/ Language: Italiano / Genre:thriller / Series: Petra Connor (it)

Solo nella notte

Jonathan Kellerman

Una e un quarto di notte. Petra Connor, l’affascinante detective della squadra Omicidi di Los Angeles, è svegliata da una telefonata del distretto di polizia: strage al Paradiso Club. Quattro morti. Adolescenti che avevano partecipato a un concerto hip-hop. Perché quell’orrendo massacro? Oltre al gravoso incarico di decifrare il rebus, Petra deve fare da baby sitter al ventiduenne dottorando Isaac Gomez, impegnato in una ricerca statistica sui crimini avvenuti in città dal 1991 al 2001. Il suo Q.I. è superiore alla media, come la sua timidezza e la miseria in cui versa la sua famiglia. E se fosse proprio il giovane e impacciato cervellone a fornire la chiave dell’enigma? Incrociando i dati risultano infatti sei efferati delitti commessi negli ultimi sei anni, tutti subito dopo la mezzanotte. E tutti il 28 giugno. L’assassino sembra divertirsi un mondo a fracassare il cranio delle vittime osservandone colare la materia grigia. Quale disegno segue la follia? E quale legame con la carneficina del Paradiso?

Jonathan Kellerman

Solo nella notte

«Ma la colomba mia, la compiuta mia, è unica.»

CANTICO DEI CANTICI, 6,9

A Faye, Per Faye. Alla fine, c’è sempre Faye.

1

Al parco se ne vedono di cose.

Ma come quello che ho visto stasera…

Dio…

Vorrei aver sognato, invece ero sveglio, e sentivo odore di carne al chili, di cipolle e poi di pini.

La macchina si è fermata ai bordi del parcheggio. Sono scesi e si sono messi a parlare. Poi lui l’ha presa forte, come per abbracciarla. Ho pensato che volevano baciarsi e sono stato a guardare.

Poi di colpo lei ha fatto un suono strano, come un cane o un gatto se lo calpesti.

Lui l’ha lasciata e lei è caduta. Poi lui si è chinato e il suo braccio ha cominciato a muoversi su e giù, veloce veloce. Ho pensato che la stesse picchiando ed era una cosa brutta, continuavo a pensare che forse dovevo fare qualcosa. Ma ho sentito un altro rumore, veloce, molle, come il macellaio a Stater Brothers giù a Watson quando taglia la carne: ciac ciac ciac.

E non la smetteva più, con quel braccio che saliva e scendeva.

Non respiravo. Mi sentivo il cuore caldissimo e le gambe fredde. Poi calde e bagnate.

Mi sono pisciato addosso, come un bambino piccolo!

Il ciac ciac è finito. Lui si è rialzato, era grande e grosso, si è asciugato le mani sui calzoni. Aveva qualcosa in mano e lo teneva come se gli facesse un po’ schifo.

Si è guardato intorno. Poi verso di me.

Mi vedeva, mi sentiva… mi fiutava?

Continuava a guardare. Io volevo scappare ma sapevo che mi avrebbe sentito. Ma restando lì potevo finire in trappola. Come poteva vedere dietro le rocce? Sono come una grotta senza tetto, solo crepacci per guardar fuori; è per questo che sono venuto qui.

Lo stomaco ha cominciato a ballarmi dentro e avevo tanta voglia di scappare che sentivo i muscoli fremere sotto la pelle delle gambe.

Fra gli alberi è passato un venticello che ha portato odore di pino e puzza di piscio.

E se soffiava contro la carta del chiliburger e faceva rumore? Lui avrebbe sentito il mio odore?

Si è guardato ancora intorno. La pancia mi faceva male da morire.

A un tratto è tornato di corsa alla macchina, è salito e se n’è andato.

Io non volevo vedere quando è passato sotto il lampione, all’angolo del piazzale, non volevo leggere il numero della targa…

PLYR 1.

Le lettere mi sono rimaste impresse nella mente.

Perché ho guardato?

Perché?

Sono seduto ancora qui. Il mio Casio dice 01.12.

Devo andare via da qui ma se lui è ancora qui vicino e ritorna… No, che stupidata, perché dovrebbe tornare?

Non ce la faccio più. Lei è là e io sento odore di piscio e carne e cipolle e chili. Era una cena vera, l’avevo presa all’Oki-Rama sul boulevard. Là dove c’è quel cinese che non sorride mai e non guarda mai in faccia. Mi è costata due dollari e trentotto e adesso ho voglia di vomitarla.

I jeans mi si stanno appiccicando addosso, mi fanno il solletico. Andare ai gabinetti pubblici dall’altra parte del piazzale è troppo pericoloso… Quel braccio che andava su e giù. Come uno che lavora. Non era grosso come Moron, ma era grosso abbastanza. Lei non si immaginava di certo, si era lasciata abbracciare… Che cosa ha fatto per farlo arrabbiare così… E se è ancora viva?

No. Impossibile.

Sto attento, ascolto per sentire se fa qualche verso. Sento solo il rumore dell’autostrada sul lato est del parco e il traffico del boulevard. C’è poco da sentire stanotte. Certe volte, quando il vento soffia da nord, mi arrivano i suoni delle sirene delle ambulanze, le moto, i clacson. La città è qui intorno. Il parco sembra campagna, ma so che è diverso.

Chi è quella donna… No, no, non voglio saperlo.

Quello che vorrei io è cancellare tutto.

Quel verso, come se le avesse tirato fuori l’aria con le mani. Perché certo è… andata. O no?

Anche se non lo è, lo sarà presto, dopo tutto quel ciac ciac. E poi che cosa posso fare per lei? Soffiarle aria in bocca, raccogliere il suo sangue?

E se lui torna mentre io sono lì?

Tornerebbe? È da stupidi, ma succede sempre qualche sorpresa. Lei lo ha scoperto.

Non posso aiutarla. Devo togliermi dalla testa tutta questa storia.

Starò qui ancora dieci minuti, anzi, facciamo quindici. Venti. Poi vado al mio Posto Due, tiro su la roba e via.

Dove? Il Posto Uno, quello all’osservatorio, è troppo lontano, e anche il Tre e il Quattro, anche se il Tre andrebbe bene perché lì c’è il ruscello dove lavare la roba. Allora il Cinque, nelle felci dietro lo zoo, con tutti quegli alberi. Un po’ più vicino ma sempre una bella tirata al buio.

Però è quello più difficile da scovare.

Va bene, vado al Cinque. Io e le bestie. Con tutto quel lamentarsi e ruggire e sbattersi contro le gabbie è difficile dormire; ma stanotte mi sa che non dormirò comunque.

Intanto sto qui ad aspettare.

Pregare.

Padre nostro che sei nei cieli, la facciamo finita con le sorprese?

Certe volte mi chiedo se lassù c’è qualcuno da pregare o solo stelle, palloni di gas in un vuoto universo nero.

Dire queste cose sarà peccato?

Forse lassù c’è davvero Dio, forse mi ha salvato un sacco di volte e io sono così scemo da non saperlo. Oppure non sono abbastanza buono da capirlo.

Forse Dio mi ha salvato anche questa sera mettendomi dietro le rocce invece che fuori allo scoperto.

Ma se quando è arrivato mi avesse visto, quello magari cambiava idea e non le faceva niente.

Allora forse è Dio che voleva…

No, quello poteva semplicemente andare a farlo da qualche altra parte.

Se per caso Tu mi hai salvato, grazie, Dio.

Se per caso sei lassù, hai un piano per me?

2

Lunedì, cinque del mattino.

Quando alla squadra Omicidi di Hollywood giunse la telefonata, Petra Connor stava già facendo gli straordinari, ma era ancora piena di energie.

Domenica aveva goduto del dono insolito di una bella dormita dalle otto del mattino fino alle quattro del pomeriggio, al riparo dai brutti sogni, da pensieri di tessuti cerebrali straziati o uteri vuoti. Ridestatasi nel tepore di un bel pomeriggio, aveva approfittato delle ultime ore di luce per trascorrere un po’ di tempo al cavalletto. Poi, dopo un sandwich al pastrami, una coca e una doccia calda, si era recata alla stazione di polizia per andare a concludere l’appostamento.

Era uscita con Stu Bishop appena sceso il buio e aveva percorso le vie secondarie trascurando i casi di piccola criminalità, perché la loro missione era molto più importante. Trovato il luogo adatto, i due poliziotti avevano cominciato a sorvegliare il caseggiato di Cherokee Street, senza parlarsi.

Di solito chiacchieravano, riuscivano a ravvivare un po’ la noia dell’attesa. Ma ultimamente Stu si comportava in modo strano. Assente, laconico, come se il lavoro non gli interessasse più.

Era forse il quinto turno di notte consecutivo.

Petra ne era seccata, ma che cosa poteva fare, era lui il collega anziano. Cercò di non pensarci, richiamò alla mente i dipinti fiamminghi al Getty. Colori straordinari, uso superbo della luce.

Due ore di immobilità da intorpidire le natiche. La pazienza li aveva ricompensati poco dopo le due e un altro assassino, idiota ma sfuggente, era stato assicurato alla giustizia.

Ora sedeva a una ruvida scrivania metallica di fronte a Stu, a redigere il rapporto, a pensare che appena rincasata non le sarebbe dispiaciuto disegnare un po’. Quei cinque giorni l’avevano tonificata. Stu, al telefono con la moglie, sembrava mezzo morto.

Era un giugno mite, il clima era invitante già ben prima dell’alba, e il fatto che fossero ancora in ufficio in coda al turno di notte di un’operazione pregiudicata da una grave carenza di personale era deprecabile.

Petra era detective da tre anni precisi, ventotto mesi trascorsi ai furti d’auto e gli ultimi otto in servizio diurno alla squadra Omicidi con Stu.

Il suo collega aveva nove anni di anzianità ed era padre di famiglia. Il servizio diurno si adattava alle esigenze della sua vita e ai suoi bioritmi. Petra era stata un animale notturno fin dall’infanzia, ancor prima delle notti blu del suo periodo di artista, quando giacere sveglia le stimolava l’ispirazione.

Ben prima del matrimonio, quando ascoltare il respiro di Nick la induceva al sonno.

Ora viveva sola, amava più che mai il nero della notte. Il nero era il suo colore preferito, da adolescente non indossava indumenti di altro colore che quello. Non era dunque strano che da quando era stata arruolata non aveva mai chiesto di essere assegnata al turno di notte?

Era stata la dedizione al dovere a richiedere il provvisorio trasferimento.

Wayne Carlos Freshwater usciva di notte dalla sua tana a rastrellare erba, crack e pasticche nei vicoli di Hollywood e a uccidere prostitute. Impossibile sperare di trovarlo a sole alto.

Per quanto accertato da Petra e Stu, in un arco di sei mesi aveva strangolato quattro ragazze di strada, l’ultima delle quali una sedicenne fuggita dall’Idaho, il cui corpo aveva abbandonato in un cassonetto vicino all’incrocio di Selma e Franklin. Nessuna ferita da taglio, ma un coltello da tasca trovato nei paraggi aveva impronte digitali dalle quali aveva avuto inizio la caccia.

Incredibilmente stupido, l’aver perso il coltellino, ma non sorprendente. Secondo il suo dossier, Freshwater era stato sottoposto due volte a un test di QI, totalizzando 83 e 91. Un’intelligenza opaca che non gli aveva impedito di sfuggire a lungo ai loro appostamenti.

Maschio afroamericano, trentasei anni, un metro e settanta, settanta chilogrammi, numerosi arresti e svariate pene detentive negli ultimi dieci anni, l’ultima per un’accusa di aggressione e tentato stupro che gli era valsa una condanna a dieci anni a Soledad, naturalmente in seguito ridotta a quattro.

La solita foto segnaletica di una faccia imbronciata e annoiata.

Anche quando lo avevano preso, era sembrato annoiato. Nessuna mossa improvvisa, nessun tentativo di fuga, fermo lì in un androne rancido, pupille dilatate, disinvoltura artefatta. Ma dopo lo scatto delle manette era passato al vivo stupore.

Che ho fatto, agente?

La cosa singolare è che sembrava davvero innocente. Sulla base dei suoi dati, Petra si era aspettata una specie di Napoleone gonfio di testosterone, invece si era trovata a tu per tu con uno gnomo lezioso con una leziosa vocina alla Michael Jackson. Persino elegante. Alla moda, capi nuovi prêt-à-porter, probabilmente rubati. Più tardi l’agente di custodia le aveva confidato che sotto i calzoni sportivi ben stirati Freshwater portava biancheria intima femminile.

La condanna a dieci anni di carcere era per aver strangolato una sessantenne a Watts. Freshwater era uscito da Soledad più rabbioso che mai e dopo una settimana era già di nuovo all’opera, avendo incrementato il suo livello di violenza.

Tanti complimenti al sistema. Petra usò il ricordo dello stupore imbambolato di Freshwater per concedersi un sorriso mentre completava il rapporto.

Che ho fatto?

Il bambino cattivo.

Stu era ancora al telefono con Kathy: Sto arrivando, tesoro, bacia i bambini per me.

Sei figli, un sacco di baci. Petra li aveva guardati schierarsi per Stu prima di cena, teste bionde, mani e unghie immacolate.

Le ci era voluto molto tempo per riuscire a osservare i figli altrui senza pensare alle proprie ovaie inutili.

Petra intercettò gli occhi di Stu, ma lui li abbassò. Tornare al turno diurno gli avrebbe fatto bene.

Aveva trentasette anni, otto più di Petra. Ne dimostrava forse trenta, snello, di bell’aspetto, con ondulati capelli biondi e occhi color nocciola chiaro. Li avevano subito ribattezzati Ken e Barbie, sebbene Petra fosse bruna. Stu aveva un debole per gli abiti costosi di taglio tradizionale, le camicie bianche, bretelle in pelle intrecciata e cravatte di seta a strisce; portava la 9mm più spesso lubrificata di tutto il dipartimento e una tessera di iscrizione al Sindacato Attori per alcune apparizioni in polizieschi televisivi. L’anno prima aveva recitato in D-III.

Intelligente, ambizioso, mormone devoto, viveva con la bella Kathy e la sua nidiata in una casa con mezz’ettaro di terreno a La Crescenta. Era stato un ottimo insegnante per Petra, niente sciovinismo maschilista, niente zavorre personali, buon ascoltatore. Come Petra, un lavoratore accanito, votato al raggiungimento di una quota record di arresti. Un sodalizio naturale. Fino a una settimana prima. Che cos’era successo?

Qualcosa che riguardava la carriera? Il giorno stesso in cui erano stati messi a lavorare insieme, l’aveva informata della sua intenzione di trasferirsi prima o poi a mansioni impiegatizie, tentare la promozione a tenente.

L’aveva preparata all’addio, ma poi non ne aveva più parlato.

Si domandò se avesse mire ancor più alte. Suo padre era un oftalmologo di successo e Stu era cresciuto in una casa enorme a Flintridge, aveva fatto surf alle Hawaii, sciato nell’Utah, era abituato a un alto tenore di vita.

Capitano Bishop. Vicecapo Bishop. Se lo figurava di lì a qualche anno con le tempie brizzolate e le stelline di rughe alla Cary Grant a sedurre i giornalisti, perfettamente calato nella parte. Ma svolgendo con efficienza il suo lavoro, perché c’era sostanza sotto lo stile.

La chiusura del caso Freshwater era stato un successo rilevante, dunque perché non ne gioiva?

Specialmente considerato che a risolvere il caso era stato lui. Alla maniera classica. Nonostante l’aspetto da figlio di papà, nei nove anni di carriera era diventato un esperto di vita di strada e aveva collezionato una scuderia di informatori fedeli.

Su Freshwater erano giunte due diverse segnalazioni, ciascuna delle quali riferiva che l’assassino di prostitute era un forte consumatore di crack, si riforniva in un appartamento di Cherokee e di notte vendeva merce rubata sul boulevard. Con due ciliegine: l’indirizzo preciso, con tanto di numero dell’appartamento, e l’ubicazione esatta delle sentinelle degli spacciatori.

Stu e Petra si erano appostati per tre notti. La terza notte avevano preso Freshwater mentre entrava nella casa da un ingresso secondario e a Petra era toccato ammanettarlo.

Polsi delicati. Che ho fatto, agente? Ridacchiò mentre riempiva con la sua scrittura elegante gli spazi bianchi troppo piccoli del modulo d’arresto.

Nel momento in cui Stu riagganciava, suonò il telefono di Petra. Alzò il ricevitore e il sergente al piano di sotto disse: «Buone nuove per te, Barbie. È arrivata una chiamata dai sorveglianti del parco a Griffith. Una donna in un parcheggio, un probabile 187. Tocca a voi».

«Quale parcheggio di Griffith?»

«Lato est, dietro a una delle zone da picnic. Dovrebbe essere recintato, ma sai come vanno queste cose. Prendi Los Feliz come per andare allo zoo, invece di continuare sulla superstrada, svolti. Troverai le giacche blu e una macchina dei ranger. Fai un codice 2.»

«Va bene, ma perché noi?»

«Perché voi?» rise il sergente. «Guardati attorno. Vedi qualcun altro oltre a te e Kenny? Prenditela con il consiglio comunale.» Riattaccò.

«Cosa c’è?» domandò Stu. Il suo foulard Carroll Company era annodato alla perfezione e i suoi capelli erano pettinati con cura. Ma era stanco, decisamente stanco. Petra lo aggiornò.

Lui si alzò e si abbottonò la giacca. «Andiamo.»

Non un brontolio. Stu non protestava mai.

3

Raccolgo la mia roba del Posto Due in tre strati di cellophane della tintoria e attacco la salita dietro le rocce, negli alberi. Scivolo e casco parecchio perché ho paura di accendere la torcia, ma non importa, basta andar via da qui.

Lo zoo è lontanissimo, mi ci vorrà un sacco.

Cammino come una macchina che non può farsi male, e penso a quello che ha fatto a lei. Non va. Devo togliermelo dalla testa.

Quando ero a Watson, dopo qualche guaio con Moron o una giornata brutta, usavo degli elenchi per tenere la mente occupata. Certe volte funzionava.

Prendiamo i presidenti. In ordine di elezione: Washington, Adams, Jefferson, Madison, Monroe, Quincy Adams, Jackson, Martin Van Buren… il presidente più piccolino.

Accidenti, ecco che finisco di nuovo per terra, in ginocchio. Mi alzo. Vado avanti.

A Watson avevo un libro sui presidenti pubblicato dalla Biblioteca del Congresso su carta pesante e con foto bellissime e il vero sigillo presidenziale in copertina. L’avevo ricevuto in quarta per aver vinto la gara d’ortografia, l’avevo letto cinquecento volte, cercando di tornare indietro nel tempo, di immaginarmi che effetto faceva essere George Washington, a capo di un Paese nuovo di zecca, o Thomas Jefferson, un genio come pochi, uno che inventava le cose, scriveva con cinque penne contemporaneamente.

Anche come poteva essere per Martin Van Buren, così basso ma lo stesso capo di tutti.

I libri sono diventati un problema quando è arrivato Moron. Non gli andava di vedermi leggere, specialmente quando il suo chopper era guasto o la mamma non aveva soldi da dargli.

Quel cazzetto con i suoi libri del cazzo, crede di essere il più intelligente di tutti.

Arrivato lui, dovevo star seduto in cucina quando si piazzava sul mio divano letto a guardare la TV con la mamma. Un giorno che io stavo cercando di fare i compiti è entrato nel trailer ubriaco fradicio. L’ho capito dagli occhi e da come girava in tondo aprendo e chiudendo i pugni, e faceva quel suo verso come un cane che ringhia. Il compito era facile, algebra di base. La signora Annison non mi aveva creduto quando le avevo detto che lo sapevo già e continuava a darmi sempre lo stesso compito come a tutti gli altri della mia classe. Stavo risolvendo i problemi alla svelta e avevo quasi finito quando Moron ha preso dal frigo un contenitore pieno di passato di fagioli e ha cominciato a mangiarlo con le mani. Io l’ho guardato, ma per non più di un secondo. Lui mi ha preso per i capelli e mi ha sbattuto il libro di matematica sulle dita. Poi ha afferrato un po’ dei miei quaderni e libri di testo e li ha strappati tutti, anche il libro di matematica, Pensare con i numeri.

Ha gridato: «A fare in culo questa merda!» e ha buttato i pezzi nella spazzatura. «Alza un po’ quel culo del cazzo, piccolo frocio, vedi di fare qualcosa di utile…»

Avevo i capelli che mi puzzavano di fagioli e il giorno dopo, mentre raccontavo alla signora Annison che avevo perso il libro, tenevo la mano nascosta nella tasca, perché era così gonfia che non potevo muovere le dita. Lei era alla sua cattedra, a mangiare noccioline e a mettere i voti e non ha nemmeno alzato la testa, ha detto solo: «Be’, Billy, mi sa che dovrai comprarne un altro».

Non potevo chiedere i soldi a mamma così non ho mai avuto un altro libro, non ho più potuto fare i compiti e i miei voti di matematica hanno cominciato a peggiorare. Continuavo a pensare che la signora Annison o qualcun altro si sarebbe incuriosito, invece niente.

Un’altra volta Moron mi ha stracciato la raccolta che avevo messo insieme con roba di altre persone e quasi tutti i miei libri non di scuola, anche quello dei presidenti. Una delle prime cose che ho cercato quando finalmente ho trovato la biblioteca di Hillhurst Avenue è stato un altro libro sui presidenti. L’ho trovato ma era diverso. La carta non era così pesante, le foto solo in bianco e nero. Però era interessante lo stesso. Ho scoperto che William Henry Harrison prese il raffreddore subito dopo essere stato eletto e morì.

Scalognato, il primo William presidente.

Sta funzionando, la testa va meglio. Ma nel cuore e nello stomaco è come se stesse bruciando tutto. Ancora: Taylor, Fillmore, Pierce… James Buchanan, l’unico presidente che non si è mai sposato, forse si sentiva solo alla Casa Bianca, anche se credo che avesse abbastanza da fare. Forse gli piaceva star solo. È una cosa che capisco.

Lincoln. Johnson, Grant, McKinley.

Un altro William presidente. Chissà se qualcuno lo chiamava Billy. A giudicare dal suo ritratto, calvo e con gli occhi cattivi, io non credo.

Nessuno ha mai chiamato me William, solo gli insegnanti il primo giorno di scuola, poi anche loro passavano a Billy, perché tutti i bambini ridevano di William.

Billy Capretto, il Capretto Billy.

È un nome qualsiasi, non ha niente di speciale, ma sempre meglio di altri che mi hanno rifilato.

Ops! Inciampo ma non cado. Il Posto Cinque è ancora lontano. Fa caldo, vorrei togliermi questi vestiti che puzzano di piscio e correre nudo tra gli alberi, come un animale selvaggio e forte che sa dove sta andando… Respirerò dieci volte per rinfrescare il cuore.

…Meglio. Altre liste: pesci tropicali: platy, portaspada, neon nero, guppy, pesce angelo, oscar, pescegatto corazzato, barbo tigre, arowana. Io non ho mai avuto un acquario, ma nella mia collezione avevo dei vecchi numeri della Tropical Fish Hobbyist e quelle figure mi riempivano la testa di colori.

Sulle pagine c’era scritto e riscritto che bisogna stare attenti a preparare un acquario, sapere bene che cosa si sta facendo. Se sono abbastanza grandi, oscar e arowana si mangiano tutti gli altri e se gli arowana diventano grossi grossi, cercano di mangiarsi gli oscar. I pesci rossi sono i più tranquilli, ma sono anche i più lenti e finiscono sempre mangiati.

Mi brucia ancora lo stomaco, come se avessi qualcuno dentro che mi morde… Respira… Animali del parco: uccelli, lucertole, scoiattoli, anche bisce. Io faccio finta di non vederle.

Lo stesso che con le persone.

Certe volte di notte vedi dei vagabondi mezzo matti con i loro carrelli pieni di roba varia, ma non restano mai molto. Anche i messicani in macchine basse che suonano la musica molto forte. Se si fermano, è dove ci sono i treni. Tossici, naturalmente, perché questa è Hollywood. Li ho visti arrivare, sedersi ai tavoli da picnic come per mettersi a mangiare, poi si legano il braccio, ficcano l’ago e fissano il nulla.

Quando la roba entra veramente nel sangue, sospirano e ciondolano e si addormentano e sembrano persone normali che schiacciano un pisolino.

A volte ci sono coppiette che si fermano ai bordi del parcheggio, anche coppiette gay. A chiacchierare, pomiciare, fumare… Le sigarette in lontananza sono come stelline arancione.

Tutti che se la spassano.

Come pensavo che volessero fare anche loro, prima.

C’è sempre qualcuno che taglia il recinto e i ranger ci mettono settimane a ripararlo. Gli sbirri stanno un po’ lontani, perché questo è territorio dei sorveglianti del parco. Il parco è enorme. Alla biblioteca ho trovato un libro dov’era scritto che è di millecinquecento ettari. Diceva anche che il parco è nato in un modo strano: un pazzoide di nome colonnello Griffith aveva cercato di ammazzare la moglie e aveva regalato il terreno alla città così in cambio non finiva in prigione.

Allora forse quello è un brutto posto per le donne…

Un ettaro sono diecimila metri quadrati, perciò stiamo parlando di spazi spaziali. Gigadontico. Se non lo so io, che mi sono fatto quasi tutto il parco a piedi.

Anche i ranger certe volte si fermano a fumare e parlare. Qualche settimana fa, poco dopo mezzanotte, in uno degli spiazzi da picnic si sono fermati due ranger, un uomo e una donna, sono scesi, si sono seduti sul cofano della macchina e hanno cominciato a chiacchierare e ridere. Poi si sono baciati. Ho sentito il loro respiro che era sempre più veloce, ho sentito lei che faceva «mmm» e ho pensato che ancora poco e ci avrebbero dato. Poi lei ha tirato via la testa e ha detto: «Basta, Burt, dai. Ci manca solo che qualcuno ci veda».

Al momento Burt è rimasto zitto. Poi: «Ah, guastafeste». Ma rideva e allora si è messa a ridere anche lei, si sono baciati ancora un po’ e si sono frugati qualche minuto ancora prima di risalire in macchina e andare via. Io dico che non si sono dimenticati che avevano voglia di fare un po’ di sesso, probabilmente hanno aspettato di finire il lavoro per andare a farlo da qualche altra parte. Forse a casa di lui o di lei o in uno di quei motel sul boulevard dove si pagano le camere a ore e ci sono le puttane che aspettano sul marciapiede davanti alla porta.

Adesso io sto alla larga da quei motel, ma già appena ero arrivato qui una cicciona nera con gli short coloratissimi e una maglietta nera tutta bucherellata con niente sotto, ha cercato di attirarmi.

«Vieni qui, cucciolotto», continuava a dirmi. Poi ha tirato su la maglietta e mi ha mostrato una gigantesca tetta nera. Aveva il capezzolo bitorzoluto, grosso e viola come una prugna fresca. Io sono scappato e le sue risate mi sono corse dietro come un cane con una gallina.

Però mi ha fatto un po’ piacere che secondo lei io potevo farlo. Anche se sapevo che probabilmente mi prendeva in giro. Ricordo quel capezzolo, lei che me lo porgeva come a dire, dai, prendi, ciuccia. Aveva la bocca spalancata e i suoi denti erano enormi e bianchi.

Io dico che era tutto uno scherzo, ma magari aveva tanto bisogno di soldi che era pronta a farlo con tutti. Quasi tutte le puttane si fanno, o di ero o di crack.

Il modo che avevano di ridere quei due ranger era un po’ come rideva lei.

Chissà se risata sessuale è una cosa che si può dire.

Essere trattato da bambino può essere un bene o un male. Quando entri in un negozio con dei soldi, anche se sei in fila davanti a degli adulti, gli adulti li servono prima. Un problema più grosso è il boulevard e tutte le vie più piccole piene di balordi e di quelli che vanno a caccia di bambini da violentare. Una volta in un vicolo ho trovato una rivista con delle figure di uomini che lo facevano con dei bambini, gli mettevano il pisello nel sedere o in bocca. Certi piangevano, altri sembravano mezzo addormentati. Non si vede la faccia dei grandi, solo le loro gambe pelose e i loro piselli. Per non so quanto tempo ho avuto gli incubi di quei bambini. Quegli occhi. Ma mi è anche servito per diventare prudente.

Mi è capitato di certi tizi che mi hanno accostato in macchina mentre camminavo, anche di giorno, per mostrarmi soldi o caramelle o anche il pisello, se è per questo. Io faccio finta di niente e se loro non mollano, scappo. Una volta, quando ero di cattivo umore perché non avevo mangiato o avevo passato una notte piena di brutti sogni, gli mostravo il dito prima di scappare. Ma un mese fa uno ha cercato di tirarmi sotto con la macchina. L’ho schivato, ma adesso il mio dito lo tengo per me.

Non si può mai sapere da dove ti salta fuori un problema. Una settimana fa due tizi si sono scontrati sulla Gower, solo una bottarella alla macchina davanti, ma quello è sceso con una mazza da baseball e ha sfondato il parabrezza dell’altro. Poi gli è corso dietro per menare anche lui.

Di notte ci sono matti che urlano e strillano a tutti e nessuno e si sentono colpi di pistola. Di giorno ho visto girare certi tizi con delle tasche gonfie che potrebbero essere pistole.

L’unico morto che ho visto è un vecchio di quelli che girano con un carrello dei supermercati. Era in un vicolo, con la bocca aperta. Sembrava addormentato, ma la pelle gli era diventata grigia e le mosche gli entravano e uscivano dalla bocca. Io stavo andando a pescare in un cassonetto che c’era lì vicino, invece me ne sono andato, mi era passata la voglia di mangiare. Quella notte mi sono svegliato con una fame tremenda e ho pensato che ero stato proprio stupido a lasciarmi prendere così. Tanto era vecchio.

Quando mangio abbastanza, sono tutto gasato. Superveloce. Quando corro mi sento i piedi a reazione, senza gravità, senza limiti.

Certe volte entro in un ritmo di corsa ed è come una musica che mi batte nella testa, babum, babum, e niente potrebbe fermarmi. Quando succede così, mi costringo a rallentare perché è pericoloso dimenticarsi chi sei.

Rallento anche tutte le volte che sto per entrare nel parco. Molto prima. Sto sempre attento per essere sicuro che nessuno mi guarda, poi entro, rilassato, come uno di quelli che vivono nelle grandi case in fondo al parco.

Uno dei libri che Moron mi ha distrutto era di uno scienziato francese che si chiama Jacques Cousteau, su polpi e calamari. In un capitolo spiegava che i polpi cambiano il colore per farlo uguale allo sfondo. Io non sono un polpo ma so come confondermi.

Io prendo cose ma non per questo sono un ladro.

Ho trovato lo stesso libro sui polpi in biblioteca, l’ho preso in prestito, l’ho restituito.

Ho preso il libro sui presidenti e l’ho tenuto.

Ma nessuno lo aveva scelto da nove mesi, così c’era scritto sulla scheda dietro.

La biblioteca giù a Watson faceva pena, un negozietto vicino alla sede di quelli che hanno fatto la guerra, dove non andava nessuno ed era quasi sempre chiuso. La tizia all’entrata mi guardava sempre come uno che fregherà qualcosa e il buffo è che non ho mai fregato niente.

Alla biblioteca di Hillhurst c’è un’altra vecchia come lei ma sta quasi sempre nel suo ufficio e quella che controlla i libri che entrano ed escono è giovane, carina e messicana, con dei capelli lunghi così. Una volta mi ha sorriso, ma io ho fatto finta di niente e il sorriso le è cascato dalla faccia, come strappato via.

Non posso avere una tessera della biblioteca perché non ho un indirizzo. La mia tecnica è di entrare come uno della King Middle School che ha un compito da fare, mi siedo per conto mio a un tavolo e scrivo e leggo per un po’, di solito problemi di matematica. Poi torno agli scaffali.

Un giorno restituirò il libro sui presidenti.

Anche se lo tengo per sempre, non se ne accorgerà nessuno. Spero.

Un vantaggio di sembrare un innocuo bambinetto è che certe volte puoi entrare in un negozio e portar via della roba senza farti notare. So che è peccato ma senza cibo si muore e anche il suicidio è peccato.

E poi: la gente non ha paura dei bambini, almeno non dei bambini bianchi, così se chiedo a qualcuno qualche spicciolo al massimo di solito non mi danno retta. Cioè, che cosa mi possono dire? Trovati un lavoro, giovanotto?

Una cosa che ho imparato a Watson: fai innervosire la gente e a smenarci sei tu.

Dunque forse Dio mi ha dato una mano facendomi così piccolo per la mia età. Però mi piacerebbe crescere a un certo punto.

Mamma, prima che le prendesse la malinconia, certe volte mi prendeva sotto il mento e diceva: «Guarda guarda. Sei come un angioletto. Un vero cherubino».

Se mi prendeva male. Mi suonava così gay.

Qualcuno di quei bambini violentati sulla rivista sembrava un angioletto.

Non si può mai sapere dove si nasconde un rischio. Io evito tutti e per questo il parco è perfetto, un ettaro e mezzo di pace e tranquillità.

Un bel grazie a quel pazzo del signor Griffith.

Il modo che aveva scelto di uccidere sua moglie era sparandole in un occhio.

4

In otto mesi Petra aveva lavorato a ventun altri casi di omicidio, alcuni dei quali elementari. Nessuno però come questo. Nemmeno le nozze Hernandez.

L’avevano scannata. Era inondata di sangue. Immersa nel sangue, come un frutto nella cioccolata. Il vestito era un ammasso raccapricciante, dagli squarci nel tessuto spuntavano, grigi e luccicanti, tratti di intestino. Tessuto setoso, poco adatto a trattenere impronte. Anche il sangue avrebbe fatto la sua parte, togliendo la possibilità di rilevare qualcosa dalla pelle. Chissà, forse i gioielli, se l’assassino li aveva toccati.

Giunsero sul luogo nell’oscurità, incontrando volti incupiti, tra scrosci di disturbi radiofonici e sventagliate di lampeggianti rossi. Ascoltarono il rapporto dei ranger che avevano trovato il corpo e attesero lo spuntar del sole per esaminare meglio la vittima.

Il sangue si era rappreso diventando più scuro, aveva disegnato strisce sulla pelle e sull’asfalto circostante, era colato in rivoli nel piazzale, dove alcune macchie erano ancora allo stato semiliquido.

Immobile davanti al cadavere, Petra disegnò il terreno circostante e la posizione della vittima, prese nota delle ferite che riusciva a vedere. Almeno diciassette tagli, e questo solo sul lato anteriore.

Si avvicinò più che poté senza correre il rischio di manomettere qualcosa, si chinò ed esaminò le carni martoriate, il labbro inferiore quasi asportato, l’occhio sinistro ridotto a poltiglia rossa. Tutti i colpi inferti sul lato sinistro.

Ah, papà, se vedessi in questo momento la tua figlioletta così schizzinosa.

A dispetto di ventun cadaveri precedenti, la vista di quello nella luce del sole la nauseò. Poi ebbe il sopravvento un’altra emozione: il dolore della compassione.

Poveretta. Povera, povera donna, perché un destino così atroce?

Non lasciò trapelare nulla. Nessuno che l’avesse osservata avrebbe notato altro che professionale efficienza. Più che definita, era già stata bollata come efficiente. Classificandola in questo modo, Nick aveva lasciato intendere che la competenza non era una qualità sexy. Insieme con tutte le altre cattiverie che le aveva scaricato addosso. Come mai non si era accorta di nulla?

Le piaceva essere vista come una professionista. Aveva trovato una professione che le piaceva.

Un mese prima era andata da un parrucchiere di Melrose e aveva ordinato a un recalcitrante coiffeur di accorciarle i capelli di una spanna buona, cambiando l’acconciatura in un caschetto nero che avrebbe ridotto al minimo le cure da dedicarvi.

Stu l’aveva notato subito. «Complimenti, ti dona molto.»

Petra pensava che le incorniciasse al meglio il volto magro e pallido.

Da tempo sceglieva l’abbigliamento in base alla praticità. Completi di giacca e pantalone che comperava in saldo da Loehmann’s o Robinsons-May e che rifiniva lei stessa a casa per adeguarne la lunghezza di maniche e calzoni alla sua notevole statura. Soprattutto neri, come quello che indossava quel giorno. Un paio blu scuro, un completo color cioccolato, un altro fumo di Londra.

Usava rossetto MAC rosso scuro con una punta di marrone, un velo di ombretto e mascara. Niente fondotinta, lasciava la sua pelle bianca e liscia come un foglio di carta. Niente gioielli. Niente a cui un ricercato potesse aggrapparsi.

La vittima aveva messo il fondotinta.

Lo si vedeva bene là dove non era macchiata di rosso. Una traccia di fard, cipria, mascara un po’ più pesante di come lo usava lei sull’occhio rimasto intatto.

Quello danneggiato era un foro color amarena. Il bulbo era ridotto a una pallottolina di cellophane schiacciata e alcune gocce di liquido gelatinoso le luccicavano sul naso.

Bel naso, dove non era stato pugnalato.

L’occhio destro era sbarrato, azzurro, velato. Lo sguardo opaco della morte, impossibile da fingere, non ne esisteva un altro simile.

Fuga dell’anima? Che si lasciava dietro che cosa? Un involucro, non più vivo della pelle di un serpente dopo la muta?

Continuò a studiare il cadavere con la precisione di un pittore, notò un taglio piccolo ma profondo sulla guancia sinistra, che prima le era sfuggito. Diciotto. Non poteva rivoltare il corpo prima che il fotografo avesse finito e il coroner non le avesse dato il consenso. La conta definitiva delle ferite sarebbe stata di competenza del patologo, dopo che il cadavere fosse stato esaminato sul suo tavolo di metallo.

Aggiunse la ferita alla guancia al suo schizzo. Tanto per non sbagliare; l’ufficio del coroner era uno zoo, i medici commettevano errori.

Stu era in disparte con il coroner, in quel momento, un uomo maturo di nome Leavitt. Erano entrambi seri, ma sereni, niente battute di cattivo gusto come quelle che senti nei film polizieschi. Gli investigatori in carne e ossa che aveva conosciuto erano perlopiù gente normale, abbastanza intelligenti, pazienti, tenaci, avevano ben poco in comune con i personaggi dei film.

Cercò di vedere sotto il sangue, di farsi un’idea della persona dietro a quel massacro.

La donna sembrava giovane e Petra era sicura che fosse stata anche graziosa. Anche ridotta in quello stato, scaricata in quel piazzale come un’immondizia, lasciava intravedere la finezza dei lineamenti. Non alta, ma con gambe lunghe e snelle, scoperte fino a metà coscia, vita stretta nel vestitino nero di seta. Seno prosperoso, forse al silicone. Ormai quando vedeva una donna slanciata con un seno importante, Petra dava per scontato l’intervento del chirurgo.

Nessun segno di sostanze aliene, ma con tutto quel sangue non si poteva escludere. Che conseguenze poteva avere uno squarcio in un seno siliconato? E poi che aspetto aveva il silicone? Otto mesi alla squadra Omicidi e dell’argomento non si era mai dovuto discutere.

Il collant era lacerato, ma sembrava che si fosse strappato sull’asfalto. Nessuna traccia evidente di aggressione sessuale, nessuna goccia di liquido seminale visibile intorno ai resti della bocca o alle gambe.

Chioma sontuosa. Biondo miele, ottimo lavoro di tintura, un principio di radici scure, ma niente più dell’inevitabile. Il vestito era un jacquard con cuciture a mano e, per come era raccolto intorno alle spalle, le permetteva di leggere l’etichetta. EMPORIO ARMANI.

I gioielli dai quali Petra sperava di ricavare impronte digitali erano un bracciale di diamanti e altre pietre al polso sinistro, un anello di zaffiri e brillanti, i brillantini ai lobi. Oltre a un Lady Rolex d’oro.

Niente fede nuziale.

E nemmeno la borsetta, perciò era inutile sperare in un’identificazione in tempi brevi. Com’era finita laggiù? Era fuori in compagnia? Capelli vistosi, vestitino corto: una squillo attirata in strada con l’esca di un premio in denaro?

La borsetta era scomparsa, ma i gioielli c’erano. Solo l’orologio doveva valere tremila dollari. Dunque non era una rapina. A meno che il responsabile fosse stato un delinquentello più stupido della media, che si era lasciato prendere dal panico dopo averle scippato la borsa.

No, non aveva senso. Quelle ferite escludevano una reazione di panico o una rapina. Quel macellaio ci aveva impiegato il suo tempo.

Aveva portato via la borsa per far credere a uno scippo senza pensare ai gioielli?

Qualcuno che si accaniva accecato dalla furia. Ferite profonde, non tagli difensivi; ma i tagli difensivi erano più rari di quanto la gente fosse normalmente indotta a credere e un uomo di corporatura discreta non avrebbe faticato a sottomettere una donna di quella taglia.

Ma poteva indicare qualcuno di sua conoscenza.

Lo faceva pensare senz’altro l’eccesso.

Forse la bionda era stata sorpresa a guardia abbassata?

La mente di Petra fu inondata da uno scorrere veloce di immagini. Le arginò. Era troppo presto per azzardare teorie.

Dio, quanta ferocia. L’attacco di un predatore. Lo sventramento doveva essere stato il colpo fatale, ma la gran parte delle ferite erano concentrate sul volto.

Sventrarla e poi cercare di cancellare la sua bellezza? Un odio così intenso, un’esplosione di odio.

Qualcosa di personale. Più Petra ci pensava e più le sembrava logico. Che tipo di relazione aveva portato a un gesto simile? Marito? Fidanzato? Un ragionevole facsimile di amante?

Un animale scatenato.

Petra aprì i pugni e si ficcò le mani in tasca. Indossava un completo giacca e pantaloni, crêpe leggera, nero, saldi Saks. Era comodo, perciò lo aveva indossato per l’appostamento.

Nel vestito della bionda c’era giusto un tocco di blu. Nero-blu immerso in acqua rugginosa.

Due donne in nero: il lutto aveva avuto inizio.

Stu continuava a conferire con Leavitt e Petra rimase accanto al corpo, come un guardiano.

A proteggere un involucro?

Da bambina, quando andava in escursioni di ricerca in Arizona con suo padre e suo fratello Dick, trovava spesso pelli abbandonate, diafani doni di serpi e lucertole, che raccoglieva e cercava di intrecciare, per farne cordicelle. Le si polverizzavano tra le mani e da allora aveva cominciato a pensare ai rettili come a esseri fragili, provandone minor timore.

Ma avevano continuato ad avvelenare per anni i suoi sogni. Come scorpioni, puma, civette, rospi cornuti, scarafaggi volanti, vedove nere, il branco di creature che arrivavano dall’Interstate sembrava sterminato.

Povero papà, condannato tutte le sere a far la fatica di inventare storie e stupite barzellette, e ossessive, ripetitive operazioni di controllo notturne, tutto solo perché la figlia minore dormisse concedendogli un po’ di tranquillità da genitore singolo.

Quando finalmente poteva godersi un po’ di solitudine, che cosa ne faceva?

Conoscendo papà, sapeva che il tempo libero era dedicato tutto a mettere i voti ai compiti in classe o a lavorare al libro di testo che non sarebbe stato mai finito. Un bicchierone di Chivas per darsi forza. Sapeva che teneva una bottiglia nel comodino e che la svuotava spesso, anche se non l’aveva mai visto veramente ubriaco.

Il professor Kenneth Connor, antropologo fisico di media reputazione, morto prematuramente già fossilizzato dall’Alzheimer. Venti mesi prima. Petra ricordava il giorno. Dava la caccia a una Mercedes rubata. Era arrivata in Messico quando la Centrale le aveva girato la chiamata che giungeva dall’ospedale. Disfunzione cerebrale. Una definizione edulcorata per colpo apoplettico. Secondo il neurologo, il cervello di papà era stato indebolito dalla placca.

Papà si era specializzato in genetica degli invertebrati, ma faceva collezione di conchiglie, pelli, crani, scaglie e altri frammenti di antiquariato organico, riempiendo di detriti e relitti la loro minuscola casa sull’autostrada nei pressi di Phoenix, dove imperava l’odore di un museo dimenticato. Un uomo buono, un padre premuroso. La madre di Petra era morta dandola alla luce ma mai papà aveva mostrato risentimento, anche se era certa che nel suo animo dovesse essere rimasta un’ombra. Lei senz’altro aveva scelto di punirsi, trasformandosi in un’adolescente rabbiosa e ribelle, dando sfogo a una bellicosità per la quale il padre era stato costretto a mandarla in collegio, dove lei aveva potuto crogiolarsi nel suo vittimismo.

Nel testamento aveva indicato espressamente di voler essere cremato e lei e i suoi fratelli avevano rispettato le sue volontà, spargendo le sue ceneri su una mesa nel cuore della notte.

Ciascuno di loro in attesa che uno degli altri dicesse qualcosa.

Era stato infine Bruce a rompere il silenzio: «È finita, ora è in pace. Possiamo anche andarcene da questo cazzo di posto».

Papà, il collezionista di tessuti organici, ridotto a particole grigie. Forse un giorno, in un futuro di milioni di anni, un archeologo avrebbe trovato una molecola di Kenneth Connor e formulato ipotesi sulla vita nel ventesimo secolo.

Ora davanti a lei c’era quel pezzo di carne morta, fresca e patetica.

Calcolava che dovesse aver avuto tra i venticinque e i trent’anni. L’elasticità della pelle del viso le faceva credere che non potesse essere più vecchia, non aveva visto dietro le orecchie cicatrici di un intervento di lifting.

Begli zigomi a giudicare dal lato destro. Tutto quello sinistro era una polpa rossastra. Probabile che l’assassino fosse destro e che la testa di lei fosse ruotata sul quel lato quando lui l’aveva accoltellata.

A parte Freshwater, gli altri ventun casi di cui si era occupata rientravano nell’ordinaria amministrazione: regolamento di conti e risse, pistolettate, botte, singoli colpi d’arma da taglio. Stupidi che ammazzavano altri stupidi.

Il peggiore era stato quello delle nozze Hernandez, una cerimonia tenutasi di sabato presso una sede di veterani di guerra quasi sul confine della Rampart Division. Al ricevimento lo sposo aveva ammazzato il padre della sposa con un coltello da torta nuovo di zecca, con manico di madreperla, aprendo il suocero dallo sterno all’inguine, sfilettandolo sotto gli occhi inorriditi della neomogliettina diciottenne e di un centinaio di invitati.

Bella luna di miele.

Petra e Stu avevano trovato lo sposo nascosto al Baldwin Park e lo avevano arrestato. Aiutante diciannovenne di un vecchio giardiniere, aveva nascosto il coltello in un sacco di fertilizzante a bordo del furgone del suo principale. Povero idiota.

Guarda, papà, ho risolto il caso, veloce rapida incisiva.

Immaginava il sorriso sorpreso di suo padre davanti alla trasformazione della sua schizzinosa e paurosa bimbetta.

Efficiente.

Inalò aria mattutina. Dolce, si sentiva la fragranza dei pini. A un tratto fu stanca di aspettare, provò il bisogno di fare qualcosa, capire qualcosa.

Finalmente Stu lasciò il dottor Leavitt e passò dietro il nastro allontanandosi nella zona del piazzale dove erano raggruppati i veicoli delle forze dell’ordine. Metodico come sempre, spiegava ai tecnici che cosa fare, che cosa non fare, che cosa prelevare per le analisi. Il coroner ripartì e rimasero gli inservienti dell’obitorio, ad ascoltare musica rap a bordo del loro furgone, che vibrava delle note del basso.

Tutti attendevano il fotografo e le unità K-9 per poter finalmente rimuovere il cadavere e lasciare che i cani controllassero la zona boscosa al di sopra del parcheggio.

Stu parlò a un agente in uniforme, muovendo impercettibilmente le labbra, il nobile profilo scolpito dalla luce del sole.

Capo Bishop. Se non avesse prima ottenuto un ruolo importante al cinema.

Lavoravano insieme da due settimane quando Stu aveva estratto il portafogli per offrire la colazione da Musso and Frank e lei aveva visto la tessera del Sindacato Attori accanto a una Visa per utenti abituali di compagnie aeree.

«Sei attore?»

La sua pelle celtica era arrossita. Aveva chiuso il portafogli. «Solo per caso. Qualche anno fa sono venuti in sede. Stavano filmando un episodio di Murder Street sul boulevard e per comparse volevano poliziotti veri. Mi hanno tormentato finché ho accettato.»

Non aveva saputo resistere. «Allora quand’è che avremo il calco delle tue mani e dei tuoi piedi nel cemento?»

Gli occhi color acquamarina di Stu si erano addolciti. «È un mestiere incredibilmente stupido, Petra. Incredibilmente egocentrico. Sai come definiscono se stessi? L’Industria. Come se fosse una manifattura di acciaio.» Aveva scosso la testa.

«Che genere di ruoli ti danno?»

«Piccole apparizioni. Non riescono nemmeno a impicciarmi sul lavoro. Il più delle volte girano la sera e se io sono ancora in città, partendo più tardi accorcio il viaggio perché c’è meno traffico. Così non posso nemmeno dire di perderci del tempo.»

Sorrise. Stava minimizzando e lo sapevano tutti e due.

Petra contraccambiò con un sorriso malizioso. «Hai un agente?»

Stu diventò paonazzo.

«Ce l’hai?»

«Se vuoi lavorare, ne hai bisogno, Petra. Sono degli squali. Avere qualcuno che tratta con loro vale il dieci per cento che sborsi.»

«Hai avuto anche parti parlate?» Petra era sinceramente interessata ma si sforzava anche di non scoppiare a ridere.

«Se dire: ‘Fermo lì, bastardo, o sparo’, è parlare.»

Petra aveva finito il caffè e Stu aveva bevuto un altro sorso della sua acqua minerale.

«Allora quando scriverai una sceneggiatura tutta tua?»

«Dai, Petra, non me lo merito», aveva protestato lui aprendo di nuovo il portafogli ed estraendo qualche banconota.

Ma la settimana dopo aveva accettato una parte a Pacoima. A Los Angeles tutti desideravano essere qualcos’altro, anche un uomo tutto d’un pezzo come Stu.

Lei no. Dopo un anno di college statale a Tucson, si era trasferita in California per iscriversi al Pacific Art Institute, aveva ottenuto una laurea in belle arti con specializzazione in pittura e si era messa in attività con un marito a condividere il suo letto. Nick aveva un ottimo lavoro come disegnatore di automobili al nuovo laboratorio della GM. Lei guadagnava qualche spicciolo illustrando inserzioni sui giornali e vendendo alcuni dei suoi lavori tramite una galleria cooperativista di Santa Monica, andando in pari con le spese che sosteneva per produrli. Poi era venuto il giorno dell’illuminazione: la sua non era una strada, era un capolinea. Ma almeno aveva Nick.

Poi la salute l’aveva tradita, Nick aveva gettato la maschera lasciandola stordita, al verde, sola. Una settimana dopo che lui se n’era andato, qualcuno si era introdotto nell’appartamento rubandole i pochi oggetti di valore che possedeva, compresi cavalletto e pennelli.

Era precipitata in una depressione durata due mesi, fino a una sera di novembre in cui si era finalmente trascinata fuori del letto per finire in macchina per la città, inerte, spenta, indifesa. Pensava di dover mangiare, la sua pelle aveva assunto un colorito terribile e aveva cominciato a perdere i capelli, ma non aveva appetito, l’idea stessa del cibo le dava la nausea. Si era ritrovata sulla Wilshire, e quando aveva girato per tornare verso casa il suo sguardo si era posato su un manifesto esposto nei pressi di Crescent Heights. Il dipartimento di polizia di Los Angeles stava reclutando nuovi agenti. Meccanicamente Petra aveva ricopiato il numero verde.

Erano trascorse altre due settimane prima che si decidesse a telefonare. La commissione aveva dichiarato che il dipartimento aveva soprattutto bisogno di reclutare donne. Era stata accolta con entusiasmo.

Era entrata all’accademia per puro capriccio, convinta che fosse un errore stupido e incomprensibile, e aveva scoperto con stupore di trovarsi bene, all’inizio, e in seguito di essersi appassionata. Trovava stimolo persino nelle difficoltà da superare durante l’addestramento fisico, nell’arte di usare più la flessibilità che la forza bruta per superare il Muro, nell’evitare di finire dietro una scrivania avendo scoperto di possedere ottimi riflessi e un talento naturale nel trovare la leva giusta con cui atterrare l’avversario nei corpo a corpo.

Persino nella divisa.

Non quella leziosa dei cadetti, celeste di sopra e blu scuro sotto, ma quella vera, tutta blu scuro, l’uniforme di chi fa sul serio.

Lei, che aveva stigmatizzato tanti compagni fascisti quand’era al collegio per il loro conformismo da branco, si era innamorata della sua divisa.

Molti dei maschi che frequentavano il suo corso in accademia erano fanatici della prestanza fisica e si erano fatti confezionare l’uniforme come una seconda pelle, in maniera da mettere in risalto bicipiti, deltoidi, latissimi.

La versione maschile di un WonderBra.

Una sera, d’impulso, si era confezionata la propria divisa, usando la vecchia Singer graffiata che aveva portato con sé da Tucson, una delle poche cose che i ladri le avevano lasciato.

Era alta un metro e settanta per cinquantotto chilogrammi, con gambe snelle, fianchi stretti, spalle squadrate, un sedere che considerava troppo piatto e un seno piccolo ma naturale che con il tempo aveva imparato ad apprezzare. Crescendo con un padre e quattro fratelli aveva scoperto la preziosa utilità di saper cucire.

Aveva dedicato gran parte dei suoi sforzi alla camicia perché le ingrossava la vita e con i fianchi che si ritrovava aveva bisogno di un minimo di forme. Il risultato finale aveva reso omaggio alla sua figura senza ostentazione.

Ottenuto il diploma la sua felicità era stata ancora più grande, anche se non aveva invitato nessuno alla cerimonia, ancora nervosa per quel che avrebbero potuto pensare di lei papà e i fratelli.

Aveva rivelato loro il suo segreto quando era in prova da un mese. Erano rimasti tutti sorpresi, ma nessuno l’aveva in alcun modo criticata. Ormai era lanciata.

Del lavoro alla polizia le andava bene tutto. L’addestramento fisico, il pattugliamento, gli appelli, le sessioni al poligono. Nemmeno la burocrazia le era di peso, perché se c’era una cosa che il collegio le aveva insegnato erano buone tecniche di apprendimento e padronanza della lingua inglese, cosicché si trovava in vantaggio sulla gran parte dei suoi muscolosi colleghi che vedeva masticare matite assorti in angoscianti dilemmi di sintassi e punteggiatura.

In diciotto mesi era stata promossa detective.

Guadagnandosi il diritto di piantonare un involucro.

Una nuova macchina si unì alle altre già parcheggiate. Un’ultracompatta con lo stemma del dipartimento sullo sportello. Ne uscì una fotografa della polizia con tanto di Polaroid professionale. Giovane, più o meno coetanea della vittima, vestita alla bell’e meglio, con capelli lunghi, troppo neri. Quattro fori in un orecchio, due nell’altro: piercing puro, niente orecchini. Volto ordinario, guance incavate, con una punta di acne su ciascuna. Occhi combattivi da Generazione X.

Mentre si avvicinava al cadavere, Petra ne costruì un identikit ipotetico: uno spirito artistico tornato con i piedi per terra, come aveva fatto lei. Probabilmente la sera si vestiva di nero, fumava erba e beveva stinger nei locali di Sunset Strip, bazzicando rockettari mancati che l’accettavano così com’era.

Aprì la fotocamera, abbassò lo sguardo ed esclamò: «Dio mio, ma io so chi è!»

«Chi?» chiese Petra richiamando Stu con un gesto.

«Non so come si chiama ma so chi è. È la moglie di Cart Ramsey. O magari la ex moglie ormai. L’ho vista in TV un anno fa. Lui la picchiava. Era uno di quei programmi di cronaca vera. Ha descritto Ramsey come un autentico pezzo di merda.»

«È sicura?»

«Al cento per cento», confermò la fotografa, seccata. Sul tesserino con fotografia che qualificava la sua professione compariva il nome Susan Rose. «È lei, mi creda. Dicevano che era stata una reginetta di bellezza e che Ramsey l’aveva conosciuta a un concorso… Dio, com’è conciata, che schifoso bastardo!» La mano con cui reggeva la fotocamera si contrasse e l’apparecchio dondolò.

Si avvicinò Stu e Petra gli ripeté che cos’aveva detto Susan Rose.

«Ne è sicura?» chiese lui.

«Gesù, sono più che sicura.» Susan cominciò a scattare fotografie, una via l’altra, puntando la fotocamera come se fosse un’arma. «In TV aveva dei lividi in faccia e un occhio nero. Quel maiale!»

«Chi?» domandò Petra.

«Ramsey. Sarà stato lui, no?»

«Cart Ramsey», scandì Stu senza inflessioni e Petra si domandò se Stu avesse lavorato agli episodi della serie di Ramsey… come si chiamava? The Adjustor: un investigatore privato che risolveva i problemi degli oppressi.

Sarebbe stata bella, ma Stu compariva di solito nei telefilm di guardie e ladri dove interpretava la guardia di contorno, lui che lo era davvero, in mezzo a sbirri finti.

Susan Rose sfilò una cartuccia dalla fotocamera e la ripose nell’astuccio.

«Grazie», le disse Petra. «Controlleremo. Lei finisca in pace il suo lavoro.»

«È lei, credetemi», ripeté Susan Rose sempre sulle sue. «Ora posso finirla? Ho preso tutte quelle che mi servono su questo lato.»

5

Due ore che cammino. Non inciampo più come prima.

Tutte quelle coltellate.

PLYR 1. C’è un bar sul boulevard, il Players, è il ritrovo dei magnaccia. Si chiamano così perché mangiano a sbafo?

Quello che le ha fatto mi ricorda una cosa che ho visto a Watson in uno dei campi che ci sono dietro gli aranceti.

Si sono incrociati due cani. Uno era bianco con macchie marrone, tutto muscoli, una specie di pitbull ma non proprio. L’altro era un bastardo, nero e grosso, e camminava male. Il cane bianco sembrava tranquillo, contento della vita, con un muso quasi sorridente. Forse è per questo che il cane nero non ha avuto paura. Poi il cane bianco si è girato di scatto, senza abbaiare, è balzato su quello nero, gli ha afferrato il collo con le zanne, gliel’ha rigirato un paio di volte e l’ha ammazzato. Così, in un lampo. Il cane bianco non ha mangiato quello nero, non ha leccato il sangue o niente del genere, ha scalciato un po’ di terra con le zampe posteriori ed è andato via, come uno che ha fatto il suo lavoro.

Sapeva quanto era forte.

Mi sono sbagliato. Non sono ancora vicino. Sento i piedi come pietre e comincio a sentirmi stupido per aver deciso di vivere nel parco. Mi devo ripetere che non è così, che è una furbata.

Dove altro posso andare, magari a The Melodie Anne? È una casa sulla Selma, vicino al boulevard, mezza distrutta da un incendio, con le finestre sbarrate. Ci finiscono un sacco di ragazzi e di notte ci portano gli adulti. Qualche volta li vedi che gli fanno un pompino anche fuori, nel vicolo, ragazzi e ragazze.

Io piuttosto mi ammazzo. Il suicidio è peccato, ma lo è anche vivere una vita sbagliata.

Controllo il Casio: 4.04. Devo essere vicino. Posso tentare con tutti gli elenchi che voglio, ma ho sempre la testa piena di immagini terribili. Uomini che fanno del male alle donne, cani che ammazzano cani, aerei che scoppiano, bambini rapiti dalle loro case, spari da automobili in corsa, sangue dappertutto.

Penso a mamma ma vedo invece Moron e ora mi viene in mente che le dava sempre della puttana e lei zitta, a farsi chiamare così in silenzio.

Nei giorni storti la picchiava. Io chiudevo gli occhi, serravo i denti, cercavo di proiettarmi da qualche altra parte. Per molto tempo non ho capito perché lo aveva preso in casa. Poi mi è venuta l’idea che non si considera un gran che perché non è mai andata a scuola e che Moron è quello che si merita.

Lo ha conosciuto al Sunnyside, che è dove trova tutti gli sbandati che si porta a casa. Non ci lavorava più, ma ci andava lo stesso a bere, a guardare la TV e a scherzare con quelli che giocano al biliardo.

Gli altri sbandati non sono mai rimasti per molto tempo e mi hanno sempre ignorato. Appena arrivato, Moron ha appestato il trailer del suo odore personale e di quello di grasso per motociclette. Lui e mamma si sono fatti. Io ero sul divano letto, sentivo l’odore delle canne che accendevano, li ho sentiti ridere e poi il letto che cigolava. Mi sono messo le dita nelle orecchie e mi sono infilato tutto quanto sotto la coperta.

La mattina dopo è uscito dalla camera da letto nudo, con le mutande in mano, tutto pieghe e rotoli di ciccia tatuata. Io ho fatto finta di dormire ancora. Ha aperto la porta, ha fatto un grugnito, si è infilato le mutande ed è uscito a pisciare. Quando ha finito, ha detto: «Sììììì!» si è schiarito la gola e ha sputato.

Tornando in camera ha inciampato e mi ha piantato un ginocchio nella schiena. È stato come sentirsi schiacciare da un elefante, non respiravo più. Poi è tornato fuori, è andato in cucina, ha preso una scatola di fiocchi d’avena e se n’è messo in bocca una manciata spargendoli dappertutto.

Io ho fatto finta di svegliarmi. Lui ha detto: «Oh cazzo, un sorcio. Ehi, Sharia, non mi avevi detto di avere uno di quelli».

Mamma ha riso nell’altra stanza.

«Non è che si è parlato molto, giusto, cowboy?»

Allora ha riso anche Moron, poi mi ha allungato la mano per un cinque. Aveva i contorni delle unghie neri e dita grosse come hotdog e dello stesso colore.

«Motor Moran, fratello. Tu chi sei?» Per un pezzo d’uomo come lui aveva la voce un po’ alta.

«Billy.»

«Billy cosa?»

«Billy Straight.»

«Ah, come lei. Dunque non hai un papà, sei un piccolo incidente fottuto, eh?» Io ho abbassato la mano ma lui me l’ha afferrata, l’ha stretta forte e mi ha fatto male, guardandomi per vedere se lo lasciavo capire. Io ho fatto finta di niente.

«Questa è la tua colazione, fratello?»

«Più o meno.»

«Che sfiga.» Questo lo ha fatto ridere di gusto.

È arrivata la mamma e si è messa a sghignazzare con lui. Ma nei suoi occhi c’era quell’espressione triste che le avevo visto tante altre volte.

Mi spiace, tesoro, che cosa posso fare?

Nemmeno io proteggo lei, perciò credo che siamo pari.

Lui mi ha tirato un pugno nel braccio. «Motor Moran, fratellino. Non fartela fuori.» Mi ha lanciato la scatola, è andato al frigo e ha preso birra e salsa.

«Hai delle patatine, donna?»

«Sì, cowboy.»

«Allora alza il culo e preparami qualcosa da mettere sotto i denti.»

«Subito, cowboy.»

Lei chiama cowboy tutti gli sbandati che si porta a casa.

Moron credeva che fosse solo per lui. «In sella, baby, dai che si galoppa di nuovo!»

Motor Moron. Il suo vero nome è Buell Erville Moran, dunque si capisce perché voleva un soprannome, anche se stupido. L’ho letto sulla sua patente, che era scaduta e piena di bugie. Per esempio la statura, un metro e novantatré, quand’era alto almeno mezza spanna in meno. E i cento chili, quando ne peserà almeno centocinquanta. Nella fotografia aveva una grande barba rossa. Quando la mamma lo ha portato a casa se l’era tagliata, tenendo due basettone gigadontiche, sporgenti come cespugli, stupide da far paura.

Si veste sempre allo stesso modo: jeans bisunti, puzzolenti T-shirt nere della Harley e stivali. Vuole farsi passare come un Hells Angel o qualche importante fuorilegge che gira in moto, ma non aveva una banda e la sua moto era un vecchio catenaccio arrugginito, che non funzionava quasi mai. Lui ci smanettava accanto al trailer per tutto il giorno, si ubriacava, guardava i talk show e mangiava, mangiava, mangiava.

E spendeva il sussidio e gli assegni di invalidità. Il sussidio era fondamentalmente mio. Sussidi per famiglie con figli dipendenti. Soldi miei.

Almeno ora sono più indipendente.

Mamma è cambiata quando io ho compiuto cinque anni. Non ha studiato, ma una volta era più felice. Le interessava mettersi bene, usava il ferro per i capelli, si truccava e si cambiava. Adesso solo T-shirt e short e anche se non si può dire che sia grassa, è un po’ molle e la sua pelle è scolorita e ruvida.

Una volta lavorava al Sunnyside per tutta la settimana e beveva e fumava solo il sabato e la domenica. Non è che voglio criticarla, è stata dura per lei, a quattordici anni già andava a raccogliere nei campi e ha avuto me che ne aveva sedici. Ora ne ha ventotto e ha perso i primi denti perché non ha i soldi per curarli.

Non ha potuto andare a scuola perché anche i suoi genitori raccoglievano frutta, giravano di qua e di là andando con i raccolti, erano alcolizzati e non credevano importante studiare. Mamma riesce appena a leggere e scrivere e non è forte in grammatica, ma io non le ho mai detto niente per questo, a me in fondo non importa.

Ha avuto me nove mesi dopo che i suoi sono morti in un incidente d’auto. Suo padre era ubriaco, tornava a Watson dopo essere stato al cinema a Bolsa Chica, è uscito dalla Route 5 ed è finito diritto contro un palo della luce.

Io e mamma passavamo spesso in autobus proprio per di là. Tutte le volte lei diceva: «Eccolo, quel palo maledetto», e prendeva a strofinarsi gli occhi.

Lei non è morta perché invece di andare al cinema con i suoi era a far festa con degli altri braccianti.

