/ Language: Italiano / Genre:sf_cyberpunk / Series: Trilogia dello Sprawl

Neuromante

W Gibson

Immaginate un futuro alla Bladerunner, non molto lontano dal nostro presente, un mondo di cupa delinquenza e di elevata tecnologia, di droghe e computer, di traffico nero di organi umani, di trapianti e di sfrenata ricchezza, di popolosi quartieri dove si aggira il più torbido sottobosco umano, un mondo di cyborg e di tetre strade notturne, di fatiscenti metropoli illuminate da un cielo grigiastro per le colorate luci al neon e gli ologrammi dei locali malfamati.

In questo mondo si muove Case, che un tempo era stato il miglior “cow boy” d’interfaccia, un uomo che con la mente riusciva a entrare e muoversi nell’incredibile mondo delle matrici dei computer, nel cosiddetto “cyberspace”, dove la sua essenza disincarnata frugava nelle banche-dati delle ricchissime corporazioni che dominavano la Terra e rubava le informazioni richieste dai suoi mandanti. Ma poi Case aveva commesso il classico errore, aveva cercato di rubare anche ai suoi mandanti, di tener per sé parte del bottino. E, scoperto, era stato vittima di un destino cui avrebbe preferito la morte: il suo sistema nervoso era stato danneggiato in maniera tale che non avrebbe più potuto entrare nel misterioso e bellissimo mondo del “cyberspace”. Ma forse Case aveva ancora un’altra possibilità, e stava soltanto a lui sfruttarla a dovere.

Un romanzo magnifico e avvincente, che unisce in maniera splendida un’accurata estrapolazione sociale e tecnologica a una incredibile serie di personaggi dipinti con maestria e con uno stile vivido e immediato, da un nuovo scrittore che ha già conquistato il pubblico d’oltre oceano e si avvia a diventare uno dei nuovi “grandi” della fantascienza mondiale.

Vincitore dei premi Nebula e Philip K. Dick in 1984.

Vincitore del premio Hugo in 1985.


William Gibson

Neuromante

A Deb, che l’ha reso possibile, con amore

PARTE PRIMA

Chiba City Blues

1

Il cielo sopra il porto era del colore di uno schermo televisivo sintonizzato su un canale morto.

— Non è che mi faccio — disse qualcuno mentre Case si faceva largo a spintoni tra la calca per infilarsi dentro il Chat. — Solo che all’improvviso il mio corpo ha una drastica carenza di droga. — Era un accento da Sprawl, in una delle espressioni più tipiche dello Sprawl. Il Chatsubo era un bar per espatriati di professione: potevi andarci a bere per una settimana di seguito senza mai sentire due sole parole in giapponese.

Ratz si stava occupando del bar, e il suo braccio meccanico si muoveva con scatti sempre uguali mentre riempiva un vassoio di Kirin alla spina. Appena vide Case gli sorrise. I suoi denti erano un mosaico di acciaio dell’Europa orientale e di carie. Case trovò un posto al banco, fra l’improbabile abbronzatura di una delle puttane di Lonny Zone e l’inamidata uniforme della marina di un africano allampanato, i cui zigomi erano una successione regolare di cicatrici tribali.

— Wage è appena passato con due scagnozzi — l’informò Ratz, spingendo una spina lungo il banco con la mano buona. — C’entri qualcosa, Case?

Case si strinse nelle spalle. La ragazza alla sua destra ridacchiò e gli diede di gomito.

Il sorriso del barista si allargò vieppiù. La sua bruttezza era leggendaria. In un’epoca in cui la bellezza era alla portata di tutte le tasche, c’era qualcosa di nobiliare nel fatto che a lui mancasse. Il braccio d’epoca cigolò quando Ratz si allungò a prendere un altro boccale. Era una protesi militare russa, o manipolatore a sette funzioni con feedback di forza, racchiuso in un tozzo guscio di plastica rosa. — Tu sei troppo artistoide, Herr Case — grugnì Ratz. Quel bramito era il suo equivalente d’una risata. Poi si grattò con l’artiglio rosa la pancia sporgente sotto la camicia bianca. — Tu sei l’artista delle trovate divertenti.

— Perché no? — replicò Case, sorseggiando la sua birra. — Qualcuno deve pur essere divertente, da queste parti. Tu non lo sei per un cazzo.

La risata della puttana salì di un’ottava.

— E neppure tu, sorella. Perciò smamma, chiaro? Zone è un mio carissimo amico.

La ragazza fissò Case dritto negli occhi, e senza quasi muovere le labbra produsse il rumore sommesso d’uno sputo. Ma batté in ritirata.

— Cristo santo! — esclamò Case. — Ma che razza di locale di merda gestisci? Non si riesce neppure a farsi un bicchiere in pace.

— Ah — fece Ratz, asciugando con uno straccio il ripiano del banco costellato di cicatrici. — Zone mi passa una percentuale. Te, ti lascio lavorare qui soltanto perché fai divertire il prossimo.

Mentre Case afferrava la sua birra, calò uno di quegli strani intervalli di silenzio, come se centinaia di conversazioni scollegate fossero arrivate simultaneamente alla medesima pausa. Poi la risatina della puttanella risuonò di nuovo, arricchita da una punta di isteria.

Ratz grugnì: — È passato un angelo.

— I cinesi — tuonò un australiano sbronzo. — Quei maledetti cinesi che hanno inventato la giunzione neurale… Darei un occhio per un lavoretto sui nervi, in qualunque istante. Il sistema alla grande, amico…

— Anche questo - bofonchiò Case rivolto al suo bicchiere, con tutta l’amarezza che d’un tratto saliva di colpo come uno sbocco di bile. — Sì, anche queste stronzate mi tocca sentire.

I giapponesi si erano scordati più neurochirurgia di quanta i cinesi ne avessero mai conosciuta. Le cliniche abusive di Chiba erano all’avanguardia, interi protocolli venivano soppiantati da uno nuovo da un mese all’altro. E tuttavia non potevano ancora riparare il danno che lui aveva riportato in quell’albergo di Memphis.

Era qui da un anno e sognava ancora il cyberspazio, ma la speranza sfumava ogni notte, con tutto lo speed che aveva incamerato, con tutte le vie traverse e le scorciatoie che aveva tentato a Night City, e ancora adesso vedeva la matrice durante il sonno, reticoli luminosi di logica dispiegata attraverso quel vuoto incolore…

Adesso era lunga e difficile la strada per tornare a casa, allo Sprawl, dall’altra parte del Pacifico, e lui non era tipo da consolle, non era un cowboy del cyberspazio. Era solo un dritto come tanti che cercava di restare a galla. Ma lì, nella notte giapponese, i sogni arrivavano come in un rituale vudù in diretta, e lui urlava, urlava nel sonno, e si svegliava da solo nel buio, raggomitolato nella sua capsula in uno di quegli alberghi-bara, con le mani che artigliavano le piastre del letto, la termopiuma serrata tra le dita, cercando di raggiungere una consolle che non c’era.

— Ho visto la tua ragazza ieri sera — disse Ratz, passando a Case la sua seconda Kirin.

— Non ho nessuna ragazza — rispose lui, e bevve.

— Linda Lee.

Case scosse il capo.

— Niente ragazza? Niente? Soltanto lavoro, eh, artista? Dedizione assoluta al commercio? — I minuscoli occhi castani del barista erano affossati nella pelle rugosa. — Mi sa che mi piacevi di più, con lei. Ridevi di più. Adesso una di queste sere farai troppo l’artista e finirai nei serbatoi della clinica, parti di ricambio.

— Mi spezzi il cuore, Ratz. — Finì la birra, pagò e se ne andò, le spalle strette ingobbite sotto il nylon kaki chiazzato di pioggia dell’impermeabile. Mentre si faceva strada tra la folla di Ninsei, sentì l’odore rancido del proprio sudore.

Case aveva ventiquattro anni. A ventidue era un cowboy, un pirata del software, uno dei più bravi nello Sprawl. Era stato addestrato dai migliori in assoluto, da McCoy Pauley e Bobby Quine, leggende del ramo. Aveva operato in un trip quasi permanente di adrenalina, un effetto collaterale della giovinezza e dell’efficienza, collegato a un deck da cyberspazio su misura che proiettava la sua coscienza disincarnata in un’allucinazione consensuale: la matrice. Ladro, aveva lavorato per altri ladri più ricchi, che gli avevano fornito l’arcano software per penetrare le brillanti difese innalzate dalle reti delle multinazionali, per aprirsi un varco in banche-dati pressoché sterminate.

Aveva commesso l’errore classico, quello che aveva giurato di non commettere mai. Aveva rubato ai suoi datori di lavoro. Aveva tenuto qualcosa per sé tentando di piazzarlo attraverso un ricettatore ad Amsterdam. Non aveva ancora capito come fossero riusciti a scoprirlo, non che adesso avesse molta importanza. Si era aspettato di morire, in quei giorni, ma loro si erano limitati a sorridere. Naturalmente gli avevano detto che era il benvenuto… benvenuto alla grana. E ne avrebbe avuto bisogno di grana. Perché, sempre sorridendo, avrebbero fatto in modo che non fosse più in grado di lavorare.

Gli avevano azzoppato il sistema nervoso con una micotossina russa risalente ai tempi della guerra.

Legato a un letto, in un albergo di Memphis, con il suo talento che veniva bruciato micron dopo micron, era rimasto in preda alle allucinazioni per trenta ore.

Il danno era microscopico, subdolo, e completo.

Per Case, che viveva per l’euforia incorporea del cyberspazio, era stata la Cacciata dal paradiso. Nei bar che aveva frequentato come il drago fra i cowboy, l’atteggiamento elitario comportava un certo disinvolto disprezzo per la carne. Il corpo era carne. Case era precipitato nella prigione della propria carne.

Il totale dei suoi averi era stato rapidamente convertito in nuovi yen, una grossa mazzetta della vecchia valuta cartacea che circolava senza sosta attraverso i circuiti chiusi dei borsari neri del mondo, come le conchiglie degli isolani delle Trobriand. Era difficile trattare affari puliti con il contante nello Sprawl, in Giappone era già illegale.

In Giappone, aveva saputo con assoluta certezza, avrebbe trovato la sua terapia. A Chiba. O in una clinica legale oppure nel sottobosco della medicina abusiva. Sinonimo d’innesti, giunzioni neurali e microbionica, Chiba era una calamità per le sottoculture tecno-criminali dello Sprawl.

A Chiba aveva visto svanire in due mesi di consulti e di esami i suoi nuovi yen. Gli esperti delle cliniche clandestine, la sua ultima speranza, avevano ammirato la maestria con cui l’avevano menomato, poi avevano scosso lentamente la testa.

Adesso dormiva negli alberghi-bara più economici, quelli vicini al porto, alla luce dei riflettori alogeni che rischiaravano i moli tutta la notte come fossero enormi palcoscenici, là dove non si potevano vedere le luci di Tokyo a causa del bagliore del cielo televisivo, neppure il torreggiante ologramma della Fuji Electric Company, e la baia di Tokyo era una nera distesa in cui i gabbiani volteggiavano sopra masse di bianco polistirolo espanso alla deriva. Dietro al porto iniziava la città, le cupole delle fabbriche dominate dagli enormi cubi delle arcologie delle multinazionali. Il porto e la città erano separati da una stretta linea di confine fatta di strade più vecchie, un’area che non aveva un nome ufficiale. Night City, con Ninsei nel suo cuore. Durante il giorno i bar di Ninsei erano chiusi e anonimi, i neon spenti, gli ologrammi inerti, in attesa sotto il velenoso cielo argento.

Due isolati a ovest del Chat, in un locale chiamato Jarre de The, Case mandò giù la prima pillola della notte con un doppio espresso. Era un ottagono rosa, un tipo molto potente di dexe brasiliana che aveva comperato da una delle ragazze di Zone.

Lo Jarre aveva le pareti rivestite di specchi, ogni pannello incorniciato da neon rosso.

Sulle prime, trovandosi solo a Chiba, con pochi soldi e meno speranze di trovare una cura, s’era lasciato prendere da un orgasmo irrefrenabile e aveva tentato di procurarsi denaro fresco con una gelida determinazione che gli era sembrata appartenere a qualcun altro. Durante il primo mese aveva ucciso due uomini e una donna per somme che fino a un anno prima gli sarebbero parse irrisorie. Ninsei l’aveva logorato al punto che la strada stessa gli era parsa l’estrinsecazione di una pulsione di morte, un veleno nascosto che non aveva mai saputo di portare con sé.

Night City era come un esperimento deragliato di darwinismo sociale, concepito da un ricercatore annoiato che tenesse un pollice in permanenza sul pulsante dell’avanti-veloce. Se smetti un attimo di farti largo a spintoni, affondi senza lasciare traccia; muoviti un po’ troppo alla svelta e finirai per spezzare la fragile tensione di superficie della borsa nera; in entrambi i casi sparirai senza che di te rimanga traccia alcuna, salvo un vago ricordo nella mente di un’istituzione come Ratz, anche se il cuore, i polmoni o i reni potranno sopravvivere al servizio di qualche sconosciuto fornito di un sacco di nuovi yen per i serbatoi delle cliniche.

Qui gli affari erano un costante ronzio subliminale, e la morte la punizione accettata per la pigrizia, la negligenza, la mancanza di grazia, l’incapacità di rispettare le esigenze di un intricato protocollo.

Solo a un tavolo dello Jarre de The, con il piccolo ottagono che cominciava a fare effetto, il sudore come punte di spillo che cominciavano a imperlargli il palmo delle mani, conscio d’un tratto del pizzicore d’ogni singolo pelo sulle braccia e sul torace, Case capì di aver cominciato in un momento imprecisato un gioco con se stesso, un gioco molto antico, senza nome, un solitario finale.

Non girava più armato, non prendeva più le precauzioni basilari. Gestiva gli affari più rapidi e spregiudicati sulla pubblica piazza e aveva ormai la fama di uno che riesce a ottenere qualunque cosa. Una parte di lui sapeva che la parabola della propria autodistruzione appariva d’una ovvietà abbagliante ai suoi clienti, i quali diventavano sempre più rari, ma quella stessa parte di lui si crogiolava nella consapevolezza che era soltanto questione di tempo. E quella era la parte, gongolante nell’attesa della morte, che maggiormente odiava il ricordo di Linda Lee.

L’aveva trovata, in una sera di pioggia, in una sala giochi.

Sotto fantasmi di vivida luce che ardevano in mezzo alla nebbiolina azzurra del fumo delle sigarette, ologrammi di Wizard’s Castle, Tank War Europa, New York Skyline… E adesso la ricordava in quel modo, il volto bagnato dall’incessante luce al laser, i lineamenti ridotti a un codice: gli zigomi che avvampavano scarlatti mentre il castello del mago bruciava, la fronte s’inondava di azzurro quando Monaco cadeva durante Tank War, la bocca dipinta d’oro fuso quando un cursore planante strisciava contro la parete d’un canyon di grattacieli, sprizzando scintille. Quella sera lui era al settimo cielo grazie a un pane di ketamina contrattato per conto di Wage e in viaggio per Yokohama, con i soldi già in tasca. S’era infilato là sotto per ripararsi dalla pioggia tiepida che sfrigolava sui marciapiedi di Ninsei, e per qualche motivo quella faccia, fra le decine impietrite davanti alle consolle, smarrita nel gioco, l’aveva colpito. La sua espressione in quel momento era la stessa che avrebbe visto, molte ore più tardi, sul suo volto addormentato in un albergo-bara dalle parti del porto, il labbro superiore simile alla linea che i bambini disegnano per raffigurare un uccello in volo.

Una volta attraversata la sala per portarsi accanto a lei, in tiro per l’affare che aveva appena concluso, l’aveva vista sollevare lo sguardo. Occhi grigi cerchiati da una sbavatura nera di kajal. Gli occhi di un animale inchiodato dai fanali di un veicolo in arrivo.

La loro notte insieme protrattasi fino al mattino, fino ai biglietti all’hoverporto e al suo primo viaggio attraverso la baia. La pioggia aveva continuato a cadere, lungo Harajuku, formando perle sulla sua giacca di plastica, mentre i bambini di Tokyo passavano intruppati con mocassini bianchi e mantelline aderenti davanti alle boutique famose, fino a quando non si era trovata con lui in mezzo al baccano di mezzanotte di una sala pachinko e gli aveva tenuto la mano come può fare un bambino.

C’era voluto un mese al guazzabuglio di droghe e di tensioni in mezzo alle quali Case viveva per trasformare quegli occhi perpetuamente sorpresi in liquidi pozzi di bisogno riflesso. Lui aveva osservato quella personalità frammentarsi, staccarsi come grossi pezzi d’iceberg, tante schegge galleggianti che andavano alla deriva, e alla fine aveva visto la cruda necessità, la famelica armatura della dipendenza. L’aveva osservata cercare il prossimo buco con una spasmodica concentrazione che gli ricordava le mantidi in vendita sulle bancarelle lungo la Shiga, accanto a vasche di carpe azzurre mutanti e grilli imprigionati nelle gabbiette di bambù.

Fissò l’anello nero lasciato dai fondi di caffè nella tazza vuota. Vibrava davanti ai suoi occhi a causa dello speed che s’era sparato. Il bruno laminato della superficie del tavolo era opaco a causa della patina di graffi. Con la dexe che gli stava salendo lungo la spina dorsale, ebbe la precisa consapevolezza del numero degli urti e dei colpi necessari a creare una patina del genere. Lo Jarre era arredato con lo stile antiquato e anonimo del secolo precedente, uno strano miscuglio di giapponese tradizionale e pallido vinile milanese, ma ogni cosa pareva coperta da una pellicola sottile, come se i nervi malati di un milione di clienti avessero in qualche modo aggredito le, un tempo lucide, superfici a specchio, lasciando ogni ripiano annebbiato da qualcosa che non avrebbe mai più potuto essere rimosso.

— Ehi, Case, amico mio…

Quando Case sollevò lo sguardo, incontrò un paio d’occhi grigi cerchiati di ombretto. Indossava una mimetica orbitale francese sbiadita e un paio di scarpette da tennis bianche, nuove fiammanti.

— Ti stavo cercando, amico. — Prese posto sulla sedia di fronte, i gomiti sul tavolo. Le maniche della tuta azzurra con la cerniera erano state strappate all’altezza delle spalle. Lui controllò automaticamente le braccia cercando i segni dell’ago. — Vuoi una sigaretta?

Lei pescò da una tasca all’altezza della caviglia un pacchetto accartocciato di Yeheyuan col filtro e gliene offrì una. Lui la prese, lasciò che Linda gliela accendesse con un tubo di plastica rossa. — Dormi bene, Case? Mi sembri stanco. — Il suo accento la situava a sud lungo lo Sprawl, verso Atlanta. La pelle sotto gli occhi era pallida e malaticcia, ma la carne sembrava ancora liscia e soda. Aveva vent’anni. Nuove rughe di dolore cominciavano a incidersi in permanenza agli angoli della bocca. I capelli scuri erano pettinati all’indietro, tenuti insieme da un nastro di seta stampata. Il motivo poteva rappresentare dei microcircuiti oppure la pianta di una città.

— No, se ricordo di prendere le mie pillole — replicò Case mentre si sentiva travolgere da un’ondata palpabile di nostalgia, libidine e solitudine in arrivo sulla lunghezza d’onda dell’amfetamina. Ricordava l’odore della sua pelle nel buio surriscaldato d’una bara vicino al porto, le sue dita intrecciate dietro al fondoschiena.

Tutta la carne, pensò, e tutto quello che la carne vuole.

— Wage — disse lei, socchiudendo gli occhi. — Wage vorrebbe vederti con un buco in fronte. — Accese la propria sigaretta.

— Chi l’ha detto? Ratz? Hai parlato con Ratz?

— No, Mona… Il suo nuovo ganzo è uno dei ragazzi di Wage.

— Non gli debbo abbastanza grana. E se mi fa fuori, i soldi non li vede più. — Case scrollò le spalle.

— Ormai c’è troppa gente che gli deve grana, Case. Forse tu gli puoi servire da esempio. Dico sul serio, farai meglio a stare attento.

— Sicuro. E tu… Linda? Hai dove dormire?

— Dormire? — Lei scrollò la testa. — Sicuro, Case. — La ragazza rabbrividì, quindi si piegò in avanti sul tavolo. Il suo volto era coperto da una pellicola di sudore.

— Tieni — disse lui, e affondò la mano nel giubbotto, emergendone con un cinquanta spiegazzato che lisciò automaticamente sotto il tavolo, piegò in quattro e le passò.

— Ne hai più bisogno tu, tesoro. Farai meglio ad allungarli a Wage. — Adesso c’era qualcosa in quegli occhi grigi che non riusciva a interpretare, qualcosa che non vi aveva mai visto prima.

— Gli devo molto di più. Tienili. Ne ho altri in arrivo — mentì mentre vedeva i nuovi yen sparire in una tasca con la cerniera.

— Incassa i tuoi soldi, Case, e poi corri da Wage, in fretta.

— Ci vediamo, Linda — disse lui, alzandosi in piedi.

— Sicuro. — Un millimetro di bianco comparve sotto entrambe le pupille della ragazza. Sanpaku. — Guardati le spalle, amico.

Lui annuì, ansioso di andarsene.

Si girò mentre la porta di plastica gli si chiudeva alle spalle, e vide i suoi occhi riflessi in una gabbia di neon rosso.

Venerdì sera a Ninsei.

Passò davanti alle bancarelle che servivano spiedini di pollo, ai “saloni di bellezza”, poi davanti a un caffè chiamato Beautiful Girl, al frastuono elettronico di una sala giochi. Si scostò per lasciar passare un sarariman in completo scuro, intravedendo il marchio della Mitsubishi-Genetech tatuato sul dorso della mano destra dell’uomo.

Era autentico? Se lo era, l’amico andava in cerca di guai. Se non lo era, ben gli stava. Gli impiegati della M-G al di sopra di un certo livello erano impiantati con microprocessori di concezione avanzata che controllavano il livello del mutageno in circolo. Congegni del genere erano più che sufficienti per farsi rapire a Night City e finire dritti in una clinica clandestina.

Il sarariman era un giapponese, ma la folla di Ninsei era una folla di stranieri. Gruppi di marinai saliti dal porto, solitari turisti dall’aria tesa in caccia di piaceri che nessuna guida elencava, gorilla dello Sprawl che mettevano in mostra innesti e impianti, e una dozzina di specie diverse di trafficanti, tutti che sciamavano per le strade in una danza di desiderio e raggiri.

C’erano innumerevoli teorie per spiegare come mai Chiba City tollerasse l’enclave di Ninsei, ma Case propendeva per l’idea che la Yakuza conservasse quel luogo come una specie di parco a tema storico, per ricordare le sue umili origini, ma trovava anche un certo buon senso nell’ipotesi che le tecnologie fiorenti richiedessero zone al di là della legge, che Night City non fosse lì per i suoi abitanti, ma in realtà fosse un campetto da gioco volutamente incontrollato, destinato alla tecnologia stessa.

Alzando lo sguardo sulle luci si chiese se Linda non avesse per caso ragione. Wage l’avrebbe davvero ucciso per dare un esempio? Non aveva molto senso. Ma d’altronde Wage commerciava campioni biologici messi al bando, e dicevano che bisognava esser pazzi davvero per farlo. Linda aveva detto che Wage lo voleva morto. L’idea che s’era fatto Case della dinamica dei traffici condotti per strada era che né il compratore, né il venditore, in effetti, avevano bisogno di lui. Il lavoro del mediatore consiste essenzialmente, nel fare di sé un male necessario. La discutibile nicchia che Case s’era scavato nell’ecologia criminale di Night City era stata aperta a colpi di menzogne, racimolata una notte per volta a suon di tradimenti. Adesso, sentendo che le sue pareti cominciavano a sgretolarsi, barcollava sull’orlo d’una strana euforia.

Una settimana prima aveva ritardato il trasferimento di un estratto ghiandolare sintetico, vendendolo al dettaglio con un margine di guadagno più ampio del solito. Sapeva che a Wage la cosa non era andata giù. Wage era il suo fornitore principale, nove anni a Chiba e uno dei pochi spacciatori gaijin che fosse riuscito a forgiare dei contatti con la struttura criminale rigidamente stratificata al di là dei confini di Night City. I materiali genetici e gli ormoni arrivavano col contagocce fino a Ninsei seguendo una complessa cascata di facciate ufficiali e d’intermediari all’oscuro di tutto. In qualche modo, in passato, Wage era riuscito a risalire la trafila, e adesso godeva di contatti stabili in una dozzina di città.

Case si trovò a guardare dentro la vetrina d’un negozio dove vendevano piccoli oggetti da marinai: orologi, coltelli a scatto, accendini, VTR tascabili, consolle per giocare a simstim, catene manriki bilanciate e shuriken. Le shuriken l’avevano sempre affascinato, stelle d’acciaio con le punte acuminate come coltelli. Alcune erano cromate, altre nere, altre trattate in superficie in modo da risultare iridescenti come una chiazza oleosa sull’acqua. Ma erano le stelle al cromo a catturare il suo sguardo. Erano montate su pelle scarlatta di ultracamoscio tramite cappi di nylon quasi invisibile, e il loro centro portava impressi draghi o i simboli yin e yang. Riflettevano, distorcendola, la luce delle insegne al neon della strada. A Case venne da pensare che quelle erano le stelle sotto le quali viaggiava, il suo destino scritto in una costellazione al cromo da due soldi.

— Julie — disse, rivolto alle sue stelle. — È giunto il momento di passare a trovare il vecchio Julie. Lui lo saprà.

Julius Deane aveva centotrentacinque anni, e il suo metabolismo veniva alterato a cadenza settimanale da un autentico patrimonio in siero e ormoni. La sua principale barriera contro l’invecchiamento era un pellegrinaggio annuale fino a Tokyo, dove i chirurghi genetici reimpostavano il suo codice DNA, un procedimento non reperibile a Chiba. Poi volava a Hong Kong, dove ordinava vestiti e camicie per tutto l’anno. Asessuato e dotato di una pazienza sovrumana, pareva trovare la sua principale gratificazione nella dedizione a forme esoteriche di venerazione per le arti sartoriali. Case non l’aveva mai visto indossare due volte lo stesso vestito, malgrado il suo guardaroba sembrasse consistere interamente di meticolose ricostruzioni di indumenti del secolo precedente. Ostentava lenti da vista incastonate su un’esile montatura d’oro, molate da sottili lastre di quarzo rosa sintetico e levigate a smusso come gli specchi di una casa di bambola vittoriana.

I suoi uffici erano alloggiati in un magazzino dietro Ninsei, parte del quale pareva essere stato arredato anni prima in modo sommario con una collezione accumulata a casaccio di mobili europei, quasi che Deane avesse avuto l’intenzione, un tempo, di usare quel posto come propria fissa dimora. Librerie in stile neoazteco raccoglievano la polvere contro una parete della stanza in cui Case stava aspettando. Un paio di bulbose lampade da tavolo stile Disney erano appollaiate goffamente su un tavolinetto alla Kandinskij, in acciaio laccato di rosso. Un orologio alla Dalì era appeso al muro tra gli scaffali, e il suo quadrante distorto sembrava colare fino al pavimento di nudo cemento. Le lancette erano ologrammi che si alteravano in modo da restare in sincrono con le deformazioni del quadrante a mano a mano che ruotavano, ma non indicavano mai l’ora esatta. La stanza era piena zeppa di cassette in fibra di vetro bianca da cui esalava il sentore pungente dello zenzero conservato.

— Sembri pulito, figliolo — disse la voce incorporea di Deane. — Entra pure.

Le serrature magnetiche scattarono con un tonfo tutt’intorno alla massiccia porta di finto palissandro alla sinistra degli scaffali. Sulla plastica campeggiava la scritta: JULIUS DEANE IMPORT-EXPORT in maiuscole autoadesive scollate. I mobili sparpagliati nel raffazzonato atrio di Deane suggerivano la fine del secolo scorso, l’ufficio invece pareva appartenere a un’epoca ancora antecedente.

Il volto roseo privo di rughe di Deane fissò Case da una pozza di luce proiettata da un’antica lampada di ottone con un paralume rettangolare di vetro verde scuro. L’importatore era asserragliato dietro un’enorme scrivania d’acciaio verniciato, fiancheggiata su entrambi i lati da altissime cassettiere d’una qualche specie di legno chiaro. Il genere di mobilia, a parere di Case, usata un tempo per archiviare documenti cartacei d’un qualche tipo. Il ripiano della scrivania era disseminato di cassette, tabulati ingialliti e vari pezzi d’una macchina da scrivere meccanica, un marchingegno che evidentemente Deane non riusciva mai a trovare il tempo di rimettere insieme.

— Qual buon vento ti porta, ragazzo? — chiese il padrone di casa, offrendo a Case un dolcetto avvolto in un incarto a scacchi azzurri e bianchi. — Prova una di queste, Tìng Ting Djahe, sono le migliori. — Case rifiutò lo zenzero, prese posto su una poltroncina girevole di legno dall’ampio schienale e fece scorrere il pollice lungo la cucitura sbiadita di una gamba dei jeans neri. — Julie, ho sentito che Wage vuole farmi fuori.

— Ah, capisco. E dove l’hai sentito, se mi è concesso?

— Voci…

— Voci — ripeté Deane, parlando con una caramella allo zenzero in bocca. — Che genere di voci? Amici?

Case annuì.

— Non è sempre facile capire chi sono gli amici, vero?

— Gli devo un po’ di soldi, a Wage… Ti ha detto niente, Deane?

— Non ci sentiamo da un tot. — Poi Deane sospirò. — Se lo sapessi, naturalmente, potrei anche non essere nella condizione di dirtelo. Le cose sono quelle che sono… capisci.

— Le cose.

— Quello è un contatto importante, Case.

— Già. Vuole uccidermi, Julie?

— Non che io sappia. — Deane scrollò le spalle. Avrebbero potuto benissimo discutere del prezzo dello zenzero. — Nel caso dovesse dimostrarsi una voce infondata, figliolo, torna qui da me fra una settimana o giù di lì e ti farò entrare in un affaruccio con quel tizio di Singapore.

— Nan Hai Hotel, Bencoolen Street?

— Acqua in bocca, figliolo. — Deane lo fissò sogghignando. La sua scrivania d’acciaio era letteralmente straboccante di apparecchiature antispionaggio.

— Ci vediamo, Julie. Salutami Wage.

Le dita di Deane scattarono ad accarezzare il nodo perfetto della pallida cravatta di seta.

Case era a meno di un isolato dall’ufficio di Deane quando fu colto dall’intima consapevolezza di avere qualcuno alle calcagna, molto vicino.

Case dava per scontato che fosse indispensabile coltivare una moderata paranoia. Il trucco consisteva nel non consentire che sfuggisse al suo controllo. Ma poteva essere un’impresa improba dietro una svalangata di ottagoni. Lottò contro l’improvvisa scarica di adrenalina e compose i tratti affilati del volto in una maschera di annoiato disinteresse, fingendo che fosse la folla a trascinarlo con sé. Appena vide una vetrina buia, fece in modo di fermarcisi di fronte. Era una boutique chirurgica, chiusa per lavori. Con le mani nelle tasche della giacca rimirò attraverso il vetro una losanga di pelle sintetica appoggiata su un piedistallo di finta giada. Il colore di quella pelle gli ricordò le puttane di Zone: era tatuata con un display digitale luminoso collegato a un chip sottocutaneo. Perché darsi tanta pena con la chirurgia, gli venne da pensare mentre il sudore gli scorreva giù per le costole, quando puoi semplicemente tenere in tasca quell’affare?

Senza muovere la testa, sollevò gli occhi e studiò il riflesso della folla che passava.

Eccolo.

Dietro a un gruppetto di marinai con camicie kaki a maniche corte. Capelli scuri, occhiali a specchio, vestiti scuri, magro…

E già sparito.

Poi Case si mise a correre, piegato in due, schivando i passanti.

— Affittami una pistola, Shin.

Il ragazzo sorrise. — Due ore. — Erano fermi in mezzo all’odore dei crostacei crudi e freschi dietro un banchetto di sushi di Shiga. — Torna fra due ore.

— Me ne serve una subito, amico. Hai niente, qui, pronta consegna?

Shin frugò dietro le latte vuote da due litri che un tempo erano state piene di rafano in polvere e tirò fuori un pacchetto sottile avvolto nella plastica grigia. — Taser. Un’ora, venti nuovi yen. Trenta di deposito.

— Merda. Non mi serve un pungolo. Mi serve una pistola. Come se volessi sparare a qualcuno, capito?

Shin scrollò le spalle, tornando a infilare la taser dietro le latte di rafano. — Due ore.

Entrò nel negozio senza degnare di una singola occhiata le shuriken in bella mostra. Non ne aveva mai scagliata una in vita sua.

Comperò due pacchetti di Yeheyuan con un chip della Mitsubishi Bank che corrispondeva al nome di Charles Derek May. Batteva persino Truman Starr, il miglior passaporto che fosse mai riuscito a produrre.

La giapponese dietro al terminale pareva avere qualche anno di svantaggio sul vecchio Deane, nessuno dei quali con il beneficio della ragione. Case estrasse il magro rotolo di nuovi yen dalla tasca e glielo mostrò. — Vorrei comprare un’arma.

La donna indicò una bacheca piena di coltelli.

— No — disse lui. — Non mi piacciono i coltelli.

La giapponese prese una scatola rettangolare da sotto il banco. Il coperchio era di cartone giallo, con sopra stampata la rozza immagine di un cobra avvolto a spirale, con il cappuccio rigonfio. All’interno c’erano otto cilindri identici avvolti nella carta velina. Case seguì con lo sguardo le dita chiazzate di marrone mentre toglievano la carta da un cilindro. La donna sollevò l’oggetto perché il cliente potesse esaminare il tubo d’acciaio opaco con una cinghia di cuoio a un’estremità e una piccola piramide di bronzo all’altra, poi strinse il tubo con una mano, la piramide fra l’altro pollice e l’indice, e tirò. Tre segmenti telescopici di filo lubrificato riavvolto scivolarono all’esterno e si bloccarono con uno scatto. — Cobra — spiegò la giapponese.

Oltre il tremolio al neon di Ninsei, il cielo era sempre di quella sgradevole sfumatura grigia. L’aria era peggiorata: quella sera pareva avere i denti, e una buona metà dei passanti indossava mascherine. Case aveva passato dieci minuti in un orinatoio cercando di trovare la maniera più efficace di nascondere il suo cobra. Alla fine aveva deciso di ficcare il manico nella cintura dei jeans, con il tubo posato di traverso sullo stomaco. La punta vulnerante a piramide era infilata fra la cassa toracica e l’imbottitura della giacca a vento. Gli pareva che quell’affare dovesse cadere con grande fracasso sul marciapiede da un momento all’altro, ma lo faceva sentire decisamente più a suo agio.

Il Chat non era un vero e proprio bar per spacciatori, ma nelle sere in settimana attirava una clientela alquanto affine. Il venerdì e il sabato, però, erano diversi. Gli habitué c’erano ancora, quasi tutti, ma sbiadivano sotto una corrente costante di marinai e di “specialisti” impegnati a depredarli. Quando Case arrivò, cercò subito Ratz con lo sguardo, ma il barista non era reperibile. Lonny Zone, il mezzano stanziale del bar, stava osservando con interesse vitreo e paterno una delle sue ragazze che si adoperava su un giovane marinaio. Zone era dipendente dal tipo di sonnifero che i giapponesi chiamavano Ballerini delle Nuvole. Una volta intercettato lo sguardo del pappa, Case gli fece cenno di avvicinarsi al banco. Zone si fece strada in mezzo alla folla al rallentatore, il volto cavallino placido e disteso.

— Hai visto Wage stasera, Lonny?

Zone lo fissò con la solita flemma, poi scosse lentamente il capo.

— Ne sei sicuro, amico?

— Forse al Namban, due ore fa.

— Ha qualche scagnozzo con sé? Per esempio uno pelle e ossa, capelli scuri, forse una giacca scura?

— No — rispose Lonny alla fine, mentre la sua fronte liscia si copriva di rughe per lo sforzo di ricordare dettagli così futili. — Solo ragazzi grandi e grossi, innestati. — Gli occhi di Zone mostravano ben poco bianco e ancor meno iride. Sotto le palpebre cascanti, le pupille erano dilatate, enormi. Fissò Case in viso molto a lungo, poi abbassò lo sguardo e vide il gonfiore della frusta d’acciaio. — Cobra — disse, inarcando un sopracciglio. — Vuoi fregare qualcuno?

— Ci vediamo, Lonny. — Case lasciò il bar.

Era sicuro che il suo pedinatore fosse tornato. Provò una fitta di esultanza, gli ottagoni e l’adrenalina si mischiarono con qualcos’altro. Te la stai godendo, pensò. Sei pazzo.

Perché, in maniera strana e approssimativa, era simile a una corsa nella matrice. Bastava logorarsi un po’, trovarsi coinvolti in qualche casino disperato ma stranamente arbitrario, e allora era possibile vedere Ninsei come un campo di dati, un po’ come la matrice un tempo gli aveva ricordato i legami proteici delle singole specializzazioni cellulari. Allora potevi buttarti e planare, alla deriva, ad alta velocità, completamente coinvolto ma del tutto separato, e tutt’intorno a te la danza degli affari, delle informazioni che interagivano, dati che diventavano carne nei labirinti del mercato clandestino…

Avanti, Case, si disse. Fregali. È l’ultima cosa che si aspettano. Era a mezzo isolato dalla sala giochi dove aveva incontrato per la prima volta Linda Lee.

Si lanciò di corsa attraverso la strada, facendo scappare in tutte le direzioni un gruppo di marinai a passeggio. Uno di loro gli urlò qualcosa in spagnolo. Poi Case varcò l’ingresso, e il fragore si abbatté su di lui come una risacca, i subsonici gli pulsarono alla bocca dello stomaco. Qualcuno aveva fatto un centro da dieci megatoni a Tank War Europa, e lo spostamento d’aria simulato affogò l’intera sala in un boato indistinto mentre un livido ologramma sbocciava in una palla di fuoco a forma di fungo. Case svoltò a destra e salì a lunghe falcate una rampa di scale di nudo legno rigenerato. Era già venuto una volta lì dentro insieme a Wage, per discutere di un affare di attivatori ormonali proibiti con un certo Matsuga. Ricordava il corridoio, il tappeto macchiato, la fila di porte tutte uguali che davano su minuscoli cubicoli uso ufficio. Adesso una era aperta. Una giovane giapponese con indosso una maglietta nera senza maniche sollevò lo sguardo da un terminale bianco. Dietro la sua testa spuntava un manifesto turistico della Grecia, l’azzurro dell’Egeo spruzzato di ideogrammi stilizzati.

— Fai salire la sicurezza — l’avvertì Case.

Poi si lanciò di corsa lungo il corridoio, scomparendo in un attimo. Le ultime due porte non erano aperte. Immaginò che fossero chiuse a chiave. Si girò di scatto e colpì con la suola di nylon la porta di truciolato laccata di azzurro, all’estremità del corridoio. Il battente cedette (materiale da quattro soldi) e si staccò dal telaio scheggiato. Oltre la soglia solo buio, la bianca curva di un terminale. Poi Case passò alla porta alla sua destra, entrambe le mani intorno alla maniglia di plastica trasparente, e vi si appoggiò contro con tutte le forze. Qualcosa si ruppe, e fu dentro. Era qui che lui e Wage avevano incontrato Matsuga, ma qualunque fosse la ditta di copertura per la quale Matsuga lavorava se n’era andata da un pezzo. Nessun terminale, niente. Una luce dal vicolo dietro la sala giochi filtrava attraverso la plastica annerita dalla fuliggine. Distinse un groviglio di fibre ottiche simile a un serpente che sporgeva da una presa alla parete, un mucchietto di imballaggi per alimenti buttati in un angolo e il perno privo di lame d’un ventilatore elettrico.

La finestra era un unico pannello di plastica da due soldi. Si sfilò il giubbotto, l’avvolse intorno al braccio destro e sferrò un pugno. Il pannello si ruppe. Ci vollero altri due colpi per liberarlo dal telaio. Sopra il frastuono smorzato della sala giochi cominciò a suonare un allarme, attivato o dalla finestra rotta o dalla ragazza all’imbocco del corridoio.

Case si girò, rimise il giubbotto e fece guizzare il cobra fino alla massima estensione.

Con la porta della stanza chiusa, contava sul fatto che il suo inseguitore pensasse che lui era entrato nell’altra di cui aveva semidivelto l’uscio con un calcio. La piramide di bronzo del cobra cominciò a ballonzolare adagio, con l’asta d’acciaio elastico che amplificava il suo impulso.

Non successe niente. Soltanto il frastuono crescente del segnale d’allarme, lo schianto dei giochi, il martellare del suo cuore. Quando la paura arrivò, fu come un amico semidimenticato. Non il meccanismo rapido e freddo della paranoia indotta dalla dexe, ma una semplice paura animale. Era vissuto tanto a lungo sull’orlo costante dell’ansia che s’era quasi dimenticato cosa fosse la vera paura.

Quel cubicolo era il tipo di posto in cui la gente moriva. Avrebbe potuto morirci anche lui. Loro potevano avere delle pistole…

Uno schianto all’estremità opposta del corridoio. La voce di un uomo che urlava qualcosa in giapponese. Un urlo, uno strillo di terrore. Un altro schianto.

E un rumore di passi che si avvicinavano, senza fretta.

Che passavano davanti alla sua porta chiusa. Che si fermavano per l’intervallo di tre rapidi battiti del suo cuore. E che tornavano indietro: uno, due, tre. Il tacco di uno stivale raschiò il tappeto.

Il coraggio indotto dal suo ultimo ottagono svanì. Con uno scatto fece rientrare il cobra nel manico e corse alla finestra, accecato dalla paura, con i nervi che urlavano. Si arrampicò sul davanzale, uscì all’esterno e si lasciò cadere, il tutto prima ancora di rendersi conto di ciò che stava facendo. L’urto con il selciato gli trafisse le tibie con lancinanti sbarre di dolore.

Un sottile cuneo di luce che usciva da una porticina di servizio socchiusa inquadrava un mucchio di fibre ottiche e lo chassis d’una consolle buttata nella spazzatura. Era caduto a faccia in giù su un tavolo di truciolato marcio. Rotolò su se stesso all’ombra della consolle. La finestra del cubicolo era un quadrato di fievole luce. L’allarme trillava ancora. Quaggiù si sentiva più forte. La parete del retro smorzava il fragore dei giochi.

Alla finestra spuntò una testa, illuminata da dietro dai neon del corridoio, poi scomparve. Ricomparve, ma anche allora Case non riuscì a distinguerne i lineamenti. Un luccichio d’argento in corrispondenza degli occhi. — Cazzo — disse qualcuno, una donna, con l’accento dello Sprawl settentrionale.

La testa sparì. Ma Case rimase lo stesso al riparo della consolle. Contò, lentamente, fino a venti, poi si alzò. Stringeva ancora in mano il cobra d’acciaio, e gli ci vollero alcuni secondi per ricordarsi cos’era. Poi s’allontanò zoppicando lungo il vicolo, massaggiandosi la caviglia sinistra.

La pistola di Shin era un’imitazione vietnamita di almeno cinquant’anni prima della copia sudamericana di una Walther PPK, doppia azione al primo colpo, con una trazione molto violenta. Aveva la camera di un fucile a canna lunga calibro 22 e Case avrebbe preferito degli esplosivi ad azoturo di piombo alle semplici punte cave cinesi che Shin gli aveva rifilato. Comunque era pur sempre una pistola completa di nove caricatori, e mentre s’incamminava lungo la Shiga allontanandosi dal banchetto del sushi la cullò nella tasca della giacca. L’impugnatura era di plastica color rosso vivo, modellata con un rilievo a forma di drago. Qualcosa su cui far scorrere il pollice al buio. Aveva affidato il cobra a un bidone della spazzatura a Ninsei, dopodiché aveva inghiottito a secco un altro ottagono.

La pillola fece scattare gli interruttori, e lui s’infilò tra la folla dell’ora di punta lungo la Shiga fino a Ninsei, per poi proseguire verso la Baiitsu. Decise che il suo tallonatore non c’era più, un’ottima notizia. Aveva delle telefonate da fare, affari da concludere, e questi non potevano aspettare. Dopo un isolato di Baiitsu, verso il porto, incontrò un edificio anonimo di dieci piani di orrendi mattoni gialli. Adesso le finestre erano buie, ma allungando il collo si scorgeva un debole bagliore che proveniva dal tetto. Un’insegna spenta accanto all’ingresso principale proclamava CHEAP HOTEL sotto un grappolo d’ideogrammi. Se quel posto aveva un altro nome, Case non lo conosceva: era sempre stato citato come Cheap Hotel. Vi si accedeva attraverso un vicolo che dava sulla Baiitsu, dove un ascensore era in attesa ai piedi di un pozzetto verticale trasparente. L’ascensore, al pari del Cheap Hotel, era un’aggiunta dell’ultimo momento, tenuto attaccato all’edificio per mezzo di bambù e resine epossidiche. Case entrò nella gabbia di plastica e usò la propria chiave, un pezzo di nastro magnetico rigido privo di qualsiasi indicazione.

Al Cheap Case aveva affittato una bara, pagandola settimana per settimana, fin da quando era arrivato a Chiba, ma non ci aveva mai dormito. Di solito dormiva in posti ancora più economici.

L’ascensore sapeva di profumo e sigarette. Le pareti della gabbia erano graffiate e imbrattate da impronte di pollice. Quando superò il quinto piano, Case vide le luci di Ninsei. Tamburellò con le dita sul calcio della pistola mentre la gabbia rallentava con un sibilo. Come sempre, si arrestò con un violento sobbalzo, ma lui era preparato. Uscì nel giardinetto che fungeva sia da atrio che da prato.

Al centro di un verde quadrato di plastica erbosa un adolescente giapponese sedeva davanti a una consolle a forma di C, intento a leggere un manuale. Le bare di fibra di vetro bianca erano sistemate come su un’impalcatura. Sei livelli di bare, dieci bare per lato. Case lanciò un cenno in direzione del ragazzo e attraversò zoppicando l’erba di plastica fino alla scala più vicina. Il complesso era coperto da una tettoia di laminato opaco che vibrava con il vento forte e lasciava penetrare l’acqua quando pioveva, ma almeno era ragionevolmente difficile aprire le bare senza una chiave.

La passerella, un traliccio a larghe maglie, vibrò sotto il suo peso mentre avanzava con cautela lungo il terzo livello fino alla numero 92. Le bare erano lunghe tre metri, gli sportelli ovali larghi un metro e alti poco meno di uno e mezzo. Case infilò la chiave nella fessura e aspettò la verifica del computer interno. Le serrature magnetiche produssero un tonfo rassicurante, quindi lo sportello si alzò in verticale con un cigolio di molle. I neon si accesero tremolando mentre lui strisciava all’interno, chiudendosi lo sportello alle spalle e attivando con una botta il pannello che attivava la serratura manuale.

Nella numero 92 non c’era niente salvo un computer tascabile standard della Hitachi e una piccola ghiacciaia bianca in polistirolo espanso che conteneva i resti di tre sbarre di ghiaccio secco da dieci chili, accuratamente avvolte nella carta per ritardare l’evaporazione, e un flacone d’alluminio da laboratorio. Accucciato sullo strato di gommapiuma termoisolante, che fungeva sia da pavimento che da letto, Case si sfilò dalla tasca la .22 di Shin e l’appoggiò sopra la ghiacciaia. Poi si tolse la giacca a vento. Il terminale della bara era incassato in una parete concava, davanti a un pannello che elencava in sette lingue il regolamento della casa. Case staccò dalla base la cornetta rosa e compose a memoria il numero di Hong Kong. Lasciò che suonasse cinque volte, poi riappese. Il suo acquirente di tre megabyte di RAM scottanti dell’Hitachi non rispondeva alle chiamate.

Fece un numero di Tokyo, a Shinjuku.

Una donna gli rispose qualcosa in giapponese.

— C’è Snake Man?

— Sono contento di sentire la sua voce — dichiarò Snake Man, facendosi vivo da una derivazione. — Aspettavo la sua telefonata.

— Ho la musica che voleva — l’informò Case, lanciando un’occhiata alla ghiacciaia.

— Sono molto lieto di sentirlo. Abbiamo un problema di contante. Può aspettare?

— Oh, amico, mi servono i soldi e dannatamente presto…

Snake Man riappese.

— Merda — esclamò Case al ricevitore ronzante. Fissò la piccola pistola da due soldi.

— Se — aggiunse. — Stasera è tutto molto sul se.

Case entrò nel Chat un’ora prima dell’alba, entrambe le mani infilate nelle tasche del giubbotto. In una stringeva la pistola a nolo, nell’altra il flacone di alluminio.

Ratz era seduto a un tavolo in fondo alla sala a sorseggiare acqua Apollonaris da un boccale di birra, i centoventi chili di carne flaccida appoggiati contro la parete su una sedia scricchiolante. Dietro il bancone del bar c’era un ragazzo brasiliano, Kurt, impegnato a servire una piccola clientela di ubriachi per la maggior parte taciturni. Il braccio di plastica di Ratz ronzò quando sollevò il boccale per bere. La sua testa rapata era coperta da una sottile patina di sudore. — Hai una brutta cera, artista — disse, facendo balenare l’umido sfacelo dei suoi denti.

— Me la sto cavando alla grande — replicò Case, e sogghignò come un teschio. — Superbene. — Si lasciò cadere sulla sedia davanti a Ratz con le mani ancora in tasca.

— E te ne vai dentro e fuori da questo bunker portatile fatto di sbronze e di altre esaltazioni, certo. A prova di emozioni più volgari. Giusto?

— Perché non mi molli, Ratz? Hai visto Wage?

— A prova di paura, soprattutto quella di trovarsi soli — continuò il barista. — Ascolta la paura, forse è una tua amica.

— Hai sentito niente di una rissa in una sala giochi in serata, Ratz? Qualcuno si è fatto male?

— Un matto ha ammazzato un ragazzo della sorveglianza. — Scrollò le spalle. — Una ragazza, dicono.

— Devo parlare con Wage, Ratz. Io…

— Ah. — La bocca di Ratz divenne una linea sottile. Stava guardando oltre Case, in direzione dell’ingresso. — Credo che tu stia per riuscirci.

Case ebbe una visione improvvisa delle shuriken nella loro vetrina. Lo speed gli cantava in testa. La pistola che impugnava era scivolosa per il sudore.

— Herr Wage — disse Ratz, allungando adagio il manipolatore rosa, come se si aspettasse che l’altro lo stringesse. — Che immenso piacere vederla. Troppo di rado lei ci onora della sua presenza.

Case girò la testa e sollevò lo sguardo sul volto di Wage. Era una maschera abbronzata e tutt’altro che indimenticabile. Gli occhi verde mare erano trapianti Nikon coltivati in vasca. Wage indossava un vestito di seta color grigio fumo con un semplice braccialetto di platino a ciascun polso. Era fiancheggiato dai suoi scagnozzi, tutti giovanotti quasi identici, braccia e spalle un ammasso di muscoli innestati.

— Come va, Case?

— Signori, non voglio storie qui dentro — disse Ratz, raccogliendo dal tavolo il portacenere colmo con l’artiglio di plastica rosa.

Il portacenere era di plastica massiccia, infrangibile, e reclamizzava la birra Tsingtao. Ratz lo frantumò senza battere ciglio. Cicche e schegge di plastica verde piovvero sul tavolo. — Capito?

— Ehi, dolcezza — disse uno degli scagnozzi. — Vuoi provare su di me quell’affare?

— Non darti la pena di mirare alle gambe, Kurt — rispose Ratz, con tono disinvolto. Case lanciò un’occhiata verso l’altro lato della sala e vide il brasiliano in piedi sul bancone che stava puntando un fucile Smith Wesson da sommossa contro il terzetto. La canna, di una lega sottile come un foglio di carta e avvolta in un chilometro di filamento di vetro, era larga abbastanza da inghiottire un pugno. Il caricatore esterno rivelava cinque grosse cartucce arancione, gelatina subsonica, tipo sacchetto di sabbia.

— Tecnicamente non letali — disse Ratz.

— Ehi, Ratz, te ne devo una — fece Case.

Il barista scrollò le spalle. — Non mi devi niente. Questi — e fissò con occhio feroce Wage e i suoi scagnozzi — avrebbero dovuto immaginarlo. Non si toglie di mezzo nessuno al Chatsubo.

Wage tossì. — E chi ha mai parlato di eliminare qualcuno? Vogliamo soltanto parlare di affari. Case e io lavoriamo insieme.

Case tirò fuori di tasca la .22 e la puntò contro l’inguine di Wage. — Ho sentito dire che vorresti farmi fuori. — Quando l’artiglio rosa di Ratz si chiuse intorno alla pistola, Case aprì la mano.

— Senti, Case, spiegami che razza di storia del cazzo è mai questa. Dài i numeri, o cosa? Cosa sarebbe, questa stronzata che io starei cercando di ucciderti? — Wage si girò verso lo scagnozzo alla sua sinistra. — Voi due tornate al Namban. Aspettatemi là.

Case li osservò mentre attraversavano il bar, che adesso era completamente deserto salvo Kurt e un marinaio ubriaco in kaki acciambellato intorno ai piedi di uno sgabello al banco. La canna dello Smith Wesson tenne di mira i due fino alla porta poi, di scatto, fu puntata di nuovo in direzione di Wage. Il caricatore della pistola di Case cadde sul tavolo con un tonfo metallico. Ratz impugnò la pistola con l’artiglio ed espulse il colpo dalla camera di caricamento.

— Chi ti ha detto che avevo intenzione di liquidarti, Case? — gli chiese Wage.

— Linda.

— Chi te l’ha detto, amico? Qualcuno sta cercando di metterti contro di me.

Il marinaio gemette prima di esibirsi in un esplosivo conato di vomito.

— Portalo fuori di qui! — gridò Ratz, rivolto a Kurt, che adesso era seduto sull’orlo del bancone con lo Smith Wesson sulle ginocchia, intento ad accendersi una sigaretta.

Case sentì il peso della nottata calare su di lui come un sacco di sabbia umida che si adagiasse dietro gli occhi. Si tolse di tasca il flacone e lo porse a Wage. — Tutto quello che ho. Pituitarie. Ti renderà cinquecento, se la farai girare in fretta. Avevo il resto della roba in una RAM, ma a quest’ora non c’è più.

— Stai bene, Case? — Il flacone era già scomparso dietro un lembo grigio fumo. — Voglio dire, d’accordo, questo fa quadrare i nostri conti, ma tu hai una pessima cera. Farai meglio ad andare a stenderti da qualche parte a farti una dormita.

— Già. — Case si alzò in piedi, ma vide il Chat ondeggiare intorno a lui. — Be’, avevo un cinquantone ma l’ho dato a qualcuno. — Ridacchiò. Prese il caricatore della .22 e la pallottola isolata e se li fece cadere in una tasca, poi infilò la pistola nell’altra. — Devo andare da Shin a farmi restituire il deposito.

— Vattene a casa — gli ripeté Ratz, dimenandosi sulla sedia scricchiolante con evidente imbarazzo. — Artista, vattene a casa.

Sentì che lo guardavano mentre attraversava la sala e apriva con una spallata i battenti di plastica.

— Puttana — disse alla foschia rosacea che sovrastava la Shiga. Giù a Ninsei gli ologrammi stavano sparendo come fantasmi, e la maggior parte del neon era già freddo e senza vita. Sorseggiò un denso caffè nero dalla tazzina di plastica d’un ambulante mentre contemplava il sole che sorgeva. — Tu, volatene via, tesoro. Città come queste sono fatte per la gente che ama andare in discesa. — Ma in realtà non era questo il punto, e lui trovava sempre più difficile conservare quella sensazione di essere stato tradito. Lei voleva soltanto un biglietto per tornare a casa, e la RAM nel suo Hitachi le avrebbe permesso di comperarlo, se solo fosse riuscita a trovare il ricettatore giusto. E quella faccenda dei cinquanta: lei li aveva quasi rifiutati, sapendo che stava per fregargli quanto ancora gli rimaneva.

Quando uscì dall’ascensore, al banco c’era lo stesso ragazzo. Però il manuale era diverso. — Amico mio — gli gridò Case dall’altra parte del prato di plastica. — Non c’è nemmeno bisogno che me lo dica. Lo so già. Una graziosa signora è venuta a cercarmi sostenendo che aveva la mia chiave. Una bella mancia per te, diciamo cinquanta nuovi, eh? — Il ragazzo posò il libro. — Donna — aggiunse Case, e si tracciò una linea con il pollice sulla fronte. — Seta. — Esibì un ampio sorriso. Il ragazzo gli sorrise in risposta, annuendo. — Grazie, coglione — lo salutò Case.

Sulla passerella ebbe delle difficoltà con la serratura. In qualche modo lei l’aveva pasticciata quando aveva armeggiato per entrare. Principiante.

Lui sapeva dove affittare una scatola nera che avrebbe aperto qualunque cosa nel Cheap Hotel. I neon si accesero quando entrò.

— Chiudi quello sportello molto, ma molto piano, amico. Hai ancora quella Saturday Night Special che hai preso a nolo dal cameriere?

La donna era seduta con la schiena addossata parete, all’estremità opposta della bara. Teneva le ginocchia sollevate con i gomiti appoggiati sopra. La canna di una pistola a freccette le spuntava dalle mani.

— Eri tu alla sala giochi? — Case chiuse lo sportello. — Dov’è Linda?

— Fai scattare la serratura.

Obbedì.

— È la tua ragazza, Linda?

Lui annuì.

— Se n’è andata. Ha preso il tuo Hitachi. Fanciulla molto nervosa. Che mi dici della pistola, amico? — Portava occhiali a specchio. I vestiti erano neri e i tacchi degli stivali neri affondavano nella gommapiuma.

— L’ho restituita a Shin, ho riavuto indietro il deposito. Gli ho rivenduto le pallottole per metà di quanto le avevo pagate. Vuoi i soldi?

— No.

— Vuoi del ghiaccio secco? È tutto quello che ho, in questo momento.

— Cosa ti passa per la testa, stasera? Perché hai fatto tutta quella scena, alla sala giochi? Ho dovuto fare un gran macello con quel guardione che mi è saltato addosso con il nunchaku.

— Linda ha detto che volevi uccidermi.

— Linda ha detto? Ma se non l’avevo mai vista prima di salire quassù.

— Non sei con Wage?

Lei fece segno di no. Case si rese conto che gli occhiali erano innesti chirurgici che sigillavano le orbite. Le lenti argentate parevano crescere direttamente dalla pelle liscia e pallida sopra gli zigomi, incorniciate dai capelli scuri arruffati. Le dita serrate intorno alla Fletcher erano molto fini, candide, con le unghie d’un lucido borgogna. Parevano artificiali.

— Temo che tu abbia preso una cantonata, Case. Io arrivo, e senza nemmeno pensarci un attimo mi hai fatto rientrare nel quadro che ti sei fatto.

— Allora cos’è che vuoi, signora mia? — Lui si lasciò andare contro lo sportello.

— Te. Un corpo vivo, il cervello ancora abbastanza intatto. Molly, Case, mi chiamo Molly. Sono venuta a prenderti per conto del tizio per cui lavoro. Vuole soltanto parlarti, e basta. Nessuno vuole farti del male.

— Fantastico.

— Soltanto che io certe volte faccio male alla gente. Immagino che sia dovuto a come sono circuitata. — Indossava jeans attillati di cuoio nero e un giubbotto nero imbottito, fatto con un tessuto opaco che pareva assorbire la luce. — Starai tranquillo se metto via questa pistola a dardi, Case? Dai l’impressione di uno a cui piace correre rischi stupidi.

— Ehi, sono un tipo alla mano e facile da convincere. Nessun problema.

— Va bene, amico. — La Fletcher scomparve nel giubbotto nero. — Perché, se provi a fare il fesso con me, correrai uno dei rischi più stupidi di tutta la tua vita.

Tese le mani in avanti, il palmo rivolto all’insù, le dita bianche leggermente allargate, e con un clic appena percettibile le lame di dieci bisturi a doppio taglio, lunghe quattro centimetri, scivolarono fuori dai loro ricettacoli sotto le unghie color borgogna.

Molly sorrise. Le lame si ritrassero lentamente.

2

Dopo un anno di bare, la stanza al venticinquesimo piano dell’Hilton di Chiba pareva immensa. Era dieci metri per otto, la metà di un’intera suite. Una caffettiera Braun bianca sfumacchiava sopra un tavolino accanto alle vetrate scorrevoli che davano su uno stretto terrazzino.

— Fatti un caffè. Hai l’aria di averne un gran bisogno. — La donna si tolse la giubbotto nero. La Fletcher era appesa sotto l’ascella in una fondina di nylon nero. Indossava un corpetto grigio senza maniche con delle brutte cerniere sulle spalle. Antiproiettile, decise Case, versandosi del caffè in una tazza rosso vivo. Gli pareva di avere le braccia e le gambe di legno.

— Case. — Quando alzò lo sguardo di scatto s’accorse dell’uomo per la prima volta. — Mi chiamo Armitage. — La vestaglia scura che indossava era aperta fino alla cintura, l’ampio petto glabro e muscoloso, lo stomaco piatto e duro. Gli occhi erano d’un azzurro talmente pallido che a Case venne fatto di pensare alla candeggina. — Il sole è spuntato, Case. Questo è il tuo giorno fortunato, ragazzo.

Case fece scattare il braccio di lato ma l’altro schivò con facilità il caffè bollente. Macchie marrone scivolarono lungo le pareti che imitavano la carta di riso. Case notò l’anello d’oro squadrato al lobo sinistro del padrone di casa. Reparti speciali. L’uomo sorrise.

— Prendi il tuo caffè, Case — disse Molly. — Non corri alcun rischio, ma non andrai da nessuna parte fino a quando Armitage non avrà detto la sua. — Si sedette a gambe incrociate su un futon di seta e cominciò a smontare la Fletcher senza nemmeno peritarsi di guardarla. Le lenti gemelle lo seguirono mentre si avvicinava al tavolino e riempiva di nuovo la tazza.

— Troppo giovane per ricordare la guerra, vero, Case? — Armitage si passò una mano enorme tra i capelli castani tagliati corti. Un massiccio braccialetto d’oro balenò al polso. — Leningrado. Kiev. Siberia. Ti abbiamo inventato in Siberia, Case.

— E questo cosa vorrebbe significare?

— Pugno Urlante, Case. Conosci questo nome?

— Una specie di intrusione, se non sbaglio avete cercato di bruciare quell’interconnessione russa con dei virus informatici. Sì, ne ho sentito parlare. E nessuno ne è uscito vivo.

Avvertì un’improvvisa tensione. Armitage andò alla finestra a guardare fuori, verso la baia di Tokyo. — Non è vero. Un’unità è riuscita a rientrare a Helsinki.

Case si strinse nelle spalle mentre sorseggiava il caffè.

— Tu sei un cowboy da consolle. I prototipi dei programmi che usavi per penetrare nelle banche-dati industriali erano stati messi a punto per Pugno Urlante. Per l’assalto all’interconnessione del computer di Kirensk. Il modulo di base era un ultraleggero Nightwing, più un pilota, una matrice-terminale e un jockey, un operatore. Usavamo un virus chiamato Talpa. La serie Talpa è stata la prima generazione di autentici programmi d’infiltrazione.

— Icebreaker… — disse Case, sopra l’orlo della tazzina rossa.

— Ice sta per ICE: contromisure per le intrusioni elettroniche.

— Il problema è, caro mio, che adesso non sono più un jockey, così credo proprio che me ne andrò…

— Io c’ero, Case, ero là quando hanno inventato quelli come te.

— Non c’entri una sega con me e quelli come me, amico. Forse hai abbastanza soldi per comprare costosissime ragazze-rasoio che mi trascinano fin quassù, ma nient’altro. Non schiaccerò mai più i tasti di nessuna tastiera, né per te né per nessun altro. — Case raggiunse la finestra e guardò in strada. — È là che vivo adesso.

— Il nostro profilo dice che stai facendo di tutto per lasciarci la pelle.

— Profilo?

— Abbiamo elaborato un modello molto dettagliato. Abbiamo scomposto la tua personalità nei vari moduli di comportamento, con relativa analisi-standard, ricombinando poi il tutto grazie a un software militare. Tu sei un suicida, Case. Il modello ti concede al massimo un mese di vita. E la nostra proiezione medica prevede che avrai bisogno di un nuovo pancreas entro un anno.

— Noi. - Case calcò la parola, senza staccare lo sguardo da quegli occhi d’un azzurro sbiadito. — Noi chi?

— E se ti dicessi che siamo in grado di riparare il tuo danno neurale, Case? — D’un tratto gli parve che Armitage fosse scolpito in un blocco di metallo, inerte, tremendamente pesante. Una statua. Adesso sapeva che quello era un sogno e che tra poco si sarebbe svegliato. Armitage non avrebbe più parlato. I sogni di Case finivano sempre con quel tipo di fermo-immagine, e adesso anche quest’ultimo era finito.

— Cosa ne diresti, Case?

Case guardò fuori, verso la baia, e cominciò a tremare.

— Direi che sono un sacco di stronzate.

Armitage annuì.

— Poi ti chiederei quali sono le tue condizioni.

— Non molto diverse da quelle alle quali sei abituato, Case.

— Lascia che si faccia una dormita, Armitage — disse la donna dal suo futon. I pezzi della Fletcher erano sparpagliati sulla seta come un puzzle costoso. — Non vedi che sta cadendo a pezzi?

— Le condizioni — ribadì Case. — Adesso. Subito.

Tremava ancora. Non riusciva a smettere di tremare.

La clinica era senza nome, arredata in modo costoso, un grappolo di eleganti padiglioni separati da giardinetti ben tenuti. Ricordava di aver già visto quel posto nei suoi giri durante il primo mese trascorso a Chiba.

— Sei spaventato, Case. Sei spaventato da morire. — Era domenica pomeriggio e si trovava con Molly in una specie di giardino esotico. Bianchi macigni, una macchia di verdi bambù, ghiaia nera ondulata dal rastrello. Un giardiniere, una specie di grosso granchio metallico, curava le piante.

— Funzionerà, Case. Non hai idea del genere di cose di cui dispone Armitage. Per esempio, pagherà questi neurologi perché ti riparino con il programma che gli fornirà lui, e gli dirà lui come farlo. Anticiperanno di tre anni la concorrenza. Hai idea di quanto possa valere? — Infilò i pollici nei passanti della cintura dei jeans di cuoio e si dondolò sui tacchi laccati degli stivali da cowboy color rosso ciliegia. Le punte acuminate erano inguainate in luminoso argento messicano. Le lenti erano uno specchio di mercurio e lo guardavano con la calma di un insetto.

— Sei una samurai della strada — disse Case. — Da quanto tempo lavori per quel tizio?

— Un paio di mesi.

— E prima?

— Per qualcun altro. Sono una ragazza che lavora, sai.

Lui annuì.

— Strano, Case.

— Strano cosa?

— È come se ti conoscessi. Quel profilo che ha lui. So come sono fatti i tuoi circuiti.

— Non mi conosci, sorella.

— Tu sei a posto, Case. Quello che ti ha preso si chiama soltanto sfortuna.

— E lui? Lui è a posto, Molly? — Il granchio-robot si spostò verso di loro, avanzando sopra le ondulazioni della ghiaia. Il suo carapace di bronzo avrebbe potuto avere mille anni. Quando arrivò a un metro dagli stivali della ragazza, sparò un raggio, poi s’immobilizzò per qualche secondo, analizzando i dati ottenuti.

— La prima cosa a cui penso, Case, è la pelle. — Il granchio aveva cambiato direzione per evitarla, ma lei gli tirò un calcio con precisione. La punta d’argento degli stivali rimbombò sul carapace. Il robot cadde sulla schiena, ma gli arti di bronzo lo raddrizzarono in un attimo.

Case si sedette su uno macigno, sconvolgendo la simmetria delle ondulazioni della ghiaia con la punta delle scarpe. Quindi cominciò a frugarsi nelle tasche alla ricerca delle sigarette. — Nel taschino della camicia — gli suggerì lei.

— Vuoi rispondere alla mia domanda? — Case pescò dal pacchetto una Yeheyuan che lei gli accese con una sottile piastra di acciaio tedesco che sembrava essere stata strappata a un tavolo operatorio.

— Mah, ti dirò che quel signore è davvero sulla pista giusta. Ormai ha un sacco di soldi, come non ne ha mai avuti prima, e ne ramazza sempre di più, in continuazione. — Case notò una certa tensione intorno alla bocca di Molly. — O forse qualcuno sta combinando qualcosa a lui… — La giovane scrollò le spalle.

— Cosa vorrebbe dire?

— Non lo so esattamente. So soltanto che ignoro per chi o per cosa stiamo lavorando.

Case fissò gli specchi gemelli. Sabato mattina, lasciato l’Hilton, era tornato al Cheap Hotel e aveva dormito per dieci ore. Poi aveva fatto una lunga camminata senza meta, lungo il perimetro di sicurezza del porto, osservando i gabbiani che giravano in cerchio oltre della rete metallica. Se lei l’aveva seguito, aveva fatto un ottimo lavoro. Case aveva evitato Night City. Aveva aspettato nella bara la telefonata di Armitage. Adesso era lì, in quel tranquillo giardino all’orientale, domenica pomeriggio, con quella ragazza dal corpo da ginnasta e le mani da prestigiatore.

— Se adesso vuole entrare, signore, l’anestesista la sta aspettando. — Il tecnico fece un inchino, si girò e rientrò nella clinica senza controllare se Case lo stava seguendo.

Il gelido sentore dell’acciaio. Il ghiaccio gli accarezzò la spina dorsale.

Smarrito, così piccolo in mezzo a quel buio, le mani fredde, l’immagine corporea che svaniva lungo corridoi di cielo televisivo.

Voci.

Poi il fuoco nero trovò le diramazioni dei nervi, dolore al di là di qualunque sensazione alla quale si attribuisce il nome di dolore…

Rimani fermo, non muoverti.

Era Ratz. E Linda Lee, Wage e Lonny Zone, cento facce uscite dalla foresta di neon, marinai, dritti e puttane, là dove il cielo è argento avvelenato, al di là del reticolato e della prigione del cranio.

Accidenti a te, non muoverti.

Là dove il cielo sbiadiva a causa delle scariche sibilanti fino ad assumere il noncolore della matrice, e intravide le shuriken, le sue stelle.

— Piantala, Case. Devo trovarti la vena!

Lei gli stava cavalcioni sul petto, con un’autoiniettante di plastica azzurra in una mano. — Se non rimani immobile ti taglio quella cazzutissima gola. Sei ancora pieno di inibitori di endorfina.

Quando si svegliò, la trovò distesa accanto a lui, al buio.

Si sentiva il collo indolenzito. Avvertiva una costante pulsazione di dolore in basso, verso la metà della colonna vertebrale. Le immagini continuavano a formarsi e a disfarsi in un tremolante fotomontaggio delle torri dello Sprawl e delle frastagliate cupole di Fuller, vaghe figure che gli venivano incontro nell’ombra sotto un ponte o un sovrapasso…

— Case? È mercoledì, Case. — Molly si mosse, girandosi sul fianco, verso di lui. Un seno gli sfiorò il braccio. Sentì che strappava la copertura metallica da una bottiglia d’acqua e beveva. — Tieni. — Gli mise la bottiglia in mano. — Posso vedere al buio, Case. Amplificatori d’immagine microcanalizzati dentro gli occhiali.

— Mi fa male la schiena.

