/ Language: Italiano / Genre:sf_history, sf_social / Series: Paralasse neandertal

La genesi della specie

Robert Sawyer

Durante un esperimento di calcolo quantistico Ponter Boddit, uno scienziato Neandertal, supera accidentalmente le barriere che separano il suo mondo da quello della specie umana e si ritrova in un universo parallelo, che gli appare carico di contraddizioni e di ambiguità. Messo in isolamento, l'alieno diviene un oggetto di studio per un gruppo di ricercatori ed esperti, e un'attrazione irresistibile per i media e per i politici delle varie nazioni, che ne reclamano l'ideale proprietà. Nello stesso tempo, nella dimensione dei Neandertal, il compagno di Ponter, Adikor Huld, viene accusato del suo omicidio. Riuscirà a provare la propria innocenza, pur non potendo neppure immaginare quanto gli è accaduto?

Robert J. Sawyer

La genesi della specie

Per Marcel Gagné e Sally Tomasevic

Dude e l'altra Dude

Splendide persone, grandi amici

Il messaggio che ci arriva dalla vita nelle foreste australi è che non doveva andare così, che sulla terra c'è posto anche per specie animali con tratti morali innati che, ironicamente, ci piace chiamare 'umani': rispetto per i propri simili, equilibrio individuale, ripudio della violenza quale soluzione delle conflittualità. La presenza di queste caratteristiche nei bonobo suggerisce implicitamente come sarebbe potuto essere l'Homo sapiens se la storia dell'evoluzione avesse avuto un corso lievemente diverso.

RICHARD WRANGHAM e DALE PETERSON Il maschio feroce: le scimmie e le origini della violenza umana

La privacy non esiste più. Scordiamocela.

SCOTT MCNEALY Direttore generale della Sun Microsystems

1

Era buio fitto.

La ventottenne Louise Benoit, ricercatrice di Montreal dai folti capelli castani raccolti, secondo le regole, in una retina, vegliava nelle tenebre dell'angusta sala di controllo, sepolta due chilometri sotto la superficie terrestre, o 'un miglio e un quarto,' come le capitava di spiegare con un accento che i visitatori americani trovavano affascinante.

La sala di controllo era situata accanto alla piattaforma collocata nell'ampia caverna buia nella quale era stato costruito anche l'Osservatorio di neutrini di Sudbury. Sospesa al centro della cavità si trovava la sfera di acrilico più grande del mondo, dodici metri di diametro, che conteneva mille e cento tonnellate di acqua pesante fornita dalla società per l'energia atomica del Canada. Il globo trasparente era avvolto da una rete geodetica di montanti di acciaio inossidabile che sostenevano 9.600 tubi fotomoltiplicatori, ognuno dei quali terminava con una parabola riflettente rivolta verso il centro della sfera. Tutto questo — l'acqua pesante, il globo di acrilico che la conteneva e la struttura geodetica che lo avvolgeva — era raccolto in una cavità a forma di botte alta dieci piani, scavata nella norite. La gigantesca caverna era riempita sin quasi alla sommità di acqua normale, purissima.

Louise sapeva bene che i due chilometri di roccia dello scudo canadese che separavano la caverna dalla superficie servivano a proteggere l'acqua pesante dall'azione dei raggi cosmici, mentre lo strato di acqua normale assorbiva le radiazioni naturali emanate dalle piccole quantità di uranio e di torio presenti nella roccia circostante, evitandone così il contatto con l'acqua pesante. In realtà, a parte i neutrini, particelle subatomiche infinitesimali che Louise stava studiando, nulla poteva penetrare sino all'acqua pesante. Ogni secondo trilioni di neutrini piombavano sulla terra, e di fatto soltanto un neutrino poteva passare attraverso un blocco di piombo dello spessore di un anno-luce e avere solo il cinquanta per cento di possibilità di entrare in collisione con qualcosa.

Eppure, poiché il sole emana un'enorme quantità di neutrini, potevano verificarsi sporadiche collisioni, e in tal caso l'acqua pesante era un bersaglio ideale. Infatti ogni nucleo di idrogeno di acqua pesante contiene un protone (il costituente ordinario di un nucleo d'idrogeno) e un neutrone. Quando un neutrino entra in collisione con un neutrone questo decade, rilasciando a sua volta un protone, un elettrone e un lampo di luce che può essere rilevato dai tubi fotomoltiplicatori.

Quando scattò l'allarme del sistema preposto alla localizzazione dei neutrini, le brune sopracciglia arcuate di Louise non si mossero. Sebbene questa fosse la cosa più elettrizzante che potesse accadere laggiù, l'evento si verificava almeno una dozzina di volte al giorno, per cui la giovane ricercatrice non alzò gli occhi dalla rivista che stava leggendo. Ma quando l'allarme suonò di nuovo, e poi ancora, stabilizzandosi infine in un suono solido, breve e acuto come il bip dell'ecocardiogramma di un moribondo, Louise si alzò dal tavolo di lavoro e si avvicinò al quadro di controllo, su cui era stata posta una foto di Stephen Hawking, che qualche anno prima, nel 1998, aveva visitato l'Osservatorio in occasione della sua inaugurazione. Louise batté leggermente le dita sulle casse del sistema di allarme per accertarsi che non si fosse verificato qualche guasto, ma il lamentoso segnale continuò a risuonare.

Da un altro ambiente dell'enorme complesso sotterraneo, Paul Kiriyama, uno studente magrissimo, irruppe nella sala di controllo. Con Louise nei paraggi, Paul si trovava sempre in grande imbarazzo, ma questa volta non gli mancarono le parole: «Che diavolo succede?» Sul quadro dei comandi tutte le lucette della griglia di novantotto per novantotto diodi fotoemittenti, che indicavano i tubi fotomoltiplicatori, erano illuminate.

«Forse qualcuno ha acceso per sbaglio le luci nella caverna» ipotizzò Louise senza crederci troppo.

Finalmente il bip prolungato cessò. Paul pigiò un paio di pulsanti, attivando cinque monitor collegati ad altrettante telecamere subacquee poste all'interno della camera di rilevamento. Gli schermi erano rettangoli neri perfetti. «Be', se le luci sono state accese, adesso sono spente. Mi chiedo cosa…»

«Una supernova!» gridò Louise battendo le dita affusolate delle mani. «Dobbiamo chiedere priorità assoluta all'ufficio centrale dei telegrammi.» Anche se l'osservatorio era stato costruito con l'intento di studiare i neutrini provenienti dal sole, era possibile localizzare anche dei neutrini provenienti da altre fonti.

Paul annuì, sedette davanti a un computer e si collegò al sito dell'Ufficio dei telegrammi. Louise sapeva che ogni evento andava comunque segnalato, anche se non si aveva la certezza della sua esatta natura.

Un nuova serie di bip risuonò dal pannello di controllo. Louise guardò il quadro dei comandi: centinaia di piccole luci illuminavano la griglia. Strano, pensò. Il sistema dovrebbe rilevare una supernova come una fonte direzionale…

«Forse c'è qualche problema nel sistema di rilevamento» ipotizzò Paul, che evidentemente era giunto alle stesse conclusioni. «O magari è saltata una delle connessioni ai fotomoltiplicatori e le altre chiudono il circuito.»

Ad un tratto s'udì un cigolio stridente, proveniente dalla porta che dava sulla piattaforma posta al di sopra della gigantesca camera di rilevamento. «Forse dovremmo accendere le luci» disse Louise. Quella specie di gemito continuava a riverberarsi nell'aria, come una bestia che brancola nel buio.

«E se si trattasse davvero di una supernova?» si chiese Paul. «Il rilevatore magnetico non funziona con le luci accese, e…»

Si udì un forte schiocco, simile al colpo secco di una pallina colpita da un giocatore di hockey. «Accendi la luce!»

Paul sollevò il coperchio posto a protezione dell'interruttore e lo azionò. Le immagini sui monitor tremolarono per un istante prima di stabilizzarsi e mostrare…

«Mon dieu!» esclamò Louise.

«C'è qualcosa nella vasca dell'acqua pesante!» disse Paul. «Ma come…»

«Lo vedi?» gli chiese Louise. «Si muove e… mio Dio, è un uomo!»

Nell'aria risuonava sempre quel gemito stridente, finché…

Lo videro nei monitor e lo sentirono al di là del muro.

Improvvisamente le giunture dell'enorme sfera acrilica cedettero. «Maledizione!» imprecò Louise, rendendosi immediatamente conto che l'acqua pesante si sarebbe mescolata con quella normale all'interno della caverna a forma di botte. Il cuore le batteva come un martello pneumatico. Per una frazione di secondo non seppe se a preoccuparla fosse più la distruzione del rilevatore o l'uomo che stava annegando lì dentro.

«Forza!» disse Paul correndo verso la porta che dava sulla piattaforma. Le telecamere, collegate ai videoregistratori, avrebbero filmato tutto.

«Aspetta» lo fermò Louise, che si precipitò nella sala di controllo, afferrò un ricevitore e digitò un numero interno preso da una lista appesa al muro.

Dopo due squilli rispose una voce dall'accento giamaicano. «Il dottor Montego? Sono Louise Benoit, dall'Osservatorio di Sudbury. Un uomo sta annegando nella camera di rilevamento.»

«Un uomo sta annegando?» fece eco Montego. «Ma come è finito lì dentro?»

«Non lo sappiamo. Faccia presto!»

«Vengo subito.» Louise riattaccò e si precipitò verso la stessa porta blu superata poco prima da Paul, che nel frattempo si era richiusa. Conosceva a memoria la scritta:

CHIUDERE LA PORTA

ATTENZIONE! CAVI AD ALTA TENSIONE

VIETATO INTRODURRE APPARECCHIATURE

ELETTRONICHE NON AUTORIZZATE

CONTROLLO QUALITÀ DELL'ARIA

ACCESSO VIETATO AL PERSONALE NON AUTORIZZATO

Afferrò la maniglia, apri la porta e si ritrovò sull'ampia piattaforma di metallo.

In un angolo c'era una botola che dava nella camera di rilevamento, sigillata dopo che i lavori erano stati ultimati. Con sua grande sorpresa, constatò che i quaranta bulloni che serravano la porta erano intatti, e… non c'era altro modo per entrare lì dentro…

Le mura intorno alla piattaforma erano ricoperte da lamine di plastica verde scuro che la isolavano dai frammenti rocciosi. Alcune postazioni di computer erano allineate lungo le pareti, altre erano sistemate su delle mensole. Il soffitto era rinforzato con lunghe travi di acciaio, dalle quali pendevano decine di condotti e tubi di polipropilene. All'estremità opposta Paul stava rovistando freneticamente su una delle mensole, forse alla ricerca di una chiave adatta a smontare i bulloni.

Il metallo strideva come in preda a tormenti. Louise corse verso la botola, pur consapevole che senza attrezzi avrebbe potuto fare ben poco per aprirla. Un tuffo al cuore: i bulloni schizzarono via come impazziti, producendo un fragore simile a una raffica di mitragliatrice. La botola rinculò con violenza sui cardini, spalancandosi con un rimbombo fragoroso. Louise tentò di spostarsi dalla traiettoria, ma fu colpita da un getto di acqua gelida che la inzuppò tutta.

La sommità della camera di rilevamento si riempì all'istante di azoto, e il getto d'acqua si affievolì subito. Louise si avvicinò all'apertura e guardò di sotto, trattenendo il respiro. L'interno era illuminato dai riflettori accesi da Paul. L'acqua era chiarissima: si vedeva il fondo, trenta metri più sotto. Dato che l'indice di rifrazione dell'acrilico è quasi identico a quello dell'acqua, la visuale non era chiara, tanto che Louise riusciva appena a distinguere l'enorme sezione concava della sfera. Le parti della struttura che adesso erano separate, ancorate al tetto con cavi di fibra sintetica, e questo aveva impedito che affondassero sul fondo della struttura geodetica. La piccola apertura della botola consentiva una prospettiva limitata, e Louise non riusciva a scorgere l'uomo che stava affogando.

«Merde!» Le luci all'interno della camera di rilevamento si erano improvvisamente spente. «Paul!» gridò. «Che stai facendo?»

A causa del rumore dei sistemi dell'aria condizionata e dello sciabordio dell'acqua presente nell'enorme caverna, la voce di Paul, proveniente adesso dalla sala di controllo, era appena percettibile. «Se quell'uomo è ancora vivo» gridò di rimando «vedrà le luci della piattaforma attraverso la botola.»

Louise annuì. In effetti, l'unica cosa che un essere umano avrebbe potuto vedere da lì sotto, nell'immenso soffitto buio, era la luce che filtrava da un'apertura quadrata larga un metro.

Un attimo dopo Paul le era accanto. Louise si voltò a guardarlo, poi tornò a scrutare giù nella botola. Ancora nessun segno dell'uomo. «Uno di noi dovrebbe scendere laggiù» disse.

Paul sgranò gli occhi a mandorla. «Ma… l'acqua pesante…»

«Non c'è altro da fare» incalzò. «Tu sai nuotare?»

Paul era in evidente imbarazzo. La ragazza sapeva bene che l'ultima cosa che avrebbe voluto era fare una figuraccia con lei, ma… «Appena» rispose Paul abbassando lo sguardo.

Era già ridicolo stare sepolti laggiù con quel tipo a sbavargli dietro tutto il tempo, mancava solo che dovesse spogliarsi davanti a lui. Ma non sarebbe stato facile nuotare con quella tuta d'ordinanza in nylon blu, sotto la quale, come tutti quelli che lavoravano lì, non aveva che la biancheria intima, dato che la temperatura era di 40.6 gradi. Bando alle ciance: si tolse le scarpe e aprì la lampo sul davanti della tuta; grazie a Dio quel giorno aveva indossato il reggiseno, anche se sarebbe stato meglio che non fosse di pizzo.

«Riaccendi le luci» gli disse. Per lo meno il ragazzo obbedì subito. Prima ancora che fosse tornato, si era già calata nell'acqua gelida, mantenuta a una temperatura di 10 gradi per evitare la formazione di microrganismi e per ridurre il rumore prodotto dai tubi fotomoltiplicatori.

Vide il fondo sotto di sé, lontanissimo. Fu avvolta da un'ondata di panico, ed ebbe l'improvvisa sensazione di trovarsi… in un luogo remoto. Galleggiava supina, con la testa e le spalle ancora al di qua della botola, aspettando che la paura scemasse. Quando si sentì più calma tirò tre lunghi respiri, serrò la bocca e si immerse.

Adesso vedeva chiaramente, senza alcun fastidio agli occhi. Si guardò intorno, cercando di localizzare l'uomo, ma l'acqua era cosparsa di pezzetti di acrilico, e…

Eccolo.

Il corpo era emerso nello spazio — non più di quindici centimetri — tra la superficie dell'acqua e il tetto che separava la camera di rilevamento dalla piattaforma, normalmente pieno di azoto allo stato puro. Respirarne alcune boccate era fatale: il poveraccio doveva essere morto. Probabilmente aveva lottato per raggiungere la superficie, pensando di trovare l'aria, e invece era finito ucciso dal gas inalato: una ben triste ironia. Sicuramente dalla botola aperta era filtrata dell'aria respirabile, mescolandosi con l'azoto, ma forse era accaduto troppo tardi.

Louise spinse di nuovo la testa e le spalle al di qua della botola. Incrociò lo sguardo di Paul, che aspettava che gli dicesse qualcosa — qualsiasi cosa. Ma non c'era tempo da perdere. Incamerò più aria che poté e s'immerse di nuovo. Non c'era spazio sufficiente a tenere la testa fuori dall'acqua per via delle travi di metallo che fuoriuscivano dalla sommità. Il corpo dell'uomo era a circa dieci metri da lei. Batté forte i piedi, nuotando il più velocemente possibile, e…

Una macchia nell'acqua. Qualcosa di scuro.

Mon dieu!

Era sangue.

La testa dell'uomo era avvolta da una massa scura che ne occultava la vista. Il corpo era immobile; se era ancora vivo, aveva perduto i sensi.

Cacciò la testa fuori dall'acqua e respirò con cautela — ma adesso l'aria era respirabile -, quindi afferrò un braccio dell'uomo, facendone ruotare il corpo con il viso verso l'alto, in modo che potesse respirare. Ma non dava segni di vita.

Trascinarlo fu molto faticoso: il corpo robusto era completamente vestito, e gli abiti inzuppati lo appesantivano ancora di più. Non ebbe tempo di notare i particolari, vide solo che non indossava la tuta da lavoro né gli stivali di ordinanza. Non era un minatore che lavorava nella miniera di nickel, e anche se ne aveva appena scorto il viso — un bianco con la barba biondiccia — non doveva trattarsi nemmeno di qualcuno dello staff dell'osservatorio.

Ecco la botola. Vide la testa di Paul immersa, che la osservava trascinare il corpo. In situazioni del genere, prima di uscire dall'acqua avrebbe sollevato il corpo del ferito, ma attraverso quel pertugio poteva passare solo un corpo per volta, e comunque per issare un uomo così grosso aveva bisogno dell'aiuto di Paul.

Lasciò andare il braccio dell'uomo e infilò la testa nella botola, che Paul nel frattempo aveva lasciato libera. Respirò a fondo, esausta per lo sforzo, quindi poggiò le mani sul pavimento umido per tirarsi su. Paul si chinò ad aiutarla e una volta fuori si diedero da fare per recuperare il corpo che galleggiava mollemente alla deriva. Dopo qualche tentativo riuscirono a tirarlo su. Aveva una ferita ancora sanguinante su un lato della testa.

Paul si chinò per praticargli la respirazione bocca a bocca, fermandosi di tanto in tanto con le guance arrossate a controllare se l'ampio torace ricominciasse a muoversi. Contemporaneamente, Louise gli tastava il polso, che non dava segni di… un momento! Ecco! C'era stato un battito.

Paul continuò a insufflare aria nel corpo, finché l'uomo cominciò a boccheggiare e a vomitare acqua. Il ragazzo distolse lo sguardo dal liquido che, fuoriuscendo, si mescolava al sangue e lo trascinava via.

Ma lo sconosciuto non aveva ancora ripreso conoscenza. Seminuda, completamente inzuppata e infreddolita, Louise cominciò a sentirsi a disagio. Si infilò a fatica la tuta e chiuse la lampo, sentendosi addosso lo sguardo di Paul.

Il dottor Montego non sarebbe arrivato subito: l'osservatorio si trovava due chilometri al di sotto della superficie, e l'ascensore più vicino era quello del pozzo numero 9, che distava più di un chilometro. Anche nel caso in cui la cabina si fosse trovata in superficie — e poteva non esserlo — sarebbero trascorsi ancora una ventina di minuti.

Pensando di svestire l'uomo per liberarlo dagli abiti bagnati, Louise si chinò su di lui ma… la camicia antracite non aveva bottoni né chiusura lampo. Non sembrava un pullover, anche se non aveva il collo e… ma eccoli, dei bottoncini nascosti sulla sommità delle larghe spalle. Cercò di sganciarli, senza riuscirci. Guardò i pantaloni verde oliva, forse più scuri del loro colore naturale perché impregnati d'acqua, ma di cinture nessuna traccia. C'era solo una fila di bottoncini e piccole pieghe attorno alla vita.

Louise si rese improvvisamente conto che l'uomo poteva aver subito dei danni a causa della pressione dell'acqua. La camera di rilevamento era profonda dieci metri: quanto era andato sotto e quanto velocemente era risalito in superficie? La pressione dell'aria a quella profondità era del 130 per cento in più rispetto alla norma, e la ragazza si chiese se questo modificasse anche la pressione dell'acqua: di certo l'uomo aveva bisogno di una maggiore quantità di ossigeno di quella necessaria in superficie.

Non si poteva far altro che aspettare. Adesso l'uomo respirava, e il polso si era stabilizzato. Per la prima volta osservò con attenzione il viso dello sconosciuto: ampio ma non piatto, con gli zigomi angolosi e il naso gigantesco grande quanto un pugno. Gli occhi larghi erano chiusi; la mandibola era ricoperta da una barba biondo scuro, e lisci capelli biondi nascondevano la fronte. Le caratteristiche fisionomiche ricordavano quelle delle razze dell'Europa orientale, ma con un colorito scandinavo piuttosto che olivastro.

«Come avrà fatto a entrare?» chiese Paul, seduto a gambe incrociate accanto al corpo che giaceva senza conoscenza. «Nessuno avrebbe potuto, e…»

Louise annuì. «E anche se fosse riuscito ad arrivare quaggiù, come ha fatto a entrare nella camera sigillata?» chiese a sua volta, accorgendosi, mentre scostava i capelli dalla fronte, di aver perso la retina. «Lo sai, l'acqua pesante non è più utilizzabile. Se sopravvive saranno cavoli suoi, con la causa che gli intenteranno.»

Scosse la testa senza volerlo. Chi era quell'uomo, ad ogni modo? Un nativo canadese fanatico? Un indiano che pensava che la miniera violasse qualche luogo sacro? Però aveva i capelli biondi, cosa rara per i nativi. E non poteva essere lo scherzo malriuscito di uno sbarbatello, perché quel tipo doveva avere almeno trentacinque anni. Forse era un terrorista, o un dimostrante che si batteva contro il nucleare, ma laggiù non si facevano esperimenti nucleari, anche se la società per l'energia atomica del Canada aveva fornito l'acqua pesante. Chiunque fosse, rifletté Louise, in caso di morte sarebbe stato il candidato favorito per il premio Darwin. Era un classico caso di un processo evolutivo in pieno corso di svolgimento: un tizio che faceva qualcosa di talmente stupido da costargli la vita.

2

Louise Benoit sentì la porta aprirsi; qualcuno stava entrando nella piattaforma situata sulla camera di rilevamento. «Dottore!» gridò per richiamare l'attenzione del dottor Montego. «Siamo qui!»

Reuben Montego, un canadese di origine giamaicana sui trentacinque anni, affrettò il passo. Aveva il cranio completamente rasato — il che significava che era la sola persona dell'osservatorio a non mettere la retina sui capelli — anche se, come tutti, indossava l'elmetto. Il medico si chinò, girò il polso dell'uomo, e…

«Cosa diavolo è?» chiese con forte accento giamaicano.

Anche lei lo vide. All'interno del polso dell'uomo c'era qualcosa, una specie di piccolo schermo rettangolare ad alto contrasto, dalla finitura opaca, grande otto centimetri per due. Mostrava una stringa di simboli, il primo dei quali cambiava all'incirca ogni secondo. Sei perline di colore diverso erano allineate sotto il display, mentre nella parte superiore c'era qualcosa — forse una lente -, come a chiusura del dispositivo.

«Un orologio stravagante?» ipotizzò Louise.

Per il momento Reuben decise di ignorare il mistero. Mise le dita sull'arteria radiale dell'uomo, commentando: «Il battito non è male.» Poi gli diede dei colpetti sulle guance, cercando di fargli riprendere conoscenza. «Forza» disse in tono incoraggiante. «Andiamo, svegliati.»

Finalmente l'uomo si mosse. Tossì con violenza, sputando ancora acqua, e sbatté le palpebre. Aveva l'iride d'un bruno dorato straordinario, un colore che Louise non aveva mai visto. Gli ci volle qualche attimo per mettere a fuoco le immagini, quindi spalancò gli occhi. Lo sconosciuto guardò prima Reuben, completamente stupefatto. Girò il capo e vide Paul e Louise, con lo stesso sguardo sbalordito, come in preda a uno shock. Si mosse appena, dando l'impressione di ritrarsi.

«Chi sei?» gli chiese Louise.

L'uomo la fissò con sguardo inespressivo.

«Chi sei?» ripeté la donna. «Cosa cercavi di fare?»

«Dar» disse l'uomo, con voce profonda, alzando il tono come se stesse ponendo una domanda.

«Bisogna portarlo all'ospedale» decise Reuben. «Ha preso un colpo alla testa, dovremo fargli una Tac.»

L'uomo si guardava intorno come se non credesse ai suoi occhi. «Dar baita dulb tinta?» disse. «Dar hoolb ka tapar?»

«Che lingua è?» domandò Paul a Louise, che scrollò le spalle. «Ojibwa?» ipotizzò la ragazza, dato che nei pressi della miniera c'era una riserva Ojibwa.

«No» disse Reuben scuotendo la testa.

«Monta has palap ko» insisté l'uomo.

«Non capiamo quello che dici» disse Louise. «Parli inglese?» Nessuna risposta. «Parlez-vous français?» Ancora niente.

Paul fece un tentativo: «Nihongo ga dekimasu ka?» che Louise suppose volesse dire 'parli giapponese?'

Lo sconosciuto li osservava a turno, gli occhi sempre spalancati, senza rispondere.

Reuben si alzò e protese la mano verso l'uomo, che lo guardò per un attimo prima di afferrarla e stringerla con la sua, enorme, dalle dita simili a salsicciotti e il pollice straordinariamente lungo. Si lasciò tirare su da Reuben, che subito gli mise un braccio attorno alla vita ampia, aiutandolo a reggersi in piedi. Doveva pesare una trentina di chili più di lui, tutti in muscoli. Anche Paul lo aiutò, sostenendolo dall'altro fianco, mentre Louise li precedette per aprire la porta della sala di controllo, che si era richiusa alle spalle di Reuben.

Una volta entrati, Paul e Louise indossarono il casco e gli stivali d'ordinanza. Il casco era dotato di lampadine e di cuffie, che all'occorrenza si potevano utilizzare come paraorecchi; quindi inforcarono gli occhiali. Reuben il casco lo aveva ancora indosso, e su un armadietto di metallo Paul ne trovò un altro, che offrì al ferito, ma il dottore lo allontanò: «Non deve mettere nessun peso sulla testa prima della Tac. Adesso portiamolo su. Ho già chiamato un'ambulanza.»

Uscirono dalla sala di controllo e imboccarono un corridoio che portava all'ingresso dell'osservatorio, dove erano sistemati gli impianti e i servizi. Tutti gli ambienti erano tenuti puliti, anche se adesso non ce ne sarebbe stato più bisogno, pensò Louise con una vena di malinconia. Oltrepassarono la sala di aspirazione, una sorta di doccia-cabina che aspirava polvere e sporcizia da chi entrava nell'osservatorio, quindi una serie di veri e propri vani doccia: era obbligatorio fare la doccia prima di entrare, ma non per uscire. C'era anche una saletta di pronto soccorso: Louise vide Reuben lanciare una rapida occhiata all'armadietto con la scritta 'Barella,' ma, poiché il ferito non sembrava avere particolari problemi deambulatori, il dottore fece loro segno di proseguire.

Accesero le luci dei caschi e si addentrarono nella lunga galleria buia, procedendo a fatica sul pavimento sporco. Le pareti grezze erano ricoperte di reti metalliche e barre di acciaio, perché a quella profondità, con sopra il peso di due chilometri di roccia, senza quel rinforzo la volta non avrebbe retto.

Lungo il percorso, avanzando tra detriti e pozzanghere di fango, l'uomo diede segni di ripresa, reggendosi sempre più sulle proprie gambe.

Mentre Louise continuava a pensare ai danni irreparabili subiti dalla camera di rivelazione dei neutrini e alla probabile perdita della sua borsa di studio, il dottor Montego e Paul discutevano animatamente su come quell'uomo avesse potuto entrare nella camera sigillata. Enormi ventole pompavano in continuazione aria proveniente dalla superficie, e le zaffate colpivano i loro volti.

Infine giunsero alla cabina dell'ascensore, che Reuben aveva fatto bloccare laggiù, a 6.800 piedi — diceva il segnale, che evidentemente era stato apposto prima dell'introduzione del sistema decimale. E infatti la cabina era lì ad attenderli, senza dubbio con disappunto dei minatori che aspettavano di salire o di scendere.

Entrarono, e Reuben premette ripetutamente il pulsante del segnale acustico che avvertiva l'operatore in superficie. La cabina, sprovvista di luce, vibrò e cominciò a salire. Reuben, Louise e Paul rimasero al buio, dato che avevano preferito spegnere le lampadine dei caschi per non accecarsi l'un l'altro. Durante tutta la risalita, le uniche luci visibili dalla cabina, aperta sul davanti, erano quelle degli impianti delle gallerie, ogni settanta metri. In quella bizzarra luce intermittente, Louise intravide in rapide successioni i lineamenti spigolosi dello sconosciuto, e i suoi occhi incavati.

Louise sentiva un ronzio nelle orecchie. Risalirono rapidamente al livello dei 4.660 piedi, il suo preferito. La società Inco, che gestiva la miniera, aveva piantato degli alberi per il progetto di rimboschimento della zona circostante Sudbury. Lì la temperatura era mantenuta a venti gradi, e le luci artificiali la facevano apparire come una serra straordinaria.

Pensieri stravaganti le passarono per la mente, come ricordi perturbanti di argomentazioni fantascientifiche alla X-Files per spiegare come aveva fatto quell'uomo a entrare nella sfera con la porta sigillata, ma li tenne per sé: se anche Paul e Reuben stavano pensando a simili fantasticherie, erano certo troppo imbarazzati per parlarne. Ci doveva essere una spiegazione razionale, si disse. C'era senz'altro.

Mentre la cabina continuava la sua lunga ascesa, sembrava che l'uomo stesse riflettendo sulla propria situazione. Gli strani vestiti che aveva indosso erano ancora umidi, malgrado l'aria pompata nelle gallerie li avesse in parte asciugati. Strizzò la camicia, e alcune gocce caddero sul pavimento di metallo giallo dell'ascensore. Poi sollevò la grossa mano e rimosse le ciocche dei capelli dalla fronte. La sorpresa di Louise — che emise una specie di rantolo, non percepito dagli altri a causa del rumore dell'ascensore — fu grande: apparve una enorme fronte sporgente, arcuata sugli occhi, simile alla versione schiacciata del marchio di McDonald's.

Finalmente, con un ultimo sussulto l'ascensore si fermò. Smontarono dalla cabina, davanti a un gruppo di minatori irritati che stavano aspettando di poter scendere. I quattro imboccarono la rampa che partiva dall'ampia sala dove i minatori si cambiavano per indossare le tute da lavoro. Fuori trovarono due medici ad aspettarli. «Sono il dottor Montego,» si presentò Reuben «il medico del distretto minerario. Quest'uomo ha rischiato di annegare e ha subito un trauma cranico.» I tre continuarono a parlare delle condizioni del ferito, mentre procedevano rapidamente fuori dall'edificio, nell'aria calda dell'estate.

Paul e Louise li seguivano da vicino; videro il ferito e i tre medici salire sull'ambulanza, che si allontanò a tutta velocità sulla strada sbrecciata.

«E adesso che facciamo?» si chiese Paul.

Louise aggrottò la fronte. «Io devo avvertire la dottoressa Mah.» Bonnie Jean Mah era la direttrice dell'osservatorio. Lavorava alla Carleton University di Ottawa, a cinquecento chilometri da lì. Le incombenze quotidiane le lasciava ai ricercatori e ai dottorandi come Louise e Paul, e all'osservatorio non andava quasi mai.

«Cosa le dirai?»

Louise guardò nella direzione presa dall'ambulanza, con il suo incredibile passeggero. «Je ne sais pas» rispose scuotendo lentamente il capo.

3

Tutto era cominciato molto più serenamente. 'Buongiorno' l'aveva salutato con l'usuale dolcezza Ponter Boddit, il mento poggiato sul braccio piegato. Lui, Adikor Huld, era in piedi accanto al lavandino.

«Ehi, dormiglione» gli aveva risposto girandosi e cominciando a sfregarsi la schiena contro il palo per grattarsi. Si dimenò per un po', prima di rispondere al saluto: «Buongiorno.»

Ponter gli restituì il sorriso. Gli piaceva vedere Adikor muoversi in quel modo, osservarne i muscoli del petto in azione. Senza di lui non ce l'avrebbe mai fatta a superare la perdita di Klast, la sua compagna. Ma alle volte rimaneva solo, come durante il periodo in cui Due diventano Uno — che era appena terminato -, quando Adikor era andato a trovare la sua compagna e il bambino che avevano. Le figlie di Ponter crescevano in fretta, e l'ultima volta che era andato a trovarle non le aveva quasi viste. Ovviamente la città era piena di donne adulte che avevano perso i propri compagni, ma donne di tale esperienza e saggezza — donne grandi abbastanza da aver maturato il diritto di voto! — non avrebbero saputo che farsene di un giovanotto come Ponter, che aveva visto soltanto quattrocentoquarantasette lune.

Comunque, anche se gli avevano dedicato poco tempo, Ponter era stato contento di rivedere le proprie figlie, anche se…

Dipendeva dalla luce. Certe volte, quando piegava la testa in quel modo, incorniciata dal sole, Jasmel era il ritratto perfetto della madre. Restava lì ad ammirarla, stupito da tanta somiglianza, e Klast gli mancava più che mai.

Dall'altra parte della stanza, Adikor stava riempiendo la vasca. Gli dava le spalle, chino mentre armeggiava con la bombola. Ponter abbassò il capo sul cuscino a forma di disco e lo osservò.

Alcuni conoscenti gli avevano sconsigliato di andare a vivere con lui, e, ne era sicuro, anche gli amici di Adikor avevano espresso la stessa opinione. Questo non aveva niente a che fare con quello che era successo all'Accademia; semplicemente, si trattava del fatto che lavorare e vivere insieme poteva essere imbarazzante. Anche se Saldak era una grande città (con più di venticinquemila abitanti dintorni compresi), vi abitavano solo sei scienziati, tre dei quali femmine. Era bello parlare con Adikor dei loro esperimenti e delle nuove teorie che avevano elaborato, ed entrambi si illuminavano se incontravano qualcuno che potesse realmente capire il loro lavoro.

Del resto, formavano una coppia affiatata anche per altre ragioni. Adikor era mattiniero; appena alzato andava a correre e amava il nuoto. Lui invece carburava lentamente, e si occupava sempre della cena.

La bombola continuava a pompare acqua. A Ponter piaceva quel suono, un rauco rumore bianco. Sospirò soddisfatto e saltò giù dal letto, sul muschio che gli solleticava i piedi. Andò alla finestra, afferrò le maniglie attaccate al pannello di metallo e sfilò la persiana dal telaio magnetico. Quindi sporse in fuori la testa, e fissò la persiana al pannello di metallo incassato nel soffitto, nella sua posizione diurna.

Un raggio di sole che sorgeva tra gli alberi gli ferì gli occhi. Chinò il capo sino a toccare il petto con il mento, in modo che la fronte schermasse la luce. A poche centinaia di passi un cervo si abbeverava a un ruscello. Saltuariamente Ponter andava a caccia, mai però nelle zone residenziali; i cervi sapevano che lì non avevano nulla da temere dagli umani. In lontananza, scorse il luccichio dei pannelli solari stesi lungo l'erba della casa del vicino.

«Hak,» disse rivolto al Companion impiantato nel suo polso, a cui aveva dato quel nome «che tempo si prevede?»

«Splendido. Temperatura diurna massima, sedici gradi; la minima notturna, nove.» Il Companion aveva risposto con una voce femminile. Non era molto che Ponter lo aveva riprogrammato con la voce di Klast, che aveva preso dal suo archivio degli alibi, ma si era subito reso conto di aver fatto una fesseria: non solo non si sentiva meno solo, ma ogni parola pronunciata da quella voce gli squassava il cuore.

«Non è prevista pioggia» continuò il Companion. «Moti ventosi al venti per cento deasil, a milleottocento passi per un decimo del giorno.»

Ponter annuì. L'impianto era dotato di analizzatori in grado di percepire e decifrare agevolmente ogni suo movimento.

«Il bagno è pronto» lo avvertì Adikor. Ponter si volse e lo vide scivolare nella vasca circolare incassata nel pavimento. Azionò il motore e l'acqua cominciò a mulinare. Anche lui nudo, si avvicinò alla vasca e si calò dentro. Poiché Adikor preferiva l'acqua più calda, erano giunti a un compromesso: trentasette gradi, come la temperatura corporea.

Ponter pulì con le mani e con un pennello golbas la schiena del compagno, che poi gli ricambiò il favore.

L'aria era molto umida. Ponter respirò a fondo, inalando l'umidità nelle cavità sinusali. Pabo, la sua grossa cagna fulva, entrò nel bagno. Non amava l'acqua, quindi rimase a debita distanza dalla vasca. Era lì perché aveva fame.

Ponter guardò il compagno come a dire: 'Che vuoi farci?' e uscì dalla vasca, gocciolante sul manto di muschio. «Okay, bambina, dammi solo il tempo di vestirmi» si rivolse al cane.

Soddisfatta, Pabo uscì dal bagno con passo felpato. Ponter si avvicinò al lavabo e si asciugò. Poi si guardò nello specchio quadrato posto sul lavandino, e con le dita a mo' di pettine si sistemò i capelli con la riga nel mezzo.

Si avvicinò a una pila di panni puliti e scelse alcuni capi. Di solito non poneva molta attenzione al suo vestiario, ma se quel giorno l'esperimento fosse riuscito era probabile che qualcuno degli Esibizionisti si sarebbe fatto vivo. Raccolse una camicia grigio antracite, la indossò abbottonando frettolosamente le fibbie sulle spalle. Era un bel capo, pensò, un regalo di Klast.

Scelse un paio di pantaloni, li infilò facendo scivolare i piedi nelle larghe aperture dei gambali. Fissò i lacci alla caviglia e al collo del piede, provando una gradevole sensazione di calore.

Guardò Adikor uscire dalla vasca, poi il quadrante del suo Companion. Dovevano fare in fretta, l'hover-bus sarebbe arrivato tra breve.

Appena entrò in cucina, l'ambiente più grande della casa, Pabo gli si avvicinò saltellando. Si chinò ad accarezzarle la testa, rassicurandola: «Non preoccuparti bambina, non mi sono dimenticato di te.» Aprì il congelatore e tirò fuori un grosso osso di bisonte pieno di carne, avanzo della cena. Lo buttò a terra — in cucina il muschio era coperto da una lastra di vetro per rendere più agevoli le pulizie — e il cane si mise a rosicchiarlo. Adikor entrò e cominciò a preparare la colazione. Prese due grosse bistecche di alce dal congelatore e le mise nella pentola a laser, che riempì di vapore per reidratare la carne. Ponter gettò uno sguardo fugace al vetro della pentola, dove raggi rubino si intrecciavano in disegni complicati, cuocendo le bistecche alla perfezione. Adikor riempì una scodella di pinoli e due boccali di sciroppo d'acero diluito, quindi tirò fuori le bistecche dalla pentola.

Ponter azionò il Voyeur, il pannello quadrato fissato al muro che si accese all'istante. Lo schermo era diviso in quattro quadrati: uno trasmetteva immagini riprese dai Companion potenziato di Hawst, l'altro quelle di Talok, il quadrato in basso a sinistra le immagini di Gawlt e l'ultimo quelle di Lulasm. Sapeva che Adikor preferiva le trasmissioni di Hawst, quindi ordinò al Voyeur di ingrandirne l'immagine a tutto schermo. In effetti quell'Esibizionista trasmetteva sempre programmi interessanti; quella mattina si erano tutti recati nella periferia di Saldak, dove cinque persone erano rimaste sepolte vive sotto una frana. Tuttavia, se quel giorno si fosse fatto vivo uno degli Esibizionisti, sperava che fosse quella donna che faceva le domande più intelligenti, Lulasm.

Si sedettero a tavola e infilarono i guanti. Adikor prese una manciata di pinoli, li mise sulla bistecca e li sbriciolò con i palmi delle mani guantate. La cosa lo fece sorridere; non conosceva nessuno che facesse così: era una delle accattivanti eccentricità del suo amico.

Prese la bistecca ancora sfrigolante e ne staccò un pezzo. Aveva il sapore aspro della carne fresca; come aveva fatto la sua specie a sopravvivere prima dell'invenzione del congelatore?

Poco dopo notò l'hover-bus posarsi sullo spazio davanti casa. Si sfilarono i guanti, che gettarono nel pulitore sonico. Ordinò al Voyeur di spegnersi, diede una carezza al cane, quindi uscirono, lasciando la porta aperta in modo che l'animale potesse entrare e uscire a suo piacimento. Sull'hover-bus salutarono gli altri sette passeggeri e si recarono al lavoro come se fosse un giorno qualsiasi.

4

Ponter Boddit era cresciuto in quella parte del mondo, e conosceva da sempre la miniera di nichel. Eppure non aveva mai incontrato nessuno che si fosse spinto nei suoi recessi, dato che laggiù i lavori erano condotti da robot. Quando Klast aveva scoperto di essere affetta da leucemia, lei e Ponter avevano cominciato a frequentare altre persone malate di cancro, un po' per sostegno e solidarietà reciproci, un po' per scambiarsi informazioni. Si incontravano nei locali kobalant, che la sera erano liberi.

Ponter supponeva che molti dei malati fossero scesi nella miniera. Dopo tutto, a quelle profondità si era senza dubbio esposti a livelli di radioattività più alti del normale. Invece nessuno del gruppo che frequentava lo aveva fatto. Aveva cominciato a indagare, e aveva scoperto che quella era una miniera fuori dal comune, per il fatto che i livelli di radiazioni delle antiche rocce di granito erano eccezionalmente bassi.

Allora aveva elaborato una tesi. Era uno scienziato, e stava lavorando con Adikor Huld alla costruzione di computer quantistici. Ma i registri quantistici erano sensibilissimi alle perturbazioni esterne: avevano problemi con i raggi cosmici che provocavano delle decoerenze.

Per questo gli parve che la soluzione fosse proprio lì, sotto i loro piedi. Con un migliaio di passi di roccia sulla testa, i raggi cosmici non avrebbero più rappresentato un problema. A quelle profondità, i neutrini non avrebbero falsato gli esperimenti che lui e Adikor avevano in mente di tentare.

A capo dell'amministrazione di Saldak era stato nominato Delag Bowst, carica imposta dal Consiglio dei Grigi. Con gli amministratori andava sempre così: nessuno scelto per quel ruolo era adatto.

Ponter aveva presentato a Bowst la propria proposta: costruire all'interno della miniera un laboratorio dotato di un computer quantistico, e a sua volta Bowst aveva convinto i Grigi ad accogliere la richiesta. Dopo tutto, una civiltà tecnologica non poteva fare a meno dei metalli, e dato che la miniera non sempre era compatibile con la sicurezza ambientale, ogni proposta che potesse migliorarne la situazione era ben accetta.

Così fu costruito il laboratorio. Ponter e Adikor, però, avevano ancora problemi con la decoerenza, a causa delle scariche piezoelettriche dovute alla pressione delle rocce a quelle profondità. Ma Adikor pensava di aver risolto il problema, e quel giorno avevano intenzione di riprovare l'esperimento, puntando al numero più elevato mai usato fino ad allora.

L'hover-bus con i cuscini ad aria lasciò Ponter e Adikor all'ingresso della miniera. Era una magnifica giornata estiva, il cielo un immenso manto azzurro, proprio come aveva previsto il Companion di Ponter. L'aria era impregnata di polline, e dal lago giungevano i richiami lamentosi delle strolaghe. Ponter raccolse un casco dal magazzino e lo indossò. I due scienziati entrarono nell'ascensore cilindrico posto all'ingresso della miniera, Ponter azionò l'interruttore con il piede e la cabina cominciò la sua lunga discesa.

Giunti a destinazione, si diressero verso il lungo budello colmo di detriti che conduceva al laboratorio dei computer quantistici. Naturalmente, il laboratorio era sorto in una zona della miniera priva di minerali estraibili. Camminavano senza parlare, nel silenzio naturale e complice esistente tra due uomini che si conoscono da sempre.

Infine giunsero al laboratorio, una struttura composta da quattro sale, la prima delle quali era un cubicolo minuscolo adibito a cucina, dato che non valeva la pena di risalire in superficie per mangiare. La seconda era un gabinetto chimico, senza scarico, che bisognava svuotare ogni giorno. La terza era la sala di controllo, piena di strumenti e di ripiani da lavoro, mentre l'ultima era la sala computer, che aveva una superficie maggiore della casa dove abitavano.

La logica che governava la costruzione dei computer era legata a questioni di spazio: bisognava costruirli più piccoli possibile per ridurre al minimo i ritardi causati dalla velocità della luce. Ma il computer quantistico di Ponter e Adikor era basato sull'uso di protoni quantisticamente intrappolati in un registro, in maniera tale da poter distinguere tra reazioni che avevano luogo simultaneamente, proprio a causa di quel confinamento forzato, e reazioni dovute alla normale comunicazione tra due protoni che avveniva alla velocità della luce. Il modo più semplice per ottenere questo risultato era quello di lasciare uno spazio tra i registri, in maniera da poter misurare facilmente la velocità che la luce impiegava per passare da un registro all'altro. Per questa ragione, i protoni erano contenuti all'interno di colonnine magnetizzate sparse per tutta la sala.

I due scienziati si tolsero i caschi ed entrarono nella sala di controllo. Adikor curava la parte operativa del progetto, e aveva trovato il modo di concretizzare l'idea di Ponter con l'ausilio di software e di hardware. Si sedette alla consolle e cominciò a lanciare le routine che inizializzavano la rete del computer quantistico. «Tra quanto saremo pronti?» chiese Ponter.

«Ancora un quinto» rispose Adikor. «Non riesco a stabilizzare il registro 69.»

«Pensi che funzionerà?»

«Eh? Certamente» rispose Adikor con un sorriso. «Naturalmente ne ero certo anche ieri e ieri l'altro.»

«L'eterno ottimista» commentò Ponter.

«Ehi,» gli rispose Adikor «quando hai toccato il fondo non puoi far altro che risalire.»

Ponter rise. Passò sotto l'arco del cucinino e prese una lattina di acqua. Sperava davvero che quella fosse la volta buona. Il Consiglio dei Grigi si sarebbe riunito presto, e lui e Adikor avrebbero dovuto dimostrare il contributo alla comunità fornito dal loro progetto. Di solito le proposte fatte dagli scienziati venivano approvate — il fatto che la scienza avesse migliorato la qualità della vita era sotto gli occhi di tutti — ma era sempre meglio tirare fuori dei risultati concreti.

Ponter rimosse la linguetta della lattina con i denti e mandò giù alcuni sorsi di acqua fresca. Quindi tornò nella sala di controllo, sedette al suo tavolo e cominciò a esaminare un mazzo di fogli quadrati verde chiaro, ricontrollando i dati relativi al loro ultimo tentativo, tirando di tanto in tanto sorsate d'acqua. Dava la schiena ad Adikor, che stava verificando le procedure dall'altra parte della piccola sala. La parete principale della stanza era quasi tutta in vetro, una grande finestra che dava sull'ampio locale dov'era alloggiato il computer, che aveva un soffitto più alto e un pavimento più basso rispetto alle altre sale.

In realtà avevano già ottenuto dei successi importanti con il computer quantistico da loro ideato. Negli ultimi giorni avevano fattorizzato un numero che richiedeva 1073 atomi di idrogeno come registri: una quantità enormemente maggiore di tutto l'idrogeno contenuto nelle stelle dell'intera galassia, e un ordine di grandezza superiore alla potenzialità della sala dei registri, anche se questa era stata completamente riempita d'idrogeno. L'unica possibilità che l'esperimento riuscisse era quella di riuscire ad ottenere degli effettivi risultati di calcolo quantistico sovrapponendo uno sull'altro in stati multipli il limitato numero di registri fisici che avevano a disposizione.

In un certo senso, l'esperimento era semplicemente incrementale: un tentativo di fattorizzare un numero sempre più grande. Ma il numero in questione era solo uno tra i numeri praticamente infiniti che il teorema di Digandal considerava fondamentali. Non esisteva alcun computer tradizionale in grado di tentare quell'esperimento, per questo avevano ideato un computer quantistico.

Ponter analizzò alcune pagine della stampa, poi cambiò postazione e rettificò alcuni elementi del sistema di registrazione. Voleva assicurarsi che venisse registrata ogni fase dell'esecuzione, per non lasciare dubbi sui risultati. Se solo fossero riusciti…

«Pronto» disse Adikor.

Ponter sentì il cuore accelerare. Desiderava ardentemente che l'esperimento riuscisse, per lui e per Adikor. Agli inizi della carriera aveva avuto fortuna, e si era fatto un nome tra gli scienziati. Se anche fosse morto in quell'esperimento, sarebbe stato ricordato a lungo. Adikor meritava lo stesso successo, anche se era stato meno fortunato. Che cosa fantastica se fossero riusciti a dimostrare — o a confutare: sarebbe stato comunque un successo — il teorema di Digandal.

Nella saletta c'erano due terminali, posti alle estremità. Ponter stava lavorando a quello vicino l'arco che dava nel cucinino, Adikor si diresse verso il terminale libero, entrambi montati sulle pareti. Il controllo dei dati andava fatto su un'unica postazione, ma l'assetto che avevano messo a punto aveva fatto risparmiare il corrispettivo di quasi trenta metri di cavo quantisticamente transduttivo che collegava i vari registri. Adikor, in piedi, operava al suo terminale, mentre Ponter, seduto nell'altra postazione, continuava ad effettuare i controlli di routine.

«Fatto?» gli chiese Adikor.

Ponter guardò la serie di indicatori luminosi sul pannello di controllo, rosso sangue, il colore della salute. «Sì.»

Adikor annuì. «Dieci» disse cominciando il conto alla rovescia. «Nove. Otto. Sette. Sei. Cinque. Quattro. Tre. Due. Uno. Zero.»

Diversi indicatori luminosi lampeggiarono sul pannello di controllo, indicando che i registri erano attivati. In teoria, bastava una frazione di secondo per processare tutti i possibili fattori, e i risultati erano visualizzati come una serie di figure d'interferenza su una pellicola fotografica: per decodificarli e ordinarli in una lista di fattori bastava un computer tradizionale, e se Digandal era in errore e quello fattorizzato non era un numero primo la lista sarebbe stata lunghissima.

Ponter si alzò dalla consolle e si accomodò su una sedia, in attesa. Adikor andava avanti e indietro, lanciando sguardi inquieti alla fila di colonnine di vetro e acciaio piene di idrogeno.

Infine il computer emise un suono sordo, a indicare che aveva terminato i suoi calcoli.

Nello schermo quadrato posto al centro della postazione di Ponter cominciarono a scorrere i dati, una serie di caratteri neri su sfondo giallo. E i risultati…

«Gristle!» imprecò Adikor, in piedi dietro Ponter, con una mano poggiata sulla sua spalla.

Sul display era scritto: 'Errore nel registro 69; fattorizzazione interrotta.'

«Dobbiamo rimuovere quel registro» disse Ponter. «Ci crea solo problemi.»

«Non è il registro» lo corresse Adikor. «È il supporto che lo fissa al pavimento. Ci vogliono dieci giorni per sostituirlo.»

«Insomma, non possiamo fare niente prima della riunione del Consiglio?» chiese Ponter. Non sopportava l'idea di dover confessare agli anziani della città che dall'ultima sessione del Consiglio non erano stati fatti passi avanti nella ricerca.

«No, a meno che…» rifletté Adikor con un filo di voce.

«Cosa?»

«Be', il problema del 69 è che tende a vibrare sul supporto che lo fissa al pavimento; i morsetti non sono stati stretti a sufficienza. Quindi se riuscissimo a trovare qualcosa per ancorarlo…»

Ponter diede una rapida occhiata alla stanza, ma non trovò niente che potesse fare al caso. «Che ne dici se mi stendo sul pavimento? Cioè, se lo spingo verso il basso con tutto il peso del corpo potrei contenere le vibrazioni, no?»

Adikor aggrottò la fronte. «Dovresti mantenerlo molto stretto. L'impianto è in grado di sopportare solo una minima quantità di vibrazioni, e…»

«Ce la farò» disse Ponter risoluto. «Ma… pensi che il mio corpo possa provocare fenomeni di decoerenza?»

Adikor scosse la testa. «No. Le colonnine dei registri sono ben isolate; per influenzare i contenuti delle colonnine ci vorrebbe qualcosa di molto più radioattivo o elettricamente disturbante di un corpo umano.»

«Bene, allora?»

Adikor aggrondò di nuovo la fronte. «Non è quella che si definirebbe una soluzione elegante.»

«Ma potrebbe funzionare.»

Adikor annuì. «Sì, vale la pena di tentare. Sempre meglio che presentarci davanti al Consiglio a mani vuote.»

«Benissimo!» disse Ponter risoluto. «Andiamo, allora.» Adikor annuì. Ponter aprì la porta che separava le tre stanze dall'ampio ambiente che ospitava la sala computer. Scese gli scalini ed entrò nella sala dei registri. Fece molta attenzione al pavimento di granito lucido, che era stato livellato con raggi laser: gli era già capitato una volta di scivolare. Si avvicinò al registro 69 e pose entrambe le mani sulla sommità ricurva, spingendo verso il basso con tutto il peso del corpo. «Sono pronto» gridò.

«Dieci» gli gridò in risposta Adikor. «Nove. Otto. Sette.»

Ponter spingeva con tutta la sua forza. Non sembrava che il registro stesse vibrando.

«Sei. Cinque. Quattro.»

Respirò a fondo, trattenendo l'aria, cercando di restare calmo.

«Tre. Due. Uno.»

Ci siamo, pensò Ponter.

«Zero!»

Adikor sentì vibrare violentemente il vetro della finestra che dava nella sala dei registri. «Ponter!» gridò. Si precipitò verso le scale. «P-Ponter?»

Di Ponter, nessuna traccia.

Afferrò la maniglia della porta e…

Voooom!

La porta si spalancò di botto, strappandogli la maniglia dalle mani, e un'improvvisa folata d'aria si riversò nella sala dei computer, scaraventandolo a terra. Dalla sala dei registri e dalla miniera sottostante continuava ad affluire aria, come se… tutta l'aria che era lì sotto fosse stata improvvisamente risucchiata verso l'alto. Adikor sentì ripetutamente la variazione di pressione nelle orecchie.

«Ponter!» chiamò di nuovo quando il vento aumentò. La sala dei registri era ampia, ma le colonnine dei registri, disposte in una vasta griglia, erano sottili: non avrebbero potuto celare il corpo di Ponter.

Cosa poteva essere accaduto? Forse una parete rocciosa della miniera aveva ceduto, determinando l'afflusso di un'ondata di aria a bassa pressione…

Ma il complesso minerario era disseminato di sensori sismici, che in casi del genere avrebbero fatto immediatamente scattare l'allarme producendo dei forti odori.

Adikor attraversò di corsa il pavimento di granito. «Ponter!» chiamò ancora. «Ponter?»

Nel pavimento non c'erano crepe, quindi non poteva essere caduto in qualche baratro. Intravide il registro 69, all'estremità della sala. Corse a vedere se ci fosse qualche indizio, e…

Gristle!

Perse l'equilibrio, e scivolò in terra. Il pavimento era ricoperto da una grande quantità di acqua. Da dove era saltata fuori? Ponter aveva preso una lattina di acqua, ma Adikor era sicuro che l'aveva bevuta tutta quando era ancora nella sala computer. E comunque lì in terra ce n'era troppa, praticamente un lago.

L'acqua — se di quello si trattava — era chiara e pulita. Annusò la mano bagnata: inodore.

L'assaggiò con la punta della lingua.

Insapore.

Sembrava proprio pura. Pura acqua cristallina.

Con il cuore in tumulto e la testa ronzante, si mise a cercare un contenitore per raccoglierla: era l'unico indizio che avesse.

Da dove poteva essere venuta?

E dove diamine era finito Ponter?

5

Ma cosa…

Buio assoluto.

E… acqua! Le gambe di Ponter Boddit erano zuppe e…

Stava affondando, l'acqua che arrivava alla cintola, poi al collo, sul viso.

Scalciò con violenza.

Malgrado avesse gli occhi spalancati, non riusciva a vedere nulla, assolutamente nulla.

Dimenava le braccia, lottando per mantenersi a galla. Inspirò aria.

Cosa era accaduto? Dove era finito?

Solo un attimo prima si trovava nella sala dei registri, e poi…

Buio. Un'oscurità così assoluta che pensò di aver perso la vista. Forse c'era stata un'esplosione, a quelle profondità il pericolo di frane era costante e…

Era anche probabile che si verificasse un afflusso di acqua sotterranea. Roteò più forte le braccia, poi allungò le gambe cercando il fondo, ma…

Ma non c'era nulla, assolutamente nulla. Solo acqua, sempre più acqua. Per quanto ne sapeva, poteva trovarsi a un palmo dal fondo come a mille metri. Pensò di immergersi per verificarlo, ma in quel buio assoluto, in balia dell'acqua, avrebbe facilmente perso l'orientamento, correndo il rischio di non tornare in superficie.

Aveva già bevuto cercando di toccare il fondo. L'acqua era completamente insapore. Aveva sempre pensato che l'acqua di un fiume sotterraneo fosse salmastra, ma quel liquido sembrava puro come acqua di un ghiacciaio.

Continuava ad inspirare aria. Sentiva il cuore martellare e…

Voleva trovare un argine, qualsiasi cosa a cui…

Un gemito improvviso, basso, profondo, da qualche parte lì intorno.

Di nuovo, simile a una belva che si desta, come…

Come qualcosa sottoposto a una forte pressione?

Adesso aveva nei polmoni aria a sufficienza per cercare di gridare. «Aiuto!» invocò. «Aiuto!»

La voce risuonò stranamente, come fosse in uno spazio chiuso. Si trovava ancora nella sala dei registri? Ma perché Adikor non rispondeva?

Non poteva rimanere a lungo in quelle condizioni. Aveva ancora energie, ma non per molto. Doveva trovare un piano su cui arrampicarsi, o qualcosa a cui aggrapparsi, e…

Ancora quel lamento, più intenso, più insistente.

Ponter cominciò a nuotare a cagnolino. Se solo ci fosse stata una luce, una qualsiasi luce. Nuotò per un breve tragitto, e…

Un dolore lancinante! Aveva battuto la testa contro qualcosa di duro. Si ritrasse, lottando per rimanere a galla, con il dolore che s'irradiava nelle membra. Allungò una mano, le dita aperte, il palmo in avanti. Aveva colpito qualcosa di duro e di caldo… quindi non metallo né vetro. Qualcosa di completamente liscio, forse leggermente concavo, e…

Di nuovo un lamento, proveniente da… dal muro compatto che doveva trovarsi lì davanti.

Con il cuore palpitante, sgranò gli occhi, invano. Impossibile vedere in quella tenebra assoluta.

Cominciò a nuotare nella direzione opposta, il gemito che si faceva sempre più insopportabile.

Dove si trovava? Dove poteva essere?

Il fracasso aumentava. Continuò a nuotare e…

Ahi! Che male!

Era finito di nuovo contro una parete dura e liscia. Quelle non erano certo le mura del laboratorio, ricoperte di un materiale insonorizzante.

Voooooooooom!

Improvvisamente l'acqua cominciò ad agitarsi, a mulinare e scrosciare, e Ponter fu come travolto da un fiume in piena. Tentò disperatamente di respirare ma ingoiò acqua e…

Un gran colpo sulla testa, e per la prima volta da quando aveva avuto inizio quella follia, vide una luce: stelle, davanti ai suoi occhi.

E poi di nuovo tenebra, e silenzio, e…

Nulla più.

Adikor Huld risalì nella sala di controllo, scuotendo il capo, incredulo.

Lui e Ponter erano amici da una vita. Erano entrambi dei 145, si erano conosciuti quando erano studenti all'Accademia delle scienze. Ponter non era tipo da fare scherzi, e comunque nella sala dei registri non aveva dove nascondersi. Al piano superiore erano situate parecchie uscite di emergenza, ma l'ambiente era chiuso e l'unico modo per venirne fuori era risalire nella sala di controllo. Alcune stanze avevano dei doppi fondi per l'alloggiamento dei cavi, che però lì erano a vista, mentre il pavimento era di vecchio granito levigato.

Quando era accaduta quella cosa inspiegabile, Adikor stava controllando i dati sul display; non ricordava alcun bagliore proveniente dalla finestra che dava sulla sala dove si trovava il suo collega. E se si fosse… be', cosa? Vaporizzato? In quel caso doveva esserci puzza di fumo o tracce di ozono nell'aria, invece niente. Semplicemente, era svanito nel nulla.

Si accasciò su una sedia — quella di Ponter -, sconcertato.

Non sapeva cosa fare, né gli veniva in mente qualcosa. Gli ci volle un po' per mettere a fuoco la situazione. Avrebbe dovuto avvertire l'amministrazione della città della scomparsa di Ponter, in modo da far scattare al più presto le ricerche. C'era anche una minima possibilità che il suolo avesse ceduto in qualche punto, inghiottendo l'amico, che poteva essere sprofondato sotto qualche altro livello della miniera. E se fosse andata così, poteva essersi ferito.

Si rialzò.

Il dottor Reuben Montego, i due infermieri e il ferito attraversarono le porte girevoli di vetro del Pronto soccorso dell'ospedale St. Joseph, un'estensione dell'ospedale regionale di Sudbury.

Il funzionario dell'accettazione era un Sikh sulla cinquantina, con un turbante verde giada, che appena li vide si informò: «Qual è il problema?»

Reuben sbirciò il cartellino, che recava il nome DR. N. SINGH. «Dottor Singh,» si presentò «sono il dottor Reuben Montego, il medico del distretto minerario di Creighton. Quest'uomo ha rischiato di annegare in una vasca contenente acqua pesante, e. come può vedere, ha subito un trauma cranico.»

«Acqua pesante?» si meravigliò Singh. «Ma dove può…»

«Nell'osservatorio dei neutrini» tagliò corto Reuben.

«Ah, già» disse Singh. Si girò e fece un segno perché portassero una sedia a rotelle, poi diede uno sguardo al ferito e scribacchiò qualcosa su dei fogli. «Forma del corpo insolita» disse. «Rilievi sopraorbitari prominenti; torace ampio; cospicuo sviluppo muscolare; arti corti a livello di avambraccio e gamba, e… ehi! E questo cos'è?»

Reuben scosse la testa. «Non lo so. Sembra innestato nella pelle.»

«Molto strano» commentò Singh. «Come si sente?» chiese guardando il paziente negli occhi.

«Non parla inglese» lo avvertì Reuben.

«Ah» fece il Sikh. «Be', le ossa parleranno per lui. Portiamolo in Radiologia.»

Reuben Montego passeggiava nervosamente nella sala del pronto soccorso, scambiando ogni tanto qualche battuta con i colleghi che conosceva. Finalmente, Singh annunciò che le lastre erano pronte. Reuben sperava di poter entrare, per cortesia professionale, e in effetti Singh gli fece cenno di seguirlo.

Il ferito era ancora nella sala raggi, probabilmente nel caso Singh decidesse di fare ulteriori indagini. Era seduto sulla sedia a rotelle, e a Reuben parve più spaventato di quanto lo sarebbe stato un bambino in condizioni analoghe. Il tecnico radiologo aveva fissato le lastre — una proiezione frontale e una laterale — su un pannello illuminato, e i due medici si avvicinarono per esaminarle.

«Lo vede questo?» chiese Reuben con un filo di voce.

«Straordinario» fu il commento di Singh. «Davvero straordinario.»

Il cranio era molto più lungo del normale, e presentava una protuberanza tondeggiante nella parte posteriore, simile a uno chignon. Il doppio arco sopraccigliare era prominente, la fronte bassa. La cavità nasale era enorme, con strane sporgenze triangolari che fuoriuscivano da entrambi i lati. La gigantesca mandibola, visibile nella parte inferiore della lastra, rivelava la mancanza del mento, e un interstizio tra l'ultimo molare e il resto della dentatura.

«Non ho mai visto niente di simile» disse Reuben stupefatto.

Singh aveva gli occhi castani spalancati. «Io sì» disse. «Io sì.» Si voltò a guardare l'uomo, che seduto sulla sedia a rotelle stava borbottando qualcosa in un gergo incomprensibile, quindi tornò a osservare le spettrali immagini grigie che aveva davanti. «Non è possibile» disse il Sikh. «Non è possibile.»

«Cosa?»

«Non può essere…»

«Che cosa? Dottor Singh, per amor di Dio…»

Singh alzò una mano. «Non mi so spiegare come sia possibile una cosa del genere, ma…»

«Insomma! Allora?»

«Questo suo paziente» rispose Singh costernato «sembra proprio un Neandertal.»

6

«Buonanotte, professoressa Vaughan.»

«Buonanotte, Daria. A domani.» Mary Vaughan sbirciò l'orologio: le 20.55. «Fai attenzione.»

Già fuori dalla porta del laboratorio, la giovane studentessa rispose sorridendo: «Va bene.»

Mary la guardò allontanarsi, pensando con nostalgia al tempo in cui era magra come lei. Aveva trentotto anni, da tempo era separata e senza figli.

Tornò a studiare la pellicola autoradiografata, scandendo a voce alta nucleotide per nucleotide. Stava studiando il DNA di una colomba migratrice conservata al Museo Field di Storia naturale, che era stato mandato alla York University nel tentativo di ricostruirne la catena genetica. Erano già stati fatti dei tentativi, tutti falliti per il cattivo stato di conservazione del DNA, ma il laboratorio diretto da Mary aveva al suo attivo numerosi successi.

Purtroppo, però, la sequenza si era decomposta, e da quel campione non c'era modo di determinare la catena di nucleotidi originali.

Mary si grattò il naso. Quella sera avrebbe voluto estrarre più DNA dal materiale che stava trattando, ma si sentiva troppo stanca.

L'orologio appeso alla parete segnava le 21.25: non era poi così tardi. La maggior parte delle lezioni serali estive dell'università terminavano alle nove, per cui in giro doveva esserci ancora un sacco di gente. Se avesse lavorato un'altra oretta avrebbe potuto chiamare qualcuno della sorveglianza per farsi accompagnare sino alla macchina, ma a quell'ora non sembrava necessario. Si tolse il camice verde e lo appese all'attaccapanni accanto alla porta. Era agosto; il laboratorio aveva l'aria condizionata, ma fuori sicuramente faceva ancora caldo, e si profilava un'ennesima fastidiosa nottata d'afa.

Smorzò le luci del laboratorio; spegnendosi, uno dei neon mandò un sibilo. Chiuse la porta e scese nel corridoio del secondo piano, oltrepassò la macchina distributrice della Pepsi (la società aveva dato due milioni di dollari alla York University per la fornitura esclusiva delle sue bevande).

Le pareti del corridoio erano tappezzate di bacheche che indicavano l'inizio dei corsi, orari e aule delle lezioni, riunioni dei circoli, inviti alla sottoscrizione di riviste, carte di credito convenienti e ogni sorta di articolo che gli studenti potessero vendere, compreso l'annuncio di un burlone che sperava di trovare qualcuno che comprasse la sua vecchia macchina da scrivere elettrica.

Mary proseguì lungo il corridoio deserto, i tacchi che picchiettavano sul pavimento. Passando davanti al bagno degli uomini sentì il rumore dello scarico, attivato forse automaticamente da un timer.

Aprì la porta a vetri antisfondamento che dava sulla tromba delle scale, e si diresse verso le quattro rampe in cemento. Al piano terra imboccò un altro corridoio, in fondo al quale c'era solo un portiere indaffarato. Attraversò il vestibolo d'ingresso, dove erano situate le cassette contenenti il giornale del campus, The Excalibur, e finalmente si lasciò alle spalle l'edificio, immergendosi nella calda aria estiva.

La luna non era ancora sorta. Mary si avviò sul marciapiede, dove incrociò alcuni studenti che non conosceva. Schiacciò un insetto e…

Sentì una mano serrarle la bocca e qualcosa di freddo e appuntito contro la gola. «Non fiatare» le intimò un'aspra voce gutturale, mentre veniva spinta all'indietro.

«Ti prego…» riuscì solo a dire Mary.

«Stai zitta» disse l'uomo continuando a trascinarla all'indietro, il coltello sempre puntato alla gola. Il cuore le martellava con violenza. L'uomo tolse la mano dalla bocca, e cominciò a strizzare il seno sinistro, facendole male.

L'aveva trascinata in una nicchia, due mura di cemento ad angolo retto nascoste dietro un grosso pino. La costrinse a voltarsi, immobilizzandola con le mani contro il muro, la mano sinistra che stringeva il pugnale e le serrava il polso. Adesso lo vedeva. Malgrado indossasse un passamontagna nero, per via del colore della pelle attorno agli occhi azzurri si accorse che era un bianco. Gli sferrò una ginocchiata nell'inguine, ma lo colpì solo di striscio perché l'uomo si inarcò all'indietro.