È una storia che mi raccontava in continuazione, specialmente quand’era ubriaca o fatta. Poi ha cominciato ad aggiungerci dei pezzi: la festa era in un ristorante elegante, con gente importante del Sindacato dei Lavoratori Agricoli. Poi la festa è scomparsa ed è diventata un’uscita a due, lei e un sindacalista pieno di soldi e lei era tutta in tiro, «da sballo». Poi si è lanciata, il sindacalista ricco è diventato bello e intelligente, un avvocato che era un genio.

Una sera che era ubriaca fradicia ha fatto questa grande confessione: il riccone era mio padre.

La sua è come la storia di Cenerentola, solo che lei non è finita a vivere a palazzo.

Avere un padre ricco, bello e intelligente mi farebbe comodo, ma so che sono balle. Se aveva tutti quei soldi, perché lei non ha cercato di prendersene un po’?

Quando era in quello stato, qualche volta tirava fuori vecchie fotografie e mi mostrava quand’era magra e carina e aveva tanti capelli neri che le scendevano giù, fino al sedere.

Non aveva nessuna foto di quel bel riccone. Sai che sorpresa.

Quando ha raccontato la storia a Moron, lui ha detto: «Piantala con questa stronzata, Sharia, ti sei scopata un milione di teste di cazzo e non te ne ricordi uno che è uno».

Mamma non ha risposto e la faccia di Moron si è scurita e si è girato a guardare me e per un momento ho pensato che voleva darmele. Invece si e messo a ridere. «Come pretendi di sapere chi ha prodotto questa caccola?» ha chiesto.

Mamma ha sorriso e si è ritorta una ciocca intorno al dito. «Lo so, Buell. Sono cose che una donna sa.»

Lì è stato quando le ha mollato un manrovescio. Mamma è caduta contro il frigo e la testa le è schizzata all’indietro come per saltar via.

Io ero seduto al tavolo a mangiare quel poco che mi aveva lasciato di una maxi scatola di Hormel Chili e tutt’a un tratto mi sono sentito bruciare dentro di pr.ura e furia e ho cercato con gli occhi qualcosa da prendere, ma i coltelli erano in fondo dall’altra parte, troppo lontani, e la sua pistola era sotto il letto con lui in mezzo.

Mamma si è messa a sedere e ha cominciato a piangere.

«Non mi spaccare il cazzo», ha detto lui. «Piantala di frignare.» Ha levato la mano di nuovo. Questa volta io mi sono alzato e lui mi ha visto e i suoi occhi sono diventati piccoli piccoli. È diventato rosso come ketchup, ha cominciato a respirare forte, si è mosso verso di me. Forse mamma stava cercando di aiutarmi o forse stava solo aiutando se stessa ma all’improvviso se lo è preso tra le braccia. «Sì, hai ragione, baby, è una stronzata», gli ha detto. «Una vera stronzata, cosa vuoi che so io, scusa, non ti romperò più le scatole con questa storia, cowboy.»

Lui ha fatto per cacciarla via, poi ha cambiato idea. «Devi piantarla con quelle cazzate.»

«Te l’ho già promesso», ha detto mamma. «Vieni, baby, andiamo in città a divertirci un po’.»

Lui non ha risposto. Solo dopo un po’ ha detto: «Che cazzo». Guardando me, le ha leccato la guancia e le ha infilato la mano sotto la maglietta.

Ha cominciato a muoverla piano piano, in tondo.

«Festeggiamo qui, baby», ha detto, cominciando a spogliarla.

Io sono scappato dal trailer e l’ho sentito ridere. «Sembra che il marmocchio del riccone si è attizzato», ha detto.

Ha cominciato con altre strizzate di mano, sgambetti, pizzicotti al braccio. Quando ha visto che la faceva franca, si è messo a mollarmi ceffoni per motivi stupidi, come quando non gli portavo un uovo sodo abbastanza in fretta. Mi rintronava la testa e per ore non riuscivo a sentire bene.

Il momento peggiore della giornata era quando tornavo a casa da scuola. Lo trovavo fuori a lavorare alla sua moto. «Ehi tu, schizzo di riccone! Vieni qui!»

C’era una sola porta per entrare nel trailer e lui ci era davanti, così dovevo ubbidire.

Certe volte mi strapazzava, certe volte no ed era quasi peggio, perché allora stavo sulle spine aspettando che cominciasse.

Marmocchio di riccone, stupida caccola spocchiosa che crede di essere più furbo di tutti.

Poi ha cominciato con gli attrezzi. Mi puntava uno scalpello sotto il mento, mi prendeva il pollice in una chiave inglese e stringeva fino all’osso guardandomi negli occhi per vedere che cosa facevo.

Io ce la mettevo tutta a non muovere né gli occhi né altro. La sensazione è come quando ti chiudi la mano in un cassetto, ma almeno lì il dolore passa subito, mentre questo è una botta via l’altra. M’immaginavo le ossa che si crepavano e spaccavano e non guarivano più.

Passare la vita con le mani rotte e tutti che mi chiamavano Monco.

Poi c’è stato il cacciavite. Mi faceva il solletico all’orecchio e fingeva di cacciarmelo dentro con un colpo secco, rideva e diceva: «Merda, l’ho mancato».

Qualche giorno dopo mi ha appoggiato sul collo la lama del suo seghetto e ho sentito i denti, come di un animale che mi morsicava.

Dopo quella volta non ho più dormito bene, tutte le notti mi svegliavo e risvegliavo e la mattina avevo la faccia tutta indolenzita per aver stretto forte i denti.

Perché non andavo a rubargli la pistola da sotto il letto e non gli sparavo?

Un po’ perché avevo paura di svegliarlo, così poi la prendeva prima lui. E anche se gli avessi sparato, chi poteva credere che avevo una buona ragione? Sarei finito in galera, finito per sempre, anche una volta uscito sarei stato un ex detenuto, senza diritto di voto.

Ho cominciato a pensare di scappare. La cosa che ha preso la decisione per conto mio è successa una domenica. Le domeniche erano le peggiori perché era in casa tutto il giorno a bere e a fumare erba e a impasticcarsi e a guardare video di Rambo e dopo un po’ si sentiva un Rambo anche lui.

Mamma era andata a far compere e io cercavo di leggere.

«Vieni qui, caccola», ha detto e quando ci sono andato, lui ha riso e ha finito fuori un tronchesino, poi mi ha calato i jeans e gli slip e mi ha preso il pisello tra le lame. Pisello e tutto il resto.

Billy Senza Balle.

Quasi me la sono fatta addosso ma mi sono costretto a tenerla perché se lo avessi bagnato di sicuro me lo tagliava via.

«Piccolino l’attrezzo del marmocchio del riccone, eh?»

Io ero lì fermo, a cercare di non sentire niente, a sognare di essere da qualche altra parte. Elenchi, elenchi, non funzionava più niente.

E lui: «Zacchete e via a cantare nel coro delle voci del cazzo del papa».

Si è passato la lingua sulle labbra. Poi finalmente mi ha lasciato andare.

Due giorni dopo, quand’erano tutti e due al Sunnyside, ho battuto il trailer a caccia di soldi. All’inizio ho trovato solo ottanta centesimi in monetine sotto i cuscini del divano e mi stavo scoraggiando e mi chiedevo se avrei potuto andarmene senza soldi. Poi ho trovato il Miracolo del Bagno. Denaro che mamma teneva nascosto in una scatola di Tampax sotto il lavandino. Credo che non si sia mai fidata fino in fondo di Moron, così ha pensato che là sotto non avrebbe mai guardato. Forse si sentiva in trappola anche lei, voleva scappare anche lei, un giorno o l’altro. Se ho mandato in fumo i suoi piani, mi dispiace, ma riceve ancora il mio sussidio ed erano mie le palle fra le lame di quel tronchesino. Se fossi rimasto ancora sono sicuro che mi avrebbe ammazzato. Allora lei ci sarebbe stata malissimo e probabilmente sarebbe finita in qualche guaio per non aver badato come doveva a suo figlio o qualcosa del genere.

Dunque andandomene le facevo un favore.

Nella scatola di Tampax ho trovato centoventisei dollari.

Li ho infilati in due sacchetti di plastica, ho messo i sacchetti di plastica in una busta di carta stretta con quattro elastici e mi sono infilato la busta negli slip. Non potevo portar via libri o troppi vestiti, così ho messo semplicemente le mie cose più comode in un altro sacchetto di plastica, mi sono allacciato il Casio al polso e sono uscito nella notte.

Non ci sono lampioni al parcheggio dei trailer, solo le luci dentro i rimorchi e a quell’ora erano già quasi tutti a dormire, perciò c’era un bel buio generale. Non è un vero parcheggio, è piuttosto un grande spiazzo di terra vicino a un vecchio frutteto, di aranci storti e piegati dal vento, che non danno più frutti. Su un lato c’è una lunga pista curva che porta alla statale.

Ho camminato lungo la statale tutta notte, tenendomi nell’erba, abbastanza lontano da non essere visto dalle macchine e i camion. Erano soprattutto camion, quelli enormi, che passavano sfrecciando con un rumore da temporale. Devo aver fatto a piedi dodici miglia, poiché così c’era scritto a Bolsa Chica sul cartello che dava la distanza da Watson. Ma i piedi non mi facevano troppo male e mi sentivo libero.

La stazione era chiusa perché il primo autobus per Los Angeles partiva alle sei. Ho aspettato finché un vecchio messicano si è messo allo sportello e ha preso quaranta dei miei Tampax-dollari senza nemmeno alzare gli occhi. Alla stazione ho comperato un panino dolce e del latte e ho preso un Mad Magazine dall’espositore. Sono salito per primo sull’autobus e mi sono seduto in ultima fila.

Tutti gli altri erano messicani, soprattutto operai e qualche donna, una incinta, che si muoveva un sacco sulla sua poltrona. L’autobus era vecchio, ci faceva un gran caldo, però era bello pulito.

A guidare c’era un vecchio dalla pelle bianca con la faccia tutta schiacciata e un cappello che gli andava troppo grande. Masticava gomma e sputava dal finestrino. È partito adagio, ma una volta che ci si è messo, ha preso una bella andatura e alcuni dei messicani hanno tirato fuori da mangiare.

Siamo passati accanto a delle rivendite di auto usate nella periferia di Bolsa Chica, con tutti quei parabrezza che riflettevano luce bianca come specchi, poi campi di fragole coperti con strisce di plastica. Quando ci passavo con mamma, lei diceva sempre: «Strawberry fields, proprio come la canzone». Mi è venuto da pensare a lei, mi sono ordinato di smetterla. Dopo i campi di fragole niente altro che strada e montagne.

Un po’ più avanti siamo passati dal posto dove i genitori di mamma erano finiti fuori strada. Io l’ho guardato, l’ho visto scomparire nel finestrino posteriore. Poi mi sono addormentato.

6

Stu prese Petra in disparte. «Cart Ramsey. Se è vero.»

«Lei sembra sicura.»

Lui lanciò uno sguardo a Susan Rose che stava riponendo lo stativo sulla sua utilitaria. «Mi dà l’aria di una che si fa, ma mi è sembrata abbastanza convinta.»

«Quando ho visto tanto accanimento, ho pensato subito a qualcuno che la vittima conosceva.»

Stu aggrottò la fronte. «Vado a chiamare subito Schoelkopf. Mi faccio dare qualche dritta. Hai idea di dove abiti Ramsey?»

«No. Pensavo che ce l’avessi tu.»

«Io? Perché… ah!» Il suo sorriso fu a labbra strette. «No, non ho mai lavorato nei suoi episodi. Tu li hai mai visti?»

«Mai. Fa l’investigatore privato, vero?»

«Diciamo piuttosto una squadra di vigilantes in una persona sola. Fa giustizia nei casi in cui i comuni sbirri non ci riescono.»

«Simpatico.»

«Scarso persino per la TV. Ha cominciato su una rete nazionale, l’hanno mollato, è riuscito a proseguire su un’emittente indipendente, poi è riuscito a entrare in un consorzio. Credo che il programma sia di proprietà di Ramsey.» Scosse la testa. «Grazie a Dio non mi hanno mai chiamato a lavorarci.» Piegò le labbra e fece la smorfia di chi si prepara a sputare, mentre si girava per allontanarsi.

«Che cos’è che non va nello show?» chiese lei.

Lui si voltò di nuovo dalla sua parte. «Dialoghi rozzi, trame che non stanno in piedi, nessun approfondimento dei personaggi, Ramsey che non sa recitare. Hai bisogno d’altro? Riempie uno spazio morto nella programmazione serale della domenica, perciò l’emittente deve averlo pagato una miseria.»

«Vale a dire che Ramsey è solo un piccolo miliardario da niente.»

Stu si fece scivolare un pollice lungo una bretella contemplando la sagoma ora coperta del corpo di Lisa Ramsey. «La ex di Ramsey richiamerà gli sciacalli dei media. Mentre io chiamo Schoelkopf, vorresti andare dalla nostra signora Rose a chiederle di tenere la bocca cucita finché i capi non avranno deciso il da farsi?»

Prima che lei potesse rispondere si avviò. Un agente in divisa richiamò la loro attenzione gesticolando e i due investigatori si diressero dall’altra parte del parcheggio.

«Abbiamo trovato questa laggiù», riferì il poliziotto indicando un cespuglio vicino al cancello d’ingresso. «Non l’abbiamo aperta.»

Una borsetta nera di pelle di struzzo.

Uno dei tecnici, un giovane alto di nome Alan Lau, s’infilò i guanti e la perquisì. Portacipria, rossetto, cosmetici MAC, che fecero provare a Petra un brivido freddo nel ventre. Spiccioli, un portafogli nero sempre di struzzo. Dentro il portafogli c’erano carte di credito, alcune delle quali a nome Lisa Ramsey, altre a nome Lisa Boehlinger. Una patente di guida della California con la fotografia di una splendida bionda. Lisa Lee Ramsey. La data di nascita le assegnava ventisette anni d’età. Per statura e peso corrispondeva alla vittima. L’indirizzo indicato era di uno stabile di Doheny Drive, Beverly Hills. Niente banconote.

«Vuotato e buttato», commentò Petra.

«Una rapina o il tentativo di farla passare per tale.»

Stu non parlò. Ripartì verso l’automobile mentre Lau distribuiva il contenuto della borsetta in varie buste di plastica. Petra tornò al cadavere. Ai piedi della vittima, Susan Rose stava applicando il coperchio all’obiettivo della sua fotocamera.

«Ho finito», disse. «Vuole che fotografi qualcos’altro?»

«Magari le colline laggiù», rispose Petra. «Stiamo aspettando i K-9. Dipende da che cosa trovano.»

Susan si strinse nelle spalle. «Io vengo pagata lo stesso.» S’infilò una mano sotto la brutta felpa, ne estrasse una collana e cominciò a giocherellarci.

Pizzicato per chitarra su catenella di metallo. E brava la nostra Connor, investigatrice dall’intuito infallibile!

«Suona?»

Susan superò un momento di confusione. «Ah, questa. No. Il mio ragazzo è in una band.»

«Che genere?»

«Alternativo. Lei è appassionata?»

Petra trattenne il sorriso entro limiti di discrezione e scosse la testa. «Sono stonata.»

Susan annuì. «Io riesco a cantare intonata, ma niente di più.»

«Senta», disse Petra. «Voglio ringraziarla per l’identificazione. Aveva ragione.»

«Certo che avevo ragione. Comunque non è che ci avreste messo molto a scoprire chi era.» La fotografa fece per avviarsi.

«Ancora una cosa, Susan. Dato il personaggio, la situazione è un po’ più delicata. Le saremmo grati se volesse evitare di parlarne finché non avremo stabilito come affrontare la stampa.»

Susan giocherellò con la collana. «D’accordo, ma visto di chi si tratta, lo sapranno tutti prima che riusciate a parlare di ‘uccisione insensata’.»

«Infatti. Abbiamo ben poche carte da giocarci. Il detective Bishop sta parlando ora con i pezzi grossi. Avremo anche bisogno di informare Cart Ramsey. Sa per caso dove abita?»

«Calabasas», rispose Susan.

Petra la fissò.

La fotografa alzò le spalle. «Era in quello show. Una specie di vita morte e miracoli dei ricchi e famosi. Seduto nella Jacuzzi, a bere champagne, a finire qualche colpo di golf. Lei in un costume da bagno di quelli che si usano per i concorsi, non so dove, poi dopo che lui l’aveva pestata, con un occhio nero, un taglio al labbro. Sa, prima e dopo.»

«Una reginetta di bellezza», ricordò Petra.

«Miss Qualcosa. L’hanno mostrata che suonava il sax. E guardi dove l’ha portata il suo talento… Ehi, arrivano i cani.»

Due K-9, uno accompagnato da un pastore tedesco, l’altro da un labrador color cioccolato, ricevettero istruzioni da Stu e cominciarono a risalire il pendio sopra il parcheggio.

Il capitano Schoelkopf partecipava a una riunione al Parker Center, ma Stu riuscì a mettersi in comunicazione con lui. Quando Schoelkopf seppe chi era la vittima, si lasciò andare a una raffica di imprecazioni, concluse con l’ammonimento a non «combinare qualche pasticcio», secondo la traduzione edulcorata di Stu. Dal punto di vista giurisdizionale, Doheny Drive era un mostro a più teste, suddivisa tra i distretti di L.A., Beverly Hills e West Hollywood. Fortuna volle che l’appartamento di Lisa fosse di competenza del dipartimento di Los Angeles, cosicché fu subito inviata una pattuglia della Mobile. Gli agenti trovarono una collaboratrice domestica che fu trattenuta. In mancanza di altri parenti di cui la polizia fosse a conoscenza, il primo incarico assegnato a Stu e Petra era quello di andare a informare l’ex marito.

Intanto osservavano i cani fiutare lungo il pendio, risalendo adagio in direzione di una zona alberata, fitta di cedri, sicomori e pini, appena al di là di alcuni affioramenti rocciosi. Le rocce formavano una specie di fortificazione naturale a metà della salita, ed erano quasi tutte levigate dal tempo e per alcuni tratti incise con graffiti. Il labrador sopravanzava il pastore tedesco, ma entrambi i cani accelerarono all’improvviso puntando su un masso particolare.

Possibile che ci fosse qualcosa? si domandò Petra. Sai che scoperta: quello era il Griffith Park, dovevano esserci migliaia di odori umani da seguire. Per lo stesso motivo sarebbe stato inutile rilevare le impronte dei copertoni nel piazzale, dove l’asfalto era un unico, gigantesco affresco di linee nere.

Presto avrebbero dovuto mettersi in macchina alla volta di Calabasas. Territorio da sceriffo, tanto per aggiungere un’ulteriore complicazione a un quadro già ingarbugliato.

Cart Ramsey. Che razza di nome, doveva essere un nome d’arte. Quello vero era probabilmente qualcosa come Ernie Glutz, che certo non corrispondeva all’immagine di Mister Spaccotutto.

Guardava raramente la TV ma le sembrava di poter dire che Ramsey era in circolazione da parecchi anni. Non era mai entrato nel firmamento delle stelle di prima grandezza, ma era riuscito a lavorare con notevole regolarità.

Un tipo scialbo, lo aveva sempre giudicato. Possibile che fosse capace di tanta brutalità? Ò questa era comune a tutti gli uomini, se risvegliata dalle circostanze giuste?

Suo padre le aveva spiegato una volta che è falso che solo gli esseri umani sappiano trasformarsi in assassini. Uccidono anche gli scimpanzé e altri primati, talvolta per dominare il gruppo, altre volte per nessuna ragione apparente. Dunque l’omicidio efferato era una forma di comportamento aberrante o solo un impulso istintivo dei primati, portato all’estremo?

Riflessioni inconcludenti, buone solo per passare il tempo. Stronzate cerebrali, le classificava suo fratello Bruce. Non era lui il più grande dei maschi Connor, ma era il più grosso, il più forte, il più aggressivo. Ora che era ingegnere elettronico alla NASA in Florida, giudicava voodoo tutto quello che non si poteva misurare con un apparecchio.

Quando aveva finalmente confessato in famiglia di essere diventata poliziotta, Dick, Eric e Glenn erano rimasti esterrefatti, avevano farfugliato le loro congratulazioni e le avevano raccomandato di essere prudente. Bruce le aveva detto: «Bel colpo. Vedi di far fuori qualche cattivo per conto mio».

Da dietro uno dei massi fece capolino l’agente con il pastore tedesco. «È meglio che veniate a dare un’occhiata qui», gridò.

La natura aveva disposto gli affioramenti rocciosi in una U stretta, come una grotta senza fondo. I massi erano alti, alcuni anche due metri e mezzo, e dove si appoggiavano l’uno all’altro la pressione aveva prodotto delle crepe, invisibili dal basso, attraverso le quali Petra vedeva chiaramente il piazzale.

Come dalle feritoie di un castello.

Ottimo punto di osservazione.

E lì c’era stato qualcuno a osservare. Di recente.

Il terreno era ricoperto da un soffice tappeto di foglie. Anche se non era una guardaboschi, riconobbe anche lei la depressione lasciata da un corpo coricato. Poco distante c’era un pezzo di carta gialla stropicciata, semitrasparente e più scura dove aveva raccolto dell’unto.

L’involucro di qualcosa da mangiare. Bruscoli di qualcosa che poteva essere carne trita.

Il cane aveva trovato con il fiuto pezzetti di lattuga da poco appassita tra le foglie secche a pochi centimetri dal cartoccio.

Petra annusò la carta. Salsa chili. Una cenetta messicana?

Poi il pastore tedesco prese ad annusare con vivacità un angolo della U e Stu chiamò uno dei tecnici perché controllasse.

«Probabile che sia liquido organico», disse l’agente cinofilo. «Fa così quando ne sente l’odore.»

Gli investigatori furono raggiunti da Alan Lau. Petra notò che aveva mani nervose.

Qualche minuto dopo ebbero il risultato dell’analisi: «Urina. Su queste foglie».

«Umana?»

«Di uomo o di scimmia antropomorfa», rispose Lau.

«Allora vuol dire che se non è di uno scimpanzé scappato dallo zoo per andare a comperarsi da mangiare al take away messicano», concluse Stu, «possiamo dedurre con sufficiente certezza che è di Homo sapiens.»

Lau inarcò le sopracciglia. «Probabile. Nient’altro?»

«Qualche altro liquido?»

«Sangue?»

«Per esempio, Alan.»

La testa di Lau scattò come se Stu lo avesse schiaffeggiato. «Finora no.»

«Controlla. Per piacere.»

Lau si rimise all’opera. Susan Rose fu chiamata perché scattasse fotografie delle rocce. Petra le disegnò in ogni caso, poi si allontanò nei paraggi.

Nonostante l’intervento massiccio della scienza e della tecnica, fu lei a fare la scoperta successiva.

A pochi passi dalle rocce, dov’era andata a esplorare perché non aveva niente di meglio da fare e i cani erano ripartiti.

Ma si erano lasciati sfuggire una cosa, seminascosta da foglie e aghi di pino. Qualcosa di colorato che spiccava nel verde e nel marrone.

Una macchia di rosso. Sulle prime pensò: ah, altro sangue. Poi si chinò, vide che cos’era e cercò Stu.

Era tornato alla macchina e stava parlando al cellulare, quello minuscolo che gli aveva regalato per Natale il padre, ex chirurgo degli occhi in pensione. Petra chiamò Lau. Il tecnico esaminò la zona circostante e non trovò niente intorno all’oggetto rosso. Susan scattò altre fotografie. Quando se ne furono andati, Petra s’infilò un guanto e raccolse l’oggetto.

Un libro. Voluminoso, pesante, copertina dura, rifoderato in similpelle rossa. Sul dorso c’era il numero di archivio di una biblioteca.

I nostri presidenti: La marcia della storia americana.

Lo aprì. Apparteneva alla biblioteca pubblica di L.A., succursale di Hillhurst, distretto di Los Feliz.

Nella busta, all’interno, c’era ancora la scheda. Poco ricercato. Sette timbri in quattro anni, l’ultimo di nove mesi prima.

Rubato? Derubricato? Sapeva che la biblioteca metteva ogni tanto in vendita partite di libri perché negli anni di stenti della sua vita di artista lei stessa aveva riempito gli scaffali della sua libreria con alcuni pezzi pregiati acquistati nelle svendite.

Sfogliò le pagine. Nessun timbro di derubricazione, ma non significava nulla.

La macchina fotografica mentale di Petra cominciò a scattare. Ritrasse un barbone appassionato di storia degli Stati Uniti, che si era trovato un simpatico angolino dove leggere e mangiare un taco e svuotare il suo serbatoio personale nel vasto palcoscenico della natura. Un posticino isolato dal quale aveva assistito a un omicidio.

Ma non c’erano tracce di unto sul libro, dunque forse non lo si poteva collegare alla persona che si era coricata dietro le rocce a forma di U.

Ma forse il signor Taco era pulito ed educato nel mangiare.

Anche se il libro fosse stato suo, non era in ogni caso rilevante. Nulla indicava che fosse stato in quel nascondiglio nel momento preciso in cui Lisa Ramsey veniva massacrata.

Se non per l’urina. Quella era fresca. Non più di dodici ore, secondo Lau, e il dottor Leavitt aveva stimato l’ora dell’omicidio tra mezzanotte e le quattro.

Un testimone, o l’assassino? Il Mostro delle Montagne nascosto dietro le rocce in attesa della vittima perfetta.

Susan Rose aveva presunto, ed era logico, che il principale indiziato fosse Ramsey, picchiatore di consorti, però non si potevano escludere altre teorie.

Ma che cosa poteva aver portato Lisa Ramsey Boehlinger al Griffith Park in piena notte? E dov’era la sua automobile? L’aveva portata via l’assassino? Possibile che il movente fosse infine proprio la rapina?

Ma una persona così crudele aveva veramente bisogno di un movente?

L’omicidio di un pazzo? Allora perché aveva portato via i soldi? E perché non i gioielli?

I conti non tornavano. Non riusciva a immaginare una donna come Lisa andare al parco da sola a quell’ora, tutta truccata, ingioiellata, con quel vestitino nero.

C’erano gli elementi tipici di un appuntamento galante. Fuori per una bella serata con dirottamento finale al parco. Forse coatto. Perché? Chi? C’era sotto qualcosa di losco?

Una scappatella al parco a comprare droga? Ma c’erano mille modi più facili per ottenerla a Los Angeles.

Un appuntamento con l’assassino? E lui l’aveva portata lì con l’intenzione di ucciderla?

Se Lisa era uscita per una serata in compagnia, forse qualcuno aveva visto la coppia.

Una cosa era certa: se il suo era stato un appuntamento galante, il fortunato non era un vagabondo solitario che leggeva vecchi libri di biblioteca e mangiava taco e pisciava dietro le rocce.

Uno che viveva illegalmente al parco e non sentiva la mancanza dei servizi igienici poteva essere solo un barbone.

Un cavernicolo dei tempi nostri che marca il suo territorio dietro le rocce?

Un punto dal quale avrebbe potuto assistere senza ostacoli all’omicidio.

O forse se l’era fatta addosso per la paura.

Per aver visto.

Per aver guardato da quella feritoia e aver visto.

7

Ormai devo essere quasi arrivato. È uscito il sole e mi sento allo scoperto, come un bersaglio in un videogame, qualcosa di piccolo che viene mangiato.

Posso camminare per sempre, se devo. A Los Angeles non ho fatto altro che camminare.

L’autobus mi ha lasciato in una stazione piena di gente e rumore. Fuori il cielo era di uno strano color grigio marroncino e l’aria aveva un odore aspro. Non sapevo dove andare. Da una parte c’erano, non so, fabbriche, tralicci, camion che andavano e venivano. La gente andava più dall’altra parte, così sono andato anch’io con loro.

Molto rumore, tutti che guardavano diritto davanti. Tra un isolato e l’altro c’erano vicoli pieni di bidoni delle immondizie con tizi dall’aria strana che stavano seduti contro il muro. Certi mi hanno guardato passare con occhi freddi. Ho camminato per tre isolati prima di accorgermi che uno di loro mi seguiva, uno con un’aria proprio da matto e la testa avvolta negli stracci.

Lui ha visto che mi ero accorto e ha accelerato il passo. Io mi sono messo a correre e mi sono infilato nella folla, sentivo gli ottantasei dollari che avevo negli slip che saltavano di qua e di là, ma mi sono ben guardato dal toccarli o abbassare gli occhi. Erano tutti più alti di me e non riuscivo a vedere molto lontano. Continuavo a spingere, dicendo scusa a tutti, e finalmente, due isolati più avanti, il tizio ha rinunciato ed è tornato indietro. Avevo il cuore che correva a tutta birra e la bocca secca. Il marciapiede era sempre più pieno di gente, soprattutto messicani e qualche cinese. C’erano vari ristoranti con il nome scritto in spagnolo e in un cinema enorme, con i ricci dorati sopra l’insegna, davano un film che s’intitolava qualcosa come Mi Vida, Mi Amor. C’erano bancarelle dove vendevano gelati alla frutta e churro e hot-dog e allora la bocca mi si è riempita di saliva. Ho cominciato a chiedermi se stavo sognando o se ero in qualche paese straniero.

Ho continuato a camminare fino a una strada dove le case erano più pulite e più nuove. Quella più bella si chiamava mi pare The College Club, con davanti le bandiere degli Stati Uniti e della California e un tizio con la faccia rosa e una divisa grigia e il cappello in testa, con le braccia incrociate sul petto. Quando gli sono passato davanti ha guardato in giù lungo il naso, come se avessi scorreggiato o fatto qualcos’altro che non si deve. Poi si è fermata una lunga macchina tutta nera e all’improvviso è diventato un servitore, che correva ad aprire la portiera e diceva: «Come sta oggi, signore?» a un tizio con i capelli bianchi e il vestito blu.

Sono arrivato a un giardino che mi è sembrato carino, con una fontana e delle statue colorate, ma quando mi sono avvicinato ho visto che le panchine erano occupate da altri tipi strani. Lì accanto c’era un posto che si chiamava The Childrens Museum, ma senza bambini che ci entravano. Io ero stanco, avevo fame e sete, non volevo spendere altri soldi Tampax prima di aver preparato un piano.

Mi sono seduto su un angolo d’erba e mi sono messo a pensare.

Ero andato a L.A. perché era la città vera più vicina che conoscevo ma i soli posti di quella zona di cui avevo sentito erano Anaheim, dove c’è Disneyland, Beverly Hills, Hollywood e Malibu. Anaheim era probabilmente distante e poi lì che cos’altro c’era oltre a Disneyland? Su Hollywood avevo visto uno show in TV dove dicevano che i bambini continuavano ad andarci a caccia di divi del cinema e finivano nei guai. Beverly Hills era piena di gente ricca e dal modo in cui mi aveva guardato quello con la divisa grigia avevo capito che non era un posto sicuro.

Restava Malibu, ma lì era tutta spiaggia, nessun posto dove nascondersi.

Forse qualcosa vicino a Hollywood poteva andare. Io non ero come gli altri bambini, quelli che pensano che la vita è come un film. Io volevo solo essere lasciato in pace, senza che nessuno mi mettesse il pisello dentro un tronchesino.

Sono rimasto seduto lì non so quanto a pensare che ero stato matto a scappare. Dove sarei andato a vivere? Che cosa avrei mangiato, dove avrei dormito? In quel momento il tempo era bello, ma poi, in inverno?

Troppo tardi per tornare indietro. Mamma avrebbe scoperto dei soldi e per lei ormai ero un ladro. E Moron… la pancia ha cominciato a farmi un male d’inferno. Mi è venuta l’idea che forse qualcuno mi stesse guardando, ma quando ho controllato non ho visto nessuno. Avevo di nuovo le labbra come carta vetrata. Mi sentivo secchi persino gli occhi. Mi faceva male sbattere le palpebre.

Mi sono alzato pensando di mettermi a camminare e basta. Poi ho visto due che attraversavano il parco tenendosi per mano, un lui e una lei, sui venti, venticinque, in jeans, con i capelli lunghi, belli tranquilli.

Ho detto: «Scusate» e ho sorriso, ho chiesto dov’era Hollywood e dov’era Malibu, tanto per non tradirmi troppo.

«Malibu, eh», ha fatto lui. Aveva una barbetta tutta ricciuta e i capelli più lunghi di quelli di lei.

«I miei sono là dentro», gli ho spiegato indicando il museo. «Ci hanno portato il mio fratellino, ma secondo me è una barba. Mi hanno promesso che poi mi portano alla spiaggia e a Hollywood, se li troviamo.»

«Tu di dove sei?» ha chiesto lei.

«Kinderhook, New York.» La prima cosa che mi è venuta.

«Oh. Be’, Hollywood sarà a cinque o sei miglia da quella parte, a ovest, e la spiaggia è nella stessa direzione, più avanti. Altre quindici miglia. Kinderhook, hai detto? Che cos’è, un posto piccolo?»

«Già.» Non ne avevo idea. Sapevo solo che ci era nato Martin Van Buren.

«Sei di campagna?»

«Non proprio, viviamo in una casa.»

«Ah.» Ha sorriso di nuovo, più di prima, e ha guardato il suo lui. Sembrava annoiato. «Be’, guarda che devi dire ai tuoi che Hollywood è un posto strano, pieno di fuori di testa, bisogna starci attenti. Di giorno se sei con loro va anche bene, ma di notte no. Giusto, Chuck?»

«Sì», ha confermato Chuck, toccandosi la barbetta. «Se ci vai, da’ un’occhiata al Museo delle Cere sull’Hollywood Boulevard, ragazzino. È forte. E il Mann’s Chinese Theatre. Ne hai mai sentito parlare?»

«Certo», ho risposto. «È dove i divi del cinema mettono le mani e i piedi nel cemento.»

«Già», ha riso lui. «E la testa in un tombino.»

Poi se ne sono andati via ridendo.

Sul primo autobus dove sono salito, il guidatore mi ha detto che avevo bisogno dei soldi precisi del biglietto, così ho dovuto scendere e comperare un cono al lime per procurarmi delle monetine. Mi è andata anche bene, perché mi è passata la sete e mi è rimasto un sapore dolce in bocca. Mezz’ora dopo è arrivato un altro autobus e avevo le monete giuste, come uno del posto.

Avevo fatto un sacco di fermate e il traffico era così lento che quando il conducente ha gridato: «Hollywood Boulevard», il cielo dietro i vetri antiriflesso dei finestrini era diventato grigio e rosa.

Non ero in un posto molto diverso da quello da cui arrivavo, vecchi palazzi con cinemini e negozietti. Stesso baccano, anche. Ondate di rumore che non finivano mai. Watson ha i suoi rumori, abbaiare di cani, il rombo dei camion sulla statale, qualcuno che grida quando si arrabbia, ma sono rumori che si distinguono, che si riconoscono. Qui a L.A. è tutto un gran calderone di rumore.

Al parcheggio dei trailer di notte potevo andare in giro a guardare dai finestrini. Ho persino visto gente fare sesso, non solo i giovani, ma anche i vecchi, con i capelli bianchi e la pelle molle, li ho visti muoversi sotto la coperta con gli occhi chiusi e la bocca aperta, aggrappati uno all’altro come se stessero affogando. Conoscevo dei posti negli aranceti dove c’era quasi silenzio assoluto.

Hollywood non mi sembrava un posto dove potevo trovare silenzio, ma ormai c’ero.

Ho camminato lungo l’Hollywood Boulevard attento ai fuori di testa, come mi aveva messo in guardia Chuck, senza sapere bene chi erano. Ho visto un donnone alto e grosso con mani enormi e ho capito che era un uomo e di sicuro era di quelli che diceva Chuck, teenager con i capelli come una cresta e rossetto nero, altri ubriachi, tizi che spingevano carrelli del supermercato, gente nera, gente marrone, cinesi, di tutto. I ristoranti vendevano cose che non avevo mai sentito nominare, come gyro e shwarma e oki-dog. I negozi vendevano vestiti, costumi e maschere, souvenir, ghetto-blaster, biancheria per ragazze tutta piena di fronzoli.

Un mucchio di bar. Davanti a uno che si chiamava The Cave c’era una fila di Harley e i tizi che entravano e uscivano erano grossi e brutti, vestiti come Moron, e a vederli mi è venuto il bruciore allo stomaco. Lì davanti sono passato molto svelto.

Ho visto una bancarella di hamburger che mi sembrava normale ma quello che c’era dietro era cinese e non ha alzato gli occhi quando mi sono fermato. Una mano continuava a friggere carne e la faccia era quasi tutta nascosta da fumo e vapore.

Due dollari e quarantadue per un burger. Non potevo spendere niente prima di avere un piano, ma sono riuscito a fregare alcune bustine di ketchup. Mi sono infilato dietro una casa, le ho aperte e ho succhiato il ketchup, poi ho ripreso a camminare fino a una strada che si chiama Western Avenue e ho svoltato a destra perché ho visto delle montagne in lontananza.

Per arrivarci ho dovuto passare davanti a un cinema porno con XXXX dappertutto e manifesti di donne bionde con grandi bocche aperte, poi certe case sporche da far schifo, con le assi sulle finestre. Ho visto donne in short cortissimi parlare ai telefoni pubblici e scambiarsi sigarette e tizi lì attorno che fumavano aspettando. Le montagne erano belle e ormai il sole ci era finito dietro e c’era un bagliore giallo arancio che si apriva sopra le cime, come un cappello di rame fuso.

Un isolato più avanti ho dovuto attraversare la strada perché c’erano dei ragazzi che ridevano e mi puntavano il dito addosso. Sono passato davanti a un altro vicolo. Lì non c’erano strani individui ubriachi, solo molti cassonetti e le porte di servizio di negozi e ristoranti. Da un posto che si chiamava La Fiesta è uscito un grassone tutto sudato con un grembiule bianco pieno di macchie. Portava un carico di involti di plastica, era pane avvolto nella plastica. Ha buttato tutto in un cassonetto ed è tornato dentro. Ho aspettato per vedere se usciva ancora, mi sono guardato intorno per essere sicuro che nessuno si era accorto di me e sono andato al cassonetto. Per guardarci dentro ho dovuto montare su una scatola di cartone che da un momento all’altro poteva sfondarsi sotto il mio peso. E ho dovuto continuare a scacciare le mosche. L’odore lassù era terribile. Il pane era finito sopra a un mucchio di verdure mezze marce e un po’ annerite, carta bagnata, resti di carne e ossa e grasso bianco crudo. La carne era tutta un formicolare di piccoli vermi bianchi e puzzava peggio di un cane morto. Ma il pane sembrava pulito.

Panini da hotdog, ancora tutti chiusi nei sacchetti. Probabilmente induriti. Quando la gente va al ristorante vuole tutto ultrafresco. Una volta, quella sola volta, ero andato con mamma e Moron a un ristorante, un Denny’s a Bolsa Chica, e Moron ha rispedito in cucina il pollo fritto perché diceva che aveva il sapore di «merda riscaldata». La cameriera aveva chiamato il direttore che aveva detto a Moron di non usare quel linguaggio. Moron si era alzato per mostrargli che era più alto di lui, con la mamma che lo tirava per un braccio e gli diceva: «E dai, cowboy, dai». Alla fine il direttore ci aveva dato da mangiare gratis, purché ce ne andassimo.

Per recuperare due confezioni di panini per poco non sono precipitato nel cassonetto e ho rischiato di sporcarmi la maglietta delle schifezze che conteneva.

Ma avevo preso i panini ed erano puliti. Mi sono guardato intorno ancora e sono andato in fondo al vicolo, ho trovato un posticino buio fra altri due cassonetti, ho strappato la prima confezione e ho affondato i denti in un panino.

Sì, un po’ raffermo, ma io l’ho ammorbidito con la saliva e al terzo boccone ha cominciato a sembrarmi buono davvero. Poi mi è tornato in mente il tanfo del cassonetto e mi è venuto da vomitare.

Mi sono alzato, ho passeggiato un po’, ho respirato a fondo e mi sono detto che era solo la mia immaginazione, che dovevo far finta di avere lì dei panini fatti in casa appena usciti dal forno, cotti da qualche mamma delle pubblicità in televisione, quelle che hanno sempre un gran sorriso e un amore speciale per le cose che fanno bene.

Un po’ è servito. Il resto del panino non aveva più un sapore così buono, ma l’ho mandato giù. Poi di nuovo alle montagne.

Durante la salita la strada è diventata più ripida e ho cominciato a passare davanti a delle case. Prati con l’erba tagliata e ogni genere di alberi e piante e fiori, ma neanche un essere umano, non uno. Ora, dopo che sono qui da quattro mesi, mi sono abituato. Alla gente di qui piace stare in casa, specialmente la notte, e se trovi qualcuno in giro dopo il tramonto è probabilmente a caccia di qualcosa.

In cima la Western girava e diventava un’altra strada, che si chiama Los Feliz, e lì le case erano enormi, dietro a muri alti con cancelli di metallo tutti ghirigori e pini e palme. Così doveva essere stata Hollywood quando ci vivevano le star.

Le montagne erano ancora lontane, ma davanti a loro c’era un grande spazio di erba verde e pulita, con un po’ di gente sdraiata, e certi che dormivano anche con il rumore del traffico. Dietro gli alberi, tonnellate di alberi.

Un parco.

Ho aspettato che il traffico rallentasse e ho attraversato di corsa.

GRIFFITH PARK, diceva il cartello.

L’unico parco di Watson è un rettangolo spelacchiato in mezzo alla città con una panchina, un vecchio cannone e una targa d’ottone che dice che è dedicato agli uomini che sono morti in guerra. Questo era diverso. Gigadontico. Da perdersi.

8

«Interessante», mormorò Stu messo al corrente del libro della biblioteca, ma sembrava distratto.

Aveva parlato al telefono che ora stava riponendo in tasca. «Con la cameriera di Lisa Ramsey ci sono degli agenti di West L.A. Non è proprio Beverly Hills, ci manca qualche isolato. La domenica la cameriera aveva il giorno libero. È appena rientrata. Lisa non ha dormito nel suo letto. La Porsche di Lisa non è nel box, dunque era uscita per proprio conto. Può darsi che abbia lasciato la sua macchina per salire su quella dell’assassino, oppure gliel’hanno portata via. Dobbiamo fare una corsa fino a casa Ramsey a Calabasas per la notifica, poi dobbiamo tornare per interrogare la cameriera. Ramsey non era in ufficio e noi abbiamo l’ordine di fare di tutto per dargli la comunicazione di persona. Abita in una di quelle tenute con mura di cinta e cancello. Ho l’indirizzo.»

S’incamminarono verso la loro Ford bianca. Toccava a Stu guidare, quel giorno, così fu lui a sedersi al volante.

«Calabasas è un distretto», disse Petra mentre lui avviava il motore. Stu guidò adagio. Come sempre. Più piano di tutti gli altri poliziotti che Petra aveva conosciuto.

«Solo sul piano estetico», ribatté lui. «Schoelkopf ha sentito lo sceriffo alla stazione di Malibu per concordare le regole generali, ma visto che si tratta di un 187, hanno girato il caso alla loro squadra Omicidi. La giurisdizione è nostra, ma vogliono essere presenti alla notifica perché la casa di Ramsey è sul loro terreno. Non vogliono restare tagliati fuori. Davanti alla casa troveremo ad aspettarci un paio dei loro investigatori.»

«Un bel viaggetto fino a Calabasas», osservò Petra. «Dunque a un certo livello pensano davvero di condurre loro l’inchiesta?»

«Chi lo sa. Forse possono darci una mano.»

«Procurandoci il curriculum delle violenze coniugali di Ramsey?»

«Anche. Qualsiasi cosa.»

Imboccarono il tratto di strada che correva tra il parco e la 5 Freeway. «Schoelkopf mi ha rifilato una di quelle ramanzine che non sentivo più dai tempi che ero matricola», le riferì Stu. «Non entrate senza permesso, non scavalcate nessun muro, trattatelo solo ed esclusivamente da ex in lutto e non da indiziato. Nessuna perquisizione, non entrate nemmeno nel cesso se solo c’è anche la remota possibilità che vi venga scaricato addosso come un tentativo di indagine. Nessuna domanda che possa incriminare nessuno perché altrimenti dovreste recitargli i suoi diritti e io non voglio che abbia il minimo sentore di essere sospettato.»

«E la registrazione di quello spettacolo televisivo?»

«Per adesso nemmeno quello, perché sarebbe un chiaro segno che lo sospettiamo.»

«Ma dai, è di dominio pubblico», protestò Petra.

Stu si strinse nelle spalle.

«Quando ci sarà concesso di cominciare l’inchiesta?»

«Quando ne sapremo di più.»

«Ma se ci viene impedito di cercare qualcosa di più!»

Stu le rivolse un sorrisetto sottile.

«Tutto questo fumo perché Ramsey è un vip?» chiese Petra.

«Benvenuta tra i comuni mortali. Io voglio bene al mio lavoro.»

Così era stato fino a poco tempo prima. Che cosa stava accadendo?

Stu imboccò l’autostrada in direzione nord.

«E quel libro e quel cartoccio?» chiese Petra dopo una lunga pausa di silenzio. «Un possibile testimone oculare?»

«Se la persona che mangiava e/o leggeva era lì nel momento in cui Lisa veniva uccisa. La mia religione mi dice di credere nei miracoli, ma…»

«E/o?»

«Potrebbero essere due persone diverse. Ma anche se è la stessa persona, gli indizi fanno pensare a un barbone, maschio o forse femmina. Lau ha detto che il calco del corpo era piccolo.»

«Una vagabonda», commentò Petra.

«Chiunque fosse non ha avvertito la polizia, dunque se era lì, lascia presumere un senso civico limitato. Non trattenere il fiato in attesa che qualcuno si faccia avanti.»

«Molte di queste vagabonde sono schizofreniche», disse Petra. «Assistere a un omicidio terrorizzerebbe chiunque, figuriamoci una persona già in bilico…»

Stu non rispose. Petra lo lasciò guidare per un po’, prima di parlare di nuovo. «So che l’ipotesi è un po’ remota», disse poi, «ma se a uccidere Lisa fosse stata proprio la persona che era nascosta dietro quelle rocce?»

Lui rifletté, quindi elencò le stesse obiezioni a cui era già arrivata anche lei.

«Inoltre», aggiunse, «ho anch’io la tua impressione iniziale: quell’accanimento sul volto, l’eccesso di violenza, sottintende un atto passionale da parte di una persona che la vittima conosceva. Se quello che ci ha raccontato Susie Cliclic su Ramsey che pestava Lisa è vero, avremmo un sospettato tagliato su misura.»

«Ma non possiamo trattarlo da sospettato.»

«Però possiamo osservarlo mentre recitiamo la nostra parte di compassionevoli pubblici ufficiali. Motivo per il quale sono contento che ci sia anche tu. Quello è un attore. Pessimo, ma anche il peggiore è più bravo a nascondere i suoi sentimenti dell’uomo della strada.»

«E io che cosa c’entro?» chiese Petra.

«Sai leggere nel cuore della gente.»

Non nel tuo, pensò lei.

Appena ebbero imboccato la 134 West, si trovarono in coda.

La situazione era abbastanza comune e tutte le volte che Petra si trovava in un ingorgo fantasticava di quelle automobili volanti del futuro sospinte da misteriosi aggeggi descritti nelle vecchie pagine del Popular Mechanics di papà.

Trovarsi bloccata a bordo di un’automobile le era insopportabile e lo sapevano tutti e due. Stu era un guidatore calmo, talvolta ai limiti dell’esasperazione altrui.

«Potremmo passare sul ciglio», propose Petra.

Era una battuta che Stu conosceva a memoria e alla quale reagì con un sorriso stanco.

«Potremmo almeno mettere le luci e la sirena», insisté lei.

«Come no», ribatté lui, inserendo la folle e dando rumorosamente gas. «E magari anche le pistole, potremmo aprirci un varco a suon di granate… Dunque come dici che dobbiamo affrontare Ramsey?»

«Mostrandoci compassionevoli, come hai detto tu. Ma con i fazzoletti pronti per le sue lacrime da coccodrillo.»

«Coccodrillo», ripeté lui. «Allora tu hai già deciso sul suo conto.»

«Se i mormoni giocassero d’azzardo, tu su chi scommetteresti?»

Stu annuì e girò la testa per reprimere uno sbadiglio. Procedettero a passo di lumaca per un quarto di miglio, poi si fermarono di nuovo. Strofinandosi le palpebre, Petra si riempì gli occhi di due minuscoli caleidoscopi. Cominciava a sentire mal di testa. Doveva trovare un modo meno masochistico per affrontare la frustrazione.

«In tanti anni che lavoro a Hollywood», cominciò Stu, «non mi era mai capitato un omicidio che vedesse coinvolta una celebrità. La volta che ci sono andato più vicino è stato nel caso di quell’Alphonse Dortmund. Immigrato tedesco, un caratterista che faceva il nazista nei film sulla seconda guerra mondiale. Strangolato nel suo appartamento a Gower. Una brutta fine per uno che era già finito male, non lavorava da anni, beveva, si era lasciato andare. Gli agenti andati a controllare per la segnalazione di un cattivo odore lo hanno trovato a letto legato come un salame e con una corda intorno al collo. Nodi complessi.»

«Asfissia sessuale?»

«È stata la mia prima impressione, ma mi sbagliavo. Non era stato lui a combinarsi in quel modo. Si scopre che era sceso sul boulevard, si era trovato un quindicenne, gli aveva mostrato come doveva legarlo e lui ha deciso di metterci qualcosa di proprio, lo ha strozzato e ha svaligiato l’appartamento.»

«Come avete preso il ragazzo?»

«Tu come credi?»

«Si è vantato.»

«Sparandolo ai quattro venti. Io e Chick Reilly, il mio partner di quei giorni, abbiamo battuto tutti i soliti posti, abbiamo parlato con le solite persone, e tutti sapevano che cos’era successo. Ci hanno fatto fare la figura di quelli appena arrivati con la piena.» Rise. «Meno male che sono quasi tutti idioti.»

«Chissà quanto poco idiota sarà Ramsey», rifletté Petra. «Qualche particolare motivo per cui non era in ufficio?»

«Pensi che se la sia già filata? No, non abbiamo motivo di temerlo. Non sta girando. Tutti gli episodi di quest’anno sono già pronti.»

«Parli specificamente dei suoi, o intendi tutti in generale?»

«Tutti quelli principali», precisò Stu. «Forse è andato a giocare a tennis, forse è a mollo nella Jacuzzi. O su un volo diretto al sud della Francia.»

«Questo sarebbe molto inopportuno.»

«L’hai detto. Mah, forse dovremmo davvero farci strada a pistolettate.»

Tre quarti d’ora dopo lasciarono l’autostrada in direzione di Calabasas e imboccarono una strada che si addentrava nella catena delle Santa Susanna. Il terreno ondulato era punteggiato di macchie di querce virginiane sopravvissute al progresso. La specie era molto sensibile all’eccesso di acqua e i sistemi moderni di irrigazione avevano ucciso centinaia di alberi prima che qualcuno intervenisse con misure di protezione.

Anche gli incendi si erano divertiti da quelle parti, alimentandosi di arbusti secchi e quercioli, divorando le grandi costruzioni spagnolesche che sembravano il marchio di fabbrica degli agiati residenti di West Valley. Per tutti i soldi che ci spendevano, non c’era speranza, apparivano sempre e soltanto retrò.

Costeggiarono alcune lunghe aiuole di vaniglia, spesso dietro cancellate. Box doppi per cavalli, piccoli recinti accanto a campi da tennis e vasche di piscina con cascatelle in pietra. L’aria era buona, le tenute ampie, e una volta lontani dall’autostrada c’era quiete. Ma Petra sapeva che non era per lei. Troppo distante da librerie, teatri, musei, il magro coacervo culturale di L.A. E troppa tranquillità. Un luogo reciso dal centro pulsante.

Per non parlare del pendolarismo, ogni giorno due ore della tua vita trascorse a studiare le righe bianche della 134, domandandoti se quello era davvero lo specchio del successo.

Calabasas era l’enclave di quelli che Petra, una snob in incognito, giudicava i ricchi non pensanti: atleti, rockstar, impresari parvenu, attori come Ramsey. Gente con lunghe stagioni di ozio e una visione della tintarella in spregio del melanoma.

Petra era dell’opinione che il tempo libero provocasse problemi. Una circolare diffusa di recente al Parker Center indicava l’emergere tra gli adolescenti bianchi della Valley della tendenza a emulare le bande del centro. Che cos’altro avevano da fare i ragazzi laggiù se non cacciarsi nei guai?

Ai tempi in cui era pittrice fantasticava talvolta sulla vita che avrebbe condotto se avesse avuto successo, diciamo ventimila a tela, nessuna necessità di piegare il suo talento alla grafica pubblicitaria. Metà dell’anno a L.A., metà a Londra. Tutto rimasto nel mondo dei sogni, naturalmente. Aveva lavorato di righello e squadra per dodici ore al giorno solo per fingere di contribuire economicamente al matrimonio, dicendo a Nick che quello che guadagnava lui gli apparteneva. Quanta nobiltà d’animo. Che idiozia.

«Eccoci», annunciò Stu.

RanchHaven si ergeva in cima a una collina ricoperta di papaveri dorati. Un alto cancello a volute fra montanti rosa. Dietro il ferro battuto c’erano le più grandi haciendas che avessero mai visto, abbondantemente distanziate l’una dall’altra, ciascuna nella sua ampia tenuta. A lato della strada era parcheggiata una Dodge senza contrassegni. I cerchioni ordinari e le numerose antenne la rendevano appariscente quanto la Ford di Stu e Petra.

Si fermarono dietro la Dodge, dalla quale smontarono due uomini. Uno era un ispano-americano, quarantacinque anni, statura media, tarchiato, con un paio di baffi come due ali nere e una cravatta piena di uccelli e fiori. Il suo partner era bianco, molto più giovane, stessa statura, di una quindicina di chili più leggero, anche lui con il labbro villoso, ma i suoi baffi erano corti e color giallo sporco. Indossavano entrambi una giacca sportiva grigia, calzoni neri per l’uno, blu scuro per l’altro. Sotto un volto simpatico e fanciullesco, classificabile come belloccio, l’agente bianco portava una cravatta stretta, color vinaccia.

Si presentarono come De la Torre e Banks. Giro di saluti, atmosfera inizialmente amichevole.

«Cos’è successo di preciso?» volle sapere De la Torre.

Stu li mise al corrente.

«Brutta storia», commentò Banks.

«Il vostro capo non vi aveva detto nulla?» chiese Petra.

Banks scosse la testa. «Ci hanno detto che hanno ucciso la moglie di Ramsey, ma non come. L’ordine era di venire qui e aspettare il vostro arrivo. Ci è stato anche detto che il caso non è nostro, dobbiamo solo essere presenti così nessuno dopo può dire che non c’eravamo. Dov’è stato?»

«Al Griffith Park.»

«Ci sono stato con i miei figli giusto domenica scorsa, allo zoo», disse Banks scuotendo il capo. Sembrava turbato e Petra si domandò da quanto tempo lavorasse alla squadra Omicidi.

«Pensate che sia stato lui?» domandò De la Torre.

«Ci risulta che l’anno scorso l’aveva picchiata e che poco dopo avevano divorziato», rispose Stu.

«Una pista fatta di sabbie mobili.»

«Una cosa è certa», continuò Stu. «Non è una comune rapina. Corpo straziato, furia omicida, uno che ha portato via il denaro contante dalla borsetta ma ha lasciato le carte di credito e i gioielli. Noi pensiamo a qualcuno che conosceva o, meno probabile, un amante. Chiunque sia stato, o se ne è andato sulla macchina di lei, o l’ha portata al parco sulla sua.»

«Che macchina aveva?» chiese Banks.

«Porsche 911 Targa, quattro anni, nera. La stiamo cercando.»

«C’è gente capace di ammazzare per una macchina così.»

«Può darsi», replicò Stu, «ma accoltellerebbe una persona venti volte per un’automobile? Perché tanta fatica?»

Silenzio per qualche secondo.

«Contante, niente gioielli», rifletté a voce alta De la Torre. «Per confondere le acque? Avete mai visto il programma di Ramsey? Io sì. Una volta. Una schifezza.»

«Potrebbe essere utile sapere se ha mai causato problemi da queste parti», sondò Petra.

«Possiamo sentire la polizia locale per voi», si offrì Banks, rivolgendole un sorrisetto trattenuto.

«Sarebbe un aiuto.»

«Dunque come vogliamo procedere?» domandò De la Torre. «Voglio dire, siccome noi siamo qui a fare le ballerine di fila, non vorremmo intralciare il vostro lavoro da solisti.»

«Grazie», disse Stu.

«Allora?»

Stu guardò Petra.

«Stiamo defilati», spiegò lei. «Non lo trattiamo come un indiziato, non diamo prematuramente un indirizzo preciso al caso.»

«Ramsey è un attore, quindi ciascuno è tenuto a recitare la sua parte», commentò Banks. «Saremo in carattere con la città. D’accordo, noi ce ne stiamo in secondo piano, molto discreti… Credi di farcela, Hector?»

De la Torre si strinse nelle spalle. «Me no sapere», rispose in un accento messicano da disegni animati.

«Hector è un intellettuale», spiegò Banks. «L’estate scorsa si è laureato così adesso è convinto di avere diritto alle proprie opinioni.»

«Laureato in che cosa?» volle sapere Petra.

«Comunicazioni.»

«Spera di andare in TV un giorno a fare il commentatore sportivo», disse Banks. «O a leggere il bollettino meteorologico. Fagli le previsioni del tempo, Hector.»

De la Torre alzò gli occhi al cielo con un sorriso divertito. «L’alta pressione si scontra con una bassa pressione e scendono insieme a incontrare una media pressione. Con possibili precipitazioni. Contemporaneamente attori pestano le proprie mogli, con possibile omicidio.»

I due veicoli si avvicinarono alla colonna rosa. Il cancello era rivestito da una patina verde. Sulla colonna di sinistra era montata la piastra del citofono, sopra la scritta FORNITORI. Qualche metro oltre il cancello c’era una guardiola.

Stu si sporse dal finestrino, schiacciò il pulsante e annunciò: «Polizia per il signor Cart Ramsey».

Un custode in divisa sbirciò dalla guardiola e uscì. Stu gli stava già mostrando il suo distintivo e prima che il cancello si fosse aperto del tutto, Petra aveva già giudicato dall’atteggiamento della guardia che era desiderosa di collaborare.

«Sì?» chiese. Anzianotto, pancetta, abbronzatura intensa, molte rughe, capelli tinti di beige. Walkie talkie e sfollagente, ma niente pistola.

«Abbiamo bisogno di parlare al signor Ramsey» rispose Stu. «In privato. Credo che sappia quanto tengono alla privacy il signor Ramsey e i suoi vicini.»

Il guardiano sgranò gli occhi. «Ma certo.»

«Dunque possiamo contare su di lei, signor… Dilbeck, e sulla sua discrezione?»

«Si capisce, si capisce. Volete che avverta che state arrivando? Di solito facciamo così.»

«No, grazie», rispose Stu. «Anzi, la prego di non farlo. Mi dica, Dilbeck, il signor Ramsey è entrato o uscito da RanchHaven oggi?»

«Non durante il mio turno. Voglio dire dalle otto in avanti.»

Sarebbe stato logico a quel punto domandare chi aveva svolto il turno di notte. Stu viceversa lo ringraziò e basta. «Come arriviamo alla casa?»

«Continuate verso la cima e prendete la prima a sinistra, che sarebbe la Rambla Bonita. Salite ancora, fino alla fine, e lì c’è la casa. Quella grande tutta rosa, come queste colonne.»

«Rosa», ripeté Petra.

«Che più rosa non si può. Quando l’ha comperata era bianca, ma lui e la moglie l’hanno fatta ridipingere.»

«Perché, a Ramsey non piace il bianco?»

«Non saprei, non è uno che parla molto. Come quel personaggio che fa in TV… Dack non so bene cosa.»

«Forte e taciturno?» fece Petra.

«Mettiamola così.» Dilbeck indietreggiò.

Giunsero in cima alla prima salita. «Combinerebbe, no?» osservò Petra. «Sono sempre i taciturni.»

9

Il parco mi ha accolto come un amico. Io ho imparato.

Cose come gli orari dei ranger e come evitarli. Quali ristoranti buttano via il cibo più fresco e in quali momenti della notte si può andare a pescare nei cassonetti senza il rischio di essere disturbato.

Chi era chi.

Quelli della Western erano spacciatori e volevano solo farsi gli affari loro senza essere scocciati, così io stavo sull’altro lato della strada e dopo un mese circa, uno di loro ha attraversato ed è venuto da me. «Bravo ragazzo», mi ha detto e mi ha allungato cinque dollari.

Ho imparato come procurarmi la roba che mi serve.

Se ti spingi abbastanza a est su Los Feliz, finiscono le case eleganti e cominciano quelle con tanti appartamenti. La domenica la gente che vive lì vende la sua roba sul prato davanti a casa e se tieni duro fino alla fine della giornata puoi tirar su pezzi per un niente, perché loro non hanno voglia di riportarseli via.

Ho comperato per un dollaro una coperta verde che puzzava di cane bagnato e per tre dollari un sacco a pelo e mi sono fatto sganciare gratis anche un temperino a tre lame, una a forma di cacciavite, dallo stesso che mi ha venduto il sacco a pelo.

Certe volte quelli che vendevano mi guardavano in modo strano, perché certo si chiedevano come mai un ragazzino era lì a comperare biancheria intima, ma non hanno mai rifiutato i miei soldi.

Ho comperato una torcia, due confezioni di batterie, delle vecchie T-shirt e un golf e anche un cuscino rotondo da divano duro come un sasso e mezzo marcio, una fregatura totale.

Il primo mese ho speso altri trentaquattro Tampax-dollari. Aggiungendo i cinque ricevuti dallo spacciatore, me ne restavano cinquantasette. Ho trovato i Cinque Posti e ho distribuito la mia roba.

Ho imparato quando sorridere, quando non farlo, quando guardare, quando far finta di non vedere. Ho scoperto che il denaro sa parlare.

Ho fatto errori. Ho mangiato cibo vecchio e sono stato male, una volta malissimo, ho vomitato per tre giorni di fila con la febbre e i brividi ed ero sicuro di morire. Quella volta ero in una grotta al Tre, in mezzo agli insetti e ai ragni e non me ne importava niente. Il terzo giorno sono strisciato fuori prima del sorgere del sole e ho lavato i miei vestiti in un ruscello. Avevo le gambe così deboli che mi sembrava di aver preso tanti calci dietro le ginocchia. Sono guarito, ma da quella volta mi capita spesso di avere mal di pancia.

Ho imparato il giro delle puttane e dei magnaccia e ho visto gente fare sesso nei vicoli, soprattutto donne in ginocchio a ciucciare tizi che non si muovevano, gemevano e basta.

Ho capito che per procurarmi abbastanza soldi da non dovermi fare usare da nessuno, avevo bisogno di cultura, ma come si fa a studiare vivendo in un parco?

La risposta che ho trovato è: impara da solo. Ci vogliono dei libri di testo, quindi una scuola. Una scuola media perché a Watson ero in prima, anche se una volta era venuto un esperto da Bakersfield che mi aveva fatto dei test e mi aveva detto che avrei potuto saltare subito in seconda se mamma firmava certi moduli. Lei aveva risposto di sì, ma poi non l’ha mai fatto e poi ha perso i moduli e l’esperto non si è fatto vivo, così sono rimasto in prima e se non lasciavo correre la fantasia mi prendeva una noia così mortale che mi sembrava di avere un pezzo di legno al posto del cervello.

In una cabina telefonica ho trovato delle Pagine Gialle, me le sono portate al parco e ho cercato sotto Scuole. Non ho trovato scuole medie e mi è sembrato molto strano, così il giorno dopo ho chiamato il provveditorato facendo la voce più bassa che potevo e ho detto che mi ero appena trasferito a Hollywood con mio figlio di dodici anni e che avevo bisogno di una scuola media.

«Un momento, signora», mi ha risposto una donna e mi ha messo in attesa per un sacco di tempo. Quando è tornata mi ha detto: «Thomas Starr King in Fountain Avenue», e mi ha dato l’indirizzo.

Ci sono andato a mezzogiorno. Era a due miglia circa dal Posto Tre in una zona tutta malconcia, ed era gigantesca, con tante palazzine rosa con le porte blu, un cortile gigadontico con un recinto altissimo. Ho aspettato dall’altra parte della strada e ho scoperto che la scuola finiva all’una, con tonnellate di bambini scaricati nel cortile a ridere e a prendersi a cazzotti. Mi ha fatto sentire un dolore in gola.

Se si usciva all’una, allora potevo andarmene in giro per tutto il pomeriggio senza guai.

Mi sono organizzato in questo modo: la mattina la passavo a lavarmi, mangiare quello che avevo messo via la sera per la colazione, leggere e studiare, visitare i Posti per vedere se c’era ancora tutta la mia roba. Il pomeriggio serviva a procurarmi altro cibo e tutto quello che mi serviva.

Sono tornato alla King all’intervallo delle dieci. I bambini erano fuori in cortile e gli insegnanti che ho visto chiacchieravano fra loro. Sono entrato da uno dei cancelli e ho girato un po’ come uno scolaro qualunque. C’erano due diversi magazzini dove tenevano i libri.

Mi ci sono volute otto visite per trovare tutto quello di cui avevo bisogno.

È stato facile. Chi avrebbe sospettato che un bambino rubava libri?

Ho preso libri di testo di prima, seconda e terza, penne e matite, quaderni a righe. Inglese, storia, scienze, matematica, algebra compresa.

Lontano dai compagni rompiscatole e senza Moron a distrarmi, mi potevo concentrare e mi ci sono voluti solo due mesi per finire tutti i libri. Persino quello di algebra, che non avevo mai studiato prima e mi sembrava molto difficile, con tutte quelle lettere-simbolo che all’inizio non riuscivo a capire, ma grazie ai capitoli introduttivi piano piano sono arrivato fino in fondo.

Mi piaceva l’idea delle variabili, cioè una cosa che in sé non significa niente, ma prende il valore che le dai tu.

