parole, cara», le disse Callina. «Siamo su Darkover. Quando eri qui, hai mai sentito parlare di matrici? Noi ti abbiamo portato qui con la meccanica delle matrici.»

Non era granché convincente, come spiegazione, ma riuscì a calmarla leggermente.

«Chi siete?» chiese a Callina.

«Callina Aillard. Sono una Guardiana delle Torri.»

«Sì, ho sentito parlare delle Torri», disse Kathie, che tremava ancora. «Ascoltate una cosa, però… non potete prendere una cittadina terrestre e trascinarla a mezza Galassia di distanza; mio padre farà fuoco e fiamme per trovarmi…»

La voce le si incrinò; sollevò le mani e si coprì gli occhi. Era ancora una bambina, capii, molto meno adulta della nostra Linnell. E come una bambina si mise a piangere.

«Ho paura! Riportatemi a casa!»

Con gentilezza, come se parlasse con Linnell, Callina mormorò: «Povera piccola! Non avere paura!»

Però, c'era ancora una cosa da fare, anche se avrei preferito evitarlo. Kathie doveva essere protetta dalle forze mentali dei darkovani, e io conoscevo un solo modo per farlo. Però, mi dispiaceva, perché mi rendeva vulnerabile. Dovevo mettere una barriera attorno alla sua mente, e nella barriera dovevo mettere una sorta di deviazione, in modo che ogni tentativo di entrare in contatto con Kathie, o di dominare la sua mente, venisse direttamente trasmesso dalla sua mente alla mia.

Inutile spiegare a Kathie quello che volevo fare. Mentre era abbracciata a Gallina, io protesi la mia mente, con tutta la delicatezza possibile, ed entrai in contatto con lei.

Per un attimo, provai un dolore intensissimo. Poi cessò, e Kathie prese a singhiozzare.

«Che cosa mi avete fatto?» pianse. «Sì, ho sentito che eravate voi… ma è impossibile, è una pazzia! Che cosa siete, voi

«Non potevi aspettare che fosse in grado di capire?» protestò Callina.

Ma io mi limitai a guardarle con aria grave, senza rispondere. Avevo fatto una cosa necessaria, e l'avevo fatta subito, perché volevo che la mente di Kathie fosse ben protetta, prima che qualcuno la vedesse.

E, soprattutto, prima che Callina le facesse incontrare Linnell. L'istante di chiaroveggenza, la notte prima, aveva creato in me una forte inquietudine. Perché, tra tutti gli schemi mentali esistenti, proprio quello di Linnell?

Che cosa succedeva, quando due duplicati si incontravano? Nessuno aveva mai fatto la prova, ma intuitivamente mi aspettavo che sorgesse una distorsione. Già la vicinanza delle due ragazze doveva avere causato una tensione nel tessuto dello spazio-tempo, che per ora, trattandosi di semplice materia, veniva compensata dall'energia dello schermo di Callina. Ma se i due duplicati fossero entrati in contatto mentale? Allora non si sarebbe più trattato di semplice materia, ma di forza psichica.

L'unica ipotesi che mi veniva in mente era che i loro pensieri si sarebbero sovrapposti, e che quindi, nell'universo, ci sarebbe stato un altro oggetto unico, non compensato; ma questo che cosa voleva dire? che le due Linnell sarebbero diventate una matrice vivente (ammesso che la cosa avesse significato)? che sarebbe sorta una distorsione e una delle due sarebbe finita in un altro universo? o che Kathie sarebbe tornata al punto di partenza? o che solo la mente di Linnell (o di Kathie, o di tutt'e due) sarebbe finita in un altro universo? Nessuna delle ipotesi mi piaceva molto.

Kathie continuava a piangere, consolata da Callina, che però non riusciva a calmarla. Io, nel vedere il suo pianto, provavo un intenso dolore. Era tanto simile a Linnell, e io non avevo mai sopportato le lacrime della mia cuginetta.

«Faresti meglio ad andartene», mi disse Callina, con severità, e, quando Kathie tornò a singhiozzare, mi ripeté, con ira: «Va' via! Mi occupo io, di lei!»

Mi strinsi nelle spalle, deluso.

«Come vuoi tu», dissi, e girai loro la schiena. Perché Callina non si fidava di me?

E in quel momento, quando mi separai, incollerito, da Callina, feci scattare, senza saperlo, la trappola in cui saremmo caduti tutti.

CAPITOLO 11

IL BALLO DEI COMYN

Una volta l'anno, su Darkover, i Comyn, i maggiorenti della città, i signori dei monti, i rappresentanti degli altri mondi e gli ospiti terrestri della Città Commerciale si mescolano tutti insieme, in una grande festa in cui ci si scambia, esteriormente, le massime espressioni di cordialità. Un tempo, la Festa del Solstizio d'Estate era l'occasione per avvicinare tra loro i Comyn e i rappresentanti delle persone comuni e per far scendere in mezzo alla popolazione anche le persone che normalmente ne stanno lontane, come i giovani cadetti aristocratici e le Libere Amazzoni. Nei monti ha ancora il suo tradizionale connotato di licenza sessuale: per un giorno, i vincoli matrimoniali sono sospesi, e i bambini concepiti durante la festa non sono affatto considerati figli illegittimi: anzi, i “figli del solstizio” sono considerati di buon augurio. Adesso la festa che si teneva al Castello era estesa a tutti coloro che si trovavano sul pianeta, e ogni persona con un minimo di importanza poteva farsi invitare dai Comyn; era anche tradizione che la festa si aprisse con il grande ballo.

Per tradizione, era un ballo mascherato, e anch'io mi ero messo una mascherina sugli occhi, ma non avevo cercato di nascondermi. Mi ero fermato in fondo alla sala, a scambiare convenevoli con un paio di funzionari del servizio spaziale terrestre che da tempo lavoravano con Lawton. Non appena la buona educazione me lo consentì, uscii sul balcone e guardai una delle lune che stava spuntando proprio in quel momento.

Dietro di me, la grande sala era piena di gente che indossava costumi ispirati a tutte le epoche di Darkover e a tutte le razze umane o aliene dell'Impero. Derik si era travestito da sacerdote del sole e indossava una lunga tonaca in filo d'oro, Rafe aveva la maschera, la frusta e i guanti con gli artigli di un assassino delle Città Aride.

Nell'angolo riservato tradizionalmente alle giovani donne, Linnell portava solo una mascherina di pagliuzze di vetro che la rendeva perfettamente riconoscibile, e gli occhi le brillavano per la felicità, poiché si sentiva al centro dell'attenzione. Dato che apparteneva ai Comyn, il suo nome era noto a tutti, su Darkover, ma per tutto l'anno frequentava solo i parenti stretti e le poche amicizie permesse a una ragazza della sua condizione sociale. Ora, mascherata, poteva parlare con chiunque volesse, danzare anche con perfetti sconosciuti, e l'emozione della serata era fin troppo forte per lei.

Accanto a lei, mascherata, scorsi anche Kathie. Non mi era venuto in mente che potesse partecipare alla festa, ma non vidi niente di male nella sua presenza. Era protetta dalla barriera mentale, e portandola alla festa le facevamo capire che non era una prigioniera, ma un'ospite importante. Assomigliava a Linnell, certo, ma la gente si sarebbe limitata a giudicarla una giovane aristocratica del clan Aillard.

Quando mi avvicinai, Linnell mi sorrise.

«Lew, sto insegnando alla tua cugina venuta dalla Terra le nostre danze! Non ci crederai, ma non le conosceva.»

Mia cugina. Doveva essere stata un'idea di Callina. Comunque, giustificava il fatto che parlasse il darkovano con un forte accento terrestre.

«Non mi è mai stata insegnata la danza», intervenne Kathie, sorridendo.

«Non ti è mai stata insegnata la danza?» fece Linnell, incredula. «Lew, tu che sei stato laggiù, non c'è nessuno che danzi, sulla Terra?»

«La danza», risposi, in tono asciutto, «costituisce una parte integrante di ogni cultura umana. È un'attività di gruppo che ha analogie funzionali sociali con i movimenti di gruppo degli uccelli e delle scimmie antropoidi, e che come questi svolge una funzione nelle cerimonie di accoppiamento e di scelta del partner. In talune culture umane è anche un modo tradizionale per entrare in una sorta di stupore estatico, e un analogo comportamento si trova in razze non umane come quella darkovana dei chieri, la cui danza in stato di trance esprime la partecipazione all'armonia delle forze naturali. C'è gente che danza sulla Terra come su Megaera, su Proxima e su Vainwal, e in effetti si danza da un capo all'altro della Galassia, a quanto so. Per ulteriori informazioni, corsi di antropologia sull'argomento, anche in registrazione, sono disponibili dove ti pare. Io non sono in vena di conferenze.»

Poi mi rivolsi a Kathie, in quello che voleva essere il tono di un cugino bene educato.

«E se invece di parlarne», le dissi, «provassimo a farlo?»

Poi spiegai a Kathie, mentre danzavamo: «Naturalmente non potevate sapere che la danza, su Darkover, è una delle principali materie di studio dei ragazzi. Io e Linnell abbiamo imparato non appena siamo stati in grado di camminare. Io ho solo preso il tipo di lezioni che prendono tutti, ma Linnell continua ancora a studiare con un maestro».

Guardai con affetto Linnell, in fondo alla sala, e sorrisi. Dopo qualche istante, tornai a rivolgermi a Kathie.

«Quando studiavo sulla Terra», le dissi, «sono stato alcune volte alle feste da ballo. Vi pare che le danze darkovane siano tanto diverse da quelle?»

Approfittavo dell'occasione per studiare attentamente la ragazza terrestre, chiedendomi perché il “doppio” di Linnell avesse le qualità che ci occorrevano. Kathie, compresi, aveva coraggio, tatto e intelligenza: occorrevano tutt'e tre, per venire a quella festa dopo il trauma di poche ore prima, e recitare la parte che le avevamo tacitamente assegnato. E Kathie aveva un'altra rara qualità. Non pareva accorgersi del fatto che il braccio con cui le stringevo la vita era diverso da quello di tutti gli altri. Ho ballato con le ragazze della Terra, e non è una cosa comune.

In tono discorsivo, Kathie disse: «Com'è cara, vostra cugina Linnell! È come se fosse davvero la mia gemella; le ho voluto bene fin dal primo momento che l'ho vista. Ma Callina mi fa paura. Non voglio dire che non è gentile, perché nessuno potrebbe essere più gentile di lei! Ma mi sembra quasi non umana. Per favore, potremmo smettere di danzare? Sulla Terra, tutti dicono che sono una brava ballerina, ma qui mi sento goffa come un elefante!»

«Probabilmente, non avete mai studiato la danza con la nostra assiduità», commentai.

Del resto, quella era una delle cose che mi avevano colpito, sulla Terra. L'indifferenza con cui si dedicano all'unica attività che ci distingue dai quadrupedi. Donne che non sanno danzare! Come può, un uomo, trovarle belle?

Per caso, ero girato verso l'ingresso, quando le tende si aprirono e Callina Aillard entrò nella sala.

E, almeno per me, tutta la musica si fermò bruscamente.

Avete mai visto il buio dello spazio interstellare punteggiato di singole stelle? Callina era come quello spazio, con un vestito nero trapunto di brillanti costellazioni; anche sui capelli, avvolti in una spessa rete di colore nero, portava alcune gemme brillantissime.

«Com'è bella!» sussurrò Kathie. «Che costume è? Non ho mai visto un vestito simile.»

«Neanch'io», dissi. «Lo avrà inventato lei, a fantasia.»

Tuttavia, era una menzogna. Non riuscivo a capire come una ragazza alla vigilia del matrimonio — anche un matrimonio non voluto — potesse indossare il tradizionale costume della Vendicatrice, la dea degli inferi e della dannazione: la Regina della Notte, Naotalba, figlia della Distruzione e data dagli dèi, contro il suo volere, in moglie del demone Zandru. Che faccia avrebbe fatto Beltran, quando avesse capito che la sua promessa sposa lo vedeva come Zandru? Era difficile trovare un insulto peggiore: peggiore addirittura che vestirsi come il carnefice.

Mi scusai con Kathie e raggiunsi Callina. Dopotutto, aveva accettato il volere dei Comyn; non aveva il diritto di mettere in imbarazzo i suoi famigliari, adesso che mancavano pochi giorni alle nozze.

Tuttavia, quando la raggiunsi, il Reggente Hastur la stava già sgridando. Sentii le sue ultime parole.

«Comportarti come una bambina dispettosa, capricciosa!» diceva.

«Nonno», rispose lei, in tono gelido. «Non puoi chiedermi di mentire, né di sembrare quella che non sono. Questo costume è proprio di mio gusto. Rispecchia il modo in cui sono stata trattata dai Comyn per tutta la vita.»

Rise con amarezza.

«Beltran di Aldaran», disse, «sarebbe disposto a sopportare insulti ancor peggiori di questo, pur di entrare in Consiglio! Lo vedrete!»

Lasciò il Reggente e si girò nella mia direzione. «M'inviti a ballare, Lew?»

Non era una domanda, ma un ordine. Io obbedii, ma la disapprovavo, e glielo lasciai capire. Che vergogna, rovinare così il primo ballo di Linnell!

«Mi spiace per lei», disse Callina, «ma questo vestito rispecchia il modo in cui mi sento. E mi sta bene, no?»

Le stava davvero bene.

«Maledizione, sei troppo bella», le dissi, con la voce roca. «Callina, non ti permetterò di terminare questa farsa!»

La spinsi dietro le tende e mi chinai per baciarla, selvaggiamente, schiacciandole le labbra. Per un momento lei rimase passiva tra le mie braccia, troppo sorpresa per reagire; poi s'irrigidì e mi allontanò con la forza.

«No! No!» disse.

Abbassai le braccia e la fissai, mentre la mia faccia si faceva sempre più rossa per la furia.

«Non ti comportavi così, questa notte!» la accusai.

Callina mi sembrava sul punto di piangere.

«Non potresti risparmiarmi tutto questo?» chiese.

«Hai mai pensato che c'erano delle cose che tu avresti potuto risparmiarmi?» le dissi. «Addio, comynara Callina; auguro a Beltran ogni gioia dal suo matrimonio.»

Sentii che cercava di prendermi per il gomito, ma, con uno strattone, mi liberai e mi allontanai.

Attraversai la sala, con inquietudine. C'era qualcosa che mi dava un leggero fastidio: come un disturbo telepatico, come se qualcuno, pochi istanti prima, avesse tentato di impossessarsi della mia volontà.

Aldaran aveva preso a danzare con Callina; con perfidia, mi augurai che cercasse di baciarla. Dov'erano Lerrys e Dyan? Erano in costume, irriconoscibili. In quella sala avrebbe potuto esserci metà della colonia terrestre, e io non l'avrei mai saputo.

In un angolo, Rafe Scott chiacchierava con Derik; questi era rosso in viso e, nel salutarmi, aveva la voce spessa e incespicava sulle parole.

«'Sera, Lew», mi disse, con il tono degli ubriachi.

«Derik», gli chiesi, «per caso hai visto Regis Hastur? Sai che costume abbia?»

«Non lo so», mi rispose. «Io sono Derik, se mi cerchi, e non so altro. Faccio già abbastanza fatica a ricordarmelo. Perché non provi a essere Derik anche tu?»

«Proprio un bello spettacolo», dissi. «Derik, cerca di ricordare chi sei! Esci fuori, cerca di farti passare l'ebbrezza. Non ti rendi conto dello spettacolo che dai ai terrestri!»

«Sei tu, che dimentichi chi sei», mi rispose. «Quello che faccio io, non ti riguarda. E, poi, non sono ubriaco.»

«Ah, Linnell sarà fiera di te!» ironizzai.

«Quella ragazzina è arrabbiata con me», disse, lasciando da parte la collera e parlando in tono di autocommiserazione. «Non vuole neppure danzare con me.»

«E chi sarebbe disposta a farlo?» risposi io, piantando saldamente i piedi in terra per resistere alla tentazione di prenderlo a calci.

Mi allontanai da lui per cercare il Vecchio Hastur, che aveva un'autorità superiore alla mia e che sarebbe riuscito a farsi obbedire da Derik. Era già abbastanza brutto avere una Reggenza in momenti così difficili, ma che l'erede designato dovesse fare pubblicamente la figura dell'idiota, davanti a mezzo pianeta e agli ospiti di altri mondi…!

Scrutai in mezzo alla confusione di costumi, alla ricerca del Vecchio Hastur. Un ospite in particolare mi colpì, e riconobbi subito il costume: avevo già visto la figura di Arlecchino nei vecchi disegni della Terra. Con i calzoni e la casacca a rombi multicolori, la faccia mascherata e un berrettuccio a punta, in quel momento mi parve qualcosa di orribile. Non per il costume, che a suo modo faceva soltanto ridere, ma quell'uomo aveva su di sé un'atmosfera che…

Oh, maledizione, pensai, irritato con me stesso. Cominciavo ad avere le allucinazioni?

«Vero. Non piace neanche a me», disse Regis, con voce pacata, al mio fianco. «E non mi piace l'atmosfera di questa sala… e di questa festa.» Tacque per un istante, poi proseguì: «Sono andato da mio nonno, oggi, e gli ho chiesto di aprire il mio laran.»

Io gli strinsi il braccio, senza parlare. Ogni Comyn, prima o poi, deve sottoporsi al doloroso procedimento di farsi imprimere nella mente le conoscenze di famiglia.

«Adesso, le cose sono diverse», disse lentamente. «O sono diverso io. Adesso so che cos'è la Dote degli Hastur, e perché in tante persone della mia famiglia è un carattere recessivo. Purtroppo, in me, non è recessivo come in mio nonno.»

Non risposi. Sapevo che avrebbe finito per accettarla, ma per il momento, quella forza, quella nuova dimensione dei suoi poteri — qualunque fosse — era ancora una dolorosa ferita nel suo cervello.

«Ti ricordi della Dote degli Alton e di quella degli Hastur?» mi chiese. «Quanto possono resistere le tue barriere? Qui potrebbe succedere il finimondo, lo sai.»

«In un affollamento come questo, le mie barriere non valgono molto», risposi.

Tuttavia, capivo che cosa intendesse dire. La Dote degli Hastur e quella degli Alton sono opposte tra loro, come due magneti della stessa polarità, che non si possono portare in contatto. Io non conoscevo la natura della Dote degli Hastur, ma da tempo immemorabile occorreva adottare grandissime precauzioni, perché un Hastur e un Alton potessero lavorare insieme in un Cerchio di matrici o in altri lavori.

Finché Regis era stato solo un Hastur latente, con la sua Dote non attiva, io potevo unirmi in rapporto mentale con lui; potevo perfino entrare a forza nella sua mente. Ma un Hastur adulto, come lui era adesso, poteva allontanare da sé la mia mente con la violenza dell'esplosione di un fulmine. Se volevamo comunicarci qualche pensiero, io e Regis potevamo ancora farlo — la normale telepatia non c'entra, con le varie Doti — ma probabilmente non saremmo potuti entrare in rapporto per lavorare insieme.

Con riluttanza, cominciai a pormi delle domande. Io ero entrato nella mente di Regis con la forza; che l'avesse fatto per proteggersi da analoghi tentativi? Non si fidava più di me?

Tuttavia, prima che potessi chiederglielo, le luci vennero spente e la cupola venne aperta: la stanza venne avvolta dalla luce della luna, che era allo zenit. «Aah!» mormorò la folla, nel vedere come le pareti di cristallo sfaccettato moltiplicavano quei pallidi raggi. Sentii che qualcuno mi sfiorava; quando mi girai, vidi Diana Ridenow.

Il suo costume — una tuta di qualche tessuto che scintillava di verde, d'azzurro e di bianco ai raggi lunari — era così aderente che sembrava semplicemente dipinto sul suo corpo, e i suoi capelli, che adesso parevano d'argento come i raggi lunari, luccicavano come gioielli. Quando mosse la testa, si levò il tintinnio di tanti campanellini d'argento.

«Allora?» mi chiese. «Sono abbastanza bella per te?»

Cercai di rispondere in modo non impegnativo, evitando il suo sorriso malizioso.

«Devo dire che è un miglioramento, rispetto ai tuoi soliti calzoni per andare a cavallo», ammisi.

Lei rise e infilò la mano sotto il mio braccio. Una mano piccola, ma robusta.

«Balli con me, Lew? È un secain.»

Indicò l'orchestra, e solo allora notai che aveva attaccato il ritmo sempre uguale, caratteristico di quella danza.

Il secain è una danza barbara, violenta, non una promenade in cui i danzatori si fanno la riverenza e si tengono per la punta delle dita. L'anno prima, io e Diana avevamo scandalizzato gli zerbinotti, le vedove nubili e le zitelle di ogni sesso ed età, ballandolo sulla luna da diporto di Vainwal, ma non avrei voluto ballarlo nel Castello dei Comyn. La pista era quasi vuota, dopo le prime note, perché le donne di Thendara sono troppo pudiche, per quell'antico e scatenato ballo delle Terre Aride.

Eppure, io ero in debito nei riguardi di Diana.