«Non ci provare» ansimò la voce. Il fiato sapeva di tabacco, le mani che le serravano i polsi erano sudate. Con un braccio la strattonò sbattendola contro il muro e puntandole il coltello al volto, mentre con l'altra mano apriva la lampo dei pantaloni. La donna sentiva un sapore rancido in gola.

«Ho… ho l'AIDS» provò a dire chiudendo gli occhi per non vedere.

L'uomo rise, un suono raschioso come di carta vetrata. «Allora siamo in due» rispose. Il cuore le sobbalzò. Ma forse anche lui mentiva. Quante volte l'aveva già fatto? E quante donne avevano tentato quella mossa disperata?

Adesso sentiva una mano sui fianchi, che spingeva in basso. La lampo si aprì e i pantaloni le scivolarono lungo le gambe, mentre il bacino dell'uomo con l'erezione dura come roccia sfregava contro le sue mutandine. Cacciò un urlo, ma l'implacabile mano le afferrò subito la gola, le unghia affondate nella carne. «Stai zitta, puttana.»

Perché non passava nessuno? Perché non c'era anima viva lì intorno? Dio, perché…

Sentì la mano strapparle le mutandine, poi il pene contro le grandi labbra, che affondò subito nella vagina. Un dolore lancinante, come una lacerazione interna.

Non è un atto di libidine, pensava mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. È una violenza sessuale. La schiena sbatteva contro il muro di cemento, e l'uomo spingeva sempre più forte, penetrandola, ancora, ancora e ancora, il rantolo animalesco che aumentava ad ogni affondo.

Finalmente, si fermò. Lo tirò fuori: sapeva che doveva guardarlo per notare qualche dettaglio utile a identificare il suo aggressore, per esempio se era circonciso, o una qualsiasi cosa che potesse inchiodare quel bastardo, ma fu più forte di lei. Alzò la testa verso il cielo scuro, una macchia annebbiata dalle lacrime che le bruciavano gli occhi.

«Adesso aspetta qui» disse l'aggressore passandole la punta del coltello sulla guancia. «Rimani ferma un quarto d'ora senza fiatare.» Poi sentì il rumore della lampo che si chiudeva e i passi sull'erba che si allontanavano velocemente.

Si appoggiò al muro e si lasciò scivolare sul marciapiede, rannicchiandosi con le ginocchia sotto il mento. Non sopportava l'idea di essersi fatta scappare quegli stupidi singhiozzi.

Dopo un po' si mise una mano tra le gambe, per controllare se stesse sanguinando. No, grazie a Dio.

Temeva di vomitare se si fosse alzata in piedi, quindi aspettò che il respiro tornasse regolare e che la nausea passasse. Poi si rialzò lentamente, sentendo dolore. In lontananza, voci di donne, due studentesse che parlavano allegramente. Avrebbe voluto chiedere aiuto, ma la voce non le uscì.

Aveva freddo, come non ne aveva mai provato, malgrado dovessero esserci almeno venticinque gradi. Si strofinò, per riscaldarsi.

Si riebbe dopo… cinque minuti? Cinque ore? Chi poteva dirlo? Doveva trovare un telefono, comporre il 113 e chiamare la polizia di Toronto… o la polizia del campus, o — lo sapeva, l'aveva letto sul manuale distribuito dall'università — l'ufficio denunce per le violenze sessuali dell'università, ma…

Ma non voleva parlarne con nessuno, non voleva che qualcuno la vedesse… in quelle condizioni.

Si tirò su i pantaloni, fece un grosso respiro e si avviò. Non si accorse subito che invece di andare verso la macchina stava tornando alla facoltà di scienze. Poco dopo era di nuovo lì. Salì le quattro rampe di scale tenendosi saldamente al corrimano, temendo di perdere l'equilibrio e di cadere. Per fortuna, il corridoio era deserto, come l'aveva lasciato. Lo attraversò senza incontrare nessuno, entrò nel laboratorio e accese le luci.

Il problema non era rimanere incinta, dato che prendeva la pillola da quando aveva sposato Colm. Aveva continuato a prenderla anche dopo la separazione, anche se tutto sommato non ce n'era stato motivo. Il problema era l'AIDS: doveva fare il test al più presto.

Decise di non raccontare a nessuno quello che le era accaduto. Eppure, quante volte aveva imprecato contro le donne che non denunciavano gli stupri subiti? Era come un tradimento verso le altre donne, che permetteva a un mostro di farla franca e riprovarci con qualcun'altra, a… a lei, come era successo adesso, ma…

… era facile parlare quando non capitava a te.

Sapeva quello che rischiavano le donne che accusavano gli uomini di stupro, lo aveva visto innumerevoli volte alla TV. Avrebbero fatto di tutto per dimostrare che la colpa era sua, che aveva reso falsa testimonianza, che in una qualche maniera era consenziente, che era una donna di scarsa moralità. 'Allora, lei afferma di essere una buona cattolica, signora O'Casey - ops, mi spiace, lei non porta più questo nome, vero? Da quando ha lasciato suo marito Colm. Bene, adesso il suo nome è Vaughan, vero? Eppure, se non erro, legalmente lei è ancora sposata con il professor O'Casey. Per favore, vuole dire alla corte se da quando ha lasciato suo marito è andata a letto con altri uomini?'

Lo sapeva bene: la giustizia non abita quasi mai le aule di tribunale. L'avrebbero fatta a pezzi e ricostruita in sembianze che lei stessa non avrebbe riconosciuto.

E comunque non sarebbe servito a niente. Il mostro l'avrebbe passata liscia.

Respirò a fondo. Forse era meglio agire diversamente. Ma l'unica cosa che a quel punto importava davvero era la prova fisica della violenza, e lei, la professoressa Mary Vaughan, era competente quanto una poliziotta specializzata nell'accertamento delle violenze sessuali.

Poiché la porta del laboratorio era a vetri, si mise in un angolo dove non era visibile dal corridoio e si abbassò i pantaloni. Al suono della lampo che si apriva il cuore cominciò a battere forte. Prese una provetta di vetro e un tampone di cotone, e soffocando le lacrime raccolse un campione della porcheria che l'uomo le aveva lasciato dentro. Sigillò la provetta, sull'etichetta scrisse con una penna rossa la data, il suo nome e il numero più adatto a indicare un mostro come quello, 'Vaughan 666.' Poi si sfilò le mutandine e le pose in una vaschetta di vetro opaco, su cui scrisse le stesse cose. Quindi mise entrambe le provette nel congelatore dove conservava i campioni, accanto ai DNA di una colomba migratrice, di una mummia egiziana e a un campione di pelo di mammut.

7

«Dove mi trovo?» chiese Ponter con voce tremante, che malgrado ogni sforzo non riusciva a controllare. Era ancora seduto su una strana sedia che si muoveva su delle piccole ruote; meglio così, non era sicuro di riuscire a stare in piedi.

«Calmati, Ponter» disse il Companion «la frequenza cardiaca è…»

«Calmarmi!» scattò, come se Hak avesse detto un'assurdità. «Ti ho chiesto: dove mi trovo?»

«Non lo so. Non riesco a intercettare il segnale dalla torre di controllo. E per di più non riesco a connettermi con la nostra rete di informazioni planetarie, e dall'archivio centrale non risponde nessuno.»

«Sei danneggiato?»

«No.»

«Allora… non siamo sulla Terra, vero? Altrimenti capteresti dei segnali e…»

«Sono sicuro che questa è la Terra» disse Hak. «Hai fatto caso al sole mentre ti trasportavano su quel veicolo bianco?»

«Cosa?»

«Ha la stessa temperatura e posizione astronomica di Sol, rispetto all'orbita terrestre. E poi ho riconosciuto quasi tutte le piante e gli alberi che ho visto sinora. No, questa è proprio la Terra.»

«Ma questa puzza! L'aria è schifosa.»

«Be', per questo mi devo fidare della tua parola.»

«È possibile che… abbiamo viaggiato nel tempo?»

«Mi sembra improbabile» rispose Hak. «Ma se stanotte riuscirò a vedere le costellazioni ti saprò dire se abbiamo viaggiato avanti o indietro nel tempo per un periodo apprezzabile, e se individuo gli altri pianeti e la fase lunare sarò in grado di calcolare la data esatta…»

«Ma come facciamo a tornare a casa? Come…»

«Ponter, devo nuovamente raccomandarti di mantenere la calma. Stai quasi per iperventilare. Inspira profondamente. Così. Adesso espira lentamente. Bene, così. Rilassati. Adesso un altro respiro…»

«Che creature sono quelle?» disse Ponter puntando il dito verso la figura ossuta scura di pelle e senza capelli, e l'altra dalla pelle più chiara e con un pezzo di stoffa arrotolato sulla testa.

«Tiro a indovinare: sono Gliksins.»

«Gliksins!» esclamò Ponter, così forte che i due esseri si voltarono a guardarlo. E in tono più basso aggiunse: «Gliksins? Oh, andiamo…»

«Guarda laggiù quelle radiografie di cranii.» Hak comunicava con Ponter attraverso un paio di impianti cocleari, ma direzionando la voce a destra o a sinistra era in grado di indicare una posizione come se l'avesse puntata con un dito. Ponter si mise in piedi, malfermo sulle gambe, e attraversò la stanza nella direzione opposta a dove si trovavano quegli strani esseri, avvicinandosi a un pannello illuminato simile a quello che i due stavano esaminando, con sopra attaccate le radiografie di alcuni cranii.

«Guarda!» esclamò indicando le figure di quelle ossa sconosciute. «Sembrano proprio Gliksins, no?»

«Direi di si. Nessun altro primate ha l'osso frontale così poco prominente, o quella sporgenza tra la fronte e la mandibola.»

«Gliksins! Ma saranno estinti da… be', da quanto?»

«Almeno da quattrocentomila mesi» rispose Hak.

«Ma questa non può essere la Terra di quel periodo» rifletté Ponter. «Voglio dire, è impossibile che la civiltà che abbiamo visto venendo qui non abbia lasciato tracce fino a noi. I Gliksins al massimo facevano armi rudimentali scheggiando la pietra, vero?»

«Sì.»

Ponter si sforzò di non lasciar trasparire la vena isterica nella sua voce: «E allora te lo chiedo di nuovo: Dove ci troviamo?»

Reuben Montego stentava a credere alle parole del medico del pronto soccorso. «Cosa intende con 'Sembra proprio un Neandertal'?»

«Le caratteristiche anatomiche del cranio sono inequivocabili» rispose Singh. «Mi creda, sono specializzato in craniologia.»

«Ma come è possibile, dottor Singh? La specie dei Neandertal è estinta da milioni di anni.»

«Per la verità solo da ventisettemila anni o giù di lì.»

«Ma allora…»

«Non so cosa dirle.» Singh indicò con la mano le lastre fissate sul pannello illuminato. «Quello che so è che l'insieme delle caratteristiche del cranio che abbiamo davanti ai nostri occhi sono inequivocabili. Una o due di esse potrebbero comparire nel cranio dell'Homo sapiens dei nostri giorni, ma tutte insieme è impossibile.»

«Quali caratteristiche?» chiese Reuben.

«L'osso frontale, ovviamente» rispose Singh. «Faccia caso a come è diverso da quello degli altri primati: ha una doppia arcata, con un solco al centro. Siamo in presenza di un caso di cospicuo prognatismo facciale: osservi la prominenza delle mandibole, l'assenza del mento, la cavità retromolare» aggiunse indicando il rispettivo spazio. «Vede quelle protuberanze triangolari nella cavità nasale? Non si trovano in nessun altro mammifero, tanto meno negli altri primati.» Quindi, tamburellando con le dita sulla parte posteriore del cranio, continuò: «Vede questa sporgenza qui dietro? Si chiama chignon occipitale, ed è un altro tratto distintivo dei Neandertaloidi.»

«Mi sta prendendo in giro?»

«Non mi permetterei mai.»

Reuben si voltò a guardare lo sconosciuto, che nel frattempo si era alzato dalla sedia a rotelle e fissava con aria stupita le lastre di un paio di cranii fissate a un pannello sul muro. Quando il radiologo aveva portato le lastre, lui e Singh non si trovavano nella stanza, quindi qualcuno, per chissà quale motivo, poteva averle sostituite, anche se…

No, quelle erano lastre autentiche, di un essere vivente e non di un fossile: si vedeva chiaramente la cartilagine nasale e il contorno della carne attorno alle ossa. Eppure nella mandibola c'era qualcosa di strano. Alcune parti erano di un grigio più chiaro, levigate e regolari come fossero formate da una materia meno compatta e apparentemente uniforme.

«Si tratta di un'imitazione» disse Reuben indicando la parte anomala della mascella. «Secondo me è un impostore. Si è fatto fare una plastica per sembrare un Neandertal.»

Singh sbirciò appena la lastra. «È vero, questa parte sembra ricostruita, ma solo qui, sotto la mandibola. Il resto del cranio apparentemente è naturale.»

Reuben lanciò un'occhiata allo sconosciuto, che stava ancora osservando le lastre e borbottando qualcosa tra sé. Cercò di immaginarne il cranio: era proprio quello che Singh gli stava mostrando?

«Ha parecchi denti artificiali,» continuò Singh che stava ancora studiando la lastra «tutti fissati alla sezione mandibolare ricostruita. Gli altri sembrano naturali, anche se hanno le radici taurodonti, altro tratto caratteristico dei Neandertaloidi.»

Reuben tornò a osservare la lastra. «Senza cavità» commentò tra sé, distrattamente.

«Giusto» confermò Singh, che esaminò l'immagine ancora per qualche secondo prima di formulare la diagnosi: «Ad ogni modo, la lastra non evidenzia alcuna frattura, né ematomi subdurali. Non vedo nessuna ragione per trattenerlo in ospedale.»

Ancora una volta Reuben studiò lo sconosciuto. Chi diavolo poteva essere? Tutto quel che sapevano era che aveva subito un intervento chirurgico piuttosto serio di ricostruzione mandibolare, e che parlava una lingua ignota. Era forse membro di qualche setta bizzarra? Era quella la ragione per cui aveva fatto irruzione nell'osservatorio? Poteva anche essere, ma…

Ma Singh aveva ragione. Eccezion fatta per la ricostruzione mandibolare, quello era un cranio naturale. Reuben Montego attraversò a passi lenti la stanza, come se fosse molto stanco, come se… Improvvisamente si rese conto che si stava avvicinando allo sconosciuto non come a un essere umano, ma come ci si avvicinerebbe a un animale selvaggio. Eppure, fino a quel momento, i suoi comportamenti erano stati perfettamente civili.

L'uomo sentì arrivare Reuben. Distolse lo sguardo dalle lastre e si voltò a fronteggiarlo.

Il dottore fissò lo sconosciuto. Ne aveva già notato la stranezza del viso. La fronte sfuggente e le orbite ampie e tondeggianti erano la prima cosa che saltava alla vista. I capelli erano divisi esattamente nel mezzo da una riga, cosa che sembrava più una caratteristica naturale che non un'acconciatura. Il naso, diverso da qualsiasi altro avesse mai visto, era enorme ma per niente aquilino, e non aveva ponte.

Reuben sollevò lentamente la mano destra, le dita leggermente aperte, cercando di rendere il gesto il meno minaccioso possibile. «Posso?» disse avvicinando la mano al volto dello sconosciuto.

L'uomo poteva non aver compreso le parole, ma l'intenzione era evidente. Infatti piegò la testa in avanti come per invitare al tocco. Reuben fece scorrere le dita sull'arcata sopraccigliare, sulla fronte, su tutta la superficie del cranio, percependo al tatto nella parte posteriore il — come lo aveva chiamato Singh? — lo chignon occipitale, una protuberanza ossea sotto la pelle. Non c'era il minimo dubbio: era proprio il cranio della lastra.

«Reuben» si presentò il dottor Montego toccandosi il petto. «Roo-ben.» Quindi, con i palmi delle mani alzati, indicò lo sconosciuto.

«Ponter» disse lo straniero con voce sonora e profonda.

Naturalmente, poteva anche aver capito che la parola 'Reuben' si riferisse alla specie umana cui apparteneva Montego, e di conseguenza la parola 'Ponter' nella sua lingua poteva indicare la specie dei Neandertal.

Singh si avvicinò. «Naonihal» disse, svelando il significato della N che Reuben aveva letto sulla targhetta. «Mi chiamo Naonihal.»

«Ponter» ripeté lo straniero. Erano ancora possibili altre interpretazioni, pensò Reuben, ma probabilmente quello era il suo nome.

Reuben annuì al Sikh. «Grazie per l'aiuto.» Quindi si voltò verso Ponter e gli fece segno di seguirlo. «Andiamo.»

L'uomo fece per dirigersi verso la sedia.

«No» disse Reuben. «No, lei sta bene.»

Gli fece di nuovo segno di seguirlo, e stavolta l'uomo capì. Singh staccò le lastre dal pannello e le infilò in una grossa busta. Aprirono una porta di vetro smerigliato, l'attraversarono, girarono l'angolo di una parete e…

I flash delle macchine fotografiche gli esplosero negli occhi.

«È questo l'uomo che ha fatto saltare in aria l'Osservatorio di Sudbury?» gridò una voce maschile.

«Di che cosa è accusato?» chiese una voce femminile.

«È ferito?» gridò un'altra voce maschile.

Ci volle qualche attimo prima che Reuben si rendesse conto della situazione. Riconobbe il corrispondente della stazione locale della CBC, e il giornalista del Sudbury Star che si occupava della miniera. Non conosceva l'altra dozzina di persone che si agitavano intorno, brandendo i microfoni con le sigle della Global Television, della CTV, di Newsworld e delle radio locali. Reuben lanciò un'occhiata a Singh e sospirò, pensando che tutto quello fosse inevitabile.

«Qual è il suo nome?» gridò un altro giornalista.

«Si tratta di un…?»

I fotografi continuavano a scattare, ma Ponter non cercava di coprirsi il volto. In quel momento arrivarono due agenti della polizia militare in uniforme blu scuro. «È questo il terrorista?»

«Terrorista?» si meravigliò Reuben. «Non c'è nessuna prova che si tratti di un terrorista.»

«Lei è il dottore della miniera, vero?» gli chiese uno dei poliziotti.

Reuben annuì. «Reuben Montego. Non credo che quest'uomo sia un terrorista.»

«Ma ha fatto saltare in aria l'osservatorio dei neutrini!» urlò un giornalista.

«Sì, l'osservatorio è stato danneggiato» rispose Reuben «e lui si trovava lì, ma non credo che lo abbia fatto di proposito. Dopo tutto, stava quasi per annegare.»

«Questo non vuol dire niente,» disse il poliziotto «quell'uomo deve seguirci.»

Montego si sentì impotente. Guardò Ponter, i giornalisti, poi Singh. «Lei sa cosa accade in casi del genere» disse sommessamente al Sikh. «Se lo portano via, nessuno lo vedrà più.»

Singh annuì lentamente. «Immagino sia così.»

Reuben si mordicchiò il labbro inferiore, pensando al da farsi. Quindi tirò un grosso respiro e parlò a voce alta. «Non so da dove venga quest'uomo» dichiarò mettendo un braccio sulle ampie spalle di Ponter «e non so come sia giunto fin qui, ma si chiama Ponter, e…»

Si fermò. Singh lo stava guardando. Reuben sapeva che quello era tutto ciò che poteva dire. Sì, adesso sapevano il nome, ma cos'altro avrebbe potuto aggiungere? Se si fermava lì nessuno lo avrebbe preso per pazzo. Ma se avesse continuato…

Se lo avesse fatto, si sarebbero spalancate le porte dell'inferno.

«Può sillabare il nome?» gridò un giornalista. Reuben chiuse gli occhi, cercando di farsi forza. «Solo foneticamente» disse guardando il reporter. «P-O-N-T-E-R. E sono sicuro che chi di voi l'ha scritto per primo è stato anche il primo a rendere questo nome con l'alfabeto inglese.» Si fermò di nuovo, lanciò un'altra occhiata a Singh cercando il suo sostegno, e proseguì: «Sospettiamo che il signore qui presente non appartenga alla specie Homo sapiens sapiens. Potrebbe trattarsi di… be', credo che gli antropologi stiano ancora dibattendo sulla corretta designazione di questo tipo di ominidi, no? Sembra trattarsi del cosiddetto Homo neanderthalensis oppure Homo sapiens neanderthalensis. In ogni caso, sembra proprio un Neandertal.»

«Cosa?» disse uno dei giornalisti.

Un secondo si limitò ad uno sbuffo beffardo.

E un terzo — il giornalista del Sudbury Star che sì occupava della miniera — fece una smorfia. Reuben sapeva che era laureato in geologia; quindi, durante gli studi, aveva certamente seguito un corso o due di paleontologia. «Su quali basi può fare un'affermazione del genere?» gli chiese con voce scettica.

«Ho visto le lastre del suo cranio. Il qui presente dottor Singh ne è sicurissimo.»

«E cosa avrebbe a che fare un Neandertal con la distruzione dell'Osservatorio di neutrini di Sudbury?» domandò un altro giornalista.

Reuben scrollò le spalle, riconoscendo la pertinenza della domanda. «Non lo sappiamo.»

«È uno scherzo» disse l'inviato del Sudbury Star. «Non può essere altrimenti.»

«Se è così, il dottor Singh e io siamo stati tratti in inganno.»

«Dottor Singh,» gridò un reporter «si tratta di… Questa persona qui è un uomo delle caverne?»

«Spiacente, ma posso discutere di un paziente solo con altri medici» rispose Singh.

Reuben lo guardò, smanioso. «Dottor Singh, la prego…»

«No» disse Singh. «È la regola…»

Reuben abbassò un attimo lo sguardo, pensieroso, poi si girò verso Ponter, supplichevole. «Adesso sta a te» gli disse.

Certamente l'uomo non comprese le parole, ma sembrò afferrare la situazione. Per la verità, Reuben pensò anche che Ponter avrebbe avuto buone possibilità di scappare, se avesse voluto. Non particolarmente alto, era però di gran lunga più robusto dei due poliziotti. Ma gli occhi di Ponter ruotarono subito verso Singh, e Reuben, che lo seguiva con lo sguardo, si accorse che stava guardando la busta di manila che Singh stringeva a sé.

Ponter si avvicinò a Singh a grandi passi. Reuben vide uno dei poliziotti mettere la mano sulla fondina; evidentemente pensava che stesse per assalire il dottore. Ma Ponter si fermò subito, proprio di fronte a Singh, tendendogli la mano robusta, i palmi in alto, con un gesto universale.

Singh sembrò esitare, poi cedette la busta. Nella stanza non c'erano pannelli luminosi, ed era quasi buio, ma da una grossa finestra filtrava la luce di un lampione. Ponter si avvicinò alla finestra; forse aveva capito che i poliziotti avrebbero cercato di fermarlo se si fosse diretto verso la porta a vetri dell'ingresso. Prese una lastra — la sezione laterale — e la poggiò sul vetro in modo che fosse visibile a tutti. Le telecamere ripresero la scena, e ci fu un nuovo balenare di flash. Ponter fece segno a Singh di avvicinarsi, e il Sikh obbedì, seguito da Reuben. Poi batté il dito sulla lastra, quindi indicò Singh con la mano. Ripeté la sequenza due o tre volte, aprì e chiuse la mano sinistra con le dita tese, invitando il dottore a 'parlare' con quel gesto inequivocabile.

Il dottor Singh si schiarì la gola, si guardò intorno a esaminare i volti che affollavano la sala, scrollò appena le spalle e attaccò: «Ehm, sembra che il paziente mi abbia autorizzato a parlare delle sue lastre.» Tirò fuori dal taschino del camice una penna e la usò come bacchetta. «Vedete tutti questa protrusione nella parte posteriore del cranio? I paleantropologi la chiamano chignon occipitale…»

8

Mary Vaughan guidò lentamente fino al suo appartamento a Richmond Hill, a dieci chilometri dall'università. Abitava nella Observatory Lane, nei pressi dell'Osservatorio David Dunlap, che un tempo — per un breve periodo e parecchi anni prima — aveva ospitato il più grande telescopio ottico del mondo, oramai ridotto a poco più di un centro studi a causa del continuo sviluppo di Toronto, le cui luci ne pregiudicavano il funzionamento.

Aveva scelto di vivere lì anche per la sicurezza che quel posto offriva. Mentre risaliva il vialetto, dalla guardiola il custode la salutò con la mano, ma la donna evitò il suo sguardo. Continuò a guidare costeggiando i prati ben curati e i grossi pini, fino al garage sotterraneo. Il suo posto auto era piuttosto lontano dagli ascensori; prima di allora non aveva mai avuto paura a percorrere quel tragitto, a qualsiasi ora. Quella sera, invece, tremava a ogni passo, pregando di non incontrare nessuno in quella notte diabolica.

Il modo di camminare tradiva forse qualcosa? Aveva il passo troppo affrettato? La testa esageratamente incurvata? E dal modo in cui serrava la giacca, non sembrava che i bottoni non riuscissero a chiuderla completamente e a proteggerla?

Entrò nel corridoio che conduceva all'ascensore, oltrepassando due porte, e prenotò la salita, aspettando l'arrivo di una delle tre cabine. Di solito ingannava l'attesa leggendo gli avvisi affissi nella bacheca dall'amministratore e dagli altri inquilini. Ma quella notte teneva gli occhi bassi, sulle lise mattonelle punteggiate del pavimento. L'ascensore non aveva l'indicatore luminoso dei piani ma solo il pulsante della prenotazione, che si sarebbe spento alcuni secondi prima dell'apertura delle porte. Dio, non vedeva l'ora di arrivare a casa. Lanciò un'occhiata di straforo al pulsante, ma non riuscì a mantenere lo sguardo sulla freccia illuminata puntata verso l'alto…

Finalmente, la porta dell'ascensore più lontano da dove si trovava si aprì. Entrò e spinse il pulsante del quattordicesimo piano. In realtà abitava al tredicesimo, ma avevano saltato quel numero perché portava male. In alto, sulla pulsantiera, c'era una targhetta di vetro con dei caratteri stampati a laser: 'Il Consiglio di Amministrazione vi augura una buona giornata.'

L'ascensore cominciò a salire. Giunto al piano si fermò, e le porte si aprirono con un sussulto. Attraversò il corridoio, appena ritappezzato per decisione del Consiglio di Amministrazione in un orribile rosso scuro, fino alla porta del suo appartamento. Affondò la mano nella borsa, trovò le chiavi, le tirò fuori e…

… e rimase a fissarle, con gli occhi pieni di lacrime, la vista annebbiata e il cuore di nuovo in tumulto.

Il piccolo portachiavi aveva un fischietto di plastica giallo, un regalo fattole dalla praticissima suocera una dozzina di anni prima. Non si era mai presentata l'occasione di usarlo, finché… non era stato troppo tardi. Oh, avrebbe potuto farlo dopo la violenza subita, ma…

… ma lo stupro era un reato di violenza, e lei era sopravvissuta. Le aveva piazzato un coltello alla gola, la punta premuta contro la carne, eppure non l'aveva ferita né sfigurata. Se avesse dato l'allarme, forse l'uomo sarebbe tornato e l'avrebbe uccisa.

Dal corridoio si udì un suono lieve: un altro ascensore era giunto al piano, e tra pochi secondi sarebbe comparso un vicino. Armeggiò con la chiave nella serratura, il fischietto che pendeva, la aprì e si precipitò dentro.

Accese le luci e chiuse la porta. Si tolse le scarpe, attraversò il soggiorno dalle pareti color pesca, notando senza curarsene che la lucetta rossa della segreteria telefonica le faceva l'occhiolino. Entrò nella stanza da letto e si spogliò, pensando che quei vestiti non li avrebbe indossati mai più, li avrebbe gettati via perché per quante volte li avesse lavati non sarebbero mai più tornati puliti. Andò nel bagno, senza accendere la luce, sfruttando quella della lampada Tiffany posta sul comodino. Si infilò nella doccia, e nella semioscurità cominciò a strofinarsi, a sfregarsi, a scrostarsi fino a spellarsi. Poi si asciugò, tirò fuori un pigiama di flanella pesante che la vestiva completamente, che usava per gli inverni più rigidi, lo indossò e camminando carponi sul letto si infilò sotto le lenzuola. Si abbracciò, cominciò a tremare e a piangere, finché, dopo ore di inutili tentativi, cadde in un sonno intermittente, costellato da incubi in cui era inseguita, percossa e sfregiata da coltelli.

Reuben Montego non aveva mai incontrato il grande capo, il presidente della Inco. Quando gli dissero che voleva parlargli fu non poco sorpreso, e la cosa lo mise in trepidazione.

Reuben era orgoglioso del suo principale. Come molte società canadesi, la Inco era nata come un'azienda affiliata a una compagnia americana; nel 1916 era divenuta il braccio canadese della Compagnia Internazionale del Nichel, che operava nel campo minerario e che aveva sede nel New Jersey, finché dodici anni dopo, nel 1928, con una sottoscrizione di azioni era divenuta la società capogruppo.

Le attività minerarie principali si svolgevano attorno al cratere di origine meteoritica di Sudbury, dove, un milione e ottocentomila anni fa, un asteroide da uno e tre chilometri di diametro aveva impattato il suolo ad una velocità di quindici klick al secondo.

Le sue fortune avevano seguito quelle della domanda di nickel; la società forniva un terzo della produzione mondiale. In tutti quegli anni, la Inco aveva cercato di diventare una società per azioni attenta alle istanze sociali, e quando nel 1984 Herbert Chen, della California University, aveva proposto la miniera Creighton, di proprietà della Inco, quale sede ideale dove costruire il rilevatore di neutrini più avanzato al mondo, per via dei bassi livelli di radioattività e per la disponibilità di grosse quantità di acqua pesante accumulate per l'uso dei reattori CANDU del Canada, la Inco aveva accettato con entusiasmo l'idea di cedere liberamente il sito, accordandosi sul fatto che avrebbe recuperato solo le spese per i lavori di scavo di ulteriori dieci piani sotto il livello della miniera, dove avrebbe preso posto la camera di rilevamento, e per la costruzione di una galleria di collegamento lunga un chilometro e duecento metri.

Sebbene l'Osservatorio di Sudbury fosse il frutto di un progetto congiunto di cinque università canadesi, di due americane, di Oxford, dell'America's Los Alamos, della Lawrence Berkeley e dei Brookhaven National Laboratories, la denuncia a carico dell'uomo di Neandertal, quel tal Ponter, spettava legalmente alla proprietà della miniera, quindi alla Inco.

«Buongiorno, signore» salutò Reuben quando il presidente rispose al telefono. «La prego di perdonarmi per averla disturbata a casa. Sono il dottor Reuben Montego, il medico del…»

«So chi è lei» rispose una voce educata e profonda.

Reuben entrò in agitazione, ma continuò: «Signore, vorrei pregarla di chiamare la polizia militare per informarla che la Inco non ha intenzione di sporgere denuncia contro l'uomo trovato nell'Osservatorio.»

«La sto ascoltando.»

«Ho insistito affinché l'ospedale non lo dimettesse. Secondo la letteratura medica, l'ingestione di grosse quantità di acqua pesante può far aumentare la pressione osmotica tra le membrane cellulari, causando la morte. Ora, quell'uomo non dovrebbe aver ingerito quantità tali da provocare dei danni, ma stiamo usando questa motivazione come pretesto per non farlo dimettere. Altrimenti, a quest'ora sarebbe già in galera.»

«In galera» ripeté il presidente divertito.

Reuben si sentì ancora più confuso. «Comunque, come le ho già detto, non credo che quell'uomo debba finire in prigione.»

«Mi dica perché.»

E Reuben lo fece.

Il presidente della Inco era un uomo risoluto: «Farò quella telefonata.»

Ponter giaceva su… be', supponeva che fosse un letto, anche se era sistemato su una struttura di metallo rigida e sollevata dal pavimento. Il cuscino era un sacchetto informe pieno di… non sapeva cosa, ma certo non erano pinoli secchi, come nel cuscino del suo letto.

L'uomo senza capelli — Ponter aveva notato della peluria sullo scalpo, deducendo che la calvizie non era congenita ma una scelta — aveva lasciato la stanza. Si era messo comodo, le mani intrecciate dietro la testa. La posizione non interferiva con l'antenna del suo Companion, che percepiva tutto entro il raggio di un paio di metri. Solo nel caso di oggetti più lontani avrebbe dovuto puntare le lenti direzionali.

«È notte» disse Ponter nella stanza vuota.

«Sì» rispose Hak. Con la testa poggiata sul braccio, poteva sentire le lievi vibrazioni dell'impianto cocleare.

«Ma fuori non è buio. La stanza ha una finestra, e mi sembra di percepire delle luci artificiali. Mi chiedo che funzione abbiano.»

Ponter si tirò su — era davvero strano far penzolare i piedi da un lato del letto per potersi alzare — e si avvicinò rapido alla finestra. C'era troppa luce per vedere le stelle, ma…

«Eccola» disse, puntando il polso verso l'alto in modo che anche Hak la vedesse.

«Sì, è proprio la luna terrestre» confermò Hak. «La sua fase — mezzaluna calante — corrisponde alla data di oggi, il 148/118/24.»

Ponter scosse la testa; tornò verso quello strano letto rialzato e si sedette sulla sponda. Era davvero scomodo, senza uno schienale cui poggiarsi. Si toccò la benda che l'uomo con il capo avvolto dalla stoffa gli aveva messo attorno alla testa. Si chiese se quel bendaggio nascondesse una grossa ferita. «Mi duole la testa.»

«Sì, ma hai visto anche tu le lastre che ti hanno fatto: non ci sono danni seri.»

«Già, ma stavo quasi per annegare.»

«Verissimo.»

«Quindi… il cervello potrebbe aver subito dei danni. Anossia e tutti i suoi disturbi…»

«Pensi di essere preda di allucinazioni?» gli domandò Hak.

«Be',» rispose indicando lo strano ambiente che lo circondava «come spiegare tutto questo, altrimenti?»

Hak rimase un attimo in silenzio, poi disse: «Se davvero è tutta un'allucinazione, allora il fatto che io ti contraddica sarebbe parte dell'allucinazione stessa. Pertanto è inutile cercare di convincerti, non credi?»

Ponter si sdraiò sul letto a fissare il soffitto vuoto, che non aveva orologi né decorazioni.

«Faresti meglio a dormirci su» concluse Hak. «Forse di giorno le cose avranno più senso.»

Ponter annuì impercettibilmente. «Rumore bianco» disse. Hak obbedì, e attraverso l'impianto cocleare cominciò a spandersi un sibilo dolce e piacevole. Ma il tempo che gli ci volle per addormentarsi parve un'eternità.

9

SECONDO GIORNO

SABATO 3 AGOSTO

148/118/25

Adikor Huld non riusciva a rimanere in casa. Lì dentro tutto gli ricordava il povero Ponter, così misteriosamente scomparso. La sua sedia preferita, il notes per gli appunti, le amate sculture: ovunque si posasse lo sguardo. Per questo era uscito sulla veranda, sedendosi a contemplare mestamente la natura circostante. Pabo gli si avvicinò e rimase a fissarlo a lungo; era la cagna di Ponter, che viveva lì ben prima di lui. L'avrebbe tenuta: almeno quel posto gli sarebbe sembrato meno vuoto. Pabo rientrò in casa. Sapeva che si sarebbe piazzata di fronte alla porta ad aspettare Ponter. Sin dal giorno prima, da quando era rincasato da solo, aveva fatto la spola tra i due ingressi, in attesa. Non gli era mai accaduto di tornare senza Ponter; il povero animale era sconcertato e la sua tristezza era evidente.

Anche lui si sentiva prigioniero di una tristezza invincibile. Aveva passato quasi tutto il giorno a piangere; non a piagnucolare o a lamentarsi, ma proprio a piangere, a volte persino senza accorgersene, fin quando qualche grossa lacrima non gocciolava sul braccio o sulla mano.

Le squadre di soccorso avevano cercato ovunque, senza trovare il minimo segno di Ponter. Esseri umani e cani addestrati avevano perlustrato tutte le gallerie, alla ricerca dell'odore di un uomo forse svenuto, nascosto da qualche parte. Avevano anche impiegato le apparecchiature portatili per rilevare il suo Companion.

Tutto invano. Ponter era letteralmente svanito nel nulla, senza lasciare la minima traccia.

Cambiò posizione. La sedia, intessuta di assi di pino, aveva un ampio schienale e braccioli sufficientemente larghi, su cui si potevano poggiare delle lattine: era davvero una sedia comoda. Senza dubbio chi l'aveva costruita — ne aveva dimenticato il nome, che comunque era inciso sullo schienale — aveva dato un bel contributo alla società. La gente aveva bisogno di mobili. Adikor possedeva un tavolo e due armadietti fatti dallo stesso falegname.

E a proposito di contributi, adesso quale sarebbe stato il suo senza il caro amico? Tra i due, il più brillante era Ponter: Adikor lo riconosceva e lo accettava. Come avrebbe fatto senza il suo amatissimo compagno?

Per quanto ne sapeva, il progetto del computer quantistico era concluso. Da solo non era in grado di andare avanti. Altri scienziati — come quel gruppo di donne al di là dell'oceano, a Evsoy, o quello degli uomini sulla costa occidentale del continente — avrebbero continuato il lavoro procedendo per linee parallele. Si augurava che avessero fortuna: ne avrebbe letto con interesse gli studi, anche se avrebbe sempre rimpianto che non erano stati loro due ad arrivare per primi alla soluzione.

I pioppi e le betulle, sulle cui radici muschiose fiorivano dei trillium bianchi, formavano una volta ombrosa intorno alla veranda. Uno scoiattolo sgambettò veloce; in lontananza s'udiva il martellio di un picchio su un tronco. Respirò a fondo, inalando polline e odore di terra e di pacciame.

Poi udì qualcosa in movimento; non era raro che anche di giorno qualche grosso animale si spingesse nei pressi delle abitazioni, e…

All'improvviso Pabo piombò a tutta velocità dalla porta sul retro: anche lei aveva sentito qualcosa. Adikor dilatò le narici. Qualcuno — un uomo — si stava avvicinando.

Era forse…?

Pabo cacciò un mugolio lamentoso. Eccolo.

No, non era Ponter. Certo che no.

Sentì una fitta al cuore. Pabo rientrò in casa, continuando la sua straziante attesa.

«Buongiorno» disse Adikor all'uomo che stava salendo sulla veranda. Non lo conosceva: un tipo ben piantato, con i capelli rossi, che indossava una camicia svasata blu scuro e pantaloni grigi.

«È lei Adikor Huld, che risiede qui nella periferia di Saldak?»

«In persona.»

L'uomo sollevò il braccio sinistro puntando il polso verso Adikor, per trasferire delle informazioni al suo Companion.

Adikor annuì e premette un pulsante del suo impianto. Vide il piccolo schermo lampeggiare mentre riceveva le informazioni. Pensava che si trattasse di una lettera di presentazione: forse quel tipo era un parente in visita, o magari un commerciante in cerca di lavoro, che mostrava le sue credenziali, dati che avrebbe potuto facilmente cancellare se non lo avessero interessato.

«Adikor Huld, è mio dovere informarti che Daklar Bolbay, in qualità di tabant dei minorenni Jasmel Ket e Megameg Bek, ha sporto una denuncia nei tuoi confronti con l'accusa di omicidio del loro padre, Ponter Boddit.»

«Cosa?» disse Adikor alzando lo sguardo. «Stai scherzando?»

«No, non scherzo.»

«Ma Daklar è — o meglio era — la compagna di Klast. Ci conosciamo da sempre.»

«Tuttavia ha inoltrato una denuncia» tagliò corto l'uomo. «Per favore, mostrami il polso in modo che possa accertarmi dell'avvenuto trasferimento della documentazione.»

Completamente sbalordito, Adikor obbedì. L'uomo diede una rapida occhiata al display - su cui compariva la scritta: 'Capo d'imputazione di Bolbay nei confronti di Huld, trasferimento completato' -, quindi tornò a guardare Adikor. «Ci sarà un dooslarm basadlarm — una vecchia frase che significava letteralmente 'chiedere poco prima di chiedere tanto'; si tratta di una sorta di udienza preliminare — in cui si stabilirà se si dovrà istituire un processo per il delitto commesso.»

«Ma quale delitto!» sbottò Adikor, già ribollente di rabbia. «Ponter è scomparso. Forse è morto, questo te lo concedo, ma se così fosse si è trattato di un incidente.»

L'uomo lo ignorò. «Hai facoltà di scegliere una persona di fiducia che ti difenda. Il dooslarm basadlarm è stato fissato per domani mattina.»

«Domani!» esclamò Adikor stringendo i pugni. «Ma è assurdo!»

«Giustizia rimandata, giustizia cancellata» disse l'uomo prima di andare via.

10

Mary aveva bisogno di un caffè. Si alzò dal letto e andò in cucina a caricare la macchinetta. Poi entrò in soggiorno per sentire i messaggi registrati sulla segreteria telefonica, una vecchia ma ancora affidabile Panasonic nera argentata che quando entrava in funzione emetteva un suono sordo.

«Quattro nuovi messaggi» annunciò l'impersonale voce maschile.

«Ciao, Sis, sono Christine. Devo assolutamente parlarti di questo nuovo amico che sto frequentando; è un collega. Sììì, lo so che dici sempre che è una cosa sconveniente avere relazioni con i colleghi, ma sapessi quanto è carino, simpatico e divertente. Parola mia, Sis, è davvero una rivelazione!»

Davvero una rivelazione, pensò Mary. Capperi, un'altra rivelazione.

Di nuovo la voce meccanica: «Venerdì ore 21.04.» C'erano sei ore di differenza dall'orario di Sacramento; Christine doveva aver chiamato appena tornata dal lavoro.

«Ehi, Mary, sono Rose. Che fine hai fatto? Ti va di pranzare insieme? C'è un Blueberry Hill su a York? Quello vicino casa mia lo hanno chiuso. Ti passo a prendere. Senti, immagino che tu sia fuori: spero che te la stia spassando, di qualunque cosa si tratti. Chiamami.»

La voce della segreteria: «Venerdì ore 21.33.»

Cristo, pensò Mary. Era proprio quando… quando…

Chiuse gli occhi.

Poi cominciò l'altro messaggio: «Professoressa Vaughan?» Era una voce maschile con accento giamaicano. «È l'abitazione della professoressa Mary Vaughan, la genetista? Mi dispiace se non… insomma, sono spiacente di disturbarla a quest'ora; ho provato a chiamarla al campus di York, sperando di trovarla ancora lì, ma mi ha risposto la segreteria. Ho chiamato il dodici per avere i numeri di tutte le M. Vaughan a Richmond Hill; ho scoperto che vive lì da un suo articolo che ho trovato su Internet.» Il messaggio di risposta che aveva inciso sulla segreteria diceva solo 'Sono Mary'; probabilmente quel tipo aveva presunto di aver trovato il numero che cercava. «Comunque… Dio, spero non cada la linea. Senta, mi chiamo Reuben Montego; sono il medico del distretto minerario di Creighton, della società Inco qui a Sudbury. Non so se ha già visto qualche telegiornale, ma il fatto è che abbiamo trovato…» Ci fu una pausa, senza apparente motivo; inoltre, più che parlare, l'uomo aveva farfugliato le ultime parole. «Be', senta, se ancora non ha visto il telegiornale, le dico solo che abbiamo trovato quello che crediamo sia un esemplare di uomo di Neandertal in, be', direi proprio in ottime condizioni.»

Mary scosse il capo. Nel nord America non esistevano fossili della specie dei Neandertal; quel tipo doveva essersi imbattuto in qualche esemplare preistorico vissuto in Canada…

«Comunque, ho fatto delle ricerche su Internet con le parole 'Neandertal' e 'DNA' ed è venuto fuori il suo nome. Potrebbe…»

Bip. Il messaggio era troppo lungo.

«Venerdì ore 22.10» puntualizzò la voce robotica.

«Dannazione, detesto queste cose» riprese il dottor Montego nel messaggio seguente. «Ascolti, riguardo a quello che le stavo dicendo, vorremmo che lei accertasse l'autenticità dell'esemplare che abbiamo qui. Mi richiami a qualsiasi ora del giorno o della notte. Il mio cellulare è…»

Non aveva tempo per quelle cose. Né quel giorno, né l'indomani. E comunque i Neandertal non erano il suo unico interesse. La cosa l'avrebbe affascinata anche se si fosse trattato di un fossile in buono stato appartenuto a qualche indigeno. Ma per poter lavorare sul DNA, doveva essere in ottimo stato, e…

Sudbury era nel nord dell'Ontario. Potevano aver…?

Sarebbe stato un evento straordinario. Un altro uomo di ghiaccio, completamente congelato, forse rinvenuto in una miniera.

Gesù, adesso non voleva pensarci; anzi, non voleva pensare proprio a un bel niente.

Tornò in cucina e si versò il caffè, che allungò con un po' di latte al cioccolato preso da un cartone da mezzo litro. Pensava di essere l'unica ad avere quella abitudine. Ripassò nel soggiorno e accese il televisore, un apparecchio di quattordici pollici che usava raramente. Quando rimaneva a casa preferiva leggere un romanzo di John Grisham, o anche qualcosa della collezione Harmony, raggomitolata sul divano.

Con il telecomando selezionò il canale CablePulse 24, una stazione che trasmetteva notiziari ventiquattro ore al giorno, con una parte dello schermo dedicata alle ultimissime; nella parte destra apparivano le informazioni meteorologiche e finanziarie, mentre nella striscia inferiore scorrevano i titoli del The National Post. Voleva vedere le temperature e se sarebbe piovuto, cosa probabile con tutta quella micidiale umidità nell'aria, e…

'…la distruzione dell'Osservatorio di neutrini di Sudbury, avvenuta ieri…' stava dicendo la giornalista. Non ne ricordava mai il nome, ma la riconosceva per quella riga bianca decisamente fuori luogo che le solcava i capelli neri. 'Per il momento non si conoscono ancora i dettagli, ma sembra che verso le quindici e trenta di ieri si sia verificato un incidente nell'osservatorio, situato a più di due chilometri sotto la superficie terrestre. Sembra che nessuno sia rimasto ferito nell'incidente, ma il laboratorio, costato settantatré milioni di dollari, è stato chiuso. Nell'osservatorio, per mezzo del rilevatore di neutrini venuto alla ribalta l'anno scorso risolvendo il cosiddetto problema dei neutrini solari, si indagano i misteri dell'universo. La struttura fu inaugurata in pompa magna nel 1998 con una visita del noto scienziato Stephen Hawking.' Dietro la giornalista scorrevano le immagini di Hawking seduto sulla sedia a rotelle che scendeva con un ascensore nelle profondità della miniera.

'E a proposito di misteri, dall'ospedale di Sudbury ci sono delle dichiarazioni che riguardano il ritrovamento nella miniera di esemplare vivente dell'uomo di Neandertal. Ci colleghiamo adesso con il nostro inviato Don Wright. Don?'

Mary seguì a bocca aperta il giornalista nativo canadese che raccontava i fatti. Il tipo che stavano mostrando aveva effettivamente una fronte molto prominente, e…

Sembrava proprio un Neandertal, ma…

Ma come era possibile? Poteva mai essere? Per amor di Dio, era evidente che quel tipo non era un selvaggio; e che strana acconciatura di capelli. Mary seguiva spesso quel canale, che talvolta mandava in onda delle sorte di promo mascherati di film in prima visione, ma…

Era iscritta a una mailing list di appassionati di paleontologia, dove circolavano un sacco di insulsaggini, quindi se lì nell'Ontario ci fosse stato in preparazione un film sui Neandertal l'avrebbe certamente saputo.

Sudbury… Non c'era mai stata, e…

Cristo, le avrebbe fatto proprio bene mandare tutto al diavolo per un po'. Verificò il numero sul display: il prefisso cominciava con 705. Compose il numero e si accomodò sulla sedia di vimini con la spalliera alta, la sua preferita. Tre squilli, e la voce che aveva lasciato il messaggio rispose: «Montego.»

«Dottor Montego, sono Mary Vaughan.»

«Professoressa Vaughan! Grazie per aver chiamato. Abbiamo…»

«Dottor Montego, ascolti. Lei non ha idea di come… di come sia confusa in questo momento. Se si tratta di uno scherzo…»

«Nessuno scherzo, professoressa, ma per il momento preferiamo tenere Ponter qui da noi. Potrebbe venire a Sudbury?»

«Siete assolutamente certi che si tratti di un esemplare autentico?»

«Questo non glielo so dire. È proprio quello che vorremmo ci aiutasse a capire. Senta, stiamo anche cercando di contattare Norman Thierry dell'università della California ma lì non sono ancora le otto del mattino, e…»

Gesù, non voleva che Thierry entrasse in quella storia; se la faccenda era vera — Dio, ma come poteva esserlo? — sarebbe stata una vera e propria bomba.

«Perché volete che venga fin lì?»

«Voglio che sia lei stessa a prendere i campioni del DNA, in modo che non ci siano dubbi sulla loro autenticità e provenienza.»

«Mi ci vorranno… Dio, non lo so, almeno quattro ore per arrivare a Sudbury.»

«Di questo non deve preoccuparsi» la rassicurò Montego. «Abbiamo a disposizione un aereo aziendale, a Pearson. Anche le spese non sono un problema: gliele rimborserà la Inco. Prenda un taxi fino all'aeroporto e sarà qui prima di mezzogiorno.»

Mary si guardò intorno: le librerie bianche e i mobili di vimini, la collezione di statuine della Royal Doulton, le stampe incorniciate di Renoir. Poteva fare un salto all'università per prendere alcuni manuali, ma…

No, no, non voleva tornare in quel posto. Non ancora, perlomeno non quel giorno; forse non prima di settembre, quando sarebbero ricominciati i corsi.

Ma dei manuali aveva bisogno. Adesso era giorno, poteva parcheggiare nel lotto DD, avvicinarsi al Farquharson Building dalla direzione opposta, senza dover passare dove…

Dove…

Chiuse gli occhi. «Dovrò passare all'università per prendere delle cose, ma… sì, va bene, vengo.»

11

Mancavano ventiquattro giorni al momento in cui Due sarebbero diventati Uno, la fantastica vacanza di quattro giorni che ogni mese Adikor Huld aspettava con ansia crescente. A dispetto di ogni considerazione di opportunità, non poteva certo aspettare sino a quel momento per parlare con la persona che sperava lo avrebbe difeso al dooslarm basadlarm. Avrebbe potuto chiamarla, ma le parole, da sole, senza la comunicazione gestuale e quella olfattiva dei feromoni, non potevano certo comunicarle tutto quello che aveva da dire. No, era una faccenda molto delicata, che senza il minimo dubbio meritava un viaggio al Centro.

Tramite il Companion prenotò un cubo volante con autista. La comunità possedeva più di tremila di quelle macchine; non avrebbe dovuto aspettare troppo a lungo.

«Lo sai che siamo nel periodo degli Ultimi Cinque, vero?» gli chiese il Companion.

Gristle! Lo aveva dimenticato. L'aria sarebbe stata satura di ormoni. In tutta la sua vita gli era capitato di andare al Centro durante il periodo degli Ultimi Cinque soltanto due volte. Conosceva uomini che non l'avevano mai fatto, e li prendeva in giro raccontando che a recarsi al Centro durante quel periodo si rischiava di rimanerci secchi.

Comunque, prima di andare sarebbe stata una saggia precauzione scivolare di nuovo nella vasca da bagno, per abbassare il livello dei feromoni. E fu esattamente quello che fece.

Quando ebbe finito si asciugò e indossò un abito marrone. Aveva appena terminato di vestirsi che il cubo volante atterrò nel giardino di fronte casa. Pabo, sempre in attesa di Ponter, uscì per vedere di chi si trattasse. Adikor si avviò lentamente.

Il cubo era un modello dell'ultima versione, quasi del tutto trasparente, con due motori a cuscino d'aria e quattro sedili agli angoli, su uno dei quali sedeva il guidatore. Adikor salì a bordo, sistemandosi sul sedile a forma di sella ben imbottito accanto all'autista.

«Va al Centro?» gli chiese l'uomo, un 143 con una striscia senza capelli lungo il cranio, che si allargava nella parte posteriore.

«Sì.»

«Lo sa che siamo nel periodo degli Ultimi Cinque?»

«Lo so.»

L'autista ridacchiò. «Be', io non rimarrò lì ad aspettarla.»

«Va bene. Andiamo.»

L'autista annuì e decollò. Il cubo aveva un buon sistema di insonorizzazione; il rumore delle eliche giungeva smorzato. Si mise comodo, predisponendosi al viaggio. Superarono un paio di altri cubi, con a bordo passeggeri maschi. Immaginò che gli autisti dovevano sentirsi molto utili alla comunità; non aveva mai guidato un cubo volante, e tutto sommato doveva essere un lavoro piacevole…

«Qual è il suo contributo?» gli domandò l'autista in tono disinvolto, tanto per fare due chiacchiere.

«Sono uno scienziato» rispose Adikor continuando a osservare la vita scorrere intorno.

«Qui?» disse l'autista con voce incredula.

«Abbiamo un laboratorio giù in una delle miniere.»

«Ah, sì, l'ho sentito dire. Computer fantasiosi, eh?»

Un'anatra sorvolò il tetto, il bianco corpo disadorno che spiccava contro il collo e la testa neri. «Già.»

«E come vanno le cose?»

Adikor si rese conto di come l'essere accusati di un delitto cambi la prospettiva delle cose. In casi del genere, avrebbe semplicemente risposto 'Bene', invece di impegolarsi con uno sconosciuto in quella dolorosa vicenda. Ma esisteva la possibilità che anche quell'autista fosse chiamato a testimoniare al processo. «Sì, signor giudice, ho accompagnato lo scienziato Huld, e quando gli ho chiesto come andavano le cose al suo laboratorio, mi ha risposto 'Bene.' Ponter Boddit era morto, ma lui non mostrava alcun dolore.»

Respirò a fondo e cominciò a parlare, cercando di misurare attentamente le parole. «Ieri c'è stato un incidente. Un mio collega è rimasto ucciso.»

«Oh, mi dispiace.»

Stavano sorvolando una landa sterile ricoperta di antiche rocce di granito e bassa sterpaglia. «Anche a me.»

Seguì un lungo silenzio. Non c'era modo di provare la sua colpevolezza. Niente cadavere, nessuna prova materiale che Ponter fosse morto, e tanto meno che fosse rimasto vittima di un delitto: il giudice non avrebbe potuto emettere una sentenza del genere.

Ma se…

Se, a dispetto di tutto, fosse stato condannato per omicidio, allora…

Allora cosa? Lo avrebbero sicuramente privato dei suoi beni, che avrebbero assegnato alla compagna di Ponter e ai suoi ragazzi, ma… ma no, no. Klast era morta venti mesi prima.

E oltre a confiscargli i beni, cos'altro potevano fargli?

Certo non… non quello.

Insomma, quali erano le pene da scontare se si veniva condannati per omicidio? Una cosa apparentemente inumana, ma evidentemente necessaria, dato che era stata decisa sin dai tempi della prima generazione.

Ad ogni modo, non doveva preoccuparsi troppo. Anche Daklar Bolbay doveva essere affranta per la morte di Ponter, con cui aveva condiviso la stessa compagna; entrambi infatti si erano legati a Klast, la cui morte doveva averla scossa quanto Ponter. E adesso, quella donna aveva perso anche lui! Si figurava il suo stato mentale, probabilmente messo a dura prova dalla doppia perdita. Senza dubbio, dopo un giorno o due, Bolbay sarebbe tornata in sé e avrebbe ritirato l'accusa, scusandosi per quello che aveva fatto.

E lui avrebbe garbatamente accettato le scuse; del resto, cos'altro poteva fare?

E se invece non l'avesse fatto? Se quell'assurda faccenda fosse arrivata sino in tribunale? Cosa sarebbe successo? Perché mai avrebbe dovuto…

L'autista interruppe le sue riflessioni: «Siamo quasi arrivati al Centro. Dove devo fermarmi?»

«North Side, Milbon Square.»

Vide l'autista annuire.

In effetti si stavano avvicinando al Centro. Gli spazi aperti avevano lasciato il posto a distese di pioppi e di betulle, a gruppi di case in legno e laterizio grigio. Era quasi mezzogiorno, e la nuvolaglia del mattino si era dispersa.

Mentre procedevano verso il Centro, Adikor scorse una donna, poi un'altra, quindi parecchie altre: le più splendide creature del mondo.

Una di loro notò il cubo e indicò Adikor. Non era raro che un uomo arrivasse nel Centro in un periodo che non fosse quello durante il quale Due diventano Uno, ma durante gli Ultimi Cinque, gli ultimi giorni del mese, non accadeva quasi mai.

Cercò di ignorare gli sguardi meravigliati delle donne.

No, non potevano riconoscerlo colpevole. Non c'era nessun cadavere!

Eppure, se l'avessero fatto…

L'apparecchio toccò il suolo, e Adikor si contorse sul sedile. Sentiva le contrazioni dello scroto, come se tutto il contenuto volesse risalire su nel torace, al riparo.

12

Reuben Montego era felice che Mary Vaughan avesse accettato l'invito. In fondo, sperava che la genetista provasse che Ponter non era un Neandertal, ma un semplice, vecchio, comunissimo esemplare umano, in modo che quella faccenda dimostrasse di avere un senso. Dopo una notte agitata, si era reso conto che era più semplice mandar giù l'idea che qualche fanatico si fosse fatto delle plastiche facciali per sembrare un Neandertal piuttosto che avere scoperto un esemplare autentico di quella specie estinta. Dopo tutto, Ponter poteva davvero essere l'adepto di qualche setta stramba. Se sin da piccolo, durante la crescita, avesse indossato dei caschi, scolpiti con la forma del cranio della specie dei Neandertal, la sua testa ne avrebbe assunto la forma, e in seguito poteva aver fatto un intervento alla mandibola…

Sì, poteva essere, pensò Reuben.

La professoressa Vaughan non sarebbe arrivata prima di un paio d'ore: aveva tempo di fare un salto in ospedale a dare un'occhiata al misterioso degente.

La prima cosa che notò entrando nella stanza furono i cerchi scuri attorno agli occhi di Ponter. Lui non aveva quel problema; quando viveva a Kingston (in Jamaica, non nella Kingston dell'Ontario, dove pure aveva abitato per un po') i genitori non avevano mai scoperto che spesso trascorreva buona parte della notte a leggere fumetti.

Era probabile che il dottor Singh gli avesse somministrato un sedativo. Anche nell'ipotesi che fosse un Neandertal, quasi certamente i medicinali impiegati per gli umani avrebbero avuto effetto. Lui, comunque, in un caso del genere avrebbe agito con prudenza.

Ad ogni modo, trovò Ponter seduto sul bordo del letto, che consumava la colazione appena portatagli da un'infermiera. Aveva guardato per un po' il vassoio, come se mancasse qualcosa. Poi aveva avvolto la mano destra nel tovagliolo di lino bianco e aveva preso le fette di bacon, una alla volta, e il cucchiaio invece della forchetta per le uova strapazzate.

Annusò il toast e lo rimise nel piatto, disdegnando anche il contenuto di una scatoletta di Corn Flakes della Kellogg's, anche se sembrò divertirsi a scoprire come aprirla in modo da trasformarla in una scodella. Dopo un cauto assaggio, svuotò in un sol sorso la bottiglietta di plastica di succo d'arancia, ma non degnò della minima attenzione né il caffè né il cartone da un quarto di latte parzialmente scremato.

Reuben andò nel bagno per prendere dell'acqua… ma si fermò di botto. Ponter non era di quel mondo. No, non poteva esserlo. Oh, è piuttosto normale dimenticarsi di tirare l'acqua, ma…

Non solo non aveva tirato l'acqua: per pulirsi, invece della carta igienica aveva usato l'asciugamano. Nessuno nel mondo civilizzato avrebbe fatto quell'errore. Eppure doveva appartenere a una cultura tecnologicamente evoluta, a giudicare da quell'impianto affascinante inserito nel polso sinistro.

Be', il modo migliore per scoprire qualcosa era provare a comunicare con lui. Indubbiamente non parlava — o non voleva parlare — inglese, ma, come diceva sua nonna, volere è potere.

«Ponter» lo chiamò adoperando l'unica parola che aveva appreso la sera precedente.

Passò un lungo momento prima che l'uomo alzasse la testa; troppo lungo, temette il dottore. Poi fece un cenno, come se non l'avesse riconosciuto, ma alla fine rispose: «Reuben.»

Questi sorrise. «Giusto, mi chiamo Reuben.» E sempre parlando lentamente, aggiunse: «E tu ti chiami Ponter.»

«Ponter, ka» rispose l'uomo.

Reuben indicò l'impianto nel polso sinistro, chiedendogli: «Cos'è questo?»

Ponter alzò il braccio e rispose: «Pasalab.» Poi ripeté lentamente, scandendo le sillabe. Sembrava aver compreso che si trattava di una lezione di lingua: «Pas-a-lab.»

Ma Reuben si accorse di aver fatto un errore; nella sua lingua non esisteva alcun termine corrispettivo; 'impianto' o 'innesto' erano parole troppo generiche. Decise quindi di cambiare argomento. Alzò un dito e disse: «Uno.»

«Kolb» disse Ponter.

«Due» continuò Reuben facendo il segno della pace.

«Dak» disse Ponter.

«Tre.»

«Narb.»

Le quattro dita: «Quattro.»

«Dost.»

Con la mano aperta: «Cinque.»

«Alm.»

Continuò a contare fino a dieci, aggiungendo un dito dell'altra mano a ogni numero. Poi provò dei numeri a caso, per verificare che Ponter ripetesse la stessa parola per il numero corrispettivo. Da quanto riuscì a stabilire — non era semplice ricordare quelle parole sconosciute — il Neandertal non sbagliò mai: sembrava che si trattasse di un vero e proprio linguaggio.

Quindi cominciò a indicare parti del corpo; si puntò un indice sul volto rasato e disse: «Testa.»

Ponter fece lo stesso con la sua, rispondendo: «Kadun.»

Quindi mise l'indice sull'occhio sinistro: «Occhio.»

A quel punto Ponter fece una cosa sorprendente. Alzò la mano destra, il palmo in fuori come a chiedere di aspettare un attimo, e cominciò a parlare velocemente nella sua lingua, la testa lievemente abbassata e inclinata, come se stesse conversando con qualcuno per mezzo di un telefono invisibile.

«È uno spettacolo patetico» disse Hak attraverso l'impianto cocleare.

«Pensi?» fu la risposta di Ponter. «Non siamo mica tutti come te, sai? Stiamo semplicemente scambiandoci delle informazioni.»

«Tanto peggio» commentò Hak. «Se avessi fatto attenzione a quello che ti hanno detto, o mentre parlavano tra di loro, avresti appreso molto più del loro linguaggio che non una semplice lista di nomi. Sulla base del contesto in cui sono state usate, ho catalogato centosedici parole della loro lingua del cui significato sono sicuro, e altre duecentoquaranta con una certa attendibilità.»

«Senti,» fece Ponter piuttosto seccato «se pensi di potertela cavare meglio di me…»

«Con tutto il rispetto, nell'apprendimento di una lingua uno scimpanzé farebbe meglio di te.»

«Bene!» esclamò Ponter, chinandosi e sull'impianto cocleare e attivando l'altoparlante. «Fa pure!»

«Con piacere» disse Hak prima di rivolgersi a Reuben.

«Salve» disse una voce femminile. Il cuore di Reuben sobbalzò. «Ehi, lassù.»

Reuben guardò in basso. La voce proveniva dallo strano aggeggio incastrato nel polso sinistro di Ponter. «Parla rivolto alla mano» disse la voce.

«Uhm. Salve» rispose.

«Salve Reuben» disse la voce femminile. «Mi chiamo Hak.»

«Hak» ripeté il medico scuotendo impercettibilmente la testa. «Dove sei?»

«Sono qui.»

«No, voglio dire, dove ti trovi? Ho capito che quell'aggeggio è una specie di cellulare… a proposito, qui in ospedale non si possono usare, potrebbero interferire con le apparecchiature elettroniche. Potremmo richiamarti noi…»

Bip!

Reuben si fermò. Il rumore proveniva dall'impianto.

«Lezione di lingua» disse Hak. «Ascoltare.»

«Lezione? Ma…»

«Ascoltare» ripeté Hak.

«Uhm, sì, va bene.»

A quel punto Ponter annuì, come rispondendo a una domanda che Reuben non aveva sentito. Quindi indicò la porta della stanza.

«Quella?» chiese Reuben. «Oh, quella è una porta.»

«Troppe parole» disse Hak.

Reuben annuì. «Porta» disse. «Porta.»

Ponter si alzò dal letto e si diresse verso la porta. Posò la grossa mano sulla maniglia e aprì la porta.

«Uhm» fece Reuben pensieroso, prima di capire: «Oh, aprire. Aprire.»

Ponter richiuse la porta.

«Chiudere.»

Ponter aprì e chiuse la porta ripetutamente.

Reuben aggrottò la fronte, poi comprese: «Aprire. Stai aprendo la porta. O la stai chiudendo. Apertura. Chiusura. Apertura. Chiusura.»

Ponter si avvicinò alla finestra, che indicò con un ampio movimento delle mani.

«Finestra» disse Reuben.

Tamburellò con le dita sul vetro.

«Vetro» gli insegnò Reuben.

E quando Ponter tirò su la finestra, la voce femminile disse: «Sto aprendo la finestra.»

«Sì!» esclamò Reuben. «Aprire la finestra! Sì.»

Ponter richiuse la finestra. «Sto chiudendo la finestra» disse la voce femminile.

«Sì» ripeté Reuben. «Sì, è così.»

13

Adikor Huld aveva dimenticato cosa si provava durante gli Ultimi Cinque. Ne sentiva l'odore nell'aria, l'odore di tutte le donne. Mancava poco al loro ciclo, il cui inizio, che avrebbe coinciso con la luna nuova, segnava la fine degli Ultimi Cinque e del mese in corso, e l'inizio del successivo. E a giudicare dai feromoni presenti nell'aria, quel momento sarebbe presto giunto.

Naturalmente non tutte avrebbero avuto le mestruazioni. Per esempio non le prepubere — membri della generazione 148 -, né la maggior parte della generazione 144, in menopausa, e quasi tutte quelle delle generazioni precedenti, e nemmeno quelle incinte o in allattamento. Presto sarebbe arrivato il momento della generazione 149, mentre la 148 era già da tempo svezzata. Eppoi c'erano anche le sterili, ma tutte le altre donne che vivevano al Centro, fiutando a vicenda i feromoni che producevano, avevano il ciclo mestruale sincronizzato.

Adikor sapeva bene che quei cambiamenti ormonali rendevano le donne piuttosto irascibili, e che quella era la ragione per cui i loro antenati, molto prima di quando avevano cominciato a numerare le generazioni, si trasferivano sulle colline durante quel periodo.

L'autista l'aveva lasciato all'indirizzo richiesto, un edificio rettangolare costruito parzialmente in arboricoltura, con malta, mattoni e con i pannelli solari sul tetto. Respirò a fondo con la bocca, per calmarsi, evitando di fiutare l'aria. Espirò lentamente, quindi si avviò lungo il piccolo sentiero che attraversava rocce, fiori, erba e arbusti sistemati sul fronte della casa. La porta d'ingresso era socchiusa. «Salve! C'è qualcuno in casa?» chiamò a voce alta.

Jasmel Ket comparve sulla porta. Era alta, snella, già oltre la duecentocinquantesima luna, quella della maggiore età. Il viso era quello di Ponter. E di Klast; per sua fortuna aveva ereditato gli occhi del padre e le guance della madre, e non il contrario.

«C-c-cosa…» balbettò la ragazza. Poi, con grande sforzo, riuscì a dire: «Cosa ci fai qui?»

«Buongiorno, Jasmel» la salutò Adikor. «È tanto che non ci vediamo.»

«Devi essere in un mare di guai per venire fin qui, e per di più durante gli Ultimi Cinque!»

«Non ho ucciso tuo padre. Mi devi credere.»

«È scomparso, no? Se è vivo, dove si trova?»

«Ma se è morto, dov'è il suo cadavere?»

«Non lo so. Daklar dice che lo hai fatto sparire.»

«È in casa?»

«No, è uscita.»

«Posso entrare?»

Jasmel lanciò uno sguardo fugace al suo Companion, come per sincerarsi che funzionasse. «Credo… credo di sì» disse infine.