Quell’onnipotente X. Mi vedevo come una X vivente, un niente, che può essere tutto.

Una notte sono tornato alla King con tutti i libri e li ho lasciati davanti al recinto.

Ho tenuto solo il testo di algebra, perché volevo esercitarmi nelle equazioni. Sapevo di dover tenere la mente occupata, sennò si indeboliva, ma ero stanco di libri di testo, avevo voglia di vacanze. Volevo leggere cose più varie, enciclopedie, biografie di personaggi importanti. Mi mancava il mio libro sui presidenti.

Niente romanzi, niente fantascienza, non mi interessano le cose che non sono vere.

Vicino a Los Feliz ho trovato una biblioteca, a pochi isolati sulla Hillhurst, un posto strano, senza finestre, nel bel mezzo di un centro commerciale. Dentro c’era uno stanzone con manifesti colorati di città straniere al posto delle finestre e poca gente, anziani che leggevano il giornale.

Io ero vestito bene e avevo il mio libro di algebra, carta, matita e uno zaino. Seduto a un tavolo in fondo ho finto di fare equazioni mentre mi guardavo intorno.

La tipa che doveva essere il capo era vecchia e dall’aria cattiva come la bibliotecaria di Watson, ma se ne stava al posto suo a parlare al telefono. La giovane messicana con i capelli lunghissimi era quella che si occupava dei libri. Si è accorta di me ed è venuta tutta sorridente a chiedermi se avevo bisogno di aiuto.

Io ho scosso la testa e ho continuato con le mie equazioni.

«Ah», ha fatto lei, piano piano, «compiti di matematica, eh?»

Io ho alzato le spalle, senza rispondere, allora lei ha smesso di sorridere e se n’è andata.

La volta dopo ha cercato di incrociare il mio sguardo, ma io ho continuato a fare finta di niente e dopo un po’ mi ha lasciato perdere anche lei.

Ho cominciato ad andare in biblioteca regolarmente, una o due volte la settimana, sempre dopo l’una, cominciando con i compiti finti e poi cercando negli scaffali. Quando trovavo qualcosa di interessante, leggevo per due ore.

Mi capitava anche di finire un libro intero in due ore. La terza settimana ho trovato lo stesso identico libro di Jacques Cousteau che avevo a Watson e ho pensato: sono senz’altro nel posto giusto.

Poco dopo ho trovato l’altro libro sui presidenti. È stato il primo che ho portato via. È l’unico che ho conservato e ancora non so bene perché. Lo tratto con la massima cura, lo proteggo con una plastica di tintoria. Dunque non è un vero reato.

Però ci sto male lo stesso. Continuo a dirmi che un giorno o l’altro, quando sarò grande e avrò dei soldi, regalerò dei libri alla biblioteca. Qualche volta mi domando se durerò abbastanza a lungo da diventare grande.

Ora, dopo quello che ho visto, tutto mi sembra insicuro. Forse è ora di andare via dal parco. Ma dove?

Inciampo in un sasso, ma riesco a mantenermi in equilibrio. Finalmente, ecco il Cinque, con l’odore dello zoo che arriva dal groviglio di felci. Ora devo nascondermi, riposare un po’, pensare un po’.

Ho certe cose molto serie a cui pensare.

10

Nel vedere la casa di Ramsey, Petra frugò nei ricordi del suo corso di storia dell’architettura cercando l’etichetta giusta. Spagnoleggiante pseudopalladiano? Eclettico mediterraneo postmoderno? Neocoloniale d’avanguardia?

Una montagna di stucco.

La costruzione era appollaiata su una vetta così scoscesa da torcersi il collo per vederne la cima. Rosa, come aveva promesso il guardiano, di una sfumatura un po’ più scura di quella delle colonne, anch’essa dietro colonne e cancello, una gabbia dentro una gabbia. La pavimentazione del viale che saliva alla casa era disegnata in modo da sembrare di adobe, fiancheggiata da palme messicane. Davanti all’ingresso era parcheggiata una Lexus nera e scintillante.

Superato il cancello, si aprì ai loro occhi mezz’ettaro di pendenza erbosa. La casa era di due piani e mezzo, quest’ultimo rappresentato da un campanile costruito sopra i battenti in quercia della porta d’ingresso. La campana in dimensioni naturali sembrava una replica di quella di Filadelfia. Due ali dell’edificio si aprivano su linee oblique rispetto alla facciata, come quelle di un tacchino troppo cotto. Innumerevoli finestre dalle forme più strane, alcune con vetri colorati. Verande e balconi erano protetti da ringhiere in ferro e le tegole erano color ruggine dorato, anticate artificialmente. A destra della porta d’ingresso c’era una grande rimessa con un portellone enorme: adatta a ospitare la limousine aziendale di Ramsey, giudicò Petra.

Nessun’altra abitazione nei paraggi. Re della montagna.

Altre palme crescevano dietro la villa, creando una sorta di capigliatura new age al di sopra del profilo del tetto. Si sentiva odore di cavalli, ma non ne vide. I Santa Susanna facevano in lontananza da quinta color carta da zucchero. Niente querce virginiane, lì, c’erano troppi innaffiatori.

Stu arrivò con il muso della Ford a ridosso del cancello. «Sei pronta, o tu, latrice di infauste notizie?»

«Oh sì.»

Fu lui a suonare. Per un secondo non accadde niente. Poi rispose loro una voce femminile.

«Sì.»

«Il signor Ramsey, prego.»

«Chi è?»

«Polizia.»

Silenzio. «Un momento.»

Trascorse un lungo minuto durante il quale Petra si girò a guardare la macchina dell’ufficio dello sceriffo. Seduto al volante, Hector De la Torre stava dicendo qualcosa che non seppe decifrare. Banks lo stava ascoltando, ma poi la vide e la salutò alzando le dita della mano, proprio nel momento in cui la porta si apriva e sull’ingresso appariva una tozza ispano-americana in divisa rosa e bianca. Scese per qualche passo sul vialetto guardandoli con attenzione. Fra i cinquanta e i sessant’anni, con gambe molto storte. Portava i capelli stretti dietro la nuca e il suo volto era scuro e statico come un calco in bronzo. Azionò un telecomando.

Il cancello si aprì e le due automobili entrarono. Scesero tutti e quattro. L’aria era di qualche grado più calda che a Hollywood. Solo ora Petra notò uno steccato alla sinistra della villa, un recinto per cavalli. Animali in movimento comparvero e scomparvero alla sua vista.

Caldo secco, si sentiva inaridire gli occhi. A nord un piccolo aeroplano sorvolava le montagne. Da una macchia di sicomori si levò bruscamente uno stormo di cornacchie che si dispersero starnazzando, come impaurite.

«Signora…» disse Stu mostrando il distintivo alla domestica.

Lei lo fissava.

«Io sono il detective Bishop e questa è la detective Connor.»

Nessuna risposta.

«E lei chi è, signora?»

«Estrella.»

«Il cognome, prego.»

«Flores.»

«Lei lavora per il Signor Ramsey, signora Flores?»

«Sì.»

«Il signor Ramsey è qui, Signora Flores?»

«Gioca a golf.»

Sembrava spaventata, pensò Petra. Ansia da immigrata? A meno che avesse intenzione di concorrere a qualche carica pubblica, Ramsey non aveva motivo di preoccuparsi dei contributi, perciò era possibile che fosse una clandestina.

O qualcos’altro. Sapeva qualcosa? Problemi in famiglia Ramsey? Movimenti sospetti di Ramsey durante la notte precedente? Petra trascrisse il nome della donna di servizio e vi aggiunse un asterisco. Da ricontattare.

Chiuse il taccuino e sorrise. Estrella Flores non se ne accorse.

«Il signor Ramsey non è qui?» chiese Stu.

In tal caso era in contraddizione con quanto affermato dal guardiano.

«No. Qui.»

«È qui?»

«Sì.» La donna corrugò la fronte.

«Sta giocando a golf qui?»

«Il golf è dietro.»

«Ha un green», intervenne Petra ricordando quanto le aveva raccontato Susan Rose del programma televisivo.

«Possiamo parlargli, signora Flores?»

La donna lanciò un’occhiata ai due aiutanti dello sceriffo, poi si girò a guardare i battenti spalancati della porta d’ingresso. All’interno Petra scorgeva pareti e pavimenti color bianco latte.

«Volete entrare?» domandò Estrella Flores.

«Solo con il permesso del signor Ramsey, signora.»

Perplessità.

«Perché non va ad avvertire il signor Ramsey che siamo qui, signora Flores?»

Petra le sorrise di nuovo. Questa volta servì. Estrella Flores tornò alla casa dondolando sulle gambe storte.

Non molto più tardi uscì correndo Cart Ramsey, seguito da un uomo biondo.

Il detective dei teleschermi indossava una polo verde mela, jeans e scarpe da corsa. Forma fisica tutt’altro che disprezzabile per un uomo della sua età, che Petra giudicava tra i quarantacinque e i cinquanta. Quasi un metro e novanta di statura, un centinaio di chili addosso, spalle potenti, fianchi stretti, ventre piatto, vita asciutta, niente maniglie dell’amore. Bruno, capelli ricci, teleabbronzatura.

La mascella.

I baffi. Come si chiamava il suo personaggio? Dack Price.

Il suo compagno era più o meno della stessa età, altrettanto prestante, stessa categoria di spalle squadrate, ma fianchi più larghi. Più aderente all’immagine classica della mezza età: significativo rigonfiamento sopra la cintura, allentamento della pelle sotto la mascella, tremolio pettorale nella corsa. I capelli biondi andavano diradando, lunghicci sul collo, qualche spiraglio di cute rosata all’apice. Portava un paio di occhialetti da sole rotondi con le lenti nere. Indossava una sgargiante camicia di seta blu a maniche lunghe, di un paio di numeri troppo grande, e i calzoni neri di cotone con le pince gli stringevano la vita. Ramsey lo precedette senza fatica e raggiunse l’automobile senza affanno.

«Polizia? Che cosa c’è?» Voce profonda da TV.

Stu gli mostrò il distintivo. «Spiacente, signore, ma abbiamo qualche brutta notizia.»

Un lampo di irrequietudine mosse gli occhi celesti di Ramsey. Sbatté due volte le palpebre, s’immobilizzò. Occhi molto chiari, che contrastavano in modo particolare con l’abbronzatura color terra di Siena bruciata, anche se da vicino Petra constatò che i suoi capelli erano di un nero un po’ troppo denso perché il colore fosse naturale e la pelle era granulosa con i pori aperti nelle guance e venuzze che si diramavano intorno al naso. Troppe vodka da camerino? Troppi anni di trucco teatrale?

«Che notizie? Di che cosa si tratta?» la voce di Ramsey aveva cominciato ad appesantirsi di panico.

«La sua ex moglie…»

«Lisa? Cos’è successo?»

«È morta, signore.»

«Cosa?» Occhi sgranati. Le sue mani si chiusero in pugni enormi e i suoi bicipiti si gonfiarono. Con un’espressione debitamente contrita, Petra gli esaminò le braccia a caccia di tagli o lividi. Niente. Lo stesso stavano facendo De la Torre e Banks, senza che l’attore se ne rendesse conto. In quel momento si stava coprendo il volto, chinandosi in avanti.

Arrivò ansimando il biondo in camicia blu, con gli occhiali da sole storti. I suoi capelli erano troppo biondi, un altro lavoro di tintura, con tutta probabilità. «Che c’è, Cart?»

Cart non rispose.

«Cart?»

Ramsey parlò da dietro la mano. «Hanno detto… Lisa…» Con una strozzatura della voce tra le parole.

«Lisa? Che cosa le è successo?»

Ramsey abbassò la mano e si girò verso di lui. «È morta, Greg! Mi stanno dicendo che è morta!»

«Oh mio Dio!… Cosa… Come!…» Greg guardò i poliziotti a bocca spalancata.

«È morta Greg!» urlò Ramsey «Guarda che qui non siamo sul set!» E per un momento parve che intendesse aggredirlo.

Si girò invece all’improvviso dall’altra parte. «Siete sicuri che sia lei?» domandò a Petra.

«Temo di sì, signor Ramsey.»

«Come potete?… Io non… lei… come? È pazzesco… dove? Cos’è successo? Che cosa diavolo è successo? Un incidente d’auto?»

«È stata assassinata, signor Ramsey», rispose Petra. «È stata ritrovata stamattina al Griffith Park.»

«Assassinata?» Ramsey tornò a piegarsi sulle ginocchia e si coprì la bocca, questa volta con entrambe le mani. «Gesù, Dio mio», farfugliò. «Griffith Park… cosa diavolo ci faceva?»

«Non lo sappiamo, signore.»

Sarebbe stato un buon attacco per Ramsey, ma l’attore si limitò a ripetere: «Stamattina? Oh Dio, non posso crederci!»

«Nelle prime ore del mattino, signore.»

Ramsey prese a scuotere la testa. «Griffith Park? Non capisco. Perché sarebbe andata al parco nelle prime ore del mattino? È stata… come è stata…»

Greg il biondo si avvicinò per accarezzargli una spalla. Ramsey lo scacciò, ma l’altro non reagì. Ci era abituato?

«Entriamo, Cart», gli consigliò. «Possono raccontarci i particolari in casa.»

«No, no, devo sapere», protestò Ramsey. «Le hanno sparato?»

«No, signore», rispose Stu. «Accoltellata.»

«Oh, Cristo.» Ramsey si abbassò di qualche altro centimetro. «Sapete chi è stato?»

«Non ancora, signore.»

Ramsey si passò una mano sui capelli. Macchie sul dorso, notò Petra. Ma una mano grande, forte, con dita grosse e potenti, solide unghie squadrate.

«Oh, merda! Lisa! Non ci credo! Oh, Lisa, che cosa hai fatto mai?» Rivolse la schiena ai detective, compì qualche passo, si piegò di scatto come in procinto di vomitare, poi rimase così. Petra vide un fremito che gli percorreva la schiena ampia.

Il biondo si lasciò ricadere le braccia lungo i fianchi. «Io sono Greg Balch, mi occupo degli affari del Signor Ramsey.»

Ramsey ruotò all’improvviso su se stesso. «Qualcosa a che fare con gli stupefacenti?»

Un secondo di silenzio. «Perché», chiese allora Stu, «la signora aveva qualche problema di droga?»

«No, no, solo che qualche tempo fa… per la verità non è… non era più la signora Ramsey. Abbiamo divorziato sei mesi fa e lei aveva ripreso il suo nome da nubile. È stata una separazione amichevole, ma… non ci frequentavamo.» Si coprì di nuovo la faccia e cominciò a piangere. Grandi, straziati singhiozzi baritonali. Petra non poté vedere se c’erano lacrime.

Balch gli passò un braccio intorno alle spalle e l’attore si lasciò riaccompagnare in casa. I poliziotti li seguirono. Qualche istante dopo Petra riuscì a intercettare lo sguardo di Ramsey e vide che i suoi occhi erano asciutti, presenti, nessun arrossamento del bianco, limpide iridi cerulee.

In casa c’era odore di bacon. La prima cosa che Petra notò, dopo che ebbe assimilato il soffitto a cinque metri d’altezza e gli oggetti pseudoartistici e gli innumerevoli elementi di arredamento tutti color latte come se fossero passati in una tinozza di yogurt, fu la rimessa.

Perché una parete era costituita da una vetrata dalla quale si dominava il box attiguo. Che definire box sarebbe stato come dire che Leonardo da Vinci era un vignettista.

Un hangar, piuttosto, con le pareti bianco calce e i pavimenti di granito nero, faretti neri a rotaia montati sul soffitto. Cinque posti macchina, dei quali solo quattro occupati. E nessuna limousine, tutte vetture da collezione: decappottabile Ferrari rossa con muso aggressivo, Porsche grigio antracite sportiva con il numero di gara sulla portiera, Rolls-Royce berlina nera, con finiture bordeaux, sinuosi parafanghi da togliere il fiato e gigantesco, abbacinante radiatore cromato e, a fare da mascotte, con il cofano di cristallo, probabilmente Lalique, una Corvette decappottabile, forse anni Cinquanta, dello stesso blu della camicia di seta del manager Greg Balch.

Nello spazio vacante solo una vaschetta di ghiaia per le gocce d’olio.

Alle pareti erano appesi manifesti di corse d’automobili e aerografie di automobili falliche.

Stu e gli aiutanti dello sceriffo avevano smesso di guardare. Uomini e macchine. Petra era una delle rare donne in grado di comprendere quella sindrome. Forse per via dei quattro fratelli, forse per il suo senso estetico, la conoscenza dell’arte funzionale. Una delle ragioni per cui era andata d’accordo con Nick era stata la sua capacità di nutrire con naturalezza la sua stima di sé. Glielo doveva: quel bastardo non aveva un’anima, ma sapeva creare capolavori. Il suo prediletto era la Stingray del ’67, l’apice del design, la definiva. Quando Petra lo aveva informato di essere incinta, lui l’aveva contemplata come se fosse una Edsel…

Greg Balch li precedeva di qualche passo, intento a guidare Ramsey nella stanza successiva, mentre i detective si riprendevano dalla vista dell’interno della rimessa. Lo fece sedere su un ultraimbottito divanetto rivestito di raso color panna e lì l’attore rimase raccolto in sé come in preghiera, capo chino, le mani intrecciate sul ginocchio destro, i muscoli tesi nel collo taurino.

I quattro poliziotti si accomodarono davanti a lui su un divano di tre metri, spostando i cuscini per farsi spazio. Uno di essi finì nel vasto grembo di De la Torre e le sue tozze dita scure cominciarono a tamburellarne il tessuto luccicante. Banks sedeva tranquillo. A delimitare lo spazio fra i poliziotti e Ramsey c’era un tavolino composto da un blocco di granito su cui era appoggiata una lastra di cristallo. Balch andò a occupare una poltrona.

Petra si guardò intorno. Il locale era di dimensioni grottesche, se voleva essere solo uno studio. Presentava una fuga di tre spazi ugualmente cavernosi, tutti arredati con uguali mobili sproporzionati, tutti ugualmente pallidi, rilievi in legno decolorato, gigantesche, terribili opere astratte in colori pastello alle pareti. Attraverso porte a vetri vedeva erba e palme, una vasca in pietra con fontana, un campo da golf di quattro buche, dove l’erba era rasata a zero, quasi grigia.

Sul green erano abbandonati due ferri cromati. Dietro al minigolf c’era il recinto dei cavalli e una graziosa piccola stalla rosa.

Dov’era il veicolo numero cinque? Nascosto in attesa di essere ripulito delle macchie di sangue?

E non potevano nemmeno parlarne. Aveva visto quanto tempo impiegavano i tecnici per controllare con la dovuta cura un veicolo. Se l’indagine fosse giunta al punto da richiedere un mandato di perquisizione, solo per esaminare tutte le automobili di Ramsey avrebbero dovuto impiegare uno squadrone per chissà quanti giorni.

I suoi occhi tornarono al recinto. Balle di fieno, impilate con precisione. Due cavalli a passeggiare, uno dal pelo scuro, uno bianco. Immaginò Lisa in sella a quello bianco, con una giacchetta e calzoni da cavallerizza su misura, i capelli dorati al vento.

Si rese conto di non sapere niente di lei.

Due cavalli. Cinque automobili. E… a che cosa era riservato il posto macchina vuoto?

Ramsey era ancora chino in avanti e taceva. De la Torre, Banks e Stu lo osservavano senza dare nell’occhio. Balch sembrava a disagio, un braccio destro che non sapeva come rendersi utile. De la Torre si girò a guardare di nuovo le automobili. Faccia dura, molto professionale, ma indugiò sulle cromature, gli smalti, le pelli lubrificate, i copertoni color liquirizia. Banks se ne accorse, sorrise. Incrociò gli occhi di Petra e sorrise un po’ di più.

Stu era una sfinge. La sua espressione era quella che lui stesso chiamava della tabula rasa. Che fosse l’interlocutore a riempire gli spazi. Forse lo trovava facile con Ramsey perché non aveva un debole per le automobili, non che Petra sapesse, in ogni caso. Il suo mezzo di trasporto personale era una piccola Chevy, un’utilitaria bianca con due seggiolini per bambini e giocattoli dappertutto. Petra vi aveva viaggiato un paio di volte, ospite a cena di Bishop, se si può definire cena rimorchiarsi dietro sei bambini al Chuck E. Cheese. Ma i videogame erano stati divertenti. Il mondo dell’infanzia le piaceva…

Si ritrovò a sfiorarsi il ventre, ritrasse la mano e riportò la sua attenzione su Ramsey.

L’attore continuava a scuotere la testa come per negare la verità a se stesso, facendo dondolare i riccioli neri. Era una scena a cui Petra aveva assistito molte volte. La negazione. Vera o falsa. Ramsey era un teleinvestigatore privato. Gli attori svolgevano le loro ricerche, doveva saperne qualcosa anche lui.

Greg Balch gli posò di nuovo una mano affettuosa sulla schiena. La sua espressione era ancora quella desolata del lacchè impotente.

Ma Petra tornò a riflettere su Ramsey. E se fosse stato innocente? Se si fosse trovata per le mani un caso irrisolvibile?

Poi ricordò a se stessa che quell’uomo aveva picchiato Lisa. Recitava per guadagnarsi da vivere.

Tornò a guardare quelle grandi stanze informi. Tana uno, tana due, tana tre… di quante tane aveva bisogno un lupo?

Finalmente Ramsey si raddrizzò. «Grazie per essere venuti», mormorò. «Immagino che dovrò chiamare i suoi… oh, Gesù…» Alzò le braccia.

«Dove vivono i suoi genitori?» chiese Stu.

«A Cleveland. Nei pressi, un posto che si chiama Chagrin Falls. Suo padre è medico. Dottor John Boehlinger. Non li ho più sentiti da quando abbiamo divorziato.»

«Chiamo io», si offrì Stu.

«No, no, dev’essere qualcuno che… Lei si occupa di solito di queste cose? Voglio dire fa parte della procedura normale?»

«Sì, signore.»

«Oh…» Ramsey inalò e soffiò aria, si asciugò l’occhio con l’anello che portava al mignolo. «No, credo comunque che dovrei farlo io… anche se… il problema è che non siamo esattamente… Io e i genitori di Lisa. Da quando abbiamo divorziato. Sa come vanno queste cose.»

«Tensione?» suggerì Stu.

«Non so se peggiorerei la situazione chiamando io… Gesù, proprio non so che cosa devo fare.» In quel momento parve soffrire. «Ufficialmente, intendo. Non siamo più sposati, dunque qual è il mio ruolo ufficiale?»

«In termini di che cosa?» chiese Stu.

«Identificazione, organizzare le esequie… Sa… io e Lisa… ci volevamo bene e ci rispettavamo, ma eravamo… vivevamo vite diverse.» Alzò di nuovo le mani. «Parlo a vanvera, starò facendo la figura dell’idiota. E chi se ne frega di organizzare qualcosa!» Si calò un pugno nel palmo dell’altra mano. Si girò a destra esibendo il profilo.

Che mascella, pensò Petra. Nel suo mondo affetto e rispetto si traducevano in un occhio nero e in un labbro spaccato. Il suo labbro inferiore cominciò a tremare e se lo morsicò. Possibile che stesse posando?

«C’è niente che potrebbe dirci su Lisa?» intervenne Petra. «Potrebbe esserci d’aiuto, signore.»

Ramsey si girò adagio e la fissò e Petra ebbe l’impressione di scorgere qualcosa di nuovo nei suoi occhi chiari: analisi, pensiero metodico, un indurimento. Poi, trascorso un secondo, l’impressione svanì e le apparve di nuovo colpito dal lutto e si domandò se si fosse immaginata tutto.

Nel frattempo gli occhi di Ramsey si erano inumiditi. «Era una ragazza in gamba», disse. «Siamo stati sposati per quasi due anni.»

«E quella della droga, signore?» domandò Petra.

Ramsey guardò Balch e il suo biondo assistente alzò le spalle.

«Robetta», rispose allora l’attore. «Avrei fatto meglio a non parlarne. Ci manca solo che se ne impossessi la stampa e allora infangherebbero il suo nome… Gesù, è così che andrebbe, vero? Oh, merda! È così stupido, non è mai stata una tossicodipendente, solo…»

Si abbassò lo sguardo sulle ginocchia.

«Ha ragione, signore», convenne Petra, «prima o poi salterebbe fuori, perciò tanto vale conoscere i fatti. Quando ci sono di mezzo le droghe c’è sempre la possibilità di un atto violento, dunque se potesse spiegarci…»

Di nuovo i suoi occhi cambiarono e Petra fu certa che la stesse valutando. I suoi compagni si erano accorti di qualcosa? Non che lo dessero a vedere: De la Torre si stava di nuovo lustrando gli occhi con le automobili, mentre Stu e Banks sedevano al loro posto, indecifrabili.

Petra si toccò i capelli e accavallò le gambe. Ramsey non abbassò lo sguardo, ma le sue pupille si dilatarono per una frazione di secondo al frusciare del crèpe nero. Petra lasciò dondolare la caviglia.

«Non c’è niente da raccontare», affermò lui.

«È stata davvero una cosa da niente», ribadì Greg Balch. Anche lui aveva gii occhi azzurri, ma di una tinta opaca e insipida, che soccombeva nel confronto con quella di Ramsey. «Lisa aveva un piccolo problema di coca, nient’altro.»

Ramsey gli lanciò un’occhiataccia. «Dannazione, Greg!»

«Tanto vale che lo sappiano, Cart.»

Mantenendo lo sguardo torvo, Ramsey trasse un respiro. «E va bene, va bene. Fondamentalmente è stata la coca a mettere la parola fine al nostro matrimonio. Anche se, a essere sinceri, la differenza di età ha pesato non poco. Io appartengo a un’altra generazione, quella di gente che quando andava a un party, ci andava per chiacchierare e ballare. Mi piace bere in compagnia, ma non di più. A Lisa piaceva sniffare… Gesù, non posso credere che non ci sia più!»

Stava per nascondersi di nuovo il volto tra le mani e Petra parlò a voce un pochino più alta per impedirglielo.

«Quanti anni aveva Lisa, signor Ramsey?»

Lui alzò gli occhi, li abbassò sulle ginocchia di lei, poi li levò di nuovo a guardare nei suoi. «Aveva», ripeté. «Aveva… Non posso pensare che da questo momento in avanti dovrà essere era, aveva… Aveva ventisette anni, detective…»

«Connor.»

«Ventisette, detective Connor. L’avevo conosciuta quattro anni fa a un concorso di Miss Simpatia. Io ero nella giuria e lei era Miss Ohio. Suonava il sax e aveva una gran voce. Ci siamo frequentati per un po’, abbiamo vissuto insieme per un anno, ci siamo sposati. Poi divorziati. Prima volta per tutti e due… Si vede che avevamo bisogno di fare pratica… C’è nient’altro? Perché tutto questo è…» Si toccò il collo. «Mi sento a pezzi. Ho veramente bisogno di restare solo.»

«Ragazzi», intervenne Balch. «Possiamo concedere al signor Ramsey un po’ di privacy?»

Ramsey continuò ad accarezzarsi il collo. Il suo volto si era scolorito e la sua espressione stava diventando quella di una persona stordita da un’esplosione ravvicinata.

Petra addolcì il tono della voce. «Scusi, signore, so com’è difficile per lei. Ma alle volte i fatti che emergono sotto stress sono i più preziosi e io so che lei desidera che troviamo l’assassino di sua moglie.»

Aveva scelto volutamente di riferirsi alla moglie e non alla ex moglie per vedere se Ramsey l’avrebbe corretta.

Non lo fece, si limitò ad annuire debolmente.

Balch fece per parlare, ma Petra lo precedette: «Sa chi le procurava la droga, signor Ramsey?»

«No. Non voglio che sembri che era una consumatrice abituale. Sniffava per divertimento, era solo un gioco. Per quel che ne so non la comperava mai. Gliela regalavano.»

«Chi?»

«Non ne ho idea. Non era il mio mondo.» Ramsey si raddrizzò. «Procurarsi stupefacenti nel giro dell’Industria non è difficile. Sono sicuro di non essere io a dovervelo spiegare. C’è forse qualche particolare in quello… quello che è successo… che vi fa sospettare che c’entri la droga?»

«No, signore. Partiamo letteralmente da zero.»

Ramsey aggrottò le sopracciglia e si alzò all’improvviso. Balch lo imitò, piazzandoglisi al fianco.

«Chiedo scusa, ma devo veramente riposare. Sono appena tornato da una trasferta di lavoro a Tahoe, dove non ho avuto occasione di tirare il fiato per due giorni. Ho letto i copioni in aereo, poi Greg mi ha fatto firmare delle carte e ieri siamo crollati di buon’ora tutti e due. Adesso questa storia. Gesù.»

Un alibi dettagliato servito su un piatto d’argento senza che fosse stato sollecitato, pensò Petra. Affaticato, ma sveglio ed efficiente l’indomani mattina, fuori a giocare a golf.

Tutti e quattro i poliziotti ascoltavano con attenzione. Nessuno parlava. A nessuno era consentito sondare troppo a fondo.

Balch riempì il silenzio. «Sono stati due giorni molto lunghi. Siamo schiantati tutti e due come se ci avessero tramortito con una legnata.»

«Lei ha passato la notte qui, signor Balch?» chiese Petra, sapendo di spingersi sul ciglio di un terreno pericoloso. Lanciò un’occhiata a Stu. Lui le rivolse un cenno impercettibile.

«Sì. Del resto non è la prima volta. Vivo alle Rolling Hills Estates e preferisco evitare di fare tutta quella strada quando sono molto stanco.»

Gli occhi di Ramsey stavano diventando vitrei. Erano puntati al pavimento.

Stu lanciò un altro segnale a Petra con un movimento della testa e tutti e quattro si alzarono. Stu porse il suo biglietto da visita a Ramsey, che lo intascò senza guardarlo. Tutti si diressero alla porta. Petra si ritrovò a camminare accanto all’attore. «Dunque chiamerà lei i genitori di Lisa, detective?»

«Sì, signore.» Anche se era stato Stu a offrirsi di farlo.

«Dottor John Everett Boehlinger. Sua madre si chiama Vivian.» Le riferì l’indirizzo e si fermò con lei in attesa che lo trascrivesse. Balch e gli altri li sopravanzavano di qualche metro, già vicini alla vetrata della rimessa.

«Chagrin Falls, Ohio», rilesse Petra.

«Strano nome, vero? Come se gli abitanti si dispiacessero di viverci. Era certamente così per Lisa. Lei amava L.A.»

Petra sorrise. Ramsey contraccambiò.

La giudicava. Ma non come poliziotto. Come donna. L’ex marito devastato dal dolore la stava valutando con gli occhi del maschio che esamina la femmina.

Non era un’analisi di cui era spesso vittima. Petra non si considerava una Venere, ma sapeva quando la stavano vagliando.

«L.A. era il posto giusto per Lisa», riprese Ramsey, mentre s’incamminavano di nuovo. «L’energia che la pervade era in sintonia con il suo carattere.»

Arrivarono alla vetrata. Petra gli tese la mano. «Grazie, signore. Sono rammaricata dal motivo della nostra visita.»

Ramsey le prese la mano, gliela trattenne, gliela strinse. Asciutta e tiepida. «Ancora non riesco a credere che sia successo. È irreale… come un copione.» Si morsicò il labbro inferiore, scosse la testa, le liberò la mano. «Probabilmente non potrò dormire, ma sarà meglio che ci provi prima che mi piombino addosso gli avvoltoi.»

«I giornalisti?»

«È solo questione di tempo. Voi non divulgherete il mio indirizzo o il mio numero di telefono, vero?»

Prima che Petra potesse rispondere, si rivolse a Balch. «Chiama il cancello e di’ alla guardia di non lasciare passare nessuno. Chiama subito.»

«Senz’altro.» Balch scomparve.

Petra toccò il vetro, inarcò le sopracciglia, fece mostra di contemplare le automobili.

Ramsey alzò le spalle. Per un uomo di mezza età, era abile negli atteggiamenti infantili. «Fai collezione di giocattoli e un giorno ti accorgi che non hanno nessun significato.»

«Ma non c’è niente di male nel possedere oggetti preziosi», commentò Petra.

Un guizzo negli occhi celesti di Ramsey. «Suppongo di no.»

«Di che hanno è la Ferrari?»

«Del ’73», rispose Ramsey. «Daytona Spider. Apparteneva a uno sceicco petroliere. L’ho presa a un’asta. Ha bisogno di essere messa a punto tutte le settimane e un’ora al suo volante ti spacca la schiena, ma è un’opera d’arte.»

Nella sua voce era affiorata una vena di entusiasmo. Quasi per essersene reso conto, fece subito una smorfia scuotendo di nuovo la testa.

«E nel posto vuoto che cosa ci va?» domandò Petra cercando di farlo passare per un semplice convenevole.

«La macchina che uso tutti i giorni.»

«La Lexus?»

Lui allungò lo sguardo verso l’atrio dov’erano riuniti gli altri tre poliziotti. «No, quella è la macchina di Greg. La mia è una Mercedes. Grazie di essere stati comprensivi. E di occuparvi voi dei genitori di Lisa. Vi accompagno fuori.»

Le due automobili della polizia si allontanarono lentamente dalla zona residenziale e imboccarono una tranquilla strada secondaria. Stu proseguì fino a quando le case finirono e cominciarono i campi coltivati, poi segnalò agli aiutanti dello sceriffo di accostare. Quando scesero, De la Torre stava fumando.

«Si è già preparato il suo alibi», attaccò subito. «È stato qui tutta notte con il buon vecchio Greg. E poi tutte quelle stronzate sul suo stato confusionale, il ruolo che non sa quale dovrebbe essere…»

«Quello potrebbe essere stato un tentativo di dissociarsi da quanto è avvenuto», osservò Banks. «A beneficio nostro e suo.»

«Possibile», ammise Stu e guardò Petra.

«Sono tutti elementi interessanti», convenne lei. «Come anche l’accenno quasi immediato alla cocaina. Per diventare improvvisamente recalcitrante quando siamo noi a volerne sapere di più, sentendosi in dovere di proteggere la reputazione della ex moglie.»

«Io dico che è marcio», affermò De la Torre. «E quello che puzza di più è proprio l’alibi. Dico io, la tua ex finisce affettata, tu sei pulito, arrivano gli sbirri a darti la notizia e la cosa che ti preme di più è fargli sapere che la notte dell’omicidio sei andato a letto presto?»

«Concordo», annuì Petra. «Solo che qui abbiamo un caso di violenza fra le mura domestiche diventato di dominio pubblico nell’era post-O.J. e lui sa che la sua posizione sarà vagliata attentamente, ha un buon motivo per proteggere se stesso.»

«Troppo comodo», brontolò De la Torre. «Quello produce un poliziesco in televisione. Probabilmente si sente un esperto in materia.» Fece un grugnito e riprese a fumare.

Petra ripensò a come Ramsey l’aveva guardata. Poi aveva fatto in maniera di camminare accanto a lei. Nessuno dei colleghi ne aveva accennato. Avrebbe dovuto farglielo notare? Inutile.

«Io detesto quei polizieschi», brontolò De la Torre. «Quei bastardi che prendono sempre i cattivi prima della terza interruzione pubblicitaria e mi fanno sentire un povero imbecille.»

«Lui non fa il poliziotto in TV», gli rammentò Banks. «È un investigatore privato. Un macho con le ali che protegge la gente quando la polizia non ci riesce.»

«Peggio ancora.» De la Torre si tirò un baffo.

«Grande disperazione, ma molto pratico e presente quando ha ordinato a Balch di chiamare la guardiola», commentò Banks. «Il corpo della moglie non è ancora freddo e lui già si copre il culo con la stampa.»

«Ehi», ribatté De la Torre, «non ti scordare che quello è un divo con le contropalle.» Soffiò fumo verso il suolo. «Allora, che cosa possiamo fare per voi?»

«Controllate che cos’avete in archivio qui, vedete se ci sono altre segnalazioni di violenza domestica… o qualsiasi altra cosa sul suo conto», rispose Stu. «Ma con la massima discrezione. Al momento non dobbiamo lasciargli capire che stiamo indagando su di lui.»

«E la nostra visita che cos’era? Quattro poliziotti che vanno a presentare le loro condoglianze?»

«Proprio così.»

«E se la berrà?»

«Forse. È abituato ai trattamenti speciali.»

«D’accordo», si arrese Banks. «Faremo un giro in archivio in punta di piedi. Nient’altro?»

«Non mi viene in mente niente», rispose Stu. «Ma accetto suggerimenti.»

«Il mio suggerimento», intervenne De la Torre, «è che noi ci teniamo fuori dei vostri piedi, andiamo in chiesa e preghiamo per voi. Perché questo non sarà un giochetto.»

«Pregate pure», replicò Petra. «Accettiamo tutto l’aiuto che ci arriva.»

Banks le sorrise. «Vi ho visti che parlavate davanti alla vetrata. Le ha detto qual è la quinta macchina?»

Petra lo fissò per un momento. «Quella che usa tutti i giorni. Una Mercedes.»

«Pensa che sia l’ora dello shampoo?»

«Può darsi», gli concesse Petra. «Con tutto quel sangue in giro, ci sono buone probabilità che qualcosa si sia sporcato.»

«Impronte di scarpe?»

«Niente», rispose Stu. «È riuscito a evitare di posare i piedi nel sangue.»

«Il che significa che è indietreggiato. Oppure l’ha spinta lontano da sé. In un modo o nell’altro, vuol dire che era preparato.»

Stu meditò. Compresse le labbra. «Sì, mi piacerebbe avere un mandato di perquisizione per la Mercedes, ma non abbiamo uno straccio di prova per ottenerlo.»

«Potrebbe aver imparato qualcosa dal suo show», ipotizzò De la Torre. «Qualche tecnologia avanzatissima per ripulire qualcosa alla straperfezione. Queste celebrità hanno sempre dietro qualcuno che fa le pulizie per loro, dopo che sono passati. Qualche tirapiedi, manager, agente, tuttofare, chiamalo come vuoi… Ehi, ma che cosa vado farneticando? Il caso è vostro. Buona fortuna.»

Giro di strette di mano e gli aiutanti dello sceriffo se ne andarono.

«Mi sembrano brava gente», commentò Petra.

Tornarono alla Ford.

«Ho superato i limiti nell’interrogare Ramsey?» s’informò mentre Stu metteva in moto.

«Spero di no», rispose lui. «Che cosa pensi di tutte quelle macchine da collezione?»

«Prevedibili. Quelli dell’Industria, come la chiamano loro, sono sempre a caccia del Meglio.»

Stu sembrava corrucciato.

«Credi che sia lui?» gli chiese Petra.

«Probabile. Appena rientrati chiamo la famiglia.»

«Se vuoi ci penso io», si offrì Petra, desiderando tutt’a un tratto un contatto con i parenti di Lisa. Un contatto con Lisa.

«No, non mi è di peso.» La macchina si avviò. Stu aveva il colletto inamidato segnato dal sudore e il viso ruvido dello spuntare della barba come paglia novella. Erano più di ventiquattr’ore che non dormivano. Petra si sentiva benissimo.

«Non è un problema nemmeno per me, Stu. Chiamo io.»

Si aspettava una resistenza da parte di lui, invece lo vide arrendersi. «Sei sicura?» le chiese.

«Sicurissima.»

«Hai già avvertito tu per Gonsalez e Chouinard e con Chouinard non è stato molto divertente.»

Dale Chouinard era un manovale, percosso a morte davanti a una taverna del Cahuenga Boulevard. Petra aveva comunicato alla vedova ventiquattrenne che i suoi quattro figli tutti sotto i sei anni erano diventati orfani. Le era parso di essersela cavata bene, aveva consolato la giovane donna, l’aveva tenuta tra le braccia, le aveva dato il tempo di scaricare il suo dolore in lacrime. Poi, in cucina, la signora Chouinard aveva perso la testa e l’aveva aggredita, quasi strappandole un occhio.

«Quanto meno nessuno potrà saltarmi addosso per telefono», commentò.

«Guarda che proprio non mi costa farlo, Petra», ripeté lui.

Ma lei sapeva che non era vero. Fin dal principio, quando erano stati messi a lavorare insieme, le aveva confidato che, fra tutte le sue mansioni, era quella che gli piaceva meno. Forse se gli avesse offerto un segno di amicizia, lui l’avrebbe vista per la partner perfetta che era e le avrebbe confessato cosa lo tormentava.

«Ci penso io, socio. E se non hai niente in contrario, parlo anche con la cameriera.»

«Quella di Lisa?»

«Intendevo quella di Ramsey. Se riesco a tirarla fuori da quella casa senza che si capisca troppo chiaramente che Ramsey è un indiziato. Ma posso sentire anche quella di Lisa.»

«Con quella di Ramsey ti conviene aspettare», l’ammonì Stu. «Troppo pericoloso.» Estrasse il taccuino e sfogliò qualche pagina. «Schoelkopf mi ha dato il nome. Ecco… Patricia… Kasempitakpong.» Scandì molto lentamente il nome impronunciabile. «Probabilmente thailandese. La stanno trattenendo. Ma se chiede di andarsene, non possono impedirle di tornare a Bangkok. O di telefonare al National Enquirer.»

«Ci vado subito dopo aver chiamato i genitori.»

Lui le diede l’indirizzo di Doheny Drive.

«Carini i nostri sceriffi a lasciarci condurre la danza con Ramsey», rifletté lei.

«Dopo tutta la cattiva pubblicità che è piovuta addosso a entrambi i dipartimenti, forse qualcuno ha cominciato a farsi furbo.»

«Speriamo.» Il mese prima gli sceriffi erano stati esposti alla pubblica censura per aver rilasciato alcuni assassini in virtù di un errore burocratico, per aver servito prelibatezze gastronomiche ai detenuti a spese dei contribuenti e per aver perso ogni traccia di alcuni milioni di dollari. Qualche mese prima ancora, alcuni agenti del dipartimento di L.A. erano stati arrestati per una rapina a mano armata condotta durante le ore di libertà e una matricola era stata ritrovata nuda e intontita ad aggirarsi per le colline vicino al posto di polizia di Malibu.

«Quell’indirizzo non mi è nuovo», disse Stu. «È a pochi isolati da Chasen’s. Che demoliscono per costruirci un centro commerciale.»

«Ahimè», sospirò Petra. «Niente più cene in compagnia di personaggi celebri.»

«A me è capitato di andarci davvero una volta», ribatté lui. «Ero nel servizio di sicurezza per il ricevimento di un matrimonio. Si sposava la figlia di non ricordo più quale principe del Foro che si occupava degli interessi di gente dello spettacolo. Gli invitati erano tutti divi importanti.»

«Non sapevo che ti occupassi di quelle cose.» Anche.

«Anni fa. Era quasi sempre solo una scocciatura. Ma di quella volta al Chasen’s non mi posso lamentare. Mi hanno dato da mangiare, chili, puntine, bistecca. Gran bel posto, atmosfera di classe. Il ristorante preferito di Reagan… Va bene, parla alla thailandese e informa i genitori. Io cercherò un modo per indagare con discrezione su Ramsey nel suo mondo, sento la Motorizzazione sulla Mercedes, vedo a che punto sono il coroner e quelli della Scientifica e poi me ne vado a casa. Se è saltato fuori qualcosa di interessante, te lo faccio sapere. Ti va?»

«Io sento anche la società dei telefoni e mi faccio dare i dati sul traffico di Lisa.»

«Buona idea.»

Procedura standard.

«Stu, se è stato Ramsey, come facciamo a incastrarlo?»

Nessuna risposta.

«Credo che quello che vorrei sapere», elaborò allora Petra, «è che speranza abbiamo che una storia come questa migliori la qualità della nostra vita? E come possiamo fare del nostro meglio per Lisa?»

Lui giocò con i capelli, si raddrizzò la cravatta.

«Facciamo un passo alla volta», rispose alla fine. «Mettiamocela tutta. Più o meno quello che dico ai miei figli sulla scuola.»

«E noi siamo come scolaretti davanti a questo caso?»

«In un certo senso.»

11

Le scimmie sono quelle che urlano di più. Sono solo le sei e fanno già chiasso.

Lo zoo aprirà tra quattro ore. Io sono stato quassù quando è pieno di gente, si sente soprattutto baccano, ma certe volte distinguo una parola, per esempio i bambini che strillano perché vogliono qualcosa. «Gelato!» «Leoni!»

Quando allo zoo c’è gente, gli animali stanno tranquilli, ma di notte si scatenano; senti gli strepiti di quelle scimmie… e adesso quest’altro verso profondo, di qualcosa di pesante e stanco, forse un rinoceronte. Mi pare quasi di sentirlo parlare: Fatemi uscire da qui! Siamo chiusi qui dentro per colpa della gente, che cosa brutta che è la gente!

Se uscissero davvero, i carnivori salterebbero addosso agli erbivori, quelli lenti, quelli deboli, li ucciderebbero e li mangerebbero e rosicchierebbero le ossa.

Un mese fa circa ho esplorato il recinto di filo spinato intorno allo zoo, ho trovato un cancello in cima in cima, sopra Africa. C’era un cartello con scritto: RISERVATO AL PERSONALE — VIETATO ENTRARE. Il lucchetto c’era, ma era aperto. Io l’ho tolto, sono entrato, ho rimesso il lucchetto, mi sono trovato in un posto pieno di quei piccoli veicoli marrone chiaro che quelli dello zoo usano per andare in giro. Dall’altra parte c’erano delle costruzioni che puzzavano come di merda di animali con i pavimenti di cemento che erano appena stati lavati con la canna. Più avanti ancora altre piante fitte e un sentiero con un altro cartello: SOLO PERSONALE AUTORIZZATO.

Sono entrato allo zoo come un visitatore qualsiasi, sono salito con tutti gli altri nella grande uccelliera dove si può entrare, ho visto tutti i bambini piccoli che strillavano. Poi ho fatto il giro completo. Mi sono divertito quel giorno a studiare e leggere i cartelli che insegnano degli habitat naturali e le abitudini alimentari e le specie in pericolo. Alla casa dei rettili ho visto un serpente reale con due teste. Nessuno mi ha guardato in modo strano. Per la prima volta dopo molto tempo mi sono sentito tranquillo e normale.

Avevo portato con me un po’ di soldi delle mie riserve e ho comperato una banana gelata e una pannocchia caramellata e una coca. Ho mangiato troppo in fretta e mi è venuto mal di pancia, ma non importava, era come se nel mio cervello si fosse aperto uno sprazzo di cielo azzurro.

Forse oggi provo ad andarci di nuovo.

Forse è meglio di no. Devo prima assicurarmi di non essere una specie in pericolo.

Non posso smettere di pensare a quella donna, a quello che le ha fatto quel tizio.

Orribile, orribile, il modo in cui l’ha stretta, ciac ciac. Come può venire in mente a qualcuno di fare una cosa così?

Perché Dio lo permette?

La pancia comincia a farmi male da morire e respiro cinque volte a fondo per calmarla.

Ho camminato tutta notte senza sentire troppo male ai piedi, ma adesso lo sento e le scarpe mi sembrano troppo strette. Le tolgo. Anche le calze. Credo che sto crescendo, è da un po’ che sento le scarpe troppo strette. Sono vecchie, quelle che avevo quando sono scappato, e in certi punti le suole sono molto sottili, quasi bucate.

Concedo un po’ d’aria ai piedi, muovo le dita prima di srotolare la mia plastica.

Ah… che bello!

Al Cinque non c’è acqua per fare il bagno. Che forza sarebbe andare allo zoo e buttarmi nella vasca dei leoni marini a nuotare un po’! Con i leoni marini tutti impauriti, che non capiscono che cosa sta succedendo. Mi devo sforzare di non mettermi a ridere forte.

Puzzo di piscia. Non sopporto quando puzzo, non voglio diventare uno di quelli che vanno in giro con i carrelli del supermercato, quelli che li senti arrivare dall’odore quando sono ancora lontani un isolato.

Mi è sempre piaciuto molto fare la doccia, ma quando è arrivato Moron l’acqua calda è scomparsa. Non perché la usava. Mamma voleva sapere di buono per lui, così aveva preso l’abitudine di stare mezz’ora sotto la doccia e poi mettersi profumo spray e tutto il resto.

Perché voleva far colpo su di lui? Perché le piacevano tanto tutti quei falliti?

Ho passato un sacco di tempo a pensarci e la sola risposta che sono riuscito a trovare è che non si vuole molto bene.

So che è così perché quando rompe qualcosa o fa qualche errore, come per esempio tagliarsi mentre si rade le gambe, se la prende con se stessa, si chiama con brutti nomi. L’ho sentita piangere di notte, ubriaca o fatta, e dirsene di tutti i colori. Molto meno da quando è arrivato Moron, perché lui minaccia di suonargliele.

Io andavo in camera sua, mi sedevo accanto a lei, le toccavo i capelli, le dicevo: «Che cosa c’è, mamma?» Ma lei si tirava sempre indietro e diceva: «Niente, niente», con la voce arrabbiata. Così dopo un po’ ho smesso.

Poi un giorno ho capito che piangeva per me. Per avermi avuto senza averlo voluto, per dovermi tirare su senza sentirsi capace di farlo.

Io ero la sua tristezza.

Anche su quello ho pensato per un sacco di tempo, decidendo che la soluzione migliore era imparare quanto più possibile per trovarmi un buon lavoro ed essere io a occuparmi di lei. E poi c’era la speranza che vedendo che andavo bene non si sarebbe sentita così incapace.

Il sole è uscito del tutto, caldo e arancione fra gli alberi. Sono veramente stanco e mai e poi mai riuscirò a dormire. È ora di srotolare la plastica.

Io uso i sacchi di plastica da tintoria per avvolgerci le mie cose, per portarle in giro e per proteggerle da pioggia e sporcizia. Su tutti i fogli c’è stampato l’avviso che i neonati possono soffocare se ci finiscono dentro e che è plastica sottile, facile da strappare. Ma se metti tre teli uno sopra l’altro diventano forti e come protezione vanno benissimo. Li trovo soprattutto nelle immondizie, ne tengo un po’ arrotolati in tutti e cinque i miei posti, sotto i sassi, nella grotta, dappertutto.

Una cosa che ha di buono il Cinque è un albero: un enorme eucalipto con foglie rotonde blu argento che sanno di caramelle contro la tosse. So che è un eucalipto perché quella volta che sono stato allo zoo sono andato alla casa dei koala, che era piena proprio di quel tipo di alberi e c’era scritto: EUCALYPTUS POLYANTHEMUS. Sul cartello si diceva che i koala mangiano eucalyptus polyanthemus, gli basta quello per vivere, e io mi sono domandato come sarebbe stato per me trovarmi prigioniero del Cinque con nient’altro da mangiare che alberi. Ho chiesto a una ragazza dello zoo e lei ha sorriso e ha detto che non ne aveva idea ma che preferiva gli hamburger.

Questo albero in particolare ha un tronco così grosso che riesco appena ad abbracciarlo e i rami pendono, toccano terra, sempre in movimento. A starci dentro è come trovarsi in una nuvola blu argento e, nascosta dietro i rami, proprio contro il tronco, c’è una grande pietra piatta e grigia. Sembra più pesante di quello che è e io riesco a sollevarla abbastanza da metterci sotto qualcosa per tenerla parzialmente aperta, come si fa con un cric per alzare una ruota. Mi ci è voluto poco per scavarci sotto fino a creare un buon nascondiglio. Quando la pietra è di nuovo posata per terra, funziona come il coperchio di una botola.

Sollevarla adesso mi è un po’ più difficile perché ho le braccia indolenzite per aver trasportato tutta notte la roba del Posto Due, ma uso una scarpa per alzare la pietra e tirare fuori la roba del Posto Cinque che ho avvolto nella plastica: due paia di slip Calvin Klein che ho comperato il mese scorso a una svendita di Los Feliz, troppo grandi, con LARRY R. scritto a inchiostro dentro l’elastico. Dopo che li ho immersi nel Fern Dell, sono diventati grigi, ma puliti. Una torcia di riserva e due batterie, una confezione ancora ben chiusa di carne salata che ho preso da un Pink Dot sul Sunset. Un bottiglione da due litri di coca e una scatola nuova di Honey Nut Cheerios che ho comperato il giorno dopo allo stesso posto perché provavo rimorso per aver rubato la carne. Alcune vecchie riviste che ho trovato dietro a una casa di Argyle Street, Westways, People, Reader’s Digest. E il vecchio cartone di latte Knudsen all’un per cento di grassi che mi serve per tenerci penne e matite, copertine, carta per scrivere arrotolata e altra mercanzia.

Sul cartone c’è la faccia di un bambino, un bambino nero che si chiama Rudolfo Hawkins, che è stato rapito cinque anni fa. Nella foto ha sei anni e indossa una camicia bianca con la cravatta e sorride. Gliel’avranno scattata al compleanno o in qualche altra occasione speciale.

C’è scritto che è stato rapito da suo padre a Compton, in California, ma che potrebbe essere a Scranton, in Pennsylvania, o a Detroit, nel Michigan. All’inizio mi capitava di stare a guardare la sua faccia chiedendomi che fine può aver fatto. Dopo cinque anni probabilmente si è sistemato… almeno era stato suo padre e non qualche maniaco.

Forse è di nuovo a Compton con sua madre.

Ho pensato a mamma che mi cerca e non è che riesco proprio a convincermi che lo stia facendo.

Quand’ero piccolo, cinque o sei anni, mi diceva sempre che mi voleva bene, che facevamo coppia, io e lei, due contro il mondo schifoso. Poi si è messa a bere e a farsi più spesso e a pensare sempre meno a me. Quando Moron è venuto a stare da noi, io sono diventato invisibile.

Allora perché dovrebbe cercarmi?

Anche se volesse, non saprebbe da che parte cominciare perché non è mai andata a scuola.

Moron sarebbe un problema. Direbbe cose come: «E che vada a farsi fottere quella caccola, Sharia. A lui non gliene fregava un cazzo, allora che si fotta. E passami quelle noccioline».

Ma anche senza Moron, non riesco a pensare a come si sente mamma. Magari è triste perché me ne sono andato, magari è arrabbiata.

O magari è più contenta. Non aveva avuto il desiderio di avermi. Ha cercato, penso, di tirar fuori il meglio che poteva da quel che aveva.

So che si è presa cura di me all’inizio perché ho visto le foto di quand’ero molto piccolo che lei tiene in una busta in un cassetto della cucina e nelle foto sono sano e felice. Lo siamo tutti e due. Sono foto di Natale, c’è un albero pieno di lucine e lei mi tiene in alto come un trofeo, con un grande sorriso sulle labbra. Come a dire, ehi, guardate che cos’ho ricevuto io per Natale!

Il mio compleanno è il 10 agosto, dunque in quelle foto avevo quattro mesi e mezzo. Ho un orribile faccione grasso con le guance rosa e niente capelli in testa. Mamma è pallida e magra e mi ha messo addosso uno stupido vestito da marinaretto. Un sorriso così beato non gliel’ho mai visto in faccia, dunque un po’ della sua felicità doveva essere per me, almeno in principio.

Visto che i suoi genitori erano morti in un incidente di macchina prima che io nascessi, che cos’altro avrebbe potuto farla sorridere così?

Sul dorso delle foto ci sono degli adesivi di Good Shepherd Sanctuary, Modesto, California. Le ho chiesto che cos’era e lei mi ha detto che era un posto cattolico e anche se noi non siamo cattolici, quando io ero appena nato ci siamo vissuti. Quando ho cercato di saperne di più, lei ha messo via le foto e ha detto che non era importante.

Quella notte ha pianto per molto tempo e io ho letto il mio libro di Jacques Cousteau per non sentirla.

Dovevo averla resa felice a quei tempi.

Adesso basta con queste sciocchezze, è ora di srotolare la plastica del Posto Due, ecco qui, spazzolino da denti e Colgate, campioni gratuiti che ho preso da una cassetta per le lettere senza nome, c’era giusto scritto RESIDENTE, dunque non appartenevano in realtà a nessuno. Un altro paio di mutande prese da un bidone per le immondizie dietro a una delle case enormi in fondo al parco, un mazzetto di bustine di ketchup, senape e maionese, prese dai ristoranti. I miei libri…

Solo uno. Algebra.

Dov’è il libro dei presidenti che ho preso in biblioteca? Dev’essere da qualche parte nella plastica, ho usato tre strati… no, non è qui. Possibile che è caduto quando ho aperto il pacco? No. Forse mi è scivolato qui vicino…

Mi alzo, cerco.

Niente.

Torno sui miei passi per un tratto.

Niente libro dei presidenti.

Dev’essermi cascato nel buio.

Oh no. Merda. Avevo intenzione di restituirlo.

Adesso sono un ladro.

12

Stu lasciò Petra dietro la stazione di polizia e ripartì.

Quando fu alla scrivania, Petra si accorse di essersi dimenticata di farsi dare da Ramsey il numero dei Boehlinger. Tutta colpa dell’averlo dovuto trattare con i guanti. Chiamò il servizio informazioni di Cleveland. Inaspettatamente, il dottor John Everett Boehlinger era sull’elenco con il numero di casa e quello del Washington University Hospital. Forse a Chagrin Falls la popolazione era meno paranoica.

Compose il numero dell’abitazione e ascoltò una voce femminile registrata.

Dato il fuso orario, nell’Ohio era pomeriggio. Possibile che la signora Boehlinger fosse fuori a fare la spesa. E Petra aveva in serbo per lei una gran bella sorpresa. S’immaginò la madre di Lisa che scoppiava in un grido e poi in singhiozzi, magari per essere sopraffatta dalla nausea.

Ricordò il cordoglio mostrato da Ramsey, i suoi occhi asciutti. Attore di scarso talento, incapace di produrre lacrime?

Udì il segnale acustico della segreteria di casa Boehlinger, ma non le parve il caso di lasciare un messaggio. Riappese e provò in ospedale. L’ufficio del dottor Boehlinger era chiuso e il cercapersone non diede risposta.

Non provando alcun sollievo per aver solo rimandato un incarico gravoso, chiamò la compagnia dei telefoni e passò attraverso un paio di capi servizio prima di trovare una persona disposta ad andarle incontro. Per avere un anno intero di traffico telefonico intestato a Lisa era necessario un iter burocratico che avrebbe richiesto molto tempo, ma la donna con cui parlò le promise di inviarle via fax l’ultima fattura appena l’avesse trovata. Petra la ringraziò e partì alla volta di Doheny Drive, pronta ad affrontare la domestica di Lisa, quella Patsy Diosolosacomesichiama.

Il Sunset era bloccato, così prese la Cahuenga in direzione sud fino al Beverly Boulevard, riuscendo ad aggirare l’ingorgo. Mentre guidava si dedicò a uno dei suoi giochi preferiti, la composizione di un identikit mentale della cameriera thailandese: giovane, minuta, graziosa, un inglese peggio che approssimativo. Seduta in un’altra stanza color fiordilatte, terrorizzata da tutti i poliziotti che la sorvegliavano, forti e muti come mastini.

Il palazzo era alto dieci piani, a forma di boomerang. L’atrio era piccolo, quattro mura di vetro striato d’oro, qualche pianta e sedie finto Luigi XIV. Era piantonato da un giovane iraniano dall’aria nervosa in blazer blu, con una targhetta che lo identificava come A. RAMZISADEH. Gli teneva compagnia un agente con la divisa di West L.A. Petra mostrò il distintivo e ispezionò i due monitor del sistema a circuito chiuso che c’erano sulla scrivania. Piani sequenza in bianco e nero di corridoi, nessun movimento. Le immagini cambiavano a intervalli di pochi secondi.

Il custode le strinse la mano con scarsa energia. «Terribile. Povera signorina Boehlinger. Non sarebbe mai successo qui.»

Petra fece un gesto di solidarietà. «Quando l’ha vista l’ultima volta?»

«Ieri, mi pare. Quand’è tornata a casa dal lavoro, alle sei del pomeriggio.»

«Oggi no?»

«No, spiacente.»

«Come ha potuto uscire senza che lei la vedesse?»

«Ci sono due ascensori per ogni piano. Uno sul davanti, uno sul retro. Quello dietro porta alla rimessa.»

«Nel sotterraneo?»

«La maggior parte degli inquilini chiamano l’ingresso per farsi portare la macchina davanti.»

«Ma la signora Boehlinger non lo faceva.»

«No, lei scendeva direttamente a prendere la macchina.»

Petra batté l’indice su uno dei monitor. «Il sistema a circuito chiuso controlla anche il sotterraneo?»

«Certo, guardi.» Ramzisadeh le mostrò una lenta perlustrazione in bianco e nero di una serie di automobili parcheggiate. Spazi vuoti e tenebrosi, scintillii di radiatori e paraurti.

«Ecco», disse.

«Conservate delle registrazioni?»

«No, niente nastri.»

«Dunque non c’è modo di sapere con precisione a che ora è uscita la signora Boehlinger.»

«No, detective.»

Petra andò all’ascensore e l’agente la seguì. «Gran bell’aiuto, eh?» Il poliziotto premette il pulsante. «Si va in cima. Al centosette.»

La porta dell’appartamento di Lisa Ramsey non era chiusa a chiave e quando Petra entrò, vide la donna di servizio seduta sul bordo di un divano. La somiglianza con l’identikit mentale che aveva azzardato poco prima la sconcertò tanto da farle quasi perdere l’equilibrio. Dieci punti sul misuratore di capacità extrasensoriali.

Patricia Kasempitakpong arrivava al massimo al metro e cinquantacinque di statura per quarantacinque chilogrammi, con un grazioso faccino a forma di cuore sotto una massa densa di lunghi capelli nerissimi. Indossava un top di cotone a maglia color beige, blue jeans e ballerine nere ai piedi. Il divano era ultraimbottito come quelli in casa di Cart Ramsey. Ma niente color panna: l’intuito profetico di Petra si fermava lì.

Lisa Ramsey era stata un’amante dei colori. I divani erano di velluto rosso e blu, i parquet laccati di nero, su cui spiccava una pelle di zebra. Era una pelle vera. La testa della zebra era rivolta a un vaso di vetro nero pieno di giunchiglie gialle.

Da quel che Petra vedeva, l’appartamento era di dimensioni ridotte, con una cucina che era niente più che una nicchia di legno laccato bianco e banchi di mattonelle grigie. Il soffitto era basso e piatto. Nell’insieme uno dei tanti box disseminati per L.A. Ma l’ubicazione d’angolo al decimo piano e le porte finestre scorrevoli garantivano una vista fantastica dei quartieri ovest fino all’oceano. Il balcone era piccolo, senza mobili, senza palme in vaso. All’orizzonte galleggiava un sigaro di smog.

Due agenti in divisa si godevano il panorama. Si girarono giusto il tempo di dare un’occhiata al distintivo di Petra. Contro la parete alle spalle di Patricia Kasemeccetera c’era una scaffalatura di metallo nero con un coordinato stereo altrettanto nero e un televisore con schermo da venticinque pollici.

Niente libri.

Petra non ne aveva visti nemmeno a casa di Ramsey. Niente di meglio di un comune non-interesse alla base di una relazione.

La violenza dei colori lasciava intendere che Lisa si fosse stancata dei pastelli. O che non li avesse mai graditi.

Forse il color panna e il rosa erano l’idea che aveva Ramsey del buongusto? Interessante.

Sorrise a Patricia e Patricia la fissò senza cambiare espressione. Petra le si avvicinò e si sedette accanto a lei.

«Salve.»

La cameriera era impaurita ma dopo un po’ cominciò a sciogliersi. Inglese fluente, nata in America. («Non sforzatevi di pronunciare il mio cognome, mi chiamano tutti Patsy K.») Lavorava per Lisa da due mesi, non vedeva in che maniera potesse essere d’aiuto.

Un’ora di colloquio non produsse niente di valore.

Lisa non le aveva mai detto perché aveva lasciato Ramsey, né fra loro era mai emerso l’episodio di violenza coniugale. Aveva accennato una volta all’eccessiva differenza di età, affermando che sposarlo era stato un errore. La collaboratrice domestica aveva una stanza per sé. Faceva le commissioni, era incaricata delle pulizie. Lisa era un ottimo principale, pagava sempre con puntualità, era una donna estremamente ordinata e pulita. Una «persona veramente a modo».

Patsy K. non ebbe difficoltà a piangere.

Quanto agli alimenti, dichiarò che Lisa riceveva mensilmente un assegno da una ditta che si chiamava Player’s Management.

«C’è un biglietto da visita sul frigorifero.» Petra lo recuperò. L’indirizzo era sul Ventura Boulevard in Studio City. In fondo c’era il nome di Gregory Balch. Financial Manager. Ramsey la pagava tramite la sua azienda.

«Sa a quanto ammontavano gli assegni?»

Patsy arrossì, senza dubbio ricordando una sbirciatina indiscreta.

«Tutto quello che può dirci ci sarà di grande aiuto», la incalzò Petra.

«Settemila.»

«Al mese?»

Patsy annuì.

Ottantaquattromila dollari l’anno. Abbastanza per far fronte all’affitto e alle bollette e divertirsi un po’, ma non più che una goccia nell’oceano a sei zeri di Ramsey. Ma erano lo stesso cose che bruciavano. Dover pagare soldi a qualcuno per cui provi rancore. Qualcuno che ti ha umiliato in televisione su una rete nazionale.

C’era aria di tensione, ma niente che potesse configurarsi in un movente.

Dunque Lisa aveva considerato Ramsey troppo vecchio per lei. Aveva alluso a un gap generazionale, «Lisa e il signor Ramsey si sentivano per telefono?»

«Non che io sappia.»

«C’è nient’altro che può dirmi, Patsy?»

La cameriera scosse la testa e riprese a piangere. Gli agenti che contemplavano il tramonto sul balcone non si girarono neppure. «Era brava. Certe volte sembrava che fossimo vere amiche, si cenava insieme quassù quando non usciva. Io conosco abbastanza bene la cucina thai e a lei piaceva.»

«Lisa usciva spesso?»

«Anche due o tre volte la settimana. Ma poi non usciva per lunghi periodi.»

