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La rivincita dei mendicanti

Nancy Kress

In "Mendicanti di Spagna" Nancy Kress ci ha presentato il mondo degli insonni, specie di superuomini che non hanno bisogno di dormire e che costituiscono l’elite della Terra. In "Mendicanti e superuomini" ci ha descritto la crescente invidia dei Mendicanti, i comuni mortali, nei loro confronti, e la partenza degli insonni dal pianeta. Ma l’odio che divide i diseredati della Terra, privi di facoltà genetiche sueriori, dai signori che possono sperimentaremanipolazioni profonde, durerà fin quando i miracoli della scienza insonne saranno disponibili per tutti. Nel terzo poderoso romanzo della saga, gli ulteriori affascinati sviluppi di questo futuro complesso e straordinario.

Nancy Kress

La rivincita dei mendicanti

PROLOGO

La porta della prigione si spalancò e lei la superò.

L’aeromobile aspettava nel parcheggio a una trentina di metri di distanza. Aveva chiesto almeno quello a suo marito: "Non venire da me. Lascia che venga io da te". Will Sandaleros aveva compreso. Attendeva in auto, da solo.

Jennifer Sharifi restò immobile, controllando l’esterno. Erba. Alberi. Fiori, calendule e rose argentee modificate geneticamente, dolci epilobium e belle di notte. Era piena estate. Il guardiano, accanto a lei, le disse qualcosa. Non lo sentì.

Ventisette anni.

Era cambiato tutto. Non era cambiato nulla.

Ventisette anni da quando era stata processata, giudicata colpevole e imprigionata per un crimine che aveva effettivamente commesso: tradimento contro gli Stati Uniti d’America. Soltanto che non si trattava di un crimine. Era stata una rivoluzione, una lotta per liberarsi dai Dormienti che avevano cercato di depredare e distruggere il popolo di Jennifer. Il governo aveva utilizzato la sua moderna arma di distruzione, tasse rovinose che dissanguavano la vita produttiva, e Jennifer, dal canto suo, ne aveva usata una ancor più moderna: terrorismo genetico. Jennifer Sharifi e i suoi undici alleati Insonni avevano tenuto in ostaggio cinque città americane minacciando di scatenare retrovirus modificati geneticamente finché i Dormienti non avessero lasciato andare il suo popolo.

Non lo avevano fatto, tuttavia, ma non perché il governo dei Dormienti fosse stato in grado di mettere nel sacco gli Insonni. La sconfitta di Jennifer aveva avuto origine da un’altra parte e lei e gli altri erano finiti in prigione con pene variabili, la sua la più lunga. Ventisette anni.

Una seconda auto da terra si fermò accanto a quella di Will. Giornalisti? Forse no, in quel mondo così cambiato. Una donna anziana scese dall’auto e si incamminò in direzione opposta. Jennifer la guardò con imparzialità. La donna, sull’ottantina a giudicare dal volto, si muoveva con il passo agile e con la fluida ondulazione delle braccia che ormai possedevano tutti. Dopo il Cambiamento. La donna era effettivamente anziana: sfruttata, quasi finita.

Jennifer Sharifi aveva 114 anni. Ne dimostrava trentacinque e avrebbe continuato a dimostrarli. Tuttavia erano andati perduti ventisette anni. E anche il suo mondo.

Il guardiano stava ancora parlando. Jennifer lo ignorò. Si concentrò sulla propria rabbia: possente, fusa, che si gonfiava come lento magma dal nucleo planetario. La arginò con freddezza, la contenne, la convogliò. La rabbia non indirizzata rappresentava un pericolo, la rabbia indirizzata una forza inesauribile. Era un problema di strategia.

Non si mosse nemmeno un muscolo del suo bellissimo viso.

Quando fu pronta, Jennifer si allontanò dal guardiano loquace, uscendo dal Carcere Federale di Massima Sicurezza di Allendale, dove aveva scontato ventisette anni per tradimento nei confronti di un governo che, ormai, non esisteva praticamente più.

Will non la baciò né la abbracciò. Però le prese la mano e restò seduto immobile per qualche istante prima di avviare l’aero.

— Salve Will.

— Salve Jennifer.

Non c’era bisogno di altro.

L’aeromobile decollò. Sotto di lei, il guardiano rimpicciolì, poi anche la prigione. Jennifer chiese freddamente alla ricetrasmittente: — Messaggi?

— Nessun messaggio — le fu risposto. Non era una sorpresa. Il collegamento non era schermato. I messaggi l’avrebbero attesa sulla linea di Will, ovunque lui stesse vivendo al momento. Ci sarebbero stati moltissimi messaggi e ancora di più nei giorni a venire, quando Jennifer avesse preso in mano ancora una volta le fila della sua immensa e intricata rete finanziaria e aziendale. Ma non negli Stati Uniti. Mai più negli Stati Uniti. C’era comunque una chiamata da fare su una linea non schermata.

— Collegamento col Rifugio, frequenza pubblica.

— Segnale trasmesso al Rifugio, frequenza pubblica — rispose l’operatore. Will le lanciò un’occhiata, quindi riportò lo sguardo sull’aeromobile.

Lo schermo di Jennifer fece balenare i codici di accesso, sostituiti immediatamente dal volto di sua nipote. E così Miranda era stata in attesa, aveva saputo l’ora e il minuto del rilascio di Jennifer. Logicamente.

— Salve, Nonna — disse Miranda Sharifi da circa trecentomila chilometri sopra la Terra. Lei e gli altri Insonni della terza generazione erano entrati in possesso della stazione orbitale del Rifugio ormai da anni: di quel Rifugio che Jennifer aveva costruito per tenere al sicuro gli Insonni. Jennifer non gradiva l’ironia.

Miranda non disse: "bentornata a casa". Il suo volto insignificante, con la testa di dimensioni esagerate e i capelli neri ricci e arruffati, non sorrise. Jennifer guardò la nipote, ricordò e rinforzò la muraglia attorno alla sua rabbia. Era stata Miranda a mandare Jennifer in prigione.

Jennifer annunciò con voce gelida e cristallina: — Riprendo il controllo del Rifugio. Legalmente è mio. L’autorità di tuo padre come tutore è decaduta dal momento del mio rilascio. Lascerete tutt’e due la stazione orbitale con gli altri ventisei Super-Insonni e con tutti quelli che hanno accordi commerciali ufficiali con voi, entro ventiquattro ore. Se non lo farete, vi riverserò contro tutta la corrotta forza legale del governo che voi avete scatenato contro di me.

Miranda rispose in maniera inespressiva: — Lasceremo il Rifugio. — Lo schermo si spense.

Will prese la mano di Jennifer.

L’aeromobile si avvicinò a una cupola di sicurezza a energia-Y nel centro dell’altopiano degli Appalachi. Colline antiche, consumate, arrotondate, ingentilite da un fogliame verde scuro, non modificate geneticamente. Will inviò un segnale allo scudo che lasciò passare l’aeromobile. Atterrò sul tetto di una casa in pietra, nanocostruita, su una bassa collina. Scesero.

Sotto Jennifer si estendeva un prato di trifoglio, margherite e api, circondato da un corso d’acqua scintillante che si rompeva all’estremità nord in una cascatella. Al di là, le montagne si innalzavano nella foschia azzurra come cattedrali fumose. Il cielo si inarcava lattiginoso e leggermente dorato sull’orizzonte occidentale.

Will le disse piano: — Sei a casa.

Jennifer si guardò tutto attorno: casa, prato, montagne, cielo, paesaggio. Il suo volto non cambiò, ma lei chiuse gli occhi, per cogliere meglio la rabbia meticolosamente contenuta.

— Casa questa? Mai. Questo è soltanto un campo di battaglia.

Will annuì lentamente e sorrise, quindi entrarono tutti e due.

PARTE PRIMA

Novembre 2120 — Gennaio 2121

Se i desideri fossero cavalli, i mendicanti potrebbero cavalcare.

John Ray, Proverbi Inglesi, 1670

1

Eccola lì. Buttata su un marciapiede della Madison Avenue nell’enclave di Manhattan Est. Poteva sembrare un rametto caduto, sfuggito a un robot di manutenzione difettoso. Ma non si trattava di un rametto innaturalmente diritto, né di un coltello laser perduto, né di una linea nera tronca tracciata sull’asfalto nanoricoperto che non portava da nessuna parte. Era una siringa del Cambiamento.

Il dottor Jackson Aranow la prese in mano.

Vuota, nessuna possibilità di stabilire quanto tempo prima fosse stata utilizzata. La lega nera non arrugginiva, non si intaccava e non si rovinava. Jackson non riuscì a ricordare l’ultima volta che ne aveva vista una buttata a terra. Tre o quattro anni prima, forse. La rigirò fra le dita come una bacchetta, vi guardò attraverso come se fosse un telescopio e la puntò contro un edificio dicendo: — Bang.

— Benvenuto — rispose l’edificio. Il braccio esteso di Jackson lo aveva fatto arrivare alla portata del sensore. L’uomo infilò la siringa in tasca e passò nel portico di sicurezza.

— Dottor Jackson Aranow, per Ellie Lester.

— Un minuto, signore. Ecco qui. tutto a posto. Sono felice di poterle essere utile, signore.

— Grazie — rispose Jackson, un po’ irrigidito. Non gradiva proprio gli atteggiamenti affettati negli edifici.

L’ingresso era sfarzoso e grottesco. Il pavimento era programmato con mattoncini gialli che scivolavano ogni trenta secondi per formare un disegno diverso, che terminava contro le pareti vuote. C’era una venere verde neon con un orologio digitale nel ventre, seduta su un magnifico tavolinetto Sheraton di antiquariato posto accanto all’ascensore. L’ascensore parlò con voce musicale e acuta.

— Che tu sia il benvenuto, sahib. Sono molto felice che tu venga a visitare Memsahib Lester. Ti prego, guarda da questa parte, permettimi un’umile analisi di retina… grazie, sahib. Ti auguro ogni bene.

Jackson non pensava che Ellie Lester gli sarebbe piaciuta.

Fuori dalla porta dell’appartamento, si materializzò l’ologramma di un negro a piedi nudi che indossava una camicia a scacchi sbiadita. — Sto felice che tu qui, signore. Signorina Ellie aspettare te dentro, signore. — L’ologramma trascinò i piedi, sogghignò e appoggiò una mano traslucida sulla porta che si stava aprendo.

L’appartamento ricordava l’ingresso: un misto accuratamente composto di costosissimi pezzi di antiquariato e sfrontati kitsch: un ratto di cartapesta che mangiava il suo piccolo, appoggiato sopra una squisita credenza del diciottesimo secolo. Un televisore antico lustrato a specchio sotto una scultura a filamenti di diamante tutta ricoperta di polvere. False sedie, tutte spigoli pericolosi e sporgenze bizzarre, su cui era impossibile sedersi. "Nell’epoca della nanotecnologia, perfino della nanotecnologia primitiva, la presenza materiale degli oggetti diventa volgare, perfino irrilevante, e soltanto il gusto di come vengono combinati è ciò che importa" diceva l’ultimo numero della rivista "Design". I due pesci d’oro nell’ingresso erano artisticamente morti e fluttuavano accanto al piccolo ologramma di un pequod in affondamento.

Ellie Lester uscì da una porta laterale. Era modificata geneticamente in altezza e quello suggerì a Jackson la sua età: le bambine programmate per superare il metro e ottanta erano state di moda per un breve periodo durante i tardi anni Ottanta, quando la prestanza fisica non era ancora diventata irrilevante. Adesso che "Design" aveva stabilito che lo era, Ellie compensava la sua altezza con il gusto. Sopra il seno nudo, indossava una collana che alternava perle al laser rilucenti con escrementi animali nanoricoperti: la gonna drappeggiata era rossa, bianca e blu. Jackson rammentò che quella era la serata delle elezioni.

— Dottore, ma dove diavolo si era "cacciato"? L’ho chiamata dieci minuti fa!

— Mi ci sono voluti quattro minuti per trovare un robotaxi — disse pacatamente Jackson. — E comunque lei mi aveva detto che suo nonno era già morto.

— Bisnonno — lo corresse lei, con espressione truce. — Da questa parte.

Prese a camminare cinque passi avanti a lui, il che concesse a Jackson una bella vista sulle sue lunghe, lunghissime gambe, sul sedere perfetto e sui capelli rossi tagliati asimmetricamente. Pensò di puntarle contro la siringa del Cambiamento e di sussurrare: "Bang". Invece lasciò in tasca la siringa. Gli sfoggi di scadente imitazione non erano poi così di gusto o intriganti come pensava "Design".

"Codardo" lo schernì Cazie nella sua mente.

Passarono attraverso una sala grottesca dopo l’altra. L’appartamento era ancora più grande di quello di Jackson sulla Fifth Avenue. Sulle pareti erano appesi quadri-parodia programmati e incorniciati in maniera elaborata: la Monna Lisa che rideva come una iena, Una domenica pomeriggio sulla Grande Jatte che si agitava freneticamente in punti in dissolvimento.

La camera da letto del morto era molto diversa, dipinta di bianco e priva di arredi, se si eccettuavano alcune piccole fotografie predigitali raggruppate su una parete. Un roboinfermiere sostava silenzioso accanto al letto. I muscoli delle labbra e delle guance del vecchio si erano allentati per la morte. Non era modificato geneticamente, ma doveva essere stato bello, un tempo. La pelle era solcata da rughe profonde ma, nonostante tutto, aveva l’aspetto sano di quelli che erano stati iniettati con la siringa del Cambiamento: era priva di macchie, gonfiori, chiazze indurite o qualsiasi altra cosa fosse provocata da cellule anormali o da tossine nel corpo. Non esistevano più.

Non esisteva più nemmeno la malattia. Se n’era occupato il Depuratore Cellulare, metà della magia del Cambiamento. I nanomeccanismi, composti da proteine geneticamente modificate e autoreplicanti, occupavano l’uno per cento delle cellule di tutti. Come i globuli bianchi, i piccoli biocomputer avevano la capacità di lasciare il flusso sanguigno e di viaggiare liberamente attraverso i tessuti corporei. A differenza dei globuli bianchi, i Depuratori Cellulari avevano la capacità di confrontare il DNA indigeno con variazioni non standard e di distruggere non soltanto le sostanze estranee ma anche le variazioni aberranti del DNA. Virus. Tossine. Cancri. Cellule ossee irregolari. Il Depuratore Cellulare inoltre risparmiava una lunga lista di sostanze preprogrammate che appartenevano al corpo, come minerali essenziali e batteri simbiotici. Dopo il Cambiamento, nessun medico portava più con sé antibiotici o antivirali. Nessun medico monitorava attentamente i pazienti alla ricerca di complicanze infettive. Nessun medico aveva più bisogno di strumenti diagnostici. Jackson, che si era laureato all’università di medicina di Harvard nello stesso anno in cui Miranda Sharifi aveva rifornito il mondo di siringhe del Cambiamento, non era uno specialista. Era un meccanico.

La "professione" di Jackson consisteva nel curare traumi, iniettare siringhe del Cambiamento ai nuovi nati e stilare certificati di morte. In quanto medico, era obsoleto come una venere verde neon. Uno sfoggio parodistico.

Non in quel momento, però.

Jackson tirò fuori alcuni strumenti dalla valigetta e attivò la linea ufficiale medica. Ellie Lester si accomodò sull’unica sedia della stanza.

— Nome del deceduto?

— Harold Winthrop Wayland.

Jackson girò attorno al cranio del morto con il monitor cerebrale. Nessuna attività elettrica, nessuna circolazione sanguigna nel cervello. — Numero di cittadinanza e data di nascita?

— AKM-92-4681-374. 3 Agosto 2026. Aveva "novantaquattro anni". — La ragazza sembrò sputar fuori quell’età.

Jackson piazzò il dermalizzatore sul collo di Wayland. Esso si srotolò immediatamente e si estese in una densa rete di sottili neuroni sintetici sopra il volto dell’uomo, scomparendo sotto il colletto del pigiama di seta per poi riapparire in fondo ai piedi. Un bozzolo che strisciava e sondava. Ellie Lester distolse lo sguardo. I monitor non mostrarono lesioni o altra indicazione di intrusione da nessuna parte sulla pelle, nemmeno la più piccola ferita da puntura. Tutti i tubuli di alimentazione erano perfettamente funzionanti.

— Quando ha scoperto il corpo del signor Wayland?

— Appena prima di chiamare lei. Ero venuta a controllarlo.

— E lo ha trovato come è adesso?

— Sì. Non ho toccato né lui né niente che fosse nella stanza.

La rete del dermalizzatore si ritrasse. Jackson infilò una sonda polmonare nella narice sinistra di Wayland. Non appena toccò la membrana mucosa, la sonda si attivò e scomparve lungo i bronchi per raggiungere i polmoni.

— Ultima espansione polmonare alle 6:42 ora della Costa Est — disse Jackson. — Nessuna traccia di annegamento. Campioni di tessuto prelevati. Adesso, signorina Lester, mi racconti, per la documentazione, tutto quello che riesce a ricordare sul comportamento del defunto durante gli ultimi giorni.

— Nulla di insolito — rispose lei seccamente.

— Non lasciava spesso la sua stanza, eccetto che per essere portato nella stanza di alimentazione. Lei può accedere ai dati del roboinfermiere, può portarselo via, addirittura. Io cercavo di venirlo a trovare ogni tanto. Quando sono entrata questa sera lui era morto e il robot si trovava in pausa.

— Senza avere inviato segnali di malfunzionamento al sistema di casa? È insolito.

— Ha segnalato. Lei può accedere a tutti i dati della casa e verificare per conto suo. Io però non ero in casa e il collegamento alla linea di comunicazione funzionava male. È ancora in quelle condizioni. Io non l’ho toccato, quindi può controllare.

Jackson obiettò: — Ma allora come ha fatto a chiamarmi?

— Dalla mia linea mobile. Ho anche chiamato la ditta di riparazione. Lei può accedere…

— Non voglio nessuno dei suoi dati — rispose Jackson. Si accorse del proprio tono di disprezzo e cercò di modificarlo. Il collegamento ufficiale era ancora aperto. — Ma la polizia potrebbe volerli. Io non faccio altro che certificare la morte, signorina Lester. Non effettuo indagini.

— Ma… significa forse che informerà le autorità? Non capisco. Il mio bisnonno è chiaramente morto di vecchiaia! Aveva "novantaquattro anni"!

— Adesso ci sono molte persone di novantaquattro anni. — Jackson distolse lo sguardo dagli occhi di lei. Un bruno carico, modificato geneticamente, ma piatto e lucido come quello di un uccello. — Signorina Lester, che cosa intendeva quando ha detto che il signor Wayland lasciava la propria camera soltanto quando il roboinfermiere lo portava nell’area di alimentazione?

I suoi occhi scintillanti si spalancarono e lei lanciò un’occhiata di chiaro trionfo all’apparecchio di comunicazione. — Che diamine, dottor Aranow, non ha consultato i dati del suo paziente durante il tragitto fin qui? Le avevo detto che avrei autorizzato il suo accesso.

— La corsa in robotaxi è stata breve. Abito a soli tre isolati di distanza.

— Ma ha avuto quattro minuti di tempo libero mentre aspettava il robotaxi! — Lo fissò dalla sedia con espressione trionfante, inarcando le sopracciglia. Lui avrebbe scommesso qualsiasi cosa che il suo QI non era stato modificato geneticamente.

Le rispose tranquillo: — Non sono entrato nella documentazione medica del signor Wayland. Ma perché il roboinfermiere doveva condurlo nell’area di alimentazione?

— Perché aveva l’Alzheimer, dottor Aranow. L’aveva da quindici anni, ben prima del Cambiamento. Perché il vostro preziosissimo Depuratore Cellulare non può riparare le cellule del cervello danneggiate, vero, dottore? Può soltanto distruggere quelle anormali. Il che gliene lasciava sempre di meno col passare degli anni. Perché lui non era in grado di "trovare" l’area di alimentazione, tanto meno poi di togliersi gli abiti e di nutrirsi. Perché la sua mente era andata e lui era un guscio bavoso, vacuo e vuoto il cui cervello danneggiato alla fine ha ceduto semplicemente, uccidendo il suo corpo, anche se era stato così scioccamente cambiato!

La ragazza ansimava. Jackson sapeva che lo stava pungolando, sfidandolo a dire: "lei lo ha ucciso". A quel punto, probabilmente, gli avrebbe fatto causa.

Non si lasciò provocare. Dopo il matrimonio con Cazie Sanders, e il divorzio, Ellie Lester era soltanto una stupida dilettante. Le disse formalmente: — La causa della morte, ovviamente, verrà stabilita dal medico legale di New York City, dopo l’autopsia. Questo rapporto preliminare si ritiene concluso. Disattivare il collegamento.

Infilò il trasmettitore nella borsa. Ellie Lester si alzò: era più alta di Jackson di quasi tre centimetri. Lui immaginò che l’autopsia avrebbe rivelato uno degli inibitori cinesi o sudamericani che fanno dimenticare al cervello quello che deve fare, inviare segnali al cuore di battere o ai polmoni di respirare. Forse, invece, l’autopsia non avrebbe mostrato nulla, se la droga fosse stata più sofisticata della tecnologia diagnostica. Come gliel’aveva somministrata?

Lei disse: — Forse i nostri sentieri si incroceranno di nuovo, dottore.

Lui ebbe il buon senso di non rispondere. Dall’unità mobile inoltrò una chiamata ai poliziotti, poi lanciò un’ultima occhiata ad Harold Winthrop Wayland. Lo schermo sul muro si accese. Il sistema di casa doveva essere stato programmato in anticipo.

— …risultati elettorali definitivi! Il Presidente Stephen Stanley Garrison è stata rieletto con uno scarto minimo. L’aspetto più inquietante dei risultati, tuttavia, è il numero di americani che ha votato. Su novanta milioni di potenziali elettori, soltanto l’otto per cento ha votato. Questo rappresenta un crollo…

Ellie Lester scoppiò in una secca risata. — "Inquietante". Dio, che deficiente. Ma perché mai qualcuno dovrebbe preoccuparsi "ancora" di votare?

— Forse come atto di parodia di buon gusto — commentò Jackson e si rese conto che, così dicendo, aveva vinto lei dopo tutto. Non lo confortava sapere che la ragazza era troppo stupida per accorgersene.

Non lo accompagnò alla porta. Forse "Design" aveva stabilito che anche le buone maniere erano irrilevanti. Mentre lasciava la stanza del morto, tuttavia, Jackson guardò con attenzione per la prima volta le piccole foto incorniciate appese sulla parete. Tutte meno l’ultima erano copie predigitali, sbiadite e irregolari nel colore. Edward Jenner. Ignaz Semmelweiss. Jonas Salk. Stephen Clarck Andrews. E Miranda Sharifi.

— Sì, era un medico anche lui — disse con malizia Ellie Lester. — Ai tempi in cui la gente come voi era ancora necessaria. E questi sono i suoi eroi: quattro Vivi e una Insonne. Non lo sapeva? — Scoppiò a ridere.

Jackson uscì. L’ologramma del negro era stato sostituito da quello di uno schiavo romano nudo, fortemente muscoloso, bello, ma chiaramente non modificato geneticamente. Un Vivo. Lo schiavo si inchinò mentre Jackson passava, abbassò gli occhi e aprì la bocca. Catene traslucide di oro olografico lo tenevano incatenato al pomolo della porta di Ellie Lester.

— Lei rappresenta l’estremità di una curva a campana, lo so — disse Jackson a sua sorella Theresa. — Quindi la cosa non dovrebbe preoccuparmi. In effetti, non mi preoccupa.

— Sì che ti preoccupa — commentò Theresa con la sua voce gentile. — Ed è giusto che sia così.

Erano seduti nell’atrio del loro appartamento e bevevano qualcosa prima di cena, che sarebbe stata composta di cibo per bocca, vecchio stile. La parete dell’atrio che dava sul parco era costituita da uno schermo trasparente a energia-Y. Quattro piani più giù, il Central Park turbinava di colori autunnali sotto l’invisibile cupola a energia. Le enclavi di Manhattan avevano votato recentemente perché venissero restaurate le stagioni differenziate, anche se il risultato della votazione era stato incerto. Sopra lo scudo, il cielo di novembre pareva color cenere.

Theresa indossava un abito ampio a fiori che le ricadeva in pieghe graziose fino alle caviglie: Jackson aveva la vaga impressione che fosse fuori moda. Il volto di lei, senza trucco, era un pallido ovale sotto i capelli biondo argentato. Aveva dodici anni meno del trentenne Jackson.

Theresa era fragile. Non tanto nel corpo modificato geneticamente per essere slanciato, quanto nella mente. Jackson credeva in cuor suo che durante il procedimento di ingegneria embrionale qualcosa fosse andato storto, come succedeva a volte. La modificazione genetica era un processo complicato e, una volta che lo zigote si trasformava in blastomeri, non era più possibile alcun ulteriore intervento permanente. Non da parte di alcuno sulla Terra, quanto meno.

Da bambina, Theresa aveva odiato andare a scuola, aggrappandosi alla madre sconcertata e piangendo disperata. Non le piaceva giocare con gli altri bambini. Per giorni interi rimaneva chiusa nella sua stanza, disegnando o ascoltando musica. A volte diceva che avrebbe voluto avvolgersi nella musica e sciogliervisi finché non fosse esistita più alcuna Theresa. I test medici avevano mostrato una forte reattività nel suo sistema di risposta agli ormoni dello stress: alti livelli di cortisolo, ghiandole adrenaliniche ingrossate, battito cardiaco, motilità intestinale e morte di cellule nervose associati a depressione presuicida. La sua soglia di risposta limbico ipotalamica era bassissima: trovava intensamente minaccioso tutto ciò che era nuovo.

In un’epoca di ammine biogene tecnologicamente adattate, nessuno doveva essere fragile. Per tutta l’infanzia, Theresa era stata costretta a sottoporsi a trattamenti di neurofarmaci per riequilibrare la sua chimica cerebrale. Il Depuratore Cellulare avrebbe reso problematiche le cure, visto che distruggeva tutto quello che riteneva non appartenere direttamente al corpo, non adeguarsi agli schemi del DNA o alla serie approvata di molecole immagazzinate nei suoi minuscoli, inimmaginabili computer a base proteica piazzati nelle e fra le cellule umane. Quando però il Cambiamento aveva portato il Depuratore Cellulare, non aveva avuto più alcuna importanza. A tredici anni Theresa dichiarò… no, quello era un termine troppo forte per Theresa, lei non "dichiarava" mai nulla… disse che aveva chiuso con i neurofarmaci "per sempre".

A quel punto, i suoi genitori erano morti in un incidente aereo e Jackson era divenuto il tutore di sua sorella. Jackson aveva discusso con lei, aveva cercato di ragionare, l’aveva implorata. Non era servito a nulla. Theresa non voleva essere aiutata. Non ribatté alle discussioni: il dibattito intellettuale la confondeva. Si rifiutò semplicemente di accettare una soluzione medica per i suoi problemi medici.

Quanto meno, comunque, non tentò il suicidio, la più grande paura di Jackson. Si fece sempre più appartata e più elusiva, una di quelle dolci e pallide donne di un secolo completamente diverso. Theresa ricamava. Studiava musica. Stava compilando, impresa del tutto irrilevante, una biografia della martire Insonne, Leisha Camden, altra donna interamente eclissata da una diversa generazione femminile priva di scrupoli.

Quando era avvenuto il Cambiamento, Theresa era stata l’unica persona che Jackson conoscesse ad aver rifiutato l’iniezione. Non poteva nutrirsi del terreno. Si infettava per virus e batteri. Poteva restare avvelenata dalle tossine. Poteva venirle il cancro.

A volte, quando era di cattivo umore, lui pensava che l’elusiva fragilità neurologica di sua sorella, così staccata dalla sua intelligente dolcezza, fosse il motivo per cui lui era diventato medico. Solo negli ultimi tempi si era reso conto che le fragilità di Theresa erano anche il motivo per cui aveva sposato una persona come Cazie.

Osservando sua sorella che si versava dell’altro succo di frutta, non beveva mai allucinogeni, alcolici o bevande a base di endorfine sintetiche come l’Endorbacio, Jackson pensò che fosse sbagliato lasciarsi condizionare la vita in quel modo da una sorella minore dolcemente, cocciutamente e scioccamente pazza. Pensò di essere un debole per aver permesso che ciò accadesse. E che sentirsi forte vicino a Theresa, probabilmente in confronto, era a sua volta un modo da debole di considerare la situazione.

— Le persone come Ellie Lester — disse Theresa — non sono complete.

— Che intendi dire? — Non voleva saperlo realmente, avrebbe potuto portare a un’altra arrancante e tortuosa discussione di Theresa sulla spiritualità, ma l’allucinogeno nel suo drink stava avendo su di lui un effetto gradevole. Le ossa si stavano rilassando, i muscoli si scioglievano, gli alberi sottostanti ronzavano formando uno sfondo armonioso senza pretese. Non voleva parlare. Certo non delle informazioni su Ellie Lester controllate appena tornato a casa, che includevano la scoperta che lei avrebbe ereditato l’immensa fortuna del bisnonno. Che chiacchierasse Tessie. Lui sarebbe rimasto seduto nel ronzante imbrunire senza ascoltare.

Però tutto quello che disse Theresa fu: — Non so cosa voglio dire. So soltanto che non sono completi. Tutti quanti. Tutti noi.

— Ummmmm.

— Qualcosa non va in noi. Io ci credo Jackson. Ci credo davvero.

Non suonava proprio come se ci credesse. Appariva insicura come al solito, col suo modo di parlare esitante e delicato e il suo vestito a fiori. A Jackson venne in mente che, in una enclave dove le feste terminavano spesso con tutti i partecipanti nudi che si nutrivano in comune, lui non aveva più visto la forma del corpo di sua sorella da anni.

A quel punto però Theresa prese a parlare in modo impetuoso. — Ho letto qualcosa di malvagio oggi. Davvero "malvagio". Ho inviato Thomas nei database della biblioteca per il mio libro. Per qualcosa che Leisha Camden scrisse nel 2045.

Jackson si fece forza. Theresa inviava spesso il suo sistema personale, Thomas, a setacciare i database storici e spesso interpretava male quello che quello vi trovava, oppure si indignava, o altrimenti piangeva.

— Thomas mi ha riportato una frase di un medico famoso che conosceva Leisha. Hans Dietrich Lowering. Ha detto: "La mente non esiste. C’è soltanto un insieme di attività elettriche e fisiologiche che tutti chiamiamo cervello." Ha detto una cosa simile!

Jackson si sentì soffocare dalla pietà. Lei appariva così agitata, così inutilmente indignata, davanti a quella non-notizia vecchia e per nulla sconvolgente. La sua pietà, tuttavia, era intrecciata all’inquietudine. Non appena Theresa aveva pronunciato la parola "malvagio", Jackson aveva avuto un flash improvviso di Ellie Lester, più alta di lui, che mostrava i denti in preda alla furia che non poteva permettersi di far trapelare nella linea ufficiale medica. Lei era apparsa malvagia, una malvagia, bella gigantessa e, nella morsa dell’allucinogeno, Jackson poté ammettere quello che aveva negato in precedenza: lui l’aveva voluta. Anche se lei non era stata realmente malvagia ma soltanto avida; non veramente bella ma soltanto ovvia. E non più gigante dell’ologramma in miniatura del Vequod che affondava accanto ai pesci d’oro morti nella vasca dell’atrio.

Spostò a disagio il peso sulla sedia e bevve un altro sorso della bevanda.

— È malvagio negare l’esistenza della mente — stava dicendo Theresa. — Figuriamoci poi l’anima.

— Tessie…

Lei si sporse in avanti, una chiazza pallida e indistinta nell’oscurità, con la voce prossima alle lacrime. — "È malvagio", Jackson. Noi non siamo soltanto sensori, processori e cablaggi, come i robot. Siamo umani, tutti noi.

— Calmati, tesoro. Era soltanto una frase scritta moltissimo tempo fa. Dati ammuffiti in un vecchio file.

— Allora la gente oggi non crede più che sia vero? I medici non ci credono?

Certo che ci credevano. Soltanto Theresa poteva restare così sconvolta per un’affermazione standardizzata vecchia settantacinque anni, basata su altre standardizzazioni vecchie duecento anni.

— Tessie, piccola…

— Noi abbiamo "anime", Jackson!

Un’altra voce: — Oh, Cristo, non un’altra sparata sulle anime!

Lei entrò sorridendo, canzonando, riempiendo la grande sala con la sua ancor più grande presenza da un metro e cinquanta e dall’estrema vitalità. Cazie Sanders. La sua ex moglie che si rifiutava di uscire dalla sua vita, essendo il divorzio che aveva ottenuto da lui soltanto una cosa in più da trascurare con disinvoltura adesso che l’aveva. Con la scusa di essere amica di Theresa, Cazie entrava e usciva dall’appartamento degli Aranow come più le aggradava, prendeva e mollava gli Aranow come più le girava, si gratificava sempre.

Con lei c’erano due uomini che Jackson non conosceva: forse uno dei due era l’amante del momento? Lo erano tutti e due? Un’occhiata al più vecchio e Jackson comprese subito che era sotto l’effetto di qualcosa di più forte degli allucinogeni o dell’Endorbacio. Magro, alto, privo di muscolatura, aveva il corpo modellato in modo deliberatamente androgino da stella della televisione, vestito con una tunica in cotone grezzo e marrone che sembrava una fodera da cuscino, già in parte consumata dai tubuli di alimentazione della sua pelle. L’uomo più giovane, la cui bellezza modificata geneticamente ricordava in modo sgradevole a Jackson lo schiavo olografico di Ellie Lester, indossava un olo-abito opaco che sembrava formato da migliaia di brulicanti api infuriate. Aveva la bocca perennemente incurvata in un ghigno. Cazie andava a letto veramente con uno di quei due disastri? Jackson non lo sapeva.

Era difficile spiegare perché lui avesse sposato Cazie, ma non troppo. Era bellissima, con corti riccioli scuri, una pelle color miele dorato e occhi a mandorla d’oro con piccole pagliuzze verde chiaro. Tutte le donne modificate geneticamente erano belle, però. Di certo Cazie non era delicata, fedele e gentile come Theresa… che, davanti alla ex cognata, sbiadiva, scompariva quasi, tremolando debolmente come un ologramma mal funzionante.

Cazie bruciava di qualche forza vitale non modificata geneticamente: era oscuramente intelligente, primitiva ed erotica come la pioggia battente. Tutte le volte che lo aveva toccato, febbrilmente, languidamente o teneramente, con Cazie non si poteva mai prevedere, Jackson aveva avvertito qualcosa di ferreo e gelido squagliarsi nel proprio centro, qualcosa che di solito non sapeva nemmeno di portare in giro. Si era sentito connesso con desideri innominati, possenti, antichissimi. A volte, facendo sesso con Cazie, mentre le unghie di lei gli graffiavano la schiena e il pene di lui le si muoveva dentro ciecamente, come un ardente missile vivente, si era stupito nel sentire se stesso piagnucolare, gridare o cantilenare: diventava una persona completamente diversa, il cui ricordo lo metteva in imbarazzo. Cazie non era mai imbarazzata. Per nulla al mondo. Dopo due anni di matrimonio, aveva divorziato da Jackson accusandolo di essere "troppo passivo".

Lui aveva avuto paura, durante le settimane di confusione in cui lei aveva traslocato, che nulla nella sua vita sarebbe mai stato bello come quei due anni. E nulla lo era stato.

Guardandola in quel momento, vestita con una tunichetta drappeggiata verde e oro che le lasciava nuda una spalla, Jackson provò il familiare irrigidirsi del collo, del petto, dello scroto, un complesso di desiderio, rabbia, competitività e umiliazione semplicemente per non essere stato abbastanza forte per nuotare nelle oscure correnti del mare interno di lei. Appoggiò il bicchiere. Aveva bisogno di mantenere chiare le idee.

— Come ti senti, Tess? — chiese cortesemente Cazie. Si sedette, senza essere invitata, accanto a Theresa che si ritirò facendosi piccola piccola e tese una mano, quasi per riscaldarsi al fuoco di Cazie. Per Jackson la loro amicizia restava una cosa inesplicabile: erano troppo diverse. Una volta che qualcuno riusciva a entrare nella vita di Theresa, lei gli restava attaccata per sempre. Theresa, poi, tirava fuori il lato protettivo e tenero di Cazie, come se fosse un micino indifeso. Jackson distolse lo sguardo dalla ex moglie, poi si rifiutò di concedersi quella debolezza e la guardò nuovamente.

— Sto bene — sussurrò Theresa. Lanciò un’occhiata alla porta. Gli estranei facevano aumentare la sua apprensione.

— Tess, questi sono miei amici, Landau Carson e Irv Kanzler. Jackson e Theresa Aranow. Stiamo andando a un esorcismo.

— A che cosa? — chiese Jackson. Desiderò subito di non averlo fatto. Irv estrasse un inalatore dalla tasca della tunica consumabile e inalò ancora un po’ di ciò che gli stava rimodellando la chimica neurale. Era quello il problema con le droghe ricreazionali più tossiche: il Depuratore Cellulare le rimuoveva rapidamente non appena quelle entravano nel corpo e quindi chi le usava doveva rinnovarne l’assunzione ogni pochi minuti.

— Un ess-or-ciss-mo — biascicò Landau con accento effeminato. Era quello che indossava le api. — Non ne hai "mai" sentito parlare? "Devi" averne sentito parlare.

— Jackson non sente mai parlare di niente — commentò Cazie. — Non lascia mai l’enclave per scendere a sporcarsi fra i Vivi.

— A volte esco dall’enclave — replicò secco Jackson.

— Sono felice di sentirlo — replicò Cazie, versandosi un bicchiere di allucinogeno. L’unghia del suo anulare sinistro era ricoperta da un ologramma con piccole farfalle concatenate che sbattevano freneticamente le ali.

— Un ess-or-ciss-mo è semplicemente una nova — ripeté Landau con esagerata accondiscendenza. — Uno sballo genuino. Moriresti dal ridere.

— Ne dubito — commentò Jackson e decise che era l’ultima cosa che avrebbe detto a quel tossico. Incrociò le braccia sul petto, si rese conto che quella posa, probabilmente, lo faceva apparire rigido proprio come Cazie aveva alluso e le distese nuovamente.

Landau disse: — Di certo avrai sentito parlare dei culti di Madre Miranda, no? Sono una specie di religione da Vivi… così tipico. Miranda come la Vergine Maria che intercede presso il Divino. E per "che cosa"? Non la salvezza, la grazia, un mondo di pace o una qualsiasi di quelle noiose verità eterne. No. I seguaci di Madre Miranda pregano per "l’immortalità". Un altro Cambiamento. Se i Super-Insonni sono stati in grado di fornire le prime siringhe, sostiene questa risibile teologia, allora potrebbero anche fornire un altro miracolo che faccia vivere per sempre tutti i piccoli e sudici Vivi.

Irv scoppiò a ridere, un latrato improvviso simile al ghiaccio che si crepa, e inspirò di nuovo dall’inalatore. Doveva provocare l’eccitazione diretta di un centro del piacere, immaginò Jackson, con additivi allucinogeni e depressori selettivi per abbassare l’inibizione.

Cazie sbottò: — Dio, Landau, sei uno snob così poco originale. Non ci sono soltanto Vivi coinvolti nel culto di Madre Miranda. Ci sono dentro anche dei Muli.

Theresa si mosse a disagio sulla sedia, un piccolo gesto di agitazione che rappresentava l’equivalente cinestetico di un lamento. Jackson le prese la mano.

Landau proseguì: — Ma per la "maggior" parte sono Vivi. Il nostro nuovo ottanta per cento autosufficiente è privo di diritti. I Vivi, poi, sono gli unici che fanno esorcismi.

Con voce così bassa che inizialmente Jackson pensò che nessun altro fosse riuscito a sentirla, Theresa disse: — Esorcizzare cosa? I Demoni?

— No, certo che no — rispose Landau. Le sue api ronzarono un po’ più forte. — Pensieri impuri.

Cazie scoppiò a ridere. — Non esattamente. Più precisamente pensieri ideologicamente scorretti. In effetti si tratta di un controllo di tipo politico per assicurarsi che tutti i piccoli e buoni "Madre Mirandiani" siano convinti della sua quasi divinità. Lo chiamano esorcismo perché dovrebbe eliminare le idee sbagliate. Quindi preparano tutti insieme una nuova trasmissione da inviare su al Rifugio.

— Un intrattenimento davvero da sballo — commentò Landau.

Jackson non riuscì a frenarsi. — E questo rituale è aperto al pubblico?

— Certo che no — rispose Landau. — Noi siamo infiltrati. Umili novizi in cerca di fede per le nostre inutili vite troppo privilegiate.

La tranquilla agitazione di Theresa aumentò. Cazie domandò: — Cosa c’è, Tess?

Theresa esplose: — Non dovreste farlo! — Poi si rannicchiò nuovamente sulla sedia, e schizzò in piedi. Jackson, che la stava tenendo ancora per mano, sentì che le sue dita tremavano. — Buona notte — sussurrò la ragazza e si liberò.

Cazie la chiamò: — Aspetta, Tess, non andare! — Ma Theresa era già scappata in camera sua.

— Complimenti — fece Jackson.

— Mi dispiace, Jack. Non pensavo che avrebbe reagito in questo modo. Non è una vera religione.

— È religiosa? Le mie condoglianze — commentò Landau. — Ed è anche una parente stretta.

— Chiudi il becco — ordinò Cazie. — Dio, quanto mi annoi a volte, Landau. Non ti stanchi mai di questi atteggiamenti arroganti?

— Mai. Che cosa c’è realmente d’altro? Inoltre posso rammentarti, Cassandra cara, che anche tu stai per recati a un ess-or-ciss-mo, eh?

— No — ribatté secca Cazie. — Non ci vengo. Fuori di qui!

— Un improvviso scoppio di rabbia! Che cosa eccitante!

Jackson si alzò in piedi. Landau si toccò un punto sul petto: le api ronzarono ancora più forte. Per la prima volta Jackson si chiese se fossero davvero tutte ologrammi o se qualche ape non fosse un’arma. Sicuramente Landau indossava uno scudo-Y personale.

— Fuori! — gridò Cazie. — Mi hai sentito, disgraziato? Fuori! — I suoi occhi scuri sfolgorarono: sembrava una caricatura proprio come Landau. Anche lei forse stava solo recitando, divertendosi per la messinscena? Jackson si rese conto di non essere in grado di stabilirlo.

Landau si stiracchiò pigramente, sbadigliò con ostentazione e si alzò. Si avvicinò alla porta, strascicando i piedi. Irv lo seguì, inspirando dall’inalatore. Non aveva detto una sola parola.

Quando Cazie tornò, dopo avere sbattuto la porta dell’appartamento, Jackson commentò serenamente: — Begli amici che hai.

— Non sono miei amici. — La donna stava ansimando.

— Li hai presentati come amici.

— Be’, già. Sai come succede. Mi dispiace per Tessie, Jack. Non sapevo davvero che Landau fosse così stupido.

Se quella umiltà era un atteggiamento, era di tipo nuovo. Jackson non se ne fidava e non si fidava nemmeno di lei. Non le rispose.

Cazie riprese: — Pensi che debba andare da Tess?

— No. Dalle un po’ di tempo. — Alle loro spalle, tuttavia, arrivò la voce debole di Theresa: aveva sentito sbattere la porta ed era sgusciata fuori.

— Se ne sono andati?

— Sì, piccola — confermò Cazie. — Mi dispiace di averli portati qui. Non ci avevo pensato. Sono delle vere facce di culo. No, nemmeno quello: soltanto buchi di culo. Frammenti. Persone parziali.

Theresa disse con eccitazione: — Ma è proprio quello che stavo dicendo prima a Jackson! C’è qualcosa di non completo nelle persone di oggi. Caspita, questo pomeriggio Jackson ha visto…

— Non posso parlare di un caso medico riservato — la interruppe bruscamente Jackson, anche se era ovvio che lo aveva già fatto. Theresa si morse un labbro. Cazie sorrise, l’umiltà già sostituita dallo scherno.

— Un omicidio, Jack? Non riesco a pensare ad altro per cui avrebbero avuto bisogno di te e di cui tu non possa parlare. Un po’ fuori dal seminato rispetto al tuo solito intervento mensile per incidente o al Cambiamento bimestrale per qualche neonato, eh?

Lui rispose pacatamente: — Non mi stuzzicare, Cazie.

— Oh, Jackson, tesoro, perché non ti sei imposto così quando eravamo sposati? Anche se penso davvero che siamo assortiti molto meglio come amici. — Si rivolse nuovamente alla sorella di Jackson, improvvisamente gentile ancora una volta, mentre lui restava lì con la voglia di darle una sberla, di convincerla o di stuprarla: — Tess, cara, hai proprio ragione. Noi Muli stiamo cadendo a pezzi dopo il Cambiamento. Ci uniamo a culti dei Vivi, assumiamo neurofarmaci che uccidono il cervello oppure sposiamo un programma di computer. Ne avevi sentito parlare? Per dipendenza. "La tua Intelligenza Artificiale non ti abbandonerà mai". — Scoppiò a ridere, tirando indietro la testa. I riccioli scuri danzarono, e gli occhi allungati si socchiusero in due fessure.

Theresa disse: — Sì, ma… non dobbiamo essere necessariamente così!

— Sì, invece — ribatté Cazie. — Siamo nati per continuare a essere auto-serventi, perfino i migliori di noi. Jackson, hai votato oggi?

Non lo aveva fatto. Cercò di assumere un atteggiamento accondiscendente.

— E tu, Tess? Non importa, lo sapevo. L’intero sistema politico è morto perché tutti sanno che il potere non è più lì. Se ne è occupato il Cambiamento. I Vivi non hanno più bisogno di noi, se la cavano abbastanza bene nelle loro piccole pseudo enclavi senza legge, nutrendosi del terreno. Quanto meno ritengono che sia così. Il che, accidentalmente, è il motivo per cui mi trovo qui. C’è una crisi.

Gli occhi scuri di Cazie scintillarono: amava le crisi. Theresa si allarmò. Jackson le interruppe: — Theresa, hai già mostrato a Cazie il tuo nuovo uccellino?

— Vado a prenderlo — disse Theresa e scappò via.

— Chi è in crisi? — chiese Jackson.

— Noi. La TenTech. Ci sono state incursioni in una fabbrica.

— È impossibile — commentò Jackson. Poi, visto che Cazie di solito sapeva quello che diceva, domandò: — In quale fabbrica?

— Lo stabilimento di Willoughby, in Pennsylvania. Be’, ancora non si tratta di vere incursioni. Oggi pomeriggio, però, c’era qualcuno all’esterno dello scudo a energia-Y con strumentazioni bioelettroniche e di cristallo. I sensori li hanno captati. Se controllassi la tua rete commerciale, Jack, lo sapresti anche tu. Ma, oh, dimenticavo… eri fuori a investigare su un omicidio.

Jackson cercò di mantenersi calmo. Cazie aveva ricevuto un terzo della TenTech per gli accordi del divorzio, visto che i soldi di lei erano serviti a tenere a galla la compagnia durante il disastroso anno in cui un nanodisgregatore invasivo aveva attaccato l’onnipresente lega duragem e gli affari erano morti come Vivi. Le disse pacatamente: — Non è entrato nessuno, vero? Nessuno è in grado di infrangere la sicurezza di uno scudo a energia-Y. Quanto meno non…

— Non dei Vivi, intendi dire, e chi altri potrebbe trovarsi nei deserti della Pennsylvania centrale? Penso che tu abbia ragione, probabilmente. Ma è proprio questo il motivo per cui dovremmo andare a dare un’occhiata. Se non si tratta di Vivi, chi è? Ragazzi della Carnegie-Mellon che affilano le loro abilità di intrusione informatica? Spionaggio industriale da parte della CanCo? Super-Insonni come… caspita!… Miranda Sharifi, che nutrono oscuri interessi nella nostra piccola ditta a conduzione familiare? Che ne pensi, Jack? Chi sta mettendo il naso nella nostra azienda?

— Forse i biosensori funzionano male. Un altro problema come quello del duragem.

— Forse — convenne Cazie. — Ma ho controllato in giro. Nessun altro ha problemi con i sensori. Soltanto noi. Penso che faremmo meglio a dare un’occhiata. D’accordo, Jackson? Domani mattina?

— Ho da fare.

— Fare che cosa? Non hai da fare: è quello il guaio, nessuno di noi ha abbastanza da fare. Adesso è arrivato qualcosa, qualcosa che ha un impatto sulle nostre finanze, qualcosa che ha una effettiva sostanza. Vieni con me.

Gli sorrise, a pieno voltaggio, coi lunghi occhi dorati carichi dell’astuta preghiera che mancava alle sue parole sfacciate. Jackson sapeva che più tardi, quando si fosse trovato a letto, continuando a ripassare quella conversazione, non sarebbe riuscito a ricreare gli atteggiamenti incalzanti di lei. Dei suoi occhi, del suo linguaggio corporeo, del suo tono di voce. Avrebbe ricordato solamente le parole, prive della grazia o della sottigliezza, e si sarebbe maledetto per il suo sì.

Cazie scoppiò a ridere. — Alle nove, allora. Guido io. Nel frattempo… sto morendo di fame. Oh, Tessie, eccoti qui. Che magnifico uccellino modificato geneticamente. Sai parlare uccellino da gabbia? Sai dire "dissoluzione sociale"?

Theresa sollevò la gabbia a energia-Y e disse: — Sa soltanto cantare.

— Come la maggior parte di noi — commentò Cazie. — Motivi disperatamente discordanti. Jackson, io "ho" fame. E non voglio cibo per bocca, questa sera. Penso che dovremmo tenere compagnia a Tessie finché mangia e che poi mi dovresti invitare a cena nella tua area di alimentazione così gustosa.

— Io devo uscire — ribatté in fretta Jackson. Theresa lo fissò sorpresa, improvvisamente rabbuiata. Jackson non intuiva quanto lei sapesse o immaginasse dei sentimenti che lui provava per Cazie. Theresa era molto sensibile al disagio: intuiva che sarebbe stato impossibile per Jackson andare tranquillamente con Cazie in sala da pranzo, togliersi gran parte dei vestiti e giacere sul terreno ricco di sostanze nutrienti mentre il suo corpo cambiato assorbiva tutto ciò di cui aveva bisogno, in proporzioni perfette, attraverso i tubuli del nutrimento. Jackson non poteva farlo anche se lo stimolo era fortissimo. Giacere lì, sotto le luci calde, le mutanti lunghezze d’onda selezionate attentamente per ottenere un effetto rilassante per la mente, respirare l’aria profumata, voltarsi su un gomito per chiacchierare distrattamente con Cazie, guardare Cazie che si nutriva, stesa sullo stomaco, i piccoli seni sodi sprofondati nella terra…

Impossibile.

Aspettò finché la sua erezione non fosse scemata prima di alzarsi e stiracchiarsi con elaborata noncuranza. — Bene, ci sono delle persone che mi stanno aspettando. Buona notte, Cazie. Theresa, non farò tardi.

— Stai attento, Jackson — disse Theresa come faceva sempre, come se potessero esistere pericoli all’interno dell’Enclave di Manhattan Est, protetta da uno scudo a energia-Y dalle indesiderate intemperie. Theresa non lasciava l’appartamento da oltre un anno.

— Sì, stai attento, Jack — scimmiottò Cazie teneramente, e lui sentì il cuore saltare un battito quando gli sembrò di avvertire del rammarico mischiato con la tenerezza. Quando si voltò, tuttavia, lei stava facendo di nuovo le moine all’uccellino di Theresa e non lo guardò nemmeno.

C’era l’indomani.

Maledetto domani. Si trattava di un viaggio di affari, per scoprire che cosa non andasse nello stabilimento di Willoughby. Lui possedeva quella maledetta compagnia, quanto meno un terzo, e avrebbe dovuto controllare meglio i tabulati della ditta, dare ordini alle Intelligenze Artificiali che la gestivano, collegarsi con il capo tecnico della TenTech, verificare l’andamento dei problemi. Doveva essere più responsabile dei soldi suoi e di Theresa. Doveva…

Avrebbe dovuto fare un sacco di cose.

Uscì nella fredda notte di novembre, che sotto la cupola sembrava una calda notte di settembre, e cercò di pensare a un posto che non fosse casa sua in cui avrebbe potuto effettivamente cenare.

2

Lizzie Francy si fermò sull’erba irregolare del campo buio in Pennsylvania e appoggiò in segno di monito una mano sul braccio di Vicki Turner. Soffiava un vento freddo. A una trentina di metri di distanza lo stabilimento che produceva coni a energia-Y della TenTech si profilava al chiaro di luna, un parallelepipedo di cemespugna privo di finestre, bianco e senza tratti caratteristici, come una prigione.

— Non andare oltre — avvertì Lizzie. — Lo scudo di sicurezza inizia un metro e mezzo più avanti. Vedi la differenza sull’erba?

— Certo che no, non riesco a vedere "niente" — rispose Vicki. — Tu come fai?

— Sono venuta qui alla luce del giorno — disse Lizzie. — Dobbiamo spostarci, un po’ a sinistra, ho lasciato un segno. Stai tremando, Vicki. Hai freddo?

— Sto gelando. Stiamo gelando tutti. È lo scopo di questa incursione notturna illegale, no? Dio, devo essere impazzita per fare una cosa simile… Quanto più a sinistra?

— Proprio qui. Non ti avvicinare oltre, i sensori a infrarossi ci capteranno.

— Non me, sono troppo fredda. Mi scambierebbero per una roccia. No, non voglio la tua mantella, ne hai bisogno.

— Io non ho freddo — ribatté Lizzie. Aprì un sacco di iuta e cominciò a tirare fuori roba.

— È l’esplosione dei tuoi ormoni. I piccoli coni a energia-Y della gravidanza. Va bene, prenderò la mantella. Come mai la tua pelle non consuma i vestiti in fretta come la mia? O è soltanto un’impressione? Lizzie, piccola, non eccitarti troppo. Non funzionerà. Nessuno, per quanto sia un bravo pirata informatico, può entrare in una fabbrica di coni a energia-Y.

— Io sì — rispose Lizzie.

Sogghignò in direzione di Vicki, Vicki non capiva. Vicki era intelligente, era colta, era un Mulo, quelli che prima gestivano il mondo. Vicki aveva regalato a Lizzie il primo terminale e le aveva insegnato a usarlo. Lizzie doveva tutto a Vicki. Ma Vicki "non sapeva". Vicki era vecchia, forse aveva quasi quarant’anni, ed era diventata adulta prima del Cambiamento, quando ogni cosa era differente. Lizzie aveva passato gli ultimi cinque anni sulle reti informatiche e sapeva quanto era brava. Non c’era nulla in cui non potesse introdursi (eccetto ovviamente il Rifugio, ma quello non contava). Quello era il mondo di Lizzie, ormai, e lei poteva fare tutto. Aveva diciassette anni.

Le due donne tirarono fuori la strumentazione di Lizzie da un’altra tela tessuta in modo grezzo. Biblioteca di cristallo, terminale, trasmettitore laser, olotute complete. Parte dell’equipaggiamento era di materiale scadente, parte era rubato, tutto era vecchio. Lizzie, con il pancione che le tendeva la tunica già consumata, montò l’equipaggiamento e lo puntò contro l’edificio. Vicki, avvolta nella mantella di Lizzie, si mise improvvisamente a ridacchiare. — Ho conosciuto Jackson Aranow, una volta.

— Chi sarebbe Jackson Aranow?

— Il proprietario della fabbrica che stai per derubare. Quanto meno lo è la sua famiglia. Io dico sempre, conosci i tuoi ignari e involontari benefattori. Gli Aranow sono una vecchia stirpe di conservatori, altezzosi e noiosi. Ricchi quanto il Rifugio.

Lizzie sollevò lo sguardo dagli schemi di decodifica sullo schermo. — Davvero?

— No, ovviamente non proprio. Dio, non prendere sempre tutto così alla lettera. Nessuno è ricco come il Rifugio.

— D’accordo, siamo pronti — disse Lizzie. Sogghignò, un lampo di denti bianchi nell’oscurità. — Hai il tuo sacco? Ricorda che lo scudo si abbasserà soltanto per dieci secondi prima che il sistema si riprogrammi. Sei armata?

— Se è questo, essere "armati" — commentò Vicki, sollevando il tubo di metallo nella mano destra. — Dovevi proprio farlo così pesante? Se devo morire, preferisco farlo un po’ più leggera.

— Non morirai. E sei quasi completamente nuda, non ti sembra di essere abbastanza leggera? — Lizzie scoppiò a ridere, un profondo ghigno impudente, e le sue dita presero a volare sopra la tastiera. — Va bene… "ora"!

Un raggio laser trafisse l’oscurità, diritto e inflessibile come un bastone di filamenti in diamante. Sfrecciò attraverso lo scudo invisibile a energia verso un punto preciso, virtualmente indistinguibile, posto in alto, sull’edificio. Lo seguì un secondo raggio. Molti siti di dati, eccitate le loro molecole bioelettriche dalla prima scarica del laser, assorbirono l’energia aggiuntiva della seconda in una diversa zona dello spettro. L’energia assorbita attivò una reazione ramificata, un’architettura sequenziale a un fotone. Una serie di chiavi a lunghezza d’onda si inserirono, attraverso l’oscurità, in una serratura cromoforica autoriparante costituita da proteine batteriche. La notte si riempì di informazioni invisibili, alcune inviate a nuovi siti di ricezione, a ulteriori relais, a terminali posti in altri stati. Lizzie non poteva farci nulla: i sistemi di sicurezza, per loro natura, allertavano altri sistemi. Tuttavia, l’aria sfrigolò brevemente e lo scudo di sicurezza a energia-Y si dissolse.

Nel giro di dieci secondi si era già resettato con altri codici, altri schemi. Lizzie e Vicki, portando i loro sacchi, avevano già attraversato l’erba alta, sfruttando l’interruzione nel campo energetico.

Avvenne tutto in silenzio. Non si accesero riflettori e non suonarono allarmi. Le industrie erano integralmente automatizzate, gestite da sistemi che avevano base in enclavi distanti, che i proprietari potevano consultare e dirigere. Oppure no.

Il primo robot della sicurezza passò accanto alle due donne quasi immediatamente, a una velocità terrificante, una sagoma di metallo silenzioso che sfrecciava nel prato. Vicki vi puntò contro il disgregatore EMF e il robot si fermò, cadde a terra e si ribaltò. Vicki scoppiò a ridere, con una foga eccessiva. — Muori, essere impudente venuto dal nulla!

— "Sbrigati!" — la incalzò Lizzie. Disattivò un secondo robot della sicurezza e corse verso le porte dello stabilimento.

Ovviamente si erano bloccate quando lo scudo a energia-Y si era abbassato. Lizzie digitò qualcosa sui terminali a codici di sovrapposizione manuali e trattenne il respiro. Le erano occorsi mesi per intrufolarsi nei dati della sicurezza della TenTech e, anche se poteva fare tutto, non era mai riuscita a trovare i resettaggi per i codici di sovrapposizione manuale nel caso la violazione dello scudo di sicurezza li avesse reimpostati automaticamente. Sperava che non esistessero reimpostazioni, che i progettisti fossero stati così arroganti o così maldestri da aver avuto fiducia che il complesso sistema a energia-Y fosse sufficiente, che nessuno sarebbe mai riuscito a violarlo. Eccetto, forse, quelli del Rifugio, che non avevano alcun motivo per provarci.

Quelli del Rifugio e Lizzie Francy.

Le porte si aprirono, e Lizzie si prese un istante prezioso per chiudere gli occhi e rivolgere una breve preghiera di ringraziamento a un Dio nel quale non credeva. Il Dio di Billy, il Dio di sua madre. Lizzie non aveva bisogno di Lui. Lei ce l’aveva fatta.

Ce l’aveva "proprio fatta": si era introdotta in una fabbrica di coni a energia, per rubarne a sufficienza perché la sua tribù superasse l’inverno. Avevano tutto il resto di cui necessitavano, dopo il Cambiamento: una tela cerata polimerizzata per il campo di alimentazione; acqua che non aveva più bisogno di essere potabile; una fabbrica abbandonata per la lavorazione dei prodotti della soia che forniva uno spazio più che sufficiente per la tribù; un robot tessitore che poteva produrre con facilità abbastanza vestiti e coperte per tutti, anche per i giovani che consumavano in fretta gli abiti. Tuttavia non avevano coni a energia-Y e l’inverno sulle colline della Pennsylvania era freddo. Dato che i Muli non inviavano più materiale, coni e coperte, in cambio di voti, le tribù dovevano prendersi cura da sole di se stesse. Non lo avrebbe fatto nessun altro.

Lizzie riaprì gli occhi. Un altro robot della sicurezza sfrecciò fuori da una alcova e lei lo bloccò col disgregatore. Monitor nascosti stavano filmando l’incursione, ovviamente, ma sia lei sia Vicki erano avvolte dalla testa ai piedi in olotute. Ai monitor, Lizzie appariva una bambinetta bionda di dodici anni, all’ottavo mese di gravidanza. Vicki, invece, era un Mulo maschio dai capelli rossi con un abito elegante. Tutti i sensori a infrarossi avrebbero seguito due fonti di calore di forma umana, genere femminile, di una certa dimensione, massa e metabolismo; ma senza identità sicura.

Era così facile! Sfrecciare dentro, razziare sette o otto coni dalla fine della catena di produzione e infilarli nei sacchi, tornare di nuovo all’esterno e aspettare che la strumentazione sparasse una seconda scarica di laser per far abbassare lo scudo per altri dieci secondi, quindi scappare. Niente male per una marmocchia Viva! Corse lungo il breve corridoio verso il fondo dello stabilimento, col ventre che le ondeggiava da una parte all’altra in un ritmo da bonga.

E si immobilizzò, trovandosi davanti a un luogo impazzito.

Due muletti giravano per tutto il piano. Uno sollevava, ammassava, separava e spostava… nulla. Carichi di aria fina. L’altro portava una singola cassa fino alla fine della catena di montaggio robotizzata, la piazzava lì, riceveva coni a energia vuoti, riportava la stessa cassa al centro dello stabilimento e scaricava i coni; quindi vi passava in mezzo, facendoli schizzare per tutto il pavimento, mentre portava nuovamente la cassa vuota alla fine della catena. La cassa era intaccata in un centinaio di punti, ammaccata su un angolo, mancante delle due alette di chiusura. Sembrava essere passata attraverso una guerra. Sulla catena di montaggio, bracci robotici sollevavano i delicati meccanismi interni dei coni, forniti dalla unità di fusione a freddo sigillata… e sbagliavano a infilare le batterie nei coni, mancandoli di venti centimetri. Le batterie cadevano dalla catena di montaggio, rompendosi. I coni vuoti proseguivano nel loro cammino, verso il muletto demente che li aspettava al fondo, li impacchettava, li trasportava e li scaricava prima di tornare a prenderne altri.

Vicki sbottò: — Che…

— Gli algoritmi spaziali sono tutti incasinati — commentò Lizzie con estremo disgusto. — Dio, che "spreco". I tuoi amici proprietari controllano soltanto i tabulati della produzione, non i rapporti di qualità e nemmeno… Vicki, non è divertente!

— Sì che lo è! — ribatté Vicki. Era piegata in due dalle risate, a mala pena in grado di pronunciare le parole. — È… un’isteria. Il mondo ad alta tecnologia dei Muli… sembra una specie di Guerra Santa robotica all’Endorbacio… e quel pallone gonfiato di Jackson Aranow…

— Abbiamo soltanto pochi minuti ancora e abbiamo bisogno dei coni! Aiutami a trovare quelli imballati prima che impazzisse lo stabilimento, non può andare avanti così da molto tempo.

— No? Guarda, c’è polvere dappertutto! — E Vicki riprese a sghignazzare, tenendosi la pancia, ridendo come l’ologramma di un pazzo in un manicomio. A volte Lizzie aveva l’impressione di essere "lei" l’adulta e Vicki, col suo bizzarro senso dell’umorismo da Mulo, la bambina. Poi, in altre occasioni, Vicki diventava la donna che Lizzie ricordava dalla sua infanzia: terrorizzante, consapevole, posata, un essere che veniva da quell’altro mondo che gestiva il mondo. Ma perché non era facile entrare nella mente delle persone come nei programmi informatici? Lizzie pungolò Vicki sulla spalla.

— Vieni! Aiutami a cercare!

Vicki la seguì. Le due donne corsero verso le cassette confezionate ammassate presso uno dei muletti prima (quando?) che quelli impazzissero. Per fortuna anche il robot addetto alla sigillatura funzionava male: nessuna delle alette delle casse era fissata bene e questo rese più facile aprirle. La prima cassa in cima era vuota. Anche la seconda. La terza era stipata di batterie rotte, schiacciate contro e attorno agli alloggiamenti a cono come tuorli spalmati contro gusci d’uovo incorruttibili. Lizzie si chiese che cosa potesse avere ingarbugliato in quel modo la programmazione.

— Vicki… il tempo sta per esaurirsi! La scarica laser partirà soltanto un’altra volta, i resettaggi sono accoppiati ma la prossima coppia sarà generata a caso, non sono stata in grado di prepararmi per quella…

— Ecco! — disse Vicki, che aveva smesso di ridere. — Questa cassa è buona. Prendi tre o quattro coni… vai! Vai!

Infilarono i coni nei sacchi, quindi corsero verso il corridoio, schivando i coni vuoti che rotolavano giù dai muletti. Alla fine del corridoio, trovarono le porte dello stabilimento chiuse.

— Come… Lizzie! Si sono bloccate automaticamente!

Lizzie digitò furiosamente codici di sovrapposizione manuali, inserendo svariate sequenze per "aprire le porte". Non accadde nulla. Il sistema di sicurezza aveva riprogrammato la chiusura delle porte, non le aperture. Era una cosa sensata. Se lo scudo fosse stato disattivato, che entrasse pure chi era voluto entrare, ma che non uscisse.

Vicki chiese: — Puoi entrare nel sistema e rubare il codice?

— Non prima che sia abbassato lo scudo. E questo accadrà… ora.

Lizzie si appoggiò alla porta. Il suo corpo si accasciò al suolo lentamente, come una bambola di pezza, col sacco di preziosi coni a energia-Y stretto sotto il braccio. Non ce l’aveva fatta. Aveva fallito, lei, Lizzie Francy, e ormai lei e Vicki erano intrappolate all’interno della fabbrica di coni, un edificio impenetrabile in cemespugna. Anche se fossero uscite dallo stabilimento, poi, sarebbero rimaste bloccate, in un passaggio sterrato di tre metri attorno all’edificio, da uno scudo a energia-Y attraverso cui non sarebbe passata una molecola più grossa di quelle dell’aria. Erano in trappola.

— Vicki — sussurrò, e non era più la geniale ragazzina che si intrufolava nelle banche dati, era una diciassettenne impaurita che si aggrappava a un adulto. — Vicki, cosa potremo "fare", noi?

— Aspetteremo — rispose Vicki con espressione risoluta. Si accomodò vicino a Lizzie, appoggiando anche lei la schiena contro la porta. — Finché non comparirà qualcuno.

Lizzie allungò una mano verso un tratto di pavimento appena davanti alla porta. Passò le dita sulla cemespugna. Divennero nere di polvere. — E quanto tempo pensi che è passato, tu, dall’ultima volta che qualcuno è venuto qui? — Si accorse che era tornata al linguaggio tipico dei Vivi, quello che usava sempre quando era agitata. Lo odiava.

— Qualcuno verrà a controllare la causa dell’interruzione nel sistema di sicurezza. — disse Vicki.

— Qualche supervisore tecnico mandato dalla TenTech. La polvere non significa che non viene mai nessuno. L’intero sistema di riciclo dell’aria potrebbe essere saltato nello stesso momento in cui sono impazziti gli altri robot, risputando tutta la polvere accumulata all’interno.

Lizzie corrugò la fronte. Discutere la faceva sentire meno impotente. — Ma i robot ormai non funzionano bene da molto tempo, loro. Guarda quanti coni rovinati…

— Non da così tanto tempo. Abbiamo trovato dei coni funzionanti nello strato più alto di casse, ricordi?

— E come facciamo a sapere, noi, che questi coni funzionano davvero? — chiese Lizzie. Si sedette in posizione eretta, ne tirò fuori uno dal sacco e lo accese. Il cono irradiò immediatamente calore. Lo portò nella posizione per ottenere luce, quindi in quella intermedia che forniva luce e calore insieme. — Funziona.

— Benissimo.

— Forse chi arriverà ci permetterà di tenere questi pochi coni.

Vicki si limitò a guardarla. La sensazione di impotenza si impadronì nuovamente di Lizzie. No, era ovvio che non avrebbero permesso loro di tenere i coni. Erano Muli. Avrebbero arrestato lei e Vicki per effrazione, furto e qualsiasi altra cosa avessero deciso e lei e Vicki sarebbero finite in prigione. Il suo bambino sarebbe nato in prigione. La tribù non avrebbe avuto di che scaldarsi in inverno, e così sarebbe migrata a sud, come aveva già fatto la maggior parte delle altre tribù. Be’, non sarebbe stato così grave: a sud il clima era caldo e non erano rimaste moltissime persone dopo le terribili Guerre del Cambiamento, quindi non è che non ci fosse posto. Ma Billy e la madre di Lizzie non sarebbero partiti. Non se Lizzie si trovava in galera lì a nord. L’avrebbero richiusa lì? A volte mandavano la gente in prigioni lontane. I poliziotti Muli potevano spedirla ovunque.

— Ci controllano ancora, loro, non è vero? — disse in preda alla depressione. — A dispetto del Cambiamento, del Depuratore Cellulare e… di tutto.

Vicki non rispose. Restò semplicemente seduta lì, un Mulo rinnegato lei stessa, che viveva con i Vivi, a guardare il muletto impazzito che sollevava, trasportava e ammassava aria fina mentre i coni danneggiati rotolavano a terra, finendo sbattuti negli angoli.

Aspettarono tutta la notte, dormendo qualche ora sul pavimento della fabbrica. Verso l’alba, un cono rotolò fino a Lizzie facendola passare dai sogni frammentati a un frammentato stato di veglia. Lei scansò il cono e prese in considerazione l’ipotesi di disattivare il muletto. Ma perché darsi tanta pena? Si accucciò attorno alla massa ancora poco familiare del pancione. Il pavimento della fabbrica era freddo. Al suo fianco, Vicki russava delicatamente, ma Lizzie non riuscì a riprendere sonno.

Si sedette. Durante la notte un’altra parte della tunica si era consumata. La cintura che indossava legata sotto e che le correva sulla pancia, era fatta di una sostanza sintetica non organica in uso prima del Cambiamento. Da quella pendeva una sacca dello stesso materiale, che conteneva i suoi attrezzi. Se soltanto avesse avuto una sega laser! Le avrebbe fatte uscire da lì in un istante. Ma soltanto i Muli possedevano seghe al laser. Era così già ai tempi delle Guerre del Cambiamento, quando c’erano stati pesanti saccheggi ai depositi, combattimenti e quella che Vicki chiamava "la monumentale rivolta civile di un ordine morente". I Muli erano rimasti nelle loro impenetrabili enclavi e le seghe laser erano restate esattamente lì con loro. Inoltre, una sega laser non le avrebbe fatte passare attraverso lo scudo di sicurezza esterno. Nulla, a parte un’arma nucleare, era in grado di infrangere uno scudo a energia-Y.

Le luci dello stabilimento erano rimaste accese tutta la notte. Probabilmente erano programmate in quel modo qualora l’edificio evidenziasse la presenza di esseri umani. Nel debole bagliore, i robot continuavano ad affaccendarsi, sbagliando tutto. Stupide macchine.

Ma non più stupide di quanto non fosse stata Lizzie, lei.

Per quello che ricordava, Lizzie si era sempre sentita come due persone separate. Una aveva sempre posto domande, asfissiando sua madre, Billy e poi Vicki, saccheggiando il patetico software educativo a scuola, smontando robot tutte le volte che ne aveva l’occasione, ascoltando, ascoltando, ascoltando. C’erano così tante cose che voleva "sapere". Fino all’arrivo di Vicki e del Cambiamento, non aveva avuto modo di scoprire niente. Così, quando Vicki aveva lasciato le enclavi ed era andata ad abitare con i Vivi, fornendo a Lizzie un buon terminale e una biblioteca di cristallo, lei aveva avuto tutto da imparare. Lizzie, una delle due Lizzie, era diventata quasi frenetica, lavorando al terminale ogni minuto in cui era sveglia, cercando di recuperare il tempo perduto. E quando aveva imparato a usare la Rete, poi a dominarla e alla fine a saccheggiare tutte le informazioni di cui aveva bisogno, da qualunque parte, si era sentita quasi ubriaca: ubriaca di potere, di cose da fare. Lei aveva progettato il robot tessitore per la tribù e saccheggiato tutti i depositi non protetti da scudi alla ricerca delle parti necessarie per costruirlo; lei aveva localizzato la fabbrica abbandonata che sarebbe servita come casa per l’inverno ed era rimasta incinta di un ragazzo che non aveva più visto e di cui non aveva alcun bisogno. Lizzie Francy aveva deciso che voleva un bambino, proprio come aveva deciso che voleva un robot tessitore, quindi lo aveva avuto. Lei poteva farlo, poteva fare qualsiasi cosa, ed era meglio che nessuno glielo impedisse!