«Grazie.» La ragazza si fece da parte per permettergli di entrare. Dentro era piacevolmente fresco, un vero sollievo dal caldo estivo. Un robot era alle prese con dei lavori domestici; sollevava dei soprammobili con le sue braccette da insetto e ne aspirava la polvere.

«Dov'è tua sorella?» chiese Adikor.

«Megameg» rispose Jasmel con enfasi, facendogli pesare di aver dimenticato il nome. «È andata a giocare a barstalk con i suoi amici.»

Forse era il caso di dimostrarle che sapeva tutto di Megameg. In effetti, Ponter parlava spesso delle sue figlie. In altre circostanze avrebbe lasciato perdere, ma adesso la situazione era tale che doveva farlo. «Megameg» ripeté Adikor. «Sì, Megameg Bek. Una 148, giusto? Un po' piccolina per la sua età, ma piena di energie. Da grande vuole diventare un chirurgo, vero?»

Jasmel non rispose.

«E tu,» aggiunse per essere ancora più chiaro «Jasmel Ket, stai studiando per diventare una storica. In particolare sei interessata alla pre-generazione-uno di Evsoy, ma ti piacciono anche le generazioni dai trenta ai quaranta che vissero su questo continente, e…»

«Va bene» lo interruppe Jasmel.

«Tuo padre parla di voi molto spesso, amorevolmente e con grande orgoglio.»

Jasmel inarcò lievemente le sopracciglia, palesemente sorpresa e compiaciuta.

«Non l'ho ucciso» ripeté Adikor. «Credimi, mi manca incredibilmente, e…» Si fermò. In effetti dalla scomparsa di Ponter non era ancora cominciato il periodo in cui Due diventano Uno, quindi Jasmel non aveva ancora avuto modo di sentire la mancanza del padre. Anzi, sarebbe stato strano per lei incontrarlo in quei giorni, quando Due non erano più Uno. Lui, invece, aveva sperimentato in ogni momento di veglia la realtà della sua assenza, nella casa in cui vivevano, mai così vuota. Ma era inutile stare lì a fare una graduatoria del dolore. In fin dei conti, malgrado tutto l'amore che provava per Ponter, Jasmel era la figlia, quindi geneticamente imparentata.

Forse la ragazza aveva pensato la stessa cosa, perché disse: «Anche a me manca molto. Già da adesso. Io…» Distolse lo sguardo. «Non ho trascorso molto tempo con lui l'ultima volta che Due diventano Uno. Sai, c'è questo ragazzo che…»

Adikor annuì. Non sapeva bene cosa volesse dire essere padre di una femmina. Non aveva avuto figli della generazione 147; certo, quando quella generazione era stata concepita si era accoppiato con Lurt, ma la donna non era rimasta incinta, ed entrambi avevano dovuto sopportare le battute degli amici sul fatto che un fisico e un chimico non capiscono niente di biologia. In seguito aveva avuto un figlio della generazione 148, Dab, un ragazzino che viveva ancora con la madre, e quella volta al mese che si vedevano voleva trascorrere con lui più tempo possibile.

A ripensarci, Ponter si era… be', non proprio lamentato. Sapeva che così andavano le cose, ma il fatto che Jasmel gli dedicasse così poco tempo nel periodo in cui potevano stare insieme lo aveva addolorato. E adesso Jasmel si stava rendendo conto che suo padre non sarebbe più tornato, che l'aveva trascurato e che ormai era troppo tardi per rimediare, che non l'avrebbe più stretta tra le braccia, né avrebbe più sentito la sua voce chiederle come andassero le cose e farle i complimenti o raccontarle storie divertenti.

Adikor si guardò intorno e si accomodò su una sedia di legno, opera dello stesso falegname che aveva costruito quelle che Ponter teneva sulla veranda di casa.

Jasmel gli sedette di fronte. Dietro di lei il robot uscì dalla porta, diretto verso altre stanze.

«Lo sai cosa mi accade se mi riconoscono colpevole?» le chiese Adikor.

Jasmel chiuse gli occhi, forse per non abbassare lo sguardo. «Sì» disse in un sussurro. Ma subito dopo, sulla difensiva: «Che differenza fa? Hai già due figli.»

«No,» rispose Adikor «ne ho solo uno, un 148.»

«Oh» disse Jasmel dolcemente, forse imbarazzata dal fatto che conoscesse meno il compagno di suo padre di quanto quest'ultimo conoscesse la sua famiglia.

«E comunque non si tratta solo di me. Saranno sterilizzati anche mio figlio Dab e mia sorella Kelon: tutti quelli che hanno il cinquanta per cento del mio materiale genetico.»

Naturalmente, non vivevano più nel barbaro passato ma nell'era delle prove genetiche: di regola, se Kelon o Dab avessero dimostrato di non aver ereditato il gene aberrante di Adikor, avrebbero acquisito il diritto di non essere sterilizzati. E comunque, non tutti i reati potevano essere riportati a determinate cause genetiche. D'altra parte, il delitto era un crimine così efferato che non si poteva rischiare che i caratteri genetici del colpevole fossero trasmessi ai discendenti.

«Mi dispiace» disse Jasmel. «Però…»

«Non ci sono però…» la interruppe. «Sono innocente.»

«Allora non devi temere il processo.»

Ah, beata gioventù! Quasi commovente, se non avesse pensato al rischio che correva. «Questo è un caso particolarmente insolito» spiegò. «Persino io sono costretto ad ammetterlo. Ma non c'è motivo per cui avrei ucciso l'uomo che amo.»

«Daklar dice che non sopportavi di vivere all'ombra di mio padre.»

Adikor si irrigidì. «Non direi questo.»

«Io sì» disse Jasmel. «Diciamo la verità, mio padre era molto più intelligente di te. Non sopportavi di essere un appendice del suo genio.»

«Ognuno contribuisce al meglio delle proprie possibilità» disse Adikor citando il Codice della civiltà.

«Infatti volevi che il tuo contributo fosse maggiore del suo. Ma erano sue le idee che cercavate di dimostrare.»

«Non c'è alcuna ragione per cui avrei dovuto ucciderlo» scattò Adikor.

«No? Mio padre è scomparso, e tu eri il solo ad essere presente.»

«Sì, è scomparso. È scomparso, e…» Adikor sentì arrivare lacrime di tristezza e di impotenza. «Non puoi capire quanto mi manchi. Te lo dico col cuore in mano: non l'ho ucciso. Non avrei mai potuto.»

Jasmel lo sogguardò, le narici dilatate che ne fiutavano l'odore, i feromoni. «Perché dovrei crederti?» gli chiese incrociando le braccia.

Adikor aggrottò la fronte. Le aveva rivelato tutto il suo dolore, aveva parlato delle sue emozioni, ma quella ragazza aveva ereditato dal padre molto più che gli occhi: aveva la stessa mente, acuta, analitica, che amava la logica e la razionalità.

«Va bene» si riprese Adikor. «Mettiamola così: se sono colpevole, sarò condannato. Perderò non solo la possibilità di riprodurmi, e tutti i miei beni, ma sarò costretto ad abbandonare il mio lavoro. In quanto assassino, se anche non mi bandisse dalla società, il Consiglio dei Grigi mi richiederà certamente un contributo più tangibile.»

«E farebbero bene» commentò Jasmel.

«Sì, ma se non sono colpevole, se nessuno lo è, se tuo padre è scomparso chissà dove, allora potrebbe avere bisogno di aiuto. Ha bisogno di me. Sono l'unico che potrebbe… salvarlo. Senza di me tuo padre è perduto.» Guardò gli occhi dorati della ragazza. «Non lo capisci? La cosa più ragionevole per te è credermi: se sto mentendo, e ho ucciso Ponter… be', non ci sarà punizione in grado di riportarlo qui. Ma se ti sto dicendo la verità, e Ponter non è stato ucciso, allora l'unica speranza che lui ha è che io continui a cercarlo.»

«Hanno fatto delle ricerche nella miniera» disse Jasmel seccamente.

«Nella miniera sì, ma…» Doveva dirglielo? Sembrava pazzesco solo a pensarci, figurarsi a spiegarlo. «Stiamo lavorando a un progetto per cercare di verificare l'esistenza di universi paralleli» confessò infine. «Lo so, è una possibilità remota, ma mi rifiuto di darmi per vinto, smettere di cercare l'uomo più importante per entrambi. Forse… be', è scivolato da qualche parte, in uno di quegli universi.» Guardò la ragazza, implorante. «Credo che tu sappia già qualcosa del suo lavoro. Anche se ultimamente gli hai dedicato poco tempo,» vide l'effetto delle sue parole «deve averti parlato del suo lavoro, delle sue teorie.»

Jasmel annuì. «Sì, lo ha fatto.»

«Be', è solo un'ipotesi, ma potrebbe essere andata come ti ho detto. Adesso devo sbrigarmela con questo cavolo di dooslarm basadlarm, per tornare al più presto a lavorare.»

Jasmel rimase a lungo in silenzio. Ponter gli aveva detto che con lei era meglio aspettare che arrivasse a capire le cose da sé piuttosto che insistere troppo su un argomento, ma non poté fare a meno di aggiungere: «Ti prego, Jasmel. Ti prego. L'unica cosa ragionevole è presumere che sono innocente e metterci insieme a cercarlo.»

Jasmel rimase in silenzio ancora un po', poi gli chiese: «Cosa vuoi da me?»

Adikor batté le palpebre, sorpreso. «Io, be', credevo fosse scontato. Voglio che sia tu a difendermi al dooslarm basadlarm.»

«Io? Ma se sono una delle tue accusatrici!» esclamò la ragazza.

Adikor alzò il polso sinistro. «Ho letto attentamente i documenti che mi sono stati notificati. La mia accusatrice è la compagna di tua madre, Daklar Bolbay, che sta esercitando la patria potestà su te e su Megameg Bek.»

«È vero.»

«Ma non può esercitarla su di te, che hai già compiuto duecentocinquanta lune. Adesso sei maggiorenne. Certo, non hai ancora acquisito il diritto di voto — come nemmeno io, del resto — ma se hai acquisito la capacità giuridica sei responsabile delle tue azioni. Daklar è ancora la tabant della giovane Megameg, ma non più la tua.»

Jasmel aggrottò la fronte. «Io… io non ci avevo mai pensato. Sono così abituata al fatto che Daklar si prenda cura di noi che…»

«Nessun altro meglio di te potrebbe convincere un giudice che non avrei mai potuto uccidere tuo padre.»

Jasmel chiuse gli occhi e si lasciò andare a un lungo sospiro tremulo. «Va bene» decise infine. «Se c'è anche una minima possibilità che mio padre sia ancora vivo, dobbiamo provarci. Devo farlo.» Annuì convinta: «Sì, sarò io a difenderti.»

14

Sulle pareti della sala conferenze della miniera Creighton erano appese le piantine topografiche della fitta rete di gallerie e di corridoi che la componevano. Al centro della sala c'era un lungo tavolo di legno, al cui centro si stagliava un pezzo di roccia di nichel; in fondo una bandiera canadese, e un'ampia finestra che dava sul parcheggio e sulla circostante campagna incolta.

Appena giunta da Ottawa, la direttrice dell'Osservatorio di neutrini di Sudbury, Bonnie Jean Mah, sedeva a capo tavola. Era una donna bianca dalla fluente capigliatura castana, sposata con un canadese di origine cinese, da cui aveva preso il cognome. Alla sua destra sedeva Louise Benoít, la slanciata, bellissima ricercatrice presente al momento del disastro; alla sinistra era seduto Scott Naylor, l'ingegnere della compagnia che aveva fabbricato la sfera di acrilico posta nel cuore dell'osservatorio, e accanto Albert Shawwanossoway, il maggior esperto della Inco di meccanica delle rocce.

«Allora,» cominciò Bonnie Jean «riguardo agli sviluppi della vicenda, vi informo che sono già cominciati i lavori di drenaggio della camera dell'osservatorio, per evitare ulteriori danni all'acqua pesante. La società canadese per l'energia atomica si sta occupando del suo recupero e, in teoria, dovremmo essere in grado di rimontare la sfera e rimetterla in funzione, ripristinando al più presto l'osservatorio.» Scrutò i volti dei presenti, quindi proseguì: «Ma per prima cosa vorrei sapere con esattezza la causa dell'incidente.»

Naylor, un bianco grassoccio con i capelli radi, disse la sua: «Propenderei per l'ipotesi dell'esplosione della sfera causata dalla pressione interna.»

«Intende dire che l'aumento della massa è stato provocato dall'uomo che si è introdotto nella sfera?» gli chiese Bonnie Jean.

Naylor scosse la testa. «La sfera conteneva 1.100 tonnellate di acqua pesante; se si aggiunge un essere umano del peso di cento chili — cioè un decimo di una tonnellata — si ha un incremento della massa di un decimillesimo. Gli esseri umani hanno più o meno lo stesso peso specifico dell'acqua, per cui anche l'incremento della massa sarebbe stato di un decimillesimo. L'acrilico poteva tranquillamente sopportare un tale aumento.»

«Allora quel tipo deve aver usato un qualche esplosivo» disse Shawwanossoway, un Ojiba di una cinquantina d'anni dai lunghi capelli corvini.

Naylor scosse di nuovo la testa. «Abbiamo analizzato l'acqua recuperata dalla vasca, e non abbiamo trovato tracce di esplosivo, né di altre sostanze.»

«E allora?» insisté Bonnie Jean. «Potrebbe esserci stata, che so, un'infiltrazione di magma o di qualcosa del genere che ha portato l'acqua in ebollizione?»

Shawwanossoway scosse la testa. «La temperatura dell'osservatorio e di tutto il complesso minerario è tenuta costantemente sotto controllo; non ci sono state variazioni. In particolare, nella caverna si è mantenuta sui valori normali: 105 gradi Fahrenheit, cioè 41 gradi Celsius. Piuttosto calda, ma ben lontana dal punto di ebollizione. Inoltre bisogna tenere presente che la miniera si trova a duemila metri sotto la superficie terrestre, e che quindi la pressione atmosferica è di circa 1.300 millibar, cioè più alta di circa il trenta per cento rispetto a quella del livello del mare, e che con l'aumentare della pressione, aumenta anche il punto di ebollizione.»

«E se fosse avvenuto il contrario?» ipotizzò Bonnie Jean. «Se l'acqua pesante si fosse ghiacciata?»

«Be', si sarebbe espansa, esattamente come l'acqua normale» disse Naylor aggrottando la fronte. «Sì, questo avrebbe potuto determinare la rottura della sfera. Ma l'acqua pesante congela a 3,82 gradi Celsius. Non poteva fare così freddo laggiù.»

A quel punto intervenne Louise Benoít: «E se nella sfera fosse entrato qualcos'altro oltre a quell'uomo? Quanta altra materia avrebbe potuto contenere la sfera prima di cedere?»

Naylor rifletté un attimo prima di rispondere: «Non lo so con precisione; non abbiamo mai fatto calcoli del genere. Sappiamo sempre con esattezza la quantità di acqua pesante fornitaci dalla società per l'energia elettrica.» Si fermò un attimo, poi riprese: «Forse… Non so, probabilmente il dieci per cento. Diciamo un centinaio di metri cubi.»

«E quanto sarebbe?» chiese Louise guardandosi intorno. «Questa stanza sarà lunga un sei metri, no?»

«Venti piedi?» disse Naylor. «Sì, direi di sì.»

«Ed è alta dieci piedi, cioè tre metri» continuò Louise. «Quindi si tratterebbe di una quantità di materia con lo stesso volume di questa stanza.»

«Grosso modo.»

«Ma è assurdo, Louise» disse Bonnie Jean. «Lì sotto è stato trovato solo un uomo.»

La ragazza annuì, convenendo con la direttrice, ma poi inarcò le sopracciglia arcuate. «E se fosse stata l'aria? Se nella sfera si fossero riversati cento metri cubi di aria?»

Naylor annuì. «Ci avevo pensato. Forse da qualche parte c'è stata una perdita di gas che è penetrato nella sfera, anche se non ho idea di come possa essere accaduto. I campioni di acqua che abbiamo analizzato contenevano gas, ma…»

«Ma cosa?» incalzò Louise.

«Be', si tratta di azoto, ossigeno e un po' di CO2, oltre a della polvere di roccia e di polline. In altre parole, la semplice aria che si trova nelle miniere.»

«Quindi non è possibile che si sia infiltrata dall'osservatorio.»

«Proprio così, madam» disse Naylor. «Lì l'aria viene filtrata, e non contiene tracce di polvere rocciosa o di altre sostanze inquinanti.»

«Ma le uniche zone della miniera comunicanti con la camera di rilevamento si trovano nell'osservatorio» fece notare Louise.

Entrambi i tecnici annuirono.

«Va bene, va bene» tagliò corto Bonnie Jean, poggiando le mani sul tavolo. «Quali elementi abbiamo? All'interno della sfera si è verificato un aumento volumetrico di materia, diciamo un dieci per cento, che potrebbe essere stato causato da un'infiltrazione di almeno un centinaio di metri cubi di aria; anche se, a meno che non fosse stata pompata a grande pressione, l'aria sarebbe stata compressa dal peso dell'acqua, no? E comunque sia non sappiamo da dove potrebbe essere venuta fuori — certamente non dalle sale dell'osservatorio — né come potrebbe essere entrata nella sfera. Fin qui ci siamo?»

«Grosso modo le cose stanno così, madam» disse Shawwanossoway.

«E quell'uomo… nemmeno lui sappiamo come sia entrato?» chiese Bonnie Jean.

«No» rispose Louise. «Il portello di accesso tra la sfera contenente l'acqua pesante e la vasca esterna con l'acqua normale era sigillato anche dopo la rottura della sfera.»

«Va bene,» disse Bonnie Jean «sappiamo almeno come questo — questo Neandertal, come lo chiamano — abbia fatto ad entrare nella miniera?»

Shawwanossoway era l'unico dei presenti a lavorare per la Inco. Allargò le braccia sconsolato e riferì quello che sapeva: «Il personale addetto alla sicurezza della miniera ha controllato i nastri delle telecamere situate davanti ai portelli di accesso per le quarantotto ore precedenti l'incidente. Caprini — il responsabile della sicurezza — giura che quando riuscirà a scoprire chi ha fatto entrare quel tipo, provocando tutto questo pasticcio, cadranno delle teste, e ancor peggio se la passerà chi ha tentato di occultare le prove.»

«E se nessuno stesse mentendo?» rilanciò Louise.

«Non è possibile, signorina Benoit» rispose educatamente Shawwanossoway. «Nessuno potrebbe entrare nell'osservatorio senza essere filmato dalle telecamere.»

«Nessuno proveniente dagli ascensori» obiettò Louise. «Ma se fosse entrato da un'altra parte?»

«Ritiene forse possibile che abbia scalato i due chilometri delle condotte di aerazione?» reagì Shawwanossoway accigliandosi. «Se anche fosse riuscito in una simile impresa — che richiederebbe nervi più che d'acciaio — le telecamere della sicurezza l'avrebbero comunque ripreso.»

«È proprio questo che voglio dire» puntualizzò Louise. «È ovvio che non è entrato nella miniera in questo modo. Come ha notato la professoressa Mah, sembra che si tratti di un esemplare della specie dei Neandertal, con una specie di impianto ad alta tecnologia innestato nel polso; l'ho visto con i miei occhi.»

«E allora?» disse Bonnie Jean spazientita.

«Insomma!» scattò Louise. «State tutti pensando quello che penso io. Quel tipo non ha preso gli ascensori, né è sceso dalle condotte di aerazione. Si è materializzato nella sfera: lui e una certa quantità d'aria.»

Naylor cominciò a fischiettare le prime note della sigla di Star Trek, e tutti scoppiarono a ridere.

«Ma andiamo, Louise» fu il commento di Bonnie Jean. «D'accordo che questa è una situazione che sembra mancare di un senso logico e che si presta a seducenti ipotesi strampalate, ma cerchiamo di rimanere con i piedi per terra.»

Anche Shawwanossoway cominciò a fischiettare un tema musicale, quello di Ai confini della realtà.

«Basta!» scattò Bonnie Jean.

15

Mary Vaughan era l'unica passeggera del Learjet della Inco in volo da Toronto a Sudbury; all'imbarco aveva notato che l'aeroplano, con le fiancate color verde erba, sulla prua recava la scritta 'Il nichel birbante'.

Mary trascorse il breve viaggio a revisionare gli appunti che aveva nel computer portatile; erano trascorsi anni dalla pubblicazione su Science del suo studio sul DNA della specie dei Neandertal. Mentre leggeva, mulinava tra le dita la collanina d'oro con la piccola croce che portava sempre al collo.

Nel 1994 era diventata famosa rinvenendo materiale genetico di un orso vissuto trentamila anni fa, trovato congelato nei ghiacci dello Yukon. E due anni dopo, quando la Rheinisches Amt für Bodendenkmalpflege - l'agenzia archeologica del Rhineland — aveva deciso che era arrivato il momento di provare a estrarre del DNA dal fossile più celebre, quello dell'uomo di Neandertal, si erano rivolti a lei. Mary non aveva accettato subito. Non essendo congelato, il reperto era deidratato, e — ma su questo le opinioni erano divergenti — poteva avere anche centomila anni, più di tre volte l'età dell'orso. Ma la sfida era estremamente affascinante. Nel giugno del 1996 era volata a Bonn, al Rheinisches Landesmuseum, dove il fossile era conservato.

La parte più conosciuta — la calotta cranica con le orbite ampie sormontate da prominenti rilievi sopraorbitari — era esposta al pubblico, mentre il resto delle ossa erano conservate in un mobiletto di acciaio, all'interno di un caveau sotterraneo. L'aveva accompagnata un paleoantropologo, un certo Hans. Avevano indossato incerate e mascherine, perché bisognava prendere tutte le precauzioni del caso per evitare di adulterare le ossa e il DNA. Cosa che era accaduta dopo il primo ritrovamento, ma dopo centocinquanta anni il DNA di chi aveva rinvenuto lo scheletro, privo di protezione, doveva essersi ormai completamente degradato.

Mary poté prendere solo un frammento di ossa: il clero di Torino preservava la sacra Sindone con lo stesso zelo. E comunque fu un lavoro estremamente difficoltoso; per lei come per Hans era un po' come violare una grande opera d'arte. Si ritrovò ad asciugarsi le lacrime mentre Hans con una seghetta da orafo incideva l'omero destro, la parte meglio conservata dello scheletro, ricavando un pezzo semicircolare largo un centimetro, di soli tre grammi di peso.

Per fortuna, lo strato resistente di carbonato di calcio che rivestiva la parte esterna dell'osso avrebbe preservato l'eventuale DNA ancora presente all'interno. Aveva portato il campione nel suo laboratorio di Toronto e ne aveva ricavato ulteriori frammenti.

Ci vollero cinque mesi di lavoro scrupoloso per estrarre un frammento di nucleotide 379 dalla zona di controllo del DNA mitocondriale dell'esemplare del Neandertal. Mary si servì della reazione della catena polimerasi per riprodurre milioni di copie del DNA rinvenuto, e ne stabilì accuratamente la sequenza. Quindi esaminò i frammenti corrispondenti del DNA mitocondriale di 1.600 esseri umani moderni: nativi canadesi, polinesiani, australiani, africani, asiatici ed europei. Ognuno di quei 1.600 esemplari aveva in comune almeno 371 nucleotidi su 376, e la deviazione massima era di appena otto nucleotidi.

Invece, il DNA del Neandertal aveva in comune con gli esemplari moderni solamente una media di 352 nucleotidi; la deviazione era su una base di ben 27. Date le differenze, Mary concluse che il DNA dei Neandertal e quello delle altre specie umane avevano cominciato a divergere tra i 550.000 e i 690.000 anni fa. Al contrario, tutti gli esseri umani moderni hanno un antenato comune di un'età compresa tra i 150.000 e i 200.000 anni. Anche se l'oltre mezzo milione di anni che separano la specie dei Neandertal da quella dell'essere umano moderno era molto più recente della separazione verificatasi tra la specie dell'Homo e i suoi affini più prossimi, gli scimpanzé e i babbuini, che ebbe luogo da cinque a otto milioni di anni fa, era comunque un lasso di tempo considerevole, tanto da farle ipotizzare che i Neandertal, più che una subspecie, erano probabilmente una specie completamente separata dagli umani moderni: Homo neanderthalensis, e non Homo sapiens neanderthalensis.

Non tutti concordavano con questa teoria. Milford Wolpoff dell'Università del Michigan era convinto che i geni dei Neandertal erano tutti entrati nella specie dell'Homo sapiens europeo, e sosteneva che ogni prova sul DNA che dimostrasse il contrario era il frutto di una sequenza anormale o di un travisamento dei dati.

Ma molti paleoantropologi sposarono la tesi di Mary, anche se tutti, lei per prima, ammettevano che la teoria andava suffragata con ulteriori ricerche… quando si fossero trovati altri campioni di DNA della specie dei Neandertal.

E adesso, forse, chissà, qualcosa era stato trovato. Era impossibile che si trattasse di un autentico Neandertal, ma se così fosse stato…

Mary chiuse il portatile e guardò fuori dal finestrino. Sotto si stendeva la parte settentrionale dell'Ontano, con le montagne dello scudo canadese punteggiate di pioppi e di betulle. L'aereo cominciò a planare.

Reuben Montego non aveva la più pallida idea di come fosse fatta Mary Vaughan, ma essendo l'unica passeggera, non ebbe difficoltà a individuarla. Era una bianca, sulla quarantina o giù di lì, con capelli color miele che si scurivano alla radice. Forse aveva qualche chilo di troppo, e quando le si avvicinò notò che la notte precedente doveva aver dormito poco.

«Professoressa Vaughan» disse porgendole la mano. «Sono Reuben Montego, il medico del distretto minerario di Creighton. La ringrazio di cuore per essere venuta.» Poi presentò la ragazza che era con lui: «La signorina è Gillian Ricci, addetta stampa della Inco; si occuperà di lei.»

A Reuben parve che fosse sin troppo contenta della giovane e attraente accompagnatrice; forse era lesbica, pensò. Si offrì di portarle la valigia: «Dia pure a me.»

Mary gli cedette il bagaglio, e per tutto il tragitto, mentre attraversavano la piazzola sotto il cocente sole estivo, rimase alle calcagna della ragazza. Reuben e Gillian portavano occhiali da sole; lei, che evidentemente non aveva pensato a prenderne un paio, socchiudeva gli occhi per ripararsi dalla luce intensa.

Quando giunsero alla macchina di Reuben, una Ford Explorer color vinaccia, Gillian fece per accomodarsi sul sedile posteriore, ma Mary la fermò con voce sin troppo alta: «No, vado io dietro. Ho bisogno… ho bisogno di stendermi un po'.»

Quelle strane parole aleggiarono per qualche secondo, poi Reuben vide Gillian scrollare impercettibilmente le spalle e prendere posto sul sedile anteriore.

Andarono direttamente all'ospedale St. Joseph, in Paris Street, situato appena dopo l'edificio a forma di fiocco di neve del museo Science North. Durante il tragitto Reuben la informò brevemente dell'incidente verificatosi all'osservatorio e dello strano essere che vi avevano trovato.

Entrando nel parcheggio dell'ospedale, Reuben notò tre furgoncini delle stazioni televisive locali. Di certo gli addetti alla sicurezza dell'ospedale stavano tenendo i reporter lontani da Ponter, anche se, c'era da scommetterci, i giornali avrebbero seguito la vicenda molto da vicino.

Entrarono nella stanza 3-G, dove Ponter era in piedi davanti alla finestra, le grosse spalle alla porta. Stava salutando qualcuno con la mano: lì fuori dovevano esserci delle telecamere. Una celebrità che veniva incontro alle loro esigenze, pensò Reuben. I media avrebbero amato quel tipo.

Reuben si schiarì la voce educatamente, e Ponter si girò. La luce della finestra rendeva sfuggente la sua figura, ma, appena fece qualche passo avanti, il dottore si illuminò nel vedere Mary spalancare la bocca. Lo aveva appena intravisto alla televisione, disse, ma dal vivo era tutta un'altra cosa.

A un certo punto si lasciò sfuggire: «Beccati questo, Carleton Coon.»

«Come?» chiese Reuben meravigliato.

Mary dava l'impressione di essere agitata e confusa. «Santo cielo! Mi scusi, stavo pensando a Carleton Coon, l'antropologo americano che sosteneva che un uomo di Neandertal vestito con un abito di Brooks Brothers passerebbe facilmente per un essere umano.»

Reuben annuì, tranquillizzato dalla spiegazione: «Ah.» Poi aggiunse: «Professoressa Mary Vaughan, ho il piacere di presentarle Ponter.»

«Salve» disse la voce femminile dall'impianto di Ponter.

Reuben la vide sgranare gli occhi. «Sì» le confermò annuendo. «La voce viene proprio da quella cosa lì nel polso.»

«Che roba è?» chiese la donna. «Un orologio parlante?»

«Molto di più.»

Mary si chinò per osservare più da vicino. «Non conosco quei numeri, se di numeri si tratta» disse. «Non le pare che mutino troppo velocemente per essere dei secondi?»

«Lei ha uno sguardo acuto» la lusingò Reuben. «Infatti ha ragione. Sul display compaiono dieci numeri diversi, anche se non ne ho mai visti di simili. Ne ho anche calcolato la frequenza: cambiano ogni 0,86 secondi, vale a dire esattamente un centomillesimo di un giorno. In altre parole, si tratta di un contatore decimale del tempo terrestre. Inoltre, come può vedere, si tratta di un apparecchio estremamente sofisticato. Non è un semplice visualizzatore a cristalli liquidi; non so cosa diavolo sia. ma ho notato che la scritta sul display è leggibile da qualsiasi angolazione si guardi, con qualunque condizione di luce.»

«Mi chiamo Hak» disse l'impianto installato nel singolare polso sinistro dell'uomo. «Sono il Companion di Ponter.»

«Ah» rispose Mary raddrizzandosi. «Ehm, lieto di conoscerla.»

A quel punto Ponter emise una serie di incomprensibili suoni gutturali. Hak tradusse: «Anche Ponter è lieto di conoscerla.»

«Abbiamo passato un giorno a fare lezioni di lingua» disse Reuben rivolto a Mary. «Come può vedere, abbiamo fatto dei progressi.»

«Così pare» disse Mary sbalordita.

«Hak, Ponter, questa è Gillian» disse Reuben.

«Salve» salutò Hak, e Ponter annuì come approvando.

«Salve» rispose Gillian, facendo un evidente sforzo per controllarsi.

«Hak è… be', immagino che computer sia il termine giusto. Un computer portatile parlante» disse Reuben sorridendo, prima di aggiungere: «Altro che il mio palmare.»

«Ma c'è qualcuno che controlla quell'affare?» chiese Gillian.

«Per quanto ne so io, no» rispose il medico. «Ma lei — Hak — sembra avere una memoria perfetta. Basta dirle una sola volta una parola ed è in grado di ricordarla.»

«E quest'uomo, questo Ponter, davvero non parla inglese?» domandò Mary.

«No» rispose Reuben.

«Incredibile» fu il suo commento. «Incredibile.»

L'impianto emise un bip.

«Incredibile» ripeté Reuben rivolgendosi a Ponter «significa inverosimile.» Un altro bip. «Non vero.» Tornò a guardare Mary. «Ha acquisito i concetti di vero e falso impiegando alcune semplici nozioni matematiche, ma come vede dobbiamo ancora lavorarci su. Tanto per dirne una, anche se con la perfetta memoria che si ritrova è più semplice per Hak apprendere l'inglese che per noi imparare la sua lingua, né lei né Ponter riescono a riprodurre il suono della i lunga, e…»

«Davvero?» si stupì Mary con inusitata serietà. Il dottore annuì.

«Ti chiami Mare» disse Hak, dimostrando quanto aveva detto Reuben. «Lei si chiama Gill'an.»

«Ma è… è sbalorditivo.»

«Trova?» disse Reuben. «Perché?»

Mary trasse un profondo respiro. «In tutti questi anni si è molto dibattuto se i Neandertal avessero sviluppato l'uso del linguaggio articolato, e in tal caso, quale gamma di suoni usavano.»

«Ebbene?» la incoraggiò Reuben.

«Alcuni linguisti ritengono che non fossero in grado di pronunciare il fonema della i lunga, a causa della forma della bocca, molto più lunga della nostra.»

«Quindi abbiamo di fronte un Neandertal!» concluse Reuben.

Mary respirò di nuovo a fondo, espirando l'aria lentamente. «Be', sono qui per scoprirlo, no?» Poggiò a terra la piccola borsa che aveva con sé e la apri. Tirò fuori un paio di guanti di lattex e li infilò, quindi prese un vasetto di plastica e ne estrasse un tampone.

Quando fu pronta, disse: «Per favore, gli dica di aprire la bocca.»

Reuben annuì. «Questo non è un problema.» Si girò verso Ponter e gli ordinò: «Ponter, apri la bocca.»

Passò qualche secondo. Reuben aveva ormai capito che Hak traduceva per Ponter quello che gli veniva detto senza che nessuno ne sentisse la voce. Il Neandertal inarcò il lungo sopracciglio che gli attraversava la fronte — fu una visione stupefacente -, evidentemente sorpreso dalla richiesta, ma fece quello che gli era stato chiesto.

Reuben rimase senza parole. Al liceo aveva un amico che riusciva a infilare tutto il pugno della mano nella bocca; ma quella di Ponter era così profonda e capiente che avrebbe potuto infilarci non solo il pugno ma anche un terzo dell'avambraccio.

Mary infilò cautamente il tampone nella bocca, facendolo scorrere all'interno delle grosse guance angolose. «Le cellule della bocca vengono via con facilità» spiegò, forse notando l'espressione interrogativa di Gillian. «È il modo più semplice per prendere un campione di DNA.» Tirò fuori il tampone, e senza indugiare lo depose in un contenitore sterile che sigillò ed etichettò. Quindi disse: «Bene, è tutto quello di cui ho bisogno.»

Reuben sorrise a Gillian, poi a Mary. «Magnifico. Quando saranno pronti i risultati?»

«Be', devo tornare a Toronto, e…»

«Naturalmente, se preferisce così» la interruppe Reuben. «Ma, be', ho contattato un amico al dipartimento di chimica e biochimica dell'università Laurenziana. È una piccola università, ma è dotata di un laboratorio di medicina legale molto attrezzato, che analizza il DNA per conto della polizia. Potrebbe lavorare lì, se vuole.»

«E potrebbe sistemarsi all'hotel Ramada, a spese della Inco» aggiunse Gillian.

Mary fu colta palesemente di sorpresa. «Io…» cominciò, ma poi sembrò ripensarci. «Va bene» disse. «Certo, perché no?»

16

Adesso che aveva convinto Jasmel a parlare in sua difesa, Adikor aveva pensato al passo successivo: portarla fuori dal Centro e mostrarle il cosiddetto luogo del delitto. La pregò di aspettare più o meno un decimo di giorno, perché doveva occuparsi ancora di una faccenda lì nel Centro.

Ricordava con grande affetto la compagna di Ponter, Klast, la cui morte l'aveva molto rattristato. Anche lui aveva una donna. Conosceva l'incantevole Lurt Fradlo dai tempi in cui aveva incontrato Ponter per la prima volta. Aveva avuto un figlio con lei, Dab, un 148. Eppure, malgrado la conoscesse da sempre, non era mai stato nel suo laboratorio chimico. Dopo tutto, il periodo in cui Due diventano Uno erano giorni di festa, e nessuno lavorava. Per fortuna il suo Companion conosceva la strada.

Il laboratorio di Lurt era interamente costruito in pietra. Anche se le possibilità di esplosione dei laboratori chimici erano minime, le norme di sicurezza stabilivano che tali strutture dovessero essere costruite con materiali in grado di limitare i danni delle esplosioni e degli incendi.

Adikor trovò la porta aperta ed entrò.

«Buongiorno» lo salutò una donna, che, pensò Adikor, mascherava con ammirevole abilità la sorpresa di vedere un uomo in quel periodo del mese.

«Buongiorno» rispose Adikor. «Sto cercando Lurt Fradlo.»

«La trova nel suo laboratorio, in fondo al corridoio.»

La ringraziò con un sorriso e si avviò lungo il corridoio. «Buongiorno» disse a voce alta, appena messa la testa nel laboratorio.

Lurt si voltò, e un sorriso le illuminò il volto stupendo. «Adikor!» Gli corse incontro e lo abbracciò. «Che piacevole sorpresa!»

Non ricordava di averla mai vista durante gli Ultimi Cinque. Dava l'impressione di essere perfettamente equilibrata e ragionevole… come anche Jasmel, se era per quello. Forse quella faccenda degli Ultimi Cinque era una montatura messa su dagli uomini…

«Ciao, bellissima» la salutò stringendola a sé. «È molto bello rivederti.»

Ma Lurt conosceva bene il suo uomo. «Uhm, qualcosa non va» disse staccandosi da lui. «Cosa c'è?»

Adikor gettò uno sguardo oltre le sue spalle per sincerarsi che fossero soli, quindi la prese per mano e la condusse dall'altra parte della stanza, accanto alla mappa della tavola periodica, dov'erano sistemate delle sedie. A parte loro, nel laboratorio le uniche entità animate erano una coppia di rachitici robot; il primo versava un liquido su dei rottami, l'altro stava assemblando una struttura con tubi e materiale vetroso. Si accomodarono.

«Sono accusato di aver ucciso Ponter.»

«Ponter è morto?» disse Lurt spalancando gli occhi.

«Non lo so. È scomparso ieri pomeriggio.»

«Ieri sera ero a una festa. Non lo sapevo.»

Le raccontò tutta la storia. Si mostrò comprensiva, e non espresse alcun dubbio sulla sua innocenza. La fiducia di Lurt era una cosa su cui poteva sempre contare.

«Vuoi che sia io a difenderti?» propose.

Adikor distolse lo sguardo. «Be', vedi, l'ho già chiesto a Jasmel.»

Lurt annuì. «La figlia di Ponter. Sì, immagino che la sua testimonianza impressionerebbe favorevolmente un giudice.»

«È quello che ho pensato anch'io. Spero che la cosa non ti offenda.»

Lei sorrise. «No, no, certo che no. Senti, se posso esserti utile in qualche modo…»

«A dire il vero, qualcosa potresti fare» disse subito Adikor. Tirò fuori una fíaletta dal taschino e aggiunse: «Questo è un campione del liquido che ho trovato sul luogo dove Ponter è scomparso. Ce n'era una grossa quantità sul pavimento. Lo puoi analizzare?»

Lurt prese la fialetta e la guardò in controluce. «Certo. E se posso fare qualcos'altro, dimmelo pure.»

Adikor accompagnò Jasmel alla miniera. Voleva mostrarle il punto esatto dove il padre era scomparso, ma davanti agli ascensori la ragazza esitò.

«Qualcosa non va?» le chiese.

«Io… ehm, soffro di claustrofobia.»

Adikor scosse il capo, sconcertato. «Non è vero. Ponter mi ha raccontato che da piccola ti piaceva nasconderti dentro i cubi di dobalak. E so che quando eravate insieme ti portava con lui a esplorare le caverne.»

«Be', ehm…» le si smorzò la voce.

«Ah» intuì Adikor. «Non ti fidi di me, eh?»

«È solo che… insomma, mio padre è stata l'ultima persona a scendere laggiù con te. E non è più tornato.»

Adikor sospirò, ma la capiva. Per dare l'impulso al procedimento penale nei suoi confronti, qualcuno — qualche privato cittadino — doveva sostenere l'accusa. Quindi, se si fosse sbarazzato di Jasmel, di Megamel e di Bolbay, forse nessuno l'avrebbe fatto…

«Potremmo portare qualcuno con noi» le propose.

Jasmel ci aveva già pensato, ma anche lei aveva considerato che in casi del genere le cose assumevano un significato diverso. Certo, poteva chiedere a qualcuno di accompagnarla, una persona fidata. Ma anche questa sarebbe stata chiamata a testimoniare se si fosse arrivati alla fase finale del procedimento, in tribunale. «Sì, vostro onore, lo so che Jasmel parla in difesa di Adikor, eppure quando si è trattato di scendere nella miniera ha avuto paura di rimanere sola con lui. E come biasimarla, sapendo quello che Adikor ha fatto a suo padre?»

Per questo, alla fine, abbozzò un sorriso, così simile a quello del padre. «No» disse «Non ce n'è bisogno. Sono solo un po' nervosa.» Quindi, ridendo, aggiunse: «Dopo tutto, siamo in quel periodo.»

Ma appena si avvicinarono alla cabina dell'ascensore, da dietro saltò fuori un uomo incredibilmente tarchiato, che esclamò: «Fermo dove sei, scienziato Huld!»

Adikor, sicuro di non averlo mai visto prima di allora, disse: «Prego?»

«Hai intenzione di scendere nel tuo laboratorio?»

«Proprio così. Chi sei?»

«Gaskdol Dut. Il mio compito è controllare l'applicazione delle disposizioni del giudice.»

«Quali disposizioni?»

«La sorveglianza speciale disposta nei tuoi confronti. Non ti è permesso scendere laggiù.»

«Sorveglianza speciale?» ripeté Jasmel. «Che cos'è?»

«Le trasmissioni del Companion dello scienziato Huld sono state messe sotto controllo e vengono visionate da un essere umano, nella sede dell'archivio degli alibi, per dieci decimi al giorno, ventinove giorni al mese, fino a quando e se sarà provata la sua innocenza.»

«Non sapevo che fosse permessa una cosa del genere» si stupì Adikor.

«Oh, certo che lo è» rispose Dut. «Dal momento in cui Daklar Bolbay ha inoltrato denuncia contro di te, un giudice ha disposto la sorveglianza speciale.»

«Ma perché?» chiese Adikor controllando a fatica la rabbia che lo assaliva.

«Bolbay non ti ha trasmesso un documento in cui ti spiegava tutto questo?» chiese a sua volta Dut. «Ha sbagliato a non farlo. Comunque, la sorveglianza speciale serve a prevenire tentativi di fuga, inquinamento di prove, e così via.»

«Ma non voglio fare niente del genere» spiegò Adikor. «Perché mi impedisci di entrare nel mio laboratorio?»

Dut lo guardò come se non avesse capito la domanda. «Perché i segnali del tuo Companion da laggiù non sono percepibili, quindi non potrei controllare quello che fai.»

«Smidollato» disse Adikor a voce bassa.

Jasmel incrociò le braccia e cominciò a parlare: «Io sono Jasmel Ket e…»

«Lo so chi sei» la interruppe subito l'agente.

«Bene, allora sai anche che Ponter Boddit è mio padre.»

L'uomo annuì.

«Lui sta cercando le prove per dimostrare la sua innocenza. Non gli puoi impedire di scendere nel suo laboratorio.»

Dut scosse la testa, stupito. «Quest'uomo è accusato di aver ucciso tuo padre.»

«Ma è possibile che non l'abbia fatto. Mio padre potrebbe essere ancora vivo, e l'unico modo per scoprirlo è quello di ripetere l'esperimento con il computer quantistico.»

«Non so niente di esperimenti con i computer quantistici» disse Dut.

«Be', questo non mi stupisce» ironizzò Adikor.

«Perdinci, sei un tipo loquace, eh?» gli disse l'agente squadrandolo. «A ogni modo, gli ordini che ho ricevuto sono chiari: controllare che non lasci Saldak, e che non entri nel tuo laboratorio. E, guarda caso, ho ricevuto una segnalazione dall'archivio che stavi proprio per farlo.»

«Ma io devo scendere laggiù.»

«Spiacente» disse Dut incrociando le braccia muscolose sul petto massiccio. «Laggiù non posso controllarti, e per quanto ne so potresti far sparire delle prove che non sono ancora saltate fuori.»

«Ma io posso scendere nel laboratorio, vero? Non sono sotto sorveglianza speciale.» Be', quella ragazza aveva davvero l'intelligenza del padre.

Dut rifletté sulla cosa, poi disse: «No, suppongo di no.»

«Bene» disse Jasmel voltandosi verso Adikor. «Dimmi cosa bisogna fare per riportare indietro mio padre.»

Adikor scosse la testa. «Non è così semplice. Gli strumenti sono estremamente complessi, e poiché li abbiamo assemblati noi, non è indicato a cosa servono i comandi.»

Jasmel era visibilmente scoraggiata. Guardò l'omone e gli disse: «Be', e se scendessi giù con noi? Potresti vedere con i tuoi occhi quello che fa.»

«Laggiù?» disse Dut ridendo. «Vuoi che scenda in un posto dove il mio Companion non ha collegamento, e per di più con un tipo che proprio lì può aver già commesso un omicidio? Mi stai facendo arrabbiare.»

«Lascialo entrare» lo supplicò Jasmel.

Dut si limitò a scuotere la testa. «No, il mio compito è impedirgli di entrare.»

Adikor serrò la mascella. «E come?» chiese provocatoriamente.

«Cosa… cosa hai detto?» gli fece Dut.

«Come. In che modo mi impedirai di entrare.»

«Con ogni mezzo necessario» rispose Dut piatto.

«Va bene, allora» tagliò corto Adikor. Rimase fermo per un attimo, come riflettendo se farlo davvero. «Va bene, allora» ripeté, e con passo risoluto si diresse verso l'ascensore.

«Fermo!» gli intimò Dut col suo tono piatto.

«Altrimenti?» disse Adikor senza girarsi, sforzandosi di non lasciar trapelare la paura, ma la voce gli si incrinò e non ottenne l'effetto che avrebbe voluto. «Hai intenzione di sfondarmi il cranio?» I muscoli del collo si contrassero, preparandosi al colpo.

«No» rispose Dut. «Ti mando solo a nanna per un po' con questo sedativo.»

Adikor si fermò di scatto e si voltò. «Oh!» Be', non aveva mai infranto la legge fino ad allora, né aveva conosciuto qualcuno che l'avesse fatto. In fondo era giusto che ci fosse un modo per fermare qualcuno senza farle troppo male.

Jasmel si interpose tra lui e la pistola. «Prima dovrai colpire me. Lascialo entrare.»

«Se preferisci. Ma ti devo avvertire: ti sveglierai con un tremendo mal di testa.»

«Ti prego!» lo implorò Jasmel. «Non capisci che sta cercando di salvare mio padre?»

Per la prima volta Dut le parlò gentilmente: «Lo so che è dura da affrontare e che ti stai aggrappando a una flebile speranza, ma bisogna guardare in faccia la realtà.» Con la pistola fece cenno a entrambi di allontanarsi. «Mi dispiace, ma tuo padre è morto.»

17

Il laboratorio di genetica dell'università Laurenziana non possedeva le attrezzature necessarie per analizzare del materiale genetico degradato proveniente da campioni troppo vecchi, ma l'analisi delle cellule di Ponter e l'estrazione del DNA da uno dei suoi mitocondri era una operazione semplice, possibile in qualsiasi centro attrezzato.

Mary innescò due catene polinucleotiche iniziali: pezzettini di DNA mitocondriale corrispondenti alla sequenza iniziale che anni prima aveva identificato nel fossile di Neandertal rinvenuto in Germania. Poi aggiunse l'enzima polimerasi del DNA, innescando la reazione a catena della polimerasi che avrebbe sviluppato la sezione che stava studiando, riproducendola e doppiandola ogni volta. Presto avrebbe potuto analizzare milioni di copie della sequenza iniziale.

Come le aveva detto il dottor Montego, nel laboratorio laurenziano si faceva un sacco di lavoro per la scientifica; trovò quindi facilmente i nastri sigillanti da applicare sui contenitori di vetro. I nastri erano impiegati affinché i genetisti potessero attestare con certezza che il contenuto delle fiale non era stato adulterato. Mary sigillò il contenitore all'interno del quale avevano luogo le reazioni della catena polimerasi e vi appose la sua firma.

Poi si sedette al computer e aprì la sua casella di posta elettronica. Aveva ricevuto più messaggi negli ultimi giorni che in tutti i mesi precedenti, e provenivano per la maggior parte da paleontologi di tutto il mondo che avevano saputo che si era recata a Sudbury. Trovò messaggi dalla università di Washington, da quella del Michigan, dalla UCB, Brown, SUNY Stony Brook, Stanford, Cambridge, dal museo di storia naturale britannico, dall'Istituto francese di geologia e preistoria quaternaria, dai vecchi amici del Rheinisches Landesmuseum, e molti altri ancora: chiedevano tutti campioni del DNA dell'uomo di Neandertal, ma nello stesso tempo ci scherzavano su, come se, naturalmente, quella fosse una cosa impossibile.

Non rispose a nessuno, ma sentì il bisogno di scrivere due parole alla sua ricercatrice di York:

Daria,

mi dispiace di averti piantata in asso, ma sono sicura che te la caverai. Di certo hai seguito le notizie dai giornali, e per quanto posso dirti, sì, sembra che si tratti davvero di un Neandertal. Sto eseguendo i test del DNA per accertarlo.

Non so quando sarò di ritorno, probabilmente mi fermerò ancora qualche giorno. Volevo dirti… volevo anzi metterti in guardia: venerdì sera all'uscita del laboratorio sono stata seguita da un uomo. Stai attenta… se la sera fai tardi al lavoro fatti venire a prendere dal tuo ragazzo o fatti accompagnare a casa da qualcuno.

Stammi bene

MNV

Rilesse il messaggio un paio di volte, quindi cliccò il pulsante 'Invia.' Poi rimase a lungo seduta, a fissare lo schermo.

Dannazione.

Dannazione. Dannazione. Dannazione.

Non riuscì a pensare ad altro, per buoni cinque minuti. Probabilmente la metà dei suoi pensieri da quando si era svegliata erano andati a quella cosa orribile. Mio Dio, è accaduto soltanto ieri? Sembrava trascorsa una vita, anche se il ricordo di quella cosa tremenda le faceva ancora male come un bisturi tagliente.

Se fosse stata a Toronto forse ne avrebbe parlato con la madre, e…

Ma sua madre era una cattolica osservante, e se le avesse raccontato dello stupro avrebbe dovuto affrontare argomenti scabrosi. Si sarebbe preoccupata che la figlia non fosse rimasta incinta. Non che approvasse l'aborto. Avevano discusso del precetto di papa Giovanni Paolo II, che stabiliva che le suore vittime di stupro in Bosnia dovevano portare a termine la gravidanza. E se le avesse detto di non preoccuparsi perché prendeva la pillola, sarebbe stato un bel problema. Per i suoi genitori, l'unica soluzione accettabile per il controllo delle nascite era il metodo Ogino-Knaus. Era stato un miracolo, pensò Mary, che invece di una dozzina avessero avuto solo quattro figli.

Avrebbe potuto dirlo a sua sorella, però non ne avrebbe mai parlato con un uomo, e questo escludeva i fratelli Bill e John. Ma la sorella si era trasferita a Sacramento, e comunque non era una cosa da raccontare al telefono.

Eppure a qualcuno doveva dirlo.

Qualcuno che si trovava lì.

Su un tavolo del laboratorio c'era una copia del calendario laurenziano, con la mappa del campus dove era indicato quello che cercava. Si alzò e uscì dal laboratorio. Percorse il corridoio, scese le scale e attraversò la strada, lasciandosi alle spalle l'edificio Science One, in direzione del Classroom Building, quindi imboccò quello che gli studenti chiamavano 'la pista di bowling,' il lungo passaggio chiuso con vetrate che correva in mezzo al Classroom Building e al Great Hall. Lo percorse tutto, col sole pomeridiano che vi si riversava, oltrepassò un chiosco di dolci e diverse bancarelle dove sostavano alcuni studenti. Infine voltò a sinistra, entrò nell'ufficio informazioni, salì una rampa di scale, passò accanto alla libreria e imboccò un breve corridoio.

Rivolgersi al centro di accoglienza per le donne che avevano subito violenza all'università di York era fuori discussione. La maggior parte dei consulenti erano dei volontari, e, anche se tenuti a mantenere il riserbo più assoluto, non sarebbe stato facile nascondere una notizia del genere, che riguardava una docente dell'università, senza considerare che qualcuno avrebbe potuto vederla entrare o uscire da quell'ufficio.

Per quanto piccola, anche l'università Laurenziana aveva un simile centro di accoglienza. La triste realtà era che tutte le università ne avevano bisogno: le avevano detto che ne esisteva uno anche all'università Oral Roberts. Comunque lì non la conosceva nessuno. Ancora non era stata intervistata dalla TV, cosa che avrebbero fatto appena fossero stati resi pubblici i risultati dei test sul DNA di Ponter. Se voleva mantenere l'anonimato, doveva fare in fretta.

Trovò la porta aperta ed entrò nella piccola stanza. «Salve» la salutò una giovane ragazza di colore seduta dietro una scrivania, che si alzò e le andò incontro. «Prego, si accomodi.» Mary intuì la ragione di tanta sollecitudine. Non dovevano essere poche le donne che tentennavano davanti a quella porta prima di fuggire via, incapaci di raccontare l'orrore subito.

Tuttavia, la ragazza doveva essersi resa conto che, anche se lei aveva subito una violenza, la cosa non era accaduta da poco. Gli abiti non erano fuori posto, e i capelli e il trucco erano in ordine. E d'altra parte il centro doveva avere anche dei visitatori di altro tipo: persone che si proponevano come volontari, per fare ricerche, per servirsi delle fotocopiatrici.

«Le hanno fatto del male?» le chiese la consulente con fare premuroso.

Del male. Sì, era l'approccio giusto. Era più facile ammettere che qualcuno ti abbia fatto del male piuttosto che impiegare quella brutta parola con la S.

Mary annuì.

«Dovrò farle delle domande» la avvertì la ragazza. Aveva dei grandi occhi nocciola, e un cerchietto d'oro su una narice. «È successo oggi?»

Mary scosse la testa.

Per una frazione di secondo la giovane parve… be', delusa non era la parola giusta, pensò Mary, ma la cosa sarebbe stata indubbiamente più emozionante se fosse appena accaduta, se avesse potuto usare l'occorrente per raccogliere delle prove, e se…

«Ieri. È accaduto ieri sera» furono le sue prime parole.

«È stato… qualcuno di sua conoscenza?»

«No» rispose, ma poi si bloccò. In realtà non avrebbe potuto affermarlo con sicurezza. Il mostro indossava un passamontagna; poteva essere chiunque: un suo studente, un collega, qualcuno dell'amministrazione, un delinquentello di periferia. Chiunque. «Non lo so. Aveva… aveva un passamontagna.»

«Lo so che le ha fatto del male» disse la ragazza prendendole la mano e portandola al centro della stanza. «Le ha procurato qualche ferita? Ha bisogno di un dottore?» Alzò la mano e aggiunse: «Abbiamo una dottoressa davvero in gamba.»

Mary scosse di nuovo la testa. «No» disse. «Aveva un…» la voce le venne meno, con sua grande sorpresa. «Aveva un coltello ma non l'ha usato.»

«Animale» disse la donna.

Mary annuì convinta, sollevata da tanta partecipazione emotiva.

La ragazza la condusse in un'altra stanza, dalle pareti rosate. C'erano due poltrone, ma nessun divanetto: persino lì, in quel santuario, la vista di un divano poteva essere offensiva per chi aveva subito una violenza sessuale. La fece accomodare su una poltrona imbottita, e le si sedette di fronte, tenendole dolcemente la mano.

«Vuole dirmi il suo nome?»

Mary pensò di darle un nome falso, ma non voleva mentire a quella ragazza così dolce, che con tanto impegno stava cercando di aiutarla. Forse avrebbe potuto usare il suo secondo nome, Nicole; dopotutto non sarebbe stata una bugia e avrebbe mantenuto l'anonimato, ma quando parlò venne fuori: «Mary. Mary Vaughan.»

«Mary, io sono Keisha.»

«Quanti anni ha?»

«Diciannove.»

Così giovane. «E… è mai stata…»

Keisha strinse le labbra e annuì.

«Quando?»

«Tre anni fa.»

Mary spalancò gli occhi. Appena sedici anni. Era possibile che… mio Dio, la sua prima volta, uno stupro. «Mi dispiace» le disse.

Keisha chinò il capo, annuendo. «Non ti dico che lo dimenticherai, Mary, ma puoi superarlo. E noi ti aiuteremo a farlo.»

Mary chiuse gli occhi e respirò a fondo, poi espirò lentamente. Sentiva la mano della ragazza stringere dolcemente la sua, quasi a infonderle forza. Infine riuscì a dire: «Lo odio.» Riaprì gli occhi. Il viso della ragazza aveva l'espressione premurosa di chi vuole davvero rendersi utile. «E…» aggiunse esitante, con un filo di voce «mi odio per non aver fatto nulla per evitarlo.»

Keisha annuì e la abbracciò, continuando a tenerle la mano, dolcemente.

18

Adikor e Jasmel lasciarono la miniera e andarono a casa. Le luci si accesero a un comando vocale di Adikor. La ragazza si guardò intorno con grande interesse: era la prima volta che entrava nella casa del padre. Di solito, nel periodo in cui Due diventano Uno, erano gli uomini a recarsi al Centro. Gironzolando tutta incuriosita, fu attratta dalla collezione di statuine. Fu assalita da un'ondata di tristezza. Sapeva che al padre piacevano quelle lavorate in pietra raffiguranti i roditori, e ogni volta che si vedevano, durante le eclissi lunari, gliene regalava una. In particolare, preferiva quelle lavorate con minerali di rocce esotiche. A giudicare dalla posizione, il pezzo che più lo inorgogliva era una statuetta più piccola delle altre, raffigurante un castoro, in malachite importata dalla zona centrale dell'Evsoy.

In quel frangente, il Companion di Adikor squillò. L'uomo rispose: «Buongiorno. Oh, ma è meraviglioso, amore mio. Che bella novità! Aspetta un attimo…» E rivolgendosi a Jasmel: «Ascolta anche tu. È la mia compagna, Lurt. Ha analizzato il liquido che ho trovato nel laboratorio dopo la scomparsa di tuo padre.» Quindi attivò l'altoparlante.

«Qui con me c'è la figlia di Ponter, Jasmel Ket. Dillo anche a lei.»

«Buongiorno, Jasmel» disse Lurt.

«Anche a te» rispose Jasmel.

«Bene,» continuò Lurt «vi darò una notizia sorprendente. Sai cos'è quel liquido che mi hai fatto analizzare?»

«Credevo fosse acqua» disse Adikor. «Non è così?»

«Una specie. Si tratta di acqua pesante.»

«Davvero?» si meravigliò Adikor.

«Già. Acqua pesante purissima. Naturalmente le sue molecole si trovano anche allo stato naturale; per esempio nell'acqua piovana sono presenti in una quantità dello zero virgola uno per cento. Ma per ottenere una concentrazione come questa… a dire il vero, non saprei proprio come si possa fare. Se si considera che questo tipo di acqua è circa il dieci per cento più pesante di quella normale, immagino che bisognerebbe creare una tecnica in grado di frazionare naturalmente l'acqua normale, ma per produrre tutta quella che mi hai detto di aver trovato ci vorrebbe una quantità enorme di acqua. Non conosco nessun laboratorio in grado di ottenere un simile risultato, inoltre non ne vedo la ragione.»

Adikor guardò Jasmel, poi di nuovo il polso. «Non è possibile che si tratti di una sostanza presente in natura? Non potrebbe essere sgorgata dalle rocce?»

«Escluso» rispose Lurt perentoria. «Ho solo trovato delle tracce di una soluzione che probabilmente è stata usata per pulire il pavimento del vostro laboratorio, i cui residui polverosi si sono dissolti nell'acqua, ma a parte questo il liquido che ho analizzato era purissimo. L'acqua delle rocce avrebbe presentato tracce di minerali. No, credimi, questa è stata fabbricata. Da chi e come non lo so, ma una cosa è certa: una tale quantità non esiste in natura.»

«Affascinante» rifletté Adikor. «E non hai trovato tracce del DNA di Ponter?»

«No. Ne ho trovato un po' del tuo — indubbiamente ti è caduta qualche cellula mentre raccoglievi l'acqua — ma questo è tutto. Né ho trovato tracce di plasma o altro che gli appartenesse.»

«Bene. Ti ringrazio moltissimo!»

«Buona giornata, caro» lo salutò.

«Buona giornata» ripeté Adikor interrompendo la comunicazione.

«Cos'è l'acqua pesante?» domandò Jasmel.

Adikor glielo spiegò, aggiungendo: «Deve essere la chiave del mistero.»

«Hai trovato per davvero l'acqua pesante?»

«Ma certo. L'ho raccolta dal pavimento della sala dei registri dopo la sua scomparsa.»

«Non è velenosa, vero?»

«L'acqua pesante? Non vedo perché dovrebbe esserlo.»

«A cosa serve?»

«A niente, per quanto ne so io.»

«C'è qualche possibilità che il corpo di mio padre possa essere stato in qualche modo, che so, trasformato in acqua pesante?»

«Lo escluderei» rispose Adikor. «Infatti non ci sono tracce dei composti chimici del suo corpo. Non si è disintegrato, né bruciato; è semplicemente scomparso nel nulla.» Scosse la testa, quindi aggiunse: «Forse domani, al dooslarm basadlarm, potremo spiegare al giudice perché dobbiamo assolutamente tornare nel laboratorio. Per ora, spero solo che Ponter stia bene, ovunque si trovi.»

Dopo aver accompagnato Mary Vaughan al laboratorio di genetica dell'università Laurenziana, Reuben Montego aveva mangiato qualcosa al volo in un Taco Bell ed era tornato all'ospedale St. Joseph. Nell'ingresso scorse Louise Benoit, la bellissima ricercatrice francocanadese che studiava all'osservatorio, che stava discutendo con qualcuno della vigilanza.

«Ma sono stata io a salvargli la vita» stava gridando. «Sicuramente mi vorrà ringraziare!»

Reuben si avvicinò. «Salve. Qualche problema?»

La ragazza lo guardò con quel suo viso splendido, gli occhi castani che si spalancarono riconoscenti. «Oh, dottor Montego! Grazie a Dio lei è qui. Sono venuta a vedere come sta il nostro amico, ma non mi vogliono fare entrare.»

«Mi chiamo Reuben Montego» disse il medico all'addetto alla vigilanza, un tipo muscoloso con i capelli rossi. «Sono il…» be', perché no? «…medico di fiducia del signor Ponter. Il dottor Singh glielo può confermare.»

«La conosco» disse il vigilante. «Sì, lei è nell'elenco delle persone che possono entrare.»

«Bene. La signorina è con me. È stata proprio lei a salvare Ponter nell'Osservatorio dei neutrini di Sudbury.»

«Molto bene» disse l'uomo. «Mi dispiace di fare la figura del seccatore, ma qui cercano di entrare in continuazione giornalisti e curiosi e…»

Proprio in quel momento si trovò a passare il dottor Singh, con un grosso turbante scuro avvolto intorno al capo. «Dottor Singh!» lo chiamò Reuben a gran voce.

«Salve» rispose Singh avvicinandosi e stringendogli la mano. «Il telefono scotta, eh? Alla miniera lo hanno staccato.»

Reuben sorrise. «Sì, non c'era altra soluzione. Sembra che tutti vogliano sapere qualcosa sul nostro signor Ponter.»

«Lo so. Sono felice che stia bene» disse Singh «e anzi vorrei che fosse dimesso. Purtroppo non abbiamo letti a sufficienza, grazie a Mike Harris.»

Reuben annuì, testimoniandogli la propria solidarietà. Quello spilorcio dell'ex Presidente dell'Ontano aveva fatto chiudere o aveva accorpato molti ospedali della regione.

«E poi,» continuò Singh «anche se non è una cosa bella a dirsi, se andasse via da qui la stampa finirebbe di tormentarmi.»

«Dove potremmo portarlo?»

«Questo lo ignoro» replicò Singh. «Ma se sta bene, non c'è nessuna ragione per cui debba essere trattenuto qui.»

Reuben annuì. «Ha ragione. Vorrà dire che lo porteremo via con noi. È possibile farlo uscire di nascosto, senza avere la stampa tra i piedi?»

«Potremmo dare la notizia che è stato già dimesso» propose Singh.

«Sì, certo. Ma il problema è che dovremmo portarlo in qualche posto sicuro prima che capiscano come stanno le cose.»

«Capisco» disse Singh. «Potete portarlo via dal garage sotterraneo. Parcheggiate giù, prendete l'ascensore di servizio che porta al B2 e imboccate il corridoio di fronte. Se Ponter si sdraia sul sedile, non lo vedrà nessuno.»

«Benissimo.»

«Vi sarei grato se lo portaste via oggi stesso.»

«Va bene» disse Reuben annuendo.

«Grazie» concluse Singh.

Reuben e Louise salirono al piano.

«Salve Ponter» lo salutò il medico entrando nella stanza. Il Neandertal sedeva sul letto; indossava gli stessi abiti di quando lo avevano trovato. Sulle prime pensò che stesse guardando la televisione, ma poi notò che aveva il braccio sinistro sollevato, con l'impianto rivolto verso lo schermo. Molto probabilmente il Companion stava studiando per apprendere la lingua.

Reuben notò anche che non aveva reagito come un normale maschio in presenza di una splendida ragazza; a dire il vero, non aveva nemmeno abbozzato un sorriso.

«Salve, Reuben» rispose Hak, presumibilmente per conto di Ponter.

Il medico fece le presentazioni: «Louise, questo è Ponter.»

«Salve, Ponter. Mi chiamo Louise Benoít» disse la ragazza facendo un passo avanti.

«È stata lei a salvarti» lo informò.

Finalmente Ponter sorrise. Forse gli esseri umani a lui parevano tutti uguali, pensò Reuben. «Lou» disse la voce di Hak. Ponter si strinse nelle spalle, come per scusarsi.

«Non riesce a pronunciare la i lunga» le spiegò.

Louise sorrise. «Non importa. Tanti amici mi chiamano così.»

«Lou,» ripeté Ponter con la sua voce baritonale «Io… tu… io…»

«Conosce pochissime parole. Temo che non gli abbiamo ancora insegnato le presentazioni. Sono convinto che stia tentando di ringraziarti per avergli salvato la vita.»

«È stato un piacere» disse Louise. «Sono contenta che stai bene.»

Reuben annuì, e cogliendo l'occasione: «A proposito di stare bene, Ponter, tu andare via da qui.»

L'enorme sopracciglio di Ponter si arcuò sulla fronte spaziosa. «Sì» disse Hak parlando di nuovo in sua vece. «Dove? Dove andare?»

Reuben si grattò la testa rasata: «Questa è una bella domanda.»

«Lontano» disse Hak. «Lontano.»

«Vuoi andare via lontano da qui?» si stupì Reuben. «Perché?»

«Il… il…» ad Hak mancò la voce, ma Ponter alzò una mano a coprire il suo enorme naso: forse l'equivalente neandertaliano per comunicare la presenza di qualche odore cattivo.

«L'odore?» gli chiese Reuben, che annuì e si rivolse a Louise. «Con una proboscide come quella non mi stupisce che abbia un olfatto così fine. Anche a me dà fastidio la puzza di ospedale, anche se dovrei esserci abituato.»

«Non avete scoperto da dove può essere venuto?» gli chiese Louise continuando a osservare il Neandertal.

«No.»

«E se venisse da qualche mondo parallelo?» disse con semplicità la ragazza.

«Cosa? Oh, andiamo.»

Louise si strinse nelle spalle. «Da dove altro può essere saltato fuori?»

«Be', questa è una buona domanda, ma…»

«E se venisse da un mondo parallelo al nostro? Supponiamo che lì non esistano motori a combustione interna o tutte quelle cose che avvelenano la nostra aria. Se anche noi avessimo avuto degli olfatti così sensibili non avremmo adottato tecnologie che producono i fetidi odori che ci sommergono.»

«Molto probabile, ma da qui a dire che il nostro amico proviene da un altro universo ce ne passa.»

«Comunque sia,» disse Louise spostando dagli occhi una ciocca dei lunghi capelli castani «sembra proprio che non veda l'ora di allontanarsi dalla civiltà, magari per andare in qualche posto dove l'aria non è così cattiva.»

«Be', potrei prendere qualche giorno di ferie» rifletté Reuben. «Il bello dell'essere il medico in una società è che puoi firmarti le ferie da te. Mi piacerebbe moltissimo continuare a lavorare con lui.»

«Anche io sono libera, finché non riaprono l'osservatorio.»