«Dove andava?»

«Non me l’ha mai detto.»

«Ha un’idea?»

«A vedere dei film, credo. Proiezioni speciali. Era editor cinematografico.»

«Per chi lavorava?»

«La Empty Nest Productions. Sono agli Argent Studios, a Culver City.»

«Quando usciva, chi l’accompagnava?»

«Uomini, immagino, ma da quando ho cominciato a lavorare qui non li ha mai portati in casa.»

«S’incontrava con loro da basso?»

Patsy annuì.

«Però lei ritiene che fossero uomini», disse Petra.

«Era molto bella. Aveva vinto un concorso di bellezza.» Patsy lanciò un’occhiata agli agenti sul balcone.

«Durante i due mesi che ha lavorato qui nessuno di quegli uomini è mai salito?»

«Uno è salito, ma non so se era uno di quelli che l’accompagnavano fuori. Lavorava con lei. Credo che si chiamasse Darrell. Di colore.»

«Quante volte è salito?»

«Due, mi pare. Forse il nome era Darren.»

«Quand’è stato?»

Patsy pensò. «Forse un mese fa.»

«Me lo sa descrivere?»

«Alto, con la pelle chiara, per essere un nero, intendo. Capelli corti, molto curato nel vestire.»

«Barba o baffi?»

«No, non mi pare.»

«Anni?»

«Sulla quarantina.»

Di nuovo un uomo più vecchio di lei. Il viso di Patsy era rimasto inespressivo. L’ironia le era sfuggita.

Lisa in cerca di una figura paterna?

«Che orari di lavoro faceva Lisa?»

«Non aveva orari precisi», rispose Patsy. «Quando la chiamavano doveva farsi trovare pronta.»

«Il signor Ramsey non è mai stato in questa casa.»

«Non in mia presenza.»

«E niente telefonate.»

«Lisa parlava raramente al telefono. Il telefono non le piaceva, spesso lo staccava per stare in pace.»

«D’accordo», disse Petra. «Dunque il suo giorno di libertà è domenica.»

«Da sabato sera fino a lunedì mattina. Quando sono arrivata qui alle otto, Lisa era già uscita. Ho pensato che avesse ricevuto una chiamata notturna. Poi sono arrivati gli agenti.»

Cercò di dominarsi e cominciò a dondolare, tossì, le andò di traverso la saliva. Petra le prese una bottiglia di San Pellegrino da un piccolo frigorifero bianco. Ci aveva trovato altre tre bottiglie, uva fresca, tre confezioni di yogurt al lampone senza grassi, cottage cheese. Piatti dietetici nel freezer.

Patsy bevve. Quando posò la bottiglia, Petra la ringraziò. «Mi è stata davvero d’aiuto. L’ho apprezzato.»

«Tutto quello che… ancora non posso credere…» Patsy si asciugò gli occhi.

«Ora devo rivolgerle una domanda difficile, ma non posso evitarlo. Lisa faceva uso di droghe?»

«No… lei… io non l’ho mai vista.» La bottiglia di San Pellegrino tremò.

«Patsy, la prima cosa che farò quando avremo finito la nostra chiacchierata sarà perquisire questo appartamento da cima a fondo. Se ci sono stupefacenti, li troverò. Personalmente, non m’importa niente se Lisa li prendeva. Io sono della Omicidi, non della Narcotici. Ma le droghe portano alla violenza e Lisa è stata assassinata in un modo molto violento.»

«Non era così», protestò Patsy. «Non era dipendente. Ogni tanto sniffava, ma senza nessuna regolarità.»

«Nient’altro a parte la cocaina?»

«Un po’ d’erba.» A sguardo abbassato. Come dire che Lisa aveva forse fumato marijuana con lei? O che Patsy aveva sgraffignato dalle sue scorte?

«Ma non succedeva quasi mai», insisté la domestica. «Quando capitava.»

«E capitava spesso?»

«Non lo so. Io non l’ho mai vista con i miei occhi. La coca, intendo.»

«E l’erba?»

«Certe volte si faceva uno spinello mentre guardava la televisione.»

«Dove sniffava?»

«Sempre in camera sua. Con la porta chiusa.»

«Quante volte?»

«Non molte. Forse una volta alla settimana. Ogni due settimane. Se lo so è solo perché ho visto della polvere sul suo comò e certe volte si dimenticava di mettere via la lametta e aveva il naso tutto rosa e si comportava in una maniera diversa.»

«Diversa come?»

«Su di giri. Carica. Niente di straordinario, solo un po’ spinta.»

«Irascibile?»

Silenzio.

«Patsy?»

«Certe volte le veniva un po’ di malumore.» La minuscola thailandese si raggomitolò in se stessa. «Ma nel complesso era una gran brava persona.»

Petra addolcì il tono della voce. «Dunque una volta la settimana. In camera sua.»

«Non l’ha mai fatto davanti a me. Io sono lontana mille miglia da quel genere di cose.» Si passò la lingua sulle labbra.

«Ha idea di come si procurasse la coca e l’erba?»

«Nessuna.»

«Gliene ha mai parlato?»

«Mai.»

«E non ci sono state transazioni in questo senso qui in casa?»

«Assolutamente no, mai. Pensavo che lo facesse al suo studio.»

«Perché?»

«Perché nell’Industria gira dappertutto. Si sa.»

«Gliel’ha detto Lisa?»

«No», rispose Patsy. «È quello che si sente in giro. In TV lo dicono sempre, no?»

«Va bene. Ora do un’occhiata in giro», annunciò Petra. «La prego di trattenersi ancora un po’.»

Si alzò e guardò in direzione del balcone. Il cielo era di uno strano blu zaffiro, saturo ma venato di arancione. I due poliziotti erano incantati. A un tratto, Petra udì il traffico nella via. C’era sempre stato, ma lei si era isolata nel suo lavoro. Autoipnosi da interrogatorio.

Cominciò dalla camera da letto di Patsy. Uno sgabuzzino nobilitato, per la precisione. Letto singolo, cassettiera di quercia e comodino in stile. Capi d’abbigliamento di Target, Gap, Old Navy. Sulla cassettiera c’era un televisore portatile. Nel cassetto del comodino due libri di cosmesi e un vecchio numero di People.

Un solo bagno, condiviso dalle due donne, rimpicciolito dal gioco delle piastrelle bianche e nere, vasca con idromassaggio nera. Dall’armadietto dei medicinali apprese che Patsy K. aveva assunto cortisone per un eritema e che Lisa soffriva di ricorrenti infezioni da saccaromiceti per le quali il medico le aveva prescritto un antifungino. Niente pillole contraccettive, che però potevano essere in un cassetto. Il resto erano i soliti prodotti di vendita al banco.

Passò alla camera da letto di Lisa.

Due volte più spaziosa di quella di Patty, ma tutt’altro che generosa. Nell’insieme, un miniappartamento molto compatto. Forse Lisa aveva cercato il conforto della semplicità dopo l’hacienda rosa.

Il letto era matrimoniale, con una sopraccoperta di raso rosso vermiglio e lenzuola nere. Mobili laccati in nero, una macchina ginnica, sempre nera, per lo sci di fondo sistemata in un angolo, flaconi di profumo sul canterano, Giò e Poison. Pareti nude. Ordine immacolato, proprio come aveva detto Patsy.

Trovò la droga nell’ultimo cassetto del canterano. Granuli bianchi in una bustina semitrasparente e un altro pacchetto con tre spinelli ben confezionati, nascosti sotto maglioni e pantaloni da sci e altri indumenti invernali. Niente pillole anticoncezionali, niente diaframma. Forse Lisa aveva davvero aspirato alla fantomatica pace dei sensi.

Contrassegnò le droghe e le ripose in due buste, quindi richiamò gli agenti dal balcone, mostrò loro la cocaina e chiese loro di portarla al deposito di Hollywood.

Posato sopra il comò c’era un portagioie. Perlopiù bigiotteria, a parte due fili di perle coltivate. Dunque Lisa per quell’ultima sera aveva indossato i pezzi migliori della sua collezione. Un appuntamento importante? Petra passò agli altri cassetti.

Trovò lingerie maliziosa, ma mai volgare, un paio di camicie da notte molto pratiche di flanella, biancheria intima di cotone e seta, T-shirt e calzoncini, pullover e maglie e tre paia di blue jeans di produzione francese, freschi freschi di lavanderia e acquistati da Fred Segai in Melrose. Gli indumenti contenuti nella cabina-armadio, completi di giacca e pantaloni, vestiti, sottane e camicette, erano firmati da Krizia, Versus, Emporio Armani, taglie quarantaquattro e quarantasei.

Molto nero, un po’ di bianco e rosso, un pizzico di beige, una sola sottana a portafoglio in jacquard di un verde così brillante che spiccava come un pappagallo su un albero morto. Per terra, punte all’infuori, erano allineate su tre file precise trenta paia di scarpe. Quelle importanti erano tutte Ferragamo, quelle per tutti i giorni erano Kenneth Cole. Due paia di scarpe da corsa bianche, uno quasi nuovo.

Nel cassetto del comodino Petra trovò un libretto di assegni della Citibank, un libretto di risparmio della filiale della Home Savings situata in Beverly Hills e, infilato tra le matrici del libretto degli assegni, il biglietto da visita di un broker della Merrill-Lynch a Westwood, un certo Morad Ghadoomian, di cui trascrisse nome e numero.

Tremila dollari su un conto corrente, ventitremila e rotti su un libretto di risparmio, con due rilevanti depositi mensili: i settemila dollari degli alimenti e altri tremilaottocento che dovevano essere quelli del suo stipendio di editor.

Spiccavano anche due prelievi mensili, altrettanto regolari, per l’importo di duemiladuecento il primo, presumibilmente per l’affitto, e milleduecento il secondo, probabilmente il salario di Patsy K. Le spese correnti variavano dai due ai quattromila dollari mensili.

Più di diecimila di entrate al mese, cinque o sei di uscite, per un saldo che le metteva a disposizione una bella sommetta con cui una ragazza single aveva di che divertirsi. Lo stipendio le veniva versato al netto delle tasse. Quelle sugli alimenti le avrebbero sottratto parte del reddito e una fetta ancora maggiore della torta se la sarebbero mangiata la coca e gli abiti firmati, ma visto che Lisa era riuscita a mettere via ventitremila dollari, c’era da ritenere che il suo vizio non era stato di dimensioni mostruose.

Qualche sniffata a casa. Forse anche sul lavoro, con gli omaggi dei colleghi dell’Industria.

In cambio di che cosa?

Ramsey era il primo indiziato, ma c’erano un sacco di lacune da colmare.

Finì verso le tre e mezzo, trascrisse il nome dell’amica presso la quale Patsy K. avrebbe alloggiato ad Alhambra e ordinò agli agenti di sorvegliare la cameriera mentre faceva i bagagli.

Trascorse le due ore successive bussando alle porte del piano su cui abitava Lisa e dei due immediatamente contigui, sopra e sotto, per finire con le vie secondarie che fiancheggiavano il caseggiato. Nessuna delle poche persone che trovò in casa aveva visto Lisa uscire domenica sera o nella notte tra domenica e lunedì, nessuno aveva scorto la Porsche nera.

Le cinque e mezzo; ora avrebbe dovuto riprovare i Boehlinger.

Perché non l’aveva lasciato fare a Stu? La buona samaritana! Non che lui avesse mostrato molta gratitudine.

A rigor di logica avrebbe dovuto tornare alla stazione di Hollywood e usare un telefono del dipartimento per una chiamata di servizio, ma proprio non se la sentiva di rivedere l’ufficio e si recò direttamente alla sua abitazione in Detroit Avenue, appena a est di Park La Brea.

Abbandonò la giacca su una sedia e in quel momento si accorse di avere una gran voglia di bere qualcosa di fresco. Tentò invece subito il numero di casa dei Boehlinger. A quell’ora a Cleveland era sera. Segnale di linea occupata. Sperò di non essere stata preceduta da qualcun altro.

Prese dal frigorifero una lattina di analcolico gassato, si sbarazzò delle scarpe e si sedette a bere al tavolo dell’angolo-pranzo. Quando si mise a pensare alla cena, scoprì di non avere appetito. Le echeggiò nella mente la voce di suo padre che la esortava con dolcezza: Nutrimento, piccola. Bisogna mantenere quegli aminoacidi belli sazi e vigorosi.

L’aveva cresciuta lui, aveva il diritto di comportarsi da madre. Quando pensava alla sua morte sporca e crudele, provava un dolore lancinante. Scacciò in fretta l’immagine del padre dalla mente e il vuoto che ne risultò non era meno orribile.

Nutrizione… cacciar giù un sandwich. Salame rinsecchito su mezza ciabatta rafferma, senape e maionese, qualcosa di verde, sottaceti kosher, per andare sul sicuro, con il benestare dell’Antisofisticazioni.

Preparatosi un piatto, lo abbandonò al suo destino e provò a telefonare per la terza volta. Ancora occupato. Possibile che la notizia avesse raggiunto gli organi d’informazione così in fretta?

Accese il televisore e saltò da un canale all’altro. Niente. La radio, preselezionata sulla KKGO, le propose una sinfonia mentre sbocconcellava il sandwich raffermo.

Anche lei aveva la sua piccola abitazione che teneva in ordine. Per metà dell’affitto che pagava Lisa. All’inizio, con Nick, era vissuta in un appartamento di West L.A., ma dopo l’impulsivo matrimonio a Las Vegas, si erano trasferiti in un’abitazione molto più grande, uno studio su due piani in Fountain, vicino a La Cienega, finestre artistiche, pavimenti in parquet, cortile con fontana, squisita architettura spagnolesca. C’era spazio più che sufficiente per due persone che lavoravano in casa. Nick sosteneva di aver bisogno di spazio per sgranchirsi e aveva rivendicato la camera da letto padronale come posto di lavoro.

Non l’avevano mai arredato, erano vissuti in mezzo a scatoloni e casse, avevano dormito su un materasso nella stanza più piccola. Il cavalletto e i colori di Petra erano finiti da basso, nel tinello per la prima colazione. Esposizione a est. Chiudeva le tende per arginare la luce eccessiva del mattino. Ora il cavalletto era in soggiorno e ancora era quasi totalmente priva di mobili. Perché farsene un problema, quando era a casa raramente se non per dormire e non riceveva visite?

L’appartamento in cui viveva era appena a sud della Sesta Strada, una simpatica vecchia costruzione con i muri spessi, i soffitti alti, modanature, pavimenti in quercia incerata, moderato tasso di criminalità nel quartiere. A ottocento dollari al mese era un affare accordatole dalla proprietaria, un’immigrata taiwanese di nome Mary Sun felice di avere per inquilino un poliziotto. Le aveva confidato: «Questa città, tutti questi neri, brutta storia».

Museum Row era a pochi minuti a piedi e altrettanto facilmente raggiungibili erano le gallerie di La Brea, anche se Petra ancora non ne aveva visitata una.

Quando aveva la domenica libera, cercava sul giornale aste, mercatini delle pulci, mostre d’antiquariato. Anche svendite nei box di casa, quando erano in quartieri dignitosi.

Era raro che trovasse qualcosa. La gente in generale è propensa a credere che le sue immondizie siano tesori e comunque lei era più una spigolatrice che un’acquirente. Ma i pochi oggetti che aveva comperato erano di valore.

Un’elegante testiera in ferro, probabilmente francese, con una patina che non poteva essere falsa. Due comodini di betulla con stampinature floreali e ripiani in marmo giallo. L’anziana signora con cui aveva mercanteggiato aveva sostenuto che fossero inglesi, ma Petra sapeva che erano svedesi.

Vecchie bottiglie che conservava sul davanzale della finestra in cucina, la statua di bronzo di un bambino con un piccolo cane, anch’essa di origine francese.

Nient’altro.

Trasferì il suo sandwich sul piano di lavoro in cucina. Le piastrelle erano vecchie e qua e là screpolate. La cucina a Fountain aveva i piani di lavoro in granito blu.

Freddi.

Nick aveva due modi per fare l’amore. Il Piano A era dirle quanto l’amava, accarezzarla dolcemente, talvolta troppo dolcemente, ma lei non protestava mai, anche perché prima o poi arrivava a esercitare la pressione giusta. Le baciava il collo, gli occhi, la punta delle dita, mentre proseguiva nel suo sottofondo romantico, quant’era bella, che donna speciale, che privilegio per lui essere dentro di lei.

Il Piano B era issarla sul granito blu, sollevarle la sottana, sfilarle gli slip mentre contemporaneamente chissà come riusciva ad aprirsi la patta, posarle le mani sulle spalle e piombarle dentro come un attacco alla trincea nemica.

All’inizio la eccitavano ugualmente A e B.

In seguito aveva perso il gusto del B.

In seguito lui aveva preteso solo il B.

Tutt’a un tratto vide il salame, il pane, senape e maionese come reperti. Spinse via il piatto, sollevò il ricevitore.

Questa volta le rispose una voce maschile: mezza età, colto.

«Dottor Boehlinger.»

Distaccato ma calmo. Dunque non sapevano ancora.

Il cuore di Petra correva; informare la madre sarebbe stato peggio?

«Dottore, sono il detective Connor del dipartimento di Polizia di Los…»

«Lisa.»

«Scusi?»

«È per Lisa, vero?»

«Temo di sì, dottore. È…»

«Morta?»

«Purtroppo, dottore…»

«Maledizione, maledizione, maledizione! Quel bastardo, quel lurido bastardo, quel bastardo!»

«Ma chi…»

«Lui, no? Quella spazzatura d’uomo che aveva sposato! Ce l’aveva detto! Ci aveva detto che se le fosse successo qualcosa, sarebbe stato lui! Oh Dio, la mia bambina! Oh, Gesù! No, no, no!»

«Sono deso…»

«L’ammazzo. Io l’ammazzo, quel bastardo! Oh Gesù, no, la mia bambina, la mia povera bambina!»

«Dottore», disse lei, ma non riuscì a fermarlo. Lui continuò a gridare e inveire e giurare vendetta in una voce la cui inflessione riusciva a rimanere incredibilmente quella di una persona colta.

Finalmente restò senza fiato.

«Dottor Boeh…»

«Mia moglie», sbottò lui, costernato. «Questa sera è fuori, è andata a quella dannata riunione degli ausiliari ospedalieri. Di solito capita a me di essere fuori, lei è sempre a casa. Lo sapevo! Lisa aveva paura di lui, io lo sapevo, ma mai avrei pensato che finisse così!»

Silenzio.

«Dottor Boehlinger?»

Nessuna risposta.

«Dottore? Sta bene?»

Altro silenzio, poi un «Cosa?» esile, strozzato e Petra capì che aveva pianto, stava cercando di mascherarlo.

«Cosa?» ripeté lui.

«So che è un momento terribile, dottore, ma se potessimo parlare per un…»

«Sì, sì, parliamo. Almeno finché non torna a casa mia moglie. Poi… Gesù… Che ore sono? Le undici meno venti. Anch’io sono appena tornato. Tutto il giorno a salvare la vita a un branco di imbecilli mentre la mia piccola…»

Petra trasalì assordata all’improvviso da un terribile scoppio di risa. Cercò qualcosa con cui tenerlo agganciato. «Lei è chirurgo, dottore?» gli chiese.

«Al pronto soccorso. Dirigo il pronto soccorso al Washington University Hospital. Come l’ha fatto?»

«Scusi?»

«Come. Il metodo. L’ha strangolata? Di solito i mariti uccidono le mogli sparandogli o strozzandole. Almeno così ho visto io. E lui? Come lo ha fatto?»

«Sua figlia è stata accoltellata, dottore, ma ancora non sappiamo chi…»

«Oh sì che lo sapete, mia cara… non ricordo più come si chiama. Sì, lo sapete per forza, lo sapete perché sono io a dirvelo. È stato lui. Inutile sprecare tempo a cercare. Arrestate quell’animale e avrete risolto il caso.»

«Dottore…»

«Ma lo vuole capire sì o no?» esplose Boehlinger. «Lui la picchiava! Lisa ci ha chiamato per dircelo. Un maledetto attore. Giusto un gradino sopra quello di una puttana! Troppo vecchio per lei, ma quando l’ha picchiata è stata l’ultima goccia.»

«Che cosa le ha raccontato Lisa dell’incidente?»

«Incidente!» ruggì lui. «Si era infuriato per non so che cosa e l’ha pestata. Lisa ci avvertiva che sarebbe stato in televisione, voleva che fossimo informati prima della trasmissione. Aveva detto che aveva paura di lui. Al pronto soccorso ne vedo un giorno sì e un giorno no, ma ritrovarsi con la propria figlia… Mi ha detto di essere detective, giusto? Signorina…»

«Connor. Sì, dottore, sono della polizia. E ho esperienza di violenza domestica.»

«Violenza domestica», ripeté Boehlinger. «Ci piace anestetizzarci con il politicamente corretto. Questo è pestaggio di moglie, altro che violenza domestica! Io sono sposato da trentaquattro anni e non ho mai alzato un dito su mia moglie! Prima l’abbindola con i suoi modi da principe azzurro, poi getta la maschera e diventa il signor Hyde. Aveva paura di lui, signorina Connor. Fifa blu. Per questo l’aveva lasciato. Noi l’avevamo scongiurata di tornare nell’Ohio, di non restare in quella melma psicopatica che c’è giù da voi. Ma non ha voluto, amava troppo il cinema, aveva la sua stramaledetta carriera! E guardi dove l’ha portata… Oh, Gesù, la mia bambina, la mia piccola!»

13

In preda a una vaga sensazione di nausea, ancora mezza stordita, Sharia Straight sedeva sul divano del trailer. Buell «Motor» Moran mangiava spezzatino freddo direttamente da un barattolo e finiva l’ultima birra. Sharia era ancora indolenzita, Moran era stato brutale con lei, prendendola da dietro, affondandole le dita nelle natiche. Trovò un barlume di lucidità e ricordò Billy.

Il suo caro bambino… Motor grugnì e disperse i suoi pensieri.

Gli piaceva farlo in quel modo perché così poteva stare in piedi, non doveva reggere il peso del corpo sulle mani o sforzare la schiena. L’unico vantaggio per lei era di non doverlo vedere in faccia.

Anche da dietro, puzzava. Come indumenti sporchi.

Tutta la sua vita puzzava come indumenti sporchi.

Le doleva la testa; la tequila le faceva male, specialmente quella robaccia che Motor comperava allo Stop ’n Shop. Meglio la birra, birra ed erba insieme erano il massimo, perché la facevano sentire distante dalle cose, ma non avevano più erba e lui si scolava tutta la birra.

Una bestia, Moran, un grande e grosso porco, cattivo e peloso, più grosso persino di papà. Ricordando le sue unghie nei fianchi, sapendo quant’erano nere, pensava: sporco, è sporco, anch’io sono sporca.

Era inevitabile che finisse così o c’era qualche altro modo…

Non lo sapeva, non lo sapeva.

Quella cosa calda e fetida che passava per aria all’interno del trailer era soffocante. Il pezzo di stoffa che aveva inchiodato sulla finestrella sopra il letto si era parzialmente staccato, ma vedeva solo una fettina di nero, tutti dormivano al parcheggio, doveva essere molto tardi… Che ora?

E che ora era dove si trovava Billy? Se si trovava da qualche parte e non…

Quattro mesi da quel giorno terribile e, quando glielo concedeva, il ricordo la trafiggeva come un coltello.

Il terrore di pensarlo morto.

Affettato da qualche maniaco.

Travolto da un camion su qualche strada solitaria. Quel corpicino, magro e bianco, così piccolo, era sempre stato piccolo salvo quando era appena nato e aveva quel bel faccino grasso… perché lei lo nutriva, non voleva smettere di allattarlo, nemmeno quando non veniva più fuori niente e i capezzoli le sanguinavano, ma le suore l’avevano costretta a smettere, una di loro, quella alta di cui aveva dimenticato il nome, le aveva ordinato: «Basta, ragazza. Avrai mille occasioni per sacrificarti».

Billy non c’era più. Le ci erano voluti quasi due giorni per rendersi conto che era veramente andato via.

Non era lì quand’era rientrata con Motor quella sera, ma era già successo che andasse a spasso da solo, così si era addormentata senza preoccupazioni, si era svegliata solo alle dieci dell’indomani, pensando che fosse già uscito per andare a scuola. Quand’era venuto buio anche il giorno dopo senza che ancora lo avesse visto, aveva capito che doveva essere successo qualcosa, ma era già drogata e non poteva muoversi.

Il mattino seguente, quando nessuno le portò il suo caffè istantaneo, si era resa conto che era passato troppo, troppo tempo. Come un grande coltello, il panico l’aveva infilzata e aveva cominciato a gridare in silenzio dentro di sé: Oh no, non può essere… dove, perché, chi, perché?

A Motor non aveva mai detto niente, mai gli aveva lasciato intuire che cosa sentiva dentro. Né a lui né a nessun altro.

Quel giorno, quando Motor era uscito, aveva lasciato il trailer per la prima volta da un mese a quell’ora del mattino, con il sole che le faceva male agli occhi, consapevole, ora, di avere il vestito sporco e un buco in una scarpa.

Aveva girato per Watson, aveva camminato fino ad avere i piedi gonfi.

Una giornata molto calda, un sacco di uccelli in cielo, gente che non aveva mai guardato veramente in faccia, cani e gatti e altra gente. Aveva battuto tutti i campi e i frutteti, i negozi, lo Shop ’n Shop, il Sunnyside, era stata persino a scuola, perché poteva aver trascorso la notte altrove per andare a scuola da solo l’indomani, anche se non aveva senso, perché avrebbe dovuto farlo?

Ma quante volte succedono cose che non hanno senso, aveva imparato da tempo a non attendersi un senso sempre e comunque.

E aveva camminato, e aveva cercato, aveva frugato dappertutto. Allo Stop aveva comperato una pepsi e un Payday, giusto per rifocillarsi, le arachidi erano molto energetiche.

Senza mai chiedere a nessuno se lo avevano visto, cercando in silenzio, perché non voleva che qualcuno pensasse così male di lei come madre.

Senza parlarne allo sceriffo, a lui meno che mai, perché avrebbe potuto insospettirsi, andare a perquisire il trailer, trovare la scorta d’erba.

Quella sera lo aveva detto a Motor e lui aveva detto chi se ne frega, un ragazzino scappato di casa, balle quotidiane, che diamine, anche lui era scappato a quindici anni dopo aver pestato a sangue il suo vecchio. E non aveva fatto lo stesso anche lei? Tutti scappavano, ed era ben ora che quella caccola avesse sviluppato un minimo di palle.

Ma Billy aveva solo dodici anni e non li dimostrava, piccolo com’era, Billy non era così, non era la stessa cosa di lei o di quel grosso porco di Motor, Billy era diverso.

Quel giorno che aveva cercato dappertutto, nessuno le aveva chiesto che cosa stesse facendo, dov’era Billy. Non quel primo giorno, né il secondo, o il terzo. Mai. Non una volta.

Quattro mesi ora, ancora nessuna domanda. Né a scuola, né nel vicinato. Di sicuro nessun amico perché Billy non aveva mai avuto amici, probabilmente era colpa sua perché quando lui era piccolo lei viveva in quell’altro trailer, più brutto ancora di questo, con certa gente che ancora si sforzava di dimenticare. Dio com’era ridotta. No, non pensava che qualcuno avesse fatto del male a Billy.

Era sempre stato un bambino quieto, anche da piccolo, così tranquillo, da non accorgersi nemmeno che c’era.

Lacrime le scaturirono dal profondo della testa, le inondarono le palpebre chiuse, gliele gonfiarono, la costrinsero ad aprirle un po’ per lasciar defluire il pianto.

Quando lo fece si sorprese quasi di ritrovarsi nel trailer. Non era cambiato niente, vedeva un po’ offuscati i profili del cucinino, Motor seduto laggiù a rimpinzarsi, piatti sporchi, odore acido, acidi i piatti, acido il mondo.

Dov’era il suo ometto?

Il giorno dopo la sua scomparsa aveva avuto un incubo. Aveva visto un luogo scuro e umido, una stanza di torture, un pazzo che lo trovava in giro per gli aranceti, uno di quelli di cui si sente parlare, quelli che si aggirano nei pressi delle scuole e di altri posti a rapire bambini, a farci le loro cose da pazzi, affettarli. Si era svegliata tutta tremante e sudata, con il ventre che le ardeva come se avesse ingoiato fuoco.

Motor russava mentre lei guardava il sole schiarire la stoffa inchiodata sulla finestra del trailer. Troppo spaventata per muoversi. O pensare. Poi le era tornata alla mente la camera di tortura e le era venuto il voltastomaco. Era corsa in bagno a vomitare, cercando di farlo senza rumore, per non svegliare Motor.

Tutte le notti per una settimana si era svegliata da brutti sogni in un bagno di sudore.

Devastata da rimorso e paura, quell’orribile persona che era, la peggior madre del mondo, mai avrebbe dovuto diventare madre, mai avrebbe dovuto venire al mondo lei stessa per tutte le disgrazie e le brutture che aveva provocato nel mondo, meritava di essere sbattuta da dietro da un porco…

Gli incubi erano finiti quando aveva trovato che i soldi Tampax erano scomparsi e aveva capito che cos’era successo.

Una fuga. Un piano.

Aveva risparmiato per molto tempo, nascondendo il denaro a Motor e a tutti quelli prima di lui.

Per che cosa?

Giusto in caso.

In caso di che cosa?

Niente.

Meglio che i soldi li avesse presi Billy. Diciamocelo, lei non li avrebbe mai usati, non meritava di usarli, la peggior madre del mondo intero.

Forse non la peggiore, c’era sempre quella ragazza che aveva annegato i suoi due bambini nel lago, quella era peggiore di lei. E in TV ne aveva vista un’altra che si era buttata dalla cima di un palazzo tenendo il suo neonato tra le braccia. Eccone un’altra peggiore.

C’erano quelli che bruciavano i propri figli o li picchiavano, oh lo sapeva bene, lei, ma aveva poco da rallegrarsi se per trovare termini di confronto peggiori di sé doveva ricorrere a personaggi come quelli, giusto?

La verità era che le mancavano le attenuanti.

Per forza Billy aveva dovuto scappare.

Nessuna via di fuga per lei, lei non era abbastanza intelligente, non era abbastanza brava, come diceva sempre papà: qualcosa che manca, battendosi la testa con la mano.

Per dire che era stupida o mezzo matta.

Non era vero, però…

Pensava giusto quando non era fatta.

D’accordo, leggere le era difficile, non era certo forte con i numeri, ma sapeva pensare, questo sì. Lei stessa talvolta non capiva le cose che faceva, ma non era matta. Tutt’altro.

Meglio non pensare… ma dove poteva essere scappato Billy?

Così piccolo e magro.

C’era poco da meravigliarsi, da quel punto di vista, guarda da chi era venuto fuori!

Era ben strano com’era andata. Perché di solito a lei piacevano quelli grossi. Grossi come papà. Bisonti, come Motor e altri. Nomi e volti, quelli finivano dimenticati… tutti quei giocatori di football e quei lottatori, tutti grandi e grossi, tutti a farle quello che papà sospettava che facessero, papà che la picchiava sul sedere anche se non aveva nessuna prova.

Avrebbe voluto spiegarlo a papà: Non è fregola, è la sola occasione di avvicinarmi a gente con uno scopo.

Non si davano spiegazioni a papà.

Uno scopo… era passato molto tempo dall’ultima volta che aveva pensato al futuro.

Troppi anni di cose andate storte.

Con una solitaria notte di dolcezza, il più bel bimbo del mondo, e quelle suore erano burbere ma erano state buone con lei, aveva sentito il loro affetto anche se sapeva che avrebbero voluto che rinunciasse a Billy.

Nemmeno a parlarne, Billy era suo e suo restava.

Mandò giù come una caramellina il ricordo del faccino tondo di Billy appena nato. Aveva diritto a uno zuccherino anche lei, no?

Quella notte, quella notte di…

Quanto più giovane, quanto più bella, più snella, sdraiata nel frutteto dopo mezzanotte. Scelta sua di stare soia… forse è da lì che aveva preso Billy!

Forse erano uguali almeno in una cosa!

Si ritrovò a sorridere ricordando quella notte, quella volta in cui aveva veramente sentito qualcosa. Il calore tra le gambe, un calore che le si era diffuso in tutto il corpo, la durezza del terreno che non le faceva alcun male alla schiena.

Gli aranci verdi come vetro di bottiglia, nella luce della luna, innevati di fiori perché era stagione, tutto il frutteto fragrante di quel profumo cremoso e dolce, un cielo splendido, scuro con un alone di bella luce sopra di lei perché la luna era grande e gonfia e dorata e gocciolava luce, come una frittella grondante di burro.

Lei sdraiata là sotto, dopo che lui l’aveva baciata e le aveva detto scusami, devo andare, e lei aveva ancora la gonna sollevata, un’onda di gonna.

Poi una vibrazione, forte, vicina, mentre un inseguirsi veloce di nuvole nascondeva la luna.

Cicale, a milioni, dappertutto nell’aranceto.

Aveva sentito storie sulle cicale ma non le aveva mai viste.

Nemmeno dopo.

Quella volta sì, quell’unica volta.

Forse era stato un sogno, forse tutta quella notte era un sogno…

Insetti enormi come quelli avrebbero dovuto spaventarla.

Due volte più grossi delle luccicanti, nere api selvatiche che la terrorizzavano quando schizzavano fuori dal nulla.

Le cicale erano ancora più rumorose, una miriade, avrebbe dovuto sentirsi paralizzare dalla paura.

Invece no, distesa sulla schiena, sentendosi dolce e femmina, sentendosi come un secchio di polline e miele, aveva guardato le cicale posarsi sui filari di aranci, uno dopo l’altro, riempiendo tutto il frutteto, come pieghe di una coperta grigio marrone.

Che cosa stavano facendo? Mangiavano i fiori? Rosicchiavano le minuscole arance verdi, che erano aspre e dure come legno?

Invece all’improvviso se n’erano andate, erano sfrecciate nel cielo ed erano scomparse come una tromba d’aria dei cartoni animati e gli alberi erano ridiventati quelli di sempre.

La notte delle cicale.

Magica, quasi come se non fosse mai stata.

Invece c’era stata. Lei ne aveva la prova.

Dov’era Billy?

14

Lisa, troia cocainomane.

Balla con me e vedi che cosa succede.

Balla intorno a me e vedi che cosa succede.

Oh, la gioia.

Ode alla gioia… non era Bach?

Odiava Bach. In ospedale dove avevano portato sua madre quando aveva dovuto mettersi un casco da football suonavano Bach e altre stronzate classiche.

Per dare sollievo ai pazienti.

Pazienti. Carcerati piuttosto.

Lisa aveva cercato di farlo ammattire.

Aveva cercato di condurre.

Oh, quell’espressione sul suo viso… balla con me, cara.

15

La registrazione del caso di violenza coniugale andò in onda durante tutti i notiziari delle undici: Lisa e Cart Ramsey, invidiabili e abbronzati, immersi in un ribollire di Jacuzzi, sul green di casa a imbucare palline, in sella a cavalli di razza a esibirsi in un numero alla Roy Rogers-Dale Evans, occupati in pudiche effusioni a uso del paparazzo di turno. Lisa nei panni di reginetta di bellezza e di sposa affascinante, inframmezzata da brevi sequenze in cui appariva in primo piano il suo volto dopo il pestaggio.

Poi la voce tetra dei commentatori nella descrizione della brutalità delle ferite inferte alla vittima, alla quale seguiva il portavoce del dipartimento, un fotogenico capitano di Parker Center che si chiamava Salmagundi, abile nel rispondere alle domande senza dare alcuna risposta.

Petra guardò il telegiornale seduta al tavolino nell’angolo della prima colazione, davanti a metà di un altro sandwich, sentendosi violentata.

Dopo la telefonata con il dottor Boehlinger aveva cercato di dipingere. Un paesaggio desertico al quale lavorava da mesi, strisce di terra di Siena e terra d’ombra sostenute da tracce di ocra rossa, palpiti di lavanda come sottintesi, lampi di nostalgia delle escursioni con suo padre. E mentre dava colpetti di pennello era certa che stesse funzionando.

Ma quando si era allontanata dalla tela aveva visto solo fango e quando aveva cercato di rimediare i suoi interventi erano stati goffi, come se a un tratto le si fossero intorpidite le mani.

Mentre lavava i pennelli, aveva acceso la televisione pensando di nuovo al dottor Boehlinger, alla madre che doveva ancora rincasare.

Chissà com’era perdere un figlio. Un figlio vero.

Chissà com’era avere un figlio, e quella riflessione aveva spalancato le porte dell’inferno sul ricordo delle sensazioni della gravidanza, quella sensazione quasi schiacciante di importanza.

A un tratto piangeva, fiotti di lacrime inarrestabili. Una reazione incontrollabile, se non per un angolo minuscolo del suo emisfero sinistro, che osservava e criticava: Che cosa diavolo ti ha preso?

Già, che cosa?

Solo dopo qualche rantolo era riuscita a dominarsi e si era asciugata rabbiosamente gli occhi con un fazzoletto di carta.

Dio, che spettacolo, che disgustoso patetismo! Il povero John Everett Boehlinger e sua moglie avevano perso un essere umano e tu stai lì a compiangerti come se la cosa espulsa dal tuo utero avesse anche solo una lontana sembianza umana.

Una pallottolina di polpa grossa come un acino d’uva in uno sciroppo di sangue.

Un grumo di sanguinolento potenziale, a galleggiare nell’acqua del water mentre lei in ginocchio si torceva nel dolore dei crampi e nei conati di vomito, provando per Nick odio abbastanza da desiderare di ucciderlo, per essere responsabile di quanto le stava accadendo.

Perché lo era, ne era certa. Lo stress, la gelida disapprovazione.

Averla piantata, il contrario preciso di quanto aveva promesso. Per aver saputo che lei era cresciuta senza una madre, che suo padre si stava consumando in un sanatorio di Tucson, che restare sola per lei sarebbe stato inferno autentico, mai e poi mai lui l’avrebbe abbandonata.

Forse era stato sincero quando aveva giurato.

Un uovo fecondato aveva il potere di cambiare ogni cosa.

Credevo che fossimo d’accordo, Petra! Prendevamo precauzioni, santo cielo!

Una sicurezza al novanta per cento non è il cento per cento, caro.

Allora perché non hai usato qualcosa di più affidabile?

Credevo che andasse bene… Stava chiedendo scusa? Davvero si stava scusando?

Splendido, Petra. Mandare a farsi fottere la tua vita e la mia così, per una svista. E tu saresti una donna istruita! Come hai potuto fare una cosa così stupida?

Sanguinolento potenziale. Dolori così spaventosi che le sembrava che la stessero squartando. Aveva appoggiato la guancia alla fredda porcellana del water, aveva fatto scorrere l’acqua, aveva ascoltato il gorgoglio che se lo portava via.

Sola, quasi incapace di reggersi in piedi, era montata in macchina per recarsi all’ospedale. Analisi, dilatazione e raschiamento, altri test, tre giorni in una cameretta di fianco a una donna che aveva appena dato alla luce il quarto figlio. Due maschi, due femmine, una girandola di parenti, cicciccì e tututù.

La cartolina di Nick era arrivata due settimane dopo. Tramonto su spiaggia. Santa Fe. Mi prendo un po’ di tempo per pensare. Non l’aveva più rivisto.

Lo squarcio apertosi nella coscienza di Petra si era ampliato, la zona di vuoto si era dilatata abbassando la sua soglia di immunità. Altri crampi, febbre, un’infezione, di nuovo in ospedale.

Controllo ambulatoriale. A gambe sollevate, spalancate, troppo provata per provare umiliazione.

La mesta solidarietà del dottor Franklin. Andiamo a parlare in ufficio. Disegni e fotografie.

Incapace di concentrarsi più di quanto lo fosse stata durante le tante, nebulose lezioni di igiene al collegio, aveva recitato la parte della finta tonta.

Che cosa mi sta dicendo? Sono sterile?

Franklin non era riuscito a continuare a guardarla negli occhi, aveva abbassato lo sguardo. Proprio come gli indiziati quando stanno per mentire.

Nessuno può dirlo con certezza, Petra. Oggi esistono molte procedure alternative.

Aveva buttato nel cesso la vita, aveva buttato nel cesso il suo matrimonio.

E aveva imboccato una carriera piena di morte. Usare il cordoglio altrui come monito costante sulla relativa pochezza delle proprie disgrazie le sarebbe stato di sostegno, giusto? In quel senso c’era da compiacersi dei più alti gradi di efferatezza, tanto peggio tanto meglio.

Allora perché diavolo stava piangendo? Erano anni che non piangeva.

Il caso in corso? Era appena iniziato, lei non aveva alcun rapporto con la vittima.

Poi aveva udito il nome di Lisa e i suoi occhi doloranti erano tornati allo schermo dove scorrevano le sequenze della vecchia registrazione. Si era sentita stupida per essersi sorpresa: come avrebbe potuto essere altrimenti? Ora milioni di persone guardavano quei sessanta secondi di registrazione che a lei e a Stu erano stati preclusi.

Aveva visto il telegiornale anche Stu? Sapeva che si coricava sempre di buon’ora, specialmente quando doveva recuperare qualche notte in bianco. In tal caso avrebbe voluto essere informato. Così pensava.

Telefonò alla sua abitazione di La Crescenta. Rispose Kathy Bishop, mogia.

«Ti ho svegliata? Scusa…»

«No, siamo in piedi, Petra. L’abbiamo visto anche noi. Ti passo Stu.»

Nemmeno un tentativo di scambio, eppure a Kathy piaceva chiacchierare. Diversa anche lei. Problemi coniugali? No, non era possibile, i Bishop erano il manifesto stesso della Solidità Matrimoniale, non mi deludere, Signore.

«Mi ha appena chiamato Schoelkopf», annunciò Stu. «Cito a memoria: ‘Evitiamo un altro letamaio alla O.J. Nel mio ufficio alle otto’.»

«Giusto per farti dormire sonni tranquilli.»

«Infatti. Com’è andata l’ambasciata?»

«Ho parlato al padre. Detesta Ramsey, da non poterlo vedere. È sicuro che sia stato lui.»

«Sulla base di qualche fatto?»

«Le botte. Dice che Lisa aveva paura di Ramsey.»

«Paura di che cosa da parte sua?»

«Non è stato esplicito.»

«Va bene. Ci vediamo alle otto.»

«Che cosa pensi della trasmissione in TV?»

Silenzio. «Immagino che possa tornarci utile. Ramsey diventa un indiziato di fatto e i pezzi grossi non vorranno fare la figura degli stupidi per averlo trascurato.»

«Non hai tutti i torti», commentò lei.

Silenzio.

«Va bene, non ti trattengo, ma c’è ancora una cosa. Boehlinger è direttore di un pronto soccorso, dev’essere uno abituato ad agire di testa propria. Sono sicuro che lui e sua moglie verranno giù al più presto. Lui odia Ramsey. Potrebbe decidere di passare alle vie di fatto.»

«Mmm», fece lui, come manifestando modesto interesse. Aveva reagito così anche al libro della biblioteca. Era lei a essere giù di forma? «Girala al capitano. Lui ha il cuore grande.»

Martedì, ore 07.57.

Edmund Schoelkopf sembrava più latino che teutonico, un cinquantenne basso che teneva alle apparenze, con labbra delicate, liquidi occhi neri, folti capelli di un corvino che poteva essere artificiale e che portava pettinati all’indietro a scoprire una fronte sfuggente e non molto alta. La sua pelle aveva il colore del pane integrale. Indossava copie di completi in doppiopetto di Armani e cravatte aggressive, che gli davano l’aria di un ex poliziotto passato ai servizi privati di guardie del corpo. Ma aveva trascorso ogni momento della sua vita lavorativa al dipartimento di Los Angeles e probabilmente non se ne sarebbe distaccato fino al giorno di andare in pensione.

Il suo ufficio rientrava nell’ordinaria amministrazione, il solito miscuglio di dotazioni municipali e donazioni di enti pubblici e privati. Fece accomodare Stu e Petra.

«Caffè?» La sua voce da basso aveva la sonorità arrochita del primo mattino, quasi inclassificabile in un registro umano. Sulla parete alle sue spalle c’erano i soliti grafici e le topografie con gli spilli. Ondate di criminalità che si riuscivano ad arginare ma mai a domare.

Il caffè sapeva di bruciato. Era previsto che rifiutassero e così fecero. Schoelkopf spinse la poltrona all’indietro e accavallò le gambe nei calzoni dalla piega perfetta.

«Sentiamo», esordì, tenendo per il momento a freno il tono di basso.

Stu gli riferì della visita a casa di Ramsey e Petra lo aggiornò sul suo colloquio con Patsy K., la perquisizione dell’appartamento e la verifica presso i vicini, la notifica della morte di Lisa al dottor Boehlinger. Messa così, sembrava che avesse lavorato molto più lei che Stu. Era vero. A lui sembrava non importasse niente, continuava a guardarsi intorno. Anche Schoelkopf appariva distratto, non reagì nemmeno quando Petra gli raccontò della droga trovata da Lisa.

«Il padre getta tutta la colpa su Ramsey, signore», concluse. «È chiaro che lo detesta.»

«Anche tu, se fossi al suo posto. Dunque… comincerete controllando quel nero allo studio, quel Darrell.»

«Senz’altro. E se Boehlinger decidesse di intromettersi?»

Gli occhi neri di Schoelkopf si fissarono sul centro della fronte di Petra. «Ce ne occuperemo se accadrà. Per ora dedichiamoci alla raccolta di dati. So che la Scientifica ha preso tutto quello che c’era da prendere, ma abbiamo per le mani niente che assomigli anche alla lontana a una prova concreta?»

Petra stava per scuotere la testa, ma fu preceduta da Stu. «Petra ha trovato qualcosa di interessante», disse il detective. «Un libro di biblioteca, in un posto elevato di qualche decina di metri sul luogo dove c’era il corpo. E ci sono altri elementi che indicano che lì c’era qualcuno almeno fino a poco tempo prima. C’è una formazione di rocce…»

«Ho visto le foto», lo interruppe Schoelkopf. «Quali altri elementi?»

Petra aveva chiuso i pugni. Cercava gli occhi di Stu, ma lui guardava il capitano. Qualcosa di interessante?

«Spiegami questi altri elementi, Barbie», la esortò Schoelkopf.

«Confezioni per generi alimentari», rispose. «Come quelle di un fast food. Briciole di carne trita, forse un taco. Orina su una delle rocce…»

«Qualcuno che mangia e piscia e legge?» sbottò Schoelkopf. «Che tipo di libro da biblioteca?»

«Presidenti degli Stati Uniti.»

Lui parve esserne irritato. «Prelevato di recente?»

«No, signore. Il timbro è vecchio di nove mesi.»

«Oh, andiamo, mi sembrano tutte stronzate.» Si versò caffè in gola. Il bicchierino fumava. Non poteva non essersi scottato. «Che cosa ti fa pensare che la persona che si trovava lassù c’era stata da poco?»

«La carne non era secca.»

«Una briciola di carne?»

«Qualche briciola. Carne trita.»

«Quanto impiega la carne trita a diventare secca?»

«Non lo so.»

«Non lo so nemmeno io, ma scommetto che varia a seconda della quantità di grasso che c’è nella carne, della temperatura e dell’umidità del luogo in cui si trova, Dio solo sa che cosa cazzo d’altro. E l’orina?»

«Secondo i tecnici era…»

«Siamo in un parco», tagliò corto Schoelkopf. «La gente ci va per mangiare e prendere una boccata d’aria, magari farsi una pisciatina quando non c’è nessuno in giro a guardare. Ci sono tavoli da picnic non lontano dal luogo del ritrovamento, giusto?»

«Sì, ma non in quel posto, capitano. Quelle rocce…»

«C’è gente che non ha voglia di fare la fatica di trovare un gabinetto. Ce n’è uno nei paraggi?»

«Appena oltre i tavoli da picnic.»

«La gente è pigra… Va bene, vedo che la carne e la pipì ti prendono bene, ma il libro mi dice che stai abbaiando all’albero sbagliato. Perché era buio, Barbie. Ti pare che uno se ne vada lassù per mettersi a leggere al buio?»

«Potrebbe essere arrivato presto ed essersi trattenuto fin dopo il tramonto…»

«Perfetto. Abbiamo un intellettuale che si interessa di scienze politiche e sta leggendo un libro sui presidenti Dio solo sa perché, tanto sono uno più becero dell’altro, e poi mangia, orina e mette giù la testa su una bella pietra e si addormenta. E si sveglia, guarda caso, giusto in tempo per vedere la fanciulla che viene affettata. Mi può anche andare. Dunque dov’è? È il tuo testimone.»

«Non stiamo dicendo che il libro abbia necessariamente una relazione con il cibo», obiettò lei. «È stato trovato un po’ lontano da…»

«Ehi», esclamò Schoelkopf, «se vuoi un regalo da Babbo Natale, benissimo. Ma per quel che ne sappiamo noi dietro quelle rocce c’era Ramsey, era lui che si masticava un hamburger e sprizzava qua e là, mentre aspettava che arrivasse lei. Lei compare, lui le salta addosso.»

«Da com’era vestita, capitano, è presumibile che avesse un appuntamento galante.»

«Con chi?»

«Forse Ramsey. Quando siamo stati a casa sua, non abbiamo trovato la macchina che usa normalmente, una Mercedes. Se ci è permesso fare domande, forse possiamo scoprire dov’è andata a finire.»

Schoelkopf si drizzò di scatto in poltrona. «Non pensate che vi sia permesso?»

Petra non rispose.

«C’è stata raccomandata prudenza», intervenne Stu.

«E che cosa cazzo c’è di male? Mai sentito parlare dell’Orenthal James S. detto Guardacometeloschiaffoinculo? Ricordate che fine fanno gli imprudenti?»

Silenzio.

Schoelkopf bevve altro caffè ma rimase proteso in avanti. «Procederete secondo le regole dopo che avremo stabilito sulla base di quali prove ci si deve muovere. Torniamo al vostro copione, diamo per scontato che aveva appuntamento con qualcuno e che per una ragione o per l’altra l’incontro avviene al parco. Ramsey, droga, o ha una tresca con un uomo sposato. O se la intende con qualcuno di qualche club sadomaso, chi diavolo può saperlo. E ammettiamo che il vostro presunto testimone oculare fosse dietro quelle rocce. Che genere di testimone si nasconde nei parchi di notte e piscia per terra? Assiste a un brutale omicidio e non ci chiama. Abbiamo il nostro Cittadino Modello?»

«Forse un senzacasa…» cominciò Petra.

«Brava», si complimentò Schoelkopf. «Uno sbandato, uno che non ha tutte le rotelle a posto. Nessuna persona sana di mente, nessuna persona con le carte in regola, se ne starebbe di notte da solo al Griffith Park. Questo vuol dire che abbiamo a che fare con un vagabondo o un barbone o magari persino con l’autore stesso di questa bella impresa. Sì, sono pronto anche a digerire la storia di un barbone che legge le biografie dei presidenti d’America, ma finché non mi avrete trovato una pista solida non autorizzerò nessuna divulgazione di questi particolari perché in questo caso non faremo la figura degli idioti.»

«Non mi aspettavo niente di diverso, capitano», ribatté Petra.

Schoelkopf si accarezzò il labbro superiore. Aveva mai avuto i baffi? «Bene. In conclusione mi state dicendo che non abbiamo un cazzo di niente. Fatemi analizzare tutto quanto. Carne trita, libro, pipì, ma non lasciatevi distrarre perché la pista è debole. E trovatemi la macchina della vittima, perdio! Frattanto ecco che cos’ho fatto io per voi nel mondo reale: mi sono assicurato che il coroner assegnasse al caso un patologo competente e non una delle solite affettatrici a mano. Ho chiesto a Romanescu di fare personalmente da coordinatore e lui ha accettato, ma chi diavolo si fida di uno che lavorava per i comunisti? Lo stesso per i tecnici. Ho chiesto a Yamada di dirigere le operazioni nella speranza di non ritrovarci con il culo per terra per colpa di qualche sbiellato, qualche altro travestito del cazzo come sapete chi intendo, e potete scommettere che la stampa non aspetta altro. Dovrebbero darci qualche preliminare tra non molto, tenetevi in contatto. Quello che sto dicendo è quanto segue: ogni traccia di fibra e sostanza di qualunque genere verrà microanalizzata a livello atomico. Non venitemi a raccontare che il novantanove per cento delle volte i risultati della Scientifica sono inutili, lo so da me, ma dobbiamo mettere in cascina tutti i fondamentali. Sulle mani della vittima non sono state trovate ferite difensive, ma questo non significa che non abbia offerto la minima resistenza, dunque preghiamo con tutto il cuore che da qualche parte sia finita una dannata molecola di liquido organico con una storia da raccontarci.»

Si grattò un incisivo con l’unghia. «Niente graffi su Ramsey, eh?»

«Niente di visibile», confermò Stu.

«E voi toglietevi pure dalla testa di obbligarlo a togliersi i vestiti di dosso in tempi brevi», li ammonì Schoelkopf. Gli occhi neri scesero sui messaggi telefonici. «Almeno non siamo di fronte a un problema razziale. Per ora.»

«Per ora, capitano?»

Schoelkopf prese il bicchierino vuoto, ci guardò dentro, meditando sulla plastica. «Quest’uomo di colore, questo Darrell. Non sarebbe un bel colpo? Che cos’altro sappiamo di lui?»

«La cameriera ha detto che lavorava con Lisa. E che era più anziano di lei. Come Ramsey.»

«Dunque ha voglia di scoparsi suo padre. Buttami giù quattro righe per il corso di psicologia.» Schoelkopf posò il bicchierino, li fissò entrambi, poi guardò altrove. «Secondo punto all’ordine del giorno: ieri sera alle dieci mi chiama Ramsey. Lui in persona, non qualche avvocato, e l’operatrice al servizio di segreteria decide saggiamente di passarmelo. Prima mi espone il suo cordoglio, dice tutto quello che può fare per essere d’aiuto. Poi mi racconta del pestaggio, lo passeranno in televisione questa sera, vuole spiegarmi che è successo una volta sola, non si stava scusando, ma è stata una volta sola. Dice che c’è un risvolto sempre passato sotto silenzio, lei gli ha dato uno spintone e lui si è incavolato. Ha detto che è la cosa più stupida che abbia mai fatto in vita sua, era pieno di vergogna.»

Schoelkopf ruotò un dito nell’aria. «E cazzecetera.»

«Per coprirsi il posteriore», commentò Stu. «A noi non ne ha parlato.»

«È una star», mormorò Petra. «Conferisce solo con i superiori.»

Il colorito di Schoelkopf s’intensificò. «Sì, è evidente che quel bastardo sta cercando di operare un’impasse, chiamando senza uno scudo legale. Questo mi dice che pensa di essere più furbo di quello che è. Quindi se riusciamo a procurarci qualche prova sostanziale, forse c’è modo di strappargli il terreno da sotto i piedi. Non che potremmo venircene fuori allo scoperto senza che quello ci piazzi davanti un avvocato a parlare per conto suo così veloce che neanche Michael Jackson cambia faccia tanto in fretta. Intanto però contrattacchiamo con un’impasse anche noi. Ecco che cosa intendo per contesto: niente mosse premature, nessuna possibilità che ci accusino di pregiudizio.»

«Quella trasmissione televisiva…» cominciò Petra.

«Vi offre una buona ragione per parlare con lui di tante cose, ma allo stesso tempo dovrete aver effettuato un’esauriente verifica di tutti gli omicidi analoghi. Sto parlando di due anni. Anzi, facciamo tre. In tutti i distretti cittadini. Resoconti scritti assolutamente precisi.»

Petra era sbigottita. Era un incarico che avrebbe richiesto non ore, bensì giorni a tavolino. Lanciò un’occhiata a Stu.

«Di che tipo di analogie stiamo parlando?» volle sapere lui.

«Cominciamo con le ragazze con ferite multiple da coltello», rispose Schoelkopf. «Ragazze uccise nei parchi, bionde uccise nei parchi, tutto quello che c’è, i detective siete voi. E non mancate di controllare se c’è qualche accoltellatore nuovo che opera nelle zone extraurbane intorno al parco, per esempio Burbank, Atwater. Magari Glendale, Pasadena… sì, senz’altro Glendale e Pasadena. La Canada, La Crescenta. Cominciate da lì.»

Né Stu né Petra aprirono bocca.

«E strappatevi quel broncio dal muso», li redarguì Schoelkopf. «Questa per voi è una polizza d’assicurazione. ‘Sì, signor Blabla, avvocato della difesa, abbiamo guardato bene in ogni pieguzza e rughina prima di schiaffarlo nel culo al signor Ramsey.’ Pensateci bene. Pensate alle vostre facce in televisione, a quel bel programma sulla giustizia dell’amico Mark Fuhrman, non so dove nell’Idaho. Perché ci siete voi in prima linea, a meno che il caso diventi troppo grosso e noi non lo risolviamo e allora lo passano alla divisione Criminale giù alla Centrale.»

«Cosa che possono fare comunque», osservò Stu.

Schoelkopf fece un sorriso omicida. «Tutto è possibile, Ken. Ecco perché il nostro lavoro è così simpatico.» Cominciò a sfogliare i messaggi telefonici.

«Qual è la procedura con Ramsey?» chiese Stu. «Aspettiamo di aver visionato tutti gli analoghi prima di avvicinarlo o ci è permesso cominciare da subito?»

«Di nuovo quel permesso? Voi due pensate che questa cosa vi sia imposta?»

«Desidero solo non fraintendere le regole del gioco.»

Schoelkopf alzò gli occhi. «La sola regola è usare il cervello. Sì, dannazione, parlate a Ramsey. Se non lo fate, ci mettono in croce lo stesso. Ma contemporaneamente farete anche i vostri compitini a casa. Se no Dio per che cosa avrebbe inventato gli straordinari?»

Raccolse uno dei messaggi in una mano e il ricevitore nell’altra, ma Stu rimase seduto e Petra lo imitò.

«Quanto a Ramsey, ho delle fonti agli studi cinematografici…» disse Stu.

«Qui vedo un problema», replicò Schoelkopf alzando di nuovo la testa. «Quelli del cinema sono un branco di teste di cazzo con mezzo miglio di lingua. Il fatto che le tue fonti siano pronte a parlare con te significa che non sono brave a tenere la bocca chiusa, giusto?»

«Questo è vero in ogni caso…»

«Il nostro non è ogni caso.»

«Che cosa gli impedisce di rivolgersi comunque alla stampa, capitano?» domandò Petra. «Se le testate scandalistiche cominciano a spargere denaro potrebbero scatenare un coro inarrestabile. Dobbiamo fare la posta ai telegiornali?»

Gli incisivi superiori di Schoelkopf si affondarono nel labbro inferiore. «E va bene, scegliti una o due di quelle fonti, Ken», concluse come se Petra non avesse parlato. «Ma sappi una cosa: sarai giudicato. Parla con quel nero, vedi che cosa c’è sotto. Meglio prima che dopo. Buona giornata.»

16

Ho gli occhi chiusi e sto pensando quando mi sento qualcosa addosso. Sono formiche, mi camminano sopra, forse hanno sentito l’odore degli Honey Nut. Salto in piedi e le sbatto via, calpesto tutte quelle che posso. Se qualcuno mi sta guardando, penserà che sono impazzito.

Dopo quello che ho visto non mi sento tranquillo nemmeno al parco, ma non ho alternative. Per un secondo m’immagino che mi trovi, che mi insegua e mi blocchi da qualche parte. Ha il coltello, lo stesso, mi afferra e me lo pianta dentro. Il cuore balza incontro alla lama.

Perché mi viene un’idea così?

Sono le 11.34, devo smettere di pensarci. Apro il libro di algebra, risolvo equazioni nella mente. Cercherò di mangiare, magari un pezzo di carne secca, e all’una scenderò a quel cancello nel recinto, vediamo se il lucchetto è sempre aperto.

Ce l’ho fatta. Superquiete su in Africa. Cinque dollari in tasca. Il resto dei miei soldi avvolti nella plastica e sepolti.

Fa caldo, l’estate arriva presto. Tanti animali assonnati, quasi tutti nascosti nelle loro grotte. Non c’è molta gente, qualche turista, soprattutto giapponesi, e mamme giovani con neonati in carrozzina. Ho con me un quaderno e una matita per dare l’impressione di essere qui per un compito che mi hanno dato a scuola. Non ho un odore troppo cattivo all’aperto. Nessuno mi guarda in modo strano e c’è qualcuno che addirittura mi sorride, un paio di turisti, un uomo e una donna, americani, anziani, un po’ sghembi, con un sacco di macchine fotografiche e una mappa dello zoo, dove sembra che non si raccapezzino. Sarà che gli ricordo qualche loro nipotino o che so io.

Io continuo a risalire l’Africa, quasi tutte le bestie dormono, ma non m’importa, è bello camminare senza esserci costretti. Un rino è fuori, ma mi guarda storto, così vado dove ci sono i gorilla.

Quando ci arrivo, è una scena.

Ci sono due giovani mamme dai gorilla, con l’aria disgustata, una si dà manate sulla camicetta e strilla: «Oh, che schifo, che schifo!» e l’altra sta tirando indietro in fretta e furia il suo passeggino. Poi se la battono a tutta birra verso il Nord America.

Vedo subito perché.

Merda. Per terra, dappertutto vicino al recinto dei gorilla.

Ce ne sono cinque fuori, quattro che se ne stanno seduti a grattarsi e a sonnecchiare e uno in piedi come fanno loro, tutto curvo con le mani che quasi toccano terra. Una femmina. I maschi hanno teste gigadontiche e una striscia argentata giù per la schiena.

La femmina si mette a passeggiare, si ferma a controllare che cosa fanno gli altri gorilla, si gratta, fa qualche altro passo. Poi si china e raccoglie un gigantesco pezzo di merda.

E lo scaglia.

Mi passa vicino alla testa, ma mi manca e finisce per terra, molto vicino a me. Esplode in una polvere puzzolente. Un po’ mi finisce sulle scarpe. Le scrollo per pulirle e vedo volare un altro pezzo. E poi un altro.

«Idiota!» mi viene da urlare. Non c’è nessuno.

La gorilla incrocia le braccia sul petto e mi guarda e giuro che sorride, come se fosse non so quale spassosissimo scherzo da gorilla.

Poi mi punta il dito contro. Poi raccoglie un altro pezzo.

Me ne vado. Il mondo è impazzito.

Compro una limonata a un distributore automatico e me ne vado in giro bevendo e sperando che tutta quella polvere di merda venga via, perché sono veramente stufo di cose schifose.

Forse andrò a visitare i rettili, là dentro c’è fresco e penombra e sarebbe bello se vedessi un altro serpente reale con due teste.

Per la via incrocio gli stessi due nonnetti che stanno uscendo e mi sorridono di nuovo, sempre con quell’aria confusa. Passo davanti a boa e anaconda, vipere e lucertole, serpenti a sonagli, aspidi e cobra. Mi trattengo un po’ a guardare un pitone albino, enorme e grasso, con squame bianche, un po’ rosa, e strani occhi rossi.

Rivedrò la sua brutta faccia pallida nei miei sogni questa notte?

Non sarebbe un male se riuscissi a convincerlo a mangiarsi PLYR 1.

Mentre sono lì a guardare mi vedo come il Grande Ammaestratore di Serpenti, che comunica con i rettili tramite la sua forza mentale. Chiamo il Pitone Albino a stringersi intorno a PLYR 1, così me lo schiaccia, me lo spreme come succo d’arancia.

Sapere che cosa sta per succedere. È peggio che morire. Sapere.

Un po’ più tardi, vicino allo zoo, accanto a un campo giochi che dev’essere per i bambini più piccoli che si stufano degli animali, trovo un orto circondato da una corda.

Mais e fagioli e pomodori e peperoni. Il cartello dice che è per le bestie, così hanno cibo fresco. Ho visto gli scimpanzé mangiare pannocchie, quindi forse lo fanno anche i gorilla, e allora mi viene un’idea.

Anche a me piace il mais, le pannocchie dolci fatte lesse, però a casa non lo si mangiava mai. Una volta a scuola avevano organizzato un picnic per il Ringraziamento in cortile, tacchino e mais e patate dolci con marshmallow per chi aveva da pagare. Tutto impilato su tavoloni lunghi, con le mamme in grembiule a distribuire. Io ci sono andato a dare una occhiata anche se non avevo i soldi per comperare qualcosa. Mi sono trattenuto fino alla fine, ho trovato un paio di monetine da un quarto e le ho usate per giocare alle macchinette, ma quanto a mangiare era fuori questione, ci volevano cinque dollari.

Una delle signore ai tavoli, però, mi ha visto che guardavo le pannocchie e me ne ha data una intera, color giallo margherita e luccicante di burro, con una coscia di tacchino che ci avrebbe mangiato una famiglia intera. Me ne sono andato sotto un albero ed è stata la più bella festa del Ringraziamento che ho mai avuto.

Ora mi avvicino all’orto e guardo in giro.

Via libera.

Scavalco la corda, vado diritto al mais, stacco tre pannocchie e me le ficco in tasca. Sporgono, così le nascondo sotto la maglietta, riscavalco come se nulla fosse e mi allontano adagio finché trovo un bagno.

Entro in uno dei box, chiudo la porta, mi siedo sul coperchio e tiro fuori le pannocchie, le sbuccio togliendo le foglie e quella barbetta e mi chiedo che sapore avranno i chicchi crudi.

Buoni. Duri, da sgranocchiare, niente di così delicato come il mais bollito con il burro, ma hanno il sapore giusto, dolce. Faccio fuori due pannocchie in fretta, la terza più lentamente, masticando molto e mandando giù tutto mentre leggo le parolacce che ci sono scritte sui muri. Quando ho finito lecco tutto il sapore di mais dai torsoli, li lascio in un angolo del box, faccio pipì e uso il lavandino che c’è fuori per lavarmi faccia e mani. Poi mi arrotolo i jeans e mi lavo un po’ anche le gambe.