Per la media darkovana, Diana non era una ballerina particolarmente esperta. Ma era eccitata e piena di foga; continuò a sorridermi con aria stuzzicante, e io, irritato per quel suo sorrisino che dava l'impressione di sapere sempre ogni cosa, continuai a farla girare su se stessa, in un senso e nell'altro, senza pietà. Un'altra donna avrebbe urlato di smettere, ma lei, quando si fermò, si mise a ridere: come sempre, si faceva beffe della mia forza. Sotto la mia mano, scattava come una molla di acciaio temperato.

Nell'ultima figura, la strinsi più di quanto non avrebbe chiesto la danza, ma eravamo giunti a conoscere bene quella sensazione di essere in accordo, corpo e mente, più che in qualsiasi intimità fisica. Il ritmo del secain mi martellava nel sangue, e la musica pulsava nei miei sensi; quando si levò l'ultimo accordo di piatti e di tamburi, la strinsi a me e la baciai.

Il silenzio, dopo il ritmo della musica, fu come una doccia fredda. Diana si staccò da me e insieme uscimmo dalla sala.

«Mi sono chiesta una cosa», disse lei, con il tono di una bambina dispettosa. «Quando Hastur ti ha parlato di una tua figlia, ti sei chiesto se fosse mia?»

Aggrottai la fronte, irritato. Quella domanda era troppo vicina alla verità, e mi metteva a disagio. Lei rise, ma senza allegria.

«Grazie. Non è mia, se l'informazione ti può essere utile. Lew», mi chiese, «vuoi davvero Callina?»

Non era una cosa che intendessi discutere con lei.

«Perché? T'importa?» chiesi.

«Non molto», rispose. Il tono, però, non era molto convincente. «Ma penso che tu sia uno sciocco. Dopotutto, non è una donna…»

Queste parole mi sorpresero. Diana non si era mai comportata così. Con ira, dissi: «Lo è come lo sei tu!»

«Detto da te», commentò lei, «fa ridere.»

«Diana», la minacciai, «se intendi fare una scenata, proverò molto gusto a tirarti il collo.»

«Oh lo so!» ribatté lei, mettendosi a ridere in modo isterico. «Ed è proprio quello che mi piace, di te! La tua soluzione per tutti i problemi! Uccidere qualcuno. Tirare qualche collo! Ma so una cosa, con certezza: Callina è finita, e Ashara dovrà rassegnarsi a rimanere senza la sua pedina!»

«Di che diavolo parli?» chiesi io.

Diana rideva ancora, istericamente.

«Lo vedrai!» disse. «Potevi essere tu, e avresti risparmiato loro il fastidio! Tu e i tuoi sciocchi scrupoli! Invece hai ingannato te stesso, e soprattutto Callina! O forse dovrei dire che, rifiutandoti, hai fatto il gioco di Ashara.»

Le afferrai il braccio con la stessa presa che avevo usato su Regis e la feci girare su se stessa. Le strinsi il polso finché non si lamentò del dolore.

«Smettila! Sei il solito bruto, mi stai spaccando il braccio! Maledizione, Lew, non lo dico per scherzo, mi fai male

«Meriti di soffrire», le dissi, selvaggiamente. «Dovresti essere presa a bastonate! Che cosa vogliono fare a Callina? Dimmelo, oppure, ti giuro, Diana, non ho mai usato la mia Dote su una donna, ma te lo strapperò dal cervello, se sarò costretto!»

«Non puoi!» Adesso eravamo a faccia a faccia, e la nostra furia era tale che ci pareva non esistesse altro. «Non te ne ricordi?»

«Maledizione!» Era vero, e la mia ira non fece che aumentare. Di tutte le persone che esistevano al mondo, soltanto Diana era completamente protetta, nei miei riguardi. E questo per ciò che c'era stato tra noi su Vainwal. Ed era necessario che lo fosse.

Ci sono cose che nessun uomo, e nessun lettore del pensiero, può controllare. Quel tipo di contatto, nei momenti di intimità, è una di esse. E Diana era una Ridenow, e perciò era ipersensibile. Per proteggerla, le avevo dato alcune difese contro di me. Non potevo prendere nulla, dalla sua mente, che lei stessa non fosse disposta a darmi. Mi era impossibile. Avrei potuto toglierle la barriera, ma l'avrei uccisa. Impossibile fare in altro modo.

Imprecai, perché non potevo fare niente. Diana mi abbracciò e mi fissò negli occhi.

«Sei davvero un cieco e uno scioccone!» mormorò, in tono seducente. «Non riesci a vedere quello che hai davanti agli occhi, e adesso ti getteresti di petto, come prima, e rovineresti tutto. Non puoi fidarti di quello che ti dico?»

Era addosso a me, e il contatto mi faceva girare la testa. Non appena me ne resi conto, la spinsi via, sgarbatamente.

«Con queste moine», la avvertii, «non otterrai niente.»

Aggrottò la fronte.

«Va bene, allora», disse. «Circola una voce… una voce a cui tutti prestano fede… che soltanto una vergine può avere certi particolari poteri di Gallina. E c'è anche, diciamo, una fazione convinta che tutto andrebbe meglio se Callàia dovesse perdere quei certi poteri. E siccome la tua condotta è stata irreprensibile, c'era un solo modo di porre rimedio alla situazione…»

La fissai a occhi sgranati, e solo allora cominciai a rendermi conto del significato delle sue parole. Violentare Callina per impedirle di fare la Guardiana. Avevano tentato di toglierle i poteri di Guardiana facendole sposare Aldaran, ma lei si era espressa chiaramente: il suo non sarebbe stato un vero matrimonio. E Aldaran non avrebbe insistito sulla consumazione delle nozze, perché mirava solo al seggio in Consiglio. Non potendo contare su Aldaran, avevano provato con me, quando Lerrys aveva cercato di convincermi a sposarla clandestinamente. Non potendo servirsi di me, ora avevano trovato un uomo disposto a violentarla. Era una cosa orribile! E c'era un uomo, su tutto il pianeta, che avrebbe osato…

«Diana, se questa è la tua idea di una barzelletta sconcia…»

«Sì, è una barzelletta», rispose lei, «ma riguarda Ashara.»

S'interruppe, con aria grave.

«Lew, devi fidarti di me», disse poi. «Non posso spiegarti come stanno in realtà le cose, ma non devi interferire. Callina non è come credi, niente affatto. Lei non è…»

Le diedi uno schiaffo, forte, e lei barcollò.

«Questo», le dissi con ira, «era già da un bel po' che te lo meritavi.»

All'improvviso comparve Regis Hastur. Mi lesse nei pensieri e impallidì.

«Callina!» esclamò.

Diana ci fissava a bocca aperta, massaggiandosi la guancia su cui le avevo dato lo schiaffo; ora si gettò su di me.

«Aspetta!» mi implorò. «Aspetta! Non capisci…»

La allontanai da noi, con un'imprecazione. Regis si mantenne al mio fianco, e alla fine ansimò: «Chi potrebbe osare? Ricorda, è una Guardiana… chi oserebbe toccarla?»

Mi fermai.

«Dyan», dissi poi, tranquillamente. «Che cosa ha detto, in Consiglio? Che nessuno sarebbe sopravvissuto per toccarla la terza volta. Se quella era la prima…»

Eravamo in contatto mentale superficiale. Lo toccai per fermarlo, e lui mi guardò con una smorfia; la sua mente si ritirò, come quando si abbassa la mano tesa.

«Lo pensavo anch'io», dissi. «Quando ci tocchiamo, c'è qualcosa che ci sottrae la nostra forza. Hanno introdotto nel castello una matrice-trappola, ottavo o nono livello, del tipo che assorbe energia vitale…»

Mentre lo dicevo, rimasi a bocca aperta.

«Sharra!» esclamai.

«Lew, stiamo alimentando quella maledetta matrice?»

«Mi auguro di no», risposi. «Puoi entrare in contatto con Callina?»

Mi accorsi che Regis, quasi meccanicamente, cercava di mettersi in contatto con lei, e mi affrettai ad alzare le barriere.

«Non farlo!» esclamai.

Quel contatto mi causava un tormento incredibile; eppure dovevo sopportarlo almeno ancora una volta, pericolo o no.

«Regis», proseguii, «quando te lo dico, collegati con me… per un millesimo di secondo. Però, non entrare in rapporto! Se tu lo facessi, il contatto ci brucerebbe tutt'e due! Ricorda che tu sei Hastur e io Alton!»

Regis inghiottì a vuoto.

«È meglio che il contatto lo faccia tu», disse. «Io non riesco ancora a controllarlo.»

Per un istante, allora, entrammo in contatto, per scrutare l'intera folla. Non durò neppure un centesimo di secondo, ma fu sufficiente per allontanarci l'uno dall'altro come se fossimo stati colpiti dal fulmine. Se fosse durato un decimo di secondo, avrebbe consumato ogni scintilla d'energia contenuta nei nostri corpi. Colui che controllava la matrice-trappola doveva avere visto un lampo, come quando un'astronave viene rivelata su uno schermo radar.

Ma trovai quello che cercavo. In qualche punto del castello, c'era una matrice-trappola — questa volta non era Sharra! — che era puntata, con un'intensità incredibile, sull'anello più debole dei Comyn: Derik Elhalyn.

E io, che l'avevo creduto semplicemente ubriaco!

La voce spessa, male articolata; l'irritante confusione nei ragionamenti: tutti segni che denunciavano chiaramente la presenza di una matrice non autorizzata. E chiunque la manovrava era insieme un pervertito e un sadico, perché intendeva far violentare Callina dall'innamorato di Linnell!

Cercai di entrare in contatto con Callina, ma incontrai soltanto il vuoto. È orribile sentire soltanto un posto vuoto nel meccanismo fluido dello spazio, dove in precedenza c'era una mente viva. Neppure la morte pareva capace di cancellare una persona così completamente.

Regis mi guardò. Era teso e disperato.

«Lew, se l'ha toccata…» mormorò.

«Non agitarti», risposi io, pensando a quel che era successo a Lerrys Ridenow quando era venuto a trovarmi con la sua proposta. «Derik non lo sa; non saprà mai quello che ha fatto sotto l'effetto della matrice. Senti, ho bisogno del tuo aiuto. Voglio entrare nella mente di Derik per annullare l'effetto della matrice-trappola.»

Per la prima volta nella mia vita non rimpiansi di avere la Dote degli Alton e di poter imporre con la forza un rapporto mentale… e di poter entrare in una matrice senza la mezza dozzina di strumenti che sarebbe stata necessaria a un normale tecnico delle Torri.

«Quelle cose sono infernali, Regis», continuai. «Perciò, quando io l'avrò sollevata, tu dovrai cercare di spezzarla. Ma non sfiorare né me né Derik, perché potremmo morire tutt'e tre.»

Era un rischio disperato. Nessuna persona sana di mente si sognerebbe di entrare in una mente controllata da una matrice-trappola: è come entrare in una strada buia, piena di belve feroci pronte ad assalirti. Io avrei dovuto abbassare tutte le mie barriere, e fare affidamento su un Hastur inesperto nell'uso dei propri poteri, che avrebbe potuto uccidermi con un contatto sbagliato.

Ogni mio istinto gridava di no, ma io protesi la mia mente e mi concentrai su Derik.

E notai che, come mi aspettavo, era la stessa mente che aveva controllato Lerrys.

Derik, come un uomo che sente il taglio del bisturi attraverso i fumi di un'anestesia incompleta, si divincolò per cercare di fuggire, ma non lo lasciai muoversi e infilai la mia forza come un cuneo, tra la mente e la matrice che la bloccava.

Dietro, come un uomo che osservasse in uno specchio una luce che non osava guardare direttamente, c'era Regis; aveva afferrato la forza estranea e la spezzava, un filo alla volta, mente io sollevavo, maglia dopo maglia, la rete telepatica dal cervello di Derik.

Adesso però la matrice cercava di impadronirsi anche di me. Come un uomo che osserva su uno schermo due astronavi che si combattono, adesso l'operatore della matrice proibita osservava il duello fra noi tre, e forse era già pronto con un'altra arma. La fretta e la necessità mi costringevano a non badare alle sofferenze che davo a Derik; sapevo però che se Derik fosse stato in sé, mi avrebbe ringraziato di quello che facevo.

Mentre abbattevo una barriera dopo l'altra, qualcosa si opponeva a me: una grottesca parodia del vero Derik. Tuttavia, fui io a vincere. Sentii il nemico tremare e svanire come una nuvoletta di vapore consumata dal sole. La costrizione era sparita, la matrice-trappola era stata distrutta, e Derik, almeno, era libero.

Mi ritirai.

Regis si appoggiava contro una colonna ed era pallidissimo. Mi rivolsi a lui.

«Sei riuscito», gli chiesi, «a capire chi la controllasse?»

«Nessuna traccia», rispose lui. «Quando la matrice si è spezzata, ho sentito la presenza di Callina. Poi…» aggrottò la fronte, «… è scomparsa di nuovo e l'unica presenza che ho sentito è stata quella di Ashara! Perché proprio Ashara?»

Non lo sapevo. Ma se Ashara era desta e vigile avrebbe protetto Callina.

Ci eravamo rivelati, io e Regis; avevamo perso forza vitale, ma per il momento, forse, eravamo al sicuro. La mia principale preoccupazione, in quel momento, era per Regis. Io ero abituato a usare quei poteri, e conoscevo i miei limiti di resistenza. Lui no. A meno che non imparasse a usarli con maggiore cautela, il prossimo passo sarebbero stati l'esaurimento nervoso e il collasso.

Cercai di avvertirlo, ma Regis alzò le spalle.

«Non preoccuparti per me», disse. «Chi c'è con Linnell?»

Mi voltai per vedere se intendesse parlare di Kathie o dell'uomo con il costume da Arlecchino che mi aveva tanto turbato. Accanto a loro, però, c'era adesso un'altra figura mascherata: un uomo con una lunga tonaca e il cappuccio alzato, che gli coprivano completamente la faccia e il corpo.

Ma c'era qualcosa, in quell'uomo, che mi fece venire in mente, con un presentimento orribile, l'inferno che avevo trovato nella mente di Derik. Un'altra vittima… oppure l'uomo che controllava la matrice? Dovetti fare un grande sforzo di volontà per non correre fino a lui e non allontanarlo con la forza da Linnell.

Mi avviai verso di loro, camminando normalmente. Linnell mi vide.

«Lew», mi chiese, «dove eri?»

«Fuori», risposi concisamente. «A guardar sorgere la luna.»

Linnell alzò timidamente la testa per guardarmi. Era profondamente turbata.

«Che cosa c'è, chiya?» Per la forza dell'abitudine, mi veniva facile chiamarla con quel nomignolo infantile.

«Lew, chi è realmente Kathie? Quando sono vicina a lei, mi sento terribilmente strana. Non si tratta solo del fatto che assomiglia a me, ma del fatto che la sento come se fosse me. E poi mi sento… non saprei dire… come se dovessi avvicinarmi a lei, toccarla, abbracciarla. È una specie di sofferenza! Non riesco a staccarmi da lei! Ma, quando la tocco, voglio staccarmi e gridare…»

Linnell si torceva nervosamente le mani, pronta a scoppiare istericamente a piangere o a ridere. Io non sapevo che cosa dire. Non era una ragazza che avesse paura delle ombre; se la cosa la colpiva così, doveva essere qualcosa di importante.

Kathie stava danzando con Rafe Scott. Quando fece ritorno da noi, sorrise a Linnell; quasi come priva di volontà, Linnell cominciò a muoversi verso di lei. Che Kathie stesse facendo sulla mia piccola cugina qualche malvagio trucco mentale? Ma Kathie non aveva alcuna conoscenza dei poteri mentali darkovani. Lo sapevo. E niente poteva oltrepassare il blocco che avevo posto su di lei.

Linnell toccò quasi timidamente la mano a Kathie, lei le mise un braccio attorno alla vita e per qualche istante camminarono allacciate. Poi, con un movimento flessuoso, Linnell si sciolse e venne da me.

«Ecco Callina», disse.

La Guardiana, con aria distaccata e con il suo vestito trapunto di stelle, si faceva strada in mezzo alle coppie che danzavano.

«Dove sei stata, Callina?» le chiese Linnell. Osservò con tristezza lo strano costume della sorella, ma non fece commenti; Callina non fece alcun tentativo di giustificarsi o di spiegare la propria scelta.

«Certo», domandai anch'io, fissando Callina e unendo le immagini mentali alle parole. «Dove sei stata?»

Callina non parve notare la nostra apprensione, e parlò con tranquillità, senza che io potessi leggere messaggi nascosti nelle sue parole.

«Parlavo con Derik», disse. «Mi ha portato con sé per raccontarmi una storia confusa, che gli deve essere stata suggerita dal vino, ma non l'ha finita. Non ti invidio, cara», aggiunse, sorridendo alla sorella. «Per fortuna, alla fine il vino ha avuto il sopravvento… e mi auguro che non debba mai essere sconfitto da nemici più pericolosi.»

Si strinse nelle spalle.

«Vedo che Hastur mi fa segno», disse poi, con brio. «Con lui c'è anche Beltran. Suppongo sia giunta l'ora della cerimonia.»

«Callina…» disse Linnell, che stava per piangere, ma Callina si staccò da lei.

«Non compatirmi, Linnell», le disse. «Non lo farò.» Capii che in realtà voleva dire: “Non sarà un vero matrimonio”.

Non so che cosa avrei potuto fare o dire, ma Callina si allontanò in silenzio, rivolgendomi uno sguardo glaciale come quello di Ashara. Senza poter fare nulla, la vidi allontanarsi in mezzo alla folla.

In quel momento avrei dovuto capire tutto: quando ci lasciò senza abbracciarci, silenziosa e distante come la stessa Ashara, isolata nella sua tragedia e chiusa a tutti noi. Ascoltai gli annunci ufficiali, fatti da Hastur, il quale chiuse sui loro polsi i doppi braccialetti. Da quel momento, Callina era la moglie di Beltran.

Mi guardai attorno, alla ricerca di Regis, e rimasi senza fiato; il ragazzo era pallido come uno straccio. Lo presi sottobraccio e lo trascinai all'esterno. Trasse un profondo sospiro quando l'aria fredda gli colpì la faccia.

«Grazie», mormorò. «Hai fatto bene.»

Si piegò su se stesso e scivolò a terra, privo di sensi. Aveva la mano bagnata di sudore e respirava a fatica. Mi guardai attorno, alla ricerca di aiuto. Diana attraversava il corridoio al braccio di Lerrys…

Lerrys si immobilizzò a metà di un passo. Per un momento si guardò attorno, selvaggiamente, con la faccia convulsa, poi s'irrigidì.

Quella fu solo la prima onda d'urto. Poi si scatenò l'inferno. All'improvviso la sala divenne un incubo, distorto e privo di prospettiva, e il grido di Diana Ridenow s'interruppe, assorbito dall'aria che non era più capace di trasmettere i suoni. Qualcosa, poi, la afferrò e la scosse come un gattino, fece un passo, barcollando…

Le uniche due figure ferme, in mezzo all'aria distorta, erano due uomini: quello vestito da Arlecchino e quello che mi aveva inorridito, con la tonaca e il cappuccio. Adesso però il cappuccio era caduto all'indietro e quella che guardava con odio Diana era la faccia crudele di Dyan. La ragazza fece un passo, a fatica, e poi ne fece un altro; scivolò a terra e non si mosse più.

Lottai contro la paralisi indotta dalla distorsione spaziale. L'Arlecchino e il suo compagno si mossero e presero tra loro Linnell.

Non la toccarono fisicamente. Ma era in loro balìa come se l'avessero afferrata per le mani e per i piedi. Penso che urlasse, ma la stessa idea di “suono” era morta. Linnell si agitò sotto una forza invisibile; un alone scuro li circondò, all'improvviso, e Linnell cadde a terra con uno schianto. Io imprecai, ma non ero in grado di muovermi.

Kathie si gettò a terra, accanto a Linnell. Credo che fosse l'unica persona in grado di muoversi, nell'intera sala. Quando prese Linnell tra le braccia, vidi che aveva il viso sereno; rimase così per un momento, poi fu scossa da uno spasimo e s'afflosciò. Una debole, fragile, piccola cosa, con la testa abbandonata sul petto del suo doppio.

Sopra di loro, Dyan e l'uomo con il costume da Arlecchino parvero diventare più grandi, come effetto della forza che stavano accumulando su di loro.

Per un momento, in cui riuscii a vedere chiaramente al di là dello spazio normale, attraverso la maschera di Arlecchino scorsi il profilo di Kadarin. Poi le facce dei due uomini si unirono a formarne una sola, e per un istante scorsi il viso bellissimo e dannato che avevo visto nella stanza di Ashara, in cima alla Torre. Poi l'ombra si chiuse su di noi.

Dopo qualche istante, le luci tornarono a brillare, ma tutto, intorno a me, era cambiato. Sentii l'urlo di Kathie, vidi che la folla, in preda al panico, cercava di uscire, e mi gettai verso Linnell, a spinte e gomitate.

La ragazza era distesa come un tragico mucchietto sulle ginocchia di Kathie. Dietro di lei, solo le pareti annerite e i mobili carbonizzati indicavano il luogo dove la distorsione aveva scaricato la sua energia, e Kadarin e Dyan erano spariti: volatilizzati, fuggiti, non c'erano più.

Mi inginocchiai accanto a Linnell. Era morta, come già sapevo ancor prima di appoggiare la mano sul suo cuore che ormai non avrebbe più battuto.