Reuben provò un tuffo al cuore. Maledizione, si sentiva ancora un segugio da caccia. Che stupido, sicuramente la ragazza pensava di unirsi a loro solo per un interesse scientifico. Eppure, sarebbe stato magnifico trascorrere più tempo con lei; aveva un modo di parlare incredibilmente sexy.

«Mi chiedo se le autorità lo vorranno tutto per loro» disse Reuben.

«È qui solo da un giorno, e scommetto che a Ottawa ancora nessuno ha preso la faccenda sul serio. Per loro si tratta solo di un'ennesima inchiesta nazionale. Non è che gli agenti federali e i militari si fanno vivi ogni volta che qualcuno afferma di aver avvistato un UFO. Sono convinta che non hanno nemmeno cominciato a pensare che questa storia potrebbe essere vera.»

Gli odori sono davvero insopportabili, pensò Ponter guardando Lou e Reuben. Ai suoi occhi i due contrastavano fortemente: l'uomo con la pelle scura, completamente calvo; la donna con la pelle molto chiara, più della sua, e con una folta massa di capelli cascanti sulle spalle minute.

Era ancora confuso e spaventato, e ogni volta che Hak ne percepiva l'agitazione gli mormorava parole tranquillizzanti. Senza il suo aiuto sarebbe certo impazzito.

Era accaduto tutto in così breve tempo! Appena ieri mattina si era svegliato nel suo letto accanto ad Adikor, aveva dato da mangiare al cane, era andato al lavoro…

E adesso eccolo , dovunque fosse quel posto. Hak aveva ragione: quella doveva essere la Terra. Aveva sempre sospettato che negli infiniti recessi dello spazio potessero esserci altri pianeti abitabili, ma lì il suo peso era lo stesso di quello di casa, e l'aria era respirabile… per lo meno nella misura in cui la cucina del suo amato Adikor era commestibile! In realtà era piena di effluvi nauseabondi, tanfi che sapevano di frutta, di gas, di agenti chimici, e altri ancora che non riusciva a identificare. Anche se, doveva ammettere, quell'aria lo manteneva in vita, e il cibo che gli avevano dato era quasi del tutto compatibile con il suo apparato digerente.

La Terra, quindi. Sicuramente non la Terra del passato. Nel suo mondo c'erano delle zone non ancora esplorate, soprattutto nelle regioni equatoriali, ma, come aveva sottolineato Hak, la vegetazione che avevano notato era la stessa di quella di Saldak, il che rendeva improbabile che si trovassero in un altro continente o nell'emisfero meridionale. E anche se il clima era caldo, molti degli alberi che avevano visto erano caducifogli, quindi non potevano trovarsi nella zona equatoriale.

E se fosse stato proiettato nel futuro? Ma no. Se la sua specie fosse scomparsa per una qualche incomprensibile ragione, non sarebbero certo stati i Gliksins a prenderne il posto. I Gliksins erano estinti, e una loro ricomparsa sarebbe stata altrettanto improbabile di quella dei dinosauri.

Ma se quella non solo era la Terra, ma la stessa parte della Terra da dove veniva lui, allora dov'erano finiti tutti gli stormi di colombe migrataci? Da quando era lì non ne aveva vista nemmeno una. Forse il veleno che inquinava l'aria le aveva fatte fuggire.

Ma no.

No.

Quello non era né il futuro né il passato. Era il presente: un mondo parallelo, dove, incredibilmente, malgrado l'innata stupidità, i Gliksins non erano estinti.

«Ponter.» Era la voce di Reuben.

Alzò lo sguardo, con un'espressione smarrita, come per una fantasticheria infranta. «Sì?»

«Ponter, ti porteremo da qualche altra parte. Ancora non so dove. Ma be', tanto per cominciare, ti porteremo fuori di qui. Se vuoi, ehm, puoi venire a stare da me.»

Ponter piegò la testa da un lato mentre ascoltava la traduzione di Hak. Sembrava perplesso; probabilmente Hak non sapeva come rendere tutte le parole.

«Sì» disse infine. «Andare via da qui.»

Reuben gli fece segno di precederlo.

«Aprire la porta» disse Ponter con evidente piacere mentre spalancava la porta della stanza. «Attraversare» disse facendo seguire il gesto alle parole. Quindi si fermò ad aspettare Reuben e Louise. «Chiudere la porta» disse chiudendola dietro di sé. E poi fece un sorriso enorme, largo quasi trenta centimetri. «Ponter via.»

19

Seguendo le istruzioni del dottor Singh, Reuben Montego, Louise Benoìt e lo straordinario ospite arrivarono senza intoppi all'automobile che il dottore aveva parcheggiato nel garage riservato al personale dell'ospedale, una SUV color vinaccia, con la verniciatura scheggiata dal pietrisco della strada che portava alla miniera. Ponter si sdraiò sul sedile posteriore, coprendosi il viso con una copia aperta del Sudbury Star. Louise, che si era recata a piedi all'ospedale, si accomodò davanti. Aveva accettato l'invito a pranzo di Reuben, che si era offerto di riaccompagnarla a casa nel pomeriggio.

La radio era sintonizzata sulla stazione CJMX, che trasmetteva It's raining man nella versione di Geri Halliwell. «Allora,» disse Reuben lanciando un'occhiata alla ragazza «convincimi pure. Perché pensi che Ponter provenga da un mondo parallelo?»

Louise increspò un attimo le labbra — Dio, pensò Montego, è davvero fantastica — prima di chiedergli: «Come sei messo in fisica?»

«Fisica? Le nozioni base della scuola superiore. Oh, ho comprato una copia della Breve storia del tempo quando Stephen Hawking è venuto a Sudbury, ma l'ho appena sfogliata.»

«Ho capito,» disse Louise mentre Reuben svoltava a destra «lascia che ti faccia una domanda. Cosa succede se si spara un singolo fotone contro una barriera con due fenditure, dietro la quale c'è un pezzo di pellicola fotografica su cui vengono registrate le figure di interferenza?»

«Non lo so» rispose Reuben sincero.

«Be', una delle interpretazioni è che il singolo fotone si trasforma in un'onda di energia e, quando colpisce il muro, nelle fenditure si crea un nuovo fronte di onde, che provoca la classica interferenza, con picchi e minimi d'onda che si amplificano o si neutralizzano a vicenda.»

«Ho capito» disse Reuben, che cominciava a ricordare qualche vaga nozione predigerita.

«Come ti dicevo,» proseguì Louise «questa è solo un'interpretazione. Un'altra è che l'universo si divide, cioè in un brevissimo spazio di tempo si sdoppia. Nel primo universo il fotone — che a quello stadio è ancora una particella — attraversa la fenditura di sinistra, nell'altro quella di destra. E poiché non fa alcuna differenza in quale delle due fenditure il fotone passi, e se entri in questo o in quell'universo, i due universi collassano di nuovo in un'unica unità, per cui la figura di interferenza sarebbe la conseguenza di questa ricongiunzione.»

Reuben annuì, ritenendo che fosse la cosa giusta da fare.

«Quindi» continuò Louise «in fisica esiste una base sperimentale per ipotizzare la coesistenza temporale di universi paralleli: le stesse figure di interferenza si manifestano anche se ci si limita a far passare un fotone attraverso un paio di fenditure. Ma cosa avviene se i due universi non collassano e rimangono separati? Se, cioè, dopo la scissione, continuano a vivere autonomamente?»

«Cosa?» disse Reuben sforzandosi di seguire gli sviluppi di quell'ipotesi.

«Be', immaginiamo che l'universo, diciamo qualche decina di migliaia di anni fa, si sia diviso in due parti, quando sulla Terra ancora convivevano due specie di esseri umani: i nostri progenitori, i Cro-Magnon, - Reuben notò che aveva pronunciato la parola con accento francese, senza far sentire la g — e i progenitori di Ponter, gli antichi uomini di Neandertal. Non so bene per quanto tempo queste due specie abbiano convissuto insieme, ma…»

«Da centomila anni a circa ventisettemila anni fa» la interruppe Reuben.

Notando la sorpresa di Louise davanti a quella informazione così pertinente, il dottore si strinse nelle spalle spiegando: «Abbiamo fatto venire una genetista da Toronto, una certa Mary Vaughan. È stata lei a dirmelo.»

«Ah. Bene, quindi, stavo dicendo che durante quel lasso di tempo potrebbe essersi verificata una scissione, e i due universi hanno poi continuato a divergere. In uno sono diventati dominanti i nostri progenitori, nell'altro i Neandertal, che hanno sviluppato un loro linguaggio e una peculiare civiltà.»

A Reuben girava la testa. «Ma… se così fosse, come sono venuti in contatto i due universi?»

«Je ne sais pas» rispose Louise scuotendo il capo.

Si lasciarono Sudbury alle spalle, in direzione di Lively, una cittadina dal nome improprio che sorgeva nei pressi della miniera.

«Ponter,» disse Reuben «adesso puoi alzarti. Siamo usciti dalla città.»

L'uomo non si mosse.

Reuben capì che si era espresso in maniera troppo complessa. «Ponter, su» riprovò.

Sentì il fruscio del giornale, e nello specchietto retrovisore emerse il capoccione di Ponter, che confermò: «Su.»

«Stanotte dormirai a casa mia. Capito?» gli chiese.

Dopo qualche secondo, presumibilmente dopo la traduzione simultanea di Hak, il Neandertal rispose: «Sì.»

A quel punto parlò Hak: «Ponter deve mangiare.»

«Sì» lo rassicurò Reuben. «Sì, mangiamo subito.»

Venti minuti dopo giunsero a destinazione. Si trattava di un edificio a due piani con un paio di acri di terreno intorno, situato nella periferia di Lively. I tre scesero dalla macchina e si diressero verso casa. Ponter osservò affascinato Reuben che apriva la porta con le chiavi, e una volta dentro la sprangava con il chiavistello. Poi sorrise soddisfatto: «Fresco.» Era evidente che gradiva l'aria condizionata che rinfrescava la temperatura dell'appartamento.

«Be',» disse Reuben ai suoi ospiti «benvenuti nella mia umile dimora. Mettetevi pure comodi.»

«Non sei sposato?» gli chiese Louise guardandosi intorno.

Reuben rifletté sul significato della domanda; l'interpretazione a lui più favorevole era che stava verificando la sua disponibilità. Poteva invece anche darsi che la ragazza si fosse improvvisamente resa conto di trovarsi in una casa fuori mano con un uomo che conosceva appena, e per di più con un Neandertal maschio. Una terza interpretazione, rifletté notando la baraonda che regnava nel salotto, con riviste sparpagliate dappertutto e un piatto con avanzi di pizza sul tavolino, era che saltava agli occhi che vivesse da solo; nessuna donna avrebbe tollerato un tale disordine.

«No» rispose. «Lo ero, ma…»

Louise annuì. «Hai un bel gusto» disse osservando la mobilia di legno scuro verniciato, un misto di stile caraibico e canadese.

«È merito di mia moglie. È rimasto tutto com'era da quando ci siamo separati.»

«Ah. Vuoi una mano a preparare il pranzo?»

«Non preoccuparti. Metto qualche bistecca sul barbecue qui fuori nel giardino.»

«Sono vegetariana.»

«Ah. Uhm, potremmo fare delle verdure alla griglia e… vediamo un po', patate?»

«Andrebbe benissimo.»

«Okay. Nel frattempo tieni compagnia a Ponter» le disse mentre andava in bagno a lavarsi le mani.

Mentre preparava il pranzo sulla veranda nel retro della casa, notò che Louise e Ponter conversavano sempre più animatamente. Era probabile che Hak stesse cominciando a padroneggiare la lingua. Quando le bistecche furono pronte, batté la mano sul vetro per attirare l'attenzione dei suoi ospiti, facendogli segno di avvicinarsi.

Appena lo raggiunse, Louise proruppe: «Dottor Montego, Ponter è un fisico!»

«Davvero?»

«Sì, è proprio un fisico. Non ho ancora capito bene i particolari, ma è sicuramente così… e da quanto ho potuto arguire, è un fisico quantistico.»

«Come hai fatto a scoprirlo?»

«Mi stava dicendo che si occupa del funzionamento delle cose, allora gli ho chiesto — immaginando che fosse un ingegnere — se intendeva le grandi cose, e lui ha detto no, no, le piccole cose, cose troppo piccole per essere viste con gli occhi. Allora ho tracciato dei diagrammi — nozioni elementari di fisica — e lui li ha subito riconosciuti, perché quello è il suo lavoro.»

Reuben guardò Ponter con rinnovata ammirazione. La fronte bassa e l'arco sopraccigliare così prominente lo facevano apparire, be', un po' tonto, ma… addirittura un fisico! Uno scienziato! «Bene, benissimo» commentò, facendo loro segno di accomodarsi al tavolo tondo con un ombrellone al centro, che apparecchiò con le bistecche e le verdure grigliate che aveva avvolto in fogli di alluminio.

Ponter scoccò un sorriso a trentadue denti: evidentemente il cibo era di suo gradimento. Poi si guardò intorno, in cerca di qualcosa, come Reuben gli aveva già visto fare quella mattina.

Reuben tagliò col coltello un pezzo di bistecca e la portò alla bocca.

Ponter lo imitò goffamente, e tagliò un pezzo di carne molto più grosso. Dopo che ebbe finito di masticare, cacciò alcuni suoni, probabilmente parole nella sua lingua, subito seguite da una voce maschile che Reuben non aveva mai sentito, proveniente dall'impianto: «Buono. Cibo buono.»

Reuben inarcò le sopracciglia per la sorpresa, ma Louise gli spiegò l'arcano: «Quando stavamo parlando, non riuscivo a capire se le parole erano dell'impianto o si trattava della traduzione di quello che diceva Ponter. Quindi, per capirci meglio, adesso Hak usa una voce maschile se riporta quello che dice Ponter, e una femminile se è lui a parlare.»

«Così è più facile» disse la voce familiare di Hak.

«Be',» fece Reuben «in effetti è più facile.»

«Bene,» disse Louise, scartocciando cautamente le verdure grigliate con le sue lunghe dita «vediamo un po' cos'altro riusciamo a scoprire.» L'ora successiva la trascorsero a conversare con Ponter e con Hak. A un certo punto la veranda fu invasa dalle zanzare e Reuben fu costretto ad accendere una candela di citronella, il cui odore rischiò di soffocare Ponter, cosicché furono costretti a spegnerla e a rifugiarsi in salotto. Il Neandertal si accomodò su una grossa poltrona, Louise sull'estremità del divano, le lunghe gambe piegate sotto il corpo, e Reuben dalla parte opposta.

Parlarono per altre tre ore, scoprendo pian piano quello che era accaduto. E quando l'intera storia venne a galla, Reuben sprofondò nel divano, strabiliato.

20

TERZO GIORNO

DOMENICA 4 AGOSTO

148/118/26

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Parola(e) chiave: Neandertal

Sudbury, Canada. Le proposte di matrimonio pervenute al visitatore di Neandertal sono più del doppio delle minacce di morte. Ventotto donne hanno recapitato a questo giornale lettere o e-mail con cui si sono offerte di sposarlo, mentre la polizia di Sudbury e la Polizia militare canadese hanno registrato solamente tredici minacce di morte…

Sondaggio di USA TODAY:

– Il 54% degli intervistati crede che il cosiddetto Neandertal sia un falso.

– Il 26% che sia un vero Neandertal, ma che provenga da qualche parte della Terra.

– L'11% che provenga dallo spazio.

– Il 9% da un mondo parallelo.

La polizia ha disinnescato una bomba collocata nei pressi degli ascensori della miniera di Creighton, che portano alla caverna in cui è situato l'Osservatorio di neutrini di Sudbury, dove è apparso per la prima volta il presunto Neandertal…

Una setta religiosa di Baton Rouge, in Louisiana, saluta la comparsa del Neandertal come la seconda venuta di Cristo. 'È naturale che abbia le sembianze di un essere umano preistorico' ha affermato il reverendo Hooley Gordwell. 'Il mondo ha più di seimila anni, e Cristo venne tra noi per la prima volta circa duemila anni fa. Nel frattempo siamo cambiati, probabilmente perché ci nutriamo meglio, ma lui è rimasto com'era.' La setta sta progettando un pellegrinaggio nella città mineraria di Sudbury, nell'Ontario, dove al momento si troverebbe il Neandertal.

Il giorno seguente, di buon mattino, facendo bene attenzione a passare inosservati, Ponter e il dottor Montego si recarono al laboratorio dell'università Laurenziana, dove Mary li stava aspettando per i risultati delle analisi del DNA: il momento della verità era finalmente giunto.

Per stabilire la sequenza di 379 nucleotidi si era reso necessario un lavoro minuzioso. Mary sedeva raggomitolata davanti a una scrivania di plastica color bianco latte, con la superficie illuminata da tubi fluorescenti che pendevano dall'alto. Vi aveva poggiato la pellicola autorad, e con un pennarello aveva scritto le lettere dell'alfabeto genetico della sequenza in questione; G-G-C: una delle triplette che indicavano in codice l'amminoacido della glicina; T-A-T, il codice della tiroxina; A-T-A, che nel DNA mitocondriale, opposto a quello nucleare, indica la metionina; A-A-A, la formula della lisina…

Alla fine era riuscita a identificare tutte le 379 basi di una parte specifica della regione di controllo di Ponter. Nel computer portatile aveva un piccolo programma di analisi del DNA; cominciò a digitare le 379 lettere che aveva scritto sulla pellicola, poi chiese a Reuben di digitarle di nuovo, per assicurarsi che i dati fossero inseriti correttamente.

Il programma segnalò tre differenze tra le due digitazioni, rilevando — era un programmino alquanto intelligente — anche le cause degli errori: Mary non aveva digitato una T in una sequenza, mentre gli altri due erano errori di battitura fatti da Reuben. Quando fu certa che tutte le 379 lettere erano state immesse correttamente, lanciò il programma, che doveva mettere a confronto la sequenza del DNA di Ponter con quella ricavata dal campione di Neandertal che aveva preso al Rheinisches Landesmuseum.

«Allora?» chiese Reuben con impazienza. «Qual è il verdetto?»

Mary si appoggiò alla spalliera della sedia, sbigottita. «Il DNA di Ponter differisce in sette punti da quello del fossile» rispose. Alzò una mano e proseguì: «Ci possono essere alcune variazioni individuali, e naturalmente c'è da considerare qualche mutazione genetica nel corso del tempo, ma…»

«Ebbene?»

Mary alzò le spalle: «Sì, è un Neandertal.»

«Wow!» fece Reuben squadrando Ponter come se lo vedesse per la prima volta.

Il Neandertal parlò nella sua lingua, e la voce maschile dell'impianto tradusse: «La mia specie scomparsa?»

«Qui?» chiese Mary. «Sì, la tua specie è scomparsa da… almeno da ventisettemila anni.»

Ponter abbassò la testa, costernato per l'incredibile notizia.

Anche Mary rifletteva. Fino alla comparsa di Ponter, i parenti più prossimi all'Homo sapiens erano i due membri della specie Pan: lo scimpanzé e il bonobo, entrambi molto affini agli esseri umani, con cui avevano in comune il 98,5 per cento del DNA. Mary non aveva ancora terminato di analizzare il DNA di Ponter, che molto probabilmente aveva in comune con quello dell'Homo sapiens addirittura il 99,5 per cento.

E quello 0,5 spiegava tutte le differenze esistenti. Se quello che aveva davanti era un tipico rappresentante dei Neandertal, era molto probabile che quella specie avesse la scatola cranica più sviluppata di quella di un Homo sapiens normale. Inoltre, Ponter era fisicamente più prestante di qualunque uomo avesse mai conosciuto: aveva le braccia grosse quanto le cosce di un individuo medio. Gli occhi erano di uno strabiliante bruno dorato, e la genetista si chiese se nella loro specie esistessero altre variazioni di colore.

Aveva molti capelli, anche se il loro colore tenue lo rendeva meno evidente. Gli avambracci erano piuttosto pelosi, e così probabilmente la schiena e il torace. Portava la barba, e una folta chioma con una riga nel mezzo.

Ecco dove l'aveva già visto: i bonobo, quella specie di agili scimmie antropomorfe senza coda, denominate anche scimpanzé nani, avevano la stessa acconciatura. Affascinante. Chissà se tutti i componenti di quella specie portavano i capelli in quella foggia o se si trattava di una sua peculiare pettinatura.

Ponter parlò di nuovo nella sua lingua, a voce bassa, tra sé e sé. L'impianto tradusse le sue parole: «La mia specie sparita.»

Mary rispose più delicatamente che poté: «Sì, mi dispiace.»

Dalla bocca di Ponter vennero fuori altri frammenti di parole, che il suo Companion rese: «Io… nessun altro. Io… tutto…» Scosse la testa, continuando il triste monologo. Il Companion parlò con la voce femminile: «Non conosco le parole per tradurre quello che sta dicendo Ponter.»

Mary annuì piano, mestamente. «La parola che cerchi» disse con dolcezza «è 'solo'.»

Il dooslarm basadlarm di Adikor Huld si tenne nell'edificio del Consiglio dei Grigi, situato alla periferia del Centro. I maschi potevano recarvisi senza attraversare il territorio delle femmine, e queste potevano entrarvi senza tecnicamente lasciare la loro zona. Adikor non sapeva se il fatto che l'inchiesta preliminare a suo carico fosse tenuta durante il periodo degli Ultimi Cinque potesse nuocergli, ma il giudice, una donna il cui nome era Komel Sard, doveva essere della generazione 142, quindi da tempo in menopausa.

La sua accusatrice, Daklar Bolbay, stava sproloquiando nell'ampia sala quadrata. Alcuni ventilatori spostavano l'aria verso il giudice, che, seduto nella parte meridionale della sala, ascoltava impassibile l'arringa dell'accusa, il volto dall'espressione saggia solcato dalle rughe. Lo spostamento d'aria aveva una duplice funzione: spingeva verso il giudice i feromoni dell'accusato, spesso rivelatori quanto le parole pronunciate, e manteneva i suoi — che avrebbero potuto rivelare le sue sensazioni — lontani da accusato e accusatrice, entrambi posizionati nella parte settentrionale della sala.

Adikor aveva incontrato Klast parecchie volte, e tra loro non c'era mai stato nessun problema. Ma Bolbay, che era stata la compagna di Klast, non sembrava avere né la cordialità né il senso dell'umorismo di quest'ultima.

Quel giorno Bolbay indossava un pantalone e un top arancio scuro; l'arancione era il colore dell'accusatore. Adikor invece vestiva in blu, il colore dell'accusato. Centinaia di spettatori, equamente divisi tra maschi e femmine, sedevano ai due lati della sala; era evidente che valesse la pena assistere a un dooslarm basadlarm per omicidio. Erano presenti anche Jasmel Ket e la sorellina Megameg Bek; Lurt, la compagna di Adikor, che appena arrivata lo aveva abbracciato forte; e accanto a lei il figlio di Adikor, Dab, coetaneo di Megameg.

E naturalmente c'erano tutti gli Esibizionisti di Saldak, poiché quel dibattimento era l'evento più interessante in programma. Nonostante la situazione, Adikor era contento di vedere dal vivo Hawst, che in passato si era interessato spesso a lui. Tra la folla riconobbe anche Lulasm, il preferito di Ponter, Gawlt, Talok, Repeth e un altro paio di loro. Era facile individuare gli Esibizionisti: portavano abiti color argento per segnalare che le trasmissioni del loro impianto erano accessibili a tutta la comunità.

Adikor sedeva su una panca, e Bolbay vi girava intorno scagliando le sue accuse, cosa che faceva con plateale soddisfazione: «Allora, scienziato Huld, parlaci del vostro esperimento. Ha avuto successo? Siete riusciti a fattorizzare il numero che vi eravate prefissi?»

«No» rispose Adikor scuotendo la testa.

«Un tale esperimento sotto la superficie della terra non poteva riuscire. Di chi è stata l'idea di fare il tentativo di fattorizzazione a quelle profondità?» disse Bolbay con voce poco femminile, che risuonò con un cupo rimbombo.

«Eravamo d'accordo.»

«Sì, ma chi è stato il primo a suggerire l'idea? Sei stato tu o lo scienziato Boddit?»

«Non lo ricordo.»

«Sei stato tu, vero?»

Adikor si strinse nelle spalle. «Potrebbe essere.»

Adesso Bolbay gli si stagliava di fronte. Ne sentiva la presenza fastidiosa, ma evitò di guardarla. «Allora, scienziato Huld, spiegaci perché hai scelto proprio quel posto.»

«Non ho detto che l'ho scelto io. Ho detto solo che potrei essere stato io.»

«Bene. Allora spiegaci perché è stato deciso di tentare l'esperimento proprio in quel luogo.»

Adikor aggrottò la fronte, riflettendo sui dettagli appropriati per spiegare una cosa così complessa. «La terra» cominciò «è costantemente bombardata da raggi cosmici.»

«Che sarebbero?»

«Radiazioni ionizzanti provenienti dallo spazio. Un flusso di protoni, nuclei di elio e di altri elementi, che quando entrano in collisione con i nuclei presenti nella nostra atmosfera producono radiazioni secondarie, per lo più pioni, mioni, elettroni e raggi dutar.»

«Sono pericolosi?»

«No, per lo meno non nelle piccole quantità prodotte dai raggi cosmici. Ma interferiscono con le strumentazioni più delicate, e per questo abbiamo deciso di installare le nostre attrezzature in qualche luogo al riparo dai raggi cosmici. Be', la miniera di nickel a Debral era il posto più adatto nelle vicinanze.»

«Non potevate scegliere un altro sito?»

«Immagino di sì. Ma Debral è unica non solo per la sua profondità — è la miniera più profonda del mondo — ma anche per il basso tasso di radiazioni delle sue rocce. L'uranio e altri materiali radioattivi presenti in altre miniere emanano particelle dotate di carica elettrica che avrebbero pregiudicato la funzionalità delle nostre strumentazioni.»

«Quindi laggiù eravate ben schermati.»

«Sì, da tutte le particelle ma non dai neutrini, suppongo.» Adikor colse l'espressione del giudice Sard, e precisò: «Minuscole particelle che riescono ad attraversare la materia solida; per loro non c'è schermatura che tenga.»

«Ora, non eravate anche al riparo da altro, laggiù?» chiese Bolbay.

«Non capisco.»

«Migliaia di metri di roccia vi separavano dalla superficie. Nessuna radiazione — nemmeno le particelle dei raggi cosmici che viaggiano senza impedimenti per distanze immense — poteva raggiungervi.»

«Esatto.»

«E nessuna radiazione poteva salire in superficie, vero?»

«Cosa vuoi dire?»

«Voglio dire» precisò Bolbay «che i segnali del tuo Companion — del tuo e di quello dello scienziato Boddit — non potevano essere percepiti sulla superficie.»

«Sì, è vero, ma a questo non avevo pensato fino a ieri, quando me lo ha fatto notare un addetto alla sorveglianza.»

«Non ci avevi pensato?» disse Bolbay beffarda. «Dal giorno della tua nascita esiste un cubo posto nell'archivio degli alibi che si trova nell'edificio adiacente a questo Consiglio, che raccoglie le tue informazioni personali, e su cui è registrato tutto ciò che hai fatto, ogni momento della tua vita, così come rilevato e trasmesso dal tuo Companion. Ogni attimo della tua esistenza, eccetto il tempo che hai trascorso laggiù, nascosto in quelle profondità.»

«Non sono un esperto in questa materia» se ne uscì Adikor ingenuamente. «In realtà, so ben poco della trasmissione di dati di un Companion.»

«Andiamo, scienziato Huld, solo un attimo fa ci stavi intrattenendo con storie di mioni e di pioni, e adesso vorresti farci credere che non sei in grado di capire il funzionamento di semplici trasmissioni radio?»

«Non ho detto che non le capisco» disse Adikor sulla difensiva. «Ho detto solo che non ci ho mai fatto caso.»

Bolbay gli si piazzò di nuovo alle spalle. «Non hai mai pensato al fatto che, mentre eravate laggiù, per la prima volta nella tua vita, non ci sarebbe stata alcuna registrazione di quello che stavi facendo?»

«Senta» disse Adikor rivolgendosi direttamente al giudice prima che Bolbay gli si parasse di nuovo davanti. «In tutta la mia vita non ho mai avuto motivo di accedere al mio archivio. Certo, sono consapevole del fatto che normalmente le mie azioni vengono registrate, ma solo in via teorica. Insomma, non è una cosa a cui penso tutti i giorni.»

«Eppure,» l'incalzò Bolbay «ogni giorno della tua vita trai beneficio della pace e della sicurezza rese possibili proprio da quelle registrazioni.» Quindi, guardando il giudice: «Sai bene che quando vai in giro la notte le possibilità di essere derubato o ucciso o lasagklat sono quasi nulle, perché non c'è modo di sfuggire alla punizione per questi crimini. Se mi accusassi, per dire, di averti assalito in Peslar Square, e volessi convincere un giudice della veridicità della tua accusa, questi ordinerebbe di visionare la registrazione del mio o del tuo archivio degli alibi per il periodo di tempo in questione, il che dimostrerebbe la mia innocenza. E sappiamo bene che il fatto che ogni crimine commesso venga registrato ci rende tutti molto più tranquilli.»

Adikor non disse nulla.

«Eccetto il caso in cui» continuò imperterrita l'accusatrice «qualcuno escogiti il modo di trovarsi con la sua vittima in un luogo — in pratica l'unico — dove è impossibile registrare quello che può accadere.»

«Ma questo è assurdo» ribatté Adikor.

«Credi? La miniera fu scavata molto prima dell'avvento dei Companion, e, naturalmente, sono secoli che i lavori minerari vengono svolti dai robot. Non mi risulta che un essere umano sia mai sceso laggiù, ecco perché non ci siamo mai posti il problema dell'impossibilità della comunicazione tra i Companion e l'archivio degli alibi. Ma tu hai fatto in modo di trascorrere un mucchio di tempo in quel nascondiglio sotterraneo insieme al tuo collega Boddit.»

«Non abbiamo affatto preso in considerazione la cosa.»

«No?» disse Bolbay. «Ti dice niente il nome Kobast Gant?»

Adikor ebbe un tuffo al cuore, e gli si seccò la bocca. «È un ricercatore che studia le intelligenze artificiali.»

«Proprio così. Lui afferma che sette mesi fa ha potenziato il tuo Companion e quello di Ponter installandovi dei sofisticati componenti di intelligenza artificiale.»

«Sì,» confermò Adikor «è vero.»

«Perché?»

«Be', uhm…»

«Perché?»

«Perché a Ponter non piaceva essere tagliato fuori dalla rete di informazioni planetarie. Laggiù i nostri Companion non potevano collegarsi alla rete, quindi aveva pensato che fosse utile aumentare la loro capacità di elaborazione dei dati, per favorire il nostro lavoro.»

«E tu hai dimenticato questo particolare?»

«Come hai detto tu stessa,» replicò Adikor in tono brusco «si tratta di una cosa accaduta parecchi mesi fa. Mi sono abituato al fatto di avere un Companion più loquace del solito. D'altra parte, e questo Kobast Gant lo può confermare, anche se quei software delle intelligenze artificiali erano delle versioni primitive, lui aveva intenzione di renderli disponibili a tutti coloro che ne avessero fatto richiesta. Era convinto della loro utilità, soprattutto nei casi in cui i Companion non fossero in grado di connettersi alla rete, ed era sicuro che il progetto avrebbe avuto successo, diventando di uso comune.» Congiunse le mani e le mise in grembo, quindi concluse: «Comunque, io mi sono abituato subito al nuovo Companion, e, come ho già detto, non ho più pensato al motivo per cui… ma… un momento! Un momento!»

«Sì?» disse Bolbay.

Adikor guardò direttamente Sard, seduta in fondo alla sala. «Il mio Companion vi può dire quello che è successo laggiù.»

Il giudice lo fissò a lungo, prima di chiedergli: «Qual è il suo contributo, scienziato Huld?»

«Il mio? Sono un fisico.»

«E anche programmatore di computer, a quanto mi risulta. E a dirla tutta, lei e il suo collega stavate lavorando con dei computer estremamente sofisticati.»

«Sì, ma…»

«Per cui» concluse il giudice «mi risulta difficile pensare che si possa prestare fede al suo Companion. Per uno della sua esperienza sarebbe un giochetto da nulla programmarlo in modo da raccontarci ciò che vuole.»

«Ma io…»

«Grazie, giudice Sard» si intromise Bolbay. «E adesso, scienziato Huld, ci vuoi dire quante persone sono normalmente coinvolte in un esperimento scientifico?»

«È una domanda priva di senso» replicò Adikor. «Alcuni progetti sono portati avanti da una sola persona, e…»

«…e alcuni da decine di ricercatori, non è vero?»

«Alle volte sì.»

«Ma al vostro progetto lavoravate solo in due.»

«Non esattamente» la corresse. «Al nostro progetto hanno collaborato altri quattro ricercatori, in fasi diverse.»

«Ma nessuno di loro scendeva con voi giù nella miniera. Solamente voi due — Ponter Boddit e Adikor Huld — vi recavate laggiù, vero?»

Adikor annuì.

«E solo uno dei due è tornato su in superficie.»

Adikor rimase impassibile.

«Non è forse vero, scienziato Huld? Solo uno dei due è tornato in superficie.»

«È così,» disse Adikor «ma come ho già spiegato, lo scienziato Boddit è scomparso.»

«Scomparso» ripeté Bolbay come se non avesse mai sentito prima quella parola e stesse cercando di comprenderne il significato. «Intendi dire che è sparito?»

«Sì.»

«Nel nulla?»

«Proprio così.»

«Ma non esiste traccia alcuna di questa scomparsa.»

Adikor scosse impercettibilmente il capo. Perché Bolbay lo stava perseguitando in quel modo? Non si era mai mostrato scortese nei suoi confronti, e non poteva pensare che Ponter le avesse parlato di lui in termini sfavorevoli. Qual era il motivo?

«Non si è trovato il corpo» dichiarò Adikor provocatoriamente «perché non c'è nessun corpo da trovare.»

«Scienziato Huld, questa è la tua versione. Ma a migliaia di metri sotto terra avresti potuto nascondere il corpo ovunque: in un sacco a tenuta stagna per non farne filtrare il cattivo odore e poi gettarlo in qualche fenditura della roccia, o seppellirlo sotto qualche masso, o anche gettarlo in una macina. Il complesso minerario è enorme, con migliaia di gallerie, di cunicoli e di masse di detriti. Insomma, non avresti certo avuto problemi a far sparire il corpo.»

«Ma non l'ho fatto.»

«Questo è quello che dici tu.»

«Sì,» disse Adikor lottando per rimanere calmo «è quello che dico io.»

La sera precedente, a casa di Reuben, Louise e Ponter avevano cercato di escogitare un modo che provasse a tutti che Ponter aveva detto il vero: che proveniva da un mondo parallelo.

Forse l'analisi chimica dei suoi abiti avrebbe potuto dimostrarlo. Aveva detto che erano di tessuto sintetico, ed era molto probabile che non avessero eguali tra i polimeri conosciuti. E del resto, anche alcuni componenti del suo misterioso impianto dovevano essere ignoti alla scienza di questo mondo.

Un dentista avrebbe potuto dimostrare che non aveva mai ingerito acqua fluorizzata, e sarebbe stato persino possibile dimostrare che era vissuto in un mondo dove non esistevano armi nucleari, diossina, o motori a combustione interna.

Ma, come Reuben aveva fatto rilevare, tutto ciò dimostrava solo che Ponter non era di questa Terra, non che veniva da un'altra Terra. In fondo, poteva essere un alieno.

Louise aveva argomentato che non era possibile che la vita su un altro pianeta avesse avuto un'evoluzione simile a quella sulla Terra, pur concedendo che per molti sarebbe stato più accettabile e sicuramente più familiare l'idea dell'alieno piuttosto che quella di un universo parallelo. E questo aveva spinto Reuben a dire qualcosa del tipo che Kira Nerys stava meglio quando vestiva in pelle.

Alla fine era stato proprio Ponter a suggerire una prova adeguata. Il suo impianto, aveva detto, conteneva le mappe complete della miniera di nickel del suo mondo, che presumibilmente doveva trovarsi in quei paraggi. Naturalmente, la maggior parte delle masse minerali più estese erano già state localizzate sia dalla civiltà dei Neandertal sia dalla Inco. Ma le mappe della società mineraria, che avevano consultato sul sito web, non riportavano un ricco deposito di rame, come aveva notato Hak. Se il deposito fosse stato individuato, questo poteva essere il tipo di informazione in possesso solamente di qualcuno che venisse da un universo parallelo.

Così Ponter Boddit — di cui avevano appreso il nome completo -, Louise Benoìt, Bonnie Jean Mah, Reuben Montego e una donna che Louise non conosceva, una genetista di nome Mary Vaughan, si recarono nel mezzo di un folto bosco distante trecentosettantadue metri esatti dal luogo al di sotto del quale sorgeva l'Osservatorio di neutrini di Sudbury. Erano presenti anche due geologi della Inco, che stavano trivellando il terreno per prelevare dei campioni di roccia. Uno di loro insisteva sul fatto che Ponter si era sbagliato: in quel luogo non poteva esserci del rame.

Scesero fino a nove metri e trenta, come Hak aveva detto loro, ed estrassero il campione. Quando spensero la trivella con la punta di diamante, Louise si sentì sollevata; quel rumore stridente le aveva procurato un tremendo mal di testa.

Tutti diedero una mano a trasportare il pezzo di roccia avvolto in un contenitore fino al parcheggio, dove i geologi ne rimossero l'opaca membrana esterna. La superficie del campione di roccia era ricoperta di humus, sotto il quale trovarono un deposito glaciale di argilla, sabbia, ghiaia e sassi. Ancora più sotto, disse uno dei geologi, c'era una roccia di norite precambriana.

E al centro, esattamente alla profondità che aveva detto Hak, c'era…

Louise batté le mani tutta eccitata, e Reuben Montego sfoderò un sorriso smagliante. Il geologo dubbioso borbottò qualcosa tra sé, mentre la professoressa Mah annuiva, sinceramente sbigottita. La genetista, dottoressa Vaughan, fissava Ponter ad occhi spalancati.

Era lì, esattamente dove aveva detto che l'avrebbero trovato: rame allo stato puro, intrecciato e bulboso, opaco ma indubbiamente metallo.

Louise sorrideva a Ponter, pensando al mondo verdeggiante e incontaminato che le aveva descritto la sera prima. «Monetine dal paradiso» disse tutta trasognata.

La professoressa Mah si avvicinò a Ponter, prese la sua mano gigantesca tra le sue e la strinse energicamente. «Non l'avrei mai creduto,» gli disse «ma ad ogni modo benvenuto nella nostra Terra.»

21

Il gruppo, esclusi i due geologi, si riunì nella sala conferenze della miniera di Creighton: Mary Vaughan. la genetista di Toronto; Reuben Montego, il medico della Inco; Louise Benoit, la ricercatrice che lavorava nell'Osservatorio di neutrini di Sudbury e che era presente quando l'impianto era saltato; Bonnie Jean Mah, direttrice dell'osservatorio; e, il più importante di tutti, Ponter Boddit, fisico proveniente da un mondo parallelo, l'unico esemplare di Neandertal apparso su questa Terra da almeno ventisettemila anni.

Mary si era seduta accanto a Bonnie Jean Mah, l'unica donna che aveva una sedia libera accanto. Al centro della stanza, Reuben Montego sproloquiava. «Domanda» stava dicendo con quell'accento giamaicano che Mary trovava così delizioso. «Perché in questo luogo sorge una miniera?»

Mary non lo sapeva, e nessuno di coloro che conoscevano la risposta sembrava propenso a giocare ai quiz, ma alla fine Bonnie Jean Mah rispose: «Perché un miliardo e ottocento milioni di anni or sono un asteroide ha impattato sulla terra proprio in questo posto, dando luogo a un immenso giacimento di nichel.»

«Esattamente» disse Reuben. «Un evento accaduto molto prima della comparsa sulla Terra di forme di vita pluricellulari, un evento che condividiamo con il mondo di Ponter, quale parte del nostro comune passato.» Passò in rassegna i volti dei presenti, uno per uno, per finire con quello di Mary. «Non c'è molta scelta quando si deve scegliere il luogo dove costruire una miniera» continuò. «Devono esserci i minerali. Ma l'osservatorio di neutrini? Perché è stato costruito proprio qui?»

«Perché» rispose di nuovo Mah «i due chilometri di roccia della miniera sono un ottimo scudo contro i raggi cosmici, quindi il luogo ideale per costruire un rilevatore di neutrini.»

«Giusto, ma non si tratta solo di questo, vero, madam?» disse Reuben che, intuiva Mary, con l'aiuto di Louise era diventato un esperto. «Ci sono altre miniere altrettanto profonde in altri luoghi, ma la nostra si contraddistingue anche per un basso livello di radiazioni, dico bene? E in effetti questo sito è unico perché qui le strumentazioni non sono soggette alle interferenze dovute alle radiazioni naturali.»

A Mary la cosa parve ragionevole, infatti notò che la professoressa Mah annuiva. Ma poi la direttrice aveva subito chiesto: «E allora?»

«Allora,» replicò Reuben «nel mondo di Ponter è stata costruita una miniera nel punto esatto in cui l'abbiamo costruita noi, per raggiungere lo stesso giacimento di nichel. E infine lui stesso si è reso conto dell'importanza del sito e ha convinto le sue autorità a costruirvi sotto un laboratorio.»

«Insomma vuole farci credere che nell'altro universo, nello stesso posto, c'è un rilevatore di neutrini?» chiese Mah.

«No» disse Reuben scuotendo la testa. «No, non c'è. Bisogna ricordare che la scelta di costruire l'osservatorio proprio qui è dovuta anche a un accidente storico: i reattori nucleari canadesi, a differenza di quelli degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, del Giappone e della Russia, impiegano dei moderatori ad acqua pesante. Tutte queste circostanze non si sono verificate nel mondo di Ponter, dove infatti sembra che il nucleare non esista. Ma questo luogo sotterraneo è adatto anche per l'allocazione di un'altra strumentazione estremamente sensibile.» Fece una pausa, guardò nuovamente i presenti uno ad uno, quindi riprese: «Ponter, dov'è che lavori?»

«Drusble korbul to kalbtadu» rispose il Neandertal.

E l'impianto, con la voce maschile, tradusse: «In un laboratorio di calcolo quantistico.»

«Calcolo quantistico?» ripeté Mary sentendosi a disagio, non essendo abituata a essere la meno competente nelle discussioni scientifiche.

«Esattamente» disse Reuben con un gran sorriso. «Dottoressa Benoit?»

Louise annuì e si alzò in piedi. «Il calcolo quantistico è qualcosa con cui anche noi stiamo iniziando a giocare» esordì spostando una ciocca di capelli dal viso. «Un computer normale può determinare i fattori di un dato numero cercando un fattore possibile per vedere se funziona, quindi passando a quello successivo, e così via: si tratta della semplice forza bruta del calcolo. Ma se si impiega un computer tradizionale per fattorizzare un numero molto alto — per esempio un numero con 512 cifre, come quelli usati per criptare le transazioni fatte con la carta di credito in Internet — l'elaboratore impiegherebbe un numero incalcolabile di secoli per testare singolarmente tutti i possibili fattori.»

Anche Louise guardò a turno i volti dei presenti, per sincerarsi che tutti la stessero seguendo, quindi proseguì: «Un computer quantistico, invece, si serve di sovrapposizioni di stati quantici per verificare simultaneamente un alto numero di possibili fattori. Cioè, in sostanza, si costruiscono dei duplicati di nuovi universi fittizi per effettuare il calcolo quantistico e, una volta completata la fattorizzazione — il che virtualmente avviene in tempo reale — tutti quegli universi collassano e ritornano all'unità, poiché, eccetto il numero di prova che hanno testato per verificare che fosse il fattore ricercato, sono completamente identici. In questo modo, nel breve spazio di tempo che ci vuole per identificare un solo fattore, si provano simultaneamente tutti i fattori e si risolve un problema fino ad ora irrisolvibile.» A questo punto fece una pausa, prima di tirare le conclusioni del suo discorso: «O per lo meno, fino ad oggi, questo è quanto teorizzato sul calcolo quantistico: la momentanea sovrapposizione di stati quantici in effetti crea universi differenti.»

Mary annuì, cercando di non perdere il filo.

«Ma supponiamo che le cose non vadano così» continuò Louise. «Supponiamo che, invece che creare universi temporanei che restano in vita la frazione di un secondo, un computer quantistico acceda ad universi paralleli già esistenti: altre versioni di realtà in cui è presente anche un computer quantistico.»

«Non esistono basi teoriche per affermare una cosa del genere» la interruppe Bonnie Jean piuttosto seccata. «E d'altra parte, qui, nel solo universo che siamo certi che esista, non ci sono computer quantistici.»

«Proprio così!» esclamò Louise. «Questa è quindi la mia teoria: il dottor Boddit e i suoi colleghi stavano cercando di fattorizzare un numero talmente alto che per verificare ogni possibile fattore c'era bisogno di più versioni del computer quantistico di quelle presenti negli universi separati già esistenti. Capite? È entrato in contatto con migliaia — milioni! — di universi, e in ognuno di quegli universi paralleli il computer quantistico ha trovato un duplicato di se stesso, e quel duplicato ha testato un fattore potenziale diverso. Mi seguite? Ma cosa accadrebbe se si stesse fattorizzando un numero enorme, gigantesco, un numero con più fattori possibili di quelli degli universi paralleli in cui già esiste un laboratorio per il calcolo quantistico? Cosa accadrebbe? Be', penso che si verificherebbe esattamente quello a cui abbiamo assistito: il dottor Boddit e i suoi colleghi stavano fattorizzando un numero gigantesco, il computer quantistico ha trovato i suoi gemelli in tutti — ma letteralmente tutti — gli universi paralleli in cui già esisteva questo calcolo, ma aveva ancora bisogno di altre copie di se stesso, così ha continuato a cercare altri universi paralleli, anche quelli dove non esisteva un laboratorio di calcolo quantistico: il nostro universo. E, quando lo ha trovato, è stato come abbattere un muro, il che ha causato il fallimento dell'esperimento. Ma l'urto ha determinato l'irruzione di Ponter e di una parte del suo mondo nel nostro.»

Mary notò che la dottoressa Mah stava annuendo: «L'aria che è entrata insieme a Ponter.»

«Esatto» disse Louise. «Come avevamo supposto, si trattava per lo più di aria trasferita in questo universo, in quantità sufficiente da far scoppiare la sfera di acrilico. Ma, oltre all'aria, è stata proiettata qui anche una persona, che in quel momento si trovava nel laboratorio.»

«Se così fosse, allora non sapeva quello a cui andava incontro?» chiese Mah.

«No,» interloquì Reuben Montego «non lo sapeva. Se noi tutti siamo rimasti scioccati, immaginate quanto doveva esserlo lui. Il poveretto si è ritrovato in un attimo sommerso dall'acqua, nel buio più assoluto. Se non ci fosse stato quel trasferimento massiccio di aria sarebbe certamente annegato.»

Il tuo mondo ribaltato in un attimo, pensò Mary guardando il Neandertal. Era molto bravo a celare la paura e il disorientamento che doveva provare, ma lo shock doveva essere stato grande.

Mary gli sorrise, comprensiva.

22

Il dooslarm basadlartn di Adikor Huld andava avanti. Il giudice sedeva sempre nella parte meridionale della sala, mentre Adikor rimaneva sulla panca rovente, con Daklar Bolbay che gli gattonava intorno.

«È stato davvero commesso un crimine?» domandò l'accusatrice rivolta al giudice Sard. «Non è stato rinvenuto alcun cadavere, si potrebbe quindi sostenere che si tratti di un semplice caso di persona scomparsa, anche se tale ipotesi oggi ci sembra altamente improbabile. Abbiamo effettuato delle ricerche approfondite nella miniera, anche con l'ausilio di sofisticati rilevatori, e cosa abbiamo appurato? Che l'impianto di Ponter non emette alcun segnale. Se fosse ferito, ne invierebbe. Anche nel caso in cui fosse deceduto per cause naturali l'impianto continuerebbe a funzionare, impiegando l'energia di riserva, per diversi giorni dopo la cessazione dei processi biochimici. Questo ci porta alla conclusione che solo una causa violenta può spiegare la scomparsa di Ponter e il silenzio del suo Companion.»

Adikor sentì lo stomaco contrarsi. Il ragionamento di Bolbay non faceva una piega: i Companion erano stati progettati per essere infallibili. Prima della loro invenzione, passavano dei mesi prima che le persone scomparse fossero dichiarate decedute. Ma Lonwins Trob aveva promesso che i suoi Companion avrebbero cambiato le cose: nessuno sarebbe più svanito nel nulla senza lasciare tracce.

Ovviamente, Sard si trovò d'accordo con la requisitoria dell'accusa. «Sono convinta» disse «che la scomparsa del corpo e del suo Companion fanno supporre un atto criminoso. Si proceda.»

«Molto bene» disse Bolbay, che prima di rivolgersi nuovamente al giudice lanciò una rapida occhiata ad Adikor. «Qui da noi» riprese «l'omicidio non è un reato comune. Togliere la vita ad una persona — voglio dire, porre definitivamente fine all'esistenza di qualcuno — è il crimine più grave ed efferato che esista. Eppure, alcuni casi si sono verificati, la maggior parte, comunque, prima dell'avvento dei Companion e delle registrazioni negli archivi degli alibi. In quei casi, per suffragare l'accusa di omicidio il tribunale richiedeva tre elementi.

«Il primo è l'occasione di commettere il crimine; e questa occasione Adikor Huld l'ha avuta come mai nessun altro su questo pianeta, dato che il suo Companion era nell'impossibilità di trasmettere le informazioni.

«Il secondo è la tecnica, vale a dire il modo in cui il crimine è stato commesso. Senza il cadavere, si possono solo fare delle congetture sulle modalità dell'assassinio, anche se, come vedremo tra breve, esiste un metodo particolarmente idoneo a tale scopo.

«E, infine, bisogna dimostrare il movente, la giustificazione logica dell'omicidio, qualcosa che abbia spinto l'assassino a commettere un atto così atroce e irrimediabile. Ed è proprio il movente che ho intenzione di provare adesso, signor giudice.»

L'anziana donna annuì. «La ascolto.»

Bolbay si voltò verso Adikor. «Tu e Ponter Boddit vivevate insieme, vero?»

Adikor annuì. «Da sessanta mesi.»

«Lo amavi?»

«Moltissimo.»

«La sua compagna è morta di recente, vero?»

«Era anche la tua compagna» disse Adikor cogliendo al balzo l'opportunità di sottolineare il conflitto di interessi di Bolbay.

Ma la donna era preparata: «Sì. La mia amata Klast. Non è più in vita, e ne provo un gran dolore. Ma per quello che è accaduto non incolpo nessuno, perché nessuno è responsabile della sua morte. La malattia è un evento naturale, e gli specialisti hanno fatto tutto il possibile per renderle sereni gli ultimi mesi di vita. Ma per la morte di Ponter Boddit esiste un responsabile.»

«Sia più prudente, Daklar Bolbay» intervenne il giudice Sard. «Non ha ancora provato che lo scienziato Boddit sia morto, e finché non sarò io a dichiararlo tale lei si deve limitare solo a ipotizzare una simile circostanza.»

Bolbay si voltò verso Sard. «Le mie scuse, signor giudice» disse con un inchino. Quindi si voltò nuovamente a fronteggiare Adikor. «Stavamo parlando di un'altra morte, sulla quale non esiste dubbio alcuno: quella di Klast, che è stata la compagna di Ponter… oltre che la mia.» Chiuse gli occhi e continuò: «Il mio dolore è troppo grande da comprendere, e non è mia intenzione manifestarlo a nessuno. E il dolore di Ponter, ne sono sicura, è stato altrettanto grande. Klast parlava spesso di lui, e so bene quanto lo amasse, e quanto lui amasse lei.» Si fermò un attimo, come per ricomporsi. «E alla luce di questa recente tragedia, dobbiamo formulare un'altra ipotesi riguardo alla scomparsa di Ponter: potrebbe essersi tolto la vita per la morte di Klast?» Fissò Adikor, rivolgendogli la domanda: «Qual è la tua opinione in proposito, scienziato Huld?»

«La scomparsa di Klast lo aveva duramente colpito, ma è avvenuta già un po' di tempo fa. Se avesse deciso di suicidarsi lo avrei certamente saputo.»

Bolbay annuì come se condividesse la supposizione fatta dall'accusato. «Non pretendo di conoscere bene Ponter Boddit quanto te, ma condivido quanto hai detto. Ma ti chiedo ancora: ci potrebbero essere state delle ragioni per spingerlo al suicidio?»

Adikor fu colto di sorpresa: «Quali?»

«Be', per esempio il vostro lavoro. Perdonami, scienziato Huld, ma non trovo un modo cortese per affermare che il vostro lavoro è stato un fallimento. La sessione del Consiglio dei Grigi, nella quale entrambi avreste dovuto discutere del vostro contributo alla comunità, era imminente. Potrebbe darsi che lui si sia tolto la vita temendo che avrebbero fermato i vostri esperimenti?»

«No» rispose Adikor sbigottito. «No. In effetti, se qualcuno rischiava qualcosa davanti al Consiglio, quello ero io.»

Bolbay lasciò che le parole fossero pienamente recepite dall'uditorio, quindi chiese: «Saresti così gentile da illustrarci meglio la situazione?»

«Nel nostro progetto Ponter è il teorico. Le sue teorie non sono state dimostrate ma nemmeno invalidate, quindi bisognerà continuare a lavorarci su. Io sono l'ingegnere: il mio compito è quello di costruire un sistema sperimentale in grado di verificare le sue idee. Ed è proprio quel sistema — il nostro prototipo di computer quantistico — ad aver fallito. Il Consiglio avrebbe potuto reputare inadeguato il mio contributo, ma certo non quello di Ponter.»

«Quindi escludi che Ponter possa essersi suicidato» gli chiese per la seconda volta Bolbay.

«Le ripeto» intervenne nuovamente il giudice Sard «che deve parlare dello scienziato Boddit come se fosse vivo, finché non decreterò il contrario.»

Bolbay si inchinò di nuovo verso il giudice: «Le porgo di nuovo le mie scuse.» Quindi tornò a rivolgersi all'accusato: «Se Ponter avesse voluto uccidersi, è ragionevole supporre che lo avrebbe fatto senza coinvolgerti?»

«L'ipotesi del suicidio è così inverosimile…» cominciò Adikor.

«Sì, su questo siamo d'accordo,» lo interruppe Bolbay pacatamente «ma, sempre in via ipotetica, sei d'accordo che se avesse deciso di farlo avrebbe scelto un modo che non avrebbe suscitato dei sospetti su di te?»

«Sì, sono d'accordo.»

«Grazie» disse Bolbay. «E invece, riguardo alla questione da te stesso sollevata: l'inadeguatezza del tuo contributo…»

Adikor si agitò sulla panca. «Ebbene?»

«Be', io non ho certo intenzione di sollevare questo dubbio» aggiunse Bolbay, e Adikor intuì il colpo basso. «Ma dal momento che sei stato tu stesso a parlarne, sarebbe forse il caso di esaminare un po' più a fondo la questione… anche solo per dissipare ogni dubbio, come certo capirai.»

Adikor rimase in silenzio, finché Bolbay non riprese: «Come ci si sente a vivere all'ombra di qualcun altro?» gli chiese nel modo più amabile di questo mondo.

«… Come, prego?»

«Insomma, hai appena affermato che non era il suo contributo ad essere messo in questione, ma il tuo.»

«Mi riferivo alla riunione del Consiglio,» si difese Adikor «ma in generale…»

«In generale» disse Bolbay con voce melliflua «devi ammettere che il tuo contributo rispetto al suo è minimo. Non è forse vero?»

«La domanda è pertinente con il dibattimento?» interloquì Sard.

«In verità, Vostro Onore, credo che lo sia» rispose l'accusatrice.

Sard sembrò dubbiosa, ma col capo fece segno a Bolbay di continuare, cosa che ella fece immediatamente: «Scienziato Huld, sono certa che tu sia consapevole del fatto che i futuri studiosi di fisica si imbatteranno di frequente nel nome di Ponter, mentre il tuo sarà praticamente dimenticato.»

Adikor sentiva il cuore scalpitare. «Non ho mai pensato a cose simili» rispose.

«Oh, andiamo» l'incalzò Bolbay, come se stesse parlando di qualcosa che entrambi sapevano bene. «La differenza dei vostri contributi è lampante.»

«Daklar Bolbay, la diffido nuovamente a continuare su questo argomento» la riprese il giudice. «Non c'è ragione di umiliare l'accusato.»

«Sto solamente cercando di indagare il suo stato mentale» ribatté Bolbay, inchinandosi ancora una volta, e senza aspettare la risposta del giudice continuò a rivolgersi all'imputato: «Allora, scienziato Huld, spiega a tutti noi come ci si sente ad essere quello che dà il contributo minore.»

Adikor respirò a fondo. «Non sta a me giudicare i nostri rispettivi meriti.»

«Certo che no, ma la differenza è fuori questione» insisté Bolbay come se Adikor stesse svicolando invece di affrontare la questione. «Tutti sanno che tra voi due il genio è Ponter» aggiunse accompagnando le parole con un sorriso. «Quindi, ti chiedo nuovamente di spiegarci come si vive nella consapevolezza della propria inferiorità.»

«Provo esattamente quello che provavo prima della scomparsa di Ponter. L'unica differenza è una tristezza indicibile per la perdita del mio migliore amico» rispose Adikor cercando di controllare il tono della voce.

Adesso Bolbay gli era dietro. La panca su cui sedeva era girevole, quindi avrebbe potuto girarsi per seguire i movimenti circolari della sua accusatrice, ma decise di rimanere fermo. «Il tuo migliore amico?» ripeté Bolbay come se si trattasse di una ammissione sorprendente. «Il tuo migliore amico, dici. E in che modo hai reagito alla sua scomparsa? Proclamando a gran voce che i vostri esperimenti riguardavano il software e i computer creati da te, piuttosto che i suoi teoremi?»

Adikor rimase a bocca aperta. «Io… io non ho mai affermato una cosa simile. Ho solo detto ad un Esibizionista che riguardo ai nostri esperimenti potevo esprimere delle opinioni solamente sul ruolo del software e dell'hardware, perché questi sono sotto la mia diretta responsabilità.»

«Proprio così! È dal momento della sua scomparsa che stai minimizzando il contributo di Ponter.»

«Daklar Bolbay!» scattò Sard. «Le intimo di trattare lo scienziato Huld con il dovuto rispetto.»

«Rispetto?» ribatté Bolbay sprezzante. «Come quello che ha dimostrato nei confronti di Ponter da quando è scomparso?»

Adikor ebbe un capogiro. «Possiamo controllare il mio archivio degli alibi, o quello dell'Esibizionista» riuscì a dire. Poi, facendo un cenno a Sard come se fossero vecchi amici:. «Il giudice potrà ascoltare le parole esatte che ho usato.»

Bolbay fece un cenno con la mano, come se Adikor avesse detto una sciocchezza. «Non importano le parole esatte ma i sentimenti che rivelano. E ciò che è lampante è il senso di sollievo per la scomparsa del tuo rivale…»

«No» disse Adikor duro.

«Daklar Bolbay, è la terza volta che la richiamo» disse il giudice aspramente.

«Una liberazione di cui avevi bisogno» continuò Bolbay.

«No!» sbottò Adikor con l'ira che gli montava dentro.

«Un sollievo» incalzò Bolbay con voce sempre più alta «che è il tuo unico contributo rispetto a tutto quello che avete fatto insieme.»

«La smetta, Bolbay!» sbraitò il giudice Sard sbattendo il palmo della mano sul bracciolo della sedia.

«Sollievo» urlò Bolbay «per la morte del tuo rivale!»

Adikor scattò in piedi e si voltò a fronteggiarla, serrando i pugni e preparandosi a colpire.

«Scienziato Huld!» tuonò la voce del giudice nella sala.

Adikor si immobilizzò, il cuore che martellava nelle tempie. Aveva notato che Bolbay si era astutamente messa sottovento, in modo che i ventilatori non potessero portare i suoi feromoni nella sua direzione. Si guardò il pugno contratto: avrebbe potuto fracassare il cranio della donna con un sol colpo, sfondarne il torace, frantumare le costole e perforare il cuore. Quel pugno gli fece l'effetto di un'entità aliena, come se non appartenesse al suo corpo. Abbassò il braccio, ancora talmente pervaso d'ira e d'indignazione che per parecchi secondi non riuscì ad allentare la stretta delle dita. Si voltò verso il giudice e in tono implorante disse: «Io… Vostro Onore, può ben capire… Io… Io non avrei mai potuto…» Scosse la testa. «Lei ha sentito quello che mi ha detto. Io… nessuno può…»

Gli occhi violacei del giudice Sard erano spalancati su Adikor. «Non ho mai veduto nulla di simile, né dentro né fuori un tribunale. Scienziato Huld, che cosa le succede?»

Adikor stava ancora tremando. Bolbay doveva averlo scoperto. Era stata la compagna di Klast nello stesso periodo di Ponter. Ma… ma… poteva essere quello il motivo per cui lo stava perseguitando con quella furia? Quella la molla che la spingeva? Era certo che Ponter non avrebbe mai voluto una cosa simile.

Adikor era stato in terapia per le sue difficoltà nel controllare gli accessi d'ira. Il caro Ponter aveva scoperto che la malattia era dovuta a uno squilibrio chimico, e quell'uomo meraviglioso, durante tutto il periodo del trattamento, era andato a stare da lui.

Ma adesso… adesso Bolbay lo aveva preso in giro, provocandolo e spingendolo a tradirsi in modo così plateale.

«Vostro Onore» disse sforzandosi — sforzandosi, sforzandosi! - di apparire tranquillo. Doveva parlarne? Poteva farlo? Abbassò il capo. «Chiedo scusa per il mio comportamento.»

La voce del giudice Sard vibrava ancora, sbigottita: «Daklar Bolbay, ci sono altre prove a sostegno della sua accusa?»

La donna, raggiunto il suo scopo, era il ritratto della ragionevolezza. «Se mi è concesso, Vostro Onore, vorrei ancora parlare di una certa cosetta…»

23

Al termine della riunione tenutasi nella sala conferenze della Inco, Reuben Montego invitò tutti i partecipanti ad un barbecue a casa sua. Ponter manifestò la sua soddisfazione sfoderando un sorriso smagliante: evidentemente aveva gradito il pranzo del giorno prima. Louise non se lo fece ripetere: con l'osservatorio chiuso, aveva un sacco di tempo libero. Anche Mary accettò; si profilava una serata simpatica, che le avrebbe evitato la solitudine di una stanza d'albergo. Solo la professoressa Mah declinò l'invito, dovendo tornare a Ottawa, poiché alle dieci di quella sera avrebbe incontrato il Primo Ministro.

La faccenda stava mettendo in subbuglio i mezzi d'informazione; il servizio d'ordine della Inco li aveva preavvertiti che la stampa era in attesa fuori dai cancelli della miniera. Per evitare quel massacro, Reuben e Louise elaborarono un piano.

Lasciarono nel parcheggio della miniera la Dodge Neon rossa che la Inco aveva offerto a Mary per il periodo della sua permanenza a Sudbury, e sgattaiolarono via con la Ford Explorer nera di Louise. La targa personalizzata, con la scritta D20, incuriosì la genetista: era la formula chimica dell'acqua pesante. Louise prese una coperta dal bagagliaio — nel Quebec e nell'Ontario è consigliabile portare delle coperte nella propria automobile, nel malcapitato caso di avaria — e la avvolse intorno a Mary.

Lì sotto sentiva un caldo del diavolo, ma si consolò con l'aria condizionata. Certo, considerò, pochi dottorandi si sarebbero permessi una cosa del genere, ma Louise era davvero una ragazza piena di risorse.

Mentre percorrevano la strada sbrecciata che conduceva all'ingresso della miniera, Mary fece del suo meglio per dare l'impressione che li sotto ci fosse un individuo corpulento. Louise, da parte sua, procedette a tavoletta come se volesse seminare qualcuno.

«Stiamo attraversando il cancello» comunicò a Mary, sempre nascosta sotto la coperta. «Funziona! Ci stanno seguendo.»

Louise li depistò dirigendosi a Sudbury. Se il piano avesse funzionato, una volta sgombrato il campo Reuben avrebbe portato Ponter a casa sua, alla periferia di Lively.

Louise parcheggiò di fronte al piccolo edificio dove viveva. Dallo stridore delle gomme Mary arguì che diverse automobili si stavano fermando intorno. La ragazza scese e aprì la portiera: «Può scendere. Il giochetto è riuscito.»

Mary sentì uno sbattere di portiere. «Voilà!» gridò Louise aiutandola a togliersi la coperta di dosso, mentre Mary sorrideva imbarazzata ai giornalisti.

«Oh, merda!» esclamò uno di loro. «Dannazione!» gli fece eco un altro.

Ma una terza — ce n'erano una dozzina — fu più astuta. «Lei è la dottoressa Vaughan, vero? La genetista» le gridò dietro.

Mary annuì.

«Allora» chiese la reporter «si tratta o no di un Neandertal?»

Ci vollero quarantacinque minuti perché riuscissero a districarsi dai giornalisti, che, sebbene delusi per non aver trovato Ponter, furono ben contenti delle informazioni sui risultati del test sul suo DNA. Infine riuscirono a guadagnare l'entrata e a salire al terzo piano, nel piccolo appartamento di Louise. Aspettarono finché l'ultimo giornalista ebbe lasciato il parcheggio, ben visibile dalla finestra della camera da letto, quindi, non prima di aver preso dal frigo un paio di bottiglie di vino, scesero di nuovo in macchina e si avviarono verso Lively.

Giunsero a casa di Reuben verso le sei del pomeriggio. Non sapendo a che ora sarebbero arrivate, Reuben non aveva ancora cominciato a preparare la cena. Nel frattempo, Ponter si era disteso sul divano nel soggiorno; quando lo vide, Mary pensò che si sentisse poco bene, cosa del resto comprensibilissima con quello che stava passando.

Louise si offrì di preparare la cena. Da quello che disse, Mary scopri che era vegetariana e che era dispiaciuta di non aver dato una mano ai fornelli la sera precedente. Reuben accettò con entusiasmo l'aiuto della ragazza: del resto, considerò Mary, quale maschio tradizionalista non l'avrebbe fatto?

«Mary, Ponter, mettetevi pure comodi. Io e Louise prepariamo il barbecue.»

Il cuore di Mary ebbe un sobbalzo, e le si seccò la bocca. L'ultima volta che era rimasta sola con un uomo era stato…

Ma adesso era ancora pomeriggio, e…

… e Ponter non era…

Poteva anche essere banale, ma era inconfutabile: Ponter non era come gli altri uomini.

Sarebbe sicuramente andato tutto bene; e, comunque, Reuben e Louise erano lì vicino. Tirò un lungo sospiro, cercando di calmarsi. «Ma certo» disse piano. «Naturalmente.»

«Benissimo. Nel frigo c'è una sprite e della birra; il vino di Louise lo apriamo a cena.» I due andarono in cucina, e dopo un paio di minuti uscirono in giardino. Reuben chiuse la porta a vetri che dava nel giardino per non disperdere l'aria condizionata. Con la porta chiusa e il ronzio del condizionatore, se avesse gridato forse non l'avrebbero sentita.

Si voltò verso Ponter, che nel frattempo si era rimesso in piedi, e accennò un timido sorriso, che lui subito le restituì.

A ben vedere, non era poi così brutto; tutt'altro. Il viso però era davvero insolito: un po' come se qualcuno avesse modellato troppo all'infuori la maschera di creta di un volto umano.

«Salve» la salutò cordialmente con la sua voce profonda.

«Ciao.»

«Imbarazzante» disse Ponter.

Quella situazione le ricordò il viaggio in Germania. Era stata una tortura non riuscire a farsi capire, sforzarsi di comprendere le istruzioni scritte su un telefono a gettoni, o al ristorante, quando mendicava spiegazioni su piatti incomprensibili. Presumibilmente anche per Ponter — uno scienziato, un intellettuale! — era avvilente essere costretto a comunicare come un bambino.

Le sue emozioni più immediate non erano un mistero: sorrideva, aggrottava la fronte, inarcava il biondo sopracciglio, rideva; non lo aveva visto piangere, ma probabilmente poteva farlo. Purtroppo non disponeva di un vocabolario sufficiente per comunicare le sue sensazioni; paradossalmente, era stato più semplice parlare di meccanica quantistica che di sentimenti.