Ma in ogni istante, sotto sotto, c’era una Lizzie completamente diversa che nessuno vedeva, che era perennemente impaurita, che sapeva che, alla fine, avrebbe combinato solo dei gran casini: era soltanto questione di tempo. A quel punto tutti avrebbero saputo che lei era soltanto un inganno, che non sapeva fare nulla in modo corretto e che non era adeguata. Quella seconda Lizzie era terrorizzata dal trafugare dati da importanti multinazionali come la TenTech e impaurita, una volta nato il suo bambino, di non essere in grado di prendersene cura, ossessionata dall’idea che Vicki, Billy e sua madre potessero andare via, lasciandola da sola. Da sola con un bambino, cosa che altre due ragazze della sua età nella tribù, Tasha e Sharon, gestivano alla perfezione ma che Lizzie Francy non avrebbe saputo fare. Perché Lizzie, quest’altra Lizzie, voleva soltanto rannicchiarsi, smettere di essere la persona a cui tutta la tribù si riferiva per ottenere risposte rubate da quella Rete che lei, dopo tutto, non possedeva affatto. La possedevano i Muli, come sempre.

Seduta con la schiena appoggiata contro la fredda parete in cemespugna, guardando i robot che distruggevano i coni a energia-Y, improvvisamente lei non fu più in grado di accettare le due Lizzie che aveva dentro. Le stavano serrando la gola e premendo sul cuore. "So fare tutto! Non so fare bene niente!" Le stringevano il petto. Doveva alzarsi, scappare da tutt’e due.

Lasciò Vicki che dormiva. Vicki era bellissima quando dormiva, era sempre bellissima. Modificata geneticamente. Lizzie non sarebbe mai stata così bella: era troppo bassa, aveva un buffo mento e i capelli neri e crespi le sparavano in tutte le direzioni perché lei li tirava sempre quando era intenta a consultare banche dati. Ma Vicki stava dormendo e Lizzie no, quindi stava a lei "fare" qualcosa per la loro situazione. Qualcosa, qualsiasi cosa.

Irrequieta, misurò il perimetro della stanza immensa, dove c’erano meno coni a rotolarle davanti ai piedi. Superò le porte principali, davanti alle quali, la sera prima, aveva sprecato un’intera futile ora tentando di aprirle. Superò il pannello sopra i piccoli condotti dei filtri dell’aria, che Vicki era riuscita ad aprire: il sistema di filtraggio dell’aria era effettivamente saltato insieme al resto della programmazione. I piedi nudi di Lizzie lasciavano impronte sporche sul pavimento.

Sulla parete opposta, notò qualcosa che, in preda alla stanchezza e allo scoraggiamento, le era sfuggito la sera prima. A due metri e mezzo circa dal pavimento c’era un pannello di metallo quadrato, dello stesso identico colore delle pareti in cemespugna.

Non si trattava di uno sgabuzzino, non posto così in alto. Non era nemmeno l’alloggiamento sigillato per la produzione dell’energia-Y: quello era chiaramente etichettato e comunque impenetrabile. Quel pannello non appariva affatto impenetrabile, quanto meno non da lì sotto. Piccole viti assicuravano ogni angolo.

Lizzie seguì il secondo muletto, affaccendato a sollevare, separare e impacchettare aria fina. Quando si fermò alla fine della catena di assemblaggio per prendere un altro carico inesistente, lei salì a bordo sullo squadrato alloggiamento del motore. Le occorsero tre minuti per riprogrammare la macchina in modo che la portasse alla parete, la sollevasse di due metri e restasse immobile mentre lei apriva il pannello quasi invisibile, infilandosi in tasca le viti. Il pannello, in lega leggera, venne appoggiato con grande cura sulla pedana in metallo.

Dietro il pannello si trovava una rientranza di cemespugna a forma di imbuto. Profonda circa un metro e venti, si restringeva sul fondo in un quadrato di soli trenta centimetri. Quella rientranza non era presente sulle piantine dell’edificio che Lizzie aveva saccheggiato mentre pianificava l’incursione. Alla fine dell’imbuto c’era un altro pannello chiuso con altre viti.

Si sporse nella nicchia. Tuttavia non fu in grado di raggiungere il pannello più piccolo, in particolare per la prominenza del suo pancione. Si issò direttamente nell’apertura e cominciò a strisciare in avanti.

Quelle viti non vollero svitarsi. Se soltanto avesse avuto una sega laser! Cocciutamente, continuò a insistere sui fermi, ma quelli non cedettero. Però non erano nanoinseriti: l’edificio aveva sedici anni, troppo vecchio per gran parte della nanotecnologia.

Finalmente, in un impeto di frustrazione, Lizzie colpì il pannello con il manico del cacciavite. — Maledetto inferno puzzolente! — L’imprecazione preferita di Billy.

— Attendo istruzioni — disse il pannello.

Lei sgranò gli occhi. Non aveva nemmeno preso in considerazione che quello fosse uno schermo o qualcosa di attivabile a voce. Stupida, stupida. E se lo avesse danneggiato picchiandoci contro?

— Attendo istruzioni — ripeté il pannello.

— Esegui sequenza test. — Doveva scoprire con che cosa aveva a che fare.

— Eseguo sequenza test.

Le luci dello stabilimento si spensero. Cinque secondi, dieci, quindi si riaccesero. Poi si interruppe il rumore della catena di assemblaggio robotica: un silenzio scioccante come un’esplosione. Prima che il fragore ricominciasse, lei sentì Vicki gridare: — Ehi! Lizzie?

Lizzie, che stava studiando intensamente il piccolo schermo, non rispose. Si sentiva gonfia di entusiasmo. Veniva eseguita l’intera sequenza, compresa quella dello scudo di sicurezza esterno. Lei sapeva di che cosa si trattava. Era una parte del sistema di backup, poco accessibile dall’esterno dell’edificio perché risultasse sicuro ma fisicamente irraggiungibile da qualsiasi robot della catena di assemblaggio… che, come Lizzie aveva appena dimostrato, erano anche troppo facili da riprogrammare. Alcuni dei sistemi di fabbrica vecchio stile avevano studiato ogni genere di bizzarra ridondanza per recuperare fisicamente il controllo alla presenza di disgregatori dispettosi. Se fosse riuscita a entrare in quel sistema ausiliario, avrebbe controllato da lì lo scudo a energia-Y.

E lei "sarebbe riuscita" a entrare nel sistema. Lei era l’imbattibile Lizzie Francy.

— Ripeti sequenza test — ordinò, intenzionata a chiamare Vicki durante il successivo momento di silenzio. Ma proprio alla fine del controllo sulle luci, il piccolo pannello a parete si oscurò. Prese quindi a lampeggiare, senza dare informazioni vocali: SEQUENZA TEST ABORTITA: 65-B.

65-B. Un codice industriale standard per indicare un segnale master a microonde proveniente da una fonte di controllo fisicamente presente, esterna a tutti i sistemi. Era un codice di sicurezza per qualsiasi procedimento che prevedeva radiazioni. L’intera operazione si poteva fermare con il segnale giusto emesso da un telecomando manuale che si trovasse nelle vicinanze. Erano arrivati i Muli allo stabilimento.

Lizzie indietreggiò nella nicchia stipata, due metri e mezzo al di sopra del suolo. Cercò coi piedi la piattaforma in metallo del muletto. Non c’era più.

In preda al panico, ruotò il corpo col pancione finché non si trovò a guardare verso l’esterno. Il muletto si era allontanato di un metro dalla parete, probabilmente a causa dell’attivazione della sequenza test del macchinario. Tenendosi precariamente in equilibrio, Lizzie allungò le braccia. Era appena in grado di afferrare il bordo del pannello di lega appoggiato sulla piattaforma sollevata del muletto. Il pannello, tuttavia, non era fissato alla struttura e lei non poteva usarlo per tirare in avanti il macchinario. Poi, improvvisamente, il muletto si riattivò e cominciò a muoversi verso la catena di assemblaggio, tornando al normale lavoro, e Lizzie restò col pannello di lega che le pendeva dalle mani a due metri e mezzo di altezza dal suolo.

Sotto, il folle non-lavoro continuava: i robot assemblavano meccanismi interni a energia-Y e poi li schiacciavano contro i coni male allineati; i gusci dei coni rotolavano sul pavimento; i muletti ammassavano aria. Da dietro una montagna di cassette da imballaggio arrivò Vicki, strillando qualcosa al di sopra del frastuono. Probabilmente il nome di Lizzie. Quindi, le porte principali, sulla parete adiacente dello stabilimento si spalancarono ed entrarono due Muli, un uomo e una donna, a pistole spianate.

Immediatamente, senza nemmeno pensarci, Lizzie rimise al suo posto il pannello di lega, trattenendolo dall’interno con le unghie. Col cuore che le martellava in petto, si nascose all’interno della parete di cemespugna.

Interludio

DATA TRASMISSIONE: 4 Novembre 2120

A: Base Selene, Luna

VIA: stazione Terrestre Enclave Toledo, Satellite CEO C-1494 (U.S.), Satellite E-398 (Francia)

TIPO MESSAGGIO: Non codificato

CLASSE MESSAGGIO: Classe D, Accesso Servizio Pubblico, in accordo con la Legge Congressuale 4892-18, Maggio 2118

GRUPPO DI ORIGINE: "Tribù Roy L. Spath" Ohio

MESSAGGIO:

Madre Miranda!

Siano benedetti i poveri di spirito, loro, perché loro è il Regno dei Cieli! Noi siamo poveri, noi, e ti preghiamo per la tua pietà! Ci hai dato un dono di Dio, con le siringhe del Cambiamento, e noi ti onoriamo per questo! Che tu sia benedetta fra le donne! Ci hai liberato dai Cavalieri della Carestia e dalla Pestilenza e quindi ti chiediamo, noi, di liberarci dalla Morte! Dacci oggi la vita immortale e mandaci siringhe che ci faranno vivere come te, per i secoli dei secoli, amen! Prega per noi e fai che non arrivi l’ora della morte! Grazie!

CONFERMA RICEZIONE: Nessuna

3

A una settantina di chilometri da Willoughby, Cazie osservò: — Lo scudo di sicurezza dello stabilimento si è abbassato.

Jackson lanciò un’occhiata alla ex moglie, che fissava con espressione intenta lo schermo dell’unità mobile che teneva in mano. L’aeromobile stava volando in automatico e lui era mezzo addormentato, compiaciuto della propria capacità di sonnecchiare alla presenza di lei. Quello significava che l’effetto della donna su di lui stava diminuendo, no? O, forse, significava soltanto che non era abituato a essere sveglio e in volo alle 6:29 del mattino. A est il cielo si stava schiarendo e, nella luce perlacea, il profilo di Cazie appariva puro e luminoso. Theresa avrebbe detto che Cazie sembrava una santa. A quel pensiero, Jackson sbuffò.

Lei disse: — Non mi credi? Guarda tu stesso. — Gli porse l’unità mobile.

Jackson la respinse. — Ti credo. Il programma deve avere qualche difetto di funzionamento. Nessuno può irrompere in uno stabilimento protetto da uno scudo a energia-Y.

— Dio, Jackson, la tua fiducia nella tecnologia è toccante. Soprattutto visto che sei uno scienziato. Il programma "non ha" difetti. Lo scudo si è abbassato per trenta secondi a causa di una sequenza test gestita manualmente. Non solo: lo scudo si è abbassato anche la notte scorsa; in quell’occasione è stato disattivato da un sistema esterno dotato del segnale dell’aeromobile del proprietario. Mi chiedo come mai abbiano abbassato del tutto lo scudo invece di aprirsi soltanto un varco per l’aeromobile.

— Nessuno possiede il segnale del proprietario a parte me, te e il capo tecnico. E quello, me l’hai detto tu, si trova nello stabilimento messicano, questa settimana.

— Vero. Qualcuno deve avere saccheggiato la banca dati. Dio, chi l’ha fatto deve essere un tipo in gamba. Forse potremmo assumerlo. È lì dentro, adesso.

— Dentro "adesso"?

— All’infrarosso si registra la presenza di due esseri umani — confermò Cazie. Sorrideva, presumibilmente per lo scenario melodrammatico. Davanti alla sua soddisfazione, Jackson si vergognò di dire che lui non era affatto entusiasta di affrontare due intrusi potenzialmente armati. Forse erano pazzi. Cosa volevano da una fabbrica di coni a energia? I coni erano di basso costo: la TenTech riforniva l’intero nordest (era quello che gli aveva detto Cazie): nessun Mulo si sarebbe intrufolato dentro solo per il gusto di farlo. Eccetto dei ragazzini, ovviamente. Doveva trattarsi di qualche ragazzino con la testa calda, che contava su un bel colpo di pirateria informatica.

— Che stanno facendo lì dentro? — chiese.

— Jackson, le scansioni all’infrarosso non sono abbastanza dettagliate per mostrare cosa stanno "facendo" le persone. Pensavo che i medici si intendessero di macchinari.

— Io mi intendo dei macchinari di cui ho bisogno di intendermi. Non è compresa la strumentazione robotica di uno stabilimento.

— Bene — fece Cazie dolcemente. — Forse dovresti ampliare i tuoi orizzonti.

Jackson incrociò le braccia e decise che non avrebbe detto più nulla. Cazie lo faceva sentire sempre uno sciocco. Bene, quella era la sua festa, che la gestisse pure.

La donna aprì un passaggio nello scudo per entrare con l’aeromobile. Il suo segnale laser attivò il ricevitore bioelettronico posto in alto, sulla facciata dell’edificio. L’aeromobile atterrò davanti alle porte principali.

— Serrate — disse Cazie, delusa. — C’è una ridondanza di sicurezza riguardante l’uscita. Evidentemente i nostri giovani intrusi non sono poi "così" bravi.

— Ummmm — commentò Jackson con disinteresse.

Lei infilò la mano nella camicia di materiale sintetico non consumabile ed estrasse due pistole. Sogghignando, ne porse una a Jackson che la prese con quella che sperava apparisse come altezzosa indifferenza. Non gli piacevano le armi. Cazie lo ricordava, forse? Certo che sì. Il QI di lei era modificato geneticamente. Dimenticava raramente qualcosa.

— D’accordo — disse lei — riconquistiamo Alamo.

— Se spari contro qualcuno ti denuncerò personalmente. Te lo giuro, Cazie.

— Buon vecchio Jackson. Il paladino dei perdenti. Anche se i perdenti sono ragazzetti super privilegiati colpevoli di violazione di domicilio aggravata. Forza, andiamo.

Sbloccò le porte e percorse il corridoio con passo deciso. Jackson si affrettò per starle al fianco, in modo che non sembrasse che si stava nascondendo dietro. Arrivato allo stabilimento si fermò. Quel luogo era impazzito. Robot che funzionavano male, detriti sparsi per tutto il pavimento: da quanto tempo andava avanti così? Perché mai il capo del servizio tecnico non se n’era accorto?

Cazie scoppiò a ridere. — Gesù Cristo, guarda! Guarda!

— Non è…

— Buffo? Sì che lo è. Aspetta, guarda laggiù.

Un uomo corse verso di loro. La presa di Jackson si serrò sulla pistola finché non vide che l’uomo non era armato. A quel punto si accorse che non era nemmeno un uomo, ma una donna o un ragazzo ccon indosso un’olotuta dalla testa ai piedi che rappresentava un uomo con un vestito marrone elegante. La figura li avvistò e smise di correre.

Cazie sollevò la pistola. — Vieni qui. Lentamente e con le mani bene alzate. Subito.

La figura alzò le mani sopra la testa e camminò lentamente in avanti.

— Adesso disattiva l’olotuta — intimò Cazie. — Con una mano sola, muovendoti lentamente.

Il pulsante era sulla vita. L’olotuta svanì, e Jackson non vide il liceale che si era aspettato, ma una donna di oltre trent’anni, modificata geneticamente, vestita con un trasandato tessuto fatto a mano, consumato in buchi dall’aspetto recente. Alta, occhi viola, naso minuto. Jackson era un fisionomista.

— Ma io ti conosco! Ci siamo incontrati anni fa da qualche parte, a una qualche festa. Diana Qualcosa.

— Non più — rispose la donna con cipiglio. — Ascolta, Jackson, tutto questo è molto carino e simpatico, ma al momento, se vuoi scusarmi, devo affrontare una crisi.

Cazie scoppiò a ridere. I suoi occhi scintillarono di malizioso piacere. — Proprio vero. Violazione di domicilio aggravata. Come hai fatto? Non sembri un pirata informatico.

— Non lo sono. Ma lo è la mia amica e si è persa da qualche parte qui dentro. È soltanto una ragazzina.

— Oh, una ragazzina, dopo tutto — commentò Cazie. — Bene, andiamo a cercarla. — Digitò qualcosa sull’unità mobile e tutta l’attività nello stabilimento si interruppe. I robot si immobilizzarono a metà del loro movimento. Il rumore cessò. Nel silenzio, Cazie gridò: — Iuuu-huuu, amichetta di Diana! Vieni fuori, vieni fuori ovunque tu sia! Vieni a fare tana!

Diana sorrise, Jackson pensò che lo avesse fatto a dispetto di sé. Nessuno rispose.

Cazie domandò distrattamente: — La tua amica è armata?

— Soltanto di arroganza — rispose Diana e, per un mezzo minuto, Jackson non fu certo a quale delle due si stesse riferendo. Era la tipica frase che avrebbe potuto pronunciare Cazie. Poi Diana gridò: — Lizzie! Dove sei? Va tutto bene, Lizzie, vieni fuori. Non guadagneremo niente ritardando l’inevitabile. Lizzie?

Nessuna risposta.

— Lizzie! — gridò di nuovo Diana e, questa volta, Jackson notò il tono di paura. — Sono Vicki! Vieni fuori, tesoro!

Alle loro spalle, qualcosa cadde a terra. Jackson si voltò di scatto. A due metri e mezzo dal pavimento, sulla parete, era apparso un foro, che incorniciava un volto scuro e impaurito e un corpo accovacciato. La ragazzina aveva i capelli crespi e neri che sparavano in tutte le direzioni. Sembrava sui quindici anni. Non era proprio l’intrusa da college di Muli che si era aspettato: era una Viva.

— Santo Iddio — mormorò Cazie.

Diana/Vicki, o come diavolo si chiamava, gridò: — Lizzie? Ma come hai fatto a salire lassù?

— Ho programmato il muletto — rispose la ragazzina. Aveva una voce meno impaurita del volto. Smargiassata? Lanciò un’occhiata ai tre che si trovavano sotto. — Rimandatemelo qui.

Nessuno si mosse. Jackson si rese conto che nessuno di loro sapeva come fare. Perfino Cazie sapeva utilizzare soltanto i comandi che conosceva, non riprogrammare sul posto. Come mai era riuscita a farlo quella ragazzina? Una Viva?

Cazie infilò in tasca l’unità mobile e la pistola, si avvicinò al muletto immobile più vicino e lo spinse. Il volto le divenne paonazzo e la macchina si spostò a malapena. Diana/Vicki e Jackson si unirono a lei. Insieme spinsero l’ingombrante macchinario fin sotto al foro nella parete. Nessuno parlò. Irritato, Jackson cominciò ad avere all’improvviso una strana sensazione: tre Muli che eseguivano un lavoro manuale nello stabilimento silenzioso per salvare una criminale Viva. L’intera situazione era irreale.

Pensò all’improvviso a una cosa che gli aveva detto una volta Theresa: "Io non ho mai la sensazione che un posto sia normale".

— Va bene — disse Diana/Vicki quando il muletto si trovò contro la parete — vieni giù, Lizzie. E, per l’amore del cielo, stai attenta!

La ragazzina era rivolta in avanti. Si girò, con grande cautela, all’interno della nicchia. Quando il suo fondoschiena apparve, Jackson si accorse che in gran parte era nudo. Ovviamente pareva che ai Vivi non importasse che i loro corpi consumassero gli abiti, quanto meno ai Vivi che erano cresciuti dopo il Cambiamento. Quando non indossavano tute sintetiche pre-Cambiamento, andavano in giro mezzi nudi nelle "tribù" vaganti. A volte a Jackson sembrava che Miranda Sharifi avesse invertito l’evoluzione, trasformando una popolazione industriale stanziale in una di nomadi cacciatori o raccoglitori che però non cacciavano e non raccoglievano… non cibo perlomeno.

La ragazzina nella parete allungò le gambe, cercando con i piedi il muletto alle sue spalle. Stese completamente il corpo, srotolandosi dalla nicchia come un foglio di stampa, e Jackson si accorse che era in avanzato stato di gravidanza.

— Attenta — ripeté Diana/Vicki.

Mentre le punte dei piedi della ragazzina toccavano il muletto, quello cominciò ad allontanarsi dalla parete. Nessun altro macchinario dello stabilimento aveva ripreso a operare.

Cazie si lanciò verso il muletto e cercò di spingerlo nuovamente contro la parete. Dopo un momento di terrore, gli altri due balzarono in avanti per aiutarla. Era troppo tardi. Il muletto tornò ai suoi compiti inutili, come se gli umani non fossero nemmeno lì. La ragazzina gridò e cadde da due metri e mezzo di altezza sul pavimento di cemespugna.

Atterrò sul braccio destro. Jackson le si inginocchiò "subito accanto e le impedì di muoversi. Parlò con voce calma e pacata. — Cazie, vai a prendermi la borsa nell’aero. Subito.

Lei andò immediatamente. — Non ti muovere — disse Jackson. — Sono un medico.

— Il braccio — disse la ragazzina e cominciò a piangere.

Jackson le controllò le pupille: tutt’e due rotonde, della stessa dimensione, ugualmente reattive alla luce. Pensò che non avesse battuto la testa. Il braccio mostrava una frattura composta del radio, l’osso si intravedeva biancastro attraverso la pelle.

— Mi fa male…

— Resta ferma e andrà tutto bene — le ordinò Jackson, con tono più sicuro di sé di quanto lui non si sentisse realmente. Le appoggiò una mano sull’addome. Il feto scalciò e lui emise un sospiro di sollievo.

Cazie tornò con la borsa. Jackson applicò un cerotto antidolorifico sul collo della ragazzina e il volto di lei si rilassò quasi all’istante. Il cerotto conteneva un potente miscuglio di inibitori dei nervi del dolore, endorfine e la dose più alta legalmente concessa di stimolatori dei centri del piacere. Lizzie cominciò a sogghignare come un’idiota.

Le tastò il braccio e le chiese di spostare le spalle in una serie di posizioni. Lei fu in grado di farlo. Gli altri arti non avevano subito danni. Lui le bioanalizzò la spina dorsale, il collo e gli organi interni: nessun danno. L’unità traumatologica portatile evidenziò la frattura, guidò i due pezzi di osso in allineamento e spruzzò gesso istantaneo dal gomito al polso e attorno a due dita, come ancoraggio. Jackson si appoggiò sui gomiti.

Ecco fatto. Il gesso, il Depuratore Cellulare e lo stesso corpo della ragazzina avrebbero fatto il resto.

— Lizzie… — chiamò Diana/Vicki, ricordando a Jackson che c’era anche lei. La voce della donna si incrinò. Jackson la guardò. Non aveva idea del tipo di rapporto tra loro due, ma il volto della donna più anziana mostrava amore e paura. La cosa lo sconcertò. Forse la ragazzina era sua figlia, una Viva non modificata geneticamente? Avuta prima del Cambiamento? Non era probabile.

— Lizzie, stai bene?

— Ovvio che non sta bene, ha un braccio rotto — intervenne acida Cazie nello stesso momento in cui Jackson, con tono professionale, la tranquillizzava: — È tutto sotto controllo. — Diana/Vicki lanciò a tutt’e due un’occhiata di disprezzo.

— Lizzie, tesoro?

Cazie la scimmiottò in modo sarcastico: — "Diana, tesoro?" Dovete dare qualche spiegazione, tutt’e due. La documentazione pubblica dice che hai cambiato nome in "Victoria Turner". Non dice però che ci fai qui, entrata di straforo nella mia fabbrica.

Vicki, che era stata inginocchiata accanto alla ragazzina sognante, si alzò e fronteggiò Cazie. Vicki era più alta, più vecchia e aveva un aspetto più selvatico con la tunica da Viva mezzo smangiata e i capelli tagliati corti e scompigliati dal sonno. Irrigidì le mascelle, e Jackson ebbe l’istantanea impressione che avesse affrontato sfide che lui non immaginava nemmeno. Sollevò gli occhi con rabbia mentre squadrava Cazie.

A Jackson apparve un combattimento ad armi pari.

— Cosa ci faccio "entrando di straforo nella tua fabbrica" è provvedere che una tribù intera non muoia di freddo questo inverno — disse Vicki scimmiottando le parole. — Non mi aspetto che la cosa ti preoccupi.

— Non hai la minima idea di quello che mi preoccupa o meno — rispose freddamente Cazie. — Quello di cui dovresti preoccuparti "tu" è una bella denuncia per violazione di domicilio con effrazione.

— Oh, che terrore. Ascolta, Cazie Sanders, per quanto tempo ancora quelli della tua razza…

— "La mia" razza? Diversa dalla tua, immagino?

— …resteranno ciechi di fronte a quello che succede attorno? Le risposte semplici si sono esaurite. Niente più beni di consumo, perline colorate e coni a energia in cambio dei voti che mantengono al potere la vostra razza.

— Oh, mio Dio, marxismo riciclato — commentò Cazie con disprezzo. — Prendete i mezzi di produzione, vero? E voi due fate parte dell’avanguardia dell’esercito.

— Non penso…

— È ovvio. Ma chi sei tu, alla fine? Una specie di Mulo rinnegato che è tornato alla vita primitiva fra i Vivi per alimentare il proprio ego? Una dea bianca in mezzo ai selvaggi, eh? Patetico.

Vicki guardò a lungo Cazie. Il suo volto cambiò. Quindi, in maniera pacata: — Chi sono io? Io sono la persona che ha condotto l’Ente di Controllo per gli Standard Genetici ad arrestare Miranda Sharifi e poi ha portato avanti la battaglia civile legale per la sua liberazione.

Era la prima volta che Jackson vedeva Cazie in svantaggio. Il suo volto piccolo e vivido registrò shock, incredulità, riluttante accettazione. C’era qualcosa in Vicki Turner che intimava di crederle. Il modo di stare con i piedi leggermente divaricati, come se avesse resistito a lungo contro il vento. Oppure il modo di fare la guardia su Lizzie, che giaceva sul pavimento in un illuminato stupore provocato dei sedativi di Jackson. O forse soltanto il volto di Vicki, carico di un complesso rammarico. Non era certo l’espressione che Jackson si sarebbe aspettato.

Vicki continuò tranquillamente: — Abbiamo ancora bisogno dell’energia-Y. È l’unica cosa di cui abbiamo davvero bisogno da voi, voi cercherete di fermarci e per questo si perderanno ancora moltissime vite. Proprio come durante le Guerre del Cambiamento. Vite che avrebbero potuto continuare, a causa del Depuratore Cellulare, fino a cent’anni. Voi avete le armi, le enclavi, i sofisticati sistemi di sicurezza elettronica che non avete mai permesso ai Vivi di imparare a conoscere. Ma loro "stanno" imparando, Cazie Sanders. Non sono stata io a introdurmi nel tuo sistema per trafugare dati, lo ha fatto "Lizzie". Ci sono molte giovani Lizzie là fuori, che imparano ogni giorno di più. Abbiamo il numero dalla nostra parte. Siamo in dieci contro uno di voi.

Lo aveva detto: l’incubo di ogni Mulo. Il timore che giaceva sotto le feste frenetiche, le orribili mode e la stupida competizione sociale per ammazzare il tempo: "Non guardatevi alle spalle. Potrebbero guadagnare terreno. Loro sono molti più di noi".

— E sai la cosa peggiore? — proseguì Vicki con la stessa voce serena come la morte. — Non riuscite nemmeno ad accorgervene. Non per stupidità, figuriamoci. Per volontaria cecità, per la quale meriterete esattamente il prezzo che finirete per pagare.

— Oh Dio, risparmiami almeno la retorica melodrammatica — ribatté Cazie. Si era ripresa dall’inaspettato attacco di Vicki. — La legge è perfettamente chiara. E tu la stai violando.

Con grande sorpresa di Jackson, Vicki sorrise. — La legge funziona soltanto quando la maggioranza le consente di farlo. Non lo sai? Certo che no. Tu sei un semplice codice binario: acceso per tuo interesse proprio, spento per quello di tutti gli altri. Perfino un bambino poteva trafugare i tuoi dati e lo ha fatto.

Cazie reagì furiosamente: — I sofismi ad hominem non sono argomentazioni.

— Tu non sei un hominem. Non sei nemmeno un sinonimo. Sei un codice ridondante nelle informazioni umane, e sei già obsoleta.

La donna stava "giocando". Lì in piedi, quella stracciona rinnegata rideva della sua ex moglie, stava giocando con Cazie, con la situazione. Quanta sicurezza di sé occorreva per riuscire a giocare in quel modo? O invece che sicurezza di sé si trattava forse di autogiustificazione?

All’improvviso Jackson non fu certo di riuscire a distinguere la differenza.

Cazie replicò: — Parole di sfida. Non potere. — Digitò qualcosa sull’unità mobile e un robot della sicurezza si attivò. Si sollevò dal pavimento della fabbrica imbrattato di sporcizia e si affrettò verso di loro. Un debole scintillio demarcò i margini della bolla a energia che gettò su Vicki.

— Lei sta valicando i limiti della proprietà privata della TenTech — cantilenò il robot. — Ora sarà immobilizzata in attesa di ulteriori istruzioni.

Vicki continuò a sorridere. Jackson vide il volto di Cazie rabbuiarsi.

— Sta valicando i limiti della proprietà privata della TenTech. Ora sarà…

— Spegnilo — ordinò Jackson prima ancora di rendersi conto che lo stava facendo. Le due donne lo fissarono: era chiaro che, assorbite nella loro battaglia, si erano dimenticate della sua presenza. Cazie gli sorrise e digitò qualcosa sull’unità mobile: il robot smise di recitare.

— No — disse Jackson. — Volevo dire… spegnilo del tutto. Non la arrestiamo.

— Oh, sì invece — ribatté Cazie.

Jackson si sentì pervadere da una reazione violenta, un flusso di puri ormoni che non seppe etichettare. O non volle farlo. Si riversò in una singola frase e, mentre la pronunciava, lui comprese che non significava soltanto quello che dicevano le parole: — Non sei tu a gestire la TenTech.

— È esattamente quello che faccio — replicò lei.

— Chi altri sennò? Tu? Tu non controlli nemmeno i resoconti finanziari del giorno, figuriamoci poi quelli operativi. Lascia fare a me, Jack. Tu occupati della tue conoscenze mediche.

Le sue obsolete conoscenze mediche, voleva dire. Lo stava stuzzicando di nuovo, ma quella volta senza sortire alcun effetto, il che significava che si sentiva alle corde. Cazie alle corde. All’improvviso, lui si accorse di amare quell’idea.

— Non ho alcuna intenzione di lasciare fare a te, Cazie. Dirigo io, adesso. Spegni la bolla di protezione.

Lei digitò un codice sull’unità mobile. Il robot si mosse verso l’ingresso. Vicki, ingabbiata nel campo di energia scintillante e vuoto come in uno scatolone traslucido, venne trascinata verso le porte dello stabilimento.

— Cazie. Disattiva il robot.

— Prendi quella ragazzina impasticcata e ingessata, Jack. Ce ne andiamo.

— Disattivalo. Sono io il padrone della TenTech, non tu.

— Possediamo ognuno un terzo della TenTech — ribatté lei seccamente. Il robot continuò ad avanzare verso la porta, incapsulando Vicki.

— Gestisco anche il terzo di Theresa — replicò Jackson. E, di punto in bianco, allungò una mano e prese l’unità mobile di Cazie prima che lei si rendesse conto che l’avrebbe fatto, o che potesse farlo.

— Ridammela!

— No — rispose lui e la fissò con espressione decisa, vedendo avvicinarsi la tempesta. Suo malgrado, sentì il sangue ribollirgli. Dio, come era bella, la donna più desiderabile che avesse mai visto. Cazie ghermì l’unità mobile che lui teneva nella mano destra. Jackson le afferrò l’avambraccio con la sinistra e lo scansò con facilità. Perché non aveva mai pensato che era più forte di Cazie? Si sarebbe dovuto imporre fisicamente con lei anni prima. Il suo pene si irrigidì.

— Ho detto dammela. Subito.

— No — rispose Jackson sorridendo. Maledizione, non conosceva i codici, altrimenti l’avrebbe disattivato da solo. Be’, poteva sempre tirare a indovinare. O, pensiero strano, chiederlo a Lizzie. Cazie restò immobile, senza divincolarsi nella sua presa, la pelle dorata arrossita per la rabbia, gli occhi dalle pagliuzze verdi, ardenti.

Jackson non aveva mai provato un tale potere su di lei.

Cazie piegò la testa verso la mano sinistra di lui, ancora stretta sul suo avambraccio. Lui avvertì un dolore penetrante che lo sorprese a tal punto da fargli aprire le dita. C’era del sangue che vi sgorgava sopra. Lei lo aveva morso. Sotto di lui, la ragazzina sul pavimento disse qualcosa.

— Il tuo problema è questo, Jackson — disse Cazie. — Non sei mai pronto per il contrattacco.

Due lunghi tagli gli percorrevano il dorso della mano. Tagli netti, non provocati dai denti, e profondi. Cazie aveva delle lame retrattili impiantate fra i denti.

Il sangue venoso creò una pozza rosso scuro sul pavimento accanto a Lizzie, che ripeté qualcosa. Jackson non capì. Era sotto shock? No, la testa non gli girava e non provava nausea, e la ferita non era grave. Cazie era in grado di controllare la sporgenza delle lame. Il suo shock era totalmente emotivo: nessuno si comportava con coerenza.

Inclusa la ragazza sul pavimento. Lo guardava dal basso, con occhi da drogata, in un obnubilamento sorridente da sedativi, da un’improvvisa pozza d’acqua fra le gambe e ridacchiava. — Sta uscendo il bambino.

— Oh, Cristo — sbottò Cazie. — D’accordo, tu riporti la ragazzina alla sua "tribù" e io resterò qui con la Signorina Paladina-degli-Oppressi finché non sarà arrivata la polizia. Ci sarà pure qualcuno nell’accampamento dei Vivi che sappia fare quello che c’è da fare per un parto.

— Quel qualcuno sono io — rispose Vicki, inginocchiandosi presso Lizzie, tenendole le mani. Qualcosa nel tono della sua voce commosse Jackson. O forse lo era solo dal proprio bisogno di opporsi a Cazie in campo medico, il suo unico terreno sicuro.

— La signorina Turner ha ragione, Cazie. Deve restare con la ragazza.

— Deliziosa sollecitudine materna — commentò Cazie. — Cosa vuoi che faccia, Jackson, che le faccia arrestare tutt’e due?

— Nessuna delle due. Almeno finché non sarà tutto finito.

— E tu farai partorire la ragazza qui, sul pavimento della fabbrica?

— Certamente no. Non partorirà ancora per qualche ora. — Le mani di Jackson tastarono delicatamente il ventre e scoprirono che il bambino era podalico.

Il Cambiamento, rifletté lui tristemente, non aveva mutato alcuni aspetti chiave dell’evoluzione umana. Il canale di nascita era ancora molto più stretto della testa di un bambino e la cervice era ancora adatta solo per un parto a testa in avanti. Lizzie, alla prima gravidanza, era soltanto all’ottavo mese.

Tuttavia, sarebbe potuta andare peggio. Il dermalizzatore fetale di Jackson mostrava una posizione podalica accettabile, prima le natiche, le anche flesse, le ginocchia estese, i piedi accanto alle spalle, piuttosto che quella più pericolosa, la podalica completa, a piedi in avanti. La testa era flessa in avanti, ruotabile nella regione inferiore. Il feto, un maschietto, pesava approssimativamente 2.800 grammi, il battito cardiaco era costante a 160, lo sviluppo normale. Il cordone ombelicale non mostrava prolassi e la placenta non era rovesciata: sarebbe uscita tranquillamente dopo la nascita che, Jackson stimò, sarebbe avvenuta nel giro di qualche ora. Lizzie, tuttavia, aveva già una dilatazione di cinque centimetri. Era a metà strada.

Sarebbe potuta andare molto peggio.

— Lizzie — disse Jackson. — Adesso ti prenderò in braccio. Ti porteremo in un posto più confortevole.

— Che sarebbe? — chiese Cazie. — Non avrai intenzione di portarla… di portarle all’enclave, eh?

Lizzie disse, senza alcuna ansia: — Voglio tornare a casa. — Non sembrava una futura madre: appariva soltanto come una ragazzina sorridente e mezzo addormentata. Jackson sospirò.

— Benissimo. Ti porteremo a casa. Ma, Lizzie, ascoltami, io resterò con te. Il bambino è capovolto, mi capisci? Dovrò restare con te per farlo ruotare al momento giusto.

La ragazzina sollevò lo sguardo su di lui. Negli occhi neri e drogati, Jackson vide sbalordito un lampo di sollievo coerente. Si era aspettato che protestasse, anche se debolmente, all’idea che un medico Mulo si occupasse di lei. Non era cresciuta con le unità mediche, quando i politici ne avevano fornite? Forse, però, Lizzie era diversa dalla maggior parte dei Vivi per quella Vicki Turner. Oppure, forse, Jackson non conosceva i Vivi quanto aveva pensato.

Cazie domandò: — Hai intenzione di entrare in un accampamento di Vivi soltanto con una pistola? Accompagnando una criminale che, puoi giurarci, io farò arrestare?

Jackson si alzò, sollevando Lizzie fra le braccia. La ragazza era in grado di camminare, ma metterla in posizione eretta avrebbe accelerato il parto. Lui non voleva affrontare un parto podalico, seppure semplice, in un’aeromobile. Affrontò Cazie. — Sì. È proprio quello che farò. Tu puoi venire con me o no. A te la scelta.

Cazie esitò. In quel momento di esitazione Jackson provò un impeto di speranza. C’era forse del vero rispetto nel suo sguardo? Per lui? Qualsiasi cosa fosse, svanì.

— È un’aeromobile per due, Jack.

Se n’era dimenticato. — Benissimo, porterò tutt’e due all’accampamento: in tre possiamo anche stringerci nell’aeromobile. Tu resterai qui e ne chiamerai un’altra.

— Io chiamerò i poliziotti, ecco cosa farò.

— Benissimo. Chiama i poliziotti. Possono venire anche loro all’accampamento. Faremo una bella festicciola.

Portò Lizzie attraverso lo stabilimento, dove ormai tutto era immobile se si eccettuava il singolo muletto che Lizzie aveva riprogrammato, che continuava a sollevare il nulla: aveva ripreso a lavorare perché Lizzie aveva commesso un errore? Forse non era poi un pirata informatico bravo come sosteneva Vicki. Oppure il segnale di Cazie dall’aeromobile aveva fatto partire una specie di interferenza o di codice di sovrapposizione. Jackson non sapeva abbastanza di sistemi industriali per tirare a indovinare. Alle sue spalle sentì Cazie parlare in linea. — Emergenza, polizia, codice 655, maledizione, Robert, rispondi.

Vicki si sedette sul sedile del passeggero cullando Lizzie in grembo. Due donne mezze nude con gli abiti stracciati, bagnate dalle acque di Lizzie, coi capelli appiccicosi, che puzzavano di sangue, sudore, sporcizia e liquido amniotico. L’aeromobile era molto stretta.

Vicki aveva una tendenza irritante a cogliere i suoi pensieri. Mentre l’aeromobile decollava chiese: — E quando è stata l’ultima volta che hai giocato al dottore con i Vivi, dottore?

Lui non rispose. L’aeromobile volò attraverso il passaggio che aprì nello scudo di sicurezza. Lizzie disse sognante: — Ne arriva un’altra. È così strano, sento ma non…

Jackson guardò la consolle dell’aeromobile. L’intervallo fra le contrazioni si era accorciato: dieci minuti. Così "in fretta". Accelerò. — Vola a ovest — indicò Vicki. — Seguì quel fiume.

"L’accampamento" si rivelò essere una fabbrica abbandonata per la lavorazione della soia. Soltanto i Vivi avevano mangiato soia: ormai non lo faceva più nessuno e tutte le ditte produttrici di soia erano andate in bancarotta. L’edificio era dotato di finestre e costituito da cemespugna grigia, malridotto e rappezzato in qualche modo. Tutto attorno si estendevano campi che venivano riconquistati da erbacce, cespugli, arbusti di acero e sicomoro. I rami sparuti erano spogli. Jackson aveva dimenticato quanto fosse orribile la natura non modificata geneticamente a novembre, in particolare su quelle alte colline, basse montagne, o qualsiasi cosa fossero.

Fece atterrare l’aeromobile davanti alla porta principale dell’edificio che era caduta, o era stata divelta, dai cardini, e poi riattaccata goffamente con del filo di ferro. All’interno, Jackson lo sapeva perfettamente, i macchinari dovevano essere stati rimossi da lungo tempo per usarne le parti, oppure depredati durante le Guerre del Cambiamento, oppure ancora vandalizzati. Non c’era nulla di più inutile, ormai, dell’agricoltura su vasta scala.

Nel momento stesso in cui l’aeromobile atterrò, furono circondati. L’orda sembrava proprio un’orda, anche se Jackson contò soltanto undici persone, spinse i volti contro i finestrini, sogghignando. Vestiti con abiti più caldi di quelli di Vicki e Lizzie, avevano comunque un aspetto primitivo: vecchie tute sintetiche dai colori sgargianti indossate sopra o sotto tuniche tessute; volti non modificati geneticamente col mento sfuggente, le sopracciglia attaccate, la fronte troppo bassa, gli occhi storti. A un uomo più anziano mancava addirittura un incisivo. E quello spettacolo dopo il Cambiamento! Che aspetto avevano quelle persone prima dell’avvento del Depuratore Cellulare?

— Lizzie!

— Sono Lizzie e Vicki!

— Sono tornate, loro.

— Lizzie e Vicki…

— Apri la portiera, Jackson — disse Vicki. Come aveva fatto a diventare lei quella che comandava?

L’orda minacciò di introdursi direttamente nell’aeromobile. Vicki passò fuori Lizzie: la ragazzina sorrise, mezzo drogata, mentre il pancione quasi completamente nudo si irrigidiva in una nuova contrazione. Jackson scese dall’altra parte. Un giovanotto, grande, grosso, forte, lo fissò con espressione truce. Un ragazzetto lo guardò male e serrò i pugni.

Vicki intervenne: — È un medico. Lascialo in pace, Scott. Shockey, tu prendi Lizzie. Portala con attenzione: è in travaglio.

— Non me ne frega niente a me se lui è un dottore — disse il ragazzo. — Perché mai hai portato qui uno di "quelli", Vicki? E dove sono i coni, loro?

— Perché Lizzie ha bisogno di lui. Non abbiamo preso nessun cono.

La folla produsse un rumore sub-verbale che Jackson non riuscì a interpretare.

L’interno dell’edificio era buio. Jackson si rese conto che le luci non funzionavano più e che l’unica illuminazione proveniva dalle finestre di plastica. Gli occorse qualche minuto per adeguare la vista all’oscurità. La stanza era grande, anche se meno dello stabilimento di Willoughby. Tre lati del perimetro erano divisi in loculi schermati da scaffali, vecchi mobili, sezioni di cemespugna rotta, macchinari inutilizzabili e sventrati, tronchi. In ogni loculo c’erano pagliericci di fortuna e oggetti personali. Attraverso la finestra a sud, Jackson scorse un tendone di plastica trasparente e flessibile, probabilmente rubato, teso a un metro e mezzo di altezza sopra il terreno sfruttato: un campo di alimentazione all’aperto.

Nel centro aperto della stanza erano disseminati divani mezzi rotti, sedie, tavoli, tutti raccolti attorno a un piccolo cono a energia-Y portatile di quelli utilizzati nei campeggi. Quella sala comune era più calda rispetto all’esterno, ma la temperatura non si avvicinava nemmeno lontanamente a quella che Jackson considerava adeguata.

— È il solo cono che funziona ancora nell’accampamento e non è studiato per uno spazio così grande — spiegò Vicky. — I falò sono un problema: è molto difficile ottenere una corretta ventilazione attraverso la cemespugna. Abbiamo elaborato un progetto per una cucina economica, che rappresenta il nostro piano ausiliario ai coni della TenTech. Nel frattempo condividiamo il cono che abbiamo. Da voi, ovviamente, se lo sarebbe accaparrato la famiglia più ricca.

— Potevate migrare a sud — ribatté Jackson.

— Qui è più sicuro. Tutti gli altri stanno migrando a sud per l’inverno. Noi non siamo bene armati.

— Ohhhh — fece Lizzie, intuendo confusamente. — Ooohhhh… ne sento arrivare un’altra…

Una bella donna negra di mezz’età arrivò correndo. — Lizzie! Lizzie!

— È tutto a posto, Annie — disse Vicki. — Dottore, questa è la madre di Lizzie.

La madre di Lizzie non lo degnò nemmeno di uno sguardo. Afferrò la prima parte di Lizzie che ebbe a portata di mano, la ragazza era ancora in braccio al giovanotto corpulento, e la strinse forte. — Portala qui dentro, Shockey. Attento, tu! Non è mica un sacco di tela, lei! — Jackson notò Vicki sorridere, un sorriso per niente divertito, a bocca storta. Dovevano esserci delle storie fra le due donne. Tre donne. Shockey si concentrò per portare il suo gonfio, inerme e sorridente fardello all’interno di uno dei loculi-dormitorio.

Annie bloccò lo stretto passaggio col suo ampio corpo. — Grazie, dottore, ma adesso può anche andare via, lei. Non abbiamo nessun bisogno di aiuto, noi, per la nostra gente. Addio.

— Sì che avete bisogno, signora. Ne avete bisogno. Sarà un parto podalico. Devo ruotare il feto nel momento giusto per…

— Non è un feto, è un bambino!

Vicki intervenne. — Per l’amor di Dio, Annie, levati di torno. È un medico.

— È un Mulo, lui.

— Se non si sposti, ti sposterò io.

Nonostante tutto, anche se il ragazzetto dallo sguardo truce si era avvicinato, Jackson provò un impeto di impazienza. Era possibile che i Vivi minacciassero "sempre" di ricorrere alla violenza fisica? Era seccante. Intervenne con fermezza: — Signora, "io" sposterò lei se non lascerà che mi occupi della paziente.

— Caspita, Jackson — commentò Vicki — non me lo sarei mai aspettato da te. — Il suo tono, così simile a quello di Cazie, lo fece infuriare. Scansò la madre di Lizzie e si inginocchiò accanto alla ragazza che giaceva sorridendo sul letto. Un sottile materasso di plastica non consumabile, coperto di tute in plastica riciclata. L’unico arredamento era costituito da un cassettone ammaccato e da una sedia in plastica fusa che sembrava essere stata utilizzata, un tempo, per esercitazioni di tiro al bersaglio. Le pareti erano ricoperte dal genere di quadri di metallo su legno finto a colori sgargianti che i Vivi amavano tanto e che riproducevano una gara di scooter su nuvole di bambagia. Sulla scrivania c’era un terminal Jansen-Sagura e una biblioteca di cristallo del tipo utilizzato dagli scienziati che ottenevano i fondi maggiori. Jackson li guardò sbigottito.

Gli occhi scuri di Lizzie erano allegri e cercavano di nascondere il dolore. — Non mi fa per niente male, a me. Quando Sharon ha avuto "il suo" bambino, lei strillava, lei…

— Sharon non aveva assistenza medica — disse Vicki. — Nessun profitto per i Muli.

Jackson commentò: — Non avreste dovuto distruggere i depositi.

— Perché no? Voi avevate smesso di rifornirli.

Non era andato fin lì per discutere di scelte politiche con un Mulo rinnegato. Jackson infilò una mano nella borsa. — Cos’è quello? — chiese Annie. Si profilò sopra il letto come un angelo vendicatore. Emanava un forte odore femminile, muscoso e stranamente erotico. Jackson si chiese come avrebbe fatto in condizioni simili a garantire dell’asetticità. Prima del Depuratore Cellulare.

— È un cerotto per anestesia locale. Per estendere l’apertura vaginale il più possibile e prevenire lacerazioni prima che io esegua l’episiotomia.

— Niente tagli — disse Annie. — Lizzie starà benissimo, lei! Vada fuori!

Jackson la ignorò. Una mano lo prese per le spalle e lo strattonò indietro proprio mentre applicava il cerotto a Lizzie. A quel punto Vicki afferrò Annie, e le due donne si misero a bisticciare finché Jackson non udì una voce alle spalle che diceva: — Annie, adesso smettila, tesoro.

Lizzie continuava a sorridere a Jackson, rasserenata dalla droga, mentre il suo pancione si tirava e allentava, tremando per le possenti contrazioni. Gli strinse la mano. Jackson si voltò e vide un bell’uomo di almeno ottant’anni, forte e sano come erano diventati gli ottantenni in quel periodo, che faceva allontanare Annie dal loculo. Alle spalle di Annie che si ritirava, c’era un’intera folla di Vivi, silenziosa e ostile.

Jackson si voltò di nuovo verso Lizzie.

— Che posso fare? — chiese Vicki in tono deciso.

— Niente. Resta lontano. Lizzie, voltati sul fianco sinistro… bene.

Passò un’altra ora prima che lui dovesse eseguire l’episiotomia. Mentre lui produceva velocemente il lungo taglio, non sarebbe uscita alcuna testa di bambino prima di aprire il passaggio, Lizzie sorrise e mormorò qualcosa. Il vecchio, Billy, era miracolosamente riuscito a tenere zitta Annie. Presente, ma zitta.

— D’accordo, Lizzie, spingi. — Quello era l’inconveniente dei sedativi che aveva in circolo: erano stati scelti per evitare la barriera della placenta, ma riducevano molto il bisogno o il desiderio di Lizzie di concentrarsi su una cosa come spingere. — Forza, spingi. Fa’ finta di dover cagare una zucca!

Lizzie ridacchiò. Attraverso il sangue materno si presentò il piccolo sedere del bambino. Jackson aspettò che l’ombelico del piccolo avesse superato il perineo, quindi lo afferrò per le anche e tirò verso il basso finché non apparvero le scapole. Con grande attenzione, ruotò il bambino finché le spalle furono in posizione antero-posteriore. Quando furono uscite anche le spalle, girò indietro il corpicino, per un parto a testa in giù, quello che probabilmente avrebbe provocato i minori traumi.

— Spingi di nuovo, Lizzie, più forte… "più forte"…

Lei lo fece. Finalmente uscì la testa del piccolo. Nessun trauma cerebrale visibile, buon tono muscolare, edemi ed ecchimosi minimi. Cullando le soffici e umide natiche del bambino nelle mani, Jackson si sentì serrare improvvisamente la gola. Controllò il neonato con il monitor e quindi lo appoggiò, sporco di sangue e fluidi, sul petto della madre. Il loculo era nuovamente pieno di gente: la riservatezza, evidentemente, non era un valore per i Vivi. Estrasse la placenta, tagliò il cordone ombelicale e prese dalla borsa una siringa del Cambiamento.

L’intera folla trasse un sospiro collettivo.

— Aaahhhhh! — Jackson sollevò lo sguardo, sorpreso.

In tono completamente diverso da quello che le aveva sentito usare fino a quel momento, Vicky intervenne: — Ne "hai" una!

— Una siringa del Cambiamento? Ovvio. — Quindi comprese. — Voi non ne avete, fuori dalle enclavi.

— Il nostro tasso di natalità è più alto del vostro — commentò lei con una smorfia. — E le nostre scorte minori. Quando le siringhe hanno smesso di apparire, qualche anno fa, voi Muli le avete ritirate e immagazzinate tutte.

— Quindi i vostri bambini…

— Si ammalano. Alcuni, quanto meno. Potrebbero morire. Non sai che sono state combattute battaglie armate per il possesso delle siringhe restanti?

Lo sapeva, ovviamente. Ma vedere la cosa nei notiziari era diverso dal vedere gli occhi di quella folla che fissavano in modo vorace la siringa, dall’avvertire la loro tensione, dal sentire l’odore della loro disperata avidità. Chiese in fretta: — Quanti bambini non-Cambiati ci sono nella vostra… nella vostra tribù?

— Ancora nessuno. Ma ci era rimasta una sola siringa, per Lizzie. La prossima gravidanza… Quante siringhe hai, Jackson?

— Altre tre… — rischiò di aggiungere "con me", ma si accorse in tempo dell’errore che avrebbe commesso. — Potete tenerle.

Iniettò il neonato che, prevedibilmente, cominciò a piangere. Da qualche parte, fuori dal loculo, la voce di un uomo gridò bruscamente: — Poliziotti Muli, sono qui, loro!

Vicki gli sorrise. Il sorriso lo sorprese: franco, stanco, eppure, in qualche modo, cameratesco, come se aiutare Lizzie a partorire il bambino e aver consegnato le altre siringhe avesse cambiato i rapporti fra Jackson e la tribù di Vivi. Gli occorse qualche istante per accorgersi che il sorriso era finto. Vicki, tuttavia, gli disse dolcemente: — Hai intenzione di permettere che quella strega arresti la tua paziente, Jackson?

Lizzie era stesa e rideva come una pazza stringendo il suo bambino: o la ditta farmaceutica aveva esagerato con la dose di stimolatori del piacere nel cerotto, oppure Lizzie aveva un’indole materna. Il piccolo piangeva forte. La gente gridava e discuteva nello spazio angusto: alcuni si congratulavano con Lizzie, altri minacciavano i poliziotti (un’assurdità, dovevano essere armati e protetti come fortezze), alcuni pretendevano di sapere come mai non ci fossero nuovi coni-Y. L’odore di umanità ammassata era sopraffacente. Jackson fissò il sorriso di Vicki. Pensò alla rabbia di Cazie, a come lo avrebbe schernito.

Vicki riprese, in mezzo al frastuono: — Hai detto a Cazie che tu avevi due terzi delle azioni della TenTech, le tue e quelle di tua sorella. Potresti far cadere le accuse.

— Perché mai dovrei farlo?

Lei si limitò a indicargli tutto quello che aveva attorno: il bambino, la stanza fredda, i Vivi laceri, le discussioni, i poliziotti che lui intuiva dietro la parete di persone biologicamente inattaccabili da malattie e fame ma non dal freddo, dalla violenza o dall’avidità di altra gente. All’improvviso Jackson pensò a Ellie Lester che riteneva i nativi, elementi di seconda classe, schiavi "Vivi" molto divertenti e la mancanza di potere una cosa buffa, a differenza di Cazie invece, che la considerava soltanto noiosa.

— Sì — disse. — Farò cadere le accuse.

— Sì — fece eco Vicki e smise di sorridere, socchiudendo gli occhi e osservandolo accuratamente, come se si stesse chiedendo quale uso avrebbe potuto fare di lui.

4

"Oggi" pensò Theresa. "Oggi è il gran giorno."

Stesa nel letto la mattina presto, avvertì la familiare nuvola nera calarle sulla mente. Pesante, nauseante, senza speranza. "Il cane nero che non molla mai" lo aveva chiamato qualcuno nei tempi antichi. "Gli oscuri boschi di cui la morte è appena più amara". Quello era "Dante": ricordava quel nome. "La bestia che consuma il cervello". Quello invece non lo ricordava. Thomas, il suo sistema personale, le aveva trovato le citazioni in qualche database, e Theresa non riusciva più a dimenticarle. Cani, bestie, boschi, nuvole: aveva vissuto così a lungo con l’oscurità che non aveva più bisogno di darle un nome, anche se ne aveva a disposizione a volontà. Come la stessa paura.

Quel giorno, però, la paura nauseante non l’avrebbe fermata. Lei non le avrebbe "permesso" di fermarla. Quello era il gran giorno.

— Prendi un neurofarmaco — la incalzava sempre Jackson. — Posso prescriverti… Tessie, è uno squilibrio nella chimica cerebrale. Non è diverso dal diabete o dall’anemia. Si regola la chimica. Si "aggiusta". — E Theresa non trovava mai le parole per farlo capire.

Perché le parole non erano importanti, lo era l’azione. Lei lo aveva compreso solo da poco. Quando se n’era resa conto, si era sentita assalire da una profonda vergogna. Come aveva fatto a essere così indulgente con se stessa, così piagnucolante verso la sua stessa debolezza d’anima? Era passato oltre un anno dall’ultima volta che aveva lasciato l’appartamento, e non era mai uscita dall’Enclave di Manhattan Est. Mai, in tutta la sua vita. Non c’era da meravigliarsi che fosse ciò che Jackson definiva "clinicamente depressa".

"Oggi."

Jackson era andato con Cazie, molto presto, per controllare uno stabilimento da qualche parte. Theresa lo aveva sentito uscire. Si sentiva a disagio tutte le volte che lui lasciava l’appartamento, ma cercava strenuamente di non farglielo capire. Non sarebbe stato corretto. Jackson restava già anche troppo in casa per lei. Vegliava su di lei, si preoccupava per lei. "Posso prescriverti"… Si preoccupava per lei ma non capiva. Lui non capiva che cosa fosse realmente ciò che chiamava "squilibrio della chimica cerebrale". Soltanto Theresa sapeva cosa fosse davvero.

Era un dono. Il modo della sua anima di dirle che avrebbe fatto meglio a cambiare abitudini e a fare attenzione a quello che era realmente importante.

Theresa tirò giù i piedi dal bordo del letto e aspettò che l’ansia quotidiana recedesse. Se se lo concedeva, poteva restare a letto tutto il giorno. Era così sicuro lì. Invece si incamminò verso la doccia sonar, si lavò per trenta secondi e ne uscì. Nella camera da letto colse un’occhiata di sé, nuda, nel lungo specchio sulla parete a ovest e si fermò.

Non "assomigliava" nemmeno a tutti gli altri. Il suo corpo era bello, immaginava. Tutti erano belli. Ma in qualche modo lei pareva… non essere lì. Capelli e occhi pallidi, volto pallido e piccolo, pelle pallida. Ma che cosa avevano avuto in mente i suoi genitori? Una fatina. Un fantasma. Un ologramma privo di sostanza, sfuocato ai margini. Non c’era da meravigliarsi se lei non si sentiva mai di appartenere a nessun posto, se non conosceva nessuna persona che potesse comprendere la sua lotta per quello che essa era. Nemmeno Jackson, per quanto fosse un fratello amorevole.

Perfino Jackson pensava che Theresa fosse nata male, che fosse stata danneggiata, non si sa come, durante la modificazione genetica in vitro. Perfino Jackson non riusciva a comprendere la natura del dono che era stato conferito a Theresa: perché era un dono, indipendentemente da quello che dicevano tutti. Il dolore lo era sempre.

Il dolore significava che bisognava cambiare qualcosa, che bisognava imparare a pensare al mondo in modo differente. I semi provavano un dolore tremendo quando, immaginava Theresa, facevano scoppiare il rivestimento nella terra fredda e scura e cominciavano a spingersi alla cieca verso una luce che non avevano mai visto. Il dolore era ciò che faceva crescere. Nessuno sembrava capirlo. Tutti quelli che conosceva, non appena provavano dolore, facevano il possibile per mandarlo via. Medicine. Droghe ricreative. Sesso. Feste frenetiche. Alla fine, si trattava sempre della stessa cosa: distrazioni dal dolore. Come era possibile che nessun altro in quel secolo la pensasse così? Soltanto lei.

— Ogni ambiente premia profili di personalità diversi — le aveva detto una volta Jackson nel modo pacato e attento di parlare con lei. — Il nostro premia la vivacità, l’aggressività accoppiata con l’indifferenza apparente, una certa crudeltà distratta. Tu non sei così, Tess. Sei un tipo di persona differente. Non peggiore, soltanto differente. Va bene essere differenti.

Già, era vero, ma solo perché lei era giunta a credere che la sua differenza aveva un "senso". La nuvola nera nel cervello, la paura di ogni novità, gli attacchi di ansia così forti che a volte non la facevano respirare: il loro senso era di far rompere a Theresa il suo guscio di pigrizia e di spingerla alla cieca verso la luce. Ci credeva, anche se non l’aveva mai vista e non sapeva esattamente verso cosa si stesse spingendo, anche se a volte disperava dell’esistenza della luce. Pure quello era parte del dono: le faceva esaminare attentamente tutto quello che le accadeva attorno, nel caso in cui le sfuggisse una chiave essenziale per quello che avrebbe fatto in seguito.

Non aveva confidato a Jackson quel pensiero: si preoccupava già troppo per lei e non avrebbe capito comunque. Era davvero buffo: Jackson era quello intelligente, Theresa quella la cui modificazione del QI non era riuscita del tutto. Jackson però non capiva, anche se aveva ragione sul discorso delle diverse personalità premiate in culture differenti, che non era andato fino in fondo nell’analisi di quell’idea.

Theresa sì: aveva passato migliaia di ore al terminale, inviando lentamente e faticosamente Thomas alla ricerca attraverso i database storici. Alla fine aveva trovato il luogo che avrebbe premiato ciò che lei era: l’Età della Fede.

Sarebbe dovuta nascere cattolica: nel tardo Medio Evo, quando uomini e donne erano stati onorati per avere dedicato le loro vite al dolore e al servizio della crescita spirituale. Lì sarebbe stata adeguata: entrando in un’abbazia, trovando una ragione di esistere nella vita di clausura, unita con altri in costante preghiera. Invece era nata in un’epoca in cui nessuno di quelli che conosceva credeva in Dio. Lei inclusa.

Theresa sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Le ricacciò indietro con impazienza e si allontanò dalla vista del suo corpo nudo nello specchio. Era stupido piangere. Lei era nata in quell’epoca, non nel passato e anche quello faceva parte del dono. Era destinata a trovare un’altra via, una spinta differente verso la luce che così spesso disperava di trovare. Dopo interi mesi, anni, di meditazione e false partenze, era arrivata a capire cosa fosse.

Doveva uscire.

Fuori dall’appartamento, fuori dall’enclave. Jackson di solito la incalzava a non guardare i notiziari perché la facevano sentire male e, fino a qualche mese prima, Theresa era stata felice di accontentarlo. Negli ultimi tempi, tuttavia, aveva guardato gli olonotiziari tutte le volte in cui Jackson non si trovava in casa e, anche se la maggior parte delle notizie riguardavano solitamente i Muli, c’erano stati anche accenni ai Vivi, in mezzo ai servizi sul mercato azionario, alle notizie politiche dell’enclave e perfino all’occasionale reportage nazionale da Washington, che più nessuno considerava importante quanto gli affari interni dell’enclave. Soltanto qualche accenno ai Vivi, e quei Vivi stavano soffrendo. Non di fame, quello mai più, ma di mancanza di beni come coni a energia, abbigliamento adeguato e parti di ricambio per i terminali, mentre persone come Theresa, Jackson, Cazie e quegli orribili amici che Cazie aveva portato la sera prima, avevano più "cose" di quante potessero usarne. Ecco quando le bruciava dentro la vergogna.

Poi Theresa aveva visto all’oloTV qualcosa che le aveva fatto capire che lei "doveva" andare fuori. C’erano Vivi che cercavano effettivamente di organizzarsi in gruppi spirituali! Il canale dei notiziari aveva indicato dove stava trascorrendo l’inverno uno di quei gruppi. L’oloservizio era stato carico di scherno, ovviamente… ma le aveva fornito le coordinate del distretto.

Si mise uno dei lunghi e ampi vestiti a fiori. Theresa li disegnava personalmente e poi inviava gli schizzi con le misure a una ditta tessile che lavorava ancora il cotone. Trovò un cappotto caldo, non avevano effettuato votazioni per stabilire il clima, fuori, e un vecchio paio di stivali. Quindi esitò.

Che cosa poteva portare da dare loro? Coni a energia, certo: ne aveva già ordinati una decina a spese della TenTech, e il robot della posta glieli aveva consegnati la settimana precedente. Theresa non aveva capito bene come effettuare l’ordinazione. Di solito era Jackson a occuparsi di quelle cose. Aveva utilizzato un "codice chiave del proprietario" che lui le aveva dato una volta, ma doveva essere quello sbagliato perché il sistema aveva capito che lei voleva entrare nella documentazione delia ditta. Aveva vagato un po’ nei dati prima di rendersi conto dell’errore: sperava soltanto di non avere causato disfunzioni in nessun sistema da nessuna parte. Dopo avere trovato il file con le ordinazioni per la casa, comunque, era stata in grado capire come richiedere quello che voleva. La cosa le aveva dato uno strano senso di potere, di cui aveva diffidato immediatamente. "L’orgoglio precede sempre la caduta". Glielo diceva sempre sua madre.

Abiti. Avrebbe portato degli abiti decenti. Negli olovideo i Vivi indossavano quelle cose terribili tessute in casa oppure tute di colori davvero terrificanti, ma tutti i suoi abiti erano in cotone o in seta. Non sarebbero andati bene. I Vivi erano tutti Cambiati. Avevano bisogno di tessuti non consumabili.

Entrò nella camera di Jackson e depredò il suo guardaroba. Camicie, pantaloni, tuniche, giacconi, calze, scarpe. Lui poteva sempre ordinarne degli altri. Il viaggio successivo, avrebbe portato qualche abito non consumabile da donna.

Che altro? Denaro, ovviamente. Ma come funzionavano le cose per i Vivi? Non usavano soldi, non lo avevano fatto prima del Cambiamento. Avevano avuto gettoni pasto e carte di Identificazione e i politici inviavano gratuitamente ogni cosa in cambio di voti. Ormai nessuno votava più, eccetto che per le elezioni delle enclavi. Be’, era evidente: i Vivi si trovavano in quella posizione perché non avevano soldi per comperare i beni di cui avevano bisogno. La maggior parte di loro si spingeva a sud, dove non c’era bisogno di riscaldamento o di vestiti, si nutriva all’aria aperta, si gettava in stupide guerre e si dimenticava completamente della civiltà. Non tutti, però. Quelli che avrebbe visitato Theresa avrebbero trovato un uso per i soldi. Ma come si firmava un accredito per delle persone che non avevano conti correnti?

Avrebbe usato un terminale portatile. Un’unità mobile. Forse loro avevano una specie di conto collettivo intestato all’organizzazione, o qualcosa del genere. Forse avrebbe studiato come aprirne uno a loro nome ma con un accesso parziale al suo denaro. Non doveva essere troppo difficile. La gente apriva conti in Rete di continuo. Avrebbe lasciato loro l’unità mobile.

L’avrebbe fatto. Davvero. Per la prima volta in vita sua, dopo tante false partenze lei, Theresa Katherine Aranow, sarebbe stata di aiuto a qualcosa più grande di lei.

La nuvola nera che aveva nella mente non si dissipò ma si alleggerì un poco, e Theresa sorrise.

Nella via verso l’uscita, passò davanti al terminale principale. Era acceso e mostrava una schermata del libro di Theresa su una delle prime Insonni, Leisha Camden. Un’altra falsa partenza. Sapeva di non essere un gran che come scrittrice: il libro non era molto bello. Tuttavia aveva voluto scrivere su Leisha, quell’outsider rispetto alla sua stessa gente che aveva combattuto strenuamente per evitare che Muli e Insonni si dividessero in due fazioni armate. Leisha aveva cercato di impedire agli Insonni di ritirarsi, armati, nel Rifugio. Aveva cercato di impedire agli Insonni di boicottare le multinazionali in cui avevano investito denaro. Aveva cercato di salvare Miranda Sharifi dall’isolamento che aveva portato al tradimento la nonna di Miranda.

Leisha aveva fallito, su tutti i fronti. Gli Insonni avevano creato i Super-Insonni e tutto era peggiorato. Leisha però aveva tentato. Che cosa aveva spinto Leisha, si chiedeva Theresa, prima che fosse uccisa da Vivi fuorilegge in un desolato acquitrino della Georgia? Qualcosa l’aveva spinta. Una specie di luce forse che Leisha vedeva più chiaramente di Theresa.

Arrivata all’ascensore che portava sul tetto, con le braccia cariche di vestiti di Jackson, costosi e dal taglio perfetto, Theresa esitò. Era difficile uscire. Così tante cose nuove… e se le fosse venuto un attacco? Forse, se prima avesse guardato un concerto di Drew Arlen, quello per affrontare i rischi…

Drew Arlen, il Sognatore Lucido. C’era stato un periodo, lungo svariati mesi, durante il quale Theresa aveva guardato un concerto di Arlen due o tre volte al giorno. Aveva lasciato che Arlen la ipnotizzasse, con le sue forme grafiche subliminali e programmate che afferravano la mente inconscia, portandola a un diverso tipo di sogno: un sogno profondo, personale, creato dall’arte di Drew tramite ipnosi di massa e simboli universali cui lui aveva facile accesso. Il sogno diveniva tutto quello che l’ascoltatore desiderava che fosse, aveva bisogno che fosse, e il sognatore si svegliava più libero e più forte. Come con una qualsiasi droga temporanea.

No. "Oggi no." Non avrebbe guardato un concerto di Drew Arlen, né lo avrebbe utilizzato come un qualsiasi altro neurofarmaco. Avrebbe agito da sola. Poteva farlo. Quello era il gran giorno.

— Buon giorno, signorina Aranow — disse l’ascensore.

Lei si lasciò ingoiare dalla cabina.

— Perché lo stai facendo, tu?

— Io volevo… Vi ho visti al notiziario. Il vostro… i tentativi che state portando avanti… — Theresa trasse un profondo respiro. L’uomo non era alto ma era grosso, aveva la barba, era bruciato dal sole e la guardava con espressione truce. Le stava troppo vicino. Erano in tre, due uomini e una donna, erano corsi all’aeromobile non appena essa era atterrata a una rispettosa distanza dal loro edificio. Il cuore le batteva all’impazzata, il respiro le si bloccava in gola e non voleva uscire. Oh, non adesso, non "adesso". Respirò a fondo. L’aria all’esterno era più fredda di quanto non si fosse aspettata e più grigia. Tutto lì fuori, aria, alberi, facce, pareva freddo, grigio e duro.

Theresa si rivolse alla donna. Forse con una donna sarebbe stato più facile. — So che state cercando di trovare… di fare… il notiziario diceva che era un "esperimento spirituale". — Ciò che il notiziario aveva detto, in effetti, era stato "un esperimento semispirituale che si riferiva a un’allucinazione umana del tutto irrilevante".

Il volto del secondo uomo si addolcì. Era più giovane, forse dell’età di Theresa, più magro, senza barba. — Sei interessata, tu, a quello che facciamo?

— Non farti prendere in giro, Josh — fece tagliente la donna. — È un Mulo, lei!

— Vediamo un po’ chi è — disse il primo uomo. Tirò fuori dalla tasca un’unità mobile: ma i Vivi allora ne avevano? — Attivare. Controllo ID. Numero aeromobile 475-9886 — seguito dai codici di autorizzazione. Ma come faceva a conoscerli?

Il terminale annunciò: — Aeromobile registrata sotto il nome di Jackson William Aranow. Enclave Manhattan Est. — Aggiunse numero di cittadinanza e indirizzo. Theresa non sapeva che fossero pubblici.

— Io sono Theresa Aranow, la sorella di Jackson. — Cercò di respirare normalmente.

— E ci hai portato dei rifornimenti, tu — disse la donna. — Per pura e semplice bontà d’animo.

— Sì — sussurrò Theresa. — Voglio dire, no, non penso di essere… così buona…

— Ma ti senti bene, tu? — chiese quello più giovane, Josh. Theresa si appoggiò all’aeromobile e lui le toccò un braccio. Lei si contrasse.

— Io… sì. Sto bene.

— Josh, scarica i rifornimenti, tu — ordinò l’altro uomo. — Possiamo anche tenerceli.

Theresa si costrinse a respirare normalmente. Era arrivata fino a quel punto. — Potrei… per favore, vedere quello che state facendo qui? Non in cambio dei rifornimenti, ma solo perché mi interessa?

La donna ribatté: — Non abbiamo nessun bisogno di spie, noi — nello stesso momento in cui Josh diceva: — Ti interessa davvero? Il legame?

— Chiudi il becco! — schioccò la donna.