Ho mal di pancia, ma diverso dal solito.

Troppo pieno. Ho fatto indigestione.

Ora il tuo pranzo è mio, gorilla.

La vendetta è dolce come il mais!

17

Mentre tornavano in sala operativa, Stu commentò: «L’ha picchiata una volta sola. Che uomo».

«Passarci sopra per rivolgersi direttamente a Schoelkopf», mormorò Petra. «Un intrigante.» Si diede subito della farisea. Avanti, sputa il rospo.

Si fermò e si appoggiò a un armadietto. «Perché hai tirato fuori la storia del libro?»

Si appoggiò anche Stu. «Era qualcosa di tangibile e volevo evitarci una delle sue conferenze sulla vacuità delle congetture e la concretezza dei fatti.»

«Ci siamo buscati una conferenza lo stesso.»

Lui si strinse nelle spalle.

«Lui pensa che quel libro sia una fesseria. Tu sei d’accordo, vero?»

Stu si raddrizzò e si pizzicò il nodo della cravatta. «Penso che sia la leva che solleverà il mondo? No, ma in laboratorio guarderanno se ci sono impronte sul libro e se si tratta di un barbone c’è la possibilità che sia schedato da qualche parte e allora forse riusciamo a rintracciarlo. Se non ne caviamo nulla, la situazione non sarà peggiorata.»

Lei non rispose.

«Che c’è?» chiese lui.

«Mi hai preso in contropiede tirandolo fuori così.»

«Si vede che anch’io sono capace di qualche sorpresa.» I suoi occhi non rivelarono nulla. S’incamminò senza girarsi per vedere se lei lo seguiva.

Petra rimase dov’era, a pugni stretti. Ricordò i modi laconici di Kathy, la sera prima al telefono. Se c’erano problemi coniugali, non poteva aspettarsi che lui glieli confidasse. D’accordo, calmati, concentrati sul lavoro. Ma detestava le sorprese.

Degli altri venticinque detective di Hollywood in servizio quella mattina, sei erano ai loro tavoli a passare in rassegna foto segnaletiche, a digitare sulle tastiere di computer appena donati al dipartimento e ancora misteriosi e incomprensibili, a borbottare al telefono, a leggere gialli. Quando entrarono, tutti alzarono gli occhi e rivolsero loro sguardi di solidarietà.

Qualunque amante di gialli, che trovasse stimolante il mistero, cambiava velocemente idea se entrava nella polizia. Il caso Ramsey era un autentico spauracchio per tutti. La stanza aveva l’odore giusto di ciò che era: uno spaccio senza finestre saturato da senso di frustrazione soprattutto maschile.

Un D-2 nero di nome Wilson Fournier disse: «Sapevo che vi sareste divertiti quando il capo è arrivato così presto masticando gomma senza gomma in bocca».

Petra gli sorrise e lui riprese a esaminare foto delle gang. Stu era alla sua scrivania disposta di fronte a quella di lei, in fondo allo stanzone. Petra si sedette e attese.

«Che cosa vuoi fare sulla ricerca dei casi analoghi?» domandò Stu.

«Non molto.»

Lui s’infilò i pollici sotto le bretelle. La sua 9 mm era in una fondina da ascella agganciata molto in alto. La portava così anche Petra. Le faceva male al braccio e se la tolse.

«Da come la vedo io abbiamo due possibilità», cominciò Stu. «Andiamo a Parker e visioniamo microfilm per tutta la settimana. Poi dovremmo comunque metterci al telefono per controllare Burbank, Altwater, Glendale e tutti i distretti di contea. Oppure facciamo tutto per telefono, sentendo tutti i detective delle squadre Omicidi che riusciamo a trovare. Schoelkopf ha detto due o tre anni. Facciamo due. Può darsi che ci vada bene e che chiudiamo entro la settimana. Personalmente preferirei parlare con gente in carne e ossa invece che sfogliare schedari alla Centrale, ma dipende da te.»

«Puntiamo sul massimo di realismo», convenne Petra. «Che scaletta rispettiamo? Comincio a chiamare alla cieca o cerco di mettermi in contatto con questo Darrell?»

«Dedichiamo la mattina alle rogne e facciamo il lavoro vero nel pomeriggio.» Consultò l’orologio. «Tu senti questo Darrell e io comincio a ficcare il naso agli studi.»

Petra allungò lo sguardo nella sala. «A proposito di gente in carne e ossa, potremmo iniziare dai nostri colleghi qui presenti. È uno spreco di tempo, ma lo è anche tutto il resto.»

«La carità comincia in casa propria. Buttati.»

Petra si alzò, si spinse i capelli all’indietro, si schiarì stentoreamente la gola. Tre dei sei detective alzarono lo sguardo.

«Signori», annunciò e gli altri tre interruppero il loro lavoro.

«Come sapete, a me e al detective Bishop è stato assegnato un caso affascinante, ma così affascinante che dalle alte sfere è giunta parola di essere più meticolosi che mai. Allo scopo di stabilire il contesto giusto.» Risolini. «Perché saremo, aperte virgolette, giudicati, chiuse virgolette.»

Facce torve.

«Io e il detective Bishop vorremmo prendere un bel voto e per questo vi invitiamo ad aiutarci a individuare lo sconosciuto responsabile di questo crimine nefando, il quale responsabile, naturalmente, è del tutto sconosciuto e va ricercato con il massimo scrupolo per non pregiudicare l’immagine.»

Sorrisi sornioni. Descrisse loro la scena del delitto, le ferite di Lisa. «Allora», concluse, «c’è stato in questi ultimi due anni qualche 187 che presentava analogie con il nostro caso?»

Cenni di diniego.

«Qualcuno ha controllato l’alibi di O.J.?» chiese un investigatore di nome Markus.

Risa.

«Grazie, signori.» Petra si sedette accompagnata da un applauso sommesso.

Stava battendo le mani anche Stu. Ora sembrava normale, i suoi occhi azzurri erano di nuovo vivaci. Forse era solo colpa delle notti in bianco.

«Sei li abbiamo fatti fuori», commentò. «Ne restano solo qualche centinaio ancora. Perché non ci dividiamo i distretti? Io prendo quelli a est e tu quelli a ovest.»

I reati erano molto più numerosi a est di Hollywood, c’erano più poliziotti, più scartoffie. Si stava accollando la parte più faticosa del lavoro. Senso di colpa?

«Tu hai già gli studi cinematografici», gli ricordò Petra. «Io ho solo Darrell. Prendo io le zone a est.»

«No, sul serio», insisté lui. «Ho detto a Kathy di non aspettarmi troppo presto.» Sbatté rapidamente le palpebre, come per un dolore agli occhi, e sollevò il ricevitore.

Un divorzio dopo tanti anni? Petra avrebbe voluto parlargliene. «Un intervallo all’ora di colazione prima che ciascuno vada per la sua strada?» gli propose. «Da Musso and Frank

Lui esitò. «Sì, direi che ce lo meritiamo.» Cominciò a comporre un numero. Si arrestò. «Qualcuno dovrebbe chiamare anche quei due dello sceriffo, De la Torre e Banks. Forse hanno raccolto qualche informazione su quella denuncia di violenza domestica.»

«Secondo la trasmissione televisiva Lisa non aveva mai presentato una denuncia.»

«Allora siamo a posto», concluse Stu. «La televisione dice sempre la verità.»

Petra chiamò la squadra Omicidi alle dipendenze degli sceriffi di contea e chiese di Hector De la Torre o del detective Banks, non ricordando, o non conoscendo, il nome di battesimo del più giovane dei due. Le passarono Banks, che la salutò con sorprendente calore. «Pensavo che vi avrei sentiti.»

«Perché?»

«Il telegiornale di ieri sera. Purtroppo per adesso non ho ancora niente per voi. Alla sottostazione di Agoura non sono state registrate precedenti querele, non ce ne è nemmeno una per le botte che pure aveva denunciato in pubblico. Dunque sembra che non si sia mai rivolta alla polizia.»

«Va bene, grazie.»

«Non c’è di che», rispose lui. Sembrava nervoso. «Niente bastoni fra le ruote qui, niente rivalità tra dipartimenti. Il mese scorso i nostri ragazzi hanno battuto i vostri a boxe, perciò possiamo sentirci abbastanza tranquilli… comunque avete tutta la mia comprensione. Hanno mandato di nuovo in onda il servizio questa mattina presto. In TV la villa sembra ancora più bella di com’è in realtà. Però non hanno detto niente di quel piccolo museo di automobili.»

Un tipo ciarliero.

«Solo bollicine Jacuzzi, cavalli e golf.»

«Interessante, no?» ribatté Banks. «Gente a cui il destino offre tutto su un piatto d’argento e riesce lo stesso a incasinarsi la vita da buttarla via… Serve nient’altro?»

«Per la verità», rispose lei, improvvisamente ispirata, «se vi avanza del tempo, c’è stato ordinato di controllare se ci sono stati omicidi simili nell’arco degli ultimi due anni. Avete facile accesso agli archivi delle contee?»

Banks rise. «Siamo a L.A., qui non c’è niente di facile. Però abbiamo imparato a camminare senza sbucciarci le nocche sui marciapiedi. Omicidi simili? Come nell’ennesimo colpo del solito ignoto? Perché?»

«Nei campi di papaveri tira vento.»

«Ah, capisco. Va bene, controllerò.»

«Gliene saremo molto grati, detective Banks.»

«Ron.»

«Questo è lavoro rognoso, Ron. Non guastarti la vita.»

«Hai un numero diretto?»

Petra glielo diede e lui disse: «Per simile intendo situazione ambientale, tipo e quantità di ferite, idiosincrasie, caratteristiche della vittima. Niente di insolito sulla scena del delitto di cui dovrei essere messo al corrente?»

«No», rispose lei, spinta da un atteggiamento protettivo nei confronti delle informazioni di cui era in possesso. «Niente più della macelleria che già sai.»

«D’accordo, allora. Mi faccio vivo se trovo qualcosa. E anche se faccio un buco nell’acqua.»

«Grazie, Ron.»

«Di niente… ehm… Senti, so che con un caso come questo non è che avrai molto tempo per te, ma se ti dovesse capitare… cioè, se ti va che ci vediamo, magari per un caffè… Se sto parlando a sproposito, dimmelo pure.»

Tentennando come un liceale.

Ora comprendeva il perché dell’entusiasmo con cui l’aveva salutata.

Non era nemmeno lontanamente il suo tipo, qualunque esso fosse. Ricordava vagamente che faccia aveva, era stata concentrata su Ramsey. Portava la fede nuziale? Aveva accennato a dei bambini, però, quelli che aveva accompagnato allo zoo.

Be’, almeno lui aveva dei bambini. Non odiava i bambini.

Doveva aver lasciato passare troppo tempo, perché lo sentì dire: «Senti, ti chiedo scusa, non avevo intenzione di…»

«No, no, non è successo niente di male», rispose di riflesso. «Senz’altro, quando il peggio sarà passato. Volentieri.»

L’aiutasse Iddio.

18

I Paragon Studios occupavano tre isolati del lato nord di Melrose, a est di Bronson, un coacervo di torri scolorite e capannoni di lamiera ondulata, circondato da mura di cinque metri, uno degli ultimi grandi centri di produzione cinematografica ancora situati veramente a Hollywood.

I cancelli d’ingresso in stile rococò erano aperti e Stu Bishop, con la mente inquinata dall’ansia, cercò di assumere l’atteggiamento più professionale di cui era capace mentre avanzava a passo d’uomo verso la guardiola a bordo della Ford senza contrassegni.

Davanti a lui c’erano due furgoni, uno dei quali se la prendeva comoda.

Petra aveva lasciato la stazione prima di lui, prendendo la sua automobile privata.

Petra si fidava di lui un po’ meno di ieri.

Non poteva biasimarla, dopo che aveva buttato sulla scrivania di Schoelkopf la storia del libro della biblioteca senza avvertirla. Un gesto impulsivo. Forse il rumore di fondo della sua vita stava cominciando a debordare?

La verità era che non dava alcun valore a quel libro, si era servito di Petra per rintuzzare il capitano. Schoelkopf aveva tenuto lo stesso la sua predica.

Quante prediche nella sua esistenza? Insegnanti, adulti. Papà. Easton Bishop, di professione medico, non era mai stato tanto a suo agio come quando declamava verità assolute a un pubblico ammutolito di otto bambini. Stu aveva rinnegato quelle esibizioni di autoritarismo con i propri figli, confidando che apprendessero con l’esempio, sapendo che l’influenza principale era quella di Kathy. Kathy… Dio del cielo.

Stu credeva in un Dio indulgente, ma conduceva la propria vita come se il Signore fosse un rigoroso, inflessibile perfezionista. Aveva fatto di lui un uomo prudente, uno schivatore di peccati. Allora perché, giunto a quel punto della sua vita, tutto stava andando a rotoli?

Stupido interrogativo.

Passò anche il secondo furgone e toccò a lui. Aveva conosciuto la guardia, Ernie Robles, quando aveva lavorato per quattro settimane partecipando come figurante in Poliziotti a Los Angeles («muto abitatore di una stazione di polizia, sempre a battere a macchina e telefonare»). Brav’uomo, socievole, nessuna esperienza al dipartimento, guardia giurata da sempre.

Finì di registrare il veicolo precedente mentre Stu si fermava con il motore acceso.

«Ehi, come va, detective Bishop! Splendida giornata, vero?»

Lo era, clima gradevole, cielo terso e azzurro come quegli sfondi che si usavano sui set per dare a Los Angeles un’atmosfera paradisiaca. Stu non se ne era accorto.

«Fantastica, Ernie», rispose.

«Le hanno dato una parte? In che cosa?»

«Tu dove mi metteresti?»

«Con quelli del Poliziotti? Ma non stanno girando.»

«No, per quest’anno hanno finito, ma c’è una persona che devo vedere… Oh, a proposito, ti ho portato qualcosa dalla stazione.»

Consegnò a Robles quella che sembrava una rivista di poche pagine patinate. In copertina, in lettere gialle bordate di rosso, spiccava la scritta THE SENTINEL. Sotto c’era una riproduzione fotografica ad alta definizione di una nera e minacciosa semiautomatica con silenziatore e alcuni proiettili d’ottone con la punta scura. Una pubblicità della Heckler Koch. Ce n’erano in grande quantità presso tutte le stazioni di polizia. Stu l’aveva sfogliata a un semaforo rosso. Descrizioni di fucili Benelli, HK Training, il PSGl: «Un fucile da 10.000 dollari che li vale tutti!» Stu non aveva niente contro le armi, ma le trovava noiose.

Robles stava già ammirando le fotografie.

«Fresco di stampa, Ernie.»

«Che gioielli! Ehi, non so come ringraziarla.»

Stu ripartì.

Stu lasciò la macchina e raggiunse a piedi il complesso della Element Productions, dove trovò senza difficoltà Scott Wembley. Il vicedirettore stava uscendo da una palazzina bassa e anonima, con le braccia ciondoloni, mentre si passava la lingua sulle labbra.

Era ora di colazione. Wembley era solo, diretto probabilmente al ristorante degli studios.

Stu gli si avvicinò da dietro. «Ciao, Scott.»

Wembley si girò e il suo volto lungo e pallido s’irrigidì. «Stu. Ehi.»

Come la gran parte dei vicedirettori, Wembley era poco più di un bambino, uscito da un paio d’anni da Berkeley con una laurea in scienze dello spettacolo, che accettava la paga esigua, gli orari di lavoro estenuanti e le prepotenze di quelli che contavano in cambio del titolo pomposo e della possibilità di fare conoscenze.

Come molti ragazzini, gli mancavano spina dorsale e capacità di giudizio.

Si strinsero la mano. Wembley indossava il costume del cinematografico: jeans larghi e ampia camicia a scacchi con bottoncini al colletto che sembrava troppo calda per quel clima e troppo costosa per il suo portafogli. Il Rolex d’acciaio lasciò Stu ancor più perplesso.

Lo trovava dimagrito rispetto all’anno precedente, con un volto ossuto e androgino adatto a una pubblicità di Calvin Klein. Brufoli sulle guance. Una novità.

La mano che Stu afferrò era molle e fredda e umida. La fronte liscia era imperlata di sudore. Camicia troppo pesante. Camicia a maniche lunghe, con i polsini abbottonati.

E naturalmente gli occhi. Quelle pupille. Povero Scotty, non aveva imparato niente.

Durante il mese trascorso da Stu sul set, Wembley si era adoperato in ogni modo per stargli vicino, lo aveva tempestato di domande, volendo sapere com’erano le strade nella realtà. Perché stava lavorando a un soggetto, come tutti, anche se il suo vero sogno era di diventare uno Scorsese: sono i registi a comandare.

Stu era stato paziente con lui, riconoscendo in lui una commovente combinazione di spacconeria da generazione X e ignoranza totale.

Poi, l’ultimo venerdì di riprese, dopo il lavoro, si era trattenuto per compilare certi moduli, rifugiandosi in un teatro di posa. Aveva udito dei rantoli e in un angolo della gigantesca sala aveva trovato Wembley raggomitolato per terra, seminascosto da alcune quinte, con una siringa piantata nel braccio.

Il giovane non lo aveva sentito arrivare, aveva gli occhi chiusi e le vene gli affioravano come capelli d’angelo nel lungo braccio scarnito. La siringa era di quelle economiche, di plastica, usa e getta.

«Scott!» aveva esclamato e il ragazzo aveva aperto gli occhi sulla peggior scena possibile per un tossicodipendente. Si era strappato l’ago dalla vena e aveva gettato la siringa per terra, dov’era rimbalzata di punta lasciando sul cemento una gocciolina di liquido lattiginoso.

«Cristo», aveva mormorato Stu.

Wembley era scoppiato in lacrime.

Dilemma morale.

Alla fine Stu non aveva arrestato il ragazzo, sebbene così si rendesse responsabile di una lampante violazione del regolamento dipartimentale: «Se si è testimoni di un reato…»

Aveva finto di credergli quando Wembley aveva dichiarato che era la prima volta, solo un esperimento. Gli altri due segni che aveva sul braccio smascheravano la sua bugia, ma erano entrambe punture visibilmente vecchie, dunque almeno non si bucava con regolarità… ancora. Stu aveva confiscato l’attrezzatura che aveva trovato in una tasca del suo giubbotto. Aveva buttato tutto quanto in uno dei cassonetti del centro di produzione, cacciandosi così in una situazione legale molto più rischiosa della sua, ma grazie a Dio Wembley era troppo ingenuo da saperlo.

Poi aveva caricato Wembley in macchina, lo aveva portato al Go-Ji sull’Hollywood Boulevard, lo aveva mollato su un sedile di un séparé in fondo al locale e lo aveva riempito di caffè nero (tecnicamente droga anche quella, dal suo punto di vista), quindi aveva lasciato che quello stupido lattante vedesse con i suoi occhi com’erano ridotti i tossici incalliti che frequentavano quel putrido ristorante.

La dose nella siringa doveva essere stata leggera, perché Wembley aveva gli occhi limpidi e l’ambiente lo stava mettendo a disagio. O forse l’adrenalina scaricata dalla paura aveva sedato l’oppiaceo.

Gli aveva ordinato un hamburger e lo aveva costretto a consumarlo mentre gli recitava la doverosa, severa ramanzina. Di lì a poco Wembley aveva cominciato a raccontare borbottando la sua triste biografia, gli orrori di crescere in una famiglia di Marin County, ricca, composta da genitori entrambi pluriconiugati, che rifiutavano di porgli dei limiti; la solitudine, il senso di alienazione e la paura del futuro che lo avevano assalito dopo il college. Stu fingeva di prenderlo sul serio mentre dentro di sé si chiedeva se sarebbe stato così anche con i suoi figli quando avessero avuto la sua età. Dopo un’ora Wembley giurava solennemente castità, carità e lealtà alla bandiera.

Stu lo aveva riaccompagnato allo studio. Wembley era eccitato, era sembrato sul punto di volerlo baciare, colmo di una gratitudine quasi femminile, e Stu si era chiesto se, oltre a tutto il resto, fosse anche gay.

Dopo di allora Wembley lo aveva evitato. Pazienza. Aveva contratto con lui un grosso debito e se non avesse mollato per tornare a casa, era possibile che un giorno o l’altro Stu avrebbe avuto occasione di servirsi di lui.

Ora quel giorno era arrivato. Patapam!

«Piacere di rivederti, Scott.»

«Anche per me.» Pessimo mentitore. Gli tremò la bocca e tirò su con il naso. Naso rosso. Quegli occhi. Stupido piccolo idiota.

«Come va?»

«Benissimo. Che cosa posso fare per lei, detective?»

Stu passò un braccio intorno alle spalle ossute di Wembley. «Un bel po’, puoi fare, caro Scott. Troviamoci un posticino dove chiacchierare.»

Lo guidò a una panchina. «Ho bisogno di informazioni su Cart Ramsey», gli spiegò. «Informazioni riservate.»

«Io so solo che hanno parlato di lui al telegiornale.»

«Nessuna vociona o vocina in circolazione da queste parti?»

«Perché dovrebbero essercene?»

«Perché non c’è pettegolo più pettegolo di uno del cinema.»

«Be’, se si parla di lui, a me non è arrivato niente.»

«Mi stai dicendo che nessuno ha niente da raccontare su Ramsey?»

Wembley si morsicò l’interno di una guancia. «Solo… quello che dicono tutti.»

«Cioè?»

«Che l’ha ammazzata lui.»

«E perché dovrebbero dirlo, Scott?»

«La picchiava, no? Forse lui voleva che lei tornasse a stare con lui e lei gli ha detto di no.»

«Questa teoria è tua o di qualcun altro?»

«Di tutti. Anche la vostra, immagino. Se no perché sarebbe qui adesso?»

«Dimmi, Ramsey ha una reputazione di qualche genere?»

Wembley ridacchiò. «Come attore no. Non so un cavolo di lui. Tutta quanta questa faccenda non m’interessa.»

«Ebbene, caro Scott, comincerà a interessarti da adesso», ribatté Stu. «A interessarti moltissimo.»

19

Ottima giornata oggi, sono proprio contento perché mi è andata bene con il mais. Ora posso tornarmene al Cinque a fare progetti.

Vado verso il cancello con il lucchetto aperto, vedo qualcuno che mi saluta.

I nonnetti strambi. Sono fermi là sulla curva. Il vecchio ha la macchina fotografica in mano. Agitano le braccia tutti e due e lei grida: «Giovanotto? Ci puoi aiutare?»

Io non voglio attirare l’attenzione mettendomi a correre o a comportarmi in modo strano, così ci vado.

«Eccoti qua, bravo», dice lui. Com’è combinato. Ha una maglietta dei Dodgers e i calzoni corti e calzette e scarpe e un cappello celeste. Ha la pelle pallida e un naso grosso e bitorzoluto come quelli del Sunnyside.

La sua macchina fotografica è enorme, in un grande astuccio nero pieno di fibbie e bottoni automatici. Sua moglie ne ha una uguale.

«Scusa il disturbo, amico mio, ma mi sei sembrato un bravo ragazzo», osserva lui con un sorriso pieno di denti gialli.

«Grazie, signore.»

«Cortese», fa lui sorridendo. «Non incontriamo sempre gente cortese. Sono sicuro che lui può farlo, cara.»

Si schiarisce la voce e batte il dito sull’astuccio. «Questa è una Nikon, una macchina giapponese. Io e mia moglie ci chiedevamo se volevi essere così carino da scattarci una foto, così ne abbiamo una dove ci siamo tutti e due.»

«Certo.»

«Grazie mille, figliolo.» Si sfila di tasca un biglietto da un dollaro.

«Non c’è bisogno che mi pagate», dico io.

«No, caro, devi assolutamente accettare», fa la moglie e anche se ha gli occhi nascosti dalle lenti scure degli occhiali, qualcosa sulla sua faccia cambia. È solo un secondo, la bocca che si piega all’ingiù. Come se fosse triste. Piena di malinconia. Come se sapesse che ho bisogno di soldi.

Io penso che se riesco a mostrarmi più povero ancora, mi allunga qualche altro dollaro, allora faccio il cane bastonato, ma lei si limita ad accarezzarmi la mano.

«Prendilo, ti prego.»

Io intasco il dollaro.

«Dunque», fa lui, «adesso siamo in affari.» Altri denti. «Allora, cara, dov’è il posto migliore?»

«Dov’eravamo prima, là il sole è perfetto.» Punta il dito e risale il pendio. Si ferma, pesta con il piede e tocca la sua macchina fotografica. Perché hanno bisogno di due macchine fotografiche è una bella domanda, ma si vede che c’è gente che non si fida delle macchine. O della loro memoria. Forse vogliono essere sicuri di catturare tutto quello che vedono, magari per mostrarlo ai nipoti.

«Qui!» grida. Potrei anche dire che lo canta. È piccolina, pelle e ossa, porta una giacca da uomo sulla maglietta dei Dodgers e un paio di calzoni verdi.

Lui tira fuori la sua macchina dall’astuccio, me la dà, e va a mettersi con lei. Ha l’aria di essere una macchina costosa e non sono tranquillo a reggerla.

«Non temere», dice lei. «È semplice e tu mi sembri un giovanotto in gamba.»

Io li guardo nel mirino. Sono troppo lontani, così mi avvicino.

«È già regolata, figliolo», grida lui. «Basta che schiacci il bottone.»

Io schiaccio. Non succede niente. Provo di nuovo. Niente di nuovo.

«Che cosa succede?» domanda lui.

Io alzo le spalle. «Ho schiacciato.»

«Oh, no», fa lei. «Si è inceppata di nuovo.»

«Fammi dare un’occhiata», dice lui, tornando giù. Gli restituisco la macchina e lui la rovescia. «Ah, il solito guaio.»

«Oh, accidenti», sbotta lei pestando il piede. «Ti avevo detto che ci conveniva portare la mia. Quando torniamo a casa, la prima cosa che faccio è tornare da quel tizio a dirgli che questa volta la deve mettere a posto come si deve!»

Lui mi rivolge un sorriso imbarazzato, come per farmi sapere che non gli va di essere strapazzato da lei in quel modo.

Lei ci raggiunge. Ha l’odore di qualche sapone. Lui sa di cipolle.

«Abbi pazienza, tesoro, ci vorrà solo un minutino», dice lei e apre il suo astuccio e tira fuori… una cosa grossa e nera che non è una macchina fotografica, è una pistola, io non ci credo e all’improvviso lei me la spinge forte nell’ombelico e io non riesco più a respirare e lei spinge, come per farmi entrare la canna dentro la pancia e con l’altro braccio mi prende per il collo e stringe, non sembrava così forte, invece lo è davvero, e anche lui mi ha preso, mi blocca le braccia lungo i fianchi.

Ce li ho da una parte e dall’altra, come se fossero i miei genitori e tutti e tre insieme facessimo una famiglia, solo che io non riesco più a respirare e mi stanno facendo male e lei sta dicendo: «Adesso vieni con noi da bravo, pitocco, e non fare la mossa sbagliata altrimenti ti ammazziamo. Senza scherzi».

Sorride ancora. Non è pietà, ma qualcos’altro, la stessa espressione che aveva la faccia di Moron quando andava a prendere gli attrezzi.

Mi spingono verso il passaggio nel recinto. Lo conoscono anche loro, non è segreto! Che stupido che sono!

La faccia di lei è come una maschera, invece lui ha il respiro corto, è eccitato, ha la bocca aperta e la pelle rosa come la gomma per cancellare in cima a una matita, e mi spara in faccia l’odore di cipolle. Mi trascinano verso il Cinque e lui dice: «Stai per essere fatto, bello mio. Come mai sei stato fatto prima».

20

Petra rimase al suo posto di lavoro, chiamò il suo contatto alla società dei telefoni e le fu risposto che senz’altro i dati sul traffico corrispondente al numero di Lisa le sarebbero pervenuti quel giorno stesso. Cominciò a preparare l’istanza da presentare al tribunale per ottenere i dati relativi ai mesi precedenti, sentì per telefono il coroner e i criminologi. Ancora nessun referto medico; nessuna impronta trovata sugli abiti, il corpo o i gioielli di Lisa. Forse avevano usato i guanti, ipotizzò il tecnico. Corroborata da un caffè, Petra controllò tutti i depositi di veicoli sequestrati dalla polizia e consultò i registri delle automobili ritrovate. Nessuna traccia della Porsche di Lisa.

Venne l’ora di tornare all’incarico ricevuto da Schoelkopf. Aveva già ascoltato decine di investigatori, coprendo il turno diurno da Van Nuys a Devonshire, aveva interpellato West L.A. e ora riprese dal distretto di Pacific.

La reazione era sempre la stessa: Starai scherzando.

Tutti sapevano chi era il cattivo in questo caso. Ma erano anche tutti consapevoli degli eccessi di zelo che partivano dalle alte sfere e dopo l’ilarità iniziale, otteneva immediata solidarietà.

Il risultato finale fu: nessun caso somigliante. Frattanto Cart Ramsey tirava palline sul green di casa, sguazzava nell’idromassaggio e si gongolava delle lucide cromature del suo piccolo museo di automobili, mentre alla sua ex consorte sdraiata sul tavolo del patologo legale stavano scuoiando la faccia.

E probabilmente la Mercedes era già stata lavata, strofinata e sterilizzata peggio di una sala operatoria.

Pensò al cadavere di Lisa, lo squarcio pieno di sangue nell’addome, le viscere sporgenti, quello che avevano fatto al suo viso di giovane donna, e si domandò che cosa potesse trasformare l’amore in quello.

Poteva accadere tutte le volte che la passione prendeva il sopravvento o era indispensabile una deviazione psicologica?

Felicità domestica, sangue domestico. C’era stato un momento, un istante brevissimo, in cui lei stessa era stata capace di uccidere.

Perché pensava al passato?

Confrontalo, figliola.

Si torturava di ricordi.

Una studentessa d’arte venticinquenne che si faceva passare per smaliziata ma così ciecamente, follemente innamorata da essere pronta a cambiare la pelle per Nick. Quel turbine di sensazioni, una passione come non aveva mai provato prima. Fare l’amore fino a non reggersi in piedi. Conversazioni postcoitali a letto, fianco a fianco, con la vagina che vibrava ancora.

Nick era stato un ascoltatore impagabile. Solo in seguito ne aveva capito la vera ragione: rifiutava di darle anche la più piccola parte di sé.

Gli aveva raccontato tutto: l’infanzia senza madre, l’irrazionale senso di colpa che aveva sofferto giudicandosi responsabile della morte di lei, l’inferno che aveva fatto passare a suo padre al punto da fargli concludere che l’unica soluzione era il collegio, metà dell’adolescenza trascorsa in muffose camerate, nei risolini e le sigarette proibite delle compagne, a chiacchierare di ragazzi, talvolta a masturbarsi, lei lo intuiva dal fruscio delle lenzuola.

Petra, la ragazza taciturna ed eccentrica della California immobile nel suo letto a meditare sull’uccisione di sua madre.

Aveva confidato il suo segreto a Nick perché quello era amore vero.

Poi una sera gli aveva riferito un segreto nuovo: sai una cosa, amore? Si era battuta la mano sul ventre.

Aveva previsto la sua sorpresa, forse una contrarietà iniziale, sapendo che poi si sarebbe tramutata in entusiasmo, perché lui l’amava.

I suoi occhi si erano raggelati, le sue guance sbiancate. La furia. Quello sguardo di ghiaccio, così carico di disprezzo, come mai avrebbe immaginato. Fra di loro il pranzo tutto speciale che aveva preparato per lui, le sue pietanze preferite, spinta apparentemente dal desiderio di celebrare, ma forse dall’intima consapevolezza che l’avrebbe presa male; forse il vitello e gli gnocchi, la bottiglia di Chianti da venti dollari, altro non erano che tentativi di corruzione.

E lui dall’altra parte del tavolo, immobile, zitto, con quelle labbra sottili che aveva trovato così aristocratiche e ora così esangui, la bocca astiosa di un vecchio cattivo.

Nick…

Come hai potuto, Petra!

Nick, tesoro…

Proprio tu! Come hai potuto essere così stupida… tu che sai che cosa comporta la nascita di un bambino!

Nick…

Vaffanculo!

Se avesse avuto una pistola in quel momento…

Aprì gli occhi e solo in quell’istante si rese conto di averli chiusi. I rumori della sala operativa l’avvilupparono di nuovo. Vide i colleghi occupati nelle loro mansioni.

Quello che serviva a lei, lavorare.

Tornò al telefono, preparandosi a buttar via altro tempo.

Ma al quarto detective della Pacific, le si aprì uno spiraglio.

Un omicidio per accoltellamento di una giovane donna bionda e graziosa avvenuto tre anni prima all’estremità sud di Venice, vicino a Marina del Rey, di cui si era occupato un D-2 di nome Phil Sorensen, che affermò: «Sai, quando ho sentito della Ramsey, ci ho pensato, ma la nostra era una tedesca, una stewardess della Lufthansa in vacanza, e le nostre indagini ci avevano portato a un fidanzato austriaco, addetto ai bagagli, rientrato in Europa prima che potessimo parlargli. Abbiamo spiccato un mandato di cattura internazionale, ci siamo fatti aiutare dalla polizia austriaca e dall’Interpol, tutto quello che serve. Non l’abbiamo mai trovato».

«Perché era indiziato?» chiese Petra.

«La ragazza con cui viaggiava la vittima, stew come lei, ci aveva detto che si era presentato senza preavviso al loro albergo tutto infuriato perché la vittima, che, a proposito, si chiamava Ilse Eggermann, aveva lasciato Vienna senza dirglielo. Ilse aveva raccontato all’amica che avevano litigato parecchio, il ragazzo aveva un brutto carattere, le metteva le mani addosso, così lei lo aveva piantato. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stato dover lavorare in prima classe con un occhio nero. Tuttavia quando il fidanzato era ricomparso a Los Angeles, era anche riuscito a convincerla a tornare con lui. Erano usciti alle nove di sera. La ragazza è stata ritrovata alle quattro, abbandonata in un parcheggio vicino a Ballona Creek. Abbiamo controllato il volo del fidanzato. Era arrivato la mattina precedente con la Lufthansa, sfruttando lo sconto riservato ai dipendenti. Niente bagagli e non si era registrato in nessun albergo o motel di qui.»

«Dunque aveva in mente un soggiorno breve», commentò Petra. «Farla finita e alzare i tacchi.»

«Così sembrava.» Sorensen doveva essere di mezza età. Tono di voce cortese, parlatore lento, qualche esitazione. «Stew», non assistente di volo.

«Com’era vestita Ilse quando l’avete trovata?»

«Abito elegante, scuro, blu o nero. Nero, mi pare. Molto graziosa, lei, aveva l’aria di una ragazza perbene. Di buoni sentimenti.» Sorensen tossì. «Niente aggressione sessuale. Non c’è stato bisogno di Sherlock per stabilire che quella sera era stata con il fidanzato, certo Karlheinz Lauch. Il cameriere che ha servito al loro tavolo, all’Antoine’s sul molo a Redondo Beach, si ricordava di loro perché non avevano né mangiato né parlato molto. Scarsi anche di mancia. Pensiamo che Lauch abbia tentato una riconciliazione, non ce l’abbia fatta, abbia perso la testa, l’abbia portata da qualche parte, dove l’ha uccisa e abbandonata. Non so che cosa guidasse perché non abbiamo mai rintracciato un’auto a noleggio e non risulta che avesse conoscenti in California.»

La voce di Sorensen si era alzata un po’. Molti particolari sulla punta delle dita per un caso di tre anni prima. Doveva essergli rimasto impresso.

«È stata trovata alle quattro», disse Petra. «Avete idea dell’ora a cui è stata uccisa?»

«Fra le due e le due mezzo di notte.»

Prime ore del giorno, come Lisa. Abbandonata in un parcheggio. E le paludi di Ballona Creek erano un parco di contea, come il Griffith. «Molte ferite?»

«Ventinove. Segni evidenti di accanimento, in carattere con il fidanzato. Aggiungici i precedenti delle percosse e il quadro generale sembra quello giusto. Coincide anche con il tuo, vero?»

«Ci sono senz’altro delle analogie, Sorensen», ammise Petra, mantenendo un tono di voce pacato. Guardandola da una certa prospettiva, sembrava una fotocopia.

«Già, si sa come funziona il cervello di questa gente», commentò lui. «Quelli che odiano le donne. Hanno la tendenza a ripetersi.»

«Vero», gli concesse lei. «Dove lavorava questo Lauch?»

«All’aeroporto di Vienna, ma aveva famiglia in Germania. Dopo l’omicidio non è tornato né al posto di lavoro, né dai suoi. Abbiamo controllato anche presso le altre compagnie aeree, ma non abbiamo trovato niente. Può aver cambiato nome, o essersi andato a nascondere in qualche altra nazione. Sarebbe stato bello andare in Europa a dare un’occhiata di persona, ma ti rendi conto anche tu di quant’è difficile strappare al dipartimento un biglietto d’aereo transcontinentale, così abbiamo dovuto affidarci alla polizia austriaca e a quella tedesca e a loro il caso non interessava più che tanto, perché l’omicidio era avvenuto qui.»

«Se Lauch lavora sempre ai bagagli sotto un altro nome, ha ancora diritto allo sconto per i dipendenti», osservò Petra. «Forse sta ancora andando avanti e indietro.»

«Ed è tornato a Los Angeles a ripetersi?»

«Spero con tutto il cuore che non sia così, Phil, ma dopo quello che mi hai raccontato sembra che non potremo fare a meno di ricontrollare tutto quello che si è raccolto su di lui. Vorresti essere così gentile da mandarmi i suoi dati via fax?»

«Dammi un’ora», rispose Sorensen. «Certo l’idea che abbia avuto tanto fegato da tornare per… Naturalmente prima bisognerebbe stabilire che Lauch si trovava qui quando è stata uccisa la Ramsey, poi bisognerebbe trovare un collegamento tra lui e lei, e tutto questo quando già sapete di un’aggressione tra le mura domestiche da parte del marito. Divertente.»

«Spassosissimo. Grazie dell’aiuto, Phil.»

«Ehi, se per qualche miracolo dovesse risultare che ti è stato utile, sarà stato utile anche a me. Non l’ho mai mandata giù, di non essere riuscito a chiudere quel caso. Era una ragazza davvero carina e lui l’ha trasformata in una cosa orrenda.»

Era l’una, ora di cominciare a cercare quel Darrell/Darren, editor cinematografico, ma ora desiderava aspettare che il fax le consegnasse i dati su Karlheinz Lauch.

Il caso Ilse Eggermann era stato una sorpresa, ma Sorensen aveva ragione: si potevano spiegare le analogie con il comportamento tipico di chi è responsabile di violenze domestiche, vecchie tragedie di sempre, riedizioni della storia di Otello.

O con la legge dei grandi numeri: cerca e prima o poi qualcosa trovi. In un arco di tre anni a Los Angeles avvenivano più di tremila omicidi. Un’analogia fra due casi in un periodo come quello non era da Guinness dei Primati.

Nel frattempo avrebbe sentito gli altri investigatori di Pacific, avrebbe provato a rintracciare alcuni di quelli di Valley D che non aveva trovato al primo colpo, magari avrebbe tentato un’altra telefonata di condoglianze ai genitori di Lisa a Chagrin Falls, avrebbe cercato di parlare alla madre, avrebbe sentito se i genitori avevano intenzione di venire a vedere quanto restava della loro figlia.

Chissà se la signora Boehlinger provava per Ramsey gli stessi sentimenti ostili manifestati dal marito?

Cercò di definire che opinione si era fatta lei di lui: sollecito nell’esibire un alibi e nel far loro sapere delle debolezze di Lisa; la telefonata al loro principale; quel discreto numero da dongiovanni che aveva recitato a suo beneficio esclusivo.

C’era puzza di egocentrismo, narcisismo. Bastava per presumere che fosse capace di perdere la testa se una donna lo contrariava o respingeva?

Difficile affermarlo, ma nella sua mente Ramsey non aveva fatto nulla per allontanare da sé il sospetto. Nonostante Ilse Eggermann, l’attore rimaneva l’indiziato principale.

S’immaginò uno scenario: Lisa, come Ilse Eggermann e come tante altre donne vittime di violenza, aveva ceduto alle insistenze del suo ex e accettato di vederlo. Un rianimarsi di antiche passioni o forse vulnerabilità femminile di fronte a una delle più affermate esche maschili: l’occasione di un franco chiarimento.

Perché in passato c’erano state reazioni chimiche tra loro e le reazioni chimiche non scompaiono, si attenuano. Perché i ricordi sanno essere selettivi e una donna non riesce a smettere di sperare che un uomo cambi.

Un appuntamento… dove? Un ristorante no, ci voleva qualcosa di più intimo. Romantico. Appartato.

Non andava bene nemmeno la casa a Calabasas, troppo rischioso. Anche se Greg Balch mentiva per proteggere il principale, avrebbe potuto accorgersene qualcun altro, il custode, un vicino. La cameriera.

Petra ricordò i modi sfuggenti di Estrella Flores. Meritava senza dubbio un secondo colloquio, ma come ottenerlo senza insospettire Ramsey? E c’era ancora un elemento fondamentale da includere nell’elenco: l’interrogatorio del guardiano di notte a RanchHaven. Un’omissione vistosa, ed ecco riapparire gli effetti negativi di un eccesso di diplomazia.

Quante cose da fare ancora… meglio tornare alla sua ricostruzione dell’ultimo appuntamento. Dove poteva aver portato Lisa?

Aveva forse un’altra casa, un nascondiglio per i fine settimana? Gli attori non avevano sempre un rifugio per i weekend?

Al mare? In montagna? Arrowhead, Big Bear? O su a nord, Santa Barbara, Santa Ynez. Erano tanti quelli dell’Industria ad aver aderito alla moda del ranch…

Se era al mare, la scelta più probabile era Malibu, onde lunghe, sabbia fine, che cosa poteva esserci di più romantico?

Prese nota di controllare tutte le proprietà immobiliari di Ramsey.

Per il momento si sarebbe accontentata della spiaggia. Immaginò la scena: Ramsey e Lisa su un comodo divano in una specie di scatola di vetri e legno con le fondamenta nella sabbia. Le tre C: champagne, caviale, coca. Magari un fuoco acceso a far da galeotto. Ramsey che ingrana il turbo del suo fascino.

Lisa che risponde? Il sexy vestitino nero le risale lungo le cosce? Reazioni chimiche… aiutate da uova di pesce, Móet Chandon e Medellin di prima qualità? O un altro genere di incentivo: il denaro. Lisa aveva un lavoro ma era ancora Ramsey a garantirle il grosso del reddito.

La compravendita dell’amore? La vecchia solfa di sempre? Petra si sentì rattristare, poi ricordò a se stessa che non doveva esprimere giudizi. Se il suo telefono avesse squillato in una sera di particolare solitudine e/o nostalgia e all’altro capo avesse udito la voce di Nick che la salutava: «Ehi, piccola…» Che cosa avrebbe fatto lei?

Avrebbe sbattuto la cornetta in faccia all’egoista a caccia di una scopata facile augurandosi di avergli fatto sanguinare l’orecchio.

Torniamo a Malibu. Scroscio di onde, tenere reminiscenze, scivolamento nell’intimità.

Ramsey fa la sua mossa.

Ma Lisa cambia idea, oppone resistenza, lo respinge.

Ramsey freme di collera, sente il desiderio di colpirla. Ma ricorda che lei lo ha già sputtanato in pubblico. Si trattiene.

Rimane calmo, l’accompagna a casa in macchina.

Da Malibu a Doheny Drive Hills offre un’alternativa, o la Pacific Coast Highway fino al Sunset o la superstrada attraverso la Valley, e poi giù per uno dei canyon. Ma invece di puntare a sud, continua in direzione est, magari per il Laurel Canyon e l’Hollywood Boulevard, su per la Western a Los Feliz, da lì al Griffith Park.

Poco traffico a quell’ora. Si reca al parcheggio. Lisa sa che c’è qualcosa che non va, cerca di scappare.

Lui la trattiene per un ultimo abbraccio.

Poi un bacio d’acciaio.

Niente violenza sessuale perché ha avuto un orgasmo al sangue.

A Petra sembrava potesse andare.

Dipendeva anche dalla capacità di Gregory Balch di mentire sull’alibi di Ramsey.

Avrebbe dovuto raccogliere altre informazioni anche su Balch. A suo tempo.

Senza togliere niente a Ilse Eggermann e a Karlheinz Lauch. Un caso analogo. Incredibile. Si figurò il ghigno di Schoelkopf. Il disgusto sul volto di Stu. Quand’era uscita, lui non aveva alzato gli occhi, aveva borbottato un saluto distratto.

Quella trovata del libro della biblioteca, così imprevista. Stu era un metodico coatto, superorganizzato. Forse non era il matrimonio, forse era l’ansia di carriera. L’occasione improvvisa di fare domanda per il grado e proprio in quel momento si ritrova incastrato in un caso senza speranza. Per Petra, un lavoro come un altro. Per lui, la vita o la morte.

L’avrebbe usata? L’avrebbe sacrificata se ne avesse avuto bisogno?

Per otto mesi avevano pattugliato insieme, mangiato insieme, lavorato gomito a gomito, Stu aveva trascorso con lei lo stesso tempo che dedicava a Kathy, qualche volta di più, e mai l’aveva sfiorata con un dito, mai le aveva rivolto un commento allusivo, nemmeno l’accenno più vago di un sottinteso.

Credeva di conoscerlo, ma otto mesi non erano un periodo molto lungo, vero?

Lei e Nick erano stati insieme per più di due anni, più o meno lo stesso che Lisa e Ramsey.

Uomini e donne…

Una volta, quando aveva quindici anni ed era a casa per le vacanze estive, si era svegliata all’una di una lunga notte in Arizona per aver sentito rumori immaginari. Poi aveva capito che era il vento caldo del deserto che frusciava lungo il fianco della casa. Nervosa, irrequieta, era uscita in corridoio, aveva visto la solita scheggia di luce sotto la porta dello studio del padre, aveva bussato, era entrata nella stanzetta buia e ingombra di reperti.

Papà era semisprofondato nella poltrona di quercia davanti alla sua Royal manuale, con un foglio bianco inserito nel rullo. Lui l’aveva vista e le aveva rivolto un sorriso spento e quando lei si era avvicinata aveva sentito l’odore dello scotch nel suo alito, aveva notato l’opacità dei suoi occhi e ne aveva approfittato come solo un’adolescente sa fare. Lo aveva indotto a parlare dell’argomento che più detestava. Della donna che era morta mettendo al mondo lei.

Sapeva di provocargli dolore, ma dannazione, aveva il diritto di sapere!

E lui aveva parlato, a voce bassa, lasciando scivolare le parole l’una nell’altra.

Aneddoti, ricordi, l’incontro dell’allampanato Kenneth Connor e dell’avvenente Maureen Mellwaine sul Long Island Ferry e lo sboccio dell’amore vero. Vecchie storie di sempre, ma lei non ne era mai sazia.

Quella notte era rimasta seduta ai suoi piedi sulle tavole imbarcate del pavimento di legno, immobile, in silenzio, timorosa che una qualsiasi distrazione lo inducesse a interrompersi.

Finalmente lui si era ammutolito, l’aveva guardata dall’alto, poi si era battuto le mani sul volto e lì le aveva tenute.

«Papà.»

Le mani gli erano ricadute in grembo. Quanta tristezza. «È tutto quello che ricordo, cara. Mamma era una donna splendida, ma…»

Poi aveva cominciato a piangere e aveva dovuto nascondersi di nuovo da lei.

Gli uomini si nascondevano quando piangevano.

Petra si era alzata e aveva abbracciato le sue grandi spalle dure. «Oh, papà, sono…»

«Era davvero splendida, piccola. Una su un milione, ma non era perfetta, bimba mia. Non era una situazione da libro delle favole.»

Aveva aperto un cassetto e abbassato lo sguardo su quella che doveva essere la bottiglia.

Quando si era girato di nuovo verso di lei, i suoi occhi erano asciutti e sorrideva, ma non era uno dei sorrisi che Petra gli conosceva, non uno di quelli affettuosi e protettivi o uno di quelli asciutti e sarcastici, nemmeno di quelli un po’ sfatti agli angoli di quando era ubriaco e che una volta la preoccupavano ma ora non più.

Quello era diverso: epidermico, scolpito come la bocca di una statua. Aveva studiato la tragedia classica al corso di letteratura ed era stata sicura in quel momento di viverne una rappresentazione dal vivo.

Sconfitto, quel sorriso. Terrificante come uno scorcio di eternità.

«Papà…»

Lui si era grattato la testa, l’aveva scossa, si era rialzato una calza afflosciata sulla caviglia pallida. «Il fatto è, piccola, che comunque la si voglia… Quello che sto cercando di dire, cara, è che gli uomini e le donne sono due specie separate. Forse qui sta parlando l’antropologo, ma non è meno vero. A separarci c’è un pezzettino piccolo piccolo di DNA. E sai una cosa buffa? È il cromosoma X quello che conta davvero, Petra. L’Y non fa che causare problemi, sembra che non serva ad altro che a originare aggressività. Capisci dove voglio arrivare, tesoro? Noi uomini non valiamo un gran che.»

«Oh, papà…»

«Mamma e io avevamo le nostre difficoltà. Perlopiù per colpa mia. È giusto che tu lo sappia perché non ti lasci andare a fantasticherie romantiche, non ti aspetti troppo da… non esigi troppo da te stessa… Hai capito, bimba? Riesco a spiegarmi?»

Le aveva preso le spalle, quella luce negli occhi era quasi maniacale.

«Sì, papà, sì.»

L’aveva lasciata andare. Ora il sorriso era giusto. Umano.

«Il fatto, Petra, è che ci sono interrogativi fondamentali. Quesiti cosmici che non c’entrano niente con le stelle e le galassie.»

Aveva atteso la sua reazione. Lei non aveva saputo come ribattere. Lui aveva continuato.

«Domande come possono veramente gli uomini e le donne conoscersi a vicenda o dovrà essere sempre e soltanto una stupida danza goffa nella sala da ballo dell’interpersonale?»

Un sussulto, una smorfia, un rutto represso. Era balzato in piedi, era andato in camera sua, aveva chiuso la porta. Lei aveva sentito girare la chiave nella serratura.

Il mattino dopo il primo a presentarsi per la colazione era stato suo fratello Glenn, il solo che viveva ancora in famiglia.

«Che è successo a papà?» aveva chiesto.

«In che senso?»

«È uscito. Dev’essere partito prima del sorgere del sole. Mi ha lasciato questo.» Le aveva mostrato un foglietto. C’era scritto: FUORI NEL DESERTO, RAGAZZI.

«Sarà andato a caccia di ossa come al solito», aveva commentato Petra.

«Ha portato via l’attrezzatura da campeggio, perciò si vede che vuole andare lontano», aveva risposto Glenn. «A te ha detto niente? Perché ieri si era parlato di andare giù al Big Five a vedere che cos’hanno nel reparto di hockey.»

«Sì, in effetti me ne aveva accennato», aveva mentito Petra.

«Che bellezza», aveva esclamato Glenn. «Che gioia. A te parla, ma a me non dice mai niente.»

«Sono sicura che ne aveva intenzione, Glenn.»

«Sì sì, figuriamoci. Peccato che io ho davvero bisogno di un bastone nuovo, merda! Non è che avresti dei soldi da prestarmi?»

Telefonò ad altri sette investigatori, subì altri sette «starai scherzando», non trovò altri casi analoghi.

In fondo allo stanzone il fax cominciò a ronzare. Si precipitò e in meno di un secondo stava già raccogliendo i fogli dal cestino. Il suo scatto era stato così repentino che un paio di colleghi le avevano lanciato un’occhiata perplessa. Ma non più di un’occhiata, avevano da fare anche loro. Quella stanza, quella città, il sangue che non smetteva mai di scorrere.

Karlheinz Lauch era un omone, un metro e ottantatré per centodieci chilogrammi. E brutto. Occhietti scuri e sfuggenti piantati come uvette in una faccia pastosa e deforme. Una virgola a fargli da bocca sbilenca, baffi che sembravano uno schizzo di grasso. Capelli dritti, chiari; secondo la descrizione ufficiale dovevano essere castani, quindi probabilmente se li ossigenava. L’acconciatura era quella arruffata in voga ancora in certi paesi europei.

Dall’aspetto Petra lo giudicò uno sgradevole poco di buono.

Il ritratto era una copia di una foto segnaletica scattata a Vienna quattro anni prima, un sacco di parole tedesche di cinquanta lettere l’una e manciate di umlaut. La nota di Sorensen diceva che Lauch era stato arrestato per aggressione l’anno prima dell’omicidio di Ilse Eggermann. Era stato coinvolto in una rissa e non aveva scontato pene detentive.

A vederlo in fotografia, sembrava capace di qualsiasi atrocità. E se davvero quel bastardo fosse tornato a L.A. a caccia di belle bionde e fosse casualmente entrato in contatto proprio con Lisa?

Che bel colpo se si fosse trattenuto in città e loro fossero riusciti a prenderlo. Un caso importante, risolto con disinvolta maestria, così Stu avrebbe ottenuto la sua promozione e lei avrebbe aggiunto dei punti al suo curriculum.

Fantasie, bimba.

Studiò ancora per un po’ le sembianze di Lauch e si domandò come avrebbe potuto uno come lui indurre Lisa a indossare un vestitino nero e dei brillanti?

D’altra parte era pur riuscito ad avvicinare Ilse Eggermann, che, secondo Phil Sorensen, non era da meno di Lisa. Ma una stewardess non era l’ex moglie di una star della TV che aveva assaggiato la bella vita.

D’altro canto era anche vero che Lisa aveva scelto di girare le spalle alla bella vita. E certe donne, anche donne molto belle, avevano un debole per la fauna dei fondali, trovavano stimolo nel rozzo e nel brutale, erano eccitate da uomini che si trovavano sotto di loro nella gerarchia sociale.

La bella e la bestia? Lisa che metteva a repentaglio la propria vita nel sottomondo e ne subiva le conseguenze?

Continuava a fissare la fotografia di Lauch. Il pensiero di permettere al suo corpo di entrare in contatto con quello di lei le dava il voltastomaco.

A lei piacevano gli uomini intelligenti, premurosi, attraenti nella maniera più convenzionale.

Probabilmente perché suo padre era stato un uomo intelligente, dolce, di bell’aspetto. Per la gran parte un gentiluomo.

Com’era il padre di Ilse Eggermann?

Com’era il dottor John Everett Boehlinger quando non era ottenebrato dal dolore?

Basta psicoanalisi. Più lontano di così non le era dato spingersi.

Inserì i dati del caso Eggermann-Lauch nel fascicolo sull’assassinio di Lisa, attraversò lo stanzone, aprì il suo armadietto e prese uno Snickers dalla borsa che conservava sul ripiano più alto, sopra le scarpe da ginnastica e la tuta e gli indumenti neri che serbava a portata di mano per le notti fredde e i cadaveri straziati.

I suoi asciugamorte, li chiamava.

Acrilici che sembravano acrilici, occhio, care clienti, i nostri cardigan all’ultima moda ora in saldo a 13,95 dollari in un’ampia gamma di colori. Ne comprava cinque alla volta, tutti neri, li gettava appena erano intrisi di sangue.

In otto mesi ne aveva fatti fuori dieci.

Non ne aveva indossato uno per Lisa, perché la chiamata era arrivata di sorpresa.

Non si era macchiata con il cadavere di Lisa.

Non si era avvicinata abbastanza.

21

«Muoviti, muoviti, cammina, piccolo bastardo.»

Mi sibilano dentro l’orecchio, mi stringono, mi spintonano.

Lei è quella rabbiosa, lui è impaurito, nervoso. Inciampa persino un paio di volte.

«Avanti!» Lei mi pianta la pistola nelle costole e quando io grido me la pianta più a fondo e dice: «Zitto!» Non è per niente nervosa.

È lei che comanda.

Quando siamo più vicini a dove i guardiani parcheggiano i loro veicoli, comincio a pregare che questa volta ci sia qualcuno dello zoo, ma non c’è nessuno. Devo mettermi a urlare? No, ho la pistola ficcata nella schiena, non le ci vuole molto per premere il grilletto e spappolarmi la pancia. Ora siamo al recinto. C’è il lucchetto. Ed è chiuso!

«Fallo!» ordina lei mentre guarda da tutte le parti. Tiene la pistola puntata su di me e lui si toglie di tasca una chiave e apre il lucchetto.

Conoscono questo posto.

Si sono preparati bene. Mi violenteranno.

Lui torna indietro, mi afferra, mi respira nell’orecchio e all’improvviso sento che lo stomaco comincia a ribaltarsi, gira forte, veloce, fa male, devo andare in bagno.

Mi spingono di nuovo. Mi sembra di essere in un film, di recitare una parte, e ora mi accorgo che non ho più paura e che la mia mente è occupata da qualcos’altro: è come essere addormentati e svegli allo stesso tempo, come trovarsi in un sogno ma sapendo di esserci e allora puoi controllare ogni cosa se solo ti concentri, puoi far succedere le cose nel modo che vuoi tu.

Forse è come ci si sente dopo morti.

Entriamo e cominciamo a salire tra gli alberi. Lui fa questi grugniti liquidi.

«Tu», dice, stringendomi più forte il braccio, come se avessi fatto qualcosa di male.

Io tengo la testa bassa, vedo le mie scarpe, le sue.

«Avanti, avanti», ripete lei, agitando la mano mentre andiamo nel folto delle felci, per lo stesso sentiero che ho preso io, quello che pensavo che fosse un mio segreto.

Continuano a spingermi, a dirmi di camminare più veloce, mi portano verso un albero grande, non il mio eucalipto, un altro, anche quello con i rami bassi.

Lo superiamo. Continuiamo finché siamo davanti a un altro albero ancora e c’è un gran silenzio, nessuno in giro. Anche se mi mettessi a strillare nessuno mi sentirebbe.

Lei si ferma un po’ più in là, sempre puntandomi la pistola, guarda il suo astuccio. Tenendomi per un braccio, lui tira fuori la sua macchina fotografica e gliela dà.

«Okay», mi dice lei.

Io non so che cosa vuole, così non parlo e non mi muovo.

Lei viene da me e mi dà uno schiaffo in faccia da farmi girare la testa, eppure non fa tanto male quanto dovrebbe.

«Fallo, stronzetto!»

«Che cosa?» domando io ma mi esce la voce di un altro bambino. Come se fossi fuori del mio corpo a guardarmi in un film di robot.

Lei alza la mano per colpirmi di nuovo e io cerco di proteggermi la faccia con il braccio. Lui mi dà una ginocchiata nella schiena e quella sì, che fa male.

«Tirati giù i calzoni, furbetto. Lascia che se li tolga, cara.»

Lui mi lascia andare e lei continua a mirarmi con la pistola. Io mi tocco i calzoni ma non li abbasso. Lui abbassa i suoi, se li lascia cadere intorno alle gambe. Sotto ha dei grandi boxer bianchi e adesso si mette la mano nella patta… Io mi giro dall’altra parte.

«Cosa?» ride lei. «Non venirmi a raccontare che non ne hai mai visto uno. Via quella roba, avanti, mostraci il tuo lato buono.»

Io non mi muovo. Lei mi schiaffeggia di nuovo. Se non avesse la pistola, le spaccherei la faccia, le staccherei la testa dal collo.

Ride di nuovo. «Ubbidisci e sarà finita prima che tu abbia il tempo di dire ahi. Fa’ un po’ male, ma vedrai che è una sciocchezza.»

Fa rumori di baci. Li fa anche lui.

«Certo», dice la voce dell’altro bambino. «Certo, certo, so che cosa vuoi dire. Solo…»

«Solo cosa?» Lei si avvicina, mi appoggia la canna al naso. È fredda e puzza di distributore di benzina.

Con la coda dell’occhio vedo che i suoi boxer sono finiti per terra, ma ce li ha ancora intorno alle caviglie, come se non volesse togliersi proprio tutto. Sta muovendo il braccio su e giù…

«Solo», dice il bambino, «io… sì… mi piace, posso farlo. Certo, va bene, però… ecco… prima devo…»

«Devi cosa?» La pistola mi dondola davanti agli occhi.

«Lo sai.»

«Io non so un bel niente! Che cosa vuoi?»

«Devo… andare di corpo.»

Silenzio.

«Hai sentito?» gli dice.

«Sì», risponde lui, molto sottovoce, e io penso oh no, non dirmi che gli piace anche di più, che sono cascato dalla padella nella brace.

Lei si gira e lo guarda e per un secondo penso di darmela a gambe, ma poi la sua faccia è di nuovo davanti alla mia e non so perché mi viene in mente che con una faccia come quella potrebbe essere un’insegnante, una mamma o una nonna, non è colpa mia…

«Allora?» gli chiede.

«Ehm… oggi no.»

«Avanti, puttanella», dice a me. «Fai quello che devi fare e usa la maglietta per pulirti il culo. Dopo ci mostrerai il tuo lato buono.»

Io mi calo i calzoni e anche se è una giornata calda, una bella giornata, una giornata di limonata e mais, mi sento le gambe come pietra.

«Com’è bianco», dice lui.

«Sbrigati, falla, falla.» È emozionata e io capisco: la malattia di lui è farsi i bambini, quella di lei è comandare. Guardare.

«Via quelle mutande, dannazione… Via, avanti, falla finita.»

Mi calo gli slip. Mentre mi chino riesco a spostarmi un po’ più lontano da lei, ma solo pochi centimetri. Intorno c’è un grande silenzio, un grande verde, anche le foglie non si muovono, è come se noi tre fossimo dentro una grande fotografia o forse questo è l’ultimo momento prima che Dio distrugga il mondo. E perché non dovrebbe farlo?

«Falla se no ti ammazzo!» Ho la pistola e la macchina fotografica puntate addosso. Scatterà fotografie di tutto. Io sono il suo souvenir.

Il problema è che prima avevo un bisogno pazzesco, ma adesso non ci riesco, è come se i miei organi fossero blocchi di ghiaccio incastrati uno contro l’altro.

«Falla se no te la sparo fuori io!»

Il suono della sua voce, il pensiero che mi sta per sparare, mi rimette in moto le viscere e la faccio.

Poi metto una mano dietro per prenderla.

Che schifo, mi fa ribrezzo, ma mi dico che è solo cibo digerito, roba che era dentro di me fino a poco fa…

«Ma guarda», dice lei. «Disgustoso piccolo maiale.»

«Disgustoso», ripete lui. Ma intende qualcos’altro.

Io alzo gli occhi e la guardo. Annuisco. E sorrido. Lei è sorpresa, non si aspettava un sorriso e per un secondo distoglie lo sguardo.

Allora, anche se negli sport non sono mai stato bravo, io prendo la mira e tiro.

Bam! Diritto in faccia e sulla macchina fotografica, sulla maglietta.

Grida e vacilla all’indietro e si spazza con le mani. Lui inciampa nei suoi calzoni, confuso. Si riveste per correre da me, ma è lei che devo sorvegliare perché è lei che ha la pistola. Sta ancora strillando e gesticolando. Io mi tiro su gli slip e i calzoni e prima ancora di essermeli sistemati addosso, sono lì che corrocorrocorro, tra rami che mi graffiano la faccia, via nello spazio, via nel verde, un verde che non finisce mai, un tempo che non si ferma mai, corro, inciampo, mi tuffo.

Volo.

Sento come un battimani, forte, non mi fermo, non c’è niente che mi fa male, sto bene o forse no ma non sento niente lo stesso, non posso più sentire, non sarebbe brutto, non sarebbe affatto brutto.

Mi butto nel verde.

Grazie gorilla. Se potessi respirare riderei.

22

Proprio quando Petra si accingeva a chiamare la Empty Nest Productions e chiedere di Darrell/Darren, arrivò un altro fax: l’ultima bolletta telefonica di Lisa.

Patsy K. aveva detto il vero: Lisa non amava il telefono. Quindici chiamate in tutto il mese, una sola interurbana di Lisa, il primo giorno, a Chagrin Falls, conversazione di tre minuti. Quattro chiacchiere con mamma? Una sola volta al mese. Frequentazioni sporadiche fra figlia e genitori?

Le altre tre interurbane segnate sulla fattura erano telefonate ad Alhambra, al numero che Petra aveva trascritto nei suoi appunti: una delle amiche di Patsy K. Le altre telefonate erano tutte locali: tre al Jacopo’s di Beverly Hills per ordinare una pizza, due allo Shangai Garden, stessa località, per ordinare una cena cinese, una telefonata a testa a Neiman-Marcus e Saks.

Le ultime quattro telefonate erano a un centralino di Culver City. Corrispondeva alla Empty Nest. Petra chiamò e chiese di Darren. La receptionist chiese: «Darrell Breshear?»

«Sì.»

«Un momento, glielo passo.»

Breshear non aveva una segretaria in carne e ossa, solo una macchina. La sua voce era gradevole. Patsy K. aveva detto che era sulla quarantina, ma dalla voce sembrava giovane. Petra decise di non lasciare un messaggio e di riprovare più tardi. Poi fece eseguire un rapido controllo su Breshear alla banca dati centrale della polizia. Pulito. Rise tra sé perché non avevano mai controllato Ramsey.

Chiamò il catasto e dopo qualche schermaglia con un’impiegata scortese, apprese che H. Carter Ramsey era titolare di una decina di proprietà immobiliari a L.A., tutte nella Valley: la villa di Calabasas, immobili commerciali sul Ventura Boulevard e a Encino, Sherman Oaks, North Hollywood e Studio City. L’indirizzo di uno degli edifici di Studio City corrispondeva a quello che aveva lei per l’ufficio di Greg Balch alla Player’s Management.

Niente a Malibu o Santa Monica, niente che potesse passare per un nido d’amore. Ma forse quando Ramsey si allontanava dalla città, gli piaceva isolarsi. Vai a nord, ragazza, e se non funziona, prova le località di villeggiatura in montagna a est.