Callina allontanò Kathie, e io lasciai passare il Reggente Hastur e misi un braccio attorno alla vita di Callina; ma, anche se si appoggiò a me, lei non si accorse della mia presenza.

Attorno a noi, sentii il brusio della folla, gli ordini e le proteste, e l'orribile curiosità della gente quando la tragedia colpisce qualche persona del gruppo. Hastur disse alcune parole e la folla cominciò ad allontanarsi.

È la prima volta, pensai, in più di quaranta generazioni, che la Festa del Solstizio viene interrotta con la violenza.

Callina non aveva sparso neppure una lacrima. Si appoggiava a me, così traumatizzata da non riuscire neppure a mostrare il proprio dolore; semplicemente, era stordita.

Adesso, io ero preoccupato soprattutto per lei, e volevo sottrarla alle occhiate della folla. Stranamente, non pensai neppure per un momento a Beltran, anche se sentivo contro il braccio il metallo del braccialetto matrimoniale.

Poi mosse le labbra.

«Ecco che cosa voleva dire Ashara…» mormorò.

Con un lungo, profondo sospiro, svenne tra le mie braccia.

CAPITOLO 12

IL FANTASMA DI LINNELL

Quando mi svegliai, dalle finestre giungeva il chiarore rosso-scuro di un altro tramonto; per qualche istante non mi mossi, chiedendomi se tutto l'accaduto non fosse un incubo, un curioso delirio causato dal colpo alla testa.

Poi fece il suo ingresso Andrés, e la faccia tesa del vecchio terrestre, il profondo dolore inciso sui suoi lineamenti burberi, mi convinse; non era un sogno, ma la realtà.

Non ricordavo nulla di quanto era successo dopo lo svenimento di Callina, e questo era prevedibile. Dopo il colpo alla testa mi avevano avvertito di non compiere sforzi; invece, mi ero gettato nella lotta contro le massime forze di Darkover: i Comyn alleati dei terrestri, Kadarin, la matrice di Sharra…

«C'è Regis Hastur», mi annunciò Andrés. Io cercai di rizzarmi a sedere, ma lui mi costrinse a rimanere sdraiato, premendo con le sue forti mani.

«Giovane idiota», mi disse, «non sai ancora capire quando sei fuori combattimento? Sarai fortunato se potrai alzarti tra una settimana!»

Poi non riuscì più a nascondere sotto l'aria arcigna i suoi veri sentimenti.

«Ragazzo», mi disse con gli occhi lucidi, «ne ho già persi due, di voi! Non fare la stessa fine di Marjus e di Linnell!»

Io mi arresi e non mi mossi dal letto. Entrò Regis, e Andrés fece per allontanarsi… ma all'improvviso andò alla finestra e chiuse le tende, per non far entrare la luce della sera.

«Sole di sangue!» brontolò, con rabbia. E uscì.

Regis mi chiese con gentilezza: «Come ti senti?»

«Che te ne pare?» risposi, a denti stretti. «Ma starò meglio, quando avrò ucciso un certo numero di persone.»

«Meno di quante tu creda», rispose Regis, con aria cupa. «Due dei Ridenow sono morti. Lerrys vivrà, penso, ma per qualche mese non potrà fare granché.»

In un certo senso, me l'ero aspettato. Dato che sono dei sensitivi, i Ridenow sono ipersensibili anche al normale attacco telepatico; probabilmente sarebbe rimasto per varie settimane in uno stato semicomatoso; era fortunato di non essere morto.

«E Diana?» chiesi.

«È un po' stordita, ma si sta rimettendo. Per tutti gli inferni, Lew, se io fossi stato più forte…»

Con un gesto, lo interruppi.

«Non dare la colpa a te stesso», gli dissi. «È incredibile che tu non sia completamente esaurito; evidentemente, gli Hastur sono più forti di quanto non credessi. Callina?»

«È sotto shock. L'hanno portata nella Torre.»

«Dimmi anche il resto!» lo esortai. «E tutto insieme! Non darmi le cattive notizie a gocce!»

«Questa notizia potrebbe non essere cattiva. Beltran se n'è andato; ha lasciato il castello come se fosse stato inseguito da tutti gli scorpioni di Zandru. Perciò, Callina è ritornata libera.»

La cosa, in un modo perverso, mi divertì. Beltran avrebbe potuto farsi avanti, mentre i Comyn erano confusi e sotto shock, per prendere in mano le redini del potere come marito di Callina. E, probabilmente, l'idea dei suoi alleati era quella. Ma ponendo la loro fiducia su Beltran di Aldaran — che al momento buono si era rivelato come un superstizioso montanaro degli Hellers, spaventato da quelle “stregonerie” — avevano scelto una pedina troppo fragile, che al primo urto si era spezzata nelle loro mani.

«Poi c'è una notizia davvero brutta», continuò. «Alla Festa erano presenti molti terrestri, che hanno messo sotto sequestro tutto il Castello e stanno svolgendo un'inchiesta. E…»

S'interruppe, e io capii che avrebbe voluto nascondermi qualcosa.

«Derik…» dissi io. «È morto anche lui, vero?»

Regis chiuse gli occhi.

«Preferirei che lo fosse», sussurrò. «Preferirei che lo fosse!»

Non potei fare altro che annuire. Spinti da una necessità terribile, eravamo entrati con la forza nella mente di Derik e avevamo momentaneamente distrutto tutte le sue barriere. Non potevamo prevedere che, poco più tardi, si sarebbero scatenate forze così grandi. Corus e Auster Ridenow erano stati fortunati, al confronto; i loro corpi erano morti quando la loro mente era stata cancellata.

Derik Elhalyn era vivo. Ma aveva disperatamente, irrimediabilmente perso la ragione.

Dall'esterno mi giunse la voce di uno sconosciuto, che, a giudicare da come parlava la nostra lingua, doveva essere un terrestre.

«Come diavolo si può bussare prima di entrare, se non ci sono che tende?» chiedeva.

Poi le tende si aprirono e nella stanza entrarono quattro uomini.

Due non li avevo mai visti, ed erano ufficiali della forza spaziale terrestre. Il terzo era Dan Lawton, Legato terrestre a Thendara.

Il quarto era Rafe Scott, anch'egli nell'uniforme della forza spaziale.

Regis si alzò e andò ad affrontarli, con espressione rabbiosa.

«Lew Alton è stato ferito!» protestò. «Non è in condizioni di essere… interrogato… come avete interrogato mio nonno!»

Feci segno a Regis di tacere.

«Che cosa vuoi?» chiesi a Lawton.

«Soltanto che tu risponda ad alcune domande», mi disse il Legato, educatamente.

Si rivolse a Regis.

«Giovane Hastur», gli disse. «Vi avevamo avvertito di rimanere nelle vostre stanze. Kendrick, accompagna il giovane Hastur nell'appartamento di suo nonno, e fa' in modo che rimanga laggiù.»

Uno dei due terrestri si avvicinò a Regis e gli posò la mano sulla spalla.

«Su, vieni via con me, ragazzo», gli disse, ma senza ostilità.

Regis si staccò bruscamente da lui.

«Giù le mani!» esclamò.

Si chinò in fretta e afferrò il coltello che portava nello stivale. Poi, puntando la lama contro i quattro uomini, li fissò gelidamente, con un'ira perfettamente controllata.

«Me ne andrò quando il Signore Alton mi darà il suo congedo… a meno che non intendiate portarmi via con la forza… se ne siete capaci!»

Intervenni di nuovo io, con aria infastidita.

«Lew», dissi al Legato, «preferisco che rimanga qui. E con le imposizioni, ti assicurò, non otterrete niente, nel Castello dei Comyn.»

Mi parve di vederlo quasi sorridere.

«Lo so», rispose, «ma volevo che lo vedessero anche loro. Il capitano Scott mi ha detto…»

Il capitano Scott.

«Traditore!» scattò immediatamente Regis, soffiando come un gatto infuriato.

Lawton non gli badò. Continuò a guardarmi.

«Tua madre era una terrestre…» riprese, cambiando discorso.

«Per quanto mi vergogni ad ammetterlo, sì!»

«Ascolta», mi disse lui, in tono ragionevole. «Tutto questo non mi piace più di quanto non piaccia a te. Sono qui per lavoro; più in fretta potrò terminarlo, più in fretta me ne andrò. Dunque, tua madre era…»

«Elaine Aldaran-Montray.»

«Allora siete parenti… dimmi, conoscevi già Beltran di Aldaran?»

«Sono stato circa un anno negli Hellers, e per gran parte del tempo sono stato suo ospite», risposi. «Perché me lo chiedi?»

Invece di rispondere, fece un'altra domanda. Ora, però, la rivolse a Rafe.

«Tra voi due, esattamente, che rapporto c'è?» volle sapere.

«Dalla parte degli Aldaran, tra parentele adottive e parentele di sangue, è un po' difficile da spiegare», rispose Rafe. «Cugini lontani, possiamo dire. Ma ha sposato mia sorella Marjorie, e perciò siamo cognati.»

«Nessuna spia dei terrestri», esclamai io, «può vantarsi di essere mio parente!»

Mi rizzai a sedere, e il movimento mi fece esplodere nel cervello un dolore lancinante. Tuttavia, nella posizione in cui mi trovavo fino a un attimo prima — steso supino — ero troppo svantaggiato psicologicamente.

«I Comyn si occuperanno delle violazioni della legge, qui al Castello», dissi, adesso che potevo fissare Rafe negli occhi. «Quanto a te, va' a curare gli affari della Zona Terrestre, visto che questa è la tua scelta!»

«Be'», invece di Rafe, rispose Lawton, «è proprio quello che stiamo facendo. Lerrys lavorava per noi, e perciò la morte dei suoi fratelli è “affare” nostro.»

«E così la morte di Marjus», disse Rafe. «Non sei mai stato ad ascoltarmi, Lew, ma Marjus stava lavorando per la Terra.»

Gli sbattei sulla faccia quella bugia.

«Mio fratello», dissi, «non ha mai preso un soldo dalla Terra, e tu lo sai bene! Puoi mentire a loro, ma non cercar di mentire a un Alton su suo fratello!»

«La verità sarà sufficiente a chiarire ogni cosa», disse Lawton. «Hai ragione, Lew. Tuo fratello non è mai stato al nostro soldo, non è mai stato una spia. Ma lavorava per noi, e aveva chiesto la cittadinanza terrestre. Io stesso gliel'avevo suggerito. Aveva il diritto di averla, esattamente come l'avresti tu, benché tu non abbia mai voluto chiederla. Anche in base ai criteri darkovani, questo non mi sembra rientrare nel concetto di “spionaggio”.»

S'interruppe, aggrottando la fronte.

«Probabilmente, era la sola persona in tutto Darkover che volesse arrivare a un'alleanza onesta. Gli altri cercavano solo di riempirsi le tasche. Come fai a non saperlo? Sei un lettore del pensiero.»

Trassi un sospiro.

«Se avessi un sekal per ogni volta che ho spiegato come stanno le cose», dissi, «potrei comprare l'intera Zona Terrestre. Il contatto telepatico viene usato per proiettare pensieri coscienti. È più veloce delle parole, non c'è la barriera della lingua, e può essere ascoltato soltanto da un altro lettore del pensiero. Ma occorre un certo sforzo, da parte di chi trasmette e da parte di chi riceve.

«Poi, anche quando non trasmetto, c'è una sorta di emanazione involontaria di pensieri. Per esempio, in questo momento, sento che sei confuso e che ti dispiace maledettamente di qualcosa che è successo. Non so che cosa, e non cerco di saperlo; i telepatici imparano a frenare la loro curiosità. Sono stato in rapporto con mio fratello e so tutto quello che sapeva lui. Ma non lo ricordo e non cerco di ricordarlo.»

All'improvviso, dalla calma di Lawton, capii che aveva semplicemente cercato di irritarmi, perché sperava che m'incollerissi e abbassassi le mie barriere. Era un mezzo Comyn anche lui, e, per quel che ne sapevo, era probabilmente un lettore del pensiero. Aveva cercato di scoprire qualcosa, e forse l'aveva trovato.

«Ti spiego perché sono venuto», disse, a un tratto. «Di solito lasciamo che le città-stato si governino da sole, finché il loro governo non crolla. Cosa che in genere avviene entro una generazione dalla venuta dell'Impero. Se incontriamo una vera tirannide, la abbattiamo; per i pianeti come Darkover, aspettiamo semplicemente che crollino da soli. E crollano sempre.»

«Lo so», risposi. «L'ho imparato quando stavo sulla Terra. “Rendere l'universo un luogo sicuro per la democrazia… e per il commercio dell'Impero Terrestre”!»

«Puoi anche metterla così», rispose Lawton, imperturbabile. «Comunque, se governerete pacificamente, potrete avere il potere finché il pianeta non andrà in polvere. Ma negli ultimi tempi ci sono stati troppi disordini. Sommosse. Incursioni di banditi. Contrabbando di armi. E troppa telepatia della peggior specie. Marjus è morto dopo che tu sei entrato forzatamente in rapporto mentale con lui.»

Regis protestò: «Chi vi ha detto queste bugie? Io stesso l'ho visto morire con un coltello piantato nel cuore!»

«Marjus non era ancora un cittadino terrestre, e io posso solo cercare informazioni sulla sua morte, non posso punirla», disse Lawton. «Ma c'è un altro rapporto in cui si dice che tenete prigioniera una ragazza terrestre, in questo castello.»

Il mio cuore prese a battere tumultuosamente. Kathie. Che io e Callina, nella nostra avventatezza, avessimo rivelato quell'ultimo segreto della scienza darkovana?

«La figlia del Legato terrestre su Samarra: Kathie Marshall. Doveva lasciare Darkover sulla Croce del Sud, giorni fa; pensavo che fosse partita. Ma adesso è scomparsa, e qualcuno l'ha vista qui.»

Regis lo guardò con indifferenza.

«C'erano molti terrestri, alla Festa del Solstizio. Qualcuno avrà visto…»

Alzò il tono di voce.

«Andrés?» disse. «Prega la comynara di venire qui; è con Diana Ridenow.»

Nei suoi occhi c'era una luce che non riuscii a interpretare; feci per aprire la mente, ma incontrai la sua immediata proibizione. Se ci fossimo scambiati un messaggio telepatico, Lawton e Rafe se ne sarebbero accorti, anche se non sarebbero riusciti a leggerlo.

«Naturalmente», disse Regis, «non so nulla della signorina… Marshall? Ma so chi avete visto. A suo tempo la somiglianza ci aveva causato un certo divertimento, e non poco di imbarazzo, dato che, ovviamente, a nessuna comynara si poteva permettere di comportarsi in pubblico come voi terrestri.»

Io, interiormente, schiumavo di rabbia. Che cosa stava succedendo? Perché trascinare in questa vicenda il nome di una morta? Dopo quella che mi parve un'eternità, sentii un passo leggero, che mi parve familiare, e Kathie Marshall entrò nella stanza.

Indossava abiti darkovani: una veste di seta increspata, senza cintura, e aveva i capelli sciolti, con una spolverata di frammenti metallici che glieli facevano brillare. Alle caviglie e ai polsi le tintinnavano catenelle di rame.

«Kathie?» chiese Lawton.

Kathie sollevò il viso, senza capire. «Che cosa succede?»

«Linnell, cara», disse Regis, lentamente. «Ho parlato della tua strana somiglianza con una terrestre che non conosciamo. Volevo che se ne rendessero conto di persona.»

Mi auguravo che nessuno di loro conoscesse Kathie. La differenza mi pareva perfettamente visibile, e mi dava un enorme dolore. Quello era solo lo spettro di Linnell, una presa in giro.

Ma Kathie mi appoggiò la mano sulla faccia; non si trattava di un gesto da terrestri. E in effetti notai che camminava e si muoveva come una darkovana.

«Sì, Regis, ricordo», disse.

Faticai a non lasciarmi sfuggire un grido di stupore. Kathie parlava la difficile lingua delle classi alte — il casta — non con il suo aspro accento terrestre, ma con la scorrevolezza di una lingua madre.

La ragazza si rivolse a me.

«Devi proprio avere tanti estranei attorno al tuo letto, adesso che non stai bene? E ascoltare strane storie sui terrestri invece di dormire?»

Non era l'intonazione di Linnell; ma parlava darkovano bene come me o come Diana.

Lawton scosse la testa.

«Fantastico», mormorò. «C'è davvero una somiglianza! Ma so che Kathie non sa parlare la lingua così bene.»

Intervenne il terrestre più alto. «Dan, ti dico che l'ho vista…»

«Ti sei sbagliato.» Lawton guardava fisso Kathie, che però non si muoveva. Un'altra nota falsar Su Darkover, fissare una giovane donna che non porti una maschera è un'imperdonabile maleducazione; molti uomini sono stati sfidati a duello e uccisi per averlo fatto. Linnell sarebbe morta di vergogna. Ma, non appena quel pensiero si formulò nella mia mente, Kathie arrossì e corse via dalla stanza.

«Quel che cercavo di dirti», intervenne Kendrick, rivolto al terrestre alto, «è che ero di servizio allo spazioporto quando la giovane Marshall è partita. Ho controllato la lista dei passeggeri dopo che erano stati drogati e legati alle cuccette. Da allora non può essere scesa, e da Samarra, per relè, ci hanno detto che è arrivata: perciò, come potrebbe essere qui? La più veloce astronave richiede diciassette giorni in ipervelocità per fare quel viaggio.»

Lawton mormorò: «Temo che abbiamo fatto la figura degli sciocchi. Alton, prima che ce ne andiamo, puoi dirmi come sono morti i due Ridenow?»

Regis disse: «Ho cercato di spiegare…»

«Ma erano spiegazioni senza senso», obiettò il Legato. «Hai detto che qualcuno aveva portato nella sala una matrice-trappola illegale. Io conosco un poco le matrici, ma non ne ho mai sentito parlare.»

Nessun terrestre può capire veramente quel concetto, ma cercai di spiegarglielo.

«È una sorta di dispositivo meccanico che riesce a entrare in contatto con una mente come se fosse un telepatico, ma che trasmette immagini terrorizzanti. La persona che la usa può controllare la mente e le emozioni della persona colpita. I Ridenow sono dei sensitivi: le atmosfere mentali anomale li colpiscono fisicamente. L'atmosfera della sala era talmente disturbata da mettere in corto circuito le loro reti nervose cerebrali. Sono morti di emorragia al cervello.»

Era una spiegazione estremamente semplificata, ma Lawton parve capirla.

«Sì, ho sentito parlare di cose del genere», disse, con amarezza. Poi, senza che me lo aspettassi, mi rivolse un inchino.

«Grazie della collaborazione», terminò. «Dovremo discutere di varie altre cose, quando ti riprenderai.»

Rafe Scott rimase anche dopo che gli altri se ne furono andati.

«Senti, vorrei parlare con te a quattr'occhi, Lew», mi disse, e fissò con ira Regis.

Regis rispose con rabbia e disprezzo: «Via di qui, sporco terrestre mezza-casta!»

Così dicendo, appoggiò la mano contro la schiena di Rafie e gli diede uno spintone: una cosa assai più offensiva di un pugno.

Rafe si girò verso di lui e lo colpì.

Regis rispose con un pugno sul mento. Il ragazzo terrestre abbassò la testa e si gettò su di lui; tutt'e due cominciarono a muoversi avanti e indietro, strattonandosi e cercando furiosamente di colpirsi.

Io, dimenticato da tutt'e due, non potei fare altro che guardarli, anche se, in un certo senso, sentivo che quella lotta riguardava me, come se le due parti di me stesso avessero deciso di affrontarsi: la parte darkovana e quella terrestre. Rafe, che un tempo era come un fratello; Regis, il mio migliore amico tra i Comyn. Tutt'e due erano come una parte di me, e io, attraverso di loro, combattevo contro me stesso.

La lotta si interruppe bruscamente quando Andrés afferrò per la collottola i due contendenti e li portò di peso fuori della stanza.

«Se volete fare a pugni», ringhiò, «andate a farlo in corridoio!»

Mi giunsero ancora i rumori di una breve zuffa, poi la voce di Regis, chiara e sprezzante.

«Dovermi sporcare le mani in questo modo!» diceva il giovane Hastur.

In qualche modo, dato che il loro litigio mi riguardava, quelle parole assunsero per me un grande significato, come se costituissero una risposta al mio dissidio interiore, e cominciai a fare piani per l'immediato futuro. Anch'io, come Regis, mi sarei “sporcato le mani”, a dispetto di tutti!

Dopo qualche tempo fece il suo rientro Andrés, che, con il suo ininterrotto brontolio, ebbe su a me un effetto calmante. Mi controllò con delicatezza la ferita sulla nuca, che ormai s'era quasi rimarginata, ignorò le imprecazioni con cui gli assicurai di essere in grado di badare a me stesso, sorrise quando lo insultai.

Alla fine io scoppiai a ridere — anche se la cosa mi faceva male alla testa — e gli lasciai fare quello che voleva. Mi lavò la faccia come se fossi un bambino e, se non gliel'avessi proibito, mi avrebbe imboccato con il cucchiaio; come ultima attenzione mi passò un pacchetto di sigarette di contrabbando, proveniente dalla Zona Terrestre. Tuttavia, quando lo ebbi convinto a lasciarmi, non potei che tornare alle mie cupe riflessioni.