I due si lanciarono un’occhiataccia. Theresa non ricordava di aver sentito nulla al notiziario che riguardasse un "legame". Rabbrividì per un’improvvisa folata di vento. Era molto freddo.

L’uomo più anziano prese repentinamente una decisione. — Può sapere, lei. È il momento che la gente sappia. Noi facciamo quello che è giusto, noi, e funziona e noi lo sappiamo. Dovremmo spargere in giro la voce, noi.

— Mike… — cominciò la donna con voce infuriata.

— No, è il momento. E se un Mulo è davvero interessato, lei… — Osservò Theresa, esaminandola attentamente.

— Io dico di no, io — ripeté la donna.

— Io dico di sì, io — ribatté Josh. — Patty, prendi qualche cono.

Patty li afferrò sgraziatamente. Theresa prese alcuni abiti di Jackson dall’auto e si incamminò con Josh verso l’edificio, cercando di stare il più lontano possibile da Patty e Mike.

L’edificio era un immenso rettangolo basso e privo di finestre. Forse un tempo era stato una specie di deposito. Non la portarono all’interno. Si infilarono dentro soltanto loro, uno alla volta, per lasciare il carico di coni e il vestiario. Poi la condussero sul retro dell’edificio. Li seguirono parecchie altre persone, finché non si fu radunata una piccola folla.

Dietro l’edificio, una tenda di plastica trasparente si stendeva su un terreno smosso. La tenda, sostenuta al centro da pali sottili alti un metro e venti, cadeva rapidamente sui lati ed era fissata a terra con picchetti provvisori. All’interno c’era un cono a energia-Y, un’area di alimentazione e sei persone nude, divise in due gruppetti di tre.

— Vedi? — spiegò Josh con una certa grazia. — Sono gruppi legati, loro. Si alimentano in armonia. Quelli, sei mesi fa, erano nemici, loro.

— Non nemici — corresse Patty tagliente.

— Nemmeno amici — ribatté Josh. — Abbiamo avuto un sacco di lotte, noi. Come la maggior parte delle tribù. Abbiamo rischiato di disperderci, noi, di andarcene via da soli, di essere isolati.

— Il che vuol dire che stavamo negando la nostra umanità, noi — precisò Mike. — Gli umani sono fatti per stare insieme. Isolati, non siamo completi.

— Oh — fece Theresa. Forse aveva ragione quel Vivo sano ma dall’aspetto lacero? Era quello il motivo per cui la sua vita era sembrata così vuota, per cui lei si era isolata? Si sentì pervadere dalla delusione. Le sembrò troppo semplice, troppo facile. Tutti quei mistici eremiti e isolati di cui aveva letto nella biblioteca, che avevano avuto visioni e avevano sofferto per la verità, avevano avuto bisogno di ben altro che non di semplice compagnia! Cercò qualcosa da dire che non offendesse i suoi ospiti.

— Come avete posto fine alle lotte e… siete divenuti così uniti?

— Il legame! — disse trionfante Josh. — Ci è stato dato da Madre Miranda, lei, e noi l’abbiamo preso e adesso guarda!

— Madre Miranda? — chiese Theresa. — Siete gli stessi che chiedono che Miranda Sharifi sviluppi un farmaco dell’immortalità?

— No — rispose Mike. — Noi non chiediamo, noi, per niente. Non chiediamo niente. Però abbiamo preso il dono, noi, quando lo abbiamo trovato.

"Il dono." — Quale dono?

Fu Josh a risponderle, con voce fervente. — All’inizio abbiamo pensato che erano altre siringhe del Cambiamento, noi. Ma le nuove siringhe erano rosse, non nere, e c’era anche un ologramma da vedere sul terminale. C’era Miranda Sharifi che ci diceva, lei, che quello era un dono che cominciava a dare a noi e che poi avrebbe dato a tutti gli altri. Il dono del legame, per bilanciare l’isolamento provocato dal Cambiamento!

— Un olovideo di Miranda Sharifi — ripeté Theresa. Jackson aveva detto che Miranda e i suoi compari Super-Insonni si erano nanocostruiti una base lunare, Selene, dopo che Jennifer Sharifi era uscita di prigione e li aveva cacciati dal Rifugio. Era accaduto oltre un anno prima. Come faceva Miranda a inviare le siringhe dalla Luna?

— Con un "nuovo" Cambiamento — proseguì Mike. — Il legame. Così non possiamo più essere soli, noi. Così "dobbiamo" sviluppare l’aspetto spirituale di noi stessi e andare d’accordo insieme. In tre, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Theresa lanciò nuovamente un’occhiata verso il campo di alimentazione sotto la tenda. Tre persone in un lato, due donne e un uomo. Tre sull’altro, un uomo, una donna e un ragazzino. Attorno a lei, nella folla, le persone erano raggruppare in tre e alcuni gruppi si tenevano per mano. Patty, Mike e Josh si erano spostati impercettibilmente verso Theresa per formare un gruppetto.

— Una siringa — disse lei. — Conteneva una nuova droga, voi l’avete presa e…

Patty parlò direttamente a Theresa, guardandola in volto, sorridendo in maniera sgradevole. — E la droga ci ha resi uno solo. Non ci "possiamo" muovere, noi, lontani l’uno dall’altro. Siamo la vita l’uno dell’altro!

La folla improvvisamente si mise a intonare: — Siamo la vita e la giusta via. Siamo la vita e il sangue. Siamo la vita e i prescelti.

— Capisci adesso, tu? — disse Josh con entusiasmo. — Siamo una vera comunità. Le siringhe del Cambiamento hanno diviso le persone, tutti sono stati in grado di andarsene per loro conto, di mangiare, essere sani e vivere senza avere nessun bisogno degli altri. Le siringhe del legame uniscono. Se io, Mike o Patty ci allontaniamo l’uno dall’altro, noi, moriamo.

— Morite? — Theresa si sentì mancare. — Morite davvero?

Patty confermò trionfante: — Moriamo davvero. E a un gruppo legato è successo. In un’altra tribù. Li ho "visti" io. Quei pazzi non credevano in Madre Miranda, e lo Spirito Santo se n’è andato e in una notte gli altri due sono morti.

— Ma… e se avete un bambino? Il bambino…

— Abbiamo ancora moltissime siringhe — spiegò Josh. — Un bambino non è un problema. Resta semplicemente con la madre finché non è abbastanza grande da potersi legare con un suo gruppo.

Theresa avvertì un’ondata di nausea. Desideravano strenuamente un motivo per avere bisogno l’uno dell’altro, per essere una comunità… ma "quello" doveva avere a che fare con i feromoni. Jackson le aveva spiegato il meccanismo dei feromoni. Erano sostanze chimiche emanate nell’aria che venivano captate da altre persone, anche se non se ne rendevano conto. Le sostanze chimiche agivano sul comportamento delle persone. Forse, senza quel nuovo odore si liberava del veleno nel corpo delle persone legate. Ma il Depuratore Cellulare non avrebbe distrutto ogni veleno? Non era il motivo per cui era stato "creato" il Depuratore Cellulare? Ovviamente, se li aveva fatti tutti e due Miranda Sharifi… ma Miranda Sharifi lo avrebbe fatto? Perché?

Una parte della mente di Theresa sussurrò: "perché hanno rimodellato i corpi umani a loro immagine. Adesso i Super vogliono possedere le menti degli umani". No. Il cervello di Theresa era suo, la parte che aveva così paura delle nuove esperienze e delle novità, la parte che non voleva mai lasciare l’appartamento. Xenofobia. Inibizione. Agorafobia. Ansia per le novità. Jackson le aveva insegnato quelle parole, era lei che aveva sbagliato, che non riconosceva il sentiero verso la luce quando lo vedeva…

No. Non era lei. Ciò che facevano quelle persone era "sbagliato".

Sentì mancare il respiro, il cuore prese a batterle freneticamente. Sentì arrivare l’attacco, nausea, vertigini, il terrore di non riuscire a respirare, e agitò una mano, come se potesse allontanarlo fisicamente.

Patty equivocò il gesto. — Non mi credi, eh? Allora vieni a vedere l’olovideo!

— No, io… ti prego "non"… — Patty la afferrò per un braccio e la trascinò attorno all’edificio e poi la fece entrare.

Dentro i Vivi, in gruppi di tre, le si affollarono intorno, le respirarono in faccia. Era scuro, si sentì sopraffare e…

— Il momento di Madre Miranda!

L’olopalco si animò. Ci fu un gradevole turbinio di colori privi di significato e poi apparve Miranda Sharifi, soltanto spalle e testa, lo sfondo una semplice e scura cabina di registrazione studiata per risultare anonima. Miranda indossava un abito bianco senza maniche e un nastro rosso le tratteneva i capelli neri e crespi.

— Sono Miranda Sharifi e vi parlo da Selene. Vorrete sapere cos’è questa nuova siringa. È un meraviglioso nuovo dono, studiato apposta per voi. Un dono migliore delle siringhe del Cambiamento. Quelle vi hanno liberato a livello biologico, ma vi hanno anche condotto a un forte isolamento quando non avete più avuto bisogno degli altri per il cibo e per la sopravvivenza. Per l’uomo non è bene essere solo. Questa siringa, questo magnifico dono…

Dietro l’olopalco, in un angolo del deposito, Theresa scorse un bambino non-Cambiato.

Aveva circa due anni e stava seduto in un angolo, con le gambe gracili stese in avanti. Un lato della testa era privo di capelli, la pelle consumata in chiazze circolari da cui spurgava del pus. Dagli occhi velati gli scendeva muco.

La gola di Theresa si serrò del tutto.

— Voi, le persone che ho scelto, le prime che conosceranno la vita e la giusta via…

Il bambino piagnucolò. Una ragazza non più vecchia di Theresa balzò avanti e lo prese in braccio. Una forte, sana ragazza Viva, libera da fame e malattie che poteva camminare con le proprie gambe e vedere da occhi limpidi… Il bambino non-Cambiato forse pativa del "vero dolore"?

— … dono spirituale, la vita e la giusta via…

Non riusciva a respirare. Per quanto si sforzasse, non riusciva a respirare…

— … partendo dal lavoro svolto dalla siringa del Cambiamento che vi ho dato anni fa quando…

…non riusciva a "respirare" e stava per morire, quella volta sarebbe morta davvero…

— Cosa succede alla ragazza Mulo?

— Cosa c’è che non va?

— Fatele spazio!

— Sta morendo!

— Le persone non muoiono, scemo! L’olovideo è finito! Iniettala!

— Non c’è nessuno qui per farci un gruppo…

— Sì! Le due persone nuove! Cathy ed Earl!

— Iniettateli tutti e tre! Iniettateli!

La stanza prese a vorticare e si oscurò in un’ondata profonda che la inghiottì, come se qualcuno avesse divelto la parete opposta e l’onda le stesse precipitando addosso. "Metti la testa fra le ginocchia" le disse la voce di Jackson nella mente. "Respira profondamente. Prendi un neurofarmaco." Si piegò in due. Due persone la tirarono su, una per lato, il suo nuovo gruppo di legame. Nella sala che vorticava apparve una siringa rossa, nella mano di qualcuno.

— No! — gridò Theresa. — No, non fatelo…

— È tutto a posto, Mulo — le disse una voce di donna, cercando di calmarla. Le tolsero la giacca. — Non fa male. È soltanto come un’altra siringa del Cambiamento, non la sentirai nemmeno, tu. Madre Miranda dice che non fa altro che aggiungersi al primo Cambiamento.

La siringa rossa le si avvicinò al braccio. La stanza vorticò e l’onda nera le si rovesciò sopra. Presa dalle vertigini stava per vomitare. All’ultimo momento riuscì in qualche modo a tirar fuori dalla bocca le parole.

— Io… non sono… Cambiata!

L’oscurità la avvolse.

Esterno. Era stesa a terra all’esterno ed era freddo. Non indossava la giacca. Aprì gli occhi, e la luce del sole li colpì, facendoglieli dolere. La gente le stava attorno a gruppi, i volti orribili la fissavano. In un gruppo Cathy, Earl e Theresa. Era legata.

— Sta tornando in sé.

— Fatele spazio, maledizione!

— Non abbiamo dato niente a quella cagna, noi.

— Theresa, non sei legata, tu. Non lo abbiamo fatto. — Josh le stava inginocchiato accanto, senza toccarla. Theresa si concentrò sulla respirazione. A volte gli attacchi le venivano in coppia o perfino tre alla volta. Il solo pensiero le fece aumentare il battito cardiaco e le mozzò il respiro.

— Ti ho detto che non ti abbiamo legata, noi.

Il volto di Josh era gentile. Com’era possibile, ricevere gentilezze da un Vivo? Non poteva capire quello che le era successo, non lo capiva nemmeno Jackson. Theresa cercò di respirare profondamente.

Patty intervenne: — Deve essere vero. Quello che abbiamo sentito. Che nemmeno le enclavi hanno più siringhe del Cambiamento. — Il suo tono di voce era vagamente compiaciuto.

Theresa si sedette. Casa. Doveva tornare a casa. Le avrebbero permesso di tornare a casa? Che cosa le avrebbero fatto? Le si riempirono gli occhi di lacrime.

— Oddio, sta piangendo, lei — disse Patty. — Lasciamo andare questa strega.

— No, aspetta — si intromise Mike. — Ha un’unità mobile. Conosce codici di ingresso che ci potrebbero servire.

— Ma non sa niente, quella. Guardala! Non è nemmeno Cambiata!

— E allora? Ha parecchia roba stipata nel cervello, è un Mulo.

Josh le si avvicinò. Theresa si contrasse. Lui aveva un respiro dolce e caldo ma, in qualche modo, estraneo. Le disse, a voce molto bassa: — Alzati, intanto che stanno discutendo. Entra nell’aeromobile e parti.

Lei lo guardò sconcertata. Lui le fece un cenno di assenso col capo, l’aiutò ad alzarsi e le sussurrò qualcosa all’orecchio. Mike e Patty avevano cominciato a prendersi a spinte, i volti sconvolti, le parole che uscivano come sputi dagli angoli della bocca. Theresa corse verso l’aeromobile.

— Fermatela! — gridò Mike. — Fermati!

Theresa inciampò e cadde. Aveva il fiatone, il terreno sembrò vacillare e bloccarla: "non di nuovo". Non un altro attacco. Si costrinse ad alzarsi in piedi e si guardò alle spalle.

Patty e Mike cercavano di inseguirla, ma ogni volta che si allontanavano di qualche metro da Josh si fermavano, tornavano indietro e tentavano di trascinarlo con loro. Josh si faceva pesante e floscio come un sacco di stracci. Mike e Patty non potevano inseguire Theresa senza di lui.

Lei arrancò nell’aeromobile e crollò all’interno. — Chiusura portiere. Decollo automatico… Coordinate di casa. — L’aeromobile decollò.

Sotto, vide Patty che trascinava Josh.

Theresa si accasciò sul sedile, cercò di controllare la respirazione, di impedire al mondo di vorticare in un’altra nauseante ondata nera. Casa. Doveva tornare a casa. Non sarebbe dovuta uscire, non sarebbe dovuta partire dall’enclave, non avrebbe dovuto pensare di essere forte o valorosa e di riuscire a scoprire qualcosa sulla luce. Era soltanto un Mulo difettato e privilegiato. No, quelle persone avevano "torto", quella non era la giusta via, corteggiare la morte per costringersi a fare parte di una comunità, no, no, no. Così no. La risposta non era quella.

Chiuse gli occhi. Escluse il mondo che vorticava ma non riuscì a escludere la cosa che più la terrorizzava. La cosa più terribile di un pomeriggio di terrore: il volto di Josh che le sussurrava un’ultima frase. Gentili, cariche di rammarico, orribili, le sue parole.

— "Non sei pronta, tu. Almeno non ancora."

Theresa rabbrividì. Non sarebbe mai stata pronta per una cosa simile. Legata per sempre a tre metri da due Vivi, condannata a morire se li avesse lasciati. No. Era sbagliato. Un vicolo cieco.

Ma che cosa stava "facendo" Miranda Sharifi?

E che cosa avrebbe fatto Theresa?

Era nuovamente sola con la sua vita vuota.

Interludio

DATA TRASMISSIONE: 1 Dicembre 2120

A: Base Selene, Luna

VIA: Stazione Terrestre San Diego, Satellite CEO C-988 (U.S.), Holsat IV (Egitto)

TIPO MESSAGGIO: Non codificato

CLASSE MESSAGGIO: Classe B, Trasmissione Privata a Pagamento

GRUPPO DI ORIGINE: Coalizione Genitori di San Diego

MESSAGGIO:

Dottoressa Miranda Sharifi e Associati,

sapendo, come sappiamo, che lei incarna con fermezza il principio che le persone non sono mai se stesse più di quando compiono scelte per altri, le sottoponiamo una richiesta. Il suo dono delle siringhe del cambiamento ha trasformato le nostre vite. Grazie ai suoi sforzi, i nostri figli sono più sani e forti. Tuttavia la scorta di siringhe del Cambiamento nella nostra enclave, come nelle altre, si sta riducendo. Ben presto sparirà. I bambini nati in seguito saranno vulnerabili alle malattie, all’avvelenamento accidentale, ai pericoli.

Dottoressa Sharifi, la preghiamo, non permetta che ciò accada. I nostri figli ci sono preziosi. Sono tutto il nostro futuro. Lei è stata così compassionevole e benevola con noi esseri umani che noi, i genitori dell’Enclave di San Diego, le chiediamo di esserlo di nuovo. Le chiediamo altre siringhe del Cambiamento per i nostri figli non ancora nati. Faccia che questa rappresenti, partendo dalla sua profonda conoscenza dell’umanità, la sua prima meta scientifica. Non lo chiediamo per noi ma per i bambini.

CONFERMA RICEZIONE: Nessuna

5

Volavano sull’Africa da meno di mezz’ora, quando l’aereo cominciò a scendere. Jennifer Sharifi guardò fuori dal finestrino. Nell’alba rosata i profili di una città risultavano indistinti, come se gli edifici potessero anche non essere effettivamente lì. "Principio di indeterminazione di Heisenberg" pensò lei, e non sorrise.

— Atar — annunciò Will Sandaleros e si stirò come poteva nei limiti angusti del Mitsu-Boeing quattro posti. Due giorni addietro lui e Jennifer erano scesi dal Rifugio, la prima volta in quattro mesi da quando erano tornati dalla Terra alla stazione orbitale degli Insonni. Ogni traccia di Miranda e degli altri Super era eliminata dal Rifugio. Anche gli amici imprigionati con Jennifer erano tornati alla stazione orbitale, le loro condanne più brevi scontate ormai da tempo: Caroline Renleigh, Paul Aleone, Cassie Blumenthal e gli altri. Erano tornati per portare a termine la lotta per la libertà.

Soltanto Jennifer e Will, tuttavia, avevano intrapreso quel viaggio fino allo spazioporto di Madeira. Si erano trasferiti direttamente all’Hotel Machado, costruito e posseduto dal Rifugio attraverso una serie complessa di holding cieche, un lussuoso albergo commerciale che garantiva una sicurezza totale agli emissari esecutivi delle stazioni orbitali e terrestri. Per due giorni erano rimasti nella loro camera dallo scudo a energia-Y mentre il personale dell’albergo, costituito per metà da Insonni e per metà da Normali ben pagati, aveva scoperto l’identità di tutti gli agenti, i reporter, i terroristi e i pazzi che seguivano inevitabilmente a scia Jennifer Sharifi. La notte precedente, Jennifer e Will avevano lasciato il Machado, servendosi di un tunnel sotterraneo costruito con l’albergo e così ben schermato che soltanto dieci persone al mondo ne conoscevano l’esistenza. Un’auto li aveva portati sulla costa e al Mitsu-Boeing. Will, abituato all’esercizio fisico, era irrequieto dopo tre giorni passati all’interno di veicoli e di camere blindate.

Jennifer non era mai irrequieta. Aveva imparato a restare seduta completamente immobile e a ritirarsi nei propri pensieri per ore, per giorni. Per mesi. Anche Will avrebbe dovuto imparare. Era una disciplina necessaria per racchiudere tutto quello che si aveva dentro e ridurlo a un singolo punto, come la luce del sole focalizzata da un’immobile lente di ingrandimento. Un punto incandescente.

— Ci staranno aspettando? — chiese lei al di sopra dello schienale del sedile al pilota. Lui annuì. I suoi capelli scuri, gli occhi grigi e i lineamenti imperturbabili potevano venire da cinque diversi continenti. Non parlava mai. Al suo fianco la guardia del corpo Insonne, Gunnar Gralnick, controllò le proprie armi.

L’aereo si posò su un campo di atterraggio polveroso e non segnalato nel deserto, Atar visibile a mala pena sull’orizzonte orientale. L’unico edificio, un rettangolo di cemespugna senza finestre, stranamente immacolato e privo di polvere sotto lo scudo a energia-Y, si sarebbe potuto trovare in qualsiasi parte del mondo. L’aria era più fredda di quanto Jennifer non ricordasse, così vicino all’equatore. Il sole però non era ancora alto. In seguito, l’aria sarebbe diventata incandescente.

C’erano tre uomini ad aspettarli, vestiti con abiti leggeri stile arabo. Materiali sintetici non consumabili, notò Jennifer. Erano tutti Cambiati. In Africa, non lo si poteva mai sapere per certo. Gli uomini avevano la pelle scura e bruciata dal sole ma gli occhi chiari: due verdi e uno azzurri. Quello con gli occhi azzurri aveva anche i capelli rossi, nessuna delle due caratteristiche era modificata geneticamente per questioni di moda. Berberi.

— Benvenuti in Mauritania — disse a Will il più anziano degli uomini con un inglese quasi privo di accento. Non lanciò nemmeno un’occhiata a Jennifer. Lei se lo era aspettato. Non disse nulla. — Sono Karim. Questi sono Ali e Beshir. Avete fatto un buon volo?

— Sì, grazie — rispose Will.

— Niente complicazioni?

— Non siamo stati seguiti.

— Noi non abbiamo notato nulla, da qui — confermò Karim. — Ma è meglio non indugiare. Vi prego, seguitemi.

Il pilota rimase sull’aereo. Gli altri sei salirono su una grossa aeromobile, Will e Jennifer sul sedile posteriore con Gunnar fra di loro. Volarono basso, inoltrandosi ulteriormente nel Sahara, che si faceva sempre più illuminato dal sole col passare dei minuti. Rocce, vegetazione sparuta, un’oasi occasionale il cui verde si interrompeva repentinamente insieme con il sistema di irrigazione, come se fosse tagliato con le forbici. Quindi nessuna vegetazione: soltanto roccia e sabbia. Atterrarono accanto a un piccolo edificio in cemespugna il cui scudo a cupola era parzialmente sepolto sotto la sabbia mossa dal vento.

Gli arabi atterrarono con l’aeromobile all’interno della cupola, su terreno compatto, libero dalla sabbia. L’edificio si aprì tramite scansione della retina, notò Jennifer. Una compagnia clandestina tedesca aveva sviluppato di recente un software in grado di duplicare la codificazione della retina. I berberi avrebbero dovuto aggiornare il loro sistema di sicurezza.

L’ascensore parlò brevemente in arabo. Will non dette segno di comprendere la lingua. Jennifer capiva l’arabo anche se, pure lei, non lo mostrò. I berberi sapevano quali lingue lei parlasse o capisse. Sapevano tutto su tutti e tre i visitatori Insonni, tutto quello che compariva su ogni banca dati. E quelle non erano mai informazioni cruciali. I Dormienti non lo capivano.

Jennifer rimase accanto a loro, per disciplina, e indirizzò il proprio odio, con calma, in un fuoco controllato. Per disciplina. L’ascensore, "Che la pace di Allah sia con voi", poteva essere parte di una programmazione satirica. Se di satira si trattava, era una debolezza: la satira indicava la capacità di porsi al di fuori delle proprie tradizioni e di sbeffeggiarle. Se non era satira, invece, indicava la forza della tradizione.

La Mauritania aveva moltissime tradizioni. Orgogliosi nomadi berberi. Islamismo. Oppressione coloniale. Crollo, siccità, pestilenze, guerre e brutalità come in tutto il resto dell’Africa, ma anche di più. La Mauritania era stata l’ultimo paese in Africa a dichiarare fuorilegge la schiavitù, meno di duecento anni prima. La schiavitù era rimasta, tuttavia, unitamente ad altre pratiche illegali e a nuovi schiavi genetici e tecnologici. Alla Mauritania non era rimasto un governo di cui valesse la pena di parlare: quello che esisteva si poteva acquistare facilmente.

L’ascensore si fermò in profondità sotto terra. Si aprì direttamente su una sala conferenze tutta scintillanti pareti bianche nano-costruite e fragrante odore di caffè forte. Le porte conducevano, presumibilmente, ai laboratori e agli appartamenti. Sulla lucida tavola in teak circondata da comode sedie c’era un servizio da caffè in argento. Altre sedie erano allineate contro le pareti. Un tavolinetto sorreggeva un olopalco.

Jennifer si accomodò su una sedia al lato della stanza, sedendosi a occhi bassi. Quello era il risultato di negoziati condotti da Will. I berberi, abili uomini di affari nel loro ambiente implacabile per tre millenni, si erano adattati facilmente a fungere da mediatori per imprese clandestine internazionali. Erano meno disponibili ad adattarsi a imprenditori di sesso femminile. Se Jennifer fosse stata una qualsiasi altra donna al mondo, non le sarebbe stato nemmeno concesso di entrare nella stanza.

Qualsiasi altra donna a parte una: Miranda, che aveva tradito il suo popolo rendendo necessaria quell’interazione con la feccia Dormiente.

Will e i berberi si sedettero attorno alla tavola di teak lucido. Gunnar rimase in piedi, contro la parete, fra Jennifer e l’ascensore, per poter sorvegliare ogni cosa.

— Caffè? — chiese Karim.

— Sì, grazie — rispose Will. — Dov’è il dottor Strukov?

— Si unirà a noi fra pochi minuti. Siamo arrivati un po’ in anticipo.

Il caffè aveva un aspetto scuro, ricco, amaro. Jennifer sentì l’acquolina in bocca. Bloccò la saliva. I berberi bevvero con gusto, senza parlare, perfettamente a proprio agio. Anche Karim, però, si irrigidì lievemente quando si aprì una porta ed entrò Serge Mikhailovich Strukov.

Il leggendario genio russo era immenso, chiaramente modificato geneticamente nelle dimensioni. La pelle aveva il caratteristico aspetto salutare di quella di tutti i Cambiati. Le siringhe erano piovute in Ucraina come in ogni altro posto della Terra, ma non si sapeva fino a che punto fossero state usate: non soltanto l’Ucraina aveva serrato tutti i confini, ma vi erano fioriti anche bizzarri culti antitecnologici dopo che le Guerre Nucleari Localizzate avevano rallentato fortemente l’utilizzo della Rete. Quello che non si trovava nella Rete non poteva essere trafugato. Gran parte dell’Europa dell’est e dell’Asia occidentale risultava sconosciuta perfino al Rifugio.

Non Strukov, però. Lui era conosciuto ovunque e altrettanto introvabile.

Era fuggito dall’Ucraina a diciassette anni, ignorante in microbiologia ma, in qualche modo, modificato geneticamente a livello del QI. Non raccontava mai dei suoi genitori, della sua provenienza, della sua adolescenza, di come avesse imparato a parlare, oltre al russo, anche il cinese idiomatico e, con un po’ di accento, il francese. A ventidue anni aveva conseguito una laurea in microbiologia al Centre d’Étude du Polymorphisme Humain di Parigi. A trentuno aveva ottenuto il Premio Nobel in medicina per il suo lavoro sulle eccitotossine modificate geneticamente nei mitocondri neurali. Non si era mai recato a Stoccolma a ritirare il premio. Tre mesi dopo era uscito dal suo laboratorio di Parigi ed era scomparso.

Nel corso del decennio successivo, affiorarono strani rapporti su Strukov nella Rete clandestina: accenni che lavorasse per i cinesi, per gli egiziani, per il Brasile, sempre sulla guerra batteriologica, sempre su progetti di modificazione genetica che però non arrivavano mai ai notiziari mondiali. O che non riuscivano mai ad allontanarsene. Un microbiologo dell’Enclave di San Francisco Bay dichiarò di riconoscere la mano di Strukov in una terribile modificazione genetica virale inviatagli da un medico coinvolto nella guerra cilena: un retrovirus mortale che distruggeva la formazione della memoria nell’ippocampo. Una settimana dopo, quel microbiologo era affogato nella baia.

Strukov sedette a capotavola. Quindi, ignorando volutamente Will, fece ruotare la sedia per fissare direttamente Jennifer. Lei non sollevò lo sguardo ma lui continuò a guardarla comunque: cinque secondi, dieci, quindici. Lei riuscì a sentire la tensione nella sala crescere vorticosamente.

Alla fine Strukov si girò nuovamente verso gli uomini seduti attorno alla tavola. Sorrise debolmente. — Cosa desidera adesso da me il Rifugio? — Il suo inglese aveva un forte accento russo, ma la struttura della frase non era russa: veniva mentalmente tradotta dal francese, immaginò Jennifer.

Will apparve meno composto di Strukov. — È già stato informato di quello che vogliamo.

— Vorrei sentire le sue parole.

— Vogliamo che lei riadatti il virus modificato geneticamente che ha già sviluppato — disse Will, un po’ troppo tagliente. — I campioni che abbiamo ricevuto non sono soddisfacenti.

— E come mai il Rifugio, in possesso dei migliori laboratori scientifici del sistema solare, non può modificare personalmente questo virus?

— Ci sono dei motivi per cui preferiamo non farlo — rispose Will.

— Sono in grado di immaginarlo. Il Rifugio è governato da decisioni comuni, non è così? E molti si oppongono al vostro piano, qualunque sia. Molti non ne saranno nemmeno al corrente. In più, i vostri laboratori al Rifugio sono specializzati per la modificazione genetica di embrioni e per la ricerca nel campo. Non siete specializzati nella creazione e nella diffusione di virus mortali.

Will non commentò. Strukov tirò indietro la testa e rise, una risata possente e aspra che riempì la stanza. Karim sorrise. Jennifer Sharifi e Will Sandaleros erano stati in prigione per aver tenuto in ostaggio cinque grandi città americane con la minaccia di rilasciare un virus mortale modificato geneticamente.

Strukov riprese: — Ventotto anni cambiano molte cose, eh? E non solo in microbiologia. Tuttavia, plus ça change, plus c’est la même chose. Volete tentare ancora l’assalto al governo americano?

— No — rispose Will. — Ma ciò che faremo con il virus sono affari nostri. Suo compito, come da accordi, è di fornircelo.

— Andrà tutto liscio come l’olio — assicurò Strukov, godendo chiaramente del modo di dire. Karim rise.

— Forse no — commentò Will. — Lei non conosce ancora le modificazioni che richiederemo.

— Mi consenta, allora, di mostrarle le modificazioni che ho già creato — disse Strukov. — Angelique, commencez. Le programme de démonstrer.

— Oui - rispose il sistema. L’olopalco si animò. Apparve un modello tridimensionale grigio chiaro del cervello umano circondato dal fantasmatico profilo di un cranio. Due aree a forma allungata delle dimensioni dell’unghia del pollice di un neonato, localizzate appena dietro le orecchie, si illuminarono improvvisamente di rosso.

— Le amigdale destra e sinistra — spiegò Strukov. — Si appoggiano sulla parte interna inferiore dei lobi temporali. Le due amigdale sono essenzialmente identiche. Angelique, ga va.

L’amigdala sinistra si allargò improvvisamente, riempiendo l’intero palco e sostituendo il cervello. Divenne un intricato ed elaborato groviglio di neuroni, stipati insieme, con nervi immissari ed emissari che si ramificavano verso l’esterno.

Strukov continuò: — Il neurotrasmettitore dominante nelle amigdale è il glutammato. È un aminoacido interessante. Sottili cambiamenti metabolici possono trasformare il glutammato in un’eccitotossina che uccide i neuroni nell’ipotalamo, la parte del cervello che si utilizza nella formazione della memoria. Uno scarso apporto di glutammato può uccidere i neuroni nel cervello e nel midollo spinale. La sovrastimolazione di produzione del glutammato conduce a svariate malattie croniche di tipo degenerativo.

L’espressione di Jennifer non cambiò. Quelle erano informazioni base molto comuni. Strukov stava sopravvalutando la sua ignoranza. Errore? Insulto?

Will lo interruppe: — Ma qualsiasi cambiamento metabolico che producesse tossine sarebbe attaccato dal Depuratore Cellulare. Distruggerebbe le tossine nel momento in cui fossero create. Una sovrapproduzione darebbe come risultato un codice DNA sbagliato che sarebbe corretto dal Depuratore Cellulare non appena identificato.

— Vero — commentò Strukov. — Ecco perché malattie come il morbo di Huntington e l’ASL sono scomparse, come l’avvelenamento accidentale. Ma l’amigdala fa altro. Angelique, ça va.

L’olomodello cambiò, mostrando un agglomerato di una decina di cellule ingrandite, lunghi assoni e dendriti che si avvinghiavano gli uni attorno agli altri. Le strutture all’interno e attorno alle membrane cellulari brillarono di giallo e arancione.

— I siti recettori gialli si chiamano recettori AMPA. Quelli arancione sono i recettori NMDA. I recettori AMPA si attivano in risposta al glutammato e provocano una reazione di sconcerto.

All’improvviso, l’ologramma della cellula scomparve. Al suo posto comparve un cannone laser che ruotò e sparò direttamente contro Will. Una deflagrazione assordò tutti. Gunnar reagì all’istante, lanciò attorno a Jennifer e Will uno scudo a energia-Y, estrasse la pistola. Il cannone laser era solo un ologramma. Strukov tirò indietro la testa e scoppiò nella sua solita fragorosa risata.

— Così. Avete reagito con la paura: pulsazioni, pressione sanguigna, scarica di adrenalina, non è vero? I vostri recettori AMPA si sono illuminati come alberi di Natale.

— Non mi piace essere parte della sua dimostrazione — disse Will irrigidendosi. Jennifer restò a osservare.

— Ma dimostra il punto, no? Tuttavia, esiste ben altro. I recettori AMPA che hanno creato la sua risposta di paura scompaiono in fretta non appena termina la paura. La reazione neurale risulta temporanea. Non è rimasto impaurito dopo essersi accorto che il cannone non era reale. E i suoi recettori NMDA non si sono attivati. Quei recettori sono differenti. Ciò che li attiva è una risposta di paura relativa a stress forti e prolungati. A quel punto, i recettori NMDA collegano le esperienze. I percorsi neurali creati in questo modo risultano permanenti.

— Che significa "collegano le esperienze"?

— Guardi. Angelique, ça va. Questa è una registrazione in tempo reale.

Il cannone laser venne sostituito da una gabbia a energia-Y grossa e trasparente, profilata da sottili sbarre in plastica nera. La gabbia conteneva due topi. A una estremità, lo scudo si abbassò e sfrecciò dentro un gatto che indossava un brillante collare rosso. Il gatto si gettò su uno dei topi, che emise uno squittio agonizzante. Il gatto affondò i denti. Il sangue sprizzò fuori dal topo che strillò con un tono così acuto che Jennifer sentì dolere le orecchie. Il gatto allungò una zampa e, con indifferenza e quasi con noncuranza, passò gli artigli estesi sul dorso dell’altro topo che si era rifugiato in un angolo.

— Adesso — disse Strukov. — Una settimana dopo.

La stessa gabbia con lo stesso topo. Il dorso mostrava ferite recenti. Entrò lo stesso gatto con lo stesso collare rosso acceso. Il topo mostrò immediatamente intensa paura, rannicchiandosi e allo stesso tempo mostrando i denti. Evidentemente c’era uno scudo a energia-Y che divideva in maniera invisibile la gabbia in due: il gatto non poteva avanzare se non fino a metà strada verso il topo, che continuava a mostrare paura.

— Tre mesi dopo — disse Strukov. Stesso topo, le ferite ulteriormente guarite. Una mano entrò dalla parte superiore della gabbia tenendo un collare color rosso acceso in pelle. Immediatamente il topo mostrò segni di intensa paura.

— Ora, questo è soltanto un riflesso condizionato di Pavlov, vero? Il topo associa il collare con la paura. Avviene anche in un uomo che ha combattuto il quale, venticinque anni dopo, sente un forte rumore e si getta a terra. L’esperienza del rumore assordante e del pericolo mortale sono associate nel suo cervello e l’amigdala è il luogo in cui avviene il collegamento. Adesso, tuttavia, la cosa si fa interessante. Le amigdale del topo sono state rimosse.

Stesso topo. Il gatto entrò. Il topo sollevò lo sguardo, vide il gatto e tornò ad annusare disinteressato la gabbia. Quindi si avvicinò al gatto che gli balzò addosso immediatamente e lo uccise.

Will disse: — Niente amigdala, niente paura.

— Niente paura ricordata — precisò Strukov. — La paura istintiva può ancora essere indotta, come, per esempio, gettando il topo da una grande altezza e monitorandone le biorisposte durante la caduta. La paura di cadere è istintiva. Quella ricordata, invece, dipende dai recettori NMDA posti nelle amigdale. Creano un tracciato neurale permanente, come alcune droghe che si trovano per la strada, che a sua volta altera permanentemente la reazione. L’organismo non può "non" provare paura dato uno stimolo adeguato. Angelique, ça va.

L’agglomerato di neuroni dell’amigdala riapparve. Alcune linee evidenziate collegavano svariati siti recettori gialli e arancione.

— Inoltre — proseguì Strukov — sono in grado di far sviluppare il processo in senso inverso. Innescando le modifiche virali corrette, iniettandole nel sangue o nel fluido cerebrospinale, i trasmettitori naturali di eccitazione come il glutammato, fra molti altri, possono essere trasformati in eccitotossine. Di conseguenza, i tracciati della paura possono essere creati anche senza una precedente esperienza. Ovviamente, non sono specifici della memoria, visto che non ne esiste ricordo. Non c’è alcun input proveniente dall’ippocampo. I tracciati della paura, tuttavia, risultano permanenti, perché non dipendono dalle molecole che rimangono nel cervello. Il Depuratore Cellulare può anche intervenire due minuti dopo l’iniezione, ma voilà! I tracciati NMDA sono già stati formati.

"Inoltre il processo metabolico che muta la struttura neurale è magnificamente complesso e così le variazioni possibili sono meravigliosamente differenziate. Sono in grado di creare le reazioni permanenti per paure abbastanza specifiche, se la risposta istintuale basilare è codificata geneticamente. Angelique, ça va."

Altra registrazione in tempo reale: Jennifer riuscì a stabilirlo dalla qualità dell’ologramma. Un ragazzino arabo, non modificato geneticamente nell’aspetto fisico, trascinava oziosamente i piedi. Si sedette in una stanza indescrivibile, giocando a qualcosa sull’oloterminale. Strukov entrò nella stanza e premette un pulsante. Un’intera parete svanì, aprendo la stanza su un giardino con un ruscello invitante e alte palme da dattero. Il ragazzino impallidì di colpo. Cominciò a respirare affannosamente sollevando e abbassando la cassa toracica. In preda al panico, girò le spalle al giardino e premette la faccia contro la parete opposta, tremando e mugolando. — No, no, no, no…

— Agorafobia — disse Strukov.

— Permanente? — chiese Will.

— Probabilmente. A meno che non si sottoponga a un’intensa modificazione del comportamento personale o non assuma i farmaci correttivi che il suo Depuratore Cellulare distruggerà, ovviamente, a meno che essi non vengano rinnovati costantemente. Occorrerà un altro virus modificato geneticamente oppure molte, molte applicazioni alla settimana.

— Quanto sarebbe difficile creare un tale virus?

Strukov alzò le spalle. — Per chi? Per i soliti medici? Impossibile. Per una buona struttura di ricerca medica? Difficile ma non impossibile. Per vostra nipote Miranda Sharifi e i Super-Insonni? Chi può dirlo? Angelique, ça va.

Il display mostrò una ragazzina di undici o dodici anni, non araba, con i capelli spettinati e le braccia ossute. Con lei una donna sulla sessantina, seduta a leggere tranquillamente. La ragazzina vagava irrequieta per la stanza, toccando le pareti, le finestre, il terminale, i giochi ma senza fermarsi a utilizzare nulla. Ogni pochi secondi, toccava la donna, come per rassicurarsi che quella fosse ancora lì. Il suo volto, non modificato geneticamente ma grazioso, era distorto da un’ansia perenne.

— Paura dell’abbandono — precisò con soddisfazione Strukov. — Non può sopportare di essere lasciata da sola. Guardate.

La donna più anziana si alzò dalla sedia, appoggiò il libro e disse: — Nathalie, je vais à la cabinet de toilette.

— Non, non, Emilie… s’il vous plaît!

— Un minute, seulement, chérie.

— Non! Vous ne sortez pas!

La ragazzina si aggrappò disperatamente a Emilie. Dolcemente, la donna slacciò le braccia che la piccola le aveva serrato attorno. Nathalie allora si strinse attorno alle gambe di Emilie, cominciando a piangere. Emilie si staccò e andò in bagno, chiudendo la porta a chiave. Nathalie scoppiò in singhiozzi violenti e si accucciò in posizione fetale sul pavimento. Jennifer osservò la faccia della ragazzina. Era una maschera di paura e ansia.

Dopo qualche momento, Emilie uscì dal bagno. Nathalie arrancò fino a lei e si strinse di nuovo alle ginocchia della donna più anziana.

Strukov ribadì: — Paura di essere soli.

Will chiese: — La ragazzina deve stare con una persona in particolare?

— Ma no — rispose Strukov, sorridendo. — Si comporta esattamente allo stesso modo con chiunque si trovi nella stanza. Si sente tranquilla e libera da ansia soltanto quando nella stanza ci sono molte persone e tutte sembrano pronte a restare per parecchie ore. Allora, e soltanto allora, la paura dell’abbandono si attenua. Angelique, ça va… ma questa l’avete già vista, no? Avete deciso che non vi andava bene.

Un paese americano di Vivi all’inizio di autunno: gli alberi accesi di colori. Tre persone lacere stavano vicine su una strada nanolastricata. Dai volti distorti e dalle braccia che si agitavano si deduceva che stessero discutendo animatamente. Un uomo dette uno spintone all’altro. La donna si allontanò, gridando qualcosa a tutt’e due da sopra le spalle e si addentrò in un bosco. Ci furono due primi piani del suo volto terrorizzato quando altri due uomini che indossavano olotute la afferrarono e la costrinsero a entrare in una piccola aeromobile.

— L’hanno chiamato "il legame" — fece Strukov in tono di scherno. — Ma voi lo sapete meglio di me, no? Siete stati voi stessi a produrre l’olovideo che i pezzenti hanno guardato. Dopo averlo visto, si sono iniettati con le siringhe rosse e si sono legati. Adesso, questo è stato ripreso tre ore dopo che la donna era stata portata vìa.

La donna rapita era seduta da sola in una stanza confortevole. Improvvisamente ansimò, si serrò il petto con le mani e scivolò giù dalla sedia. I suoi occhi fissi indicavano che era morta. L’ologramma sovrimpresse una ripresa da robocamera degli altri due uomini legati con lei, tutt’e due morti.

— Un evento elettrico nel cuore — disse Strukov. — Un meccanismo davvero pulito, davvero elegante. Mi piace questa tecnica per controllare i vostri pezzenti. Li rende molto dipendenti l’uno dall’altro e le loro azioni risultano soltanto molto limitate, no? Ottima progettazione. Ma non lo volete. Mi dite di lasciar perdere questa linea di ricerca, di darvi qualcosa di diverso.

Will non rispose direttamente. — L’intera gamma di paure che lei può indurre permanentemente… la biochimica prevede che siano tutte così pronunciate come in questi due esempi?

— Ma no. Questi recettori NMDA sono stati fortemente attivati. Hanno creato tracciati neurali di forza imponente. È possibile creare effetti minori.

Will chiese: — È possibile crearne "per lei"?

— Ma è ovvio. Angelique, ça va.

L’olopalco passò a modalità monitor. Balenarono, una schermata dopo l’altra, schemi, equazioni, diagrammi molecolari, formule chimiche, tabelle di variabilità e reazioni schematiche di ioni, malignamente complessi per quanto erano state semplici le dimostrazioni precedenti.

— Gran parte del lavoro sulla paura e l’ansia si è occupata di sinapsi, neurotrasmettitori e sottotipi di recettori — disse Strukov. — Io mi sono occupato maggiormente di processi dello stress cellulare all’interno delle cellule nervose, dove si formano i neuropeptidi. È lì che hanno origine e si concludono le reazioni chimiche. Ogni neurone piramidale riceve oltre centomila contatti dai neuroni con i quali si collega. Si comincia quindi con i modelli della trasmissione nervosa.

"E con un’altra cosa: esistono peptidi che si formano soltanto in condizioni patologiche. È possibile innescare una reazione a catena delle ammine complesse, a cominciare dall’interno di una cellula. Alcune ammine nella catena sono patologiche, altre sono normali, altre ancora sono aminoacidi endogeni eccitanti trasformati in eccitotossine. Questa catena ha il proprio inizio nei tracciati alterati delle amigdale.

"Da lì si estende attraverso il nucleo del nervo centrale all’interno delle cellule in molti altri posti: nel cervello, nei muscoli, nelle ghiandole e negli organi. La catena finisce con l’agire su parecchie bioammine, incluse l’acetilcolina, guardate questo diagramma, la norepinefrina, la CRF, il glutammato, la C gamma critica. Molte, molte ammine.

"Inoltre, la catena continua costantemente, una volta iniziata dal virus di innesco. Visto che poi essa è formata da sostanze interamente create dallo cervello stesso, lo stupido Depuratore Cellulare non le attaccherà. Distruggerà il virus, ma a quel punto sarà troppo tardi. La catena sarà partita. Secondo lo stupido Depuratore Cellulare, inoltre, quella catena apparterrà a quel posto. Secondo lo stupido Depuratore Cellulare, la catena sarà ’indigena’." Strukov scoppiò a ridere. — E lo è.

— E tutti i cervelli umani reagiranno allo stesso modo al virus iniziale? — chiese Will.

Strukov alzò le spalle. — Ovviamente no. Le persone differiscono sempre nelle loro reazioni a qualsiasi cosa agisca sulle loro ammine biogene. Alcuni si ammaleranno. Alcuni reagiranno esageratamente. Pochi non reagiranno affatto. La maggior parte delle persone, tuttavia, diventerà ciò che voi mi avete chiesto di renderla: inibita, timorosa di ogni novità, carica di ansia per ogni separazione da quello che è familiare. Come i bambini con l’ansia da estraneo. In essenza, la mia reazione a catena porterà alla luce, come primaria, una funzione primitiva del cervello, che la crescita umana sopprime in favore di funzioni più complesse. Io invertirò la tendenza.

Strukov fissò direttamente Jennifer e sorrise. — Alla fine, io trasformerò la vostra popolazione bersaglio in una nazione di bambini impauriti.

Jennifer lo fissò di rimando. Dovette combattere per non mostrare la repulsione che provava per l’enorme gigante barbuto totalmente compreso dalla propria genialità, completamente a proprio agio per la dimostrazione offerta sulla pelle della sua stessa gente. Jennifer aveva sempre saputo che i Dormienti non conoscevano lealtà verso i propri simili, che non avevano senso morale. Avrebbero fatto qualsiasi cosa al prossimo, se fosse stato in palio denaro sufficiente. Non erano neanche capaci di distinguere fra la pena scontata in prigione da Jennifer, nata dalla paura che i Dormienti avevano di lei e del suo senso dell’obbligo morale di salvaguardare il suo popolo, e la pena che sarebbe stata comminata a quel brillante disgraziato se i suoi esperimenti sul cervello fossero stati scoperti dalle autorità dei Dormienti. Strukov era una malattia. Avrebbe utilizzato quella malattia per proteggere il suo popolo, se costretta. Ma non avrebbe concesso a una malattia l’attenuante morale della tradizione.

Si alzò, fissando negli occhi Strukov. — E lei ci può fornire il virus modificato geneticamente per l’innesco della catena con un’iniezione, senza che venga individuato?

— L’ho già detto — rispose Strukov, divertito, mentre i tre arabi si alzavano in piedi infuriati. — Il vettore contiene sedici proteine differenti, cinque mai esistite prima d’ora. Tutto verrà distrutto dal Depuratore Cellulare prima che qualsiasi autorità scientifica possa isolarlo e svilupparne una coltura.

Karim disse a Will: — Avevamo stipulato un accordo su chi dovesse parlare in questa riunione!

— L’iniezione non ci va bene — lanciò Jennifer a Strukov.

— Sua nipote ha rimodellato il corpo umano e lei vuole rimodellare la mente umana, vero? — rispose lui, sorridendo.

— Quello che facciamo non sono fatti suoi — ribatté Jennifer mentre Beshir diceva infuriato a Will: — Controlli sua moglie!

— Lei parla sempre alla prima persona plurale, Madame Sharifi? — chiese Strukov. — Che forma di diffusione del virus gradirebbe avere? E a quale scadenza?

— Due modi diversi di diffusione. Uno sviluppato e testato non appena possibile, l’altro a un mese di distanza.

— E i due modi di diffusione sarebbero?

Lei glieli indicò.

6

Jackson si svegliò con l’assoluta convinzione che qualcuno si stesse muovendo in camera sua, al buio.

Un sogno? No. L’intruso era reale e non un robot. Un’indistinta sagoma umana attraverso la stanza, passava brevemente davanti alla finestra semioscurata. Theresa? Non entrava in camera sua di notte e, se lo avesse fatto, avrebbe acceso la luce.

Giacque immobile, simulando il respiro profondo del sonno, e rifletté sulle opzioni che aveva. Poteva chiamare il servizio di sicurezza dell’edificio. Ma il neurofarmaco rilasciato non avrebbe avuto effetto prima che l’intruso sparasse a Jackson, sentendo il suono della sua voce. Poteva rotolare giù dal letto, tenendolo fra sé e la finestra, e poi cercare di raggiungere lo scudo di sicurezza personale che teneva nel cassetto inferiore del comodino. Oppure era nel secondo? Si immaginò ad armeggiare, nudo, in mezzo alle calze e alle mutande alla ricerca del piccolo aggeggio mentre l’intruso aspettava cortesemente. Già, certo. Poteva balzare dal letto e tentare di stendere l’intruso, contando sull’effetto sorpresa per impedirgli di sparare.

Nei secondi che gli occorsero per decidere, l’intruso disse: — Accendere luci — e la stanza si illuminò. — Salve Jackson, tesoro — salutò Cazie.

Era nuda e ricoperta di fango. Era incrostato sul pube, spalmato sul seno sodo e ricadeva in pezzi umidi sul tappeto bianco della stanza. Jackson sentì immediatamente il pene irrigidirsi. Bella figura da idiota avrebbe fatto se avesse chiamato la sicurezza.

— Dio, maledizione Cazie, che diavolo credevi di fare?

— Ti piacerà moltissimo quello che farò, Jack. Andiamo a una festa. Sono venuta via soltanto per venirti a prendere.

Si avvicinò al letto e lui riuscì a vedere gli occhi dalle pagliuzze verdi. Era sotto l’effetto di qualcosa di maledettamente più forte dell’Endorbacio. Lei si accorse del volto accigliato di lui e gli allungò l’inalatore. — Vuoi un tiro?

— No!

— Allora andiamo alla festa. — Lei gli strappò di dosso la coperta. Il fango che aveva sulle mani macchiò il tessuto non consumabile. — Oh, guarda, sei già bello e pronto! Sei sempre riuscito a diventare subito duro, Jack. Mi piace. Vieni, andiamo. Ci stanno aspettando.

Lui le strappò di nuovo la coperta e si sentì un idiota. — Io non vado da nessuna parte.

— Oh, sì, invece — miagolò lei. Lasciò la coperta della disputa e gli si gettò addosso, baciandolo furiosamente.

Lui non poté resistere. Strinse le braccia attorno al suo corpo facendole penetrare subito la lingua nella bocca aperta. Sentì il pene pronto a esplodere. Cazie scoppiò a ridere, la bocca ancora su quella di lui, e lo allontanò: era più forte di quanto ricordasse. Goffamente, ridendo ancora, rotolò giù dal letto e si avviò alla porta.

— Non qui, Jack. Vieni, non vorrai perderti la festa.

— Cazie! Aspetta! — La sentì correre con delicatezza attraverso l’appartamento e dire al portone di ingresso di aprirsi. Jackson afferrò un paio di pantaloni e li infilò. Le corse dietro, a piedi e a torso nudi, sperando di non svegliare Theresa. Cazie era scomparsa. Jackson spalancò la porta di casa.

— Buona serata, dottor Aranow — gli disse la porta. — Devo cancellare la sveglia per domani mattina?

— Sì — disse Jackson. — No. Cazie!

Lei si era già infilata nell’ascensore che si era chiuso. Mentre lui la guardava impotente, la porta si riaprì. Lei era in piedi lì, nuda, infangata e sorridente, e stava abbassando l’inalatore. — Dai, vieni, Jackson. L’acqua è magnifica.

— Devo aspettare, dottor Aranow? — chiese l’ascensore. — O intende rimanere a questo piano?

Jackson entrò in ascensore. Cazie scoppiò a ridere. — Sesto piano, per favore.

— Cazie, sei nuda!

— Tu invece no. Ma si può rimediare. Non è una gran fortuna che la festa si tenga proprio nel tuo condominio? — Allungò una mano, la serrò sulla parte superiore dei suoi pantaloni e lo attirò a sé. Sganciò l’unico fermaglio che lui era riuscito a chiudere quando l’ascensore di bloccò e la porta si aprì.

— Sesto piano, signora Sanders — disse l’ascensore. — Buona serata!

— "Cazie…"

— Forza, Jack! Siamo in ritardo! — Corse lungo il corridoio, dispensando fango. Imprecando, Jackson la seguì.

Doveva tornare a casa immediatamente.

Le natiche di lei, macchiate di fango, si muovevano in alternanza, "destra sinistra destra sinistra". Aveva il sedere sodo ma non tanto da impedire che ballonzolasse un po’ mentre correva. Jackson la seguì.

La festa era da Terry Amory. Jackson conosceva Terry, ma non bene. La porta era aperta. Cazie lo condusse attraverso un arredamento minimalista pseudoasiatico fino alla sala da pranzo. — È arrivato! Diamo inizio ai giochi!

— Appena in tempo — biascicò Terry. — Stavamo per iniziare senza di voi. Salve, Jackson. Benvenuto alla psicobanca.

Sei persone nude, tre uomini e tre donne, stavano oziando in una zona di alimentazione della dimensione della camera da letto di Jackson. Nell’humus organico mischiato secondo i gusti personali era stata versata dell’acqua: il fango che ne risultava era spesso, ricco e delicatamente profumato. Il programma della parete mostrava colori tipici della terra, grigi, marrone e ocra, che si dissolvevano riformando disegni da caverna. Dal soffitto pendevano stalattiti… probabilmente olografiche. Due donne erano sdraiate in atteggiamento disinvolto sopra uno degli uomini; Jackson si accorse che era Landau Carson: quella sera però non indossava api. Landau e Terry erano le uniche due persone che Jackson riconobbe.

La donna che non era stesa su Landau, una rossa slanciata e alta dai brillanti occhi azzurri, disse a Jackson: — Be’, togliti i pantaloni, caro. Non hanno un aspetto molto commestibile.

Jackson prese in considerazione l’ipotesi di andare via. Cazie, però, respirò un’altra boccata di qualsiasi sostanza le stesse strapazzando il cervello. Quella piccola pazza. Sapeva almeno cosa c’era nell’inalatore? Non sapeva che si trovavano droghe, in commercio, che causavano danni permanenti al cervello, alterando i tracciati neurali prima ancora che il Depuratore Cellulare avesse l’opportunità di distruggerle?

— Dammi l’inalatore, Cazie.

Con sua grande sorpresa, lei lo fece, consegnandoglielo con atteggiamento mite. Quando lui allungò la mano per prenderlo, lei lo spinse nel terreno di alimentazione.

Jackson provò un’ondata di furia. Che quella pazza si distruggesse pure il cervello. Che si scopasse ognuno di quei dementi, di tutt’e due i sessi. Era malata, aveva una sanità mentale inferiore a quella di Theresa e con molte meno ragioni. Che andasse all’inferno. Si trascinò in piedi per andarsene quando vide i coltelli.

Erano dodici, infilati ordinatamente in riga a punta in giù su un apposito supporto. Le else erano tutte di forma differente, ornate di crudeli animali intagliati che facevano eco ai dipinti da caverna del programma per la parete. Coltelli da lancio ma non ben equilibrati. Deliberatamente.

— Ho io la pittura — disse la rossa. Dette una sniffata all’inalatore. — Chi è il primo?

— Prima i neofiti — propose Cazie. — Prima io e poi Jackson.

— Ecco qui — cantilenò Terry. — Lascia che ti assista, come disse il Cro-Magnon al Neanderthal. Ummmm, bene. — Infilò una mano nel vaso e passò la pittura del colore del sangue seccato sui capezzoli di Cazie. Quindi, liberamente, sulla peluria macchiata di fango in mezzo alle sue cosce. Cazie sorrise.

La rossa le passò una cintura con un piccolo pulsante scuro davanti. Armeggiando e ridendo, Cazie la fissò attorno alla vita e premette il pulsante. Jackson notò il debole scintillio di uno scudo personale a energia-Y avvolgerla tutta.

Cazie avanzò a fatica nel fango fino alla parte opposta della stanza. Si appoggiò contro la parete, sotto una stalattite, con le braccia distese lungo il corpo dopo avere dato un altro tiro all’inalatore. Terry annunciò: — Diritto di prelazione per chi ospita, signori e signore — e allungò una mano verso il supporto con i coltelli.

Jackson rifletté in fretta. Se lo scudo era di tipo standard, come pareva, un coltello non lo avrebbe trafitto di certo. Terry avrebbe potuto mirare alle zone dipinte del corpo esposto di Cazie, che non erano realmente vulnerabili. Era solo un gioco, un brivido fasullo, una simulazione di pericolo.

— Piacere o dolore? — rifletté Terry in maniera teatrale. La sua mano passò sopra un coltello dopo l’altro. — Dolore o piacere? E per un corpo così bello, così pieno e maturo, piacere o dolore? — scelse un coltello.

Mentre Terry lo liberava dal supporto, Jackson notò che anche la lama del coltello era avvolta dallo scintillio di uno scudo a energia-Y. Un brivido improvviso gli passò per la spina dorsale.

La rossa sprofondò nel fango a pancia in giù, si girò nella depressione formata dal suo corpo e rotolò sulla schiena, macchiandosi di fango. Poi si sollevò sui gomiti per avere una visuale migliore di Cazie. I suoi seni conici si alzavano e abbassavano a ogni respiro.

Terry lanciò il coltello e Cazie emise un grido.

Jackson arrancò nel fango. Cazie non era ferita: il coltello era incastrato nella parete e Cazie rise di lui. — Ti ho ingannato, tesoro!

Prima che reagisse, Terry lanciò un altro coltello. Jackson lo vide volare nell’aria, "era" sbilanciato, i coltelli erano studiati per rendere difficile colpire il bersaglio, e colpì il seno sinistro di Cazie, a sinistra del capezzolo dipinto. Il coltello rimbalzò contro lo scudo e cadde nel fango.

— Nessun punto! — annunciò la rossa. — Male, male, pessima mira, caro Terry.

— Ancora un tiro — disse l’uomo che Jackson non conosceva. — Amico di Cazie, togliti dai piedi, per favore. Non riusciamo a vedere e siamo troppo aggrovigliati per riuscire a muoverci.

— Io potrei non muovermi mai più — disse una delle due donne che stavano avvinghiate a Landau Carson. — Oh, fallo di nuovo, Landau.

Un terzo coltello fischiò nell’aria, mancò Cazie e si infilzò nella parete.

— Tre tiri e sei fuori, Terry — sentenziò Landau. — Il prossimo sono io.

— Come lanciatore?

— Non pensarci nemmeno. Come bersaglio, ovviamente.

Landau prese il posto di Cazie contro la parete. Cazie si gettò nel fango sulla pancia e usò l’inalatore. Jackson guardò la rossa dagli occhi azzurri scegliere un coltello, con grande carica drammatica, e lanciarlo contro i genitali di Landau. Andò a bersaglio e rimbalzò nel fango.

— Uuuummmm — fece Landau. — Che bello.

— Sai perfettamente che non puoi sentire niente attraverso lo scudo, Landau — disse Cazie. — Irina, tre punti. — Lei sollevò di nuovo l’inalatore. Aveva gli occhi lucidi.

Irina lanciò il secondo coltello e fece cilecca.

— Oh, non farti venire il singhiozzo proprio adesso — implorò Landau. — Colpiscimi, amore.

Lei lo fece. Il terzo coltello colpì appena al di sopra del cazzo eretto di Landau. Tutti scoppiarono a ridere e applaudirono. — Sei punti! — gridò Terry. — Irina, cosa scegli?

Irina guardò sorridendo Landau. Lui la fissò con grande aspettativa. Jackson si accorse del sottile cambiamento di atmosfera nella stanza: c’era una tensione diversa, più spessa e incandescente.

— Scelgo di provare io stessa il coltello — disse Irina.

Landau apparve dispiaciuto ma c’era qualcosa d’altro in quel dispiacere, pensò Jackson, qualcosa di incongruo: sollievo? Guardò nuovamente il supporto con i coltelli, avvolti nello scintillio degli scudi. Perché erano schermati?

— Aspetta — disse Cazie. — Non scegliere ancora, Irina. Terry, aiutami, fannullone.

Cazie e Terry raccolsero dal fango i sei coltelli già lanciati. Mentre ricercavano nella densa fanghiglia, Terry spalmò velocemente una goccia di fango sulla schiena di Cazie come se lei fosse stata di sua proprietà. All’improvviso Jackson capì che Terry aveva già fatto del sesso con Cazie. Forse come parte del generale rotolamento nel fango che rappresentava il preambolo al gioco coi coltelli. Jackson sentì il petto serrarsi e bruciargli.

— Va bene, adesso ci sono tutti — annunciò Terry. — Irina, scegli.

Dodici coltelli, sei scintillanti e sei infangati, stavano eretti, come falli, sul loro supporto. Irina vi si inginocchiò davanti, nel fango, con le labbra increspate, prolungando il momento della scelta. Gli altri osservavano, col fango seccato sui magnifici corpi modificati geneticamente, coi volti tesi e gli sguardi incandescenti. Landau si sfregò le dita sulla clavicola. Una delle donne si mordicchiò il labbro inferiore.

— Questo — indicò Irina.

Estrasse un coltello pulito, con una rozza testa di mammut intagliata sull’elsa. Irina vi fece sopra qualcosa col pollice. Lo scintillio dello scudo-Y scomparve.

— Piacere o dolore, dolore o piacere — cantilenò dolcemente Landau. — Piacere o dolore…

Irina sorrise a tutti, a turno. Quindi passò la lama sulla tenera carne dell’avambraccio macchiata di fango. Uscì del sangue. Una donna si contrasse. Landau mostrò i denti.

Per un lungo istante nessuno si mosse. Quindi Irina crollò nel fango a faccia in giù, contorcendosi. Cazie la afferrò e la tirò su in posizione seduta.

— Piacere! — gracchiò Landau.

Il volto di Irina si trasformò. Tirò indietro la testa, inarcò la schiena e il suo intero corpo prese a fremere. Poi crollò di nuovo contro Cazie, tremando. Chiuse gli occhi.

— Una dose forte — commentò Terry. — Fortunata Irina.

Cazie scoppiò a ridere. Jackson non riuscì a guardarla. Dovette girarsi parzialmente, in piedi nel fango fino alla caviglia.

Si trattava di uno stimolatore nervoso selettivo, che puntava direttamente ai centri del piacere. Dava assuefazione, degenerazione ed era illegale. Il sangue colava dal tenero braccio di Irina. Il Depuratore Cellulare se ne sarebbe preso cura: avrebbe guarito il taglio più velocemente di quanto avrebbe fatto il corpo privo di aiuto, distrutto batteri infettivi, consumato il fango nella ferita. Nessun rischio.

— Che cosa c’è sui coltelli del "dolore"? — chiese.

— Proprio quello. Lo stimolatore funziona direttamente sul cervello — rispose Terry.

— Davvero sgradevole — disse Landau. — E sembra durare un’eternità.

— Siete tutti malati — intervenne Jackson. — Tutti quanti.

— Oh, caro — commentò Landau. — Altra morale.

— Jackson, è una "festa" — protestò Cazie. — Non fare il musone.

Lui la fissò con espressione vacua. Lei gli sorrise, cullando teneramente Irina. Quella gente era biologicamente sottoeccitata. La sottoeccitazione produceva un comportamento che ricercava il brivido. Ne avrebbe potuto recitare a memoria i tratti neurochimici: livelli insufficienti di ossidasi monoamminica, serotonina e cortisolo. Battito cardiaco rallentato, bassa conduttanza della pelle, alta soglia di inneschi nervosi. Eccesso di dopamina, squilibrio di norepinerfina e alintilomase. Più, ovviamente, tutti gli squilibri che producevano con gli inalatori.

Conoscere la biochimica non modificò il suo disgusto.

— Vieni, Cazie. Noi ce ne andiamo. Io e te. Adesso.

Lei continuò a sorridergli, nuda, coperta di fango, la sognante e comatosa Irina fra le braccia. Ovviamente si sarebbe rifiutata di seguirlo. Si era sempre rifiutata di fare tutto quello che lui le aveva chiesto. Il suo umore cambiò all’improvviso, facendogli provare un temibile entusiasmo. Lei si sarebbe rifiutata. Quindi, vedendola così con quei disgraziati sottoeccitati… dopo quello, lui si sarebbe liberato di Cazie. Finalmente. Sarebbe finita. Lui sarebbe stato libero.

— D’accordo, Jackson — acconsentì Cazie. — Vengo.

Adagiò con attenzione Irina nel fango e si alzò, togliendosi un bel grumo di fango dal polso.

— Ehi, Caz, non puoi andartene adesso! — disse Terry. — La festa sta appena cominciando!

— E io sono la prossima — si lamentò una donna. — Chi vuole lanciare?

— Appannaggio del perdente — ordinò Landau. — Visto che Irina non ha scelto me per il coltello.

— Cazie! Non andare!

— Buona notte — salutò Cazie. — Dite a Irina che la chiamerò domani. — Prese Jackson per mano. Lui la lasciò cadere: svuotato, infuriato, intrappolato d’amore.

Lei lo seguì docilmente fino all’ascensore, lungo il corridoio, non incontrarono nessuno, erano le tre del mattino, fino all’appartamento. Nella doccia. Jackson notò che lei aveva lasciato l’inalatore alla festa.

— Mi dispiace, Jack — disse Cazie quando furono puliti. — Non pensavo in maniera lucida. Era ovvio che non ti sarebbe piaciuta una festa simile. È soltanto che… mi mancavi.

Lui la fissò, cercando di conservare il proprio disgusto, capendo che aveva fallito. — Non sentivi la mia mancanza. Volevi soltanto un po’ più di eccitazione. Le uniche esperienze che hai mai ritenuto degne di avere erano quelle intensamente eccitanti.

— Lo so.

— Non è normale, Cazie. Le persone normali non hanno bisogno di una costante eccitazione pericolosa per sentirsi felici!

— E c’è un numero maledettamente alto di Muli che non sono normali. Che non lo sono più. Stringimi, Jack.

Jackson restò rigido, senza muoversi. Lei lo cinse con le braccia e gli si premette contro. Il pene nudo di lui si alzò fino all’ombelico della donna. Il seno morbido di Cazie gli respirava dolcemente nel petto.

— Oh, Cazie… — Era un lamento, metà di desiderio, metà di sconfitta. — No…

— Sarò dolce — gli mormorò lei contro il collo. — Tu sei così bravo a prenderti cura di me.

Effettivamente rimase dolce. Tenera, gentile: una Cazie vulnerabile che non tratteneva nulla e dava tutto. In seguito, si addormentò contro la spalla di Jackson, accoccolata vicino a lui come una bambina. Le lenzuola erano bagnate dei corpi che non avevano asciugato dopo la doccia e degli umori dolciastri dell’amore.

Jackson rimase steso e sveglio al buio, stringendola, desiderando che non fosse venuta via con lui dalla festa, desiderando che non lasciasse mai più la sua camera da letto, desiderando essere una persona diversa da quello che era: più risoluto, più in grado di mantenere la rabbia, più capace di cancellare quella donna.

C’erano neurofarmaci che l’avrebbero aiutato a farlo, modificando la sua neurochimica, riequilibrando trasmettitori, ormoni ed enzimi. Meno CRF. Più testosterone. Meno serotonina. Ancora meno inibitori di dopamina. Più ADL.

Come le persone alla festa. Terry, Irina e Landau.

No.

Non riuscì ad addormentarsi. Dopo essersi girato e rigirato nel letto per una mezz’ora, si alzò. Baciò Cazie su una guancia, infilò una vestaglia e si recò in biblioteca.

— Caroline, messaggi, per favore.

— Sì. Jackson — disse il suo sistema personale con il tono di voce leggermente formale che lui preferiva. — Ci sono quattro messaggi. Li devo elencare nell’ordine di ricezione?

— Perché no? — Si versò un whisky dalla bottiglia sul tavolino.

— Messaggio da parte di Kenneth Bishop. da Wichita. Soggetto: Stabilimento di Willoughby. — Era il responsabile tecnico della TenTech. Finalmente aveva controllato l’impianto difettoso. Una settimana dopo. Forse la TenTech aveva bisogno di un nuovo responsabile. Cristo, Jackson odiava avere a che fare con quelle grane.

— Messaggio da Tamara Gould. da Manhattan. Soggetto: festa. — L’ultima cosa di cui aveva bisogno Jackson quella sera era un’altra festa. Cazie forse ci sarebbe voluta andare? Se ce l’avesse portata, sarebbe rimasta con lui un po’ più a lungo?

— Messaggio da Brandon Hileker da Yale. Soggetto: riunione di classe. — Oh, Dio, erano già passati dieci anni da quando aveva preso la laurea? Una riunione. "E cosa fai tu Jackson? Il medico? Non è un po’… obsoleto?"

— Messaggio da Lizzie Francy. Soggetto: progetto neonato. — "Neonato? Progetto?" Ma che significava? Forse era accaduto qualcosa al piccolo che Jackson aveva aiutato a partorire la settimana prima? Perché chiamarlo "progetto"? Ma, in fondo, che ne sapeva Jackson di come chiamassero le cose i Vivi?

— Caroline, passami quel messaggio, per favore.

Il volto di Lizzie si formò sullo schermo a parete. A differenza dell’ultima volta in cui l’aveva vista, l’espressione di Lizzie era sveglia e i capelli ben pettinati. I suoi occhi neri scintillavano. Il suo modo di parlare, notò, sembrava da Mulo, non da Vivo. Opera di Victoria Turner?

— Lizzie Francy per il dottor Jackson Aranow. Dottor Aranow, la chiamo perché ho bisogno del suo aiuto. Si tratta di un progetto connesso con la salute dei bambini: non soltanto del bambino che lei mi ha aiutato a partorire, ma di tutti i bambini della tribù. E forse anche di altre tribù. — Esitò e il tono della sua voce cambiò. — La prego, mi richiami. È davvero importante. — Un’altra esitazione e poi un curioso e leggero inchino con il capo. — Grazie.

— Fine messaggio — disse Caroline. — Desidera inviare una risposta?

— No. Sì. — Se il bambino aveva avuto un qualche tipo di incidente… "progetto"? — Registra messaggio.

— Registrazione.

— Dottor Jackson Aranow per Lizzie Francy. Ti prego di fornirmi ulteriori dettagli sul tuo problema. Forse il bambino ha bisogno di cure mediche? Se così, allora…

Con sua grande sorpresa, il volto di Lizzie in diretta interruppe la sua registrazione. Erano le quattro e mezzo del mattino. Come mai si sovrapponeva al suo sistema personale? E come faceva a riuscirci?

— Dottor Aranow, grazie per avere richiamato! Io… noi abbiamo disperatamente bisogno del suo aiuto. Non potrebbe…

— Il bambino sta bene?

— Il bambino sta bene. Vede? — Allargò la visuale dello schermo e lui vide che stava allattando il neonato.

— Allora perché hai detto che questo "progetto" riguardava la salute del bambino?

— È "così". Ma a lungo termine. Non sapevo a chi altro rivolgermi. È un progetto davvero importante!

Jackson ebbe la sensazione di dover riattaccare. Vivi. Era sempre un errore farsi coinvolgere da loro. Fornire le necessità basilari per pura carità umana, sì. I Muli avevano tentato di farlo: non era stata colpa loro se i Vivi avevano rifiutato il contratto sociale, beni in cambio di voti, per il quale erano stati riforniti del necessario. Al di là di questo, i Vivi erano complicati. Maleducati, arroganti, ingrati, pericolosi. Inoltre la vista del seno gonfio di Lizzie in bocca al neonato lo metteva stranamente a disagio. Pensò a Cazie, addormentata nel suo letto.