Mary annuì partecipe. «Sì, è imbarazzante non poter dire quello che si prova.»

Ponter piegò lievemente il capo. Aveva capito? Poi si guardò intorno, come in cerca di qualcosa. «Le vostre stanze non hanno…» Aggrottò la fronte, palesemente frustrato, forse nel tentativo di comunicare un concetto che il suo impianto non sapeva come esprimere. Si avvicinò alla grossa libreria incassata nel muro, colma di libri gialli, di DVD e piccole incisioni giamaicane, e cominciò a strofinarsi la schiena contro lo spigolo.

Mary lo guardò stupita; poi comprese: si stava grattando. La scena le riportò alla mente una raffigurazione che aveva visto nel Libro della giungla di Disney, quella dell'orso Baloo, tutto soddisfatto. Represse a fatica un sorriso. In effetti anche la sua schiena le prudeva spesso. Dio, da quanto tempo non aveva più nessuno che la grattasse. D'altra parte, il dorso di Ponter doveva essere alquanto peloso, non c'era quindi da stupirsi che sentisse prurito. Evidentemente, nel suo mondo le stanze erano dotate di oggetti idonei a quell'uso.

Sarebbe stato educato offrirsi di grattargli la schiena? La cosa la fece riflettere. Probabilmente non avrebbe avuto mai più contatti con un uomo. Certo, il grattare una schiena non aveva implicazioni sessuali; ma se era per quello, non c'era niente di erotico neanche in uno stupro, come infatti aveva letto negli opuscoli che le aveva dato Keisha. D'altra parte, non aveva la minima idea su quali potessero essere i rapporti sociali tra un uomo e una donna nel mondo di Ponter; avrebbe potuto offenderlo, o…

Riprenditi, ragazza.

Senza dubbio, Ponter non trovava molto di attraente in lei, e del resto il sentimento era reciproco. Si grattò ancora per un po', quindi si avvicinò e con il palmo della mano aperto rivolto verso l'alto la invitò a fare altrettanto.

Mary temeva di danneggiare il legno o far cadere qualcosa, ma se tutto era andato liscio malgrado gli energici movimenti di Ponter…

«Grazie» gli disse. Attraversò la stanza, evitando un tavolino con la superficie di vetro, poggiò la schiena contro lo spigolo della libreria e ancheggiò leggermente contro il legno: in effetti era piacevole, anche se il gancio del reggiseno si impigliava contro lo spigolo.

«Buono, sì?» disse Ponter.

«Sì» rispose Mary con un sorriso.

Proprio in quel momento squillò il telefono. Entrambi si voltarono a guardarlo. Di nuovo uno squillo. «Certo non per io» disse Ponter.

Mary rise della battuta e andò a rispondere. «Casa Montego.»

«Per caso la professoressa Mary Vaughan si trova li?» chiese una voce maschile.

«Ehm, sono io.»

«Magnifico! Mi chiamo Sanjit. Sono il produttore di @discovery.ca, il programma notturno di informazione scientifica che va in onda sul Discovery Channel canadese.»

«Wow!» fece Mary. «È un gran bel programma. Complimenti.»

«Grazie. Senta, stiamo seguendo questa faccenda del Neandertal comparso a Sudbury. In tutta franchezza, sulle prime non ci abbiamo dato molto credito, ma, be', un'agenzia giornalistica ha appena diffuso una notizia secondo la quale lei avrebbe dichiarato autentico il campione del DNA.»

«Sì» confermò Mary «in effetti si tratta di un DNA della specie dei Neandertal.»

«E che mi dice di… dell'uomo in questione? Non si tratta di un impostore?»

«No, è un esemplare autentico.»

«Caspita! Bene, senta, ci piacerebbe averla nostra ospite nella puntata di domani. Possiamo mandare qualcuno a intervistarla lì dove si trova, mentre qui a Toronto sarà presente un altro ospite, Jay Ingram.»

«Ehm, be', penso che si possa fare.»

«Magnifico» disse Sanjit. «E adesso vorrei parlarle dell'argomento che tratteremo.»

Mary si voltò a guardare attraverso la finestra del soggiorno; in giardino, Louise e Reuben erano indaffarati attorno al barbecue. «La ascolto.»

«Per prima cosa, vorrei verificare alcuni dati biografici. Lei è ordinario all'università di York, vero?»

«Sì, insegno genetica.»

«È di ruolo?»

«Sì.»

«E la sua tesi di dottorato su cosa verteva?»

«Biologia molecolare.»

«Vediamo, nel 1996 si è recata in Germania per prelevare un campione di DNA da un fossile di Neandertal, è giusto?»

Mary lanciò un'occhiata fugace a Ponter, temendo che fosse offeso per il fatto che stava parlando al telefono, ma lui le sorrise comprensivo: poteva continuare la conversazione. «Sì.»

«Mi racconti qualcosa di quell'esperienza» disse Sanjit.

L'intervista andò avanti una ventina di minuti, durante i quali per un paio di volte Reuben e Louise fecero un salto in cucina, e il padrone di casa si affacciò un attimo per sincerarsi che tutto andasse bene. Aveva coperto il microfono con la mano e gli aveva detto chi era al telefono, al che Montego aveva sorriso ed era tornato in cucina. Finalmente Sanjit terminò le domande, e si misero d'accordo sui particolari per la registrazione dell'intervista. Quando attaccò, si scusò subito con Ponter: «Mi dispiace per la telefonata.»

All'improvviso Ponter fece come un balzo verso di lei, un braccio teso in avanti.

«Ti prego» implorò Mary. «Ti prego. Fermo o mi metto a gridare…»

Ponter si avvicinò ancora di un passo, sussultando, e poi…

… poi…

Mary urlò: «Aiuto! Aiuto!»

Il Neandertal stramazzò sul tappeto, la grossa fronte madida di sudore, il volto ceruleo. Mary gli si accovacciò accanto. Annaspava, il torace impazzito.

«Aiuto!» urlò ancora.

Finalmente la porta a vetri girevole si aprì; Reuben irruppe nella stanza, subito seguito da Louise. «Ma cosa… oh, Dio!»

Si chinò e gli afferrò il polso.

«Ponter è malato» disse la voce femminile di Hak.

«Sì» annuì Reuben. «Sai cosa ha?»

«Il battito cardiaco è accelerato e il fiato corto. La temperatura corporea è di 39 gradi.»

Per un attimo Mary fu sorpresa di sentire l'impianto usare quella che presumeva fosse una scala centigrada, ma poi rifletté che in fondo, per un essere con dieci dita, era piuttosto logico adottare quel tipo di misurazione.

«Soffre di qualche allergia?» domandò il medico.

Hak emise un bip.

«Allergie. Cibi o cose nell'ambiente che non fanno male alle persone normali, ma a lui sì.»

«No» rispose Hak.

«Era indisposto prima di lasciare il vostro mondo?»

«Indisposto?»

«Malato. Non stare bene.»

«No.»

Reuben lanciò un'occhiata all'orologio di legno, finemente lavorato, posto sulla libreria. «Sono passate circa cinquantuno ore da quando è qui. Cristo! Cristo!»

«Che c'è?» si allarmò Mary.

«Mio Dio, sono proprio un idiota» biascicò Reuben rialzandosi e uscendo di corsa dalla stanza. Rientrò dopo qualche attimo con una valigetta medica di pelle marrone, la aprì e ne tirò fuori un cataglosso e una piccola pila. «Ponter,» intimò con voce ferma «apri la bocca.»

Ponter aveva gli occhi semichiusi, ma ubbidì. Era evidente, però, che non era mai stato visitato in quel modo, perché opponeva resistenza alla spatola di legno poggiata sulla sua lingua. Probabilmente Hak lo aveva tranquillizzato, perché smise subito di lottare, e Reuben riuscì a illuminare la cavernosa cavità orale dell'uomo di Neandertal.

«Ha la gola e le tonsille molto infiammate» fu la diagnosi di Reuben.

«È in atto qualche tipo di infezione.»

«Ma noi siamo stati con lui e non stiamo male» disse Louise.

«Proprio così» scattò Reuben. «Di qualunque cosa si tratti, l'ha beccata qui, ed è qualcosa alla quale noi tre siamo immuni.» Frugò affannosamente nella valigetta finché non trovò una boccetta di pillole. «Louise,» disse senza girarsi «per cortesia, prendi un bicchiere d'acqua.»

Mentre Louise correva in cucina, Reuben si rivolse ad Hak o forse a Mary: «Adesso gli somministro un'aspirina fortissima che dovrebbe abbassargli la febbre.»

Louise tornò con il bicchiere colmo d'acqua, che diede a Reuben. Il medico infilò due pillole tra le labbra di Ponter e ordinò: «Hak, digli di ingoiare le pillole.»

Mary non era sicura che il Companion avesse capito, o se avesse semplicemente intuito le intenzioni di Reuben. Sta di fatto che con l'aiuto del dottore Ponter bevve un sorso d'acqua per mandare giù le pillole, anche se gran parte del liquido scivolò lungo la mascella senza mento, inumidendo la barba dorata.

Ma non aveva tossito, notò Mary. Un Neandertal non correva il rischio di soffocare; questo era l'aspetto positivo del fatto di non poter riprodurre alcuni suoni. Il cavo orale era tale da rendere praticamente impossibile che il cibo solido o liquido finisse nella cavità sbagliata. Reuben lo aiutò a mandare giù ancora qualche sorso d'acqua, finché il bicchiere fu vuoto.

Maledizione, pensò Mary. Dio. Maledizione.

Come potevano essere così stupidi? Quando Cortez e i suoi soldati arrivarono nell'America centrale, trasmisero agli aztechi delle malattie alle quali loro erano immuni; eppure, spagnoli e aztechi erano stati separati soltanto poche migliaia di anni, un tempo comunque sufficiente perché in una parte del pianeta si diffondessero alcuni agenti patogeni contro i quali quelli che vivevano in altre zone non avevano sviluppato difese. Il mondo di Ponter si era diviso da questo almeno ventisettemila anni prima; quindi, la sua gente non era immune alle malattie che dovevano essersi sviluppate qui.

E… e…

Fu scossa da un brivido.

E viceversa, naturalmente.

La stessa cosa era venuta in mente a Reuben, che si rialzò di scatto, attraversò la stanza in tutta fretta e si attaccò al telefono: «Salve. Sono il dottor Reuben K. Montego, questa è un'emergenza. Ho urgente bisogno di parlare con il Centro per la cura delle malattie infettive di Ottawa. Sì, certo… con chiunque si occupi di malattie infettive…»

24

Il dooslarm basadlarm di Adikor Huld era stato interrotto per la cena, ma anche perché il giudice Sard voleva dargli la possibilità di calmarsi, recuperare il controllo e consultarsi con qualcuno riguardo al modo di limitare i danni che poteva procurargli l'accesso d'ira che lo aveva colto.

Quando ricominciò il dibattimento, Adikor prese di nuovo posto sulla panca destinata agli accusati.

Chi era stato quel genio, si chiese, che aveva avuto l'idea di far sedere l'accusato in modo che l'accusatore potesse girargli liberamente intorno? Probabilmente Jasmel lo sapeva. Dopo tutto studiava storia, e procedimenti di quel genere erano stati codificati in un lontano passato.

Bolbay percorse la sala a grandi passi, si sistemò al centro e fece la sua prima richiesta: «A questo punto, chiedo di recarci al Centro dell'archivio degli alibi.»

Sard lanciò un'occhiata all'orologio incastrato nel soffitto, evidentemente considerando quanto tempo avrebbe richiesto la cosa, quindi disse: «Abbiamo già accertato che l'archivio degli alibi dello scienziato Huld non ci è di nessun aiuto per scoprire il motivo della scomparsa di Ponter Boddit.» Quindi, guardando Bolbay con un certo cipiglio, aggiunse in un tono che non ammetteva repliche: «Sono sicura che lo scienziato Huld e la sua difesa saranno d'accordo che non c'è alcun bisogno di verificarlo.»

Bolbay annuì ossequiosamente. «Certamente, Vostro Onore. Ma non si tratta del cubo contenente le registrazioni degli alibi dello scienziato Huld. In realtà, vorrei che si visionasse quello di Ponter Boddit.»

«Neanche quello ci dirà qualcosa sulla scomparsa» ribatté Sard che cominciava a esasperarsi «e per la medesima ragione: tutta quella roccia ha impedito la trasmissione dei segnali.»

«Verissimo, Vostro Onore» rispose prontamente Bolbay. «Ma non si tratta della scomparsa dello scienziato Boddit. Piuttosto, vorrei mostrarvi quanto accadde duecentocinquantaquattro mesi fa.»

«Duecentocinquantaquattro!» esclamò il giudice. «E come potrebbero essere pertinenti al dibattimento cose accadute così tanto tempo fa?»

«Se accoglierà la mia richiesta credo che potrà verificare quanto lo siano.»

Riflettendo sulla strana richiesta di Bolbay, Adikor si tamburellava il pollice dritto contro la fronte. Duecentocinquantaquattro mesi erano più di diciannove anni. A quel tempo conosceva già Ponter; erano entrambi dei 145, e si erano iscritti all'Accademia nello stesso anno. Ma quale fatto accaduto allora poteva…

Si ritrovò in piedi senza volerlo. «Vostro Onore, mi oppongo a questa richiesta.»

Sard lo squadrò. «Opporsi?» disse sbigottita. «E con quali motivazioni? Bolbay non ha proposto di aprire il suo archivio degli alibi, ma quello dello scienziato Boddit. E poiché è lui a essere scomparso, l'apertura del suo archivio è qualcosa che Bolbay, in qualità di tabant dei suoi parenti stretti, ha il diritto di richiedere.»

Adikor si maledisse. Se solo avesse tenuto chiusa quella boccaccia, con ogni probabilità Sard avrebbe rigettato la richiesta. Adesso era troppo curiosa di sapere cosa voleva tenere nascosto.

«Molto bene» concluse il giudice prendendo la sua decisione. Guardò verso la folla degli spettatori e ordinò: «Voi aspettate qui finché non avrò accertato che le immagini possano essere divulgate.» Quindi spostò lo sguardo verso i diretti interessati e aggiunse: «I familiari dello scienziato Boddit, lo scienziato Huld e la sua difesa possono unirsi a noi, sempre che non si tratti di Esibizionisti.» E in ultimo, rivolta all'accusa: «Va bene, Bolbay. Mi auguro che la sua richiesta sia effettivamente pertinente.»

Sard, Bolbay e Adikor, insieme a Jasmel e Megameg che si tenevano per mano, si incamminarono lungo l'ampio corridoio ricoperto di muschio che portava al padiglione dove erano conservati gli archivi degli alibi. Durante il tragitto, Bolbay non resisté alla tentazione di lanciare una frecciata ad Adikor: «Non hai trovato nessuno che ti difenda, eh?»

Per una volta, Adikor decise di tenere la bocca chiusa.

Non erano molti quelli ancora in vita che fossero nati prima dell'adozione dei Companion: qualcuno della generazione 140 e i pochissimi della 139. Per tutti gli altri, i Companion erano un organo acquisito sin dalla nascita, quando venivano impiantati. Tra breve, in tutto il mondo sarebbero cominciate le celebrazioni per il millesimo mese dall'avvento dell'Era degli alibi.

Anche a Saldak c'erano decine di migliaia di persone nate e già decedute da quando era stato impiantato il primo Companion nel braccio del suo creatore, Lonwis Trob. Il colossale padiglione che conteneva l'archivio degli alibi, contiguo all'edificio dove si riuniva il Consiglio dei Grigi, era diviso in due ali: quella che sorgeva a sud era stata costruita a ridosso di una massa rocciosa molto antica, e poiché sarebbe stato estremamente difficoltoso ampliarla, era stata destinata a raccogliere i cubi degli alibi dei cittadini in vita, il cui numero si manteneva costante; l'ala edificata a settentrione, non più grande dell'altra ma che all'occorrenza si sarebbe potuta ampliare, conteneva i cubi degli alibi dei deceduti.

Adikor si chiese in quale delle due ali fosse conservato il cubo di Ponter. Tecnicamente, il giudice ancora non ne aveva decretato la morte, quindi si augurò che si trovasse nella zona riservata ai vivi: se fosse già stato portato nell'altra ala, temeva di perdere il controllo.

Non era la prima volta che si recava in quel posto. L'ala che sorgeva a settentrione, quella dei morti, era composta da sale separate da arcate, una per ogni generazione. La prima, molto piccola, conteneva un solo cubo, quello di Walder Shar, l'unico membro della generazione 131 ad essere ancora in vita quando erano stati introdotti i Companion. Le successive quattro sale erano progressivamente più grandi, e vi erano stati immagazzinati i cubi delle generazioni 132, 133, 134 e 135, ognuna dieci anni più giovane della precedente. A partire dalla generazione 136, tutte le sale avevano la stessa ampiezza, anche se quelle delle generazioni successive alla 144, i cui nati erano quasi tutti in vita, contenevano pochissimi cubi.

L'ala meridionale aveva invece una sola sala, dove trovavano posto trentamila contenitori nei quali erano sistemati i cubi degli alibi. Sebbene inizialmente tutto il materiale fosse tenuto in ordine, con il succedersi di nuove generazioni, ognuna delle quali suddivisa per sesso, l'ordine era andato perduto. Se era semplice ordinare i neonati in gruppi di nascita omogenei, gli adulti morivano a età differenti, per questo i cubi delle generazioni successive erano stati inseriti nei contenitori vuoti senza un ordine logico. E poiché i cubi erano più di venticinquemila — la popolazione di Saldak — era impossibile effettuare una ricerca senza un elenco alfabetico. Il giudice Sard si presentò alla Custode degli alibi, una donna corpulenta della generazione 143.

«Buongiorno, signor giudice» salutò l'impiegata, seduta dietro un tavolo a forma di rene su una sedia che sembrava una sella.

«Buongiorno» rispose Sard. «Ho bisogno di accedere all'archivio degli alibi di Ponter Boddit, un fisico della generazione 145.»

La donna annuì e bofonchiò qualcosa a un computer, il cui schermo quadrato mostrò immediatamente una serie di numeri. «Venga con me» disse; Sard e il resto della compagnia seguirono la donna.

Malgrado la mole, la custode aveva un passo agile. Li condusse attraverso una serie di corridoi, sulle cui pareti erano allineate delle nicchie, ognuna contenente un cubo degli alibi, un blocco di granito ricostituito grande quanto una testa umana. «Eccolo qua» disse la donna. «Contenitore numero 16.321: Ponter Boddit.»

Il giudice annuì, quindi mise il polso rugoso sul contenitore, con il Companion in direzione del baluginante occhio blu al centro del cubo. «Io, giudice Komel Sard, con il presente atto dispongo l'apertura del contenitore dell'alibi numero 16.321, necessaria alle indagini in corso. Registrazione dell'ora di apertura.»

L'occhio divenne giallo. Il giudice si fece da parte, e l'archivista puntò il suo Companion: «Io, Mabla Dabdalb, Custode degli alibi, con il presente atto concordo con la richiesta di apertura del contenitore numero 16.321, necessaria alle indagini in corso. Registrazione dell'ora di apertura.» L'occhio divenne rosso ed emise un segnale.

«Ecco fatto, signor giudice. Può usare il proiettore della stanza numero dodici.»

«Grazie» disse Sard, che insieme al suo seguito si diresse nella stanza loro assegnata.

La sala era un ampio quadrato, con una fila di sedili a forma di sella allineati lungo una parete, su cui presero posto tutti a eccezione di Bolbay, che si avvicinò alla consolle di controllo incastrata nel muro. Era possibile accedere agli archivi degli alibi solo da quell'edificio; e, a protezione di eventuali visioni degli alibi non autorizzate, il padiglione dove erano sistemati gli archivi era completamente isolato dalla rete di informazioni planetaria, né esistevano linee di telecomunicazione con l'esterno. Anche se era scomodo recarsi di persona a visionare le proprie registrazioni, tale isolamento era reputato una tutela adeguata.

Bolbay esaminò il gruppetto che aveva radunato, e cominciò: «Molto bene. Adesso vedremo i fatti accaduti il 146/128/11.»

Adikor annuì rassegnato. Non ricordava quello che era accaduto l'undicesimo giorno, ma la centoventottesima luna dalla nascita della generazione 146 suonava bene.

La stanza piombò nel buio, e dall'alto si materializzò una sfera appena visibile, simile a una bolla di sapone. Evidentemente Bolbay non era soddisfatta della sua grandezza: Adikor la sentì smanettare sul pannello dei comandi, aumentando gradualmente il diametro. Al suo interno comparvero tre sfere più piccole, ognuna di un colore lievemente diverso. Ognuna delle tre sfere si scisse in tre ulteriori sfere, e così via, come l'immagine accelerata di una cellula sconosciuta in un processo di mitosi. La superficie delle sfere più grandi veniva via via occupata da quella delle sfere più piccole, che assumevano sempre nuovi colori, finché il processo ebbe termine e nella prima sfera prese forma l'immagine, simile a una scultura tridimensionale composta di perline, di un giovane in piedi in una stanza a pressione positiva, adibita allo studio nell'Accademia delle scienze.

Adikor annuì; la registrazione era stata effettuata molto prima che fossero sviluppate le nuove risoluzioni fotografiche, ma tutto sommato la qualità dell'immagine era accettabile.

Bolbay continuava ad armeggiare sul pannello di controllo. La bolla ruotava in modo che tutti i presenti nella stanza potessero vedere il viso della persona inquadrata: si trattava di Ponter Boddit. Adikor aveva dimenticato com'era il suo volto da giovane. Si girò verso Jasmel, che gli sedeva accanto. La ragazza aveva gli occhi spalancati, colmi di meraviglia. Forse la colpiva il fatto che in quel tempo suo padre avesse più o meno la sua età; in effetti, quando erano state girate quelle immagini Klast era già incinta di lei.

«Ovviamente si tratta di Ponter Boddit» disse Bolbay. «Qui aveva circa la metà degli anni che avrebbe se fosse ancora vivo.» E aggiunse subito, per evitare un ennesimo rimprovero dal giudice: «Adesso andrò avanti velocemente…»

Le immagini di Ponter seduto, in piedi, che passeggiava in una stanza, consultava degli appunti, si grattava contro un palo, scorsero velocissime. Poi la porta si aprì — la pressione positiva della stanza era costruita in modo da non lasciar filtrare gli ormoni, che avrebbero potuto disturbare lo studio — e il giovane Adikor Huld fece il suo ingresso nella stanza.

«Fermi l'immagine» ordinò il giudice Sard. Quindi, rivolto ad Adikor: «Scienziato Huld, conferma che si tratta di lei?»

Adikor era mortificato nel vedersi in quelle condizioni; aveva dimenticato che per un breve periodo della sua vita aveva tagliato la barba. Ah, fosse stata quella l'unica follia della sua gioventù! «Sì, Vostro Onore,» rispose a voce bassa «sono io.»

«Bene» prese atto Sard. «Procediamo.»

L'immagine nella bolla ricominciò ad andare avanti a grande velocità. Adikor si muoveva nella stanza, come lo stesso Ponter, la cui immagine rimaneva sempre al centro della sfera.

I due giovani davano l'impressione di conversare amabilmente…

Poi un po' meno…

Bolbay mise il nastro a velocità normale.

Ponter e Adikor stavano litigando.

E poi…

… poi…

… poi…

Adikor avrebbe voluto chiudere gli occhi: il ricordo di quel fatto era stampato a fuoco dentro di lui, ma non aveva mai visto la scena da un'altra prospettiva, né l'espressione del suo volto…

Così guardò.

Si vide serrare i pugni…

… il braccio che andava indietro, i bicipiti che si indurivano…

… il braccio che scattava in avanti…

… Ponter che abbassava la testa appena in tempo…

… il pugno che colpiva la mascella…

… la mascella che s'inclinava da un lato…

… Ponter che barcollava all'indietro, e il sangue schizzargli dalla bocca…

… Ponter che sputava un dente.

Bolbay bloccò di nuovo l'immagine. Be', almeno lo aveva fatto sul primo piano di Adikor, che in quel momento mostrava un'espressione di grande rimorso, persino scioccata. Sì, adesso si era chinato per aiutare Ponter ad alzarsi. Si stava chiaramente scusando per l'accaduto, che naturalmente avrebbe potuto… uccidere Ponter Boddit, sfondandogli il cranio con quel pugno sferrato con tutta la forza di cui disponeva.

Megameg piangeva. Jasmel si era allontanata da Adikor. Il giudice Sard scuoteva lentamente il capo, incredula. E Bolbay…

Bolbay si stagliava davanti, le braccia incrociate sul petto.

«Allora, Adikor» lo avvertì «devo mostrare la scena con tutto l'audio, o ci risparmierai del tempo raccontandoci il motivo del litigio?»

Adikor era disgustato. «Quello che hai fatto non è corretto» disse a voce bassa. «Non è leale. Sono stato in cura per imparare a controllare quegli scatti violenti: regolazione dei livelli dei neurotrasmettitori; lo scultore della mia personalità lo potrà confermare. È stata l'unica volta nella mia vita che ho aggredito qualcuno.»

«Non hai risposto alla mia domanda» lo incalzò Bolbay. «Perché avete litigato?»

Adikor non rispose, limitandosi a scuotere lentamente il capo.

«Allora, scienziato Huld?» lo esortò il giudice.

«Per una cosa insignificante» rispose Adikor, lo sguardo basso sul pavimento ricoperto di muschio. «Si trattava…» respirò a fondo, poi, lentamente, raccontò tutto: «Si trattava di una discussione filosofica, sulla fisica quantistica. C'erano tante interpretazioni sui fenomeni dei quanti, ma Ponter difendeva una tesi sbagliata, come lui stesso sapeva benissimo. Io… so che mi stava solo stuzzicando, ma…»

«Ma non lo potevi sopportare» concluse Bolbay per lui. «Hai perso la testa per una futile discussione scientifica: per così poco hai colpito Ponter rischiando di ucciderlo, se solo lo avessi preso qualche centimetro più su.»

«Non è vero» si difese Adikor rivolgendosi al giudice. «Ponter mi ha perdonato, e non ha mai sporto denuncia. E senza denuncia non esiste crimine.» Quindi aggiunse in tono implorante: «È la legge.»

«Abbiamo visto tutti stamattina come Adikor riesca a controllarsi» ironizzò Bolbay. «E adesso avete visto come avesse già tentato di uccidere Ponter Boddit. Quella volta aveva fallito, e io ritengo che ci siano tutti gli elementi per supporre che in ultimo sia riuscito nell'intento, giù nel laboratorio, nascosto sotto le viscere della terra.» Fece una pausa ad effetto, quindi si rivolse a Sard. «Io credo» disse con voce soddisfatta «che la ricostruzione dei fatti sia sufficiente a disporre la trasmissione del procedimento al tribunale giudicante.»

25

Mary andò alla finestra e guardò fuori. Erano le sei del pomeriggio, ancora un paio d'ore di luce, e…

Buon Dio! Il produttore di Discovery Channel non era stato il solo a scoprire dove si erano nascosti: sotto casa erano parcheggiati due furgoncini con antenne a microonde sul tetto, tre automobili con i loghi delle stazioni radio e una Honda malandata con parafanghi di colore diverso, che probabilmente apparteneva a un giornalista della carta stampata. Da quando era andato in onda il servizio in cui lei aveva dato la notizia dell'autenticità del DNA, sembrava che tutti stessero prendendo sul serio quella storia inverosimile.

Quando finalmente Reuben riattaccò, Mary si voltò a guardarlo.

«Non sono organizzato per ospitare qualcuno, ma…» cominciò il dottore.

«Cosa?» chiese sorpresa Louise.

Mary aveva già capito: «Dobbiamo rimanere qui, vero?»

Reuben annuì. «Il Centro per le malattie infettive ha ordinato di mettere in quarantena tutto l'edificio. Nessuno può entrare né uscire da qui.»

«Per quanto tempo?» volle sapere Louise, gli occhi castani spalancati.

«Questo lo deciderà il Governo» rispose Reuben. «Parecchi giorni, credo.»

«Parecchi giorni!» esclamò Louise. «Ma… ma…»

Reuben allargò le braccia: «Mi dispiace, ma non si sa che tipo di infezione può aver contratto Ponter.»

«Qual è la malattia che ha sterminato gli aztechi?» chiese Mary.

«Vaiolo, per lo più» rispose Reuben.

«Ma il vaiolo…» cominciò Louise. «Se lo avesse contratto, non sarebbero comparse delle macchie sul viso?»

«Compaiono due giorni dopo l'inizio della febbre» spiegò Reuben.

«In ogni caso il vaiolo è stato debellato» disse Louise.

«Su questa versione della Terra,» disse Mary «e per questo non abbiamo più bisogno di vaccinarci, ma è possibile…»

Louise annuì, completando la frase: «È possibile che nel suo universo non sia stato debellato.»

«Esatto» confermò Reuben. «O anche se lo fosse stato, potrebbero esserci innumerevoli agenti patogeni ai quali non siamo immuni.»

Louise fece un gran respiro, forse per rimanere calma, poi disse: «Ma io mi sento bene.»

«Anche io» disse Reuben. «Mary?»

«Sto bene, grazie.»

Reuben scosse la testa. «Comunque non possiamo rischiare. In ospedale hanno il sangue di Ponter, e la persona del Centro con cui ho parlato mi ha detto che faranno tutte le analisi possibili.»

«Abbiamo cibo a sufficienza?» si informò Louise.

«No» rispose Reuben. «Ma ce lo faranno avere, e…»

Din-don!

«Oh, Criiisto!» esclamò Reuben.

«Qualcuno ha bussato» disse Louise guardando dalla finestra.

«Un giornalista» precisò Mary, che aveva visto l'uomo.

Reuben salì al piano superiore. Per una frazione di secondo Mary pensò che fosse andato a prendere un fucile, ma poi lo sentì gridare, probabilmente da una finestra: «Si allontani! Questo edificio è stato messo in quarantena!»

Vide il giornalista fare qualche passo indietro, alzare la testa e guardare in su verso Reuben. «Vorrei farle qualche domanda, dottor Montego» disse a voce alta.

«Vada via!» gridò Reuben per tutta risposta. «Il Neandertal è malato, e il ministero della Sanità ha disposto la quarantena di tutto l'edificio.» L'attenzione di Mary fu attratta dalle auto che sopraggiungevano a sirene spiegate, le luci gialle e rosse intermittenti.

«Andiamo, dottore» insisté il giornalista. «Solo qualche domanda.»

«Non sto scherzando» gridò Reuben. «Potrebbe trattarsi di una malattia infettiva.»

«So che lì c'è anche la professoressa Vaughan» gridò l'uomo. «Può rilasciare qualche dichiarazione sul DNA del Neandertal?»

«Vada via! Per amor di Dio, accidenti, vattene!»

«Professoressa Vaughan, è lì? Sono Stan Tinbergen, del Sudbury Star. Vorrei…»

«Mon dieu!» esclamò Louise indicando qualcosa al di là della strada. «Quell'uomo ha un fucile!»

Mary guardò verso il punto indicato dalla ragazza. In effetti a una trentina di metri qualcuno aveva imbracciato un fucile, puntandolo in direzione della casa. Subito dopo, un uomo accanto a quello con il fucile si portò un megafono alla bocca. «Polizia!» disse la voce amplificata e riverberante. «Si allontani dall'edificio.»

Tinbergen si voltò, e gridò di rimando: «Questa è proprietà privata. Non è stata commessa nessuna infrazione, e…»

«SI ALLONTANI!» sbraitò l'agente, in borghese, anche se Mary vide che l'automobile bianca dalla quale era sceso recava la sigla della polizia militare canadese nelle due versioni, inglese e francese.

«Se il dottor Montego o la professoressa Vaughan risponderanno a qualche domanda, io…»

«Ultimo avvertimento!» minacciò l'agente con il megafono. «Il mio collega cercherà solo di ferirla, ma…»

Ma Tinbergen voleva la sua intervista: «Ho diritto di fare delle domande!»

«Cinque secondi» tuonò la voce.

Tinbergen non si mosse.

«Quattro!»

«La gente ha il diritto di sapere!» gridò il reporter.

«Tre!»

Tinbergen si voltò di nuovo, apparentemente determinato a fare almeno una domanda. «Dottor Montego» gridò guardando in alto «questa malattia è contagiosa?»

«Due!»

«Risponderò a tutte le domande» gridò Reuben in risposta. «Ma non adesso. Si allontani!»

«UNO!»

Tinbergen si voltò, le mani aperte all'altezza del petto. «Va bene, va bene» si arrese, allontanandosi lentamente dall'edificio.

Subito dopo squillò il telefono. Mary attraversò il soggiorno e alzò la cornetta, ma Reuben, al piano di sopra, l'aveva preceduta. «Dottor Montego,» disse la voce dall'altro capo «sono l'ispettore Matthews, della polizia.»

In circostanze normali Mary avrebbe appeso, ma moriva dalla curiosità.

«Salve, ispettore» rispose Reuben.

«Dottore, il ministero della Sanità ci ha chiesto di fornirvi tutta l'assistenza di cui avete bisogno.» La voce era debole, forse chiamava da un cellulare. Mary allungò il collo per vedere dalla finestra: in effetti, l'uomo che aveva parlato con il megafono era in piedi accanto all'automobile bianca, con un cellulare in mano. «In quanti siete?»

«Quattro» disse Reuben. «Io, il Neandertal e due donne, la professoressa Mary Vaughan dell'università di York, e Louise Benoít, una ricercatrice che lavora all'Osservatorio di Sudbury.»

«Mi sembra di capire che qualcuno è malato» disse Matthews.

«Sì, il Neandertal. Ha la febbre alta.»

«Le do il numero del mio cellulare» disse l'agente, ed eseguì subito.

«Scritto» rispose Reuben.

«Rimarrò qui fino a quando mi daranno il cambio, alle undici» disse Matthews. «La persona che mi sostituirà avrà lo stesso numero; chiami se ha bisogno di qualcosa.»

«Mi servono degli antibiotici per Ponter. Penicillina, eritromicina e molti altri.»

«Ha la possibilità di ricevere e-mail lì a casa?»

«Sì.»

«Faccia l'elenco delle medicine di cui ha bisogno e lo mandi a Robert Matthews — doppia t — al seguente indirizzo: rcmpgrc.gc.ca. Capito?»

«Si» disse Reuben. «Me li faccia avere più presto che può.»

«Se sono medicinali reperibili in farmacia o all'ospedale St. Joseph, glieli porteremo stasera stessa.»

«Abbiamo anche bisogno di cibo» aggiunse Reuben.

«Vi faremo avere ciò che volete. Nella e-mail indichi anche i generi alimentari, i capi di vestiario, gli articoli da toletta e tutto quello di cui avete bisogno.»

«Magnifico» disse Reuben. «Raccoglierò dei campioni di sangue di tutti noi.»

«Bene» concluse Matthews.

Rimasero d'accordo che si sarebbero sentiti in caso di novità, e Reuben riattaccò. Mary lo sentì scendere le scale.

«Allora?» chiese Louise guardando alternativamente i due, rivelando così che Mary aveva ascoltato la conversazione.

Reuben sintetizzò la telefonata, quindi soggiunse: «Sono desolato per questi inconvenienti. Davvero.»

«E gli altri?» chiese Mary. «Tutti gli altri che sono entrati in contatto con Ponter.»

Reuben annuì. «Li elencherò all'ispettore Matthews. Probabilmente li metteranno in quarantena all'ospedale St. Joseph.» Andò in cucina e tornò con un block notes e una matita, che probabilmente adoperava per segnare l'elenco della spesa. «Bene, chi altro a parte noi è entrato in contatto con Ponter?»

«Uno studente che lavora con me» si ricordò Louise. «Paul Kiriyama.»

«La dottoressa Mah, naturalmente,» disse Mary «e… mio Dio, a quest'ora deve essere già in viaggio per Ottawa. Bisogna fermarla prima che incontri il Primo Ministro!»

«E c'erano anche altre persone lì al St. Joseph» disse Reuben. «Gli infermieri dell'ambulanza, il dottor Singh, un radiologo, un infermiere…»

Andarono avanti per un po' a buttare giù l'elenco.

Ponter giaceva ancora steso sul tappeto color champagne, apparentemente svenuto. Mary osservava il petto enorme seguire il ritmo del respiro. Aveva la fronte ancora madida di sudore, e si percepiva il movimento degli occhi sotto le palpebre, come animali sotterranei nascosti in fondo una tana.

«Bene,» disse infine Reuben guardando alternativamente i suoi ospiti «dovremmo aver messo tutti. Devo buttare giù anche l'elenco dei farmaci da somministrare a Ponter. Se siamo fortunati…»

Mary guardò Ponter, annuendo. Se siamo fortunati, pensò, ce la caveremo.

26

QUARTO GIORNO

LUNEDÌ 5 AGOSTO

148/118/27

RICERCA ULTIMISSIME

Parola(e) chiave: Neandertal

Ponter Boddit ha acquisito il diritto di ottenere il visto di ingresso in Canada? La domanda continua a preoccupare gli esperti di immigrazione nazionali ed esteri. Questa sera è nostro ospite il professor Simon Cohen, ordinario di diritto amministrativo all'università McGill di Montreal…

I dieci motivi più importanti per cui affermiamo che Ponter Boddit è un Neandertal autentico…

10: La prima volta che ha incontrato una donna l'ha colpita con una clava trascinandola per i capelli.

9: In condizioni di scarsa visibilità lo si può scambiare per Leonid Brezhnev.

8: Quando Arnold Schwarzenegger lo è andato a trovare, Boddit gli ha detto: 'Chi è quello pelle e ossa tra noi due?'

7: Guarda soltanto le volpi.

6: I cartelli di McDonald's adesso recano la seguente scritta: 'Serviamo miliardi di Homo sapiens… e un Neandertal.'

5: Ha detto che Tom Arnold è 'un fusto.'

4: Quando gli hanno mostrato dei campioni di roccia antica, ha cominciato a scheggiarla fino ad ottenere una perfetta punta di lancia.

3: Porta orologi fossili e beve autenticissima Old Milwaukee.

2: Riscuote diritti d'autore marchiati a fuoco.

1: E la prima ragione per cui affermiamo che Ponter Boddit è un Neandertal? Ha le natiche pelose: tutte e quattro.

La rivista Quill Quire, che si occupa di editoria, riferisce che John Pierce, responsabile per l'acquisizione dei diritti editoriali per la Random House canadese, ha fatto a Ponter Boddit la più grande offerta mai registrata nella storia editoriale del nostro Paese, per l'esclusiva mondiale di una biografia autorizzata…

Circola la voce che il Pentagono è interessato a incontrare Ponter Boddit. Le implicazioni militari del modo in cui sarebbe giunto sulla Terra hanno attirato le attenzioni di più di un generale a cinque stelle…

E adesso, pensò Adikor Huld prendendo posto sulla panca nella Camera di consiglio, vediamo se ho commesso il più grande errore della mia vita.

«Chi rappresenta la difesa dell'imputato?» chiese il giudice Sard.

Nessuno si mosse. Il cuore di Adikor sobbalzò. Jasmel Ket aveva deciso di abbandonarlo? E, d'altra parte, come biasimarla? Solo il giorno prima aveva visto con i suoi occhi che una volta — anche se tanto tempo prima — Adikor aveva quasi cercato di uccidere suo padre.

Nell'aula regnava il silenzio, anche se uno spettatore, probabilmente facendo la stessa supposizione che Bolbay aveva formulato il giorno precedente, si lasciò sfuggire un breve riso di scherno: nessuno avrebbe difeso Adikor Huld.

Ma infine, Jasmel si alzò in piedi. «Io» dichiarò. «Sarò io a difendere Adikor Huld.»

La sala fu tutto un vociare.

Daklar Bolbay, seduta in disparte, scattò in piedi. «Signor giudice, è impossibile. La ragazza è uno degli accusatori.»

Il giudice Sard piegò la testa raggrinzita in avanti, cercando Jasmel: «È vero?»

«No» rispose. «Daklar Bolbay era la compagna di mia madre, e alla sua morte è stata nominata mia tabant. Ormai ho già compiuto duecentocinquanta lune, per cui chiedo di poter esercitare i diritti della maggiore età.»

«Sei della generazione 147?» le chiese Sard.

«Sì, Vostro Onore.»

Il giudice si girò verso Bolbay, ancora in piedi. «I nati della generazione 147 hanno acquistato la capacità di agire due mesi fa. A meno che lei non intenda affermare che la sua tutelata non abbia la capacità di intendere e di volere, la sua tutela è automaticamente cessata con la maggiore età. È forse incapace di intendere e di volere?»

Bolbay ribolliva d'ira. Aprì la bocca per dire qualcosa, poi ci ripensò. Abbassò lo sguardo e si limitò a rispondere: «No, signor giudice.»

«Molto bene. Allora, si sieda, Daklar Bolbay.»

«La ringrazio, Vostro Onore» disse Jasmel. «Allora, se posso…»

«Ancora un momento, membro della generazione 147» la interruppe Sard. «Sarebbe stato più educato informare a tempo debito il tuo tabant che intendevi opporti alla sua accusa.»

Adikor capì perché Jasmel non lo aveva fatto. Se le avesse manifestato prima le sue intenzioni, Bolbay avrebbe fatto di tutto per dissuaderla. Ma la ragazza aveva lo stesso savoir-faire del padre. «Vostro Onore, la ringrazio per avermi fatto questa osservazione; farò tesoro del suo consiglio.»

Sard annuì soddisfatta e le fece cenno di procedere.

Jasmel si mise al centro dell'aula. «Giudice Sard, lei ha ascoltato un mucchio di insinuazioni fatte da Daklar Bolbay. Insinuazioni e attacchi basati su quello che sarebbe il carattere di Adikor Huld, e tutto questo senza conoscerlo personalmente. Adikor era il compagno di mio padre; anche se l'ho frequentato solo per brevi periodi, quando Due diventano Uno — qui in questa sala ci sono suo figlio, il giovane Dab, e accanto la sua donna, Lurt — ho avuto modo di incontrarlo spesso, molto più di quanto non abbia fatto Daklar.»

Si avvicinò all'accusato e gli pose una mano sulla spalla. «Io, la figlia dell'uomo che costui è accusato di aver ucciso, sono qui per dirvi che non credo alle accuse.» Si fermò un attimo, diede uno sguardo fugace ad Adikor, quindi incrociò lo sguardo di Sard, seduta nella parte opposta della sala.

«Hai visto la registrazione» si impuntò Bolbay, seduta a cavalcioni sulla sedia a forma di sella nella prima fila di spettatori. Sard le impose di tacere.

«Sì» rispose Jasmel. «Sì, l'ho vista. Sapevo che mio padre ha una mascella fuori posto. A volte, soprattutto quando fa freddo, gli duole. Non sapevo chi gli avesse procurato quel problema: non me l'ha mai confidato. Diceva solo che era una cosa accaduta tanto tempo fa, che la persona che lo aveva colpito si era pentita completamente e che lui l'aveva perdonata.» Fece di nuovo una pausa, poi riprese: «Mio padre sa valutare molto bene le persone; non avrebbe mai scelto Adikor come compagno se avesse ritenuto che ci fosse la benché minima possibilità di essere aggredito un'altra volta.» Guardò Adikor, quindi di nuovo il giudice. «Sì, mio padre è scomparso, ma non ritengo che sia stato ucciso. Se è morto, è stato a causa di un incidente. E se non lo è…»

«Credi che sia rimasto ferito?» le chiese Sard. Jasmel fu colta di sorpresa: non era usuale che un giudice ponesse delle domande dirette.

«Potrebbe essere, Vostro Onore.»

Ma Sard scosse il capo. «Ragazza, hai tutta la mia simpatia, credimi. So bene cosa voglia dire perdere un genitore, ma quello che affermi non ha senso. Abbiamo effettuato delle ricerche nella miniera, abbiamo impiegato uomini e donne, anche se eravamo nel periodo degli Ultimi Cinque, e persino i cani.»

«Se fosse morto,» ribatté Jasmel «il suo Companion almeno per un certo periodo avrebbe trasmesso dei segnali per poter essere localizzato. Hanno effettuato le ricerche con l'ausilio delle apposite strumentazioni, ma non hanno trovato nulla.»

«È vero» concesse Sard. «Ma il Companion potrebbe essere stato deliberatamente manomesso o distrutto.»

«Ma non c'è nessuna prova…»

«Ragazza,» la interruppe il giudice «non è la prima volta che qualcuno scompare. Alcuni, colpevoli di gravi reati, si sono strappati l'impianto dal polso dandosi alla macchia. Hanno abbandonato la civiltà e si sono uniti a una di quelle comunità che hanno scelto di vivere una vita primitiva, o si sono semplicemente dati al nomadismo. C'era qualcosa che poteva spingere tuo padre a una scelta del genere?»

«No» rispose Jasmel. «Ci siamo visti nel periodo in cui Due diventano Uno, e non ho avuto la sensazione che ci fosse qualche problema.»

«Solo per poco, però» insinuò il giudice.

«Scusi?»

«Lo hai visto per poco tempo» disse Sard che aveva notato lo stupore della ragazza. «No, non ho controllato il tuo archivio degli alibi; non ce n'è motivo visto che non hai commesso nessun reato. Ho solo preso qualche informazione: in un caso insolito come questo è il minimo che si possa fare. Per questo ti chiedo di nuovo: c'era forse qualche motivo per cui tuo padre avrebbe potuto decidere di scomparire? Laggiù nella miniera poteva nascondersi facilmente, eludere il controllo dei robot, prendere uno degli ascensori e far perdere le sue tracce.»

«No, Vostro Onore» insisté Jasmel. «Non ho avuto nessuna sensazione di una possibile instabilità mentale, né mio padre era particolarmente infelice… per lo meno, nella misura in cui può non esserlo chi ha perso una compagna.»

«Questo posso confermarlo» si intromise Adikor rivolgendosi direttamente al giudice. «Io e Ponter eravamo felici, insieme.»

«Date le circostanze, le sue affermazioni non sono attendibili» disse Sard. «Ma anche in questo caso ho raccolto delle informazioni, che confermano le vostre dichiarazioni. Ponter non aveva debiti, non aveva nemici, non aveva nadalp: in breve, non aveva alcuna ragione per rinunciare alla famiglia e al lavoro.»

«Proprio così» disse Adikor che non riusciva a controllarsi, pur sapendo che avrebbe fatto meglio a stare zitto.

«Ma se non aveva nessuna ragione per sparire, e non era mentalmente instabile, torniamo alla tesi di Bolbay. Se Ponter Boddit fosse solo rimasto ferito, o fosse deceduto per cause naturali, la squadra di ricerche lo avrebbe ritrovato.»

«Ma…» disse Jasmel.

«Ragazza» disse Sard «se hai qualche prova, non delle semplici supposizioni ma delle prove autentiche, che Adikor non è colpevole, esibiscila.»

Jasmel e Adikor si scambiarono uno sguardo. Fatta eccezione per lo strano tipo che continuava a tossire e a cambiare posizione sulla sedia, la gigantesca aula era immersa nel silenzio.

«Ebbene?» chiese il giudice. «Sto aspettando.»

Adikor scrollò le spalle; temeva che parlare di quella cosa sarebbe stato controproducente. Jasmel si schiarì la voce. «Sì, Vostro Onore, esiste un'altra possibilità…»

27

Mary aveva trascorso una pessima notte.

Reuben Montego aveva dei sonagli appesi in giardino; per Mary tutti i possessori di quell'oggetto meritavano la fucilazione. In un'altra situazione, dato che Reuben possedeva un paio di acri di terra e viveva solo, quelle dannate cianfrusaglie non avrebbero infastidito nessuno. Ma quella notte il continuo tintinnio non le aveva fatto chiudere occhio.

Avevano discusso a lungo come organizzarsi per la notte. C'era un letto matrimoniale nella camera dove dormiva Reuben, un divano nello studio e uno nel soggiorno, nessuno dei due, però, trasformabile in letto. Alla fine avevano deciso di cedere il letto a Ponter, che sicuramente ne aveva più bisogno di loro. Reuben si sistemò sul divano dello studio, Louise su quello del soggiorno, e Mary dormì su una poltrona reclinabile, anche lei nel soggiorno.

Ponter stava molto male, ma Hak era in perfetta forma, e così Mary, Louise e Reuben si misero d'accordo per dargli a turno lezioni di inglese. Louise propose di essere la prima, dichiarandosi una inveterata nottambula, e rimase con Ponter dalle dieci alle due di notte, finché Mary, che non aveva chiuso occhio, le aveva dato il cambio.

Mary si sentiva a disagio; non perché trovasse deprimente parlare con un computer — la cosa, anzi, la affascinava — quanto piuttosto perché doveva rimanere da sola con un uomo e chiudere anche la porta, per non disturbare Reuben, che dormiva nella stanza accanto.

Fortunatamente Ponter dormì tutto il tempo, anche se Mary per un momento fu colta dal panico quando il Neandertal girò la testa verso di lei. Conversando con Hak, le parve che l'impianto diffondesse rumore bianco per facilitare il sonno di Ponter.

Rimase sorpresa dai progressi fatti da Hak dopo la lezione di Louise, ma dopo un'ora passata a spiegare nomi e categorie verbali, era esausta. Si scusò con Hak e scese dabbasso, dove trovò Louise stesa sul divano, seminuda, coperta solo in parte da un afgano. Si sdraiò sulla poltrona reclinabile, stanchissima, e si addormentò quasi subito.

La mattina seguente Ponter non aveva più febbre; pareva che le aspirine e gli antibiotici somministratigli da Reuben fossero efficaci. Il Neandertal si alzò dal letto e scese nel soggiorno. Mary fu letteralmente scioccata nel vederlo tutto nudo. Louise dormiva ancora, mentre lei, rannicchiata sulla poltrona, s'era appena svegliata. Per un attimo temette che Ponter fosse sceso per lei… ma a pensarci, se avesse desiderato una donna sarebbe certamente stata la giovane e bella francocanadese.

Invece si limitò a gettare loro una rapida occhiata, dirigendosi di filato in cucina. Sembrava non si fosse accorto che lei era sveglia. Era sul punto di fargli notare che non stava bene girare per casa completamente nudo, ma…

Mio Dio, pensò guardandolo attraversare il soggiorno. Mio Dio. Non avrebbe dovuto guardare, ma…

Voltò la testa e ne vide il fondoschiena mentre entrava in cucina, e guardò di nuovo quando riemerse con una lattina di coca cola in mano. Reuben aveva un intero reparto del frigorifero pieno di quella roba. Lo scienziato che era in lei era affascinato nel vedere un Neandertal tutto nudo, e…

E la sua parte femminile provava semplicemente piacere nel vedere quel corpo muscoloso in movimento.

Accennò un sorriso; si era convinta che non sarebbe mai più riuscita a guardare un uomo nudo: era bello scoprire che si era sbagliata.

Mary, Reuben e Louise avevano rilasciato numerose interviste telefoniche, e il dottore, con il permesso della Inco, aveva persino organizzato una conferenza stampa: avevano risposto alle domande dei giornalisti sedendo attorno al telefono col viva voce inserito, mentre telecamere dotate di grossi zoom avevano ripreso le immagini attraverso la finestra del soggiorno.

Nel frattempo, si stavano effettuando le analisi per il vaiolo, la peste bubbonica e una lunga serie di altre malattie. I campioni del sangue erano stati trasportati dall'aviazione canadese al Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive di Atlanta, e ai laboratori specializzati di Winnipeg. I primi risultati arrivarono alle 11.14. Nel sangue di Ponter non erano stati rinvenuti germi patogeni, e nessuno di coloro che erano entrati in contatto con lui — compresi quelli messi in quarantena all'ospedale St. Joseph — mostrava segni di malessere. Contestualmente ai test, i microbiologi stavano effettuando anche ricerche su agenti patogeni, cellule e altri fattori sconosciuti.

«È un peccato che Ponter sia un fisico e non un medico» disse Reuben a Mary al termine della conferenza stampa.

«Perché?»

«Be', sarebbe una fortuna scoprire altri antibiotici efficaci. I batteri sviluppano nel tempo l'immunità contro i farmaci. Ai miei pazienti di solito somministro l'eritromicina, perché la penicillina non è più efficace, ma con lui ho cominciato con la penicillina, che come sappiamo è a base di muffa di pane: se i Neandertal non conoscono il pane, questa sostanza sarà loro sconosciuta, quindi potrebbe essere efficace contro ogni tipo di infezione batteriologica che può aver contratto nel suo mondo. Gli ho somministrato della eritromicina e un gruppo di altri antibiotici per combattere eventuali infezioni che potrebbe aver contratto qui. Ad ogni modo, immagino che loro abbiano sintetizzato degli antibiotici diversi dai nostri. Se ce ne potesse parlare, avremmo a disposizione un'arma in più nella guerra contro le malattie, magari qualcosa in grado di debellare i nostri batteri.»

«Interessante» rifletté Mary annuendo. «È un peccato che il varco tra i due mondi si sia richiuso così presto. Credo che potremmo scambiarci moltissime informazioni, e i farmaci sono solo la punta dell'iceberg. La maggior parte del cibo di cui ci nutriamo viene fuori da un processo di lavorazione. Forse a loro non interessa il cibo a base di grano e frumento, ma le patate e i pomodori, i cereali, gli animali domestici come polli, maiali e mucche sono tutti alimenti che abbiamo creato attraverso un allevamento selettivo, che a loro potrebbero fare comodo. Potremmo esportare queste cose in cambio del loro cibo.»

Reuben annuì. «E questo sarebbe solo l'inizio. Pensa un po' a cosa si potrebbe fare nell'ambito della ricerca dei minerali. Scommetto che hanno scoperto un mucchio di siti di minerali preziosi che noi non conosciamo, e viceversa.»

Probabilmente aveva ragione, pensò Mary. «Tutto ciò che si trova allo stato naturale e che abbia più di alcune decine di migliaia di anni dovrebbe essere comune ad entrambi i mondi, no? Un'altra Lucy, un altro tirannosauro Sue, un altro gruppo di fossili Burgess Shale, un altro diamante Hope, o per lo meno la pietra originale.» Rimase in silenzio a rifletterci su.

Verso mezzogiorno Ponter stava molto meglio. Mary e Louise lo trovarono che dormiva placidamente sotto le coperte.

«Meno male che non russa» disse Louise. «Con quel naso…»

«Per la verità, è proprio quella la ragione per cui non russa: lì dentro passa un sacco d'aria» spiegò Mary gentilmente.

Ponter si volse su un fianco.

Louise lo guardò un attimo, poi disse: «Vado a fare una doccia.»

«Quando ha finito la faccio anch'io» disse Mary. Quella mattina le era venuto il ciclo, e aveva bisogno di una doccia. Louise andò nel bagno e chiuse a chiave la porta.

Ponter si mosse nuovamente, poi si destò. «Mare» disse piano. Dormiva con la bocca chiusa, e la voce, malgrado si fosse appena svegliato, non era per nulla aspra.

«Buongiorno, Ponter. Hai dormito bene?»

Il Neandertal inarcò il lungo sopracciglio biondo — Mary non era ancora adusa a quella vista — come se reputasse assurda la domanda. Nel frattempo Louise aveva cominciato a fare la doccia. Ponter tirò su la testa e allargò le narici, ognuna larga quanto una moneta da venticinque cent, fissando gli occhi su Mary.

D'un tratto la donna capì: il Neandertal sentiva l'odore delle sue mestruazioni. A disagio, imbarazzatissima, indietreggiò. Non se la sentiva di aspettare lì il turno per la doccia.

L'espressione di Ponter era assolutamente neutrale. «Luna» disse.

Sì, pensò Mary. È proprio quel periodo del mese. Ma non aveva nessuna voglia di parlare dell'argomento, e corse giù in soggiorno.

28

Il volto saggio solcato dalle rughe del giudice Sard esprimeva qualcosa come: 'Spero per voi che sia una cosa seria.' «Va bene, ragazza» disse a Jasmel, ancora in piedi accanto a Adikor nella camera di consiglio. «Che altra spiegazione può esserci per la scomparsa di tuo padre, oltre a un atto di violenza?»

Jasmel rimase un attimo in silenzio. «Glielo spiegherei volentieri, signor giudice, ma…»

Sard diventava sempre più impaziente. «Ebbene?»

«Ma… vede, lo scienziato Huld è la persona più indicata a farlo.»

«Lo scienziato Huld! Stai forse proponendo che l'imputato si difenda da sé?» le chiese sbigottita.

«No» si affrettò a rispondere Jasmel, che si rendeva conto della stravaganza della richiesta. «No, niente del genere. Dovrebbe solo fornire qualche chiarimento di tipo tecnico sulla fisica quantistica, e…»

«Fisica quantistica!» ripeté Sard. «E quale attinenza avrebbe la fisica quantistica con il caso?»

«Potrebbe esserne addirittura la chiave, e lo scienziato Huld potrebbe fornire le spiegazioni necessarie in maniera molto più chiara…» mentre parlava vide Sard accigliarsi «…e concisa di me.»

«Non c'è nessun altro in grado di fornire tali spiegazioni?»

«No, signor giudice» disse Jasmel. «O, per essere precisi, c'è un gruppo di scienziate donne a Evsoy impegnate in ricerche di questo genere, ma…»

«Evsoy!» esclamò Sard come se Jasmel avesse evocato la faccia buia della luna. Scosse di nuovo la testa, quindi aggiunse: «Oh, e sia!» E gettando uno sguardo rapace su Adikor, intimò: «Sia breve, scienziato Huld.»

Adikor non sapeva se doveva alzarsi in piedi, ma era stanco di stare appollaiato su quel sedile e si tirò su. «Grazie, signor giudice» esordì. «Io, ehm, le sono molto grato dell'opportunità che mi ha concesso.»

«Non mi faccia pentire della mia indulgenza» tagliò corto Sard. «Procediamo.»

«Certamente. Il lavoro che Ponter Boddit e io portiamo avanti concerne il calcolo quantistico. Una delle teorie su questo tipo di calcolo prevede la possibilità di entrare in contatto con innumerevoli universi paralleli nei quali esistono identici computer quantistici. E tutti questi computer affrontano simultaneamente differenti porzioni di un complesso problema matematico. Unendo tutte le loro capacità, si ottiene il risultato in modo incalcolabilmente più veloce.»

«Indubbiamente affascinante,» disse Sard «ma tutto questo cosa ha a che fare con la presunta morte di Ponter?»

«Ritengo, Vostro Onore, che durante il nostro esperimento di calcolo quantistico potrebbe essersi aperto un… un qualche tipo di passaggio macroscopico in un altro di questi universi, e Ponter potrebbe esservi stato risucchiato, e…»

Daklar Bolbay scoppiò in un riso beffardo, subito seguita da una parte del pubblico. Per l'ennesima volta il giudice Sard scosse la testa, allibita. «Lei si aspetta che io creda che Ponter Boddit sia finito in un altro universo?»

Ora che la folla aveva capito come la pensava il giudice, non si trattenne più: una risata generale si propagò per tutta la sala.

Adikor sentì il cuore martellare come impazzito e i pugni serrarsi, malgrado sapesse bene che quella era l'ultima cosa da fare. Non poteva frenare la tachicardia, ma si sforzò di distendere le mani. «Signor giudice,» disse cercando di usare un tono il più rispettoso possibile «l'esistenza di universi paralleli è alla base delle teorie contemporanee di fisica quantistica, e…»

«Silenzio!» tuonò Sard, tanto che parecchi rimasero a bocca aperta. «Scienziato Huld, durante tutta la mia carriera di giudice non ho mai sentito un alibi più inconsistente. Ritiene forse che tutti quelli che non hanno frequentato la vostra tanto decantata Accademia scientifica siano così ignoranti da poter essere raggirati da simili fandonie?»

«Vostro Onore, io…»

«Stia zitto!» gli intimò Sard. «Stia zitto e si metta a sedere.»

Adikor respirò a fondo e trattenne il fiato, così come gli avevano insegnato duecentocinquanta mesi prima durante il trattamento subito per aver colpito Ponter. Poi espirò lentamente, immaginando di buttare fuori anche l'ira che gli ribolliva dentro.

«Le ho detto di sedersi!» scattò Sard.

Adikor obbedì.

«Jasmel Ket!» chiamò il giudice spostando il suo sguardo fiammeggiante sulla figlia di Ponter.

«Sì, signor giudice?» rispose la ragazza, la voce tremula.

Anche il giudice tirò un profondo respiro, ricomponendosi. «Ragazza,» disse con voce ferma «so che recentemente tua madre è morta di leucemia. Posso solo immaginare quanto sia stato doloroso per te e per la piccola Megameg.» Sorrise alla sorella di Jasmel, e sulla fronte nuove rughe si aggiunsero alle vecchie. «Adesso sembra che anche tuo padre sia morto… anche lui prematuramente, una morte inaspettata, in giovane età. Comprendo la tua riluttanza ad accettare la sua scomparsa e dare credito ad una spiegazione così stravagante…»

«Non è così, vostro onore…» disse Jasmel.

«Ah, no? Non sei così disperata da aggrapparti a qualsiasi cosa, a una qualunque speranza che tuo padre sia ancora vivo?»

«Io… non lo so.»

Sard annuì. «Ci vorrà del tempo per accettare quello che è accaduto a tuo padre. Io ne so qualcosa.» Si guardò intorno, poi il suo sguardo si posò su Adikor. «Va bene» disse. Quindi si fermò come se stesse meditando, infine comunicò le sue decisioni: «Dunque, la mia decisione è la seguente: ritengo che il processo si sia svolto in modo legittimo, che il dibattimento sia stato esauriente, con l'esame circostanziato degli elementi del reato di cui è accusato l'imputato, per cui dispongo che il caso sia rimesso al tribunale in forma collegiale, composto da tre giudici, nel presupposto che tutti vogliano andare a fondo della questione.» Quindi si rivolse a Bolbay: «Vuole sostenere l'accusa davanti al tribunale, in qualità di tutore della minore Megameg Bek?»

«Sì.»

Adikor sentì un tuffo al cuore.

«Molto bene» concluse Sard. Consultò il calendario e fissò l'udienza: «La corte si riunirà in questa stessa aula tra cinque giorni, il 148/119/03. Sino ad allora lo scienziato Huld sarà sottoposto a sorveglianza speciale. Ci siamo intesi?»

«Sì, signor giudice. Ma se solo potessi scendere nel…»

«Nessun ma» scattò il giudice. «E ancora una cosa, scienziato Huld. Sarò io a presiedere la corte, e ragguaglierò della questione gli altri due giudici. Ammetto che il fatto che sia stata la figlia di Ponter a prendere le sue difese ha prodotto un certo impatto emotivo, ma la prossima volta non andrà così. Le suggerisco decisamente di trovarsi qualcuno più idoneo a difenderla.»

29

Nel primo pomeriggio arrivarono buone notizie. Reuben aveva contattato per telefono e per posta elettronica diversi esperti del Centro per la prevenzione e la cura delle malattie infettive di Atlanta e dei laboratori specializzati di Winnipeg. «Avete notato che Ponter non gradisce i prodotti caseari e a base di grano?» disse disteso sul divano del soggiorno mentre sorseggiava l'aromatico caffè etiope di cui, come Mary aveva scoperto, era tanto ghiotto.

«Sì» rispose Mary, che dopo la doccia si era ripresa, anche se la infastidiva indossare gli stessi abiti del giorno precedente. «Preferisce carne e frutta, ma non mangia i prodotti coltivati, il pane e il latte.»

«Esatto» disse Reuben. «E gli esperti con cui ho parlato hanno detto che questo è un bene per noi.»

«E perché?» domandò Mary che proprio non sopportava quel caffè. Aveva chiesto che le portassero un po' di Maxwell House, latte al cioccolato e qualche capo di vestiario, e per il momento si era accontentata di una coca cola.

«Perché la sua alimentazione indica che non proviene da una società agricola. D'altra parte, questa ipotesi è confermata dalle informazioni che mi ha dato Hak. Sembra che la popolazione di quella versione della Terra sia di molto inferiore alla nostra, quindi non hanno la necessità di coltivare la terra né di allevare animali.»

«Ho sempre pensato che tutte le civiltà si fondassero su questi mezzi di sussistenza, indipendentemente dalla grandezza della popolazione» disse Mary.

Reuben annuì. «Non vedo l'ora che Ponter possa darci delle risposte. Comunque, mi hanno detto che la maggior parte delle malattie pericolose per gli esseri umani hanno avuto origine negli animali domestici, e che solo in un secondo momento sono state trasmesse all'uomo. Morbillo, tubercolosi e vaiolo provengono dai bovini; l'influenza dai maiali e dalle anatre, la tosse convulsa dai maiali e dai cani.»

Mary aggrottò la fronte. Dalla finestra vide avvicinarsi un elicottero: altri giornalisti in arrivo. «In effetti è così, a pensarci.»

«E» continuò Reuben «le malattie epidemiche si sviluppano solo nelle aree ad alta densità di popolazione, dove le vittime potenziali sono in numero maggiore. Sembra che in aree a bassa densità i germi di tali malattie abbiano scarse potenzialità evolutive: una volta ucciso l'organismo ospitante, non hanno più dove attecchire.»

«Sì, anche questo è vero.»

«Probabilmente è troppo semplicistico affermare che la società di Ponter non sia agricola ma composta da cacciatori e di raccoglitori» disse Reuben. «Eppure, a giudicare dalle descrizioni di Hak, sembra questo il modello che più gli si avvicina. Tale tipo di società è caratterizzata da una minore densità di popolazione e da un'altrettanto bassa incidenza di malattie.»

Mary annuì, e Reuben proseguì: «Mi hanno spiegato che il principio è lo stesso che ha caratterizzato l'incontro tra gli esploratori europei e gli indigeni delle Americhe. Gli europei provenivano tutti da società agricole densamente popolate, ed erano portatori di germi contagiosi. Gli indigeni vivevano in gruppi, in zone scarsamente popolate, e praticavano poco l'allevamento del bestiame; non erano portatori di germi, perlomeno di quelli che si trasmettono dagli animali all'uomo. Questo spiega la devastazione unilaterale di quell'incontro.»

«Ho sempre pensato che la sifilide fosse stata portata in Europa dal Nuovo mondo» disse Mary.

«Be', sì, c'è qualche indizio in tal senso» confermò Reuben. «Ma anche se la sifilide ha forse avuto origine nell'America settentrionale, qui da noi non si è trasmessa sessualmente. Solo quando giunse in Europa sviluppò quel mezzo di trasmissione, efficace a tal punto da divenire una delle maggiori cause di morte. In effetti, la forma endemica e non venerea di sifilide è tuttora esistente, anche se confinata tra le tribù beduine.»

«Davvero?»

«Già. Quindi la sifilide, piuttosto che rappresentare un'eccezione rispetto al corso generalmente unilaterale delle malattie epidemiche, conferma che lo sviluppo delle malattie contagiose richiede determinate condizioni sociali che sono caratteristiche delle civiltà sovrappopolate.»

Mary rifletté sulla cosa per un po', poi gli chiese: «Tutto ciò porta a pensare che ci sono buone probabilità che non abbiamo contratto nessuna malattia, esatto?»

«La spiegazione più verosimile è che Ponter abbia contratto qualcosa qui, e che dal suo mondo non abbia importato niente di cui dobbiamo preoccuparci.»

«Guarirà?»

Reuben scrollò le spalle. «Non lo so. Gli ho somministrato antibiotici ad ampio spettro in modo da uccidere la maggior parte dei batteri conosciuti, sia gram-negativi che gram-positivi. Gli antibiotici sono inefficaci in caso di infezioni virali, e d'altronde non esiste un farmaco antivirale ad ampio spettro. A meno che non si riesca a identificare una particolare patologia virale, somministrare a casaccio farmaci antivirali gli farebbe più male che bene.» Il medico diede l'impressione di essere frustrato almeno quanto lei, soprattutto quando aggiunse: «Non possiamo far altro che aspettare e vedere cosa succede.»

Gli Esibizionisti scesero dagli spalti e si accalcarono intorno ad Adikor Huld, bombardandolo di domande simili a lance appuntite scagliate durante un agguato contro un mammut. «Ti aspettavi la decisione del giudice Sard?» gli chiese Lulasm.

«Chi ti difenderà in tribunale?» domandò Hawst.