Il tempo aveva lenito, almeno un poco, il dolore per la perdita di Marjorie. La morte di mio padre, per quanto rimpiangessi la sua mancanza, era più una perdita per i Comyn che per me. Eravamo stati molto vicini, soprattutto verso la fine, ma io continuavo a odiarlo perché mi aveva fatto nascere mezza-casta. Anche se sentivo la mancanza di mio padre, la sua scomparsa mi aveva permesso di venire a patti con i miei pari. L'assassinio di Marjus era un incubo, ma tutto era accaduto così in fretta da non sembrare reale.

Invece, il dolore della morte di Linnell non mi avrebbe mai lasciato. E la sofferenza che provavo per la sua perdita era pari a quella che mi davano i miei nervi.

Che cosa aveva ucciso Linnell? Nessuno l'aveva toccata, tranne Kathie. E, diversamente da Diane, non era una sensitiva.

Poi capii.

Ero stato io a uccidere Linnell.

Per tutta la sera, intuitivamente, Linnell aveva cercato il contatto con il suo duplicato. Il loro istinto era stato migliore della mia scienza. Io — maledetto imbecille — avevo messo una barriera che le aveva tenute lontane. Quando si era scatenato l'orrore di Sharra, Linnell aveva istintivamente cercato il contatto con il suo doppio. Come avevo detto a Marjus? Un solo corpo non poteva resistere a quella matrice…

Inoltre, Kathie era chiaramente in contatto con me — come avevo visto poco prima — a causa delle barriere con cui l'avevo protetta; ma la deviazione da me inserita nel cervello di Kathie aveva messo anche Linnell in contatto con me… e, tramite me, con la matrice manovrata da Kadarin. Anni prima, infatti, Sharra aveva preso possesso di una parte del mio cervello. E la forza scorre sempre verso il polo più debole. Si era scaricata su Linnell, che era priva di protezione, e aveva sovraccaricato i suoi giovani nervi.

Si era spenta come un fiammifero bruciato.

Era davvero successo un finimondo tra i Comyn. Linnell, i Ridenow, Derik, Diana. Feci una smorfia. Le difese che avevo dato a Diana le avevano evitato di finire come i fratelli. E dopo la sua malvagità…

Poi, la verità mi colpì come una luce accecante. Non c'era un solo briciolo di malvagità in Diana. A suo modo, quel diavoletto perverso mi aveva voluto avvertire…

Un sottile raggio di luna mi illuminava la faccia; nell'ombra vidi muoversi le tende, sentii un passo e una voce che sussurrava: «Stavi dormendo, Lew?»

Alla luce del raggio vidi un luccichio di capelli argentei; un attimo dopo, Diana era sopra di me, simile a un fantasma. Poi si avvicinò alla finestra e aprì le tende per lasciar entrare la luce della luna.

Quella luce gelida fu come una fresca carezza per le mie guance roventi. Non trovai parole per interrogare Diana. Pensai addirittura, senza curiosità, che forse mi ero addormentato e che la stavo sognando. Nonostante l'oscurità, vidi che aveva ancora la faccia rossa dove l'avevo colpita, e mormorai: «Mi dispiace di averti dato quello schiaffo…»

Lei si limitò a sorridere, leggermente stupita. Quando si chinò su di me, la sua voce era irreale come la luce che la illuminava.

«Lew, la tua faccia brucia…» disse.

«E la tua è così fresca…» risposi io. Con la mano buona, le accarezzai il punto dove l'avevo colpita. Diana era molto seria, immobile, e mi fece pensare a Callina. Non la Guardiana distaccata dal mondo, ma la donna orgogliosa e appassionata che aveva sfidato il Consiglio, e che davanti ad Ashara si era rifiutata di entrare in contatto con la mia mente.

Anche Diana si era rifiutata di farlo. Che nessuna donna riuscisse a sopportare quel legame, più profondo di qualsiasi contatto fisico? Callina era lontana, intoccabile, ma Diana era stata per me tutto quello che una donna può essere per un uomo. Ma perché pensavo a Callina, adesso che accanto a me c'era Diana? Pareva che fosse la sua presenza a mettermi nella mente quell'immagine. La stessa faccia di Diana pareva tremare e divenire simile a quella di Callina, tanto da farmi nuovamente chiedere se non fosse un sogno.

«Perché sei venuta?» le chiesi.

Con grande semplicità, lei mi rispose: «Perché, quando soffri o sei in pena, lo so sempre».

Mi prese la mano e se la appoggiò sul cuore. Io chiusi gli occhi e non parlai più. Il suo corpo era tiepido e fresco allo stesso tempo, e anche il suo profumo mi era familiare: sapeva del sale delle lacrime e del miele dei suoi capelli.

«Non andare via.»

«No, mai più.»

«Ti amo», le sussurrai. «Ti amo.»

Per un momento, sentii il pianto di Callina… di Callina? Era quasi una presenza fisica tra noi, come se le due donne si fossero fuse in una sola. A quale delle due avevo sussurrato il mio amore? Non lo sapevo. Ma le braccia che mi stringevano erano reali.

La tenni stretta, pensando tristemente che a lei — come donna — non potevo dare nulla, in quel momento. La dannazione personale del lettore di pensieri, dolorosa come sempre.

Ma la cosa non aveva importanza. E all'improvviso capii che la Diana da me amata su Vainwal, appassionata, superficiale e abituata a comportarsi quasi come un maschio, non era quella vera. La vera Diana era colei che avevo con me quella sera. E anch'io non ero più l'uomo da lei conosciuto lassù.

Non sarei riuscito a parlare neanche se mi fossi sforzato di farlo. Nel bacio che le diedi c'era una richiesta di perdono, e lei me lo restituì come gliel'avevo dato, gentilmente e senza passione.

Ci addormentammo come due bambini innocenti, l'uno tra le braccia dell'altra.

CAPITOLO 13

LA CAVERNA SACRA

Quando mi svegliai, mi trovai solo. Per vari minuti, alla luce del mattino, mi chiesi se il bizzarro episodio della mia visitatrice notturna era stato solo un sogno. Poi, quando le tende si aprirono ed entrò Diana, sorrisi. Se fosse stato un sogno, avremmo certamente fatto l'amore!

«Ti ho portato una visitatrice», mi disse.

Io cominciai a protestare; non volevo vedere nessuno. Ma lei aprì le tende… e Marja entrò di corsa nella stanza.

Si fermò a fissarmi, stupita, poi si gettò su di me e mi abbracciò.

Io mi sciolsi dal suo abbraccio, fissai Diana.

«Piano, bambina, piano, o mi farai cadere in terra! Diana, come hai…»

«Ho saputo di lei», spiegò Diana, «quando Hastur l'ha portata al Castello. Ma la Torre non è posto per lei. Prenditi cura di lui, Marja», le disse, e prima che io potessi parlare, uscì dalla stanza.

Andrés mi riferì che c'erano ancora dei terrestri che sorvegliavano i corridoi, ma nessuno di essi entrò nelle mie stanze, per tutta la giornata. Mi rassegnai all'inattività e passai la giornata a giocare con Marja e a fare qualche piano confuso. Non intendevo farmela portare via!

Quanto ad Andrés, mi parve incuriosito dalla presenza della bambina, ma non c'era modo di spiegargli la sua origine senza parlargli di Marjorie e di Thyra, e io non volevo parlarne con nessuno, nemmeno con lui. Gli dissi semplicemente che era mia figlia. Lui mi diede un'occhiata da uomo che sa come vanno le cose e, con mio grande sollievo, non insistette.

Cercai di fare alcune domande a Marja, ma le sue risposte furono vaghe e senza significato, come c'era da aspettarsi da una bambina della sua età. Verso sera, dato che nessuno era venuto a prenderla, dissi ad Andrés di prepararle il letto vicino al mio e quando vidi che dormiva chiamai il mio servitore.

«Quanti terrestri ci sono nel Castello?» gli chiesi.

«Dieci, al massimo quindici», rispose. «Non hanno la divisa della forza spaziale… nemmeno Lawton oserebbe essere così insolente nei riguardi dei Comyn. Sono in borghese, e si comportano educatamente.»

Io annuii.

«Nessuno di loro», dissi, «sarebbe ih grado di riconoscermi, credo. Cercami dei vestiti terrestri.»

Lui mi rivolse un sorriso triste.

«È inutile cercare di fermarti, suppongo. Allora, mi occuperò della bambina. E non ho bisogno di essere un lettore del pensiero per sapere che cosa pensi, vai dom. Sono vissuto per metà della vita nella tua famiglia, e conosco voi Alton.»

L'appartamento degli Alton aveva molte porte, e i terrestri non potevano tenerle sotto sorveglianza tutte. Nel corridoio, nessuno mi degnò della minima attenzione. Cercavano un darkovano senza una mano; un uomo vestito da terrestre, con una mano in tasca, non destava la minima curiosità.

Quando mi trovai davanti all'appartamento degli Hastur, mi fermai per un momento, perché avrei voluto chiedere consiglio al Vecchio Reggente. Poi, anche se con dispiacere, rinunciai a farlo. Se avesse conosciuto il mio piano, probabilmente mi avrebbe proibito di metterlo in atto, e mi avrebbe costretto, con mille giuramenti, a obbedirgli. Meglio non correre rischi.

Trovai Callina nelle sue stanze; aveva lo sguardo vacuo e spento; mi guardò senza riconoscermi.

«Callina!» le gridai, ma, per l'effetto che ottenni, tanto sarebbe valso tacere. La misi in piedi, sollevandola di peso. Aveva gli occhi fissi, come in trance.

«Sveglia!» le gridai, e la scossi con violenza. Ma dovetti farla sedere su una sedia e schiaffeggiarla con forza perché sollevasse la testa e riprendesse la ragione.

«Che cosa fai? Lasciami!» protestò.

«Callina, eri in trance…»

«Oh, no!» Si scagliò contro di me, e si afferrò alle mie braccia, con un appello disperato. Io colsi le parole: «Ashara», e: «Mandala via!» ma non riuscii a capirne il senso. La tenni lontana da me finché non le fu passata la crisi. Gradualmente, si calmò.

«Mi dispiace, Lew», disse. «Ma adesso sono di nuovo in me.»

«Ma chi sei?» le dissi, confuso. «Diana? Ashara?»

Lei sorrise, con aria triste.

«Se non lo sai tu», mi chiese, «chi può saperlo?»

Non osai mostrarmi tenero.

«Dobbiamo agire questa notte stessa, Callina», le dissi, «mentre i terrestri pensano che io sia troppo debole per fare qualcosa. Dov'è Kathie?»

Lei fece una smorfia.

«Quando vedo quella ragazza», disse, «mi sembra di stare con il fantasma di Linnell.»

Anche a me quella strana somiglianza faceva accapponare la pelle, ma non feci commenti, e alla fine Callina trasse un sospiro.

«Vuoi che vada da lei?» mi chiese.

«Vado io», le risposi.

Uscii dalla stanza, ne attraversai una che era vuota e giunsi nella camera dove avevamo portato Kathie. La ragazza era stesa su un divano, con addosso solo una corta tunica, e sfogliava un album di disegni. Nel sentirmi arrivare, trasalì e si infilò una vestaglia.

«Via!» gridò. Poi mi riconobbe. «Oh, siete voi!»

«Kathie, non ho fatto nessun progetto su di voi, tranne quello di chiedervi di vestirvi e di venire con noi. Sapete andare a cavallo?»

«Sì, perché?» S'interruppe. «No, non c'è bisogno che me lo diciate. Credo di saperne il motivo. Mi è successo qualcosa di strano, da quando Linnell è morta.»

Non potevo spiegarle che era in collegamento mentale con me. Andai fino all'armadio, frugai tra i vestiti e alla fine ne tirai fuori alcuni. Li riconobbi con una fitta di dolore: avevano ancora il profumo di Linnell; ma non potevo più fare niente per lei.

Portai a Kathie gli abiti.

«Mettete questi», le dissi, e mi sedetti ad aspettare, ma, dallo sguardo irritato che la ragazza mi rivolse, mi ricordai dei tabù terrestri.

Mi alzai e arrossii. Come potevano, le donne della Terra, comportarsi così apertamente in pubblico e con tanto pudore in casa?

«Scusate», le dissi. «Me n'ero dimenticato. Chiamatemi quando sarete pronta.»

Poi, uno strano silenzio mi spinse a voltarmi. Kathie guardava i vestiti, con aria desolata.

«Non ho la minima idea di come si mettano!» protestò.

«Dopo quello che avete pensato di me», le risposi, «non intendo certamente aiutarvi!»

Fu lei, questa volta, ad arrossire.

«E poi», aggiunse, «come posso cavalcare con la gonna?»

«Per gli inferni di Zandru, ragazza», esclamai, con stupore, «e in che altro modo vorreste cavalcare?»

«Ho cavalcato per tutta la vita, ma non l'ho mai fatto con la gonna, e non intendo cominciare adesso. Se. volete che venga a cavallo con voi, trovatemi dei vestiti decenti!»

«Ma questi vestiti sono perfettamente decenti…»

«Maledizione, allora trovatemi dei vestiti indecenti!» esclamò lei, con ira.

Scoppiai a ridere. Non potei farne a meno.

«Farò quello che potrò, Kathie», le promisi.

Fortunatamente sapevo dove dormiva Diana, e nessuno mi fermò durante il tragitto. Aprii le tende e mi affacciai sulla stanza. La ragazza era addormentata, ma si svegliò immediatamente e batté le palpebre.

«Che cosa succede? La faccenda è ricominciata?» mi chiese.

La “faccenda” non si era mai fermata; noi, semplicemente, ne eravamo stati allontanati con la forza, per qualche breve tempo. Le spiegai quello che volevo; lei scoppiò a ridere.

«So che non c'è niente da ridere, Lew», si scusò. «Ma non posso farne a meno. D'accordo, comunque. Penso che i miei vestiti andranno bene a Kathie.»

«E puoi cercare Regis, per dirgli di uscire e di cercarci dei cavalli?» continuai.

Diana annuì.

«Posso entrare e uscire come voglio», mi spiegò. «Quasi tutti i terrestri mi conoscono. Lerrys…»

S'interruppe e si morse il labbro. Io non feci commenti; non avevo mai potuto digerire i suoi fratelli, e lei lo sapeva. Ma ora Diana era sola, come me.

Adesso che ero con Diana, mi tornò in mente un particolare. Ritornai nelle mie stanze e presi la pistola di Rafe. C'erano ancora i proiettili nel tamburo. Quell'arma da codardi destava ancora la mia ripulsione, ma quella notte rischiavo di dover combattere contro uomini senza onore e senza coscienza.

Quando ritornai nella stanza di Kathie, Diana e Callina erano già arrivate e la ragazza terrestre indossava la tunica dalle maniche corte e i calzoni aderenti che Diana metteva sempre quando andava a cavallo su Vainwal. Callina, vestita in modo più tradizionale, ci guardò con leggera disapprovazione.

«Bene, ma come usciremo?» chiese.

Le sorrisi. Non per niente ero figlio di Kennard Alton. Erano stati gli Alton, secoli addietro, a costruire il Castello dei Comyn, e la conoscenza dei segreti del castello era passata di padre in figlio.

«Non conosci le tue stanze, Callina?» le chiesi.

Mentre Diana andava a portare a Regis il mio messaggio, mi recai nel salotto dell'appartamento e mi fermai su un certo motivo decorativo del pavimento. Dissi alle due donne di stare indietro, poi aggrottai la fronte. Mio padre mi aveva parlato di quel passaggio segreto, ma non mi aveva insegnato la combinazione; inoltre, non avevo con me un analizzatore di matrici per determinarla. Provai tre o quattro configurazioni correnti, ma non ottennero risposta. Allora mi voltai verso Callina.

«Riesci ad analizzare una matrice di quarto livello senza attrezzature?»

Callina aggrottò la fronte per concentrarsi. Dopo qualche momento, una sezione di pavimento si abbassò, rivelando una serie di scalini polverosi che scendevano per una distanza indeterminata.

«State vicine a me», dissi, facendo segno alle ragazze di seguirmi. «Non ho mai percorso questo passaggio segreto.»

Dietro di noi, la lastra di pavimento ruotò su se stessa e si chiuse; il passaggio piombò nell'oscurità.

«Vorrei che il mio lontano antenato che ha costruito questo passaggio avesse pensato a mettere una luce!» brontolai.

Callina sollevò la mano… e la punta delle sue dita cominciò a brillare. Dalle sue dita sottili s'irradiò una forte luminosità!

«Fate attenzione a non toccarmi», ci avvertì, a bassa voce.

Il passaggio era lungo e buio, gli scalini erano alti, e, nonostante la luce spettrale emanata da Callina, la discesa era difficoltosa. Una volta, Kathie scivolò sugli scalini, che erano lucidi come se fossero fatti di vetro, e io feci appena in tempo ad afferrarla prima che cadesse.

Varie volte, tendendo la mano per cercare a tentoni la parete, incontrai spesse ragnatele vischiose, che dovetti tagliare con il coltello. Non c'era un mancorrente che ci permettesse di mantenere l'equilibrio, ma Callina non aveva difficoltà a scendere, con eleganza e senza mai sbagliare direzione, come se avesse già percorso infinite volte quel passaggio.

Scendemmo per un tempo che ci parve non finire mai. Infine il passaggio divenne orizzontale e, salita un'ultima rampa di scale, ci trovammo davanti a una porta. Quando la aprii, riconobbi il luogo dove ero finito: una via periferica di Thendara, che in quel momento era illuminata da tre pallide lune.

Ci trovavamo in un quartiere di vecchie case e di botteghe dalle porte sbarrate; una zona un po' malfamata, dove probabilmente non si vedeva un terrestre da anni. L'uscita del passaggio sembrava una porta come tutte le altre; in fondo alla strada c'era un luogo dove si ferravano i cavalli e si riparavano spade, finimenti e altri oggetti. Avevo fatto dire a Regis di trovarsi laggiù, e mi augurai che fosse riuscito a uscire dal castello.

C'era riuscito. Non appena girato l'angolo, lo vidi, accanto ad alcuni cavalli, nella strada vuota.

«Lew, vengo con te? Lasciamo qui le donne», mi disse.

«No», risposi, «ho bisogno di Kathie. E qualcuno deve rimanere qui, Regis. È l'unica possibilità che ci resta. Se il mio piano non dovesse riuscire, dovrai cercare di negoziare e di ottenere il più possibile. Alla peggio, come ultima risorsa, penso che tu possa fare affidamento su Lawton.»

M'interruppi, poi alzai le spalle, senza terminare quello che stavo per dirgli. Era inutile farci i saluti e perciò nessuno li fece.

Percorremmo in silenzio le strade di Thendara e ci trovammo presto in aperta campagna. Per qualche tempo incontrammo alcune case e qualche stalla, che progressivamente si fecero sempre più distanziate e infine scomparvero del tutto.

Da molti secoli nessuno veniva ad abitare in quella zona, perché nella regione attorno alla Strada Proibita c'erano ancora molte aree intensamente “calde”, benché fossero passati molti secoli da quando erano state colpite dalla polvere radioattiva, durante una delle guerre dei Cento Regni.

La strada era sicura, ormai, ma la paura sopravviveva nell'animo della gente, perché i loro antenati avevano visto morire troppa gente a causa della “malattia che scioglie le ossa”: chi si avventurava in quella zona, molte volte, al suo ritorno finiva per perdere i denti e i capelli e per consumarsi lentamente.

I Comyn, sia per avere un più rapido accesso ai luoghi sacri degli Hastur sia perché la gente non si addentrasse per errore nella zona veramente pericolosa, avevano ancor più alimentato la paura di quella regione, con deboli matrici trappola e sistemi analoghi; adesso, comunque, quella paura ci era utile, perché potevamo allontanarci dalla città senza essere visti.

Tuttavia, Dyan conosceva al pari di me quella zona, e in previsione di qualche brutto incontro avevo con me la pistola.

Superata l'antica zona abitata, passammo accanto al vecchio spazioporto dei terrestri, che da molti anni era chiuso, benché le sue strutture fossero sostanzialmente intatte.

In origine, per non dare ai terrestri aree coltivabili o utili foreste, i Comyn avevano assegnato loro quella zona disabitata, la più vasta di quelle non pericolose, ma chiusa tra aree radioattive. Oggi anche quella zona era divenuta radioattiva a causa degli scarichi delle astronavi e i terrestri avevano rinunciato a bonificarla, limitandosi ad aggiungere a un altro spazioporto, quello di New Chicago, uno scalo passeggeri. In alcuni punti, il vecchio spazioporto era ancor più radioattivo delle aree avvelenate con la polvere prima che Varzil e gli Hastur la mettessero al bando.

Poco più avanti c'era la Strada Proibita vera e propria, il canyon naturale che si allunga per mille miglia nelle Pianure, dagli Hellers a Dalereuth, e che è sufficientemente largo per permettere il passaggio di sei cavalli affiancati. Le pareti del canyon sono alte solo dieci braccia, ma chi lo percorre è completamente invisibile a chiunque si trovi nelle Pianure, e la Strada Proibita attraversa il continente come se un dio o un gigante, nei passati millenni, avesse graffiato la terra con un'enorme unghia che tagliava pianure e colline.