Lizzie disse: — Ha mai sentito parlare di una donna che si chiama Ellie Sandra Lester?

Jackson trasse un profondo respiro. — Sì — disse. — Vai avanti.

Interludio

DATA TRASMISSIONE: 28 Novembre 2120

A: Base Selene, Luna

VIA: stazione Terrestre Boston, Satellite CEO 1453-L (U.S.), Stazione di Terra Luna City

TIPO MESSAGGIO: Codificato

CLASSE MESSAGGIO: Classe B, Trasmissione Privata a Pagamento

GRUPPO DI ORIGINE: GeneModern, Inc, Boston, Massachusetts

MESSAGGIO:

Signora Sharifi,

come già detto nelle nostre due precedenti trasmissioni, la GeneModern è interessata a conseguire una partnership economica con Base Selene per lo sviluppo della diffusione commerciale del vostro prodotto brevettato, Depuratore Cellulare™. Crediamo che le nostre strutture di ricerca, fra le migliori del mondo, siano riuscite con successo a duplicare alcuni degli aspetti non brevettati del suo innovativo lavoro nel campo della biologia cellulare (vedi documenti allegati). Il resto rimane non soltanto di sua proprietà ma, siamo onesti, anche al di là delle nostre attuali capacità. Quello che noi possiamo portare nella partnership con Selene è una capacità produttiva incomparabile, una rete di distribuzione internazionale superba e un interesse di investimenti di alta qualità. Le nostre prime due prerogative potrebbero risultare più necessarie per voi di quanto non fossero in precedenza, visto la vostra nuova sistemazione a Selene. L’ultima vi solleverebbe dal carico finanziario cui dovete esservi sottoposti durante la prima campagna. Inoltre, il nostro sistema di sicurezza informatico, progettato da Kevin Baker, si inserisce fra i migliori in assoluto (vedi documentazione allegata).

Crediamo che le opportunità commerciali di una partnership GeneModern/Selene siano senza precedenti. La GeneModern la invita, di conseguenza, a rispondere nel più breve tempo possibile.

Cordiali saluti,

Gordon Keller Browne, Amm. Del.

GeneModern, Inc.

CONFERMA RICEZIONE: Nessuna

7

— Perché non hai chiesto a "me"? — disse Vicki. — Ti avrei potuto aiutare in questa storia esattamente come Jackson Aranow.

— Lui è un Mulo — rispose Lizzie. Non sopportava quando Vicki era arrabbiata con lei. Vicki era la protettrice di Lizzie. Era questo il suo programma.

— Lizzie anche "io" sono un Mulo — ribatté Vicki.

— Ma tu non vivi con i Muli, tu. Non conosci più nessuno. Il dottor Aranow conosce altri Muli, lui. — Lizzie notò che il proprio linguaggio stava scivolando indietro a quello dei Vivi, cosa che accadeva soltanto quando era eccitata o sconvolta. Si rotolò sulla schiena e incrociò le braccia sul petto.

Le due donne erano stese sotto la tenda dell’area di alimentazione e stavano consumando una tarda colazione. Erano sole, se si eccettuava Dirk, che dormiva accanto a loro sul terreno caldo e asciutto. Un metro e mezzo sopra la loro testa, il debole sole di novembre era talmente potenziato dalla plastica speciale della tenda che i nuovi coni a energia-Y inviati dal dottor Aranow dalla TenTech non erano stati ancora accesi. La luce solare penetrava nella pelle di Lizzie: a lei sembrava di sentire il corpo assorbire le sostanze nutrienti dal terreno e l’energia dall’aria. Era risentita con Vicki per avere interferito con quella sensazione solitamente così deliziosa.

— Ho pensato che il dottor Aranow potesse sapere di Harold Winthrop Wayland e di Ellie Lester ed era così — spiegò Lizzie.

Vicki si scansò i capelli dal volto e corrugò la fronte. — Va bene, che cosa ha detto Jackson di Wayland? Quali informazioni ti ha dato che io non avrei potuto scoprire per te?

— Il Supervisore Distrettuale Wayland è morto e quindi…

— Quello lo sapevamo già!

— …la persona che avrebbe dovuto darne notifica al governo statale era la sua bisnipote. Ellie Lester.

— Bisnipote? Ma quanto era vecchio il supervisore distrettuale?

— Non lo so. Lei comunque è la parente più prossima e doveva avvertire lo stato in modo che venissero organizzate delle elezioni speciali per ricoprire la sua posizione. E lei non lo ha fatto.

— Be’, è evidente — commentò Vicki. — Perché darsi tanta pena se nessuno vota più, visto che i Vivi si spostano in continuazione come nomadi? I nomadi non hanno indirizzi elettorali. Nemmeno depositi distrettuali. Niente voti, niente depositi, niente bisogno di un supervisore distrettuale. Comunque è sempre stata una carica utile solo per entrare in politica: non conferiva alcun potere fra i Muli.

Lizzie insistette, cocciuta: — Lei doveva comunicare comunque alla capitale dello stato che c’era bisogno di elezioni speciali.

Vicki sorrise. — Rimango sempre attonita dalle regole che tu ritieni debbano essere rispettate e da quelle che invece sei disposta a infrangere. Non esistono spauracchi nella tua testa incoerente.

— Cosa?

— Lascia perdere. — Comunque effettivamente è strano che il sistema non fosse programmato per avvisare automaticamente il governo della morte ufficiale di un pubblico ufficiale in carica. Ma ancora, forse ha avvisato Harrisburg. Che cos’altro ti ha detto Jackson Aranow di Ellie Lester?

— Non molto — rispose Lizzie. — Ma sembrava… strano nei suoi confronti.

— Strano in che senso?

— Non saprei. Ha detto anche che ci aiuterà.

— Non abbiamo bisogno di lui.

— Be’, verrà comunque. Questo pomeriggio.

— E si porterà dietro di nuovo la feroce Cazie Sanders per proteggersi?

— Non so.

— Se provavi un bisogno così viscerale di trovare un aiuto addizionale fra i Muli, avresti potuto scegliere qualcosa di meglio di Jackson Aranow.

Lizzie non rispose. Cullò Dirk nella speranza che si svegliasse e volesse mangiare. Dirk non la criticava e rappresentava una fonte di delizia infallibile: un neonato calmo, non piagnucolone, che stava già cominciando a sorridere. Sua madre diceva che era aria nella pancia, ma non era vero: più nessuno aveva l’aria nella pancia. Era soltanto un’idea di sua madre che rovinava il piacere a Lizzie, proprio come stava facendo Vicki. Lei, Lizzie, non avrebbe mai fatto una cosa simile a Dirk.

Non gli avrebbe mai detto che sbagliava, non lo avrebbe mai stuzzicato, non avrebbe mai assunto quel tono di voce che strapazzava un bambino e gli rovinava ogni progetto. Lizzie sarebbe stata una madre perfetta. Non avrebbe commesso un solo errore con suo figlio. Quando Dirk veniva allattato, i suoi occhi azzurro scuro si fissavano senza incertezze sul volto di Lizzie, e con quel corpicino compatto e solido fra le braccia lei sentiva che sarebbe potuta morire di felicità. Lo teneva avvolto in tessuto non consumabile, così che il suo corpo non si nutrisse di altro e non diminuisse il periodo dell’allattamento. Non avrebbe mai lasciato Dirk in asso. E avrebbe reso il mondo più sicuro, per Dirk, indipendentemente da "quanto" Vicki rovinasse i suoi progetti.

— A proposito di diavolo. Ecco che arriva un’aeromobile — annunciò Vicky.

Il dottor Aranow atterrò dietro l’edificio, accanto all’area di alimentazione. Lizzie e Vicki indossarono delle tute non consumabili, vecchissime e un po’ rattoppate, ma ancora calde e dai colori sgargianti. Le tute non sbiadivano. Quella di Lizzie era gialla, quella di Vicki turchese. Vicki sorrise mentre infilava la camicia, un sorriso che a Lizzie apparve divertito e di superiorità. A volte Lizzie pensava che Vicki non le piaceva più come da bambina.

— Lizzie. Signorina Turner — disse il dottor Aranow, appena superato il lembo della tenda.

— Il buon dottore — commentò Vicki, ancora sorridendo. Il dottor Aranow arrossì. Lizzie sentì che stava perdendo qualcosa. Si tuffò a bomba sul punto in questione.

— Dottor Aranow, abbiamo bisogno del suo aiuto. Abbiamo un piano ma abbiamo bisogno di lei per portarlo avanti.

— Lo hai detto anche nel collegamento. Come sta il bambino?

— È magnifico, lui — Lizzie sentì la propria voce cambiare di tono e notò il modo più dolce in cui i due Muli la guardarono. Si sentì un po’ più in pace con Vicki. — Ciuccia come un aspirapolvere.

— Bene — commentò il dottor Aranow. — Mi piacerebbe visitarlo, dopo.

— Per quale motivo? — chiese Vicki. — Infezioni? Arrossamento da pannolino? Vene varicose?

— Esistono ancora deficienze strutturali ed endocrine — rispose altezzoso il dottor Aranow. — Il Depuratore Cellulare elimina solo i difetti di funzionamento, non ricostruisce ciò che manca.

Lizzie esclamò: — Ma Dirk non ha deficienze, lui!

— No, sono certo che non ne ha — le disse il medico cercando di tranquillizzarla. — È soltanto un controllo di routine. Ma prima, che cosa sarebbe questo piano per cui avete bisogno di aiuto?

— Si tratta… no, da un’altra parte — suggerì Lizzie. Una piccola folla si dirigeva verso di loro: Tasha, Kim, George Renfrew e il vecchio signor Plocynski, mentre Scott e Shockey ispezionavano l’aeromobile. Al momento Lizzie non aveva parlato a nessuno del suo progetto se non con Vicki. E se fosse arrivata anche sua madre? Lizzie non aveva voglia di rispondere alle domande di Annie.

— Quale altra parte? — chiese Vicki. Stava sorridendo di nuovo.

Il dottor Aranow propose: — Saliamo in aeromobile e decolliamo.

— Nervoso, Jackson? — chiese Vicki. — Non siamo luddisti, sai. Quella che vedi sul volto di Shockey non è rabbia, è invidia.

— Sì, nell’aeromobile — confermò Lizzie. Qualcuno forse le avrebbe impedito di salirci con il dottor Aranow?

Non lo fece nessuno. Era un’aeromobile più grande di quella dell’ultima volta: aveva quattro sedili. Lizzie salì davanti, col bambino, Vicki, dietro. In silenzio, il dottor Aranow fece decollare il veicolo, volò per un chilometro e mezzo fino al fiume (così in fretta!) e atterrò sulla sponda. L’erba era avvizzita e gli steli spessi degli aster rinsecchiti. Rocce grigie e acqua fredda. Sulla sponda opposta, un coniglio che sembrava avere la rabbia sfrecciò via. Lizzie desiderò che l’aeromobile fosse atterrata in qualche altro posto, ma ebbe paura di dirlo. La paura la fece infuriare con se stessa e sentì le parole che le uscivano a voce alta, sfrontate e da Vivo.

— Il Supervisore Distrettuale Wayland è morto, lui. Abbiamo chiamato il suo ufficio per chiedere l’apertura di un deposito perché noi vogliamo restare, noi, nello stesso posto anche in inverno. Il programma ha risposto che noi non eravamo registrati come votanti nella Contea di Willoughby e che non potevamo avere gettoni per il deposito senza essere registrati. Poi il programma ha detto che era necessario avere la residenza da tre mesi. Ci siamo messi in lista e abbiamo aspettato tre mesi. Sono scaduti ieri. Allora abbiamo richiamato e il programma ha detto che il Supervisore Wayland non era disponibile.

— "Morto" è decisamente non disponibile — commentò Vicki dal sedile posteriore. Lizzie la ignorò.

— Allora ho saccheggiato qualche banca dati per scoprire dov’era il supervisore. Non era da nessuna parte. Ho controllato nel database delle morti. È morto un mese fa. Lei era indicato come il "medico certificante".

— Già — ammise il dottor Aranow. Aveva un’espressione vacua.

— Allora ho continuato a indagare, io, per scoprire come mai Harrisburg non faceva elezioni speciali, come si dovrebbe quando un servitore eletto muore. È saltato fuori che il governo statale non sapeva nemmeno che il supervisore distrettuale era morto.

Il dottor Aranow confermò: — Ho controllato anche io dopo la tua chiamata. Tutti sostengono che si tratti di un difetto nel sistema.

— Oh, sì, certo — commentò Vicki. — Fammi un po’ indovinare, Jackson. Durante l’inspiegata assenza di Wayland non sono stati autorizzati servizi distrettuali che quindi non sono costati niente a nessuno. La bisnipote di Wayland ha il controllo della sua intera e non scarsamente considerevole fortuna, il che è una bella coincidenza, visto che è stato il suo sistema di casa quello che ha creato il buco di programma con Harrisburg.

Il dottor Aranow si girò sul sedile per guardare Vicki. — Conosci Ellie Lester?

— No. Però conosco i Muli.

— Dal punto di vista di quello che se ne è andato? Come Lord Jim conosceva la marina mercantile?

— Più come Orazio conosceva le legioni romane.

Di che cosa stavano parlando? Lizzie aveva perso il controllo della conversazione. Disse a voce alta: — E così ho detto a Harrisburg che dovevano indire elezioni speciali e mi hanno risposto che avevano in programma di farlo. Il primo aprile. Ci sono due candidati e tutti e due hanno programmato discorsi per la campagna elettorale sul Canale 63. Però…

Vicki la interruppe. — I due discorsi, naturalmente, conterranno le stesse stanche promesse, le stesse insignificanti dichiarazioni di fornire servizi consistenti e affidabili. Nel frattempo, ci sono esattamente duecentosessanta votanti registrati per elezioni extra-enclave nella Contea di Willoughby. La nostra tribù, più qualcuno delle enclavi di montagna in cui si trovano quei Muli che si sono trasferiti fuori da Manhattan nelle residenze estive, durante le Guerre del Cambiamento. Quelli che sono scappati dalla rivoluzione. Lavoratori unitevi, non avete altro da perdere se non i vostri depositi.

Lizzie proseguì: — Così noi…

Vicki riprese: — L’idea, in parte, è che tu, sfruttando le tue impeccabili credenziali da Mulo, possa scoprire i veri interessi politici di questi due candidati con lo scopo di…

Lizzie esclamò: — Lo dico io! — così forte che Dirk si svegliò e sbatté le palpebre. — Vicki, questo lo dico io. È un’idea mia.

— Mi dispiace, piccola — si scusò Vicki, appoggiando una mano sulla spalla di Lizzie. Fu quasi peggio.

— Non sono piccola. Te l’ho già detto tante volte!

A quel punto, Vicki e il dottor Aranow si scambiarono uno sguardo, e Lizzie si accorse che i due si divertivano alle sue spalle e si arrabbiò così tanto che non le importò nulla del fatto che, per la prima volta, i due sembrassero essere d’accordo su qualche cosa. Non le interessò nemmeno che fosse una buona cosa per il progetto. Pensavano tutti e due che lei fosse ancora una bambina. E tutti e due avrebbero avuto modo di scoprire maledettamente bene che non era così. Lei era Lizzie Francy, il migliore pirata informatico del paese, era una mamma e avrebbe reso il mondo un posto migliore per il suo bambino. Da sola, se fosse stato necessario. "Quello" sì che li avrebbe fatti ricredere, perché il suo piano avrebbe funzionato e nemmeno le leggi dei Muli l’avrebbero fermata, quella volta.

Disse con voce glaciale: — Noi eleggeremo un nostro candidato, noi, come supervisore distrettuale. Qualcuno della tribù. Un Vivo.

Ecco, così andava meglio. Il dottor Aranow la stava guardando come se fosse davvero riuscita a sorprenderlo, lei. Come se lei fosse stata una che perfino un Mulo doveva notare!

Poi, però, l’espressione dell’uomo cambiò. Le disse gentilmente, anche troppo gentilmente: — Ma Lizzie, anche se ci riuscissi, anche se fossi in grado di fare eleggere un Vivo supervisore distrettuale, non sai che i Muli pagano le tasse fornendo servizi a loro spese? In cambio di voti? In quel modo ottengono il potere per creare leggi che vadano bene a loro e voi popolazione ottenete i beni e i servizi per sopravvivere. Ma se venisse eletto un Vivo, come potrebbe rifornire un deposito? Non avete i soldi per cominciare. Vedi, mia cara…

— Non parlarmi come se fossi una bambina, figlio di puttana!

Il dottor Aranow sbarrò gli occhi. Alle sue spalle, Lizzie riuscì a sentire Vicki che si scuoteva dalle risate, contenendole a mala pena. In quel momento li odiò tutti e due. Quanto meno, però, aveva ottenuto l’attenzione del dottor Aranow. Fra le sue braccia, Dirk si mosse e cominciò a piagnucolare. Lizzie abbassò la voce, e il bambino riprese a dormire.

— Ne so più io di lei, sull’argomento. Non tutti i rifornimenti dei depositi vengono acquistati con i soldi personali dei politici. C’è un fondo di denaro proveniente dalle tasse che tutti devono versare che viene diviso fra le contee della Pennsylvania e si può prelevare da lì quello di cui si ha bisogno. Quel denaro… io lo voglio.

— Ecco, Jackson… non siamo bene aggiornati sulle nostre procedure governative, vero? — mormorò Vicki. — La medicina è un’amante che pretende così tanto.

— Voglio quel credito — ripeté Lizzie perché il dottor Aranow era rimasto davvero impressionato per la prima volta. Oppure sbalordito. Era sbalordito? Era così impossibile per un Vivo essere eletto? Si sentì assalire di nuovo dai dubbi. Forse non poteva funzionare sul serio… Sì. Poteva. Lei l’avrebbe fatto funzionare.

Il dottor Aranow chiese: — Tu? Personalmente? Vuoi candidarti come supervisore distrettuale?

— Non io — rispose Lizzie. — Non sono abbastanza grande. Bisogna avere diciotto anni.

Il dottor Aranow si guardò alle spalle. — Signorina Turner?

— Oh, certo — rispose Vicki. — Un Mulo pentito. Nessuno delle due fazioni voterebbe per me. Ma non essere così terrorizzato, Jackson, non abbiamo intenzione di chiedere a te di presentarti.

— Certo che no — confermò Lizzie. — Si candiderà Billy Washington. Soltanto che lui non lo sa ancora.

Il dottor Aranow chiese: — Billy Washington? Quell’uomo anziano, negro, che mi ha levato di torno tua madre quando stavo cercando di farti partorire?

— Hai una bella memoria per i nomi. Sei già quasi un politico — commentò Vicky.

— Sì, quello è Billy — disse entusiasta Lizzie. — Il mio patrigno, lui. Lo farà, se glielo chiederò "io". Farebbe qualsiasi cosa per me e Dirk.

— Il "progetto per la salute dei bambini" — disse il dottor Aranow. Fece una smorfia. Non era precisamente un sorriso. — Capisco. Be’, la vostra campagna dovrebbe essere abbastanza interessante. Che cosa intendete fare? Registrare tutti i Vivi nomadi come votanti nella Contea di Willoughby almeno tre mesi prima delle elezioni, promettere loro accesso ai depositi se voteranno per il signor Washington e poi, semplicemente, sgominare i candidati dei Muli divisi sfruttando il vostro maggior numero?

— Sì — rispose Lizzie eccitata. — So che possiamo farcela!

— Non ne sarei così sicuro. I due partiti politici tradizionali mobiliteranno anche i loro votanti, sai.

— Ci abbiamo già pensato. Faremo presentare tutti i votanti ma nessuno di loro si registrerà prima delle 11:30 della sera del 31 dicembre, l’ultimo giorno utile prima della scadenza dei tre mesi. Per i candidati dei Muli sarà troppo tardi per organizzare la registrazione di altre persone. Non sapranno mai da che cosa sono stati colpiti.

— E i numeri indicano forse…

— Ci sono soltanto quattro piccole enclavi nella Contea di Willoughby — spiegò Lizzie. La sicurezza di sé le tornò in un baleno. — E sono enclavi estive. Il totale dei votanti registrati, anche per le elezioni interne delle enclavi, è soltanto di quattromilaottanta. Tutto qui. Non sappiamo quanti Vivi si trovino nella contea, al momento, ma probabilmente più di quanti immaginiamo, in paesi abbandonati, fattorie e fabbriche come la nostra. Per superare l’inverno. Possiamo farli registrare qui.

— Per il loro immenso orgoglio civico — disse Vicki. Lizzie si accorse che non stava sorridendo.

— Bene — commentò lui. — Buona fortuna. Ancora una domanda: come fate a sapere che io non andrò in giro a raccontare a tutti quello che so di questa storia così che un maggior numero di Muli possano iscriversi qui prima del 31 dicembre?

— Non lo farà, lei — disse Lizzie. Il bambino si agitò fra le sue braccia e lei spostò il peso del corpicino piccolo e solido. — Abbiamo bisogno di lei, noi.

— Per che cosa? — Appariva nervoso e, ancora una volta, Lizzie si sentì piena di sicurezza. Era in grado di rendere nervosi i Muli.

— Per due cose: abbiamo bisogno che lei si informi sui due candidati. Susannah Wells Livingston e Donald Thomas Serrano: come si dividono i votanti?

— Perché — intervenne Vicki — se un candidato otterrà il cento per cento dei voti, Lizzie dovrà far registrare molte persone in più di quelle di cui avrebbe bisogno se fosse sicura che il voto fosse diviso come fra cannibali e missionari. Oppure se, per dire, uno dei candidati fosse accidentalmente morto come Harold Wayland.

Il dottor Aranow si voltò sul sedile per affrontarla. — Non prendi le cose particolarmente sul serio, eh?

— Al contrario — rispose Vicki. — È così che parlo quando sono seria. Quando sono frivola, faccio discorsi pontificanti e altamente pretenziosi. Come questo: c’è un modo per guardare la storia che riporta tutti gli eventi più significativi alla natura di personalità chiave modellate da ambienti molto limitati. Questa teoria sostiene che Napoleone, Hitler, Einstein e Ballieri hanno cambiato il mondo così profondamente proprio a causa delle ristrettezze e delle difficoltà patite durante l’infanzia.

— Chi è Napoleone? — chiese Lizzie. — O… che nome hai detto? Ballieri?

— Non sai chi era Ballieri?

— No.

— Lewis Ballieri? Secolo scorso?

— No! E non me ne frega un accidente a me! — Perché Vicki non riusciva proprio a comportarsi come una persona normale? Ma se lo avesse fatto… Se lo avesse fatto non sarebbe mai finita a vivere con i Vivi, e Lizzie non avrebbe mai avuto… cercò di allontanare quel pensiero.

Vicki disse al dottor Aranow: — Ho dimostrato la mia tesi.

Lizzie cambiò presa su Dirk e si sporse in avanti, verso il medico: — C’è una seconda cosa che vogliamo da lei.

— E cioè?

La ragazza non riusciva a decifrare l’espressione dell’uomo: il suo volto sembrava non cambiare mai. Trasse un profondo respiro. — Abbiamo bisogno della sua aeromobile.

— La mia aeromobile?

— In prestito. Dobbiamo andare a cercare altri Vivi, noi, e non li possiamo contattare in rete perché la linea potrebbe essere sorvegliata. Il nostro piano deve restare segreto. Quindi abbiamo bisogno di setacciare la contea in volo per trovare tutte le tribù presenti nelle montagne e nelle valli, per visitarle. Può pilotare Vicki. Lei è capace. La prego. Ne abbiamo bisogno soltanto per qualche settimana. Quando Billy sarà stato eletto, utilizzeremo i crediti delle tasse per acquistare siringhe del Cambiamento e coni-Y. È per i "bambini".

Il dottor Aranow restò seduto in silenzio. Fuori, il vento si intensificò, sferzando il fiume gelido e formando piccole ondate spumeggianti. Una cornacchia atterrò su una roccia grigia, gracchiando. Alla fine, il medico disse con gentilezza: — Lizzie, non potrai ottenere siringhe del Cambiamento con un deposito. Le poche che sono rimaste non sono in vendita a nessun prezzo. Ogni organizzazione dei Muli del paese ha tentato di raggiungere Miranda Sharifi a Selene per implorarla di mandarne altre… Non lo sapevi? Selene non risponde mai. Eleggere Billy Washington come supervisore distrettuale della Contea di Willoughby non cambierà le cose.

— Allora ci procureremo le vecchie unità mediche per i bambini — disse Lizzie. Abbracciò stretto Dirk. E se non fosse stato Cambiato, e se lei avesse dovuto preoccuparsi in continuazione per le infezioni, l’acqua non potabile e i vermi. Per la prima volta, Lizzie immaginò cosa era stata la maternità per sua madre. Caspita, Annie doveva avere avuto paura ogni minuto che a Lizzie succedesse qualcosa! Com’erano riusciti a vivere in quel modo i genitori? Lizzie rabbrividì.

Il dottor Aranow iniziò: — Non penso…

— Sì, invece — lo interruppe Vicki e la sua voce era cambiata nuovamente, in una tonalità che Lizzie non aveva più sentito da tempo. Vicki parlava al medico come faceva con Lizzie quando era una bambina, piccola e malata. — Probabilmente tu pensi troppo, Jackson. Questa volta, però, non farlo. Agisci e basta. Ti sentirai meglio se farai questa cosa per i Vivi e senza preoccuparti a morte. Ti costerà davvero poco.

— Non cerchi di tiranneggiarmi, signorina Turner.

— Non lo faccio. Cerco solo di sottoporti il nostro caso, il caso di Lizzie, in tutti i suoi aspetti. Adesso anche tu rappresenti un aspetto. Non hai chiesto di esserlo, lo sei e basta. Se dici di no, è una presa di posizione proprio come se dici di sì. Qui non ci sono muretti su cui stare seduti. La scelta è tua. Tutto quello che io cerco di fare è articolare il problema a livello verbale.

Lo sguardo di Vicki si fissò in quello del dottor Aranow. Lizzie si chiese se Vicki avrebbe tirato fuori la signora Aranow, o come diavolo si chiamava la donna che Vicki diceva essere l’ex moglie del medico. Lo aveva ancora in pugno, aveva detto Vicki. Lizzie non capiva proprio come potesse essere così. La famiglia ti possedeva, forse, la tribù, ma non chi aveva deciso di lasciare la tua tribù. Caspita, era come dire che Harvey poteva influenzare le decisioni di Lizzie solo perché era il padre di Dirk! Il mondo non funzionava in quel modo. Tuttavia, se menzionare la signora Aranow poteva aiutare il dottore a prendere posizione contro i Muli… era meglio però che Lizzie lasciasse fare a Vicki. Era Vicki il Mulo, dopo tutto. Anche se nessuno nella tribù glielo avrebbe mai rinfacciato.

Vicki disse con tono differente: — Jackson, non desideri mai che la guerra di classe fosse terminata in modo diverso? Che le due fazioni non pagassero il prezzo che noi stiamo pagando?

Per Lizzie quelle parole non avevano alcun senso. Che prezzo stavano pagando i Muli? I Muli erano servitori pubblici, avevano il compito di gestire le cose in modo che i Vivi si divertissero. Quanto meno lo facevano un tempo. Ormai avevano tante cose meno da fare. Non erano contenti? Come potevano aver pagato un prezzo non fornendo più depositi, unità mediche, catene alimentari e il resto? Avevano risparmiato denaro e lavoro. Vicki diceva sciocchezze.

Però il dottor Aranow stava fissando davanti a sé, attraverso il finestrino dell’aeromobile. Lizzie aveva la sensazione che non vedesse né il fiume, né i campi, né i boschi freddi. Vedeva un altro posto, altre persone oltre lei e Vicki. Chi?

— D’accordo — acconsentì Aranow. — A una condizione. Non questa aeromobile. Non voglio che venga avvistata, seguita e che il mio sistema sia sovraccaricato da messaggi infuriati di persone che una volta mi erano amiche. Vi fornirò un’aeromobile presa in leasing da una qualche compagnia di comodo in un altro stato.

— Oh, grazie, dottore! — esclamò Lizzie. Si sporse in avanti e baciò il dottor Aranow su una guancia. Il movimento spinse il suo seno contro il viso di Dirk che, sognante, cominciò a succhiare. Quando trovò della stoffa fra la bocca e il capezzolo, piagnucolò facendo smorfie. Lizzie aprì la camicia e gli porse il seno.

Ce l’aveva fatta. Era riuscita a procurarsi un’aeromobile.

— E si informerà anche sugli altri candidati, lei? Per favore? — chiese.

— Perché no? — Non sembrava contento come aveva sperato Lizzie.

— Rallegrati, Jackson — disse Vicki. — L’impegno politico fa male soltanto quando comincia a salire la prima corda.

— Lei è una bella filosofa pastorale, vero? Potremmo fare in modo che, come parte dell’accordo, lei smetta di darmi lezioni?

— Ma ti piace così tanto. Guarda Cazie.

— "Vicki" — sibilò Lizzie. Il medico, però, sorrise. Non era un sorriso dolce ma era pur sempre un sorriso. Non era infuriato con Vicki per il suo odioso commento. Perché no? Lizzie non avrebbe mai capito i Muli.

E non era necessario. Lui aveva promesso. Lizzie aveva vinto.

Tutto quello che le restava da fare era convincere Billy, ma quello sarebbe stato semplice. Billy non le aveva mai negato nulla in tutta la sua vita.

— No — disse Billy.

— No? No?

— No, non lo farò, io.

— Ma… è per Dirk!

Billy non rispose. Lui e Lizzie stavano seduti su un tronco caduto nel bosco novembrino, i cappotti aperti in un pomeriggio che all’improvviso si era fatto caldo. Billy amava il bosco. Prima del Cambiamento era l’unico a East Oleanta abituato a passeggiare nel bosco per conto suo, per starsene un po’ solo con gli alberi. Ormai lo facevano anche altre persone, ma Billy era rimasto l’unico che ci si recava anche in inverno, rimanendovi per giorni interi. Quanto meno per tutti i giorni che Annie gli permetteva. E proprio quando Annie cominciava a lamentarsi e a bofonchiare per la sua assenza, proprio in quel preciso istante, sembrava sempre a Lizzie, Billy tornava a casa, camminando nell’accampamento con il passo forte che aveva assunto dal giorno del Cambiamento, e non trascinando i piedi da vecchio come aveva fatto prima. Sulla tuta di Billy si sarebbero trovate foglie umide attaccate e ramoscelli nei suoi capelli, e Annie avrebbe strillato quando Billy l’avesse abbracciata perché non si era fatto la barba per lungo tempo. Tuttavia l’avrebbe abbracciato anche lei, forte, prima di ricominciare a lagnarsi e a bofonchiare.

Lizzie sapeva che avrebbe trovato Billy nel bosco a controllare le trappole per conigli e ne aveva seguito le impronte nel fango. Quando Billy voleva nascondersi nessuno riusciva a rintracciarlo, ma quella volta evidentemente non gli interessava. Lizzie aveva lasciato Dirk con Annie. In quel momento desiderava avere portato il piccolo. Forse Dirk avrebbe fatto cambiare idea a quel vecchio testone di Billy.

Billy era troppo vecchio, lui. Ecco il problema. Anche se i vecchi erano in buona salute e forti, dopo il Cambiamento, restavano vecchi nella testa. Pensavano in modo vecchio. Lizzie sì sforzò di calmarsi per ragionare con Billy.

— Perché non vuoi candidarti come supervisore distrettuale, tu? Non capisci che ci aiuterebbe ad avere tutte le cose di cui abbiamo bisogno, come nuovi robot e unità mediche per altri bambini e terminali migliori? Ma non capisci?

— Certo che capisco.

— Be’, allora perché non vuoi presentarti alle elezioni? Funzionerà, Billy!

— Se mi presento io, no.

Lizzie lo fissò. Il vecchio strappò un ramo da un acero morto e cominciò a smuovere il terreno.

— Lizzie, vedi questa terra? Dovrebbe essere gelata, a questo punto di novembre.

— Che cosa c’entra con…

— Aspetta. Il motivo per cui la terra non è gelata è perché abbiamo avuto un autunno caldo, noi. Nessuno poteva prevederlo. È successo e basta. Ma noi non sapevamo che poteva succedere, e ci siamo preparati per un inverno rigido, noi. Tutte le coperte e le tute che abbiamo arraffato, la casa della tribù sigillata contro l’aria, i coni che tu e Vicki avete procurato alla TenTech.

Lizzie aspettò. Non aveva senso far fretta a Billy. Lui faceva sempre quello che voleva lei, ma a volte gli occorreva un bel po’ di tempo per arrivarci.

— Ci siamo preparati, noi, per le difficoltà che vedevamo arrivare, anche se non sono arrivate. Fare qualcosa di meno è da stupidi. Giusto, tesoro mio?

— Giusto — commentò Lizzie. Billy continuò a trafiggere il terreno col bastone.

— Se tu e Vicki farete queste elezioni dei Muli, dovete prevedere tutto quello che potrebbe arrivare, voi, e prepararvi. I Muli non sono stupidi e non giocano onestamente come il clima. Quando ci sono di mezzo i Vivi, i Muli sono sempre freddi.

"Non Vicki o il dottor Aranow", voleva dire Lizzie, ma non lo interruppe.

— Se mi candiderò come supervisore distrettuale, io, perderemo. Nessuno voterà per me. Non soltanto nessun Mulo, nemmeno nessun Vivo, al di fuori della nostra tribù. Proprio come non voterebbero per te o Annie. Noi siamo stati i primi a essere Cambiati, quelli che hanno seguito Miranda Sharifi nel laboratorio sotterraneo e che le abbiamo chiesto, noi, se ti aiutava quando eri così malata. Quelli che hanno davvero visto Miranda e le hanno parlato.

— Ma sono tutte cose buone, queste!

— Sì. Ma sono cose diverse. Diverse da quelle degli altri. E alla maggior parte della gente non piacciono le cose diverse. Li mettono a disagio, loro. Non senti mai di cosa parlano i canali della contea?

Lizzie non lo faceva. Aveva troppi database più importanti, più interessanti da esplorare piuttosto che ascoltare le infinite chiacchiere intertribali, le voci e i ridicoli progetti sulle stazioni locali. "Qualcuno ha detto, che un amico ha sentito su un canale dei Muli a New York che certi tipi a Baltimore sono riusciti a rimettere in sesto una pista per scooter… Quindi se sei di Glenn’s Falls, tu, conosci la mia cugina di secondo grado, Pamela Cantrell, è alta circa un metro e sessanta… Abbiamo un campo di alimentazione, noi, tanto grosso da…"

— La gente parla — disse Billy. — E nonostante il Cambiamento, la gente non si fida delle idee e dei progetti che sono troppo diversi da quelli che è abituata a vedere. Forse proprio a causa del Cambiamento: abbiamo già vissuto tante novità, noi. Ed ecco che arrivi tu, con un’altra idea nuova, forse un’idea pericolosa, se i Muli si arrabbiano con te. Se anche gente diversa come me può candidarsi per diventare servitore pubblico, be’, allora tutti si sentiranno così a disagio, loro, che non voteranno per me.

— Ma…

Billy proseguì con il suo tono gentile: — Inoltre noi siamo la famiglia, noi, che ha fatto arrestare Miranda dall’Ente di Controllo per gli Standard Genetici, anche se non ne avevamo intenzione e anche se poi l’hanno lasciata andare, lei. "Miranda Sharifi." No, Lizzie, tesoro caro, nessuno voterà per me in una elezione di Muli. O per Annie, per te, o per Vicki. Nessuno.

— E allora per chi? — gridò Lizzie. — Per chi voterebbero, loro?

— Qualcuno non troppo poco familiare. — Billy si alzò. — Qualcuno che faceva il sindaco, magari. I Vivi sono abituati ai sindaci, loro, che facevano come un po’ parte del governo.

Era vero, rifletté Lizzie. I sindaci dei paesi dei Vivi, quando erano esistiti paesi abitati, erano Vivi che parlavano come i Muli. Che si collegavano in linea, quando ogni paese aveva una linea di comunicazione, prima delle Guerre del Cambiamento. Il sindaco era preso in giro perché lavorava come un Mulo, mentre tutti gli altri non facevano che divertirsi, anche se i sindaci di allora non lavoravano duramente come facevano tutti, ormai. Tuttavia, il sindaco era sempre stato considerato uno scemo tuttofare: un vero Vivo aristo non serviva, veniva servito. Dai Muli. Almeno era ciò che pensavano, ai tempi, tutti quelli che conosceva Lizzie.

Il sindaco però era una persona abituata a negoziare con i Muli, a fare rapporto quando si rompeva qualcosa, a presentare le richieste dei votanti ai servitori pubblici neoeletti, a chiamare la polizia, i guardiacaccia o i tecnici quando ce n’era bisogno. Forse Billy aveva ragione. Forse i Vivi della Contea di Willoughby sarebbero stati più contenti di votare qualcuno che era stato sindaco. Ma un sindaco avrebbe accettato di candidarsi per le elezioni?

— Conosci qualche ex sindaco, Billy? Nella nostra tribù non ce n’è nessuno.

Billy sorrise a Lizzie, ancora seduta sul ciocco.

— Sì che ne abbiamo uno, noi. Non lo sai? Ecco cosa guadagni se saccheggi tutti quei dati importanti invece che parlare con la gente.

Lizzie si sentì riscaldare da una piccola fiamma. Billy era orgoglioso della sua abilità di trafugare dati. Billy era sempre stato orgoglioso di lei, anche quando era una bambina che rimetteva insieme i robot rotti, cercando di imparare senza avere un sistema vero e proprio.

— Chi è sindaco, Billy?

— Chi "era" sindaco.

— Va bene… chi era sindaco?

— Shockey — disse Billy, e Lizzie sentì la bocca spalancarsi in una grossa "O". Billy sorrise. — È sorprendente vero scoprire quali persone saltano fuori in quali posti, eh? È la cosa più importante che il Cambiamento mi ha insegnato, tesoro. La cosa più importante. Non sappiamo mai praticamente niente, noi.

— Non è affatto sorprendente — disse Vicki. — Ecco, prendi Dirk, vuole mangiare.

Lizzie prese il piccolo. Il solito familiare calore la percorse solo ad accoglierlo fra le braccia. Si sedette contro la parete di cemespugna del suo loculo e aprì la giacca della tuta color girasole. L’affamata boccuccia di Dirk le si agganciò al capezzolo come un missile a ricerca termica. Un brivido, mezzo materno, mezzo sensuale, le passò per il corpo, dal capezzolo al ventre all’inguine. Lizzie si vergognava ancora un po’ di quel brivido, non le sembrava giusto esserne eccitata! Però le succedeva ogni volta, e alla fine si accontentò di tenere quella sensazione per sé. Tuttavia le aumentava l’irritazione che provava verso Vicki, seduta lì vicino, sul suo letto, con l’espressione di quella che sapeva sempre tutto. Vicki non aveva mai partorito né allattato un bambino.

— Be’, "io" sono rimasta sorpresa e lo era anche Billy — ribadì Lizzie. — Shockey! Non sembra proprio il tipo di persona che è stata il sindaco di qualche posto!

Vicki sorrise. — Che tipo di persona ritieni che si dia alla politica?

— Uno come era Jack Sawicki. Interessato ad aiutare il suo villaggio e che se ne fregava se la gente a volte lo prendeva in giro. Shockey si infuria anche se soltanto ci provi a prenderlo in giro e non penso che abbia mai voluto aiutare gli altri in vita sua.

Vicki chiese in modo innocente: — È questo il motivo per cui tu spalleggi la sua audace avventura politica? Perché provi il desiderio bruciante di aiutare le altre tribù della Contea di Willoughby?

— Ovviamente io… — cominciò Lizzie e si fermò. Vicki riprese a sorridere.

— Lizzie, tesoro, le persone che si danno alla politica nel novanta per cento dei casi sono come Shockey. Vogliono un guadagno personale, vogliono potere e vogliono che il mondo giri come preferiscono loro. Proprio come tu vuoi i beni da deposito e vuoi avere un potere sui soldi delle tasse per te e per la tua tribù. L’unica differenza fra…

— Ma io non voglio queste cose soltanto per me! Le voglio per Dirk, Billy, la mamma e…

— Davvero? Se Billy e tua madre andassero a sud, domani, e se il munifico Jackson Aranow ti consegnasse tutti i beni che vuoi e aprisse un conto corrente a nome di Dirk, tu non lasceresti perdere tutto questo regale progetto? Eh?

Lizzie non rispose.

— Non pensavo proprio. Non c’è assolutamente niente di male, Lizzie, nel guardare i propri interessi. Se non sono l’unica cosa che guardi. Una persona che conoscevo mi disse una volta…

"Ecco che ci risiamo" pensò Lizzie. Spostò in una posizione più comoda il peso di Dirk che succhiava avidamente.

— …che ci sono cinque stati in cui può esistere una relazione umana. Qualsiasi relazione: un trattato internazionale, un matrimonio, un dipartimento di polizia, qualsiasi cosa. Soltanto cinque stati possibili. Uno: sano negoziato da posizioni fondamentalmente alleate. Due: distacco completo senza alcun patto di mutuo soccorso o interazione significativa. Tre: dominio-dipendenza, come quella dei Vivi con i Muli. Quattro: lotta nascosta per il dominio senza grandi scossoni o veri e propri combattimenti. Cinque: guerra dichiarata. Finché stai dentro le leggi elettorali ti trovi in una situazione di lotta nascosta per i tuoi interessi. Non c’è niente di male. Ma lo fa anche Shockey, soltanto in modo un po’ più grezzo rispetto alla maggior parte dei politici. Scommetterei che è stato sindaco del suo vecchio paese solo per breve tempo, eh?

— Non lo so.

— Potrei scommetterci. Come disse una volta John Locke…

— Non c’è proprio niente che non pensi di sapere già, tu?

Vicki la guardò. Lizzie abbassò lo sguardo sul bambino, quindi lo sollevò furiosa su Vicki. Be’, era vero. Vicki le diceva sempre le cose. Come se Vicki sapesse tutto e Lizzie, lei, fosse una specie di scema… Viva.

— A dire il vero so ben poco — rispose tranquillamente Vicki. — Cosa che risulta particolarmente sconcertante se si considera che appena qualche anno fa ritenevo di capire assolutamente tutto.

— Mi dispiace — mormorò Lizzie. Era vero? Non lo sapeva. Vicki la confondeva e lei aveva sempre pensato che Vicki fosse meravigliosa: nulla era rimasto lo stesso.

— Non dispiacerti. — Vicki si alzò in piedi, stiracchiando le gambe. — Ecco che ti guarda, Karl Marx.

— Cosa?

— Nulla, tesoro. Ci vediamo a cena, va bene?

— D’accordo — bofonchiò Lizzie. Osservò Vicki allontanarsi dal loculo e scomparire dietro la tavola di plastica ammaccata e ribaltata che ne formava una delle pareti. Vicki non si voltò. Lizzie strinse forte Dirk, desiderando non avere tirato fuori quella storia su Vicki che sapeva tutto. Vicki era stata buona con Lizzie quando lei era soltanto una bambina, lei. Ma Vicki agiva davvero come se sapesse tutto. Ogni idea che saltava fuori, ogni piano. Perché Vicki era così? Perché era un Mulo?

Lizzie si allungò verso l’alto, cercando di non disturbare il piccolo, finché le dita non afferrarono il cassetto superiore del comò. Tirò giù il terminale. — Ricerca bibliografica.

— Pronta — disse il sistema.

— Definizione in tre frasi di due cose. Primo: "Ecco che ti guarda". Secondo: "Karl Marx".

— "Ecco che ti guarda" era una frase famosa di una registrazione preolografica intitolata Casablanca. Veniva detta durante un brindisi dall’attore principale all’attrice principale. Nel 2090 la frase godette di nuova fama come espressione ironica col significato di "immagino che tu abbia vinto".

"’Karl Marx’ era un teorico politico i cui scritti vennero utilizzati da parecchi rivoluzionari del Ventesimo secolo come base di ribellione. Sosteneva un socialismo che includeva la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Il meccanismo attraverso il quale prevedeva di ottenerla era la lotta di classe.

— Spegnere sistema — disse Lizzie.

— Spegnimento in atto.

Lotta di classe: era quello che lei, Lizzie, cercava? Era così che Vicki considerava realmente Lizzie? E Billy, Annie e… Dirk?

Lizzie sentì la bocca riempirsi di un gusto acido. Deglutì, ma quello non andò via. Era stata sul punto di chiedere a Vicki di andare con lei per spiegare il piano a Shockey. Forse non lo avrebbe fatto. Forse ci sarebbe andata da sola, se era quello ciò che provava Vicki.

Il piccolo aveva finito di succhiare e si era riaddormentato. Lizzie lo strinse forte e si chinò per annusarne il profumo dolce e di pulito. Il gusto acido che aveva in bocca, però, non scomparve.

Trovò Shockey con Sharon e la bambina di Sharon di nove mesi, Callie, che pescava nel fiume approfittando del clima mite. Sharon e Shockey indossavano tute invernali con le giacche sbottonate. Lizzie notò che anche la camicia di Sharon era sbottonata. Ecco come stavano le cose.

Callie era seduta sulla riva del fiume in un cesto da lavanderia di plastica azzurra, e rigirava una papera di gomma sporca nei pugnetti paffuti. Era una bella bambina, con gli stessi capelli castani di Sharon e occhi grandi, ma quando vedeva Lizzie faceva una smorfia, cominciava a piangere e cercava freneticamente in giro sua madre. Annie diceva che tutti i bambini facevano così all’età di Callie. Avevano paura degli estranei e si innervosivano per le novità. Crescendo Callie avrebbe abbandonato quell’atteggiamento, diceva Annie. Be’, Lizzie non passava molto tempo con Sharon ma non era nemmeno un’estranea: appartenevano alla stessa tribù. Sperava che Dirk non avrebbe attraversato uno stadio simile quando fosse stato più grande. Si spostò dalla visuale di Callie.

Sharon e Shockey stavano chini sulle canne da pesca. Sharon ridacchiò e spostò la mano di Shockey dalla canna da pesca alla propria camicia aperta.

— Salve! — salutò Lizzie a voce alta.

— Ehi, Liz — disse Shockey raddrizzandosi. — Se peschiamo qualcosa vuoi anche tu un bel pesce, vero, tanto per cambiare?

Non c’era nulla di sbagliato in quelle parole. La tribù mangiava spesso cibo per bocca: bacche, noci, coniglio arrosto, mele selvatiche. A volte Lizzie provava un’acquolina in bocca che soltanto un sano morso a un cipollotto poteva soddisfare. Il Cambiamento significava semplicemente che nessuno doveva più preoccuparsi di procacciarsi del cibo, non che non lo si potesse mangiare. Non c’era nulla di storto nell’offerta di un pesce da parte di Shockey. Era il "modo" in cui l’aveva detto: gli occhi fissi su Lizzie in atteggiamento di sfida, il mezzo sorriso sulle labbra, la piccola smorfia, la mano ancora appoggiata sul seno nudo di Sharon. La nudità da atto sessuale era diversa dalla nudità da alimentazione; doveva restare una cosa privata. Shockey agiva come se Sharon fosse di sua proprietà. Be’, Lizzie non era di sua proprietà.

Tuttavia si costrinse a sorridere. — Certo, se prendi qualcosa, tu. Ma non è per questo che sono qui. Ho una proposta da farti, io.

Il sorriso di Shockey si allargò e lui strizzò lentamente gli occhi scuri. Lizzie proseguì in fretta: — Billy mi ha detto che facevi il sindaco da qualche parte.

Il sorriso di Shockey svanì. — Davvero? E allora? Qualcuno doveva pure fare il sindaco.

— Hai perfettamente ragione — concordò Lizzie. Lo guardò diritto negli occhi e aggiunse: — E qualcuno dovrebbe farlo ancora.

— Noi non abbiamo più bisogno dei sindaci, noi — disse Sharon.

— Però abbiamo bisogno di un supervisore distrettuale. Harold Winthrop Wayland è morto.

La voce di Sharon aumentò di picco. — Shockey non è un Mulo, lui, Lizzie Francy e tu non te lo dimenticare!

— Certo che non lo è — disse Lizzie. — È un Vivo, lui: è proprio questo il punto.

— Quale punto? — sbottò Sharon, così forte che Callie, allarmata, sollevò lo sguardo dalla papera di gomma. — I Vivi non lavorano, loro, a fare i supervisori distrettuali!

— Il supervisore distrettuale controlla la distribuzione nei depositi. La Contea di Willoughby non ha più un supervisore, quindi non c’è più niente nel deposito. Ma se eleggiamo uno dei nostri, allora…

— Allora continua a non esserci niente nel deposito! Guardati nel cervello, tanto per cambiare, invece di rovistare nelle Reti dei Muli! Shockey non può mettere nessun bene in nessun deposito!

— Sì che potrebbe — ribatté Lizzie. Improvvisamente si era stancata di parlare da Viva con quella stupida ragazza. Conosceva Sharon da una vita ed era sempre stata stupida. — Esiste un fondo di credito statale, in cui si riversano le tasse pagate dalle compagnie, che viene diviso per tutte le contee. Una base di credito a cui si uniscono le tasse pagate dai Muli. Se riusciremo a far registrare un numero sufficiente di Vivi, però, e a far eleggere Shockey, lui potrebbe usare la quota destinata a Willoughby per rifornire il nostro deposito.

— Ma se lui…

— Chiudi il becco, Sharon, e lascia parlare Shockey. — Lizzie sperò che l’allusione che Sharon lo stesse controllando avrebbe fatto arrabbiare l’uomo. Però Shockey non si arrabbiò. I suoi occhi sfrontati sotto le sopracciglia spesse guardavano lontano e la sua mano lasciò Sharon per accarezzare la propria barba scura. Le due donne lo fissarono.

Alla fine disse: — Già.

— "Già"? — strillò Sharon.

— Chiudi il becco, Sharon. Già, lo farò, Lizzie Francy. — All’improvviso prese la bambina e la sollevò in alto sopra la testa. — Che ne dici, Callie, ti piacerebbe vedere il tuo amico fare il supervisore distrettuale?

La piccola strillò deliziata. Apparentemente Callie non considerava Shockey un "estraneo". Sharon si incupì. Lizzie però si accorse che Shockey non vedeva nessuna delle due. I suoi occhi fissavano qualcos’altro, e lui fece la stessa smorfia di quando aveva offerto il pesce a Lizzie. Che cosa aveva detto Vicki? Nella lista dei "generi" di relazioni umane? "Lotta nascosta per il dominio senza grandi scossoni o veri e propri combattimenti…"

— Liz, dimmi soltanto quello che devo fare prima. Sono pronto e sono tutto tuo, io.

8

Quando suonò l’allarme, Theresa era seduta nel suo nuovo studio e lavorava al terminale.

Aveva ricavato lo studio usando la stanza di una cameriera al centro del piano superiore dell’appartamento, inutilizzata probabilmente da prima dell’avvento dei robot-domestici. Theresa l’aveva scelta perché non aveva finestre, ma solo un abbaino, piccolo e in alto, posto sulla parete inclinata fino a un condotto dell’aria da cui poteva vedere solo una chiazza di cielo artificiale. Aveva fatto ripulire e dipingere di bianco la stanza dal robot addetto alla manutenzione e vi aveva portato un terminale e una sedia rigida vecchio stile. L’unica altra cosa che si trovava nella stanza erano le stampe.

Erano attaccate a ogni parete, poster bidimensionali a colori di tutte le oloimmagini che aveva catturato dai notiziari. In una, tre bambini Vivi abbandonati, accucciati insieme e morti, in un banco di neve, i loro volti congelati e ben nutriti, lisci per la tipica salute assicurata dal Depuratore Cellulare.

In un altro, un bimbo giaceva fra le braccia della madre Viva in lutto. La madre, che sembrava sui quindici anni, era chiaramente Cambiata. Il volto del piccolo era devastato da qualche malattia: la pelle era chiazzata e in suppurazione e dagli occhi chiusi filtrava del sangue. La telecamera aveva colto la madre con un palmo a coppa sollevato verso l’alto, privo di una siringa del Cambiamento.

In un’altra immagine, presa col grandangolo da una telecamera aerea, uno scintillante scudo-Y racchiudeva una bella vallata nelle Ozarks. L’intera valle. Lì viveva un solo ricco Mulo, ex finanziere che nessuno aveva più visto dopo il Cambiamento, quando aveva dato una conferenza stampa in cui esultava perché non avrebbe mai più avuto bisogno di avere contatti con alcun essere umano.

In una piccola stampa sulla parete opposta, quattro adulti emaciati, i gomiti come scalpelli, che mangiavano magre coppe di farinata e bevevano acqua sotto una croce di legno su cui erano state incise a fuoco le parole IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO. La malnutrizione segnava le loro gambe storte e i capelli radi. Tutti e quattro sorridevano beatamente alla macchina: i loro sorrisi erano caratterizzati da denti mancanti e gengive gonfie.

Una grande stampa dietro al supporto del terminale mostrava il volto di Miranda Sharifi, coperto con un velo azzurro, tre gigli e un libro di preghiere aperto. Accanto, una stampa altrettanto grande mostrava lo stesso ologramma, pieno di lapidi, bare, candele nere e strumenti di tortura, con le parole: QUANDO L’IMMORTALITÀ, PUTTANA?

C’erano anche altre immagini. Due bambini Muli che giacevano, nudi e ridenti, sul cadavere di un cervo squartato, aperto dal petto alla coda, che si nutrivano direttamente dalla sua carne e dal sangue. Un altro bambino Vivo ammalato, in un paese francese dove non c’erano più siringhe del Cambiamento da quattro anni. Una pubblicità dell’Endorbacio dai colori che rilucevano seducenti, in cui tre Muli dai corpi assolutamente perfetti si nutrivano dal suolo, tranquillamente, con volti sereni, nessuno che guardasse altre persone o altre cose, non avendone chiaramente alcun bisogno.

Jackson non aveva visto quella stanza. Theresa ci andava solo quando lui non era in casa e aveva chiesto a Jason, il sistema dell’appartamento, di non lasciare entrare nessuno lì dentro a parte lei. Ovviamente era probabile che Jackson sapesse come sovrapporsi a quell’ordine ma, anche se avesse potuto, forse non lo avrebbe fatto. Jackson non avrebbe capito quella stanza. Avrebbe pensato a un problema clinico, come quello che definiva la "angoscia neurochimica" di Theresa. Non avrebbe compreso che quella stanza era necessaria.

Il sistema che Theresa aveva di fronte era in modalità schermo, la sua "superficie" piatta a energia era divisa in due, verticalmente, da una spessa linea nera. Sopra la linea c’era una citazione in severe lettere blu: "Perfino un animale può perdere la strada in un terreno sconosciuto, ma soltanto gli uomini e le donne possono perdere se stessi." Christopher Caan-Agee, 2067. Sotto c’era un paragrafo che Theresa aveva scritto nel libro su Leisha Camden:

Leisha aveva un amico. Si chiamava Tony Indivino. Tony era molto più infuriato di Leisha su moltissime cose. A Tony non sembrava giusto che alcune persone avessero tanti soldi e altre avessero così poco. Leisha non ci aveva mai pensato prima che Tony non la facesse riflettere sulla cosa. Leisha scrisse successivamente che Tony le aveva detto: "E se cammini per la strada in un paese povero come la Spagna e vedi un mendicante? Gli dai un dollaro? E se vedi cento mendicanti, mille mendicanti e non hai tutti i soldi di Leisha Camden? Che fai? Che dovresti fare?" Leisha non conosceva la risposta alle domande di Tony.

Theresa studiò il paragrafo. Disse al suo sistema personale, Thomas: — Metti "importante" prima di "amico". Esso lo fece. La ragazza studiò nuovamente la frase. Quindi guardò la frase precedente: "Perfino un animale può perdere la strada in un terreno sconosciuto, ma soltanto gli uomini e le donne possono perdere se stessi". Disse: — Thomas, dammi la seconda citazione della lista.

Thomas le tirò fuori le parole, leggendole forte con la sua corposa voce maschile: — "Ma l’uomo, l’uomo orgoglioso, investito di piccola e breve autorità, massimamente ignorante di ciò di cui è massimamente sicuro, vitrea la sua essenza, crea al pari di una scimmia furiosa magnifici trucchi al cospetto dei cieli da commuovere gli angeli" William Shakespeare. 1554-1615.

— La citazione successiva.

— "L’infelicità dell’uomo deriva, secondo una mia interpretazione, dalla sua grandezza: è perché in lui c’è l’infinito che. nonostante tutte le sue abilità, non può riuscire a seppellirsi del tutto sotto al finito". Thomas Carlyle. 1795-1881.

Ancora una volta Theresa lesse il proprio paragrafo, con "importante" inserito davanti ad "amico". Quindi riascoltò la frase di Carlyle.

Perché mai era così difficile scrivere un libro? Lei sapeva così chiaramente quello che aveva bisogno di dire su Leisha Camden, lo provava così chiaramente. Riusciva perfino a parlarne, con Jackson. Però quando si sedeva davanti al terminale, le parole che pronunciava erano rigide e fredde e sarebbe stato meglio che non avesse mai nemmeno tentato di spiegare al mondo perché Leisha Camden era importante, perché "importava" una vita spesa per qualcosa di determinante come mantenere Insonni e Dormienti un solo popolo. Anche se Leisha aveva fallito: a dispetto degli sforzi di Leisha, gli Insonni si erano ritirati nel Rifugio. Il paese aveva subito una separazione lunga e amara. Jennifer Sharifi era finita in prigione. Leisha aveva trovato la morte in una palude della Georgia, uccisa da Vivi che disprezzavano gli Insonni più ancora di quanto Theresa disprezzava se stessa.

Leisha, però, aveva provato e si era salvata da quello che era divenuto il resto di loro. No, Theresa doveva scrivere quel libro su Leisha. "Doveva". Ma perché era così difficile trovare parole magnifiche come quelle che le riportava Thomas quando lei lo inviava a cercare qualche citazione?

Theresa si asciugò le lacrime dalle guance e guardò nuovamente le stampe appese alle pareti, "massimamente ignorante… crea al pari di una scimmia furiosa magnifici trucchi al cospetto dei cieli da commuovere gli angeli."

— Prendi un neurofarmaco — le avrebbe detto Jackson. — Te ne posso far fare uno che…

— Il sistema di sicurezza dell’edificio è stato infranto — annunciò con voce forte il sistema di casa dal terminale di Theresa. — Non si tratta di un’esercitazione, signorina Aranow. Ripeto, il sistema di sicurezza dell’edificio è stato infranto e non si tratta di una esercitazione. Cosa vuole che faccia?

Infranto? Come era possibile che venisse infranto il sistema di sicurezza dell’edificio? C’erano scudi a energia-Y, serrature… Cosa doveva fare? Jackson era andato da qualche parte con Cazie. Theresa non sapeva cosa dire al sistema. Doveva essere impenetrabile.

Disse: — Serra tutte le porte!

— Sono sempre serrate, signorina Aranow.

Era evidente. I pensieri di Theresa turbinavano. — Mostrami il punto dell’effrazione!

Le prose, sue e di Carlyle, scomparvero dallo schermo. Esso si attivò in modalità olografica e trasmise un’immagine grandangolare dell’atrio dell’edificio. Persone… Vivi!… stavano avanzando verso l’ascensore che disse: — Mi dispiace… questo ascensore si apre soltanto per i residenti e gli ospiti autorizzati. — Un uomo con un terminale portatile digitò qualcosa, e la porta dell’ascensore si spalancò.

Theresa si alzò, ribaltando la sedia. Le batteva forte il cuore. Erano cinque Vivi, quattro uomini e una donna, persone dalle fronti poco spaziose, menti bitorzoluti, orecchie pelose o colli taurini, vestite con vecchie tute invernali. Erano nel suo edificio. Avevano espressioni determinate e una di loro aveva un’unità mobile. Dove l’aveva presa? Durante le Guerre del Cambiamento? Ma erano finite da molti anni, no? Che cosa "avrebbe dovuto" fare?

— Cosa… cosa dovrei fare, Jones? C’è una procedura di sicurezza standard?

— Esiste una sequenza standard contra le intrusioni, organizzata in stadi progressivi. La devo iniziare? Oppure prima vuole parlare con gli intrusi non autorizzati?

— No! No, io… che cosa vogliono?

— Devo passarle un collegamento audio-video del partone tramite Thomas?

— No… sì. E inizia la sequenza contro le intrusioni!

— Tutti gli stadi, in automatico?

— Sì!

L’olopalco mostrò il corridoio fuori dalla porta dell’appartamento. Tre persone, inclusa la donna, avevano delle armi in pugno. Theresa si sentì serrare la gola e mancare il respiro. "No, non adesso, non adesso…" I Vivi non gridavano. Quello con l’unità mobile parlò in maniera calma ma a voce alta, nel tipico gergo da strada: — …prendere per i nostri bambini, noi, altre siringhe del Cambiamento. È tutto quello che vogliamo, noi. Non faremo del male a nessuno. Vi ripeto, io, che quello che vogliamo sono altre siringhe del Cambiamento, sappiamo che lei le ha, dottor Aranow, lei è un medico, lei…

— Andate via! — gridò Theresa. Le parole le uscirono strozzate, incapaci di farsi strada con vigore attraverso l’attacco di panico. Tentò di nuovo: — Andate via! Qui non ci sono siringhe del Cambiamento! Mio fratello non le tiene a casa! — Non era vero. C’erano sedici siringhe del Cambiamento nella cassetta di sicurezza.

— Cosa? Lei è il dottor Aranow, lei? Apra la porta!

— No — piagnucolò Theresa. Non riusciva a respirare.

— Allora entreremo, noi!

La porta d’ingresso si aprì. La procedura di sicurezza… perché Jones non reagiva? Cosa avevano avuto il tempo di fare a Jones quelle persone, e come sapevano come agire? Theresa si strinse le braccia attorno al corpo e prese a ondeggiare avanti e indietro, cullandosi. Jones disse: — Siete intrusi non autorizzati. Se non uscirete immediatamente, questa sistema attiverà le sue difese biologiche.

— Aspetta, Elwood, non…

— Ho abbattuto le difese, io. Avanti!

— Ma tu…

— Le siringhe…

— Attivazione, ora — disse Jones e, all’improvviso, l’olopalco si riempì di gas giallastro che spuntava fuori da tutte le parti. Era "davvero" ovunque. Anche lo studio di Theresa improvvisamente ne fu pieno. Ansimando per tirare il fiato, lei inalò il gas nei polmoni e…

… sentì staccarsi gambe e braccia.

Theresa cadde a terra. Riusciva a vedere braccia e gambe stese accanto a lei, chiaramente staccate. Ma no, non potevano essere sue, perché non c’era sangue. Erano le braccia e le gambe di qualcun altro. Degli intrusi? Ma come avevano fatto ad arrivare fino al suo studio al piano superiore senza gambe? Che strano! Interessante. Ma forse non si trattava delle gambe e delle braccia degli intrusi. E allora, di chi potevano essere?

Allontanò con una spinta la gamba che aveva più vicino. Quella cosa disgustosa non doveva essere davvero sul pavimento. Ma dove era il robot-pulitore? Forse era rotto…

Mentre spingeva via violentemente la gamba staccata, Theresa restò sbalordita nel sentire il proprio corpo sobbalzare. Ma di che diavolo si trattava? Niente sembrava normale. Anche se Jackson diceva sempre che normale era solo un immenso deposito, aveva ragione se "normale" doveva includere anche braccia e gambe che non erano nemmeno sue disseminate per il pavimento del suo studio.

Theresa afferrò un braccio staccato e cercò di lanciarlo dall’altra parte della stanza. Ancora una volta si sentì scuotere il busto e provò un gran dolore alla spalla, cosa che non aveva alcun senso. E come mai il braccio dell’intruso aveva addosso una delle maniche fiorate dell’abito di Theresa? Prima doveva essere andato in camera da letto, essersi cambiato per poi entrare lì e cadere in pezzi. Forse lo aveva mandato Leisha. Sì, quello sì che aveva senso. Leisha era sempre stata compassionevole nei confronti dei Vivi. Compassionevole e priva di paura.

— Theresa! — gridò qualcuno. — "Tess!"

Se ci pensava, però, nemmeno Theresa aveva paura. Era molto calma. Jackson sarebbe stato orgoglioso di lei. Rimaneva calma e pensava a cosa fare. Prima doveva chiamare il robot-domestico perché portasse via dal pavimento gambe e braccia in eccesso. Poi doveva notificare alla polizia dell’enclave l’effrazione. Terzo, doveva scoprire cosa rendeva così belle le frasi di Carlyle, per poterne scrivere di altrettanto belle. Quanto meno, ci sarebbe riuscito il suo sistema personale. Sì, quello aveva senso: avrebbe chiesto al proprio sistema di duplicare la prosa di Carlyle. Dopo tutto, si chiamavano tutti e due Thomas.

— Tess! Siamo… oh, mio Dio!

Theresa sollevò lo sguardo. Cazie le stava sopra e indossava un casco a energia-Y dotato di filtro dell’aria. Cazie sembrava avere tutte le gambe e le braccia. Era interessante: come aveva fatto Cazie a rimanere attaccata alle sue quando Theresa e gli intrusi non ci erano riusciti? Il quarto punto della lista sarebbe stato chiedere a Jackson delucidazioni in proposito. Si trattava probabilmente di un problema medico.

— Qui, respira profondamente. Stai ferma, Tessie, respira il più profondamente possibile, il gas ha bisogno soltanto di pochi minuti per lasciare il tuo corpo. Respira e basta…

C’era qualcosa sopra la sua testa anche se doveva essere fatto di energia-Y perché lei riusciva ancora a vedervi attraverso Cazie. Cazie appariva preoccupata. Non ne aveva alcun bisogno, in realtà. Theresa stava bene. Jackson sarebbe stato orgoglioso: stava bene, era rimasta calma durante un’emergenza, respirando normalmente, aveva compilato una lista razionale delle cose da fare e in quale ordine. Tuttavia doveva comunicare la lista a Thomas. Così sarebbe stata sicura di ricordarla tutta. Thomas l’avrebbe scritta.

Strisciò verso il terminale per farlo. — Respira profondamente — disse di nuovo Cazie ma, prima che Theresa vi riuscisse, tutto diventò nero.

Si svegliò sul divano del salotto. Jackson e Cazie incombevano su di lei. Cazie domandò: — Come ti senti, Tessie?

— Io… c’erano dei Vivi…

— Adesso sono andati via. No, non ti agitare, Tess, è tutto a posto. Li ha presi la polizia dell’enclave e nessuno è rimasto ferito. Non succederà più.

— Ma come… cosa…

Jackson le si sedette accanto e le prese la mano. — Hanno trafugato i codici d’ingresso dell’edificio, Theresa. Nessuno sa come abbiano fatto a entrare nell’enclave. Tutti i nostri sistemi sono stati riprogrammati, comunque: edificio, ascensore e Jones. Cazie ha ragione, non succederà più.

Aveva una voce svuotata. Le stava mentendo.

— Non è stato rubato nulla — proseguì Cazie. — Forse non intendevano portar via niente a parte le siringhe del Cambiamento. Sapevano che Jackson è medico. Sono entrati anche da altri medici. I poliziotti si occuperanno della storia. Non è stato ferito nessuno.

— Ma c’erano braccia e gambe sparpagliate per tutto il pavimento! — esclamò Theresa. Riusciva ancora a vederli, orribili arti staccati. Rabbrividì e ansimò. — E le "mie" braccia e le "mie" gambe…

— Tranquilla, Tess — fece Cazie. — Adesso è tutto a posto. Non c’erano né gambe né braccia sul pavimento e le tue sono perfettamente in ordine. Si è trattato della biodifesa del sistema. Perché non hai indossato la maschera quando lo hai attivato?

— La stai agitando — disse Jackson. — Non lo sapeva. Tess, adesso è tutto a posto, siamo qui. Non hai più bisogno di pensarci.

— Ma… — cominciò Theresa. Le sue dita si stringevano e allentavano su quelle di Jackson, si stringevano e allentavano. — Ma dimmi… che cos’ho respirato? Ti prego, dimmelo, Jackson.

Jackson spiegò con riluttanza: — È un gas che agisce direttamente sulla corteccia parietale, provocando anosognosia. La corteccia parietale controlla il modo in cui la mente percepisce le sensazioni e i movimenti del corpo. In stato di anosognosia la mente è incapace di riconoscere i propri arti ed è anche incapace di capire se c’è qualcosa di sbagliato. La vittima inventa elaborati scenari per spiegare la paralisi degli arti che percepisce. È un ottimo sistema di sicurezza perché consente di scollegare il controllo corporeo senza aumentare la rabbia e il panico che potrebbero portare a reazioni sconsiderate. Inoltre non danneggia nessuno.

— Le braccia e le gambe sul pavimento erano tue — disse Cazie. — I Vivi non sono mai riusciti ad arrivare oltre l’ingresso.

Jackson riprese: — Hai respirato soltanto un neurofarmaco a effetto temporaneo. Anche senza l’intervento del Depuratore Cellulare, l’effetto non dura a lungo. Potresti sentire del formicolio negli arti per un po’, ma non fa male.

Un neurofarmaco. Aveva respirato un neurofarmaco ed era divenuta una persona diversa. Una persona senza braccia e gambe, una persona che pensava che le braccia e le gambe di altri fossero disseminate sul pavimento, una persona che non si era agitata all’idea ma aveva stilato tranquillamente una lista di cose da fare per gestire il problema. Non Theresa. Una persona completamente diversa.

Sollevò lo sguardo su Jackson e, per la prima volta in vita sua, Theresa si accorse di non volerlo vicino. — Tu… tu mi hai fatto diventare qualcun altro.

— No, non sono stato io, il sistema della casa…

— Ma tu vuoi sempre che io prenda neurofarmaci. Che io sia qualcuno diverso da me.

— Non puoi paragonare… — cominciò, ma lei lo interruppe.

— Quella non è la risposta. Non so quale sia, ma non è certo quella. — Lasciò la mano di Jackson e cercò di alzarsi.

Cazie intervenne: — Tess, tesoro, non sei onesta con Jack. Lui voleva soltanto…

— So quello che voleva soltanto — ribatté Theresa e, in qualche modo, li lasciò lì, Jackson colpito e Cazie mesta. Barcollò fino alla sua stanza, camminava in modo così incerto e le braccia e le gambe le formicolavano tanto che pensò che potessero cedere.

Quanto meno, però, erano sue.

L’edificio era posto sul fianco di una montagna, nella zona alta delle Adirondacks. Theresa atterrò con l’aeromobile, che volava ovviamente in automatico, su una striscia artificialmente piatta di terreno nanolastricato che immaginò fosse un parcheggio, anche se non c’erano altri veicoli. Restò a lungo al freddo, guardando semplicemente l’edificio delle Sorelle del Cielo Misericordioso.

Il convento, non di cemespugna ma costruito in pietra vera, si fondeva con la montagna. Roccia grigia, ricoperta qua e là di viticci avvizziti accompagnati alla vegetazione avvizzita d’inverno che cresceva angolata rispetto al terreno scosceso. Era il primo edificio di Muli che Theresa ricordava di avere mai visto, perfino nei notiziari, che non risultava avvolto nella bolla debolmente scintillante di uno scudo a energia-Y. C’era soltanto neve, ammassata dalla corrente. Un po’ di vento sollevò la leggera neve polverosa attorno alle gambe di Theresa, e lei rabbrividì. Si incamminò verso la porta.

Le venne aperta da una donna di mezza età, non da un sistema di sicurezza o da un robot. Una donna (una sorella?) con una tunica grigia e diritta che sembrava di cotone. "Cotone." Tessuto consumabile. Quella vista aiutò Theresa a superare la ritrosia che provava solitamente per gli estranei. Serrò strette le mani e si costrinse a non indietreggiare.

— Io sono… Theresa Aranow. Ho chiamato…

— Entri pure, signorina Aranow. Io sono Sorella Anne. — Le sorrise, ma Theresa non riuscì a ricambiare il sorriso. Sentiva il volto troppo teso. — Sono io quella con cui lei ha parlato in linea. Mi segua dove potremo chiacchierare un po’.

Condusse Theresa attraverso un oscuro atrio in pietra e aprì una pesante porta di legno. Si sentirono dei suoni.

— Oh! Che… che cos’è?

— Sono le sorelle che cantano i vespri.