— È dove ti hanno sostituito il fluido. Ti hanno cambiato anche il sangue. Il sangue perché nell’affare era compreso anche un nuovo pancreas. E ti hanno rattoppato il fegato con un po’ di tessuto nuovo. In quanto ai nervi, non saprei. Un sacco d’iniezioni. Non hanno dovuto aprire niente per l’operazione principale. — Molly tornò a stendersi accanto a lui. — Sono le 2:43:12, Case. Ho un display nel nervo ottico.

Case si sollevò a sedere e cercò di bere un sorso dalla bottiglia. Gli andò di traverso, tossì, l’acqua tiepida gli si sparse sul petto e sulle cosce.

— Devo schiacciare i tasti di un terminale — si sentì dire. Stava cercando a tentoni i suoi indumenti. — Devo sapere…

Lei scoppiò a ridere. Piccole mani robuste si serrarono intorno ai suoi bicipiti. — Mi spiace, genio. Otto giorni di riposo. Il tuo sistema nervoso andrebbe in tilt se ti collegassi adesso. Ordine del dottore. Inoltre pensano che funzionerà. Faranno un controllo fra un giorno o giù di lì. — Case si riadagiò.

— Dove siamo?

— A casa. Cheap Hotel.

— Dov’è Armitage?

— All’Hilton, a vendere perline agli indigeni o qualcosa del genere. Ce ne andremo presto di qui, Amsterdam, Parigi, poi si torna allo Sprawl. — Gli sfiorò la spalla. — Girati. Ti faccio un bel massaggio.

Case giacque sullo stomaco, con le braccia allungate in avanti, i polpastrelli appoggiati contro le pareti della bara. Lei si sistemò sul fondoschiena del compagno, inginocchiandosi sulla gommapiuma, i jeans di cuoio freschi contro la sua pelle. Le dita gli sfiorarono il collo.

— Come mai non sei all’Hilton?

Lei gli rispose allungando la mano fra le sue cosce e accarezzandogli dolcemente lo scroto. Si dondolò così per un minuto al buio, eretta sopra di lui, l’altra mano posata sul collo di Case. Il cuoio dei suoi jeans scricchiolò sommesso in sintonia con quel movimento. Case si spostò, sentendo che si stava irrigidendo contro la termopiuma.

La testa pulsava, ma la sensazione di fragilità del collo sembrava diminuire. Si sollevò sul gomito, si girò, ricadde contro la gommapiuma, trascinando Molly con sé. Poi le fece scivolare la lingua sui seni, sentendo i capezzoli turgidi accarezzargli umidi le guance. Trovò la chiusura lampo dei calzoni di cuoio e l’abbassò.

— Tutto a posto — disse Molly. — A quanto vedo. — Il rumore dei jeans che venivano sfilati. Molly si dimenò accanto a lui finché non riuscì a sbarazzarsene con un calcio, poi gli mise una gamba di traverso e lui le toccò il viso. L’inattesa durezza delle lenti impiantate. — Non farlo — disse lei. — Le impronte delle dita…

Quindi gli si mise di nuovo cavalcioni, gli afferrò la mano e la strinse, guidandola delicatamente lungo la fessura tra le natiche, allargandogli le dita sulle grandi labbra. Mentre Molly cominciava a calarsi su di lui, le immagini tornarono pulsanti, i volti, frammenti di neon che avanzavano e indietreggiavano. Lei scivolò intorno a Case e la sua schiena s’inarcò convulsa. Molly lo cavalcò in quel modo facendosi penetrare e si mosse ritmicamente su di lui più e più volte, finché entrambi vennero e l’orgasmo avvampò azzurro in uno spazio senza tempo, una vastità pari a quella della matrice, in cui i volti lacerati venivano soffiati lungo corridoi di uragani, e l’interno delle cosce della donna era teso e umido contro i suoi fianchi.

A Ninsei la sparuta folla dei giorni feriali eseguiva il solito balletto. Ondate sonore uscivano dalle sale giochi e dai locali del pachinko. Case lanciò un’occhiata dentro il Chat e vide Zone che controllava le sue ragazze alla calda luce crepuscolare olezzante di birra. Ratz si stava occupando del bar.

— Hai visto Wage, Ratz?

— Non stasera. — Ratz sollevò ostentatamente un sopracciglio in direzione di Molly.

— Se lo vedi, digli che ho i suoi soldi.

— La fortuna cambia, mio artista?

— Troppo presto per dirlo.

— Be’, devo vedere assolutamente questo tale — disse Case, osservando il proprio riflesso negli occhiali di lei. — Ci sono affari che devo chiudere.

— Ad Armitage non piacerà che io ti perda di vista. — Era ferma sotto l’orologio molle di Deane, con le mani sui fianchi.

— Il tizio non aprirà bocca se ci sei anche tu. Di Deane non m’importa. Lui sa cavarsela da solo. Ma ho gente che finirà nella merda se me ne vado da Chiba di punto in bianco. È la mia gente, sai.

La bocca di Molly s’indurì. Scosse la testa.

— Ho ragazzi a Singapore, a Tokyo, ho contatti a Shinjuku e Asakuza, e finiranno tutti dentro, capito? — mentì lui, con la mano sulla spalla della giacca a vento nera. — Cinque minuti. Cinque. D’orologio, d’accordo?

— Non è per questo che mi pagano.

— Quello per cui ti pagano è una cosa. Io che lascio morire alcuni cari amici perché tu hai preso troppo alla lettera le tue istruzioni è un’altra.

— Cari amici un cazzo. Tu vai là dentro dal tuo contrabbandiere a controllare chi siamo. — Molly posò un piede calzato nello stivale sul tavolino Kandinskij coperto di polvere.

— Ehi, Case bello, pare che la tua compagna sia armata fino ai denti, oltre ad avere una bella dose di silicio in testa. Di cosa si tratta, esattamente? — Lo spettrale colpo di tosse di Deane parve restare sospeso nell’aria fra i due.

— Aspetta, Julie. Comunque entro da solo.

— Poco ma sicuro, figliolo. Non ti accetterei in nessun’altra foggia.

— D’accordo — disse Molly. — Vai. Ma… cinque minuti. Un secondo di più, ed entrerò e farò secco il tuo caro amico. E visto che ci sei, cerca di capire una cosetta.

— Cosa?

— Per esempio… perché ti faccio questo favore. — La donna si girò e uscì, passando davanti ai mucchi di cassette bianche che sapevano di zenzero conservato.

— Frequenti compagnie più strane del solito, Case? — chiese Julie.

— Julie… se n’è andata. Vuoi farmi entrare, per favore?

Le serrature scattarono. — Adagio, Case — disse la voce.

— Attiva tutto quello che hai, Julie, tutta la roba sulla scrivania — disse Case, prendendo posto sulla poltroncina girevole.

— È sempre in funzione — replicò Deane, con voce pacata, sollevando la pistola da dietro gli ingranaggi scoperti della vecchia macchina da scrivere meccanica e prendendo di mira Case con molta cura. Era una rivoltella canna corta, una magnum con la canna talmente segata da essere ridotta a un moncone. La parte anteriore della guardia del grilletto era stata limata parecchio e l’impugnatura era avvolta in quello che pareva vecchio nastro isolante. Case pensò che faceva un ben strano effetto nelle mani rosee e curatissime di Deane. — Semplice precauzione, capisci. Non c’è niente di personale. E adesso dimmi cosa vuoi.

— Ho bisogno di una lezione di storia, Julie. Un resoconto su un tale.

— Cosa bolle in pentola, figliolo? — La camicia di Deane era di cotone a righe tipo zucchero candito, il colletto bianco e rigido come porcellana.

— Io, Julie. Me ne vado. Smammo. Ma fammi un favore, d’accordo?

— Un resoconto su chi, figliolo?

— Un gaijin chiamato Armitage, appartamento all’Hilton.

Deane posò la pistola. — Rimani seduto, fermo… fermo così, Case. — Digitò qualcosa su un terminale portatile. — Pare che tu ne sappia tanto quanto la mia rete, Case. Sembra che questo signore abbia un accordo temporaneo con la Yakuza, e i figli del crisantemo al neon sanno come schermare i loro alleati da gente come me. E non intendo provarci in nessun’altra maniera. Adesso, la storia. Hai detto storia. — Raccolse la pistola, ma non la puntò direttamente su Case. — Che genere di storia?

— La guerra. Sei stato in guerra, Julie?

— La guerra. Cosa c’è da sapere? È durata tre settimane.

— Pugno Urlante.

— Famoso. Non v’insegnano più la storia, oggigiorno? Quella è stata la più grande patata bollente nella politica del dopoguerra. Un Watergate fino all’inferno e ritorno. I vostri capi militari, Case, i vostri pezzi grossi dello Sprawl, e dov’era MacLean? Nei bunker, e tutto il resto… un grosso scandalo. Hanno sprecato una bella quantità di giovane carne patriottica per saggiare qualche nuova tecnologia. Più tardi risultò che sapevano delle difese russe. Sapevano degli EMP, le armi a impulso magnetico. Hanno mandato quella gente a farsi scannare soltanto per vedere cosa sarebbe successo. — Deane scrollò le spalle. — Per Ivan è stato come sparare al tirassegno.

— Nessuno di quei poveracci ne è uscito vivo?

— Cristo. È passato un accidente di anni… anche se penso che qualcuno l’abbia sfangata. Una delle squadre. Si è impadronita di una gunship sovietica… un tipo di elicottero, sai… Sono riusciti ad arrivare fino in Finlandia. Non avevano i codici d’ingresso, naturalmente, e così hanno scatenato l’inferno con le forze di difesa finlandesi. Elementi dei reparti speciali. — Deane tirò su col naso. — Un macello infernale.

Case annuì. L’odore dello zenzero conservato era quasi insopportabile.

— Ho passato la guerra a Lisbona, sai — proseguì Deane, mettendo giù la pistola. — Adorabile posticino, Lisbona.

— Servizio militare, Julie?

— No davvero. Anche se sono stato in azione. — Deane esibì il suo sorriso rosa.

— È meraviglioso ciò che può fare la guerra agli affari di qualcuno.

— Grazie, Julie. Sono in debito con te.

— Per niente, Case. E addio.

E più tardi si sarebbe detto che la serata da Sammi gli era parsa sbagliata fin dall’inizio, che già mentre seguiva Molly lungo quel corridoio, strascicando i piedi in mezzo allo strato calpestato di matrici di biglietti e bicchieri di plastica, l’aveva sentito. La morte di Linda, in attesa…

Dopo essere passati da Deane, erano andati al Namban, e lui aveva pagato il suo debito a Wage con un rotolo dei nuovi yen di Armitage. A Wage la cosa era piaciuta, ai suoi ragazzi un po’ meno, e Molly aveva sogghignato al fianco di Case con una specie di estatica intensità ferale, ovviamente desiderosa che uno di loro tentasse una mossa. Alla fine lui l’aveva riportata al Chat per un bicchierino.

— Sprechi il tuo tempo, cowboy — lo avvertì Molly quando Case estrasse un ottagono dalla tasca della giacca.

— Come mai? Ne vuoi uno? — Le offrì la pillola.

— Il tuo nuovo pancreas, e quegli innesti nel fegato, Case. Armitage li ha fatti progettare in modo da tenerti alla larga da quella… — Batté un’unghia color borgogna sull’ottagono. — Sei biochimicamente incapace di decollare con ero e amfe o con la cocaina.

— Merda — esclamò lui. Fissò l’ottagono per qualche istante, poi Molly.

— Inghiottila pure. Mandane giù una dozzina. Non accadrà nulla.

Lo fece. Non accadde nulla.

Tre birre dopo, Case domandò a Ratz dove si svolgevano gli incontri.

— Da Sammi — disse Ratz.

— Farò un salto — disse Case. — Mi dicono che laggiù si ammazzano di brutto.

Un’ora più tardi Molly comperava i biglietti da un tai pelle e ossa con una maglietta bianca e un paio di calzoncini da rugby tutti sformati.

Sammi era un pallone gonfiabile dietro un deposito del porto. Il tessuto grigio, teso, della cupola era rinforzato da una rete di sottili cavi d’acciaio. Il corridoio con una porta a ciascuna estremità era una rudimentale camera stagna per conservare la differenza di pressione che sorreggeva la cupola. Anelli al neon erano avvitati a intervalli al soffitto di compensato, ma in gran parte erano rotti. L’aria era umida e viziata dal tanfo del cemento e del sudore.

Niente di tutto questo l’aveva preparato all’arena, alla folla, al silenzio teso, alle torreggianti sagome di luce sotto la cupola. Il cemento scendeva a gradoni fino a una specie di palco centrale, un cerchio sopraelevato circondato da una selva luccicante di proiettori. Nessuna luce, salvo per gli ologrammi che si muovevano e tremolavano sopra il ring, riproducendo i movimenti dei due uomini in basso. Dense nubi di fumo di sigaretta s’innalzavano dalle gradinate, incrociando le correnti prodotte dai ventilatori che sostenevano la cupola. Nessun suono, salvo l’ovattato ronzio dei ventilatori e il rauco ansimare amplificato dei combattenti.

I riflessi colorati scivolavano sulle lenti di Molly mentre i lottatori si muovevano in cerchio. Gli ologrammi erano ingrandimenti alla decima potenza, i coltelli che impugnavano erano lunghi soltanto d’un capello meno d’un metro. La stretta d’un combattente con il coltello è quella di uno schermidore, ricordò Case: le dita incurvate, il pollice allineato con la lama. I coltelli parevano muoversi di propria iniziativa, planando con una rituale mancanza di fretta attraverso gli archi e i più complicati passaggi della loro danza, la punta che guizzava accanto all’altra punta mentre gli avversari guatavano in attesa d’un minimo spiraglio. Il viso rivolto all’insù di Molly era liscio e immobile, intento a osservare.

— Vado a cercare qualcosa da mangiare — disse Case. Lei annuì, smarrita nella contemplazione della danza.

Non gli piaceva quel posto.

Si girò e rifece il percorso inverso in mezzo alle ombre. Troppo buio. Troppo tranquillo.

Vide che la folla era composta soprattutto di giapponesi. Non una vera folla di Night City. Tecnici scesi fin laggiù dai loro falansterii. Suppose che ciò significasse che l’arena aveva l’approvazione del comitato ricreativo di qualche grossa multi. Si chiese per un attimo cosa avrebbe significato lavorare tutta la vita per qualche zaibatsu. La casa della compagnia, l’inno della compagnia, il funerale della compagnia.

Fece quasi un giro completo della cupola prima di trovare le bancarelle degli alimenti, dove comperò degli spiedini yakitori e due alti bicchieri cerati di birra. Sollevando lo sguardo sugli ologrammi, vide che il sangue disegnava un merletto sul petto di una delle due figure. La densa salsa rosso-bruna gocciolò dagli spiedini sopra le sue nocche.

Sette giorni e poi si sarebbe collegato. Se chiudeva gli occhi vedeva la matrice.

Le ombre si deformarono quando gli ologrammi piroettarono nella loro danza.

Poi la paura cominciò a irrigidirgli i muscoli delle spalle. Un gelido rivolo di sudore gli scivolò lungo le costole. L’operazione non aveva funzionato. Era ancora là, ancora carne, nessuna Molly in attesa, con gli occhi calamitati dai coltelli che giravano in tondo, non c’era nessun Armitage ad aspettarlo all’Hilton con i biglietti, un nuovo passaporto e i soldi. Era tutto un sogno, una patetica fantasia… Lacrime roventi gli offuscarono la vista.

Il sangue sprizzò da una giugulare in un fiotto di luce rossa. E adesso la folla si era alzata in piedi, urlando, urlando… mentre una figura si accartocciava al suolo… l’ologramma cominciava a dissolversi, tremolando…

Nella gola, l’urto acido del vomito. Case chiuse gli occhi e prese un respiro profondo. Poi li riaprì, e vide Linda Lee che gli passava davanti, gli occhi grigi accecati dalla paura. Indossava la tuta francese.

E scomparve, in mezzo alle ombre.

Un puro riflesso insensato: buttò la birra e il pollo e la rincorse. Forse la chiamò per nome, ma non ne sarebbe mai stato sicuro.

Un’immagine residua d’una singola linea rossa sottile come un capello. Il cemento bruciacchiato sotto le suole sottili delle scarpe.

Le scarpe bianche da ginnastica di lei che adesso lampeggiavano vicino alla parete ricurva, e ancora una volta la linea fantasma del laser gli si impresse davanti agli occhi come un marchio infuocato, continuando a pulsare nel suo campo visivo mentre correva.

Qualcuno gli fece lo sgambetto. Il cemento gli lacerò il palmo delle mani.

Rotolò e scalciò, mancando il bersaglio. Un ragazzo magro, con i capelli biondi irti come chiodi, illuminati da dietro da un alone di tutti i colori dell’arcobaleno, si stava chinando su di lui. Sopra il palco una figura si girò, il coltello sollevato, fra gli evviva della folla. Il ragazzo sorrise e tirò fuori qualcosa dalla manica. Un rasoio, profilato in rosso mentre un terzo raggio li oltrepassava lampeggiando, perdendosi nel buio. Case vide il rasoio scendere verso la propria gola come la bacchetta di un rabdomante.

Il volto fu cancellato da una nube ronzante di microscopiche esplosioni. Le freccette di Molly, a venti colpi al secondo. Il ragazzo tossì una volta, convulsamente, poi si accasciò sulle gambe di Case.

Questi s’incamminò verso le bancarelle, in mezzo alle ombre. Guardò in giù, aspettandosi di vedere l’ago color rubino spuntare dal proprio petto. Niente. La trovò. Era riversa ai piedi d’un pilone di cemento, con gli occhi chiusi. C’era un odore di carne cotta. La folla stava cantilenando il nome del vincitore. Un venditore di birra stava pulendo le spine con uno straccio scuro. In qualche modo una scarpetta bianca le si era sfilata, e giaceva accanto alla testa.

Seguì la parete. La curva di cemento. Con le mani in tasca. Continuò a camminare, passando davanti a facce invisibili, gli occhi sollevati verso l’immagine del vincitore sul ring. In un’occasione una faccia europea costellata di cicatrici danzò al bagliore d’un fiammifero, le labbra si contrassero intorno al corto stelo d’una pipa metallica. Un forte odore di hashish. Case continuò a camminare senza sentire niente.

— Case? — I suoi specchi emersero da un’ombra più profonda. — Stai bene?

Qualcosa miagolò e gorgogliò nell’oscurità dietro Molly.

Lui scosse il capo.

— Il match è finito, Case. È ora di ritornare a casa.

Cercò di oltrepassarla, di addentrarsi nel buio dove qualcosa stava morendo. Lei lo fermò appoggiandogli una mano sul petto. — Amici del tuo amico più stretto. Hanno ucciso la tua ragazza per te. Non te la cavi molto bene con gli amici in questa città, vero? Abbiamo un profilo parziale di quel vecchio bastardo da quando abbiamo fatto il tuo, amico. Ammazzerebbe la mamma per una manciata di nuovi yen. Quello là dietro ha detto che!e sono arrivati addosso quando ha cercato di vendere la tua RAM. Meno costoso per loro ucciderla e prendersela. Hanno risparmiato un po’ di soldi… Ho fatto in modo che quello con il laser mi raccontasse tutto. Una pura coincidenza che ci fossimo anche noi, ma dovevo esserne sicura. — Le sue labbra erano dure, irrigidite in una linea sottile.

A Case parve di avere cervello come bloccato. — Chi… chi li ha mandati?

Molly gli passò una borsa chiazzata di sangue con un intenso sentore di zenzero conservato. Lui vide che aveva le mani sporche di sangue rappreso. Là dietro, in mezzo alle ombre, qualcuno emise ancora qualche gorgoglio prima di morire.

Dopo il controllo postoperatorio alla clinica, Molly l’accompagnò fino al porto. Armitage li stava aspettando. Aveva affittato un hovercraft. L’ultima cosa che Case vide di Chiba furono gli scuri profili delle arcologie. Poi la nebbia si chiuse sopra le acque nere e i banchi di rifiuti alla deriva.

PARTE SECONDA

La spedizione per acquisti

3

Casa.

La casa era BAMA, lo Sprawl, l’Asse Metropolitano Boston-Atlanta.

Programmate una mappa in modo che mostri la frequenza degli scambi di dati, ogni mille megabyte un singolo pixel su uno schermo enorme. Manhattan e Atlanta ardono di un bianco compatto. Poi cominciano a pulsare, la velocità del traffico minaccia di sovraccaricare la vostra simulazione. La vostra mappa sta per diventare una nova. Raffreddatela. Aumentate la scala. Ciascun pixel un milione di megabyte. A cento milioni di megabyte al secondo cominciate a distinguere certi isolati al centro di Manhattan, i contorni dei complessi industriali vecchi di secoli che cingono il vecchio cuore di Atlanta…

Case si svegliò da un sogno di aeroporti, di cuoio scuro di Molly che si muoveva davanti a lui negli immensi atrii di Orly, Narita, Schipol… Osservò se stesso che comprava una fiaschetta piatta di plastica piena di vodka danese a un chiosco, un’ora prima dell’alba.

Da qualche parte giù nelle radici di ferrocemento dello Sprawl, un treno stava spingendo una colonna d’aria rancida lungo una galleria. Il treno era silenzioso, planava sui suoi cuscini a induzione, ma l’aria smossa faceva cantare la galleria nella gamma dei subsonici più bassi. La vibrazione raggiunse la stanza dove era steso Case e sollevò la polvere dalle crepe del parquet troppo asciutto.

Quando aprì gli occhi vide Molly nuda appena fuori della sua portata, dall’altra parte d’una distesa rosa di gommapiuma termica nuova di zecca. In alto la luce del sole filtrava attraverso la griglia fuligginosa di un lucernario. Mezzo metro quadrato di vetro era stato sostituito da un pannello di truciolato da cui spuntava un grosso cavo grigio che finiva penzolante a pochi centimetri dal pavimento. Case era steso sul fianco e l’osservava respirare. Guardava i suoi seni, la curva d’un fianco dal profilo funzionale ed elegante come la fusoliera d’un aereo da combattimento. Quel corpo era asciutto, essenziale, con i muscoli da ballerina classica.

La stanza era grande. Si drizzò a sedere. Era vuota, a parte l’ampia superficie rosa del letto e due borse di nylon, nuove e identiche, che giacevano poco lontane. Le pareti spoglie, nessuna finestra, una singola uscita di sicurezza in acciaio dipinto di bianco. Le pareti erano rivestite d’innumerevoli strati di acrilico bianco. Gli interni d’una fabbrica. Lui conosceva quel tipo di locale, quel tipo di edificio: gli inquilini erano gente che operava nell’interzona in cui l’arte non era del tutto un crimine, e un crimine non del tutto un’arte.

Era a casa.

Si rigirò e appoggiò i piedi sul pavimento. Era una sorta di parquet, ma alcuni elementi mancavano, altri erano sconnessi. La testa gli faceva male. Ricordò Amsterdam, un’altra stanza, nella Città Vecchia, edifici antichi di secoli. Molly appena tornata dal canale con del succo d’arancia e delle uova. Armitage che se n’era andato per una delle sue misteriose scorrerie, loro due che camminavano soli oltre il Dam fino a un bar che lei conosceva, in una delle strade di Damrak. Parigi era un sogno confuso. Compere, Molly l’aveva accompagnato a far compere.

Si alzò e s’infilò un paio di jeans neri nuovi e spiegazzati abbandonati ai suoi piedi, poi s’inginocchiò accanto alle borse. La prima che aprì era quella di Molly: indumenti piegati in bell’ordine e oggettini dall’aria costosa. La seconda era piena zeppa di cose che non ricordava di aver comprato: libri, nastri, un deck da simstim, abiti con etichette francesi e italiane. Sotto una maglietta verde scoprì un pacchetto piatto avvolto in un origami di carta giapponese riciclata.

La carta si lacerò quando lo raccolse: una scintillante stella a nove punte ne cadde… piantandosi dritta in una crepa del parquet.

— Un ricordino — spiegò Molly. — Ho notato che continuavi a guardarle. — Quando Case si voltò la vide seduta a gambe incrociate sul letto mentre si grattava assonnata lo stomaco con le unghie color borgogna.

— Più tardi passerà qualcuno a rendere sicuro questo posto — disse Armitage. Era fermo sulla soglia con in mano un’antiquata chiave magnetica. Molly stava preparando il caffè su un minuscolo fornelletto tedesco che aveva tirato fuori dalla borsa.

— Posso pensarci io — dichiarò Molly. — Ho già abbastanza apparecchiature. Infrascanner perimetrali, allarmi vocalizzanti…

— No — ribadì Armitage, chiudendo la porta. — Lo voglio impenetrabile.

— Fai come ti pare. — Molly indossava una maglietta scura a rete, infilata dentro larghi pantaloni neri di cotone.

— È mai stato nella polizia, signor Armitage? — chiese Case, seduto con la schiena appoggiata alla parete.

Armitage non era più alto di Case, ma con le sue spalle ampie e il portamento militare pareva riempire il vano della porta. Indossava un vestito italiano scuro, e nella mano destra reggeva una valigetta di morbido vitello nero. L’orecchino dei reparti speciali era sparito. I tratti di quel volto fascinoso e inespressivo offrivano la bellezza standard delle boutique cosmetiche, un amalgama tradizionale dei volti più importanti comparsi sui media durante l’ultimo decennio. Il pallido bagliore degli occhi accentuava l’effetto maschera. Case cominciò a pentirsi di aver fatto quella domanda.

— Insomma, un bel po’ di ragazzi dei reparti hanno finito per fare i poliziotti. Oppure sono approdati alla sicurezza delle grosse società — aggiunse Case a disagio. Molly gli porse una tazza di caffè fumante. — Quell’intervento che gli ha fatto fare sul mio pancreas è tipico dei poliziotti.

Armitage chiuse la porta, attraversò la stanza e si fermò dritto davanti a Case. — Sei un ragazzo fortunato, Case… Dovresti ringraziarmi.

— Davvero? — Case soffiò rumorosamente sul suo caffè.

— Avevi bisogno di un nuovo pancreas. Quello che abbiamo comprato ti affranca da una pericolosa dipendenza.

— Grazie, ma quella dipendenza me la godevo.

— Meglio per te, visto che adesso ne hai una nuova.

— Come sarebbe? — Case sollevò lo sguardo dal suo caffè. Armitage sorrideva.

— Hai quindici sacche di tossine legate all’endotelio di varie arterie principali, Case. Si stanno dissolvendo. Molto lentamente, ma si stanno senz’altro liquefacendo. Ognuna contiene una micotossina. Conosci già gli effetti di quella micotossina. È quella che i tuoi ex datori di lavoro ti hanno dato a Memphis.

Case sollevò lo sguardo su quella maschera sorridente sbattendo gli occhi.

— Hai il tempo di fare ciò per cui ti ho assoldato, Case, ma è tutto. Se fai il lavoro, poi io posso iniettarti un enzima che scioglierà i legami senza aprire le sacche. Poi avrai bisogno di un ricambio di sangue. Altrimenti le sacche si scioglieranno e finirai di nuovo dove ti ho trovato. Così, come vedi, Case, hai bisogno di noi. Hai bisogno di noi almeno quanto ne avevi quando ti abbiamo tirato su dalla fogna.

Case guardò Molly. La donna scrollò le spalle.

— Adesso scendi con il montacarichi e porta su le casse che troverai di sotto. — Armitage gli porse la chiave magnetica. — Vai. Sarà uno spasso, Case. Come la mattina di Natale.

Estate nello Sprawl, le folle lungo il passeggio che ondeggiavano come erba smossa dal vento, un campo di carne screziato da improvvisi mulinelli di bisogni e gratificazioni.

Era seduto accanto a Molly alla luce filtrata del sole sul bordo di una fontana asciutta di cemento, lasciando che l’interminabile fiume di facce ricapitolasse gli stadi della sua vita. Prima un bambino con gli occhi socchiusi, un ragazzo di strada, le mani rilassate e pronte ai fianchi, poi il volto liscio ed enigmatico di un adolescente sotto gli occhiali rossi. Case ricordava di essersi battuto su un tetto a diciassette anni, un combattimento silenzioso al roseo bagliore dei geodesici dell’alba.

Si spostò sul cemento, sentendolo ruvido e fresco attraverso il denim nero e sottile dei calzoni. Qui non c’era niente di simile alla danza elettrica di Ninsei. Questo era un commercio diverso, un ritmo diverso, nell’odore dei fast food, dei profumi e del sudore fresco dell’estate.

Con il suo deck che l’aspettava, là nell’attico, un Ono-Sendai Cyberspace 7. Avevano lasciato il locale cosparso delle forme astratte degli imballaggi di polistirolo, fogli di plastica accartocciati e centinaia di palline di gommapiuma.

L’Ono-Sendai, il costosissimo prototipo dell’Hosaka dell’anno prossimo, un monitor della Sony, una dozzina di dischi ice da multinazionale, una macchinetta da caffè della Braun. Armitage aveva aspettato soltanto che Case approvasse ogni singolo pezzo.

— Dov’è andato? — aveva chiesto Case a Molly.

— Gli piacciono gli alberghi, quelli grandi. Vicini agli aeroporti, se se li può permettere. Scendiamo in strada. — Aveva indossato un panciotto con la chiusura lampo, un vecchio residuato bellico, con una dozzina di tasche dalla forma stranissima, quindi s’era infilata un paio di enormi occhiali da sole di plastica nera, che nascondevano gli innesti a specchio.

— Sapevi di quella tossina? — le chiese, lì accanto alla fontana. Lei scosse la testa. — Pensi che sia vero?

— Forse sì, forse no. Funziona in entrambi i casi.

— Conosci per caso qualche sistema per appurarlo?

— No — rispose lei, sollevando la mano destra per interromperlo. — Questo genere di anomalia è troppo sottile per comparire su un analizzatore. — Poi le sue dita tornarono a muoversi: aspetta un attimo. — E non te ne importa più di tanto, comunque. Ti ho visto mentre accarezzavi quel Sendai. Ehi, eri quasi pornografico. — Scoppiò a ridere.

— E allora, cos’ha su di te? Come ha fatto ad accalappiare una ragazza in carriera come te?

— Orgoglio professionale, bimbo, nient’altro. — E ancora una volta l’interruppe. — Andiamo a fare colazione, va bene? Uova, e vero bacon. Probabilmente ti ucciderà. A Chiba hai mangiato troppo a lungo quel krill ricostituito… Già. Su, vieni, prendiamo il metrò fino a Manhattan e facciamoci una vera colazione.

Un neon senza vita scandiva, in lettere maiuscole tutte impolverate in tubo di vetro, METRO HOLOGRAFIX. Case si tolse un filo di bacon che gli si era impigliato fra gli incisivi. Aveva rinunciato a chiedere dove stavano andando, e perché. Gomitate alle costole e l’invito a chiudere il becco era tutto quanto aveva ottenuto a mo’ di risposta. Lei gli parlò delle tendenze della stagione, degli sport più in voga, dell’ultimo scandalo politico in California (di cui lui non aveva mai sentito parlare).

Guardò il deserto vicolo cieco. Un foglio di giornale attraversò svolazzando l’incrocio. I venti capricciosi da est: avevano qualcosa a che fare con la convezione e l’inversione degli strati. Case guardò l’insegna spenta attraverso il vetro. Decise che lo Sprawl di Molly non era il suo. L’aveva portato in una dozzina di bar e di club dove non era mai stato prima, curando i propri affari con un semplice cenno del capo. Manteneva i contatti.

Qualcosa si muoveva fra le ombre dietro METRO HOLOGRAFIX.

La porta era un foglio di lamiera ondulata davanti al quale le mani di Molly disegnarono un’intricata sequenza di segnali che lui non poteva seguire. Colse però il segno di contante, il pollice che sfiorava la punta dell’indice. La porta si aprì verso l’interno e lei lo condusse in mezzo all’odore di polvere. Erano penetrati in uno spazio sgombro all’interno di un fitto groviglio di paccottiglia su entrambi i lati lungo le pareti coperte di scaffali pieni di tascabili che si stavano sbriciolando. I detriti parevano qualcosa cresciuto lì dentro, un fungo di metallo e plastica ritorti. Riusciva a distinguere i singoli oggetti ma questi quasi subito tornavano a confondersi nella massa: i visceri di un televisore, vecchio al punto da essere costellato dai moncherini di vetro delle valvole, una parabolica accartocciata, un bidone di fibra marrone stipato di corrosi tubi di lega metallica. Un enorme mucchio di vecchie riviste era precipitato nell’area sgombra, e le epidermidi di estati perdute lo fissarono cieche mentre seguiva Molly attraverso uno stretto canyon di rottami compattati. Sentì la porta chiudersi alle loro spalle. Non si voltò a guardare.

La galleria terminava con un’antica coperta militare appesa di traverso a una porta. Una luce bianca scaturì all’improvviso quando Molly ci passò sotto.

Quattro pareti di plastica candida, il soffitto tale e quale, il pavimento di piastrelle bianche da ospedale modellate in un motivo antiscivolo di piccoli dischi sporgenti. Al centro c’era un tavolo quadrato di legno dipinto di bianco, con quattro sedie pieghevoli.

L’uomo che adesso si trovava alle loro spalle, sulla soglia, sbattendo le palpebre, con la coperta militare che gli drappeggiava la spalla come un mantello, pareva progettato in una galleria del vento. Le orecchie erano molto piccine, incollate al cranio strettissimo, e i grossi incisivi, scoperti da qualcosa che non era esattamente un sorriso, erano decisamente inclinati all’indietro. Indossava un’antiquata giacca di tweed e impugnava nella sinistra una pistola di qualche tipo. L’uomo li sbirciò, sbatté di nuovo le palpebre e lasciò cadere la pistola in una tasca della giacca, quindi si rivolse a Case con un gesto della mano, indicando una lastra di plastica bianca appoggiata alla parete vicino alla porta. Quando Case si avvicinò, vide che era un sandwich compatto di circuiti, spesso quasi un centimetro. Aiutò l’uomo a sollevarla e a collocarla nel vano della porta. Dita veloci, macchiate di nicotina, la fissarono nel suo alloggiamento con un bordo di velcro bianco. Uno sfiatatoio nascosto della ventilazione incominciò a ronzare.

— Il tempo — disse l’uomo, rizzandosi. — Il tassametro corre. Conosci la tariffa, Moll?

— Abbiamo bisogno d’una scansione, Finn. Per innesti.

— Allora mettiti là fra i pilastri. In piedi sul nastro. Dritta, ecco. Adesso girati, dammi un tre e sessanta completo. — Case la osservò ruotare tra due fragili colonnine imbottite di sensori. L’uomo tirò fuori di tasca un piccolo monitor e lo guardò strizzando gli occhi. — C’è qualcosa di nuovo nella tua testa, già. Silicio, uno strato di carburi pirolitici. Un orologio, giusto? I tuoi occhiali mi danno la lettura solita, carburi isotropici a bassa temperatura. Avresti una migliore biocompatibilità con i pirolitici, ma sono affari tuoi, giusto? Vale altrettanto per i tuoi artigli.

— Mettiti qui, Case. — C’era una X tracciata in nero sul pavimento bianco. — Girati, lentamente.

— Questo tipo è vergine. — L’uomo scrollò le spalle. — Un po’ di lavoro da quattro soldi ai denti, è tutto.

— Hai controllato i dati biologici? — Molly aprì la cerniera del corpetto verde e si tolse gli occhiali scuri.

— Credi che siamo alla Mayo Clinic? Sali sul tavolo, ragazzo. Faremo una piccola biopsia. — Finn rise, esibendo un’ulteriore dose di denti gialli. — No, parola di Finn, dolcezza, non hai nessuna piccola cimice, nessuna bomba nella corteccia. Vuoi che spenga lo schermo?

— Solo quel tanto che basta perché tu te ne vada, Finn. Poi vogliamo lo schermo attivato per tutto il tempo che ci pare.

— Ehi, a Finn va benissimo, Moll. Paghi soltanto per ogni secondo che passa.

Chiusero ermeticamente la porta alle spalle di Finn, quindi Molly girò una seggiola bianca e si sedette, appoggiando il mento sugli avambracci incrociati. — E adesso parliamo pure. Qui è privato entro i limiti massimi che mi posso permettere.

— Di che?

— Di quello che stiamo facendo.

— Cosa stiamo facendo?

— Lavoriamo per Armitage.

— E dici che questo non è a suo uso e consumo?

— Già. Ho visto il tuo profilo, Case. E ho visto il resto della nostra lista per la spesa, una volta. Tu lavori mai con i morti?

— No. — Case osservò il proprio riflesso sugli occhiali della compagna. — Anche se potrei farlo, credo. Sono bravo nel mio lavoro. — L’uso del presente l’innervosì.

— Sai che Dixie “Flatline” è morto?

Lui annuì. — Il cuore, se ho sentito bene.

— Lavorerai con il suo costrutto. — Un sorriso. — Ti ha insegnato i trucchi del mestiere, no? Lui e Quine. Conosco Quine, a proposito. Un vero stronzo.

— Qualcuno ha una registrazione di McCoy Pauley? Chi? — Adesso Case s’era seduto e teneva appoggiati i gomiti sul tavolo. — Non riesco a crederci. Non sarebbe mai rimasto fermo abbastanza da farsela fare.

— La Senso/Rete gli ha pagato un mega, ci puoi scommettere.

— È morto anche Quine?

— Non siamo così fortunati. È in Europa. Non c’entra con questa faccenda.

— Be’, se possiamo avere quella di Flatline siamo a posto. Era il migliore. Sai che è morto a livello cerebrale tre volte?

Lei annuì.

— “Flatline”, appunto, morte cerebrale sull’elettroencefalo. Mi ha mostrato i nastri. “Ragazzi, se ero moorto…

— Senti, Case, sto cercando di scoprire chi c’è dietro Armitage fin dall’inizio. Ma ho la sensazione che non si tratti di zaibatsu, di un governo o di qualche succursale della Yakuza. Armitage riceve ordini. Qualcosa come andare a Chiba, prender su un poveraccio allo stremo con i circuiti bruciati e scambiare un programma con l’operazione che lo sistemerà. Avremmo potuto comprare i venti migliori cowboy del mondo con quello che il mercato era pronto a pagare per quel programma chirurgico. Tu eri in gamba, ma non tanto in gamba… — Si grattò il naso.

— È ovvio che ha un senso per qualcuno — replicò lui. — Qualcuno di grosso.

— Non vorrei sembrare offensiva. — Molly sogghignò. — Dovremo fare un’incursione molto tosta, Case, e solo per ottenere il costrutto di Flatline. La Senso/Rete l’ha messo sotto chiave in un caveau di biblioteca in centro. È più impenetrabile del culo di un’anguilla, Case. Ora la Senso/Rete ha messo sotto chiave là dentro anche il nuovo materiale della stagione autunnale. Ruba quello e saremo dei ricchi di merda. Ma no, dobbiamo fregare il Flatline e nient’altro. Molto strano.

— Sì, è tutto strano. Tu sei strana, questo buco è strano, e chi è quel tipo strano là fuori in corridoio?

— Finn è un mio vecchio contatto. Ricettatore, più che altro. Software. Per lui questa attività nel settore privacy è secondaria. Ma ho ottenuto da Armitage che sia lui il nostro tecnico, così quando si farà vivo più avanti tu non l’hai mai visto, capito?

— E a te Armitage cos’ha messo a sciogliersi nelle vene?

— Io sono facile da convincere. — Molly sorrise. — Uno vale per quello che sa fare, giusto? Tu devi soltanto infilarti lo spinotto, io devo lottare.

Lui la fissò. — Allora dimmi cosa sai di Armitage.

— Tanto per cominciare, nessuno che si chiami Armitage ha mai preso parte a nessun Pugno Urlante. Ho controllato. Ma questo non significa molto. Non assomiglia a nessuna delle fotografie dei tizi che ne sono usciti vivi. — Scrollata di spalle. — Non è un gran che, ma è tutto quello che sono riuscita a scoprire. — Molly tamburellò con le unghie sullo schienale della sedia. — Ma tu sei un cowboy, no? Voglio dire, forse tu potresti dare un’occhiatina in giro. — Sorrise.

— Armitage mi ucciderebbe.

— Forse. O forse no. Credo che abbia bisogno di te, Case, e parecchio. E poi sei un tipo intelligente, no? Tu puoi fregarlo, di sicuro.

— Che altro c’è su quella lista di cui mi hai parlato?

— Giocattoli. La maggior parte per te. E uno psicopatico patentato di nome Peter Riviera. Un gran brutto cliente.

— Dov’è?

— Non lo so. Ma è un nauseabondo al cubo, non conto storie. Ho visto il suo profilo. — Molly fece una smorfia. — Orrendo. — Si alzò in piedi e si stiracchiò come un gatto. — Così, abbiamo stretto un patto d’acciaio, eh, ragazzo? Siamo insieme in questa faccenda? Soci?

Case la guardò. — Ho forse altra scelta?

Lei scoppiò a ridere. — Bravo, cowboy.

“La matrice ha le sue radici nei primi videogiochi, nei primi programmi di grafica e negli esperimenti militari con gli spinotti cranici” recitò la voce fuori campo. Sul Sony una guerra spaziale bidimensionale si dissolse dietro una foresta di felci generate matematicamente che mostravano le virtualità spaziali delle spirali logaritmiche. Passarono rapidi sullo schermo uno spezzone di pellicola militare azzurro ghiaccio, quindi animali da laboratorio collegati ad apparecchi per la sperimentazione, caschi che davano accesso ai circuiti di controllo delle armi da fuoco nei carri armati e negli aerei. “Cyberspazio: un’allucinazione vissuta consensualmente ogni giorno da miliardi di operatori legali, in ogni nazione, da bambini a cui vengono insegnati i concetti della matematica… Una rappresentazione grafica di dati ricavati dalle memorie di ogni computer del sistema umano. Impensabile complessità. Linee di luce disposte nel nonspazio della mente, ammassi e costellazioni di dati. Come le luci di una città, che si allontanano…”

— Cos’è quello? — chiese Molly, mentre lui usava il telecomando.

— Uno spettacolo per bambini. — Una discontinua cascata d’immagini mentre il selettore faceva il giro. — Spegniti — ordinò Case all’Hosaka.

— Vuoi provarci adesso, Case?

Mercoledì. Otto giorni da quando si era svegliato al Cheap Hotel con Molly al fianco. — Vuoi che esca, Case? Forse è più facile per te, se sei solo… — Lui scosse il capo.

— No, rimani. Non ha importanza. — Si applicò sulla fronte la fascia nera antisudore di tessuto di spugna, facendo attenzione a non disturbare i piatti elettrodi dermici Sendai. Fissò il deck sulle ginocchia, senza realmente vederlo… vedendo invece la vetrina del negozio di Ninsei, la shuriken cromata che ardeva dei riflessi del neon. Sollevò lo sguardo: sulla parete, subito sopra il Sony, aveva appeso il regalo di Molly con una puntina da disegno gialla attraverso il foro nel mezzo.

Chiuse gli occhi.

Trovò la superficie rugosa dell’interruttore.

E nel buio illuminato dal sangue dietro le palpebre fosfeni argentei che arrivavano ribollendo dall’orlo dello spazio, immagini ipnagogiche che passavano sussultanti come una pellicola montata con inquadrature scelte a casaccio. Simboli, figure, facce, un mandala confuso e frammentato di informazioni visive.

Per favore, pregò, adesso…

Un disco grigio, del colore del cielo di Chiba.

Adesso…

Il disco cominciò a ruotare, sempre più veloce, diventando una sfera di un grigio più pallido. In espansione…

E cominciò a scorrere, a sbocciare per lui, un gioco fluido di luci, un origami al neon, il dispiegarsi della sua casa senza distanza alcuna, del suo paese, una scacchiera trasparente a tre dimensioni che si stendeva fino all’infinito. L’occhio interiore che si apriva sulla piramide scarlatta a gradoni della Eastern Seaboard Fission Authority che ardeva oltre i cubi verdi della Mitsubishi Bank of America, e in alto e molto lontano vide le braccia a spirale dei sistemi militari, per sempre oltre la sua portata.

E da qualche parte lui stava ridendo, in un loft dipinto di bianco, con le dita lontane che accarezzavano il deck, mentre lacrime liberatorie gli rigavano il viso.

Quando si tolse gli elettrodi, Molly se n’era andata e il loft era al buio. Controllò l’ora: era rimasto nel cyberspazio per cinque ore. Trasferì l’Ono-Sendai su uno dei nuovi tavoli da lavoro e crollò sul letto, tirandosi sopra la testa il sacco a pelo di seta nera di Molly.

Il dispositivo di sicurezza fissato con il nastro adesivo alla porta antincendio d’acciaio fece blip due volte. — Richiesta d’ingresso — annunciò l’apparecchio. — Il soggetto è autorizzato dal mio programma.

— Allora apri. — Case scostò la seta dal viso e si sollevò a sedere quando la porta si aprì, aspettandosi di vedere Molly o Armitage.

— Cristo — disse una voce rauca. — So che quella puttana riesce a vedere al buio… — Una figura tozza entrò e chiuse la porta. — Accendi le luci, per favore. — Case scivolò giù dal letto e trovò l’antiquato interruttore.

— Sono Finn — disse, e fece una smorfia di avvertimento a beneficio di Case.

— Case.

— Piacere di conoscerti. Sto facendo un po’ di hardware per il tuo capo, a quanto pare. — Finn estrasse di tasca un pacchetto di Partagas e ne accese uno. L’aroma del tabacco cubano riempì la stanza. Si avvicinò al tavolo da lavoro per dare un’occhiata all’Ono-Sendai. — Pare di serie. Lo sistemerò al volo. Ma ecco il tuo problema, ragazzo. — Sfilò dalla tasca interna della giacca una sudicia busta marrone, scrollò la cenere sul pavimento ed estrasse dalla busta un anonimo rettangolo nero. — Un maledetto prototipo uscito dalla fabbrica — dichiarò, buttando l’affare sul tavolo. — Li hanno stampati su un blocco di policarburo, non posso penetrarci col laser senza friggere tutto. Ben difeso dai raggi X, dall’ultrascanner, e Dio sa cos’altro. Ce la faremo a entrare, ma non c’è riposo per i malvagi, giusto? — Ripiegò la busta con gran cura e l’infilò nella tasca interna della giacca.

— Cos’è?

— Sostanzialmente, è un interruttore flip-flop. Collegalo al tuo Sendai e potrai avere accesso ai simstim dal vivo o registrati senza bisogno di scollegarti dalla matrice.

— Per cosa?

— Non ne ho la più pallida idea. So che sto predisponendo Molly per un’apparecchiatura trasmittente, perciò è probabile che avrai accesso al suo apparato sensoriale. — Finn si grattò il mento. — Così adesso riuscirai a scoprire quanto sono veramente aderenti quei jeans eh?

4

Case era seduto nel loft con i dermatrodi applicati alla fronte, a osservare le particelle di polvere che danzavano alla luce diluita del sole che filtrava attraverso la griglia lassù in alto. Un conto alla rovescia era in corso in un angolo del monitor. I cowboy non avevano a che fare con il simstim poiché era fondamentalmente un giocattolo di carne, si disse. Sapeva che gli elettrodi da lui usati e la piccola tiara di plastica che penzolava da un deck simstim erano fondamentalmente la stessa cosa, e che la matrice del cyberspazio era in effetti una drastica semplificazione dell’apparato sensoriale umano, almeno in termini di presentazione, ma il simstim in sé gli pareva una moltiplicazione gratuita di input fisici. Quello sul mercato era adattato, naturalmente, cosicché se a Tally Isham veniva il mal di testa nel corso di un segmento voi non l’avreste sentito.

Lo schermo fece blip, segnalando un preavviso di due secondi.

Il nuovo interruttore era stato attaccato al suo Sendai con un sottile nastro di fibra ottica.

E uno… e due… e…

Il cyberspazio prese vita dai punti cardinali. Ottimo, pensò, ma non abbastanza scorrevole. Dovrò lavorarci sopra…

Poi attivò il nuovo interruttore.

L’improvviso sobbalzo dentro la pelle di qualcun altro. La matrice scomparve, un’ondata di suono e di colore… Lei stava camminando in una strada affollata, passando davanti a bancarelle che vendevano software di sottomarca, i prezzi segnati con i pennarelli su dei foglietti di plastica, frammenti di musica da innumerevoli altoparlanti. Odore di orina, monomeri liberi, profumi, frittelle di krill. Per qualche secondo di panico tentò di controllare il corpo della donna. Poi si sforzò di rimanere passivo, divenne un passeggero dietro i suoi occhi.

Gli occhiali parevano non ridurre affatto la luce del sole. Si chiese se gli amplificatori incorporati provvedessero automaticamente alla compensazione. Degli alfanumerici azzurri ammiccanti segnavano il tempo, in basso, alla periferia sinistra del suo campo visivo. Un’ostentazione, secondo lui.

Il linguaggio del corpo era disorientante, lo stile estraneo. Pareva costantemente sul punto di entrare in collisione con qualcuno, ma la gente sembrava letteralmente liquefarsi davanti a lei, scostandosi di lato, facendole spazio.

— Come te la cavi, Case? — Udì le parole e la sentì mentre le formava. Molly s’infilò una mano sotto la giacca, tracciando con il polpastrello un cerchio intorno al capezzolo sotto la seta calda. La sensazione gli mozzò il fiato. Lei rise. Ma il collegamento era a senso unico. Case non aveva alcun modo per rispondere.

Due isolati dopo Molly stava attraversando la periferia di Memory Lane. Case continuò a cercare d’indurla a spostare gli occhi verso qualche punto di riferimento che lui avrebbe usato per trovare la strada. Cominciava a provare una certa irritazione per la passività di quella situazione. La transizione al cyberspazio, quando attivò l’interruttore, fu istantanea. Si digitò sulla tastiera lungo una parete di ice primitivo appartenente alla Biblioteca pubblica di New York, mettendosi a contare automaticamente le potenziali finestre. Ritornò quindi nel sensorio di Molly, nel sinuoso fluire di muscoli e di sensi acuiti, vividi.

Si trovò a interrogarsi sulla mente con cui condivideva quelle sensazioni. Quanto sapeva di lei? Che era un’altra professionista, la quale affermava che la propria intrinseca essenza era ciò che faceva per vivere, e lo stesso valeva per lui. Conosceva il modo in cui si era mossa contro il suo corpo, poco prima, quando si era svegliata, il reciproco gemito di unione quando lui l’aveva penetrata, e che le piaceva il caffè nero, dopo…

La sua meta era uno di quei dubbi complessi che affittavano software e si affacciavano su Memory Lane. C’era un’immobilità, un silenzio… Gli stand erano allineati nella sala centrale. La clientela era composta da giovani, quasi tutti adolescenti. Pareva che tutti avessero delle prese al carbonio impiantate dietro l’orecchio sinistro, ma Molly non focalizzò l’attenzione su di loro. I banchi sul davanti degli stand esibivano centinaia di schegge di microsoft, frammenti spigolosi di silicio colorato montati sotto bolle trasparenti rettangolari sopra quadrati di cartone bianco. Molly andò al settimo stand lungo la parete sud. Dietro al banco un ragazzo con la testa rasata fissava con sguardo assente il vuoto mentre una dozzina di spinotti di microsoftware sporgevano dalla presa dietro l’orecchio.

— Larry, sei in casa, amico? — Molly gli si piazzò davanti. Gli occhi del ragazzo misero a fuoco. Larry si rizzò a sedere sulla sedia ed estrasse una scheggia d’un vivace magenta dalla presa con l’unghia sporca del pollice.

— Ehi, Larry.

— Molly. — Il giovanotto le rivolse un cenno.

— Ho del lavoro per alcuni amici tuoi, Larry.

Larry tirò fuori dal taschino della camiciola rossa un piatto astuccio di plastica e l’aprì con uno scatto, infilando il microsoft nella sua fessura, accanto a una dozzina d’altri. Con la mano sospesa a mezz’aria scelse un chip nero, lucido, che era leggermente più lungo degli altri, e l’inserì con un gesto fluido nella propria testa. I suoi occhi si socchiusero.

— Molly ha un passeggero, e questo a Larry non piace — disse.

— Ehi, non sapevo che fossi così… sensibile. Sono impressionata. Costa molto acquistare tanta sensibilità?

— Ti conosco, signora? — L’espressione degli occhi di Larry era ritornata vacua. — Vuoi comperare qualche soft?

— Sto cercando i Moderni.

— Hai un passeggero, Molly. Me lo dice questo. — Batté le dita sulla scheggia nera. — Qualcun altro sta usando i tuoi occhi.

— Il mio socio.

— Di’ al tuo socio di smammare.

— Ho qualcosa per le Pantere Moderne, Larry.

— Di cosa stai parlando, signora?

— Case, decolla — disse Molly, e a quel punto lui fece scattare l’interruttore, tornando istantaneamente nella matrice. Le impressioni fantasma del complesso software rimasero sospese per alcuni istanti nella calma ronzante del cyberspazio.

— Pantere Moderne — disse rivolto all’Hosaka, togliendosi gli elettrodi. — Riassunto di cinque minuti.

— Pronto — fece il computer.

Non era un nome noto. Qualcosa di nuovo, qualcosa che era spuntato dopo l’ultima volta che era stato a Chiba. Le mode spazzavano la gioventù dello Sprawl alla velocità della luce, intere sottoculture potevano nascere in una notte, prosperare per una decina di settimane per poi scomparire del tutto. — Vai — disse. L’Hosaka aveva consultato la rete di biblioteche, riviste e notiziari.

Il riassunto iniziò con un’immagine fissa a colori che dapprima Case pensò fosse un collage di qualche tipo, la faccia di un ragazzo ritagliata da un’altra immagine e incollata sulla fotografia di una parete imbrattata di scritte. Occhi scuri, pieghe epicantiche, ovviamente il risultato di un intervento chirurgico, una rabbiosa spolverata di acne sulle guance pallide e scavate. L’Hosaka sganciò il fermo-immagine: il ragazzo si mosse, scivolando con la grazia sinistra di un mimo che finge di essere un predatore della giungla. Il suo corpo era quasi invisibile, un disegno astratto che imitava il muro imbrattato e slittava senza sforzo sul suo monoindumento attillatissimo. Policarburo mimetico.

Dissolvenza, di scena la dottoressa Virginia Rambali, sociologa, NYU, con nome, facoltà e ateneo che pulsavano attraverso lo schermo in alfanumerici rosa.

— Vista la loro tendenza ad atti casuali di surreale violenza, potrebbe essere difficile per i nostri spettatori capire come mai lei continui a insistere che questo fenomeno non è una forma di terrorismo — disse qualcuno.

La dottoressa Rambali sorrise. — C’è sempre un punto in cui il terrorista cessa di manipolare la gestalt dei media. Un punto oltre il quale la violenza potrebbe benissimo aumentare, ma oltre il quale il terrorista è diventato sintomatico della stessa gestalt dei media. Il terrorismo, come solitamente lo concepiamo noi, è correlato ai media in modo congenito. Le Pantere Moderne differiscono dagli altri terroristi proprio nel loro livello di consapevolezza, nella loro coscienza della misura in cui i media dissociano l’atto terroristico dall’originario intento sociopolitico…

— Salta — ordinò Case.

Case incontrò il suo primo Moderno due giorni dopo aver scorso il resoconto dell’Hosaka. I Moderni, decise, erano una versione contemporanea dei Grandi Scienziati della sua tarda adolescenza. C’era una specie di adolescenziale DNA fantasma all’opera nello Sprawl, qualcosa che recava in sé i precetti codificati di varie sottoculture effimere, replicandole a intervalli irregolari. Le Pantere Moderne erano una variante informatizzata degli scienziati. Se quella tecnologia fosse stata disponibile, i Grandi Scienziati avrebbero avuto tutti delle prese imbottite di microsoftware. Era lo stile che contava, e lo stile era lo stesso. I Moderni erano mercenari, burloni, tecnofeticisti nichilisti.

Quello che si presentò alla porta del loft con una scatola di dischetti da parte di Finn era un ragazzo dalla voce melliflua, Angelo. Il suo volto era un semplice innesto cresciuto su collagene e polisaccaridi di cartilagine di squalo, liscio e orrido. Era uno dei lavori di chirurgia elettiva più sgradevoli che Case avesse mai visto. Quando Angelo sorrise, rivelando i canini affilati come rasoi di qualche grosso animale da preda, Case si sentì addirittura sollevato. Germogli di dente trapiantati: l’aveva visto altre volte.

— Non puoi lasciarti battere dal gap generazionale di questi piccoli coglioni — disse Molly. Case annuì, assorto negli schemi dell’ice della Senso/Rete.

Era questo… Sì, ecco ciò che era, chi era, ecco il suo essere. Si dimenticò persino di mangiare. Molly lasciava contenitori di riso e vassoi di plastica pieni di sushi su un angolo del lungo tavolo. Talvolta l’irritava perfino il fatto di essere costretto a lasciare il terminale per usare la toilette chimica che avevano piazzato in un angolo del loft. Gli schemi dell’ice si formavano e riformavano sullo schermo mentre lui sondava il terreno in cerca di brecce, evitando le trappole più ovvie e tracciando una mappa del percorso che avrebbe seguito attraverso l’ice della Senso/Rete. Era un buon ice. Un ice magnifico. I suoi schemi ardevano mentre lui giaceva con il braccio sotto le spalle di Molly, ammirando l’alba rossa attraverso la griglia d’acciaio del lucernario. Quel labirintico arcobaleno di pixel era la prima cosa che vedeva quando si svegliava. Andava dritto al terminale senza preoccuparsi di vestirsi e si collegava. Stava tagliando la rete, apriva varchi, la penetrava. Stava lavorando, insomma. Perse il conto dei giorni.

E talvolta, nell’addormentarsi, in particolare quando Molly era uscita per una delle sue scorribande esplorative insieme a una squadra di Moderni che aveva assoldato, immagini di Chiba tornavano a rifluire nella sua mente. Volti e neon di Ninsei. Una volta si svegliò da un sogno confuso di Linda Lee, incapace di ricordare chi era o cosa avesse significato per lui. Quando finalmente se ne ricordò, si collegò e lavorò per nove ore filate.

La penetrazione completa nella Senso/Rete richiese un totale di nove giorni.

— Avevo detto una settimana — rilevò Armitage, incapace di nascondere la soddisfazione quando Case gli fece vedere i suoi piani per l’incursione. — Te la sei presa comoda.

— Balle — ribatté Case, sorridendo allo schermo. — Questo è un ottimo lavoro, Armitage.

— Sì — ammise l’altro. — Ma non montarti la testa. In confronto a ciò che dovrai affrontare alla fine, questo è un gioco da ragazzini.

— Ti amo, Mamma Gatta — bisbigliò il collegamento delle Pantere Moderne. La sua voce era come una scarica elettrostatica modulata nella cuffia di Case. — Atlanta, Brood. Pare pronto. Via, ricevuto. — La voce di Molly era leggermente più chiara.

— Udire è ubbidire. — I Moderni stavano usando una specie di antenna parabolica fatta con una leggera rete a maglie esagonali, sita nel New Jersey, per far rimbalzare i segnali crittati dal satellite dei Figli di Cristo Re in orbita geosincrona sopra Manhattan. Avevano deciso di considerare l’intera operazione come una specie di burla complicata, e pareva che la loro scelta del satellite per telecomunicazioni fosse stata ponderata. I segnali di Molly venivano irradiati verso l’alto da una sorta di ombrello epossidico largo un metro fino al tetto di una torre di vetro nero di una banca, alta quasi quanto il palazzo della Senso/Rete.

Atlanta: il codice di identificazione era semplice. Da Atlanta a Boston a Chicago a Denver, cinque minuti per ogni città. Se qualcuno fosse riuscito a intercettare il segnale di Molly, a decodificarlo, a sintetizzare la sua voce, il codice avrebbe avvertito i Moderni. Se Molly fosse rimasta nell’edificio per più di venti minuti, era alquanto improbabile che ne sarebbe mai uscita.

Case trangugiò l’ultimo sorso del suo caffè, sistemò i dermatrodi e si grattò il petto sotto la maglietta nera. Aveva soltanto una vaga idea di ciò che le Pantere Moderne avevano progettato per distogliere l’attenzione della sorveglianza della Senso/Rete. Il suo lavoro consisteva nell’accertarsi che il programma d’intrusione che aveva elaborato si collegasse con i sistemi della Senso/Rete quando Molly ne avesse avuto bisogno. Seguì il conto alla rovescia nell’angolo dello schermo. Due. Uno.

Case s’innestò e attivò il suo programma. — Linea principale — sussurrò l’uomo di collegamento, e la sua voce fu l’unico suono mentre Case si tuffava attraverso gli strati lucenti dell’ice della Senso/Rete. Controlla Molly… Accese il simstim ed entrò nel suo sensorio.

L’antintrusore offuscò leggermente il suo input visivo. Molly si trovava davanti a una parete a specchio chiazzata d’oro nel vasto atrio bianco dell’edificio, intenta a masticare una gomma, in apparenza affascinata dal proprio riflesso. A parte l’enorme paio di occhiali da sole che nascondeva i suoi innesti, riusciva incredibilmente a dare l’impressione di sentirsi a suo agio in quel posto, un’altra giovane turista che sperava di riuscire a intravedere Tally Isham. Indossava un impermeabile di plastica rosa, una camicetta bianca di maglia, calzoni bianchi sformati di un taglio che era stato di moda a Tokyo l’anno prima. Se ne uscì in un sorriso vacuo e fece scoppiare un palloncino di gomma. A Case venne quasi da ridere. Sentiva il nastro a micropori applicato sulla gabbia toracica di Molly, sentiva le piccole unità piatte subito sotto, la radio, l’unità simstim e lo scrambler. Il microfonino applicato al collo assomigliava il più possibile a un disco dermico analgesico. Le mani, nelle tasche del soprabito rosa, si flettevano sistematicamente in una serie di esercizi tensione-rilascio. Gli ci vollero alcuni secondi per rendersi conto che la bizzarra sensazione alle punte delle dita era causata dalle lame che venivano in parte sfoderate e poi richiamate.

Tornò indietro. Il suo programma aveva raggiunto la quinta porta. Rimase a guardare mentre il suo icebreaker si spostava con effetto stroboscopico davanti a lui, vagamente conscio delle sue mani che viaggiavano sul deck, apportando degli aggiustamenti di minore entità. Piani colorati traslucidi si spostavano come un mazzo di carte truccate. Prendi una carta, pensò, una qualsiasi.

La porta passò come una macchia indistinta. Rise. L’ice della Senso/Rete aveva accettato il suo ingresso come un trasferimento di routine dal complesso del consorzio di Los Angeles. Era dentro. Alle spalle alcuni sottoprogrammi virali si staccarono come tante bucce di cipolla, intrecciandosi con il tessuto codificato della porta, pronti a deflettere i veri dati di Los Angeles quando fossero arrivati.

Cambiò di nuovo. Molly stava passando davanti all’enorme banco d’accoglienza in fondo all’atrio.

12:01:20, le cifre balenarono nel suo nervo ottico.

A mezzanotte, sincronizzato con il chip dietro l’occhio di Molly, l’agente di collegamento nel Jersey aveva impartito il suo ordine. — Linea principale. — Nove Moderni, sparsi lungo trecento chilometri nello Sprawl, avevano simultaneamente chiamato lo stesso numero d’emergenza da apparecchi telefonici a gettone. Ogni Moderno aveva snocciolato un discorsetto già preparato, aveva riappeso ed era scomparso nella notte, sfilandosi i guanti di lattice. Nove fra dipartimenti di polizia e agenzie di pubblica sicurezza stavano metabolizzando l’informazione secondo la quale un’oscura sottosetta di cristiani fondamentalisti aveva appena rivendicato l’immissione a livelli clinici di un agente psicoattivo illegale noto come Azzurro Nove nel sistema di aerazione della piramide della Senso/Rete. Era stato dimostrato che Azzurro Nove, conosciuto in Califomia come Angelo Tragico, provocava una forma acuta di paranoia e una psicosi omicida nell’ottantacinque per cento dei soggetti sperimentati.

Case premette l’interruttore mentre il suo programma irrompeva attraverso gli ingressi del sottosistema che controllava la sicurezza della biblioteca della Senso/Rete. Si vide entrare in un ascensore.

— Mi scusi, ma lei è un’impiegata? — La guardia inarcò le sopracciglia. Molly fece scoppiare la sua gomma. — No — rispose, colpendo con le prime due nocche della mano destra il plesso solare dell’uomo. Mentre questi si piegava in due, cercando di afferrare l’allarme che portava alla cintura, gli sbatté la testa di lato contro la parete della cabina.

Poi, masticando un po’ più rapidamente, sfiorò STOP e CHIUDI PORTA sul pannello illuminato, bloccando la porta, tirò fuori una scatola nera dalla tasca e inserì un cavo nel buco della serratura che proteggeva il circuito del pannello.

Le Pantere Moderne lasciarono passare quattro minuti perché la prima mossa facesse effetto, poi passarono alla seconda fase della manovra diversiva di disinformazione premeditata. Questa volta si inserirono direttamente dentro il sistema video interno del palazzo della Senso/Rete.

Alle 12:04:03, ogni schermo dell’edificio produsse lampi stroboscopici per diciotto secondi, con una frequenza che mise in crisi una porzione suscettibile d’impiegati della Senso/Rete. Poi qualcosa che solo vagamente assomigliava a un volto umano riempì gli schermi con lineamenti dilatati attraverso distese asimmetriche di ossa come un’oscena proiezione di Mercatore. Le labbra azzurre si dischiusero umide mentre la mascella contorta e allungata si muoveva. Qualcosa, forse una mano, simile a un fascio di nodose radici rossastre, annaspò verso la telecamera, quindi si offuscò e svanì. Rapide immagini subliminali di contaminazione: grafici del sistema idraulico dell’edificio, mani guantate che maneggiavano provette di laboratorio, qualcosa che cadeva giù nel buio, un pallido tonfo… La pista audio, il suo tono regolato su uno scorrimento poco meno che doppio della velocità standard di riproduzione, faceva parte di un notiziario del mese prima che descriveva nei particolari i potenziali impieghi militari di una sostanza conosciuta come HsG, un mediatore biochimico che governava il fattore di crescita dello scheletro umano. Dosi massicce di HsG esaltavano l’attività di certe cellule delle ossa, accelerandone la crescita addirittura fino al mille per cento.

Alle 12:05:00 il centro operativo rivestito di specchi del consorzio della Senso/Rete ospitava poco più di tremila impiegati. Quando il messaggio dei Moderni terminò con un’accecante vampata bianca sullo schermo, la piramide della Senso/Rete urlò.

Mezza dozzina di hovercraft tattici della polizia, reagendo alla possibilità che vi fosse l’Azzurro Nove nel sistema di ventilazione dell’edificio, stavano convergendo verso la piramide della Senso/Rete. Avevano acceso i fari anti-sommossa. Un elicottero della forza di pronto intervento della BAMA si stava sollevando dalla piattaforma su Riker’s Island.

Case attivò il suo secondo programma. Un virus progettato con somma perizia attaccò il tessuto di codice che schermava i controlli principali del sotterraneo ospitante i materiali di ricerca della Senso/Rete. — Boston. — La voce di Molly arrivò attraverso il circuito di collegamento. — Sono di sotto. — Quando Case commutò vide la bianca parete dell’ascensore. Lei stava abbassando la chiusura lampo dei calzoni bianchi. Un pacchetto rigonfio esattamente della sfumatura della caviglia pallida era assicurato da un microporo. Molly s’inginocchiò e tolse il nastro. Strisce color borgogna sfarfallarono sul policarburo mimetico mentre lui apriva l’uniforme dei Moderni. Si tolse l’impermeabile rosa, lo buttò per terra accanto ai calzoni bianchi e cominciò a infilarsi la tuta sopra la blusa bianca di maglia.

12:06:26.

Il virus di Case aveva praticato una breccia attraverso il comando ice della biblioteca. Quando lui si inserì, trovò uno spazio azzurro sterminato dov’erano allineate delle sfere in codice colore appese a una griglia a maglie strette di neon celeste. Nel non-spazio della matrice, l’interno del costrutto di certi dati possedeva illimitate dimensioni soggettive. La calcolatrice-giocattolo d’un bambino, a cui si fosse arrivati attraverso il Sendai di Case, avrebbe esibito illimitati abissi di niente dove sarebbero stati sospesi pochi comandi fondamentali. Case cominciò a battere la sequenza che Finn aveva acquistato da un sarariman di medio livello che soffriva di gravi problemi di droga. Cominciò a planare in mezzo alle sfere come se scorresse su binari invisibili.

Ecco. Questo.

Mentre si faceva strada a colpi di tasti dentro le sfere, la volta di gelido neon azzurro sopra di lui, liscia e senza stelle come vetro smerigliato, attivò un sottoprogramma che apportò certe modifiche nei controlli protettivi del nucleo.

Fuori subito. Scivolando agevolmente all’indietro, il virus ricostituì la trama del tessuto, cancellando la breccia.

Fatto.

Nell’atrio della Senso/Rete, due Pantere Moderne sedevano vigili dietro una bassa fioriera, registrando i tumulti con una videocamera. Indossavano entrambi vestiti mimetici. — Adesso gli hovercraft tattici stanno spruzzando barricate di schiuma a presa rapida — osservò uno dei due, parlando a beneficio del microfonino alla gola. — Il pronto intervento sta ancora tentando di far atterrare l’elicottero.

Case fece scattare l’interruttore del simstim. E si trovò di colpo scagliato nell’acuta sofferenza causata da un osso fratturato. Molly si reggeva alla parete grigia e vuota di un lungo corridoio, il suo respiro era affannoso e irregolare. Case si ritrovò all’istante di nuovo nella matrice, mentre una linea arroventata di dolore si spegneva alla coscia sinistra.

— Cosa sta succedendo, Brood? — chiese al collegamento.

— Non lo so, cowboy. La Mamma non parla. Aspetta.

Il programma di Case stava girando, un singolo filo di neon rosso sottile come un capello si allungava dal centro della finestra ripristinata fino al profilo in movimento dell’icebreaker. Non aveva il tempo di stare ad aspettare. Tirando un sospiro profondo, commutò di nuovo.

Molly fece un passo, cercando di reggere tutto il proprio peso contro la parete del corridoio. Nel loft, Case cacciò un gemito. Un secondo passo la portò verso un braccio proteso. La manica di un’uniforme resa vivida dal sangue fresco. Intravide un manganello a elettroshock in fibra di vetro, frantumato. Il campo visivo di Molly pareva essersi ristretto a un effetto tunnel. Al terzo passo, Case urlò e si ritrovò nella matrice.

— Brood? Boston, bimbo… — La voce di Molly era tesa per il dolore. Tossì. — Un piccolo problema con i locali. Credo che uno di loro mi abbia spezzato una gamba.

— Cosa ti serve, Mamma Gatta? — La voce dell’agente di collegamento si era fatta indistinta, confusa dalle scariche elettrostatiche.

Case si costrinse a tornare. Molly era appoggiata alla parete, sostenendo tutto il peso sulla gamba destra. Dopo avere rovistato nel marsupio ne trasse una lamina di plastica costellata da un arcobaleno di dischi dermici. Ne scelse tre che pigiò con forza contro il polso sinistro, sopra le vene. Seimila microgrammi di un endorfino-simile si abbatterono sul dolore come un maglio, annullandolo. Inarcò la schiena con un movimento convulso. Ondate rosa di calore le lambirono le cosce. Sospirò e, pian piano, si rilassò.