La leggenda dice che la Strada Proibita era il sentiero su cui camminavano gli dèi per portare la distruzione nel mondo, nell'epoca in cui nascevano i Comyn con le loro strane Doti, e che era proibita a chiunque non fosse un dio o un figlio degli dèi. La spaccatura risaliva certamente a prima delle Epoche del Caos, ma non mi ero mai curato di sapere se era stata creata da un terremoto o da un fiume che scorreva nelle pianure quando il clima dell'intero Darkover era più caldo e più umido. Per quanto me ne importava, poteva benissimo averla tracciata l'unghia enorme di qualche dio.

Due lune erano tramontate e la terza era prossima ormai all'orizzonte quando lasciammo la Strada per dirigerci verso il Rhu Fead, la Caverna Sacra, posta accanto alla superficie leggermente fosforescente del lago di Hali. In quella caverna venivano incoronati gli antichi sovrani Hastur, davanti all'altare in cui ardeva eternamente il fuoco degli dèi, e la caverna era un tempo affidata alla custodia del Guardiano della Torre di Hali. Ma, dopo la distruzione della Torre, i Comyn, in segno di lutto per quella perdita, avevano rinunciato alla cerimonia e avevano lasciato Hali. Di conseguenza, la Caverna era protetta soltanto dai suoi schermi mentali.

Smontammo di sella accanto alla riva. E i vapori del lago si mossero verso di noi, sull'erba rada e in mezzo ai sassi. Io scalzai inavvertitamente un ciottolo, che finì nel lago senza fare rumore; il foro, però, rimase visibile per molto tempo.

Kathie fissò a occhi sgranati lo strano lago.

«Quella», osservò, «non è acqua, vero?»

Scossi la testa. Era un vapore, leggermente esilarante, e probabilmente conteneva qualche complessa molecola organica, ma non avrei saputo dire il nome delle sostanze chimiche che la componevano, perché nessun terrestre l'aveva mai analizzata. In genere, anzi, nessuna persona umana, tranne i Comyn, metteva piede sulle rive del lago.

Kathie aggrottò la fronte e protestò: «Ma io sono già stata qui…»

«No», le spiegai. «Avete semplicemente alcuni dei miei ricordi.» Le toccai amorevolmente il braccio, come se fosse stata Linnell. «Non abbiate paura.»

Davanti all'ingresso della caverna c'erano due colonne bianche, e tra di esse si scorgeva una luminosità che brillava di tutti i colori dell'arcobaleno, come uno strato di olio sull'acqua. Io fissai attentamente quel velo di energia, cercando di capire in che cosa differisse da quello abituale che protegge l'ingresso delle Torri, il Velo.

«Anche se ho messo sulla vostra mente una barriera protettiva», dissi poi a Kathie, «il potere di quello schermo vi svuoterebbe la mente. Dovrò fare come ho fatto per un istante dopo il vostro arrivo: tenere la vostra mente del tutto dentro la mia.»

Kathie rabbrividì, e io le spiegai la ragione.

«Quel velo è un campo di forza, regolato sul cervello dei Comyn. Noi possiamo passare, ma voi morireste.»

Kadarin si girò verso Callina.

«Perché non lo fai tu?» le chiese.

Lei scosse la testa.

«È una cosa che riguarda la polarità maschile-femminile. Come Guardiana, potrei farlo, ma se cercassi di impossessarti della tua mente per più di qualche secondo, la tua personalità verrebbe distrutta… in modo permanente.»

Poi, con una strana espressione inorridita, aggiunse: «Me l'ha mostrato Ashara… Una volta».

Presi Kathie e la sollevai di peso. Lei fece per protestare, ma io aggrottai la fronte.

«La prima volta che sono entrato in contatto con voi, siete svenuta, e la seconda vi siete messa a piangere», le ricordai «Se dovesse succedervi qualcosa di simile mentre siete dentro il Velo, voglio essere sicuro che arriviate dall'altra parte.»

Questa volta, però, lei era protetta dalla mia stessa barriera, e perciò fu facile compensare le sue onde cerebrali non Comyn. Attraversammo lo schermo di energia senza altre conseguenze che un leggero sfarfallio della vista; posai a terra Kathie con la massima gentilezza.

Ci inoltrammo nella caverna, le cui pareti erano leggermente fosforescenti. Scorgemmo alcuni corridoi laterali, pieni di una sottile nebbia che impediva di vedere quanto fossero lunghi, e Kathie andò avanti con decisione, per poi imboccare uno di quei corridoi.

«Lew, ma io so dove devo andare!» esclamò. «Come faccio a saperlo con tanta precisione?»

Anche quelle erano informazioni che leggeva nella mia mente, grazie al contatto. Il breve corridoio ci portò in una piccola stanza di marmo bianco, con una tenda di colore rosso carminio al posto della porta. In fondo, in una nicchia nella parete, era stato ricavato una specie di altare di cristallo iridescente, posto su tre o quattro scalini, e sull'altare c'era un cofanetto di cristallo azzurro. Misi il piede sul primo scalino e…

Non riuscii a salire. Avevo incontrato la barriera interna, quella che nessun Comyn poteva superare. Per me, era come se mi fossi appoggiato a un muro invisibile; Callina, incuriosita, allungò le mani e vide che rimbalzavano. Evidentemente, quello schermo prendeva un aspetto diverso per ciascuna persona.

Kathie mi chiese: «Siete ancora nella mia mente?»

«Sì, ma solo con una piccola parte», risposi.

«Allora, è meglio che vi togliate. Quel piccolo pezzo della vostra mente mi impedisce di avvicinarmi.»

Annuii, e in un attimo la liberai dalla barriera. Kathie mi sorrise — adesso che mi ero tolto dalla sua mente, aveva perso ogni somiglianza con Linnell — e senza alcuna difficoltà salì i gradini.

La vidi sparire dentro una nube azzurra che riempì tutto lo spazio dell'altare. Poi l'azzurro della nube si trasformò nel bianco abbagliante di una fiamma; io avrei voluto gridare a Kathie di non avere paura, perché era solo un'illusione… ma neppure la mia voce sarebbe riuscita a oltrepassare la barriera che impediva ai Comyn di avvicinarsi.

Kathie venne inghiottita dalle fiamme, e dopo un attimo sentii levarsi un forte vento e fui investito da un tuono che mi fece sobbalzare.

Altre illusioni, naturalmente, e poco più tardi, infatti, ricomparve Kathie, che ci mostrava con aria trionfale una spada infilata nel fodero.

CAPITOLO 14

LA MATRICE VIVENTE

Proprio come pensavo, la Spada di Aldones era una vera spada: lunga e lucente, dall'aspetto mortale, e di una tempra così fine che, al confronto, la spada che portavo al fianco sembrava di latta. L'impugnatura era avvolta nella seta isolante, ma attraverso di essa si scorgeva il luccichio delle gemme.

Sembrava un duplicato della spada di Sharra, ma ora che l'avevo vista, la spada di Sharra mi parve solo un'imitazione dozzinale della meravigliosa spada che avevo in mano.

Non era un semplice travestimento in cui nascondere una matrice; l'intera spada era una matrice. Pareva possedere una vita autonoma: nel tenerla in mano, sentivo scorrermi lungo il braccio un fremito — non sgradevole — di potere. Strinsi sotto l'ascella il fodero e cominciai a sfoderare lentamente l'arma…

«No!» mi disse Callina, come per avvertirmi di un pericolo, e mi mise la mano sul braccio. Per un momento, mi chiesi che cosa volesse; poi le obbedii e rinfoderai l'arma.

«Abbiamo finito», dissi. «Affrettiamoci a uscire.»

Quando uscimmo dalla caverna, il sole dell'alba illuminava il lago e — cosa assai più inquietante — l'acciaio di alcune lame. Kathie emise un grido di terrore nel vedere i tre uomini che venivano verso di noi.

Tre uomini? No, due uomini e una donna. Kadarin, Dyan, e tra di loro, sottile e fremente come una fiamma scura, c'era Thyra Scott che mi sorrideva, come per sfidarmi a parlarle o a colpirla. Io presi il coltello che portavo alla cintura. Thyra mi guardò senza battere ciglio, e sollevò il collo come se non avesse alcun timore di quella lama.

La mia mano parve aprirsi da sola, e il coltello cadde a terra.

«Va' via da me, strega!» le gridai.

La sua risata impudente parve evocare milioni di fantasmi, ma, quando parlò, la sua voce era dura come l'acciaio.

«Che cos'hai fatto a mia figlia?» chiese.

«Mia figlia», le risposi. «È al sicuro. Ma non puoi averla.»

Dyan fece un passo avanti, ma Kadarin lo prese per il gomito e lo fermò.

«Aspetta», gli disse.

Thyra disse: «Siamo disposti a trattare. Dammi quello che hai preso là dentro, e sarete liberi».

«Saremo liberi anche senza darvi niente», dissi io.

Kadarin impugnò la spada. Come avrei dovuto prevedere, era quella della matrice di Sharra.

«Lo credi davvero?» mi disse, a bassa voce. «Farai meglio a consegnarmelo. Io ho sempre intenzione di ucciderti, ma oggi non potrebbe essere un onesto duello, nelle tue condizioni.»

Con il mento, indicò la fasciatura che avevo sulla testa, poi mi guardò con leggero disprezzo dalla testa ai piedi»

«Non provarci», concluse.

«Suppongo», dissi io, «che qui attorno, nascosti dietro gli alberi, ci saranno i tuoi amici, gli uomini delle foreste, con la tua solita cavalleresca proporzione di venti a uno.»

Kadarin annuì.

«Hanno l'ordine di non toccarli», disse, «perché tu sei mio. Ma le donne…»

«Va' al diavolo!» ringhiai, estraendo la spada e scagliandomi contro di lui,

Nello stringere l'impugnatura sentii un'intensa corrente di energia scorrere in me. Il sangue mi martellava alle tempie con tanta forza che credevo di svenire. Kadarin estrasse la spada di Sharra. Le due lame si incrociarono…

E la Spada di Aldones avvampò di fuoco azzurro! Come una creatura vivente, mi sfuggì di mano e cadde a terra, avvolta da una fiamma blu che la copriva completamente. Tutt'e due le spade giacevano adesso a terra, incrociate, avvolte in un intenso fuoco blu. E Kadarin barcollava.

Anch'io mi sollevai in piedi. Tutt'e due fummo costretti a fare un passo indietro. Nessuno di noi osava avvicinarsi alle due spade.

Ma Kathie corse in mezzo a noi e afferrò entrambe le spade. Per lei, credo, erano due semplici armi. Ne prese una con la sinistra, l'altra con la destra, e le staccò l'una dall'altra. Le fiamme blu si spensero.

«Inutile», mi disse Kadarin, scuotendo la testa. «Non sacrificare stupidamente la vita. Ridammi la matrice di Sharra e vattene. Probabilmente non riusciremmo a toglierti la Spada di Aldones, ma possiamo toglierti quella di Sharra. Puoi uccidere me, Dyan, Thyra… ma non puoi ucciderli tutti!»

Naturalmente, non avevo alcuna scelta. Dovevo proteggere le due donne.

«Dategli la spada, Kathie», dissi alla ragazza, dopo qualche istante. Era soltanto una situazione di stallo. La vera lotta sarebbe venuta più tardi.

«Dargliela? Adesso?» fece lei, sorpresa.

«Non sono un eroe», dissi con ira, «e voi non avete mai visto combattere gli uomini delle foreste.»

Le tolsi di mano la matrice di Sharra. Dyan si fece avanti, ma Kadarin alzò il braccio per fermarlo.

«Non tu!» esclamò.

Ero fortunato a dover trattare con Kadarin. Quando fosse giunto il momento del duello, avremmo lottato a morte, ma sarebbe stata una lotta onesta.

«Possiamo andare», dissi. «Mi fido della sua parola.»

Ma Thyra si gettò su di me, con in mano il coltello. Io mi girai, un istante troppo tardi; lei mi piantò la lama nel fianco.

Sollevai il braccio e la colpii sulla faccia, violentemente, facendola rimanere stordita. Poi mi sedetti a terra e mi portai la mano alla ferita. La ritrassi sporca di sangue.

Sentii che Kadarin gridava come un forsennato; vagamente, vidi che afferrava Thyra e che la scuoteva con violenza, per infine gettarla a terra. Lei non si rialzò, e continuò a gemere.

Thyra ha violato la parola che lui mi aveva dato, pensai.

Poi persi i sensi.

Quando ripresi conoscenza, sentii solo un suono basso, cadenzato, fortissimo. Mi accorsi di essere disteso sulla schiena e di avere la testa sulle ginocchia di Kathie.

«Cercate di non muovervi», mi disse. «Stiamo tornando a Thendara in elicottero.»

«Non farlo parlare, Kathie», disse Callina.

Feci per prenderle la mano, ma quelle che toccai erano solo le dita gelide di Ashara, che erano come catene di ferro attorno ai miei polsi, e nella penombra della carlinga scorsi solo i suoi occhi di ghiaccio.

Poi, con un sobbalzo, mi svegliai del tutto; qualcuno mi aveva sfiorato la mente. Marja! Feci per mettermi in contatto con lei, ma al suo posto trovai solo uno spazio vuoto…

Per un momento, riuscii a liberarmi la mente dal delirio. Naturale, che non potessi mettermi in contatto con Marja, dolorante com'ero. Non volevo che condividesse il mio dolore.

Ma la mente di un uomo è così sola, chiusa entro le ossa del cranio.

Con questo pensiero scivolai di nuovo nell'incoscienza.

Stavo camminando…

Qualcuno mi teneva in piedi, con il mio braccio sulle spalle, e dopo un attimo sentii la voce di Kadarin.

«Non preoccupatevi! È in grado di camminare», diceva. «È solo un graffio, la lama è scivolata sulle costole…»

I miei occhi si rifiutavano di mettersi a fuoco. Poi un'altra voce.

«Buon Dio!» esclamò qualcuno. «Entrate qui dentro, sedetevi!»

Poi il giramento di testa mi passò. Ero nel quartier generale terrestre, e dalla finestra vedevo lo spazioporto, a una quota molto più bassa della mia. Davanti a me, fermo accanto a un'ampia scrivania dal ripiano di cristallo, c'era Dan Lawton, che mi fissava stupito e preoccupato. Kadarin aveva ancora il mio braccio sulle spalle e mi teneva in piedi. Io mi affrettai a staccarmi da lui; poi, da dietro di me, entrò nel mio campo visivo Regis Hastur, che si avvicinò, mi prese per le braccia e mi fece sedere.

«Chi diavolo siete?» chiedeva Lawton.

Kadarin gli rivolse un minuscolo inchino.

«Robert Raymon Kadarin, al vostro servizio. E voi?»

Dietro di noi, una porta si spalancò; sentii la voce di Kathie.

«È davvero fuori pericolo?» chiedeva la ragazza. E poi: «Oh, salve, Dan».

Il Legato terrestre scosse la testa, confuso.

«Tra un momento», disse, a nessuno in particolare, «perderò la testa. Ciao, Kathie. Sei davvero tu?»

Lei mi rivolse un'occhiata interrogativa. «Posso dirglielo?»

«Aspetta, aspetta», intervenne Lawton. «Una cosa alla volta. Impazzirò davvero, se dovrò affrontare troppe spiegazioni nello stesso tempo. Kadarin, è già da un po' di tempo che voglio parlare con voi. Sapete che oggi, venendo qui, vi siete finalmente messo nelle nostre mani?»

«Invoco l'immunità», disse Kadarin, seccamente. «Lew Alton rischiava di morire a Hali. Io gli ho dato il mio salvacondotto, e gli ho ufficialmente comunicato la richiesta di duello. Spettava a me decidere se salvarlo. L'ho portato qui di mia volontà, mentre avrei potuto mantenere l'immunità fuggendo e lasciandolo morire. Perciò ho diritto a un salvacondotto.»

Lawton gemette tra sé. Tuttavia, la legge dava ragione a Kadarin.

«Va bene», disse il Legato. «Ma niente trucchi con la telepatia.»

Kadarin gli rivolse un sorriso obliquo.

«Non potrei farne neppure se ne avessi l'intenzione», spiegò. «Dyan Ardais è fuggito con la matrice di Sharra. Io sono innocuo come Lew, in questo momento!»

Rafe Scott scelse proprio quel momento per entrare nell'ufficio e rimase a bocca aperta nel vedere me, Regis, Kadarin e Kathie; tuttavia si rivolse a Lawton.

«Perché avete incarcerato Thyra?» gli chiese.

«Conosci quella donna?» domandò seccamente il Legato.

«È sua sorella», spiegò Kadarin, mentre Rafe ansimava per la corsa.

«Maledizione!» imprecò Lawton, «ogni facinoroso del pianeta è imparentato con te in un modo o nell'altro, Rafe! Ha cercato di accoltellare Lew Alton, ecco perché! Quando l'abbiamo portata qui ci siamo trovati fra le mani una pazza che gridava con tutto il fiato che aveva nei polmoni, e così le ho fatto fare un'iniezione dai nostri medici e l'ho messa in una cella perché le passasse.»

Rafe si rivolse a me.

«Lew, perché mai Thyra avrebbe dovuto gridare…?»

«Lascialo stare!» esclamò Regis, allontanando sgarbatamente Rafe.

Afferrai per il braccio il giovane Hastur.

«Non mettetevi di nuovo a fare a pugni, per favore!» gli dissi.

Lui resistette per un momento, poi scrollò le spalle e si sedette sul bracciolo della mia sedia, guardando con ira il giovane Scott.

«Sai dove sia Gallina?» gli chiese, dopo qualche istante.

Fu Kathie a rispondere.

«I medici l'hanno trattenuta in infermeria», spiegò la ragazza. «Le girava la testa, non stava bene. Continuava ad addormentarsi.»

Era di nuovo caduta in trance? Mi alzai in piedi, anche se avevo il capogiro.

«Devo andare da lei», dissi.

«Tu non sei in condizioni di fare niente, ora come ora», disse Regis.

Solo allora mi domandai la ragione della sua presenza.

«Perché sei qui?» gli chiesi.

Fu Lawton a rispondere al posto suo.

«Nella notte», disse, «ho mandato a chiamare il Reggente, e abbiamo discusso fino a poco fa.»

Regis disse tranquillamente: «Siamo finiti, Lew. I Comyn dovranno accettare un accordo. Perfino mio nonno se ne rende conto. E se Sharra dovesse sfuggire di mano…»

La Spada di Aldones era sul tavolo di Lawton. Kadarin si avvicinò a essa e la fissò.

«Sono stato io a mettere in libertà Sharra», disse. «È stato un esperimento che non si è svolto nel modo previsto, nient'altro. Ma il nostro maledetto eroe, qui, l'idiota, ha peggiorato le cose portando via dal pianeta la matrice di Sharra, per sei anni, e tutti i luoghi attivi sono usciti di controllo. E adesso è finita in mano a Dyan!»

Prese a camminare avanti e indietro come un animale in gabbia.

«Sapevo che Alton non voleva più avere a che fare con me a nessun costo», proseguì. «Perciò, ho cercato un altro fra i Comyn, chiunque fosse disposto a riportarmi la matrice. Per mettere sotto controllo quelle aree e poi distruggere la matrice. Ma dopo tanto lavoro…» concluse, abbassando la testa, «…sono finito dalla padella nella brace, fidandomi di Dyan Ardais!»

«È stato lui a uccidere Marjus per procurarsela?» chiese Regis.

«Ne ho il sospetto», rispose Kadarin. «Non ne sono certo, ma evidentemente non sono molto bravo nella scelta dei miei complici. Quella…» indicò la Spada di Aldones, «… è la nostra ultima speranza. Neutralizzerebbe Sharra definitivamente, ma sarebbe una sorta di omicidio. Chiunque è stato in fase con la matrice di Sharra verrebbe ucciso.»

Lawton disse: «Per il momento, allora, la terrò io».

Kadarin rise. Una risata priva di qualsiasi allegria, feroce come quella di un animale.

«Provateci!» disse. «Adesso che ha toccato la matrice di Sharra, neppure io…»

Fece per prendere la spada, ma la sua mano, come giunse accanto all'impugnatura, cominciò a fremere; dovette tirarla via di scatto, trattenendo il respiro. Massaggiandosi le dita, con una smorfia di dolore, si girò verso Rafe.

«Prova tu!» gli disse.

«Mi basta la tua parola!» esclamò subito il giovane, facendo un passo indietro.

Lawton non era un codardo. Allungò la mano e afferrò saldamente l'impugnatura. Poi, con un'esplosione di scintille azzurrine, venne spinto violentemente all'indietro e finì con la schiena contro la parete. Stupito, scuotendo la testa, mormorò: «Buon Dio!»

«Tocca a me», dissi, chinandomi ad afferrare la spada, che era caduta sul pavimento. La presi e riuscii a sollevarla fino a posarla nuovamente sul tavolo, ma alla fine dovetti lasciarla.

«Posso tenerla in mano», dissi, mentre la mano mi doleva in modo insopportabile, «ma non per molto.»

«Nessun uomo può toccarla», disse Regis, «ma per il momento la terrò io.»

La prese senza difficoltà e se la legò alla cintura. «Sono un Hastur», spiegò tranquillamente.

Allora, pensai, la Dote degli Hastur è la matrice vivente.

Regis annuì. La matrice aveva trovato il suo fuoco e il suo equilibrio, nel cervello e nei nervi dell'Hastur che la portava. Nessun altro poteva usare quella spada, e neppure impugnarla senza pericolo.

Sharra era solo una sua copia mal riuscita e mortale.