«Hai un figlio della generazione 148; è grande abbastanza per capire quello che faranno a te… e a lui?» fu la domanda di un Esibizionista del quale non conosceva il nome, un 147 che probabilmente era seguito da un pubblico giovanile.

Non risparmiarono nemmeno la povera Jasmel. «Jasmel Ket, adesso come cambieranno i tuoi rapporti con Daklar Bolbay?» «Credi davvero che tuo padre sia ancora vivo?»

«Se il tribunale condannerà lo scienziato Huld per omicidio, cosa proverai all'idea di aver difeso un colpevole?»

Adikor sentiva l'ira montargli dentro, ma lottò, lottò, lottò fino allo spasimo per dominarla. Le trasmissioni dei Companion degli Esibizionisti erano seguite da innumerevoli persone, e non poteva certo permettersi ulteriori scatti in pubblico.

Da parte sua, Jasmel si limitò a non rispondere, finché gli Esibizionisti la lasciarono in pace. Finalmente, anche i torturatori di Adikor gettarono la spugna, e abbandonarono l'aula lasciandoli completamente soli in quel vasto spazio. I loro occhi si incontrarono per un attimo, prima che entrambi distogliessero lo sguardo. Adikor non sapeva cosa dire; era in grado di cogliere gli stati d'animo ereditati dal padre, ma la ragazza aveva molto anche del carattere di Klast. Alla fine, per infrangere l'insopportabile silenzio, si decise: «Lo so che hai fatto del tuo meglio.»

Jasmel alzò lo sguardo sul soffitto, decorato con rappresentazioni di albe, nel cui centro era incastrato un orologio. Poi fissò gli occhi in quelli di Adikor. «Sei stato tu?»

«Cosa?» disse Adikor sentendo una fitta al cuore. «No, certo che no. Io amo tuo padre.»

Jasmel chiuse gli occhi. «Non sapevo che fossi stato tu a tentare di ucciderlo.»

«Non ho tentato di ucciderlo. Ero solo arrabbiato, tutto qui. Pensavo che avessi capito; pensavo…»

«Credi che ciò che ho visto non mi abbia scioccata? Hai colpito mio padre! L'ho visto sputare un dente!»

«È accaduto una vita fa» si difese con un filo di voce. «Io… non ricordavo che la cosa fosse stata così… cruenta. Mi dispiace che tu abbia visto quelle immagini.» Si fermò un attimo, quindi riprese: «Jasmel, non capisci che amo tuo padre? Tutto quello che sono lo devo a lui. Dopo… quell'incidente… avrebbe potuto denunciarmi e farmi sterilizzare. Non l'ha fatto perché ha scoperto che ero soggetto — e ancora lo sono — a momentanei black out che non mi permettono di controllare la collera che s'impadronisce di me. Tutto quello che sono lo devo interamente a lui. Gli devo mio figlio, Dab. Per lui provo una gratitudine immensa. Non avrei mai potuto fargli del male. Mai.»

«Forse eri stanco di essere in debito con lui.»

«Non c'è nessun debito tra noi. Sei ancora giovane, Jasmel, ancora non ti sei mai legata a qualcuno, anche se presto lo sarai. Non esiste debito tra due persone che si amano, ma la capacità di perdonarsi reciprocamente e il desiderio di andare avanti insieme, qualunque cosa accada.»

«Non si cambia con il tempo» disse Jasmel.

«Sì che si cambia. Io sono cambiato, e questo tuo padre lo sapeva.»

Jasmel rimase a lungo in silenzio, poi cambiò discorso: «A chi ti rivolgerai, per il processo?»

Quando gli Esibizionisti glielo avevano chiesto, aveva ignorato la domanda. Adesso dovette pensarci. «Lurt è la scelta naturale» rifletté. «È una 145, abbastanza adulta perché il giudice le porti il dovuto rispetto. Si è offerta di fare qualunque cosa per aiutarmi.»

«Spero che… ti sia d'aiuto.»

«Grazie. E tu che farai?»

Jasmel lo guardò dritto negli occhi: «Per il momento — in questo preciso momento — sento solo il bisogno di andare via da questo posto… lontano da te.»

Si voltò e uscì dall'imponente Camera di consiglio, lasciando Adikor nella solitudine più assoluta.

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RICERCA ULTIMISSIME

Parola(e) chiave: Neandertal

Una guida spirituale islamica ha affermato che il cosiddetto uomo di Neandertal è il risultato abortito di un esperimento di ingegneria genetica figlio del mondo occidentale. Il Wilayat-al-Faqih iraniano ha invitato il governo canadese ad ammettere che Ponter Boddit è il prodotto immorale e pericoloso di un processo di ricombinazione del DNA…

Da più parti si intensificano le pressioni su Ottawa affinché sia concessa la cittadinanza canadese a Ponter Boddit. L'ultima richiesta è partita addirittura dal presidente degli Stati Uniti d'America George W. Bush, che oggi ha chiesto ufficialmente al Primo Ministro Jean Chrétien di accelerare le pratiche per conferire la cittadinanza canadese a Ponter Boddit. Il Neandertal ha dichiarato di essere nato in un luogo corrispondente alla nostra Sudbury, nell'Ontano. «Se è nato in Canada» ha dichiarato Bush «allora è canadese.»

Il Presidente insiste affinché a Boddit sia concesso un passaporto canadese, in modo che, terminata la quarantena, possa entrare liberamente negli Stati Uniti, ponendo così fine alla querelle esistente a Capitol Hill sulla questione se il Neandertal possa o meno entrare negli Stati Uniti.

La sezione 5, paragrafo 4, della legge sulla cittadinanza canadese lascia un'ampia discrezionalità in materia: 'In casi di particolare gravità e urgenza, ovvero di servizi eccezionalmente resi allo Stato, in deroga alle disposizioni della presente legge, il Governatore può rivolgere al Ministro competente la richiesta di cittadinanza per chi abbia…'

È stata inoltrata al Ministro della sanità canadese una petizione con più di 10.000 firme raccolte da tutto il mondo via Internet, affinché sia disposta la quarantena permanente per Ponter Boddit…

Le azioni della Inco hanno chiuso con un rialzo del 52 per cento…

«È tutto un circo mediatico» ha dichiarato il decano del club dei Rotary di Sudbury, Bernie Monks. «Era dal 1934 che nell'Ontario settentrionale non si vedeva una cosa del genere, cioè da quando nacquero le cinque gemelle Dionne…»

Da tutto il mondo continuano ad arrivare proposte per Ponter Boddit. La giapponese NTT gli ha offerto la direzione del dipartimento per la ricerca di calcolo quantistico. Anche la Microsoft e la IBM hanno avanzato le loro offerte di lavoro con compensi molto alti. Il MIT, la CalTech e otto altre università gli hanno invece offerto delle cattedre di insegnamento, mentre la RAND Corporation e Greenpeace gli hanno fatto pervenire attestati di amicizia. Ancora non si conoscono le intenzioni del Neandertal…

Un gruppo di scienziati francesi ha rilasciato un comunicato secondo il quale, anche se l'arrivo sulla Terra di Ponter Boddit è avvenuto sul suolo canadese, è indubbio che egli non sia da considerarsi nativo di quella nazione, poiché la specie dei Neandertal non è mai vissuta nel Nord America. La sua cittadinanza, affermano gli scienziati, dovrebbe essere francese, poiché i fossili più recenti della specie dei Neandertal sono stati rinvenuti in Francia…

I sostenitori dei diritti civili statunitensi e canadesi hanno condannato la decisione del Governo di mettere in isolamento il presunto uomo di Neandertal, sostenendo che non esistono prove sul fatto che rappresenti una minaccia alla salute pubblica…

Tutte le analisi del sangue furono negative. Qualunque fosse la malattia di Ponter, sembrava essersi attenuata, e non erano state rinvenute tracce di elementi patogeni pericolosi per la razza umana. Malgrado questo, il Ministero della sanità non aveva ancora deciso di porre fine alla quarantena.

Ponter indossava sempre la camicia che aveva dal giorno del suo arrivo. La polizia militare gli aveva procurato un piccolo guardaroba preso al Mark's Work Wearhouse di Sudbury, vestiti che per la verità non gli calzavano granché bene: gli abiti preconfezionati non si adattavano a una persona che sembrava la versione leggermente più tarchiata di Mister Universo.

Ponter — o Hak — faceva passi da gigante con l'inglese. Il Companion non riusciva a pronunciare il fonema ee, ma ne aveva registrato il suono per impiegarlo nelle parole dove compariva; il risultato, però, era alquanto buffo: quando chiamava Mary, usciva fuori qualcosa come 'Mare-ee,' la prima parte del nome pronunciata con la voce di Hak, la seconda con quella di Reuben o di Mary. Così quest'ultima aveva detto al Companion di non preoccuparsi; in fondo, un sacco di persone la chiamavano Mare, e non ci sarebbe stato nessun problema se anche lui avesse continuato a chiamarla così. Da parte sua, Louise aveva fatto lo stesso: andava benissimo che il Companion la chiamasse semplicemente 'Lou.'

Alla fine, Hak aveva annunciato di aver accumulato un vocabolario sufficiente a sostenere una conversazione in piena regola. Le eventuali difficoltà e lacune potevano essere superate e colmate in corso d'opera.

Così, mentre Reuben era impegnato al telefono con i suoi colleghi per i risultati delle analisi, e la nottambula Louise era andata al piano di sopra, a riposare sul letto dove aveva dormito l'incredibile ospite, Mary e Ponter, comodamente sistemati in soggiorno, svolsero la loro prima autentica conversazione. Ponter parlava piano, scandendo le parole nella sua lingua, e Hak, con la voce maschile, forniva la traduzione. «È bello parlare» furono le sue prime parole.

Mary si lasciò sfuggire un risolino nervoso. Non poter comunicare con Ponter era frustrante e non stava nella pelle ora che finalmente poteva farlo, tanto che non le veniva nulla da dire. «Sì, è molto bello.»

«È una giornata bellissima» continuò Ponter guardando fuori dalla finestra.

Mary rise divertita. Evidentemente le chiacchiere di argomento meteorologico erano un convenevole che trascendeva le barriere tra specie diverse. «Sì, splendida.»

Finalmente si scosse, sovvenendosi che gli argomenti da affrontare erano ben altri, che anzi aveva così tante domande che non sapeva da dove cominciare. Ponter era uno scienziato, doveva quindi avere qualche nozione di base sulla genetica, per esempio sulla diversità del gene dell'Homo e di quello Pan, e della…

Ma no. Ponter era prima di tutto una persona che aveva vissuto un'esperienza sconvolgente: la scienza poteva aspettare. Avrebbe dovuto parlare di lui, di come si sentiva, di quello che provava. «Come ti senti?»

«Bene» rispose la voce di Hak.

Mary sorrise. «Dico davvero, come ti senti, cosa provi?»

Ponter sembrò esitare; Mary si chiese se i maschi Neandertal condividessero con i maschi della razza umana la stessa riluttanza a parlare dei loro sentimenti. Invece, dopo un lungo sospiro tremulo, rispose: «Ho paura. E mi manca la mia famiglia.»

Mary inarcò le sopracciglia, sorpresa: «La tua famiglia?»

«Le mie figlie. Ho due figlie, Jasmel Ket e Megameg Bek.»

Rimase a bocca aperta; non le era passato per la mente che Ponter potesse avere una famiglia. «Quanti anni hanno?»

«La più grande ha… noi calcoliamo il tempo in mesi, mentre voi lo fate per lo più in anni, vero? La più grande ha… Hak?»

La voce femminile di Hak rispose: «Jasmel ha diciannove anni, Megameg nove.»

«Mio Dio!» esclamò Mary. «Come staranno? E la loro madre?»

«Klast è morta due dieci mesi fa» disse Ponter.

«Venti mesi» puntualizzò il sollecito Hak. «Un anno e otto mesi.»

«Mi dispiace» disse Mary dolcemente.

Ponter annuì. «Le cellule, nel sangue, sono mutate…»

«Leucemia» precisò Mary, suggerendogli la parola adatta.

«Mi manca ogni mese» disse Ponter.

Per un attimo si chiese se Hak avesse tradotto correttamente quello che Ponter intendeva; probabilmente voleva dire che gli mancava ogni giorno. «Essere rimasti senza genitori…»

«Sì» disse Ponter. «Naturalmente Jasmel adesso è maggiorenne, quindi…»

«Quindi può votare, e cose del genere?»

«No, no. Forse Hak ha fatto male i conti.»

«Certo che no!» ribatté Hak piccato, usando la voce femminile.

«Jasmel è troppo, troppo giovane per poter votare» puntualizzò Ponter. «Anche io sono troppo giovane per questo.»

«A che età si acquisisce il diritto di voto nel tuo mondo?»

«Bisogna aver visto almeno seicentosessantasette lune: i due terzi della vita media, mille mesi.»

Hak, che evidentemente voleva dissipare ogni dubbio sulle sue capacità matematiche, convertí prontamente il calcolo in anni: «Si può votare a cinquantuno anni; l'età media è di settantasette anni, anche se oggigiorno molti vivono più a lungo.»

«Qui in Ontario si vota al compimento dei diciotto anni» lo informò Mary.

«Diciotto!» esclamò Ponter. «Ma è pazzesco.»

«Non conosco nessun posto dove la maggiore età è più alta dei ventuno anni.»

«Questo la dice lunga sul vostro mondo» affermò Ponter. «Noi non permettiamo che la gente decida le nostre sorti politiche finché non abbia accumulato giudizio ed esperienza.»

«Ma se Jasmel non ha diritto di voto, cos'è che la rende maggiorenne?»

Ponter alzò impercettibilmente le spalle. «Suppongo che queste distinzioni nel mio mondo non siano così significative come qui da voi. Comunque, al compimento dei duecentocinquanta mesi, un individuo acquista la capacità di agire, e solitamente è pronto per andare a vivere da solo.» Scosse la testa e aggiunse: «Mi piacerebbe far sapere a Jasmel e a Megameg che sono ancora vivo. Sto pensando a come fare. Anche se non potrò tornare a casa, farei qualsiasi cosa pur di comunicare con loro.»

«Davvero non c'è modo di tornare a casa?» gli domandò Mary.

«Non vedo proprio come. Oh, forse qui si potrebbe costruire un computer quantistico, e ricreare le condizioni che hanno determinato il mio… spostamento. Ma io sono un fisico teorico, e conosco solo superficialmente come è strutturato un computer quantistico. Il mio collega, Adikor, saprebbe come fare, ma non ho modo di mettermi in contatto con lui.»

«Deve essere una sensazione veramente frustrante» considerò Mary.

«Mi dispiace molto» disse Ponter. «Non volevo farti carico dei miei problemi.»

«Nessun problema» lo tranquillizzò lei. «Possiamo… possiamo aiutarti in qualche modo?»

Ponter pronunciò solo una sillaba nella sua lingua, carica di tristezza, che Hak tradusse: «No.»

Mary sentì il bisogno di tirarlo un po' su. «Be', almeno non ci terranno in isolamento ancora per molto. Quando usciremo di qui potrai fare un bel giro nei dintorni. Sudbury è una piccola città, ma…»

«Piccola?» ripeté Ponter, sgranando gli occhi incavati. «Ma ci saranno… non so quanti, ma almeno diecimila abitanti.»

«Nell'area metropolitana di Sudbury vivono circa centosessantamila persone» lo corresse Mary, che l'aveva letto in una guida trovata nella stanza dell'albergo dove aveva pernottato.

«Centosessantamila» ripeté Ponter. «E questa sarebbe una piccola città? Tu vieni da un altro posto, vero? Un'altra città. Quante persone vivono lì?»

«Nella zona urbana di Toronto vivono due milioni e quattrocentomila persone. In tutta l'area urbana forse tre milioni e mezzo.»

«Tre milioni e mezzo?» ripeté Ponter incredulo.

«Più o meno.»

«Quanti siete?»

«In tutto il mondo?»

«Sì.»

«Poco più di sei miliardi.»

«Un miliardo è… mille milioni?»

«Esatto. Almeno qui nel Nord America. In Gran Bretagna… no, scusa. Sì, un miliardo equivale a mille milioni.»

Ponter si chinò in avanti. «Ma è… un numero incredibile di persone.»

Mary inarcò le sopracciglia. «Quanti abitanti ci sono nel tuo mondo?»

«Centottantacinque milioni» rispose Ponter.

«Perché così pochi?»

«Perché così tanti?»

«Non lo so. Non ci ho mai pensato.»

«Voi non… Nel mio mondo sappiamo come evitare le gravidanze. Forse potrei spiegarvi…»

Mary sorrise. «Anche noi conosciamo dei metodi.»

Adesso fu la volta di Ponter a inarcare il grosso sopracciglio. «Forse il nostro metodo è più efficace.»

Mary rise. «Forse.»

«C'è cibo a sufficienza per sei miliardi di persone?»

«Ci nutriamo soprattutto di vegetali. Li coltiviamo,» a questo punto ci fu un bip, il segnale che Hak non conosceva una parola o non riusciva a capirne il significato dal contesto «li facciamo crescere appositamente per nutrirci. Ho notato che non ti piace il pane,» un altro bip «uhm, cibo fatto con il grano, e qui la maggior parte della gente mangia pane o riso.»

«Riuscite a nutrire a sufficienza sei miliardi di persone con i vegetali

«Be', no» rispose Mary. «Circa mezzo miliardo di persone non ha cibo a sufficienza.»

«Questa è proprio una brutta cosa» commentò Ponter con semplicità disarmante.

Come non essere d'accordo? Mary si rese improvvisamente conto che Ponter aveva visto solo la parte meno cruenta della vita sulla Terra. Aveva passato un po' di tempo davanti alla TV, ma questo non bastava a far capire come andavano le cose. E poiché era molto probabile che vi dovesse trascorrere il resto dei suoi giorni, bisognava parlargli della guerra, della criminalità, dell'inquinamento, della schiavitù: la lunga scia di sangue che ha caratterizzato la storia umana.

«Il nostro mondo è un luogo molto complesso» disse, quasi scusandosi per il fatto che così tanta gente morisse di fame.

«Sì, me ne sto rendendo conto» rispose Ponter. «Nel nostro mondo esiste solo una specie di esseri umani, anche se in passato ce n'erano diverse. Ma qui sembra che ce ne siano tre o quattro.»

Mary scosse lievemente il capo. «Cosa intendi?»

«Le diverse specie umane. Tu fai parte di una specie, e Reuben di un'altra. E il maschio che mi ha soccorso sembra appartenere a una terza specie.»

Mary sorrise. «Quelle non sono specie diverse. In questo mondo esiste solamente una specie di umanità: l'Homo sapiens.»

«E potete riprodurvi tra voi?»

«Certo.»

«E la prole è fertile?»

«Sì.»

Ponter aggrottò la fronte. «Sei tu la genetista, ma… ma… se potete riprodurvi tra di voi, perché siete così diversi? Nel tempo non dovreste essere tutti simili, una mescolanza di tutte le possibili combinazioni somatiche?»

Mary sbuffò rumorosamente dal naso. Non si aspettava di impegolarsi in quel pasticcio così presto. «Be', uhm, in passato — non oggi, capisci? — ma…» si fermò, deglutì in cerca delle parole appropriate, quindi riprese: «Be', non oggi ma nel passato, la gente di una razza» un bip diverso, segno che il Companion aveva riconosciuto la parola ma non la comprendeva in quel contesto «la gente con un certo colore di pelle non voleva avere molto a che fare con la gente di un altro colore.»

«E perché?» chiese Ponter. Davvero una domanda semplice semplice…

Mary alzò impercettibilmente le spalle. «Be', la differenza del colore della pelle è dovuta al fatto che tanto tempo fa le popolazioni erano geograficamente isolate. Ma con il tempo… con il tempo ci sono stati degli incontri, seppur limitati a causa dell'ignoranza, della stupidità e dell'odio.»

«Odio» ripeté Ponter.

«Sì, è triste ma è così.» Scrollò appena le spalle. «Ci sono un sacco di cose nel passato della specie a cui appartengo di cui non vado per niente fiera.»

Ponter rimase a lungo in silenzio, infine espresse le sue considerazioni: «Ho pensato molto a questo vostro mondo. Sono rimasto sorpreso dalle immagini dei cranii all'ospedale. Li avevo già visti, ma nel mio mondo sono conosciuti solo come reperti archeologici. Sono rimasto sbigottito nel vedere della carne su quello che finora avevo visto solo come ossa.»

Indugiò di nuovo, guardando Mary come se fosse ancora sconcertato dal suo aspetto. Sotto quello sguardo, la donna si mosse un po' sulla sedia.

«Non sapevamo niente del colore della vostra pelle» continuò Ponter «o del colore dei vostri capelli. I…» ci fu un altro bip, poiché Hak emetteva quel suono anche quando Ponter usava una parola di cui non trovava l'equivalente «del mio mondo sarebbero sbalorditi se potessero vedervi.»

Mary sorrise. «Be', non tutto ciò che vedi è naturale. Per esempio, i miei capelli non sono veramente di questo colore.»

Ponter la guardò sbalordito. «E qual è il loro vero colore?»

«Una specie di marrone chiaro.»

«E perché l'hai cambiato?»

Mary scrollò le spalle. «Per esprimere la mia personalità, e… be', ti ho detto che erano marroni, ma a dire il vero erano anche un po' grigi. A me — come a molte persone, del resto — non piacciono i capelli grigi.»

«I capelli della mia specie diventano grigi con l'età.»

«Questo accade anche a noi; nessuno nasce con i capelli grigi.»

Ponter aggrottò di nuovo la fronte. «Nella mia lingua, la parola per denotare tutti quelli che hanno maturato la conoscenza attraverso l'esperienza è la stessa di quella usata per indicare il colore dei capelli che mutano colore: 'Grigio.' Non riesco a immaginare che ci sia qualcuno che voglia nasconderlo.»

Ancora una volta Mary scrollò le spalle. «Noi facciamo un sacco di cose che non hanno senso.»

«Questo è proprio vero» assentì il Neandertal. Si fermò un momento, quasi stesse considerando se fosse il caso di proseguire. «Ci siamo spesso chiesti che fine abbia fatto la vostra specie… nel nostro mondo, voglio dire. Perdonami, non voglio sembrare» — bip — «ma saprai che i vostri cervelli sono più piccoli dei nostri.»

Mary annuì. «In media, più piccoli del dieci per cento circa, se non ricordo male.»

«E siete fisicamente più esili. A giudicare dalle ossa, abbiamo calcolato che la tua specie aveva solamente la metà della nostra massa muscolare.»

«Direi che più o meno è così» confermò Mary annuendo.

«E mi hai parlato della vostra incapacità a convivere con le altre razze della vostra stessa specie.»

Mary annuì ancora.

«Nel mio mondo ci sono testimonianze archeologiche di quello che dici. Un'ipotesi molto seguita è che vi siate sterminati a vicenda… dimostrando che non eravate poi così intelligenti…» E a quel punto abbassò il capo. «Ti chiedo di nuovo scusa, non è mia intenzione offenderti.»

«Quello che hai detto è tutto vero» convenne Mary.

«Sono certo che esiste un'altra spiegazione. Ne sappiamo così poco su di voi.»

«In un certo senso» rifletté Mary «sapere che sarebbe potuta andare in modo diverso non potrà che farci bene. Ci ricorderà quanto sia preziosa la vita.»

«Non è una cosa ovvia?» esclamò Ponter sbalordito, gli occhi spalancati.

31

Adikor abbandonò lentamente la Camera di consiglio. Quello che gli stava accadendo era pazzesco. Semplicemente pazzesco! Aveva perso Ponter, e come se non bastasse doveva affrontare un vero e proprio processo. La fiducia che aveva sempre avuto nel sistema giudiziario — un'entità di cui sino a quel momento aveva avuto solo una vaga idea — era stata scossa. Com'era possibile che una persona già duramente colpita da una perdita, e per di più innocente, venisse perseguitata in quel modo?

Imboccò un lungo corridoio, con le pareti piene di ritratti di vecchi magistrati, uomini e donne che avevano elaborato i principi della giurisprudenza moderna. Avevano avuto in mente quella farsa a cui aveva assistito? Proseguì senza porre attenzione alle persone che gli sfilavano accanto… finché non fu attratto da un bagliore arancione.

Bolbay, con ancora indosso i colori dell'accusa, in fondo al corridoio. Evidentemente si era attardata nell'edificio, forse per evitare gli Esibizionisti, e proprio in quel momento stava uscendo.

Senza nemmeno pensarci, si ritrovò a rincorrerla, il tappeto di muschio che attutiva i suoi passi. La raggiunse appena fuori dall'edificio, nel sole pomeridiano. «Daklar!»

La donna si voltò, spaventata. «Adikor!» esclamò, gli occhi sgranati. Immediatamente alzò la voce e avvertì: «Chiunque stia controllando il sorvegliato Adikor Huld faccia attenzione. È qui di fronte a me, la sua accusatrice!»

Adikor scosse lentamente il capo. «Non ho intenzione di farti del male.»

«Ho notato che non di rado le tue azioni non sono conseguenti alle tue intenzioni.»

«Questo accadeva anni fa» la rimbeccò Adikor usando volutamente la parola che sottolineava tutto il tempo trascorso da quel lontano episodio. «Prima di allora non avevo fatto del male a nessuno, né è più successo.»

«Ma quella volta lo hai fatto» disse Bolbay. «Hai perso la pazienza. Lo hai colpito. Hai tentato di ucciderlo.»

«No! Non ho mai voluto fare del male a Ponter.»

«Non è opportuno parlare tra di noi» disse Bolbay. «Mi scuserai» tagliò corto e fece per andare via.

Adikor le afferrò un braccio. «No, aspetta!»

Quando si girò a fronteggiarlo, il volto della donna mostrava tutta la sua paura, ma Bolbay mutò rapidamente espressione, lanciando uno sguardo significativo alla mano che le stringeva il braccio. Adikor lasciò subito andare la presa. «Per favore. Voglio solo sapere il motivo. Perché tutto… tutto questo astio nei miei confronti? Da quando ci conosciamo non ti ho mai fatto alcun torto. Sai bene che amavo Ponter. E sai anche che non avrebbe voluto che mi si perseguitasse così.»

«Non fare l'innocente con me» replicò Bolbay.

«Ma io sono innocente. Perché stai facendo tutto questo?»

Bolbay scosse il capo, si voltò e andò via.

«Perché?» le gridò dietro. «Perché?»

«Che ne dici se parliamo un po' della tua gente?» propose Mary. «Finora abbiamo potuto solo studiare qualche fossile. Ci sono un sacco di dispute su parecchi punti, come, per esempio, per quale ragione la tua specie abbia sviluppato una fronte così prominente.»

«Ripara gli occhi dal sole» rispose Ponter sbattendo le palpebre.

«Davvero? Be', in effetti è una spiegazione ragionevole. Ma allora perché noi ci siamo evoluti diversamente? Voglio dire, i Neandertal si sono diffusi in Europa, mentre i nostri progenitori erano originali dell'Africa, dove c'è più sole.»

«Anche noi ce lo siamo chiesti quando abbiamo rinvenuto i fossili dei Gliksin.»

«Gliksin?» ripeté Mary.

«La specie degli ominidi che vivevano nel mio mondo, a cui voi assomigliate molto. Non avevano la fronte così prominente, per questo pensavamo che fossero esseri notturni.»

Mary sorrise. «Sono convinta che molte delle teorie basate sull'analisi dei reperti fossili siano errate. E dimmi un po', a che pensavate che servisse questo?» chiese battendosi l'indice sul mento.

Ponter sembrava imbarazzato. «Lo so che non è così, ma…»

«Sì?» lo incoraggiò Mary.

Si lisciò la barba con il palmo della mano, indicando che non aveva mento, e disse: «Dato che noi non abbiamo questa prominenza, abbiamo presunto …»

«Cosa?»

«Be', che fosse un mezzo per non sbavare. Le cavità della bocca sono così piccole che abbiamo presunto che avevate problemi per la fuoruscita di saliva. Inoltre, i vostri cervelli sono più piccoli dei nostri, e, insomma, gli idioti sbavano spesso…»

A Mary scappò una risata. «Caspita! E dimmi un po', a proposito di mandibole, cosa è accaduto alla tua?»

«Niente» rispose Ponter. «È sempre stata così.»

«Dalle lastre che ti hanno fatto in ospedale, ho visto che te l'hanno ricostruita.»

«Ah, intendi quello» disse Ponter come per scusarsi. «Ho preso un colpo sul viso un paio di centinaia di mesi fa.»

«Con cosa ti hanno colpito? Con un mattone?»

«Con un pugno» rispose Ponter.

Mary spalancò la bocca. «Immaginavo che i Neandertal fossero esseri molto forti, ma… accidenti! Un pugno ha prodotto tutti quei danni?»

Ponter annuì.

«Sei stato fortunato. Avrebbe potuto ucciderti.»

«Siamo stati entrambi fortunati, io e chi ha sferrato il pugno.»

«Perché lo ha fatto?»

«Un banale diverbio. Naturalmente non avrebbe dovuto farlo, e dopo l'accaduto si è ampiamente scusato. Decisi di non denunciarlo; se lo avessi fatto, l'avrebbero processato per tentato omicidio.»

«Avrebbe davvero potuto ucciderti con un pugno?»

«Certo. Per fortuna ho fatto in tempo a schivare parzialmente il colpo; per questo mi ha preso sulla mascella e non in pieno viso. Se mi avesse centrato mi avrebbe sfondato il cranio.»

«Santo cielo!» esclamò Mary.

«Era molto arrabbiato perché l'avevo provocato. Abbiamo sbagliato entrambi.»

«E tu… potresti uccidere qualcuno con le sole mani?»

«Certamente. Soprattutto se lo colpissi da dietro.» E per rendere meglio l'idea intrecciò le dita, sollevò le braccia e mimò il gesto di un colpo a mani unite portato dall'alto verso il basso. «Prendendolo da dietro potrei fracassargli il cranio; se invece lo colpissi davanti, con un pugno ben assestato o con un calcio nel petto, potrei sfondargli il torace.»

«Ma… ma… senza offesa, anche i gorilla sono molto forti, eppure è raro che qualche esemplare rimanga ucciso negli scontri.»

«Questo si spiega con il fatto che i combattimenti che hanno luogo all'interno del gruppo, per stabilire chi sia l'individuo dominante, sono istintivi e ritualizzati, quindi gli esemplari si limitano a spintonarsi e a tirare qualche colpo. In realtà, si tratta di un comportamento dimostrativo. Ma gli scimpanzé si uccidono, anche se quasi sempre per effetto dei morsi. Stringere le dita per formare un pugno è una cosa che solo gli umani sanno fare.»

«Santo… cielo.» Mary si rese conto di avere già usato quell'espressione, ma non le veniva nient'altro che riuscisse a esprimere ciò che provava. «Qui da noi gli esseri umani sono in continua competizione violenta. Ci sono addirittura degli sport basati sul combattimento, come la boxe e la lotta libera.»

«Ma è pazzesco.»

«Be', direi di sì. Ma è raro che qualcuno rimanga ucciso. Voglio dire, è molto difficile che un essere umano uccida un suo simile a mani nude. Immagino solo perché non siamo abbastanza forti.»

«Nel mio mondo» disse Ponter «colpire equivale a uccidere. Per questo non lo facciamo mai. Il minimo atto di violenza può essere fatale, quindi non possiamo permettercelo.»

«Eppure qualcuno ti ha colpito» gli fece notare Mary.

Ponter annuì. «È accaduto tanto tempo fa, quando ancora studiavo all'Accademia delle scienze. Stavo discutendo come succede ai giovani, che vogliono sempre averla vinta. Mi ero reso conto che la persona con cui stavo litigando cominciava a perdere la calma, eppure ho continuato ugualmente a difendere la mia tesi, finché lui ha reagito in modo… deplorevole. Ma l'ho perdonato.»

Mary lo guardò, immaginandolo porgere l'altra, grossa guancia angolosa alla persona che lo aveva colpito.

Per tornare a casa, Adikor aveva chiamato con il suo Companion un cubo viaggiante. Sedeva dietro, unico passeggero, e stava esaminando con l'ausilio del suo impianto alcuni atti di vecchi processi. Anche se probabilmente qualcuno stava controllando le comunicazioni del suo Companion, poteva comunque usarlo per raccogliere le informazioni delle banche dati disponibili e trasferire i risultati in un archivio personale, per poterli poi esaminare con calma.

La sua compagna, Lurt, aveva accettato senza indugio di difenderlo. Ma se anche tutti i suoi conoscenti — questa volta era permesso chiamare in causa dei testimoni — avessero attestato la buona reputazione di cui godeva e la stabilità della sua relazione con Ponter, difficilmente sarebbe bastato a convincere della sua innocenza il giudice Sard e i suoi colleghi. Per questo stava scavando nei meandri della storia giuridica, alla ricerca di altri casi con capi di imputazione per omicidio in cui non era stato rinvenuto il corpo della vittima, nella speranza di trovare una sentenza che potesse tornargli utile.

Il primo caso in cui si imbatté riguardava la generazione 17. L'imputato era un certo Dassta, un uomo accusato di aver ucciso la sua compagna dopo essere entrato di soppiatto nel Centro. Il corpo della donna non era mai stato trovato: un giorno, era semplicemente svanita nel nulla. Il tribunale aveva stabilito che senza un cadavere non si poteva parlare di omicidio.

Quella scoperta lo entusiasmò… finché non lesse tutta la sentenza.

Sulla veranda, lui e Ponter avevano sistemato delle sedie, per la verità piuttosto fragili. Era un altro segno dell'incrollabile fiducia che Ponter aveva nella sua raggiunta capacità di controllare gli scatti d'ira dopo la cura cui si era sottoposto. Ma la delusione fu tale che con un pugno fracassò il bracciolo della sedia, facendo volare schegge di legno ovunque. Consultando il Codice della civiltà aveva infatti scoperto che, poiché la società progrediva in continuazione e il senso comune era in perenne trasformazione, solo i casi verificatisi nelle ultime dieci generazioni potevano assumere una rilevanza giuridica.

Continuò la ricerca, finché si imbatté in un caso piuttosto intrigante avvenuto nella generazione 140 — quindi solo otto generazioni prima -. in cui un uomo era stato accusato di aver ucciso il vicino che aveva costruito la propria casa senza rispettare i limiti stabiliti dalla legge. Anche in quel caso non era stato rinvenuto il corpo, e, similmente al caso precedente, il tribunale aveva stabilito che la mancanza del cadavere determinava il rigetto dell'accusa di omicidio. Questo lo rincuorò, senonché…

Senonché…

La generazione 140 era vissuta all'incirca tra i 1.100 e i 980 mesi, cioè dagli 89 ai 79 anni prima. I Companion erano stati introdotti appena un migliaio di mesi prima, e infatti a breve sarebbero cominciate le celebrazioni per commemorare l'evento.

In definitiva, quel caso era anteriore o posteriore all'introduzione dei Companion? Continuò a leggere.

Gristle! Era avvenuto prima. Bolbay avrebbe senza dubbio sostenuto che non era pertinente. Certo, avrebbe detto, i cadaveri e persino i vivi potevano scomparire nel nulla con grande facilità nei tempi bui che avevano preceduto la grande innovazione introdotta da Lonwis Trob, che ci aveva liberato tutti; e un caso in cui non esistevano le registrazioni delle azioni compiute dall'imputato non ha attinenza alcuna con uno dove l'imputato ha escogitato uno stratagemma per evitare tali registrazioni.

Non gli rimaneva altra speranza che continuare la ricerca. A pensarci, sarebbe stato utile se ci fosse stato qualcuno specializzato nelle materie giuridiche, in grado di prestare aiuto agli imputati: sarebbe stato un contributo davvero utile alla società. In quel momento avrebbe desiderato scambiare delle idee con qualche esperto del settore, che avrebbe potuto effettuare le ricerche in sua vece. Ma no, non era una buona idea. La sola esistenza di persone che lavorassero a tempo pieno sui casi giuridici avrebbe certamente provocato una moltiplicazione dei procedimenti, e…

In quel mentre, Pabo uscì a tutta birra dal soggiorno, abbaiando. Adikor alzò la testa, e, come sempre gli avveniva in quei giorni, il cuore gli sobbalzò. Poteva essere? Poteva essere?

No, non era. Certo che no. Ma almeno apparve qualcuno che non si aspettava di vedere: la giovane Jasmel Ket. «Buongiorno» lo salutò quando fu a una decina di metri da lui.

«Buongiorno» le rispose, sforzandosi di mantenere un tono neutrale.

La ragazza si accomodò sulla sedia accanto, dove era solito sedersi il padre. Pabo la conosceva bene, perché era venuta spesso al Centro durante il periodo in cui Due diventano Uno, e ora era chiaramente contento di quella visita. Le annusò le gambe, mentre la ragazza gli accarezzava il pelo fulvo della testa.

«Cosa è successo alla tua sedia?» gli chiese.

«Niente» rispose distogliendo lo sguardo.

Jasmel decise di non approfondire la questione; dopo tutto, quello che era accaduto era piuttosto evidente. «Lurt ha accettato?»

Adikor annuì.

«Bene. Sono sicura che farà del suo meglio.» Rimase per un po' in silenzio, poi, posando di nuovo lo sguardo sulla sedia rotta, disse: «Ma…»

«Sì» la interruppe. «Ma.»

Jasmel alzò gli occhi sulla campagna circostante. In lontananza, un mammut vagava placido e indifferente. «Adesso che questa faccenda è stata rimessa alla decisione di un tribunale, il cubo degli alibi di mio padre è stato trasferito nell'ala dove vengono conservati gli alibi dei defunti. Daklar ha trascorso tutto il pomeriggio a esaminarlo, alla ricerca di altre prove contro di te. Ne ha facoltà, in qualità di accusatrice che tutela una persona scomparsa. Ho insistito per essere presente anch'io, e ho potuto vedere te e mio padre durante gli ultimi giorni prima della sua scomparsa.» Tornò a guardare Adikor. «Bolbay non può capire, è stata sola troppo a lungo. E… be', ti ho già detto che c'è un giovane che mi fa la corte. Come hai detto tu stesso, non mi sono ancora unita con nessuno, ma so cos'è l'amore… e non ho nessun dubbio sul fatto che tu amassi davvero mio padre. Dopo aver visto il modo in cui vi guardavate, non posso credere che avresti potuto fargli del male.»

«Grazie.»

«E… posso fare qualcosa per te prima del processo?»

Adikor scosse tristemente il capo. «Stando così le cose, non credo che ci sia qualcosa che possa salvare me e la mia prole.»

32

SESTO GIORNO

MERCOLEDÌ 7 AGOSTO

148/118/29

RICERCA ULTIMISSIME

Parola(e) chiave: Neandertal

La rivista Playgirl ha pubblicato una lettera aperta indirizzata a Ponter Boddit, con la quale lo invita a posare nudo…

'Anche lui ha un'anima?' si chiede il reverendo Peter Donaldson della Chiesa del Redentore di Los Angeles. 'Questa è la domanda che tutti dobbiamo porci. E la mia risposta è no, non ce l'ha…'

'Siamo convinti che tutta questa fretta di conferire a Ponter la cittadinanza canadese abbia come vero scopo la sua partecipazione con i colori del Canada ai prossimi giochi olimpici. Per questa ragione ci appelliamo al Comitato Intemazionale Olimpico affinché interdica la partecipazione alle competizioni sportive internazionali a tutti coloro che non appartengano alla specie Homo sapiens sapiens…'

Comprala, cosa aspetti? Le magliette con la faccia di Ponter Boddit sono disponibili in tutte le taglie…

Gli scettici tedeschi, acquartierati a Nuremberg, hanno oggi dichiarato che non esiste nessuna buona ragione per credere che Ponter Boddit provenga da un universo parallelo. 'Questa sarebbe l'ultima ratio' ha dichiarato il Direttore esecutivo Karl von Schlegel 'e dovrebbe essere accettata solo nel caso in cui fosse esclusa ogni altra possibile spiegazione…'

Oggi la polizia ha fermato tre uomini che cercavano di forzare i cordoni predisposti attorno all'abitazione del dottor Reuben Montego, a Lively, una cittadina situata a 14 chilometri a sud ovest di Sudbury, dove l'uomo di Neandertal è tenuto in isolamento…

Tra i tanti modi di passare il tempo, Louise e Reuben avevano scelto il più antico. Fino ad allora Mary non aveva considerato Reuben sotto quell'aspetto, ma a ben vedere era davvero un bell'uomo. Non andava certo pazza per gli uomini senza capelli, ma Reuben aveva dei bei lineamenti, un fisico asciutto e piacevolmente muscoloso, uno sguardo intelligente e un sorriso luminoso, senza contare quell'accento affascinante. E non era tutto. Aveva scoperto che parlava un ottimo francese, il che voleva dire che poteva conversare nella lingua madre di Louise. E per di più, almeno a giudicare dalla sua abitazione, doveva avere anche un bel po' di soldi, cosa ben poco sorprendente, essendo un medico.

Che rivelazione, avrebbe detto sua sorella. Naturalmente, Mary non era così ingenua da non sapere che con ogni probabilità, una volta terminata la quarantena, quella relazione sarebbe finita. Comunque, la cosa non la metteva certo a suo agio, e non perché fosse una moralista. O perlomeno, a lei piaceva pensare di non esserlo, malgrado l'educazione cattolica che aveva ricevuto. Piuttosto, temeva che Ponter potesse farsi un'idea sbagliata della sessualità nel mondo in cui era piombato, e che potesse pensare di doversi accoppiare con Mary. E in quel momento, l'attenzione di un uomo era l'ultima cosa di cui aveva bisogno.

Ad ogni modo, la relazione tra Louise e Reuben le permetteva di passare un sacco di tempo da sola con Ponter. Il dottore e la giovane ricercatrice trascorrevano gran parte del tempo nel seminterrato a guardare i film della vasta collezione di Reuben, mentre lei e Ponter rimanevano a conversare nel soggiorno. E dato che i due amanti adesso dormivano insieme nel letto matrimoniale, avevano confinato Ponter sul divano dello studio, lasciandole a disposizione tutto il soggiorno.

Mary andava saltuariamente a messa. L'ultima domenica non lo aveva fatto, anche se avrebbe potuto, dato che l'isolamento era stato disposto solamente la sera, e adesso se ne rammaricava. Per fortuna poteva seguirla in TV. Il canale Vision trasmetteva quotidianamente un servizio religioso da una chiesa cattolica di Toronto. Oltre al televisore al piano interrato, dove Reuben e Louise guardavano i film, c'era un altro apparecchio nello studio al piano superiore.

Quella mattina, Mary salì per seguire la messa. Il prete indossava un opulento abito talare verde. Aveva i capelli grigi, le sopracciglia nere e un viso che le ricordava Gene Hackman un po' più magro.

«…la grazia e la pace di nostro Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» pronunciò il sacerdote, un certo Monsignor DeVries, come indicava la sovrimpressione sullo schermo.

Seduta sul divano dove Ponter avrebbe dormito quella notte, Mary si fece il segno della croce. «Gesù è venuto tra noi per lavare i nostri peccati» annunciò DeVries. «Il Signore abbia pietà di noi.»

Mary si unì alla preghiera: «Il Signore abbia pietà di noi.»

«Egli è venuto tra noi per chiamare a sé i peccatori» disse DeVries. «Cristo abbia pietà di noi.»

«Cristo abbia pietà di noi» ripeté Mary insieme a tutti gli altri.

«Egli supplica misericordia per noi seduto alla destra del Padre. Il Signore abbia pietà di noi.»

«Il Signore abbia pietà di noi.»

«Dio Onnipotente abbia misericordia di noi» continuò l'officiante «perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna.»

«Amen» risposero i fedeli.

La lettura, pronunciata da una donna nera dai capelli molto corti, che indossava una veste color porpora, era tratta dal Libro del profeta Geremia. Sullo sfondo c'era una stupenda vetrata colorata con incisa l'immagine di Gesù e dei dodici apostoli, con la Vergine Maria che guardava dall'alto. Mary non sapeva spiegarsi il bisogno che provava di assistere alla messa. Dopo tutto, non era lei a dover essere perdonata per aver peccato…

Adesso un giovane cantava accompagnato dal suono dell'organo: «Salvami, o Signore, con il tuo amore eterno…»

Lei non aveva fatto niente di male. Era la vittima.

La celebrazione eucaristica continuò, con il Monsignore che lesse un passo del Vangelo di Luca: «'Ti dico che questi miei due figli siederanno nel Tuo Regno, uno alla Tua destra e uno alla Tua sinistra…'»

Naturalmente Mary conosceva il brano che il sacerdote stava recitando, quello della donna che supplicava Cristo sulla via di Gerusalemme, ne conosceva il contesto. E le parole continuarono a ronzarle per la testa: due figli, uno alla Tua destra e uno alla Tua sinistra…

Poteva essere andata così? Due tipi di umanità così diverse potevano vivere in pace l'uno accanto all'altro? Caino era un agricoltore; coltivava grano. Abele era un carnivoro, che allevava pecore per ucciderle. Ma Caino aveva ucciso Abele…

Il sacerdote stava versando il vino. «Benedetto il Signore di tutte le creature, dalla Tua bontà abbiamo ricevuto questo vino. Frutto della vite e del lavoro dell'uomo, si trasforma in una bevanda spirituale…

«Preghiamo, fratelli e sorelle…

«Dio Onnipotente, noi Ti lodiamo attraverso Tuo Figlio Gesù Cristo, che viene a noi nel Tuo nome…

«Padre nostro, ci siamo allontanati da Te, ma attraverso Tuo Figlio ci hai ricondotti a Te…

«Noi Ti chiediamo di santificare questi doni con l'effusione del Tuo spirito…

«Prendete e mangiatene tutti. Questo è il Mio Corpo offerto in sacrificio per voi…

«Prendete e bevetene tutti. Questo è il Mio sangue, il sangue della nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati…»

Mary desiderò ardentemente di essere lì, insieme all'assemblea dei fedeli, a prendere la comunione. Quando la cerimonia finì, si fece di nuovo il segno della croce e si alzò.

Solo allora si accorse di Ponter Boddit, che in piedi sulla porta la stava fissando in silenzio, con la bocca senza mento spalancata.

33

«Cos'era quello?» chiese Ponter.

«Da quanto tempo sei lì?» chiese a sua volta Mary.

«Da un po'.»

«Perché stavi lì senza parlare?»

«Non volevo disturbarti. Sembravi… molto presa da quello che stava accadendo sullo schermo.»

Be', pensò Mary, in effetti era lei a essere in difetto: gli aveva usurpato la stanza e il divano dove dormiva. Ponter entrò nella stanza e le si sedette accanto, e lei guizzò verso il bordo, a ridosso del bracciolo.

«E allora? Cos'era quella cosa?»

«Un servizio religioso trasmesso da una chiesa» rispose scrollando impercettibilmente le spalle.

Il Companion emise un bip.

«Chiesa. Una, uhm, una sala di culto.»

Un altro bip.

«Religione. Adorazione di Dio.»

A quel punto Hak parlò con la sua voce: «Sono spiacente, Mare. Non conosco nessuna di queste parole.»

«Dio» ripeté Mary. «L'essere che ha creato l'universo.»

Ponter rimase un attimo immobile, e appena sentita la traduzione di Hak sgranò gli occhi dorati. Parlò nella sua lingua, e Hak tradusse con la voce maschile: «L'universo non ha nessun creatore. Esiste da sempre.»

Mary inarcò le sopracciglia. Immaginò che Louise — se mai fosse riemersa dal seminterrato — si sarebbe divertita a spiegargli la teoria del big bang. Da parte sua, invece, si limitò a dire: «Noi crediamo che sia così.»

Ponter scosse il capo, ma era chiaro che non intendeva insistere oltre. Però era molto curioso. «Quell'uomo» disse indicando lo schermo «parlava di 'vita eterna/ La tua specie ha forse scoperto il segreto dell'immortalità? Da noi ci sono degli specialisti che studiano le possibilità di prolungare la vita, ma…»

«No» disse Mary. «No, no. Parlava del Paradiso.» Alzò le mani, i palmi in alto, prevenendo così il bip di Hak. «Il Paradiso è un luogo dove crediamo si continui a vivere dopo la morte.»

«Questo è un ossimoro.» Mary rimase stupita dalla competenza di Hak. Ponter aveva pronunciato una dozzina di parole nella sua lingua, probabilmente dicendo qualcosa del tipo 'ma questa è una contraddizione in termini,' e il Companion si era accorto che esisteva un modo più sintetico per esprimere quel concetto in inglese, anche se non nella lingua Neandertal.

«Be'» disse Mary «non tutti sulla Terra — su questa, voglio dire — credono in una vita dopo la morte.»

«E la maggioranza ci crede?»

«Be'… sì, credo di sì.»

«E tu?»

Mary aggrottò la fronte, pensierosa. «Sì, ci credo.»

«Su quali basi?» le chiese Ponter in tono assolutamente neutrale, senza la minima traccia di scherno.

«Be', si dice che…» e qui si fermò. Perché era credente? Era una scienziata, una persona che basava la sua vita e il suo modo di essere sulla razionalità e sulla logica, ma l'indottrinamento religioso a cui era stata sottoposta aveva preceduto la sua formazione scientifica. Dopo qualche attimo di silenzio, scrollò impercettibilmente le spalle, consapevole dell'inadeguatezza della risposta: «C'è scritto nella Bibbia.»

Bip.

«La Bibbia» ripeté Mary. «Le Scritture.» Bip. «Il Libro Sacro.» Bip. «Si tratta di un libro venerato dai fedeli in cui sono riportati dei precetti morali. Le cose scritte nella prima parte sono condivise dalla mia gente — si chiamano cristiani — e dagli appartenenti a un'altra delle grandi religioni, gli ebrei. In quello che c'è scritto nella seconda parte crediamo solo noi cristiani.»

«Perché? Che cosa c'è scritto nella seconda parte?»

«Si racconta la storia di Gesù, il figlio di Dio.»

«Ah, sì. Quell'uomo parlava di lui. Quindi… quindi questo… questo creatore dell'universo in qualche modo aveva un figlio umano? Allora Dio è un essere umano?»

«No, no, è un essere incorporeo, non ha corpo.»

«Allora come ha potuto…?»

«La madre di Gesù era un essere umano, la Vergine Maria.» Si fermò un attimo, quindi aggiunse: «Io ne porto il nome.»

Ponter scosse lievemente il capo. «Scusami, Hak sta facendo un lavoro notevole, ma è chiaro che ha sbagliato qualcosa. Ha interpretato una parola che hai detto, come se si riferisse a qualcuno che non ha mai avuto rapporti sessuali.»

«Vergine, sì.»

«E come può essere che una vergine sia madre?»

«Questo è un altro…» e Mary sentì Ponter ripetere la stessa frase che Hak aveva tradotto poco prima con la parola 'ossimoro.'

«Gesù è stato concepito senza rapporto sessuale. Dio ha posto il seme nel ventre di Maria.»

«E l'altro gruppo — gli ebrei, vero? — non credono a questa storia?»

«No.»

«Quindi sembrano… diciamo, meno creduloni. E tu ci credi? Credi a questa storia di Gesù?» le chiese guardandola negli occhi.

«Io sono una cristiana» rispose Mary. «Una seguace di Gesù.»

«Capisco. Quindi credi anche nella vita dopo la morte.»

«Be', noi crediamo che la vera essenza di una persona sia l'anima,» bip «una versione incorporea dell'essere, e che l'anima continui a vivere in uno dei due luoghi dove risiedono le anime di noi tutti. Se la persona è stata buona, l'anima vola in cielo, cioè nel paradiso, al cospetto di Dio. Se è stata cattiva, l'anima va all'inferno,» bip «dove viene torturata,» bip «tormentata per l'eternità.»

Ponter rimase a lungo in silenzio, mentre Mary cercava di decifrarne l'espressione. Alla fine disse semplicemente: «Noi — la mia gente — non crediamo in una vita dopo la morte.»

«Cosa pensate che avvenga dopo la morte?»

«A chi è morto assolutamente niente. Cessa completamente di esistere. Tutti quelli che sono stati non sono più.»

«È una cosa molto triste» commentò Mary.

«Triste? Perché?»

«Perché devi continuare a vivere senza di loro.»

«Voi potete entrare in contatto con quelli che abitano in quel vostro altro mondo?»

«Be', no. Io no. Alcuni dicono di sì, ma le loro affermazioni non sono mai state dimostrate.»

«Mi coloro di sorpresa» se ne uscì Ponter, e Mary si chiese dove Hak poteva aver preso quell'espressione. «Ma se non avete modo di entrare in contatto con questo aldilà, il regno dei morti, perché ci credete?»

«Non ho mai visto il mondo parallelo da cui provieni,» gli rispose Mary «eppure ci credo. E anche tu, che non lo vedi più, continui a crederci.»

Ancora una volta, Hak la sbalordì: «Touché» disse, sintetizzando brillantemente la mezza dozzina di parole pronunciate da Ponter.

Ma le cose che le aveva detto il Neandertal la incuriosivano moltissimo. «Per noi la moralità deriva dalla religione, precisamente dalla credenza in un bene assoluto, e. be', dalla paura, immagino, della dannazione: di finire all'inferno.»

«In altre parole gli umani della tua specie si comportano bene solo sotto una minaccia.»

Mary assentì, ammettendo come fondata l'osservazione di Ponter. «È la scommessa di Pascal. Vedi, se credi in Dio, e lui non esiste, hai poco da perdere. Ma se non ci credi, e lui esiste davvero, rischi la dannazione eterna. Quindi, conviene credere.»

«Ah» disse Ponter. e poiché l'interiezione era comune ai due linguaggi, Hak non la tradusse.

«Comunque, non hai ancora risposto alla mia domanda sulla morale. Senza un Dio — senza credere che alla fine della tua vita sarai punito o ricompensato per quello che hai fatto — su cosa si basa la vostra morale? Ormai ho trascorso un po' di tempo con te, e so che sei una brava persona. Da dove viene questa bontà?»

«Io mi comporto così perché ritengo sia giusto.»

«Secondo quali precetti?»

«Quelli della mia gente.»

«Ma da dove provengono questi precetti?» insisté Mary.

«Da…» e a quel punto Ponter spalancò gli occhi, grandi globi incavati in un'ondulata sporgenza ossea, come se avesse avuto un'epifania… nel significato laico della parola, naturalmente. «Dal nostro convincimento che non c'è vita dopo la morte!» concluse trionfante. «Per questo la vostra fede mi turba, solo adesso me ne rendo conto. La nostra asserzione è lineare e congruente con l'osservazione dei fatti: la vita di una persona finisce completamente con la morte; non c'è possibilità di incontrare di nuovo chi non è più o di scusarsi con lui per qualche torto che gli abbiamo fatto, né di dimostrare che, poiché in questa vita sono stati buoni, i defunti continuino a vivere nel paradiso, dimentichi dei loro affanni su questa terra.» Indugiò un attimo, fissando lo sguardo sul volto di Mary, come per accertarsi che lei lo stesse seguendo.

«Non capisci?» continuò. «Se faccio del male a qualcuno — se lo offendo, o se, mettiamo, mi approprio di qualcosa che gli appartiene — dal vostro punto di vista mi posso consolare con il fatto che anche dopo morto posso venire in contatto con lui, e fare ammenda delle mie colpe. Ma nella mia visione del mondo, una volta che una persona muore — il che può accadere per tutti noi in qualsiasi momento, per un incidente, un attacco di cuore e così via — chi ha fatto qualcosa di male vivrà tutta la vita con la consapevolezza che non potrà mai rappacificarsi con la persona a cui ha fatto del male.»

Mary ci rifletté su. Sì, la maggior parte degli schiavisti non aveva mai considerato la faccenda in questi termini, ma senza dubbio le persone con una certa coscienza, immerse in una società fondata sulla compravendita di esseri umani, dovevano essersi fatte degli scrupoli… e comunque si erano consolate con la convinzione che tutte le persone a cui facevano del male nell'altra vita sarebbero state ripagate per le loro sofferenze terrene? Certo, i gerarchi nazisti erano il male allo stato puro, ma quanti di coloro che eseguivano gli ordini per sterminare gli ebrei riuscivano a dormire la notte credendo che quelli che avevano appena ucciso adesso vivevano felici in paradiso?

Ma non c'era bisogno di metterla in quei termini. Dio era il grande compensatore: se subivi il male in vita, saresti stato ricompensato dopo la morte: questo il principio fondamentale che aveva consentito a generazioni di genitori di mandare a morte i propri figli in innumerevoli guerre. Stando così le cose, non aveva importanza se rovinavi la vita di qualcun altro, dato che questi poi andava in paradiso. Certo, potevi anche finire all'inferno, ma in prospettiva il male che avevi fatto agli altri non poteva nuocere più di tanto. Questa vita è un semplice prologo: è la vita eterna che conta.

Quindi, nell'eternità, Dio avrebbe ricompensato qualsiasi cosa fosse stata fatta a… a lei.

E quel bastardo che le aveva fatto quella cosa sarebbe bruciato all'inferno.

No, non aveva importanza il fatto che non avesse denunciato il reato: il bastardo non avrebbe potuto evitare il Giudice supremo.

Ma… ma… «E nel tuo mondo? Cosa accade ai criminali, da voi?»

Bip.

«Coloro che infrangono la legge» spiegò Mary. «Quelli che fanno intenzionalmente del male agli altri.»

«Ah» disse Ponter. «Oggigiorno abbiamo pochi problemi di questo genere, da quando qualche generazione fa abbiamo rimosso la maggior parte dei geni dannosi dal nostro pool genico.»

«Cosa?»

«I reati gravi erano puniti con la sterilizzazione non solo del responsabile, ma anche di tutti quelli che ne condividevano il cinquanta per cento del materiale genetico: genitori, fratelli e sorelle, figli. Questo ha prodotto un duplice effetto: per prima cosa. la società è stata ripulita dai geni dannosi, e…»

«Come ha fatto una specie non dedita all'agricoltura a sviluppare la genetica? Cioè, noi ci siamo arrivati partendo dalla coltivazione e dall'allevamento degli animali.»

«Anche se non abbiamo coltivato la terra o allevato gli animali per nutrirci, abbiamo addomesticato i lupi per cacciare. Ho una cagna che si chiama Pabo, a cui sono molto affezionato. I lupi si prestano a una riproduzione controllata, e i risultati sono lampanti.»

Mary annuì; era una spiegazione razionale, dopo tutto. «Stavi parlando dei due effetti che la sterilizzazione ha avuto sulla società.»

«Ah, già. Oltre all'eliminazione diretta dei geni difettosi, la procedura fu uno straordinario incentivo perché le famiglie controllassero i propri membri.»

«Suppongo che abbia funzionato.»

«Sì, ha funzionato. Tu che sei una genetista sai bene che l'unica forma di immortalità realmente esistente è quella genetica. La vita continua proprio grazie ai geni che garantiscono la propria riproduzione, o l'esistenza di copie di se stessi. Per questo la nostra giustizia ha focalizzato l'attenzione sui geni e non sulle persone. Oggigiorno, nella nostra società la criminalità è un fatto raro proprio perché il sistema giuridico ha individuato ciò che manda avanti l'esistenza: non gli individui, né le circostanze, ma i geni. Abbiamo fatto in modo che la legge diventasse la migliore strategia di sopravvivenza dei geni.»

«Immagino che Richard Dawkins sarebbe d'accordo» disse Mary. «Ma hai detto che questa… questa pratica della sterilizzazione avveniva in passato. E oggi?»

«È ancora in uso, ma c'è poco bisogno di praticarla.»

«Avete avuto tanto successo? Da voi la criminalità è scomparsa?»

«Quasi nessuno commette dei crimini dovuti al disordine genetico. Esistono sempre, naturalmente, altri disordini biochimici che sono alla base di comportamenti antisociali, ma su questi, nella maggioranza dei casi, si può intervenire con dei trattamenti farmacologici. È raro che si debba ricorrere alla sterilizzazione.»

«Una società che ha debellato la criminalità» rifletté Mary scuotendo la testa sbigottita. «Deve essere…» indugiò, chiedendosi se era il caso di arrendersi e accettare le conclusioni del Neandertal, poi completò il suo pensiero: «Deve essere una cosa fantastica.» Ma poi si accigliò, e aggiunse: «Comunque sia, dovranno pur verificarsi un sacco di casi irrisolti. Voglio dire, casi in cui chi ha commesso qualche reato la fa franca, e non viene curato chimicamente.»

Ponter sbatté le palpebre e ripeté: «Casi irrisolti?»

«Ma sì, quei crimini per i quali la polizia» bip «o qualsiasi cosa avete per far rispettare la legge non riesca a scoprire il colpevole.»

«Impossibile.»

Mary sentì un brivido nella schiena. Come la maggioranza dei canadesi, era contro la pena capitale proprio perché esiste la possibilità di mettere a morte un innocente. Tutta la nazione sentiva su di sé l'infamia per la ingiusta detenzione di Guy Paul Morin, marcito in galera dieci anni per un omicidio che non aveva commesso; o per Donald Marshall Jr., che di anni in carcere per un delitto non commesso ne aveva trascorsi undici; o ancora per l'innocente David Milgaard, sepolto in gattabuia per ventitré anni con l'accusa di stupro e omicidio. La punizione che Mary avrebbe voluto per il suo violentatore era quantomeno la castrazione; ma se, per questa sua sete di vendetta, avesse sbagliato persona, come sarebbe vissuta con quel rimorso? E il caso Marshall? No, non era vero che tutti i canadesi vivevano col rimorso: erano solo i bianchi a provare vergogna. Marshall era un indiano Mi'kmaq che si era protestato innocente e a cui la corte non aveva creduto semplicemente perché era indiano.

A pensarci bene, però, stava ragionando più come un ateo che come un vero credente. Quest'ultimo sarebbe stato convinto che Milgaard, Morin e Marshall avrebbero ricevuto la giusta ricompensa divina per tutti i torti subiti su questa terra. D'altra parta, lo stesso Figlio di Dio era stato messo a morte ingiustamente, persino in base ai dettami della legge romana; Ponzio Pilato non pensava che Cristo fosse colpevole del reato di cui era accusato.

Ma il mondo di Ponter sembrava più duro della corte di Pilato: la brutalità di una sterilizzazione forzata, fondata sulla convinzione assoluta che la giustizia non poteva sbagliare. Mary trattenne un brivido. «Come potete essere certi di aver condannato la persona giusta? O, più precisamente, di non aver condannato un innocente?»

«Perché ci basiamo sull'archivio degli alibi» rispose Ponter, come se quella fosse la cosa più naturale del mondo.

«Il cosa

Ancora seduto accanto a lei sul divano nello studio di Reuben, Ponter sollevò il braccio sinistro, ruotandolo per mostrarle il polso. «L'archivio degli alibi» ripeté. «Hak trasmette in continuazione informazioni sui miei spostamenti e le immagini tridimensionali di tutto quello che faccio. Naturalmente, da quando sono qui ha perso i contatti con l'archivio.»

Questa volta Mary non riuscì a trattenere un brivido. «Stai dicendo che vivi in una società totalitaria? Che siete costantemente sotto sorveglianza?»

«Sotto sorveglianza?» ripeté Ponter, con il grosso sopracciglio che scalava la fronte. «No, no. Nessuno controlla i dati trasmessi.»

Mary aggrottò la fronte, sempre più confusa. «Allora a cosa serve?»

«I dati sono registrati nel mio archivio degli alibi.»

«E cosa è, esattamente, questo archivio?»

«Un archivio di memoria computerizzato; un blocco di materia con un reticolo cristallino sul quale vengono fissate delle registrazioni inalterabili.»

«Ma se nessuno le controlla, a cosa serve?»

«Ho male interpretato la vostra parola 'alibi'?» chiese Hak con la voce femminile che usava quando parlava per proprio conto. «Credevo che un alibi fosse una prova che qualcuno si trovava da qualche altra parte quando è stato commesso un reato.»

«Uhm, sì» confermò Mary. «Questo è un alibi.»

«Bene» continuò Hak. «L'archivio di Ponter gli fornisce un alibi inconfutabile nel caso in cui fosse accusato di aver commesso qualche crimine.»

Mary sentì una fitta allo stomaco. «Mio Dio… Ponter, l'onere della prova spetta all'accusato?»

Ponter sbatté le palpebre, e Hak tradusse le sue parole con la voce maschile: «E a chi altri?»

«Voglio dire che qui, sulla Terra, una persona è innocente finché non viene provata la sua colpevolezza.» Già mentre pronunciava quelle parole si era resa conto che non era ovunque così; ma decise di non correggere quanto aveva detto.

«Mi sembra di capire che voi non avete gli archivi degli alibi, vero?»

«Già. Be', in certi luoghi ci sono delle telecamere di sicurezza, ma non dappertutto, e quasi mai in casa.»

«Allora come fate ad accertare la colpevolezza di un imputato? Se non esiste una registrazione di ciò che è accaduto, come potete esser sicuri di aver preso il vero colpevole?»

«Era questo che intendevo quando parlavo di casi irrisolti. Se non abbiamo la certezza della colpevolezza — cosa che si verifica spesso — l'imputato viene scarcerato.»

«Non mi sembra un sistema migliore del nostro» disse Ponter lentamente.

«Ma in questo modo salvaguardiamo la nostra vita privata. Nessuno ci tiene sotto controllo.»

«Ma questo accade anche nel mio mondo, a meno che non si tratti di un… non conosco la parola. Qualcuno a cui piace essere guardato.»

«Un esibizionista?» suggerì Mary inarcando le sopracciglia.

«Sì. Il loro contributo è cercare cose interessanti da mostrare alla gente attraverso i loro Companion. Hanno degli impianti molto potenti, che trasmettono con una risoluzione più alta e a maggiori distanze.»

«Ma si potrebbe violare la privacy delle trasmissioni di chiunque, non solo quella di un esibizionista.»

«E perché mai?» chiese Ponter.

«Be', uhm, non so. Forse solo perché è possibile farlo.»

«Io sono libero di bere la mia urina, ma non l'ho mai fatto.»

«Qui da noi l'idea di un simile controllo sarebbe reputata una minaccia per la sicurezza, soprattutto per le informazioni gestite per via informatica. Ci sono degli specialisti che si occupano esclusivamente della sicurezza delle informazioni.»

«Non mi sembra un gran contributo alla società.»

«Forse no» convenne Mary. «E senti, cosa succede se l'imputato si rifiuta di far visionare il suo… come si chiama? Il suo archivio degli alibi?»

«Perché dovrebbe rifiutarsi?»

«Mah, non so. Così, per principio.»

Ponter la guardò perplesso.

«Per esempio, perché nel momento in cui è stato commesso un crimine stava facendo qualcosa di imbarazzante.» Bip. «Imbarazzante. Qualcosa di cui provi vergogna.» Bip.

«Potresti fare un esempio?» propose Ponter.

Mary storse le labbra, pensierosa. «Allora, uhm, va bene, diciamo che… diciamo che stavo avendo un rapporto sessuale con l'uomo di qualcun'altra; questo fatto è un alibi, ma io non voglio che gli altri vengano a conoscenza di quello che stavo facendo.»

«Perché no?»

«Be', perché noi crediamo che l'adulterio» bip «sia una cosa sbagliata.»

«Sbagliata?» disse Ponter, poiché evidentemente Hak aveva indovinato il significato della parola. «Come può esserlo, a meno che non comporti una dichiarazione di falsa paternità? A chi reca danno?»

«Be', uhm, non so. Voglio dire che noi, ehm, consideriamo l'adulterio un peccato.» Un bip.

Per lo meno, questa volta se lo aspettava. In una società senza religione, dove non c'è divieto per i comportamenti che in effetti non danneggiano nessuno — uso di droghe, masturbazione, adulterio, visione di video pornografici — era normale che non esistesse tutto quel fanatismo sulla privacy. In fondo, la gente insisteva tanto su quella questione in gran parte proprio perché faceva delle cose che desiderava tenere nascoste. Ma in una società aperta, permissiva, in cui la criminalità è circostanziata e colpisce solo singoli individui, probabilmente l'intera questione della privacy aveva ben poco senso. Infatti, Ponter non aveva mostrato nessuna vergogna a mostrarsi nudo — di nuovo, un tabù religioso — e nessun bisogno di rimanere solo quando espletava i suoi bisogni corporali.