Theresa si fermò, stupefatta. Non aveva mai sentito cantare in quel modo. Nemmeno da un sistema sonoro, mai. Un glorioso scroscio di suoni, privo di strumenti: soltanto voci umane, ognuna modificata geneticamente per aumentarne l’abilità musicale, che si alzavano in fervente ardore. Non riusciva a distinguere le parole, ma le parole non importavano, era la passione che contava. Una passione per qualcosa di invisibile ma… ma sentito. Una passione…

Sorella Anne le disse gentilmente: — Ha detto in linea che non è stata allevata come cattolica. Aveva mai sentito cantare i vespri?

— Mai!

— Be’, nemmeno la maggior parte dei Cattolici. O di quelli che adesso passano per Cattolici. Venga qui, dove possiamo parlare.

Theresa la seguì in una piccola stanza dalle pareti bianche, arredata soltanto con una scrivania, un terminale e tre sedie. Sedie di legno. Lei esclamò subito: — Ma voi non siete Cambiate. Nessuna di voi.

— No — rispose Sorella Anne sorridendo. — Dobbiamo mangiare, bere e dipendere dai nostri sforzi e dalla grazia di Lui per il nostro pane quotidiano.

— È… è… — Stava tremando. Tuttavia riuscì a fare uscire le parole perché per lei erano importanti. — È una disciplina spirituale?

— Lo è. Signorina Aranow, cominci a raccontarmi perché si trova qui.

— Perché mi trovo qui. — Theresa guardò la suora. Aveva fatto effettuare a Thomas una ricerca. Sorella Anne aveva cinquantuno anni ed era entrata in quell’ordine di semiclausura a diciassette: era una delle ultime ottocentoquarantanove Sorelle del Cielo Misericordioso rimaste al mondo. Nata col nome di Anne Granville Hart a Wichita nel Kansas, aveva ereditato tre milioni di dollari da sua madre, cofondatrice di un marchio di prodotti di panetteria, le Madeleine di Proust. Gli interi tre milioni erano stati donati all’ordine. Perché Anne Grenville Hart si trovava lì? Theresa non poteva chiedere una cosa simile. Obbedientemente, cercò di rispondere alla domanda della sorella, sapendo ancor prima di cominciare che la risposta sarebbe risultata inadeguata, che non avrebbe spiegato realmente tutto quello per cui Theresa non riusciva mai a trovare le parole, comunque.

— Sono qui perché io… io sono alla ricerca di qualcosa. — Aspettò che le venisse chiesto di che cosa: la domanda senza risposta avrebbe portato soltanto a balbettii, a parole confuse e a sguardi perplessi della sorella che si sarebbe spazientita sempre più, finché Theresa non fosse caduta in un silenzio privo di speranza.

Sorella Anne, però, disse: — E lei ha cercato in tutti gli altri posti che le sono venuti in mente, non è riuscita a trovarlo, e così ha tentato qui, presa dalla disperazione. Anche se non riesce nemmeno a definire quello che sta cercando e ha paura che non corrisponda affatto alla visione cattolica di Dio.

— Sì — ansimò Theresa. — Come… come faceva a saperlo?

— Non è la prima a venire da noi — rispose Sorella Anne, serenamente. — E non sarà l’ultima. Penso tuttavia che lei potrebbe essere diversa dalla maggior parte delle altre. Signorina Aranow, perché non è Cambiata?

— Non posso

— Non può? Vuole dire che esiste un qualche impedimento fisico?

— No, no. Voglio dire che io semplicemente… non posso.

— Ha paura di rendere la sua vita troppo automatica. Lei ritiene che nel bisogno fisico abbia inizio la ricerca spirituale, le sue radici e la sua fonte.

— Sì! — esclamò sbalordita Theresa. — Oh, sì! Soltanto…

— Soltanto che cosa, signorina Aranow? — Sorella Anne si sporse in avanti sulla sedia, una sedia di legno naturale ben stagionato che il suo corpo nonCambiato non avrebbe consumato una molecola dopo l’altra, finché la parte solida non si fosse trasformata nello scheletro vuoto di se stessa. La sedia di Sorella Anne sarebbe rimasta una sedia. L’espressione di Sorella Anne era calda come quella di Jackson e Cazie ma in qualche modo diversa, non… non che cosa? Non carica di attenzioni per Theresa, non impietosita, non accondiscendente. Sorella Anne non pensava che Theresa Aranow fosse una debole o una pazza.

Le parole presero a sgorgarle fuori. Guardando quel volto calmo e comprensivo, la paura degli estranei di Theresa scomparve, non si sa come, e le parole si riversarono all’esterno, come un’ondata di marea, irrefrenabili.

— Ho sempre voluto qualcosa, cercato qualcosa, per tutta la vita, soltanto che non ho la minima idea di cosa sia! E nessun altro ha dato l’impressione di avere un tale bisogno o anche solo di capire quello di cui parlavo, perfino persone buone che io so essere buone. Persone che amo. Mi guardano come se fossi pazza. A dire il vero, sono pazza. Sono depressa, soffro di agorafobia e sono fortemente inibita a livello neurologico. Non ho lasciato l’appartamento per oltre un anno, eccetto una volta, e anche in quell’occasione… Nessun altro prova quello che provo io. Voglio che ci sia qualcosa… di grande. Di più grande di me. Qualcosa nell’universo a cui aggrapparsi, che dia alla mia vita un qualche tipo di significato. Ho mentito, sa, confermando che sono nonCambiata perché non voglio che le cose siano troppo automatiche. Sono automatiche, per me. Sono ricca e ho un fratello che mi ama, che si pone fra me e il mondo e non ho mai bisogno di preoccuparmi o di lottare per nulla, certo non per avere il pane quotidiano, che mi viene inviato, cucinato e servito da robot che… mentre la maggior parte delle persone in questo paese è lì fuori senza sicurezza, coni a energia-Y o cure mediche per i bambini che sono nati senza siringhe del Cambiamento. Non che io pensi che il Cambiamento sia un bene, è che sono confusa sul Cambiamento. Lo so. Ma il motivo per cui sono sempre stata diversa è che voglio qualcosa che nessuno può avere. Jackson dice che non può averlo nessuno perché non esiste. Io voglio la verità! Una verità che sia reale e solida e che si possa usare per capire come vivere la propria vita e che cosa significa la vita. Oh, so che non esiste questo genere di verità assoluta e che è stupido e infantile andarla a cercare, ma io "l’ho fatto". Quanto meno ci ho provato. Mi sono fatta aiutare da Thomas per le ricerche sul cristianesimo, lo zen, lo yagaismo, l’induismo e il Testo del Cambiamento Scientifico. Non sono particolarmente intelligente, Sorella, forse è andato storto qualcosa durante la mia fertilizzazione in vitro, e forse non capisco molto di quello che Thomas mi ha riportato. Però ci ho provato. E mi sembra che tutti quei credo si contraddicano a vicenda, che dicano tutti cose diverse e, in questo caso, come possono essere tutti veri? Inoltre si contraddicono al loro interno, con parti dei loro dogmi che non trovano corrispondenza in altre o che non trovano corrispondenza in quello che io mi vedo attorno, nel mondo, e così come può essere vero "anche uno" di loro? Non lo sono! A questo punto però non mi resta altro che questo struggimento, e nessun altro che conosco sembra provarlo, così finisco col trovarmi tanto sola che penso di morire. Ho pensato seriamente al suicidio, ma che effetti avrebbe su Jackson che si sente già così responsabile per me? Non posso. Non sarebbe giusto. Soltanto… come faccio a sapere che cosa è "giusto" se non riesco a scoprire cosa è vero? Quindi vado avanti a vivere in questo "vuoto" e talvolta il vuoto è così grande e buio e denso che penso di soffocare o di perdermi finché non potrò più essere trovata. Non riesco a trovarmi, voglio dire, soltanto che non è me stessa quello che voglio! È troppo poco trovare solo se stessi!

Theresa si bloccò, ansante. Ma cosa aveva detto? Aveva buttato fuori tutta quella roba con un estraneo, quella donna composta che lei non conosceva nemmeno, come una specie di bambina piagnucolante.

— Hai ragione nella ricerca — disse Sorella Anne — ma hai torto nelle conclusioni.

Parlava con estrema convinzione, tuttavia Theresa si sentiva confusa: non riteneva di avere tratto alcuna conclusione, non era mai stata in grado di arrivarvi. Non era proprio quello il problema?

— Non capisco, Sorella.

— Quanti anni ha, signorina Aranow?

— Diciotto — e aspettò il sorriso. Non arrivò.

— Ha detto che i credo che ha esaminato, dallo yagaismo allo zen, si contraddicono tra loro, e che sono contraddittori al loro interno o confronto all’esperienza osservata e che quindi non possono essere veri. È quello il suo errore.

— Come? — interrogò Theresa. — Qual è il mio errore?

— Sono tutti veri. Tutti, fino all’ultimo dei credo che lei ha nominato. Oltre all’ateismo, il druidismo, il cannibalismo e la devozione al demonio.

Theresa la fissò sbalordita.

— Il fatto è, mia piccola bambina perduta, che la verità non è così semplice. È solida, ampia e tanto lucente da spazzare via le tenebre… ma non è semplice.

— Non capisco. — Theresa si sentì mancare. Ebbe un’improvvisa immagine di Cazie che osservava Sorella Anne da un angolo della stanzetta dalle pareti bianche: Cazie con la testa inclinata, gli occhi dorati accesi di disprezzo, che sorrideva alle spalle di loro due. Che sorrideva sempre. "Ironia, Tessie. Non perdere l’ironia."

— Tutto risulta vero, in diverse circostanze. Gli uomini sono buoni, gli uomini sono peccatori. Dio è onnipotente e Dio non può scegliere per ogni anima. L’amore è più grande della giustizia e la giustizia è più grande dell’amore. In quale altro modo la Chiesa poteva cambiare nel corso di oltre due millenni ed essere ancora la Chiesa? A volte le eresie devono essere sradicate e distrutte, e a volte gli eretici devono essere accolti, a volte ancora, gli eretici siamo noi stessi. Tutto questo è vero. Tuttavia l’umanità non può vedere tutta la verità nello stesso momento e così, in ogni epoca, vediamo quello che possiamo. Ci sono mode nella verità come in tutto il resto. E, sotto le mode, regna la grandezza.

— Ma Sorella, se tutto è vero…

— Allora il compito del singolo è di mettere da parte l’egotismo della percezione e di vedere tutto quello di Dio che ognuno può.

L’egotismo della percezione. Theresa lottò con quel concetto. — Vuole dire che non possiamo vedere tutto e che dobbiamo fidarci del fatto che il resto esista? Sulla fiducia?

— Questo è una parte. Ma c’è di più. Dobbiamo mettere da parte letteralmente la piccolezza delle nostre percezioni, i limiti delle nostre percezioni, e vedere ciò che prima ci era nascosto.

— Ma "come"? — E poi, più pacatamente: — Come?

Sorella Anne si alzò e si avvicinò alla porta. La aprì e il suono glorioso si riversò nuovamente nella stanza: trenta, cinquanta voci innalzate nel canto, ardenti e pure, un impeto inebriante e fragrante come il profumo delle notti estive. Theresa chiuse gli occhi e si chinò in avanti, come se il canto fosse un flusso fisico e lei vi stesse entrando.

— Così — fece Sorella Anne.

"L’ironia è sempre la migliore difesa contro l’autoillusione" diceva Cazie.

— È anche la miglior difesa contro qualsiasi sentimento genuino — rispose tranquillamente Sorella Anne, e Theresa sbarrò gli occhi e sentì il cuore accelerare, finché non si rese conto che doveva avere pronunciato le parole di Cazie a voce alta.

Anche Theresa si alzò, senza saperne il perché. I vespri si alzavano e abbassavano attorno a lei, un mare di suono dolcissimo, palpabile e possente come un’ondata di acqua fresca. Il cuore le accelerò nuovamente, ma senza il rischio che le venisse un attacco. Respirava lentamente e profondamente. "Sì", disse qualcosa in una parte profonda della sua mente. "Sì, sì, sì!"

La suora la osservò attentamente. — Pochissime persone appartengono effettivamente a quest’ordine, signorina Aranow.

— Io sì — disse Theresa, e le sembrò di non avere mai parlato con una tale sicurezza in vita sua. Era passato, allora: l’incertezza, la sensazione di essersi persa, la terribile paura. Soprattutto la paura. Dell’estraneo, dell’alieno, del diverso. Passato. Era a casa.

Sorella Anne sorrise: per Theresa, quel sorriso si fuse con la maestà della musica, divenne la musica.

— Penso che sia così. Vuole sottoporsi adesso ai test del sangue e cerebrospinali preliminari?

Theresa ricambiò il sorriso. — Test?

— Da usare come base eventuale per i neurofarmaci studiati appositamente per lei.

— I miei… cosa?

— Creiamo una miscela personale per ogni postulante, ovviamente. Il nostro laboratorio, che condividiamo con i Gesuiti di Sarnac Lake, è uno dei migliori al mondo. Il prodotto per lei eguaglierà qualsiasi cosa disponibile a Boston, Copenaghen o Brasilia, per ogni finalità.

Theresa disse, legnosa: — Io non prendo neurofarmaci.

— Certo non ne ha mai presi come questi. Per questo scopo, con questo risultato. Non ancora.

— Non ne prendo affatto. — Si sentì sopraffare dalle vertigini che soffocarono anche la musica. Allungò le mani alla ricerca dello schienale della sedia.

— Capisco — rispose Sorella Anne. — Proprio come è nonCambiata. Ma Theresa, questa non è la stessa cosa. I neurofarmaci presi per la grande gloria di Dio… Che cosa aveva capito quando le ho detto che noi mettiamo da parte l’egotismo della percezione? Quella è una funzione cortico-talamica.

— Non so che cosa avevo capito — bofonchiò Theresa. Le vertigini si fecero più intense. Si aggrappò allo schienale della sedia.

— I nostri neurofarmaci modificano le attività nel tratto mammillotalamico, nelle aree di associazione corticali e nel nucleo dorsomediano, niente di diverso dalla modificazione biochimica ottenuta con preghiere frenetiche o digiuni in altre epoche. Non facciamo altro che abbattere le barriere neurali per ottenere livelli potenziati di attenzione, percezione e integrazione di svariati stati consci. Per meglio conoscere e glorificare Dio.

— Adesso devo andare — boccheggiò Theresa. La stanza turbinava e le si chiuse la gola. Non riusciva a respirare. Non c’era aria…

— Ma, figliola mia…

— Io devo… andare! Mi… dispiace!

Arrancò attraverso la porta aperta della stanza. I vespri le si innalzavano attorno, più forti, mentre lei barcollava alla cieca lungo il corridoio: gloriosi, ferventi, struggenti. Theresa si gettò contro la porta del convento: non si voleva aprire. Non poteva darle un ordine vocale di apertura. Ansimando, picchiò contro il legno, finché qualcuno che lei non riuscì a vedere attraverso quella turbinante confusione, qualcuno alle sue spalle, le aprì il battente e lei cadde dall’altra parte.

La porta si richiuse, interrompendo la musica.

Quando fu nuovamente in grado di respirare, Theresa restò a lungo seduta nell’aeromobile. Decollò, quindi, dirigendosi a sud.

La prima tribù in cui si imbatté aveva trovato alloggio per l’inverno nei resti di un paese di Vivi pre-Guerre del Cambiamento. I tre edifici integri mostravano i tipici colori graditi ai Vivi: fucsia, menta e rosso acceso. Dietro l’edificio rosso si estendeva un’immensa tela di plastica pesante sopra il terreno consumato: un’area di alimentazione. Oltre, giaceva una pila di macchinari rotti, scooter, robot e quelle che sembravano tubature per l’acqua. Le persone, rese piccole e non minacciose dall’altitudine dell’aeromobile, smisero di muoversi e sollevarono gli sguardi, schermandosi gli occhi con le mani contro il freddo sole invernale. Theresa non riuscì a vedere i loro volti.

Non cercò di scendere da loro e nemmeno di ridurre l’altitudine. Abbassò piuttosto il vetro elettrico e fece cadere giù il pacco con le siringhe del Cambiamento. Sedici, tutte quelle che Jackson aveva conservato nella cassetta di sicurezza di casa. Le siringhe erano avvolte in un tessuto per abiti a fiori, non consumabile. La tela poteva anche strapparsi nell’atterraggio ma nulla avrebbe potuto rompere le siringhe di Miranda Sharifi.

I Vivi corsero verso il pacco non appena raggiunse il suolo. Theresa non aspettò. Volò a sud, verso Manhattan Est, sapendo di essere un’ipocrita. Non credeva che le siringhe del Cambiamento fossero un bene per la gente, ma le dava ai Vivi per i loro bambini. Non credeva che i neurofarmaci fossero la via verso il significato, ma le Sorelle del Cielo Misericordioso consideravano significative le loro vite mentre lei, Theresa, sentiva che la propria vita era una merda. Credeva che il dolore fosse un dono, una pietra miliare verso l’anima, ma si lasciava nutrire dai robot, coccolare da Jackson e proteggere da un sistema di sicurezza ad armi biochimiche, per non provare troppo dolore.

E, per tutto il tempo, Cazie aveva viaggiato con lei sul sedile anteriore dell’aeromobile, sprezzante, preoccupata, impaziente, amorevole e pericolosa dicendo: "ironia, Tessie. Non perdere l’ironia".

"Non ne ho mai avuta da perdere" pensò Tess e schermò i finestrini dell’aeromobile per non essere costretta a vedere fuori. Per poter tenere la testa fra le mani e chiedersi che cosa, sempre che qualcosa ci fosse, potesse ancora tentare di fare.

— Cosa hai fatto? — chiese Jackson. Parlava molto lentamente, come se le parole fossero scivolose e lui dovesse tenerle saldamente sotto controllo.

— Le ho date a una tribù di Vivi — rispose Theresa.

— Hai dato il resto delle mie siringhe del Cambiamento a una tribù di Vivi? Quale tribù?

— Non lo so. Una a caso.

— Dove?

— Non ricordo.

Jackson allacciò strette le dita delle mani. — "Perché?"

— Perché ne hanno bisogno, altrimenti i loro bambini si ammaleranno e moriranno.

— Ma, Tessie, anch’io ne avevo bisogno. Per bambini nati ai miei pazienti. Sapevi che erano le ultime siringhe che avevo?

— Sì — sussurrò lei. Non aveva mai visto suo fratello così. Così tranquillo. No, non era giusto: Jackson era sempre tranquillo. Ma non in quel modo.

— Theresa, io ho bisogno dei miei strumenti di lavoro per aiutare le persone. Ho bisogno di siringhe. Miranda Sharifi non ne fornisce più, lo sai. Ogni medico nel paese sta finendo le siringhe del Cambiamento e non può ottenerne altre. Come farò ad aiutare i miei pazienti neonati senza le siringhe?

— Puoi farlo con la medicina, Jackson. — Aveva avuto il tempo per pensare a quella risposta: si sentiva più calma di quando era arrivata a casa. Un po’ più calma. — Le persone nella nostra enclave hanno te. Quei bambini Vivi là fuori non hanno niente. E io volevo… — Si interruppe.

Jackson parlò con voce strozzata: — Tu volevi dare loro qualcosa.

— Ho bisogno di dare qualcosa a "qualcuno"! — gridò Theresa.

Jackson si voltò verso la finestra. Le voltò la schiena, guardando il parco. Theresa fece un passo verso di lui, quindi si fermò. — Non capisci, Jackson?

— Capisco — rispose lui, cosa che la fece sentire un po’ meglio anche se lui non si voltò.

— E puoi anche aiutare le persone della nostra enclave — disse Theresa. — Le puoi aiutare con quello che hai imparato a scuola. Dopo tutto sei un medico, no?

Quella volta, però, Jackson non le rispose.

Interludio

DATA TRASMISSIONE: 5 Gennaio 2121

A: Base Selene, Luna

VIA: Satellite per Comunicazioni AT T 4, Holsat 643-K (Cina)

TIPO MESSAGGIO: Non codificato

CLASSE MESSAGGIO: Nessuna Classe. Trasmissione non ufficiale

GRUPPO DI ORIGINE: Non identificato

MESSAGGIO:

Ci avete dato le siringhe del Cambiamento per farci diventare dipendenti da voi non umani. Poi ci avete tolto le siringhe in modo da farci morire di fame e ammalarci. Che cos’è questo se non genocidio? Pensate che nessuno sappia quello che state facendo davvero. Non è così, stronzi. Ci sono gruppi in tutta America che sanno quello che sta accadendo realmente. Qual è il vostro piano, indebolirci, controllarci e quindi attaccarci. Non funzionerà. Alcuni di noi, disillusi dai fottuti codardi che si definiscono il nostro governo, aspetteranno che voi scendiate dal vostro nascondiglio. I Dormienti sono più forti di quanto crediate e noi stimiamo le libertà dateci da Dio e dalla Costituzione. Anche troppi americani sono morti negli ultimi 350 anni perché noi cediamo la nostra libertà senza nemmeno combattere.

Ricordatelo.

CONFERMA RICEZIONE: Nessuna

9

Il 31 dicembre, Jackson era seduto nel suo appartamento a guardare notiziari che non voleva vedere realmente, resistendo all’idea di recarsi nella Contea di Willoughby in quell’ultimo giorno di iscrizione legale dei votanti per le elezioni speciali di aprile.

— Il sanguinoso conflitto di ieri nell’Enclave di San Francisco Bay è durato meno di un’ora — disse il bel giornalista modificato geneticamente mentre scorrevano gli ologrammi dell’attacco — ma gli strascichi continuano. Il capo della polizia dell’enclave, Stephanie Brunell, ha espresso rabbia e sconcerto per l’aggressione, apparentemente motivata dalla ricerca di siringhe del Cambiamento, del sedicente gruppo terroristico che si è definito "Vivi per il Controllo". Le indagini della Polizia si concentrano su come il suddetto gruppo clandestino sia riuscito a superare i sistemi di sicurezza a energia-Y e quelli di biodifesa.

"Rubando dati, ladroni" pensò Jackson. Tuttavia nessuno era intenzionato a crederci perché significava credere anche che i Vivi erano in grado di manipolare sofisticati sistemi informatici e di conquistare il potere. E così gran parte degli sforzi dei Muli, decenni di sforzi, era andato per assicurarsi che fosse altrimenti. Software istruttivo scadente. Prodighe consegne di beni materiali. Semplici divertimenti sovvenzionati dal governo solo per distrarre. Una condotta politica che convincesse quelli che stavano sul fondo che, visto che non dovevano lavorare, in realtà si trovavano in cima. Jackson cambiò canale.

— …festeggiamenti di Capodanno all’Enclave Mall della capitale nazionale. Riscaldata a estivi trenta gradi in funzione degli sbalorditivi abiti da sera di moda quest’anno, a seno nudo, lo stesso Mall si è trasformato in vista di questo magnifico gala. Il presidente Garrison e signora divideranno il loro tempo fra i balli a… — Cambiò canale.

— …della partita. Il campione internazionale di scacchi, Vladimir Voitinuik, che qui sta riflettendo sulla quarta mossa contro lo sfidante Guillaume… — Cambiò canale.

— …dirigendosi rapidamente verso la costa della Florida dove, sfortunatamente, moltissime delle cosiddette tribù di Vivi hanno scelto di passare l’inverno. Anche se l’uragano Kate si presenta in ritardo sulla stagione tropicale degli uragani, venti fino a centoottanta chilometri orari…

Riprese robotiche di Vivi terrorizzati, molti praticamente nudi, che cercavano di scavare trincee di sicurezza con pale, bastoni, perfino oggetti di metallo che sembravano pezzi di robot. Il primo piano di un bambino strappato via dal vento alla madre che gridava…

— Jackson? — chiamò Theresa. Non l’aveva sentita arrivare, a piedi nudi, nella stanza. Spense in fretta il notiziario.

— Jackson, ho bisogno di chiederti una cosa.

— Che cosa, Theresa? — La ragazza aveva un aspetto terribile. Aveva perduto ancora peso. L’anoressia nervosa era quasi del tutto sparita dopo il Cambiamento, nutrendosi direttamente, il corpo sapeva di cosa aveva bisogno… ma Jackson riteneva che Theresa, nonCambiata, ne fosse al limite. Sotto l’orlo del suo ampio vestito a fiori riusciva a scorgere il lungo profilo delle tibie e, sopra il girocollo, le clavicole sporgevano contro la pallida e fluttuante massa dei capelli, stopposi come ramoscelli contro una nuvola. Disperava perfino dei risultati di un adeguato esercizio fisico. C’erano deficienze nella densità ossea, nel numero di globuli bianchi e rossi, nei trasmettitori cerebrospinali, nei processi metabolici: nulla era equilibrato. Il livello di stress cardiaco, corticale e perfino cellulare era chiaramente sopra i limiti. C’erano inoltre ammine biogene che il corpo produceva soltanto in condizioni patologiche, del genere che segnalava l’accelerazione della morte delle cellule nervose e le mutazioni permanenti nell’architettura neurale.

— Tessie, dovresti mangiare di più. Te l’ho già detto e tu me lo hai promesso.

— Lo so. Lo farò. Ma sono molto impegnata col mio libro. Penso che stia migliorando. Alcuni paragrafi dicono quasi quello che provo. Quello che prova Leisha. Che provava. Adesso, però, potresti suggerirmi un buon programma su Abramo Lincoln? Qualcosa di non troppo difficile, ma chiaro, sulla sua vita e sulla sua politica?

— Abramo Lincoln? Perché? — Nello stesso istante in cui lo chiedeva, però, lo capì.

— Leisha Camden scrisse un libro su Abramo Lincoln. Penso, da quello che mi ha detto Thomas, che fosse ritenuto un testo importante. E io non so praticamente nulla sul presidente Lincoln.

Theresa non si era mai interessata di storia, non era mai andata oltre le prime classi del software. — Perché allora non usi proprio il libro della Camden? — propose Jackson.

Sua sorella arrossì. — Non è riadattato. Quando me lo sono fatto leggere da Thomas… be’, penso di avere bisogno di qualcosa di più facile. Mi aiuterai?

— Certo — rispose lui gentilmente. Poi, non potendo farne a meno, chiese: — Come va il tuo libro su Leisha?

— Oh, come dire… — Si scansò distrattamente i capelli con una mano. — C’è sempre una bella differenza fra il libro che hai nella mente e quello che risulta sulla pagine.

Sembrava una frase trovata da Thomas in un programma di citazioni. Lei li adorava. Le davano l’illusione di capire? Sentì il cuore dolergli per la compassione. — Prova con Software Chiaro e Attuale. Il loro ipertesto spiega bene le cose. Non ricordo il titolo esatto di quello che ti serve, ma te lo troverà Thomas.

— Grazie, Jackson. — Gli sorrise, fragile come filigrana di vetro. — Lo troverà Thomas. Software Chiaro e Attivo?

— Chiaro e Attuale.

Jackson notò il calcagno nodoso del suo piede, privo di strati di carne, quando lei lasciò la stanza.

Jackson restò seduto per svariati minuti davanti allo schermo a parete spento. Guerre delle siringhe. Attacchi alle enclavi. Vivi disperati. Theresa. Abramo Lincoln. Ricordò una massima di Lincoln che gli affiorò dalle acque mentali dei suoi giorni di scuola: "Il ballottaggio è più forte della pallottola".

Non ci credeva più nessuno. Nessuno che lui conoscesse.

Eccetto Lizzie Francy.

Atterrò con l’aeromobile a sessanta di metri dall’edificio della tribù, ricordando come giovanotti Vivi trasandati vi si fossero accalcati attorno quasi due mesi prima. In quel momento, invece, uno di quei trasandati giovanotti era potenziale candidato per una carica pubblica.

Qualcuno salterellò verso l’aeromobile. Vicki Turner. Jackson abbassò il finestrino. Entrò una folata di aria fredda invernale.

— Dottor Jackson Aranow. Che onore. Mi aspettavo che ti trovassi a una festa di Capodanno. Sei venuto a condividere il balzo finale verso la registrazione democratica di votanti? O per compiacerti perché siamo andati fino in fondo, invece di lasciare perdere, tipico dei Vivi, dopo l’iniziale scoppio di entusiasmo effimero?

Jackson corrugò la fronte. — Sono qui per vedere come procede il progetto.

— Che linguaggio privo di giudizi impliciti. I tuoi professori di psicologia dell’università sarebbero orgogliosi di te. A dire il vero, stiamo per fare un ulteriore tentativo con un gruppo particolarmente recalcitrante di non iscritti. Forse ci puoi dare un passaggio.

— Signorina Turner, ho controllato il suo conto in banca. È in malora, presumibilmente in seguito al suo arresto da parte dell’ECSG e le seguenti… spiacevolezze. Ma non credo proprio che lei non abbia altri conti nascosti sotto altri nomi in altri posti. Perché, più semplicemente, non compra un’aeromobile alla sua tribù?

— Ti sbagli, Jackson. Non ho soldi nascosti da nessuna parte. Ho speso tutto.

— Per che cosa?

Lei non rispose, gli sorrise debolmente e, all’improvviso, Jackson lo seppe. Per le Guerre del Cambiamento. Qualsiasi parte Vicki Turner avesse recitato nella lotta per convincere gli americani che le siringhe non erano un complotto degli Insonni per schiavizzare i Vivi, per convincere gli americani a smettere di uccidersi a vicenda per i cambiamenti radicali nella biologia, per convincere gli americani a smettere di attaccare Washington perché, ormai, "potevano" farlo, qualsiasi cosa avesse fatto Vicki, le era costato effettivamente tutto il patrimonio. E lei non se ne rammaricava.

Jackson sbottò: — Mi fai vergognare.

Per un istante, il volto di Vicky si addolcì e lui vide qualcosa dietro la maschera dura, qualcosa di malinconico e un po’ triste. Poi riprese a sorridere come prima. — Allora puoi alleviare la tua profonda vergogna civica fornendoci un passaggio surrettizio fino agli elettori riluttanti.

Jackson non rispose. In quel momento di vulnerabilità involontaria, lei gli aveva ricordato nuovamente Cazie. E lui si era sentito nuovamente un imbecille incompetente.

Lizzie e Shockey si incamminarono verso l’aeromobile. Lizzie aveva in braccio Dirk, ben protetto contro il freddo. Shockey indossava una tuta giallo stridente e un cappotto color limone, oltre a orecchini di bigiotteria fatti con pezzi di lattine, all’antica. Sulla spalla destra aveva uno strano rigonfiamento. Mentre si avvicinava, Jackson notò che si trattava di un fiore bianco, rosso e blu, di stoffa grezza tinta con le piante e legata a formare una coccarda.

Vicki mormorò: — E non hanno mai sentito parlare dei Giacobini. — Però lo sguardo di affetto che lanciò a Lizzie fu sincero.

Shockey chiese: — Dottore. Viene con noi, lei, per l’ultima grande spinta? Potrebbe imparare qualcosa.

— Vero, dottore — disse Vicki. — Dopo tutto, con il nostro movimento popolare noi stiamo creando un eccezionale nuovo corso politico nella storia in direzione della democrazia.

— Maledettamente giusto — commentò Shockey. Il giovanotto sembrò allargarsi, sollevando di altri cinque centimetri la coccarda che teneva sull’ampia spalla. "Pallone gonfiato" pensò Jackson.

Lizzie stava quasi ballando per l’eccitazione. I capelli neri le sparavano in più direzioni di quante Jackson immaginasse possibile. — Se riusciremo a convincere quella gente a registrarsi questa sera, dottor Aranow, avremo il novantatré per cento di partecipazione di Vivi. Quattromilaquattrocentoundici votanti Vivi nella contea, per l’inverno. Ora, lei ha detto che Susannah Wells Livingston non era una vera e propria candidata, soltanto un concorrente fantoccio rispetto a Donald Thomas Serrano, e che Serrano avrebbe ottenuto il voto di quasi tutti gli iscritti alla lista. Questo significa quattromilaottantadue voti. Anche se non riuscissimo a convincere quest’ultima tribù, dovremmo essere in grado di vincere.

— "Io" dovrei vincere comunque — precisò Shockey.

— D’accordo, "tu" dovresti vincere comunque — disse Lizzie. Jackson si accorse che era troppo entusiasta per preoccuparsi di discutere con Shockey. — Ce la faremo!

Jackson lanciò un’occhiata a Vicki. Lei annuì. — Diglielo tu, Jackson. Forse ascolterà almeno te.

— Lizzie… — cominciò Jackson e si fermò. Odiava l’idea di ferirla in quel momento. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che aveva visto del genuino entusiasmo per qualcosa di costruttivo? — Lizzie, avere il vantaggio numerico nei votanti registrati non ti garantirà una vittoria. Ci sono ancora tre mesi prima dell’elezione vera e propria di aprile. Nel giro di tre mesi, Donald Serrano farà tutto quello che sarà nel suo considerevole potere per convincere i tuoi elettori Vivi a votare per lui. E ogni singolo politico Mulo lo aiuterà, inclusa Sue Livingston. Se voi doveste vincere, infatti, rappresentereste un precedente di outsider eletti al governo potenzialmente devastante.

— Non siamo outsider, noi! — esclamò Shockey.

— Per la struttura politica di Muli lo siete. Non vogliono che voi prendiate decisioni che li influenzino. Nemmeno le piccole decisioni periferiche di un supervisore distrettuale. Vogliono tenervi fuori e cercheranno di farlo acquistando i voti di ogni elettore legalmente iscritto nella Contea di Willoughby. Lo faranno con coni a energia-Y, impianti stereo, unità mediche, cibo pregiato, scooter e ogni altro bene materiale che potranno offrire subito, mentre voi potrete soltanto promettere di fornire, forse, in futuro.

Lizzie corrugò la fronte. — Pensa che falliremo per questo? Che saremo comperati in questo modo?

Jackson rispose serenamente: — Siete stati comperati in questo modo per quasi cento anni.

— Ma adesso non più! Siamo diversi ora, noi! Dopo il Cambiamento! Non abbiamo più bisogno di voi!

— Che è poi il motivo per cui vogliamo che adesso tu ci dia un passaggio — disse Vicki. — Guadagnati la paga, Jackson. Lizzie, Shockey, entrate in aeromobile.

Lo fecero. Vicki gli fornì la direzione, e i quattro volarono in silenzio per vari minuti sopra un terreno accidentato, disseminato di detriti invernali. Rami caduti per il vento, cespugli avvizziti, foglie morte bagnate e cumuli di neve alta. Alla fine Jackson chiese: — Volete che atterri direttamente presso il loro accampamento? O è meglio che non vedano un Mulo associato con questa impresa di Vivi?

— No — rispose Lizzie sorprendendolo. — Viene anche lei. Queste persone, in particolare, è meglio che la vedano.

La tribù, come molte altre, aveva trascorso l’inverno in un impianto abbandonato di trasformazione alimentare. Jackson immaginò che quello avesse lavorato le mele dei frutteti ormai inselvatichiti che ricoprivano le basse colline. Non venne loro incontro nessuno. Lizzie, portando in braccio Dirk che dormiva ancora, fece strada fino al retro dell’edificio dove, sotto la solita tenda che proteggeva il terreno di alimentazione, era in corso il pranzo.

Sessanta o settanta Vivi erano stesi o seduti sul terreno smosso, assorbendo sostanze nutrienti e luce del sole. Per un istante Jackson ebbe un’immagine della festa di Terry Amory a cui lo aveva trascinato Cazie. Ma non c’era pericolo di confondere le due occasioni. Quei Vivi erano… be’, Jackson odiava doverlo ammettere perché era il peggior tipo di settarismo disumanizzante… del genere di Ellie Lester. Tuttavia era la verità. I Vivi erano repellenti.

Schiene pelose, seni cadenti, ventri e cosce flaccidi, proporzioni sgraziate, volti con elementi troppo vicini, troppo lontani oppure mal combinati fra loro. Non importava nemmeno che la pelle di tutti fosse liscia, sana e priva di imperfezioni grazie al Depuratore Cellulare. Da quando aveva finito il suo internato, Jackson aveva visto fondamentalmente solo corpi perfetti modificati geneticamente. Ricordava quanto fosse orribile la maggior parte dell’umanità in confronto.

Vicki gli mormorò all’orecchio: — Un bello shock, eh? Perfino per un medico. Benvenuto presso gli homo sapiens. "L’aristocratico fra gli animali" come ha osservato Heinrich Heine.

Lizzie disse, senza preamboli: — Siamo tornati, noi, per parlarvi ancora una volta di questa elezione qui. Janet, Arly, Bill, Farla: state a sentire, voi.

— Abbiamo altre possibilità, noi? — chiese una donna di mezza età nuda, floscia e sorridente con delle natiche che assomigliavano a palloni sgonfi. — Lizzie, passami quel bel bambino lì.

Lizzie consegnò Dirk e si tolse gli abiti. Shockey e Vicki, con perfetta noncuranza, la imitarono. Vicki sogghignò in direzione di Jackson. — Quando a Roma…

Non le avrebbe permesso di intimidirlo, non lo avrebbe permesso ad alcuno di loro. Si tolse giacca e camicia.

— Oooohhh, che carino — commentò la donna di mezz’età e scoppiò a ridere per il disagio di Jackson. — Ma Lizzie, dicci un po’, tu, perché hai portato questa coppia di Muli insieme con il tuo cosiddetto candidato?

— Io non ho niente di cosiddetto, Farla — ribatté allegro Shockey. — Sono il prossimo supervisore distrettuale della Contea di Willoughby, io.

Farla fece una smorfia. — Come no.

Jackson aveva dei problemi. Era in piedi e stava slacciando lentamente i pantaloni, il più lentamente possibile. I Vivi erano abituati alla nudità da alimentazione comunitaria. Lo erano anche i Muli, ma alimentarsi a terra in camere private, profumate e dalla luce soffusa era una attività spesso molto sensuale. Lì, giovanotti come Shockey stavano nudi in modo rilassato. A proprio agio. Flaccidi. Jackson, senza alcun motivo, era in erezione.

— Forza, Jackson — disse piano Vicki. — Rivela i gioielli di famiglia modificati geneticamente.

Jackson si voltò verso di lei infuriato (perché cercava sempre di peggiorare le cose?) e le cose peggiorarono immediatamente. Il corpo nudo di lei era bellissimo. Seni più piccoli di quelli di Cazie, ma più alti, vita più stretta, anche magre e gambe lunghissime. Il pelo pubico era biondo rossastro, una gradevole peluria chiara, un velo sopra…

— Oh, santo cielo — commentò Vicki. — La tua famiglia ha speso bene i suoi soldi. — Poi, un istante dopo, con una voce differente: — Vieni, Jack. Ridi. È divertente, non capisci nemmeno questo?

Lui scoppiò in una risata cupa, cercando di esagerarne la profondità, cercando dell’ironia. Si rese conto di avere fallito.

Lizzie stava dando il massimo: — Se tutti vi iscriverete fra le 11:15 e le 11:50 di questa sera, voi, come vi abbiamo detto, allora nessun altro Mulo si potrà iscrivere per le elezioni. Abbiamo abbastanza Vivi da vincere. Se vinceremo, noi, potremo prendere i soldi del fondo delle tasse e rifornire i depositi della sede della contea con tutto quello che abbiamo bisogno. Non mi verrete a dire, voi, che non avete bisogno di niente, eh?

— Certo che abbiamo bisogno delle cose — disse un ometto piccolo, dall’espressione scura e un po’ anziano. — Che diavolo, io voterei sì per te, Shockey. Sei stato sindaco, tu. E poi io mi ricordo di un periodo quando mica tutti i candidati erano Muli, loro, ben prima che voi nasceste. Quello però che voglio sapere, io, è che prezzo ci faranno pagare i Muli se eleggeremo uno dei nostri.

Shockey sentenziò: — Non ci sarà nessun prezzo da pagare.

— Oh, figliolo, un prezzo c’è sempre. Loro hanno sempre presentato un conto.

Shockey si irritò. — Di che genere, Max? Che cosa ci potrebbero fare i Muli?

— Che cosa non ci potrebbero fare? Hanno armi, polizia, possono cambiare il maledetto clima, ho sentito dire, io, almeno un po’. Forse stiamo meglio, noi, come stiamo adesso. Abbiamo tutto quello di cui abbiamo davvero bisogno e non attiriamo l’attenzione.

— Ma così le cose non cambieranno mai! — esclamò Lizzie. — Non arriveremo mai da nessuna parte!

Il vecchio ribatté: — Meglio così. Se continui a guardare in alto verso il cielo, tu, finirai con l’inciampare su una pietra.

— Ma…

— Ma hanno portato dei Muli con loro — intervenne all’improvviso un altro uomo. — Non sono soltanto Vivi, loro, che inciampano come tutti quanti noi.

Lizzie protestò: — Vicki e il dottor Aranow non sono… — Ma Vicki la interruppe. La donna fissò l’uomo negli occhi.

— È vero. Hanno dei Muli con loro. Io sono Victoria Turner, ex agente dell’ECSG. E questo è il dottor Jackson Aranow, medico, proprietario della TenTech, una ditta importante. Lizzie non sta combattendo da sola. Qualsiasi rivincita cercassero di ottenere i Muli se venissero battuti nelle elezioni, io e il dottor Aranow abbiamo i mezzi per affrontarli.

Jackson la fissò sbigottito. L’uomo chiese seccamente: — Perché? Perché state dalla parte di Lizzie, voi?

— Dalla "mia" parte — precisò Shockey, rabbuiandosi.

— Perché io credo in questo paese — rispose Vicki. Allungò una mano verso il mucchietto di abiti che Shockey si era tolto e strappò dalla spalla della giacca la coccarda bianca, rossa e blu. La consegnò all’uomo, con aperta sincerità, con cinica ironia, con quella che alla fine Jackson percepì essere una maschera di protezione posta sopra una genuina convinzione. Vicki non credeva che quelle elezioni potessero avere successo, lo aveva detto soltanto. Doveva credere in qualche impegno politico più profondo, di cui quella rappresentava soltanto una prima necessaria sconfitta.

L’uomo sbuffò ma prese la coccarda. L’uomo più anziano, Max, sogghignò. Farla disse all’improvviso: — Va bene, Shockey, dicci un po’ che cosa farai per noi se ti faremo eleggere.

Qualcuno nella folla si mise a ridacchiare. — Sì, Shockey, fai un bel discorso elettorale, tu!

— Bene, certo che lo farò, io! Adesso voi Vivi mi starete bene ad ascoltare! Tutti quanti!

— "Che le armi cedano il passo alla toga" — mormorò Vicki. — Mettiti comodo, Jackson. Parla il popolo.

Era buio quando lasciarono la tribù di Farla. Il dibattito era proseguito per tutto il pomeriggio e la prima serata, più per il gusto del litigio, sospettava Jackson, che per il desiderio di ottenere informazioni. La gente gridò, si insultò, si minacciò e disse smargiassate. Si trasferirono all’interno, dopo essersi nutriti, nell’oscuro e caldo rifugio dove regnavano sedie ammaccate, loculi per dormire creati con separazioni di fortuna, pezzi di macchinari e conigli scuoiati, e un prezioso terminale con l’etichetta di una delle consociate della TenTech. Rubato? Vicki gli sorrise. Coni-Y tenevano caldo quel posto immenso e deprimente: quei coni forse facevano parte della scorta che lui aveva inviato alla tribù di Lizzie dalla TenTech? Forse anche Shockey comprendeva il valore della corruzione dei votanti.

Al tramonto, Dirk cominciò ad agitarsi. — Dovrebbe essere a casa — disse Lizzie alla fine. — La nonna Annie si starà preoccupando, lei; dottor Aranow, ci riporti a casa, per favore.

Jackson notò che gli altri restarono impressionati da come Lizzie gli stava dando ordini. Era diventato una risorsa elettorale. Oltre a pubblico trasportatore: senza la sua aeromobile avrebbero dovuto affrontare una lunga marcia al freddo in mezzo alle montagne. No: senza la sua aeromobile non sarebbero rimasti così a lungo e non avrebbero discusso così animatamente. Vicki lo guardò sogghignando.

— Sono così eccitata — esclamò Lizzie una volta nell’aeromobile. — Manca solo qualche ora! Dirk, zitto, tesoro. Zitto, piccolino. Ancora qualche ora e quattromilaquattrocentoundici Vivi della Contea di Willoughby, almeno, si iscriveranno tutti insieme!

Shockey disse: — Sei sicura, tu, che quelle teste di rapa conoscono bene la procedura di iscrizione in linea, loro?

— Sam Bartlett e Tasha Herbert l’hanno spiegata due volte a tutte le tribù. Tutti sanno cosa fare. "Funzionerà."

E, con una certa sorpresa di Jackson, funzionò. Alle 11:00 della sera, tutti, eccetto i bambini piccoli che erano stati messi a letto, si radunarono attorno al terminale di Lizzie. Lei aveva programmato un foglio di riscontro aggiornabile: VOTANTI CONTEA DI WILLOUGHBY, diviso in due colonne VIVI e MULI. Il numero sotto MULI, in lucenti caratteri Univers Gothic tridimensionali, rimaneva costante. Ogni volta che l’altro numero di riferimento aggiungeva cento votanti, si illuminava una bandiera americana, suonava una musichetta e una figurina premeva un pulsante elettorale su un piccolo terminale da voto. L’intero monitor, poi, emetteva flussi olografici che terminavano in fuochi artificiali simulati.

Dietro la spalla sinistra di Jackson, Vicki commentò: — Una specie di mistura fra Capodanno, una gara All-Star di Scooter e la Tammany Hall.

— State tutti pronti! — ammonì Shockey. — Sono le 11:48!

Jackson osservò lo schermo. All’improvviso, il numero dei Vivi si alzò, quindi crebbe nuovamente, superando quello dei Muli. Le bandierine lampeggiarono. Le persone si misero a gridare, quasi sopraffacendo le parole di Sometimes a Great Nation. Annie Francy esclamò: — Oh, santissimo Iddio! — I numeri si impennarono ancora, e poi ancora, quindi cominciarono ad aggiornarsi talmente in fretta da sembrare animati, mentre i fuochi d’artificio olografici esplodevano tutto attorno e i Vivi strillavano, si abbracciavano a vicenda e saltavano a destra e a manca. Mezzanotte. VIVI: 4.450. MULI: 4.082.

— Ce l’abbiamo fatta, noi! — esclamò entusiasta Shockey.

— Un urrà per il nuovo supervisore distrettuale della Contea di Willoughby!

— Shock-ey! Shock-ey!

Shockey venne sollevato per i piedi e camminò in giro sulle mani: una specie di rituale di trionfo dei Vivi, immaginò Jackson. D’un tratto, egli si sentì molto stanco. La sua unità mobile suonò.

— Jackson, rispondimi, subito!

Cazie. Come poteva avere la notizia così in fretta? Erano soltanto le 24:06. Forse stava monitorando casualmente insignificanti iscrizioni di votanti o aveva un programma speciale che la allertava se si evidenziavano insoliti eventi politici? Jackson desiderò parlare con lei. Se la sarebbe goduta. Si spostò in un angolo relativamente tranquillo e si alzò, spalle alla parete, tenendo il piccolo schermo in modo che Cazie non potesse vedere la stanza.

— Cazie. Che ci fai alzata così presto?

— Dove sei, Jackson?

— Con amici. Perché?

— La Contea di Willoughby in Pennsylvania ha appena registrato quattromilaquattrocentocinquanta votanti aggiuntivi pochi minuti prima del termine delle iscrizioni. Si tratta di Vivi. È stata poi inoltrata la domanda per far concorrere un terzo candidato per la posizione lasciata vacante da Ellie Lester come supervisore distrettuale.

— Vuoi dire la posizione di Harold Winthrop Wayland? — domandò Jackson.

— Lui era vecchio: era sua nipote a gestire la carica. Potrei aggiungere, con considerevoli vantaggi per la TenTech. Il supervisore distrettuale, come ben sai, fa più che rifornire i depositi, dietro le quinte della sua carica controlla… no, probabilmente non lo sai. Ma, Jackson, la questione è grave. Determinate persone avevano previsto qualcosa di simile, ecco perché ne sono venuta a conoscenza immediatamente. Non si può permettere che questa diventi abitudine. Vivi al potere. Cristo Santo.

— L’iscrizione dei votanti è stata legale, no?

Cazie si passò una mano nei riccioli scuri. — È questo il problema. "È" legale. Ed è troppo tardi per fare iscrivere altri Muli; inoltre non possiamo truccare il programma direttamente, tutti i mezzi di comunicazione si saranno già tuffati sulla notizia. Soltanto perché è uno scoop. Ho chiamato Sue Livingston, Don Serrano e quelli che hanno programmato le loro campagne elettorali, penso che dovresti partecipare anche tu alla riunione. Se non altro perché è implicata anche la TenTech. Sai quanto abbiamo investito in azioni della contea e dello stato, solo per nominare uno degli aspetti della situazione?

— No — rispose lentamente Jackson. — Non lo so.

— Be’, ti aggiornerò io. In condizioni normali ti terrei alla larga dalle questioni politiche della compagnia, ma questa volta… Jackson, tu non hai mai compreso quanto fosse importante il fattore politico. La TenTech "è" connessioni politiche!

— Io pensavo che la TenTech fosse un’impresa che produceva beni di prima necessità.

Cazie sospirò. — Era chiaro. Comunque, la riunione è alle nove di domani mattina a casa mia.

Jackson non disse nulla. Alle sue spalle, il fragore dei festeggiamenti si era affievolito in un felice chiacchierio. Sentì addosso gli occhi di qualcuno, si girò, e vide Vicki a un metro di distanza, che stava origliando senza alcun ritegno.

— Jack? — chiamò l’immagine di Cazie sul piccolo schermo dell’unità mobile.

Vicki disse piano: — Se non le dici che ci hai aiutato, probabilmente non lo scoprirà mai.

— Jack? Ci sei ancora?

Vicki proseguì: — Puoi andare avanti a lavorare per la fazione opposta, proteggendo i tentacoli politici della TenTech. Perdendo… cosa? Pensi che perderesti qualcosa, Jackson?

— Jack!

Jackson sollevò l’unità mobile. Ruotò le lenti in modo che Cazie potesse vedere l’edificio della tribù, poi Vicki, poi ancora lui. — Sono qui, Cazie, a Willoughby. Sì, domani mattina verrò alla riunione per slegare gli interessi della TenTech dai risultati delle elezioni. Ma non certo per cambiare i risultati del voto.

Cazie sbarrò gli occhi. Jackson interruppe la comunicazione prima che lei potesse parlare e istruì l’unità mobile affinché non rispondesse a nessuna chiamata per le successive sei ore. Quindi si rivolse a Vicki. — Però voglio che tu sappia che non sono uno che fa brogli elettorali, ma nemmeno un riformatore politico. Sono un "medico".

— La situazione non richiede un medico — rispose lei.

— E tu non fai altro che trasformarti in quello di cui la situazione ha bisogno? Nessuna scelta personale?

— Proprio così. Sono soltanto un pugno di elementi chimici cerebrali che risponde agli stimoli.

— Non ci credi nemmeno tu — ribatté Jackson.

— No. Non ci credo. E tu, invece? — gli chiese, allontanandosi.

E avendo avuto l’ultima parola, notò lui.

I Vivi erano seduti in file di sedie ammaccate, e ogni tanto interrompevano quanto pianificavano ad alta voce Lizzie, Shockey e Billy Washington. Jackson analizzò i corpi stravaccati, sproporzionati, sgraziati, maleducati, arroganti, rozzi. Vestiti a mala pena di stracci privi di gusto in plastica sgargiante e tela tessuta a mano. Gridavano suggerimenti sciocchi l’uno all’altro motivati soltanto da avidità, aspettative irreali, caparbietà o completa ignoranza della struttura pubblica.

Lasciò la riunione politica e tornò a casa.

PARTE SECONDA

Marzo — Aprile 2121

L’affiliazione richiede limiti di demarcazione: è necessario definire su una qualche base il concetto di "noi", se ci saranno poi obblighi nei confronti di questi "noi"; e non appena esisterà un "noi" ci sarà un "loro".

James Q. Wilson, The Moral Sense, 1993

10

Jennifer era seduta alla scrivania nel Rifugio, e stava disegnando con una penna stilografica nera. Era sbalorditivo quanto trovasse rilassante quella semplice arte, evitando di usare un programma di disegno ma vero inchiostro su carta. Si concedeva venti minuti due volte al giorno per disegnare tutto quello che desiderava, tutto quello che le saltava in mente. "Un mezzo per focalizzare la tua attenzione?" aveva chiesto il responsabile delle comunicazioni del Rifugio, Caroline Renleigh, il che dimostrava quanto poco la capisse Caroline. L’attenzione di Jennifer non aveva bisogno di essere focalizzata. Disegnare era un’interruzione rinfrescante della ferrea attenzione.

Il suo studio, posto all’estremità della stazione orbitale cilindrica arbitrariamente designata come "sud", condivideva lo spazio nella cupola con la camera del Consiglio del Rifugio. A "nord" le zone gricole, i quartieri abitativi, i laboratori e i parchi creavano una vista piacevole e serena che si incurvava dolcemente nel cielo. A "sud", lo studio dava sulla plastica trasparente e super resistente che sigillava la stazione orbitale. La scrivania di Jennifer fronteggiava lo spazio.

Quando era stata più giovane, aveva tenuto la sua consolle lontana da quella oscurità. Nel suo studio, durante le riunioni del Consiglio, Jennifer aveva sempre guardato il Rifugio e il suo delicato sole artificiale. Nei lunghi anni di prigionia sulla Terra, aveva compreso che quella era una debolezza inaccettabile. Quindi aveva sistemato la sedia per fronteggiare il vuoto, con le sue stelle troppo lontane anche per la tecnologia degli Insonni: la fuga irraggiungibile. A volte guardava verso la Terra, che riempiva la finestra, oppressiva, e ricordava perché la sua gente doveva fuggire. Jennifer contemplava le due visuali. Per disciplina.

Non avrebbe portato il suo popolo più lontano di così dal nemico. La Luna, sì, ma c’era andata Miranda con i suoi traditori: la generazione modificata geneticamente che sarebbe dovuta essere il mezzo per evitare la regressione genetica verso la norma, assicurando che gli Insonni continuassero a espandere la propria superiorità sui Dormienti e che invece aveva tradito i propri amorevoli creatori e genitori, mandandoli in prigione per tradimento.

Marte era colonizzato da svariate nazioni e, in maniera più ambiziosa, dal Nuovo Impero della Cina, potente e pericoloso. Lì agli Insonni era stata piantata una pallottola nella nuca.

Titano apparteneva ai giapponesi che si stavano espandendo anche sulle altre Lune del sistema solare. Più ragionevoli rispetto al Nuovo Impero, anche loro non avevano mai accettato di buon grado gli outsider etnici. In una generazione, o due o tre, si sarebbero potuti rivoltare contro un eventuale Rifugio nell’orbita di Saturno o di Giove proprio come gli Stati Uniti si erano rivoltati contro il Rifugio originario, sulla Terra. A quel punto i bis-bisnipoti di Jennifer avrebbero dovuto ricominciare a eseguire l’intera danza sanguinaria.

No, non poteva portare la sua gente in nessun altro posto se non in quella stazione orbitale, quel fragile porto di titanio e acciaio, costruito prima della nanotecnologia. Non avrebbe nemmeno sfidato direttamente la Terra. Ci aveva provato, aveva fallito, e aveva trascorso ventisette anni in prigione. Quando si aveva un nemico che ossessionava, insultava e uccideva il proprio popolo, un nemico che non si poteva combattere e al quale non si poteva scappare, allora bisognava operare in modo sotterraneo: usare l’astuzia, essere subdoli, sfruttare le debolezze del nemico e fare in modo che non si accorgesse mai di chi lo aveva privato della sua capacità. Così non si otteneva un aperto trionfo, ma Jennifer aveva imparato a vivere anche senza. Sempre che ottenesse la cosa più importante: sicurezza per il suo popolo. Era sua responsabilità.

Responsabilità, autocontrollo, dovere. Le virtù morali, senza le quali non erano possibili realizzazioni né grandezza. Sulla Terra avevano dimenticato tali virtù. Strukov, il classico mercenario, tradiva la sua gente ogni volta che produceva virus patologici per denaro. Gli aristocratici del Nuovo Impero di Cina avevano conquistato Marte, ma lasciato i propri poveri a combattere in quell’inferno di virus modificati geneticamente in cui le fazioni in guerra avevano trasformato la Cina Occidentale. I Muli americani, che tenevano legato finanziariamente e legalmente il Rifugio agli Stati Uniti per le tasse immense che pagava la stazione orbitale, avevano abbandonato la propria morale per inseguire vuoti piaceri nelle enclavi rinchiuse all’interno di scudi a energia-Y.

Restava lo spazio.

La stazione orbitale, ultimo bastione di responsabilità rispetto alla sua gente. Ultimo bastione di responsabilità, di autocontrollo, di dovere. Di una moralità in grado di guardare oltre il piacere del momento o i bisogni individuali di una singola persona, a favore dei bisogni della comunità. Il resto del mondo aveva dimenticato che una "comunità" aveva una base biologica oltre che sociale. Un essere umano non apparteneva soltanto alle comunità che sceglieva, professionalmente e geograficamente, ma a quella in cui era nato. Il suo primo obbligo era verso la comunità che lo aveva nutrito, altrimenti l’intera catena delle generazioni che lo avevano prodotto si sarebbe interrotta. Quella lealtà doveva essere frutto di una scelta, non di un dogma insignificante. Ecco, alla fine, che cosa significava essere completamente umani: non si trattava della lealtà dei lupi rispetto al branco ma del fatto che le persone "potessero" scegliere altro rispetto al loro branco e scegliessero di non farlo. La scelta morale.

I Dormienti, abbacinati dalla tecnologia che doveva essere serva e non padrona, avevano dimenticato quel genere di morale. Peggio per i Dormienti. Avrebbero distrutto se stessi. Era compito di Jennifer assicurarsi che non fossero in grado di distruggere prima il Rifugio.

Completò il suo disegno a penna. Una complessa figura geometrica, con linee e angoli così precisi da sembrare tracciati con un righello. Disegnava sempre figure geometriche. Le restavano ancora quattro minuti per disegnare. Iniziò un’altra figura in fondo alla pagina.

— Jennifer? C’è qualcosa che devi vedere. — Paul Aleone, vicepresidente delle Imprese Sharifi, era in piedi sull’arco della porta. Paul, come Caroline Renleigh, era stato uno dei dodici Insonni che avevano partecipato al piano per costringere gli Stati Uniti ad accettare la secessione del Rifugio. Anche lui era stato tradito dai suoi nipoti, era stato imprigionato e aveva trascorso dieci anni nella prigione federale di Allendale. Di lui ci si poteva fidare. Jennifer ruotò la sedia per guardarlo in faccia e sorrise.

— Guarda — disse Paul, consegnandole una pila di carta stampata. Modificato geneticamente nella bellezza, si muoveva ancora con la leggerezza di un giovanotto. In fondo, però, aveva soltanto settant’anni. — Il programma di controllo notiziari di Caroline ha evidenziato questo sui canali terrestri. Il nome da segnalare era "Billy Washington". È il Vivo che…

— Ricordo chi era — interruppe Jennifer. Il Rifugio aveva sempre monitorato le banche dati dell’Ente per il Controllo degli Standard Genetici, ovviamente, e della maggior parte degli altri Enti governativi. Billy Washington, sua moglie Annie Francy, e la figlia di lei erano stati le prime cavie degli esperimenti biologici di Miranda. Insieme a un Mulo, agente dell’ECSG, con una copertura talmente profonda che nemmeno il Rifugio era stato in grado di scoprire chi fosse.

Paul riprese: — Il programma doveva evidenziare anche "Lizzie Francy", la figliastra di Washington. Adesso ha diciassette anni. Lei e la sua cosiddetta tribù stanno tentando di fare eleggere un candidato a una carica governativa.

— Un candidato Vivo? — Jennifer analizzò le stampe. Anche se riflettevano il solito sensazionalismo tipico dei Dormienti, riuscì a estrapolare i fatti dalle ampollosità. I Vivi nella Contea di Willoughby in Pennsylvania si erano iscritti per votare. Cosa che i Vivi solevano fare fedelmente, ma non facevano più da quando Miranda Sharifi aveva trasformato l’ottanta per cento della civiltà in nomadi che non seguivano né selvaggina né mandrie, ma soltanto il sole. Quei votanti in Pennsylvania programmavano di eleggere un loro candidato a una carica governativa in una speciale elezione che si sarebbe tenuta il primo aprile. Un candidato Vivo.

Jennifer restò seduta immobile, riflettendo. Paul proseguì: — Per quanto riguarda i nostri interessi, ci sono due modi di considerare la situazione. Uno è che più lotta ci sarà fra i Dormienti, più attenzione punteranno a combattersi e meno ne rivolgeranno a noi, indipendentemente da ciò che decideremo di fare. L’altra, negativa, è che alcuni Vivi al potere creeranno una seconda entità dalla quale dovremo proteggerci, di tipo sconosciuto e meno prevedibile dell’aristocrazia dei Dormienti. Queste notizie presumono che i Vivi al potere siano una possibilità reale. Anche facendo una cresta sulle loro isteriche esagerazioni.

Jennifer lanciò un’altra occhiata ai titoli:

LA MINACCIA CONTRO IL GOVERNO IN CARICA: "VOGLIAMO FARE LE COSE AL MODO DEI VIVI, TANTO PER CAMBIARE" DICE CANDIDATO DELLA PENNSYLVANIA A SUPERVISORE DISTRETTUALE

LASCIARE CHE I BAMBINI GESTISCANO L’ORFANOTROFIO: INVERSIONE DELLE PRIORITÀ DEL QUATTORDICESIMO EMENDAMENTO

OLIGARCHIA LEGALE: UN GOVERNO IL CUI TEMPO BIOLOGICO È FINALMENTE SCADUTO?

COM’È POTUTO ACCADERE? COMMISSIONE INDIPENDENTE PER INVESTIGARE L’INDECENTE CAMPAGNA ELETTORALE IN PENNSYLVANIA

"LASCIATE ANDARE LA MIA GENTE" — L’INAPPROPRIATA FORMULA CHE MASCHERA UN DISASTRO GOVERNATIVO

"È ARRIVATO IL MOMENTO PER RIVEDERE I TEST DI ISCRIZIONE DEI VOTANTI" DICHIARA IL CAPO DELLA MAGGIORANZA BENNETT

Paul disse: — Ho fatto calcolare le probabilità con un programma significativo Eisler. Se questo candidato Vivo dovesse vincere le elezioni, gli effetti sul sistema si allargano ben più che a un singolo stato. Ha un indice-evento pari al 4,71. La vittoria di un Vivo fornisce un ottantasette per cento di probabilità di diventare il nucleo di un sistema profondamente trasformato.

— Può vincere? — chiese Jennifer.

— No.

— Soldi?

— Ovviamente. I candidati Muli compreranno i voti.

— Allora la nostra preoccupazione…

— Un sito per il test. — Paul si passò una mano fra i capelli, ancora folti e di un marrone lucido. Gli uomini al Rifugio portavano i capelli corti, dal taglio semplice, come le donne. I lunghi capelli neri di Jennifer rappresentavano l’anomalia. Li teneva legati con un nodo appena sopra il collo; Will diceva che la faceva assomigliare a una matrona romana. Era una delle poche cose di suo gradimento che Will le aveva detto. Paul continuò: — So che avevamo pianificato di testare il composto di Strukov su una enclave di Muli. Dopo tutto sono loro la popolazione bersaglio. Ma utilizzarlo su questa tribù di Vivi potrebbe essere anche meglio. Non abbiamo avuto nulla a che fare con le elezioni, né come titolari né come sfidanti. Nessuno avrebbe motivo di pensare a un nostro coinvolgimento.

— Ma i votanti Vivi non passano l’inverno in luoghi distanti fra loro? Diffondere il composto sarebbe molto più difficile.

— Non proprio — spiegò Paul. — La Contea di Willoughby è formata principalmente da colline e basse montagne. Il clima invernale è odioso. Ci sono soltanto ventuno accampamenti di Vivi nella contea. Hanno tutti terreni di alimentazione ricoperti da tende, facilmente penetrabili da sistemi aerei telecomandati. Nessuno è dotato di alcun tipo di radar, cosa che invece hanno le enclavi di Muli. C’è una mappa sull’ultima pagina delle stampe.

Jennifer esaminò la cartina e poi la pagina con le equazioni di Esile. Annuì. — Sì. Capisco. Se i Vivi perderanno queste elezioni, gli effetti sul sistema sono annullati?

— Tutto rimane come era prima. A quel punto potremo procedere con le enclavi.

— Sì. Andate avanti. Questo ci offrirà un interessante piccolo pre-test e nello stesso tempo impedirà un cambiamento del sistema su larga scala.

Paul annuì. — Vogliamo il minor numero di variabili possibile per la grossa campagna. Avviserò Robert. È lui che sta gestendo i negoziati con i produttori dei mezzi di diffusione. Ti porterà un rapporto per la fine della settimana.

— Nessun arabo, russo, francese o cinese. E nessuno che abbia lavorato anche solo alla lontana con Strukov.

— Questi uomini sono peruviani.

— Bene. La Guerra de Dios?

— No. Liberi imprenditori.

— E Strukov si è dichiarato d’accordo a lavorare con loro?

— Sì. Ma soltanto con le sue procedure, nei suoi luoghi e con la sua squadra di sicurezza.

— Naturalmente — fece Jennifer. — Programma una riunione con Robert.

— Per me, te e Caroline?

— Anche Barbara, Raymond, Charles e Eileen. Voglio che tutti sappiano quello che fanno gli altri.

Paul annuì, un po’ meno contento, e uscì. Non capiva il modo di pensare di Jennifer. Paul avrebbe preferito distribuire le informazioni secondo il contributo individuale di ognuno, come se fossero denaro. Perché per alcuni di loro, Paul, perfino Will, era così difficile afferrare il principio morale che c’era dietro? Il Rifugio era una comunità. Quelli che governavano la comunità dovevano agire secondo responsabilità, dovere, lealtà. Nessuno poteva mostrare meno lealtà o responsabilità degli altri. Di conseguenza tutte e dodici le persone che avrebbero reso sicuro il Rifugio dagli Stati Uniti dovevano condividere in parti uguali i rischi, la programmazione e le informazioni. Fare altrimenti non sarebbe stato un atto di moralità ma desiderio di rango. Era ciò che facevano i Dormienti. Gli immorali.

Jennifer ruotò nuovamente la sedia per guardare dalla finestra dello studio. Era piena di stelle: Rigel, Aldebaran, le Pleiadi. Ricordò all’improvviso una cosa che aveva detto a Miranda, tanto tempo addietro, quando Miri era ancora una bambina. Jennifer aveva sollevato Miri davanti alla finestra del Consiglio del Rifugio ed era passata una meteora. Miri si era messa a ridere e aveva allungato le braccine paffute per toccare le belle luci del cielo. — Sono troppo lontane per la tua mano, Miri. Ma non per la tua mente. Ricordalo sempre, Miranda.

Miranda non aveva ricordato. Aveva utilizzato sì la sua mente, ma non per puntare al largo o più in alto. Piuttosto aveva usato la sua intelligenza potenziata, quella che le aveva dato Jennifer Sharifi, per sprofondare nel fango e nel sudiciume della biologia dei Dormienti. A beneficio dei Dormienti che avevano tradito il Rifugio, come aveva fatto la stessa Miranda.

— L’amico del mio nemico è anche mio nemico — recitò ad alta voce Jennifer. Al di là della finestra, apparve alla vista la Terra. Il Rifugio stava orbitando sull’Africa, un altro luogo che i Dormienti avevano rovinato.

Il suo schermo si illuminò. Di nuovo Caroline. Quella volta, però, il responsabile delle comunicazioni sembrava scosso. — Jennifer?

— Sì, Caroline?

— Abbiamo qualche nuovo dato.

— Sì? Dimmi pure.

— Non in linea — disse Caroline. — Verrò io da te. Immediatamente.

Jennifer non permise alla propria compostezza di sfaldarsi. — Come desideri. Mi puoi dire che cosa riguardano i dati?

— Riguardano Selene.

Lo schermo si spense. Mentre aspettava Caroline, Jennifer ripulì il pennino della stilografica. I suoi venti minuti erano scaduti da tempo. Abbassando lo sguardo si accorse che, mentre pensava a Miranda, aveva continuato a disegnare, nemmeno consapevole dei tratti prodotti dalla penna. Sulla spessa carta bianca, profilati e ombreggiati, c’erano i lobi frontali, parietali e temporali di un cervello umano.

Interludio

DATA TRASMISSIONE: 12 Febbraio 2121

A: Base Selene, Luna

VIA: Stazione Terrestre di Lione, Satellite E-398 (Francia), satellite GLO 62 (USA)

TIPO MESSAGGIO: Non codificato

CLASSE MESSAGGIO: Non applicabile, Trasmissione Straniera

GRUPPO DI ORIGINE: Gruppo senza nome, Ste. Jeanne, Francia

MESSAGGIO:

Nous sommes les gens d’une petite ville en France qui s’appelle Ste. Jeanne. Nous n’avons plus de seringues de la santé. Maintenant, ici, il n’y a pas beaucoup d’enfants qui ne sont pas changés, mais que ferons-nous demain? S’il vous plaît, Mademoiselle Sharifi, donnez-nous plus de seringues de la santé. Que somme-nous obligés faire pour vous persuader? Nous sommes pauvres, mais vous aurez les remerclements. Commes les riches, nous aimons les enfants, and nous avons peur de l’avenir.

S’il vous plaît, n’oubliez-nous pas!

CONFERMA RICEZIONE: Nessuna

11

— Non "puoi" — disse Lizzie al Vivo che appariva risentito. Jackson, che si trovava a settantacinque metri di distanza in un gabbiotto di appostamento di fronde di quercia che mostravano ancora le foglie avvizzite dell’anno precedente, guardava in uno zoom e ascoltava da un ricevitore della dimensione di un pisello. Osservò il volto di Lizzie lottare per non assumere un’espressione di disappunto. La ragazza mostrò il sorriso più cupo che lui avesse mai visto.

L’uomo, ancora più risentito, disse: — Shockey ha detto, lui, che posso.

— "Shockey" ha detto che puoi?

— Già.

— Aspetta soltanto un minuto — fece Lizzie. Si allontanò dall’uomo, che si trovava all’esterno dell’area di alimentazione della tribù, la solita tenda di plastica. Dentro, venti Vivi nudi consumavano il pranzo. A Jackson sembrò che, tutte le volte che controllava la tribù di Lizzie, finiva col guardare dei Vivi nudi che pranzavano. Quella volta, però, tre reporter Muli dotati di telecamere si trovavano fuori dal recinto completamente vestiti e filmavano il pasto. Altre robocamere si libravano all’interno. Quel gruppo di Vivi, a differenza di altre tribù della Contea di Willoughby, stava godendo di un momento di notorietà temporanea. Jackson notò che due donne portavano fermagli d’oro sui capelli. Un’altra, vide improvvisamente, indossava una collana con una pietra che, ingrandita dallo zoom, appariva come un diamante. Altri guai.

Lizzie si avvicinò a Jackson, travestito da Vivo. Durante le ultime tre settimane si era fatto crescere una barba incolta. Indossava pantaloni larghi e azzurri, un cappello malconcio calzato sulla fronte e gli stivali più pesanti che avesse mai avuto in vita sua. Il terreno era un mare di fango: aveva piovuto per due giorni di fila, una pioggia di marzo tardiva e sferzante che minacciava di riprendere a cadere. Gli stivali di Jackson erano appesantiti di fango. Aveva accompagnato Lizzie a piedi attraverso una montagna fino a quella tribù: i Vivi non utilizzavano aeromobili, e lui era in incognito come Vivo. Al momento, nessuno dei numerosi reporter lo aveva notato. Si sentiva ridicolo.

Lizzie gli si sporse vicino, disperata, e sussurrò: — Dice che è stato "Shockey" a dirgli che potevano accettare gli scooter!

— Be’, pensi che Shockey gliel’abbia detto sul serio? — chiese Jackson. Secondo lui sì. Shockey sembrava non avere afferrato l’idea di Lizzie che, se i Vivi erano intenzionati a votare per il loro candidato il primo aprile, non potevano accettare doni o denaro dagli altri due candidati il 25 marzo. — Risarcimenti — li aveva chiamati Shockey, e dove diavolo aveva imparato quella parola? — Bustarelle — diceva Lizzie, e aveva ragione.

Lizzie si mordicchiò il labbro inferiore. — Harry Jenner dice che Shockey gli ha detto di accettare i regali, di non fare vere e proprie promesse e poi di votare comunque per lui.

Era quello il modo in cui i Muli avevano gestito le cose per decenni. Jackson lo disse a Lizzie.

— Ma "non è giusto" — ribatté Lizzie, improvvisamente impaziente. Per lei, coinvolta in quella rivoluzione legale innocente e destinata a fallire. Anche per lui, nascosto lì in piedi all’ombra degli alberi che non ne offrivano molta perché era soltanto marzo, che si sentiva prudere tutto con quella tuta sintetica non traspirante macchiata di fango montano.