«Proprio così», disse Kadarin, a bassa voce. «ne avevo l'impressione. È per questo che la tua mano non è più guarita, Lew. La scottatura non era molto grave in sé, ma te l'aveva fatta la matrice, e la carne e il sangue umani non posso resisterle. Io non l'ho mai usata, se non avevo in rapporto con me almeno un altro lettore del pensiero…»

All'improvviso, in fondo al corridoio, Thyra cominciò a gridare.

Kadarin si alzò di scatto, e anch'io tesi la schiena. Il contatto mentale che aveva fatto gridare follemente Thyra aveva scosso anche me: un senso di vuoto, di perdita…

«Marja!» esclamai, in un singhiozzo.

Kadarin si girò verso di me. Non avevo mai visto un'espressione come la sua, e non la rividi mai più.

«Svelto!» mi disse. «Dove si trova?»

«Che cosa succede?» chiese Lawton.

Kadarin mosse le labbra, ma non ne uscì alcun suono. Alla fine, disse: «Dyan Ardais ha la matrice…»

Terminai io al posto suo: «Non oserà usarla da solo. Ha visto me, quello che mi è successo alla mano. Ha bisogno di un lettore del pensiero, e Marja è una Alton…»

«Quel maledetto traditore…» disse Kadarin, con la voce piena di paura, ma non per se stesso. La mia mente era aperta, e per un momento, vedendo Kadarin, cessai di odiarlo.

Regis si girò verso di noi, si tolse dal fianco la Spada di Aldones e la consegnò a Kathie.

«Tenetela», le disse. «Siete ancora immune. E non abbiate paura; nessun darkovano potrà togliervela, o potrà farvi del male finché l'avrete con voi.»

Poi si voltò verso di me, e io, senza una parola, capii quello che voleva; gli diedi la pistola di Rafe.

«Che cosa…?»

Regis disse in fretta, interrompendo le proteste di Lawton: «Questa è una cosa che riguarda i Comyn, e, con le migliori intenzioni del mondo, potreste solo esserci d'impaccio, e non potreste aiutarci. Rafe, vieni anche tu».

Kadarin si girò verso Rafe.

«Imbecille, lo fa per Marja! Va' con lui!»

Uscirono insieme. Le grida isteriche non erano ancora cessate. Kadarin pareva voler scattare da un momento all'altro; alla fine non riuscì più a resistere e corse alla porta.

«Devo andare anch'io!» disse a Lawton, voltando per un momento la testa nella sua direzione, poi si lanciò lungo il corridoio.

Lawton mi afferrò per il braccio.

«No, tu non ci vai!» mi disse. «Cerca di ragionare! Non riesci neppure a stare in piedi.»

Mi costrinse a sedermi.

«Perché sono corsi via così di fretta?» chiese. «Chi è Marja?»

Poi le grida cessarono bruscamente, come se fosse scattato un interruttore, e scese un silenzio ancor più pauroso. Con un'imprecazione, Lawton uscì dalla stanza, lasciandomi solo, nella mia sedia, a imprecare tra me e me perché mi girava la testa e non avevo la forza di alzarmi.

Nel corridoio si levarono grida d'allarme, richiami ed esclamazioni, e prima che riuscissi a capire che cosa fosse successo, entrò di corsa Diana.

«Ti hanno lasciato qui!» gridò con ira. «Che cosa ti ha fatto, quella strega dai capelli rossi? E hanno dato un sonnifero a Gallina… Lew, Lew, hai tutta la camicia sporca di sangue!»

Si inginocchiò accanto a me; la sua faccia era bianca come la veste che indossava. Dopo un momento fece ritorno Lawton, infuriatissimo, e si fermò davanti a me.

«È sparita! Quella Thyra è sparita, da una cella dalle pareti di acciaio, con guardie che la sorvegliavano da tutti i lati! E questo succede nonostante la presenza di un meccanico delle matrici appartenente ai Comyn…»

Poi vide Diana e aggrottò la fronte.

«Ti conosco», le disse. «Sei la sorella di Lerrys Ridenow. Che cosa ci fai, qui dentro?»

«Al momento», gli rispose lei, al colmo dell'irritazione, «cerco di accertarmi delle condizioni di Lew… cosa di cui nessuno si preoccupa!»

«Sto benissimo», mormorai io, irritato da quelle sollecitudini che mi facevano sembrare più malato di quel che ero. Tuttavia, lasciai che Diana mi portasse al piano del Servizio Medico, dove un dottore grasso, in camice bianco, brontolò sui maledetti pianeti incivili dove lo costringevano a passare il tempo a ricucire ferite di coltello.

Mi disinfettò con un liquido che bruciava come la pece dell'inferno, mi scottò con le sue luci ultraviolette, mi fece bere una medicina rossa e appiccicosa che mi bruciò in gola e mi fece girare la testa, ma che dopo qualche momento mi tolse il dolore. Quando anche la testa smise di girarmi, riuscii finalmente a pensare all'accaduto.

«Dov'è Callina Aillard?» chiesi al medico.

«Qui da noi», mi rispose il dottor Forth (lessi il nome sul tesserino che portava sul petto). «In questo momento dorme. Era debole e tendeva a svenire; le ho fatto un'iniezione di hypnal e l'ho fatta mettere nella corsia delle donne.»

«Non potrebbe essere in trance da shock?» chiesi io.

Lui infilò nello sterilizzatore gli strumenti che aveva usato per medicarmi.

«Non saprei dirlo», rispose. «Vi ha visto mentre vi pugnalavano, no? Alcune donne reagiscono in quel modo.»

Quel medico era un imbecille, decisi. Le donne darkovane non svengono per qualche goccia di sangue. Che cosa faceva sul nostro pianeta, se non era in grado di riconoscere uno shock da matrice? E se aveva dato un sedativo a Callina, io non sarei riuscito a farla uscire dallo shock finché tutto il sedativo non fosse stato eliminato.

«Forse», mi disse Diana, «è meglio che ti parli di Callina, prima che si svegli. Ma non ora.»

Quando tornammo nell'ufficio di Lawton, il Legato aveva messo in azione tutto il suo dispositivo di ricerca. Il tempo si trascinò lentamente. Io attesi con impazienza che succedesse qualcosa.

A un certo momento Lawton diede voce a tutte le sue perplessità con una serie di domande.

«Maledizione!» esclamò. «Non ho ancora capito come la figlia di Marshall sia arrivata qui da Samarra. E non ho ancora capito come siate collegati… tu, Rafie, questa Thyra, Kadarin, siete fratelli, sorelle, cugini e via discorrendo. E adesso questa Thyra mi sparisce dalla cella come se si fosse dissolta nell'aria! Sei stato tu, a portarla via di qui, con qualche tua stregoneria?»

«No, non sono stato io.» Per me, Thyra poteva rimanere in prigione fino alla consumazione dei secoli.

Quando l'effetto del narcotico cominciò a svanire, tornai a sentire il dolore della ferita, ma ancor più profonda era l'orribile sensazione che qualcosa mi fosse stato strappato… e io non osavo chiedermi che cosa fosse.

Il rosso sole di Darkover aveva raggiunto il punto più alto e cominciava già a scendere quando sentii arrivare qualcuno che trascinava i piedi per la stanchezza; dopo qualche istante entrarono Regis, Rafe e Kadarin.

Regis era drammaticamente cambiato, in quelle poche ore. Aveva sangue sulla faccia, sangue sulla manica, ma la sua maturità era qualcosa di più profondo della sua prima vera lotta. L'ultima traccia del ragazzo era sparita, e quello che mi guardava con disperazione era un uomo, e un Hastur.

«Siete ferito!» esclamò Lawton, con il tipico orrore dei terrestri nei confronti delle ferite inflitte volontariamente.

«Poca cosa», rispose lui. «Più che altro, mi ha tagliato la camicia. Ho lottato contro Dyan.»

«È morto?» chiesi io.

«No, maledizione!»

Lawton chiese: «Kadarin! Dov'è finita quella donna che era con voi?»

Kadarin sgranò gli occhi, allarmato.

«Thyra? Non è qui da voi? Per tutti gli inferni di Zandru, come posso sapere…?»

Sollevò le mani e si coprì la faccia. Poi si girò verso di me. Non badò assolutamente alle altre persone che si trovavano nella stanza, come se fossero state su un altro pianeta, e mi fissò con un'intensità che cancellò gli anni, riportandomi all'epoca in cui eravamo amici, non nemici giurati.

Senza voce, mormorai: «Bob, che cosa c'è? Che cosa è successo?»

Fece una smorfia.

«È Dyan!» disse. «Che Zandru lo faccia frustare dai suoi scorpioni! Che Naotalba gli torca i piedi per sempre, nel suo inferno! L'ha portata dentro Sharra… La mia piccola Marguerhia.»

La voce gli si incrinò. Le sue parole si incisero nella mia mente come acido. Dyan, con la matrice di Sharra. Marja, che era solo una bambina, ma che era una Alton, una telepatica. E il vuoto nel luogo dove c'era in precedenza la bambina, il senso di una lacerazione, di uno strappo.

Allora, era morta.

Marjorie. Marjus. Linnell.

E adesso Marja.

Lawton non insistette nel chiedere spiegazioni. Doveva avere capito che stavamo attingendo alle nostre ultime riserve di energia. Ma io continuai a fare domande come se tutto fosse ancora importante.

«Andrés?» chiesi.

«Dyan l'ha lasciato a terra, convinto che fosse morto, ma probabilmente ce la farà.»

Era una feroce consolazione sapere che Andrés l'aveva difesa con la propria vita.

«E Ashara?» domandai.

Diana si alzò, serrò strettamente le labbra in una smorfia. Ci eravamo dimenticati della sua presenza.

«Regis! Fermali! Vado alla Torre!» disse.

«A fare che cosa?» gridai io, ma lei era già uscita.

Lawton disse con aria cupa: «Per prima cosa, occorre arrestare Dyan. Se ha la bambina…»

Kadarin lo interruppe.

«Non potete!» disse. «Ormai non c'è modo di togliergli la matrice di Sharra. L'ho posseduta abbastanza a lungo per saperlo. Dyan l'ha potuta togliere agli Alton soltanto perché non sapevano proteggersi. Nessuno potrebbe toglierla a…»

Kadarin s'interruppe e gonfiò il petto.

«Lawton! E voi tutti!» riprese. «Dovete essermi testimoni! La sua vita è mia, dove e quando potrò ucciderlo, con una lotta onorevole o disonorevole, la sua vita è…»

«Mia!» lo interruppi io. «Marja è mia figlia! E chi ucciderà Dyan dovrà vedersela con me!»

«Voi due maniaci!» esclamò Lawton. «Per prima cosa, cerchiamo di catturarlo, prima che litighiate per il privilegio di ucciderlo!»

Kadarin fece un gesto che aveva una ferocia animalesca.

«Se scatenerà Sharra, non contate su di me!» disse. «Io sono il suo principale fulcro, e mi troverò proprio al suo interno!»

Regis si girò verso di me.

«Allora, Lew», disse, «dovrai essere tu. Tu hai toccato Sharra, ma sei anche legato ai Comyn. Se potessimo metterti in rapporto da qui, potresti entrare nella matrice di Sharra…»

A quel punto, però, crollai.

«No!» gridai. «No!»

Per me, potevano morire tutti, prima di costringermi a farlo; che m'importava, se Sharra avesse distrutto Darkover? Che mi rimaneva da perdere? Strappai la pistola dalla cintura di Regis e tolsi la sicura.

«Prima», gridai, «mi faccio saltare le cervella!»

Regis mi afferrò il polso, con forza. Per un attimo lottammo follemente, ma lui aveva due mani; il rinculo della pistola mi fece perdere l'equilibrio, ma il proiettile colpì inoffensivamente la finestra, con uno scoscio di vetri rotti. Regis riuscì finalmente a strapparmi di mano la pistola.

«Sei pazzo!» disse. Gettò la pistola a Rafe. «Prendila. È tua, no? Tienila. Ultimamente, è passata per troppe mani. Un pazzo è sufficiente!»

Imprecando, Lawton si mise a prendere a calci le schegge di vetro.

«Dovrei sbattervi tutti in prigione», disse. «Rafe, chiama qualcuno a mettere a posto il vetro, e porta Alton al piano di sotto. Ha di nuovo perso la testa.»

Mi alzai in piedi, ma persi l'equilibrio e dovetti afferrarmi alla sedia.

«Devo considerarmi prigioniero?» chiesi.

«Diamine, no!» rispose. «Ma se tu dovessi uscire in questo momento, mi sveniresti sul marciapiede! Usa la testa. Va' in infermeria! Ti faremo sapere quando avremo bisogno di te.»

All'improvviso, tutta la mia collera si dissolse, lasciandomi vuoto e confuso. Kadarin si alzò e si avvicinò a me.

«Tregua, Lew», disse, tranquillamente. «Marja era anche mia. In questo momento, non possiamo fare molto. Sei esausto. Forse, più tardi, potremo trovare il modo di staccarmi da quella infernale matrice prima che Dyan, con una fiammata, ci distrugga tutti.»

Incrociò lo sguardo con il mio: nei suoi occhi non c'era traccia di odio. Anche il mio era svanito. Incespicando, accettai il suo braccio.

«Tregua», dissi.

Così, fu Kadarin ad accompagnarmi nei locali del Servizio Medico e poi nella corsia ospedaliera. Sedetti sulla brandina, privo di emozioni, con i nervi a fior di pelle e senza barriere mentali. Mi chinai per togliermi gli stivali.

«Ti serve aiuto?» mi chiese Kadarin.

Non risposi alla sua domanda, e invece gli chiesi, direttamente: «Pensi che Dyan scatenerà Sharra?»

«Sì, ne sono maledettamente sicuro», rispose.

Mi sembrava un'esperienza assurda. Per sei anni, il mio principale desiderio era stato quello di uccidere Kadarin. Mi ero immaginato mille volte la scena della sua uccisione, e invece ci parlavamo tranquillamente ed eravamo dalla stessa parte. Era un'esperienza sgradevole, ma, in fondo, sensata. Suppongo che questa sia la maniera terrestre di fare le cose.

«Devo andarti a prendere qualcosa in infermeria?» mi chiese a un tratto.

«No.» E aggiunsi, con irritazione: «Grazie».

Poi lo fissai di nuovo. Sapevo che non si sarebbe abbassato a mentirmi.

«Bob, è stato per tuo ordine che Marjorie è stata… spinta… nel fuoco di Sharra, quell'ultima volta? L'hai fatto per vendicarti di me? Sapendo…» inghiottii a vuoto, «… che la cosa l'avrebbe uccisa?»

«E perché», ribatté lui, «avrei dovuto uccidere lei… per vendicarmi di te

Aveva rigirato la domanda contro di me, con una sincerità di cui non potevo dubitare. Era la stessa dolorosa domanda che mi aveva tormentato per sei anni.

«Lew, io conoscevo Sharra come nessuno l'ha mai conosciuta», mi rispose. «Non c'è mai stato pericolo, per nessuna delle ragazze, finché la tenevo sotto controllo. Sai che Thyra era mia moglie; eppure, sono sempre riuscito a mantenerla al sicuro.» Il suo tono era amaro e triste. «Ci saranno al massimo dieci uomini che sanno determinare i limiti di sicurezza per una donna che hanno amato, ma io l'avevo fatto per Thyra! E Marjorie…»

Il suo volto era così pieno di dolore che ebbi quasi pietà di lui; anch'egli aveva abbassato le barriere, e la violenza del suo dolore bruciava dentro di me. Non sarebbe mai riuscito a liberarsi di quella pena e di quel dolore.

«Marjorie era una bambina, pensavo sempre. Non me l'aveva detto! Giuro che non immaginavo che tu fossi il suo amante! Lo giuro!»

Io seppellii la mia faccia nel cuscino, incapace di sopportare tanto dolore, ma Kadarin proseguì.

«Così, lei entrò in Sharra, e tu sai che cosa è successo. Qualsiasi donna sarebbe morta, se fosse passata dagli abbracci dell'amante al polo di una simile forza, e io ti ho odiato per quello che avevi fatto…»

Poi, la sua voce si addolcì, con grande compassione.

«Ma non pensavo», proseguì, «che tu non sapessi. Diavolo, anche tu eri appena un ragazzo! Due bambini, tu e Marjorie, e io non vi avevo neppure avvertito. Per tutti gli inferni di Zandru, Lew: se parli di vendetta, la tua l'hai avuta!»

Poi, con calma glaciale, aggiunse: «Una volta ho chiesto la tua vita. Ora te la rendo».

Lo guardai, con stupore. Aveva chiesto la mia vita: un impegno solenne, che secondo la legge di Darkover non si sarebbe potuto annullare, finché non fosse morto uno di noi. Se un altro mi avesse ucciso, lui sarebbe stato moralmente obbligato a cercare e a uccidere il mio assassino. Ma la legge di Darkover stava crollando, e noi eravamo in mezzo ai calcinacci. Senza riconoscere la mia voce, risposi: «E io la accetto da te».

Con grande serietà, ci stringemmo la mano.

«Spiegami una cosa», gli dissi, stancamente. «Perché la figlia di Thyra è mia?»

Sulla sua faccia magra comparve un'espressione ironica.

«Pensavo che ormai l'avessi capito», disse. «Speravo in un figlio telepatico, con la Dote degli Alton.»

Maledetto insolente!

Continuò, tranquillamente: «Thyra non me l'ha mai perdonato. Ero così compiaciuto di Marja che lei era gelosa, si rifiutava di tenere la bambina dove io potessi vederla…»

All'improvviso, fece una smorfia.

«Thyra ne morirà! Le avevo giurato che Marja non sarebbe mai stata usata come pedina, ma non sono neppure riuscito a proteggerla. Thyra aveva sempre finto di odiare la bambina, perché non la usassero per ricattarla! Dèi! Grandi Dèi! Tutto quello che amo, tutte le persone che amo, le faccio soffrire o le uccido!»

Io rabbrividii sotto un dolore così disperato. Poi, bruscamente, Kadarin mi girò la schiena e uscì, sbattendo la porta con tale violenza da far tremare le pareti.

CAPITOLO 15

LA SPADA DI ALDONES

Credo di avere dormito.

Alla fine aprii gli occhi nella mia spoglia stanzetta dell'infermeria e vidi Callina seduta accanto a me. I suoi occhi erano pieni di lacrime; mi prese la mano, ma non parlò. Avrei voluto tenerla tra le braccia e strmgerla a me, ma le parole di Kadarin mi trattennero, inorridito. Per il suo bene, non osavo toccarla.

Ma sarebbe stato sempre più difficile; sentii, senza sapere come ne fossi a conoscenza, che qualche riserva interiore di Callina era finita. Non sentivo più il gelo, la superiorità e il consapevole distacco di prima.

«Tutti i nostri sforzi non sono serviti a niente, Callina», le dissi. «Marjus e Linnell sono morti, abbiamo lasciato che i Comyn si servissero della nostra vita come volevano, e adesso che cosa abbiamo ottenuto?»

«Ci sarà ancora il modo di salvare Darkover…» «Al diavolo Darkover! Che i terrestri se lo prendano, e che buon pro gli faccia!»

Callina mi passò la mano sugli occhi; io vidi, confusamente, lo stesso viso demoniaco che mi era apparso altre volte. Poi svanì; vidi Dyan e Kadarin.

«La Spada di Aldones cancellerà Sharra», disse. «Kadarin aiutava i terrestri a fare dei piani, quando… è svanito. Un momento c'era, il momento dopo non c'era più! Come Thyra.»

Questo significava che Sharra era libera. Guardai Callina, con disperazione.

«Ho provato», le dissi, «ma non posso neppure toccare la Spada di Aldones. Regis può toccarla, ma non può usarla da solo. Nessuno potrebbe farlo.»

Le sue dita si strinsero sulle mie. «Ashara ha detto che potresti usare me come fuoco.»

Scossi la testa. Non potevo far soffrire Callina in quel modo. Avrei dovuto letteralmente fare a pezzi le nostre due menti e ricostruirle in modo da averne una sola. Io avevo già fatto quell'esperienza, potevo sopportarla, ma Callina!

Con voce decisa, mi disse: «Sono disposta… se lo sei tu».

Davanti a tanto coraggio, mi dissi che non potevo rifiutarmi. Teneramente, le strinsi il braccio.

«Va bene», le dissi. «Proveremo. Ma pensaci ancora. Voglio che tu sia sicura di quello che fai.»

«Ne sono già sicura adesso», rispose lei.

Era strano vederla in quell'ambiente: la bellissima Callina, con tutto il fascino e il mistero dei comynari, astrale e lontana, in quella nuda stanzetta. L'ambiente privo di eleganza, la brandina su cui avevo dormito, rendevano la sua presenza ancor più fuori del normale.

Rise nervosamente. La sua mano era gelida e fragile. Il contatto fisico può servire ad aprire la mente. Avrei voluto tenerla tra le braccia per quello che dovevo fare, ma non osavo. Con Diana, avevo scoperto che con un abbraccio si potevano far cadere le barriere, ma provavo una strana timidezza. Non volevo entrare nella mente di Callina con un'altra donna nei miei pensieri.

Entrai in contatto.