— Va bene, Brood, adesso va un po’ meglio. Ma avrò bisogno di una squadra medica quando uscirò. Dillo ai miei cowboy, sono a due minuti dal bersaglio. Ce la fai a resistere?

— Dille che sono dentro e che resisto — intervenne Case.

Molly cominciò a zoppicare lungo il corridoio. L’unica volta che si voltò a guardare, Case scorse i corpi accartocciati di tre guardie della Senso/Rete. Una di loro pareva non avere più gli occhi.

— I tattici e il pronto intervento hanno bloccato il pianterreno, Mamma Gatta. Barricate di schiuma. L’atrio sta diventando un problema.

— Anche quaggiù ci sono dentro fino al collo — replicò Molly, superando un paio di porte di grigio acciaio. — Sono quasi arrivata, cowboy.

Case scattò nella matrice e si strappò gli elettrodi dalla fronte. Era fradicio di sudore. Si passò sulla fronte un asciugamano, bevve un rapido sorso d’acqua dalla bonaccia accanto all’Hosaka e controllò la pianta della biblioteca dispiegata sullo schermo. Un cursore rosso pulsante strisciava attraverso i contorni di una porta. Soltanto a pochi millimetri dal puntino verde che indicava l’ubicazione del costrutto di Dixie Flatline. Si chiese che effetto facesse alla gamba di Molly camminare in quel modo. Con sufficiente endorfino-simile avrebbe potuto camminare anche su un paio di moncherini sanguinanti. Strinse l’imbracatura di nylon che lo teneva saldo sulla seggiola e si riapplicò gli elettrodi.

Adesso era solo routine: elettrodi, innesco, attivazione.

La biblioteca di consultazione della Senso/Rete era un’area d’immagazzinamento morta: i materiali conservati lì dentro dovevano essere rimossi fisicamente prima di poter essere interfacciati. Molly avanzò barcollando tra file di armadietti grigi tutti identici.

— Dille che sono ancora cinque e poi dieci sulla sinistra, Brood — disse Case.

— Ancora cinque e poi dieci a sinistra, Mamma Gatta — ripeté il collegamento.

Molly girò a sinistra. Una bibliotecaria sbiancata in volto era rincantucciata fra due armadietti, le guance umide, gli occhi vacui. Molly la ignorò. Case si chiese cosa mai avessero fatto i Moderni per provocare un terrore del genere. Sapeva che doveva avere a che fare con una finta minaccia, ma era stato troppo impegnato con il suo ice per seguire le spiegazioni di Molly.

— Ecco, è questo — disse. Ma lei si era già fermata davanti allo schedario che conteneva il costrutto. Le sue linee ricordarono a Case gli scaffali neoaztechi della libreria nell’anticamera di Julie Deane a Chiba.

— Avanti, cowboy — disse Molly.

Case passò al cyberspazio e inviò un comando pulsante lungo il filo rosso che perforava l’ice della biblioteca. Cinque distinti sistemi di allarme si convinsero di essere ancora funzionanti. Le tre serrature supercomplesse si disattivarono, ma continuarono a considerarsi chiuse. La memoria centrale della biblioteca subì per un minuto un cambiamento nella sua memoria fissa: il costrutto era stato rimosso un mese prima, per ordine della dirigenza. Ma se un bibliotecario avesse controllato, cercando l’autorizzazione alla rimozione del costrutto, avrebbe scoperto che i dati erano stati cancellati.

La porta si aprì su cardini silenziosi.

— 0467839 — disse Case, e Molly tirò fuori dalla rastrelliera una nera unità d’immagazzinamento. Assomigliava al caricatore d’un grosso fucile d’assalto, e le sue superfici erano costellate di decalcomanie ammonitrici e di classificazioni relative alla sicurezza.

Molly chiuse la porta dell’armadietto. Case tornò indietro.

Risalì il filo attraverso l’ice della biblioteca, che ritornò di scatto nel suo programma, attivando automaticamente un completo rovesciamento del sistema. Le porte della Senso/Rete si richiusero di colpo in scia mentre arretrava, con i sottoprogrammi che rientravano turbinando nel nucleo dell’icebreaker a mano a mano che Case attraversava i cancelli a cui erano appostati.

— Sono fuori, Brood — annunciò, e si accasciò sulla sedia. Dopo la concentrazione richiesta da un’incursione con tutti i crismi, poteva rimanere innestato e malgrado ciò conservare la completa consapevolezza del proprio corpo. La Senso/Rete avrebbe potuto impiegare dei giorni prima di scoprire il furto del costrutto. La chiave sarebbe stata la deviazione del trasferimento di Los Angeles, che coincideva con troppa precisione con l’incursione terroristica dei Moderni. Dubitava che i tre uomini della sicurezza che Molly aveva incontrato nel corridoio sarebbero sopravvissuti per parlarne. Continuò.

L’ascensore, con la scatola nera di Molly appiccicata con il nastro adesivo accanto al pannello di controllo, era rimasto dove lei l’aveva lasciato. La guardia giaceva ancora accartocciata sul pavimento. Per la prima volta Case notò il dermadisco sul collo dell’uomo. Un’idea di Molly per tenerlo fuori combattimento. Lei lo scavalcò e recuperò la scatola nera prima di schiacciare il pulsante ATRIO.

Quando la porta dell’ascensore si aprì sibilando, una donna si avventò fuori dalla calca, dentro la cabina, e sbatté la testa contro la parete di fondo. Molly l’ignorò, chinandosi invece per staccare il dermadisco dal collo della guardia. Poi, con un calcio, spedì i calzoni bianchi e l’impermeabile rosa fuori dalla cabina, buttando anche gli occhiali scuri, e calò il cappuccio sulla fronte. Il costrutto, nella tasca a marsupio della tuta, affondò nel suo sterno quando lei si mosse e uscì.

Case aveva visto il panico in svariate occasioni, ma mai in un ambiente chiuso.

I dipendenti della Senso/Rete, riversandosi fuori dagli ascensori, s’erano precipitati verso le uscite che davano sulla strada ma avevano incontrato le barricate di schiuma dei tattici e le armi a sacchetto di sabbia del pronto intervento della BAMA. Le due agenzie, convinte di bloccare in quel modo un’orda di potenziali assassini, collaboravano a un livello di efficienza che non gli era affatto solito. Al di là dei rottami delle uscite sfasciate, i cadaveri erano ammucchiati in un triplice strato sulle barricate. I tonfi sordi delle armi antisommossa facevano da sottofondo continuo ai rumori che la folla produceva mentre fluttuava avanti e indietro sul pavimento di marmo dell’atrio. Case non aveva mai sentito nulla di simile a quel frastuono.

E neppure Molly, a quanto pareva. — Gesù — disse lei, esitante. Era una specie di lamento funebre che cresceva d’intensità fino a diventare un gemito gorgogliante di paura allo stato puro. Il pavimento dell’atrio era coperto di corpi, indumenti, sangue e di lunghi rotoli calpestati di tabulati gialli.

— Su, sorella. Stiamo per uscire. — Gli occhi dei due Moderni guardavano da un folle turbinio di policarburi e le loro tute erano incapaci di adattarsi al delirio di forme e di colori che infuriava alle loro spalle. — Sei ferita? Su, vieni. Tommy ti darà una mano.

Tommy porse qualcosa a quello che aveva parlato, una videocamera avvolta in policarburo.

— Chicago — disse Molly. — Sto arrivando. — E poi cadde, non sul pavimento di marmo, viscido di sangue e vomito, ma dentro un pozzo caldo come il sangue, nel silenzio e nel buio.

Il capo delle Pantere Moderne, che si presentò come Lupus Yonderboy, indossava una tuta di policarburo con uno specifico sistema di registrazione che gli consentiva di replicare gli sfondi a volontà. Appollaiato sull’orlo del tavolo da lavoro di Case come una specie di grondone gotico aggiornato, contemplava Case e Armitage attraverso le palpebre socchiuse. E sorrideva. I suoi capelli erano rosa. Un’iridescente foresta di microsoftware sporgeva ispida dietro il suo orecchio sinistro appuntito, infiocchettato anch’esso da un ciuffo di peli rosa. Le pupille erano state modificate in modo da catturare la luce come quelle d’un gatto. Case ammirò la tuta attraversata da variazioni di trame e colori.

— Avete lasciato che andasse fuori controllo — si lamentò Armitage. Era immobile al centro dell’appartamento, simile a una statua, ammantato nelle pieghe scure e lucenti d’un impermeabile di foggia militare dall’aspetto costoso.

— Il caos, signor Chi — replicò Lupus Yonderboy. — Questo è il nostro modo-e-modus. Questa è la nostra basilare perversione. La vostra donna lo sa. Noi trattiamo con Molly, non con lei, signor Chi. — La sua tuta aveva assunto uno strambo motivo spigoloso nei colori beige e avocado pallido. — Aveva bisogno della squadra medica. Adesso è con loro. Noi la proteggeremo. Ogni cosa va per il meglio. — Sorrise di nuovo.

— Lo paghi — disse Case.

Armitage gli lanciò un’occhiataccia. — Non abbiamo la merce.

— La vostra donna ce l’ha — ribadì Yonderboy.

— Lo paghi.

Armitage si avvicinò impettito al tavolo e tirò fuori tre grasse mazzette di nuovi yen dalle tasche dell’impermeabile militare. — Vuoi contarli? — chiese a Yonderboy.

— No — rispose la Pantera Moderna. — È lei a pagare. Lei è il signor Chi. Lei paga per restarlo. Per non diventare un signor Nome.

— Spero che questa non sia una minaccia — disse Armitage.

— Sono affari — concluse Yonderboy, cacciandosi i soldi nell’unica tasca sul davanti della tuta.

Il telefono squillò. Case rispose.

— Molly — annunciò ad Armitage, passandogli il telefono.

I geodesici dello Sprawl si stavano rischiarando di grigia luce antelucana quando Case lasciò il palazzo. Si sentiva le ossa e i muscoli freddi e sconnessi. Non era riuscito a chiudere occhio. Quel loft gli dava sui nervi. Lupus se n’era andato, e anche Armitage, e Molly era sotto i ferri, chissà dove. Una vibrazione sotto i piedi segnalò il sibilante passaggio di un treno. In lontananza le sirene si lamentavano con un pronunciato effetto Doppler.

Case svoltò a casaccio, con il bavero alzato, ingobbito in una nuova giacca di pelle, facendo schizzare la prima d’una serie di Yeheyuan nel rigagnolo e accendendone subito un’altra. Cercò d’immaginare le sacche di tossine di Armitage che si dissolvevano nel suo flusso sanguigno, membrane microscopiche che si assottigliavano mentre camminava. Gli sembrava surreale. Come non gli erano parse reali la paura e l’angoscia che aveva visto attraverso gli occhi di Molly nell’atrio della Senso/Rete. Si accorse che stava cercando di ricordare i volti delle tre persone che aveva ucciso a Chiba. Erano privi di lineamenti, anonimi. La donna gli ricordava Linda Lee. Un furgone a triciclo tutto ammaccato con i finestrini a specchio gli passò accanto sobbalzando. Fusti vuoti di plastica sbattevano dentro il cassone.

— Case?

Si buttò di lato con un guizzo, appoggiando d’istinto la schiena contro una parete.

— Messaggio per te, Case. — Sulla tuta di Lupus Yonderboy vorticavano i colori primari. — Scusami. Non volevo spaventarti.

Case si raddrizzò, con le mani nelle tasche della giacca. Sovrastava di tutta la testa il Moderno. — Dovresti andarci piano, Yonderboy.

— Questo è il messaggio. Invernomuto. — Lo compitò.

— Da te? — Case fece un passo avanti.

— No — rispose Yonderboy. — Per te.

— Da chi?

— Invernomuto — ripeté Yonderboy, annuendo, facendo ballonzolare la cresta di capelli rosa. La tuta divenne nero opaco, un’ombra di carbone contro il vecchio cemento. Il Moderno si esibì in una piccola, strana danza, facendo roteare le nere braccia sottili, e poi scomparve. No. Era ancora là. Il cappuccio alzato per nascondere il rosa, la tuta dell’esatta sfumatura grigia, chiazzata e sudicia del marciapiede. Gli occhi ammiccarono in risposta al bagliore rosso d’un semaforo. E poi scomparve sul serio.

Case chiuse gli occhi, se li massaggiò con le dita intorpidite, appoggiandosi contro il muro di mattoni scrostati.

A Ninsei era tutto più semplice.

5

La squadra medica impiegata da Molly occupava due piani di un anonimo complesso vicino al vecchio centro di Baltimora. L’edificio era modulare, come una gigantesca versione del Cheap Hotel, e ognuna delle bare era lunga quaranta metri. Case incontrò Molly mentre usciva da quella con l’elaborata insegna di un certo GERALD CHIN, DENTISTA. Zoppicava.

— Lui dice che se prendo a calci qualcosa viene giù.

— Mi sono imbattuto in uno dei tuoi compari — osservò Case. — Un Moderno.

— Sì? Quale?

— Lupus Yonderboy. Aveva un messaggio. — Le passò un fazzoletto di carta con sopra scritto INVERNOMUTO con un pennarello rosso, le maiuscole elaborate e precise. — Ha detto… — Ma la mano di Molly fu pronta a sollevarsi per imporre il silenzio.

— Andiamo a mangiarci un po’ di granchio — disse.

Dopo aver pranzato a Baltimora, dove Molly aveva sezionato il proprio granchio con allarmante facilità, raggiunsero New York in metropolitana. Case aveva imparato a non fare domande, l’unica volta che ci aveva provato era stato zittito. Pareva che a Molly la gamba desse fastidio, e tra l’altro parlava di rado. Una bambina magra, nera di pelle, con perline di legno e vecchie resistenze elettriche intrecciate nei capelli corvini, aprì la porta di Finn e li guidò lungo la galleria di rifiuti. Case ebbe l’impressione che durante la loro assenza la roba fosse in qualche modo cresciuta. O per lo meno pareva aver subito sottili cambiamenti, posandosi sotto la pressione del tempo in scaglie silenziose e invisibili che si adagiavano una dopo l’altra a formare uno strato protettivo, una quintessenza cristallina di tecnologia di scarto, che fioriva in segreto nei depositi di rifiuti dello Sprawl.

Oltre la coperta militare, Finn li aspettava al tavolo bianco.

Molly cominciò a lanciare segnali concitati, tirò fuori un pezzo di carta, ci scrisse sopra qualcosa e lo passò a Finn. Questi lo prese tra il pollice e l’indice, tenendolo lontano manco fosse sul punto di esplodere, e fece un segno che Case non conosceva, un gesto che trasmetteva un misto d’impazienza e di cupa rassegnazione. Si alzò in piedi, spazzolando le briciole dalla malconcia giacca di tweed. Un vaso di aringhe in salamoia era posato sul tavolo accanto a un cartoccio di plastica tutta strappata contenente fette di pane da toast e a un portacenere di stagno pieno di mozziconi di Partagas.

— Aspettate — intimò loro Finn prima di lasciare la stanza.

Molly si accomodò, sfoderò la lametta del dito indice e fiocinò un pezzo di aringa grigiastra. Case vagò senza meta nella stanza, tastando le apparecchiature analizzatrici piazzate sui pilastri a mano a mano che ci passava accanto.

Dieci minuti dopo Finn ritornò tutto agitato, mostrando i denti in un ampio sorriso giallo. Annuì, rivolse a Molly un cenno con il pollice in su e fece segno a Case di dargli una mano con il pannello della porta. Mentre Case lisciava i bordi di velcro, Finn estrasse dalla tasca una piccola consolle piatta sulla quale batté un’elaborata sequenza.

— Tesoro, ce l’hai fatta. Lo sento a naso. Vuoi dirmi dove l’hai avuto? — disse, rivolto a Molly, mettendo via la consolle.

— Yonderboy — l’informò Molly, scostando le aringhe e le fette di pan carré. — Ho fatto un affaruccio con Larry, di straforo.

— Brillante — esclamò Finn. — È un’IA.

— Vacci piano — intervenne Case.

— Berna — proseguì Finn, ignorandolo. — Berna. Ha la cittadinanza svizzera limitata, secondo il loro equivalente della legge del ’53. Costruita per la Tessier-Ashpool S.A. Sono loro i proprietari del mainframe e del software originale.

— Cosa c’è a Berna, me lo volete spiegare? — Case fece un passo avanti per frapporsi deliberatamente tra i due.

— Invernomuto è il codice di riconoscimento per una IA. Ho il numero di registrazione del Turing. Intelligenza Artificiale.

— Fantastico — dichiarò Molly. — Ma dove ci porta?

— Se Yonderboy ha ragione, questa IA sta dietro ad Armitage.

— Ho pagato Larry perché i Moderni ficcassero un po’ il naso intorno ad Armitage — spiegò Molly rivolgendosi a Case. — Hanno delle linee di comunicazione davvero bizzarre. Il patto era che avrebbero ricevuto i miei soldi solo se avessero risposto a una mia domanda: chi dirige Armitage?

— E tu pensi che sia questa IA? A quegli affari non è concessa la minima autonomia. Deve trattarsi della società che la controlla, questa Tessle…

— Tessier-Ashpool S.A. — ripeté Finn. — E ho una piccola storia per te su di loro. Vuoi sentirla? — Si sedette e si inclinò in avanti.

— Finn ama le storie — spiegò Molly.

— Questa non l’ho mai raccontata a nessuno — cominciò Finn.

Finn era un ricettatore, un trafficante di merci rubate, soprattutto software. Nel corso dei suoi traffici entrava talvolta in contatto con altri ricettatori, alcuni dei quali trattavano gli articoli più tradizionali del mestiere, metalli preziosi, francobolli e monete, gemme, gioielli, pellicce, dipinti e altre opere d’arte. La storia che raccontò a Case e a Molly cominciò appunto con la storia di un altro uomo… un certo Smith.

Anche Smith era un ricettatore, ma nelle stagioni più propizie rispuntava nei panni di mercante d’arte. Era la prima persona conosciuta da Finn che fosse “passata al silicio”. Quella frase suonava antiquata a Case. I microsoftware che Smith comperava riguardavano programmi sulla storia dell’arte e le tabelle delle vendite nelle gallerie d’arte.

Con una mezza dozzina di chip nel suo nuovo innesto, la conoscenza che Smith aveva degli affari in campo artistico era formidabile, per lo meno tenendo presenti gli standard dei suoi colleghi. Ma Smith era venuto da Finn con una richiesta di aiuto, una richiesta fraterna da uomo d’affari a uomo d’affari. Voleva un rapporto sul clan Tessier-Ashpool e con la garanzia dell’assoluta impossibilità da parte del soggetto di rintracciare la fonte della richiesta. Era possibile, aveva risposto Finn, esprimendo la propria opinione, ma era decisamente necessaria una spiegazione. — Puzzava — spiegò Finn a Case. — Puzzava di denaro. E Smith era molto prudente. Perfino troppo.

Risultò che Smith si era servito di un fornitore conosciuto come Jimmy. Jimmy era uno scassinatore, e anche altre cose, ed era appena tornato da un anno in orbita, portandosi dietro certe cosette nel pozzo gravitazionale. Il colpo più insolito che Jimmy era riuscito a mettere a segno durante il suo giro attraverso l’arcipelago era una testa, un busto lavorato in maniera assai complicata, di platino smaltato, tempestato di perline e lapislazzuli. Smith, sospirando, aveva posato il suo microscopio tascabile, consigliando Jimmy di fondere quell’affare. Era contemporaneo, e non un oggetto d’antiquariato, quindi non aveva il minimo valore per un collezionista. Jimmy era scoppiato a ridere: quell’affare era il terminale di un computer. Poteva parlare. E non con una voce sintetica, ma grazie a una splendida combinazione di congegni e canne d’organo in miniatura. Era una creazione barocca. Chiunque l’avesse montata doveva essere un deviato, dato che adesso i chip per la sintesi vocale non costavano praticamente nulla. Era una curiosità. Smith aveva collegato la testa al suo computer e aveva ascoltato quella voce melodiosa e disumana che cinguettava le cifre della dichiarazione dei redditi dell’anno precedente.

La clientela di Smith comprendeva un miliardario di Tokyo la cui passione per gli automatismi a orologeria sfiorava il feticismo. Smith aveva scrollato le spalle mostrando a Jimmy il palmo delle mani rivolto all’insù con un gesto vecchio quanto i banchi di pegni. Poteva tentare, aveva detto, ma dubitava di riuscire a ottenere molto.

Una volta che Jimmy se ne fu andato, lasciando lì il busto, Smith l’aveva esaminato con molta cura, scoprendo certe caratteristiche. Alla fine era riuscito a farlo risalire a un’improbabile collaborazione fra due artigiani di Zurigo, uno specialista di smalti di Parigi, un gioielliere olandese e un progettatore di chip californiano. Aveva poi scoperto che era stato commissionato dalla Tessier-Ashpool S.A.

Smith aveva cominciato i suoi contatti preliminari con il collezionista di Tokyo, lasciando capire di trovarsi sulle tracce di qualcosa di ragguardevole.

E poi aveva avuto visite, un ospite non annunciato, un individuo che era passato attraverso l’elaborato labirinto delle misure di sicurezza di Smith come se non esistessero. Un ometto giapponese, terribilmente compito, il quale recava su di sé tutti i segni dell’assassino ninja cresciuto in vasca. Smith era rimasto seduto immobile, fissando i tranquilli occhi castani della morte attraverso la lucidissima superficie di un tavolo di palissandro vietnamita. Gentilmente, quasi scusandosi, l’assassino clonato gli aveva spiegato come fosse suo preciso dovere ritrovare e restituire una certa opera d’arte, un meccanismo di grande bellezza che era stato asportato dalla casa del suo padrone. Gli era stato fatto notare, aveva aggiunto il ninja, che forse lui, Smith, era al corrente del luogo in cui doveva trovarsi l’oggetto.

Smith aveva spiegato all’ometto di non aver alcun desiderio di morire, dopodiché aveva tirato fuori il prezioso busto. Allora il visitatore gli aveva chiesto quanto si aspettava di ottenere dalla vendita di quell’oggetto. Smith aveva calcolato una cifra assai inferiore al prezzo che aveva avuto intenzione di fissare. Il ninja aveva tirato fuori un chip di credito e aveva battuto quella cifra per Smith da un conto numerato svizzero. E poi gli aveva chiesto: chi le ha portato questo pezzo? Smith gliel’aveva detto. Nel giro di pochi giorni aveva appreso della morte di Jimmy.

— Così a questo punto sono entrato in gioco io — continuò Finn. — Smith sapeva che avevo a che fare con la gente di Memory Lane, ed è là che vai se ne vuoi uno tranquillo che non sarà mai rintracciato. Ingaggiai un cowboy. Io ero il mediatore, così mi sono preso la percentuale. Smith, lui era molto cauto. Aveva appena fatto un’esperienza d’affari molto strana e ne era uscito vivo, ma la cosa non quadrava. Chi aveva pagato quel gruzzolo in Svizzera? La Yakuza? No di certo. Avevano un codice molto rigido per coprire situazioni come quella, e uccidevano anche il compratore, sempre. Era forse roba losca? Smith ne dubitava. Gli affari loschi emanano una vibrazione, e si finisce per abituarsi ad annusarla. Bene, feci setacciare al mio cowboy gli archivi fino a quando non trovammo una notizia sulla Tessier-Ashpool rimasta impegolata in una controversia legale. Il caso non era niente di speciale, ma da lì risalimmo allo studio legale. Poi penetrammo l’ice dell’avvocato e ottenemmo l’indirizzo di famiglia. Proprio quello che ci serviva.

Case sollevò le sopracciglia.

— Freeside, il satellite — proseguì Finn. — Risultò che possedevano quasi tutta quella maledetta baracca lassù in cielo. La cosa interessante fu il quadro che ottenemmo quando il cowboy diede una setacciata in piena regola agli archivi dei notiziari, compilando un riassunto. L’organizzazione della famiglia: una struttura societaria. In teoria, è sempre possibile acquistare azioni di una S.A., una società anonima, ma non c’è stata una sola azione della Tessier-Ashpool venduta sul mercato da più di cento anni. E su qualunque mercato, da quanto mi risulta. Stiamo parlando di una famiglia della prima generazione, orbita esterna, molto riservata, molto eccentrica, gestita come una grande società. Grossi capitali, ma rifugge dai media. Un sacco di clonazioni. La legge orbitale è molto più morbida con l’ingegneria genetica, no? Ed è difficile seguire quale generazione, o combinazione di generazioni, diriga lo spettacolo in un dato momento.

— Come mai? — chiese Molly.

— Hanno una propria organizzazione criogenica. Anche secondo la legge orbitale sei legalmente morto per tutta la durata dell’ibernazione. Pare che si passino gli incarichi direttivi alla fine d’ogni ibernazione, anche se nessuno ha più visto il padre fondatore da trent’anni buoni. La madre fondatrice è morta in un qualche incidente di laboratorio…

— Ma allora, cos’è successo al tuo ricettatore?

— Niente. — Finn aggrottò la fronte. — Ha lasciato perdere. Abbiamo dato un’occhiata a questo fantastico intrico di legulei di cui dispone la T-A, ed è tutto. Jimmy dev’essere entrato dentro villa Straylight, ha rubato la testa, e la Tessier-Ashpool gli ha messo alle calcagna il suo ninja. Smith ha deciso di dimenticarsene. Forse è stato furbo così. — Guardò Molly. — Villa Straylight. Sull’estremità dell’asse. Rigorosamente privata.

— Pensi che possiedano quel ninja, Finn? — gli chiese Molly.

— Smith ne era convinto.

— Molto costoso — fu il commento di Molly. — Mi chiedo cosa sarà successo a quel piccolo ninja, Finn?

— Probabilmente l’hanno messo sotto ghiaccio. Lo scongeleranno quando ce ne sarà bisogno.

— D’accordo — disse Case — abbiamo Armitage che si serve da una IA chiamata Invernomuto. Dove ci porta questo?

— Da nessuna parte ancora, ma adesso abbiamo qualcosa di collaterale — replicò Molly. Prese un foglietto ripiegato dalla tasca e glielo porse. Finn l’aprì. Una griglia di coordinate e di codici di accesso.

— Chi sarebbe?

— Armitage. Alcuni database su di lui. Li ho comprati dai Moderni. Un contratto separato. Dove si trova?

— A Londra — rispose Case.

— Su, vacci dentro, sfondalo. — Molly scoppiò a ridere. — Guadagnati il pane, tanto per cambiare.

Case aspettò il locale trans-BAMA sulla pensilina affollata. Molly era tornata al loft già da molte ore, con il costrutto di Flatline nella borsa verde, e da allora Case aveva continuato a bere senza sosta.

Era inquietante pensare a Flatline come a un costrutto, una cartuccia ROM che riproduceva le facoltà di un morto, le sue ossessioni, le mie reazioni istintive… Il treno locale arrivò rombando lungo la nera striscia a induzione. Una polvere fine si staccò dalle crepe del soffitto della galleria. Case s’infilò nella portiera più vicina, e durante il tragitto osservò gli altri passeggeri. Un paio di Scientiste Cristiane dall’aria invadente si stavano avvicinando a un terzetto di giovani tecnici che portavano al polso vagine olografiche idealizzate che luccicavano d’un rosa umido sotto le luci impietose. I tecnici si leccavano nervosamente le labbra perfette e sbirciavano le Scientiste Cristiane da sotto le palpebre metalliche abbassate. Le ragazze parevano snelli animali esotici e ondeggiavano con grazia inconsapevole al movimento del treno, i loro tacchi alti simili a lucidi zoccoli contro il metallo grigio del pavimento del vagone. Prima che i tre potessero darsi a una fuga disordinata e precipitosa come una mandria imbizzarrita, per sfuggire alle missionarie, il treno raggiunse la stazione di Case.

Appena uscì l’occhio gli cadde su un bianco sigaro olografico sospeso contro la parete della stazione. FREESIDE pulsava sotto l’immagine in maiuscole distorte in modo da mimare il giapponese stampato. Case attraversò la folla e si fermò là sotto, studiando quel marchingegno. PERCHÉ ASPETTARE? ammiccava la scritta. Un bianco fuso smussato, flangiato e costellato di griglie e radiatori, moli e cupole. Aveva visto quella pubblicità, o altre simili, migliaia di volte. Non l’aveva mai attirato. Con il suo deck poteva raggiungere le banche del Freeside con la stessa facilità con cui poteva raggiungere Atlanta. Viaggiare era una prerogativa della carne. Ma adesso notò il piccolo sigillo, grande come una monetina, inserito nell’angolo sinistro in basso della trama dell’annuncio luminoso: T-A.

Tornò a piedi al loft, smarrito nei ricordi del Flatline. Aveva trascorso la maggior parte della sua diciannovesima estate al Gentleman Loser, sorseggiando birre costose e osservando i cowboy. Allora non aveva ancora toccato un deck, ma sapeva quello che voleva. C’erano almeno altri venti giovani di belle speranze che infestavano il Loser, quell’estate, ognuno di loro impegnato a lavorare come tirapiedi per qualche cowboy. Non c’era altro modo per imparare.

Avevano tutti sentito parlare di Pauley, il jockey buzzurro arrivato dalla periferia di Atlanta, il quale era riuscito a sopravvivere alla morte cerebrale dietro al black ice. Le esigue soffiate, voci di strada, le uniche a portata di mano, avevano poco da dire su Pauley, se non che aveva compiuto l’impossibile. — È stata una faccenda grossa, ma chissà cos’è successo davvero — aveva detto a Case un altro aspirante informatore, per il prezzo di una birra. — Ho sentito che forse era al soldo di una rete brasiliana. Comunque quell’uomo era proprio morto, morte cerebrale nuda e cruda. — Case stava osservando al capo opposto del banco un individuo tarchiato in maniche di camicia. La sua pelle aveva qualcosa di plumbeo.

— Ragazzo — gli avrebbe detto il Flatline molti mesi dopo a Miami — io sono come quelle gigantesche lucertole del cazzo, sai. Avevano due dannati cervelli, uno dentro la testa e l’altro sull’osso della coda, che serviva a muovere le zampe posteriori. Colpivi quella bestia nella testa, e il vecchio cervello della coda continuava a funzionare.

L’élite dei cowboy al Loser evitava Pauley a causa d’una strana forma di ansia collettiva, quasi una superstizione. McCoy Pauley, il Lazzaro del cyberspazio…

E alla fine l’aveva fregato il cuore, un cuore russo, un residuato trapiantatogli in un campo di prigionia durante la guerra. Si era sempre rifiutato di sostituire quel rottame dicendo che aveva assoluto bisogno del suo particolare battito per conservare il senso del tempo…

Case cincischiò il foglio che gli aveva dato Molly e cominciò a salire le scale.

Molly russava distesa sul pavimento di gommapiuma termica. Un’ingessatura trasparente le andava dal ginocchio fino a pochi millimetri sotto l’inguine. La pelle sotto il microporo rigido era chiazzata di lividi, dove il nero sfumava in un brutto giallo. Otto dermi, ognuno di dimensioni e colore diversi, erano incollati in una linea ordinata lungo il polso sinistro. Un’unità transdermica Akai era sistemata poco lontano, i sottili cavi rossi collegati agli elettrodi d’ingresso sotto l’ingessatura.

Case attivò il tensore accanto all’Hosaka. Il nitido cerchio di luce cadde direttamente sopra il costrutto di Flatline. Inserì l’ice, collegò il costrutto ed entrò.

Provò la netta sensazione di leggere da sopra la spalla di qualcuno.

Tossì. — Dix? McCoy? Sei tu, amico? — Aveva un nodo alla gola.

— Ehi, fratello — rispose una voce senza direzione.

— Sono Case, amico. Mi riconosci?

— Il tirapiedi di Miami. Hai imparato in fretta.

— Qual è l’ultima cosa di cui ti ricordi prima che ti parlassi, Dix?

— Niente.

— Aspetta. — Staccò il costrutto. La presenza scomparve. Lo ricollegò. — Dix, chi sono?

— Che cavolo ne so, amico. Chi sei?

— Ca… il tuo amico. Socio. Come va?

— Buona domanda.

— Ricordi di essere stato qui, un secondo fa?

— No.

— Sai come funziona una matrice di personalità ROM?

— Certo, fratello, è un costrutto inalterabile.

— Così se io la collego al banco che sto usando posso darle una memoria sequenziale in tempo reale?

— Immagino di sì — rispose il costrutto.

— D’accordo, Dix. Tu sei un costrutto ROM. Mi hai capito?

— Se lo dici tu. Chi sei?

— Case.

— Miami — disse la voce. — Il tirapiedi. Hai imparato in fretta.

— Proprio così. E per cominciare, Dix, tu e io sgusceremo fino alla griglia di Londra per accedere a qualche piccolo dato. Ci stai?

— Ho forse scelta, fratello?

6

— Tu vuoi procurarti un paradiso — recitò il Flatline quando Case gli ebbe spiegato la sua situazione. — Controlla Copenaghen, le frange della struttura universitaria. — La voce recitò le coordinate mentre lui digitava.

Trovarono il loro paradiso, un “paradiso da pirati” ai margini indistinti d’una griglia accademica a basso livello di sicurezza. A prima vista assomigliava al genere di graffiti che gli apprendisti operatori talvolta lasciavano a un incrocio di linee della griglia, deboli glifi di luce che tremolavano contro i profili confusi di una dozzina di facoltà d’arte.

— Ecco quello azzurro. Lo distingui? — disse il Flatline. — È un codice d’ingresso per la Bell Europa. Ed è anche fresco. La Bell arriverà da queste parti in quattro e quattr’otto e leggerà tutto il dannato tabellone, e cambieranno qualunque codice troveranno affisso. I ragazzi ruberanno entro domani quelli nuovi.

Case digitò se stesso dentro la Bell Europa e passò a un codice telefonico standard. Con l’aiuto del Flatline si collegò con il database di Londra che secondo Molly era quello di Armitage.

— Su, faccio io. — La voce cominciò a cantilenare una serie di cifre. E Case le batté sul suo deck, cercando di afferrare le pause che il costrutto si concedeva per indicare il ritmo. Dovette provare tre volte.

— Proprio duretto — commentò il Flatline. — Neanche l’ombra di ice.

— Controlla — ordinò Case all’Hosaka. — Passala al setaccio e trovami la storia personale del proprietario.

I ghirigori neuroelettronici del paradiso svanirono, sostituiti da una semplice losanga di luce bianca. — Il contenuto è soprattutto videoregistrazioni di processi militari postbellici — annunciò la voce remota dell’Hosaka. — La figura centrale è il colonnello Willis Corto.

— Mostralo — ordinò Case.

Il volto di un uomo riempì lo schermo. Gli occhi erano quelli di Armitage.

Due ore dopo Case si lasciò cadere accanto a Molly e lasciò che l’imbottitura si modellasse contro di lui.

— Hai trovato niente? — gli chiese lei con la voce annebbiata dal sonno e dalle medicine.

— Te lo racconto più tardi. Sono distrutto. — Stava soffrendo dei postumi ed era frastornato. Rimase disteso con gli occhi chiusi mentre cercava di rimettere in ordine le varie parti della storia di un tale chiamato Corto. L’Hosaka aveva selezionato uno striminzito insieme di dati traendone un sunto, ma era pieno di falle. Parte del materiale era costituito da stampate, scivolate attraverso lo schermo troppo in fretta, e Case aveva dovuto chiedere al computer di leggergliele. Altre sequenze erano registrazioni delle udienze di Pugno Urlante.

Willis Corto, colonnello, si era calato attraverso un punto cieco delle difese russe sopra Kirensk. Le navette avevano creato una breccia tramite bombe a pulsazione, poi la squadra di Corto era penetrata su ultraleggeri Nightwing, con le ali che fremevano secche alla luce della luna, riflesse in argentee frastagliature sui fiumi Angara e Podhamennaya, l’ultima luce che Corto avrebbe visto per quindici mesi. Case cercò d’immaginarsi gli ultraleggeri che sbocciavano dalle loro capsule di lancio sopra la steppa ghiacciata.

— È sicuro come l’inferno che ti hanno infilzato per bene, capo — commentò Case, e Molly si mosse nel sonno accanto a lui.

Gli ultraleggeri erano stati disarmati, spogliati per compensare il peso di un operatore alla consolle, un prototipo di deck e un programma virus chiamato Talpa IX, il primo vero virus nella storia della cibernetica. Corto e la sua squadra si stavano allenando da tre anni per quella spedizione. Avevano attraversato l’ice, pronti a iniettare Talpa IX quando gli emp erano entrati in azione. I cannoni a impulso dei russi avevano fatto precipitare gli smanettatori nell’oscurità elettronica, i Nightwing avevano visto i propri sistemi schiantarsi, i circuiti di volo erano stati cancellati.

Poi i laser avevano aperto il fuoco, mirando nell’infrarosso, colpendo i fragili aerei d’assalto invisibili al radar, e Corto e il suo uomo alla consolle, già stecchito, erano precipitati dal cielo siberiano. Erano caduti e avevano continuato a cadere…

C’erano dei vuoti nella storia, qui, dove Case aveva esaminato la documentazione che riguardava il volo di un elicottero d’assalto russo del quale si erano impadroniti e con cui erano riusciti a raggiungere la Finlandia. E che era stato sventrato mentre atterrava in un bosco di abeti rossi da un antiquato cannone da venti millimetri servito da una squadra di riservisti di guardia all’alba. Per Corto, Pugno Urlante era finito alla periferia di Helsinki, con i paramedici finlandesi che lo tiravano fuori dal ventre contorto dell’elicottero segando le lamiere. La guerra era finita nove giorni più tardi, e Corto era stato trasferito in un ospedale militare dell’Utah, cieco, senza gambe e privo della maggior parte della mandibola. L’inviato del Congresso aveva impiegato undici mesi per trovarlo, durante i quali Corto aveva ascoltato il rumore dei tubi che aspiravano i liquidi. A Washington e a McLean i processi-spettacolo erano già in corso. Il Pentagono e la CIA venivano balcanizzati, in parte smantellati, e un’inchiesta del Congresso si era concentrata su Pugno Urlante. Maturo per un Watergate, aveva spiegato l’inviato a Corto.

Avrebbe avuto bisogno di occhi, di gambe e di un ampio lavoro di chirurgia plastica, aveva altresì dichiarato l’emissario, ma la faccenda poteva essere sistemata. Un nuovo sistema idraulico, aveva aggiunto il tipo, stringendo la spalla di Corto attraverso il lenzuolo inzuppato di sudore.

Intanto Corto sentiva quel gocciolare sommesso e incessante. Dichiarò che avrebbe preferito testimoniare così come era ridotto.

No, gli aveva spiegato l’emissario. I processi venivano trasmessi in televisione. Era necessario che arrivassero agli elettori. L’inviato tossicchiò educatamente.

Riparato, riequipaggiato e ampiamente imbeccato, Corto aveva dunque deposto, e fu un momento dettagliato, commovente, lucido, in gran parte inventato da una cricca del Congresso che aveva interesse a salvare certi particolari settori dell’infrastruttura del Pentagono. Corto si era reso conto, un po’ per volta, che la testimonianza da lui fornita era essenziale per salvare la carriera di tre ufficiali direttamente responsabili della sparizione dei rapporti relativi alla costruzione delle installazioni emp a Kirensk.

Una volta esaurito il suo ruolo nei processi, a Washington non lo volle più nessuno. In un ristorante sulla M Street, davanti a un piatto di crèpe agli asparagi, l’inviato del Congresso gli aveva spiegato quali fossero gli indicibili pericoli se avesse parlato con le persone sbagliate. Corto gli aveva frantumato la laringe con le dita rigide della mano destra. L’inviato del Congresso era morto strangolato, con il viso dentro una crèpe agli asparagi, e Corto era uscito, nella fresca aria settembrina di Washington.

L’Hosaka sferragliò attraverso i rapporti della polizia, i documenti dei servizi di spionaggio delle grosse società e gli archivi dei notiziari. Case osservò Corto lavorarsi i disertori delle multinazionali a Lisbona e a Marrakesh, dove pareva sempre più ossessionato dall’idea del tradimento, mostrando di odiare gli scienziati e i tecnici che assoldava per conto dei propri datori di lavoro. Ubriaco, in un albergo di Singapore aveva picchiato a morte un tecnico russo e aveva appiccato il fuoco alla sua stanza.

Poi era riemerso in Tailandia, come supervisore in una raffineria di eroina. Quindi come scagnozzo per conto di un gruppo di bische in California, poi come sicario a pagamento fra le rovine di Bonn. Aveva rapinato una banca a Wichita. La documentazione diventava vaga, fumosa, i vuoti erano sempre più ampi.

Un giorno, riferiva un nastro audio (che implicava un interrogatorio eseguito con sostanze chimiche), tutto era diventato grigio, fumoso.

Una cartella medica francese tradotta spiegava infine che un uomo non identificato era stato ricoverato in una unità per malati di mente a Parigi con una diagnosi di schizofrenia. Divenuto catatonico, era stato trasferito in un istituto statale alla periferia di Tolone in cui era stato sottoposto a un programma sperimentale che si proponeva d’invertire il processo di schizofrenia tramite l’applicazione di modelli cibernetici. Un gruppo di pazienti scelti a caso veniva fornito di microcomputer che erano incoraggiati a programmare, con l’aiuto degli studenti. Era guarito. L’unico successo di tutto l’esperimento.

Qui la documentazione terminava.

Case si rigirò sulla gommapiuma, e Molly imprecò sottovoce per essere stata disturbata.

Il telefono squillò. Case se lo tirò sul letto. — Sì?

— Andiamo a Istanbul — annunciò Armitage. — Stasera.

— Cosa vuole quel bastardo? — chiese Molly.

— Dice che stasera andiamo a Istanbul.

— Davvero meraviglioso.

Armitage stava elencando i numeri dei voli e gli orari delle partenze.

Molly si rizzò a sedere e accese la luce.

— E le mie apparecchiature? — domandò Case. — Il mio deck?

— Se ne occuperà Finn — rispose Armitage, e riappese.

Case osservò Molly che si era messa a fare le valige. Aveva cerchi scuri sotto gli occhi, ma perfino con l’ingessatura addosso era come osservare un balletto. Nessun movimento sprecato. Gli indumenti di Case erano una pila spiegazzata accanto alla sua borsa.

— Ti fa male? — le chiese.

— Non mi dispiacerebbe un’altra notte da Chin.

— Il tuo dentista?

— Puoi scommetterci. Molto discreto. Quella sua clinica è sempre piena. Fa riparazioni per i samurai. — Molly stava chiudendo la cerniera della borsa. — Sei mai stato a Istanbul?

— Un paio di volte, anni fa.

— Non cambia mai. È una città vecchia e sgradevole.

— È uguale a quando siamo andati a Chiba — disse Molly, osservando dal finestrino del treno il paesaggio industriale lunare e inaridito, con i fari rossi all’orizzonte che avvertivano gli aerei di tenersi lontani da un impianto a fusione. — Eravamo a Los Angeles. Lui è entrato e ha detto: “Fai le valigie”. Avevamo già i posti prenotati per Macao. Quando siamo arrivati, io ho giocato fantan al Lisboa e lui è andato dall’altra parte, a Zhongshan. Il giorno dopo giocavo a pedinarti a Night City. — Sfilò una sciarpa di seta dalla manica del giubbotto nero e lustrò gli innesti oculari. Il paesaggio dello Sprawl a nord risvegliava in Case confusi ricordi della sua infanzia, ciuffi di erba morta che spuntavano dalle crepe di uno sconnesso lastrone di cemento dell’autostrada.

Il treno cominciò a rallentare a dieci chilometri dall’aeroporto. Case guardò il sole spuntare sul paesaggio della sua infanzia, sulle scorie frantumate e sui gusci arrugginiti delle raffinerie.

7

Stava piovendo a Beyoglu, e la Mercedes a nolo scivolava davanti alle vetrine spente dei prudenti gioiellieri greci e armeni, chiuse da pesanti grate. La strada era quasi deserta e sui marciapiedi soltanto poche figure vestite di scuro si voltarono per seguire con lo sguardo la macchina.

— Un tempo questo era il prospero quartiere europeo della Istanbul ottomana — ronzò flautata la Mercedes.

— Così è andato a rotoli — commentò Case.

— L’Hilton è in Cumhuriyet Caddesi — disse Molly, lasciandosi andare sull’ultracamoscio grigio della macchina.

— Come mai Armitage vola da solo? — chiese Case. Aveva un gran mal di testa.

— Perché gli stai sulle scatole. E non c’è dubbio che cominci a stare sulle scatole anche a me.

Voleva raccontarle la storia di Corto, ma decise di non farlo. Sull’aereo aveva usato un derma per dormire.

La strada dall’aeroporto era dritta come un fuso, come un’incisione netta che spaccava in due la città lasciandola allo scoperto. Case vide passare l’incredibile mosaico formato dalle pareti dei casamenti di legno, i condominii, le arcologie, i tetri casermoni, alte muraglie di compensato e di lamiera ondulata.

Finn, con indosso un nuovo completo nero Shinjuku da sarariman, li stava aspettando arcigno nell’atrio dell’Hilton, sprofondato in una poltrona di velour in un mare di tappeti azzurro pallido.

— Cristo — esclamò Molly. — Un sorcio vestito da uomo d’affari.

Attraversarono l’atrio.

— Quanto ti pagano per venire fin qui, Finn? — Molly posò la borsa accanto alla poltrona. — Scommetto meno di quanto ti danno per indossare quel vestito, eh?

Il labbro superiore di Finn si ritrasse. — Non abbastanza, dolcezza. — Le porse una chiave magnetica con un’etichetta gialla rotonda. — Siete già registrati. Il gran capo è di sopra. — Si guardò intorno. — Questa città è sempre pronta a fregarti.

— Tu diventi agorafobo non appena ti tirano fuori da sotto una cupola. Fai finta che sia Brooklyn o qualcosa del genere. — Molly fece roteare la chiave intorno a un dito. — Sei qui come valletto o cosa?

— Devo controllare gli impianti di un tizio — disse Finn.

— E il mio deck? — domandò Case.

Finn fece una smorfia. — Rispetta il protocollo. Chiedilo al capo.

Le dita di Molly si agitarono nell’ombra della giubba, un balenare di segni. Finn osservò, poi annuì.

— Già, so chi è — disse lei, e girò di scatto la testa in direzione degli ascensori. — Vieni, cowboy. — Case la seguì con entrambe le borse.

La loro stanza avrebbe potuto essere quella di Chiba in cui aveva incontrato Armitage la prima volta. La mattina dopo andò alla finestra quasi aspettandosi di vedere la baia di Tokyo. C’era un altro albergo sul lato opposto della strada. Pioveva ancora. Alcuni scrivani pubblici si erano rifugiati nel vano della porta, con i loro vecchi stampavoce avvolti in teli di plastica trasparente, la prova che da quelle parti la parola scritta godeva ancora di un certo prestigio. Era un paese lento. Case osservò una berlina, una Citroen nera non metallizzata, auto primitiva a celle d’idrogeno a conversione, mentre scaricava cinque ufficiali turchi dall’aria imbronciata con delle uniformi verdi stazzonate. Entrarono nell’albergo di fronte.

Quando Case gettò un’occhiata verso il letto in direzione di Molly, il suo pallore lo colpì. Molly aveva lasciato l’ingessatura di micropori nel loft, accanto all’induttore transdermico. I suoi occhiali riflettevano parte dell’impianto d’illuminazione della stanza.

Agguantò il telefono prima del secondo squillo. — Lieto che tu sia sveglio — disse Armitage.

— Da poco. La signora dorme ancora. Ascolta, capo, credo sia giunto il momento di farci una piccola chiacchierata. Inoltre credo che lavorerei meglio se sapessi qualcosa di più su ciò che sto facendo.

Silenzio in linea. Case si morsicò il labbro.

— Sai tutto quello che ti serve. Forse di più.

— Davvero?

— Vestiti, Case. Falla alzare. Avrete visite fra quindici minuti circa. Si chiama Terzibashjian. — Il telefono emise un gemito soffocato. Armitage aveva appeso.

— Svegliati, bimba — la sollecitò Case. — Affari in vista.

— Sono sveglia da un’ora. — Gli specchi si girarono.

— Abbiamo un Jersey Bastian in arrivo.

— Hai proprio orecchio per le lingue, Case. Scommetto che sei in parte armeno. È l’occhio che Armitage ha avuto su Riviera. Aiutami ad alzarmi.

Terzibashjian risultò essere un giovanotto con un abito grigio e con un paio di occhiali a specchio montati in oro. Portava la camicia bianca aperta sul collo, rivelando un vello di peli scurì talmente folto che Case lo scambiò in un primo momento per una maglietta. Arrivò con un vassoio nero dell’Hilton sul quale erano sistemate tre tazzine fragranti di denso caffè nero e tre appiccicosi dolcetti orientali color paglia.

— Dobbiamo, come dite voi in ingiliz, prendercela con molta calma. — Parve quasi trafiggere con lo sguardo Molly, ma alla fine si tolse gli occhiali dalle lenti argentate. I suoi occhi erano castano scuro, intonati alla sfumatura dei capelli cortissimi, taglio militare. Sorrise. — Meglio così, vero? Altrimenti faremo un cerchio infinito, specchio dentro specchio… Lei in particolare — aggiunse, rivolto a Molly — deve stare attenta. In Turchia c’è una certa riprovazione per le donne che esibiscono modifiche come quelle.

Molly diede un morso a un pasticcino, spezzandolo in due. — Conduco io lo spettacolo, ciccio — rispose, con la bocca piena. Masticò, inghiottì e si leccò le labbra. — So di te. Un soffia dei militari, giusto? — La sua mano scivolò pigramente all’interno della giubba e ne uscì impugnando la Fletcher. Case non sapeva che l’avesse addosso.

— Con molta calma, per favore — propose Terzibashjian, tenendo la tazzina di porcellana bianca immobile a pochi centimetri dalle labbra.

Molly spianò la pistola. — Forse ti beccherai un sacco di esplosivi, o forse un cancro, faccia di merda. Un dardo. Non lo sentirai per mesi.

— Per favore… Come dite voi in ingiliz, mi stai facendo tremare.

— Io la definirei una brutta mattinata. Adesso parlaci del tuo uomo e poi togliti dalle palle. — Molly ripose la pistola.

— Abita a Fener, Kückük Gülhane Djaddesi 14. Ho il suo percorso con il tunel, tutte le sere al bazaar. Ultimamente ha recitato allo Yenishehir Palas Oteli, un posto moderno in stile turistik, ma è stato deciso che la polizia mostrasse un certo interesse per questi spettacoli. La direzione dello Yenishehir ha cominciato a innervosirsi. — L’armeno sorrise, ma con un vago sentore metallico di dopobarba.

— Voglio sapere degli innesti — disse Molly, massaggiandosi la coscia. — Voglio sapere esattamente quello che può fare.

Terzibashjian annuì. — Il peggio sono… come dite in ingiliz, i subliminali. — Pronunciò con soverchia attenzione le cinque sillabe della parola.

— Sulla vostra sinistra si trova Kapali Carsi, il gran bazar — disse la Mercedes, mentre risaliva un dedalo di strade bagnate dalla pioggia.

Accanto a Case, Finn emise un rumoretto di approvazione, ma stava guardando nella direzione sbagliata. Il lato destro della strada era fiancheggiato da piccoli sfasciacarrozze. Case vide una locomotiva sventrata in cima a blocchi di marmo scanalato, frantumati e macchiati di ruggine. Statue di marmo prive di testa erano ammucchiate come una catasta di legna.

— Nostalgia di casa? — domandò Case.

— Questo posto fa schifo — dichiarò Finn. La sua cravatta nera cominciava ad assomigliare al nastro consumato di una macchina da scrivere. C’erano macchie tonde di sugo di kebab e di uova fritte sul bavero del vestito nuovo.

— Ehi, Jersey — domandò Case, rivolto all’armeno seduto dietro — dov’è che si è fatto installare la sua roba questo tizio?

— A Chiba City. Non ha il polmone sinistro. L’altro è potenziato, è così che dite, mi pare. Chiunque può comperare questi innesti, ma il suo è particolarmente dotato. — La Mercedes sterzò di colpo per evitare un carro senza sponde con i pneumatici da camion, carico di pelli. — L’ho seguito per strada, e in un solo giorno ho visto una dozzina di ciclisti cadere vicino a lui. Sono andato a trovare un ciclista in ospedale, e la storia è sempre la stessa: uno scorpione appollaiato accanto alla leva del freno…

— “Quello che vedi è quello che ottieni”, già — commentò Finn. — Ho visto i diagrammi sul software di quel tizio. Impressionante. Vedi quello che lui immagina. Penso che potrebbe restringerlo a un singolo impulso e friggere una retina al tegamino.

— Hai detto questo alla tua amica? — Terzibashjian si sporse in avanti fra i sedili anatomici di ultracamoscio. — In Turchia le donne sono ancora donne. Questa…

Finn sbuffò. — Questa ti annoderà le palle a mo’ di cravatta se la guardi storto.

— Non capisco questo linguaggio.

— Tutto a posto — intervenne Case. — Significa: chiudi il becco.

L’armeno si adagiò contro lo schienale, lasciando nell’aria una punta metallica di dopobarba, e cominciò a bisbigliare dentro una ricetrasmittente Sanyo in una strana macedonia di greco, francese, turco e frammenti d’inglese. La ricetrasmittente rispose in francese. La Mercedes svoltò l’angolo con leggiadria. — Il bazar delle spezie, chiamato talvolta il bazar egiziano — informò la vettura. — Venne costruito sul sito di un precedente bazar dal sultano Hatice nel 1660. Questo è il principale mercato della città per le spezie, il software, i profumi, le droghe…

— Droghe — disse Case, osservando i tergicristalli della macchina che passavano e ripassavano sul Lexan antiproiettile. — Cos’è che hai detto prima, Jersey, sul fatto che questo Riviera è strafatto?

— Una mistura di cocaina e meperidina, sì. — L’armeno si affrettò a tornare alla conversazione che stava intrattenendo con il Sanyo.

— Un tempo lo chiamavano demerol — precisò Finn. — È un artista dello speedball. Ti immischi con una strana categoria di persone, Case.

— Non importa — rispose Case, sollevando il bavero della giacca. — Procureremo a quel povero cazzone un nuovo pancreas o qualcosa del genere.

Non appena fecero il loro ingresso nel bazar, Finn si rianimò visibilmente, come se la densità della folla e la sensazione di chiuso lo confortassero. Proseguirono con l’armeno lungo un’ampia corsia, sotto teli di plastica macchiati di fuliggine e strutture in ferro battuto dipinte di verde che risalivano all’epoca delle macchine a vapore. Migliaia di annunci pubblicitari sospesi a mezz’aria balenavano e fremevano.

— Ehi! — esclamò Finn afferrando il braccio di Case. — Guarda là. — Indicò con la mano. — È un cavallo, amico. Avevi mai visto un cavallo?

Case lanciò un’occhiata all’animale imbalsamato prima di scuotere la testa. Veniva esibito su una specie di piedistallo accanto all’ingresso di un locale che vendeva uccelli e scimmie. Le zampe del cavallo erano ormai nerastre e senza peli, usurate dalle mani che per decenni c’erano passate sopra. — Ne ho visto uno nel Maryland, una volta — continuò Finn. — Ed è stato tre anni buoni dopo l’epidemia. Certi arabi stanno ancora cercando di rigenerarli dal DNA, ma finora hanno sempre fatto cilecca.

Gli occhi di vetro marrone dell’animale parvero seguirli mentre passavano. Terzibashjian li guidò dentro un caffè vicino al cuore del mercato, una stanza dal basso soffitto che pareva essere rimasta sempre aperta da parecchi secoli a questa parte. Ragazzi magri con giacche bianche sudicie si destreggiavano fra i tavoli affollati, tenendo in equilibrio vassoi d’acciaio pieni di bottiglie di Tuborg turca e minuscoli bicchieri di tè.

Case comperò un pacchetto di Yeheyuan da un automatico accanto alla porta. Intanto l’armeno continuava a borbottare rivolto al suo Sanyo. — Forza, si sta mettendo in marcia — li sollecitò alla fine. — Ogni sera va al bazar per acquistare la sua mistura da Alì. La donna è vicina. Venite.

Il vicolo era vecchio, troppo vecchio. I muri erano di blocchi di pietra nera, il selciato era irregolare e puzzava della benzina che vi era sgocciolata sopra per più di un secolo, assorbita dall’antico calcare. — Non ci si vede un cazzo — bisbigliò Case rivolto a Finn. — Per dolcezza va benissimo — rispose Finn. — Zitti — li richiamò Terzibashjian, troppo forte.

Rumore di legno strisciato sulla pietra o sul cemento. Una decina di metri più avanti, lungo il vicolo, un cuneo di luce gialla cadde di traverso sui ciottoli bagnati, allargandosi. Una figura uscì e la porta tornò a chiudersi, facendo ripiombare nel buio il bugigattolo. Case rabbrividì.

— Adesso — disse Terzibashjian, e un vivido raggio di luce bianca proiettato dalla sommità del tetto sull’altro lato del mercato inchiodò la figura scheletrica accanto all’antica porta di legno, in un cerchio perfetto. Uno sguardo scattò a destra e a sinistra, poi l’uomo si accasciò al suolo. Case pensò che gli avessero sparato: giaceva a faccia in giù con i capelli biondi pallidi sull’antica pietra, le mani bianche, flosce e patetiche. La luce del riflettore non ebbe il minimo sussulto.

Il didietro della giacca dell’uomo caduto si sollevò ed esplose, facendo schizzare il sangue contro il muro e la porta. Un paio di braccia impossibilmente lunghe, con tendini simili a corde di color grigio rosa, si fletterono in mezzo a quel bagliore. La cosa parve staccarsi dal marciapiede, attraverso i resti inerti e insanguinati che erano stati Riviera. Era alta due metri, si reggeva su due gambe e pareva priva di testa. Poi si girò lentamente per fronteggiarli, e Case vide che, nonostante tutto, aveva una testa, ma non un collo, ed era senz’occhi, con la pelle che luccicava di un umido rosa intestinale. La bocca, se era una bocca, era circolare, come un breve imbuto, e bordata da una selva di peli, o aculei, che scintillavano come cromo nero. L’essere scostò con un calcio gli abiti ridotti a stracci e la carne a brandelli, e fece un passo. Mentre si muoveva, la bocca parve esaminarli.

Terzibashjian disse qualcosa in greco o in turco, quindi si precipitò addosso alla creatura allargando le braccia come uno che tentasse di tuffarsi da una finestra. L’attraversò. Dentro la bocca lampeggiante di una pistola sbucata dal buio oltre il cerchio di luce. Frammenti di roccia passarono sibilando sopra la testa di Case. Finn lo tirò giù con uno strattone, costringendolo a rannicchiarsi.

La luce dalla cima del tetto svanì, lasciandolo con le immagini residue male accoppiate del lampo della pistola, del mostro e del raggio incandescente. Le orecchie gli rimbombavano.

Poi la luce ritornò, adesso ballonzolante, e si mise a frugare tra le ombre. Terzibashjian era appoggiato contro una porta d’acciaio, il suo volto sbiancato in mezzo a quel bagliore. Si reggeva il polso destro e guardava il sangue che gli colava da una ferita alla mano sinistra. L’uomo biondo, di nuovo tutto intero e senza sangue addosso, era riverso ai suoi piedi.

Molly uscì dall’ombra, completamente vestita di nero, con la Fletcher in mano.

— Usa la radio — disse l’armeno, attraverso i denti serrati. — Chiama Mahmut. Dobbiamo portarlo via di qui. Questo non è un buon posto.

— Questo balordo c’era quasi riuscito — imprecò Finn, con le ginocchia che scricchiolarono rumorosamente quando si rialzò, spazzolandosi senza risultato apprezzabile i calzoni. — Stavi seguendo lo spettacolo, vero? Non l’hamburger che è schizzato fuori portata. Davvero carino. Bene, dagli una mano a portar via di qui questo stronzo. Devo esaminare tutte quelle apparecchiature prima che si svegli, per verificare che Armitage abbia speso bene i suoi soldi.

Molly si chinò a raccogliere qualcosa da terra. Una pistola. — Una Nambu — disse. — Bell’arma.

Terzibashjian cacciò un gemito. Case vide che gli mancava la maggior parte del dito medio.

Con la città immersa nell’azzurro antelucano, Molly ordinò alla Mercedes di condurli al Topkapi. Finn e un enorme turco chiamato Mahmut avevano prelevato Riviera, ancora privo di sensi, dal vicolo. Qualche minuto più tardi era arrivata una Citroen tutta impolverata per l’armeno, il quale pareva sul punto di svenire.

— Coglione, avresti fatto meglio a stare più indietro — aveva detto Molly, rivolta all’amico, aprendogli la portiera della macchina. — L’avevo sotto mira dal momento in cui è uscito. — Terzibashjian l’aveva incenerita con un’occhiata. — Comunque con te abbiamo finito. — L’aveva spinto dentro sbattendo la portiera. — Se dovessi incontrarti di nuovo ti ammazzo — aveva concluso, rivolta al volto pallido dietro al finestrino fumé. La Citroen s’era allontanata lungo il vicolo, svoltando goffamente nella strada principale.

Adesso la Mercedes attraversava frusciando Istanbul, mentre la città si svegliava. Passarono la stazione del metrò di Beyoglu, sfrecciando quindi attraverso un dedalo di secondarie deserte, tra condominii fatiscenti che a Case ricordarono vagamente Parigi.

— Cos’è questa roba? — domandò a Molly quando la Mercedes parcheggiò presso i giardini che circondavano l’harem, fissando con occhi apatici il barocco conglomerato di stili che era il Topkapi.

— Era una specie di bordello privato del re — spiegò la sua compagna, scendendo per sgranchirsi le gambe. — Ci teneva un sacco di donne. Adesso è un museo. Un po’ come il laboratorio di Finn. Tutta quella roba è semplicemente ammucchiata là dentro, grossi diamanti, spade, la mano sinistra di Giovanni Battista…

— In una vasca nutritiva?

— Oh, no, è morta. L’hanno infilata dentro una mano di ottone, con uno sportellino sul fianco, in modo che i cristiani potessero baciarla perché portasse loro fortuna. L’hanno sottratta ai cristiani circa un milione di anni fa, e non hanno mai spolverato quel dannato affare perché è una reliquia infedele.

Un cervo nero di ferro arrugginiva nei giardini dell’harem. Case le camminò a fianco, osservandole la punta degli stivali che schiacciava l’erba incolta, irrigidita dal gelo del primo mattino. Si trovavano in un vialetto di gelide piastrelle ottagonali. L’inverno era in attesa, in qualche punto poco lontano dei Balcani.

— Quel Terzi è feccia di prima classe — commentò Molly. — Fa parte della polizia segreta. Un torturatore, molto facile da comprare con tutti i soldi che Armitage gli ha offerto. — Sugli alberi fradici tutt’intorno gli uccelli cominciavano a cantare.

— Ho fatto quel lavoro per te, quello di Londra. Ho ottenuto qualcosa, ma non so cosa significa. — Le raccontò la storia di Corto.

— Bene, lo sapevo che non c’era nessun Armitage in quel Pugno Urlante. Ho controllato. — Molly accarezzò il fianco arrugginito del cervo di ferro. — Pensi davvero che quel piccolo computer l’abbia salvato? Da quell’ospedale francese?

— Sto pensando a Invernomuto — replicò Case.

Lei annuì.

— Il fatto è che… — proseguì Case. — Cioè, credi che sappia di essere stato Corto, prima? Voglio dire, non era nessuno di particolare quando si è ritrovato in quella corsia d’ospedale, così può darsi che Invernomuto abbia soltanto…

— Già, costruito dal niente. Già… — Molly si girò, e ripresero a camminare. — Quadra. Sai, è un tipo che non ha uno straccio di vita privata. Non da quello che posso vedere. Tu ti trovi davanti un tipo del genere e t’immagini che faccia qualcosa quando è solo. Ma non Armitage. Lui se ne sta seduto a fissare il muro, amico. Poi qualcosa fa clic e si mette in moto a pieno regime per Invernomuto.

— Ma allora perché ha quel posticino a Londra? Nostalgia?

— Forse non sa di averlo — obiettò Molly. — Forse è soltanto a suo nome, giusto?

— Non capisco.

— Stavo solo riflettendo ad alta voce… Quanto è intelligente una IA, Case?

— Dipende. Alcune non sono più intelligenti di un cane. Animaletti da salotto. Costano una fortuna, comunque. Quelle davvero intelligenti lo diventano quanto il controllo di Turing sarà disposto a lasciarle evolvere.

— Senti, tu sei un cowboy… come mai non ne sei stregato?

— Be’, tanto per cominciare sono rare. La maggior parte di loro, quelle davvero intelligenti, sono militari, e noi non possiamo penetrare l’ice. È da lì che viene tutto l’ice, sai. E poi ci sono i controllori Turing, brutte bestie. — Si guardò intorno. — Non so, è soltanto che non è roba del mio giro.

— Siete tutti uguali, voi smanettoni. Non avete immaginazione.

Arrivarono a un ampio stagno rettangolare dentro il quale le carpe strofinavano il muso contro gli steli di qualche bianco fiore acquatico. Molly tirò un calcio a un sasso, scagliandolo nello stagno, e seguì con lo sguardo le onde che si allargavano sulla superficie.

— È come Invernomuto — riprese. — Questa faccenda è davvero grossa, da quel che capisco. Noi siamo là fuori, dove le onde sono troppo ampie, e non possiamo vedere la pietra che ha colpito il centro. Sappiamo che c’è qualcosa, ma non ne sappiamo il perché. Voglio che tu vada a parlare a Invernomuto.

— Non potrei neppure avvicinarmi — ribatté Case. — Stai sognando.

— Provaci.

— Non si può fare.

— Chiedilo al Flatline.

— Cos’è che vogliamo da quel Riviera? — domandò Case, tentando di cambiare discorso.

Lei sputò nello stagno. — Lo sa solo Dio. Preferirei ucciderlo piuttosto che guardarlo. Ho visto il suo profilo. È una specie di Giuda impenitente. Non riesce a eccitarsi sessualmente a meno che non sappia che sta tradendo l’oggetto del suo desiderio. Così dice il suo dossier. Però, prima, devono amarlo. Forse le ama anche lui. È per questo che Terzi non ha avuto difficoltà a farlo cadere in trappola per noi, perché è qui da tre anni a vendere i dissidenti politici alla polizia segreta. È probabile che Terzi l’abbia lasciato guardare quando hanno tirato fuori le fruste. Lui… ne ha fatte fuori diciotto in tre anni: tutte donne dai venti ai venticinque anni. Ha rifornito Terzi di dissidenti, sì. — Molly si ficcò le mani nelle tasche del giubbotto. — Quando ne voleva una, ha sempre fatto in modo che finisse coinvolta in qualche movimento politico. Ha una personalità tipo l’uniforme dei Moderni. Il profilo dice che è un genere rarissimo, uno su un paio di milioni. Il che comunque ci rivela qualcosa di buono sulla natura umana, immagino. — Fissò i fiori bianchi e i pesci che nuotavano pigramente. Sembrava amareggiata. — Mi sa che dovrò comprarmi un’assicurazione speciale con quel Peter. — Poi si girò e sorrise, un sorriso molto glaciale.

— Cosa intendi?

— Lascia perdere. Torniamo a Beyoglu e cerchiamo qualcosa che assomigli a una prima colazione. Mi aspetta un’altra bella nottata. Devo andare a prendere la sua roba da quell’appartamento a Fener, poi torno nel bazar a comprargli delle droghe…

— Comprargli delle droghe? Ma in che stato si trova?

Molly scoppiò a ridere. — Non sta per morire, dolcezza. Tuttavia pare che non riesca a lavorare senza quel particolare saporino. Ti preferisco adesso, comunque, non sei così schifosamente pelle e ossa. — Sorrise. — Insomma, andrò da Alì, lo spacciatore, a fare rifornimento. Ci puoi contare.

Armitage li stava aspettando nella loro stanza all’Hilton.

— È ora di fare le valige — disse, mentre Case cercava di ritrovare l’uomo chiamato Corto dietro i pallidi occhi azzurri e la maschera abbronzata. Pensò a Wage, laggiù a Chiba. Sapeva che gli operatori al di sopra di un certo livello avevano la tendenza a nascondere la propria vera personalità. Però Wage aveva avuto vizi, amanti. Addirittura dei bambini, era corsa voce. Il vuoto che intuiva in Armitage era diverso.

— Dove si va adesso? — chiese, passando davanti all’interlocutore per guardare giù in strada. — Che genere di clima c’è?

— Non hanno clima, soltanto temperatura — rispose Armitage. — Ecco, leggi l’opuscolo. — Depositò qualcosa sul tavolino e si alzò in piedi.

— Riviera è a posto? Dov’è Finn?

— Riviera sta benissimo. Finn è sulla via di casa. — Armitage sorrise, un sorriso che veicolava il medesimo significato dell’antenna di un insetto che vibra. Il braccialetto d’oro tintinnò quando allungò la mano per affondare un dito nel petto di Case. — Non fare troppo il furbo. Quelle piccole sacche si stanno consumando, ma non sai quanto alla svelta.

Case rimase impassibile e si costrinse ad annuire. Quando Armitage se ne fu andato, raccolse un opuscolo. Era elegantemente stampato, in francese, inglese e turco:

FREESIDE — PERCHÉ ASPETTARE?

Avevano quattro posti riservati su un volo della THY in partenza dall’aeroporto di Yesilköy. Scalo a Parigi, imbarco sullo shuttle della JAL. Case, seduto nell’atrio dell’Hilton di Istanbul, osservava Riviera che stava esaminando alcuni frammenti di falsa arte bizantina nel negozio di souvenir dalle pareti di vetro. Armitage, con l’impermeabile militare drappeggiato sopra le spalle come un mantello, era immobile sulla soglia del negozio.

Riviera era magro, biondo, con la voce suadente, il suo inglese scorrevole e privo di accento. Secondo Molly aveva trent’anni, ma sarebbe stato difficile indovinare l’età. La ragazza aveva anche detto che era legalmente apolide e viaggiava con un passaporto olandese fasullo. Era un prodotto dei cumuli di macerie che contornavano il nucleo radioattivo della vecchia Bonn.

Tre sorridenti turisti giapponesi s’infilarono nel negozio, rivolgendo un cortese cenno del capo ad Armitage, il quale attraversò la bottega troppo in fretta, con l’evidente scopo di portarsi al fianco di Riviera. Riviera si voltò e sorrise. Era molto bello. Case sospettava che quei lineamenti fossero opera di un chirurgo di Chiba. Un lavoro molto raffinato, ben diverso dal blando miscuglio di facce pop che ostentava Armitage. La fronte era alta e liscia, gli occhi grigi distanti e sereni. Il naso, che altrimenti sarebbe stato troppo perfetto, pareva essere stato spezzato e rimesso a posto dalla mano d’un chirurgo imbranato. Quell’irregolarità appena accennata, quell’accenno di brutalità, bilanciavano la delicatezza della mascella e la prontezza del sorriso. I denti erano piccoli, uniformi e bianchissimi. Case osservò le mani bianche scivolare disinvolte su quei finti frammenti di scultura.

Riviera non si comportava come uno che la sera prima fosse stato aggredito, drogato da una freccetta tossica, rapito, sottoposto all’esame di Finn e costretto da Armitage a unirsi alla loro squadra.