— La cosa importante è se Harry e la sua tribù voteranno davvero per Shockey dopo avere accettato scooter, vestiti alla moda, saponi profumati e collane di diamanti — disse lui. — Non voteranno piuttosto per un candidato che ha donato loro tutto questo bottino?

— Collane di diamanti? — chiese Lizzie, allibita.

— La ragazza più vicina alla plastica, quella con i capelli lunghi e scuri, ha addosso una collana di diamanti. Credo che sia di Tiffany.

— Oh, santo Iddio!

Jackson sorrise. Lizzie sarebbe rimasta male se avesse saputo che nei momenti di stress, anche se non parlava da Viva, sembrava proprio sua madre, la formidabile Annie. Jackson non glielo disse. Durante gli ultimi tre mesi, occupandosi marginalmente di quella ridicola campagna elettorale, aveva cominciato a stimare Lizzie. La ragazza era una strana combinazione di durezza e vulnerabilità. A volte, gli rammentava perfino Theresa.

Ma quello non era un motivo sufficiente per essersi lasciato coinvolgere in quel progetto donchisciottesco. E allora perché lo aveva fatto?

— Ascolta, Lizzie. Mancano sei giorni alle elezioni. Dovrai fidarti semplicemente del fatto che Harry Jenner e il resto di loro voteranno per Shockey nonostante i… regali. — Regali. Bustarelle. Ricompense.

— Lei pensa "davvero" che voteranno per Shockey? — I suoi occhi neri lo stavano implorando.

— A dire il vero sì — rispose lui lentamente. — Penso che l’odio rimasto dalle Guerre del Cambiamento sia più forte dell’avidità dei Vivi. — O della gratitudine dei Vivi. I Vivi erano esattamente gli opportunisti che i Muli avevano plasmato.

— È quello che dice anche Vicki — commentò Lizzie.

Jackson non voleva parlare di Vicki. Lei era rimasta indietro per mantenere il più possibile l’ordine nel "quartier generale elettorale", e faceva talmente parte della tribù di Shockey da non essere costretta a restare lì nel fango, travestita da qualcosa che non era. "Non abbiamo bisogno dell’effetto negativo della tua presenza esplicita" aveva detto a Jackson "e tu non hai alcun bisogno di un effetto negativo sulla tua, ehm, carriera medica." Già. Giusto.

— D’accordo — capitolò Lizzie. — Non dirò loro di restituire gli scooter e gli altri oggetti. Ma dirò nuovamente loro quanto hanno bisogno di votare per Shockey!

— Be’, fallo subito, allora. Quel reporter sta ricominciando a guardarti con interesse. E sta guardando anche me.

— Ci rivediamo all’accampamento.

— Bene — concluse Jackson e riprese ad arrancare attraverso i boschi.

Dopo qualche chilometro, sentì abbastanza caldo da aprire la giacca e poi da toglierla. Tenne in testa il cappello: molti giornalisti privi di notizie migliori da seguire avevano utilizzato aeromobili e telecamere dotate di zoom per filmare quella campagna elettorale. Essa rappresentava, secondo il canale dei notiziari, un insulto al buon senso, una minaccia a quello che restava dell’ordine civile, un’insignificante nota a piè di pagina della storia politica oppure una barzelletta cosmica. A volte, tutte quelle cose insieme.

Perfino per Susannah Wells Livingston e Donald Thomas Serrano. La settimana precedente Jackson, spia in campo nemico, aveva partecipato a una festa per la raccolta di fondi a favore di Don Serrano. Aveva scoperto che il candidato Mulo non era realmente preoccupato. — Ho dispensato in giro ogni genere di "benefit" al mio elettorato — gli aveva confidato Serrano. — Da quando in qua non si può comperare un Vivo? — Jackson si era limitato ad annuire. Non era esattamente quello che aveva creduto anche lui, finché Lizzie Francy non era precipitata nella sua vita da due metri e mezzo di altezza dalla parete di una fabbrica?

L’elezione, comunque, non era una barzelletta cosmica per Cazie. Per evitarla, Jackson aveva traslocato temporaneamente dal suo appartamento e, usando un altro nome, si era sistemato in un albergo nella enclave di Pittsburgh. Non un albergo di lusso, quel luogo ospitava soprattutto tecnici, i Muli al limite della loro classe sociale i cui genitori avevano potuto acquistare soltanto modificazioni genetiche parziali, di solito di tipo estetico. I tecnici lavoravano per mantenersi e raramente possedevano un’impresa. Jackson si muoveva fra loro con una certa disinvoltura. Parlava quotidianamente con Theresa, l’unica persona che avesse il suo indirizzo, su una linea di comunicazione che sperava sufficientemente schermata. Che Cazie non riuscisse a trovarlo dava a Jackson una strana soddisfazione, forte come sapere che lei lo stava cercando.

Gli occorsero tre ore per tornare a piedi alla tribù di Lizzie. Il sole del tardo pomeriggio proiettava raggi inclinati da sopra le cime delle montagne verde scuro per i pini e bianche per le ultime chiazze di neve. Le altre "squadre di controllo votanti" rientravano anche loro, faticosamente, dopo viaggi stremanti per verificare la lealtà di altri elettori.

Ma perché si era fatto coinvolgere? Perché Cazie odiava la cosa? Non era un motivo sufficiente, non lo era proprio.

Perché era stufo marcio della sua vita, della sua classe sociale, delle sue inutili attività? Non era un motivo sufficiente.

Perché i neonati senza le siringhe del Cambiamento morivano in tutto il paese? Le elezioni non avrebbero aiutato i bambini che soffrivano. Anche se i Vivi avessero vinto ogni maledetta elezione per i successivi sei anni e avessero controllato ogni carica politica, da Presidente a guardacaccia, non si sarebbero create nuove siringhe del Cambiamento. Soltanto Miranda Sharifi e i Super potevano farlo e non lo avevano fatto. Non rispondevano nemmeno alle trasmissioni inviate a Selene, città di esilio sotto la superficie lunare.

Jackson si fermò all’ombra di un pino immenso e fragrante, si asciugò il sudore dalla fronte e cercò il coraggio per affrontare la realtà allucinogeno-olografica del "quartier generale elettorale".

Essa iniziava quattrocento metri prima dell’accampamento, con il candidato in persona.

— Chi diavolo sei tu? — chiese la ragazza. Sollevò il volto da quello di Shockey che aveva scelto cavallerescamente di giacere sotto, protetto dal fango da una sgargiante coperta arancione. La ragazza, nuda dalla vita ai costosi stivali, gli stava sopra a cavalcioni. Non si spostò quando Jackson arrivò arrancando da una salita in mezzo agli alberi e finì nella loro valletta appena nascosta.

Jackson abbassò lo sguardo, non per evitare di guardarla, ma per evitare che lei lo guardasse. L’aveva già vista. Aveva forse diciassette anni, occhi verdi modificati geneticamente e lunghi capelli neri. Una ragazza Mulo, che scorrazzava da quelle parti. Jackson fingeva di essere un Vivo: come doveva reagire? Jackson trascinò i piedi, come se fosse imbarazzato, e mantenne lo sguardo sugli stivali di lei. Le arrivavano al polpaccio, erano di cuoio italiano, nanorivestiti perché i suoi piedi non li consumassero, e sporchi di fango. Più in alto, le perfette cosce della ragazza mostravano la pelle d’oca. L’aria di marzo era fredda.

Lei chiese con malizia: — Sei un reporter?

Chiaramente il suo QI non era modificato geneticamente. Jackson bofonchiò: — No, io no, io.

Shockey lo aveva riconosciuto. Attirò a sé la ragazza. — È solo un guardone, lui, Alexandra. Tu vieni a guardare un po’ me.

Lei fece un risolino. — In questa posizione? — Ma lo baciò. Shockey tenne bene aperti gli occhi e lanciò un’occhiataccia a Jackson: "Vattene via".

Se ne andò, chiedendosi se Alexandra fosse una alla ricerca del brivido, una distrazione politica, un’esca professionista o un tentativo di scandalo. Jackson non aveva notato robocamere. Eppure, Vicki Turner aveva ammonito Shockey. I suoi elettori non avrebbero gradito vedere il loro candidato Vivo, l’antidoto alla corruzione dei Muli, rotolarsi concupiscente nel fango con un Mulo come Alexandra.

Jackson si voltò, mise le mani a coppa attorno alla bocca e strillò: — Shockey! Arriva compagnia, tu! Sharon e la bambina! — Forse quello sarebbe bastato.

All’accampamento c’erano in giro soltanto due giornalisti. Uno stava intervistando Scott Morrison, un amico di Shockey. — Noi vinceremo questa elezione qui. E l’anno prossimo prenderemo la fottuta presidenza!

— Vedo che hai addosso una catenina d’oro — disse serenamente il giornalista. — Un contributo da parte dei Cittadini per Serrano, forse?

— È un’eredità — rispose solennemente Morrison. — Della mia bisnonna, lei. Era un’attrice dello schermo piatto.

— E lo scooter? — La robocamera ronzava: il giornalista non si preoccupò nemmeno di nascondere la smorfia di scherno.

— Anche quello ereditato dalla bisnonna.

Che cosa era successo a Vicki?

Un gruppo di Vivi che Jackson non aveva mai visto prima vagava oziosamente oltre il terreno di alimentazione protetto dalla tenda di plastica. Erano sporchi, sudici per il viaggio. La tribù riceveva gruppi del genere ogni settimana. Arrivavano da luoghi al di là della Contea di Willoughby, avendo visto tutto il gran casino ai notiziari. Alcuni gruppi erano interessati e pensosi. Alcuni erano disgustati dall’idea che i Vivi si sporcassero le mani con il lavoro da Muli della politica. Alcuni avevano semplicemente sentito parlare degli scooter, dei gioielli e del vino dei "gruppi cittadini non affiliati al candidato Serrano". Era già stato rubato uno scooter. I membri della tribù si riunivano in capannelli, e si trovavano sempre all’interno del campo filmabile dal terreno di alimentazione. Eccetto, ovviamente, il candidato, che stava godendo dei benefici della sua fama, steso sulla schiena, nel bosco.

Dove diavolo era Vicki?

Annie uscì affaccendata dall’edificio, tenendo Dirk in braccio. Vide Jackson, si rabbuiò, quindi ricordò che ufficialmente non lo doveva conoscere. Guardò subito da un’altra parte con espressione disgustata, come una duchessa infastidita che ignora un pesce morto. Il suo sguardo atterrò su un altro gruppo di ragazzini Muli curiosi che ridacchiavano maliziosamente all’ombra sicura di una velocissima aeromobile. Due ragazzi avevano inalatori. Il secondo reporter li stava intervistando: per fortuna Jackson si trovava a una tale distanza da non poter sentire la conversazione.

A quel punto, atterrò un’altra aeromobile e ne scese Cazie con il nuovo responsabile tecnico della TenTech.

Jackson voltò la schiena. Si diresse verso l’edificio con passo deciso e vi entrò.

Che ci faceva lei lì? Dopo la riunione di qualche mese prima sui legami politici della TenTech, di cui Jackson aveva capito più o meno la metà, aveva chiesto a Caroline, il suo sistema personale, di effettuare qualche ricerca. La TenTech aveva un portafoglio diversificato, ma Caroline non era riuscita a rintracciare gran parte degli investimenti tramite database legali, sebbene avesse a disposizione i codici personali di accesso di Jackson. Lui non aveva mai degnato di particolare attenzione la TenTech. Lo aveva fatto suo padre, finché non era morto, poi l’avvocato di suo padre l’aveva gestita finché Jackson si era trovato all’università di medicina: quando aveva sposato Cazie, lei aveva preso in mano la situazione e Jackson era stato felice di lasciarglielo fare. Dov’erano i soldi della TenTech e perché ce ne erano tanti legati allo stato della Pennsylvania, se la TenTech aveva sede legale a New York? Cazie aveva molti amici personali in varie imprese ed enti governativi della Pennsylvania. Alla fine Jackson, senza dir nulla a Cazie, aveva assunto un contabile indipendente che gli doveva ancora fare rapporto. Forse Cazie si era accorta delle ricerche svolte dal contabile.

Oppure, semplicemente, era venuta a cercarlo.

Aprì la porta di uno spiraglio, sbirciando fuori dall’oscurità alla luce del sole. Cazie stava parlando con Billy Washington, il patrigno di Lizzie. Quanto meno si trattava di Billy, la persona più sana di mente di tutta la tribù. Cazie non poteva seguire Jackson all’interno dell’edificio: Vicki aveva insistito perché nessun estraneo, in alcun caso, entrasse. Aveva installato un primitivo sistema a scanner: se qualcuno senza chip sensibilizzato cercava di oltrepassare la porta, scattava un allarme. Era un sistema facile da ingannare, ma fino a quel momento nessuno si era dato la pena di farlo. Jackson toccò il chip che teneva in tasca.

I riccioli scuri di Cazie scintillavano al sole primaverile. Gli alti stivali bianchi e il severo abito nero apparivano freschi e ordinati. Gesticolando con Billy, sollevò di scatto un braccio e il suo seno destro si alzò, vibrò e ricadde.

Che ci faceva lei lì? E "lui" che ci faceva? Attraverso lo spiraglio della porta, Jackson vide Shockey arrivare trotterellando dal bosco. La bellezza Mulo non era con lui. Sharon si precipitò verso Shockey attraverso l’erba avvizzita, col volto infuriato. Annie strillò qualcosa a un giornalista. Billy lasciò Cazie, si diresse verso Annie e venne bloccato da un ragazzetto Mulo sogghignante che si era avventurato lontano dall’aeromobile quel tanto da poter infilare il proprio inalatore sotto il naso di Billy. Billy ondeggiò. Scott Morrison si tuffò contro il ragazzino Mulo, buttandolo per terra. Le due robocamere zoomarono sulla lotta. Il candidato balzò addosso a un altro giovane Mulo e Sharon gridò. Annie, che teneva ancora in braccio Dirk, corse verso Billy che sorrideva con espressione vacua. Dirk cominciò a piangere. Sharon continuò a gridare. Cazie tirò indietro la testa e scoppiò a ridere, emettendo un suono terrificante che, non si sa come, superò di intensità perfino quel trambusto. La donna disse qualcosa al responsabile della TenTech, e Jackson riuscì a leggere il movimento delle labbra: — Il processo politico americano in azione.

Chiuse la porta malconcia dell’edificio.

Erano tutti pazzi. Jackson era rimasto un po’ sorpreso nello scoprire che così tanti Vivi restavano attaccati cocciutamente all’idea di votare per Shockey: nonostante avessero accettato bustarelle dall’altra fazione, Shockey avrebbe vinto chiaramente le elezioni. Alla lunga, tuttavia, lui temeva che non avrebbe fatto alcuna differenza. Shockey non avrebbe vinto perché i Vivi erano in ascesa politica ma perché i Muli avevano preso sottogamba quella campagna elettorale. Avevano usato la carota ma non il bastone, diffondendo beni di consumo e presumendo che il problema fosse risolto. Quando, il giorno delle elezioni, avessero scoperto che le cose non stavano così, avrebbero ritirato le carote. Gli accampamenti dei Vivi non erano protetti, erano privi di tecnologia e non erano armati. Il successivo candidato Vivo per una qualsiasi carica pubblica avrebbe perduto. Jackson stava assistendo a un insospettabile colpo fortunato, un irripetibile avvenimento improbabile per il quale stava rischiando il suo stato sociale all’interno del suo popolo. Ciò lo fece sentire il più pazzo di tutti.

Da qualche parte nell’edificio, qualcuno stava piangendo.

Jackson si fece strada attraverso l’oscurità, oltre i decrepiti mobili dello spazio comune, in mezzo al dedalo di pareti di assi di legno, divani ribaltati, scaffalature rotte, tende appese fatte a mano. Il singhiozzare si fece più forte. Superò anche il robot tessitore della tribù che produceva pazientemente metri e metri di orribile tela grezza con chissà quale materiale organico infilatogli nel serbatoio. Il robot ronzava piano. Nell’ultimo loculo di fortuna posto contro una parete priva di finestre, Jackson li vide.

C’era un ragazzino, che dava le spalle a Jackson, quasi ripiegato in due. La sua schiena era sottile e, attraverso i buchi del vestito, si notava che era piena di lentiggini. Vicki gli stava accanto e gli teneva un braccio attorno alle spalle ossute, quasi sorreggendolo. Quando i due si voltarono, Jackson vide che il ragazzino era chino su un neonato che stringeva fra le braccia.

Vicki disse con espressione seria: — Stavo giusto venendo a cercarti.

Jackson allungò le mani verso il neonato. Vide che stava morendo, forse a causa di qualche microrganismo mutato che aveva già distrutto il sistema immunitario. La bocca del bimbo era chiazzata di candida, la pelle macchiata di ematomi sottocutanei. Le guance devastate erano tese sul piccolo cranio. Jackson sentì i polmoni del piccolo faticare per continuare a respirare. Sul collo aveva due cerotti, uno blu e uno giallo: antibiotici e antivirali ad ampio spettro. Vicki li portava sempre con sé. Non l’avrebbero aiutato: era decisamente troppo tardi.

Il ragazzo ansimò: — Sei tu il dottore? Questa è mia figlia, lei. Le puoi dare una siringa del Cambiamento? Non ne abbiamo più nella mia tribù e non ne ho trovate da nessuna altra parte. Io ho sentito parlare di questo posto, io…

— No — rispose Jackson — non ho più siringhe. — Vicki lo fissò, sbalordita. Si era aspettata una risposta diversa, non sapendo che Theresa aveva ripulito la magra scorta di Jackson.

— Non hai più siringhe, tu? Davvero? — chiese il ragazzo.

— Davvero — rispose Jackson.

— Ma non sei un dottore… un dottore Mulo?

Jackson non rispose. Nessun altro parlò. Il silenzio si prolungò, doloroso. Alla fine Jackson annuì, penosamente, e scosse la testa. Non riuscì a fissare il giovane padre negli occhi.

Il ragazzo non si mise a discutere, né esplose, né ricominciò a singhiozzare. Nella postura afflosciata delle sue spalle, Jackson lesse rassegnazione: il ragazzo non si era veramente aspettato aiuto. Non lo aveva mai fatto. Era giunto lì perché non sapeva cosa altro fare.

Vicki disse a denti stretti: — Farai tutto quello che potrai, Jackson?

Era già andata a prendere la sua valigetta in una sacca fra il ciarpame della tribù. Jackson eseguì futili mosse. Quando ebbe finito il ragazzo gli disse: — Grazie, dottore — e l’umiliazione di Jackson fu completa.

— Vieni con me — disse Vicki, e lui la seguì, senza che gli importasse dove, fondamentalmente contento di andarsene. Erano entrati dei Vivi dall’esterno e si erano seduti a parlare animatamente sulle sedie comuni. Vicki lo condusse attraverso un labirinto di loculi, oltre una tenda tirata fra una parete e una lunga tavola ribaltata.

— Qui non verrà nessuno, Jackson.

— Dov’è la madre della bambina?

Vicki alzò le spalle. — Sai come vanno le cose. Restano incinte facilmente, nel loro corpo nulla può andare storto e tutti allevano i piccoli collettivamente. Chiunque non voglia prendersi cura del neonato può anche non farlo.

— Allora è sbagliato. Questa nuova organizzazione creata dal Cambiamento è tutta sbagliata.

— Lo so.

— Lo "sai"? Pensavo che tu fossi il più strenuo difensore di ciò che Miranda Sharifi ha dato al mondo!

— Difendo la necessità di adeguarsi alla situazione. Al momento, non lo abbiamo fatto.

Non l’aveva mai vista in quel modo: seria, diretta, non barricata dietro un distacco divertito. Non gli piaceva: così lo prendeva in contropiede. Per sfuggire allo sguardo di lei, si girò attorno nel loculo e si rese conto che era il suo. Il loculo non aveva nulla di diverso da quello di qualsiasi altro membro della tribù: pagliericcio a terra, una scrivania tutta intaccata e stipata di bigiotteria fatta a mano, vestiti appesi a ganci. Nulla di costoso e incongruo come il terminale Jansen-Sagura o la biblioteca di cristallo del loculo di Lizzie. Eppure quello spazio angusto sapeva di Mulo, non di Vivo. Per i colori, tenui e ben armonizzati, per la sistemazione dei mobili, per il singolo ramoscello di salice, sistemato in una boccia nera di coccio con un’essenzialità e una grazia quasi orientali.

Lei disse: — Ti sei accorto che stavi piangendo, mentre tenevi in braccio la bambina?

Non se n’era reso conto. Si asciugò le guance umide, disprezzandola per averlo notato e, allo stesso tempo, grato perché non aveva esposto le sue lacrime allo scherno dei Vivi nel bel mezzo dell’edificio.

Visto che doveva per forza dire qualcosa, spiegò: — Soffrono. Non qui, in questa tribù, ma in altri posti dove non ci sono queste risorse vivono così…

— I poveri hanno sempre vissuto in un paese diverso rispetto ai ricchi. In ogni epoca, indipendentemente da quanto fossero vicine fisicamente le loro case.

— Ti prego, non darmi lezioni su…

— Guarda questo, Jackson. — Aprì il cassetto superiore della scrivania e tirò fuori un oloregistratore, poi disse: — Invia registrazione numero tre. — Quando lo consegnò a Jackson, lui lo prese.

Lo schermo in miniatura mandò un servizio giornalistico di un canale di Muli: il tono oscillava fra lo scherno e il disprezzo. Il pezzo, non più di due minuti, era un’intervista a un gruppo di medici che aveva appena allestito in Texas una clinica protetta da uno scudo a energia-Y subito fuori dall’Enclave di Austin per curare bambini Vivi nonCambiati. — È necessario — diceva un giovane medico dall’aspetto stanchissimo che aveva un gran bisogno di tagliarsi i capelli. — Soffrono. Quello che Miranda Sharifi permette che accada qui è criminale. — L’oloschermo si spense.

Vicki sbuffò: — "Quello che Miranda permette che accada". Noi non vogliamo ancora prenderci la responsabilità.

— Chi sarebbe "noi"? — ribatté lui con violenza.

— A volte tu usi "noi" per intendere Vivi, a volte Muli.

— E allora? Jackson, c’è un numero sempre crescente di bambini nonCambiati. Hanno bisogno di medici.

Ripensò alla faccia stanca del medico nell’ologramma, allo scudo di sicurezza attorno alla clinica, ai Vivi che avevano assaltato il suo appartamento quando c’era Theresa. A dispetto della sua ammirazione per l’irrefrenabile Lizzie, lui non voleva prestare il suo servizio presso i Vivi. Non era quello per cui aveva studiato.

— È molto più facile provare compassione che agire per causa sua, vero? — disse Vicki. — Ma non altrettanto soddisfacente, alla lunga. Credimi, io lo so.

Lui le disse con espressione secca: — Non ti ho mai sentita dire qualcosa di diverso.

Vicki rise. — Hai ragione. — Si sporse in avanti e lo baciò.

La cosa colse Jackson di sorpresa. Che stava facendo? Di certo non lo stava baciando soltanto perché lo aveva visto piangere per un bambino Vivo, no? Non sembrava il tipo da… ma poi ogni pensiero lo abbandonò. Le labbra di lei erano morbide, più sottili di quelle di Cazie, il suo corpo più alto e meno arrotondato. La bocca della donna indugiò sulla sua, si allontanò brevemente, quindi vi tornò. Jackson la attirò a sé e sentì una scossa che gli arrivava dalle labbra percorrergli il busto e, passando attraverso il petto, terminargli con una scarica forte e gradevole nel pene. La abbracciò.

Vicki si allontanò. — Prova a pensare all’idea di una clinica — gli disse. — Fra tutte le tue altre preoccupazioni, ovviamente. Ecco che ne arriva una.

All’improvviso Jackson si accorse che stava suonando l’allarme, che stava suonando già da tempo, ma al margine della sua attenzione. Al di sopra, sentì Cazie gridare: — Jackson! So che sei qui dentro da qualche parte! Jack, maledizione, voglio parlare con te!

Vicki sorrise. Deliberatamente, tirò indietro la tenda e chiamò: — Quaggiù, Cazie. Siamo qui.

Cazie si mosse con passo deciso attraverso il ridicolo dedalo di mobili trasandati. Recepì la scena tutta insieme: Jackson accanto al letto di Vicki, Vicki in piedi che tratteneva con grazia la tenda con una mano, il volto di Jackson paonazzo e quello di Vicki malizioso. Cazie restò immobile.

— Noi abbiamo finito qui — disse Vicki con una moina. — Ci vediamo dopo, Jackson. — Gli fece l’occhiolino.

Lui ebbe paura di guardare Cazie negli occhi.

Il primo aprile, giorno delle elezioni, pioveva. Quando Jackson si svegliò in un loculo soffocante all’interno dell’edificio della tribù nella Contea di Willoughby, sentì la pioggia battere contro il tetto.

Non aveva pianificato di trovarsi lì. Il giorno precedente, però, si era imbattuto in uno sbarramento di robocamere e reporter che avevano cercato di bloccarlo contro il muro dell’edificio per identificarlo. Per poco non avevano visto i suoi occhi modificati geneticamente. Li aveva allontanati ed era scappato all’interno, dove Lizzie aveva insistito che, se non voleva essere riconosciuto, doveva restare per tutta la notte. Vicki era andata in un’altra tribù. Jackson ne fu fondamentalmente contento.

Rimase steso sul duro pagliericcio di tessuto non consumabile e fissò nell’oscurità due pareti di cemespugna, una che pareva lamiera malconcia sostenuta da traverse di sedie rotte e una di tenda tessuta a mano color grigio. Appeso sulla lamiera c’era un ricamo a mano con filo color cremisi e lavanda: BENVENUTO STRANIERO. Dedusse di essere alloggiato nella stanza degli ospiti della tribù.

Si alzò, si stiracchiò, infilò i pantaloni e seguì il generale baccano mattutino fino al centro dell’edificio cavernoso.

— Buon giorno! — cinguettò Lizzie. Gli occhi neri le scintillavano. Indossava abiti da esterno e stivali. Dirk giaceva in uno scatolone di plastica turchese, e agitava i pugnetti paffuti cercando di catturarsi le dita dei piedi. — Oggi è il gran giorno!

— Dov’è Shockey? — chiese Jackson. Desiderava maledettamente una tazza di caffè che non avrebbe ottenuto.

— A colazione. Così come quasi tutti gli altri che vogliono finire nudi sui notiziari. Ha fame?

— No — mentì Jackson.

— Bene. Questo è un ottimo momento per allontanarsi prima dell’arrivo dei giornalisti. La maggior parte è andata a casa per la notte e il resto è al campo di alimentazione. I seggi sono aperti dalle nove a mezzogiorno. Io uscirò dal retro per incontrare Vicki alla sua aeromobile e poi andremo insieme a controllare la tribù di Wellsville. Vuole venire?

— Se vi incontrerete alla mia aeromobile, penso che ti accompagnerò fino a lì. Hai mangiato, Lizzie?

— Non ci riesco. Sono troppo agitata. Oh, mamma, ecco Dirk… l’ho già allattato.

Annie emerse dal suo loculo, lanciò un’occhiataccia a Jackson e prese in braccio il nipotino. L’occhiataccia non era seria. Annie si sentiva a disagio se aveva attorno dei Muli, ma si era addolcita nei confronti di Jackson quando aveva capito che a lui non piaceva Vicki. A lui non piaceva Vicki? Non l’aveva più vista durante l’ultima settimana, da quando l’aveva baciato. Non voleva nemmeno vederla. Né lei, né Cazie e nemmeno Lizzie. Voleva trovare la sua aeromobile, volare a casa e bere una tazza di caffè.

Sapeva che stava mentendo a se stesso.

— Buon giorno, Annie — disse. — Diretta fuori a colazione?

— Non con tutte quelle telecamere, io — sbuffò lei. — Billy è andato a prendere del terreno buono e lo ha portato dentro. Noi mangeremo, noi, in privato, decentemente, grazie tante.

Lizzie nascose un sorriso. Prese Jackson per mano e lo condusse verso una porticina, che non era stata ancora scoperta dalle robocamere, aperta da Billy sul retro dell’edificio e nascosta da erbacce e cespugli. La porta era così bassa che Lizzie e Jackson dovettero uscire carponi. La cemespugna non si tagliava con facilità.

— Lizzie, dove ha preso Billy una sega laser per tagliare questa porta?

Lizzie fece un sogghigno, guardandolo da sopra una spalla. — Ho trovato un modo per trafugarne una. Appena il mese scorso. Ma non le dirò come ho fatto.

Fuggirono nella pioggia che si era ridotta a qualche goccia. Nonostante tutto, Jackson era inzuppato e infreddolito quando raggiunsero l’aeromobile, che era nascosta dietro a uno scudo a energia-Y opaco. Vicki stava seduta sullo scudo, sporcandolo di fango con il sedere infilato nella tuta.

— Buongiorno, Lizzie, Jackson!

— Vicki! Come vanno le cose all’accampamento di Max e Farla?

— Bene. Sono tutti alzati, vestiti con gli abiti migliori e i gioielli più belli, riuniti attorno al terminale e pronti per l’immortalità politica. — Sorrise a Jackson che le rispose con un debole sorriso.

— Quindici minuti all’apertura dei seggi — fece Lizzie. — Penso che voterò a Wellville.

Vicki disse: — Facciamolo qui.

— Qui? Come?

— Sono sicura che Jackson ha una linea nell’aeromobile per collegarsi con i canali ufficiali. Vero, Jackson? Possiamo starcene sedute comodamente in un veicolo da Muli ed eleggere il primo politico Vivo da decenni.

Lizzie si mise a ridere. — Facciamolo!

— Jackson? — chiese Vicki.

Lui guardò i loro abiti macchiati di fango, inzuppati di pioggia e decise di essere impazzito. — Certo, perché no?

— Oh, sono così agitata! — sospirò Lizzie.

Aprì l’aeromobile e vi si pigiarono dentro. Attivò la linea, chiese il collegamento con il canale governativo ufficiale ed entrò nel programma elettorale. Alle nove, guardò Lizzie.

Lei si sporse solennemente in avanti. — Lizzie Francy, ID Cittadino CLM-03-9645-957 per votare nell’elezione straordinaria per il supervisore distrettuale della Contea di Willoughby in Pennsylvania.

— Numero Cittadinanza verificato. Prego appoggiare l’occhio sinistro contro l’icona della scansione retina. — Eseguì. — Verificato. I candidati iscritti per la carica di supervisore distrettuale della Contea di Willoughby sono Susannah Wells Livingston, Donald Thomas Serrano e Shockey Toor. Per chi vota?

Lizzie scandì chiaramente: — Per Shockey Toor.

— Un voto per Shockey Toor. Ufficialmente registrato.

— L’ho fatto! — sospirò Lizzie con un sospiro. — Vicki, adesso tu.

Vicki votò. Jackson, non iscritto alla lista dei votanti della Contea di Willoughby sentì il petto serrarsi. Lizzie avrebbe avuto la sua vittoria, ma era l’unica che avrebbero ottenuto i Vivi. Lei non aveva idea delle forze che la struttura del potere in carica avrebbe messo in gioco appena avesse affrontato seriamente quella minaccia. Guardò i tristi boschi inzuppati di pioggia. Un chipmunk arruffato sfrecciò davanti a loro.

— Svelto! — disse Lizzie. — Richieda un totale aggiornato!

— Lizzie, sono soltanto le nove e tre minuti!

— D’accordo, allora, richiami un canale di notiziari.

Lo fece Vicki. Il Canale 14 si stava interessando della storia. Jackson vide l’immagine di una robocamera del familiare campo di alimentazione della tribù, vuoto. Erano entrati tutti per votare.

Una voce disse: — Qui, nel giorno delle elezioni straordinarie nella Contea di Willoughby in Pennsylvania, i cittadini stanno votando per la carica di supervisore distrettuale in un’insolita elezione. Uno dei tre candidati non è abituato a cariche pubbliche, e forse è anche inadeguato. Queste sono le elezioni che hanno acceso un dibattito nazionale su chi sia più adatto a servire il pubblico, su come vengono compilate le liste elettorali e su quali salvaguardie abbiano diritto di aspettarsi i politicamente innocenti contro i politicamente opportunisti. Per la prima volta, alla nostra telecamera è stato concesso di affacciarsi alla porta aperta di questa "comunità"per vederne i membri votare.

La robocamera zoomò verso la porta dell’edificio e si regolò per la scarsa luce all’interno. Lenti grandangolari mostrarono il terminale della tribù in un lato del grande spazio comune, appoggiato su una tavola coperta con un telo bianco, rosso e blu. Dall’altra parte c’era la tribù allineata per avanzare, uno alla volta, e votare. Centosessantadue Vivi si trascinavano in avanti, tenendo in braccio bambini, dandosi la mano.

— Ecco la mamma con Dirk! — squittì Lizzie. — E Billy. E Sharon con Callie. Shockey deve avere già votato, voleva andare per primo. — Passò un istante. — Ma perché sono così?

Jackson si sporse in avanti per guardare lo schermo.

Lizzie disse: — Perché sembrano tutti così strani?

La robocamera zoomò in avanti. Sharon Nugent, Franklin Caterino, Norma Kroll, Scott Morrison: un volto dopo l’altro appariva teso, insicuro. Fronti aggrottate, sguardi abbassati, respiro accelerato quando gli occhi si sollevavano verso la telecamera. Sharon stava aggrappata alla madre anziana e poi Sam Webster si avvicinò a tutt’e due.

— Ma che sta succedendo? — gridò Lizzie. — Dov’è Shockey?

La robocamera lo individuò, raggomitolato su una vecchia sedia da giardino, in un angolo buio. Shockey teneva le mani serrate in grembo. Quando alzò gli occhi sui votanti il suo viso si tese. Jackson avrebbe giurato che Shockey stesse tremando.

Qualcuno chiuse di scatto la porta dell’edificio dall’interno.

— In violazione agli accordi presi precedentemente, i Vivi hanno appena escluso la nostra robocamera — disse il giornalista fortemente dispiaciuto. — Adesso passiamo a un altro seggio tribale nella contea… No, anche questo edificio pare chiuso.

— Spegni. Passa ai totali — disse Vicki.

Erano le 9:17. Jackson trovò la tabella sul canale governativo, un diagramma silenzioso e spoglio:

VOTO POPOLARE

SUPERVISORE DISTRETTUALE CONTEA DI WILLOUGHBY

ELEZIONI STRAORDINARIE

SUSANNAH WELLS LIVINGSTON: 3

DONALD THOMAS SERRANO: 192

SHOCKEY TOOR: 2

Mentre guardavano vennero registrati altri due voti a favore di Donald Thomas Serrano.

— Stanno barando, loro! — gridò Lizzie. — Abbiamo visto la gente votare per Shockey.

— Abbiamo visto delle persone votare — la corresse Vicki. — Non possiamo sapere realmente per chi.

— Dev’essere un broglio!

Jackson rifletté rapidamente. I risultati non avevano alcun senso. Però Vicki aveva ragione, probabilmente, e il sistema non stava barando: nessuno avrebbe osato tanto. Un sistema truccato contro un candidato Vivo quel giorno poteva essere truccato a sfavore di un candidato Mulo in futuro. I notiziari avrebbero assoldato fantastici pirati informatici per portare a galla l’imbroglio. No. Stava succedendo qualcos’altro. Che cosa? Perché?

— Voli verso casa — ordinò Lizzie. — Forza, in fretta!

Jackson scambiò un’occhiata con Vicki, fece decollare il veicolo e tornò indietro. Durante il breve percorso, videro Donald Thomas Serrano catturare virtualmente ogni voto. Tutti votavano presto, come cittadini seri. Jackson fece atterrare l’aeromobile di fianco ai veicoli della stampa: nessuno lo degnò di attenzione finché non emerse Lizzie. Lei ignorò domande e commenti, correndo verso la porta principale. Jackson e Vicki la seguirono, mostrandosi di pietra.

La porta era bloccata.

Lizzie pronunciò i codici di sovrapposizione e si lanciò all’interno.

— Lizzie! — esclamò Annie. — Perché corri, tu? Che cos’è successo? — Annie strinse forte Dirk che cominciò a piangere.

— Cosa è "successo"? — gridò Lizzie. — Shockey sta perdendo! Nessuno vota per lui!

Annie indietreggiò di un passo e abbassò lo sguardo. "Annie" che rispondeva sempre all’insubordinazione con espressioni accigliate e ordini. Sollevò Dirk fino alle spalle. Il piccolo vide la madre e Vicki e si quietò, finché non notò Jackson. Immediatamente riprese a piangere, nascondendo la testa contro la spalla di Annie.

Vicki chiese con voce piatta: — Annie, hai votato?

Annie si fece piccola piccola e mormorò: — Sì.

— Hai votato per Shockey?

Muta, a disagio, Annie scosse la testa in un no.

Lizzie gridò: — Perché no? — Intanto Dirk continuava a piangere ogni volta che sollevava la testa dalla spalla della nonna e coglieva una nuova occhiata di Jackson.

Annie serrò la presa sul piccolo. — Io non… Shockey non è, lui… Mi dispiace, tesoro, ma è solo che… stiamo messi meglio, noi, con qualcuno che sa, lui, quello che sta facendo.

Jackson restò immobile. I modi di Annie gli rammentavano qualcosa che lui, così confuso, non riusciva a focalizzare. In un attimo avrebbe ricordato. Dall’altra parte della vasta zona comune, ora vuota di votanti, Billy Washington uscì dal loculo suo e di Annie. Il vecchio ben piazzato fece qualche passo esitante, si fermò, guardò Annie, avanzò di qualche altro passo e abbassò lo sguardo. Jackson vide che gli tremavano le mani, vide che si sforzava di avanzare.

"Theresa." Erano tutti… Billy, Annie e perfino Dirk… agivano come Theresa.

Perfino Shockey. Accucciato sulla sedia da giardino, nervoso e impaurito, fino al giorno prima ammalato di spavalda innocente corruzione che scopava la ragazza Mulo nel bosco…

La ragazzina che sniffava dall’inalatore.

— Uscite — disse in fretta a Vicki e Lizzie. — Adesso. Uscite dall’edificio all’istante. Vicki, porta Annie.

Vicki apparve sbalordita ma non protestò forse per il tono che aveva usato; afferrò Annie per un braccio e la trascinò verso la porta. — No, no — implorò Annie. — No, per favore. Non voglio uscire lì fuori, per favore…

— Forza — incoraggiò Jackson, afferrando l’altro braccio di Annie e aiutando Vicki a trascinarla via.

Lizzie chiedeva: — Cosa? Cosa succede? — ma li seguì.

Una volta fuori, Dirk guardò da sopra la spalla di Annie la zona aperta e si mise a gridare più forte. Lizzie lo prese in braccio. Jackson li fece affrettare, Annie senza nemmeno il cappotto, sotto la pioggia verso l’aeromobile. Scesero delle robocamere, e i reporter, chiusi nei veicoli in cui stavano consultando i risultati delle elezioni, sollevarono lo sguardo. Jackson fece infilare Annie sull’aeromobile e decollò.

— Va bene — disse Vicki. — Che cos’è?

— Non ne sono ancora sicuro — rispose Jackson. — Un neurofarmaco, penso. Gassoso. Soltanto… — Soltanto che il Depuratore Cellulare di Annie avrebbe dovuto fare effetto, ripulendo il suo corpo da molecole estranee non appena aveva smesso di respirarne. Annie, invece, continuava a farsi piccola piccola e a tremare, e Dirk a gridare e ad attaccarsi a sua madre. Se poi il neurofarmaco era stato diffuso all’interno dell’edificio, dovevano averlo respirato anche lui, Vicki e Lizzie. Lizzie invece appariva furiosa, Vicki allertata e lo stesso Jackson non si sentiva né tremante né ansioso. Quindi, se non era nell’edificio…

Atterrò con l’aeromobile e si girò per dare un’occhiata al sedile posteriore. — Annie, hai fatto colazione nell’area di alimentazione?

Annie scosse la testa e strinse insieme le mani con forza. Lo sguardo le dardeggiava da una parte all’altra e il petto le si alzava e abbassava rapidamente.

— Billy ha fatto colazione nella zona di alimentazione?

— Lui… lui è andato lì, lui, per prendere del terreno fresco per noi, privatamente…

— Ma non siete andati alla zona di alimentazione questa mattina?

Annie trasse un profondo respiro. — Io… dopo. Quando non c’erano più giornalisti e tutti gli altri erano andati dentro, loro… è uscito un po’ di sole e… Dirk ha bisogno di sole, lui. Siamo stati soltanto un po’ seduti lì, noi, con i vestiti addosso… non abbiamo… — Lasciò la frase a metà e guardò fuori dal finestrino, il bel volto florido terrorizzato. — La prego, dottore, mi porti… mi porti a casa…

Come Theresa. — Respiri profondamente, Annie. Ecco, metta questo cerotto — ordinò Jackson.

— No. Io… che cos’è? — Annie scosse la testa.

Jackson si rivolse a Vicki: — Applicale il cerotto.

La osservò attentamente. Annie… Annie! Non lottò.

Si ritrasse contro il finestrino dell’aeromobile e sollevò una mano in un flebile tentativo di schermarsi che Vicki, a occhi sbarrati, ignorò. Vicki applicò il cerotto sul collo di Annie. Annie si mise a piagnucolare.

Dopo qualche minuto, si mise a sedere più eretta, ma le mani rimasero serrate, il corpo teso. — Possiamo tornare a casa? Che sta succedendo qui, dottore? Per favore, ci riporti a casa!

Jackson chiuse gli occhi. Il cerotto era uno di quelli che si portava dietro per Theresa, che non lo avrebbe mai usato. Innescava il rilascio di ammine biogeniche che stimolavano il corpo a creare dieci neurotrasmettitori differenti. Quei neurotrasmettitori calmavano l’ansia e abbassavano le inibizioni verso stimoli percepiti come minacciosi. Il cerotto alleviava un po’ i sintomi di Annie, ma non li eliminava.

— Vicki, applica un cerotto anche a Dirk — ordinò. — No, aspetta, non farlo. — Il sangue e il cervello di Dirk ormai dovevano essere liberi da qualsiasi cosa avesse respirato all’accampamento, ma nonostante tutto lui continuava ad agire come un bambino gravemente inibito in preda a una forte crisi di ansia da estranei. Dirk, di solito, non era timido. Perché il neurofarmaco non perdeva il suo effetto?

— Era nel campo di alimentazione, vero? — chiese Vicki. — Lìzzie, ci sei andata questa mattina?

Lizzie domandò imperiosamente: — Di che state parlando, voi? Qualcuno ha fatto qualcosa a Dirk?

— Neanch’io mi sono alimentata nell’altra tribù — continuò Vicki. — Ero troppo agitata. Perché il Depuratore Cellulare non sta eliminando gli effetti su Dirk?

— Non so — rispose Jackson nello stesso momento in cui Lizzie si metteva a gridare: — Quali effetti? Che cos’è successo al mio bambino? — e Annie allungava una mano sopra il sedile per bussare sulla spalla di Jackson e dire con voce tremula: — Se qualcuno ha fatto del male a questo bambino, lui…

Vicki li ignorò tutti e digitò qualcosa sul terminale.

VOTO POPOLARE

SUPERVISORE DISTRETTUALE CONTEA DI WILLOUGHBY

ELEZIONI STRAORDINARIE

SUSANNAH WELLS LIVINGSTON: 104

DONALD THOMAS SERRANO: 1.681

SHOCKEY TOOR: 32

— Donald Serrano — disse Vicki. — Ha trovato un modo per vincere le elezioni, e nessuno ha pensato a qualcosa di diverso dalle bustarelle che ha diffuso in giro.

— No — commentò Jackson. — Non sappiamo come produrre una cosa simile.

— Produrre cosa? — gridò Lizzie.

Jackson alzò la voce per rispondere al di sopra della paura di Annie, dell’allarmismo di Lizzie, del piagnucolio di Dirk. — Come creare neurofarmaci che non vengano spazzati via immediatamente dal Depuratore Cellulare. Le riviste mediche, i miei amici medici che sono entrati nel campo della ricerca, tutti stanno cercando un prodotto simile. Un allucinogeno brevettabile, un’endorfina sintetica o un’altra droga di piacere che non debba essere inalata ogni pochi minuti. Per l’amor di Dio, scendi dall’aeromobile Vicki. Non posso sentirmi pensare.

Jackson e Vicki scesero dal veicolo. Jackson bloccò le portiere per evitare le domande impaurite di Annie e i tentativi di Lizzie di seguirli. Restò in piedi sotto la pioggia, mentre l’acqua gli colava nel collo, e cercò di riorganizzare i pensieri. — Nessuno nel campo della medicina è nemmeno vicino a questa scoperta straordinaria. Se qualcuno lo fosse, poi, un tale farmaco non sarebbe usato in un’elezione da quattro soldi come questa. Varrebbe miliardi.

— Allora chi è stato? — chiese Vicki. — Miranda Sharifi?

— Ma "perché"? Perché i Super avrebbero fatto una cosa simile?

— Non lo so.

L’aeromobile si scosse. Jackson guardò Lizzie che picchiava infuriata dall’interno del finestrino rigato di pioggia. Guardò una Annie solo parzialmente messa in condizione di tollerare la nuova situazione, e comunque solo per la durata del neurofarmaco presente nel cerotto. Guardò il neonato che agiva come una piccola Theresa, con la stessa timidezza di Theresa e la paura invasiva per tutto quello che era nuovo, tutto quello che era rischioso, tutto quello che era allontanamento da ciò che aveva sempre fatto.

Come fare elevare un Vivo a una carica politica.

— Chi è stato, Jackson? — chiese Vicky. — Chi è in grado di fare una cosa simile in più luoghi diversi? E come?

— Non so — rispose Jackson. Doveva essere Miranda, nessun altro possedeva una conoscenza neurobiologica così avanzata. E non poteva essere Miranda. Lei non rendeva le persone "meno" capaci!!

Non era così?

Doveva essere Miranda. Non poteva essere Miranda.

"Un’intera popolazione di Theresa."

— No lo so.

12

Lizzie strinse Dirk al petto con forza, fingendo di farlo per il bene del piccolo. Lei non aveva mai visto nulla del genere. Il dottor Aranow li aveva portati in volo nell’Enclave di Manhattan Est, attraverso lo schermo a energia-Y semplicemente come se non fosse esistito, ed era atterrato sul tetto del suo condominio. Soltanto che non si trattava di un condominio che Lizzie, cresciuta nel paese di Vivi di East Oleanta e da allora restata sempre per la strada, avrebbe riconosciuto come tale. Non avrebbe riconosciuto nemmeno il tetto. Era magnifico. Erba modificata geneticamente verde brillante, aiole di fiori delicati, panchine, strane statue e robot ancor più strani che lei avrebbe smaniato per poter ridurre in pezzi. Ma non l’avrebbe fatto. Non li avrebbe nemmeno toccati. Non era abbastanza sveglia. Era solo una sciocca Viva che aveva toppato: aveva perduto le elezioni, deluso la tribù e, in qualche modo, prodotto a suo figlio un danno che non capiva.

— Da questa parte — invitò Aranow, conducendoli attraverso il tetto che non era un tetto. L’aria era calda e priva di nuvole.

— "Oh, cosa c’è di raro come un giorno di giugno" — disse Vicki, cosa che non aveva senso perché erano in aprile. Vicki non sorrideva, ma non sembrava nemmeno confusa come si sentiva Lizzie. Be’, era ovvio, un tempo Vicki aveva vissuto in quel modo. Come aveva potuto lasciare tutto per andare a vivere a East Oleanta? Lizzie provò una vergogna oscura: non aveva mai immaginato che Vicki avesse lasciato "quello". Lizzie ricordava le volte in cui aveva tenuto a Vicki lezioni sul mondo, e il ricordo la fece rimpicciolire. Non sapeva abbastanza per dare lezioni ai Muli. Non sapeva proprio nulla.

E pensare che aveva saputo tutto, fino al giorno prima.

Il dottor Aranow aveva riportato Annie all’accampamento. In quel momento stava conducendo Lizzie, Dirk e Vicki in un ascensore che disse: — Salve, dottor Aranow.

— Salve. Al mio appartamento, per favore. Mia sorella è in casa?

— Sì — rispose l’ascensore. — La signorina Aranow è in casa. — Si fermò e la porta si aprì sulla stanza più bella che Lizzie avesse mai visto. Lunga e stretta, con lisce pareti bianche, pavimenti di pietra lucida grigio-argentata cosparsi di tappeti, un tavolino perfetto con delle rose (solo che non erano proprio rose, avevano strane foglie grigio-argento e un profumo incantevole) e un dipinto illuminato da una fonte di luce invisibile. Lizzie non sapeva cosa pensare del dipinto: due donne nude si alimentavano sull’erba e due uomini indossavano abiti inamidati vecchio stile di tessuto non consumabile. Gli uomini non dovevano avere fame.

— Il Manet originale, ovviamente — commentò Vicki, ma Aranow non rispose. Proseguì e quando loro lo seguirono, Lizzie si accorse che la magnifica sala dalle pareti bianche con le rose era solo un corridoio.

All’interno dell’appartamento c’era un altro corridoio e poi una stanza vera. Quella la lasciò impietrita. Una parete era costituita da uno schermo a energia-Y e dava su un parco verdissimo. Le altre pareti scintillavano di bianchi e grigi che si spostavano leggermente: dovevano essere schermi programmati. Forse anche il parco era un programma? Le sedie erano bianche e comode, i tavoli lucidati a specchio, c’erano strane piante sopra i tavoli e… una ragazza seduta su una dura sedia in legno che stava mangiando cibo per bocca, portato da una specie di robot che aveva una superficie piatta come se fosse un altro tavolo lucente.

— Theresa — disse il dottor Aranow e perfino attraverso la mortificata analisi di ciò che la circondava lei non sapeva niente, assolutamente niente! Lizzie si accorse della particolare gentilezza della voce di lui. — Theresa, non ti allarmare, ho portato soltanto delle persone per una riunione di affari.

La ragazza si ritrasse sulla sedia. Non era più vecchia della stessa Lizzie ma appariva impaurita e a disagio: per Vicki e Lizzie? Non aveva alcun senso. La ragazza aveva una nuvola di capelli biondo argentato ed era magrissima, vestita con uno strano e ampio abito a fiori che Lizzie avrebbe giurato fosse di tessuto consumabile. Come era possibile? Il vestito non mostrava buchi.

— Questa è Vicki Turner — presentò Aranow — Lizzie Francy e il figlio di Lizzie, Dirk. Questa è mia sorella, Theresa Aranow.

Theresa non rispose. A Lizzie sembrò che tremasse e respirasse a ritmo accelerato. Quella era un Mulo eppure a differenza di Vicki, a differenza dei reporter, a differenza delle ragazze Mulo a cui era piaciuto scopare con Shockey quando era candidato, Theresa sembrava…

Theresa sembrava quello che ormai sembravano anche Shockey, Annie e Billy.

Vicki e il dottor Aranow scambiarono uno sguardo, qualcosa che Lizzie non riuscì a interpretare, e Vicki disse delicatamente: — Signorina Aranow, le piacerebbe vedere il bambino?

La bizzarra paura di Theresa sembrò attenuarsi un poco. — Oh, un bambino. Sì, grazie…

Il dottor Aranow prese Dirk da Lizzie, fortunatamente adesso stava dormendo, e lo mise fra le braccia di Theresa. Theresa lo guardò assolutamente deliziata e poi, lasciando Lizzie sbalordita, cominciò a piangere. Niente singhiozzi, soltanto pallide lacrime che le scendevano lungo le pallide guance.

— Potrei… Jackson, potrei tenerlo io mentre fate la vostra riunione?

— Certamente — rispose Vicki, e Lizzie provò una fitta di risentimento. Dirk era "suo" figlio, quella ragazza, quella Mulo Theresa che viveva circondata da tutto e in più voleva anche il figlio di Lizzie, quella Theresa non aveva nemmeno "chiesto" a Lizzie se poteva tenere Dirk. E, a vederla, Theresa era una debole. "Lei" non sarebbe durata tre minuti se avesse dovuto usare il cervello per mantenere un’intera tribù trafugando beni con mezzi informatici.

— Saremo qui in camera da pranzo, Theresa — disse Jackson e prese per un braccio sia Vicki, sia Lizzie.

La sala da pranzo non era un terreno di alimentazione, ma una sala dotata di una tavola con dodici alte sedie, immobili robot-domestici e altre immense piante dallo strano aspetto che dovevano essere modificate geneticamente. Da una parete scendeva a cascata dell’acqua: non una programmazione, acqua vera. Il tavolo lucido era spoglio. A Lizzie brontolò improvvisamente lo stomaco.

Disse, e per qualche stano motivo le parole le uscirono dalla bocca in modo violento: — Non avete nemmeno un terreno di alimentazione?

— Sì — rispose distrattamente il dottor Aranow — ma sarebbe meglio che noi… hai fame? Jones, colazione per tre, per favore. Quello che sta prendendo Theresa.

— Certamente, dottor Aranow — rispose la stanza.

— Caroline, attivati, per favore.

Lizzie non vide alcun terminale, ma una voce diversa disse: — Sì, dottor Aranow.

— Hai un sistema personale Caroline VIII — commentò Vicki. — Sono davvero impressionata.

— Caroline, chiama Thurmond Rogers alla Kelvin-Castner. Digli che si tratta di una chiamata prioritaria.

— Sì, dottor Aranow.

Lui si rivolse a Vicki. — Thurmond è un vecchio amico. Ci siamo diplomati insieme all’università di medicina. È ricercatore nello staff della Kelvin-Castner Pharmaceutical, il suo dipartimento è una magnificenza. Ci aiuterà.

— Aiuterà a fare che cosa? — chiese Vicki, ma Lizzie non sentì la risposta. Nell’altra stanza, Dirk cominciò a piangere. Lizzie corse da lui. Theresa teneva in braccio il piccolo senza sapere cosa fare, cullandolo dolcemente e cantilenando, mentre Dirk piangeva in preda alla paura e cercava di scapparle dal grembo.

Lizzie lo prese. Improvvisamente provò un sentimento di minore avversione nei confronti di Theresa. Dirk nascose il volto contro la spalla della madre e la strinse forte. — Non ci resti male — disse Lizzie. — Fa così soltanto perché non la conosce.

— È… è timido con gli estranei?

— Fino a questa mattina no!

Le due ragazze si fissarono. Lizzie si rese conto improvvisamente di quale effetto dovessero fare a un osservatore esterno: Theresa modificata geneticamente, bella ed elegante col suo grazioso abito, Lizzie con fango e foglie bagnate appiccicate sulla tuta sporca, nei capelli e incollate sulla faccia di suo figlio. Tuttavia era Theresa che aveva paura. Lizzie tirò via un ramoscello dai capelli di Dirk.

— Stamattina è successo qualcosa — disse impulsivamente a Theresa. — Il dottor Aranow dice che potrebbe essere un neurofarmaco sparso nel nostro terreno di alimentazione. Ha impaurito tutti sulle cose nuove. Perfino di votare per Shockey! E avevamo lavorato così sodo! Maledetto e fottutissimo inferno!

Theresa si contrasse ma chiese: — Impauriti di tutte le cose nuove? Vuole dire come… come me?

Ecco che cosa c’era di storto in quella ragazza. Aveva respirato un neurofarmaco come quello che avevano respirato Annie, Billy e Dirk. Ma il dottor Aranow aveva detto che non sapeva di che farmaco si trattasse, era qualcosa che nessun Dormiente avrebbe potuto inventare, e quindi come aveva potuto Theresa…

— Devo tornare indietro — disse repentinamente. — Il dottor Aranow sta chiamando un posto dove si fanno ricerche. — Portò Dirk con sé nella sala da pranzo.

La tavola mostrava piatti di cibo per bocca, anche se Lizzie non aveva visto passare alcun robot. Fragole, grosse e succulente, pane con frutta e noci cotte, soffici uova strapazzate: Lizzie non aveva più mangiato un uovo dall’estate precedente. Le venne l’acquolina in bocca. L’istante dopo, aveva già dimenticato il cibo.

Una sezione della parete programmata era sprofondata in una nicchia da olopalco. Lizzie non aveva mai visto una tecnologia simile. Un uomo della stessa età del dottor Aranow, con un bel volto e lucidi capelli color nocciola disse: — Sembra incredibile, Jackson.

— Lo so, Thurmond, lo so. Ma credimi, conoscevo quelle persone da prima, il cambio di comportamento è stato radicale e improvviso…

— Come facevi a conoscere così bene dei Vivi? Non sono tuoi pazienti, no? Non sono Cambiati?

— Sì. Non ha alcuna importanza come faccio a conoscerli. Ti assicuro che il cambiamento appare di tipo neuro farmaceutico, non diminuisce dopo che è terminata l’inspirazione e non è accompagnato da disturbi gastrointestinali o da svenimenti. Dovresti vederlo, Thurmond. E io ho bisogno che tu lo veda.

L’ologramma tamburellò con le dita su un computer. — Va bene. Cercherò di interessare Castner, se ci riesco. Portami qui due campioni, il bambino e un adulto.

Campioni?

— Quando? — chiese il dottor Aranow.

— Be’, non posso… oh, che diavolo, questo pomeriggio. Sei sicuro, Jackson, che l’effetto comportamentale non si attenui con il cessare dell’inalazione? Senza questo particolare, non ho tempo da sprecare con…

— Sono sicuro. Potrebbe avere un grande valore per te, Thurmond.

— Vuoi stilare un contratto a percentuale, se le possibilità commerciali dovessero rendere? Il nostro tasso standard è…

— Può aspettare. Saremo lì fra qualche ora. Allerta il tuo sistema di sicurezza. Io e tre Vivi che…

— Tre?

— La madre del bambino deve venire e non ha respirato il neurofarmaco, quindi ci saranno due adulti.

— D’accordo. Fagli fare un bagno, prima.

Jackson lanciò un’occhiata in tralice a Vicki. Quel Thurmond Rogers, quel fottuto stupido Mulo che pensava che i Vivi non si lavassero nemmeno, disse tagliente: — Sono lì con te adesso, Jackson? In casa "tua"?

Vicki si pose davanti all’olopalco. Sollevò delicatamente una fragola con due dita. Aveva una tuta sporca di fango come quella di Lizzie, ma più vecchia. I suoi occhi viola modificati geneticamente sfavillarono. — Sì, Thurmond, siamo qui, adesso. Ma non c’è problema, ci siamo spulciati.

— Lei chi è? — chiese Thurmond.

Vicki gli sorrise dolcemente e mordicchiò la fragola. — Non ti ricordi di me, Thurmond? Alla festa in giardino da Cazie Sanders? L’anno scorso?

— Jackson, che sta succedendo lì? Lei è un Mulo, perché…

— Saremo in cinque a venire alla Kelvin-Castner — disse Vicki. — Io sono la balia del bambino. Ci vediamo dopo, Thurmond. — Si spostò.

Thurmond cominciò: — Jackson…

— Allora a mezzogiorno — terminò in tutta fretta il dottor Aranow. — Grazie, Thurmond. Caroline, è tutto.

L’olopalco si spense. Lizzie guardò il dottor Aranow e Vicki squadrarsi a vicenda. Spostando Dirk sull’altra spalla, si stava facendo pesante, Lizzie aspettò di sentire Vicki strillare contro il dottor Aranow per avere permesso a Thurmond Rogers di chiamarli "campioni", o di sentire il dottor Aranow strillare contro Vicki per essersi intromessa nella sua chiamata. Invece, tutto quello che disse il dottor Aranow fu: — Hai incontrato Thurmond Rogers con Cazie?

— No — rispose Vicki. — Non l’ho mai visto prima in vita mia. Ma adesso scandaglierà il suo cervello chiedendosi dove fosse quella festa in giardino.

— Ne dubito.

— Io no — commentò Vicki. — Non sai davvero come si giocano queste partite, eh, Jackson?

— Non pensavo che stessimo giocando.

— Be’, di certo non sul neurofarmaco. A proposito, chi sarà il nostro campione adulto? Lizzie, non stare lì come una beota a guardare e sbavare. Se hai fame mangia delle fragole. Modificate geneticamente e squisite.

Lizzie voleva dire no: come era possibile che Vicki stesse spadroneggiando con tutti lì intorno, perfino in casa del dottor Aranow? Aveva troppa fame, però. Si sedette stancamente su una delle magnifiche sedie intagliate, con Dirk appoggiato alla spalla, e si servì tutto quello che era in grado di raggiungere.

— Torneremo in volo all’accampamento e prenderemo Shockey — annunciò il dottor Aramow.

— Perché Shockey? — chiese Vicki. — Anche Billy ha respirato il neurofarmaco e sarà molto più disponibile. Oppure Annie.

— No. Billy è troppo anziano e su Annie ho applicato un cerotto, cambiando le condizioni originali. Thurmond non li considererà soggetti ideali. Inoltre i cambiamenti comportamentali di Shockey mi sono sembrati i più pronunciati: deve esserci un’influenza sulle amigdale.

— Le cosa? — chiese Lizzie, per rammentare loro che c’era anche lei. Dirk si agitò e Lizzie lo spostò in grembo per dargli una fragola.

Il dottor Aranow le rispose: — È una parte del cervello che agisce sulla paura e sull’ansia. Che c’è che non va con Dirk?

Dirk si mise a strillare in braccio a Lizzie. Spinse coi piedi e ritirò le braccia al corpo. Contrasse il volto. Si divincolò fra le sue braccia, cercando di scendere, cercando freneticamente di scappare. Nel suo pianto si notò il tono della pura paura animale quando Lizzie lo aveva esposto a qualcosa di nuovo nella sua esperienza, qualcosa che non aveva mai visto prima: una fragola rossa e perfettamente matura.

— Sta dormendo — disse Vicki. — Vieni, Lizzie.

— Venire dove? — Lei non voleva lasciare Dirk. Il piccolo era steso sul pavimento del salottino del dottor Aranow su una soffice coperta multicolore che Vicki aveva preso da uno dei divani bianchi. Dirk aveva strillato e si era agitato talmente che il dottor Aranow alla fine gli aveva applicato un piccolo cerotto sul collo. Solo per farlo dormire, aveva detto. Lizzie era seduta sul divano che le si era modellato attorno al fondoschiena in modo confortevole e lanciò un’occhiataccia a Vicki. Il dottor Aranow, inizialmente, non era disposto ad andare da solo a prendere Shockey. Lizzie non sapeva che cosa gli avesse detto Vicki per convincerlo, o perché Vicki era rimasta lì, o come avrebbe fatto lei stessa ad adattarsi, per il resto della vita, a un bambino che si terrorizzava per una fragola. Era sfinita.

— Voglio parlare con Theresa — disse Vicki. — Non vuoi approfittare per curiosare nei sistemi di qui? Aranow ha un Caroline VIII.

Un Caroline VIII. Lizzie ne aveva solo sentito parlare. All’improvviso desiderò entrare in quel sistema più di qualsiasi altra cosa in vita sua. Poteva trafugare dati da quel sistema. Quel sistema, a differenza di tutto quello che ultimamente le era esploso nella vita, avrebbe potuto capirlo.

— Dirk sta bene e il cerotto durerà per ore. Vieni, Lizzie. Stabiliamo una testa di ponte.

Lizzie non aveva la minima idea di cosa fosse una testa di ponte e non lo chiese. Tuttavia seguì Vicki fino alla sala da pranzo, tanto vicino a Dirk da poterlo sentire. Il cibo per bocca ricopriva ancora la tavola.

— Il sistema di Jackson sarà regolato sulla sua voce — disse Vicki e Lizzie rise, allungando la mano verso un piatto.

— Pensi davvero che questo possa fermarmi?

— Apparentemente no. Ci vediamo dopo. Vado a cercare Theresa.

Lizzie mangiò affamata. Era tutto così buono! Perfino i piatti erano belli, di un materiale strano e sottile e orlati d’oro. E i bicchieri. E le posate d’argento. Dopo che Lizzie ebbe mangiato tutto quello che poteva, lanciò furtivamente un’occhiata attorno. In tutta fretta fece scivolare un cucchiaino d’argento nella tasca della tuta.

Poi cominciò con il sistema di casa, Jones. Come previsto, prevedeva un accesso diretto al sistema privato di Jackson, protetto in maniera ridicola. Dilettanti. Tutto quanto riguardava Jackson era a disposizione di Lizzie.

A Lizzie scintillarono gli occhi. Se Vicki non fosse riuscita a trovare Theresa, o non fosse riuscita a farla parlare, Lizzie avrebbe saputo tutto su Theresa dal sistema personale di lei. Poi, quando Vicki avesse detto che non era stata in grado di scoprire qualcosa, Lizzie avrebbe potuto rivelare casualmente le informazioni. Ne avrebbe saputo effettivamente più di Vicki.

Il sistema personale di Theresa, Thomas, conteneva file a calendario, file medici (Theresa aveva preso davvero preso tutte quelle medicine quando era piccola? e che cos’erano?), conti correnti. Lizzie annotò i loro numeri e i codici di ingresso. Selezioni di programmazione delle pareti, richieste di libri, comunicazioni vocali (quasi nessuna: Theresa non aveva amici?). Ordini a Jones, schizzi di vestiti, ma non aveva un file-diario? No, però c’era un libro che stava dettando.

Lizzie sbuffò. Le reti dei Muli erano sempre stipate di libri. Fra tutti gli usi di un sistema, quello le sembrava il più stupido. Chi voleva sentire cose mai successe o successe tanto tempo prima e ormai morte e sepolte? Il presente così come era offriva anche troppo da assimilare. Lizzie esaminò velocemente il file, finché notò le parole "Siringa del Cambiamento".

Si fermò a quel punto. — Thomas, leggimi quella sezione.

Il sistema disse: — "Leisha Camden non vide mai le siringhe del Cambiamento che creò Miranda. Leisha era già morta. Tutti pensano che Leisha avrebbe apprezzato le siringhe del Cambiamento, perché aveva detto a Tony Indivino che avrebbe dato molti soldi ai poveri mendicanti di Spagna. Tutti pensano che Leisha avrebbe apprezzato ogni cosa che avesse dato ai poveri mendicanti come i Vivi un modo per ottenere il cibo. Io però non penso che Leisha avrebbe apprezzato le siringhe del Cambiamento. Lei sapeva che le persone hanno bisogno del cibo ma che hanno ancora più bisogno di altre cose come un significato nella vita."

"Poveri mendicanti come i Vivi?" Lizzie non aveva mai mendicato in vita sua! Se voleva qualcosa, usciva e se lo prendeva oppure lo trafugava dalla Rete. — Thomas, riassumi i contenuti del file.

— Questo file contiene un libro dettato da Theresa Aranow. È stato iniziato il 19 Agosto 2118. Si tratta di una biografia di Leisha Camden, 2008-2114, una dei primi ventuno Insonni creati tramite modificazione genetica negli Stati Uniti. Il libro ripercorre l’intera vita di Leisha Camden, a iniziare dalla sua nascita a Chicago in Illinois, e…

— Mi basta. Collegamenti del file?

— Uno. Al notiziario file 65. Con accesso limitato.

Accesso limitato. Un file su un notiziario? Ma se erano pubblici. — A quale accesso è limitato il file?

— Alla stampante nello studio di Theresa Aranow.

A Lizzie occorsero tre minuti per accedere al file.

— Mostra immagini sullo schermo più vicino.

I colori della parete della camera da pranzo si dissolsero. Al loro posto apparvero delle immagini con didascalie. Immagini orribili, una dopo l’altra, ognuna esibita per trenta secondi prima di dissolversi nella successiva. Lizzie non fu in grado di leggere le didascalie ma riconobbe le immagini. Però non ne aveva mai viste così tante in un singolo posto.

Bambini con ventri gonfi e chiazzati. Bambini con gli occhi che lacrimavano sangue. Bambini stesi con gli occhi vacui e gli arti ossuti afflosciati. Bambini raggrinziti come mele rinsecchite, le bocche aperte su gengive gonfie e prive di denti. Bambini nonCambiati, non protetti contro la malattia o la carestia. "Tanti" bambini nonCambiati.

Lizzie si precipitò in salotto. Dirk giaceva addormentato sulla coperta a colori vivaci che, Lizzie notò a quel punto, le sue gambette paffute stavano consumando. La boccuccia rosata si muoveva come se succhiasse, mentre dormiva.

Tornò nella sala da pranzo e guardò altre immagini. Bambini nonCambiati ammalati. Bambini non-Cambiati morenti. Bambini nonCambiati morti: tutti bambini Vivi. Lizzie chiuse gli occhi. Quanti bambini nonCambiati c’erano già negli Stati Uniti? Se lei non avesse avuto una siringa per Dirk… Perché nessuno faceva qualcosa in proposito?

E perché Theresa Aranow, ricca, modificata geneticamente, protetta, al sicuro, si preoccupava di quei bambini Vivi?

Lizzie comprese la risposta a quell’ultima domanda. La paura di Theresa per ogni novità. I suoi scarsi amici. Il cibo per bocca. La coperta che Dirk stava consumando. Theresa era nonCambiata.

Ma com’era possibile? Theresa era un Mulo. E aveva l’età di Lizzie. C’erano state moltissime siringhe del Cambiamento in giro anche solo due anni prima. Ce ne erano ancora molte per i Muli? Forse in determinati posti. Lizzie non lo sapeva per certo. Nulla di tutto ciò aveva alcun senso.

Il sistema disse con la rigida voce di Jones: — Signorina Aranow, il dottor Aranow è in ascensore. — Nello stesso istante, Lizzie sentì Vicki che tornava dalla sala da pranzo.

Lizzie spense immediatamente il sistema. Non sapeva perché, però Vicki non doveva vedere quelle immagini. Era una cosa stupida perché Vicki era l’amica più cara che aveva al mondo, Lizzie doveva tutto a Vicki, e inoltre Vicki era sempre al corrente delle ultime notizie e probabilmente sapeva già tutto. Vicki era sempre un Mulo, comunque. Lizzie non voleva che vedesse quei patetici, orribili bambini Vivi nonCambiati. Non in quella ricca casa di Muli.

— Non sono riuscita a trovare Theresa — annunciò Vicki contrariata. — O meglio, suppongo di averla trovata, nascosta in una stanza al piano superiore, ma non sono riuscita a sbloccare la serratura. Perché non sei venuta con me? E cos’è tutto questo rumore?

— Il dottor Aranow è tornato.

— Da solo? Dov’è Shockey? Hai trovato i codici di accesso?

— Sì.

— Allora andiamo a salutare le truppe sui comodi bastioni.

— Fra un minuto — rispose Lizzie. — Io vorrei… vorrei ancora un pezzo di pane.

— Ghiottona metabolicamente versatile — disse Vicki e lasciò la stanza.

— Thomas — fece Lizzie a voce bassa — modalità messaggio personale per Theresa Aranow. Urgente.

— Parli pure.

— Ho visto le immagini dei bambini Vivi. Lei deve trovare Miranda Sharifi e fare sì che ci fornisca altre siringhe del Cambiamento. Lei è un Mulo, ha tutti questi soldi, può arrivare a Miranda, lei, in modi che noi non possiamo, noi… — Lizzie lasciò spegnere le parole. Come lo avrebbe firmato? Perché firmare? Che diavolo pensava di fare, mendicare l’aiuto di una ragazza Mulo tanto codarda che non riusciva nemmeno a lasciare il proprio appartamento?

— Thomas, cancella messaggio personale urgente.

— Codice di cancellazione personale, per favore?

Non c’era tempo. Jackson e Vicki si avvicinavano alla porta.

— Thomas, chiudere. — La parete si spense.

— Andiamo, Lizzie — disse stancamente il dottor Aranow. — Non sarà pesante, te lo prometto. Qualche registrazione del comportamento, una scansione cerebrale, poi vi addormenteranno brevemente per prelevare campioni di tessuto. Non farà alcun male.

— Dov’è Shockey?

— Nell’aeromobile. Non ha voluto lasciarla nemmeno con un cerotto tranquillante addosso. Prendi il piccolo e andiamo.

— Billy e mia madre stanno bene?

— Sì. No. Sono come quando li hai visti tu.

— Come hai fatto a convincere Shockey a venire con te? — chiese Vicki.

— Non è stato facile. Si è messo a piangere.

Lizzie cercò di immaginare Shockey che piangeva. Il grosso, rude e baldanzoso Shockey. — Nessuno ha cercato di fermarla?

— Sì. Più o meno. Billy ci ha provato, insieme a qualcun altro. Io però ho cominciato semplicemente a comportarmi in modo strano e tutti si sono spaventati molto, indietreggiando. Ho afferrato Shockey, gli ho applicato un tranquillante e me lo sono trascinato dietro. In lacrime. — Il dottor Aranow si passò una mano fra i capelli. Lizzie non aveva mai immaginato che un Mulo potesse apparire così stremato e "sconvolto".