Al catasto di Ventura ottenne maggior collaborazione, ma nessun risultato. Con l’impiegato di Santa Barbara rasentò il battibecco, ma fece centro: H. Carter Ramsey (chissà per che cosa stava quell’H?) era proprietario di una casa a Montecito.

Trascrisse l’indirizzo e controllò Ramsey alla Motorizzazione.

Trovò il nome per esteso: Herbert.

Herb. Herbie C. Ramsey. Poco adatto per The Adjustor.

A lui erano intestate tutte le auto d’epoca che aveva visto nel suo piccolo museo più una Mercedes 500, con la targa personalizzata PLYR 1.

C’era inoltre una Jeep Wrangler di due anni. PLYR 0. Sulla registrazione appariva l’indirizzo di Montecito.

Player’s Management: PLYR. Il fatto che Ramsey ricorresse a targhe personalizzate era interessante. Di solito le celebrità aspiravano all’anonimato. Forse aveva la sensazione che la sua gloria fosse in declino, sentiva il bisogno di farsi pubblicità.

PLYR… un attacco di protagonismo?

Un’altra cosa: aveva accennato alla Mercedes ma non alla Jeep. Perché la teneva a Montecito o l’omissione era voluta?

Il veicolo del delitto era forse il fuoristrada e la Mercedes solo un diversivo?

Possibile che avesse una mente così tortuosa? Tortuosa, ma stupida, perché uno stratagemma come quello non avrebbe retto a lungo. Sapeva anche lui che avrebbero controllato quasi subito presso la Motorizzazione.

Ma se la ricostruzione fatta da Petra dell’ultimo appuntamento era verosimile, il delitto almeno fino a un certo punto era stato semimpulsivo, vale a dire fino all’istante in cui Ramsey, prima di montare in macchina, aveva preso un coltello. Dunque se aveva agito sotto la spinta di una collera sfrenata, ora brancolava nel tentativo di salvarsi.

Montecito… Una località in grande stile, tenute immense come a Calabasas, ma più antiche, più di classe. Niente intimo pied-à-terre per Ramsey, lui non poteva fare a meno dei grandi spazi. Signore di due manieri.

Tanto avido da essere patologicamente egoista? Se non posso averla io, non l’avrà nessuno?

Le tornò alla mente un Thomas Hart Benton riprodotto in un libro d’arte che era stato una sua passione da bambina. La ballata dell’amante geloso della Lone Green Valley. Uno scarno campagnolo con Stetson in testa e occhi da psicopatico pugnalava una donna al petto sulle meste note di alcuni musicisti country in un paesaggio verdeggiante le cui scoscese inclinazioni volevano evocare le vertigini della vittima. Le aveva provocato autentico terrore e per quel che ne sapeva aveva influenzato la sua opinione sugli uomini e l’amore, forse persino la scelta della carriera che aveva poi intrapreso.

L’amante geloso di Calabasas/Montecito.

Hollywood o no, nelle circostanze di quel delitto c’era probabilmente la replica di una storia antica come il mondo. Rifletté che se fosse rimasta alla squadra Omicidi, avrebbe passato il resto della vita collezionando i peggiori cliché.

Gli accordi erano che si sarebbe incontrata con Stu al Musso and Frank, ma alle due meno un quarto lui telefonò. «Scusa», le disse. «Ma sono bloccato. Ti dispiace?»

«Non c’è problema» gli rispose lei sollevata. «Niente di clamoroso?»

«Finora sono riuscito solo ad appurare che nessuno rispetta Ramsey come attore. E tu?»

Gli riferì della casa a Montecito e della Jeep, poi aggiunse: «E, sorpresa delle sorprese, abbiamo un caso simile». Gli illustrò i particolari dell’omicidio di Ilse Eggermann.

«Fantastico», commentò lui. «Phil Sorensen è bravo. Se non ha risolto il caso, è probabile che non sia risolvibile. Forse faremmo davvero bene a mollare tutto alla Centrale.»

Allora Petra fu certa che c’era qualcosa che non andava. Stu non aveva mai visto di buon occhio i funzionari della Centrale, li considerava palloni gonfiati, assai meno abili di quanto piacesse loro ritenersi. Perdere un caso importante era sempre una cocente sconfitta per un detective di una stazione decentrata che non avesse la vocazione dell’imboscato e non si poteva certo tacciare Stu di accidia. E adesso era disposto a lasciarsi mettere sotto da quelli della Centrale? Sacrificando anche lei?

Ma non avrebbe buttato al vento la possibilità di una promozione a meno che fosse sicuro che quel caso era destinato a finire male e avesse deciso che subire un danno calcolato subito era meglio che fare più tardi la figura dell’idiota del villaggio globale.

«Scherzi», ribatté brusca.

«Sì, sto scherzando», rispose lui in tono stanco. «Non avevo voglia di sentire che esiste un caso analogo, ma pazienza, incasseremo anche questo.» Lo sentì trarre un sospiro. «D’accordo, se hai bisogno di qualcosa usa il cercapersone. Niente sulla macchina di Lisa?»

«No. Ma mi piacerebbe andare a dare un’occhiata alla casa di Montecito.»

Silenzio. «Prima di prendere iniziative così dirette, dovremmo consultarci con Schoelkopf.»

«Non vedo perché», obiettò Petra. «Da quello che ho dedotto dalla riunione di stamane, dopo aver mandato giù la nostra dose di rospi quotidiani al telefono, siamo liberi di fare gli investigatori veri. Ha ammesso che se non sentiamo Ramsey presto, faremo la figura di due imbecilli. Io credo che dovremmo organizzare un altro faccia a faccia senza perdere troppo tempo. E senza interferenze da parte di qualche tirapiedi. Se Ramsey si rifiuta di parlare con noi senza un avvocato, già avremo avuto una prima risposta. Se sta al nostro gioco, lo tratteremo con la dovuta cortesia, ma cercheremo lo stesso di strappargli qualcosa.»

«Credo che tu abbia frainteso Schoelkopf, Petra. Il suo problema non è quello di ottenere risultati concreti, ma di proteggersi. Ed è in questi termini che dovremmo metterla anche noi…»

«Stu…»

«Ascoltami. Chi è finito bruciato con O.J.? I rematori o il comandante? Appena chiediamo di esaminare le case e le macchine di Ramsey, fosse solo una richiesta informale, senza mandato di un tribunale, Ramsey diventa l’indiziato numero uno e la musica che si suona è tutta diversa. Basta che qualcuno sappia che lo hai fatto controllare alla Motorizzazione, e vedi che roba.»

«Non ci credo.»

«Credi.»

«E va bene», si arrese Petra. «Lo saprai tu.»

«Io no, Petra», replicò lui in un tono funereo come non gli aveva mai sentito. «Io so solo che dobbiamo essere prudenti.»

Lasciò la stazione infuriata e aveva già percorso tre isolati prima di rendersi conto che si stava recando da Darrell Breshear senza aver nemmeno fissato un appuntamento.

Lo chiamò dalla strada. Questa volta rispose alla segreteria telefonica, dando nome e qualifica e chiedendo a Breshear di richiamarla alla prima occa…

«Sono Darrell.»

«Grazie, signor Breshear. Io mi sto occupando del caso Lisa Boehlinger-Ramsey e vorrei parlare con lei a questo proposito.»

«Perché eravamo amici?»

Strana risposta. «Infatti.»

«Naturalmente», ribatté lui tutt’altro che convinto. «Che cosa desidera sapere?»

«Se non le spiace preferirei un incontro a quattr’occhi.»

«Oh… qualche motivo in particolare?»

Perché voglio studiare le tue espressioni, valutare la frequenza con cui mi guardi diritto negli occhi, vedere se sudi o ti agiti o ti guardi troppo spesso i piedi, perché questo è il segno evidente che stai mentendo.

«Procedura», dichiarò.

Lui rimase in silenzio.

«Signor Breshear?»

«Be’… suppongo… Possiamo evitare di vederci qui?»

«Le spiace dirmi perché?»

«Vede… sul lavoro preferisco tenermi defilato e con la polizia che fa irruzione…»

«Le prometto di non fare irruzione.»

Lui non trovò la battuta divertente. «Sa che cosa intendo.»

«Capisco», lo assecondò Petra. Era sulle spine. Perché? «Che cosa suggerisce?»

«Ehm… le andrebbe un bar o una tavola calda? C’è solo l’imbarazzo della scelta qui intorno.»

«Scelga.»

«Facciamo… il Pancake Palace, sulla Venice vicino all’Overland. Alle dieci di domattina?»

«Il Pancake Palace mi sta bene, signor Breshear, ma io avevo in mente qualcosa di più immediato. Per esempio fra mezz’ora.»

«Oh. Ma… il problema è che sono preso fino al collo in un lavoro importante. Stiamo chiudendo un montaggio poi abbiamo la proiezione…»

«Capisco, ma Lisa è stata assassinata.»

«Sì, sì, certo… d’accordo, al Pancake Palace fra mezz’ora. Posso chiederle chi le ha detto che era il caso di parlare con me di Lisa?»

«Varie persone», rispose Petra. «A fra poco, signor Breshear. E grazie dell’aiuto.»

Rimontò in macchina e percorse ai limiti della velocità consentita la Western fino all’Olympic. Sperando che il suo uomo si facesse vivo e non le complicasse ulteriormente la vita.

23

Pareti blu, séparé marrone, le esalazioni troppo dolci di sciroppo di acero finto.

Individuare Darrell Breshear non fu difficile. A quell’ora il Pancake Palace era quasi deserto e Darrell era l’unico uomo di colore presente nel locale, seduto in un angolo, con l’aria infelice.

Voce giovane, ma senz’altro non un ragazzo. Patsy K. gli aveva attribuito quarant’anni, ma Petra sarebbe arrivata a un’età tra i quarantacinque e i cinquanta. Aveva già cominciato un caffè. Dopo tanto sforzo per ritardare il confronto, era arrivato in anticipo. Molto sulle spine.

Era snello e abbastanza alto, con i capelli brizzolati tagliati corti e la pelle chiara, quasi della stessa sfumatura di quella di Petra, ma con fisionomia africana. Indossava una polo nera sotto una giacca grigia a spina di pesce.

Le borse sotto gli occhi lo facevano apparire affaticato. Quando fu più vicina, vide che gli occhi erano ambra. Una spruzzata di lentiggini gli attraversava il naso.

Lui la vide e si alzò. Oltre il metro e ottanta.

«Signor Breshear.»

«Detective…»

Si scambiarono una stretta. La sua mano era asciutta.

«Caffè?» offrì lui indicando la propria tazza piena a metà. O piuttosto per metà vuota, a giudicare dalla sua espressione.

«Sì.»

Breshear ordinò per lei, dicendo prego e grazie e strappando un sorriso alla cameriera. «Scusi se sono stato così riluttante», disse. «L’omicidio di Lisa mi ha sconvolto e poi questa storia di finire in un’inchiesta…» Scosse la testa.

«Ora come ora la sua parte nell’inchiesta è molto marginale, signor Breshear.» Petra estrasse il taccuino, cominciò a scrivere, poi a disegnare il suo volto.

«Bene.» I suoi occhi vagarono verso sinistra. «Allora…»

Invece di cominciare, Petra bevve il caffè. Gli occhi di Breshear presero ad agitarsi.

«La prego, mi racconti dei suoi rapporti con Lisa Ramsey.»

«Lavoravamo insieme.»

«È editor anche lei?»

«Editor anziano. Lisa lavorava nella mia squadra.»

«Editor anziano», ripeté Petra. «Vale a dire che è un po’ che fa questo mestiere.»

«Dodici anni. Prima ho recitato.»

«Ma guarda.»

«Niente di importante. Niente cinema, ho partecipato a dei musical sulla Costa Orientale.»

«Bulli e pupe

Breshear sorrise. «Anche quello. E altri. Mi sono serviti per imparare una cosa.»

«Che cosa?»

«Che non avevo il talento che pensavo.»

Petra ricambiò il sorriso. «È stato lei ad assumere Lisa?»

«È stata assunta dalla Empty Nest e assegnata al mio gruppo. Era brava. Considerato che era alle prime armi. Imparava in fretta. Intelligente. Quello che le è successo è incredibile.»

Breshear abbassò di colpo le spalle e mantenne per un po’ gli occhi in quelli di lei.

«Lisa aveva già avuto esperienze come editor cinematografico?» chiese Petra.

«Era laureata in scienze dello spettacolo e aveva seguito corsi di editing.»

«Per quanto tempo ha lavorato con lei?»

«Sei mesi circa.» Uno scatto degli occhi verso l’alto. Bevve un sorso e tenne la tazza davanti alla bocca, nascondendogliela.

«C’è molta offerta di lavoro nel campo?»

«Niente affatto.»

«Ma Lisa ha trovato facilmente un posto grazie alla sua laurea?»

«Io… non proprio», rispose Breshear. La tazza continuava a nascondergli la bocca. Petra cambiò posizione e lui l’abbassò. «Ecco… mi hanno detto che aveva ottenuto il posto grazie alle sue conoscenze.»

«Chi gliel’ha detto?»

«Il mio principale, Steve Zamoutis. È il producer.»

«Quali conoscenze?»

«Ramsey. Lui ha telefonato e lei è stata assunta.»

«Sei mesi fa. Subito dopo il divorzio.»

Breshear annuì.

Una mano tesa all’ex. Confermava la separazione amichevole? Oppure Ramsey stava manovrando per cercare di riconquistarla?

«Vediamo di parlarci chiaro, signor Breshear. Lisa aveva le carte in regola per il lavoro che le era stato affidato?»

«Sì», rispose in fretta Breshear. «Considerata la sua inesperienza, era molto competente.»

Petra scrisse. E disegnò.

«Questo non vuol dire che non c’erano cose che non dovesse imparare», precisò Breshear.

Le ci volle un secondo per decifrare il doppio negativo. Aveva a che fare con una mente un po’ contorta o Breshear stava cercando qualcosa di meglio di una tazza dietro cui nascondersi?

«E lei le faceva da insegnante.»

«Mi ci provavo.»

«E lavoravate insieme agli stessi film.»

«Due pellicole», rispose lui, dandole i corrispondenti titoli.

Petra non li aveva mai sentiti.

«Non sono ancora usciti», aggiunse Breshear.

«Che genere di pellicole?»

«Commedie.»

«Non gialli, vero?»

Breshear rise a bocca chiusa poi parve rammaricarsene, perché trasse un respiro, cercò di ricomporsi. «Tutt’altro.» Guardò l’orologio.

«Che cos’altro mi può dire su Lisa?» chiese lei.

«Non molto. Sul lavoro non aveva problemi. Quando ho saputo che era stata assassinata, sono stato male.»

«Ha idea di chi può averla uccisa?»

«Dicono tutti che è stato Ramsey, perché la picchiava, ma io non so.»

«Lisa gliene aveva parlato?»

«Mai.»

Petra aggiunse qualche tocco finale al suo ritratto. Lo aveva raffigurato nervoso, con occhi tormentati. «Nemmeno una volta?»

«Nemmeno una volta, detective. Non ha mai pronunciato il nome di suo marito, punto e basta.»

«Ha mai visto Lisa fare uso di stupefacenti?»

Lui aprì e richiuse la bocca. Un altro grugnito in forma di riso. «Non vedo… è assolutamente necessario parlarne?»

«Sì, lo è.» Petra si protese in avanti, allungando la mano sul tavolo fino a pochi centimetri da quella di lui.

Breshear si ritrasse. «Mettiamola così: Lisa non era una consumatrice nel senso stretto del termine, ma nel nostro giro la gente tende a… sì, l’ho vista sniffare un paio di volte.»

«Un paio vuol dire due.»

«Forse un po’ di più. Tre o quattro.»

«E questo è successo sul lavoro?»

«No, no.» La sua pelle era abbastanza chiara perché si vedesse quando arrossiva. Bene. Gli occhi si abbassarono. «Sul lavoro no, in senso tecnico. Voglio dire che non stavamo veramente lavorando… Io sono il capo dell’équipe. Tutto quello che riguarda le persone sotto di me è responsabilità mia.»

«Capisco, signor Breshear. Lei non avrebbe mai permesso che la cocaina interferisse con il suo lavoro. Ma lei l’ha vista sniffare tre o quattro volte allo studio dopo il lavoro. È così?»

«In sala di montaggio, ma dopo l’orario di lavoro. Posso chiederle perché lo vuole sapere? Pensa che quanto è successo sia in relazione con questioni di droga? Guardi che il nostro non è un mondo di scoppiati. Qui si lavora tutti sodo, con la testa ben piantata sulle spalle. Non può essere altrimenti. Senza di noi i film non si fanno.»

Giustificazioni non sollecitate. Il colorito intenso rimaneva, attenuando il contrasto tra lentiggini e pelle.

«A parte la sala di montaggio, dove altro l’ha vista sniffare?»

«A… sulla mia macchina. E quella volta mi ha sorpreso davvero. Io guidavo e l’ho vista tirare fuori questo tubicino di vetro. Ha aspettato che mi fermassi a un semaforo rosso e l’ha tirato su con il naso.»

«A bordo della sua automobile», ripeté Petra scrivendo. Guardò gli occhi di Breshear compiere un piccolo giro di giostra. «Dove stavate andando?»

«Non ricordo.» Breshear afferrò la tazza e la svuotò. La cameriera tornò a versargli altro caffè e lui riprese a bere.

Petra rifiutò il bis e quando fu di nuovo sola con Breshear, tornò al suo ritratto, inserì contorni e ombreggiature, lo fece apparire più anziano. «Dunque non ricorda dov’eravate diretti. Quando è stato?»

La tazza si riabbassò. «Direi uno, forse due mesi fa.»

«Vi frequentavate, signor Breshear?»

«No, no… noi lavoravamo insieme. Fino a tardi. È così che funziona nel nostro mestiere. Ti chiamano, vai e tagli.»

Vai e tagli. La scelta di quel linguaggio gli era venuta spontanea.

«Dunque lei e Lisa lavoravate fino a tardi e…»

Lui non la soccorse e Petra domandò: «Com’è che siete finiti sulla sua macchina?»

«Probabilmente l’accompagnavo a casa, o forse si andava a mangiare un boccone insieme… Posso sapere perché mi sta interrogando?»

«Interroghiamo tutti gli uomini che Lisa conosceva, signor Breshear. Qualcuno ci ha detto che lei e Lisa vi frequentavate e noi vogliamo verificare.»

«Non è così. Non ci frequentavamo.»

«Dunque suppongo che la nostra fonte abbia sbagliato.» Sorrise, calcolando che l’esistenza di una «fonte» lo mettesse in affanno.

Lui arrossì di nuovo e i suoi occhi ripartirono. Quell’uomo non era uno schizofrenico, ma nascondeva qualcosa.

«Evidentemente», commentò.

«Può dirmi dove si trovava la notte in cui Lisa è stata uccisa?»

Lui la fissò. Si toccò la fronte, vi fece scorrere la mano anche se era asciutta. In quel momento i suoi occhi erano sgranati e impauriti, l’espressione era quella che Petra aveva disegnato. Guarda, papà, anch’io sono una profetessa!

«Ero con un’altra donna.» Appena sopra un bisbiglio.

«Posso avere un nome, per piacere?»

Breshear sorrise. Brutto sorriso, colpevole, sporco, sgradevole. «È un po’ un problema.»

«Come mai?»

«Perché io sono sposato e la donna non era mia moglie.»

«Se può essere discreta lei, so esserlo anch’io, signor Breshear.» Petra agitò la penna.

«Preferirei evitarlo», disse lui. «Senta… voglio essere franco con lei, detective Connor. Perché non voglio che lo venga a sapere da qualcun altro e che pensi che le ho nascosto qualcosa. Lisa e io abbiamo avuto una storia, ma assolutamente niente di importante.»

«Una storia.»

«Abbiamo dormito insieme. Sette volte.»

Aveva contato. Uno di quelli che mettono le tacche?

«Sette volte», ripeté lei.

«Storie di una settimana.»

Avrebbe voluto chiedergli: mi dica, caro signor Darrell, è stata una volta al giorno per sette giorni o in certi giorni avete fatto il bis e il tris e in altri vi siete concessi una pausa? «Storie di una settimana.»

«Proprio così.» Gli occhi ambra sussultarono. «Per la verità non abbiamo mai veramente dormito insieme. In senso stretto… Dio, è tutto così imbarazzante.»

«Che cosa?»

«Parlare dei particolari… Suppongo che se lei fosse un uomo sarebbe più facile.»

Petra sorrise con una punta di malizia. «Spiacente.»

Lui fissava di nuovo il caffè nella tazza e sembrava sul punto di scivolare sotto il tavolo.

«Allora», chiese Petra, «quando c’è stata questa storia tra lei e Lisa?»

«Un mese fa, forse sei settimane.»

Concordava con le dichiarazioni di Patsy K.

«Dunque avete avuto rapporti intimi», concluse Petra, addolcendo la voce. Voleva mantenere viva la sua preoccupazione, ma anche la sua disponibilità a confidarsi. «Però non avete mai dormito insieme.»

«Già», confermò Breshear. «Io non sono rimasto mai a casa sua e, come è ovvio, non potevo portarla da me.»

«Dove andavate?»

Il rossore divenne più intenso che mai. Un bel color mogano ferroso. Gli donava, gli conferiva un aspetto più interessante.

«Gesù… ma è proprio necessario?»

«Se è in relazione con i suoi rapporti con Lisa e il luogo dove si trovava la sera in cui è stata assassinata, temo di sì.»

«E deve scriverlo?»

«Se quanto mi dirà dimostrerà che lei non ha niente a che fare con la morte di Lisa, non c’è ragione perché venga a saperlo qualcun altro.» Un giro di parole che era un raggiro. Tutto finiva ne! suo dossier. Ma Petra chiuse comunque il taccuino.

Lui si massaggiò le tempie e studiò ancora il caffè. «Oh, be’… quella notte, quando Lisa è stata assassinata, ero in compagnia di una donna che si chiama Kelly Sposito. A casa sua.»

«Indirizzo, prego», chiese Petra aprendo di nuovo il taccuino.

Lui le recitò un numero sulla Quarta Strada a Venice.

«Appartamento…»

Sembrò ancor più a disagio davanti a quella domanda, come se la richiesta di precisione gli desse infine la misura di quanto la sua inquirente stesse facendo sul serio.

«No, è una casa…»

«E lei è stato a casa della signora Sposito da che ora a che ora?»

«Tutta notte. Dalle dieci di sera fino alle sei del mattino. Prima, dalle cinque o sei del pomeriggio, siamo stati al ristorante, un posto messicano vicino allo studio. L’Hacienda, sul Washington Boulevard.»

«La signora Sposito lavora per lei?»

Lui annuì. «È un’editor anche lei.»

Già a proposito di montaggio…

«Dunque è rimasto fuori tutta notte e sua moglie non ha sospettato nulla.»

«Mia moglie era fuori città. Viaggia molto per lavoro.»

E intanto il signor Darrell, l’insegnante cortese, era anche lo stallone dell’ufficio. Il che significava che probabilmente era protagonista di molte altre «storie» che avrebbe preferito tenere per sé.

«Dovrà sentire Kelly?» domandò lui.

«Sì. Sa dov’è?»

«Al lavoro. Abbiamo finito?»

«Quasi», rispose Petra. «Mi sa dire dove si procurava la coca Lisa?»

«No», disse. «Non ne ho proprio idea.»

«Non da qualcuno allo studio?»

«Non so in che modo si riforniva, ma sono certo non da nessuno della Empty Nest.»

«Perché?»

«Perché conosco tutti e nessuno spaccia.»

«Va bene», gli concesse Petra, «ma immagino che non dovrebbe essere troppo difficile trovare qualcuno allo studio a cui chiederla, giusto?»

«Andiamo», si ribellò lui. «Lei pensa che siccome questo è il mondo dello spettacolo passiamo tutto il tempo a spassarcela. Si chiama Industria perché è un’industria, detective. Lavoriamo come bestie. Io non ho mai visto nessuno cercare di vendere droga a qualcun altro e Lisa non mi ha mai parlato dei suoi fornitori. Per la precisione, la prima volta che ha sniffato l’ha offerta anche a me e io le ho detto: ‘Non voglio che ti droghi sulla mia macchina’.»

«Ma lei ha continuato lo stesso», disse Petra, «sulla sua macchina.»

«Sì, d’accordo. Era una donna adulta, non è che potessi darle ordini. Ma non volevo averci niente a che fare.» Sollevò la tazza con entrambe le mani. «Vuole una confessione? Gliene do una. Ho avuto la mia razione di guai con l’alcol. Non bevo più da dieci anni e intendo continuare così.»

Un lampo negli occhi ambra. Indignazione che sembrava sincera. Altrimenti invece di tagliare e incollare pellicole, avrebbe fatto meglio a interpretarle. O a calcare di nuovo i palcoscenici, a cantare con il cuore in mano.

«Va bene», concluse Petra. «Grazie del tempo che mi ha dedicato.»

«Non c’è di che. E chiami Kelly, ma eviti mia moglie, siamo d’accordo? Perché se non era in città, non può esserle d’aiuto. Io e Lisa eravamo amici, niente di più. Perché fare del male a lei?»

«Solo amici, eccetto che per quella unica settimana.»

«Non è stato niente», insisté lui. «Senza impegno. Lei si sentiva sola, era giù di corda, e il caso vuole che tra me e mia moglie non stesse andando molto bene. Lavoravamo fino a tardi, una cosa tira l’altra.»

Si strinse le spalle in un gesto di: sa anche lei com’è la vita.

Una cosa che ne aveva tirate sette altre.

Sette cose sfociate in un’altra ancora.

«Ma non avete mai passato la notte insieme», gli ricordò Petra. «A differenza di quello che ha fatto con Kelly Sposito.»

«Questo perché Lisa non voleva. Per lei era una questione di orgoglio. Era una donna indipendente, le decisioni dovevano restare sue.»

«Dove andavate?»

«Da nessuna parte. Noi… oh, Gesù. E sia, eccole il quadro completo: è successo tutto sulla mia macchina. Siamo andati a mangiare un boccone insieme e mentre si tornava al lavoro, Lisa mi ha chiesto di farle fare un giretto, una puntata alla spiaggia. Siamo finiti vicino al vecchio Sand Dune Club. Mi ha chiesto di fermarmi. Io non sapevo dove volesse andare a parare. Poi ha tirato fuori quel tubicino e ha sniffato.»

«Dunque era cocaina in polvere, non crack.»

Breshear sorrise. «Sono solo i neri a usare il crack, no?»

Petra gliela lasciò passare.

«Era polvere», confermò lui.

«Lei ha sniffato e poi?»

«Poi è diventata… ha preso l’iniziativa. Le è venuta voglia.»

«E l’avete fatto in macchina», disse Petra.

«Così è andata», annuì lui. Nuovo tono di voce. Divertito?

«Sette volte», ribadì Petra. «Andavate da qualche parte in macchina, lei sniffava e poi facevate l’amore.»

«Per la verità cinque volte è andata così. Le altre due, le ultime due, l’ho seguita a casa, ho aspettato che fosse pronta, poi siamo usciti a cena. Ma non ci siamo mai dati veri appuntamenti, come capita in una relazione normale. Tutt’e due le volte è andata a casa per qualche ragione.»

«La coca?»

«Non lo so», rispose Breshear.

Ma non era così. Lo sapeva lui, lo sapeva lei. Fino a quel punto il suo racconto corrispondeva in tutto e per tutto a quello di Patsy K.

Breshear inalò tra i denti. «Non so perché lo dico a lei, ma tanto vale raccontarle tutto. Non abbiamo mai avuto un rapporto vero e proprio. Lei voleva solo che venissi io.»

Ora la guardava, seduto eretto, la sfidava a chiedergli i particolari.

Perché il sesso era il suo hobby preferito e una volta superata la vergogna iniziale, parlarne gli dava sicurezza.

«Sesso orale», disse Petra.

«Sì», ammise lui, chiudendo gli occhi per un secondo. «Prima si faceva, poi faceva me. Sette volte, una volta al giorno, stesso sistema. L’ottava volta mi ha detto: ‘Mi piaci, Darrell, ma…’ Non ho protestato, perché a essere sincero tutta quanta quella storia mi sembrava un po’ strampalata. Non è stata antipatica, anzi, molto carina, mi ha fatto capire che era ora di chiudere. Ho avuto la sensazione che l’avesse già fatto in passato.»

«Come mai?»

«Così, un sentore. Mi era sembrata… pratica.»

Petra non parlò e Breshear sgranò di nuovo gli occhi.

«Che cosa c’è?» gli domandò lei.

«Mi è difficile pensarla ridotta in quello stato. Hanno detto che è stato brutale.»

Petra tacque di nuovo e lui aggiunse: «Era una splendida persona. Spero con tutto il cuore che prendiate chi l’ha uccisa».

«Lo spero anch’io. Nient’altro che desidera dirmi, signor Breshear?»

«No, non mi viene in mente altro. Ma la prego di non chiamare mia moglie, va bene? Ora tra noi sta filando alla perfezione. Non voglio guastare tutto.»

24

Dopo che Breshear se ne fu andato, chiamò la Empty Nest e chiese di Kelly Sposito, la fiamma attuale. Quando andava bene con la moglie si limitava a una sola ancella?

La Sposito era il suo posto di lavoro, aveva una spiacevole voce acuta che diventò stridula quando Petra le spiegò chi era e la natura della telefonata.

«Darrell? Dice sul serio?» Ma un momento più tardi confermò l’alibi di Breshear.

«Dunque è stato con lei tutta notte?»

«Così ho detto. Ascolti, è meglio che non faccia finire questa storia sul giornale o che so io, non voglio avere problemi.»

«Io sono un detective, non un reporter, signora Sposito.»

«Se vedo il mio nome sul giornale, le faccio causa.»

Tigre di carta. Che le aveva preso?

«Perché ce l’avete con Darrell? Perché è nero?»

«Parliamo alle persone che conoscevano Lisa, signora Sposito…»

«Tutti sanno chi è stato.»

«Chi?»

«Giusto», rispose la Sposito. «È rimasta lei a non saperlo. E la farà franca perché è ricco.»

Petra la ringraziò, riappese, montò in macchina e si recò agli studios. Usò il distintivo e un cocktail di fermezza e fascino per entrare. Ebbe le indicazioni su come arrivare all’Empty Nest da un uomo con i capelli lunghi che aveva l’aspetto di un attore ma indossava una cintura piena di utensili.

Lo stabilimento era costituito da alcune palazzine bianche con le persiane verdi sparse fra i candidi edifici dei teatri di posa e palazzi di uffici. L’atmosfera generale era quella troppo perfetta dei villaggi di Potemkin. Torri di metallo reggevano cartelloni con i manifesti di film e spettacoli televisivi. Un campo di paraboliche faceva pensare a una gigantesca collezione di piatti.

Una donna alla Palazzina A la informò che Breshear lavorava alla D. Entrò in una piccola zona reception, ottone e vetro e pavimenti neri di legno, tre telefoni, niente macchine per scrivere o computer. Altre locandine, produzioni a basso costo che non riconobbe, odore di pesce. Udì delle voci provenire da un’altra stanza e aprì dopo un fugace colpo di nocche.

A un lungo tavolo occupato da alcuni macchinari grigi che sembravano la prole di un accoppiamento tra un proiettore e un microscopio, lavoravano Breshear e due giovani donne. In un contenitore per alimenti aperto c’erano tre involtini sushi.

Una delle ragazze indossava un ampio pull nero su fuseaux neri; bel faccino dai tratti taglienti, pelle resa probabilmente bronzea da prodotti cosmetici e una criniera di riccioloni neri che le scendeva a mezza schiena. L’altra era di un pallore artico, con sottili capelli biondi trattenuti da un fermaglio rosa. Graziosa, ma niente della procacità di Boccoli. Breshear, seduto fra di loro, cominciò a ritrarsi come per prendere le distanze.

«Il detective Connor», la presentò. Aveva in mano una tazza fumante con Gary Larson in serigrafia. Aveva dichiarato di non drogarsi, ma come molti ex alcolisti aveva un debole eccessivo per la caffeina.

«Salve», salutò Petra. «Lei è la signora Sposito?»

«Cosa?» sbottò Boccoli alzandosi in piedi. Alta, con curve da capogiro che nemmeno il pull informe riusciva a dissimulare. I suoi occhi neri avevano dieci anni in più del resto del suo corpo, con tanto mascara che le ciglia sembravano spazzole di tergicristallo in miniatura. Lineamenti troppo duri perché potesse fare la modella o l’attrice, ma senz’altro una ragazza che si faceva notare. Una leonessa, con quella criniera.

«Ho pensato di fare un salto a parlarle di persona.»

Breshear girò la testa di scatto per lanciare un’occhiata alla sua ragazza. Cercava di immaginare che cosa potesse aver detto per telefono da complicare la situazione.

La Sposito si avvicinò a Petra a grandi passi elastici sulla scia di un’occhiataccia all’amante.

La bionda seguì la scena con aria sconcertata.

Quando fu a due passi da Petra, la Sposito disse: «Parliamo di là». Alla bionda: «Usiamo il tuo ufficio, Cara».

«Sì sì», rispose l’altra ragazza. «Io resto qui?»

«Sì. Non ci vorrà molto.»

Nell’altra stanza, la Sposito si posò le mani sui fianchi. «Adesso cosa c’è?»

Colpa tua, Kelly della Giungla, per tutto quel fervore così sproporzionato.

«Ha espresso un giudizio molto critico sul signor Ramsey», le rammentò Petra.

«Oh, al diavolo! Le opinioni sono solo opinioni. E poi tutti la pensano allo stesso modo. Perché il signor Ramsey è un violento. È una follia anche solo ipotizzare che Darrell abbia avuto qualcosa a che fare con Lisa solo perché si è visto con lei un paio di volte. Comunque lei mi ha chiesto dov’era e io gliel’ho detto. Altro non c’è. Devo già digerire abbastanza stronzate per stare con Darrell, non ho bisogno del suo contributo.»

«Stronzate da parte di chi?»

«Tutti. La società.»

«Razzismo?»

Kelly rise. «Solo qualche settimana fa eravamo al Rose Bowl per un raduno e un idiota ha pensato bene di venirsene fuori con una volgarità. Uno penserebbe che ormai è tutto cambiato, Los Angeles, gli anni Novanta. Chi è la donna più ricca d’America, Oprah, no?» Corrugò la fronte e due solchi le si formarono ai lati della bocca. «Quello che c’è tra me e Darrell ha un valore e non voglio che niente venga a rovinarcelo.»

Se solo sapessi, tesoro.

«Capisco», ribatté Petra. «Nessun’altra opinione da riferirmi? Sull’assassinio di Lisa? Su Lisa in generale?»

«No. Ora vuole lasciarmi tornare al mio lavoro? Perché, sa, qui si lavora.»

Come mai la gente del cinema era così zelante nel difendere l’onestà del proprio lavoro?

«Da quanto tempo lavora qui, Kelly?» Kelly e non signora Sposito, perché sentirsi chiamare con il cognome l’avrebbe indotta a cercare di continuare a tenere il coltello dalla parte del manico.

Le spazzole del tergicristallo scesero e si rialzarono. «Un anno.»

«Dunque ha lavorato con Lisa.»

«Non con lei nel senso di aver prodotto gli stessi film. Aveva bisogno di imparare, perciò con lei lavorava Darrell. Io sono sempre stata per conto mio.»

«Lisa era inesperta?»

Kelly ridacchiò. «Una pivellina. Darrell non faceva che criticarla.»

«Per tutti i sei mesi che ha lavorato qui?»

«No, è migliorata, ci sapeva fare, ma a dire la verità… no, lasciamo stare, non voglio mettermici anch’io.»

Petra sorrise e Kelly scoprì i denti. Petra pensò che dovesse essere il suo modo di ricambiare.

«E va bene, ormai la boccaccia si è aperta. Stavo solo dicendo che i posti di editor sono scarsi, c’è da sbattersi a trovarli. Lisa era assolutamente alle prime armi. Immagino che abbia usato qualche conoscenza.»

«Che genere di conoscenza?»

«Nonio so.»

Un altro particolare che Darrell non aveva confidato alla Leonessa. A un tratto Petra provò compassione per lei. «Che cosa pensava di lei come persona, Kelly?»

«Lei faceva il suo mestiere, io il mio. Non eravamo amiche.»

«Le era simpatica?»

Kelly sbatté le palpebre. «Devo essere sincera? Non era tra le mie persone preferite perché secondo me trattava male la gente, ma giuro che non voglio mettermi a farle le pulci adesso.»

«Trattava male chi?»

Gli occhi scuri si strinsero. «Sto parlando in generale. Aveva la lingua tagliente, probabilmente è per quello che ci ha rimesso le penne.»

«Vuole essere più esplicita?»

«Era sarcastica. Aveva un modo di dire le cose senza dirle, sa come. Lo sguardo, il tono della voce, tutto quanto il linguaggio del corpo.» Si lisciò il corpo con le mani, fletté una gamba alla maniera di una ballerina classica, la ridistese. «Lisa era superba, va bene? E se riteneva che qualcuno non fosse alla sua altezza, non perdeva l’occasione di dirglielo nudo e crudo. Vuole la mia opinione? Forse Ramsey stava cercando di rimettersi con lei e lei lo ha mandato a quel paese. I violenti non sono sempre anche ossessionati?»

Dalla bocca di quella bambola astiosa. «Possono esserlo», ammise Petra, senza preoccuparsi di nascondere il suo momentaneo rapimento.

«Quindi può darsi che Ramsey avesse ancora tutta la testa piena di Lisa», riprese Kelly, «e allora diciamo che si sono incontrati e che lui abbia cercato di starci assieme di nuovo ma non sia riuscito a farselo venire su o che so io e che lei, nel suo tipico stile, gli abbia illustrato il suo pensiero in proposito e lui abbia perso il lume della ragione.»

Questa volta Petra nascose la sua meraviglia. Era passata da testimone ostile a una teoria criminologica nel giro di cinque minuti, offrendo un’ipotesi che confortava la ricostruzione dell’ultimo appuntamento fatta da lei stessa.

«Che cosa le fa credere che Ramsey fosse impotente?»

«Perché così aveva detto Lisa. O almeno lo aveva lasciato capire. È stato tre o quattro mesi fa. Eravamo a pranzo, tutti quanti, Darrell, Cara, io, Lisa e un’altra editor che lavora qui, Laurette Benson. Una lesbica. Ci siamo messi a chiacchierare di attori, di tutta la celebrità che ottengono e di come molti di loro hanno una personalità completamente sballata, sono completamente fuori di cocomero, ma il pubblico non viene mai a saperlo perché alle orecchie della gente arrivano solo le stupidaggini messe in circolazione dai media e dalla pubblicità. Fatto sta che ci siamo messi a parlare di come gli attori diventano sex symbol, qualcosa di più di semplici esseri umani, come per esempio Madonna che mette al mondo quel bambino e tutti ne parlano come se fosse la reincarnazione della Madonna vera e la sua fosse stata una nascita avvolta nel mistero, no? O tutti quegli idioti che cercano ancora Elvis o credono che Michael Jackson resterà sposato. Noi, nel nostro mestiere, vediamo questa gente tutti i giorni, scena dopo scena, attraverso il display di una moviola. Allora ti passano sotto gli occhi un sacco di porcherie, vedi quante volte bisogna rigirare una scena perché questo o quell’attore risulti appena decente o parli come se avesse un po’ di cervello in testa, ti rendi conto di quanto pochi di loro hanno un po’ di talento. Comunque si conversava di questi argomenti e ci siamo ritrovati a parlare di tutte le fantasie sessuali di cui il pubblico si bea su persone che probabilmente metà delle volte a letto fanno fiasco. Allora Laurette parte a dire che un sacco di attori sono gay, anche quelli che il pubblico scambia per autentiche divinità dell’amore eterosessuale, sostiene che sessualità e realtà sono due pianeti completamente diversi. E Lisa alza gli occhi al cielo e fa: ‘Ah, ma voi non avete idea, ragazzi. Non potete nemmeno immaginarvelo’. Così tutti la guardiamo e aspettiamo la sua tesi e lei ride. ‘Credetemi’, dice lei, ‘capita di entrare convinti di andare a mangiare all’Hard Rock Café e ti ritrovi alla Torre Pendente davanti a un piatto di spaghetti stracotti.’ Poi ride più forte e all’improvviso la sua espressione cambia completamente, è rabbiosa, incavolata nera. Si alza, va in bagno e ci resta per un po’. ‘Qualcuno si è sentito tirare le mutande’, commenta Laurette. Poi Lisa ritorna e ha il naso rosso ed è troppo su di giri, capisce che cosa voglio dire?»

«Aveva sniffato.»

Kelly le puntò contro l’indice e il pollice a pistola. «Lei deve essere un detective.»

«Lo faceva spesso?»

«Abbastanza. Non che ci stessi dietro.»

«Dunque l’argomento dell’impotenza la turbava.»

«Perché, non turberebbe anche lei?» ribatté Kelly Sposito. «La vita è già abbastanza rognosa con tutte le troiate che ti becchi dagli uomini quando sono in pieno spolvero. Hai giusto bisogno di un piatto di spaghetti scotti.»

Erano passate le cinque quando Petra lasciò gli studi cinematografici e non le sarebbe dispiaciuto un lungo bagno caldo, seguito da un buon pranzetto preparato da qualcun altro, e magari una breve seduta al cavalletto. Ma aveva bisogno di confrontare le sue informazioni con quelle di Stu e, se lui avesse suggerito di attaccare Ramsey quella sera stessa, non si sarebbe opposta.

Chiamò la stazione. Stu non era rientrato, ma Lillian, la receptionist, le comunicò che c’era qualcosa per lei: «È arrivato un plico dal coroner, Barbie».

«Una busta grossa?»

«Grandezza media. Te l’ho messa sulla scrivania.»

«Grazie.»

Consumò un sandwich al tonno all’Apple Pan, lo mandò giù con una coca cola, diede una scorsa al giornale (niente su Lisa) e tornò a Hollywood guidando per quanto celermente glielo consentiva il traffico. Giunse a destinazione quando era già entrato in servizio il turno di notte, ma la maggior parte dei colleghi erano già usciti di nuovo armati dei rispettivi mandati di cattura e di comparizione e Stu non si era ancora visto.

Nella busta marrone c’era il referto autoptico preliminare firmato da un certo dottor Wendell Kobayashi e controfirmato, come Schoelkopf aveva promesso, dal capo coroner, dottor Ilie Romanescu.

Risultati solleciti; di solito persino i preliminari richiedevano una settimana.

Si sedette e lesse le due pagine dattiloscritte. Nel corpo di Lisa Ramsey erano state trovate tracce di cocaina e alcol, in un quantitativo sufficiente a intossicare ma non a provocare stupore. Significava che sarebbe stato più facile coglierla di sorpresa. Ancora non c’era un referto definitivo, ma i patologi erano riusciti a stabilire il numero delle ferite e la causa del decesso. Ventitré coltellate, nell’ordine di grandezza delle ventinove ricevute da Ilse Eggermann. Al momento il coroner riteneva che quella fatale era una ferita particolarmente profonda nella zona addominale, la stessa che era apparsa mortale a Petra. Punto d’ingresso appena sopra l’osso pubico, venti centimetri di lunghezza, una ferita verticale che aveva reciso intestini, stomaco e fegato, sezionando il diaframma e bloccando la respirazione.

Uno sventramento: una tecnica da gangster.

Mentre cade, lui la colpisce altre ventidue volte.

Furore o gusto. O entrambi.

Il dottor Kobayashi riteneva che le fosse stato vicino per quel primo colpo letale. Questo significava che non poteva non essersi macchiato di sangue e, se avessero avuto fortuna e ci fosse stato uno scambio, qualcosa poteva aver lasciato lui su di lei. Ma per l’analisi di fibre e liquidi ci sarebbero voluti ancora alcuni giorni. Nessuna impronta di piedi, come aveva notato Alan Lau. O si era tolto le scarpe o gli era andata bene.

Rifletté su quanto Darrell le aveva rivelato delle inclinazioni sessuali di Lisa: sesso orale in macchina. Come un ritorno ai tempi del liceo. Forse che Lisa era rimasta fissata alla fase pompon? Ragazze pompon e uomini maturi?

Kelly l’aveva descritta come una donna piena di sé, ma poi aveva succhiato Darrell senza chiedere niente per se stessa.

Sesso in macchina. L’assassino che porta Lisa da qualche parte in macchina.

Mister Macho Ramsey in crisi di prestazione?

Un problema cronico? Ramsey che le dà un appuntamento per un ultimo tentativo di dimostrarsi all’altezza?

In macchina? Perché lui e Lisa l’avevano già fatto in macchina?

Quel maledetto museo di automobili! Era forse qualcosa di più della collezione di trofei di un miliardario? Era il supporto coniugale di Ramsey? Tutte quelle cromature, i motori potenti, a ricordargli di essere ricco, bello e semifamoso, giocattoli di valore inestimabile solo perché il sangue non gli defluisse dal pene?

Breshear aveva detto che Lisa le era sembrata esperta. Con Ramsey? Altri? Dopo il divorzio… o prima?

Ma dalla bolletta del telefono non risultavano contatti con altri uomini, nessuna concessione alla vita mondana. Forse per i contatti personali usava il telefono dell’ufficio. Ancora più complicato ottenere di poterli consultare, era scontato che i telefoni fossero intestati alla società di produzione. Ci si sarebbe messa subito l’indomani.

Tornò alla notte dell’omicidio. Lisa si fa bella.

La macchina, in macchina, facciamolo in macchina.

Lei si è messa in tiro, ma è a Ramsey che non…

Lui non ce la fa, Lisa cala su di lui la sua lingua tagliente…

Tagliente. Ecco che ci risiamo.

Lisa lo prende in giro e lui taglia lei.

Dopo che è stato così carino con lei, le ha perdonato la piazzata che è andata a fare a quello show in televisione, le ha trovato un lavoro allo studio e le versa sette bigliettoni al mese.

Ventitré in contanti, un conto titoli alla Merrill Lynch: dovrà ricordarsi di sentire il broker, Ghadoomian, un altro impegno per l’indomani.

Sesso, denaro, fiasco.

Fiasco in macchina, dunque usa una macchina per ucciderla.

La porta in macchina al suo capolinea.

La uccide in un parcheggio.

Stile L.A.

Aveva bisogno di mettere le mani su PLYR 0 e PLYR 1 e tutti gli altri veicoli della collezione di Ramsey. Per quel che ne sapeva l’auto servita all’omicida poteva essere stata una delle altre, anche la fallica Ferrari, e lei, Stu e gli uomini dello sceriffo se l’erano accarezzata con gli occhi senza sapere che stavano ammirando un mattatoio su quattro ruote.

No, troppo vistosa, anche per L.A. Una delle altre… Squillò il suo telefono, doveva essere Stu.

Ma era Alan Lau che chiamava da Parker Center. Il criminologo aveva la voce molto stanca. «Ho qualche risultato iniziale su quegli involti di cibo e l’orina. Il cibo era un misto di carne trita, manzo e maiale, con peperoni, cipolle, una salsa a base di pomodoro, chili in polvere, aglio in polvere, altre spezie che non abbiamo ancora identificato. E briciole di pane. Ma non mescolate al resto, separate. Probabilmente del panino che conteneva la carne. Pane bianco.»

«Chiliburger.»

«Probabile. L’orina è senza dubbio umana, ma spero che non ci venga richiesto un esame del DNA, perché ne avevamo appena a sufficienza per ricavarne un giudizio comunque non definitivo. E anche se dovessimo farlo, costerebbe una fortuna e ci vorrebbe un mucchio di tempo.»

«Che cos’altro hai?» chiese Petra.

«Impronte dall’involucro di carta e anche dal libro che hai trovato tu. Il libro ne era pieno. Impronte complete, parziali, ottime impressioni delle volute. Io non sono un esperto, ma sembra che ci sia identità fra alcune di quelle sulla carta e alcune trovate sul libro. Abbiamo mandato tutto all’ID ma per ora non abbiamo avuto riscontro. Dunque sembrerebbe che il tuo lettore non sia un criminale importante o un pubblico ufficiale. Inoltre, dalla dimensione dei polpastrelli si tratta probabilmente di una donna.»

La barbona nascosta fra le rocce, pensò Petra. A mangiare di nascosto, a leggere un vecchio libro di biblioteca che probabilmente alimentava qualche sua fantasia schizoide. Chissà che significato avevano per lei i presidenti?

Triste. Se non fosse saltato fuori nulla, forse sarebbe valsa la pena consultare i ranger del parco e altri agenti di pattuglia a Hollywood. Forse qualcuno conosceva una particolare vagabonda che frequentava quella zona del Griffith.

«Grazie, Alan. L’aspirapolvere non ci ha dato niente?»

«Solo un mucchio di terra, finora. Con tutto quel sangue, è stato un lavoretto straordinariamente pulito.»

Stu entrò in sala operativa alle 6.34 del pomeriggio, con l’aria di un cane bastonato. Petra stava sgranocchiando il suo secondo Snickers mentre si domandava dove fosse in quel momento Ramsey, che pensieri gli frullassero nella mente, se rimpiangeva quello che aveva fatto o si gongolava di aver massacrato Lisa.

Chiese a Stu come stava. Bene, rispose lui e riferì la sua giornata nel tono diligente di un bambino che risponde alle domande di un’interrogazione orale. Aveva visitato tre stabilimenti cinematografici, aveva pasturato, ora si trattava di aspettare. Non sembrava abbastanza da giustificare l’arrossamento delle sue iridi sempre così limpide.

Si tolse la giacca del vestito e la sistemò con cura sulla spalliera della seggiola. «Nessuno aveva niente di personale da raccontare su di lui, non sembra che frequenti in maniera particolare questo o quel giro nel mondo dello spettacolo. Il fatto che abbia pestato Lisa li spinge a considerarlo l’assassino.»

«Io ho trovato qualcosa di personale.» Petra gli raccontò dei suoi colloqui con Breshear e la Sposito e delle allusioni fatte da Lisa sull’impotenza dell’ex marito.

«Interessante», fu il commento di Stu. Come se fosse un guaio comune a tutti gli uomini. Era così?

«È un movente», azzardò lei.

«Senza dubbio. Peccato che è dura accertarlo. Ti fidi della Sposito sull’alibi di Breshear?»

«L’ho chiamata prima che Breshear la raggiungesse e ha risposto senza la minima titubanza. Solo scocciata di essere tirata in ballo. Tu non vuoi che continuiamo a lavorare su Breshear, vero?»

«No, voglio solo assicurarmi che se lo depenniamo non restino zone oscure. Vorrei che questa volta mettessimo insieme un caso dove è tutto bianco o nero, senza sfumature intermedie.»

Posò le mani sulla scrivania e si protese in avanti distendendo le dita. «Ora, a proposito di quella ragazza tedesca…»

Petra gli consegnò il fax su Karlheinz Lauch. Lui lo lesse in silenzio.

«Che cosa vogliamo farne?» chiese Petra.

«Riproviamo con la polizia austriaca. E negli altri paesi dove si parli tedesco e ci siano degli aeroporti, come dire la Svizzera. E poi l’Interpol, il nostro ufficio Immigrazione. Anche se dopo tre anni ci vorrebbe un bel colpo di cosiddetto per trovare qualcosa al controllo passaporti.»

«Sorensen ha già svolto tutte queste ricerche.»

«Visto che sono passati tre anni lo si fa di nuovo. Ora che abbiamo trovato un caso simile, abbiamo bisogno di gettare una rete più grande, assicurarci di non lasciarcene scappare qualcun altro. Questo vuol dire Orange County, Ventura, Santa Barbara, persino San Francisco. Se non troviamo niente, potrò archiviare tranquillamente l’ipotesi di un serial killer locale. Ma non si sa mai. Qualche anno fa c’è stato un tizio, un certo Jack Unterhoffer, austriaco, è risultato poi che faceva la spola fra Europa e Stati Uniti strangolando donne. C’è voluto molto tempo per accorgersi dei collegamenti. Se non spremiamo tutto quello che si può dalle piste che abbiamo su Lisa e Schoelkopf si lascia prendere definitivamente dalla paranoia, ci costringerà a una ricerca a livello nazionale, perciò vediamo di precederlo, facciamo controllare Lauch alla banca dati centrale, sentiamo che cosa hanno da offrirci i federali.»

Quasi che desiderasse il lavoro d’ufficio. Non si adattava alla sua teoria sulla occasione di una promozione. O sbagliava?

«Bene», disse, sorpresa dall’impazienza che udì nella propria voce. «Ma Ramsey resta il nostro uomo principale e adesso abbiamo appreso qualcosa che si inquadra in un possibile movente. So che l’accusa di impotenza è solo per sentito dire…»

«Meno che sentito dire. Lisa ha fatto un’allusione in termini generici.»

«Ma se non seguiamo questa pista, è un caso di prevaricazione.»

«Niente discussioni», ribatté lui, appoggiandosi allo schienale e mettendosi a giocare con le bretelle. «Qui non ci mettiamo a discutere, Petra, decidiamo una scaletta. Siamo solo in due, perciò o chiediamo rinforzi, che vuol dire mollare tutto alla Omicidi della Centrale, o ci dividiamo il lavoro. Cosa dici se io mi prendo tutto il malloppo Eggermann/Lauch e tu ti prendi Ramsey? Le telefonate, continueremo a spartircele a metà.»

Petra non credeva alle proprie orecchie. A lei il filetto e a lui l’osso da rosicchiare. «Vuoi che faccia Ramsey da sola?»

«Potrebbe essere un vantaggio per tutti, Petra.»

«In che senso?»

«Se Ramsey ha un problema di donne, la tua presenza potrebbe renderlo vulnerabile, aprire degli spiragli.»

Problemi di donne. Non problemi di impotenza. Non problemi da uomo.

«Va bene, ma voglio lo stesso fare la mia parte del lavoro rognoso», dichiarò lei.

«Non ci pensare, Petra. Per la verità…» Stava per dire qualcosa ma s’interruppe. Le riaffiorò alla memoria qualcosa che lui le aveva insegnato quando avevano cominciato a lavorare insieme: attenta agli indiziati che dicono sinceramente o francamente o a essere onesto o a dire la verità. Di solito nascondono qualcosa.

«Credo davvero che tu sei la più adatta a leggere nell’anima di Ramsey», disse Stu. «Non solo per una questione uomo-donna. È meglio non stargli sul collo, lasciar capire troppo chiaramente che lo stiamo interrogando. In questo è più efficace se ad affrontarlo è una persona sola. E poi, quando siamo stati a casa sua, mi ha dato l’impressione di averti messo gli occhi addosso.»

«Che cosa vuoi dire?»

«Non che abbia fatto delle avance, ma c’era dell’interesse. Almeno così mi è parso. Ci dice qualcosa sul modo in cui funziona la sua mente. La sua ex è appena morta ammazzata, lui sta recitando la scena del marito traumatizzato, però una guardatina non se la nega.»

Allora aveva visto. Che cos’altro aveva tenuto per sé?

«Non sto parlando di esche, Petra. Se non vuoi affrontarlo da solo, capisco. Ma hai il talento che ci vuole per questo numero.»

«Grazie.» Come mai non lo sentiva come un complimento? Era lei a diventare paranoica?

Annuì.

«Allora siamo d’accordo.» Stu sollevò il ricevitore.

25

Corricorricorri, non respirare.

Niente girarsi.

Gli alberi mi saltano addosso, cercano di afferrarmi, cambio direzione.

Strappo i rami, loro strappano me, faccia, braccia, gambe, tutto che brucia.

Voglio chiudere gli occhi, lanciarmi nello spazio, come un missile. Ci provo ed è bello, ma poi cado e rotolo, finisco sui sassi e i rami e cose aguzze, mi faccio male alla testa, mi apro un taglio caldo e bagnato sul braccio.

Non smette più di sanguinare. Lo sento che gocciola, ma non fa male. Niente fa male. Sono fatto di terra? O di cacca?

Non so dove sto andando, non m’importa, solo via da qui, il parco è un traditore.

Ora riesco a respirare.

Lo sento nelle orecchie, un ronzio, grandi esplosioni di ronzio che mi riempiono la testa, aria dentro, aria fuori, aria che frigge, mi fa male il petto.

Niente più Posti. Niente è sicuro… il cuore mi batte troppo forte, troppo veloce, all’improvviso devo vomitare.

Mi fermo, mi chino, lo sparo fuori come lava, tutto sparso per terra, mi brucia la gola.

Quando avrò una vita pulita?

Niente altro, vuoto adesso, devo fare silenzio, fare silenzio.

Sono in silenzio.

Tutto è in silenzio.

Ho addosso un sapore e un odore come di qualcosa di morto.

Corro ancora, cado, mi alzo, corro, cammino, comincio a sentirmi meglio e mi fermo a respirare, ma poi mi metto a tremare e non smetto più.

Sono in una zona del parco che forse ho già visto, ma non ne sono certo.

Molti alberi, foglie dappertutto per terra, sassi e terra, può essere qualunque posto. Mi sdraio e mi tengo stretto. Mi brucia ancora da matti la gola, i denti cominciano a battere, tatatatatatatatatatata.

Mi passa. Voglio alzarmi a sedere, ma sono troppo stanco. Il terreno è scomodo. Trovo un sasso, liscio, freddo, lo tengo tra le mani, stringo forte, poi lo scaglio lontano e prendo un respiro profondo.

Il taglio ha smesso di sanguinare ed è una riga rosso scuro con punticini bagnati e un liquido color oro che cola piano. Deve essere plasma. Aiuta la coagulazione.

Comincio ad avere male dappertutto e scopro tutti gli altri tagli e le botte, sulle braccia, sulla faccia. Mi gratto, faccio affiorare altro sangue, lo guardo asciugarsi.

Il mio corpo funziona.

Il grido di un uccello mi fa sobbalzare e il cuore mi schizza in gola e mi viene voglia di vomitare di nuovo.

Respira, respira, respira… adesso ho le vertigini.

Respira. Ascolta gli uccelli, sono solo uccelli.

Bene. Sto bene.

Ora di rimettersi in marcia.

Scende la notte, finalmente.

Sono in alto, quasi su un colle, niente da vedere che alberi e dietro gli alberi le ombre enormi e nere di montagne vere.

Ancora al parco, ma non per molto. Traditore.

Ora non ho più niente, libri, vestiti, i miei sacchi di plastica, le mie scorte di cibo, tutto è rimasto al Cinque.

Tutti i miei soldi Tampax. A parte quello che mi resta dei cinque dollari che avevo portato allo zoo. Tasto in tasca e sento tre biglietti e qualche monetina.

Com’è successo? Come mai hanno scelto me?

Il parco era anche il posto loro.

Colpa mia. Stupido aver creduto di potermi fidare.

Ora è bello buio. L’oscurità mi copre, ora di ripartire.

Cammino finché sento il traffico. Non lo vedo ancora, ma devo essermi avvicinato al Los Feliz Boulevard. Continuo a sfregare la mano con cui avevo preso la merda contro i sassi e la terra e i tronchi e dopo un po’ non sento più l’odore. Ora il rumore delle macchine è forte davvero ed è proprio Los Fenz e so dove sono.

Nascosto dietro a un albero grosso penso al da farsi e mi torna in mente lei.

Quella che è stata ciaccata.

Perché incontro sempre gente cattiva, malata, schifosa?

Forse ho un messaggio scritto sulla faccia che dice che sono un fallito. Uno da usare. Sembro debole, malato, una preda?

Mando in giro qualche segnale che io non posso sentire, così come non è possibile farsi il solletico da soli?

Ho bisogno di diventare diverso?

Una cosa è certa: ho bisogno di essere pulito.

E lontano.

26

Alle sette e un quarto Petra chiamò l’abitazione di Ramsey. La cameriera spagnola rispose con «un momentito…» e la pregò di attendere.

Due minuti, tre, cinque, sei.

Ramsey stava escogitando un modo per evitarla? Aveva usato un’altra linea per consultarsi con il suo avvocato? Si preparò a cozzare contro un muro. Ne avrebbe preso debitamente nota e avrebbe provato di nuovo i Boehlinger.

Una voce. «Detective Connor…» Il grand’uomo in persona.

«Buonasera, signor Ramsey.»

«Avete scoperto qualcosa?»

«Temo di no, signore, ma non mi dispiacerebbe parlare di nuovo con lei.»

«Bene. Quando e dove?»

«Potremmo fare a casa sua, il più presto possibile?»

«Vogliamo fare adesso?»

Si accodò ai residui dell’esodo dell’ora di punta nella Valley. Qualche idiota aveva ribaltato un camion carico di mobili da giardino vicino all’uscita di Canoga Park e migliaia di guardoni di disgrazie non potevano fare a meno di rallentare e contemplare chaise-longue accartocciate e macerie di abbeveratoi per uccelli in falso cemento. Che cosa c’è di tanto affascinante nelle miserie altrui? E da che pulpito veniva? Proprio lei, che dalle miserie altrui guadagnava da vivere.

Usa in maniera costruttiva del tempo che ti è concesso. Sonda l’animo di Ramsey.

Ma non aveva un piano articolato, nessun punto preciso su cui concentrarsi, perché la pianificazione eccessiva può essere peggio di una recita a braccio, quando non si hanno fatti. Una cosa era chiara: niente duelli. Avrebbe presentato un atteggiamento socievole e se Ramsey gliel’avesse resa difficile o avesse rinnovato le sue attenzioni dongiovannesche, avrebbe continuato a mostrarsi socievole.

Quella era la sua forza, del resto. La capacità di strappare confessioni con la delicatezza e con la stessa efficacia dei colleghi dalla mano pesante, qualche volta ottenendo risultati anche migliori. Stu aveva contribuito alla sua sicurezza lasciandola a condurre alcuni interrogatori difficili. «Usa la tua personalità come un’arma, Petra. Come fa il terapeuta.»

Non aveva mai pensato alla psicoterapia come a un’arte bellica, ma aveva compreso il messaggio: era sempre e comunque una questione di manipolazione e i manipolatori migliori erano quelli che non strafacevano.

Il personaggio che interpretava Stu negli interrogatori era quello del fratello maggiore buono ma rigoroso, un uomo intelligente, cortese, ma fondamentalmente un duro del quale dovevi avere un po’ di soggezione ma che ammiravi e desideravi assecondare.

Lei assumeva il ruolo della ragazza con la testa a posto, quella con cui gli uomini chiacchierano volentieri.

Non un’esca. Talento. Ma Stu sapeva benissimo che l’esca era il nocciolo della questione. Ramsey era un donnaiolo, così si considerava lui, allora fagli penzolare una donna davanti al naso.

Un attore scarso in cucina: spaghetti scotti.

Ancora nessuno aveva fatto il nome di qualche avvocato, ma Petra era certa che ce ne fosse uno nascosto dietro le quinte a dargli le battute. Proprio come si fa nei film… come chiamano quei tizi? Gobbi. Adesso c’erano le macchine a svolgere quei lavori, i teleprompter.

Ramsey si era esercitato per anni a formulare parole facendo in modo che avessero il suono giusto.

Anche un attore scarso se la cava meglio di un reo comune. I poveri diavoli che interrogava di consueto erano così febbrili di ansia da concedere più di quanto sarebbe stato necessario anche quando erano convinti di mentire con grande efficacia e la chiave stava nell’informarli subito dei loro diritti, per poter registrare legalmente tutto quello che dicevano, dalla prima sillaba all’ultima. Facevano eccezione gli psicopatici gravi che non provavano ansia di nessun genere, ma quelli erano così noiosamente autodistruttivi che di solito riuscivano a sgambettarsi da soli per eccesso di scaltrezza.

Come classificare Ramsey, allora? Un killer calcolatore o solo un patetico impotente che aveva perso la testa?

Dagli un sacco di corda, mettiti seduta, guarda e ascolta. Troppo sperare che s’impiccasse da solo, ma magari avrebbe infilato da sé la testa nel cappio.

Giunse a RanchHaven alle nove meno venti e la guardia le fece cenno di passare. Si fermò tuttavia a chiedergli se era stato in servizio nella notte di domenica e lui rispose di no, che c’era un altro. Poi chiuse la porta della guardiola.

Petra risalì il viale d’accesso. L’illuminazione artificiale affievoliva il rosa della facciata facendo apparire la villa ancora più grande, ma non meno confusa sul piano architettonico.

Le aprì la porta per metà una giovane donna di origine ispanica, non Estrella Flores. Quel tanto che Petra scorgeva dell’interno della casa era immerso nell’oscurità.

«Buonasera», salutò. «Sono il detective Connor per il signor Ramsey.»

«Sì?» Carina, viso rotondo, occhi grandi color uva americana e capelli neri raccolti in una crocchia. Sui venticinque. Stessa uniforme rosa e bianca che aveva indossato Estrella Flores.

Petra ripeté il proprio nome e le mostrò il distintivo.

La cameriera indietreggiò di un passo. «Un momentito.» Stessa voce che aveva udito al telefono. Dov’era l’altra?

«C’è Estrella Flores?»

Confusione. La giovane donna fece per girarsi e Petra le toccò la spalla. «Donde està Estrella?»

Cenno negativo con la testa.

«Estrella Flores? La… governante?»

Nessuna risposta e un tentativo di sorriso fraterno non alterò l’espressione stolida della domestica.

«Como se llama usted, señorita?»

«Maria.»

«Nombre de familia?»

«Guerrero.»

«Maria Guerrero.»

«Sì.»

«Usted conoce Estrella Flores?»

«No.»

«Estrella no trabaja aqui?»

«No.»

«Desde cuánto tiempo usted trabaja aqui?»

«Dos dias.»

Due giorni. Estrella volatilizzata. Perché sapeva qualcosa che non voleva sapere e aveva preferito dileguarsi? Si rammaricò di non averle parlato subito.

Nel momento in cui Maria Guerrero si girava di nuovo per andarsene, risonò una voce maschile.

«Detective…» Dall’oscurità apparve Ramsey in bianco, stropicciatissima camicia di lino bianca, calzoni di seta ecru, mocassini ecru, niente calze.

Una raffigurazione in positivo? Io sono un bono.