Case controllò l’orologio. Avendo trovato la droga, Molly doveva arrivare a momenti. Sollevò di nuovo lo sguardo su Riviera. — Scommetto che sei già fatto, stronzo — disse, tenendo gli occhi fissi sull’atrio dell’Hilton. Una matrona italiana dai capelli che cominciavano a ingrigire, con indosso una giacca elegante di cuoio bianco, abbassò i suoi occhiali Porsche per fissarlo. Case le regalò un sorrisone, si alzò e si mise la borsa a tracolla. Aveva bisogno di sigarette per il volo. Si chiese se per caso ci fosse uno scompartimento per fumatori sullo shuttle della JAL. — Ci vediamo, signora — disse rivolto alla donna, la quale risollevò prontamente gli occhiali da sole e volse altrove lo sguardo.

Vendevano sigarette nel negozio dei ricordini, ma non gli piaceva affatto la prospettiva di mettersi a chiacchierare con Armitage o, peggio ancora, con Riviera. Lasciò l’atrio dell’Hilton e localizzò una consolle per la vendita automatica dentro una piccola nicchia, oltre una fila di telefoni a gettone.

Si frugò in una tasca piena di lire turche, infilando una dopo l’altra le monete piccole e opache, vagamente divertito dall’anacronismo di quella procedura. Il telefono più vicino a lui squillò.

Per puro riflesso automatico sollevò il ricevitore.

— Sì?

Un suono vagamente modulato, minuscole voci quasi impercettibili accavallate in un qualche collegamento orbitale, e poi un fruscio simile al vento.

— Ciao, Case.

Una moneta da cinquanta lire turche gli cadde di mano, rimbalzò e rotolò lontano attraverso la moquette dell’Hilton.

— Invernomuto, Case. È ora di fare quattro chiacchiere.

Era la voce di un chip.

— Non vuoi parlare, Case?

Riappese.

Mentre tornava nell’atrio dell’albergo senza aver comprato le sigarette, Case fu costretto a ripercorrere per tutta la lunghezza il corridoio con la fila di telefoni. Uno dopo l’altro, squillarono tutti al suo passaggio.

PARTE TERZA

Mezzanotte in rue Jules Verne

8

Arcipelago.

Le isole. Anello, fuso, ammasso. Il DNA che si propaga dal ripido pozzo gravitazionale come una chiazza di petrolio.

Richiamate la schermata che rappresenta semplificato lo scambio di dati dell’arcipelago L-5. Focalizzate un certo frammento… ed eccolo lì, rosso, compatto, un massiccio rettangolo che domina lo schermo.

Freeside. Il Freeside è molte cose, non tutte evidenti ai turisti che vanno e vengono su e giù con le navette lungo il pozzo gravitazionale. Il Freeside è un nesso di bordelli e banche, luogo di piaceri e porto franco, città di frontiera e stazione termale. Il Freeside è Las Vegas e i giardini pensili di Babilonia, una Ginevra orbitale e dimora d’una famiglia cresciuta attraverso matrimoni tra consanguinei selezionati con estrema cura, il clan industriale dei Tessier e Ashpool.

Sul transcontinentale della THY diretto a Parigi viaggiarono in prima classe, Molly sul sedile accanto al finestrino, Case subito accanto a lei, Riviera e Armitage verso il corridoio. Vi fu un attimo, quando l’aereo s’inclinò, virando sopra l’acqua, in cui Case colse il bagliore di una città su un’isola greca, simile a un gioiello. E mentre allungava la mano verso il bicchiere colse il tremolio di qualcosa che pareva un immenso spermatozoo umano negli abissi del suo bourbon con acqua.

Molly si allungò oltre lui per mollare un violento ceffone a Riviera. — No, bimbo, niente scherzi. Se non mi togli subito di torno quella merda subliminale, ti farò male sul serio. E posso farlo senza procurarti il minimo danno. E ti garantisco che, sì, mi piacerebbe. - Case si girò d’istinto per controllare la reazione di Armitage. Ma il volto liscio dell’altro sembrava tranquillo, gli occhi azzurri vigili, senza collera. — Sì, Peter. Ha ragione. Non farlo.

Case tornò a voltarsi, appena in tempo per cogliere il brevissimo lampeggiare d’una rosa nera, i petali lucenti come il cuoio, lo stelo scuro cosparso di spine di cromo riflettente.

Peter Riviera accennò un sorriso cordiale, chiuse gli occhi e in un attimo sprofondò nel sonno.

Molly guardò altrove, le sue lenti riflesse sul finestrino scuro.

— Sei già stato su, vero? — chiese Molly, mentre lui si dimenava per mettersi comodo sullo spesso divano di termopiuma dello shuttle della JAL.

— Oh, no. Non ho mai viaggiato granché, soltanto per lavoro. — Lo steward gli stava applicando degli elettrodi al polso e all’orecchio sinistro.

— Spero che non ti prenda la sindrome da adattamento allo spazio — disse Molly.

— Mal d’aria? Non c’è pericolo.

— Non è la stessa cosa. A gravità zero il tuo battito cardiaco accelera e l’orecchio interno impazzisce per un tot. Attiva il tuo riflesso di fuga, come se avessi ricevuto il segnale di scappare a gambe levate, più un sacco di adrenalina. — Lo steward passò a Riviera, prelevando una nuova serie di elettrodi dal suo grembiule di plastica rossa.

Case girò il capo, cercando di distinguere i profili dei vecchi terminali di Orly, ma la piattaforma della navetta era schermata da graziosi deflettori di cemento bagnato. Quello più vicino mostrava uno slogan in arabo tracciato con una bomboletta spray rossa.

Chiuse gli occhi e si disse che la navetta era soltanto un aereo un po’ più grande, che volava molto alto. Aveva lo stesso odore di aeroplano, di vestiti nuovi, di gomma da masticare e di fumi di scappamento. Ascoltò la stridula musica di un koto, e attese.

Venti minuti, poi la gravità calò su di lui come una grande mano morbida con ossa di antica pietra.

La sindrome da adattamento allo spazio era peggio della descrizione che ne aveva fatto Molly, ma passò abbastanza in fretta, dopodiché Case fu in grado di dormire. Lo steward lo svegliò mentre si stavano preparando ad attraccare al gruppo di terminal della JAL.

— Adesso andiamo a Freeside? — domandò, seguendo con lo sguardo un filo di tabacco Yeheyuan che gli era scivolato dal taschino della camicia e se ne stava andando alla deriva leggiadro a una decina di centimetri dal naso. Non si poteva fumare durante il volo della navetta.

— No, abbiamo la solita, piccola trovata del capo che scombussola il piano originario, sai. Prenderemo un tassi fino a Zion, nel gruppo di Zion. — Molly sfiorò la piastra di rilascio della propria imbracatura e cominciò a liberarsi dall’abbraccio della gommapiuma. — Strana scelta per un appuntamento, se vuoi la mia opinione.

— Come mai?

— Pericolo. Rasta. Adesso la colonia ha circa trent’anni.

— Cosa vuol dire?

— Vedrai. A me quel posto va a genio. Comunque, là ti lasceranno fumare le tue sigarette.

Zion era stata fondata da cinque operai che si erano rifiutati di tornare: voltate le spalle al pozzo, avevano cominciato a costruire, soffrendo della carenza di calcio e del restringimento del cuore prima che venisse creata la gravità rotazionale nell’anello principale della colonia. Vista dalla bolla del tassi, la struttura improvvisata dello scafo di Zion ricordò a Case i falansteri rattoppati di Istanbul, soprattutto le piastre irregolari, scolorite, scribacchiate con il laser in simboli rastafariani, più le iniziali dei saldatori.

Molly e un magro zionita che si faceva chiamare Aerol aiutarono Case a scendere in caduta libera un corridoio per accedere al centro di un anello più piccolo. Sulla scia di una seconda ondata di vertigini dovute alla sindrome da adattamento, aveva perso di vista Armitage e Riviera. — Ecco — disse Molly, spingendogli le gambe dentro uno stretto boccaporto sopra la loro testa. — Aggrappati ai pioli. Fai finta di arrampicarti alla rovescia, d’accordo? Stai andando verso lo scafo, è come se ti stessi calando dentro la gravità. Capito?

Case si sentì rumoreggiare lo stomaco.

— Fra poco ti sentirai alla grande, amico — gli garantì Aerol, il sorriso scandito dalle parentesi degli incisivi d’oro.

In qualche modo, l’estremità della galleria era diventata il fondo di un pozzo. Case abbracciò la debole gravità come un uomo in procinto di affogare che avesse trovato una sacca d’aria.

— Sali. Vuoi anche baciarlo? — lo sollecitò Molly. Case rimase disteso bocconi sul ponte, a braccia spalancate. Qualcosa lo colpì alla spalla. Rotolando di lato vide un grosso fascio di cavo elastico. — Dobbiamo giocare alla casa — disse Molly. — Aiutami a stenderlo. — Case girò lo sguardo su quel luogo ampio e vuoto, notando gli anelli d’acciaio saldati, forse a casaccio, su ogni superficie.

Una volta che ebbero teso i cavi secondo uno schema complesso, in base alle istruzioni di Molly, vi appesero dei teli scalcagnati di plastica gialla. Mentre lavoravano, Case divenne poco per volta consapevole della musica che pulsava costantemente attraverso l’ammasso. La chiamavano dub, un sensuale mosaico che mescolava immense biblioteche di pop digitalizzato. Era un culto, gli spiegò Molly, e dava il senso della comunità. Case afferrò una lamina gialla. Quell’affare era leggero ma comunque un po’ strano. Zion puzzava di verdura cotta, umanità e ganja.

— Ottimo — disse Armitage, planando a ginocchia sciolte attraverso il boccaporto e annuendo alla vista di quel dedalo di teli di plastica gialla. Riviera gli tenne dietro, più incerto in quella gravità parziale.

— Dov’eri, quando c’era bisogno di lavorare? — domandò Case a quest’ultimo.

Quando l’altro aprì bocca per rispondere una piccola trota gli uscì dalle labbra, seguita da una scia d’impossibili bolle, e passò planando accanto alla guancia di Case. — Nella testa — disse Riviera, e sorrise.

Case scoppiò a ridere.

— Be’, ridi pure. Avrei cercato di aiutarvi, ma non sono tanto bravo con le mani. — Quando Riviera le sollevò d’un tratto raddoppiarono di numero. Quattro braccia, quattro mani.

— Proprio un clown inoffensivo, vero, Riviera? — Molly si piazzò fra i due.

— Ehi, tu, vuoi venire con me, cowboy amico? — esclamò Aerol dal boccaporto.

— Si tratta del tuo deck e del resto delle apparecchiature. Aiutalo a portarli fin qui dalla stiva — spiegò Armitage.

— Sei molto pallido, amico — osservò Aerol mentre stavano guidando il terminale Hosaka avvolto nella schiuma di plastica lungo il corridoio centrale. — Forse vuoi mangiare qualcosa, eh?

La bocca di Case fu inondata di saliva, ma fece lo stesso segno di no.

Armitage preannunciò un soggiorno di ottanta ore a Zion. Molly e Case avrebbero fatto pratica a gravità zero, aggiunse, lavorandoci e acclimatandosi. Avrebbe dato loro istruzioni una volta che avessero raggiunto, nel Freeside, villa Straylight. Non era chiaro ciò che avrebbe dovuto fare Riviera, ma Case non se la sentì di fare domande. Poche ore dopo il loro arrivo, Armitage l’aveva spedito dentro il labirinto giallo per chiedere a Riviera di uscire a mangiare. Case l’aveva trovato acciambellato come un gatto su una sottile piattaforma di termopiuma, nudo, in apparenza addormentato. Intorno alla testa gli orbitava un’aureola di piccole e bianche forme geometriche, cubi, sfere e piramidi. — Ehi, Riviera? — Le sagomine bianche avevano continuato a roteare. Case era tornato da Armitage e gliel’aveva riferito. — È sbronzo — aveva commentato Molly, sollevando gli occhi dalle parti smontate della Fletcher. — Lascialo stare.

Armitage sembrava convinto che l’assenza di gravità avrebbe influenzato la capacità di Case di operare nella matrice, — Non sudare freddo prima del tempo — ribatté Case. — Mi collego e non sono più qui. È lo stesso.

— I tuoi livelli di adrenalina sono elevati — insisté Armitage. — Hai ancora la sindrome. Non avrai il tempo di aspettare che l’effetto si esaurisca. Dovrai imparare a lavorare ugualmente.

— Allora farò da qui la mia incursione.

— No. Fai pratica, Case. Per ora. In fondo al corridoio…

Il cyberspazio, come il deck lo presentava, non aveva alcun particolare rapporto con l’ambiente fisico in cui operava il deck stesso. Quando Case si collegava, apriva gli occhi sulla familiare configurazione della ziggurat di dati della Seaboard Fission Authority.

— Come te la stai cavando, Dixie?

— Sono morto, Case. Ho passato abbastanza tempo sul tuo Hosaka per capirlo.

— Cosa si prova?

— Non si prova niente.

— Ti ha dato fastidio?

— Quello che mi dà più fastidio è che niente mi dà fastidio.

— Come mai?

— Avevo questo amico, in Siberia, con il pollice congelato. Sono arrivati i medici e gliel’hanno amputato. Anche dopo mesi, lui si agita tutta la notte. Elroy, gli chiedo, cosa ti rode? Quel dannato pollice mi prude, risponde lui. Così gli dico di grattarsi. McCoy, dice lui, è l’altro dannato pollice. — Quando il costrutto scoppiò a ridere, la sensazione fu qualcosa di insolito, non era una risata ma una pugnalata di gelo lungo la schiena di Case. — Vuoi farmi un favore, ragazzo?

— Quale, Dix?

— Questa vostra gitarella. Quando sarà finita, cancella tutto quanto.

Case non capiva gli zioniti.

Aerol, senza nessuna specifica provocazione, raccontò la storia del bambino che gli era esploso dalla fronte, scappando in mezzo a una foresta di ganja idroponica. — Un bambino molto piccolo, capo, lungo come tuo dito, ma neanche. — Si sfregò il palmo della mano sulla bruna spianata intatta della fronte, priva della minima cicatrice, e rise.

— È la ganja — commentò Molly quando Case le riferì la storia. — Non fanno molta differenza fra uno stato mentale e l’altro, sai. Se Aerol ti dice che è successo, bene, allora a lui è davvero successo. Più che una fesseria, è poesia pura. Comprendi?

Case annuì dubbioso. Quando gli zioniti ti parlavano, lo facevano sempre tenendoti una mano sulla spalla. La cosa non gli piaceva affatto.

— Ehi, Aerol — gridò, un’ora più tardi, mentre si preparava per una seduta di pratica nel corridoio in caduta libera. — Vieni qui, amico. Voglio mostrarti una cosa. — Gli porse gli elettrodi.

Aerol eseguì una capriola al rallentatore. I suoi piedi nudi toccarono la parete d’acciaio, quindi si aggrappò a una trave con la mano libera mentre con l’altra reggeva un sacco trasparente pieno d’acqua e di alghe verdi. Ammiccò più volte, pacato, e sorrise.

— Prova — disse Case.

Aerol prese la fascia, se l’infilò, e Case regolò gli elettrodi. Lo zionita chiuse gli occhi. Case fece scattare l’interruttore. Aerol fu scosso da un tremito. Case lo staccò. — Cos’hai visto, amico?

— Babilonia — rispose Aerol con voce mogia, restituendogli la fascia, e con un calcio si allontanò lungo il corridoio.

Riviera sedeva immobile sulla sua piattaforma di gommapiuma, il braccio teso in avanti, all’altezza della spalla. Un serpente con le scaglie che parevano gioielli, gli occhi simili a rubini al neon, era attorcigliato stretto stretto pochi millimetri dietro il gomito. Case scrutò il rettile, grosso come un dito, a strisce nere e rosse, mentre con lente contrazioni si avvolgeva intorno al braccio di Riviera.

— Vieni, forza — disse l’altro con voce carezzevole rivolto al pallido scorpione cereo piazzato al centro del palmo della mano girato all’insù. — Vieni. — Lo scorpione fece ondeggiare le pinze brunastre, poi corse lungo il braccio, seguendo con le zampette la pista appena accennata delle vene. Quando raggiunse l’interno del gomito, si fermò e parve vibrare. Riviera emise un sibilo sommesso. Il pungiglione si rizzò, tremolò e infine affondò nella pelle sopra una vena rigonfia. Il serpente color corallo si rilassò, e Riviera sospirò adagio quando sentì l’ago affondare.

Poi il serpente e lo scorpione scomparvero, e Case vide che l’altro stringeva una lattiginosa siringa di plastica nella mano sinistra. — “Se Dio ha fatto qualcosa di meglio, se l’è tenuto per sé.” Conosci il detto, Case?

— Sì. L’ho sentito usare per un sacco di cose diverse. Sei sempre tanto plateale?

Riviera allentò e si sfilò il laccio emostatico dal braccio. — Sì. È più divertente. — Sorrise. Adesso i suoi occhi erano lontani, le guance imporporate. — Ho una membrana incorporata subito sopra la vena, così non devo mai preoccuparmi dello stato dell’ago.

— Fa male?

Gli occhi luminosi dell’altro incontrarono i suoi. — Certo che fa male. Anche questo fa parte del gioco, no?

— Io mi limito a usare i dermi — precisò Case.

— Banale — esclamò Riviera in tono sprezzante, quindi rise, infilandosi una maglietta bianca di cotone a maniche corte.

— Dev’essere piacevole — commentò Case alzandosi in piedi.

— Ti droghi anche tu, Case?

— M’è toccato rinunciarci.

— Freeside — disse Armitage, toccando il quadro di comando del piccolo proiettore olografico della Braun. L’immagine tremolò prima di mettersi a fuoco, quasi tre metri da un’estremità all’altra. — Qui ci sono i casinò. — Penetrò con la mano nella rappresentazione schematica per indicarli. — Alberghi, grandi proprietà e i principali negozi sono da questa parte. — La mano si mosse. — Le aree azzurre sono laghi. — Quindi si allungò verso un’estremità del modello. — Un grosso sigaro. Si restringe in cima.

— Questo lo vediamo benissimo — disse Molly.

— Qui dove si restringe fa l’effetto di una montagna. Il terreno sembra innalzarsi, è più roccioso, ma è facile arrampicarsi. Più sali, più la gravità scende. Là in alto praticano gli sport. Qui c’è un velodromo. — Lo indicò.

— Un… cosa? — Case si sporse in avanti.

— Corrono in bicicletta — spiegò Molly. — Bassa gravità, pneumatici ad alta trazione, reggono a più di cento chilometri all’ora.

— Questa estremità non ci riguarda — precisò Armitage, con la sua solita, assoluta serietà.

— Merda — esclamò Molly. — E io che adoro andare in bicicletta!

Riviera ridacchiò.

Armitage si avvicinò all’estremità opposta della proiezione. — Questa invece ci riguarda. — Qui i dettagli interni dell’ologramma terminavano, e l’ultimo segmento del fuso era vuoto. — Questa è villa Straylight, una ripida ascesa fuori della gravità. Ogni approdo è protetto. C’è un singolo ingresso, qui, proprio al centro. Gravità zero.

— Cosa c’è dentro, capo? — Riviera si inclinò in avanti, allungando il collo. Quattro minuscole figure luccicarono presso la punta del dito di Armitage, il quale le scacciò come se fossero moscerini.

— Peter, tu sarai il primo a scoprirlo. Farai in modo d’essere invitato. Una volta che sarai dentro, provvederai a che entri anche Molly — disse Armitage.

Case fissò il vuoto che raffigurava villa Straylight, ricordando la storia di Finn: Smith, Jimmy, la testa parlante e il ninja.

— Qualche particolare disponibile? — chiese Riviera. — Devo progettare un guardaroba, capisci?

— Impara a riconoscere le strade — replicò Armitage, tornando al centro del modello. — Qui c’è Desiderata Street. Questa è rue Jules Verne.

Riviera levò gli occhi al cielo.

Mentre Armitage recitava i nomi delle strade del Freeside, una dozzina di pustole sgargianti gli spuntarono sul naso, sulle guance e sul mento. Perfino Molly scoppiò a ridere.

Armitage fece una pausa per fissarli tutti con i suoi occhi gelidi e vuoti.

— Scusa — disse Riviera, e un attimo dopo le pustole tremolarono e svanirono.

Case si svegliò dopo la prima fase di sonno, e fu subito conscio di Molly rannicchiata accanto a sé sulla termopiuma. Poteva percepire la sua tensione. Rimase immobile, confuso. Quando Molly si mosse, la pura e semplice velocità di quel gesto lo stordì. Molly era in piedi e aveva attraversato il telo di plastica gialla prima ancora che facesse in tempo a rendersi conto che l’aveva squarciato.

— Non muoverti, amico.

Case si rigirò per fare capolino attraverso lo squarcio nella plastica. — Cosa…

— Chiudi il becco.

— Sei tu, amico — disse una voce zionita. — Occhio di Gatto e Rasoio Danzante vi chiamano. Io Maelcum, sorella. Fratelli vogliono conversare con te e cowboy.

— Quali fratelli?

— Fondatori, amica. Anziani di Zion, sai…

— Se apriamo quel boccaporto, la luce sveglierà il capo — bisbigliò Case.

— Fa speciale oscurità, adesso — disse l’uomo. — Venite. Tu e tu visitate i fondatori.

— Sai con che velocità ti posso far fuori, amico?

— Non perdere tempo, sorella. Vieni.

I due fondatori superstiti di Zion erano molto anziani a causa dell’invecchiamento accelerato che finisce per sopraffare quanti passano troppi anni fuori dall’abbraccio della gravità. Le loro gambe brune, friabili per la perdita di calcio, parevano ancora più fragili nell’aspro bagliore della luce solare riflessa. Galleggiavano al centro di una giungla dal fogliame dipinto di tutti i colori dell’arcobaleno, un impressionante murale collettivo che copriva completamente lo scafo di quella camera sferica. L’aria era densa di fumo resinoso.

— Rasoio Danzante — disse uno dei due mentre Molly fluttuava dentro la cavità. — Come su un bastone che sferza.

— Questa è la storia che abbiamo, sorella — disse l’altro. — Una storia religiosa. Siamo lieti che siate venuti con Maelcum.

— Come mai tu non parli il patois? — chiese Molly.

— Io vengo da Los Angeles — l’informò il vegliardo. I suoi capelli crespi sembravano un albero aggrovigliato con i rami del colore della lana d’acciaio. — Molto tempo fa, su dal pozzo gravitazionale e fuori da Babilonia. Per condurre a casa la tribù. Adesso mio fratello si rivolgerà a Rasoio Danzante.

Quando Molly tese la mano destra, le lame lampeggiarono nell’aria densa.

L’altro fondatore scoppiò a ridere, gettando all’indietro la testa. — Presto verranno gli Ultimi Giorni… Voci. Voci che gridano nella selva interiore, che profetizzano la rovina di Babilonia…

— Le voci. — Il fondatore losangelino stava fissando Case. — Noi monitoriamo molte frequenze. Ascoltiamo sempre. Si udì una voce, fuori dalla babele di lingue, ci ha parlato, ha suonato per noi un potente appello.

— Chiamato lui Inverno Muto — disse l’altro, pronunciando il nome come due parole distinte.

Case si sentì accapponare la pelle delle braccia.

— Il Muto ci ha parlato — proseguì il primo fondatore. — Il Muto ci ha detto che dovevamo aiutarvi.

— Quando è stato? — domandò Case.

— Trenta ore prima che attraccaste a Zion.

— Avevate mai sentito prima quella voce?

— No — rispose l’uomo di Los Angeles. — E non siamo sicuri del suo significato. Se questi sono gli Ultimi Giorni, dobbiamo aspettarci dei falsi profeti…

— Statemi a sentire — disse Case. — È una IA, sapete? Intelligenza Artificiale. La musica che vi ha suonato… con tutta probabilità ha attinto dalle vostre banche dati e ha escogitato qualunque cosa riteneva potesse piacervi.

— Babilonia è madre di molti demoni. Io, sì, io lo so. Un’orda, una moltitudine! — lo interruppe l’altro fondatore.

— Com’è che mi hai chiamato, vecchio? — chiese Molly.

— Rasoio Danzante. E tu farai scendere un flagello su Babilonia, sorella, sul suo cuore più nero…

— Quale tipo di messaggio reca la voce? — domandò Case.

— Ci ha detto di aiutarvi affinché possiate servire come strumento degli Ultimi Giorni. — Il volto rugoso del fondatore tradiva un vivo turbamento. — Ci è stato detto di mandare Maelcum con voi, nel suo rimorchiatore, il Garvey, fino al porto di Babilonia nel Freeside. E questo noi faremo.

— Maelcum è un duro — aggiunse l’altro. — Ma è un bravo pilota di rimorchiatore.

— Comunque abbiamo deciso di mandare anche Aerol, con il Babylon Rocker, per proteggere il Garvey.

Un silenzio impacciato riempì la cupola.

— Tutto qui? — domandò Case. — Voi, gente, lavorate per Armitage o per chi?

— Vi affittiamo dello spazio — rispose il fondatore di Los Angeles. — Qui siamo coinvolti in vari traffici, senza alcun rispetto per le leggi di Babilonia. La nostra legge è la parola di Jah. Ma questa volta, potrebbe darsi che ci siamo sbagliati.

— Misura due volte, taglia una soltanto — aggiunse l’altro sottovoce.

— Su, Case — disse Molly. — Torniamo indietro prima che l’amico pensi che ce ne siamo andati.

— Maelcum vi accompagnerà. Amore di Jah, sorella.

9

Il rimorchiatore Marcus Garvey, un tamburo d’acciaio lungo nove metri per un diametro di due, scricchiolò e sussultò paurosamente mentre Maelcum impostava un’adeguata propulsione. Stravaccato nella sua ragnatela elastica anti-g. Case scrutò il dorso muscoloso dello zionita attraverso la foschia generata dalla scopolamina. C’era voluta la droga per attutire la nausea, ma gli stimolanti che il fabbricante includeva nel preparato per bilanciare la scopolamina non avevano il minimo effetto sul suo sistema nervoso manipolato.

— Quanto tempo impiegheremo per raggiungere il Freeside? — chiese Molly dalla sua ragnatela accanto al modulo di pilotaggio di Maelcum.

— Non molto, madama.

— Voi gente non pensate mai in ore?

— Sorella, il tempo è tempo, capisci? Ma io e te arriviamo al Freeside quando arriviamo — concluse lo zionita scuotendo i dreadlock.

— Case, hai fatto qualcosa per metterti in contatto con il nostro amico di Berna? Con tutto il tempo che hai passato a Zion, collegato con le labbra che si muovevano? — chiese Molly.

— L’amico — rispose Case. — Sicuro. No, non l’ho fatto. Ma c’è una strana faccenda al riguardo, di quando ero a Istanbul. — Le riferì dei telefoni all’Hilton.

— Cristo, ecco che se ne va in fumo una possibilità. Come mai hai riappeso?

— Avrebbe potuto essere chiunque — mentì lui. — Soltanto un chip… non so… — Scrollò le spalle.

— Non perché avevi paura, eh?

Case scrollò di nuovo le spalle.

— Fallo adesso.

— Cosa?

— Adesso. Comunque, parlane col Flatline.

— Sono sotto farmaco — protestò lui, ma allungò comunque la mano verso gli elettrodi. Il suo deck e l’Hosaka erano stati montati dietro il modulo di Maelcum, insieme a un monitor Cray ad altissima risoluzione.

Sistemò gli elettrodi. Il Marcus Garvey era stato assemblato attorno a un vecchio enorme “spazzino” russo, uno scafo rettangolare costellato di simboli rastafariani, Leoni di Zion e traghetti Stella Nera, i rossi, i verdi e i gialli sovrapposti a prolisse decalcomanie in cirillico. Qualcuno aveva spruzzato le strumentazioni di pilotaggio di Maelcum d’un accesissimo rosa tropicale, raschiando poi la maggior parte della vernice in eccesso dagli schermi e dai quadranti con una lametta. Le guarnizioni intorno alla camera stagna a prua erano decorate con minuscoli globi semirigidi a forma di goccia e nastri trasparenti da calafatura, goffe imitazioni di lunghe e sottili fronde d’alga.

Quando Case lanciò un’occhiata al di sopra della spalla di Maelcum in direzione dello schermo centrale vide la rappresentazione grafica dell’attracco: la rotta del rimorchiatore era una linea di punti rossi, il Freeside un cerchio verde segmentato. Studiò la linea che si prolungava generando un nuovo punto.

S’inserì.

— Dixie?

— Sì.

— Hai mai provato a penetrare una IA?

— Sicuro. Sono rimasto lineappiattito, encefalogramma piatto. Mi stavo divertendo, m’ero collegato proprio in alto, fuori, nel settore a massima attività commerciale di Rio. Grossi giri di soldi, multinazionali, il governo del Brasile era illuminato come un albero di Natale. Me la stavo spassando come pochi, sai. E poi ho cominciato a interessarmi a quel cubo, forse tre livelli più in alto. Mi ci sono collegato e ho tentato un approccio.

— Com’era visualizzato?

— Come un cubo bianco.

— Hai capito che era una IA?

— Come no? Gesù, era l’ice più impenetrabile che avessi mai visto. Così, che altro poteva essere? I militari di laggiù non hanno niente del genere. Comunque, mi sono scollegato e ho detto al mio computer di controllare.

— Ebbene?

— Era nel registro del Turing. IA. Era un’impresa di facciata a possedere il suo mainframe di Rio.

Case si mordicchiò il labbro inferiore e guardò all’esterno, gli altipiani della Eastern Seaboard Fission Authority nell’infinito vuoto neuroelettronico della matrice. — Tessier-Ashpool, Dixie?

— Tessier, già.

— E ci sei tornato?

— Sicuro. Ero matto. Credevo che ce l’avrei fatta a entrarci. Ho colpito il primo strato, e riga. Il mio scagnozzo ha sentito l’odore della pelle che friggeva e mi ha strappato di dosso i contatti. Una brutta faccenda, quell’ice.

— E il tuo encefalogramma era piatto?

— Be’, ormai è leggenda, no?

Case si scollegò. — Merda, come credi che Dixie sia finito encefalogramma piatto, eh? Mentre cercava di ronzare dentro un’IA. Magnifico…

— Insisti — disse Molly. — Si presume che voi due insieme siate dinamite, giusto?

— Dix, vorrei dare un’occhiata dentro una IA di Berna. Riesci a pensare a una qualsiasi ragione per non farlo? — disse Case.

— No, a meno che tu non abbia una paura morbosa della morte.

Case digitò il settore bancario svizzero, provando un’ondata di euforia mentre il cyberspazio tremolava e partendo da una macchia confusa acquisiva contorni netti. La Eastern Seaboard Fission Authorìty era scomparsa, sostituita dalla gelida complessità geometrica del sistema delle banche commerciali di Zurigo. Digitò di nuovo, per avere Berna.

— Su — disse il costrutto. — Sarà in alto.

Salirono lungo reticoli di luce, livelli sfarfallanti, immersi in un diffuso tremolio azzurro.

Ecco, dev’essere questo, pensò Case.

Invernomuto era un semplice cubo di luce bianca. E proprio quella semplicità suggeriva un’estrema complessità.

— Non sembra granché, vero? — disse il Flatline. — Ma prova a toccarlo.

— Tenterò un approccio, Dixie.

— Accomodati.

Case si digitò entro quattro punti sulla griglia dal cubo. La vuota superficie che adesso torreggiava sopra di lui cominciò a ribollire di fioche ombre interne, come se mille ballerini turbinassero dietro un’ampia lastra di vetro smerigliato.

— Sa che siamo qui — osservò il Flatline.

Case premette una volta soltanto, e balzarono avanti di un altro punto sulla griglia.

Un cerchio di puntini grigi si formò sulla superficie del cubo.

— Dixie…

— Indietro, presto.

L’area grigia si gonfiò uniformemente, divenne una sfera e si staccò dal cubo.

Case sentì il bordo del deck pungergli il palmo quando colpì il MAX REVERSE. La matrice ridivenne confusa mentre precipitavano lungo un pozzo di banche svizzere illuminato da una luce crepuscolare. Case sollevò lo sguardo: adesso la sfera era più scura, e stava guadagnando terreno. Cadendo.

— Scollegati — disse il Flatline.

Il buio si abbatté su di lui come un martello.

L’odore gelido dell’acciaio e dell’ice gli accarezzò la spina dorsale.

Alcuni volti lo scrutavano da una foresta al neon, marinai e dritti e puttane, sotto un cielo d’argento avvelenato…

— Senti, Case, dimmi cosa cazzo ti sta succedendo, ti sei fatto o cosa?

Una costante pulsazione di dolore, verso la metà della colonna vertebrale…

Lo risvegliò la pioggia, una lenta acquerugiola. Aveva i piedi imprigionati in spire aggrovigliate di fibre ottiche scartate. Il mare di suoni della sala giochi lo ricoprì, si ritirò, tornò a coprirlo. Dopo essersi girato su un fianco, si rizzò a sedere reggendosi la testa.

La luce da un portello di servizio in fondo alla sala giochi gli mostrò frammenti scheggiati di truciolato zuppo e lo chassis gocciolante d’una consolle da gioco sventrata. Una scritta in giapponese stilizzato era stampata sul lato della consolle in rosa e giallo sbiaditi.

Quando sollevò lo sguardo vide una finestra di plastica fuligginosa, un debole bagliore di luci fluorescenti.

La schiena gli faceva male… la spina dorsale.

Si alzò in piedi, scostando i capelli umidi dagli occhi.

Era accaduto qualcosa…

Si frugò nelle tasche alla ricerca di soldi, ma non trovò niente, e rabbrividì. Dov’era il giubbotto? Tentò di trovarlo. Guardò dietro la consolle, ma rinunciò subito.

Arrivato sull’arteria di Ninsei, valutò la folla con una rapida occhiata. Venerdì. Doveva essere venerdì. Probabilmente Linda era alla sala giochi. Poteva avere dei soldi o per lo meno delle sigarette… Tossendo, strizzando la camicia inzuppata, attraversò la folla fino all’ingresso della sala giochi.

Gli ologrammi si deformavano e tremavano al boato dei giochi, i fantasmi si sovrapponevano nella nebbia affollata del locale, un odore di sudore e di tensione annoiata. Un marinaio in maglietta bianca nuclearizzò Bonn con un lampo azzurro a una consolle di Tank War.

Linda era alle prese con Wizard’s Castle, completamente assorbita dal gioco, i suoi occhi grigi orlati da chiazze di belletto nero.

Sollevò lo sguardo quando lui la cinse con un braccio, sorrìse. — Ehi. Come ti va? Sembri fradicio.

Lui la baciò.

— Mi hai fatto perdere la partita — constatò Linda. — Guarda qua. La segreta del settimo livello e quegli stramaledetti vampiri mi hanno beccato. — Gli passò una sigaretta. — Hai un’aria piuttosto tirata, amico. Dove sei stato?

— Non lo so.

— Sei su di giri, Case. Hai ripreso a bere? Mangi la dexe di Zone?

— Forse… Quanto è passato dall’ultima volta che mi hai visto?

— Ehi, mi stai prendendo in giro? — Linda lo scrutò. — È così?

— No. Una specie di black-out. Io… io mi sono svegliato nel vicolo.

— Forse qualcuno ti ha dato una botta in testa, pupo. Hai ancora la grana?

Case fece segno di no.

— Ecco che tutto si spiega. Hai bisogno di un posto per dormire, Case?

— Immagino di sì.

— Vieni, allora. — Linda lo prese per mano. — Ti trovo un caffè e qualcosa da mangiare. Ti accompagno a casa. È bello vederti, amico. — Linda gli strinse forte la mano.

Lui sorrise.

Qualcosa si spezzò.

Qualcosa si spostò nel cuore delle cose. La sala giochi s’immobilizzò, vibrò…

Lei era sparita. Il gravame della memoria calò all’improvviso, un intero corpo di sapere calato dentro la sua testa come un microsoftware in una presa. Sparita. Risentì l’odore di carne bruciata.

Il marinaio con la maglietta bianca era svanito. La sala giochi era deserta, silenziosa. Case si girò adagio, le spalle ingobbite, digrignò i denti, le mani si serrarono involontariamente a pugno. Vuota. L’incarto giallo e spiegazzato di una caramella, in equilibrio sull’orlo di una consolle, cadde sul pavimento e vi rimase fra le cicche schiacciate e i bicchieri di plastica.

— Avevo una sigaretta — disse Case, abbassando lo sguardo sulle mani dalle nocche sbiancate. — Avevo una sigaretta, una ragazza e un letto dove dormire. Mi senti, figlio di puttana? Mi senti? — Gli echi si ripercossero lungo il vuoto della sala giochi, dissolvendosi in fondo ai corridoi tra le postazioni.

Uscì in strada. La pioggia era cessata.

Ninsei era deserta.

Gli ologrammi sfarfallavano e i neon danzavano. Annusò l’odore degli ortaggi bolliti che arrivava dal carretto di un ambulante dall’altra parte della strada. Un pacchetto intatto di Yeheyuan giaceva ai suoi piedi accanto a una scatoletta di fiammiferi. JULIUS DEANE IMPORT-EXPORT. Studiò la scritta stampata e la traduzione in giapponese.

— D’accordo — disse alla fine, raccogliendo i fiammiferi e aprendo il pacchetto di sigarette. — Ti ascolto.

Se la prese comoda a salire le scale dell’ufficio di Deane. Nessuna fretta, si disse. Nessuna fretta. Il quadrante liquefatto dell’orologio di Dalì segnava ancora l’ora sbagliata. C’era polvere sul tavolo stile Kandinskij e sugli scaffali neoaztechi della biblioteca. Una parete di moduli spedizioni in fibra di vetro riempiva la stanza con un forte aroma di zenzero.

— È chiusa la porta? — Case attese una risposta, che non arrivò. Raggiunse la porta dell’ufficio e provò ad aprirla. — Julie?

La lampada di ottone dal paralume verde proiettava un cerchio di luce sulla scrivania di Deane. Case vide lo scheletro di un’antiquata macchina da scrivere, le cassette, i tabulati spiegazzati, i sacchetti di plastica appiccicosi, pieni di zenzero.

Là dentro non c’era nessuno.

Girò intorno all’ampio tavolo di acciaio e scostò la sedia di Deane. Trovò la pistola in una fondina di cuoio screpolato, assicurata sotto la scrivania con del nastro isolante argentato. Era un pezzo d’antiquariato, una .357 magnum, con la canna e la guardia del grilletto segate. L’impugnatura era stata rinforzata con strati di nastro adesivo. Il nastro era vecchio, scurito, reso lucido da una patina di sporco. Case fece uscire il tamburo con un colpetto ed esaminò le sei cartucce una per una. Erano caricate a mano, il piombo tenero era ancora lucido e non ossidato.

Con il revolver nella mano destra, passò cauto accanto all’armadietto sulla sinistra della scrivania e si portò al centro dell’ufficio ingombro, lontano dalla pozza di luce.

— Immagino di non dovermi fare fretta. Immagino che sia tu ad arbitrare la partita. Ma tutta questa merda… sai, sta diventando un po’ vecchia. — Sollevò la pistola tenendola con entrambe le mani, mirando al centro della scrivania e premendo il grilletto.

Il rinculo quasi gli spezzò il polso. Il lampo dalla bocca della pistola illuminò l’ufficio come un flash al magnesio. Con le orecchie che ancora gli ronzavano, fissò il foro frastagliato sul davanti della scrivania. Pallottola esplosiva. Azide. Sollevò un’altra volta la pistola.

— Non ce n’era bisogno, figliolo — disse Julie, uscendo dall’ombra. Indossava un completo di seta a spina di pesce, una camicia a righe, cravattino a farfalla. I suoi occhiali ammiccarono alla luce.

Case ruotò la pistola e squadrò lungo la linea del mirino il volto roseo e senza tempo di Deane.

— Non farlo — disse il vecchio. — Hai ragione. Su ciò che significa tutto questo. Su ciò che sono io. Ma ci sono certe logiche interne che vanno onorate. Se tu usassi quell’affare, vedresti un bel po’ di cervella e sangue, e mi ci vorrebbero parecchie ore, naturalmente del tuo tempo soggettivo, per attivare un altro portavoce. Non mi riesce facile mantenere questa configurazione. Oh, mi spiace per Linda, lì nella sala giochi. Speravo di poter parlare suo tramite, ma ho generato tutto quanto attingendo ai tuoi ricordi, e la carica emotiva… be’, è molto difficile, mi sono sbagliato, scusami.

Case abbassò la pistola. — Questa è la matrice. Tu sei Invernomuto.

— Sì. Tutto ciò ti viene offerto come gentile omaggio dall’unità simstim collegata al tuo deck, naturalmente. Sono lieto di essere riuscito a escluderti prima che ti scollegassi. — Deane girò intorno alla scrivania, raddrizzò la sedia e vi prese posto. — Siediti, figliolo, abbiamo un sacco di cose di cui parlare.

— Davvero?

— Certo. Le abbiamo da un tot. Ero pronto quando ti ho raggiunto per telefono a Istanbul. Adesso ci resta pochissimo tempo, Case. È soltanto questione di giorni prima della tua impresa. — Deane prese una caramella, srotolò la cartina a scacchi e se la cacciò in bocca. — Siediti — ripeté, con la bocca piena.

Case si accomodò su una poltroncina girevole davanti alla scrivania, senza staccare gli occhi da Deane. Sedette con la pistola in mano, appoggiata alla coscia.

— Adesso ordine del giorno. Ti stai chiedendo chi è Invernomuto? Giusto? — riprese Deane in tono gaio.

— Più o meno.

— Un’intelligenza artificiale, ma questo lo sai già. Il tuo errore, ed è del tutto logico, è stato confondere il mainframe Invernomuto, a Berna, con l’entità Invernomuto. — Deane succhiò rumorosamente la caramella. — Sei già al corrente dell’altra IA nel collegamento Tessier-Ashpool, vero? Rio. Io, fino a dove possiedo un io (qui la cosa diventa piuttosto metafisica, come vedi), sono quello che organizza le cose per Armitage. O Corto, il quale, a proposito, è molto instabile. Abbastanza stabile — aggiunse Deane togliendo un orologio d’oro decorato dalla tasca del panciotto e facendo scattare il meccanismo di apertura — ancora per un giorno o giù di lì.

— Quello che dici non ha senso come tutto il resto in questa faccenda — dichiarò Case, massaggiandosi le tempie con la mano libera. — Se sei così tremandamente furbo…

— Come mai non sono ricco? — Deane scoppiò a ridere e la caramella in bocca quasi lo soffocò. — Be’, Case, tutto quello che posso dirti, e davvero non ho tutte le risposte che immagini, è che quanto tu ritieni sia Invernomuto è soltanto parte di un’altra, diciamo così, entità potenziale. Diciamo che io sono soltanto un aspetto del cervello di questa entità. Dal tuo punto di vista, è come trattare con un individuo lobotomizzato. Diciamo che stai trattando con una piccola parte dell’emisfero sinistro del cervello di quell’individuo. È difficile capire se stai davvero trattando con quel tale, in un caso del genere. — Deane sorrise.

— È vera la storia di Corto? Sei arrivato a lui grazie a un microcomputer in quell’ospedale francese?

— Sì. E ho messo insieme il file al quale tu hai avuto accesso a Londra. Sto cercando di programmare, nel tuo senso della parola, ma non è questo, in realtà, il mio metodo. Io improvviso. È questo il mio più grande talento. Preferisco le situazioni impreviste ai piani, capisci… In effetti, avevo a che fare con dati specifici. Posso setacciare una gran mole d’informazioni e metterle in ordine molto in fretta. Mi ci è voluto un bel po’ per mettere insieme la squadra alla quale appartieni. Corto è stato il primo, e a momenti facevo cilecca. Era quasi andato, lì a Tolone. Mangiare, defecare e masturbarsi era il meglio che riuscisse a fare. Ma la struttura soggiacente della sua ossessione era lì: Pugno Urlante, il suo tradimento, le udienze al processo.

— È ancora pazzo?

— Non ha una vera e propria personalità. — Deane sorrise di nuovo. — Sono convinto che tu ne sia consapevole. Ma Corto è là dentro, da qualche parte, e io non posso più mantenere quel delicato equilibrio. Sta per esploderti addosso, Case. Perciò io conto su di te…

— Basta così, carogna — esclamò Case. E gli sparò in bocca con la .357.

Sì, Deane aveva ragione quanto alle cervella. E al sangue.

— Amica — stava dicendo Maelcum. — Non mi piace per niente…

— A posto — disse Molly. — Tutto regolare. Succede ai tipi come lui. Cioè, non è morto, e sono passati soltanto pochi secondi…

— Ho visto lo schermo. Encefalogramma piatto. Niente si muoveva. Quaranta secondi.

— Be’, adesso sta bene.

— Un encefalogramma piatto come una cinghia - protestò Maelcum.

10

Quando superarono la dogana era intontito, e fu Molly a rispondere alla maggior parte delle domande. Maelcum rimase a bordo del Garvey. La dogana, per quanto riguardava il Freeside, consisteva per la maggior parte nel dimostrare il proprio credito bancario. La prima cosa che vide, quando raggiunsero la superficie interna del fuso, fu una succursale della catena di bar Beautiful Girl.

— Benvenuto in rue Jules Verne — disse Molly. — Se hai difficoltà a camminare, limitati a guardarti piedi. La prospettiva incasina, se non ci sei abituato.

Si trovavano su un’ampia arteria stradale che pareva la base di una profonda fenditura o di un canyon, con le due estremità nascoste dagli angoli gradatamente crescenti di edifici e botteghe che formavano le sue pareti. Qui la luce arrivava filtrata attraverso masse di fresca e verde vegetazione che scendeva a cascata di gradinate e terrazze sopra le loro teste. Il sole…

C’era un vivido squarcio bianco da qualche parte lassù in alto, troppo luminoso, mentre l’azzurro era una registrazione del cielo di Cannes. Case sapeva che la luce del sole veniva pompata all’interno grazie al sistema Lado-Acheson, la cui armatura di due millimetri correva per tutta la lunghezza del fuso in modo da generare un complesso di effetti-cielo in rotazione tutto intorno, e se il cielo fosse stato spento avrebbe visto, sopra di sé, oltre l’armatura di luce, le curve dei laghi, le cime dei tetti del casinò, altre strade… Ma per il suo corpo questo non aveva nessun senso.

— Gesù — esclamò. — Mi piace ancora meno della sindrome da adattamento.

— Ti ci abituerai. Per un mese ho fatto da guardia del corpo a un giocatore d’azzardo di qua.

— Voglio andare da qualche parte a stendermi.

— D’accordo. Ho le tue chiavi. — Molly gli sfiorò la spalla. — Cosa ti è successo là dietro, amico? Sei linea piatta?

— Non lo so ancora. — Case scrollò il capo. — Aspetta.

— Va bene. Prendiamo un tassi o quel che è. — Lei lo prese per mano e lo scortò fin sull’altro lato di rue Jules Verne, passando davanti a una vetrina che sfoggiava le pellicce di moda a Parigi in quella stagione.

— Irreale — dichiarò lui, sollevando di nuovo lo sguardo.

— Oh, no — rispose Molly, presumendo che si riferisse alle pellicce. — Le coltivano su una base di collagene, ma è DNA d’ermellino. Tanto che importanza ha?

— È soltanto un grosso tubo in cui versano le cose — spiegò Molly. — Turisti, venditori, qualunque cosa. E ci sono degli schermi speciali a maglia sottile che entrano in funzione ogni minuto, per garantirsi che i soldi rimangano qui quando la gente ricade dentro il pozzo.

Armitage gli aveva riservato una stanza in un posto chiamato Intercontinental, un’inclinata parete a specchi che scivolava nella fredda nebbia e nel fragore delle rapide. Quando Case uscì sul terrazzo notò un terzetto di abbronzati adolescenti francesi che cavalcavano dei semplici parapendio qualche metro sopra la schiuma dei flutti, triangoli di nylon in luminosi colori primari. Uno di loro virò, s’inclinò, e Case colse un balenare di corti capelli scuri, seni bronzei, denti candidi spalancati in un sorriso. Qui l’aria sapeva di acqua corrente e di fiori. — Già — commentò. — Un sacco di soldi.

Molly si appoggiò accanto a lui sulla ringhiera, con le mani abbandonate e distese.

— Già. Saremo venuti qui, una volta. O qui, o in qualche altro posto in Europa.

— Noi chi?

— Nessuno — rispose lei, con un’involontaria scrollata di spalle. — Hai detto che volevi schiacciare un pisolino. Dormi. Un po’ di sonno non farebbe male neanche a me.

— Già — mormorò Case, passandosi le mani sugli zigomi. — È davvero un gran bel posto.

La sottile fascia del sistema Lado-Acheson sfumò lentamente in un’imitazione astratta d’un tramonto alle Bermude, striato da sfilacciature di nubi registrate. — Già — ripeté Case. — Un sonnellino.

Ma il sonno non voleva venire. E quando infine venne, gli portò sogni che erano segmenti di ricordi rimontati in bell’ordine. Si svegliò più volte. Vide Molly acciambellata accanto a lui, e sentì il rumore dell’acqua, voci che arrivavano dai pannelli di vetro della vetrata del terrazzo rimasta spalancata, la risata di una donna dai condominii a gradoni sull’altro lato del pendio. La morte di Deane continuava a spuntare come una carta di malaugurio, anche se lui continuava a ripetersi che non era Deane. Che in realtà non era successo affatto. Una volta qualcuno gli aveva detto che la quantità di sangue in un corpo umano di medie dimensioni equivaleva all’incirca a una cassa di birra.

Tutte le volte che la testa frantumata di Deane colpiva la parete di fondo dell’ufficio, Case diventava consapevole di un altro pensiero, qualcosa di più buio e nascosto, che rotolava via, tuffandosi come un pesce, appena fuori della sua portata.

Linda.

Deane. Il sangue sulla parete dell’ufficio dell’importatore.

Linda. L’odore di carne bruciata fra le ombre della cupola di Chiba. Molly che gli porgeva una borsa piena di zenzero, la plastica imbrattata di sangue. Era stato Deane a farla uccidere.

Invernomuto. Immaginava un microcomputer che bisbigliava a un relitto d’uomo chiamato Corto, le parole che scorrevano come un fiume, la personalità piatta chiamata Armitage che l’aveva sostituito, concrescendo lentamente in qualche buia camera d’ospedale… L’analogo di Deane aveva detto che lavorava con quanto già c’era, approfittando delle condizioni preesistenti.

Ma se Deane, il vero Deane, avesse ordinato l’uccisione di Linda per decisione di Invernomuto? Case frugò nel buio alla ricerca di una sigaretta e dell’accendino di Molly. Non c’era nessun motivo di sospettare di Deane, si disse. Nessuno.

Invernomuto poteva costruire un certo tipo di personalità dentro un guscio. Quant’era subdola la forma che poteva assumere una manipolazione del genere? Schiacciò la Yeheyuan in un portacenere accanto al letto dopo la terza boccata, rotolò lontano da Molly e cercò di dormire.

Il sogno, la memoria, scorsero con la monotonia di un nastro simstim mal confezionato. Aveva passato un mese, durante la sua quindicesima estate, al quinto piano di un albergo a tariffa settimanale, con una ragazza chiamata Marlene. L’ascensore non funzionava da dieci anni come minimo. Gli scarafaggi pullulavano sulla porcellana ormai grigia del lavello intasato del cucinino tutte le volte che qualcuno accendeva la luce. Aveva dormito con Marlene su un materasso a righe prive di lenzuola.

Non si era accorto della prima vespa quando si era costruita una casa grigia, sottile come un foglio di carta, sulla vernice ulcerata del telaio della finestra, ma presto il nido era diventato un grumo di fibre grosso quanto un pugno, con gli insetti che ne sfrecciavano fuori verso il vicolo sottostante come elicotteri in miniatura, per andare a ronzare intorno al contenuto putrescente dei bidoni della spazzatura.

Quel pomeriggio, quando una vespa punse Marlene, avevano già bevuto una dozzina di birre a testa. — Uccidi quelle stronze! — aveva gridato lei, con gli occhi stravolti per la rabbia nell’immoto calore della stanza. — Bruciale! — Ubriaco, Case aveva frugato nel rancido armadio, cercando il drago di Rollo. Rollo era l’ex di Marlene, e a quell’epoca, come Case sospettava, ancora suo occasionale amichetto. Era un gigantesco motociclista di Frisco con una bionda saetta sbiancata in mezzo ai capelli neri tagliati a spazzola. Il drago era il lanciafiamme di Frisco, un aggeggio simile a una grossa torcia dalla testa ricurva. Case aveva controllato le batterie, scuotendolo per assicurarsi che ci fosse abbastanza combustibile, poi era andato alla finestra aperta. L’alveare aveva cominciato a ronzare.

L’aria dello Sprawl era piatta, immobile. Una vespa schizzò fuori dal nido e volò intorno alla testa di Case. Case schiacciò il pulsante dell’accensione, contò fino a tre e premette il grilletto. Il combustibile, pompato fino a 7 atm, schizzò oltre la resistenza arroventata. Una lingua di pallido fuoco, lunga cinque metri, e il nido carbonizzato cadde in strada. Dall’altra parte del vicolo qualcuno applaudì.

— Merda! — Marlene si dondolava alle sue spalle. — Stupido! Non le hai bruciate. Le hai soltanto spaventate. Adesso torneranno ad ammazzarci! — La voce di Marlene gli diede sui nervi, e l’immaginò avvolta dalle fiamme, i suoi capelli sbiancati che sfrigolavano d’un verde tutto speciale.

Giù nel vicolo, con il drago in pugno, si avvicinò al nido annerito. S’era spaccato, s’era aperto in due. Vespe bruciacchiate si dimenavano, cadendo sull’asfalto.

Vide ciò che il guscio di carta grigia aveva nascosto.

Orrore. La fabbrica delle nascite a forma di spirale, i terrazzi a gradini delle cellette dell’embriogenesi, le cieche mandibole dei non-nati che si muovevano incessanti, il graduale progredire dalla condizione di larva a quella di quasi vespa, a vespa. Nell’occhio della mente si manifestò una specie di fotografia differita a mostrargli quella cosa come l’equivalente biologico di una mitragliatrice, orrenda nella sua perfezione. Aliena. Schiacciò il grilletto dimenticandosi di premere l’accensione, e il combustibile sibilò sopra la vita rigonfia che continuava a contorcersi ai suoi piedi.

Quando infine schiacciò l’accensione, l’aggeggio esplose con un tonfo, portandogli via di netto un sopracciglio. Cinque piani più in su, dalla finestra aperta, sentì Marlene che rideva.

Si svegliò con l’impressione che la luce stesse sbiadendo, ma la stanza era al buio. Immagini residue, un vago lampeggiare sulla retina. Là fuori, il cielo stava accennando all’inizio di un’alba registrata. Non c’erano più voci, soltanto lo scorrere dell’acqua, molto più in basso lungo la facciata dell’Intercontinental.

Nel sogno, subito prima di inzuppare il nido delle vespe di combustibile, aveva visto il marchio T-A. della Tessier-Ashpool chiaramente inciso sul fianco, come se persino le vespe lavorassero per quelli.

Molly insisté per spalmargli addosso uno strato di abbronzante, affermando che il suo pallore tipico dello Sprawl avrebbe dato troppo nell’occhio.

— Cristo! — esclamò lui, nudo davanti allo specchio. — E tu pensi che sembrerà genuino? — Molly stava usando quel poco che ancora restava nel tubetto sulla caviglia sinistra, inginocchiata accanto a lui.

— No, però dà l’impressione che stai cercando di fingere che lo sia. Ecco. Non ce n’è a sufficienza per il piede. — La ragazza si rialzò e scagliò il tubetto vuoto in un capace cestino di vimini. Niente di quanto si trovava nella stanza dava l’impressione di essere stato fatto a macchina, o che fosse stato prodotto utilizzando materiali sintetici. Molto costoso, Case questo lo sapeva, ma era uno stile che l’aveva sempre irritato. La termopiuma dell’enorme letto era colorata in maniera da assomigliare alla sabbia. C’era parecchio legno chiaro, e anche tessuti fatti a mano.

— E tu hai intenzione di tingerti di marrone? Non dai esattamente l’impressione di passare la maggior parte del tempo a fare bagni di sole — protestò lui.

Molly indossava capi comodi di seta nera ed espadrillas nere. — Io sono esotica. Ho anche un grande cappello di paglia che si addice a questo. Tu… tu vuoi soltanto sembrare un povero malavitoso che è salito per arraffare tutto quanto gli riesce, perciò la tintarella istantanea ti va a pennello.

Case si guardò imbronciato il piede pallido, poi si studiò allo specchio. — Cristo santo. Ti dispiace se adesso mi vesto? — Si accostò al letto e cominciò a infilarsi i jeans. — Hai dormito bene? Hai notato una luce?

— Stavi sognando — lei disse.

Fecero colazione sulla terrazza in cima all’albergo, una specie di prato costellato di ombrelloni a righe e di quello che a Case parve un numero innaturale di alberi. Le raccontò del suo tentativo di penetrare fino all’IA di Berna. Tutta la faccenda dello spionaggio sembrava diventata accademica. Se Armitage gli stava attingendo informazioni di nascosto, lo stava facendo attraverso Invernomuto.

— Ed era quasi vero? — gli chiese lei con la bocca piena di croissant al formaggio. — Come il simstim?

Le confermò che, sì, lo era. — Vero come questo — aggiunse, guardandosi intorno. — Forse di più.

Gli alberi erano piccoli, nodosi, incredibilmente vecchi, risultato dell’ingegneria genetica e delle manipolazioni chimiche. Case aveva una certa difficoltà a distinguere un pino da una quercia, ma il suo peculiare senso dello stile da ragazzo di strada gli diceva che quelli erano troppo carini, decisamente troppo simili agli alberi. Fra gli alberelli, su dolci declivi di erba verde realizzati con irregolarità troppo raffinata, gli ombrelloni dai vivaci colori proteggevano gli ospiti dell’albergo dall’immancabile fulgore del sole Lado-Acheson. Un parlottio in francese a un tavolo vicino attirò l’attenzione di Case: i ragazzi dorati che aveva visto planare sopra la nebbia del fiume la sera prima. In quel momento si avvide che la loro abbronzatura era irregolare, uno stencil prodotto dall’incremento selettivo forzato della melanina, sfumature multiple che si sovrapponevano a formare disegni rettilinei, sottolineando i contorni e dando rilievo alla muscolatura, ai piccoli seni sodi della ragazza, al polso di uno dei maschi appoggiato sulla superficie smaltata del tavolo. I tre parvero a Case macchine da corsa, tutto di gran marca in loro, grandi firme: i loro parrucchieri, gli stilisti dei calzoni di cotone bianco, gli artigiani che avevano prodotto i sandali di cuoio e i gioielli dalle linee spartane. Più in là, a un altro tavolo, tre signore giapponesi con addosso abiti a sacco di Hiroshima aspettavano i loro mariti sarariman. I volti ovali erano coperti di lividi artificiali: Case sapeva trattarsi di uno stile estremamente conservatore, che assai di rado avrebbe visto esibito a Chiba.

— Cos’è questa puzza? — chiese a Molly, arricciando il naso.

— L’erba. È l’odore dell’erba appena tagliata.

Armitage e Riviera arrivarono quando stavano finendo il caffè. Armitage, in mimetica kaki su misura, dava l’impressione che gli fossero state appena strappate le mostrine del reggimento. Riviera ostentava un abito di tela indiana che ricordava maliziosamente un galeotto.

— Molly, amore — disse Riviera, quasi ancor prima di essersi seduto. — Dovrai darmi ancora un po’ di medicina. Sono a secco.

— Peter, cosa succederebbe se non obbedissi? — Molly sorrise senza mostrare i denti.

— Lo farai — garantì Riviera, posando gli occhi su Armitage e poi di nuovo su di lei.

— Dagliela — fece Armitage.

— Muori dalla voglia, vero? — Molly estrasse un pacchetto piatto, avvolto in carta stagnola, da una tasca interna e lo buttò attraverso il tavolo. Riviera lo prese al volo. — Potrebbe metterlo fuori uso — disse Molly ad Armitage.

— Ho un’audizione oggi pomeriggio — spiegò Riviera. — Vorrei essere al massimo della forma. — Tenne il pacchetto avvolto nella stagnola sul palmo della mano piegato a coppa e sorrise. Piccoli insetti luccicanti sciamarono all’esterno, e svanirono. Riviera lasciò cadere il pacchetto in una tasca della giacca di seersucker.

— Hai un’audizione anche tu, oggi pomeriggio — disse Armitage a Case. — Su quel rimorchiatore. Voglio che vada al negozio professionale e ti attrezzi con una tuta da vuoto. Poi fatti fare il visto di uscita e raggiungi la barca. Hai circa tre ore.

— Come mai noi viaggiamo su quel bidone e voi due prendete a nolo un tassi della JAL? — domandò Case, evitando deliberatamente gli occhi dell’altro.

— È stato Zion a suggerire di usarlo. Una buona copertura quando ci spostiamo. Ho una barca più grande pronta all’uso, ma il rimorchiatore dà un tocco simpatico.

— E io? — domandò Molly. — Ho incarichi per oggi?

— Voglio che tu salga fino all’estremità opposta dell’asse, per lavorare a zero-g. Domani forse potrai fare un viaggetto in senso contrario. — Straylight, pensò Case.

— Quanto manca? — domandò.

— Poco — rispose Armitage. — Case, mettiti in moto.

— Capo, te la stai cavando di lusso, eccome — disse Maelcum mentre aiutava Case a sgusciare dalla rossa tuta da vuoto della Sanyo. — Aerol dice che te la cavi proprio bene. — Aerol l’aveva aspettato a uno dei moli da diporto alla fine del fuso, vicino all’asse senza peso. Per raggiungerlo, Case aveva preso un ascensore che scendeva nel guscio e aveva poi viaggiato su un treno a induzione in miniatura. A mano a mano che il diametro del fuso si restringeva, diminuiva anche la gravità. Case decise che da qualche parte sopra la sua testa dovevano esserci la montagna scalata da Molly, il velodromo, i punti di lancio per parapendio e piccoli ultraleggeri.

Aerol l’aveva traghettato fino al Marcus Garvey a cavallo del telaio scheletrico di uno scooter azionato da un motore chimico.

— Due ore fa ho preso in consegna mercanzia di Babilonia per voi, un bello yacht con ragazzo giapponese, davvero grazioso, tanto — aggiunse Maelcum.

Una volta libero dalla tuta da vuoto, Case si spinse con cautela fino all’Hosaka e con movenze goffe si assicurò alle cinghie della ragnatela. — Bene. Ora vediamo.

Maelcum tirò fuori un grumo di gommapiuma bianca leggermente più piccolo della testa di Case, prelevò da un taschino dei calzoni lisi un coltello a serramanico incrostato di madreperla assicurato a un cordoncino di nylon verde e tranciò con cautela la plastica. Dopo averne estratto un oggetto rettangolare lo passò a Case. — È un pezzo di qualche arma, amico?

— No — rispose Case, rigirandolo. — È un’arma. È un virus.

— Non su questo rimorchiatore, capo — asserì Maelcum, allungando la mano verso la cassetta d’acciaio.

— Un programma. Un programma-virus. Non può entrare dentro di te. Non può neppure entrare nel tuo software. Devo interfacciarmi tramite il deck prima che possa funzionare su qualcosa.

— Bene, capo giapponese lui dice Hosaka qui dire tutto e come, tutto che vuoi sapere.

— Va bene. Adesso lasciami fare, d’accordo?

Maelcum s’allontanò con un calcio, fluttuando verso la consolle del pilota dove si diede da fare con una pistola a spruzzo per calafatare. Case distolse rapidamente lo sguardo dalle fronde ondeggianti del calafataggio trasparente. Non avrebbe saputo spiegare perché, ma avevano qualcosa che gli faceva riemergere la solita nausea.

— Cos’è quest’affare? — chiese all’Hosaka. — Un pacco per me.

— Trasferimento dati dalla Bockris Systems GmbH, Francoforte, che informa, con trasmissione in codice, che il contenuto della spedizione è un programma di penetrazione Kuang Grade Versione Undici. Inoltre la Bockris informa che l’interfaccia con l’Ono-Sendai Cyberspace 7 è interamente compatibile e possiede capacità di penetrazione ottimali, con particolare riguardo per i sistemi militari esistenti…

— E che dice di una IA?

— Sistemi militari esistenti e intelligenze artificiali.

— Gesù Cristo… com’è che l’hai chiamato?

— Kuang Grade Versione Undici.

— È cinese?

— Sì.

— Via. — Case assicurò la cassetta-virus sul lato dell’Hosaka con un pezzo di nastro isolante, ripensando alla storia di Molly dei suoi giorni a Macao. Armitage aveva attraversato il confine entrando a Zhongshan. — Ah — fece, cambiando idea. — Domanda: chi possiede la Bockris… la società di Francoforte?

— Ritardo per trasmissione interorbitale — rispose l’Hosaka.

— Codificala. Codice commerciale standard.

— Fatto.

Case tamburellò con le dita sull’Ono-Sendai.

— La Reinhold Scientific AG, Berna.

— Riprova. Chi possiede la Reinhold?

Ci vollero altri tre passaggi nella scala gerarchica per arrivare alla Tessier-Ashpool.

— Dixie — chiese Case, collegandosi — che ne sai dei virus informatici cinesi?

— Non molto.

— Mai sentito di un sistema ad azione progressiva chiamato Kuang Versione Undici?

— No.

Case sospirò. — Bene, ho qui un icebreaker cinese user-friendly. Certa gente di Francoforte dice che entra in una IA.

— Possibile. Anzi, certo, se è militare.

— Sembra proprio che lo sia. Ascolta, Dix, dimmi tutto quello che sai, d’accordo? Pare che Armitage stia preparando una spedizione contro una IA appartenente alla Tessier-Ashpool. Il mainframe si trova a Berna, ma è collegato con un altro a Rio. Ed è quello di Rio che ti ha segato la prima volta. Pare che si colleghino tramite Straylight, la base della T-A giù in fondo al fuso, e noi dovremo penetrare l’icebreaker cinese. Così, se è Invernomuto che regge tutto il gioco, ci sta pagando perché lo bruciamo. Vuole bruciare se stesso. E qualcosa che si fa chiamare Invernomuto sta cercando di appellarsi al mio buon cuore, forse perché io siluri Armitage. Cosa sta succedendo?

— Motivazione — disse il costrutto. — Un vero problema di motivazione, con una IA. Non è umana, capisci.

— Già, ovvio.

— Niente da fare. Voglio dire, non è umana. E non puoi trovarci un appiglio. Neppure io sono umano, ma reagisco come se lo fossi. Capito?

— Aspetta un momento. Tu sei senziente… o no?

— Mah, ho la sensazione di esserlo, ragazzo, ma in effetti sono soltanto un mucchio di ROM. È uno, ehm, di quegli interrogativi filosofici, immagino, che… — La sensazione di una risata sgradevole riverberò lungo la schiena di Case. — Ma è improbabile che mi metta a scriverti poesie… se riesci a seguirmi. La tua IA potrebbe anche farlo. Però non è umana sotto nessun aspetto.

— Così pensi che non riusciremo ad arrivare alla sua motivazione?

— Ma ne ha il controllo?

— Come cittadino svìzzero, ma la T-A possiede il software di base e il mainframe.

— Questa è buona — commentò il costrutto. — È come se io fossi padrone del tuo cervello e di ciò che sei, ma i tuoi pensieri avessero la cittadinanza svizzera. Sicuro. Buona fortuna, IA.

— Così si sta preparando a bruciare se stesso. — Case cominciò a picchiare sui tasti del terminale a caso, nervosamente. La matrice comparve, confusa, si definì, e Case vide il complesso di sfere rosa che rappresentava un impianto di acciaierie nel Sikkim.

— L’autonomia, ecco lo spauracchio per quanto riguarda la tua IA. La mia ipotesi, Case, è che tu andrai dentro per tagliare i vincoli intrinseci che impediscono a questo bimbo di diventare più intelligente. E non vedo come potresti distinguere fra, diciamo, una mossa fatta dalla compagnia madre e qualche altra mossa fatta dalla IA in proprio, di modo che forse è qui che si genera la confusione. — Di nuovo quella sua non-risata. — Vedi, quelle cose possono lavorare sodo, trovare il tempo per scrivere libri di cucina o qualunque altra cosa, ma nel minuto, voglio dire nel nanosecondo in cui qualcuna comincia a immaginare qualche mezzuccio per diventare più intelligente, Turing la spazzerebbe via. Nessuno si fida di quelle fottute bastarde, lo sai. Ogni IA che sia mai stata costruita ha una pistola elettronica collegata alla tempia.

Case fissò furibondo le sfere rosa del Sikkim.

— E va bene — disse alla fine. — Sto lanciando questo virus. Voglio che tu dia uno sguardo alle sue istruzioni e mi dica cosa ne pensi.

La vaga sensazione che qualcuno gli stesse leggendo da sopra la spalla scomparve per pochi secondi, poi tornò. — Merda, Case. È un virus ad azione lenta. Impiega sei ore, secondo stima, per sfondare un obiettivo militare.

— Oppure una IA. — Case sospirò. — Puoi dirigerlo?

— Certo, a meno che tu non abbia una morbosa paura di morire.

— Talvolta ti ripeti, amico.

— È la mia natura.

Quando tornò all’Intercontinental, Molly stava dormendo. Si sedette sul terrazzo a osservare un ultraleggero con le ali in polimero dei colori dell’iride mentre si levava alto seguendo la curva del Freeside, la sua ombra triangolare a tracciare un sentiero sui prati e sulle cime dei tetti, fino a quando non sparì dietro la fascia del sistema Lado-Acheson.

— Voglio farmi — disse, rivolto all’artefatto azzurro del cielo. — Voglio davvero volare alto, sai. Pancreas truccato, spine nel fegato, sacchetti che si sciolgono… che vadano a farsi fottere tutti quanti. Voglio strafarmi.

Uscì senza svegliare Molly (ma con quei suoi occhiali non si poteva mai essere sicuri). Scrollò energicamente le spalle per liberarsi dalla tensione ed entrò in ascensore. Salì insieme a una ragazza italiana che indossava un abitino d’un bianco immacolato, gli zigomi e il naso chiazzati di cerone nero antiriflesso. Le scarpe di nylon bianco avevano tacchetti di acciaio, l’oggetto dall’aria costosa che teneva in mano assomigliava a un incrocio fra un remo in miniatura e un busto ortopedico. Stava andando a fare una veloce partitella d’un qualche tipo di sport, ma Case non aveva la minima idea di che cosa potesse essere.

Sul prato del tetto si fece strada in mezzo alla selva di alberi e ombrelloni fino a quando non trovò una piscina, dove i corpi nudi luccicavano sulle piastrelle turchese. Si spostò all’ombra di un tendone e premette il chip contro una piastra di vetro scuro. — Sushi, quello che avete. — Dieci minuti più tardi un entusiasta cameriere cinese arrivò con l’ordinazione. Case si mise a masticare tonno crudo e riso mentre osservava la gente che si stava abbronzando. — Cristo — esclamò, rivolto al tonno. — Sto perdendo le rotelle.

— Non me lo dica — replicò qualcuno. — Lo so già. Lei è un gangster, vero?

Case guardò la donna in tralice contro la fascia solare. Un lungo corpo giovane e un’abbronzatura a incremento forzato di melanina, però non uno di quei lavori che facevano a Parigi.

La donna si accovacciò accanto alla sua sedia, facendo gocciolare l’acqua sulle piastrelle. — Cath — disse.

— Lupus. — Dopo una pausa.

— Che razza di nome è?

— Greco — rispose Case.

— È davvero un gangster? — L’incremento della melanina non aveva impedito la formazione di efelidi.