Mary scosse la testa. Ripensava a tutte le volte che aveva provato imbarazzo o vergogna, tutte le volte che si era sentita tranquilla all'idea che nessuno potesse vedere quello che stava facendo: era tutto dovuto ai precetti imposti dalla chiesa? La vergogna per aver lasciato Colm; la vergogna che le impediva di chiedere il divorzio; la vergogna di accettare la sua sessualità ora che non aveva uomini; la vergogna che provava dopo ogni peccato… Sembrava proprio che quella vergogna a Ponter fosse sconosciuta. Fare le cose che gli procuravano piacere non lo imbarazzava affatto. L'unica pregiudiziale era non fare del male a nessuno.

«Mi chiedo se il vostro sistema potrebbe funzionare» disse Mary dubbiosa.

«Funziona» replicò Ponter. «E tieni conto che per i reati più gravi — quelli che hanno a che fare con la violenza ai danni di altre persone — il controllo è incrociato: si può visionare sia l'archivio degli alibi della vittima che quello dell'imputato. Di solito è la vittima che esibisce il suo archivio come prova, e nella maggior parte dei casi questo basta.»

Mary era a un tempo affascinata e disgustata. Eppure…

Se quella notte a York…

Se ci fossero state delle immagini, le avrebbe mostrate a qualcuno?

Certamente, si disse convinta. Sì, le avrebbe mostrate. Non aveva fatto nulla di male, nulla di cui vergognarsi. Lei era la vittima innocente, come diceva anche la documentazione che le aveva dato Keisha. Era proprio così.

Ma se anche fosse esistita quell'ipotetica registrazione, sarebbe stata utile per catturare il mostro? Non gli aveva visto il volto perché coperto da un passamontagna, anche se quella notte un'infinità di volti avevano popolato i suoi incubi. Chi avrebbe accusato? Di quale archivio degli alibi la corte avrebbe disposto la visione? Nemmeno lei avrebbe saputo da dove cominciare; non aveva la più pallida idea di chi sospettare.

Sentì una contrazione allo stomaco. Forse il vero problema era proprio quello, che la società di Ponter non aveva: la sovrappopolazione, l'assoluta anonimità, la presenza di così tanti… uomini troppo aggressivi e violenti. Per tutto quel che concerneva l'identità sessuale, i colleghi della sua generazione si erano formati con un'attenzione particolare all'uso di un linguaggio neutro. Ma era indubitabile che la stragrande maggioranza dei reati violenti erano opera di maschi.

Tuttavia, era altrettanto vero che in tutta la sua vita aveva conosciuto uomini onesti e cortesi: suo padre, i due fratelli, tanti colleghi che l'avevano sostenuta, Padre Caldicott e il suo predecessore Padre Belfontaine, tanti buoni amici, qualche amante.

Qual era la percentuale di uomini che rappresentava un problema? Quanti di loro erano violenti, iracondi, incapaci di controllare le emozioni e resistere agli impulsi aggressivi? Erano così tanti che non sarebbe stato possibile… — 'rimuovere' era la parola usata da Ponter, una parola colta e ottimista — i geni difettosi?

Ma il numero non contava, erano comunque troppi. Anche una sola bestia di quel tipo sarebbe stata troppo, e…

Ed eccola lì, che si ritrovava a pensare proprio come la gente di Ponter. Prima o poi, si sarebbe davvero dovuto cominciare a ripulire il pool genico dell'umanità, una bella ripulita terapeutica.

Sì, si sarebbe dovuto cominciare.

34

Sdraiato sul letto, Adikor Huld fissava l'orologio incastrato nel soffitto. Il sole era già sorto da qualche ora, ma non c'era alcuna ragione per alzarsi.

Cosa era accaduto quel giorno nel laboratorio? Cos'era andato storto?

Ponter non si era vaporizzato, non era rimasto fulminato né era saltato in aria: in ognuno di questi casi, sarebbero rimaste delle tracce.

No, era stato proiettato in un altro universo… ma…

Quell'ipotesi suonava stravagante anche a lui, figuriamoci al giudice Sard: non c'era da stupirsi che si fosse sentita presa in giro. Eppure, quali altre spiegazioni potevano esserci? Ponter si era letteralmente volatilizzato, e al suo posto era rimasta solo una grande quantità di acqua pesante.

Presumibilmente, rifletté Adikor, aveva avuto luogo uno scambio: una trasposizione di masse identiche, ma dai volumi completamente diversi. Dopo tutto, non era scomparso solo Ponter; aveva sentito l'aria schizzare via dal laboratorio, come risucchiata da qualche altra parte. Comunque, la quantità di aria contenuta in una stanza aveva una massa limitata, mentre l'acqua — persino quella pesante — era allo stato liquido, quindi più densa che se fosse stata ghiacciata, cioè allo stato solido.

In definitiva, un grosso volume di aria e un uomo erano scomparsi da quell'universo, sostituiti da una massa identica di acqua pesante, dal volume minore, proveniente da… dall'altra parte: queste parole cominciarono a frullargli in mente.

E se era andata così… be', voleva dire che in quell'altro universo c'era acqua pesante, che, come gli aveva detto Lurt, non si trovava in natura.

Ciò significava che il… varco (un'altra parola che gli venne spontaneamente) doveva essersi aperto in corrispondenza di un deposito di acqua pesante. E, se davvero si fosse verificata quella sorta di scambio tra Ponter e l'acqua pesante, era molto probabile che… Ponter fosse annegato.

Le lacrime riempirono le profonde orbite di Adikor, simili a pozze di pioggia.

Ponter cambiò posizione e tornò a guardare Mary. «L'archivio degli alibi ha anche molte altre funzioni, non solo quella di risolvere i casi giudiziari… Per esempio, ieri ho visto alla televisione che nel parco Algonchino risultano dispersi due camper.»

Mary annuì.

«Una cosa del genere nel mio mondo non potrebbe accadere. Nel caso si rimanesse feriti, intrappolati da una caduta massi o cose del genere, il Companion effettuerebbe una triangolazione con i trasmettitori posti sulle cime delle montagne, localizzando la posizione esatta e permettendo ai soccorsi di arrivare a colpo sicuro.» Alzò una mano, come poco prima aveva fatto Mary, per prevenire la probabile obiezione, quindi aggiunse: «Naturalmente, solo un giudice può ordinare una cosa del genere, sulla base di una richiesta di aiuto da parte degli scomparsi o di un membro della loro famiglia.»

A Mary sembrò di leggere i titoli che così spesso riempiono i giornali: 'La polizia abbandona le ricerche.' 'Sospesa l'indagine sulla ragazza scomparsa.' 'Morte presunta per le vittime della slavina.'

«Sono convinta che un segnale d'emergenza sia estremamente utile» disse Mary.

«Infatti lo è» assentì Ponter. «Considera che il Companion lo fa automaticamente se per qualche ragione sei impossibilitato a chiedere aiuto. Inoltre controlla le funzioni vitali, e se hai un attacco di cuore invia immediatamente una richiesta di soccorso, anzi, ti avverte prima.»

Mary sentì una fitta al cuore. Quando aveva diciotto anni, tornando da scuola, aveva trovato suo padre morto, fulminato da un infarto.

Ponter scambiò la tristezza che velava il volto di Mary per un'espressione dubbiosa. «Per esempio, un mesetto fa non ricordavo dove avevo messo un regalo di Jasmel, un ombrello a cui tenevo molto. Sarei stato» un bip, nei guai? «se non lo avessi ritrovato. Sono andato all'archivio centrale e ho visionato le immagini degli ultimi giorni: così ho scoperto dove era finito.»

Mary si sarebbe risparmiata volentieri le innumerevoli ore passate a cercare libri, tesine degli studenti, carte di credito, chiavi di casa e buoni in scadenza. Per chi fosse stato certo del carattere finito dell'esistenza, probabilmente tutto questo tempo perso sarebbe stato ancor più sgradevole. «Una sorta di scatola nera personale» disse tra sé, ma Ponter le rispose: «A dire il vero, il materiale su cui incidiamo le registrazioni è rosa. Usiamo granito ritrattato.»

Mary sorrise. «Sai, per noi una scatola nera è un sistema che registra il volo di un aereo: telemetria e le comunicazioni del pilota con la torre di controllo, molto utile in caso di incidente. Ma l'idea di avere una scatola nera tutta per me non mi era mai venuta in mente.» Si fermò un attimo; poi, guardandogli il polso: «E come si effettuano le registrazioni? Il tuo Companion è dotato di un obiettivo?»

«Sì, ma è impiegato solo per zoomare su tutto ciò che si trova fuori dal suo campo visivo. Usa sensori per registrare quello che avviene a una persona e tutto ciò che accade nello spazio a lui circostante.» Il Neandertal rise, un riverbero profondo. «Dopo tutto, non sarebbe molto utile registrare solo ciò che è visibile dall'obiettivo del Companion, cioè le immagini della tasca e della coscia sinistra. Comunque, le immagini sono in primo piano.»

«Stupefacente. Noi non abbiamo niente di simile.»

«Eppure qui da voi ho visto così tanti ritrovati della scienza e della tecnica che dovreste essere in grado di sviluppare una tecnologia simile.»

Mary aggrottò la fronte. «Be', suppongo di sì. Voglio dire, in soli dodici anni abbiamo lanciato il primo razzo nello spazio e mandato il primo uomo sulla luna, e…»

«Ripeti quello che hai detto!»

«Ho detto che abbiamo mandato un uomo sulla luna…»

«La luna» ripeté Ponter. «Stai parlando del satellite della Terra?»

Mary ammiccò: «Uh-huh.»

«Ma… ma è fantastico! Noi non l'abbiamo mai fatto.»

«Non siete mai stati sulla luna? La tua specie, intendo. Nessun Neandertal ha mai messo piede sulla luna?»

Ponter sgranò gli occhi: «No.»

«E su Marte o su qualche altro pianeta?»

«Nemmeno.»

«Avete dei satelliti?»

«No, solo uno, come qui.»

«No, intendo dire satelliti artificiali. Sai, quei congegni senza uomini che si mandano in orbita per le previsioni del tempo, le comunicazioni e cose del genere.»

«No» rispose Ponter. «Non abbiamo nulla di simile.»

Mary si fermò un attimo a riflettere. Senza l'eredità delle V-2, i missili della seconda guerra mondiale, sarebbero mai riusciti gli esseri umani a mandare qualcosa in orbita? «Abbiamo lanciato -uhm, non saprei — diverse centinaia di oggetti nello spazio.»

Ponter alzò la testa, come se stesse cercando di visualizzare attraverso il soffitto della stanza il volto severo della luna. «E quanti di voi vivono sulla luna?»

«Nessuno» rispose Mary, sorpresa.

«Non avete costruito una base permanente?»

«No.»

«Quindi vi limitate a visitarla e poi tornate sulla Terra? Quanti ne partono ogni mese? È una cosa che va di moda?»

«Uhm, sono almeno… be', circa trenta anni che non ci mette piede più nessuno. A toccare la superficie lunare sono stati solo in dodici. Sei gruppi di due.»

«E perché non l'avete più fatto?»

«Be', è una cosa complicata. Certamente è anche una questione di costi.»

«Capisco.»

«Inoltre c'era la situazione politica. Vedi, noi…» si fermò un attimo. «Gesù, è difficile da spiegare. La chiamiamo guerra fredda. In realtà non c'è stato nessun combattimento, ma era scoppiato un grosso conflitto ideologico tra gli Stati Uniti e un'altra grande nazione, l'Unione Sovietica.»

«Su quale questione?»

«Uhm, credo sui diversi sistemi economici.»

«Non mi sembra una divergenza per cui valga la pena di combattere» commentò Ponter.

«In quel periodo sembrava una cosa di enorme importanza. Comunque sia, il Presidente degli Stati Uniti nel… che anno era? mi sembra il 1961, aveva promesso alla nazione di portare un uomo sulla luna entro la fine del decennio. Perché, vedi, i russi — le gente che abita nell'Unione Sovietica — erano stati i primi a mandare un satellite artificiale e un uomo nello spazio. Gli Stati Uniti erano rimasti indietro, e quindi, be', hanno deciso di superarli.»

«E ci sono riusciti?»

«Oh, sì. I russi non hanno mai mandato nessuno dei loro sulla luna. Ma, be', una volta che li abbiamo sconfitti, la gente ha perso interesse nella cosa.»

«Ma è ridicolo…» cominciò Ponter, poi si fermò. «No, scusami. Andare sulla luna è un'impresa eccezionale e che l'abbiate fatto una volta o mille, rimane comunque un fatto straordinario.» Si fermò un attimo, prima di continuare: «Immagino sia solo una questione di priorità.»

35

Mary e Ponter scesero al piano di sotto per mangiare qualcosa. Erano appena entrati in cucina, quando Reuben e Louise emersero finalmente dalla loro alcova. Reuben sfoderò un largo sorriso all'indirizzo di Ponter, proponendogli: «Facciamo un bel barbecue?»

«Sì, grazie. Ma questa volta voglio darti una mano» gli disse il Neandertal restituendogli il sorriso.

«Ti mostro come si fa» gli propose Louise, e prendendolo a braccetto aggiunse: «Vieni con me, omaccione.»

Mary si trovò a dire: «Pensavo che tu fossi vegetariana.»

«Infatti, da cinque anni, ma so come usare un barbecue.»

Mentre si allontanavano, Mary sentì uno strano bisogno di seguirli. Louise chiuse dietro di sé la porta a vetri, per mantenere la casa fresca. E se… no, che sciocca.

Reuben stava dando una ripulita al tavolo della cucina. Simulando la voce di una vecchia pettegola ebrea le chiese: «Allora, bambini, di cosa avete parlato?»

Mary stava ancora osservando Louise e Ponter al di là della porta a vetri; la ragazza sorridente aveva gettato indietro i capelli e stava spiegando il funzionamento del barbecue a Ponter, che pendeva dalle sue labbra.

«Uhm, per lo più di religione.»

La voce di Reuben tornò subito normale: «Davvero?»

«Uh, hu.» Distolse lo sguardo dal giardino e fissò Reuben: «O, più precisamente, parlavamo della mancanza di qualsiasi forma religiosa nel mondo dei Neandertal.»

«Non l'avrei mai detto» rifletté il medico mentre tirava fuori da una credenza dei piatti bianchi di Corelle. «Pensavo che avessero il culto dell'orso della caverna o roba del genere.»

Mary scosse il capo. «Hai letto libri troppo vecchi, Reuben. Nessuno crede più a quelle cose.»

«Davvero?»

«Ma certo. Naturalmente in una caverna abitata dai Neandertal sono stati rinvenuti dei teschi di orsi, ma si ritiene che gli animali fossero semplicemente morti nella caverna, probabilmente durante il periodo dell'ibernazione, e che i Neandertal vi si fossero stabiliti solo in un secondo momento.»

«Ma i teschi non erano disposti secondo un certo ordine?»

«Be',» rispose Mary sistemando le posate sul tavolo «chi li ha rinvenuti dichiarò di averli trovati in una specie di bara di pietra. Ma non furono scattate foto, probabilmente gli esploratori distrussero la bara e gli unici due schizzi fatti dall'archeologo — un certo Bächler — si contraddicono l'un l'altro. Insomma, sembra proprio che Bächler vide quello che voleva vedere.»

«Oh» disse Reuben, che stava rovistando nel frigo alla ricerca degli ingredienti per fare un'insalata. «E quella storia sui Neandertal che seppellivano i morti insieme a degli oggetti di cui potevano aver bisogno nell'aldilà? Non è un segno che credevano in qualcosa?»

«Be', lo sarebbe se lo avessero fatto davvero. Ma nei siti dove sono stati rinvenuti fossili di Neandertal, con i millenni si sono accumulati un sacco di rifiuti: ossa, vecchi utensili di pietra, e roba simile. Si è scoperto che i pochi oggetti che pensavamo fossero stati messi nelle loro tombe sono finiti lì solo casualmente.»

Reuben stava pulendo un ceppo di lattuga gelata. «Credevo che la pratica della sepoltura implicasse una qualche fede nell'aldilà.»

Mary si guardò intorno per vedere come rendersi utile, ma non trovò niente da fare. «Non è detto. Si potrebbe spiegarla semplicemente come una forma di igiene. I cadaveri attirano i saprofagi, e se li lasci alla luce del sole emettono un cattivo odore per la decomposizione. La maggior parte dei fossili di Neandertal sono stati rinvenuti l'uno accanto all'altro in posizione fetale. Questo potrebbe essere il segno di un cerimoniale, ma anche più semplicemente del fatto che chi ha scavato la fossa ha fatto un buco molto piccolo.»

Adesso Reuben stava sminuzzando il sedano. «Eppure… ho letto che i Neandertal sono stati i primi figli dei fiori.»

A Mary sfuggì un sorriso. «Ah, sì. Nella caverna di Shanidar, in Iraq, sono stati rinvenuti scheletri di Neandertal ricoperti da fossile di polline.»

«Esatto. Come se fossero stati sepolti avvolti in ghirlande o qualcosa di simile.»

«Mi dispiace deluderti, ma anche questa teoria non trova più credito. Il polline si è infiltrato casualmente nella tomba, probabilmente provenendo dalla tana di qualche roditore o a causa di sedimenti liquidi filtrati dal terreno.»

«Sì, ma… aspetta un attimo. E come si spiega il flauto del Neandertal? È stata una notizia bomba che ha fatto il giro del mondo.»

«È vero. In Slovenia Ivan Turk trovò un osso di orso cavo, con quattro fori.»

«Infatti, un flauto.»

«Ehm, temo di no» disse Mary appoggiandosi al frigorifero. «Si è scoperto che l'osso in questione è stato perforato dai denti di un carnivoro, probabilmente un lupo. Sai, è tipico della stampa: questa notizia non è andata sulle prime pagine come l'altra.»

«Infatti è la prima volta che lo sento.»

«Ero presente alla conferenza della Società di paleoantropologia di Seattle nel '98, quando Nowell e Chase presentarono lo studio che ha confutato la teoria del flauto.» Mary si fermò un attimo, poi proseguì: «No, sembra proprio che al momento della loro estinzione i Neandertal — per lo meno quelli che abitavano questa versione della Terra — non avessero nulla di simile a quello che chiamiamo religione, o anche, in senso lato, cultura. È vero che alcuni degli ultimi esemplari sembrano mostrare una certa varietà nella lavorazione dei manufatti, ma la maggior parte dei paleoantropologi ritiene che imitassero la specie dei Cro-Magnon con cui erano venuti in contatto, e che quindi siano questi ultimi i nostri diretti progenitori.»

«A proposito dei Cro-Magnon, che ne pensi degli incroci tra la loro specie e quella dei Neandertal? Mi sembra di aver letto che sono stati scoperti dei fossili di un bambino, se non sbaglio nel 1998, che sarebbe un ibrido delle due specie.»

«Sì, è stato rinvenuto in Portogallo da Erik Trinkaus, un antropologo fisico che ha basato la sua teoria interamente sullo scheletro di un bambino che, a suo dire, mostra delle caratteristiche ibride. Ma lo scheletro non ha il cranio, l'unica parte su cui riconosciamo i tratti distintivi di un Neandertal. A me pare solo un bambino un po' tarchiato.»

«Uhm. Ho visto degli individui che assomigliano a Ponter, non nel colore ma nei caratteri somatici. Per esempio alcuni in Europa orientale hanno nasi piuttosto grossi e fronti prominenti. Secondo te non hanno nessun gene della specie dei Neandertal?»

Mary scrollò le spalle. «Conosco alcuni paleoantropologi che sostengono questa teoria. In realtà, non c'è concordanza sull'ipotesi che la nostra specie umana e quella dei Neandertal si siano mai incrociate.»

«Be', se passerai ancora tanto tempo con Ponter potresti essere tu a darci la risposta.»

«Basta così!» lo bloccò subito Mary dandogli un colpetto sul braccio. Quindi si voltò verso il soggiorno, e Reuben non poté vedere il sorriso che le illuminò il viso.

Verso mezzogiorno, Jasmel Ket passò da Adikor, che fu sorpreso ma contento di vederla. «Buongiorno» la salutò.

«Anche a te» rispose la ragazza mentre si chinava ad accarezzare Pabo.

«Mangi qualcosa? Carne? Succo di frutta?»

«No, grazie. Ho trascorso un po' di tempo a studiare la legge. Hai preso in considerazione la possibilità di ricusare l'accusa?»

«Ricusare l'accusa? Cioè?»

«Ricusare Daklar Bolbay quale tua accusatrice.»

Entrarono nel soggiorno, e si accomodarono. «Con quale motivazione? Non mi ha fatto niente.»

«Ha interferito nel tuo dolore per la perdita del tuo compagno…»

«Questo è vero» rifletté Adikor. «Ma non credo sia un reato.»

«No? Cosa dice il Codice delle Civiltà riguardo alle molestie arrecate alla vita altrui?»

«Dice un sacco di cose.»

«La parte a cui mi riferisco recita: 'Non sono consentite azioni legali prive di fondamento; la giustizia esplica il suo potere sugli individui solo in casi giuridicamente rilevanti.'»

«Be', mi ha accusato di omicidio. Non esiste reato più rilevante.»

«Ma non ha nessuna prova contro di te. È questo che rende la sua accusa infondata, o, almeno, è questo che dovremmo far capire al giudice.»

Adikor scosse il capo. «Non credo che riusciremo a convincere Sard con questo argomento.»

«Sì, ma per legge non può essere Sard a decidere sulla tua domanda di ricusazione. Se ne occuperebbe un altro giudice.»

«Davvero? Forse vale la pena di tentare. Però… non ho intenzione di prolungare il procedimento. Voglio solo che si risolva, che revochino al più presto questa cavolo di sorveglianza speciale per poter tornare nel laboratorio al più presto.»

«Sono d'accordo che non dovresti andare fino in fondo con la ricusazione. Però potrà darti la risposta che stai cercando.»

«Risposta? Quale risposta?»

«La ragione per cui Daklar ti sta perseguitando in questo modo.»

«E tu la sai?»

Jasmel abbassò lo sguardo. «L'ho saputa oggi, ma…»

«Ma cosa?»

«Non sta a me dirtelo. Se vuoi saperlo, dovrai chiederlo direttamente a lei.»

36

Reuben, Louise, Ponter e Mary erano seduti attorno al tavolo della cucina. A parte Louise, che aveva davanti un'insalata, gli altri mangiavano hamburger.

Sembrava che nel mondo dei Neandertal si mangiasse con i guanti. A Ponter non piaceva usare le posate, anche se con l'hamburger faceva un'eccezione. Non mangiò il pane, ma lo usò per schiacciare la carne addentando la parte che fuoriusciva dalla fetta.

«Allora, Ponter,» disse Louise, tanto per fare un po' di conversazione «vivi solo? Nel tuo mondo, voglio dire.»

Ponter scosse il capo. «No, vivevo con Adikor.»

«Adikor? Non era il collega con cui lavoravi al tuo progetto?» gli chiese Mary.

«Sì. Ma è anche il mio partner.»

«Collega, vuoi dire?» chiese Mary.

«Sì, ma è anche il mio 'partner': questa è la parola che usiamo. Viviamo insieme.»

«Ah» fece Mary. «La persona con cui dividi l'appartamento.»

«Sì.»

«Dividete i lavori domestici e le spese?»

«Sì. Anche i pasti, il letto e…»

Mary non sopportava che le battesse il cuore così forte. Conosceva tanti omosessuali ed era abituata a vederli uscire dal gabinetto, non da un varco transdimensionale.

«Sei gay!» esclamò Louise. «Troppo forte!»

«Per la verità ero più gaio quando stavo a casa» disse Ponter.

«No, no. Non gaio, cioè contento, ma gay. Omosessuale.» Bip. «Chi ha rapporti sessuali con persone dello stesso sesso: uomini che hanno rapporti con altri uomini, o donne con donne.»

Ponter appariva più confuso che mai. «Non è possibile avere rapporti sessuali con un membro dello stesso sesso. Quello sessuale è un atto di potenziale procreazione che richiede un maschio e una femmina.»

«Sì, certo, voglio dire, non il sesso inteso come rapporti sessuali» cercò di spiegarsi Louise «ma come contatto intimo, come per esempio, ehm, accarezzarsi i… i genitali.»

«Oh, certo. Io e Adikor lo facevamo.»

«Noi intendiamo questo con la parola omosessuale» intervenne Reuben. «Avere dei contatti solo con membri del tuo stesso sesso.»

«Solo?» ripeté Ponter sbigottito. «Intendi dire unicamente? No, no, io e Adikor stiamo insieme quando Due sono separati, ma quando Due diventano Uno — come lo hai chiamato, Lou? -accarezziamo i genitali delle nostre rispettive femmine… o almeno questo fin quando la mia compagna, Klast, è morta.»

«Ah» disse Mary. «Siete bisessuali.» Bip. «Avete contatti sessuali con uomini e donne.»

«Sì.»

«Sono tutti così nel tuo mondo? Bisessuali?» si informò Louise conficcando la forchetta nella lattuga.

«Più o meno.» Ponter batté le palpebre, percependo cosa intendesse Louise.«Vuoi dire che qui da voi non è così?»

«Oh, no» disse Reuben. «Be', comunque non per la maggior parte delle persone. Voglio dire, certo, ci sono delle persone bisessuali e una grande quantità di gay, cioè di omosessuali. Ma la stragrande maggioranza è eterosessuale. Il che significa che hanno dei contatti solo con membri dell'altro sesso.»

«Piuttosto noioso» disse Ponter.

Louise sghignazzò; poi, ricomponendosi, chiese: «E hai dei figli?»

«Due figlie» rispose Ponter annuendo. «Jasmel e Megameg.»

«Che nomi deliziosi» disse Louise.

Ponter si rattristò, pensando al fatto che probabilmente non le avrebbe più riviste.

Comprendendo il suo stato d'animo, Reuben cercò di portare il discorso su qualche argomento meno personale. «Senti, uhm, cos'è quel 'Due che diventa Uno' a cui accennavi prima? Di che si tratta?»

«Be', nel mio mondo i maschi e le femmine vivono la maggior parte del tempo separati, così…»

«Binford!» esclamò Mary.

«No, è vero.» ribadì Ponter.

«Non è una parolaccia» spiegò Mary. «È il nome di un uomo. Lewis Binford è un antropologo che afferma quello che hai appena detto: gli uomini e le donne della specie dei Neandertal vivevano separatamente. Ha sviluppato questa teoria basandosi sui ritrovamenti di Combe Grenal, in Francia.»

«Ha ragione» disse Ponter. «Le donne vivono nel centro dei nostri territori, i maschi nelle zone periferiche. Ma una volta al mese i maschi si recano al centro per trascorrere quattro giorni con le femmine. Questo periodo lo chiamiamo 'Due diventano Uno'.»

«Però!» disse Louise con un gran sorriso.

«Interessante» fu il commento di Mary.

«È una cosa necessaria. Noi non produciamo le vostre quantità di cibo, quindi dobbiamo mantenere la popolazione costantemente sotto controllo.»

Reuben aggrottò la fronte. «Quindi questo affare del 'Due che diventano Uno' è finalizzato al controllo delle nascite?»

Ponter annuì. «In parte. L'Alto Consiglio dei Grigi — che sarebbe il governo degli anziani — ha stabilito le date degli incontri, e normalmente Due diventano Uno nel periodo in cui le donne non sono fertili. Ma quando giunge il momento di creare una nuova generazione, si cambiano le date, e ci si unisce nel momento di maggiore fertilità delle donne.»

«Però» disse Mary. «Un intero pianeta che si basa sull'Ogino-Knauss, come piacerebbe al papa. Ma… ma come fa a funzionare? Voglio dire, non tutte le donne hanno le mestruazioni nello stesso periodo.»

Ponter sbatté le palpebre. «Ma certo.»

«Ma come… oh, aspetta. Ho capito» disse Mary con un sorriso. «Il vostro naso. È molto sensibile, vero?»

«Che vuoi dire?»

«Be', al confronto dei nostri è molto più sensibile.»

«In effetti i vostri nasi sono molto piccoli» disse Ponter. «A guardarli resto un po', come dire, sconcertato. Continuo a pensare che correte sempre il rischio di soffocare, anche se ho fatto caso che molti respirano anche con la bocca.»

«Abbiamo sempre pensato che la specie dei Neandertal si sia evoluta per adattarsi alle condizioni dell'età delle glaciazioni» disse Mary «e che quindi nasi così grossi permettessero l'umidificazione dell'aria fredda prima che entrasse nei polmoni.»

«I nostri ricercatori sono arrivati alle stesse conclusioni» disse Ponter.

«Nel frattempo il clima si è riscaldato un bel po'» continuò la genetista «e forse avete conservato quella caratteristica la cui funzione secondaria è avere un olfatto più sviluppato.»

«Credi? Cioè, sento il vostro odore, e quello dei cibi presenti in questa cucina, e dei fiori in giardino, e la cosa acre che Reuben e Lou hanno bruciato giù nel seminterrato, ma…»

«Ponter» lo interruppe Reuben «noi non siamo in grado di sentire il tuo odore.»

«Davvero?»

«Sì. Oh, se ficcassi il naso sotto la tua ascella sentirei qualcosa. Ma di solito gli esseri umani non sentono l'odore l'uno dell'altro.»

«E come fate a individuare qualcuno al buio?»

«Con la voce» rispose Mary.

«Davvero strano» disse Ponter.

«E tu puoi fare molto di più che percepire la presenza di qualcuno, vero?» gli chiese Mary. «Quella volta che mi hai…» Deglutì non riuscendo a finire la frase, ma dopo tutto Louise era una donna e Reuben un medico. «Con l'olfatto hai capito che avevo il ciclo, vero?»

«Sì.»

Mary annuì. «Anche le donne della nostra specie, se vivono a lungo insieme, possono sincronizzare i loro cicli mestruali, pur avendo il senso dell'olfatto scadente. Credo proprio che sia possibile che nelle vostre città le donne abbiano il ciclo tutte nello stesso periodo.»

«Non ho mai pensato che potesse essere diverso» disse Ponter. «Anzi, mi sono meravigliato che tu avevi il ciclo e Louise no.»

Louise aggrottò la fronte ma non disse niente.

«Qualcuno gradisce qualcos'altro? Ponter, un'altra coca cola?»

«Sì, grazie.»

Reuben si alzò a prenderla.

«Lo sai che quella roba contiene caffeina? Dà assuefazione.»

«Non preoccuparti,» disse Ponter «ne bevo solo sette o otto lattine al giorno.»

Louise scoppiò a ridere, e si rituffò nella sua insalata.

Mary prese un altro boccone di hamburger, sgranocchiando gli anelli di cipolla. «Aspetta un momento» disse d'un tratto, inghiottendo il boccone. «Questo significa che per le vostre donne l'ovulazione non è visibile?»

«Be', in effetti non lo è» confermò Ponter.

«Sì, ma… be', vedi, io tenevo un corso al dipartimento di Studi femminili in biologia dei rapporti sessuali. Abbiamo teorizzato che l'ovulazione invisibile fosse la strategia delle femmine per proteggersi dai maschi e tenerli lontani. Vedi, se non sai quando una femmina è fertile, devi sempre fare attenzione, per non correre il rischio di essere tradito.»

Hak emise un bip.

«Tradito» ripeté Mary. «Succede quando un uomo si ritrova a investire le sue energie per allevare dei figli biologicamente non suoi. Ma con l'ovulazione invisibile…»

Ponter scoppiò a ridere. Il petto poderoso e la bocca profonda produssero una profonda risata fragorosa.

Mary e Louise lo guardarono, sbalordite. «Che c'è di così divertente?» gli chiese Reuben porgendogli la lattina di coca cola.

Il Neandertal alzò la mano, sforzandosi di smettere, invano. Gli occhi incavati si riempirono di lacrime e la carnagione solitamente pallida si colorò di rosso.

Mary, sempre seduta, pose le mani sui fianchi, ma subito si rese conto del linguaggio del corpo che stava impiegando: con le mani sui fianchi si dà l'impressione di aumentare la propria corporatura, per intimidire chi si ha di fronte. Ma Ponter era talmente più robusto e muscoloso di qualsiasi donna — se per questo anche di qualsiasi uomo — che quell'atteggiamento era ridicolo. «Allora?» si limitò a dire.

«Chiedo scusa» disse Ponter riassumendo il controllo e asciugandosi le lacrime con i grossi pollici. «E che alle volte avete proprio delle idee balzane.» Scoccò un sorriso e aggiunse: «Quando parlate di ovulazione invisibile intendete il fatto che alle femmine in calore non crescono i genitali, vero?»

Mary annuì. «Questo succede agli scimpanzé, ai babbuini, ai gorilla e alla maggior parte dei primati.»

«Ma per gli umani la causa di questo tipo di ovulazione è un'altra» disse Ponter. «La crescita dei genitali scomparve nel momento in cui perse la sua funzione di emissione di segnali, quando il clima si fece più freddo e gli umani cominciarono a vestirsi per ripararsi. Quella sorta di esibizione visiva, basata sull'irrorazione del sangue di determinati tessuti, comporta un grande dispendio di energie; è inutile conservare quella caratteristica una volta che copriamo il corpo. Comunque, per la mia specie, l'ovulazione è percepibile con l'olfatto.»

«Sei in grado di sentire anche l'odore dell'ovulazione?» gli chiese Reuben.

«Sì, gli agenti chimici che la determinano.»

«I feromoni» suggerì il medico.

Mary annuì lentamente. «E così,» disse tanto a Reuben quanto a se stessa «i maschi possono allontanarsi per settimane senza preoccuparsi che le loro femmine rimangano incinte di qualcun altro.»

«Esatto» confermò Ponter. «Ma non è solo questo.»

«Ah!» fece Mary.

«Noi crediamo che la ragione per la quale i nostri progenitori maschi — credo che anche voi usiate questa metafora — abbiano 'preso la strada della montagna,' sia stata, be', la sgradevolezza delle femmine durante gli Ultimi Cinque.»

«Gli Ultimi Cinque?» si stupì Louise.

«Gli ultimi cinque giorni del mese; il periodo che precede il ciclo mestruale.»

«Oh» disse Reuben. «Sindrome premestruale.»

«Sì» confermò Ponter. «Ma naturalmente questa non è la vera ragione.» Scrollò appena le spalle e aggiunse: «Mia figlia Jasmel sta studiando la storia della prima pre-generazione. È stata lei a spiegarmelo. I maschi erano in continua competizione violenta per conquistarsi le femmine. Ma, come ha detto Mare, dal punto di vista dell'evoluzione della specie l'unico momento importante è quel periodo del mese in cui sono più feconde. Dal momento che i cicli mestruali di tutte le femmine erano sincronizzati, i maschi trovarono più conveniente vivere lontano da loro per la maggior parte del mese, per poi tornare tutti insieme quando era il momento di riprodursi. Quindi la separazione tra i sessi non è stata causata dalla sgradevolezza femminile, ma dalla violenza dei maschi.»

Mary annuì. Erano passati degli anni da quando aveva tenuto quel corso sui rapporti sessuali come forma di potere, ed era arrivata alle stese conclusioni: gli uomini causano i problemi e incolpano le donne. Probabilmente non avrebbe mai incontrato alcuna donna del mondo di Ponter, ciò nondimeno sentì una forte affinità con le sue sorelle Neandertal.

37

«Buongiorno, Daklar» salutò Jasmel rientrando a casa. Sebbene vivessero insieme, dal giorno del dooslarm basadlarm avevano scambiato solo poche parole.

«Buongiorno» rispose Bolbay piuttosto freddamente. «Se tu…» allargò le narici, stupita: «Oh, ma non sei sola.»

Adikor entrò e la salutò: «Buongiorno.»

«Un'altra pugnalata alle spalle?» disse fissando Jasmel.

«Nessuna pugnalata» rispose la ragazza. «Sono preoccupata, per te e per mio padre.»

«Cosa vuoi da me?» domandò Daklar a Adikor, le palpebre socchiuse.

«La verità. Semplicemente la verità.»

«Su cosa?»

«Su di te. Perché mi stai perseguitando in questo modo?»

«Non sono io l'imputato» si giustificò Bolbay.

«Non ancora. Ma le cose potrebbero cambiare.»

«Che vuoi dire?»

«Ti saranno notificati alcuni atti a mio nome» le comunicò Adikor.

«Perché?»

«Perché stai interferendo nella mia vita in modo illegittimo.»

«Ma è ridicolo.»

Adikor scrollò le spalle. «Vediamo cosa ne penserà il giudice.»

«È un palese tentativo di procrastinare il processo che porterà alla tua sterilizzazione.»

«Se lo è — se si tratta di un tentativo così palese e privo di fondamento — il giudice lo respingerà… ma avrò comunque la possibilità di contestare il tuo modo di agire.»

«E perché?»

«Per i motivi che ti spingono a farmi quello che stai cercando di fare.»

Bolbay guardò Jasmel: «È stata una tua idea, vero?»

«Sì, come mia è stata l'idea di venire qui prima che Adikor proceda davanti al giudice. Questo è un affare di famiglia: tu sei stata la compagna di mia madre, e Adikor è il compagno di mio padre. Anche tu hai sofferto, come tutti noi, per la perdita di mia madre.»

«Questo non ha nulla a che fare con Klast!» scattò Bolbay. «Niente. Questa è una cosa che riguarda lui» disse lanciando un'occhiataccia ad Adikor.

«Perché? Perché riguarda me?»

Bolbay scosse nuovamente il capo. «Noi non abbiamo niente da dirci.»

«Al contrario. Se non risponderai alle mie domande qui, lo farai davanti a un giudice. Sarai costretta a farlo.»

«Stai bluffando.»

Adikor alzò la mano sinistra, il polso rivolto verso di lei. «Sei Daklar Bolbay, e risiedi qui nel centro di Saldak?»

«Non accetto notifiche da te.»

«Stai solo ritardando l'inevitabile. Mi rivolgerò ad un ufficiale giudiziario, che può accedere al tuo impianto, che tu lo voglia o meno.» Si fermò un attimo, quindi proseguì: «Te lo chiedo nuovamente: sei Daklar Bolbay, e risiedi qui nel centro di Saldak?»

«Lo faresti sul serio?» disse Bolbay incredula. «Mi trascineresti davvero davanti a un giudice?»

«Come tu hai fatto con me.»

«Per favore» si intromise Jasmel. «Diglielo. È meglio così… è meglio per te.»

Adikor incrociò le braccia, in attesa: «Allora?»

«Non ho niente da dire» rispose Bolbay testarda.

Jasmel emise un lungo sospiro, poi tornò alla carica: «Chiedile del suo compagno.»

«Tu non ne sai niente» scattò nuovamente la donna.

«Ah, no? E come hai saputo che è stato Adikor a colpire mio padre?»

Bolbay non rispose.

«Ovviamente te lo ha detto Klast» la incalzò Jasmel.

«Era la mia compagna» disse Bolbay con aria di sfida «e con me non aveva segreti.»

«E anche mia madre,» le tenne testa Jasmel «e nemmeno con me aveva dei segreti.»

«Ma… lei… io…» balbettò la donna.

«Parlami del tuo compagno» la esortò Adikor. «Io… io non credo di averlo mai conosciuto, vero?»

Bolbay scosse lentamente il capo. «No. È stato via a lungo; ci siamo separati tanto tempo fa.»

«È per questo che non hai figli?» le chiese Adikor con delicatezza.

«Guarda come sei compiaciuto» gli rispose Bolbay. «Credi che sia così semplice? Che non abbia saputo tenermi il mio compagno e che quindi non mi sia riprodotta? E questo che pensi?»

«Io non penso un bel niente» ribatté Adikor.

«Sarei stata una buona madre» disse Bolbay, forse più a se stessa che all'uomo che aveva davanti. «Chiedilo a Jasmel. Chiedilo a Megameg. Da quando Klast è morta, sono stata una madre impeccabile. Non è così, Jasmel? Non è così?»

Jasmel annuì. «Ma tu sei una 145, come Ponter e Klast. E come Adikor. Potresti ancora avere un figlio. Il prossimo anno è prevista la riproduzione. Potresti…»

Adikor inarcò le sopracciglia. «Sarebbe la tua ultima possibilità, non è così? Il prossimo anno avrai cinquecentoventi mesi — quaranta anni — come me. Potresti avere un figlio, della generazione 149, ma non più tra dieci anni, quando ci sarà la generazione 150.»

«Hai bisogno del tuo fantasioso computer quantistico per fare questi calcoli?» disse Bolbay con voce carica di scherno.

«Ponter» proseguì Adikor annuendo lentamente «non aveva una compagna. In fondo avete amato la stessa donna, eri già tabant delle sue due figlie, così hai pensato…»

«Tu e mio padre?» l'interruppe Jasmel. Più che sconvolta, sembrava semplicemente sorpresa.

«E perché no?» rispose Bolbay sprezzante. «Lo conosco almeno da quando lo conosce lui, e siamo sempre andati d'accordo.»

«E adesso nemmeno lui è più qui» insisté Adikor. «Sai, ho pensato subito che eri disperata per la sua perdita, e ne volevi scaricare la responsabilità su di me. Ma vedi, Daklar, hai commesso un errore. Io amavo Ponter, non avrei mai interferito con la sua scelta di una nuova compagna, quindi…»

«Tutto questo non c'entra un bel niente» lo interruppe Bolbay scuotendo il capo. «Assolutamente niente.»

«Allora perché mi odi così?»

«Non ti odio per quello che è accaduto a Ponter.»

«Comunque mi odi.»

Bolbay non rispose. Jasmel, il capo chino, fissava il pavimento.

«Perché? Non ti ho mai fatto niente.»

«Hai colpito Ponter» scattò Bolbay.

«È accaduto tanto tempo fa, e mi ha perdonato.»

«E così non ti hanno fatto niente. Hai potuto avere un figlio. L'hai fatta franca.»

«Per cosa?»

«Per il crimine che hai commesso quando hai cercato di uccidere Ponter!»

«Ma non ho tentato di ucciderlo.»

«Sei sempre stato violento, un mostro. Ti avrebbero dovuto sterilizzare. Ma il mio Pelbon…»

«Chi è Pelbon?» chiese Adikor.

Ancora una volta, Bolbay non rispose.

«Il suo compagno» disse Jasmel con un filo di voce.

«Cosa gli è accaduto?» domandò Adikor.

«Tu non sai cosa si prova» disse Bolbay distogliendo lo sguardo. «Non puoi nemmeno immaginarlo. Ti alzi un giorno e trovi due energumeni della forza pubblica ad aspettarti, che ti portano via il tuo compagno, e che…»

«Cosa?»

«Te lo castrano.»

«Perché?» volle sapere Adikor. «Cosa aveva fatto?»

«Non aveva fatto niente. Assolutamente niente.»

«E allora perché…» cominciò Adikor, poi capì. «Ah, uno dei suoi parenti…»

Bolbay annuì, senza incrociare il suo sguardo. «Suo fratello aveva aggredito qualcuno, così decisero di sterilizzare…»

«Tutti coloro che avevano il cinquanta per cento del suo materiale genetico» completò la frase Adikor.

«Il mio Pelbon non aveva fatto mai niente a nessuno, eppure è stato punito. E anche io sono stata punita. E tu, che hai quasi ammazzato un uomo, l'hai fatta franca! Avrebbero dovuto castrare te, non il mio povero Pelbon!»

«Daklar» disse Adikor «mi dispiace. Davvero…»

«Fuori di qui» disse Bolbay con voce ferma. «Lasciami in pace.»

«Io…»

«Fuori!»

38

Finito il suo hamburger, Ponter guardò Louise, poi Reuben e infine Mary. «Non vorrei lamentarmi,» disse dopo un po' «ma sono stanco di mangiare questa carne di… di mucca, la chiamate? Sarebbe possibile farci portare qualche altra cosa per stasera da quelli lì fuori?»

«Cosa ti piacerebbe?» gli chiese Reuben.

«Oh, qualsiasi cosa. Magari qualche bistecca di mammut.»

«Cosa?» disse Reuben.

«Mammut?» ripeté Mary, stupefatta.

«Forse Hak non ha tradotto bene. Mammut, quella specie di elefante con la pelliccia che vive nelle zone più fredde.»

«Sì, sì» disse Mary. «Sappiamo cos'è un mammut, ma…»

«Ebbene?» chiese Ponter, aggrottando il lungo sopracciglio.

«Be', sai… i mammut sono estinti» gli disse Mary.

«Estinti?» ripeté Ponter, sorpreso. «Ora che ci penso, non ne ho visti qui, ma, be', pensavo che preferissero non avvicinarsi troppo alle città così grandi.»

«No, no, sono estinti» confermò Louise. «In tutto il mondo. Estinti da migliaia di anni.»

«Qual è la causa? Una malattia?» volle sapere Ponter.

Nessuno rispose. Mary espirò lentamente, sforzandosi di trovare le parole adatte. «No, non è stata questa la ragione» disse infine. «Uhm, vedi, noi — la nostra specie, i nostri progenitori -abbiamo dato loro la caccia fino a sterminarli.»

Ponter spalancò gli occhi. «Cosa avete fatto?»

Mary si sentì disgustata; non sopportava che la storia dell'umanità venisse riassunta in quel modo. «Li uccidevamo per mangiare, e, insomma, abbiamo continuato fino all'ultimo esemplare.»

«Oh» disse Ponter debolmente. Guardò fuori dalla finestra, verso il grande giardino, poi aggiunse: «Adoro i mammut. Non solo la loro carne, che è deliziosa, ma proprio l'animale, come parte del paesaggio. Un piccolo gruppo vive nei pressi della mia abitazione: mi piace moltissimo starli a guardare.»

«Noi abbiamo i loro scheletri e le loro zanne, e ogni tanto in Siberia se ne trova qualcuno ibernato, ma…»

«Tutti,» disse Ponter incredulo scuotendo lentamente il capo, più triste che mai «li avete uccisi tutti…»

Mary sentì un moto di ribellione; avrebbe voluto dire: 'Non sono stata io,' ma sapeva che non era così; il sangue dei mammut gridava vendetta. Comunque sentì il bisogno di dare qualche giustificazione, per quanto flebile: «È accaduto tanto tempo fa.»

Con espressione preoccupata, Ponter chiese: «Ho quasi paura di farvi questa domanda; nel mio mondo ci sono molte altre specie di grossi animali. Pensavo che anch'essi evitassero di avvicinarsi troppo a queste vostre città, ma…»

Reuben scosse la testa rasata. «No, non è così.»

Mary chiuse un attimo gli occhi. «Mi dispiace, Ponter. Abbiamo sterminato quasi completamente gli animali di grossa taglia, qui in America, in Europa, in Australia,» man mano che la litania andava avanti sentiva sempre più un nodo allo stomaco «in Nuova Zelanda e in Sud America. L'unico continente dove si trovano ancora degli animali grossi è l'Africa, anche se la maggior parte sono a rischio.»

Bip.

«Sull'orlo dell'estinzione» spiegò Louise.

«Avevi detto che questo avveniva tanto tempo fa» disse Ponter col tono di chi è stato tradito.

Mary abbassò lo sguardo sul piatto vuoto. «Abbiamo smesso di uccidere i mammut tanto tempo fa perché, be', non ce n'erano più. E lo stesso abbiamo fatto con l'alce irlandese, e i grossi felini che popolavano il Nord America, e i rinoceronti e tutti gli altri: ci siamo fermati solo quando sono scomparsi.»

«Uccidere tutti i membri di una specie…» rifletté Ponter scuotendo lentamente la grossa testa.

«Almeno abbiamo fatto tesoro di quelle esperienze» proseguì Mary. «Abbiamo preso delle misure per proteggere le specie a rischio, con qualche successo. La gru americana era quasi scomparsa, come anche l'aquila dalla testa bianca e il bufalo, ma adesso si stanno moltiplicando.»

«Questo perché non li avete uccisi tutti» commentò Ponter freddamente.

Mary pensò di spiegargli che non era solo a causa della caccia che quegli esemplari erano sull'orlo dell'estinzione, ma anche per la distruzione degli habitat naturali, ovviamente sempre per causa dell'uomo, ma questo non migliorava certo la situazione.

«Quali… quali altre specie sono a rischio di estinzione?» chiese Ponter esitante.

Mary scrollò lievemente le spalle. «Molte specie di uccelli, le tortore giganti, i panda, i capidogli, gli scimp…»

«Gli scimp?» la interruppe. «Cosa sono…?» Piegò la testa da un lato, come se stesse ascoltando Hak che si sforzava di tradurre la parola che Mary aveva solo cominciato a pronunciare. «Oh, no. No. Gli scimpanzé! Ma… sono i nostri cugini. Avete sterminato anche i nostri cugini?»

Mary si fece piccola piccola. Come poteva dirgli che si dava la caccia agli scimpanzé per mangiarli, e che i gorilla venivano uccisi per trasformare le loro mani in portacenere esotici?

«Hanno un valore inestimabile» continuò Ponter. «Tu che sei una genetista lo sai benissimo. Sono gli unici parenti stretti che abbiamo; studiandoli allo stato brado e analizzando il loro DNA possiamo apprendere molte cose su noi stessi.»

«Lo so,» disse Mary con un filo di voce «lo so.»

Ponter li squadrò tutti, a turno, soppesandoli, come se li stesse considerando sotto una nuova luce.

«Voi uccidete senza pensare. Uccidete intere specie viventi. Uccidete persino i primati.» Si fermò di nuovo a guardarli uno per uno, quasi per far capire loro quello che stava per dire, sperando in una spiegazione logica, una giustificazione a tutto ciò. Ma nessuno parlò, e allora Ponter andò avanti: «E su questo mondo anche la mia specie è estinta.»

«Sì» bisbigliò Mary. Sapeva quello che era successo. Anche se le opinioni non erano unanimi, molti paleoantropologi ritenevano che tra 40.000 e 27.000 anni fa, l'Homo sapiens avesse perpetrato il primo genocidio di massa, cancellando dal pianeta l'unica altra specie che aveva lo stesso patrimonio genetico, una specie più mite che forse avrebbe meritato di più l'appellativo di umanità.

«Ci avete sterminati?» chiese a quel punto il Neandertal.

«Su questo punto non tutti concordano» rispose Mary.

«Tu cosa credi che sia accaduto?» insisté Ponter, gli occhi dorati fissi su di lei.

Mary respirò a fondo prima di rispondere. «Io… sì, credo che sia andata così.»

«Ci avete sterminati» ripeté Ponter con la sua voce, che Hak tradusse con una certa difficoltà.

Mary annuì. «Mi dispiace. Davvero. Tutto ciò è avvenuto tanto tempo fa. Allora eravamo dei selvaggi, e…»

In quel momento squillò il telefono. Reuben, visibilmente sollevato dall'interruzione, saltò dalla sedia e si precipitò a rispondere. «Pronto?»

Mary guardò Reuben che aveva alzato il tono della voce. «Grandioso!» stava dicendo il medico. «Meraviglioso! Sì, no… sì, sì, va bene. Grazie! Certo. Arrivederci.»

«Allora?» gli chiese Louise.

Reuben faticava palesemente a trattenere un sorriso. «Ponter ha l'adenite equina» rispose riagganciando.

«Adenite equina?» ripeté Mary. «Ma gli esseri umani non ne sono soggetti.»

«Giusto» confermò Reuben. «Ne siamo naturalmente immuni. Ma non Ponter, perché la sua specie non è vissuta per generazioni insieme agli animali domestici. Si è beccato questa malattia, che i veterinari chiamano anche stranguglione, a cui vanno soggetti i cavalli giovani. A causarla è un batterio, lo streptococcus equii. Si cura con la penicillina, che per fortuna gli ho già somministrato. Dovrebbe andare tutto bene.»

«Quindi noi non dobbiamo preoccuparci?» chiese Louise.

«Già. E questa non è l'unica buona notizia» disse Reuben con un sorriso a trentadue denti. «Hanno deciso di porre fine alla quarantena! Se le ultime analisi saranno negative, domani mattina saremo liberi!»

Louise batté le mani, Mary era felice come una bambina. Guardò Ponter, che era rimasto con il capo reclinato, probabilmente ancora alle prese con il pensiero dell'estinzione della sua specie su questo pianeta.

Gli mise una mano sul braccio e lo chiamò dolcemente: «Ehi, Ponter, non è una notizia fantastica? Domani potremo uscire, ti mostrerò il nostro mondo!»

Ponter alzò lentamente il capo e guardò Mary, che stava scrutando l'espressione del suo viso. La bocca semiaperta, gli occhi spalancati, esprimevano le parole che pronunciò subito dopo: «Devo proprio?»

E annuì rassegnato.

39

Ponter trascorse quasi tutta la sera da solo, a guardare tristemente fuori dalla finestra che dava sul giardino.

Mary e Louise sedevano nel soggiorno. La genetista aveva dimenticato a Toronto l'ultimo romanzo di Scott Turow, che aveva lasciato a metà, e quindi dovette accontentarsi dell'ultimo numero di Time. Sulla copertina c'era una foto del presidente Bush; probabilmente, pensò, nel numero seguente sarebbe apparso Ponter. Preferiva l'Economist, una rivista che Reuben non leggeva, in particolare le recensioni cinematografiche di Richard Corliss, anche se in quel periodo non aveva nessuno che l'accompagnasse al cinema.

Seduta sulla poltrona accanto, Louise scriveva una lettera, in francese notò Mary, su un bloc-notes giallo. Indossava pantaloncini corti e una maglietta degli INXS, le lunghe gambe piegate sotto il corpo.

Reuben entrò nella stanza, si inginocchiò tra le due donne, e a bassa voce disse: «Sono preoccupato per il nostro piccolo Ponter.» Louise lasciò andare il bloc-notes, Mary la rivista che stava leggendo. «Anch'io» disse la genetista. «Credo che non abbia preso molto bene la notizia dell'estinzione della sua specie.»

«No, infatti» convenne Reuben. «Senza considerare il fatto che ha passato un periodo alquanto stressante, e che domani andrà anche peggio. I giornalisti lo assaliranno, per non parlare dei funzionali inviati del governo, dei fanatici religiosi, e chi più ne ha più ne metta.»

Louise annuì. «Credo proprio che tu abbia ragione.»

«Che possiamo fare?» chiese Mary.

Reuben aggrottò la fronte, come per trovare le parole giuste, quindi disse: «Qui a Sudbury non c'è molta gente col mio stesso colore di pelle. Pare che a Toronto le cose vadano un po' meglio, ma anche lì capita che la polizia perseguiti la gente di colore. 'Cosa fai qui? È tua questa macchina? Mostrami un documento.'» Scosse la testa. «Quando ti succede, ne ricavi qualche insegnamento, per esempio capisci che anche tu hai dei diritti. Ponter non è un criminale, e non rappresenta una minaccia per nessuno. Non si trova alla frontiera, quindi nessuna autorità può impedirgli di andare dove gli pare. Il governo e la polizia potrebbero volerlo tenere sotto controllo, ma questo non cambia le cose: anche Ponter ha i suoi diritti.»

«D'accordissimo con te» disse Mary.

«Siete mai state in Giappone?» chiese Reuben.

Entrambe scossero la testa.

«È un paese meraviglioso, ma ci vivono solo giapponesi. Puoi trascorrere giorni interi senza vedere un bianco, figuriamoci un nero. In una settimana ho incontrato solo due neri. E mi ricordo quel giorno che passeggiavo al centro di Tokio: avrò incrociato diecimila persone, tutti giapponesi. Improvvisamente ho visto un bianco che mi veniva incontro, sorridendo. Sapeva bene che non ero della sua razza, ma mi ha riconosciuto come un occidentale, e mi ha sorriso, come per dire 'sono così felice di incontrare un fratello'… un fratello! E mi sono accorto che rispondevo al sorriso, e che stavo pensando la stessa cosa. Non l'ho mai dimenticato.» Guardò le due donne, quindi prosegui: «Insomma, il buon Ponter può girare tutto il mondo senza mai vedere una sola faccia che gli ricordi la sua gente. Io e quel bianco, e anche tutti quei giapponesi, abbiamo molto più in comune di lui rispetto ai sei miliardi di persone che vivono sulla Terra.»

Mary sbirciò Ponter in cucina, sempre intento a guardare fuori dalla finestra, il viso poggiato sul palmo della mano. «Cosa possiamo fare?»

«Da quando è qui è sempre vissuto come un prigioniero» disse Reuben. «Prima in ospedale, poi qui dentro, in quarantena. Sono convinto che abbia bisogno di tempo per recuperare il suo equilibrio. La mia amica Gillian Ricci mi ha avvertito con una e-mail quello che avevo previsto è stato puntualmente preso in considerazione da quelle facce di bronzo — dovrei dire facce di nichel — della Inco. Vogliono metterlo sotto torchio per avere informazioni sui giacimenti minerali del suo mondo. Sono convinto che darebbe una mano ben volentieri, ma ha bisogno di tempo per abituarsi alla sua nuova condizione.»

«Hai ragione» convenne Mary. «Ma cosa possiamo fare per aiutarlo?»

«Domani mattina finisce la quarantena, no? Gillian mi ha consigliato di tenere un'altra conferenza stampa, domani mattina alle dieci. Naturalmente tutti si aspetteranno di trovare Ponter, quindi dovremo portarlo fuori di qui prima di quell'ora.»

«E come?» domandò Louise. «La polizia ha circondato tutto l'isolato, con il pretesto che qualcuno potesse infastidirci, ma la vera ragione era sorvegliare Ponter.»

Reuben annuì. «Uno di noi deve portarlo in campagna, lontano dalla confusione. Io sono il suo medico, e questa è una prescrizione in piena regola: tranquillità e riposo. Lo dirò a tutti. Certo, possiamo tirare avanti così un giorno o due, prima che i grossi calibri di Ottawa ci piombino addosso, ma sono convintissimo che Ponter ne abbia veramente bisogno.»

«Ci penso io» si sorprese a dire Mary. «Lo porto via io.»

Reuben guardò Louise, che si limitò ad annuire.

«Se avvertiamo la stampa che la conferenza è per le dieci, cominceranno ad arrivare almeno un'ora prima» rifletté Reuben. «Quindi se ve la battete dal giardino, diciamo prima delle otto, li freghiamo tutti. Oltre quegli alberi, laggiù, c'è uno steccato: lo passerete facilmente. Dovete solo fare attenzione a non farvi vedere.»

«E poi? Dove andremo?»

«Ci vorrebbe una macchina» suggerì Louise.

«La mia è rimasta alla miniera» si ricordò Mary. «E non posso prendere le vostre: la polizia ci fermerebbe di sicuro. Come ha suggerito Reuben, dobbiamo sgattaiolare via.»

«Questo non è un problema» assicurò Louise. «Posso chiedere a un amico di farsi trovare su una qualunque delle stradine che passano dietro la casa. Vi porterà alla miniera, così potrà recuperare la sua auto.»

Mary sbatté le palpebre. «Davvero?»

«Certo.»

«Io… non conosco questa zona» disse Mary. «Mi servirebbe una carta stradale.»

«Nessun problema» disse Louise. «Conosco la persona che fa per noi: Garth. Ha una macchina con una guida satellitare, vi dirà lui la strada, dovunque vogliate andare.»

«E me la presterebbe? Quelle cose sono molto costose.»

«Be', il favore lo farebbe a me» puntualizzò la giovane ricercatrice. «Forza, fatemelo chiamare, che sistemiamo tutto.» Si alzò e andò al piano di sopra a fare la telefonata. Mary la guardò salire le scale, affascinata e attonita. Chissà come ci si sentiva, si ritrovò a pensare, a essere una donna così bella da poter chiedere agli uomini qualsiasi cosa, con la certezza che non ti avrebbero detto di no.

Mentre Ponter era l'unico a sentirsi fuori dal mondo.

Jasmel e Adikor presero un cubo volante per tornare a casa. Durante il tragitto parlarono poco, un po' perché Adikor stava ripensando alle rivelazioni fatte da Daklar, ma anche perché a nessuno dei due andava a genio l'idea che qualcuno all'archivio degli alibi potesse controllare ogni parola che si scambiavano.

E comunque avevano un problema irrisolto: Adikor doveva assolutamente scendere nel laboratorio; la pur minima possibilità ancora esistente di salvare Ponter, o anche di recuperarne in qualche modo il corpo — anche se di questa ipotesi non aveva parlato a Jasmel — dipendeva da questo. Ma come fare? Diede un'occhiata al suo Companion, nel polso sinistro. Si chiese se fosse possibile strapparlo via, facendo però attenzione a non danneggiare l'arteria radiale. Una volta sconnesso dal corpo l'impianto non avrebbe più trasmesso i suoi segnali vitali. E non poteva nemmeno trapiantarlo su Jasmel o su qualcun altro, perché era tarato sulle sue caratteristiche biometriche.

Il cubo li lasciò di fronte a casa. In cucina, Jasmel si mise a cercare qualcosa da mangiare per Pabo, mentre Adikor si accomodava, lo sguardo perso sulla sedia su cui Ponter era solito sistemarsi per leggere.

Eludere la sorveglianza speciale era un problema di alta tecnologia, considerò. Doveva pur esserci un modo per raggirare il suo Companion e chiunque stesse controllandone le trasmissioni.

Conosceva la storia di Lonwis Trob, l'ideatore della tecnologia dei Companion, che aveva lavorato all'Accademia, ma ormai era trascorso molto tempo, e non ne ricordava più i dettagli. Naturalmente poteva sempre chiedere le informazioni necessarie al Companion, ma la cosa avrebbe attirato l'attenzione.

Cominciò a sentire l'ira montargli dentro, i muscoli tesi, il battito cardiaco accelerato e il respiro affannoso. Pensò di mascherare questo suo stato, e… ma no, chi lo guardava doveva sapere come lo stavano riducendo!

Nonostante l'abilità di Trob, doveva pur esserci un modo per fare quello che aveva in mente, quello che doveva assolutamente fare. In pratica, di che si trattava? Mettere esattamente a fuoco il problema, come gli avevano insegnato all'Accademia. Nel caso in questione, cosa avrebbe dovuto fare?

No, non si trattava di eliminare tutti i Companion, anche se sarebbe stata l'unica cosa da fare, visto che non era riuscito a trovare il modo di mettere fuori uso il suo. In realtà, sarebbe stato irragionevole disattivare tutti i Companion, che in effetti erano posti a salvaguardia della vita. Era il suo che doveva disattivare, ma…

Ma no, anche questo era sbagliato. Non doveva disattivare un bel niente. Se lo avesse fatto, Gaskol Dut e gli altri addetti alla sicurezza non lo avrebbero potuto rintracciare, ma si sarebbero allarmati: non ci voleva un Lonwis per capire che avrebbe cercato di entrare nel suo laboratorio.

No, il vero problema non era che il suo Companion trasmettesse le informazioni, quanto il fatto che qualcuno le controllasse. Quello doveva impedire, e per parecchi decimi di giorno, e…

E d'incanto gli venne in mente la soluzione ideale.

Ma non poteva riuscirci da solo; Jasmel doveva aiutarlo. Con ogni probabilità, l'unico Companion posto sotto controllo era il suo; ogni altro controllo sarebbe stato illegittimo. Ma come comunicare con Jasmel di nascosto?

Si alzò e si diresse in cucina. «Jasmel, portiamo a spasso Pabo.»

La ragazza lo guardò come a dire 'e ti sembra questo il momento?', ma si alzò e lo seguì, insieme al cane che aveva capito le loro intenzioni.

Uscirono nell'aria calda e umida dell'estate, piena del canto stridulo delle cicale. Scesero gli scalini della veranda, con Pabo che correva avanti abbaiando. Giunsero al ruscello che scorreva a poche centinaia di passi da casa. Il rumore dell'acqua che scorreva veloce smorzò il frastuono delle cicale. Al centro del ruscello c'era un grosso macigno, uno degli innumerevoli massi erratici disseminati nei boschi. Adikor attraversò il ruscello poggiando i piedi sulle pietre e fece segno a Jasmel di seguirlo, mentre Pabo scorrazzava libera lungo la riva.

Sul grosso masso si sedettero l'uno accanto all'altra, e Adikor cominciò a bisbigliarle il suo progetto. Era sicuro che il Companion non avrebbe potuto registrare le parole per via del rumore dell'acqua che si frangeva contro la pietra. E quando ebbe finito, vide un sorriso malizioso disegnarsi sul viso della ragazza.

Ponter sedeva sul divano nello studio di Reuben. Gli altri erano andati tutti a dormire, anche se Reuben e Louise, nella stanza accanto, erano ancora svegli.

Era molto triste. I rumori e gli odori che percepiva gli portavano alla mente Klast, il periodo in cui Due diventano Uno, tutto quello che aveva perso e che non avrebbe più potuto avere.

Nel televisore scorrevano immagini di quella cosa che quella specie di umani aveva chiamato religione. Dovevano esserci diverse variazioni sul tema, ma tutte prospettavano un Dio - ecco che ricompariva quel concetto astruso — e un universo finito e ridicolmente giovane, e una sorta di esistenza ultraterrena per… non esisteva nella sua lingua un equivalente esatto, ma la parola usata da Mare era stata 'anima.' Aveva scoperto che il simbolo che Mare portava appeso al collo aveva a che fare con quella particolare religione di cui era seguace, e che la stoffa che Reuben aveva avvolto attorno alla sua testa era il simbolo di qualche altra religione.

Ponter aveva abbassato l'audio; era stato semplice trovare il pulsante, anche se aveva temuto che i suoi tentativi potessero disturbare la coppia nella stanza accanto.

«Come ti senti?» chiese la voce di Klast. Il cuore gli balzò in petto.

Klast!

L'amata Klast, che gli parlava da…

Dall'aldilà!

Ma no.

Certo che no.

Era solo Hak.

Probabilmente sarebbe stato costretto ad ascoltare per sempre la voce di Klast: per riprogrammare l'impianto avrebbe avuto bisogno di strumenti che lì non poteva certo procurarsi.

Emise un lungo sospiro, quindi rispose: «Sono triste.»

«Ma adesso va meglio, vero? Eri piuttosto sconvolto quando siamo arrivati qui.»

Ponter scrollò lievemente le spalle. «Non lo so. Mi sento ancora confuso e disorientato, ma…»

Si immaginò Hak che annuiva, comprensivo, nel suo spazio virtuale. «Ci vorrà del tempo» lo consolò il Companion, sempre con la voce di Klast.

«Lo so» disse Ponter. «Lo so. Mi ci devo abituare, vero? Sembra proprio che… dobbiamo passare il resto della vita qui, eh?»

«Temo proprio che sia così» disse dolcemente Hak.

Ponter rimase a lungo in silenzio, senza che Hak lo disturbasse. Poi concluse le sue meditazioni: «Credo sia meglio affrontare la realtà. Dovrò cominciare a pensare alla mia vita in questo posto.»

40

SETTIMO GIORNO

GIOVEDÌ 8 AGOSTO

148/119/01

RICERCA ULTIMISSIME

Parola(e) chiave: Neandertal

Intervenendo nella seduta dei lavori parlamentari di oggi, l'onorevole Marissa Crothers ha affermato che il presunto uomo di Neandertal è chiaramente un falso, un labile espediente ideato dal governo, in particolare dal partito liberale, per mascherare il completo fallimento del progetto che ha portato alla costruzione dell'Osservatorio di neutrini di Sudbury, che è costato alla collettività 73 milioni di dollari…

'Liberate l'uomo delle caverne!' 'Ponter è anche nostro!' recitavano alcuni cartelli nella grossa manifestazione che oggi ha avuto luogo davanti all'ambasciata canadese a Washington…

Al Sudbury Star sono pervenuti i seguenti inviti indirizzati a Ponter Boddit, comprensivi di spese di viaggio e permanenza nei luoghi indicati: Disneyland; lo Anchor Bar and Grill, patria del pollo, a Buffalo, New York; Buckingham Palace; il Centro spaziale Kennedy; il museo degli UFO di Roswell, nel New Mexico; il Zanzibar Tavern strip club di Toronto; la direzione generale della Microsoft, il Congresso sulla fantascienza mondiale che si terrà il prossimo anno; il museo sui Neandertal di Mettmann, Germania; lo Yankee Stadium.

Sono inoltre giunti i seguenti inviti: incontri con i Presidenti della Repubblica francese e messicana, con il Primo Ministro giapponese e la famiglia reale, con il papa, con il Dalai Lama, con Nelson Mandela, con Stephen Hawking e con Anna Nicole Smith.

Domanda: quanti Neandertal ci vogliono per cambiare una lampadina? Risposta: tutti.