Tenne la porta aperta per Petra. L’aria in casa era viziata e la sola fonte di illuminazione era una lampada da tavolo in fondo al vasto soggiorno. Era al buio anche il museo delle automobili, dietro la vetrata che sembrava una grande lavagna.

Ramsey camminò mezzo metro davanti a lei, andò alla lampada, ne accese un’altra e fece una smorfia, come se fosse rimasto abbagliato. Era rimasto seduto al buio fino a quel momento? Aveva le maniche arrotolate senza cura all’altezza dei gomiti e i capelli scomposti in una massa irregolare.

«Si accomodi, prego.» Attese che avesse preso posto e si sedette a sua volta ad angolo retto rispetto a lei, con le ginocchia a un paio di spanne dalle sue.

Così rimase con le mani posate ai fianchi e la faccia tirata, invecchiata. Qualche capello grigio in più nei riccioli, ma forse era colpa dell’illuminazione. O la tintura che cedeva.

«Grazie di avermi ricevuta.»

«Si figuri», rispose lui, inalò dal naso e si toccò un angolo della bocca.

Petra estrasse il taccuino, lasciando che il lembo della giacca le ricadesse in modo da lasciar intravedere il distintivo che portava al taschino della camicia. Rivolgendogli il lato del taccuino con la scritta LAPD in blu. Attenta a come reagiva a quei piccoli indizi di autorità.

Lui stava guardando altrove. Il grande caminetto di pietra, freddo e buio.

«Desidera bere qualcosa, detective?»

«No grazie, signore.»

«Se cambia idea, me lo faccia sapere.»

«Non mancherò, signor Ramsey.» Petra aprì il taccuino. «Come va?»

«Dura. Molto dura.»

Lei gli rivolse il suo sorriso più comprensivo. «Ho notato che ha una cameriera diversa da quella che era qui l’altra volta.»

«Quella di prima mi ha piantato.»

«Estrella Flores?»

Lui la fissò. «Sì.»

«Da quanto tempo lavorava per lei?»

«Due anni, mi pare. Più o meno. Ha detto che voleva tornare in El Salvador, ma io so che è stato per… per quello che è successo a Lisa. Lei voleva bene a Lisa. Suppongo che tutto… la vostra visita dev’essere stata un trauma per lei, perché quella sera stessa ha fatto i bagagli.» Alzò le spalle. «Poi mi sono piombati addosso i giornali. È stato difficile mantenere la testa sulle spalle.»

«Ha ricevuto molte telefonate?»

«Da restarne travolto, tutte al numero di lavoro. Quello che ho dato a lei è della mia linea privata. Ho fatto inoltrare tutto all’ufficio di Greg. Lui non parla con nessuno, così si spera che alla lunga desistano.» Si massaggiò gli occhi, scosse la testa.

«Dunque si è procurato subito un’altra cameriera», notò Petra.

«Me l’ha trovata Greg.»

Lei conversava senza scrivere nulla. Concesse a Ramsey una pausa di silenzio da riempire, ma lui abbassò la testa. Le spalle larghe s’incurvarono nella classica postura del cordoglio. Mano sotto il mento ora. Il Pensatore.

«Estrella Flores era affezionata a Lisa», disse finalmente Petra, «però non l’ha seguita quando Lisa si è trasferita a vivere altrove.»

«No», confermò Ramsey alzando gli occhi. «Perché Estrella è così importante?»

«Probabilmente non lo è, signore. Sto cercando di farmi un quadro della personalità di Lisa. C’era forse qualcosa che può aver sconsigliato a Estrella di seguirla? Era una padrona di casa esigente?»

«Ne dubito», rispose Ramsey. «Probabilmente è stato per i soldi. Io la pagavo di più di quanto le avrebbe dato Lisa. Pensione, assicurazione, tutto in regola. Lisa aveva una casa piccola, non avrebbe avuto bisogno di un aiuto così costoso.»

Dunque il nervosismo di Flores quella prima volta non era dovuto a qualche irregolarità sulla sua posizione di immigrata. E adesso era scomparsa…

Ramsey allargò un po’ le gambe. «No, non era difficile lavorare per Lisa. Era intelligente, piena di energia, dotata di un grande senso dell’umorismo. Certe volte sapeva essere un po’… brusca, però no. Non direi che fosse una persona difficile.»

«Brusca?»

«Sarcastica.»

Proprio come aveva detto Kelly Sposito.

«Senza cattiveria», aggiunse Ramsey. «Solo le capitava di essere… un po’ caustica. Era un aspetto del suo senso dell’umorismo. Non ho mai conosciuto donna più brava nel raccontare una barzelletta…»

S’interruppe, richiuse le gambe. «Lei ci avrà visto dello sciovinismo maschile da parte mia, ma davvero non ho conosciuto molte donne capaci di raccontare barzellette. Non nel senso di una Phyllis Dillers o di una Carol Burnetts. Dico di donne che non lo fanno di professione.»

«E a Lisa piaceva raccontarle.»

«Quand’era in vena… Avete idea di chi l’abbia uccisa?»

«Ancora no, signore. Accettiamo volentieri dei suggerimenti.»

«Non è plausibile che Lisa abbia agganciato qualche maniaco e sia andata con lui al Griffith Park. Le piacevano soprattutto gli uomini maturi, i tipi più normali e integrati, non di quelli che… imbizzarriscono.»

«Frequentava uomini maturi dopo il divorzio?»

«A questa domanda non posso rispondere», si schermì Ramsey. «Ma so che prima che cominciassimo a frequentarci assiduamente aveva avuto due compagni maturi a Cleveland. Un dentista e un preside di medie superiori.»

«Maturi quanto?»

«Anziani. Più vecchi di me», rispose con un sorriso. «Quando si è messa con me scherzava dicendo che ero troppo giovane per lei. All’epoca aveva ventiquattro anni e io ne avevo quarantasette.»

Arrotondabili a cinquanta.

«Come si chiamavano questi altri due?»

«Onestamente non ricordo. Il preside era un certo Pete e mi pare che il dentista fosse Hal. O forse Hank. Era con Pete fino a poco prima che ci conoscessimo, hanno rotto il giorno del concorso… È dove l’ho vista la prima volta, si ricorda? Quando fu eletta Miss Simpatia.»

Petra annuì.

«È la senilità che mi frega.» Si batté il dito sulla testa. «Il lato positivo del morbo di Alzheimer è che ogni giorno conosci gente nuova.»

Pensando a suo padre e a come si era consumato, Petra fece uno sforzo per sorridere. Sintomi gravi a sessant’anni, uno dei casi più precoci che i medici avessero riscontrato. Una delle degenerazioni più veloci. Kenneth Connor, tornato polvere a sessantatré…

«Tutto bene?» chiese Ramsey.

«Scusi?»

«Per un momento mi è sembrata scossa… per quella battuta sull’Alzheimer? Era nel repertorio di Lisa… se l’ha trovata di cattivo gusto, devo…»

«No, non c’è problema, signor Ramsey», lo interruppe lei sconcertata. Che cosa le aveva letto sul volto? «Dunque a Lisa piacevano le barzellette.»

«Sì… Ha idea di quando potremo celebrare i funerali?»

«Questo dipende dal coroner, signor Ramsey. E dalle volontà dei familiari di Lisa.»

«Verranno a Los Angeles?»

«Non lo so, signore.»

«A proposito, è andata a finire che li ho chiamati di persona, ho pensato che dovessi parlarne direttamente io, che non fosse giusto lasciar fare a… a uno sconosciuto. Ma c’era la segreteria telefonica.»

«Ho sentito io il dottor Boehlinger.»

Lui corrugò la fronte. «Jack. Mi detesta. Da sempre. Probabilmente le avrà detto che sono un marito orrendo, che dovete assolutamente indagare su di me.»

Corda.

Petra attese.

«Un caratteraccio, ma un brav’uomo», commentò Ramsey. «Gli ha dato di volta il cervello quando Lisa ha sposato me.» Si toccò i baffi, tracciò una scriminatura al centro, si accarezzò quello di sinistra, poi quello di destra, li separò di nuovo.

«Non aveva approvato», disse Petra.

«È impazzito. Non è venuto al matrimonio. È stata una cerimonia modesta, civile, presso il loro country club, quello di Jack e Vivian. Vivian è venuta. E il fratello di Lisa, John… e il piccolo Jack, quello che lavora per la Mobil Oil in Arabia Saudita. È venuto anche lui. Non Jack padre, però. Lui mi ha chiamato una settimana prima, ha cercato di dissuadermi, ha detto che derubavo Lisa della sua gioventù, che meritava qualcosa di meglio, una famiglia vera, bambini, tutto come da manuale.»

«Lei non voleva figli?»

«Io non avevo niente in contrario, era Lisa a non volerne. Naturalmente a lui non l’ho detto. Ma Lisa me lo ha chiarito senza dubbi fin da! principio. Non aveva niente di casalingo, ma Jack vedeva per lei un futuro di moglie e madre modello. È un uomo dispotico. Un chirurgo, abituato a comandare. È stato molto esigente con Lisa, quand’era piccola.»

«Esigente in che modo?»

«Un perfezionista che le imponeva obiettivi ambiziosi. Lisa aveva il dovere di passare sempre a pieni voti, doveva partecipare a tutte le attività extrascolastiche, eccellere in ogni cosa. Mi raccontò che quando aveva dodici anni Jack le aveva comperato un cavallo e lei aveva dovuto imparare salto a ostacoli e dressage, aveva dovuto gareggiare anche quando non voleva. Non quanto ai concorsi di bellezza, però. Quella era un’idea di Vivian.»

«Faticoso», commentò Petra.

«Lisa diceva che era stato un inferno. Probabilmente è per questo che ha sposato me.»

«Cioè?»

«Quand’eravamo insieme poteva fare tutto quello che voleva. Certe volte…» Agitò una mano.

«Certe volte che cosa, signore?»

Ramsey si drizzò a sedere. «Certe volte penso di essere stato troppo indulgente e che lei abbia pensato che fosse per scarsa considerazione nei suoi confronti. Non voglio insegnarle io il suo mestiere, ma non vedo il senso di tutti questi… questi particolari biografici, detective Connor. Lisa è stata assassinata da un maniaco e noi siamo qui a parlare della sua infanzia.»

Sei stato tu a cominciare. «Non è sempre facile stabilire che cosa è rilevante, signore.»

«Be’, io non vedo a che cosa possa servire.»

Petra disegnò un ovale e tracciò una linea orizzontale a due terzi dalla cima.

Pochi altri tocchi di penna trasformarono la linea nei baffetti curati di Ramsey. Inserì gli occhi azzurri, li inclinò un po’ verso il basso, gli conferì un’espressione triste.

«Nessun’altra ragione perché il dottor Boehlinger le serbi rancore, a parte la differenza di età fra lei e Lisa?»

«Non so», rispose Ramsey. «Io e Jack non ci siamo mai azzuffati, quindi proprio non le so rispondere.»

«Nessun problema?»

«Nessuno… perché?»

«Mi ha fatto un accenno, signor Ramsey. Quella storia…»

«Ah, quella», tagliò corto Ramsey e ora Petra vide qualcosa di diverso nei suoi occhi. Durezza. Diffidenza. «Immaginavo che ci saremmo arrivati. Sa perché Lisa ha voluto rendere quell’episodio di dominio pubblico? A parte fare del male a me?»

«Perché, signore?»

«Soldi.»

«L’hanno pagata?»

«Quindicimila dollari. Lei lo definiva aggiungere la beffa al danno.»

«Doveva essere molto in collera con lei.»

«Altro che in collera. Lisa ha il carattere di Jack.»

Al presente, di nuovo. Come se fosse ancora lì con lui.

«Mi racconti dell’incidente, signor Ramsey.»

«Lei non guarda la TV?»

«Vorrei sapere com’è andata davvero.»

Lui spinse il mento in avanti, stringendo i denti. «Che cosa posso dire? Sono stato squallido, volgare, senza attenuanti, ci sto male ancora oggi. Eravamo usciti a cena, siamo tornati a casa, c’è stato un battibecco… non ricordo a quale proposito.»

Scommetto che ricordi benissimo, pensò Petra.

«L’atmosfera si è surriscaldata, Lisa ha cominciato a darmi spintoni, a colpirmi. Con la mano chiusa. Non era la prima volta. Io incassavo per via della differenza di taglia fra me e lei. Quella volta non lo feci. Non ho scusanti. Che cosa posso dire? Mi è scappata.»

Si guardò il pugno come stentando a credere che avesse provocato danni.

Petra ricordò la registrazione mandata in onda, l’occhio nero di Lisa, il labbro spaccato.

«Una volta sola?»

«Una volta sola», rispose lui. «Un’isolata, unica volta.» Scosse la testa. «Uno stupido momento di perdita di controllo ed è per sempre.»

Una descrizione che si adattava a qualsiasi omicidio.

«Mi sono sentito uno schifo, sudicio dentro, quando l’ho vista per terra. Ho cercato di aiutarla ad alzarsi, ma lei mi ha strillato in faccia di non toccarla. Ho provato a portarle un impacco di ghiaccio, ma lei non voleva avere niente a che fare con me. Così sono uscito verso lo stagno e quando sono rientrato la sua macchina non c’era più. È rimasta via quattro giorni. Durante quel periodo si è fatta intervistare per Inside Story. Ma a me non ha detto niente. Quand’è tornata a casa si è comportata come se andasse tutto bene. Poi, qualche giorno dopo, stavamo cenando e lei ha acceso la TV. Sorrideva. Siamo apparsi noi nella vasca da bagno e lei, con quel suo sorriso sulle labbra, mi dice: ‘La beffa dopo il danno, Cart. Non t’azzardare mai più’.»

Ramsey contemplò di nuovo la parte del suo corpo responsabile di quella disavventura, poi distese le dita. «Non l’ho mai più fatto… Io mi prendo qualcosa da bere. Sicura che lei non vuole?»

«Sì.»

Restò via qualche minuto e tornò con una lattina di Diet Sprite. Strappò la linguetta, si sedette e bevve.

«Mi ha detto che è andato allo stagno», gli ricordò Petra.

«Non mi pare di averne visto uno.»

«È perché eravamo all’altra nostra casa.» Nostra, non mia. Un’altra indicazione che lui non aveva tranciato tutti i legami. E nemmeno era involontariamente scivolato in espressioni distaccate, come accade talvolta agli assassini nel bel mezzo delle loro ricostruzioni cronologiche, quando cominciano con noi e passano a lei e io. Petra aveva letto su un rapporto dell’FBI che l’analisi del linguaggio offre spesso spunti rivelatori. Lei non ne era convinta, ma era di mente aperta.

Ramsey bevve un altro sorso, ora con un atteggiamento malinconico che sembrava sincero.

«La vostra altra casa?»

«Abbiamo un posto per i fine settimana a Montecito. Per la verità è più grande di qui. Una vera follia, quanto a spese per la manutenzione. Lì c’è un piccolo stagno dove mi piaceva andare a distendere i nervi.»

«Le piaceva?»

«Non ci vado più molto spesso. La solita vecchia storia con le seconde case. Ho sentito che accade anche ad altri.»

«Non vengono utilizzate?»

Lui annuì. «Uno pensa di essersi costruito un rifugio e piano piano diventa solo un’altra incombenza. L’errore è stato già all’inizio, quella casa era troppo grande. Dio solo sa se non è già grande questa.»

«Dunque lei non ci va spesso.»

«L’ultima volta dev’essere stato…» Alzò gli occhi al soffitto. «Saranno passati mesi.»

Il suo corpo ebbe un sussulto improvviso, quasi uno spasmo che gli fece riabbassare di scatto la testa e guardare diritto davanti a sé. I suoi occhi incontrarono quelli di Petra. Erano umidi. Se li asciugò alla svelta.

«L’ultima volta che ci sono stato con Lisa», dichiarò, «fu quella volta. Non ci siamo mai più tornati insieme. Qualche giorno dopo la messa in onda del programma se ne andò di nuovo e mi fece recapitare la richiesta di divorzio. Io credevo che ci avesse messo una pietra sopra.»

Petra si morsicò la lingua e pensò: il pestaggio era avvenuto a Montecito. Avrebbe chiamato Ron Banks per risparmiargli ulteriori inutili ricerche.

Ramsey si resse di nuovo il mento nella mano.

«La ringrazio», disse Petra. «Tutto questo mi è stato utile. Ora, se non le spiace, vorrei che parlassimo della notte in cui Lisa è stata assassinata.»

27

Mildred Board avrebbe voluto lavare il pavimento della cucina.

Anni fa non sarebbe trascorso un solo giorno senza che lo passasse. Un’incombenza di un’ora, nell’acqua insaponata fino ai gomiti dalle sei alle sette del mattino. Eccellente occasione per pensare senza la distrazione dello sciacquio o dei movimenti circolari delle filacce sul linoleum giallo.

Dopo che era cominciata l’artrosi, tutto quello sfregare carponi era diventato insostenibile e poteva dirsi fortunata se riusciva a lustrare quel pavimento una volta alla settimana.

Richiedeva attenzione anche il parquet in sala da pranzo. Il legno era scolorito, imbarcato e crepato in più punti, da tempo avrebbe avuto bisogno di un restauro.

Era visibile ogni singolo centimetro di assicelle; la sala da pranzo era vuota, tutti i mobili della padrona erano stati spediti a quei tizi di Sotheby’s a New York.

Avvertì una spiacevole tensione intorno agli occhi. Trasse un respiro e raddrizzò la schiena. «Si fa quel che si può», dichiarò con fermezza. Con fermezza e vigore. Nessuno che la potesse udire. La padrona era di sopra. C’erano tante altre stanze tra loro, tutte chiuse, tutte vuote.

La cucina, con i suoi vecchi mobiletti di ciliegio, i frigoriferi industriali e i tre forni, non avrebbe stonato in un albergo. Restavano stoviglie e posateria nonché il servizio di porcellana prediletto della padrona e qualche pezzo d’argento di valore sentimentale in dispensa. E la magnifica pressa per le lenzuola che quelli di Sotheby’s avevano detto di non aver nessuna speranza di piazzare. Ma gli oggetti veramente belli, i tesori che lui e la padrona avevano comperato in Europa, non c’erano più. Avevano fruttato bene, anche tolte la commissione d’asta e le tasse. Mildred aveva visto l’assegno, sapeva che tutto sarebbe andato per il meglio. Per un po’.

Lei e la padrona non avevano mai discusso la… situazione finanziaria. La padrona continuava a pagarla, aveva voluto assolutamente continuare a versarle il salario intero anche se il Signore sapeva quanto poco lo meritasse: a che cosa serviva in quelle condizioni?

Pensieri negativi. Via, via.

Notò una macchia di umidità sull’armadietto sotto il lavandino, trovò uno straccio, l’asciugò.

C’erano stati tempi in cui la cucina ferveva di attività. Era quando la padrona e lui intrattenevano in continuazione, andirivieni di fornitori, camerieri ansiosi, tegami a fumare, i piani di lavoro in acciaio inossidabile ricoperti di pietanze salate e di dolci. Non ultime fra questi ultimi le torte di Mildred. Di tutto ordinava all’esterno la padrona, ma non le torte, quelle erano di Mildred, in primo luogo la torta di prugne, quella di mele Dorset e quella di frutti di bosco. Le adorava lei, le adorava lui. Tutti le adoravano.

Mildred cucinava e faceva le pulizie nella grande casa da quarantun anni, era arrivata quando la padrona e lui ci vivevano da due. Anche allo chalet a Lake Arrowhead, ma i weekend al lago erano stati solo occasionali, anche quando lui era vivo, e spesso la padrona faceva venire gli operai di una ditta di pulizie a togliere i teli e a manutenzionare i rubinetti.

Erano più di dieci anni che nessuno usava più lo chalet. Nessuno c’era più andato dopo quel terribile fine settimana.

Mildred sospirò e si sprimacciò la capigliatura. Quarantun anni a lucidare l’argenteria, lavare con la schiuma le moquette, pulire quasi cento finestre, anche quelle di vetri colorati che aveva comperato lui e provenivano da una chiesa in Italia. Oh, la padrona le metteva sempre a disposizione un’altra ragazza, ma nessuna resisteva a lungo.

Per i primi dieci anni aveva avuto per compagna Anna Joslyn, quel povero scricciolo arrivato dall’Irlanda. Non del tutto a fuoco, quanto a cervello, ma ottima lavoratrice e forte come una cavalla da riproduzione. Poi quel donnone danese, così chiassoso e con quel seno così volgare. Quella non aveva funzionato affatto. Ah, che errore!

Dopo la danese l’agenzia aveva mandato solo messicane. Brave lavoratrici, per la gran parte, e generalmente oneste, anche se Mildred teneva gli occhi aperti. Alcune parlavano inglese, altre no. Restava comunque un problema loro. Mildred si rifiutava di imparare lo spagnolo, le bastavano inglese e francese, grazie tante. All’orfanotrofio la signorina Hammock aveva puntato tutto su inglese e francese e per ottant’anni le sue diplomate avevano prestato servizio nelle più rinomate famiglie di Gran Bretagna e del Continente.

Le messicane non erano brutta gente, ma erano quelle che duravano di meno. Avevano sempre da correre in Messico per qualche crisi familiare, figli, mariti, fidanzati, Ognissanti… e chi riusciva a tenere a mente tutte quelle festività cattoliche? Mildred avrebbe preferito giovani donne propriamente istruite e timorose di Dio. Ma si fa buon viso…

Sapeva bene dov’era il problema: non c’erano più orfanotrofi. Tutti quei bambini strappati dall’utero o assegnati dall’assistenza sociale a certe incapaci sciattone. Bastava leggere il giornale.

Era finita l’epoca delle ragazze messicane. Non ce n’era più bisogno. Né di loro né di altre.

Mildred aveva settantatré anni e si chiedeva se sarebbe vissuta abbastanza da vedere con i propri occhi il crollo totale di tutto ciò che era razionale e giusto.

Non che si aspettasse di togliere l’incomodo molto presto. Tolta l’artrite, si sentiva in gamba. Ma non si può mai dire. Guarda cos’era successo alla padrona. Una donna così bella, la donna più raffinata che Mildred avesse mai conosciuto sull’una o l’altra sponda dell’oceano. Non una sola parola scortese che fosse mai uscita da quelle labbra, e quanta pazienza, e il Signore sapeva quanto spesso era stata necessaria vivendo con lui.

Guardala adesso… Al solo pensarci, Mildred provò un senso di debolezza agli occhi.

La caffettiera fischiò. Puntuale. Mildred versò il caffè della padrona in una caraffa vittoriana. Estetica un po’ pesante, probabilmente un regalo di qualche ospite a cena. La caraffa bella, la Hester Bateman, non c’era più. Giorgio III, un’annata eccezionale, con tutti i marchi di garanzia e autenticità del caso. L’aveva portata lui a casa di ritorno da uno dei suoi viaggi a Londra, acquistata in un negozio di prima classe in Mount Street. Ora forse qualcuno l’aveva relegata in una vetrinetta. La padrona era dell’idea che gli oggetti preziosi andassero usati. Lei ne aveva fatto il suo bricco della prima colazione.

Fino a quattro anni prima.

Scatoloni di argenteria, quadri, persino gli abiti da sera, tutto imballato come… verdure.

Appena assunta, Mildred aveva avuto paura di toccare i tesori della padrona, non voleva rovinare qualcosa. Già allora sapeva riconoscere la qualità.

E la padrona a quei tempi era giusto una ragazza, ma già così adulta, capace di trovare le parole giuste per metterla a suo agio. Questa è una casa, cara, non un museo.

E gran bella casa gli aveva messo a disposizione.

La luce s’insinuò fra i rami del contorto sicomoro secolare sulla terrazza della prima colazione, filtrò dalla finestra della cucina e si posò sulle mani recalcitranti di Mildred.

Nodose quanto l’albero. Ma il sicomoro buttava germogli verdi tutti gli anni.

Mildred scosse la testa e guardò il pavimento che aveva bisogno di essere lavato. Che distesa. Che locale enorme… Non che l’ultima ragazza le fosse stata d’aiuto. Come si chiamava già? Rosa, Rosita. Assunta da tre mesi e già a fare la cascamorta con uno dei ragazzi del giardiniere. Mildred era stata costretta a richiamare l’agenzia.

Pronto, signor Sanchez.

Salve, signorina Board. Che cosa posso fare per lei oggi?

Allegro, no? Certo, un’altra commissione in vista.

Mildred aveva fissato tre colloqui, poi la padrona gliel’aveva detto.

Ma abbiamo veramente bisogno di qualcun altro, Mildred. Siamo solo tu e io, in fondo usiamo giusto la cucina e le nostre stanze.

Sforzandosi di non farlo sembrare, ma trattenendo le lacrime. Mildred capiva. Aveva imballato l’argenteria e i quadri e i vestiti da sera.

Dunque così era finita. Dopo averlo sopportato per tutti quegli anni, ecco che cosa le lasciava.

Quel suo caratteraccio. Senza dubbio ne aveva affrettato la morte. Pressione alta, l’ictus quando era ancora giovane. Aveva lasciato la padrona sola in quel modo, povera colomba, sebbene l’avesse sistemata economicamente, su questo niente da ridire.

O così Mildred aveva pensato. Poi, quattro anni fa, il cambiamento.

Le camere svuotate e chiuse a chiave.

Niente più giovani messicane.

La cura del giardino che passava da quotidiana a bisettimanale, poi solo settimanale. Infine un rachitico giovincello a lottare contro ottomila metri quadrati di terreno con risultati rapidamente declinanti. I giardini sono come i figli, richiedono un occhio di falco se non vuoi che crescano delinquenti.

L’invidiato giardino della padrona era degradato a una mesta brughiera disordinata, prati a tratti rinsecchiti, pieni di macchie e falciati irregolarmente, siepi non potate che si erano gonfiate in cespugli incolti, alberi carichi di rami morti, aiuole invase dalle erbacce, la vasca dei pesci svuotata.

Mildred ce la metteva tutta, ma le mani la ostacolavano.

La padrona se n’era accorta? Raramente si avventurava fuori ormai. Forse era per quello. Non voleva vedere.

O forse non le importava. Non per via di quel… problema economico.

Perché Mildred era costretta ad ammettere che la padrona era cambiata molto tempo prima.

Quel terribile weekend a Lake Arrowhead. Poi lui. Una tragedia dopo l’altra. Non che la padrona si fosse mai lamentata. Forse sarebbe stato meglio se lo avesse fatto…

L’orologio ferroviario tedesco sopra il congelatore di sinistra suonò. Un altro degli oggetti che quegli individui adenoidei di Sotheby’s avevano rifiutato. Non che Mildred li biasimasse, era orribile. E disgustosamente impreciso. Quando segnava le nove sul quadrante, erano le otto e cinquantatré. Di lì a sette minuti Mildred avrebbe bussato con delicatezza alla camera da letto della padrona. Dall’altra parte delle tavole di mogano avrebbe udito la sua voce: «Entra pure, cara». In camera avrebbe posato il vassoio sul bureau, avrebbe sollevato la padrona a sedersi con convenevoli incoraggianti, avrebbe sprimacciato una montagna di cuscini, sarebbe andata a prendere il tavolino da letto di vimini, lo avrebbe sistemato con cura sul piumino e su di esso avrebbe disposto il servizio secondo le regole. Portatoast d’argento con triangoli extrasottili di pane di frumento appena abbrustolito; il caffè di quella miscela africana macinata al momento dell’acquisto in quel negozietto sull’Huntington Boulevard, ed era pur giusto concedersi un minimo di lusso! Ora decaffeinato, ma accompagnato da panna vera, densa abbastanza da rapprendersi per le focaccine; e che fatica trovarla! La confettura dorata che Mildred preparava ancora a mano, con zucchero di canna macinato fine e le poche arance amare che ancora riusciva a trovare in fondo al frutteto.

L’albero di arance amare stava morendo, ma produceva ancora qualche bel frutto. Se c’era una cosa buona della California era la frutta. A Mildred piaceva ancora passeggiare nel frutteto e cogliere frutti, fingendo che il terreno non fosse duro e accidentato, fingendo che le erbe aromatiche fossero verdi e fragranti, non quell’intrico di stoppie lungo le bordure.

Fingendo di essere ancora ragazza, in Inghilterra, in giro per le campagne dello Yorkshire. Dimenticando volutamente che in certi giorni, quasi tutti, si sentiva l’autostrada di Pasadena.

Frutta e clima. Le sole virtù per cui consigliare la California. Sebbene avesse trascorso la gran parte della sua vita a San Marino, Mildred lo considerava ancora un posto da barbari.

I fatti orribili sul giornale. Quando li giudicava troppo raccapriccianti non lo portava alla padrona con la colazione.

La padrona non le chiedeva giustificazioni. La padrona non leggeva più molto in ogni caso, a parte quei tascabili rosa e le riviste d’arte.

La padrona non faceva più quasi niente.

Nessun problema, sostenevano i dottori, ma che ne sapevano? Aveva sessantasei anni, ma aveva subito tragedie da riempire secoli.

L’orologio della stazione le diceva che aveva solo tre minuti per attraversare la cucina fino al cigolante montacarichi sul retro e salire alla camera della padrona al secondo piano.

Quella mattina all’alba aveva reciso tre rose gialle di quelle senza muffa dalla spinosa grandiflora dietro la casa. Ne aveva ripulito i gambi e le aveva messe in acqua e zucchero. Ora ne scelse una e la posò accanto al piatto coperto con le uova appena strapazzate. Raramente la padrona mangiava uova, ma tentar non nuoce.

Sollevò il vassoio e si avviò a passo svelto e cadenzato.

La cucina non era poi così indecente, tutto considerato.

«Molto bene», disse Mildred a nessuno in particolare.

28

Esco dal parco e prendo per Los Feliz, restando il più possibile lontano dalla luce. Qui non c’è nessuno che cammina, solo macchine che sfrecciano. Finisce Los Feliz e inizia la Western e ora cominciano i tossici e le puttane. Svolto a destra in Franklin perché è più scuro, ci sono solo case. Non voglio restare sul boulevard.

Poca gente in giro questa sera e quelli che incontro non si accorgono di me. Poi vedo un paio di messicani nascosti dietro un angolo, all’ombra di un vecchio palazzo di mattoni. Probabile che stiano trafficando droga. Attraverso la strada e loro mi guardano, ma non dicono niente. Un isolato più avanti da una casa sbuca una puttana pelle e ossa con spini bianchi per capelli e maglietta e short blu elettrico con una borsetta minuscola in mano. Mi vede e sbatte gli occhi e dice: «Ehi, tu», con la voce da ubriaca e mi chiama con il dito. È bassa, molto giovane, non può avere molti anni più di me. «Ciuccio e ciccia, trenta», mi propone e quando io continuo per la mia strada, mi dice: «Vai a farti fottere, frocio».

Per qualche isolato non vedo nessuno, poi un’altra puttana, più vecchia, più grassa, che non bada a me, fuma le sue sigarette e sta attenta alle macchine. Poi dall’ombra escono tre tizi neri, alti, con il berretto da baseball e i calzoni larghi. Mi vedono, si guardano. Li sento dire qualcosa e attraverso di nuovo la strada, cerco di sembrare tranquillo. Sento ridere e dei passi e mi giro e vedo che uno mi sta inseguendo, mi ha quasi raggiunto. Accelero, mi metto a correre e corre anche lui. Lui ha le gambe lunghe e ha alzato la mano come per afferrarmi. Io attraverso di corsa la strada e sta arrivando una macchina e deve scartare per non prendermi. Il guidatore suona il clacson e grida: «Testa di cazzo!» e io continuo a correre, ma il nero ha smesso.

Mi sembra di sentire qualcuno che ride. Probabilmente per lui è un gioco. Se avessi una pistola…

Cammino per molto tempo. A Cahuenga c’è più luce e l’ingresso dell’Hollywood Bowl, con una lunga curva di strada che ci arriva. Io non vado lassù, assomiglia troppo al parco. Non voglio più avere niente a che fare con i parchi.

E indovina che cosa mi capita subito dopo: un altro parco, Wattles Park, che nome strambo. Non l’avevo mai visto, non mi sono mai spinto fin qui. Non è un posto molto invitante, c’è un recinto alto tutt’attorno e cancelli con grosse catene e lucchetti e un cartello che dice che è di proprietà della città e che di notte è chiuso, statevene fuori. Attraverso il recinto vedo solo piante. Mi sembra disordinato. Probabilmente è pieno di gente strana.

Poi finisce Franklin, e c’è di nuovo l’Hollywood Boulevard, non lo posso evitare; come se mi corresse dietro, questa esplosione di fracasso e luci, distributori, macchine, autobus, fast food, e peggio di tutto la gente, ci sono certi che mi guardano come se fossi un pasto. Attraverso La Brea, sono di nuovo in una zona tranquilla, tutte case, anche abbastanza eleganti. Io non ho mai pensato al boulevard se non nel senso di negozi e cinema e balordi, invece guarda qui, c’è anche gente che vive in posti proprio belli.

Forse dovevo cominciare a viaggiare prima.

Il taglio al braccio si è richiuso e non fa molto male. Quelli sulla faccia mi prudono.

Respiro bene, anche se il petto mi fa ancora male. Ho fame, ma con tre dollari non posso comperarmi un gran che e cerco un cassonetto dove pescare. Niente. Nemmeno un bidone.

Cammino ancora un po’ e mi infilo in una via davvero silenziosa. Tutte case, una bella via buia. Ma niente bidoni nemmeno qui, niente vicoli. Le macchine sono parcheggiate una attaccata all’altra e là in fondo vedo altra luce e c’è di nuovo rumore, un altro viale. Mi fermo e mi guardo intorno. Certe case sono messe proprio bene, altre sono un po’ incasinate, con le macchine parcheggiate sul prato.

Poi arrivo a una casa dove non ci sono macchine, né nel vialetto, né sul prato. Tutta buia. Ha l’aria di essere vecchia, fabbricata con un tipo di legno scuro e con un tetto a spiovere che copre una veranda davvero spaziosa. Niente steccato, nemmeno dall’altra parte del vialetto. Ma l’erba è tagliata, dunque qualcuno ci vive, e magari tiene i bidoni dietro casa.

Il vialetto è di cemento con una striscia d’erba che cresce nel mezzo e non arrivo a vedere che cosa c’è in fondo. Mi guardo in giro per essere sicuro di non essere visto e m’incammino adagio. Passando davanti alla veranda, vedo un mucchio di posta davanti alla porta. Tutte le finestre sono nere. La gente che ci abita dev’essere via da un pezzo.

Nessun cartello di ATTENTI AL CANE, nessun cane che abbaia da dentro la casa.

Vado avanti e finalmente capisco che cosa c’è in fondo al vialetto. Un box con il portellone di legno. Dietro una casa così grande c’è un praticello davvero un po’ piccolo, con un paio di alberi, uno gigantesco, ma senza frutti.

I bidoni sono dietro il box, ce ne sono tre, due di metallo e uno di plastica. Vuoti. Forse qui non ci vive più nessuno.

Mi volto e sto tornando verso la via quando mi accorgo di una macchia arancione sopra la porta del retro. Una lampadina piccola, così debole che riesce a rischiarare solo la parte di sopra della porta. È una zanzariera. Dietro la rete c’è del vetro. La zanzariera è fissata con due aggeggi muniti di ganci e quando li giri, viene via.

Il vetro che c’è dietro alla zanzariera è diviso in tante finestrelle. Ce ne sono nove, inserite in un telaio di legno. Ne tocco una piano piano e trema un po’, ma non succede niente. Tocco più forte, busso qualche volta. Ancora niente. Lo stesso quando busso alla porta.

Mi tolgo la maglietta, me l’avvolgo sulla mano e picchio sul riquadro più basso di sinistra. Il vetro non cede, ma la seconda volta, quando tiro un pugno più forte, il vetro si stacca, cade dentro la casa e si rompe.

Un gran baccano.

Non succede niente.

Infilo il braccio e tasto e trovo il pomello. Al centro c’è un bottone e quando giro il bottone, schizza all’infuori con uno scatto e la porta si apre.

Mi rimetto la T-shirt ed entro. Mi ci vogliono pochi secondi per abituare gli occhi al buio. Sono in una specie di lavanderia, con una lavatrice-asciugatrice, una scatola di detersivo sopra, degli stracci. Poi viene una cucina che puzza di spray insetticida, con un sacco di piante sopra i mobiletti. Apro il frigorifero e all’interno si accende una luce e anche se ho visto del cibo, mi affretto a richiuderlo perché la luce mi fa sentire nudo. Mentre lo sportello si richiude vedo un adesivo con il simbolo della non violenza e un altro con scritto LA SORELLANZA È TUTTO.

Il cuore mi batte davvero forte. Ma è un tipo di paura diverso, non mi dispiace affatto.

Vado in giro, da una stanza buia all’altra, solo mobili qua e là. Poi torno verso la cucina. Dietro una porta chiusa che incontro c’è un bagno, con altre piante sulla vaschetta del water. Accendo la luce e la spengo. Mi schiarisco la gola. Non succede niente.

La casa è vuota.

Mi sto divertendo.

Rientro in cucina. Alla finestra sopra il lavello ci sono tende con i fiori e una frangia di palline pelose. Sorellanza. Qui ci vivono delle donne, un uomo non avrebbe tutte quelle piante.

Va bene, proviamo di nuovo il frigo. Sul ripiano più alto ci sono due bibite in lattina e un bottiglione di plastica con dentro un avanzo di succo d’arancia. Tre sorsi. Amaro. Mi metto le lattine in tasca. Poi ci sono un tubetto di margarina Mazola e una vaschetta di Philadelphia. Apro il formaggio e lo trovo ricoperto di muffa verde. La margarina mi sembra mangiabile, ma non so che cosa farci.

Sotto ci sono un vasetto di yogurt alla fragola e tre sottilette, indurite e arricciate lungo i bordi. Niente muffa. Le mangio tutt’e tre.

Questa gente è senz’altro via da parecchio tempo.

Sul ripiano più basso ci sono una busta di mortadella magra ancora sigillata (me la metto in tasca insieme con le lattine) e un ananas intero, con il ciuffo verde ancora in cima e qualche punto dove si è ammollato.

Lascio aperto il frigorifero per avere un po’ di luce, poso l’ananas su uno dei mobiletti e apro i cassetti finché trovo coltelli e forchette. Con le posate ci sono anche spille da balia ed elastici per i capelli.

Prendo il coltello più grande e taglio l’ananas a metà. I punti molli sono quelli che sono diventati marroni e si stanno allargando in tutto il frutto come una malattia. Li ritaglio (davvero buono questo coltello) e riesco a ricavare qualche bella fetta di ananas superdolce, una vera squisitezza.

L’ananas mi aumenta l’appetito e assaggio la mortadella e finisce che me la mangio tutta, dalla prima fetta all’ultima, in piedi davanti al mobiletto. Poi altro ananas. Il succo mi cola dal mento sulla maglia e mi brucia la faccia dove mi sono tagliato.

Poi una lattina.

Ora la pancia mi fa morire perché è piena.

Torno al bagno che c’è appena dopo la cucina, faccio pipì, mi lavo le mani e la faccia. Poi vedo la doccia. Su una mensola ci sono sapone e shampoo e balsamo e un prodotto che non conosco, dove c’è scritto che scioglie i nodi nei capelli.

Tutta l’acqua calda che voglio. Ce ne aggiungo di fredda, trovo la temperatura giusta, la faccio scorrere più forte che si può. Chiudo la porta a chiave, mi spoglio e mi metto sotto il getto. L’acqua è come aghi, fa male, ma in una maniera bella.

Faccio la doccia più lunga della mia vita, senza mamma ad aspettare di mettersi sotto e starci mezza giornata per prepararsi per Moron; senza Moron che vuole andare a sedersi sul water per un’ora.

Continuo a insaponarmi e risciacquarmi, insaponarmi e risciacquarmi. Non devo tralasciare nemmeno la più piccola parte di me, capelli e unghie, narici, sedere, fin dentro. Voglio eliminare fino all’ultimo bruscolo di sudiciume.

Poi davanti, sotto le palle.

Mi è diventato duro.

Mi piace.

Sono qui ad asciugarmi, felice di sentirmi pulito e al sicuro, penso a luoghi lontani, a posti immaginari, montagne enormi, maestose e purpuree, come la canzone, un oceano d’argento, i surf sulle onde, ragazze in bikini che ballano l’hula, delfini, Jacques Cousteau, pesci chirurgo blu, pesci chirurgo gialli, murene, nautilus.

Poi sento un rumore e per un momento penso di essere schizzato davvero, di aver creato un film di isole tropicali con tanto di colonna sonora, poi le voci diventano più chiare.

Voci di donne. Poi un tonfo, qualcuno che mette giù qualcosa.

Luce sotto la porta. Dalla cucina.

Un grido.

Un grido vero.

29

«Ho bisogno di mettere qualcosa sotto i denti», annunciò Ramsey. «Le spiace se ci trasferiamo in cucina?»

L’ansia gli mette appetito? «Per niente, Ramsey», rispose Petra. Un’occasione per vedere qualcosa di più della villa.

Lo seguì e lui accese luci illuminando litografie orrende, mobili imponenti. Sbucarono nell’ambiente che Petra aveva previsto: una specie di piazzale delimitato da pareti pseudoadobe e da un soffitto rustico con travi a vista, mobili bianchi, piani di lavoro in granito grigio, elettrodomestici in acciaio satinato, una rastrelliera che pendeva dalle travi con una collezione di armi letali di rame. Sui piani un assortimento di tritatutto, spremitutto, tostapane, microonde. Dall’ampia finestra si vedeva un muro a stucco. Il confine orientale della proprietà. Una porta che dava all’esterno.

Al centro della cucina c’era un tavolo di legno lungo e stretto, cuore di pino stagionato, con il piano levigato e trattato a semilucido, in cui spiccavano le numerose escoriazioni. Un autentico oggetto d’antiquariato, probabilmente, provenzale. Poteva essere un fratino vero. Bello. Ma le otto seggiole all’intorno erano cromature tipo Breuer, con corregge di cuoio, una discordanza che faceva venir voglia di urlare per l’indignazione. Di chi era il gusto per l’eclettico, suo o di Lisa?

Ramsey aprì il frigorifero. Ben rifornito. Uno scapolo che non si faceva mancare niente. Prelevò un’altra Diet Sprite e un vasetto di cottage cheese all’erba cipollina.

«Devo stare attento alla linea», si scusò, mentre cercava un cucchiaio. «Sul serio non posso offrirle niente? Qualcosa da bere, almeno?»

«Niente, grazie.»

Ramsey si sedette a capo del fratino e lei occupò una sedia laterale.

«A lei sembrerà strano», commentò lui affondando il cucchiaio nel formaggio. «Che mi metta a mangiare. Ma sono ancora a stomaco vuoto da stamattina e mi pare di cominciare a sentire la carenza di zucchero nel sangue.»

«Ipoglicemico?»

«C’è diabete in famiglia, perciò ci bado.» Cominciò a mangiare cottage cheese, togliendosi i pezzettini bianchi che gli rimanevano nei baffi. Senza preoccuparsi della sua presenza. Forse si era sbagliata sul suo dongiovannismo. O forse era altalenante. Lo guardò mandar giù un sorso, mettersi in bocca altre due cucchiaiate di cottage cheese, poi richiamò la sua attenzione estraendo il taccuino.

«Va bene, torniamo a quella notte», disse Ramsey. «Le ho detto che ero a Tahoe, no? Quand’è stata qui la prima volta.»

Petra annuì.

«In cerca di esterni per la prossima stagione», continuò lui. «Abbiamo alcuni episodi che si svolgono in una casa da gioco e ancora non abbiamo deciso dove girarli. Si comincerà tra un mesetto.»

«Chi c’era con lei?»

«Greg e il nostro responsabile per gli esterni, Scott Merkin. Abbiamo visitato alcune delle proprietà sul lago e qualche casinò, abbiamo pranzato all’Harrah’s, abbiamo fatto qualche giro dopo il tramonto e siamo rientrati.»

«Volo di linea?»

Lui posò il cucchiaio, bevve di nuovo. «Tutti questi particolari. Dunque sono sospettato?»

Nessuna sorpresa nella voce. Il sottinteso era: finalmente.

«È solo routine, signor Ramsey.»

Lui sorrise. «Certo, certo. La stessa risposta che do io migliaia di volte agli indiziati… in scena. ‘Solo routine’ vuol dire che Dack Price ti ha inquadrato.»

Petra sorrise. «Nella vita reale routine significa routine, signor Ramsey. Ma se questo non è un momento opportuno per parlare…»

«No, va benissimo.» Gli occhi celesti si fermarono in quelli di lei. Ramsey mangiò altro cottage cheese, si portò la lattina alle labbra, si accorse che era vuota e andò a prenderne un’altra.

«Immagino che sia logico che si sospetti di me. Per via… per via di quell’incidente. È il taglio che hanno scelto i media.»

Fissandola.

Corda. La vedeva dipanarsi come un cobra.

«Un atteggiamento generalizzato», commentò Ramsey. «È quello che si pensa di me dopo quel programmino. No, non abbiamo usato un volo di linea ma un aereo privato, come facciamo sempre. Ci serviamo della Westward Charter. Anche il pilota era lo stesso, Ed Marionfeldt. Mi piace perché è stato pilota nella marina militare, un autentico Top Gun. Siamo decollati da Burbank ed è tutto registrato presso la Westward. Partiti verso le otto del mattino, rientrati verso le otto e mezzo di sera. Scott è tornato a casa in macchina e Greg mi ha accompagnato qui. Quando si fa tardi di solito guida lui, perché al buio io non vedo molto bene.»

«Problemi agli occhi?»

Ramsey si pulì di nuovo i baffi, sebbene non li avesse sporcati. «Cataratte in via di formazione. Il mio oculista vuole operarmi con il laser, ma io continuo a rimandare.»

Per farle sapere che non avrebbe potuto accompagnare Lisa al parco di notte?

«Dunque non esce molto la sera.»

«Esco, esco, non è così grave», rispose lui con un sorriso. «È solo che le luci mi danno un po’ fastidio. Non mi vorrà dare la multa, spero.»

Petra ricambiò il sorriso. «Prometto di non farlo.»

Lui affondò di nuovo il cucchiaio nel formaggio, lo guardò, lo posò. Petra notò segni di cedimento intorno alla bocca. Maculazione dietro le orecchie e alcune linee sottili che potevano essere i resti di un intervento di lifting. Un ciuffetto grigio gli spuntava da un padiglione. Nella luce viva della cucina ogni ruga e vena era in risalto.

Il corpo che cominciava ad abbandonarlo. Zucchero nel sangue. Gli occhi.

Il pene.

Faceva appello alla sua capacità di commiserazione? Sperava nella tenerezza femminile che la sarcastica Lisa gli aveva negato?

«Dunque Greg l’ha riaccompagnata a casa», riprese lei.

«Siamo arrivati verso le nove e un quarto, nove e mezzo, abbiamo smaltito qualche scartoffia, poi io sono crollato. Il mattino dopo Greg era in piedi prima di me. Quando sono arrivato in palestra, lui stava già facendo ginnastica. Ho una palestra, qui. Ho fatto un po’ di tapis roulant, una doccia e un boccone per colazione. Poi abbiamo deciso di sgranchirci sul green che ho qui dietro e alla fine siamo scesi all’Agoura Oaks Country Club per diciotto buche. Ed è arrivata lei.»

Spiacente di averti guastato la giornata, Herbert.

«Va bene», disse Petra. «Nient’altro?»

«Nient’altro», rispose lui. «Chi poteva immaginarsi?»

Petra richiuse il taccuino e insieme tornarono alla porta d’ingresso.

«Come stanno le macchine?» s’informò lei passando davanti alla vetrata.

«Non è che ci abbia pensato più che tanto.»

Petra si fermò a sbirciare attraverso il vetro nero. C’era anche la Mercedes? Senza luce la visibilità era ridotta a zero.

Ramsey azionò un interruttore. Eccola lì. Una berlina imponente, grigio canna di fucile.

«Giocattoli», mormorò Ramsey spegnendo la luce.

L’accompagnò alla Ford e quando Petra fu al volante, lui le disse: «I miei ossequi a Greg».

Petra lo fissò. Lui le rivolse un sorrisetto mesto. Un sorrisetto da vecchio.

«So che controllerà l’alibi», le disse. «Solo routine.»

30

Sentendosi in colpa e inutile ma attento a mostrarsi calmo e vigile, Stu si sistemò il nodo della cravatta e indossò la giacca dell’abito. Cinque ore di telefonate. Nessun caso con analogie con quello di Lisa Ramsey. O quello di Ilse Eggermann.

Non sapeva che cosa pensare dell’omicidio della giovane tedesca; non stava ottenendo aiuto né dalla polizia austriaca, né dall’Interpol, né dalle compagnie aeree. L’indomani avrebbe provato la dogana e il controllo passaporti. E avrebbe chiesto che cosa ai rispettivi funzionari? Di tenere gli occhi aperti sui possibili spostamenti di un certo Lauch? Buona fortuna. Contemplò la foto segnaletica viennese. Una faccia che non passa inosservata, eppure era peggio di un ago in un pagliaio.

Forse a Petra andava meglio con Ramsey.

Forse no. Gli era difficile prenderla a cuore… Riordinò la scrivania e chiuse i cassetti a chiave. Attraversò la sala operativa. Wilson Fournier era al telefono, ma proprio nel momento in cui Stu gli passava accanto, il detective di colore riappese imbronciato e recuperò la propria giacca. Il partner di Fournier, Cal Baumlitz era in convalescenza dopo aver subito un intervento a un ginocchio e Fournier lavorava solo da giorni. La fatica cominciava ad affiorare.

«Una chiamata nuova?» s’informò Stu sforzandosi di essere socievole.

«Fregatura nuova, piuttosto.» Fournier era di statura media, snello, testa rasata e baffi folti che ricordavano a Stu uno degli attori che aveva visto in Apriti Sesamo quando lavorava di notte e aveva le mattine libere da trascorrere con i figli.

Fournier si allacciò la fondina e raccolse i suoi bagagli. Uscirono insieme. «La vita intera è una fregatura, Ken. Tu e Barbie vi beccate Lisa Ramsey, sotto le luci della ribalta, io mi busco una scarrozzata a fine turno per andare a controllare un presunto malintenzionato ovvero topo d’appartamenti ovvero aspirante stupratore ovvero fumo senza arrosto.»

«Vuoi prenderti Ramsey?»

Fournier rise. «Sì, sì, so che la celebrità ha il suo prezzo.»

«Che genere di presunto malintenzionato stupratore?»

Fournier scosse la testa. «Questa storia dello stupratore è una merdata. Oh, chiedo scusa, volevo dire escremento. Se non sbaglio noi dovremmo occuparci di omicidi e qui che cosa abbiamo? Non dico uno che c’è rimasto, ma nemmeno che si sia fatto un graffio. Allora che cosa c’entro io? Quando ho quattro 187 aperti e il capo che mi sta sul collo. Maledetto lui e la sua escrementizia politica sociale.»

Qualche passo più avanti, giusto per cortesia, Stu domandò: «Che cos’è successo di preciso, Wil?»

«Una casa a North Gardner, due lesbiche tornano a casa dopo una settimana a Big Sur, scoprono che qualcuno è stato in cucina, si è mangiato dei cibo, si è fatto una doccia. Arrivano che l’intruso è ancora lì, la doccia sta andando. Panico. Scappano urlando dalla porta principale mentre l’intruso se la batte da dietro.»

«Che cos’ha rubato?»

«Da mangiare. Un pezzo di ananas, mortadella, un analcolico. Uno svaligiamento in grande stile, eh?»

«E dov’è lo stupro?»

«Infatti.» Fournier fece una smorfia disgustata. «Lesbiche. Una pila così di posta davanti alla porta. Se ne stanno via una settimana intera e pensi che ci facciano qualcosa? Lascino le luci accese? Mettano un allarme o piazzino in casa un rottweiler o un serpente velenoso o un AK-47? Ma dimmi, Ken, chi vuoi che possa ancora credere di poter contare su di noi per porre un minimo di freno al crimine?»

31

Routine. Sono sospettato?

Giocava al gatto con il topo?

Cercò Stu alla stazione. Era uscito da un’ora e quando provò a casa, non ottenne risposta. Fuori con Kathy e i bambini? Doveva essere bello possedere una vita.

Rientrata a Los Angeles, acquistò un po’ di insalata in un negozietto di Fairfax e la consumò a casa mentre seguiva il telegiornale. Niente su Ramsey. Provò di nuovo Stu. Inutile.

Ora di simulare una vita anche per sé.

S’infilò una felpa già macchiata di acrilici, preparò un sottofondo mozartiano e spremette colore sulla spatola. Appollaiata su uno sgabello lavorò fino a mezzanotte. Prima il paesaggio, che stava rispondendo un po’, si sentiva in vena, quell’ipnotica contrazione del tempo. Poi un’altra tela, più grande, vuota e invitante. Applicò due strati di mestica bianca, sulla quale stese un fondo abbondante di marrone spento e, quando il fondo si fu asciugato, cominciò in rapide pennellate a disegnare una serie di ovali grigi che si trasformarono in volti.

Niente composizioni, solo volti, a decine, alcuni sovrapposti, volti come frutti appesi a un albero invisibile. Alcuni con la bocca innocentemente dischiusa, tutti con occhi neri privi di pupille, forse orbite vuote, ellissi spettrali, in ciascuna delle quali si rispecchiava una variante sul tema della confusione.

Ogni volto più giovane di quello precedente, uno scorrere dell’età all’inverso, finché si ritrovò a dipingere solo bambini.

Bambini perplessi, che crescevano su un invisibile albero di bimbi… Un crampo le contrasse la mano e lasciò cadere il pennello. Invece di farsene un problema, rise apertamente, spense la musica, tolse la tela dal cavalletto e la posò per terra, rivolta al muro. Si denudò lasciando gli indumenti sul pavimento, restò a lungo sotto la doccia e andò a coricarsi. Appena spente le luci, rivisse il colloquio con Ramsey.

Era quasi certa che stesse manovrando.

Non sapeva che cosa farci.

Quando si svegliò, mercoledì mattina, ci stava ancora pensando. L’arroganza con cui aveva acceso le luci della rimessa mostrandole la Mercedes, come sfidandola a indagare più a fondo. Tutti quegli stimoli alla sua compassione, lo zucchero nel sangue, le cataratte, la difficoltà a guidare di notte.

Povero vecchietto, pieno di acciacchi. Ma c’era un problema clinico al quale non aveva accennato.

Il problema che avrebbe potuto essere all’origine di una grave esplosione d’ira.

E ancora niente avvocato, almeno in scena. Una sorta di duplice bluff? Rivolgigli la domanda sbagliata ed ecco che saltano fuori i parolai?

O più semplicemente si sentiva sicuro di sé perché aveva un alibi perfetto?

Non farti attirare nella trappola, nessun attacco frontale. Mira ai fianchi. Gioca sui sottoposti. Trova Estrella Flores, scambia due chiacchiere con il pilota, anche se la sua conferma non avrebbe dimostrato nulla, avrebbe avuto comunque tutto il tempo di tornare a casa, uscire, passare a prendere Lisa, ucciderla. Senza dimenticare Greg Balch, fedele lacchè e probabile spergiuro. Petra era certa che Ramsey avesse telefonato al suo assistente appena uscita lei, ma alle volte i subalterni covavano risentimenti profondi e Petra ricordava come Ramsey aveva aggredito Balch durante la prima visita. E come Balch aveva incassato in silenzio. Abituato a farsi maltrattare? Esercita un po’ di pressione, attizza un rancore rimasto a lungo sotto le ceneri e capita che lo schiavo si ribelli.

Arrivò alla sua scrivania alle otto e trovò un messaggio di Stu che la informava che si sarebbe fatto vivo più tardi, probabilmente nel pomeriggio.

Nessuna giustificazione.

Avvertì una vampata nelle guance. Accartocciò il messaggio e lo gettò nel cestino.

La direzione della Westward Charter confermò il viaggio di Ramsey e Balch a Tahoe e il ritorno a Burbank alle otto e mezzo di sera. Per caso Ed Marionfeldt era negli uffici, così poté conferire anche con lui. Gentile, disponibile, aveva compiuto chissà quanti viaggi con The Adjustor, nessun problema, niente di insolito nell’ultima occasione. Petra non voleva porre troppe domande per paura di consolidare la posizione di Ramsey come indiziato principale. Anche se lo era. S’immaginava un avvocato della difesa che utilizzava la testimonianza di Marionfeldt per dimostrare che quel giorno lo stato d’animo di Ramsey era del tutto normale. Se mai si fosse arrivati a un processo…

Da una telefonata alla sede della Previdenza Sociale risultò che Estrella Flores aveva tutti i documenti in regola e che il suo solo indirizzo ufficiale era quello della casa di Ramsey a Calabasas.

«Dunque è lì che verrebbero recapitati eventuali assegni?» chiese all’impiegato.

«Non ha fatto domande di sussidi o indennizzi, quindi non ci sono assegni.»

«Se dovesse pervenirle un cambio di indirizzo, sarebbe così gentile da farmelo sapere, signor…»

«Vicks. Se giungesse alla mia attenzione, mi premurerò per quanto mi è possibile, ma guardi che non trattiamo casi individuali se non per problemi specifici…»

«Io ho un problema specifico, signor Vicks.»

«Sono sicuro che è così… Va bene, mi lasci prendere nota, ma l’avverto che qui si perde tutto, quindi le conviene farsi viva lei di tanto in tanto.»

Petra chiamò la Player’s Management. Non rispose nessuno, nemmeno una segreteria telefonica. Forse Balch era andato a Montecito, si era preso qualche ora di permesso per cancellare indizi pericolosi per conto del suo principale.

Poi la volta del broker alla Merrill-Lynch. Morad Ghadoomian aveva una voce gradevole, priva di accento, sembrava che si fosse preparato alla telefonata.

«Povera signora Boehlinger. Immagino che voglia sapere se aveva qualche complicazione di ordine economico. Sfortunatamente no.»

«Sfortunatamente?»

«Nessuna complicazione», spiegò lui, «perché non c’era niente da complicare.»

«Niente soldi sul conto?»

«Niente di rilevante.»

«Vuole essere un po’ più preciso, signore?»

«Mi piacerebbe… Limitiamoci a dire che aspettavo sviluppi che non si sono mai materializzati.»

«Le aveva detto che intendeva investire grosse somme e poi non l’ha fatto?»

«Be’… non sono sicuro di come funzioni questo caso in termini di riservatezza. E nemmeno il mio capo. Non abbiamo mai avuto a che fare con un omicidio. Sì, ci capitano clienti deceduti più spesso che no, allora trattiamo con gli avvocati per questioni di proprietà immobiliari, con i funzionari del fisco, ma in questo caso… Limitiamoci a dire che la signora Boehlinger è stata nel mio ufficio una sola volta e solo per compilare alcuni moduli e avviare il conto.»

«Su che basi lo ha avviato?» chiese Petra.

«Be’… non vorrei venir meno ai miei doveri su questo punto… Limitiamoci a dire che ha versato il minimo.»

Petra attese.

«Mille dollari», rivelò Ghadoomian. «Giusto per aprire una situazione.»

«In titoli?»

Il broker rise sommessamente. «L’intenzione della signora Boehlinger era di costruirsi un sostanzioso conto in obbligazioni. Non avrebbe potuto scegliere un momento migliore, sono sicuro che sappia anche lei del vento favorevole che tira in questo periodo sul mercato. Però poi non ci sono mai arrivate istruzioni di investimenti e i mille dollari sono rimasti in un fondo valutario che frutta il quattro per cento.»

«Quanto aveva detto di voler investire?»

«Non lo ha mai detto, lo ha lasciato intendere. La mia impressione è stata di una somma sostenuta.»

«Sei cifre?»

«Ha parlato di acquisire indipendenza economica.»

«Chi le ha suggerito di rivolgersi a lei?»

«Mmm… credo che abbia chiamato di sua spontanea volontà. Sì, ne sono certo. Telefonò lei per spiegarmi che cosa voleva. A carico del destinatario.» Ridacchiò di nuovo.

«Ma poi non ne ha fatto niente.»

«No. Una volta l’ho persino cercata. Limitiamoci a dire che ero deluso.»

Indipendenza economica. Lisa aveva avuto in previsione un lascito o un introito importante? O, alla soglia dei trent’anni, aveva semplicemente deciso di dare inizio a un serio programma di risparmio mettendo a frutto gli alimenti che riceveva mensilmente da Ramsey per vivere del solo stipendio? Un accantonamento di ottantamila dollari l’anno poteva trasformarsi in una somma discreta.

Una riduzione avrebbe sconvolto i piani di investimento di Lisa.

Forse che Ramsey aveva fatto marcia indietro quando Lisa aveva trovato lavoro e aveva minacciato di tornare in tribunale inducendola così a sospendere i suoi progetti?

O era accaduto qualcosa di più elementare, si era per esempio trovata un altro broker.

Poco probabile. Perché avrebbe lasciato i mille dollari sul conto di Ghadoomian?

Il denaro era stato un altro motivo di dissapore tra i Ramsey?

Denaro e frustrazioni sentimentali: terreno fecondo per un omicidio.

Passò un’ora al telefono con gli impiegati all’ufficio del Registro e riuscì infine a localizzare l’originale dell’atto di divorzio dei Ramsey. La sentenza era diventata esecutiva poco più di cinque mesi prima. Nessuna complicazione apparente, nessuna richiesta di modifiche agli alimenti, dunque se c’era stato un voltafaccia di Ramsey, non lo aveva formalizzato.

Poi ricevette un invito anonimo a chiamare l’ufficio Identificazioni a Parker Center.

Un’impiegata le disse: «Le passo l’agente Portwine».

Lo conosceva di nome. Portwine era uno degli analisti di impronte digitali, di cui aveva trovato la firma in calce a più di un rapporto.

Una voce un po’ stridula le parlò a mitraglia. «Grazie di aver richiamato. Questa può essere una cantonata galattica o qualcosa di interessante. Spero che lei possa risolvermi il dilemma.»

«Di che si tratta?»

«Lei ci aveva mandato del materiale acquisito sulla scena del delitto Lisa Boehlinger-Ramsey. Un cartoccio per generi alimentari e un libro. Abbiamo ottenuto molte impronte, probabilmente femminili date le dimensioni, ma nessuna che abbia dato riscontro nei nostri archivi. Stavo per farle avere un rapporto in questo senso quando mi sono arrivate le impronte relative a un altro caso, un furto a North Gardner, prese da un coltello da cucina e alcuni contenitori per cibi. Avevo un po’ di tempo a disposizione e ci ho dato un’occhiata. Corrispondono alle sue. Allora quello che ho bisogno di sapere è se c’è stato qualche scambio nei numeri di archiviazione, se qualcuno ha incasinato le impronte. Perché è un po’ singolare che due serie che arrivano da Hollywood in due momenti diversi corrispondano alla stessa persona. L’hanno scorso qui è scoppiata una grana che non le dico. Anche se ci stiamo attenti, non ha idea di quante impronte dobbiamo analizzare. Così adesso abbiamo adottato la tattica del petto in fuori e pancia in dentro, nel senso che se qui è successo qualche pasticcio, sono affari vostri e non nostri.»

Com’era possibile parlare così velocemente? Petra lo aveva ascoltato affondandosi le unghie nel palmo.

«Quando è avvenuto il furto?» chiese.

«La notte scorsa. Se n’è occupata una pattuglia della Mobile che ne ha riferito a uno dei vostri… W.B. Fournier.»

Petra allungò lo sguardo verso la scrivania di Wil. Non c’era.

«Su che genere di contenitori avete trovato le impronte?»

«Una bottiglia di plastica di succo d’arancia. Le impronte erano sull’etichetta. E un ananas. Mi sono divertito, perché non avevo mai analizzato le impronte prese da un ananas. Sembra che debbano arrivarne delle altre. Qui dice che ne avrebbero prelevate con un nastro adesivo da elementi in acciaio inossidabile di un impianto idraulico e da un flacone di shampoo. C’è un nastro anche… sì, un frigorifero. Sembrerebbe l’incursione di un affamato. Allora?»

«Del furto non so niente. Noi vi abbiamo mandato solo l’involto di qualcosa da mangiare, il libro e gli indumenti della vittima trovati sul luogo del delitto Ramsey.»

«Mi sta dicendo che quest’altro materiale non arriva da voi?»

«Proprio così», confermò Petra.

Portwine sibilò. «Due serie di impronte della stessa persona in due luoghi diversi dove sono stati commessi dei reati.»

«Così pare», concordò Petra. Il cuore le batteva veloce. «Avete ancora i reperti del caso Ramsey? Il libro, in particolare?»

«No, abbiamo mandato tutto al deposito ieri alle cinque del pomeriggio. Ma io ho conservato una copia delle impronte. Ci sono alcune linee molto particolari, è per questo che mi sono accorto della somiglianza.»

«Va bene, grazie.»

«Prego», rispose Portwine senza entusiasmo. «Almeno sappiamo che non è successo qualche pasticcio.»

Lasciò a Wil Fournier un messaggio perché si mettesse in contatto. Ancora nessuna notizia di Stu, che era uscito senza il cellulare.

Giunta al Parker Center, usò un sorriso e qualche moina perché le fosse concesso di lasciare l’automobile nel parcheggio riservato ai dipendenti e salì al deposito reperti, dove compilò un modulo di richiesta per il libro della biblioteca. La Sipes, l’addetta di colore con i capelli tinti di biondo, si mostrò del tutto indifferente al fatto che la vittima fosse L. Boehlinger-Ramsey e fece notare a Petra che il numero del caso da lei scritto sul modulo era quasi illeggibile. Petra lo cancellò e lo riscrisse, mentre la Sipes scompariva dietro file e file di scaffalature metalliche e riappariva dieci minuti dopo scuotendo la testa. «A quel numero non risulta niente.»

«Ma sono sicura», insisté Petra. «Ieri sera. L’agente Portwine dell’ufficio Identificazioni l’ha mandato qui ieri alle cinque del pomeriggio.»

«Ieri? Perché non l’ha detto subito? Allora è in un’altra sezione.»