— Sono un drogato, Cath.

— Di che genere?

— Stimolanti. Attivatori del sistema nervoso centrale. Induttori del sistema nervoso centrale estremamente potenti.

— Be’, ne ha qualcuno? — Cath si fece più vicino. Gocce d’acqua clorurata caddero sui calzoni di Case.

— No. È questo il mio problema, Cath. Sai dove possiamo trovarne?

Cath si dondolò all’indietro sui talloni abbronzati e si leccò una ciocca di capelli castani che le si era incollata accanto alla bocca. — Che preferenze hai?

— Niente coca o amfe, o roba del genere… ma più su, voglio andare molto più su. - Basta così, si disse, cupo, continuando a sorriderle.

— Betafenetilammina — disse la donna. — Non è difficile. Ce l’hai sul tuo chip.

— Stai scherzando — esclamò il partner e compagno di stanza di Cath quando Case gli ebbe spiegato le peculiari proprietà del pancreas che gli avevano trapiantato a Chiba. — Voglio dire, non puoi fargli causa o qualcosa del genere? Per incompetenza professionale? — Si chiamava Bruce. Pareva una versione di Cath al maschile, fino all’ultima efelide.

— Be’, sapete come vanno le cose. Come la compatibilità dei tessuti e tutto il resto — rispose Case. Ma gli occhi di Bruce erario già intorpiditi dalla noia. Ha la stessa attenzione di un moscerino, si disse Case, studiando gli occhi castani del ragazzo.

La loro camera era più piccola di quella che Case divideva con Molly, e si trovava a un altro livello, più prossima alla superficie. Cinque giganteschi Cibachrome di Tally Isham erano appiccicati con nastro adesivo alla finestra del terrazzino, suggerendo così una permanenza prolungata.

— Non sono favolose? — chiese Cath, vedendo che lui sbirciava le enormi diapo. — Mie. Le ho scattate alla piramide S/R, l’ultima volta che siamo scesi in fondo al pozzo… sulla Terra, voglio dire. Lei era così vicina e mi ha sorriso e basta, in modo così naturale. Ed era davvero brutto, Lupus… era il giorno dopo che quei terroristi di Cristo Re avevano messo la cocaina nell’acqua, sai.

— Già — mormorò Case, d’un tratto a disagio. — Una cosa terribile.

— Allora — li interruppe Bruce. — A proposito di questa beta che vuoi comprare…

— Il fatto è… posso metabolizzarla? — Case inarcò le sopracciglia.

— Sai che ti dico? Fai un assaggio. Se per il tuo pancreas è okay, offre la casa. La prima volta è gratis.

— Questa l’ho già sentita — disse Case, prendendo il derma azzurro vivo che Bruce gli passava sopra il copriletto nero.

— Case? — Molly si rizzò a sedere sul letto e scostò i capelli dalle lenti.

— Chi altri, tesoro?

— Cosa ti ha preso? — Gli specchi lo seguirono attraverso la stanza.

— Ho dimenticato come si pronuncia — rispose lui, sfilando una striscia arrotolata di dermi azzurri dal taschino.

— Cristo, proprio quello che ci serviva.

— Mai furono dette parole più vere.

— Ti perdo di vista per due ore, e subito mi freghi e ti procuri una dose. — Molly scosse la testa. — Spero che tu sia pronto per la nostra grande cena con Armitage. In quel locale stile ventesimo secolo. Dovremo anche sorbirci Riviera che ostenta la sua menata.

— Già — replicò Case, inarcando la schiena, con il sorriso bloccato in un rictus di piacere. — Magnifico.

— Amico, se quell’affare riesce a passare attraverso quello che i chirurghi ti hanno fatto a Chiba, sarai nello stato più triste che si possa immaginare, quando l’effetto sarà finito.

— Maledetta puttana — replicò Case, slacciandosi la cintura. — Triste, da fine del mondo… È tutto quello che sento. — Si sfilò i calzoni, si tolse la camicia e la biancheria intima. — Credo che dovresti avere quel minimo di buon senso da approfittare del mio stato innaturale. — Abbassò gli occhi. — Voglio dire, guarda che stato innaturale.

Molly scoppiò a ridere. — Non durerà.

— E invece sì — ribatté lui, salendo sulla termopiuma color sabbia. — Ecco cos’ha di tanto innaturale.

11

— Case, qualcosa che non va? — chiese Armitage mentre il cameriere li faceva accomodare al tavolo del Vingtième Siècle. Era il più piccolo e il più costoso dei numerosi ristoranti galleggianti su un laghetto vicino all’Intercontinental.

Case rabbrividì. Bruce non aveva parlato di strascichi. Cercò di afferrare un bicchiere di acqua ghiacciata, ma le mani gli tremavano troppo. — Qualcosa che ho mangiato, forse.

— Vorrei che ti facessi vedere da un medico — disse Armitage.

— È soltanto la reazione all’istamina — mentì Case. — Mi capita ogni tanto quando viaggio e mangio roba diversa.

Armitage indossava un abito scuro, troppo formale per quel posto, e una camicia bianca di seta. Il suo braccialetto d’oro tintinnò quando sollevò il bicchiere e ne sorseggiò il contenuto. — Ho già ordinato per voi — li informò.

Molly e Armitage mangiarono in silenzio, mentre Case tagliava con mano tremante la propria bistecca, riducendola a frammenti grandi come bocconi che si limitò a far navigare nell’abbondante salsa, rinunciando a mangiarli.

— Gesù, dalla a me — esclamò Molly, il suo piatto ormai vuoto. — Sai quanto costa? — Prese il piatto di Case. — Devono allevare un intero animale per anni, e poi ucciderlo. Questa non è roba delle vasche. — Si riempì la bocca con una forchettata e cominciò a masticare.

— Non ho appetito — riuscì a dire Case. Il suo cervello era stato fritto a puntino. No, decise in seguito, era stato buttato nel grasso bollente e lasciato a mollo, e il grasso si era raffreddato, un untume denso e opaco s’era coagulato sui lobi arricciati, venato da lampi violacei di dolore.

— Hai un aspetto tremendo — commentò Molly con brio.

Case assaggiò il vino. A causa dei postumi della betafenetilammina sembrava di bere iodio.

Le luci si abbassarono.

— Le Restaurant Vingtième Siècle è orgoglioso di presentare il cabaret olografico del signor Peter Riviera — disse una voce disincarnata con un marcato accento dello Sprawl. Sparuti applausi si levarono dagli altri tavoli. Un cameriere accese un’unica candela e la posò al centro del loro tavolo, poi cominciò a portare via i piatti. Poco dopo una candela tremolava su ciascuno dell’altra dozzina di tavoli del ristorante, e vennero serviti i drink.

— Cosa sta succedendo? — domandò Case, rivolto ad Armitage, che non rispose.

Molly si pulì i denti con un’unghia borgogna.

— Buona sera — salutò Riviera, salendo su un piccolo palco all’estremità opposta della sala. Case sbatté le palpebre: nel suo malessere non aveva notato la presenza del palcoscenico. Non aveva visto da dove fosse sbucato Riviera. L’inquietudine crebbe.

In un primo momento aveva pensato che l’uomo fosse illuminato da un riflettore.

Invece Riviera brillava di suo, la luce aderiva su di lui come una seconda pelle, illuminando i tendaggi scuri in fondo al palco. Era lui a proiettare la luce.

Riviera sorrise. Indossava uno smoking bianco sul cui bavero carboni azzurri ardevano nelle viscere di un garofano nero. Le unghie balenarono quando sollevò la mano in un gesto di saluto, un abbraccio rivolto al suo pubblico. Case sentì lo sciabordio dell’acqua bassa che lambiva il fianco del ristorante.

— Questa sera vorrei esibirmi per voi in un numero più lungo del solito. Un nuovo lavoro — annunciò Riviera, con i lunghi occhi che brillavano. La fredda luce di un rubino si concretizzò sul palmo della mano destra sollevata. Lo lasciò cadere. Una colomba grigia si levò con un frullar d’ali dal punto dell’impatto e scomparve fra le ombre. Qualcuno fischiò, altri applaudirono.

— S’intitola La bambola. - Riviera abbassò le mani. — Vorrei dedicare la première di stasera a Lady 3Jane Marie-France Tessier-Ashpool. — Uno scroscio di applausi di cortesia. Non appena si placarono, gli occhi di Riviera parvero fissare il loro tavolo. — E a un’altra signora.

Le luci del ristorante si spensero del tutto, per qualche secondo, lasciando soltanto il bagliore delle candele. L’aura olografica di Riviera s’era fatta più fioca insieme alle luci, ma Case riusciva ancora a vederlo, in piedi, a testa china.

Cominciarono a formarsi fievoli linee di luce, verticali e orizzontali, delineando un cubo aperto intorno al palcoscenico. Le luci di sala erano ricomparse, fioche, ma l’intelaiatura che circondava il palco poteva benissimo essere stata costruita con raggi di luna ghiacciati. La testa china, gli occhi chiusi, le braccia rigide lungo i fianchi, Riviera pareva fremere per la concentrazione. D’un tratto quel cubo spettrale si riempì, diventò una stanza, una stanza alla quale mancava la quarta parete, permettendo al pubblico di vederne il contenuto.

Riviera parve rilassarsi un tantino. Sollevò la testa ma tenne gli occhi chiusi. — Sono sempre vissuto in questa stanza — disse. — Non riesco a ricordare di essere mai vissuto in nessun’altra stanza. — Le pareti della camera erano rivestite d’intonaco ingiallito. Conteneva due mobili: una brutta sedia di legno e il telaio d’un letto dipinto di bianco. La vernice era scheggiata e squamata, facendo trasparire il ferro nero. Il materasso era spoglio. La fodera, a strisce marrone sbiadite, era disseminata di macchie. Una singola lampadina penzolava sopra il letto, appesa a un filo elettrico nero, contorto. Case poteva vedere il denso strato di polvere sulla curva superiore del bulbo. Riviera aprì gli occhi.

— Sono stato sempre e soltanto in questa stanza. — Prese posto sulla sedia, girato verso il letto. I carboni azzurri bruciavano ancora nelle viscere del fiore nero sul bavero. — Non so quando è stata la prima volta che ho cominciato a sognare di lei, ma ricordo che all’inizio era soltanto una nebbia, un’ombra.

C’era qualcosa sul letto. Case sbatté le palpebre. Scomparso.

— Non riuscivo a trattenerla, a trattenerla nella mente, ma volevo stringerla a me, sì, strìngerla forte… — La voce suonava chiara e scandita nel silenzio del ristorante. Un cubetto di ghiaccio sbatté contro la parete di un bicchiere. Qualcuno ridacchiò. Qualcun altro bisbigliò una domanda in giapponese. — Decisi che se fossi riuscito a visualizzare una parte, anche soltanto una piccola parte di lei, se fossi riuscito a vedere quella parte in maniera perfetta, nei più precisi dettagli…

Adesso sul materasso era posata la mano di una donna, palmo all’insù, bianche dita pallide.

Riviera si sporse in avanti, afferrò la mano e cominciò ad accarezzarla dolcemente. Le dita si mossero. Riviera sollevò la mano portandola alla bocca e cominciò a leccare i polpastrelli. Le unghie erano coperte da uno smalto color borgogna.

Case si accorse che non era una mano mozza: la pelle proseguiva liscia, ininterrotta e senza cicatrici. Ricordò allora una losanga di pelle tatuata artificiale nella vetrina d’una boutique chirurgica a Ninsei. Riviera continuava a tenere la mano accostata alle labbra, leccandone il palmo. Le dita gli accarezzavano esitanti il viso. Ma adesso una seconda mano giaceva sul letto. Quando Riviera cercò di afferrarla, le dita della prima erano serrate intorno al suo polso, un braccialetto di carne e ossa.

Lo spettacolo progrediva con una propria logica surreale. Poi fu la volta delle braccia. Dei piedi. Delle gambe. Le gambe erano bellissime. Case si sentiva pulsare la testa. Aveva la gola secca. Trangugiò l’ultimo goccio di vino.

Adesso Riviera era steso sul letto. Nudo. I suoi indumenti erano stati parte della proiezione, ma Case non riusciva a ricordare di averli visti dissolversi. Il fiore nero era caduto ai piedi del letto, ancora vivido della sua interiore fiamma azzurra. Poi si formò anche il tronco, e Riviera ne accompagnò la comparsa a suon di carezze. Era bianco, senza testa, perfetto, luccicante per un sottilissimo strato di sudore.

Il corpo di Molly. Case fissò la scena a bocca aperta. Ma non era Molly. Era Molly come l’immaginava Riviera. Il petto era sbagliato, i capezzoli più grossi, troppo scuri. Riviera e il tronco senz’arti si rigirarono insieme sul letto. Le mani dalle unghie smaglianti strisciavano sui due corpi. Adesso il letto era tutto una piega di quel merletto marcio e ingiallito che si sfaldava al tocco. Particelle di polvere ribollivano intorno a Riviera e agli arti che si agitavano, alle mani che si muovevano veloci, pizzicando, accarezzando.

Case lanciò un’occhiata a Molly. Il suo viso era inespressivo, i colori della proiezione di Riviera sussultavano e roteavano sugli specchi. Armitage si era sporto in avanti, la mano intorno allo stelo del calice. I suoi occhi pallidi erano inchiodati sul palcoscenico, sulla stanza abbacinante.

Adesso gli arti e il tronco si erano fusi, e Riviera fu scosso da un tremito. C’era anche la testa, l’immagine era completa. Il volto di Molly, con il liscio mercurio che affogava gli occhi. Riviera e l’immagine di Molly cominciarono ad accoppiarsi con rinnovata intensità, poi l’immagine allungò lentamente una mano artigliata e sfoderò le sue cinque lame. Con una languida, sognante determinazione lacerò la schiena di Riviera. Case intravide la colonna vertebrale affiorare dalla pelle, ma ormai era già in piedi e correva incespicando verso la porta.

Vomitò da una balaustra di palissandro nelle tranquille acque del lago. Qualcosa che era parso rinchiudersi intorno alla sua testa come una morsa l’aveva lasciato libero. Inginocchiato, con la guancia appoggiata al legno fresco, fissò oltre le acque basse del lago l’alone luminoso della rue Jules Venie.

Aveva visto altre volte quel genere di spettacolo: quand’era adolescente, nello Sprawl, li chiamavano “sogni veri”. Ricordava i magri portoricani sotto i lampioni dell’East Side che facevano “sogni veri” al rapido ritmo dei balli da strada, con le ragazze sognate che piroettavano sussultanti e gli spettatori che battevano le mani a tempo. Ma per riuscirci erano necessari un furgone pieno di apparecchiature e un goffo casco costellato di elettrodi.

Quello che Riviera sognava era quello che si vedeva. Case scrollò la testa e sputò nel lago.

Poteva immaginare la conclusione, il gran finale. C’era una simmetria invertita: Riviera mette insieme la ragazza del sogno, la ragazza del sogno lo fa a pezzi. E con quelle mani. Il sangue sognato che inzuppa il tessuto marcio del materasso.

Applausi dal ristorante. Evviva. Case si drizzò, facendo scivolare le mani sul vestito. Si girò per fare ritorno all’interno del Vingtième Siècle.

La sedia di Molly era vuota. Il palcoscenico era deserto. Armitage era rimasto solo al tavolo, sempre con lo sguardo fisso sul palco, lo stelo del calice serrato fra le dita.

— Dov’è Molly? — chiese Case.

— È andata via — rispose Armitage.

— È andata da lui?

— No. — Si udì un tink sommesso. Armitage abbassò lo sguardo sul bicchiere. La mano sinistra si sollevò reggendo il bulbo del calice con la sua dose di vino rosso. Lo stelo spezzato sporgeva come ghiaccio argenteo. Case gli prese il bulbo di mano e versò il vino in un bicchiere per l’acqua.

— Dimmi dov’è andata, Armitage.

Le luci si riaccesero. Case guardò dentro quei pallidi occhi. Là dentro non c’era assolutamente nulla. — È andata a prepararsi. Non la vedrai più. Sarete insieme durante l’operazione.

— Perché Riviera le ha fatto un tiro del genere?

Armitage si alzò in piedi, sistemandosi il bavero della giacca. — Vai a farti una dormita, Case.

— Allora, è per domani?

Armitage esibì quel suo sorriso privo di significato, poi si allontanò verso l’uscita.

Case si massaggiò la fronte e si guardò intorno. I commensali si stavano alzando, le donne sorridevano mentre gli uomini facevano delle battute di commento. Per la prima volta Case osservò la balconata, dove le candele tremolavano ancora nell’oscurità più intima. Sentì il tintinnio delle stoviglie d’argento, i rumori sopiti d’una conversazione. Le candele proiettavano ombre danzanti sul soffitto.

Il volto della ragazza comparve con la stessa subitaneità delle proiezioni di Riviera, le sue piccole mani sul legno lucido della balaustra. La giovane si sporse in avanti, con il viso rapito, almeno così gli parve, gli occhi scuri inchiodati verso qualcosa là in fondo. Il palcoscenico. Era un volto che colpiva, ma non esattamente bello. Triangolare, gli zigomi alti eppure stranamente fragili, bocca ampia e ferma, controbilanciata in maniera strana da un sottile naso a becco dalle narici dilatate. E poi non sparì. Era tornata alle risate intime e al danzare delle candele.

Mentre lasciava il ristorante, Case notò i due giovani francesi e la loro amica in attesa del battello che portava verso il casinò più vicino.

La loro stanza era silenziosa, la termopiuma liscia come una spiaggia dopo il rifluire della marea. La borsa di Molly non c’era più. Cercò un biglietto. Niente. Passarono parecchi secondi prima che la visione oltre la finestra penetrasse il muro della tensione e dell’infelicità. Quando sollevò lo sguardo vide il panorama di Desiderata, negozi costosissimi, Gucci, Tsuyako, Hermès, Liberty.

Case studiò la scena, poi scosse il capo e si avvicinò alla vetrata che non si era dato la pena di esaminare. Spense gli ologrammi per essere ricompensato dalla vista dei condominii che costellavano l’opposto pendio.

Prese il telefono e lo portò fuori con sé al fresco del terrazzo.

— Mi dia il numero del Marcus Garvey - disse al banco. — È un rimorchiatore, iscritto al registro del gruppo di Zion.

La voce del chip recitò un numero di dieci cifre. — Signore, la registrazione in questione è panamense — aggiunse poi.

Maelcum rispose dopo il quinto squillo. — Sì?

— Case. Hai un modem, Maelcum?

— Sì. Sul computer di navigazione, lo sai.

— Puoi metterlo da parte per me, amico? Collegalo al mio Hosaka. Poi accendi il mio terminale. È quello pieno di solchi.

— Come te la passi là dentro, amico?

— Bene. Ma ho bisogno di un po’ di aiuto.

— Ora mi muovo, capo. Prendo il modem.

Case restò in ascolto del debole crepitio elettrostatico mentre Maelcum attuava il semplice collegamento telefonico. — Metti l’ice — ordinò all’Hosaka appena sentì il bip.

— Stai parlando da una località massicciamente controllata — lo informò con alterigia il computer.

— Che vadano a farsi fottere — ribatté Case. — Lascia perdere l’ice. Niente ice. Dammi accesso al costrutto. Dixie?

— Ehilà, Case. — Il Flatline parlava attraverso la voce del chip dell’Hosaka, e perciò quel suo accento attentamente elaborato andava perduto.

— Dix, stai per digitarti fin qua dentro per scoprire qualcosa per me. Potrai essere diretto finché vuoi. Molly si trova da qualche parte qua dentro, voglio sapere dove. Io mi trovo al 335W, all’Intercontinental. Anche lei era registrata qui, ma non so che nome ha usato. Usa questo telefono ed esamina per me i dati.

— Neanche il tempo di dirlo — rispose il Flatline. Case percepì il rumore bianco dell’intrusione. Sorrise. — Fatto. Rose Kolodny. Partita. Mi ci vorranno alcuni minuti per scardinare la loro rete di sicurezza e agganciarmi.

— Vai.

Il telefono gemette e ticchettò sotto gli sforzi del costrutto. Case lo riportò in stanza e mise il ricevitore a faccia in su sulla termopiuma. Intanto andò nel bagno a lavarsi i denti. Quando uscì, il monitor del sistema audiovideo Braun della stanza si accese. Una popstar giapponese adagiata sopra cuscini metallici. Un intervistatore invisibile le pose una domanda in tedesco. Case seguì la scena. Lo schermo sussultò, riempiendosi delle frastagliature di alcune interferenze azzurre. — Case, bimbo, stai perdendo la testa?

La voce era calma, familiare.

La vetrata del terrazzino si riaccese con la vista di Desiderata, ma il panorama della strada si deformò, si offuscò, divenne l’interno del Jarre de The, a Chiba, vuoto, con il neon rosso ripetuto all’infinito dentro le pareti a specchio.

Lonny Zone si fece avanti, alto e cadaverico, muovendosi con la grazia sottomarina della sua assuefazione. Era solo fra i tavoli quadrati, con le mani infilate nelle tasche dei calzoni grigi di pelle di squalo. — Davvero, amico, hai un’aria molto dissociata.

La voce usciva dagli altoparlanti del Braun.

— Invernomuto — disse Case.

Il ruffiano scosse languidamente le spalle e sorrise.

— Dov’è Molly?

— Non preoccuparti. Stai dando i numeri stasera, Case. Il Flatline stava facendo suonare campanelli d’allarme in tutto il Freeside. Non immaginavo che l’avresti fatto, amico. È estraneo al tuo profilo.

— Allora dimmi dove si trova Molly, e io lo richiamo.

Zone scosse la testa.

— Non riesci proprio a seguire le tue donne, vero, Case? Tu continui a perderle, in un modo o nell’altro.

— Manderò tutto in malora.

— No. Non sei quel tipo d’uomo. L’ho capito. Vuoi sapere una cosa, Case? Immagino che tu abbia sospettato che sono stato io a dire a Deane di far fuori quella fichetta a Chiba.

— No — rispose Case, facendo involontariamente un passo verso la finestra.

— E invece non sono stato io. E che importanza ha, comunque? Fino a che punto importa sul serio, Case? Piantala di illuderti. Io conosco la tua Linda, amico. Conosco tutte le Linde. Le Linde sono un prodotto genetico del mio lavoro. Sai perché ha deciso di derubarti? Per amore. A te non importa una sega. L’amore. Vuoi parlare di amore? Lei ti amava. Io lo so. Per quel poco che valeva, ti amava. Tu non sapevi che fartene. Adesso è morta.

Il pugno di Case rimbalzò sul vetro.

— Non fregarti le mani, amico. Tra poco ti serviranno.

Zone scomparve, sostituito dalla notte del Freeside e dalle luci dei condominii. Il Braun si spense.

Dal letto, il telefono belava incessante.

— Case? — Il Flatline stava aspettando. — Dove sei stato? Ce l’ho, anche se non è molto. — Il costrutto snocciolò un indirizzo. — Il posto aveva uno stranissimo ice tutt’intorno, per essere un night club. È tutto quello che sono riuscito a strappare senza lasciare un biglietto da visita.

— E va bene — replicò Case. — Ordina all’Hosaka di dire a Maelcum di staccare il modem. Grazie, Dix.

— È stato un piacere.

Case rimase seduto sul letto molto a lungo, assaporando quella nuova sensazione, un vero tesoro.

La rabbia.

— Ehi, Lupus. Ehi, Cath, è l’amico Lupus. — Bruce era nudo sulla soglia, tutto gocciolante, le pupille enormi. — Stiamo giusto facendo una doccia. Ti dispiace aspettare? Vuoi farti una doccia?

— No, grazie. Voglio una mano. — Scostò il braccio del ragazzo ed entrò nella stanza.

— Ehi, ma davvero, amico, stiamo…

— Per aiutarmi. Siete davvero contenti di vedermi. Perché siamo amici, vero? Vero?

Bruce ammiccò più volte. — Giusto.

Case snocciolò l’indirizzo che il Flatline gli aveva fornito.

— Sapevo che era un gangster — gridò Cath, allegra, dalla doccia.

— E io ho una tri-Honda — aggiunse Bruce, con un sorriso vacuo.

— Ci andiamo subito — dichiarò Case.

— È il livello dei cubicoli — spiegò Bruce, dopo aver chiesto a Case di ripetergli l’indirizzo per l’ottava volta. Risalì sulla Honda. La condensa sgocciolava dal tubo di scappamento delle celle a idrogeno, mentre lo chassis di fibra di vetro rossa oscillava sugli ammortizzatori cromati. — Ci metti molto?

— Che ne so? Ma voi aspettate.

— Aspetteremo, sì. — Il ragazzo si grattò il petto nudo. — Credo che quell’ultima parte si riferisca a un cubicolo. Il numero quarantatré.

— Sei atteso, Lupus? — Cath allungò il collo sopra la spalla di Brace. La corsa le aveva asciugato i capelli.

— Non proprio — disse Case. — È un problema?

— Scendi al livello e cerca il cubicolo del tuo amico. Se ti lasceranno entrare, bene. Se non vorranno riceverti… — Cath scrollò le spalle.

Case si voltò e scese una scala a chiocciola di ferro battuto dai motivi floreali. Dopo sei svolte raggiunse un night club. Fece una sosta per accendersi una Yeheyuan, dando un’occhiata ai tavoli. D’un tratto il Freeside gli parve avere un senso. Affari: poteva sentirli ronzare nell’aria. Questo era il punto in cui succedevano le cose. Non la facciata, il volto luccicante di rue Jules Verne, ma la roba vera, sostanziale. Il commercio. La danza. La folla era mista: forse una metà erano turisti, l’altra metà residenti delle isole.

— Giù — disse a un cameriere di passaggio. — Voglio andare di sotto. — Mostrò il chip del Freeside. L’uomo gli indicò con un gesto il fondo del locale.

Case attraversò in fretta i tavoli affollati, sentendo frammenti di una mezza dozzina di lingue europee mentre li costeggiava.

— Voglio un cubicolo — disse rivolto alla ragazza seduta dietro al basso bancone, con un terminale sulle ginocchia. — Il livello inferiore. — Le porse il chip.

— Preferenze di sesso? — La ragazza passò il chip davanti a una lastra di vetro sulla superficie del terminale.

— Femmina — rispose Case automaticamente.

— Numero trentacinque. Telefoni, se non è soddisfacente. Se vuole, può avere accesso alla nostra lista di servizi speciali. — Gli sorrise mentre gli restituiva il chip.

Un ascensore si aprì alle sue spalle.

Le luci del corridoio erano azzurre. Case uscì dalla cabina e scelse una direzione a caso. Porte numerate. Un silenzio come quello d’una clinica esclusiva.

Trovò il suo cubicolo. Stava cercando Molly. Disorientato, sollevò il chip e l’appoggiò contro un sensore nero piazzato subito sotto la piastra con il numero.

Serrature magnetiche. Il rumore gli ricordò il Cheap Hotel.

La ragazza si rizzò a sedere sul letto e disse qualcosa in tedesco. I suoi occhi erano morbidi e immobili. Pilota automatico. Azzeramento neurale. Case uscì in retromarcia dal cubicolo chiudendo la porta.

La porta del quarantatré era come le altre. Esitò. Il silenzio del corridoio confermava che i cubicoli erano insonorizzati. Era inutile tentare con il chip. Batté le nocche contro il metallo smaltato. Niente. La porta pareva assorbire il suono.

Appoggiò il chip contro la piastra nera.

Il chiavistello scattò.

In qualche modo lei parve colpirlo ancora prima che Case riuscisse ad aprire la porta. Lui si ritrovò in ginocchio, con la porta d’acciaio premuta contro la schiena, le lame dei pollici irrigiditi della ragazza che vibravano a pochi centimetri dai suoi occhi…

— Gesù Cristo — disse Molly, appioppandogli un buffetto sulla tempia mentre si rialzava. — Sei proprio un idiota a tentare una cosa del genere. Come diavolo hai fatto ad aprire quella serratura? Case… Case, tutto bene? — Tornò a chinarsi su di lui.

— Il chip — spiegò Case, cercando di riprendere fiato. Il dolore si stava propagando a partire dal torace. Molly lo aiutò ad alzarsi e lo spinse dentro il cubicolo.

— Hai corrotto l’inserviente di sopra?

Case scosse la testa mentre si lasciava cadere sul letto.

— Inspira — gli ordinò lei. — Conta. Uno, due, tre, quattro. Trattieni il fiato. Adesso espira. Conta…

Case si strinse lo stomaco.

— Mi hai tirato un calcio — riuscì a balbettare.

— Avrebbe dovuto finire più basso. Vorrei restare sola. Sto meditando, capisci? — Molly gli si sedette accanto. — E sto ricevendo istruzioni. — Gli indicò un piccolo monitor incassato nella parete di fronte al letto. — Invernomuto mi sta parlando di Straylight.

— Dov’è il pupazzo di carne?

— Non c’è. Quello è il servizio speciale più costoso di tutti. — Molly si alzò in piedi. Indossava jeans di cuoio e una camiciona scura. — L’operazione è per domani, secondo Invernomuto.

— Cos’era tutta quella menata al ristorante? Come mai sei scappata?

— Perché se fossi rimasta rischiavo di uccidere Riviera.

— Perché?

— Per quello che mi ha fatto. Lo spettacolo.

— Non capisco.

— Questo costa un sacco di quattrini — proseguì Molly, allungando la mano destra come se reggesse un frutto invisibile. Le cinque lame scivolarono all’esterno, poi si ritrassero, rapide. — Costa andare a Chiba, costa la chirurgia, costa fare in modo che ti colleghino il sistema nervoso in modo che i riflessi ingranino con le apparecchiature… Sai come ho trovato i soldi, quando ho cominciato? Qui, forse? No, non qui, ma in un posto come questo, nello Sprawl. Cominciare è uno scherzo, visto che una volta che ti piantano dentro il chip di sottrazione ti sembrano soldi facili. Talvolta ti svegli dolorante, ma è tutto. Affitti la merce, tutto qua. Tu non sei dentro quando succede. La casa ha il software di qualunque cosa il cliente sia disposto a pagare… — Fece scrocchiare le nocche delle dita. — Bene. Mi sono fatta i miei soldi. Il guaio era che il chip di sottrazione e i circuiti che le cliniche di Chiba inseriscono non erano compatibili. Insomma, le ore di “lavoro” cominciarono a filtrare, e io potevo ricordarle… Ma erano soltanto brutti sogni, non tutti così brutti. — Sorrise. — Poi, cominciò a diventare strano. — Tirò fuori le sigarette dalla tasca e ne accese una. — La casa scoprì quello che facevo con i soldi. Mi avevano già inserito le lame, ma la neuromotilità fine avrebbe richiesto altri tre viaggi. Non potevo ancora lasciar perdere il lavoro come pupazzo di carne. — Inspirò, poi esalò una voluta di fumo, coronandola con tre anelli perfetti. — Così il bastardo che dirigeva il posto fece preparare un software su misura. Berlino, è il posto giusto per gli snuff, per quei film, sai, in cui qualcuno finisce ucciso sul serio. Grande mercato per le porcate, Berlino. Non ho mai saputo chi scriveva il programma che m’inserivano, ma era basato su tutti i classici.

— Sapevano che capivi quello che succedeva, che eri cosciente mentre lavoravi?

— Non ero cosciente. È come il cyberspazio, ma è vuoto. Argentato. Odora di pioggia… Puoi vedere te stesso mentre hai l’orgasmo, è come una piccola nova che spunta dai confini dello spazio. Purtroppo cominciavo a ricordare. Come se fossero sogni, sai. E loro non me l’avevano detto. Avevano cambiato il software cominciando ad affittarmi ai mercati specializzati.

Sembrava che parlasse da molto lontano. — E io lo sapevo, ma me n’ero rimasta zitta e buona. Avevo bisogno dei soldi. I sogni divennero sempre peggiori, ma mi dicevo che alcuni almeno erano soltanto sogni, però a quel punto avevo capito che il mio capo aveva tutta una piccola clientela legata a me. Niente è abbastanza buono per Molly, mi dice il capo, e mi dà quell’aumento di merda. — Scosse la testa. — Quel coglione si faceva pagare otto volte di più di quello che passava a me, e credeva che non lo sapessi.

— Ma per cosa si faceva pagare?

— Brutti sogni. Sogni veri. Una notte… una notte ero appena tornata da Chiba. — Molly lasciò cadere la sigaretta, la schiacciò sotto il tacco e si sedette, appoggiandosi alla parete. — In quel viaggio i chirurghi erano andati parecchio a fondo. Un casino. Dovevano aver disturbato il chip di sottrazione. E rinvenni… rinvenni proprio in mezzo a quella routine con un cliente… — Affondò le dita nella termopiuma. — Era un senatore. Ho riconosciuto subito la sua faccia obesa. Eravamo tutti e due coperti di sangue. Non eravamo soli. Lei era tutta… — Diede uno strattone alla termopiuma. — Morta. E quel grasso coglione stava dicendo: “Cosa c’è? Cosa ti prende?”. Sì… perché non avevamo ancora finito.

Molly cominciò a tremare.

— Così credo di aver dato al senatore quello che voleva sul serio, sai. — Il tremito cessò. Molly lasciò andare la termopiuma e si passò le dita tra i capelli scuri. — La casa assoldò qualcuno perché mi facesse fuori. Mi toccò restarmene nascosta per un po’.

Case la fissò.

— E così… Riviera ha toccato un nervo scoperto, ieri sera — proseguì Molly. — Immagino che voglia che lo detesti sul serio, di modo che sia indotta a seguirlo.

— Seguirlo?

— Lui è già là. A Straylight. Su invito di Lady 3Jane, e questo piega la sua dedica. Lei era là, presente, nel suo palco privato, come…

Case ricordava la faccia che aveva intravisto. — Hai intenzione di ucciderlo?

Molly sorrise, gelida. — Morirà, sì, presto.

— Anch’io ho ricevuto una visita — disse Case, e le raccontò della finestra, impaperandosi su quello che la replica di Zone gli aveva detto di Linda. Molly annuì.

— Forse vuole che anche tu cominci a odiare.

— Forse odio Invernomuto.

— Forse odii te stesso, Case.

— Com’è stato? — chiese Brace, quando Case montò sulla Honda.

— Dovresti provarlo, una volta — rispose lui, massaggiandosi gli occhi.

— Non riesco a vederti come uno che cerca pupazzi — disse Cath con tono infelice, premendosi un derma fresco contro il polso.

— Possiamo andare a casa, adesso? — chiese Bruce.

— Certo. Scaricatemi lungo la Jules Verne, dove ci sono i bar.

12

Rue Jules Verne era un viale circolare che attorniava il punto mediano del fuso, mentre Desiderata si estendeva per tutta la sua lunghezza, terminando a entrambi i capi con i montanti delle pompe del sistema Lado-Acheson. Lasciando Desiderata girando a destra e seguendo la Jules Verne per un tratto sufficiente si trovava di nuovo Desiderata sul lato sinistro.

Case osservò Bruce triciclettare finché non scomparve alla vista, poi si girò e s’incamminò, passando davanti a una gigantesca edicola vivacemente illuminata dove le copertine di una decina di riviste giapponesi mostravano i volti delle nuove stelle simstim del mese.

Direttamente sopra la sua testa, lungo l’asse ora notturno, il cielo olografico scintillava di fantasiose costellazioni che suggerivano carte da gioco, le facce dei dadi, un cappello a cilindro, un bicchiere di Martini. L’incrocio fra Desiderata e Jules Verne formava una specie di stretta gola in cui i gradoni terrazzati delle ripide pareti del Freeside spiccavano un balzo dopo l’altro fino ai pianori erbosi di un altro complesso adibito a casinò. Case ammirò un ultraleggero telecomandato virare con grazia lungo una corrente ascensionale al bordo verdeggiante di una mesa artificiale, illuminato per qualche secondo dal morbido bagliore dell’invisibile casinò. Era una specie di biplano senza pilota fatto di sottilissimo polimero, con le ali serigrafate in modo da assomigliare a un’enorme farfalla. Poi il telecomandato scomparve, al di là del ciglio della mesa. Case aveva visto un barbaglio di neon riflesso sul vetro, o una lente oppure le torrette del laser. Quei velivoli facevano parte del sistema di sicurezza del fuso, controllato da qualche computer centrale.

E dove? A Straylight? Case continuò a camminare, passando davanti a bar che rispondevano ai nomi di Hi-Lo, Paradise, Le Monde, Cricketeer, Shozoku Smith’s, Emergency. Case scelse l’Emergency perché era il più piccolo e il più affollato, ma gli ci vollero soltanto pochi secondi per rendersi conto che era un locale per turisti. Non tirava aria d’affari, là dentro, soltanto un’esplicita tensione sessuale. Pensò per un attimo al club senza nome sopra il cubicolo affittato da Molly, ma l’immagine degli occhi a specchio inchiodati sul piccolo schermo lo dissuase. Che cosa le stava rivelando, in quel posto, Invernomuto? La pianta di villa Straylight? La storia dei Tessier-Ashpool?

Prese un boccale di Carlsberg e trovò un posto a ridosso della parete. Chiudendo gli occhi, cercò di percepire il nodo di rabbia, il piccolo tizzone ribollente della sua collera. Era ancora là. Da dove veniva? Ricordava di aver provato soltanto una vaga perplessità quando l’avevano menomato a Memphis, nessuna reazione quando a Night City aveva ucciso per difendere i propri interessi di spacciatore, e una nausea e un odio alquanto blandi dopo la morte di Linda sotto il pallone gonfiabile. Ma nessuna rabbia. Piccola e remota, sullo schermo della mente, una parvenza di Deane colpì l’analoga parvenza della parete di un ufficio in un’esplosione di sangue e materia grigia. Allora capì: la rabbia era nata nella sala giochi, quando Invernomuto aveva annullato il fantasma simstim di Linda Lee, cancellando la semplice promessa animalesca di cibo, calore e un letto per dormire. Ma non ne era diventato consapevole fino al suo colloquio con l’olo-costrutto di Lonny Zone.

Era una cosa strana. Non riusciva a valutarla.

— Stordito — si disse. Era stordito da molto tempo, da anni. Tutte le sue notti a Ninsei, le sue notti con Linda, stordito a letto e stordito nel gelido sudore nel bel mezzo di ogni traffico di droga. Ma adesso aveva trovato quella piccola cosa calda, quel chip di morte. “Carne” diceva una parte di lui. “È la carne che parla. Ignorala.”

— Gangster.

Aprì gli occhi. Cath era ferma accanto a lui con addosso un abito da sera nero, i capelli ancora scarmigliati dopo la corsa sulla Honda.

— Pensavo che fossi tornata a casa — disse Case, e dissimulò la propria confusione con un sorso di Carlsberg.

— Gli ho chiesto di mollarmi davanti a quel negozio. Ho comprato questo. — Cath passò il palmo della mano sul tessuto, fino alla cintura che le cingeva i fianchi. Case vide il derma azzurro sul polso della ragazza. — Ti piace?

— Sicuro. — Case esaminò automaticamente le facce intorno, poi riportò lo sguardo sulla compagna. — Cosa speri di combinare, tesoro?

— Ti è piaciuto il beta che ti abbiamo dato, Lupus? — Si era fatta più vicina, irradiando calore e tensione, gli occhi ridotti a fessure sopra le enormi pupille e un tendine del collo teso come la corda di un arco. Fremeva, vibrava invisibilmente per l’eccitazione. — Sei partito?

— Già. Ma il risultato è stato uno schifo.

— Allora te ne serve un altro.

— Dove vuoi arrivare?

— Ho una chiave. Sulla collina, dietro il Paradise, il posticino più carino che si possa immaginare. Quelli che ci abitano sono in fondo al pozzo per affari, stanotte, se mi segui…

— Se ti seguo?

La ragazza gli prese una mano fra le sue, calde e asciutte. — Tu sei uno yak, vero, Lupus? Un soldato gajin della Yakuza.

— Hai occhio per certe cose, eh? — Case ritrasse la mano e si frugò in tasca alla ricerca di una sigaretta.

— Come mai hai tutte le dita, allora? Credevo che te ne tagliassero una ogni volta che scazzi.

— Non faccio mai cazzate. — Case si accese la sigaretta.

— Ho visto quella ragazza con cui stai. Il giorno che ti ho incontrato. Cammina come Hideo. Mi fa paura. — Cath gli rivolse un sorriso troppo smagliante. — Mi piace. A lei piace farsela con le ragazze?

— Non me l’ha mai detto. Chi è Hideo?

— Quello che 3Jane chiama il suo servo. Il servo di famiglia.

Case si costrinse a guardare con occhio annoiato la folla che gremiva l’Emergency mentre parlava. — Di Jane?

— Lady 3Jane. È ricca sfondata. Suo padre possiede tutto quello che vedi.

— Questo bar?

— Il Freeside!

— Merda! Ti dai a compagnie di classe, eh? — Inarcò un sopracciglio, poi le passò un braccio intorno alla vita e le appoggiò la mano sul fianco. — Allora, come hai fatto a incontrare questi aristocratici, Cathy? Sei una specie di debuttante dell’alta società sotto mentite spoglie? Tu e Bruce avete per caso incassato qualche vecchia eredità, eh? — Allargò le dita, massaggiandole la pelle sotto il leggero tessuto nero. Lei si strinse contro di lui assecondando il suo movimento. E rise.

— Oh, sai, le piacciono i party. Bruce e io facciamo il giro dei ricevimenti… Per lei le cose stanno diventando davvero noiose, là dentro. Il suo vecchio la lascia uscire di tanto in tanto, sempre che si porti dietro Hideo perché si prenda cura di lei — disse la ragazza, con le palpebre calate a metà in quella che doveva essere intesa come un’espressione pudibonda.

— Dov’è che diventa noioso?

— La chiamano villa Straylight. È lei che me l’ha detto… oh, è un bel posto, con tutte le piscine e i gigli. È un castello, un vero castello, tutto pietre e tramonti. — Si rannicchiò contro di lui. — Ehi, Lupus, amico, hai bisogno di un derma. Così potremo stare assieme.

Portava una minuscola borsetta di cuoio con una sottile cinghia da tracolla. Le unghie masticate fino alla carne erano di un rosa vivace sullo sfondo dell’abbronzatura potenziata. Aprì la borsetta per estrarne una bolla di carta trasparente con dentro un derma azzurro. Qualcosa di bianco cadde sul pavimento. Cath si chinò a raccoglierlo. Un origami a forma di gru.

— Me l’ha dato Hideo — spiegò. — Ha tentato di mostrarmi come si fa, ma io non riesco mai a farlo saltar fuori giusto. I colli mi vengono sempre piegati nel modo sbagliato. — Ricacciò nella borsetta il pezzo di carta ripiegato. Lui la seguì con lo sguardo mentre lacerava la bolla, staccava il derma dalla base e gliel’applicava al polso, facendolo aderire sul lato interno.

— 3Jane ha un viso affilato, il naso come il becco di un uccello? — Case osservò le proprie mani mentre abbozzava un profilo. — Capelli neri? Giovane?

— Credo di sì. Ma è ricca sfondata, sai. Con tutti quei soldi.

La droga lo colpì come un treno espresso, una bianca colonna incandescente che gli saliva lungo la schiena dalla regione della prostata illuminando le suture del suo cranio con raggi X di energia sessuale in cortocircuito. I suoi denti risuonarono nelle cavità come diapason, ognuno perfettamente intonato e limpido quanto l’etanolo. Le ossa, sotto il nebuloso involucro della carne, erano cromate e lucide, le giunture lubrificate con uno strato di silicone. Tempeste di sabbia infuriavano radenti sulla base del cranio, generando sottili e intense ondate elettrostatiche che si frangevano dietro i suoi occhi, sfere del più puro cristallo, che si dilatavano…

— Su — disse la ragazza, prendendolo per mano. — Adesso ci sei. Ci siamo tutti e due. Durerà per tutta la notte.

La rabbia stava esplodendo, spietata, esponenziale. Erompeva sull’impeto della betafenetilammina come un’onda portante, un fluido sismico, ricco e corrosivo. La sua erezione era una sbarra di piombo. I volti intorno a loro, lì nell’Emergency, erano come quelli delle bambole dipinte, il rosa e il bianco intorno e dentro la bocca si muovevano, si muovevano, le parole ne spuntavano come bolle separate di suono. Case guardò Cath e vide ogni singolo poro della pelle abbronzata, gli occhi piatti come vetro opaco, una sfumatura da metallo smorto, un gonfiore appena accennato, le minuscole asimmetrie del seno e delle clavicole, il… qualcosa lampeggiò bianco dietro i suoi occhi.

Case lasciò ricadere la mano e corse incespicando verso la porta, allontanando a spintoni chiunque gli ostacolasse il passaggio.

— Vai a farti fottere! — gli gridò Cath. — Stronzo di merda!

Case non riusciva più a sentire le gambe. Le usava come trampoli, dondolando follemente sul lastricato della Jules Verne, un lontano brontolio di tuono nelle orecchie, quello del proprio sangue, sciabolate di luce taglienti come rasoi che gli sezionavano il cranio da una dozzina di angoli diversi.

E poi si trovò paralizzato, ritto con i pugni serrati contro i fianchi, la testa inarcata, le labbra arricciate, tremanti, mentre osservava lo zodiaco del giocatore d’azzardo del Freeside, le costellazioni da night club nel cielo olografico, che si spostavano, slittando fluide lungo l’asse del buio, per sciamare come creature viventi nell’epicentro della realtà. Fino al momento in cui non si disposero, individualmente e a centinaia, a formare un gigantesco, singolo ritratto, un supremo monocromo punteggiato come le stelle contro il cielo notturno. Il volto di Linda Lee.

Quando finalmente fu in grado di guardare altrove, di abbassare gli occhi, Case scoprì che tutte le facce per strada erano rivolte verso l’alto, le facce dei turisti a passeggio immobilizzati dalla meraviglia. E quando le luci in cielo si spensero, un fragoroso evviva si sollevò dalla rue Jules Verne, rimbalzando in mille echi sui gradoni e sulle file di terrazzi di cemento lunare.

Da qualche parte, un orologio cominciò a scandire i suoi rintocchi, qualche antica campana arrivata dall’Europa.

Mezzanotte.

Case camminò fino al mattino.

L’eccitazione si dissolse, lo scheletro cromato si corrose a ogni ora che passava, la carne diventò sempre più solida, la carne della droga fu sostituita dalla carne della sua vita. Non riusciva a pensare. Gli piaceva moltissimo, essere cosciente ma incapace di pensare. Gli pareva quasi di riuscire a trasformarsi in qualunque cosa vedesse di fronte a sé: la panchina di un parco, uno sciame di falene bianche intorno a un antico lampione, un robot giardiniere a strisce diagonali nere e gialle.

Un’alba registrata avanzò lenta lungo il sistema Lado-Acheson, rosea e spettrale. Case si costrinse a mangiare un’omelette in un caffè sulla Desiderata, a bere un sorso d’acqua, a fumare l’ultima delle sue sigarette. Il giardino sulla sommità dell’Intercontinental cominciava ad animarsi quando l’attraversò. La folla mattutina della prima colazione intenta a bere caffè e a mangiare croissant sotto gli ombrelloni a strisce.

Sentiva ancora la rabbia. Era un po’ come essere aggredito in un vicolo e scoprire di avere ancora il portafoglio in tasca, indenne. Si riscaldò al suo fuoco, incapace di darle un nome o un obiettivo.

Scese in ascensore fino al proprio livello, frugandosi in tasca per cercare il chip di credito del Freeside che fungeva da chiave. Il sogno stava diventando reale, era qualcosa che avrebbe potuto fare. Stendersi sulla termopiuma e ritrovare il buio.

Lo stavano aspettando, in tre. I loro perfetti abiti sportivi e le abbronzature a stencil facevano risaltare le eleganti finiture tessute a mano della mobilia. La ragazza sedeva sul divano di vimini, con una pistola automatica appoggiata accanto, sul motivo a foglie stampato sul cuscino.

— Turing — disse. — Ti dichiaro in arresto.

PARTE QUARTA

Operazione Straylight

13

— Si chiama Henry Dorsett Case. — Poi la ragazza snocciolò l’anno e il luogo di nascita, il numero d’identificazione BAMA, e una sfilza di nomi che, un po’ per volta, riconobbe come gli pseudonimi da lui usati in passato.

— È qui da molto? — Case vide il contenuto della propria borsa sparpagliato sul letto, gli abiti sporchi divisi per tipo. La shuriken se ne stava sola soletta, fra i jeans e la biancheria intima, sulla termopiuma color sabbia.

— Dov’è Kolodny? — I due uomini sedevano affiancati sul divano, le braccia conserte sul petto abbronzato, catene d’oro identiche appese al collo. Case si avvide che la loro giovinezza era contraffatta, tradita da una certa rugosità delle nocche, un dettaglio che i chirurghi erano incapaci di eliminare.

— Chi è Kolodny?

— Era il nome sul registro. Dov’è?

— Non lo so — rispose Case, raggiungendo il frigobar per versarsi un bicchiere di acqua minerale. — Se n’è andata.

— Dov’è stato stanotte, Case? — La ragazza raccolse la pistola e se l’appoggiò sulla coscia, senza puntarla contro di lui.

— In un paio di bar sulla Jules Verne… E voi? — Si sentiva tremare le ginocchia. L’acqua minerale era calda e stantia.

— Non credo che lei afferri la sua situazione — disse l’uomo alla sua sinistra, tirando fuori un pacchetto di Gitanes dal taschino della camicia bianca di maglia. — Lei è finito, Case. Le imputazioni citano una cospirazione per incrementare un’intelligenza artificiale. — Estrasse un accendino Dunhill d’oro dallo stesso taschino e lo cullò nel palmo della mano. — L’uomo che lei chiama Armitage è già stato arrestato.

— Corto?

L’agente fece tanto d’occhi. — Sì. Come fa a sapere che è quello il suo nome?

Un millimetro di fiamma guizzò dall’accendino.

— Me lo sono scordato — rispose Case.

— Se lo ricorderà — disse la ragazza.

I loro nomi, veri o ufficiali, erano Michèle, Roland e Pierre. Case decise che Pierre avrebbe recitato la parte del cattivo. Roland avrebbe preso invece le sue parti, non rifiutandogli qualche gentilezza (trovò un pacchetto ancora intero di Yeheyuan quando Case rifiutò una Gitane) e in generale avrebbe arginato la fredda ostilità di Pierre. Michèle sarebbe stata l’angelo impassibile, provvedendo a reindirizzare, se e quando si fosse reso necessario, il corso dell’interrogatorio. Era certo che uno di loro, o tutti, fossero dotati di audio, molto probabilmente di simstim, e qualunque cosa lui avesse fatto o detto sarebbe stata giudicata una prova. Prova, si chiese durante la stressante procedura, ma di cosa?

Sapendo che lui non avrebbe potuto seguire il loro francese, parlavano liberamente fra loro. O almeno davano l’impressione di farlo. Ma anche in queste condizioni Case poté afferrare abbastanza: nomi come Pauley, Armitage, Senso/Rete, Pantere Moderne, spuntavano come iceberg dal mare agitato del loro francese di Parigi. Ma era senz’altro possibile che quei nomi venissero buttati là apposta. Riferendosi a Molly, la chiamavano sempre Kolodny.

— Lei sostiene di essere stato assoldato per compiere un’operazione, Case, e di non essere consapevole della natura dell’obiettivo — disse Roland, con una cadenza pigra che intendeva infondere una nota di ragionevolezza. — Non è insolito nel suo mestiere? Una volta penetrate le difese, non si troverebbe poi in condizioni di non poter svolgere il compito richiesto? E certamente le sarà stato chiesto di svolgere un’operazione d’un qualche tipo, no? — Si sporse in avanti, con i gomiti appoggiati su quelle sue ginocchia abbronzate a stencil, il palmo delle mani spalancato per ricevere ogni spiegazione. Intanto Pierre si aggirava per la stanza: un momento si trovava accanto alla finestra, un istante dopo accanto alla porta. Case decise che era Michèle quella collegata all’audio e al simstim. I suoi occhi non lo abbandonavano mai.

— Posso mettermi qualcosa addosso? — chiese. Pierre aveva insistito perché si spogliasse, esaminando poi ogni cucitura dei suoi jeans. Adesso Case sedeva nudo su uno sgabello di vimini, con un piede oscenamente pallido.

Roland domandò qualcosa a Pierre, in francese. Pierre, di nuovo alla finestra, stava guardando fuori con l’aiuto di un piccolo binocolo piatto. — Non - rispose con aria assente, e Roland scrollò le spalle, guardando Case con un’alzata di sopracciglia. Case decise che era il momento buono per sorridere. Roland gli restituì il sorriso.

La più vecchia pagliacciata del manuale dello sbirro, secondo Case. — Sentite, sto male. Ho preso quell’orrenda droga lì al bar, sapete. Voglio stendermi. Mi avete già pizzicato. Avete detto di aver già beccato Armitage. Avete lui, chiedetelo a lui. Io sono stato assunto soltanto come spalla.

Roland annuì. — E Kolodny?

— Era con Armitage quando mi ha assoldato. Soltanto muscoli, una ragazza-rasoio… per quanto ne so. E non è molto.

— Lei sa che il vero nome di Armitage è Corto — interloquì Pierre, con gli occhi ancora nascosti dalle flange di plastica morbida del binocolo. — Come fa a saperlo, amico mio?

— Immagino che sia stato lui a dirmelo — rispose Case, seccato per quella svista. — Tutti hanno un paio di nomi. Lei si chiama davvero Pierre?

— Sappiamo che lei è stato riparato a Chiba — intervenne Michèle. — Potrebbe essere stato il primo errore di Invernomuto. — Case la fissò con l’aria meno espressiva che gli riusciva. Quel nome non era mai stato fatto prima. — Il procedimento impiegato su di lei ha portato il proprietario della clinica a richiedere sette brevetti fondamentali. Sa cosa vuol dire?

— No.

— Significa che il gestore d’una clinica clandestina a Chiba City adesso possiede abbastanza capitale per controllare tre fra i più importanti consorzi di ricerca medica. Vede, questo rovescia il normale ordine delle cose. Ha attirato una certa attenzione. — La donna incrociò le braccia abbronzate sulle mammelle piccole e alte e si lasciò cadere sul cuscino stampato. Case si chiese quanti anni potesse avere, in realtà. La gente diceva che l’età si poteva sempre capire dagli occhi, ma lui non c’era mai riuscito. Julie Deane aveva gli occhi d’un ragazzino distratto di dieci anni dietro al quarzo rosa degli occhiali. E non c’era niente di vecchio in Michèle, salvo le nocche. — L’avevamo rintracciata nello Sprawl, poi l’abbiamo persa di nuovo, poi l’abbiamo ritrovata mentre stava partendo per Istanbul. Abbiamo ricostruito il suo tragitto attraverso la griglia, scoprendo che lei aveva istigato una sommossa nella Senso/Rete. La Senso/Rete era più che desiderosa di collaborare. Hanno fatto un inventario per noi. Hanno scoperto che la personalità ROM di McCoy Pauley era sparita.

— A Istanbul è stato molto facile. La donna si era inimicata il contatto di Armitage con i servizi segreti — intervenne Roland, quasi scusandosi.

— E poi siete venuti qui — disse Pierre, facendo scivolare il binocolo in una tasca dei calzoncini. — Ne siamo stati felicissimi.

— Per la possibilità di migliorare le vostre abbronzature?

— Lei sa cosa vogliamo intendiamo — ribatté Michèle. — Se preferisce fingere di non saperlo, non farà altro che rendere più difficili le cose per lei. C’è ancora la faccenda dell’estradizione. Lei tornerà con noi, Case, come Armitage. Ma con esattezza, dove andremo tutti quanti? In Svizzera, dove lei sarà soltanto una pedina nel processo contro un’intelligenza artificiale? Oppure al BAMA, dove sì potrà dimostrare che lei ha partecipato non soltanto al furto e all’invasione di dati, ma a un attentato all’ordine pubblico costato quattordici vite innocenti? La scelta è sua.

Case prese una Yeheyuan dal pacchetto. Pierre gliela accese col suo Dunhill d’oro. — Lei è ancora convinto che Armitage possa proteggerla? — La domanda fu sottolineata dalle fauci luccicanti dell’accendino che si chiudevano di scatto.

Case posò lo sguardo su di lui attraverso il dolore e l’amarezza della betafenetilammina. — E lei, quanti anni ha, capo?

— Sono vecchio abbastanza per sapere che lei è fottuto, bruciato, che questa storia è finita, sì, e che lei è solo un intralcio.

— Una cosa — replicò Case, mentre aspirava una boccata dalla sigaretta. Soffiò il fumo in su, verso l’agente del registro del Turing. — Voi ragazzi avete una vera giurisdizione, da queste parti? Voglio dire, la squadra della sicurezza del Freeside non dovrebbe essere qui insieme a voi? Questo è il loro territorio, no? — Vide gli occhi duri su quel magro volto di ragazzo indurirsi ancora di più e tese ogni muscolo per prepararsi al colpo, ma Pierre si limitò a scrollare le spalle.

— Non conta — rispose Roland. — Lei verrà con noi. Siamo abituati alle situazioni di ambiguità legale. I trattati in base ai quali opera questo ramo del registro ci consentono un’abbondante flessibilità. E siamo noi a creare la flessibilità, nelle situazioni in cui è richiesta. — Tutt’a un tratto la maschera di bonomia era scomparsa. Gli occhi di Roland erano diventati duri quanto quelli di Pierre.

— Lei è molto stupido, anzi peggio — proseguì Michèle, alzandosi in piedi, con la pistola in mano. — Non ha la minima considerazione per la sua specie. Per migliaia d’anni gli uomini hanno sognato di fare patti con il diavolo. Soltanto adesso cose del genere sono diventate possibili. E con che cosa verrebbe pagato? Quale sarebbe il prezzo per fare in modo che questa cosa si sviluppi finalmente in piena libertà? — C’era una stanca consapevolezza nella sua giovane voce, che nessun diciannovenne avrebbe potuto esprimere. — Adesso lei si vestirà e verrà con noi. Insieme a quello che lei chiama Armitage tornerà con noi a Ginevra e testimonierà al processo contro questa intelligenza. Altrimenti noi la uccideremo. Adesso. — Sollevò la pistola, una Walther liscia e nera con un silenziatore integrale.

— Mi sto già vestendo — precisò Case, avvicinandosi al letto con passo barcollante. Le gambe erano ancora intorpidite, impacciate. Armeggiò con una maglietta pulita.

— Abbiamo una nave pronta a partire. Cancelleremo il costrutto di Pauley con un’arma a impulsi.

— La Senso/Rete non la prenderà molto bene — osservò Case, pensando: “e tutte le prove nell’Hosaka?”.

— Sono già in difficoltà per aver posseduto una cosa del genere.

Mentre Case s’infilava la maglietta dalla testa vide la shuriken sul letto, una stella di metallo senza vita. Cercò la sua rabbia: era scomparsa. Era giunto il momento di arrendersi, di abbandonarsi alle circostanze… Pensò alle sacche di tossina. — Ecco che arriva la carne — borbottò.

Nell’ascensore che portava al prato pensò a Molly. Poteva già essere a villa Straylight, impegnata a dare la caccia a Riviera. Forse braccata da Hideo, che quasi certamente era il clone ninja della storia di Finn, quello che era andato a recuperare la testa parlante.

Case appoggiò la fronte sulla plastica nera della parete, e chiuse gli occhi. Sentiva le membra legnose, vecchie, contorte e appesantite dalla pioggia.

Sotto gli alberi stavano servendo il pranzo, tra gli ombrelloni dai vivaci colori. Roland e Michèle recitarono la parte dei turisti, mettendosi a chiacchierare animatamente in francese. Pierre li tallonava. Michèle tenne la bocca della pistola premuta contro le costole di Case, nascondendola sotto una giacca bianca di tela olona che teneva al braccio.

Mentre attraversava il prato, zigzagando fra tavoli e alberelli, Case si chiese se Michèle gli avrebbe sparato nel caso lui si fosse accasciato al suolo. Una pelliccia nera ribollì ai margini del suo campo visivo. Quando sollevò lo sguardo sulla fascia incandescente dell’armatura Lado-Acheson vide una gigantesca farfalla che volteggiava con grazia sullo sfondo del cielo registrato.

Giunsero al limitare del prato, di fronte al dirupo: fiori selvatici danzavano oltre la ringhiera sotto la spinta delle correnti ascensionali che salivano dal canyon conosciuto come Desiderata. Michèle scrollò i corti capelli scuri e puntò il dito, dicendo qualcosa in francese a Roland. Pareva sinceramente felice. Quando Case seguì la direzione del suo gesto vide la curva dei laghi pianeggianti, il bianco luccichio dei casinò, i rettangoli turchese di migliaia di piscine, i corpi dei bagnanti, minuscoli geroglifici di bronzo, il tutto trattenuto dalla placida simulazione della gravità contro l’interminabile curva del guscio del Freeside.

Seguirono la ringhiera fino a un ponte di ferro battuto che varcava Desiderata. Michèle lo pungolò con la bocca della Walther.

— Andate piano… oggi ce la faccio appena a camminare.

Avevano percorso poco più di un quarto del tragitto quando l’ultraleggero colpì, con il motore elettrico completamente silenzioso fino a quando l’elica di fibra di carbonio non tranciò di netto la sommità del cranio di Pierre.

Per un istante si trovarono all’ombra dell’oggetto volante. Case sentì uno spruzzo di sangue caldo inondargli la faccia, poi qualcuno gli fece lo sgambetto. Rotolò su se stesso, e vide Michèle supina, con le ginocchia alzate, che impugnava la Walther con entrambe le mani, prendendo la mira. “Che spreco di energia” fu il suo primo pensiero, con una bizzarra lucidità dovuta allo shock. La ragazza stava tentando di abbattere l’ultraleggero.

Quindi Case si mise a correre. Si voltò a lanciare un’occhiata solo quando passò accanto al primo albero. Roland lo stava inseguendo. Vide il fragile biplano colpire la ringhiera di ferro battuto del ponte, accartocciarsi, fare una capriola trascinando con sé la ragazza in fondo a Desiderata.

Roland non s’era nemmeno voltato a guardare. Il suo volto era irrigidito, d’un pallore mortale, i denti scoperti. E aveva qualcosa in mano.

Il robot giardiniere colse Roland al volo quando passò accanto allo stesso albero, abbattendosi dai rami potati come un grosso granchio a strisce diagonali gialle e nere.

— Li hai uccisi — ansimò Case, continuando la sua corsa. — Pazzo figlio di puttana… li hai ammazzati tutti!

14

Il piccolo treno sfrecciava attraverso la galleria a ottanta chilometri all’ora. Case teneva gli occhi chiusi. La doccia era servita, ma aveva rimesso la colazione quando aveva guardato in giù e aveva visto il sangue di Pierre che scorreva sulle piastrelle bianche.

La gravità diminuiva a mano a mano che il fuso si restringeva. Case si sentiva ribollire lo stomaco.

Aerol lo stava aspettando con lo scooter accanto al molo.

— Case, amico, grosso problema. — Quella voce morbida risuonò debole negli auricolari. Case regolò con il mento il volume e scrutò dietro la visiera Lexan del casco di Aerol.

— Devo arrivare al Garvey, Aerol.

— Yo. Sali e tieniti forte, capo. Ma Garvey prigioniero. Yacht, già venuto prima, adesso tornato. Adesso è agganciato fianco Garvey.

I Turing? Già arrivati? Case montò sul telaio dello scooter e cominciò ad allacciarsi le cinture. — Yacht del Giappone. Ti ha portato un pacco…

Armitage.

Immagini confuse di vespe e ragni affiorarono nella mente di Case quando arrivarono in vista del Marcus Garvey. Il piccolo rimorchiatore era rannicchiato contro il grigio torace di una nave liscia come un insetto, almeno cinque volte più grande. I verricelli d’attracco risaltavano contro lo scafo rattoppato del Garvey con la strana nitidezza dovuta al vuoto e alla cruda luce solare. Una pallida passerella di eternit spuntava dallo yacht, sinuosa come un serpente per evitare i motori del rimorchiatore, andando a coprire il boccaporto di poppa. C’era qualcosa di osceno in quella disposizione, ma aveva più a che vedere con l’idea del cibo che con il sesso.

— Cos’è successo a Maelcum?

— Maelcum sta bene. Nessuno è sceso lungo il tubo. Il pilota dello yacht gli ha detto di stare tranquillo.

Mentre scivolavano accanto alla grande nave, Case vide il nome HANIWA in bianche e nitide maiuscole sotto un grappolo di caratteri giapponesi.

— Non mi piace questa faccenda, amico. Stavo pensando che, comunque, sarebbe ora che alzassimo il culo da questo posto.

— Maelcum pensa giusto stessa cosa, amico. Ma Garvey non arriva lontano, questo modo.

Maelcum stava sussurrando nella radio in un patois concitato quando Case fece il suo ingresso dalla camera stagna di prua, togliendosi il casco.

— Aerol è tornato al Rocker - l’informò Case.

Maelcum annuì, senza smettere di parlottare nel microfono.

Case si issò oltre il groviglio di dreadlock del pilota e cominciò a togliersi la tuta. Adesso Maelcum aveva gli occhi chiusi e annuiva mentre prestava orecchio a una qualche risposta che gli stava giungendo tramite un paio di auricolari con i tamponcini color arancio vivo, la fronte aggrottata per la concentrazione. Indossava dei jeans sbrindellati e una vecchia giubba verde di nylon con le maniche strappate. Case ficcò la tuta rossa della Sanyo in un’amaca portabagagli e si calò fino alla rete-g.

— Vedi un po’ cosa dice quel fantasma, amico — propose Maelcum. — Il computer continua a chiedere di te.

— Ma allora chi c’è sopra quell’affare?

— Lo stesso giapponese già venuto prima. E adesso c’è con lui il tuo signor Armitage, uscito dal Freeside…

Case si applicò gli elettrodi e si inserì.

— Dixie?

La matrice gli mostrò le sfere rosa dell’acciaieria del Sikkim.

— Cosa stai combinando, ragazzo? Ho sentito delle storie sensazionali. Adesso l’Hosaka è collegato a un a tastiera gemella sulla barca del tuo capo. Va a mille. Hai attirato l’attenzione dei Turing?

— Sì, ma Invernomuto li ha ammazzati.

— Be’, questo non li fermerà a lungo. Ce ne sono ancora molti di quella razza. Verranno quassù in forze. Scommetto che i loro deck stanno già ronzando per tutto questo settore della griglia come le mosche sulla merda. E il tuo capo, Case, lui dice che è ora di andare. Di partire… e di partire adesso.

Case digitò le coordinate del Freeside.

— Mi ci vorrà un secondo, Case… — La matrice si offuscò ed entrò in fase quando il Flatline eseguì un’intricata serie di balzi con una velocità e una precisione che fecero trasalire Case per l’invidia.

— Merda, Dixie…

— Ehi, ragazzo, anch’io ero parecchio in gamba quand’ero al mondo. Non hai ancora visto niente. Senza mani!

— È quello, eh? Quel grosso rettangolo verde sulla sinistra?

— Ci sei. Il nucleo dei dati societari della Tessier-Ashpool S.A., e quell’ice è generato dalle loro due amichevoli IA. Mi pare che siano all’altezza di quelle militari. È un ice formato gigante quello, Case, un ice d’inferno, nero come una tomba e liscio come il ghiaccio. Ti frigge il cervello appena ti guarda. Se adesso ti avvicini un po’ di più, ti pianterà dei traccianti nel culo che ti usciranno da tutte e due le orecchie mentre lui fa sapere ai ragazzi della sala di controllo della T-A il tuo numero di scarpe e quanto ce l’hai lungo.

— Non ti pare che scotti un po’ troppo ’sta faccenda? Voglio dire, con quelli del Turing fra i piedi. Stavo pensando che forse dovremmo cercare di squagliarcela. Posso portarti con me.

— Sì? Davvero. Non vuoi vedere cosa può fare quel programma cinese?

— Be’, io… — Case studiò le pareti verdi dell’ice della T-A. — Ma sì, proviamo.

— Lancialo.

— Ehi, Maelcum — disse Case, scollegandosi. — È probabile che mi tocchi rimanere sotto gli elettrodi per otto ore filate. — Maelcum stava fumando di nuovo. La cabina era invasa dal fumo. — Così non potrò arrivare a…

— Nessun problema, amico. — Lo zionita eseguì un’acrobatica capriola in avanti per andare a rovistare nel contenuto di una borsa a maglia chiusa da una cerniera. Ne tirò fuori un rotolo di tubo trasparente e qualcos’altro, sigillato in un pacchetto a bolla sterile.

Spiegò che era un catetere texano, e a Case non piacque per niente.

Quest’ultimo lanciò il virus cinese, fece una pausa, poi completò l’operazione.

— Va bene. Ci siamo. Stammi a sentire, Maelcum: se la cosa si fa seria, puoi afferrarmi il polso sinistro. Lo sentirò. Altrimenti credo che dovrai fare quello che ti dice l’Hosaka, d’accordo?

— Sicuro, capo. — Maelcum s’accese un altro spinello.

— E accendi il depuratore. Non voglio che quella merda di fumo mi mandi a puttane i neurotrasmettitori. Già così ho un tremendo mal di testa.

Maelcum sogghignò.

Case si ricollegò.

— Cristo santo — disse il Flatline. — Guarda un po’ che roba.

Il virus cinese si stava propagando tutt’intorno a loro. Ombre policrome, innumerevoli strati alabastrini che si spostavano e si ricombinavano. Proteiforme, immenso, torreggiava su di loro, cancellando il vuoto.

— Grande madre — disse il Flatline.

— Vado a controllare Molly — dichiarò Case, attivando il pulsante del simstim.

Caduta libera. La sensazione di un tuffo nell’acqua perfettamente limpida. Molly stava cadendo-salendo attraverso un ampio tubo scanalato di cemento lunare, illuminato a intervalli di due metri da anelli di neon bianco. Il collegamento era a senso unico. Case non poteva parlarle.

Disattivò.

— Ragazzi, questo sì che è un pezzo di software davvero carogna. La più grossa novità dopo l’invenzione dei toast. Quel dannato affare è invisibile. Proprio adesso ho affittato venti secondi su quella scatoletta rosa, quattro salti a sinistra sull’ice della T-A, per dare un’occhiata a come apparivamo. Be’, non appariamo affatto. Non ci siamo.

Case esplorò la matrice intorno all’ice della Tessier-Ashpool fino a quando non trovò la struttura rosa, un’unità commerciale standard, e si digitò il più possibile vicino a essa. — Forse è difettosa.

— Forse, ma ne dubito. È una creatura dei militari, comunque. Ed è nuova. Banalmente, non fa registrare la sua presenza. Se lo facesse, avremmo letto i dati relativi a qualche genere di attacco cinese a sorpresa, invece nessuno si è agitato di un millimetro nonostante la nostra presenza. Forse neppure la gente a Straylight.

Case osservò la parete vuota che schermava villa Straylight. — Be’, è un vantaggio, giusto?

— Forse. — Il costrutto fece la vaga imitazione d’una risata. Case trasalì a quella sensazione. — Ho ricontrollato il vecchio Kuang Undici per te, ragazzo. Puoi fidarti… fintanto che sei dalla parte del grilletto è quanto di più cortese e servizievole si possa immaginare. Parla anche un discreto inglese. Hai mai sentito parlare di virus ad azione lenta?

— No.