…per questa ragione il sottoscritto auspica che la miniera di Creighton venga riempita di terra al più presto, per evitare che un esercito della specie dei Neandertal, approfittando di quel passaggio, invada il nostro pianeta. Nell'ultima guerra combattuta contro di loro, la nostra specie è uscita vittoriosa, ma c'è il pericolo che questa volta l'esito sia diverso…

Conferenza 'Memetica e la separazione epistemologica tra l'Homo Neanderthalensis e l'Homo sapiens.' Chiunque sia interessato ad intervenire con un proprio articolo…

Il portavoce del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive di Atlanta, nella Geòrgia, ha elogiato la rapidità con cui il governo canadese ha predisposto le apposite misure cautelative in vista di un potenziale vettore epidemico. 'Riteniamo che abbiano agito nel modo più adeguato alle circostanze' ha dichiarato la dottoressa Ramona Keitel. 'Ad ogni modo, nel campione che abbiamo analizzato non c'era alcuna traccia di agenti patogeni…'

Andò tutto secondo i programmi. Ponter e Mary lasciarono l'abitazione di Reuben poco dopo le otto del mattino, passando dal giardino sul retro, fino allo steccato, senza essere notati da nessuno. Il potente olfatto di Ponter fece in modo che evitassero il poliziotto che controllava la zona a piedi.

L'amico di Louise, un muscoloso nativo canadese sui venticinque anni, niente male, era lì ad aspettarli. Era estremamente educato, e si rivolgeva a Mary, con suo grande disappunto, con un 'madam' e a Ponter con un 'sir.' Li accompagnò alla miniera di Creighton, dove le guardie riconobbero Mary e li fecero passare senza problemi. Nel parcheggio trovarono subito la Neon rossa presa a nolo da Mary, piuttosto impolverata e ricoperta di escrementi di uccelli.

Mary sapeva già dove andare. La sera prima aveva detto a Ponter: «C'è qualche posto in particolare dove ti piacerebbe andare domani?»

L'uomo aveva annuito: «A casa. Portami a casa.»

«Ponter, lo farei con tutto il cuore, ma è impossibile. Lo sai, non siamo in grado di farlo.»

«No, no» aveva spiegato Ponter. «Non intendo la mia casa nel mio mondo, ma il posto in questa versione della terra che corrisponde a quello dove sorge casa mia.»

Era rimasta sorpresa; quel pensiero non l'aveva nemmeno sfiorata. «Uhm, va bene. Si può fare, se ti va. Ma come possiamo trovarla? Hai qualche punto di riferimento?»

«Se mi fai vedere una mappa dettagliata della zona la trovo io.»

Reuben gli aveva rivelato la password per entrare nel sito web della Inco, dove trovarono le carte geologiche dell'intero bacino di Sudbury. Ponter non aveva avuto problemi a riconoscere i luoghi e a individuare il posto che cercava, che si trovava a una ventina di chilometri dall'abitazione di Reuben.

Buona parte del territorio circostante la città di Sudbury era ricoperto di rocce dello scudo canadese, di foreste e boscaglia. Avevano dovuto lasciare la macchina e scalare la collina. Anche se Mary non era quello che si dice un atleta — giocava occasionalmente a tennis, con scarsi risultati — quell'esercizio fuori programma non le dispiacque, soprattutto dopo tutto il tempo trascorso forzatamente in casa di Reuben.

Finalmente giunsero al culmine di un promontorio, dove Ponter si lasciò andare a un grido di gioia. «Eccola! Eccola lì. E lì che sorgeva la mia casa. Anzi, è lì che sorge.»

Mary si fermò ad abbracciare con lo sguardo il panorama: da un lato c'erano dei grandi pioppi mescolati a smilze betulle, ricoperti di bianche cortecce simili a carta; dalla parte opposta un lago in cui sfociava un ruscello gorgogliante. Anatre selvatiche galleggiavano placide sull'acqua, e uno scoiattolo saltellava sulla riva.

«Che meraviglia» disse Mary.

«Sì» disse Ponter tutto eccitato. «Anche se nel mio mondo la vegetazione è completamente diversa. O meglio, le piante appartengono alla stessa specie, ma sorgono in posti differenti. Le rocce invece sono molto simili e… guarda quel masso nel ruscello! Ah, come lo conosco bene. Lì sopra ci ho passato un sacco di tempo a leggere.»

Si allontanò di corsa per qualche metro, poi gridò: «Qui! Esattamente in questo punto c'è la porta di servizio della nostra casa. E qui… questa è la nostra cucina.» Fece ancora qualche passo, sempre di corsa. «E la stanza da letto è proprio qui, sotto i miei piedi.» Fece un ampio gesto con il braccio, indicando il panorama. «E questa è la vista dalla nostra stanza.»

Mary ne seguì lo sguardo. «E nel tuo mondo qui intorno ci sono i mammut?»

«Oh, sì. E cervi, e alci.»

Mary indossava una camicetta larga e un paio di pantaloni sportivi leggeri. «Ma come fanno i mammut d'estate a sopportare il caldo con tutta quella pelliccia addosso?»

«La perdono» rispose Ponter riavvicinandosi. Poi chiuse gli occhi e disse con voce gonfia di nostalgia: «I rumori. Il fruscio delle foglie, il ronzio degli insetti, il ruscello, e… eccolo! Lo senti? Il richiamo della strolaga.» Scosse lievemente il capo, in estasi. «È lo stesso della mia terra.» Quando riaprì gli occhi, Mary notò delle venature rosa attorno all'iride dorata. «È così vicino» disse con voce tremante. «È talmente vicino, che se solo potessi…» Richiuse gli occhi, con grande intensità, e tutto il corpo fu scosso da un leggero tremito, come per lo sforzo di superare le barriere tra i mondi.

A Mary sembrò che il cuore le si spezzasse. Doveva essere tremendo, pensò, venire strappati dal proprio mondo e abbandonati in qualche luogo sconosciuto, così simile eppure così alieno. Alzò la mano, senza sapere bene cosa volesse fare. Ponter si voltò verso di lei, e senza accorgersene, senza sapere chi dei due aveva fatto il primo passo, si ritrovò abbracciata al suo ampio torace, con la testa di lui poggiata sulle sue spalle. Gli accarezzò dolcemente i lunghi capelli biondi, mentre lui si lasciava andare a un pianto dirotto.

Non ricordava l'ultimo uomo che aveva visto piangere. Forse era stato Colm, ma non certo per il dolore del matrimonio fallito. Oh, no, quello era stato affrontato con un silenzio spietato. Era successo alla morte della madre. E comunque anche in quell'occasione aveva fatto il duro, concedendosi solo qualche lacrima. Ponter invece stava piangendo senza vergogna per il mondo, l'amore e i figli che aveva perduto. Lasciò che si sfogasse, senza parlare.

Quando smise, alzò la testa e la guardò negli occhi. Parlò nella sua lingua. Mary si aspettava che Hak avesse tradotto qualcosa del tipo 'Scusami.' Non è quello che dice un uomo dopo aver pianto, dopo aver abbassato la guardia ed essersi lasciato andare? Ma non fu quella la parola. Disse solo 'grazie.' Mary gli sorrise affettuosamente, e lui le restituì il sorriso.

Quella mattina Jasmel si recò dalla donna di Adikor, Lurt.

Come aveva immaginato, la trovò nel suo laboratorio, intenta al lavoro. «Buongiorno» la salutò entrando.

«Jasmel! Cosa fai qui?»

«Adikor mi ha chiesto di venire da te.»

«Sta bene?»

«Oh, sì, sta bene. Ma ha bisogno di un favore.»

«Dimmi pure. Per lui farei qualsiasi cosa.»

Jasmel sorrise. «Speravo che avresti risposto così.»

Per accompagnare Ponter fin lì, avevano impiegato più tempo di quanto Mary avesse previsto. Quando tornarono alla macchina, erano da poco passate le sette di sera.

Dopo tutto quel cammino erano entrambi molto affamati. Mary propose di fermarsi da qualche parte a mangiare qualcosa. Sulla strada incrociarono una locanda che serviva carne di daino.

«Che te ne pare?» gli chiese accostando.

«Non saprei» rispose Ponter. «Che cibo fanno?»

«Carne di daino.»

Bip.

«Che roba è?»

«Cervo.»

«Cervo!» esclamò Ponter. «Sì, il cervo mi piace.»

«Io non l'ho mai assaggiato.»

«Ti piacerà, vedrai» la incoraggiò Ponter.

La locanda aveva solo sei tavoli, tutti vuoti. Si sedettero l'uno di fronte all'altra, con al centro una candela accesa. Ci volle quasi un'ora prima che arrivasse il piatto che avevano ordinato, e nel frattempo Mary si accontentò di qualche fetta di pane di segale con burro. Avrebbe preso volentieri anche una bella insalata Caesar, ma se l'aglio dava problemi agli esseri umani, figuriamoci a una persona con l'olfatto di Ponter. Quindi ripiegò su un'insalata della casa, con pomodori essiccati all'aceto, che anche Ponter assaggiò. Sembrava gli fosse piaciuto tutto a parte i crostini, che aveva lasciato intatti nel piatto.

Mary aveva ordinato anche un bicchiere di rosso della casa, che si rivelò tutt'altro che malvagio. «Posso provarlo?» chiese Ponter quando vide il bicchiere pieno di liquido scuro.

Mary ne fu sorpresa, perché a casa di Reuben non aveva voluto assaggiarne. «Certo.»

Prese un piccolo sorso, subito seguito da una smorfia. «Ha un sapore aspro» fu il suo commento.

Mary annuì. «Vedrai, ti piacerà.»

Ponter le restituì il bicchiere. «Non credo.» Mary pasteggiò allegramente, soddisfatta del delizioso ambiente rustico che aveva scelto, in compagnia di un uomo così garbato.

Naturalmente il locandiere aveva immediatamente riconosciuto Ponter. D'altra parte, uno così non passava certo inosservato, e poi aveva notato che parlava piano in una lingua sconosciuta, e che qualche strumento arcano traduceva in inglese le sue parole. Alla fine l'uomo ruppe gli indugi, e avvicinandosi al tavolo fece la sua richiesta: «Mi scusi signor Ponter, mi farebbe un autografo?»

Mary sentì il bip, e vide le sopracciglia del Neandertal inarcarsi. «Un autografo» gli spiegò «è il tuo nome scritto su un foglio. La gente colleziona autografi delle celebrità.» Un altro bip. «Celebrità. Persone famose. Come te.»

Ponter guardò l'uomo, sbalordito. «Io… ne sarei onorato» disse infine.

L'uomo gli porse una penna e gli mise davanti la copertina di cartoncino bianca su cui prendeva le ordinazioni.

«Di solito con il nome si scrive qualche frase» lo informò Mary. «Con simpatia, o qualcosa del genere.»

Il locandiere annuì. «Sì, grazie.»

Ancora sbalordito, Ponter scrollò le spalle, tracciò una serie di segni nella sua lingua e restituì il blocchetto con la penna all'uomo, che sgambettò via soddisfatto.

«Lo hai reso felice.»

«Perché?»

«Ricorderà per sempre questo giorno, grazie a te.»

«Ah» disse Ponter sorridendole da dietro la fiamma della candela. «E io ricorderò per sempre questo giorno grazie a te.»

41

Se Lurt fosse riuscita a fare quanto le aveva chiesto, Adikor sarebbe tornato nel suo laboratorio l'indomani. Ma prima doveva preparare alcune cose.

Benché Saldak fosse una grande città, conosceva quasi tutti gli scienziati e gli ingegneri che vivevano in periferia, e buona parte di quelli che vivevano in centro. In particolare, era amico di uno degli ingegneri addetti al controllo dell'attività dei robot impiegati nella miniera, Dern Kord, un uomo grasso e allegro. Adikor decise di andarlo a trovare la sera, dopo il lavoro.

La casa di Dern era ampia e aveva una forma irregolare; il legno con cui era stata costruita doveva essere molto antico, forse dell'epoca in cui era nata l'arboricoltura moderna.

«Buonasera» lo salutò. Dern era seduto sulla veranda a leggere un quaderno fluorescente. Una rete che si estendeva dal soffitto al pavimento teneva lontani gli insetti.

«Adikor!» esclamò l'uomo. «Entra, ma stai attento a non far entrare gli insetti. Prendi qualcosa da bere? Un po' di carne?»

Adikor scosse la testa. «No, grazie.»

«Allora, come mai da queste parti?»

«Come vanno gli occhi? Ci vedi bene?»

Dern allargò le narici alla strana domanda. «Certo. Ovviamente porto gli occhiali, ma non per leggere… per lo meno questo quaderno: mi basta ingrandire i caratteri.»

«Prendi gli occhiali, ho qualcosa da mostrarti.»

Dern sembrò perplesso, ma fece come gli era stato detto. Tornò quasi subito, con un paio di lenti attaccate ad un largo nastro di stoffa elasticizzata. Si passò il nastro dietro la testa, sistemandolo nel solco dietro la protuberanza. Le lenti erano montate su piccoli cardini; le sistemò davanti agli occhi e guardò l'amico, in attesa.

Adikor mise una mano nella tasca sinistra dei pantaloni e tirò fuori un sottile foglio di plastica su cui aveva scritto qualcosa, in caratteri piccolissimi. Dall'epoca in cui era stata registrata la sua aggressione a Ponter, la qualità delle immagini era molto migliorata, ma l'inquadratura dei dettagli era ancora limitata. Gli erano venuti i crampi per scrivere così piccolo, in modo che nessuno all'archivio degli alibi potesse capire il contenuto.

«Che roba è questa?» disse Dern prendendo in mano il foglietto. «Oh!» esclamò dopo aver letto qualche riga. «Però! Credi che… Bene, bene… naturalmente posso fartene avere uno nuovo, se ne hai bisogno. Ne ho anche parecchi vecchi in attesa di essere ritirati; uno di loro potrebbe fare al caso nostro.»

Adikor annuì. «Grazie.»

«Allora, dove e quando ne hai bisogno?»

Adikor stava per zittirlo, ma malgrado la sua esuberanza, Dern non era uno stupido. Infatti, lesse sul foglietto la risposta alla sua domanda e annuì. «Sì, va bene. Ti aspetterò lì.»

Dopo cena, Mary e Ponter tornarono verso Sudbury. «Oggi è stata proprio una bella giornata» disse l'uomo. «Mi ha fatto piacere uscire dalla città; suppongo che siano molti i posti da visitare.»

Mary sorrise. «Lì fuori c'è tutto un mondo che ti aspetta.»

«Capisco. Penso che dovrò accettare la mia nuova vita come… qualcosa di curioso.»

Mary pensò di dire qualcosa, ma non le venne niente. In realtà Ponter era lui stesso una curiosità; se fosse capitato lì in un tempo più crudele, sarebbe diventato un fenomeno da baraccone. Alla fine disse soltanto: «Il nostro è un mondo estremamente vario. Voglio dire, geograficamente sarà vario quanto il tuo, ma probabilmente qui troverai una maggiore varietà di culture, di architetture, e una grande quantità di costruzioni antiche.»

«Mi rendo conto che dovrò viaggiare molto; che dovrò dare anch'io il mio contributo» soggiunse Ponter meditabondo. «Avevo pensato di fermarmi qui, nei dintorni di Sudbuy, nell'eventualità che dovesse riaprirsi il varco da cui sono stato proiettato qui, anche se ormai sono passati tanti giorni. Sono sicuro che Adikor ha fatto quello che poteva, ma a questo punto devo pensare che abbia fallito. Probabilmente non è riuscito a ricreare le stesse condizioni.» E in tono sempre più riluttante aggiunse: «Sì, andrò ovunque mi vorrete portare. Andrò via di qui.»

Erano ormai lontani dalla locanda e dal paese. Mary guardò il cielo fuori dal finestrino. «Mio Dio!» esclamò.

«Che c'è?»

«Guarda quante stelle! Non ne ho mai viste così tante!» Accostò l'automobile oltre il ciglio della strada, al riparo da eventuali auto di passaggio. «Andiamo a vedere.» Scesero entrambi ad ammirare quella meraviglia. «È straordinario» disse Mary.

«Sì, adoro il cielo di notte» concordò Ponter.

«A Toronto non ho mai visto un cielo così» aggiunse Mary sbuffando. «Abito in una strada che si chiama Observatory Lane, dove se sei fortunato nelle notti d'inverno più nitide riesci a intravedere qualche dozzina di stelle.»

«Noi di notte non illuminiamo le nostre città» disse Ponter.

Mary scosse il capo meravigliata, immaginandosi un mondo dove potevi andare tranquilla per strade buie senza temere nessun male dai tuoi simili. Improvvisamente sentì il cuore in gola. «Cosa c'è dietro quel cespuglio?» bisbigliò.

In quel buio Ponter era solo un'ombra, ma lo sentì annusare l'aria in cerca di indizi. «È solo un procione. Non c'è da preoccuparsi» la tranquillizzò.

Calmatasi, Mary alzò la testa ad osservare ancora un po' le stelle, ma sentì il collo scrocchiare. In effetti era una posizione piuttosto scomoda. Allora le tornò in mente una cosa che faceva da piccola. Si stese sul cofano della macchina, poggiò comodamente la testa sul parabrezza, lasciando il posto anche per lui: «Ponter, vieni a sederti.»

L'uomo si avvicinò e le si stese accanto; il cofano cigolò sotto il suo peso.

«Quando da piccola mio padre ci portava al campeggio, facevamo così.»

«È un bel modo di guardare le stelle» assentì Ponter.

«Sì, è vero» disse Mary emettendo un sospiro soddisfatto. «Guarda la Via Lattea! Non l'ho mai vista così nitida.»

«Via Lattea?» ripeté Ponter. «Ah, capisco, sì. Noi la chiamiamo Fiume Notturno.»

«È bellissimo» disse Mary guardando alla sua destra, dove l'Orsa Maggiore si stendeva nel cielo sopra le cime degli alberi.

Ponter seguì il suo sguardo: «E quella figura, come la chiamate?»

«Qui in Nord America si chiama Orsa Maggiore» rispose Mary. «O per lo meno quella parte, quelle sette stelle più luminose. I britannici lo chiamano 'Il Gran Carro.'»

Bip.

«Uno strumento per l'agricoltura.»

Ponter rise. «Avrei dovuto immaginarlo. Noi la chiamiamo 'La Testa del Mammut'. La vedi, di profilo? Quello è il corpo arcuato che parte dalla testa.»

«È vero, lo vedo! E quella forma a zigzag lì?»

«La chiamiamo 'Ghiaccio Frantumato'» disse Ponter.

«Sì, riesco a vederlo. Noi la chiamiamo Cassiopea, dal nome di un'antica regina, perché la sua forma ricorda un trono.»

«Uhm, e quella cosa a punta proprio nel mezzo non le fa male al sedere?»

Mary scoppiò a ridere. «Be', adesso che me lo fai notare…» Continuò a guardare le costellazioni. «Dì un po', cos'è quella massa confusa proprio lì sotto?»

«Quella è… Non so come la chiamate, si tratta della galassia più vicina alla nostra.»

«Andromeda!» esclamò Mary. «Oh, ho sempre desiderato vederla!» Sospirò di nuovo, continuando a osservare le stelle. Erano più di quante ne aveva viste in tutta la sua vita. «È tutto così bello, e… Santo cielo! Cos'è quella?»

Il viso di Ponter era lievemente illuminato. «Le luci della notte» rispose.

«Luci della notte? Vuoi dire le stelle polari?»

«Sì, indicano il polo.»

«Wow!» fece Mary. «Le stelle polari! Anche queste è la prima volta che le vedo.»

«Davvero?» disse Ponter incredulo.

«Sì. Devi sapere che vivo a Toronto, che è più a sud di Portland, nell'Oregon.» Questo stupiva spesso gli americani, ma probabilmente a Ponter non diceva nulla.

«Io le ho già viste migliaia di volte, ma non mi stanco mai di contemplarle.» Rimasero a lungo in silenzio, a godere delle cortine increspate di luce. «È una cosa normale per la tua gente non riuscire a vederle?»

«Credo di sì» rispose Mary. «Intendo dire che sono in pochi a vivere all'estremo nord o all'estremo sud.»

«Forse ho capito» disse Ponter.

«Cosa?»

«La tua gente non conosce i filamenti elettromagnetici che modellano l'universo; ne abbiamo parlato con Louise. Questi filamenti li abbiamo identificati proprio osservando le luci della notte; è su questo che basiamo la nostra teoria sulla struttura dell'universo, e non su quel vostro big bang.»

«Be', non credo che riuscirai a convincere molti che il big bang non si è verificato.»

«Non fa niente. Il bisogno di convincere gli altri che hai ragione credo sia dovuto anch'esso alla religione. A me basta semplicemente sapere che ho ragione, anche se gli altri non lo sanno.»

Mary sorrise nel buio. Aveva accanto un uomo che piangeva senza vergognarsi, che non doveva sempre dimostrare agli altri che aveva ragione, che trattava le donne con rispetto e come sue pari. Che scoperta, avrebbe detto sua sorella Cristine.

E inoltre era chiaro che gli piaceva, naturalmente per la sua intelligenza. Doveva apparirgli ben poco attraente, come del resto lui appariva a… no, non a lei, non più, ma agli altri esseri umani. Piacere a un uomo per quello che era, non per come appariva: semplicemente fantastico.

Davvero una scoperta, ma…

Il cuore sobbalzò. Ponter le aveva preso la mano, e la stava accarezzando dolcemente. D'improvviso le si irrigidirono tutti i muscoli del corpo. Sì, poteva ancora rimanere sola con un uomo; sì, poteva stringere tra le braccia e confortare un uomo, e…

No, non era ancora giunto il momento per quella cosa. Troppo presto. Ritirò la mano, balzò giù dal cofano e rientrò in macchina, la luce dello specchietto che le feriva gli occhi. Pochi attimi dopo, Ponter prese posto sul sedile accanto, il capo chino.

Fecero il resto della strada per Sudbury senza parlare.

42

OTTAVO GIORNO

VENERDÌ 9 AGOSTO

148/119/02

RICERCA ULTIMISSIME

Parola(e) chiave: Neandertal

Il gruppo ambientalista Emerald Dawn ha denunciato l'inefficienza dei sistemi di controllo dell'Osservatorio dei neutrini di Sudbury, su cui ricadrebbe la responsabilità dell'attentato. Da parte sua, la direttrice dell'Osservatorio, Bonnie Jean Mah, ha negato che si sia verificata un'esplosione, dichiarando che la distruzione dell'impianto è stata causata da un improvviso e imprevedibile afflusso di aria…

Questa mattina sul sito commerciale eBay sono state messe all'asta le radiografie del cranio di Ponter Boddit. Le offerte hanno raggiunto i 355 dollari, ma la vendita è stata sospesa in seguito alle dichiarazioni rilasciate alla CBS da un portavoce dell'ospedale regionale di Sudbury, che ha dichiarato trattarsi di un falso…

Ieri il dollaro canadese ha subito un ulteriore ribasso a causa dei persistenti contrasti con gli Stati Uniti, che si contendono con il Canada la giurisdizione sullo strano uomo delle caverne…

Secondo alcune indiscrezioni trapelate da ambienti vicini al dottor Montego, nel nord dell'Ontano, i Neandertal non condividerebbero le nostre teorie scientifiche sull'origine dell'universo. In particolare, sembra che non riconoscano la teoria più accreditata, quella del big bang, cosa evidentemente molto gradita ai sostenitori della creazione divina dell'universo…

Voci non confermate sostengono che la Russia avrebbe inviato nel Nord dell'Ontano alcuni ICBM dotati di armi nucleari. 'Se sul nostro pianeta si è abbattuta un'epidemia, qualcuno dovrà pure intervenire, per il bene di tutta l'umanità, sterilizzando le zone infette,' ha dichiarato un certo Yuri A. Petrov su un newsgroup in Internet che si occupa di sanità internazionale…

Ponter Boddit ha accettato di effettuare il primo lancio allo SkyDome, dove giovedì prossimo i Blue Jays affronteranno i New York Yankees…

Secondo un sondaggio della CNN, le tre prime tre domande che la gente vorrebbe porre al Neandertal sono: Come sono fatte le donne nel tuo mondo? Cosa è accaduto alla nostra specie nel tuo mondo? Credi in Gesù Cristo?

La compagna di Adikor, Lurt, aveva il diritto di visionare il proprio archivio degli alibi in qualsiasi momento. L'ultima volta era stato pochi mesi prima, quando una sua collaboratrice aveva accidentalmente cancellato una formula che lei aveva scritto su una lavagna. Invece di ricavarla di nuovo, l'aveva recuperata semplicemente recandosi all'archivio, dove aveva visionato le immagini che mostravano la formula.

Per questo Lurt sapeva che il suo cubo era sistemato nel contenitore numero 13.997: non fu quindi necessario che la Custode degli alibi facesse la ricerca sul computer. La donna si limitò ad accompagnarla, dopodiché Lurt mise il suo Companion di fronte all'occhio blu pronunciando la frase di rito: «Io, Lurt Fradlo, desidero visionare il mio archivio degli alibi per semplice curiosità. Registrazione dell'ora di apertura.»

L'occhio divenne giallo, identificandola.

A sua volta l'archivista puntò il suo Companion e disse: «Io, Mabla Dabdalb, Custode degli alibi, attesto che la qui presente Lurt Fradlo è stata identificata in mia presenza. Registrazione dell'ora di apertura.»

L'occhio divenne rosso emettendo un segnale acustico.

«Tutto a posto. Puoi usare il proiettore della sala quattro» disse Mabla. La sala quattro era una stanzetta con una sola sedia. Lurt immaginò che da qualche parte, in una sala come quella, un addetto alla sorveglianza stesse controllando in tempo reale le trasmissioni del Companion di Adikor.

Ma se era possibile visionare in diretta le immagini da parte di terzi, non si poteva registrare il presente e contemporaneamente visionare le immagini del passato.

Azionò i comandi, selezionando un giorno a caso: la bolla olografica si riempì di immagini banali che la mostravano nel suo laboratorio. Mentre le immagini scorrevano, uscì dalla stanza, come per andare al bagno. In un corridoio deserto si guardò intorno, infilò un paio di guanti, tirò fuori il piccolo congegno che aveva portato con sé, lo attivò e lo gettò in un contenitore per il riciclaggio di materiale usato. Poi si sfilò i guanti.

Bolbay aveva torto, pensò mentre tornava fischiettando nella sala quattro. Il luogo perfetto dove commettere un omicidio non era nelle viscere della terra, ma proprio lì, nell'edificio degli archivi, dove nessuno poteva vederti perché il tuo cubo degli alibi era in funzione, quindi non poteva registrare…

Inizialmente, per ottenere l'effetto desiderato aveva pensato di usare il solfato d'idrogeno, ma una concentrazione superiore a 500 parti su un milione poteva essere fatale in breve tempo. Quindi aveva preso in considerazione il muschio artificiale di moffetta, ma la formula era troppo complessa: trans-2-butilene-1-tiolo, 3-metile-1-butilenetiolo, trans-2-buteniltioacetato, e altro ancora. Alla fine aveva deciso per il solfato di ammonio, usato spesso da quei bambini che non hanno ancora imparato che il Companion registra tutte le loro marachelle.

A pensarci, un olfatto così sviluppato aveva certo i suoi svantaggi: aveva sentito dire che la ragione per cui la sua specie, a differenza degli altri primati, mangiava pochissimi vegetali era la difficoltà a tollerare le flatulenze prodotte da una dieta a base di verdure.

Rimase in attesa, le narici dilatate. Probabilmente fu la prima a sentire l'odore, anche se la stanza dove stava visionando il cubo era piuttosto lontana dal luogo in cui aveva lasciato il congegno, ma evitò di dare l'allarme. Rimase seduta finché non sentì qualcuno accorrere, quindi lasciò la sala, trattenendo i conati di vomito procurati dall'insopportabile odore. Un tipo grande e grosso uscì di corsa da una stanza, la mano sul naso. Lurt pensò che fosse l'addetto alla sorveglianza di Adikor, e ne ebbe la conferma quando dal corridoio intravide nell'ologramma a bolla l'immagine di Jasmel e Adikor che uscivano di casa.

«Cos'è questa puzza terribile?» disse la Custode degli alibi con una smorfia che le deformava il viso.

«È terribile!» disse un altro, facendosi largo a forza verso l'uscita.

«Aprite le finestre! Aprite le finestre!» gridò un terzo.

Lurt si unì al gruppo che si affrettava verso l'uscita. Ci sarebbe voluta qualche ora prima che quella puzza si disperdesse e i locali fossero di nuovo agibili.

Sarebbe bastato ad Adikor per mettere in atto il suo progetto?

Il giorno seguente Mary si recò all'università Laurenziana; aveva finalmente deciso di liberarsi una volta per tutte dei giornalisti che presidiavano l'ingresso del suo albergo. I reporter erano rimasti delusi di non aver incontrato Ponter. Reuben aveva dichiarato che il Neandertal aveva bisogno di riposo, e aveva fatto in modo di depistare la stampa. Quella sera stessa Mary lo aveva accompagnato di nuovo a casa di Reuben.

Quando alle dieci e trenta, nel corridoio di fronte ai laboratori di genetica, si imbatté in Louise Benoìt, ne fu molto sorpresa. La ragazza indossava un paio di attillatissimi pantaloncini corti di cotone e una maglietta bianca con un nodo alla cintola che metteva a nudo il ventre piatto. Be', pensò, faceva sì un caldo micidiale, ma così conciata sembrava proprio che se la stesse cercando…

No!

Si maledì per averlo pensato; una donna poteva vestirsi come voleva, avere il diritto di essere lasciata in pace e potersi muovere liberamente senza subire molestie di nessun genere. Decise di mostrarsi cordiale, e la salutò con quelle poche parole di francese che conosceva: «Bonjour. Comment ça va?»

«Bene, grazie. E lei?»

«Bene. Che fa di bello da queste parti?»

«Sono andata a trovare degli amici del dipartimento di fisica. In questo periodo non ho molto da fare all'osservatorio. Hanno finito di drenare la camera di rilevamento, e la ditta costruttrice della sfera di acrilico si sta occupando della sua sistemazione, ma ci vorranno ancora delle settimane. Così ho pensato di discutere di una certa idea con un paio di persone, per vedere se potevano danni qualche dritta.»

Mary si avvicinò a un distributore automatico per prendere una busta di patatine al malto e aceto, un vizio che poteva permettersi solo dal punto di vista economico, ma che da lungo tempo si concedeva, iniziando la settimana lavorativa con una confezione da 43 grammi.

«E gliel'hanno data?»

Louise scosse il capo.

«L'idea è buona?»

«Suppongo di sì» rispose Louise. Mary frugò nella borsa in cerca di spiccioli, tirò fuori un dollaro e un quarto e lo inserì nel distributore automatico, mentre la giovane ricercatrice prendeva del caffè da un altro distributore.

«Si ricorda quella riunione nella sala conferenze della Inco?» disse Louise. «Be', come dissi allora, le teorie della meccanica quantistica sull'esistenza di universi paralleli affermano che ogniqualvolta un evento quantistico può prendere due direzioni, allora le prende effettivamente.»

«Una scissione della sequenza temporale?» chiese Mary sedendosi sul bracciolo di una poltroncina imbottita in vinile.

«Oui» disse Louise. «Be', ne abbiamo parlato parecchio con Ponter.»

«Sì, lo aveva detto infatti, ma non ci avevo fatto caso» ricordò Mary.

«Era sera tardi, e…»

«È tornata nella sua stanza dopo la lezione di inglese?» chiese Mary, incredula dell'impeto di… o mio Dio, gelosia, che l'aveva colta.

«Certo. Lo sa che mi piace stare sveglia la notte. Ero curiosa di saperne di più sulle cognizioni di fisica dei Neandertal.»

«E allora?» volle sapere, sforzandosi di mantenere fermo il tono della voce.

«Be', è molto interessante» disse Louise mentre sorseggiava il caffè. «Qui da noi ci sono due principali interpretazioni della meccanica quantistica: quella di Copenaghen e quella dell'esistenza di mondi paralleli di Everett. La prima conferisce un ruolo fondamentale all'osservatore, la cui coscienza influenzerebbe la realtà. Be', questa idea mette a disagio un sacco di ricercatori, e da alcuni è vista come un ritorno al vitalismo. La teoria di Everett elabora questo concetto, affermando che i fenomeni quantistici provocano una continua scissione dei mondi, ma gli effetti di queste interazioni quantistiche hanno luogo ognuno in un universo differente. Non è l'osservatore a determinare la realtà, bensì ogni realtà concepibile come esistente, esiste di per sé.»

«Capisco» disse Mary, più che altro per fermare quel fiume in piena.

«Be', Ponter e la sua gente hanno elaborato una teoria unica di meccanica quantistica, una sorta di sintesi delle nostre due. Anch'essa contempla l'ipotesi dell'esistenza di molteplici universi paralleli, ma non ritiene che tali universi siano il frutto di eventi quantistici casuali, bensì che siano creati dall'azione di osservatori consapevoli.»

«E perché noi non abbiamo elaborato questa sintesi?» chiese Mary alle prese con una patatina più grande delle altre.

«Probabilmente perché una serie di calcoli matematici rende incompatibili le nostre due teorie. Eppoi c'è sempre l'antico problema di deontologia professionale: i fisici che condividono la teoria di Copenaghen passano la vita a cercare di dimostrarne la validità, e lo stesso avviene per i seguaci di Everett. Non accade mai che facciano autocritica, ammettendo che potrebbero anche essere in errore.»

«Ah, è un po' come il dibattito esistente in antropologia tra la 'continuità regionale' e la 'sostituzione.'»

Louise annuì. «Se lo dice lei. Ma supponiamo che la teoria elaborata dai Neandertal sia giusta: sottintende che la coscienza e la volontà umane possono creare nuovi universi. Be', questa concezione porta al nodo focale della nascita dell'universo: in origine, presumibilmente al momento del big bang, doveva esserci un solo universo, che in un secondo momento ha cominciato a scindersi.»

«Credevo che Ponter non condividesse la teoria del big bang» disse Mary.

«Infatti, sembra che i loro scienziati ritengano che l'universo sia sempre esistito. Credono che, su larga scala, gli spostamenti verso il rosso dello spettro della luce stellare — la prova fondamentale della teoria dell'universo in continua espansione — siano proporzionali all'età e non alla distanza; cioè, la massa varia nel tempo. E credono anche che la struttura delle galassie e gli ammassi galattici siano stati prodotti da monopòli e da turbini di filamenti magnetici che hanno compresso il plasma. Ponter sostiene che la microonda cosmica di sottofondo — che noi riteniamo sia il residuo dell'esplosione del big bang - in realtà è il prodotto di elettroni intrappolati in questi forti campi magnetici che assorbono ed emettono le microonde. Questi continui processi di assorbimento ed emissione di miliardi di galassie hanno dissolto l'effetto, dando luogo allo sfondo uniforme che oggi percepiamo.»

«Le sembra possibile?»

Louise scrollò le spalle. «Non lo so, ho intenzione di approfondire l'argomento.» Bevve un sorso di caffè, quindi aggiunse: «Ma non è tutto. Quella notte Ponter mi ha detto un'altra cosa sorprendente.»

«Cosa?»

«Credo che lei gli abbia fatto vedere una funzione religiosa, vero?»

«Sì, alla TV.»

«Be',» disse accomodandosi sull'altra poltroncina «credo che quella notte abbia passato un sacco di tempo a guardare Vision TV, scoprendo i principi religiosi. Mi ha detto che la nostra teoria sull'origine dell'universo non è altro che un mito della creazione, come quello della Bibbia. 'In principio Dio creò il cielo e la terra…' e così via. 'Persino la vostra scienza è contaminata da questo errato dogma religioso,' mi ha detto testualmente.»

Anche Mary si accomodò sulla poltroncina. «Senta, la fisica non è la mia materia, ma credo che lei abbia ragione. Le ho appena parlato del dibattito esistente tra continuità regionale e sostituzione, che alcuni chiamano anche 'multiregionalismo' contrapposto alla teoria del 'fuori dall'Africa.' Alcuni sostenitori della teoria della sostituzione, tra cui io, sono ben consapevoli che essa ha origini fondamentalmente bibliche: l'umanità è nata in Africa, poi si è sparsa per il mondo, come fosse stata cacciata da un giardino, ed esiste una barriera invalicabile tra noi e tutte le specie animali viventi, incluse le altre attualmente esistenti del genere Homo.»

«Interessante» commentò Louise.

«E la stessa cosa vale per i sostenitori dell'altra teoria: anch'essi portano avanti una concezione biblica. Il parallelo tra la teoria del multiregionalismo e le dieci tribù di Israele è piuttosto evidente. Eppoi c'è l'ipotesi dell''Eva africana mitocondriale': gli esseri umani moderni derivano da una donna vissuta centinaia di migliaia di anni fa. Già il nome stesso, Eva, è sospetto: più che a una vera e propria teoria scientifica fa pensare al riferimento biblico.» Rimase un attimo in silenzio, poi si scusò per la digressione: «Comunque scusi, stava parlando delle teorie di fisica quantistica dei Neandertal.»

«Sì, infatti. Be', io dico questo: supponiamo che i Neandertal abbiano ragione riguardo alle modalità costitutive degli universi paralleli, ma non sul fatto che il nostro universo sia sempre esistito. Se quindi l'universo avesse davvero un'origine, la domanda fondamentale sarebbe: quando si è verificata la prima scissione?»

Mary aggrottò la fronte. «Be', uhm, non saprei. Direi la prima volta che qualcuno ha preso una decisione.»

«Giusto! Credo che sia proprio così! E quando è stata presa la prima decisione?» Ci pensò un attimo, poi aggiunse: «L'osservazione di Ponter è estremamente interessante: le nostre teorie scientifiche e la nostra visione del mondo coincidono con i miti della creazione; in effetti il big bang e il modello di evoluzione degli ominidi sono una sorta di moderne versioni della Genesi. E, a pensarci bene, anch'io sto facendo la stessa cosa: nella Bibbia, la prima decisione presa da qualcuno che non fosse Dio è stata quella di Eva quando ha colto la mela — il peccato originale — e, be', si può dire che quella decisione ha determinato la prima scissione dell'universo. Nella nostra evoluzione temporale, l'umanità è stata cacciata dal paradiso. In un'altra versione, questo non è avvenuto. In effetti, è un po' come il caso di Ponter, che si ritrova proiettato da una realtà a un'altra.»

Mary non la seguiva più. «Cosa vuole dire?»

«Mi riferisco a Maria; non a lei, professoressa Vaughan, Maria, la madre di Gesù. Lei è cattolica, vero?»

Mary annuì.

«L'ho capito dal crocifisso che porta al collo.» Mary abbassò lo sguardo, imbarazzata. «Anche io sono cattolica» continuò Louise. «Quindi, essendo cattolica, è probabile che non commetta lo stesso errore che fanno molti sulla dottrina dell'immacolata concezione: la maggior parte delle persone credono che sia un'espressione fantasiosa per definire la verginità di Maria malgrado la maternità, ma non è così, no?»

«No» rispose Mary. «No, si riferisce al concepimento della stessa Maria. La ragione per cui poté dare alla luce il figlio di Dio fu perché lei stessa era stata concepita senza peccato originale: è il suo concepimento a essere immacolato.»

«Giusto. Ma come fa a nascere qualcuno senza peccato originale in un mondo in cui tutti discendono da Adamo ed Eva?»

«Non ne ho idea» rispose Mary sinceramente.

«Non capisce? È come se Maria provenisse da un altro universo dove Eva non aveva mai colto la mela, l'Uomo non era mai caduto e la gente viveva senza la macchia del peccato originale.»

Mary annuì, tutt'altro che convinta. «Si potrebbe anche metterla così.»

Louise sorrise. «Be', le dimostro meglio questo parallelo tra Ponter e la vergine Maria. Torniamo un attimo a quanto dicevo prima: se Ponter ha ragione, e l'universo si sdoppia ogni volta che si prende una decisione, quando è avvenuta la prima scissione? E lei ha risposto: la prima volta che qualcuno ha preso una decisione. Ma quando avvenne questo? Non nella Bibbia, ma, diciamo, nella realtà…»

Mary pescò un'altra patatina nella busta. «Mamma mia, non lo so! La prima volta che un trilobite ha deciso di andare a sinistra invece che a destra?»

Louise poggiò il caffè sul tavolino. «No, non credo sia stato questo. I trilobiti non avevano volontà; come tutte le altre forme primitive di vita, erano solo delle macchine chimiche. In un suo libro, riferendosi alla teoria del caos, Stephen Jay Gould ipotizza che se si riavvolgesse il nastro della vita, si otterrebbero risultati diversi da quelli attuali. Ma è in errore. Se metti mille volte un trilobite davanti allo stesso bivio, andrà sempre dalla stessa parte. Un trilobite non pensa, non ha consapevolezza. Si limita a processare gli input dei suoi sensi seguendo gli ordini che questi gli impartiscono. Non opera nessuna scelta. Piuttosto, Gould ha ragione quando sostiene che se cambiassimo le condizioni iniziali gli esiti sarebbero radicalmente diversi, ma riavvolgere il nastro della vita e farlo ripartire così com'è non cambierebbe nulla; sarebbe come riavvolgere la videocassetta di Via col vento e riguardarla un'ennesima volta: comunque, Rhett e Rossella non rimarranno insieme. Credo che delle vere e proprie decisioni — scelte effettive, che presuppongono una reale consapevolezza — si siano verificate molto, molto tempo dopo. Sono convinta che i primi esseri completamente consapevoli su questo pianeta siamo stati noi, la specie dell'Homo sapiens.»

«Prima di noi ci sono state diverse specie umane caratterizzate da comportamenti che presupponevano una certa complessità intellettuale» obiettò Mary. «Homo ergaster, Homo erectus, Homo abilis, perfino l'australopiteco e il Kenyanthropus.»

«Be', mi rendo conto che siamo nel suo campo, professoressa Vaughan…» Mary si meravigliò di non averla mai invitata a chiamarla per nome malgrado tutto il tempo trascorso insieme rinchiusi a casa di Reuben «ma su Internet ho letto un bel po' di questa roba. E, dall'idea che mi sono fatta, i comportamenti di tutte quelle specie primitive non erano più sofisticati di quelli di un castoro che costruisce una diga.»

«Hanno costruito degli utensili» ribatté Mary.

«Oui. Ma non si trattava forse di utensili costruiti in serie, virtualmente identici, prodotti a migliaia nei secoli, tutti con la stessa forma, che presupponevano la stessa idea di base?»

«Be', questo è vero» convenne Mary.

«Naturalmente nel caso dei manufatti litici dovevano esserci per forza delle differenze casuali dovute alla difficoltà della lavorazione della pietra. Se fosse esistita una qualche forma di consapevolezza, gli ominidi avrebbero dovuto accorgersi che alcuni oggetti erano migliori di altri anche senza aver apportato miglioramenti alla forma standard. È un po' come per l'invenzione della ruota: non è stata ideata tout court, probabilmente si è cominciato con un manufatto a cinque facce, poi si è visto che a sei rotolava meglio, finché si è arrivati alla forma completamente tonda.»

Mary annuì.

«Senza consapevolezza, non si è in grado di capire che una versione diversa dal modello originale prodotto in serie potrebbe essere migliore. I reperti archeologici a nostra disposizione non mostrano variazioni o miglioramenti consapevoli nel tempo. E l'unica spiegazione che mi viene in mente è che i miglioramenti apportati al modello originale non erano frutto di una scelta: chi costruiva quegli oggetti non era consapevole, non era in grado di rendersi conto che quel particolare modo di scheggiare la pietra produceva uno strumento migliore rispetto al procedimento consueto. Il modello era immutabile.»

«È un ragionamento interessante» disse Mary sinceramente ammirata.

«Quando siamo di fronte a un comportamento complesso e ripetitivo degli animali, come la costruzione di una diga, lo chiamiamo istinto: e questo secondo me vale anche per la costruzione di utensili da parte dei primi ominidi. No, sono convinta che fino alla comparsa dell'Homo sapiens non si possa parlare di consapevolezza, e — qui è l'arcano — anche per i successivi sessantamila anni.»

«Che cosa intende?»

«Quando è apparso il primo uomo anatomicamente uguale a noi?» le chiese Louise riprendendo il bicchiere di caffè.

«Circa centomila anni fa.»

«Ho letto la stessa cosa sul Web. Quindi, ho capito bene? Centomila anni fa per la prima volta fecero la loro comparsa delle creature molto simili a noi, che camminavano su due gambe. Creature, a giudicare dai cranii ritrovati, con il cervello avente la stessa forma e grandezza del nostro, giusto?»

«Sì, è così» confermò Mary che aveva finito le patatine. Tirò fuori un fazzolettino dalla borsa e si nettò le dita unte.

«Ma» continuò Louise «a giudicare da quanto ho letto, per almeno sessantamila anni non manifestarono una particolare capacità intellettiva, limitandosi a seguire comportamenti fondamentalmente istintuali. Finché, quarantamila anni fa, avvenne qualcosa che cambiò radicalmente la situazione.»

«Il grande balzo in avanti!» esclamò Mary spalancando gli occhi.

«Esatto!»

Mary sentì il cuore in gola. Il grande balzo in avanti era l'espressione con la quale alcuni antropologi denominavano il grande risveglio culturale avvenuto quarantamila anni fa, che altri invece chiamavano la rivoluzione del paleolitico superiore. Come aveva detto Louise, i primi esseri umani con le stesse caratteristiche fisiche dell'uomo moderno erano comparsi già da circa seicento secoli, ma non avevano prodotto manufatti artistici, non indossavano monili, e non inumavano i morti con oggetti di nessun genere. Ma improvvisamente, a partire da quarantamila anni fa, gli esseri umani cominciarono a dipingere splendide scene sulle mura delle caverne, a indossare collanine e braccialetti e a seppellire i propri cari con cibo e oggetti di valore di varia natura che si credeva potessero essere utili ai defunti nell'altro mondo. Arte, moda e religione fecero simultaneamente la loro comparsa: davvero un grande balzo in avanti.

«Quindi vorrebbe dire che quarantamila anni fa qualche Cro-Magnon ha improvvisamente cominciato a fare delle scelte, determinando la prima scissione dell'universo?»

«Non proprio» rispose Louise, che si era alzata a prendere un secondo caffè. «Il nodo da sciogliere è stabilire cos'è che ha dato il via al grande balzo in avanti.»

«Nessuno può dirlo» disse Mary.

«Si tratta di un punto di svolta testimoniato dai reperti archeologici, che segnano la nascita della consapevolezza dell'umanità, vero?»

«Suppongo di sì» rispose Mary.

«Ma a quel momento non si accompagna nessuna mutazione fisica di rilievo; non apparve all'improvviso una nuova forma di umanità che tutto a un tratto cominciò a creare opere d'arte. Cervelli dotati di una consapevolezza in embrione esistevano già sessantamila anni fa, ma non erano in grado di attivare questa funzione. Finché non accadde qualcosa.»

«Sì, il grande balzo in avanti. Ma come ho già detto, nessuno sa cos'è che l'ha determinato.»

«Ha mai letto The Emperor's New Mind di Roger Penrose?»

Mary scosse il capo.

«È un matematico di Oxford. Sostiene che la coscienza umana segue i principi di meccanica quantistica»

«E con ciò cosa intende?»

«Che quello che noi comunemente crediamo siano l'intelligenza e la sensibilità non è determinato dalle sinapsi dei neuroni, o da spiegazioni altrettanto primitive, bensì da particolari processi quantistici. Insieme a un certo Hameroff, un anestesiologo, sostiene che la superimposizione quantistica di elettroni isolati nei microtuboli delle cellule cerebrali determina il fenomeno della coscienza.»

«Ah!» fece Mary dubbiosa.

«Be', non capisce?» disse Louise sorseggiando il secondo caffè. «Questa teoria è in grado di spiegare il grande balzo in avanti. Probabilmente centomila anni fa i nostri cervelli erano gli stessi di oggi, ma la coscienza si attivò solo quando si verificò il fenomeno di meccanica quantistica, probabilmente dovuto al caso: l'unica scissione che ha dato vita a un nuovo universo è avvenuta proprio nel modo ipotizzato da Everett.»

Mary annuì; era una teoria estremamente interessante.

«E i fenomeni quantistici, per la loro stessa natura, danno luogo a una molteplicità di risultati» continuò Louise. «Quella fluttuazione quantistica, o qualunque cosa fosse, potrebbe aver attivato la consapevolezza nell'Homo sapiens, o anche nell'altra specie umana esistente quarantamila anni fa, l'uomo di Neandertal. Il primo sdoppiamento dell'universo sarebbe quindi avvenuto per un caso fortuito, un colpo di fortuna quantistico. Nel nostro mondo, le capacità di pensiero e di cognizione si attivarono in un nostro progenitore, nel mondo di Ponter in un suo avo. Ho letto che i Neandertal sono comparsi sulla terra circa duecentomila anni or sono, è vero?»

Mary annuì.

«Ed erano dotati di una calotta cranica superiore alla nostra?»

Mary annuì di nuovo.

«Ma nella nostra versione del mondo, nel nostro percorso evolutivo, la scintilla della consapevolezza nei cervelli dei Neandertal non si è mai accesa. Nei nostri invece sì, e questo ci conferì quel margine di superiorità — ingegnosità e conoscenza della realtà circostante — che ha determinato il nostro trionfo sulla loro specie, rendendoci padroni del mondo.»

«Ah! Ma nel mondo di Ponter…»

Louise annuì. «Nel mondo di Ponter è avvenuto l'esatto contrario: sono stati i Neandertal ad acquisire la consapevolezza e a sviluppare la cultura, l'arte e… l'ingegnosità. Lì sono stati loro a compiere il grande salto in avanti, mentre la nostra specie è rimasta allo stato semi-selvaggio come nei sessantamila anni precedenti.»

«Be', è un'ipotesi plausibile» disse Mary. «Potrebbe scriverci un bel saggio.»

«Anche qualcosa di più» replicò Louise mandando giù un sorso di caffè. «Se questa ipotesi fosse esatta, il nostro amico potrebbe tornare a casa.»

«Cosa?» esclamò Mary sentendosi mancare.

«L'ipotesi si basa in parte su quanto mi ha detto Ponter, in parte sulle nostre conoscenze fisiche. Supponiamo che l'universo non si sdoppi come fosse un'ameba, dove la cellula madre cessa di esistere, ma con un processo simile a quello che presiede la riproduzione dei vertebrati: cioè, l'universo originale continua a vivere anche dopo la creazione di un nuovo universo.»

«E questo cosa comporterebbe?»

«Be', se così fosse gli universi non avrebbero la stessa età. Apparirebbero perfettamente identici, ma l'uno avrebbe dodici miliardi di anni, e l'altro… be', poche ore di vita, e pur essendo giovanissimo dimostrerebbe anch'esso dodici miliardi di anni.»

Mary aggrottò la fronte. «Uhm, Louise, qualcosa mi dice che lei non crede alla teoria della creazione, eh?»

«Oui?» fece la ragazza, che poi scoppiò a ridere. «No, no, capisco a cosa allude, ma la mia è un'argomentazione prettamente fisica.»

«Se lo dice lei. Ma se tutto ciò fosse vero, Ponter come potrebbe tornare a casa?»

«Be', mettiamo che questo universo, quello in ci troviamo in questo momento, sia quello originale, che quindi sia stato l'Homo sapiens a sviluppare la consapevolezza; allora tutte le altre miriadi di universi abitati da Homo sapiens dotati di consapevolezza sono figli o nipoti o pronipoti del nostro.»

«È un'ipotesi un po' troppo ardita» opinò Mary.

«Lo sarebbe se non avessimo prove. Ma abbiamo la dimostrazione che il nostro universo è speciale: il fatto che Ponter sia finito proprio qui, anziché in altri mondi. Quando il suo computer quantistico ha processato tutte le altre versioni di se stesso esistenti in altri universi, cosa ha fatto? Be', ha individuato tutti gli universi diversi dal suo, e ha selezionato proprio quello che in origine si era separato dagli altri, quello cioè che quarantamila anni prima aveva intrapreso una strada diversa, con un tipo di umanità diversa. Ma non appena raggiunto un universo dove non esisteva un computer quantistico, esattamente nello stesso posto dove era stato tentato l'esperimento, il processo di fattorizzazione è fallito, e il contatto tra i due mondi si è interrotto. Ma se la gente di Ponter ripetesse esattamente l'esperimento che lo ha proiettato qui, penso che ci sarebbe una reale possibilità di ricreare il passaggio tra i due universi.»

«In queste sue ipotesi ci sono troppi se» rifletté Mary. «E comunque, se potessero davvero ripetere l'esperimento, perché non l'hanno già fatto?»

«Non lo so» si arrese Louise. «Ma se ho ragione, il varco verso il mondo di Ponter potrebbe aprirsi di nuovo.»

Mary sentì una fitta allo stomaco — non erano certo le patatine che aveva mangiato -, disorientata dal marasma di sensazioni che quell'ipotesi le scatenava.

43

Adikor Huld osservò con attenzione il robot minerario che Dern gli aveva procurato. Era un aggeggio dall'aria triste: un semplice assemblaggio di ruote dentate, pulegge e pinze automatiche, vagamente somigliante a un pino tozzo e spoglio. Sul metallo, qua e là, si vedevano chiaramente tracce di bruciato. In effetti, circa quattro mesi prima nella miniera era scoppiato un incendio. Alcuni dei componenti si erano fusi, altre parti erano rimaste danneggiate, e nell'insieme la macchina appariva annerita e fuligginosa. Dern gli aveva detto che quell'unità doveva essere demolita, quindi nessuno avrebbe indagato se fosse scomparsa.

Non fu semplice capirne il funzionamento. I robot dotati di intelligenze artificiali erano molto costosi. Quell'esemplare era azionato da un telecomando, ma i segnali radio avrebbero potuto interferire con i registri quantistici, annullando il tentativo di Adikor di riprodurre l'esperimento che aveva causato la scomparsa di Ponter. Per questo Dern aveva deciso di legare un cavo di fibra ottica al dorso del robot e collegarlo a una piccola scatola di comando, sistemata su una consolle nella sala di controllo del laboratorio. Posizionarono il robot sulla sommità del registro 69, in modo da evitarne le vibrazioni, come già aveva fatto Ponter, usando due joystick per manovrarne le mani.

«Tutto a posto?» si sincerò Adikor.

Dern annuì.

Entrambi guardarono Jasmel, che assisteva all'esperimento. «Pronti?»

«Pronti.»

«Dieci» cominciò il conto alla rovescia Adikor, in piedi accanto alla sua unità di controllo. Gridava forte i numeri, come aveva fatto la prima volta, anche se nella sala dei registri non c'era nessuno che potesse sentirlo.

«Nove.» Sperava disperatamente che l'esperimento riuscisse: per Ponter, ma anche per lui.

«Otto. Sette. Sei.»

Lanciò un'occhiata a Dern.

«Cinque. Quattro. Tre.»

Fece un sorriso di incoraggiamento a Jasmel.

«Due. Uno. Zero.»

«Ehi!» urlò Dern.

La scatola di comando cadde dalla consolle, sbatté sul pavimento e prese a scivolare, come se qualcuno avesse improvvisamente tirato con forza il cavo di fibra ottica a cui era legata.

Adikor sentì una forte ventata irrompere nella sala, ma non così violenta da fargli avvertire il contraccolpo nelle orecchie, non essendosi verificata una significativa variazione di pressione. Era come se ci fosse stato un semplice ricambio d'aria…

«Non ci posso credere» disse Jasmel, ma il vento coprì le sue parole.

Dern si fiondò per bloccare la scatola di controllo, fermando il cavo con un piede, mentre Adikor si precipitava verso l'apertura che affacciava sul piano sotterraneo dove si trovavano i registri, per controllare cosa fosse successo.

Il robot era scomparso, ma…

…ma il cavo a cui era fissato era completamente teso lungo il pavimento, dalla porta della sala di controllo a…

Scompariva accanto alla colonnina del registro 69, come nel buco di un muro invisibile, nell'aria fine.

I tre si guardarono, smarriti. Si precipitarono verso il monitor, che avrebbe dovuto mostrare quello che stava riprendendo la telecamera del robot. Ma lo schermo era vuoto, un quadrato nero.

Jasmel fu la prima a parlare: «Il robot si è disintegrato. Proprio come mio padre.»

«Chissà» disse Dern. «Potrebbe darsi che i segnali video non riescano ad attraversare quel… qualunque cosa sia quel buco lì.»

«Potrebbe anche essere che sia finito in un posto completamente buio» ipotizzò Adikor.

«Che… che dobbiamo fare?» chiese la ragazza.

Dern scrollò lievemente le spalle tondeggianti.

«Proviamo a tirare il cavo» propose Adikor. «Vediamo se torna qualcosa da… quel posto lì.» Scese nella sala dei registri, raccolse delicatamente il cavo, che a pochi passi da lui scompariva nel nulla, e cominciò a tirare piano, con tutte e due le mani.

Subito dopo sopraggiunse Jasmel, che lo aiutò a tirare.

Il cavo veniva su senza resistenza, ma tirando Adikor aveva l'impressione che alla sua estremità, da qualche parte al di là del buco, fosse attaccato un peso, come se il robot oscillasse sull'orlo di un precipizio.

«Quanto sono resistenti i connettori del cavo?» chiese lanciando un'occhiata fugace a Dern, che nel frattempo lo aveva raggiunto.

«Sono degli spinotti bedonk standard.»

«Cederanno?»

«Solo se tiri con forza. I connettori sono fissati a dei piccoli ganci di metallo.»

Adikor e Jasmel continuarono a tirare su facendo attenzione a non dare strattoni.

«E i ganci li hai chiusi?»

«Non… non ne sono sicuro» balbettò Dern. «Credo di sì.»

Avevano già recuperato almeno tre metri di cavo, quando…

«Guarda!» esclamò Jasmel.

La tozza sagoma del robot affiorava da… be', non sapevano da cosa, ma adesso era visibile la base, come se in qualche modo stesse passando attraverso un buco a mezz'aria che la sezionava trasversalmente in due parti.

Dern attraversò di corsa la sala, i risvolti dei pantaloni fruscianti sul pavimento levigato. Si protese ad afferrare uno dei bracci affusolati del robot che fuoriusciva dal varco oscuro. Fece appena in tempo, perché il connettore del cavo cedette, facendo cadere all'indietro Adikor e Jasmel. Si rimisero subito in piedi, mentre Dern recuperava il robot da… dall'altra parte.

Si precipitarono verso Dern, seduto sul pavimento con il robot rovesciato accanto. A una prima occhiata non sembrava più danneggiato di prima; ma Dern si guardava allibito la mano sinistra.

«Tutto bene?» gli chiese Adikor.

«La mano…»

«Che c'è? Una frattura?»

Dern alzò lo sguardo. «No, sta bene. Sta bene, ma… quando ho afferrato il robot… quando il cavo ha ceduto e il robot è caduto all'indietro la mia mano è finita dall'altra parte. L'ho vista scomparire attraverso… non so che cosa.»

Jasmel gli prese la mano e la studiò con attenzione. «Sembra che non ci sia niente di strano. Ti fa male?»

«Non sento niente. Ma è stato come se me l'avessero tagliata, proprio sotto le dita, la cesura era incredibilmente dritta e liscia, ma non sanguinava, e anche se era tagliata in due continuavo a muovere le dita mentre la tiravo su.»

Jasmel rabbrividì.

«Sei sicuro di star bene?» gli chiese Adikor.

Dern annuì.

Adikor si avvicinò cauto verso il luogo dove poco prima c'era l'apertura. Si chinò e tastò tutta la zona; qualunque varco si fosse aperto, adesso si era richiuso.

«Cosa è successo?» chiese Jasmel.

«Mah, proprio non lo so» rispose Adikor. «Possiamo trovare una lampadina, un fanale, qualcosa da applicare al robot?» chiese a Dern.

«Certo. Posso prenderla da un casco di protezione. Ne avete qualcuno in più?»

«Li trovi su una mensola nel cucinino.»

Dern annuì; poi alzò la mano e la fece ruotare attorno al polso, come se la vedesse per la prima volta. «Pazzesco» disse tra sé. Scosse la testa per reagire e andò a prendere la lampadina.

«Adesso sappiamo quello che è successo» disse Jasmel appena rimasero soli. «Mio padre è andato a finire dall'altra parte, qualunque cosa sia. Ecco perché non si trova il corpo.»

«Non è al livello della nostra superficie. Deve essere caduto da qualche parte giù e …»

Jasmel inarcò il sopracciglio. «E potrebbe essersi rotto l'osso del collo. Quindi… quindi quello che potremmo vedere…»

Adikor annuì. «Sì, potremmo vedere il suo cadavere. Anch'io ci ho pensato, mi dispiace, ma… a dire il vero, credevo che fosse annegato in una vasca piena di acqua pesante.» Rifletté un po', quindi si avvicinò al robot e verificò che fosse completamente asciutto. «Quando Ponter è finito dall'altra parte c'era una riserva di acqua pesante, e… gristle!»

«Che c'è?»

«Forse siamo venuti in contatto con un altro universo, non quello in cui è finito Ponter.»

Jasmel fu scossa da un tremito.

Adikor rimise in piedi il robot e verificò che il connettore non fosse danneggiato. Jasmel, a passi lenti e a capo chino, recuperò il cavo di fibra ottica, e lo diede a Adikor che lo fissò nei morsetti.

Dern tornò con due lampade elettriche, provviste di batterie, e un rotolo di nastro adesivo con cui fissò le lampade sugli occhi del robot.

Lo riposizionarono esattamente come prima, sulla sommità del registro 69, e risalirono nella sala di controllo. Adikor prese degli scatoloni da imballaggio e vi montò sopra, per poter contemporaneamente operare alla consolle e guardare alle sue spalle il registro 69.

Ancora una volta cominciò il conto alla rovescia: «Dieci. Nove. Otto. Sette. Sei. Cinque. Quattro. Tre. Due. Uno. Zero.»

Questa volta vide tutto. Il varco si aprì come un cerchio di fuoco blu che si dilatava. Sentì di nuovo la folata d'aria irrompere nella stanza, e il robot, come sull'orlo di un precipizio, vacillò e scomparve nel nulla.

Si volsero all'unisono a guardare il monitor. Ancora una volta sembrava che non arrivasse alcun segnale, ma poi i raggi di luce dovettero cogliere qualcosa — vetro o plastica — perché per un attimo percepirono un riflesso. Ma non videro altro; lo spazio dove il robot dondolava come un pendolo nel vuoto doveva essere immenso.

Poi le luci illuminarono qualcos'altro: sembravano dei tubi di metallo incrociati, ma l'immagine andava e veniva, probabilmente a causa dell'oscillazione del robot.

E improvvisamente un bagliore accecante, come se…

«Qualcuno deve aver acceso le luci» disse Jasmel.

Adesso era chiaro che il robot ruotava attorno al cavo. Dal monitor colsero delle apparizioni fuggevoli di mura rocciose, e…

«Cos'è quella?» fece Jasmel.

L'avevano appena intravista: una specie di scala sulla parete incurvata di un'ampia caverna, ai cui piedi c'era una figura minuta vestita di blu.

Il robot continuava a mulinare attorno al cavo; videro una griglia geodesica sul pavimento, e nei punti di intersezione c'era qualcosa a forma di fiore.

«Non ho mai visto niente di simile» disse Dern.

«È bellissima» osservò Jasmel.

Adikor trattenne il fiato. Tutto continuava a roteare: apparve di nuovo la scala, con due figure che scendevano e che poi scomparvero a causa di quell'esasperante rotazione.

Videro altre due fuggevoli apparizioni di quelle sagome vestite in blu con dei luminosi caschi gialli sulla testa. Avevano le spalle troppo minute per essere degli uomini; Adikor pensò che fossero donne, ma erano comunque troppo esili. Le teste, che avevano appena intravisto, sembravano non avere capelli, e…

L'immagine ebbe un ultimo sussulto, poi si stabilizzò: il robot aveva smesso di roteare. Una mano l'aveva afferrato. La videro in primo piano: una mano strana, fragile d'aspetto, con il pollice corto e una specie di cerchio di metallo attorno a un dito. Era chiaro che stava stringendo il robot, tenendolo fermo. Dern maneggiava freneticamente la scatola di controllo per inclinare la telecamera verso il basso, e quando ci riuscì videro per la prima volta con chiarezza il volto dell'essere che aveva afferrato il robot.

Dern restò senza fiato; Adikor sentì un colpo nello stomaco. Era una creatura spaventosa, deforme, con la mandibola inferiore che fuoriusciva come se l'osso avesse delle escrescenze.

L'essere ripugnante stava cercando di tirare giù il robot, che pendeva a poche decine di centimetri dal pavimento del vasto ambiente.

Il robot oscillò per un attimo, e le telecamere svelarono un'apertura alla base della sfera geodesica, come se fosse stata parzialmente smontata. Sul pavimento giacevano enormi pezzi ricurvi di vetro o di plastica trasparente, ammassati l'uno sull'altro; probabilmente era per questo che la luce del robot aveva mandato dei riflessi. Montati, avrebbero formato una sfera gigantesca.

Adesso vedevano a intermittenza tre di quegli strani esseri, tutti deformi, due dei quali senza peluria sul viso. Uno di loro stava indicando il robot, il braccio simile a un ramoscello.

Jasmel mise le mani sui fianchi, e muovendo lievemente il capo avanti e indietro chiese: «Che cosa sono?»

Adikor scosse la testa sbalordito.

«Sono una specie di scimpanzé?» ipotizzò la ragazza.

«No, non credo siano scimpanzé o babbuini» disse Dern.

«Infatti,» convenne Adikor «anche se sono magri come loro. Ma non hanno i peli. Sembrano più simili a noi che alle scimmie.»

«Peccato che indossino quegli strani copricapi. Mi chiedo a cosa servano» disse Dern.

«Forse per protezione» suggerì Adikor.

«Be', se così fosse non sembrano molto utili» commentò Dern. «Se dovesse cadergli qualcosa sulla testa, sarebbe il collo e non le spalle a sopportarne il peso.»

«Non c'è traccia di mio padre» disse tristemente Jasmel.

Rimasero in silenzio per un po'. poi la ragazza aggiunse: «Lo sapete a chi assomigliano? Agli esseri umani primitivi, come quei fossili conservati nel palazzo di galdarb.»

Quelle parole fecero letteralmente vacillare Adikor, che mosse un paio di passi indietro. Prese una sedia, la girò e vi si accasciò.

«Sono dei Gliksin» annunciò, ricordando la parola. Gliksin era la regione dove erano stati rinvenuti i fossili di quei primati, gli unici che non presentavano la fronte sporgente e che avevano quelle ridicole prominenze che partivano dalla mandibola inferiore.

Era possibile che il loro esperimento li avesse portati ad oltrepassare i confini del mondo, accedendo a un universo che si era separato dal loro molto prima dell'invenzione del computer quantistico? No, non era possibile. Adikor scosse il capo. Una simile eventualità era semplicemente pazzesca. D'altra parte, i Gliksin erano estinti da… forse da mezzo milione di mesi, ma di questo non era sicuro. Si passò la mano sulla fronte, sempre più perplesso. L'unico suono nella stanza era il ronzio dei filtri dell'aria; il solo odore, il sudore e i feromoni.

«Ma è una cosa enorme» sussurrò Dern. «Gigantesca.»

Adikor annuì lentamente. «Un'altra versione della Terra. Un'altra versione di umanità.»

«Sta parlando!» esclamò Jasmel all'improvviso indicando una delle figure sullo schermo. «Alza il volume.»

Dern lo alzò. «È un vero e proprio linguaggio» disse Adikor scuotendo la testa sbalordito. «Avevo letto da qualche parte che i Gliksin non erano in grado di parlare perché avevano la lingua troppo corta.»

Ascoltarono in silenzio, anche se le parole non avevano senso.

«È così strano» disse Jasmel. «Non ho mai sentito una cosa simile.»

Il Gliksin in primo piano aveva smesso di tirare giù il robot, essendosi reso conto che il cavo a cui era attaccato era terminato. Si allontanò per far posto ad altri Gliksin. Adikor non si era subito reso conto che c'erano anche delle femmine, anch'esse senza peli sul viso, anche se aveva notato qualche maschio con la barba. Sembravano più piccole, e in alcune, sotto i panni che indossavano, si notavano le mammelle.

Jasmel si voltò a guardare il pavimento della sala dei registri. «Il varco non si è richiuso. Chissà per qu