Un altro quarto d’ora prima che Petra si vedesse consegnare la busta.

Seduta nella Ford, sfilò il libro. I nostri presidenti: La marcia della storia americana.

Una vagabonda appassionata di storia che entrava in casa altrui a rubare da mangiare. Molto probabilmente una disadattata con turbe psichiche. Sfogliò qualche pagina, cercò qualche annotazione a margine, qualche bigliettino di cui nessuno si fosse accorto. Niente. Restava il particolare curioso della tessera dove venivano registrate le uscite, ancora infilata nella sua busta.

Succursale di Hillhurst. Sì, non lo aveva dimenticato. Nessun movimento per nove mesi.

Nessun movimento da quando Vagabonda lo aveva rubato?

Petra cercò di immaginarsela a vivere in strada, rubando, leggendo. Rubando cibo e sapienza. C’era un contorto lato romantico in quella singolare bivalenza.

Accovacciata su una roccia a orinare. Uno Schizo-Thoreau in gonnella.

Tornò a Hollywood e trovò la succursale di Hillhurst in una zona commerciale pochi isolati a sud di Los Feliz. Non il tipo di costruzione che Petra si sarebbe aspettata per una biblioteca, una lastra priva di finestre in puro grigio statale, di fianco a un supermercato. L’ingresso era quasi del tutto ostruito dai carrelli. Un cartello avvertiva che la sede era provvisoria.

Entrò armata di busta in una mano e biglietto da visita nell’altra. La biblioteca era costituita da un unico stanzone. In un angolo, al telefono, una bibliotecaria dai capelli grigi e, al banco della consegna e restituzione dei libri, un’impiegata più giovane. Un solo utente, un uomo molto anziano in berretto di cencio a leggere il giornale con un ombrello arrotolato sul tavolo a portata di mano, anche se il cielo di giugno era limpido e celeste e non pioveva da mesi.

Scaffali in betulla naturale su rotelle, tavoli da lettura dello stesso legno chiaro. Patetico il tentativo di non far rimpiangere le finestre disseminando le pareti di manifesti di viaggi.

La bibliotecaria più anziana era tutta assorta nella sua conversazione telefonica, così Petra si rivolse alla collega più giovane. Era di origine spagnola, alta e slanciata, ben vestita in un completino grigio che faceva la sua scena più di quanto meritasse. Il viso era accattivante, occhi cordiali, pelle discreta, ma ad attirare l’attenzione di Petra furono i capelli: neri, folti, dritti, lunghi fin oltre l’orlo della minigonna. Come quella cantante country, Crystal Gayle.

«Posso esserle utile?»

Petra si presentò e le mostrò il biglietto da visita.

«Magda Solis», rispose l’impiegata, visibilmente sconcertata dall’apparizione di un investigatore della Omicidi.

Petra sfilò dalla busta il libro rosso e lo posò sul banco. Magda Solis si portò improvvisamente la mano destra al seno sinistro. «Oh no, gli è successo qualcosa?»

«A chi?»

«Al ragazzino che…» La Solis lanciò un’occhiata alla bibliotecaria.

«Il ragazzino che l’aveva rubato?» domandò Petra. Sagoma di un corpo piccolo sul terreno, mani piccole, non di una donna, di un bambino. Perché non ci aveva pensato? A un tratto ricordò il quadro che aveva cominciato la sera prima, l’albero colmo di bimbi sperduti, e lottò contro il brivido che le partì dalle spalle e le scese insinuandosi per tutto il corpo verso l’ombelico.

La Solis si toccò il mento. «Possiamo parlare fuori?»

«Certo.»

L’impiegata corse dalla bibliotecaria in un’andatura lievemente paperesca che riuscì a essere lo stesso aggraziata, con le braccia piegate in un atteggiamento di nervosismo e un gran ondeggiare della gloriosa pettinatura. Disse qualcosa che strappò un mezzo cipiglio alla bibliotecaria e tornò sui suoi passi morsicandosi il labbro.

«Va bene, ho qualche minuto.»

«Sono in prova», confidò a Petra quando furono fuori, vicino alla Ford. «Non volevo che la signora sentisse. Gli è successo qualcosa?»

«Perché non mi dice che cosa sa, signorina Solis?»

«Ma… so che è un bambino, forse di dieci o undici anni. All’inizio non ero nemmeno sicura che fosse lui. A portar via i libri, intendo. Ma era il solo ad aver letto quelli che poi scomparivano. Questo in particolare gli interessava molto, è tornato spesso a leggerlo, poi un giorno non c’era più.»

«Dunque ne ha presi degli altri.»

La giovane impiegata soffriva. «Ma li restituiva sempre», volle precisare. «Un ragazzino molto serio. Fingeva di fare i compiti. Credo che cercasse di non attirare l’attenzione. Poi, un giorno, l’ho visto che rimetteva a posto qualcosa. Era uno dei libri che avevo segnato nel registro degli scomparsi. Un saggio di oceanografia, credo.»

«Fingeva di fare i compiti?»

«Così sembrava a me. Sempre le stesse pagine di problemi di matematica. Faceva sempre matematica. Anzi, algebra. Dunque forse ha più anni di quelli che dimostra. O è particolarmente dotato. A giudicare da quello che leggeva, direi che è più intelligente della media.» Scosse la testa. «Faceva un po’ di matematica, e poi tornava agli scaffali, trovava qualcosa e leggeva per un paio d’ore. Si capiva che amava leggere. Ed è una cosa rara, noi cerchiamo sempre di attirare i giovani ed è una lotta. Anche quando vengono, passano il tempo a scherzare e a fare chiasso. Lui non era così. Molto beneducato, un piccolo gentiluomo.»

«A parte quel vizietto di rubare i libri.»

La Solis si tormentò di nuovo il labbro. «Be’, so che avrei dovuto dire qualcosa, ma lui li restituiva, non faceva male a nessuno.»

«Perché non gli ha suggerito una bella tessera come tutti gli altri?»

«Per la tessera ci vogliono un documento d’identità e la firma di un adulto ed era ovvio che quello era un ragazzo di strada. Si capiva dai vestiti. Si sforzava di presentarsi in ordine, si bagnava i capelli e se li pettinava, ma i vestiti erano vecchi e malridotti, pieni di strappi. E anche le scarpe. E poi indossava sempre le stesse cose, avrà avuto sì e no un ricambio. Aveva i capelli lunghi, gli coprivano quasi tutta la fronte. Mi sa che era da molto che non li tagliava.» Si toccò i propri e sorrise. «Da questo punto di vista forse avevamo un’affinità speciale… La prego, detective, mi dica, gli è successo qualcosa?»

«Può darsi che sia stato un testimone oculare di qualcosa che è successo. Che cos’altro può dirmi di lui?»

«Piccolo, magro, anglosassone, un mento un po’ affilato. Carnagione chiara, molto, da anemico. Capelli castano chiaro. Lisci. Sugli occhi non saprei, blu, mi pare. Qualche volta cammina con un bel portamento, ma altre l’ho visto un po’ curvo. Come un vecchietto. Ha nel complesso un’aria da vecchio. Sono sicura che l’avrà notato anche lei nei bambini di strada.»

«Gli ha mai parlato?»

«Una volta, all’inizio, mi sono avvicinata e gli ho chiesto se potevo aiutarlo in qualcosa. Lui ha scosso la testa e ha abbassato gli occhi sul tavolo. Con un’espressione impaurita. L’ho lasciato stare.»

«Un bambino di strada.»

«L’altro anno al college ho svolto del volontariato in un ricovero e direi che mi ricordava i bambini che ho visto là. Non che quelli si occupassero di libri. Sapesse invece che cosa leggeva lui! Biografie, scienze naturali, storia… Quello, sui presidenti, era il suo preferito. Insomma quello era un bambino che la società ha sbagliato a trascurare e che lo stesso continua a credere nel sistema. Non lo trova straordinario? Deve essere dotato. Non ho potuto denunciarlo. È indispensabile che la bibliotecaria lo sappia?»

Petra sorrise e scosse la testa.

«Ho pensato che il miglior modo per aiutarlo», confessò Magda Solis, «era lasciargli usare la biblioteca come preferiva. Lui restituiva tutto. Eccetto il libro sui presidenti. Ma dove l’ha trovato?»

«Nei paraggi», rispose Petra e l’impiegata non pretese di più.

«Per quanto tempo ha frequentato la biblioteca?»

«Due, tre mesi.»

«Tutte le settimane?»

«Da due a tre volte la settimana. Sempre di pomeriggio. Arrivava verso le due e restava fino alle quattro o le cinque. Mi sono chiesta se sceglieva il pomeriggio perché in quell’orario quasi tutti i bambini non vanno a scuola e così avrebbe dato meno nell’occhio.»

«Buona deduzione», si complimentò Petra.

L’impiegata arrossì. «Potrei aver sbagliato tutto su di lui. Forse è un bambino ricco di Los Feliz ed è solo un po’ strano.»

«Quando l’ha visto per l’ultima volta, signorina?»

«Vediamo… pochi giorni fa. L’altra settimana. Dev’essere stato venerdì scorso. Sì, venerdì. Ha letto non so quanti numeri del National Geographic e dello Smithsonian. Ma non ha portato via niente.»

L’ultimo giorno feriale prima dell’assassinio di Lisa. Da allora non si era più fatto vedere.

Un bambino. Che viveva nel parco. Leggeva al buio. Come? Con una torcia? Un articolo presente nella dotazione per la sopravvivenza di un bambino di strada?

Dal Griffith Park alla casa di North Gardner dov’era avvenuta l’intrusione c’erano quattro miglia buone, forse cinque. Dunque si era spostato a ovest. Perché? Quel ragazzino non era un vagabondo, aveva consolidato uno schema comportamentale in un ambito ristretto.

Paura? Forse perché aveva visto qualcosa?

«Non voglio metterlo in pericolo», disse la giovane impiegata.

«Al contrario, signorina Solis. Se lo trovo potrò essere sicura che stia ben lontano dal pericolo.» La giovane donna annuì, desiderosa di crederle. Aveva gli occhi arrossati. Affinità… Aveva sottinteso qualcosa di più della lunghezza dei capelli?

«Grazie dell’aiuto», disse Petra.

«È sicura che non… che stia bene?»

Stava ancora bene la notte prima, quando era penetrato in una casa disabitata e si era tagliato fette di ananas. «Sta bene, stia tranquilla, ma ho bisogno di rintracciarlo. Forse lei mi può dare una mano.»

«Le ho detto tutto quello che so.»

Petra estrasse il taccuino e una matita numero 3. «Io so disegnare discretamente. Vediamo se riusciamo a combinare qualcosa insieme.»

32

«Stupratore! Polizia!»

Perché strillano in quel modo? Mi rivesto a razzo. Gli strilli si allontanano. Apro la porta, solo uno spiraglio, guardo fuori, non vedo nessuno, e filo.

Mi sembra che siano dall’altra parte della casa, davanti. Continuano a gridare: «Stupratore!» e non capisco perché. Roba da matti. Io non ho mai stuprato nessuno. So come ci si sente quando qualcuno ti ha preso di mira.

Corro dietro il box, scavalco lo steccato e finisco nel terreno della casa di fianco. Qui ci sono delle luci accese, colori, una TV dietro le tende. Sento ridere qualcuno.

Attraverso il prato e arrivo alla via dall’altra parte, poi di nuovo all’Hollywood Boulevard, dove prendo un’altra strada più piccola, poi su di nuovo, procedo a zigzag per non farmi vedere, cammino, non corro, per confondermi, scomparire… niente sirene. La polizia non è ancora arrivata.

Se quelle donne continuano a mentire sulla storia della violenza carnale, c’è il rischio che mandino gli elicotteri con quei grandi fari bianchi. Allora io sarei come un insetto su un foglio di carta… Poi mi ricordo che non mi hanno mai visto, perché qualcuno dovrebbe pensare che ce l’hanno con me?

Rallento ancora di più, faccio finta di non avere nessun pensiero per la testa. Sono in un’altra via tranquilla. La gente è chiusa a chiave in casa e pensa di essere al sicuro.

O forse è preoccupata di non esserlo.

Io continuo a ovest, allontanandomi dal parco e da Hollywood. Stupide donne, che tengono piante in giro dappertutto e lasciano la roba da mangiare a marcire in frigo.

Il prossimo viale affollato che incontro è il Sunset. Pieno di balordi, molti più bambini che a Hollywood, anche più macchine. E ristoranti, locali. Sull’altro lato un posto che si chiama Body Body Body! che ha per insegna una grande donna di plastica nuda. Poi un locale che si chiama Snake. Un club con una lunga coda davanti e due grassoni che non lasciano entrare nessuno.

Sbaglio o quel tizio sulla macchina rossa mi sta guardando strano?

Entro nella prima stradina tranquilla, di nuovo avanti e indietro. Ora mi fanno male i piedi, è tutto il giorno che cammino. A ovest, forse alla spiaggia. La spiaggia è un posto pulito, no?

Non ho soldi. Non ho niente per difendermi.

Avrei dovuto portar via il coltello dell’ananas.

33

Sti osservò il ritratto del bambino.

Era ricomparso poco prima delle quattro del pomeriggio, nessuna spiegazione. Petra moriva dalla voglia di fargli sputare il rospo, ma quel nuovo sviluppo, quel possibile testimone, la obbligava a non concedersi distrazioni.

«Bel lavoro», commentò lui. «Non mostrarlo a Harold.»

Harold Beatty era un investigatore sessantenne della Narcotici che ogni tanto prestava la sua opera come ritrattista di identikit. Tutte le facce che disegnava sembravano uguali. La Beatty Family, le avevano definite i colleghi alle sue spalle.

Stu giocherellò con le bretelle e il gesto distratto rafforzò la collera di Petra. Voleva da lui il riconoscimento che poteva essere qualcosa di importante.

Perché non era sicura che fosse una pista praticabile.

Almeno poteva essere soddisfatta del disegno. Guidando Magda Solis nei vari aspetti di una fisionomia, Petra aveva tracciato un ritratto molto particolareggiato e reso tridimensionale dalle ombreggiature. L’impiegata della biblioteca aveva contemplato il risultato finale mormorando: «Stupefacente».

Un bambino di bell’aspetto con grandi occhi intelligenti, che Petra aveva reso in grigio perché si potesse considerarli ugualmente castani o azzurri, naso affilato con narici strette, bocca sottile, mento appuntito con una fossetta. La Solis non era sicura del colore degli occhi, ma non aveva dubbi sulla fossetta.

Capelli lisci, castano chiaro, folti, pettinati a destra, che coprivano la fronte fino alle sopracciglia, nascondevano le orecchie e gli sfioravano le spalle. Un collo esile incorniciato da una T-shirt. Magda lo aveva descritto basso di statura e magro, precisando che il suo abbigliamento era costituito esclusivamente da magliette, jeans, scarpe da tennis con i buchi, ogni tanto un vecchio golf frusto.

Ah sì, c’era anche l’orologio, uno di quei digitali a buon mercato.

Un particolare interessante per Petra. Era forse un vecchio regalo di Natale? O qualcosa che aveva rubato? Dove era casa sua? Da quanto tempo era in fuga?

Un bambino. Quando aveva presentato domanda nella polizia, le era stata offerta la scelta tra delinquenza giovanile e furti d’auto. Lei aveva scelto le automobili rubate. Nessuno le aveva chiesto perché…

«Ha un’aria cupa», commentò Stu e aveva ragione. Nell’espressione del ragazzino c’era qualcosa di più di un’intima sofferenza; appariva gravato. «Schiacciato dalla vita», aveva detto di lui Magda Solis.

«Prende da mangiare in un frigorifero, si fa una doccia», mormorò Stu. «E le impronte digitali corrispondono alle nostre. Incredibile.»

«Forse è la Provvidenza», ribatté Petra. «Forse Dio ti ricompensa per tutta la tua misericordia e devozione.»

«Come no.» C’era asprezza nella voce di Stu. Petra non lo aveva mai sentito così adirato.

Perché se la prendeva tanto? Lei aveva sempre scherzato sulla sua religiosità. Prima che potesse aprir bocca di nuovo, Stu si alzò e si abbottonò la giacca. «Okay, andiamo a dirlo a Schoelkopf.»

Ancora una volta le girò le spalle. Da quando era comparso in sala operativa, non aveva mai incrociato gli occhi con lei.

«Più tardi», propose Petra. «Adesso ho da scrivere…»

Lui ruotò all’improvviso su se stesso. «Che cosa ti impedisce di eseguire gli ordini per come ti sono stati dati, Petra? Ha detto chiaro e tondo che vuole essere informato e adesso abbiamo qualcosa di cui informarlo.»

Petra lo raggiunse che era già alla porta. «Cosa diavolo c’è?» gli domandò in un sibilo.

«Non c’è niente. Andiamo a informare Schoelkopf.»

«Che cos’hai tu, voglio sapere.»

Lui continuò a camminare senza rispondere.

«Che Iddio ti fulmini, Bishop. Sei diventato assolutamente insopportabile!»

Lui si fermò e serrò le mascelle. Chiuse i pugni. Era la prima volta che Petra lo apostrofava con un’imprecazione. Lei si preparò a una violenta rappresaglia. Sarebbe stato interessante.

Viceversa i muscoli del suo volto si rilassarono. «Una maledizione di Dio? Potresti aver visto giusto.»

Nell’ufficio di Schoelkopf scelsero entrambi una calma gelida.

Il capitano diede un’occhiata ai disegno e lo posò. «Questo l’hai fatto tu, Barbie? Un talento in incognito. Forse dovremmo mandare Harold in pensione.»

Si appoggiò allo schienale e alzò i piedi sulla scrivania. Scarpe nuove, italiane, con le suole ancora nere. «Non saranno pani e pesci, ma forse c’è qualcosa di buono.»

Strappò il foglio dal taccuino di Petra. «Sentite quelli della Delinquenza Minorile, vedete un po’ se c’è qualcuno che conosce questo marmocchio. Provate anche i ricoveri per i senzacasa, associazioni di volontariato, assistenti sociali, tutti quelli che di questi tempi si occupano di bambini scappati di casa. Io farò fare delle copie da mandar fuori.»

«Mandar fuori?» si preoccupò Petra. «Vuol fare pubblicare quell’identikit?»

«C’è forse un modo migliore per pubblicizzarlo?»

«Siamo sicuri di volerlo pubblicizzare subito?»

«E perché no?»

«Quando abbiamo trovato il libro, lei ha pensato che fosse una traccia troppo debole, lei stesso ha giudicato improbabile che qualcuno leggesse al buio. Dunque che certezza abbiamo che il ragazzo abbia visto qualcosa? Ma se facciamo sapere a tutti che faccia ha ed è uno che vive per le strade di Hollywood, corriamo il rischio di scatenare una caccia all’uomo. Inoltre, se l’assassino conosce Hollywood, potrebbe arrivarci prima…»

«Non ci credo», la interruppe Schoelkopf. «Istinto materno.» I piedi ritornarono sul pavimento. Parve sul punto di sputare. «Vuoi risolvere un crimine o fare da mamma a un bambino scappato di casa?»

Petra si sentì trapassare da una lama di furore. «Voglio solo muovermi con cautela», rispose con una voce serena che non poteva assolutamente essere sua. «Soprattutto se è stato testimone…»

Schoelkopf la zittì con un gesto della mano. «Parli dell’assassino come se fosse un’astrazione. Qui abbiamo a che fare con Ramsey, non una teoria. Mi vieni a dire che lui troverà un fuggiasco prima di noi? Non mi esasperare, ti prego. Dammi retta, Barb, se ti sta a cuore il ragazzino, tieni d’occhio Ramsey. Potrebbe persino farci comodo. Lui prova a far fuori il bambino e noi lo peschiamo con le mani nel sacco. Proprio come succede in TV.» La risata di Schoelkopf risonò metallica. «Sì, questo rientra senz’altro nel tuo incarico. Sorvegliare Ramsey. Sai, potresti diventare un’eroina.»

Petra si sentì i polmoni di legno. Cercò di respirare, cercò di non far vedere quanto sforzo le richiedeva.

«Dunque usiamo il ragazzo come esca», osservò Stu e ora Petra sentì la voce del padre di sei figli.

«Ti ci metti anche tu?» lo apostrofò Schoelkopf. «Cerchiamo di localizzare una persona che può essere stata testimone di un omicidio. Gesù, non riesco a credere di avere questa discussione. Di che cosa cazzo abbiamo parlato fin dall’inizio di questo caso? Prudenza, mi pare. Che cosa cazzo credete che succederebbe se il ragazzino fosse davvero un testimone oculare e noi non ci facessimo in quattro per scoprire dove è andato a cacciarsi? Non fatemi sprecare altro tempo. Avete trovato una pista, ora sviluppatela!»

«Bene», rispose Stu, «ma se Petra è occupata a sorvegliare Ramsey, per tutti gli altri aspetti del caso abbiamo a disposizione…»

«Non vedo tutti questi altri aspetti…»

«Per la verità, è saltato fuori qualcosa. Si ricorda di quella ricerca che ci ha assegnato su casi con analogie?» Stu gli riferì di Ilse Eggermann e dei tentativi che si facevano per rintracciare Karlheinz Lauch.

Schoelkopf nascose la sua sorpresa dietro un sorriso di soddisfazione. «Ah… come volevasi dimostrare. Va bene, avete bisogno di altri uomini… oh, chiedo scusa, altre persone. Informate Fournier che è dei vostri. Del resto il ragazzino è già suo, quello svaligiatore di cucine. E vedete di tirarmi fuori qualcosa di concreto. Almeno avremo sgombrato le strade da razziatori di frigoriferi.»

«Che cosa faccio dei miei altri 187?» esclamò Fournier.

«Vallo a chiedere a lui», replicò Stu. «Sei tu quello che si lamentava di non avere occasione di gloria. Adesso ce l’hai.»

«Oh sì, il Paladino degli Ananas. Come ce la dividiamo?»

«Io dovrei tenere d’occhio Ramsey», spiegò Petra. «L’ho già interrogato, perciò è logico che lo contatti di nuovo. Ma figurati se me ne sto seduta tutto il giorno davanti ai cancelli di RanchHaven.»

«Ti capisco», la compatì Fournier. Si passò una mano sulla testa rasata.

Lei lo conosceva poco, non aveva niente contro di lui. Stu diceva che era sveglio. Lo sperava, perché non aveva molto tempo per istruirlo.

Cominciò. Fournier prese appunti. Stu sembrava di nuovo distratto.

Gli accordi finali furono che Petra avrebbe interrogato Estrella Flores e Greg Balch e magari sarebbe tornata alla carica con Ramsey; Stu si sarebbe occupato del caso Eggermann e Fournier avrebbe cercato di localizzare il ragazzo passando attraverso la polizia minorile di Hollywood, e i centri di accoglienza locali.

Prima che Petra avesse concluso, Stu si alzò e uscì.

«È normale?» chiese Fournier.

«È solo un po’ stanco», rispose Petra. «Si diverte troppo.»

Tornata alla scrivania, chiamò le Persone Scomparse a tutte le sottostazioni del dipartimento, trovò qualche Flores, ma nessuna Estrella. Trascrisse i dati delle due la cui età poteva essere quella giusta, Imelda, di sessantatré anni, East L.A., e Doris, cinquantanove, di Mar Vista, telefonò alle rispettive famiglie e non ebbe fortuna.

Stesso risultato con gli sceriffi. Che cosa poteva essere accaduto? Flores era tornata in patria? Dove? Messico? El Salvador? Poi ricordò qualcosa che le aveva detto Ramsey. Era stato Greg Balch ad assumere la nuova cameriera, dunque forse era stato lui a trovare Flores.

Un altro buon motivo per una chiacchierata con il vecchio Greg.

Prima però doveva una telefonata a Ron Banks, per comunicargli che l’episodio di violenza coniugale aveva avuto luogo fuori della contea di Los Angeles.

Banks era al suo posto di lavoro. «Oh, salve!» esclamò. «Non ti ho richiamata perché non ho ancora trovato nulla.»

«Per forza», rispose lei. «Ho appena scoperto che Ramsey ha una seconda casa a Montecito, Ron. È là che l’ha picchiata.» Un altro elemento che finora aveva trascurato. Si ripropose di occuparsene.

«Ah, capisco», disse Banks. «Quello è il distretto di Carpenteria.» Si schiarì la voce. «Senti, per l’altra volta… quando ti ho invitata fuori. Guarda che non volevo metterti in imbarazzo. So che non puoi concederti distrazioni…»

«Nessun imbarazzo, Ron.»

«Sei gentile a dire così, ma…»

«È tutto a posto, Ron. Credimi.»

«Non sono stato molto diplomatico. La mia scusa è che sono divorziato da un anno soltanto, non sono molto abile in questo genere di cose, e…»

«Vediamoci», propose lei, stentando a credere a se stessa.

Silenzio. «Sei sicura?… cioè… Splendido, mi va da Dio. Scegli tu.»

«Facciamo stasera? Dove abiti?»

«A Granada Hills, ma arrivo dal centro, perciò non conta.»

«Ti va qualcosa di sfizioso?»

«Mi va tutto.»

«Facciamo al Katz’s di Fairfax? Alle otto?»

«Fantastico.» Quasi lo cantò.

Che cosa faceva mai a certi uomini?

34

Un cielo pieno di stelle. L’oceano è più rumoroso degli animali allo zoo.

Sono in spiaggia, sotto il molo, c’è odore di catrame e sale, freddo, anche sotto il foglio di plastica nera.

Qui attorno la sabbia è bagnata, ma ho trovato un posticino asciutto vicino a questi grossi pali che reggono il molo. Non riesco a dormire, guardo e ascolto le onde che vanno e vengono, ma non mi sento stanco. L’oceano è nero come la plastica, con una striscia obliqua di punticini di luna. Fa freddo, molto più freddo che al parco. Se resto qui, avrò bisogno di una coperta come si deve.

Prima è passato sulla spiaggia un tipo strano, camminava vicino all’acqua. Un tipo tutto solo sulla spiaggia deserta e per quel modo che aveva di camminare, battendo le mani, saltellando di tanto in tanto, ho capito che era matto.

Quando spunterà il sole dovrò andarmene.

Due notti fa ho visto PLYR uccidere quella donna e ora sono qui. Strano. E non ci ho nemmeno provato. È successo.

Andavo a zigzag tra il Sunset e le vie laterali, passando davanti a tanti ristoranti che avevo il naso pieno di odori di cibo, con quelli in giacca rossa che parcheggiavano le macchine, la gente che rideva. Avevo la pancia ancora piena, eppure avevo anche l’acquolina in bocca.

Non sapevo dove sarei finito, sapevo solo che non potevo restare fermo. Sono arrivato in una parte del Sunset dov’era tutto più elegante, la gente era vestita meglio, c’erano cartelloni con la pubblicità di film e vestiti e liquori. Poi altri locali, altri tipi grandi e grossi davanti alla porta, con le braccia incrociate sul petto.

Il posto dove è successo si chiamava A-Void, su un angolo buio vicino a un negozio di liquori, verniciato di nero con tutti questi sassi neri incollati sulla facciata. Il ciccione che c’era davanti fumava e sembrava annoiato. Nessuno cercava di entrare. Sull’insegna di plastica sopra la porta erano scritti i nomi delle band che ci suonavano: Meat Members, Elvis Orgasm, Stick Figures.

Il negozio di liquori era aperto e alla cassa sedeva un uomo con il turbante. Ho pensato di comperarmi della gomma da masticare, prendere qualcos’altro, ma quando ho varcato la soglia lui mi ha guardato con sospetto e allora me ne sono andato. Proprio in quel momento dall’A-Void è uscito un tizio alto e magro con lunghi capelli neri e crespi e un sacco di brufoli. È corso dietro a un furgone parcheggiato all’angolo, ha aperto lo sportello e ha messo dentro i tamburi che trasportava. Il furgone era pieno di botte e graffi, con la fiancata tappezzata di adesivi. Non ha chiuso a chiave.

Ha fatto altri due viaggi, poi è tornato nel locale e ci è rimasto.

Sempre senza chiudere a chiave il furgone.

Intanto era entrato anche il ciccione.

Io mi sono avvicinato e ho guardato nel finestrino del passeggero. C’era solo il sedile anteriore, tutto il resto serviva per il carico.

Ho aperto la portiera. Non è partito nessun allarme.

Sul sedile c’erano solo immondizie, cartine di caramelle, lattine e bottiglie vuote, pezzi di carta. Forse la radio, se fossi riuscito a rivenderla… Come si fa a staccarne una?

Poi ho sentito delle voci e ho visto quello smilzo sull’angolo, con la schiena girata verso il furgone. Parlava a una ragazza piccolina con i capelli gialli e una striscia rosa nel mezzo. Se avesse guardato dalla mia parte forse mi avrebbe visto, ma stava attenta solo a lui. Mi è sembrato che litigassero. Poi lui si è girato.

Troppo tardi per saltare giù.

Sono entrato del tutto, ho chiuso la portiera, mi sono buttato di dietro e mi sono nascosto dietro i tamburi. Erano coperti per metà da questo telo di plastica nera e mi ci sono infilato sotto, picchiando contro qualcosa di metallico. Una botta dolorosa, ho dovuto morsicarmi il labbro per non gridare.

La plastica era fredda e puzzava come di candeggina.

Si è aperto di nuovo lo sportello posteriore, il furgone ha traballato e mi è piovuto addosso qualcosa.

Un tonfo. Un altro tonfo.

Sento la voce della ragazza, davanti. «Siete stati forti.»

«Cazzate.»

«No, Wim, dico sul serio.»

«Abbiamo fatto schifo e tutti sanno che abbiamo fatto schifo, quindi lasciami in pace. Mi hai preso la giacca?»

«Oh… scusa. Vado indietro a prenderla.»

«Merda! Muoviti!»

La portiera che si riapre e un altro tonfo.

Tosse. «Razza di stronza…» Si è acceso il motore e il fondo sotto di me ha cominciato a vibrare e io ho cercato qualcosa dove aggrapparmi per non rotolare in giro, ma i tamburi erano rotondi e non volevo fare rumore e così mi sono appiattito come un ragno.

Lui ha acceso la radio. È andato in giro per un po’ di stazioni, ha detto: «Solo merdate», l’ha spenta.

Fruscii, poi uno scatto, e sento un odore che conosco.

Erba. Sul trailer mi addormentavo con il naso pieno di quell’odore chiedendomi se mi avrebbe procurato danni cerebrali.

Tonfo. «Ecco qui, caro.»

«Sai che cos’è questa roba? Montone della Mongolia o del Tibet o qualche altro cazzo di posto del genere. E queste borchie qui, le vedi, sono martellate dentro a mano da contadini ciechi che dicono non so che preghiere speciali. Ho dato tutti e due gli occhi per questa giacca e tu me la lasci là dentro! Merda!»

«Scusa, Wim.»

Si sono messi a fumare. Non parlavano più. Il motore era acceso e io schiacciavo le dita sul fondo cercando di non muovermi e di non respirare, chiedendomi dove sarei andato a finire. Impossibile scendere, perché i tamburi bloccavano lo sportello.

Almeno faceva caldo.

«Fammi fare ancora un tiro», ha detto lei. «Ah, è proprio buona.»

«Ehi, non farci un pompino. Passa qui.»

«Dove vuoi andare, Wim?»

«Dove? In Europa, dove cazzo credi? A casa, ho bisogno di tirare il fiato.»

«Non vuoi andare al Wiskey

«Perché cazzo dovrei andarci?»

«Avevi detto… ricordi?»

«Cosa?»

«Prima di partire si è parlato, sai, che magari dopo si faceva un salto al Whiskey, forse ci trovavi certa gente che conosci, c’era da fare un po’ di musica…»

«Storia vecchia, adesso non vale più. Gente che conosco… Bella roba. Conoscere è una cazzata. Il gioco vero si chiama fare e questa sera abbiamo fatto schifo. Dio, mi viene male a pensarci. Skootch era una pena, roba da encefalogramma piatto, e quello là, quello seduto in seconda fila, ci metto la mano sul fuoco che era di Geffen e se n’è andato quasi subito. Porca merda, va a finire che crepo senza essere diventato famoso!»

«No, vedrai che diventerai…»

«Piantala!»

Il furgone si è mosso, per un po’ abbiamo viaggiato in direzione sud, poi abbiamo girato a destra, vale a dire di nuovo a ovest. Wim guidava da arrabbiato, accelerava, sterzava all’improvviso, frenava di botto.

È passato un po’ prima che la ragazza parlasse di nuovo. «Ehi, Wim?»

Grugnito.

«Wim? Che cos’hai detto prima?»

«Cioè?»

«Di non fare un pompino allo spinello? Ma ci sono altre cose più adatte, giusto?» Una risatina.

«Ah, sicuro, come no, ho avuto una serata trionfale e adesso ho una gran voglia di fare il romantico. Ma vedi di chiudere il becco e lasciami guidare in pace. Da non crederci, come abbiamo suonato male!»

Dopodiché, non ha più parlato nessuno.

Io ho cercato di star attento alle curve, mi sono disegnato una mappa mentale, ma a forza di girare ho perso il filo.

A un certo punto si è fermato e ho pensato: sono fritto. Adesso prende i tamburi, mi trova e sfoga su di me il suo cattivo umore.

Ho frugato sotto il telo cercando qualcosa per difendermi, ho toccato metallo freddo, ma non sono riuscito a staccarlo. Fritto e trifolato.

Sportello che si apre. Tonfo. Passi. Sempre più lontani. Silenzio.

Sono uscito da sotto la plastica. Il furgone puzzava come uno spinello enorme.

Era parcheggiato in una via tranquilla piena di abitazioni.

Ho scavalcato lo schienale, ho abbassato il finestrino. Poteva essere dovunque. Forse mi aveva persino riportato a Hollywood. L’aria fuori era fredda, così sono tornato dietro, sono riuscito a districare la plastica nera, l’ho ripiegata, me la sono infilata sotto il braccio, ho scavalcato di nuovo lo schienale e sono sceso.

Un odore nuovo.

Sale. Un sale pescioso.

Una volta, quand’ero piccolo, mamma mi ha portato alla spiaggia, una lunga gita in autobus da Watson. Non so bene che spiaggia fosse e non ci siamo più tornati, ma la sabbia era fine e calda e mamma ha comprato un gelato per ciascuno. Faceva caldo, si stava bene, in mezzo a un sacco di gente, e ci siamo rimasti per tutto il giorno, io a scavare buche nella sabbia, mamma seduta lì vicino in bikini ad ascoltare la radio. Non aveva portato nessuna crema e ci siamo scottati tutt’e due. Io ho la pelle più chiara di lei e mi sono bruciato di più, mi sono venute le bolle, era come se fossi finito nel fuoco. Per tutto il viaggio di ritorno sull’autobus non ho fatto che gridare, con la mamma che mi pregava di stare buono, ma senza vera intenzione, perché era tutta rosa come una gomma da masticare, sapeva che mi faceva male davvero.

Sul trailer ha cercato di darmi del vino, ma io non l’ho voluto, l’odore non mi piaceva e anche se non potevo avere più di quattro o cinque anni, l’avevo vista ubriaca, avevo paura dell’alcol. Lei ha cercato di costringermi, mi ha schiacciato la bottiglia sulle labbra e mi ha tenuto giù una mano, ma io continuavo a girare la testa, facevo finta di avere la bocca incollata, finché finalmente mi ha lasciato stare e allora mi sono disteso, con il corpo che mi andava arrosto dalla testa ai piedi, mentre lei finiva il vino da sola.

Quando ho sentito l’odore di sale, mi sono ricordato questa scena.

E poi ancora, la mamma seduta su un asciugamano, il bikini nero. Forse sperava che qualche ragazzo la notasse, ma nessuno l’ha fatto, probabilmente per colpa mia.

Dunque eccomi qui. In spiaggia.

Nessun altro posto dove andare, dopo di qui.

35

Ancora nessuna risposta all’ufficio di Greg Balch. Petra decise di andare di persona.

Alle sei del pomeriggio lasciò il parcheggio della stazione di polizia, imboccò Cahuenga all’altezza di Franklin e scese dall’altra parte della collina.

Studio City era nella Valley, ma lei l’aveva sempre vista come un’eccezione alla regola. A nord del Ventura Boulevard si estendeva la solita scacchiera di costruzioni anonime, ma a sud la zona era piacevolmente ondulata e si saliva a Mulholland per strade tortuose tra case su palafitte sopravvissute al terremoto. Qualche tratto di Ventura era un po’ squallido, non mancavano gli inestetismi del modernismo commerciale, ma c’erano anche in gran numero negozi d’antiquariato, studi di registrazione, sushi bar, jazz club, qualche ritrovo gay. Decisamente una zona più viva del resto della Valley.

Nessun afflato di avanguardia nella sede della Player’s Management, però: uno spoglio edificio di due piani del colore del latte alla cioccolata separato dalla strada da un piazzale di parcheggio. Nell’asfalto spuntavano ciuffi d’erba, le grondaie pendevano, gli spigoli erano sbrecciati. H. Carter Ramsey non era un padrone di casa scrupoloso.

La Lexus nera di Balch era l’unico veicolo presente nello spiazzo. Dunque c’era e non rispondeva al telefono. Ordini del principale per scoraggiare i giornalisti? Sbirciò nell’auto. Vuota.

Il pianterreno del cubo di cioccolata ospitava un’agenzia viaggi che esibiva la bandiera con l’alberello verde del Libano e la pubblicità di voli scontati in Medio Oriente, accanto a una rivendita al dettaglio di articoli di bellezza a prezzi da grossista. Erano chiuse entrambe.

Sul lato destro una rampa di scale arrugginite saliva a un ballatoio di cemento, sul quale si affacciavano tre porte color senape bisognose di una rinfrescata di vernice. La prima corrispondeva all’Easy Construction, la seconda a un’azienda dal misterioso nome La Darcy Hair Removal. La terza, l’ultima, era quella della Player’s Management. Nessuna finestra sul lato occidentale. Oppressivo.

Bussò, non ottenne risposta, bussò di nuovo e Balch aprì.

Indossava una tuta di velluto, nera con inserti bianchi, e parve sinceramente sorpreso di vederla. Strano. Impossibile che Ramsey non lo avesse chiamato. Forse era un attore anche lui.

«Salve.» Le offrì una mano fiacca. «Si accomodi. Detective Conners, vero?»

«Connor.»

Le tenne la porta aperta. Petra entrò in un locale dal soffitto basso dal quale si passava in una seconda stanza attraverso una porta in quel momento aperta. Il secondo locale sembrava più grande del primo, disordinato, cumuli di carte sparse sulla moquette verde, scatoloni di cartone. Davanti a sé aveva un divano color oro e una vecchia scrivania di quercia ingombra di altre carte. I tramezzi di finto palissandro dalle venature smaccatamente artefatte erano ricoperti di fotografie, perlopiù in bianco e nero, del tipo di quelle che si vedono in tutte le tintorie della città, di grandi sorrisi aerografati di divi attuali e del passato, autografi inattendibili.

La star in questo caso era una sola. Ramsey cowboy, Ramsey agente di polizia, Ramsey soldato, Ramsey centurione romano. Un’immagine particolarmente ridicola del giovane H. Cart travestito da alieno: tuta di plastica corazzata con pettorali spropositati, antenne gommose che gli spuntavano da una capigliatura cotonata stile anni Sessanta. Niente baffi, grande e luminoso sorriso accattivante. Una passabile somiglianza con Sean Connery. Belloccio, ai suoi tempi.

In una fotografia a colori Ramsey era ritratto qualche decennio più tardi, in elegante giacca sportiva e dolcevita. La posa era da duro, con tanto di 9mm in pugno. Dack Price: The Adjustor.

Forse avrebbe fatto bene a guardare qualche episodio.

Stava per passare nel secondo locale quando notò qualcosa che confermò la sua ipotesi su Balch. In fondo alla parete, seminascosta dalla scrivania. Occupava, non per caso, sarebbe stata pronta a scommettere, un posto marginale nella galleria dei personaggi.

Una foto di Balch sui vent’anni e rotti. Anche lui niente male. Una ventina di chili in meno, capelli stinti dal sole, muscolatura dignitosa, come l’eroe di uno di quei film da spiaggia che andava a vedere per riderci sopra, un Tab Hunter, o un Troy Donahue.

Ma anche da giovane l’assistente di Ramsey mostrava un sorriso servile che avrebbe pregiudicato qualsiasi ambizione di celebrità.

«Antichità», si schermì Balch, un po’ imbarazzato. «Sai di essere vecchio quando non ti riconosci più.»

«Dunque lei recitava?»

«Non proprio. Dovrei togliere quella foto.» La tuta gli andava stretta sul ventre, larga al fondo dei calzoni. Scarpe sportive nuove, bianche. Ora che lo guardava meglio, vedeva che i capelli sottili erano un misto di biondo e bianco, tra i quali s’intravedeva la cute rosea.

«Le verso un caffè?» Le indicò l’altra stanza, fermo sulla porta, in attesa che lei lo precedesse.

«No grazie.» Petra entrò. Finalmente un paio di finestre, ma nascoste da tende di ciniglia del colore di giornali vecchi. Niente illuminazione naturale e la solitaria lampada che Balch aveva acceso sulla scrivania non era di grande aiuto.

Il caos era monumentale, fogli di carta per terra, seggiole in ordine serrato intorno a un altro tavolo di scarso valore, più grande, a forma di L. Registri, prontuari fiscali, prospetti aziendali, moduli. Sul lato corto del tavolo c’era la macchina del caffè, di plastica bianca macchiata di marrone. In un angolo una scatola della Kentucky Fried Chicken, con il coperchio intriso di grasso appoggiato poco distante. Uno scampolo di volatile impanato.

Un rozzo. Forse per quello Ramsey gli aveva assegnato una sede così squallida. O forse in quello consisteva l’essenza della loro relazione.

Tutti quegli anni a fargli da lacchè. Sarebbe riuscita a strappargli qualcosa? Se abitava in un luogo rinomato come Rolling Hills Estates, evidentemente Ramsey retribuiva bene la sua lealtà.

Balch le sgombrò una poltrona, gettando scartoffie in un angolo, e si sedette alla scrivania, intrecciandosi le dita sul ventre. «Dunque come va? Dico l’inchiesta.»

«Va.» Petra sorrise. «Ha qualche informazione che potrebbe essermi d’aiuto, signor Balch?»

«Io? Mi piacerebbe, sa, ancora non l’ho mandata giù.» Spostò la mascella da una parte all’altra. «Lisa era… una cara ragazza. Un caratterino, forse, ma fondamentalmente una gran brava persona.»

«Un caratterino?»

«Senta, so che ha saputo di quella volta che Cart l’ha colpita, quel cancan che hanno fatto in TV, ma è stata una sola volta. Non che lo giustifichi, è stato un brutto sbaglio. Ma Lisa aveva il suo caratterino. Non faceva che stuzzicarlo.»

Cercava di addossare colpe sulla vittima per scagionare il principale? Si rendeva conto che le stava offrendo un movente?

«Dunque aveva la tendenza a criticare il signor Ramsey?»

Balch si toccò la bocca. Gli si erano rimpiccioliti gli occhi. «Non sto dicendo che non andavano d’accordo. Si volevano bene. Dico solo che Lisa sapeva essere… che non mi era difficile immaginare… Ah, lasciamo perdere, che cosa ne so io, sto parlando a vanvera.»

«Riusciva a immaginarla in grado di far perdere veramente le staffe a qualcuno.»

«Chiunque può far uscire dai gangheri un’altra persona. Non c’entra niente con quello che è successo. È evidente che si tratta di un maniaco.»

«Perché dice così, signor Balch?»

«Il modo in cui… in cui l’ha fatto. Da completo fuori di testa.» Si portò la mano alla fronte, se la strofinò, come per cancellare un dolore. «Cart è ancora sconvolto.»

«Da quanto tempo vi conoscete, lei e Cart?»

«Siamo cresciuti insieme, nel nord dello stato di New York, abbiamo frequentato lo stesso liceo e lo stesso college a Syracuse, abbiamo giocato insieme a football. Lui era quarterback, davvero in gamba. L’avevano selezionato per passare al professionismo, ma si strappò i legamenti alla fine dell’ultima stagione con la squadra universitaria.»

«E lei?»

«Guardia.»

Quello che protegge il quarterback.

«Dunque è un’amicizia che dura da molto tempo.»

Balch sorrise. «Secoli. Prima che nascesse lei.»

«Siete venuti a Hollywood insieme?»

«Sì. Dopo la laurea, per una di quelle scorribande che si fanno prima di mettere la testa a posto. E anche per tirar su di morale Cart. Era molto giù per aver perso la possibilità di entrare nell’NFL. Suo padre aveva un negozio di ferramenta e voleva che Cart gli succedesse. Stava meditando di accontentarlo.»

«E lei?»

«Io?» Meravigliato che le interessasse. «Io ero laureato in economia e commercio, avevo qualche offerta da qualche studio, avevo intenzione di sostenere l’esame di stato per diventare commercialista.»

Petra contemplò la stalla in cui aveva insediato il suo ufficio. I contabili non erano proverbiali per la loro organizzazione?

«Allora come mai è finito a recitare?»

Balch si accarezzò i capelli chiari. «Fu una di quelle cose strane. Non proprio come Lana Turner allo Schwab’s… Conosce la storia o è troppo giovane?»

«La conosco», rispose Petra. Gliel’aveva raccontata suo padre. Il viaggio di nozze in California con la sua sposina. Kenneth Connor si era innamorato di L.A., vi aveva visto il sogno dell’antropologo. Guardami adesso, papà. A contarmela con i meno che grandi. A lavorarmi l’Industria.

«Vuol dire che lei e Cart foste scoperti?»

Balch sorrise di nuovo. «Non io, Cart. A raccontarla, sembra una sceneggiatura. Erano gli ultimi giorni, stavamo per ripartire per Syracuse e ci facevamo una birra insieme al Trader Vics, quello al Beverly Hilton. Questo prima che diventasse di proprietà di Merv. Fatto sta che ci avvicina uno sconosciuto e ci dice: ‘È da un po’ che vi tengo d’occhio, voi due giovanotti. Non è che vi andrebbe di recitare in un film?’ E ci dà il suo biglietto da visita. Noi pensiamo che sia un tentativo di truffa, o che magari quello sia un fro… un gay in cerca di compagnia. Ma l’indomani mattina Cart si ritrova il biglietto da visita tra le mani e dice: ‘Ehi, dai, telefoniamo, che ci costa?’ Il fatto è che stavamo per tornare a casa e cominciare a lavorare e ci sembrava stupido perdere l’occasione di qualche avventura. Così si scopre che il tizio era sul serio di un’agenzia di casting. Allora andammo a sostenere un provino e ottenemmo tutt’e due una parte. Ah, niente che valga la pena ricordare, nemmeno in film di serie B, parliamo pure di serie D. Un western. Confezionato appositamente per il circuito dei drive-in nel Sud.»

Balch spostò un po’ di scartoffie senza migliorare minimamente la confusione. «Poi, siccome una cosa tira l’altra, decidemmo di restare a Los Angeles e nell’anno seguente riuscimmo a lavorare ancora un po’, più o meno di straforo, rastrellando giusto quel che bastava per pagare l’affitto. Poi smisero di chiamare me, mentre Cart cominciò a essere chiamato più spesso, per parti migliori. Poi si procurò un agente e cominciò anche a guadagnarci, recitando soprattutto nei western. Io decisi di tornare a casa. Era inverno, quasi Natale, ricordo che pensavo ai miei, già molto in collera perché avevo bighellonato per un anno intero, e mi domandavo come sarebbe stato il cenone.»

«Dunque aveva perso fiducia in Hollywood.»

Balch sorrise. «Non era una questione di fiducia. Non ero adatto, non avevo il talento necessario a sfondare, a me non affidavano mai parti parlate, facevo da riempitivo e basta, passavo in secondo piano, facevo numero nelle scene di folla. Non trovai nessun lavoro come contabile e intanto mi ero giocato tutte le offerte che avevo ricevuto a casa. Ma ero ottimista lo stesso. Fu allora che Cart mi chiese di restare, mi disse che ci saremmo divertiti, avremmo continuato a spassarcela, mi avrebbe trovato qualcosa da fare. E così fu. Mi fece assumere all’amministrazione della Warner Brothers.»

Spalancò le braccia, sorrise di nuovo. «E questa è la storia della mia folgorante carriera nel mondo dello spettacolo.»

«Quando ha cominciato a occuparsi degli affari di Cart?»

«Appena lui prese a guadagnare sul serio. Aveva visto di che cosa erano capaci i manager con pochi scrupoli e voleva qualcuno di cui potersi fidare. All’epoca io lavoravo all’ABC e sapevo qualcosa dell’Industria.»

«Fa da manager a nessun altro?»

Balch cambiò posizione, si lisciò una piega della tuta di velluto. «Qualche favore, niente di più, agevolo la stipulazione di qualche contratto di tanto in tanto, ma gli interessi di Cart mi tengono molto occupato.»

«Dunque se l’è cavata bene.»

«Meritandoselo.»

Parole da autentico scudiero.

«Ed è lei che si occupa dei suoi contratti?»

«Ha un legale per mettere le firme, però la risposta è sì, me ne occupo io.»

«Che cos’altro fa per lui?»

«Gli preparo la dichiarazione dei redditi, sto dietro ai suoi investimenti. Abbiamo diversificato. Immobili, obbligazioni, quello che fanno un po’ tutti. E c’è da amministrare qualche proprietà immobiliare. Il lavoro non mi manca. Nient’altro che posso fare per lei?»

«Esattamente quello che sta facendo», ribatté Petra. «Darmi informazioni di carattere personale.»

«Su Cart?»

«Cart, Lisa, chiunque.»

Come se fossero argomenti che richiedevano grande concentrazione, Balch chiuse gli occhi. Li riaprì. Le sue mani erano ridiscese sul ventre. Un Buddha biondo.

«Cart e Lisa», mormorò. «Una storia molto triste. Aveva preso un’autentica sbandata per lei. Ne era imbarazzato. Per via della differenza d’età. Io gli dicevo che non aveva importanza, che lui era in condizioni fisiche strepitose rispetto a molti suoi coetanei. E Lisa era pazza di lui. Per me ciascuno di loro era la cosa migliore che fosse successa all’altro.» Sul viso paffuto gli si disegnò un’espressione dolente. «Non so nemmeno io cos’è successo. La vita da sposati non è facile.» Gli occhi si riaprirono. «Ci sono già passato due volte, io. Chi può dire che cosa fa cambiare il cuore alla gente.»

Petra estrasse il taccuino e Balch indietreggiò un po’, come se provasse repulsione da quel nuovo aspetto più formale del colloquio. «Se vuole darmi per piacere la scaletta di domenica… quel viaggio a Tahoe e anche dopo il vostro rientro. Cerchi di essere più preciso che può.»

«La scaletta… certo.» Il suo resoconto coincideva con quello di Ramsey e del pilota: a Tahoe solo impegni di lavoro, viaggio di ritorno senza episodi di rilievo, entrambi a nanna prima delle dieci, ginnastica l’indomani mattina, doccia, prima colazione, golf.

Sogni sereni nelle ore in cui Lisa veniva assassinata.

«Va bene, grazie», disse Petra. «A proposito, ero curiosa di sapere perché ha chiamato la sua azienda Player’s Management.»

«Ah», rise Balch. «Un ricordo dei tempi in cui giocavamo a football. Eravamo dilettanti, cercavamo qualcosa che facesse presa. E in cui non comparisse il nome di Cart. L’idea fu mia.»

Petra si domandò se fosse davvero tutto lì. Nell’Industria gli attori erano quelli che reggevano le fila. Il nome rispecchiava forse un sogno di altri tempi?

«Dunque il suo compito è proteggere gli interessi di Cart», riprese. «Che cos’ha fatto dopo che Lisa denunciò pubblicamente quel caso di violenza coniugale?»

«Che cosa avrei potuto inventarmi? Ormai il danno era fatto.»

«Non l’ha invitata a non lavare più i panni sporchi in pubblico?»

«Volevo farlo, ma Cart me lo impedì, disse che era una questione privata e non di lavoro. Io non ero d’accordo.»

«Perché?»

«In questa città certe volte è impossibile separare la vita privata dagli affari. Ma è così che voleva Cart e io mi adeguai.»

Petra sfogliò qualche pagina. «Dunque è lei che paga tutti i conti di Cart.»

«Passano da me, sì.»

«Compresi gli alimenti di Lisa.»

«Già. Questo è un bell’esempio del tipo di persona che è Cart. La richiesta dell’avvocato di Lisa era assurda. Erano sposati da poco più di un anno. Io, che avevo già divorziato due volte, avevo le idee abbastanza chiare su quanto avrebbe accettato Lisa, ma Cart disse che non voleva mercanteggiare. Che le fosse dato quanto aveva stabilito il suo legale.»

Ora corrugò la fronte. Risentimento? Gelosia?

«Dunque è molto generoso», osservò Petra.

«Infatti.» Balch si alzò. «Ora, se non le spiace, è un po’ tardi…»

«Ma certo», lo assecondò Petra, sorridendo e alzandosi a sua volta. Di nuovo Balch attese accanto alla porta e nel passargli vicino lei sentì il suo profumo, acqua di colonia molto fruttata. Mescolata a sudore.

«Ah, un’altra cosa», disse quando fu nell’altra stanza. «La cameriera di Cart. Estrella Flores. Ha idea di dove sia andata?»

«Cart mi ha detto che lo ha lasciato senza preavviso. Bella lealtà, vero? Gli ho trovato un’altra ragazza.»

«Tramite la stessa agenzia?»

«Sì.»

«Ricorda come si chiama?»

«L’agenzia? È di Beverly Hills… Nancy Downey Agency.» Sporse il braccio dal polsino e consultò l’orologio.

«Ho apprezzato molto la sua cortesia, signor Balch», lo ringraziò Petra.

Prima di uscire lanciò un’occhiata alle fotografie. Due giovanotti in posa. Giocatori. Attori. Player’s. Confrontato con le foto, Balch sembrava davvero vecchio.

36

Si fermò a una stazione di servizio, si fece dare dal servizio abbonati il numero della Nancy Downey Agency e telefonò nonostante l’ora tarda. Niente segreteria telefonica. Da trascrivere nell’agenda dell’indomani.

Mentre rientrava in città per il Laurel Canyon, riesaminò il suo colloquio con Balch.

Nessun dato saliente, a parte forse una pista per rintracciare Estrella Flores. E allusioni a dissapori tra Lisa e Ramsey.

Non faceva che stuzzicarlo.

A conferma di quello che le aveva confidato Kelly Sposito sul sarcasmo di Lisa.

Ex maritino impotente; moglie dalla lingua tagliente. Ramsey aveva confessato che Lisa non gli lesinava le sue critiche. Era forse venuto il giorno in cui aveva esagerato?

Fino a che punto Balch era a conoscenza dei fatti? Aveva sentito Ramsey uscire di casa nelle ore piccole della notte? Entrare nel museo di automobili e prendere la Mercedes? O la Jeep?

Fin dove si sarebbe spinta la guardia pur di proteggere il suo quarterback?

Giocatori. Attori. Che cosa era reale, che cosa romanzato?

Era il momento di parlare con il custode che era stato in servizio nella notte di domenica. Già, RanchHaven. Una tenuta così vasta, nel bel mezzo di una zona ad alto rischio di incendi, non poteva non avere un’uscita di sicurezza. In tal caso, c’era un guardiano anche lì? Oppure i residenti avevano modo di allontanarsi da casa senza che il personale di sicurezza lo sapesse?

Troppi punti interrogativi. Non aver interrogato subito il guardiano era stata una trascuratezza da dilettanti. Si sentì come un pittore cieco.

Valeva la pena fare subito una scappata a Calabasas? Era già stata una giornata interminabile e se non si fosse concessa una pausa, non avrebbe dormito e allora, sai che bellezza, si sarebbe ritrovata a rimuginare tutta notte rimbambita dalla stanchezza.

L’indomani mattina il suo identikit sarebbe apparso su tutti i giornali e alla stazione sarebbero cominciate a piovere segnalazioni sul ragazzino del parco, quasi tutte inutili. Pura follia. E c’era qualcosa negli occhi di quel ragazzino che la turbava, erano gli occhi di qualcuno che aveva già visto fin troppo. Preferiva non dover pensare a un undicenne che assiste a un’uccisione come quella.

Pensò a lui. A mangiare da solo al Griffith Park. A leggere. Libri rubati. Commovente, ma non privo di fascino… Basta! Tornatene a casa, E.T. Buttati nella vasca da bagno, mangia un bel sandwich… Oh, Gesù, non poteva andare a casa. L’appuntamento delle otto con Ron Banks! Cosa diavolo le aveva preso di cacciarsi in quella grana?

Attraversò il Sunset controllando l’ora. Le sette e quarantasei. Giusto il tempo di arrivare al Katz’s, altro che darsi una rinfrescata e cambiarsi.

Il povero Ron sarebbe stato costretto ad avere per commensale una vecchia megera.

Pazienza, non era propriamente un appuntamento galante.

Allora che cos’era?

Arrivò a destinazione con tre minuti d’anticipo, lasciò la macchina in un vicino parcheggio a pagamento ed entrò nell’aria fragrante di cucina del Katz’s. L’accolse il sorriso falso di una cameriera bisbetica che ricordava le sue mance da sbirro. Scelse un séparé verso il fondo, ordinò una coca cola e andò in bagno a sciacquarsi.

Davanti a uno specchio inzaccherato di acqua insaponata, si ravviò la pettinatura disapprovando il proprio volto. Decisamente sbattuta. Più pallida del solito, per giunta, e con qualcosa che le piegava la bocca all’ingiù. Qualche dio crudele stava cominciando ad abbozzare le rughe che un giorno vi avrebbe inciso per sempre? Meno male che il completo nero aveva retto.

Quando tornò in sala da pranzo, il bicchiere era sul tavolo e Banks stava entrando. Lo richiamò con la mano.

Lui si sedette sorridendo. «Mi fa piacere rivederti.» Posò le mani e si mise a tamburellare. Poi prese il tovagliolo di carta, lo dispiegò, se lo sistemò sulle ginocchia. Le sue mani erano sempre in movimento.

«Hai trovato molto traffico?» chiese lei.

«Abbastanza.» Sembrava diverso. Uno sconosciuto.

Perché, forse non lo era stato anche prima? Era seduta di fronte a uno sconosciuto, di fronte a uno sconosciuto sulle spine. Guarda quelle mani. Lei seduta lì ad annaspare in mancanza di argomenti di conversazione quando un bagno caldo sarebbe stato un toccasana celestiale.

La cameriera portò una ciotola di striscioline di carne speziata e Petra ne mangiò una, violando fin dal principio le regole del gioco: alito all’aglio. Togliti dalla testa di venirmi troppo vicino. La sua mossa parve rilassare Banks, che gustò una strisciolina a sua volta.

«Ottima», commentò. «Non c’ero mai stato.»

«Si mangia bene.»

«Qualche volta vado al Langer’s sull’Alvarado. Ci sono quelli che finiscono morti ammazzati al MacArthur Park e al Langer’s c’è lo stesso la coda per un pastrami.»

«Ci sono stata», disse Petra. «Adoro mangiare in questi posti.»

«Nessun problema di colesterolo?»

«Un dono di natura», rispose lei. «Quanto al colesterolo», precisò.

Lui rise. Perché le sembrava diverso? Più giovane, persino più adolescenziale di come le era apparso a casa di Ramsey. Nonostante l’abbigliamento più formale, doppiopetto blu, camicia celeste, cravatta bordeaux. Bravo. Lui sì aveva trovato il tempo di prepararsi.

Poi capì dove stava la differenza. Niente baffi. Ricordava un’ombra appena accennata, biondiccia, non il manubrio da bicicletta del suo partner. Ma la loro assenza lo cambiava, gli toglieva qualche anno dalle spalle. Aveva un viso gradevole, un po’ stretto, il naso un po’ fuori assetto, ma gli occhi ben spaziati. Nocciola. Ciglia lunghe. La bocca, ora perfettamente visibile, era morbida, ma senza debolezze. Mani glabre. Pelle giovane. Doveva aver raggiunto la pubertà più tardi della media, si sarebbe conservato bene.

La bocca era leggermente arricciata agli angoli, un sorriso perpetuo che poteva avergli procurato qualche guaio da scolaro: Banks, smettila di sogghignare!

Si accorse che era da un po’ che lo fissava. Si toccò il labbro superiore e inarcò un sopracciglio.

«Li ho tagliati ieri sera», quasi si scusò lui. «Era un esperimento. Alle mie figlie non piacevano, dicevano che gli facevo il solletico. Me li sono rasati davanti a loro. Si sono divertite un mondo.»

«Quante figlie hai?»

«Due. Cinque e sei anni.»

Sapendo che era tipo da averne, gli chiese se le mostrava una fotografia.

«In effetti…» rispose lui, sfilandone un certo numero dal portafogli.

Due bimbe graziose, entrambe brune ma con la pelle chiara e un che di latino. Occhioni castani, lunghi capelli a riccioli, identici vestitini rosa, da bambola. Nessuna somiglianza evidente a Banks, anche se le parve di scorgere una traccia nel sorriso della più piccola.

«Adorabili. Come si chiamano?»

«Quella più grande è Alicia e la piccolina è Beatrix. Noi la chiamiamo Bee, o Honeybee.»

A e B. Uno a cui piaceva l’ordine. Gli restituì le foto e lui vi diede un’occhiata prima di riporle dietro le carte di credito.

Arrivò la cameriera a domandare se erano pronti.

Petra sapeva che cosa voleva, ma consultò il menu per dargli tempo.

La cameriera cominciò a battere il piede. «Posso tornare…»

«No, credo che ci siamo. Io prendo un pastrami con insalata di cavolo. E patatine fritte.»

«E lei?»

«Per me tacchino affumicato su pane tedesco. E insalata di patate.»

«Da bere?»

«Caffè.»

«Le vedi spesso?» s’informò Petra quando furono di nuovo soli.

«Vivono con me.»

«Oh.»

«La mamma è spagnola. Addestra cavalli e insegna a cavalcare. È tornata a lavorare in un luogo di villeggiatura a Maiorca e mi ha ceduto la custodia. Ogni due o tre mesi fa un salto a trovare le bambine. Ancora non ha deciso dove fermarsi a vivere.»

«Dev’essere dura», commentò Petra.

«Lo è. Cerco di spiegare alle bambine che la mamma pensa sempre a loro, che il suo affetto per loro non è cambiato, ma loro capiscono solo quello che sanno, cioè che non c’è. Sì, non è divertente. Le ho appena affidate a una terapeuta. Spero che serva.»

Solitamente i poliziotti si tenevano alla larga da qualunque cosa in odore di psichiatria, a meno che volessero essere esonerati per incompatibilità con gli incarichi di lavoro. La serena ammissione di Banks suscitò il suo interesse.

Lo guardò mangiare un’altra fettina speziata. Mani affusolate. Quella libera continuava a tamburellare. Dita lunghe, ma forti. Unghie impeccabili.

Masticava lentamente. Tutti i suoi gesti sembravano rallentati e meditati. Eccetto le mani. Tutta la tensione filtrava dai polpastrelli. «Era lei che insisteva sempre che dovevo lasciarmi crescere i baffi. La mia ex. Diceva che era muy macho.» Rise. «Così quando se n’è andata, me li sono fatti crescere. Uno psichiatra avrebbe sicuramente qualcosa da dire in proposito. Comunque lei si sta ancora cercando. Spero che si trovi presto.»

«Quanto tempo è passato?»

«La sentenza del tribunale è di poco più di un anno fa. Ora riesco a dispiacermi per lei, a vederla come una persona con problemi seri, ma… Oh, a proposito, ho sentito lo sceriffo di Carpenteria e mi ha detto che nemmeno lì Lisa Ramsey ha mai sporto denuncia per percosse contro il marito. Non è mai stato chiesto un intervento della polizia a casa loro.»

Brusco cambio di rotta. Lui se ne rese conto e arrossì e Petra si sforzò di soccorrerlo.

Il problema fu risolto dalla cameriera che venne a posare il caffè con un gesto così violento da versarne nel piattino. «Le vostre ordinazioni sono quasi pronte», latrò.

«Grazie di aver controllato, Ron», disse Petra quando la cameriera si fu allontanata.

«Era il minimo.»

Si occuparono in silenzio di tazza e bicchiere. Il ristorante era quasi al completo, affollato della solita ressa di anziani sorbitori di minestre e depressi della generazione X desiderosi di far vedere che non avevano paura di rimpinzarsi di grassi. Al banco, i cuochi affettavano e incartavano e si scambiavano battute, in un’atmosfera che si andava saturando degli aromi di aringa e carni affumicate e ripiene, mentre dalla cucina arrivavano su carrelli di metallo forme fresche di pane di segale.

Improvvisamente Petra ebbe appetito e si sentì un po’ più rilassata.

«E tu?» chiese Banks. «Sei mai stata sposata?»

«Divorziata da due anni e mezzo, niente figli.» Facendo fuori anche quella prima che fosse lui a domandarglielo. «Dunque sono sempre con te. Dev’essere un bell’impegno.»

«Mi aiuta mia madre. Le va a prendere a scuola e mi fa da baby sitter quando devo lavorare fino a tardi. Sono delle gran brave bambine, buone, intelligenti, amanti dello sport. Alicia gioca a calcio e si mangia in insalata parecchi maschietti. Le preferenze di Bee non si sono ancora capite, però è molto coordinata.»

Il papà sportivo. Suo padre aveva percorso la stessa strada con tutti e cinque i figli. Football per i maschi, softball per lei. Tutte le domeniche in qualche orribile divisa. Aveva vissuto male l’esperienza sportiva, aveva finto entusiasmo per far contento lui, aveva subito soffrendo per tre estati. Anni più tardi lui le aveva confidato di aver accettato con profondo sollievo la sua decisione di smettere: aveva bisogno impellente di un po’ di tempo libero durante i fine settimana.

Un padre single. Era per quello che aveva accettato l’invito di Banks?