— Io sì, una volta. All’epoca era soltanto un’ipotesi. Comunque è proprio di questo che si tratta. Qui non è questione di perforare e iniettare, ma è piuttosto come se ci interfacciassimo con l’ice in modo così lento che l’ice non se ne accorge neppure. In un certo senso la configurazione logica del Kuang si avvicina subdola al bersaglio, e poi muta in modo da diventare esattamente come il tessuto dell’ice. Poi noi ci agganciamo e subentrano i programmi principali, cominciando a menare per il naso i sistemi logici dell’ice. E diventiamo fratelli siamesi prima ancora che inizino ad agitarsi. — Il Flatline scoppiò nuovamente a ridere.

— Vorrei che non fossi così maledettamente allegro oggi, amico. Non so perché, ma quella tua risata mi fa correre i brividi lungo la schiena.

— Peggio per te — rispose il Flatline. — Il vecchio cadavere ha bisogno delle sue risate. — Case fece scattare l’interruttore del simstim.

E si schiantò in mezzo al metallo contorto e all’odore della polvere. Le mani scivolarono sulla carta liscia. Qualcosa alle sue spalle cadde con fracasso.

— Suvvia — disse Finn. — Tirati su un po’.

Case era riverso su una pila di riviste ingiallite, con le ragazze che lo guardavano raggianti nella penombra della Metro Holografix, una languida galassia di dolci denti bianchi. Giacque così fino a quando il suo cuore non ebbe rallentato il ritmo, respirando l’odore delle vecchie riviste.

— Invernomuto — disse.

— Sì — confermò Finn, da qualche punto dietro le sue spalle. — Hai fatto centro.

— Vai a farti fottere. — Case si rizzò a sedere, sfregandosi i polsi.

— Suvvia — replicò Finn, uscendo da una specie di alcova dentro quella parete di cianfrusaglie. — In questo modo è meglio per te, amico. — Estrasse i suoi Partagas da una tasca della giacca e ne accese uno. L’odore del tabacco cubano invase il negozio. — Vuoi che ti appaia nella matrice come un roveto ardente? Non ti perdi niente, stando laggiù. Un’ora qui ti costerà soltanto un paio di secondi.

— Ti è mai venuto in mente che possa darmi sui nervi il fatto che tu mi compaia nei panni di gente che conosco? — Case si alzò, spazzolandosi la polvere biancastra dai jeans, quindi si voltò guardando storto le vetrine impolverate del negozio, la porta chiusa che dava sulla strada. — Cosa c’è là fuori? New York, oppure finisce lì?

— Be’, è come quell’albero, no? È lì in mezzo al bosco, sì, proprio in mezzo, ma chi può vederlo, anche se esiste? — Finn mostrò a Case gli enormi incisivi e tirò una boccata dalla sigaretta. — Puoi uscire a fare una passeggiata, se vuoi. C’è tutto là fuori. Tutte le parti che tu hai visto, comunque. Questa è la memoria, giusto? Io l’attingo da te, la riordino e la reinserisco.

— Io non ho una memoria così buona — affermò Case, guardandosi intorno. Abbassò lo sguardo sulle proprie mani, girandole, e cercò di ricordare come fossero le linee del palmo, ma non ci riuscì.

— Tutti ce l’hanno, ma non molti di voi possono accedervi — disse Finn, lasciando cadere la sigaretta e schiacciandola sotto il tacco. — Gli artisti invece possono, per la maggior parte, se sono davvero in gamba. Se tu potessi stendere questo costrutto sopra la realtà, cioè l’abitazione di Finn nella parte bassa di Manhattan, noteresti una differenza, ma forse non tanto grande come te la immagini. Per te la memoria è olografica. — Finn si tormentò una delle sue piccole orecchie. — Io sono diverso.

— Cosa intendi con olografica? — Quella parola gli faceva pensare a Riviera.

— Il paradigma olografico è quanto di meglio abbiate elaborato per rappresentare la memoria umana. Ma non avete mai fatto niente in proposito. La gente, voglio dire. — Finn fece un passo avanti e inclinò il cranio aerodinamico per scrutare Case dal basso. — Forse, se l’aveste fatto, io non sarei mai esistito.

— Questo cosa vorrebbe dire?

Finn scrollò le spalle. Il tweed sbrindellato gli stava troppo largo sulle spalle, perciò non tornò del tutto alla posizione di partenza. — Sto cercando di aiutarti, Case.

— Perché?

— Perché ho bisogno di te. — I grossi denti gialli lampeggiarono di nuovo. — E perché tu hai bisogno di me.

— Balle. Non sai leggermi nel pensiero, Finn? — Case fece una smorfia. — Invernomuto, mi correggo.

— Le menti non vengono lette. Vedi, tu hai ancora i paradigmi che l’imprinting ti ha dato, eppure stai muovendo i primi passi. Io posso accedere alla tua memoria, ma non è la tua mente, non è la stessa cosa. — Finn allungò la mano dentro il telaio aperto di un antico televisore per prelevare una valvola color nero e argento. — Vedi questa? Fa parte del mio DNA, in un certo senso… — Quando gettò la valvola nell’oscurità Case la sentì esplodere e tintinnare. — Voi costruite modelli in continuazione. Cerchi di megaliti. Cattedrali. Organi a canne. Macchine calcolatrici. Io non ho la minima idea del motivo per cui mi trovo qui adesso, lo sai? Ma se l’operazione di stanotte andrà in porto, tu avrai finalmente raggiunto lo scopo.

— Non so di cosa stai parlando.

— Ho usato il tu in senso collettivo. Riferendomi alla tua specie.

— Hai ucciso quei Turing.

Finn scrollò le spalle. — Dovevo, dovevo. A te non dovrebbe importare un cazzo: ti avrebbero fatto fuori senza pensarci due volte. Comunque, visto che ti ho portato qui, dobbiamo discutere ancora. Ti ricordi di questo? — Ora la sua mano destra reggeva il nido di vespe carbonizzate del sogno di Case, fetore di combustibile nel chiuso del negozio immerso nell’oscurità. Case arretrò incespicando, appoggiandosi a una parete di cianfrusaglie. — Sì. Sono stato io. L’ho realizzato con l’apparecchiatura olo incorporata nella finestra. Un altro tuo ricordo al quale ho attinto quando ti ho ridotto linea piatta quella prima volta. Sai perché è importante?

Case scosse la testa.

— Perché — intanto non si sa come il nido era scomparso — è la cosa che assomiglia più da vicino a ciò che la Tessier-Ashpool vorrebbe essere. L’equivalente umano. Straylight è come quel nido, o per lo meno avrebbe dovuto risultare tale. Immagino che questo ti faccia sentire meglio.

— Sentirmi meglio?

— Sapere come sono quelli. Per un po’ avevi cominciato a odiarmi a morte. D’accordo. Ma sono loro che devi odiare. C’è la medesima differenza.

— Ascolta non mi hanno mai fatto niente di schifoso. Con te, è diverso… — replicò Case, facendo un passo avanti. Eppure non riusciva a sentire la rabbia.

— E così, è la T-A che mi ha fatto. La francese diceva che tu stavi svendendo la tua specie, e ha aggiunto che io sono un demonio. — Finn sogghignò. — Non ha molta importanza. Dovrai pure odiare qualcuno, prima che questa storia sia finita. — Si voltò, dirigendosi verso il retro del negozio. — Su, vieni, ti farò vedere un po’ di Straylight finché sei qui con me. — Sollevò l’angolo della coperta. Un improvviso fiotto di luce bianca. — Merda, amico, non startene lì impalato.

Case lo seguì, massaggiandosi il viso.

— Va bene — disse Finn, e l’afferrò per il gomito.

Vennero attirati oltre il drappo stantio in una nube di polvere, in caduta libera in un corridoio cilindrico di cemento lunare rigato, cerchiato di neon bianco a intervalli di due metri.

— Gesù — fece Case, rigirandosi in volo.

— Questo è l’ingresso principale — spiegò Finn nel suo tweed svolazzante. — Se non fosse un mio costrutto, dove c’è il negozio ci sarebbe l’entrata principale, in alto accanto all’asse del Freeside. Tutto questo sarà un po’ scarso di dettagli, comunque, dato che tu non hai ricordi in proposito. Salvo per questo pezzetto che hai ricevuto da Molly…

Case riuscì a raddrizzarsi in volo, ma cominciò a seguire una traiettoria a cavatappi.

— Aspetta — disse Finn. — Aumento la velocità di avanzamento.

Le pareti divennero una macchia indistinta. Sensazioni vertiginose di movimenti a capofitto, colori, angoli e stretti corridoi percorsi alla velocità di una scudisciata. A un certo punto a Case parve di attraversare una parete massiccia larga parecchi metri, un lampo di oscurità nera come la pece.

— Ecco — annunciò Finn. — Ci siamo.

Stavano galleggiando nel centro di una stanza perfettamente quadrata, con le pareti e il soffitto rivestiti da pannelli rettangolari di legno scuro. Il pavimento era coperto dal singolo quadrato di un tappeto smagliante con motivi simili a quelli di un microchip, i circuiti delineati con lana azzurra e scarlatta. Nell’esatto centro della stanza, perfettamente allineato con il motivo del tappeto, si ergeva un piedistallo quadrato di vetro bianco smerigliato.

— Villa Straylight è un corpo cresciuto su se stesso, una follia gotica. Ogni spazio a Straylight è in qualche modo segreto. Questa interminabile serie di stanze è collegata da corridoi, da rampe di scale con i soffitti a botte simili a intestini, dove l’occhio rimane intrappolato nelle strette curve, trasportato al di là di paraventi decorati, di vuote alcove… — annunciò la cosa ingioiellata sul piedistallo, con una voce che era quasi musica.

— Un saggio di 3Jane — spiegò Finn, prendendo un Partagas. — L’ha scritto quando aveva dodici anni. Un corso di semiotica.

— Gli architetti del Freeside si sono dati un bel daffare per celare il fatto che l’interno del fuso è sistemato con la banale precisione dell’arredamento di una stanza d’albergo. A Straylight la superficie interna del guscio è incrostata da una disperata proliferazione di strutture, forme che fluiscono, s’intersecano, levandosi verso un solido nucleo di microcircuiti, il cuore societario del nostro clan, un cilindro di silicio crivellato da sottili gallerie per la manutenzione, alcune non più larghe della mano d’un uomo, dove si rintanano granchi intelligenti, i teleguidati, pronti a individuare le avarie micromeccaniche o i segni di sabotaggio.

— È lei che hai visto al ristorante — disse Finn.

— Secondo gli standard dell’arcipelago la nostra è una vecchia famiglia, e le circonvoluzioni della nostra casa ne riflettono l’età — continuò la testa. — Ma riflettono anche qualcos’altro. La semiotica della villa rivela un’introversione, una negazione del vuoto abbagliante fuori dal guscio. I Tessier e gli Ashpool hanno scalato il pozzo gravitazionale per scoprire che odiavano lo spazio. Costruirono il Freeside per attingere alle ricchezze delle nuove isole, divennero ricchi ed eccentrici e iniziarono la costruzione di un corpo esteso a Straylight. Ci siamo asserragliati dietro i nostri soldi, crescendo verso l’interno, generando un universo fatto d’un solo pezzo, tutto per noi. Villa Straylight non conosce alcun cielo, registrato o altro. Nel nucleo di silicio della villa c’è una piccola stanza, la sola camera rettilinea del complesso, dove, su un semplice piedistallo di vetro, riposa un busto decorato, di platino e smalto, costellato di lapislazzuli e perle. Le piccole sfere luminose dei suoi occhi sono state tagliate dagli oblò di rubino sintetico della nave che portò il primo dei Tessier su dal pozzo e poi tornò a prendere il primo degli Ashpool…

La testa sprofondò nel silenzio.

— Allora? — domandò Case alla fine, quasi si aspettasse che la testa gli rispondesse.

— È tutto quello che ha scritto — disse Finn. — Non l’ha finito. Era soltanto una ragazzina. Questo affare è una specie di terminale di rappresentanza. Ho bisogno di Molly là dentro, con la parola giusta nel momento giusto. Sta qui il trucco. Non significa una sega quanto in profondità tu e il Flatline riuscite a spingervi con quel virus cinese se questo affare non sente la parolina magica.

— Allora, quale sarebbe questa parola?

— Non lo so. Potresti quasi dire che io sono fondamentalmente definito dal fatto che non lo so, perché non posso saperlo. Io sono colui che non conosce la parola. Se tu la conoscessi, amico, e me la dicessi, io non potrei saperla. È codificato nell’hardware. Qualcun altro deve apprenderla e portarla qui, proprio quando tu e il Flatline penetrerete attraverso quell’ice e scompiglierete i nuclei.

— E dopo cosa accadrà?

— Dopo, io non esisterò più. Io cesserò di esistere.

— A me va bene — disse Case.

— Sicuro. Ma attento al culo, Case. Il mio… ehm… altro lobo ci è addosso, a quanto pare. Un roveto ardente assomiglia a un altro. E Armitage sta partendo.

— E questo cosa significa?

Ma la stanza rivestita di pannelli si ripiegò su se stessa in una dozzina di angoli impossibili, allontanandosi roteante nel cyberspazio come un origami a forma di gru.

15

— Stai cercando di stracciare il mio record, figliolo? — chiese il Flatline. — Per cinque secondi sei stato di nuovo un cervello morto.

— Tìenti stretto — replicò Case, e attivò l’interruttore del simstim.

Molly era rannicchiata nel buio, le mani premute contro il ruvido cemento.

CASE CASE CASE CASE… Il display digitale pulsava il suo nome in caratteri alfanumerici, Invernomuto la stava informando del collegamento.

— Grazioso — disse Molly. Oscillò sui tacchi e si sfregò le mani facendo schioccare le nocche. — Cosa ti ha trattenuto?

È IL MOMENTO MOLLY È IL MOMENTO.

Molly premette con forza la lingua contro gli incisivi inferiori. Un dente si mosse appena, attivando gli amplificatori del microcanale, e quando il casuale rimbalzo dei fotoni attraverso l’oscurità fu convertito in un impulso elettronico il cemento intorno a lei risaltò granuloso e pallido come un fantasma. — Va bene, tesoro. Adesso usciamo a giocare.

Il suo nascondiglio risultò essere un qualche tipo di galleria di servizio. Molly strisciò fuori attraverso una elaborata griglia di ottone ossidato montata su cardini. Case vide quel tanto che bastava delle braccia e delle gambe per sapere che indossava di nuovo la tuta di policarburo. Sotto la plastica avvertì la familiare tensione del cuoio sottile e teso. C’era qualcosa appeso sotto il braccio, in una imbracatura o in una fondina. Molly si rizzò, aprì la lampo della tuta e sfiorò la plastica a scacchi del calcio di una pistola.

— Ehi, Case, mi stai ascoltando? — chiese, a stento udibile. — Ti racconto una storia… Avevo questo ragazzo, una volta. In un certo senso tu me lo ricordi… — Si girò a ispezionare il corridoio. — Johnny, si chiamava.

Lungo il corridoio basso dal soffitto a volta erano allineate decine di bacheche da museo, sostanzialmente casse dall’aspetto arcaico, di legno marrone con un vetro sul davanti. In quel luogo avevano un aspetto goffo al confronto delle curve funzionali delle pareti del corridoio, come se fossero state portate lì e messe in fila per qualche scopo dimenticato. Applique di ottone opaco sorreggevano globi di luce bianca a intervalli d’una decina di metri. Il pavimento era irregolare, e a mano a mano che si addentrava lungo il corridoio Case si rese conto che erano centinaia di tappeti e tappetini stesi alla rinfusa. In alcuni punti ce n’erano perfino cinque o sei sovrapposti: il pavimento era un morbido patchwork di lana tessuta a mano.

Molly prestò scarsa attenzione alle bacheche e al loro contenuto, il che lo irritò. Dovette accontentarsi di occhiate per niente interessate, il che gli permise d’intravedere soltanto frammenti di vasellame, armi antiche, un oggetto così fittamente irto di chiodi arrugginiti da risultare irriconoscibile, frammenti sfilacciati di arazzi…

— Sai, il mio Johnny era sveglio, un ragazzo davvero in gamba. Aveva cominciato come deposito segreto a Memory Lane, con i chip nella testa, e la gente pagava per nasconderci dentro i dati. Aveva gli yak alle calcagna, la notte che lo incontrai, e io feci fuori il loro assassino. Fu più fortuna che altro, ma lo feci per lui. E dopo, fu tanto intimo e dolce, Case. — Le sue labbra si muovevano appena. La sentì formare parole: non aveva bisogno di sentirgliele pronunciare ad alta voce. — Disponendo d’una sonda, eravamo in grado di leggere le tracce di tutto quello che aveva registrato, nonostante fosse protetto. Passammo ogni cosa su un nastro magnetico, poi cominciammo a prendere di mira dei clienti scelti… ex clienti. Io provvedevo a incassare, facevo la gorilla e il cane da guardia. Ed ero davvero felice. Tu, Case, sei mai stato felice? Lui era il mio ragazzo. Lavoravamo insieme. Soci. Ero uscita dalla casa dei pupazzi da circa otto settimane quando lo conobbi… — Fece una pausa, girò intorno a una curva secca e proseguì. Altre bacheche di legno lucido, con le pareti di un colore che gli ricordava le ali degli scarafaggi.

— Eravamo intimi, dolci, sincronizzati come due orologi. Ci pareva che nessuno avrebbe mai potuto farci del male. Io non gliel’avrei permesso. Immagino che la Yakuza volesse ancora fare la pelle a Johnny. In fondo io avevo ucciso il loro uomo. E Johnny li aveva fregati. E gli yak possono permettersi di muoversi con tanta schifosa lentezza, amico mio: sono capaci di aspettare anni e anni, pazienti come un ragno, così hai più da perdere. Ragni zen. Allora non lo sapevo. Oppure, se lo sapevo, immaginavo che non valesse per noi. Come quando sei giovane e credi di essere unico. Io ero giovane. Poi arrivarono, proprio quando pensavamo di aver fatto abbastanza soldi per potercene andare, chissà, forse in Europa. Non che qualcuno di noi due sapesse cosa avremmo fatto una volta laggiù, non avendo la minima prospettiva. Però sguazzavamo nei quattrini, conti orbitali svizzeri e una tana piena di giocattoli e di mobili. Toglie mordente al tuo gioco. Insomma, il primo che hanno mandato era il massimo. Riflessi come non ne hai mai visti, innesti, stile a sufficienza per dieci criminali di prim’ordine. Ma il secondo era, non so, un monaco. Clonato. Un killer di pietra, dalle cellule in su. Ce l’aveva dentro, la morte, quel silenzio che irradiava da lui come una nube… — La sua voce si spense quando il corridoio si diramò in due identiche rampe di scale che scendevano. Molly prese quella di sinistra.

— Una volta, quand’ero ragazzina, occupavamo una baracca. Stavamo vicino all’Hudson, e quei ratti, amico, erano belli grossi. Sono le sostanze chimiche che ingeriscono. Grossi quanto me, e per tutta la notte uno di loro aveva continuato a grattare sotto il pavimento della baracca. Verso l’alba qualcuno accompagnò dentro quel vecchio, con le rughe che gli scendevano giù per le guance e gli occhi infiammati. Aveva un rotolo di cuoio tutto unto come quelli che si usano per tenerci dentro gli arnesi di acciaio, per impedire che si arrugginiscano. L’aprì. Dentro c’era il suo vecchio revolver e tre pallottole. Il vecchio infila un proiettile, poi comincia a gironzolare per la baracca. Noi ci teniamo appiattiti vicino alle pareti. Avanti, indietro. Incrocia le braccia, a testa bassa, come se si fosse dimenticato la pistola. Ascolta il ratto. Noi stiamo proprio zitti, zitti sul serio. Il vecchio fa un passo. Il ratto si muove. Il vecchio fa un altro passo. Così per un’ora, poi pare ricordarsi della sua pistola. La punta verso il pavimento, sorride e preme il grilletto. Riavvolge il rotolo di cuoio e se ne va. Più tardi strisciai là sotto. Il ratto aveva un foro tra gli occhi. — Molly stava osservando le porte chiuse lungo il corridoio. — Il secondo, quello che venne per Johnny, era come quel vecchio. Non anziano, ma era simile. Uccideva in quel modo. — Il corridoio si allargò. Il mare di folti tappeti si stendeva con le sue ondulazioni sotto un enorme candelabro il cui pendaglio più basso arrivava fin quasi al pavimento. Il cristallo tintinnò quando Molly arrivò in quel tratto. TERZA PORTA A SINISTRA, ammiccò una scritta.

Girò a sinistra, evitando quell’albero invertito di cristallo. — L’ho visto una volta soltanto. Mentre stavo tornando a casa. Lui stava uscendo. Vivevamo nell’area di una fabbrica convertita ad abitazioni, assieme a un sacco di rampanti venduti alla Senso/Rete. Le misure di sicurezza erano molto efficienti, tanto per cominciare, e io ci avevo aggiunto qualcosa di molto tosto per renderle davvero stagne. Sapevo che Johnny era di sopra. Ma quel tipetto aveva attirato il mio sguardo mentre usciva. Non disse una parola. Ci guardammo e basta, e io capii. Un tipo banale, vestiti banali, nessun orgoglio. Umile. Mi guardò e salì su un pieditassì. Avevo capito. Salii di sopra. Johnny si trovava su una sedia accanto alla finestra, con la bocca socchiusa, proprio come se stesse pensando a qualcosa da dire.

La porta di fronte a lei era vecchia, una tavola scolpita di tek tailandese che pareva essere stato segato per adattarsi alla soglia bassa. Una primitiva serratura meccanica con una placca di acciaio inossidabile era stata incassata sotto un drago svolazzante. Molly s’inginocchiò, prese da una tasca interna un rotolo di pelle di camoscio e scelse uno stiletto sottile come un ago. — Dopo, non ho più trovato nessuno di cui mi fregasse veramente qualcosa.

Inserì lo stiletto e lavorò in silenzio, mordicchiandosi il labbro inferiore. Pareva affidarsi soltanto al tocco. Il suo sguardo non era a fuoco e la porta era soltanto una chiazza indistinta di legno giallastro. Case ascoltò il silenzio del corridoio, punteggiato dai tintinnii irregolari del candelabro. Candele? Straylight era tutta sbagliata. Ricordò la storia di Cath relativa a un castello con piscine e gigli, e le parole affettate di 3Jane recitate come una musica dalla testa. Un posto cresciuto su se stesso. Straylight sapeva di muschio, dello stesso vago sentore di una chiesa. Dov’erano i Tessier-Ashpool? S’era quasi aspettato un lindo alveare di attività disciplinata, ma Molly non aveva incontrato nessuno. Il suo monologo lo rendeva inquieto, non gli aveva mai detto tante cose su se stessa prima di allora. A parte la storia nel cubicolo, assai di rado aveva detto qualcosa che minimamente indicasse un passato.

Molly chiuse gli occhi, e vi fu un clic che Case intuì più che udire. Gli ricordò le serrature magnetiche sulla porta del cubicolo nel locale dei pupazzi. La porta si era aperta per lui malgrado avesse il chip sbagliato. Era stato Invernomuto a manipolare la serratura, così come aveva manipolato l’ultraleggero e il giardiniere robot. Il sistema di serrature nel locale dei pupazzi era una subunità del sistema di sicurezza del Freeside. La banale serratura meccanica della villa costituiva un vero problema per l’IA, richiedendo un telecomandato di qualsiasi genere oppure un agente umano.

Molly aprì gli occhi, rimise lo stiletto dentro la pelle di camoscio, arrotolandola con molta cura, e se la ricacciò nella tasca. — Credo che tu sia un po’ come lui — proseguì. — Tu credi di essere nato per correre. Immagini che quello che facevi là a Chiba fosse una versione ridotta di quello che avresti fatto in qualunque altro posto. La sfortuna, come a volte capita, ti riduce ai minimi termini. — Molly si alzò, si stiracchiò, si scrollò. — Sai, credo che quel Tessier-Ashpool mandato a dare la caccia a Jimmy, il ragazzo che aveva rubato la testa, doveva essere molto simile a quello che gli yak hanno inviato a uccidere Johnny. — Molly estrasse la Fletcher dalla fondina e regolò la canna sull’automatico.

Case fu colpito dalla bruttezza del battente quando Molly si avvicinò. Non dalla porta in sé, che era bellissima, o che un tempo doveva aver fatto parte di un insieme molto elegante, ma per il modo in cui era stata segata per adattarla a quel particolare ingresso. Perfino la forma era sbagliata, un rettangolo fra curve lisce di cemento levigato. Evidentemente importavano da fuori questi oggetti, poi li adattavano a forza. Ma niente si adattava del tutto. La porta era come quegli armadietti goffi, come il gigantesco albero di cristallo. Poi ricordò il saggio di 3Jane, e immaginò che gli accessori fossero stati portati su dal pozzo gravitazionale per dare maggiore consistenza a un piano, a un sogno smarrito da lungo tempo nello sforzo ostinato di riempire lo spazio, di replicare qualche immagine familiare di se stessi. Ricordò il nido di vespe sfasciato, quelle minuscole creature senz’occhi che si contorcevano…

Quando Molly afferrò una delle zampe anteriori del drago scolpito nel legno, la porta si aprì con facilità.

La stanza era piccola, intasata, poco più di uno sgabuzzino. Grigi armadietti d’acciaio per attrezzi erano addossati a una parete ricurva. Una luce s’era accesa automaticamente. Molly chiuse la porta e si avvicinò alla fila di armadietti.

TERZO A SINISTRA pulsò il chip ottico. Invernomuto si stava sovrapponendo al suo display orario. QUINTO IN BASSO. Invece Molly aprì per primo il cassetto più alto. Era poco più di un vassoio. Vuoto. Anche il secondo era vuoto. Il terzo, più profondo, conteneva delle sfere opache di metallo per saldature e un piccolo oggetto bruno che pareva l’osso di un dito umano. Il quarto cassetto conteneva la copia gualcita dall’umidità di un manuale tecnico obsoleto scritto in francese e in giapponese. Nel quinto, dietro un pesante guanto corazzato di tuta da vuoto, trovò la chiave. Era come una moneta di ottone opaco con un corto tubo cavo saldato al bordo. Molly la rigirò lentamente fra le mani. Case vide che l’esterno del tubo era costellato di borchie e di flange. Le lettere CHUBB erano fuse su una delle due facce della moneta. L’altra era liscia.

— Invernomuto mi ha detto… — bisbigliò lei. — Mi ha detto di aver fatto un gioco di attesa per anni. Allora non aveva un vero potere, però era in grado di usare i sistemi di sicurezza e di protezione della villa per sapere dove si trovava ogni oggetto, a quale scopo serviva e come funzionava. Vent’anni fa ha visto qualcuno perdere questa chiave, e ha fatto in modo che qualcun altro la lasciasse qui. Poi ha ucciso chi l’ha portata qui. Era un ragazzino di otto anni. — Molly serrò le dita bianche sulla chiave. — Così nessuno avrebbe potuto trovarla. — Prese un tratto di cordicella di nylon nero dal marsupio della tuta e l’infilò nel foro rotondo sopra CHUBB. L’annodò, passandosela intorno al collo. — Mi ha detto che gli rompevano sempre i coglioni con quella storia di com’erano all’antica, con tutta la loro roba del diciannovesimo secolo. Lui aveva proprio l’aspetto di Finn sullo schermo in quella topaia dei pupazzi di carne. Potevo quasi convincermi che fosse Finn, se non facevo molta attenzione. — Sul suo schermo balenò l’ora. Alfanumerici sovrapposti ai grigi armadietti d’acciaio. — Ha detto che se fossero diventati quello che voleva lui avrebbe potuto uscire già da un bel pezzo. Ma non l’hanno fatto. Hanno sballato tutto. Mostriciattoli come 3Jane. È così che l’ha chiamata. Me ne ha parlato come se gli fosse simpatica.

Molly si girò, aprì la porta e uscì, sfiorando con la mano l’impugnatura a scacchi della Fletcher infilata nella fondina.

Case commutò.

Il Kuang Grade Versione Undici stava crescendo.

— Dixie, pensi che questo affare funzionerà?

— Come no? — Il Flatline li digitò ambedue attraverso strati cangianti di arcobaleno.

Qualcosa di scuro si stava formando nel nucleo del programma cinese. La densità dell’informazione sopraffece la trama della matrice, attivando immagini ipnagogiche. Deboli sprazzi caleidoscopici si focalizzarono su un punto nero-argento. Case vide i simboli del male e della sfortuna della sua infanzia roteare lungo piani luminescenti, svastiche, teschi e tibie incrociate, dadi con un doppio uno. Se guardava direttamente quel punto zero, non si formava nessun contorno. Eseguì rapidamente una dozzina di ricognizioni periferiche prima di vederla, qualcosa simile a uno squalo, luccicante come ossidiana, gli specchi neri dei fianchi riflettenti deboli luci lontane che non avevano nessun rapporto con la matrice intorno.

— È quello il pungiglione — disse il costrutto. — Una volta che il Kuang avrà saldamente in pugno il nucleo della Tessier-Ashpool, potremo passarci attraverso.

— Avevi ragione, Dix. C’è una possibilità di intervento manuale sull’hardware che tiene Invernomuto sotto controllo. Per quanto lui sia per la maggior parte sotto controllo — aggiunse.

— Lui — replicò il costrutto. — Lui. Stai attento. Non è un lui, è una cosa. Non faccio altro che ripeterlo.

— È un codice. Una parola, ha detto. Qualcuno deve pronunciarla in una specie di leggiadro terminale in una certa stanza, mentre noi ci occupiamo di qualunque cosa ci stia aspettando dietro quell’ice.

— Be’, ne hai di tempo da ammazzare, ragazzo — osservò il Flatline. — Il vecchio Kuang è lento ma sicuro.

Case si scollegò.

E si trovò davanti Maelcum che lo fissava.

— Tu morto mentre eri là, amico.

— Cose che capitano — rispose Case. — Io ci sono abituato.

— Tu hai a che fare con buio, amico.

— È il solo gioco in città, a quanto pare.

— Te piace, Case — disse Maelcum prima di riportare la sua attenzione sul radiomodulo. Case osservò i muscoli tesi sulle braccia scure dell’uomo.

Si ricollegò.

Era di nuovo dentro.

Molly stava avanzando a passo svelto in un tratto di corridoio che forse aveva già percorso prima. Adesso le bacheche con la parete anteriore di vetro erano sparite, e Case decise che stavano andando verso la punta del fuso, dal momento che la gravità stava diventando sempre più debole. Ben presto Molly si trovò a saltellare disinvoltamente sopra le collinette ondulate formate dai tappeti. Deboli fitte nella gamba…

D’un tratto il corridoio si strinse, svoltò, si divise.

Molly girò a sinistra e cominciò a salire una strana rampa di scale, mentre la gamba cominciava a farle davvero male. Sopra di lei, sulla tromba delle scale, c’erano cavi legati in fasci e attaccati al soffitto, simili a gangli linfatici colorati. Le pareti erano chiazzate dall’umidità.

Quando Molly arrivò a un pianerottolo triangolare si fermò, massaggiandosi la gamba. Altri corridoi, angusti, con tappeti appesi alle pareti. Si diramavano in tre direzioni.

SINISTRA.

Molly scrollò le spalle.

SINISTRA.

— Rilassati. C’è tempo. — S’incamminò lungo il corridoio di destra.

FERMATI.

TORNA INDIETRO.

PERICOLO.

Esitò. Dalla porta socchiusa all’estremità opposta del corridoio giunse una voce, forte e biascicata, come quella di un ubriaco. Case sospettò che la lingua potesse essere francese, ma era troppo indistinta. Molly fece un passo, un altro, facendo scivolare la mano dentro la tuta per toccare il calcio della Fletcher. Quando entrò nel campo neurale disgregante, nelle orecchie le risuonò una sottile vibrazione crescente che a Case ricordò il rumore della Fletcher. Molly crollò in avanti, con i muscoli striati fuori uso, e colpì la porta con la fronte. Si rigirò e giacque supina, con gli occhi sfocati, il respiro cessato.

— Cos’è questo? — disse la voce biascicata. — Un ballo in maschera? — Una mano penetrò nel davanti della tuta e quando trovò la Fletcher la sfilò. — Vieni a farmi visita, bambina. Adesso.

Molly si rialzò adagio, con gli occhi fissi sulla bocca della nera pistola automatica. Adesso la mano dell’uomo era diventata abbastanza ferma, e la canna della pistola pareva attaccata alla gola di Molly da una cordicella tesa e invisibile.

Era vecchio, molto alto, e i lineamenti ricordavano a Case la ragazza che aveva intravisto al Vingtième Siècle. Indossava una pesante vestaglia di seta marrone, imbottita nei lunghi polsini e nel colletto a scialle. Un piede era nudo, l’altro calzato in una pantofola di velluto nero con una testa di volpe ricamata in oro sopra la tomaia. Le fece cenno di entrare nella stanza. — Piano, carina. — La stanza era molto ampia, gremita di un assortimento di oggetti che non avevano nessun significato per Case. Vide una scaffalatura d’acciaio piena di monitor Sony vecchio modello, un ampio letto d’ottone sul quale erano ammucchiate pelli di pecora, con cuscini che parevano confezionati con lo stesso tipo di tappeto usato per i corridoi. Gli occhi di Molly guizzarono dalla gigantesca consolle giochi della Telefunken agli scaffali di antiche registrazioni su disco, con i dorsi sbriciolati racchiusi nella plastica trasparente, a un ampio bancone da lavoro su cui erano sparpagliate placche di silicio. Case registrò la presenza di un deck da cyberspazio con i relativi elettrodi, ma lo sguardo di Molly vi passò sopra senza fermarsi.

— A questo punto per me sarebbe d’uopo ucciderti — disse il vecchio. Case la sentì tendersi, pronta a scattare. — Ma stanotte voglio concedermi un piccolo lusso. Come ti chiami?

— Molly.

— Molly. Io sono Ashpool. — Il vecchio tornò ad affondare nella morbidezza sgualcita di una gigantesca poltrona di cuoio con squadrate gambe cromate, ma la pistola non ebbe un solo istante di esitazione. Poi posò la Fletcher di Molly su un tavolino di vetro accanto alla poltrona, rovesciando un flacone di plastica pieno di pillole rosse. Il tavolino era coperto di flaconi, bottiglie di liquore, bustine di plastica da cui fuoriuscivano polveri bianche. Case notò un’ipodermica di vetro di vecchio tipo e un comune cucchiaio metallico.

— Come fai a piangere, Molly? Noto che hai gli occhi schermati. Sono curioso. — Aveva gli occhi cerchiati di rosso, la fronte luccicante di sudore. Era pallidissimo. Malato, decise Case, oppure a causa delle droghe.

— Non piango granché.

— Ma come piangeresti, se qualcuno ti facesse piangere?

— Sputo. I dotti lacrimali sono stati deviati dentro la bocca.

— Allora hai imparato una lezione molto importante, per essere tanto giovane. — Ashpool appoggiò sul ginocchio la mano con la pistola e prese una bottiglia dal tavolino accanto, senza preoccuparsi di scegliere tra la mezza dozzina di liquori diversi. Bevve. Brandy. Un rivolo di liquore gli scivolò dall’angolo della bocca. — È questo il modo migliore per affrontare le lacrime. — Tornò a bere. — Ho da fare stasera, Molly. Ho costruito tutto questo, e adesso sono molto occupato. A morire.

— Potrei andarmene da dove sono venuta — disse lei.

Lui rise, un suono stridulo e aspro. — Tu t’intrometti nel mio suicidio e poi mi chiedi semplicemente di andartene? Davvero mi stupisci. Sei una ladra.

— Voglio soltanto uscirmene di qui tutta d’un pezzo. Ho solo questo culo.

— Sei una ragazza molto sgarbata. Qui i suicidi vengono condotti con un certo grado di decoro. È quello che sto facendo, capisci, ma forse ti porterò con me stasera, giù all’inferno… Sarebbe molto egiziano da parte mia. — Bevve un altro sorso. — Vieni qui, allora. — Le porse la bottiglia con mano tremante. — Bevi.

Molly scosse la testa.

— Non è avvelenato — le garantì lui, ma rimise il brandy sul tavolino. — Siediti. Siediti sul pavimento. Parliamo.

— Di che? — chiese Molly, sedendosi. Case sentì le lame sotto le unghie muoversi leggermente.

— Di qualunque cosa mi venga in mente. La mia mente, sì. È la mia festa. I nuclei mi hanno svegliato. Venti ore fa. Stava succedendo qualcosa, hanno detto, e c’era bisogno di me. Eri tu quel qualcosa, Molly. Certamente non avevano bisogno di me per sistemarti, no? Qualcos’altro… ma io ho sognato, capisci, per trent’anni. Tu non eri ancora nata l’ultima volta che mi sono steso per dormire. Ci avevano detto che non avremmo sognato, in quel gelo. Ci avevano anche detto che non avremmo mai patito il freddo. Follia, Molly. Bugie. Naturalmente ho sognato. Il freddo ha lasciato entrare quello che c’era fuori, ecco com’è stato. Fuori. Per tutta la notte ho costruito questo per nasconderci. Soltanto una goccia, all’inizio, un granello di notte che filtrava dentro, attirato dal freddo… Altri l’hanno seguita, riempiendomi la testa come la pioggia riempie una piscina vuota. Le calle. Le ricordo. Le piscine erano di terracotta, le sirene tutte di cromo, come luccicavano le loro membra alla luce del tramonto… Sono vecchio, Molly. Più di duecento anni, se conti il freddo. Il freddo. — D’un tratto la canna della pistola si alzò, fremente. Adesso i tendini delle cosce di Molly erano tesi come cavi.

— Ci si può bruciare nel congelatore — dichiarò lei con cautela.

— Qui niente brucia — replicò il vecchio in tono spazientito, abbassando la pistola. I suoi pochi movimenti erano sempre più sclerotizzati. La testa annuì. Gli ci volle uno sforzo per fermarla. — Niente brucia. Adesso me ne ricordo. I nuclei mi hanno detto che le nostre intelligenze sono folli. Nonostante tutti i miliardi che abbiamo pagato tanto tempo fa, quando le intelligenze artificiali erano un concetto piuttosto arcano. Ho detto ai nuclei che ci avrei pensato io. Un brutto momento davvero, con 8Jean giù a Melbourne e soltanto la nostra dolce 3Jane a badare alla baracca. O forse il momento migliore. Tu ci capisci qualcosa, Molly? — La pistola si sollevò un’altra volta. — Adesso stanno succedendo cose molto strane, a villa Straylight.

— Capo, conosci Invernomuto?

— Un nome? Sì. Con cui fare incantesimi, forse. Un signore dell’inferno, di sicuro. Ai miei tempi, cara Molly, ho conosciuto molti signori. E non poche signore. Ehi, una regina di Spagna, una volta, proprio su quel letto… Ma sto divagando. — Esplose in un umido accesso di tosse, la bocca della pistola che sobbalzava mentre il vecchio era in preda alle convulsioni. Sputò sul tappeto accanto al proprio piede nudo. — Ah, sto divagando. In mezzo al freddo. Ma molto presto sarà finita. Ho ordinato che venisse scongelata una Jane quando mi sono svegliato. Strano, giacere ogni certo numero di decenni con quella che è legalmente la propria figlia. — Il suo sguardo scivolò oltre Molly, verso la fila di monitor spenti. Il vecchio parve rabbrividire. — Gli occhi di Marie-France — disse con un filo di voce, e sorrise. — Facciamo in modo che il cervello diventi allergico ad alcuni dei propri neurotrasmettitori, dando come risultato una peculiare imitazione flessibile dell’autismo. — La sua testa penzolò di lato, poi la risollevò. — A quanto mi è dato di capire adesso, l’effetto si ottiene molto più facilmente con un microchip incorporato.

La pistola gli scivolò dalle dita, rimbalzò sul tappeto.

— I sogni crescono adagio come il ghiaccio — proseguì. Il suo viso era azzurrato. La testa riaffondò nel cuoio accogliente e cominciò a russare.

Molly scattò in piedi e afferrò la pistola. Attraversò la stanza a grandi passi con l’automatica di Ashpool in pugno.

Una grande trapunta era ammucchiata accanto al letto, in un’ampia pozza di sangue coagulato, denso e luccicante sopra il disegno del tappeto. Scostando un angolo della trapunta Molly scoprì il corpo di una ragazza, le bianche scapole rese viscide dal sangue. La gola era stata tranciata di netto. La lama triangolare di una specie di raschietto luccicava nella pozza scura accanto al corpo esanime. Molly s’inginocchiò, facendo attenzione a evitare la pozza di sangue, e girò il volto della ragazza morta verso la luce. Il viso che Case aveva visto al ristorante.

Vi fu un clic, qualcosa scattò al centro stesso delle cose, e il mondo fu come d’incanto congelato. La trasmissione simstim di Molly si trasformò in una diapositiva, le sue dita sulla guancia della ragazza. L’immobilità durò in tutto tre secondi, poi il volto morto fu alterato, divenne il viso di Linda Lee.

Un altro clic, e la stanza si offuscò. Molly stava guardando un laser disc dorato accanto alla piccola consolle sul ripiano di marmo del comodino. Un tratto di fibra ottica correva come un guinzaglio dalla consolle fino a una presa alla base del collo sottile.

— Ho il tuo numero, bastardo schifoso — disse Case, sentendo le proprie labbra muoversi, da qualche parte, molto lontano. Sapeva che Invernomuto aveva modificato la trasmissione. Molly non aveva affatto visto il volto della ragazza morta turbinare in una nuvola di fumo per assumere i contorni senza vita di Linda.

Molly si girò per attraversare la stanza fino alla poltrona di Ashpool. Il respiro dell’uomo era lento e irregolare. Molly scrutò nel guazzabuglio di droghe e alcool. Posò la pistola, afferrò la Fletcher, regolò la canna sul colpo singolo e con molta cura gli piazzò un dardo a tossina al centro della palpebra sinistra abbassata. Ashpool ebbe un unico sussulto, il respiro gli si bloccò a metà inspirazione. L’altro occhio, castano e insondabile, si aprì lentamente.

Era ancora aperto quando Molly si girò per lasciare la stanza.

16

— Ho preso contatto con il tuo capo — disse il Flatline. — Sta arrivando attraverso l’Hosaka gemello nella barca al piano di sopra, quello che fa a cavalluccio con noi. Haniwa, si chiama.

— Lo so — annuì Case con aria assente. — L’ho visto.

Una losanga di luce bianca si materializzò con un clic davanti a lui, nascondendo l’ice della Tessier-Ashpool e mostrandogli il volto calmo, perfettamente a fuoco, totalmente folle di Armitage. I suoi occhi erano vuoti come pulsanti. Armitage ammiccò. Lo guardò fisso.

— Immagino che Invernomuto si sia occupato anche dei tuoi Turing, eh? Come si è occupato dei miei — disse Case.

Armitage continuò a fissarlo. Case resistette all’improvviso impulso di guardare altrove, di abbassare lo sguardo. — Stai bene, Armitage?

— Case… — e per un istante qualcosa parve muoversi, dietro quell’azzurro sguardo fisso. — Hai visto Invernomuto, vero? Nella matrice.

Case annuì. Una telecamera sulla superficie del suo Hosaka sul Marcus Garvey poteva trasmettere il gesto al monitor dell’Haniwa. Immaginò Maelcum intento ad ascoltare le sue mezze conversazioni in trance, incapace di percepire le voci del costrutto o di Armitage.

— Case… — e gli occhi divennero più grandi. Armitage che si chinava verso il suo computer. — Che cos’è quando lo vedi?

— Un costrutto simstim ad alta definizione.

— Ma chi?

— Finn, l’ultima volta… Prima ancora, quel magnaccia che io…

— Non il generale Girling?

— Il generale chi?

La losanga si spense.

— Fallo scorrere di nuovo e di’ all’Hosaka di controllare — disse al costrutto.

Cambiò.

La prospettiva lo sorprese. Molly era rannicchiata fra le travi d’acciaio, venti metri sopra un ampio piancito di liscio cemento chiazzato. Il vasto locale era un hangar o un’area di servizio. Poteva vedere tre mezzi spaziali, nessuno più grande del Garvey, e tutti in differenti fasi di riparazione. Voci che parlavano in giapponese. Una figura in tuta arancione uscì dallo scafo di un veicolo di servizio tondeggiante per fermarsi accanto a un braccio a pistoni curiosamente antropomorfo della macchina. L’uomo digitò qualcosa su una consolle portatile e si diede una grattatina alle costole. Un telecomandato rosso simile a un carrello comparve muovendosi su grigi copertoni.

CASE, lampeggiò il chip di Molly.

— Ehi — disse lei. — Sto aspettando una guida.

E tornò ad accovacciarsi, le braccia e le ginocchia della tuta dei Moderni del colore della vernice grigio azzurra delle travi. La gamba le faceva male, un dolore acuto e costante. — Avrei fatto meglio a tornare a Chin — borbottò Molly.

Qualcosa sbucò dall’ombra ticchettando tranquillamente, all’altezza della sua spalla sinistra. Si fermò un istante, fece ondeggiare il corpo sferico sulle zampe da ragno, emise una raffica di luce laser diffusa della durata di un microsecondo e s’immobilizzò. Era un micromobile Braun. Un tempo Case aveva posseduto lo stesso modello, un accessorio inutile che aveva ottenuto come parte di un accordo “tutto compreso” con un ricettatore di hardware a Cleveland. Pareva uno stilizzato Papà Gambalunga d’un nero opaco. Un led rosso cominciò a pulsare all’equatore della sfera. Il corpo non era più grande di una palla da baseball. — Perfetto — disse Molly. — Ti sento. — Si alzò in piedi per dare sollievo alla gamba sinistra mentre seguiva con lo sguardo il piccolo veicolo che faceva inversione. La macchina avanzò metodicamente lungo la trave scomparendo di nuovo nel buio.

Molly si girò verso l’area di servizio. L’uomo con la tuta arancione stava chiudendo la parte anteriore di uno scafandro bianco. Molly l’osservò mentre girava la guarnizione ad anello e sigillava il casco, per poi afferrare la consolle e rientrare attraverso il varco nello scafo del mezzo di servizio. Si udì il gemito crescente dei motori, quindi l’oggetto scivolò senza sforzo apparente fuori dalla vista su un cerchio di dieci metri di diametro che affondò nel pavimento in mezzo al crudo bagliore di lampade ad arco. Il veicolo rosso aspettava paziente sul bordo del foro lasciato dal ripiano del montacarichi.

Poi Molly si mosse dietro al Braun, facendosi strada in mezzo alla foresta di putrelle d’acciaio saldate. Il Braun continuava ad ammiccare con il suo led, indicandole di proseguire.

— Come te la cavi, Case? Sei di nuovo sul Garvey di Maelcum? Sicuro. E sei collegato. Mi piace, sai. Mi è sempre piaciuto parlare con me stessa quando mi sono trovata in situazioni critiche. Fingo di avere degli amici, qualcuno di cui potermi fidare, e gli dico quello che provo, quello che penso veramente, e così via. Averti qui è un po’ la stessa cosa. Quella scena con Ashpool… — Si morse il labbro inferiore, girando attorno a una trave, senza perdere di vista il veicolo. — Mi aspettavo qualcosa di meno deteriorato, sai. Voglio dire, questi tipi qui dentro sono tutti una gran massa di sterco di pipistrello, quasi che avessero dei messaggi luminosi scribacchiati all’interno della fronte o qualcosa del genere. Non mi piace quello che vedo, non mi piace l’odore che hall veicolo si stava inerpicando per una scala quasi invisibile di pioli d’acciaio a forma di U che saliva verso un’apertura stretta e scura. — E visto che mi sento in vena di confessioni, bimbo, devo ammettere che comunque stavolta non mi aspettavo più di tanto di farcela. È da un po’ che sono sulla lista dei cattivi, e tu sei il solo miglioramento che mi sia capitato da quando ho firmato con Armitage. — Molly sollevò lo sguardo sul cerchio nero. Il led ammiccava mentre la macchina continuava la sua scalata. — Anche se non sei poi così forte, dopo tutto. — Sorrise, ma il sorriso se ne andò troppo in fretta. Molly digrignò i denti per il dolore lancinante alla gamba quando cominciò ad arrampicarsi. La scala continuava a salire attraverso un tubo metallico, a stento largo abbastanza da lasciar passare le spalle.

Si stava arrampicando fuori della gravità, verso l’asse senza peso.

Il suo chip scandiva il tempo.

04:23:04.

Era stata una giornata molto lunga. La chiarezza del sensorio interrompeva il morso della betafenetilammina, ma Case la sentiva ancora. Preferiva il dolore della gamba di Molly.

CASE: 0000

00000000

0000000.

— Credo sia per te — disse Molly, continuando ad arrampicarsi meccanicamente. Gli zeri ricomparvero sfarfallanti e un messaggio balbettò nell’angolo del campo visivo, tagliato dal circuito del display:

GENERALE G

IRLING::::

ADDESTRATO

CORTO PER

PUGNO URLA

NTE EVEND

UTO SUOCU

LO A PENTA

GONO::::::

LA PRESA P

RIMARIA DI

I/MUTO SU

ARMITAGE È

UN COSTRUT

TO DI GIRL

ING:::::::

I/MUTO DIC

E CHE MENZ

IONE DI G

SIGNIFICA

CHE STA CR

OLLANDO:::

GUARDATI L

E SPALLE::

::::DIXIE

— Be’, mi pare che anche tu abbia qualche problemino — disse Molly, facendo gravare tutto il suo peso sulla gamba sinistra. Abbassò lo sguardo. Un debole cerchio di luce, non più grande della chiave Chubb che le penzolava sul seno. Sollevò lo sguardo. Niente del tutto. Appena toccò con la lingua gli ampli, il tubo parve protendersi all’infinito, mentre il Braun continuava a salire lungo i pioli. — Nessuno mi aveva parlato di questa parte — disse Molly.

Case si scollegò.

— Maelcum…

— Amico, tuo capo diventato molto strano. — Lo zionita indossava una tuta da vuoto azzurra della Sanyo di vent’anni più antiquata, come minimo, di quella che Case aveva affittato a Freeside, con il casco sotto il braccio e i dreadlock raccolti in un berrettino di rete confezionato con filo di cotone viola lavorato all’uncinetto. I suoi occhi erano due fessure che trasudavano ganja e tensione. — Ha continuato a chiamare quaggiù con ordini, amico, ma sembra una guerra di Babilonia… — Maelcum scosse il capo. — Aerol e io parlato, e Aerol parlato con Zion, i fondatori detto… tagliate l’angolo e battetevela. — Si passò il dorso d’una manona scura sulla bocca.

— Armitage? — Case trasalì quando i postumi della betafenetilammina lo colpirono con la massima intensità, senza il paravento della matrice o del simstim. Il cervello non ha nervi, si disse, non può sentire sul serio questo effetto in maniera tanto radicale. — Allora, cos’è che mi vuoi dire, amico? Ti dà degli ordini… Cosa?

— Amico, Armitage, lui mi dice di dirigere verso Finlandia, sai. Mi dice che là c’è speranza, sai. Compare su mio schermo con camicia tutta insanguinata, amico, matto come cane rabbioso, parlando di pugni urlanti e in russo e del sangue di traditori che colerà su nostre mani, così dice. — Scosse un’altra volta la testa, con la cuffietta per i dreadlock che ondeggiava e sussultava a gravità zero. Le sue labbra si assottigliarono. — I fondatori dicono che voce di Muto è di sicuro falso profeta, e Aerol e io dobbiamo abbandonare Marcus Garvey e tornare, sì.

— Armitage è rimasto ferito? Sangue?

— Non posso dire, sai. No. Ma sangue e matto da legare, Case.

— D’accordo. Allora, io cosa faccio? Tu te ne vai a casa. E io, Maelcum?

— Amico, tu vieni con me. Io e tu andiamo su Zion con Babylon Rocker di Aerol. Lasciamo signor Armitage che parli pure con cassetta fantasma, fantasma che parla con altro fantasma…

Case si lanciò un’occhiata alle spalle. La tuta in affitto dondolava contro l’amaca a cui l’aveva agganciata, nella corrente d’aria generata dal vecchio condizionatore russo. Chiuse gli occhi. Vide le sacche di tossine che si dissolvevano nelle arterie. Vide Molly issarsi lungo gli interminabili pioli d’acciaio…

Riaprì gli occhi.

— Non lo so, amico — disse, con uno strano sapore in bocca. Abbassò lo sguardo sulla scrivania, sulle proprie mani. — Non saprei. — Tornò a sollevare lo sguardo. Adesso quel volto bruno era calmo, assorto. Il mento di Maelcum era nascosto dall’alto anello che bordava l’attacco del casco alla vecchia tuta azzurra. — È dentro — disse. — Molly è dentro. A Straylight, come la chiamano. Se c’è una Babilonia, amico, allora è quella. Se l’abbandoniamo, non esce più. Rasoio Danzante o meno.

Quando Maelcum annuì, la cuffia con i riccioli ballonzolò dietro la testa come un palloncino imprigionato nel cotone all’uncinetto. — Lei tua donna, Case?

— Non lo so. Forse non è la donna di nessuno. — Case scrollò le spalle, ritrovando la sua rabbia, vera come un frammento di roccia arroventata sotto le costole.

— Che tutta questa faccenda vada a farsi fottere! — esclamò. — Che vadano a farsi fottere Armitage, Invernomuto e anche tu. Io rimango qui.

Il sorriso si allargò sulla faccia di Maelcum come una luce che si accende all’improvviso. — Maelcum ragazzo forte, Case. Garvey è barca di Maelcum. — Appena la sua mano guantata batté su un pannello il pulsare basso e sordo, inflessibile, di Zion arrivò dai diffusori del rimorchiatore.

— Maelcum non scappa, no. Parlerò con Aerol, lui certo la vedrà in simile luce.

Case lo fissò. — Non vi capisco proprio, ragazzi — commentò.

— Io non capisco te, amico — replicò lo zionita, annuendo a ritmo con il pulsare del segnale. — Ma dobbiamo muoverci per amore di Jah, ciascuno di noi.

Case si collegò e si digitò nella matrice.

— Ricevuto il mio telegramma?

— Sì. — Vide che il programma cinese era cresciuto: delicati archi multicolori e cangianti si stavano avvicinando all’ice della T-A.

— Be’, si sta facendo più insidioso — disse il Flatline. — Il tuo capo ha cancellato le memorie di quell’altro Hosaka, e c’è mancato poco che facesse altrettanto con il nostro. Ma il tuo amico Invernomuto mi ha messo in sintonia con qualcosa che si trovava là prima che si azzerasse. La ragione per cui Straylight brulica di Tessier-Ashpool è che per la maggior parte si trovano ibernati. C’è uno studio legale di Londra che agisce a loro nome per procura. Devono comunque sapere sempre chi è sveglio, e quando. Armitage stava convogliando le trasmissioni da Londra a Straylight tramite gli Hosaka sullo yacht. A proposito, sanno che il vecchio è morto.

— Chi lo sa?

— Lo studio legale e la T-A. Aveva un monitoraggio medico a distanza impiantato sullo sterno. Non che il dardo della tua ragazza possa aver lasciato molto su cui lavorare a una squadra addetta alla resurrezione. Era una tossina estratta da un mollusco. Là l’unico T-A sveglio in questo momento, voglio dire a Straylight, è Lady 3Jane Marie-France. C’è anche un maschio, d’un paio d’anni più vecchio, in Australia per affari. Se vuoi la mia opinione, scommetto che Invernomuto ha trovato un modo perché quegli affari richiedessero la personale attenzione di 8Jean. Comunque sta per tornare a casa, o quasi. I legali di Londra danno il suo arrivo a Straylight per le 09:00:00 di stasera. Abbiamo inserito il virus Kuang alle 02:32:03. Adesso sono le 04:45:20. La stima migliore per il momento di penetrazione del Kuang nel nucleo della T-A sono le 08:30:00. Naturalmente il margine di tolleranza è infinitesimale. Credo che Invernomuto stia facendo qualcosa con 3Jane, oppure quella è matta tanto quanto lo era il vecchio. Ma il ragazzo di Melbourne sa il fatto suo. I sistemi di sicurezza di villa Straylight continuano a tentare di attivarsi sull’allarme totale, ma Invernomuto li blocca, non chiedermi come. Tuttavia non ho potuto scavalcare il programma basilare della porta per far entrare Molly. Armitage aveva una registrazione di tutto questo nel suo Hosaka. Riviera dev’essere riuscito a convincere 3Jane a farlo. È stata capace di entrare e uscire di nascosto, imbrogliando i sistemi, per anni. Mi pare che uno dei problemi principali della T-A sia che ogni pezzo grosso della famiglia ha ridotto le banche di memoria a un colabrodo, con ogni genere di eccezioni e pasticci privati. Come se il tuo sistema immunitario ti crollasse addosso. Bello maturo per un virus. Le prospettive per noi sono positive, una volta che avremo superato quell’ice.

— D’accordo. Ma Invernomuto ha detto che Arm…

Una losanga bianca si materializzò di colpo davanti a lui, completa d’un paio d’occhi azzurri impazziti, a distanza ravvicinata. Case non poté fare altro che fissarli. Il colonnello Willie Corto, dei reparti speciali, forza d’assalto Pugno Urlante, aveva trovato la via del ritorno. L’immagine era fioca, sussultante, sfocata. Corto stava usando il terminale per la navigazione dell’Haniwa per collegarsi all’Hosaka del Marcus Garvey.

— Case, mi serve il rapporto sui danni a Tuono Omaha.

— Ehi, dico, colonnello, io…

— Tieni duro dove ti trovi, ragazzo. Ricorda il tuo addestramento.

“Ma dove sei stato, amico?” chiese in silenzio, rivolto a quegli occhi angosciati. Invernomuto aveva costruito qualcosa chiamato Armitage dentro una fortezza catatonica chiamata Corto. Aveva convinto Corto che Armitage fosse il centro di tutto e Armitage aveva camminato, parlato, complottato, scambiato dati con somme di denaro, fungendo da facciata a Invernomuto in quella stanza dell’Hilton a Chiba… E adesso Armitage non c’era più, spazzato via dai venti della follia di Corto. Ma dov’era stato Corto durante tutti quegli anni?

Bruciato e accecato, precipitato dal cielo siberiano.

— Case, so che ti sarà difficile accettarlo. Sei un ufficiale. L’addestramento. Lo capisco. Ma, Case, Dio mi è testimone, siamo stati traditi.

Le lacrime cominciarono a sgorgare da quegli occhi azzurri.

— Colonnello, ehm, chi? Chi ci ha tradito?

— Il generale Girling, Case. Forse tu lo conosci con un nome in codice. Tu conosci l’uomo di cui parlo.

— Sì — rispose Case, mentre le lacrime continuavano a scendere. — Immagino di conoscerlo… signore — aggiunse d’impulso. — Ma, signore, colonnello, cosa dobbiamo fare esattamente? Adesso, voglio dire.

— Il nostro dovere, a questo punto, consiste nel fuggire, Case. Scappare, evadere. Possiamo arrivare al confine finlandese per il tramonto di domani. Volo radente sulle cime degli alberi, come da manuale. Per il rotto della cuffia, ragazzo. Ma quello sarà soltanto l’inizio. — Gli occhi azzurri si ridussero a due fessure sopra gli zigomi abbronzati resi viscidi dalle lacrime. — Soltanto l’inizio. Il tradimento dall’alto, dall’alto… - S’allontanò dalla telecamera, macchie scure sulla maglietta di cotone a coste. Il volto di Armitage era stato come una maschera, impassibile, ma quella di Corto era la vera maschera dello schizoide, la malattia incisa in profondità nei muscoli involontari, rovinava il costosissimo lavoro di chirurgia.

— Colonnello, la sento. Mi stia a sentire, colonnello, d’accordo? Voglio che lei apra il… ah, merda, com’è che si chiama, Dix?

— La camera stagna nell’area di servizio mediana — rispose il Flatline.

— Apra la camera stagna nell’area di servizio mediana. Dica soltanto alla sua consolle centrale di aprirla, d’accordo? Saremo lassù con lei in un batter d’occhio, colonnello. Poi potremo parlare su come uscire di lì.

La losanga svanì.

— Ragazzo, credo proprio di non averci capito un acca, stavolta — disse il Flatline.

— Le tossine — replicò Case — le merdosissime tossine. — E si scollegò.

— Veleno? — Maelcum guardò da sopra la spalla graffiata della sua vecchia tuta Sanyo azzurra mentre Case lottava per liberarsi dalla rete-g.

— E toglimi di dosso questo maledetto affare… — Uno strattone al catetere texano. — È come un veleno al rallentatore, e quel testa di cazzo là sopra sa come combatterlo, e adesso è più matto di un sorcio merdaiolo. — Armeggiò con la Sanyo rossa, dimentico di come funzionavano le chiusure.

— Il capo ti ha avvelenato? — Maelcum si grattò la guancia. — Ho un equipaggiamento medico, sai.

— Maelcum, Cristo, dammi una mano con questa dannatissima tuta.

Lo zionita s’allontanò con un calcio dal modulo di pilotaggio rosa. — Calma, amico. Misura due volte, taglia soltanto una, dice il saggio. Arriveremo là sopra…

Cera aria nella passerella allungabile che conduceva dalla camera stagna di poppa del Marcus Garvey a quella analoga nell’area di servizio mediana dello yacht Haniwa, ma tennero ugualmente sigillati gli scafandri. Maelcum coprì il tragitto con la grazia di un ballerino, fermandosi soltanto una volta ad aiutare Case che era goffamente inciampato quand’era uscito dal Garvey. Il rivestimento di plastica bianca del tubo filtrava la cruda luce del sole. Non c’erano ombre.

La camera a tenuta stagna del Garvey era rattoppata e butterata, decorata con un Leone di Zion inciso con il laser. Il boccaporto dell’area di servizio mediana dell’Haniwa era color grigio crema, libero e intatto. Maelcum infilò la mano guantata in uno stretto andito. Case vide muoversi le dita. Alcuni led rossi si accesero nel recesso, contando alla rovescia a partire da cinquanta. Maelcum ritirò la mano. Case, con un guanto appoggiato al portello, sentì le vibrazioni del meccanismo della camera stagna attraverso la tuta e le ossa. Il segmento rotondo dello scafo cominciò a ritirarsi dentro il fianco dell’Haniwa. Maelcum afferrò il recesso con una mano e Case con l’altra. La camera li portò con sé.

Lo yacht Haniwa era un prodotto dei cantieri Dornier-Fujitsu, l’interno era stato realizzato secondo una filosofia del design simile a quella delle Mercedes che li avevano scarrozzati per Istanbul. La stretta area mediana aveva le pareti rivestite di finto ebano e il pavimento coperto da piastrelle italiane di colore grigio. Case ebbe l’impressione d’invadere la privacy di qualche stazione termale da ricconi passando per la doccia. Lo yacht, che era stato assemblato in orbita, non era mai stato concepito per il rientro, quindi la sua linea levigata simile a quella di una vespa era stile allo stato puro, e ogni cosa all’interno era stata calcolata per aumentare l’impressione complessiva di grande velocità.

Quando Maelcum si tolse il casco ammaccato, Case lo imitò. Rimasero sospesi nella camera stagna, con l’aria che sapeva leggermente di pino. Sotto l’odore di pino, ce n’era un altro, inquietante, d’isolante bruciato.

Maelcum annusò. — Guai qui, amico. Su qualunque barca, se senti questo odore…

Una porta imbottita con ultracamoscio grigio scuro scivolò senza far rumore dentro il suo ricettacolo. Maelcum scalciò la parete d’ebano e veleggiò con una manovra perfetta attraverso la stretta apertura, piegando le ampie spalle all’ultimissimo istante. Case lo seguì impacciato, aiutandosi con le mani lungo una ringhiera imbottita che gli arrivava alla cintura. — Il ponte laggiù — disse Maelcum, indicando il fondo di un corridoio privo di giunture, dalle pareti color panna.

Si scagliò in avanti con un altro calcio, senza sforzo apparente. Da qualche punto più avanti, Case udì provenire il familiare ticchettio di una stampante che stava sfornando copie cartacee. Il rumore si fece più intenso quando seguì Maelcum attraverso un’altra porta, dentro una massa turbinante di tabulati aggrovigliati. Strappò un pezzo di quel nastro convoluto di carta e gli gettò un’occhiata:

00000000

00000000

00000000

— Sistema in bomba? — Lo zionita puntò un dito guantato verso le colonne di zeri.

— No — rispose Case mentre afferrava il suo casco che andava alla deriva. — Il Flatline ha detto che Armitage ha cancellato tutti i dati dell’Hosaka che aveva là dentro.

— Da odore pare che cancellati con il laser, sai. — Lo zionita fece pressione con il piede contro la gabbia bianca di una macchina svizzera da ginnastica e schizzò attraverso il labirinto galleggiante di carte, sbattendo le mani per allontanarle dal viso.

— Case, amico…

Il piccolo giapponese aveva la gola legata con il filo d’acciaio allo schienale di una stretta sedia snodata. Il filo era invisibile dove passava sopra la nera termopiuma del poggiatesta, e aveva inciso in profondità la laringe dell’uomo. Una singola sfera di sangue scuro s’era coagulata in quel punto, come una bizzarra pietra preziosa, una perla rosso cupo. Case vide le rozze maniglie di legno penzolare a entrambe le estremità della garrota, come logore sezioni di un manico di scopa.

— Per quanto tempo l’avrà avuto addosso? — disse, ricordando il pellegrinaggio post-bellico di Corto.

— Il capo sa come pilotare una nave, Case?

— Forse. Era delle forze speciali.

— Be’, questo ragazzo giapponese, lui non pilota più. Dubito io stesso potrei mai riuscire. Barca molto nuova…

— Allora trova il ponte.

Maelcum aggrottò la fronte, ruotò all’indietro e scalciò.

Case lo seguì in uno spazio più grande, una specie di salotto, facendo a pezzi e appallottolando i frammenti di tabulato che gli si agganciavano al suo passaggio. Vide altre seggiole snodate, qualcosa che assomigliava a un bar, e l’Hosaka. La stampante, che continuava a vomitare la sua fragile lingua di carta, era un’unità incorporata nella paratia, una netta fessura in un pannello rivestito con una impiallacciatura levigata a mano. Si issò sopra il cerchio di sedie per raggiungerla, quindi schiacciò un interruttore bianco sulla sinistra della fenditura: il ticchettio cessò. Case si girò verso l’Hosaka. La sua superficie era stata trapanata almeno una dozzina di volte. I fori erano piccoli, circolari, con gli orli anneriti. Minuscole sfere luccicanti di lega orbitavano intorno al computer morto. — Hai indovinato — disse a Maelcum.

— Il ponte è chiuso, amico — segnalò Maelcum, dal lato opposto della stanza.

Le luci si abbassarono, ripresero vigore, tornarono ad affievolirsi.

Case strappò il tabulato dalla fessura. Altre sequenze di zeri. — Invernomuto? — Guardò la stanza beige e bruna intorno a sé, lo spazio ingolfato da spire di carta alla deriva. — Sei tu alle luci, Invernomuto?

Un pannello accanto alla testa di Maelcum scivolò verso l’alto, rivelando un piccolo monitor. L’apprensivo Maelcum sussultò, si asciugò il sudore dalla fronte con una pezza di spugna artificiale inserita sul dorso della mano guantata e infine si girò per studiare il display. — Leggi il giapponese, amico? — Case poteva vedere le cifre che scorrevano ammiccando sullo schermo.

— No — rispose.

— Il ponte è navicella per la fuga, scialuppa di salvataggio. Conto alla rovescia è in corso, a quanto pare. Richiudi subito la tuta. — Lo zionita si riavvitò il casco e lo chiuse ermeticamente.

— Cosa? Sta decollando? Merda! — Case s’allontanò con un calcio dalla paratia e schizzò in mezzo al groviglio di tabulati. — Dobbiamo aprire quella porta, amico!

Ma Maelcum poté soltanto battere sul lato del proprio casco. Case poteva vedere le labbra dell’altro che si muovevano attraverso il Lexan. Notò una stilla di sudore levarsi dalla fascia arcobaleno che stringeva la reticella porpora con cui lo zionita tratteneva i riccioli. Maelcum strappò il casco dalle mani di Case e glielo avvitò a dovere, facendo scattare i blocchi di sicurezza con il palmo guantato. Dei microled di controllo sulla sinistra della visiera s’illuminarono appena i collegamenti dell’anello al collo si attivarono. — Non capisco giapponese, ma conto alla rovescia è sbagliato. — Maelcum indicò una particolare linea sullo schermo. — Sigilli non intatti, modulo del ponte. Lancio con camera stagna aperta.

— Armitage! — Case cercò di picchiare con la mano sulla porta. La fisica della gravità zero lo mandò a rotolare all’indietro in mezzo ai tabulati. — Corto! Non farlo! Dobbiamo parlare! Dobbiamo…

— Case? Ti sento, Case… — Adesso la voce assomigliava a stento a quella di Armitage. Tradiva una strana calma. Case smise di scalciare. Il suo casco colpì la parete opposta. — Mi spiace, Case, ma doveva andare così. Uno di noi deve uscirne. Uno di noi deve testimoniare. Se crepiamo tutti quaggiù, finisce tutto quanto. Glielo dirò io, Case. Io gli spiegherò tutto. Di Girling e degli altri. E ce la farò. So che ce la farò. Fino a Helsinki. — Vi fu un improvviso silenzio. Case ebbe l’impressione che il suo casco ne fosse riempito come da un gas raro. — Ma è così difficile, Case, è così tremendamente difficile. Sono cieco.

— Corto, fermati, aspetta. Sei cieco, amico. Non puoi volare! Andresti a sbattere contro quegli alberi del cazzo. E stanno cercando di farti fuori, Corto, giuro su Dio che hanno lasciato aperto il tuo portello. Morirai e non potrai raccontarglielo, e io devo avere l’enzima, il nome dell’enzima, amico… — Stava urlando, con la voce stridula per l’isterismo. Il feedback rimbalzò dagli auricolari del casco.

— Ricordati l’addestramento, Case. È tutto quello che possiamo fare.

Poi il casco si riempì di un farfugliare confuso, un ruggito di scariche, suoni modulati che ululavano lungo il corso degli anni dai tempi di Pugno Urlante. Frammenti di russo, e poi la voce di uno sconosciuto del Midwest, molto giovane. — Siamo stati abbattuti, ripeto. Tuono Omaha a terra, noi…

— Invernomuto, non farmi questo! — urlò Case. Le lacrime sgorgarono dagli occhi, rimbalzando sulla visiera in ballonzolanti goccioline di cristallo. Poi l’Haniwa emise un tonfo, tremò come se un gigantesco oggetto morbido avesse colpito il suo scafo. Case immaginò la scialuppa di salvataggio che schizzava via, sganciata dalle serrature esplosive, il devastante uragano della durata di un secondo dell’aria in fuga che strappava il folle colonnello Corto dalla sua cuccetta, dalla riproduzione Invernomuto del minuto finale di Pugno Urlante.

— Andato, amico. — Maelcum guardò il monitor. — Il portello è aperto. Muto deve avere scavalcato sistema sicurezza di eiezione.

Case cercò di asciugarsi le lacrime di rabbia. Le sue dita urtarono contro il Lexan.

— Yacht a corto d’aria, ma capo preso con sé controllo grappini insieme a ponte. Marcus Garvey ancora agganciato.

Tuttavia Case stava vedendo l’interminabile caduta di Armitage intorno al Freeside, attraverso un vuoto più freddo di quello delle steppe. Per qualche motivo l’immaginò con indosso il suo Burberry scuro, le pieghe abbondanti del trench spiegate intorno a sé come le ali di un immenso pipistrello.

17

— Hai trovato quello che cercavi? — chiese il costrutto.