Con il tono di voce più gentile che Lizzie le avesse mai sentito usare con chiunque, a parte Dirk e lei stessa, Vicki disse: — Dovresti dormire, Jackson.

Lui scoppiò a ridere brevemente. — Oh, sì. Risolverebbe ogni cosa. Forza, Lizzie, Thurmond Rogers sta aspettando.

Prima ancora di rendersi conto di parlare, Lizzie disse: — Prima però devo fare un bagno, e anche Dirk.

— Non puoi…

— Oh sì che posso, io, e lo farò.

Vicki le sorrise. A Lizzie occorse qualche istante per capire il motivo. Vicki aveva pensato che lei volesse fare il bagno per dare al dottor Aranow il tempo per riposare. Col cazzo. Lei voleva fare il bagno prima di affrontare Thurmond Rogers e la sua società di snob. Lei e Dirk. Vicki poteva presentarsi anche come un pezzo di bosco, ma era una cosa diversa. Vicki era un Mulo.

A Lizzie sembrò di non essersi mai resa conto, fino a quel momento, di cosa significasse davvero quella differenza.

— D’accordo, d’accordo — concesse il dottor Aranow. — Fai un bel bagno. Però sbrigati.

— Lo farò — promise Lizzie. E lo avrebbe fatto. Era preoccupata per Annie e Billy. Si sarebbe lavata e avrebbe lavato Dirk più in fretta possibile.

E forse, intanto, si sarebbe inserita in tutte le parti del sistema a cui poteva accedere dal bagno.

Interludio

DATA TRASMISSIONE: 3 Aprile 2121

A: Base Selene, Luna

VIA: stazione Terrestre di Chicago N°2, Satellite CEO 342 (Old Charter) (USA)

TIPO MESSAGGIO: Non codificato

CLASSE MESSAGGIO: Classe D, Accesso Servizio Pubblico, in accordo con la Legge Congressuale 4892-18, Maggio 2118

GRUPPO DI ORIGINE: Associazione Medica Americana

MESSAGGIO:

Lettera aperta a Miranda Sharifi,

noi, medici dell’Associazione Medica Americana, vorremmo chiederle ancora una volta tutti insieme che, come atto umanitario, lei renda disponibile alle popolazioni del mondo la sostanza medica di sua proprietà, il Depuratore Cellulare™. In quanto medici, tutti noi assistiamo quotidianamente alla sofferenza personale e al disordine sociale creati dall’improvvisa mancanza di tale farmaco. Siamo ai limiti della tragedia. Le conseguenze a lungo termine per il nostro paese, che è anche il suo, sono le più gravi immaginabili.

La preghiamo di riconsiderare la sua decisione di non elargire i mezzi per alleviare cosi grandi sofferenze.

Margaret Ruth Streibel

Presidentessa AMA

Ryan Arthur Anderson

Vicepresidente AMA

Theodore George Milgate

Segretario AMA

e i 114.822 membri dell’Associazione Medica Americana.

CONFERMA RICEZIONE: Nessuna

13

Il mezzo telecomandato si abbassò sopra gli alberi, non più veloce di un uccello e di massa non maggiore. La piccola videocamera mostrava l’enclave sottostante, sempre più grande. Jennifer Sharifi, nel suo studio al Rifugio, si sporse verso lo schermo.

Aveva reso opaca la parete dello studio che dava sullo spazio profondo. Per il momento, non voleva competizione con le stelle. Esattamente come non voleva compagnia, nemmeno di suo marito Will. Soprattutto non di Will. Il resto della squadra impegnato nel progetto osservava il test dai Laboratori Sharifi. A Jennifer sembrò di essersi meritata quella soddisfazione personale.

L’enclave di California si avvicinò sempre di più. Fino a quel momento si erano occupati di sedici accampamenti di Vivi, ma erano stati soltanto tentativi preliminari. Quella era la prima enclave di Muli che sarebbe stata penetrata dal virus di Strukov, e la prima su cui testare il veicolo telecomandato, il mezzo di diffusione, decisamente più sofisticato, creato dal fornitore peruviano di Jennifer. Per infettare i Vivi era stato necessario trafiggere solo una tenda di plastica. Le enclavi protette dagli scudi a energia-Y erano tutt’altra questione. L’enclave California era, fondamentalmente, un primo passo abbastanza facile.

— Cinquantotto minuti — annunciò una voce priva di inflessione da un differente terminale inserito in un angolo, dall’altra parte della stanza. Jennifer non si voltò.

L’enclave al nord della California era piccola, originariamente soltanto una colonia per le vacanze arroccata sulla costa del Pacifico. Quattrocentosettanta Muli vivevano sotto uno scudo a energia-Y che si estendeva per quattrocento metri al di sopra dell’oceano, fissandosi poi profondamente nel fondale. Sotto la cupola invisibile c’erano lussureggianti giardini modificati geneticamente, una spettacolare spiaggia artificiale, case nanocostruite di fantastiche dimensioni e lusso e soltanto armamenti di secondaria importanza. Durante le Guerre del Cambiamento, la sicurezza era stata potenziata, ma la difesa no. Perché mai doveva verificarsi un attacco in forza contro una piccola enclave di vacanza formata per la maggior parte da anziani in pensione? I ladri non erano in grado di penetrare oltre uno scudo a energia-Y. Non era necessario altro.

Alle enclavi, tuttavia, piacevano gli uccellini. Gabbiani, condor, picchi, passerotti e altri uccelli marini esotici modificati. Non c’era alcun motivo per temere gli uccelli. I Vivi non possedevano la tecnologia necessaria per una guerra batteriologica, non erano in grado di rubarla e, semmai ci fossero riusciti, nemmeno di comprenderla. Tutti lo sapevano. A diciassette metri dal suolo, lo scudo permetteva l’ingresso agli uccelli.

Il mezzo telecomandato attraversò lo scudo, lento quanto un uccello. Nessuno lo notò. Lentamente, il veicolo scese, mentre il suo zoom mostrava un numero crescente di dettagli. L’ultima immagine venne trasmessa da dodici metri sopra un giardino elegante, color porpora: piscina dall’acqua violetta, cespugli di fiori viola, di cui perfino gli steli riprendevano sfumature lavanda, malva, lilla, orchidea o eliotropo. Un coniglio color prugna, modificato geneticamente, sollevò gli occhi violetti verso il cielo. Le lenti mostrarono le pupille scure e dolci degli occhi, inchiostro su seta dipinta.

Il mezzo telecomandato esplose senza rumore. Una sottile nebbiolina ricoprì un’area molto più vasta di quanto si sarebbe immaginato. Nello stesso istante, tutti i resti della sonda si dissolsero negli atomi che li componevano. Le brezze artificiali dell’enclave, unite a quelle naturali provenienti dall’oceano, diffusero ulteriormente la nebbiolina. Nell’enclave c’erano costantemente ventotto gradi: le finestre delle ville lussuose erano aperte per consentire all’aria profumata di fiori di entrare. Su uno schermo alla destra di Jennifer, suonò un campanello.

— Signora Sharifi, una chiamata da parte del dottor Strukov.

Jennifer si voltò verso lo schermo. Prima ancora di accettare la chiamata, l’ologramma di Strukov era lì, dimostrando, senza bisogno di parole, la superiorità dei codici di sovrapposizione dello scienziato. Jennifer non si permise di lasciar trapelare reazioni.

— Buon giorno, signora Sharifi. Ovviamente, ha visto la trasmissione.

— Sì.

— Senza alcun problema, vero? Confido che il pagamento sia stato accreditato a Singapore.

— Sì.

— Bene, bene. E il programma di consegna rimane inalterato?

— Sì. — Altre enclavi da usare come test, meglio protette, per arrivare fino ai bersagli militari e governativi. Quelli erano i più difficili da penetrare e i più cruciali. Se Strukov fosse riuscito a infettare le enclavi federali di Brookhaven, Cold Harbor, Bethesda, New York, e Washington Mall, e le basi militari in California, Colorado, Texas e Florida, avrebbe infettato qualunque cosa.

La porta dello studio si aprì e si chiuse. Contro i suoi espressi desideri. Will si rivolse all’immagine di Strukov: — Al momento procede tutto benissimo ma ovviamente non abbiamo ancora alcuna prova che questa versione del suo virus funzioni.

Lei non era mai riuscita a insegnare a Will il vantaggio tattico che si otteneva non mostrando rivalità.

— Ma certo che funzionerà — rispose Strukov. Sorrise mostrando una dentatura perfetta. — Dubita forse del meccanismo di diffusione? Quella è una responsabilità che non riguarda me, ma i vostri tecnici peruviani. Forse dovreste sottoporre i dubbi su quella tecnologia alla vostra brillantissima nipote, Miranda Sharifi.

— Questo è quanto, dottor Strukov — concluse Jennifer.

— A bientôt, madame.

— Non mi fido di lui — commentò Will quando la comunicazione si interruppe.

— Non c’è alcun motivo per non farlo — rispose calma Jennifer. Avrebbe dovuto riconsiderare la posizione di Will Sandaleros come socio e come marito. Se non riusciva a trattenere il suo disprezzo e la sua gelosia…

— Non vuole ancora consegnare un campione del virus ai Laboratori Sharifi per un’analisi. I nostri esperti genetici non riescono a produrre alcun modello ipotetico congruente. La biochimica del prodotto e così maledettamente indiretta…

— Abbiamo chiesto noi che avesse effetti indiretti — commentò Jennifer. Parlò allo schermo. — Modalità notiziari. Canale 164. — Era una delle stazioni di Muli più affidabili e trasmetteva da New York.

— Io continuo a non fidarmi di lui — ripeté Will.

— Cinquanta minuti — annunciò il terminale nell’angolo.

— Scontri fra i Vivi dell’Iowa — iniziò il giornalista. — La polizia ha assicurato tutti i canali che non c’è pericolo per l’enclave di Peoria o per le agri-aree protette dell’Illinois meridionale. Le robocamere che controllano gli scontri mostrano il coinvolgimento di vari accampamenti dei Vivi, forse anche alleati. La causa, come in ogni parte nel paese, sembra essere la carenza di siringhe del Cambiamento negli sfortunati accampamenti dei Vivi…

Jennifer si concentrò sulle immagini, trasmesse senza tagli se si eccettuava la selezione a rotazione rapida fra diverse telecamere. Un attacco durante il giorno da parte di trenta o quaranta Vivi in uno dei loro squallidi piccoli "accampamenti". I Vivi residenti erano seduti nudi sotto il telo di plastica trasparente del loro terreno di alimentazione. Perché non si erano trasferiti a sud per l’inverno, come tanti altri? Non importava. Il secondo gruppo di Vivi, vestiti di vecchi abiti sintetici un tempo forniti dal governo e di bizzarri assortimenti di stoffe consumabili tessute a mano, arrivarono di corsa e aprirono il fuoco. La gente prese a gridare, il sangue zampillò in schizzi rossi contro il basso telo di plastica. Un bambino strillò prima di venire ammazzato.

Jennifer bloccò l’immagine e la esaminò. Gli attaccanti erano armati con AL-72, armi d’assalto militari. Ciò significava che avevano alleati Muli oppure che avevano trafugato le armi da arsenali federali o statali, più probabilmente da quelli statali. I loro pirati informatici diventavano sempre più arditi e, mentre acquisivano più conoscenze e più armi, divenivano potenzialmente più pericolosi non solo per i Muli ma anche per le finanziarie del Rifugio con sede negli Stati Uniti e, in fondo, per lo stesso Rifugio.

— …un altro gruppo di Medici per Aiuti Umanitari sono già partiti per la zona delle tre contee da…

— Quaranta minuti — scandì il terminale nell’angolo.

Jennifer cambiava i canali dei notiziari con regolarità da metronomo, due minuti per uno. Ovviamente, determinati programmi-scandaglio le presentavano ogni ora dei riassunti. Tuttavia era importante tenersi aggiornati personalmente per cogliere quelle sfumature di toni che i riassunti non potevano evidenziare.

Un’incursione di Vivi nell’Enclave di Miami: trenta siringhe del Cambiamento rubate, cinquantadue persone morte. Altre immagini di bambini nonCambiati in Texas che morivano per un virus o una tossina sconosciuti. Il Presidente Garrison dichiarava lo stato di emergenza che le enclavi, che si governavano praticamente da sole, avrebbero ignorato. Nuove trasmissioni verso Selene che scongiuravano Miranda di inviare altre siringhe del Cambiamento. Un nuovo bizzarro culto religioso in Virginia, particolare in quanto formato da Muli e non da Vivi: credevano che Gesù Cristo preparasse la Terra per il ritorno di angeli dalla Nebulosa di Orione.

Jennifer guardò tutto con compostezza, senza permettere alle proprie emozioni di trapelare. Cosa faceva Miranda? Miranda aveva dato al nemico il Cambiamento perché lo stava ritirando?

Le persone incostanti erano pericolose. Non si poteva prevedere come bloccare le loro azioni.

— Trenta minuti — fece il terminale nell’angolo.

— Jennifer, è il momento della seconda penetrazione — disse Will. La sua voce era tesa e squillante. Jennifer spense il notiziario.

Quella volta il bersaglio era un’enclave meno ricca, all’esterno della cupola principale di St. Paul in Minnesota. L’enclave ospitava soprattutto tecnici che si occupavano del funzionamento e della programmazione dei macchinari della città. I tecnici, abili e modificati geneticamente, facevano parte dell’economia dei Muli, anche se non prendevano mai decisioni. La telecamera del mezzo telecomandato mostrò file di piccole case graziose poste sotto una cupola a energia, prati e fiori modificati geneticamente, un campo giochi, una chiesa e un centro comunale. Lo scudo a energia-Y non consentiva l’ingresso agli uccelli. Ai tecnici gli uccelli non interessavano.

Nonostante tutto, il secondo mezzo telecomandato volò attraverso lo scudo con la stessa facilità con cui il primo era volato all’interno dell’opulenta enclave di pensionati presso il Pacifico. Senza provocare rumore, il mezzo si dissolse e la foschia virale si abbassò senza rumore fluttuando sulle case e sul campo giochi.

I tecnici lavoravano per guadagnarsi da vivere. Non potevano essere trasformati in persone terrorizzate come i Vivi, altrimenti si sarebbero rifiutati di uscire dalla loro piccola enclave e non si sarebbero presentati al lavoro. Strukov tuttavia, imparando dai sedici beta-test effettuati sui Vivi, aveva raffinato il proprio prodotto: quella versione era più blanda.

Altrettanto difficile, però, da identificare con un’analisi biochimica. Non c’erano riusciti nemmeno i Laboratori Sharifi. Il virus innescava la produzione e la diffusione di un’ammina biogenica che si trovava allo stato naturale nel cervello e, a sua volta, provocava la produzione e la diffusione di un’altra che agiva su diversi recettori e causava ulteriori reazioni elettrochimiche: si trattava di una lunga e complessa catena di eventi cerebrali. Il risultato finale sarebbe stato che i tecnici, senza rendersene conto, avrebbero preferito semplicemente le cose familiari: routine che conoscevano già, facce che vedevano ogni giorno, compiti abituali, il vecchio amico, la linea di pensiero conosciuta, l’attitudine convenzionale, il politico del momento. Sarebbe sembrato loro sconvolgente iniziare qualcosa di nuovo, imparare o cambiare.

A quel punto Jennifer Sharifi e il suo popolo sarebbero stati al sicuro. "Meglio il diavolo che conosci che quello che ti è ignoto."

Sicuri. Era davvero possibile? A volte, nella prigione federale di Allendale, lei aveva disperato di potersi sentire di nuovo al sicuro, o di riuscire a rendere sicuro il suo popolo. I suoi sforzi precedenti di salvaguardare gli Insonni erano stati grezzi e ingenui. La creazione del Rifugio, staccato dalla Terra ma vulnerabile, come tutte le stazioni orbitanti. L’acquisizione del potere finanziario, necessario ma non sufficiente per essere protetti. Alla fine il tentativo di secessione da un governo corrotto, con un atto di terrorismo che aveva attirato su di sé un’attenzione esasperata, condannato a fallire.

Quella volta sarebbe stato diverso. Nessuna minaccia di guerra batteriologica. Nessuna rivendicazione di libertà. Nessuna trasmissione al mondo intero per cercare di far capire al nemico ciò che era incapace di capire. No. Quella volta, azioni subdole e stasi. Avrebbe congelato il mondo con un’inibizione biologica, ma in modo così raffinato che il mondo non se ne sarebbe nemmeno accorto. Will aveva ragione: non avrebbero mai saputo cosa li aveva colpiti.

Eccetto ventisette persone.

Quei ventisette, se lo avessero deciso, probabilmente avrebbero potuto fermarla. Come avevano già fatto in passato. Se non avevano ancora interferito significava forse che le loro mete complesse e deviate si incastravano a coda di rondine con le sue in un determinato punto. Poteva essere così? "Cosa stava facendo Miranda?"

Di qualunque cosa si trattasse, Jennifer non le avrebbe permesso di distruggere i suoi progetti. Non poteva permetterglielo.

Quella era la parte più penosa: la vera e propria mancanza di possibilità di scelta per Jennifer. Miranda era sua nipote, Nikos e Christina i nipoti del suo più vecchio amico, Toshio Ohmura suo nipote acquisito. Non poteva voltare semplicemente le spalle, senza provare dolore. Quello era ciò che facevano i Dormienti: distruggevano i legami familiari, distruggevano la comunità senza provare alcuna sensazione di perdita. Quell’uccisione del sé era ciò contro cui Jennifer lottava.

Eppure, se voleva rendere sicuro il suo popolo non c’era scelta.

Sentì le mani di Will sulle spalle. — Jenny, è il momento. — Pensò che il marito avesse già pronunciato quelle parole ma che lei, all’improvviso, non riuscisse a ricordarle. Non aveva sentito il terminale. Per un momento la stanza si offuscò. Chiuse gli occhi.

— Trenta secondi — contò il terminale nell’angolo. Jennifer si costrinse ad aprire gli occhi. Lo schermo si era illuminato. Nessuna telecamera montata su mezzi telecomandati, quella volta. Il monitor nascosto si trovava a un chilometro e mezzo di distanza e mostrava soltanto un paesaggio desolato e vuoto, e, zoomando, il debole scintillio di uno scudo a energia-Y. No, non uno scudo a energia-Y ma qualcosa di completamente diverso, progettato da geni, mai duplicato da nessuno, da nessuna parte. Qualcosa in cui nessun mezzo telecomandato sarebbe mai riuscito a penetrare.

— Venti secondi.

Le mani di Will le si serrarono sulle spalle. Lei pensò di togliersele di dosso ma, per qualche motivo, non riuscì a muoversi. Non riusciva a pensare. La sua mente, quel meccanismo di precisione, era soffocata dalla confusione, vaporizzata dai nuovi dati che Caroline Renleigh le aveva riferito su Selene. Selene, dove la traditrice Miranda si nascondeva al mondo.

Sua nipote Miranda. La figlia di Richard. Richard, suo figlio, che aveva scelto di sostenere il tradimento di Miranda contro sua madre. Richard, che era lì con Miranda.

— Dieci secondi.

Non ricordava Richard da piccolo. Lei era molto giovane, coinvolta nella creazione del Rifugio e non ancora addestrata a ricordare ogni cosa. Ricordava l’infanzia di Miranda. Miranda, con gli occhi scuri e i capelli neri, scompigliati, che rideva alle stelle mentre lei la teneva in braccio davanti alla finestra di quella stessa stanza. Miranda.

"Miri…"

— No! — urlò Jennifer, e il suo grido annullò la voce calma del terminale nell’angolo.

— È finita, Jenny — disse dolcemente Will. — È finita. — Jennifer, però, piangeva, singhiozzva così violentemente da riuscire a sentire a mala pena il sistema aggiungere: — Operazione Nuovo Messico completata. — In seguito, si sarebbe rammaricata di avere singhiozzato e di essersi fatta vedere da Will. Era una disgrazia per la sua disciplina, ma ormai piangeva come una piccola di due anni perché le cose non dovevano essere così, le scelte non dovevano essere tanto dure. Le terribili scelte di guerra.

"Miri…"

Will l’abbracciò come se fosse una bambina impaurita e nonostante i singhiozzi, il rammarico e la sua imperdonabile debolezza si rese conto che quell’uomo, con la sua odiata delicatezza, poteva ancora fare molto per lei, che se lo sarebbe tenuto ancora vicino.

14

La luce sul volto svegliò Theresa che gridò.

Un momento dopo ricordò dove si trovava. Afflosciata sul sedile presso la finestra, in fondo all’atrio del piano superiore. Dalla notte precedente? Da tutta la notte? Aveva voluto sedersi soltanto un minuto, guardare il parco, fuggire dal suo studio per un po’.

Dolorosamente, cercò di sbloccare il corpo dal sedile angusto. Le faceva male la schiena, sentiva il collo irrigidito, provava un terribile sapore in bocca. Da quanto tempo non dormiva, prima della sera precedente? Da quanto tempo non mangiava? Aveva perso il conto. Jackson non tornava a casa da giorni. Theresa era rimasta da sola, chiusa a chiave nello studio, a guardare i notiziari e stampare immagini da appendere alle pareti. Immagini di bambini nonCambiati morenti, di adulti che combattevano selvaggiamente gli uni contro gli altri per inesistenti siringhe del Cambiamento, di incursioni per saccheggiare coni-Y, mobili e terminali, di enclavi violate in Oregon, New Jersey, Wisconsin. Theresa aveva guardato tutto.

"Sono venuto a portare testimonianza della distruzione dei mondi." La citazione era stata trovata da Thomas. Theresa l’aveva fissata finché la vista non le si era annebbiata. Poi aveva guardato ancora un po’ i notiziari. Quindi aveva fissato il messaggio sul suo sistema, il messaggio che non sarebbe dovuto essere lì:

HO VISTO LE IMMAGINI DEI BAMBINI VIVI. LEI DEVE TROVARE MIRANDA SHARIFI E FARE SÌ CHE CI FORNISCA ALTRE SIRINGHE DEL CAMBIAMENTO. LEI È UN MULO, HA TUTTI QUESTI SOLDI, LEI, E PUÒ ARRIVARE A MIRANDA IN MODI CHE NOI NON POSSIAMO, NOI…

Il messaggio era stato dettato, ovviamente, ma Theresa aveva chiesto a Thomas di scriverlo. Poi era rimasta a fissarlo, senza dormire, per tutti i giorni passati da quando Jackson non era più rientrato a casa. Inizialmente aveva finto che il messaggio fosse un errore, un’interferenza, uno delle migliaia di messaggi che le persone preparavano in tutto il mondo da trasmettere a Selene e finito nel suo sistema personale per qualche bizzarro errore nella Rete. Ma anche se poteva cercare di convincersene, Theresa sapeva di non essere tanto pazza da crederci veramente.

Peccato.

Il messaggio era di quella ragazza che Jackson aveva portato a casa, la ragazza Viva con il bambino reso timido dai neurofarmaci, ed era indirizzato proprio a Theresa. Jackson voleva sempre che lei affrontasse i fatti: quelli erano i fatti. Il messaggio era per lei.

Ovviamente non significava che lei dovesse farne qualcosa.

Aveva fissato il messaggio e distolto lo sguardo, gli ologrammi dei notiziari con i bambini morenti e aveva distolto lo sguardo, le pareti del suo studio e aveva distolto lo sguardo, per due giorni. O tre. Finché la notte precedente aveva pensato improvvisamente che se non fosse uscita da quella stanza sarebbe impazzita "sul serio". Sarebbe diventata ancora più pazza. Era arrancata fino al sedile presso la finestra e aveva guardato giù, verso il parco illuminato per la notte, e su, verso la cupola dell’enclave e le stelle, quindi aveva cominciato a singhiozzare fino a non riuscire più a fermarsi. Per nessun motivo, nessun motivo al mondo.

"Prendi un neurofarmaco" disse Jackson nella sua mente. "Tessie, è una questione biochimica, non sei obbligata a sentirti così."

— Fottiti — disse Tessie a voce alta, per la prima volta in vita sua, e ricominciò a piangere.

No. Anche quello bastava. Doveva riprendersi, fare un bagno, mangiare qualcosa. Doveva tornare nello studio. I bambini stavano morendo, i neonati venivano martoriati e sfigurati da orribili malattie, le madri come quella Lizzie tenevano in braccio i figli che si contorcevano dal dolore. Perché non riusciva a dimenticarsene? Altre persone lo facevano! Toglierselo dalla testa, soltanto, restare fuori da quello stupido studio.

"Prendi un neurofarmaco, Tessie."

— Signorina Aranow — fece Jones — ha un messaggio a priorità assoluta.

— Di’ che sono morta.

— Signorina Aranow?

Poteva trattarsi soltanto di Jackson. Non doveva preoccuparlo. Lei non doveva… non poteva…

— Signorina Aranow?

— Di’ che sto arrivando, Jones.

Theresa scese dal sedile presso la finestra. Le girava la testa. Si appoggiò contro la parete finché la vista non le si schiarì, sentì le ginocchia tremare. Cercò di stabilizzarle e accettò la chiamata in bagno, dove non avrebbe dovuto inviare la sua immagine. Non era Jackson.

— Tess? Dov’è il video? — Cazie, dall’aspetto fresco e austero con il suo vestito nero.

— Sono appena uscita dalla doccia. — Cazie sapeva che a Theresa non piaceva mostrare il proprio corpo.

— Oh, mi dispiace. Ascolta, dov’è Jackson?

— Non è con te? — chiese Theresa.

— Sai benissimo che non è con me: lo sento dal tuo tono di voce. Non giocare con me, Tess. Dove ha portato quei Vivi?

— Io non… quali Vivi?

Il volto di Cazie mutò. Quella, pensò Theresa, doveva essere la faccia che vedeva Jackson quando lui e Cazie litigavano: zigomi alti e pronunciati che sporgevano dalla pelle, sguardo duro quanto il pavimento di marmo che Theresa aveva sotto i piedi nudi: la ragazza indietreggiò leggermente verso il lavandino.

— Theresa. Dimmi. Dove. Si. Trova. Jackson.

Theresa chiuse gli occhi serrandoli stretti.

— Non vuoi dirmelo. Benissimo, vengo immediatamente lì da te.

— No! Io… io stavo uscendo!

— Oh, certo. Quando è stata l’ultima volta che sei uscita? Sarò lì fra dieci minuti, Tess. — Lo schermo si spense.

Theresa si sentì assalire dal panico. Cazie le avrebbe estorto le risposte, Cazie poteva farle tirare fuori tutto; lei le avrebbe riferito che Jackson aveva portato Lizzie e gli altri alla Kelvin-Castner a Boston. Jackson si era raccomandato di non dire niente. A nessuno. Specialmente a Cazie. Ma Cazie stava arrivando. Theresa avrebbe ordinato a Jones di non lasciarla entrare.

Cazie conosceva i codici di sovrapposizione. Per l’appartamento, per l’edificio. Per la mente di Theresa.

Benissimo, allora. Theresa non sarebbe stata lì quando Cazie fosse arrivata.

Nel momento in cui le venne in mente quel pensiero, Theresa seppe che era quello giusto. Doveva uscire prima che arrivasse Cazie. Aveva bisogno di fare quello che il messaggio sul suo sistema le aveva detto di fare: giungere fino a Miranda Sharifi e farsi consegnare altre siringhe del Cambiamento. "Lei è un Mulo, ha tutti questi soldi, lei, e può arrivare a Miranda in modi che noi non possiamo, noi…" Theresa aveva passato due giorni (tre?), comprese in quel momento, a cercare di allontanare dalla mente il pensiero di quello che doveva fare. E non aveva funzionato, non funzionava mai.

Ignorare il richiamo del dolore non faceva altro che rendere il dolore peggiore. Quella chiamata era un dono. Lei, in qualche modo, lo aveva trascurato e non reagire a quel dono l’aveva soltanto fatta diventare pazza.

Più pazza.

Ormai non più.

In fretta, con una disinvoltura che la sorprese, Theresa sfrecciò fuori dal bagno. Non aveva tempo per fare la doccia, in quel momento. Le scarpe… avrebbe avuto bisogno di scarpe. E di un cappotto. Era aprile fuori dall’enclave. In aprile non faceva freddo? Afferrò scarpe e cappotto. — Al tetto — ordinò all’ascensore. — Per favore.

Non erano soltanto i suoi muscoli ad agire all’improvviso con disinvoltura. Anche la sua mente lo faceva, lavorando su progetti autonomi che la sbalordirono. Per arrivare a Miranda Sharifi, Theresa aveva bisogno di iniziare dall’ultimo posto in cui Miranda era stata vista sulla Terra. Si trattava dell’accampamento di Vivi dove le persone si legavano tre a tre, dove Patty, Josh e Mike non avrebbero mai più potuto vivere da soli perché ormai erano costretti a restare insieme. Miranda era stata lì e aveva lasciato una olocassetta dove forniva la spiegazione delle nuove siringhe rosse. Per usare le nuove siringhe bisognava essere Cambiati. Ecco cosa aveva detto Josh. Miranda poteva avere lasciato lì più siringhe del Cambiamento che in qualsiasi altro posto. Oppure, sarebbe anche potuta tornarci, o avrebbe mandato qualcuno, per portarne altre, dopo che erano scoppiate le lotte per le siringhe del Cambiamento. Se il legame era l’ultimo progetto di Miranda sulle persone, allora di certo Miranda avrebbe monitorato il luogo (i luoghi?) dove lo stava testando. Perfino Theresa sapeva quelle cose sul funzionamento della scienza.

Sul tetto, dovette socchiudere gli occhi per la luce del sole calda e brillante. Il battito cardiaco le accelerò, e sentì il fiato mozzarsi in gola. L’ultima volta che aveva provato a uscire dall’enclave era svenuta, la crisi di panico era stata molto violenta, un attacco dopo l’altro…

Ma stava per arrivare Cazie. Se Theresa non fosse uscita, avrebbe dovuto vedere Cazie.

Theresa chiuse gli occhi, si piegò in due per appoggiare la testa fra le ginocchia e respirò profondamente. Dopo qualche istante, il panico si attenuò. O forse no: forse le sembrò soltanto, perché trovarsi davanti a un accampamento di Vivi selvaggi e legati la impauriva meno che trovarsi davanti a Cazie Sanders infuriata.

Forse era quello il modo in cui le persone si convincevano ad affrontare cose pericolose: scappando da cose ancor più pericolose.

Nella brillante luce del sole, camminando attraverso il giardino sul tetto in direzione delle aeromobili, Theresa si mise a piagnucolare. Poi salì su un’aeromobile e recuperò dalla memoria del veicolo le coordinate per arrivare all’accampamento dei Vivi legati biochimicamente, cercò di respirare profondamente e in maniera regolare, cercò di non cedere alla biochimica della sua stessa mente.

I Vivi non avevano spostato l’accampamento. Theresa aveva temuto che fossero andati altrove, i Vivi lo facevano, ma già dall’alto fu in grado di scorgere piccole figure umane che si muovevano in gruppi di tre. Quanto potevano allontanarsi gli uni dagli altri prima di morire? Theresa non riuscì a ricordare la distanza esatta.

Atterrò, sempre respirando profondamente e in maniera regolare, ma quella volta nessuno arrivò di corsa verso l’aeromobile. Tutte le triadi scomparvero all’interno dell’edificio e chiusero la porta.

Lei si costrinse a uscire dal veicolo e a incamminarsi verso l’edificio, quindi a girarvi attorno. Sotto il tendone di plastica del campo di alimentazione, erano sedute tre persone nude che non avevano notato l’aeromobile di Theresa: due donne e un uomo. Quando scorsero Theresa, i loro volti si raggelarono e lei vi notò il tipo di sguardo che generalmente vedeva soltanto nello specchio.

Erano terrorizzati. Di "lei". Come lo era stato il bambino di Lizzie. Quell’accampamento era stato infettato proprio come quello di Lizzie.

— Salve! C’è Josh? — Josh era stato gentile con lei, allora.

Le tre persone si alzarono in piedi, si rannicchiarono l’una accanto all’altra, e si strinsero forte per mano. In un groviglio di corpi nudi, avanzarono di un centimetro alla volta verso il lembo di plastica che fungeva da porta del terreno di alimentazione. Theresa si spostò davanti all’apertura e loro si bloccarono.

— Voglio parlare con Josh, Patty e Mike.

I nomi sembrarono rassicurare almeno in parte uno della triade. La donna più anziana avanzò di un passo, tenendo sempre per mano i due compagni, e chiese impaurita: — Conosci Jomp, tu?

Jomp. A Theresa occorse un minuto per comprendere che si trattava di Josh-Mike-Patty. Provò una fitta di disgusto.

— Sì. Conosco Josh e sono venuta qui per vederlo. Portatemi da lui, per favore.

A dispetto delle forti pulsazioni che provava nel petto, Theresa si meravigliò di se stessa. Sembrava Cazie. Be’, forse non proprio, ma quanto meno Jackson.

La donna esitò. Era sulla trentina, piccola e pallida, con un viso ossuto e capelli corti e chiari come quelli di Theresa. — Jomp sono dentro, loro. Io andrò dentro, e te li chiamerò.

— Potreste non tornare — fece Theresa. — Vengo con voi.

— No! No, no. Tu resti qui, tu.

Theresa si scansò. La triade si strinse per passare oltre. Quando lasciarono il calore potenziato del sole del luogo chiuso, i loro corpi nudi rabbrividirono, mostrando la pelle d’oca. Theresa li osservò infilarsi le tute ammassate su una scansia di legno, prima di avvicinarsi alla donna dai capelli chiari che indietreggiò.

— Va tutto bene. Non vi farò del male, a nessuno di voi. Io voglio… soltanto vedere Josh. Si ricorderà di me. Era vero? — Come ti chiami?

— Noi siamo Peranla, noi — rispose quella in un sussurro.

Peranla. Percy-Anne-Laura. Oppure Pearl-Andy-Lateesha. Oppure… non aveva alcuna importanza. Avrebbe dovuto averne.

— Peranla, verrò con voi a cercare Josh.

La triade smise di muoversi. Smise quasi di respirare. E se fossero stati colti da un attacco, come succedeva a Theresa quando si spaventava troppo? Che avrebbe fatto lei a quel punto? Non accadde. Un minuto dopo, si mossero stretti nel loro gruppetto, superando Theresa: si misero a correre insieme, goffamente, sfrecciando attorno all’angolo dello stabilimento. Theresa corse loro dietro.

— Aprite la porta! Siamo Peranla, noi! Aprite!

La porta si aprì e Peranla si precipitarono dentro. Theresa, attonita per la propria reazione, si intrufolò all’interno con loro.

Ai suoi occhi occorse un minuto per abituarsi all’oscurità. Oltre un centinaio di persone, raggruppate a tre a tre, la fissò. Le triadi si strinsero insieme, apparendo a disagio, ma nessuno sembrò terrorizzato. Perfino il gruppo di Peranla dava l’impressione di essere meno ansioso che non all’esterno. Era ovvio. Anche Theresa quando si trovava a casa con persone familiari in mezzo a cose familiari era meno ansiosa. Più sicura.

Il battito cardiaco le accelerò e sentì la gola serrarsi attorno alla carotide. — C’è… c’è Josh? Josh?

— Faresti meglio ad andartene, tu — disse un vecchio. Svariate altre persone annuirono.

— Josh? Jomp?

Lui avanzò lentamente, trascinando Patty e Mike per mano. Mike aveva la fronte leggermente aggrottata ma Patty, che Theresa ricordava come una spaventosa megera, tremava e nascondeva la testa contro la spalla di Mike. Quel fatto calmò il respiro di Theresa.

Forse essere la persona meno spaventata all’interno di un gruppo era come non essere spaventati affatto.

— Josh, io sono Theresa Aranow. Sono venuta qui l’autunno scorso. Vi ho portato vestiti e coni a energia-Y. Mi hai raccontato del vostro legame e delle siringhe rosse.

Josh annuì, senza guardarla negli occhi.

— E poi l’ologramma, Josh. Mi hai mostrato un ologramma di Miranda Sharifi. Vi spiegava l’uso delle nuove siringhe, quelle che ha lasciato qui da voi per creare il legame.

Mike latrò: — Non ha niente a che fare con te.

— Voglio rivedere l’ologramma, Josh. Ti prego. Voi lo avete visto un sacco di volte, no?

Josh annuì ancora. Patty sollevò lo sguardo dalla spalla di Mike.

— Benissimo, allora — continuò Theresa il più fermamente possibile. — Potrete vederlo ancora. Proprio come fate sempre. E lo guarderò anch’io.

— D’accordo — disse Josh. — Per tutti quanti… è il momento di Miranda. Noi siamo la vita e il sangue, noi.

— Noi siamo la vita e il sangue — rispose disordinatamente la folla e Theresa riuscì quasi a percepire il sollievo che li pervadeva, cristallino come l’acqua di una cascata. Quella era una routine conosciuta, confortante, sicura. Le triadi si mossero a piccoli scatti, sistemandosi davanti a un antico olopalco in quelli che, Theresa avrebbe potuto scommetterci, erano abitualmente i rispettivi posti. Un minuto dopo, lei si sedette accanto a Josh, il più vicino alla porta.

— Attivazione — disse Mike. — Tempo di Miranda.

L’olopalco si animò. Un grazioso turbinio di colori privo di significato, poi apparve Miranda, testa e spalle, lo sfondo una semplice cabina di registrazione scura, studiata appositamente per risultare anonima. Miranda indossava un abito bianco senza maniche; un nastro rosso le teneva indietro i capelli neri e crespi.

— Sono Miranda Sharifi e vi parlo da Selene. Vorrete sapere cos’è questa nuova siringa. È un meraviglioso, nuovo dono, studiato apposta per voi. Un dono migliore delle siringhe del Cambiamento. Quelle vi hanno liberato a livello biologico, ma vi hanno anche condotto a un forte isolamento quando non avete più avuto bisogno degli altri per il cibo e per la sopravvivenza. Per l’uomo non è bene essere solo. Questa siringa, questo magnifico dono…

C’era qualcosa che non andava in quell’ologramma.

Dal giorno della prima visita a quell’accampamento, cinque mesi prima, Theresa aveva passato settimane, mesi interi a guardare ologrammi di notiziari. Le si ripetevano di notte dietro le palpebre chiuse. Quello lì aveva qualcosa di sottilmente sbagliato. La voce era di Miranda e le parole erano sincronizzate con il movimento delle labbra di Miranda, ma non col suo corpo. No, non era quello. Il corpo di lei non si muoveva molto. Ecco cos’era. La rigidità del corpo di Miranda rispetto a certe parole, più i suoi movimenti rispetto ad altre; il ritmo era sbagliato. E anche i ritmi delle parole. Theresa aveva un ottimo orecchio. Notava anche la più leggera flessione nei posti sbagliati. L’ologramma era stato creato, non registrato.

Il che significava che non era stata Miranda a fornire quel messaggio. E nemmeno le siringhe rosse.

Theresa si guardò attorno. I volti dei Vivi erano rapiti, come se assistessero a un concerto del Sognatore Lucido. Dovevano esserci messaggi subliminali nell’ologramma. Lei abbassò gli occhi e ascoltò il resto del messaggio senza guardare la parte video.

Se le siringhe del legame non provenivano da Miranda, da chi arrivavano?

Forse dalle stesse persone che avevano creato il neurofarmaco respirato da quei Vivi. Il neurofarmaco che rendeva la gente spaventata delle cose nuove. Ma perché?

Jackson aveva detto che nessuno, eccetto i Super-Insonni, poteva creare simili neurofarmaci. Nessuno, a parte Miranda Sharifi, sapeva abbastanza sul Depuratore Cellulare da creare qualcosa che non fosse distrutto dai nanomeccanismi del Cambiamento inseriti nel corpo di tutti. Di tutti a parte che in quello di Theresa.

— …siate insieme in un nuovo modo, un modo che crea comunità, che abbia le radici di tale comunità nella biologia stessa…

Theresa venne assalita da un dubbio. Che ne sapeva lei della "biologia stessa", della comunità o dei Super-Insonni? Chi era lei per decidere che quell’ologramma non era realmente di Miranda? Theresa era una pazza, nonCambiata, impaurita, che aveva attacchi ogni volta che le situazioni si facevano poco familiari, che aveva lasciato il proprio appartamento soltanto tre volte durante l’anno precedente, che aveva paura di tornare a casa perché la sua ex cognata, che era anche sua amica, la stava cercando. Theresa non sapeva proprio niente.

Eccetto ogni dettaglio documentato sulla vita di Leisha Camden.

Con quella consapevolezza, Theresa capì che cosa avrebbe fatto.

Si alzò proprio mentre la registrazione stava terminando; attorno a lei i Vivi guardavano con occhi annebbiati le loro triadi legate, sorridendo. Senza quelle sarebbero morte. Una malvagità, una malvagità. Quello non era legame, era schiavitù.

— Dammi la cassetta dell’ologramma, Josh — disse Theresa nel modo più deciso possibile. Cercò di sembrare Leisha Camden quando impartiva ordini. Nessuno conosceva la vita di Leisha meglio di Theresa: nessuno conosceva meglio di lei Leisha stessa.

Un centinaio di volti annebbiati la fissarono.

— La prendo io. Ne ho bisogno. La riporterò. — Leisha, che diceva con decisione a Jennifer Sharifi che l’idea del Rifugio era errata. Oppure Leisha che diceva a Calvin Hawke che il suo movimento anti-Insonni era finito. Leisha: calma, decisa, fredda. Theresa si avviò, con le ginocchia tremanti, verso l’olopalco.

— Tu devi lasciare l’ologramma del tempo di Miranda dove sta, tu! — disse qualcuno.

— Mi dispiace ma non posso. Ne ho bisogno. — Theresa raggiunse il terminale. Ma non era più Theresa, era Leisha. Un bel trucco. Essere Leisha, sentirsi come lei. Se Theresa poteva guardare un notiziario e sentirsi come la madre del bambino morente non-Cambiato, poteva sentirsi "lei" la madre, allora poteva anche essere Leisha Camden. Non era diverso. Non era diverso…

Le persone cominciarono ad alzarsi, alcune agitandosi impaurite in serrati gruppi di tre, alcune dirigendosi verso di lei. Mike esitò, quindi lui e Josh le si avvicinarono, trascinandosi dietro Patty. La testa di Mike era incassata nel collo, i suoi occhi erano terrorizzati. Per un secondo, attraverso la propria vista tremante, Theresa vide la scena come doveva apparire dall’esterno: quattro disgraziati a occhi sbarrati si muovevano a scatti l’uno attorno all’altro, puzzando di paura. "No, non pensare in quel modo, non vederti dall’esterno, vediti come Leisha." Lei era Leisha Camden.

— Non mi fermate — intimò con voce tremante Theresa. Mike si bloccò per un istante, quindi riprese ad avvicinarsi.

— Dico sul serio!

— Mike — piagnucolò Patty — non… non puoi…

Mike sussurrò: — Non può prendersi il nostro ologramma, lei non può averlo. — Afferrò Theresa per un braccio.

Lei provò un senso di vertigine, sentì il buio assalirle il cervello. Theresa cercò di allontanare le vertigini, Leisha non era mai svenuta!, e anche la mano di Mike. Non poteva. Lei non era Leisha, calma, decisa e fredda, non sarebbe mai stata Leisha, avrebbe dovuto mostrare più autocontrollo di quanto ne avesse mai avuto. Anche se lo stratagemma di pensare di essere Leisha aveva funzionato per qualche minuto, Theresa non era Leisha…

"Allora vedi di essere una persona non calma e fredda."

— Lasciatemi subito quel fottuto ologramma o vi legherò con dei nodi da marinaio! — strillò Theresa, e le parole erano quelle di Cazie.

Mike le lasciò subito il braccio e la fissò sbalordito.

— Levatevi dai fottutissimi piedi!

Parte della folla indietreggiò: il resto si fece timidamente avanti. Si alzarono dei mormorii fra le triadi: — Non lasciamoglielo prendere, noi… — Fermatela, voi… — Che diritto ha lei…

In un minuto avrebbero superato la loro paura e l’avrebbero riacciuffata. No, avrebbero riacciuffato "Cazie". Lei era Cazie. E la chimica cerebrale di quelle persone le rendeva impaurite di tutto ciò che non era familiare, di tutto quello cui non erano abituate.

— Mi metterò a piangere! — strillò Theresa a tutto volume. — Farò squagliare il pavimento! C’è una nanotecnologia che voi non avete mai visto che mi permette di farlo, io posso farlo! Tutto quel che devo fare è cantare! — Cominciò a cantare, una canzone che le cantava sempre la sua balia, ma era troppo dolce e così lei cominciò a saltare su e giù e poi a girare intorno, gridando le parole e poi cambiandole nelle oscenità che usava Cazie quando era arrabbiata con Jackson perché non aveva fatto quello che lei voleva. — Povero illuso figlio di puttana, la tua visione della realtà è così limitata che non ne vedi nemmeno una frazione, figuriamoci se vedi una frazione di "me", manchi di ironia, Jackson maledetto inferno dei Vivi, non capisci nemmeno quello! Patetico bambino viziato, pensi forse… "Levatevi dai fottutissimi piedi!"

Lo fecero. La folla si ritirò, e alcuni bambini cominciarono a piangere. Le triadi si strinsero. Strillando, cantando, saltando, imprecando, turbinando, Theresa si avvicinò alla porta, con la cassetta in mano, mentre un centinaio di persone, dovevano essere novantanove oppure centodue, la guardavano con la stessa paura ansiosa che Theresa vedeva quotidianamente allo specchio.

Riuscì ad arrivare all’esterno appena prima che i nervi le cedessero.

Comunque fu in grado di arrancare all’aeromobile. — Decollo! — ansimò. — Casa. — A quel punto sentì mancare il fiato, sentì iniziare l’attacco, e quello che poté fare per tutta la sua durata fu cercare di respirare; intanto l’aeromobile volava per proprio conto lontano dall’accampamento dei Vivi ma nessuna piccola figura, venti metri sotto, uscì dall’edificio per guardarla partire.

Appena prima di raggiungere Manhattan Est, Theresa riprese il controllo di se stessa. Si appoggiò contro il sedile dell’aeromobile e cercò di pensare.

Non poteva tornare a casa. Cazie poteva essere ancora lì. Fece volare l’aeromobile fino al primo spazio ampio e deserto, che si rivelò un circuito abbandonato di scooter, e le ordinò di atterrare in un punto da dove si vedesse in ogni direzione. Restò seduta, stringendo in mano la cassetta di Miranda e respirando più profondamente e regolarmente possibile.

Che cosa era appena accaduto?

Era stata Cazie. Si era trattato solo di una finzione, ovviamente, ma era stata in grado di fingere con potenza sufficiente per allontanare da sé la paura per qualche istante, e per comportarsi come, altrimenti, non sarebbe mai riuscita. Ma come era potuto accadere? Gli attori degli ologrammi, ovviamente, fingevano costantemente di essere altre persone, per risultare convincenti nella storia, ma Theresa non era una oloattrice. E certo non assomigliava a Cazie. La sua chimica cerebrale era diversa, in qualche modo era danneggiata e lei aveva sempre paura, provava ansia ed era quello che Jackson chiamava "gravemente inibita davanti alla novità". Fingere di essere qualcun altro aveva davvero cambiato la sua chimica cerebrale per qualche minuto? Ma come era possibile?

Avrebbe chiesto a Thomas di scoprirlo.

Al momento, tuttavia, se non tornava a casa, doveva decidere dove andare. Soltanto che lei voleva tornare a casa. Non sapeva quanto a lungo sarebbe durata quella bizzarra chimica cerebrale presa in prestito e voleva trovarsi attorno le proprie cose, la camera rosa, la coperta all’uncinetto e Thomas. Ma se c’era ancora Cazie…

Se Cazie era ancora lì, Theresa sarebbe diventata qualcun altro in grado di dire a Cazie che quello non era il momento buono per parlare. Qualcuno che potesse dire: — Mi dispiace ma sono stanca e ho bisogno di riposare, adesso. — Anche se Theresa fosse riuscita a fingersi una persona così soltanto per un minuto. Forse un minuto le sarebbe bastato. Certo, sarebbe potuta diventare qualcun altro per un minuto: Leisha Camden. Leisha era stata sempre calma e decisa. Theresa sarebbe diventata Leisha Camden, che discuteva con tranquillità il caso sui diritti degli Insonni con altri avvocati, e Cazie sarebbe…

Cazie sarebbe saltata addosso a Theresa e l’avrebbe ridotta in brandelli.

Theresa non poteva fingersi Leisha Camden davanti a Cazie. Sarebbe stato come proteggersi da un uragano usando cannucce da bibita. Forse, però, poteva essere Leisha Camden con se stessa. Fingere di avere le capacità di Leisha per un solo minuto, mentre pensava a cosa fare e dove andare. Leisha, che affrontava i problemi di petto, usando la razionalità per risolverli…

Se Leisha avesse voluto scoprire cosa si nascondeva dietro il falso ologramma di Miranda, sarebbe andata nel posto in cui era più probabile che si sapesse qualcosa. Ovunque fosse. Perfino a Selene. Ma Selene non rispondeva ai messaggi, e anche se Theresa fosse riuscita a mettere insieme tanto coraggio da affrontare un viaggio spaziale… no, non ci sarebbe mai riuscita. Lo sapeva. Forse, però, non doveva arrivare tanto lontano come a Selene.

Theresa serrò la presa sulla cassetta olografica. Ci sarebbe riuscita davvero, anche se fingendo di essere Leisha? Avrebbe dovuto volare fino a un aeroporto, noleggiare un aereo per suo conto. No, era troppo difficile. Le si mozzò il fiato al solo pensiero.

Quindi pensò a tornare a casa e a cercare di evitare di dire a Cazie dove si trovava Jackson.

Theresa si portò le mani sul volto, quindi si raddrizzò. Non era più Theresa Aranow, lei era Leisha Camden. Pensarlo l’avrebbe fatta sentire differente, quindi la sua chimica cerebrale sarebbe variata un po’… Lei era Leisha Camden. Lo "era".

— Aeroporto Manhattan Est. Coordinate automatiche — ordinò all’aeromobile, e la voce le suonò diversa alle orecchie terrorizzate.

Mentre il veicolo decollava, a Theresa venne in mente un altro pensiero. "Prendi un neurofarmaco", le diceva sempre Jackson. E Theresa non lo faceva mai perché aveva sempre paura di perdere il suo dono speciale del dolore e quindi il luogo in cui esso l’avrebbe condotta. Aveva sempre avuto paura di prendere neurofarmaci temendo di diventare qualcun altro.

A dispetto di se stessa, Theresa scoppiò a ridere. La risata le uscì come un piagnucolio.

Si chiese chi avrebbe trovato effettivamente, in Nuovo Messico, comportandosi come se fosse un’altra persona.

La parte più difficile risultò quella di ingaggiare un pilota.

Theresa si incamminò nell’edificio dell’aeroporto di Manhattan Est sulla Lexington Avenue. Era una costruzione regolare e vecchio stile con la programmazione delle pareti a metalli cangianti. Le persone le sfrecciavano davanti dirigendosi verso alcuni terminali o uscite differenti: un gruppo di uomini e donne, vestiti con sarong tradizionali, che stava ridendo e scherzando, un uomo con un oloabito nero che portava un’unità mobile e una pila di carte stampate, una donna anziana dal volto gradevole che viaggiava da sola. Theresa aveva appena recuperato il coraggio sufficiente per rivolgersi alla donna, quando una robocamera rotonda e priva di connotati, delle dimensioni di una testa umana, fluttuò fino a lei.

— È rimasta ferma per due minuti, signora. Posso esserle di aiuto?

— Oh, sì — disse subito Theresa al fluttuante. — Ho bisogno… voglio noleggiare un aereo privato. Con un pilota. Per arrivare in Nuovo Messico.

— Il nostro servizio noleggio di aerei charter può essere contattato da qualsiasi terminale per la clientela, signora. Se posso aiutarla per qualcos’altro…

— Ma non so come si fa!

— Mi scusi, signora, ma devo attivare un programma di autodiagnosi. — La robocamera ronzò dolcemente. — La mia programmazione non mostra alcun errore nel funzionamento sensoriale. Lei è un adulto modificato geneticamente?

— Sì. Io… io sono adulta. Ma non so comunque come usare un terminale per la clientela. — Riuscì a sentire il rossore che le infiammava il volto.

— Vuole che le proponga una dimostrazione del sistema?

— Oh, sì, grazie.

La robocamera la condusse a una fila di terminali. Theresa fu in grado di riconoscere un analizzatore di retina. Si avvicinò docilmente contro lo schermo finché una voce profonda e gradevole le disse: — Benvenuta all’aeroporto di Manhattan Est, signorina Aranow. Numero di volo desiderato?

La robocamera chiese: — Servizio noleggio aerei, per favore.

— Certo — rispose il sistema.

Sul terminale apparve una fila di scritte. Theresa si sentì arrossire di nuovo: leggeva lentamente. La robocamera domandò ancora: — Dove desidera andare, signorina Aranow? E quando desidera partire?

— In Nuovo Messico. Vicino a Taos. E voglio partire subito. Con… con un… — Come si faceva a chiedere un pilota che non incutesse troppa paura? Theresa indietreggiò di un passo.

— Il terzo requisito di volo non è stato compreso. Ripetere prego — invitò il terminale per la clientela.

— Volare con qualcuno di sicuro!

— Tre piloti con patente di sicurezza tripla-A sono disponibili nei prossimi trenta minuti per voli interni. Si applica tariffa d’urgenza. Le mostriamo i curriculum di volo. Desidera mettersi in comunicazione verbale con uno dei tre?

I curriculum di volo consistevano in altre scritte dai caratteri piccolissimi. Però c’erano anche le foto: tre volti attraenti, modificati geneticamente. Ma, chissà perché, non sembravano Muli. No, ovviamente non potevano esserlo, quelli erano tecnici. — Quella. La donna. Una comunicazione verbale, sì.

Il pilota apparve subito in linea. Sembrava sulla trentina, un volto forte, senza trucco, tutta la sua bellezza nei tratti decisi e austeri. Anche la sua voce era ferma e austera. — Signorina Aranow? Desidera un pilota per un volo immediato nel Nuovo Messico?

— Sì. No. Io… non so.

L’immagine del pilota si sporse in avanti, esaminando l’immagine di Theresa. — Lei non lo sa?

— No. Sì, voglio dire, lo so. Non devo andare, non ho bisogno di un pilota. È stato un errore. — Si allontanò dal terminale indietreggiando. La voce forte e calma la fermò.

— Signorina Aranow, il fluttuante che si trova accanto a lei la condurrà direttamente al mio aereo. Possiamo decollare subito. Se non si sente bene, le invierò un robot-accompagnatore.

— No, io… sto bene. Arrivo.

Fissò lo sguardo sul fluttuante, costringendosi a guardare quello e niente altro. Soltanto una palla grigia, non faceva paura, doveva solo seguirla senza pensare, come avrebbe fatto Cazie.

No, Cazie non l’avrebbe fatto. Cazie sarebbe volata per conto suo fino al Nuovo Messico.

Benissimo, basta Cazie, non poteva essere Cazie, ma aveva bisogno di essere qualcun altro perché lei, Theresa, non sarebbe riuscita a fare tutto da sola, si sentiva già scivolare nel panico. Chi poteva essere? Conosceva a mala pena altre persone oltre Leisha e Cazie.

E Jackson. "Prendi un neurofarmaco, Tessie." Benissimo, era Theresa sotto l’effetto di un neurofarmaco. Era una persona chimicamente calma, una persona che credeva che il mondo avesse un senso.

— Salve, signorina Aranow. Io sono il pilota di prima classe Jane Martha Olivetti.

Theresa era già arrivata. L’aereo le si profilava di fianco, anche se lei non ricordava di avere preso la carrozza magnetica dell’aeroporto da Manhattan Est o di avere attraversato il campo di volo. Solo in quel momento si accorse che quello non era protetto o, quanto meno, lo era soltanto parzialmente: quel clima era autentico. Un freddo vento di aprile. Rabbrividì mentre saliva sull’aereo del pilota Olivetti.

— Ci sono cerotti tranquillanti nella scatola verde in quella reticella — disse il pilota con voce calma. — Endorbacio nella rossa, HalluFun nella gialla, DormiBen nella marrone.

Theresa guardò con struggimento la scatoletta marrone. Tuttavia la maggior parte dei cerotti, le aveva detto Jackson, erano preparati per corpi Cambiati. L’aveva ammonita a non usare mai niente che non fosse adattato alla sua chimica nonCambiata.

— No, grazie. Soltanto… soltanto una coperta. — Stava tremando anche se l’aereo era riscaldato.

Da qualche parte, sopra le colline ancora ricoperte di neve, Theresa si addormentò naturalmente. Si svegliò quando il pilota le disse: — Signorina Aranow, ci troviamo a Taos. Vuole atterrare qui o in un campo di atterraggio privato?

— Lei sa dove si trova il campo di atterraggio per… per La Solana? Dove viveva un tempo Leisha Camden?

Il pilota Olivetti si voltò sul sedile e fissò Theresa. — Ovvio. Molti turisti e reporter ci andavano in continuazione. E poi, persone che vogliono parlare con Richard Sharifi perché invii dei messaggi a sua figlia. Ma non le servirà a nulla andare lì: Richard Sharifi non esce mai. Al massimo otterrà il solito messaggio registrato.

Theresa chiuse gli occhi. Cosa si era messa in testa? Era logico che non fosse la prima a cercare di contattare Miranda tramite La Solana. Ci aveva già provato tutto il mondo: politici, persone importanti e via dicendo. Se Richard Sharifi non aveva parlato con loro, perché doveva farlo con Theresa Aranow? Era proprio pazza.

Cosa avrebbe fatto Cazie?

— Ormai siamo qui — disse al pilota. — Vada a La Solana.

Il pilota scrollò le spalle e diede le coordinate all’aereo.

Theresa vide la tenuta ben prima che la raggiungessero. Un pallido semi-ovoide azzurro che brillava nel deserto, privo di tratti caratteristici e perfetto come un uovo di pettirosso. Terry Mwakambe, il più dotato dei fisici applicativi di Miranda Sharifi, aveva programmato quello scudo per Leisha. Non c’era nulla di simile da alcuna altra parte della Terra, se non all’isola abbandonata di Huevos Verdes, dove Miranda aveva creato le siringhe del Cambiamento.

Lo scudo non era di energia-Y, ma di qualcos’altro. Theresa non sapeva di cosa si trattasse. Si estendeva sotto terra come nell’aria. Nulla che avesse un contenuto di DNA non registrato nelle banche dati della sicurezza poteva attraversare la cupola azzurra: niente uccelli, niente vermi, niente microbi. Né ci passava nulla che non fosse accompagnato da un DNA che "fosse" registrato nelle banche dati: niente missili, robot o rocce. Lo scudo teneva fuori anche tutte le radiazioni, a parte qualcuna: nulla se non un’arma nucleare poteva distruggere quello scudo.

Theresa si incamminò dall’aereo verso l’uovo di pettirosso semisepolto. Il sole del deserto le colpì il capo scoperto. Un debole vento agitava l’incredibile ammasso di oggetti accumulati contro lo scintillante azzurro. Pile di olocassette. Una bambola. Una bandiera americana a brandelli. Fiori di plastica, fazzoletti insanguinati, il cranio sbiancato dal sole di un animale, strumenti da scasso contorti e piegati. E una piccola bara sigillata. Theresa sentì lo stomaco rivoltarsi. Era soltanto simbolica o la cassa conteneva il corpo di un bambino nonCambiato, morto di una malattia che poteva essere curata da altre siringhe del Cambiamento?

Una sezione della parete azzurra scintillava: era uno schermo enorme, un quadrato di tre metri. Mostrava l’immagine di un uomo sulla quarantina ma che Theresa sapeva avere settantasette anni. Gli occhi scuri sopra la folta barba nera apparivano stanchi.

— Sono Richard Sharifi, il padre di Miranda Sharifi. Non è concesso l’ingresso a La Solana in nessuna circostanza. Se volete lasciare un messaggio per Miranda Sharifi, dite al registratore quando intendete iniziare a parlare. Tutti i messaggi per Miranda verranno trasmessi quotidianamente a Selene. Nessun oggetto che lascerete fuori da queste mura verrà mai recuperato o esaminato. Grazie. — L’immagine scomparve.

Tutto lì. Theresa serrò le mani. — Registratore, avvio.

— Registratore attivato.

— Mi chiamo Theresa Aranow. Lei non mi conosce. Io… io non sono nessuno. Tuttavia ci sono dei bambini che muoiono perché non sono Cambiati…

Si interruppe. Richard e Miranda Sharifi lo sapevano già. Che cosa poteva dire loro per interessarli, convincerli… che cosa? Che la gente aveva bisogno di aiuto? Chi era lei per pensare di potere aiutare qualcuno? Certe mattine non riusciva nemmeno a scendere dal letto.

Non quel giorno. Tentò di nuovo.

— Io non sono nessuno. Non sono nemmeno Cambiata. Volevo… ho bisogno di restare quello che sono perché non sono normale, come Mulo, e se lo perdo, allora perdo anche Theresa. Perdo… il modo in cui sono devo essere, il modo per trovare quello che sto cercando.

Le stava succedendo qualcosa, dentro. La sensazione di competenza che aveva provato quando si era finta Cazie le tornò, ma non perché si stava fingendo qualcun altro. Perché in quel momento lei era la Theresa più vera e solida. Le parole le sgorgarono fuori, come le era accaduto quando aveva parlato con Sorella Anne al convento delle Sorelle del Cielo Misericordioso.

— Potrei essere Cambiata e forse non ha importanza. Sono costosa, per come sono adesso, lo so. Devo mangiare cibo vero. Devo tenere una casa libera da germi. Devo avere sempre acqua potabile. Tutte queste cose costano denaro e se io non ne avessi così tanto, e se mio fratello non fosse medico, sarebbe ingiusto che non fossi Cambiata, perché risulterei un fardello terribile per tutti gli altri. Ma io "ho" i soldi e "ho" Jackson e quindi per me sarebbe ingiusto cambiare le cose per non soffrire. Io devo soffrire. Tutti hanno bisogno di soffrire, in un modo o nell’altro, altrimenti diventano… trascurati. No, non è quella la parola giusta. Miranda…

Stava parlando direttamente con Miranda che non era neppure sulla Terra, ma non importava. Theresa proseguì.

— Miranda, non conosco la parola giusta per descrivere come diventa la gente quando non si sente più ferita e sola. Però le accade qualcosa. Quando continua a prendere quel genere di neurofarmaci per non sentirsi "se stessa", presto non riesce più a sentire nemmeno l’altra gente. Diventano tutti come gli amici di Cazie, e forse come la stessa Cazie, non so. Cazie è buona, in fondo, ma ha inalato tanta roba per coprire la propria sofferenza che non si è più accorta nemmeno della sofferenza di Jackson e, dopo, non si è più accorta nemmeno di Jackson. Lui è solo un altro mobile nella sua vita, un altro robot.

"Le persone devono soffrire. Devono permettersi di sentire la sofferenza. Devono sopportarla e non cercare di eliminarla con l’Endorbacio, i neurofarmaci, il sesso, i soldi: è l’unico motivo per cui sappiamo che dovremmo fare qualcosa di diverso, che dovremmo continuare a cercare con più impegno dentro di noi e dentro gli altri. Non si può solo aggirare il dolore, bisogna passarci attraverso per arrivare dall’altra parte, dove l’anima è… Oh, non lo so! Non sono abbastanza intelligente per sapere! Nella mia modificazione genetica embrionale è andato storto qualcosa, non sono intelligente come Cazie o Jackson, ma so che dovresti darci altre siringhe del Cambiamento perché i bambini vivano abbastanza a lungo da sentire il proprio dolore e cominciare a imparare. Forse non avresti dovuto darci le siringhe. Però lo hai fatto e ora i Vivi non possono sopravvivere senza perché noi Muli li abbiamo lasciati in asso e controlliamo tutte le risorse. Ci devi dare altre siringhe del Cambiamento perché quei bambini possano vivere abbastanza da cercare quello che importa davvero.

"Però c’è anche qualcos’altro che non va. C’è un accampamento a New York, lo stato, non la città, che ha un nuovo tipo di siringhe del Cambiamento. Sono rosse e hanno uno strano effetto su quei Vivi. Quelli che vengono iniettati restano legati da feromoni o da qualche altra cosa in gruppi di tre, e non si possono mai allontanare a vicenda, altrimenti muoiono. Muoiono sul serio. Le siringhe sono arrivate con una cassetta che mostra proprio te che spieghi che le siringhe sono un altro dono da parte tua. I Vivi ci credono. Però è sbagliato. Quell’ologramma è falso e le nuove siringhe rendono solo più difficile provare il dolore individuale e accorgersi l’uno dell’altro. Le triadi sono confuse in una specie di bolla, non sono più persone vere, hanno il conforto di non sentirsi mai sole ma, se non si possono sentire sole, come possono provare il proprio dolore e poi cominciare a superarlo verso…"

— Quali nuove siringhe? — chiese Richard Sharifi.

Theresa strizzò gli occhi. L’immagine sulla parete azzurra e scintillante era in diretta. I tristi occhi di Richard Sharifi la fissavano, in attesa di una risposta.

— Le… le nuove siringhe che qualcuno ha lasciato all’accampamento nelle montagne dello stato di New York, a… — Non riusciva a ricordarne le coordinate. — Siringhe rosse, e c’era un ologramma di Miranda che non era realmente Miranda…

Richard Sharifi voltò la testa. Corrugò la fronte e disse: — No… — La sua immagine enorme rimpicciolì improvvisamente, e Theresa si trovò a guardare uno schermo non più grosso di dieci centimetri. Su di esso, Richard Sharifi venne sostituito da una donna non bella, con i capelli scuri e crespi tenuti indietro da un nastro rosso.

— Theresa. Sono Miranda Sharifi.

Theresa boccheggiò: — Stai… stai parlando da Selene?

— Ti prego, dimmi tutto quello che sai su queste nuove siringhe e sulla cassetta olografica lasciate alla tribù dei Vivi. Comincia dall’inizio, vai piano, e non tralasciare nulla. È molto importante.

Apparve una seconda immagine da dieci centimetri, di nuovo Richard Sharifi, con un’espressione truce in volto. Avvertì: — Deve sapere che abbiamo analizzato lei, il suo aereo e tutta la zona in cerca di materiale da registrazione. Il suo pilota non la sta osservando e, anche se lo stesse facendo, questo schermo a tale distanza risulta troppo piccolo per essere visto dagli zoom più potenti dei Dormienti. Se lei parlasse di questa conversazione con qualcuno, le sue possibilità di essere creduta sarebbero molto basse. La sua cartella medica indica…

— Non è necessario, papà — interruppe Miranda e, a quel punto, anche lei assunse un’espressione truce. La piccola immagine di Richard Sharifi scomparve.

Theresa spifferò subito: — Tu non sei affatto a Selene, vero? Tu sei "qui"…

— Dimmi tutto sulle nuove siringhe, Theresa. Comincia col dirmi come mai ti trovavi in un accampamento di Vivi. No, non farti prendere dal panico, non posso mandarti aiuto lì fuori. Respira profondamente, guarda questo schermo, Theresa, "guardalo".

Lei lo fece, boccheggiando, attraverso ondate di oscurità provocata dal panico. Attorno a Miranda scintillavano impalpabili forme e colori, e lei si sentì un po’ più calma. Stimoli subliminali. Theresa respirò meglio.

— Quelle… sono come un concerto di Drew Arlen!

Un’espressione di dolore, complesso e profondo, passò sul volto di Miranda. — Parlami delle nuove siringhe.

Theresa lo fece, diventando sempre più calma mentre parlava. Miranda la ascoltò senza mai battere ciglio sopra gli occhi scuri. Scuri come quelli di suo padre, troppo scuri per essere quelli di Cazie. Ma Theresa non stava fingendo di essere Cazie. Non stava fingendo nemmeno di essere Leisha Camden. Lei era Theresa Aranow.

— Miranda… spegni gli effetti subliminali. Ti prego. Io posso… posso farcela. Penso.

Per la prima e ultima volta, Theresa vide sorridere Miranda Sharifi.

Quando finì di parlare, Theresa aggiunse: — Ma se non hai fatto tu le nuove siringhe, allora chi è stato? Jackson ha detto che noi Muli non abbiamo conoscenze biotecniche così sofisticate…

— Ecco cosa voglio che tu faccia, Theresa. Ascoltami attentamente. Voglio che tu torni a casa e che non parli a nessuno della tua visita qui, né delle nuove siringhe. Nemmeno a Jackson. Inoltre, è molto importante, non parlarne a nessuno tramite nessun terminale. Nemmeno se pensi che sia completamente indipendente.

Theresa stese una mano ma si fermò a pochi centimetri dalla piccola immagine sulla parete azzurra. Le sue dita restarono sospese. Il vento caldo muoveva l’ammasso di offerte invecchiate dal tempo che aveva ai piedi.

— Miranda… perché hai smesso di fornire le siringhe del Cambiamento?

— Abbiamo commesso un errore. Non volevamo. La nostra meta era rendere i Vivi liberi dalla dominazione dei Muli. Autotropici. Non sapevamo che loro, voi, sareste regrediti così in fretta a una forma di dipendenza infantile. Adesso nessuno di noi sa più quale dovrebbe essere il prossimo passo, perché non troviamo le equazioni per prevedere risultati con un tasso discreto di precisione. Siamo tutti qui a lavorare duramente… — L’immagine olografica tremò. Miranda sollevò le mani e le lasciò cadere, impotente. — Un errore enorme. Quando vedo ai notiziari i bambini che muoiono, le sofferenze dei neonati nonCambiati, quando le preghiere vengono ritrasmesse da Selene… Pensavamo di controllare tutto per voi! Come fossimo vostri "dei". Pensavamo… abbiamo dimenticato…

Theresa terminò la frase per lei: — Avete dimenticato di guardare profondamente dentro voi stessi.

— Sì — sussurrò Miranda. — Proprio così. E abbiamo provocato il caos.

— Ma intendevate soltanto…

— E adesso stiamo cercando disperatamente una via d’uscita da quel caos, una soluzione scientifica che possiate sintetizzare da soli, senza di noi, la sostanza giusta. Una soluzione che voi possiate controllare e non pervertire. Ma, Theresa, noi non pensiamo come voi, non reagiamo come voi e non sentiamo come voi.

Era una preghiera. Theresa si accorse che Miranda. "Miranda Sharifi!" soffriva con una profondità di dolore che Theresa poteva solo immaginare. Trattenne il fiato. Le due donne si fissarono e qualcosa passò fra loro, sembrò a Theresa, che lei non aveva mai condiviso con nessuno in vita sua, nemmeno con Jackson.

Disse dolcemente: — Sì invece. Tu provi esattamente quello che provo io.

Miranda non sorrise. — Forse. Adesso vai, Theresa. Ci occuperemo noi delle nuove siringhe che distruggono la libertà più di quanto l’abbiamo distrutta noi.

La parete azzurra scintillante si spense.

Abbacinata, Theresa tornò all’aereo. Il pilota la stava aspettando, guardando un notiziario. Spense lo schermo quando Theresa salì. La Solana era già fuori dal campo visivo e Theresa parlò per la prima volta.

— Lei sa quanto occorre a un messaggio per arrivare alla Luna e tornare indietro? Per la via più breve?

Il pilota la guardò con espressione interrogativa. — Vuole dire se lei trasmettesse a Luna City e loro rispondessero subito?

— Sì. Non c’è un… un tempo di attesa quando le persone si parlano? Almeno di qualche secondo?

— Sì.

— Grazie. — Ovviamente quello valeva per la tecnologia umana. Jackson diceva che i Super avevano una tecnologia che gli umani non possedevano. "Non pensiamo come voi, né reagiamo come voi…"

— Oh, mio Dio! — fece il pilota Olivetti.

— Cosa? Che c’è?

L’aereo sobbalzò improvvisamente in avanti con una accelerazione che schiacciò Theresa contro lo schienale del sedile. Il cielo si riempì di una luce accecante. Il pilota gridò.

La luce si affievolì: qualche istante dopo, l’aereo vibrò come se dovesse andare in pezzi. Le orecchie di Theresa vennero assalite da un gran fragore. L’aereo si raddrizzò e proseguì.

La luce brillante era alle sue spalle. Il sole, però, le stava davanti, a sud-est: come poteva esserci quella luce dove non c’era il sole? Theresa si voltò per guardare dal finestrino posteriore e vide il cappello di una nuvola a fungo che si alzava all’orizzonte.

— Abbiamo preso duecentoquaranta rad — annunciò col fiato mozzo il pilota Olivetti, controllando i suoi schermi. — Signorina Aranow, si prepari a stare molto male.