Per un momento incontrai la resistenza che mi aspettavo, spaventosa e familiare. Come era successo con Diana, ogni difesa della sua mente si innalzò per impedirmi di entrare. Questa volta la colpii con un'onda d'urto; Callina si staccò da me e si portò le mani alla testa, come se con quel gesto potesse fermare il contatto mentale che le apriva la mente, strato dopo strato. Non si opponeva in modo attivo, ma il suo terrore passivo era ancor peggiore. Anche per me, era peggio di quanto avessi mai fatto in precedenza.

Dopo un momento di shock, Callina, pallida e tremante, interruppe il contatto e prese a singhiozzare. Io lasciai che piangesse, la presi tra le braccia, e e a poco a poco il pianto cessò.

«Ho cercato con tutte le mie forze…» mormorò.

«Lo so», risposi.

Callina aveva cercato in tutti i modi di sopportare l'insopportabile. Forse, nessuna donna avrebbe potuto sopportare quel tipo di rapporto assoluto con un uomo. Se io avessi continuato, fino a spezzare la sua resistenza — dopotutto, Marjus l'aveva sopportato e non era morto, e Callina era una Guardiana — sarei riuscito a imporglielo, ma non ero capace di torturare una donna così. Era peggio di uno stupro.

C'era però un'alternativa. Era drastica, ma io ero disperato.

«Puoi creare tu il rapporto?» le chiesi.

Era facile dirlo, ma interiormente tremavo. Mi metteva totalmente nelle sue mani. Lei era una Guardiana, ma non era abituata a creare un fuoco di concentrazione.

Sarei riuscito a sopportare l'abbattimento di tutte le mie barriere? Alcune le avevo innalzate, anni prima, per proteggermi dalla pazzia. Tuttavia, non potevo avere quel genere di esitazioni. Dovevo lasciarglielo fare, semplicemente perché ero più forte di lei.

Il suo contatto era incerto, approssimativo: un tormento. Era difficile resistere alla tentazione di allontanarla dalla mia mente, ma, facendo appello a tutto il mio autocontrollo, abbassai le barriere a mano a mano che lei le toccava.

Come ha fatto a diventare Guardiana, mi chiesi, se è una telepatica così maldestra?

Il collegamento mentale era più forte, adesso, ma Callina non faceva le mosse decisive che avrebbero fuso le nostre identità, e io non osavo muovermi.

Eravamo così vicini alla conclusione che io cominciai a fremere per l'insopportabile necessità di finire, anche a rischio di morire entrambi. La forza scorre verso il polo più debole, e io, che avevo scelto la parte passiva, ero sovraccaricato al limite della sopportazione. A quel punto non riuscivo né a vedere né a udire. Se avessi cercato di interrompere quella tortura, tutt'e due avremmo rischiato la morte. Ma sentivo che presto avrei dovuto correre quel rischio, e anche la morte sarebbe stata un sollievo.

Poi, con mio grande stupore, un nuovo contatto.

Regis!

Incredibilmente, per un singolo, insopportabile momento, si fuse con noi in un impossibile contatto a tre. La forza della fusione fu terribile, e abbatté ogni barriera in ciascuno di noi. Le nostre tre menti si unirono in un'immensa fiammata di forza, troppo vasta perché potessimo comprenderla.

Per non impazzire, interruppi il contatto. Eravamo tornati a essere tre persone distinte. Poi, quando riuscii di nuovo a vedere, Regis era con noi nella stanza, e tendeva le braccia verso di me, che stavo cadendo in avanti, privo di sensi.

«Maledizione, finirò per prendere il vizio», dissi io.

Ero di nuovo disteso sul lettino, e Regis e Callina mi guardavano con ansia. Mi rizzai a sedere, e Regis mi toccò la mano.

«Sei stato tu», mi disse, «a fare la parte più difficile.»

«Che cosa è successo?» domandai.

«Proprio tu non lo sai?» mi chiese Regis. «E, poi, come sono arrivato qui?»

Inghiottendo a vuoto, si voltò verso Callina. Anche se eravamo in rapporto, i nostri pensieri coscienti si erano separati, e io non potevo leggere nella loro mente. Ma un collegamento a tre! Gli Alton potevano fare solo un collegamento a due, e con grave rischio! Tre!

Regis chiese: «Che cosa è successo? Io ho sentito solo una grande esplosione di forza. Poi è cessata, Lew, e ho temuto che tu fossi morto. Il mio solo pensiero è stato quello di raggiungere te e Diana. Non sapevo dove eravate, ero come impazzito, e l'istante successivo mi sono trovato qui, e ti ho visto cadere, e ho teso le mani per prenderti», terminò.

«Io e Callina abbiamo cercato di unire le nostre menti…»

«Callina?» chiese lui. Ci fissò, sgranando gli occhi.

La ragazza si alzò in punta di piedi e gli baciò la guancia.

«Regis», disse piano, «non siamo affatto gelosi. Possiamo fare posto anche a te.»

Regis appoggiò le mani sulle sue spalle.

«Non lo sa?» le chiese. «Neppure adesso?»

«La mia mente è sempre stata chiusa», rispose lei.

Regis si girò verso di me.

«Adesso che siamo tutt'e tre coscienti, e protetti, rimettiamoci in contatto e cerchiamo di scoprire che cosa sia, questa unione di tre menti, e che tipo di potere abbia. A quanto so, è qualcosa di nuovo e unico.»

Fu Callina a metterci in contatto, e questa volta non ci furono esitazioni da parte sua, e io la guardai con una sorta di orgoglio, con aria possessiva. Regis arrossì e distolse lo sguardo.

Se voi due continuerete a trasmettervi questo tipo di pensieri, ci giunse il suo commento divertito, è meglio che mi stacchi!

Poi il cerchio fu completo. Eppure, curiosamente, le nostre barriere erano intatte. Potevamo lavorare insieme, come una singola entità, ai livelli profondi, ma la nostra identità rimaneva inviolata. Eravamo tre persone diverse: solo per la fusione iniziale era stato necessario abbattere le barriere.

Eppure, tra noi c'era un accordo, un'unità che era quanto mai gradevole. Era come se per tutta la vita, fino a quel momento, fossi vissuto con solo un terzo del cervello.

Tre lettori del pensiero, anche se non in rapporto, erano necessari per usare la matrice di Sharra. Il nostro legame, fatto attraverso la Spada di Aldones, era adesso la nostra arma. Regis era la lama, io ero la forza che la impugnava, perché la Dote degli Alton, la mia capacità di imporre il rapporto mentale, era la mano che guidava il colpo. E Callina, posta tra lama e impugnatura, era l'elsa della spada, l'isolamento occorrente.

Era anche evidente il motivo che aveva portato a servirsi del simbolismo della spada. Io e Ridenow, Alton e Hastur, mano e lama, non potevamo congiungere i nostri poteri senza esaurirci nella lotta tra noi, a meno che tra le nostre Doti inconciliabili non ci fosse Callina.

Tutte queste spiegazioni si presentarono in modo spontaneo nella nostra mente. Forse era una sorta di memoria razziale dei Comyn, forse era una conoscenza che ci veniva trasmessa dalla Spada; in ogni caso, non erano ricordi consci. Regis era il fuoco, la sorgente di energia — la matrice, se vogliamo — che, unita alla Spada stessa, ci permetteva di attingere al potere di Aldones, figlio di Hastur che a sua volta era il figlio della Luce… quello che la mia razza chiamava un dio.

Una parte di me, quella che aveva studiato sulla Terra, mi diceva che si trattava di qualcosa di razionale, di forze naturali e di leggi scientifiche, ma c'era anche una piccola componente che non riuscivo a spiegare. Sentivo la presenza di un'entità vivente, nella Spada, e questa presenza era come un'ossessione.

Avevo sentito il tocco demoniaco di Sharra. Quello di Aldones non era malvagio, ma in qualche modo mi inquietava ancor di più. L'infinito bene è terrificante come il male infinito.

Ero ancora debole, però, e Regis (Risparmia le forze, Lew; presto ne avremo bisogno!) sciolse il collegamento. In un certo senso, la cosa mi dispiacque; la mente di un uomo è un luogo spaventosamente solitario. Eppure, non sarei riuscito a sopportare ancora a lungo il contatto.

Regis sfiorò il braccio di Callina.

«Non aspettare troppo tempo», le disse, e si ritirò.

Temevo che anche Callina si ritirasse, ma lei rimase in contatto con me, e questo mi fu di grande conforto. Mi tenne per mano, e mi accarezzò con i suoi pensieri. Io sentii di nuovo una dolcezza che mi parve stranamente familiare, e, nei miei pensieri, Diana e Callina cominciarono a confondersi, come le sfaccettature di una sola gemma.

Non so quanto sia durato quel periodo di riposo, ma all'improvviso, con un forte urto, sentimmo Regis nella nostra mente, e comprendemmo che aveva estratto la Spada dal fodero.

Un istante dopo, lo spazio parve allungarsi e restringersi bruscamente, e ci trovammo nel grande cortile del Castello dei Comyn. Davanti a noi c'era Regis che impugnava la Spada di Aldones, azzurra e scintillante di luce dalla punta all'elsa. Io trattenni il respiro e Callina emise un grido, prese la mia mano e la appoggiò su quella di Regis. Quando le nostre mani si toccarono, tornammo a essere un'unità.

Con i miei sensi resi molto più acuti dalla Spada, vidi in fondo al cortile una nebbia scura che pulsava come una fiamma. Il fuoco di Sharra! E sentii, più che vederla, la seconda triade.

Kadarin, Thyra e Dyan Ardais.

Nel vederli, impazzii per la collera. Per un attimo tornai a essere una sola persona e balzai contro Dyan, spezzando il collegamento. Ma, quando lo toccai, un'esplosione di fiamma azzurra ci separò, e Regis si trovò ad affrontare Kadarin, il quale impugnava la spada di Sharra.

Questa volta, le due spade non caddero a terra. Dalla Spada di Aldones uscì una nebbia luminosa che avvolse Regis in un alone color dell'arcobaleno, Callina in una luce dorata, e me in una luce bianca. Il chiarore sfiorò l'alone scuro di Sharra. E al centro di quell'alone nero, le sagome di Kadarin, Dyan e Thyra presero a pulsare come se fossero il cuore dell'entità che avevano evocato.

Poi, nell'oscurità presero a guizzare lampi di luce, e l'alone di luce venne attraversato da lampi neri, quando le spade si incrociarono. Non erano Regis e Kadarin a lottare con due spade simili, e non era neppure la lotta di una matrice contro l'altra, o di tre menti contro altre tre menti. No, dietro quelle spade c'erano due entità vive e tangibili, senzienti, che si affrontavano. Regis e Kadarin erano soltanto i poli del loro potere. Le forze reali non si affrontavano in questo mondo, perché erano così grandi da non poter essere contenute sul pianeta.

Ma anche la loro proiezione nella nostra realtà era pericolosa. Kadarin portò la mano alla cintura e, con un gesto troppo rapido perché il giovane Hastur potesse pararlo, piantò il coltello nel petto di Regis. Io, che in quel momento ero in lui, non capii se avesse colpito l'Hastur o me. Sentii solo il mortale dolore nel petto, sentii che la Spada gli cadeva di mano. Regis scivolò a terra, ma era ancora collegato con noi: mentre Kadarin si raddrizzava, io afferrai la Spada di Aldones e, usandola come una semplice lama, gliela piantai nel cuore. Kadarin cadde senza un grido. La spada di Sharra cadde a terra. Io estrassi dal suo corpo la Spada di Aldones. La lotta era finita.

La nebbia luminosa tornò a raccogliersi attorno a noi, la nebbia nera cominciò a svanire, adesso che il collegamento era interrotto. Poi, all'improvviso, io trasalii, perché Regis si stava rialzando. Mi tolse di mano la Spada di Aldones. Aveva una macchia rossa sul petto, ma non sembrava ferito. Il nostro collegamento si formò di nuovo. Accanto a me, Callina fissava Thyra con strana, terribile concentrazione, e anche Thyra era immobile, attenta. Nessuno di noi aveva pronunciato una sola parola da quando eravamo arrivati.

Poi, da una porta, uscì all'improvviso una giovane donna, che corse follemente, come se fosse sotto il dominio di un'altra volontà, verso Dyan.

Kathie!

Si fermò accanto a Dyan, terrorizzata, ma lui la prese per la vita e raccolse la spada di Sharra. Kathie urlò. In precedenza era protetta, ma da quando avevo tolto il mio blocco, nella Caverna Sacra, era stata sottoposta alle interferenze mentali darkovane. Era il duplicato di Linnell, e aveva i suoi stessi poteri mentali.

Dyan la costrinse a entrare nella triade di Sharra. Kathie, Dyan e Thyra parvero quasi fondersi tra loro.

La Spada di Aldones prese a vibrare come se fosse viva. Poi Callina, con tutta la sua forza, cercò di staccare Thyra dalla triade di Sharra. Era solo un contatto telepatico, non la nostra fusione delle menti, ma vidi quella specie di fulmine colpire Dyan, e nello stesso tempo sentii il grido mentale di Callina.

Adesso, Lew!

C'era solo una minima possibilità di riuscita, ma proiettai la mia mente verso Thyra, in modo da separarla da Dyan. Kadarin era stato per così tanto tempo sotto l'influsso di Sharra che non poteva più staccarsi da essa. Per quanto avesse odiato Dyan, era stato costretto ad aiutarlo. Ma Thyra, forse, poteva essere ancora raggiunta. Freneticamente, le trasmisi un solo pensiero.

Marja! Marja è morta! Dyan l'ha uccisa!

Thyra si mosse con la rapidità di un serpente. Strappò la spada di Sharra dalla mano di Dyan, e con tutta la forza della sua mente si rivoltò contro di lui. E anch'io, che un tempo ero stato collegato con Sharra, approfittai di quel ponte mentale per colpire Dyan con la Dote degli Alton.

In un attimo, Dyan scivolò a terra e la sua mente si spense. Era morto.

La nebbia scura continuò a pulsare come un cuore. E mi accorsi che cercava di attirarmi dentro di sé! Per un momento, Regis e Kathie vennero esclusi dal contatto e si formò una nuova triade: Thyra con la matrice di Sharra, Callina con quella di Aldones e io come polo di potere, preso tra loro in quel terribile scontro.

Ma il legame mentale tra me, Callina e Regis era più forte del potere di Sharra; il mio collegamento con Sharra si spezzò, e io mi liberai di essa. Mi avvicinai a Callina e formammo di nuovo la triade pura, quella che avevo spezzato quando ero corso verso Dyan: la mano di Callina come isolante tra quella di Regis, che teneva la spada, e la mia, e la sua mente come protezione reciproca. Se Regis e io fossimo entrati in contatto mentale diretto, o se ci fossimo toccati fisicamente, il potere della Spada ci avrebbe inceneriti.

La nebbia nera si raccolse su se stessa per un nuovo attacco, e indugiò sulle forme dei due uomini stesi a terra e su Thyra.

E Kadarin si alzò!

Era morto. Eppure, con i movimenti scattanti di una marionetta comandata dai fili, si alzò in piedi. Spinte dalla nebbia scura, tre mani si strinsero sull'impugnatura della spada di Sharra. La nebbia si illuminò e nel suo interno comparve una faccia. La faccia che avevo visto la notte della Festa, quando i Comyn erano stati colpiti dal terrore e Linnell era morta.

Ma adesso sapevo chi fosse.

Molto prima di Ashara, un'altra Guardiana — una Hastur, con la sua Dote nel corpo e nel cervello: la matrice vivente — aveva usato i suoi poteri per costituire una matrice che duplicasse il potere della Spada di Aldones. Ma due matrici identiche non possono esistere nello stesso universo, e Sharra, Guardiana degli Hastur, era finita all'esterno del nostro mondo.

Però, la matrice — non la matrice vivente del suo cervello, ma quella della spada di Sharra — era rimasta nel nostro mondo e le permetteva di entrare in contatto con esso, quando veniva evocata da telepatici dotati degli opportuni talismani. Benché nell'altro universo avesse cambiato la sua natura, possedeva ancora i suoi poteri, e venne chiamata dea, o demonio.

Ma Sharra era stata incatenata dal Figlio di Hastur, diceva la leggenda che Ashara mi aveva ricordato. E adesso un altro Figlio di Hastur, rafforzato dall'unione di tre menti dei Comyn, impugnava la matrice di Aldones e la ricacciava indietro.

Sotto un potere così forte, lo spazio si lacerò e si contorse. Per prima, Kathie venne riportata nel punto da cui l'avevamo prelevata, e, almeno per quanto riguardava lei, l'equilibrio venne ristabilito.

Adesso, il fuoco del potere di Sharra era tenuto aperto soltanto da Thyra e da Kadarin. E Sharra continuava a chiamarmi a sé! Io, che per tanto tempo ero stato in fase con Sharra, tremavo e venivo attirato verso la mostruosa entità che, anni prima, avevo contribuito a evocare. Mi afferrai disperatamente a Callina per non essere trascinato via.

Ma Callina non riusciva a resistere. Sentii che la forza di Aldones si affievoliva, e nel cuore della nuvola nera il volto di Sharra divenne più grande e luminoso.

Non sentivo più la presenza di Gallina!

Al posto suo, la presenza glaciale di Ashara, il suo vuoto punteggiato di stelle. La triade di Aldones si dissolveva, e io stavo per lanciarmi tra le fauci di Sharra…

Poi, dopo un istante impercettibile, sentii uno schianto secco, come se si fosse spaccato un cristallo, e Callina ritornò accanto a me. La sua forza mi legò nuovamente a Regis e non vacillò più. La nebbia luminosa ci circondò e le nostre tre menti divennero un contenitore, la Coppa in cui si riversò il Potere del Dio.

Regis parve aumentare di statura, e la luce azzurra della Spada lo avvolse come un mantello.

E, avvolto nel suo mantello di luce vivente, Aldones scese in lui!

Come una scintilla incandescente, vidi la matrice di Sharra brillare attraverso il metallo della spada. E la sua luce puntò contro la testa di Regis-Aldones, che brillava come un diadema.

Un tempo, credo, Kadarin sarebbe riuscito a evocare l'intero potere di Sharra e a vincere. Facendo appello a tutto il suo essere: volontà, nervi, corpo e cervello. A quel punto, non si poteva più distinguere quale fosse l'uomo e quale la matrice.

Ma Kadarin era umano, e in quel momento decisivo, quando ormai non provava più odio per me, la sua volontà si rivolse contro di lui, e gli fece cercare la propria distruzione. Questo rese vulnerabile Sharra.

Due matrici identiche non possono esistere nello stesso universo. Ma, se sono controllate da due cervelli diversi, la leggera differenza che si instaura tra loro permette che coesistano per qualche tempo, a spese di una distorsione che isola dallo spazio-tempo normale le matrici e lo spazio circostante. Capii che Sharra stava per perdere perché sentii di nuovo la forte attrazione a ricongiungermi con Kadarin e con Thyra, come quando eravamo felici insieme, ai bei vecchi tempi. Per catturarmi, Sharra faceva appello alla forza e al coraggio di Kadarin, alla bellezza e alla generosità di Thyra, com'erano prima che lei stessa le soffocasse.

Ma, dopo un momento in cui resistetti con tutte le mie forze, la faccia di Sharra si ridusse a uno spettro. Kadarin e Thyra si abbracciarono; per un momento vidi che rimanevano uniti, mentre la nebbia spariva. Poi anche il volto di Sharra scomparve per ritornare nell'inferno da cui era uscito, e anche le figure di Thyra e di Kadarin sparirono bruscamente, per finire… dove?

Aldones, Signore della Luce che Canta! Hai avuto un po' di pietà anche per loro?

Ma anche la luce di Aldones era sparita. Io, Lew Alton, ero inginocchiato sulle pietre ancora umide per la pioggia notturna, nel cortile del Castello, e a est si levava il chiarore dell'alba. Abbracciavo Callina e guardavo un giovane che, ancora tremante per lo sforzo, impugnava una spada da cui, ormai, era sparita ogni luce.

Non c'era segno di Kadarin e di Thyra, e nemmeno di Kathie. Dyan era morto, e il suo corpo carbonizzato era steso sulle lastre di pietra del cortile, che, attorno a lui, erano tutte bruciacchiate. Accanto a lui c'erano i frammenti delle spada di Sharra: semplici pezzi di metallo. Nell'impugnatura non c'era alcuna matrice, il metallo era annerito dal fuoco e le gemme erano sparse sulla pietra. Quando i primi raggi del sole le illuminarono, parvero fremere come se fossero vive.

Poi, in pochi istanti, si trasformarono in vapore, come gocce di rugiada. La spada di Sharra era spezzata e anche il potere di Sharra era stato spezzato, sul nostro mondo.

Regis continuava a fissare la Spada di Aldones. Era pallido e tremava come se avesse i brividi. Poi, lentamente, la infilò nel fodero. Da lui pareva irradiarsi una grande pace, che ci avvolse tutti. Nell'ultimo scontro, la matrice di Sharra aveva trasformato Kadarin — che non era né un debole né un malvagio — in un amico. E la Spada di Aldones, quando il Dio era entrato in lui, aveva trasformato Regis in… che cosa?

«Regis», gli domandai, con le labbra rigide. «Che cosa sei?»

«Un Hastur», rispose con grande serietà. E la leggenda diceva che Sharra era stata incatenata dal figlio di Hastur, che era figlio di Aldones, che era figlio della Luce.