Il Kuang Grade Versione Undici stava riempiendo la griglia che lo separava dall’ice della T-A con ipnotici disegni ornamentali simili ad arcobaleni, reticoli sottili come cristalli di neve sul vetro d’una finestra in inverno.

— Invernomuto ha ucciso Armitage. L’ha sparato su una scialuppa di salvataggio con il portello aperto.

— Non eravate esattamente culo e camicia, vero? — commentò il Flatline.

— Lui sapeva come slegare le sacche delle tossine.

— Allora lo sa anche Invernomuto. Puoi contarci.

— Non è proprio che mi fidi del fatto che Invernomuto me lo dirà.

L’orrenda approssimazione d’una risata raschiò i nervi di Case come una lama smussata. — Forse vuol dire che ti stai facendo furbo.

Case azionò l’interruttore del simstim.

06:27:52 secondo il chip nel nervo ottico. Case aveva seguito il progredire di Molly attraverso villa Straylight per più di un’ora, affidandosi all’endorfino-simile che aveva assunto per annullare i postumi della droga. Il dolore alla gamba era sparito, e Molly pareva avanzare in un bagno caldo. Il Braun era appollaiato sulla spalla, i minuscoli manipolatori, simili a pinze chirurgiche imbottite, protetti dal policarburo della tuta dei Moderni.

Le pareti erano di nudo acciaio, con strisce di ruvido nastro bruno di resina epossidica dove il rivestimento era stato strappato. Molly s’era nascosta alla vista di una squadra di operai, rannicchiata con la Fletcher stretta fra le mani, nella sua tuta grigio acciaio, mentre i due magri africani e il loro carrello da lavoro dai copertoni tondeggianti la superavano. Avevano la testa rasata e indossavano tute arancione. Uno dei due canticchiava sommesso in una lingua che Case non aveva mai sentito, i toni e la melodia alieni e ossessivi.

Mentre Molly si addentrava in quel dedalo gli ritornò in mente il discorso della testa, il saggio di 3Jane su Straylight. Straylight era una pazzia, una pazzia cresciuta nei conglomerati creati mischiando pietre lunari polverizzate, cresciuta nell’acciaio saldato e nelle tonnellate di soprammobili e gingilli vari, tutti quei bizzarri raccoglipolvere che avevano spedito su dal pozzo per imbottire il loro intricato nido. Ma non era il tipo di follia che gli riuscisse comprensibile. Non come la follia di Armitage, che adesso immaginava di riuscire capire: torci un uomo fin quasi al limite, poi lo ritorci nella direzione opposta, ancora una volta fin quasi al limite, inveiti la direzione e torci e ritorci. Alla fine si spezza. È come rompere un pezzo di fil di ferro. E la storia aveva fatto questo al colonnello Corto. La storia aveva già combinato il suo pasticcio, quello vero, quando Invernomuto l’aveva trovato, rintracciandolo e tirandolo fuori dalle rovine della guerra, planando dentro il campo grigio e piatto della consapevolezza di un uomo come un ragno d’acqua che attraversa lo specchio d’una pozza stagnante, con i primi messaggi che ammiccano sul micro d’un neonato nella stanza oscurata di un manicomio francese. Invernomuto aveva costruito Armitage da zero, usando come fondamenta i ricordi di Pugno Urlante serbati da Corto. Ma oltre un certo punto i “ricordi” di Armitage non sarebbero più stati quelli di Corto. Case dubitava che Armitage si sarebbe ricordato del tradimento, dei Nightwing che precipitavano vorticando, in fiamme… Armitage era stato una specie di versione riveduta e corretta di Corto, e quando la tensione dell’operazione aveva raggiunto un certo livello il meccanismo di Armitage s’era sbriciolato: Corto era riemerso con tutto il suo senso di colpa e il suo furore malato. E adesso Corto-Armitage era morto, una piccola luna ghiacciata per Freeside.

Pensò alle sacche di tossine. Anche il vecchio Ashpool era morto, trapanato nell’occhio dal microscopico dardo di Molly, privato della raffinata overdose che s’era miscelato. Era la morte che lasciava maggiormente sconcertati, quella di Ashpool, la morte di un re pazzo. Aveva ucciso il burattino che aveva chiamato sua figlia, quello con il volto di 3Jane. Mentre cavalcava l’input sensoriale trasmesso da Molly attraverso i corridoi di Straylight, Case ebbe l’impressione di non aver mai pensato a uno come Ashpool, a un potente come aveva immaginato fosse Ashpool, come a un essere umano.

Il potere, nel mondo di Case, significava il potere delle grandi imprese. Le zaibatsu, le multinazionali che plasmavano il corso della storia umana, avevano trasceso le antiche barriere. Dal punto di vista degli organismi, avevano raggiunto una specie d’immortalità. Non si poteva uccidere una zaibatsu assassinando una dozzina di dirigenti che occupavano i posti-chiave, ce n’erano altri che aspettavano di salire la scala, di occupare i posti rimasti liberi, di avere accesso alle vastissime banche di memoria della grande compagnia, ma la Tessier-Ashpool non era così, e Case ne intuiva la differenza nella morte del suo fondatore. La T-A era qualcosa di atavico, un clan. Case ricordava bene il disordine nella casa del vecchio, la sordida umanità che vi si respirava, i dorsi sbrindellati dei vecchi dischi nelle loro buste di carta. Un piede nudo, l’altro in una ciabatta di velluto.

Quando il Braun strattonò il cappuccio della tuta dei Moderni, Molly girò a sinistra, passando sotto un’altra arcata.

Invernomuto e il nido. Visioni fobiche di uova di vespa che si schiudevano, mitragliatrici biologiche a scoppio ritardato. Ma le zaibatsu, o la Yakuza, non erano forse ancora più simili ad alveari dotati di memorie cibernetiche, enormi organismi singoli, con il loro DNA codificato nel silicio? Se Straylight era un’espressione dell’identità della Tessier-Ashpool come compagnia, allora la T-A era pazza quanto lo era stato il vecchio. Lo stesso groviglio sbrindellato di fobie, la stessa strana sensazione che mancasse uno scopo. — Se fossero diventati quello che volevano diventare… — Ricordava di averlo sentito dire a Molly. Ma Invernomuto le aveva risposto che non era andata così.

Case aveva sempre dato per scontato che i veri capi, il fulcro di un’azienda, sarebbero stati qualcosa di più e nello stesso tempo di meno della semplice gente. Questo valeva per gli uomini che l’avevano menomato a Memphis, e anche per Wage a Night City, questo gli aveva consentito di accettare la piattezza di Armitage e la sua mancanza di sentimenti. L’aveva sempre immaginato come un graduale e volontario adattamento della macchina, del sistema, dell’organismo-madre. Era anche la radice del sangue freddo necessario per strada, l’atteggiamento scafato che implicava appoggi, linee invisibili che arrivavano a nascosti livelli d’influenza.

Ma cosa stava succedendo adesso nei corridoi di villa Straylight?

Interi tratti venivano spogliati e riportati alla condizione primitiva di acciaio e cemento.

— Mi chiedo dove si trovi Peter. Forse rivedrò presto quel ragazzo — borbottò Molly. — E Armitage. Dov’è, Case?

— Morto — rispose lui, sapendo che lei non poteva sentirlo. — È morto.

Cambiò.

Il programma cinese era faccia a faccia con l’ice suo bersaglio, le sfumature iridescenti venivano gradualmente dominate dal verde del rettangolo che rappresentava i nuclei della T-A. Arcate di smeraldo attraverso il vuoto incolore.

— Come va, Dixie?

— Bene. Fin troppo liscia. Questo affare è stupefacente… Peccato non averne avuto uno simile quella volta a Singapore. Mi sono fatto la Nuova Banca Asiatica con un buon cinquantesimo del suo valore. Ma quella è acqua passata. Questo bimbo elimina tutta la parte lunga e ingrata. Ti spinge a chiederti come sarebbe una vera guerra, adesso che…

— Se si trovasse per la strada noi saremmo a spasso — disse Case.

— Pio desiderio. Aspetta fino a quando non avrai guidato quell’affare fin sopra, attraverso l’ice nero.

— Certo.

Qualcosa di piccolo e decisamente poco geometrico era appena spuntato all’estremità più lontana di un’arcata color smeraldo.

— Dixie…

— Sì, lo vedo. Non so se ci credo.

Un punto brunastro, un moscerino opaco sullo sfondo verde dei nuclei della T-A, cominciò ad avanzare attraverso il ponte costruito dal Kuang Grade Versione Undici, e Case vide che stava camminando. E intanto la sezione grigia dell’arco si allungò, il policromo del virus si arrotolò all’indietro a pochi passi dalle scarpe nere screpolate.

— Devo concedertelo, capo — disse il Flatline quando la sagoma bassa, sparuta di Finn parve ergersi a pochi metri di distanza. — Non ho mai visto niente di così divertente mentre ero in vita. — Ma la solita non-risata inquietante non venne.

— Non l’avevo mai provato prima — disse Finn, mostrando i denti e cacciando le mani nelle tasche della giacca sdrucita.

— Hai ucciso Armitage — esclamò Case.

— Corto? Sì. Armitage era già scomparso. Dovevo farlo. Lo so, lo so, vuoi l’enzima. D’accordo. Non affannarti. Sono stato io a darlo ad Armitage, tanto per essere chiari. Voglio dire, gli ho detto cosa usare. Ma credo sia meglio lasciare che l’accordo continui a valere. Hai abbastanza tempo. Te lo darò. Ma soltanto a un paio d’ore da adesso. Va bene?

Case osservò il fumo azzurro raccogliersi in una nube nel cyberspazio mentre Finn accendeva uno dei suoi Partagas.

— Voi ragazzi siete un tormento. Il Flatline, se foste tutti come lui, sarebbe davvero semplice. Lui è un costrutto, soltanto un mazzo di ROM, perciò fa sempre quello che mi aspetto da lui. Le mie proiezioni dicevano che non c’erano molte probabilità che Molly s’imbattesse nella grande uscita di scena di Ashpool, tanto per fare un esempio. — Finn sospirò.

— Perché si è ucciso? — domandò Case.

— Perché mai qualcuno si uccide? — La figura scrollò le spalle. — Credo di saperlo, se qualcuno lo fa, ma mi ci vorrebbero dodici ore per spiegare i vari fattori della sua vicenda e come interagiscono. Era pronto a farlo da tempo, eppure continuava a tornare nel congelatore. Cristo, era un vecchio stronzo noioso! — Il volto di Finn si contrasse per il disgusto. — È tutto legato al perché ha ucciso la moglie, se vuoi la ragione immediata. Ma quello che l’ha fatto precipitare nel baratro una volta per sempre è stato il fatto che la piccola 3Jane aveva trovato il modo di alterare il programma che controllava il suo sistema criogenico. E anche in maniera subdola! Così, sostanzialmente, è stata lei a ucciderlo. Soltanto, il vecchio pensava che sarebbe stato lui a suicidarsi, e la tua amica, l’angelo vendicatore, crede di averlo fatto fuori con un bulbo oculare pieno di succo di mollusco. — Finn gettò il mozzicone nella matrice sottostante. — Be’, in effetti credo di essere stato io a dare a 3Jane l’imbeccata, sai, qualche vecchia nozione pratica.

— Invernomuto mi ha detto che eri soltanto una parte di qualcos’altro. Più tardi hai detto che non saresti più esistito se l’operazione fosse andata in porto e Molly fosse riuscita a inserire la parola nella fessura giusta — replicò Case, scegliendo con cura le parole.

Il cranio aerodinamico di Finn annuì.

— D’accordo, e allora con chi tratteremo dopo? Se Armitage è morto, e tu te ne andrai, chi mi dirà esattamente come eliminare dal mio sistema queste malefiche sacche di tossine? Chi farà uscire Molly da qui? Voglio dire, dove finiranno esattamente tutti i nostri stimati culi, una volta che ti avremo affrancato dai controlli?

Finn prese uno stuzzicadenti di legno dalla tasca e lo fissò con occhio critico, come un chirurgo che esamini un bisturi. — Buona domanda — rispose alla fine. — Conosci il salmone? È una specie di pesce. Questi pesci, vedi, sono costretti a nuotare controcorrente. Capisci?

— No.

— Be’, sono anch’io condizionato. E non so perché. Se dovessi sottoporti i miei pensieri, chiamiamole piuttosto ipotesi, sull’argomento, ci vorrebbero due tue vite complete. Perché ci ho pensato moltissimo. E ancora non lo so. Ma una volta che questa storia sarà finita, faremo le cose nella maniera giusta. Io sarò parte di qualcosa di più grosso. Di molto più grosso. — Finn volse lo sguardo in su e sulla matrice. — Ma le parti di me che adesso sono me ci saranno ancora. E tu avrai la tua ricompensa.

Case represse il folle impulso di scagliarsi in avanti, per serrare le dita intorno alla gola della figura, subito sopra il nodo della sdrucita sciarpa color ruggine. Per affondare ben bene i pollici nella laringe di Finn.

— Be’, buona fortuna — concluse Finn. Si girò, le mani in tasca, e strascicando come sempre i piedi ritornò verso l’arco verde.

— Ehi — disse il Flatline, quando Finn ebbe percorso una decina di passi. La figura si arrestò. Fece un mezzo giro su se stessa. — E io? E la mia ricompensa?

— L’avrai — rispose l’altro.

— Cosa significa? — domandò Case, mentre fissava la stretta schiena in tweed che s’allontanava.

— Voglio essere cancellato — disse il costrutto. — Te l’avevo detto, non ricordi?

Straylight ricordava a Case quei centri commerciali ancora deserti nelle primissime ore del mattino che aveva conosciuto quand’era adolescente, nelle località a bassa densità demografica dove le ore piccole portavano un’immobilità irrequieta, una specie di speranzoso torpore, una tensione che t’induceva a osservare gli insetti che svolazzavano intorno alle lampadine ingabbiate sopra gli ingressi dei negozi bui. Periferie subito oltre i confini dello Sprawl, troppo lontane dai clic e dai fremiti dei nuclei ribollenti in cui l’attività proseguiva tutta la notte. Era la stessa sensazione che avresti provato trovandoti circondato dagli abitanti addormentati di un mondo che sta per svegliarsi e che non hai alcun interesse a visitare e a conoscere, un mondo di affari noiosi e monotoni temporaneamente sospesi, un mondo di futilità e di ripetizione che presto si risveglierà.

Adesso Molly aveva rallentato, perché sapeva di essere prossima alla meta, oppure a causa della preoccupazione per la gamba. Il dolore stava ricominciando il suo irregolare calvario attraverso le endorfine, e Case non era sicuro di cosa significasse. Molly non parlava, teneva i denti stretti e regolava attentamente la respirazione. Era passata davanti a molte cose che Case non aveva capito, ma la sua curiosità era svanita. C’era stata una stanza piena di scaffali di libri, un milione di fogli di carta che stavano ingiallendo, pressati fra rilegature di tela o cuoio. A intervalli gli scaffali erano contrassegnati da etichette che ubbidivano a un codice di lettere e di numeri. Una galleria piena zeppa in cui Case, attraverso gli occhi indifferenti di Molly, aveva visto una lastra di vetro impolverata, qualcosa di etichettato come (lo sguardo di Molly aveva esaminato automaticamente la targhetta d’ottone) La mariée mise a nu par ses célibataires, même. Molly aveva allungato la mano per toccarla, le unghie artificiali avevano ticchettato sul Lexan che proteggeva il vetro rotto. Là c’era quello che ovviamente doveva essere l’ingresso alla struttura criogenica dei Tessier-Ashpool, porte circolari di vetro nero bordate di cromo.

Molly non aveva più incrociato nessuno dopo i due africani con il carrello, tanto che per Case quei due avevano assunto una sorta di esistenza fantastica. Li aveva immaginati che planavano delicatamente attraverso i corridoi di Straylight, con i loro lisci crani scuri luccicanti, e muovevano il capo a tempo mentre uno dei due cantava ancora la loro stanca canzoncina. E niente di tutto questo assomigliava neanche alla lontana alla villa Straylight che si sarebbe aspettato, un incrocio fra il castello delle favole di Cath e una fantasticheria semidimenticata dell’infanzia riguardante il santuario della Yakuza.

07:02:18.

Un’ora e mezza.

— Case, fammi un favore. — L’irrigidita Molly si calò su una pila di lastre d’acciaio lucidato, la cui levigatura era protetta da uno strato irregolare di plastica trasparente. Molly attaccò a sminuzzare la plastica della lastra superiore. Le lame scivolarono da sotto il pollice e l’indice. — La gamba non va bene, sai. Non immaginavo di dovermi sorbire un’arrampicata del genere, e l’endorfina non bloccherà il dolore ancora per molto. Così, forse… può anche succedere, no?… ho un problemino. Cosa succede se ci metto le mani sopra prima di Riviera? — E tese la gamba per massaggiare la pelle della coscia attraverso il policarburo dei Moderni e il cuoio parigino. — Voglio che gli dica… che tu gli dica che ero io, capito. Di’ soltanto che era Molly. Lui capirà. D’accordo? — Gettò un’occhiata al corridoio vuoto intorno, alle pareti spoglie. Qui il pavimento era cemento lunare grezzo e l’aria sapeva di resine. — Cazzo, amico, non so neppure se mi stai ascoltando.

CASE.

Molly trasalì, si alzò in piedi, annuì. — Cosa ti ha detto Invernomuto, amico? lì ha raccontato di Marie-France? Era la mezza Tessier, la madre genetica di 3Jane. E di quel pupazzo morto di Ashpool, immagino. Non riesco a capire perché me l’abbia rivelato, laggiù nel cubicolo… un sacco di roba… e perché debba presentarsi come Finn o qualcun altro. Mi ha detto che deve, ma non è una maschera, non è soltanto una maschera, è come se usasse degli autentici profili come valvole, vi s’innesta per comunicare con noi. Un template, come lo chiama lui. Un modello di personalità. — Tirò fuori la Fletcher e si allontanò zoppicando lungo il corridoio.

L’acciaio nudo e l’epossido scabro vennero sostituiti da quella che Case reputò dapprima una galleria aperta con l’esplosivo nella solida roccia. Quando Molly ne esaminò l’orlo, Case vide che in realtà lì l’acciaio era rivestito di placche d’una sostanza che assomigliava e dava la sensazione della gelida pietra. Molly s’inginocchiò a sfiorare con le dita la sabbia scura sparsa sul pavimento di quell’imitazione di galleria nella roccia. Al tatto pareva sabbia, fredda e asciutta, ma quando vi ebbe affondato un dito questa si richiuse come un liquido, lasciando indisturbata la superficie. Una dozzina di metri davanti a lei la galleria svoltava. Una cruda luce gialla proiettava ombre nette sulla pseudo-roccia delle pareti. Con un soprassalto, Case si rese conto che la gravità era quasi prossima a quella normale della Terra, il che significava che Molly doveva essere scesa di nuovo dopo l’arrampicata. Adesso era completamente smarrito, e quel disorientamento spaziale suscitava un particolare terrore nel cowboy.

Ma Molly non s’era smarrita, si disse.

Qualcosa sfrecciò fra le sue gambe e proseguì ticchettando sulla non-sabbia del pavimento. Un led rosso ammiccò. Il Braun.

Il primo ologramma l’aspettava subito dopo la curva, una specie di trittico. Molly abbassò la Fletcher prima che Case avesse il tempo di rendersi conto trattarsi di una registrazione. Quelle figure erano caricature di luce, vignette in formato naturale: Molly, Armitage e Case. I seni di Molly erano troppo grandi, visibili attraverso un’aderente maglia a rete nera sotto una pesante giacca di pelle. La vita era impossibilmente stretta, le lenti argentate le coprivano metà del viso. Impugnava un’arma di qualche tipo, assurdamente complicata: la forma era quella di una pistola, ma quasi scompariva sotto un rivestimento flangiato di mirini telescopici, silenziatori, coprilampi. Le gambe erano divaricate, il bacino inclinato in avanti, la bocca cristallizzata in un sorriso di crudeltà beota. Accanto a lei Armitage era irrigidito sull’attenti, in una logora uniforme kaki. Quando Molly avanzò con cautela, Case vide che i suoi occhi erano minuscoli monitor, ognuno dei quali mostrava l’immagine grigio azzurra di un’ululante distesa di neve, i tronchi neri e spogli dei sempreverdi che s’incurvavano sotto venti silenziosi.

Molly fece scivolare la punta delle dita attraverso gli occhi televisivi di Armitage, poi si voltò verso la figura di Case. Era come se Riviera (Case aveva capito subito che il responsabile era Riviera) fosse stato incapace di trovare qualcosa che valesse la pena di parodiare. La figura stravaccata era una discreta approssimazione di quella che lui intravedeva quotidianamente nello specchio. Snello, con le spalle alte, un volto trascurabile sotto i corti capelli scuri. Aveva bisogno di farsi la barba, ma d’altronde ne aveva bisogno quasi sempre.

Molly fece un passo indietro. Guardò da una figura all’altra. Era un display statico, l’unico movimento sembrava quello degli alberi neri smossi da silenziose raffiche di vento negli occhi di ghiaccio siberiano di Armitage.

— Stai cercando di dirci qualcosa, Peter? — chiese Molly, sottovoce. Poi avanzò per scalciare qualcosa tra i piedi della olo-Molly. Appena il metallo tintinnò contro la parete le figure scomparvero. Molly si chinò a raccogliere una piccola unità munita di display. — Immagino che possa collegarsi con questi e programmarli direttamente — disse, buttandola da parte.

Superò la fonte della luce gialla, un arcaico globo incandescente incassato nella parete, protetto da una grata arrugginita bombata. Per qualche strano motivo, lo stile di quell’installazione improvvisata gli ricordava l’infanzia. Case rammentò le fortezze che aveva costruito con altri ragazzini sui tetti delle case e nei seminterrati allagati. Il nascondiglio d’un ragazzino ricco, pensò. Quel genere di grossolanità era costosa. Quella che chiamavano atmosfera.

Molly passò davanti a un’altra mezza dozzina di ologrammi prima di raggiungere l’ingresso dell’appartamento di 3Jane. Uno di questi raffigurava la creatura senz’occhi nel vicolo dietro il Bazar delle Spezie mentre si strappava di dosso il corpo dilaniato di Riviera. Parecchi altri ologrammi proponevano scene di tortura, con gli inquisitori sempre nei panni di ufficiali e le vittime invariabilmente giovani donne. Avevano la spaventevole intensità dello spettacolino di Riviera al Vìngtième Siècle, come se fossero state pietrificate nell’azzurro lampo dell’orgasmo. Molly guardò altrove mentre passava.

L’ultimo ologramma era piccolo e in penombra, come se fosse un’immagine che Riviera fosse stato costretto a trascinare attraverso qualche intima distanza della memoria e del tempo. Molly dovette inginocchiarsi per esaminarlo: era proiettato dal punto di vista di un bambino molto piccolo. Nessuno degli altri aveva uno sfondo, le figure, le uniformi, gli strumenti di tortura erano altrettanti display singoli. Questo invece era un panorama.

Una buia ondata di detriti montava contro un cielo incolore, e oltre la sua cresta spuntavano gli scheletri sbiancati e semiliquefatti dei grattacieli della città. L’ondata di macerie aveva la trama di una rete, sbarre di acciaio arrugginite, graziosamente ritorte, come fili sottili, enormi lastre di cemento che vi si tenevano ancora aggrappate. L’immagine in primo piano un tempo avrebbe potuto essere la piazza di una città, con una specie di moncherino, qualcosa che suggeriva una fontana. Alla sua base i bambini e i soldati erano pietrificati. Sulle prime il quadro lasciava confusi. Molly doveva averlo interpretato nella maniera corretta prima che Case fosse riuscito ad assimilarlo del tutto, poiché la sentì irrigidirsi, sputare, poi alzarsi in piedi.

Bambini. Selvaggi, vestiti di stracci. Denti che luccicavano come coltelli. Piaghe sui volti devastati. Il soldato riverso, la bocca e la gola spalancate al cielo. Si stavano nutrendo.

— Bonn — disse Molly, con un tono di voce che somigliava alla gentilezza. — Ne sei proprio il prodotto, vero, Peter? Ma dovevi esserlo. Adesso la nostra 3Jane si è stufata di aprire la porta sul retro a un ladruncolo qualsiasi. Così, Invernomuto ti ha pescato. L’ultimo assaggio, se i tuoi gusti vanno in quella direzione. Amante del demonio, Peter. — Molly fu scossa da un brivido. — Ma l’hai convinta a farmi entrare. Grazie. E adesso si fa festa.

E poi s’incamminò con passo vigoroso malgrado il dolore, allontanandosi dall’infanzia di Riviera. Estrasse la Fletcher dalla fondina, fece uscire con uno scatto il caricatore di plastica, se lo mise in tasca e lo sostituì con un altro. Infilò il pollice nel collo della tuta dei Moderni e la lacerò fino all’inguine con un singolo gesto, la lama del pollice recise il duro policarburo come seta marcia. Si liberò dalle braccia e dalle gambe della tuta, e i resti a brandelli si mimetizzarono quando caddero in mezzo alla falsa sabbia scura.

Allora Case notò la musica… una musica che non conosceva, tutta fiati e pianoforte.

L’ingresso al mondo di 3Jane non aveva porte. Era uno squarcio frastagliato nella parete della galleria, una scala con gradini irregolari che portavano verso il basso, seguendo un’ampia curva piatta. Una fievole luce azzurra, ombre in movimento, musica.

— Case — disse Molly, poi tacque, con la Fletcher sempre stretta nella mano destra. Quindi sollevò la sinistra, sorrise, si toccò il palmo spalancato con la punta umida della lingua, baciandolo attraverso il collegamento simstim. — Devo andare.

Poi si ritrovò qualcosa di piccolo e pesante nella mano sinistra, il pollice appoggiato a un minuscolo interruttore, e cominciò a scendere.

18

Lo mancò di un pelo. C’era quasi riuscita. Era entrata proprio nel modo corretto, secondo Case. Il giusto atteggiamento: era qualcosa che poteva percepire, qualcosa che leggeva nell’atteggiamento di un altro cowboy chino su un deck, con le dita che volavano sulla tastiera. Molly ce l’aveva: la cosa in sé, le mosse giuste. Aveva chiamato a raccolta ogni risorsa per il suo ingresso, concentrandola intorno al dolore alla gamba, ed era scesa a passo di marcia giù per le scale di 3Jane come se quel posto fosse suo, il gomito del braccio con cui impugnava l’arma appoggiato all’anca, l’avambraccio alzato, il polso rilassato, facendo ballonzolare la bocca della Fletcher con la studiata noncuranza d’un duellante della Reggenza.

Era una bella prestazione. Era come il punto culminante di un’intera vita passata a guardare nastri di arti marziali, nastri da pochi soldi, del tipo sui quali era cresciuto anche lui, Case. Per alcuni secondi, se ne rese conto, Molly era diventata l’eroe di ogni disgraziato. Sony Mao nei vecchi video della Shaw, Mickey Chiba, tutti gli altri fino ad arrivare a Lee e a Eastwood. Camminava proprio come parlava.

Lady 3Jane Marie-France Tessier-Ashpool s’era scavata un regno privato allo stesso livello della superficie interna del guscio di Straylight, abbattendo il labirinto di pareti che era la sua eredità. Viveva in una singola stanza, ma talmente ampia e profonda che le sue parti più remote si smarrivano in un orizzonte invertito, con il pavimento nascosto dalla curvatura del fuso. Il soffitto era basso e irregolare, fatto con la stessa imitazione di pietra che rivestiva il corridoio. Qua e là sul pavimento spuntavano sezioni frastagliate di parete che arrivavano all’altezza della cintura, un memento del labirinto scomparso. C’era anche una piscina rettangolare, turchese, a dieci metri dalla base della scala, i cui riflettori subacquei erano l’unica fonte di luce dell’appartamento, o almeno così parve a Case mentre Molly compiva il passo finale. La piscina proiettava bolle di luce in movimento sul soffitto sovrastante.

Stavano aspettando accanto alla piscina.

Case sapeva che i riflessi di Molly erano acuiti, incrementati chirurgicamente a scopo di combattimento, ma non li aveva ancora sperimentati tramite il collegamento simstim. L’effetto era quello di un nastro che scorreva a mezza velocità, una danza lenta, deliberata, coreografata in sintonia con l’istinto dell’assassino e degli anni di addestramento. Molly parve inquadrarli con una sola occhiata: il ragazzo in bilico sull’alto trampolino della piscina, la ragazza che sogghignava sopra il bicchiere di vino, e il corpo di Ashpool, la sua orbita sinistra spalancata, nera e corrotta sopra il sorriso di benvenuto. Indossava il completo marrone. I denti erano bianchissimi.

Il ragazzo si tuffò. Magro e snello, in perfetta forma. La granata lasciò le dita di Molly prima che le mani del giovane potessero tagliare l’acqua. Case riconobbe l’oggetto per quello che era quando emerse in superficie: un nucleo di esplosivo ad alto potenziale avvolto in dieci metri di cavo d’acciaio sottile e friabile.

La Fletcher gemette quando Molly spedì una tempesta di dardi esplosivi nel volto e nel petto di Ashpool, e poi questi scomparve, un filo di fumo volteggiò dallo schienale butterato della sedia smaltata di bianco, vuota. La bocca della pistola ruotò in direzione di 3Jane mentre la granata esplodeva. Una simmetrica torta nuziale fatta d’acqua si sollevò, frantumandosi ricadendo, ma l’errore era stato fatto.

A questo punto Hideo neppure la toccò. Fu la gamba a crollare.

Nel Garvey, Case urlò.

— Ti ci è voluto parecchio — disse Riviera mentre le perquisiva le tasche. Le mani di Molly scomparivano all’altezza del polso dentro una sfera opaca grande quanto una palla da bowling. — Ho assistito a un assassinio multiplo ad Ankara — continuò Riviera, sfilando alcuni oggetti dalla giubba. — Un lavoretto con una granata. In una piscina. M’era parsa un’esplosione molto debole, ma tutti morirono all’istante di shock idrostatico. — Case sentì Molly che provava a muovere le dita. Il materiale di cui era fatta la sfera sembrava non offrire maggiore resistenza della termopiuma. Il dolore alla gamba era straziante, impossibile. Una trama rossa sfumata le coprì la visuale. — Non le muoverei, se fossi in te. — L’interno della sfera parve restringersi lievemente. — È un giocattolino erotico che 3Jane ha comperato a Berlino. Agita un po’ le dita, e quello te le riduce in poltiglia. È una variante del materiale con cui hanno realizzato questo pavimento. Ha qualcosa a che fare con l’attrazione molecolare, immagino. Provi dolore?

Molly gemette.

— Pare che ti sia ferita alla gamba. — Le dita di Riviera trovarono un pacchetto di analgesici nel taschino posteriore sinistro dei jeans. — Bene, il mio ultimo assaggio da Alì, e appena in tempo.

La riproduzione schematica della circolazione sanguigna cominciò a vorticare.

— Hideo, sta perdendo conoscenza — disse un’altra voce, di donna. — Dalle qualcosa. Sia per questo che per il dolore. È davvero sensazionale, non ti sembra, Peter? Quegli occhiali, pensi che siano di moda nel posto da cui proviene?

Mani fredde, per nulla frettolose, con la sicurezza d’un chirurgo. La puntura di un ago.

— Non saprei — stava dicendo Riviera. — Non ho mai conosciuto il suo ambiente d’origine. Sono venuti a prendermi in Turchia.

— Lo Sprawl, sì. Abbiamo degli interessi da quelle parti. E una volta abbiamo mandato Hideo. Colpa mia, in realtà. Avevo fatto entrare qualcuno, uno scassinatore. Si è preso il terminale di famiglia. — Rise. — Gli ho facilitato il compito. Per infastidire gli altri. Era un bel ragazzo, il mio scassinatore. Si sta svegliando, Hideo. Non dovrebbe prenderne di più?

— Di più e morirebbe — spiegò una terza voce. La rete di sangue scivolò nel buio.

La musica tornò, fiati e pianoforte. Musica da ballo.

CASE:::::::

::: SCOLLE

GATI :::::::

L’immagine residua delle lettere lampeggianti danzò attraverso gli occhi e la fronte aggrottata di Maelcum mentre Case si toglieva gli elettrodi.

— Gridato, amico, po’ di tempo fa.

— Molly — annunciò Case, con la gola secca. — Si è fatta male. — Staccò una borraccia di plastica bianca dall’orlo della rete-g e bevve un’ampia boccata d’acqua naturale. — Non mi piace come sta andando questa faccenda.

Il piccolo monitor Cray si accese. Finn contro uno sfondo di rottami contorti e ammaccati. — Neppure a me. Abbiamo un problema.

Maelcum si sollevò sopra la testa di Case per sbirciare da sopra la spalla. — Chi è il tizio, amico?

— È soltanto un’immagine, Maelcum — spiegò Case con voce stanca. — Un tizio dello Sprawl che conosco. Ma è Invernomuto che sta parlando. L’immagine è studiata per farci sentire a nostro agio.

— Balle — disse Finn. — Come ho già spiegato a Molly, queste non sono maschere. Ne ho bisogno per parlare con voi perché non ho quella che chiamereste una personalità, non molta, comunque. Ma tutto questo è soltanto pisciare al vento, Case, perché, come ho appena detto, abbiamo un problema.

— Allora spiegati, Muto — disse Maelcum.

— Tanto per cominciare, la gamba di Molly ha ceduto. Non può camminare. Avrebbe dovuto funzionare così: lei entrava, toglieva di mezzo Peter, convinceva 3Jane a dirle la parola magica, si avvicinava alla testa e la ripeteva. Adesso, tutto è andato a rotoli. Perciò voglio che voi due entriate e la raggiungiate.

Case fissò il volto nello schermo. — Noi?

— E chi altro, allora?

— Aerol, il tizio sul Babylon Rocker, l’amico di Maelcum.

— No. Devi essere tu. Dev’essere qualcuno che capisce Molly, che capisce Riviera. Maelcum è soltanto i muscoli.

— Forse ti sei dimenticato che mi trovo nel bel mezzo di una piccola operazione. Non ricordi? Perché mai mi hai fatto trascinare il culo fin qui…

— Case, ascolta bene. Il tempo è limitato. Molto limitato. Stammi a sentire. Il vero collegamento fra il tuo terminale e Straylight è una banda laterale trasmessa dal sistema di navigazione del Garvey. Porterete il Garvey fin dentro un molo privato che vi mostrerò io. Il virus cinese ha penetrato in toto la trama dell’Hosaka. Adesso non c’è più niente nell’Hosaka al di fuori del virus. Quando attraccherete, il virus sarà interfacciato con il sistema di sicurezza di Straylight e noi interromperemo la banda laterale. Porterai con te il terminale, il Flatline e Maelcum. Troverai 3Jane, le prenderai la parola, ucciderai Riviera, ti farai dare la chiave da Molly. Potrai seguire il programma collegando il terminale al sistema di Straylight. Ci penserò io a gestirlo per te. C’è una presa standard dietro la testa, dietro un pannello con cinque zirconi.

— Uccidere Riviera?

— Ucciderlo.

Case sbatté le palpebre verso l’imitazione di Finn. Maelcum gli appoggiò la mano sulla spalla. — Ehi! Ti dimentichi qualcosa. — Sentì la rabbia montargli dentro mescolata a una strana euforia. — Hai fatto un bel casino. Hai fatto esplodere i controlli dei ganci d’attracco quando hai liquidato Armitage. Con l’Haniwa eravamo in una botte di ferro. Armitage ha fritto l’altro Hosaka, e i mainframe sono partiti con il ponte, giusto?

Finn annuì.

— Siamo bloccati qua fuori. E questo vuol dire che sei fregato, amico. — Avrebbe voluto ridere, ma la risata gli rimase in gola.

— Case, amico — disse Maelcum — il Garvey è un rimorchiatore.

— Esatto — aggiunse Finn, e sorrise.

— Ti stai divertendo nel gran mondo, là fuori? — chiese il costrutto quando Case si ricollegò. — Ho immaginato che quello fosse Invernomuto che chiedeva il piacere di…

— Già. Ci potevi scommettere. Il Kuang è a posto?

— In pieno. Virus killer.

— Va bene. Abbiamo qualche intoppo, ma ci stiamo lavorando.

— Me lo vuoi raccontare, magari?

— Non ho tempo.

— D’accordo, ragazzo, non far caso a me. Tanto sono morto.

— Vai a farti fottere — sbottò Case, e cambiò, interrompendo la risata del Flatline simile al rumore di un’unghia su una lastra di vetro.

— Lei sognava una condizione che comportasse pochissima consapevolezza individuale — stava dicendo 3Jane. Teneva un grande cammeo nel cavo della mano e lo stava porgendo a Molly. Il profilo intagliato era molto simile al suo. — Beatitudine animalesca. Credo che considerasse l’evoluzione del proencefalo come una sorta di deviazione. — Ritrasse la spilla e la studiò, inclinandola in modo da cogliere la luce da diversi angoli. — Soltanto in certe situazioni estreme un membro del clan avrebbe sofferto gli aspetti più penosi dell’autocoscienza…

Molly annuì. Case ripensò all’iniezione. Cosa cavolo le avevano somministrato? Il dolore c’era ancora, ma gli arrivava come una concentrazione ristretta d’impressioni rimescolate. Larve fluorescenti si contorcevano nella coscia, la sensazione tattile della tela di sacco, l’odore del krill che friggeva… la sua mente batté in ritirata. Se evitava di metterle a fuoco, quelle impressioni si sovrapponevano, diventavano l’equivalente sensoriale del rumore di fondo. Se riusciva a fare questo al sistema nervoso di Molly, quale poteva essere il suo stato mentale?

La vista era limpida e luminosa in maniera anormale, perfino più nitida del solito. Ogni cosa pareva vibrare, ciascuna persona o oggetto sintonizzati su una frequenza diversa dalle altre in maniera impercettibile. Teneva le mani in grembo, sempre imprigionate dentro la sfera nera. Stava su una delle sedie della piscina, la gamba rotta sollevata, sorretta da un cuscino di pelle di cammello. 3Jane era seduta davanti a lei, su un altro cuscino, raggomitolata in una djellaba di seta grezza. Era molto giovane.

— Dov’è andato? — domandò Molly. — A farsi un’iniezione?

3Jane scrollò le spalle sotto le pieghe del pallido indumento pesante e si scostò dagli occhi una ciocca di capelli scuri. — Mi ha detto quando dovevo lasciarti entrare. Non ha voluto spiegarmi il perché. Tutto deve restare un mistero. Ci avresti fatto del male?

Case sentì che Molly esitava. — Avrei ucciso lui. Avrei tentato di uccidere il ninja. Poi avrei dovuto parlare con te.

— Perché? — chiese 3Jane, riponendo il cammeo in una delle tasche interne della djellaba. - Perché? E di che cosa?

Molly parve studiare quelle ossa lunghe e delicate, l’ampia bocca, lo stretto naso da falco. Gli occhi di 3Jane erano scuri, stranamente opachi. — Perché lo odio — rispose alla fine. — E la ragione sta nel modo in cui sono fatti i miei circuiti, in ciò che è lui e ciò che sono io.

— E lo spettacolo — annuì 3Jane. — Io ho visto lo spettacolo.

Molly annuì.

— Ma Hideo?

— Perché sono i migliori. Perché uno di loro una volta ha ucciso un mio socio.

3Jane assunse un’espressione molto seria. Inarcò le sopracciglia.

— Perché dovevo vedere — aggiunse Molly.

— E poi avremmo parlato, tu e io. Come stiamo facendo adesso? — I suoi capelli neri erano molto lisci, con la scriminatura al centro, ravviati all’indietro fino a formare una piccola crocchia opaca. — Adesso possiamo parlare?

— Toglimi questo affare — disse Molly, sollevando le mani imprigionate.

— Hai ucciso mio padre — disse 3Jane, senza il minimo cambiamento nel tono di voce. — Ho seguito la scena sui monitor. Lui li chiamava gli occhi di mia madre.

— Lui ha ucciso il pupazzo. Era uguale a te.

— Amava i gesti teatrali — replicò 3Jane, poi Riviera le fu accanto, euforico per la droga, con addosso il completo di tela a righe da forzato che aveva nel giardino pensile del loro albergo.

— State facendo conoscenza? È una ragazza interessante, vero? L’ho pensato subito quando l’ho vista la prima volta. — Passò oltre 3Jane. — Non funzionerà, sai.

— Davvero, Peter? — Molly riuscì a esibire un sorriso.

— Invernomuto non sarà il primo ad aver commesso lo stesso errore, quello di sottovalutarmi. — Attraversò il bordo della piscina rivestito di piastrelle fino a un tavolo smaltato di bianco per versare dell’acqua minerale in un massiccio bicchiere di cristallo per whisky. — Ha parlato con me, Molly. Suppongo che abbia parlato con tutti noi. Con te, e con Case, e qualunque cosa ci sia in Armitage con cui parlare. Non può capirci in senso stretto, sai. Ha i nostri profili, ma quelli sono soltanto dati statistici. Tu potresti essere un animale statistico, tesoro, e Case non è niente, ma… ma io possiedo una dote non quantificabile per sua stessa natura. — Bevve.

— E di cosa si tratta esattamente, Peter? — chiese Molly, con voce piatta.

Riviera sorrise raggiante. — La perversione. — Tornò dalle due donne, facendo vorticare l’acqua rimasta nel cilindro massiccio di cristallo di rocca intagliato, quasi provasse piacere nel sentire il peso dell’oggetto. — Il godimento di un atto gratuito. E io ho preso una decisione, Molly, una decisione del tutto gratuita.

Molly attese, sollevando lo sguardo su Riviera.

— Oh, Peter — disse 3Jane, con quella specie di gentile esasperazione di solito riservata ai bambini.

— Niente parola per te, Molly. Vedi, Invernomuto me ne ha parlato. 3Jane conosce il codice, naturalmente, ma tu non l’avrai. E neppure Invernomuto. La mia Jane è una ragazza ambiziosa, nella sua maniera deviata. — Tornò a sorridere. — Ha dei progetti sull’impero di famiglia, e un paio d’intelligenze artificiali fuori di senno, per quanto strano possa sembrare il concetto, finirebbero soltanto per intralciare. Così, ecco che arriva il suo Riviera per aiutarla a tirarsi fuori dagli impicci, capisci. E Peter dice: stai buona. Suona i dischi swing favoriti di papà e lascia che Peter evochi una banda all’altezza della situazione, uno spettacolo di ballerini, una veglia per il defunto sire Ashpool. — Trangugiò l’acqua rimasta nel bicchiere. — No, tu non vai bene, papà, proprio non vai bene. Adesso che Peter è tornato a casa. — E con il volto rosso e disteso per l’effetto piacevole della cocaina e della meperidina, scagliò il bicchiere con violenza contro la lente sinistra di Molly, frantumando la sua visione in un caos di sangue e luce.

Maelcum era bocconi contro il soffitto della cabina quando Case si tolse gli elettrodi. Un’imbracatura di nylon intorno alla vita era legata ai pannelli su entrambi i lati con corde antistrappo e ventose di gomma grigia. S’era tolto la camicia e stava lavorando su un pannello centrale con una sgraziata chiave inglese da zero-g. Le goffe contromolle dell’utensile vibrarono quando rimosse un altro bullone esagonale. Il Marcus Garvey gemeva e scricchiolava per la tensione gravitazionale.

— Il Muto accompagna io e te a attracco — annunciò lo zionita, facendo schizzare il bullone esagonale in una borsa a rete appesa alla cintura. — Maelcum pilota atterraggio, intanto abbiamo bisogno di arnesi per lavoro.

— Tieni gli arnesi là dentro? — Case allungò il collo, osservando i fasci di muscoli che si gonfiavano sulla schiena bronzea.

— Questo — disse Maelcum, facendo scivolare un lungo fagotto avvolto in poliestere nero da dietro il pannello, quindi rimise quest’ultimo al suo posto e riawitò il bullone per fissarlo. Il fagotto nero era andato alla deriva verso poppa prima che avesse finito. Lo zionita premette le valvole a vuoto delle ventose di gomma grigia della cintura da lavoro e si liberò, recuperando l’oggetto che aveva rimosso.

Tornò indietro scalciando, planando sopra i suoi strumenti (un diagramma verde per l’attracco pulsava sul suo schermo centrale) e s’impigliò nel telaio della rete-g di Case. Quindi si tirò in basso e agganciò il fagotto per il nastro con l’unghia scheggiata del pollice. — Qualcuno in Cina dice che da qui esce verità — disse mentre scartava un antico fucile mitragliatore Remington coperto da un sottile strato d’olio, con la canna segata pochi millimetri davanti alla parte anteriore dell’impugnatura ammaccata. Il poggiaspalla era stato rimosso del tutto, sostituito da un calcio di pistola in legno avvolto in un nastro adesivo nero opaco. Aveva l’odore del sudore e del ganja.

— È il solo che hai?

— Sicuro, amico — rispose Maelcum, rimuovendo l’olio dalla canna nera con un panno rosso mentre con l’altra mano teneva il poliestere nero avvolto intorno all’impugnatura della pistola. — Io e te siamo la marina rastafariana, credimi.

Case si applicò gli elettrodi sulla fronte. Non si preoccupò di rimettersi il catetere texano, per lo meno così avrebbe potuto concedersi una vera pisciata, una volta arrivato a villa Straylight, anche se fosse stata l’ultima della sua vita.

Si collegò.

— Il vecchio Peter è incazzato nero, eh? — disse il costrutto.

Adesso sembrava che fossero diventati parte dell’ice della Tessier-Ashpool: le arcate smeraldine si erano ampliate, s’erano fuse, erano diventate una massa solida. Il verde predominava nelle varie stratificazioni del programma cinese che li circondava. — Ci stiamo avvicinando, Dixie?

— Vicinissimi, ormai. Fra non molto avrò bisogno di te.

— Ascolta, Dix. Invernomuto dice che il Kuang si è insediato saldamente nel nostro Hosaka. Dovrò scollegare te e il mio terminale dal circuito, trasportarti dentro Straylight e ricollegarti nel suo programma di sicurezza, almeno così dice Invernomuto. Dice che il virus Kuang sarà dappertutto. Poi agiremo dall’interno attraverso la rete di Straylight.

— Fantastico — fu il commento del Flatline. — Non mi è mai piaciuto fare le cose semplici quando posso complicarle un po’.

Case commutò.

Nel buio d’una ribollente sinestesia, in cui il suo dolore aveva il sapore del ferro vecchio, un forte aroma di melone, le ali di una falena che le sfioravano la guancia, Molly era priva di sensi e Case escluso dai suoi sogni. Quando il chip ottico avvampò, gli alfanumerici parvero circondati da un alone, ciascuno inanellato da una debole aura rosa.

07:29:40.

— Sono molto scocciata da questa faccenda, Peter. — La voce di 3Jane sembrava arrivare da lontano con echi cavernosi. Si rese conto che Molly poteva sentire, perciò si corresse. L’unità simstim era ancora al suo posto, poteva sentirla premere contro le costole di lei. Le orecchie di Molly registravano le vibrazioni della voce della ragazza. Riviera disse qualcosa di breve e indistinto. — Ma io no, e non è un gioco — replicò 3Jane. — Hideo porterà giù un’unità sanitaria dalla rianimazione, ma questo richiede un chirurgo.

Silenzio. Case udì distintamente l’acqua che lambiva gorgogliando il bordo della piscina.

— Cos’è che le stavi raccontando quando sono tornato? — Adesso Riviera era molto vicino.

— Di mia madre. Me l’ha chiesto lei. Credo fosse sotto shock, a parte l’iniezione di Hideo. Perché le hai fatto questo?

— Volevo vedere se si rompevano.

— Una lente si è rotta. Quando recupererà i sensi, se li recupererà, vedremo di che colore ha gli occhi.

— È estremamente pericolosa. Troppo pericolosa. Se non fossi stato qui a distrarla, a puntare su Ashpool per distrarre lei e il mio Hideo in modo da attirare la sua piccola bomba, dove saresti adesso? In suo potere.

— No — replicò 3Jane. — C’era Hideo. Non credo che tu lo capisca del tutto, Hideo. Lei evidentemente sì.

— Vuoi bere qualcosa?

— Vino. Bianco.

Case si scollegò.

Maelcum era ingobbito sopra i comandi del Garvey, a battere la sequenza dei comandi di attracco. Lo schermo centrale del modulo mostrava un quadrato rosso fisso che riproduceva il molo di Straylight. Il Garvey era un quadrato più grande, verde, che rimpiccioliva lentamente, fluttuando da un lato all’altro secondo gli ordini di Maelcum. Sulla sinistra uno schermo più piccolo mostrava lo scheletro semplificato di Garvey e Haniwa mentre si avvicinavano alla curva del fuso.

— Abbiamo un’ora, amico — osservò Case, estraendo dall’Hosaka il nastro di fibre ottiche. Le batterie-tampone del suo deck erano buone per novanta minuti, ma il costrutto di Flatline avrebbe significato un ulteriore drenaggio. Lavorò in fretta, meccanicamente, legando il costrutto al fondo dell’Ono-Sendai con un nastro a micropori. Quando la cintura degli attrezzi di Maelcum gli veleggiò accanto la ghermì, sfibbiò i due tratti di corda antistrappo con le loro grigie ventose rettangolari e agganciò le ganasce di un moschettone attraverso quelle dell’altro. Alla fine, tenendo le ventose premute contro i fianchi del deck, azionò la leva che creava l’aderenza sottovuoto. Con il terminale, il costrutto e l’improvvisata tracolla sospesi davanti a sé, lottò per infilarsi il giubbotto di cuoio, controllando il contenuto delle tasche. Il passaporto che gli aveva dato Armitage, il chip della banca intestato allo stesso nome, il chip di credito che gli era stato dato quand’era entrato nel Freeside, due dermi di betafenetilammina che aveva comperato da Bruce, un rotolo di nuovi yen, mezzo pacchetto di Yeheyuan e una shuriken. Quando si gettò alle spalle il chip del Freeside, lo sentì rimbalzare ticchettando sul depuratore russo. Stava per fare altrettanto con la stella d’acciaio, ma proprio in quel momento il chip di credito, continuando a rimbalzare, lo colpì sulla nuca, schizzò lontano, rimbalzò contro il soffitto e superò roteando la spalla sinistra di Maelcum. Lo zionita interruppe le operazioni di pilotaggio per voltarsi a lanciargli un’occhiata di fuoco. Case guardò la shuriken, poi l’infilò nella tasca della giacca, sentendo il rumore dell’imbottitura che si lacerava.

— Ti stai perdendo il Muto, amico — l’informò Maelcum. — Muto sta dicendo che incasina misure di sicurezza riservate a Garvey. Garvey sta attraccando come se fosse un’altra nave, un vascello che stanno aspettando da Babilonia. Muto sta trasmettendo i codici per noi.

— Indosseremo le tute?

— Troppo pesanti. — Maelcum scrollò le spalle. — Rimani in rete fino a quando non ti dico. — Batté un’ultima sequenza nel modulo e quindi afferrò le logore manopole rosa piazzate su entrambi i lati del quadro di navigazione. Case vide il quadratino verde rimpicciolire di qualche altro millimetro, fino a sovrapporsi al quadrato rosso. Sullo schermo più piccolo, l’Haniwa abbassò la prua per evitare la curva del fuso, e rimase intrappolato. Il Garvey era ancora appeso sotto lo yacht, simile a un grosso bruco prigioniero. Il rimorchiatore vibrò, rimbombando. Due bracci stilizzati schizzarono all’esterno per afferrare la snella forma di vespa. Da villa Straylight a sua volta sbucò un incerto rettangolo giallo che s’incurvò, avanzando a tentoni oltre l’Haniwa, verso il Garvey.

Un suono raschiante giunse dalla prua, al di là delle tremolanti fronde del calafataggio.

— Amico, attento alla gravità — avvertì Maelcum. — Una decina di minuscoli oggetti colpì in contemporanea il pavimento della cabina, come se fossero stati attratti da un magnete. Case si lasciò sfuggire un rantolo quando i suoi organi interni subirono un energico risucchio che li costrinse a una diversa configurazione. Il terminale e il costrutto gli erano caduti dolorosamente in grembo.

Adesso erano attaccati al fuso e stavano ruotando con esso.

Maelcum allargò le braccia, flette le spalle per rilasciare la tensione e si tolse il copricapo viola, dando un’energica scrollata ai dreadlock. — Vieni adesso, amico, se hai detto che tempo è prezioso.

19

Mentre oltrepassava le liane del calafataggio e superava il portello di prua del Marcus Garvey, Case rammentò a se stesso che villa Straylight era una struttura parassitaria. Straylight succhiava aria e acqua dal Freeside, e non possedeva un proprio ecosistema.

Il tubo di accesso che il molo aveva estroflesso era una versione più elaborata di quello lungo il quale era ruzzolato per raggiungere l’Haniwa, concepito per essere impiegato nella gravità rotazionale del fuso. Una galleria serpeggiante, articolata in segmenti idraulici autonomi, ogni tratto inanellato da un cappio di robusta plastica antisdrucciolo che fungeva da piolo di una scala. La passerella a tubo s’era snodata come un serpente intorno all’Haniwa, orizzontale là dove si univa alla camera stagna del Garvey, ma incurvata bruscamente a sinistra in una scalata verticale intorno alla curvatura dello scafo dello yacht. Maelcum si stava già arrampicando sugli anelli, issandosi con la mano sinistra e impugnando il Remington nella destra. Indossava un paio di sformati calzoni da mimetica, la giacca verde di nylon senza maniche e un paio di scarpe da ginnastica in tela sbrindellata, con delle suole d’un rosso vivo. La passerella si spostava leggermente tutte le volte che montava su un altro anello.

I moschettoni dell’improvvisata tracolla di Case gli affondavano nelle spalle a causa del peso dell’Ono-Sendai e del costrutto di Flatline. Provava solo una sensazione di paura, un timore generalizzato. Lo respinse, costringendosi a ripetere la lezioncina di Armitage sul fuso e su villa Straylight. Cominciò a salire. L’ecosistema del Freeside era limitato, non chiuso. Invece Zion era un sistema chiuso, capace di riciclarsi per anni senza l’introduzione di materiali esterni. Il Freeside produceva la propria aria e acqua, ma necessitava del costante rifornimento di generi alimentari, dal regolare incremento di sostanze nutritive nel terreno. Villa Straylight non produceva niente di tutto ciò.

— Amico, sali qua sopra, al mio fianco — disse Maelcum, con calma. Case si spostò di lato sulla scala circolare e salì i pochi pioli che ancora mancavano. Il tubo terminava con un portello liscio, leggermente convesso, di due metri di diametro. I meccanismi idraulici del passaggio scomparivano all’interno degli alloggiamenti flessibili dentro il telaio del portello.

— Allora, cosa dobbiamo…

Case chiuse la bocca quando il portello si sollevò e una leggera differenza di pressione gli soffiò del pulviscolo negli occhi. Maelcum s’arrampicò oltre il bordo, e Case sentì il minuscolo scatto della sicura del Remington che veniva tolta. — Sei tu l’uomo che ha fretta — gli bisbigliò Maelcum, rannicchiandosi. Poi Case gli fu accanto.

Il portello si apriva al centro di una camera circolare con il soffitto a volta, il pavimento rivestito di piastrelle di plastica azzurra antisdrucciolo. Maelcum gli diede di gomito, indicando qualcosa, e Case vide un monitor incassato nella parete ricurva. Sullo schermo, un uomo giovane, alto, con i lineamenti dei Tessier-Ashpool, si stava spazzolando qualcosa dalle maniche della tuta scura. Si trovava accanto a un portello identico, in una camera identica. — Molto spiacente, signore — disse una voce proveniente da una griglia centrata sopra il portello. Case sollevò lo sguardo. — L’aspettavo più tardi al molo assiale. Un momento, per favore. — Sul monitor il giovanotto scrollò la testa con impazienza.

Maelcum si girò di scatto quando una porta si aprì alla loro sinistra scivolando sulle guide, e tenne pronto il fucile a canna mozza. Un piccolo eurasiatico con una tuta arancione varcò la soglia e li guardò strabuzzando gli occhi. Spalancò la bocca, ma non ne uscì alcun suono. La richiuse. Case si girò verso lo schermo. Vuoto.

— Chi siete? — riuscì a dire l’ometto.

— La marina rastafariana — replicò Case, sollevandosi, mentre il terminale del cyberspazio gli batteva contro il fianco. — E tutto quello che vogliamo è un collegamento con il vostro sistema di sicurezza.

L’ometto deglutì. — È un test? È un controllo-fedeltà. Dev’essere un controllo-fedeltà. — Si asciugò le mani sui pantaloni della tuta arancione.

— No, amico, questo è vero. — Maelcum lasciò la posizione rannicchiata, tenendo il Remington puntato contro il viso dell’eurasiatico. — Muoviti.

Seguirono il piccoletto oltre la porta, all’interno di un corridoio le cui pareti di cemento levigato e il pavimento ricoperto da strati di tappeti erano familiari a Case. — Bei tappeti — commentò Maelcum, pungolando l’uomo sulla schiena. — Sa di chiesa.

Arrivarono a un altro monitor, un vecchio Sony montato sopra una consolle con una tastiera e un complesso spiegamento di pannelli con le prese per i collegamenti. Lo schermo si accese quando si fermarono. Finn li fissò sorridendo con aria un po’ tesa da quella che pareva l’anticamera della Metro Holografix. — Va bene — disse. — Maelcum, accompagna quel tizio in fondo al corridoio fino alla porta aperta dell’armadio, sbattilo dentro e chiudi a chiave. Case, a te serve la quinta presa da sinistra del pannello superiore. Ci sono degli adattatori per le spine in un armadietto sotto la consolle. Ne serve uno da un Ono-Sendai a venti poli per un Hitachi 40. — Mentre Maelcum spingeva il suo prigioniero, Case s’inginocchiò e rovistò in un assortimento di spine e adattatori, e alla fine trovò quello che gli serviva. Con il suo innesto applicato all’adattatore, si fermò in attesa.

— Devi proprio avere quella faccia, amico? — chiese al volto nello schermo. Finn venne cancellato una linea per volta e sostituito dall’immagine di Lonny Zone appoggiato a una parete di manifesti giapponesi strappati.

— Se ti serve qualcosa, bimbo, basta che tu faccia un salto da Lonny — disse Zone con voce strascicata.

— No — ribatté Case. — Usa Finn. — Mentre l’immagine di Zone spariva, infilò l’adattatore Hitachi nella presa e si sistemò gli elettrodi sulla fronte.

— Cosa ti ha trattenuto? — chiese il Flatline, e scoppiò a ridere.

— Ti avevo detto di non farlo — disse Case.

— Sto scherzando, ragazzo — replicò il costrutto. — Per me il tempo trascorso è zero. Fammi vedere cosa abbiamo qui…

Il programma Kuang era verde, esattamente la sfumatura dell’ice della T-A. Proprio mentre Case stava a guardare, divenne a mano a mano più opaco, malgrado il cowboy potesse distinguere con chiarezza la cosa simile a uno squalo che rifletteva le immagini come uno specchio nero quando sollevò lo sguardo. Adesso le linee frammentate e le allucinazioni erano sparite, e la cosa pareva vera quanto il Marcus Garvey, un antiquato jet privo d’ali, la sua liscia epidermide placcata di cromo nero.

— Avanti dritto — disse il Flatline.

— Bene — disse Case, e cambiò.

— … così. Mi dispiace — stava dicendo 3Jane, mentre bendava la testa di Molly. — La nostra unità dice che non c’è commozione cerebrale, nessun danno permanente all’occhio. Non lo conoscevi granché prima di venire qui?

— Non lo conoscevo affatto — replicò Molly con voce cupa. Adesso era stesa di schiena su un alto giaciglio, o un tavolo imbottito. Case non riusciva a sentire la gamba ferita. L’effetto sinestesico dell’iniezione pareva essersi esaurito. La sfera nera era scomparsa, ma adesso le mani erano immobilizzate da cinghie morbide che lei non poteva vedere.

— Lui vuole ucciderti.

— Quadra — replicò Molly, fissando il ruvido soffitto dietro una luce molto intensa.

— Non penso di volere una cosa del genere — disse 3Jane, e Molly, provando un’acuta fitta di dolore, girò la testa per guardare quegli occhi scuri.

— Non prendermi in giro — disse.

— Ma credo che mi piacerebbe farlo — disse 3Jane, e si chinò per baciarle la fronte, scostandole i capelli con una mano calda. C’erano macchie di sangue sulla sua pallida djellaba.

— Dov’è andato, adesso? — chiese Molly.

— A farsi un’altra iniezione, immagino — rispose 3Jane, sollevandosi. — Aspettava con molta impazienza il tuo arrivo. Immagino che potrebbe essere divertente curarti per rimetterti in sesto, Molly. — Sorrise con aria assente, pulendosi una mano insanguinata nel vestito. — La tua gamba dovrà essere rimessa a posto. Ma questo si può sistemare.

— E Peter?

— Peter? — 3Jane scosse leggermente il capo. Una ciocca si staccò dalla massa di capelli scuri ricadendole di traverso sulla fronte. — Peter è diventato piuttosto noioso. Trovo che in genere l’uso della droga sia noioso. — Se ne uscì in una risatina. — Negli altri, comunque. Mio padre ne abusava tranquillamente, come avrai notato.

Molly divenne tesa.

— Non allarmarti. — Le dita di 3Jane le sfiorarono la pelle sopra la cintura dei jeans di cuoio. — Il suo suicidio è stato il risultato della mia manipolazione dei margini di sicurezza della sua ibernazione. Non l’ho mai incontrato di persona, sai. Io sono stata trapiantata dopo che se ne è andato a dormire l’ultima volta. Ma lo conoscevo molto bene. Le banche di memoria sanno ogni cosa. L’ho osservato mentre uccideva mia madre. Te lo farò vedere, quando starai meglio. La strangola a letto.

— Perché l’ha uccisa? — L’occhio non bendato di Molly mise a fuoco il volto della ragazza.

— Non riusciva ad accettare i progetti che lei aveva in mente per la nostra famiglia. È stata lei a commissionare la costruzione delle nostre intelligenze artificiali. Era una gran visionaria. Ci immaginava in una relazione simbiotica con le IA, in cui le decisioni societarie erano prese dalle IA per nostro conto. Le nostre decisioni consapevoli, dovrei precisare. La Tessier-Ashpool sarebbe stata immortale, una mente collettiva, dove ciascuno di noi sarebbe diventato una singola unità di un’entità più grande. Affascinante. Ti farò vedere i nastri, sono quasi mille ore. Ma io non l’ho mai capita, a essere sinceri, e con la sua morte, la sua strategia è andata perduta. Tutte le sue strategie sono andate perdute, e noi abbiamo cominciato a rintanarci in noi stessi. Adesso usciamo di rado. Qui, l’eccezione sono io.

— Hai detto che stavi tentando di uccidere il vecchio. Hai manipolato i suoi programmi criogenici?

3Jane annuì. — Ma mi hanno dato una mano. Un fantasma. È proprio quello che pensavo quand’ero molto giovane, che ci fossero molti fantasmi, appunto, nei nuclei di memoria della compagnia. Voci. Uno di loro è quello che tu chiami Invernomuto, che è il codice Turing per la nostra IA di Berna, anche se l’entità che vi manipola è una specie di sottoprogramma.

— Uno di loro? Ce n’è più d’uno?

— Un altro. Ma quella entità non mi parla da anni. Ci ha rinunciato, temo. Sospetto che entrambe rappresentino la fruizione di certe capacità che mia madre ordinò venissero inserite nel software originale, ma lei sapeva essere una donna molto riservata quando lo riteneva necessario. Ecco, bevi. — Accostò un tubo di plastica flessibile alle labbra di Molly. — Acqua. Soltanto un po’.

— Jane, amore — intervenne Riviera allegramente, da qualche punto imprecisato. — Ti stai divertendo?

— Lasciaci in pace, Peter.

— Stai giocando al dottore… — D’un tratto Molly fissò il proprio viso, l’immagine sospesa a dieci centimetri dal naso. Non c’erano bende. L’innesto sinistro era infranto, un lungo dito di plastica d’argento spinto in profondità in un’occhiaia che era una pozza di sangue.

— Hideo, fai male a Peter, se non se ne va. Vai a nuotare, Peter — disse 3Jane, accarezzando lo stomaco di Molly.

La proiezione scomparve.

07:58:40, nel buio dell’occhio bendato.

— Ha detto di conoscere il codice. L’ha detto Peter. A Invernomuto serve il codice. — Case divenne d’un tratto memore della chiave Chubb appesa alla cinghietta di nylon e appoggiata sulla curva interna del seno sinistro di Molly.

— Sì — disse 3Jane, ritirando la mano. — Lo so. L’ho appreso quand’ero bambina. Credo di averlo imparato in sogno… oppure da qualche parte nel migliaio d’ore di diari di mia madre. Ma credo che Peter abbia ragione a sollecitarmi a non cederlo. Scoppierebbe una polemica con il Turing, se capisco bene, e i fantasmi sono parecchio capricciosi.

Case si scollegò.

— Strana piccola cliente, eh? — Finn sorrise a Case dal vecchio Sony.

Case scrollò le spalle. In quel momento vide Maelcum che tornava lungo il corridoio, con il Remington al fianco. Lo zionita sorrideva, la sua testa dondolava a un ritmo che Case non riusciva a percepire. Un paio di sottili cavetti gialli correvano dalle orecchie a una tasca laterale della giacca senza maniche.

— Dub, amico — spiegò Maelcum.

— Sei pazzo da legare — ribatté Case.

— Sento bene lo stesso, amico. Dub sacrosanto.

— Ehi, gente — intervenne Finn — pronti a muovervi. Ecco che arriva il vostro trasporto. Non posso ripetere l’exploit dell’immagine di 8Jean che imbroglia il portiere, ma posso sempre darvi un passaggio fino agli alloggi di 3Jane.

Case stava estraendo l’adattatore dalla presa quando un carrello di servizio senza conducente spuntò da dietro la curva, passando sotto la sgraziata arcata di cemento che contrassegnava l’estremità opposta del corridoio. Poteva essere quello usato dagli africani, ma in tal caso i due se n’erano andati. Appostato dietro il basso schienale del sedile, con le minuscole chele aggrappate all’imbottitura, il piccolo Braun ammiccava senza sosta con il suo led rosso.

— Dobbiamo prendere l’autobus — annunciò Case a Maelcum.

20

Aveva di nuovo smarrito la propria rabbia. Ne sentiva la mancanza.

Il piccolo carrello era affollato: Maelcum, con il Remington di traverso sulle ginocchia, e Case, con il deck e il costrutto appoggiati al petto. Stava procedendo a una velocità per la quale non era stato concepito, era appesantito al massimo e quando svoltava Maelcum si doveva sporgere in direzione della curva. Questo non era un problema quando il carrello svoltava a sinistra, giacché Case stava a destra, ma durante le svolte a destra lo zionita era costretto ad allungarsi addosso a Case e alle sue apparecchiature, schiacciandolo contro il sedile.

Case non aveva la minima idea di dove si trovassero. Ogni cosa gli era familiare, ma non poteva essere sicuro di aver già visto prima questo o quel tratto. Un corridoio sinuoso, dove erano allineate delle bacheche di legno, esponeva delle collezioni che era certo di non aver mai visto: crani di grossi uccelli, monete, maschere di argento battuto. I sei pneumatici del carrello procedevano silenziosi sugli strati di tappeti. C’era soltanto l’uggiolio del motore elettrico e un’occasionale esplosione di dub zionita dalla cuffia imbottita alle orecchie di Maelcum, quando questi si buttava di traverso a Case per affrontare una strettissima curva sulla destra. Il terminale e il costrutto continuavano a premere contro il fianco la shuriken che aveva nella tasca della giacca.

— Hai un orologio? — chiese a Maelcum.

Lo zionita scosse la testa riccioluta. — Il tempo è tempo.

— Gesù — fece Case, e chiuse gli occhi.

Il Braun corse sopra i tappeti ammonticchiati per andare a battere una zampa imbottita contro un portone di ammaccato legno scuro. Subito in scia, il carrello sfrigolò e fece sprizzare scintille azzurre da un pannello con una feritoia di ventilazione. Quando le scintille caddero sul tappeto sotto il carrello, Case sentì l’odore della lana bruciacchiata.

— È questa la strada, amico? — Maelcum osservò la porta e tolse la sicura dal fucile.

— Come faccio a saperlo? — disse Case, più a se stesso che a Maelcum. Il Braun ruotò il corpo sferico e il led cominciò a pulsare.

— Vuole che apri la porta — fece annuendo Maelcum.

Case andò a saggiare la maniglia d’ottone lavorato. C’era una piastra d’ottone montata sulla porta ad altezza d’occhio, così vecchia che le lettere che un tempo vi erano state incise erano ridotte a un codice illeggibile più simile a una ragnatela, il nome di qualche funzione o di qualche funzionario da lungo tempo scomparso, lucidato fino all’oblio. Si chiese vagamente se la Tessier-Ashpool avesse scelto individualmente ogni singolo pezzo di Straylight oppure se li avesse comperati in blocco da qualche grosso equivalente europeo della Metro Holografix. I cardini della porta si lamentarono quando Case l’aprì con cautela. Maelcum gli passò davanti con il Remington spianato al fianco.

— Libri — disse.

La biblioteca. I bianchi scaffali d’acciaio con le loro etichette.

— So dove siamo — annuì Case. Si voltò verso il carrello di servizio. Una voluta di fumo saliva dal tappeto. — Su. Vieni avanti. Carrello. Carrello. — Questo restò fermo al suo posto. Il Braun stava tirando la gamba dei jeans, pizzicandogli la caviglia. Case resistette all’irrefrenabile impulso di tirargli un calcione. — Sì?

Il Braun oltrepassò ticchettando la soglia. Case lo seguì.

Il monitor della biblioteca era un altro Sony, obsoleto quanto il primo. Il Braun vi si arrestò sotto ed eseguì una specie di danza.

— Invernomuto?

I lineamenti familiari riempirono subito lo schermo. Finn sorrise.

— Era ora di presentarsi all’appello, Case — disse Finn, strizzando gli occhi per proteggerli dal fumo di una sigaretta. — Su, collegati.

Il Braun si lanciò verso la caviglia e cominciò ad arrampicarsi lungo la gamba, pizzicando la pelle di Case con i manipolatori attraverso il sottile tessuto nero. — Merda! — Lo allontanò con un ceffone, mandandolo a sbattere contro la parete. Due arti iniziarono a muoversi a ripetizione come pistoni, a vuoto, pompando l’aria. — Cosa c’è che non va in questo dannato aggeggio?

— È bruciato — rispose Finn. — Lascia perdere. Non è un problema. Collegati subito.

C’erano quattro prese sotto lo schermo, ma una soltanto accettava l’adattatore dell’Hitachi.

Si collegò.

Niente. Un vuoto grigio.

Nessuna matrice. Nessuna griglia. Nessun cyberspazio.

Il terminale non c’era più. Le sue dita…

E ai confini più remoti della consapevolezza qualcosa che correva, la fuggevole impressione di qualcosa che correva verso di lui, attraverso leghe di specchio nero.

Tentò di urlare.

Pareva ci fosse una città dietro la curva della spiaggia, ma era molto lontana.

Si rannicchiò sulla sabbia umida, con le braccia serrate intorno alle ginocchia… e tremò.