— Ma… che cosa è successo?

— Qualcuno ha fatto esplodere la Solana. Con un’arma nucleare. Qualche minuto prima, saremmo morte.

— Ma… "perché"?

— Come faccio a saperlo? Dio, se Selene reagisce… — Si collegò immediatamente su un notiziario.

Theresa si mise la testa fra le mani. Selene non poteva reagire. Non c’era nessuno a Selene. Miranda Sharifi e tutti i suoi Super-Insonni erano a La Solana "stiamo cercando", "disperatamente di trovare una soluzione" ed erano tutti morti. Non avrebbero più fornito siringhe del Cambiamento per salvare i bambini morenti né avrebbero trovato una soluzione per gli esseri umani dipendenti dalle siringhe, né avrebbero fermato chi stava rendendo Jomp e le altre triadi ancora più dipendenti e terrorizzate. Qualcuno aveva bombardato La Solana per uccidere Richard Sharifi, per distruggere la vecchia casa di Miranda, per attirare l’attenzione su una propria causa. I Super-Insonni erano morti.

E Theresa era l’unica persona sulla Terra a saperlo.

Interludio

DATA TRASMISSIONE: 4 aprile 2121

A: Base Selene, Luna

VIA: Stazione Terrestre Enclave Lubbock, Satellite S-65 (Israele)

TIPO MESSAGGIO: Non codificato

CLASSE MESSAGGIO: Classe D, Accesso Servizio Pubblico, in accordo con la Legge Congressuale 4892-18, Maggio 2118

GRUPPO DI ORIGINE: "La Tribù Carter" Texas

MESSAGGIO:

La famiglia Carter ha diretto ranch nel Texas Occidentale da 250 anni. Siamo abituati a sostenerci a vicenda. Adesso non ci sono più ranch da dirigere, ma ci sosteniamo ancora a vicenda. Io sono Molly Carter, io. Ho sei figli, diciassette nipoti, venti bisnipoti e altri ancora in arrivo. Ma non abbiamo più siringhe del Cambiamento per i nuovi bisnipoti. Io le chiedo di mandarcene, per favore, delle altre.

Mio figlio Ray Junior, lui, porterà questo messaggio in un posto dove c’è la radio a Lubbock, per spedirglielo nello spazio.

CONFERMA RICEZIONE: Nessuna

15

Nulla era mai quello che ci si aspettava, pensò Jackson.

Quando aveva accompagnato Shockey, Lizzie, Dirk e Vicki alla Kelvin-Castner Pharmaceuticals, si era aspettato di affrontare un’impresa difficile. Si era aspettato una crisi di panico dopo l’altra dei Vivi di fronte a un ambiente estraneo e sconvolgente perfino "prima" di inalare il neurofarmaco che li aveva resi così carichi di ansia e di paura verso tutto ciò che era nuovo. Aveva immaginato lotte fisiche con Shockey perché fornisse campioni di tessuto e proteste isteriche da parte di Lizzie quando fossero stati prelevati dei campioni da Dirk. Aveva contato sul fatto che Vicki lo avrebbe aiutato in quelle ipotetiche lotte. Aveva immaginato che lui e Thurmond Rogers avrebbero avuto una lunga e intensa conversazione sulle implicazioni di un farmaco che non era soggetto al Depuratore Cellulare. Le analisi dei tessuti sarebbero state una priorità assoluta, per Rogers, quindi il referto sarebbe stato preparato in fretta.

Non era accaduto niente di tutto ciò.

La sua aeromobile era stata accolta sul tetto della Kelvin-Castner, all’interno dell’Enclave di Boston Harborside, da due robot della sicurezza di alta qualità. I robot avevano afferrato con efficienza tutti, tranne Jackson, e avevano applicato loro maschere che li avevano resi immediatamente inoffensivi. Perfino Vicki. Poi, i robot avevano caricato su fluttuanti le quattro persone in stato di incoscienza e, ignorando le proteste di Jackson, le avevano portate giù con un ascensore fino a un laboratorio. Lì, altri robot avevano spogliato Shockey, Lizzie e il piccolo e avevano prelevato campioni: saliva, fluido cerebrospinale, sangue, urina, feci e cellule di ogni organo. I campioni erano stati estratti con lunghi aghi nanocostruiti, le loro pareti spesse soltanto qualche atomo, usati di solito per le biopsie. Quindi erano seguite tutte le scansioni, dalla conduttanza della pelle fino alla TAC cerebrale, sotto svariati stimoli. Non apparve mai nessuno in carne e ossa. A Jackson risultò chiaro che quella procedura era già sperimentata.

Da quanto tempo la Kelvin-Castner rapiva, come cavie da esperimento, Vivi che non potevano protestare, o che non l’avrebbero fatto comunque?

Era stato Jackson a protestare. — Thurmond, voglio parlare con te! — Ma aveva ottenuto in risposta solo uno sciocco ologramma preregistrato. — Salve, Jack. Mi dispiace di non essere lì personalmente, ma sono nel bel mezzo di una riunione che non posso lasciare. Se vuoi qualcosa da mangiare o da bere, mentre vengono presi i campioni, devi solo chiedere al sistema della stanza. Ti chiamerò quando avrò qualcosa da riferirti. Saluti cari a tua sorella.

— Thurmond, maledizione… Attivare sistema della stanza!

— Sistema della stanza attivato — annunciò la stanza. Aghi così sottili da risultare a mala pena visibili scesero simultaneamente nei ventri nudi di Shockey, Lizzie e Dirk. Vicki, ancora vestita, giaceva in un angolo sul suo fluttuante, respirando dalla maschera.

— Aprire una comunicazione prioritaria con Thurmond Rogers!

— Mi dispiace. Questo sistema può fornire solamente registrazioni e vettovaglie.

— Questa è un’emergenza medica. Comunicazione per il sistema di emergenza.

— Mi dispiace… questo sistema…

— Disattivare sistema!

Avrebbe registrato un messaggio incandescente per Rogers. Avrebbe tolto il respiratore a Vicki e visto se lei era in grado di inserirsi nel sistema. Però era Lizzie il pirata informatico, non Vicki, e Lizzie al momento aveva una sonda flessibile infilata nella gola che prelevava campioni di cellule dai suoi bronchi. Quindi Jackson non fece nulla, oltre fumare e camminare per un’ora, rifiutando di sedersi sull’unica poltrona confortevole della stanza, per rabbia o per ridicola autoflagellazione.

Quando la Kelvin-Castner ebbe preso tutti i pezzi umani che desiderava, i robot della sicurezza portarono Shockey, Lizzie, Vicki e il piccolo al tetto, li caricarono con efficienza sull’aeromobile di Jackson, tolsero loro i respiratori e fluttuarono via. Un minuto dopo, liberati i polmoni, loro si svegliarono.

— Bene che cosa stiamo aspettando? — chiese Lizzie. — Non entriamo? — Dirk si era accucciato contro il collo di sua madre, piagnucolando impaurito perché il mondo era più grande di Lizzie.

Jackson tornò all’accampamento e i tre Vivi scomparvero all’interno. — Non sono affatto contenta, Jackson — disse Vicki. — Dovevi svegliarmi. Anch’io avevo delle domande da porre.

— Non avresti ottenuto alcuna risposta.

— Non fa niente. — La donna gli lanciò un’occhiataccia. — Promettimi che non tornerai alla Kelvin-Castner e non parlerai con Rogers senza che ci sia anch’io. Il sistema di Lizzie ci può mettere in collegamento multiplo.

— Non penso…

— Io sì. Promettimelo.

E Jackson, per stanchezza o rassegnazione o riguardo o qualcos’altro, aveva promesso.

Da allora non era più accaduto nulla. Erano passati quattro giorni e Thurmond Rogers non aveva contattato Jackson né aveva risposto alle sue chiamate. Theresa passava tutto il tempo nello studio al piano superiore, di cui Jackson non doveva sapere nulla, senza presentarsi nemmeno per i pasti. Lasciava periodicamente a Jackson dei messaggi dicendo che stava bene. Jackson camminò avanti e indietro, si gingillò e si dimenticò di mangiare finché il suo fisico si ribellò. Lui si addormentò nudo nella sala di alimentazione mentre il suo corpo assorbiva le sostanze nutrienti di cui aveva bisogno.

Il quarto giorno, di mattina presto, lo chiamò Cazie. Jackson non rispose. Si rotolò su un fianco, nella camera da letto oscurata, dando la schiena alla parete schermo e lasciando che il messaggio venisse registrato.

— Jackson, rispondi. So che sei lì.

Tutto a un tratto Jackson si sentì infastidito. Perché Cazie presumeva sempre di sapere tutto su di lui?

— Ascolta abbiamo bisogno di parlare — fece Cazie. — Ho appena ricevuto un messaggio privato da un mio vecchio amico, Alexander Castner della Kelvin-Castner Pharmaceuticals. Penso di avertelo presentato una volta a una festa. Ti ricordi di lui?

Lentamente Jackson si voltò sul letto per fissare lo schermo. Nell’angolo in basso, sotto il volto di Cazie, scintillava il segnale di chiamata criptata. Stava trasmettendo su una linea fortemente schermata.

— Alex sta contattando alcuni importanti investitori, in modo molto riservato. La Kelvin-Castner ha per le mani qualcosa di veramente grosso. Qualcosa che vogliono sviluppare molto in fretta. Alex pensa di portare un prodotto farmaceutico completamente nuovo allo stadio di brevetto prima di chiunque altro. Senti questa: "riesce a superare il Depuratore Cellulare producendo effetti farmacodinamici permanenti". Le applicazioni nel mercato delle sole droghe del piacere sono sbalorditive. Si potrebbero eliminare gli inalatori!

"Alex però non sa chi altri ci stia lavorando sopra o quanto sia vicino a presentare un brevetto, quindi si deve muovere il più in fretta possibile. Ha bisogno di afflussi ingenti di capitali, talenti e tempo informatico. Jack, la TenTech dovrebbe buttarsi nell’impresa, presto e in modo massiccio. È il genere di opportunità che ci farebbe arrivare negli International Fifty. Ho messo insieme qualche dato preliminare per te. E ovviamente anche per Theresa. Però abbiamo bisogno di impegnarci presto, oggi stesso se possibile. Maledizione, Jackson, rispondi alla chiamata!

Jackson scese lentamente dal letto. Al buio, infilò gli abiti del giorno prima.

— Benissimo, forse non sei lì — continuò Cazie. — Ma dove sei? Ho già chiamato quella ridicola donna al suo accampamento di Vivi preferito, Vicki Come-cavolo-si-chiama, e ha detto che non c’eri. Se passi la notte con qualcuno, quando chiamerai per avere i tuoi messaggi, ti prego di contattarmi su una linea protetta nel mio ufficio alla TenTech. Altrimenti…

— Mi correrai dietro in capo al mondo — Jackson terminò per lei la frase.

— …ti correrò dietro in capo al mondo comunque, tesoro. È un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela scappare.

Jackson uscì dall’appartamento. A est, il sole cominciava appena a tingere di rosa il cielo. Il sole vero, reale: al momento la cupola di Manhattan Est era trasparente. Passò per il giardino sul tetto, con le sue belle di giorno e i suoi gigli che si stavano aprendo, dirigendosi verso la propria aeromobile. Non riusciva a ricordare di essere mai stato così infuriato in vita sua.

Vicki lo aspettava all’esterno dell’edificio della tribù, una figura solitaria nel perlaceo freddo di aprile.

— L’affascinante Cazie ha chiamato prima qui — disse mentre saliva sull’aeromobile. — Ho immaginato che stesse succedendo qualcosa e sapevo che ti saresti ricordato della promessa di portarmi con te alla Kelvin-Castner.

— Come facevi a saperlo? — chiese Jackson cupo.

— Perché sapevo che, fondamentalmente, eri capace di avere l’aspetto che hai in questo momento. Vuoi dirmi cosa sta succedendo?

— Quelli della Kelvin-Castner si stanno preparando a creare un sistema di trasmissione per farmaci brevettabile, sfruttando quello che hanno scoperto dalle analisi cerebrali e dai campioni di tessuto di Shockey e di Dirk. Non gli interessa un accidente di trovare un antidoto per l’inibizione da ansia, ma sono interessatissimi alle possibilità commerciali nel mercato delle droghe di piacere offerte da un mezzo che riesce a sfuggire al Depuratore Cellulare. Hanno chiesto alla TenTech investimenti massicci.

— Gesù Cristo — fece Vicki, quasi ammirata. — La tua ex moglie ha un fiuto favoloso, eh? Per caso ha del sangue di segugio nelle vene?

— Pensi che dovremmo portare con noi anche Lizzie? — chiese Jackson. — Se ci impediscono di entrare, io non posso intrufolarmi nei sistemi informatici, e nemmeno tu.

— Non ci riuscirebbe nemmeno Lizzie, nel mezzo secondo che avrebbe a disposizione prima di essere colpita da un robot della sicurezza. Sii realistico, Jackson. Non è una Super-Insonne.

Jackson decollò. Vicki domandò: — Non vuoi sapere cos’ho detto a Cazie quando mi ha chiamata qui?

— No.

— Le ho detto che, per quanto ne sapevo io, stavi scopando Jennifer Sharifi adesso che quella è fuori di galera e visto che si da il caso che abbia i suoi stessi colori.

A dispetto di se stesso, Jackson sorrise.

Nulla impedì all’aeromobile di atterrare sul tetto della Kelvin-Castner. Con grande sorpresa di Jackson, nulla impedì nemmeno a lui e Vicki di scendere con l’ascensore fino all’ingresso superiore della Kelvin-Castner. L’atrio era formato da infinite variazioni barocche di un motivo a doppia spirale, un centimetro preciso al di sopra del limite dell’ordinario. Jackson ricordò Ellie Lester.

L’ologramma di una receptionist scintillò al suo posto a un metro da lui. Si trattava di una bionda di mezz’età con la pelle color caffè, attraente ma abbastanza seria da risultare rassicurante. — Benvenuti alla Kelvin-Castner. Posso esservi d’aiuto?

— Sono Jackson Aranow e voglio vedere Thurmond Rogers.

— Temo che il dottor Rogers sia fuori sede, oggi. Vuole registrare un messaggio?

— Allora mi faccia parlare con Alexander Castner.

— Ha un appuntamento?

— No.

— Temo che l’agenda del signor Castner non gli conceda tempo per visite senza appuntamento. Vuole registrare un messaggio?

— Avremmo dovuto portare Lizzie, dopo tutto — disse Jackson a Vicki.

— Non sarebbe servito. Nel momento stesso in cui fosse arrivata a qualcosa, il sistema di sicurezza ci avrebbe gasati tutti. Voglio dire, questa è una compagnia dove si fabbricano neurofarmaci, no?

Era ovvio che fosse così. Jackson non stava pensando con lucidità. La rabbia aveva quell’effetto. Doveva essere più attento.

Vicki disse cortesemente all’ologramma: — Io vorrei registrare un messaggio per il signor Castner. O forse preferirebbe riceverlo in diretta. La prego di dire al signor Castner che qui c’è il dottor Jackson Aranow della TenTech. La ditta di Cazie Sanders. Ripeto "Aranow", "TenTech", "Sanders": sono certa che uno di questi nomi compaia, come compariva ieri, nel programma dei termini da segnalare con priorità assoluta. Dica al signor Castner che il dottor Aranow ha richiesto un consiglio di tipo legale per citarlo in giudizio per i campioni di tessuto, oltre che per tutti i brevetti risultanti, presi dai cittadini Shockey Toor e Dirk Francy mentre erano privi dei loro avvocati. Il legale ha già ricevuto deposizioni giurate di tutti gli eventi, ed è stato informato di questa nostra visita. È possibile che venga emessa un’ingiunzione da parte di un giudice federale affinché la K-C interrompa immediatamente i lavori in corso, così come è possibile che si sviluppi una considerevole attenzione industriale sulla ricerca in atto, che il signor Castner potrebbe trovare prematura. Dica inoltre al signor Castner che il dottor Aranow e sua sorella controllano la maggioranza azionaria della TenTech e che non è possibile ottenere alcun impegno di investimento di capitali senza la loro approvazione. Ho stimolato i suoi programmi di priorità assoluta?

L’ologramma rispose raggiante a Vicki. — Sì, le mie priorità sono state attivate e sto trasmettendo. Gradireste del caffè?

— No, grazie. Aspetteremo qui la risposta del signor Castner. O forse quella del dottor Rogers.

— Il dottor Rogers è fuori sede oggi — ripeté la receptionist. Stava ancora trasmettendo.

— Certamente — commentò Vicki. Sprofondò su un divano coperto da una stoffa stampata con la doppia spirale e batté una mano sul sedile accanto al suo. — Siediti, Jackson. Dobbiamo concedere loro un po’ di tempo per un consiglio di guerra per stabilire chi abbia fatto la coglionata di contattare Cazie mentre Rogers ti stava fottendo i dati.

— Probabilmente ci stanno ascoltando.

— Lo spero proprio.

Jackson si sedette e chiese a voce molto bassa: — Dove hai imparato a comportarti così?

Il volto di Vicki assunse all’improvviso un’espressione stanca. — Meglio che tu non lo sappia mai.

— Sì, invece.

— Un’altra volta. Oh, una risposta così pronta. Cinque punti per l’efficienza.

Si accese uno schermo a parete e apparve l’immagine di Thurmond Rogers, che sorrideva con affettazione. — Jackson. Come stai? Sono appena entrato e il sistema del complesso mi ha informato che ti trovavi qui e che c’era una specie di equivoco sul fatto che io non volessi parlarti. Mi dispiace.

— Oh, questi buchi nei computer — mormorò Vicki.

— Ti avrei chiamato questa mattina — continuò Rogers. Un nodo di muscoli all’altezza del colletto del camice da laboratorio continuava a sollevarsi e ad abbassarsi. — Abbiamo un rapporto preliminare sui cambiamenti nei cervelli dei tuoi soggetti.

— Allora vieni fuori a consegnarmelo — intimò Jackson. — Di persona. Non ti salterò addosso, Thurmond.

L’immagine si mise a ridere, a disagio. — Certo che no. Mi sono stirato dei muscoli della schiena uscendo dall’auto e, finché il depuratore Cellulare non si sarà occupato della faccenda, non mi posso assolutamente muovere.

— Allora verremo noi da te — replicò pacatamente Jackson.

— Lascia che cominci col dirti che genere di esami abbiamo effettuato sui tuoi soggetti e quali sono stati i risultati. Abbiamo trovato… ma è necessario?

Vicki aveva estratto dalla tasca della tuta un registratore e lo stava puntando contro l’immagine di Rogers. Disse: — Assolutamente. Cominciamo col documentare che il dottor Rogers si è sigillato nei laboratori bioprotetti della K-C perché ha scoperto qualcosa di veramente allarmante su questo nuovo neurofarmaco e che non ha alcuna intenzione di correre il benché minimo rischio che questo possa raggiungere in qualche modo il suo colto e costosissimo cervello. Dico bene, dottor Rogers?

Rogers la fissò con disprezzo. — Come avevo iniziato a dire, abbiamo effettuato analisi esaustive sulle scansioni mediche dei soggetti e sui campioni di tessuto. Quello che abbiamo trovato, Jackson, è soltanto allo stadio preliminare, ma è stupefacente. I soggetti hanno inspirato una molecola modificata geneticamente trasmessa per via aerea, probabilmente un virus costruito. La molecola in sé non è disponibile per essere analizzata, essendosi scissa appena raggiunto il cervello. Siamo stati in grado di seguirne il passaggio e di formulare ipotesi grossolane sulla sua parziale composizione partendo dai suoi effetti farmacodinamici.

Rogers trasse un profondo respiro. La cosa sembrò calmarlo, anche se il muscolo continuava a contrarsi appena sopra il colletto. Jackson si chiese che cosa avesse mischiato all’aria del suo ufficio. — La molecola, qualsiasi cosa fosse, era apparentemente studiata per agire su molteplici siti neurali agonisti e antagonisti, puntati…

Vicki lo interruppe: — E in parole comprensibili per gli avvocati questi termini significherebbero…

— Jackson, è "necessario"?

— Pare di sì — rispose Jackson.

Rogers fissò Vicki con espressione impassibile. — Un "agonista" attiva recettori neurali specifici, facendo sì che essi cambino la loro biochimica. Un "antagonista" blocca altri sottotipi di recettori.

— Grazie — disse Vicki con dolcezza. All’improvviso Jackson ebbe l’impressione che lei sapesse già quelle cose e che stesse soltanto cercando di rendere la vita difficile a Rogers.

Rogers continuò. — La molecola pare avere una forte affinità di legame per il recettore o i recettori posti nel complesso amigdaloide. Scansioni JEM mostrano proprio lì un’elevata attività recente di afflusso di sangue, sia nelle aree limbiche sia in quella temporale destra della corteccia cerebrale. Apparentemente la molecola ha provocato un effetto a cascata molto complesso, in cui il rilascio di determinate ammine biogene ha provocato il rilascio di altre sostanze chimiche e così via. Abbiamo già identificato dei cambiamenti nello sviluppo di dodici peptidi diversi e probabilmente si tratta soltanto del principio. Ci sono anche cambiamenti nella sincronia dell’innesco neurale.

— La somma di tali cambiamenti porta forse a mutazioni permanenti nei recettori NMDA? — chiese Jackson.

— Temo di sì. I cambiamenti sembrano includere l’alterazione di creazione di ammina e la presenza di ammine che compaiono soltanto in condizioni patologiche. Inoltre ci sono cambiamenti nella composizione dei recettori, nei processi dei neurotrasmettitori, nelle sinapsi e perfino nella reazione cellulare interna. Anche se queste scoperte in particolare risultano decisamente preliminari. Si riscontra anche una significativa morte cellulare del genere provocato da traumi o da stress prolungati. La stessa architettura neurale è stata reimpastata.

Jackson si trovava in piedi e stava camminando avanti e indietro prima ancora di rendersene conto. — Che corrispondenze di dati hai ottenuto dalle mappe neurali?

— Ci sto arrivando. I soggetti hanno mostrato un aumento forte e costante del battito cardiaco, anche durante il sonno. Alta conduttanza della pelle. Marcato stress a livello cellulare. Fluido cerebrospinale, urina, saliva, sangue: tutto mostra un forte tasso di prodotti da degenerazione di neurotrasmettitori. La mappa corrisponde a quella di una bassa soglia di eccitazione limbico-ipotalamica, alto stress cronicizzato, forte inibizione radicata in cambiamenti permanenti nel tracciato efferente primario delle amigdale.

Vicki disse di nuovo: — In parole povere, per favore?

Fu Jackson a risponderle. — Il neurofarmaco, qualsiasi cosa sia, ha prodotto in Shockey e in Dirk la biochimica di persone fortemente inibite, terrorizzate da qualsiasi novità, cariche di paura di distacco da persone familiari, incapaci di alterare la routine conosciuta in quanto farlo provocherebbe un’ansia dolorosa.

— La bambina di Sharon… la piccola Callie — ricordò Vicki.

— Sì. È normale che i bambini avvertano una forte ansia rispetto agli estranei e inibizione rispetto alle novità fra i sei e i nove mesi d’età. A quel punto, però, la maturazione attenua la paura dell’estraneo quando le funzioni complesse del cervello sopprimono quelle più primitive. Questa però… questa è una regressione all’inibizione provata dai piccoli che soffrono delle forme inibitorie più gravi. "Permanentemente". E senza alterare il DNA o affidandosi alla presenza di sostanze chimiche estranee: infatti le due cose verrebbero distrutte dal Depuratore Cellulare. Si è creata una paura naturale di tutto ciò che è nuovo o diverso.

"Come Theresa" pensò Jackson senza dirlo a voce alta. Un accampamento pieno di Theresa. Una nazione piena di Theresa? Erano state infettate altre tribù?

— Ma "perché"? — chiese Vicki.

Rogers la squadrò con disgusto. — Il ruolo del sistema nervoso è quello di generare comportamenti. Ovviamente c’è qualcuno che sta effettuando esperimenti su questo tipo di comportamento.

— Non è una risposta.

— Non ho una risposta — replicò Rogers. — Cosa vi aspettavate in quattro giorni? Ogni neurone del cervello è in grado di ricevere fino a centomila contatti dagli altri neuroni con i quali è collegato a piramide. Inoltre, esistono siti recettori in altri organi che non sono il cervello: ci sono immense variazioni individuali nell’architettura neurale e nella reazione ai farmaci; ci sono…

— Va bene, va bene — troncò Vicki. — La vera domanda è: cosa potete fare? Potete creare un neurofarmaco che inverta gli effetti?

— Jackson — fece Rogers — di’ alla tua amica che è maledettamente più facile danneggiare organismi viventi che non ripristinare il danno. Dille…

— …che tu non hai avuto alcun problema nello scoprire un modo rapido per sfruttare il cosiddetto danno — intervenne Vicki. — Bisogna solo studiare come può essere alterata permanentemente l’architettura neurale per svicolare al Depuratore Cellulare, quindi adattare la scoperta al redditizio mercato delle droghe del piacere. Non è quello che hai detto a Cazie Sanders? Quindi devi avere intravisto almeno una possibilità di trovare delle scappatoie in quella biochimica che si presupponeva inalterabile.

— Ha ragione, Thurmond, e tu lo sai bene — rincarò Jackson. — La Kelvin-Castner dovrebbe impegnarsi a combattere questa cosa.

— Lo faremo, ovviamente — disse Rogers. — Ma le enclavi hanno difese contro i missili a testata biologica e i singoli edifici possono attivare un riciclaggio interno di aria. Possono farlo anche le maschere antigas. Potremmo non essere troppo precipitosi nella creazione di un antidoto. Per il bene civico comune.

A Jackson si mozzò il fiato. Rogers stava affermando che i Muli probabilmente non sarebbero stati esposti al contagio del neurofarmaco inibitore, se fossero stati attenti. Soltanto i Vivi. E i Vivi inibiti, terrorizzati dalle novità, impauriti dalla separazione dal familiare, Vivi simili avrebbero costituito una minaccia di ben minore entità. Non avrebbero attaccato le enclavi alla ricerca di siringhe del Cambiamento. Non avrebbero affatto attaccato le enclavi. Avrebbero continuato semplicemente a vivere le loro vite inibite e impaurite in una tranquilla disperazione, lontani dagli occhi e dal cuore dei Muli, finché la vulnerabilità alla malattia della successiva generazione di nonCambiati ne avrebbe ucciso la maggior parte.

Vicki mormorò con un filo di voce: — Che figlio di puttana.

Rogers sogghignò; Jackson immaginò che si fosse lasciato prendere la mano dalla rabbia e che ora se ne stesse pentendo. — Ovviamente non sto parlando ufficialmente per la Kelvin-Castner — aggiunse Rogers. — Non ho questa autorità.

Vicki aggiunse nello stesso tono sereno ma letale: — E sono anche sicura che la Kelvin-Castner…

— Aspetta — l’interruppe Jackson. — "Aspetta".

A quel punto lo fissarono tutt’e due: una persona vera, un’immagine olografica. Lui cercò di riflettere. — La vera domanda è "chi". Chi ha creato questo neurofarmaco? Per quale motivo?

— Dovrebbe essere ovvio — rispose Rogers. — Si tratta di biochimica estremamente raffinata e avanzata. I candidati più probabili sono i Super-Insonni. Miranda Sharifi ha già rifatto i corpi umani: adesso è alla caccia delle menti.

— Per quale motivo?

Rogers sbottò, infuriato: — Ma come facciamo a saperlo? Non sono umani!

Jackson ignorò la sfuriata. — Aspetta. Hai detto che si tratta di biochimica estremamente avanzata. Così avanzata che devono esserci dietro "per forza" i Super-Insonni? O è soltanto avanzata rispetto alle conoscenze scientifiche che noi siamo in grado di ottenere adesso, senza essere assolutamente al di là della normale capacità umana?

L’immagine olografica restò in silenzio.

— Rispondi con attenzione, Thurmond. È di importanza vitale.

Rogers ammise con riluttanza: — Non è assolutamente al di là di normali umani, per quello che già sappiamo sul cervello. Tuttavia occorrerebbe una combinazione di genio, fortuna e imponenti risorse. La spiegazione più facile resta Miranda Sharifi. Il rasoio di Occam.

— …non è l’unico modo per farsi la barba — commentò Vicki. — D’accordo, hai fornito le premesse. Adesso dacci le stampe con i dati effettivi.

— Sono proprietà della Kelvin-Castner — disse Rogers.

— Se noi…

Jackson l’interruppe. — No. Va bene, Thurmond. Non abbiamo bisogno dei tuoi dati. Sono replicabili prendendoli da chiunque nella tribù di Lizzie. O forse, ormai, anche da altre tribù.

Tribù intere di Theresa. Spaventati da ciò che non era familiare, riluttanti ad affrontare gli estranei, restii a fare le cose diversamente da come le avevano fatte fino a quando avevano respirato il neurofarmaco. Non disposte a cambiare. Chi poteva desiderare l’esistenza di un simile neurofarmaco? Un gruppo qualsiasi di Muli potenti, governativo o privato, con un finto interesse a proteggere lo status quo. Cioè, qualsiasi gruppo di Muli. La tribù di Lizzie era stata la prima solo per il suo folle tentativo vincere delle elezioni. Non sarebbe stata l’ultima.

L’immagine di Thurmond Rogers fissò Jackson con ironia. — Hai ragione, Jackson. Tutti possono replicare i nostri dati. Ecco perché dobbiamo muoverci in fretta per ottenere una molecola brevettabile. Cazie incontrerà Alex Castner alle 8:30 con qualche altro potenziale forte azionista. Posso fornirti una suite per ripulirti e un abito in prestito per…

— Sì, grazie — fece Jackson. Al suo fianco, Vicki restò in silenzio. Jackson la prese per mano. — Voglio anche qualcosa per la mia… amica. Anche se lei aspetterà nella suite.

— Ovviamente — concesse Rogers. Aveva un aspetto più felice. Si era liberato di Vicki. Jackson riuscì quasi a leggere nel pensiero di Rogers: "Non è di mio gusto ma deve essere abbastanza carina sotto i vestiti e a Jackson sono sempre piaciute le donne un po’ acide, dopo tutto, ha sposato Cazie Sanders". Vicki, pietosamente, non disse nulla finché l’ologramma della receptionist non li ebbe portati in una sala riunioni appartata con una camera da letto con bagno, dietro a una porta discreta.

— Non è nella zona protetta dalle armi chimiche in cui si trovava Rogers — commentò lei, aprendo a caso gli armadi. All’interno erano appesi sia abiti da ufficio, sia accappatoi. — Quanto ci facciamo che Rogers parteciperà alla riunione soltanto via ologramma?

— Potrebbe essere.

— Comunque questa suite è abbastanza carina. — Si strinse a Jackson e gli sussurrò così piano che nessuna spia acustica avrebbe potuto captarla: — Cos’hai intenzione di fare?

Non importava se non scorgeva le telecamere: c’erano di sicuro. Lui l’abbracciò e le sussurrò a sua volta: — Lasciamo che Cazie investa dei fondi.

— Perché?

— È l’unico modo per essere al corrente di quello che fanno.

Lei annuì contro la spalla di lui. Lo turbava tenerla fra le braccia. Non dava la stessa sensazione di Cazie: era più alta, meno arrotondata, aveva una pelle più fredda, aveva un odore diverso. Jackson ebbe un’erezione.

Lasciò Vicki e si voltò, fingendosi indaffarato nell’esaminare gli abiti dell’armadio. Quando si girò nuovamente, si aspettava di vederla sorridere in modo sardonico, pronta a un commento tagliente. Non fu così. La donna era in piedi, afflitta, al centro della stanza e il suo volto si era addolcito in un’espressione che chiunque altro avrebbe definito malinconica.

— Vicki…?

— Sì, Jackson? — Lei sollevò lo sguardo e lui notò sbalordito che era carico di bisogno.

— Vicki… io…

La sua unità mobile disse: — Tempesta lunare da Theresa Aranow. Ripeto. Tempesta lunare da Theresa Aranow.

"Tempesta lunare" era il codice di famiglia, rimasto invariato dall’infanzia, per una chiamata della massima urgenza. Theresa non l’aveva mai usato prima. Jackson attivò l’unità. Apparve l’immagine di lei, in una specie di piccola cabina aperta. Sembrava un aereo. Era impossibile. Theresa non sapeva pilotare aerei.

— J-Jackson! — boccheggiò lei. — Sono morti!

— Chi? Chi è morto, Theresa?

— Tutti quelli a La Solana! Richard Sharifi! — All’improvviso, Theresa si ricompose. — Richard Sharifi. Lui era nella tenuta, quanto meno c’era ancora la sua immagine registrata… La Solana…

Alle sue spalle, Vicki ordinò brusca: — Attivare terminale! Notiziari! Canale 35! — Si accese subito uno schermo a parete.

— …deflagrazione nucleare a La Solana, la tenuta dagli scudi massicci del Nuovo Messico, dimora del padre di Miranda Sharifi, Richard Keller Sharifi. Nessun gruppo ha rivendicato l’attentato che viola i trattati nazionali e internazionali sull’uso delle armi nucleari. La Casa Bianca ha emesso una dichiarazione di sdegno, e ha disposto l’invio immediato da parte del Pentagono di robot della difesa programmati per un’attenta analisi delle scorie radioattive in cerca di indizi che portino all’identificazione della composizione, dell’origine o del vettore della bomba. Lo scudo a energia attorno a La Solana era stato sviluppato da…

— Sto tornando a casa, Jackson — annunciò Theresa.

— Tess, aspetta, sembri strana, non sembri tu…

— Non lo sono — rispose Theresa. Spalancò gli occhi e per un momento "sorrise". Era la cosa più sconcertante che Jackson avesse visto in quella sconcertante giornata.

Theresa aggiunse con una voce che non sembrava completamente sua: — Il pilota ha detto che abbiamo preso duecentoquaranta rad. — A quel punto lo schermo si spense.

— Gesù Cristo — disse piano Vicki. — Sarà sufficiente a ucciderla?

— Forse no, ma starà malissimo. Devo andare.

— E Cazie?

— Che vada al diavolo — sbottò Jackson e vide Vicki sorridere, rendendosi conto, proprio come Vicki, che non parlava sul serio. Forse, però, un giorno sarebbe stato così. Nel frattempo, Cazie avrebbe investito un forte capitale senza il consenso suo o di Theresa. Il che, quanto meno, era meglio di niente.

Anche se non era abbastanza.

16

Quando Lizzie si svegliò, Vicki non era ancora tornata.

Era facile sapere chi si trovava nell’accampamento e chi no. Tutti si raggruppavano nello stesso momento per la colazione sotto la tenda del campo di alimentazione e tutti giacevano o sedevano nello stesso posto. Alcuni, Norma Kroll, Nonna Seifert, Sam Webster… si mettevano perfino nella stessa posizione. Un giorno dopo l’altro. Nella tribù si parlava piano mentre ci si nutriva e poi tutti lasciavano il terreno di alimentazione nello stesso ordine, accingendosi alle stesse faccende: recuperare suolo nuovo con nutrienti non sfruttati; ripulire l’edificio; occuparsi dei bambini che giocavano agli stessi giochi negli stessi luoghi; creare oggetti di legno o di stoffa oppure recuperare il legno dalla foresta e la stoffa dal robot tessitore. Un giorno dopo l’altro.

Pranzo alla stessa ora, negli stessi posti.

Fare appisolare i bambini, eseguire lavoretti, guardare ologrammi, prendere acqua, giocare a carte o fare ginnastica. Cena negli stessi posti, sotto la tenda. Gli stessi racconti alla sera, quando l’aprile insolitamente freddo costringeva a restare all’interno. Sarebbero rimasti dentro anche in giugno o in agosto vista la routine di aprile?

— Non lo sopporto più — aveva detto Lizzie a sua madre. Annie le aveva risposto: — Sei sempre stata troppo impaziente, tu. Goditi il tempo, Lizzie. Tutto è sicuro e tranquillo. Non vuoi pace, tu, per il tuo bambino?

— Non così! — aveva gridato Lizzie, ma Annie aveva solo scosso la testa ed era tornata all’arazzo che stava preparando con stoffa tessuta, sassolini e fiori secchi. Quando fosse finito, pensò Lizzie con disperazione, ne avrebbe iniziato un altro. Alle dieci lei e Billy sarebbero andati a letto perché quello era il loro orario. Probabilmente facevano l’amore le stesse sere ogni settimana. Di certo era quello che facevano Shockey e Sharon nel loculo accanto al suo. Martedì e sabato sera e domenica pomeriggio.

Quando c’era stata Vicki nell’accampamento, quanto meno, lei aveva avuto qualcuno con cui parlare. Vicki era tesa, agitata, frustrata, imprevedibile. Vicki era vera. Camminava sui sentieri dei boschi, col fango attaccato agli stivali, parlando delle proprie paure e della propria speranza. A volte a Lizzie sembrava che Vicki non fosse in grado di distinguere le une dall’altra.

— Dobbiamo aspettare Jackson — aveva detto Vicki, picchiando un pugno sul palmo dell’altra mano. — Per quanto mi secchi, lui e il detestabile suo amico ricercatore, Thurmond Rogers, sono la sola via per andare alle radici mediche del problema, Lizzie. Si tratta di un problema medico e può essere combattuto meglio con un modello medico. Non so come, la chimica del cervello si è modificata e noi…

— Aspetta — aveva detto Lizzie. — "Aspetta!"

Vicki l’aveva guardata.

— Non è soltanto un problema medico, lui. — Sentiva il proprio linguaggio scivolare in quello dei Vivi e le dava un fastidio d’inferno. Non avrebbe mai imparato? — È anche una questione politica. "Qualcuno" lo sta facendo! Non è successo spontaneamente!

— Già è ovvio, hai ragione. Ma non possiamo agire direttamente sulla causa. Ci abbiamo provato con le elezioni, ricordi? Il massimo che possiamo sperare è riuscire a manipolare i risultati. Forza Jackson… "chiama!"

E apparentemente, alla fine, Jackson doveva avere chiamato visto che Vicki era sparita. Era nella magnifica casa di Jackson a Manhattan Est? Alla Kelvin-Castner a Boston? Lizzie non lo sapeva.

La cosa peggiore comunque era Dirk.

— Guarda, Dirk, una tamia!

Quel pomeriggio aveva portato un po’ il piccolo nei boschi selvatici primaverili, vestito con la calda tuta invernale, la frangetta di ciuffi scuri che gli cadeva sulla fronte sotto lo sgargiante cappuccio rosso. Per tutta la durata del breve cammino, Dirk aveva nascosto la testa contro la spalla di Lizzie e si era rifiutato di sollevare lo sguardo. Lei lo aveva costretto con dolcezza ad alzare gli occhi.

— Guarda la tamia! Scappa, scappa!

La creaturina si era fermata a circa sei metri di distanza, li aveva guardati con espressione perplessa e si era seduta sulle zampe posteriori con la coda vaporosa arricciata in alto alle spalle. Aveva preso una noce e aveva cominciato a mordicchiarla, con la testa che ondeggiava comicamente dietro le zampette anteriori sollevate. Dirk l’aveva guardato e aveva cominciato a gridare terrorizzato.

— Smettila! Smettila, maledizione! — aveva gridato a sua volta Lizzie e si era subito avvilita, spaventandosi. Che cosa stava facendo? Dirk non poteva farci nulla! Lo strinse forte e corse in fretta verso l’edificio. Annie sollevò lo sguardo dall’arazzo.

— Lizzie! Dove hai portato quel bambino, lui?

— A fare una fottuta passeggiata! — Lei si era sentita di nuovo furiosa: Dirk, nell’ambiente che gli era familiare, aveva smesso di piangere. Il piccolo vide sul pavimento i blocchi che Billy gli aveva fatto per giocare, i blocchi con cui aveva sempre giocato in quel momento del pomeriggio e si mise a scalciare perché Lizzie lo mettesse a terra.

Annie la ammonì: — Bada a come parli, tu. Vieni dalla nonna, Dirk, è il momento di giocare coi blocchi, vero? Vieni dalla nonna.

Il bimbo smise di piangere. Cominciò allegramente a mettere i blocchi l’uno sull’altro. Annie gli sorrise dalla seggiola.

Lizzie venne colta dalla disperazione.

— Dove vai adesso, piccola mia? — chiese Annie. — Siediti, tu, e parla un po’ con me.

— Torno fuori.

Gli occhi scuri di Annie si allarmarono. — No, resta qui, tu. Lizzie, siediti qui con me e Dirk.

Lizzie sfrecciò verso la porta.

Il sole era uscito da dietro le nuvole grigie. Lei cominciò a camminare senza una meta, sarebbe andata da qualunque parte pur di allontanarsi dalla monotonia placida e sicura che si era lasciata alle spalle, che sarebbe andata avanti un giorno dopo l’altro, finché non fossero morti tutti.

Percorrendo il sentiero sulla montagna, scalciò i rametti fatti cadere dai venti invernali. Quel sentiero sarebbe risultato sempre meno utilizzato, a meno che camminarci sopra non facesse parte dell’abitudine di qualcuno. Il neurofarmaco si sarebbe diffuso? Forse sarebbe stata contagiata anche lei, Lizzie, se fosse stato rilasciato una seconda volta. E non gliene sarebbe importato nulla, quella era la cosa peggiore: sarebbe diventata come Annie, contenta per la sua pace e la sua tranquillità.

Lizzie si fermò e dette un pugno contro un arbusto di betulla. "No." Lei aveva diciotto anni e non poteva semplicemente "cedere". Non lo aveva mai fatto, in tutta la vita. Doveva esserci per forza qualcosa che lei poteva fare. Doveva esserci.

Ma che cosa?

Non poteva cercare un antidoto per il neurofarmaco: lo stavano già facendo Jackson, Vicki e Thurmond Rogers. Non poteva nemmeno impegnarsi in una nuova elezione: visto come erano diventate le persone, c’erano ancora meno possibilità di prima di riuscire a convincere la gente a votare per un candidato Vivo. Tutto era tornato decisamente a favore del candidato Mulo!

Era "quello" il motivo per cui era avvenuto il contagio? Donald Thomas Serrano forse aveva ordinato il neurofarmaco che metteva la sicurezza davanti a tutto perché un Mulo potesse vincere le elezioni? Jackson però aveva detto che quella era una sostanza completamente nuova, che non veniva eliminata dal Depuratore Cellulare perché faceva sì che il corpo mutasse permanentemente le proteine che produceva. Nessuno avrebbe sprecato un neurofarmaco del genere per una sciocca elezione a supervisore distrettuale della Contea di Willoughby.

A meno che lo stessero testando. "Chi" lo stava testando?

Quella linea di pensiero non la portava da nessuna parte! Era troppo stupida per capire qualcosa. Ma chi si credeva di essere, Miranda Sharifi?

Lei era Lizzie Francy, ecco chi era. Il migliore pirata informatico del paese. Forse di tutto il fottutissimo mondo!

Benissimo, disse schernendo se stessa, se era un pirata informatico così in gamba, perché non stava trafugando informazioni? Perché stava lì, nei boschi di aprile a prendere a pugni arbusti quando avrebbe dovuto fare l’unica cosa che sapeva fare sul serio? Tanto per cominciare doveva proteggersi per non restare contagiata dal neurofarmaco, trovare un posto per vivere appartato. C’erano molti gabbiotti abbandonati sulle montagne. Le altre tribù non sarebbero tornate dal sud finché il clima non si fosse riscaldato, qualche mese dopo. Sarebbe stata al sicuro. Avrebbe preso un cono-Y di scorta e il suo terminale e passato diciotto ore al giorno navigando in Rete alla ricerca di risposte.

Senza Dirk?

Lizzie si bloccò. Non poteva portarlo con sé. Se lo avesse fatto, lui avrebbe passato tutto il tempo a piagnucolare terrorizzato per l’ambiente sconosciuto e lei avrebbe passato tutto il tempo a stargli dietro. Nessuno le aveva detto, quando era rimasta incinta così avventatamente, quanto "tempo" occupava la cura di un bambino. Specialmente uno che girellava in continuazione e metteva tutto in bocca. Non avrebbe potuto portare con sé Dirk. Lo avrebbe dovuto lasciare con Annie e con la tribù, a cui lui apparteneva, finché non fosse riuscita a scoprire in qualche modo quello che avrebbe dovuto fare per curarlo.

E lo avrebbe scoperto. Perché lei era Lizzie Francy. Loro… chiunque fossero… non l’avrebbero sconfitta!

Correndo a precipizio, Lizzie tornò all’accampamento.

Trovò un gabbiotto in cemespugna a circa tre chilometri dall’accampamento. Sembrava fosse appartenuto un tempo a una famiglia di Vivi, di quella razza di persone cocciute che, prima delle Guerre del Cambiamento avevano preferito vivere da sole sulle pendici della montagna piuttosto che in una paese mantenuto dal governo. Quando erano partiti si erano portati via, o avevano bruciato per ottenere calore, tutto quello che c’era nel gabbiotto. Non c’erano mobili né impianto idraulico. Lizzie non ne aveva alcun bisogno. La porta si chiudeva ancora bene e le finestre di plastica erano intatte. Nel bosco, poi, passava un corso d’acqua.

Cacciò gli animali selvatici che si erano appropriati degli angoli: un procione, un serpente e ragni appena usciti dalle uova. Portò all’interno un cono a energia Y, il suo letto e una brocca in plastica per l’acqua. Quindi si sedette sul pagliericcio tenendo la schiena contro la liscia parete di cemespugna e parlò al terminale.

Visto che da qualche parte doveva pur cominciare, cominciò da Donald Serrano. Il nuovo supervisore distrettuale della Contea di Willoughby svolgeva il suo mandato come aveva fatto il defunto Harold Winthrop Wayland. Nelle accurate ricerche che Lizzie aveva effettuato sulle finanziarie o sulla documentazione personale di Serrano non c’era nulla che potesse ricondurre, anche indirettamente, a una compagnia farmaceutica. Se quel collegamento esisteva, Serrano l’aveva nascosto meglio di quanto Lizzie non fosse in grado di scoprire. Non pensava che tale collegamento esistesse davvero.

Tentò quindi con le principali compagnie biotecniche. L’impresa fu più complessa. Non voleva che qualcuno risalisse a lei per il furto di dati. Le occorsero settimane di accurato lavoro per procurasi tutti i codici di sicurezza ed entrare nei database. Utilizzò ricercatori fantasma che creò nei sistemi di altre persone scelte a caso. I ricercatori a loro volta costruirono elaborati programmi di cloni, tarli, codici e vicoli ciechi. Poi, Lizzie nascose i file trafugati in altri sistemi scelti anche loro a caso e vi entrò solamente attraverso fantasmi. Fu molto, molto attenta.

Una volta ottenute le informazioni, tuttavia, le si presentò un altro problema: non aveva le conoscenze scientifiche di base per sapere quello che aveva davanti. L’aiutò sapere cosa stava cercando: una qualsiasi linea di sviluppo di neurofarmaci che alteravano le reazioni permanenti del cervello portandolo a provare profonde paure. Qualche compagnia stava lavorando a droghe di piacere a lungo termine che potessero by-passare il Depuratore Cellulare; nessuna, per quel che ne poteva capire Lizzie, aveva successo.

Fu particolarmente attenta nei confronti della Kelvin-Castner. Le loro banche dati erano stipate di rapporti bizzarri su quello che era stato fatto con i campioni di tessuto di Dirk e Shockey. Sembrava che ogni giorno nuovi ricercatori si unissero alla squadra: veniva acquistato sempre più equipaggiamento, venivano archiviati sempre più rapporti, venivano scritte sempre più annotazioni di laboratorio che lei non era in grado di leggere. I ricercatori stavano facendo qualcosa alla Kelvin-Castner, qualcosa di grosso che cresceva in maniera esponenziale. La TenTech finanziava in parte il progetto, ma Lizzie non fu in grado di capire se si trattava di ulteriori ricerche sulle droghe di piacere o se la K-C tentava di trovare un antidoto al neurofarmaco che produceva paura. La ragazza non aveva sufficienti conoscenze scientifiche.

Ogni giorno scendeva dalla montagna e andava a trovare Dirk per qualche minuto. Sul terminale dell’accampamento non c’erano messaggi per lei del dottor Aranow che le dicessero cosa stava succedendo.

Perché mai avrebbe dovuto tenerla informata? Lei non era nessuno.

Poi si occupò di scandagliare altri accampamenti di Vivi: fu allo stesso tempo più facile e più difficile. Gli accampamenti nomadi, costantemente in movimento, avevano sempre un paio di elementi in grado di usare un terminale. Alcuni navigavano in profondità, altri analizzavano solo la localizzazione di ulteriori accampamenti. C’erano pochi schemi da cercare. Però quasi nessun utente Vivo era capace di coprire le proprie tracce elettroniche. I dati erano disorganizzati, imponenti e dispersivi ma mai codificati.

Lizzie scrisse programmi per recuperare e analizzare decine di tipi differenti di dati, cercando… che cosa? Come si poteva usare la Rete per evidenziare un’eventuale paura per le novità? Se le persone erano spaventate da nuove aree, semplicemente non vi accedevano. Come si poteva trovare la mancanza di una sottosezione di popolazione all’interno di un intero continente?

Lentamente, i suoi programmi di probabilità cominciarono a fornire degli schemi.

Un accampamento di Vivi in un posto chiamato Judith Falls nello Iowa, esaminava i conti di depositi adiacenti di Muli esattamente alla stessa ora ogni giorno, per la stessa durata di tempo. Quello schema ripetitivo non era esistito prima di aprile.

Una tribù che vagava per il Texas inviava saluti esattamente alla stessa lista di parenti lontani esattamente nel solito ordine, usando essenzialmente le stesse parole, durante gli stessi giorni della settimana. A partire dal 3 aprile.

Un paese, apparentemente pre Guerre del Cambiamento e ancora occupato dalle stesse persone nell’Oregon del nord, navigava in rete soltanto di martedì pomeriggio. Ogni martedì, qualche pirata informatico, la cui tecnica non era malvagia, notò Lizzie con piacere, si introduceva nelle stesse banche dati biotecniche. Per quello che Lizzie comprese seguendo le tracce del pirata, lui o lei controllava svariati inventari alla ricerca di siringhe del Cambiamento. Non ce ne erano mai.

Seduta a gambe incrociate sul suo pagliericcio, Lizzie si tirava i capelli. La porta del gabbiotto era spalancata: la primavera aveva ceduto il passo a un’estate improvvisa e prematura, anche se era soltanto maggio. Il profumo della menta selvatica entrava portato da una brezza calda. Gli uccellini, che si stavano costruendo il nido, cinguettavano sugli alberi che stavano mettendo il fogliame. Lizzie ignorò tutto quanto.

Supponendo che gli accampamenti di Vivi presi in esame fossero stati infettati dal neurofarmaco proprio come quello di Lizzie e che quello fosse il motivo per cui le persone mostravano atteggiamenti ripetitivi, e ancora che fossero stati anch’essi siti di test: che vantaggio ne traeva dal saperlo? Lizzie non poteva viaggiare fino all’Iowa, al Texas o all’Oregon per andare a investigare in quegli accampamenti. E anche se avesse potuto, a che pro? Avrebbe scoperto che altri Vivi fungevano da cavie da laboratorio, come il suo Dirk. Tuttavia, saperlo non l’avrebbe aiutata a cambiare nulla.

Le facevano male il collo e la schiena per essere stata seduta così a lungo, e aveva il piede sinistro addormentato.

Doveva escogitare qualcos’altro. Benissimo, doveva lasciar perdere i Vivi che erano stati infettati e le compagnie farmaceutiche che avrebbero potuto produrre il farmaco. Chi altro c’era? Chi poteva volere che tutto rimanesse esattamente uguale? I politici Muli, certo. La mancata elezione di Shockey lo aveva dimostrato. Ma come scoprire quali politici erano in grado di creare una tale arma politica? Nessun monitoraggio o programma di segnalazione, nessun algoritmo decisionale Leland-Warner e nessun calcolo delle probabilità aveva portato a nulla di significativo. E allora?

"Segui il denaro." Glielo diceva sempre, Vicki. Lei però aveva fatto anche quello, analizzando gli investimenti delle industrie farmaceutiche, ma non era arrivata da nessuna parte, quanto meno da nessuna parte che risultasse comprensibile. E allora?

Non doveva iniziare con il prodotto finale, il neurofarmaco, e risalire fino al denaro. Doveva iniziare dal denaro e seguirlo fino al neurofarmaco.

Ma era impossibile. Lizzie riusciva a inserirsi nella documentazione delle principali banche mondiali, quanto meno nella maggior parte, ma spesso non era in grado di seguire le transazioni che scopriva. Mancava di sofisticate conoscenze finanziarie e non era riuscita nemmeno una volta a cambiare nulla all’interno delle registrazioni bancarie. Be’, non ne aveva alcun bisogno. Il problema era diverso: il massiccio volume dei trasferimenti giornalieri di denaro in tutti i conti bancari della Terra, della Luna, di Marte e delle stazioni orbitali. Come avrebbe stabilito quali avessero qualcosa a che fare con un neurofarmaco segreto sviluppato chissà dove, da chissà chi? Era impossibile.

Non riusciva a seguire lo sviluppo del farmaco. Non riusciva a seguire il denaro. Benissimo, allora… doveva tentare di nuovo. Se quegli accampamenti dell’Iowa, del Texas e dell’Oregon erano effettivamente siti di test del neurofarmaco, le persone che stavano effettuando gli esperimenti dovevano desiderare di conoscerne i risultati. Sarebbero state in osservazione, probabilmente tramite robocamere o potentissimi zoom o satelliti a bassa orbita.

Il che significava che stavano tenendo sotto osservazione anche la sua tribù.

Lizzie venne percorsa da un brivido. C’erano forse delle sonde, schermate da campi a energia-Y, che stavano controllando anche il suo "nascondiglio" nel gabbiotto di montagna? La osservavano forse andare avanti e indietro tutti i giorni per vedere Dirk? Qualcuno forse si stava divertendo all’idea che Lizzie pensasse di sfuggire all’infezione così facilmente, se quello stesso qualcuno avesse deciso di infettare anche lei? Peggio ancora: c’era qualcuno, nonostante tutta la sua attenzione, che stava seguendo i suoi passi elettronici mentre trafugava dati giorno e notte?

Si alzò, picchiò a terra il piede addormentato e si avvicinò alla porta del gabbiotto. Sollevò lo sguardo, con espressione ebete, verso il cielo azzurro brillante. Ovviamente non si vedeva nulla. Il fresco profumo di menta le ricordò che non aveva fatto il bagno né si era lavata i capelli da giorni. Puzzava come se fosse stata investita da un treno a levitazione magnetica.

Tornò dentro e si sedette nuovamente sul pagliericcio sporco, fissando il terminale.

Non aveva le caratteristiche di un radar, soprattutto se le sonde si trovavano in orbita ed erano mimetizzate. Il monitoraggio visivo era oltre le sue possibilità. Però poteva individuare un flusso di dati con una sorgente terrestre entro un raggio di un chilometro e mezzo. Se erano impiantati dei trasmettitori di qualsiasi tipo che monitoravano l’accampamento, li avrebbe trovati solo spostando il terminale in vari punti del bosco. A meno che le potenziali sonde nascoste non trovassero prima lei e smettessero di inviare segnali.

Durante la terza notte, lo trovò: un flusso di dati costante, fortemente criptato, proveniente da una fonte all’interno di un pino a quaranta metri di distanza dall’edificio della tribù. Mostrava una chiara scansione del terreno di alimentazione. Lizzie non era certa di cosa fossero quei dati: non era in grado di inserirsi nel flusso e quello, di per sé, le mise addosso una gran paura.

Ma anche se non era riuscita a decifrare il codice, e ci aveva provato, poteva determinare dove andasse a finire il flusso di dati. Veniva trasmesso verso il cielo, verso un satellite in orbita. Da lì, la sua destinazione era così confusa da risultare ignota. Ma non per Lizzie. Per lei i dati di collegamento erano una vecchia conoscenza.

Lavorò al problema per una mattinata intera, mentre una calda pioggia picchiava sul tetto e lei sentiva il cuore straziarsi dal desiderio di abbracciare Dirk. Alla fine, come aveva immaginato, riuscì a inserirsi nella trasmissione dati.

Restò a bocca aperta e si guardò attorno impaurita, anche se, ovviamente, non c’era nessuno in vista. Quindi, col cuore che le batteva come quello di Dirk quando lei lo allontanava dai suoi blocchi, spense l’intero sistema. Chiuse e sigillò perfino il terminale Jansen-Sagura. Seduta a gambe incrociate, fissò il vuoto, cercò di riflettere sulle implicazioni, i significati e le difese. Non ci riuscì.

Le osservazioni riguardanti la sua tribù venivano effettivamente trasmesse in orbita. Al Rifugio.

— Devo trovare il dottor Aranow — confidò Lizzie a Billy Washington, perché doveva pure dirlo a qualcuno. Aveva trovato Billy dove si recava sempre nel primo pomeriggio, a pescare al ruscello.

— No, meglio che te ne resti qui, tu — rispose Billy, ma con minore convinzione di quella che avrebbe avuto Annie. "Differenze biochimiche individuali" aveva detto il dottor Aranow. Le persone reagivano in maniera diversa, a volte molto diversa, a qualsiasi farmaco.

— Non posso rimanere qui, Billy. "Devo" trovare il dottor Aranow e Vicki.

— Parla più forte, tu. Non riesco quasi a sentirti.

— No, non parlerò più forte, Billy. — Il monitor si trovava a trecento metri di distanza, ma Lizzie non voleva correre rischi. — Come posso arrivare all’Enclave di Manhattan Est?

— Manhattan? Non puoi, tu. Lo sai bene.

— Non ci credo. Tu sai molte più cose di quante ne vuoi dire, Billy. Hai sempre parlato con gli estranei, prima che ci sistemassimo qui per l’inverno. — Notò un barlume di allarme scintillargli negli occhi alla sola menzione della parola estranei. — La ferrovia a gravità non funziona, ho già controllato, ma deve esserci un altro modo!

Qualcosa strattonò la lenza. Billy la tirò fuori dal ruscello ma la lenza era vuota e l’esca era scomparsa. Infilò un nuovo verme sull’amo. — Adesso hai un bambino, Lizzie. Non è cosa per te andare in posti pericolosi quando hai il piccolo Dirk da curare, tu.

— Come posso raggiungere Manhattan Est?

— Non puoi, tu.

Anche prima del neurofarmaco, Billy era stato un testardo.

Visto che Lizzie non riprese a parlare, alla fine il vecchio disse: — Se devi proprio parlare col dottor Aranow, tu, lo puoi chiamare.

— Non posso.

— Perché?

"Perché tutto quello che viene trasmesso da quel terminale è captato dal Rifugio." Non poteva dirlo. A Billy, il Billy colpito dal neurofarmaco, sarebbe venuto un infarto. — Non posso e basta, Billy. Non farmi altre domande.

Ancora una volta l’uomo apparve allarmato. Billy tirò su la lenza, anche se non c’erano stati strattoni e guardò il verme. Quindi fece ricadere in acqua la lenza.

— Billy, so che lo sai. Come posso arrivare a Manhattan Est?

— Non sono cose per te nemmeno…

— Come?

Un leggero strato di sudore si formò sulla superficie delle guance di Billy. Lizzie cercò di trattenere la propria impazienza. A quel punto, Annie sarebbe stata presa ormai da una vera e propria crisi di panico. Sarebbe accaduto anche a Shockey, quello che un tempo era stato uno smargiasso e un gradasso. Differenze chimiche individuali.

Alla fine Billy disse: — L’autunno scorso un uomo mi ha raccontato che i binari della ferrovia a gravità a est del fiume portano direttamente a Manhattan Est. Non puoi superare lo scudo dell’Enclave, Lizzie. Questo lo sai, tu!

— Quale fiume? Dove?

— Quale fiume? Noi ne abbiamo uno solo, noi. Questo ruscello qui ci si butta dentro.

Ne abbiamo uno solo. Quello che non esisteva nel mondo di Billy dal momento dell’assunzione del neurofarmaco non esisteva e basta. Eppure, un tempo, lui era stato forse l’unico all’accampamento a esplorare zone più ampie.

— Quanti giorni di cammino sono? — chiese Lizzie.

Lui cominciò a farsi prendere dal panico. Le appoggiò una mano tremante sul braccio. — Lizzie, non puoi andare, tu! È troppo pericoloso, una ragazzina da sola, e inoltre hai Dirk…

Il respiro dell’uomo accelerò. All’improvviso Lizzie ricordò come era stato Billy quando lei era bambina, prima del Cambiamento, quando il suo cuore era stato vecchio e stanco. Gli sarebbero venute le vertigini e avrebbe ansimato, proprio come in quel momento. Lizzie si sentì pervadere da un sentimento di amore, compassione ed esasperazione. — D’accordo, Billy, d’accordo.

— Promettimi… promettimi che non andrai… da sola, tu!

— Lo prometto — disse Lizzie. Be’, non sarebbe andata da sola. Avrebbe portato con sé il terminale e lo scudo personale che le aveva lasciato Vicki.

— Va bene — concesse Billy. Il respiro si tranquillizzò. Si era sempre fidato della parola di lei. Nel giro di qualche minuto era di nuovo intento a pescare.

Lizzie lo osservò. I suoi occhi scuri, allertati nel volto smunto, fissavano l’acqua. Aveva tolto il cappello e la testa quasi pelata, circondata da riccioli grigi sopra le orecchie, poteva assorbire la dolce luce del sole. Il cappello era appeso a un ramo di un albero. Ogni giorno, in quel momento, prendeva la decisione se tenere il capello in testa o toglierlo. Ogni giorno sistemava il secchiello di plastica per i pesci nello stesso punto sull’erba. Ogni giorno cercava lo stesso numero di vermi, applicandoli all’amo come esca nello stesso modo finché non fossero finiti. Ogni giorno.

Che stava facendo Jennifer Sharifi?

Lizzie non lo sapeva. Lei poteva anche trafugare dati con grande abilità, ma Jennifer Sharifi era un’Insonne. Non una Super come Miranda, ma pur sempre una Insonne. E aveva tutti i soldi del mondo. Stava trasformando le persone che Lizzie amava, bloccandole in un posto e in una routine, come se fossero tanti robot programmati. Lizzie non era così pazza da pensare di sapere il perché o di sapere cosa fare in proposito. Jennifer Sharifi aveva tentato, una volta, di costringere gli Stati Uniti a concedere al Rifugio la secessione e aveva tenuto in ostaggio cinque città con un virus da guerra batteriologica che avrebbe potuto ucciderne tutti gli abitanti, ed era finita in prigione per un periodo di tempo più lungo di tutta la vita di Lizzie. Lizzie si accorgeva quando si trovava in acque così alte da non toccare più. Aveva bisogno di aiuto.

Ammetterlo fu quasi un sollievo, alla fine. Quasi.

Partì quella stessa notte e schivò il trasmettitore nascosto allontanandosi con un ampio giro attorno alla montagna. Restò lontana dalla vecchia strada dissestata: non era là che il Rifugio si sarebbe aspettato che passassero le persone e dove avrebbe logicamente piazzato i proprio monitor? Camminare nei boschi di notte, tenendo sott’occhio il ruscello, non fu facile. Col terminale nello zaino, avanzò con grande lentezza. Non ci sarebbe riuscita affatto se non ci fosse stata una bella luna piena, aiutata da quelle che sembravano milioni di stelle. Arrancando attraverso la sterpaglia, Lizzie cercò di restare coperta dagli alberi, nel caso il Rifugio usasse immagini satellitari ad alta risoluzione.

In seguito, avrebbe indossato lo scudo personale di Vicki e si sarebbe lasciata avvolgere in un campo di energia protettivo e trasparente che le avrebbe impedito di farsi graffiare dai rovi, pungere dagli insetti e spaventare da ogni rumore nel sottobosco. In quel momento, no. Non finché non si fosse allontanata ulteriormente dall’accampamento. Gli scudi personali rappresentavano campi di energia individuabili.

Il Rifugio non poteva monitorare tutto lo stato, no?

La mattina dopo, raggiunse il luogo in cui il ruscello si tuffava nel fiume. Era esausta. Strisciò sotto alcuni rami fatti cadere dal vento che la proteggevano dalla vista dall’alto ma che consentivano alla luce del mattino di penetrare diagonalmente. Togliendosi i vestiti, Lizzie si alimentò. A quel punto attivò lo scudo personale e dormì tutto il giorno.

Quando si svegliò, verso il tramonto, non era sola. Era estate e le tribù di Vivi che avevano passato l’inverno al caldo del sud stavano tornando indietro. Quella tribù sembrava piccola e di tipo familiare: Lizzie sentì piangere alcuni bambini. Cambiati o non-Cambiati? Non emerse dal nascondiglio per controllare. Il pericolo principale per lei non era morire per fame, per malattia o per un incidente. Il pericolo era rappresentato da altri del suo genere: non tutte le tribù erano piccole e a struttura familiare.

Di notte riprese a camminare. Era molto più facile, indossando lo scudo personale. Billy le aveva insegnato moltissime cose su come nascondersi in un bosco o fuori, e anche quello l’avrebbe aiutata.

Si sarebbe preoccupata di Manhattan Est quando ci fosse arrivata.

Interludio

DATA TRASMISSIONE: 20 aprile, 2121

A: Base Selene, Luna

VIA: Stazione Terrestre Enclave Mall, Satellite CEO c-1494 (U.S.)

TIPO MESSAGGIO: Codificato

CLASSE MESSAGGIO: Classe A, Trasmissione Federale

GRUPPO DI ORIGINE: IRS, Fisco

MESSAGGIO:

Gentilissima Signora Sharifi,

il servizio fiscale deve quietanzare il rimborso delle sue tasse federali personali del 2020, che è stato inviato elettronicamente dalla Base Selene sulla Luna. Tuttavia la richiesta di rimborso non è firmata. Per ottenere rimborsi elettronici è necessaria, secondo la legge federale, una firma con penna digitale o con una tecnologia equivalente. Le invio, di conseguenza, un formulario elettronico 1987A perché lei provveda a firmarlo.

Grazie per la sua attenzione.

Distinti saluti,

Madeleine E. Miller

Commissione di Distretto, IRS

CONFERMA RICEZIONE: Nessuna

17

Jennifer Sharifi seguì Chad Manning nella sala conferenze dei Laboratori Sharifi al Rifugio. Un grande tavola a ferro di cavallo si incurvava accanto a tre pareti, circondata da diciotto sedie. Al centro del ferro di cavallo, un pannello di plastica trasparente, infrangibile rispetto a tutto ciò che non fosse almeno un’esplosione nucleare, era inserito sul pavimento della stazione orbitale. Mentre il Rifugio orbitava, la vista sotto il pavimento cambiava dallo spazio punteggiato di stelle brillanti alla immensa palla bianca e azzurra della Terra. Il pannello si oscurava automaticamente ogni volta che il sole era troppo luminoso. Attorno ai margini del pannello girava un bordo decorativo di disegno arabo, intricate figure geometriche a incastro copiate da antichi tessuti di Kashmir. Il bordo era programmato per cambiare colore e adeguarsi al panorama. Trasformava il sistema solare in un tappeto posto ai piedi del Rifugio.

— Chiudere porte — disse il dottor Manning. Nella immensa sala deserta la sua voce riecheggiò debolmente. — Siediti, Jennifer.

— Preferirei restare in piedi, grazie. Cosa desideravi mostrarmi?

Chad estrasse dalla tasca una pila di carte. Quello, in sé, era significativo: le sue informazioni, di qualunque genere fossero, non erano archiviate in linea, nemmeno nei programmi protetti del progetto del neurofarmaco. Tuttavia Chad Manning non era una persona particolarmente sospettosa, come Jennifer sapeva. Lei sapeva tutto ciò che c’era da sapere sul dottor Chad Parker Manning.

Ricercatore capo ai Laboratori Sharifi, era l’unico membro della squadra del progetto che non era finito in prigione insieme a Jennifer per il tentativo originario di rendere sicuro il Rifugio. L’inclusione di un tecnico nella squadra era stata inevitabile. Gli esperti in genetica imprigionati per tradimento avevano perso troppo tempo in carcere, e quello della genetica era un campo che mutava rapidamente, ogni pochi anni. Il progetto, inoltre, doveva essere condotto dai Laboratori Sharifi; i laboratori avevano tutta la strumentazione necessaria per verificare le affermazioni di Strukov e per ottenere analisi dettagliate dei risultati prima che Jennifer consegnasse un’ulteriore grossa fetta del proprio patrimonio al Dormiente rinnegato. Non era possibile evitare che la squadra segreta comprendesse il ricercatore capo dei Laboratori Sharifi.

Robert Day, amministratore delegato del Rifugio e altro eroe imprigionato per il tentativo originario di liberare il Rifugio, aveva scelto Manning fra tutti gli altri scienziati Insonni. Robert era stato rilasciato dieci anni prima di Jennifer. Aveva avuto il tempo per indagare approfonditamente, reclutare lentamente, essere completamente sicuro. Il dottor Chad Manning non era un genio come Serge Strukov. Ogni generazione produceva solo uno di tali geni. Come scienziato, tuttavia, Chad era solido, metodico, perfettamente in grado di seguire passo passo i progressi di Strukov, anche se non si sarebbe mai potuto incamminare per primo su tali sentieri. Cosa altrettanto importante, era disposto a salvaguardare il Rifugio con ogni mezzo fosse necessario. Jennifer si fidava di lui.

— Ho armeggiato un po’ col virus di Strukov — disse Chad. — Tramite una simulazione, ovviamente. Ho trovato qualcosa.

— Davvero? Che cosa? C’è forse un motivo per cui non mi stai mostrando la simulazione?

— Le ho distrutte. Queste sono le stampe. Ma posso ricreare le simulazioni, se le vuoi controllare.

Aprì i fogli di carta. I genitori di Chad Manning gli avevano fatto modificare geneticamente l’aspetto seguendo un modello abbastanza insolito: delicato e fine. Aveva il volto sottile, gli alti zigomi sporgenti, la carnagione pallida e le dita lunghe e sottili di un violinista. Le dita gli tremavano mentre consegnava a Jennifer gli incartamenti.

— Le prime pagine contengono equazioni biochimiche, modelli… Posso riesaminarle singolarmente con te dopo, se vuoi. Adesso, però, guarda l’ultima pagina.

Jennifer lo fece. C’erano due grafici dello sviluppo di proteine. Sotto, un’equazione di probabilità. Le variabili erano state scritte a mano.

— La differenza è davvero sottile — disse Chad, e lei notò la tensione nella voce di lui. — Vedi, lì… nell’ultimo segmento a sinistra. La differenza cromosomica è soltanto di pochi aminoacidi.

Jennifer notò che i due tracciati non erano identici. Una piccola area di una proteina si sviluppava in modo diverso dall’altra.

— La cosa più importante è che, per scoprirlo, bisogna seguire con accuratezza un sentiero simulato altamente improbabile — disse Chad. La sua agitazione cresceva. — Praticamente ci sono inciampato sopra. Non si tratta di una mutazione comune ed è presente su una proteina di Strukov da cui non ci si aspetterebbe un comportamento simile. Ma Jennifer, guarda le equazioni.

Lo sviluppo della proteina diceva ben poco a Jennifer… non era una microbiologa. Tuttavia il calcolo matematico era un’equazione di probabilità standard. La probabilità che la mutazione nello sviluppo della proteina avvenisse spontaneamente nel corso di un anno, date le variabili di replica e il tasso di infezione di Chad, era del 38,72 per cento.

— Quali effetti avrebbe questo sviluppo della proteina sul virus? — chiese lei, compassata.

— Lo renderebbe trasmissibile al di fuori del corpo umano e quindi contagioso.

— In altre parole, invece di dovere respirare il virus che viene distrutto dal Depuratore Cellulare, ma non prima di avere innescato una reazione a catena di animine naturali…

— Invece di doverlo respirare, il virus diventerebbe trasmissibile da persona a persona. Potrebbe sopravvivere sulla pelle, sul vestiario, sui capelli, nelle pieghe del corpo…

— Per quanto tempo? — chiese Jennifer.

— Non si sa. Almeno qualche giorno. E in questa forma potrebbe penetrare nel corpo attraverso punture sulla pelle od orifizi: una persona infettata potrebbe infettarne altre. Per qualche giorno. Questo non avveniva con i precedenti sviluppi. Ogni virus non respirato nel primo attacco moriva nel giro di qualche minuto o, se inspirato, veniva distrutto comunque dal Depuratore Cellulare.

Jennifer non permise al proprio volto di mostrare lo sconcerto che provava. — Ma, Chad, è proprio quello che intendevamo raggiungere fin dal principio, no? La seconda modalità di trasmissione che Strukov dovrebbe fornirci è proprio quella: trasmissione tramite contatto u