Si allontanò da noi per entrare nel castello. In quel momento aveva l'espressione di un dio… ma anche di qualcosa di meno… e di più. Una suprema soddisfazione, e una terribile solitudine. Poi anche quella svanì, e tornò a essere un giovane, condannato a ricordare per sempre l'istante in cui era stato un dio, e a non poterne mai più avere un altro uguale.

Il sole gli illuminò i capelli, che adesso erano bianchi come la neve, prima che sparisse dietro una porta.

Vidi Diana uscire dalla Torre e venire verso di me. Camminava lentamente, come in un sogno. Arriva adesso, pensai. Quando tutto è finito… Ma non pensai più a Diana, perché Callina si era alzata.

E io, per la prima volta, la potevo abbracciare senza paura.

Ma ogni desiderio sparì bruscamente da me, perché vidi gli occhi gelidi di Ashara.

Avrei dovuto capirlo fin dal primo momento.

CAPITOLO 16

L'ESULE DI DARKOVER

Durò un solo momento, e poi tornò a essere Callina, che mi abbracciava e piangeva. Ma in quel breve istante avevo capito. La guardai con orrore, e lei abbassò gli occhi, desolatamente.

«Sharra… distrutta. Non mi è servito a niente, allora…» sussurrò. «Non posso più sopravvivere…»

«Non con l'inganno, Ashara!» disse Diana, affrontandola. «Non condannando altre donne come hai condannato Callina! Non ci sei riuscita, perché Lew era troppo umano e Callina non lo era abbastanza!»

Senza capire, mi avvicinai alle due donne. Era Callina o Ashara? Non avrei saputo dirlo. Erano una sola. Ciecamente, abbracciai Callina, e vidi la sua espressione cambiare: per un momento fu quella di Ashara, poi quella di Callina, poi di nuovo quella di Ashara… poi scorsi uno sguardo sereno e la donna si staccò dalle mie braccia e svanì.

«Diana!» esclamai, correndo a rifugiarmi tra le sue braccia. «Sono impazzito?» Diana piangeva.

«Ho cercato di dirtelo», mi spiegò. «Varie volte. Ashara non è reale: da varie generazioni non lo è più. Non ti sei chiesto perché la sua stanza sembrava tanto grande? Quella stanza non è nella Torre, e la porta di cristallo azzurro è una matrice che porta… in un altro posto. Da tempo, Ashara è soltanto una forma di pensiero. Viveva nella matrice, e quando la lasciava, per andare al Consiglio dei Comyn, usava il corpo di una Guardiana.

«Il suo potere era così grande, e le Guardiane così deboli, che per molte generazioni le cancellò completamente e diede loro il proprio aspetto: sembrava immortale. Era una Alton, Lew; usava la sua Dote non sulla mente, ma sul corpo delle Guardiane, per renderlo uguale al suo.

«Ma il suo potere continuava a diminuire. Da tempo non era più in grado di proiettare la propria forma sui loro corpi; poteva soltanto controllare la loro mente. E adesso il suo potere era quasi finito, e lei cercava in Sharra una nuova fonte di potere…»

Diana trasse un profondo respiro, poi riprese a parlare.

«Io dovevo diventare Guardiana, ma avevo capito che cosa volesse Ashara, e ne ero inorridita. Ho chiesto a Lerrys di portarmi a Vainwal. Perché credi che mi sia gettata su di te? Quando ti ho conosciuto bene, mi sono innamorata, ma all'inizio volevo solo diventare inadatta come Guardiana…» confessò, arrossendo.

«Perciò, toccò a Callina. Ma Ashara, di tanto in tanto, doveva ritirarsi, o Callina si sarebbe esaurita. In quei momenti Callina era normale, oppure, come negli ultimi tempi, era in trance.

«Quando ho saputo che Regis avrebbe dovuto usare la Spada, sono andata nella Torre e ho spaccato uno dei cristalli; in quel modo, Ashara è stata tolta dalla scena per un po' di tempo.

«Ero stata addestrata come Guardiana, e sapevo che cosa dovessi fare, ma non potevo farlo nel mio corpo, perché…» Arrossì di nuovo. «Callina, invece era vergine, ed era in trance. Inoltre, i terrestri le avevano dato dei sedativi. Andai da Regis, che usò la sua Dote per mettere la mia mente nel corpo di Callina. Sono stata io a legarla con te e Regis.»

«No», dissi io. «Era Callina…»

Diana mi abbracciò.

«No, caro», disse. «Callina non sarebbe riuscita a farlo. Ormai, la parte di lei che rimaneva non era sufficiente a collegarsi. Ricorda, Lew, mi avevi dato una barriera contro di te. E io sapevo che, quando si fosse rotta, non saremmo stati in condizioni di accorgerci se ero Diana, Callina o un'altra. Poi, abbiamo di nuovo innalzato le barriere. Ma, adesso, senti…»

Tese la mente verso la mia, e di nuovo sentii la grande soddisfazione che avevo provato quando facevo parte della triade mentale.

«Callina!» esclamai.

No, mi rispose, questa è la mia parte che non hai mai conosciuto…

«Una volta, Lew, prima che tu lasciassi Darkover, Callina era una ragazza incantevole, generosa e piena di coraggio. Lo sai. Ha rischiato la vita per te. Ma la vera Callina è morta quando Ashara si è impossessata completamente di lei, alcuni giorni fa, quando sei salito con Callina nella Torre. Già allora era solo l'ombra di se stessa, ma quanto era coraggiosa, quella povera ragazza!»

Diana singhiozzava come una bambina.

«Lew», proseguì, «Callina ti voleva bene. Si è rifiutata a te — prima che Ashara la distruggesse — perché sapeva che, unendosi a te, avrebbe permesso ad Ashara di impadronirsi anche del tuo cervello. Con la sua ultima scintilla di autonomia, ti ha salvato, e quella è stata l'ultima cosa che ha potuto fare. Con quell'atto, ha siglato la sua condanna a morte. Nella Torre, hai avuto l'impressione che Ashara fosse scomparsa? No, lei era entrata in Callina. E ti è parso che Callina si comportasse in modo strano durante la Festa? No. Era Ashara che…»

«Basta!» la implorai.

«Una cosa sola», disse, toccandosi la guancia dove l'avevo colpita. «Sai perché non ho cercato di fermare Dyan, né di avvertire Callina di guardarsi da Derik? Lew, era un tentativo disperato, ma, sarebbe andato a nostro favore. Se un uomo… qualunque uomo… avesse posseduto Callina, anche con la violenza, a così poca distanza dal momento in cui Ashara si era impossessata di lei, Ashara non avrebbe più potuto rimanere nel suo corpo. Forse Callina era già morta, ma c'era la possibilità che venisse liberata. Ashara si sarebbe dovuta ritirare in modo permanente.»

«Basta…» ripetei, inorridito.

«Io stessa ho cercato di salvare Callina…» aggiunse. «Oh, Lew, sai perché Callina è venuta nel tuo letto, quella notte, e ha dormito fra le tue braccia? Callina era in trance, e io sapevo che Ashara avrebbe potuto cacciarmi via in qualsiasi momento, ma sapevo anche che tu desideravi Callina, e speravo che…»

«Oh, Diana!»

Nonostante tutto, mi venne voglia di ridere; il primo passo per guarire da quelle emozioni.

«Diana, amore mio, non ti eri guardata in uno specchio? Quando sei entrata nella mia stanza, eri di nuovo te stessa, e nel tuo corpo. E anche se fossi stata Callina, avesti dovuto sapere che…»

La strinsi a me e la baciai sulle gote e sui capelli.

«Cara», le dissi, «vedo che dovrò spiegarti molte cose sulle matrici e sugli uomini che le usano!»

Ridendo e piangendo nello stesso tempo, lei sollevò la testa.

«Ma… se ero io… tu mi ami, Lew?» mi chiese.

Sentii che gli occhi mi bruciavano. Callina!

Lei mi guardò con tenerezza. «Non sono più Callina, ma non sono Ashara. Penso che quella infatuazione ti sia passata, Lew. Altrimenti, anch'io sono finita.»

La baciai, come esorcismo per ciò che riguardava il passato e come promessa per il futuro. Ma sapevo che il dubbio non mi avrebbe mai lasciato.

All'improvviso, dal castello ci giunsero alcune grida. Un attimo dopo, Rafe e Regis giunsero di corsa.

«Lew», gridò Rafe, «vieni con noi! Hanno trovato Marja! Viva!»

Mi staccai da Diana. Regis si fermò accanto a me, ansimando.

«Dyan l'aveva schermata con la matrice, e a noi è sembrato che fosse morta. Poi l'ha nascosta in un posto dove non l'avremmo mai cercata! Quando la matrice si è spezzata, lei è andata in coma, ma c'è ancora la possibilità…»

Rafe mi prese per il braccio. «Ho un'automobile», disse.

Ci affollammo all'interno, e Rafe prese il volante. Con una partenza mozzafiato, ci immettemmo sulla stradina che portava a Thendara e che non era fatta per quelle invenzioni terrestri; attorno a noi, cavalli e pedoni si allontanavano impauriti.

Regis gridò: «Quando è svenuta, hanno chiamato il Servizio Medico terrestre, e Lawton…»

Lawton, mi dissi, a quel punto doveva essere quasi impazzito, dopo che erano spariti, uno alla volta, Thyra, Kadarin, io e Callina (Callina?).

Ma non potevo preoccuparmi per lui. Eravamo giunti nella Zona Terrestre, dove le strade erano più larghe e gli edifici erano illuminati dalle luci al neon. Imboccammo una strada che portava nella campagna aperta, e pochi minuti più tardi ci arrestammo con uno stridore di freni.

Davanti a noi c'era l'orfanotrofio terrestre.

Rafe bussò alla porta, e una donna alta, dall'aria severa, con abiti da terrestre, ci guardò con aria interrogativa. Rafe chiese: «Dov'è Marguerhia Kadarin?»

La donna lo riconobbe.

«Oh, capitano Scott! Come l'avete saputo?» chiese. «Vostra nipote sta male, volevamo cercare il suo tutore. Dov'è?»

«Non potete trovarlo», risposi io. «È morto. La bambina è sotto shock. Fatemi entrare, sono un tecnico delle matrici.»

La donna guardò con sospetto i vestiti terrestri, sporchi e strappati, che mi ero messo per recarmi nella Caverna Sacra; le macchie di sangue; la mia barba lunga; il mio braccio.

«Mi dispiace», disse. «Niente visite.»

Un'altra donna ci interruppe.

«Signorina Tabor», disse, «perché c'è questo baccano all'ingresso? Ricordate che c'è una bambina malata…»

Poi s'interruppe nel vedere il nostro gruppo. Solo Rafe era presentabile.

«Chi sono queste persone?» chiese.

«Io sono il padre di Marja», la supplicai. «Credetemi, a ogni secondo che passa, perdiamo la piccola possibilità…»

Poi, con sollievo, ricordai che avevo in una tasca di quell'abito il tesserino di riconoscimento che mi era stato dato al mio arrivo. Glielo mostrai.

«Ecco, questo servirà a stabilire la mia identità…» dissi.

Lei gli diede appena un'occhiata.

«Venite», mi disse, avviandosi lungo il corridoio. «L'abbiamo tolta dal dormitorio perché le altre bambine si impressionavano.»

La stanza era piccola e piena di sole. Marja era distesa in un lettino e il dottor Forth del Quartier Generale terrestre si girò a guardarci.

«Voi», disse, «dicevate di conoscere questo tipo di shock?»

«Me lo auguro», risposi, chinandomi sulla bambina. Sentii un tuffo al cuore. Era come vedere una bambina passata dal sonno alla morte. Era stesa su un fianco. Con le mani aperte, la bocca aperta, e respirava in modo quasi impercettibile. Sulla tempia le pulsava una vena azzurrognola.

Aggrottai la fronte e tentai di entrare in rapporto con la sua mente. Inutile. La trance era troppo profonda; la sua mente non era più nel corpo, e il corpo si stava spegnendo.

Chiunque lavori con le matrici sa tutto della trance da shock e delle sue cure, quando la cura è possibile.

«Avete provato…» dissi, e cominciai a elencare i soliti rimedi, anche se sapevo che, forse, una bambina così piccola non avrebbe risposto al trattamento. In genere, i bambini non hanno capacità telepatiche. Non conoscevo alcun precedente.

E se fosse rimasta in trance per troppo tempo, sarebbe stato meglio che non ritornasse, perché sarebbe cambiata troppo.

Il sole era già alto, quando mi raddrizzai e dissi stancamente: «Dove sono Regis e Diana… le due persone che sono arrivate con me? Potete chiamarle?»

Quando entrarono nella stanza, senza fare rumore, rimasero a bocca aperta, nel vedere che Marja era ancora immobile. Io mi rivolsi a loro, disperatamente.

«È l'ultima risorsa», dissi. «Noi eravamo in rapporto con una matrice simile a Sharra.»

Quando Sharra si era spezzata, e si era chiusa la porta tra i mondi, tutti coloro che erano collegati a Sharra erano finiti nel mondo della matrice. Tranne me. Io ero stato trattenuto da un potere ancora più forte. Ma c'era la possibilità di raggiungere Marja, con un collegamento a tre. Il corpo della bambina era davanti a noi, e quello era un legame assai forte. Io ero il padre, e anche quello era un legame. Ma la bambina, senza aiuto, non sarebbe riuscita a trovare la via del ritorno.

«Regis», gli chiesi, «puoi tenermi, se vado a prenderla?»

Per un momento, il giovane Hastur sgranò gli occhi, ma non ebbe esitazioni. Diana tese la mano e per l'ultima volta le nostre coscienze si fusero; un'espansione di me stesso si protese sempre più lontano, nei mondi della mente…

Attorno a me volavano ombre gelide e maligne. Poi qualcosa si scosse dal sonno: un'entità destata da me, che sognava, felice, e non aveva voglia di svegliarsi…

Bruscamente, con una violenza che fece gemere Diana, interruppi il collegamento a quattro e presi Marja tra le braccia. Tremavo per il sollievo, dopo le ore di disperazione.

«Marja!» esclamai, con la voce roca. «Cara! Svegliati!»

La bambina si mosse tra le mie braccia. Poi batté le ciglia e mi sorrise, con aria dolce e assonnata.

«Che cosa c'è?» mormorò.

Non so che cosa risposi, non so che cosa feci. Penso di essermi comportato come qualsiasi uomo impazzito per il sollievo. La strinsi finché non si lamentò che le facevo male. Poi mi sedetti e la tenni sulle mie ginocchia.

«Perché tutti mi guardano?» chiese lei, facendo il broncio. E come io provai a dire qualcosa, mi interruppe: «Ho fame!»

All'improvviso mi ricordai che anch'io avevo fame. Da due giorni non toccavo cibo. Per poco non scoppiai a ridere per il tono banale con cui si chiudeva quell'avventura.

«Anch'io ho fame, chiya», dissi. «Ma adesso andremo tutti a cercare qualcosa da mangiare.»

«E questa», commentò Diana, prendendo in braccio Marja che indossava ancora la camicia da notte, «è la prima cosa sensata che ti senta dire dal tuo ritorno a Darkover. Andiamo tutti a mangiare. Signora direttrice, potreste farci avere i vestiti della bambina?»

Due ore più tardi, lavati, rifocillati e rivestiti, eravamo un gruppo più che rispettabile, davanti alla scrivania del Legato. Lawton mi mostrò un dispaccio ufficiale.

«Questo ci è appena arrivato per relè», disse, e ce lo lesse: «“Sospendere ricerche su Darkover. Katherine Marshall ritrovata su Samarra, leggera amnesia, indenne. Haig Marshall.”

«Considerato il tempo impiegato dalla trasmissione», continuò, con aria cupa, «l'hanno trovata su Samarra mezz'ora dopo che le avevo parlato qui nel Quartier Generale, questa notte. A volte mi viene voglia di dare le dimissioni e di imbarcarmi come marinaio semplice su una nave spaziale.»

Guardò i capelli bianchi di Regis; Diana; la bambina che mi sedeva sulle gambe.

«Mi devi una spiegazione, Lew Alton», concluse.

Lo guardai con aria molto seria. Dan Lawton mi piaceva. Anche lui, come me, era figlio di due mondi, e come me aveva scelto la sua strada. Che non era la mia.

«Forse ho quel debito», risposi, «ma temo che non riuscirai mai a fartelo pagare.»

Alzò le spalle e gettò nel cestino il dispaccio.

«Vuol dire che continuerò ad aspettare», disse. «Comunque, dobbiamo parlarci. Per Darkover, gli anni di grazia sono finiti.»

Non potei che annuire. I Comyn avevano vinto, contro Sharra, ma in un certo senso avevano perso.

«Il quartier generale di Proxima mi ha dato un ordine», continuò Lawton. «Devo organizzare un governo provvisorio, sotto la presidenza di Hastur… il Reggente, non il ragazzo. Hastur è serio, onesto, e la gente lo ama.»

Annuii. Gli Hastur erano sempre stati la forza dei Comyn; Darkover non aveva niente da perdere, a liberarsi degli altri.

«Tu, Regis, probabilmente verrai dopo di lui. E quando arriverai all'età di tuo nonno, la gente sarà psicologicamente pronta a scegliere i propri governanti. Lew Alton…»

«Non fare affidamento su di me», dissi subito.

«Ti offro la scelta. O l'esilio, o rimanere qui, ma contribuendo a mantenere l'ordine.»

Regis si girò verso di me, mi guardò con grande sincerità.

«Lew», disse, «la gente ha bisogno di capi darkovani. Di gente che sia totalmente dalla sua parte. Lawton farà il possibile, ma è sempre stato un uomo della Terra.»

Guardai con tristezza il giovane Hastur. Forse era quello il suo posto. Governare, anche se solo per figura; lavorare per Darkover, solcando come meglio poteva le onde e le correnti mosse dalla Terra. E forse io avrei dovuto aiutarlo.

«Non sei disposto a darci una mano, Lew?» mi chiese. «Potremmo fare molto, insieme!»

Aveva ragione. Ma per tutta la mia vita mi ero sempre mosso sulla linea divisoria tra due mondi, e ciascuno, costantemente, mi aveva accusato di appartenere all'altro. Nessuno si sarebbe mai fidato di me.

«Se te ne andrai», mi avvertì Lawton, «sarà in maniera definitiva. Le tue proprietà saranno confiscate, e non potrai rimettere piede sul pianeta. Non vogliamo altri Kadarin!»

Le parole mi ferirono, ma erano vere. Quello era il difetto dei Comyn. Il patriottismo malinteso, il desiderio di autonomia, la mancanza di equilibrio. Forse la semplice incapacità di immedesimarsi nel punto di vista del nemico.

Ma io ero un Comyn. Non avevo chiesto di nascere così, ma non potevo cambiare la mia natura. Distolsi lo sguardo dafla supplica che leggevo negli occhi di Regis.

«No», risposi. «Ce ne andremo. Chiedo solo tre cose. Posso averle?»

«Dipende», disse Lawton. «Spero di sì.»

Presi Diana per mano.

«Vogliamo sposarci davanti alla nostra gente, prima di partire», dissi tranquillamente, «e voglio che siano messi a posto tutti i documenti di Marja per l'adozione. È mia figlia, ma ci sono alcune complicazioni…»

Lawton alzò la mano per fermarmi.

«Buon Dio», disse, «non andiamo a perderci in quelle assurde parentele darkovane! Sì, posso occuparmene io, a meno che…»

Lanciò un'occhiata a Rafe, che si limitò a scuotere la testa, con rimpianto.

«Come potrei occuparmi della bambina?» disse il giovane. «Dovrei metterla di nuovo nell'orfanotrofio.»

Lawton annuì. «Che altro?»

«Passaporto e trasporto per quattro persone», continuai.

Quattro, perché ad Andrés sarebbe dispiaciuto vedere Darkover sotto il protettorato dei terrestri, anche se era l'unico modo giusto e logico di mettere fine al dominio dei Comyn.

Regis chiese: «Dove andrete?»

Guardai Diana e le lessi negli occhi un grande coraggio. Io sapevo dove andare, ma potevo chiederlo a lei? Dopotutto, avevo delle proprietà sulla Terra, e avremmo potuto stabilirci laggiù.

Marja scese dalle mie ginocchia e si fece prendere in braccio da Diana. Le appoggiò la testa sulla spalla, e Diana la baciò. In quel momento presi la mia decisione.

Dall'altra parte della Galassia c'erano i mondi dei pionieri, dove la Terra era una vaga eco e nessuno conosceva Darkover. Laggiù andavano coloro che non riuscivano a resistere nell'immobile Impero Terrestre, e che desideravano un luogo diverso da quello della cosiddetta “civiltà”.

Forse l'Impero li avrebbe raggiunti, ma noi non avremmo mai visto quel giorno.

Mi avvicinai a Diana e Marja e le abbracciai.

«Più lontano è, meglio è», dissi.

Lawton mi guardò: per un momento, pensai che volesse protestare. Poi cambiò idea, mi sorrise amichevolmente e si alzò. Mi salutò con affetto e con rimpianto.

«Mi occuperò anche di quello», disse.

Tre giorni più tardi, eravamo nello spazio.

Darkover! Sole di sangue! Che ne è di voi? Il mio mondo è bello, ma al tramonto mi tornano in mente le Torri di Thendara e le montagne che ho conosciuto. Un esule può essere contento, ma è pur sempre un esule. Darkover, addio! Non sei più il Darkover che conoscevo!

FINE