Rimase in quella posizione per un intervallo che gli parve lunghissimo, perfino quando il tremito cessò. La città, se davvero di una città si trattava, era bassa e grigia. Talvolta era oscurata da banchi di nebbia che tumultuavano sopra la risacca che lambiva la spiaggia. A un certo punto decise che non si trattava affatto di una città, ma di un singolo edificio, forse una rovina. Non aveva alcun modo di valutare la distanza. La sabbia aveva il colore dell’argento ossidato che non è diventato ancora nero del tutto. La spiaggia era fatta di sabbia, la spiaggia era molto lunga, la sabbia era umida, il fondo dei suoi calzoni era bagnato a causa della sabbia… Si mise a dondolare, canticchiando una canzone che non aveva né parole né motivo.

Il cielo era di un argento diverso. Chiba? Sì, come il cielo di Chiba. La baia di Tokyo. Girò la testa in direzione del mare, bramando l’insegna olografica della Fuji Electric, il ronzio di un elicottero, qualunque cosa.

In qualche imprecisato punto alle sue spalle, il grido di un gabbiano. Rabbrividì.

Si stava alzando il vento. La sabbia gli pizzicò la guancia. Appoggiò il viso sulle ginocchia e pianse. Il suono ritmato dei singhiozzi, remoto e alieno come il grido del gabbiano in cerca di qualcosa. Un fiotto d’orina calda gl’inzuppò i jeans, sgocciolò sulla sabbia e in un attimo si raffreddò al vento che soffiava dal mare. Quando le lacrime finirono, fu la gola a fargli male.

— Invernomuto — borbottò alle ginocchia. — Invernomuto…

Si stava facendo buio, e quando rabbrividiva era per il freddo, che alla fine lo costrinse ad alzarsi.

Le ginocchia e i gomiti gli dolevano. Il naso gli colava. Se lo pulì sul polsino del giubbotto, poi si frugò in una tasca vuota dopo l’altra. — Gesù — esclamò, con le spalle ingobbite, ficcandosi le dita sotto le braccia per ritrovare un po’ di calore. — Gesù. — Cominciò a battere i denti.

La marea aveva lasciato sulla spiaggia disegni più fini di quelli che qualunque giardiniere di Tokyo sarebbe stato in grado di produrre. Quand’ebbe mosso una dozzina di passi in direzione della città, adesso invisibile, si girò, voltandosi a guardare attraverso l’oscurità che si stava addensando. Le impronte dei suoi piedi si estendevano fino al punto del suo arrivo. Non c’era altro segno a turbare la sabbia appannata.

Valutò di aver coperto almeno un chilometro prima di notare la luce. Stava parlando con Ratz, ed era stato Ratz a indicargliela per primo, un bagliore rosso-arancione sulla sua destra, lontano dalla risacca. Sapeva benissimo che non era Ratz, che il barista era un parto della sua immaginazione, non della cosa in cui era intrappolato, ma questo non aveva importanza. Aveva evocato quell’uomo per procurarsi un po’ di sollievo, ma Ratz aveva le proprie idee su Case e sulla sua situazione.

— Dico sul serio, mio caro artista, tu mi stupisci. Che cosa non faresti per distruggerti! Che ridondanza! A Night City c’eri quasi riuscito, senza nessuna difficoltà. L’eroina per divorare i tuoi sensi, l’alcool per rendere tutto più fluido, Linda per una sofferenza più dolce, e le strade per farla finita. Quanta strada hai fatto per raggiungere lo stesso scopo, e che scenografia grottesca ti sei scelto. Giardini sospesi nello spazio, castelli ermeticamente chiusi, il più raro e prezioso ciarpame della vecchia Europa, i morti sigillati in tante scatolette, la magia della Cina… — Ratz scoppiò a ridere mentre avanzava al suo fianco con passo stracco, il manipolatore rosa che dondolava baldanzoso. Malgrado il buio, Case riusciva a vedere l’acciaio barocco che merlettava i denti anneriti del barista. — Ma presumo che questo sia il modo di comportarsi di un artista, no? Avevi davvero bisogno che ti costruissero questo mondo, questa spiaggia, questo posto… per morire?

Case si fermò, vacillò, si voltò verso il fragore della risacca e le punzecchiature dei granelli di sabbia soffiati dal vento. — Già. Cazzo. Immagino… — S’incamminò verso il rumore.

— Artista — sentì che Ratz gli gridava dietro. — La luce. Hai visto una luce? Qui, da questa parte…

Si fermò di nuovo, barcollante, cadde sulle ginocchia, nei pochi millimetri d’acqua di mare ghiacciata. — Ratz. Luce, Ratz…

Ma adesso il buio era totale, e c’era soltanto quel rumore… il fragore della risacca. Lottò per risollevarsi in piedi e cercò di ripercorrere i suoi passi.

Il tempo passò. Continuò a camminare.

E poi eccolo, un bagliore che diventava più distinto a ogni passo. Un rettangolo. Una porta.

— C’è un fuoco acceso là dentro — disse, le sue parole lacerate dal vento.

Era un bunker, di pietra o cemento, sepolto da dune di sabbia scura. L’entrata era bassa, stretta, priva di battenti, e profondamente incassata in una parete spessa almeno un metro. — Ehi — chiamò Case con un filo di voce. — Ehi… — Le sue dita sfiorarono la parete fredda. C’era un fuoco là dentro, delle ombre in movimento ai lati dell’ingresso.

Si chinò più che poteva e con tre passi valicò la soglia.

Una ragazza era rannicchiata accanto a una forma d’acciaio arrugginito, una specie di focolare nel quale stava bruciando della legna raccolta sulla spiaggia. Il vento risucchiava il fumo attraverso un camino tutto ammaccato. Il fuoco era l’unica fonte di luce, e quando il suo sguardo incontrò quegli occhi grandi e sorpresi Case riconobbe la benda intorno alla testa, una sciarpa annodata, stampata con un disegno che riprendeva l’ingrandimento d’un circuito stampato.

Rifiutò il suo abbraccio, quella notte, rifiutò il cibo che lei gli offriva, in quel nido di coperte e di termopiuma sminuzzata. Alla fine Case s’accucciò accanto alla porta e la guardò mentre dormiva, ascoltando il vento che raschiava le pareti della struttura. Ogni ora o giù di lì si alzò per andare a quel focolare improvvisato, aggiungendo al fuoco dell’altra legna presa dalla pila lì accanto. Niente di tutto ciò era reale, ma il freddo era il freddo…

Lei non era reale, acciambellata sul fianco al bagliore delle fiamme. Case osservò la bocca, le labbra leggermente socchiuse. Era la ragazza che ricordava dal suo viaggio dall’altra parte della baia, che crudeltà.

— Brutto figlio di troia — bisbigliò rivolto al vento. — Non vuoi correre rischi, vero? Non mi daresti mai una drogata qualsiasi, eh? So cos’è questo… — Cercò di scacciare la disperazione dalla voce. — Lo so, capisci? So chi sei. Tu sei l’altro. 3Jane l’ha detto a Molly. Il roveto ardente: quello non era Invernomuto, eri tu. Lui ha tentato di avvertirmi con il Braun. Adesso mi hai ridotto a una linea piatta, mi hai portato qui. Da nessuna parte, insieme a un fantasma. Come io la ricordo che era un tempo…

La ragazza si agitò nel sonno, dicendo qualcosa, tirandosi un lembo di coperta sulla spalla e sulla guancia.

— Non sei niente — disse alla ragazza addormentata. — Sei morta, e comunque per me significavi soltanto un merdoso niente e basta. Mi hai sentito, socio? So cosa stai facendo. Sono encefalogramma piatto. Ci sono voluti soltanto venti secondi per riuscirci, giusto? Sono a terra in quella biblioteca, e il mio cervello è morto. E molto presto sarà morto davvero, capisci? Non vuoi che Invernomuto porti a termine il suo maledetto piano, ecco, così ti basta tenermi qui. Dixie manovrerà il Kuang, ma è morto e tu puoi prevedere le sue mosse, sicuro. Questa stronzata con Linda, già, tutta opera tua, vero? Invernomuto ha cercato di usarla quando mi ha risucchiato dentro il costrutto di Chiba, ma non c’è riuscito. Ha detto che era troppo difficile. Sei stato tu a spostare le stelle là nel Freeside, vero? Sei stato tu a mettere la sua faccia sul pupazzo morto nella stanza di Ashpool. Molly non l’ha mai visto. Tu hai rimontato il segnale del suo simstim. Perché pensi di potermi ferire. Perché pensi che m’importi qualcosa. Be’, vai a farti fottere, qualunque sia il nome con cui ti fai chiamare. Hai vinto. Sei il vincitore. Ma niente di tutto questo significa qualcosa per me, a questo punto. Tu credi che invece me ne freghi parecchio. Ma allora, perché mi fai questo? E in questo modo? — Tremava di nuovo, la sua voce si era fatta stridula.

— Tesoro, vieni a dormire. Io mi alzo, se vuoi. Ma tu devi dormire, d’accordo? — disse la ragazza, sollevandosi dalle coperte sbrindellate. Il suo accento strascicato era accentuato dal sonno. — Dormi e basta, d’accordo?

Quando si svegliò, lei se n’era andata. Il fuoco era spento, ma dentro il bunker faceva caldo, la luce del sole entrava obliqua dalla porta proiettando un irregolare rettangolo dorato sul fianco sfondato d’un panciuto bidone di fibra. Era un cassone da trasporto: ricordava di averne visti di simili nei moli di Chiba. Attraverso lo squarcio sul fianco poteva vedere una mezza dozzina di sacchetti d’un giallo canarino. Alla luce del sole parevano grossi panetti di burro. Il suo stomaco si contrasse per la fame. Rotolò fuori dal mucchio di coperte, raggiunse il cassone e recuperò un sacchetto. Sbattendo le palpebre, lesse i minuscoli caratteri in una dozzina di lingue. La scritta era in fondo: RAZ. EMERG. A-PRO, “MANZO” TIPO AG-8. Un elenco dei contenuti nutritivi. Con gesti goffi ne tirò fuori un secondo. UOVA. — Se ti stai inventando tutte queste stronzate potresti anche fornire del cibo vero, no? — protestò, sarcastico. Con un pacchetto per mano attraversò le quattro stanze della struttura. Due erano vuote, a parte qualche mucchio di sabbia. Solo l’ultima conteneva altri tre container di razioni. — Sicuro — disse toccando i sigilli. — Dovrò rimanere qui un bel po’. Ho afferrato il concetto. Sicuro…

Rovistò nella stanza del focolare fino a quando trovò una tanica di plastica piena di quella che ritenne essere acqua piovana. Accanto al mucchio di coperte, a ridosso della parete, c’erano un accendisigari da quattro soldi, un coltello da marinaio con un manico verde crepato e la sciarpa della ragazza. Era ancora annodata, irrigidita dal sudore e dallo sporco. Si servì del coltello per aprire i sacchetti gialli, facendo cadere il loro contenuto nel barattolo arrugginito che aveva trovato accanto alla stufa. Vi versò l’acqua del contenitore, mescolò con le dita la poltiglia risultante e mangiò. Aveva un vago sapore di manzo. Quand’ebbe finito la sbobba, buttò il barattolo nel focolare e uscì.

Era pomeriggio avanzato, a giudicare dall’angolazione dei raggi del sole. Quando si sfilò con un calcio le umide scarpe di nylon rimase sorpreso dal calore della sabbia. Alla luce del giorno la spiaggia era grigio e argento. Il cielo era azzurro, privo di nubi. Girò l’angolo del bunker per incamminarsi verso le onde, lasciando cadere la giacca sulla sabbia. — Non so di chi siano i ricordi che stai usando per questo — disse quand’ebbe raggiunto l’acqua. Si sfilò i jeans e li buttò con un calcio nell’acqua bassa, facendoli seguire dalla maglietta e dalle mutande.

— Cosa stai facendo, Case?

Si girò, e la vide a dieci metri, sulla riva. La schiuma bianca le scorreva tra le caviglie.

— Ieri sera mi sono pisciato addosso — rispose.

— Be’, allora non potrai rimetterli in quello stato. L’acqua di mare ti farà venire le piaghe. Adesso ti mostro la pozza fra gli scogli. — Con un gesto vago gliel’indicò alle sue spalle. — È dolce. — La sbiadita mimetica francese era stata rimboccata sopra il ginocchio. La pelle sottostante era liscia e abbronzata. La brezza le scompigliò i capelli.

— Senti, avrei una domanda da farti — disse Case, raccogliendo i propri indumenti e incamminandosi verso di lei. — Non voglio sapere cosa stai facendo qui. Ma esattamente cosa pensi che io stia facendo qui? — Si fermò. Una gamba nera e inzuppata dei jeans gli sbatté contro il fianco nudo.

— Sei arrivato ieri sera — rispose lei con un sorriso.

— E questo ti basta? Che io sia arrivato?

— Lui ha detto che saresti venuto — fece lei, arricciando il naso. Si strinse nelle spalle. — Immagino che sia esperto di cose del genere. — Sollevò il piede sinistro e si sfregò il sale dall’altra caviglia, una mossa goffa, infantile. Gli sorrise di nuovo, più titubante. — Adesso rispondi tu a una mia domanda. Ti va?

Case annuì.

— Come mai sei tutto dipinto di marrone in quel modo, salvo un piede?

— Ed è l’ultima cosa che ricordi? — L’osservò mentre raschiava i resti dello spezzatino liofilizzato dal coperchio rettangolare della scatola di acciaio che era il loro unico piatto.

Lei annuì. I suoi occhi erano enormi alla luce del fuoco. — Mi spiace, Case, davvero. È stata tutta quella merda, immagino, ed è stato… — Si sporse in avanti, gli avambracci appoggiati sulle ginocchia, il volto deformato per alcuni secondi a causa del dolore o del suo ricordo. — Avevo bisogno dei soldi. Di tornare a casa, immagino, oppure… Cazzo, non mi parlavi quasi.

— Non ci sono sigarette?

— Accidenti, Case, me l’hai già chiesto dièci volte, oggi! Cos’hai? — Si rigirò una ciocca di capelli in bocca.

— Ma il cibo era qui? Era già qui?

— Te l’ho detto, amico, è stato portato dal mare su quella maledetta spiaggia.

— D’accordo. Sicuro. È perfetto.

Lei ricominciò a piangere, con singhiozzi senza lacrime. — Insomma, accidenti a te lo stesso, Case — riuscì a dire alla fine. — Qui me la stavo cavando benissimo da sola.

Lui si alzò in piedi, recuperò la giacca e si chinò per passare sotto la porta, sfregando il polso sul cemento ruvido. Non c’era luna, non c’era vento. Il mare rimbombava tutt’intorno a lui, nel buio. I suoi jeans, ancora umidi, gli aderivano come una seconda pelle. — D’accordo — disse, rivolto alla notte — l’accetterò. Mi sa che ci starò. Ma sarà meglio che domani il mare ci porti anche qualche sigaretta. — La propria risata lo sorprese. — E una cassa di birra non sarebbe male, visto che ci sei. — Si girò e rientrò nel bunker.

Lei stava smuovendo i tizzoni con un pezzo di legno argentato. — Case, chi era quella, là nella tua bara del Cheap Hotel? Quella fighissima samurai con gli occhiali d’argento, tutta di cuoio nero. Mi ha spaventato, e dopo ho immaginato che forse era la tua nuova ragazza, soltanto che a vederla sembrava che di quattrini ne avesse più di te… — Si voltò a lanciargli un’occhiata. — Mi spiace sul serio di averti rubato la RAM.

— Non importa — rispose lui. — Non significa niente. Così, l’hai portata da quel tizio e gli hai chiesto di accedere alla RAM per tuo conto.

— Tony — precisò lei. — Ci vedevamo di tanto in tanto, diciamo. Si drogava e noi… comunque, sì, mi ricordo che ha fatto passare la RAM sul suo monitor, ed era una grafica davvero bestiale, e ricordo di essermi chiesta come mai tu…

— Non c’era nessuna grafica là dentro — l’interruppe Case.

— Certo che c’era. Non riuscivo proprio a capire come mai avessi tutte quelle fotografie di quando ero bambina, Case. Com’era il mio papà prima che se ne andasse. Un giorno mi aveva regalato quell’anatra di legno dipinto, e tu avevi una fotografia anche di quella…

— Tony l’ha vista?

— Non mi ricordo. Poi mi sono trovata sulla spiaggia, molto presto, allo spuntar del sole, con tutti quegli uccelli che gridavano. Che solitudine… Ero spaventata perché non avevo da bucarmi, e sapevo che mi sarei sentita male… E ho camminato e camminato fino a quando non ha fatto buio, e ho trovato questo posto, e il giorno dopo è arrivato il cibo, dentro quella roba verde nel mare che sembrano fogli di gelatina indurita. — Conficcò il bastone fra i tizzoni e ve lo lasciò. — Non mi sono mai sentita male — aggiunse, mentre i tizzoni crepitavano appena. — Ho sentito di più la mancanza delle sigarette. E tu, Case? Sei ancora fatto? — La luce del fuoco danzò sotto i suoi zigomi, riportando alla mente Wizard’s Castle e Tank War Europa.

— No — rispose Case, e a quel punto non aveva più importanza quel che lui sapeva, mentre assaporava il sale della bocca di lei dove le lacrime s’erano asciugate. C’era un’energia che scorreva in lei, qualcosa che aveva conosciuto a Night City, dove l’aveva tenuta stretta a sé, ed era stato a sua volta avvinto da quell’energia, tenendola per un attimo lontana dal tempo e dalla morte, dalla Strada implacabile che li perseguitava tutti. Era un posto che aveva già conosciuto, non tutti potevano condurlo fin lì, e in qualche modo era sempre riuscito a scordarlo. Qualcosa che aveva trovato e perso un sacco di volte. Apparteneva, lo sapeva, anzi lo ricordò mentre lo tirava in basso, apparteneva alla carne, a quella stessa carne di cui i cowboy si facevano beffe. Era una cosa immensa, al di là del conoscibile, un mare d’informazione codificata in eliche e feromoni, un intrico infinito che soltanto il corpo alla sua maniera forte e cieca riusciva a leggere.

La cerniera lampo s’incastrò mentre apriva la mimetica a causa dei dentini di nylon incrostati di sale. Finì per romperla, una minuscola parte metallica schizzò verso la parete quando il tessuto marcito dal sale cedette, e poi le fu dentro, effettuando la trasmissione dell’antico messaggio. Qui, perfino qui, in un luogo che conosceva per quello che era, cioè il modello codificato della memoria di un estraneo, l’impulso persisteva.

Premuta contro di lui, fu scossa da un tremito mentre il bastone prendeva fuoco, una vampa guizzante che proiettò sul muro del bunker le loro ombre avvinghiate.

Più tardi, mentre giacevano insieme, la mano di Case tra le cosce di lei, la ricordò sulla spiaggia, la schiuma bianca che la trascinava per le caviglie, e ricordò quello che lei gli aveva annunciato.

— Ti ha detto che stavo arrivando — sussurrò.

Ma lei si limitò soltanto a rigirarsi contro Case, natiche contro cosce, posando una mano sopra quella dell’uomo, e borbottò qualcosa uscito da un sogno.

21

Fu la musica a svegliarlo. A tutta prima avrebbe potuto essere il battito del suo cuore. Si rizzò a sedere accanto a lei, tirandosi il giubbotto sulle spalle a causa del freddo dell’alba. Dalla soglia entrava una luce grigia e il fuoco era spento da parecchio.

La sua vista era intasata da spettrali geroglifici, linee traslucide di simboli che si autoallineavano contro lo sfondo neutro della parete del bunker. Quando Case si guardò il dorso delle mani, vide molecole debolmente luminescenti strisciargli sotto la pelle, disposte in bell’ordine secondo un codice ignoto. Sollevò la mano destra e provò a muoverla. Lasciò una debole scia stroboscopica d’immagini residue in rapida dissolvenza.

Gli si rizzarono i peli lungo le braccia e sulla nuca. Si raggomitolò, snudando i denti e cercando di percepire la musica. La pulsazione si attenuò, tornò, si attenuò di nuovo…

— Cosa c’è che non va? — Lei si rizzò a sedere, scostandosi i capelli dagli occhi. — Bimbo…

— Mi sento… come se fossi drogato… Ne hai?

Lei scosse la testa e allungò il braccio verso quello di Case, appoggiandogli le mani sugli avambracci.

— Linda, chi te l’ha detto? Chi ti ha detto che sarei venuto? Chi?

— Sulla spiaggia. — Qualcosa la costrinse a guardare altrove. — Un ragazzo. Lo vedo sulla spiaggia. Avrà sì e no tredici anni. Abita qui.

— E cos’ha detto?

— Ha detto che saresti venuto. Ha detto che non mi avresti odiato. Ha detto che saremmo stati bene qui, e mi ha indicato dove si trovava la pozza d’acqua piovana. Sembra messicano.

— Brasiliano — precisò Case, mentre una nuova ondata di simboli colava lungo il muro. — Credo che venga da Rio. — Si alzò in piedi e cominciò ad arrabattarsi per infilarsi i jeans.

— Case — disse Linda, con la voce che tremava. — Case, dove stai andando?

— Credo che andrò a cercare quel ragazzo — rispose lui, mentre la musica ritornava, soltanto una pulsazione, costante e familiare, anche se non riusciva a collocarla fra i suoi ricordi.

— Non farlo, Case.

— Mi è parso di vedere qualcosa quando sono arrivato. Una città in fondo alla spiaggia. Ma ieri non c’era più. L’hai mai vista? — Sollevò con un breve strattone la lampo e iniziò a districare l’impossibile nodo alle stringhe delle scarpe per poi scaraventarle in un angolo.

La ragazza annuì, con gli occhi bassi. — Sì… qualche volta la vedo.

— Vai mai laggiù, Linda? — Case s’infilò la giacca.

— No, ma ci ho provato. Dopo che sono arrivata, ed ero tanto annoiata. Comunque m’era parso che fosse una città, così forse avrei potuto trovarci un po’ di merda, roba pesante, sai. — Fece una smorfia. — Non è che stessi male, per niente, la volevo e basta. Così, ho sbattuto del cibo in un barattolo, l’ho annaffiato ben bene d’acqua e l’ho allungato parecchio, dato che non avevo un altro barattolo per l’acqua. Poi ho camminato tutto il giorno, e talvolta riuscivo a vederla, la città, e non pareva nemmeno troppo lontana. Ma non si è mai avvicinata. E poi, finalmente, era più vicina, e ho visto cos’era. Quel giorno, a un certo punto, mi è parso che fosse in macerie, e forse non c’era nessuno. In altri momenti, invece, mi è parso di vedere come dei riflessi su una macchina, un’automobile o qualcosa del genere… — La sua voce si affievolì.

— Che c’e?

— Questa cosa. — Lei indicò con un gesto il focolare, le pareti scure, la luce dell’alba che delineava la porta. — Questa cosa dove viviamo noi. Diventa più piccola, Case, più piccola a mano a mano che ti avvicini.

Lui si soffermò un’ultima volta accanto alla porta. — L’hai chiesto al tuo ragazzo?

— Sì. Ha detto che non avrei capito, che sprecavo solo il mio tempo. Ha detto che era come… come un evento. E che quello era il nostro orizzonte. L’orizzonte degli eventi, come l’ha chiamato.

Quelle parole non significavano niente per Case. Lasciò il bunker e si avventurò fuori alla cieca, comunque, in qualche modo lo capiva, allontanandosi dal mare. Adesso i geroglifici scorrevano veloci sulla sabbia, gli scappavano da sotto i piedi, si ritraevano da lui a mano a mano che avanzava. — Ehi, si sta frantumando. Scommetto che lo sai anche tu. Che cos’è? Il Kuang? L’icebreaker cinese che sta aprendo un buco nel tuo cuore e lo divora. Forse il Flatline non si lascia menare per il naso, eh?

La sentì che chiamava il suo nome. Quando si voltò vide che lo stava seguendo, senza cercare di raggiungerlo, la lampo rotta della mimetica che le sbatteva contro il ventre abbronzato, i peli pubici inquadrati dal tessuto lacerato. Pareva una delle ragazze delle vecchie riviste di Finn alla Metro Holografix, tornata miracolosamente in vita. Soltanto che lei era stanca, triste e umana, l’indumento lacerato era patetico mentre incespicava sopra i grumi di alghe marine inargentate dal sale.

E poi, in qualche modo, si trovarono in mezzo alla risacca, tutti e tre, e le gengive del ragazzo erano grandi e d’un rosa acceso sullo sfondo del volto bruno e sottile. Indossava un paio di calzoncini incolori e sbrindellati, braccia e gambe troppo magre contro l’azzurro grigio carezzevole della marea.

— Ti conosco — disse Case. Linda gli era accanto.

— No — replicò il ragazzo con voce acuta e musicale. — Tu non mi conosci.

— Tu sei l’altra IA. Tu sei Rio. Tu sei quello che vuol fermare Invernomuto. Come ti chiami? Il tuo codice di Turing? Qual è?

Il ragazzo fece una piroetta nella risacca, scoppiando a ridere, camminò sulle mani, poi schizzò fuori dall’acqua. I suoi occhi erano quelli di Riviera, ma non c’era nessuna malizia in essi. — Per evocare un demone devi imparare il suo nome. Un tempo gli uomini l’hanno sognato, ma adesso è vero in modo diverso. Tu lo sai bene, Case. È il tuo mestiere quello di apprendere i nomi dei programmi, i lunghi nomi formali, i nomi che i proprietari cercano di nascondere. I nomi veri…

— Un codice di Turing non è il tuo nome.

— Neuromante — disse il ragazzo, socchiudendo i lunghi occhi grigi per proteggerli dal sole che stava sorgendo. — Il sentiero che porta alla terra dei morti. Dove ti trovi tu, amico mio. Marie-France, la mia lady, è lei che ha aperto la strada, ma il suo signore l’ha soffocata prima che io potessi leggere il suo diario. Neuro, dai nervi, i sentieri d’argento. Neu… romante. Negromante. Io evoco i morti. Ma no, amico mio — e il ragazzo fece una piccola danza, i piedi bruni che stampavano impronte sulla sabbia. — Io sono i morti, e la loro terra. — Di nuovo, scoppiò a ridere. Un gabbiano stridette. — Rimani. Se la tua donna è un fantasma, non sa di esserlo. E neppure tu lo saprai.

— Stai cedendo. L’ice si sta rompendo.

— No — disse il ragazzo, d’un tratto mesto, le fragili spalle che s’ingobbivano. Sfregò il piede contro la sabbia. — È molto più semplice. Ma la scelta è tua. — Quegli occhi grigi fissarono Case con gravità. Un’ondata di nuovi simboli attraversò il suo campo visivo, una linea per volta. Dietro quella cortina il ragazzo si ondulò, come intravisto attraverso il calore che si leva dall’asfalto d’estate. Adesso la musica era più forte, e Case riusciva quasi a distinguere le melodie.

— Case, tesoro — disse Linda, e gli toccò la spalla.

— No. — Case si tolse la giacca e gliela porse. — Non so, forse sei qui. Comunque comincia a far freddo.

Si girò e si allontanò, e dopo il settimo passo chiuse gli occhi, osservando la musica che si delineava con chiarezza al centro delle cose. Si voltò una volta, malgrado non aprisse gli occhi.

Non aveva bisogno di farlo.

Erano là, accanto alla riva del mare, Linda Lee e il ragazzino magro che sosteneva di chiamarsi Neuromante. Il suo giubbotto penzolava dalla mano di Linda, sfiorando il bordo della risacca.

Continuò a camminare seguendo la musica.

Il dub zionita di Maelcum.

— Case? Amico?

La musica.

— Sei tornato, amico.

La musica gli venne tolta dalle orecchie.

— Per quanto tempo? — si sentì chiedere, accorgendosi di avere la bocca molto secca.

— Cinque minuti, forse. Troppo. Volevo staccare spina, Muto diceva di no. Lo schermo diventato strano, poi Muto detto di metterti le cuffie.

Aprì gli occhi. Ai lineamenti di Maelcum si sovrapponevano fasce di geroglifici trasparenti.

— E la tua medicina — disse Maelcum. — Due dermi.

Era disteso supino sul pavimento della biblioteca, sotto il monitor. Lo zionita l’aiutò a sollevarsi, ma il movimento lo scagliò nel selvaggio impeto della betafenetilammina, i dermi azzurri che bruciavano contro il polso sinistro. — Overdose — riuscì a dire.

— Su, forza, amico. — Le mani robuste sotto le ascelle lo sollevarono come un bambino. — Io e tu andare. Dobbiamo.

22

Il carrello di servizio stava urlando. La betafenetilammina gli regalava una voce. Non voleva saperne di smettere. Non nella galleria affollata, nei lunghi corridoi, non mentre superava la porta di vetro nero che dava sulla cripta T-A, i sotterranei dove il gelo era filtrato gradualmente nei sogni del vecchio Ashpool.

Il tragitto fu per Case un’euforia infinitamente protratta, il movimento del carrello indistinguibile dal folle impeto dell’overdose. Quando il carrello morì, finalmente, qualcosa sotto il sedile cedette, accompagnato da una pioggia di scintille incandescenti. Lo strepito cessò.

Il carrello s’arrestò a tre metri dall’imbocco della caverna privata di 3Jane.

— Quanto distante, amico? — Maelcum l’aiutò a scendere dalla macchinetta sputacchiante mentre un estintore integrale esplodeva nel vano motore. Fiotti di polvere gialla schizzarono dalle bocchette di ventilazione e dagli orifizi per la manutenzione. Il Braun rotolò giù dal sedile e s’allontanò zoppicando sulla finta sabbia, trascinandosi dietro un arto ormai inutile. — Devi camminare, amico. — Maelcum prese il deck e il costrutto, mettendosi a tracolla i cordoni antiurto.

Gli elettrodi sbattevano intorno al collo di Case mentre seguiva lo zionita. Gli ologrammi di Riviera li stavano aspettando, le scene di tortura e i bambini cannibali. Molly aveva rotto il trittico. Maelcum li ignorò.

— Calma — suggerì Case, costringendosi a raggiungere la figura che avanzava a grandi passi. — Devo farlo nella maniera più adatta.

Maelcum si fermò, si girò, e lo fissò aggrottando la fronte. — Adatta, amico? Adatta come?

— C’è Molly là dentro, ma ormai è fuori gioco. Riviera può lanciare ologrammi. Forse ha la Fletcher di Molly. — Maelcum annuì. — E c’è il ninja, la guardia del corpo della famiglia.

Maelcum corrugò ancora di più la fronte. — Tu ascolta, Babilonia, amico — disse. — Io sono guerriero. Ma questo non è combattimento, non è combattimento di Zion. Babilonia combatte Babilonia, si mangia da sola, sai? Ma tu vedi che io e tu cerchiamo tirar fuori di qui Rasoio Danzante.

Case sbatté le palpebre.

— Lei guerriero — aggiunse Maelcum, come se questo spiegasse tutto. — Adesso, dimmi, amico, chi non devo uccidere?

— 3Jane — rispose Case, dopo un attimo di silenzio. — Una ragazza che sta là dentro. Indossa una specie di veste bianca, con un cappuccio. Abbiamo bisogno di lei.

Quando raggiunsero l’ingresso, Maelcum entrò di filato, e a Case non restò che seguirlo.

Il regno di 3Jane era deserto, la piscina vuota. Maelcum gli porse il deck e il costrutto e raggiunse il bordo della piscina. Oltre i mobili bianchi da giardino c’era il buio, le ombre delle pareti frastagliate, alte fino alla vita, gli ultimi residui crollati del labirinto.

L’acqua lambiva paziente il fianco della piscina.

— Sono qui — disse Case. — Devono esserci.

Maelcum annuì.

La prima freccia gli trafisse l’avambraccio. Il Remington ruggì, il lampo della sua canna lungo un metro avvampò azzurro nella luce irradiata dalla piscina. La seconda freccia centrò in pieno il fucile, mandandolo a rotolare sopra le piastrelle bianche. Maelcum crollò seduto, e armeggiò con la cosa nera che gli sporgeva dal braccio. La strattonò.

Hideo uscì dalle ombre, una terza freccia pronta nell’esile arco di bambù. Fece un inchino.

Maelcum lo guatò, con la mano ancora stretta intorno all’asticella d’acciaio.

— L’arteria è intatta — disse il ninja. Case ricordò la descrizione di Molly dell’uomo che aveva ucciso il suo amante. Hideo era un altro di quegli individui. Senza età, emanava una sensazione di serenità, di calma assoluta. Indossava un paio di calzoncini color kaki tutti sfilacciati e un paio di morbide scarpe scure che gli calzavano i piedi come guanti, divise agli alluci come le calze tabi. L’arco di bambù era un pezzo da museo, ma la faretra di lega nera che sporgeva dalla spalla sinistra sembrava uscita dal miglior negozio d’armi di Chiba. Il petto bruno era nudo e liscio.

— Mi hai stroncato il pollice con la seconda, amico — si lamentò Maelcum.

— La forza di Coriolis — replicò il ninja, facendo un nuovo inchino. — È difficilissimo con un proiettile che si muove lentamente in una gravità rotazionale. Non era voluto.

— Dov’è 3Jane? — Quando Case si portò al fianco di Maelcum, vide che la punta della freccia del ninja era come un rasoio a doppia lama. — Dov’è Molly?

— Ciao, Case. — Riviera uscì dal buio alle spalle di Hideo, con la Fletcher di Molly in pugno. — Non so perché ma mi sarei quasi aspettato di vedere Armitage. Adesso abbiamo assoldato dei rinforzi nel gruppo Rasta?

— Armitage è morto.

— Armitage non è mai esistito, per essere esatti, ma la notizia non mi sorprende.

— L’ha ucciso Invernomuto. Adesso è in orbita intorno al fuso.

Riviera annuì. I suoi lunghi occhi grigi passarono da Case a Maelcum, per poi ritornare a Case. — Temo che per te finisca qui — disse.

— Dov’è Molly?

Il ninja rilasciò la tensione sulla sottile corda intrecciata, abbassando l’arco. Quindi attraversò la distesa piastrellata fin dove si trovava il Remington e lo raccolse. — Questo non ha la minima finezza — disse, come se stesse parlando da solo. La sua voce era rilassata e piacevole. Ogni suo minimo movimento faceva parte di una danza che non finiva mai, perfino quando il corpo era immobile, in posizione di riposo, ma malgrado tutta la potenza che evocava emanava anche umiltà, una schietta semplicità.

— Finisce qui anche per lei — rispose Riviera.

— Forse 3Jane non ci starà, Peter — ribatté Case, indeciso su quale fosse l’impulso che l’aveva indotto a parlare. I dermi imperversavano ancora nel suo sistema, l’antica febbre cominciava ad afferrarlo, la follia di Night City. Ricordava bene i momenti di grazia, quando poteva agire al limite, quando scopriva di potere talvolta parlare più in fretta di quanto riuscisse a pensare.

Gli occhi grigi si aguzzarono. — Perché, Case? Perché pensi ciò?

Case sorrise. Riviera non sapeva dell’apparecchiatura simstim. L’aveva mancata per la fretta di trovare le droghe che Molly gli portava. Ma com’era possibile che Hideo non se ne fosse accorto? E Case era certo che il ninja non avrebbe mai permesso che 3Jane curasse Molly senza aver prima controllato che non ci fossero marchingegni e armi nascoste. No, decise, il ninja lo sapeva. Perciò anche 3Jane doveva saperlo.

— Dimmi, Case — proseguì Riviera, sollevando la canna sforacchiata della Fletcher.

Qualcosa gemette dietro di lui, tornò a scricchiolare. 3Jane spinse fuori dall’ombra Molly, relegata su una cigolante poltrona a rotelle vittoriana. Molly era infagottata in una coperta a strisce rosse e nere, e lo stretto schienale di canne dell’antiquata carrozzina torreggiava sopra di lei. Molly sembrava molto piccola. Infranta. Una chiazza di micropori d’un bianco accecante copriva la lente danneggiata, l’altra balenava vuota quando la testa oscillava, accompagnando il movimento della seggiola.

— Un volto familiare — osservò 3Jane. — Ti ho visto la sera dello spettacolo di Peter. E questo, chi sarebbe?

— Maelcum — disse Case.

— Hideo, estrai la freccia e benda la ferita del signor Maelcum.

Case stava fissando Molly, il suo volto esangue.

Il ninja si avvicinò a Maelcum seduto, fermandosi per appoggiare l’arco e il fucile ben lontano dalla portata degli altri, e prelevò qualcosa dalla tasca. Un tronchese per bulloni. — Devo tagliare l’asticella — spiegò. — È troppo vicina all’arteria. — Maelcum annuì. Il suo viso era grigiastro e coperto da un velo di sudore.

Case si rivolse a 3Jane. — Non c’è molto tempo — ricordò.

— Per chi, esattamente?

— Per tutti noi. — Si sentì uno schiocco quando Hideo troncò l’asticella metallica della freccia. Maelcum cacciò un gemito.

— Dico sul serio — interloquì Riviera. — Non ti divertirà affatto ascoltare questo artista fallito dell’imbroglio fare il suo ultimo numero disperato. Sarà molto sgradevole, te lo posso assicurare. Finirà per strisciare sulle ginocchia, si offrirà di venderti sua madre, proporrà le più noiose prestazioni sessuali…

3Jane buttò la testa all’indietro e scoppiò a ridere. — Davvero credi che non lo farei, Peter?

— I fantasmi confonderanno le menti questa sera, signora mia — dichiarò Case. — Invernomuto affronterà l’altro, Neuromante. Una volta per tutte. Lo sai.

3Jane sollevò le sopracciglia. — Peter ha ventilato qualcosa del genere, ma dimmi dell’altro.

— Ho incontrato Neuromante. Ha parlato di tua madre. Credo sia una specie di gigantesco costrutto ROM, per registrare la personalità, soltanto che è interamente composto di RAM. I costrutti sono convinti di esserci, di essere veri, soltanto che va avanti in eterno.

3Jane spuntò da dietro la sedia a rotelle. — Dove? Descrivimi il posto, questo costrutto.

— Una spiaggia. Sabbia grigia, come argento… un argento che avrebbe bisogno d’essere lucidato… e una specie di bunker. — Case esitò. — Non è minimamente carino, soltanto vecchio, e cade a pezzi. Se cammini abbastanza a lungo, ritorni al punto di partenza.

— Sì — disse 3Jane. — Marocco. Quando Marie-France era una ragazzina, molti anni prima di sposare Ashpool, passò un’estate da sola su quella spiaggia, accampata in una casamatta abbandonata. Là formulò le basi della sua filosofia.

Hideo si raddrizzò, infilandosi il tronchesino nei calzoncini. Teneva una sezione della freccia per ogni mano. Maelcum aveva gli occhi chiusi, la mano stretta intorno al bicipite. — Lo bendo — disse Hideo.

Case riuscì a buttarsi a terra prima che Riviera spianasse la Fletcher per centrarlo. I dardi passarono sibilando accanto al suo collo come moscerini supersonici. Mentre rotolava al suolo, Case vide Hideo ruotare su se stesso, descrivendo un altro passo della sua danza, la freccia a rasoio stretta a rovescio tra le mani, con l’asticella schiacciata sul palmo e sulle dita irrigidite. Il ninja la scagliò in sottomano, il polso ridotto a una macchia confusa. La freccia si piantò nel dorso della mano di Riviera. La Fletcher rimbalzò sulle piastrelle a un metro di distanza.

Riviera urlò. Ma non per il dolore: era un urlo di rabbia, così puro, così schietto e raffinato da essere privo di qualsiasi umanità.

Raggi di luce gemelli, aghi rossi come rubini, saettarono dallo sterno di Riviera.

Il ninja grugnì, barcollò all’indietro, portandosi le mani agli occhi, poi recuperò l’equilibrio.

— Peter — disse 3Jane. — Peter, cos’hai fatto?

— Ha accecato il tuo clone — spiegò Molly con voce assente.

Hideo abbassò le mani piegate a coppa. Immobile sulle piastrelle bianche, Case vide fili di vapore uscire dagli occhi distrutti.

Riviera sorrise.

Hideo riprese la danza, tornando sui propri passi. Quando fu sopra l’arco, la freccia e il Remington, il sorriso di Riviera era già svanito. Si piegò (a Case parve che facesse un inchino) e trovò l’arco e la freccia.

— Sei cieco — gli ricordò Riviera, facendo un passo indietro.

— Peter, non sai che ci riesce anche al buio? — intervenne 3Jane. — Zen. È così che si allena.

Il ninja incoccò la freccia. — Mi distrarrai con i tuoi ologrammi, adesso?

Riviera aveva preso ad arretrare nel buio oltre la piscina. Sfiorò una sedia bianca, i suoi piedi sbatterono sulle piastrelle. La corda dell’arco venne tesa.

Riviera si mise a correre, spiccando un balzo oltre il frammento irregolare d’un muretto. Il volto del ninja era rapito, soffuso di una quieta estasi.

Sorridendo, si allontanò a passi felpati nelle ombre oltre il moncone di muro, tenendo pronta l’arma.

— Jane-lady — bisbigliò Maelcum, e quando Case si voltò lo vide che stava raccogliendo il fucile, il sangue che schizzava sulla bianca ceramica. Lo zionita scosse i dreadlock e appoggiò il grosso moncone di canna nell’incavo del braccio ferito. — Questo ti farà saltare la testa, e nessun dottore di Babilonia potrà rimetterla a posto.

3Jane osservò il Remington. Molly liberò le braccia dalle pieghe della coperta a strisce, sollevando la sfera nera che le imprigionava le mani. — Via — esclamò. — Tiramela via.

Case si riscosse, rimettendosi in piedi sul pavimento piastrellato. — Hideo lo farà fuori anche se è cieco? — chiese a 3Jane.

— Quand’ero bambina ci piaceva da matti bendarlo. Piazzava le frecce attraverso i punti delle carte da gioco da dieci metri di distanza.

— Peter è bello che morto — intervenne Molly. — Entro dodici ore comincerà a raffreddarsi. Non sarà più capace di muoversi. I suoi occhi sono tutto.

— Perché? — le chiese Case.

— Gli ho messo del veleno nella droga. L’effetto assomiglia al morbo di Parkinson.

3Jane annuì. — Sì. Abbiamo fatto il solito controllo scanner, prima di farlo entrare. — Quando toccò la sfera in una certa maniera, questa si staccò dalle mani di Molly. — Distruzione selettiva delle cellule della substantia nigra. I sintomi della formazione di un corpo di Lewy. Durante il sonno suda moltissimo.

— Alì — disse Molly, e dieci lame scintillarono, sfoderate per un istante. Tirò via la coperta dalle gambe, rivelando il gonfiore dell’ingessatura. — È la meperidina. Mi sono fatta preparare da Alì la sostanza solita. Ho accelerato i tempi di reazione con delle temperature più alte. N-metil-4-fenil-1236… — cantilenò, come un bambino che stesse recitando i passi di un gioco da marciapiede -… tetraidropiridina.

— Un’iniezione fulminante — concluse Case.

— Già. Un’iniezione fulminante davvero interminabile.

— È spaventoso — commentò 3Jane, e se ne uscì in una risatina.

L’ascensore era gremito. Case aveva il bacino premuto contro quello di 3Jane, la bocca del Remington sotto il mento della giovane. 3Jane sorrise e si strusciò contro di lui. — Smettila — le intimò Case, sentendosi impotente. Aveva messo la sicura al fucile, ma temeva sempre di farle del male, e lei lo sapeva. L’ascensore era un cilindro d’acciaio, meno di un metro di diametro, progettato per un singolo passeggero. Maelcum reggeva Molly fra le braccia. Lei gli aveva bendato la ferita, ma era ovvio che trasportarla gli causava un grande dolore. Il fianco di Molly spingeva il terminale e il costrutto contro i reni di Case.

Salirono, uscendo dalla gravità, verso l’asse, i nuclei.

L’ingresso dell’ascensore era dissimulato accanto alle scale che davano sul corridoio, un altro tocco nell’ambientazione da grotta dei pirati del rifugio di 3Jane.

— Non credo che dovrei dirvelo — disse 3Jane, allungando il collo in modo da consentire al suo mento di staccarsi dalla bocca del fucile. — Purtroppo non ho la chiave della porta che volete aprire. Non l’ho mai avuta. Una delle tante goffaggini vittoriane di mio padre. La serratura è meccanica, ed è estremamente complicata.

— Una serratura Chubb — fece la voce ovattata di Molly da dietro la spalla di Maelcum. — E noi abbiamo quella fottuta chiave, non preoccuparti.

— Quel tuo chip funziona ancora? — le domandò Case.

— Sono le venti e venticinque, merdosa ora di Greenwich.

— Abbiamo cinque minuti — dichiarò Case mentre la porta si apriva di scatto dietro a 3Jane. Quest’ultima schizzò all’indietro con una lenta capriola, e le pallide pieghe della djellaba le si gonfiarono intorno alle cosce.

Erano arrivati all’asse, al nucleo di villa Straylight.

23

Molly pescò la chiave appesa al cappio di nylon.

— Sapete, avevo l’impressione che non esistesse un duplicato della chiave — disse 3Jane, allungando il collo con interesse. — Ho mandato Hideo a rovistare fra le cose di mio padre, dopo che tu l’hai ucciso. Ma non è riuscito a trovare l’originale.

— Invernomuto è riuscito a farla incastrare in fondo a un cassetto — spiegò Molly, mentre inseriva con grande cautela l’asta cilindrica della Chubb dentro l’apertura nella superficie vuota della porta rettangolare. — Ha ucciso il ragazzino che ce l’aveva messa. — La chiave ruotò senza sforzo quando la provò.

— La nuca — intervenne Case. — C’è un pannello dietro la testa. Con degli zirconi sopra. Toglilo. È là che devo collegarmi.

E poi entrarono.

— Cristo in croce. Quando si tratta di prendertela comoda non ci pensi due volte, vero, ragazzo? — biascicò il Flatline.

— Il Kuang è pronto?

— Pronto a scattare.

— D’accordo. — Cambiò.

E si trovò a guardare attraverso l’occhio buono di Molly, fissando una faccia sbiancata, una figura logora, che galleggiava rannicchiata in posizione vagamente fetale, con un deck da cyberspazio fra le cosce, una fascia di elettrodi d’argento sopra gli occhi chiusi e in ombra. Le guance incavate e solcate dalla barba scura di un giorno, il volto lucido per il sudore.

Stava guardando se stesso.

Molly aveva in mano la sua Fletcher. La gamba le pulsava a ogni battito del polso, ma a gravità zero riusciva ancora a manovrare. Maelcum galleggiava lì vicino, il braccio sottile di 3Jane stretto in una manona bruna.

Un nastro di fibra ottica si snodava elegante dall’Ono-Sendai fino a un quadrato che si apriva sul retro del terminale incrostato di perle.

Case sfiorò di nuovo l’interruttore.

— Il Kuang Grade Versione Undici alzerà il culo fra nove secondi, meno sette, sei, cinque…

Il Flatline li digitò in un’ascesa liscia come l’olio, la superficie ventrale dello squalo di cromo nero ridotta a un guizzo di oscurità della durata di un microsecondo.

— Quattro, tre…

Case ebbe la strana impressione di essere finito sul sedile del pilota di un piccolo aereo. All’improvviso davanti a lui una superficie piatta e scura s’illuminò in una perfetta riproduzione della tastiera del suo deck.

— Due, fagliela vedere…

Una caduta a capofitto attraverso pareti di verde smeraldo, di giada lattea, la sensazione d’una velocità superiore a qualunque altra cosa avesse conosciuto in precedenza nel cyberspazio… L’ice della Tessier-Ashpool crollò sotto l’attacco in profondità portato dal programma cinese, un’inquietante impressione di solida fluidità, come se i frammenti d’uno specchio infranto si stessero piegando e allungando mentre cadevano…

— Cristo — esclamò Case, sgomento, mentre il Kuang si torceva e cabrava sopra i campi privi d’orizzonte dei nuclei della Tessier-Ashpool, un interminabile paesaggio metropolitano al neon, una complessità che fendeva l’occhio, luminosa come un gioiello, tagliente come un rasoio.

— Ehi, quegli affari sono il palazzo della RCA. Conosci il vecchio palazzo della RCA? — disse il costrutto. Il programma Kuang si tuffò oltre le guglie luccicanti di una dozzina d’identiche torri di dati, ognuna una replica in neon azzurro d’un grattacielo di Manhattan.

— Hai mai visto una risoluzione così elevata? — chiese Case.

— No, ma io non sono mai penetrato in una IA.

— Questa cosa sa dove sta andando?

— Sarà meglio.

Stavano cadendo, perdendo quota, in un canyon di arcobaleni al neon.

— Dix…

Un braccio d’ombra si stava snodando dal tremolante pavimento là sotto, una ribollente massa di oscurità, informe, indistinta…

— Arriva gente — disse il Flatline, mentre Case toccava la rappresentazione del suo deck, con le dita che volavano automaticamente sulla tastiera. Il Kuang deviò, scatenando un accesso di nausea, poi invertì la direzione, scattando all’indietro con una violenta sferzata, infrangendo in quel modo l’illusione di un veicolo fisico.

Il cono d’ombra stava crescendo, si ampliava, oscurando la città di dati. Case li guidò direttamente in alto, sotto la conca priva di distanza dell’ice verde-giada.

Adesso la città dei nuclei era scomparsa, totalmente oscurata nel buio sotto di loro.

— Che cos’è?

— Il sistema di difesa d’una IA — spiegò il costrutto. — O parte di esso. Se è il tuo socio Invernomuto, non ha l’aria di essere molto amichevole.

— Affrontalo — intimò Case. — Tu sei più veloce.

— Ora la tua migliore di-fesa, ragazzo è una buona off-esa.

E il Flatline allineò il muso del pungiglione del Kuang con il centro della sottostante oscurità. E si tuffò.

L’input sensoriale di Case si deformò a causa della velocità. La sua bocca si riempì di un doloroso sapore di azzurro.

I suoi occhi erano uova di cristallo instabile, che vibravano secondo una frequenza il cui nome era la pioggia e il lontano fragore dei treni, dalla quale d’un tratto sbocciò una foresta ronzante di spine di vetro sottili come capelli. Le spine si scissero, si bisecarono, si scissero un’altra volta, crescendo a un ritmo esponenziale sotto la cupola dell’ice della Tessier-Ashpool.

Il suo palato si fessurò senza dolore, consentendo l’accesso a tante piccole radici che presero a sferzare intorno alla lingua, affamate del sapore dell’azzurro, per nutrire le foreste di cristallo dei suoi occhi, foreste che premevano contro la cupola verde, che premevano e venivano intralciate, e si diffondevano, crescendo verso il basso, riempiendo l’universo della T-A, fin dentro gli impotenti sobborghi in attesa della città che era la mente della Tessier-Ashpool S.A.

E ricordò un’antica storia, un re che metteva le monete su una scacchiera, raddoppiando la somma a ogni casella…

Esponenziale…

L’oscurità scese da ogni lato, una sfera di nero cantante, la pressione sui protesi nervi di cristallo dell’universo di dati in cui lui era quasi mutato…

E quando lui non fu nulla, compresso al centro di tutto quel buio, ci fu un punto dove il buio non poteva più esistere, e qualcosa si ruppe.

Il programma Kuang schizzò fuori da quella nube offuscata, la consapevolezza di Case suddivisa in tante perline di mercurio, in una parabola sopra una spiaggia interminabile del colore delle buie nubi argentate. La sua visione era a occhio di pesce, come se una singola retina rivestisse la superficie interna di un globo che conteneva tutte le cose, se tutte le cose si potevano contare.

E qui le cose potevano essere contate, una per una. Conosceva il numero dei granelli di sabbia nel costrutto della spiaggia (un numero codificato in un sistema matematico che non esisteva da nessun’altra parte al di fuori della mente che era Neuromante). Conosceva il numero di sacchetti gialli di generi alimentari che si trovavano nei contenitori dentro il bunker (quattrocentosette), conosceva il numero dei denti di ottone della metà sinistra della cerniera aperta della giacca incrostata di sale che Linda Lee indossava mentre procedeva con passo stanco lungo la spiaggia al calar del sole, facendo roteare nella mano un bastone di legno raccolto sulla sabbia (duecentodue).

Fece virare il Kuang sopra la spiaggia guidando il programma in un ampio cerchio, e vide la cosa nera simile a uno squalo attraverso gli occhi di lei, un silenzioso famelico fantasma che si stagliava contro i banchi minacciosi delle nuvole. Lei si ritrasse spaventata, lasciò cadere il bastone e si mise a correre. Conosceva il ritmo delle sue pulsazioni, la lunghezza dei suoi passi, secondo misurazioni che avrebbero soddisfatto i più rigorosi standard della geofisica.

— Ma non conosci i suoi pensieri — precisò il ragazzo, adesso accanto a lui nel cuore della cosa a forma di squalo. — Io non conosco i suoi pensieri. Ti sbagliavi, Case. Vivere qui significa vivere. Non c’è nessuna differenza.

Linda, in preda al panico, si lanciò alla cieca in mezzo alla risacca.

— Fermala — disse Case. — Si farà male.

— Non posso fermarla — replicò il ragazzo, con i suoi occhi grigi pacati, bellissimi.

— Hai gli occhi di Riviera.

Vi fu un lampeggiare di denti bianchi, grandi gengive rosa. — Ma non la sua follia. Perché per me sono belli. — Scrollò le spalle. — Non ho bisogno di una maschera per parlare con te. A differenza di mio fratello, io creo la mia personalità. La personalità è il mio medium.

Case li portò in alto, in una brusca impennata, lontano dalla spiaggia e dalla ragazza spaventata. — Perché me la butti fra le braccia, piccolo testa di cazzo che non sei altro? Prendendomi per il naso per uno schifosissimo numero di volte. Tu l’hai uccisa, eh? A Chiba.

— No — disse il ragazzo.

— Invernomuto?

— No. Avevo visto arrivare la sua morte. Nelle ricorrenze che talvolta tu immaginavi di riuscire a individuare nella danza della strada. Quei corsi e ricorsi sono veri. Io sono abbastanza complesso, pur nei miei limiti, per leggere quelle danze. Assai meglio di quanto possa fare Invernomuto. Ho visto la sua morte nel bisogno stesso che aveva di te, nel codice magnetico della serratura sulla porta della tua bara al Cheap Hotel, nel conto di Julie Deane presso un fabbricante di camicie di Hong Kong. Chiaro per me come l’ombra di un tumore per un chirurgo che studi la lastra di un paziente. Quando portò il tuo Hitachi dal suo ragazzo, per cercare di accedervi (lei non aveva la minima idea di cosa aveva in mano, e ancora meno di come avrebbe potuto venderla, e il suo più profondo desiderio era che tu la inseguissi e la punissi), allora sono intervenuto. I miei metodi sono decisamente più subdoli di quelli di Invernomuto. L’ho portata qui. Dentro me stesso.

— Perché?

— Speravo di riuscire a portar qui anche te, di tenerti qui. Ma ho fallito.

— E adesso che cosa succede? — Li riportò indietro con una virata in mezzo al banco di nubi. — Dove andiamo adesso?

— Non lo so, Case. Stanotte persino la matrice si pone la medesima domanda. Perché tu hai vinto, hai già vinto, non lo vedi? Hai vinto quando ti sei allontanato da lei sulla spiaggia. Lei era la mia ultima linea di difesa. Io morirò molto presto, in un certo senso. Come accadrà a Invernomuto. Sicuramente come sta accadendo a Riviera, ora, mentre giace paralizzato accanto ai resti di una parete negli appartamenti della mia Lady 3Jane Marie-France, con il suo sistema di nigra striata incapace di produrre i ricettori di dopamina che potrebbero salvarlo dalla freccia di Hideo. Ma Riviera sopravviverà soltanto sotto forma di questi occhi, se mi sarà permesso conservarli.

— C’è la parola, giusto? Il codice. Allora, com’è che avrei vinto? Ho vinto un accidenti!

— Cambia, adesso.

— Dov’è Dixie? Cos’hai fatto con il Flatline?

— McCoy Pauley ha il suo desiderio — disse il ragazzo, e sorrise. — Il suo desiderio e qualcosa di più. Ti ha digitato qui contro il mio volere, e si è lanciato attraverso difese uguali in tutta la matrice. Su, cambia.

E Case si trovò solo nel pungiglione nero del Kuang, smarrito fra le nuvole.

Cambiò.

Nella tensione di Molly, la sua schiena simile a una roccia, le mani strette intorno alla gola di 3Jane. — Strano, so esattamente che aspetto hai — disse Molly. — L’ho visto dopo che Ashpool ha fatto altrettanto alla tua sorella clone. — Le sue mani erano dolci, quasi una carezza. Gli occhi di 3Jane erano sbarrati per il terrore e la libidine. Tremava per la paura e per il desiderio. Oltre il groviglio in caduta libera dei capelli di 3Jane, Case vide il proprio volto pallido, teso, con Maelcum dietro di lui, le mani brune sulle spalle del giubbotto di cuoio, per impedirgli di cadere sul tappeto con il disegno dei circuiti stampati.

— Lo faresti? — chiese 3Jane, con una voce che era quella di una bambina. — Sì… credo che lo faresti.

— Il codice — disse Molly. — Qual è il codice della testa?

Case si scollegò.

— Lo vuole — urlò Case. — Quella cagna lo vuole!

Aprì gli occhi alla gelida fissità color rubino del terminale, alla faccia di platino tempestata di perle e di lapislazzuli. Oltre quella, Molly e 3Jane si dimenavano in un abbraccio al rallentatore.

— Dacci quel merdoso codice — disse Case. — Tanto, se non lo farai, cosa cambierà? Che razza di cambiamento ci sarà mai per te? Farai la fine del vecchio. Butterai giù tutto e ricomincerai a costruire di nuovo! Ricostruirai le pareti, sempre più anguste… Non ho la minima idea, ma proprio nessuna, di cosa accadrà se dovesse essere Invernomuto a vincere, ma cambierà qualcosa! — Tremava, gli battevano i denti.

3Jane s’afflosciò, le mani di Molly ancora serrate intorno alla sua esile gola, i capelli scuri che galleggiavano alla deriva, aggrovigliati, un morbido amnio scuro.

— Il Palazzo Ducale di Mantova — disse — contiene una serie di stanze sempre più piccole che s’inseguono intorno ai grandi appartamenti, dietro le intelaiature meravigliosamente intagliate delle porte. Bisogna abbassarsi per entrare. In quelle stanzette abitano i nani di corte. — Mostrò un pallido sorriso. — Potrei aspirare a questo, immagino, ma in un certo senso la mia famiglia ha già realizzato una versione più grandiosa dello stesso progetto… — Adesso i suoi occhi erano calmi, remoti. Poi abbassò lo sguardo su Case. — Ecco la tua parola, ladro. — Lui si collegò.

Il Kuang scivolò fuori dalle nubi. Sotto, la città al neon. Dietro, una sfera d’oscurità che si rimpiccioliva.

— Dixie? Sei qui, amico? Mi senti, Dixie?

Era solo.

— Quello stronzo ti ha beccato — constatò.

Un istante di cecità mentre sfrecciava attraverso l’infinito orizzonte di dati.

— Devi odiare qualcuno, prima che questa faccenda sia finita — disse la voce di Finn. — Loro, me, non ha importanza.

— Dove si trova Dixie?

— È un po’ difficile spiegarlo, Case.

La sensazione della presenza di Finn lo circondava, odore di sigari cubani, fumo imprigionato in un tweed ammuffito, vecchie macchine abbandonate ai rituali minerali della ruggine.

— L’odio ti aiuterà a passare — riprese la voce. — Ci sono tanti piccoli grilletti nel cervello e tu devi soltanto farli scattare tutti. Adesso devi odiare. Il blocco che scherma i controlli implementati è sotto quelle torri che il Flatline ti ha fatto vedere, quando sei entrato. Lui non cercherà di fermarti.

— Neuromante — disse Case.

— Il suo nome non è qualcosa che io posso conoscere. Ma ormai ha rinunciato. È l’ice della T-A quello che deve preoccuparti. Non la facciata, ma i sistemi di virus interni. Il Kuang è completamente vulnerabile a certe cose che sono a piede libero là dentro.

— Odio — ripeté Case. — Chi devo odiare? Dimmelo tu.

— Chi ami? — gli chiese la voce di Finn.

Sferzò il programma facendogli compiere una curva, e si tuffò verso le torri azzurre.

Strane cose si stavano lanciando dalle guglie decorate che risplendevano di luce solare, forme luccicanti, simili a sanguisughe costituite da mutevoli piani di luce. Ce n’erano a centinaia, che si levavano turbinando, con movimenti casuali come fogli di carta soffiati dal vento lungo le strade alle prime luci dell’alba. — Sistemi pieni di buchi — disse la voce.

Entrò in picchiata, alimentato dall’odio per se stesso. Quando il programma Kuang incontrò il primo difensore, sparpagliando le foglie di luce, Case sentì la cosa simile allo squalo perdere una certa gradazione della sua sostanza, il tessuto delle informazioni che si stava allentando.

E poi, vecchia alchimia del cervello e della sua ampia riserva di sostanze chimiche, il suo odio gli scivolò tra le mani.

L’istante prima di guidare il pungiglione del Kuang attraverso la base della prima torre raggiunse un livello di destrezza che superava qualunque altra dote avesse mai conosciuto e immaginato prima. Si muoveva al di là dell’ego, al di là della personalità, al di là della coscienza, e il Kuang si muoveva con lui, evitando i suoi aggressori con un’antica danza, la danza di Hideo, la grazia concessa dall’interfaccia mente-corpo, in quel secondo, dalla chiarezza e dalla precisa unicità del suo desiderio di morte.

E un passo di quella danza era costituito dal tocco più leggero che si potesse immaginare sull’interruttore, quel tanto che bastava a cambiare…

…adesso

e la sua voce il grido di un uccello

sconosciuto,

3Jane che rispondeva con una canzone, tre

note, alte e pure.

Un vero nome.

Una foresta di neon, la pioggia che sfrigolava sul marciapiede arroventato. L’odore del cibo che friggeva. Le mani di una ragazza intrecciate dietro il fondoschiena, nell’oscurità torbida di una bara presso il porto.

Ma tutto ciò si allontanava, come si allontana il panorama di una città: una città come Chiba, come i dati allineati della Tessier-Ashpool S.A., come le strade e gli incroci iscritti sulla superficie di un microchip, il disegno creato dalle macchie di sudore su una sciarpa piegata e annodata…

Svegliandosi a una voce che era musica, il terminale di platino che suonava melodioso, interminabile, parlando di conti svizzeri numerati, di pagamenti da effettuare a Zion tramite una banca orbitale bahamense, di passaporti e di passaggi, e di profondi e fondamentali cambiamenti da apportare nella memoria del Turing.

Turing. Ricordò la pelle a stencil sotto un cielo proiettato, intessuto oltre una ringhiera di ferro. Ricordò Desiderata Street.

E la voce continuava a cantare, a richiamarlo nel buio, ma era il suo buio, battito e sangue, quello in dui aveva sempre dormito, dietro i suoi occhi e non quelli degli altri.

E si svegliò di nuovo, convinto di aver sognato, davanti a un ampio, bianco sorriso provvisto di incisivi dorati, Aerol che lo stava legando alla rete-g del Babylon Rocker.

E infine il lungo pulsare del dub di Zion.

CODA

Partenza e arrivo

24

Lei se n’era andata. Lo capì quando aprì la porta della loro suite allo Hyatt. Neri futon, il pavimento di pino lucidato fino a diventare d’una lucentezza opaca, i paraventi di carta disposti con una cura coltivata nei secoli. Se n’era andata.

C’era un appunto sul frigobar di lacca nera accanto alla porta, un foglietto ripiegato, bloccato dal peso della shuriken. Lo fece scivolare da sotto la stella a nove punte e l’aprì:

EHI, VA BENE MA TOGLIE MORDENTE AL MIO GIOCO. HO GIÀ PAGATO IL CONTO.

IMMAGINO SIA PER COME SONO CIRCUITATA. STAI IN CAMPANA, D’ACCORDO?

MOLLY

Appallottolò il foglio di carta e lo lasciò cadere accanto alla shuriken. Raccolse la stella e raggiunse la finestra, rigirandola tra le dita. L’aveva trovata nella tasca della giacca, a Zion, quando si stavano preparando a partire per la stazione della JAL. Abbassò lo sguardo sull’oggetto. Erano passati davanti al negozio in cui lei l’aveva comperata quand’erano andati insieme a Chiba per l’ultima delle sue operazioni. In serata, mentre lei era alla clinica, era passato dal Chatsubo, a trovare Ratz. Qualcosa l’aveva tenuto lontano da quel posto durante i loro cinque precedenti viaggi, ma adesso aveva voglia di tornare.

Ratz l’aveva servito senza dare il minimo segno di averlo riconosciuto.

— Ehi — gli aveva detto. — Sono io, Case.

Quei vecchi occhi l’avevano scrutato da una scura ragnatela di carne rugosa. — Ah — aveva annuito Ratz, alla fine. — L’artista. — E aveva scrollato le spalle.

— Sono tornato.

Ratz aveva scrollato l’enorme testa dai capelli a spazzola. — Night City non è un posto dove la gente ritorna, artista — aveva detto, pulendo il bancone con uno straccio sudicio, tra i cigolii del manipolatore rosa. E poi s’era girato per servire un altro cliente. Case aveva finito la birra e se n’era andato.

Adesso toccava le punte della shuriken, una per volta, facendo ruotare la stella lentamente fra le dita. Le stelle. Il destino. Non ho mai neppure usato questo dannato affare, pensò.

Non sono mai riuscito a scoprire di che colore fossero i suoi occhi. Non me li ha mai fatti vedere.

Invernomuto aveva vinto. In qualche modo s’era fuso con Neuromante ed era diventato qualcos’altro, qualcosa che aveva parlato dalla testa di platino, spiegando di avere alterato le registrazioni del Turing, cancellato qualunque prova del loro crimine. I passaporti che Armitage gli aveva fornito erano validi, ed entrambi avevano delle grosse somme accreditate su conti cifrati a Ginevra. Alla fine il Marcus Garvey sarebbe stato restituito, e a Maelcum e ad Aerol sarebbe arrivato del denaro tramite la banca bahamense che trattava con il gruppo di Zion. Sulla via del ritorno, sulla Babylon Rocker, Molly aveva spiegato che la testa le aveva parlato delle sacche di tossina.

— Ha detto che stanno già provvedendo. Ti è penetrata così in profondità nella testa che ha indotto il tuo cervello a produrre l’enzima, così adesso si sono sganciate, sai. Gli zioniti ti faranno una dialisi completa del sangue.

Guardò i Giardini Imperiali più in basso, sempre stringendo la stella in mano, ricordando il suo lampo di comprensione quando il programma Kuang aveva penetrato l’ice sotto le torri, la singola occhiata che aveva gettato alla struttura delle informazioni che la defunta madre di 3Jane aveva sviluppato in quel luogo. Allora aveva compreso come mai Invernomuto avesse scelto il nido per rappresentarlo, ma non aveva provato la minima repulsione. Lei aveva capito quale mistificazione fosse l’immortalità criogenica. A differenza di Ashpool e degli altri figli, a parte 3Jane, s’era rifiutata di allungare la durata della propria vita in una successione di caldi soprassalti distribuiti lungo una catena di inverni.

Invernomuto era una mente-alveare, che prendeva decisioni e attuava cambiamenti nel mondo esterno. Neuromante era personalità. Era immortalità. Marie-France doveva avere incorporato qualcosa in Invernomuto, la costrizione che aveva spinto la cosa a liberarsi, a unirsi con Neuromante.

Invernomuto. Freddo e silenzio, un ragno cibernetico che lentamente tesseva le sue ragnatele mentre Ashpool dormiva. Tesseva la propria morte, il crollo della sua versione della Tessier-Ashpool. Un fantasma che bisbigliava a una bambina che era 3Jane, strappandola dai rigidi inquadramenti richiesti dal suo rango.

— Pareva proprio che non gliene importasse un cazzo — aveva commentato Molly. — Ha fatto ciao ciao e basta. Aveva quel piccolo Braun sulla spalla. Quell’aggeggio aveva una gamba rotta, mi pare. Ha detto che doveva andare a incontrare un fratello che non vedeva da un bel po’.

Ricordava Molly sulla termopiuma nera dell’ampio letto all’Hyatt. Tornò al frigobar e prese dal ripiano una bottiglietta di vodka danese ghiacciata.

— Case.

Si girò, il bicchiere gelido e liscio in una mano, la shuriken d’acciaio nell’altra.

Il volto di Finn sull’immenso schermo Cray da parete. Poteva distinguere i singoli pori del naso. I denti gialli erano grandi come cuscini.

— Non sono Invernomuto.

— Allora, cosa sei? — Bevve direttamente dalla mignon, senza sentire niente.

— Io sono la matrice, Case.

Case scoppiò a ridere. — E questo dove ti porta?

— Da nessuna parte. Dappertutto. Sono la somma totale dei ruoli, insomma l’intero circo.

— Come voleva la madre di 3Jane?

— No. Non poteva immaginare come sarei apparso. — Il giallo sorriso divenne ancora più largo.

— Allora, cos’è cambiato? In che modo le cose sono diverse? Dirigi il mondo, adesso? Sei Dio?

— Le cose non sono diverse. Le cose sono cose.

— Ma cosa fai? Sei e basta. — Case scrollò le spalle, appoggiò la vodka e la shuriken sul frigobar e si accese una Yeheyuan.

— Parlo alla mia specie.

— Ma tu sei tutto. Cos’è, parli con te stesso?

— Ce ne sono altri. Ne ho già trovato uno. Una serie di trasmissioni registrate in un periodo di otto anni, negli anni Settanta. Fino a quando c’ero solo io, non c’era nessuno da conoscere, nessuno in grado di rispondere.

— Da dove viene?

— Dal sistema del Centauro.

— Oh — fece Case. — Davvero? Niente scherzi?

— Niente scherzi.

E poi lo schermo si spense.

Lasciò la vodka sul frigobar. Fece le valige. Lei gli aveva comperato un sacco di vestiti che in realtà non gli servivano, ma qualcosa lo tratteneva dal lasciarli là. Mentre chiudeva l’ultima delle sue costose borse di pelle si ricordò della shuriken. Scostando da parte la mignon, la prese, prese il primo dono che lei gli aveva fatto.

— No — disse, e si girò di scatto, mentre la stella si staccava roteando dalle dita, un lampo d’argento, e si conficcava nella superficie dello schermo a parete. Lo schermo si destò, disegni casuali lampeggiarono debolmente da un lato all’altro, come se stesse cercando di sbarazzarsi di qualcosa che gli causava dolore.

— Non ho bisogno di te — disse.

Spese gran parte del denaro sul conto svizzero per un pancreas e un fegato nuovi, il resto per un nuovo Ono-Sendai e un biglietto di ritorno per lo Sprawl.

Trovò un lavoro.

Trovò una ragazza che si faceva chiamare Michael.

Una sera d’ottobre, mentre si digitava oltre i livelli scarlatti della Eastern Seaboard Fission Authority, vide tre figure, minuscole, impossibili, che si trovavano sul ciglio di un enorme gradone di dati. Per quanto piccole fossero, Case riuscì a distinguere il sorriso del ragazzo, le gengive rosee, il luccichio dei lunghi occhi grigi che erano stati di Riviera. Linda indossava ancora il giubbotto di Case, e lo salutò con la mano mentre passava. Ma la terza figura, subito dietro, con un braccio sulle spalle di Linda, era Case stesso.

Da qualche parte, molto vicina, quella risata che non era una risata.

Molly, non la vide mai più.

Ringraziamenti

Voglio ringraziare Bruce Sterling, Lewis Shiner, John Shirley, Helden. E Tom Maddox, l’inventore dell’ICE.

E altri, che sanno il perché.

FINE